Thursday, June 12, 2025

GRICE ITALO A-Z S SA

 

GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sabbadini – ciceronismo – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. CICERONE FILOSOFO ITALIANO. sTom^ DEL CICERONIANISMO E D’ALTRE QUESTIONI LETTERARIE NELL'ETÀ DELLA RINASCENZA, saggio premiato dalla R. J^coad.exxiia d.e' Xiizioei). TORINO LOESCHER FIRENZE ROMA Via Tornabnoni, Yin del Corso, Torino - Vikcbkzo Boha, Tip. di S. M. e de'RR. Principi.  Hk^co qui la storia di dieci tra le più famose questioni letterarie dibattute dagl’umanisti. Per essi sono vitali; per noi sembreranno e forse sono, fortunatamente, oziose. Diventeremmo però oziosi noi, se deplorassimo che fossero vitali, noi che nella storia non cerchiamo l'ideale dell'umanità, ma ciò ch'ella era. E da questo riguardo quelle dieci questioni ofifrono il massimo interesse , perchè chiariscono meglio di ogni altro studio Tintima vita letteraria del periodo umanistico. Del resto quanta originalità , che personalità, talora sfrenata, ma sempre altamente sentita e altamente affermata, non sapevano quei battaglieri e appassionati ri- suscitatori dell'antichità sviluppare da simili contese ! Tanto è vero che spesso l'interesse e l'originalità non consistono nell'argomento, ma nell'ingegno di chi lo tratta. Chi oserebbe dire che dopo V Iliade e V Eneide abbiano perduto il tempo l'Ariosto a cantare di Orlando e il Tassoni d'una Secchiaf Digitized by VjOOQ IC II giudìzio, molto benevolo e lusinghiero, portato dalla R. Accademia de' Lincei su questo lavoro, vi notò una certa sproporzione nella parte accessoria. Non lo nego ; ma quegli ax^cessori contengono le prove di quanto è esposto nella parte principale e mettono più che mai in rilievo le qualità più •caratteristiche degli umanisti, che sono una minuziosa e tenace scrupolosità congiunta a una finissima arguzia. Con- tuttociò io chiedo al lettore, sopra ogni cosa, pazienza ed indulgenza. Sarego, 26 settembre 1885. R. Sabbadini. Digitized by VjOOQIC CRONOLOGIA PRINCIPALI UMANISTI NOMINATI IN QUESTO LIBRO Alberti Leon Battista. Alciati Andrea . Aleandro Girolamo  Amaseo Komola Argiropulo Giovanni Badio Ascensio  Barbaro Ermolao (1464-1493). Barzizza Gasparino (1370?-143i;. Bembo Pietro (1470-1547). Beroaldo Filippo (1453-1505). Biondo Flavio (1388-1463). Bisticci (Vespasiano da) . Boccaccio Giovanni. Bonamico Lazaro. Bruni Leonardo  •Budeo Guglielmo . Campano Gio. Antonio  Ciriaco d'Ancona Cortesi Paolo (1465-1510). Crinito (Eicci) Pietro (1465-1505?). Boleto Stefano (1509-1546). Erasmo Desiderio (1467-1536). Fazio Bartolomeo (morto 1457). Filelfo Francesco (1398-1481). Florido Francesco. Gaza Teodoro. Giovio Paolo  Giustiniani Leonardo (1388-1446). Guarino Veronese. Laudi Ortensio  Landino Cristoforo (1424-1504). Lascaris Giano  Leoniceno Ognibene (1410?4480?). LoDgolio Cristoforo (1490-1522). Mancinelli Antonio (1452-1505). Manuzio Paolo (151M574). Marullo Micbele. Monte (Pietro dal) (morto 1457). Morando Benedetto . Musuro Marco (1470-1517). Mureto Marcantonio Navagero Andrea. Niccoli Niccolò . Paceo Riccardo (1482-1532) . Digitized by Google — VI Panormita Antonio Petrarca Francesco (1304-1374). Piocolomini Enea SiMo. Pico Gianfrancesco  Pio Battista Poggiani Giulio. Poggio Bracciolini (1380-1459). Poliziaqo Angelo (1454-1494). Pomponio lieto  Pontano Gioviano  Rayenna (Gio. da)  Bho (Antonio da) (1* metà del sec. xv). Bodigino Celio (1450-1525). Sadoleto Giacomo Salutati Coluccio. Sannazzaro Azzio Sincero. Sarzana (Alberto da) . Scala Bartolomeo Scaligero Cesare . Traversari Ambrogio  TrebÌ8onda(Giorgioda)(1396-1485?). Valla Lorenzo (1407?-1457). Vegio MaflFeo (1406-1458). Zazio Ulderico (1461-1535). Digitized by Google INDICE Storia del Ciceronianismo  Preparazione Primi tentativi Genialità e Grammatica .... Opposizione Prime battaglie Seconda battaglia Periodo eroico Sol coniar nuovi vocaboli latini .... Lotte fra i Latini e i Greci .... Sui giureconilalti antichi e sui glossatori medioevali Se si possano leggere i poeti antichi . Su alcune questioni d^ortografia .... Sull'allegoria dei poeti, specialmente di Vergiiio . Quale sia più grande fra i capitani antichi I calunniatori della lingua latina Se si deva scrivere latino o italiano .  storia del Ciceronianismo. La storia del ciceronianismo, che presa nel suo largo signi- ficato si confonde con la storia della lingua latina e delle sue forme nel periodo del risorgimento, non è stata ancora scritta. Eppure è tanto importante. Tutti gli storici dell'umanismo ri- petono, e giustamente, che l'erudizione di quei secoli, se si tolgano alcuni risultati nella critica, nell'arte e in altri pochi rami del sapere, fu un'immensa illusione, della quale quei la- tinisti in parte erano autori, in parte vittime. Tutto quel com- plicato e vertiginoso lavorio fu intorno alla forma, che si scam- biava per la realtà; la forma bella ed elegante dava corpo alle ombre, la forma rozza e impacciata faceva passare dimen- ticati come ombre i corpi. Una lettera dalle forme argute de- finiva felicemente una questione o letteraria o personale o religiosa, di cui non si sarebbe potuto prevedere la risoluzione; un forbito ed elegante discorso, condito di citazioni latine, por- tava alla conclusione di un affare pubblico, da cui la più astuta diplomazia non avrebbe forse saputo uscire lodevolmente. Fare un bell'elogio della virtù valeva essere virtuoso; essere preso di mira da un'elegante invettiva valeva essere un fur- fante, anche se onest'uomo. Fu quello veramente il tempo dell'onnipotenza della forma. E intanto si resta meravigliati a sentire come la vien comunemente giudicata. Sono per la maggior parte giudizi o vani per la loro generalità o falsi addirittura. L'uno dice: quella forma è pagana; tutto ciò che R. Sabbadini, Ciceronianismo e altre questioni letterarie. 1 passa per il cervello di un umanista ne esce colorito paga- namente; l'altro dice: quel latino non è più l'antico; è stato trasformato, ammodernato; pare un latino nuovo e originale, quantunque imitato. Più comunemente si odono queste espres- sioni : che latino elegante, fluido, che ritmo, che maestà, che asprezza, che barbarie, che disinvoltura, è un nuovo Cicerone, un nuovo Vergilio, è troppo abbondante , è troppo asciutto, non è limato e mille altre, che non significano nulla o meglio significano l'ignoranza o l'ingenuità di chi le dice; peggio aa-- Cora quando tocca sentir pronunziare tutti questi giudizi di- versi sopra un solo umanista, secondo il capriccio dei critici che ne parlano. Ma nessuno si è provato di esaminare e trac- ciare la storia di questa forma, che ha fatto tanto bene e tanto male, che ha aiutato il perfezionamento del nuovo volgare ita- liano e che in fin dei conti costituisce — e qui non e' è bisticcio — l'essenza dell'umanismo. Sarò io riuscito nell'ardua impresa? non lo so; ma intanto dal presente saggio risulterà subito e chiaramente dimostrato un fiatto importantissimo, che cioè il latino degli umanisti può avere ed ha una storia; che le sue forme sono determinate non dal capriccio, ma da cause reali; e che ognuna di esse in qualsiasi degli eruditi deve giudicarsi non con le parole: è brutta, è' bella, è disadorna, è elegante, sibbene conside- randola nella sua attinenza col tempo e con le tendenze let- terarie che la hanno generata. In questo studio quattro soli autori ho trovato, che mi age- volarono in qualche modo la via: il Walch, Historia critica lat linguoje. Colonia 1734; il Burigny, Sur la querelle qui s'eleva dans le XVI siècle au su jet de Vestirne qui ètoit due à Cicéron {Histoire de VAcadèmie des Inscriptions , t. 27, pp, 195-205, anno 1756); il Lenient, De ciceroniano bello apud recentiores, Parisiis 1855; il Voigt, Wiederbelebung des class, Alterth., 2* ed. Berlino 1880-1881 (1). Il Voigt, mentre tratta con molta maestria la letteratura del primo secolo dell'umanismo. (1) Qualche cenno si legge anche nella Rinascenza Italiana del 6ur- CKHARDTj edizione francese, Parigi 1885; I, pp. 314-317. Digitized by VjOOQIC — 3 — tocca qua e là dello stile latino degli eruditi e ne traccia la storia (II, pp. 418-422), fermandosi specialmente a parlare dello stile del Petrarca (I, pp. 33-36). Il Walch dà parecchie notizie sul ciceronianismo nei seguenti luoghi: cap. I, § 25; II, 3; IX, 8; XII, 2, 3, 9, 10; XIV, 3, 4, 14. Poco più del Walch sa dire il Burigny, il quale, toccato della guerra mossa al cice- ronianismo fino dai tempi antichi, si ferma di proposito sul Ciceronianus di Erasmo e sulla polemica mossagli da Cesare Scaligero e da Stefano Boleto. Il Lenient ha narrato la guerra dei ciceroniani in un opuscolo di p. 74. Questo libro comincia con un proemio, dove prima di tutto, come il Burigny, accenna all'opposizione suscitata contro Cicerone nei suoi tempi stessi e nei successivi; indi tocca dell^ guerra ciceroniana nel pe- riodo della rinascenza e parla delle contese tra il Cortesi e il Poliziano, tra Francesco Pico e il Bembo. Il Lenient non conosce il lavoro, capitale per questo studio, del Cortesi De hominibics doctis, né l'altra disputa tra Bartolomeo Scala e il Poliziano. Quindi entra nell'argomento e nel primo capitolo espone come si formò in Italia e specialmente a Roma per opera del Bembo e del Longolio il partito dei ciceroniani e poscia fa un esame chiaro ed accurato del Dialogus cicero- nianus d'Erasmo. Nel II capitolo narra le vicende della guerra ciceroniana dopo la pubblicazione del Ciceronianus fino alle invettive di Gasparo Scioppius (Schopp). Nel III capitolo con- clude che questa guerra ha recato un gran bene, quello di promuovere sempre più lo studio della bella forma. Il Lenient. si è giovato molto del Walch e del Burigny, ma non li cita mai; si è giovato anche molto, e con grande vantaggio, del-" r epistolario d'Erasmo. Ma egli non si preoccupa punto della preparazione di questa guerra; non conosce la letteratura uma- nistica del quattrocento, eccettuato l'epistolario del Poliziano, e pure imperfettamente. Commette anche qualche errore nei fatti ; dice che il Longolio lesse le sue due orazioni in propria difesa sul Campidoglio (p. 15); non è vero ; quelle due orazioni furono pubblicate quando il Longolio era già fuggito da Roma. Un'altra mancanza osservo nel libro del Lenient ed è ch'egli si è limitato a raccontare le sole vicende esterne della guerra ciceroniana, senza entrare mai a parlare delle cagioni intime Digitized by VjOOQIC — 4 — di essa, cioè le diverse maniere con cui si intendeva Timita- zione. Ciononostante il Lenient fu il primo che scrisse di pro- posito sulla storia del ciceronianismo. La storia del ciceronianismo si può raccontare con due me- todi differenti, che io chiamerò l'uno oggettivo, l'altro sogget- tivo. Oggettivamente si narrerebbe la storia quando uno per uno si esaminassero gli scritti dei principali umanisti e si cer- casse in essi quanta sia stata l'influenza di Cicerone sulla scelta delle parole, sulla frase, sulla connessione delle propo- sizioni, sui periodi e sul colorito dello stile in generale. A questa prova nessun umanista resisterebbe, perchè nessuno si troverebbe essere oggettivamente ciceroniano. Quante parole che malamente si leggevano allora nei manoscritti di Cicerone e che passavano per ciceroniane; ma oggi non più.. Mi basti citare gli dLggeUÌYÌ pMlosopMcus (1), iUicitum (2), perfino mul- tissimis (3), che allora s'adoperavano come parole ciceroniane. « Quam multa barbara vocabula, dice il Mureto, quam multa vitiosa genera loquendi propter librorum corruptionem usur- parunt ii qui se nostra patrumque memoria Ciceronianos dici volebant » (4). Ma senza di ciò al Longolio, p. es., è sfuggito inelegantia (5), nisi fortasse (6); al Sadoleto influayus (7); a Paolo Manuzio dissuadere aliquem ab aliqua re, conirarietas, speculano, ingraiitudo (8). Né poteva essere altrimenti in tempi, in cui i vocabolari e i repertori da consultare in un dubbio non e' erano o si cominciavano appena a compilare. E poi, uno scrittore non può mai assolutamente spogliarsi delle proprie qualità personali ; e il latino del Bembo, del Sadoleto, del Longolio, del Manuzio si distinguono l' uno dall' altro per certe caratteristiche, che non tutti naturalmente avranno tolte (1) CiCBR., Tuscul. disput., V, 41, 121, ove ora si legge philosophus. (2) CiCER., prò CluentiOy 47, ove ora si legge nemini licitum. (3) CiCER., Epist. ad Attic, XI, 2, ove ora si legge multis meis. (4) MuRET., Orai, et Epist., 1791; II, p. 157. (5) LoNGOL., Episty I, 28. (6) Ibi, I, 1. (7) Sadolet., Epist., XIII, 2. (8) Walch., Eist. critica all'unico e medesimo Cicerone. — Il metodo poi che io chiamo soggettivo consiste nell'esaminare dall'un lato il principio sti- listico che ogni autore si forma, il modo con cui intende la imitazione, le intenzioni particolari, personali che egli vi porta; dall'altro lato i giudizi di un umanista, specialmente se contemporaneo o di poco posteriore, sulle qualità stilistiche dell'altro, i quali nel maggior numero de' casi sono giudizi soggettivi, perchè suggeriti o da un diverso indirizzo letterario o da un modo diverso di intendere l'imitazione. Io mi varrò principalmente del metodo soggettivo, senza lasciar di tentare qua e là gli scrittori col metodo oggettivo. Divido la materia in sette periodi. PREPARAZIONE. (F. Petrarca, Gio. Boccaccio, Giovanni da Ravenna, Goluccio Salutati). Spetta al Petrarca, come in quasi tutti gli altri indirizzi dell'umanismo, così anche in questo l'onore di avere aperto la via. Il Petrarca non fu, né volle, né volendo poteva essere ciceroniano; eppure egli ha preparato a chi venne dipoi il terreno. Il padre del Petrarca possedeva alcuni scritti di Cice- rone, ch'egli adoperava non come letterato, ma come giurista. Essi vennero in mano al figlio, il quale, scolaro allora di grammatica, li leggeva senza capirli» rubando le ore alla ri- creazione, e rimaneva tuttavia, per quello straordinario senso musicale che possedeva, i^apito dalla dolcezza e dalla sonorità delle parole : « sola me verborum dulcedo quaedam et sono- ritas detinebat, ut quidquid aliud vel legerem vel audirem, raucum mihi longeque dissonum videretur » (1). E quei libri disputò poi al padre, che vedeva in essi la causa che il figlio trascurasse gli studi giuridici; e più tardi alla polvere dei chiostri, dove giacevano sepolti. E infatti con febbrile attività (1) VoiGT, Wiederhelehung etc, I, p. 26. Digitized by VjOOQ le - 6 - il Petrarca cercava le opere di Cicerone o egli stesso visi- tando i conventi o dandone incarico a tutti i suoi amici, che ne cercassero, tanto in Italia che fuori, e ogni volta che le sue ricerche venivano coronate da qualche felice scoperta, era per lui una gioia indescrivibile. E se egli, chiamandosi lo sco- pritore di Cicerone, esagerava, affermava anche una grande verità^ che parte delle orazioni di Cicerone e le lettere ad Attico da lui scoperte erano state affatto ignote al medio evo ; e delle altre opere, che pure erano conosciute, egli ravvivò lo studio (1). L'ammirazione poi per Cicerone era proporzio-. nata all'ardore con bui rie ricercava le opere. Quello che gli altri, egli dice, esprimono aridamente e disadornamente, Cice- rone lo ha espresso con vivacità e fioritura; all'utilità si ag- giunge il diletto, alla maestà del contenuto lo splendore e la dignità delle parole. — Cicerone è il fulgido sole dell'eloquenza, davanti al quale impallidiscono Sallustio, Livio e Seneca. « O primo creatore dell' eloquenza romana — grida egli in uno slancio d'entusiasmo — non solo io, ma noi tutti ti ringraziamo, i quali ci abbelliamo dei fiori della lingua latina. Poiché con la tua fonte noi irrighiamo i nostri campi. E volentieri noi confessiamo che guidati da te, indirizzati dal tuo esempio, il- luminati dalla tua luce e direi sotto i tuoi auspici! noi siamo pervenuti a questa arte di scrivere qual ch'ella pòssa essere» (2). E nei Trionfi della Fama al passar di Cicerone l'erba ver- deggia sotto i suoi piedi, a dimostrare « quant'ha eloquenza e frutti e fiori » (3). È chiaro pertanto che Cicerone ha influito molto sullo stile del Petrarca, ma non fu il solo; leggansi i suoi trattati filo- sofici e morali, per veder quanta p^rte vi ebbe Seneca; leg- gasi V Africa, e si vedrà quanto Livio vi si trova; e quanto Vergilio nelle Egloghe. Né il Petrarca potea fermarsi a imitare (1) VoiGT, I, pp. 38-44. (2) Ibi, I, p. 28. (3; 111, 18. Digitized by VjOOQIC un solo autore, il che fu possibile soltanto quando le scoperte dei classici erano finite e gli eruditi avevano agio e mezzo di far la loro scelta. Ma il Petrarca si vedeva crescere tra mano^ d'ora in ora e per opera sua, il tesoro degli antichi latini ed è naturale che l'ultimo scoperto gli lasciasse qualche cosa di nuovo nel pensiero e per conseguenza nella forma. A questo si aggiunga il modo con cui egli intende l'imitazione, da lui stesso chiaramente e largamente esposto in una lettera a Giovanni da Gertaldo. In essa gli parla del giovinetto Giovanni da Ravenna, che allora egli teneva da qualche anno in casa sua come copista e a cui faceva da maestro più che con la parola, con l'esempio. Ecco un bel passo di questa lettera: « Questo giovine ha molta inclinazione alla poesia... Egli però non medita ancora quello che deve dire, e quello che dice lo esprime con molta pompa e fioritura. Talvolta gli vien fatta qualche poesia, che non manca di armonia, di bellezza e di- gnità e che chi non conosce l'autore potrebbe attribuire ad un uomo provetto ed esercitato. Il suo animo e il suo stile acquisteranno un po' alla volta, io spero, maggiore solidità e allora egli potrà se non fuggire, dissimulare almeno l'imita- zione dei singoli autori, in modo da non rassomigliare a nes- suno e da arricchire di una nuova maniera la lingua e la poesia latina. Ora egli si diletta molto, come porta la sua età, dell'imitazione degli altri ; e, rapito dalla bellezza della poesia antica, egli si lascia contro le leggi dell'arte trasportare tan- t'alto, che a stento si può risolvere di tornare addietro quando egli se ne accorge o altri lo fanno avvertito., Più di tutto egli è ammiratore di Vergilio, di cui spesso innesta qualche passo ne' suoi versi. Siccome con intima compiacenza me lo veggo crescere sotto gli occhi ed io di tutto cuore gli desi- dero che possa diventare ciò che io vorrei essere, cosi io lo ammonisco paternamente e gli ripeto che ciò ch'egli scrive dev'essere simile, ma non uguale al suo modello: simile come un figlio al padre, non come un ritratto al suo originale. Che un ritratto è tanto migliore, quanto più rassomiglia all'origi- nale; ma che un figlio al contrario può quasi in tutti i suoi lineamenti essere dissimile dal padre e nondimeno avere una cert'aria, alla quale ciascuno riconosce tosto il padre. Come Digitized by VjOOQIC — 8 — le api traggono dai fiori il sugo, senza conservarne il colore, e da diversi sughi preparano il miele, che è migliore di cia- scuno di quei sughi da cui è stato formato, cosi i poeti e gli scrittori devono bensì appropriarsi i pensieri e anche il colo- rito degli altri, ma non mai parlare con le loro parole. Aven- dogli io ripetuto nuovamente questi avvertimenti, egli mi rispose: voi avete ragione, ma molti esempi e il vostro stesso mi hanno incoraggiato ad usare di quando in quando qualche giro felice, qualche frase di grandi scrittori. Al che io stupito soggiunsi: se ne trovi traccia nei miei scritti, sappi che non l'ho fatto apposta, ma sbadatamente. Perchè, quantunque di simili esempi ne ricorrano molti ne' buoni scrittori, io mi sforzo jpi tutt'uomo, e qui per me consiste una delle più gravi difficoltà nello scrivere^ di non camminare né sulle orme degli altri né sulle mie proprie » (1). Pare che in Giovanni da Ravenna, spirito irrequieto e ar- dente, il Petrarca veda riprodursi esatta l'imagine di sé stesso, quand'era giovane. Dal modo pertanto com'egli inten- deva l'imitazione, risulta che anche imitando voleva rimanere originale. Ognuno, dice altrove, dee formarsi e mantenersi un proprio stile, giacché ognuno ha cosi nel volto e nel gesto, come, nella voce e nel parlare, un che di suo proprio e par- ticolare che deve conservare, non mutare: « suus stilus cuique formandus servandusque est Et est sane cuique naturaliter ut in vultu et gestu, sic in voce et sermone quiddam suum ac proprium, quod colere et castigare quam mutare cum fa- cilius tum melius atque felicius sit » (2). Lo stile per lui e la vita sono la medesima cosa: « scribendi enim mihi vivendique unus finis erit » (3). E lo stile del Petrarca é veramente l'uomo. Quello che a noi piace tanto di trovare nei suoi scritti e ch'egli vuol far valere, é appunto la sua personalità, coi suoi sentimenti, con le sue aspirazioni, con le sue passioni e convinzioni, col suo bisogno di espandersi, di moltiplicarsi in (1) Mehus, Yita Ambr. IVavers., p. 349. (2) VoiGT, I, p. 35. (3) Ibi, I, p. 34. Digitized by VjOOQIC — 9 — mille oggetti, di riprodursi per mezzo della parola. A questo senso profondo deirindividualità propria s'aggiungono un'anima aperta a tutte le impressioni e una mente libera dai vincoli della scolastica, le quali hanno trovato in Cicerone e in Livio una forma più variata, più elegante, più adatta a rappresen- tare sé stesse : ed ecco il Petrarca descriver la natura secondo- ch'ella opera sopra i suoi sensi e sul suo cuore; esporre i propri pensieri e tutto quello che gli tumultua •nell'animo; raccontare i casi altrui e i propri, scrivere di politica, di filosofia, di morale, parlare a sé stesso, parlare agli italiani, agli stranieri, ai morti autori romani, a tutti di tutto, perchè ha bisogno di sfogare un'immensa piena di affetti, un'esube- ranza di idee e di sentimenti, una ricchezza inesausta di espe- rienza e di cognizioni. La sovrabbondanza perciò e la loqua- cità, come si potrebbe chiamare, del suo stile sono una necessaria conseguenza del suo carattere e il carattere non si lascia mai oscurare o travisare dalle forme latine di qual-. siasi autore; egli imitando rimane originale, perchè il suo stile è personale. Una prova oggettiva dello stile latino del Petrarca dà per risultato che vi si trovano barbarismi, neologismi, sgramma- ticature, costruzioni poco pure, frasi toscane latinizzate; ma tutto questo era inevitabile, com'era inevitabile a Giotto ri- sentire l'influenza della .vecchia scuola, pur creando l'arte nuova. Si confronti però dall'altra parte il latino del Petrarca col latino degli scolastici, che dico? col latino di Dante stesso, che lo precedette di tanto poco e si scorgerà un abisso fra l'uno e l'altro e ciascuno facilmente si persuaderà, che il la- tino scolastico è stato inevitabilmente condannato a perire e che ritornare ad esso sarebbe stato violare le leggi del pro- gresso umano. Lo stile del Petrarca dagli umanisti posteriori fu giudicato, fatta forse una sola eccezione, molto sfavorevolmente e tor- tamente. Già nei primordi del secolo decimoquinto gli eruditi seguivano un indirizzo stilistico diverso, perché il vero cice- ronianismo faceva capolino. A Firenze specialmente il Bruni e il Niccoli movevano guerra allo stile del Petrarca, di cui, come in generale del triumvirato toscano, si parlava molto Digitized by VjOOQIC - 10- male nell'opera del Bruni, intitolata: Libellus de disputationum exercitationisqi^ ^tudlorum usu{X\ Questo libro è del 1401; più tardi, nel 1436, scrivendo la vita del Petrarca, il Bruni diceva che veramente il Petrarca fu il primo a richiamare in vita l'antica scorrevolezza dello stile e che apri la via ai posteri, ma che molto gli mancò alla perfezione. Nella prima metà del medesimo secolo giudicava press' a poco cosi del Petrarca anehe Flavio Biondo. Il Petrarca, dice egli, fu il primo che con grande ingegno e con diligenza più grande ri- chiamò in vita la vera poesia e l'eloquenza; ma egli non rag- giunse, più per mancanza di opere antiche che di genialità, 10 splendore dell'eloquenza ciceroniana, di cui molti al nostro tempo vanno forniti. E poco più sotto ripete ancora che, per la scoperta delle nuove opere latine, al suo tempo si parlava e scriveva meglio che al tempo del Petrarca (2). Il Valla rim- proverava al Petrarca di non aver saputo intitolare il libro Be sui et aliorum ignorantia, avendosi dovuto dire: De sica et aliorum (3). Molto importante è il giudizio di Paolo Cortesi, deUa fine del secolo: « lo stile del Petrarca non è latino ed è aspro assai, le idee sono molte, ma aride; le parole di bassa lega, la composizione più accurata che elegante. Fu il primo a ristorare l'eloquenza e le sue rime volgari attestano quanto avrebbe potuto conseguire col suo grande ingegno, se non gli fosse mancato lo splendore e l'eleganza dello scriver latino; ma fu colpa del rozzo secolo in cui visse. In lui perciò non cercheremo il diletto, ma l'utile ; quantunque, se devo dire il vero, dilettano, cosi disadorni come sono, quei suoi libri: «ab eo non est delectatio petenda, sed transferenda utilitas ; quam- quam omnia eius, nescio quo pacto, sic inornata delectant » (4). 11 Cortesi sentiva perciò e apprezzava giustamente il valore dello stile petrarchesco. Nel secolo decimosesto Erasmo lo giu- dicava cosi : « il Petrarca fu il fondatore della rinascenza in (1) VoiGT, 1, pp. 385^87. ^) Fl. Blondus Forliv., Italia illustrata; Basii. 1559; p. 346. (3) L. Valla, Eleg. ling. lai., II, 1. (4) P. CoRTESius, De hominib. doctis dialogus; Firenze 1847. Digitized by VjOOQIC — 11 — Italia; ingegno vivace, grande erudizione, eloquenza più che mediocre; ma vi desideri qua e là maggior perizia nella lingua latina e tutto lo stile risente della durezza di quel secolo ». E il Florido, ripetendo in parte il giudizio d'Erasmo, scriveva in quello stesso tempo: « Il Petrarca diede opera pecJl primo a trarre dai ruderi e dairantichità la lingua latina, ma non gli riusci troppo felicemente, o perchè mancava ancora una huona parte dei migliori libri, o perchè non era impresa da condursi a buon termine da un solo. E le sue opere se mo- strano in lui sommo ingegno e non mediocre erudizione^ spesso mancano di purezza latina » (1). Infinitamente inferiore al Petrarca, come in tant'altre parti, fu pure nello stile latino il Boccaccio, il quale è trasandato, né guidato da nessun criterio chiaro e costante d'imitazione e che perciò meritò gli aspri giudizi di quegli umanisti che si degnarono di parlarne. Il Bruni (2) dice che non ha mai saputo trattare con sicurezza la lingua latina. Veramente se- vero è con lui il Cortesi : « excurrit licenter multis cum sa- lebris ac sine circumscriptione ulla verborum; totum genus inconditum est et claudicans et ieiunum » (3). Erasmo si con- tenta di chiamarlo inferiore al Petrarca e nell'efficacia del dire e nella proprietà dello stile (4). Di Giovanni Ravennate dice Flavio Biondo che infiammava i suoi scolari all'imitazione di Cicerone (5); ma che non riusci a imitarlo nemmeno da lontano; i suoi dialoghi, dice il Cortesi (6), appena si leggono una volta. E il Salutati è chiamato da Filippo Villani « scimia di Cicerone », in senso onorifico, non come lo intendono alla fine del secolo. È ben lontano però dall'essere ciceroniano; anzi Cicerone ha avuto pochissima in- fluenza sul suo stile, perchè egli era già vecchio, quando co- (1) Floridus Sabinus, Apologia in ling. lat. calumniatores ^ Basii. 1538, p. 106. (2) Vita del Petrarca. (3) De homin. doctis. (4) Dialogus ciceronianus ; Napoli 1617. (5) Italia illustrata^ p. 346. (6) Op. cit. Digitized by VjOOQIC — 12 — nobbe più da vicino quello scrittore. La lode del Villani si riferisce ad un merito reale e veramente grande del Salutati, il quale fu il primo a dar forma più elegante allo stile di can- celleria; sullo stile però delle sue lettere private più che Cice- rone influirono Seneca e il Petrarca. Del resto il Salutati appartiene agli scrittori dallo stile fiorito e pomposamente so- noro, oppresso da soverchia erudizione e troppo sentenzioso. Questo stile è una degenerazione o meglio un'esagerazione di quello del Petrarca. Ecco come lo giudica il Cortesi: «que- st'età (l'età di Leonardo Giustiniani) riponeva l'eloquenza in una certa esuberanza, ne conobbe la discrezione; credevano di aver conseguito fama di eloquenza, se avessero affastellato una gran quantità di cose. Questo genere di scrivere è stato disprezzato e abbandonalo da ingegni più illuminati, perchè ogni discorso dev'essere temperato e nelle parole e nelle sen- tenze, in modo da non eccedere i propri limiti » (1). Di tutto questo primo periodo cosi giudica il Pontano: che negli scritti latini e Dante e il Petrarca e il Boccaccio e il Salutati « non modo parum latine, sed ne grammatico quidem saepenumero loquuntur; quod qui non credit eorum libros inspiciat » (2). PRIMI TENTATIVI. (Leon. Brani, Gasp. Barzizza, Guarino, Giorgio da Trebisonda). 11 secondo periodo viene aperto dall'aretino Leonardo Bruni e da Gasparino Barzizza. Il Bruni ha abbandonato nelle lettere il fare artificioso del Salutati e introdotto una maniera più disin- volta e naturale. « In un buono scrittore di lettere, egli dice, oltre alle parole e al suono si trova depositato il proprio animo, il quale si indovina dalle vibrazioni delle parole, come dal mo- (1) Op, cit. (2) De aspir attorie^ lì, 2. Digitized by VjOOQIC — 13 — vimento degli occhi si scopre Tanimo di chi parla »• (1). Nella storia il suo stile si solleva ancora più, come dice lo stesso Cortesi, il cui giudizio sul" Bruni è molto favorevole, ed io qui lo reco per intero. « Leonardo fu il primo , dice egli , a la- sciar l'uso di scrivere scorrettamente e a introdurre uno stile più armonioso. Sono molti i suoi pregi come oratore; ma nella/ storia si eleva di più: historiam complexus est animo aliquanto malore; ma in essa riesce più liviano che ciceroniano: con- sectatur in historia quiddam livianum^ non ausim dicere cice- ronianum. Non è molto accurato il più delle volte nella scelta delle parole, alcune delle quali sono troppo basse ed antiquate; ma per compenso la sua forma è condita di eleganza e di un certo splendore » (2). Il Cortesi lo riteneva il primo del suo tempo, ma l'età nostra, egli soggiunge, è molto schizzinosa: « nostri homines nil nisi excultum, nisi élegans, nisi politum, nisi pictum probant ». Erasmo dice che nella facilità e nella chiarezza dello stile il Bruni si accosta alquanto a Cicerone, ma che manca di efficacia e di nervi e che talvolta offende la purezza dello scrivere latino (3). Ma il vero apostolo del ciceronianismo fu il Barzizza : « cuius ductu et auspiciis, scrivea Guarino nel 1422 (4), Cicero amatur, legitur et per Italorum gymnasia summa cum gloria volitat ». Di Cicerone illustrò il De oratore, il De senectute, il De of- fìciiSi le Filippiche e le Epistole (5). Parlando delle sue let- tere dichiara di non aver avuto libro più caro di quello: « nescio an alium ex libris meis cariorem ilio haberem ». E con quale entusiasmo non scrive egli di alcune orazioni di Cicerone mandategli da Antonio Loschi: « iam totus ardeo illarum studio; numquam mihi ita fuit fervens animus; ma-- gnum aliquem spero inde fructum elicere » (6). Quale fosse il suo principio d'imitazione, non so, perchè non ne fa parola nelle sue opere; ma che egli ammettesse una (1) L. Bruni, Epist., VII, 3; cfr. Voigt, II, p. 423. (2) Op. cit. (3) Dialo^. ciceron. (4) Bibl. Bodl. di Oxford, Land. Lat. 64, fol. 3. (5) Barzizius, Opera^ ed. Furietti, Roma 1723; pr(ief. p. XIII. (6) Ibi, pp. 194-195, 206. Digitized by VjOOQ IC — 14 — certa libertà^ si può dedurre dalla conclusione del suo trat- tatello De composUione: « ut rebus, de quibus dicendum est, ars numerorum serviat et non resarti», cioè l'armonia per l'argomento, non l'argomento per l'armonia. Questo trattatello discorre déìVordzne, del nesso e del ritmo nella composizione. Per essere libro grammaticale è dettato con una correttezza ed un'eleganza, che invano si cercherebbero nelle stesse Eleganze del Valla. L'esemplare che egli inculca sono le orazioni di Ci- cerone; e le norme che dà, specialmente riguardo al ritmo, sono molto bene intese; quantunque poi qualche volta se ne dimen- tichi egli medesimo, dove, p. e., trasgredisce la norma, già osservata tanto scrupolosamente da Cicerone, di non terminare un periodo con- una finale di verso esametro. Noto queste mi- nuzie, perchè il Barzizza è molto esatto e intendo sottoporlo per poco alla prova oggettiva, non trovando che del suo stile si siano molto occupati gli umanisti, se si eccettui il Cortesi, che toccandone appena, lo loda come grammatico accuratis- simo e quasi perfetto, ma biasima l'aridità della forma e la soverchia diligenza (1). Il Barzizza ha composto orazioni e lettere; comincio dalle orazioni e prendo la prima della raccolta (2). Ecco quali parole vi trovo non ciceroniane, taluna delle quali nemmeno è latina di buona lega: visUatzo, intersptrare , affectio, usata da sola; ecco alcune ò^di^ì:"" antecedere, pra£cedere aliquem, rispetto al tempo; attìngere aliquem, eguagliarlo; acceptos se reddere; se remittere; adpedes tuos accesszmus; quantum clefnentia tua nos fideles servos tuos amxiret; devotione colere; per tot honorum, gradus et quasdam velut scalaSj dove a fkr passare sca^las bastano a stento il quasdam e il velut, — Qualche altro esempio, raccolto qua e là, di frasi e costruzioni : nmeror non- dum est passus m^ ad te scribere (3) ; suis iussit ut neque mortem eius (che si riferisce al soggetto) et in eius fu- nere (4)...; satis ac super, invece di satis superque, — Inte- (1) Op. cit; se pure questo giudizio si riferisce al Barzizza. (2) Op, cit., pp. 15-17. (3) Ibi, p. 57. (4) Ibi, p. 58. Digitized by VjOOQIC- — 15 — ressante è vedere come il Barzizza si contenga negli argomenti sacri. Prendo l'elogio di S. Francesco (1)> da cui scelgo alcune dizioni : religionis caput habemus acprinctpem dominum no- strum; quos sanctissimos confessor es appellamus ; in ilio caelesii senatu; Deus princeps omnium rerum; cum adfiuc seculari hàbitu uteretur; ex divino prodita or acuto insti- iutio; virtus, qitam humilitatem religio vocat; characteres sacratissimx) eius corpori divinitus inusti; passio Domini; sentire m£dius fldius videor beatissim/zm illam, Francisci animxmi ab astris intuentem. Qui vediamo termini sacri con- servati quali li voleva la tradizione cristiana; altri che già hanno assunto una mezza tinta pagana ; altri che sono paga- nizzati interamente; però vi è un tale contemperamento di forma cristiana e pagana, che rende molto grave e originale questo stile. E mi pare che tra i latinisti il Barzizza ahbia trovata la migliore risoluzione della disputa, divenuta in se- guito tanto famosa e accanita, se negli argomenti sacri si do- vesse tenere lo stile ecclesiastico o adottare il classico: eccesso vizioso si l'uno che l'altro. Solo pochi anni dopo, nel 1430, frate Alberto da Sarzana ragionava lungamente contro Poggio, perchè costui nella sua lettera contro i minori osservanti avea detto nettare di Giove per vino (2). Gonchiudo che le orazioni del Barzizza sono di tre specie: le confidenziali e in queste lo stile è molto andante; le sacre e in queste lo stile è più sostenuto, ma sempre ritiene un co- lorito cristiano; le orazioni di argomento più grave, nelle quali lo stile è assai più forbito; quantunque in generale vi sia poco movimento. Le parole non sono sempre ciceroniane, ma sempre scelte ; non è sempre ciceroniana la costruzione, ma corretta sempre. Vengo alle lettere. Queste si distinguono in famigliari e in lettere d'esercizio. Comincio dalle prime e ne traggo alcune costruzioni: fecit quod neque mihi neque aliis auxiliari pos- sim(p.99); non est dubium, quod haberet (p. 107); sed cer- tum est, qu^d possent (p. 107); ita occupa tus sum, quod parum (1) Ibi, pp. 45-50. (2) Albert, a Sarte., Op., epist. XXI. Digitized by VjOOQIC - 16 - prodessem (p. 107); non est expectandum, quod sit par tibi (p. 107); scio carum illum amore meo habeiis (p. 115); vide si quid a me potest fieri (p. 121); fama pervenerat, qiM)d auctus eras (p. 122); scis quantum te diligo (p. 123). Questa lista si potrebbe prolungare a piacimento, ma non aggiun- gerebbe nulla di più a provare che qui lo stile è assai na- turale, veramente famigliare e libero d' ogni pesantezza eru- dita, come la hai nel Petrarca, d'ogni fioritura eccessiva, come la trovi nel Salutati, a segno che pecca spesso contro la gram- matica; ma la grammatica il Barzizza la conosceva molto bene e questa trascuratezza è cercata, è voluta, per dar movimento più naturale alla lettera; qui troviamo per la prima volta il vero stile epistolare. Peccato che queste lettere non destino per il loro argomento tanto interesse nel lettore, quanto ne destano per la loro forma. Che il Barzizza del resto sapesse rispettare la grammatica anche nello stile epistolare, lo mo- strano le sue lettere d'esercizio: Epistolae ad exerciiationem CLCCommodatae, Sono adattate a molti e diversi argomenti e contengono proposta e risposta. Reco qui il principio d'una risposta: « Etsi rumor sinister de rebus vestris adversis ad me delatus esset, non tamen putabam omnia apud vos desperata esse. Plura ergo, quam venire mihi in mentem potuissent, vobis acciderunt. Sed omnia vobis ab exteris hostibus adverse ceciderint: fremat bellicus tumultus et circumsonent moenia vestra: toleranda sunt omnia et fortiter ferenda, quae ab illis vobis imminent. Illud magis visum est mihi miserum, quod de seditione et odiis civium ad me scripsisti. Quae res nisi Consilio et auctoritate eorum , qui bene volunt reipublicae con- sultum esse, mitigetur, piane mihi divinare videor omnia futura, quae etiam tu maxime times ». — E basti quest'esempio per tutti. Qui diffìcilmente si incontra una parola, una frase non ciceroniana ; non è sempre ciceroniano il sapore, assai di rado ciceroniano il movimento, perchè lettere di argomento simu- lato; ma nell'insieme vi è una correttezza, una scrupolosità, di cui prima del Barzizza non si hanno esempi e ben pochi anche dopo di lui, finché non si arriva a Paolo Cortesi. Nel Barzizza dunque abbiamo tre gradazioni di stile : il più puro e più corretto è nelle lettere d'esercizio ; meno puro nelle Digitized by VjOOQIC — 17 — orazioni; più trascuratezza si nota nelle lettere famigliari, ma questa trascuratezza costituisce il maggior merito del Barzizza, il quale del resto ci ha disusati dai neologismi, dai barbarismi e dalla scorrettezza, di cui non va esente il suo grande con- temporaneo, Leonardo Bruni. Ora dò un saggio di critica stilistica, come la facevano in quel tempo. Guarino era allora uno dei piir grandi institutori; e fu certo il primo, perchè il metodo che si attribuisce a Vit- torino da Feltre probabilmente glielo insegnò lui stesso. Guarino in massima era ciceroniano ; la prima istruzione egli la faceva cominciare sull'epistole di Cicerone ; lo stile di Cicerone, scrive egli, dev'essere imbevuto dal giovinetto e gli va instillato come il latte materno (1). E nel lodare lo stile a taluno usava dire che s'accostava a Cicerone, che arieggiava Cicerone, che era un Cicerone. Ma nell'atto pratico era ben lontano il suo stile dall'ideale ciceroniano; molta trascuratezza, troppa slegatura delle membra del periodo e troppe reminiscenze poetiche. Giorgio da Trebisonda gli fece la critica, un po' acerba, se si considera che fu forse T invidia che ve lo trasse, ma giusta, se la si considera oggettivamente. Giorgio prese ad esame nella sua Rettorica (2) l'orazione composta da Guarino nel 1428 in lode del Carmagnola; di essa trascrive tre passi e indi li rac- concia come crede che dovrebbero stare, mutando solo qualche parola e facendo in fine qualche osservazione particolare. Io citerò un solo passo, prima come lo scrisse Guarino, poi come lo racconciò il Trebisonda: « Plerique sunt, Comes insignis ductorque magnifice, qui res et facta veterum singulari admiratione consequantur et prae- cipuis laudibus in caelum efferant et recte sane. Dignissimum enim est eos suis non fraudare praeconiis, qui aut vitam per inventas artes excoluere aut praeclara edidere facinora. Verum enimvero iidem adeo asperi vel fastidiosi potius rerum aesti- matores sunt, ut aetatem nostram aspernentur ac damnent, quae tamen permultos divino ingenio , excelienti doctrina et imperatoriis artibus nobis instructos omatosque produxerit». (1) Bihliot. Vindobon., cod. 3330, f. 148. (2) Rhetoricorum libri, Basilea 1522, V, pp. 140 sgg. R. Sabbadini, Ciceronianismo e altre questioni letterarie. Digitized by VjOOQ IC - 18 - Ecco la racconciatura: « Plerique sunt, Comes insignis ductorque magniflce, qui, quoniam dignissimum est eos suis non fraudare praeconiis qui aut praeclara edidere facinora aut vitam per artes excoluere, ut res atque facta veterum praecipuis laudibus efferunt sin- gularique admiratione prosequuntur, sic aetatem nostrani asper- nantur ac damnant ; quos ego ideo asperos vel fastidiosos potius rerum aestimatores indico, quod hanc aetatem permultos divino ingenio, excellenti doctrina atque imperatoriisai'tibus instructos atque ornatos nobis video produxisse ». In Guarino troviamo tre idee, espresse in tre periodi indi- pendenti; il Trapezunzio invece ne ha fatto un periodo solo. Le tre idee sono: 1* molti lodano gli antichi; 2* hanno dovere di lodarli; 3* ma disprezzano i moderni. Il Trapezunzio ha fatto dipendere dal pronome relativo qui le idee 1* e 3% coordi- nandole con le congiunzioni ut^ sic, e ha subordinato l'idea 2* con un quoniam; in questa maniera ha reso il periodo più compatto, più raccolte le sue parti, dandogli un giro cicero- niano. Con un quos e un ideo quod ha subordinato quello che era coordinato; ha arrotondato il produxerit in \xtì video pro- duxisse; ha preposto praeclara edidere facinora a vitam excoluere, per terminar più gravemente la proposizione; ha levato inventas ad artes per diminuire l'impressione della re- miniscenza vergiliana e ha sostituito degli atqice e un qice agli etj e admiratione prosequi a admiratione consequi; e tolto in caelum alla frase laudibus in caelum efferre. Quanto al verum. enimvero osserva a Guarino che questa parola non può stare in un'orazione che appartiene al genere dimostra- tivo^ e tanto meno in principio, poiché essa è propria del ge- nere storico. Io non devo giudicare se la racconciatura abbia migliorato o no come l'assieme del periodo, cosi anche le singole parti ; mi basta notare per la storia che nel 1437, quando appunto ha avuto luogo questa critica (1), gli umanisti non si contentavano più di un latino scritto senz'arte. (1) VoiGT, II, pp. 140-141. Digitized by VjOOQIC — 19 — GENIALITÀ E GRAMMATICA. (Poggio Bracciolini, Fr. Filelfo, E. S. Piccolomini, Campano, Lor. Valla). Contemporaneamente al Bruni e al Barzizza lavorava a per- fezionare lo stile latino anche Poggio Bracciolini, ma con una genialità che non ebbe pari né prima né poi. Poggio cominciò a formare il suo gusto latino copiando le lettere di Cicerone ad Attico per Cosimo dei Medici a Firenze; e Cicerone, ch'egli chiama padre suo (1), elesse per guida nello scrivere : « quid- quid in me est, hoc totum acceptum refero Ciceroni, quem elegi ad eloquentiam docendam » (2). Ma in realtà poi se imitò Cicerone, non lo imitò né nelle parole, né nella frase, né nella costruzione, ma nel colorito, nella vivacità dello scrivere, nella genialità dello stile; perché lo stile di Poggio é tutto suo proprio, né egli poteva imitarlo da altri, né altri potevano imitarlo da lui. È stile originale, che ci fa rivivere in tutto il suo splendore una lingua morta ; uno stile che sgorga spontaneo dalla i:icca e ine- sauribile sua vena, perché maneggia il latino come lingua ma- terna. Egli non si preoccupa della parola, che inventa se non esiste e che torce a nuovi significati, se ne ha di bisogno ; non si preoccupa della costruzione, ch'egli può piegare a tutte le esi- genze del suo pensiero; non della frase, ch'egli foggia di suo dagli elementi che la lingua gli porge; non del periodo, ch'egli lega spezza non secondo le norme di un modello, ma secondo lo stato dell'animo, che gli detta dentro. Era sicuro del fatto suo, e ne è prova quello ch'egli dice nella prefazione al Liber fa- cetiarum, dove raccolse tutte le satire e le oscenità altre volte raccontate nel tugiale a Roma: di aver cioè voluto con questa raccolta mostrare come il latino potesse e dovesse essere ado- perato ad esprimere ogni cosa. Nessuno sgrammaticò più di (1) Valla, Antidot. in Poggium, I, 32. (2) PoGGius, Epist, XII, 32. Digitized by VjOOQ IC — 20 — Poggio e pure nessuno scrisse più genialmente di lui; né in niuno altro meglio che in lui la terza vita della lingua latina, dopo i tempi di Roma e quelli del medioevo, ha trovato la sua intera espressione. « in Poggio, dice il Cortesi, ci fu splendor di eloquenza e se avesse adoperata tant'arte, quanto ebbe genio di scrivere, avrebbe superato nella gloria dell'eloquenza tutti i contemporanei. Le sue orazioni mostrano facondia e mirabile facilità. Volgeva tutte le forze e poneva tutto il suo esercizio neirimitar Cicerone. Ma quella lucidezza e fluidità di scrivere del sommo oratore è tale, che si giudica agevole imitarla, e chi poi he fa la prova, ne perde la speranza; se Poggio non la consegui, la vagheggiava nel suo pensiero» (1). Il Picco- lomini lo giudica a nessuno inferiore nell'eloquenza, quantunque ignaro della lingua (2). Ed Erasmo : « fu di vivace eloquenza ; ebbe molta naturalezza, ma poca arte ed erudizione » (3). Alla scuola di Poggio appartengono il Filelfo, che nella fa- cilità gli rimane molto addietro e che Erasmo giudica più ciceroniano nelle lettere che nelle orazioni (4); il Piccolomini, in cui il Cortesi desidera maggior purezza di lingua latina; e il Campano, la cui fluidità e lucidezza egli tanto più ammi- rava, perchè congiunta a una certa armonia, di cui i moderni aveano perduto Fuso (5). Ecco un saggio dello stile di Poggio, a cui farò seguire la critica che ne fece il Valla ; il passo è tratto dalla prima in- vettiva contro il Valla: « Si quibus in rebus honestum est consensuque omnium per- missum iniuriam propulsare, in bis maxime pudentis hominis offlcium esse debet, ut contumeliam depellat, in quibus honoris et existimationis laus aut ingenii fama a malevolis in discri- men adduci videatur. Conscium enim eorum, quae obiciuntur, se fàcere existimatur qui taciturnitate utitur prò defensione. (1) Op, cit. (2) De viris clar., XVI. (3) Dial. cicer. (4) Ibi. (5) GORTESIUS, Op. cit. Digitized by VjOOQIC — 21 — quoniam censetur quasi conscientia ductus non esse ausus improborum maledicentiae respondere ». Gli nota il Valla che il primo periodo comincia col principio d'un verso esametro: si quibus in reì)us e termina con la finale anche di un esametro: adduci videatur. In his maocime: doveva dire in his certCy o in his prò fedo; essedébet: biso- gnava dire est oppure videri débet Poi qyiQlpvtdentis hominis officium esse debet è superfluo; non aveva forse detto: si qui- bus in rebus honestum est? quando si dice honestum, non si comprende anche il picdentis hominis officium ì perchè variare dunque quest'idea già espressa e sostituire a iniuria la parola contumelia, a propulsare un depellat? e dopo d'aver detto con^wm^/^, aggiungervi tante parole per dichiararla, cioè in quibus honoris^ ecc. ? Dunque tutte le parole pudentis hominis officium esse debet ut contumeliam depellat sono una inutile e ambiziosa variazione di queste altre: honestum, est iniuriam propulsare. — E poi perchè l' avversativa aut ingenti famxiì che forse \ingenii fama è una cosa diversa ^ià}Xeoctstim/xtix>ì Perchè honoris et eooistim/itionis laus9 non bastava honor et eodstimatiof Ridondante e vizioso è d'altra parte il giro: in his rebus honoris et earistim^tionis laus in discrimen oMucitur^ ecc., perchè le cose in cui pericolano l'onore e la stima non sono infine che l'onore e la stima stessa. L'aggiunta a malevolis è superflua, imperocché chi è che de- trae all'altrui fama, se non un malevolo ? Così pure invece di oMuci videatur bastava oMud videtur e meglio ancora ad- dtccitur; ma il pomposo ciceroniano ha voluto chiudere il pe- riodo con un videatur. Di questi scrittori parolai già si pigliava gioco Quintiliano quando diceva: « est etiam in quibusdam turba inanium verborum, qui dum communem loquendi morem re- formidant, ducti specie nitoris circumeunt omnia copiosa lo- quacitate, quae dicere volunt». Dopo questa critica il Valla ricompone il periodo così: «si quando honestum est consensuque omnium permissum iniuriam propulsare, tunc certe honestum permissumque est cum honor et existimatio in discrimen ad- duci tur ». — E il secondo periodo? più vizioso del primo, esclama il Valla, giacché si compone di due parti, di cui la seconda dovrebbe contenere la ragione della prima, dovechè Digitized by VjOOQ IC — 22 — invece Tuna è ripetizione deiraltra con mutate parole: infatti nella prima c'è enim, nella seconda quoniam; ivi existimatur, qui censetur; ivi conscium se facere, qui quasi conscientia ductus; ivi taciturnitate utitur prò defensione, qui non esse ausus respondere; ivi eorum quae óbiciuntur , qui impro- dorum maledtcenttae. — Poggio è tutto così, conchiude il Valla ; eppure questo vizio di ripetere e di voltare e rivoltare le medesime idee con altre parole gli ha acquistato presso gli ignoranti fama di spontaneità, la quale invece è negligenza, melensaggine, difettosa affettazione (1). Siccome è interessante questa critica, cosi ne darò un altro saggio, desumendolo dall'invettiva del Valla intitolata: in Pog- gium Fior, actus scaenicus, nella quale nota gli errori con- tenuti in una lettera di Poggio al Niccoli. Di questi errori io sceglierò una sola parte e segnerò fra parentesi le correzioni del Valla. — Barbarismi: quindena (in questo modo si potrebbe foggiare anche decena e quarantena)', certificare (vocabolo da cucina); fruslecula (frustula si dee dire); drcumvicini (accolae); dignificare (dignos facere) \ libruncula castraielli {lipella vervecini). — Sgrammaticature: libri sacri refrixerunt pristinum studium humanitatis {refrigescere è intransitivo); devenire in manibus {in manus); hoc fasciculum {hunc)\ vestes illas attrita^ cupio ut vendantur; melius est peccare in hanc partem, quam omnino esse incredulus (incredulum); cupio divitem fieri (dives); sollemniis (sollemnibus); insir gniis (insignzbus) ; exemplariorum {eocemplarium); abiet (aMbif); intellige me non dormitare ut ceteri (ceteros); te non potui convivari (convivari è intransitivo); decadarum {decadum); unumquemque taedet condttio fortunae suae. — Improprietà di parole e di frasi: constitue te in locum, transfer te in locum meum {confer te operge)', pone te in loco meo {te constitue); cum de proccimo instet coronatio regis {cum instet dies coronationis) ; quas miseram Pisas per unam navem, quae iamdudum appulit in portum {quandam navem... iampridem,,, appulsa est; homo vel ventics appulit); (1) Valla, Antid. in Poggium, III, pp. 110-Ì12, Digitized by VjOOQIC — 23 — aut amplius {ad summuTYi); sin autem {si non); sumere Tnutuo libros (commodato; si dice, p. es., mutuo sumere oleum,, salerriy ecc., e non ollam,, cultrum, ecc.); quae cum omnibus gravia sint, tum mihi praesertim. consueverunt esse gravissima (quae cum omnibus, tum vero mihi gravia esse consueverunt; difftciliter {diffìcile vel difficulter); nec nunc quoque illum mitto {ne nunc quidem); summa cum aniìni iocunditate {voluptate); equos conscendentes una versus pon- tem proficiscuntur {equis conscensis una pontem versus,..) ; supra pontem cum transirent descendens ex equo quamplures donavit {per pontem, ... complures); praesto discedere {cito); ego dixi sibi {ei); ipse cogit me ad eum ire {sé); Rheni ru- mor ^trepitus fragor); fenestrellae perplures dimissae {fenestréiìSie complures solo propinquae); volebam Lucretium prò quindecim. diébus {ad quindecim, dies); penes Sanctum Petrum (prope); neque tantum damna existimanda sunt, quan- tum, dedecus {tanti .,. quanti); potissime {potissimum); sed hic praesto scribit et ego ad vos praesto veniam {et is cele- riter ... et ego ad vos propere) ; quo ad animum {quantum ad animum pertinet); credo me propediem valere et rem m£ confecturum {valiturum, ... ; il secondo me è superfluo) ; nisi quid ille secus statuit venum ire debere {venum ire senza il debere). Questo scatenamento di critica, di cui ho dato due piccolis- simi saggi, lo provocò il Bracciolini stesso. Egli, vecchio pa- ladino di Cicerone, si era sdegnato della petulanza del giovinetto Valla, appena allora uscito dalla scuola, nelFattaccar Cicerone in quell'opuscolo dove confrontava Cicerone e Quintiliano; da quel giorno in poi una immortale inimicizia sorse tra questi due poderosi ingegni, che aspettava un'occasione per erompere in acri invettive. E l'occasione venne. Avea pubblicato Poggio un volume di sue lettere, una copia delie quali capitò nelle mani di un catalano, alunno del Valla, e quel giovinetto vi fece alcune critiche in margine. Veduto da Poggio quel codice con le annotazioni, ne sospettò autore il Valla stesso e gli scrisse contro un' invettiva. Questa invettiva ha molta impor- tanza, non per le ingiurie di cui è ripiena, ma per la parte di difensore degli autori antichi e specialmente di Cicerone Digitized by VjOOQIC — 24 — che vi rappresenta Poggio. Egli li difende contro le calunnie del Valla> cui pretende di cogliere spesso in fallo, massime quando parla di Cicerone, di cui Poggio vuol saper dire con molta presunzione se la tal parola, la tal frase la ha o no adoperata. Fin che si trattava di ingiurie, Poggio era padrone del campo, ma si pose su un terreno falso, quando questionò col Valla di lingua e di stile. Ecco un saggio delle critiche di Poggio. Egli esamina alcuni errori del Valla, che si trovano nel proemio alle Eleganze, e si introduce cosi : « quid autem in Ulo suo perlongo insulso ridiculo non prooemio, sed verbo- rum et somniorum congeriey continetur? inflnitum esset errores omnes prosequi ». E ne sceglie alcunf. 11 Valla, dice egli, usa le parole leguleius e architectari: che le ha forse troiate in Cicerone queste due gemme di parole? Scrive poi il Valla; « romanum imperium ibi esse, ubi romana lingua dominatur »; e non si è accorto che non la lingua dominatur, ma gli uomini dominantur? voleva dire forse: in icsu est etinpretio apud multos; e poi non è esatto lingua romana, ma lingua latina, perchè lingua romana significa il solo idioma della città di Roma. — Prima di confutarlo, il Valla gli osserva che non si dice in ilio congerie e che invece di suo andava eius e m)n perlongo ma praelongo; non prosequitur, che vuole sempre essere accompagnato da un ablativo, ma persequitur. Indi gli fa sapere che leguleius si trova in Cicerone proprio nel primo libro del De oratore (236) e che architectari si trova pari- menti in Cicerone nel De finibics, secondo libro (52) e nei libri ad Herennium. Quanto alla denominazione di lingua romana, doversi ritenere giusta, perchè fu Roma che nobilitò e pro- pagò a tutto l'impero la lingua latina; e quanto all'espressione lingua dominatur, esser questo un traslato comunissimo (1). Non solo dunque in fatto di critica e di erudizione gram- maticale, ma anche nella conoscenza dell'uso ciceroniano il Valla è immensamente superiore a Poggio. Eppure, esclama il Valla rivolgendosi a Poggio, tu ti chiami famigliarissimo di Cicerone; famigliarissimo, ma non sei mai entrato in casa sua; (1) Valla, Antid. in Poggium, II, pp. 96-101. Digitized by VjOOQIC — 25 — ti si potrebbe tutt'al più chiamare portinaio della casa di Ci- cerone, o guattero o fornaio o cuoco o stalliere, ovvero, « quod tibi et honestissimum et iocundissimum est », cantiniere (1). Glie ne pensavano i contemporanei? Certo i più ci piglia- vano gusto, ma il pio Alberto da Sarzana di quelle battaglie (digladiationes) dei ciceroniani, come egli li chiama, metten- doli tutti in un fascio, si accorava e si scandolezzava; tanto che nel 1437 di ritorno dalla Terra Santa si augurava di es- sere morto, anziché tornato tra quelle zuffe (2). OPPOSIZIONE. (Lorenzo Valla). La incontrastata e sempre più inneggiata apoteosi di Cicerone dai tempi del Petrarca fino ai suoi, stimolò lo spirito opposi- tore e aggressivo del Valla a una ribellione; la quale fu e sembrò tanto più ardita, quanto più venerato era Cicerone e quanto più si considerava Tetà e l'autorità dei suoi ammira- tori e la giovinezza e l'oscurità del Valla che lo attaccava. Poiché il Valla poteva avere un 23 anni, quando a Roma compose il suo libro intitolato: Confronto tra Cicerone e Quin- tiliano. Il Valla era ammiratore di Quintiliano e dovette certo essere disgustato, come del troppo onore in che si teneva Ci- cerone, cosi del disprezzo in che si aveva Quintiliano. Il Filelfo, p. es., giudicava lo stile di Quintiliano quasi barbaro : « sapit hispanitatem nescio quam, hoc est barbariem piane quandam ; nullam habet elegantiam, nuUum nitorem, nuUam suavita- tem ; ... neque movet dicendo Quintilianus, neque satis docet, nec delectat» (3). In quel libro il Valla dimostrava che Cicerone (1) Ibi, II, p. 74. (2) Alb. a Sarth., Op,; epist. 46. (3) VoiQT, 1, p. 467, nota 1. Digitized by VjOOQIC — 26 — aveva commesso errori nei suoi precetti rettorici e che anche nell'arte oratoria aveva difetti; gli anteponeva Quintiliano. Il libro fece remore ed è a deplorare ch'esso sia andato, ir- remissibilmente forse, perduto ; io conosceva certo il Fontano verso la fine del 1500, che neìVAntonms (1) ribatte minuta- mente e diffusamente i grammatici (alludendo senza dubbio al Valla), nell'accusa fatta a Cicerone di non aver esattamente determinato il fine dell'oratore e di non avere definito bene lo status (termine oratorio): due punti nei quali essi davano la superiorità a Quintiliano; ma nel 1500 il Florido, che tenne parola di questi giudizi del Valla e gli rimproverava di aver preposto Quintiliano a Cicerone, mostra di non aver conosciuto quel libro e cita solo alcuni passi delle Eleganze e della Dia- lettica, in cui quei giudizi erano ripetuti (2). Le prime ribel- lioni sono sempre interessantissime; tanto più che dal Valla in poi il regno di Cicerone è molto contrastato; e quello che egli fece per l'arte rettorica, fece non molto dopo la metà del secolo l'Argiropulo per la filosofia, intaccando Cicerone nelle sue cognizioni filosofiche. Però se il Valla era anticiceroniano, ha promosso per parte sua più di qualunque altro umanista lo studio della latinità pura, che poi venne ristretta alla sola latinità di Cicerone dai ciceroniani della fine del quattrocento e della prima metà del cinquecento. A questo scopo compose il Valla la sua famosa opera le Eleganze latine, che come lavorò stilistico ha un'im- mensa importanza storica. Il Valla non è stilista quando scrive, ma è finissimo stilista quando discute di lingua latina: e tra il Valla teorico e il Valla scrittore ci è tanta distanza, che i critici stessi di allora se ne stupivano e il Giovio (3) dice che lo stile della storia di Napoli del Valla non pare affatto di quel Valla che insegnò altrui le eleganze, ma non le seppe usare; e infatti Bartolomeo Fazio scrisse contro di lui tre in- vettive, mostrando gli errori di parola, di costruzione e di (1) Opera, Lyon 1514, pp. 177-187. (2) Floridus, Apologia, pp. 11-12. (3) Elogia, 13. Digitized by VjOOQIC — 27 — stile che avea commessi nella suddetta storia : p. es. parci- turiùs; primigenius , per dire primogenito; circiter ad tria milia; inflatv^ torrens invece di auctus imdribus; peius no- cere invece di gravius nocere; iubet bombardarurn ictus emettere, invece di iubet tormentis muros quati; virUibus partibus dividere per viritim od aequis portionibus etc. (1); errori che il Valla difende più con prontezza di erudizione e con spirito, che con verità (2). Anche il Cortesi si domanda una spiegazione di questo fatto e risponde benissimo che altro è scrivere, altro ammaestrare : «non est eadem ratio scribendi, quae praecipiendi »; che il Valla cercava il valore delle parole, ma non esaminava se- riamente la struttura del discorso ; quindi emendò molta bar- barie e l'uso corrotto e fu di grande utilità alla gioventù, ma che la vera arte dello scrivere o l'ha trascurata o non rha conosciuta. Imperciocché oltre che al significato delle pa- role in sé stesse, bisognava studiare il loro ufficio nella frase e nel periodo e badare alla loro architettura simmetrica, a quella che si chiama la concinnità: « florens enim ille et suavis et incorruptus latinus sermo postulat sane conglutina- tionem et comprehensionem quandam verborum, quibus con- ficitur ipsa concinnitas » (3). — E mi pare che il Cortesi non abbia torto. Il Valla distingue due maniere di scrivere: lo scrivere se- condo le regole della grammatica e lo scrivere secondo Tele- ganza latina ; egli non si occupa punto di grammatica, ma ad altiora . ducente stilo insegna lo scrivere secondo l'eleganza (1, 15 ; III, 52). E un'altra distinzione, pure importantissima, fa il Valla, tra l'uso poetico e l'uso della prosa; egli dichiara francamente di non occuparsi delle licenze dei poeti: «neque in hoc toto meo opere tam licentiam poetar um consector, quam usum oratorum » (1, 19; cfr. II, 36; V, 93). A questi due postulati fondamentali del suo libro il Valla aggiunge un esatto senso storico della lingua latina. Egli di- (1) Bartol. Facius, Invectiva I in Vallam. (2) L. Valla, in Bdrtoh Facium Invectiva I. (3) Op. cit. Digitized by.VjOOQlC — 28 — stingue due periodi principali di essa, il periodo di Cicerone e il periodo posteriore, ch'egli denomina di Quintiliano (II, 50); questo secondo periodo comincia con Livio, Vergilio e Orazio (II, 43) ed è una distinzione acutissima e nuova per quel tempo ; il Valla deve aver notato l'influenza della sintassi greca sui poeti Vergilio ed Orazio e l'influenza di Vergilio sulla prosa di Livio, i quali perciò appartengono più al periodo posteriore che all'anteriore. Vedasi con che sicurezza egli giudica a quale dei due periodi appartiene una locuzione: quatenus nel senso di quoniam non si trova in Cicerone, bensì nel secolo di Quintiliaixo (II, 43); nel secolo di Quintiliano si usa temere per fere; le parole alioquin, alias, nihilominus , supra, super sono nel periodo posteriore adoperate in significato un po' di- verso da quello che dà loro Cicerone e altre se ne sono ag- giunte: proculdubio; oMer per spedaliter; quotzens per quando; citra per sine; interim per aliquando; m^o, tuOy hoc nomine, per m^a, tua, Uojg causa (II, 50); novissimus per ultim,us (HI, 36). Quello che dei periodi, dicasi degli autori. Il Valla pone come somme autorità Cicerone e Quintiliano; di Quintiliano dice: « quem omnibus sine controversia ingeniis antepone » (I, 31) ; e di Cicerone : « quid non recte Cicero dicat? » (IV, 77); di tutti due: « duo lumina atque oculi cum omnis sapientiae , tum vero eloquentiae latinae » (I, 15) (1). Egli è tanto famigliare con questi due autori , conosce tanto bene i loro usi particolari e il loro stile, che se trovasse p. es. in loro un quam con un aggettivo positivo, invece di valde, non esiterebbe a dichiararlo un errore di scrittura (I, 19). Il Valla sa che Cicerone e Quintiliano ad ille quidem fanno sempre seguire un sed (II, 23); che la particella affer- mativa utique non si trova mai o quasi mai in Cicerone, spesso invece fra i posteriori (II, 27); che simul ripetuto non l'ha mai trovato in Cicerone (II, 32); che olim presso Cicerone è rarissimo, frequentissimo presso Quintiliano (II, 35); che et (1) Gfr. Antid. in Pogg.^ I, p. 39 : neminem posse neqtie QuintiUanum inielligere, nisi Ciceronem optime teneat, neque Ciceronem probe sequi, nisi Quintiliano pareat. Digitized by GcToQle — 29 — non si trova in Cicerone nel significato di etiam (II, ò9); che affectus non è usato da Cicerone, bensì affectio; mentre Quin- tiliano usa poco affectio e più spesso affecius (IV, 78); che vicisstm in Cicerone e Quintiliano non si trova che nel senso di secundo loco, e diverso, e contrario; e che inoltre Quinti- liano usa invicem per vicissim e per alter alterum in senso reciproco (II, 60). Un'altra prova del senso storico che guidava il Valla nel trattare la lingua latina Tabbiamo in questo, che di molte co- struzioni erronee egli trova l'origine nel greco. Cosi i verbi benedico e maledico furono costruiti talora con l'accusativo, per influenza del greco (1, 12); alcuni col genitivo partitivo di un nome che esprime pluralità adoperano il comparativo, p. es. maior discipulommy imitandolo dagli scrittori ecclesiastici, che traducevano dai greci (I, 15) (1); si confonde l'uso delle parti- celle velut e sicut, delle quali il greco ha una sola corrispon- dente (II, 36); e si scambia l'uso di an e di aut, nel quale « ple- rique multis iam seculis peccaverunt et peccant », perchè i traduttori dal greco hanno trovato la sola congiunzione fi cor- rispondente alle due latine. Reca poi una seconda ragione, e questa mi pare importante in bocca di un umanista come il Valla, ed è l'influenza della lingua italiana, la quale adopera la congiunzione o tanto per an quanto per aut (II, 17). Quest'in- fluenza della lingua italiana sulla latina, che gli umanisti per disprezzo del volgare non avrebbero mai confessata, ebbe molta parte nel foggiare il nuovo stile latino, il quale in autori come il Poliziano- e più ancora il Fontano, specialmente nelle loro poesie, si è amalgamato con l'italiano, in modo da generare una forma nuova affatto e tanto attraente per noi, perchè sotto a quell'involucro latino sentiamo vibrare l'armonia del nostro idioma materno. Del resto, tra gli umanisti più umili, tra i piccoli grammatici qualcuno, come p. es. il Mancinelli, nella seconda metà del secolo XV cominciava a insegnare i rudimenti grammaticali col volgare paesano; anzi il Manci- nelli compose una grammatichetta, intitolata Donatus, in cui (1) Cfr. Antid. in Pogg., 1, pp. 41, 43. Digitized by VjOOQIC - 30 - alle forme latine corrispondono le vernacole, e un frasario la- tino-vernacolo, intitolato Emporium, Tornando al Valla, egli nell'insegnare le eleganze latine tiene costantemente l'occhio all'uso corrotto ; e di solito nell'esporre le regole ha di mira qualche autore, di cui riferisce il passo senza nominarlo, e lo corregge. Ciò rende il suo libro assai più pratico, perchè il Valla non componeva un trattato teo- rico e astratto, ma combatteva contro i falsi insegnamenti dei grammatici contemporanei o i cattivi esempi degli scrittori d'allora. Ecco alcune prove prima di parole errate o barbare, poi di modi e costruzioni errate e ch'egli corregge. Non si dice ca^amar/wm, ma theca calamaria (I, 8); benedzcus non esiste (1, 12); da industria non si forma industriosus ma ^• dustriuSy come da virtus non si forma virtuosus (1, 23); non è buono usare ceu per sicut (II, 36); i difetti degli uomini e delle cose non si traducono per defecius, ma vitia, culpae, mendae (IV, 6); l'indulgenza in senso religioso non si traduce per indulgenza, ma per venia (IV, 18); ecclesia non significa la chiesa, il tempio, ma la società dei fedeli (IV, 47); non si dice homo carnosus, ma corpulentus (IV, 73); alla fides cri- stiana potrebbe corrispondere persuasio (V, 30). — Modi e costruzioni; non si dice: iste est nimis iuvenis ad dandum sibi tale negotium, ma est nimis iuvenis o iunior quam. ut ipsi detur tale negotium,, o iunior quayn cui detuf (I, 19); non è latino urì)s in periculo capiendi est, ma in periculo est ne capiatur (I, 29) ; non cum gladio se percussit, ma gladio (U, 6); non modo absolvendum, , sed etiam graviter puniendum puto; bisognava dire: non m^odo non absolven- dum.,. (II, 30); non è esatto ebrietas est com^s libidinis et in- temperantia^y ma libido et iniemperantia est comss ebrietatis {IV, 38) ; omnia bonum quoddam appetere videntur, meglio expetere (V, 7); non si usa dare fldem per habere fidem, nel senso di credere (V, 16). A questi esempi ne aggiungo uno, in cui il Valla emenda sé stesso. Molti oggi adoperano, egli dice, la seguente costruzione: non veni solvere legem; ma i più fra i dotti avrebbero usata quest'altra: ad solvendam. le- gem; e io ora li imito e li propongo come esempio agli altri: « quos et ipse nunc imitor et imitandos omnibus ar- Digitized by VjOOQIC — 31 — bitror » (I, 27). E basti cosi. A ognuno di questi esempi e a moltissimi altri si trova una delle seguenti formole : « ut aliquis loquitur »; « multi appellant »; « vulgo nunc accipiunt »; « quidam doctus utitur bis temporibus »; <c quidam dicunt »; « quidam accipiunt »; « peccavit non incelebris huius aetatis vir »; € quidam non indoctus hac aetate scribere ausus est » e simili altre. Io non esamino fino a che punto siano esatte le osservazioni e le regole del Valla, perchè io considero qui il libro non nel suo valore assoluto, nel qual caso ci sarebbe da tirar più di una volta le orecchie al geniale autore, ma nel suo valore storico, in quanto che contribuì a ridurre a leggi lo studio dello scrivere elegantemente, che prima si fondava sulla sola imitazione empirica; ad acuire il senso critico degli scrittori, avvezzandoli ad apprezzar lo stile secondo i classici e secondo i periodi della lingua latina; e a dar bando finalmente a certi barbarismi, che fino allora aveano insozzate le opere degli umanisti, non esclusi i più grandi. Molte parti furono trattate con vera genialità, come la dottrina dei gerundi e dei gradi degli aggettivi, nel primo libro; altrove mise un riparo a una scandalosa confusione , come nell' uso dei numeri , nel libro terzo; alcune regole poi valevano addirittura altrettante sco- perte nel campo della grammatica, quali del per, del quam e del quisque con gli aggettivi. E il Valla se ne teneva e quando si accorse che Antonio da Rho ne faceva passare qual- cuna per sua o le contraddiceva nella sua enciclopedia alfa- betica grammaticale, intitolata De imitatone, scrisse le sue acri Adnotationes ai libro del da Rho. Acri, ma sempre det- tate con mano maestra, dalle quali risulta la conferma di quanto ho poco sopra conchiuso. Rimprovera il Valla al da Rho di non aver nessun discernimento nella scelta degli au- tori , citando l'Accorsi, né sapendo che « glossatores ab ele- gantia longissime absunt » (1); citando Macrobio « doctus quidem vir, sed nequaquam ex eloquentibus » (2); Gelilo « ho- (1) Valla, Adnotationes^ Venezia 1519, p. 133. (2) Ihi, p. 135. Digitized by VjOOQIC — 32 — minem curiose nimium et superstitiose loquentem »; e Appuleio « cuius sermonem si quis imitetur non tam auree loqui, quam nonnihil rudere videatur » (1). Gli rimprovera di non distin- guere l'uso proprio dal traslato (2); e un gran numero di bar- barismi, come: aliqucUis, appodiare, diversimode, avisare, hancalia, tregua, ridiculose, pariformiter, extrinsecus e in- trinsecus (aggettivi) > respoliatus , induciari, infiteri, com- plices, r ancor, pensionarius , instantia, etc. etc. Gli mostra che si deve dire insula Sicilia e non insula Siciliae (3) e gli raddirizza, fra gli altri, il seguente periodo: « sed hoc non satis non hiis modo qui doctrinam hanc ingressi noviter sunt, ceterum ne bis quoque qui aliquid profuerunt », in questo modo : « sed boc non satis non iis modo qui doctrinam banc ingressi recenter sunt, verum ne bis quidem, qui aliquid prò fecerunt-» (4). PRIME BATTAGLIE. (A. Poliziano, Paolo Cortesi, Bartolomeo Scala, G. Pontano, Beroaldo il Vecchio, Batt. Pio). n Barzizza era stato il primo apostolo del ciceronianismo; ma io bo già mostrato quanto fosse lontano dall'essere cice- roniano. Lo stile di Poggio ba oscurato quello del Barzizza e quantunque egli si professasse ciceroniano, era ben altro; ma contribuì molto ad educare gli umanisti a uno stile disin- volto, libero, originale e questo era il miglior modo per pre- pararsi ad essere ciceroniano degnamente. Il Valla acni il senso critico dei latinisti e un ritorno allo stile del Petrarca (1) Ibi, p. 136. (2) Ibi, p. 137. (3) IH, p. 130. (4) Ibi, p. 138. Digitized by VjOOQIC — 33 — fu reso impossibile; ma fu reso impossibile anche imitare Poggio nelle sue costruzioni troppo arbitrarie e nelle sgram- maticature. Perchè, bisogna dirlo, Poggio poteva sbracciarsi quanto voleva a criticare lo stile del Valla e a metterne a nudo gli errori nelle sue sconce invettive, accrescendo il pa- trimonio delle proprie sgrammaticature, mentre voleva cor- reggere le altrui ; ma il fatto è che il Valla non si era illuso di raddrizzar le gambe ai cani; egli scriveva il libro delle Eleganze per i giovani: « non eram nescius iam inde ab initio cum linguae latinae Elegantias componebam fore ut, quantum favoris apud iuvenes ac ceteros bene dicendi studiosos mihi conciliarem ex ilio opere, tantum odii apud eos, qui falsam sibi elegantiae persuasionem induissent, contraherem » (1). La gioventù e gli studiosi risposero alle previsioni del Valla e il terreno veniva ormai preparandosi per un futuro ciceroniano nel suo vero significato e il ciceroniano fu Paolo Cortesi. Il Cortesi era di S. Gemignano di Toscana, ma nacque a Roma, nel 1465, ove visse gran parte del suo tempo. Ebbe molta di- mestichezza coi pontefici e con la Corte romana, fu segretario sotto Alessandro VI e Pio III, indi vescovo di Urbino. Mori nel 1510(2). Scrisse un libro De cardincUatu, che intitolò a Giulio II, e quattro libri di sentenze. Ma il libro che più ha importanza per la storia del ciceronianismo è il suo DMogus de hominibus doctis, da me tante volte citato e che fu il primo libro di vera critica letteraria e stilistica nel periodo del risorgimento. Fu terminato press' a poco nell'anno 1490, ventesimoquinto del Cortesi; eppure vi si manifesta tanta ma- turità di critica e di senno. Quel dialogo è una rassegna di tutti i grandi scrittori italiani da Dante fino ai tempi suoi; si finge avvenuto nell'isola del lago di Bolsena e fu dedicato a Lorenzo dei Medici. Il Cortesi ne mandò una copia al Fosforo, vescovo di Segni, il quale glielo lodò, dicendogli che nella let- tura del suo libro gli parea di sentire proprio Cicerone stesso; ne mandò copia col giudizio del Fosforo anche al Poliziano, (1) Valla, Antid. in Pogg., I, 11. (2) De hom. doctis, praefai. R. SABBADim, Ciceronianismo e altre questioni letterarie. Digitized by VjOOQIC — 34 - il quale non fu meno gentile, nel rispondergli e lodarglielo, che il Fosforo, al cui giudizio sottoscriveva: « Phosphori sen- tentiae non accedo solum sed et faveo ». Egli scorgeva nel libro una maturità superiore all'età; schietta e franca la cri- tica dei letterati; ma lo stile un poco inferiore ancora alla intenzione dell'autore: « stili quoque voluntas apparet optima et, ut auguror, a summo non diutius afutura » (1). Il Cortesi ^fu studiosissimo della forma ciceroniana e difficilmente si trova in lui qualche parola, come nonnzszy che si scosti dall'uso di Cicerone, la cui influenza si riconosce nell'andamento piano e chiaro del discorso, nei passaggi dei periodi: anzi alle volte pecca nel troppo e di quando in quando scappa fuori una finale di periodo con esse videatur, tanto rimproverata a Cicerone nei tempi antichi e ai ciceroniani nei tempi del risorgimento. Il Volaterrano gli nota una certa mollezza di stile, con la quale sapeva rammorbidire i concetti duri ed aspri; ma ag- giunge essere stato tanto in lui lo scrupolo della forma, che lasciava perdere le idee anziché presentarle in una veste non adorna (2). E il segreto dell'arte sua stava, com'egli stesso il Cortesi afferma, nel dare al discorso un giro ritmico, come si sente appunto in Cicerone e che gli scrittori del suo tempo ignoravano ancora intieramente : « mea quidem sententia est orationem latinam numerosa quadam structura contineri o- portere, quae adhuc omnino a nostris hominibus ignoretur » (3). È celebre la questione sul ciceronianismo dibattuta fra il Cortesi e il Poliziano; ma prima di parlarne, devo ricercare il principio stilistico del Poliziano. Il Poliziano nello stile è eclettico; non segue nessun autore in particolare, ma piglia da tutti il meglio, o siano del secolo aureo o dell'anteriore o del posteriore. Con questo principio egli si piantava contro ai ciceroniani, i quali gli movevano perciò aspra guerra, come si scorge dalle difese ch'egli fa qua e là di sé medesimo. In nessun luogo come nella lettera a Pietro de' Medici (4) si sente (1) Cortes., De hom. docHs, praef. (2) Ibidem, (3) Ibi, p. 231. (4) PoLiT., Epist, lib. I. Digitized by VjOOQIC — 35 - il dispetto del Poliziano per le critiche che gli si facevano e ad un tempo una esplicita professione di eclettismo: « uno mi dirà, egli scrive, che le mie lettere non sono ciceroniane; ma io gli rispondo che dello stile epistolare di Cicerone non si deve tenere verun conto; un altro mi rimprovererà di imitar Cicerone; ma io gli rispondo che niente io desidero meglio che di acchiappar almeno Tombra di Cicerone ; un altro vor- rebbe che io imitassi Plinio, scrittore maturo e dotto; ma io gli dico che ho in disprezzo tutto il secolo di Plinio; a un altro parrà che io arieggi un po' troppo Plinio e io gli citerò Sidonio Apollinare, scrittore non dispregevole affatto, che dà la palma a Plinio nello stile epistolare ». Uno degli avversari di questo eclettismo e nemico personale del Poliziano per giunta era Bartolomeo Scala, che si illudeva, dice Erasmo, di essere ciceroniano, quantunque lo dissimulasse, e a cui non piacevano Ermolao Barbaro e il Poliziano, perchè poco cice- roniani: «ma io" del resto preferisco quello che il Poliziano fa dormendo, a quello che lo Scala scrive da desto e con ogni diligenza » (1). Lo Scala pertanto, inculcava al Poliziano Fimi- tazione di Cicerone; e 11 Poliziano gli risponde che Varrone dava a Cicerone la palma dell'eloquenza, ma quella della lingua la riteneva per sé; che fra gli scrittori romani vi sono anche 'Sallustio e Livio e Quintiliano e Seneca e i due Plini ; e che l'imitar solo Cicerone è una pazzia, perchè con un solo stile non si può esprimere tutto; lo stile deve variare secondo la materia, la persona a cui si scrive e il tempo: non so proprio sopportare certi presunti dotti, che vanno in tutto sulla falsariga di Cicerone. Lo Scala gli replica che potrebbe essere d'accordo con lui riguardo a Sallustio e Livio; ma non am- metterà mai Quintiliano, Seneca e i due Plini fra gli autori da imitare (2). Un altro carattere dello stile del Poliziano era una certa oscurità e singolarità affettata. Egli andava pescando con as- sidua cura tutti i vocaboli e le locuzioni più rare e meno (1) Erasmus, Bialog, ciceronianus. .] ;^^\ (f;> (2) PoLiT., Epist, lib. V. " .1 .. i,Vi (ì\ Digitized by VjOOQIC — 36 — note : « e lo faccio apposta, dice egli stesso, perchè io scrivo per gli eruditi e non per il volgo; etenim si quae cuique obvia sint, ea tantum noster sermo recipiat, nulla magis quam tabellionum lingua utemur; d'altra parte reputo giusto rimet- tere in luce quella recondita suppellettile, a patto che si faccia con discernimento » (1). Lo Scala, questa volta abbastanza ar- gutamente, chiamava il Poliziano ed Ermolao Barbaro, dilet- tante anche lui di parole rare, col nome di ferrurninaiores (2); Ermolao aveva adoperato questo vocabolo strano. Altri chia- mavano quelle parole porienta verborum; cosa che dava ai nervi al Poliziano: « quali siano quelle che chiamano mo- struosità dt parole, io non lo so; seppure non credono mo- struosità quelle parole che sono nuove per loro e che hanno ora udito o inteso la prima volta. Poiché io non ho coniatx> di mio nessun vocabolo, né adopero se non autori general- mente adottati. Ma io non sono di quelli che lasciano in gran parte perire la lingua latina, essendo da ognuno schivate quelle parole che sono dalla moltitudine ignorate; e infatti siamo ridotti al punto, che nemmeno le parole dei più stimati autori possiamo adoperare sicuramente, perché comunemente sono poco note » (3). Per mostrare con quale compiacenza egli inserisca queste parole nel suo discorso, serva il seguente passo : « mox commentarios quoque in easdem silvas (Statii) publicaturus brevissimos illos quidem, sed tamen prorsus (ut plautinum verbum paene amissum revocetur) amussitatos » (4). A lui pareva di salvare e direi quasi di galvanizzare queste parole, adoperandole: era però una rivendicazione generosa, ma vana. Pietro Crinito (Ricci) racconta che il Poliziano si dilettava moltissimo di parole composte, come le seguenti: arietes reciprocicomes et lantcutes, trovate nei mimi di Laberio; e di queste altre: hestiaeexungues et excornes, ivo- vate in Tertulliano; perché quella composizione era simpatica (i) PoLiT., Epist.^ lib. V; cfr. Miscellanea^ praef. (2) PoLiT., EpisL, lib. V. (3) Ibi, III, pp. 78-79. (4) IH, VI, p. 159. Digitized by VjOOQIC — 37 — e graziosa e non ingrata come in mólte altre (1). Io mi con- tento di trascrivere qui, come saggio di questo stile, un pe- riodo della prefazione alle Miscellanee (p. 485), nella quale pare che il Poliziano abbia voluto pensatamente sbizzar- rirsi: «Ergo ut agrestes illos et hircosos quaedam ex bis impolita et rudia delectabunt, exasceataque magis quam de- dolata nec modo limam sed nec runcinas experta nec sco- binas, ita e diverso vermiculata interim dictio et tessellis pluricoloribus variegata delicatiores hos capiet volsos et pu- nicatos, ne conflatis utrinque vocibus et acquali vel plausu vel sibilo aut' ad caelum efferar aut ad humum deiciar ». In conclusione mi sembra che il giudizio di Francesco Pucci, di- scepolo del Poliziano, definisca meglio di ogni altro questo stile a mosaico, tutto fiorettato, che non cessa di avere però gran sapore latino: « de omatu ilio, scrive egli al maestro, et lepore nitidissimae orationis quid dicam? quae vario quodam et prope vermiculato intertextu lasciviens omnesque verborum flosculos captans, candorem tamen ubique latinitatis et quasi pudicitiam praefert » (2). E ora vengo alla questione tra il Poliziano e il Cortesi, la prima vera battaglia del ciceronianismo. Il Cortesi avea fatto una raccolta di lettere di vari dotti, che mandò al Poliziano, con cui stava in ottima relazione allora, perchè ne giudicasse se fosse degna di essere pubblicata. Il Poliziano lasciò passare parecchio tempo prima di rispondergli e, quando gli rispose, lo fece con una certa mal dissimulata insolenza, che fa sup- porre fossero nati degli screzi tra lui e il Cortesi. Gli risponde secco secco che si pente d'aver perduto il tempo a leggere quella raccolta, la quale non meritava d'essere fatta dal Cor- tesi; e con questi complimenti muta la sua risposta in una filippica contro i ciceroniani, ch'egli chiama scimie di Cicerone in ben altro senso che il Villani diceva del Salutati. « A me pare più bella assai la faccia di un toro o di un leone, che quella di una scimia, quantunque cosi rassomigliante all'uomo». (1) Grinit., Be honesta disciplina, II, 13. (2) PoLiTiAN., Epist., lib. VI, p. 163. Digitized by VjOOQIC — 38 — E seguita esponendo quale sia il vero principio deirimitazione : * Quelli che compongono solo per imitazione mi sembrano al- trettanti pappagalli o gazze, che ripetono parole che non in- tendono. Gli scritti di costoro mancano di nervi e di vita, mancano di movimento, mancano di sentimento, mancano di ogni impronta originale , sono supini, dormono, ronfano. Non vi è verità , non sostanza , non efficacia. Mi dice taluno che io non ritraggo Cicerone: e che perciò? io non sono Cicerone, ma io, credo, ritraggo me stesso; me tamen, ut opinor, ex- primo. Vi sono poi di quelli che vanno mendicando lo stile come il parie a tozzo a tozzo, campando la vita non dico d'oggi in domani, ma oggi per oggi ; e se non hanno sempre davanti^ il libro, da cui togliere, non sanno mettere insieme tre parole, e anche queste mal cucite o contaminate di barbarismi. Lo stile di questi tali è sempre tentennante, barcollante, incerto, mal preparato e mal digerito; e io non li posso assolutamente soffrire, quando li sento far *la critica insolentemente ai dotti, a quelli intendo il cui stile esce dalla lunga fermentazione di una erudizione profonda, di una svariata lettura e d'un con- tinuato esercizio. Se vuoi pertanto giovarti dell'imitazione, leggi pure Cicerone e gli altri, ma leggili molto e a lungo, abbili sempre in mano, imparali, smaltiscili, fornisciti la mente di una buona suppelle:ttile di cognizioni e allora, quando ti preparerai a scrivere, nuota sènza sughero, come dice il pro- verbio, e. prendi consiglio da te stesso e lascia quella pedan- tesca e affannosa preoccupazione di scimiottar Cicerone : metti a prova insomma tutte le tue forze. Poiché quelli che stanno* estatici a contemplare codesti lineamenti , come voi li chia- mate e che per me sono ridicoli, non sanno pòi riprodurli con- venientemente e ritardano lo slancio d.el pròprio ingegno (1) », Il principio stilistico del Poliziano è su per giù quello slesso del Petrarca, che lo stile è l'uomo, e si può compendiare in queste sue parole: « non exprimis, inquit aliquis, Ciceronem: quid tum? non enim sum Cicero; me tamen, ut opinor, ex- primo »: (1) PoLiTUN., Epist, Vili, 16. Digitized by VjOOQIC — 39 — La replica del Cortesi non manca di tradire un certo risentimento, ma conserva sempre una tal quale severa correttezza, veramente ciceroniana. Egli dichiara che, nella condizione in cui si trovava l'eloquenza al tempo suo, era necessaria l'imitazione e il modello più perfetto da seguire essere Cicerone. Imitarlo dunque, ma non come la scimia l'uomo, bensì come un figlio il padre; quella riproduce le sole deformità e sconcezze, questi, mentre ritrae del padre il volto, il portamento, la voce, ha pure qualche cosa di suo : aliquid suum, aliquid naturale, aliquid diversum; messi a con- fronto, sembrano dissimili. Ma Cicerone non è cosi facile, come pare ; riproducono la sua abbondanza, la sua spontaneità, ma i nervi, gli aculei mancano e allora sono a mille miglia da Cice- rone. Onde quello che mi potrai rimproverare è di non saperlo imitare, ma non per questo mi avrai dimostrato che io non devo imitarlo; meglio seguace e scimia di Cicerone, che sco- laro e figlio d'altri : ego malo esse assecla et simia Ciceronis, quam alumnus et filius aliorum. . — « Del resto , seguita il Cortesi, un autore, pur che sia, bisogna imitarlo; l'imita- zione è legge naturale. Coloro che non vogliono imitar nes- suno e ottener fama senza ritrarre nulla da chicchessia, mancano nello scrivere di robustezza e di forza; e quelli stessi che danno a credere di fare assegnamento sulle sole forze del proprio ingegno, non possono a meno di non trarre idee e concetti dai libri altrui e infarcirne i propri, di che nasce un genere difettoso di scrivere, giacche ora sono rozzi e sozzi, ora lindi ed eleganti e rendono imagine di un campo, dove siano seminate sementi diverse e tra loro nemiche. Poiché non può essere che cibi troppo diversi non si digeri- scano male e che non avvenga collisione fra parole tanto differenti. E che buona impressione poi possono mai fare quelle parole di significato ambiguo, quei vocàboli sghembi, quei concetti stentati, quella scabrosa struttura, quei traslati audaci e mal trovati, quelle ricercate spezzature di periodo? Questo accade appunto a chi prende un concetto di qua, una parola di là, senza imitar costantemente nessuno. Lo stile di costoro mi rassomiglia ad una bottega di ebrei » (1). (1) POLITUN., Episu, Vili, 17. Digitized by VjOOQIC - 40 - Quest'ultima è un'allusione abbastanza acre allo stile a mosaico del Poliziano; ma la parte più originale e più arguta di questa lettera del Cortesi è l' esordio, il quale è tutto una acutissima satira , una finissima caricatura dell' esordio del Poliziano. Meritano i due esordi di essere attentamente esa- minati. Esordio del Poliziano: « Remitto epistulas diligentia tua coUectas, in quibus legendis, ut libere dicam, pudet et bonas horas male collocasse; nam et praeter omnino paucas, mi- nime dignae sunt quae vel a dodo aliquo lectae vel a te coUectae dicantur. Quas probem, quas rursus improbem, non explico; nolo sibi quisquam vel placeat in his auctore me vel displiceat ». Esordio del Cortesi: « Nihil unquam mihi tam praeter opinionem meam accidit, quam redditus a te liber epistularum nostrarum. Putabam enim illum tibi in tantis occupationibus excidisse. Nunc autem lectis tuis litteris video illum non modo a te gustatum, sed etiam piane devoratum, cum et scripseris puduisse te in eo legendo bonas horas male collocasse et eas ipsas minime tibi dignas videri quae vel ab aliquo dodo lectae vel a me collectae fuisse dicantur, praeter nescio quas hominum perpaucorwn. Ego autem totum istud tibi remitto nec piane iudicium meum interponam, curii jnefas sit quo- dammodo a te dissentire et ego is sim qui de altero iudicium /acere, ut ait M. TuUius, nec velim si possim, nec possim si velim ». Primieramente nel tuono di tutto l' esordio del Cortesi ci è una spiritosa replica al contegno sprezzante del Poliziano, con cui fanno contrasto quelle espressioni di ironico stupore: nihil unquam mihi tam praeter opinionem etc; non mx)do gustatum,, sed devoratum, etc.; e queste altre di ironica modestia: cum, nefas sit quodammodo a te dissentire etc. Poi quella frase copiata da Cicerone nec velim si possim etc. con quell'aggiunta ut ait M. Tullius, messa li proprio nella risposta ad una lettera in cui si faceva la critica dei cicero- niani, sono una vera canzonatura; come canzonatura è anche il modesto minimje dignas videri opposto all' assoluto minime dignae sunt del Poliziano. Digitized by VjOOQIC — 41 — . In secondo luogo T esordio del Cortesi ha l'aria di essere, an2i è una lezione di grammatica e di stilistica all'esordio del Poliziano. Al remitto del Poliziano il Cortesi sostituisce giustamente un redditus, riservandosi poi di rimbeccarglielo con l'altro totum isticd tibi remitto. L'anafora esatta dei due et scripseris jmduisse et eas ipsas minime videri è una sa- tira ai due pudet et honas.,, nam, et praeter usati negligen- temente dal Poliziano. Il Cortesi mette il te come soggetto dell'infinito collocasse e il fuisse come complemento di di- cantur , due omissioni che si notano nel Poliziano, a cui il Cortesi finalmente muta omm/trvo pauccLS in perpaucorum, e docto aliquo in aliquo docto, — Sarei curioso di sapere perchè il Poliziano, pur tanto arguto quando voleva^ non abbia rimbeccato questa prova di stile e di spirito veramente, bisogna dirlo, ciceroniani. La contesa fra il Cortesi e il Poliziano ha fatto gran re- more nella classe degli umanisti e fu diversamente giudicata, secondo le diverse scuole stilistiche. Il Bembo, ardente cice- roniano, plaudi molto alla lettera del Cortesi, bella, arguta e nel medesimo tempo seria: «Panili Cortesii epistulam bellam illam quidem et cum argutulam tum etiam gravem » — Il Bembo aggiunge che il Cortesi annientò la leggerezza del Poliziano, dotto ed elevato ingegno, ma poco prudente, il quale accorgendosi di non potere assolutamente conseguire, né aven- dola infatti conseguita nemmeno da lontano, la perfezione dello stile di Cicerone, si rivolse a condannare quelli che lo ritraevano e che in qualunque modo adoperavano uno stile d' imitazione (1). Quanto sfavorevolmente il Bembo giudicò del Poliziano, altrettanto favorevolmente Erasmo, il quale, esaminato il contenuto delle due lettere, dice quella del Po- liziano esser veramente ciceroniana, elegante ed efficace nella sua brevità ; quella del Cortesi prolissa e tutt'altro che cice- roniana. « Il Cortesi, scrive Erasmo, cade in contraddizione, dicendo prima che egli vorrebbe rassomigliare a Cicerone non come una scimia all'uomo, ma come un figlio al padre, e (1) Risposta a Frane. Pico; Opera, Venetiis 1729. Digitized by VjOOQ IC — 42 — poi che vorrebbe essere scimia di Cicerone, anziché figlio d'altri. Inoltre il Cortesi divaga dal vero argomento; o era del parere del Poliziano e perchè gli risponde come se gli fosse contrario? o non era del parere del Poliziano e per- chè non lo confutò? » Gonchiude cTie il Poliziano non ri- spose perchè quella lettera non avea nulla che fare con la disputa : « cui velut- aliena loquenti nihil respondit Poli- tianus » (1). .Riempie del suo stile elegante, fluido e armonioso la seconda metà del secolo decimoquinto il Pontano. Non ha le sgramma- ticature e le costruzioni arbitrarie di Poggio, ma si riserva una certa libertà di foggiare il periodo latino; non è cicero- niano e scelto come il Cortesi, ma immensamente più vivace ed eflìcace; è eclettico come il Poliziano, ma schiva quei vocaboli strani, che danno troppa affettazione allo stile. « Io potrei trovare, dice Erasmo, a centinaia le parole non cice- roniane nel Pontano, ma il suo scrivere mi rapisce con quella placida cadenza; mi solletica le orecchie quel soave armo- nizzar delle parole; mi abbaglia quello spendore e quella maestà di stile ». Stupendo giudizio, che non si può riprodurre meglio che con le sue parole: « me rapit tacito quodam orationis lapsu ; verboriim dulce quiddam resonantium amoeno tinnitu permulcet aurés ; demum splendore quodam perstringit dignitas ac maiestas orationis » (2). Non diversamente lo giu- dica il suo grande ammiratore Francesco Florido, il «quale rimprovera ad Erasmo d' aver per poco misurato il Pontano alla stregua di Cicerone, perchè il Pontano « ha uno stile tutto suo proprio, che procede misurato, tranquillo e puro, ma che di quando in quando s'eleva ad un'altezza che è ad altri impossibile toccare » (3). Una forma di stile singolare e strana è quella del vecchio Beroaldo, il quale è più degno di essere un contemporaneo di Appuleio e di Fulgenzio, che del Pontano e del Poliziano. (1) Dialog. ctceron. (2) Dialog. ctceron. (3) Florio., Lectiones succisivae, III, 6. Digitized by VjOOQIC — 43 — Eppure quello stile non è nato cosi all' improvviso dalla biz- zarra fantasia del Beroaldo, ma è un troppo rigoglioso svi- luppo d'un germe che già si trova nello stile del Poliziano. I portenta verhorum, di cui io ho recato un saggio vera- mente singolare, traendolo dalia prefazione alle Miscellanee e che furono tanto giustamente rimproverati al Poliziano, divennero il pane quotidiano del Beroaldo. Il male gli fu at- taccato dall'autore stesso del male, cioè Appuleio, col quale egli, commentandolo, si famigliarizzò al segno, da diventare l'Appuleio moderno. Quello è uno stile convulsivo, di colorito africano, come lo scrittore che lo creò,. delizia di una società degenere, che non gustando più il bello naturale, si pasce del bello affettato e di stranezze: espressione manierata e pomposa; periodare rimbombante e sbocconcellato, sminuzzo- lato ; sciupio di epiteti esornativi ; antitesi e allitterazioni stuzzicanti; spreco di metafore esagerate; pleonasmi per tutto; frasi accattate, parole rare e ignote, composizioni di vocaboli strane ed oscure. E tale è appunto lo stile del Beroaldo; zeppo di nomi astratti, di aggettivi formati da quei nomi, di vocaboli greci latinizzati, di antitesi strane e contorte ; d'onde (jueir oscurità che i contemporanei gli rimproveravano. Ma egli pare stupito di quei rimproveri, perchè il suo modo di scrivere sembra a lui il più naturale del mondo. « Io scrivo per i dotti, rispondeva egli, e non per il volgo e prendo i , miei vocaboli tutti da latinisstmi scrittori » (1); latinissimi scrittori erano per lui tutti gli autori da Plauto a Boezio, compresi i padri della chiesa e i traduttori della bibbia* I letterati del suo tempo stuzzicati dalla novità applaudirono, ma i critici dell'età seguente furono scandolezzati di quel- r intemperanza di stile. Il Griovio dice : « qua^rebat rancidae vetustatis vocabula iam piane repudiata a sanis scriptoribus » (2). II Florido poi fa del Beroaldo una sanguinosa caratteristica, rimproverandolo di avere appestato il mondo col suo stile e domandando che si facesse una legge speciale per impedire (i) Beroal., Orationes et Carmina; Brixiae 1497; lettera al Calchi. (2) Elogia, 51. . ' " Digitized by VjOOQIC — 44 — la pubblicazione e la lettura delle sue opere, che con una parola molto energica egli chiama cacationes (1). Io voglio dare un saggio di questo stile. Non* parlo di vo- caboli inventati, come secretarius, galleria, sclopus, giran- dola, di cui si trova nei suoi scritti un'abbondante raccolta; non di parole rare, come innoTninaMis, ultramundanus, ege- siosus, sequestratus, auricularius; non di parole greche lati- nizzate, come mythicon, historicon. Ecco alcune delle sue meta- fore e personificazioni : « vellem mihi a diis immortalibus dari fluvium TuUianae eloquentiae et torrentem Demosthenis facun- diam »; — « si coepero de prudentia tua singulari praedicare, occurret iustitia, quae postponi gemebunda dolebit; si dixero de fortitudine, tristabitur temperantia ; si laudavero liberalitatem, frugalitas ipsa se contemni existimabit; si clementiam extulero, severitas indignabitur »; — « fulminibus fortunae impotentis semiustulatus ». Ma più di tutto apparisce questo modo di scri- vere dall'esame di un periodo intero. Eccone uno : « qui (amor) ventis requiem, qui mari tranquillitatem (largitur); qui eie- menta societate conglutinat, qui cunctas animantes familia- ritate conciliat; benevolentiae largitor, malevolentiae exter- minator. Et quemadmodum coniungi non potest amaritudo cum dulcedine, caligo cum lumino, pluvia cum serenitate, pugna cum pace, cum fecunditate sterilitas, cum tranquil- litate tempestas, ita cum. amore odium, invidia, malevolentia copulari non possunt; et quemadmodum, radius a sole, caler ab igne, rigor a glacie, candor a nive nequeunt separari, ita ab amore divelli non possunt benevolentia, societas, necessi- tudo, concordia; hic est enim amabilissimus amicitiae nodus princepsque ad benevolentiam conglutinandam, unde ab amore amicitiam nuncupatam esse sapienter tradiderunt. Quod est in navigio gubernator, quod jn civitate magistratus, quod in mundo sol, hoc inter mortales est amor. Navigium sine gu- bernatore labascit, civitas sine magistratu periclitatur, mundus sine sole tenebricosus efflcitur et mortalium vita sine amore vitalis non est: toUe ex hominibus amorem, solem e mundo (1) Lectiones succisivae^ pp. 216-231. Digitized by VjOOQIC — 45 — sustulisse videberis ». — Abuso di astratti , personificazioni, sciupio di sinonimia, concettosità, anafore e chiasmi, ora soli ora intrecciati, paronomasie, antitesi, giochi di parole: ecco tutto. Più in là del Beroaldo andò il suo scolaro e imitatore Bat- tista Pio. Ecco un sa^io del suo stile e credo che valga più di qualunque commento: « Fissiculanti mihi et per horarum minutias acerrime vestiganti, quidnam sit forte fortuna in hac labida et morbili ne dicam morbonia et nosocomio mortali- tatis nobile, regium , consummatum et absolutum, subit id sa- pientis apophthegma et bracteatus adagio, illum esse nimirum hominem, qui rerum caducarum et subcisivarum principatum sceptrumque retinet ». Questo passo è citato dal Florido (1), il quale fa un'acre invettiva contro il Pio, di cui dice molto vivacemente che nella immondezza dello stile superò il mae- stro (2). Anche il Giovio è assai severo col Pio, che scioc- camente imitando il maestro Beroaldo andava a caccia in Fulgenzio, Sidonio, Plauto, Valerio Fiacco, con una passione da matto, dei vocaboli più rancidi che trovasse; lo ammirava la stolta turba degli scolari , mentre chi aveva fior di senno se ne rideva. E seguita raccontando il Giovio che quelle mo- struosità di parole e di locuzioni messe in giro da belli spiriti entrarono anche nella scena, e infetti fu da costoro composta una comedia, che è stampata, nella quale si introduce il Pio a parlare con quel suo gergo, intanto che il grammatico Prisciano lo rimprovera e denudategli le natiche, lo batte con lo scudiscio, come si fa ai ragazzi che imparano male la le- zione. Ma il Pio tranquillo della sua coscienza non si curava di quelle caricature: « Pius quadrato ingenio eas nasutorum rumores contempsit, sua conscientia profecto felix » (3). (i) Apologia^ p. 118. (2) Lectiones succis., pp. 234238. (3) lovius, Elogia, 102. Digitized by VjOOQ IC — 46 — SECONDA BATTAGLIA. (P. Bembo, G. F. Pico, P. Manuzio, G. Poggiani). Moderata come la prima fu anche la seconda battaglia, com- battuta tra il Bembo e Gianfrancesco Pico della Mirandola. Il Pico quale alunno del Poliziano era eclettico, il Bembo ciceroniano, anzi uno dei più eleganti, dei più perfetti cice- roniani. In Roma nel 1512 essi aveano agitata a voce la questione deirimitazione e il Pico in seguito alla discussione ne scrisse una lettera al Bembo, con la data del 19 settem- bre 1512, eh' egli compose in poche ore. Il Pico mostra che l'uomo non deve solamente e unicamente imitare ; l'imitazione gli potrà essere un aiuto a sviluppare le sue facoltà personali, ma a queste sopra ogni cosa egli dee tener la mira; e anche imitando, non bisogna limitarsi ad un solo, ma trarre da tutti il meglio, come fa il pittore. Chi dice che Cicerone sia pro- prio perfetto in tutto? ciò è -impossibile e gli antichi stessi trovavano molto da biasimare in lui ; e d'altra parte i mano- scritti sono tanto guasti, che sarebbe pazzia pretendere che ci fosse arrivato genuino Cicerone nelle sue opere. Io mi me- raviglio, continua il Pico, che al tempo nostro si voglia star tanto attaccati agli antichi ; eppure ingegni non ne mancano. Perchè non sviluppano essi le loro facoltà mentali secondo lo spirito dei nuovi tempi? Ogni età ha i suoi bisogni, i suoi sentimenti ; a quelli deve servire, quelli esprimere. E poi va- riano gli argomenti; come si potrà adattare la lingua e lo stile di un solo autore a tanta varietà? Io veglio ammettere che si imiti Cicerone ; si imiteranno le sue parole, ma la viva struttura di esse giammai; provati a disfare un muro e a rifarlo poi coi medesimi materiali; i materiali restano i me- desimi, ma la cementa tura sarà diversa e quella è opera tua ; dunque anche imitando si può e si deve riuscir originali (1). (1) 1. Frano. Picus, ad P. Bembum, de imitatione. Digitizedby VjOOQIC - — 47 — La risposta del Bembo, in data 1 gennaio 1513, comprende due parti. Nella prima ribatte il sistema del Pico, mostran- dogli che quella facoltà, innata da lui ammessa nell'uomo non esiste e si acquista invece con l'imitazione; io, dice egli, me la sono acquistata col lungo esercizio e con l'imitare. Tu mi dici, continua il Bembo, che si devono, se mai, imitare tutti i buoni. Ma come? domando io. Imitarne lo stile in ge- nerale desumere il meglio da ciascuno? Nel primo caso con tante diverse specie di stili non arriverai mai a formarti uno stile che abbia unità. Nel secondo caso non si imita, ma si mendica un tozzo di qua, un tozzo di là. Perchè quando si dice imitare, si intende che bisogna comprendere tutto il com- plesso della forma e le singole parti : « imitatio totam com- plectitur scriptionis formam, singulas eius partes assequi po- stulat, in universa stili structura atque corpore versatur ». Se io imito Sallustio, non mi devo contentare di riprodurre la sua brevità, ma anche le sue parole, le sue costruzioni. Imitare un autore vuol dire rendere la sua fisionomia, il colo- ritx) individuale : « totam mihi oportet eius stili faciem expri- mat,. cuius se imita torem dici vult, quem eo nomina dignum putem ». Ogni autore ha un suo special colorito : oggi io imito Cesare; s'intende che devo assimilarmi la sua natura; come potrò io domani spogliarmela d'un tratto, per rivestire il mio stile, poniamo, del colorito di Sallustio? Questo è impossibile; impossibile è dunque imitare più di un solo autore. Chi fa diversamente, riesce ad uno stile proteiforme e tutt'altro che bello. Nella seconda parte, non meno caratteristica e importante della prima, il Bembo spiega la genesi del suo criterio d'imi- tazione. Da prima, egli scrive, ebbi anch'io la tua opinione e mi provai di scegliere da tutti gli autori il meglio, ma ben presto m'accorsi della falsità di questo principio. In secondo luogo imaginai di formarmi uno stile tutto mio proprio, per- sonale, pensando che l'originalità del tentativo avrebbe riscossi gli applausi de' dotti; ma messomi alla prova, vidi che nes- suna forma di stile poteva esser nuova, giacché qual più qual meno tutte erano state esaurite dagli antichi; e poi il mio stile, posto a confronto con quello degli antichi, ci perdeva assai in Digitized by VjOOQ IC — 48 — colorito. Allora risolvetti di appigliarmi all'imitazione; ma da quali autori cominciare? dai sommi o dai mediocri? mi decisi per i mediocri, con la speranza ch'essi mi avrebbero avvici- nato un po' più ai sommi. Ma qual non fu la mia delusione, quando dai mediocri passai ai sommi. Io aveva già contratta la natura di quelli, si che invece di essermi avvicinato ai sommi, me ne ero allontanato. Allora feci ogni sforzo per can- cellare quanto di quelle letture m'era rimasto nella memoria: < e memoria nostra deletis penitus iis, quae alte tunc imita- tione non optimorum insederant », mi volsi all'imitazione dei sommi e di questi scelsi un solo. Cicerone. — Accusano Cice- rone di soverchia verbosità, specialmente quando parla di sé; ma questo non è difetto di stile, bensì debolezza d'animo ; debo- lezza felice del resto, perchè tutte le volte eh' egli torna a parlar di sé, lo fa con tanta eleganza. Lo dicono inoltre ca- rattere incostante, ma nulla da ciò ne soffre lo stile, « qui esse optimus in vita non optima potest ». Né si obbietti che Cicerone non è adatto a tutti gli argomenti, perché nelle varie sue opere si trova una grande varietà di stile. Del resto la stessa storia naturale di Plinio si potrebbe scrivere in stile ciceroniano e la estensione maggiore che acquisterebbe sa- rebbe ad usura compensata dalla dignità e bellezza della locu- zione (1). — Il Bembo nella sua lettera formula queste tre leggi dell'imitazione: 1* si imitino gli ottimi; 2* si imitino da eguagliarli; 3* eguagliatili, cerchiamo di superarli. Quello che é curioso nella lettera del Bembo, è l'espo- sizione dei vari tentativi fatti prima di giungere ad un criterio definitivo d'imitazione. E per l'analogia che ha col Bembo e per la sua singolarità veglio qui recare anche l'esempio di Paolo Manuzio, il quale cosi spiega la genesi e la natura del suo criterio imitativo. Nel discorso, egli dice, bisogna distinguere Videa e idi parola; come mi conteneva io in sul principio? pigliavo dagli autori latini le idee con le loro frasi corrispon- denti e le inserivo tali e quali nei miei scritti. Ma mi accorsi che era sistema erroneo; era un gioco di memoria; e quando (1) P. Bembus, ad loh. Francisc. Picum^ de imitatione. Digitized by VjOOQIC — 49 — ^ mi fossi posto a comporre di mio, non sarei riuscito a nulla. Mutai allora indirizzo ed ecco come praticai. Pigliavo da Cicerone e da Terenzio le idee e le ruminavo nella mia mente, cercando di impadronirmene e quindi di vestirle di forma appropriata ed eletta, non però con parole del testo, bensì con parole mie: quelle idee per tal guisa acquistavano una certa originalità. Pigliavo dall'altra parte le parole di quei due au- tori e, cercando le molteplici significazioni traslate di esse, mi sforzavo di esprimere con le medesime parole idee diffe- renti e anche in questo io faceva un lavoro originale. Tutto quello che io sono, conchiude il Manuzio, lo devo a un simile sistema (1). Il metodo del Manu^o è quello stesso del ciceroniano Giulio Pc^giani, il quale reca anche per maggior chiarezza alcuni esempi. Il Foggiani dopo di aver detto che i veri ciceroniani sono assai pochi per due ragioni, la prima che imitano, oltre a Cicerone, autori di bassa lega, la seconda che non lo sanno imitare, perchè trasportano di pianta le sue idee e le sue frasi nei propri scritti, passa a spiegare il suo metodo, ch'egli raccomanda agli studiosi. Essere intanto una idea falsa il cre- dere che non si possano trattare se non gli argomenti trattati da Cicerone ; ma doversi invece potere le parole di lui adattare a qualsiasi ordine di idee e vestire le proprie idee con parole diverse dalle sue. Dall'una parte, continua il Poggiani, capi- tandomi sott' occhio una locuzione di Cicerone, cercavo di vestire con quella differenti altre idee, p. es. Cicerone* dice: « PuNii Rutila adulescentiam ad opinionem et innocentiae et iuris scientiae P. Scaevolae commendavit domus », Io applicava la frase ad altra cosa in questo modo: «Hanni- balis Minalis adulescentiam ad opinionem et eloquentiae et philosqphiae Flaminii Nóbilii consuetudo commendavit ». » Dall'altra parte pigliavo o da Cicerone o da altri le sentenze, esercitandomi a porle sotto differente forma; mentre perciò prima con la medesima cera foggiavo diverse imagini, ora (1) Lettere inedite di P. Manuzio, Archivio veneto, XXIII; li, let- tera 3a. R. Sabbadini, Ciceronianismo e altre questioni letterarie. Digitized by VjOOQIC - 50 - vestivo di un altro abito la medesima persona. P. es. trovando ne quid nimts; late patet invidia, io traduceva: tenendus est omnium rerum modus; niìiilnon occupai invidia. Cosi mutando le parole si fanno creder proprie le sentenze tolte agli altri, secondo il costume dei ladri, i quali perchè non vengano riconosciute le cose rubate^ le rimutano, facendo, p. es., di una giubba un calzone. Altre volte io mi esercitava a voltar nel senso contrario le parole e le frasi di Cicerone: egli diceva in laetitia doleo ed io in dolore laetor; egli tar- dius facere ed io diligentius facere; egli celerius, io negli- gentius (1). PERIODO EROICO. (D. Erasmo, G. Longolio, S. Boleto, G. Scaligero, F. Florido). È graziosa e spiritosa quanto mai la descrizione di un viaggio che Suppazio, un interlocutore tìqM' Antonius (2) del Fontano, intraprende per le città d'Italia a cercarvi un sapiente, verso la fine del secolo XV. Si indovina alla bella prima che il sapiente non Tha trovato; ma invece matti, stravaganti, scioc- chi, corrotti per tutto. A Roma ecco che cosa gli accadde. Dedicò due giorni ai monumenti sacri e profani; il terzo giorno andò a zonzo per osservare i costumi della gente ; ma incontrò rufl3ani, bordellieri, tavernieri a campo dei Fiori; usurai a ponte S. Angelo; al Laterano cuochi e bettolieri; per •le strade e i viottoli ubbriachi e magnoni. E fino allora Tavea passata liscia, col pericolo però di lasciare il mantello in mano di qualche meretrice o di essere schiacciato sotto le mule dei preti; quando imbattutosi in un tale, non si può tenere dallo sfogarsi e dirgli: ma qui si marcisce neirozio: « otio marcescunt homines ». Non V avesse mai fatto il mal- <1) Lettera di G. Foggiani in Mureti, Orai, et Epist. II, pp. 183-185. (2) Lyon, 1514, pp. 213-217. Digitized by VjOOQIC - 51 — capitato. Quel tale era un grammatico, che prese a pugni il povero Suppazio, perchè i verbi, uscenti in esco come mar- Cesco non ricevono il caso ablativo. Suppazio ebbe un bel citare Cicerone, Vergilio, Plinio, ma se ne dovette fuggire malconcio. Lo vide uno che passava e gli chiese se gli aves- sero fatto del male. Sì, rispose, ho patito ingiuria da un gram- matico: « iniuriam passus sum ». — L'interlocutore era per disgrazia anche questa volta un grammatico ; e dove hai tro- vato, gli saltò su, la frase iniuriam pati, vecchio ignorante di latino? Citò Suppazio la terza FUùppica e il Lelio di Cice- rone: flato sprecato, l'altro levava i pugni. E Suppazio via; e si ricoverò in provincia a Velletri, a Terracina; ma incontrò di peggio: altri grammatici anche là e cosi insolenti che, mentre egli parlando con un medico usò la parola frictio, uno lo interruppe villanamente, facendo un fracasso indiavolato, che si dovea dire fricatio. Questa la caricatura; ma tale o poco meno era la società romana, e a Roma questioni più o meno oziose di gramma- tica, di purismo e di stile si dibatteano molto frequentemente: basti per tutte quella tra irBembo e il Pico. Certo è che nella prima metà del secolo XVI il centro del ciceronianismo è Roma, dove l'accademia romana rappresenta la parte mili- tante, Pietro Bembo il duce. Ciceroniano il papa Leone X, ciceroniani i suoi due famosi abbreviatori il Bembo e il Sadoleto, ciceroniani gli accademici Lelio Massimi, P. Pazzi, Battista basali, Porcio Camillo, il Marino, il Castellani, Giulio Tomarozi, il Flaminio, l'Ubaldino. Il Bembo sarebbe giunto a dichiarare di preferire lo scrivere ciceroniano al possedere il ducato di Mantova (1), a cui faceva eco, rincarando la dose, Lazaro Bonamico, che preferiva l'essere ciceroniano all'essere re papa. Traduceva il Bembo senato della repubblica veneta con patres conscripti; dicchi e ducati con reges e regna; re della Persia e dei Turchi con reges Armeniae et Thracum; Lodovico con Aloysius. Nelle date delle lettere e dei brevi (1) BuRiGNY, Leben des Erasmics aus dem franzós., von G. Henke, Halle 1782, 1, p. 548. Digitized by VjOOQ IC — 52 — pontifici metteva le calende e gli idi ; chiamava Dio col nome collettivo di dii immortales; la Vergine era per lui dea; Gesù un heros; rendeva fides con persuasio ; ewcommunzcare con aqua et igni interdicere; morituro peccata remittere con deos superos manesque UH placcare (1). Un ciceroniano, per poco che non volesse derogare alla sua dignità, si teneva nel suo gabinetto una effigie di Giove che scende in braccio a Danae, anziché un Gabriele che annunzia alla Vergine il con- cepimento; e così il ratto di Ganimede, anziché l'ascensione di Cristo (2). Papi e cardinali alternavano e spesso scambia- vano il Vaticano col Campidoglio; scambiavano Dio con Giove, Cristo con Apollo, Maria con Diana, i santi coi numi e divi- devano una giornata fra una predica sacra e una comedia antica. Un frate ciceroniano fece una predica sulla morte di Cristo, presente papa Giulio IL Gli accessori dell'orazione, cioè l'esordio e l'epilogo, più lunghi dell'orazione stessa. L'e- sordio chiamava Giulio II il Giove ottimo massimo, che nella destra onnipossente tenendo e vibrando il trisulco e inevi- tabile fulmine, col solo cenno otteneva quel che voleva; indi seguiva^ l'oratore a mostrare che Giulio II col suo cenno avea operato tutto quello che era accaduto nell'Europa negli anni precedenti. Il discorso si divideva in due parti : la morte e il trionfo di Cristo. L'oratore nel parlar della morte tirò in campo il sacrifizio dei Deci, di Curzio, di Cecrope, di Ifigenia e le morti di Socrate e di Focione; il trionfo poi di Cristo era illustrato da quelli di Scipione, di Emilio Paolo, di Cesare (3). Questa società ciceroniana spensierata e deliziata nelle bel- lezze d'una vita e d'un'arte tutta pagana fu messa a remore per ben due volte da due stranieri, l' uno ammiratore entu- siastico, l'altro avversario giurato del ciceronianismo: il Lon- golio ed Erasmo. Cristoforo Longueil, latinizzato Longolius, ingegno precoce, spirito irrequieto, anima passionata e infelice, é il cavaliere (1) Leniknt, p. 12; Walch, Qp. cit., XII, 3. (2) Erasmus, Bialogus cicer., p. 82. (3) Ibi, p. 67 Digitized by VjOOQ IC — 53 — errante del ciceronianismo. Nato a Maclinia, nel Belgio, e vis- suto poco più d'un decennio nel secolo XV, e gli altri due decenni nel XVI, egli si senti irresistibilmente attratto alla Italia, allora esuberante di una vit^ intellettuale invidiata e sospirata dagli stranieri. La sospirò tanto Erasmo e la sospirò ardentemente il Longolio, il cui sogno era il genio d'Italia: « felicem illum ac piane divinum genium Italiae sum secu- tus » (1). Ma quante peripezie non dovette egli traversare prima d'arrivarvi. A otto anni fu mancato agli studi a Parigi, dove rimase fino all'anno sedicesimo. Indi accompagnò in Spagna Filippo d'Austria per pochi mesi, dopo i quali si fermò nell'Aquitania a studiar diritto; ivi a 18 anni compose per esercizio rettorico un'orazione, che poi gli fu fatale, dove con- frontando i Galli coi Romani dava la palma ai Galli. Continuò poi per altri sei anni gli studi giuridici a Valenza; esercitò quindi due anni l'avvocatura a Parigi. Finalmente venne a Roma, d'onde, dopo tre anni di soggiorno, fuggi per ricove- rarsi oltre Alpe e finalmente a Padova, ove fini, nel 1522, la sua vita a 34 anni nelle braccia di Reginaldo Polo, che l'amava come un fratello (2). Scrisse di storia naturale, ora- zioni contro i luterani, discorsi ed epistole ciceroniane; fU soldato, venne carcerato, ebbe a combattere coi doganieri svizzeri, fu ingiuriato e corse pericolo della vita a Roma e a Padova: la sua vita è una delle più avventurose che si possano imaginare. Questa irrequietezza che lo tormentava era cagionata da una invincibile smania di imparare, ch'egli sperava finalmente di poter appagare a Roma, dove avrebbe studiato il greco e perfezionato il suo stile latino. Infatti il Giovio ce lo descrive entrare in Roma in abito straniero, col cappuccio rosso e la tunica stretta alla vita, che aveva l'aria di un mezzo soldato tedesco. Era sua intenzione, dice il Giovio, di dissimulare sotto quell'abito il suo vero scopo: voleva am- mirare i monumenti, studiare gli ingegni italiani, visitare le (1) Lettera del Longolio in S adolet. , Epist, 18. (2) LoNGOLius, Orationes, I, pp. 10-11; cfr. la vita del Longolio ivi premessa. Digitized by VjOOQ IC — 54 — biblioteche e formarsi più squisito il gusto artistico e lette- rario, che in nessun luogo si trovava cosi fino come in Roma (1). Ma appena entrato nel ginnasio cominciò a dar saggio del suo acuto ingegno e delle sue cognizioni; e alcuni romani, il Tomarozi e il Castellani, si presero cura di lui, gli fecero mutar veste e lo alloggiarono in casa propria. In questo modo il Longolio potè farsi conoscere ed entrare in domestichezza coi principali personaggi di Roma, fra i quali lo stesso papa Leone X, il Sadoleto e iL Bembo ; ma più di tutti col Bembo, che gli fu protettore e consigliere negli studi. Infatti dietro le esortazioni del Bembo il Longolio depose a poco a poco quella sua primitiva forma eclettica e si venne famigliarizzando con Cicerone, di cui lesse per cinque anni continuamente i libri, senza occuparsi di altri autori. Dopo quattr'anni di esercizio ciceroniano il Longolio domandava al suo protettore, che cosa gli paresse del suo stile, e il Bembo gli rispondeva che il pro- gresso era stato molto, ma che alla perfezione ci correva an- cora un buon tratto : « ut Giceronem ipsum, quem tibi unum scribendi magistrum, me auctore , proposuisti, eundem uni- versum non solum vores sed etiam concoquas atque in sucum et in sanguinem convertas tuum » (2). Il Longolio per varie cagioni attirava le simpatie altrui: integrità di costumi, lon- tananza dalla patria, ingegno acuto e vivace, una eroica costanza nello studio; ce n'era d'avanzo perchè spiriti colti e gentili come il Bembo e il Sadoleto prendessero interesse di lui (3). Il Bembo era specialmente ammirato della sua avi- dità di leggere, per cui lo chiamava divoratore di libri, libro rum helluo (4). Passati già due anni che dimorava in Roma, a cui avea mostrato la propria gratitudine componendo cinque discorsi in lode e di Roma e d'Italia, il suo amico Castellani lo propose al senato per la cittadinanza romana, che gli fu conceduta. Ma questo atto fu fatale a lui, perchè gli sollevò contro parte dei cittadini. (1) lovius, Elogia^ 67. (2) P. Bemb., Epist. famil., V, 17. (3) Ibi, V, 13; cfr. Sadol., Epist., 15. (4) P. Bemb. Epist. famil., V, 13. Digitized by VjOOQIC — 55 — I nemici del Longolio cercarono o al bisogno inventarono calunnie e accuse per negargli la cittadinanza romana. Dissero ch'egli era stato mandato a Roma da Erasmo e dal Budeo, con l'incarico di prender tutti i libri che si trovassero in Roma e portarli oltr'Alpe (1). Scovarono perfino quella tale orazione che recitò quando era nell'Aquitania e nella quale posponeva i Romani ai Galli e gliene fecero un delitto di lesa maestà; e tanto fu il tumulto sollevatogli contro, che la sua vita, non ostante le alte protezioni ch'egli vi godeva, correa pericolo; «pagavano gli operai, dice il Longolio stesso, perchè mi in- sultassero e mi aizzavano contro la plebe. Io era esposto ai fischi del volgo, perseguitato dalle calunnie dei nobili, dalle minacce dei potenti, cosicché io dovetti seriamente pensare a ricoverarmi da Roma in salvo » (2). E fuggì infatti da Roma, dopo di aver composto due orazioni in sua difesa, che lasciò manoscritte agli amici suoi. In esse l'autore, fingendole reci- tate davanti al senato e parlando come se veramente si fosse trovato ne' panni di Cicerone quando recitava una Filippica, si difende con uno stile ciceroniano e con un'enfasi, che è tutta di fantasia e per nulla eccitata da circostanze reali, dai quattro capi di accusa seguenti: 1° il Longolio in una sua orazione aveva parlato con poco onore dell'Italia; 2° avea lo- dato Erasmo e Budeo che sono barbari; 3° quei due stranieri lo aveano subornato a venire in Italia a prendersi i migliori libri per portarli oltr'Alpe, acciocché i barbari potessero con- tendere all'Italia il primato delle lettere; 4° un uomo barbaro non poteva essere cittadino romano. Questi capi d'accusa erano sviluppati nel discorso tenuto da Gelso Mellini contro il Longolio, quando egli era già fuggito da Roma. Gelso era un nobile romano, delle antiche famiglie patrizie, il quale fu messo su dagli amici perchè difendesse l'onor della patria minacciato, come dicevano, da uno stra- niero: « ut patriae suae dignitati et famae adesset ». Nel Gam- pidoglio dunque alla presenza del senato e del papa il Mellini (1) LoNGOLius, Orationes^ II, p. 33. (2) Ibi, I, p. 12; II, p. 40. Cfr. Bemb., Epist famil, V, 16. Digitized by VjOOQIC — So- lesse la sua orazione, la quale fu molto applaudita e della quale Roma fece il tema dei giornalieri discorsi per qualche tempo. Ma la gente savia dava ragione al Longolio, i cui amici pensavano il modo di salvare la sua causa, e il Flaminio propose che si recitassero le due orazioni di difesa scritte dal Longolio, ma prevalse invece l'opinione di farle stampare; e furono infatti stampate, con generale vantaggio dell'autore, le cui qualità letterarie furono dal pubblico favorevolmente ap- prezzate dopo la lettura delle due orazioni (1). In seguito fu- rono nuovamente avviate le pratiche per conferire la citta- dinanza al Longolio, a cui finalmente il senato la confermò. Questi tumulti avvenivano in Roma nel 1519. Il Longolio intanto viaggiava per la BEettagna e passando da Genova eT ai*rivando a Lione intese parlare dei fatti di Roma dopo la sua partenza, dei quali egli era ancora all'oscuro. In Inghil- terra amici e parenti lo sconsigliarono dal tornare in Italia, dove avrebbe nuovamente corso pericolo di vita; ma il suo astro oramai era quello e non potè resistere alla tentazione di seguire nuovamente il genio d'Italia e vi tornò in sul finire dello stesso anno (2). Si fermò l'inverno a Venezia presso il Bembo (3) e di là passò a Padova, dove attese a perfezionarsi negli studi e specialmente nello stile ciceroniano (4). Gli fu proposta nel principio del 1520 la cattedra di letteratura a Firenze (5), ch'egli rifiutò, adducendo per pretesto che non voleva distrarsi nell'insegnamento, al quale si sentiva poco chiamato, e dovea badare più assiduamente ai suoi studi (6). A Padova , fra i disagi di una vita stentata (7) e i timori di nuove minacce da parte de' suoi nemici (8), visse tre anni (1) Sadolet., Epist. 13; e lettera del Longolio, «6t, 18. (2) Ibiy 14; e lettera del Longolio, ihi^ 18. (3) P. Bemb., Epist. famil., V, 13. (4) P. Bemb., Epist. pontif., XVI, 30. (5) P. Bemb., Epist. famil, V, 15; Sadolet., Epist. 17. (6) Lettera del Longolio in Sadolet., Epist., 18. (7) Bemb., Epist. pontif., XVI, 30; Epist. fam., V, 14; Sadol., Epist. 27; lettere del Longolio in Sadol., Epistol. 23 e 24. (8) Bemb., Epist. fam., V, 16. Digitized by VjOOQIC — 57 — scarsi, raccomandando in morte agli amici di bruciare i suoi scritti anteriori, perchè non erano dettati in stile ciceroniano: perfino nell'istante di terminare una esistenza travagliata e in- felice non Tavea lasciato la preoccupazione ciceroniana, che gli logorò e amareggiò gli ultimi anni. La vita avventurosa e lo spirito appassionato, Tijigegno pre- coce di questa vittima del ciceronianismo furono cagione che, anche dopo morto, del LongoKo giudicassero e scrivessero gli eruditi con molto interesse, fino a dar luogo ad accanite con- tese letterarie. Il Florido, buon giudice in fatto di stile, lo chiama smilzo a confronto del Poliziano, del Valla, del Fon- tano (1). Paolo Manuzio è ancora più severo; lo dice nullo, smilzo nelle idee, punto splendido nella forma; che trasportò nei suoi scritti parole, frasi e periodi ciceroniani, ma senza discer- nimento; forse avrebbe fatto meglio se la morte non l'avesse sor- preso (2). Più di proposito ne parlò Erasmo: « uomo di grande ingegno, egli dice, e di una perspicacia straordinaria, dotto, felice nel trattar gli argomenti, si procacciò moltissima fama, ma a troppo caro prezzo ; si torturò per tanto tempo e final- mente mori prima d'aver compito l'opera, con non piccolo danno degli studi, ai quali avrebbe potuto giovare di più, se non fosse corso dietro a un vano fantasma, se non fosse stato roso da una pazza ambizione, che gli guastò il frutto dei suoi studi e gli troncò la vita ». Giudicando poi le sue opere, nota l'eleganza delle lettere, ma «come sono vuote e quali futili argomenti trattano 1 Rassomigliano ad alcune lettere di Plinio e a quelle di Seneca, che di lettere non hanno che il titolo; quanto movimento invece, quanta passione, che naturalezza di stile, che attrattiva della materia nelle lettere di Cicerone, nate veramente dalle vicissitudini della vita reale e non nel chiuso gabinetto di un pedante ». Con le orazioni del Longolio Erasmo è più severo e spesso adopera un'ironia abbastanza acre. Intende le due orazioni scritte in propria difesa, nelle quali vede un povero illuso, « che sogna un mondo imaginario (1) Lectiones succisiv., 1, 2. (2) P. Manuzio, Lettere ined. ecc. Digitized by VjOOQIC — 58 — di senato, di consoli, di tribuni, di province, di municipi, co- lonie, alleati, di Roma capo del mondo, di Romolo e di Quiriti, ch'egli crede di poter evocare con la potenza del suo stile ciceroniano, che rassomiglia tanto a Cicerone come i versi della Batracomiomachia ai versi ^oiVEiade » (1). Contro Erasmo si è scagliato Stefano Dolete (2), il quale chiama il giudizio di Erasmo addirittura un'invettiva contro il Longolio e ne vuol trovare la cagione nel confronto che colui avea fatto tra Erasmo e il Budeo, preferendo il Budeo (3). Questa è una calunnia del Dolete, perchè se il Longolio ebbe forse qualche rancore contro Erasmo, questi se ne duole, non vedendo di averne dato motivo : « quamquam in me videtur habuisse nescio quid stomachi, certe praeter meum meritum, qui de ilio semper optime tum sensi tum praedicavi » (4). Comunque, il Dolete pigliando le difese del Longolio mostra, condendo di frequenti insulti il suo discorso, che lo stile di lui, contrariamente a quel che ne disse Erasmo, è grandioso e splendido, che vi è acutezza, ricchezza di sentenze; efficacia e robustezza, gravità ed elevatezza (5); che gli argomenti di molte sue lettere non sono niente affatto futili, ma seri e che del resto nelle lettere devono trattarsi cose di interesse quo- tidiano; che le orazioni, ancora che gli sia mancato il vero pubblico antico, hanno sempre importanza, quando oltreché all'uditorio si badi anche alla causa e che quantunque morte le antiche istituzioni, pure si possono adoperare le formolo antiche davanti ad uditori che le comprendano. Se avesse ragione il Dolete o Erasmo, lo dica il seguente esordio della prima delle due orazioni del Longolio : « Quod per hosce quadraginta dies (questa determinazione di tempo è imaginaria) a Dee opt. max. precatus sum, patres conscripti, ut, si eo in senatum populumque romanum animo semper (1) Dialog, ciceronianus. (2) Dialogus de ciceroniana imiiatione. (3) BuRiGNY, Leben des Erasmus, 1, pp. 253-256. (4) Erasmus, Epist, 817; Lyon 1703. (5) DoLETus, Dial. de cicer. imitatione, pp. 19-20. Digitized by VjOOQIC fuissem quo mortales omnes esse deberent, daretur milii ali- quando a perpetua illa et piane hostili accusatorum meorum insectatione respirandi spatium, ut hoc in loco et accusationem tuto refellere et innocentiae meae rationes vobis libere expli- care possem, id ego mihi hodie tandem singulari vestro Con- silio, tum efiam beneficio, videor consecutus, qui me, quod erat quidem aequitate vestra dignissimum, sed, in tantis ad- versariorum meorum opibus, mihi hoc tempore minime spe- randum, praeter omnium opinionem ad causam hac in arce Capitolina dicendam admisistis », — Se non fosse pur troppo concepito seriamente da uno spirito illuso, si direbbe che è una finissima parodia degli esordi ciceroniani, da mettere in- sieme con l'altra argutissima che fa del secentismo il Manzoni nella prefazione dei Promessi Sposi. Dopo il L'ongolio la società ciceroniana di Roma fu messa a remore da Erasmo, il terribile avversario del ciceronianismo. Erasmo si era formato un genere di scrivere che, pur rispet- tando scrupolosamente la grammatica, offendeva la purezza latina, e sempre portava una certa impronta di libertà; ma era una libertà geniale e in quel latino abbastanza impuro si può scorgere la produttività e la vena inesauribile della mente d'Erasmo: è uno stile originale. Ma quello stile non doveva assolutamente piacere ai ciceroniani, né con quel suo prin- cipio stilistico Erasmo doveva guardarli di buon occhio. Già verso il 1520 in una lettera al Longolio scriveva, alludendo allo stile ciceroniano di lui, ch'egli non mettea troppo scru- polo nella scelta delle parole, sembrandogli che una simile affet- tazione non convenisse punto a chi rivolgeva la massima at- tenzione alle cose (1). Era grazioso quel suo verso che spesso pronunziava: decem annos consumasi in legendo Cicerone; a cui fingeva che l'eco rispondesse- la parola greca 6v€, asino! (2). Ma la sua attività contro il ciceronianismo comincia propria- mente l'anno 1526 e ce ne è prova il suo epistolario, in cui da quest'anno diviene frequente e sempre più vivace l'allu- (1) In LoNGOL., Epist., Ili, 63. (2) Lenibnt, p. 16. Digitized by VjOOQ IC — 60 — sione ai ciceroniani. Erasmo conosceva la disputa avvenuta circa quindici anni prima a Roma tra Grianfrancesco Pico e il Bembo e ora vi vedeva, per opera del Longolio, risorto il partito ciceroniano, ch'egli chiamava secta ciceronianorum (1), factio ciceronianorum (2), chorus ciceronianorum (3), e fremere contro di lui quella società pagana di eruditi, con a capo Girolamo A leandro e Alberto principe di Carpi (4), i quali miravano a cancellare dall'albo dei dotti Erasmo e il Budeo (5) e tutta la Germania e la Gallia (6). Ma la Germania e la Gallia per mezzo di uno di quei loro due grandi rappresentanti si apparecchiavano a rispondere alle sfide. Il Budeo eccitato da Erasmo ad attaccar battaglia non rispose all'invito (7); allora usci Erasmo solo in campo. Nell'ottobre 1527 scriveva già o pensava il Ciceronianus, perchè nella lettera di questa data si trovano molte frasi che si rivedono in quello (8); l' anno se- guente, 1528, il Ciceronianus era uscito: la guerra era dichia- rata e accanita. Questo libro interessantissimo e caratteristico è in forma di dialogo tra Nosopono ciceroniano, Buleforo anticiceroniano e Ipologo, un personaggio di ripiego, che professa il ciceronia- nismo, ma che facilmente si converte; più difficile è la con- versione meglio la guarigione di Npsopono, perchè la sua è una malattia, ma alla fine del dialogo esso è già ben av- viato verso la guarigione. Il dialogo ha tre parti: nella prima Erasmo fa una graziosa caricatura dei ciceroniani; nella se- conda confuta la loro dottrina; nella terza fa il catalogo degli eruditi della rinascenza, italiani e stranieri, morti e contem- poranei, giudicati dal punto di vista dello stile ciceroniano. In questo libro si mescolano la più grave serietà con la più ar- (1) Erasm., Epist, 820, del 16 maggio 1526; cfr. 804. (2) IH, 821; 16 maggio 1526. (3) Ihi, 842; 26 decembre 1526. (4) Ibi, 820; 16 maggio 1526. (5) Ibi, 821; 16 maggio 1526. (6) Ihi, 804; 23 marzo 1526. (7) Lenient, p. 16. (8) Erasm., Epist, 899. Digitized by VjOOQIC — 61 — guta e fina ironia: Tuna serve a mettere l'altra in rilievo e l'effetto che ne nasce è stupendo. Con che mordacità e festività egli tratteggia il carattere di Roma e dei ciceroniani, questa società di oziosi « desidentes in Giceronis myrotheciis ac rosariis et in illius sole apricantes », che non cercano altro che il modo di far del chiasso, come è costume dei romani: « ut ea civitas undequaque captat voluptatis materiam » (1). Non fanno che sognare e parlare al senato e al popolo ro- mano ciceronescamente; il senato? ma se mai ce ne è uno a Roma, di latino non ne capisce; il popolo romano? ma parla harbaramente, nonché prenda gusto alla frase ciceroniana. E sempre Roma in bocca; povera Roma, che non è più Roma, ma un mucchio di rovine e di cui non resterebbe nemmeno l'orma, se non fossero i papi, la corte pontificia, le ambasciate e una colluvie di parassiti che accorre colà a far fortuna li- bertatis amore. Risuscitano con la loro malata fantasia il Cam- pidoglio ; povero Campidoglio, ridotto alle meschine proporzioni di una casetta, per farvi recitare dai ragazzi le comediole. Risuscitano le reminiscenze della cittadinanza romana ; e ci è forse più merito ad essere cittadino di Basilea, che cittadino di Roma, « si contemptis verborum fumis rem aestimare liceat ». Caustica, ma ad un tempo velatamente patetica, è la rap- presentazione di Nosopono, il ciceroniano. Forse Erasmo non se ne è accorto, ma nel creare questa figura, ch'egli voleva rendere ridicola, l'ha resa invece sentimentale. Di Nosopono il lettore, prima che gli spunti il riso, sente compassione. Era una volta un buon compagnone, faceto, rubicondo, grassotto e ricco d'ogni bellezza giovanile. Ma ora è malato; è una ma- lattia di cervello, ch'egli chiama malattia di cuore: «amore depereo », egli dice; amo la dea TTcìeib, l'eloquenza ciceroniana; sono dieci anni che la sospiro in vano; ma o possederla o morire: « nil medium est». Felice il Longolio, che potè mo- rire per essa ! — Da sette anni non legge che libri di Cicerone; dagli altri scrittori si astiene come i certosini dalla carne; l'imagine di Cicerone egli l'ha fatta porre in tutte le stanze (1) Erasm., Dialog. ciceronianus^ p. 138. ' Digitized by VjOOQIC — 62 — della sua casa;, la porta sempre con sé nell'anello, la sogna di notte. In questi sette anni di preparazione ha compilato tre indici ciceroniani. Nel primo ha raccolto tutti i vocaboli ciceroniani, con la loro flessione, indi con le derivazioni e finalmente con le composizioni; ad ogni parola ha citato il passo per intiero di cui fa parte , il luogo in cui si trova , foglio, facciata, riga, se in mezzo, in principio o in fine di riga. Della flessione delle singole parole ha notato con una linea rossa le forme che si trovano in Cicerone e con una linea nera quelle che non vi si trovaho: p. es. amabam si trova, ma non amabatis; amor, amoris, ma non amores, amorum; legOy ma non leg(yr; ornatus, ornatissimus, ma non omatior; cosi dei derivati, p. es. lectio si trova, ma non lectiuncula; così dei composti, p. es. perspicio si trova, ma non dispicio. Nel secondo indice, più vasto del primo, notò le frasi, i tropi, le sentenze, 1 motti e simili. Nel terzo, più vasto del secondo, tutti i ritmi e i piedi con cui Cicerone comincia i suoi pe- riodi, li sviluppa e li chiude. Passati i primi sette anni di preparazione, vengono i sette anni di imitazione. Nosopono si mette a tavolino a notte tarda, per non essere disturbato da alcun romore, e il suo gabinetto per questo scopo è situato nella parte più interna della casa. Non deve essere molestato da nessuna passione o cura mondana, epperò non ha preso moglie, né ha voluto rivestire alcun ufl[ìcio né secolare, né ecclesiastico: meglio essere ciceroniano, che console o papa. Quelle sere che vuole lavorare, si mantiene leggiero lo sto- maco, per lasciar più libera la mente, prende soli dieci acini di uva passa e tre confetti : « ciceronianum esse sobria res est». Quando scrive, ecco come fa; deve fare p. es. una let- tera? prima butta giù i pensieri come vengono; indi comincia a sfogliare parecchie lettere di Cicerone e i tre indici ; trovate le parole, le frasi, i ritmi, adatta a quelli i pensieri. Scrive un periodo per notte, la lettera non avrà più di sei periodi. Quindi la riconfronta dieci volte con ciascuno dei tre indici ; poi la mette dentro al cassetto, per rileggerla a mente fredda alquanti giorni dopo e limarla e rimutarla: « ego malim multum scribere quam multa». Quando parla, Nosopono schiva di parlar latino, o se vi è costretto, si serve di certe formolo Digiti zedby Google - 63 — adatte alle più comuni circostanze della vita, raccolte dai libri di Cicerone e mandate a memoria. Se deve fare una lunga conversazione, dove chi sa quante locuzioni non ciceroniane gli sfuggiranno, consacra poi un mese alla lettura ciceroniana per rifarsi il gusto. Se deve fare un discorso, se lo prepara e lo manda a memoria; non improvvisa maL — Erasmo non ci fa ridere con questa caricatura, perchè il nostro pensiero senza volerlo, e i contemporanei Taveano realmente creduto, ricorre al Longolio, da cui pare che Fautore abbia tolto le principali caratteristiche del suo Nosopono. Erasmo ha escluso qualunque allusione personale (1) e non c'è ragione di negargli fede, ma è impossibile che la storia e le vicende del Longolio non abbiano influito sulla concezione, almeno, di questa cari- catura ciceroniana. Le idee d'Erasmo sull'imitazione hanno molto di comune con quelle sviluppate da Gianfrancesco Pico nella lettera al Bembo. Imitare vuol dire scegliere il meglio da tutti gli autori: l'ape sceglie da molti fiori il polline, il pittore sceglie da vari volti i lineamenti delle sue figure. Cosi il letterato non deve limitarsi all'imitazione di un solo, si chiami pur esso Cicerone. Cicerone ha vizi che gli antichi già biasimarono, né le sue opere sono pervenute a noi intere e quelle che ci rimasero furono guaste dal tempo e dai copisti. Inoltre Cicerone non esauri tutte le forme diverse dello stile, né trattò tutti gli ar- gomenti; per il che volendo scrivere col suo stile, in molti argomenti saremmo condannati al silenzio. E posto pur che si debba imitare, riprodurremmo le sue qualità esteriori, le pa- role, le costruzioni, il ritmo, ma la sua vivacità, i suoi senti- menti, il suo colorito personale non mai; sicché una vera imitazione ciceroniana, come la voghono i ciceroniani, fosse anche ammissibile, non sarebbe possibile. Si imiti pure Cice- rone, ma non si riproduca; i tempi sono mutati; gli istinti, i bisogni, i sentimenti nostri non sono più quelli di Cicerone; prendiamo esempio da lui, il quale imitando i Greci ha saputo formarsi uno stile personale e suo proprio, e anche noi seri- ci) Erasm., Epist, 981. Digitized by VjOOQ IC — 64 — vendo badiamo a formar opera originale e non un lavoro di mosaico. E cosi riesciremo uomini del tempo nostro e saremo utili veramente ai nostri volghi, i quali di tutt' altro hanno bisogno che di Cicerone. Lo scrivere lettere e orazioni cice- roniane è nulla più che esercizio rettorico. A chi le scrivono quelle lettere? a quattro italiani, che si danno l'aria di cice- roniani; e quelle orazioni niente hanno di serio: uno le fa, un altro le recita, lasciano il tempo che trovano; sono tutte del medesimo stampo : elogio del personaggio a cui sei inviato ambasciatore, proteste di stima da parte sua e quattro luoghi comuni. Anche qui Erasmo non lascia mancare la nota satirica. Questi ridicoli si stimano tanti Ciceroni, se arrivano a finire un periodo con esse videatur o a cominciare un discorso con un quamquam, un etsi, un antmadver% un cum,, un si, a scrivere eiiam, atque etzam per vehew£nter, mazorem in modum per valde, identidem per subinde , Rowwn cogi- taham, per statuebam. Romxim proftcisci, a intarsiare i loro scritti di queste frasi: non solum, peto, verum etiam, oro contendoque; valetudinem tuam, cura et me ut facis ama; ahtehac dileooisse tantum, y nunc etiam amare miJii videor. Guai a mettere Tanno nella data delle lettere ! Cicerone poneva solo il mese. Guai a scrivere Carolo Corsari Codrus Urceus salutem invece di Codrus Urceus Carolo Caesari saìutem; a mettere salutem, plurimam dicit invece di salutem, dicit; Regi Ferdinando invece di Ferdinando Regi, Ma la parte veramente capitale del Dialogus dceronianus è la confutazione del paganesimo, che si faceva strada sotto l'elegante maschera del ciceronianismo. Erasmo lo dice nella prefazione! •« sotto questo nome specioso di imitazione cice- roniana si subodora l'intenzione di renderci pagani». E più chiaramente ed efficacemente nel dialogo: « siamo cristiani di nome; il corpo è battezzato con l'acqua santa, ma la mente è impura; la mano fa la croce, ma l'animo disprezza la croce; professiamo con la bocca Gesù, ma portiamo Giove e Romolo nel cuore; non abbiamo il coraggio di dichiararci pagani, ci copriamo sotto il nome di Cicerone: pa^ganitatem, profiteri non audemuSy Ciceroniani cognomen oUendimMS ». E si Digitized by VjOOQIC — 65 — sdegna del paganeggiare che fanno i ciceroniani coi nomi più santi della religione cristiana, consacrati ormai dalla pietà e dalla tradizione. Siccome questo rivestire i nomi e le for- mole cristiane alla pagana è una delle più singolari caratte- ristiche del ciceronianismo, ne voglio recare un elenco quale lo dà Erasmo. Si adoperava adunque lup. Opt Maoo, per Pater; Apollo e Aesculapius per Filtus , Christus ; Diana per Virgo; salerà contio, civitas, respuUica per ecclesia; pei^dueUis per ethnicus; factio per haeresis; Christiana per- sua^siD per fiMs; proscriptio per excommunicatio ; diris de- volere, aqua et igni interdicere per excommunicare; legati veredarii per apostoli; flamen dioMs, summus civitatis praefectus per pontifex romanus (ma ^ìkpontifex era forma pagana ài papa); patres conscrfpti per consessus Cardinalium; Senatus populusque retpuNicae christianae per synodiùs gè- neralis; praesides provinciarum per episcopi; comitia per electio episcoporum; sycophanta per diaboliùs; vates, divinus per propheta; or acuta divum per prophetiae; tinctura per Mptismus; viciima per missa; sacrosanctum paniflcium per consecratio corporis dominici; sanctifìcum crustulum per eucharistia; sacrificulus, sacrorum antistes per sacerdos; minister, curio per diacomcs; numinis munifìcentia per gratia Bei; manumissio per absotutio, — Ottiene poi il mas- simo effetto comico un medesimo passo scritto da Erasmo, prima in stile teologico, poi tradotto in stile ciceroniano. Ec- colo in stile teologico: « lesus Christus, verbum et Filius aeterni Patris, iuxta prophetias venit in mundum ac factus homo sponte se in mortem tradidit ac redemit ecclesiam suam offensique Patris iram avertit a nobis eique nos reconciliavit ; ut per gratiam fidei iustificati et a tyrannide liberati inse- ramur ecclesiae et in ecclesiae communione perseverantes post hanc vitam consequamur regnum caelorum ». — Ora segue la ti*aduzione ciceroniana : « Optimi maximique lovis interpres ac fllius servator rex iuxta vatum responsa ex Olympo devolavit in terras et hominis assumpta figura sese prò salute reipublicae sponte devovit diis manibus atque ita rempublicam suam asseruit in libertatem ac lovis 0. M. vi- bratum in nostra capita fulmen restinxit nosque cum ilio re- fi. SABBADmi, Ciceronianismo e altre questioni letterarie. 5 Digitized by VjOOQ IC — 66 — degit in gratiam, ut persuasionis munificentia ad innocentiam reparati et a sycophantae dominatu manumissi, cooptemur in civitatem et in reipublicae societate perse verantes, cum fata nos evocarint ex ha e vita, in deorum immortalium consortio rerum summa potiamur ». — È una graziosissima satira delle esagerazioni ciceroniane; e Nosopono, il malato di ciceronia- nismo, non può tenersi dal riderne anche lui. Trattare gli ar- gomenti sacri in questo modo, dice Erasmo, sarebbe come disfare un mosaico che rappresenta il ratto di Ganimede e rifare coi medesimi pezzi l'arcangelo Gabriele. Il Ciceronianus sollevò grandi proteste e indignazioni, com'era da aspettarsi, in Italia e fuori. Fuori e specialmente in Francia si era menato scalpore e gridato allo scandalo per un confronto che Erasmo avea, nel catalogo degli eruditi, fatto tra il Badie e il Budeo; confronto, siamo giusti, veramente fuor di luogo e fuor di proposito, perchè il Badie infinfine non era che un libraio e un raffazzonatore e più spesso sconciatore di commenti, dovechè il Budeo era un ingegno di primo or- dine e originale» L'eco di queste ire, di questi scalpori si può cogliere minutamente nell'epistolario di Erasmo (1). Ma dove più -si gridò contro Erasmo fu in Italia e a Roma specialmente; il che egli avea però facilmente preveduto, perchè l'Italia era stata da lui direttamente presa di mira : « Ciceronianus meus non paucos offendit Italos, quod satis divinabam fere » (2). 11 Bembo e il Sadoleto si son tenuti in disparte e hanno sempre conservato un contegno amico ad Erasmo, da cui erano avuti in grand'onore, come mostra il giudizio ch'egli ne diede nel suo dialogo. Ma due dei più simpatici italiani erano stati da lui veramente malmenati in un modo indegno: il Fontano e il Sannazzaro. Egli li rimprovera di aver troppo paganeggiato nei loro scritti e in questo non ci sarebbe nulla di male; ma gli Italiani sì sono sdegnati di espressioni insultanti come queste: del Sannazzaro avea detto che il suo poema sulla (1) Epist., 969; 975; 982; 999; 1002; 1015; 1105, 1135. Gfr. Lenient, pp. 32-35. (2) Epist., 1082. Digitized by VjOOQIC — 67 — Vergine, se si considera come primo tentativo poetico di un giovane, può passare, ma per lavoro di un uomo serio gli va preferito il solo inno di Prudenzio sulla nascita di Gesù (1); e del Fontano diceva che preferiva, al solito, un inno di Pru- denzio a una nave carica di versi pontaniani (2). Il Florido, nemico acerrimo dei ciceroniani, ammiratore d'Erasmo, ma però sempre adoratore della bella forma, come tutti gli italiani, non potè tenersi dal confutare energicamente il grande critico straniero e dirgli chiaro e aperto che egli non si potea per- suadere che avesse scritto in quel modo, se non mosso da livore e, quel che è peggio, da invidia (3). In Italia e in Roma le vie, i crocicchi, i ginnasi, le chiese, i banchetti risonavano del nome nefando di Erasmo, com'egli stesso dice, e si facevano congiure di giovani per salvare l'onore di Cicerone: «Itali in me debacchantur sunt aliquot iuvenes male feriati qui conspirarunt in Italiae et Giceronis hostem » (4). Pietro Curzio, dell'accademia romana, scriveva contro Erasmo un libro (5); un certo Longo non adoperava contro di lui la penna, ma la parola e avea eccitato uno di Vratislavia a comporre contro Erasmo un libro, che faceva il giro di tutta l'Italia (6); e un libro contro lui si stampava a Milano (7). Erasmo in uno dei suoi proverbi avea scritto: « Myconius calvus, velut si quis Scytham dicat eruditum, Italum bellacem »; ebbene gli italiani aveano interpretato come offensive quelle parole, le quali provocarono un libro intito- lato : Defensiò Italiae adversus Era^mum, stampato a Roma e dedicato a Paolo HI. S'era sparsa a Roma una lettera, piena di scurrilità, finta di Erasmo; s'era pubblicato un libro col titolo: Cicero relegatus et Cicero ab exilio revocatuSy forse (1) Dialog. ciceronianus. (2) Epist., 899. (3) Floridus, Lection. succis., Ili, 6. (4) Erasm., Epist, 1279. (5) Ibi, 1276; 1296. (6) Ibi, 1277. (7) Ibi, 1288. Digitized by VjOOQ IC — 68 - di Ortensio Landi, nella cui prima parte si calunniava acre- mente Cicerone e nella seconda freddamente si difendeva; e un altro libro era in preparazione, che avrebbe portato il titolo di Bellum civile inter Ciceronianos et Erasmianos (1). In tutto questo tramestio Erasmo vedeva la mano e l'opera instigatrice, iniqua di Girolamo Aleandro: era sfato lui ad instigare Pietro Curzio a scrivergli contro (2); era stato lui a pubblicare prima un libello sotto il nome dello Scaligero (3) e poi un altro sotto il nome del Boleto (4). — Ma lo Scaligero e il Dolete erano stati veramente gli autori; di questi due dirò ora qualche cosa. Lo Scaligero e il Dolete rappresentano l'opposizione della Francia contro Erasmo. Comincio dallo Scaligero. Egli scrisse contro Erasmo due orazioni, che sono due invettive. La prima è del 15 marzo 1531, scritta da Agèn. Nell'introduzione lo Scaligero si scusa se non ha potuto confutar prima il dialogo d'Erasmo, « dialogus ille nefarius », perchè gli arrivò assai tardi. L'orazione si divide in tre pai*ti ; là prima è tutta una nera calunnia contro Erasmo; lo chiama rinnegato, parassita, correttore di stampe, spacciando ch'egli scrisse quel dialogo perchè volea distruggere Cicerone, dopo d'essersi fatto bello dell'imitazione di lui. Nella seconda parte ribatte le censure personali fatte da Erasmo a Cicerone; nella terza prova, contro le accuse di Erasmo, che Cicerone è perfetto. Ecco la ragione per cui dobbiamo seguir sopra ogni altro Cicerone: «non quoniam Cicero non posuit, damnabimus; sed quoniam dàm- nanda essent, ipsum non posuisse iudicamus » (5). — Non mi occupo degli epiteti ingiuriosi con cui egli chiama Erasmo: monstrum, helluo, neì)ulo, canis, parricida, carnifex; quello che mi preme avvertire è che in quest'orazione lo Scaligero non tratta la question dell'imitazione, ma fa unicamente l'apo- logia di Cicerone. Erasmo parlò di quest'orazione col disprezzo (1; Erasm., Epist., 1279. (2) Ibi, 1288. (3) IH, 1205, 1277. (4) m, 1288. (5) luL. Gaes. Scalig., Orat., I, p. 30. Digitized by VjOOQIC che meritava, dicliiarando che con tal gente, che adoperava gli insulti invece degli argomenti, egli non combatteva e che del resto nemmeno era questione che gli apparteneva, perchè egli non avea combattuto Cicerone, ma i ciceroniani (1). Per vendicarsi di questo disprezzo lo Scaligero scrisse nel 1535 un'altra orazione, che è più ancora della prima un'invettiva personale e che perciò non ha interesse per la nostra storia. L'odio dello Scaligero non molto dopo pare siasi smorzato; infatti nel 4 maggio 1536 (2) scriveva da Agen all'Onfalio, che gli aveva chiesto di £ar la pace con Erasmo, di esser pronto a farla e sinceramente, protestando ch'egli si mise in quella polemica non per odio personale, ma per difesa di un prin- cipio. Non so quanto sia da credere a una simile protesta; ad ogni modo la riconciliazione dello Scaligero non arrivò a tempo, perchè Erasmo era morto. Più interessante è il libro del Boleto (3) contro Erasmo, quantunque anch' egli mischi vergognosamente le ingiurie e gli insulti alla discussione. È in forma di dialogo, che si sup- pone avvenuto a Padova tra Simone di Villanova e Tomaso Moro, e fu stampato nel 1535. Esso comprende due parti prin- cipali; la prima è una difesa del Longolio, che il Boleto crede essere stato posto in caricatura da Erasmo sotto il nome di Nosopono. In questa prima parte anzitutto difende il Longolio, dicendo fra le altre cose che alla religione cristiana hanno recato maggior danno le uggiose e importune dispute di Erasmo, Lutero e compagnia, che non tutta la paganità dei ciceroniani. Indi mette a confronto il Longolio con Erasmo, mostrando la superiorità dello stile di quello su questo e giudicando sfavo- revolmente ad una ad una tutte le opere di Erasmo. Nella seconda parte del libro si discute diffusamente sull'imitazione, la quale è necessaria all'uomo e che il Boleto divide in tre parti: imitazione di parole, di sentenze, di composizione. (1) Erasm., Epist,, 1277. (2) luL. Gaes. Scalig., Epist. et Orationes, pp. 302 sgg. (3) Steph. Doletus, De ciceroniana imitai, adversus Erasm. prò Chr. Longolio dialogus ; Lyon 1535. Digitized by VjOOQIC — 70 — Parole: di tutti gli autori latini il più perfetto è Cicerone, « purissimus linguae latinae fons, flumen, oceanus ». Cicerone ha parole per qualunque sia ordine di idee; quelle che non troveremo in lui, prenderemo da altri autori, ma non ci al- lontaneremo da lui, flnch'egli ci serve. Gli altri si leggano per l'erudizione, Cicerone sopratutto per la parola. Badisi però che non meritano nome di ciceroniani quelli che sanno appena riprodurre qua e là quattro locuzioni ciceroniane, sbagliando, se occorre, la grammatica: «ciceroniani nomen ei tribuam qui Ciceronem diligenter legerit, qui Ciceronem intus et in cute noverit, qui Ciceronem una lectione non vorarit aut absorpserit, sed sensim delibarit, degustarit, regustarit, exhau- serit, beneque concoxerit ». — Sentenze: le sentenze derivano a noi più dalla natura, che dall'imitazione; ma in Cicerone troveremo l'arte di esporle, di vivificarle, di adattarle ai sin- goli luoghi ; imparata quest'arte, anche quelle che desumiamo da lui possiamo invertire e modificare, da parer cosa nuova ; « in quo imitando quid impedit quin auriflcum industriam atque artem aemulemur? an si a te bracteam illi accipiant, non eam, si libet, sic immutant ut nihil formae pristinae maneat? » — Composizione: anche la prosa deve avere il suo ritmo e in questo è sommo maestro Cicerone; da lui impa- riamo il temperamento delle vocali e delle consonanti, delle sillabe lunghe e delle brevi, gli stupendi effetti dell'antitesi. Seguitando quindi il Boleto a rispondere alle obbiezioni fatte da Erasmo nel Ciceronianus, mostra come Cicerone sia atto a tutti gli ingegni e a tutti gli argomenti : le condizioni della vita moderna non sono press'a poco le medesime dell'antica? « tulliano eloquio qui abundet, latum habet perpetuo campum in quo tuUianam phrasim apte commodeque et profundat et explicet ». Scrivendo di cose sacre, le parole che non si tro- vano in Cicerone si desumano giudiziosamente da altra fonte, ma non. si perda mai di vista l'efl^ìcacia, la robustezza, la pru- denza, l'acutezza ciceroniana. Cicerone stesso tolse per la filo- sofia parole dal greco : « ciceroniana imitatio verborum reli- gione non continetur ». Né ci si dica che il ciceroniano manchi di varietà; come il cuoco sa dare vari sapori alla medesima carne, cosi noi possiamo adattare a mille diversi argomenti il Digitized by VjOOQIC — 71 — materiale linguistico di Cicerone : « qui in Cicerone versatur, eadem semper verba usurpet necesse est, sed ad rem susceptam ita diverse accommodata ut simul latine, pure, eleganter, proprie, apte, ornate, copiose, denique tulliane loquatur et varie, ut nihil repetitum aut plus semel dictum iudices ». Anche imitando Cicerone, nulla ci impedisce di formarci uno stile personale e che sia la vera espressione dell'animo nostro: « auferetne liberam quae sentimus et animo agitamus dicendi atque scribendi facultatem divinus ille romanae eloquentiae parens, cum nos verborum copia, schematum cumulo, senten- tiarum gravitate, numerorum oratoriorum suavitate instruit? » Quanto alla corruzione dei libri di Cicerone, il Boleto osserva che ormai per opera dei grandi critici, il Valla, il Poliziano, il Budeo, il Longolio, furono restituiti alla loro primitiva ge- nuinità; e quanto finalmente alla paganità dei ciceroniani, nota che sono tutt' altro che pagani il Sa dolete, il Bembo, il Longolio. Si deduce dal lungo e assai noioso dialogo che il Boleto era ciceroniano, ma non fino alla superstizione, giacché egli am- mette che si possano adoperare parole di Terenzio, quando siano appropriate alla prosa, e di altri scrittori, purché siano di quelle ammesse alla cittadinanza romana, né per troppa antichità, come il vino, inacidite; e che T imitazione cicero- niana non consiste tanto nelle parole, quanto nell'arte : « Cice- ronis imitatio non tam verbis constat, quam artis expressione diflOinitur neque ciceronianus videtur qui anxie magis verba Ciceronis emendicat, quam reliqiias illius virtutes in dicendo sequitur » (1). Producono effetto veramente comico due intestazioni di let- tere messe a riscontro dal Boleto, per mostrare la differenza tra lo scrivere misurato e parco del Longolio e la verbosità d'Erasmo. Intestazione del Longolio: « Christophorus Longolius Francisco Valesio regi salutem ». Intestazione d'Erasmo: « In- clito, virtutibus omnibus illustrissimo victoriisque inflnitis cla- rissimo atque omnium potentissimo Ferdinando Bohemiae regi (1) J}e ciceron. imitatione, p. 119. Digitized by CjOOQIC — 72 — sef*vus humillimus et vermiculus terrae pauperculus monachus Erasmus retócto post tergum cuculio reverenter et cum omni humilitate sai. plur. dicit ». Contro il Boleto, il caeritus Alcmaeon, difese Francesco Florido il criterio stilistico d'Erasmo. Divide rettamente la lingua latina in tre periodi: Tarcaico con Plauto per rappre- sentante; il classico con Cicerone; e il periodo di Plinio, nel quale comincia la decadenza. Gli autori tutti del secondo pe- riodo e i migliori del primo e del terzo devono essere presi come modelli di scrivere latino, badando però di non arrivare più giù di Quintiliano; ma se faccia di bisogno, è meglio ado- perare una parola anche di Lattanzio, di Boezio, che designare l'idea con una troppo lunga perifrasi. L'imitazione del solo Cicerone è una pazzia ignota agli antichi, i quali imitavano, e Cicerone stesso ne è una prova, non un solo, ma i migliori. E seguita ripetendo i medesimi argomenti d'Erasmo e accen- dendosi di quando in quando di ira contro il Boleto, degno, com'egli dice, di essere soffocato lui nello sterco, che chiamò sterco tutti gli autori latini, meno Cicerone. Volendo cercare le ragioni per cui vomitò quella sua tragoedia contro Erasmo, ne trova due: l'una di farsi un nome, attaccando un illustre letterato ; l'altra di garantire lo smercio dei suoi commentari della lingua latina, i quali essendo stati compilati sulle rac- colte ciceroniane di Roberto Stefano (1) e del Nizolio (2), avrebbero perduto ogni valore se fosse invalso il principio eclettico propugnato da Erasmo. In queste sue note il Florido provoca il Boleto: tutto il suo dialogo, egli dice, non è che una filza di ciance vane e insulse; «quae.nisi vera sunt, habebit ipse se purgandi locum, si et nostro de vulnero san- guinem sequi credet et eodem mihi quo illi pretio sai perhi- betur » (3). Questo scriveva il Florido nel 1539; l'anno appresso il Boleto rispose alla provocazione con un libro intitolato: (1) RoB. Stephanus, Latinitatis thesaurus^ 1536. (2) NizoLius, Giceronianus apparatus et in Ciceronem observationes , 1535. (3) Fr. Florid., LecHones succis,, I, 2 e 4. Digitized by VjOOQIC — 73 — De imitatione ciceroniana adversus Floridum. Si compone di due parti: nella prima riassume quanto dell'imitazione avea scritto nel dialogo contro Erasmo; la seconda è un'invettiva temeraria, invereconda, nella quale chiama barbaro il latino del Florido, lo accusa di immoralità e di furti letterari. Infine si trovano alcuni epigrammi, di cui eccone uno per saggio: Quid Floridus? comedo, heUuo, lurco, venter, ganeo^ gerro, invidia, maledicum, iners, bardus, terrae pondus inutile, dolus, scelus, pestis. n Florido replicò molto più moderatamente del suo avver- sario con un opuscoletto mìì\jcAdi\/ò:\Adversus Boleti calumnias, stampato nel 1541 a Roma, nel quale lo taccia di aver cam- biato, come si dice, le carte in mano, pei*cbè doveva parlare di imitazione e invece parlò dei nemici di Cicerone; ora il Florido si protesta anzi ammiratore di Cicerone e che per difenderlo incontrò non poche inimicizie. E qui finisco, perchè con questo strascico di lotta tra il Dolete e il Florido s'è già oltrepassato l'anno della morte di Erasmo, la quale avvenne nel 1536. Con la morte sua sostò la guerra ciceroniana e sosto anche io. La guerra si rinnovò qualche tempo dopo fra gli epigoni: il Ramo dall'una parte, il Garpentario e il Perionio dall'altra, e più tardi fra il Ricci, il Camerario, il Lipsie ed Enrico Stefano (1); ma quelle lotte non hanno più importanza ; gli anticiceroniani e i ciceroniani ripetono argomenti e insulti che noi già conosciamo da un pezzo. Ormai tutte le maniere stilistiche del periodo degli uma- nisti sono esaurite; m inaugura una nuova fase della lingua latina, che fu e forse sarà per sempre l'ultima, in cui essa accolse le nuove parole delle lingue moderne e diventò lingua scientifica universale. Il regno della forma, il ciceronianismo era inesorabilmente finito con la metà del secolo decimosesto ed era tempo che la forma cedesse il posto alla sostanza. Pro- duce grande impressione, ma non inaspettata in chi ha seguito le vicissitudini del ciceronianismo, sentirne la condanna pro- nunciata pacatamente e con sicura convinzione da quel grande (1) Lbnient, pp. 50-64. Digitized by VjOOQIC — 74 — ingegno che fu il Mureto, il quale del resto fu uno dei più felici ed eleganti cultori della forma latina. Egli che altrove avea chiamato gazze e pappagalli i ciceroniani (1), in una let- tera del 1556 ragionando della corruzione dei testi antichi afferma che il lavoro veramente durevole e apprezzato dai posteri è il lavoro di emendazione e dilucidazione dei classici, è la critica dei testi; e che del gran plauso, che ottennero gli eleganti latinisti del principio del secolo e lo stesso Bemho, non dura nemmeno l'eco: chi legge oggidì quei poemi, quelle orazioni, quelle epistole tanto afiTettate nella forma? chi prende più in mano i libri del Bembo? di lui sopravvive ancora qualche lucubrazione intesa ad emendare i testi antichi, ma nuiraltro(2). È una condanna severa, ma giusta e tanto più grave e solenne, quanto è più autorevole lo scrittore che Tha profferita. Il regno della forma è finito e quello della critica comincia. Ciò che del resto in tanto rimescolio di passioni, d'ire, di partiti, come si son veduti in questo ultimo periodo del cice- ronianismo, più d'ogni altra cosa ci fa meraviglia, è la calma sicura e il silenzio dignitoso di Erasmo; non rispose a nessuno; l'obbligo suo era compiuto: lanciò il libro nel mondo; guardò tranquillamente all'effetto che vi produsse e tacque. Forse gli rincrebbe vedersi dai più scambiata la questione; egli aveva combattuto l'imitazione ciceroniana e gli avversari l'aveano accusato di movere guerra a Cicerone: in una questione di principio si era voluto vedere una questione personale. Erasmo volle dare una testimonianza di affetto a Cicerone e una sod- disfazione agli avversari; e vegliardo, appena due anni prima di morire, cosi scriveva nella prefazione alle Tusculane: « Me vero, tametsi iam vergente aetate, nec pudebit nec pi- gebit, simulatque extricaro me ab bis quae sunt in manibus, cum meo Cicerone redire in gratiam pristinamque familiari- tatem, nimirum multis annis intermissam, renovare menses aliquot. » (1) MuRET., Orai, et Epist, I, p. 152; II, p. 64; cfr. I, p. 274; e Yariae Lectiones, XV, 1. (2) MuRET., Orat, et Epist, II, p. 158. Digitized by VjOOQIC — 75 — IL Sul coniar nuovi vocaboli latini. Il nuovo indirizzo letterario iniziato genialmente dal Pe- trarca si oppose naturalmente sin dal principio alla barbarie medioevale e quindi ai barbarismi della lingua latina; e dal latino scolastico a quello del Petrarca ci è difatto un abisso, n Petrarca attingeva il suo latino a purissime fonti: a Cice- rone, a Vergilio, a Livio; vi si trova un po' troppo di Seneca; ma che si potea pretendere dal fondatore della miova latinità? E cosi di barbarismi e di neologismi non va scevro nemmeno il Petrarca; ma bisogna dire che ne ha molto meno di qualche scrittore che venne dopo di lui e che trovandosi in condizioni letterarie migliori avea l'obbligo di adoperare un latino più puro. D'altra parte la questione non fu posta e nemmeno sor spettata dal Petrarca, il quale in questo riguardo faceva, non disputava. La questione fti posta poi e ciascuno o tacitamente la presupponeva risoluta a modo suo o espressamente la trat- tava, dandole quella risoluzione che più credesse opportuna. Il campo si divise in due partiti: l'uno di quelli che ammet- tevano si potessero coniar nuovi vocaboli latini ; l'altro di quelli che assolutamente non l'ammettevano. C'era poi il partito dei conciliatori, che cercava di mettere d'accordo le due opinioni estreme. I due partiti estremi hanno anche la loro ragione storica nei due principali periodi dell'umanismo: l'uno il pe- riodo dell'originalità, che va fino oltre alla metà del quattro- cento; l'altro il periodo dell'imitazione. Nel primo di questi periodi gli umanisti aveano bisogno di nuovi vocaboli, perchè a loro la lingua latina era lingua viva; del volgare, che disprez- zavano, non si servivano; la lingua latina si adoperava nelle orazioni, nelle corrispondenze, nelle scuole, nelle conversazioni; è perciò naturale che nel continuo maneggiarla essa non re- stasse sempre pura; e dall'altra parte per quanto fossero ro- mani in tutto non potevano affatto sottrarsi all'azione del vol- Digitized by VjOOQIC — 76 — gare, che aveano succhiato còl latte, e al contatto col volgo, che di latino non ne sapeva ; e poi l'influenza del secolo loro dovea pur farsi sentire, né potevano esser tanto pagani, che del loro tempo non restasse in essi traccia alcuna. Si aggiun- geva poi la genialità di qualche umanista, che a nessun patto avrebbe rinunziato, anche adoperando una lingua morta, a trasformarla del suo, in modo da imprimerle una impronta originale ; e quindi a coniar nuovi vocaboli e a piegar la sin- tassi a nuovi costrutti. Chi avrebbe potuto negare a Poggio questo diritto? Glielo negò Fetà posteriore; ma quell'età non era più originale, essa viveva tutta d' imitazione, la quale toccò il colmo coi cicero- niani, che non ammetteano nei loro scritti nessun vocabolo, se non era di Cicerone. Non si può negare che tanto in Poggio quanto nel Bembo, corifeo dei ciceroniani, troviamo i due estremi; ma hanno tutti e due la loro ragione storica. Del resto se noi dovessimo giudicare fra i due, sceglieremmo Poggio: qui abbiamo la lingua latina che ha trovata una nuova forma, la quale storicamente ha tanto valore quanto ne ha quella delle orazioni di Cicerone e quella della genesi nella Volgata. Non sarà male sentire come la presente questione è risoluta da un umanista stesso e sceglieremo, p. es., il Florido (1). Ecco come la discorre il Florido: « nostro seculo vehementer Inter doctos ambigitur liceatné bis temporibus novas voces inducere. » Il Pontano, Ermolao Barbaro, il Gaza si sono presa una certa libertà nel formar nuove parole: chi li biasima, chi li loda. Il partito moderato invece ritiene che si possano ap- plicare nuovi vocaboli solo alle nuove idee: « rebus tantum recens emergentibus nomina indi posse; » e biasima quelli che al tempo nostro chiamano le cose con nomi diversi dei ro- mani. Che sinché la lingua latina era viva, la si poteva ar- ricchire di nuovi termini; ora è impossibile; eppure i latini stessi in questo erano assai cauti. E qui il Florido con molti esempi mostra quanto parco fosse Cicerone neir ammettere nuovi vocaboli, anche dove la lingua latina ne avea di biso- (1) Apologia in ling. lai. calumniatores, pp. 68-71 . Digitized by VjOOQIC — 77 — gno. Del resto, conchiude il Florido, quando vi sia assoluta necessità di coniar nuove parole, si mitighino con le seguenti formole: ut ita dicam; sic dixerim; si licei dicere; quodam- modo; permittite mihi sic. Voglio ora dare un saggio di neologismi, che ho notati qua e là a caso, leggendo le opere degli umanisti. Non è che un saggio e nemmeno ordinato secondo un criterio prestabilito, ma cosi come viene. Sarebbe facile accrescerlo di assai, ma non avrebbe grande importanza, giacché a confermare il fatto bastano le prove seguenti: Poggio. — In una sola lettera, al Niccoli, si trovano i se- guenti neologismi: quindena (femminile singolare); certificare; frustecula; vendantur; solemniis (ablativo); insigniis (abla- tivo); exemplariorum; circumvicini; abiet (per abibit)\ digni- ficare; lihruncula castratelli; decoMrum. Antonio da Rho. — Ecco i neologismi che si trovano nel suo libro De imitatione: aliqualis; aliqualiter; appodiare; diversimode; avisare; bancaìia; tregua; ridiculose; parifor- miter; intrinsecus, extrinsecus (aggettivi); respoliatus; phi- locaptus; induciari ; parvissima ; inflteri; defiteri; complices; rancor; unu^quisquelihet; pelliparius ; pensionarius; instan- tia (nome); praesentialiier ; recommendaticius;Yiperia; tri- butar; granellum; deitas. Valla. — Il Valla stesso, Tacerbo e instancabile persecutore degli scrittori che ammetteano barbarismi, e lo sanno appunto i due citati di sopra, Antonio da Rho e Poggio, ammette neo- logismi anch' egli e proprio nel libro dove meno ce lo aspet- teremmo, cioè nelle Eleganze. Ecco quanti ve ne ho trovato: deornamentum; asciticius; substantivare ; ignorative; tra- ditu dignissimus; per subintellectionem; pra^animosus; qui persicasus est. — Altre parole o rare assai o usate in altro senso : magis momentosum per maioris momenti ; digesti- bilis; modifìcatus. — Del resto è difficile coglierle il Valla, da questo lato, in fallo; che altro ci sarebbe da dire sulla pu- rezza del suo stile, alla quale però non teneva gran fatto. Ognibene Leoniceno. — Aptitudo; moderniores; apostro- pìiare; correspondere ; virtuosus; intrinsecus (aggettivo) si incontrano nel suo commento al Laelius di Cicerone. Digitized by VjOOQ IC — 78 — Giorgio da Trebisonda e Teodoro Gaza. — Costoro nelle traduzioni dal greco dovettero foggiare nuovi vocaboli, per supplire in qualche modo alla ricchezza greca. Ecco come dice del Trebisonda il Poliziano: « libros eos(gli Animali di Ari- stotele) sic Georgius Trapezuntius luculente vertit, ut vel red- ditis quae apud veteres invenerat vel per se ójenuo fìctis ex- cogitatisque vocabulis latiam prorsum indolem referentibus, vitio factum nostro primus, ut opinor, iuniorum docuerit, cur ipsi minus multas quam Graeci rerum appellationes habea- mus » (1). E di Teodoro Gaza scrive Ermolao Barbaro (2): « is si diu- tius vixisset, linguam latinara hac quoque parte lòcupletasset ». — n Giovio (3) lo loda, perchè seppe con molta finezza fog- giare nuove parole latine: « Hisiorias Aristotelis de anima- libus et Theophrasti de plantis ita latinas fecit ut romanae linguae facultatem, cum nova vocabula solerter eflìngeret, audaci sed generosa translatione locupletarit ». — Cosi adoperò Ermolao Barbaro, il quale « instrumentum verborum incude nova fabricatur », come dice il Poliziano (4); anzi confessa egli stesso di avere coniato del suo una decina di vocaboli nella versione di Temistio. « Quoniam negari non potest incidere in philosophia locos, quibus explicandis fingere aut novare quae- dam necesse sit idque et M. TuUius et omnes veteres conce- dunt Decem summum circiter verba opere toto comperies, quae arrepta de foro dici non possint atque horum etiamnum aliqua iam latinis auribus trita desumpsimus, aliqua ipsi pe- perimus » (5). Un composto da lui foggiato è cupedivora. In Pomponio Leto il Poliziano ha notato: grcueulaUm et sturmatim (6); nel Poliziano, che pure è tanto esatto, io ho trovato: brevtusculus ; funditator; lignipes; ineliqualitus; superductidus ; pulpiterius ; reformidabilis; abstrigiUo; exemr plarius. (1) Miscellan., 90. (2) PolitiaNm Epist, lib. XII. (3) Elogia doctor. vir., 26. (4) Miscellan., 90. (5) PoLiTiAN., Epist, lib. XII, p. 419. (6) PoLiTUN., Epist, lib. 1. Digitized by VjOOQIC — 79 — Beroaldo. — Questo autore è tutt'altro che scrupoloso; ma il suo stile è già una mostruosità anche per i contemporanei; sicché non è da far le meraviglie se egli conia vocaboli, p. es.: secretarius; compater; commater; galleria; sclopus; giran- dola. Talvolta però in descrizioni dove entrino oggetti moderni domanda il permesso. Fontano. — Nel suo dialogo Charon abbiamo questo diverbio tra Menicello (il grammatico Mancinelli) e Mercurio: Men. Ricordati di rimproverare acerbamente Antonio Panormita, che adoperò erroneamente il diminutivo epistolutta. Mere, E io, caro Menicello, a nome del Panormita ti rispondo che la lingua italiana non solo ha formato molti nuovi diminutivi, ma anche certi peggiorativi ; sicché io di incarico del Panor- mita ti saluto per grammaticonem. — Il Fontano perciò am- metteva i neologismi, guidato specialmente dall'analogia della lingua italiana: fenomeno questo di grande importanza; e più di tutto i suoi neologismi sono, com'egli stesso per bocca di Mercurio afferma, diminutivi. Ne scelgo alcuni dall'altro suo bellissimo dialogo, VAntonius: pilleatulus , suffarcinatulus, fritillus, frustillum, anaticulus, superstiliosulae, hirquitulus. Altri neologismi, tratti dal medesimo dialogo: asserena scit, campana, labirynthipleayia (attribuito al Panormita), prae^wm- ptonem, septicipitem, perpallavit, evomius. Si noti poi questo passo, dove si parla del fracasso notturno di Euforbia mere- trice: « clamat, inclamat, frendit, dentitonat, hinnifremit, rixatur, furit; veru, pelves, patinas iaculatur, Utionatur, can- delabratur: novis enim vocibus novus beluae huius furor ex- primendus est. » Nelle sue poesie poi, dove con una originalità non conosciuta né prima né poi, se si eccettui forse il Poliziano, innestò sul vecchio tronco latino il nuovo e vegeto pollone italiano, ricor- rono più frequenti i neologismi. Ecco qualche esempio: lube isthaec tibi basiem labella Succiplena, tenella, mollicelJa. Suge, canam tibi naeniolam : ne naenia nonne Nota tibi, nate, est naenia naeniolaì Digitized by VjOOQ IC — 80 — intortis tantum laudata torallis. Brasiculisque apioque ferum nucibusque coronant. Eppure il Fontano tanto largo con se di iieologismi^ era inesorabile con gli altri. Mi basta riferire la critica da lui fatta a Leonardo Bruni , per la nuova parola coincidentiay adoperata nella significazione di iato. Quale scrittore usò mai questa parola? domanjia il Fontano; non è latina certo, né se fosse latina significherebbe quello che il Bruni vuole. Ma sup- posto che ci fosse, dovrebbe derivarsi da cum e incido: o è incido da caedo^ che vale tagliare, e questo non ha che fare con l'iato di due vocali ; o è incido da cado, che vale urtare contro, e nemmeno questo verbo può riferirsi a due vocali che si incontrano. Si aggiunga che il cum non si prepone mai a verbi composti già con la preposizione in; quindi non si dice coinvenio, coinhaereo, coinTidbito, coindoleo, coinfero e simili. Fa eccezione coinquino ; ma inquino o è un verbo semplice, o^ se è composto, le sue parti non si discernono; e il verbo cunio infatti, da cui vogliono alcuni grammatici deri- vare en^w^no, non era in uso nemmeno al tempo di Cicerone. Io per me credo, conchiude il Fontano, che gli antichi dissero non coinquinare ma conquinare, come convenire, conferre e che per rozzezza dei tempi da conquinare si sia fatto coin- quinare. Sarebbe dunque più tollerabile il Bruni, se avesse scritto concidentia, da concido, composto di cum e co/lo ; quan- tunque neppure il verbo cadere si potrebbe applicare all'in- contro delle vocali. Tanta scrupolosità del Fontano mostra, non foss' altro, due cose: runa che gli umanisti prendevano molto in Sul serio la questione del coniar vocaboli nuovi; l'altra che nel coniarli tenevano grandissimo conto dell'analogia. (1; PoNTAN., Be Aspiratione, li, 1. Digitized by VjOOQIC — 81 — HI. Lotte fra i Latini e i Oreci. Per quanto gli umanisti italiani abbiano promosso lo studio del greco, non si può negare che essi erano e si sentivano sopratutto latini; e il Petrarca chiama solitamente nostri i Latini in contrapposizione ai Greci (1). Ma questo sentimento innato e comune negli Italiani, che erano i Latini nuovi, per motivi particolari fu tramutato ben presto in gelosia fra Latini e Greci. I Greci che venivano di Costantinopoli erano ordi- nariamente rozzi a petto dei colti Italiani e nella loro rozzezza molto presuntuosi. Gli Italiani se ne giovavano, perchè aveano bisogno della loro lingua, ma non poteano tenersi dal disprez- zarli (2),. e coglievano qualunque occasione per contraddirli, come si vede dal seguente fatto, che è raccontato dal Picco- lomini. Ugo Benzi da Siena, famoso medico e destro dialettico, una sera in Ferrara invitò a una cena, alla quale assisteva anche il marchese Nicolò, tutti quei filosofi greci che si tro- vavano allora in quella città con Eugenio papa per il con- cilio (1438). Il Benzi, finita la cena, seppe destramente tirar la discussione su alcune proposizioni, in cui appunto Platone e Aristotele divergevano, offrendosi di difendere quella delle due parti che i Greci presenti impugnassero. I Greci accet- tarono, ma dopo una disputa accanita di parecchie ore il Benzi ad una ad una confutò vittoriosamente tutte le loro pro- posizioni. « Che nelle arti della guerra — soggiunge il Picco- lomini — e nell'onor delle armi i Latini abbiano superato i Greci, è fatto antico; al nostro secolo era riservato anche di superarli nella scienza e in ogni ramo di dottrina » (3). Noi (1) luL. ScHÙCK, Aldus Manutius, p. 12. (2) PoNTAN., Opera, Lyon 1514; pp. 171-172; cfr. Burckhardt, La Ri- nascenza italiana, trad. francese dello Schmitt, Parigi 1885; I, p. 241 e nota 1. (3) Aeneas Silv. Piccolom., Opera, Basii. 1571 ; pp. 450451. R. Sabbadiui, Ciceronianismo « altre questioni letterarie. 6 Digitized by VjOOQIC — 82 — non ci facciamo mallevadori della veridicità del Piccolomini in questa narrazione, ma teniamo conto del sentimento, di che fa splendida testimonianza. E allora possiamo imaginare il re- more che deve avere menato il Poliziano, « eius gentis (graecae) ingeniis infestus » (1), del trionfo ottenuto sul greco Galcondila, il quale dovette ritirarsi dall'insegnamento e più tardi da Firenze, quando vi professava il Poliziano, che oscurò e mise a tacere il rivale (2). E il Poliziano che delle proprie lodi non è mai parco a se stesso, se ne gloria in una lettera al re Mattia. « Questo solo dirò, che io professo da parecchi anni lettere latine con gran plauso, come tutti sanno; e non basta, ma anche lettere greche alla pari coi Greci, il che non so — mi si perdoni l'audacia — se sia toccato a nessun altro Latino da mille anni a quest'oggi » (3). E i Greci non la perdonarono mai al Poliziano, che non osando attaccarlo vivo, lo calunniarono in mille modi dopo morte: « nam fumantem vivi leonis nasum nemo impune te- tigit », dice il Barth (4). Fra gli autori* latini il più stimato dagli umanisti italiani e il più osteggiato dai Greci era Cicerone. Il Petrarca, che nel profferire un giudizio sulla preminenza di Cicerone o Demostene si tenne di solito riservato, lo disse poi chiara- mente nel Trionfo della Fama: Quest' è quel Marco Tullio, in cui si mostra Chiaro quant' ha eloquenza e frutti e fiori. Dopo venia Demostene, che fuori È di speranza ormai del primo loco. Non ben contento de' secondi onori (5). Il Boccaccio, seguendo ed esagerando, com'era suo costume. (1) lovius, Elogia^ 28. (2) Ihi, 38, 29. (3) Meiners, Lebensbeschreibungen etcZùrich 1795-1797; II, pp. 121-122. (4) Ibi, p. 177. (5) III, 19-24. Digitized by VjOOQIC - 83 — i giudizi del Petrarca, ripeteva con Valerio Massimo, che Cice- rone superò tutti gli oratori antichi e oscurò la gloria di Platone, Eschine , Demostene. E già Seneca diceva che in Ci- cerone Roma rivaleggia con la Grecia e la vince. Brunetto Latini lodava Cicerone come il più grand'oratore del mondo, li miex parlans hom du monde, e un grammatico contem»- poraneo del Petrarca e da esso citato lo chiamava il dio del- l'eloquenza (1). Dietro queste considerazioni sarà più agevole intendere l'in- teresse e l'accanimento che posero gli umanisti nella celebre e pur tanto infruttuosa — come troppe altre — questione suirèvTeX^X^ict aristotelica. La suscitò l'Argiropulo, bizantino, il più dotto forse fra i Greci venuti in Italia, ma bisbetico, vanitoso, intrattabile e troppo famoso come bevitore e man- giatore (2), il quale, per dare sfogo alla sua smania di mordere, attaccò un giorno l'autorità di Cicerone, sdegnatosi che avesse scritto che la lingua greca è più povera di vocaboli della lingua latina : « nos non modo non vinci a Graecis verborum copia, sed esse etiam in ea superiores » (3); e volle dimostrare, per rivendicare il dovuto onore ai Greci, che Cicerone era un asino (4), e che ignorava non solo la filosofia , ma anche la lingua greca. L'assunto era un po' difficile a provare, ma l'Argiropulo colse Cicerone véramente in fallo, sull'interpre- tazione della èvTcXexeia aristotelica, che Cicerone confuse con èvòeXéxeia, spiegandola perciò come una continuata motto (5); dovechè èvreXéxeia, dice l'Argiropulo, significa perfectio, con- su7mnatio. Del medesimo parere dell'Argiropulo è il Filelfo (6), suo grande ammiratore. (1) HoRTis, Studi sulle opere latine del Boccaccio^ Trieste 1879; pp. 441-442. (2) P. lòv., Elogia, 27. (3) De finibus, III, 2, 5. (4) P. lov. Elogiay 27. (5) Tusculan. disp., I, 22. (6) Philelph., Epist, Venezia 1502, p. 264 e 94. — Del resto sul- révT€Xéx€ia o èvò. si scrivono dissertazioni ancora oggidì; cfr. Jahres' bericht fùr Alter thumswiss., XIII, Jahrg. 1S85, Heft I, Abth. 1, pp. 7 sgg. Digitized by VjOOQIC — 84 — Il Poliziano fece una vivace difesa di Cicerone (i), mostrando con le testimonianze di stima rese all' autorità di Cicerone dagli antichi, quale temerità fosse attaccare un si grand'uomo. Quanto alla questione del ò o del t nella parola èvieXe'xeia non potersi decider nulla, per il cattivo stato in cui sono i codici di Aristotele; e quanto airinterpretazione della parola, se Cicerone avesse voluto darle una nuova significazione, chi gliene farebbe colpa ^ uomo dotto e autorevole com'era? Del rèsto Cicerone conosceva tanto il greco, ch'egli ha saputo tro- vare che qualche parola latina , p. es. convivium , esprime meglio l'idea della corrispondente greca (JuilittócTiov e che di qualche altra, come zneptus, i Greci non hanno affatto la cor- rispondente. . Ma al Poliziano più che la difesa particolare di questa ac- cusa, sta a cuore la questione generale, che è questione di nazionalità : « vix dici potest quam nos aliquando, idest latinos homines, in participatum suae linguae doctrinaeque non li- benter admittat ista natio (graeca). Nos enim quisquilias tenere • litterarum, se frugem; nos praesegmina, se corpus; nos puta- mina, se nucleum credit ». E si sdegna nel pensare al tempo ch'egli era scolaro dell'Argiropulo, quando accoglieva religiosa- mente come oracoli tutte le scempiaggini che colui gli con- tava. Ora però che se ne è accorto, mette in sull'avviso tutti i latinisti: « meas esse partes et item cuiuscunque latini pro- fessoris existimavi Ciceronis gloriaro, qua vel maooime contila Graecos stamus, etiam vice capitis omni contentione defen- sare ». Più tardi, nel maggio del 1494, il Poliziano ne scriveva in proposito a Pico della Mirandola (2) , a cui domandava il proprio parere sul modo di scrivere la parola èvieXe'xeia. E prima ne avea scritto anche ad Ermolao Barbaro, al quale questa parola rubava i sonni e che sul modo di scriverla opi- nava che la forma originaria fosse col ò e che nell'attico poi assumesse il t (3). (1) Miscellanea^ 1. (2) PoLiTiAN., EpisU, Xll, 1. (3) Ibid. Digitized by VjOOQIC — 85 — Trattò la questione poi in favore delFArgiropulo il Budeo (i), il quale dice del Poliziano che combattè TArgiropulo « magis ut se ostentaret, quam causae fiducia fretus ». Contro il Budeo lottò Francesco Florido (2). Il Florido divide in due la que- stione. Prima dimostra che ai Greci mancano, secondo il giu- dizio di Cicerone, alcune parole che hanno i Latini, come inepius e innocens; e si ride di tutte le parole greche che il Budeo tentò di sostituire a quelle due latine cioè àvdpinocyToq, àireipÓKaXo^ , àTri0avo<j, (JKaió^, jLidTaio<j, depuri^, àireoiKÓ^ a ineptus; oiKaKo^, €Òyviu|liujv, èmeiKfi^, òaio^, KaGapaeuwv a in- nocens. E seguita, adducendo esempi di Cicerone, a dimostrare che i Latini certe idee le esprimevano meglio dei Greci, come insania meglio che juavia, furor meglio che jtieXaTXoXia (3), aegritudo meglio che 7Td0o^(4), divinatio meglio che jaav- TiKf) (5). Passa quindi alla questione deirevieXexeia, ma tenendo altra via dal Poliziano, il quale si era accontentato di lasciare la questione in dubbio per la forma della parola, accordando a Cicerone il diritto di dare a quel vocabolo un diverso signi- ficato. Il Florido pare più sicuro della propria causa e vuol provare al Budeo che Cicerone ha benissimo interpretato la parola e che èvieXéxeia non è altro che la forma attica di èvbeX^X^ici. Da ultimo la questione AeWineptus , delVinnocentia e del- rèvT€Xéx€ia fu trattata anche da Cesare Scaligero in una lun- ghissima lettera e che pure non è intera (6). La lettera è divisa in tre parti : nella prima discute minutamente i vari significati delle parole aptus, ineptus e delle corrispondenze greche, che furono proposte. Nella seconda in riguardo della parola innoceniia^ di cui i Greci non hanno la corrispondente, sciorina una lunghissima serie di vocaboli latini, di cui il (1) De Asse, Venetiis 1522; 1, pp. 9-12. (2) Apologia ling, lat, pp. 65^7; 71-75. (3) Tuscul disp., Ili, 11. (4) Ibi, III, 7. (5) De divinai., I, 1. (6) luL. Gaes. Scalig., Epist et oraiion., Lyon 1600; pp. 413475. Digitized by VjOOQ IC — 86 — greco non possiede gli equivalenti. La terza, che dovea trat- tare deirèvT€Xéx€ia, è quella appunto che manca. Lo Scaligero conosce la questione come fu dibattuta dalPArgiropulo, dal Poliziano, da Ermolao Barbaro e dal Budeo; ma non mostra di conoscere l'articolo del Florido. I detrattori di Cicerone erano, come abbiamo veduto, i Greci, con a capo FArgiropulo; Teodoro Gaza ci aveva anche la sua parte (1), e con lui Giorgio da Trebisonda, il Marnilo e il Musuro, « quibus invisus est Cicero », come dice Erasmo (2). Giano Lascaris avea pure composto tre epigrammi contro Ci- cerone (3) per vendicarsi dell'aver egli detto nelle sue Tuscu- lane {A) che i Romani furono più originali dei Greci, e due contro Vergilio (5), a cui non sapea perdonare di avere scritto: crimine ab uno disce omnes; e Umeo Danaos et dona fé- renies (6). Coi detrattori greci fecero causa comune gli stranieri e si è già veduto il francese Budeo difendere TArgiropulo. Il Budeo avea inoltre affermato che i Latini aveano preso tutto dai Greci e che mancavano d'ogni originalità (7). A questo bisogna aggiungere l'inglese Pacco, che nell'opera De docirinae fritciu pone, riguardo all'originalità, parimenti i Romani assai al di- sotto dei Greci, specialmente nella storia, nella filosofìa e nel- l'eloquenza (8). Tanto più dunque gli Italiani sentono che la difesa è proprio una questione di nazionalità. Cosi la intese il Poliziano, cosi il Pontano, ma più di tutti il Florido, il quale, mentre difende l'accusa parziale dell'Argiropulo contro Cicerone, mette insieme tutte le altre accuse contro i Romani e fa addirittura la difesa della lingua latina contro la greca, tirando in campo anche due antichi, Plutarco e Macrobio, quello perchè nel suo giu- (1) PoLiT., Miscellan, 1. * (2) Ciceronianus, Napoli 1617, p. 113. (3) Florio., Apologia, pp. 63-65. (4) Tuscul, I, 1. (5) Apologia ling. lat., pp. 80-86. (6) Aen., Il, 65, 49. (7) Florio., Apologia, pp. 76-79; cfr. -Lectiones sttccis., p. 2151 (8) Cfr. Lectiones succis., p. 130. Digitized by VjOOQIC — 87 — dizio su Cicerone gli nega ogni serietà, abbassandolo al livello quasi di un istrione; questo per i suoi sciocchi confronti tra Vergilio ed Omero ; a cui però scusa tante strampalerie, per- ché quando le scrisse era ubbriaco (1). Contro Macrobio avea già prima menata la sferza il Fontano nel dialogo Antonius (2); il Fontano lo chiama crasso ingegno, insulsissimo, cane abba- iatore e lo manda a scuola a imparare il latino, giacche sono barbare le forme: in digeriem concoquere; in memoriam atque in ingenium ire; in incrementum succrescere ; tale praesens hoc opus volo; noscendorum congeriem polliceri e simili altre, di cui condisce i suoi Saturnali, La difesa della lingua latina del Florido si risolve, com'è naturale, in un'apologia di Cicerone e di Vergilio, che sono i due più grandi rappresentanti della letteratura romana e quindi i più assaliti dai partigiani della letteratura greca. Veglio recare un saggio della difesa di Vergilio contro Giano Lascaris, che lo accusava di parzialità, perchè nel suo poema trattò male i Greci: timeo Danaos et dona ferentes. Il Florido mostra che veramente i Greci furono di mala fede e cita p. es. i loro storici che si fecero spacciatori di tante favole. Omero, se mai, s'avrebbe a dire parziale, il quale rappresenta i suoi eroi greci. Achille, Aiace e gli altri, di tanto superiori ai troiani , dovechè Vergilio fa che Turno , che è italiano e quindi suo connazionaje , tremi davanti ad Enea che è straniero (3). — Questo a titolo di sola curiosità ; come a titolo di curiosità reco il confronto istituito dal Florido tra Vergilio ed Omero : « Virgilius in hoc est Homero inferior quod antiquissimus hic vates posteris scribendorum poematum normam praefixit eamque oh causam melius de litteris quam quivis alius cuiuscunque ordinis scriptor meritus est. In re- liquis Homerus inventione, Virgilius cura iudicioque vincit; eruditio, elocutio aliaeque tam poeticae quam oratoriae vir- tutes in utroque pares sunt » (4). (1) Florio., Apologia^ pp. 56^2 e 86-95. (2) Venetiis 1519, pp. 79-83. (3) Apologia, pp. 80.86. (4) Ibi, p. 100. Digitized by VjOOQ IC IV. Sui giureconsulti antichi e sui glossatori medievali. Nel periodo del Rinascimento gli umanisti' e i giuristi, ap- partenendo ad un indirizzo troppo diverso, non potevano tro- varsi d'accordo. Gli umanisti, entusiastici ammiratori e ripro- duttori dell'elegante forma antica, doveano naturalmente guardare con disprezzo i giuristi che si perdevano in quel caos di suddivisioni, distinzioni, sottodistinzioni delle glosse,, scritte in un latino affatto barbaro ; e i giuristi alla lor volta, superbi della loro importanza nella vita pratica e delle ric- chezze che accumulavano con l'esercizio della loro professione, guardavano d'alto in basso quei vanagloriosi letterati, che mal pagati dai principi, si pascevano di belle frasi e di vuoto en- tusiasmo. Erano due classi di persone che rimasero estranee runa all'altra e che quindi si disprezzavano reciprocamente, senza conoscere quello che di buono vi era realmente negli uni e negli altri. Aggiungasi che più o meno quasi tutti gli umanisti erano stati da principio avviati dai loro genitori — naturalmente contro genio — a studiare giurisprudenza, la quale come la medicina arricchiva, dove che le lettere impo- verivano 0, come diceva il motto d'allora in voga, la medicina e la giurisprudenza davano i grani, le altre discipline davano la pula: Dat Galenus opes, dat sanctio iustìniana; ex aliis paleas, ex istis collige grana. Quegli umanisti pertanto, liberatisi dalla scuola di giurispru- denza e accostatisi alle lettere, serbavano verso lo spettro gio- vanile un po' di rancore , che sfogavano contro i giuristi , appena se ne fosse offerta l'occasione. Contro i giuristi scris- sero il Petrarca, il Boccaccio, il Bruni, Poggio. Perfino Enea Silvio Piccolomini tirò la sua pietra, il quale in una lettera Digitized by VjOOQIC — 89 — a Guglielmo de Lapide (1) racconta di un tal Michele, giurista impertinente, che per quattro ore lo intronò con un panegi- rico della sua scienza. Enea li chiama gente materiale, sciocca e matta, e riporta l'aneddoto di un Polini milanese, dottor di giurispi'udenza, che facendo riparare dai muratori una sua casa, mandatili all'ora di cena a mangiare, egli si mise a mi- surare le travi preparate per terra e trovatele oltrepassare la distanza da una parete all'altra, ne segò via il di più, non preoccupandosi come si sarebbero poi incastrate nel muro. Ma nessuno attaccò i giuristi di proposito e accanitamente come il Valla, il gran battagliero di quell'età (2). Mentr'era a Pavia, verso il 1431, un giurista gli espresse l'opinione che fosse da preferire Bartolo a Cicerone, rinfac- ciando ai letterati di curarsi più delle parole che del conte- nuto, più delle foglie che del frutto (3). E il Valla in una notte, senza aspettar tempo, scrisse un'invettiva contro Bartolo e il suo libro De in^ignìis et armisi insolentendo contro lui e tutti i glossatori famosi suoi pari, chiamandoli oche, ma non di quelle che custodivano il Campidoglio, bensì di quelle che schia- mazzano per la via, dando noia ai passeggeri (4); e istituendo un confronto tra Servio Sulpicio e Bartolo, cosi conchiude, scherzando sul doppio senso della parola ius: « ille non tam iuris consultus, quam iustitiae fuit; hic non iustitiae, sed iuriSj hoc est ì)rodii consultus est » (5). Anche nelle Eleganze (6) egli attacca i giuristi e i glossa- tori, vantandosi di sapere scrivere in tre anni delle glosse al Digesto più utili di quelle dell'Accorsi; frase che arieggia quella di Cicerone, il quale per scherzo si vantava di poter, se vi si fosse applicato, diventare giureconsulto in tre giorni (7). (1) Opera omnia, Basii. 1571, p. 619. (2) VoiGT, II, pp. 482-491. (3) Valla, Lucuhrationes etc; Lyon 1532, pp. 789-791. (4) Valla, ìH, p. 788. (5) Ibi, p. 801. (6) Praefht. libri III. (7) Gfr. Ambr. Travers., Epist.^ ed. Mehns, V, 18. Digitized by VjOOQIC — 90 — Ma mentre morde acremente i glossatori, è largo di lodi ai giureconsulti antichi per l'eleganza della loro lingua. In questa distinzione fra glossatori e giureconsulti antichi, che già si trova netta e chiara nel Traversari (1) e in Maffeo Vegio (2), il Valla si mette un poco dalla parte della ragione, perchè in realtà gli umanisti generalmente diceano male della giurispru- denza senza conoscerla; e il Valla lesse il Digesto. Lo lesse, ma non con intendimenti scientifici, hensi con intendimenti letterari, anzi grammaticali ; il che fa meritare in parte anche a lui quello che dissero i giuristi, e di allora e posteriori, agli umanisti, che cioè prima di sentenziare tanto sicuramente contro la giurisprudenza, avessero avuto la compiacenza di studiarla e impararla. Frutto della lettura del Digesto fatta dal Valla sono gli esempi, ch'egli qua e là cita dai giurecon- sulti antichi nelle sue Eleganze, e una polemica contro di loro, che riguarda la significazione e l'uso di una trentina di voca- boli e che occupa l'ultima parte del sesto libro dell' Eleganze stesse (3). Ecco come si introduce a questa polemica : « lusti- niani pace, sive Trebelliani et sociorum, nam lustinianus nec iura nec forsitan latinas litteras novit ». A difendere i giureconsulti antichi dagli attacchi del Valla sorse il famoso Andrea Alciati, il quale si studiò di dimostrare nel suo libro De verborum signifìcatione (4) false tutte le osservazioni che il Valla avea fatte sull'uso di quelle parole dei giureconsulti. Da queste polemiche è nato nel secolo XVI un libro molto noto allora, adesso dimenticato, di Francesco Florido, inti- tolato: De iuris civUis interpr elibus. Il libro si divide in due parti; nella prima il Florido difende i glossatori e qui combatte contro il partito del Valla; nella seconda invece fa l'apologia del Valla contro l' Alciati. Vediamo un po' par- ticolarmente il contenuto del libro , che non è dei meno (1) Travers., Epist., V, 18. (2) Prefazione al De verbor. significai.^ Cod. Ambros.j H 50 inf. (cfr. Sassi, Hist. typ. Ut. mediolan.). (3) VI, §§ 35.64. (4) Gap. IV. Digitized by VjOOQIC - 91 — caratteristici di quei tempi. Le fonti della prosperità di uno stato, comincia il Florido, sono le arti della guerra e la legis- lazione; e nelle une e nell'altra furono sommi i Romani. Toc- cato della superiorità dell'arte militare romana, viene alla legislazione, di cui tesse in breve la storia, dalle costituzioni regie e delle dodici tavole agli editti dei pretori, ai giurecon- sulti della repubblica e dell'impero (pp. 123-125); finalmente a Giustiniano, che, ignorante com'era, commise d'accordo con Triboniano quella scelleraggine , quel sacrilegio della compi- lazione del diritto civile, la quale fu causa che si perdessero le stupende opere dei grandi giureconsulti romani (pp. 125-126). Passa quindi a parlare dei glossatori, dall'Accorsi, da Bartolo e da Baldo, giù giù fino a Paolo Castrense, ad Alessandro da Imola, a Francesco Aretino e altri e si intrattiene lungamente e di proposito a difenderli, specialmente l'Accorsi e Bartolo, dalle accuse che loro lanciavano i suoi contemporanei, perchè la lingua di quei glossatori era barbara. Barbara sicuro, dice il Florido, ma bisogna tener conto dei tempi in cui scrissero ; del resto di barbarie oggi non se ne sente solo nelle scuole di giurisprudenza; entrate nelle scuole di filosofia e sentirete che mostruosità di parole, entrate -nelle scuole di teologia e vi vedrete leggere non Girolamo e Agostino, ma Occa e Gapreolo, entrate in una scuola di latino e udirete forse spie- gare non Cicerone e Vergilio, ma la grammatica di Antonio Nebrissense o di Despanterio Ninivita (pp. 127-128). E seguitando di questo passo, viene a provare anche la barbarie di Tribo- niano, di cui esamina questo periodo del proemio ai Digesti: « Imperatoriam maiestatem non solum legibus armatam sed etiam armis decoratam esse decet », spendendo cinque pagine (pp. 130-134) a dimostrare che né le parole, né le locuzioni sono latine e appropriate. Tornando alla difesa dei glossatori, per mostrare di che pelo siano i loro detrattori, prende l'esempio di Giovanni Fer- rari, che volendo correggere un errore dell'Accorsi, ne com- mette uno più grave (pp. 135-136). Del resto, conchiude il Florido, che si bandisca da ogni disciplina la barbarie, io l'approvo; ma nelle leggi é forza fare un'eccezione, perché se in ogni altra disciplina abbiamo autori classici latini che bastano al Digitized by VjOOQIC — 92 — bisogno, questo non possiamo dire delle leggi, nello studio delle quali ci sono necessarie le dotte glosse deirAccorsi, di Bartolo; <5he se non sono autorità inappellabili, sono autorità somme e allo studiò di essi non bisogna accostarsi se non dopo una ma- tura preparazione. E mi muovono a sdegno quei presuntuosi -che si credono, quando sanno quattro acche di latino, di po- tersi applicare allo studio delle leggi, quasi fosse cosa da gioco. Invece si preparino bene e poi si accostino rispettosamente alle leggi e se riusciranno a dar forma classica latina ai libri dell'Accorsi e di Bartolo, impresa del resto molto ardua, avranno fatto opera eccellente (pp. 137-138). La seconda parte del libro è più uniforme e meno interes- sante. Sono sessanta pagine (pp. 138-198), nelle quali il Florido difende le censure del Valla ai giureconsulti contro l'apo- logia dell'Alciati. Sono esaminate una per una tutte le parole discusse ; per ognuna di esse il Florido reca prima esattamente il passo del Valla, indi la confutazione dell'Alciati, finalmente ia propria difesa, nella quale egli spesso aggiunge esempi nuovi. Il libro finisce con un'invettiva contro Udalrico Zazió, che s'era pure dichiarato contro il Valla per le sue annotazióni ai giureconsulti. Il Florido dimostra che lo Zazio scrive bar- baramente (pp. 202-206). Se si possano leggere i poeti antichi. Ecco una delle più famose questioni suscitatasi da quando incominciò il rinascimento dell'arte e della poesia antica, alla quale subito mosse guerra la chiesa e sopratutto il mona- chismo; si può dire anzi che passò tutto il periodo abbastanza lungo del Risorgimento e la questione non venne definitiva- mente risoluta. Ogni umanista si sentiva ripetere la solita can- tilena , che la poesia antica è spacciatrice di frivolezza , di falsità, di favole, è dannosa alla morale, è raffreddatrice della Digitized by VjOOQIC - 93 — fede cristiana; e doveva adoperare o i soliti argomenti vecchi^ almanaccarne qualcuno di nuovo per mettere a tacere quelle querimonie monacali; con la certezza che nessuna delle due parti litiganti avrebbe persuaso Taltra e che la questione si sarebbe tosto dopo rinnovata. Io mi restringerò pertanto a pochi cenni. Già uno dei precursori del Risorgimento, Albertino Mussato, avea difeso la poesia con nove argomenti contro un frate (1). Il Petrarca poi, il vero restauratore della poesia, dovette più di una volta nella sua vita ritornare su questo tema. Egli oppone agli argomenti degli accusatori un Girolamo, un Lat- tanzio, un Agostino, che si dilettarono di poesia e che senza studiare gli scrittori pagani non avrebbero potuto combattere vittoriosamente la loro religione. Del resto le similitudini di Cristo nel Vangelo che altro sono se non una forma allego- rica della poesia? Starei per dire, soggiunge il Petrarca, che la teologia è la poesia di Dio (2). Ma il Petrarca era troppo sicuro di sé, era troppo superiore ai suoi accusatori, per ab- bassarsi ad intraprendere una difesa seria e ragionata della poesia; gli bastava di accennare, di ricambiare col disprezzo le nenie dei frati. Una vera e ampia difesa della poesia in- traprese il Boccaccio, alla quale egli consacrò • tutto il libro XIV della sua Genealogia. I nemici eh* egli combatte sono i giuristi e i monaci. Contro i giurisperiti (XIV, 4) egli fa va- lere queste ragioni , che i poeti, quantunque poveri, furono e saranno eternamente tenuti in grand' onore, dovechè i giu- risti con tutte le loro ricchezze vivono senza gloria; che inoltre i poeti considerando per quello che veramente sona i beni mondani, vivono in un aere sereno e puro, felici nella contemplazione dell' arte e per nulla ansiosi di perdere quel- r oro che i giuristi apprezzano e bramano tanto. Contro i fi- losotì e i teologi e i monaci, che senza essere mai entrati più oltre il limitare della vera filosofia, se ne fanno gli spac- ciatori e vanno girando, ipocriti , sotto abito onesto, con passa (1) A. Zardo, Albertino Mussato, Padova 1884, pp. 302-310. (2) VoiGT, 1, p. 29. Digitized by VjOOQ IC -« 94 — tardo e in atto di distrazione contemplativa, a illuminare il mondo e a mettere in discredito la poesia (5), contro costoro il Boccaccio ragiona cosi : Voi chiamate inutile e vana la poesia; ma essa è una vera facoltà, nata come le altre discipline dal grembo di Dio, e che nel mondo antico si fece banditrice di civiltà (6-7); voi chiamate i poeti spacciatori di favole e non considerate che la favola non è altro che un velo, che copre delle sublimi e utili verità (9-10) ; voi fate colpa ai poeti di amare la solitudine e i boschi e di essere quindi privi di ci- viltà e di costume e non pensate ch'essi nel silenzio medi- tano però seriamente le loro opere e che la natura nuda e semplice eleva la loro mente al cielo; che se fuggono la città e le genti, lo fanno « perchè ricusano comprare, come voi, la grazia e le lodi deir inerte volgo con la vergognosa e de- forme ipocrisia, non si curano di essere mostrati a dito dagli ignoranti, rifiutano di domandare e desiderare dignità, sde- gnano di camminare per i palazzi reali e diventare adulatori dei grandi per acquistare qualche beneficio, o per soddisfare meglio al loro ventre e godersi Tozio, né stanno dietro alle donnicciuole per trar loro dalle mani qualche danaro, onde acquistar con inganno quello che non possono coi meriti (11). » Voi ci dite che i poeti sono astrusi; e che forse i filosofi, che voi tanto portate alto, sono meno astrusi dei poeti? e lo Spi- rito Santo ha parlato sempre chiaro? e i sacri testi si deci- frano al primo leggerli? Il vero è ch^ a « snodare quei dub- biosi groppi bisogna leggere, affaticarsi, vegliare, interrogare » e non contentarsi di una boriosa ignoranza, come voi costu- mate (12). Chiamate bugiardi i poeti e spacciatori del poli- teismo, ma essi parlano per via di finzioni, che questa è la essenza della poesia, senza intenzione di ingannare, ma si in- vece di insegnare ; sono politeisti, ma chi gliene può far colpa, se non conobbero Cristo? ma poi in fondo in fondo la credenza in un solo Dio si trova anéhe in loro (13). Rimproverate ai poeti di essere lascivi e di rappresentar Giove sotto tante forme diverse: quanto alla prima di queste accuse non dovete di- menticarvi che sotto quelle apparenze lascive si celano utili e savi ammaestramenti ; e quanto alla seconda, che anche nella bibbia Dio è descritto sotto vari aspetti e che la Vergine si Digitized by VjOOQIC — 95 — onora sotto un gran numero di titoli diversi (14). Dite che i poeti sono eccitatori al peccato ; ma questo dimostra che non li avete mai lètti, perchè nella sola Eneide di Vergilio vi è da imparare una folla di virtù e di azioni e di massime ge- nerose (15). — Finalmente il Boccaccio mostra che non è pec- cato leggere i poeti, perchè anche vi si imparasse il male, peccato non è sapere il male, ma l'operarlo; e che se si pos- sono leggere i libri dei filosofi, non esenti di errori, e i fatti dei barbari e le perfidie degli eretici, senza commettere pec- cato, si può senza peccare leggere anche i poeti. L' autorità di Q-irolamo che chiamò i versi dei poeti cibo dei demoni, tanto dagli avversari citata, non aver valore, perchè dalle opere di Girolamo consta ch'egli stesso era lettore assiduo dei poeti (18). Né aver valore l'autorità di Platone, che bandiva dalla sua repubblica i poeti, giacché si deve intendere ch'egli bandiva gli scostumati, come sarebbero Plauto e Terenzio e Ovidio, ma non mai i poeti come tali (19). Per mostrare dove arrivasse in quella gente l'odio contro i poeti, il Boccaccio racconta che mentre leggeva nello studio pubblico il Vangelo di S. Giovanni, essendosi incontrato nella parola poe^a, un vecchio venerabile per santità di costumi e anche d'una certa dottrina , « con la faccia accesa , con gli occhi infiammati e con più alta la voce del solito, tutto tremando, disse cose scel- lerate dei poeti. » Alla fine giurò che non avea veduto né mai voluto vedere libri di alcun poeta (15). Anche il Salutati difese la poesìa dalle accuse di fra Gio- vanni di San Miniato, il quale avea chiamato vanità delle vanità le dolci attrattive dei pagani, e che in bocca di un cristiano esse erano peccato e la peste dei costumi. Erano le accuse ribattute dal Boccaccio, ma il Salutati adoperò più virulenza del Boccaccio nella sua apologia, nella quale provava che anche la bibbia si serve dell'allegoria come i poeti, che i sensi riposti della poesia antica combinavano mirabilmente con la verità teologica e che la bibbia contiene oscenità e mostruosità come i poeti antichi (1). (1) VoiGT, Wiederbelebung, I, pp. 208-209. Digitized by VjOOQ IC — 96 — Contro un altro frate, Giovanni da Prato, ebbe da litigare, già ottuagenario, Guarino. Nel 1450 Giovanni dà Prato faceva il quaresimale in Ferrara, e avendo inteso che Guarino leg- geva anche in quei giorni Terenzio coi suoi scolari, si scagliò nelle sue prediche contro i lettori, i possessori, i compratori e i rivenditori degli scrittori antichi, ma più specialmente di Terenzio. Guarino gli mandò una lettera, dove coi soliti ar- gomenti che già conosciamo difendeva i poeti. Il frate gli ri- spose dimostrandogli che la teologia è la prima delle scienze e insistendo nel respingere i poeti lascivi. E la disputa fini li (1). Il Valla pura si fermò a ribattere minutamente il fatto di Girolamo, che i nemici degli studi classici tiravano sempre in campo. Il Valla prova quanta coltura classica vi fosse in Gi- rolamo e in generale in tutti i grandi luminari antichi della chiesa: Ilario, Ambrosio, Agostino, Lattanzio, Basilio, Gregorio, Grisostomo, i quali furono teologi eloquenti. E un teologo non eloquente, soggiunge egli, « in theologia impudentissimus est et, si id consulto facere se ait, insanissilnus ». Indi seguitando con la sua solita arguta mordacità, fa questo confronto tra i teologi antichi e i moderni: « quei vecchi teologi quali api che volano anche per pascoli lontani, mi sembra abbiano fabbri- cato del dolcissimo miele e della cera con mirabile artificio; i moderni mi paiono formiche, che rubato il grano più pros- simo che trovano, lo nascondono nelle loro celle ; io quanto a me non solo preferirei Tessere ape all'essere formica, ma torrei meglio militare sotto il re delle api, che guidare un eser- cito di formiche » (2). Enea Silvio Piccolomini smascherando parimenti questi « qui videri magis quam esse theologi volunt », mostra l'insussistenza dei loro argomenti e che fecero più male alla chiesa i teologi con le loro brighe settarie che non i poeti (3). Il pio Mancinelli rispose alle accuse contro i poeti antichi non con la discussione, ma con l'opera, e con un'opera vera- mente strana ; compose cioè un libro intitolato De arte poe- (1) VoiGT, I, pp. 558-559. — La risposta del frate si legge nella Bi- hliot Estense di Modena, Cod. 772, f. 10^. (2) Elegant. ling. lai, praefat. libri IV. (3) Aen. Silv. Piccolom., Opera, Basii, 1571, pp. 981-&82. Digitized by VjOOQIC — 97 — tica, nel quale raccogliendo numerosi luoghi dei poeti classici dimostra che non solo essi non nuocono alla purità della dot- trina cattolica, ma che anzi confermano tutte le massime dei dieci comandamenti e contengono la condanna dei sette vizi capitali. I passi sono ordinati comandamento per comanda- mento e per ogni vizio capitale. Un articolo scrisse contro gli accusatori dei poeti anche il Florido (1). Asseriscono, dice egli, che negli antichi poeti si leggono sole menzogne, che gllncauti, ingannati dalle attrat- tive della forma, prendono per verità; e recano l'autorità di Platone e di Girolamo. Ma Girolamo al contrario lesse molto i poeti; Platone li riprova solo sotto certe condizioni: del resto in che alto concetto non tiene egli Omero! I poeti antichi sono i primi luminari della civiltà e lo provano Orfeo e An-. fione. Comunque però sia, noi non dobbiamo leggerli per trarne argomento di fede cristiana, ma per diletto : possiamo seguirli in quelle massime che s'accordano con la nostra fede. Spesso certe imagini sotto il velo allegorico nascondono verità sublimi. D'altra parte Giovanni Grisostomo leggeva avidamente Aristo- fane, che non è certo il più moderato fra i poeti. E quanti scrittori cristiani dalla lettura dei poeti antichi non han tratto argomento a confermare i dogmi della nostra religione! In- fine, domanda il Florido, perchè vietano la lettura dei poeti e non dei prosatori, se anche questi ultimi sono pagani? e perchè molti autori cristiani hanno scritto in poesia? Altrettanto e più chiaramente si esprime, dove difende il Fontano e il Sannazzaro dall'accusa di paganità mossa loro da Erasmo. Che importa se sia pagano o cristiano, se paga- neggi no chi scrive, purché faccia opera d'arte? E se gli epigrammi del Fontano sono talvolta osceni, rispondo che gli epigrammi non dilettano, se non sono conditi d'una certa lubrica gaiezza. Quanto al Sannazzaro che nel poema sulla Vergine mischiò mitologia, il Florido soggiunge che quelle divinità, quei miti, quelle imagini pagane sono necessari ab- bellimenti della poesia e che chi vi rinunziasse, rinunzierebbe (1) Lectiones succis., Ili, 7. R. Sabbadini, Ciceronianismo e altre questioni letterarie. 7 Digitized by VjOOQIC all'arte. Gonchiude che « conduntur poemata ut nobis cum delectatione prosint, non ut ex illis Ghristi praecepta di- 5camus » (1). Né Cesare Scaligero, battagliero com'era, mancò di rompere la sua lancia contro gli accusatori dei poeti (2), ma se ne sbriga con poche parole e stizzosamente. I libri dei poeti ali- mentano la superstizione? ma senza superstizione non vi può -essere religione. Né i libri sacri sono più morali dei poeti; del resto tanto può essere nociva la poesia, quanto la storia. Fra i poeti però ve n'era uno, Vergilio, che veniva rispar- miato, perché si aveva un alto concetto della sua onestà e il medio evo n'avea fatto un profeta di Cristo. Il Boccaccio (3) dimostra quanti ammaestramenti si ricavino dai fatti e dalle massime dell'Eneide. Enea che esorta i compagni a perseve- rare, che espone la vita per la patria, che salva sulle spalle il padre, la sua clemenza verso Achemenide, la risoluzione di rompere i lacci amorosi di Bidone, la sua giustizia e liberalità verso gli amici e gli stranieri, la sua prudenza nel discendere all'inferno, gli eccitamenti alla gloria che sente da suo padre, la diligenza nel farsi degli amici, la fede nel conservarli, le pie lagrime versate su Fallante, gli ammonimenti che fa di quando in quando al figliuolo — tutto questo é scuola di mo- ralità. « Veramente se Vergilio avesse conosciuto e adorato Iddio, nessun libro si potrebbe leggere più santo del suo ». Eppure anche per Vergilio si facevano delle riserve. Nella disputa fra Guarino e Giovanni da Prato, Guarino gli doman- dava se Vergilio pure meritava di essere bruciato. Il frate gli rispose che Vei^ilio, considerato l'onore in che lo tenne Agostino, poteva eccettuarsi, a patto però di escludere la storia lubrica di Bidone (4). Ma la obbiezione che si faceva a questa storia al tempo del Boccaccio non era tanto di lubricità, quanto di falsità, perchè, (1) m. III, 6. (2) I. e. ScALiG., Epist. et orationes, Lyon 1600, pp. 409413. (3) Geneal., XIV, 15. (4) VoiGT, I, p. 559. Digitized by VjOOQIC — 99 — dicevano i monaci, Bidone fu casta e Vergilio la rappresentò violatrice della fede giurata al morto Sicheo. Non è cosi strana l'accusa, come è strana la difesa che ne fa il Boccaccio (1). Quattro motivi ragionevoli, egli dice, io trovo che indussero Vergilio à rappresentare In quel modo Didone. In primo luogo egli imitava VOdissea e néiVOdzssea il poeta comincia a un punto molto inoltrato dell'azione; indi fa approdare Ulisse al paese dei Feaci e ivi gli mette in bocca la narrazione delle avventure precedenti. Cosi dovea fare Vergilio; e quale luogo più opportuno di Cartagine poteva egli trovare, dove Enea ricevesse da Didone amichevole accoglienza? imperocché fino allora Enea aveva navigato tra i nemici greci. Ivi dunque può Enea sicuramente narrare le sue precedenti avventure. In se- condo luogo V Eneide rappresentando la lotta della virtù contro le passioni umane, le lusinghe di Didone erano adattatissime ad allacciare la virtù d'Enea e quindi il poeta ha una bella occasione di mostrare la gloriosa vittoria dell'animo di lui. In terzo luogo Vergilio volendo glorificare i Giuli e Ottaviano, non poteva farlo meglio, che mostrando la continenza e la for- tezza morale d'Enea. Finalmente intendendo Vergilio di ma- gnificare nelV Eneide il nome romano, non potea adoperare mezzo migliore che mettendo in bocca di Didone quelle famose imprecazioni allusive alle guerre tra Cartagine e Roma, dalle quali l'impero e il nome romano uscirono più forti e gloriosi. VI. Su alcune questioni d'ortografia. Ben presto gli umanisti si occuparono dell'ortografia latina, che non diede mai pace per quarantasei anni al Salutati, com'egli confessa (2). Niccolo Niccoli scrisse sull'ortografia (1) Geneal, XIV, 13. (2) VoiGT, n, p. 378. Digitized by VjOOQ IC — 100 — latina un opuscolo (1); tutti e due si occuparono specialmente dei dittonghi. SuU'ortografìa scrissero anche Guarino e il Tor- telli (2) e con molta lode il Barzizza, il quale compose un esattissimo dizionario ortografico, preceduto da un trattatello. Ma nessuno più genialmente del Poliziano si occupò di tali questioni, il quale ne tratta nelle Miscellanee (3) e nelle let- tere (4), mostrando, con la scorta delle iscrizioni e dei codici più antichi, che si dovea scrivere totiens, quotiens^ cottidie (5), adulescens, intellego, VergUius. Io mi limiterò a dire qualche cosa sulla questione delle parole miìii, lacrima e Vergilius. La questione del mihi è nata cosi. Un certo Antonio, gram- matico, avea rimproverato a Leonardo Bruni di avere scritto michi e il Bruni gli rispose con la seguente difesa, che io compendio: Dante, il Petrarca, il Boccaccio, Goluccio hanno scritto michi e V uso comune vuol cosi. Quelli che pronun- ciano miJii con l'aspirazione sono certi presuntuosi, che vo- gliono darsi aria di eruditi : « ostentare se volunt antiquarios , esse » ; a me invece sembrano giudei e caldei, i quali popoli parlano più con la gola che con la lingua e le labbra. E che anche i Romani seguissero non la ragione, ma l'uso, lo prova appunto l'avere scritto mihi, che per analogia con Ubi, sibi avrebbe dovuto essere mibt L'uso disapprova oggi quello che approvava ieri; gli antichi dicevano pessume, decumus, siet, posiverunt, coeravit, fadundum, etc. ; e noi invece pessima, decimus, sit, posuerunt, curavit, faciendum etc; cosi l'uso « nostrae vel superioris aetatis » vuole che a m.ihi si frap- ponga un e, che i latini stessi frapponevano in sicubi, necubi, alicubi. Quello che dico di mihi ripetasi anche per nihil ». — Fin qui il Bruni. Il Barzizza nella sua Orthographia alla voce nihil osserva che è invalso l'uso di scriver questa pa- rola col e, perchè la pronuncia comune ve lo fa sentire ; ma l'uso dover cedere all'arte; tutt'al più per non offendere (1) R. Sabbadini, Guarino Veronese e il suo Epistol., Salerno 1885, p.59. (2) VoiGT, II, p. 378. ^ (3) 77. (4) V, 2-3. (5) Gfr. p. es. Epist, VII, 32. Digitized by VjOOQIC — 101 — troppo bruscamente le orecchie potersi pronunciare il e con una leggera aspirazione, ma doversi tralasciare assolutamente nella scrittura. Quel che si dice di nihil valga anche per mihi. Il Fontano si prese poi la briga di ribattere minuziosamente e punto per punto tutto il ragionamento del Bruni. Comincia dal dire che l'autorità di Dante, del Petrarca, del Boccaccio, di Goluccio non vale, perchè di latino ne sapevano ben poco. Il Bruni chiama giudei e caldei quelli che pronunciano mihi con l'aspirazione: badiamo, dice il Fontano, che non sia un caldeo chi pronuncia michi, nel guai caso avremmo la con- sonante aspirata eh e il latino non ha consonanti aspirate, che sono proprie dei greci e dei barbari, ma solo vocali aspirate ; erano poi giudei anche i Latini, che pronunciavano vehemenSy comprehendo, traho etc? Del resto sull'autorità dell'uso bisogna andar cauti e intendere per esso il consenso dei dotti : perchè il Bruni non segui l'uso del volgo de' suoi tempi, che pronunciava mici e non michi? Né i Latini nel foggiar la parola mihi seguirono l'uso, ma la ragione, e la ragione era di evitar l'iato; e per questo nelle parole mihi, vehemens etc., hanno inserito la aspirazione h. Quanto all'a- nalogia che avrebbe dato miài, come tiM, io non la vedo, perchè sia pure che fra i casi obliqui mei mihi ws, tui Ubi te, ci possa essere , ma fra i nominativi effo e tu non che analogia non ci è nemmeno somiglianza. L'esempio delle pa- role pessum£y decumus etc., non vale, perchè altro è mutare una lettera, altro è aggiungerla, come in m^ichi. Finalmente in sicuN, necubiy il e fu inserito per distinguere queste forme quando sono unite e quando sono separate. n Fontano del resto per spiegare l'origine della pronuncia michi ammette l'influenza dei barbari, i quali aspiravano troppo fortemente le parole mihi e nihil per l'influenza dell'/, in modo che ne nasceva un suono che pareva un b; coloro che non sapevano rendere queir aspirata, pronunciavano come se veramente ci fosse un e. Lo stesso avviene per la parola Mahcrmet; che non potendo pronunciarla con l'aspirata, come gli Arabi, vi inseriamo un e e diciamo Machomet (1). (1) PoNTAN., De Aspir attorte, il, 1. Digitized by VjOOQIC — 102 — Sull'ortografia di lacrima abbiamo una lettera di Francesco Filelfo a Pietro Pierleoni (1) del 1437. Jl Pierleoni voleva sapere se lachryma si scrive con ^/^. Risponde il Filelfo che « il latino non ba aspirazione, ma che l'uso ve la ha introdotta nella lettera e, per renderne più forte il suono, come in irichoare, pulchruniy sepulchrum, lachryma^ quantunque irichoare, se si deriva da chaos (!), riceverebbe l'aspirazione dal greco. Lachryma nasce da ÒÓKpuov ; per lo scambio dei suoi d, l si confronti jneXerfiv e m^ditari. Gli antichi scriveano anche lachrumxx, non per analogia con optumus, maooumus, che diventarono poi optim^us, maodmus^ ma per una corrispon- denza molto frequente di suoni tra il latino e il greco, come fuga (puTd, tu tu, mus )iOg, sus \5g. Ma allora perchè toc/^r^/ma aspira e òàKpuov no? Non farà meraviglia a chi confronti STKupa am^hora, TpÓTiaiov trophaeum, ttùOio^ phythius, 8pKog horcuSf XapKÓ^ lurcho. L'aspirazione si trova talvolta anche nelle vocali, come mthiy ahenum, haUudnariy honus, heUuo ». Quanto a Vergilius, il Poliziano sosteneva questa forma , appoggiandosi alle iscrizioni e ai codici più antichi (2) e de- rivando il nome da vergUiae^ o da ver , e non da ^irga laurea, l'alloro, come faceano altri, perchè molti prima che nascesse Vergilio portarono il medesimo nome. Il Landino, maestro del Poliziano, accettò la lezione Vergilius (3), ma non la accettò Bartolomeo Scala, che ne scrisse al Poliziano (4), affibbiandogli la derivazione di questo nome da verert II Poliziano gli risponde (5) ch'egli non avea mai sognato una simile etimologia e che tutti i suoi conoscenti aveano accolta favorevolmente la nuova lezione. Ma alcuni, anche di molto posteriori al Poliziano, non l'accettarono e io cito qui il Flo- rido, che non si può indurre a scrivere Vergilius, solo perchè cosi si legge in una lapide (6); il Florido però, quando scri- (1) Fr. Philelph., Epist., ed. Meuccius, Firenze 1743, II, 31. (2) Miscellan.y 11. (3) PoLiTiAN., Epist, V, 3. (4) IH, V, 2. (5) Ibi, V, 3. (6) LecHones succis., 1, 6. Digitized by VjOOQ IC — 103 — veva questo, non dovea avere presente l'articolo del Poliziano^ il quale non si appoggia a una sola iscrizione. Inoltre si icbierò contro il Poliziano Celio Rodigino (1), il quale tiene Vìrgììius, perchè cosi trova scritto questo nome presso i Ctreci, p. es. nel commento d'Eustazio al 2° dell* Iliade e negli epigrammi greci dell'Antologia; cosi lo trov^a scritto anche presso Cecilie Minuziano che lo fa derivare da virgis, inter quas sit natus; e presso Calvo in quel verso: Et vates cui virga dedit memorabile nom.en latirea. Aggiunge a questi Tautorità di Prisciano ; né lo persuade del contrario il veder citata da Minuziano l'altra opinione, che fa derivare il nome Vergilius da vergiliae. YIL Suirallegoria dei poeti, specialmente di Yergilio. Il medio evo si era molto dilettato di allegoria, specialmente riguardo a Vergilio, che fra tutti i poeti amichi era rimasto sempre anche in quei tempi oscuri il più caro e il più noto. Le allegorie vergiliane furono raccolte in un sol corpo da uno dei più strampalati scrittori che registri la storia leicfi- raria, Planciade Fulgenzio, nel suo libro intitolata De conti- nentia vergìliana, cioè del contenuto vergiliano: libro mae- strevolmente esaminato dal Comparelti (2). I fondatori della Rinascenza , il Petrarca e il Boccaccio , preceduti in ciò da Dante col suo poema allegorico, furono partigiani passionati dell'allegoria. Per il Petrarca l' allegoria è V essenza della (1) Lectiones antiqime, VII, 4. (2) Virgilio nel medio evo, 1, 8. Digitized by VjOOQ IC — 104 — poesia : « è opera del poeta rivestire la verità di un bel velo, in modo ch'ella rimanga chiusa al volgo ignorante, non al lettore illuminato e dotto, il quale fatica sì a scoprirla, ma tanto più gli riesce dolce, quando V ha trovata (1). E sempre nelle egloghe e spesso negli altri componimenti sia in prosa che in poesia egli cela le sue allusioni politiche e i suoi più gelosi sentimenti sotto il velo allegorico (2). Partigiano dell'allegoria è anche il Boccaccio, il quale ri- tiene matti e ridicoli coloro che non ammettevano che sotto alle favole dei poeti antichi si celasse un senso profondo e dichiara d'aver composto egloghe, del cui sentimento egli solo è consapevole (3). Lo stesso dicasi del Bruni, che nella lettera intitolata De bonis litteris parlando delle lubriche storie d'amore dei poeti antichi dice : « quis adeo hebes est, ut non fictas res et aliud prò alio signiflcantes intelligat? » (4). E venendo alle allegorie vergiliane, il Petrarca ne tocca nei libri De otto reltgiosorum (5) e in una delle lettere se- nili (6), che si intitola: Delle morali verità nascoste nell'E- neide di Vergaio. In essa scrive : « in quel divino poema ben più sublimi di quello che apertamente si paiono e più impor- tanti verità volle ei nascondere sotto il velame de' versi suoi ». E venendo a un esempio, egli nei venti signoreggiati da Eolo ravvisa le passioni domate dalla ragione: che altro sono esse le cupe grotte, entro le quali i venti si rintanano, se non le ascose e recondite cavità de' nostri petti ove, secondo la dottrina diatonica, han loro albergo le passioni? La mole sovra imposta indica il capo, che Platone stesso assegnò come sode alla ragione. Enea è l' uomo forte e perfetto. Acato la compagnia preziosa d'uomini illustri, industriosi, solleciti (7) »-. (1) VoiGT, Wiederbelebung, I, p. 32. (2) VOIGT, I, p. 31. (3) Genealog., XIV, 10. (4) JuL. ScHÙCK, Zar Charakteristik der ital. Human., Breslau 1857, p. 2^. (5) JuL. ScHÙCK, ibi, p. 18, nota 16. (6) IV, 5. (7) HoRTis, Studi sul Boccaccio^ p. 395. Digitized by VjOOQIC — 105 — Il Petrarca, come racconta il Boccaccio (1), nel 1341 tro- vandosi a Napoli spiegò l' allegoria vergiliana al vecchio re Roberto, il quale si penti allora di aver tenuto in dispregio per Tavanti i poeti e volle tosto applicarsi allo studio di Ver- gilio. n Boccaccio riteneva che Vergilio nell'Eneide intese mostrare da quali passioni la fragilità umana sia turbata e con quali mezzi sia dall'uomo costante superata (2); p. es.: Didone è la concupiscenza, Enea la sua vittima, Mercurio, che lo richiama al dovere, è il rimorso della coscienza o la riprensione d'una persona amica (3). Chi è tanto ignorante, esclama egli (4), che leggendo nella Bucolica (VI, 31) quel passo namque canebat uti magnum per inane coacta o quest' altro nelVEneide (VI, 724) prìncipio caelum ac terram camposque liquentes non pensi celarsi nessun sentimento arcano sotto il velo favo- loso? non riconoscerà invece da essi la riposta filosofia di Vergilio, per la quale egli guidò Aristeo nei segreti della terra ed Enea in quelli dell'inferno? Un sistema di allegoria vergiliana troviamo già nella lettera del Filelfo a Ciriaco d'Ancona (5), della quale reco un copioso, estratto. « Tu vuoi sapere, scrive egli, a qual fine intenda Vergilio nell'Eneide, giacché non ti piace la solita opinione delle scuole, eh' egli abbia voluto imitare Omero e glorificare Augusto. Questo anche egli ha voluto, ma il suo spirito divino segue un più alto scopo. Rappresentando egli la vita con- templativa e r attiva , ha voluto mostrare con la sapienza e (1) Geneal, XIV, 22. (2) Ibi, XIV, 13. (3) Ibi, XIV, 22. (4) Ibi, XIV, 10. (5) Philelph. , Epist. , Venetiis 1502 , p. 2 con la data : ex Venetiis XII Rai. ianuar. 1427. Cfr. luL. Sghùgk, Zur Charakt., pp. 24-26. Digitized by VjOOQIC — 106 — il valore d' Enea in qual modo si possa conseguire in questo mondo il sommo bene. Le due vite sono indicate nel prin- cipio del poema, là dove egli dice di cantare le armi « virtutes hellicas et activas » e l'eroe « virtutes urbanas intellecti- vasque » ........ « Però egli non mantiene l'ordine tracciato nella proposi- sizione, ma canta prima le virtutes urbanae, indi le virtutes heUicae, E in ciò è stato più perspicace d'Omero, il quale prima nell'Iliade cantò il valore di Achille, poi nell'Odissea la sapienza e la prudenza d'Ulisse; poiché noi prima pensiamo, indi operiamo. Perciò nei primi sei libri dell'Eneide si tratta della vita tranquiUa, meditativa; negli altri sei della vita guer- resca, quantunque e nella prima e nella seconda parte si alternino cenni dell'una e dell'altra vita. Dicendo io che Ver- gilio descrive la vita umana, intendo l'unione della parte morale e della iSsica di essa. Perciò egli comincia con Giu- none, la regina e soprastante dei parti, e con Eolo, il reg- gitore dei venti, cioè dei desideri e delle passioni, giacché egli mollitque animos et temperai iras (I, 57). Ecco ora con quale brevità e ordine Vergilio ha descritto il corso della vita umana. Comincia col parto del bambino, il quale è molto pericoloso e a lui e alla madre. Perciò abbiamo in sul prin- cipio la tempesta, che però cede tosto dinanzi a Nettuno, perché appena il bambino è nato e quasi uscito dalle onde, la madre ed esso sono fuori di pericolo. « Nec enim absurdum cuiquam videri potest, si Neptunus a duobus verbis graecis veTv, quod est natare, et iTTdu), quod volare signiflcat, deduci adfirmemus. Nam quemadmodum tarditas parientis periculosa est, celeritas et quasi volatus in lucem levationem dolorum effert salutiferamque quietem. Nam quod rursus ad Aeolum spectat, aloXeiv agitare signiflcat et versare et variare, quae omnia ac similia humanae vitae competere ambigat nemo; vel Aeolus quasi Aeonolus, hoc est vitae deletio. Nam aluiv aevum vitamque signiflcat, òXeTv vero delere. Nascentibus enim om- nibus vitae discrimen interitusque imminet ». La infanzia poi, che arriva flno al settimo anno, passa tutta nell'alimentazione, il che é espresso chiaramente da quei sette cervi uccisi (1, 192). Alla infanzia succede la fanciullezza, che si diletta di rac- Digitized by VjOOQ IC — 107 — conti ; ed ecco il racconto della presa di Troia e degli errori di Enea. Segue l'adolescenza, in cui cominciano a svegliarsi gli appetiti ed ecco gli amori di Enea e Didone. Viene la gioventù, vaga di onore e di gloria ed ecco i giuochi coi loro premi. Alla gioventù tien dietro l'età del senno, che si dedica alla meditazione e alla ricerca della verità ; perciò è descritta la discesa all'inferno e tutto quello che i pitagorici e i pla- tonici hanno detto sull'anima umana e sulle cose celesti. Questo avviene nel sesto libro ; negli altri sei si rappresenta la vita attiva, quantunque qua e là vi sieno cenni alla giu- stizia e alla pietà. E come il principio comincia dalla nascita del bambino, cosi la fine della vita è la morte ; perciò oppor- tunamente finisce il poema con questo verso : « vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras (XII, 952). Cosi Turno, che si era dato all'ingiustizia e alla codardia, muore oscuro e ignobile; Enea, l'eroe giusto e valoroso, risplende di eteriia gloria ». Lo sviluppo più compiuto, più dettagliato, più mostruoso di questo sistema, lo ha dato il famoso paladino dell'allegoria vergiliana nel periodo del Risorgimento, Cristoforo Landino. Il Landino era uno dei principali membri dell'accademia pla- tonica di Firenze, che fu la grand' officina delle allegorie e nella quale, con a capo il Ficino, riducevano ad allegoria tutto il paganesimo e la dottrina platonica, per metter l'uno e l'altra in buona armonia col cristianesimo. Le allegorie vergiliane si trovano in due opere del Landino. L'una è il commento a Vergilio, dove fra una congerie indigesta di note d'ogni argo- mento e d'ogni colore si dimostra che V Ene^ rappresenta la conquista del sommo bene. Dell'altra, intitolata Disputa- tiones Camaldulenses, ecco come discorre il Villari nella stu- penda introduzione all'opera sul Machiavelli (1).. «Nella state del 1468 li troviamo (i platonici) nel delizioso convento dei Gamaldoli, andati colà per godere il Cresco e fare le famose dispute camaldolesi. V'erano Lorenzo e Giuliano de' Medici, Cristoforo Landino e suo fratello Alamanno Rinuccini, L. B. Al- (1) Firenze, 1877, 1, p. 180. Digitized by VjOOQIC — 108 - berti, allora venuto di Roma, e M. Ficino. Dopo aver sentita la messa andavano all'ombra sotto gli alberi della foresta ed ivi il primo giorno disputarono sulla vita contemplativa e sulla attiva, l'Alberti sostenendo con argomenti assai comuni do- versi preferire la prima; Lorenzo de' Medici invece opponen- dogli che l'una e l'altra sono del pari necessarie. Nel secondo giorno si parlò del Sommo Bene ed abbiamo una serie di vuote frasi e di citazioni classiche. Nel terzo e quarto giorno l'Alberti dimostrò la sua platonica sapienza con un lungo com- mento su Vergilio, sforzandosi colle più strane allegorie di provare, che neW Eneide si trova nascosta tutta quanta la dot- trina platonica e tutta la dottrina cristiana, le quali in fondo sono per lui una sola e medesima cosa». E un trattato di filosofia platonica vede nelV Eneide Celio Rodigino, il quale citando un po' Platone, un po' Plotino, iin pò' arzigogolando del suo e in un latino per giunta orribilmente filosofico, si ingegna di spiegare l'allegoria vergiliana (1). Anch'egli se la prende come il Filelfo — ma più accanitamente perchè li tratta da matti — con quelli che riponevano lo scopo dell'Eneide nell'imitazione di Ometo e nella glorificazione di Augusto. « Se volete sapere, soggiunge egli, il vero scopo di Vergilio, ve lo dirò io. Vergilio, « scientissimus et Platonis mysteriis non leviter imbutus », non altro si propose che « philosophi definitionem suis voluminibus facundissime ac aliud agendo explicare ». Infatti Platone definisce il filosofo come amator Dei^ e gli assegna questo doppio ufficio: cono- scere meglio che può le cose divine; studiare le umane e ridurle alle norme della prudenza; nel primo si comprende la teorica, nel secondo la pratica. Prima dunque il sapiente medita e ricerca la natura divina del bene; quindi dirige i propri atti al bene, come a lor fine. A ciò due cose si richie- dono: l'una conoscere la natura umana e in qual modo ella possa guidarsi al bene e sottrarsi al male ; l'altra contemperare i nostri affetti in guisa che tutti siano rivolti al bene. E questo si ottiene con la virtù morale, che Platone intende sotto il (1) Lectiones antiquae, VII, 1. Digitized by VjOOQIC — 109 — nome di giustizia. In noi si trovano due specie di appetiti: i primi sono quelli suscitati da una causa esteriore, primachè l'anima razionale li richiami ad esame o discerna se siano da accogliere o da respingere ; i secondi quando l'anima dà il suo assenso. La virtù che comprime questi secondi appetiti, pro- clivi al senso, politica est ac dicitur; quella che non solo li comprime, ma anche li svdidìcsi, purgatoria nuncupatur; la virtù poi che non solo vince questi secondi, ma o toglie o tempera anche quegli altri primi, animi iam purgati virtus appeUatur Ora nei primi cinque libri àoiVEneide non altro si fa che dimostrare come il sapiente, segregato dalle cure mondane, purifichi l'anima con le yìviù politiche e purgatorie. Questo significa la fiera tempesta del primo libro, e il ban- chetto di Bidone, dove l'anima razionale abbrutendo per gli incentivi della passione e della carne si dimentica di sé stessa e si ravvolge nei piaceri corporei. Questi sono agitamenti d'un animo che si apparecchia alla lotta e si affretta verso l'ori- gine; il che è espresso in quelle parole: per tot discrimina rerum tendimus in Latin m, sedes ubi fata quietas ostendunt (I, 204-206). Per Lazio io intendo lo stato dell'animo già purgato, che è mondo oramai da ogni contatto terreno e di cui è propria, come dice Plotino, la conoscenza delle cose divine, l'oblio delle concupiscenze, l'imperturbabilità e un intimo commercio con la mente divina. Il sesto libro poi, tanquam, virgilianae do- ctrinae thesaurus longe clarissim^us, contiene la ragione della natura mortale e dichiara sotto figura poetica l'origine e la qualità dell'animo Qui sotto figura d'Enea che discende agli inferi noi contempliamo l'anima che va in questa parte del mondo, che i platonici chiamano inferi e antro di Dite: e lo provano i versi (VI, 268-269): ibant obscuri sola sub nocte per umbras perque domos Ditis vacuas et inania regna. Poiché la teologia antica intendeva il mondo col nome di Digitized by VjOOQ IC — 110 — spelonca; infatti la natura umida degli antri contiene il tipo e il simbolo di tutte le cose che sono nel mondo Gli ùltimi sei libri poi adempiono Tufflcio filosofico, in quanto riguarda alle virtù politiche, perchè l'uomo è animale socievole. Però Enea si agita ancora, imperocché si apparecchiava il passaggio u purgatoriis virtutibus ad eas quae animi iam purgati dicuntur, I desideri umani, che fanno guerra all'anima, ten- tavano di sopraffare Enea; questo significano le nascenti guerre. Tosto dopo però l'animo rinvigoritosi nel Lazio uccide Turno, fa tacere i tumulti, disprezza le cose umane e si tras- forma in Dio Perciò il poeta divino nuU'altro volle aggiun- gere all'opera sua e sono stolti quelli che la credono imper- fetta. Per Troia poi io non intendo l'infanzia, come fanno taluni, ma la parte inferiore del mondo, secondo che dice Platone nel Teeteto, che i mali non si possono espellere intie- ramente, bisognando che vi sia sempre qualche cosa contraria al bene ». Mi sono ingegnato di rendere più chiaramente che ho potuto questo enigma cabalistico, in confronto del quale quello dei Filelfo è una bazzecola; ma non so se io vi sia riuscito. Ad ogni modo questi enigmi sono la prova più chiara della fal- sità del metodo e della verità del metodo contrario. E il me- todo contrario c'era e si scorge dagli sforzi stessi del Filelfo e del Rodigino per confutarlo. Quel metodo spiegava V Eneide, forse troppo semplicemente, portando in campo Omero dal- l'una parte e Augusto dall'altra; e molto più in là per quei tempi difllcilmente si poteva andare; ma ci si tirava molto più da vicino, che con le astruserie platoniche e fulgenziane del Landino. Il partito contrario ebbe, se non un campione dichiarato, un illustre rappresentante nel Poliziano, il quale nei commenti avea lasciato il vezzo di allegorizzare e quantunque nella pre- lezione sopra Omero si risenta ancora l'influenza della scienza riposta che vedevano gli antichi in quell'autore, pure siamo ben lontani dalle intemperanze allegoriche dei Landiniani (1). <1) luL. ScHÙCK, Zur Charakt., p. 28. Digitized by VjOOQIC — IH — Vero campione invece di questo partito fu il Florido, il quale ammette bensì l'allegoria nei poeti, perchè altrimenti trove- remmo in essi troppe cose puerili e poco sobrie e perchè l'al- legoria aggiunge bellezza alle loro opere; ma non si deve eccedere. Allegorici, egli dice, sono Platone e più Omero e più ancora Ovidio e Dante. Chiama barbaro "Fulgenzio, delle cui sottigliezze si scandqjàzzava perfino il Boccaccio (1), ma più di tutto egli scatena l'ira sua contro il Landino in due brevi, ma acerrime invettive (2). Per dare un'idea dell'allegoria del Landino, reca questo saggio: « Enea, cioè l'uomo probo, tende all'Italia, cioè al sommo bene, il quale è riposto nella vita con- templativa. A costui è nemica Giunone, cioè l'ambizione di regnare, la quale cerca di traviare Enea dalla vita contem- plativa alla vita attiva. Resistendo egli però , Giunone gli su- scita contro per opera di Eolo la tempesta, cioè la ragione in- feriore; ma Nettuno, cioè la ragione superiore, non si lascia vincere da Giunone e calma la tempesta ». Naturalmente il Florido non si può tenere e manda il Landino a fare il sagre- stano. Ecco alcune frasi abbastanza energiche, con cui intra- mezza il suo giudizio: «insulsum Landini in scrutandis poetarum allegoriis ingenium»; «singularishominis stultitia»; «stupidum in explicandis allegoriis iudicium »; « allegoriae nimis super- stitiose, ne dicam stulte, petitae »; « amens rabula ea secum de allegoriis comminiscitur, quibus nihil a sano iudicio re- motius esse potest ». vni. Quale sia più grande fra i capitani antichi. H Petrarca, quantunque non molto apprezzato dagli umanisti ►me rimatore toscano, pure era sempre tenuto in gran come (1) Geneal., II, 52; IV, 23; VI, 7; XIII, 58. (2) Apologia^ p. 115; Lectiones succis., 11, 24. Digitized by VjOOQ IC \ — 112- rispetto e le sue poesie volgari venivano lette e suscitavano talora qualche piccola discussione, talora qualche questione più grave e più lungamente dibattuta, come quella che raccon- terò ora; a quale cioè fra i capitani antichi dovesse darsi la palma. Il Petrarca, nel Trionfo della Fama, lascia incerta la decisione tra Cesare e Scipione. Ecco i suoi versi; Da man destra, ove prima gli occhi porsi, La bella donna avea Cesare e Scipio ; Ma qual più presso, a gran pena m'accorsi. L'un di virtute e non d'amor mancipio, L' altro d' entrambi (1). Un altro confronto fa il Petrarca neW Africa (2). Scipione, Lelio e Massinissa dopo la battaglia di Zama si intrattengono conversando la notte. Scipione tesse il più grande elogio di Annibale e alludendo al giudizio di Annibale stesso, che si poneva terzo dopo Alessandro e Pirro (3), egli lo dichiara senz'altro primo fra tutti e superiore ad Alessandro tanto nelle imprese quanto nei costumi. « Chi non sa che Annibale è parco, semplice nel vestire, paziente del freddo e della fame; che Alessandro invece si ubbriacava, contaminava di sangue umano i conviti, vestiva sfeirzosamente alla persiana ? Quanto poi alle imprese Alessandro assoggettò l'Asia, ma era barbara; Annibale vinse in quattro battaglie consecutive i Romani, che sono il popolo più guerriero del mondo». — Si direbbe che il Petrarca ci mettesse un po' del suo in questo giudizio di Scipione e avesse una certa antipatia verso Alessandro e i Greci che lo esaltano tanto. Al dir di Scipione fu più illustre Annibale perditore a Zama, che Alessandro vincitore in Asia: licet omnis graecula circum obstrepat et testes inculcet turba libellos (4). (1) 1, 22-26. (2) Vili, 42-232. (3) Cfr. Livio, 35, 14. (4) 208-209. Digitized by VjOOQIC — 113 — Lelio però conchiude il colloquio, che Scipione vincendo An- nibale gli si mostrò superiore. Il confronto tra i capitani antichi era tutt 'altro che nuovo; ne aveano parlato Livio (1), Plutarco nella Vita di Cesare e Luciano nei Dialoghi dei morii; ma non si può negare che gli scritti del Petrarca abbiano contribuito a risuscitare la que- stione. E infatti la troviamo posta a Poggio nel 1435 da Sci- pione de' Mainenti (2), di Ferrara, confidente di Eugenio IV, poi dal 30 ottobre 1436 vescovo di Modena (3). Era amico di Poggio, con cui praticava in Firenze nel 1435, dove si trovava fra il seguito del papa. Scipione, pazzamente entusiasta del suo omonimo romano, non solo si occupava delle lodi di lui, ma obbligava a occuparsene anphe gli altri. In iUius (Scipio- nis) laudiìms te.., tempora terere et ut ai) aliis terantur seduto agere, gli scrive nel marzo 1436 il Sartiano (4), che gli rimprovera quel pazzo amore, che a lui sapeva di troppo pa- ganismo, sdegnandosi inoltre che in Italia uomini seri si ac- capigliassero per discutere simili questioni pagane, nacta per- quam pusilla occasione se invicem, lacessendi atque gravis- simis ne dicam, immundissimis conviciis insectandi. Poggio nella sua lettera scritta da Firenze, 10 aprile (5), esamina primieramente i giudizi degli antichi, indi la vita dei due grandi capitani e viene alla conclusione, che Scipione nella virtù e nella rettitudine fu molto superiore a Cesare, a cui non fu inferiore nella gloria militare e nelle imprese compiute. Pare la ripetizione del giudizio di Plutarco su Scipione e An- nibale: « questi due celeberrimi capitani non tanto sembrano paragonabili nelle virtù domestiche, in cui Scipione fu d'assai superiore, quanto nelle arti della guerra e nella gloria delle imprese operate ». Certo anche il nome dell'amico, Scipione, (1) 35, 14. (2) R. Sabbadini , Epistolario edito e inedito di Guarino Veronese^, Salerno 1885, p. 74. (3) Alb. a Sarthiano, Op., p. 271. (4) Ibi, episi. 43. (5) Opera, Basilea 1538, p. 357. R. Sabbadini, Ciceronianismo e altre questioni letterarie. 8 Digitized by VjOOQ IC — 114 — contribuì non poco a far risolvere Po^io per Scipione, anziché per Cesare. Non l'avesse però scritta Poggio questa lettera! Quando lo seppe Guarino, che allora era a Ferrara, ne fece la confuta- zione, che ha l'aria di un'invettiva, indirizzandola a Poggio e dedicandola a Leonello d'Este con una letterina, in cui tratta addirittura Poggio di calunniatore di Cesare: « exortus est Caesaromastix (1) ». Eccone il contenuto. Poggio avea chia- mato Cesare parricida linguae latinae. Non parricida, sog- giunge Guarino, ma litterarum eccpolitor et munditiarum parens, e cita l'autorità degli antichi ; mettendo in chiaro quanta cultura ci fu e dopo Cesare e sotto Angusto edurante l'impero, e come Cesare promosse molto gli studi. Né Cesare tolse le istituzioni repubblicane; le vere cause della rovina di Roma furono l'avarizia e il lusso. E se vi furono impera- tori iniqui, ve ne fu anche di buoni ; né Cesare é responsabile degli iniqui, come San Pietro non ha colpa dei papi malvagi che gli succedettero. Indi esamina l'adolescenza di Cesare e mostra, contro l'asserzione di Poggio, che in essa Cesare operò molto, che era indizio di animo forte e generoso. Perché va pescando Poggio tutte le accuse mosse a Cesare dalla mali- gnità e che sono naturalmente sospette, e tace il buono di cui si ha notizia sicura? Perché interpreta malamente azioni di Cesare, che considerate da un animo imparziale sono invece oneste? — Cesare si servì di largizioni per farsi eleggere con- sole: ma, lasciando le largizioni, cosa allora comune, chi ha or più merito dei due. Cesare eletto con tanta lotta, o Scipione eletto perchè ninno si presentava? Non vedo che si deva rimproverare a Cesare d'avere pro- posto il domicilio coatto dei congiurati, giacché non fu egli il solo, e Catone che lo osteggiò non era poi quell'irreprensibile uomo, che potrebbe parere. Ma si fece prorogare il comando della Gallia: e non pensi alla capitale importanza di quella guerra ? — Del resto Cesare in guerra fu clementissimo e umano. Ma si avvilì negli amori di Cleopatra : e Scipione non amò una (1) Vedi le fonti di questa lettera R. Sabbadini, Op. cit, n* 336 e 454. Digitized by VjOOQIC — 115 — serva? — Dici che fu poca gloria vincere i Galli imbelli; leggi il giudizio di Sallustio e mi saprai poi dire se erano imbelli. -— Da ultimo Guarino difende Cesare dall'accusa di essere stato il distruttore della libertà, mostrando che la libertà di Roma era già morta da prima e che Cesare fu anzi quegli che la difese. Conchiude che Scipione fu vir ì)onus, civispu- siUanimiSj imperator excellens; che Cesare fu chyis magna- rdmus.princeps prudentissimus, imperator exceUentissimus. La replica di Poggio non si fece aspettare; egli la indirizzò a Francesco Barbaro, che scelse arbitro della contesa. Con- fessa nel proemio di non sapersi persuadere, come mai Guarino abbia preso tanto in sul serio una questione trattata unica- mente per esercizio di ingegno, e che vi abbia mischiato tanta acrimonia. Indi risponde, una per una, a tutte le parti della lettera di Guarino. Cicerone, Vergiho, Sallustio, Orazio furono del tempo di Cesare, ma nacquero e ricevettero educazione al tempo della repubblica. Vi furono valenti grammatici sotto l'impero, ma tutti insieme non valgono una pagina di Varrone; dopo morto Cesare non si trova un comico come Plauto, un oratore come Cicerone; e questo dicasi pure dei filosofi, dei giureconsulti. Quindi Poggio raccoglie tutte le sue forze a di- mostrare con una lunga serie di testimonianze antiche l'as- surdità della proposizione di Guarino, che Cesare non solo non distrusse la libertà di Roma, ma anzi la promosse. La replica di Poggio è più moderata , caso strano invero, della confutazione di Guarino, il quale s'era preso tanto a petto la questione, perchè forse Leonello d'Este era ammira- tore di Cesare; cosi crede anche Poggio. Però i due conten- denti non stettero molto a tornar amici com'erano prima. Ma la questione continuò ancora. In favor di Scipione scrisse a Poggio una lettera Pietro dal Monte (1), e in favor di Cesare prosegui contro Poggio la polemica Ciriaco di Ancona, che prima fa parlar le muse in difesa di Cesare e in vituperio di Poggio, e indi mette in bocca a Mercmìo l'elogio di Cesare e dell'impero. Poggio gli scatenò contro una delle sue famose (1) Rosmini, Yiìa'di Guarino^ II, pp. 96 segg. Digitized by VjOOQIC — 116 — repliche, dove lo chiama uno sfacciato e disordinato ciancia- tore, uno scempiato, una cicala importuna, un matto vagabondo, un satiro barbuto, un asino bipede e somiglianti ingiurie (1). La questione che, quantunque posta a tacere per allora, dovette dibattersi pur sempre nei circoli letterari, prese pro- porzioni inaspettate nella prima metà del secolo decimosesto. Il Florido infatti ne fece un libro intitolato: De Caesaris prae- stantia, nel quale istituisce un confronto di tutti i capitani antichi. L'idea del lavoro gli dovette certo venire dal seguente passo di Plutarco nella Vita di Cesare: « sia che tu confronti con Cesare i Fabi, i Scipioni, i Metelli e i contemporanei suoi di poco anteriori. Siila e Mario, i due LucuUi e lo stesso Pompeo, la cui gloria in ogni genere di virtù militari supera gli astri, le imprese di Cesare vincono tutti, quale per l'asprezza dei luoghi, dove portò guerra ; quale per la vastità delle Pro- vincie soggiogate; quale per la moltitudine e ferocia dei ne- mici disfatti; quale per la fierezza e ferocia dei costumi che ammansò; quale per la clemenza e dolcezza verso i vinti; quale per la liberalità verso i soldati ; tutti poi per l'immenso numero delle battaglie e dei nemici uccisi ». Ora ecco l'esposizione un poco minuta dell'opera del Florido, che si divide in tre libri ed ha forma di dialogo. Interlocutori: il Florido, Arnoldo Arlenio Perassilo, a cui il Florido dava a vedere tutti i suoi scritti, Riccardo Seleio in- glese. La discussione si tiene a Bologna in casa di Bassiano Laudi piacentino, « in opaco pulchre censiti hortuli angulo ». 11 Laudi apre la discussione su argomenti militari e comincia dal dimostrare che la milizia antica era più perfetta della moderna (pp. 2-6). Il Laudi si occupava molto di Plutarco e seguiva le opinioni di quello nel giudicare dei capitani antichi. Libro I. — Comincia a parlare il Florido, il quale prima esamina le imprese esterne di Cesare e prende le mosse dalla conquista della G-allia (8-14), dalla quale passa alla guerra civile, alla guerra di Alessandria, di Africa e di Spagna (14-17). Quindi fa l'elogio delle qualità morali di Cesare. A nessuno furono resi si grandi onori come a lui; era soave e liberale. (1) VoiGT, Wiederbelebung, I, p. 340. Digitized by VjOOQ IC — 117 — amato dai soldati, laboriosissimo, osservatore della disciplina, esperto nel nuoto e nel cavalcare, oratore eloquente ed ele- gante scrittore e riformatore del calendario; conforta i suoi giudizi con quelli degli antichi scrittori (17-19). Finito il Florido, il Seleio sorge a mettere in chiaro le parti riprovevoli di Cesare : anzitutto Cesare mosse guerra civile a Roma, con minor ragione di Coriolano, che era stato offeso, e senza imitar l'esempio di Scipione, che sacrificò il suo amor proprio alla patria (19-20). Cesare fu impudico e lo prova con l'esempio di Nicomede e coi numerosi stupri con illustri ma- trone (20); Cesare trattò male la Spagna come questore (20-21), e in Gallia e in Roma spogliò templi (21); nel consolato si contenne un po' dispoticamente e lo sanno Catone imprigio- nato e Cicerone esiliato (21). Né la sua ambizione lo avrebbe mai indotto a vivere privato, come tu, o Florido, asserisci ; e se fu caro ai Romani, le cagioni ne furono le immense ric- chezze e i doni ch'egli loro acquistò e distribuì, specialmente ai soldati, ch'egli lasciava saccheggiare e adulava con il lusso e la rilassata disciplina (21-22). Quanto poi alle sue imprese. Cesare fu molto secondato dalla fortuna, come egli stesso con- fessa, spesso più temerario che valoroso; e se fece due spedi- zioni in Brettagna, fu per la avidità delle margarite (perle). Quanto al calendario lo riformò, ma non perfettamente, come dice anche Plutarco (22-23). — Comincia il Florido la sua re- plica dal ricapitolare la propria esposizione. Indi passa a con- futare il Seleio con una massima generale , che trattandosi della palma militare non entrano in considerazione i vizi, se ne ha avuti: che forse il valore di Annibale è infirmato dalla sua perfidia punica? (23-24). E ribatte partitamente le obbie- zioni , cominciando dall'oppressione della patria e si apre la via cosi: « at patriae beilum intulit: intulerit etiam parenti- bus; quid hoc ad rem? quid ad imperatoria industriam, feli- citatem, diligentiam ?» e mostra che alla guerra civile vi fu tirato a forza da Pompeo e che Cesare non avea mostrato sin da giovane questo suo intento di impadronirsi di Roma e che Pompeo mirava evidentemente egli al principato e che fra quello di Pompeo e quello di Cesare è da preferirsi da ogni savio quello di Cesare (25-27). Digitized by CjOOQ IC — 118 — QaBiiio airineontinenza, il Florido cerca, e con ragioni e con altri esempi, di mostrare che le sue pratiche impudiche con Nieomede furono una mera calunnia, sconfessata da quelli stessi che Taveano messa in giro : il Florido ci tiene molto a dimo- strare rinsussistenza di questa turpe accusa (27-28). Degli altri amori di Cesare con matrone il Florido non tien conto, « cum spadonem, non virum ah alienis uxoribus tam religiose absti- nere decuerit »; gliene farebbe colpa solo nel caso che quegli amori lo avessero distratto dalle sue imprese. Ma fargliene carico a cose quiete è voler trovare il pel nell'uovo. E poi una vita irreprensibile non era più possibile in Roma da Scipione in poi ; e i saccheggi e le largizioni e V imprigionamento di Catone e simili son cose comuni a qualunque impero (28-29). Ed è probabile che Cesare avrebbe deposta la dittatura; o non l'avesse anche deposta, l'avrebbe usata moderatamente e l'a- verlo ucciso fu non la più illustre, ma la più nefanda azione commessa in Roma, dacché era stata fondata (29-30). Sulla rilassata disciplina militare di Cesare nota che se fosse cosi, non avrebbe vinto tante battaglie; suU'ascrivere a fortuna le sue vittorie osserva che senza la fortuna non vi può essere sommo capitano; ma Cesare la seppe bene usare con la sua perspicacia ; sulla temerità nota come un duce in casi estremi deve prendere risoluzioni energiche e reca l'esempio di An- nibale (31-32). Dalla conclusione si comprende che le accuse di Selcio sono un puro esercizio rettorico, ma che esse erano realmente mosse dai calunniatori di Cesare, come il Florido li chiama, dai cui libri discorsi egli le raccoglie, sdegnandosi che calunnino in Cesare non solo il calunniabile, ma anche quello che sorpassa la capacità umana, onde li chiama degni di essere stati inter- detti non dall'acqua e dal fuoco, ma dalla terra e dal cielo « oh tam Jniquas frigidasque cavillationes » (32). Libro II. — Viene la parte del Laudi, che deve parlare dei duci romani che possono preferirsi a Cesare, e dopo di aver escluso i duci anteriori alla seconda guerra punica (32-35), si fa a parlare di Marcello e della sua guerra contro i Galli (35-36); quindi della grandissima e gloriosa parte che ebbe nella guerra contro Annibale (37-39); a cui il Florido risponde mo- Digitized by VjOOQIC — 119 — strando diffusarnente che a Marcello non mancò certamente valore, ma fu troppo audace, di un'audacia però da non pa- ragonarsi a quella di Cesare, il quale gli è anche senza con- fronto superiore nel numero delle vittorie (39-42). — All'espo- sizione delle imprese di Mario in Spagna , in Africa , nella guerra giugurtina e contro i Cimbri e Teutoni (42-44) risponde il Florido che non fu tutta di Mario la gloria della guerra giugurtina e cimbrica (45-46); indi mette in chiaro le parti riprovevoli di Mario come cittadino e come siasi condotto male nella guerra sociale (46-47). — Il Laudi narra le azioni di SiUa nella guerra giugurtina , nella guerra sociale , nella guerra contro Mitridate e finalmente contro la fazione mariana (48-50); e il Florido obbietta che le imprese d'Africa più che mostrare un gran capitano, lo fanno presentire; nella guerra civile piuttosto si disonorò, avendo vinto Mario, possiamo dire, inerme. Le altre imprese non sono per nulla da paragonarsi a quelle di Cesare: non parliamo poi delle sue prave arti di governo (50-52). — Di Lucullo il Laudi magnifica specialmente le im- prese contro Mitridate e Tigrane, indi le sue qualità personali, la dottrina e la sua equità (52-55); ma per il Florido Mitridate e Tigrane e i loro soldati non erano nemici tanto pericolosi, da rendere illustrissimo chi li avesse vinti ; essere stata grave mancanza in Lucullo il non aversi saputo cattivare l'animo dei soldati: sulla dottrina chi si prenderebbe la briga di con- frontarlo con Cesare (56-58)? — Sulla famosa guerra di Ser- torio in Spagna (59-62) il Florido replica che Sertorio deve reputarsi più gran capitano dei quattro già discussi, ma che non può confrontarsi con Cesare: Sertorio prometteva di dive- nire eminentissimo, se non fosse stato tradito (62). — Quindi il Landi enumera le imprese di PompeOy la sua parte nella lotta contro i Mariani a favore di Siila, la guerra contro Do- mizio in Africa, contro Sertorio in Spagna, contro gli schiavi, contro i pirati e contro Mitridate (64-69); ma, secondo il Flo- rido, la guerra contro Domizio fu affare di poco momento e il trionfo concessogli fu per mera condiscendenza di Siila, che avea bisogno dell'opera di lui ; il secondo trionfo per la guerra contro Sertorio fu del pari poco meritato, perchè in quella guerra Pompeo combattè con un esercito senza capitano; il Digitized by VjOOQ IC — 120 — terzo trionfo sopra Mitridate glielo aveano preparato Siila e Lucullo. La guerra contro i pirati fu cosa di poco momento, avuto riguardo all'immensa quantità di forze, di cui Pompeo disponeva (69-74). — Ed ecco il Laudi giunto a Scipione afri- cano. Comincia dal dire che Scipione fu giudicato il maggior capitano da Cicerone e dover bastare questo giudizio per di- mostrare l'assunto. Il Florido gli osserva non doversi dare troppo peso a questo giudizio, perchè Cicerone chiamava anche Temistocle il più gran capitano della Grecia: o tutt'al più si dovrebbe ammettere che Cicerone ivi (nel Brutus) intendesse solo dei capitani del tempo di Scipione (74-75). — Il Laudi accenna la bell'azione di Scipione di aver salvato il padre e il fatto di Canosa e per terzo il celebre assedio di Cartagena: e nota come in quest' ultima impresa egli dette prova d'o- nestai consegnando intera la somma all'erario, e di continenza, restituendo ai suoi la vergine: ben diversamente da Cesare, rapace e lussurioso (come discendente da Venere) (76). — Il Florido lo prega di stare in carreggiata e di non perdersi in invettive contro Cesare (77) e di tenersi solo alle virtù mili- tari. — Il Laudi prosegue la rassegna delle sue imprese in Spagna e racconta il suo viaggio in Africa (77-78). Indi espone diffusamente la sua campagna d'Africa prima dell'arrivo di Annibale e la famosa battaglia di Zama, e conchiude che solo l'avere vinto Annibale gli dà il diritto al primato tra i capi- tani (79-82): accenna anche all'erudizione di Scipione, a cui da moltissimi furono attribuite le comedie di Terenzio. — Ri- sponde il Florido: sulla castità di Scipione, anche prescindendo dall'autenticità del fatto della vergine in Cartagena da alcuni scrittori antichi non ricordato, si può giudicare essere stato Scipione più astinente di Cesare, ma questo dipende dalla sua natura tetrica asperaque, dovechè Cesare discendeva da Ve- nere. Sulla dottrina ed eloquenza di entrambi decidano i mo- numenti letterari lasciati da Cesare. Cesare fu in Roma più influente di Scipione, il quale nella domanda di un consolato per Lelio fu posposto a Q. Flaminino, che 1q domandò per il fratello : Cesare invece nulla domandò che non ottenesse. Sci- pione, quando fu citato, si ritirò in volontario esilio, il che non avrebbe fatto Cesare, che non avrebbe mai lasciato pas- Digitized by VjOOQIC — 121 — sare una prepotenza. E che ciò Scipione facesse non per amor di patria, ma per imperizia di padroneggiare i mali civili, lo mostra Tessere egli abbastanza ardito: e infatti trattandosi della guerra africana egli osò dichiarare che si sarebbe op- posto al Senato; ma all'ardimento manca l'arte di Cesare, il quale non avrebbe mai fatta una simile dichiarazione. E questo mostra l'ambizione di Scipione, che ,non per nulla fu osteggiato da Catone e accusato di sottrazione di preda (82-83). Venendo poi alla gloria militare, il Florido confrontando le battaglie di Zama e di Farsalo dimostra che se Cesare non fu superiore a Scipione, gli fu per lo meno eguale (83-84). Confrontando le restanti imprese di Cesare con le restanti di Scipione, quegli è superiore a questo senza paragone. Scipione espugnò Car- tagena e Cesare Alesia ; Scipione debellò in due battaglie tre eserciti in Spagna e Cesare in una estate gli Elvezi e i Ger- mani; il legato di Scipione vinse Annone in Spagna; e i legati di Cesare? e le imprese di Cesare in Africa contro Catone non valgono quelle di Scipione ivi stesso contro Siface q Asdru- bale? Restano le innumerabili altre imprese di Cesare, alle quali Scipione nulla ha da contrapporre. Infine Scipione in Asia fu inferiore alla sua fama e cosi essere avvenuto di Pompeo, Annibale, Mario, Marcello, i quali sopravvissero alla loro gloria: chi comincia troppo presto, decade anche presto; Cesare e Siila cominciarono tardi e si mantennero sempre uguali. Ter- mina citando il giudizio di Plutarco, che prepose Cesare ai Fabi, agii Scipioni, ai Metelli, a Siila, a Mario, ai due Luculli e allo stesso Pompeo (83-86). Libro III. — Entra in campo l'Arlenio coi due stranieri e comincia con Pirro, di cui espone le imprese in Grecia, in Italia e in Sicilia (87-90). Risponde il Florido essere stato Pirro capitano instabile: difetto gravissimo. Pirro fu spesso vinto, non sempre mantenne la data parola e spesso fu nelle sue azioni negligente. Se vi è dove possa superare Cesare, è solo nella forza corporale (91-99). L'Arlenio passa ad Annibale, parlando del suo tirocinio in Spagna, delTespugnazione di Sa- gunto, della spedizione in Italia e delle sue imprese quivi compiute e mettendo in rilievo due circostanze, che Annibale combatteva in suolo straniero e che i suoi guerrieri erano di Digitized by VjOOQ IC — 122 — nazionalità diverse (93-99). Al che il Florido risponde che le prime vittorie di Annibale sono dovute alla sua superiorità numerica e al poco valore dei duci romani (100), fermandosi di proposito a confutare l'opinione di Maarbale che dopo la battaglia di Canne Annibale avrebbe potuto sorprender Roma (101-102). Indi mostra che Annibale fu vinto da Fabio Massimo e da Marcello: e la perdita di Capua? Aggiunge in fine che Annibale, anche avesse persuaso Antioco a seguire i suoi con- sigli, non poteva nuocere a Roma (102-103). — Resta Alessandro; TArlenio comincia dal lodare le sue straordinarie doti giova- nili: indi accenna alle sue guerre in Grecia e poi più diffu- samente a quelle d'Asia (103-107). Ma il Florido osserva che nelle imprese giovanili è superiore Alessandro, non nel resto; le sue azioni di Grecia essere di un valore solo mediocre; le sue imprese d'Asia anche di poco momento, avendo avuto che fare con avversari imbelli. Infine cita per intiero il passo, dove Livio (9, 17-19) discute se Alessandro avrebbe potuto vincere Roma, assalendola, nel quale sì confi:*onta Alessandro coi Ro- mani. — Conclusione: Cesare è il primo capitano; secondo dopo lui fra i romani Scipione, fra gli stranieri Annibale (107-111). IX. I calunniatori della lingua latina. I detrattori di Cicerone e della lingua latina in generale si chiamavano calunniatori. Questa denominazione non era molto nuova, perchè la troviamo già adoperata da Gino Rinuccini, il quale, difendendo dagli attacchi del Niccoli e del Bruni Dante, il Petrarca e il Boccaccio, intitola il suo libro : Irvoeì- tiva contro a certi calunniatori di Dante , etc. Il più acca^ nito, il vero calunniatore fu il Valla, « qui Giceronem velli- cabat, Aristotelem carpebat,Vergilio subsannabat (1) ». Il primo (1) Fontani, De sermone^ p. 193. Digitized by VjOOQ IC — 123 — attacco lo rivolse contro Cicerone nel suo libro, dove lo con- frontava con Quintiliano, a cui lo posponeva. I contemporanei opposero accanita resistenza alle critiche del Valla; e Poggio, p. es., difese nelle invettive contro il Valla gli autori da esso, come egli diceva, criticati, Terenzio, Cicerone, Sallustio e altri; e Benedetto Morandi scrisse due invettive, nelle quali dichia- rava reo della pena di morte il Valla, perchè avea infamato Livio, sostenendo contro la sua autorità che Tarquinio il Su- perbo non era figlio, ma nepote di Tarquinio Prisco. Però il libro più famoso nato da queste cosiddette calunnie fu quello di Francesco Florido, che si intitola appunto Apologia in Un- gitae latinae calumniatores. A questo libro ha dato origine una conversazione letteraria, alla quale prendeva parte anche il Florido, allora, verso il 1535, studente di giurisprudenza a Bol(^na, ma passionato amatore delle lettere. In quella con- versazione si faceva il confronto tra Terenzio e Plauto e si dava la palma a Terenzio; il Florido sostenne la causa di Plauto e tanto se ne accese, che ne scrisse una difesa intito- lata: Apologia contro i calunniatori di Plauto. Ma lo sdegno ch'egli concepì verso quella setta dei calunniatori fu tale e tanto (1), che non si diede pace, finché non ebbe compreso nella sua apologia tutti gli altri autori calunniati; e infatti tre anni dopo (1538) pubblicò la 2* edizione dell'apologia col nuovo titolo: Apologia adversus linguae latina^ calumniaiores. La questione della supremazia fra Terenzio e Plauto risa- liva al Petrarca, che dava la preferenza a Plauto. Raccontando egli, che leggeva per ricrearsi le comedie plautine, soggiunge: « mirum dictu quas ibi elegantes nugas inveneram, quas ser- viles fallacias, quas aniles ineptias, quas meretricum blandi- tias, quam lenonis avaritiam, quam parasiti voraginem, quam senum soUicitudinem, quos adulescentium amores.Iam minus Terentium nostrum miror, qui ad illam elegantiam tali usus est duce » (2). Ma bentosto dovette formarsi il partito con- trario, di quelli che davano la palma a Terenzio, e già An- (1) Lectiones succis.^ p. 215. (2) Rerum famil., V, 14. Digitized by VjOOQ IC — 124 — tonio da Rho lo preferiva a Plauto (1). Parimenti Erasmo nel Ciceronianus mostra di pregiare più Terenzio che Plauto e nella dedica premessa il 12 dicembre 1532 all'edizione di Te- renzio afferma senz'altro, che in una sola comedia di Terenzio si mostra maggior rettitudine di giudizio, che in tutte quelle di Plauto (2). Il Florido poi ci racconta che taluno nutriva tanto odio contro Plauto, da farsi un obbligo di non leggerne nemmeno un verso e che tal altro si guardava bene dall'ac- cordargli un posto nelle proprie librerie (3). Ma quello che fece più remore, pare sia stata la lettera scritta in nome di Francesco Asolano da Andrea Navagero per l'edizione aldina di Terenzio^ che quegli avea apparec- chiato (4). In quella lettera il Navagero chiaramente ed esplici- tamente dà la preferenza a Terenzio su Plauto, cercando di dimostrare l'assurdità del canone dei dieci comici latini di Volcazio Sedigito (5), il quale pose primo Cecilie, secondo Plauto, sesto Terenzio, e pigliandosela con quel tale recente scrittore che trovò giusto quel canone. Ecco il confronto del Navagero: « Non parliamo dell'eleganza della forma, la quale dipende dal secolo in cui visse Terenzio e della quale esso ha la minor parte del merito ; ma venendo alle aitile parti « omni- bus in rebus Plautus nimius videtur; ilio Terentius parcior; — hiant nonnunquam ncque satis cohaerent Plauti comoediae, ita omnia Terentii Inter se nexa ». Plauto osserva poco il decoro (decorum), ama troppo far ridere, nel che ripose forse l'essenza della comedia; Terenzio è più moderato. Bisogna di- stinguere facezia di cosa e facezia di parola; questa spesso diventa freddura e degenera in • scurrilità ; della prima usa più spesso Terenzio, della seconda Plauto: « ut uno omnia vocabulo complectar, in ilio (Plauto) dicacitas, in hoc (TereAtio) urbanitas conspicitur maxima ». — Indi reca il giudizio di (1) Valla, Adnotat. in Anton, Rhaudens., Venezia 1519, p. 132. (2) BuRiGNY, Leben des Erasmus etc, Halle 1782, II, p. 355. (3) Apologia^ p. 9 e 13. (4) Andr. Nauger., Opera, Padova 1718, pp. 94 segg. (5) Gfr. Bernhard^, Edmische Literaturgesch., 5* ediz., p. 460. Digitized by VjOOQIC — 125 — Orazio, che non approva i ritmi e i sali di Plauto [ad Pis., 270] e dà la palma nell'arte a Terenzio [Epist. II, 1, 59], e quello di Afranio, che scrisse: « Terentio non similem dices quempiam » (i). Udiamo il Florido. Anzitutto il giudizio di Quintiliano su Plauto e Terenzio non pregiudica la questione della superio- rità dell'uno o dell'altro (pp. 13-14). Plauto, dicono, ha molti luoghi oscuri : ma questo dipende dalla corruzione dei testi ; ha parole antiquate: ma questa non è colpa sua, bensì del tempo in cui visse. Del resto Plauto, quanto ad eleganza la- tina, è ottimo modello, se tu ne levi quelle forme arcaiche, che tutti conoscono (15). — Traggono argomento a deprezzar Plauto dall'esser più facile imitar lui che il forbito Terenzio e ne fanno fede le comedie spurie attribuite a Plauto. È vero, risponde ì\ Florido, ma anche Omero, anche Vergilio ebbero i loro interpolatori. Però se Omero trovò Aristarco, l'Aristarco a Plauto non mancò in Varrone : e qui il Florido ragiona sulla questione della genuinità delle comedie plautine (16-19). Quanto non fu Plauto più fecondo di Terenzio! E in Plauto trovi tutto quello che si richiede in un grande scrittore, in Terenzio non trovi che la proprietà (20-22). Plauto è più ricco di locuzioni e con le sue parole puoi esprimere tutto quello che riguarda la vita di un uomo; con Terenzio spesso dovresti tacere. Voi- cazio e molti altri antichi hanno portato un giudizio assai favorevole su Plauto (22-23); ed errano quelli che dicono che il giudizio di Varrone non ha importanza , perchè Varrone non era poeta: il non esser poeta non escluderebbe il poter dare un buon giudizio, del resto Varrone era poeta e lo mo- strano le sue Menippee (24-25). Esamina quindi il giudizio di Orazio su Plauto, mostrando diffusamente ch'era vezzo d'Orazio mordere i poeti antichi romani e che in quel luogo dove bia- sima i numeri e i sali plautini, intende con Plauto i poeti antichi. Quanto ai sali Plauto non è da biasimare, si piuttosto Terenzio, che è freddo (25-29). Quanto all'accusa che si dà di arcaica alla lingua di Plauto, osserva che anche al tempo di (1) Cfr. Bernhardy, Op. cit, p. 470. Digitized by VjOOQ IC — 126 — Vergilio si usavano parole arcaiche e che del resto Plauto anche dai letterati dell'ultimo secolo, p. es. Cicerone, era sti- mato ; e che uno studioso di latino, quando sia bene iniziato, trae più frutto da Plauto che da Terenzio (29-33). Gonchiude che in Terenzio si trova più diligenza, ma in Plauto più in- gegno e che questi non fu superato da quello che nella pro- prietà (34). Indi, confutato il giudizio di un grammatico an- tico (36-42) passa, con un'erudizione sorprendente e un'efficace rapidità di stile, in rassegna i caratteri più importanti e più spiccati delle comedie plautine, mostrando la loro perfezione: i vecchi, i giovani dissipati, i servi, i parassiti, i ruffiani, i soldati spacconi, i sicofanti (36-42). Dalla difesa del Florido risulta ch'egli non avea di mira il solo giudizio e l'accusa del Navagero, ma una serie di altri giudizi e di altre accuse contro Plauto, le quali io ho cercato invano fra gli scrittori di quel tempo, ma che certo doveano agitarsi nelle società letterarie e nelle scuole. Fra i calunnia- tori della lingua latina il Florido assalta con una lunga e acre conftitazione (i) anche il Marnilo, che in alcuni suoi versi avea posto come grandi autori della lingua latina certuni, escludendo certi altri. Altrove difende Servio dalle conside- razioni critiche o calunnie, come le chiama lui, di Battista Pio (2) e di Filippo Beroaldo (3); e Cicerone dalle calunnie dello Zazio, il quale lo posponeva a Catone (4). Fra i calun- niatori poi dei moderni redarguì abbastanza mitemente Erasmo, che tacciò di paganismo il Pontano e il Sannazzaro (5) e ag- gredì rabbiosamente e annientò il povero Mancinelli, che aveva innocentemente scritto una Lima alle Eleganze latine del Valla (6). (1) Apologia^ pp. 45ò3; cfr. Lectiones succis,, p. 130. (2) Lectiones succis.^ p. 236. (3) Lectiones succis.^ II, 9-18. (4) De iuris dv. interprete pp. 203-204. (o) Lectiones succis., Ili, 6. (6) Lectiones succis., II, 20-21. Digitized by VjOOQIC — 127 — X. Se si deva scrivere latino o italiano. Il Petrarca avea saputo mostrare il suo valore artistico e letterario si nella lingua latina che nell'italiana o volgare; ma già egli stesso si era pentito e domandava perdono di quei suoi sospiri in rima e più volte dichiarò che in faccende ca- salinghe usava il volgare, perchè il latino non si poteva ab- bassare a simili argomenti (1). E il Boccaccio, l'autore del' Decamerone, si vergognava di avere scritto « cose volgari degne di essere ascoltate dal popolino » (2). Sul volgare por- tarono giudizi ancora più sfavorevoli i latinisti del principio del secolo XV e specialmente il Bruni e il Niccoli (3). Il Rinuccini, che scrisse una invettiva contro questi detrat- tori della lingua volgare , formula cosi i loro giudizi : « Le storie poetiche dicono esser favole da femmine e da fanciulli, e che il non meno, dolce che utile recitatore di dette istorie, cioè messer Giovanni Boccacci, non seppe grammatica e dei libri del coronato poeta messer Francesco Petrarca si beffano dicendo che quel De viris iUustribus è uno zibaldone da qua- resima Poi per mostrarsi litteratissimi al vulgo dicono lo egregio e onorevole poeta Dante Alighieri essere suto poeta da calzolai » (4). I latinisti non stimavano il volgare atto a trattar d'argomenti gravi. Il Bruni discutendo nelle sue prose volgari il valore della parola poeta, conchiude: « Contuttoché queste sien cose che male dir si possano in volgare idioma ». E il buon Vespa- siano da Bisticci: <c Molte cose degne si potrebbero dire di (1) VoiGT, Wiederhelehung^ li, p. 422. (2) HoRTis, Studi sul Boccaccio, p. 200. (3) VoiOT, 1, pp. 38.5-388; A. v. Rbumont, Lorenzo il Magnifico^ 2. Aufl. II, p. 37-38. (4) Fioretto, Qli umanisti. Verona 1881, p. 122. Digitized by VjOOQ IC — 128 — memorie, che sono scritte da scrittori degnissimi nello ornato ed elegante latino e non nello idioma volgare, dove non si può mostrare le cose con quello ornamento, che si fa in latino » (1). Il Filelfo chiamava il volgare la lingua del popolino e quando ebbe l'incarico dal duca di Milano di dichiarare in volgare le rime del Petrarca, se ne sdegnò come di cosa « quae indoctos potius quam viros doctos et graves sit delectatura » (2); « le cose che non vogliono essere copiate », scriveva egli nel 1453, « le scrivo sempre alla gi'ossolana »; e nel 1477 parlando della lingua toscana : « hoc scribendi more utimur iis in rebus, quarum memoriam nolumus transferre ad posteros » (3). I latinisti vmsero e verso la metà del quattrocento la causa del volgare parca perduta; ma non molto dopo cominciò un potentissimo risveglio della lingua italiana, per opera della scuola fiorentina, nella quale primeggiarono Leon Battista Alberti, il Landino e più assai il Poliziano. L'Alberti pose verso la metà del secolo la questione e la risolse conciliando le due lingue, dichiarando che la lingua italiana non era inferiore alla latina (4). Più tardi il Bembo fece un passo avanti, dando all'italiana la preferenza sulla latina (5). Ecco com' egli ra- giona : La volgare è la . lingua nostrana , dovechè la lingua latina ci è, si può dire, straniera (l'avesse detto al Filelfo!). A quella guisa che i Romani non stimavano biasimevole, anzi dovere coltivare il latino , lingua patria , senza trascurare il greco, cosi noi dobbiamo usare il volgare, senza disprezzare nel medesimo tempo il latino. Il Giovio a queste ragioni e a tutte le altre che egli stesso reca nella difesa della lingua italiana, che si trova nei suoi Dialoghi, ne aggiunge una, la quale non manca di un certo peso, che cioè la lingua etrusca era gradita alle donne, nella società delle quali perciò non si potea senz'essa brillare. (1) Ibi, p. 125. (2) VoiGT, 1, p. 519. (3) Ihi, li, p. 422. (4) L. B. Alberti, La cura della famiglia; lib. Ili, prefaz. Gfr. A. Reumont, Op. cit, 1, p. 425. (5) Dialogo sulla volgar lingua, ediz. Sonzogno, pp. 144-145. Digitized by VjOOQIC — 129 — Questi ragionamenti erano semplici e nella loro semplicità ineluttabili ; ma non li avrebbero o capiti o accettati gli uma- nisti del quattrocento: i quali consideravano loro patria Roma. Gli umanisti del 500 al contrario compresero che la loro causa correva gravissimo pericolo e si diedero gran cura di difen- derla. Levò gran romore TAraaseo con le due famose orazioni De lingule latrnae usu retinendo, pronunciate a Bologna nel 1529, davanti a un illustre uditorio, tra cui Carlo V e Cle- mente VII, d'onde veniva più maestà e importanza alla difesa. Nella prima orazione TAmaseo traccia per sommi capi la storia della lingua latina e mostra come dalla corruzione di essa nacque la volgare. Indi ribatte una delle obbit-zioni che si facevano contro T uso del latino. Il volgare, dicevano, ci basta; perchè dovremo noi spendere fatiche a imparare un'altra lingua, che ci è superflua? Non è superflua, soggiunge TA- maseo, quando noi con essa possiamo conseguire una maggior comodità dei Romani stessi, i quali possedevano una sola lingua, dovechè noi potremmo possederne due, Tuna che servisse ai dotti, l'altra agli incolti. Ma che parliamo noi di due lingue? li latino e il volgare non sono che una lingua sola ; questo e una corruzione di quello e l'uno ha intima affinità con l'altro. Ciò poi dimostra anche che la lingua latina non è straniei'a, ma lingua nostra, come il volgare, con cui è tutt'una cosa. Su quest'idea torna anche nella seconda orazione, dove se- guitando il suo ragionamento [nostra che la lingua latina ò da preferirsi come più perfetta. Ma la volgare è immediata- mente più utile : no, per asserir questo, bisogna negare tutta la sapienza pratica che hanno depositato nelle loro lingue i popoli antichi. Né si dica che il volgare costa meno fatica a imparare del latino , perchè la maggior fatica spesa in que- st'ultimo è largamente compensata dalla gran diffusione della lingua latina , per mezzo della quale possiamo metterci in relazione con tutto il mondo civile; la volgare invece si re- stringe dentro i confini d'Italia, dove .nemmeno poi è sempre la medesima, perchè chi la vuole etrusca, chi aulica. Che se si accampi il pretesto che nessuno possa riuscire dotto e va- lente nella lingua latina, mi basta di citare i nomi del Fon- tano, del Sabellico, del Navagero, del Longolio, del Sannazzaro. R. Sabbadini, Ciceronianismo e altre questioni letterarie. Digitized by VjOOQ IC — 130- Parlò per convinzione profonda TAmaseo o per sfoggio di rettorica? Il fatto è che in quel tempo la questione tornò più volte in campo. Ne trattò Pietro Angeli da Barga in un di- scorso detto nello studio dvPisa; ne trattò Celio Galcagnini nell'opera deirimitazione a G. B. Giraldi ; Bartolomeo Ricci nel 2^ dei suoi libri deirimitazione; G. B. Goineo e il Sigonio e altri ancora (1). Ma nessuno più accanitamente di Francesco Florido, la cui polemica contro la lingua volgare è addirit- tura un' invettiva e tanto caratteristica, che merita di essere, quantunque lunga, tradotta e riportata per intero. « Parliamo ora di quei cotali (egli scriveva verso il 1437), S'/' che invece delle lettere latine e greche coltivano le volgari con ogni assiduità e diligenza e messi da parte i divini scrit- tori di quelle due lingue, in qualunque genere di dottrina e di eloquenza eccellenti, perdono il loro tempo in cose da nulla. E questo morbo che serpe tra noi Italiani tanto di giorno in giorno prende piede e forza, che già più non si cerca quali siano tra gli autori romani i migliori, ma tutti vengono come superflui banditi; mentre si vuol far credere al mondo che la lingua latina allora era necessaria, quando la parlavano anche le balie ; ma che adesso va buttata in un canto, essen- done sorta un'altra che non che eguagliata, va preferita alla latina e che la si deve coltivare e illustrare non meno che un tempo fecero della loro i Greci e dopo i Greci i Romani. Le quali assurdità, che moverebbero lo sdegno a qualsiasi uomo di senno se le udisse anche da uno Scita o da un Medo, sentendosi in bocca di Italiani, non è a dire che si sia acce- cato e ottenebrato il mondo? quando gli Spagnuoli, i Francesi, i Tedeschi, gì' Inglesi e moltissimi altri popoli studiano e am- mirano grandemente la lingua latina e noi invece ne cerchiamo un'altra affatto diversa, che solo col chiamarla volgare la gettano meritamente nel fango. Ed ecco che chi vi abbia speso intorno pochi giorni vien nominato dalla plebaglia conoscitor del volgare ed eccoli cotesta razza di gente fondare ogni di quasi in tutte le città accademie, se pure vanno chiamate (1) Ap. Zeno, Note al Fontanini, 1, p. 35. Digitized by VjOOQIC — i31 — accademie dove non hai nulla da imparare, nemmeno che sei un ignorante. Per Iddio, quando vedo la stupidità di certuni ! fa un anno, già, ch*io intesi un Italiano chiedere a un giovane greco, se avesse a scegliere fra il latino e il volgare, quale preferirebbe ; se non che non più mi stomacò la buaggine deir Italiano di quello che mi ricreò il contegno del Greco, che non gli replicò sillaba e lo lasciò in asso. E perfino hanno poeti, storici e oratori, da chiamarvi al confronto i Latini; e il loro Francesco Petrarca lo antepongono non a Tibullo solo e a Properzio, ma anche a Vei^ilio; e Giovanni Boccaccio paragonano a Marco Tullio, osando contrapporre le freddure di quello ai fulmini di questo. Ma vediamo quali frivole ragioni mettano in campo i so- stenitori di quest'idioma, per dimostrarne la necessità e l'utilità. A frugare quanto su tale questione fu scritto , troverai che tutto si riduce a quest'unico argomento, che ognuno deve adoprare quella lingua che ha imparato dalla madre e la quale serva ai più. Futile argomento e di nessun peso; e che non dovrebbe persuadere nessuno, si trovasse anche essere più quelli che sanno parlar il volgare che non il latino. Poiché dato che la lingua volgare sia comune pure alle pescivendolo e ai cenciaioli e che la latina giovasse soltanto a dieci eru- diti, la latina sarebbe tanto più utile della volgare, quanto un solo letterato vai più che molte migliaia di ignoranti. Ma il fatto è ben diverso; imperocché se tu adopererai codesta lingua, non ti farai capire in tutta Italia; che dico? se andrai nelFApulia, nella Calabria con questo linguaggio ti pigleranno per un Sirofenice, per un Arabo ; ma se tu parlerai ivi il la- tino, a moltissimi ti farai agevolmente intendere. Se poi tu navigassi in Sicilia o in Corsica o in Sardegna e scappassi fuori con questo linguaggio, passeresti, giuro a Bacco, per il più pazzo del mondo. Ti guardi poi il cielo dalFavventurarti a parlare il linguaggio volgare nella Spagna, in Germania o in Francia; ti darebbero la baia i monelli e trarrebbero a vederti come Torso che balla. Ma sapendo di latino quasi tutti ti capiranno come se tu parlassi la loro lingua materna. Lo stesso dicasi di quanto vanno costoro spacciando, che ognuno deve celebrare le gloria domestiche nella lingua imparata Digitized by VjOOQ IC — 132 — dalla balia. Imperocché se di ciò si potessero far persuase anche le altre nazioni , non spenderebbero tanta fatica a imparare un altro linguaggio, ma contente del proprio, scri- verebbero in modo da farsi intendere dai loro vicini, non essendovi oggidì provincia che non abbia vari e tanto diversi idiomi, che tu entro T Italia stessa dovresti mutar linguaggio ogni dieci miglia, se non volessi parlare ai sordi; del che avviene che anche codesta lingua volgare, a cui certi sapu- telli attribuiscono più ch'ella non oserebbe dimandare, non sa dove pur possa posare e piantare la sua sede. Chi difatto la vuol trarre dall' interno della Toscana ; chi ammette quella solo che è in uso presso la corte romana. Ma che dire poi che nella Toscana non tutti parlano a un modo, essendo di- versa la favella dei Fiorentini, dei Senesi, degli Aretini, dei Lucchesi, mentre ciascuna di codeste città sostiene di essere culla del linguaggio toscano? Per il che avverrà di certo, io credo, che se i Greci ebbero una volta cinque lingue, codesti volgari ne produrranno più assai. Ma fannulloni e poco co- stanti nella fatica siamo noi, che mentre ce la dormiamo fra due guanciali, mentre nell'apprendere il latino ce ne stiamo con le mani alla cintola , aspettando che facciano per noi gli Bei e consumiamo i più belli anni in ciafruscole, ci accorge- remo dell'erroT-e quando non sarà riparabile e allora , come non fosse cosa nostra, per non sapere dove batter la testa, ci rifugieremo tra codeste delizie volgari ; allora , per parlar chiaro, chi non sarà riuscito nel greco e nel latino, si racco- manderà al volgare, come chi non spuntandola a sonar l'or- gano, si contenterà di tirare i mantici. E che? mi darà qui taluno sulla voce: credi tu che Dante, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio ignorassero la lingua latina? No; che anzi fra loro gran. nome si acquistò il Pe- trarca, il quale primo tra gli Italiani imprese a trarre in luce dai ruderi e dall'antichità la lingua latina lungo tempo se- polta ; ma non essendogli troppo felicemente riuscito, o perchè mancava ancora una buona parte dei migliori libri o perche era impresa da non potersi condurre a buon termine da un solo, si rivolse malgrado suo alla lingua toscana, e lo confessa egli stesso nei suoi versi: tanto siamo lungi dal poterne dubi- Digitized by VjOOQIC — 133 — tare. E son là le sue opere latine che parlano, le quali se mostrano in lui sommo ingegno e non mediocre erudizione, spesso mancano di purezza latina. Che anzi Lorenzo Valla profondo conoscitx)re della lingua latina , nel secondo libro delle Eleganze, afferma non aver lui saputo intitolare la sua opera De sui et aXiorum ignorantia, giacché andava De sua et aliorum. Fiori prima di costui Dante, ma quanto all'ele- ganza della lingua volgare poco, come si direbbe, gli arrisero le muse; o perchè non era ancora abbastanza formata, o perchè la portata della lingua vernacola non poteva reggere a un peso immenso. Dopo questi due scrisse Giovanni Boc- caccio, terzo caporione degli antichi scrittori volgari; né è fra i piccoli guai di questa lingua che in trecento anni o poco meno essa non debba dare che tre scrittori, uno per secolo. Che a questi tre almeno, in tanta rarità, facessero plauso d'ac- cordo i volgari: ma no; anche questi tre non sono molto in onore. Dante come scrittore di poca eleganza viene, quasi per comune consenso /messo dk parte; del Boccaccio moltissime cose diventarono antiquate; non resta in voga che il Petrarca, che vien proposto per modello ai poeti, agli oratori e agli storici. E perchè veda ognuno quanto perspicace intelletto ebbe il Petrarca, io lo credo l'unico che abbia misurato le forze della lingua volgare, piegandola a esprimere solo gli amori e la gaiezza. Il che come felicemente gli riusci, non cosi felicemente avrebbe tentato opera di maggior mole, con l'esempio dinanzi di Dante che sperimentò pur troppo come alla favella volgare mancavano e maestà e vigore; nella quale cantò d'arme e guerrieri, non senza qualche lode, ai tempi nostri Lodovico Ariosto ferrarese, scrittore non spregevole per la sua dottrina nel latino, ma che nel resto non s'^accosta al- Teccellenza nemmeno dei mediocri fra i Latini: e tuttavia diede tanto lustro a quel genere di poema, che tutti lo re- putano fatto da natura per cantar di guerra. Scrisse anche comedie, che di comodici non han più che il nonie. A com- porre poi storie ed orazioni in questo idioma ci sarebbe da eccitare il riso. E perchè non creda taluno che in quella che alcuni chia- mano finezza, altri leggiadria, i più dolcezza, la lingua latina Digitized by VjOOQ IC — 134 — sia vinta dal volgare, sappia clie Properzio e Tibullo non ac- quistarono meno lode in ciò di Francesco Petrarca, il quale credè che al nome suo si sarebbe fatto il maggior onore, quando avesse meritato di venire contrapposto a qualsiasi di quei due. E che la maggior parte dei cultori della lingua volgare, eccettuati sempre alcuni veramente dotti, sieno poco addentro negli autori latini, ce ne accorgiamo chiaramente di qui, che evitano, come si evit uno scoglio^ Dante, in cui la erudizione, Tingegno e l'acume sono maggiori che nel Petrarca; anzi gli danno taccia di avere appunto scritto oscuramente per non farsi intendere, quasi che le profondità della filosofia e della teologia si possano trattare con la medesima facilità e lepidezza che i trastulli delle fanciulle e i convegni di amore. Laonde a quella guisa che si starebbe a disagio con la lingua latina, s'ella avesse soli Tibullo e Properzio, cosi non si sta- rebbe troppo a buon agio col volgare, se si accontentasse del solo Petrarca. Molti però scrivono tutti i giorni; non nego, ma non han niente che fare cól Petrarca. Anzi meglio di lui in alcuna parte: sia pure, ma chi gli si possa in tutto para- gonare, sostengo che oggi non ci è e non ci sarà mai. Ma levano a cielo la prosa del Boccaccio: la levino anche sopra cielo, ch'io ne sono contento, purché confessino che non i migliori latini (giacché farei a loro grave onta), ma qualsiasi di essi fra i più abbietti supera il Boccaccio in erudizione e in eleganza. Né credo in questo di fare ingiuria al Boccaccio, che si ritiene esimio nella prosa; nella quale però dopo lui infine ad oggi non si é trovato chi si acquistasse la benché minima lode, rifiutando i più V Arcadia del Sannazzaro, ri- piena, come dicono, di molti errori. Che se indaghiamo come derivò a noi il volgare, non più volgare ma immondo lo chiameremo, non barbaro ma la bar- barie stessa. E se ne interroghiamo i suoi sostenitori, sapremo che esso trasse origine dalla prima invasione dei Goti in Italia, dopo la rovina dell'impero romano, e che quanti più barbari vi immigrarono, tanto più diventò ricca e copiosa: si può dire iraaginare nulla di questo più turpe ? Meno male se traesse origine da una sola invasione; sarebbe comunque tollerabile. Ma avendovi contribuito per una buona parte i Goti, i^Van- Digitized by VjOOQ IC — 135 — d?li, gli Eruli , per un' altra i Longobardi , non vi è ragione (li affannarsi tanto per questa lingua, che ha la bella pre- rogativa di derivare i metri non dai Greci o Latini, ma dai barbari. E quale norma si trova in essi metri 'ì quale artifizio? quale varietà e bellezza? Il più adoperato di quelli ha un- dici sillabe e Taltro, che per eleganza vi si intercala, sette: dei quali il primo vogliono derivato dall'endecasillabo latino dal saffico, il secondo dall' aristofanio , vuoi a bello studio, vuoi, come io credo meglio, a caso, ma depravati a segno, che non vi si tien conto né dei piedi né della quantità delle sil- labe e nei quali tu puoi ficcarci quel che ti pare, purché abbi mente alle sillabe finali e faccia rimare i versi in fine ogni tre o quattro. Ci é anche un' altra specie di verso, il dodecasillabo, usato molto dal Sannazzaro^ ma non troppo ele- gante neppur esso. Quello poi che più fa meraviglia si è che i cultori della lingua volgare scarseggiarono fino ad ora mol- tissimo di vocaboli e si diverse mutazioni di regni non riusci- rono ancora in tanti secoli a compiere una lingua, dimodoché a portare a termine quest'idioma ci sarebbe di bisogno di un'altra invasione di barbari. Ora se altri rinfacciasse tanti e si gravi inconvenienti alla lingua latina o greca , potrebbe parer matto , massime che i Greci ricevettero la loro dagli antenati e cosi i Latini la pro- pria: alla quale se qualche cosa mancò, vi supplirono con l'imitazione dai Greci. Che dire poi che tutti quasi i nomi del volgo e dei quali consta la sua lingua non hanno che due terminazioni, Tunanel singolare, l'altra nel plurale? Non sembra in questa maniera di stare tra gli Sciti o gli Africani? Giacché gli articoli, ch'essi vogliono tirare in campo, son cosa morta di per sé, quando non siano congiunti con la flessione delle parole, come vediamo nella lingua greca. Quanto non é poi assurdo che quei pochi vestigi di lingua latina che si trovano nel volgare cerchino di espellerli anche quelli , onde non ci sia parola che non si debba ai Goti; imperocché tra tutti quanti scrivono e parlano il volgare é invalso oggi il principio che per bene scrivere bisogni allontanarsi da ogni reminiscenza latina Mi obbietterà però taluno : lasciamo da parte i meno recenti Digitized by VjOOQ IC — 136 — e veniamo al nostro secolo , in cui nessuno , dotto in latino, trascura di coltivare anche la letteratura volgare; la quale se fosse tanto da disprezzarsi, ciascuno tenendosi alla greca alla latina, trascurerebbe la volgare come sozza e inele- gante. Sappia costui primieramente che la lode di cosiffatti uomini non dipende dalla cognizione del volgare , bensì del greco e latino: che se poscia s'applicarono al volgare, non fu perchè l'approvassero, ma o por seguir la moda o, ciò che è più vero, per mostrarci con quanta facilità s'impari questo idioma, poiché dove solo in venti o venticinque anni potettero profittare un po' nel latino e greco , in sei mesi soltanto ap- presero perfettamente il volgare. D'altra parte è ridicolo che alcuni dei vecchi e anche dei recenti reputino a bene il pic- colo numero degli scrittori e vadan dicendo che non a tutti è dato sentire messa accanto al prete. Imperciocché i buoni ingegni non vollero consumare l'età e spendere i loro migliori anni nelle baie volgari, ma consultarono gli autori greci e latini, dei quali quasi inflinito é il numero, dovechè dei toscani è assai ristretto e, se non ne vengono degli altri, insufficiente. Che anzi col fatto stesso vediamo trovarsi in migliori condi- zioni la lingua latina, già lungamente sepolta, che la volgare tuttora vivente; poiché sappiamo che in maggior numero e molto più addottrinati s'affaticarono a restaurare la latina che a promuovere la volgare, massimamente che il Sannazzaro e il Bembo, vivente ancora e di grande autorità presso tutti e che finora ha dato di sé ottimi saggi, appartengono quasi in- tieramente ai latini o per metà almeno. E se pur sono ec- cellenti nell'una e nell'altra lingua, tanto maggior valore delle altre hanno le loro scritture latine, quanto il latino è più nobile, più dolce e più perfetto del volgare (1) ». (1) Florio., Apologia l. l, pp. 105-108. ■«^r H§c\i | o = ^^LO i zH ce — ^=00 1 ^=CN o= =^C\J u_ E Ì=°° 1 O — > 3 — ., — ■ v_^/ C/) — cr — UiHi ^^— -t— > z;= ^=C£> | 31^= C^~ •»~ | I^^^M CO I ^«S?*?^"- ' HÈf REMIGIO SABBADIM CATANIA TIPOGRAFIA SICULA 1893 ' X V I I 4 POLEMICA UMANISTICA W^lX-.^àVX^' v*- La polemica è sana e feconda, quando mira alla scoperta del- la verità. Mi auguro che a sì alta meta miri questa mia e quella che i miei contradittori, G. Salvo-Cozzo e G. Mancini, mi mossero sul Giornale storico della letteratura italiana. Ad ogni modo non mi dispiace di vedere messo a romore il campo umanistico; ciò se non andrà tutto a vantaggio della verità, andrà certo a vantaggio dell' attività. X La polemica del Salvo-Cozzo ebbe un peccato di origine. Egli ed io studiavamo, senza sapere 1' uno dell' altro, il medesimo uma- nista , T Aurispa ; ma io pubblicai il lavoro prima di lui : inde irae. La critica del Salvo-Cozzo non fu perciò serena, ne io avrei risposto, se essa non fosse stata accettata sul Giornale storico (1), verso il quale nutro rispetto e affetto. La risposta (2) non dovette piacergli , perchè mi ha regalato una replica, ricorrendo bIY Ar- chivio storico siciliano (3). (1) Giornale storico XVHI p. 303. (2) ib. XIX p. 357. (3) Archivio storico siciliano XVII (1892). — 2 — Lascio ben volentieri a lui 1' ultima parola . trattandosi di una replica che non porta nulla di nuovo; ma non posso far a meno di congratularmi che egli abbia messo in pratica un mio consiglio, li consiglio era: che quando gli fosse capitato tramano qualche documento nuovo, lo comunicasse pure, ma si formasse lì. Ed ecco che in coda (in cauda venenum) alla replica egli comu- nica un documento, fermandosi lì. Riproduco il documento: Vige- bant ibi studia litterarum (Byxantii); doctor eroi insignis M/muri Cltri/xolunis, non solum mira in graecis litteris eruditiom conspir <-tnis, veruni etiam morum iniegritate praestantissimus : ìs qui Pau- luiu Vigerium, Leonardwm A reti unni, Ioannem Aurispam, Fran- ciscum Phiklpkum i rosque nostri temporis docUssimos viros graecis instituii et in Italia < Unni doeuit. Con ciò sembra che il Salvo-Cozzo voglia far saliere come l'Aurispa imparò il greco. Ha fatto bene a fermarsi lì, senza illustrare il documento, poiché di- versamente a viv ni »e dovuto dirci chi è quel Paulum Vigerwm, dove quando e coinè Francesco Filelfo imparò il greco da Manuele Ori* solora e dove e quando Lo imparò da Manuele l'Aurispa, e, risolte le due ultimo questioni, aggiungere un giudizio sul valore del do- cumento. Il mio consiglio non poteva esser meglio dato. X Per rispondere al .Mancini invece non ricorro al Giornale stori- co, ma pubblico per mio contò questo opuscolo : il Giornale me ne sarà certamente grato. Aneli.' col Mancini corsi pericolo di scontrarmi per un al- tro umanista, il Valla; ma non fu, perche in mettevo insieme una nuda cronologia, mentre egli faceva un lavoro completo. E me ne rallegrai , quando i due lavo» uscirono a breve distanza 1' uno dall'altre; tanto che officiato dalla Direzione del Giornale, accet- tai di scrivere una recensione del libro del Mancini (1). Ma di- ti) CHornali storico XIX p. 403. — 3 — sgraziatamente agli occhi del Mancini quella non fu una « recen- sione» del suo libro, bensì un' «apologia» del mio: di qui la sua po- lemica (1). Bisogna dire però che io abbia fatto un' apologia ben originale, dove giovandomi del suo libro ho modificato sostanzial- mente alcuni capisaldi della mia Cronologia. Ma forse è questo che egli non voleva; infatti mi rimprovera di cambiar di opinio- ne (p. 17). Veramente all'infallibilità non ho mai aspirato; e se non avessi mai cambiato di opinione, avrei di che vergognarmi , do- vechè non mi sono mai vergognato di correggere i miei errori , o che li abbia riconosciuti io o che mi siano stati rilevati da al- tri: senesco discens. Del resto comunque egli ne pensi , io so di avere apprezzato degnamente il suo libro e di averne scritto una recensione coscienziosa. Sicché non mi intrattengo su tale questione e vengo subito ad un' accusa assai strana, la quale riguarda la Miscellanea Tioli. Questa ricca Miscellanea la ho, se non scoperta , almeno ri- scoperta io l'anno 1888 (2) nella biblioteca Universitaria di Bologna e ne ho tratto il miglior partito che ho potuto, destando, credo, qual- che invidia. La Miscellanea mi fu giovevolissima, perchè essa con- tiene in massima parte documenti desunti da codici vaticani. Da un bel pezzo io, che non ho perduto il tempo dormendo, peregri- navo, coi risparmi del mio magro stipendio di professore liceale, per le biblioteche italiane nelle vacanze scolastiche dell' agosto e del settembre; ma nella Vaticana, inesauribile miniera di materia- li, non avevo avuto il bene di metter mai piede, per la sempli- cissima ragione che stava chiusa dal 29 giugno al novembre. Era naturale che non potendo attingere alle «sorgenti» della Vati- cana, attingessi all' « acquidotto » del Tioli: ciò pare sia dispiaciu- (1) ib. XXI p. 1. Alla polemica segue il testo di alcune lettere del Valla. (2) Nelle biblioteche Universitarie eli Catania e di Bologna esistono le prove. — 4 — il Mancini. Ma io vedo che il Mancini cita documenti di Vien- na e Oxford, 3enza essere andato a Vienna e a Oxford, donde se li lece copiare. Per me la Vaticana e Vienna era e continua ad essere . pur troppo, tutt' uno : da qualche anno appena sono in grado di passarvi una settimana, rubandola alla seconda sessione degli esami. Capirà clic non mi parve vero di metterle mani sul Tioli, il quale vai sempre meglio di mi copista ordinario. E ci- tavo il Tioli, o solo o con la fonte da cui egli copiava. Sarei curioso di sapere come dovevo fare altrimenti. Però quanto al caso spe- ciale (elevato dal Mancini troppo frettolosamente a regola generale) della lettera di Guarino (p. 23 n. 1) (1) e, aggiungo, di tutti i miei documenti guariniani della Vaticani!, stia pur sicuro che essi derivano proprio dalle « sorgenti » e furono puntualmente pagati; «1* acquedotto » doveva ancora essere scoperto. Che se poi il Mancini vuol prendersi il gusto di insinuare il sospetto, che neir edizione dell'epistolario del Barbaro del 1884 io abbia tolto la bagattella di 125 lettere dal Tioli senza citarlo, si accomodi pure; tutti i gusti son gusti. X E passiamo ad altro. Il Mancini, unendo la sua voce a quel- la del Salvo-Cozzo, giudica arbitrarie • (p. 4) le mie congetture. Vediamo alla prova lostesso Mancini, là dove siindustria di di- fendere dalle mie povere obbiezioni alcuni punti del suo libro. Per sostenere che il Serra si chiamava Bernardo e non Giovanni am- mette una quintuplice (2) alterazione del copista (p. 3). Per soste- aere la Bua data della disputa su A.bgaro ammette un' altra alte- ra/ione del copista di mesi in mini (p. 12). Per sostenere la sua (1) Essa nel cod. Vaticano ha due redazioni (se il Mancini ha ben os- servato), sulle quali mi il mio testo. (2) H nome Giovanni ai legge una volta noli' indirizzo e quattro volte nel corpo della lettera. — 5 — cronologia del De voluptate ammette uno sbaglio di data nella lettera .del Traversali (p. 22) e inventa una nuova opera dialogi- ca del Panormita , nella quale 1' autore propugna l'epicureismo contro il Bruni (p. 24). Per sostenere le sue idee sul tempo, in cui il Valla fu a Genova, nega autorità a quattro documenti, scan- dalezzandosi del barbarismo ex Genua e Zenae, mentre non si fa scrupolo di interpretare obversari apud Laurentwm Valla/m per « ispirarsi al trattato del Valla » (p. 8). Un bel modo di pre- dicare contro T arbitrio. Di fronte a tali argomentazioni non ho nessuna voglia di discutere un' altra volta i punti controversi già discussi, tanto più clie il mio avversario (mi perdoni la franchezza, ma siamo in polemica) mi ha combattuto senza ponderare troppo attentamente i documenti. E ne reco le prove. La lettera del Valla all' Aurispa, in data Napoli 31 decembre, è per il Mancini dei 1444, per me del 1443, e, a sua confessione, « certe parvenze favorirebbero la mia congettura» (p. 13). Egli per difendere il 1444 dà dei rag- guagli .su Agostino Villa, ambasciatore del marchese di Ferrara, e sulle costumanze del secolo XV, secondo le quali allora gli am- basciatori « tornavano a casa appena sbrigate le commissioni » (p. 14). Sta tutto bene; ma nella lettera è detto che il Valla dal- la partenza del papa da Firenze non sapeva dove fosse V Aurispa. Il papa lasciò Firenze nel 7 marzo del 1443; che il Valla aves- se ignorato la residenza dell' Aurispa sino al decembre 1444, sem- bra poco probabile. E nella lettera è detto anche come Y Aurispa nel prossimo febbraio sarebbe andato a Soma: dove andò infatti nei primi mesi del 1444. Un'altra lettera, quella del Valla al Tortelli, in data Eoma 24 (non 26) settembre, è per me del 1445, per il Man- cini (p. 15) del 1446. Il guaio è che sino dalla fine del 1445 il Tortelli si era stabilito a Eoma, mentre la lettera lo fa a Firenze. Però il Mancini ricorre a un'ipotesi: « per antica costumanza durata fino al — 6 — 1870 gli impiegati della curia papale chiedevano in autunno con- gedo ai loro superiori e si portavano a godere le vacanze lontani da Roma» (p. 15). Sara vero, ma nella lettera ci sono le seguenti parole: « litteras tuas ad Ambrosium nostrum mense iulii datas hic (a Roma) legi». Nel Luglio, come si vede, il Tortelli non era a Roma, dove si trovava il cognato Ambrogio, a cui aveva scritto. E il luglio non cade nell' autunno. Un5 altra lettera ancora, quel- la del Panormita scritta da Stradella : il Mancini la vuole del 1432, (p. 20-21), io del 1431, perchè il Panormita si trovava a Stradella a cagione della peste. Convengo che ivi non <: si parli » espressamente della peste in Pavia, ina e' è la parola pestilcn- tiam e per la peste era a Stradella il Panormita, il quale altro- ve (Episf. Gali. Ili 34) scrive: « te confer ad Stratellae op- pidum, ubi pestilentiam fugiens ago in praesentiarum. » Bensì nel- la lettera « si parla » espressamente del bellum civile a Roma, che sappiamo scoppiato nel 1431 dopo l'elezione di Eugenio IV. E quel bellv/m civile è nominato espressamente anche nella lettera dell' Aurispa (si urbs bello civili quieverit), in proposito della quale il Mancini ha creduto di dover fare (p. 4 n. 1) la distin- zione fra diaconato e presbiterato. Sento perù l'obbligo dì aggiungere due osservazioni. L' una sul- la data della lettera di leggio a Guarino, che io ho fissato « indu- bitabilmente » all' anno 1433, mentre il Mancini la fa del 1432. Queir «indubitabilmente gli pare troppo « autoritario (p. 22); e io gli do subito soddisfazione. Quella lotterà, dove si parla della andata del Valla a Ferrara, uelP edizione del Tonelli (V 13) ha la data di Roma 1-S ottobre; l'anno 1433 risulta dal posto che essa occupa nell'epistolario. La lotterà finisce: commmices has rum Fran- cisco nostro Barbaro, ut ipse quoque rideat\ e appunto nel settem- bre 1433 il Barbaro era ambito a Ferrara per ossequiarvi l' impera- tor Sigismondo. Dalla lettera si scorge ohe Le notizie sul pas- saggio del Valla per Ferrara le avea date Niccolò Loschi , allora scolaro di Guarino; neir edizione del Tonelli, lì vicino, ci è una lettera di Poggio al giovinetto Loschi, con la data Romaé XII Kal. oetobris 1433] non ho qui V edizione , ma questa è la data del cod. Ambrosiano E 115 sup. f. 63. La seconda osservazione riguarda le due lettere di Fr. Filelfo, nelle quali si presuppone il Valla a Genova. Il Filelfo nomina in esse il suo parente Loren- zo Doria. Ciò induce il Mancini a negare adesso quelle due let- tere al Filelfo, mentre prima gliele avea attribuite; e la nuova ra- gione si è che « Lorenzo Àuria fin qui da nessuno fa detto parente del Filelfo » (p. 9). Altro *e fu detto ! Teodora Crisolora, moglie del Filelfo, era figlia di Manfredina Doria. Può vedere la notizia anche nel Giornale storico XVI (1890) p. 193 n. 3. X Diamo ora un' occhiata al testo delle lettere del Valla pub- blicate dal Mancini. Segno con t la lezione dell' originale, con M la lezione proposta dal Mancini. Cito il numero d' ordine delle lettere e la linea di ciascuna di esse. I 9 ea causa £, ea de causa M. Il de è superfluo; così I 72; cfr. V 13, dove il Mancini non ha creduto necessario il de. I 15 adumbratum coloribus /, obumbratum coloribus M. Ma adumbratum è il vero termine tecnico della pittura. I 29 i domine me t, domine mi M. Si ricostruisce: id om- NE ME. I 46 abitiendas /, abjiciendas M. U ortografia regolare è ABICIENDAS. I 48-52 Quid ergo dicam paupertatem ne me praeferre di- vitiis ? Mentiar si icl dixero. Nou erit quocl abs te mihi impen- dendum habeam divitias ne paupertatem patiar : pudendum est hoc apud te dicere, qui paupertatem divitiis praetulisti. Quid igi- tur ? Tacebo naturae , at non mini integrimi tacere quum loqui coeperim 31 — Qui non ci è uè fisonomia latina né senso; e per — 8 — maggior imbroglio alla lezione ad hoc mihi dell'originale fu sostitui- to pattar. — Si ricostituisce: Quid ergo dicam ? Paupertatemne me praeferre divitiis VMentiar: si id diserò, non erit quod abs te mihi DrPETRA^DUM habeaiu. Divida sue pàupertati '? At hoc mihi puden- dum est apud te dicere, qui paupertatem divitiis praetulisti. Tace- bone? At non mihi integrimi tacere, cum loqui coeperim. I 61 escribendos t, scribendos M. Si corregge: exscribexdos. I 64 solveretur qui . . . condidissent / , solveretur qui . . .. condidisset M. La correzione è superflua ; intendi: solveretur illis, qui condidissent. I 72 necessario t, necessarie M. Sta bene nei iessaeio. II 2 quod mihi (corr. in nihil) peragratum est t, quo nihil pergratius est M. Si ricostruisce: quod mihi pergrati\m est. II 6 possem t, possum M. Per la sintassi del Valla sta be- ne POSSEM. Ili 5-6 te habiturum ex nostro opere quo seniores atque a- deo multa tam saecula, non dies corrigias, sed corripias, non ut mortui aut senes corrigi possunt, eoque compi voluut, de senibius loquor / M, eccettochè M emendò corrigas, senibus e mutò possunt, volumi in passini, velini. — Si ni 'ostruisce: te habiturum ex nostro opere, quo seniores atque adeo mortuà iam saecula non dico (1) cor- rigas, sed corripias; non kxi.m mortui aut senes corrigi possunt, eoque compi voluxt: do senibus loquor. Ili 20-22 sed illis opera luditur ad laborem comparata: trans- ferendum Homerum civiis ex Iliade libros quatuor ad characte- rem oratorium / M, eccettochc .1/ imitò civiis in curari. Il passo non ha senso; owiis si corregge facilmente in cuius e il periodo si potrebbe ricostruire così: sed illis opera luditur, ad laborem com- parata ad tra nst< Tendimi Homorum (oppure in trasferendo Homero), (1) Anclie VI 5 non ìllico (forse era ilico) va emendato in non diro. cuius ex Iliade libros quatuor ad charaeterem oratorium transtuli. Senso: tradarre Esopo e Senofonte è un gioco, a confronto del tra- durre Omero. V 34 forsitan veniam, et per regem licebit, statini secundum pasca /, forsitan veniam, et si per regem licebit, statini post se- cundum paschae M. Qui non e' era da mutar nulla. L' aggiunta del si rende zoppicante la costruzione; secundum vale post, come del resto lo stesso Valla spiega chiaramente nelle Eleganze II 47. VI 14 quas quum Elegantias /, quas cum Elegantiis M. Me- glio: quibuscoi elegaxtias; anche XI 10 T originale scambia quas e qmbus. VII 13 L et aggiunto da M è superfluo. VII 23 merebitur /, merebit M. Correzione superflua. VII 25 adornatae /, adorna tas M. Va lasciato adornatae , che concorda in caso con quaedam arbores. VII 27 transmito /, transcriptum M. E giusto transmitto, di cui è oggetto earum (1) exemplar; cfr. 32 transmitto. VII 41 respondi f, reposui M. Sta bene respondi, cioè : ad querelas tuas respondi. Il resto non è ben chiaro. VILI 24 detexui /, detexi M. Deve ristabilirsi detexui fda detexo), che fa antitesi con retexam : « stesserò ciò che ho tes- suto ? » Vili 24-25 idem ego sum qui praeponam ut commentariis quos in Ciceronem et Quintilianum. praeponam f, idem ego sum qui in commentariis quos in Ciceronem et Quintilianum screpsi praeposui M. H Mancini con ciò suppone già composti i com- menti a Cicerone e Quintiliano, ma l'originale qui adopera il futuro. Vili 32 ad t, ob M. Correzione superflua. VITI 30 prò virili mea £, prò virili mea parte M. Quel parte è superfluo per il Valla. (1) Non eorum, per il genere di arbore*. — 10 — X 3 succrevit ine» m'ita tu num / (se ho ben capito la nota), suecre- yit incogitato miti M. Seguendo lo tracco dell'originale si do- vrebbe leggere: succurrit ix cooitationem. X 12 ulti illas emendaro, ante pancos inter dies / M, eccet- tochè J7 corregge <mtnu\ uia questa congiunzione non può occupa- re il primo posto in una frase. XI 8-10 oo quidem magis quod agam fustelem tam ex ini- bii. In via gustavi ans quod referunt milii minaciae /, co quidem magis quod agam pustulas tam ex imbri. In via gustavimus, quod referunt mini, minacias M. Il passo acquista senso e fisonomia latina ricostruito così : eo quidem magis, quod aquam lutulentàm ex IMBRI IX VIA GUSTAVI. Ammis, (1) quod EEFERUNTUB milli MTXACIAE. XI 1G quia bibi aquam improbi acusculentam /, quia bibi aquam improbam succulenta m M. Si ricostruisco : quia bibi a- quam imbuì lutulentàm. XII 10 fui coniunctus /, sum coniunctus M. Correzione super- flua. XII 17 ut /, et M. Deve restare ut. XII 23 ex carorum fortuna /, carorum fortuna M. Sta bene ir. anche per la simmetria cou ex prosperitate. XII 25 sui siniiliumque /. --ibi similium M. Va bene sui. Il genitivo con similis si trova anche nella lettera al Serra: si ni il is lui. XII 28 fero /. puto M. .Multo probabilmente nel end. è scritto scio, che è la vera lezione. XII 33 mine ne multis teoumdixerio /, mine uonmultis te- cum agam .1/. Meglio si corregge: nane \i: multis tecum dkjsèbam. XII 34 utinam . . . posàt /, utinam . . . possem M, Si cor- regge: utinam . . . possol (1) Cioè animus miìvi dolet e tu corrispondenza con primutn caput dolci (4). — 11 — XHI 16 Quid enira /, Quin enim M. Si corregge: quidni. XIII 33 virtutibus . . . frui i, de virtutibus . . . fruì M. Per- chè quel de ? XHI 37 adisisti t, adsci visti M. Si corregge addexisti. XIV 3 quis om. /, acid. M. Se mai qui. XIV 13 poterò /, possem M. Non si vede la ragione di mutare potevo in possem nel periodo: hoc utor solatio, quod, si putaveris, poterò. XV 6 quod ego mihi molestius est t (se ho interpretato be- ne la nota ), quod mihi molestius est M. Si corregge : quod eo mihi molestius est. XV 12-14 non ea ratione volo causam meam esse defensam quod te non damno. Nam si utrumque iu hoc genere putarem peccas- se, utrumque potius ingenue accusarem. Sed quia culpam t M, eccet- tochè t in luogo di quia ha quod. Si punteggia: non ea ratione. . . . quod te non damno (nam si ... . accusarem), sed quod culpam. Il nesso del periodo è: non quod . . . , sed quod. XV 20 relegi politicam Aristotelis in quibus /, relegi poli- ticami .... in qua M. Si corregge: relegi politica (neutro plurale) . . . ino, uibus. XV 23 ne audeo emplaribus t, me supremis praedicationibus M. Si ricostruisce : ut audio ex pluribus. In questo esame ho lasciato da parte i numerosi passi, nei quali si potrebbero proporre facili emendamenti, e ho invece tenuto conto solo di quelli, nei quali il Mancini ha corretto, ossia inteso di correggere V originale. Ora domando, se per due misere parole (Laurentium Vallam) che io, con relativa nota in calce, ho supplito nella lacuna di un codice, mi meritavo proprio da lui questa grave censura: « ag- giungendo togliendo o sostituendo parole, i documenti finiscono per dire quanto noi desideriamo » (p. 8). — 12 — X Da ultimo discuterò brevemente la cronologia di un gruppo delle lettere pubblicate dal Mancini ; sono la HI, tV, V, VI e VII, dirette dal Valla al Tornili. Sulle altre tornerò in tempo più opportuno. Prendo di mira anzitutto la V, VI e VII, le quali sono in strettissima relazione tra loro. Nella V intatti il Valla manda al Tortelli le Eleganze, pronte per 1' edizione, pregandolo di darglie- ne il suo giudizio; nella VI aspetta il giudizio: « nunc animus de Elegantiis sollicitus est quid (1) sentias. » Le Eleganze era- no state spedite per il recapito al cognato Ambrogio , come dice nella V: « domino Ambrosio, a quo accepturus es, opus restitues » ; e nella VI scrive: « unas enim (2), quibuscum Elegantias mitte- bam, levir meus ait se ad te misisse. » Nella MI domanda con inquietudine se ha finalmente ricevute le Eleganze: « accepistine adhuc Elegantias » ? e allude alla VI con le parole: « tertias (ad te litteras dedi), in quibùs ad querela* tuas.... respondi»; e infatti nella VI confuta corte lagnanze che gli avea messe il Tor- telli. Il contenuto delle tre lettere pertanto mostra che esse sono scritte a pocbissima distanza 1' una dall'altra. Tutte e tre hanno la data di Gaeta: la A' del 18 marzo, la VI dell' 8 marzo (Vili idus martii), la VII del 2)5 giugno (pridie natalis Saneti loan- ìiìs). Ma se la VI ò posteriore alla A', non può essere la VI del- l'8 marzo e la V del L8; ci deve essere errore e eerto fu scritto martii invece di mavì, scamMo tanto comune e tanto ovvio; perciò abbiamo questa successione: 18 marzo, 8 maggio, 23 giugno del medesimo anno. Consideriamo poi La III e la IV. Anche queste due lettere sono tra loro intimamente congiunte; in entrambe il Valla mani- fi) quidquid il Mancini. (2) unas mini levir il Mancini; ma levir è ripetuto sunito dopo. — 13 — ' festa T intenzione di dare a leggere le Eleganze al Tortelli; nella III: « polliceor te habitubum ex nostro opere quo.... »; nella IV: « cum (1) ad te Elegantias misero »; nella III crede di potere andare ìd persona a Firenze a portargli i suoi libri: » haec om- nia intra duos menses perferam » ; nella IV la guerra ne lo im- pedisce: « hos autem omnes istuc libros portassem, nisi bella . . . exorta essent. ^> Le due lettere sono alla distanza di appena qual- che mese; la IV ha la data di Capua 25 maggio; la III non ha data, ma può essere del marzo circa. La III e IV sono di un anno prima, la V, VI e VII di un anno dopo; fra la IV e la V è passato molto tempo , perchè la V comincia: « quatuor ferme iam (2) mensibus huc atque illuc vagatus sum, ut ad te scribere non potuerim». Cerchiamo di fissare gli anni. La VII è da Gaeta 23 giu- gno ; noi sappiamo che sin dal 2 giugno 1442 il re Alfonso conquistò Napoli; perciò la sua corte non era più a Gaeta nel 23 giugno e la lett. VII cade al più tardi nel 1441; così la V e VI che sono del medesimo anno. La III e IV, che sono di un anno prima, cadono al più tardi nel 1440; e questo è V anno loro, per- chè nella IV si allude alla Donazione, che fu scritta dopo la mor- te del Vitelleschi (+ aprile 1440). Se la III e la IV sono del 1440, la V, VI e VE sono del 1441. Determinate queste date, se ne traggono buone conclusioni per la cronologia delle opere del Valla. Dalla III risulta che le Fa- vole di Esopo furono tradotte nel 1439 (anno superiore), non del 1438, come vuole il Mancini, né del 1440, come voleva io. Così al 1439 appartiene la traduzione del I libro della Ciropedia e dei primi quattro dell' Iliade. Prima del 1440 era stato composto il (1) quum sempre il Mancini, che forse non sa della guerra fatta dal Valla al quum. (2) jam sempre il Mancini. — 14 — De Ubero arbitrio e nel marzo circa del 1440 erano finite o per Unire le Eleganze e Unita (absolvi) la Dialettica. Dalla IV risul- ta che la Donazione era già composta il 25 maggio 1440, men- tre io avevo supposto il 1441. Dalla V risulta che nel marzo 1441 il Valla non possedeva ancora le dodici nuove commedie di Plauto, il com- mento di Donato a Terenzio [eccetto 1* Eunuco], Vittorino e Tacito: « si libros quosdam, qui restant mihi legendi , legissem; quorum sunt duodecim comoediae Plauti recenter inventae, Donatus (1) in Terentium, cuius tantum Eunuchum vidi, Victorinus (1), Corne- lius Tacitns. (1) » Dalla VII risulta che nel 23 giugno 1441 il Serra viveva ancora; perciò questi è veramente Giovanni Serra e non (come il Mancini vuole) Bernardo, il quale morì uell' estate del 1439. Qui è rammentata la lettera apologetica al Serra, la quale ha la data del 13 agosto e va per conseguenza collocata almeno un anno prima, nel 1440. La lettera V poi è importante anche per un altro rispetto , poiché da essa risulta che fin dal marzo 1441 il Valla era tor- nato in buona relazione con Leonardo Bruni, al quale infatti vole- va scrivere: « ad Leonardum Arretinum scripsissem, sed vides cau- sane quare non fecerim. » L' ostilità col Bruni risale, come io ho messo in chiaro (Cronologia del Valla p. 75-77), almeno al 1437, nel quale anno il Valla sparlò della Laudafio urbis florentinae del Bruni; e durò qualche tempo, poiché il Valla in un' altra lettera, la XV, annunzia di avere raccolto e voler pubblicare (efferre) (2) molti errori di lingua latina trovati nella Politha di Aristotele tra- dotta dal Bruni. La traduzione della Politica venne in luce nel marzo 1437 (3); la lettera XV perciò, che è del 4 aprile, dovrà collocarsi (1) Donatimi, VicÀorinnm, Corneliton Tacitimi il Mancini; ma devono essere nominativi, soggetti di sunt, come comoediae. (2) afferre il Mancini. (3) Leonardi Bruni Ai-retini Epistol. ed. Mehus I p. LXXVII. — 15 — per lo meno nel 1438; nella lettera V, del 18 marzo 1441, l'ami- cizia è già ristabilita; sicché la lettera XV cade tra il 1438 e il 1440; argomenti per determinarne meglio la data al momento mi mancano. In essa del resto scorgiamo i primi segni di riavvicina- mento, perchè il Valla dice di aver saputo che il Bruni aveva in un crocchio parlato di lui con molta lode. Catania 15 febbraio 1893. Remigio Sabbadini I TRE LIBRI DE OFFICIIS DI M. TULLIO CICERONE COMMENTATI DA REMIGIO SABBADINI Seconda edizione migliorata. (ristampa) TORINO Casa. Editrice ERMANNO LOESCHER 1911 Proprietà Letteraria Torino — Tipografia Vincbhzo Bona (11826). AVVERTIMENTI Da questo commento m ae Ofjiciis ho escluso la grammatica, eccetto dove servisse all'interpretazione. Ho invece badato molto allo stile, ma noti riferendomi agli schemi di un trattato di stilistica, bensì esponendo secondo l'occasione le regole più ovvie; spesso anzi ho schivato le regole, cercando di guidare il lettore praticamente a trovare i mezzi che possiede la lingua italiana per rendere la parola latina. £ siccome una delle so- stanziali differenze consiste nell'organismo del periodo delle due lingue, così ho messo gran cura nel far risolvere in buon perìodo italiano il periodo latino; e in ciò ho tenuto due vie: ora presentando latinamente sotto altra forma il passo, ora ad- ditando i mutamenti da farsi nella traduzione. Quando si trat- tava di suggerire le parole o le frasi italiane corrispondenti alle latine, ho procurato che il lettore le indovinasse piuttosto da sé, anziché trovarle bell'e fatte ; e a questo scopo il maggior numero delle volte ne ho data la genesi, altre volte ho messo due e più forme, tra le quali si dovesse scegliere. Altra mia cura speciale é stata di rendere spesso i termini tecnici e filo- sofici latini coi termini della nostra lingua dell'uso, per fare entrare nella traduzione ancne un po' di vita moderna. Nelle notizie storiche e filosofiche ho piuttosto largheggiato, per non lasciar nessun dubbio sull'interpretazione del testo e sul nesso delle idee, al qual fine ad ogni singola parte del trat n AVVERTIMENTI tato precede un breve sunto. Ciò ho fatto anche per evitare una lunga esposizione del contenuto dell'opera e del sistema stoico, la quale per i giovani lettori sarebbe stata poco attraente e forse anche poco chiara. L'introduzione, oltre un breve cenno sulla cronologia del libro e una notizia sul figlio Marco, contiene l'elenco degli emenda- menti che ho proposto ai luoghi più controversi: avrei voluto inserirvi anche una discussione sulla storia e sulla critica del testo, ma la riservo per una sede più adatta. Ho ampliato in confronto della prima edizione Tesarne della composizione dell'opera e vi ho aggiunto un saggio delle clau- sole, la cui conoscenza è così indispensabile per l'apprezzamento della prosa artistica, come la conoscenza della metrica per l'ap- prezzamento e l'intelligenza della poesia. Tutto il commento è stato sottoposto a un'attenta revisione. Le lezioni che mancano ai codici sono supplite in corsivo. Le interpolazioni ho chiuso in parentesi quadre [ \ gli innesti posteriori tra virgolette « ». INTRODUZIONE I. Del tempo in cui fu scritto il « de Ofpicits ». Le speranze fondate sulla morte di Cesare, assassinato negli idi di marzo del 44 av. Cr., erano ben presto svanite. Mar- cantonio prese le redini del governo e Cicerone dovette pensare alla propria salvezza. Infatti lasciò Roma alla fine di marzo e si ritirò nelle sue ville sulla costa del mar Tirreno, alternando il suo soggiorno dall'una all'altra. In questo periodo di ozio forzato Cicerone cercò un sollievo alle amare delusioni del pre- sente e alle fosche previsioni dell'avvenire occupandosi a scrì- vere di filosofia. E veramente fecondo fu quest'anno 44, giacché in esso Cice- rone diede l'ultima mano ai cinque libri delle Tusculanae disputationes e ai tre de Natura deorum ; più compose tre opu- scoli: de Senectute, de Amicitia, de Fato, i due libri de Divi- natione, i due de Gloria e i tre de Officiis. Che questo sia il tempo, in cui fu scritto il de Officiis, ap- pare da alcuni indizi, che s'incontrano nell'opera stessa. Vi si accenna infatti alla morte di Cesare (I 26, Il 23, III 19) e vi sono ricordati i due opuscoli de Amicitia e de Gloria (II 31). Questi due opuscoli poi insieme col de Officiis non sono an- cora citati nell'elenco che Cicerone diede delle sue opere al principio del lib. Il de Divinatione. Siccome pure il de Divi- natione fu composto dopo la morte di Cesare, così arguiamo che il de Officiis deve essere stato cominciato ad anno inol- trato. Ma nel luglio il lavoro fu interrotto, perchè Cicerone aveva y VI INTRODUZIONE divisato di far una visita al figlio Marco in Atene. Messosi in viaggio, fu respinto a terra dai venti contrari ; ivi ricevette l'annunzio di un mutamento favorevole nelle condizioni pub- bliche a Koma, dove egli si recò per invito degli amici (de Off. Ili 121) alla fine di agosto. Tutto il settembre e porzione del- l'ottobre rimase a Roma; il 2 settembre vi recitò la prima Filippica contro Marcantonio. Ma ben presto dovette pensare nuovamente alla sua salvezza e lasciò Roma nell'ottobre, per tornarvi poi nei primi giorni del dicembre. Nella seconda metà di ottobre aveva già ripreso il de Officiis nella villa di Poz zuoli (ad Att. XV 13, 6); nel 5 novembre ha già compiuti i due primi libri e condotto a buon punto il terzo (ad Att. XVI 11, 4), più ha ordinato ad Atenodoro Calvo un sunto dell'opera di Posidonio; verso la metà di novembre il sunto di Posidonio gli è arrivato (ad Att. XVI 14, 4). II. Del figlio Marco. Cicerone dedicò il suo de Officiis al figlio Marco. Marco era nato verso la fine del 65 av. Cr. (ad Att I 2, 1). Fin dai primi anni il padre curò attentamente la sua istruzione e tradusse per lui dal greco (1) il de Partitione oratoria tra il 46 e il 45. Nella guerra civile tra Cesare e Pompeo il diciassettenne Marco prese servizio sotto Pompeo, comandando un drappello di cavalieri (de Off. II 45). Più tardi, nel marzo del 45, voleva prender servizio con Cesare in Spagna (ad Att. XII 7), ma il padre vi si oppose e risolse invece di mandarlo, in quell'anno stesso, alla fine di marzo (ad Att. XII 32; XV 15, 4), ad Atene a studiare filo- sofia sotto Cratippo,' allora capo della scuola peripatetica. Pare che da bel principio la sua condotta non fosse troppo corretta; infatti fin dal maggio dell'anno stesso, 45, Marco dava (1) La dimostrazione che il de Partitione fu tradotto dal greco si legge in S. Polizzi, Quistioni di retorica in Cicerone, Catania, Fr. Galati, 1904, p. 76. INTRODUZIONE YI1 motivo a lagnanze, forse perchè spendeva troppo {ad Att XIII 1,1). Sappiamo anzi che aveva stretta intima relazione con un retore Gorgia, che lo trascinava ai piaceri e al bere ; e Cicerone faceva di tutto per distaccarlo da quella pratica. Ciò fu alla fine del 44 (Plut. Cic. 24, cfr. ad Fam. XVI 21, 6). Nemmeno del pro- fitto di suo figlio aveva troppo a lodarsi Cicerone, il quale sin dal maggio dell'anno 44 credeva necessario il suo intervento ad Atene, per vedere come andavano le cose (ad Att. XVI 16, 3). Del resto che il padre non fosse soddisfatto del figlio è argo- mento il de Officiti stesso, dove non s'incontra il minimo ac- cenno ai progressi di Marco; e sì, che se progressi ci fossero stati, il padre non li avrebbe taciuti. Nel 43, sino almeno dall'aprile (Cic. ad Br. I 4, 6; 6, 1; II 5, 6), Marco si arrolò nell'esercito di Bruto, dove ottenne il comando di una parte della cavalleria e si fece onore. Fu estesa anche a lui la proscrizione contro il padre, ma egli la sfuggì. Combattè nel 42 a Filippi, indi si rifugiò presso Sesto Pompeo in Sicilia. Nel 39 approfittò dell'amnistia concessa ai partigiani di Bruto e tornò a Roma, mettendosi ai servigi di Augusto. Nel 30 fu console, indi ebbe come proconsole la provincia d'Asia. Del suo soggiorno in Asia Seneca il vecchio (Suas. VII 13) rac- conta il seguente aneddoto, che reco tradotto integralmente: « M. Tullio, figlio di Cicerone, che dell'ingegno paterno non ereditò che il brio, nel tempo ch'era governatore dell'Asia invitò a pranzo il retore Cestio. M. Tullio aveva avuto da natura poca memoria e quella poca se l'era tutta bevuta, dedito com'era al- l'ubbriachezza. Egli domandò più volte chi fosse quel tale, che sedeva nel posto più basso: — Cestio — gli fu detto replicata mente, ma sempre egli dimenticava il nome. Finalmente il servo, nuovamente interpellato chi fosse quel tale, che sedeva nel posto più basso, per fare restare impresso il nome al padrone con qualche contrassegno, rispose: — Questi è quel tal Cestio, che diceva che tuo padre non sapeva leggere. — Allora Marco si fece portare lo scudiscio e Cestio dovette scontare a nerbate il suo imprudente motto sul conto di Cicerone ». Cestio era anticice- roniano. Di Marco null'altro sappiamo. Ci resta di lui una bella s Tiri INTRODUZIONE lettera inserita nell'epistolario del padre (ad Fam. XVI 21), dalla quale apprendiamo le sue pratiche e le sue consuetudini ad Atene (1). Cicero f. (2) Tironi (3) suo dulcissimo sàl. (2). Cum vehementer tabellarios expectarem quotidie, ali quando (4) venerunt post diem quadragesimum sextum (5), quam a vobis (6) discesserant ; quorum mihi fuit adventus optatissimus. Nam cum maximam cepissem laetitiam ex humanissimi et carissimi patris epistula, tum vero iucundissimae tuae litterae cumulum mihi gaudii attulerunt. Itaque me iam non paenitebat inter- capedinem scribendi fecisse (7), sed potius laetabar; fructum enim magnum humanitatis tuae capiebam ex silentio (8) mearum litterarum. Vehementer igitur gaudeo te meam sine dubitatione accepisse excusationem. Gratos tibi optatosque esse (9) qui de me (1) È scritta da Atene sulla fine del dicembre del 44 av. Cr. (2) f. = filius; sai = salutem (dicit). (3) Tironi, il famoso liberto di Cicerone, che fu suo segretario e che visse in casa sua come uno di famiglia. Sopravvisse al padrone, di cai raccolse e pubblicò le orazioni e l'epistolario. È specialmente celebre per avere perfezionato an sistema di stenografia, che porta il nome di notae Tironianae. (4) aliquando, < pur una volta, finalmente, dopo tanto > . (5) Quaranta sei giorni da Roma ad Atene furono veramente troppi; ci si poteva andare in venti o venticinque giorni. (6) a vobis, da Roma. (7) int scribendi fec. $ la frase intercap. scribendi facete è un diroE €tp. (8) Marco nell'ultima lettera a Tirone gli doveva avere scritto che per sue ragioni speciali avrebbe sospeso temporaneamente la corrispondenza. Di ciò non solo non si dolse Tirone, anzi gli scrisse una lettera più gentile del solito. Quella gentilezza fu dunque un frutto del silenzio di Marco. (9) esse non dubito; non dubito con l'infinito anziché col quin non si trova mai in Cicerone; lo usò Cornelio Nepote e Livio. INTRODUZION* IX rumores afferuntur non dubito, mi dulcissime Tiro (1); praesta- boque et enitar ut in dies magis magisque haec nascens de me duplicetur opinio: quare quod polliceris te bucinatorem fore exi- stimationis meae (2), firmo id constantique animo facias licet; tantum enim mihi dolorem cruciatumque attulerunt errata ae- tatis meae, ut non solum animus a factis, sed aures quoque a commemoratione abhorreant. Cuius te sollicitudinis et doloris participem (3) fuisse notum exploratumque est mihi; nec id mirum ; nam cum (4) omnia mea causa velles mihi sue- cessa (5), tum etiam tua; socium enim te meorum commodorum semper esse volui. Quoniam igitur tum ex me doluisti, nunc ut duplicetur tuum ex me gaudium praestabo. Cratippo me scito non ut discipulum, sed ut filium esse coniunctissimum ; nam cum audio (6) illum li ben ter, tum etiam propriam eius suavitatem vehementer amplector: sum totos (7) dies cum eo noctisque saepe- numero partera; exoro enim ut mecum quam saepissime cenet. Hac introducta consuetudine saepe inscientibus nobis et cenan- ti bus obrepit sublataque severitate philosophiae (8) humanis- sime nobiscum iocatur. Quare da operam ut hunc talem, tam iucundum, tam excellentem virum videas quam primum. Nam (1) L'uso regolare richiedeva Tiro, dulcissime vir\ ma nel linguaggio familiare si univa non di rado l'attributo immediatamente al nome proprio di persona. (2) bucinator in significato metaforico è un #ira£ cip. (3) Ciò mostra quanto intimamente egli vivesse con la famiglia di Cicerone. (4) cum -tum, la costruzione regolare sarebbe: nam omnia cum mea causa volebas mihi successa, tum etiam tua; ma il cum è stato posto Innanzi ad omnia quasi con valore di congiunzione causale e così ha rice- vuto il congiuntivo. (5) successa è qui adoperato insolitamente come passivo =*= successisse. (6) audio, frequentar la scuola. (7) totos, se fosse omnes'ì (8) philosophiae, spiega con l'aggettivo. INTRODUZIONE quid ego de Bruttio (1) dicam? quem nullo tempore a me patìor discedere, cuius cum frugi severaque est vita, tum etiam iucun- dissima convictio (2); non est enim seiunctus iocus a qpiXoXori(?(3) et quotidiana ovZr\Tr\Ge\ (4). Huic ego locum (5) in proximo conduxi et, ut possimi, ex meis angustiis (6) illius sustento te- nui tate ra. Praeterea declamitare Graece apud Gassium (7) in- stitui ; Latine autem apud Bruttium exerceri volo. Utor farai - liaribus et quotidianis convictoribus, quos secum Mytilenis (8) Cratippus adduxit, hominibus et doctis et illi probatissimis. Multum enim mecum est Epicrates, princeps (9) Atheniensium, et Leonides (10) et horum ceteri similes. Tà jièv ouv xaG' funaq Tabe (11). De Gorgia (12) autem quod(13) mihi scribis, erat quidem (1) Un romano, che insegnava grammatica ad Atene. (2) La parola convictio per convictus in tutta la latinità si trova dae sole volte. (3) cpiXoXoYia significava al tempo di Platone, come qui, « amor della conversazione > (tpiXoq, XófoO e anche « loquacità ». Eratostene (276-194 av. Cr.) fu il primo a chiamarsi filologo, abbracciando con questa deno- minazione tutti i rami della cultura: infatti egli fu matematico, filosofo, «reografo, grammatico, poeta. Più tardi filologo significò archeologo. (4) da aOv, Zryrèuj, ricercare in comune, perciò « disputa » . (5) abitazione, alloggio. fi) angustiis, dopo i primi sperperi il padre lo teneva a stecchetto. (7) Un altro romano, che insegnava rettorica ad Atene. (8) Cratippo era di Mitilene. (9) Un primate ateniese. (10) Leonide era un altro ateniese, che teneva informato Cicerone della condotta del figlio; ma le sue informazioni erano sempre vaghe; cfr. la lett. di Cic. ad Att. XIV 16, 3 (del 3 maggio 44): « Desidero fare una scorsa in Grecia nell'interesse o del figlio o mio o piuttosto di tutti e due, per vedere come va il profitto; giacché la lettera di Leonide, che mi fu spedita da te, non mi acquieta per nulla; quel «perora» ch'egli frap- pone agli elogi del figlio è indizio di un certo timore, anziché di fiducia ». (11) rà juèv ... = haec mnt quae ad me pertinente hactenus de me. (12) Gorgia era il retore, che faceva traviare il giovane Cicerone. (13) quod ... , < quanto a ciò che tu mi scrivi di ... ». INTRODUZIONE XI ille in quotidiana declamatione utilis, sed omnia postposui, dum- modo praeceptis patris parerem; biajSjSr|òriv (1) enim scripserat, ut eum dimitterera statim: tergiversari nolui, ne mea nimia anouòf| (2) suspicionera ei aliquam importaret, deinde illud etiam mihi succurrebat, grave esse me de iudicio patris iudicare; tuum tamen studium et consilium (3) gratum acceptumque est mihi. Excusationem angusti arum (4) tui temporis accipio; scio enira quam soleas esse occupatus. Emisse te praedium vehe- raenter gaudeo feliciterque tibi rem istam evenire cupio. (Hoc loco (5) me tibi gratulari noli mirari ; eodem enim fere loco tu quoque emisse te fecisti me certiorem.) Habes (6). Deponendae tibi sunt urbanitates; rusticus Bomanus factus es. Quomodo ego mihi nunc ante oculos tuum iucundissimum conspectum prò- pono? videor enim videre ementem te rusticas res, cura vilico loquentem, in lacinia servantem ex mensa secunda semina (7). Sed, quod ad rem pertinet, me tum tibi defuisse (8) aeque ac tu doleo; sed noli dubitare, mi Tiro, quin te sublevaturus sim, si modo fortuna me (9); praesertim cum sciam communem nobis emptum esse istum fundum. De mandatis quod tibi curae iuit, est mihi gratum; sed peto a te, ut quam celerrime mihi librarius mittatur, maxime qui de m Graecus; multimi mihi enim eripitur operae(lO) in excribendis hypomnematis(ll). Tu velim (1) òuxp... , € chiaro e tondo, perentoriamente». (2) airouòf) = studium, propensione per Gorgia. (8) consilium, di lasciar la pratica di Gorgia. (4) ang., « per la ristrettezza », genitivo oggettivo. (5) hoc loco, in questo ponto della mia lettera, cioè solla fine. (6) habes, assolatamente. < sei donqoe possidente > . (7) semina, i semi delle frotta mangiate a tavola; alle mensae secundae si servivano le fratta e i dolci. (8) defuisse, allude scherzevolmente al danaro per il pagamento. (9) fortuna me suppl. sublevaverit (10) operae, tempo e fatica. (11) hypomnematìs, óiroiuvruuara, in lat. commentarti, sono gli appunti, i quaderni delle lezioni; cfr. de Off. Ili 121. XII INTRODUZIONI in primis cures ut valeas, ut una auncpiXoXoreìv (1) possimus. Antherum (2) tibi commendo. III. Le fonti e la composizione del « de Officiis ». Per il libro III de Officiis Cicerone attinse da Ecatone di Rodi (III 63; 89), da Diogene di Babilonia e da Antipatro di Tarso (III 51-55; 91). Ma si tratta di questioncelle partico- lari; sicché possiamo ritenere che il nucleo del lib. Ili sia tutto originale di Cicerone. Ben altrimenti va la faccenda per i due primi libri, dove Cicerone segue passo passo Panezio, riservandosi però una certa indipendenza (I 6 sequemur Stoicos [e tra essi Panezio], non ut interpretes; II 60 Panaetius, quem multum in his libris secutus sum ; III 7 quem [Panaetium] correctione quadam aditi- bita potissimum secuti sumus). E l'indipendenza è senza dubbio maggiore nel libro II che nel I. Il libro di Panezio si intitolava rapì K<x0r|KOVTO£. Questo filosofo era nativo di Rodi, scolaro prima di Diogene e poi del suo successore Antipatro di Tarso. Non si sa Tanno della na- scita e della morte; certo non era più in vita nel 110 av. Cr. Panezio visse molto tempo a Roma in casa di Scipione Emiliano, in intima relazione con lui e coi suo circolo, dove emergevano Lelio, C. Fannio, Q. Tuberone, Rutilio Rufo e altri. Accompagnò Scipione nel 144 nella sua ambasceria in Egitto; dopo la morte di lui nel 129 tornò ad Atene, dove divenne capo della scuola stoica. Lo stoicismo fu fatto conoscere a Roma da Diogene nella sua famosa ambasciata del 156 av. Cr., in compagnia di Cameade e Critolao. Ma chi rese, possiamo dire, popolare questo sistema in Roma, fu Panezio. E ciò è dovuto alle sue speciali qualità; (1) ou|n(p. — t € chiacchierare di letteratura». (2) Antherum, lo schiavo, che portava la lettera. INTRODUZIONE XIII poiché egli si distingueva dagli altri della sua scuola per una svariata cultura storica e per l'arte dell'esposizione, evitando l'oscurità e la durezza della terminologia degli Stoici. Le sue ricerche filosofiche si aggiravano massimamente intorno a que- stioni di interesse pratico, cercava di non urtare contro il sen- timento pubblico e mitigava l'eccessiva rigidezza del suo si- stema, attingendo alcuni principii da altri sistemi, come dal platonico, e adattandosi in alcuni punti alle opinioni del pub- blico romano. Quest'opera di adattamento dello stoicismo alle condizioni e ai sentimenti della società romana, cominciata da Panezio, fu proseguita e condotta felicemente a compimento da Cicerone. Resta a dire di Posidonio, che è da Cicerone espressamente annoverato tra le fonti del de Officiis (I 159; III 8; 10). Il fatto è fuori di dubbio, ma quali parti Cicerone abbia tolte da Posidonio, è quello che io vorrei determinare e che nessuno fin qui ha determinato. A questo scopo comincerò dal dare nuova interpretazione a un passo di una lettera di Cicerone. Eccolo trascritto per intero: Tà ir€pì tou KCt0r|KovTog, quatenus Panaetius, àbsolvi duobus; illius tres sunt; sed cum initio divisisset ita: tria genera exquirendi offici esse, unum cum deliberemus honestum an turpe sit, alterum utile an inutile, tertium cum haec inter se pugnare videantur quomodo iudi- candum sit, qualis causa Ueguli, redire honestum, manere turpe, de duobus primis praeclare disseruit, de tertio pollicetur se deinceps, sed nihil scripsit. Eum locum Posidonius persecutus ; ego autem et eius librum arcessivi et ad Athenodorum Calvum scripsi, ut ad me tà KeqpdXaia mitteret; quem expecto; quem velim cohortere et roges ut quam primum; in eo est irepi toC icaià Trepitfxaaiv Ka6r|KOVToq {ad Att. XVI 11, 4). Qui s' intende comunemente che Cicerone al tempo della lettera, che è del 5 novembre del 44 av. Cr., avesse terminati i due primi libri del de Officiis e aspettasse il sunto dell'opera di Posidonio, per cominciare il terzo. Contro questa opinione osservo primieramente che l'opera di Posidonio non trattava del conflitto tra l'utile e l'onesto, ma XIV INTRODUZIONE dei doveri che dipendono dalle circostanze (Kaxà ireptoxaaiv) ossia delle circostanze in quanto possono mutar natura ai doveri. L'opera dunque di Cicerone e quella di Posidonio non s'incon- travano nella medesima questione; sicché Cicerone non aveva bisogno di aspettare il sunto di Posidonio per dar principio al suo libro terzo. A ciò si aggiunga la coscienza che ha Cicerone di lavorare del suo su questo argomento: hanc igitur pattern relictam explebimus nullis adminiculis sed, ut dicitur. Marte nostro (de Off. Ili 34). La dichiarazione è molto esplicita e anche solenne. In secondo luogo Cicerone in quel passo della sua lettera dice bensì di aver finito due libri, ma quatenus Panaetius, cioè seguendo le tracce di Panezio e riducendo in due libri la materia da lui sviluppata in tre; ciò non significa punto che Ci- cerone non avesse per conto suo già intrapreso il terzo. E che vi stesse già lavorando, appare dall'esempio di Kegolo da lui citato nella lettera. Egli allora attendeva a scrivere la discussione sul fatto di Regolo. Se il libro III fosse già fin da allora stato con- dotto al punto, in cui si tratta di Regolo, vale a dire sin verso la fine, non possiamo affermare; certo ci sembra a ogni modo che nel tempo di quella lettera Cicerone lavorava al libro III. Per ultimo poi Cicerone in quella stessa lettera e in un'altra di pochi giorni posteriore (ad Att. XVI 11, 4; 14, 3) faceva questione con Attico sul titolo da darsi all'opera del de Of- ficiis. Ciò per me significa che l'opera stava per esser finita e che Cicerone pensava di fissarne il titolo per l'imminente pubblicazione. Sopprimiamo per un momento i §§ 8, 10, 18 (Quid ergo est) — 34 (repugnantiam) e vedremo che il libro III presenta una struttura se non irreprensibile, almeno soddisfacentemente ordinata e concate- nata. Esso infatti si apre al par degli altri due con un preambolo al figlio (§§ 1-6), a cui segue il solito riassunto dell'argomento (§ 7). Indi sono discusse due questioni come oggi si direbbe pregiudiziali: l a se Panezio avesse intenzione di trattare il conflitto dell'onesto con l'utile: risponde affermativamente (§ 9); 2 a se Panezio era autorizzato ad ammettere quel conflitto (§§ 11-18): risponde che teoricamente {oportere) non Tammet- INTRODUZIONE *▼ teva, sibbene praticamente (solere, § 18). Ora è il momento di entrare in materia e Cicerone vi entra con le parole : Hanc igitur pattern relictam (§ 34), dichiarando solennemente che quello che è per trattare è tutt'opera sua (Marte nostro) § 34. Col § 35 apre la dimostrazione, parlando dell attratti va che esercita l'utile sull'uomo, ma come il sapiente non vi si lasci adescare, nem- meno se si credesse assicurata l'impunità, §§ 36-39. Dal § 40 fino al 61 abbiamo una serie di esempi, nei quali l'utile si trova in collisione coi doveri della giustizia; dal § 62 al 95 sono esaminati i casi, in cui la malizia cerca il proprio utile, mascherata da prudenza: dal § 96 al 120 è discusso del con- flitto dell'utile prima con la fortezza, esemplificato in Ulisse e Regolo, poi con la temperanza, dove il ragionamento si risolve in una breve confutazione dell'epicureismo. Tutto r inciampo sta, come abbiamo accennato, nei §§ 8, 10, 18-34. E di vero in quell'ambito troviamo delle ripetizioni che stonano: sed quonxam operi — imponimus del § 33 ripete: nunc ad reliquam — revertamur del § 6; ut mihi concedas — maxume propter se esse expetendum del § 33 ripete: nam sive honestum — instar habeant del § 1 1 ; ac primum in hoc Panaetius... del § 34 ripete: itaque existimo Panaetium — oportere del § 18. Inoltre notiamo un'incongruenza, poiché il § 34 negatque... attribuisce a Panezio ciò che nel § 11 itaque accepimus... è attribuito a Socrate. I sedici §§ 18-34 furono inseriti dopo terminato il libro III. Cicerone ebbe notizia solo tardi dell'opera di Posidonio e se ne fece trarre un sunto. Veduto di che si trattava, egli si accorse che la materia del libro III non doveva essere rimaneggiata ; tutt'al più quello scritto gli poteva porgere occasione di svi- luppare una seconda questione pregiudiziale, accanto alla prima; e questa seconda pregiudiziale doveva aggirarsi sulle circostanze considerate quali fattori, che modificano la natura dei doveri. Tale era appunto il contenuto del libro di Posidonio, come ap- parisce dal suo titolo : rapì tou kotò TrepicrracTiv KaOrjKovToq, « dei doveri secondo le circostanze ». Si esamini il contenuto dei sedici §§ e si vedrà che precisamente di questo si parla: XT1 INTRODUZIONE infatti il § 19 comincia: Saepe enim tempore fit... ; e il § 32 finisce: Huius generis quaestiones sunt omnes eae, in quibus ex tempore officium exquiritur; dove ex tempore è la tradu- zione di Karà TTepiaxacJiv. Siccome la teoria delle circostanze è molto pericolosa, p. es., uccidere un uomo è delitto, ma se l'ucciso è un tiranno, l'omicidio diventa onesto, così Cicerone dà come correttivo la massima stoica: § 21 Detrahere alteri aliquid et hominem hominis incommodo suum commodum augere magis est contra naturam quam mors, quam paupertas, quam dolor, quam edera, qaae possunt aut corpori uccidere aut rebus externis. Dimostra che questa massima si basa su due leggi: la legge dell'ordinamento sociale, §§ 21-23, e la legge su- prema dell'universo, §§ 23-26. Dal § 27 al 32 poi sono risolti quattro casi speciali della questione: cioè se abbiano diritto al riguardo dovuto agli uomini gli estranei in confronto dei consanguinei (I caso), i forestieri in confronto dei cittadini (II caso), gli uomini da poco in confronto degli uomini grandi (III caso), i tiranni in confronto degli uomini onesti (IV caso): con l'esempio del tiranno come si apre, così si chiude la seconda pregiudiziale. Ohe questa inserzione abbia portato alcune modificazioni nel testo, non si può negare. Così i paragrafi 8 e 10 furono inter- calati dopo ricevuti i Commentarii (§ 8) di Posidonio; e l'in- nesto si rivela nelle due formole quod eo magis miror, quem locum miror (8), accedit eodem (10). I due paragrafi si pos- sono togliere senza che né al nesso né alla chiarezza dei pen- sieri venga alcun danno. Anche il § 159 del lib. I fu inserito dopo letto il sunto di Posidonio. Infatti nell'ultima parte del lib. I dal § 152 in poi Cicerone parla del conflitto tra la sa- pienza e la giustizia, conchiudendo col § 160 la superiorità della giustizia sulla sapienza. 11 § 159 col conflitto tra la giu- stizia e la temperanza, interrompe evidentemente l'argomento. Che questo § sia stato tratto dall'opera di Posidonio sui doveri ex tempore (icaià Trepiaxaaiv), risulta dalle parole : quod non potest accidere tempus, ut intersit rei publicae quicquam il- lorum facere sapientem. INTRODUZIONE XVII Tre conseguenze si traggono da questa interpretazione: I Che il de Officiis fu terminato sicuramente entro il no- vembre del 44 av. Cr. ; II Che i §§ 18 34 del III e 1 159 rappresentano il contenuto dei Commentarli di Posidonio; con che è ridata novella vita a un libro di questo insigne filosofo stoico; III Che un lungo passo del lib. Ili fu inserito dall'autore posteriormente. Un altro passo, pure di una certa importanza ed estensione, si manifesta per taluni indizi quale un innesto posteriore, il capitolo 4 del lib. I, che comprende quattro paragrafi: 11 Prin- cipio — 15 excitaret sapientiae. Chi tolga questo capitolo dal contesto, capirà meglio il significato dell'avversativa in Sed pmne quod est honestum del 15: mentre sed, dov'è collo- cato ora, forma una transizione aspra e poco naturale, com'è poco naturale anche la parola principio, che apre il § 11, senz'aver legame con ciò che precede. A persuadersi dell'in- nesto, basterà confrontare il e. 4 col 5. Nel e. 5 (§ 15) le quattro virtù sono distribuite così : sapienza, giustizia, fortezza, temperanza. Questa è la successione tradizionale, che troviamo già in Platone De re p. VI p. 487 A ; che se lo stesso autore nel De leg. I p. 631 C muta l'ordine (prudenza, temperanza, giustizia, fortezza), il primo posto è ancora lasciato alla pru- denza (sapienza). La successione tradizionale ritorna altre volte nel lib. I de Off. (§§ 94, 100, 152, 153); e con quest'ordine sono trattate nel corso dell'opera le quattro virtù. Tale succes- sione comparisce nella Bhet. ad Her. (Ili 10) di Cornificio e ritorna in un altro scritto di Cicerone, il De invent. II 159; mentre nelle Partit. orai. 76-78 l'ordine è invertito (prudenza, temperanza, fortezza, giustizia), ma sempre con la prudenza al primo posto. Il e. 5 pertanto segue la tradizione filosofica e letteraria, che collocano la sapienza (prudenza) in cima alle virtù, nel e. 4 per contrario è concessa la preminenza alla giu- stizia. Qui Cicerone fa un ragionamento, che dev'esser tutto suo: non indaghiamo se giusto o no; e che viene ripetuto quasi letteralmente dal de Fin. II 45-47, composto prima del de Off Cicerone, De Officila ^ comm. da R. Sabbadini, 2* ediz. II XVIII INTRODUZIONE L'uomo, egli dice, presenta con gli altri animali due punti di contatto: la conservazione dell'individuo e la riproduzione della specie; ma se ne stacca in quanto possiede la ragione, la quale gli dà un senso, che gli animali non hanno, il senso del passato e del futuro. La ragione crea nell'uomo quattro stimoli, donde traggono origine le quattro virtù : 1° lo stimolo alla comunanza e alla società e all'osservanza degli obblighi a essa inerenti: questo genera la giustizia (§ 12 eademque — rem gerendam facit) ; 2° lo stimolo alla ricerca del vero : questo genera la sapienza (§13 in primisque — aptissimum) ; 3° lo stimolo alla superiorità sugli altri: questo genera la for- tezza (§ 13 huic veri videndi — contemptio) ; 4° lo stimolo all'armonia e all'ordine, che crea il senso del bello e del de- coro: questo genera la awcppoaùvri. Nel de invent. (loc. cit.) la memoria (del passato), l' intellegentia (del presente), la pro- videntia (del futuro) sono considerate come elementi della prudentia, qui invece son trattate come doti peculiari dell'uomo, generatrici delle quattro virtù. Essendo dunque il e. 4 in contraddizione col 5 e con tutto il lib. I, è ovvio pensare che Cicerone ve l'abbia inserito di poi. Accenniamo altri innesti minori. Nel lib. I: § 141 in omni autem — ottemperare rationi; § 160 etenim — prudenter: en- trambi questi passi sono quasi enigmatici e hanno dato molto da fare agli interpreti; si aggiunga il § 157 itemque magni- tudo — immanitas. Nel lib. II: § 22 atque etiam subiciunt — mercede conducti, dov'è ripetuta la ripartizione del paragrafo precedente ; § 89 sed toto hoc de genere — disputatum est ; questo luogo è trasportato dagli editori in una sede che non è quella occupata nei manoscritti, ma deve riprendere la sua sede diplomatica, dove Cicerone lo ha collocato come postilla suppletiva. Nel lib. Ili: § 88 ego etiam — pertinebat; è chiaro che le parole male etiam Curio si ricollegano non a Catone, ma all'esempio di Filippo: §§ 91-92 quaerit etiam — quos nominavi controversia^ questi controversa iura degli Stoici, che non legano col filo del discorso, furono suppliti poi dal- JM'UODUZIONE XI* l'opera di Ecatone. Mi sono sospette anche le parole del § 103 addunt etiam quicquid — videretur, tanto più che poche righe sopra c'è un altro addunt etiam] e in tal caso sarebbe da ri- guardare incastrato posteriormente il periodo del § 110 nom quod aiunt — quia honestum utile, che vi corrisponde. IV. Le clausole. Uno dei principali elementi dello stile di Cicerone e di tutti i seguaci della prosa artistica (esclusi i trattatisti di scienze sperimentali e gli storici più antichi) consiste nelle clausole ritmiche. La ricerca delle clausole e delle leggi che le gover- nano affatica e preoccupa i filologi moderni, i quali se non sono ancora riusciti, il più delle volte per preconcetti di scuola e ambizione di persona, a mettersi d'accordo, hanno tuttavia formulato dei principi generali, che non possono venire scalzati da nessuno scetticismo e da nessuna riluttanza. Del resto la seconda parte ùeWOrator di Cicerone stesso, un lungo capitolo di Quintiliano (IX 4) e le numerose appendici dei grammatici latini e di Marziano Capella sulla structura ci affidano che abbiamo a che fare con un fenomeno storico e non con una fantasia. I miei criteri ho esemplificati, più che esposti, sin dal 1897 in un articoletto sul niimcrus in Floro (Rivista di Filologia XXV, 1897, 600-601) e non ho finora sia negli scritti altrui, sia nella mia mente trovato o pensato ragioni che me li facciano abbandonare. Segno come saggio le clausole dei primi sei paragrafi del lib. I, avvertendo che le sillabe contenenti la clausola sono stampate in corsivo. (§ 1): I. audienfew Cratippum 2 ììistitutisque philosophiae Ó auctoritafew et urbis 4 altera exemplis 5 latina coniunxi 6 exercitatiorctf feci 7 orati ow w facultate 8 ut videmur 9 hoiuinibus nostris Cicerone, De Officiis, comm. da R- Sakisadixi, 2" ediz. 11* INTR0PU710NE li) litterarum rudes 1 1 iudicandum <§ 2): 12 philosopJtorum 18 quamdiu voles 14 paenitebit 15 dissidentia 16 volumus esse 17 pleniorem 18 existimari velini 19 conccdens multi s 20 aetafcm consumpsi 21 v indicar e (§ 3): 22 orati ones mcas 23 aequarwntf studiose legas 24 orationis genus 25 contigisse 26 elaboraret 27 disputando genus 28 numero lidberi potest 29 possis agnoscere 30 ^vofecerimus 31 certe sccm^' sumits (§4): 32 trac/are voluisset 33 potute efrcere 34 pronuntiare voluisset 35 facere p>otuisse 36 Isocrate indico 37 contemjisit alterum 38 multa postime 39 iìuctorifafi mrae 40 disputata 41 ilZ/s eZ praecepta sur>t 42 domestica m rc6w.« 43 aZ/ero contrahas 44 v&care officio potest 45 turpitudo (§ 5): 46 philosopliorum 47 audeat dicere 48 disciplinae 49 owwe pervertant 50 virate coniunctum 51 hones/a/e metitur 52 boni fate vincatur 53 libera/i7afem 54 nulZo morto psfestf (§ 6): 55 disputa ti owe wow e<7ea£ 56 disputata hi consentanea^ #eZm£ c^e 58 ni/ii7 queant dicere 59 Zrarf/ possunt 60 expetendam 61 peripatefecorw/» 62 expZosa sententia est 63 dilecZwm reliquissent 64 adi t us esset 65 fotissimutn stoicos 66 arbitriate nostro 67 hauriemus. Per la clausola sono stati considerati i due ultimi piedi, strettamente necessari; il che non significa che essa non possa abbracciare anche il terzultimo e perfino il quartultimo. INTRODUZIONE XXI Le formolo trovate in questi sei paragrafi sono quattro: il ditrocheo -^ | -x (1); il dicretico -w- | — x; il eretico-trocheo -v- | -z; il trocheo-eretico -~ | -~x. Come per la poesia, così per le clausole della prosa sono ammesse la sinalefe, l'ultima sillaba ancipite, la soluzione delle lunghe e la sosti- tuzione del piede irrazionale. Ecco il computo numerico delle formolo: I. 11 ditrocheo puro (-^ | -x): numeri 1.3. 6. 8. 11. 14. 17. 21. 25. 30. 38. 40. 45. 48. 53. 56. 60. 61. 66. 67, totale 20 volte. Il ditrocheo risolto (^^ | -s): 12. 16. 46. 64, to- tale 4 volte. 11 ditrocheo irrazionale ( — | -a:): 19. 20. 42. 59, totale 4 volte. II. 11 trocheo-eretico puro (-v, | -^) : 13. 15. 33. 37. 54 ? totale 5. III. Il dicretico puro (-w- | -»x) : 10. 18. 22. 24. 27. 31. 39. 43. 47. 58. 62. 65, totale 12. Il dicretico sciolto (— - | -~x): 28, (-vwo | ~^x): 36, totale 2. 11 dicretico irrazionale <„. | -„ X ): 29. 41 f (-ww- | -vz): 23, (— ww' f -^): 44, totale 4. IV. 11 eretico-trocheo puro (-^- | -x) : 4. 5. 7. 26. 49. 50. 51. 52. 57. 63, totale 10. 11 eretico- trocheo risolto (v^v- | -#): <j, (-w- | ^x): 55, (-v^v, | v,^): 2,(-v^w | -x) : 32. 34, ^^^ | -x): 35, totale 6. Le forinole I e lì coi loro totali di 28 e 5 rappresentano i due estremi; le formole III e IV coi totali di 18 e 16 si equilibrano. Le formole I, III e IV nella loro espressione pura presentano i totali rispettivi 20. 12. 10 e rimangono le tre fon- damentali ; ma la I lascia a distanza le altre. La IV risolta in -ww^ | -# è la famosa esse videatur, il cui uso troppo fre- quente fu rimproverato a Cicerone dagli antichi. Nella 1 cate- goria l'accento della parola coincide con la percussione (ictus) 18 volte, 5 nella li, 8 nella IV : queste coincidenze non paiono accidentali. Il presente saggio potrebbe invogliare i giovani studio&i * (1) Con la x indico la sillaba ancipite finale. XXì! INTRODUZIONE ricercar le clausole in tutto il testo o in una parte qualsiasi di esso; il quale esercizio, oltre a introdurli nei segreti dell'arti* della prosa antica, li renderà anche più sicuri nel leggere : infatti si accorgeranno che il perf. cong. \wofecerimus 1 3, va accentato sulla penultima, secondo la quantità originaria dell'i, come non lascia dubbio il dcderitis 1 38 di Knnio; un altro esempio di perf. cong. in clausola lo troveranno in III 3 vixc- rimus (ditrocheo); e anche il fut. II si accentava egualmente: 1 103 fecerùnus (ditrocheo), IL 22 dixcrimus (ditrocheo). La prima sillaba di fieri originariamente era lunga anche quando seguiva er; questa quantità è osservata da Cicerone: I 28 vc- ìuntate fieri (trocheo-eretico), 111 39 fieri posse (eretico-trocheo), 114 fieri posset (id.), 110 esse non fieri (dicretico). Così for- tuitus aveva lunga la penultima, come vediamo in I 103 for- tuito (ditrocheo); e lungo era l'i della desinenza pronominale ius del genitivo : III 82 alten'ws invidia (trocheo con un ere- tico risolto, come III 83 liberfafrs inferitimi). La finale o dei nominativi singolari era ancor sentita da Cicerone come lunga: III 47 mentio pacis (eretico-trocheo). Nelle clausole si faceva valere la posizione debole, corrispondentemente all'uso dei poeti; p. es. t patriae in III 83 ipurricidium patriae (dicre- tico) ha lunga la prima; e due volte comparisce lungo in clàusola Yo di mediocris : I 84 plaga mediócris (= esse vi- dcatur\ 130 meAiocritas opti ma est (dicretico). In diuturnus i poeti (p. es. Ovidio) abbreviavano il primo u: e lo stesso si potrebbe ammettere in Cicerone II 25 esse diuturna, 43 esse diuturnum (due formole = esse vidcatur); ma ci rimane uno scrupolo, perchè incontriamo altre quattro clausole con la rtìe- desima struttura: II 28 urbe triumphari^Ah bella gerebantur, III 40 propter honestatem, 115 esse videretur, dove sarà da vedere la risoluzione di un eretico-trocheo irrazionale ( | ^x risolto in -~w- | -*#). Con le clausole riusciamo a determi- nine la quantità di certe parole, specialmente dei nomi di per- sona, per i quali ci mancano altri indizi; p. es., da 11147 Pa- pius nuper (eretico-trocheo) deduciamo che la di Papius è lunga. In molte parole il prosatore al cari del poeta adoperava la INTRODUZIONE XX III sinizesi; così Cicerone pronunciava qualche volta nikil mono- sillabo: I 148 nihil honestum (=nil honestuni ditrocheo), 111 120 nihil habebit (= nil habcbit ditrocheo); decrit bisil- labo: causa decrit (ditrocheo), easdcm bisillabo: I 38 oportct casdcm (ditrocheo; vedi ?'&., eorundem nel luogo di Ennio); rcici bisillabo: 1 106 reici oportere (eretico-trocheo), 148 eicienda (ditrocheo), cfr. Il 25 ixibebat anidre (eretico-trocheo, anidre trisillabo); comprehendere e reprehendere quadrisillabi: II 27 iure comprehenderet (dicretico), 50 est reprehendendum (ere- tico-trocheo), 56 nos reprehendit (ditrocheo), III 30 sit reprcheu- dendum (eretico-trocheo). Fin qui abbiamo considerato fenomeni di quantità e di pro- nuncia; ora tocchiamo di un fenomeno morfologico. 11 genitivo singolare dei temi sostantivali in — io aveva anticamente un solo i\ ciò è confermato dalle seguenti clausole: 1 8 àìvisio est offici (dicretico), 49 maxume offici est (trocheo-eretico), 58 tribuentfam sit offici (id.), 81 ingeni magni est (eretico- trocheo), 101 dìscriptio offici (trocheo-eretico), 107 offici cxqui- ritur (dicretico), 114 ingeni non erant (id.), 117 imhzcdliias consili (id.), 158 socìujh studi quaereret (id.), II 25 imperi tanta est (eretico-trocheo), III 46 àilectus offici (trocheo-ere- tico), 65 praedio w7* (id.). Possiamo risalire anche al terzultimo piede e allora troviamo due esempi di ditrocheo preceduto da un eretico, con che si ottiene una delle più belle clausole: II 7 offici persequamur, 9 offici persequendi (1). Come nella poesia la necessità metrica impone spesso devia- zioni dall'uso comune, così avviene nella prosa artistica in grazia della clausola; di che recherò qualche esempio: I 58 quam similitudo morum coniugavit; il verbo coniugare, che Cicerone usa solo in questo luogo, fu scelto per ottenere il ditrocheo; I 66 in rerum externarum despiciew/?a ponitur invece di po- siia est per avere il dicretico. Esempi di collocazione dura : (1) Per oti (e negoti II 75; III 2, 4, 102) scritto con un solo i sino nei tempi tardivi abbiamo le attestazioni dei grammatici, cfr. Likdsay- Ki.iil Die latein. Sprache, p. 96. XXIV INTRODUZIONE II 64 posse multum voìunt per multum posse volunt dà il di- eretico; II 72 singu/os ut attingant per ut singulos attingant dà il eretico-trocheo; li 78 suae rei cuiusque custodia per suae cuiusque r. e. dà il dicretico; III 59 Syracusis quicquid est piscium per quicq. Syr. est p. dà pure il dicretico ; 111 71 mala bonis ponit ante; questa collocazione è strana (cfr. Ili 90 anteponet) e non si capisce perchè sia stata scelta, se si ottiene la stessa clausola di trochea anche collocando anteponit. Inoltre le clausole aiutano a risolvere le questioni di testo; e ciò vedremo da alcuni casi che ci si presenteranno nel pa- ragrafo seguente. V. Il testo. I codici del de Off. di Cicerone vanno tutti d'accordo in certe interpolazioni, in certe lezioni erronee e insanabili; donde si deduce con sicurezza che essi risalgono a un unico e comune archetipo. Ma la tradizione di quell'archetipo si divise in due correnti, l'una pura, l'altra impura. Dall'una parte cioè ab- biamo codici, che mettono capo a un esemplare chiamato Z, del quale ci hanno trasmesso fedelmente la lezione, quantunque spesso, per scorrettezza dell'esemplare o per imperizia dei co- pisti, mutila e guasta. Dall'altra parte una serie, ma assai minore, di codici, che derivano da un esemplare X, il quale conteneva una lezione più intiera che Z in molti luoghi, ma in moltissimi altri arbitrariamente interpolata. I codici della classe X finora conosciuti ed esaminati sono: lo Harleian 2716 sec. 1X-X (=£), mutilo ; il Vatic. Palat. 1531 sec. XIU-X1V (=p); il Bernense 104 sec. X11I (= e). Tra le centinaia di codici della classe Z, sette sono riputati i più degni di rappresentarla: il Voss. (Leida) Q 71 sec. IX X (= V)\ il Bernense 391 sec. IX X (= 6); il Paris, làt. 6601 sec. 1X-X (=P); il Bambergense M. V. 1 sec. X (=i?/, l'Herbipolitanus (Wùrzburg) Mp. f. 1 sec. X (= H); il Bernense 514 sec. X (=a); l'Ambrosiano 29 inf. sec. X-Xl (=A)(l). (1) Sui codici vedi una dissertazione e due programmi di E. Popp: De Ctctionis de off, Ubrurum codicilli Bemensi 104 eique cognutts, Er INTRODUZIONE XXV La buona critica mette a base del testo la classe Z e ia adopera fin dove può; nei casi disperati ricorre alla classe X. Reco ora l'elenco delle lezioni da me scelte nei luoghi o dub- biosi o corrotti. I 8 perfectum officium rectum opinor vocemus, quoniam Graeci KcurópGuj^a, hoc autem commune officium vocant ZX. 11 Pearce e il Muller emendano: hoc autem commune officina* KaOqKov vocant ; io: hoc autem commune KaBfJKov vocant r perchè ritengo che officium sia una glossa di KaBfìKov (cfr. 1 93 decorum) e ne abbia determinata la caduta. J 21 e quo si quis Uh e, eo si quis B ; emendo: e quo si quid quis. 1 28 in inferenda ZX. Alcuni editori ut inferenda; il Baiter sopprime in e così faccio anch'io, considerandolo nato o per congettura o per geminazione dell't'u del verbo. I 32 cui quod Z, cui quid e. Correggo quoi. 1 33 sed malitiosa ZX. La credo col Baiter un'antica glossa, nata da s. (= scilicet) malitiosa. I 40 Levo dal testo questo §, che è dato solo da X. 1 59 intellegas sed ZX. 11 nesso non comporta sed, ma et, che ricostruisco, supponendo che la lezione originaria intel- legaset sia stata mal divisa intellegas set. 1 64 ut potius superiores Z, uteumque potius sup. X - r vi p. sup. a; vi è un felice emendamento. I 66 sed ut Z, sed et X. Correggo sed vel. 1 69 voluptate animi ZX. Fu corretto animi in nimia; ma preferisco chiuderlo in parentesi come nato dai due animi che circondano la frase. I 73 maioraque efificiendi ZL , maioraque efficienda p y maiorque cura efficiendi e. Accetto la correzione dell'Unger maioraque studia efficiendi. 1 88 puniet ZX y veniet -4, punitur Nonius. Forse poenitur. langae 1883 ; De Ciceronis de off. ìibrorum cod. Palat. 1531 \ Erlangeu 1886 ; De Cicer. de off'. ìibrorum codicìbus Voss. Q 71 et Paris 6601, Hof 1893. I 89 iia puniendo BHL, ira in puniendo bc, ira a pu- niendo B2 H2. Potrebbe stare ira puniendo, ma allora avremmo tre trochei in clausola, che sono da Cicer. in massima evitati ; la vera lezione è ira a puniendo. I 104 homine dignus ZX. Propongo homine vel gr avi dig rais. I 10(5 in natura ZX, in natura nostra Schiche, in natura iiominis Beda. Preferisco la lezione di Beda. 1 109 alii si Z, alii qui X. In questo luogo la variante è puramente grafica, perchè si e qui sono due tentativi di let- tura della scrittura dell'archetipo; la lettura giusta è qui. 1 110 studia nostra nostrae naturae regula. Questa ritengo la vera emendazione. 1 119 est rei Z, est eius rei X. La vera lezione è eirei, senza est. I 120 diluere Zc, dissuete L. Scelgo diluere. 1 121 si ZX. Correggo qui-, cfr. 1 109, dove Z lesse si invece di qui. 1 121 vitium Zc, impium Lp. Correggo iniurium, cfr. Ili 89 lo stesso aggettivo. 1 124 de privatorum de civium ZX. Congetturo de priva- forum civium; il de fu premesso a civium dai copisti o per errore o per dare un'antitesi a peregrinorum. 1 124 describere ZX, distribuere Beda. Ciò conferma la correzione discribere degli editori. 1 120 formam Z, turpem X. Accetto la correzione foedum del Klotz. 1 131 ingressu ZX, in ingressi! Beda. Gli editori hanno accolta la lezione di Beda, senza conoscerla. 1 138 descriptio ZX. Correggo discriptio. I 139 domino sit Z, domino est X. Emendo dominosi. I 139 et ZX. Lo Scheukl corresse ei. 1 14(3 animadversoresque ZX. L'enclitica que è necessaria alia clausola ( — resque vitiorum = esse videatur), perciò bi- :>o^na supplire una parola; lo Schiche animadversores aestima- toresque, io animadversores repreìxensoresque. 1 153 quamvis omnia ZX. Gli editori sopprimono qu.imvis, INTRODUZIONE XXVII che fu forse soprascritto da un copista per dare una correlativa a tamen. I 155 utilitatem Z, caritatem X. Correggo communitatem, che è confermato da tutto il ragionamento del testo, e lo traggo da caritatem, che mi pare delle due lezioni la più vicina all'originale. II 10 genera Z, generae L, genere e. Emendo genera re ; forse è da espungere tria, che può essere stato aggiunto dal- l'interpolatore di quicquid — idem sit utile. II 11 autem rationis expertia sunt alia Z, autem partim rationis expertia sunt alia X. Emendo autem rationis expertia sunt alia, alia. II 15 destitit Z, distat X. Propongo dissidet; cfr. I 2 a peripateticis dissidentia ; II 8 a sapientia dissi det. II 18 pati tur Z, patiatur X: patiatur è richiesto dalla clausola (= esse videatur). II 23 apparet cuius maxume portui (mortui) Z, paretque cum maxime raortuo X. Accolgo la correzione dello Halm: ac paret cum maxume mortuo. I] 38 perspectum sit ZX. Emendo perspectumst. II 45 consequebare equitando ZX; correggendo consegue- baris equitando si otterrebbe la clausola esse videatur. II 56 capiatur manca in ZX e fu supplito dopo tempus, dove non forma clausola; io lo colloco dopo quoque, donde la clausola esse videatur. II 60 non interpretatus ZX. La considero una glossa tratta da I 6 non ut interpretes. II 70 factum sit ZX. Correggo factumst. II 71 utentior ZX. Tra gli emendamenti proposti po~ tentior e opulen scelgo questo secondo come più vicino alla lezione diplomatica. II 77 degressa L, digrossa c } egressa Z. Accetto degressa; la geminazione dede in unde degressa fu causa che cadesse un d. II 87 Restituisco al posto che ha nei codici l'innesto po- steriore sed toto hoc de genere — disputatum est. Ili 16 aut Aristides ZX. È un'interpolazione antica, che si trova già in Lattanzio XXVIII INTRODUZIONE III 26 censet et Z, censet sed e. Correggi censet set III 28 quae vacent iustitia ZX. Qualche codice impura di Z corregge iniustitia, che si può accettare come semplice espediente. Ili 44 dicenda sit ZX. Emendo dicendast. Ili 45 factus est ZX. Si deve conservare l'anacoluto ; co- munemente si corregge factus sit. Ili 86 potente ZX, potenti Nonius. Tengo potente; cfr. 1 46 sapiente ZX; I 119 excellente Z. Ili 88 eoque magis quo Z, eoque magis quod X. Prefe risco quo. Ili 88 quam cum utilem esse diceret non esse aequam fateretur ZLp. Questa lezione non può stare. Il pensiero di Curione è : causa aequa est, sed non utilis ; e con ciò cadono tutte le congetture che invertono il pensiero di Curione, facen- dogli dire: utilis est, sed non aequa. Ricostruisco: quam cum utilem diceret non esse, aequam fateretur, levando il primo esse, che è nato o dal secondo esse o da una glossa, III 89 perventum sit Z, perventum est X. Leggo per- ventumst. Ili 92 ne ilio medicamento ZX. Chiudo medicamento tra parentesi. Ili 95 quid Agamemnon cum ZX. Fu giustamente osser- vato che il quid com'è nel nostro passo introduce sempre una proposizione interrogativa e non un'affermativa. Credo che dopo Agamemno sia caduto per somiglianza di suono non {=nonne)\ scrivo perciò : Quid Agamemno ? non , cum devovisset . . . pulchrius ? Ili 22-25 Nam ut sibi quisque malit — nocere non posse. Beda (674-735) si trascrisse nei suoi estratti {Opera II, Colon. Agripp. 1612, p. 166 ss.) tutto questo luogo, ma omettendo il periodo detrahere autem de altero — cetera generis eiusdem, il quale perciò al suo tempo non era stato ancora interpolato. M. TULLI CICERONIS DE 0FFIC1IS AD MARCUM FIL1UM LIBER PRIMUS 1. Quamquam te, Marce fili, annunci iam audientera Gra- 1 tippum, idque Athenis, abundare oportet praeceptis institutisque philosophiae propter summam et doctoris auctoritatem et urbis, quorum alter te scientia augere potest, altera exemplis, tamen, ut ipse ad meam utilitatem semper cum Graecis Latina con- iunxi neque id in philosophia solum, sed etiam in dicendi «axercitatione feci, idem tibi censeo faciendum, ut par sis in utriusque orationis facultate. Quam quidem ad rem nos, ut vide* mur, magnum attulimus adiumentum hominibus nostris, ut non modo Graecarum litterarum rudes, sed etiam docti aliquantum Il libro I tratta dell'onesto, ossia della virtù. I. — 1. Quamquam - tamen; questo periodo concessivo riuscirebbe troppo lungo e imbrogliato nella tradazione italiana ; si spezzi in due, fa- cendo punto dopo exemplis : « So bene che... Però... ». — Marce fili, si- mili apposizioni stanno dopo il sostantivo, quando è nome proprio di persona; così Cicero consul, non consul Cicero. — annum, cfr. Ili 79 septimum annum « da sette anni » . — audientem ; auditor significa « scolaro » . — Cratippum, allora capo della scuola peripatetica in Atene; Cicerone lo chiama familiaris noster {de Div. II 107). — idque ce per giunta », Ì8que, et is danno rilievo all' idea. — oportet, spiega « devi » . — prae- ceptis « lezioni ». — philosophiae, questo genitivo supplisce l'aggettivo «filosofico», che mancava al latino, come tanti altri, che erano rappre- sentati da un genitivo: animi < spirituale » ; corporis « fisico, materiale »; temporis « cronologico » ; rei pubìicae « politico » ecc. — ut -idem, anacoluto invece di ut -sic; in italiano spiega come fosse sic. — ad, non < con » ma « per ». — Graecis Latina, si intenda delle due lingue, cfr. Brut. 310: commentabar decìamitans («facevo esercizi di declamazione»)... idque faciebam multum etiam Latine, sed Graece saepius. — quam ad rem « nel che », cioè nel maneggio della lingua latina. E uno dei più grandi meriti di Cicerone V aver dato a Roma un linguaggio filosofico. — Cicerone, De Officiti, comm. da IV Sabbadixi. 2 a ediz. 1 • • • • • « _ a • » •» » - • - • • • « M. TULLI qiCERONIS ££:$&* iì*tttrèn&ir aàeptos et ad dicendum et ad iudicandum. Quam "ob rem "disces tu quidem a principe huius aetatis philosopho- rum, et disces, quam diu voles; tam diu autem velie debebis, quoad te, quantum proficias, non paenitebit; sed tamen nostra, legens non multum a Perinateticis dissidentia, quoniam utrique* Socratici et Platonici voliraius esse, de rebus ipsis utere tua iudicio (nihil enim impedio), orationem autem Latinam efficies proibcto legendis nostris pleniorem. Nec vero hoc arrogauter dictum existimari velim. Nam philosophandi scientiam conce- dens multis, quod est oratoris proprium, apte, distincte, ornate dicere, quoniam in eo studio aetatem consumpsi, si id mihi 3 adsumo, videor id meo iure quodam modo vindicare. Quam ot> 2. Quam ob rem - pleniorem, questo periodo è molto slegato in confronto- dei § 1 e anche un po' trascurato, p. e. nostra legens, legendis nostris. — disces, disces, spiega con l'im pera tivo. — principe philosoph., cfr. Tim. 1, 2 1 Cratippus, Peripateticorum omnium, quos quidem ego audierim, mea iudtcìo facile («senza confronto, senza eccezione») princeps. — quoad paenitebit < tinche non ti abbia a pentire di quanto avrai profittato, tinche non ti pentirai del profitto, finché non sarai soddisfatto del profìtto otte» nuto ». Quest'uso del verbo paenitere fu biasimato dai detrattori di Ci- cerone (Geli. Noct. Att. XVII 1). — a Peripateticis — ab institutis Peripateticorum (detta comparatio compendiaria). — utrique « noi (Cice- rone) e voi altri (Cratippo) ». Cicerone non aveva veramente abbracciata nessuna setta filosofica, era eclettico; ma volendogli assegnare una scuola,, egli apparteneva all' Academia (cfr. Ili 20, nostra Academia), non alla. antica fondata da Platone, ma alla nuova Academia, fondata da Cameade,, la quale professava un certo scetticismo, ammettendo non la certezza ma la probabilità. Cicerone poi reputava che non esistessero sostanziali diffe- renze non solo tra le due Academie, ma nemmeno tra gli Acadcmici e i Peripatetici, perchè queste due scuole ebbero origine comune dalle dottrine di Platone e di Socrate; anzi per lui fin anco lo stoicismo era nato dalla scuola academica e peripatetica. — de rebus utere (futuro), orationem ef- ficies, grammaticalmente sono due proposizioni coordinate, ma logicamente la prima (utere) è subordinata alla seconda (efficies) ; il coordinamento ha tratto con sé la ripetizione legendis nostris ; nella traduzione tralascia le- gendis nostris e subordina utere con un « mentre che, dove che ». — profecto esprime un'affermazione soggettiva, certe oggettiva. — quod est oratoris proprium, proposiz. subordinata a si adsumo, ma le fu anteposta, per dar rilievo all'antitesi con philosophandi scientiam ; se vuoi conser- vare lo stesso ordine nella traduzione, devi introdurti con « per quanto- riguarda ». — apte si riferisce all'armonia, alla rotondità del periodo, distincte al rilievo delle sue parti, ornate all'arte in generale. — adsumo, vindicare hanno qui approssimativamente lo stesso significato, il nostro « rivendicare » ; puoi rendere il secondo con un termine più generico, come se fosse facere posse. — 3. hos libros, non il solo de Officiis, ma. DE 0FF1C1IS, I, 1, 1—4 3 rem magnopere te hortor, mi Cicero, ut non solum orationes meas, sed hos etiam de philosophia libros, qui iam illis fere se aequarant, studiose legas: vis enim maior in illis dicendiH sed hoc quoque colendum est aequabile et temperatum orationisy genus. Et id quidem nemini video Graecorum adhuc contigisse, ut idem utroque in genere elaboraret sequereturque et illud forense dicendi et hoc quietum disputandi genus, nisi forte De- metrius Phalereus in hoc numero haberi potest, disputator sub- tilis, orator parum vehemens, dulcis tamen, ut Theophrasti discipulum possis agnoscere. Nos autem quantum in utroqué"? profecerimus, aliorum sit iudicium, utrumque certe secuti sumus/ Equidem et Platonem existumo, si genus forense dicendi tractare 4 voluisset, gravissime et copiosissime potuisse dicere, et Demo- sthenem, si illa, quae a Platone didicerat, tenuisset et pronun- tiare voluisset, ornate splendideque facere potuisse; eodemque modo de Aristotele et Isocrate iudico, quorum uterque suo studio delectatus contempsit alterum. tutti gli altri suoi scritti filosofici. — de philosophia, spiega con un ag- gettivo. — vis può significare qui « veemenza » , « vivacità » , € slancio » e simili. — hoc, il filosofico, che non ha neque nervos neque aculeos ora- torio* ac forenses (Cic. Or. 62). — id, è spiegato dall'ut che segue ; è un'anticipazione comunissinia in latino, specialmente con illud. — elabo* rare è laborare con frutto. — sequereturque, la congiunzione copulativa (que) spesso ha valore dichiarativo « cioè », qui puoi usare il gerundio italiano. — Demetrius Phalereus (detto così dal luogo di nascita), più che filosofo fu oratore e uomo di Stato. Governò in nome di Cassandro, re della Macedonia, per dieci anni (317-307) Atene, donde fu cacciato da Demetrio Poliorcete (cfr. II 26). Si rifugiò in Egitto presso la corte dei Tolomei e ivi morì (283). Scrisse opere storiche, politiche, grammaticali, rettoriche, delle quali non ci è rimasto nulla. — in hoc numero = in horum numero, nesso usuale con numerus, genus, multitudo. — disputator « dialettico » . — Theophrastus, soprannome di Tyrtamus, messogli dal suo maestro Aristotele; Cic. Or. 62 Theophrastus divinitate loquendi nomen inventi. Sua caratteristica fu la dolcezza; delle sue opere ci sono rimasti i Caratteri inorali e la Storia delle piante. Nacque in Creso di Lesbo verso il 371. — aliorum sit iudicium «sta ad altri il giudicare ». — 4. equidem, per non parere superbo, vuol mostrare che altri come lui potevano segnalarsi in ambidue i generi di stile, sol che l'avessero voluto. — didicerat, non è ben certo che Demostene (385-322) sia stato scolaro di Platone (429-347) ; Cicerone lo afferma (de Or. I 89, Brut. 121, Or. 15), fondandosi sulle lettere di Demostene, che sono apocrife. — te- nuisset € attenersi > . — pronuntiare, qui = exponere, enarrare. — de Aristotele, quantunque Isocrate (436-338) fosse retore e Aristotele (384-322) M. TULLI CICEROMS 2. òed cum statuissem scribere ad te aliquid hoc tempore, multa posthac, ab eo ordiri maxime volili, quod et aetati tuae esset aptissimum et auctoritati meae. Nani cum multa siut in philosophia et gravia et utilia accurate copioseque a philosophis disputata, latissime patere videntur ea, quae de officiis tradita ab illis et praecepta sunt. Nulla enim vitae pars neque pu- blicis neque privatis neque forensibus neque domesticis in rebus, neque si tecum agas quid, neque si cum altero contrahas, vacare officio potest, in eoque et colendo sita vitae est honestas omnis 5 et neglegendo turpitudo. Atque haec quidem quaestio communis est omnium philosophorum ; quis est enim, qui nullis offici i praeceptis tradendis philosophum se audeat dicere? Sed sunt non nullae disciplinae, quae propositis honorum et malorum finibus officium omne pervertane Nara qui summum bonum sic instituit, ut nihil habeat cum virtute coniunctura, idque suis commodis, non honestate metitur, hic, si sibi ipse consentiat et non interdum naturae bonitate vincatur, neque amicitiam colere possit nec iustitiam nec liberalitatem; fortis vero dolorem filosofo, pare si racconta (Cic. de Or. Ili 141, Or. 62) che Aristotele sfidasse Isocrate nel suo stesso campo della rettorica, anzi lo beffasse pa- rodiando il Terso tragico aloxpòv aiumàv, pappàpouq ò* èav Xéyeiv in alaxpòv aiumav, 'laoKpdtTrjv ò'édv Xéyeiv maxime « di preferenza » . — in philosophia, spiega « questioni filosofiche » . — latissime patere, si intende dell'applicazione pratica, come spesso I 20, 24, 26, 51, 92; II 54; cfr. § 98 quam late fusum sit e II 67 latissime manat. — tradita, praecepta sunt, si traducano con due sostantivi. — rebus, non tra- durre « cose ». — agas, contrahas, lascia i verbi e traduci con la parola « rap- porti ». — in eoque, traduci que con « anzi » . — colendo « osservare » . — iurpitudo, per dar maggior rilievo all'antitesi con honestas, spiega «disonestà». — 3. omnium, di tutte le scuole. — nullis tradendis, ablativo assoluto del gerundivo, traduci con « senza ». — non nullae di- sciplinae, tre erano, secondo Cicerone (Fin. II 35), le scuole che falsavano il concetto del sommo bene: quella di Aristippo ed Epicuro, che riponevano il sommo bene nel piacere, quella di Girolamo da Redi, che lo riponeva nel sine ulla molestia vivere (Fin. II 16), e quella di Cameade, che lo riponeva nel frui rebus iis, quas primas natura conciliavisset (Àcad. U 131). — bonorum, malorum fines sono « gli estremi, gli apici del bene e del male » cioè « il sommo bene e il sommo male ». — officium « l'idea del dovere ». — si consentiat - neque possit « se vorrà... non potrà ». — naturae, puoi tradurre con un aggettivo, « istintivo », « innato ». — fortis - potest, soggetto di questa proposizione è qui sic instituit, che ai può sup- DE OFFICIIS, I, 2, 5 — 7 5 summura malum iudicans aut temperans voluptatem summum bonum statuens esse certe nullo modo potest. Quae quamquam & ita sunt in promptu, ut res disputatione non egeat, tamen sunt a nobis alio loco disputata. Hae disciplinae igitur si sibi con- sentaneae velint esse, de officio nihil queant di cere, neque ulla officii praecepta firma, stabilia, coniuncta naturae tradì possunt nisi aut ab iis, qui solam, aut ab iis, qui maxime honestatem propter se dicant expetendam. Ita propria est ea praeceptio Stoicorum, Acudemicorum, Peripateticorum, quoniam Aristonis, Pyrrhonis, Erilli iam pridem explosa sentenzia est; qui tamen haberent ius suum disputandi de officio, si rerum aliquem dilectum reliquissent, ut ad officii inventionem aditus esset. Se- quemur igitur hoc quidem tempore et hac in quaestione po- tissimum Stoicos non ut interpretes, sed, utsolemus, e fontibus eorum iudicio arbitrioque nostro, quantum quoque modo-vide- bitur, hauriemus. Placet igitur, quoniam omnis disputatio de officio futura est, 7 plire con « questo cotale » ; fortis } temperans sono predicati ; iudicans, statuens si traducano con « mentre... ». — 6. res, questo nome spesso in -italiano si rende con t si » ; qui « non si ha bisogno, non c'è bisogno > . — alio loco, nell'opera de Finibus honorum et malornm. — coniuncta (col dativo) = consentanea, convenientia, « conformi ». — qui solam, gli Stoici, qui maxime, gli Academici e i Peripatetici; nella traduzione tieni quest'or- dine : nisi ab iis qui dicant honestatem aut solam aut maxime... — pro- pria est « spetta di diritto » . = ea scil. de officio. — Aristonis, Pyr- rhonis, Erilli, cronologicamente vanno ordinati così: Pirrone, Aristone, Erillo. Pirrone dell'Elide, contemporaneo di Alessandro Magno, negava la possibilità di ogni vera conoscenza e quindi stimava inutili anzi dannosi tutti gli stimoli, che spingono l'uomo al sapere; perciò egli riponeva il sommo bene nell'insensibilità (àiraBeia). È fondatore della filosofia scet- tica, che da lui prese il nome di pirronismo. Aristone di Chio, della metà del sec. Ili, in tutto ciò che non fosse nò vizio nò virtù non scorgeva nessuna differenza; il sommo bene per lui era l'indifferenza (àòioupopia). Erillo di Cartagine ammetteva come sommo bene sola la scienza. L'insen- sibilità predicata da Pirrone, l'indifferenza predicata in tutto da Aristone, in parte da Erillo, togliendo ogni distinzione tra bene e male, troncavano all'animo umano qualsiasi impulso a cercar l'uno e a fuggire l'altro e per conseguenza sopprimevano la prima condizione che crea i doveri. — di- lectum, « scelta » e quindi « distinzione ». — inventionem, spiega col verbo. — e fontibus eorum = ex iis tamquam fontibus, quel genitivo eorum si chiama epcsegetico. — quoque == et quo. — hauriemus, traduci col gerundio, per coordinarlo meglio a interpretes. 7. quae ratione suscipitur , perifrasi dell'aggettivo « sistematico », D M. TULLI CICERONIS ante definire, quid sit officium; quod a Panaetio praeter- missura esse miror. Omnis enim, quae ratione suscipitur de aliqua re institutio, debet a definitione proficisci, ut intelle- gatur, quid sit id, de quo disputetur. -"~*"~ 3. Omnis de officio duplex est quaestio: unum genus est, quod pertinet ad finem honorum, alterimi, quod positum est in praeceptis, quibus in omnis partis usus vitae conformali possit. Superioris generis buius modi sunt eiempla: omniane officia perfecta sint, num quod officium aliud alio maius sit, et quae sunt generis eiusdem. Quorum autem officiorum praecepta tra- duntur, ea quamquam pertinent ad finem honorum, tamen minus id apparet, quia magis ad institutionem vitae communis spectare g videntur; de quibus est nobis bis libris explicandura. Atque etiam alia divisio est offici. Nam et medium quoddam officium dicitur et perfectum. Perfectum officium rectum, opinor, vo- cemus,quoniam Graeci KctTÓp6w|ia,hoc autem commune KaBfjKov vocant. Atque ea sic definiunt, ut, rectum quod sit, id officium Tperfectum esse definiant; medium autem officium id esse dicunt, 9 quod cur factum sit, ratio probabilis reddi possit. Triplex igitur « scientifico », che nel latino mancava. — omnis. Cicerone ci annunzia qui solennemente una definizione, che poi non ci dà; sostituisce invece alla definizione la divisione. duplex est, traduci « abbraccia due punti » , omettendo poi di spiegare genus. La dottrina del dovere tratta due questioni : la natura del sommo bene (finem honorum) e le massime della vita; l'una questione è teorica, l'altra pratica. La questione teorica fu trattata da Cicerone nel de Fi- nibus, la pratica è trattata qui nel de Officiis. — quibus, ablativo. — conformare « regolare », « perfezionare ». — quorum - ea, qui abbiamo un residuo di coordinazione in luogo della subordinazione : ea officia, quorum praecepta traduntur. lì pensiero del passo è questo: « Gli esempi dei secondo punto, cioè della trattazione pratica dei doveri, saranno esposti in questi libri ». Il testo avrebbe dovuto essere a un dipresso così: Alterius generis exempla a nobis Iris libris explicabuntur ; a questo pensiero poi l'autore ha intrecciato una ulteriore dichiarazione sulla questione pratica dei doveri, aggiungendo che essa ha pure un certo contatto con la que- stione teorica, quantunque meno evidente. — 8. alia est, « si può iure un'altra». — dicitur =* est quod dicitur, evi e il cosiddetto». Su questa divisione si basa tutta la dottrina morale stoica. — rectum è l'interpretazione etimologica di Kaxóp9uj(Lia (da òpGóq *= rectus). — hoc, si riferisce a w"1htm. — sic definiunt ut definiant, trascuratezza di lin- guaggio. — rectum quod sit qui ha valore di sostantivo = recte factum. — quod cur factum sit, traduci tutto con « del quale » . — probabilis * plausibile ». — 9. igitur, qui è particella di passaggio, senza costi- DE 0FFIC11S, I, 3—4, 8— il ì «st, ut Panaetio videtur, consilii capiendi deliberatio. Nam aut honestumne faetu sit an turpe dubitant id, quod in delibera- tionem cadit; in quo considerando saepe animi in contrarias -senteutias distrahuntur. Tuoi autemautanquiruutautconsultant, ad vitae commoditatera iucunditatemque, ad facultates rerum .atque copias, ad opes, ad potentiam, quibus et se possint iu- vare et suos, conducat id necne, de quo deliberant; quae de- liberatio omnis in rationem utilitatis cadit. Tertium dubitandi/ genus est, cum pugnare videtur cum honesto id, quod videtur ( -esse utile; cum enim utilitas ad se rapere, honestas contra re- vocare ad se videtur, fit ut distrahatur in deliberando animus adferatque ancipitem curam cogitando Hac divisione, cum prae- io terire aliquid maxumum vitium in dividendo sit, duo praeter- missa sunt; nec enim solum utrum honestum an turpe sit,7 deliberali solet, sed etìam duobus propositis honestis utrum ho-; nestius itemque duobus propositis utilibus utrum utilius. Ita, quam ille triplicem putavit esse rationem, in quinque partes distribuì debere reperitur. Primum igitur est de honesto, sed duplici ter, tum pari ratione de utili, post de comparatione eorum disserendum. 4. « Principio generi animantium omni est a natura tri- u « butum, ut se, vitam corpusque tueatur, declinet ea, quae no- « citura videantur, omniaque, quae sint ad vivendum necessaria, « anquirat et paret, ut pastum,ut latibula, ut alia generis eius- « dem. Commune item animantium omnium est coniunctionis taire stretto legame tra l'antecedente e il seguente; nella traduzione si tralascia. — triplex deliberatio, sostituendo il termine generico allo spe- cifico puoi tradurre « tre casi » . — nam, « cioè » , e così spesso. — aut, tum autem, tertium genus-, dovrebbe essere primum, tum, tertium. — aut, aut, si adoperavano meglio nei termini che esprimono antitesi spic- cata. — facultates rerum, «mezzi di sussistenza», copias, «il bene- stare », opes, noi sostituendo l'effetto alla causa traduciamo « il credito ». — in rationem cadit, «entra nel dominio». — dubitandi = delibe- rarci. — rapere indica la violenza, revocare la calma. — ancipitem curam, « irresolutezza ». — IO. hac divisione, ablat. strumentale, « con... » , « in... ». — an turpe sit suppl. aliquid. — rationem, « divisione ». 11. principio, « anzitutto », « per cominciare » ; si usava spesso entrando nell'argomento. — commune est appetitus y non di rado si dava un pre- dicato neutro a un sostantivo maschile o femminile, che si considerava non 8 M. TULLI CICERONIS « appetitus procreandi causa et cura quaedam eorum, quae pro- « creata sint; sed inter hominem et beluam hoc maxime interest^ « quod haec tantum, quantum sensu movetur, ad id solum, quod « adest quodque praesens est, se accommodat, paulum admodum « sentiens praeteritum aut futurum; homo autem, quod rationis- «est particeps, per quam consequentia cernit, causas rerum « videt earumque praegressus et quasi antecessiones non ignorat r « similitudines comparat rebusque praesentibus adiungit atque « adnectit futuras, facile totius vitae cursum videt ad eamque « degendam praeparat res necessarias. 12 « Eademque natura vi rationis hominem conciliat homini et individualmente, ma come condetto generale; puoi tradurre commune «qualità, carattere comune ». — eorum quae, qui si parla di tutti gli animali, compreso l'uomo, e il neutro generalizza il concetto; anche par landò di soli uomini si trova usato il neutro. — tantum quantum « in tanto, in quanto », meglio « solo in quanto ». — adest, praesens, tali sino- nimi si accumulavano spesso per dar più lume al pensiero. — se accom- modat « si adatta », « si attacca », « si adagia ». — paulum qui =parum. — homo, il suo predicato è facile videt ; essendo troppo lungo il periodo, si deve spezzare : tradflci per quam come fosse per eam e introduci videi con « e così » . — causas rerum, le cause efficienti, praegressus (rerum), le cause occasionali. — antecessiones, noi potremmo dire « i precedenti » ; parola rara e ardita; perciò egli mitiga con un quasi l'impressione che può fare sul lettore. — similitudines, non astratto «somiglianza», ma concreto = res similes. — adiungit atque adnectit, puoi trasformare in av- verbio (p. e. « intimamente ») l'uno dei due verbi sinonimi. Nel § 11 Cicerone ha prima accennato ai due punti di contatto tra l'uomo e gli altri animali, cioè la conservazione dell 1 individuo e la ripro- duzione della specie; indi al punto dove l'uomo si stacca dagli altri ani- mali, cioè la ragione. L'uomo dunque, come essere ragionevole, sente lo stimolo a vivere secondo ragione. Questo stimolo fondamentale ne crea,, secondo il ragionamento di Cicerone, altri quattro, che danno origine alle quattro virtù dette cardinali: I lo stimolo alla comunanza e alla società umana e all'osservanza degli obblighi ad essa inerenti: questo genera la giustizia (§12 eademque - rem gerendam facit); II lo stimolo alla ricerca del vero: questo genera la sapienza (§ 13 in primisque- aptissimum); III lo stimolo alla superiorità sogli altri: questo genera la fortezza (§ 13 huic veri videndi - contemptio); IV lo stimolo all'ar- monia e all'ordine, che crea il senso del bello e del decoro : questa quarta, virtù è chiamata dai Greci oujqppooùvr), i Latini e noi manchiamo di un termine comprensivo, ma esprimiamo i vari aspetti di essa con « co- stanza », «moderazione», «temperanza» e simili; e così fa Cicerone, che però adopera anche un termine comprensivo, decorum (§ 14 nec vero illa - aut cogitet). Tutte insieme le quattro virtù generano Yhonestum (§ 14 quibus ex rebus - laudabile) , che è l' argomento del libro I de Officiis. 12* hominem homini = homines inter se, il latino manca del pronome DE 0FFICI1S, I, 4, 12—14 9 « ad orationis et ad vitae societatem ingeneratque in primis « praecipuum quendara amorem in eos, qui procreati sunt, im- « pellitque ut hominum coetus et celebrationes et esse et a se « obiri velit ob easque causas studeat parare ea, quae suppeditent «ad cultura et ad victuro, nec sibi soli, sed coniugi, liberis « ceterisque, quos caros habeat tuerique debeat; quae cura ex- « susci tat etiara aniraos et maiores ad rem gerendam facit. In 13 « primisque hominis est propria veri inquisitio atque i n vesti gatio. 1 « Itaque cum sumus necessariis negotiis curisque vacui, tum « avemus aliquid videre, audire, addiscere cognitionemque rerum « aut occultarum aut admirabilium ad beate vivendum neces- « sariam ducimus. Ex quo intellegitur, quod verum, simplex « sincerumque sit, id esse naturae hominis aptissimum. Huic « veri videndi cupiditati adiuncta est appetitio quaedam prin- « cipatus, ut nemini parere animus bene informatus a natura « velit nisi praecipienti aut docenti aut utilitatis causa iuste « et legitime imperanti ; ex quo magnitudo animi existit huma- } « narumque rerum contemptio. Nec vero illa parva vis naturae 14 « est rationisque, quod unum hoc animai sentit, quid sit orde, « quid sit, quod deceat in factis dictisque, qui modus. Itaque « eorum ipsorum, quae aspectu sentiuntur, nullum aliud animai « pulchritudinem, venustatem, convenientiam partium sentit; « quam similitudinera natura ratioque ab oculis ad animum reciproco. — celebrationes = frequentationes, riunioni festive ; coetus in- vece indica l'idea generale. — victus il vivere, cultus le comodità, le raffinatezze della vita. — ad rem gerendam, « ad operare » . — 13. in- quisitio atque investigano, puoi trasformare Pano dei due sost. sinonimi in aggettivo (p. e. < assidua », € viva », « diligente » e simili); cfr. § 11 adiungit atque adnectit. — itaque : e tanto che , prova ne sia , che quando... ». — rerum occultarum, admirab., « i misteri e le meraviglie del creato » . — bene informatus a natura, e ben nato » . — praecipienti, rife- rito alla pratica, docenti alla teorica. — existere non significa « esistere » (extare, esse) 9 ma « nascere », e sorgere » e simili. — humanarum = exter- narum. — 14. vis naturae rationisque, * privilegio naturale della ragione umana ». — quod deceat, perifrasi di decorum. — qui modus scil. in factis dictisque. — quae aspectu sentiuntur (= oculis cernuntur, sub aspectum cadunt), perifrasi di visibilis, termine che fa la sua prima comparsa in Plinio il vecchio. — convenientiam partium « armonia ». — quam = quarurn (scil. pulchritudinis..,) similitudinem, « trasportando per analogia queste proprietà... ». — natura ratioque, « la ragion naturale ». 10 M. TULLI CICERONIS « transferens multo etiam magis pulchritudinem, constali tiam, « ordinera in consiliis factisque conservandam putat cavetque, « ne quid indecore effeminateve faciat, tuoi in omnibus et opi- « nionibus et factis ne quid lubidinose aut faciat aut cogitet. -^Quibus ex rebus conflatur et efficitur id, quod quaerimus, « honestum, quod etiamsi nobili tatum non sit, tamen honestum «sit, quodque vere dicimus, etiamsi a nullo laudetur, natura « esse laudabile. 15 5. « Formam quidem ipsam, Marce fili, et tamquam faciem « honesti vides, 'quae si oculis cerneretur, mirabiles « amores', ut ait Plato, * excitaret sapienti a e'. » Sed omne, quod est honestum, id quattuor partium oritur ex aliqua: aut enim in perspicientia veri sollertiaque versatur aut in ho- minum societate tuenda tribuendoque suum cuique et rerum con- -~- conservandam invece di concordare con l'ultimo nome, concorda con quello, che contiene l'idea fondamentale. — faciat (soggetto non natura ratioque, ma homo), factis, faciat, trascuratezza di forma. — indecore faciat, traduci e commettere atti... ». — lubidinose, qui lubido significa ge- nericamente quod lubet, « capriccio » ; spiega « licenzioso » ; e accorcia nella traduzione ne quid - cogitet in ne quid lubidinosum sit. — rebus, € elementi » , cioè le quattro virtù. — nobilitatum =? notum (no-tus e no-bilis hanno la medesima origine), pubblicamente riconosciuto (oggi noi diciamo spesso « avere la sanzione pubblica »). — quodque dicimus « e del quale possiamo affermare... » ; così Ciceronem nego in re publica admini- stranda magnum fuisse si tradurrebbe : e di Cicerone non posso affermare Che fosse un grande uomo di Stato ». — natura, (pùaei, « per sé stesso » (secondo gli Stoici), mentre eéaei (come professava Epicuro) significa « per accordo, per sanzione degli uomini » . 15. ipsam, questo pronome ha sempre una speciale efficacia; qui spiega con l'avverbio « appunto » o con l'agg. « vera ». — faciem e sembianza ». — quae si - sapientiae % Plat. Phaedr. p. 250 D òtyei qppóvrjai^ oùx ópòVrai. Ò€ivoù<; yàp àv Trapcixev Épurra;, et ti toioOtov éaurrj<; èvapfès €tou>Xov irapeixero €Ì<; òijjiv lóv (« con la vista non si scorge la sapienza; la quale sveglerebbe ardenti affetti, se presentasse all'occhio una cotal visibile imagine di so stessa »). — sapientiae, ma qui non si parla della sapienza, bensì della virtù. Cicerone tradusse Platone meccanicamente, senza adat- tare la frase al caso proprio; avrebbe dovuto dire: quae si oculis cerne- retar , mirabiles amores excitaret sui, quos ait Plato excitare sapientiam. — sed, risponde a quidem; quella è r imagine comprensiva de\Y honestum, ora bisogna scomporlo nei suoi quattro elementi, ossia le quattro virtù cardinali, che qui sono enumerate nell'ordine tradizionale, diverso da quello dei §§ 12-14: sapienza, giustizia, fortezza, temperanza; e in quest'ordine sono esaminate nel corso del lib. I. — enim, nella traduzione si lascia. — sollertia scil. in perspiciendo, puoi perciò spiegare come se fosse in sollerti perspicientia. — rerum contractarum, spiega con una sola parola. DE OFFICIIS, I, 5, 15 — 17 11 tractarum fide aut in animi excelsi atque invicti magnitudine ac robore aut in omnium, quae fiunt quaeque dicuntur, ordine et modo, in quo inest modestia et temperantia. Quae quattuor quamquam inter se colligata atque implicata sunt, tamen ex singulis certa officiorum genera nascuntur, velut ex ea parte, quae prima discripta est, in qua sapientiam et prudentiam pò- nimus, inest indagatio atque inventio veri, eiusque virtutis hoc munus est proprium. Ut enim quisque maxime perspicit, quid 16 in re quaque verissimum sit, quique acutissime et celerrime potest et videre et explicare rationem, is prudentissirmis et sa- pientissimus rite haberi solet. Quocirca huic quasi materia, quam traete t et in qua versetur, subiecta est verità^. Reliquis 17 autem tribus virtutibus necessitates propositae sunt ad eas res parandas tuendasque, quibus actio vitae continetur, ut et so- cietas hominum coniunctioque servetur et animi excellentia ma- gnitudoque cum in augendis opibus utilitatibusque et sibi et suis comparandis, tum multo magis in his ipsis despiciendis eluceat. Ordo item et constantia et moderatio et ea, quae sunt his similia, versantur in eo genere, ad quod est adhibenda actio quaedam, non solum mentis agitatio. Iis enim rebus, quae trac- tantur in vita, modum quendam et ordinem adhibentes hone- statem et decus conservabimus. — certa, « determinati ». — ex ea parte inest, qui c'è discontinuità di costruzione (anacoluto) ; dovrebb'essere ex ea parte nascitur oppure in ea parte inest ; qui inest fu attratto da in qua ponimus. — prima discripta est = prima posila est in discriptione ; discribere significa « dividere, classificare, definire»; describer? «copiare, descrivere, rappresentare». — 16. quique invece di et ut quisque; quique poi ha attratto is f in luogo di che doveva stare ita (anacoluto). — J7. reliquis tribus, la prudenza (sapienza) è virtù speculativa, le altre tre sono virtù pratiche; ma ai bisogni della vita due sole veramente provvedono, la giustizia e la fortezza, non così la auucppoaùvrj. Accortosene Cicerone, corresse la prima affermazione e soggiunse che la ffujqppoaùvrj opera più che altro nel campo della pratica, ma escludendo che essa provveda ai bisogni della vita. — necessitates, « stimoli irresistibili ». — actio vitae, « la vita pra- tica » . — sibi, suis, come se il soggetto fosse homines e non excellentia. — ordo, qui si deve intendere soggettivamente € il senso dell'ordine ». — constantia, « coerenza ». — genere, € campo ». — actio, nella traduzione per ottenere simmetria con mentis agitatio devi aggiungere vitae: « atti- vità pratica, attività mentale » . — iis rebus quae tractantur in vita = in actione rerum vitae. 12 M. TULLI CICEROMS 18 6. Ex quattuor autem locis, in quos honesti naturam vimque divisimus, primus ille, qui in veri cognitione consistit, maxime naturam attingit humanam. Omnes enim trahimur et ducimur ad cognitionis et scientiae cupiditatem, in qua excellere pul- chrum putamus, labi autem, errare, nescire, decipi et malum et turpe ducimus. In hoc genere et naturali et honesto duo vitia vitanda sunt, unum, ne incognita prò cognitis habeamus iisque temere adsentiamur; quod vitium effugere qui volet (omnes autem velie debent), adhibebit ad considerandas res et tempus 19 et diligentiam. Alterum est vitium, quod quidam nimis ma- gnum studiura multamque operam in res obscuras atque dif- ficiles conferunt easdemque non necessarias. Quibus vitiis de- clinatis quod in rebus honestis et cognitione dignis operae curaeque ponetur id iure laudabitur. Ut in astrologia C. Sul- picium audivimus, in geometria Sex. Pompeium ipsi cognovimus T multos in dialecticis, plures in iure civili, quae omnes artes in veri investigatione versantur; cuius studio a rebus gerendis abduci contra officium est. Virtutis enim laus omnis in actione 18* Della sapienza prima virtù cardinale, §§ 18-19. — locis, «ca- tegorie ». — vira, « essenza ». — maxime traduci « più da presso» per continuar la metafora di attingi t. — trah. et due. ad cognitionis cupi- ditatem = tr. et due. cupiditate ad cognitionem « siamo tratti irresisti- bilmente dal desiderio» o « da irresistibile desiderio». — autem, « lad- dove » . — genere = cupiditate, virtute, la lingua latina ha una spiccata tendenza al generalizzare. — adsentiri « riconoscer come giusto, dare per dimostrato » e simili. — 19. alterum est.., discontinuità di costru- zione, invece che alterum ne conferamus. — est quod, « consiste in eia che... ». — easdemque ; idem, idemque si usava spessissimo come et ù (§ 1), quando si aggiungeva una ulteriore qualità, alla quale si voleva dare rilievo. — quod operae, id, traduci omnis opera quae, ea. — ut corrisponde qui e spesso al nostro « come ad esempio, per esempio, così per esempio, così ». — astrologia, « astronomia ». — G. Sulpicius Gàlu$ (non Gàllus), console nel 167 av. Cr. ; Tanno innanzi, essendo luogote- nente nella guerra contro Perse, predisse un'eclissi di luna prima della battaglia di Pidna. — audire aliquem significa « udire raccontare di uno», perciò « abbiamo udito raccontare di Sulpicio che si segnalò nella... ». — geometria, «matematica». — Sex. Pompeium, zio di Pompeo Magno. — cuius, il pronome relativo ha spesso un significato avversativo = sed eius. — laus prende diversi significati, qui « compito, ufficio, fine (lodevole) ». — in actione, qui Cicerone parla da vero romano ; a Roma aveva valore solo l'attività pratica ; l'attività scientifica era apprez- zata, se aiutava la pratica, o al più non disprezzata, se non la intralciava; de ofpiciis, i, 6—7, 18—21 13 consistiti; a qua tamen fit intermissio saepe multique dantur ad studia reditus; tum agitatio mentis, quae numquam ad- quiescit, potest nos in studiis cognitionis etiam sine opera nostra continere. Omnis autem cogitatio motusque animi aut in con- siliis capiendis de rebus honestis et pertinentibus ad bene bea- teque vivendum aut in studiis scientiae cognitionisque versabitur. Àc de primo quidem offici fonte diximus. 7. De tribus autem reliquis latissime patet ea ratio, qua 20 societas hominum inter ipsos et vitae quasi communitas conti- netur; cuius partesduae: iustitia, in qua virtutis est splendor maximus, ex qua viri bonfìiominantur, et huic coniuncta be- neficenza, quam eandem vel benignitatem vel liberalitatem appellali licet. Sed iustitiae primum munus est, ut ne cui quis noceat nisi lacessitus iniuria, deinde ut communibus prò corn- ai uni bus utatur, privatis ut suis. Sunt autem privata nulla 21 natura, sed aut vetere occupatione, ut qui quondam in vacua venerunt, aut Victoria, ut qui bello potiti sunt, aut lege, pac- tione, condicione, sorte ; ex quo fit, ut ager Arpinas Àrpinatium dicatur, Tusculanus Tusculanorum; similisque est privatarum possessionum discriptio. Ex quo, quia suum cuiusque fit eorum, della scienza come fine a sé stessa nemmeno il presentimento. — a qua, alla speculazione scientifica possiamo esser tratti da due motivi: l'ozio (intermissio) e l'attività (agitatio) irrequieta della nostra mente. — re- ditus, « occasione di... » ; il plurale dell'astratto esprime ripetizione di atti. — tum, senza che lo preceda primum o cum. — cognitionis, « spe- culativi ». — opera, deliberato proposito di dedicarvisi, «cooperazione». — cogitatio motusque animi, « la attività del pensiero e dello spirito > oppure « della mente e dell' animo » . — scientiae cognitionisque traduci come poco sopra cognitionis. 20. Della giustizia, seconda virtù cardinale, §§ 20-60. — latissime patet, « opera su più vasto campo » (§ 4). — ratio, spiega con un termine spe- cifico, p. e. pars, locus, virtus. — partes scil. sunt — iustitia, se ne parla nei §§ 20-41, della beneficentia nei §§ 42-60. — viri boni, politi- camente sono i conservatori (patrioti, aristocratici), giuridicamente gli uomini d'onore, filosoficamente i buoni, i savi. — sed qui non è avversa- tivo, ma semplice congiunzione di passaggio. — suis = privatis. — 21. ut qui, slegatura frequente in Cicerone, spiega ut cum qui, « come quando uno... > . — condicio è una forma particolare di pactio, « conven- zione». — sorte, «sorteggio», nella spartizione delle terre ai soldati e ai coloni. — ex quo, le possessioni tanto pubbliche quanto private pigliano il nome di quelli che in uno qualsiasi dei modi sunnominati le hanno acquistate. — discriptio, « distribuzione »; descriptio, « designazione ». — ex quo, causale. — eorum = aliquid eorum , una porzione dei beni co- i4 M. TULLI C1CER0NIS quae natura fuerant communia, quod cuique obtigit, id quisque teneat; e quo si quid quis sibi appetet, violabit ius humanae 22 societatis. Sed quoniam, ut praeclare scriptum est a Platone, non nobis solum nati sumus ortusque nostri partem patria vin- dicat, partem amici, atque, ut placet Stoicis, quae in terris gignantur, ad usum hominum omnia creari, homines autem hominum causa esse generatos, ut ipsi inter se aliis alii prodesse possent, in hoc naturam debemus ducem sequi, communes uti- litates in medium afferre mutatione officiorum, dando accipiendo, tum artibus, tum opera, tum facultatibus devincire hominum 23 inter homines societatem. Fundamentura autem est iustitiae Udes, id est dictorum conventorumque constantia et veritas. Ex quo, quamquam hoc videbitur fortasse cuipiam durìus, tamen audeamus imitari Stoicos, qui studiose exquirunt, unde verba sint ducta, credamusque, quia fiat, quod dictum est, appel- latala fidem. munì diventa possesso privato. — quod cuique- teneat, ciascuno si tenga quello che gli è toccato. — e quo, dalla porzione toccata a ciascuno. — 22. Questo periodo è troppo complicato e bisogna spezzarlo, p. e. nel modo seguente : Ma egregiamente scrive Platone, che... ; egregiamente pro- fessano gli Stoici, che... Se è così, dobbiamo (debemus).., — a Platone, Epist. IX p. 358 A KÓKevvo o€i 0€ èv9u|H€Ta8ai, òri lKau"TO<; Vjhuùv oùx oiùtuj juóvov Y^T°vev, àXXà Tf)<; Y^véaeux; r\\x(vv tò \iiv ti f| Ticnrpìs ye- piZeiai , tò òé ti ol Y €VV1 fa avT€< * ♦ T ^ bè ol Xonrol <pi\oi ( e devi anche considerare, che ciascuno di noi non è nato solo per sé stesso, ma che della nostra esistenza ne pretende una parte la patria, una parte i geni* tori, una parte gli amici » ). — ortusque ; ortus qui « l'esistenza » ; que ha valore avversativo «ma ». — ut placet Stoicis, creari, anacoluto, dove creari dipende da placet; per aver continuità con ut scriptum est, vin- dicat, si dovrebbe scrivere: ut placet Stoicis, creantur. — inter se aliis ahi, sovrabbondanza di espressione. — in hoc, si sopprima nella tradu- zione e si introducano i verbi afferre, devincire con « nel ». — mutatione, metafora tolta dalla frase mercantile mutare merces « scambiar merci » . — dando accipitndo, epesegesi di mutatione. — 23. dictorum, spiega con un termine specifico «promesse». — veritas, non oggettivamente « verità », ma soggettivamente «veracità, sincerità». — dar ius, '• un po' stiracchiato » . — Stoicos, uno dei grandi meriti della scuola critica stoica, che 'aveva suo centro io Pergamo, fu la ricerca delle leggi gram- maticali e dell'etimologia. Da loro fu fissato lo schematismo grammaticale, che passò poi ai Romani e dai Romani alle grammatiche moderne. — unde verba sint ducta, spiega con una sola parola « etimologia »; altrove (Tuscul. Ili 11) Cicerone dice verbi vis. — quia fiat fidem, quest'eti- mologia è dei genere di queste altre: Saturnus quia se saturat annis; Mavors quia magna vortit, etc, derise da Cic. de Nat. deor. Ili 62. de officiis, i, 7—8, 22— 2b i5 Sed iniustitiae genera duo sunt, unum eorum, qui inferunt, alterum eorum, qui ab iis, quibus infertur, si possunt, non pro- pulsai iniuriam. Nam qui iniuste impetum in quempiam facit aut ira aut aliqua perturbatone incitatus, is quasi manus ad- ferre videtur socio ; qui autem non defendit nec obsistit, si po- testi, iniuriae, tana est in vitio, quam si parentes aut amicos aut patriam deserai Atque illae quidem iniuriae, quae nocendi 24 causa de industria inferuntur, saepe a metu proficiscuntur, cum is, qui nocere alteri cogitat, timet, ne, nisi id fecerit, ipse aliquo adficiatur incommodo. Maximam autem partem ad iniuriam fa^ ciendam adgrediuntur, ut adipiscantur ea, quae concupi verunt; in quo vitio latissime patet avari tia. / 8. Expetuntur autem divitiae cum ad usus vitae necessa- 2& rios, tum ad perfruendas voluptates. In quibus autem maior est animus, in iis pecuniae cupiditas spectat ad opes et ad gratificandi facultatem. Ut nuper M. Crassus negabat uliam satis magnani pecuniam esse ei, qui in re publica princeps vellet esse, cuius fructibus exercitum alere non posset. Delec- tant etiam magnifici apparatus vitaeque cultus cum elegantia et copia; quibus rebus effectum est, ut infinita pecuniae cu- piditas esset Nec vero rei familiaris amplificatio nemini no- cens vituperanda est, sed fugienda seraper iniuria est. Maxume 2fr autem adducuntur plerique, ut eos iustitiae capiat oblivio, cum in imperiorum, honorum, gloriae cupiditatem inciderunt. Quod enim est apud Ennium: aut aliqua, non di raro aìiquis nelle enumerazioni è eguale ad alius quis. — socio, considerato non come individuo, ma come membro della società; perciò offende in lai la società. — iniuriae sta bene con obsistit, ma non con defendit, zeugma; invece III 74 non defendit iniuriam, — 24. maximam partem, accusativo di relazione, usato avverbialmente; qui fa le veci di soggetto, come II 72 partim. — vitio, « colpa ». — latissime patet, « ha grandissima parte » . 2ò. gratificandi facultatem t per acquistar popolarità. — ut, cfr. § 19. — M. Crassus, il triumviro, soprannominato dives per le sue sconfinate ricchezze; morì nella campagna contro i Parti Tanno 53 av. Cr. — cultus, § 12. — cum elegantia et copia, qui i sostantivi con la preposi- zione fanno, come spesso, le veci di attributi; puoi tradurli con due ag- gettivi. — nocens, « quando non nuoccia » . — 20. ut eos capiat oblivio, « a dimenticarsi » . — apud Ennium, certo in una tragedia, ina 16 M. TULLI CICERONIS Nulla sancta sócietas Néc fides regni èst, id latius patet. Nam quicquid eius modi est, in quo non possinf plures excellere, in eo fit plerumque tanta contendo, ut diffi- cillimum sit servare ' sanctam societatem \ Declaravit id modo temeritas C. Caesaris, qui omnia iura divina et humana per- verti t propter eum, quem sibi ipse opini onis errore finxerat, principatum. Est autem in hoc genere molestum, quod in maiimis animis splendidissimisque ingeniis plerumque existunt honoris, imperii, potentiae, gloriae cupiditates. Quo magis cavendum est, 27 ne quid in eo genere peccetur. Sed in omni iniustitia permultum interest, utrum perturbatione aliqua animi, quae plerumque brevis est et ad tempus, an consulto et cogitata fiat iniuria. Leviora enim sunt ea, quae repentino aliquo motu accidunt, quam ea, quae meditata et praeparata inferuntur. Ac de Me- renda quidem iniuria satis dictum est. 28 9. Praetermittendae autem defensionis deserendique officii plures solent esse causae; nam aut inimicitias aut laborem aut sumptus suscipere nolunt aut etiam neglegentia, pigritia, inertia aut suis studiis quibusdam occupationibusve sic impediuntur, ut eos, quos tutari debeant, desertos esse patiantur. Itaque videndum est, ne non satis sit id, quod apud Platonem est non si sa quale. — nulla - est, la fine e il principio di due settenari tro- caici (tetrametri trocaici catalettici -^, -v-*, 6w t - | J.^ t — f ± ). — regni, il governo regio (ossia il re) non conosce... — latin* patet, « ha ben pili larga applicazione » . — temeritas, così la giudicava Cice- rone, come conservatore. — propter - principatum, nella traduzione metti in rilievo errore, così: «per quella pazzia, che gli aveva fatto sognare il... ». — genere « rispetto, riguardo ». — quod, risolvi « il vedere che... > o solo « che » . — existunt, § 13. — 27. omni iniustitia, « ogni caso di ingiustizia » . — ad tempus, spiega con un aggettivo. — cogitata, ri- solvi in un avverbio « pensatamente ». — meditata (passivo qui e spesso), « premeditate » , 28. defensionis, degli offesi. — nolunt, è facile supplire il soggetto. — nam - impediuntur, di questi aut i principali sono due : aut inimicitias, aut etiam; per evitare equivoci traducili con « chi... chi... ». — videndum est, qui serve alla perifrasi del congiuntivo potenziale (in greco ottativo con tfv), puoi spiegare « badiamo che non soddisfi... », « non potrebbe, nei* dovrebbe soddisfare... ». — id quod, puoi risolvere la frase col sostan- de officiis, i, 8—9, 27-30 17 in philosophos dictum, quod in veri investigatione versentur quodque ea, quae plerique vehementer expetant, de quibus inter se digladiari soleant, contemnant et prò nihilo putent, propterea iustos esse. Nam alterimi iustitiae genus adsequuntur, inferenda ne cui noceant iniuria, in alterum incidunt; discendi enim studio! impediti, quos tueri debent, deserunt. Itaque eos ne ad rem publicam quidem accessuros putat nisi coactos. Aequius auteni erat id voluntate fieri ; nam hoc ipsum ita iustum est, quod recte fit, si est voluntarium. Sunt etiam, qui aut studio rei fami- 2 q liaris tuendae aut odio quodam hominum suum se negotium agere dicant nec facere cuiquara videantur iniuriam. Qui altero genere iniustitiae vacant, in alterum incurrunt; deserunt enim s vitae societatem, quia nihil conferunt in eam studii, nihil operae, nihil facultatum. Quando igitur duobus generibus iniustitiae propositis adiunxi- mus causas utriusque generis easque res ante constituimus, quibus iustitia contineretur, facile, quod cuiusque temporis of- ficium sit, poterimus, nisi nosmet ipsos valde amabimus, iudi- oare; est enim difficilis cura rerum alienarum. Quamquam 30 tivo € giustificazione » . — in philosophos , e in proposito dei..., riguardo ai... » ; più spesso Vin in questo significato regge l'ablativo. Gir. Plat. de Ite pubi. VI pag. 485-486. — de quibus - soleant, risolvi con la con- giunzione « e » meglio col gerundio, che connette più strettamente i due termini, « disputandosene il possesso con... » ; in digladiari oltre ali 1 idea di e disputarsi il possesso » e 1 è anche quella dell' « accanimento » . — alterum - alterum, introduci il primo alterum con e mentre ». — in alterum, qui non si deve supplire iustitiae, ma iniustitiae genus ; tra i due al- terum non c'è esatta corrispondenza formale, bensì c'è quella psicologica, perchè alterum iustitiae genus adsequuntur si può risolvere in alterum iniustitiae genus vitant, cfr. § 29 altero genere iniustitiae vacant. — itaque, ripiglia il pensiero di Platone. — accessuros == accedere debere. — hoc ipsum - voluntarium, congiungi : hoc ipsum, quod recte fit, ita ( « al- lora ») iustum est, si (« quando ») est voluntarium. — 29. odio hominum, misantropia. — nec videantur, t senza parere » . Quando « quoniam. — easque res - quibus = ante constituimus, quibus rebus... —cuiusque temporis, e in ciascun caso » . — valde amabimus, traduci con la parola « egoisti ». — est enim, qui bisogna riferirsi a valde amabimus, che nella traduzione perciò va tenuto ultimo, e supplire questo pensiero: € giacché è pur troppo tanto comune Teguùmo, dovechè... ». — 30. quamquam qui è correttivo (limitativo) del concetto difficilis cura rerum alienarum : « quantunque a dir la verità... » ; e si connette con ciò che precede e non con ciò che segue: se volessimo unirlo con ciò che Cicerone, De Offici is* coni ni. da R. Sabbadini, 2" ediz. 2 18 M. TULLI CICERONIS Terentianus ille Chremcs 4 h umani ni hi 1 a se alienum p u t a t '; sed tamen, quia magis ea percipimus atque sentimus, quae nobis ipsis aut prospera aut adversa eveniunt, quam illa r quae ceteris, quae quasi longo intervallo interiecto videmus r aliter de illis ac de nobis iudicamus. Quocirca bene praeci- piunt, qui vetant quicquam agere, quod dubites aequum sit an iniquum. Àequitas enim lucet ipsa per se, dubitatio cogitatio- nem significat iniuriae. 31 IO. Sed incidunt saepe tempora, cum ea, quae maxime videntur digna esse iusto homine eoque, quem virum bonum diciraus, commutantur fiuntque contraria, ut reddere deposi- tarci, facere proraissum; quaeque pertinent ad veritatem et ad fidem, ea migrare interdum et non servare fit iustum. Referr* enim decet ad ea, quae posui principio, fundamenta iustitiae, primum ut ne cui noceatur, deinde ut communi utilitati ser- i viatur. Ea cum tempore commutantur, commutatur officium et B2 iwn semper est idem. Potest enim accidere promissum aliquod et conventum, ut id effici sit inutile vel ei, cui promissum sit r vel ei, qui promiserit. Nam si, ut in fabulis est, Neptunus, segue, potremmo spiegarlo: te sia^ pure che...», «e abbia pur ragione di credere...». — Terentianus, nell 1 Hautontimorumenos («il punitor di sé stesso ») di Terenzio v. 77 Cremete rimproverato di immischiarsi nelle faccende altrui, risponde: homo sum; humani nil a me alienum puto. 1 moderni citando questo verso gli attribuiscono una significazione più elevata, umanitaria. — percipimus, sentimus, tfaxepov Tcpóxepov. — quae prospera aut adversa eveniunt, traduci con due sostantivi. — longo in- tervallo interiecto, traduci con una frase avverbiale, omettendo il part. in- leriecto* — quod, « di cui », « intorno a cui ». — significat « rivela ». 31. tempora cum o tempora quibus, strutture egualmente usate; così in italiano «circostanze in cui », o «circostanze che...» — eoque, que esplicativo si omette nella traduzione. — virum, si sopprime nella tradu- zione. — bonum, § 20. — facere proìnissum, non « fare », ma « adem- piere » ; a « fare una promessa» corrisponde semplicemente promittere. — quae pertinent ad, risolvi coi sostantivo «esigenze». — veritatem, in senso soggettivo, § 23. — migrare, qui è transitivo; una certa analogia ha il doppio uso dell'italiano « saltare ». — principio, §§ 20, 22. — fun- damenta, «massime fondamentali». — 32. accidere - ut = accidere- promissum aliquod eiusmodi, ut — inutile, « dannoso ». — in fabulis, noi diciamo « nella mitologia » ; Teseo aveva chiesto tre grazie a suo padre Posidone (Nettuno): di tornare illeso dall' inferno (donde andò a trarre Proserpina), di uscire dal Labirinto (ove uccise il Minotauro) e la morte di Ippolito (Fedra, moglie di Teseo, aveva tentato di sedurre il casto DE OFFICIIS, I, 10, 31—33 19 quod Theseo promiserat, non fecisset, Theseus Hippolyto filio non esset orbatus; ex tribus enim optatis, ut scribitur, hoc erat tertium, quod de Hippolyti interitu iratus optavit; quo impe- trato in maximos luctus incidit. Nec promissa igitur servanda sunt ea, quae sint iis, quibus proiniseris, inutilia, nec, si plus tibi ea noceant quam illi prosint, quoi promiseris, contra offici um est maius anteponi minori; ut, si constitueris cuipiam te advo- catum in rem praesentem esse venturum atque interim graviter aegrotare filius coeperit, non sit contra officium non facere, quod dixeris, magisque ille, cui promissum sit, ab officio discedat, si se destitutum queratur. Iam illis promissis standum non esse quis non videt, quae coactus quis metu, quae deceptus dolo pro- miserit? quae quidem pleraque iure praetorio liberantur, non nulla legibus. Existunt etiam saepe iniuriae calumnia quadam et nimis cai- 33 lida [sed malitiosa] iuris interpretatione. Ex quo illud ' sum- mum ius summa i ni uria' factum est iam tritum sermone proverbium. Quo in genere etiam in re publica multa pec- cantur, ut ille, qui, cum triginta dierum essent cum hoste figliastro Ippolito; avutone rifiuto, lo accasò presso Teseo, che ne chiese a Nettano la morte; dopo riconobbe la sua innocenza. Quest'azione è svi- luppata nell'Ippolito di Euripide). — optatis, «domande, grazie». — tertium (optatum) optavit, come più sotto promissa promittere. — quod — optavit, risolvi Hippolyti interitus, quem optavit. — si plus - prosint, ognun vede quanto sia elastica e sdrucciolevole questa teoria. quoi = cui» — maius scil. officium. — ut si, « supponi per es. » ; dopo coeperit nella traduzione metti due punti. — advocatum - venturum, originaria- mente significava « venire sopra luogo a vedere una cosa » ; poi < compa- rire a una causa in tribunale > , perchè in principio la causa si trattava sul luogo, dov'era l'oggetto in questione; qui puoi tradurre « assistere come avvocato ». — sit, « sarebbe ». — magisque, traduci que con « anzi ». — stare con V ablativo significa propriamente « perseverare » . — iure praetorio, ogni pretore nelPassumere il proprio ufficio proclamava gli edicta, secondo i quali egli intendeva regolare la sua amministrazione; il pretore così aveva l'autorità di risolvere, con la scorta del buon senso e della rettitudine naturale, quei casi che non erano considerati nel codice civile. Gli edicta costituivano il ius praetorium. — liberantur, liberare da ogni obbligazione morale, cioè < annullare ». SS. existunt, § 13. — calumnia, « pedanteria, scrupolosità » ; calumnia et interpretatione = calumniosa interpretatione. — callida, « sottile » . — summum « estremo » . — ius, iniuria, spiega, per avere la medesima cor- rispondenza etimologica, < giustizia, ingiustizia » . — quo in genere = cuius generis peccata. — in re publica, « in politica ». — ut ille, « come 20 M. TULLI CICEROMS indutiae factae, noctu populabatur agros, quod dierum essent pactae, non noctiurn indutiae. Ne noster quidern probandus, si veruni est Q. Fabium Labeonem seu quem alium (nihil enim habeo praeter auditum; arbitrun» Nolanis et Neapolitanis de finibus a senatu datum, cura ad locum venisset, cum utrisque separati m locutum, ne cupide quid agerent, ne appetenter, atque ut regredi quam progredì mallent. Id cum utrique fecissent, aliquantuiu agri in medio relictum est. ltaque illorum fines sic, ut ipsi dixerant, terminavit; in medio relictum quod erat, populo Romano adiudicavit. Decipere hoc quidem est, non iudicare. Quocirca in omni est re fugienda talis sollertia. 11. Sunt autem quaedam officia etiam adversus eos ser- vando, a quibus iniuriam acceperis. Est enim ulciscendi et pu- niendi modus; atque baud scio an satis sit eum, qui lacessierit, ini uri ae suae paenitere, ut et ipse ne quid tale posthac et ceteri 34 sint ad iniuriam tardiores. Atque in re publica maxime cob- servanda sunt iura belli. Nam cum sint duo genera decertandi, unum per disceptationem, alterum per vim, cumque illud pro- prium sit hominis, hoc beluarum, confugiendum est ad poste- 35 rius, si uti non licet superiore. Quare suscipienda quidem bella sunt ob eam causam, ut sine iniuria in pace vivatur, parta fece quel tale » . Questa è l'astuzia adoperata dal re spartano Cleomene contro gli Argivi. — ne noster q. probandus, si verum est Labeonem, anacoluto; la struttura regolare sarebbe: ne noster quidem probandus (si verum est), sive is Labeo seu quis alius futi, qui... locutus est... Nella traduzione puoi spezzare il periodo, facendo punto dopo auditum e attac- cando così: arbiter... datus... locutus est. — Labeone fu console nel 183 av. Cr„ — nihil habeo (= scio) praeter auditum = nihil scio praeter - quam quod id audivi, « non so altra testimonianza che questa, di averlo udito raccontare », « ne parlo solo per averlo inteso ». — locum scil. con- stitutum. — cupide, appetenter, traduci con due aggettivi, p. e. « avidi, ambiziosi». — atque, «ma». — id cum - adiudicavit , qui si passa dall'orafo obliqua all'orafo recta. — re, non spiegare € cosa ». — sol- lertia, « sottigliezza », come caìumnia. Sunt autem, si apre la via a parlare dei doveri che bisogna osservare verso un nemico pubblico. — haud scio an, « forse » ; nesso affine a vi- dendum est 9 ne § 28. — eum qui lacessierit, risolvi' con un sostantivo. — ne quid tale, nesso frequente senza verbo, suppl. faciat. — 34. cum sint duo .... cumque, traduci, « dei due essendo ». — per discepta- tionem ; disceptatio è l'esposizione dei motivi prò e contro per risolvere una questione; noi potremmo tradurre € per via diplomatica » . — 35. con- DE OFFICIIS, I, li, 34-36 21 autem Victoria conservandi ii, qui non crudeles in bello, non immanes fuerunt. Ut maiores nostri Tusculanos, Aequos, Volscos, Sabinos, Hernicos in civitatem etiam acceperunt, at Karthagi- nem et Numantiam funditus sustulerunt; nollem Corinthum, sed credo aliquid secutos, oportunitatem loci maxume, ne posset aliquando ad bellum faciendum locus ipse adhortari. Mea quiderry sententia paci, quae nihil habitura sit insidiarum, seraper est/ consulendum. In quo si mihi esset obtemperatum, si non op- tumam, at aliquam rem publicam, quae mine nulla est, habe- remus. Et cum iis, quos vi deviceris, consulendum est, tum ii, qui armis posi ti s ad imperatorum fidem confugient, quamvis murum aries percusserit, recipiendi. In quo tantopere apud nostros iustitia eulta est, ut ii, qui civitates aut nationes de- victas bello in fidem recepissent, earum patroni essent more maiorum. Àc belli quidem aequitas sanctissime fetiali populi 36 Romani iure perscripta est. Ex quo intellegi potest nullum bel- lum esse i us tura, nisi quod aut rebus repetitis geratur aut de- nuntiatum ante sit et indictum. [Popilius imperator tenebat servandi, «perdonare, graziare». — ut, «così», § 19. — Tusculanos — Hernicos, dopo aver sostenute guerre con Roma, questi popoli ebbero la civitas: i Tusculani nel 381 av. Cr., gli Equi nel 304, i Sabini nel 263, parte dei Volsci (gli Arpinati) nel 188, gli Eniici nel 306. — nollem, vi ha un certo affetto in questo verbo, che esprimerai così: « veramente non avrei voluto». — secutos \ sequi esprime il fine che uno si prefìgge, «prender di mira, avere in vista». — oportunitatem, Corinto era la chiave del Peloponneso; si aggiunga la sua grande importanza commer- ciale, per cui dava ombra ai grossi commercianti e banchieri romani. — quae nihil habitura sit, « che non presenti pericolo di ... ». — semper, anche nelle guerre civili ; qui Cicerone allude alle vive e incessanti pra- tiche da lui fatte per scongiurare lo scoppio della guerra civile tra Cesare e Pompeo. — - si non, at; at*in questo nesso = « almeno ». — aliquam, « una ... in qualche modo ». — nulla, « nemmeno l'ombra ». — quamvis, dal significato quantitativo «per quanto», si passa al temporale «anche quando ». — aries, una volta che si era adoperato l'ariete contro le mura, non si dava più quartiere. — in quo, « e in questo proposito ». — patroni, così gli Emili furono patroni dei Macedoni, gli Scipioni dell'Africa, i Mar- celli della Sicilia, i Fabi degli Allobrogi. — 36. aequitas, « il buon andamento » ; si può anche intendere oggettivamente = ius. — fetiali iure, quando Roma veniva in conflitto con un altro popolo, mandava i Feziali (il collegio dei Feziali comprendeva venti sacerdoti) a chiedere riparazione (res repetere). Se non era data entro trentatre giorni, il capo dei Feziali (pater patratus) gettava una lancia sul confine nemico e la guerra era dichiarata. Le formole che erano recitate in queste occasioni si leggono in Livio I 32 e in A. Gellio XVI 4, 1. — Popilius - bello 22 M. TULLI CICERONIS provinciam, in cuius exercitu Catonis filius tiro militabat. Cum autem Popilio videretur unam dimittere legionem, Catonis quo- que filium, qui in eadem legione militabat, dimisit. Sed cum amore pugnandi in exercitu remansisset, Cato ad Popilium scrip- sit, ut, si eum patitur in exercitu remanere, secundo eum obliget militiae sacramento, quia priore amisso iure cum hostibus pu- 37 gnare non poterai Adeo summa erat observatio in bello mo- vendo]. M. quidem Catonis senis est epistula ad M. filium, in qua scribit se audisse eum missum factum esse a consule, cum in Macedonia bello Persico railes esset. Monet igitur, ut caveat, ne proelium ineat; negat enim ius esse, qui miles non sit, cum hoste pugnare. 12. Equidem etiam illud animadverto, quod, qui proprio nomine perduellis esset, is hostis vocaretur, lenitate verbi rei tristitiam mitigatam. Hostis enim apud maiores nostros is dicebatur, quem nunc peregrinum dicimus. Indicant duodecim tabulae: àut status dies cum hoste, itemque: adversus hostem aeterna auctoritas. Quid ad hanc mansuetudinem addi potest, movendo, qui abbiamo un'interpolazione, dove è ampliato con qualche va- riazione il racconto seguente, § 37. Certo Tuna delle due redazioni è spuria; ragioni di lingua e di sintassi ci obbligano a respingere la prima; tenebat provinciam non è locuzione latina ; e poi perchè tralascia il nome della provincia? scripsit ut si patitur obliget nonché costruzione cicero- niana, è barbara; Cicerone avrebbe detto scripsit ut si pateretur obligaret; sucramentum amittere, beìlum movere non sono frasi classiche; per adeo enfatico Cicerone adopera di preferenza usque eo. Le due redazioni si con- traddicono sui tempo dei fatto: l'interpolatore lo pone al tempo di Popilio Lenate (M. Popilio e suo fratello C. Popilio combatterono contro i Liguri negli anni 173-172 av. Cr.), Cicerone al tempo della guerra contro Perse. Non possiamo dire quale di queste due circostanze sia la vera. — 37. negat, « dice che non ». quod vocaretur, « che con l'esser chiamato » ; quod qui ha valore di- chiarativo. — hostis enim, Varr. L. L. V 3: midta verba aliud nunc ostendunt, aliud ante signi ficabant, ut hostis; nam tum eo verbo dice- bant peregrinum, qui suis ìegibus uteretur, nunc dicunt eum, quem tum dtcebant perduellem. Dall'idea di «forestiero» fu facile il passaggio a quella di < nemico». — indiennt, « ne fan prova ». Nelle due leggi qui citate dalle dodici tavole hostis ha il valore di peregrinus. — status dies (noi diremmo « giorno di comparsa ») vocatur qui iudicii causa est constitutus cum peregrino (Pesto). — auctoritas esprime il diritto di recla- mare per sé un proprio possesso; trascorso un certo termine, per prescrizione quel diritto si perdeva verso un cittadino romano, ma rimaneva sempre in vigore verso un peregrinus; puoi tradurre « diritto di azione ». — potest, de officiis, i, 11 - 12, 37—38 23 eura, quicum bellum geras, tani molli nomine appellare? Quam- quam id nomen durius effecit iam vetustas; a peregrino enim recessit et proprie in eo, qui arma contra ferret, reraansit. Cum 38 vero de imperio decertatur belloque quaeritur gloria, causas omnino subesse tamen oportet easdem, quas dixi paulo ante iustas causas esse bellorura. Sed ea bella, quibus imperii pro- posta gloria est, rainus acerbe gerenda sunt. Ut enim cum civi aliter contendimus, si est inimicus, aliter, si competitor (cura altero certamen honoris et dignitatis est, cum altero capitis et famae), sic cum Celtiberis, cum Cimbris bellum ut cum ini- micis gerebatur, uter esset, non uter imperaret, cum Latinis, Sabinis, Samnitibus, Poenis, Pyrrho de imperio dimicabatur. Poeni foedifragi, crudelis Hannibal, reliqui iustiores. Pyrrhi quidem de captivis reddendis illa praeclara: Nec mi aurum posco nec mi pretium dederitis, Nec cauponantes bellum, sed belligerantes, Ferro, non auro vitam cernamus utrique. Vosnevelitanme regnare era,quidveferatFors, Virtute experiamur. Et hoc simul accipe dictum: Quorum virtutei belli fortuna pepercit, nella traduzione metti V interrogativo dopo potest e un ammirativo dopo appellare; questo infinito è usato un pò 1 liberamente ; si può considerare come apposto di liane mansuetudinem. — quamquam, § 30. — 38. tamen, « anche allora ». — ea, « tali » . — quibus proposita est , € che hanno per scopo ». — civi, forma rara di ablat. invece di cive. — inimicus, competitore altero, altero, chiasmo. — Celtib., Cimbris, infatti i Celtiberi (a Numanzia) e i Cimbri furono distrutti dai Romani. — bellum gere- batur, supplisci questo pensiero: « trattandosi di decidere». — Poeni — Hannibal, la solita accusa mossa ai Cartaginesi, che qui sta in certo qual modo a giustificare i Romani della distruzione di Cartagine. — illa, la risposta di Pirro ai messi romani, che erano andati a riscattare i prigio- nieri di guerra. A pparteneva al lib. VI degli Annàles di Ennio. I versi sono esametri. — mi, forma contratta di tniki, come nil di nihil. — de- deritis, penultima lunga, accento originario. — nec cauponantes, bellige- rantes, < far la guerra non da mercanti ma da soldati », oppure « non trafficar la guerra ma combatterla > . — vitam cernamus = de vita decer- namus. — velit, l'ultima vale per lunga, com'era originariamente; nel periodo posteriore diventò breve. — era (hera) va unito con Fors. — accipe, si rivolge a Fabricio, capo dell'ambasciata. — virtutei, forma an- (P*? 21 M. TULLI CICEROMS Eorundem libertati me parcere certum est. Dono ducite doque volentibus cum magnis dis. Regalis sane et digna Aeacidarum genere sententia. 39 13. Àtque etiam si quid singuli temporibus adducti hosti promiserunt, est in eo ipso fides conservanda, ut primo Punico bello Regulus captus a Poenis cum de capti vis commutandis Roraam missus esset iurassetque se rediturum, priraura, ut venit, captivos reddendos in senatu non censuit, deinde, cum retine- retur a propinquis et ab amicis, ad suppliciura redire maluit 41 quam fidem hosti datam fallere. Ac de bellieis quidem officiis satis dictum est. Meminerimus autem etiam adversus intimos iustitiam esse servandam. Est autem infima condicio et fortuna servorum, quibus non male praecipiunt qui ita iubent uti ut mercennariis: operam exigendam, iusta praebenda. Cum autem duobus modis, id est aut vi aut fraude, fiat iniuria, fraus quasi vulpeculae, vis leonis videtur; utrumque homine alienissimum, sed fraus odio digna maiore. Totius autem iniustitiae nulla capitalior quam eorum, qui tum, cum maxime fallunt, id agunt, ut viri boni esse videantur. De iustitia satis dictum. tica di dativo. — eorundem, trisillabo per sinizesi. — me certum est, « è mia ferma intenzione ». — dono, dativo che si unisce a ducite come si dice dono dare, dono mittere alicui; doque rafferma la buona inten- zione ch'egli ha di donarli, < che io ve li do ». — volentibus - dia, forinola di buon augurio; l'ultima di volentibus è breve, perchè Ys finale nel periodo arcaico non faceva posizione con la consonante seguente. — Aeacidarum, Pirro si faceva discendere da Pirro figlio di Achilie, figlio di Peleo, figlio di Eaco. 39. ut, « così » ; metti punto dopo conservando. Questo esempio è ampiamente discussa nei III 99 sgg. — iurassetque, «dopo di aver giurato ». 40. Si omette il § 40, perchè dato solo dai codici della classe X. 41. infima, la più umile. — servorum, « quella dei ... ». — quibus ... qui, bell'esempio di intrecciamento dei pronomi relativi {quibus dipende da uti); risolvi così: nec male praecipiunt qui iis ita ... — exigendam, prae- benda, dipendono da un verbum putandi incluso in iubent. — iusta, più comprensivo, che se non fosse mercedem. — cum - modis, spiega « due poi sono i modi ... », mettendo due punti dopo iniuria. — totius, « di tutte le SDeeie di ... » — autem, « ma ». — tum (« appunto allora ») nella tra- duzione »a legato con id agunt. DB 0FFICI1S, I, 13 — 14, 3 ( J— 44 2) 14. Deinceps, ut erat propositum, de beneficentia ac de 42 liberalitate dicatur, qua quidera nihil est naturae hominis ac- commodatius, sed habet multas cautiones. Videndum est enim, primum ne obsit benignitas et iis ipsis, quibus benigne vide- bitur fieri, et ceteris, deinde ne maior benignitas sit quam fa- cultates, tum ut prò dignitate cuique tribuatur; id enim est iustitiae fundamentum, ad quam haec referenda sunt omnia. Nani et qui gratificantur cuipiam, quod obsit illi, cui prodesse velie videantur, non benefici neque liberales, sed perniciosi ad- sentatores iudicandi sunt, et qui aliis nocenl, ut in alios li- berales sint, in eadem sunt iniustitia, ut si in suam rem aliena convertant. Sunt autem multi, et quidem cupidi splendoris et 43 gloriae, qui eripiunt aliis, quod aliis largiantur, iique arbi- trantur se beneficos in suos amicos visum iri, si locupletent eos quacumque ratione. Id autem tantum abest ab officio, ut nihil magis officio possit esse contrarium. Videndum est igitur, ut ea liberalitate utamur, quae prosit amicis, noceat nemini. Quare L. Sullae, C. Caesaris pecuniarum translatio a iustis do- minis ad alienos non debet liberalis videri; nihil est enim li- berale, quod non idem iustum. Alter locus erat cautionis, ne 44 42» Entra a parlare della beneficentia, per la quale propone tre restri- zioni ; nella terza restrizione si deve tener conto del carattere § 46, del- l'amicizia § 47, della gratitudine §§ 47-49, dei rapporti personali §§ 50-58. Infine conchiude che in tutti questi precetti bisogna aver riguardo alle circostanze speciali. — deinceps e non mai deinde in Cicer. nel passaggio da un argomento all'altro. — habet, « porta con sé, va circondato di ... > — cantiones, non e cauzione, garanzia » , ma (id quod cacete oportet) «cautela». — primum, deinde, tum, « primo, secondo, terzo ... » — ne et -et, rarissimo in una proposizione negativa invece di ne aut-aut — benigne fieri, costruito come satin fieri. — dignitate, « meriti ». — nam, «anzitutto, infatti...». — videantur, congiuntivo, perchè esprime ciò solamente che è nella loro intenzione. — aliis, alios, « questi, quelli ; gli uni, gli altri ». — 43. sunt qui eripiunt, insolito invece del con- giuntivo. — quod, « per » . — iique, metti punto e virgola dopo largiantur e sopprimi l'enclitica que nella traduzione. — quacumque, è raro in Cice- rone l'uso del pronome relativo quicumque per l'indefinito quilibet. — vi- dendum est = curandum est. — noceat, « senza ...» — quare, aggiungi « per es ». — Sullae, Caesaris, asindeto, perchè si tratta di esempi, che potrebbero essere moltiplicati. Siila distribuì ai suoi soldati le terre con- fiscate ai proscritti e Cesare le terre della Campania. Schiva nella tradu- zione il doppio genitivo Caesaris pecuniarum. — liberale, iustum, traduci con due sostantivi e quod non idem con « senza ». — 44. alter locus 25 M. TULLI CICERONIS benignitas maior esset quam facultates, quod, qui benigniores volunt esse, quam res patitur, primum in eo peccant, quod iniu- riosi sunt in proximos; quas enim copias his et suppeditari aequius est et relinqui, eas transferunt ad alienos. Inest autera in tali liberalitate cupiditas plerumque rapiendi et auferendi per iniuriam, ut ad largiendum suppetant copiae. Videre etiam licet plerosque, non tam natura liberales quam quadam gloria ductos, ut benefici videantur, facere multa, quae proficisci ab ostentatone magis quam a voluntate videantur. Talis autem simulatio vanitati est coniunctior quam aut liberalitati aut bo- 45 nestati. Tertium est propositum, ut in beneficentia dilectus esset dignitatis; in quo et mores eius erunt spectandi, in quem beneficium conferetur, et animus erga nos et communitas ac societas vitae et ad nostras utilitates officia ante conlata ; quae ut concurrant omnia, optabile est; si minus, plures causae ma- ioresque ponderis plus habebunt. 46/ 15. Quoniam autem vivitur non cum perfectis hominibus planeque sapientibus, sed cum iis, in quibus praeclare agitur si sunt simulacra virtutis, etiam hoc intellegendum puto, ne- minem omnino esse neglegendum, in quo aliqua significatio vir- tutis appareat, colendum autem esse ita quemque maxime, ut quisque maxime virtutibus his lenioribus erit ornatus, modestia, cautionis = altera cautìo. — erat, ne esset, con l'imperfetto Cic. si rife- risce alla divisione fatta precedentemente § 42; nella traduzione adoprerai il presente. — quod ... primum ... inest autem ... videre etiam (anacoluto), per connettere questo periodo, bisognerebbe nella traduzione sopprimere quod e costruire cosi : e peccano in primo luogo di ingiustizia ... , in se- condo luogo di cupidigia ..., in terzo luogo di ambizione » (gloria inteso soggettivamente); provati a farlo. — proximos, contrario, di alienos. — a voluntate, e dal cuore», «da schietto sentimento». — simulatio == ostentatio. — vanitati, « impostura ». — 45. tertium est propo- situm = tertia cautìo est proposito. — dignitatis, § 42 dignitate. — com- munitas — vitae, « i rapporti sociali » . — quae, traduci con un sostantivo, « motivi » . 46. Quoniam — etiam, risolvi in « siccome — così » . — vivitur, qui vivere significa le relazioni della vita, perciò puoi tradurre < aver contatto nella vita». — in quibus -si sunt, intreccio, che si risolverebbe in: quibuscum praeclare agitur, si in iis sunt ; in italiano puoi rendere così : « nei quali è già molto trovare ... » . — significatio, come simulacra. — autem, « ma ». — lenioribus (cioè quae pertinent ad mansuetudinem mo- rnìii ac facilitatem II 32), «miti», in contrapposizione al fortis animus. de officiis, i, 14 — 15, 45 — 48 27 temperanza, hac ipsa, de qua multa iam dieta sunt, iustitia. Nani fortis animus et magnus in homine non perfecto nec sa- piente ferventior plerumque est, illae virtutes bonum virum videntur potius attingere. Atque haec in moribus. De benivolentia autem, quam quisque habeat erga nos, pri- 47 munì illud est in officio, ut ei plurimum tribuamus, a quo plurimum diligamur, sed benivolentiam non adulescentulorum more ardore quodam amoris, sed stabilitate potius et constantia iudicemus. Sin erunt merita, ut non ineunda, sed referenda sit gratia, maior quaedam cura adhibenda est: nullum enim offi- cium referenda gratia magis necessarium est. Quodsi ea, quae 48 utenda acceperis, maiore mensura, si modo possis, iubet reddere Hesiodus, quidnam beneficio provocati facere debemus? an imi- tari agros fertiles, qui multo plus efferunt quam acceperunt? Ktenim si in eos, quos speramus nobis profuturos, non dubi- tamus officia conferre, quales in eos esse debemus, qui iam profuerunt? Nam cum duo genera liberalitatis sint, unum dandi beneficii, alterum reddendi, demus necne, in nostra potestate — fortis animus et magnus, si traduca con due sostantivi astratti. — sapiente e sapienti, doppia forma di ablativo. — ferventior, rendi il com- parativo con un € troppo ». — in moribus suppl. servanda sunt. oppure dicenda erant; in qui significa « in proposito dei ... ». 47- De benivolentia, questa costruzione sta indipendente dal resto del periodo; noi diremmo « quanto alla ...» ; < venendo a parlare della ... ». — quisque, puoi renderlo col « si » impersonale (come è spesso il caso con l'indefinito quis, eguale all'italiano e altri »). — habeat, potenziale. — primum, tanto aggettivo (= praecipuum), quanto avverbio. — quodam, questo pronome in italiano si risolve spesso in un aggettivo (p. es. est in ilio quaedam gloriae cupiditas t «non comune, straordinaria » e simili); qui puoi risolvere in «passeggero». — sin, qui è eguale ai semplice si. — merita suppl. eiusmodi. — referenda gratin, unico esempio nella lingua latina di un simile ablat. comparativo, sul quale ebbe qualche in- fluenza la frase precedente referenda sit gratia ; regolarmente si doveva dire quam referre gratiam oppure relatione gratiae ; ma reìatio gratiae comparisce per la prima volta solo in Seneca Epist. 74, 13. — 48. He- siodus, "EpY- Kal 'H. 349-350 e0 \xtv n€Tp€io*9ai -rrapà yeiTOvoq, eO ò' àiro- òoOvai || aÙTuj tlù jnérpip xai Xubiov, al ke òùvr|ai («fatti prestare dal tuo vicino e poi rendigli con la stessa misura, e anche più abbondante- mente, se potrai »). — an imitari, « che altro, se non imitare » ...; questo an si risolve in nonne. — dubitami**, «esitiamo». — quales, in italiano si aggiunge « non ». — demut-licet, un nostro proverbio popolare esprime sotto altra forma un concetto analogo : « salutare è cortesia, ri- 28 M. TULLI CICEUOMS est, non recidere viro bono non licet, modo id facere possit siue 49 iniuria. Acceptorum autera beneficiorura sunt dilectus habendi, nec dubium, quin maximo cuique plurimum debeatur. In quo tamen in primis, quo quisque animo, studio, beniyolentia fe- cerit, ponderandum est. Multi enim faciunt multa temeritate quadam sine iudicio vel morbo in omnes vel repentino quodam, quasi vento, impetu animi incitati; quae beneficia aeque magna non sunt habenda atque ea, quae iudicio, considerate constan- terque delata sunt. Sed in collocando beneficio et in referenda gratia, si cetera paria sunt, hoc maxume offici est, ut quisque raaxume opis indigeat, ita ei potissimum opitulari ; quod contra fit a plerisque; a quo enim plurimum sperant, etiamsi ille iis non eget, tamen ei potissimum inserviunt. 50 16. Optime autem societas hominum couiunctioque serva- bitur, si, ut quisque erit coniunctissimus, ita in eum benigni- tatis plurimum conferetur. Sed quae naturae principia sint com- munitatis et societatis huraanae, repetendum videtur altius; est enim primum, quod cerni tur in universi generis humani so- cietate. Eius autem vinculum est ratio et oratio, quae docendo discendo, coramunicando disceptando iudicando conciliat inter se homines couiungitque naturali quadam societate; neque ulla re longius absumus a natura ferarum , in quibus inesse forti- tudinem saepe dicimus, ut in equis, in leonibus, iustitiam, ae- spondere è obbligo » . — modo - iniuria, puoi risolvere modo ne id facere iniuria sit. — 49. maximo (scil. beneficio) cuique plurimum, spiega « quanto più ... tanto più ... >. — in quo tamen, « qui però ». — teme- ritate quadam, « a caso » . — morbo è la malattia cronica e impetu l'as- salto improvviso, l'accesso. — in omnes va con morbo incitati, — iudicio, « a mente fredda » . — constanter , « con perseveranza » . — collocando, come si fa di un capitale. — si cetera paria sunt, « a condizioni pari ». — quod contra (= aliter), risolvi nella traduzione con « laddove ac- cade il contrario ». — a quo plurimum -ei potissimum, « quanto più ... tanto più ». 50. Optime servabitur, si, traduci e il miglior modo per è ». — societas coniunctìoque, risolvi l'uno dei due sostantivi in aggettivo, p. e. « legami sociali » . — naturae, traduci con l'aggettivo « naturale » . — enim è qui particella di entrata in argomento; si sopprime nella tra- duzione. — primum scil. principium, e il primo è quello che...», cioè «il primo è il fatto stesso (naturale) della società universale umana ». — quadam societate, «associazione». — non, traduci «ma non », sop- de officiis, i, 15— 1G, 49—52 29 quitatem, bonitatem non dici mus; sunt enim rationis et orationis expertes. Ac latissime quidem patens hominibus inter ipsos, 51 omnibus inter oranes societas haec est ; in qua omnium rerum, quas ad comraunem hominum usura natura genuit, est servanda communitas, ut, quae discripta sunt legibus et iure civili, haec ita teneantur, ut sit constitutum legibus ipsis, cetera sic obser-' • ventur, ut in Graecorum proverbio est, amicorum esse com- munia omnia. Omnium autem communia hominum videntur ea, quae sunt generis eius, quod ab Ennio positum in una re transferri in permultas potesti Homo, qui erranti cómiter monstràt viam, Quasi lumen de suo lùmine accendàt, facit. Nihiló minus ipsi lùcet, cum 111 i accénderit. Una ex re satis praecipit, ut, quicquid sine detrimento com- 52 modari possi t, id tribuatur vel ignoto; ex quo sunt illa com- munia: non prohibere aqua profluente, pati ab igne ignem capere, si qui veli t, consilium fidele deli- beranti dare, quae sunt iis utilia, qui accipiunt, danti non molesta. Quare et his utendum est et semper aliquid ad com- primendo ii secondo dicimus. — òl. ac latissime patens societas haec est, « e questa è la più vasta società costituita » . — omnium rerum, qui abbiamo una slegatura ; omnium rerum trova una limitazione in haec e poi viene ripreso con cetera. Il periodo si potrebbe racconciare così: in qua ea quae discripta sunt legibus et iure civili ita teneantur ut est constitutum legibus ipsis, cetera quae ad communem hominum usum na- tura genuit sic observentur ut in Graecorum proverbio est. Si può anche conservare lo schema del testo, convertendo in subordinato il termine quae discripta — legibus ipsis in questo modo: < eccettuando quelle assegnate per legge (ossia le cose private), le quali devono esser regolate come ... »; ma non ne esce un periodo chiaro. — ut sit constitutum, ci aspetteremmo ut est; ma ii congiuntivo è dovuto forso all'attrazione di teneantur. — amicorum communia, xà twv (piAuuv Koivà. — in una re, « in un caso, in un esempio speciale » . — homo, questi versi appartenevano a una tra- gedia, ma non si sa quale. Sono trimetri giambici (~-, — , ~- L , ^-, --£, ^- | \jsjj. f — f - [suo fa una sillaba sola] -, ^-, — L , **- | w£, v^-, — £, — , --£, *>-). — nihilo minus lucei, * né splende meno per questo». — ipsi = sibL — ex, perchè di lì scaturisce V insegnamento. — detrimenti snppl. « proprio ». — 52. ex quo (scil. genere) sunt, « in questa categoria entrano ». — communia, adopera la parola « massime ». — si qui, « chi » . — his scil. bonis communi bus, < patrimonio comune » . — utendum per non parer superbi, a/ferendum per non essere egoisti. — / 30 M. TULLI CICERONIS munem utilitatera afferendum. Sed quoniam copiae parvae sin- gulorum sunt, eorum autem, qui his egeant, infinita est mul- titudo, vulgaris liberalitas referenda est ad illum Enni finem : 4 N i h ilo minus ipsi lue et', ut facultas sit, qua in nostros simus liberales. 53 17. Gradus autem plures sunt societatis hominum. Ut enim ab illa infinita discedatur, propior est eiusdem genti s, nationis, linguae, qua maxume homines coniunguntur; interius etiam est eiusdem esse civitatis; multa enim sunt civibus inter se coni - munia, forum, fana, porticus, viae, leges, iura, iudicia, suffragia, consuetudines praeterea et familiaritates multisque cum multis res rationesque contractae. Artior vero colligatio est societatis propinquorum ; ab illa enim immensa societate humani generis 54 in exiguum angustumque concluditur. Nam cum sit hoc natura commune animantium, ut habeant lubidinem procreandi, prima societas in ipso coniugio est, proxima in liberis, deinde una domus, communia omnia; id autem est principium urbis et quasi seminarium rei publicae. Sequuntur fratrum coniunctiones T post consobrinorum sobrinorumque, qui cum una domo iam capi non possint, in alias domos tamquam in colonias exeunt. Se- quuntur conubia et adfinitates, ex quibus etiam plures propinqui ; quae propagatio et suboles origo est rerum publicarum. San- guinis autem coniunctio et benivolentia devincit homines et 55 cari tate; magnum est enim eadem habere monumenta maiorum, eisdem uti sacris, sepulcra habere communia. paroae, predicato, va con sunt. — vulgaris scil. quae omnibus gratifi- ca tur. — finem, « punto, passo » . — qua simus, perifrasi del gerundio genitivo che manca: < di essere ». 53. eiusdem gentis, < quella della medesima ... ». — interius = interior societas. — res - contractae , « interessi e rapporti reciproci » . — vero, < ancora » . — concluditur, « si restringe » . — 54. una domus, com- munia omnia, avrebbe dovuto continuare in unitale domus, in communi- tate omnium rerum ; ma Cicerone non usa la parola unitas. — seminarium, «semenzaio». — sobrini, i figli dei consobrini. — et adfinitates, come conseguenza dei conubia. — suboles, conseguenza della propagatio; tra- ducilo come fosse propagatio subolis. — 55. monumenta, gli elogi degli antenati, le imagini e simili; qui Cicerone parla dell'aristo- crazia. — sacris. le famiglie avevano il loro culto gentilizio (sacra gen- tilicìa). de officiis, i, 17, 53— 5S 31 Sed omnium societatum nulla praestantior est, nulla firmior, quam cum viri boni moribus similes sunt familiaritate con- iuncti; illud enim honestum, quod saepe dicimus, etiam si in alio cernimus, tamen nos movet atque illi, in quo id inesse videtur, amicos facit. Et quamquam omnis virtus nos ad se 56 adlicit facitque, ut eos diligaraus, in quibus ipsa inesse videatur, tamen iustitia et liberalitas id maxime efficit. Nihil autem est amabili us nec copulati us quam morum similitudo honorum; in quibus enim eadem studia sunt, eaedem voluntates, in iis fit ut aeque quisque altero delectetur ac se ipso, efficiturque id, quod Pythagoras vult in amicitia, ut unus fìat ex pluribus^ t Magna etiam illa communitas est, quae conficitur ex beneficiis ultro et citro datis acceptis, quae et mutua et grata dum sunt, inter quos ea sunt, firma de vinci untur societate. Sed cum omnia ratione animoque lustraris, omnium socie- 57 tatuili nulla est gravior, nulla carior quam ea, quae cum re publica est uni cuique nostrum. Cari sunt parentes, cari liberi, propinqui, familiares, sed omnes omnium caritates patria una complexa est, prò qua quis bonus dubitet mortem oppetere, si ei sit profuturus? Quo est detestabilior istorum immanitas, qui lacerarunt omni scelere patriam et in ea funditus delenda oc- cupati et sunt et fuerunt. Sed si contentio quaedam et coni- 58 paratio fiat, quibus plurimum tribuendum sit offici, principes quam cum viri, spiega < di quella degli ... », sopprimendo sunt. — etiam si (= si etiam) — tamen; qui tamen conserva il suo valore etimo, logico dimostrativo: tamen da tam, femminile di tum\ perciò si risolve: cum etiam in alio cemimus, tum, « quando lo vediamo anche in altri, allora > . — movet, « tocca » . — facit, « rende » . — 56. et quam- quam - efficit , per la traduzione risolvi così il periodo : omnis virtus, sed maxime iust. et liberal, nos ad se adlicit - videatur. — facit ut, noi traduciamo < f a > con l'infinito. — nihil, adopera il sostantivo e legame». — copulatius, in significato attivo. — firma = vi firma. — devinciuntur, traduci con l'attivo. 57. cum lustraris, nulla est, supplisci nella traduzione, dopo lustraris, un e vedrai che »; queste non sono ellissi grammaticali, ma brachilogie di pensiero, provenienti in parte dalla paratassi primitiva. — cari, cari, caritates, adopera anche nella traduzione tre parole di una medesima ra- dice. — complexa est = complexa tenet. — quis bonus, « evvi onest'uomo che ... » — occupati, « tutt 1 intesi ». — sunt, quali Marcantonio e i suoi partigiani; fuerunt, quali i Gracchi, Catilina, Clodio, Cesare. — 58. si, « se vogliamo > ; risolvi contentio e comparalo in due verbi. — principes, ■32 M. TULLI CICERONIS t c sint patria et parentes, quorum beneficiis maximis obligati su- mns, proximi liberi totaque domus, quae spectót in nos solos neque aliud ullum potest habere perfugium, deinceps bene con- venientes propinqui, quibuscum communis etiam fortuna pie- rumque est. Quam ob rem necessaria praesidia vitae debentur iis maxime, quos ante dixi, vita autem victusque communis, Consilia, sermones, cohortationes, consolationes, interdum etiam obiurgationes in amicitiis vigent maxime, estque ea iucundis- l^ima amicitia, quam similitudo morum coniugavit. 59 18. Sed in bis omnibus officiis tribuendis videndum erit, quid cuique maxime necesse sit, et quid quisque vel sine nobis aut possit consequi aut non possit. Ita non idem erunt necessitudinum gradus, qui temporum ; suntque officia, quae aliis magis quam aliis debeantur; ut vicinum citius adiuveris in fructibus perci- piendis quam aut fratrem aut familiarem, at, si lis in iudicio sit, propinquum potius et amicum quam vicinum defenderis. Haec igitur et talia circumspicienda sunt in omni officio et consue- tudo exercitatioque capienda, ut boni ratiocinatores officiorum esse possimus et addendo deducendoque videre, quae reliqui 60 surama fiat, ex quo, quantum cuique debeatur, intellegas. Et ut nec medici nec imperatores nec oratores, quamvis artis prae- cepta perceperint, quicquam magna laude dignum sine usu et proximi, deinceps, « in primo luogo, in secondo luogo, in terzo luogo » . — bene convenire, « essere in buona armonia » . — necessaria pr. vitae com- pendia la vita materiale; quel che segue, vita autem etc, compendia la vita morale. — vita victusque communis = vitae communi tas. — vigent maxime, « trovano il loro massimo alimento » . 59. tribuendis, spiega coi verbo «adempiere». — vel «anche». — gradus, il grado, il posto che una persona o una cosa occupa in ordine alla sua importanza si risolve nel « riguardo » che noi dobbiamo ad essa avere. — temporum, « circostanze ». — ut, § 19. — adiuveris, defenderis, «aiuteresti...»; congiuntivi potenziali, come habeat § 47. — haec- circumspicienda, si tragga dal verbo circumspicere un sostantivo, p. es., « considerazioni, distinzioni » e simili, e si formi una frase con un verbo generico « avere, fare » e simili. Così molte frasi latine si risolvono con nomi astratti, dei quali è tanto ricco l'italiano (p. es. hoc animadver- tendum est « bisogna fare questa considerazione » ; hoc videndum est « bisogna avere questo riguardo » ; hoc cavendum est « bisogna msare questa cautela » ). — consuetudo exercitatioque capienda, risolvi con la frase « acquistare il senso pratico » . — ratiocinatores, conserva la medesima metafora. — 60- tradantur ilìa quidem sed, se vuoi rendere la de ofpiciis, i, 18, 59—61 33 exercitatione consequi possunt, sic officii conservane] i praecepta traduntur ill^ quidem, ut facimus ipsi, sed rei magnitudo usum quoque exercitationeraque desiderai Atque ab iis rebus , quae sunt in iure societatis humanae, quem ad modura ducatur ho- nestum, ex quo aptum est offici uni, satis fere diximus. Intellegendum autem est, cum proposita sint genera quat- 61 tuor, e quibus honestas officiumque manaret, splendidissimum videri, quod atfirao magno elatoque humanasque res despiciente factum sii Itaque in probris maxime in promptu est, si quid tale dici potest: 4 Vós «nim, iuvenes, ànimum geritis mùliebrem, illa virgo viri ' et si quid eius modi: Salmàcida, spolia sine sudore et sanguine. Contraque in laudibus, quae magno animo et fortiter excellen- terque gesta sunt, ea nescio quo modo quasi pleniore ore lau- simroetria al periodo, racconcia così nella tradazione: quamvis tradantur ... tamen. — ab iis-humanae, « dalle con dizioni dei vicendevoli rapporti giu- ridici della società umana». — aptum est (nel suo primitivo significato « è attaccato » ) « dipende » . 61-92. Della fortezza, terza virtù cardinale. Prima di tutto vien di- mostrato che la fortezza è la più splendida delle virtù § 61, indi che non bisogna scompagnarla dalla giustizia §§ 62-63: doversi perciò guardare dal l'abusarne nelle nostre aspirazioni al potere § 64 e alla gloria § 65. — genera, «elementi». — factum, «costituito». — in probris e più sotto in laudibus, « in proposito di ..., in fatto di ... » « trattandosi di ... »; su quest'uso dell'in cfr. § 46 in moribus. — si quid tale dici potest, ri- solvi tutta la frase in aliquid tale. — vos ... viri, non si sa di chi sia, né da che luogo sia preso, né a chi si riferisca questo verso. È un trocaico settenario (tetrametro trocaico catalettico -£^v^ v^-, 4^-, w- t 6w t ow- f J.^j ì - ; solo nella settima sede si incontra il trooheo, nelle altre esso fu risolto) ; però enim conta per due brevi, per la legge delle parole giambiche ; iìla vale per due brevi, per effetto di pronuncia popolare ; così ille, iste, ipse etc. in Plauto hanno la prima breve. — si quid = aliquid. — Salmàcida, verso di Ennio (trimetro giambico -^, -w^ f w^ f --, -■ *i wC s 8 °1° l'ultima sede dà un giambo); si suppone detto a uno sfrol- lato dalle libidini : « o smidollato, qua le tue spoglie (frase senza verbo) e risparmia il tuo sudore e il tuo sangue » . — Salmàcida è vocativo di Salmacides, come Aeacida di Aeacides. Salmacis era una fonte nella Caria « quam qui bibisset, vitto impudicitiae mollescebat » (Festo); di qui Salmacides, uomo sfrollato. — nescio quomodo « non si sa come » , « quasi Cicerone, De Offlciis* oomm da R. Sabbadini, 2 a ediz. 34 M. TULLI ClChROMS damus. Hinc rhetorum campus de Marathone, Salamine, Plataeis T Thermopylis, Leuctris, hinc noster Cocles, hinc Decii, hinc Cn. et P. Scipiones, hinc M. Marcellus, innuoierabiles alii; maxi- meque ipse populus Romanus animi magnitudine excellit. De- claratur autem studium bellicae gloriae, quod statuas quoque videmus ornatu fere militari. 62 19. Sed ea animi elatio, quae cernitur in periculis et la- boribus, si iustitia vacat pugnatque non prò salute communi, sed prò suis commodis, in vitio est; non modo enim id virtutis non est, sed est potius immanitatis omnem humanitatem repel- lentis. Itaque probe definitur a Stoicis fortitudo, cum eam vir- tutem esse dicunt propugnantem prò aequitate. Quocirca nemo, qui fortitudinis gloriam consecutus est insidiis et malitia, lau- dem est adeptus; nihil enim honestum esse potest, quod iustitia 63 vacat Praeclarum igitur illud Platonis: 'Non', inquit, 4 so- lum scientia, quae est remota ab iustitia, callidi- tas potius quam sapientia est appellanda, veruni etiam animus paratus ad periculum, si sua cupidi- tate, non utilitate communi impellitur, audaciae a nostra insaputa ». — hinc suppl. nascitur, est o simili = huc pertineL — rhetorum campus è il locus communis dei retori, noi potremmo dire: « ed ecco i retori coi luoghi comuni su Maratona » etc. — Marathone ... Leuctris, tutti luoghi famosi per battaglie. — hinc noster suppl. est = huc pertinet noster; puoi continuare così: «e passando ai nostri, ecco Coclite, i Deci ... e il popolo romano, modello sopra tutti di magnanimità ». — Cocles, il difensore del ponte contro Porsena. — Decii, due sono i Deci famosi e si immolarono entrambi per la patria, l'uno nella guerra contro i Latini (340 av. Cr.), l'altro nella guerra contro gli Etruschi e i Galli (295 av. Cr.). — Cn. et P. Scip., padre e zio di Scipione Africano mag- giore, caduti entrambi in Spagna contro Asdrubaie (212 av. Cr.). — M . Marc, il vincitore di Annibale a Nola e conquistatore di Siracusa. — quod (congiunzione dichiarativa = eo quod) videmus, «dal vedere». — fere, « quasi sempre, di regola » e simili. 02. suis, qui ha un significato largo, «individuali». — in vitio = vi- tiosa. — virtutis, immanitatis, nella traduzione si trattano come nominativi. — cum eam esse dicunt, si sopprime nella traduzione. — 63. illud Platonis, la prima parte del pensiero è tradotta dal Menex. p. 246 E ttàoa tmOTr\ixr\ xwpiEojmévr) òiKaioauvr)<; xaì Tf^ fiX\rj<; àp€Tf|<;, iravoupTta où aoqpia <paiv€Tai (< ogni scienza disgiunta dalla giustizia e dalle altre virtù non è sapienza ma furfanteria » ). L'altra parte del pensiero si trova ac- cennata nel Lach. p. 197 B toOt' 8 ai) KaXelc; àvopcta Kal ol ttoXXoU iyvj Gpaaéa xaXw (« questi, che tu coi più chiami atti di coraggio, ioli de officiis, i, 19, 62—65 35 potius nomen habeat quam fortitudinis '. Itaque viros fortes et magnanimos eosdem bonos et simplices, veritatis amieos miniraeque fallaces esse vclumus; quae sunt ex media laude iustitiae. Sed illud odiosum est, quod in hac elatione et 64 magnitudine animi facillime pertinacia et nimia cupiditas prin- cipatus innascitur. Ut enim apud Platonem est, omnem mo- rera Lacedaemoniorum inflammatum esse cupidi- tate vincendi, sic, ut quisque animi magnitudine maxume excellet, ita maxume vult princeps omnium vel potius solus esse. Difficile autem est, cum praestare omnibus concupieris, vj servare aequitatem, quae est iustitiae maxume propria. Ex quo fit, ut neque disceptatione vinci se nec ullo publico ac legitimo iure patiantur, existuntque in re publica plerumque largitores et factiosi, ut opes quam maxumas consequantur et sint vi potius superiores quam iustitia pares. Sed quo difficilius, hoc praeclarius; nullum enim est tempus, quod iustitia vacare debeat Fortes igitur et magnanimi sunt habendi non qui faciunt, sed,65 qui propulsant iniuriam. Vera autem et sapiens animi magni- tudo honestum illud, quod maxume natura sequitur, in factis / positum, non in gloria iudicat principemque se esse mavult quam videri ; etenim qui ex errore imperitae multitudinis pendet, bic in magnis viris non est habendus. Facillime autem ad res chiamo di temerità »). — bonos, predicato; traduci eosdem con e anche, nel medesimo tempo » . — quae ... iustitiae, « qualità queste tratte dal seno della giustizia», cioè che fanno parte essenziale della giustizia; laude qui significa propriamente il predio intimo della giustizia, il quale ne costi- tuisce come l'essenza. — 6é. illud ... est, quod, « ciò che appunto ... si è che ... » — apud Platonem est, traduci « al dir di Platone » , risolvendo in finita la proposiz. infinita morem ... esse. — morem, qui mos « modo di fare, maniera di pensare, contegno » si risolve nel nostro < spirito pub- blico, carattere nazionale > . — ut maxume, ita maxume, « quanto più, tanto più ». — excellet, da excelleo, forma secondaria di excello ; così, p. es., •(ermo, fulgeo nel latino arcaico erano fervo, fulgo. — cum concupieris, puoi risolvere « a chi voglia ». — disceptatione, e ragioni ». — publico ac legitimo iure, « l'autorità del diritto e delle leggi ». — existuntque, « ed ecco sorgere » (§ 13). — difficilius = difficilior haec aequitas; cfr. sopra difficile servare aequitatem. — 65. magnitudo, traduci con un concreto, per poterti poi trovare con principem esse mavult. — quod sequitur, € a cui tende » . — natura scil. fiumana. — errore, qui ha il suo significato primitivo di « instabilità » (errare), da cui si trae quello di « umore, capriccio » e simili. — facillime, ut quisque altissimo, « tanto 36 M. TULLI CICERONIS iniustas impelli tur, ut quisque altissimo animo est, glorìae cu- pidi tate; qui locus est sane lubricus, quod vix invenitur, qui laboribus susceptis periculisque aditis non quasi mercedem re- rum gestarum desideret gloriam. 66 20. Omnino fortis animus et magnus duabus rebus maxime cernitur, quarunuuna in rerum externarum despicientia ponitur, cum persuasum est nihil hominem, nisi quod honestum deco- rumque sit, aut admirari aut optare aut expetere oportere nul- lique neque homini neque perturbationi animi nec fortunae subcumbere. Altera est res, ut, cum ita sis affectus animo, ut supra dixi, res geras magnas illas quidem et maxume utiles, sed vel vehementer arduas plenasque laborum et periculorum cum vitae, tum multarum rerum, quae ad vitam pertinent. 67 Harum rerum duarum splendor omnis, amplitudo, addo etiam utilitatem, in posteriore est, causa autem et ratio efficiens ma- gnos viros in priore ; in eo est enim illud, quod excellentes ani- mos et humana contemnentes facit. Id autem ipsum cernitur in duobus, si et solum id, quod honestum sit, bonum iudices et ab omni animi perturbatione liber sis. Nam et ea, quae eximia plerisque et praeclara videntur, parva ducere eaque ra- tione stabili firmaque contemnere fortis animi magnique du- cendum est, et ea, quae videntur acerba, quae multa et varia più, quanto più >. — locus, spiega o e terreno » e allora si conserva h metafora di lubricus, o « tenia, argomento » e allora la metafora di lu brìcus si perde. 66. Di qui sino al § 92 tratta le questioni speciali sulla fortezza, senza seguire un piano stabilito e avendo specialmente di mira questioni pratiche di indole romana. La fortezza si manifesta sotto forma di disprezzo dei beni terreni e di prodezza §§ 66-69. Essa si esercita nell'amministra- zione dello Stato §§ 69-73 e nella guerra §§ 74-81 : nel qual proposito con- futa l'opinione che metteva la guerra al disopra della pace. Obblighi che essa impone in questi due e in altri rapporti §§ 82-92. — rebus, e qua* lità, virtù > . — quarum una ponitur, altera est res ut, anacoluto ; nella traduzione puoi risolvere così : « Puna consiste nel , persuaso che tu sia che ... ; l'altra, dato uno stato di animo (sis affectus animo) ... , con- siste nell'operare ... ». — rerum, non spiegare « cose ». — vel, « perfino », « anche », § 59. — et periculorum ... rerum, « e che mettano a rischio ... ». — 67. causa et ratio, « la vera causa » . — in eo est, vi è. — illud, « la condizione ». — in duobus, « due contrassegni » . — ratione stabili (= stabilitate) firmaque, traduci con due sostantivi. — quae multa, tra- de officiis, i, 20, 66—69 37 in hominum vita fortunaque versantur, ita ferre, ut nihil a statu naturae discedas, nihil a dignitate sapienti s, robusti animi est magnaeque constanti ae. Non est autem consentaneum, qui 68 metu non fraugatur, eum frangi cupiditate nec, qui invictum se a labore praestiterit, vinci a voluptate. Quam ob rem et haec vitanda et pecuniae fugienda cupiditas; nihil enim est tam angusti animi tamque parvi quam amare divitias, nihil ho- nestius magnificentiusque quam pecuniam conteninere, si non habeas, si habeas, ad beneficentiam liberalitatemque conferre. Cavenda etiam est glori ae cupiditas, ut supra dixi; eripit enim libertatem, prò qua magnanimis viris omnis debet esse contentio. Nec vero imperia expetenda ac potius aut non ac- cipienda interdum aut deponenda non numquam. Yacandiim769 autem omni est animi perturbatane, cum cupiditate et metu, tum etiam aegritudine et voluptate [animi] et iracundia, ut tran-' quillitas animi et securitas adsit, quae affert cum constantiam, tum etiam dignitatem. Multi autem et sunt et fuerunt, qui eam, quam dico, tran- quillitatem expetentes a negotiis publicis se removerint ad otiumque perfugerint; in his et nobilissimi philosophi longeque principes et quidam homines severi et graves nec populi nec duci come se fosse quorum multa. — versantur, versari è un verbo molto elastico, qui puoi tradurre «occorrono, accadono». — statu naturae = statu naturali, lo stato naturale è quando l'uomo è privo di ogni senti- mento, di ogni passione, che sono malattie dell'animo ; in greco ÒVrotpaHia, in italiano puoi rendere con « equanimità naturale, imperturbabilità, im- passibilità » . — 68. conferre, «impiegare». — supra, § 65. — ae potius = oel potius, « o per meglio dire » . — 69. cupiditate metu aegr. volupt. iracundia, gli Stoici distinguevano quattro passioni princi- pali : la aegritudo e la sua contraria voluptas, riferite al presente ; il metus e la sua contraria lubido (oppure cupiditas ; V iracundia è una sotto-specie della lubido) riferiti al futuro. — securitas, « serenità». — constantiam, la constantia, « fermezza, coerenza » sì nell'operare che nel pensare, si risolve nel nostro « carattere » ; dignitatem, la dignitas come qualità personale si risolve anche in « sentimento, coscienza della propria dignità » ; trarrai di qui un sostantivo adatto. — in his ... vixeruntque non nulli, si risolva così: in his et nobilissimi qui nec populi ... potuerunt quorumque (scil. et phiìosophorum et hominum gravium) vixerunt non nulli. — philosophi, quali Pitagora, Democrito, Anassagora, qui a regendis civitatibus totos se ad cognitionem rerum transtulerunt (Cicer. de Orai. Ili 56); homines graves, quali Tito Pom- 38 M. TULLI CICERONIS principimi mores ferre potuerunt, vixeruntque non nulli in agris 70 delectati re sua familiari. His idem propositum fuit, quod re- gibus, ut ne qua re egerent, ne cui parerent, liberiate uterentur, cuius proprium est sic vivere, ut velis. 21. Quare cum hoc commune sit potentiae cupidorum cum iis, quos dixi, otiosis, alteri se adipisci id posse arbitrantur, si opes magnas habeant, alteri, si contenti sint et suo et parvo. In quo neutrorum omnino contemnenda sententia est, sed et facilior et tutior et minus aliis gravis aut molesta vita est otio- sorum, fructuosior autem hominum generi et ad claritatem ampli tudinemque aptior eorum, qui se ad rem publicam et 71 ad magnas res gerendas accommodaverunt. Quapropter et iis forsitan concedendum sit rem publicam non capessentibus qui excellenti ingenio doctrinae sese dediderunt, et iis, qui aut valetudinis imbecillitate aut aliqua graviore causa impediti a re publica recesserunt, cum eius administrandae potestatem aliis laudemque concederent. Quibus autem talis nulla sit causa, si despicere se dicant ea, quae plerique mirentur, imperia et magistratus, iis non modo non laudi, verum etiam vitio dandum puto; quorum iudicium in eo, quod gloriam contemnant et prò nihilo putent, difficile factu est non probare; sed videntur labores et molestias, tum offensionum et repulsarum quasi ponio Attico e M. Pisone (Cicer. Brut. 236). — non nulli, « buona parte » . — 70. regibus, qui i re sono considerati come tipi del fan- nullone, che bada solo a vivere secondo i propri capricci. — cuius ... velis, « che consiste nel vivere a proprio gusto, secondo i propri capricci ». — hoc, « questo scopo » , cioè sic vivere ut velis. — cupidorum cum iis % « ni ... e ai ... » — si ... si ... , « col ... col ... » — et suo et parvo, risolvi in suo vel (« anche ») parvo. — in quo, si sopprima nella traduzione. — sed, « con questa differenza ... » — autem, « dovechè ». — 71- iis concedendum sit non capessentibus; «si può perdonare, permettere di non ... » m= ut ne capessant; l'oggetto del verbo è rappresentato dal par- ticipio. Questa costruzione è analoga a quella greca del participio predi- cativo o complementare, p. es., auvoiòa èiuauTtò èmffTaiuévuj « ho la co- scienza di sapere». — aliqua = alia qua, § 23. — autem, «ma». — sì dicant, traduci « se adducono il pretesto ». — vitio, « biasimo ». — dandum puto, risolvi col verbo «meritare». — in eo quod..., «in quanto dicono di... » (su questo in cfr. § 61 in probris), perciò contemnant e putent congiuntivi. — sed, « ma il male è che ... ». Il pensiero di ciò che segue è: sotto il disprezzo si nasconde la viltà. — offensionum, cfr. of- de officiis, i, 20—22, 70—74 39 quandam ignorniniam timere et infamiam. Sunt enim, qui in rebus contrariis parum sibi constent: voluptatem severissime contemnant, in dolore sint raolliores; gloriarci neglegant, fran- gantur infamia, atque ea quidem non satis constanter. Sed 72 iis, qui habent a natura adiumenta rerum gerendarum, abiecta omni cunctatione adipiscendi magistratus et gerenda res pu- blica est; nec enim aliter aut regi civitas aut declarari animi magnitudo potest. Capessentibus autem rem publicam nihilo rainus quam philosophis, haud scio an magis etiam, et magni- ficentia et despicientia adhibenda est rerum humanarum, quam saepe dico, et tranquillitas animi atque securitas, siquidem nec anxii futuri sunt et cum gravitate constantiaque victuri. Quae 73 faciliora sunt philosophis quo minus multa patent in eorum vita, quae fortuna feriat, et quo minus multis rebus egent, et quia, si quid ad versi eveniat, tam graviter cadere non possunt. Quocirca non sine causa maiores motus animorum concitantur raaioraque studia efficiendi rem publicam gerentibus quam quietis, quo magis iis et magnitudo est animi adhibenda et vacuitas ab angoribus. Ad rem gerendam autem qui accedit, caveat, ne id modo consideret, quam il la res honesta sit, sed etiam ut habeat efficiendi facultatem; in quo ipso conside- randum est, ne aut temere desperet propter ignaviam aut nirais confidat propter cupiditatem. In ornnibus autem negotiis L j£rius quam adgrediare, adhibenda est prae4ìaratio diligens. 22. Sed cum plerique arbitrentur res bellicas maiores esse 74 quam urbanas, minuenda est haec opinio. Multi enim bella fendat § 86. — in rebus contrariis, « in casi opposti » ; congiungi con un « e » o con un « ma » a due a due le quattro proposizioni asindetiche seguenti. — atque ea ... constanter suppl. agunt, « e anche in queste in- conseguenze sono inconseguenti ». — 72. sed, « però». — adiumenta, e attitudini». — adipiscendi, qui spiega € concorrere a ». — decla* rari, « sviluppare ». — haud scio an, qui è usato avverbialmente = for- tasse, § 33. — magni fi centia = magnitudo animi. — si quidem, « se pur vogliono ... » . — 73. quo minus multa patent, € quanto meno sono esposti ai colpi ... » — quo minus ... egent, « quanto meno sono biso- gnosi ». — motus animorum, e slanci ». — studia efficiendi, «attività». — quieti* = otiosis, § 70. — vacuitas ab angoribus, perchè nec anxii fu- turi sunt, § 72. — illa res = illud. — prius quam, « prima di ... ». 7é. Sed cum arbitrentur .... minuenda, risolvi : arbitrantur ... sed mi- 40 M. TULLI C1CEROMS saepe quaesiverunt propter gloriae cupiditatem, atque id in magnis animis ingeniisque plerumque contingit, eoque magis, si sunt ad rem militarem apti et cupidi bellorum gerendorum; Jtvere autem si volumus iudicare, multae res extiterunt urbanae 75 maiores clarioresque quara bellicae. Quamvis enim Themistocles iure laudetur et sit eius nomen quam Solonis inlustrius cite- turque Salamis clarissimae testis victoriae, quae anteponatur Consilio Solonis ei, quo primum constituit Ariopagitas, non minus praeclarum hoc quam illud iudicandum est ; illud enim semel profuit, hoc seraper proderit civitati ; hoc Consilio leges Atheniensium , hoc maiorum instituta servantur ; et Themi- stocles quidem nihil dixerit, in quo ipse Ariopagum adiuverit r at ille vere a se adiutum Themistoclem ; est enim bellum gestum 76 Consilio senatus eius, qui a Solone erat constitutus. Licet eadem de Pausania Lysandroque dicere, quorum rebus gestis quam- quam imperium partum Lacedaemoniis putatur, tamen ne mi- nima quidem ex parte Lycurgi legibus et disciplinae conferendi sunt; quin etiam ob has ipsas causas et parentiores habuerunt exercitus et fortiores. Mihi quidem neque pueris nobis M. Scaurus nuenda. — p. g. cupiditatem, supplisci il pensiero : e non perchè le sti- massero superiori all'amministrazione civile. — animis, risolvi in viris, per trovarti in regola con apti et cupidi. — cupidi, « tratti per istinto a ... » — vere autem, « ma in realtà ». — 7ó. quamvis laudetur, « si lodi pure »; avanti a non minus porrai un « ma ». — quae anteponatur, « da .... » — Consilio quo primum constituit, « consiglio di fondare », che si risolve in « fondazione ». — Ariopagitas-, la fondazione dell'Areopago come tribunale supremo per gli omicidi e anteriore a Solone, il quale gli assegnò la sorveglianza sui costumi e la custodia delle leggi. Quel tribu- nale esisteva ancora ai tempi dell'impero. — hoc Consilio, «consesso». — et, introduci con un « e mentre ». — dixerit, potenziale. — at, « in- vece » . — ille, sostituisci Solon e ripeti dixerit. — est enim bellum, noi non sappiamo che l'Areopago abbia mai consigliato a Temistocle nessuna guerra; o si tratta di un errore di Cicerone o di una amplificazione retto- rica. — 76. licet dicere, « dicasi » . — quorum, risolvi in nam eorum. — legibus conferendi sunt, si confrontano con le leggi di Licurgo i due re Pausania e Lisandro, anziché le loro imprese (comparatio compendiaria). — mihi quidem videbatur, traduci « secondo il mio parere poi », trasfor- mando cedere in cedebat. — neque pueris nobis ... neque cum versaremur, « né al tempo ... né al tempo... » — Scaurus (Acmilius), console nel 115 e 108 av. Cr., censore nei 109, capo del partito aristocratico; per Cicerone era l' ideale del cittadino , però si lasciò corrompere da Giugurta. — de officiis, i, 22, 75—77 41 C. Mario neque, cum versaremur in re publica, Q. Catulus Cd. Pompeio cedere videbatur; parvi enim sunt foris arma, nisi est consilium domi; nec plus Africanus, singularis et vir et imperator, in excindenda Numantia rei publicae profuit quam eodem tempore P. Nasica privatus, cum Ti. Gracchum inter- emit; quamquam haec quidem res non solum ex domestica est ratione : attingit etiam bellicam, quoniam vi manuque con- fecta est; sed tamen id ipsum est gestum Consilio urbano sine exercitu. IUud autem optimum est, in quod invadi solere ab 77 improbis et invidis audio: Cedant arma togae, concedat laurea laudi. Ut enim alios omittam, nobis rem publicam gubernantibus nonne togae arma cesserunt? neque enim periculum in re pu- blica fuit gravius umquam nec maius otium. Ita consiliis di- ligentiaque nostra celeriter de manibus audaci ssimorum civium Catulus (Lutatius), console nel 78 av. Cr. ; amico di Cicerone, lo salutò per il primo pater patriae; era del partito aristocratico e osteggiò il primo triumvirato. — Africanus, Scipione Emiliano. — in excindenda, « col ... ». — Nasica, il nome intiero è P. Scipio Nasica Serapio; nel secondo giorno dei comizi per l'elezione dei tribuni sollevatosi un gran tumulto, Tiberio Gracco portò la mano al capo per significare che la sua vita era in pericolo; si sparse la voce che egli significasse il diadema regio; Nasica si mise a capo dei più accaniti rivali e fa data la caccia a Tiberio, che fu ucciso con trecento dei suoi (133 av. Cr.). — cum ... « con Puccidere ». — quamquam, « si dirà che » — res, « azione » . — domestica ratio, bellica, « entra nell'ordine della politica interna, militare ». — id ipsum, « ciò stesso », vale a dire l'uso della vis manusque. — Consilio urbano, «atto di politica interna». — 77. illud, «quel detto, quella sen- tenza». — in quod invadi, potresti adoperare, p. es., la parola «bersa- glio, caricatura » . — cedant, verso esametro. — togae, l'abito nazionale dei Romani, simbolo delle arti della pace. — laurea laudi, « l'alloro dei condottieri alla lode pei meriti civili, cioè la gloria del guerriero ai me- riti del magistrato » . Questo verso di Cicerone, che apparteneva al suo poema de consulatu meo, fu bersagliato dai suoi avversari politici e, pare, anche alterato, perchè da Plutarco e Quintiliano (XI 1, 24) vien citato con la variante linguae invece che laudi: forse i maligni per accrescer l'odiosità che si era tirata addosso con quel verso ci vollero introdurre una allusione alla sua fama oratoria. Così la variante linguae diventò po- polare, anche perchè il pubblico e i posteri in quel verso scorgevano, senz'ombra di malignità, una onesta allusione ai meriti oratori di Cice rone. — maius otium, « più profonda pace ^ . — ita va con celeriter. — 42 M. TULLI CICER0N1S delapsa arma ipsa ceciderunt. Quae res igitur gesta umquam 78 in bello tanta? qui triumphus conferendus? licet enim mihi, M. fili, apud te gloriari, ad quem et hereditas huius gloriae et factorum imitatio pertinet. Mihi quidem certe vir abundans bellicis laudibus, Cn. Pompeius, multis audientibus hoc tribuit, ut diceret frustra se triumphum tertium deportaturum fuisse, nisi meo in rem publicam beneficio, ubi triumpharet, esset habiturus. Sunt igitur domesticae fortitudines non inferiores militaribus; in quibus plus etiam quam in his operae studique ponendum est. 79 23. Omnino illud honestum, quod ex animo excelso magni- ficoque quaerimus, animi efficitur, non corporis viribus, Exer- cendum tamen corpus et ita afficiendum est, ut oboedire Con- silio rationique possit in exequendis negotiis et in labore tolerando. Honestum autem id, quod exquirimus, totum est po- situm in animi cura et cogitatione; in quo non minorem uti- litatem afferunt, qui togati rei publicae praesunt, quam qui bellum gerunt. Itaque eorum Consilio saepe aut non suscepta aut confecta bella sunt, non numquam etiam inlata, ut M. Ca- tonis bellum tertium Punicum, in quo etiam mortili valuit 80 auctoritas. Quare expetenda quidem magis est decernendi ratio ipsa, « da sé » . — 78. licet, » lasciami » . — certe, mettilo a capo della proposiz. e spiegalo « comunque », « in ogni modo ». — tribuit ut diceret, «mi fece l'onore di dire». — triumphum tertium, il primo lo riportò uell'80 su larba, il secondo nel 71 su Sertorio, il terzo nel 61 sui pirati e su Mitridate. — ubi, «una patria dove». — domest. fort, in italiano usiamo il partiti vo: « vi sono delle » — in quibus etiam, « anzi in quelle » . 79. Questo paragrafo concbiude la confutazione della tesi, che la poli- tica bellicosa sia preferibile a quella pacifica. — omnino, « in generale, in somma, in conclusione » e simili. — quaerimus, « cerchiamo, derivan- dolo », perciò « deriviamo » ; oppure, invertendo il rapporto dell' idea : «cerchiamo in». — ita afficiendum ut, «ridurlo in istato da...». — autem, « dunque, in ogni modo ». — in quo, « e in questo riguardo », « sotto quest'aspetto », cioè dell'attività intellettuale {cogitatione).— itaque, « infatti ». — Catonis scil. Consilio. — mortui, « dopo morto » ; Catone fu accanito eccitatore alla guerra contro Cartagine, che fu distrutta tre anni dopo la sua morte. — 80. decernendi ratio, decertandi fortitudo s decernere «fare un decreto», decertare «fare una battaglia»; volendo imitare l'allitterazione (assonanza) delle due parole, potremmo dire «la prudenza di un decreto, la prodezza di una vittoria». Arieggiando •je officiis, i, 22—24, 78—82 43 quam decertandi fortitudo, sed cavendum, ne id bellandi magis fuga quam utilitatis ratione faciamus. Bell uni autem ita sus- eipiatur, ut nihil aliud nisi pax quaesita videatur. - Fortis vero animi et constantis est non perturbali in rebus asperis nec tumultuantem de gradu deici, ut dicitur, sed prae- senti animo uti et Consilio nec a ratione discedere. Quamquam 81 hoc animi, illud etiam ingeni magni est, praecipere cogitatione futura et aliquando ante constituere, quid accidere possit in utramque partem, et quid agendum sit, cum quid evenerit, nec committere, ut aliquando dicendum sit: ' Non putaram \ Haec sunt opera magni animi et excelsi et prudentia consilioque fi- dentis; temere autem in acie versari et manu cum hoste con- fligere immane quiddam et É beluarura simile est: sed cum 7 tempus necessitasque postulat, decertandum manu est et mors servituti turpitudinique anteponenda. 24. De evertendis autem diripiendisque urbibus valde con- g 2 siderandum est ne quid temere, ne quid crudeliter. Idque est . viri magni, rebus agitatis punire sontes, multitudinem conser- vare, in omni fortuna recta atque honesta retinere. Ut enim sunt, quem ad modum supra dixi, qui urbanis rebus bellicas inteponant, sic reperias multos, quibus periculosa et calida Fuso moderno si direbbe < una battaglia diplomatica, una battaglia cam- pale». — cavendum scil. est nobis. — fuga, risolvi in e paura». — ra- tione, e riguardo». — fortis animi est praesenti animo uti, negligenza di stile; sostituisci viri ad animi. — tumuli... deici, letteralmente « nella confusione essere cacciato dal proprio posto, dalla propria posizione » , me- tafora tolta dalle lotte dei gladiatori; noi abbiamo le frasi popolari e perder le staffe, perder la bussola ». — ut dicitur, formola usata, come ut aiunt, nel citare un proverbio. — 81. quamquam, lo puoi risolvere in ce». — hoc riferito a ciò che precede », illud a ciò che segue. — in utramque partem, « in bene e in male ». — committere, « dar motivo ». — beluarum simile, « brutale » . 82-84. Questi tre paragrafi contengono una serie di pensieri senza in- timo legame. — de, « quanto a... » cfr. § 47. — ne quid... crudeliter, nesso senza verbo; puoi tradurre i due avverbi con due sostantivi. — idque; id anticipati vo (§ 3); si sopprime nella traduzione. — rebus agi- tatis = rebus turbatis et iactatis, puoi spiegare « in una congiura » ; « in una rivoluzione » e simili. Cicerone qui pare che abbia in mente la con- giura di Catilina. — fortuna, « condizione » . — enim, semplice particella di passaggio « e » . — supra, § 74. — reperias, traduci il potenziale col futuro. — calida Consilia, € risoluzioni precipitate, avventate», anche 44 M. TULLI C1CER0N1S Consilia quieti s et cogitatis splendi diora et maiora videantur, 83 Numquam omnino periculi fuga committendum est, ut imbelles timidique videamur, sed fugiendum illud etiam, ne offeramus nos periculis sine causa, quo esse nihil potest stultius. Qua- propter in adeundis periculis consuetudo imitanda medicorum est, qui leviter aegrotantes leniter curant, gravioribus autem morbis periculosas curationes et ancipites adhibere coguntur. Quare in tranquillo tempestatene adversam optare dementis est, subvenire autem tempestati quavis ratione sapientis, eoque magis, si plus adipiscare re explicata boni quam addubitata mali. Periculosae autem rerum actiones partim iis sunt, qui eas suscipiunt, partim rei publicae. Itemque alii de vita, alii de gloria et benivolentia civium in discrimen vocantur. Prom- ptiores igitur debemus esse ad nostra pericula quam ad com- munia dimicareque parati us de honore et gloria quam de ceteris commodis. 84 Inventi autem multi sunt, qui non modo pecuniam, sed etiam vitam profundere prò patria parati essent, idem gloriae iacturam ne minimam quidem facere vellent, ne re publica quidem pos- tulante; ut Callicratidas, qui cum Lacedaemoniorum dux fuisset noi diciamo € testa calda » , < temperamento focoso » . — 83. omnino, sed, « è vero, ma ». — committendum (§81) ut videamur, « farci cre- dere » . — illud, anticipativo, come id § 82. — ancipites, « di risaltato incerto ». — in tranquillo, traduci con un sostantivo. — subvenire, signi- fica propriamente « farsi sotto » : alieni per soccorrerlo, àlicui rei o per aiutarla o per sviarla, stornarla, superarla. — res explicata, è l'impresa risoluta e condotta a compimento; res addubitata l'impresa che presenta dubbi e pericoli nell'esecuzione ; perciò « specialmente se il vantaggio del- l'impresa condotta a buon termine supera il danno affrontato nei dubbiosi momenti dell'esecuzione » . — periculosae , predicato. — rerum actiones, « le intraprese ». — in discrimen vocari de aliqua re, « correre pericolo intorno a qualche cosa, cioè correre pericolo di perderla » ; spiega « sacri- ficare». — ad nostra ... communia = ad nostrarum rerum, quam ad communium pericula, « a mettere a repentaglio i nostri interessi che quelli della patria». — paratius, «più pronto, più ovvio, più giusto». — de, « per » . 8é. idem (plurale), puoi risolvere questo pronome con «ma». — iac- turam, « sacrificio » . — Callicratidas, nel 406 av. Cr. vinse Conone presso Mitilene, conquistò Lesbo e altre isole, ma alle Àrginuse fu vinto e uc- ciso in battaglia. — qui cum — fecisset, coordinazione; subordina: qui de officiis, i, 24—25, 83-85 45 Peloponnesiaco bello multaque fecisset egregie, vertit ad ex- tremum omnia, cum Consilio non paruit eorum, qui classem ab Arginusis removendam nec cum Atheniensibus diniicandum pu- tabant; quibus ille respondit Lacedaemonios classe illa amissa aliam parare posse, se fugere sine suo dedecore non posse. Atque haec quidem Lacedaemoniis plaga mediocris, illa pestifera, qua, cum Gleombrotus invidiam timens temere cum Epaminonda conflixisset, Lacedaemoniorum opes corruerunt. Quanto Q. Ma- ximus meliusl de quo Ennius: Unus homo nobis cunctando restituit rem. Noenum rumores ponebat ante salutem. Ergo postque magisque viri nunc gloria claret Quod genus peccandi vitandum est etiam in rebus urbanis. Sunt enim, qui, quod sentiunt, etsi optimum sit, tamen invidiae metu non àudeant dicere. 25. Omnino qui rei publicae praefuturi sunt duo Platonis 85 praecepta teneant, unum, ut utilitatem civium sic tueantur, ut, quaecumque agunt, ad eam referant obliti commodorum suorum, cum, Lac. dux (come condottiero) Pel. bello, multa fecisset — multa egregie, traduci come se fosse muìtas egregias res (« imprese »). — cum non paruit, puoi rendere col gerundio, oppure «per non avere...». — Consilio éorum qui removendam putabant, potresti accorciare questa frase, così: «al consiglio di ritirare... ». — plaga, « colpo ». — Ckombrotus ; prima della battaglia di Leuttra contro Epaminonda i suoi amici gli fe- cero intendere che se non dava battaglia ai Tebani, correva rischio di esser condannato da Sparta, perchè per Tinnanzi egli in confronto di Age- silao non aveva ottenuto alcun successo contro i Tebani, coi quali anzi si sospettava ch'egli avesse stretto segreti accordi. — invidiam, « impopola- rità », § 86. — Q. Maximus, Fabio Massimo, il Cunctator. — melius supplisci fecit — Ennius. Questi versi esametri sono tratti dagli An- nate s. — rem = rem publicam; Vergilio ha imitato così questo verso Aen. VI 846) : unus qui nobis cunctando restituis rem. — noenum, ar- caico = non. — rumores, le pubbliche voci, che lo accusavano di inetti- tudine. — ponebat, la finale è lunga ; cfr. velit § 38. — postque magisque rtunc % «..poco dopo e ora più che mai » . — urbanis, in contrapposto alle imprese militari dei due nominati Callicratida e Cleombroto. — invidiae, « Todio pubblico », § 86. — dicere, nelle questioni di orarne pubblico in senato e nelle assemblee. So. teneant, cfr. § 4 tenuisset. — unum, Plat. de re pubi. I p. 342 E. 46 M. TULLI CICEROMS alterum, ut totum corpus rei publicae curent, ne, dum partem aliquam tuentur, reliquas deserant. Ut enim tutela, sic procu- ralo rei publicae ad eorum utilitatem, qui commissi sunt, non ad eorum, quibus commissa est, gerendo est; qui autem parti civium consulunt, partem neglegunt, rem perniciosissimam in civitatem inducunt, seditionem atque discordiam; ex quo evenit, ut alii populares, alii studiosi optimi cuiusq,ue videantur, pauci 86/universorum. Hinc apud Atheniensis magnae *discordiae , in nostra re publica non solum seditiones, sed etiam pestifera bella civilia; quae gravis et fortis civis et in re*publica dignus prin- cipatu fugiet atque oderit tradetque se totum rei publicae neque opes aut potentiara consectabitur totamque eam stó tuebitur, ut omnibus consulat; nec vero criminibus falsis in odi um aut invidiam qiiemquam vocabit omninoque ita iustitiae bonestatique adhaerescet, ut, dum ea conservet , quamvis gravi ter offendat 87 mortemque oppetat potius quam deserat illa, quàe. dixi. Miser- rima omnino est ambitio honorumque contentio, de qua prae- clare apud eundera est Platonem, 'similiter facere eos, — alterum, ib. IV p. 420 B. — tutela, di un privato. — rem, « malanno ». — optimi cuiusque, «gli ottimati». — 86. hinc sappi, extiterunt, ortae sunt e simili, § 61. — in re publica dignus principato, « degno di un'elevata posizione politica » . — tradet, tuebitur, si risolvano cori due ge- rundi; ncque consectabitur con « senza... ». — criminibus, « accuse ». — invidiam, questo nome di significato originariamente soggettivo acquista significazioni oggettive diverse, specialmente nei rapporti politici ; perciò esso corrisponde ai nostri « odio, disprezzo pubblico, odiosità,, discredito pubblico, impopolarità » e simili, § 84. — quemquam vocabit, noi diciamo «attirare su uno, sul capo di uno... ». — omninoque, spiega que con « anzi ». — dum = dummodo. — quamvis, avverbio « per quanto si può ; maginare » = vel gravissime. — offendat, il primo significato di offen- dere è « urtare contro, scontrarsi, inciampare » ; di qui i significati tras- lati : offendere in aliqua re, « incagliarsi, trovar ostacolo, difficoltà, im- barazzo, non saperci veder chiaro, riceverne una non buona impressione » ; offendere aliquem, « urtare uno, urtare le sue suscettività, dargli sui nervi » ; offendere in senso politico « avere un insuccesso » (con frase gior- nalistica « subire uno scacco » ), « crearsi delle ostilità, attirarsi il pubblico disprezzo, l'odio, guadagnarsi l'impopolarità». — illa, «ammonimenti». — 87. honorumque (que dichiarativo, ma nei possiamo spiegarlo com'è, honorum genit. oggettivo) contentio, «l'affannarsi, l'arrabattarsi per... », con una metafora «la caccia a...». — est, questo presente ha lo stesso valore di un dixit, scripsit; così si spiegano i tempi storici (imperfetti) de officiis, i, 25,86—SS 47 qui inter se contenderent, uter potius rem publicam administraret, ut si nautae certarent, quis eor potissimum gubernaret.' Idemque praecipit, ifl versarios existimemus, qui arma contra ferant, non eos, qui suo iudicio tueri rem publicam velint', qualis fuit inter P. Africanum et Q. Metellum sine acerbitate dis- sensio. # Nec vero audiendi, qui graviter inimicis ivascendum putabunt|88 idque magnanimi et fortis viri esse censebunt; nihil enim laij^J dabilius, nihil magno ej^praeclaro viro dignius placabilitate atque clementia. In liberis vero populis et in iuris aequabilitate exercenda étiam est facilitas et altitudo animi , quae dicitur, ne, si irascamur aut ifiMm^suivé accedentibus aut impudente!" rogantibus, in morositatem inutilem et odiosam incidamus. Et tamen ita probanda est mansuetudo atque clementia, ut adhi- liOÌVoratio obliqua che segue. — uter, perchè stanno sempre di fronte due avversari. — Plat. de Ite pubi. VI, p. 488 B toù<; òè vaùrac; axa- oidÉovTCu; irpò<; àXXrjXouc; irepì tr\$ Kujtepvriaeujq, frcaaTOv oló(ii€vov òetv KUpepvav, mtìT€ |ua8óvTa tnOttot€ t^v Téxvr|v jliì'it€ éxovTa àiroÒ€l£ai tòv òiòdaKaXov (« nocchieri che si disputano tra loro il governo dei timone, credendosi ciascuno in diritto di guidar la nave, senza né averne mai imparato l'arte né poter produrre il maestro che gliela ha inse- gnata... »), p. 489 C toù<; vOv ttoXitikoik; dpxovTaq ÒVrreiKàtujv ou; fipri èXéTOjuev vauTait; oùx à|uapTria€i (e a paragonare i nostri attuali uomini di Stato a quei marinai, di cui dicevamo testé, non coglierai male »). — idemque, non si trova in Platone un passo che corrisponda a questo esat- tamente. — suo iudicio, « la libera e calma discussione, il senno politico », in antitesi alla € violenza » (arma). — qualis... dissensio, « sia d'esempio la dissensio sine acerb. quae fuit... » oppure « così vi fu dissensio sine acerb.... ». — - Africanum, Scipione Emiliano. — Metellum 9 il Macedonico, console nel 143 av. Cr. — sine acerbitate, infatti nel corteo funebre di Scipione lo stesso Metello ordinò ai figli suoi di aiutare a portar la bara, che a nessun altro uomo più grande potevano rendere quel servigio. 88. audiendi, « dar retta ». — magno et pr., puoi spiegare « vera- mente nobile ». — et ... aequabilitate, risolvi in ubi est iuris aequabilitas. — altitudo animi, quae dicitur ; la forinola quae dicitur (cfr. § 80 ut dicitur) mostra che altitudo qui ha un uso proverbiale ; con questa pa- rola si esprime lo stato di un uomo, che chiude i suoi pensieri nel e pro- fondo » del proprio animo; Cicer. altrove (ad Att. IV 6, 3; V 10, 3) la chiama « profondità » ga6ÙTr]<;; Sallustio Iug. 95, 3 dice ad simulando negotia altitudo incredibilis. In italiano vi corrisponde < riservatezza » ; qui possiamo tradurre con un modo proverbiale : « chiudersi, come si di- rebbe, in un prudente riserbo». — ne, «per non». — si irascamur, risolvi col gerundio. — morositatem, « stizzosità ». — ita ut, « a patto IP 48 M. TULLI CICKRONIS beatur rei publicae causa severitas, sine qua adrainistrari ci* iritas non potest. Omnis autem et animadversio et castigatio contumelia vacare debet neque ad eius, qui punitur aliquem 89Ìaut verbis castigat, sed ad rei publicae utili tatem referri. Ca- vendum est etiain, ne maior poena quam culpa sit, et ne isdem de causis alii plectantur, alii ne appellentur quidem. Prohi- benda autem maxime est ira a puniendo; numquam enim, iratus qui accedet ad poenam, mediocritatem illam tenebit, quae est inter nimium et parum, quae placet Peripateticis, et recte placet, modo ne laudarent iracundiam et dicerent utiliter a natura datam. Illa vero omnibus in rebus repudianda est optandumque, ut ii, qui praesunt rei publicae, legum similes sint, quae ad puniendum non iracundia, sed aequitate ducuntur. 90 26. Atque etiam in rebus prosperis et ad voluntatem no- strani fluen ti bus superbiam magnopere, fastidium arrogali- tiamque fugiamus. Nam ut adversas res, sic secundas immode- rate ferre levitatis est, praeclaraque est aequabilitas in omni vita et idem semper vultus eademque frons, ut de Socrate itemque de C. Laelio accepimus. Philippum quidem, Macedonum regem, rebus gestis et gloria superatum a filio, facilitate et humanitate video superiorem fui^se; itaque alter semper magnus, alter saepe turpissimus; ut recte\ praecipere videantur, qui mo- nent, ut, quanto superiores simus,N<anto nos geramus summis- sius. Panaetius quidem Africanum, ìauditorem et familiarem che... », come ita si § 28; però questo ut non è consecutivo, ma finale = dummodo. — contumelia, puoi tradurre, prendendo jTeffetto per la causa, con « umiliazione » . — punitur, deponente. — £20. appellentur, « ri- chiamare al dovere». — mediocritatem, « moderazione^Via di mezzo». — laudarent, dicerent, i due imperfetti, che l'italiano mantiene, esprimono l'irrealtà. Quanto al pensiero cfr. Cicer. Tusc. IV 38 m\#w & enervata est Peripateticorum ratio et oratio, qui perturbari anir&os necesse di- cunt esse; ib. 43 quid quod (« che dire poi ») idem Perim^^tici pertur- bationes istas, quas nos extirpandas putemus, non modo yiaturàles esse dicunt, sed etiam utiliter a natura datas ? — vero, avverbio, « effetti- vamente ». \ 90. fastidium, e disprezzo». — levitatis, noi traduciamo! come fosse levitas. — in omni vita, < in tutte le contingenze della... ». — Xlem... frons, « l'immutabilità del... », meglio « il non mutar mai... ». — Amelio, questi è Laelius Sapiens, amico di Scipione Emiliano. — facilitate \ arrendevo- de officiis, i, 26, 89—92 49 suum, solitum ait dicere, fc ut equos propter crebras con- tentiones proeliorum ferocitate exultanter domito- ribus tradere soleant, ut iis facilioribus possint uti f sic homines secundis rebus effrenatos sibique prae- fidentes tamquam in gyrum rationis et doctrinae duci oportere, ut perspicerent rerum humanarum imbecillitatem varietatemque fortunae.' Atque etiam 91 in secundissimis rebus maxime est utendum Consilio amicorum iisque maior etiam quam ante tribuenda auctoritas. Isdemque temporibus cavendum est, ne adsentatoribus patefaciamus auris neve adulari nos sinamus, in quo falli facile est; tales enim nos esse putamus, ut iure laudemur; ex quo nascuntur innu- merabilia peccata, cum homines inflati opinionibus turpiter in- ridentur et in maximis versantur erroribus. Sed haec quidem bactenus. lllud autem sic est iudicandum, maximas gerì res et 92 maximi animi ab iis, qui res publicas regaut, quod earum adrai- ni strati o latissime pateat ad plurimosque pertineat; esse autem magni animi et fuisse multos etiam in vita otiosa, qui aut in- vestigarent aut conarentur magna quaedam seseque suarum rerum finibus contine rent aut interiecti inter philosophos et eos, lezza. — contention€8 proeliorum , « tumulto , tramestio » . — soleant, è facile supplire il soggetto. — in gyrum, nella lizza della ragione, per farli da essa scozzonare, come usa il domatore di cavalli. — perspicerent, un pò* strano, dopo i presenti. — 91. isdemque scil. secundis. — nos aggetto, perciò si compie eos adulari nos. — tales ut iure, « meritevoli di... ». — inridentur et versantur; il concetto è, che gli uomini gonfi della propria presunzione vivono nell'inganno (erroribus), che fa loro commettere ogni sorta di stravaganze: la conseguenza di questo acceca- mento è il ridicolo; perciò abbiamo (iaxepov upóxepov e coordinazione, risolvi : cum inflati opinionibus in maximis versantur erroribus, ut inri> deantur. — 92. Concbiude sulla fortezza col distinguere tre categorie di persone: gli uomini di Stato (maximas gerì... pertineat), gli specula- tori e i filosofi (esse autem magni... continerent) e la classe che sta di mezzo tra gli uomini di Stato e gli speculatori (aut interiecti... usus esset): ciascuna di queste tre categorie sviluppa in ordine alla fortezza la sua speciale attività. La struttura non è troppo corretta, perchè con aut interiecti la classe media è messa insieme con quelli della vita otiosa ; per la versione devi racconciare il passo così: tum («in terzo luogo >) esse H fuisse nonnuìlos qui, interiecti... administrarent , delectarentur... — sic, pleonasmo. — magna quaedam, qualche ardita speculazione o sco- perta » . — seseque continerent, « sempre però (que) tenendosi » . — rerurn^ Cicerone, De Officiis, cornai, da R. Sabbadini, 2* ediz. i 50 M. TULLI CICERONIS qui rem publicam administrarent, delectarentur re sua fami- liari non eam quidem omni ratione exaggerantes neque exclu- dentes ab eius usu suos potiusque et amicis impertientes et rei publicae, si quando usus esset. Quae primum bene parta sit nullo neque turpi quaestu neque odioso, deinde augeatur ra- tione, diligentia, parsimonia, tum quam plurimis, modo dignis, se utilem praebeat nec lubidini potius luxuriaeque quam libe- ralitati et beneficentiae pareat. Haec praescripta servantem licet magnifice, graviter animoseque vivere atque etiam simpliciter fideliter, vere hominum amice. 93 27. Sequitur, ut de una reliqua parte honestatis dicendum sit, in qua verecundia et quasi quidam ornatus vitae, tempe- rantia et modestia omnisque sedatio perturbationum animi et rerum modus cernitur. Hoc loco continetur id, quod dici La- tine decorum potest; Graece enim Trpérrov dicitur [decorum]. 94 IHuius vis ea est, ut ab honesto non queat separali; uam et quod decet honestum est et quod honestum est decet; qualis autem differenza sit honesti et decori, facilius intellegi quam explanari potest. Quicquid est enim, quod deceat, id tum apparet, cum antegressa est honestas. Itaque non solum in hac parte hone- statis, de qua hoc loco disserendum est, sed etiara in tribus superioribus quid deceat apparet. Nam et ratione uti atque « occupazioni (speculative) ». — non, « ma non », risolvendo in perfetti i tre participi che seguono. — potiusque, « anzi » . — quae scil. res fami- ìiaris. — parta sit e i congiuntivi che seguono sono esortativi. — lubi- dini; « capricci » (§ 14). — pareat, l'italiano « servire » ha la medesima meta- fora. — servantem, risolvi col gerundio. — graviter, «dignitosamente». — simpliciter, § 63 bonos et simplices. — vere hominum amice, queste tre parole sono guaste e non danno senso. OS. Della quarta virtù, awqppoauvr], che Cicerone chiama decorum. Nei §§ 93-99 parla della sua natura, indi (§§ 100-151) dei doveri che da essa derivano. — sequitur ut..., « resta a... ». — reliqua. qui è l'ultima. — verecundia } « il senso della convenienza ». — et quasi ... modestia, risolvi: et temperanza et modestia, quae quasi ornant (« ingentiliscono») vitam («il carattere umano »). — omnis sedatio, « intera padronanza ». — re- rum modus, « il giusto mezzo » . — hoc loco = in hac parte. — enim si sopprime nella traduzione. — vis, « natura » ; spiega: « esso per natura sua non... ». — 04. quod decet, « ciò che è decoroso ». — intellegi, « imaginare », farsene un'idea. — cum antegressa est, « quando abbia per punto di partenza; per fondamento... ». — quid deceat apparet, « si scorge il decoro ». ~ nam. « cioè » (§ 9). — et ratione... esse captum, il decoro nella de ckkiciis, i, 27, 93-- 90 51 oratione prudenter, et agere, quod agas, considerate omnique in re quid sit veri videre et tueri decet, contraque falli errare, labi decipi tam dedecet quam delirare et mente esse captum; et iusta omnia decora sunt, iniusta contra, ut turpia, sic inde- cora. Similis est ratio fortitudinis. Quod enim viriliter animoque magno fit, id dignum viro et decorum videtur, quod contra, id ut turpe, sic indecorum. Quare pertinet quidem ad omnem 95 honestatem hoc, quod dico, decorum, et ita pertinet, ut non recondita quadam ratione cernatur, sed sit in promptu. Est enim quiddam, idque intellegitur in omni virtute, quod deceat; quod cogitatione magis a virtute potest quam re separari. Ut venustas et pulchritudo corporis secerni non potest a valetudine, sic hoc, de quo loquimur, decorum totum illud quidem est cum virtute confusum, sed mente et cogitatione distinguitur. Est 96 autem eius discriptio duplex; nam et generale quoddam de- corum intellegimus, quod in omni honestate versatur, et aliud huic subiectum, quod pertinet ad singulas partes honestatis. sapienza; et iusta... indecora, il decoro nella giustizia; similis ... inde- corum, il decoro nella fortezza. — ratione ... prudenter, « pensare e par- lare secondo ragione». — decet... dedecet, «è decoroso... è indecoroso»; bisogna badare di tener sempre la radicale e decoro » , come nel latino ; altrimenti il discorso perde vivacità e chiarezza. — falli, decipi vanno accoppiati come errare, labi (chiasmo), cfr. § 18. — similis est, qui per ottenere varietà è mutata la costruzione. — quod fit, spiega con un so- stantivo « azioni ». — quod contra, • le loro contrarie ». — 95. Tutto questo § è una ripetizione del principio del § 94. — omnem honestatem = omnes partes honestatis, — recondita quadam ratione, « solo per via di astrazione ». — est enim... quod deceat, « vi ha non so che decoroso, che si presuppone {intellegitur) in ogni virtù ». — quod = sed id. — cogitatione, re, « in teoria, in pratica ». — confusum = coniunctum, cohaerens (III 11). , — mente et cogitatione, «per via di astrazione e teoricamente». — 90- Qui Cicerone vuol distinguere due categorie di decorum: l'una generale, che si trova in tutte le virtù, l'altra speciale, che costituisce propriamente la quarta virtù, cioè la oujq>poavjvr|. Questo dovrebbe essere il suo pensiero, ma in effetto abbiamo una confusione, che fa poco onore alla esattezza filosofica di Cicerone. Giacché egli definisce il decorum generale come si trattasse di definire la honestas, che è il complesso di tutte le quattro virtù (quod consentaneum... differat, cfr. §§ 11-14); in secondo luogo chiama decorum speciale quello che pertinet ad singulas partes honestatis, mentre questo è per l'appunto il decorum generale. Avrebbe dovuto dire pertinet ad unam (scil. quartam) singuìarium partium honestatis. — discriptio, « divisione », § 15. - huic &ubiectum t Cicerone non usa l'ag- 52 M. TULLI CICERONIS Atque illud superius sic fere definiri solet: decorum id esse, quod consentaneum sit hominis excellentiae in eo in quo na- tura eius a reliquis animantibus differat Quae autem pars sub- iecta generi est, eara sic definiunt, ut id decorum velint esse, quod ita naturae consentaneum sit, ut in eo moderatio et tem- perantia apparea-t cum specie quadam liberali. 97 28. Haec ita intellegi possumus existimare ex eo decoro, quod poètae sequuntur; de quo alio loco plura dici solent. Sed tum servare illud poétas, quod deceat, dicimus, cum id, quod quaque persona dignum est, et fit et dicitur; ut, si Aeacus aut Minos diceret: Oderint, dum métuant, aut: natis sepulchro ipse est parens, indecorum videretur, quod eos fuisse iustos accepimus; at Atreo dicente plausus excitantur, est enim digna persona oratio. Sed poétae, quid quemque deceat, ex persona iudicabunt; nobis autem getti vo specialis, che fu introdotto da Seneca. — quae autem, invece che hoc posterius in corrispondenza con illud superius (anacoluto). — sub- iecta generi « speciale ». — ut id ... esse, questo giro superfluo si omette nella traduzione. — ut in eo appareat, « facendo in essa (natura) risal- tare... » . — specie liberali, propriamente « pompa signorile » ; puoi spie- gare « grazia geniale » . — 97* haec ita intellegi, «che così si deva intendere ». — alio loco, nei trattati di poetica e di rettorica. — sed, « comunque » ; sebbene non sia qui il luogo di trattarne, pure ne vuol dare un cenno. — persona, « personaggio » , — Aeacus, Minos, due re, che furono modelli di giustizia. — oderint ... parens, qui abbiamo due emistichi tolti, probabilmente, àoXY Atreo, tragedia di Accio. IL primo emistichio è una cruda espressione di brutalità tirannica. — dum = dummodo. Se è, come pare, il principio del verso, abbiamo un ritmo trocaico (-^, — , ^-). — natis... parens, nelle feroci gelosie sorte tra i due fratelli Atreo e Tieste, Atreo uccise i due figli di Tieste e glieli imbandì a mensa. — Qui ab- biamo la seconda parte di un trimetro giambico (--, v>- f — t y v _). — sed poetae ... § 98 in uno quoque genere virtutìs. Ecco il nesso del pen- siero: In pratica vi sono uomini che non osservano il decorum; il poeta che li rappresenta deve mantenere a loro il carattere che essi hanno. Ma in ordine al posto che la natura ha assegnato all'uomo fra gli altri ani- mali, esso ha una sola parte da rappresentare, quella del decorum, e da rappresentarla per tutta quanta la vita. — iudicabunt, come sotto de officiis, i, 28, 97—99 53 personam imposuit ipsa natura magna cum excellentia prae- stantiaque animantitìm reliquarum. Quocirca poètae in magna 98 varietate personarum, etiam vitiosis quid conveniat et quid de- ceat, videbunt, nobis autem cura a natura constantiae, mode- rationis, teraperantiae, verecundiae partes datae sint cumque eadem natura doceat non neglegere, quem ad modum nos ad- versus homines geramus, efficitur, ut et illud, quod ad omnem honestatem pertinet, decorum quara late fusum sit, appareat et hoc, quod spectatur in uno quoque genere virtutis. Ut enira pulchritudo corporis apta compositione membrorum movet oculos et delectat hoc ipso, quod inter se omnes partes cura quodam i lepore consentiunt, sic hoc decorum, quod elucet in vita, movet adprobationem eorum, quibuscum vivitur, ordine et constantia et moderatione dictorum omnium atque factorum. Adhibenda 99 est igitur quaedam reverentia adversus homines et optimi cu- iusque et reliquor um. Nam neglegere, quid de se quisque sentiat, non solum arrogantis est, sed etiam omnino dissoluti. Est autem, quod differat in hominum ratione habenda inter iustitiam et verecundiam. Iustitiae partes sunt non violare ho- mines, verecundiae non offendere; in quo maxume vis perspicitur decori. His igitur expositis, quale sit id, quod decere dicimus, intellectura puto. videbunt si traducono col congiuntivo. — ipsa, senza che abbiamo bisogno di impararla. — cum, « dotandoci di... » . — animantium, genitivo ogget- tivo, che tradurrai « su, sopra ». — 98. quid deceat; deceat non può reggere vitiosis (zeugma). — nobis autem ... efficitur; per rendere chiaro questo periodo nella traduzione risolvilo così; nobis autem (« invece») a natura... datae sunt eademque... docet... ; ex quo efficitur. — quem ad modum nos geramus, traduci col sostantivo «rapporti». — efficitur ut appareat, si semplichi in apparet. — omnem, « in generale » . — fusum sit scil. per omnem vitam hominum. — in uno quoque genere, anche qui, come al § 96, confonde il decorum generale addirittura con la ho ne sta s e il decorum speciale con quello generale. — enim, traduci con « e ». — hoc ipso quod consentiunt, adopera la parola « armonia » e risolvi cum lepore nell'aggettivo < leggiadro». — vivitur , «avere relazione, trat- tare ^ . — 99. optimi e reliquorum vanno con reverentia, adversus homines con adhibenda est (« in faccia agli uomini >). — quisque sen- tiat, potresti rendere con « pubblica opinione». — est... differat, traduci toi sostantivo. — verecundiae. per i! significato cfr. § 93. — offendere t cfr. § 86. 54 M. TULLI CICEIIUNIS 100 Officium autem, quod ab eo ducitur, hanc primum babet viara, quae deducit ad convenientiam conservationemque naturae; quam si sequemur ducem, numquam aberrabimus sequemurque et id t quod acutum et perspicax natura est, et id, quod ad hominum consociationem accommodatum, et id, quod veheraens atque forte. Sed maxuma vis decori in hac inest parte, de qua disputaraus; neque enim solum corporis, qui ad naturam apti sunt, sed multo etiam magis animi motus probandi, qui item 101 ad naturam accomandati sunt. Duplex est enim vis animorum 'atque natura; una pars in appetitu posita est, quae est ópjuri Graece, quae hominem huc et illuc rapit, altera in ratione, quae docet et explanat, quid faciendum fugiendumque sit. Ita fit, ut ratio praesit, appetitus obtemperet. 29. Omnis autem actio vacare debet temeritate et neglegentia nec vero agere quicquam, cuius non possit causam probabilem red- 102 dere; haec est enim fere discriptio offici. Efficiendum autem est, ut appetitus rationi oboediant eamque neque praecurrant nec propter pigritiam aut ignaviam deserant sintque tranquilli atque orani animi perturbatone careant; ex quo elucebit omnis con- 100. hanc habet viam quae deducit, tutta la frase = deducit ; una delle frequenti circonlocuzioni usate da Cicerone. — primum, ha per corrispon- dente sed maxuma. In queste poche righe Cicerone riassume come il de- corum si trovi anche nelle tre prime virtù; per poi passare al decorum, che si trova nella quarta. — convenientiam cons. naturae, « l'armonia con la natura e l'osservanza delle sue leggi ». — acutum... natura, perifrasi della sapienza; ad hominum... accommod., della giustizia; veh... forte, della fortezza. — in hac... de qua, la quarta virtù, cioè la auKppoaùvr). Essa, avuto riguardo alle qualità interiori e ai rapporti personali, impone i se- guenti doveri: padronanza delle passioni § 102; misura nella serietà e nella allegria 103-104; moderazione nei piaceri 105-106; dignità personale 107-114; savia scelta del proprio stato 115-121; obblighi verso le varie età e condizioni 122-125. — qui... qui..., traduci e quando... quando... ». — motus « sentimenti ». — 101. vis atque natura, « elementi na- turali », sopprimi pars. — omnis actio, si risolva « l'uomo in ogni sua azione », e per ischivare la stonatura actio debet agere e per dare un sog- getto conveniente a possit. — probabilem , § 8. — discriptio, « defini- zione», § lo; offici, del dovere in generale. Gli Stoici definivano il dovere: ciò che si fa con una ragione plausibile (8 npaxOév cOXoyóv nva toxa dTToXoYianóv, Diog. Laerzio VII 107); cfr. § 8; Cicer. Fin. Ili 58 quod ita factum est, ut eius facti probabilis ratio reddi possit. — 102. omni animi... careant, per dar un soggetto conveniente a careant, risolvi così : nec ullam animi perturbationem concitent. — constantia, de officiis, i, 28-29, 100— 104 55 stantia omnisque moderatio. Nam qui appetitus longius evagantur <»t tamquam exultantes sive cupiendo sive fugiendo non satis a ratione retinentur, ii sine dubio finem et modum transeunt ; re- linquunt enim et abiciunt oboedientiam nec rationi parent, cui sunt subiecti lege naturae; a quibus non modo animi perturban- tur, sed etiam corpora. Licet ora ipsa cernere iratorum aut eorum, qui aut lubidine aliqua aut metu commoti sunt aut voluptate ni mia gestiunt; quorum omnium vultus, voces, motus statusque mutantur. Ex quibus illud intellegitur, ut ad officii formam 103 revertamur, appetitus omnes contrahendos sedandosque esse ex- citandamque animadversionem et diligentiam ut ne quid te- mere ac fortuito, inconsiderate neglegenterque agamus. Neque enim ita generati a natura sumus, ut ad ludum et iocum facti esse videamur, ad severitatem potius et ad quaedam studia gra- viora atque maiora. Ludo autem et ioco uti ilio quidem licet, sed sicut- sonano et quietibus ceteris tum, cum gravibus se- riisque rebus satis fecerimus. Ipsumque genus iocandi non pro- fusum nec immodestum, sed ingenuum et facetum esse debet. Ut enim pueris non omnem ludendi licentiam damus, sed eam, quae ab honestatis actionibus non sit aliena, sic in ipso ioco aliquod probi ingeni lumen eluceat. Duplex omnino est iocandi 104 genus, unum inliberale, petulans, flagitiosum, obscenum, al- terimi elegans, urbanum, ingeniosum, facetum. Quo genere non modo Plautus noster et Atticorum antiqua comoedia, sed etiam « fermezza di carattere > . — cupiendo, fugiendo, puoi rendere con due so- stantivi, e inclinazioni , avversioni». — licet.., quorum, puoi connettere così nella traduzione: « basta guardare... per vedere come... ». — ipsa, si risolve in un avverbio: * solo, senz'altro». — 103» illud, anticipa- ti vo, §3. — ad formam, «al nostro concetto». — potius = sed. — studia, « occupazioni ». — ilio quidem, uso concessivo del pron., « bensì ». — quietibus ceteris, « ogni altra sorta di ricreazione » ; il plurale dei nomi astratti indica spesso la ripetizione (§ 19) o le diverse specie di una cosa. — rebus « occupazioni, faccende ». — ingenuum, « onesto ». — omnem, « sconfinata ». — ab honestatis actionibus = ab hone state. — ingeni, qui si intende dell'attività dell'ingegno, puoi tradurre «studi». — elu- ceat, «deve...». — 104. Plautus.., comoedia, i sali di Plauto e della coni inedia attica non sempre piacerebbero al nostro gusto moderno. 1 prin- cipali rappresentanti della commedia antica attica furono Cratino, Eupoli, Aristofane ; questa commedia era essenzialmente politica ; i tipi comici fu- 56 M. TULLI C1CER0NIS philosophorum Socraticorum libri referti sunt, multaque niul- torum facete dieta, ut ea, quae a sene Catone collecta sunt t quae vocant àno<pQéY\iaja. Facilis igitur est distinctio ingenui et inliberalis ioci. Alter est, si tempore fit, ut si rernisso animo, homine vel gravi dignus, alter ne libero quidem, si rerum tur- pitudini adhibetur verborum obscenitas. Ludendi etiam est quidam modus retinendus, ut ne nimis omnia profundamus ela- tique voluptate in aliquam turpitudinem delabamur. Suppedi- tant autera et Campus noster et studia venandi houesta exempla ludendi. 105 30. Sed pertinet ad omnem offici quaestionem semper in promptu habere, quantum natura bominis pecudibus reliquisque belnis antecedat; illae nihil sentiunt nisi voluptatem ad eamque feruntur orani impetu, hominis autem mens discendo alitur et cogitando, semper aliquid aut anquirit aut agit videndique et audiendi delectatione ducitur. Quin etiam, si quis est paulo ad voluptates propensior (modo ne sit ex pecudum genere, sunt enim quidam homines non re, sed nomine), sed si quis est paulo erectior, quamvis voluptate capiatur, occultat et dissi- 106 mulat appetitimi voluptatis propter verecundiam. Ex quo intel- rono creati dalla nuova. — philos. Socraticor. libri, Cicer. Brut. 292 ego ironiam Ulani, quam in Socrate dicunt fuisse, qua Uh (introdotto a ra- gionare nei dialoghi) in Platonis et Xenophontis et Aeschini (Eschine, alunno di Socrate, da non confondere col famoso oratore) ìibris utitur, facetam et eìegantem puto. — multaque, qui la costruzione muta ; biso- gnerebbe supplire cuius generis sunt (anacoluto). — facete dieta = fa- cetiae. — Catone, il vecchio ; li aveva raccolti tra gli antichi e tra i contemporanei. — tempore, « a tempo debito ». — ut si specifica tempore, come p. e. nei momenti di ricreazione. — vel, § 59. — ludendi, spiega col sostantivo «divertimenti». — nimis, pleonastico. — omnia profun- damus, « gettare tutto il nostro, prostituire la nostra dignità, abbando- narsi agli eccessi ». — turpitudinem, « sconcezza ». — Campus^ il Campa di Marte, dove la gioventù romana si esercitava nella ginnastica. — studia, « esercizi » . 105. in promptu habere, « tener presente ». — pecudibus = pecudum naturae (comparatio compendiaria). — feruntur, (« trascinare ») involon- tariamente; ducitur, volontariamente. — si quis est ... sed si quis est, bastava si quis... sed est, « se uno è... ma è... » ; però ha ripetuto si quis per ripigliare il primo termine lasciato dalla parentesi a un certo inter- vallo; noi renderemo il secondo termine così: «per poco che sia... ». — erectior «di animo, di sensi elevati » . — 106. praestantia, «nobiltà*. de offici is, i, 30, 105—108 57 legitur corporis voluptatera non satis esse dignam hominis prae- . stantia, eamque conterani et reici oportere; sin sit quispiam, qui aliquid tribuat voluptati, diligenter ei tenendum esse eius fruendae modum. Itaque victus cultusque corporis ad valetu- dinem referatur et ad vires, non ad voluptatem. Atque etiara si considerare volumus, quae sit in natura hominis excellentia et dignitas, intellegemus, quam sit turpe diffluere luxuria et deli- cate ac molliter vivere quamque honestum parce, continenter, severe, sobrie. Intellegendum etiara est duabus quasi nos a natura indutos 107 esse personis; quarum una coramunis est ex eo, quod omnes participes sumus rationis praestan ti aeque eius, qua antecellimus bestiis, a qua omne honestum decorumque trahitur, et ex qua ratio inveniendi offici exquiritur, altera autem, quae proprie singulis est tributa. Ut enim in corporibus magnae dissimili- tudines sunt (alios videmus velocitate ad cursum, alios viribus ad luctandum valere, itemque in formis aliis dignitatem inesse, aliis venustatem), sic in animis existunt maiores etiam varie- tates. Erat in L. Crasso, in L. Philippo multus lepos, maior 108 etiam magisque de industria in C. Cacsare L. filio; at isdera — eamque, que «anzi». — victus cultusque, § 12. — considerare vo- lumus = considerabimus, così si spiega il futuro intellegemus. — diffluere veramente è « straripare > ; puoi usare un'altra metafora presa dall'acqua « sguazzare » . 107. etiam, « inoltre » . — personis, « caratteri ». — ex eo quod = eo quod. — praestanliaeque qua antecellimus bestiis, sopra disse (§ 97) prae stantia animantium; puoi rendere col solo sostantivo «superiorità». — a qua , ex qua si riferiscono a praestantiae. — ex qua exquiritur, « dalla quale si deriva » e, mutando il rapporto, « nella quale si cerca » (cfr. § 79 ex animo quaerimus), «alla quale risale», «dalla quale di- pende » e simili. — ratio inveniendi =* inventio. — singulis est tributa, « individuale, personale » ; aggettivi, dei cui corrispondenti mancavano i Romani. — alios scil. homines. — in formis aliis... aliis, più corretta- mente in aliis formis... in aliis. — 10S. L. Crasso, L. Licinius Crassus (nato nelPanno 140 avanti Cristo, morto nel 91), console nel 95, fu il più grande oratore dei suoi tempi. È uno dei principali interlocu- tori del de Oratore. — Philippo, L. Marcius Philippus, console nel 91; Crasso et Antonio (altro famoso oratore con-temporaneo di Crasso) L. Phi- lippus proximus, sed longo intervallo tamen proximus (Cicerone Brut 173). — magisque de industria, puoi rendere « e più ricercato, più studiato » . — Caesare, C. Iulius Caesar Strabo, edile nel 90, ucciso fra i proscritti di Mario. E interlocutore nel de Oratore. — isdem temporibus, preso 53 M. TULLI CICEaONIS temporibus in M. Seauro et in M. Druso adalescente singularis severitas, in C. Laelio multa hilaritas, in eius familiari Sci- pione ambitio maior, vita tristior. De Graecis autem dulcem et facetum festivique serraonis atque in omni oratione simula- torem, quem eìpuuva Graeci nominarunt, Socratem accepimus, contra Pytliagoram et Periclem summam auctoritatem conse- cutos sine lilla hilaritate. Callidum Hannibalem ex Poenorum, ex uostris ducibus Q. Maximum accepimus, facile celare, tacere, dissimulare, insidiari, praeripere hostium Consilia: in quo ge- nere Graeci Themistoclem et Pheraeum Iasonem ceteris ante- ponunt; in priraisque versutum et callidum factum Solonis, qui, quo et tutioreius vita esset et plus aliquanto rei publicae prod- 109 esset, furere se simulavit. Sunt his alii raultum dispares, sim- plices et aperti, qui nihil ex occulto, nihil de insidiis agendum putant, veritatis cultores, fraudis inimici. Itemque alii, qui quidvis perpetiantur, cuivis deserviant, dum, quod velint, conse- quantur, ut Sullam et M. Crassum videbamus: quo in genere versutissimum et patientissimum Lacedaemonium Lysandrum un po' largamente. — Seauro, cfr. § 76. — Druso, M. Livius Drusus, ucciso il 91, mentre era tribuno. — Ljuìib, cfr. § 90. — ambitio, come m>.'Zzo per acquistarsi una forte posizioTO fcello Stato, si può risolvere in « importanza politica ». — vita è qui il ,« modo di presentarsi », il « con- tegno » ; è naturale che un uomo in quella posizione elevata mantenesse una certa austerità anche nei modi. — simulatorem, è un tentativo di tradurre elpujv ; così tradusse eìpujvda con dissimulano (Acad. II 15, Verr. IV 144). L'ironia socratica consiste in ciò: cum de sapientia di- sceptetur , Itane sibi ipsum detrahere , eis tribuere illudentem ( € per gioco »), qui eam sibi arrogarti [Brut 292). — Q. Maximus, cfr. § 84. — celare... questi infiniti rappresentano un'epesegesi in forma libera di callidum; noi traduciamo « nel... ». — in quo genere dei callidi. — Iason, tiranno di Fere, si impadronì con la sua astuzia di tutta la Tessalia; mori nel 360 av. Cr. — furere, narrasi, che V impresa per conquistar Salamina essendo andata tante volte a male, si vietò con una legge di più farne menzione; Solone fintosi pazzo declamò nel foro la sua elegia la Xa fiic;, eccitando gli Ateniesi all'impresa, che quella volta riuscì felice- mente. — 109. his scil. callidis. — ex occulto, de insidiis, traduci con due avverbi. — qui... deserciant, qui è relativo consequenziale; tra- duci « capaci di... » — dum, « pur di... ». — quod velint, traduci con un sostantivo. — Crassum, il triumviro. — quo in genere, di quelli che quidvis perpetiuntur. — Lysand., Collier. (§ 84) ; Lisandro seppe con la sua pazienza ottenere da Ciro il giovane (407 av. Cr.) forti sussidi di danaro; Callicratida invece si sdegnò che Ciro lo avesse fatto aspettare due giorni e partì con le navi, protestando che un Greco non doveva per de okkiciis, r, «30 — 31, 109—111 59 accepimus; contraque Callicratidam, qui praefectus classis pro- ti mas post Lysandrum fuit. Itemque in sermonibus alium juem[que], quamvis praepotens sit, efficere, ut unus de multis esse videatur; quod in Catulo, et in patre et in filio, idemque in Q. Mucio Mancia vidimus. Audivi ex maioribus natii hoc idem fuisse in P. Scipione Nasica; contraque patrem eius, illum qui Ti. Gracchi conatus perditos vindicavit, nullam comitatem habuisse sermonis ; ne Xenocratem quidem, severissimum philo- sophorum, ob eamque rem ipsam magnum et clarum fuisse. Innumerabiles aliae dissimilitudines sunt naturae morumque, minime tamen vituperandorum. 31. Admodum autem tenenda sunt sua cuique non vitiosa, HO sed tamen propria, quo facilius decorum illud, quod quaerimus, retineatur. Sic enim est faciendum, ut contra universam na- tii ram nihil contendamus, ea tamen conservata propriam nostram sequamur, ut, etiamsi sint alia graviora atque meliora, tamen nos studia nostra nostrae naturae regula metiamur; neque enim attinet naturae repugnare nec quicquam sequi, quod adsequi non queas. Ex quo magis emergit, quale sit decorum illud, ideo quia nihil decet invita Minerva, ut aiunt, id est adversante et repugnante natura. Omninó si quicquam est decorum, nihil est in profecto magis quam aequabilitas cum universae vitae, tum il danaro umiliarsi davanti a un barbaro. — contraque, « tutt'al con- trario ». !— itemque, eupplisci videmus dal vidimus che segue. — in ser- monibus (< nelle conversazioni, nei discorsi intimi ») va con esse videatur, — praepotens di elevata condizione politica e sociale. — alium quem, « qualche altro », « taluno ». — unus de multis, « alla mano ». — Catulo, Q. Lutatius Catulus, console nel 102; proscritto da Mario, si uccise nell'87. Sul giovine Catulo cfr. § 76. — Q. Mucio Mancia, personaggio sconosciuto. — hoc idem, che fosse unus de multis. — Nasica, morì con- sole nel 112 ; fu oratore arguto. — patrem eius, cfr. § 76. — ne Xenocr. » ne Xenocratem quidem audivi comitatem habuisse; Senocrate fu scolaro di Platone e maestro di Demostene, cultore della filosofìa e della matema- tica, di principi pitagorici. 110. sua, «i propri istinti, le proprie tendenze». — non, «non quelle » . — universam naturavi scil. humanam, le tendenze della natura umana in generale, in antitesi alle tendenze individuali. — sequi, adsequi, si noti la differenza di questi due verbi. — emergit, « risulta chiaro », in questo uso si trova presso Cicerone qui soltanto. — quale sit, « in che consista». — ideo, «appunto». — 111. si quicquam presuppone 60 M. TULLI CICERONIS singularura actionum, quam conservare non possis, si aliorum naturam imitans omittas tuarn. Ut enim sermone eo debemus uti, qui innatus est nobis, ne, ut quidam, Graeca verba incul- cantes iure optimo rideamur, sic in actiones omnemque vitam 112 nullam discrepantiam conferre debemus. Atque haec differentia naturarum tantam habet vim, ut non numquam mortem sibi ipse consciscere alius debeat, alius in eadem causa non debeat. Num enim alia in causa M. Cato fuit, alia ceteri, qui se in Africa Caesari tradiderunt? Atqui ceteris forsitan vitio datum esset, si se interemissent, propterea quod lenior eorum vita et mores fuerant faciliores, Catoni cum incredibìlem tribuisset na- tura gravitatem eamque ipse perpetua constantia roboravisset semperque in proposito susceptoque Consilio permansisset, rao.- 113 riendum potius quam ty ranni vultus aspiciendus fuit. Quam multa passus est Ulixes in ilio errore diuturno, cum et mulie- ribus, si Circe et Calypso mulieres appellandae sunt, inser- viret et in omni sermone omnibus adfabilem esse se vellet! domi vero etiam contumelias servorum ancillarumque pertulit, ut ad id aliquando, quod cupiebat, veniret. At Aiax, quo animo traditur, milies oppetere mortem quam illa perpeti maluisset. l'incertezza sull'esistenza della cosa; innatus, il materno. — verba Graeca, il greco a quei tempo, oltre che elemento indispensabile per una seria cultura, era anche lingua di moda, della quale la gente galante ed ele- gante infiorava il linguaggio materno, come presso di noi si suole ancora fare col francese. Questo ridicolo costume fu spesso colpito dai poeti sati- rici, come Lucilio e Giovenale, e da Cicerone, p. e. Tusc. I 15 scis me Graece loqui in Latino sermone non plus solere quam in Graeco Latine. — inculcantes, propriamente « incastrare » . — nullam discrepantiam , per mantenere Yaequabilitas (discrepantia è in un certo senso la nostra e sto- natura >), — 112. num, aspetta risposta negativa. — causa, « con- dizione » . — se tradiderunt, dopo la vittoria di Tapso del 46 ; Catone comandava la piazza di Utica, dove si uccise; e perciò fu chiamato liti- censis. Nessun suicidio fu come questo una legittima conseguenza di tutta la vita di un uomo ; perciò ebbe l'approvazione di Cicerone, che qui non è tanto filosofo quanto ammiratore di una delle più forti figure stoiche che siano esistite. — atqui, «eppure». — Catoni, introduci con un « mentre, laddove >. — 113. errore, « peregrinazioni, avventure >. — Circe et Calypso, nell'isola di Circe gli furono trasformati i compagni in porci e nell'isola di Calipso visse ignorato alcuni anni. — mulieres, erano veramente dee o meglio maghe incantatrici. — esse se vellet^ « s'imponeva di essere ». — servorum ancill, ciò si racconta nell'Ossea XVII e XVIII. — aliquando, «una volta ». - quo animo scil. feroci, «violento come de officiis, i, 31—32, 112—115 61 Quae contemplantes expendere oportebit, quid quisque habeat sui, eaque moderari nec velie experiri, quam se aliena deceant; id enim maxume quemque decet, quod est cuiusque maxume v suum. Suum quisque igitur noscat ingenium acremque se et 114 honorum et vitiorum suorum iudicem praebeat, ne scaenici plus quam nos videantur habere prudentiae. Illi enim non op- tumas, sed sibi accommodatissumas fabulas eligunt; qui voce freti sunt, Epigonos Medumque, qui gestii, Melanippam, Cly- temestram, seraper Rupilius, quem ego memini, Antiopam, non saepe Aesopus Aiacem. Ergo bistrio hoc videbit in scaena, non videbit sapiens vir in vita? Ad quas igitur res aptissimi erimus, in iis potissimum elaborabimus; sin aliquando necessitas nos ad ea detruserit, quae nostri ingeni non erunt, omnis adhi- benda erit cura, meditatio, diligentia, ut ea si non decore, at quam minime indecore facere possimus; nec tam est enitendum, ut bona, quae nobis data non sint, sequamur, quam ut vitia % fugiamus. 32. Ac duabus iis personis, quas supra dixi, tertia adiun- 115 si dice che fosse » . — quae, traduci col sostantivo « esempi » . — mode- rari, « guidare, indirizzare a buon fine, trarne partito > . — 114. scae- nici, « attori ». — freti, < possono contare su... ». — Epigonos (Epigoni erano i figli dei sette assalitori di Tebe, che ritentarono l'impresa con a capo Alcmeone), titolo di una tragedia di Accio. — Medum, tragedia di Pacuvio. Medo, figlio di Medea, andò nella Colchide a cercar la madre; ivi corse pericolo di essere ucciso, ma la madre lo salvò ; uccise Perse fra- tello di suo nonno Eeta, e ne ereditò la sostanza. — Melanippam, tra- gedia di Ennio. Melanippa aveva avuto da Nettuno due figli, Beoto ed Eolo. Essi furono esposti dal loro nonno, padre di Menalippa, e la madre accecata e chiusa in carcere. Accolti i due figlioli e cresciuti tra pastori, uccisero poi il nonno e liberarono la madre, a cui Nettuno ridonò la vista. — Clytemestram, tragedia di Accio. — Rupilius, un attore sconosciuto. — Antiopam, tragedia di Pacuvio. Zeto e Anfione, figli di Giove e di Antiopa, allevati da un pastore, salvarono poi la madre da Lieo, zio di lei, e dalla moglie Dirce. — Aesopus, amico di Cicerone, a cui fu maestro nelP arte di recitare ; era con Boscio uno dei due più famosi attori di quel tempo. — Aiacem, tragedia di Ennio. — nec tam est... fugiamus, in questi casi non si tratta tanto di far bene, quanto di non far male. 115. personis, « caratteri, parti ». — supra, § 107. — tertia scil. ^>«r- sona ; questa è espressa da nam regna... gubernantur e riguarda la posizione speciale che vien fatta ad un uomo nella società dal potere, dalla nobiltà e dalla ricchezza ; quarta, è espressa da ipsi... proficiscitur e riguarda la 62 M. TULLI CICERONIS gitur, quam casus aliqui aut tempus imponit; quarta etiam, quam nobisraet ipsi iudicio nostro accommodamus. Nam regna imperia, nobilitates honores, divitiae opes eaque, quae sunt his contraria, in casu sita temporibus gubernantur; ipsi autem ge- rere quam personam velimus, a nostra voluntate proficiscitur. Itaque se alii ad philosophiam, alii ad ius civile, alii ad elo- qtientiam applicant, ipsarumque virtutum in alia alius mavult 116 excellere. Quorum vero patres aut maiores aliqua gloria prae- stiterunt, ii student plerumque eodem in genere laudis excel- lere, ut Q. Mucius P. f. in iure civili, Pauli filius Africanus in re militari. Quidam autem ad eas laudes, quas a patribus acceperunt, addunt aliquam suara, ut hic idem Africanus elo- quenza cumulavit bellicam gloriam; quod idem fecit Timotheus Cononis filius, qui cum belli laude non inferior fuisset quam pater, ad eam laudem doctrinae et ingeni gloriam adiecit. Fit autem interdum, ut non nulli omissa imitatione maiorum suum quoddam institutum consequantur, maximeque in eo plerumque elaborant ii, qui magna sibi proponunt obscuris orti maioribus. 117 Haec igitur omnia, cum quaerimus quid deceat, complecti animo et cogitatione debemus; in primis autem constituendum est, quos nos et quales esse velimus et in quo genere vitae, quae de- liberalo est omnium difficillima. Ineunte enim adulescentia, scelta del proprio stato. — iudicio, con termine specifico puoi spiegare « scelta » . — nobilitates, i vari gradi di nobiltà. — ipsi autem, per dar forma italiana a questa proposizione devi introdurti così: « ma lo sce- gliere... ». — ipsarum virtutum, in italiano bisogna mutar piega, p. e. « e quanto alle stesse virtù... ». — 116. aliqua gloria = aliquo genere glorine. — laudis =» gloriae. — Mucius Scaevola, gli Scevola furono due, padre e figlio, entrambi rinomati giuristi, entrambi amati e venerati da Cicerone come maestri ; il padre per distinguerlo fu chiamato l'augure, il figlio, quello di cui si parla qui, il pontefice; questi fu console nel 95 con Crasso e fu nell'82 fatto uccidere dal giovane Mario. — Pauli, Emilio Paolo, il vincitore di Pidna; due suoi figli furono adottati da Cornelio Scipione, figlio di Scipione il vecchio; uno di questi due figli fu Scipione Emiliano. — Timotheus, scolaro di Isocrate, fu summus imperator ho* moque doctissimus (Cicer. de Orat. Ili 139). — Cononis, illustre capitano ateniese. — consequantur, qui = sequantur. — magna, puoi renderlo con le parole « ideale, meta » e simili. — 117- haec igitur debemus, autem; haec ... debemus è la ricapitolazione di ciò che ha detto prima e si può risolvere in una proposizione subordinata: € tenendo presenti... ». — quae = cuius rei-, ma nella traduzione puoi far di delìberatio una de officiis, i, 32—33, 116—119 63 cum est maxima imbecillitas consili, tum id sibi quisque genus aetatis degendae constittiit, quod maxime adamavit; itaque ante implicatur aliquo certo genere cursuque vivendi, quam potili t, quod optimum esset, indicare. Nam quod Herculem Prodicus 118 dicit, ut est apud Xenophontem, cum primum pubesceret, quod tempus a natura ad deligendura, quam quisque viam vivendi sit ingressurus, datum est, exisse in solitudinem atque ibi se- dentem diu secnm multumque dubitasse, cum duas cerneret vias, unam Voluptatis, alteram Virtutis, utram ingredi melius esset, hoc Herculi 'lovis satu edito' potuit fortasse contingere, nobis non item, qui imitamur, quos cuique visum est, atque ad eon;m studia institntaque impellimur: plerumque autem pa- rentiura praeceptis imbuti ad eorum consuetudinem moremque deducimur; alii multitudinis iudicio feruntur, quaeque maiori parti pulcherrima videntur, ea maxime exoptant; non nulli tamen sive felicitate quadam sive bonitate naturae sine paren- tium disciplina rectam vitae secuti sunt viam, 33. IUud autem maxime rarum genus est eorum, qui aut 119 excellente ingerii! magnitudine aut praeclara eruditione atque doctrina aut m&que re ornati spatium etiam deliberandi ba- buerunt, quem potissimura vitae cursurn sequi vellent; in qua deliberatione ad suam cuiusque naturam consilium est omne revocandum. Nam cum in omnibus, quae aguntur, ex eo, quo apposizione , sopprimendo quae est. — implicatur , « impegnato » . — 118. Tutto questo § è un solo periodo , che noi dobbiamo spezzare ; p. e. così: quod Herculem Prodicus dicit... hoc potuit... nobis non item, qui imitamur... « 11 fatto di Ercole raccontato da Prodico, che cioè... questo fatto sarà potuto... ma a noi no. Noi invece imitiamo... ». — Prodicus, fa- moso sofista di Geo, vissuto molti anni in Atene al tempo di Socrate. Egli aveva rappresentato la lotta tra il vhio e la virtù in due donne, clic si fecero incontro in un bivio ad Ercole giovinetto, cercando ognuna di trarlo per la sua via. Di qui il proverbio « Ercole al bivio ». L'apòlogo è riferito da Senofonte Memor. II 1, 21-22. — Herculi, usa l'« un » en- fatico: « a un Ercole ». — lovis satu edito, frase di colorito poetico per dar enfasi al pensiero. — visum est, spiega col presente. — impellitiìur, rendi più vivo il pensiero di questo verbo con un avverbio, p. e. « cieca- mente». — multitudinis iudicio, noi diciamo e corrente ». — feruntur, cfr. § 105. 119. illud anticipati vo (§ 3), rende superfluo eorum.— exceliente, § 46 sapiente. — omne, spiega con un avverbio « interamente ». — ex eo... •■^srr.T ■ *t- 64 M. TULLI CIGER0N1S modo quisque natus est, ut supra dictum est, quid deceat, ex- quirimus, tum in tota vita costituenda multo ei rei cura maior adhibenda, ut constare in perpetuitate vitae possimus nobismet 120 ipsis nec in ullo officio claudicare. Ad hanc autem rationem f quoniam maximam vim natura habet, fortuna proximam, utriusque omnino habenda ratio est in deligendo genere vitae, sed naturae magis; multo enim et firmior est et constantior, ut fortuna non numquam tamquam ipsa mortalis cum immor- tali natura pugnare videatur. Qui igitur ad naturae suae non vitiosae genus consilium vivendi omné contulerit, is constantiam teneat (id enim maxime decet), nisi forte se intellexerit errasse in deligendo genere vitae. Quod si acciderit (potest autem ac- cidere), facienda morum institutorumque mutatio est. Eam mu- tationem si tempora adiuvabunt,facilius commodiusque faciemus; sin minus, sensim erit pedetemptimque facienda, ut amicitias, quae minus delectent et minus probentur, magis decere censent 121 sapientes sensim diluere quam repente praecidere. Commutato autem genere vitae omni ratione curandum est, ut id bono Consilio fecisse videamur. Sed quoniam paulo ante dictum est imitandos esse maiores, primum illud exceptum sit, ne vitia sint imitanda. Deinde, si natura non feret, ut quaedam imitari exquirimus, letteralmente € traiamo l'idea del decoro dal modo come uno è nato » cioè < dalle attitudini naturali di ciascuno». — supra, § 110. ei rei, cioè quo modo quisque natus est, « le attitudini naturali ». — ut non è Tepesegesi di ei rei, ma finale. — constare, spiega col nome « coe- renza » . — 120* rationem scil. vitae constituendae. — omnino, in antitesi con sed, cfr. § 83. — ut videatur, il concetto è questo : a segno che, quando la fortuna e la natura vengono in lotta, par di vedere un conflitto tra una forza mortale e una immortale. — tamquam ipsa, la fortuna è anch'essa immortale, ma nel conflitto è di tanto inferiore, che si palesa come mortale. — contulerit — rettuìerit, revocaverit, « ricon- durre a... » e quindi « regolare su... ». — nisi forte, « eccetto che... ». — morum inst, potresti spiegare < sistema di vita ». — ut, « a quella guisa che » . — diluere, praecidere, anche in italiano, e sciogliere e troncare » . — 121. videamur = iudicemur, existimemur. — paulo ante, § 116. — si natura... qui igitur, con si esprime il concetto nella sua generalità, con qui lo esemplifica, ma senza esatta continuità di costruzione (anaco- luto); la discontinuità si osserva anche nella diversità dei soggetti si possint, qui poterit. Nella traduzione puoi connettere così : « In secondo luogo può darsi che la nostra natura non ci permetta di..., a quella guisa che... (ut super ioris...) ; in tal caso chi non può (qui non poterit..), dovrà al- de officiis, i, 33-34, 120-123 65 possint, ut superioris filius Africani, qui hune Paulo natum adoptavit, propter in firmi tatem valetudinis non tam potuit patris similis esse, quam ille fuerat sui: qui igitur non poterit sive causas defensitare sive populum contionibus tenere sive bella gerere, illa tamen praestare debebit, quae erunt in ipsius po- testate, iustitiam,fidem, liberalitatem, modestiam,temperantiam, quo minus ab eo id, quod desit, requiratur. Optuma autem hereditas a patribus traditur liberis omnique patrimonio prae- stantior gloria virtutis rerumque gestarum, cui dedecori esse nefas et iniurium iudicandum est. 34. Et quoniam officia non eadem disparibus aetatibus tri* 122 buuntur aliaque sunt iuvenura, alia seniorum, aliquid etiam de hac distinctione dicendum est. Est igitur adulescentis maiores natu vereri exque iis deligere optimos et probatissimos, quorum Consilio atque a uc tori tate nitatur; ineuntis enim aetatis insci tia senum constituenda et regenda prudentia est. Maxume autem haec aetas a lubidinibus arcenda est exercendaque in labore pa- tientiaque et animi et corporis, ut eoruin et in bellicis et in civilibus officiis vigeat industria. Atque etiam cuna relaxare animos et dare se iucunditati volent, caveant intemperantiaro, meminerint verecundiae, quod erit facilius, si in eius modi quidem rebus maiores natu non nolint interesse. Senibus autem i>3 meno » (debebit...). — quaedam, spiega col nome « qualità ». — possint, suppl. un soggetto, p. e. fitti (cfr. § 28 nólunf). • — filius Africani, pe r la genealogia cfr, § 116. — patris, nella versione suppl. un « proprio », per avere la corrispondenza con sui. — ille, l'Africano maggiore; per suo padre, cfr. § 61. — sive, sive, sive; le tre occupazioni principali, a cui ora chiamato un nobile Romano: l'eloquenza giudiziale, l'eloquenza poli- tica, la guerra. — contion. tenere, propriamente « intrattenere nelle assem- blee » , con una parola sola < arringare > . — quo minus (= ut eo minus) requiratur, puoi rendere « per far tanto meno desiderare » . — optuma traditur, questa brachilogia in italiano si risolve : < la migliore che si possa trasmettere è... ». 122. aliaque, que = sed. — exque iis deligere, secondo il costume di Roma, che il giovane indossata la toga virile dovesse accompagnarsi a qualche autorevole uomo di Stato, per apprender da lui l'esperienza degli affari e avviarsi alla carriera politica. — inscitia, « inesperienza », da non confondere con inscientia. — constituenda = confirmanda, stabilienda. — eorum, riferito a aetas ; costruzione ad sensum (Korrà ouveaiv). — rebus, cioè le ricreazioni. — non nolint, «non ricuseranno». — 123. sin, Cicerone, De Officiis, comm. da R. Sabbadini, 2* ediz. 5 66 M. TULLI C1CER0NIS labores corporis minuendi, exercitationes animi etiam augendae videntur; danda vero opera, ut et amicos et iuventutem et maxime rem publicam Consilio et prudentia quam plurimum adiuvent. Nihil autem magis cavendum est senectuti, quam ne languori se desidiaeque dedat; luxuria vero cum omni aetati turpis, tum senectuti foedissima est; sin autem etiam lubidinum intemperantia accessit, duplex malum est, quod et ipsa senectus dedecus concipit et facit adulescentium impudentiorem intempe- 124 rantiam. Ac ne illud quidem alienum est, de magistratuum, de privatorum civium, de peregrinorum officiis dicere. Est igitur proprium munus magistratus intellegere se gerere per- \ ^onam civitatis debereque eius dignitatem et decus sustineré, servare leges, iura discribere, ea fidei suae commissa meminisse» Privatum autem oportet aequo et pari cum civibus iure vivere neque summissura et abiectum neque se efferentem, tum in re publica ea velie, quae tranquilla et honesta sint; talem enim 125 solemus et sentire bonum civem et dicere. Peregrini autem atque incolae offici um est nihil praeter suum negotium agere, nihil de alio anquirere rainimeque esse in aliena re publica curiosum* Ita fere officia reperientur, cum quaeretur, quid deceat et quid aptum sit personis, temporibus, aetatibus. Nihil est autem, quod tam deceat, quam in omni re gerenda consilioque capiendo ser- vare constantiam. 126 35, Sed quoniam decorum illud in omnibus factis, dictis, § 47. — accessit, noi traduciamo il presente, ma in realtà il perfetto* latino è più esatto, perchè l'azione di accessit è anteriore a malum est — et ipsa.,. et facit, doppia colpa: il peccato proprio e lo scandalo. — 124. alienum, « fuor di luogo » . — gerere personam, noi diciamo « rap- presentare» . — discribere (§ 15), compartire tra i singoli cittadini, cioè amministrare. — civibus, « concittadini ». — sentire qui = exist irti are, con due accusativi. — 125. peregrinus è il forestiero avventizio, incola il forestiero residente. — de alio significa gli affari dei privati, in contrapposizione con in re pubi curiosum. — curiosum è il « ficcanaso » del nostro linguaggio domestico. — officia sdì. nostra. — deceat e aptum sit, qui sono costruiti col medesimo caso (zeugma). 126-131. Doveri del decorum nei rapporti esteriori (cfr. § 100), cioè la verecundia §§ 126-129; la pulchritudo §§ 130-132; regole da osser- varsi nel parlare e nel conversare 132-137; e nell'assetto delle abitazioni 138-140; r oportunitas 142-149; le varie professioni 150-151. — sed quoniam... pauca dicantur. Questo periodo è sconnesso e disordinato; per de ofkciis, i, 34—35, 124—128 07 in corporis denique raotu et statu cernitur idque positura est in tri bus rebus, fonnositate, ordine, ornatu ad actionem apto, dif- P j ficilibus ad eloquendura, sed satis erit intellegi, in his antera tribus continetur cura etiarn illa, ut probemur iis, quibuscura apud quosque vivamus, his quoque de rebus pauca dicantur. Principio corporis nostri magnani natura ipsa videtur habuisse rationem, quae formam nostrani reliquamque figuram, in qua esset species honesta, eam posuit in promptu, quae partes autem corporis ad naturae necessitatem datae aspectum essent de- formem habiturae atque foedum, eas contexit atque abdidit. Hanc naturae tam diligentem fabricam imitata est hominum 127 verecundia. Quae enim natura occultavit, eadem omnes, qui sana mente sunt, removent ab oculis ipsique necessitati dant operam ut quam occultissime pareant; quarumque partium cor- poris usus sunt necessari i, eas neque partes neque earum usus suis nominibus appellant; quodque facere non turpe est, modo occulte, id dicere obscenum est. Itaque nec actio rerum illarum aperta petulantia vacat nec orationis obscenitas. Nec vero au- 128 diendi sunt Cynici, aut si qui fuerunt Stoici paene Cynici, qui la traduzione si ordini così: sed quoniam decorum illud, quod in om- nibus... cernitur, positura est... apto; his quoque ... dicantur. Difficiles sunt illae quidem ad eloquendura, sed satis... vivamus. — statu, « con- tegno ». — ornatu, « acconciatura ». — ad actionem apto, puoi rendere con un solo aggettivo «decente». — dif ficilibus... intellegi, nel § 94 è espresso il medesimo pensiero. — quibuscum vivamus, « aver contatto... ». — apud, «in casa di..., nel paese di...». — quosque = et quos, — principio, «anzitutto», § 11. — formam, figuram, questi due termini sono spesso sinonimi; qui però figura si riferisce in generale alla strut- tura, mentre forma riguarda quelle parti che più sono caratteristiche della figura umana; noi possiamo dire « l'aspetto ». — in promptu «in vista, in evidenza ». — naturae necessit. , « bisogni naturali ». — 127. imitata est, « secondò » . — quarumque.., appellant, nella traduzione puoi risolvere così : neque suis noni, appellant sivc eas partes corporis, quarum usus sunt necessarii, sive earum usus. — partium usus necessarii = partes quibus necessario utimur = quibus ad naturae necessitatem utimur, noi possiamo dire « che servono a certe funzioni » . — actio aperta 6Ì contrappone a orationis obscenitas, che puoi risolvere in aperte agere, obscene dicere. — 128. Cynici, una setta di filosofi, disprezzatori di ogni decoro esteriore. Ne fu fondatore Antistene, discepolo di Socrate, di cui ammirò soprattutto la pazienza e la rigidezza verso sé stesso. Gli successero Diogene, il più famoso di tutti, e Cratete, il cui principio era: vivere secondo natura e indipendentemente dagli dei, dagli uomini e da 68 M. TULLI C1CER0MS reprehendunt et inrident, quod ea, quae turpia non sint, verbis flagitiosa ducamus, illa autem, quae turpia sint, nominibus appellemus suis. Latrocinari, fraudare, adulterare re turpe est, sed dicitur non obscene; liberis dare operara re honestum est, nomine obscenum; pluraque in eam sententiara ab eisdem contra verecundiam disputantur. Nos autem naturam sequamur et ab omni, quod abhorret ab oculorum auriumque approbatione, fu- giamus; status incessus, sessio accubitio, vultus oculi manuum 129 inotus teneat illud decorum. Quibus in rebus duo maxime sunt fugienda, ne quid effeminatum aut molle et ne quid durum aut rusticum sit. Nec vero histrionibus oratoribusque conce- dendum est, ut iis haec apta sint, nobis dissoluta. Scaenicorum quidem mos tantam habet vetere disciplina verecundiam, ut in scaenam sine subligaculo prodeat nemo; verentur enim ne, si quo casu evenerit, ut corporis partes quaedam aperiantur, aspiciantur non decore. Nostro quidem more cum parentibus puberes filii, cum soceris generi non lavantur. Retinenda igitur est huius generis verecundia, praesertim natura ipsa magistra et duce. 130 36. Cum autem pulchritudinis duo genera sint, quorum in altero venustas sit, in altero dignitas, venustatem muliebrem ducere debemus, dignitatem virilem. Ergo et a forma remo- veatur omnis viro non dignus ornatus, et huic simile vitium ogni cosa. Zenone, scolaro di Cratete, fu fondatore dello stoicismo, il quale perciò ha molta affinità coi cinismo, tanto che spesso furono scambiate l'una per l'altra le due sètte. — dicitur non obscene, risolvi nella tradu- zione in dicere non est obscenum ; questo nesso speciale dell'avverbio col verbo è comunissimo al latino. — liberis ... operam , « procreare » . — status ... accubitio, traduci coi verbi. — teneat concorda con l'ultimo sog- getto. — 129. nec vero... dissoluta, risolvi: nec concedendum est, ut histrionibus. — iis, nobis non sono dativi dipendenti da apta, ma dativi commodi; si spieghino e per loro, per noi; riguardo a loro, riguardo a noi > e simili. — haec, « queste massime, queste prescrizioni ». — apta, dissoluta fanno qui antitesi; aptus « appropriato », quindi e obbligatorio» , dissolutus « sciolto, libero » (che si può tanto osservare quanto non osser- vare, che per noi non ha vincoli), quindi «non obbligatorio». — conce- dendum ut sint, più comunemente concedendum esse. — subligaculo, una lascia che copriva la parte inferiore del corpo. — aspiciantur non decore = aspectum non decorum praebeant, cfr. § 128, dicitur non obscene. 130. venustas, «grazia». — debemus, si compia così: sequitur ut de- de officiis, i, 35—36, 129—132 69 in gestii motuque caveatur. Nam et palaestrici motus sunt saepe odiosiores et histrionura non nulli gestus ineptiis non vacant et in utroque genere quae sunt recta et simplicia lau- dantur. Formae autem dignitas coloris bonitate tuenda est, color exercitationibus corporis. Adhibenda praeterea munditia est non odiosa neque exquisita nimis, tantum quae fugiat agrestem et Lnhumanam neglegentiam. Eadem ratio est habenda vestitus, in quo, sicut in plerisque rebus, mediocritas optima est. Cavendum 131 autem est, ne aut tarditatibus utamur in ingressu mollioribus, ut pomparum ferculis similes esse videamur, aut in festinatio- nibns suscipiamus nimias celeritates, quae cum fiunt, anhelitus moventur, vultus mutantur, ora torquentur; ex quibus magna significatio fit non adesse constantiam. Sed multo etiam magis elaborandum est, ne animi motus a natura recedant; quod adsequemur, si cavebimus, ne in perturbationes atque exani- mationes incidamus, et si attentos animos ad decoris conser- vationem tenebimus. Motus autem animorum duplices sunt, alteri 132 cogitationis, alteri appetì tus; cogitatio in vero exqui rendo ma- xume versatur, appetì tus impellit ad agendum. Curandum est igitur, ut cogitatione ad res quam optumas utamur, appetitimi rationi oboedientem praebeamus. beamu8 t par est, aequum est nos debere, cfr. § 57. — palaestrici, le mo- venze imparate dal maestro di ginnastica (palestrita; noi oggi diciamo € maestro di scherma ») sentono sempre della scuola e quindi riescono affettate e stentate (odiosiores; rendi il comparativo con « un tantino »). — recta et simplicia, « semplici e naturali »• — bonitate, « freschezza », indizio di buona salute. — exercitationibus, specialmente quelli in uso a Roma: il bagno giornaliero, il nuoto, il cavalcare e i giochi ginnastici nel Campo di Marte. Il Romano amava crescere forte, patiens pulveris atque solis, come dice Orazio (C. 1 8, 4), e perciò al colorito smorto e delicato preferiva il bruno e fresco. — odiosa, « affettata » . — tantum quae, t tanto da » . — mediocritas = modus, moderatio. — 131. in ingressu, « nel camminare ». — pomparum ferculis, noi diremmo « gli stendardi delle processioni » ; ferculum (da fero) è propriamente la barella, su cui si portavano le imagini delie divinità nelle processioni. I Romani badavano molto a questa dignità esteriore, che era la miglior prova di quella gravità di carattere, che più sotto Ò chiamata constantia. — exani- mat, « abbattimento, scoraggiamento » ; propriamente la exanimatio è il metus subsequens et quasi comes pavoris (Cicer. Tusc. IV 19), cioè l'--effetto della paura, la costernazione (il restar privo di fiato). — 132. cogitai., appet, questi due genitivi epcsegetici si possono spiegare come stanno o risolvere in « consistono nel. » 70 M TULI.1 CICEUOMS 37. Et quoniam magna vis orationis est, eaque duplex, altera contentionis, altera sermonis, contentio disceptationibus tribuatur iudiciorum, contionum, senatus, sermo in circuii s, disputatio- nibus, concessioni bus familiarium versetur, sequatur etiam con- vivia. Contentionis praecepta rhetorum sunt, nulla sermonis, quamquam haud scio an possint haec quoque esse. Sed discen- tium studiis inveniuntur magistri, huic autem qui studeant, X sunt nulli, rhetorum turba referta omnia; quamquam quoniam verborum sententiarumque praecepta sunt, eadem ad sermonem 133 pertinebunt Sed cum orationis indicem vocem habeamus, in voce autem duo sequamur, ut clara sit, ut suavis, utrumque omnino a natura petundum est, verum alter um exercitatio au- gebit, alterum imitatio presse loquentium et leniter. Nihil fuit in Catulis, ut eos exquisito iudicio putares uti litterarum, Et quoniam... tribuatur..., anche qui come nei §§ 130 e 57, possiamo compiere così : et quoniam... sermonis, de hac quoque re dicendum est. In italiano risolverai altrimenti: « Passando ora a ragionare dell'efficacia del discorso, la quale è grande e di due specie..., dico che... ». — duplex, puoi spiegare « si manifesta dall'una parte sotto forma di..., dall'altra sotto forma di...». — contentio, sermo, «tono enfatico» (contentio significa sforzo, tensione) e € tono dimesso », € parlare, discorso oratorio » e « par- lare, discorso familiare ». — sequatur, propriamente « cercare, mirare a... », perciò « frammischiarsi, insinuarsi ». — contentionis praecepta rhetorum, il primo genitivo è oggettivo, il secondo soggettivo: « vi sono precetti rettorici sul... ». — haud scio an, come al § 33. — discentium studiis = discentibus studiosis, discendi studiosis, « scolari desiderosi di studiare, di imparare ». — huic scil. sermoni. — turba rhetorum può significare « la folla, la moltitudine dei retori » ; oppure « la scolaresca dei retori », oppure e la agitazione, la ressa cagionata, promossa dai retori, la ressa che si fanno fare attorno a sé i retori » (reclame direhbero i Francesi). — quam- quam quoniam, è la ripetizione del concetto espresso sopra con quamquam haud scio. — verbor. sentent., perifrasi di contentio. — 133. sed cum ... , questo periodo non è troppo ben connesso; nella traduzione risolvi in principale la proposizione subordinata in voce autem, soppri- mendo autem e mettendo punto e virgola dopo suavis; spiegherai sequa- mur con « dobbiamo cercare » . — indicem-, noi risolviamo con « organo » . — loquentium, qui s'intende della pronuncia; presse, * chiara, spiccata ». — nihil fuit..., il nesso è: la cultura letteraria dei Catuli non era per nulla superiore a quella di tanti altri; eppure godettero fama di perfetti parlatori : il segreto di questa fama era la pronuncia (sonus). — nihil fuit ut, « non c'era nessun indizio da cui » oppure « non c'era nulla da cui » . — Catulis, padre e figlio, § 109. — exquisito iudicio litterarum, noi po- tremmo dire € raffinatezza filologica, fino senso filologico » ; litterae signi- fica qui « scienza della lingua », come può significare (oggettivamente) de oFKicns, i, 37. 133 — 133 71 quamquam erant litterati; sed et alii; hi autem optime uti lingua Latina putabantur; sonus erat dulcis, litterae neque ex- pressa e neque oppressae, ne aut obscurum esset aut putidum, sine contentione vox nec languens nec canora. Uberior oratio L. Crassi nec minus faceta, sed bene loquendi de Catulis ópinio non minor. Sale vero et facetiis Caesar, Catuli patris frater, vicit omnes, ut in ilio ipso forensi genere dicendi contentiones aliorum sermone vincerei. In omnibus igitur his elaborandum est, si in omni re quid deceat exquirimus. Sit ergo hic serrao, 134 in quo Socratici maxime excellunt, lenis minimeque pertinax, insit in eo lepos; nec vero, tamquam in possessionera suam venerit, excludat alios, sed cum reliquis in rebus, tum in ser- mone communi vicissitudinem non iniquam putet; ac videat in primis, quibus de rebus loquatur; si seriis, severitatem adhi- beat, si iocosis, leporem; in primisque provideat, ne sermo vitium aliquod indicet inesse in moribus; quod njaxume tum solet eve- nire, cum studiose de absentibus detrahendi causa aut per ri- diculum aut severe maledice contumelioseque dicitur. Habentur 135 autem plerumque sermones aut de domesticis negotiis aut de re publica aut de artium studiis atque doctrina. Danda igitur opera est, ut, etiamsi aberrare ad alia coeperit, ad haec revo- cetur oratio, sed utcumque aderunt; neque enim isdem de «scienza», «letteratura» e (soggettivamente) «cultura letteraria». — et alii, qui et si spiega « anche », e si compie: et alii erant litterati. — litterae t noi intendiamo meglio traducendo « sillabe ». — expressae, « larghe, aperte, strascicate » ; oppressae, « chiuse, strette, mozzicate »; la via di mezzo è pressae. — obscurum va con oppr., putidum («sguaiato ») con expr., chiasmo; spiega i due neutri col sostantivo «suono». — con- tentione, « sforzo ». — canora, sul vizio di cantare parlando declamando ricordo ciò che Quintiliano (Inst. or. I 8, 2) riferisce essere stato da Ce- sare rimproverato a un declamatore: si cantas, male cantas; si legis, cantas («se il tuo è canto, canti male; se è lettura, sembri cantare »). — Crassi, § 108. — Caesar, § 108. — de Catulis opinio, la fama goduta dai Catuli. — Catuli patris frater, fratello di Catulo padre. — contentiones, « il tono enfatico». — 134. ergo, qui non è veramente particella conclu- siva, ma di passaggio, meglio di ritorno al tema. — Socratici, § 104. — venerit, excludat, questi e tutti i congiuntivi che seguono hanno per soggetto grammaticale sermo, mentre deve essére una persona ; sostituisci la seconda persona singolare. — seriis, iocosis, dipendono dal de, che sta con rebus. — per ridiculum (= ridicule) e severe esprimono le due forme della maldicenza (maledice contumelioseque dicere). — 135. utcumque 72 M. TULLI CICEROMS rebus nec omni tempore nec sirailiter delectamur. Animadver- tendum est etiam , quatenus sermo delectationem habeat, et, ut incipiendi ratio fuerit, ita sit desinendi modus. 136 38. Sed quo modo in omni vita rectissime praecipitur, ut perturbationes fugiamus, id est motus animi nimios rationi non obtemperantes, sic eius modi motibus sermo debet vacare, ne aut ira existat aut cupiditas ali qua aut pigritia aut ignavia aut tale aliquid appareat, maximeque curandum est, ut eos, quibuscum sermonem conferemus, et vereri et diligere videamur. Obiurgationes etiam non numquam incidunt necessariae, in quibus utendum est fortasse et vocis contentione maiore et ver- borum gravitate acriore, id agendum etiam, ut ea facere vi- deamur irati. Sed, ut ad urendum et secandum, sic ad hoc genus castigandi raro invitique veniemus nec umquam nisi ne- cessario, si nulla reperietur alia medicina; sed tamen ira procul 137 absit, cum qua nihil recte fieri, nihil considerate potest. Ma- gnani autem partem clementi castigatione licet uti, gravitate tamen ad ni n età, ut et severitas adhibeatur et contumelia repel- lati^, atque etiam illud ipsum, quod acerbitatis habet obiur- gatio, significandum est, ipsius id causa, qui obiurgetur, esse susceptum. Kectum est autem etiam in illis contentionibus, quae cum inimicissimis fìunt, etiamsi nobis indigna audiamus, tamen gravitatem reti nere, iracundiam pellere. Quae enim cura ali qua aderunt, «secondo che saranno i presenti», cioè « secondo il gusto dei presenti » . — isdem de rebus, questo de non dipende da delectemur, che regge l'ablativo, ma è la continuazione del de domesticis, de re pubi., de studi is di sopra (anacoluto). — nec ... nec= aut ... aut. 130. omni vita, « tutte le circostanze della vita ». — motibus sermo debet vacare, risolvi motibus in sermone debemus vacare. — videamur = iudicemur, cfr. § 121. — vocis... acriore, puoi risolvere voce contenitore et verbis gravioribus. — irati, Cicer. l'use. IV 55 oratorem irasci minime decet, simulare non dedecet. — urendum, secandum, due operazioni chirur- giche; puoi nella traduzione sostituire la materia o gli strumenti, che si adoperano per eseguirle. — cum, si traduce « con », ma qui cum qua scil. ira corrisponde a un avverbio = irate. — 137. magnani partem è un accusativo libero (cfr. § 24), che qui corrisponde all'avverbio pìerumque, « il più delle volte ». — ut, consequenziale. — id, ripiglia illud ipsum. — susceptum, cfr. il nostro « assumere un tono di... » ; qui vale « adoperare » e anche « metterci, mischiarci ». — pellere, puoi risolvere in una subordinata * tenendoci lontani da...». — cum aliqua perturbatione, € in uno stato de officiis, i, 33—39, 133—139 73 perturbatione fiunt, ea nec constanter fieri possunt neque iis, qui adsunt, probari. Deforme etiam est de se ipsum praedicave falsa praesertim et cum inrisione audientium imitari militem gloriosum. 39. Et quoniam omnia persequimur, volumus quidem certe, 133 dicendum est etiam, qualem hominis honorati et principis domum placeat esse; cuius finis est usus, ad quem accommodanda est aedificandi discriptio et tamen adhibenda commoditatis digni- tatisque diligentia. Cn. Octavio, qui primus ex illa familia consul factus est, honori fuisse accepimus, quod praeclaram aedi fi casse t in Palatio et plenam dignitatis domum ; quae cam vulgo viseretur, suffragata domino, novo homini, ad consu- latum putabatur; hane Seaurus demolì tus accessionem adiunxit aedibus. Itaque ille in suam domum consulatum primus attilli t, hic, summi et clarissimi viri filius, in domum multiplicatam non repulsam solum rettulit, sed ignominiam etiam et calami- tateli!. Ornanda enim est dignitas domo, non ex domo tota 139 di... > . — constanter, spiega con l'aggettivo e coerente » o col sostantivo e coerenza » . — cum, risolvi con « provocando.... » . — militem gloriosum, il miles gloriosus (e il soldato spaccone») è uno dei tipi della commedia nuova greca, passato poi nella commedia romana. Plauto lo rappresentò nei Pirgopolinice della sua commedia intitolata appunto Miles gloriosus, e Terenzio nel Trasone dell'Eunuco. 138. volumus quidem certe, « questa è almeno la nostra intenzione >; qui certe ha significato limitativo («almeno »), come spesso. — cuius... ad quem, risolvi per il senso cos»ì : cuius finis quoniam est usus, ad eum (usum). — discriptio, la distribuzione delle parti, cioè «il piano». — et tamen adhibenda, questa proposizione è un pò* slegata dal resto ; con- netti così: « badando però anche... ». — Octavio, fratello del bisavolo di Ottaviano Augusto. Nel 108 av. Cr. era pretore e ammiraglio contro Perse, di cui trionfò; nel 165 fu console. — Uh, noi spieghiamo «sua». — plenam dignitatis, perifrasi dell'aggettivo dignitosus, rarissimo; queste perifrasi con plenus sono frequentissime. — Seaurus, M. Aemilius Seaurus, figlio dello Scauro nominato al § 76. Nella sua edilità del 58 av. Cr. fece tante pazze spese, che dovette rifarsene nel governo della Sardegna come propretore (55). Fu accusato perciò di concussione e fra gli altri ebbe a difensore Cicerone; ne fu assolto, ma non potò ottenere il consolato, al quale era in quell'anno stesso (54) candidato. Due anni dopo (52) fu ac- cusato di broglio elettorale e, nonostante la difesa anche questa volta di Cicerone, condannato all'esilio: a ciò si allude qui con ignominia et cala- mi tas. 11 suo palazzo era il più sontuoso di Ho ma. — aedibus scil. suis. — 139. enim, puoi risolvere così: «E giustamente (rettulit ignomi- niam), poiché... ». — domo, domino, ablativi stromentali (qui domino non 74 M. TULLI CICERONIS quaerenda, nec domo dominus, sed domino domus honestanda est et, ut in ceteris habenda ratio non sua solum, sed etiara aliorum, sic in domo clari hominis, in quam et bospites multi recipiendi et admittenda hominum cuiusque modi multitudo, adhibenda cura est laxitatis; aliter ampia domus dedecori saepe dominost, si est in ea solitudo, et maxime, si aliquando alio domino solita est frequentari. Odiosum est enim, cum a prae- tereuntibus dicitur: o domus antiqua, ei quam dispari Dominare domino! 140 quod quidem his temporibus in multis licet dicere. Cavendum autem est, praesertim si ipse aedifices, ne extra modum sumptu et magnificentia prodeas; quo in genere multum mali etiam in exeraplo est. Studiose enim plerique praesertim in hanc partem facta principum imitantur; ut L. Luculli, summi viri, virtutem quis? at quam multi villarum magnitìcentiam [imi- tati]! quarum quidem certe est adhibendus modus ad medio- critatemque revocandus. Eademque mediocritas ad omnem usum cultumque vitae transferenda est. Sed haec hactenus. 141 « In omni autem actione suscipienda tria sunt tenenda, primum « ut appetitus rationi pareat, quo nihil est ad officia conservanda « accomraodatius, deinde ut animadvertatur, quanta illa res sit, « quam efficere velimus, ut neve maior neve minor cura et opera è pensato come agente, ma come semplice stromento, quantunque nome di persona); noi diremmo < non il padrone per la casa, ma la casa per il padrone». — aliter, «altrimenti, in caso contrario». — dominost = do- mino est. — odiosum, « fa triste impressione ». — o domus, versi di in- certo autore; sono di ritmo giambico (- , ^^-^, --, -^^- || n^-£ # ^v^ _). — dominare, qui è usato, come tanti altri deponenti nel latino arcaico, passivamente. — in « sul conto di... », cfr. § 61 in probris. — licet di- cere, p. es. il palazzo di Pompeo era passato a Marc' Antonio, Cicer. Phil II 104, dove cita il medesimo verso. — 140. ipse, rendi con « del tuo ». — extra modum prodeas, * avanzarsi troppo, esagerare, ec- cedere ». — in exemplo est = ex exemplo oritur. — ut, « così p. e. » , § 19. — Luculli, valoroso capitano e appassionate amatore dell'arte, si rese proverbiale per il lusso della sua vita e la sontuosità delle sue ville. 141. Questo paragrafo non ha alcun nesso col contesto e ripete pen- sieri già esposti prima; confronta primum coi §§ 102 e 132; deinde col 19; de offichs, i, 39-40, 140—142 75 « suscipiatur, quam causa postulet. Tertium est, ut cavearaus, ut « ea, quae pertinent ad liberalem speciem et dignitatem, mode- « rata sint. Modus autem est optiraus decus ipsum tenere, de quo « ante diximus, nec progredì longius. Horum tamen trium prae- « stantissimum est appetitimi obtemperare rationi ». 40. Deinceps de ordine rerum et de oportunitate temporum 142 dicendum est. Haec autem scientia continentur ea, quam Graeci eÙTaSiav nominant, non hanc, quam interpretamur mode- sti am, quo in verbo modus inest, sed illa est euTaHia, in qua intellegitur ordinis conservatio. Itaque, ut eandem nos mo- destiam appellemus, sic definitur a Stoicis, ut modestia sit scientia rerum earum, quae agentur aut dicentur, loco suo col- locandarum; ita videtur eadem vis ordinis et collocationis fore. Nam et ordine m sic definiunt: compositionem rerum aptis et tertium col 130. — tertium est, anacoluto; avrebbe dovuto dire: tum (tenendum est) ut..; cfr. § 19 alterum est. — liberalem speciem , «lustro esteriore » . — autem est, « consiste » . — ipsum, risolvi in un avverbio « esattamente, rigorosamente ». 142. deinceps, cfr. § 42. In tutto questo paragrafo sconnesso e arruf- fato mi pare sia da riconoscere il seguente ordine di pensieri: « Ora par- leremo dell' ordo e dell' oportunitas. Questi due elementi sono compresi nell'eÒTaEia, quell'eÙTaSia che include l'idea dell'orbo : quantunque la po- tremmo anche identificare con la modestia. Infatti per gli Stoici la mo- destia è coìlocatio; e collocatio si identifica evidentemente con Yordo. Ma Tordo inchiude il focus, il locus inchiude il tempus ; il tempus si identi- fica con V oportunitas. Dunque I'còtciEici o la modestia, come noi l'abbiamo chiamata, è la facoltà di conoscere Yoportunitas > . Cicerone vuol dimo- strare, e lo fa molto infelicemente, che le idee di ordo e di oportunitas si fondono in una sola e che eùraHia, che significa «buon ordine», si identifica con eòtccupia, ciie significa « opportunità, occasione ». — scientia, « facoltà » . — hanc, invece di concordare con scientia ea, concorda per attrazione con còraSiav. — modestia»}... inest, qui è quasi impossibile conservare nella traduzione la spiegazione etimologica; valga questo ten- tativo : « senso della misura, che si connette a misurare». — sed illa est €ÙTa£ia, anacoluto ; avrebbe dovuto, per simmetria con hanc, dire così: sed illam eùxaEiav, ma Cicerone ha ripugnanza a mischiare in un solo costrutto sintattico parole greche e latine; quindi egli non avrebbe scritto p. e. elpujveia Socratica usus est, ma more Socratico illa, quam Graeci €Ìpujv€iav vocant, usus est. Nel solo epistolario egli si permette simili miscugli. — ut eandem ... a Stoicis, puoi compiere così : ut eandem nos modestiam appéllemus, facultas nobis a Stoicis conceditur, qui modestiam sic definiunt ut... ; noi tradurremmo : « a chiamarla anche modestia ci autorizza la definizione degli Stoici » . — scientia rerum collocandarum, «la facoltà di collocare... ». — et ordinem, locum autem, tempus autem, 76 M. TULLI CICERONIS accoramodatis locis; locum autem actionis oportunitatem tem- poris esse dicunt; tempus autem actionis oportunum Graece eùKcupia, Latine appellatur occasi o. Sic fit, ut modestia haec, quam ita interpretamur ut dixi, scientia sit oportunitatis ido- 143 neorum ad agendum temporum. Sed potest eadem esse pru- dentiae definitio, de qua principio diximus ; hoc autem loco de moderatane et temperantia et harum similibus virtutibus quae- rimus. Itaque, quae erant prudentiae propria, suo loco dieta sunt; quae autem harum virtutum, de quibus iam diu loquimur, quae pertinent ad verecundiam et ad eorum approbationem, quibuseum vivitmis, nunc dicenda sunt. 144 "Talis est igitur ordo actionum adhibendus, ut, quem ad modum in oratione constanti, sic in vita omnia sint apta inter se et convenientia ; turpe enim valdeque vitiosum in re severa convivio digna aut delicatum aliquem inferre sermonem. Bene Pericles, cum haberet collegam in praetura Sophoclem poétara iique de communi officio convenissent et casu formosus puer praeteriret dixissetque Sophocles: 'Opuerum pulchrum, Pericle!' 4 At enim praetorem, Sophocle, decet non solum manus, sed etiam oculos abstinentes habere.' Àtqui hoc idem Sophocles si in athletarum probatione dixisset, iusta reprehensione caruisset. Tanta vis est et loci et tempori s. Ut, si qui, cum* causam sit acturus, in itinere aut in ambula- slegatura invece di et, et, et. — compositionem, « bella disposizione, as- setto». — esse dicunty «identificano, si identifica». — quam ita... dixi, « giacché l'ho chiamata così » . — 143. de qua scil. prudentia. — principio del libro (§§ 18-19). — quae erant... quae autem, la coordina- zione, dove andrebbe la subordinazione: cum quae erant.. dieta sint, ea quae propria sunt... — quae pertinent..., « allo scopo di esercitare la... e di procacciarci la... » . 144. constanti, « ben filato, concatenato » . — apta et conven., puoi risolvere in un avverbio l'uno dei due aggettivi. — digna, spiega con un sostantivo «motti, lazzi». — delicatum, «frivolo, leggero». — inferre, « lasciarsi sfuggire » . — bene Pericles, cum haberet, si compia e risolva così: « Bella fu la risposta di Pericle. Avendo egli... ». — praetura, tra- duzione latina di aTpaxrjYtct, come praetor di aTpaxriYo'c. Sofocle fu nel 440 av. Or. uno dei dieci strateghi per la guerra contro Samo, coman- dante in capo Pericle. Si racconta che quell'onore fu dato a Sofocle in premio della tragedia V Antigone. — de officio, «per affari». — enim, qui è semplice rinforzati va. — atquù 4 eppure». — probatione, « esame ». de officiis, i, 40—41, 143-146 77 tione secum ipse meditetur, aut si quid aliud attentius cogitet, non reprehendatur; at hoc idem si in convivio faciat, inhumanus videatur insci tia temporis. Sed ea, quae multum ab humanitate itó discrepante ut si qui in foro cantet, aut si qua est alia magna perversitas, facile apparet nec magnopere admonitionem et prae- cepta desiderat; quae autem parva videntur esse delieta neque a multis intellegi possunt, ab iis est diligentius declinandum. Ut in fidibus aut tibiis, quamvis paulum discrepent, tamen id a sciente airi mad ver ti solet, sic videndum est in vita ne forte quid discrepet, vel multo etiam magis, quo maior et melior actionum quam sonorum concentus est. 41. Itaque, ut in fidibus musicorum aures vel minima sen- 146 tiunt, sic nos, si acres ac diligentes esse volumus animadversores reprehensoresque vitiorum, magna saepe intellegemus ex parvis. Ex oculorum obtutu, superciliorum aut remissione aut con trac - tione, ex maestitia ex hilaritate ex risu, ex locutione ex reticentia, ex contentione vocis ex summissione, ex ceteris similibus facile iudicabimus, quid eorum apte fiat, quid ab officio naturaque P discrepet. Quo in genere non est incommodum, quale quidque eorum sit, ex aliis iudicare, ut, si quid dedeceat illos, vitemus ipsi; fit enim nescio quo modo, ut magis in aliis cernamus quam in nobismet ipsis, si quid delinquitur. Itaque facillume corriguntur in discendo, quorum vitia imitantur emendandi — ut, « così > , § 140. — inhumanus , • ineducato > . — inscitia è e il non saper discernere >, e non avere il senso dell'opportunità », § 122. — 145. perversitas, « sconcezza > . — apparet, desiderai, invece di concor- dare con ea, concordano con perversitas (anacoluto). — desiderat, « ha bisogno, richiede ». — quamvis paulum (=parum), « per quanto poco ». — sciente, e conoscitore », * intelligente ». — videndum est, § 43. — vel... magis, « anzi, tanto più » . — 146. vel, e perfino », § 59. — minima, adopera il sostantivo « sfumature > e compi il pensiero : « e così possono trarre gravi deduzioni sulla valentìa del sonatore » . — magna... parvis, il senso è : da piccoli indizi sapranno trarre gravi deduzioni sul carattere delle persone. — remissione, contrazione, essendo difficile trovare in ita- liano due sostantivi astratti corrispondenti, risolvi con gii aggettivi: « dalle sopracciglia spianate o contratte » . — ceteris, rendi con un sostan- tivo, p. e., « atti, atteggiamenti » . — iudicabimus quid eorum apte fiat, si compie così: magna intellegemus, iudicantes quid eorum (eorum, cioè e atti »). — nescio quo modo, « pur troppo ». — itaque facillume, da' questo giro alla traduzione : < il miglior modo di correggere gli scolari è 73 M. TULLI CICERONIS 147 causa magistri. Nec vero alienum est ad ea eligenda, quae du- bitationem afferunt, adhibere doctos homines vel etiam usu pe- ritos et, quid iis de quoque officii genere placeat, exquirere: maior enira pars eo fere deferri solet, quo a natura ipsa de- ducitur. In quibus videndum est, non modo quid quisque lo- quatur, sed etiam quid quisque sentiat atque etiam de qua causa quisque sentiat. Ut enim pictores et ii, qui signa fabri- cantur, et vero etiam poétae suum quisque opus a vulgo con- siderari vult, ut, si quid reprehensum sit a pluribus, id corri- gatur, iique et secum et ex aliis, quid in eo peccatum sit, exquirunt, sic aliorum iudicio perraulta nobis et facienda et 148 non facienda et rautanda et corrigenda sunt. Quae vero more agentur institutisque civilibus, de iis nihil est praecipiendum; illa enim ipsa praecepta sunt, nec quemquam hoc errore duci oportet, ut si quid Socrates aut Aristippus contra morem con- suetudinemque civilem fecerint locutive sint, idem sibi arbi- tretur licere; magnis illi et divinis bonis hanc licentiam adse- quebantur. Cynicorum vero ratio tota est eicienda; est enim inimica verecundiae, sine qua nihil rectum esse potest, nihil 149 honestum. Eos autem, quorum vita perspecta in rebus honestis atque magnis est, bene de re publica sentientes ac bene me- ritos aut merentes sic ut aliquo honore aut imperio affectos observare et colere debemus, tribuere etiam multum senectuti, che il maestro ne contraffaccia... ». — 147. ad ea eligenda, più cor- rettamente ad eligendum ex iis, e nella scelta tra...». — maior enim pars; poiché la moltitudine {maior pars) ci può solo giovare col senso naturale che la guida, ossia : le persone istruite o pratiche ci possono gio- vare per la loro dottrina o per l'esperienza; la moltitudine ci può giovare per il suo senso naturale. — in quibus, cioè riguardo ai dotti, ai pratici e alla moltitudine. — de qua causa, la posizione ordinaria è qua de causa. — qui signa fabricantur, perifrasi di e scultori » . — vero, qui è avverbio, § 89. — secum = inter sese. — 148. ipsa praecepta sunt, < sono di per sé stesse precetti » . — hoc errore ut arbitretur, « dalla falsa idea di credere... ». — Socrates, fu uno degli uomini più strani che si possano imaginare; molte sue stranezze urtavano la suscettività degli Ateniesi; p. e., usciva scalzo, stava fermo per la via ore intere assorto in contempla- zione, ballava da solo in casa. — Aristippus, fondatore della scuola cirenaica; considerava sommo bene il piacere del momento e perciò si abbandonava ai più pazzi e strani capricci. — Cynicorum, § 128. — 149. sic ut, «del pari che, non meno che». — tribuere, cedere, adopera i due de officiis, i, 41 — 42, 147—150 79 cedere iis, qui magistratum habebunt, habere dilectum civis et peregrini in ipsoque peregrino, privatimne an publice venerit. Ad summam, ne agam de singulis, communem totius generis^ hominum conciliationem et consoci ationem colere, tueri, servare deberaus. 42. Iam de artificiis et quaestibus, qui liberales habendi, ^q qui sordidi sint, haec fere accepimus. Primum improbantur ii quaestus, qui in odia hominum incurrunt, ut portitorum, ut faeneratorum. Inliberales autem et sordidi quaestus mercenna- riorum omnium, quorum operae, non quorum artes emuntur; est enim in illis ipsa merces auctoramentum servitutis. Sordidi etiam putandi, qui mercantur a mercatoribus, quod statina ven- dant; nibil enim proficiant, nisi admodum menti an tur; nec vero est quicquam turpius vanitate. Opificesque omnes in sordida arte versantur; nec enim quicquam ingenuum habere potest officina. Miniraeque artes eae probandae, quae ministrae sunt voluptatum : Cetàrii, lanii, coqui, fartóres, piscatóres, ut ait Terentius; adde huc, si placet, unguentarios, saltatore^ sostantivi € deferenza » e « rispetto » . — habere dilectum , « far distin< zione tra... ». — ad summam, riassume come denìque, ina è assai più raro. — conciliationem, questo verbale rappresenta il reciproco conciliari inter se, « affratellarsi » ; spiega € fratellanza ». 150. iam , e finalmente » . — quaestibus , < lucri , guadagni > , qui « fonti di guadagno, industrie ». — qui, concorda con l'ultimo nome. — — accepimus, non ex philosophis, ma ex more consuetudineque, ex w?o- ribus institutisque nostris. — primum, ha per corrispondenti inlib. autem, sord. etiam. Su alcune industrie e mestieri qualche pregiudizio è rimasto anche a noi moderni, che abbiamo del resto su questo punto idee molto diverse e molto più liberali dei Romani. — portitorum, « gli esattori » f dovechè la professione dei publicani (* appaltatori») era stimata decorosa. — operae, artes, puoi spiegare « mano d'opera » e « opera »; oppure € la- voro manuale» e «lavoro mentale». — auctoram. servitutis, auctorare se significa € obbligarsi a un servizio dietro pagamento » , auctorare se ad serviiutem vorrebbe dire « obbligarsi alla schiavitù dietro pagamento, ren- dersi schiavo » ; auctoramentum è il prezzo di un tal contratto; noi di- remmo qui « sanzione ». — qui mercantur ... vendant, noi esprimiamo tutto questo con una sola parola. — nihil... mentianiur, l'italiano dice più viva- cemente « guadagnano a furia di menzogne » . — vero, cfr. § 147. — va- nitate, cfr. § 44. — cetarii ..., nell 1 Eunuco 257; è un verso giambico tetrametro catalettico (--, ^-, w-l, ^-, --£, — , --£, -). — ludus 80 M. TULLI CICERONIS 151 totumque ludum talarium. Quibus aatem artibus aut prudentia niaior inest aut non mediocris utilitas quaeritur, ut medicina, ut archi tectura, ut doetrina rerum honestarum, eae sunt iis, quorum ordini con veni un t, honestae. Mercatura autem, si tenuis est, sordida putanda est; sin magna et copiosa, multa undique apportans multisque sine vani tate iojpertiens, non est admodum vituperanda, atque etiam si satiata quaestu vel contenta potius, ut saepe ex alto in portum, ex ipso portu se in agros posses- sionesque contulit, videtur iure optimo posse laudari. Omnium autem rerum, ex quibus aliquid adquirìtur, nihil est agri cui-, tura meli us, nihil uberi us, nihil dulcius, nihil homine, nihil libero dignius; de qua quoniam in Catone maiore satis multa di limus, illim adsumes, quae ad hunc locum pertinebunt 152 43. Sed ab iis parti bus, quae sunt honestatis, qoem ad roodum officia ducerentur, satis expositum videtur. Eorura autem ipsorum, quae honesta sunt, potest incidere saepe contentio et comparatio, de duobus honestis utrum hone- stius, qui locus a Panaetio est praetermissus. Nam cum omnis honestas manet a parti bus quattuor, quarum una sit cognitionis, altera communitatis, tertia magnanimitatis, quarta moderationis, aec in deligendo officio saepe in ter se comparentur necesse est Placet igitur aptiora esse naturae ea officia, quae ex com- talarius o talari* era uno spettacolo teatrale di danza e canto, con ac- compagnamento di cimbali e nacchere e con moYenze indecenti ; gli attori vestivano la stola talari». — ' lòl. quibus artibus concorda con quaeritur, ma non con west (zeugma), perchè Cicerone cod giunge a inesst sempre l'ablativo con tu. — doetrina, qui « insegnamento 9 . — rerum honestarum = artium liberakum, la grammatica, la rettorica, la filosofia. — vantiate, § 150. — atque etiam « anzi ». — ipso, moiri in on av- verbio e direttamente >. — contulit, dal soggetto mercatura trarrai qui mereator. — homine = vere homine. — libero, mette in rilievo lldea di liber, perchè al suo tempo l'agricoltora era esercitata dagli schiavi — Catone maiore , intitolato anche de Seneetute. — iflim = Mine, come ùtim = istinc. 1Ò2. corum, da qui sino alla fine si parla del conflitto tra due virtù, specialmente tra la giustizia -e la sapienza. — contentio, e conflitto » . — partibus, e principi^ elementi ». — cognitionis, « sapienza ». — commu- nitatiSy non oggettivamente e la comunità, la società » , ma soggettivamente « il senso della comunanza, la sociabilità ». — haec, femminile plorale (hac-ce), con l'enclitica e (e), come hk hoc (= hi-ce t ho-ce) etc ; l'encli- tica appare intera in huius-cc, hi*-ce. de officiis, i, 42—43, 151—154 81 munitate, quam ea, quae ex cognitione ducantur, idque hoc argumento confirmari potest, quod, si contigerit ea vita sapienti, ut, omnium rerum adfluentibus copiis, [quamvis] omnia, quae cognitione digna sint, sumrao otio secum ipse consideret et con- templetur, tamen si solitudo tanta sit, ut hominem videro non possi t, excedat e vita. Princepsque omnium virtutum il la sa- pientia, quam (Joqpiav Graeci vocant, — prudentiam enim, quam Graeci qppóvritfiv dicunt, aliam quandam intellegimus, quae est rerum expetendarum fugiendarumque scientia; illa autem sa pienti a, quam principem dixi, rerum est divinarum et hu- manarum scientia, in qua continetur deorum et hominum com- munitas et societas in ter ipsos; ea si maxima est, ut est certe, necesse est, quod a communitate ducatur officium, id esse ma- ximum. Etenim cognitio contemplatioque naturae manca quodam modo atque incohata sit, si nulla actio rerum consequatur. EaJ autem actio in hominum commodis tuendis maxime cernitili' ; pertinet igitur ad societatem generis humani; ergo haec cogni- tioni anteponenda est. Atque id optimus quisque reapse ostendit 154 et iudicat. Quis enim est tam cupidus in perspicienda cogno- 153. si contigerit... contempletur, nella traduzione risolvi cosi: « se fosse dato a un sapiente di vivere... e di poter speculare...». — hominem, e faccia d'uomo ». — 'princepsque omnium..., accomoda così nella traduzione questo periodo sconnesso : € La regina di tutte le virtù (quella che i Greci chia- mano aoqpia, da non confondersi con la prudenza, detta (ppóvrjait; dai Greci, e che io definirei la conoscenza di ciò che si deve cercare o fug- gire), la sapienza dico, quella che io ho chiamata la regina, è... Se dunque essa è la più grande delle virtù...». — Qui oltre alla confusione nella forma, abbiamo anche confusione di ragionamento. Cicerone comincia a parlare della sapienza e ci si aspetterebbe che ne deducesse come, essendo la maggiore delle virtù, i doveri dipendenti da essa siano i più impor- tanti. Invece no ; dà una definizione della sapienza, confondendola con la sociabilità, e conchiude che i doveri dipendenti dalla sociabilità sono i più importanti. E questo è il pensiero genuino di Cicerone, ma volendolo di- mostrare filosoficamente, lo ha alterato e intorbidato ; tanto è fuori del suo campo l'autore quando lascia la pratica e vuole architettare una di- mostrazione filosofica. — in qua (scil. scientia) continetur = quae con- tinet, « che abbraccia, che si occupa dei... ». — communitas qui significa « i rapporti scambievoli » . — societas scil. hofninum. — etenim, • inoltre »; qui è congiunzione di passaggio, che introduce il terzo argomento; il primo è introdotto da hoc argumento quod; il secondo da que (princepsque) § 153. — naturae , « V universo » . — incohata , € appena cominciata » , cioè «imperfetta». — 154. reapse (si compone di re eapse ; eapse è formato da ea e dal suffisso pse) = reipsa t € col fatto». — cupidus Cicerone, De Officiis, comm. da R. Sabba dini, 2» ediz. 6 82 M. TULLI C1CER0N1S scendaque rerum natura, ut, si ei tractanti contemplantique res cognitione dignissimas subito sit adlatum periculum discri- menque patriae, cui subvenire opitularique possit, non illa omnia relinquat atque abiciat, etiamsi dinumerare se stellas aut me- tiri mundi magnitudinem posse arbitretur? atque hoc idem in 155 parentis, in amici re aut periculo fecerit. Quibus rebus intelle- gitur studiis officiisque scientiae praeponenda esse officia iusti- tiae, quae pertinent ad hominum communi tate in, qua nihil homini esse debet antiquius. 44. Atque illi ipsi, quorum studia vitaque omnis in rerum cognitione versata est, tamen ab augendis hominum utilita- tibus et commodis non recesserunt; nam et erudiverunt multos, quo meliores cives utilioresque rebus suis publicis essent, ut Thebanum Epaminondam Lysis Pythagoreus, Syracosium Dionem Plato multique multos, nosque ipsi, quicquid ad rem publicam attulimus , si modo aliquid attulimus , a docto- ribus atque doctrina instructi ad eam et ornati accessimus. 156 Neque solum vivi atque praesentes studiosos discendi eru- diunt atque docent, sed hoc idem etiam post mortem monu- mentis litterarum adsequuntur. Nec enim locus ullus est praetermissus ab iis, qui ad leges, qui ad mores, qui ad disci- plinam rei publicae pertineret, ut otium suum ad nostrum neg- otium contulisse videantur. Ita illi ipsi doctrinae studiis et perspiciendi significa « desideroso, vago di... » ; cupidus in significa « ap- passionato, invaghito, innamorato di... ». — si ei tractanti... adlatum sìt, risolvi « annunziandogli, mentre..., un pericolo ». — adlatum verbo pre- gnante «= nuntium afferre, nuntiare. — fecerit, congiuntivo potenziale. — 15ò. quae pertinent ... communitatem (cfr. § 153 pertinet ad societatem ge- neris fiumani), « che toccano da vicino l'umana comunità, che sono la base, l'anima dei rapporti sociali » . — ipsi, dà un valore concessivo alla propo- sizione, spiega « perfino » . — nam et, il secondo termine è neque solum (§ 156), che equivale a et non solum. — Lysis, nativo di Taranto, si rifugiò, quando i Pitagorici furono perseguitati, a Tebe, dove morì. — Dio, zio di Dionisio il giovane, prima fu pitagorico, ma quando Platone nel 389 av. Cr. andò a Siracusa, abbracciò la sua filosofia. — quicquid attulimus, accessimus, da compiere così: quicquid attulimus ex eo repe- tendum est % quod accessimua ; in italiano : e è dovuto all'essere io entrato al governo... ». — lòti, vivi atque praesentes, « da vivi e in per- sona ». — locus ullus qui, puoi tradurre e punto, questione», oppure risolvere quicquam quod. — ita = oh eam tantum causam. che cioè il de offici is, i, 43—44, 155—158 83 sapientiae dediti ad hominum utilitatem suam prudenti am in- tellegentiamque potissimum conferunt; ob eamque etiam causaui eloqui copiose, modo prudenter, melius est quam vel acutissime- sine eloquentia cogitare, quod cogitatio in se ipsa vertitur, elo- quentia complectitur eos, quibuscum communitate iuncti suraus. Atque ut apium examina non fingendorum favorum causa con- 157 gregantur, sed, cum congregabilia natura sint, fingunt favos, sic homines, ac multo etiam magis, natura congregati adbibent agendi cogitandique sollertiam. ltaque, nisi ea virtus, quae constat ex hominibus tuendis, id est ex societate generis hu- man i, attingat cognitionem rerum, solivaga cognitio et ieiuna vi de a tur; «itemque magnitudo animi remota communitate con- iunctioneque humana feritas sit quaedam et immanitas ». Ita fit, ut vincat cognitionis studium consociatio hominum atque com- muni tas. Nec verum est, quod dicitur a quibusdam, propter 158 necessitateci vitae, quod ea, quae natura desideraret, consequi sine aliis atque efficere non possemus, idcirco initam esse cum / ;( hominibus communitatem et societatem; quodsi omnia nobis, loro ozio fu fecondo per la vita pratica. Lo studio per lo studio è inutile; perciò alla speculazione è da preferire l'eloquenza, per la sua utilità pra- tica. — prudentia si riferisce alla pratica, intelleg. al pensiero. — etiam appartiene a eloqui. — cogitatio, «la speculazione». — vertitur , «si aggira intorno... », oppure « si chiude ». — 15? '. sic homines, compi così il pensiero : sic homines non agendi cogitandique causa congregante, sed cum natura congregati sint, adhibent agendi cogitandique sollertiam. Ossia l'attività intellettuale (agendi cogitandique formano un solo con- cetto — agendi cogitatane, €v olà òuotv) è la conseguenza e non il fine della comunità umana. Dunque gli interessi della comunità vanno curati prima di quelli dell'attività intellettuale; e quindi la giustizia, che con- cerne i rapporti sociali, è superiore alla sapienza. — ea virtus, la giustizia. — constat ex, « è costituita da » =posita est, versatur in, « consiste in ». — attingat, « tocchi, abbia contatto, si accoppii » ; nella traduzione per dar più rilievo al rapporto tra i due termini, devi metterli vicini, così: nisi cognitionem rerum attingat ea virtus. — ieiuna, mutando rapporto al pen- siero puoi tradurre « infeconda, sterile ». — itemque ... immanitas, questa è una considerazione che non ha alcun nesso col ragionamento e che fu dall'autore inserita posteriormente. — remota, ablat. assoluto ; « tolta la... » cioè «senza la... ». — communitate coniunct, spiega soggettivamente con un solo sostantivo « sociabilità » . — consociatio community risolvi sogget- tivamente: officia consociationis, «doveri verso...». — 158. a qui- busdam, gli Epicurei affermavano che la soddisfazione dei vicendevoli bi- sogni fu il primo impulso a costituire la società umana. — quodsi ... per- 84 M. TULLI C1CER0NIS quae ad victum cultumque pertinent, quasi virgula divina, ut aiuut, suppeditarentur, tum optimo quisque ingenio negotiis omnibus omissis totum se in cognitione et scientia collocaret. Non f"est ita; nam et solitudinem fugeret et sociura studi quaereret, l^tum docere tum discere vellet, tum audire tum dicere. Ergo omne officium, quod ad coniunctionem hominum et ad socie- Itatem tuendam valet, anteponendum est illi officio, quod cogni- zione et scientia continetur. 159 45, « Illud forsitan quaerendum sit, num haec communitas, « quae maxime est apta naturae, sit etiam moderati oni mode « stiaeque semper anteponenda. Non placet ; sunt enim quaedam « partim ita foeda, partim ita flagitiosa, ut ea ne conservandae « quidem patriae causa sapiens factùrus sit. Ea Posidonius col- « legit permulta, sed ita taetra quaedam, ita obscena, ut dictu « quoque videantur turpia. Haec igitur non suscipiet rei publicae « causa, ne res publica quidem prò se suscipi volet. Sed hoc « commodius se res habet, quod non potest accidere tempus, ut « intersit rei publicae quicquam illorum facere sapientem ». 160 Quare hoc quidem effectum sit, in officiis deligendis id genus officiorum excellere, quod teneatur hominum societate. « Etenim tinent ... quisque ... collocaret, qui abbiamo un passaggio dall'orafo obliqua all'orario recta (cfr. § 33); dovrebb'essere : quodsi... pertinerent... quemque collocaturum esse. — victum cultumque, cfr. § 106. — virgula divina, pò tresti rendere con e bacchetta magica, bacchetta fatata ». — et quaereret, risolvi « cercandosi > . 1Ù9. Questo §, in cui si tocca della superiorità della giustizia sulla awcppoaóvri, interrompe evidentemente il filo del discorso tra Ergo omne officium § 158 e Quare hoc quidem § 160. Si tratta perciò di un'ag giunta intercalata posteriormente dall'autore. — communitas, spiega sog- gettivamente. — moderat. modest, la quarta virtù. — non placet, forma modesta per dire nego. — quaedam, adopera il sostantivo e azioni » . — ea, e di esse». — permulta, spiega col sostantivo «esempi». — ne,., quidem, « e nemmeno ♦ . — accidere tempus ut = tale tempus ut, < venire una circostanza in cui, darsi il caso che... ». 160. quare, è la conclusione finale di tutta quest'ultima parte, che cioè i doveri della giustizia vanno avanti a tutti gli altri. — effectum sit, « sia per dimostrato, resta stabilito, conchiuso». — teneatur = contineatur. — etenim ... prudenter, la conclusione è rinforzata da un'ultima conside- razione ; etenim , spiega « e » : e l' azione perchè sia razionale (consi- derata) dovrà accompagnarsi (sequetur) alla sapienza (cognit. prudentiam- que) ; perciò l'azione razionale o congiunta alla sapienza avrà maggior de officiis, i, 45, 159—161 85 « cognitionem prudentiamque sequetur considerata actio ; ita fit, « ut agere considerate pluris sit quam cogitare prudenter ». Àtque haec quidem hactenus. Patefactus enim locus est ipse, ut non difficile sit in exquirendo officio, quid cuique sit prae- ponendura, videre. In ipsa autera communitate sunt gradus officiorum, ex quibus, quid cuique praestet, intellegi possit, ut prima dis immortalibus, secunda patriae, tertia parentibus, deinceps gradati ra reliquis debeantur. Quibus ex rebus breviter 161 disputatis intellegi potest non solum id homines solere dubi- tare, honestumne an turpe sit, sed etiam duobus propositis honestis utrum honestius sit. Hic locus a Panaetio est, ut supra dixi, praetermissus. Sed iarr* ad reliqua pergamus. P valore della sapienza presa da sola. Pare che riconnettendosi al § 153 etenim cognitio ... anteponendo est, voglia aggiungere che Fazione ossia l'esplicazione della giustizia sarà perfetta, se si accompagna alla sapienza. Si direbbe che avesse paura della preferenza da lui data alla giustizia sulla sapienza. Ma il passo non è chiaro. Locus è, come termine rettorico, la fonte da cui si attìngono gli argo- menti della dimostrazione; Cicerone (Top. 2, 7) e Quintiliano (Inst. orat. V 10, 20) lo chiamano sedes argumentorum. Per noi può essere « campo » : « è aperto, è spianato il campo a chi voglia ... », oppure « punto » : « è chiarito il punto > . — praestet, come sopra sit praeponendum. Di questi gradus officiorum ha parlato nei §§ 513-58, dove però non si fa nessuna menzione dei doveri verso gli dei. E questo punto ha egli qui accennato più per levarsi uno scrupolo, che per altro. Cicerone non aveva idee esatte e sicure sulla natura degli dei e tanto meno sui rapporti dell'uomo verso di essi. Come filosofo forse avrà potuto formarsi un certo concetto della divinità ; ma come cittadino romano egli doveva riconoscere una religione, che traeva i suoi riti e le sue pratiche non dal principio filosofico, ma dal principio politico. — deinceps qui ha valore, come altri avverbi talvolta, di aggettivo = quae deinceps sunt = reliqua. — 161. supra, §§ 10 e 152. y M. TbLLl CICERONIS DE OFF1C1IS AD MARCUM FILIUM LIBER SECUNDUS i 1. Quem ad modum officia ducerentur ab honestate, Marce fili, atque ab omni genere virtutis, satis explicatum arbitror libro superiore. Sequitur, ut haec officiorum genera persequar, quae pertinent ad vitae cultum et ad earum rerum, quibus utuntur homines, facultatem, ad opes, ad copias [in quo tutu quaeri dixi, quid utile, quid inutile, tura ex utilibus quid utili us aut quid maxime utile]. De quibus dicere adgrediar, si pauca 2 prius de instituto ac de iudicio meo dixero. Quamquam enim libri nostri complures non modo ad legendi, sed etiam ad scri- II libro II tratta dell'utile. IL — 1. quae pertinent ... copias, perifrasi dell'utile. — vitae cui- tum> I 12. — facultatem, qui indica « il modo di averle », perciò « il conse- guimento »; oppure « la facoltà di poterne disporre », perciò « il possesso > . — in quo, « nel quai proposito ». — dixi, I 9-10. — instituto è « la pro- fessione » da lui scelta di trattare argomenti filosofici, anziché occuparsi della repubblica, §§ 2-6; iudicio è « il criterio, il punto di vista» da lui seguito in filosofia, §§ 7-8. — £. quamquam, un Romano, che non scorgeva virtù fuori dell'attività politica, quando si ritirava dalla pvbbliea amministrazione, per darsi non all'ozio ma allo studio, doveva cionondimeno giustificare la sua risoluzione, che poteva esser giudicata viltà o defezione. Vedasi quanto sforzo adopera Sallustio nel proemio della Ca- tilinaria a giustificare l'abbandono della vita pubblica per gli studi. Ai nostri tempi un uomo di Stato che lasciasse, mentre ancora potrebbe ren- dere utili servigi al paese, il campo della politica militante, come si dice, certo farebbe parlare di sé, ma non avrebbe proprio bisogno di giustifi- carsi pubblicamente. — complures ad studinm excitaverunt, noi potremmo anche dire « eccitarono, svegliarono, suscitarono in molti l'amore, il desi- DE OPFICIIS, II, 1, 1—4 87 bendi studium excitaverunt, taraen interdum vereor, ne qui- busdara bonis viris philosophiae nomen sit invisum mirenturque in ea tantum me operae et temporis ponere. Ego autem, quam diu res publica per eos gerebatur, quibus se ipsa commiserat, omnis meas curas cogitationesque in eam conferebam ; cum autem dominatu unius omnia tenerentur neque esset usquam Consilio aut auctoritati locus, socios denique tuendae rei publicae, sum- mos viros, amisissem, nec me angoribus dedidi, quibus essem confectus, nisi iis restitissem, nec rursum indignis homine docto voluptatibus. Atque utinam res publica stetisset, quo coeperat, 3 statu nec in homines non tam commutandarum quam everten- darum rerum cupidos in ci disseti Primum enim, ut stante re publica facere solebamus, in agendo plus quam in scribendo operae ponereraus, deinde ipsis scriptis non ea, quae nunc, sed actiones nostras raandaremus, ut saepe fecimus. Cum autem res publica, in qua omnis mea cura, cogitatio, opera poni so- lebat, nulla esset omniuo, illae scilicet litterae conticuerunt fo- renses et senatoriae. Nihil agere autem cum animus non posset, 4 in bis studiis ab initio versatus aetatis existimavi Inonestissime molestias posse deponi, si me ad philosophiam rettulissero. Cui cum multum adulescens discendi causa temporis tribuissem, posteaquam honoribus inservire coepi meque totum rei publicae tradidi, tantum erat philosophiae loci, quantum superfuerat ami- corum et rei publicae temporibus; id autem omne consumebatur in legendo, scribendi otium non erat. derio ». — bonis viris, ironico, di cervello corto. — philosophiae, non < della .., », ma « di ...» ; è un genitivo epcsegetico; noi diciamo € la pa- rola filosofìa ». — ipsa, spiega con un avverbio, « spontaneamente » . — unius, Cesare. — socios tuendae rei pubi., noi diremmo e amici politici, alleati politici » ; tali erano stati, p. e., P. Servilio, Q. Catulo, i due Lu- culli, Catone, Pompeo (cfr. Cicer. Phil II 12). — angoribus e malin- conia » . — rursum = contra, e dall'altra parte ». — 3. quo coeperat, immediatamente dopo l'uccisione di Cesare. — in homines, Slarc'Antonio e il suo partito. — actiones, in senso concreto = orationes ; come più sotto litterae = orationes. — scilicet, € pur troppo». — 4. nihrf agere, «stare in ozio». — honestissime ... rettulissem , puoi risolvere: « che il miglior modo di era di ... ». — cum tribuissem, risolvi in tribui e premetti sed a posteaquam. — superfuerat; superesse col dativo significa spesso « avanzare, sopravanzare » . — temporibus — negotiis, come 88 M. TULLI CICER0N1S 5 2. Maximis igitur in malis hoc taraen boni assecuti vi- demur, ut ea litteris mandaremus, quae nec erant satis nota nostris et erant cognitione dignissima. Quid enim est, per deos, optabilius sapientia, quid praestantius, quid homini melius, Vquid homine dignius? Hanc igitur qui expetant, philosophi no- minantur, nec quicquam aliud est philosophia, si iuterpretari velis, praeter studium sapientiae. Sapientia autem est, ut a veteribus philosophis definitum est, rerum divinarum et huma- narum causarumque, quibus eae res continentur, scientia; cuius studium qui vituperat, haud sane intellego, quidnam sit, quod 6 laudandura putet. Nam sive oblectatio quaeritur animi requiesque curaru ni, quae conferri cum eorum studiis potest, qui semper aliquid anquirunt, quod spectet et valeat ad bene beateque vi- < vendum? sive ratio constantiae virtutisque ducitur, aut haec ars est aut nulla omnino, per quam eas adsequamur. Nullam dicere maxumarum rerum artem esse, cum minimarum sine arte nulla sit, hominum est parum considerate loquentium atque in maxumis rebus errantium. Si autem est aliqua disciplina ; virtutis, ubi ea quaeretur, cum ab hoc discendi genere disces- seris? Sed haec, cum ad philosophiam cohortamur, accuratius disputari solent, quod alio quodam libro fecimus; hoc autem tempore tantum nobis declarandum fuit, cur orbati rei publicae 7 muneribus ad hoc nos studium potissimum contulissemus. Oc- curritur autem nobis, et quidem a doctis et eruditis quaeren- tibus, satisne constanter facere videamur, qui, cum percipi nihil ci si arriva ? — 5. nec ... et, risolvi in et non ... et. — qui expetant, congiuntivo, perchè la proposiz. ha valore ipotetico. — interpretari, puoi spiegare con la parola « etimologia ». — causarumque ... continentur, noi più brevemente: « e delle loro cagioni ». — cuius, risolvi in et eius. — 6*. bene beateque vivere si può spiegare « la perfetta felicità della vita » . — ratio ducitur => ratio habetur = quaeritur. — eas scil. constantiam j et virtutem\ per il significato di constantia, cfr. I 69. — artem, come! sotto disciplina, puoi spiegare con e scienza, metodo scientifico » e simili " — cum cohortamur, • quando si tratti di » — alio libro, Cic. de div. II 1 nam et cohortati sumus, ut maxime potuimus, ad philosophiae studium eo libro, qui est inscriptus Hortensius. Questo scritto di Cicerone si è perduto; era dedicato all'oratore Ortensio. — 7. occur* ritur, € fare obbiezione » . — percipere, « riconoscer per certo , aver cer- tezza assoluta » . Cicerone apparteneva alla nuova Academia , cfr. I 2 de officiis, il, 2—3, 5—9 89 posse dicamus, tamen et aliis de rebus dissere re soleamus et hoc ipso tempore praecepta offici persequamur. Quibus vellem satis cognita esset nostra sententia. Non enim sumus ii, quorum vagetur animus errore nec habeat umquam, quid sequatur. Quae flnim esset ista mens vel quae vita potius non modo disputando sed etiam vivendi ratione sublata? Nos autem, ut ceteri aliaV certa, alia incerta esse dicunt, sic ab his dissentientes alia pro^j babilia, contra alia dicimus. Quid est igitur, quod me impediat 8 ea, quae probabilia mihi videantur, sequi, quae contra, impro- bare atque adfirmandi arrogantiam vitantem fugere teraeritatem, quae a sapientia dissidet plurimum? Contra autem omnia dis- putati^ a nostris, quod hoc ipsum probabile elucere non posset, nisi ex utraque parte causarum esset facta contentio. Sed haec explanata sunt in Àcademicis nostris satis, ut arbitror, dili- genter. Tibi autem, mi Cicero, quamquam in antiquissima no- bilissimaque philosophia Cratippo auctore versaris iis simillimo, , qui ista praeclara pepererunt, tamen haec nostra finituraa ve stris ignota esse nolui. Sed iam ad instituta pergamus. 3. Quinque igitur rationibus propositis offici persequendi, 9 quarum duae ad decus honestatemque pertinerent, duae ad com- utrique. — disserere, « professare una propria opinione » . — quibus, tra- duci « ora a costoro ». — ii, e di quelli ». — errore, non spiegare € er- rore » , ma t indeterminatezza , incertezza » . — quid sequatur , « meta fìssa, principio costante ». — mens, vita, « vita intellettuale e vita pra- tica » . — disputando ratio, metodo di ragionare » ; e principio dialettico > ; : vivendi ratio, « metodo di vivere », < principio etico ». — contra, ha va- lore di aggettivo = quae contra sunt (cfr. deinceps I 160); qui supplisce l'aggettivo improbabilis, che da Cicer. non è adoperato e comparisce più tardi in Celso e Seneca. — autem, « invece » . — adfirmandi arrogantiam, tradotto in una frase moderna sarebbe e l'assolutismo delle proprie opi- nioni ». — contra ... omnia (questa separazione della preposizione dal suo caso è rara) disputatur, e discutono contro tutte le opinioni, le afferma- zioni » , cioè e non accettano nulla senza discussione ». — causarum ... con- tentio, propriamente t il confronto, il dibattito dei motivi, delie ragioni »; puoi usare la frase « pesare i motivi, vagliar le ragioni ». — in. Àcade- micis, in una parte delle sue Questioni academiche Cic. espone e difende le dottrine dei nuovi Academici. — iis, Aristotele e Teofrasto, i due primi rappresentanti della scuola peripatetica, alla quale Cratippo apparteneva; quei due filosofi poi erano antichi rispetto ad Arcesila e Cameade, i fonda- tori della nuova Academia. — finituma vestris 9 cfr. I 2 utrique. •9. Quinque igitur ... , risolvi così • « Delle cinque questioni proposte 90 M. TULLI CICERO xNIS moda vitae, copias, opes, facultates, quinta ad eligendi iudicium si quando ea, quae dixi, pugnare in ter se viderentur, honestatis pars confecta est, quam quidem tibi cupio esse notissiroam. Hoc autera, de quo nunc agimus, id ipsum est, quod utile ' appellatur. In quo verbo lapsa consuetudo deflexit de via sensi mque eo deducta est, ut honestatem ab utilitate secernens constitueret esse honestum aliquid, quod utile non esset, et utile, quod non honestum, qua nulla pernicies maior hominum vitae potuit af- 10 ferri. Summa quidem auctoritate philosophi severe sane atque honeste haec tria genera re confusa cogitatone distinguunt. [Quicquid enim iustum sit, id etiam utile esse censent, itemque quod honestum, idem iustum ; ex quo efficitur, ut quicquid ho- nestum sit, idem sit utile]. Quod qui parum perspiciunt, ii saepe versutos homines et callidos admirantes malitiam sapien- tiam iudicant. Quorum error eripiendus est opinioque omnis ad eam spera traducenda, ut honestis consiliis iustisque factis, non , fraude et malitia se intellegant ea, quae velint, consequi posse. Quae ergo ad vitam hominum tuendam pertinente partim 11 sunt inanima, ut aurum, argentum, ut ea, quae gignuntur e terra, ut alia generis eiusdem, partim animalia, quae habent suos impetus et rerum appetitus. Eorum autem rationis expertia sunt alia, alia ratione utentia; expertes rationis equi, boves, intorno alla ricerca del dovere, due attinenti a ... , sono state esaurite le due prime, attinenti all'onestà». — eligendi iudicium è perifrasi di electio. In quo ... , e in proposito di... ». Dopo di aver proposto l'argomento del II libro, prima di entrare nel tema, accenna il nesso intimo tra l'onestà e Tntile, §§ 9-10. — IO. tria genera, i tre momenti: 1° separazione dell'utile dall'onesto; 2° onesto non utile; 3° utile non onesto. Senso: Queste distinzioni sono solo teoriche (cogitatione), e i filosofi possono farle a stretto rigor di logica {severe) e in buona fede {honeste); ma non si possono fare in pratica {re). E chi le fa in pratica, scambia il furbo per un sapiente. — confusa cfr. fusum I 95 ; re e cogitatione . contrapposti anche I 95. — quicquid enim ... idem sit utile , interpolazione, non ha alcun nesso col testo, anzi ne turba l'ordine logico. — malitiam è il vero oggetto del verbo. — spem, spiega e persuasione » . 11. Fonte principale dell' utile e del danno è all' uomo 1' uomo stesso §§ 11-16; perciò bisogna anzitutto cattivarsi gli uomini. — ea quae gi- gnuntur, p. es., i vegetali. - impetus, « istinti ». — rerum nella tra* DE OFKICIIS, II, 3—4, 10 — 14 91 reliquae pecudes, apes, quarum op.ere efficitur aliquid ad usum hominum atque vitam; ratione autem utentium duo genera/ ponunt, deorum unum, alterum hominum. Deos placatos pietà/ efficiet et sanctitas, proxime autem et secundum deos homines hominibus maxume utiles esse possunt. Earumque item rerum, fa quae noceant et obsint, eadem divisio est. Sed quia deos nocere non putant, iis exceptis homines hominibus obesse plurimura arbitrantur. Ea enim ipsa, quae inanima diximus, pleraque sunt hominum operis effecta; quae nec haberemus, nisi manus et ars/ accessi sset, nec iis sine hominum administratione uteremur.' Neque enim valetudinis curatio neque navigatio neque agri cul- tura neque frugum fructuumque reliquorum perceptio et con- servata sine hominum opera ulla esse potuisset. Iam vero et 13 e a rum rerum, quibus abundaremus, exportatio et earum, quibus egeremus, invectio certe nulla esset, nisi his muneribus homines fungerentur. Eademque ratione nec lapides ex terra exciderentur ad usum nostrum necessarii, nec 'ferrum, aes, aurum, argentum' effoderetur 'penitus abditum' sine hominum labore et manu. 4. Tecta vero, quibus et frigorum vis pelleretur et ca- lorum molestiae sedarentur, unde aut initio generi humano dari potuissent aut postea subveniri, si aut vi tempestatis aut terrae motu aut vetustate cecidissent, nisi communis vita ab hominibus harum rerum auxilia petere didicisse.t? Adde ductus 14 aquarum, derivationes fluminum, agrorum inrigationes, moles dazione si sopprime. — apes, come rappresentanti delle volucres, cfr. Verg. Aen. Vili 27 alituum pecudumque genus. — placatos, € propizi » . — proxime et secundum, « subito dopo,, immediatamente dopo », i due sino- nimi rinforzano l'idea. — 12. quae noceant et obsint, come prima aveva parlato delle utiles ; spiega con due aggettivi. — enim, introduce la dimostrazione della doppia influenza degli uomini: utile (§§ 12-16) e dannosa (§ 16 Atque ut magnas); le due parti sono sproporzionate tra loro. — quae nec ... nec iis , anacoluto. — administratione, « coopera- zione ». — fructuum, * prodotti » in generale ; ma ha anche il significato speciale di « frutti ». — 13. invectio, « importazione ». — ferrum ... abditum, un verso non intero di qualche tragico (di ritmo giambico [v] 2 , — , --£, -v/v, v^ f ^-, trimetro). — subveniri scil. tectis po- tuisset, zeugma ; e riparare » r — communis vita = vitae communitas. — le. moles % « dighe ». — et qui ... nec hoc = et qui .. et non hoc — 92 M. TULLI GICERONIS oppositas fluctibus, portus manu factos, quae unde sine hominum .opere habere possemus? Ex quibus multisque aliis perspicuum est, qui fructus quaeque utilitates ex rebus iis, quae sint ina- nimae, percipiantur, eas nos nullo modo sine hominum manu atque opera capere potuisse. Qui denique ex bestiis fructus aut quae commodi tas, nisi homines adiuvarent, perpipi posset? Nam et qui principes inveniendi fuerunt, quem ex quaque belua usura habere possemus, homines certe fuerunt, nec hoc tempore sine hominum opera aut pascere eas aut domare aut tueri aut tera- pesti vos fructus ex iis capere possemus; ab eisdemque et eae quae nocent interficiuntur et quae usui possunt esse capiuntur. 15 Quid enumerem artium multitudinem, sine quibus vita omnino nulla esse potuisset? Qui enim aegris subveniretur, quae esset oblectatio valentium, qui victus aut cultus, nisi tam multae nobis artes ministrarent? quibus rebus exculta hominum vita tantum dissidet a victu et cultu bestiarum. Urbes vero sine hominum coetu non potuissent nec aediflcari nec frequentari; ex quo leges moresque constituti, tum iuris aequa discriptio certaque vivendi disciplina, quas res et mansuetudo animorum consecuta et ve- recundia est effectumque, ut esset vita munitior atque ut dando et accipiendo mutuandisque facultatibus et commodandis nulla re egeremus. y i6 5. Longiores hoc loco sumus, quam necesse est. Quis est enim, cui non perspicua sint illa, quae pluribus verbis a Pa- naetio commemorantur, neminem neque ducem bello nec prin* cipem domi magnas res et salutares sine hominum studiis gè rere potuisse? Gommemoratur ab eo Themistocles, Pericles, Cyrrts, Agesilaus, Alexander, quos negat sine adiumentis ho- minum tantas res efficere potuisse. Utitur in re non dubia qui principes inveniendi fuerunt, «i primi a trovare». — 15. vita, «vera vita». — qui enim = quo modo enim. — ministrarent, intransi- tivo = ministrae essent. — dissidet, « si stacca », § 8. — cuìtu t « abi tudini ». — ex quo "... tum = ex quo ... ex iìh, t da quando ... da al- lora». — iuris discriptio, «ripartizione dei diritti e doveri» I 124. — mutuari « prendere in prestito » , commodare < dare in prestito » fanno chiasmo con dando, accipiendo. IH. domi = pace. — studiis «cooperazione». — commemoratur con- DE OFPICIIS, II, 4 — 5, 15 — 18 93 testibus non necessariis. Àtque ut magnas utilitates adipiscimur conspiratione hominum atque consensu, sio nulla tara detesta- bilis pestis est, quae non homini ab homine nascatur. Est Di- caearchi liber de interitu hominum, Peripatetici magni et co- piosi, qui collectis ceteris causis eluvionis, pestilentiae, vastitatis, oeluarum etiam repentinae multitudinis, quartina impetu docet quaedam hominum genera esse consumpta, deinde comparat, quanto plures deleti sint homines hominum impetu, id est bellis aut seditionibus, quam omni reliqua calamitate. Cum igitur hic locus nihil. habeat dubitationis, quin ho- p mines plurimum hominibus et prosint et obsint, proprium hoc < statuo esse virtutis, conciliare animos hominum et ad usus suos adiungere. Itaque, quae in rebus inanimis quaeque in tracta- tione beluarum fiunt utili ter ad hominum vitam, artibus ea tribuuntur operosis, hominum autem studia ad ampli ficationem nostrarum rerum prompta ac parata virorum praestantium sa- pientia et virtute excitantur. Etenim virtus omnis tribus in is corda solo col primo nome. — atque « dall'altra parte » . — conspiratione, consensu, puoi trasformare in aggettivo l'uno dei due sostantivi. — na- scatur, « provenga ». — Dicaearchus, messinese, scolaro di Aristotele e amico di Teofrasto, scrisse molti libri popolari di filosofìa, storia e geo- grafia. Era fra gli autori prediletti di Cicerone, che lo chiama deliciae meae (Tusc. I 77). — copiosi si riferisce allo stile. — eluvionis ... questi genitivi epcsegetici (I 6 e fontibus eorum) in italiano si introducono con «cioè, quali, come»; si spieghi coi plurali. — vastitatis, «devasta- zioni, saccheggi ». — beluarum, tanto fiere quanto insetti. — multitudinis, «moltiplicazione» e quindi «invasione». — quaedam, noi qui rendiamo con « intere » il colorito speciale di questo pronome (I 47). — hom. genera, « popolazioni » . — deinde comparat, si può supplire così : deinde collectis causis quae ex hominibus nascuntur comparat. 17. Cum: igitur ... quin, nella traduzione puoi risolvere così: «JNon essendovi più dubbio alcuno su questo punto, che cioè ... » . — conciliare scil. sibi, «cattivarsi». — quae fiunt ... autem, la prima proposiz. è logicamente subordinata alla seconda; risolvi: « mentre ... invece ... ». — quae fiunt utiliter in ..., noi spieghiamo: « i vantaggi che consistono in ... », o meglio « i vantaggi che si ritraggono da ... » o anche « il ritrar van- taggi da ... » «— tribuuntur, « spetta, appartiene, è ufficio di ». — ope- ro8t&, che richiedono la opera, la mano d'opera, perciò « manuali ». — studia sapientia et virtute excitantur si può risolvere: studia excitare tribuitur sapientiae et virtuti; così nella traduzione si ottiene maggior simmetria col primo termine. Questa sapientia et virtus virorum prae- stantium costituisce quella certa facultas (§ 19), che è l'arte di trarre vantaggio dagli uomini e che fa antitesi con le arti manuali, che trag- gono vantaggio dagli esseri inanimati e dalie bestie. — 18. Etenim. 94 M. TULLI CICERONIS rebus fere vertitur, quarum una est in perspiciendo , quid in . quaque re verum sincerumque sit, quid consentaneum cuique, quid consequens, ex quo quaeque gignantur, quae cuiusque ref causa sit, alterum cohibere motus animi turbatos, quos Graeci TTÓ0T1 nominant, appetì tionesque , quas illi ópjuàg, oboedientes efficere rationi, tertium iis, quibuscura congregemur, uti mo- » derate et scienter, quorum studiis ea, quae natura desiderat, expleta cumulataque habeamus, per eosdèmque, si quid impor- tetur nobis incoramodi v propulsemus ulciscamurque eos, qui nocere nobis conati sint, tantaque poena adficiamus, quantum X aequitas humanitasque patiatur. 19 6. Quibus autem rationibus hanc facultatem adsequi pos- si mus, ut hominum studia complectamur óaque teneamus, di- cemus, neque ita multo post, sed pauca ante dicenda sunt Magnam vim esse in fortuna in utramque partem, vel secundas ad res vel adversas, quis ignorat? Nam et r cum prospero flatu eius utimur, ad exitus pervehimur optatos et, cum, reflavit, adfligimur. Haec igitur ipsa fortuna ceteros casus rariores habet, primum ab inanimis procellas, tempestates, naufragia, ruinas, incendia, deinde a bestiis ictus, morsus, impetus; haec ergo, 20 ut dixi, rariora. At vero interitus exercituum, ut proxime trium, questa ripartizione della virtù, che si scosta dall'ordinaria, ha lo scopo di mettere in vista la speciale facoltà dell'uomo di cattivarsi i suoi simili. — rebus, «doti, qualità, facoltà». — alterum cohibere, tertium uti, in- vece di altera in cohibendis, tertìa in utendo , anacoluto. — motus turb., « passioni turbolente » . — quorum = ut eorum. — quae desiderat, puoi renderlo con la parola «bisogni*. — expleta cumul., puoi rendere con due avverbi « in abbondanza e d'avanzo » ; oppure risolvere expleta ... ha- beamus in expleamus cumulate. — per eosdèmque, invece di et per quos, anacoluto. — ulciscamur, ulcisci significa « vendicare » e « vendicarsi ». — J9. sed pauca ... sunt; premette un'osservazioue, per ribattere l'obbiezione della parte che ha nelle vicende umane la fortuna, parte che è però in- feriore a quella dell'uomo. — prospero flatu e reflavit, usa le frasi « spirar favorevole, spirar contraria*. — exitus, per conservar la metafora spiega « porto » ; così adfligimur, spiega « siamo sbattuti dalla tempesta » oppure « siamo ricacciati in mare » . Puoi anche tradurre tutto il pensiero senza imagine. — haec ipsa ... at vero, il nesso è: la fortuna porta da so sola (ipsa) molti casi , ma assai più ne porta, quando vi si aggiungono le opes et studia hominum. — ab inanimis, « quelli che ci vengono da ... , come ». — 20 trium t nelle tre giornate di Parsalo, Tapso, Munda. — DB 0FFICI1S. II, 6, 19-21 95 saepe multorum, clades imperatorum, ut nuper summi et sin- gularis viri, invidiae praeterea umltitudinis atque ob eas bene raeritorum saepe civiumexpìilsiones, calamitates, fugae, rur- susque secundae res, honores, imperia, victoriae, quamquam fortuita sunt, taraen sine hominum opibus et studiis neutram in partem effici possunt. Hoc igitur cognito dicendum est, quo* nani .modo hominum studia ad utilitates nostras adlicere atque excitare possimus. Quae si longior fuerit oratio, cum magni- tudine utilitatis comparetur; ita fortasstè etiam brevior videbitur. Quaecumque igitur homines homini tribuunt ad eum au- 21 gendum atque hònestandum, aut benivolentiae gratia faciunt, cum aliqua de causa quempiam diligunt, aut honoris^ si cuius virtutem suspiciupt quenique dignum fortuna quam amplissima putant, aut cui fidem ,habent et bene rebus suis consulere ar- bitrante, aut cuius opes metuunt, aut contra, a quibus aliquid expectant, ut cum reges populare.sve homines largitiones aliquas proponimi, aut postremo pretio ac mercede ducuntur, quae sor- didissima est illa quidem ratio et inquinatissima et iis, qui ea saepe = alias, antitesi di proxime. — nummi viri, Pompeo, che soccombette nella guerra civile con Cosare. — saepe fa. le funzioni di attributo di expuhiones, « frequenti » . — calamitates, qui si specifichi con < condanne >. — rursusque, cfr. § 2 rursum. — neutram in partem, « né in bene nò in male > . — quae si, traduci come se fosse quod si. 21- Nell'uso scambievole che un uomo può fare di un altro si presen- tano due casi : o uno promuove il vantaggio di un altro (§ 21 ad eum augendum atque hònestandum), o si sottomette al suo volere (§ 22 subì- ciunt se homines imperio alterius). In entrambi i casi l'uomo può esser tratto da sei motivi. I sei motivi sono espressi due volte per entrambi i casi nei §§ 21-22 e sono: 1° la benevolenza (§ 21 benivolentiae gratia, § 22 beni- valentia aut beneficiorum magnitudine; questo aut si può spiegare per et); 2° la dignità (§ 21 honoris, § 22 dignitatis praestantia); 3° la speranza (§ 21 cui fidem ... arbitrantur, § 22 spe ... futurum) ; 4* il timore (§ 21 cuius ... metuunt, § 22 metu ... cogantur); 5° le promesse (§ 21 a quibus ... proponunt, § 22 spe largitionis ... capti)-, 6° il danaro (§21 pretio ducuntur, § 22 mercede conducti). Questi sei motivi sono sviluppati, seb- bene poco ordinatamente, nei §§ seguenti, cioè il 1° e 4° nei §§ 23-30; il 2° e 3° nei §§ 31-51; il 5° e 6° nei §§ 52-87. — quemque invece di eumque, un relativo coordinato a un indefinito. — aut cui ...., cuius, .... aquibuSy altro anacoluto, invece di si cui e te. ; questi tre relativi sono stati attratti dal relativo quemque; aut ducuntur, che ha struttura di proposizione indipendente, forma un terzo anacoluto. — et bene = et quem bene, — vopulares homines, «democratici* quidem, «pur troppo 9. 96 M. TULLI C1CEIIUNIS 22 tenentur, et illis, qui ad eara confugere conantur; male enim se • res habet, cum, quod virtute effici debet, id temptatur pecunia. Sed quoniam non numquam hoc subsidium necessarium est, quem ad modum sit utendum eo, dicemus, si prius iis de rebus, quae virtuti propiores sunt, dixerimus. « Atque etiara subiciunt « se horaines imperio alterius et potestati de causis pluribus. « Ducuntur enim aut benivolentia aut beneficiorum magnitudine « aut dignitatis praestantia aut spe sibi id utile futurum aut « raetu, ne vi parere cogantur, aut spe largitionis promissisque « capti aut postremo,, ut saepe in nostra re publica videmus, mer )« cede conducti ». 23 7. Omnium autem rerum nec aptias est quicquam ad opes /,/ tuendas ac tenendas quam diligi nec alienius quam tiraeri. Prae- clare enim Ennius: Quém metuunt, odérunt; quem quisque ódit, - periisse éxpetit. Multorum autem odiis nullas opes posse obsistere, si antea fuit ignotum, nuper est cognitum. Nec vero huius tyranni solum, quem armis oppressa pertulit civitas ac paret cìim maxume mortuo, interitus declarat, quantum odium hominum valeat ad pestem, sed reliquorum similes exitus tyrannorum, quorum haud fere quisquam talem interitum effugit; malus enim est custos diuturnitatis metus contraque benivolentia fidelis vel ad per- — 22. si prius, infatti dei sei motivi sviluppa per ultimo quello del denaro. — propiores, gli altri cinque. Dopo ciò ci aspettiamo che entri in ar- gomento; invece troviamo introdotta da atque etiam una nuova riparti- zione dei sei motivi : la nuova ripartizione fu innestata dall'autore poste- riormente. — 23. Ennius, in una tragedia, si suppone nel Tieste. — quem metuunt , tetrametro trocaico catalettico (-^^, --, --, --, -*-, ^^-, -^, -). — periisse, il perfetto s'associava spesso ai verbi che espri- mono il desiderio. — multorum odiis, non è vero che Cesare, a cui qui si allude, sia stato preso di mira dall'odio pubblico, ma solo di alcuni par- tigiani e suoi nemici personali. — tyranni, Cesare, ucciso il 15 marzo del 44 av. Cr. — cum maxume, frase avverbiale che di solito suona nunc cum maxume e ora più che mai » . — mortuo, ablat. assoluto. Cesare morto riviveva in Marcantonio, il quale ne continuava l'opera, avendo fatto passare in senato la legge, che si desse corso a tutti gli ordinamenti di Cesare, tanto pubblicati quanto non pubblicati. — valeat ad pestem = exitiaìe sit. — diutumitatU = diuturnae possessionis. — ad, non « fino a ^ de officiis, il, 6—7, 22—25 97 petuitatem. Sed iis, qui vi oppressos imperio coércent, sit sane 24 adhibenda saevitia, ut eris in famulos, si alitér teneri non pos- sunfr; qui vero in libera civitate ita se instruunt, ut metuantur/ iis nihil potest esse dementius. Quamvis enim sint demersae / leges alicuius opibus, quamvis tiraefacta libertas, emerguntj tamen haec aliquando aut iudiciis tacitis aut occultis de honore/ suffragiis. Acriores autem morsus sunt intermissae libertatis, quam retentae. Quod igitur latissume patet neque ad incolu- mitatem solùm, sed etiam ad opes et potentiam valet plurimum, id amplectamur, ut metus absit, caritas retineatur. Ita facil- lime*, quae votemus, et privatis in rebus et in re publica con- sequeuiur. Etenim qui se metui volent, a quibus metuentur, éosdem metuant ipsi necesse est. Quid enim censemus supe- 25 riorem illum Dionysium quo cruciatu timoris angi solitum, qui cultros metuens tonsorios candente carbone sibi adurebat ca- pillum? quid Alexandrum Pheraeum quo animo vixisse arbi- tramur? qui, ut scriptum legimus, cum uxorem Theben admodura diligeret, tamen ad eam ex epulis in cubiculum veniens bar- barum , et eum quidem , ut scriptum est , compunctum notis Thraeciis, destricto gladio iubebat anteire praemittebatque de (temporale), ma « per » (finale). — perpetuit. = perpetuarti possessionem. — 24. sane, concessiva, a cui corrisponde vero, che vale tamen. — eris, la vera grafia di questo nome è erus, non herns. — timefacta, per stare in metafora con demersae ed emergunt, traduci « soffocato » . — libertas^ qui soggettivamente e il sentimento della libertà». — iudiciis tacitis, « tacite manifestazioni » , che consistono nell'astenersi dalle solite dimostrazioni di onore, che si facevano dal popolo romano alle autorità in pubblico e specialmente in teatro ; noi possiamo dunque spiegare « asten- sioni ». — occultis ... suffragiis, potresti adoperare la nostra frase parla- mentare « il segreto dell'urna » . — acriores morsus, e più acute le pun- ture » , cioè « si fa sentire più acutamente, più vivamente » . — 25. quid, quid, i due quid si sopprimono nella traduzione. — Dionysium, Dionisio- il vecchio governò Siracusa dal 406 al 367 av. Cr. — cultros tons., si spieghi con una sola parola. — capiììum, della barba. — Alex., uno dei successori di Giasone (I 108), di cui sposò la figlia Tebe. I Tebani fecero molte guerre contro di lui ; nel 368 tenne in ostaggio Pelopida, che gli era stato inviato come messo dei Tebani e che morì il 364 nella battaglia di Cinoscefale, combattuta contro Alessandro. La moglie lo uccise con l'aiuto dei propri fratelli, di cui uno si impadronì dello Stato. — scriptum legimus, Cicer. dice di solito scriptum videmus. — compunctum notis, * tattuato » . — Thraeciis, come si usava in Tracia. Ciò rendeva più or- ritfile il barbaro. — iubebat anteire, « si faceva precedere ». — exquire- Cicerone, De Ofllcite, comm. da R. Sabbadini, 2* ediz. 7 98 M. TULLI CICBRONIS stipatoribus suis, qui scrutarentur arculas muliebres et, ne quod in vestimentis telum occultaretur, exquirerent. miserum, qui fideliorem et barbarum et stigmatiam putaret quam coniugem ! Nec eum fé felli t; ab ea est eniin ipsa propter pelicatus suspi- cionem interfectus. Nec vero ulla vis imperi tanta est, quae 26 /premente ìnetu possit esse diuturna. Testis est Phalaris, cuius est praeter ceteros nobilitata crudelitas, q\ii non ex insidiis in- teriit, ut is, quem modo dixi, Alexander, non a paucis, ut bic noster, sed in quem universa Agrigentinorum multitudo impetum fecit. Quid? Macedones nonne Demetrium reliquerunt univer- sique se ad Pyrrhum contulerunt? Quid? Lacedaemonios iniuste imperantes nonne repente omnes fere socii deseruerunt specta- toresque se otiosos praebuerunt Leuctricae calamitatis? 8. Externa libentius in, tali re quam domestica recordor. Verum tamen, quam diu imperium populi Romani beneficiis tenebatur, non iniuriis, bella aut prò sociis aut de imperio gerebantur, exitus erant bellorum aut mites aut necessari^ rent = exquirentes caverent — eum fefellil, impersonale «si ingannò». — premente metu, « adoperando le pressioni del timore ». — 20. nobi- litata, « resa famosa » (1 14). Sul conto di Falaride, tiranno di Agrigento nel VI sec. av. Cr., si sono sparse molte favole, delle quali la più famosa quella del toro, accennata anche da Dante : « Come il bue cicilian, che mugghiò prima Coi pianto di colui (e ciò fu dritto), Che l'avea temperato con sua lima » (Inf. XXVII 7-9). L'artefice del toro era statf Perillo. — — interiit a paucis, come fosse interfectus est ; cosi in greco àiToGvncricciv (« essere ucciso ») dirò tivo^. — Demetrium, Demetrio Poliorcete ottenne nel 294 il dominio della Macedonia. Mentre nel 287 si trovava in guerra con Lisimaco, che gli aveva invaso il regno, entrò contro lui anche Pirro re dell'Epiro; i soldati di Demetrio passarono dalla parte di Pirro ed egli dovette fuggire. — Leuctr. cai., la battaglia di Leuttra fu vinta sugli Spartani dal tebano Epaminonda nell'anno 371 av. Cr. Isocrate scrive (ircpl eipfivrjq 100) : « Gli Spartani non cessarono mai di danneggiare gli alleati, preparandosi così la disfatta di Leuttra. Molti la credono cagione dei mali di S parta, ma erroneamente, giacché non per essa gli Spartani si attirarono l'odio degli alleati, ma per le precedenti loro prepotenze pa- tirono questa disfatta, mettendo a pericolo l'esistenza del proprio Stato ». — verum tamen, si può compiere così : « ma se vogliamo citare anche esempi di storia patria » . In quel che segue ci aspetteremmo sviluppato questo pensiero: « Finche Roma governò con la clemenza, prosperò; quando cominciò a imporsi col terrore, decadde » ; invece Cicerone esce in una requisitoria contro il governo di Cesare; poi torna bruscamente in carreg- giata: atque in has clades § 29. — bella, qui comincia Papodosi. — prò sociis, de imperio e non per brama di saccheggio. — necessari*, imposti de officiis, li, 7—8, 26—28 99 regima, populorum, nationum portus erat et refugium sena- tus, nostri autem magistratus imperatoresque ex hac una re maximam laudem capere studebant, si provincias, si socios aequitate et fide defendissent; itàque illud patrocinium orbis 27 terraé verius quam imperium poterat nominari. Sensim hanc consuetudinem et disciplinam iam antea minuebamus, post vero- Sullae victoriam penitus amisimus; desitum est enim videri quicquam in socios iniquum, cum extitisset in cives tanta cru- delitas. Ergo in ilio secuta est honestam . causami non bonesta Victoria; est enim ausus dicere, basta posita cum bona in foro venderet et honorum virorum et locupletium et certe civium, 'praedam se suam vendere'. Secutus est, qui in causa impia, Victoria etiam foediore non singulorum civium bona pu- blicaret, sed universas provincias regionesque uno calamitatis iure comprehenderet. Itaque vexatis ac perditis exteris nationibus 28 ad exemplum amissi imperii portari in triumpho Massiliam dalla necessità. Cicerone non interpreta da vero storico, ma da partigiano del governo aristocratico, i fatti. Le guerre di conquista in Italia non furono sempre intraprese prò sociis t e quando anche questo fu il caso, la difesa degli alleati era non più che il pretesto. Dall'altra parte non pare che basti giustificare col solo aggettivo necessarii le distruzioni di Corinto, Numanzia, Cartagine; per Corinto Cicer. ha già fatto le sue riserve (I 35). — populohcm, popoli di regime repubblicano, < repubbliche > , nationum, popoli in generale. — si defendissent, « l'aver potuto ». — 27- vero, per la collocazione cfr. contra autem, § 8. — honestam causam, perchè la causa propugnata da Siila era quella dell'aristocrazia, quella stessa pro- pugnata da Cicerone. — non hon. viatoria, qui Victoria significa le nuove condizioni create dalla vittoria; anche Sallustio Cat. XI dice che Siila bonis initiis maìos eventus habuit. — hasta posita, per mettere all'incanto i beni dei proscritti. Il primo uso di piantar un'asta in terra risale agli- incanti che si facevano del bottino di guerra (sub harta vendere), poi fu esteso a tutti gli altri incanti pubblici. — certe, «in ogni modo». — qui n causa impia, ciò è detto di Cesare dal punto di vista di Cicerone, perchè Cesare fece causa comune con la democrazia. — non publicaret ... sed, non è uguale a non modo ... sed etiam ; qui invece si vuole signifi- care che la confisca dei beni privati è un nulla, come non esistesse, a petto della confìsca delle intere province; puoi tradurre così: « confiscò ... ; ma no, che dico ? » . — uno ... comprehenderet, « comprese in un mede- simo diritto di sventura», «agguagliò nel diritto della sventura», « ridusse al medesimo stato di miseria » (ius qui prende il valore speciale di « stato, condizione » ; anche « stregua, misura » ), « fece man bassa ado- perando una sola misura » e simili. — 28. ad exemplum ... imperii, 100 M. TULLI CICERONIS vidimus et ex ea urbe triumphari, sine qua numquam nosiri imperatores ex Transalpinis bellis triumpharunt. Multa prae- terea commemorarem nefaria in socios, si hoc uno quicquam sol vidisset indignius. Iure igitur plectimur. Nisi enim mul- torum impunita scelera tulissemus, numquam ad unum tanta pervenisset licentia; a quo quidem rei familiaris ad paucos, 29 ^cupiditatum ad multos improbos venit hereditas. Nec vero um- quam bellorum civilium semen et causa deerit, dum homines perditi hastam illam cruentam et meminerint et sperabunt; quam P. Sulla cum vibrasset dictatore propinquo suo, idem sexto tricensimo anno post a sceleratiore hasta non recessit; alter autem, qui in illa dictatura scriba fuerat, in hac fuit quaestor urbanus. Ex quo debet intellegi talibus praepiiis propositis num- quam defutura bella civilia. Itaque panetes modo urbis stant et manent, iique ipsi iam extrema scelera metuentes, rem vero publicam penitus amisimus. Atque in has clades incidimus (red- jeundum est enim ad propositum), dum metui quam cari esse iet diligi malumus. Quae si populo Romano iniuste imperanti accidere potuerunt, quid debent putare singuli? Quod cum perspicuum sit, benivolentiae vim esse magnam, metus imbe- cillam, sequitur, ut disseramus, quibus rebus facillime possimus « in prova che non esisteva più V impero romano > ; perchè trionfare di una città alleata, tanto benemerita dei Romani, era come un dichiarare abolite tutte le istituzioni e le consuetudini che avevano fino allora formata la base del regime romano. — Massiliam, nel trionfo a Roma fu portata l'effigie di Marsiglia. Questa città era antichissima alleata di Roma, a cui rese segnalati servigi ; nella guerra civile tenne da Pompeo e oppose accanita resistenza a Cesare, quando voleva passare contro l'eser- cito pompeiano in Spagna. Di qui la vendetta di Cesare. — ex bellis, si aspetterebbe ex hostibus, ex gentibus. — ad paucos, gli eredi di Cesare fu-rono tre: C. Ottavio, L. Pinario, Q. Pedio. — 29. P. Sulla, questo Cornelio Siila, nipote del dittatore, gli tenne mano nelle proscrizioni dell'82, e trentasei anni dopo, nel 46, tenne mano a quelle di Cesare. Nel 66 console designato ebbe condanna per broglio elettorale e più tardi fu accusato di complicità nella congiura di Catilina : ci rimane la difesa di Cicerone. — alter, l'altro dei due Cornelii, che ebbero una certa posi- zione sotto la dittatura: questo secondo era liberto del dittatore. — scriba. aggiungici l'aggettivo « semplice » , per dar rilievo al contrasto con quaestor' l'aver dato l'ufficio di questore a quel liberto è un rimprovero per Cesare; Cesare accrebbe di molto il numero dei questori. — vero* « ma pur troppo *. — quod, non è nominativo, ma un accusativo di re- • ••••• • • • de officiis, ii, 8—9, 2j)-i$s. : ::•••*•:*• %ioì •• » • * • a . "> "> <» " eam, quam volumus, adipisci cum honore et fidejjgritatpm.,8ed 30 ea non pariter omnes egemus; nam ad cuiusque vitam insti- tatam accommodandum est, a multisne opus sit an satis sit a paucis diligi. Certum igitur hoc sit idque et primum et mamme necessarium, familiaritates habere fidas amantium nos amicorum et nostra mirantium; haec enim est una res prorsus, ut non inultum differat inter summos et mediocris viros, eaque aeque utrisque est propemodum comparando Honore et gloria et be- 31 nivolentia civium fortasse non aeque omnes egent, sed tamen, si cui haec suppetunt, adiuvant aliquantum cum ad cetera, tum ad amicitias comparandas. 9. Sed de amicitia alio libro dictum est [qui inscribitur Laelius]; nunc dicamus de gloria, quamquam ea quoque de re duo sunt nostri libri, sed attingamus, quandoquidem ea in rebus maioribus administrandis adiuvat plurimum. Summa igitur et perfecta gloria constat ex tribus his: si diligit multitudo, si fidem habet, si cum admiratione quadam honore dignos putat. Haec autem, si^est simpliciter breviterque dicendum, quibus rebus pariunturm singulis, eisdem fere a multitudine. Sed est alius quoque quidam aditus ad multitudinem , ut in univer- sorum animos tamquam influere possimus. Ac primum de illis 32 lazione == quare. — cum honore ... , « accoppiato a ... , fondato sa ». — 30. vitam institutam = vitae institutionem, « metodo di vita, stato » . — certum, « ben fermo, ben definito » . — amantium, mirantium, puoi risolvere con due sostantivi astratti: e amore, ammirazione». — una scil. omnium, « la sola fra tutte, l' unica » ; prorsus è rinforzativo. — ut consequenziale « talcbè non si deve fare gran differenza > ... ; noi spieghiamo « nella quale, a riguardo della quale non si deve fare gran differenza ... ». — propemfiJum va con aeque, 31. qui ... Laelius, questa è un'interpolazione. Il de Amicitia di Cicer. ci è rimasto, mentre si son perduti i due libri de Gloria. — constat ex tribus his, « consta di questi tre elementi > , cioè « dipende da queste tre condizioni». — si diligit, si ... habet .... , si risolva così: «Tessere amati ... , il goder la fiducia ... ». — haec pariuntur a singulis, la forma attiva di questa costruzione non è singuli haec pariunt, ma a singulis haec parimus ; così expectari, emi etc. ab aliquo hanno il doppio signi- ficato; in italiano si schiva l'ambiguità traducendo ab con «presso» o voltando la costruz. passiva in attiva. — influere, « insinuarsi » ; da questo significato a quello del nostro « influire, influsso, influenza » è facile il passaggio. — 32. primum ; § 33 fides autem, § 36 tertium. — <U % • • •*• ftfè/" *.••'*".•:: • *". M» TULLI CICERONIS • "••* •p # . , 4« •••••• m j£<yJr *«'-*~C|\ » tribus, quae ante dixi/Nbenivolentiae praecepta videamus; quae quidem capitur beneficiis maxime, secundo autem loco volun- tate benefica benivolentia movetur, etiamsi res forte non sup- petit; vehementer autem amor multitudinis commovetur ipsa fama et opinione liberalitatis , beneficentiae, iustitiae, fidei, omniumque earum virtutum, quae pertinent ad mansuetudinem morum ac facilitatem. Etenim illud ipsum, quod honestura de- corumque dicimus, quia per se nobis placet animosque omnium natura et specie sua commovet raaximeque quasi perlucet ex iis, quas commemoravi, virtutibus, ideirco illos, in quibus eas d virtutes esse remur, a natura ipsa diligere cogimur. Atque hae quidem causae diligendi gra^s^ma^e ; possunt enim praeterea 33 non nullae esse leviores. Fides autem ut habeatur, duabus rebus effici potest, si existiraabimur adepti coniunctam cum institi* prudentiam. Nam et iis fidem habemus, quos plus intellegere quam nos arbitramur quosque et futura prospicere credimus et, cum res agatur in discrimenque ventura sit, expedire rem et consilium ex tempore capere posse; hanc enim utilem homines ■/existimant veramque prudentiam. Iustis autem et fidis homi- nibus, id est bonis viris, ita fides habetur, ut nulla sit in iis fraudis iniuriaeque suspicio. Itaque his salutem nostram, his 34 fortunas, his liberos rectissime committi arbitramur. Harum partitivo = ex. — ante, § 31 ex tribus his. — benivoìentiae scil. compa- randole. — voluntate benefica = voi. benefaciendi, per noi basta la pa- rola e intenzione ». — res non suppetit, € non corrisponde l'effetto ». — ipsa, « anche solo » . — opinione, qui non significa l'opinione in che noi teniamo gli altri, ma l'opinione in che siamo tenuti noi ; perciò ha signi- ficato passivo, puoi spiegare « nome, riputazione ». — quia ... maximeque perlucet, per Ja traduzione risolvi : quod (pronome) quia maxime per- lucet. — natura et specie, e qualità interiori ed esteriori » . — SS. con- iunctam ... prudentiam, nella traduzione, per meglio distinguere le due idee, risolvi: et prudentiam et iustitiam. — et iis, il secondo termine è iustis autem. — expedire rem, • trovare la soluzione ». — ex tempore, « dal momento » . — ita ut nulla sit = ita ut nulla existimetur esse, la fede che abbiamo in loro ci toglie di sospettarli di frode: qui suspicio non risponde al verbo e sospettare » , ma « essere sospettati » ; perciò ha significato passivo come opinione § 32. — his, his, his, nella traduzione si spieghi una volta sola, sostituendo a questa anafora la ripetizione per tre volte del pronome « nostro ». — Sé:, valet, introduci nella versione con « invece » . — opinione = fama, § 32. db officiis, il, 9—10, 33 — 36 103 igitur duarum ad fidem faciendam iustitia plus pollet, quippe cum easine prudentia satis habeat auctoritatis ; prudentia sine iustitia nihil valet ad faciendam fidem. Quo enim quis versu- tior et callidior, hoc invisior et suspectior detracta opinione probitatis. Quam ob rem intellegentiae iustitia coniuncta, quantum volet habebit ad faciendam fidem virium; iustitia sine prudentia multum poterit, sine iustitia nihil valebit pru- dentia. IO. Sed ne quis sit admiratus, cur, cum inter omnes phi- 35 losophos constet a meque ipso saepe disputatum sit, qui imam haberet, omnes habere virtutes, nunc ita seiungam, quasi possit quisquam, qui non idem prudens sit, iustus esse, alia est illa, cum veritas ipsa limatur in disputatione, subtilitas, alia, cum ad opinionem communem omnis accommodatur oratio. Quam ob rem, ut vulgus, ita nos hoc loco loquimur, ut alios fortes, alios viros bonos, alios prudentes esse dicamus; popularibus enim verbis est agendum et usitatis, cum loquimur de opinione po- pulari, idque eodem modo fecit Panaetius. Sed ad propositum revertamur. Erat igitur ex iis tribus, quae ad gloriam pertinerent, 36 hoc tertium, ut cum admiratione hominum honore ab iis digni iudicaremur. Admirantur igitur communiter illi qui- dem omnia, quae magna et praeter opinionem suam ani- madverterunt, separatimi autem, in singulis si perspiciunt nec- opinata quaedam bona. Itaque eos viros suspiciunt maxumisque efferunt laudibus, in quibus existumant se excel le ntes quasdam et singulares perspicere virtutes, despiciunt autem eos et con- temnunt, in quibus nihil virtutis, nihil animi, nihil nervorum / putant. Non enim omnes eos contemnunt, de quibus male exi- 35. ne ... admiratus = ne quis admiretur, non esortativa, ma finale. — idem, « anche » . — alia est, compi : dicendum est aliam esse ; cfr. I 57 nulla est. — ipsa, « per se stessa » , cioè « astrattamente » . — disputa- tione, nella traduz. aggiungivi «filosofica». — ut dicamus, traduci col gerundio. — 36. erat, I 44 alter locus erat. — ex iis tribus y § 31. — ut iudicaremur, « Tessere giudicati » . — communiter, separatim, « in generale, in particolare». — et praeter ... suam, puoi spiegare con un avverbio «straordinariamente». — nervorum, «energia». — nec sibi, 104 M. TULLI CICERONIS stumant. Nam quos improbos, maledicos, fraudulentos putant et ad faciendam iniuriam instructos, eos contemnunt quidem neutiquam, sed de iis male existumant. Quara ob rem, ut ante |dixi, contemnuntur ii, qui 'nec sibi nec alteri ', ut dici tur, 37 in quibus nullus^labor, nulla industria, nulla cura est. Admi- ratione autem adficiuntur ii, qui anteire ceteris virtute putantur et cum crani carere dedecore, tum vero iis vitiis, quibus alii non facile possunt objistere. Nam et voluptates, blandissumae dominae, maioris partii animos a virtute detorquent et, dolorum cum admoventur faces, praeter modum plerique exterrentur: vita mors, divitiae paupertas omnes homines vehementissime permovent. Quae qui in utramque partem excelso animo ma- gnoque despiciunt, cumque aliqua iis ampia et honesta res obiecta est, totos ad se convertii et rapit, tum quis non admi- fretur splendorem pulchritudinemque virtutis? i8 11. Ergo et haec animi despicientia admirabilitatem ma- gnarci facit et maxume iustitia, ex qua una virtute viri boni appellantur, mirifica quaedam multitudini videtur, nec iniuria; nemo enim iustus esse potest, qui mortem, qui dolorerai, qui exiliurn, qui egestatera tiinet, aut qui ea, quae sunt his con- traria, aequitati anteponit. Maximeque admirantur eum, qui pecunia non movetur; quod in quo viro ^perspectumst, hunc nec alteri, proverbio; nesso senza verbo, p. e., valent o prosunt; noi po- tremmo adoperare il verso di Dante « Che visser senza infamia e senza lodo » (Inf. Ili 36). — labor, e attività ». — 37. admiratione adfi- ciuntur \ e sono ammirati » ; qui admiratio ha valore passivo; se avesse valore attivo, admiratione adfici vorrebbe dire e essere affetto di ammi- razione », cioè « ammirare ». — faces, rendi con un'altra metafora, p. e., « tormenti, morsi, punture ». — quae qui ... rapit, qui abbiamo un singolare anacoluto, che si può risolvere così : quae si qui ... despiciunt cumque ... obiecta est, toti ad eam convertuntur et rapiuntur ; la singolarità dell'ana- coluto è nella coordinazione di una relativa qui despiciunt con una non relativa totos rapit, con mutamento di soggetto. — in utramque partem, < tanto nel senso della gioia quanto del dolore », cioè « senza abbando- narsi uè alla gioia né ai dolore », oppure e sì in bene che in male ». — 38. admirabilitatem facit, « suscita il sentimento dell'ammirazione ». — quaedam, spiega con l'avverbio * straordinariamente » (1 47). — nemo, spiega « non ». — ea, spiega € beni » . — quod in quo viro, risolvi et in quo viro id. — igni spectatum, « provato al fuoco », « passato al crogiolo », db opficiis, ir, 10—11, 37—40 105 igni spectatum arbitrantur. Itaque illa tria, quae proposita sunt ad gloriam, omnia iustitia conficit, et benivolentiam, quod prod- esse vult plurimus, et ob eandem causam fidem et admirationem, quod eas res spernit et neglegit, ad quas plerique infiammati / avidi tate rapiuntur. i#yr- , Ac mea quidem sententi» omnis ratio atque institutio vitae 39 adiumenta hominum desiderat, in primisque ut habeat, qui-./ buscum possit familiares conferre sermones; od est difficile, nisi speci em prae te boni viri feras. Ergo etiam solitario ho- mini atque in agro vitam agenti opinio iustitiae necessaria est, eoque etiam magis, quod, 6&jn,$i non habebunt, [iniusti habe- buntur], nullis praesidiis sàeptì multis adficientur iniuriis. Atque 49 iis etiam, qui vendunt emunt, conducunt locant contrahendisque negotiis implicantur, iustitia ad rem gerendam necessaria est, cuius tanta vis est, ut ne illi quidem, qui malefìcio et scelere pascuntur, possint sine ulla particula iustitiae vivere. Nam qui eorum cuipiam, qui una latrocinantur, iuratur aliquid aut eripit, is sibTne in latrocinio quidem relinquit locum, ille autem, qui arcfnpirata dici tur, nisi aequabiliter praedam dispertiat, aut interficiatur a sociis aut relinquatur; qum eiiam leges latronum esse dicuntur, quibus pareant, quas observent. Itaque propter aequabilem praedae partitionem et Bardulis lllyrius latro, de quo est apud Theopompum, magnas opes habuit et multo ma- il nostro « oro di coppella ». — + r ìa, § 31. — ad gloriam =* ad gloriam consequendam. — vult, spernit, soggetto iustitia. 39. omnis ratto ... possit, qui bisogna dare dei soggetti personali ai verbi, risolvendo così : in omni ratione atque institutione vitae .... deside- ramus («sentiamo il bisogno») in primisque ut habeamus («e d'avere soprattutto ») ... possimus. — speciem feras, « aver l'aria ». — homini ... habebunt, mutamento di soggetti. — opinio, in senso passivo od ogget- tivo, § 32; spiega «aver riputazione di uomo giusto». — iniusti habe- buntur, questa è una glossa di eam si non habebunt — 40. pa- scuntur, « vivono » . — sine ulla particula, « senza almeno un'ombra » . — latrocinio, qui « banda ». — aequabilem partitionem, « giustizia nella divisione » . — Bardulis, un carbonaio, che diventò re deirilliria e tolse a Perdicca, fratello di Filippo, una parte della Macedonia ; fu poi battuto da Filippo nel 358. — latro, non «ladro», ma «brigante», «capo banda » . — Theopompus, scolaro di Isocrate ; continuò la storia di Tu- cidide sino alla battaglia di Gnido del 394; scrisse anche un'altra opera S~ 106 M. TULLI CICERONIS iores Viriathus Lusitanus, cui quidem etiam exercitus nostri imperato«resque cesseruaT; quem C. Laelius, is qui Sapiens usurpatur, praetor fregi); et comminuit ferocitatemque eius ita repressit, ut facile bellum reliquia traderet. Cum igitur tanta vis iustitiae sit, ut ea etiam latronum opes firraet atque augeat r . quantam eius vim inter leges et iudicia et in constituta re publica fore putamus? 41 12. Mihi quidem non apud Medos solum; ut ait Herodotus, sed etiam apud maiores nostros iustitiae frueftclae causa videntur olim bene morati reges consti tu ti. Nam cum premeretur inope multitudo ab iis, qui maiores opes habebant, ad unum aliquem confugiebant virtute praestantem; qui cum prohiberet iniuria tenuiorés, aequitate constituenda summos cum infimis pari iure retinebat. Eademque constituendarum legum fuit causa, quae 42 regum. lus enim semper est quaesitum aequabile; neque enim aliter esset ius. Id si ab uno iusto et bono viro consequebantur t erant eo contenti; cum id minus contingeret, leges sunt inventae, quae cum omnibus semper una atque eadem voce loquerentur. Ergo hoc quidem perspicuum est, eos ad imperandum deligi sotitòs, quorum de iustitia magna esset opinio multitudinis. Adiuncto vero, ut idem etiam prudentes haberentur, nihil erat, quod bomines iis auctoribus non posse consequi se arbitrarentur. Omni igitur ratione colenda et retinenda iustitia est cum ipsa per sese (nam aliter iustitia non esset), tum propter amplifica- tionem honoris et gloriae. Sed ut pecuniae non quaerendae intitolata: OiXiirmicd. — Viriathus, da umile condizione si fece condot- tiero dei Lusitani, a capo dei quali disfece parecchi eserciti romani. Anche Lelio non ottenne grandi saccessi contro di lui ; una pace equa conchiuse con Vinato il console Q. Massimo Sefviliano (152); il suo successore Q. Servilio Cepione lo fece uccidere a tradimento. — cesserunt anzi fu- rono distrutti. — facile scil. ad conficiendum. — é:l, Herodotus, egli racconta nolle sue storie (I 96) di Deioce, che per la sua giustizia fu eletto dai Medi volontariamente a loro re. — prohibere iniuria ali- quem può significare e difendere uno da », oppure «impedire a uno di ingiuriare». — eademque, è veramente propria dell'ingenuità an- tica in fatto di conoscenza del processo storico questa spiegazione del- l'origine dei re prima e quindi delle leggi. — Per leggi poi si intendono le costituzioni repubblicane, in antitesi con le monarchie. — 42. adiuncto, simili ablat. assoluti seguiti da una proposizione, sono rari in Cicerone ; de officiis, il, 12 — 13, 41—44 107 \ a. v. * -* t : r A solura ratio est, verum etiara collocandae, qùae perpetuos sumptus sbppemteK nec solum necessarios, sed etiam liberales, sic gloria et quaerenda et collocanda ratione est. Quamquam praecla^e 43 Socrates hanc viam ad gloriam proximam et quasi compéhchà- riam dicebat esse, si quis id ageret, ut.^mialis haberi vellet,. talis esset. Quod si qur simulatione et ìnara! ostentatile et fic$^ non modo sermone, sed etiam vultu stabilem se gloriam con- sequi posse rentuf, vehementer errant. Vera gloria radices agit atque etiam propagatur, ficta omnia celeriter tamquara flosculi decidunt, nec simulatum potest quicquam esse diuturnum. Testes sunt permulti in utramque partem, sed brevitatis causa familia contenti erimus una. Ti. enim Gracchus P. f. tam diu lauda- bitur, dum memoria rerum Romanarum manebit; at eius filii nec vivi probabantur boiiis, et mortui numerum obtinent iure n ^c^hrmn^Qui igitur ampìscì veram [iustitiae] gloriam volet, iustitiae fungafùr' officiis. Ea quae essent, dictum est in libro superiore. 13. Sed ut facillime, quales simus, tales esse videamur, 44 essi diventano molto frequenti nei posteriori. — ratio est, e vi è un'arte ». — perpetuos sumptus, « le spese correnti ». — gloria ... ratione est, per far simmetria col termine precedente puoi risolvere : glorine et quaerenda e et collocandae ratio est; collocare si può spiegare in ambidue i casi ♦ mettere a frutto » . — 43. quamquam, restrittivo (I 30) ; c'è un'arte, ci sono precetti per acquistarsi la gloria ; sebbene avesse ragione Socrate di dire (praeclare dicebat), che se ne poteva far a meno. Però, anche non- ostante l'opinione di Socrate, Cicerone dà (sed ut facillime... § 44) al- cuni precetti in proposito. — hanc, anticipativo; non si spiega. — viam ad gloriam ... talis esset, il pensiero è tradotto dai Mem. (II 6,^39) di Senofonte: àXXà auvTOjuujTdTri té xal àacpaXeoTàrr) Kat KaXXiaxTi óòóq, (D KprrópouX€, 6ti ftv PoùXrj ookéIv àyaQòq elvai, toOto xal yevèaQai dyaeòv ireipàa6ai («la via più breve, più sicura e più bella, Critobulo, è di sforzarti di diventar buono tanto, quanto vuoi sembrare »). — siquis id ageret, « l'adoperarsi di ». — quod si qui, « infatti chi ». — in utramque partem (§ 37), € per il doppio caso » .— Ti. Gracchus, Tib. Sempronio Gracco, genero del vecchio Africano e suocero del giovane, fu rigido parti- giano dell'aristocrazia, al contrario dei suoi due figli Tiberio e Gaio, e uomo di molti meriti: fu due volte console,, fu censore e due volte trionfa- tore. — numerum obtinent, veramente « acquistano valore », cioè « son tenuti in conto di ... », « passano per ... ». Questo giudizio di Cicer. è par- tigiano. — in libro superiore, I 20-45. 44. Sed ... ut videamur, il pensiero è: «ma per meglio metterci in '108 k. TULLI CICERONIS X, etsi in eo ipso vis maxima est, ut simus ii, qui haberi velimus, v ^iamen quaedam praecepta danda sunt. Nam si quis ab ineunte aetate habet causam celebritatis et nominis aut a patre ac- ceptam , quod tibi , mi Cicero, arbitror contigisse , aut aliquo casu atque fortuna, in hunc oculi omnium coniciuntur atque in eum, quid agat, quem ad modum vivat, inquiritur et, tam- quam in clarissima luce versetur, ita nullum obscurum potest 45 nec dictum eius esse nec factum. Quorum autem prima aetas propter humilitatem et obscuritatem in hominum ignoratione versatur,' ii, simul ac iuvenes esse coeperunt, magna spoetare et ad ea rectis studiis debent contendere; quod eo firmiore animo facient, quia non modo non invidetur illi aetati, verum etiam favetur. Prima est igitur adulescenti commendatio ad gloriam, si qua ex bellicis rebus comparari potest, in qua multi apud maiores jiostros extiterunt; semper enim fere bella gere- bantur. Tua autéra aetas incidit in id bellum, cuius altera pars \ sceleris nimium habuit, altera felicitatis jfàrumr^Quo tamen \ in bello cum te Pompeius alae [alteri] praefecisset, magnam laudem et a summo viro et ab exercitu consequebare equitando, vista, ma per acquistarci gloria > . — in eo ipso ... ut simus, • importa moltissimo Tessere ... ». — ut simus ... velimus, è il precetto di Socrate. — habet causam, qui causa non ha valore soggettivo di « motivo, ra- gione » , ma valore oggettivo di « fondamento, base »; perciò: ha buon fon- damento, ha una buona base per acquistarsi un nome; puoi anche dire: si trova iu via verso la gloria ; è avviato, è destinato alla gloria o |>ei meriti del padre o per opera della sorte. — in eum quid agat inquiritur risolvi quid is agat inquiritur. — 45. in hominum ignor. versatur ==- in obscuro versatur ; la frase fa simmetria con quella di sopra in clarù sima luce versetur ; togliendo l'imagine ne resta ab hominibus ignoratur — prima ==praecipua; pei Romani la gloria militare stava al disopra di ogni altra, anche della gloria oratoria. — commendatio ad, Ietterai* mente € raccomandazione > ; qui è pensata la raccomandazione come mezzo di agevolare a uno il conseguimento del suo scopo ; supponi per un im» mento di dire e la commendatizia, la presentazione per arrivare alla gloria, il passaporto per la gloria»; di qui si capisce come commendatio signi- fichi « avviamento a , passo verso > e simili. — sì qua potest, puoi risolvere « quella che ...» o « il potere ... ». — in qua scil. gloria. — extiterunt, < sorsero (I 13), si misero in mostra » , perciò e si segnala rono ». — id bellum, la guerra civile tra Cesare e Pompeo, alla quale il giovinetto Cicerone, di diciassette anni, prese parte, militando Botto Pompeo. — altera pars, di Cesare, che commise un'empietà (§ 27 causa impia) nel- Tintraprenderla; altera, di Pompeo, che vi morì. — aìae, una delle tante db officiis, ii, 13, 45—47 109 iaculando, ,omni militari labore tolerando. Atque ea quidem tua laus pariter cura re publica cecidit. Mihi autem haee oratio suscepta non de te est, sed de genere toto; quam ob rem per- gamus ad ea, quae restant.Ut igitur in reliquis rebus multo 46 maiora opera sunt animi quam corporis, sic eae res, quas in- genio ac ratione persequimur, gratiores sunt quam illae^quas viri bus. Prima igitur commendat^proficiscitur a mòaesuacum pietate in parentes, in ^os ^benivolentia. Facillume autem et in optimam partem cognoscuntur adulescentes, qui se ad claros et sapientes viros bene consulentes rei publicae contulerunt ; quibuscum si frequentes sunt, opinionem adferunt populo eorura fore se similes, quos sibi ipsi delegerint ad imitandum. P. Bu- 47 tili adulescentiam ad opinionem et innocentiae et iuris scientiae P. Muci commendavit oomus. Nam L. quidem Crassus, cum esset admodum aduiescens, non àliunde mutuatus est, sed sibi ipse peperit maxumam laudem ex illa accusaticene nobili et glo- squadre di cavalleria, che allora facevano parte di un esercito. — mihi su- scepta est, con alcuni verbi passivi, soprattutto probari, il latino invece dell'ablat. con ab, usava il dativo. — pariter cum = simul cum, « nello stesso tempo che » — de genere toto = generatim, communiter (§ 36), universe, in universum. — 46. commendata), « raccomandazione > , cioè « fonte di lode ». — cum ... , « congiunta a ... » — autem = tum, corri sponde a prima commendatio. — cognoscuntur = commendantur, « si raccomandano, si fanno conoscere, si mettono in vista». — se ... contule- runt, su questo costume cfr. I 122 exque iis deligere. — opinionem adferunt, letteralmente < fanno credere, porgono ansa a credere, danno motivo di credere ». — 47. Rutili, P. Rutilio Rufo, celebrato da Cicer. come tipo della lealtà, fu console nel 105. Sei anni dopo accom- pagnò Q. Mucio Scevola, pontefice massimo, nell'Asia e ivi difese i pro- vinciali dalle angherie degli appaltatori, che erano della classe dei cava- lieri; al ritorno fu per vendetta accusato di concussione e condannato: i giudici erano allora i cavalieri. In seguito di ciò egli si ritirò a Smirne, dove si dedicò agli studi. — opinionem, « riputazione ». — innocentiae = morum integritatis. — P. Muci, padre del pontefice massimo Q. Mucio 1 116. Fu di opinioni moderate, tenendosi lontano dall'aristocrazia arrab- biata e accostandosi in parte alle idee dei Gracchi; era console nel 133, Panno che fu ucciso Tiberio Gracco. — commendavit, « raccomandò, pre- sentò, introdusse, avviò». — nam, qui ha valore correttivo come quam- quam; noi lo possiamo spiegare con «invece». — accusatone , Crasso (cfr. I 108) a ventun anno accusò nel 119 C. Carbone per le violenze usate nel suo tribunato, quantunque fosse allora già passato dal partito dei Gracchi all'aristocrazia. Carbone per non sopravvivere all'accusa si avve- s* 110 M. TULLI CICERONIS riosa, et, qua aetate qui exercentur, laude adfici solent, ut de Demosthene accepimus, ea aetate L. Orassus ostendit id se in foro optume iam facere, quod etiam tum poterat domi curo laude meditari. y , 48 14. Sed cum duplex ratio sit orationis, quarum in altera sermo sit, in altera conte litio, non est id quidem dubium, quin contentio orationis maiorem vim habeat ad gloriam (ea est enim, quam eloquentiam dicimus); sed tamen difficile dictu est, quantopere conciliet animos comitas adfabilitasque sermonis. Extant epistulae et Philippi ad Alexandrum et Antipatri ad Cassandrum et Antigoni ad Philippum filium, trium prudentis- simorum (sic enim accepimus); quibus praecipiunt, ut oratione J benigna multitudinis animos ad benivolentiam adliciant mili- tesque blande appellando sermone deliniant. Quae autem in multitudine cum contentione habetur oratio, ea saepe universam excitat gloriam ; magna est enim admiratio copiose sapienterque dicentis; quem qui audiunt, intellegere etiam et sapere plus quam ceteros arbitrantur. Si vero inest in oratione mixta mo- destia gravitas, nihil admirabilius fieri potest, eoque magis, si 49 ea sunt in adulescente. Sed cura sint plura causarura genera, quae eloquentiam desiderent, multique in nostra re publica adulescentes et apud iudices et apud populum et apud senatum dicendo laudemVadsecuti sint, maxima est admiratio in iudiciis; % lenò. — qui exercentur scil. domi. — solent, puoi spiegare « cominciano » . — quod... meditari', il senso è: sarebbe già stata gran lode fare in casa per esercizio quello che invece egli seppe benissimo fare in una vera causa. — etiam tum, « ancora » . — meditari = exercere ; significa generalmente la preparazione domestica. — 48. sermo, contentio, cfr. I 132. — contentio orationis = contenta oratio = oratio quae cum contentione ha- betur, come dice sotto. — ad gloriam scil. comparandam. — epistulae, queste e simili altre raccolte di epistolari (cfr. 1 4) sono apocrife. Erano composte per esercizio rettorico e nella tradizione manoscritta furono poi trasmesse, non per frode ma per errore di titolo, come autentiche. Un • Tizio, p. es., compose un supposto epistolario di Demostene intitolandolo:. Lettere di Demostene di Tizio. A poco a poco il titolo si accorciò e di- ventò: Lettere di Demostene. — Antipatri, governatore della Macedonia in nome di Alessandro. — Antigoni, generale di Alessandro e padre di Demetrio Poliorcete ; Filippo era figlio minore. — trium, « tutti tre » . — in multitudine, puoi spiegare con un avverbio « pubblicamente > . — univ. excitat gloriam {= admirationem movet), suscita l'ammirazione, il plauso di tutti. — 49. in iudiciis. le e cause giudiciali ». — constai DE OFFIGHS, II, 14, 48— 50 ili quorum ratio duplex est. Nam ex accusatane et ex defensione constat ; quarum etsi laudabilior est defensio, tamen etiam ac- cusalo probata péMiépé^est. Dixi pauló ante de Crasso; idem fecit adulescens M. Antonius. Etiam P. Sulpici eloquentiam accusatio inlustravit, cum seditiosum et inutilem civem, C. Nor- banum , in iudicium vocavit. Sed hoc quidem non est saepe 50 faciendum nec umquam nisi aut rei p'ublicae pausa^ut i\ 3 quqs ante dixi, aut ulciscendi, ut duo Luculli, aut patrócinii/uf nos prò Siculi s, prò Sardis in Albucio Iuliup.. In aerando etiam MV Aquilio L. Fufi cognita industria est. ttémel igitur aut non saepe certe. Sin erit, cui faciendum sit saepius, rei publicae tribuat hoc muneris, ciiius inimicos ulcisci saepius non est re- prehendendum ; modus tamen adsit. Duri. Qnim hominis veì potius vix hominis videtur periculum capitis ìiìferre multis. Id cum periculosum ipsi est, tum etiam sordidum ad famam, com- ( " mittere, ut accusator nominere; quod contigit M. Bruto summo genere nato, illius filio, qui iuris civilis in priùais peritus fuit. ex, cfr. I 157. — accusatio, un* accusa molto spesso apriva in Roma al giovane la carriera politica. — paulo ante, § 47. — Antonius, famoso oratore, contemporaneo di Crasso; nacque nel 143 e fu fatto uccidere nell'87 da Mario con altri capi della fazione aristocratica. Fu console nel 99, censore nel 97. Non si sa di quale accusa qui si parli. — Sulpici, P. Sulpicio Rufo, nato nel 124 , fu prima con l'aristocrazia e poi con Mario. Fu fatto uccidere da Siila neli'88, nel quale anno era tribuno. — inutilem (I 32), « nocivo » . Fu accusato per le agitazioni promosse come tri- buno nel 94. — 50. duo Luculli, Lucio e Marco; il loro padre era stato accusato di sottrazioni indebite dall'augure Servilio, ch'essi per vendetta chiamarono in giudizio. — prò Siculis, contro Verre. — in Albucio, « nel caso di » 1 T. Albucio era stato propretore in Sardegna nel 133. Fu accusato di concussione da G. Julius Gaesar Strabo (I 108). — etiam va con Fufi. — Aquilius, console nel 101 con Mario ; represse la solleva- zione degli schiavi in Sicilia nel 100; nel 98 accusato di concussione da Fufio, fu difeso vittoriosamente da Antonio. — semel suppl. faciendum est — certe, « almeno > . — id cum, nella traduzione sopprimi cum e a tum etiam supplisci est. — periculosum, un accusatore, che basasse l'accusa su ragioni false, era colpito di infamia ; t un'accusa scientemente falsa si diceva calumnia; il falso accusatore veniva, secondo la lex Bemmia, marchiato sulla fronte di un K (Kalumniator). — ipsi scil. accusatori. — committere ut, I 81. — M. Bruto, dei tempi dell'oratore Crasso, di cui fu rivale. Di lui si legge in Cicer. Brut. 130 is magistratus non petivit t sed fuit accusator vehemens et molestus. Suo padre scrisse tre libri de iure civili. V ,112 M. TULLI CICERONIS \ '" 51 Àtque etiam hoc praeceptum officii diligenter tenendum est, ne quem umquam innocentem iudicio capitis arcessas; id enira sine scelere fieri nullo pacto potest. Nam quid est tam inhu- manum quam eloquentiam a natura ad salutem hominum et ad conservationem datam ad honorum pestem perniciemque conver- tere? Nec taraen, ut hoc fugiendum est, item est habendum religioni nocentem aliquando, modo ne nefarium impiumaue, defendere; vult hoc multitudo, patitur consuetudo/férf l'emm humanitas. Iudicis est semper in causis verum sequi, patroni non numquam veri "sìnììlè, etiamsi minus sit verum, defendere ; quod scribere, praesertim cum de philosophia scriberem, non auderem, nisi idem placeret gravissimo Stoicorum, Panaetio. Maxume autem et gloria paritur et gratia defensionibus, eoque maior, si quando accidit, ut ei subveniatur, qui potentis ali- cuius opibus circumveniri urguelrique videatur, ut nos et saepe r-.' \ ias et adulescentes contra L. Sullae dominantis opes prò Sex. Rbscio Àmerino fecimus, quae, ut scis, extat oratio. :/* 52 15. Sed expositis adulescentium officiis, quae valeant ad gloriam adipiscendam, deinceps de beneficentia ac de liberali- tate dicendum est; cuius est ratio duplex; nam aut opera be- nigne fit indigenti bus aut pecunia. Pacilior est haec posterior t locupleti praesertim, sed illa lautior ac splendidior et viro forti claroque dignior. Quamquam enim in utroque inest gratificandi liberalis voluntas, tamen aiterà ex arca, altera ex virtute de- promitur; largitioque, quae fit ex re familiari, fontem ipsum benignitatis exhaurit. Ita benignitate benignitas tollitur; qua — 51. habendum religioni, « farsi scrupolo » . — sequi, « aver di mira , cercare » . — cum scriberem , e trattandosi » . — gravissimo , in fatto di costumi. — Roseto, Roscio era stato accusato di avere ucciso il padre, per appropriarsene le sostanze. L'accusa fu ordita dal liberto e favorito di Siila, Òrisogono; nella difesa non sono risparmiati né lui né le proscrizioni. Il processo fu deir80, quando Cicerone avea 26 anni ; Roscio fu assolto. &2. deinceps, cfr. I 42. — benigne fit, per analogia con calefacere, commonefacere etc. ; la costruzione impersonale poi è foggiata su aìicui interdicitur , persuadetur e simili. — haec , iììa scil. ratio. — lautior, e nobile ». — in utroque = in utraque re, invece che in utraque (ratione)-, il neutro generalizza le idee. — altera scil. pecunia, altera scil. opera. — "\ de ofpiciis, il, 15, 51 — 54 113 quo in plures usus sis, eo minus in multos uti possis. At qui 5? opera, id est virtute et industria, benefici et liberales erunt, primum, quo pluribus profuerint, eo plures ad benigne faciendum adiutores habebunt, dein consuetudine beneficentiae paratiores erunt et tamquam exercitatiores ad bene de multis promerendum Praeclare in epistula quadam Alexandrum filium Philippus accusat, quod largitione benivolentiam Maoedonum consectetur: l Quae te, mahiml' inquit, 'ratio in istanti spem in- duxit, ut eos tibi fideles putares fore, quos pe- cunia corrupisses? An tu id agis, ut Macedones non te regem suum, sed ministrum et praebitorem sperent foie?' Bene 'ministrum et praebitorem', quia sor- didum regi, melius etiam, quod largitionem 'corruptelam' dixit esse; fit enim deterior, qui accipit, atque ad idem semper ex- pectandum paratior. Hoc ille filio, sed praeceptum putemus 54 omnibus. Quam ob rem id quidem non dubium est, quin illa benigni tas, quae constet ex opera et industria, et honestior sit et lati us pateat et possit prodesse pluribus; non numquam tamen est largiendum, nec hoc benignitatis genus omnino repudiandum est et saepe idoneis hominibus indigentibus de re familiari im- pertiendum, sed diligenter atque moderate; multi enim patri- monia effuderunt inconsulte largì endo. Quid autem est stultius quam, quod libenter facias, curare, ut id diutius facere non possis? Atque etiam sequuntur largitionem rapinae; cum enim dando egere coeperunt, alienis bonis manus afferre coguntur. Ita, cum benivolentiae comparandae causa benefici esse velint, *ion tanta studia adsequuntur eorum, quibus dederunt, quanta ipsum, t addirittura » . — 53. accusat, < rimprovera » . — malum, escla- mazione di indignazione; « diamine, perbacco ». — ministr. et praebitorem, «dispensiere e fornitore»; i praebitores erano pubblici « fornitori », che somministravano il necessario ai magistrati romani, che viaggiavano in provincia. — bene, qui va supplito un verbo; noi « ben detto». — dixit me, traduci con un sol verbo. — 34. hoc ille, si supplisce praecepit. — constet ex, cfr. § 49. — idoneis = dignis. — diligenter ; nella Bhet ad Herenn. IV 35 è detto: diligentia est accurata conservatio suorum (= suarum rerum), avaritia iniuriosa appetitio alienorum ; perciò dili- gentia in questo senso è « economia, parsimonia » . — curare ut = com- mittere ut § 50. — non tanta ... ademerunt, perfetta anafora. — odia, qui devi supplire un verbo diverso da adsequuntur, evitando così lo zeugma. Cicerone, De Offkiis. comm ** s*B»Ani W . o» ediz. 8 114 M. TULLI GICERONIS 55 odia eorum, quibus ademerunt. Quam ob rem nec ita claadenda res est familiaris, ut eam benignitas aperire non possit, nec ita reseranda, ut pateat omnibus; modus adhibeatur, isque refe- ratur ad facultates. Omnino meminisse debemus, id quod a nostris hominibus saepissime usurpatum iam in proverbii con- luetudinem venit, 'largitionem fundum non habere'; *tenim qui potest modus esse, cum et idem, qui consuerunt, et idem iflud alii desiderent? 16. Omnino duo sunt genera largorum, quorum alteri pro- digi, alteri liberales, prodigi, qui epulis et viscerationibus et gladiatorum muneribus, ludorum venationumque apparatu pe- cunias profuudunt in eas res, quarum memoriam aut brevem aut nullam omnino sint relicturi, liberales autem, qui suis fa- cultatibus aut captos a praedonibus redimunt aut aes alienimi suscipiunt amicorum aut in filiarum collocatone adiuvant aut 56 opitulantur in re vel quaerenda vel augenda. Itaque miror, quid in mentem venerit Theophrasto in eo libro, quem de di- yitiis scripsit; in quo multa praeclare, illud absurde: est enim multus in laudanda magnificentia et apparatione populanum munerum taliumque sumptuum facultatem fructum divitiarum putat. Mihi autem ille fructus liberalitatis, cuius pauca exempla aosui, multo et maior videtur et certior. Quanto Aristoteles ^ravius et verius nos reprehendit! qui has pecuniarum effusiones non admiremur, quae iiunt ad multitudinem deliniendam. Ait — 5ò. in proverbii ... venit, € diventò proverbio comune ». — idem ... idem, neutri. — consuerunt scil. accipere. — epulis, le epulae in questo senso speciale erano pasti pubblici dati al popolo nel Foro, coi quali si intramezzavano gli spettacoli. Il dare spettacoli e pranzi al popolo era uno dei tanti mezzi di acquistarsi una posizione politica. — viscerationibus, distribuzione di carni crude, sostituita poi dal danaro. — muneribus, così si chiamavano, perchè erano offerti come doni dai magistrati al popolo; noi spieghiamo « spettacoli ». — ludorum, è il nome speciale dei ludi scae- nici, noi diciamo e rappresentazioni ». — veìiationum, combattimenti delle fiere o nell'anfiteatro o nel circo. — suscipiunt, « si accollano ». — 56. Theophrasto, I 3. — multa ... absurde, est enim ... laudanda, nella traduzione risolvi : fra tante belle cose commise l'assurdità di lodare esa- geratamente (multus) — admiremur, qui ha il significato di « far le meraviglie », « trovar da ridire su ... » — ait, non si sa in quale delle sue de officiis, ii, lb— 16, 55 — 57 115 enim, 'qui ab hoste obsidentur, si emere aquae sex- tarium cogerentur mina, hoc primo incredibile nobis videri omnesque mirari, sed cum attenderint, veniam necessitati dare, in his immanibus iacturis infinitisque sumptibus nihil nos magnopere mirari, cum praesertim neque necessitati subveniatur nec dignitas augeatur ipsaque illa delectatio multitu- dinis ad breve exiguumque tempus, eaque a levis^ sumo quoque capiatur, in quo tamen ipso una cum sa- tietate memoria quoque moriatur voluptatis.' Bene 57 etiam colligit 'haec pueris et mulierculis et servis et servorum simillimis liberis esse grata, gravi vero homini et ea, quae fiunt, iudicio certo ponderanti probari posse nullo modo.' Quamquam intellego in nostra civitate inveterasse iam bonis temporibus, ut splendor aedili- tatum ab optimis viris postuletur. Itaque et P. Crassus cum cognomine dives, tum copiis functus est aedilicio maximo mu nere, et paulo post L. Crassus cum omnium hominum mode ratissimo Q. Mucio magnificentissima aedilitate functus est» deinde C. Claudius Appi f., multi post, Luculli, Hortensius, Si- opere perdute. — qui obsidentur, appartenendo all'orafo obliqua dovrebbe essere congiuntivo; ma qui rappresenta la perifrasi di un sostantivo: «gli assediati ». — cogerentur, questo tempo storico si trova mischiato agli altri tempi principali; questi scambi nell'orafo obliqua non sono rari; cfr. I 87. — primo , « a prima giunta ». — nobis ... attenderint ... nos, scambio di persone. — in his suppl. autem (asindeto). — cum prae- sertim « sebbene, ciò che più importa », « tanto più che ... » — necessi- tati subveniatur, cfr. I 83. — eaque, I 1 ìdque. — levissimo quoque, « la gente più dozzinale ». — in quo tamen ipso, scil. in levissimo quoque. — 07. colligit, « nota ». — ea quae fiunt, anche qui abbiamo la perifrasa di un nome (p. e. res), perciò l'indicativo, sebbene in orat. obliqua, come § 56 qui obsidentur. — iudicio certo, non tentennante, indipendente da quello degli altri, ciò che non fa la moltitudine; noi diciamo « col proprio cervello » . — aedilitatum, l'ordinamento dei pubblici spettacoli era affi- dato agli edili ; un edile che si ingraziasse con molte feste la moltitudine, poteva tenersi sicuro di riuscir console. — P. Crassus, padre del trium- viro; fu edile nel 106, console nel 97, censore neir89. — maximo, col massimo splendore. — L. Crassus, l'oratore (1 108), e Q. Mucio, ponte- fice massimo (I 116), furono edili insieme nel 103. — G. Claudius Pulcher, edile nel 99, fece pitturare pel primo la scena del teatro e introdusse anche gli elefanti nei giochi del circo. — Luculli, L. e M. Lucullo (cfr. § 50) furono edili insieme nel 79. — hortensius, l'oratore, fu edile 116 M. TULLI CIGERONIS lanus; oranes autem P. Lentulus me constile vicit superiores; hunc est Scaurus imitatus; magnificentissima vero nostri Pompei munera secundo consulatu ; in quibus omnibus quid mihi pia- ceat, vides. 58 17. Vitanda tamen suspicio est avaritiae. Mamerco, homini divitissimo, praetermissio aedilitatis consulatus repulsam attulit. Quare et, si postulatur a populo, bonis viris si non desideranti bus, at tamen adprobantibus faciundum est, modo prò facultatibus, nos ipsi ut fecimus, et, si quando aliqua res maior atque utilior popu- lari largitione adquiritur, ut Oresti nuper prandia in semitis decumae nomine magno honori fuerunt. Ne M. quidem Seio vitio dature est, quod in cantate asse modium populo dedit; magna enim se et inveterata invidia nec turpi iactura, quando erat aedi- lis, nec maxima liberavit. Sed honori summo nuper nostro Miloni fuit, qui gladiatori bus emptis rei publicae causa, quae salute nostra continebatur,omnesP.Clodi conatus furoresque compressi t. 59 Causa igitur largitionis est, si aut necesse est aut utile. In his nel 75, console nel 69. — Silanus, edile verso il 70. — Lentulus Spinther, si occupò specialmente delle decorazioni del teatro, coprendolo anche di un padiglione. — me consule, nel 63. — Scaurus, I 138; fu edile nel 58. Fece erigere un teatro capace di 80000 spettatori, sostenuto da 360 co- lonne e adorno di 3000 statue di bronzo ; pei giochi del circo fece venire le più strane bestie deir Africa. — Pompei sec. cons., nel 55. Fondò il primo teatro permanente; avanti di lui si erano fatti provvisorii. — 58. praetermissio, « rifiuto » ; non la volle accettare e ciò gli fu ostacolo al consolato, che però ottenne più tardi, nel 77. — faciundum, il generico, invece dello specifico largiendum. —nos ipsi, Cicer. fu edile nel 69. — ut, iper- bato. — si quando, < ogni qualvolta ». — Oresti, questi è forse Cn. Aufidius Orestes Aurelianus, console nel 71. — decumae nomine, e a titolo di de cima > , a questa frase rassomigliano queste nostre, p. e., < a te cento lire, va a bere un bicchier di vino; eccoti venti lire pel sigaro; con queste tre- cento lire ti comprerai gli spilli » etc. La decima della preda si votava ad Ercole pel buon esito di un'impresa, col titolo di decima si offrivano doni al popolo. — M. Seio, edile nel 74. — caritate scil. annonae. — asse (ablat. di prezzo) modium, noi diciamo « un asse il moggio » ; l'asse va- leva quanto il nostro soldo. — invidia, « odio, impopolarità » . — iactura, « spesa ». — quando = quoniam, cfr. I 29 ; l'essere edile gli onestava la spesa. — honori Miloni fuit qui, il contenuto di honori fuit invece che dalla congiunzione dichiarativa quod, è espresso dal relativo. — salute nostra, Milone nel 57 come tribuno della plebe si adoperò pel richiamo di Cicerone dall'esilio; Clodio per opporglisi aveva armato delle bande di gladiatori ; Milone fece altrettanto. — si aut necesse , < o la neces- sità ». — 39. Philippus, cfr. I 108. — Cotta, L. Aurelio Cotta db officiis, il, 17, 58—60 117 autem ipsis mediocritatis regula optima est, L. quidem Phi- lippus Q. f., magno vir ingenio in primisque clarus, gloriari solebat se sine ullo munere adeptum esse omnia, quae habe- rentur amplissima. Dicebat idem Cotta, Curio. Nobis quoque licet in hoc quodam modo gloriari; nam prò amplitudine ho- norum, quos cunctis suffragiis adepti sumus nostro quidem anno, quod contigit eorum nemini, quos modo nominavi, sane exiguus sumptus aedilitatis fuit. Atque etiam illae impensae meliores, 60 muri, navalia, portus, aquarum ductus omniaque, quae ad usum rei publicae pertinent. Quamquam, quod praesens tamquam in manum datur, iucundius est, tamen haec in posterum gratiora. Theatra, porticus, nova tempia verecundius reprehendo propter Pompeium, sed doctissimi non probant, ut et hic ipse Panae- tius, quem multum in his libris secutus sum, [non interpre- tatus] et Phalereus Demetrius, qui Periclem, principem Grae- ciae, vituperat, quod tantam pecuniam in praeclara illa Pro- pylaea coniecerit. Sed de hoc genere toto in iis libris, quos de re publica scripsi, diligenter est disputatum. Tota igitur ratio talium largitionum genere vitiosa est, temporibus necessaria, et tum ipsum et ad facultates accommodanda et mediocritate moderanda est. fu console nel 75. — Curio, C. Scribonio Canone, celebre oratore e avvo- cato, fu tribuno nel 90, console nel 76, indi per tre anni governatore della Macedonia; morì nel 53. — prò, «a petto di ; in proporzione di ». — nostro =* legitimo, «legale, stabilito dalla legge»; la lex Villia annaìis del 180 stabiliva le età per le varie magistrature; Cice- rone fu edile a 37 anni (nel 69), pretore a 40 (nel 66), console a 43 (nel 63). — quod ... nemini, Cicer. dice di se stesso nel deLeg. agr. II 3: « io solo degli uomini nuovi chiesi il consolato appena ebbi l'età legale e lo ottenni appena lo chiesi ». — 60. illae, « queste altre, cioè i... ». — quamquam, limitativo. — praesens, qui ha il significato di praesens pecunia, « danaro pronto, in contanti ». — porticus, tempia, nel campo di Marte, dove Pompeo fece costruire il teatro, edificò anche un portico e due templi, l'uno a Venere, l'altro alla Vittoria. — verecundius repre- hendo, « mi faccio un certo riguardo a ... ». — doctissimi, tra i filosofi. — hic, « il nostro » . — non interpretatus, cfr. I 6 non ut interpretes. — Demetrius* 13. — Propylaea, un grandioso vestibolo sull'Acropoli di Atene, il quale conduceva nel tempio di Pallade. — in iis libris, i libri de re publica ci sono arrivati frammentari; vi manca questo passo. — genere, « in astratto, in massima » . — tum ipsum, cioè anche quando è imposta dalla necessità. 118 M. TULLI LiluERONIS 61 18. In ilio autem altero genere largtendj, quod a liberali- tate proficiscitur, non uno modo in dispàrifous càusis adfecti esse debemus. Alia causa est eius, qui calamitate premitur, et 62 eius, qui res meliores quaerit nullis. suis rebus adversis. Pro- pensior benigni tas esse debebit in calami tosos, nisi forte erunt digni calamitate. In iis tamen, qui se adiuvari volent, non ne adfligantuf, sed ut altiorem gradum ascendant, restricti omnino esse nullo modo debemus, sed in deligendis idoneis iudicium et diligentiam adhibere. Nam praeclare Ennius: Bene fàcta male locata male facta àrbitror. 6 3 Quod autem tributum est bono viro et grato, in eo cum ex ipso fructus est, tum etiam ex ceteris. Temeritate enim remota gratissima est liberali tas, eoque eam studiosiitè plerique laudant, quod summi cuiuscjue bonitas commune perfugium est omnium. Danda igitur operà^ést, ut iis beneficiis quam plurimos adfi- ciamus, quorum memoria liberis posterisque prodatur, ut iis ingratis esse non liceat. Omnes enim immemorem beneficii ode- runt eamque iniuriam in deterrenda liberalitate sibi etiam fieri eumque, qui faciat, communem hostem tenuiorum putant. Atque haec benignitas etiam rei publicae est utilis, redimi e servitute captos, locupletar) tenuiores; quod quidem vulgo so- 61. altero genere, cfr. § 55 omnino duo sunt — adfecti, letteral- mente « disposti d'animo ». — alia ... et = alia ... atque, oppure alia ... alia. — 62. non ne adfligantur, « non per evitar di cadere», adfligiv&ìe « cadere », come effetto di adfligere. — Ennius, non si sa in qual dramma. — bene facta..., trimetro giambico (^^-, <-"-"-», ^• L , ^w\^ — t y ^-)- — locata = collocata. — 63. quod tributum ... in eo = quod trib. ... eius, cioè dei beneficii fatti a è doppio il frutto, si ritrae doppio frutto ... — ex ipso scil. bono viro. — temeritate, il capriccio di chi non sa scegliere le persone e misurare il dono. — iis, « tali ». — ingratis, questa attrazione del dativo è costante nella frase esse licei. — eamque iniuriam, quella ingiuria, cioè l'ingiuria dell'ingrato verso il benefattore ; eam = eius rei. Il senso è: Dell 1 ingiuria fatta dall'ingrato al benefat- tore vengono a soffrir tutti, in quanto che esso col suo esempio storna anche gli altri dal beneficare; qui in significa « riguardo a... , in quanto a ... , in quanto che ... , trattandosi che > così si storna la liberalità. — redimi, locupletar^ sono apposizioni di haec benignitas. — ordine nostro, v. <r DB 0FFIC11S, II, 18, 61—64 119 litum fieri ab ordine nostro in oratione Crassi scriptum copiose videmus. Hanc ergo consuetudinem benignitatis largitioni tnu- nerum longe antepono ; haec^st gravium hominum atque ma- oy /4 gnorum, illa quasi adséntàtqrum populi multitudinis levitatemi , voluptate quasi titillantìum! Oonveniet autera cum in dando 64 9 munificum esse, tum in exigendo non acerbum in omnique re contrahenda, vendundo emendo condifcenao locando, vicinitatibus et confiniis, aequum, facilem, multa multis de suo iure cedentem, > ^^ liìSbus vero, quantum liceat et nescio an paulo plus etiam quam liceat, abhorrentem. Est enim non modo liberale paulum non numquara de suo iure decedere, sed interdum etiara fruc- tuosum. Rabenda autem ratio est rei familiaris, quam quidem dilabi sinere flagifì^sum est, sed ita, ut inliberalitatis avari- tiaeque absit suspicio ; posse enim liberalitate uti non fcpo- liantem se patrimonio nraffnim est pecuniae fructus maximus. Kecte etiam a Theophrasto est laudata hospitalitas; est enim, ut mihi quidem videtur, vilfcuDdecorum patere domus hominum inlustnum hospitibus inlustribus, idque etiam rei publicae est ornamento, homines externos hoc liberalitatis genere in urbe nostra non egere. Est autem etiam vehementer utile iis, qui ho- neste posse multum volunt, per hospites apud externos populos valere opibus et gratia. Theophrastus quidem scribit Cimonem il senato. — Orassi, I 108. Servilio Cepione nel 106 presentò una legge, che dai cavalieri ripristinava ai senatori l'amministrazione giudiziaria. La legge fa difesa da Crasso, che in quell'occasione summit ornavit senatum ìaudibus (Cicer. prò Cluent. 140). — consuetudinem, come fosse consuetum genus. — munerum = quae fit in muneribus; qui munera significa spet- tacoli e beneficenze pubbliche, § 55. — populi, genitivo subordinato a mul- titudinis. — 64. vicinitat. et confiniis, € rapporti di vicinanza e di confini » ; in questa terza coppia è sostituita la congiunzione all'asindeto, perchè i suoi due termini non formano antitesi come quelli delle due prime coppie. — quantum liceat, salvi i propri interessi. — nescio an, « forse » . — non spoliantem, spiega con € senza » . — nimirum, « non paia strano (=ne mirum) t se non mi inganno, per l'appunto > . — etiam, qui è anticipato di posto, perchè esso va congiunto con hospitalitas. — idque, anticipa il contenuto della proposiz. seguente. — multum va con posse. — valere ... gratia, «acquistarsi credito e favore (popolarità)». — Athenis , «in Atene » ; l'aggiunta del luogo illustre ci richiama all'elevata posizione di Ci mone, la quale però non gli fece dimenticare i suoi umili compaesani ; noi esprimiamo questo sentimento traducendo e in un' Atene », cfr. I 118 120 M. TULLI GICERON1S Àthenis etiam in suos^cumles Laciadas hospitalem fuisse ; ita enim insti tuisse et Vilicis imperavisse, ut omnia praeberentur, quicumque Laciades in villam suam devertisset. 65 19. Quae autem opera, non largitione beneficia dantur, haec tum in universam rem publicam, tum in ejngulos cives conferuntur. Nam in iure cavere, Consilio iuvare atque hoc scientiae genere prodesse quam plurimis vehem^nter et ad opes ""augendas pertinet et ad gratiam. ltaque curabili ulta praeclara maiorum, tum quod optime constituti iuris civilis summo semper in honore fuit cognitio atqne interpretatio; quam quidem ante hanc confusionem temporum in possessione sua principes reti- nuerunt, nunc, ut honores, ut omnes dignitatis gradus, sic huius scientiae splendor deletus est, idque eo indignius, quod eo tem- pore hoc contigit, cum is esset, qui omnes superiores, quibus honòre par .esset, scientia~ facile vicisset. Haec igitur opera grata multis et ad beneficiis obslringendos homines accommodata. 66 Atque huic arti finituma est dicendi [grayior] facultas et gratior et ornatior. Quid enim eloquentia praestabilius vel admiratione audientium vel spe indigentiura vel eorum, qui defensi sunt, gratia ? Huic [quoque] ergo a maioribus nostris est in toga digni- tatis principatus datus. Diserti igitur hominis et facile laborantis, Herculi. — curiaìes Laciadas, Cimone era del borgo (òfjjLio^) di Lacia; Cicer. traduce bfjjmo<; con curia e òr^órric con curialis. Oò. in ture, nelle questioni giuridiche , p. e. nell' interpretazione di qualche legge, nell'applicazione della procedura e simili. — cavere scil. alieni. — gratiam, favore presso il pubblico, cioè « credito, popolarità ». come al § 64. — cum multa ... tum quod, la frase si compirebbe così: cum multa praeclara maiorum instituta, tum illud praeclarissimum fuit, quod. — hanc confusionem temporum = horum confusionem temporum. — principes, « l'aristocrazia * , di cui fu anticamente un privilegio l'esclu- siva conoscenza della giurisprudenza e della procedura specialmente; anche qui si scorge la partigianeria aristocratica di Cicerone. — indignius, av- verbio. — is, Servio SSulpicio Rufo, console nel 51, morto nel 43, il più gran giureconsulto del suo tempo, amico di Cicerone. — esset = viveret — vicisset, non è congiuntivo ipotetico, spiega non « avrebbe vinto » , ma « aveva vinto » ; senza il reggimento di cum avremmo is erat qui vicerat — 00. gravior, che l'eloquenza vinca la giurisprudenza in gratia e ornatusy è chiaro ; ma non in gravitas ; oltre di che gravior è fuori di posto, poiché dovrebb'essere facultas et gravior et grat. et orn. Abbiamo dunque un'interpolazione. — eorum ... sunt, traduci con una sola parola: « i patrocinati ». — in toga, cfr. I 77 L cedant arma togae. — facile lobo- \ de officiis, li, 19, 65—68 121 quodque ip patriis est moribus, multorum causas et non gravate et ^SraitÒ ' àefendentis beneficia et patrociniate patent. Ad- &j monebat me res, ut hoc quoque loco intermissionem eloquen- tiae, ne dicam interitum, deplorarem, ni vererer, ne de me ipso aliquid videigrqueri. Sed tamen videmus, quibus extinctis oratoribusNquamTIì) paucis spes, quanto in paucioribus facultas, quara in multis sit audacia. Cum autem omnes non possint, ne multi quidem, aut iuris periti esse aut diserti, licet tamen opera prodesse multis beneficia petentem, commendantem iudi- cibus, • magistratibus, vigilantem prò re alterius, eos ipsos, qui aut consuluntur aut defendunt, rogantem; quod qui fariunt', plurimum gratiae consequuntur, latissimeque eorum manat in- dustria. Iam illud non sunt admonendi (est enim in promptu), 68 ut animadvertant, cum iuvare alios velint, ne quos offendane. Saepe enim aut eos laedunt, quos non debent, aut eos, qiios non expedit; si imprudentes, neglegentiae est, si scientes, temeritatis. Utendum etiam est excusatione adversus eos, quos invitus offen- das, quacumque possis, quare id, quod feceris, necesse fuerit nec rantis, che si sobbarca volentieri alla fatica, « servizievole, premuroso > . — gratuito, il testo della lex Cincia del 204 dice : ne quis ob causam orandam pecuniam donumve accipiat Però ai tempi di Cicer. si usava il palmarium , noi diremmo con la medesima imagi ne < mancia » . — #7. admonebat ut deplorarem, mi vererer, brachilogia, che si potrebbe compiere in due modi: admonebat ut deplorarem idque facerem (< e lo farei »), ni vererer, oppure deplorarem, ut res admonet, ni vererer; in italiano possiamo lasciare come ò, risolvendo ni vererer in : e ma temo, senonchè temo ». — quoque, Cicer. ne parla in altri luoghi, p. e. nel Brutus. — de me ipso , potendosi credere che facesse l'apologia di se stesso, come solo che ancora teneva alta la bandiera dell'eloquenza. — r quibus extinctis quam in paucis, intreccio di due interrogative, che noi non possiamo rendere ; risolvi : qui extincti sint et quam in paucis, op- pure quam multis extinctis; noi e perduti gli oratori che abbiamo per- duti ». — beneficia, € posti, impieghi ». — petentem scil. aliis (dativo di comodo) ; questo e gli altri participi si rendano col gerundio. — qui con- suluntur, defendunt, puoi risolvere con due sostansivi : « giureconsulti, avvocati ». — 68. illud, l'accusativo neutro di un pronome è usita- tissimo coi verbi come caso assoluto. — non sunt admonendi = super- vacaneum est admonere. — debent, « dovrebbero » ; coi verbi posse, debere e simili e con le frasi formate da un aggettivo neutro e dal verbo esse (aequum est, inutile est etc.) il latino esprimeva delle asserzioni assolute, che in italiano acquistano significato potenziale. — imprudetUes, scientes, spiega avverbialmente. — quare, supplirci il verbo « giustificando », che è incluso in excusatione — quod violatum videbitur = cum violatione 122 M. TULLI GIGERONIS aliter facere potueris, ceterisque operis et officiis erit id, quod ^ violatum videbitur, compensandum. r <- ' 69 20. Sed cuna in hominibus iuyajidis aut mores spectari aut fortuna soleat, dictu quidem est proclive, itaque vulgo loquuntur, se in beneficiis collocandis mores ho/ninum, non fortunam sequi. Honesta oratio est; sed quis est tandem, qui inopis et optimi Yiri causae non anteponat in opera danda gratiam fortunati et potentis? a quo enim expeditior et celerior remuneratio fore videtur, in eum fere est voluntas nostra propensior. Sed ani-. raaévertendum est diligentius, quae natura rerum sit. Nimirùm J mim inops ille, si bonus est vir^ etiamsi referre gratiam non potest, habere certe potest. Commode autem, quicumque dixit, 'pecuniam qui habeM, non reddidisse, qui reddide- rit, non habere, gratiam autem et qui rettulerit habere et qui habeat rettulisse.' At qui se locupletes, honoratos, beatos putant, ii ne obligari qui dem beneficio volunt ; quìi! efìanl beneficium se dedisse arbitrantur, cum ipsi quamvis 1 magnum aliquod acceperint, atque etiam a se aut postulari aut r expectari aliquid suspicantur, patrocinio vero se psos aut clientes ■«) appellari mortis instar putant. At vero ille tenìiìs, cum, quic- quid factumst, se spectatum, non fortunam putat, non modo \ illi, qui est meritus, sed etiam illis, a quibus expectat (e^et «dm multis), gratum se videri studet neque vero verbis auget taum munus, si quo forte fungitur, sed etiam extenuat. Vi- factum; hoc violo significa «commetto questa violazione»; si può anche risolvere in quo violati videbuntur. 69. itaque = et ita. — tandem, « di grazia » ; questo tandem si trova nelle domande, che esprimono un certo disgusto, un certo sdegno, un certo stu- pore. — et optimi, « sia pure » . — fore, « venire » . — fere, « quasi sempre ». — commode ... dixit, noi « disse bene quel tale ». — pecuniam ... habere, si parla di chi ha avuto danaro in prestito. — gratiam ... ret- tulisse, qui c'è un gioco di parole fondato sulla rispondenza di habere, reddere con habere, referre. Per noi esso è impossibile, perchè non pos- siamo rendere le due frasi gratiam habere (« sentir gratitudine ») e gra- tiam referre («rendere il contraccambio »), mantenendo il medesimo sostan- tivo. Il pensiero del passo è, che il povero beneficato serba gratitudine, mentre non la serba il ricco beneficato. — quamvis, « per quanto » . — atque etiam ... suspicantur, e sempre ci vedono sotto un secondo fine, o una supplica o una speranza. — 70. cum, causale (= quandoquidem). raro con l'indicativo. — sed etiam extenuat, «ma anzi ... ». — illud de officiis, il, 20—21, 69—72 * 123 dendumque illud est, quod, si opulentum fortunatumque defen- deris, in uno ilio aut. si forte, in liberis eius manet grati a; sin autem inopem, probum tamen et modestum, omnes non improbi humiles, quae magna in populo multitudo est, praesidium sibi paratum vident. Quam ob rem melius apud bonos quam apud 7 fortunatos beneficium collocari puto. Danda omnino opera est, ut omni generi satis facere possimus; sed si res in contentio- nem veniet, nimirum Themistocles est auctor adhibendus ; qui cum consuleretur, utrum bono viro pauperi an minus probato diviti filiam collocaret: 'Ego vero', inquit, 'malo virum, qui pecunia egeat, quam pecuniam, quae viro.' Sed corrupti mores depravatique sunt admiratione divitiarum; qua- rum magnitudo quid ad unum quemque nostrum pertinet? Illum fortasse adiuvat, qui habet. Ne id quidem semper; sed fac iu- vare; opulentior "sane sit, fiofiestior vero quo modo? Quodsi etiam tyonus erit vir, ne impediant divitiae, quo minus iuvetur, modo he adiuvent, sitque omne iudicium, non quam locuples, sed qualis quisque sit! Extremum autem praeceptum in tì$ne- ficiis operaque danda, ne quid contra aequitatem contendasele quid prò iniuria; fundamentum enim est perpetuae commeó- dationis et famae iustitia, si ne qua nibil potest esse laudabile. 21. Sed, quoniam de eo genere beneficiorura dictum est, 7? quod, e quest'altro fatto, che ; quqd è dichiarativo. — si forte, « se pure; tutt'al più ». — quae magna = quorum magna. — 71. omni generi scil. hominum. — res veniet, «si verrà». — auctor, puoi risol- vere con « esempio » . — utrum collocaret, non « se dava » « desse > , ma € se darebbe » « avrebbe dato » ; collocaret è Tapodosi d'un periodo ipo- tetico, la cui protasi sarebbe : « nel caso che avesse voluto maritarla » . — bono pauperi, « povero ma ». — qui egeat, spiega con la preposi- zione « senza » . — corrupti, depravati, non aggettivi, ma participi. — per- Linei, « giova » . — sit, noi esprimiamo questo congiuntivo concessivo col futuro: « sarà più ricco ». — ne impediant, « non dovranno impedire ». — iuvetur scil. a nobis. — adiuvent, qui vale «contribuire», « purché non vi con- tribuiscano » ; un ricco dev'essere pure aiutato, ma non perchè ricco. — sit iudicium, risolvi : in ìudicio consideremus, considerandum est. — extre- mum, puoi spiegare « per finire ». — in beneficiis operaque danda = in Oeneficiis, quae opera dantur. 72. spectant, pertinent del primo periodo hanno significato attivo; per- tineant, attingant del secondo hanno significato passivo. La frase hoc bene- ficium ad me spectat, pertinet, me attingit può significare : « tocca a me fare questo beneficio» (attivo), oppure «tocca a me ricevere questo 124 M. TULLI CICERONIS quae ad singulos spectant, deinceps de iis, quae ad universos quaeque ad rem publicam pertinent, disputandum est. Eorum autem ipsorum partirà eius modi sunt, ut ad universos cives pertineant, parti m, singulos ut attingant; quae sunt etiam gra- tiora. Danda opera est omnino, si possit, utrisque, necminus, ut etiam singulis consulatur, sed ita, ut ea res aut pròsit aut certe ne obsit rei publicae. C. Gracchi frumentaria magna lar- gì tio; exhauriebat igitur aérarluaTj modica M. Octavi et rei >^ publicae tolerabilis et plebi necessaria; ergo et civibus et rei 73 publicae ^InrtSra. In primis autem videndum erit ei, qui rem publicam administrabit, ut suum quisque teneat neque de bonis privatorum publice deminutio, fiat. Perniciose enim Philippus, in tribunatu cum legem agrari ara ferret, quam tamen antiquari facile passus est et in eo vehementer se moderatum praebuii/ — sed cum in agendo multa populariter, tum illud male, 'non esse in civitate duo milia hojninum, qui rem habe- r e n V Uaptans oratioest, ad aequationem honorum pertinens; qua peste quae potest esse maior? Hanc enim ob causam ma- xume, ut sua tenerentur, res publicae civitatesque constitutae beneficio > (passivo). Si faccia sentire questa differenza nella traduzione. Fin qui Cicer. ha parlato dei benefìcii fatti dai privati ; ora parla dei benefìcii fatti dallo Stato o dai rappresentanti di esso. Però antecedente- mente ha parlato delle largizioni degli edili al popolo; e gli edili rive- stono un carattere pubblico; ma non bisogna domandare troppa scrupolosità a Cicerone. — quae ad universos, dice lo stesso che quae ad rem publicam, ma serve al contrasto con quae ad singulos. — eorum scil. quae ad remp. pertinent. — partim, soggetto ; I 24 maximam pattern, — si possit, im- personale. — utrisque scil. beneficiis. — nec minus, sappi, danda opera est. — Gracchi, la lex frumentaria di C. Gracco del 123 stabiliva che ogni Romano residente in città potesse mensilmente provvedersi di grano dallo Stato a 6 assi e 1 / s il moggio, vale a dire alla metà appena del prezzo corrente. QueBta legge fu poi abrogata da M. Ottavio. — 73. per- niciose scil. egit. — Philippus, I 108 ; fu tribuno nel 104, console nel 91. — quam tamen ... sed, per la traduzione si faccia punto dopo ferret e si risolva così: illam quidem («è vero che >) antiquari ... sed. — in agendo scil. orationìbus, « nei suoi discorsi politici » . — populariter, supplisci un verbo. — hominum ... haberent, spiega con una sola parola « possidenti ». Da questo fatto, ad arte alterato, egli certo traeva la conseguenza che la proprietà si doveva abolire. La conseguenza veramente non è espressa, ma è facile dedurla. — aequatio bonorum, noi diciamo «comunismo». — pertinere, qui « riuscire a ... , tende a ... , conduce a ... ». — sua, riferito al soggetto dell'attivo ut homines sua tenerent. — - res publicae, non si- db officiis. ii, 21, 73—75 125 sunt. Nam, etsi duce natura congregabantur homines, tamen spe custodiae rerum suarum urbium praesidia quaerebant. Danda 74 etiara opera est, ne, quod apud maiores nostros saepe fiebat propter aerarii tenuitatem adsiduitatemque bellorum, tributum sit conferendum, idque ne eveniat, multo ante erit providendum. Sin quae necessitas huius muneris alicui rei publicae obvenerit (malo enim quam nostrae ominari ; neque tamen de nostra, sed de omni re publica disputo), danda erit opera, ut omnes in- tellegant, si salvi esse velint, necessitati esse parendum. Atque etiam omnes, qui rem publicam gubernabunt, consulere debe- bunt, ut earum rerum copia sit, quae sunt ad victum neces- sariae. Quarum qualis comparatio fieri soleat et debeat, non est necesse disputare; est enim in pfomptu; tantum locus attingen- =/^ Caput autem est in omni procuratione negoti et muneris 75 publici, ut avaritiae pellatur etiam minima suspicio. 'Utinam', inquit C. Pontius Samnis, 'ad ili a tempora me fortuna reservavisset et tum esse 111 natus, quando Romani iccipere dona co<&pissent! non essejn passus diutius eos imperare.' jSTeJlli multa ^saècuta expectanda fuerunt; modo enim hoc malum in hanc rem publicam in vasi t. Itaque facile patior tum potius Pontium fuisse, siquidem in ilio tantum unifica e governi repubblicani » in antitesi coi monarchici, ma semplice- Dente «governi». — civitates, « comunità cittadine ». — 74. tributum ut confer., imposte regolari sotto la repubblica non ci furono mai ; solo reni vano riscosse straordinariamente in caso di bisogno. — muneris, cioè Aeir imposta. — malo ... ominari, risolvi: maio enim « alicui » quam € no 8tr ae » dicere, ne nostrae videar id ominari ; « dico qualcuna e non dico nostra, per non far cattivo augurio » . — de omni t in generale. — etiam , va con consulere. — tantum atting. futi, « soltanto doveva es- sere toccato » cioè < non doveva essere omesso > ; oppure « mi basta aver toccato » , « solo volevo toccare » . 7ó. Pontius, l'eroe delle forche Caudine del 321 av. Cr. ; fatto poi pri- gioniero e tradotto a Roma, vi fu giustiziato nel 292. Queste parole non piò averle pronunciate lui, perchè non gli era dato prevedere la futura tonalità dei Romani; ma gli devono essere state certo attribuite da qualche poeta storico posteriore, che volle con ciò biasimare la venalità dei suoi tempi. — coepissent, « avessero cominciato ». — ne, particella assevera- tiva. — saecula , « generazioni » . — expectanda fuerunt, « avrebbe do- vuto ... ». — facile patior, «gli permetto, lascio volentieri, bo piacere, 126 M. TULLI CICERONIS fuit roboris. Nondum centum et decem anni sunt, cum de pe- cuniis repetundis a L. Pisone lata lex est, nulla aaitea cum fuisset. At vero postea tot leges et proxumae quaeque duriores, tot rei, tot damnati, tantum Italicum bellum propter iudiciorum metum excitatum, tanta sublatis legibus et iudiciis expilatio direptioque sociorum, ut imbecilli tate aliorum, non nostra vir- iate valeamus. 76 22. Laudat Africanum Panaetius, quod fuerit abstinens. guidili laudet P Sed in ilio alia maiora ; laus abstinentiae non hominis est solum, sed etiam temporum illorum. Omni Mace- donum gaza , quae fuit maxima, potitus [est] Paulus tantum in aerarium pecuniae invexit, ut unius imperatoris praeda finem attulerit tributorum. At bic nibil domum suam intulit praeter memoriam nominis sempiternam. Imitatus pat'rem Africanus nihilo lòcupletior Carthagine eversa. Quid? qui eius collega fuit in censura, L. Mummius, numqui copiosior, cum copiosissimam urbem funditus sustulisset? Italiani ornare quam domum suam x maluit; quamquam Italia ornata domus ipsa mihi videtur or- 77 natior. Nullum igitur vitium taetrius est, ut eo, unde degressa buon per noi ». — siquidem, € se è vero che ».-- Pisone, L. Calpurnius Piso; questa legge fu da lui fatta nel 149, come tribuno della plebe. — cum, iperbato. — duriores, cioè di giorno in giorno più; e per questo abbiamo il compara- tivo invece del superlativo. Infatti la lex de repetundis di Pisone fissava la pena al semplice risarcimento dei danni, mentre le leggi seguenti ele- varono la pena al doppio e fino al quadruplo del danno , con l'aggiunta, secondo i casi, dell'esilio o della perdita dei diritti civili. — rei, damnati, scil. repetundarum. — Italicum, il nome di questa guerra era Italicum bellum, detta anche Marsica o sociale. La causa di essa fu che gli alleati italici volevano la cittadinanza romana, stata proposta dal tribuno Livio Druso nel 91. L'aristocrazia romana vi si oppose e Druso fu ucciso e la sua legge abrogata. Questa fu la vera causa. Cicerone ne assegna un'altra, il timore incusso al patriziato dall'altra legge di Druso, secondo la quale dovevano essere chiamati in giudizio i giudici giurati, che si fossero lasciati cor- rompere. Può essere che questa seconda ragione abbia inasprita l'opposi- zione del patriziato contro Druso ; ma non fu essa che provocò la guerra sociale. — 76- Africanum, Scipione Emiliano. — laudet, si può sop- primere nella traduzione. — Macedonum gaza, presa dopo la vittoria di l'idna. — lòcupletior suppi. factus est — in censura, nel 142. — numqui (dove qui è ablativo) = numquid. — urbem, Corinto; cfr. I 35. — ornare, delle numerosissime opere d'arte, che portò da Corinto. — 77* ora» culum , l' oracolo sarebbe stato rivelato ai re di Sparta Alcainene e Teopompo sotto questa forma : à (=? V|) cpiÀoxpr) Maria Zuàprav óXel, db offici is, ii, 4Zj 76 — 79 127 est, referat se oratio, quam avaritia, praesertim in principibus et rem publicam gubernantibus. Habere enim quaestui rem publicam non modo turpe est, sed sceleratum etiam et nefarium. Itaque, quod Apollo Pythius oraculum edidit, Spartani nulla re alia nisi avaritia esse perituram, id videtur non solum Lace- daemoniis, sed etiam omnibus opulentis populis praedixisse. Nulla autem re conciliare facilius benivolentiam multi tudinis possunt ii, qui rei publicae praesunt, quam abstinentia et con- tinenza. Qui vero se populares volunt ob eamque causam aut agra- 73 riam rem temptant, ut possessores pellantur suis sedibus, aut pecunias credi tas debitoribus condonandas putant, labefactant • fondamenta rei publicae, concordiam primum, quae esse non potest, cum aliis adimuntur, aliis condonantur pecuniae, deinde aequitatem, quae tollitur omnis, si habere suum cuique non licet. Id enim est proprium, ut supra dixi, civitatis atque urbis, 'ut sit libera et non sollicita suae rei cuiusque custodia. Atque 79 in hac pernicie rei publicae ne illam quidem consequuntur, quam putant, gratiam; nam cui res erepta est, est inimicus, cui data est, etiam dissimulat se accipere voluisse et maxime in pecuniis creditis occultat suum gaudium, ne videatur non fuisse solvendo ; at vero ille, qui accepit iniuriam, et meminit et prae se fert dolorem suum, nec, si plures sunt ii, quibus improbe datum est, quam illi, quibus iniuste ademptum est, <5XXo òè oòòév (un verso esametro). — praedùciste, qui spiega « riferire, attribuire, appropriare » . 78. se volunt, «si fanno passare per , si atteggiano a... ». — rem temptant, con frase moderna « sollevano la questione » . — possessores, non « possidenti » , ma possessores agri publici. — aliis, aliis condonantur , « agli uni, per ... agli altri ». — civitatis et urbis, « stato e città ». — suae rei cuiusque custodia, la posizione regolare è suae cuiusque rei\ quel cuiusque poi non è genitivo femminile, che accordi con rei, ma è maschile e accorda con hominis, civis sottinteso ; infatti la frase si può voltare così: ut libere et non sollicite suam quisque rem custodiate — 79. in pecuniis ... gaudium, dissimula specialmente il condono dei debiti; letteralmente: dissimula la sua gioia specialmente riguardo ai debiti (ai condono dei debiti). — fuisse solvendo, come fosse par, aptus fuisse sol- vendo; dativo finale. — prae se fert f il contrario di dissimulat — nw- 128 M. TULLI CICERONIS idcirco plus etiara valent; non enim numero haec iudicantur, sed pondere. Quam autem habet aequitatem, ut agrum multis annis aut etiam saeculis ante possessum, qui nullum habuit, habeat, qui autem habuit, amittat? 80 23. Ac propter hoc iniuriae genus Lacedaemonii Lysan- drum ephorum expulerunt, Agim regem, quod numquam antea apud eos acciderat, necaverunt, exque eo tempore tantae discor- diae secutae sunt, ut et tyranni existerent et optiraates exter- minarentur et praeclarissime constituta res publica dilaberetur ; nec vero solum ipsa cecidit, sed etiam reliquam Graeciam evertit contagionibus malorum, quae a Lacedaemoniis profectae mana- runt latius. Quid? nostros Gracchos, Ti. Gracchi summi viri filios, Africani nepotes, nonne agrariae contentiones perdiderunt? 81 At vero Aratus Sicyonius iure laudatur, qui, cum eius civitas quinquaginta annos a tyrannis teneretur, profectus Argis Sicyo- nem clandestino introitu urbe est potitus, cumque tyrannura ^ficoclem improviso oppressisset, sescentos exules, qui locuple- tissimi fuerant eius civitatis, restituit remque publicam adventu suo liberavit. Sed cum magnam animadverteret in bonis et possessionibus difficultatem, quod et eos, quos ipse restituerat, quorum bona alii possederant, egere iniquissimum esse arbitra- batur et quinquaginta annorum possessiones moveri non nimis aequum putabat, propterea quod tam longo spatio multa here- ditatibus, multa emptionibus, multa dotibus tenebantur sine iniuria, iudicavit neque illis adimi nec iis non satis fieri, quo- mero, « quantità » ; pondere, e qualità >. — quam ... ut, « qual giustizia è mai questa, che ». — saeculis, « generazioni » § 75. — possessum, non « pos- seduto », ma « ricevuto in possesso » ; possideo vale e avere in possesso », possido t ricevere in possesso». — 80. I/eforo Lisandro e Agide re di Sparta avevano combinato un piano di riforma della costituzione spar- tana, richiamando in vigore le antiche leggi di Licurgo e la eguale ripar- tizione dei terreni. Incontrarono un'accanita opposizione e nel 241 Li- sandro fu esiliato e Agide condannato a morte. — praeclar. constituta, anticamente, per opera di Licurgo. — contagionibus, « contagiosa diffu- sione ». — 81. Aratus, l'ultimo capo della lega A chea; a sette anni nel 264 av. Cr. fu trafugato ad Argo, essendo stato ucciso suo padre Clinia, arconte di Sicione ; a venti anni nei 251 abbattè il tiranno Nicocle ; morì nel 213 fatto avvelenare da Filippo di Macedonia possederant, da db oppiciis, li, 23, 80—84 129 rum illa fuerant, oportere. Cum igitur statuisset opus esse ad 82 eam rem constituendam pecunia, Alexandream se proficisci velie dixit remque integram ad reditum suum iussit esse, isque ce- leriter ad Ptoloraaeum, suum hospitem, venit, qui tum regnabat alter post Alexandream conditam. Cui cum exposuisset patriam se liberare velie causamque docuisset, a rege opulento vir summus facile impetravit, ut grandi pecunia adiuvaretur. Quam cum Sicyonem attulisset, adhibuit sibi in consilium quindecim prin- cipes, cum quibus causas cognovit et eorum, qui aliena tene- bant, et eorum, qui sua amiserant, perfecitque aestumandis possessionibus, ut persuaderei, aliis, ut pecuniam accipere m al- lenti, possessionibus cederent, aliis, ut commodius putarent nu- merari sibi, quod tanti esset, quam suum recuperare. Ita perfec- tum est, ut omnes concordia constituta sine querella discederent. virum magnum dignumque, qui in re publica nostra natus 83 esset! Sic par est agere cum civibus, non, ut bis iam vidimus, hastam in foro ponere et bona civium voci subicere praeconis. At ille Graecus, id quod fuit sapientis et praestantis viri, omnibus consulendum putavit, eaque est summa ratio et sa- pientia boni civis, commoda civium non divellere atque omnes aequitate eadem continere. Habitent gratis in alieno. Quid ita? ut, cum ego emerim, aedificarim, tuear, impendam, tu me in- vito fruare meo? Quid est aliud aliis sua eripere, aliis dare aliena? Tabulae vero novae quid habent argumenti, nisi ut 84 possido, § 79 possessum. — 82. isque, ripiglia il soggetto, quan- tunque non ce ne sarebbe di bisogno. - Ptolom., Piladelfo. — causarti y non € la causa » per cui era venuto , ma < la posizione, lo stato delle cose » . — causas cognovit, « esaminò le ragioni > ; noi oggi diremmo « ordinò un' inchiesta » . — quod tanti esset, e il prezzo in contanti » . — 83» bis, § 29. — ratio, « prudenza ». — habitent ... aliena, ecco il movimento di questo passo: < abitino in casa d'altri senza pagar pi- gione. Grazie tante ! ma qui bo comprato io. Se questo non è rubare, cos'altro sarà mai ? > Qui si allude alla legge di Cesare, con la quale si abbonava un anno di fitto di casa ai piccoli pigionanti ; habitent è come il testo della legge; quid ita è la risposta del padrone di casa. — quid est aliud suppl. si hoc non est, « che è altro mai, se non ciò > ; la frase si può risolvere in parecchi modi. — 8é. tabulae sono i libri del dare e dell'avere ; tabulae novae significa libri nuovi, con che venivano cassati i debiti vecchi; < liquidazione > , si direbbe oggi. — quid ... argumenti, Cicerone, De Ofllciis, oomm. da K. Sabbadini, 2* ediz. " 9 130 M. TULLI CICERONIS emas mea pecunia fundum, eum tu habeas, ego non habeam pecuniam ? 24. Quam ob rem ne sit aes alien ura, quod rei publicae noceat, providendum est, quod multis rationibus caveri potest, non, si fuerit, ut locupletes suum perdant, debitores lucrentur alienum; nec eri i in ullares vehementius rem publicam continet quam fides, quae esse nulla potest, nisi erit necessaria solutio rerum creditarum. Numquam vehementius actum est quam me consule, ne solveretur ; armis et castris temptata res est ab omni genere hominum et ordine; quibus ita restiti, ut hoc totum malum de re publica tolleretur. Numquam nec maius aes alie- num fuit nec melius nec facilius dissolutum est; fraudandi enim spe sublata sol vendi necessitas consecuta est. At vero hic nunc victor, tum quidem victus quae cogitarat, cum ipsius inter- erat, tum ea per fé ci t, cum eius iam nihil interesse^ Tanta in eo peccandi libido fuit, ut hoc ipsum eum delectaret, peccare, 85 etiamsi causa non esset. Ab hoc igitur genere largitionis, ut aliis detur, aliis auferatur, aberunt ii, qui rem publicam tue- buntur, in primi sque operam dabunt, ut iuris et iudiciorum e che altro significato hanno, a che altro mirano ». — non si fuerit ut, si compia : non, si fuerit aes alienum, ita faciendum est ut ; il verbo fa- eiendum est si supplisce facilmente da providendum est. — continet, « costituisce » ; ma è diverso il significato letterale, ciuè fides rem publi- cam continet = fide res publica continetur, in fide posita est — neces- saria, obbligatoria. — actum est, « brigarono ». — armis et castris, ma- niera proverbiale « con tutti i mezzi » . — nec facilius = faciliusve. — fraudandi spe, allude alla congiura di Catilina, da lui soffocata sotto il suo consolato. Molti si erano associati ad essa per causa dei debiti e Ca- tilina infatti prometteva le tabulae novae. — consecuta est, « ne venne di conseguenza ». — hic nunc Victor ... interesset. Qui si allude a Cesare, creduto da Cicerone e dai contemporanei complice della congiura di Cati- lina, per liquidare i suoi debiti, che veramente in quel tempo erano esor- bitanti. Ma allora, dice Cicerone, restò vinto e non potè attuare il suo disegno (quae cogitarat), che gli interessava; lo attuò invece dipoi, quando restò egli solo padrone dell'impero, allora che non aveva più debiti e quindi non gli interessava più; ma tanto lo fece parimente, per istinto di mal- vagità. Ma qui il malvagio è Cicerone, che giudica Cesare così iniquamente. Cesare promulgò alcune disposizioni per riduzione di debiti, ma furono mitissirae e imposte dalla necessità, essendo dopo la guerra rinvilito di molto il prezzo dei generi. — nunc Victor, tum victus; nunc non si deve intendere dell'opera di Cesare, che duri tuttora, ma di una antitesi con tum; puoi anche tradurre: « allora vinto, poi vincitore ». — 85. rem de officiis, ii, 24—25, 84-88 131 aequitate suum quisque teneat et neque tenuiores propter hu- militatem circumveniaDtur neque locupletibus ad sua vel te- nenda vel recuperanda obsit invidia, praeterea, quibuscumque rebus vel belli vel domi poterunt, rem publicam augeant im- perio, agris, vectigalibus. Haec magnorum hominum sunt, haec apud maiores nostros factitata, haec genera officiorum qui per- secuntur, cum summa utilitate rei publicae magnam ipsi ad* ipiscentur et gratiam et gloriam. In bis autem utilitatum praeceptis Antipater Tyrius Stoicus, 86 qui Athenis nuper est mortuus, duo praeterita censet esse a Panaetio, valetudinis curationem et pecuniae; quas res a summo philosopho praeteritas arbitror, quod essent faciles; sunt certe utiles. Sed valetudo sustentatur notitia sui corporis et obser- vatione, quae res aut prodesse soleant aut obesse, et continentia in victu omni atque cultu corporis tuendi causa [praetermit- tendis voluptatibus], postremo arte eorum, quorum ad scientiam haec pertinent. Res autem familiaris quaeri debet iis rebus, a 37 quibus abest turpitudo, conservali autem diligentia et parsi- monia, eisdem etiam rebus augeri. Has res commodissime Xe- nophon Socraticus persecutus est in eo libro, qui Oeconomicus inscribitur, quem nos, ista fere aetate cum essemus, qua es tu nunc, e Graeco in Latin uni convertimus. 25. Sed utilitatum comparatici , quoniam hic locus erat 33 quartus, a Panaetio praetermissus, saepe est necessaria. Nam et corporis commoda cum externis et externa cum corporis et publicam augeant ... vectigalibus, risolvi : rei publicae augeant imperium, agros, vectigalia. — persecuntur, e praticare » . 86. Antipater, fu a Roma ospite in casa di Catone il giovane. — quod essent faciles, probabilmente non è questa la ragione, bensì perchè la cara della salute e dell'economia domestica appartengono ai doveri verso se stessi e questi non entravano nel sistema di Panezio, come non c'entra- vano i doveri verso la divinità. — sed valetudo ... , si può compiere così: ma sia come si voglia, ne dirò due parole. — sui, riferito al soggetto logico, come fosse : homo valetudinem sustentat notitia sui corporis, cfr. § 73 sua. — observatione, risolvi col verbo. — praet. volupt, è un'interpola- zione che dichiara in che consista la continentia. — arte ... pertinent, puoi spiegare molto semplicemente < l'arte medica » . — 87- rebus, rebus, « mezzi > . — Oeconomicus, c'è rimasto il libro di Senofonte, ma non la traduzione di Cicerone. — ista fere aetate, a ventun anno.— cum, iperbato §75. 88. comparato, « conflitto ». — locus quartus, I 10. — ipsa inter se 132 M. TULLI CICERONIS DE OFF. II, 25, 89 ipsa inter se corporis et externa cum externis comparari solent. Cuna externis corporis hoc modo comparantur, valere ut malis quam dives esse, cum corporis externa hoc modo, dives esse potius quam maxumis corporis viribus, ipsa inter se corporis sic, ut bona valetudo voluptati anteponatur, vires celeritati, externorum autem, ut gloria divitiis, vectigalia urbana rusticis. 89 Ex quo genere comparationis illud est Catonis senis: a quo cum quaereretur quid maxume in re familiari expediret, respondit: 'Bene pascere'; quid secundum: 'Satis bene pascere'; quidtertium: 'Male pascere'; quid quartum: 'Arare', et cum ille, qui quaesierat, dixisset: 'Quid faenerari?', tum Cato: 'Quid hominem', inquit, 'occidere?' Ex quo et multis aliis intellegi debet utilitatum comparationes fieri solere recteque hoc adiunctum esse quartum exquirendorum officiorum genus. « Sed toto hoc de genere, de quaerenda, de collocanda pecunia « (vellem etiam de utenda), commodius a quibusdam optumis « viris ad Ianum medium sedentibus quam ab ullis philosophis « ulla in schola disputatur. Sunt tamen ea cognoscenda; perti- « nent enim ad utilitatem, de qua hoc libro disputatimi est ». Reliqua deinceps persequemur. corporis, « i corporali coi corporali » . — cum externis corporis scil. com- moda, — hoc modo comparantur ut, puoi risolvere così : « esempio di conflitto tra ... : è meglio ... » . — potius suppl. ut velis. — maxumis vi- ribus, ablat. di qualità. — externorum suppl. comparatio fit; dovrebbt essere, per simmetria coi tre termini precedenti : externa cum externis (anacoluto). — vectigalia, qui non significa rendite dello Stato, ma ren dite private, quali si ricavano dalle pigioni o dalle speculazioni del piccolo commercio. — 89. bene, « a buoni patti » . — pascere, l'allevamento del bestiame era diventato una discreta industria agricola, da quando le piccole proprietà erano state assorbite dagli immensi latifondi e le biade che venivano dalle provincie di fuori facevano concorrenza a quelle ita- liane. — quid hominem occidere, la risposta di Catone è molto energica ; per lui l'usura è assimilata all'omicidio; la forma interrogativa la rende più enfatica. Sed toto hoc ... , questo innesto posteriore di Cicerone è fuori di posto ; gli editori recenti lo collocano alla fine del § 87. — véllem etiam, questo è un desiderio a cui non risponde la realtà : cioè nequeunt de utenda. — optumis viris, « galantuomini », ironicamente. — ad medium Ianum, al Foro si entrava per tre sbocchi, detti Iani; in quello di mezzo avevano le loro botteghe i banchieri. M. TULLI CICERONIS DE OFFICIIS AD MARCUM FILIUM LIBEE TERTIUS 1. P. Scipionem, Marce fili, eum, qui primus Africanus 1 appellatus est, dicere solitum scripsit Cato, qui fuit eius fere aequalis, numquam se minus otiosum esse, quani cum otiosus, nec minus solura, quam cum solus esset. Magnifica vero vox et magno viro ac sapiente digna; quae declarat illum et in otio de negotiis cogitare et in solitudine secum loqui solitum, ut neque cessaret umquam et interdum colloquio alterius non egeret. Ita duae res, quae languorem adferunt ceteris, illum acuebant, otium et solitudo. Vellem nobis hoc idem vere dicere liceret; sed si minus imitatione tantam ingenii praestantiam consequi possumus, voluntate certe proxime accedimus ; nam et a re publica forensibusque negotiis armis impiis vique prohi- biti otium persequimur et ob eam causam urbe relieta rura peragrantes saepe soli sumus. Sed nec hoc otium cum Africani 2 otio nec haec solitudo cum Illa comparanda est. llle enim re- II libro IH tratta del conflitto dell'utile con l'onesto. Ili 1. fere aequalis, Catone in qualità di questore accompagnò nel 204 av. Cr. Scipione, che andava proconsole in Sicilia ; Scipione fu console nel 205, Catone nel 195. — vero, avverbio. — vox, e parole » . — cessare t essere disoccupato » , egere « sentire il bisogno » . — duae res, non si traduca « due cose > oppure si sopprima. — armis vique, M. Antonio veniva alle sedute del senato circondato di satelliti armati e faceva da essi occupare il Foro. Cicerone per non incorrere in qualche pericolo si teneva lontano più che poteva da Roma, passando dall'una all'altra delle sue ville. — £. cum Ma = cum illius (solitudine), noi diciamo e con quella di lui, con 134 M. TULLI CICERONIS quiescens a rei publicae' pulcherrimis muneribus otiura sibi sumebat aliquando et e coetu hominura frequentiaque interduui tamquam in portum se in solitudinem recipiebat, nostrum au- tem otium negoti inopia, non requiescendi studio constitutum est. Extincto enim senatu deletisque iudiciis quid est quod di- 3 gnum nobis aut in curia aut in foro agere possimus? Ita, qui in maxima celebritate atque in oculis civium quondam vixeri- mus, nunc fugientes conspectum sceleratorum , quibus omnia redundant, abdimus nos, quantum licet, et saepe soli sumus. Sed quia sic ab hominibus doctis accepimus, non solum ex malis eligere minima oportere, sed etiam excerpere ex his ipsis, si quid inesset boni, propterea et otio fruor, non ilio quidem, quo debebat is, qui quondam peperisset otium civitati, nec eam so- litudinem languere patior, quam mihi adfert necessitas, non 4 voluntas. Quamquam Africanus maiorem laudem meo iudicio adsequebatur. Nulla enim eius ingenii monumenta mandata litteris, nullum opus oti, nullum solitudinis munus extat; ex quo intellegi debet illum mentis agitatione investigationeque earum rerum, quas cogitando consequebatur, nec otiosum nec solum umquam fuisse; nos autem, qui non tantum roboris ha- bemus, ut cogitatione tacita a solitudine abstrabamur, ad hanc scribendi operam omne studium curamque convertimus. Itaque plura brevi tempore eversa quam multis annis stante re pt- blica scripsimus. la sua ». — aliquando, * talvolta ». — frequentia, puoi risolvere con un aggettivo, p. e., « romorosa». — extincto ... iudiciis, per il governo violente e partigiano di Marc' Antonio. — 3. qui vixerimus, relativa conse- quenziale. — celebritate = frequentia hominum, « movimento animato » , come oggi si direbbe. — omnia, il neutro generalizza, puoi spiegare « ogni luogo » . — hominibus doctis = philosophis. — si quid = quicquid, e quel po' che ci fosse ». — debebat, « dovrebbe », cfr. II 68. — is qui peperisset, consequenziale, come qui vixerimus. — otium, non « ozio » , ma e tranquil- lità, pace » . — eam solitudinem languere = in ea solitudine me languere, ma puoi anche tradurre il languere come è nel testo * restare infruttuosa » . — é. quamquam Africanus, questo deprezzamento della propria atti- vità letteraria in confronto della produttività contemplativa, diremmo così, dell'Africano, è frutto di un momento di profondo sconforto dell'animo di Cicerone. — agitatione, < attività ». — quas ... consequebatur, ch'egli sco- priva per sola forza di pensiero. In tutto questo passo sembra di vedere l'estasi meditativa, feconda però, di un anacoreta. — plura ... scripsimus, DE OFFICIIS. IH, 1 — 2, 3—6 135 2. Sed cum tota philosophia, mi Cicero, frugifera et fruc- 5 tuosa nec ulla pars eius inculta ac deserta sit, tum nullus teracior in ea locas est nec uberior quam de officiis, a quibus constanter honesteque vivendi praecepta ducuntur. Quare, quam- quam a Cratippo nostro, principe huius memoriae philosopho- rum, haec te assidue audire atque accipere confido, tainen con- ducere arbitror talibus aures tuas vocibus undique circumsonare, nec eas, si fieri possit, qui e quam aliud audire. Quod cum omni- q bus est faciendum, qui vitam honestam ingredi cogitant, tum haud scio an nemini potius quam tibi; sustines enini non par- vara expectationem imitandae industriae ncstrae, magnani ho- norum, non nullam fortasse nominis. Suscepisti onus praeterea grave et Athenarum et Cratippi; ad quos cum tamquam ad mercaturam bonarum artium sis profectus, inanem redire tur- pissimum est dedecorantem et urbis auctoritatem et magi stri. Quare quantum coniti animo potes, quantum labore contendere, infatti stante re publica Cicerone sviluppò più che altro la sua produttività oratoria (con le orazioni e il de Oratore), epistolare e filosofico-politica (de Re publica, de Legibus) ; tutte le altre sue opere furono scritte eversa re publica, dal 46 al 44. £. cum ... sit, qui cum ha valore concessivo ; puoi renderlo con « se » « mentre » ; tum, « dall'altra parte » . — tota philosophia, pars, locus, per conservare la metafora si potrebbe spiegare: tota phii, e tutto il dominio della ... > ; pars, e tratto » ; locus, * campo ». — deserta, e sterile ». — memoriae = temporis. — talibus ... circumsonare, letteralmente: € i tuoi orecchi echeggiano di queste voci »; meglio però e queste voci echeggiano ai tuoi orecchi ». — 6. haud scio an, rendi, se vuoi, con un avverbio, I 33. sustines expectationem, « sostieni il peso dell* aspettazione », « ti fu addossato il peso dell'aspettazione », « si sono fondate su di te speranze »; per conservare al periodo la sua efficace struttura (non parvam, magnam, non nullam, messi a capo dei tre termini) bisognerà tradurre così : < si sono fondate su di te speranze che tu debba ereditare in non prccola parte la mia attività, in buona parte le mie magistrature e in qualche parte il mio nome »; oppure « pesa su te la responsabilità e per non piccola parte della mia attività e per » , oppure « si son,o concepite speranze che tu ^mi debba succedere per non poco nell'operosità, per molta parte nelle magi- strature, per non poco nella fama » . Usando maggior libertà si può tra- durre diversamente. — suscepisti Cratippi, la responsabilità che gli vien dal padre è involontaria, non di sua elezione (perciò sustines « te la hanno addossata » e quindi « la sostieni, pesa su di te »), la responsabilità che gli vien da Atene e Cratippo è volontaria, di sua elezione (perciò su- scepisti « ti sei addossato »): « ti sei inoltre addossato una grave respon- sabilità e per Atene e per Cratippo». — labore, labor^ devi ripetere il 136 M. TULLI CICERONIS si discendi labor est potius, quam voluptas, tantum fac ut ef- fìcias neve commi ttas, ut, cum omnia suppeditata sint a nobis, tute tibi defuisse videare. Sed haec hactenus; multa enim saepe ad te cohortandi gratia scripsimus ; nunc ad reliquam partem proposi tae divisionis revertamur. 7 Panaetius igitur, qui sine controversia de officiis accuratis- sime disputavit quemque nos correctione quadam adhibita po- tissimum secuti sumus, tribus generibus propositis, in quibus deliberare homines et consultare de officio solerent, uno, cum dubitarent, honestumne id esset, de quo ageretur, an turpe, al- tero, utilene esset an inutile, tertio, si id, quod speciem haberet honesti, pugnaret cum eo, quod utile videretur, quo modo ea discerni oporteret, de duobus generibus primis tribus libris explicavit, de tertio autem genere deinceps se scripsit dicturum 8 nec exsolvit id, quod promiserat. « Quod eo magis miror, quia « scriptum a discipulo eius Posidonio est triginta annis vixisse « Panaetium,posteaquam illos libros edidisset. Quem locum miror « a Posidonio breviter esse tactum in quibusdam commentariis, « praesertim cum scribat nullum esse locum in tota philosophia 9 « tam necessarium. » Minime vero adsentior iis, qui negant eum locum a Panaetio praetermissum, sed consulto relictum, nec omnino scribendum fuisse, quia numquam posset utilitas cum medesimo sostantivo. — si discendi ... voluptas, «se quella dell'appren- dere è ... anziché ... ». — cum omnia ...sint, nelle lettere ad Attico Cice- rone parla spesso di suo figlio Marco e della cura che si prendeva perchè avesse ad Atene un buon trattamento. 7-18. Qui si discute una questione, noi diremmo, pregiudiziale: se sia stata intenzione di Panozio trattare il conflitto tra l'utile e l'onesto (ri- sposta affermativa), §§ 7-10 : se questo conflitto sia filosoficamente giu- stificato (risposta negativa), §§ 11-18. — tribus generibus propositis etc, I 9 ; il passo è ripetuto quasi con le medesime parole nella lett. ad Alt. XVI 11, 4. — Questo periodo riuscirebbe troppo lungo e sproporzio- nato tra la protasi e l'apodosi nella traduzione italiana; si spezzi in due, risolvendolo così : tria genera proposuit, e facendo punto dopo oporteret. — nec exsolvit, questo nec è avversativo : « senza mantenere», « ma non man- tenne ». — id quod promiserat, puoi rendere con un sostantivo. — 8. Posi- donio, era di Apamea nella Siria; insegnò in Rodi, dove lo udirono Cicerone e altri Romani. — triginta annis, questo ablat. va unito con posteaquam. — quem locum miror ... , « e mi meraviglio anche ... ». — commentariis, di questo trattato Cicerone si fece fare per proprio uso uri sunto da Ate- nodoro (ad Attic. XVI 11, 4; 14,4). — 9. negant ... praetermissum , DB OFFICIIS, III, 2—3, 7—11 137 honestate pugnare. De quo alterum potest habere dubitationem, adhibendumne fuerit hoc genus, quod in divisione Panaeti ter- tium est, an piane omittendum, alterum dubitari non potest, quin a Panaetio susòeptum sit, sed relictum. Nam qui e divi- sione tri per ti ta duas partes absolverit, huic necesse est restare tertiam; praeterea in extremo libro tertio de hac parte polli cetur se deinceps esse dicturum. « Accedit eodem testis locuples io « Posidonius, qui etiam scribit in quadam epistula P. Eutilium « Rufum dicere solere, qui Panaetium audierat, ut nemo pictor « esset inventus, qui in Coa Venere eara partem, quam Apelles « incohatam reliquisset, absolveret (oris enim pulchritudo reliqui « corporis imitandi spem auferebat), sic ea, quae Panaeti us prae- « termisisset [et non perfecisset] propter eorum, quae perfecisset, « praestantiam neminem persecutum. » 3. Quam ob rem de iudicio Panaeti dubitari non potest; li ree tene autem hanc tertiam partem ad exquirendum officium adiunxerit an secus, de eo fortasse disputari potest. Nam, sive honestum solum bonum est, ut Stoicis placet, sive, quod ho- nestum est, id ita summum bonum est, quem ad modum Pe- ripateticis vestris videtur, ut omnia ex altera parte collocata vix minimi momenti instar habèant, dubitandum non est, quin numquam possit utilitas cum honestate contendere. Itaque ac- cepimus Socratem execrari solitum eos, qui primum haec na- tura cohaerentia opinione distraxissent. Cui quidem ita sunt sed, risolvi : dicunt ... non praetermissum, sed. — de quo alterum ... ai terum, tradurrai così : € riguardo a queste due affermazioni si potrà dal T una parte dubitare ... ma non si può dubitare dall'altra ... » ; potest habere dubttationem (contenere il dubbio, sollevare il dubbio, far nascere il dubbio) = potest dubitari. — IO. Rufum, II 47. — Apelles, di Kos, famoso pittore, contemporaneo di Alessandro Magno; dipinse pei suoi con- cittadini due Veneri, Tana quella tanto rinomata nell'atto di uscire dal mare; l'altra non potè essere compiuta; ma doveva riuscir migliore della prima. — reliqui ... imitandi, « di poterla raggiungere nel resto dei corpo » ; qui imitavi significa «rappresentare adeguatamente > . — et non perfe- cisset, questo inciso è interpolato. 11. iudicio, «intenzione». — ita, «a tal segno». — parte, spiega « bilancia » . — momenti, « peso » ; vix ... instar , « appena pesano una dramma » . — primum, « per la prima volta » ; si potrebbe risolvere nel- l'aggettivo primi « pei primi ». Questo scambio non è raro, specialmente nei poeti. — opinione, « teoreticamente », ma con l'idea di falsità; spiega: 138 M. TULLI CICERONIS Stoici adsensi, ut et quicquid honestum esset, id utile esse 12 censerent nec utile quicquam, quod non honestum. Quodsi is esset Panaetius, qui virtutem propterea colendam diceret, quod ea efficiens utilitatis esset, ut ii, qui res expetendas vel vo- luptate vel indolentia metiuntur, liceret ei dicere utilitatem aliquando cum honestate pugnare ; sed cum sit is, qui id solum bonum iudicet, quod honestum sit, quae autem huic repugnent specie quadam utilitatis, eorum neque accessione meliorem vi- tam fieri nec decessione peiorem, non videtur debuisse eius modi deliberationem introducere, in qua, quod utile videretur, cum 13 eo, quod honestum est, compararetur. Etenim quod summum bonum a Stoicis dicitur, convenienter naturae vivere, id habet hanc, ut opinor, sententiam: cum virtute congruere semper, cetera autem, quae secundum naturam essent, ita legere, si ea virtuti non repugnarent. Quod cum ita sit, putant quidam hanc comparationem non recte introductam, nec omnino de eo genere quicquam praecipiendum fuisse. Àtque illud quidem honestum, quod proprie vereque dicitur, hanno mal separato teoreticamente. — 12. res expetendas, il pregio intrinseco per cui devono essere desiderate, cioè « l'appetibilità ». — vo- luptate, Àristippo; indolentia (parola coniata da Cicer., in greco àvoX^riaio), Girolamo da Rodi ; entrambi i principii sono rappresentati da Epicuro ; cfr. 15. — accessione, decessione, potresti conservare il medesimo rap- porto etimologico con « accrescimento, decrescimento ». — 13, Prova con la definizione stoica del sommo bene che esso è l'onesto cioè la virtù e che perciò Tutile non ci si deve contare: gli Stoici definiscono il sommo bene vivere secondo natura; ma vivere secondo natura è vivere secondo virtù; dunque ii sommo bene è vivere secondo virtù. — naturae, naturam, non hanno il medesimo significato; il primo è riferito alla legge naturale, il secondo ai bisogni materiali in contrapposto col principio morale. — con- gruere, legere {= eligtre), infiniti costruiti liberamente. Hanno quasi il valore di imperativi ; cfr. anche I 52 prohibere, pati, dare. — nec om nino ... fuisse, e perciò non doversi dar precetti di doveri sul conflitto dell'onesto con l'utile. Atque, « inoltre ». Dopo accennato che il sommo bene, quale è concepito da Panezio e definito dagli Stoici, non ammette conflitto con Futile, Cice- rone passa a una seconda dimostrazione, prendendo per punto di partenza la divisione dell'onestà in onestà ideale (perfetta) e onestà pratica (media, secondaria, comune). Il nesso del ragionamento è questo: L'onestà ideale si identifica con la virtù : essa di per sé dunque esclude il conflitto con l'utile. L'onestà pratica tende, per natura sua, con progressivo e continuo avanzamento, verso la virtù perfetta. Al punto in cui le due onestà più DE OFFICUS, III, 3, 12—15 139 id in sapienti bus est solis neque a virtute divelli umquam pot- est; in iis autem, in quibus sapientia perfecta non est, ipsum illud quidem perfectum honestum nullo modo, similitudines honesti esse possunt. Haec enim officia, de quibus his libris 14 disputamus, media Stoici appellant; ea communia sunt et late patent; quae et ingenii boni tate multi adsequuntur et progres- sione discendi. Illud autem officium, quod rectum idem appel- lant, perfectum atque absolutum est et, ut idem dicunt, omnes numeros habet nec praeter sapientem cadere in quemquam pot- est. Cum autem aliquid actum est, in quo media officia coni 15 pareant, id cumulate videtur esse perfectum, propterea quod vulgus, quid absit a perfecto, non fere intellegit ; quatenus au- tem intellegit, nihil putat praetermissum ; quod idem in poè- matis, in picturis usu venit in aliisque compluribus, ut de- lectentur imperiti laudentque ea, quae laudanda non sint, ob eam, credo, causam, quod insit in iis aliquid probi, quod capiat ignaros, qui idem, quid in una quaque re vitii sit, nequeaot iudicare; itaque, cum sunt docti a peritis, desistunt facile sen- tenza. si avvicinano, sparisce quasi ogni loro differenza, la quale più che di natura, diventa di grado ; sicché anche l'onestà pratica esclude, come la ideale, il conflitto con l'utile. Fingiamo per poco che l'onestà pratica venga in con- flitto con Futile: in questo caso essa sarebbe deviata dal suo avanzamento verso la virtù (§ 17 àliter enim ... progressio) e con ciò falsata la sua natura. Questo ragionamento non risulta chiaro dal contesto, perchè Cice- rone si ferma troppo a dichiarare la natura dell'onestà pratica, perdendo di vista il nesso logico dei pensieri, ciò che gli accade spesso, mancandogli il vero senso filosofico. Anzi pare che qui Cicerone voglia dire che l'onesta ideale non si può raggiungere e che l'uomo devesi contentare di una virtù relativamente perfetta, la quale rappresenta l'ultimo termine, a cui si possa umanamente arrivare : questo termine di perfezione relativa vale per lui quanto la perfezione assoluta, la quale di per so esclude il conflitto con l'utile. — proprie ... dicitur, « nel suo vero significato », cioè € ideale ». — nullo modo suppl. esse potcst. — 1-à. enim, « così » . — media, risolvi quae media ; sui doveri medi e perfetti cfr. 18. — discendi, l'istru- zione perfeziona la pratica della virtù, —numeros, « requisiti »; però anche noi diciamo € aver buoni, molti numeri » per € qualità » . — 13- quid, « in che ». — nihil ... praetermissum, quando essa vede che non raggiunge la perfezione, le sembra che ci manchi tanto poco, da non doverne tener conto : e non ci trova mancanze notevoli » . — quod idem, questo idem pleonastico si trova anche qualche rigo più sotto qui idem. — imperiti, < i profani ». — desistunt, « mutano ». — secunda, « di secondo grado ». 140 M. TULLI CICERONIS 4. Haec igitur officia, de quibus his libris disserimus, quasi secunda quaedam honesta esse dicunt, non sapienti um 16 modo propria, sed cum omni hominum genere coramunia. Itaque iis omnes, in quibus est virtutis indoles, commoventur. Nec vero, , cum duo Decii aut duo Scipiones fortes viri commemorantur, aut cum Fabricius [aut Aristides] iustus nominatur, aut ab illis forti tudinis aut ab hoc iustitiae tamquam a sapiente pe- titur exemplum; nemo enim horura sic sapiens, ut sapientem volumus intellegi, nec ii, qui sapientes habiti et nominati, M. Cato et C. Laelius, sapientes fuerunt, ne illi quidem septem, sed ex mediorum officiorum frequentia similitudinem quandam 17 gerebant speciemque sapientium. Quocirca nec id, quod vere honestum est, fas est cum utilitatis repugnantia comparati, nec id, quod communiter appellamus honestum, quod colitur ab iis, qui bonos se viros haberi volunt, cum emolumentis umquam est comparandum, tamque id honestum, quod in nostram intel- legentiam cadit, tuendum conservandumque nobis est quam illud, quod proprie dicitur vereque est honestum , sapientibus; al iter enim teneri non potest, si quae ad virtutem est facta progressio. Sed haec quidem de iis, qui conservatione officiorum 18 existimantur boni. Qui autem omnia metiuntur emolumentis et commodis neque ea volunt praeponderari honestate, ii solent in deliberando honestum cum eo, quod utile putant, comparare, boni viri non solent. Itaque existimo Panaetium, cum dixerit homines solere in hac comparatione dubitare, hoc ipsum sen- — Hi. indoles, « germe » . — commoventur, « vi sono attratti, se ne sentono tocchi, ne sentono la forza » ; perchè la virtù ideale e perfetta o non esiste in pratica o non si può raggiungere; e quelli che passano come perfetti sapienti sono ben lontani dalla vera sapienza. — ani Aristides, un'inter- polazione suggerita al copista dalla notorietà della giustizia di Aristide e dal § 87. — ut volumus intellegi, «nel vero senso della parola». — nominati scil. sunt. — septem, i sette savi della Grecia. — frequentia. « frequente adempimento, abituale osservanza». — 17. quocirca qui non esprime una conseguenza, ma corrisponde al nostro «ciò premesso». — utilitatis repugnantia = utiiitate repugnante, «venire in conflitto con ... ». - cadit, « è alla portata della ... ». — teneri progressio, pro- priamente « tenere la direzione » cioè conservare ii profitto ottenuto. — 18. praeponderari, letteralmente « lasciarli sbilanciare, squilibrare » ; ima- gine presa dalla bilancia. — solere, in quanto è ammesso il conflitto pra- DE OFFICIIS, III, 4, 16 — 20 141 sisse, quod dixerit, 4 solere ' modo, non etiam i oportere \ Etenira non modo pluris putare, quod utile videatur, quam quod ho- nestum sit, sed etiam haec inter se comparare et in his addu- bitare turpissimum est. « Quid ergo est, quod non numquam dubitationem adferre so- « leat considerandumque videatur? Credo, si quando dubitatio « accidit, quale sit id, de quo consideretur. Saepe enira tempore 19 « fit, ut, quod turpe plerumque baberi soleat, inveniatur non esse « turpe ; esempli causa ponatur aliquid, quod pateat latius: Quod « potest maius esse scelus quam non modo hominem, sed etiam «familiarem hominem occidere? Num igitur se astrinxit scelere, «si qui tyrannum occidit quamvis familiarem? Populo quidem « Romano non videtur, qui ex omnibus praeclaris factis illud « pulcherrimum existimat. Vicit ergo utilitas honestatem? Immo «vero honestas utilitatem secuta est. «Itaque, ut sine ullo errore diiudicare possimus, si quando « cum ilio, quod honestum intellegimus, pugnare id videbitur, « quod appellamus utile, formula quaedam constituenda est; quam « si sequemur in comparatione rerum, ab officio numquam rece- « demus. Erit autem haec formula Stoicorum rationi discipli- 20 «nacque maxime consentanea; quam quidem his libris propterea ticamente, oportere, in quanto è ammesso teoricamente. — addubitare, propriamente « mettersi in via di dubitare, dare indizio, accennare di voler dubitare», quindi « nutrire il benché minimo dubbio». Quid ergo ... consideretur, se talora il nostro esame si ferma a lungo sulla moralità di un atto, gli è che rimaniamo in dubbio sulla natura di esso, la quale muta secondo le circostanze. Da qui fino al § 32 abbiamo una digressione che potremmo considerare come una seconda pregiudiziale. Si esamina cioè come le circostanze possono mutar natura al dovere ; p. e., uccidere un uomo è delitto; ma se quest'uomo ucciso è un tiranno, cessa di esser delitto. Siccome la teoria è, come si vede subito, molto pericolosa, così Cicerone, per mettere in grado di apprezzare e applicare giustamente questo elemento delle circostanze , propone come regola una massima (formula) stoica, che è espressa al principio del § 21 Detrahere igitur ... aut rebus externis. — 19. tempore, « circostanze » . — quod pateat ìatius, puoi spiegare «comunissimo, alla mano». — num, risposta nega. ti va. — populo Romano, però il popolo romano nel caso di Cesare portò diverso giudizio, cfr. II 23. — honestas utilit. secuta est, l'onestà tenne dietro, fu una conseguenza dell'utilità, cioè l'utilità generò l'onestà; cfr. § 40 utilitas valuti propter honestatem. — formula, propriamente € modulo», qui «massima, regola». — 20* propterea quod, quam* 142 M. TULLI CICERONIS «sequimur, quod, quamquam et a veteribus Academicis et a « Peripateticis vestris, qui quondam idem erant, qui Academici, « quae honesta sunt, anteponuntur iis, quae videntur utilia, ta- « men splendidius haec ab eis disserentur, quibus, quicquid ho- « nestum est, idem utile videtur nec utile quicquam, quod non « h onestimi, quam ab iis, quibus et honestum aliquid non utile « et utile non honestum. Nobis autem nostra Academia magnani « licentiam dat, ut, quodcumque maxime probabile occurrat, id « nostro iure liceat defendere. iSed redeo ad formulam. 21 5. « Detrahere igitur alteri aliquid et hominem hominis in- « commodo suum commodum augere magis est contra naturam « quam inors, quam paupertas, quam dolor, quam cetera, quae « possunt aut corpori accidere aut rebus externis. Nam principio « tollit convictum humanum et societatem. Si enim sic erimus « ad tee ti , ut propter suum quisque emolumentum spoliet aut « violet alterum, disrumpi necesse est eam, quae maxime est se- 22 « cundum naturam, humani generis societatem. Ut, si unum « quodque membrum sensum hunc haberet, ut posse putaret se « valere, si proximi membri valetudinem ad se traduxisset, debi- « litari et interire totum corpus necesse esset, sic, si unus quisque « nostrum ad se rapiat commoda aliorum detrahatque, quod cinque « possit, emolumenti sui gratia, societas hominum et communitas « evertatur necesse est. Nam sibi ut quisque malit, quod ad usum « vitae pertineat, quam alteri adquirere, concessum est non re- « pugnante natura, illud natura non pati tur, ut aliorum spoliis quam ... tamen, questo periodo intralciato si può ridarre così : € e la ra- gione è questa, che bensì ... ma». — qui quondam idem erant, su questa affinità cfr. 12. — splendidius, riferito non alia forma ma al concetto «più dignitosamente, con maggiore elevatezza». — quibus, gli Stoici; quibus, gli Academici e i Peripatetici. — honestum aliquid, «qualche azione onesta», si può risolvere: «in date circostanze un'azione onesta » . — nostra Academia, cfr. 12. — licentiam dat ut liceat, cfr. I 8 definiunt ut definiant 21. Detrahere etc. ; questa massima si basa su due leggi : la legge del- l'ordinamento sociale (nam principio §§ 21-23), la legge suprema dell'uni- verso (atque hoc multo magis ... §§ 23-26). — rebus, « beni » . tollit, « toglie di mezzo, rende impossibile » ; soggetto è detrahere; puoi spiegare: «con ciò si torrebbe di mezzo». — sic adfecti, « di tali sentimenti, di- sposti a » . — 22. sensum hunc haberet, ut putaret, « avesse la pretesa di credere ». — si traduxisset, risolvi col gerundio. — natura, de officiis, in, 5. 21—25 143 « nostras facultates, copias, opes augeamus. Neque vero hoc solimi 23 snatura id est iure gentium, sed etiam legibus populorum, «quibus in singulis civitatibus res publica continetur, eodem « modo constitutum est, ut non liceat sui commodi causa nocere «alteri; hoc enim spectant leges, hoc volunt, incolumem esse « civium coniunctionem ; quara qui dirimunt, eos morte, exilio, « vinclis, damno coércent. « Atque hoc multo magis efficit ipsa naturae ratio, quae est «lex divina et humana; cui parere qui velit (omnes autem pa- « rebunt, qui secundum naturam volent vivere), numquam cora- « mittet, ut alienum appetat et id, quod alteri detraxerit, sibi « adsumat. Etenim multo magis est secundum naturam excelsitas 24 « animi et magnitudo itemque comitas, iustitia, liberalitas qua in « voluptas, quam vita, quam divitiae; quae quidem contemnere « et prò nihilo ducere comparantem cum utilitate communi ma- « gni animi et excelsi est. [Detrahere autem de altero sui com- « modi causa magis est contra naturam quam mors, quam dolor, « quam cetera generis eiusdem]. Itemque magis est secundum 25 « naturam prò omnibus genti bus, si fieri possi t, conservandis aut « iuvandis maximos labores molestiasque suscipere imitantem Her- « culem illum, quem hominum fama beneficiorum memor in con- « cilio caelestium collocavit, quam vivere in solitudine non modo « sine ullis molestiis, sed etiam in maximis voluptatibus abun- « dantem omnibus copiis, ut excellas etiam pulchritudine et vi- « ribus. Quocirca optirao quisque et splendidissimo ingenio longe « il diritto naturale ». — ìllud (I 83), asindeto, introduci con «ma». — 23. damno, « malta » • hoc, cioè la massima di non posporre l'altrui interesse al proprio. — efficit, risolvi col passivo efficitur; in italiano con una costruzione in- transitiva « discende, deriva » . — naturae ratio, la mente dell 1 universo che anima il mondo degli dèi e degli uomini, e la legge suprema dell'u niverso ». — committet ut, « si attenterà di », cfr. I 81 — 2é. etenim « così », § 14. — comparantem cum, « in confronto della ... » . — detrahere .. eiusdem, è assurdo che Cicerone abbia adoperato qui come argomento la tesi ch'egli vuol dimostrare; questa è un'interpolazione, nata dal § 21 la struttura poi del passo intero, multo magis est secundum naturam ... itemque magis est secundum naturam ... , sarebbe turbata dall'interpola zione. — 23. hominum ... memor, « la credenza popolare per gratitu dine ». — abundantem ... viribus, viene a dire abundantem omnibus bonis 144 M. TULLI CICERONIS « illam vitam huic anteponit. Ex quo efficitur hominem naturae 26 « oboedientem homini nocere non posse. Deinde, qui alterum « violat, ut ipse aliquid commodi consequatur, aut nihil existi- « mat se facere contra naturam aut magis fugienda censet mor- « tem, paupertatem, dolorem, amissionem etiam liberorum, pro- « pinquorum, amicorum quam facere cuiquam iniuriam. Si nihil « existimat contra naturam fieri hominibus violandis, quid cum « eo disseras, qui omnino hominem ex homine tollat? sin fugien- « dum id quidem censet, set multo illa peiora, mortem, pauper- « tatem, dolorem, errat in eo, quod ullum aut corporis aut « fortunae vitium vitiis animi gravius existumat. « 6. Ergo unum debet esse omnibus propositum, ut eadem « sit utilitas unius cuiusque et universorum ; quam si ad se « quisque rapiet, dissolvetur omnis humana consortio. 27 « Atque etiam; si hoc natura praescribit, ut homo homini, « quicumque sit, ob eam ipsam causam, quod is homo sit, con « sultum velit, necesse est secundum eandem naturam omnium « utilitatem esse communem. Quod si ita est, una continemur « omnes et eadem lege naturae, idque ipsum si ita est, certe vio- lare alterum naturae lege prohibemur. Verum autemprimum; et externis et corporis. — 26. facere cuiquam iniuriam, questo in- finito è connesso un po' liberamente col resto del periodo ; letteralmente dovrebb' essere retto da fugiendum est , che si trae da fugienda ; la frase per sé è negativa, potendosi risolvere in : non facienda est cuiquam iniuria ; così si spiega la presenza del pronome cuiquam, che è adoperato soltanto nelle proposizioni negative. — hominem, astrattamente per huma- nitatem ; e senso d'umanità, senso umano ». — id scil. iniuriam cuiquam facere. — set scil. fugienda censet ; il senso è : « che se poi egli pur in- tendendo di rifuggire dal recare ingiuria ai suoi simili, rifugge ancor più dalla morte ». — unum, « ciò soprattutto ». — ut eadem sit, « che deva essere, che abbia ad essere » . 27-32. A Cicerone qui si presentano quattro casi speciali della sua questione: hanno diritto ai riguardi dovuti agli nomini gli estranei in confronto dei consanguinei, i forestieri in confronto dei cittadini, gli uo- mini dappoco in confronto degli uomini grandi, i tiranni in confronto degli uomini onesti? Per risolvere i quattro quesiti, Cicerone deve ribadire l'idea dell'universalità della legge naturale; e fa questo ragionamento: Tutti gli uomini sono soggetti a una medesima legge naturale, la quale prescrive a ciascun uomo come di provvedere al bene del suo simile, così di non re- cargli danno. Questo ragionamento semplicissimo è stato da Cicerone inu- tilmente intralciato e confuso, con l'intenzione forse di dargli tono più filosofico (atque etiam extremum). — primum, extremum, « premessa, de officiis, in, 5 — 6, 26 — 30 145 « verum igitnr extremum. Nam illud quidem absurdum est, quod 28 « quidam dicunt, parenti se aut fratri nihil detracturos sui com- « modi causa, aliam rationem esse civium reliquorum. Hi sibi « nihil iuris, nullam societatem communis utilitatis causa sta- « tuunt esse cum civibus, quae sententia omnem societatem dis- * trahit civitatis. Qui autem civium rationem dicunt habendam, « externorum negant, ii dirimunt communem Immani generis so- « cietatem ; qua sublata beneficenza, liberalitas, bonitas, iustitia « funditus tollitur; quae qui tollunt, etiam adversus deos im- « mortales impii iudicandi sunt. Ab iis enim constitutam inter « homines societatem evertunt, cuius societatis artissimum vin- « culum est magis arbitrari esse contra naturam hominem ho- « mini detrahere sui commodi causa quam omnia incommoda « subire vel externa vel corporis vel etiam ipsius animi, quae « vacent mi usti ti a; haec enim una virtus omnium est domina « et regina virtutum. «Forsitan quispiam dixerit: Nonne igitur sapiens, si fame 29 « ipse conficiatur, abstulerit cibum alteri homini ad nullam rem « utili? [Minime vero; non enim mihi est vita mea utilior quam « animi talis adfectio, nerainem ut violem commodi mei gratia]. « Quid? si Phalarim, crudelem tyrannum et imraanem, vir bonus, « ne ipse frigore conficiatur, vestitu spoliare possit, nonne faciat? « Haec ad iudicandura sunt facillima. Nam, si quid ab homine 30 « ad nullam partem utili utilitatis tuae causa detraxeris, inhu- « mane feceris contraque naturae legem; sin autem is tu sis, qui conseguenza > . — 28. nam, « sicché » . — sibi, va con esse. — sententia, « principio » . — vel etiam ... animi, * anche danni morali » . — quae ... iniu- stitiai < che siano esenti da ingiustizia, che avvengano restando salva la giustizia » ; per il nesso cfr. I 29 altero genere iniustitiae vacant. — haec virtus scil. iustitia, che si trae da iniustitia, come in I 28 da iustitiae si trae iniustitiae. 29. Qui si fanno due domande, alla prima delle quali si risponde nei §§ 30-31, alla seconda nel § 32. Le parole minime ...gratia sono perciò un'interpolazione, sia perchè interrompono il corso naturale delle due do- mande, sia perchè contengono una risposta che non è in perfetta armonia con quella, che segue poi. — abstulerit = auferre possit. — non enim ... , il senso è : la mia vita non vai più della virtù (sentimento) che mi vieta di offendere il prossimo per mio vantaggio. — Phalarim, II 26. — 30. ad nullam partem, < per nessun riguardo » . — inhumane feceris, « commettere un'azione ignobile ». — sin ... si ... ai ... , trasforma la se- Cicbronb, De Officiis comm. da B. Sabbadini. 2* ediz. 10 146 M. TULLI GICER0N1S « multam utilitatem rei publicae atque hominum societati, si in « vita remaneas, adferre possis, si quid ob eam causata alteri de- « traxeris, non sit reprehendendum. Sin autem id non sit eius « modi, suum cuique incommodum ferendum est potius quam de « alterius commodis detrahendum. Non igitur magis est contra « naturarti morbus aut egestas aut quid eius modi quam detrac- « tio atque appetitio alieni, sed communis utilitatis derelictio 31 « contra naturam est; est enim iniusta. Itaque lex ipsa naturae, « quae utilitatem hominum conservat et continet, decernet pro- « fecto, ut ab bomine inerti atque inutili ad sapientem, bonum, « fortem virum transferantur res ad vivendum necessariae, qui « si occiderit, multum de communi utilitate detraxerit, modo hoc € ita faciat, ut ne ipse de se bene existimans seseque diligens « hanc causam habeat ad iniuriam. Ita semper officio fungetur « utilitati consulens hominum et ei , quam saepe commemoro, 32 « humanae societati. Nam quod ad Phalarim attinet, perfacile « iudicium est. Nulla est enim societas nobis cum tyrannis et « potius summa distractio est, neque est contra naturam spoliare «eum, si possis, quem est honestum necare, atque hoc omne « genus pestiferum atque impium ex hominum communitate « exterminandum est. Etenim, ut membra quaedam amputati tur, «si et ipsa sanguine et tamquam spiritu carerò coeperunt et « nocent reliquia partibus corporis, sic ista in figura hominis fé- « ritas et immanitas beluae a communi tamquam humanitate « corporis segregauda est. Huius generis quaestiones suut omnes «eae, in quibus ex tempore officium exquiritur. conda di queste ipotetiche in gerundio e introduci la terza con e nel caso che » . — detractio, appetitio, puoi risolvere coi verbi. — derelictio 9 parola coniata da Cicerone. — iniusta, traduci col sostantivo. — 31. decernet, « dovrà ». — qui si occiderit, e che con la sua morte ». — modo hot ita faciat ut ne causam habeat, letteralmente < purché faccia in modo da non prendere da ciò motivo », cioè « purché da ciò non si creda autoriz- zato, non tragga motivo ». — de se bene ... diligens, risolvi coi sostantivi e presunzione, amor proprio » . — 32. et potius, « ma ... » . — s. distractio % puoi rendere le due parole con « abisso ». — spiritu, « vitalità » ; spi- ritus veramente è usato solamente di tutta la persona, perciò tamquam. — humanitate corporis fa simmetria con feritas ... beluae ; noi nella tra- duzione risolviamo : fera et immanis belua a communi tamquam corpore humano (« dal corpo sociale umano »). — ex tempore, attributo in forma de officiis, in, 6—7, 31—34 147 7. « Eius modi igitur credo res Panaetium persecuturum 33 « fuisse, nisi aliqui casus aut occupatio eius consilium peremisset. «Ad quas ipsas consultationes superioribus libris satis multa « praecepta sunt, ex quibus perspici possit, quid sit propter tur- « pitudinem fugiendum, quid sit, quod idcirco fugiendum non sit, « quod omnino turpe non sit. Sed quoniam operi incohato, prope « tamen absoluto, tamquam fastigium imponimus, ut geometrae « solent non omnia docere, sed postulare, ut quaedam sibi con- « cedantur, quo facilius quae volunt, explicent, sic ego a te pò- « stulo, mi Cicero, ut mihi concedas, si potes, nihil praeter id f « quod honestura sit, propter se esse expetendum. Sin hoc non « licet per Cratippum, at illud certe dabis, quod honestum sit, « id esse maxume propter se expetendum. Mihi utrumvis satis «est et tum hoc, tum illud probabilius videtur nec praeterea « quicquam probabile. Ac primum in hoc Panaetius defendendus 34 « est, quod non utilia cum honestis pugnare aliquando posse di- « xerit (neque enim ei fas erat), sed ea, quae viderentur utilia. «Nihil vero utile, quod non idem honestum, nihil honestum, « quod non idem utile sit, saepe testatur negatque ullara pestem « maiorem in vitara hominum invasisse quam eorum opinionem, qui ista distraxerint. Itaque, non ut aliquando anteponeremus utilia honestis, sed ut ea sine errore diiudicaremus, si quando incidissent, induxit eam, quae videretur esse, non quae esset, repugnantiam.» Hanc igitur partem relictam explebimus nullis « « avverbiale di officium , « dovere secondo le circostanze » ; ' ex tempore ' quasi 'ex temporis conditone' (L. Valla, Eleg. I. tot V 19). 33-39- Qui Cicerone entra veramente in materia. Dal postulato stoico, che il sommo bene è la virtù, passa a parlare dell'attrattiva che esercita sull'uomo Tutile, ma come il sapiente non vi si lasci adescare, nemmeno se si credesse assicurata l'impunità. — res, « questioni ». — ad quas ipsas consultationes — ad quarum ipsarum rerum consultationes, puoi rendere : e alla cui soluzione ». — geometrae, < matematici ». — docere, « dimo- strare ». — postulare ... concedantur « si fanno accordare certi postulati ». — ego ... concedas, « ammettimi questo postulato ». — nihil praeter id, il postulato degli Stoici, che non può essere ammesso da Cratippo, peri- patetico. — id esse maxume, il postulato dei Peripatetici. — praeterea, « all' infuori di questi due ». — 3é. in hoc quod, « contro il rimpro- vero che ». — quod ... viderentur utilia, si compia così: quod utilia cum honestis pugnare aliquando posse dixerit ; non enim dixit utilia, sed quae viderentur utilia («non l'utile vero* ma l'utile apparente»). — 148 M. TULLI GIGKRONIS adminiculis, sed, ut dicitur, Marte nostro. Neque enim quic- quara est de hac parte post PaDaetium explicatum, quod qui- dem mihi probaretur, de iis, quae in manus meas venerunt. 35 8. Cum igitur aliqua species utilitatis obiecta est, com- moveri necesse est; sed si, cum animum attender) s, turpi tudi- nem videas adiunctam ei rei, quae speciem utilitatis attulerit, tum non utilitas relinquenda est, sed intellegendum, ubi tur- pitudo sit, ibi utilitatem esse non posse. Quodsi nihil est tam contra naturam quam turpitudo (recta enim et convenientia et constantia natura desiderat aspematurque contraria) nihilque tam secundum naturam quam utilitas, certe in eadem re uti- litas et turpitudo esse non potest. Itemque, si ad honestatem nati sumus eaque aut sola expetenda est, ut Zenoni visum est, aut certe omni pondere gravior habenda quam reliqua omnia, quod Aristoteli placet, necesse est, quod honestum sit, id esse aut solum aut summum bonum ; quod autem bonum, id certe 35 utile; ita, quicquid honestum, id utile. Quare error hominum non pEfìborum, cum aliquid, quod utile visum est, arripuit, id continuo secernit ab honesto. Hinc sicae, hinc venena, hinc falsa testamenta nascuntur, hinc furta, peculatus, expilationes direptio- nesque sociorum et civium, hinc opum nimiarum, potentiae non ferendae, postremo etiam in liberis civitatibus regnandi existunt cupiditates, quibus nihil nec taetrius nec foedius exco- gitari potest. Emolumenta enim rerum fallacibus iudiciis vident, poenam non dico legum, quam saepe perrumpunt, sed ipsius 37 turpitudinis, quae acerbissima est, non vident. Quam ob rem neque enim ei fas erat, come Stoico. — ut ea = ut utrumque, si rife- risce tanto a utilia quanto a honestis. — quae videretur ... esset, « appa- rente, non reale » . — Marte nostro, frase proverbiale, « con le mie sole forze » . — de iis = ex iis. 35* commoveri, « sentircisi attratti ». — non relinquenda t « senza ri- nunziare > ; sopprimi sed nella traduzione. — recta ... constantia, traduci coi sostantivi astratti « rettitudine, armonia, coerenza ». — omnia ... ha- benda, e deve aver la preponderanza » . — 36. error hominum non proborum, risolvi : « gli uomini malvagi nei loro falsi apprezzamenti » . — sicae, venena, gli strumenti invece delle azieni ; traduci astrattamente «omicidi, avvelenamenti». — falsa testam., anche qui traduci con l'a- stratto : « falsificazioni di ... ». — rerum nella traduzione si sopprime. — perrumpunt, * eludono », senza l'imagine del verbo latino. — 37. deli- de officiis, in, 8—9, 35 — 38 149 hoc qnidem deliberanti um genus pellatur e medio (est enim totum sceleratum et impium), qui deliberant, utrum id se- quantur, quod honestum esse videant, an se scientes scelere contarainent ; in ipsa enim dubitatone facinus inest, etiamsi ad id non pervenerint. Ergo ea deliberanda omnino non sunt, in quibus est turpis ipsa deliberatio. Àtque etiam ex omni deliberatione celandi et occultandi spes opinioque removenda est. Satis enim nobis, si modo in philo- sophia aliquid profecimus, persuasum esse debet, si omnes deos hominesque celare possimus , nihil tamen avare, nihil iniuste, nihil libidinose, nihil incontinenter esse faciendum. 9. Hinc ille Gyges inducitur a Platone, qui, cum terra 38 discessisset magnis quibusdam imbribus, descendit in illum hiatum aéneumque equum, ut ferunt fabulae, animadvertit, cuius in lateribus fores essent; quibus apertis corpus hominis mortui vidit magnitudine invisitata anulumque aureum in di- gito; quem ut detraxit, ipse induit; erat autem regius pastor, tura in concilium se pastorum recepii Ibi cum palam eius anuli ad palmam converterat, a nullo videbatur, ipse autem omnia videbat; idem rursus videbatur, cum in locum anulum in verte rat. Itaque hac opportunitate anuli usus reginae stuprum intulit eaque adiutrice regem dominum interemit, sustulit, berantium nella traduzione si sopprima, bastando qui deliberante che vien dopo. — deliberant, « esitano ». — ipsa, traduci con l'aggettivo « solo ». — ad id, alla consumazione. si possimus, « ancoraché ... » . — avare etc, nella traduzione risolvi questi avverbi in sostantivi. — 38. hinc inducitur = hinc fit ut inducatur, « questa è la ragione perchè è introdotto > ; noi diciamo : < qui cade in acconcio, opportuno il fatto di Gige, narrato da Platone » ; facendo punto e cominciando l'altro periodo così: « Gige dunque». — Gyges, pastore lidio, uccise il re Candaule e si impadronì del trono della Lidia ; il fatto è raccontato da Erodoto (I 8-12) e da Platone (de B. P. II p. 359). — magnis quibusdam, spiega con un solo aggettivo: e straordinarie ». — apertis, participio. — corpus mortui, «cadavere». — anulumque, «con un ... » . — erat autem ... tum — tum, ut erat ... , oppure tum, erat enim ... — in concilium, erano le riunioni mensili, nelle quali i pastori riferivano al re sugli affari della greggia. — in locum scil. suum; quest'uso pre- gnante delle parole è frequente in latino, così tempus « tempo debito, op- portuno » , dies « giorno fìssa to » , via « mezzo sicuro » , pace « con buona pace » . — anuU^ « che gli porgeva l'anello » . — dominum - «um pa- 150 M. TULLI CICERONIS quos obstare arbitrabatur, ne e in bis eum facinoribus quisquam potuit videre. Sic repente anuli beneficio rex exortus est Lydiae. Hunc igitur ipsum anulum si habeat sapiens, nihilo plus sibi licere putet peccare, quam si non h abere t; honesta enim bonis 39 viris, non occulta quaeruntur. Atque hoc loco philosophi quidam, minime mali illi quidem, sed non satis acuti, fictara et com- menti ciam fabulam prolatam dicunt a Platone; quasi vero ille aut factum id esse aut fieri potuisse defendat! Haec est vis buius anuli et huius exempli : si nemo sciturus, nemo ne suspi- caturus quidem sit, cum aliquid divitiarum, potentiae, domi- nationis, libidinis causa feceris, si id dis hominibusque futurum sit semper ignotum, sisne facturus. Negant id fieri posse. Quam- quam potest id quidem; sed quaero, quod negant posse, id si posset, quidnam facerent. Urguent rustico sane; negant enim posse et in eo perstant; hoc verbum quid valeat, non vident. Cum enim quaerimus, si celare possint, quid facturi sint, non quaerimus, possintne celare, sed tamquam tormenta quaedam adhibemus, ut, si responderint se impunitate proposita facturos, quod expedi at, facinorosos se esse fateantur, si negent, omnia turpi a per se ipsa fugienda esse concedane Sed iam ad propo- situra revertamur. 40 IO. Incidunt multae saepe causae, quae conturbent animos utilitatis specie, non cum hoc deliberetur, relinquendane sit drone » . — nihilo, « per nulla » . — bonis viris , per il caso cfr. II 45 mihi suscepta est — 30. acuti, Cicer. chiama spesso poco logici gli Epicurei. — defendat, « sostenere, spacciare » . — vis, « l'allegoria ». — si nemo ... facturus, nella traduzione risolvi così il periodo : « se commette- resti ciò che ti suggerisce l'avidità del danaro, del potere ... , dato che ... ». — negant id fieri posse etc. ; ecco il pensiero ; « Essi negano questa pos- sibilità. Ma io non faccio questione di possibilità, faccio questione di ipo- tesi. Data per ipotesi la possibilità, che cosa farebbero? Se loro si inca- poniscono a far questione di possibilità, non sanno che cosa significa ipotesi». — quamquam , il nesso è: veramente la possibilità c'è; ma io ... — urguent, « incaponirsi, incocciarsi ». — verbum, la congiun- zione si, che forma l'ipotesi ; nella traduzione bisogna aggiungere o « se » o quella qualunque parola che le si fa corrispondere, p. e. « ipotesi > . — non quaerimus ... adhibemus, « non è per sapere proprio se ... , ma per strìngerli tra due tenaglie >. 40. Comincia qui una serie di esempi, nei quali l'utile apparente si trova in collisione coi doveri della giustizia. Indi dal § 62 al 95 sono de oPFicns, in, 9—10, 39 — 42 151 honestas propter utilitatis magnitudinem (nam id quidem im- probum est), sed illud, possitne id, quod utile videatur, fieri non turpiter. Cum Collatino collegae Brutus imperium abrogabat, poterat videri facere id iniuste; fuerat enim in regibus expel- lendis socius Bruti consiliorum et adiutor. Cura autem consilium hoc principes cepissent, cognationem Superbi nomenque Tarqui- niorum et memoriam regni esse tollendam, quod erat utile, patriae consulere, id erat ita honestum, ut etiam ipsi Collatino piacere deberet. Itaque utilitas valuit propter h onesta te m, sine qua ne utilitas quidem esse potuisset. At in eo rege, qui urbem condidit, non itera; species enim utilitatis animum pepulit eius; 41 cui cum visum esset utilius solum quam cum altero regnare, fratrem interemit. Omisit hic et pietatem et humanitatem, ut id, quod utile videbatur neque erat, adsequi posset, et tamen muri causam opposuit, speciem honestatis nec probabilem nec sane idoneam. Peccavit igitur, pace vel Quirini vel Romuli dixerim. Nec tamen nostrae nobis utilitates omittendae sunt 42 aliisque tradendae, cum iis ipsi egeamus, sed suae cuique uti- li tati, quod sine alterius iniuria fiat, serviendum est. Scite Chry- sippus, ut multa: 'Qui stadium', inquit, 'currit, eniti et contendere debet, quam maxume possit, ut vincat; supplantare eum, quicum certet, aut manu depellere esaminati i casi, in cai la malizia cerca il proprio utile mascherata da prudenza; il punto di partenza è in quelle parole: alios bonos, alios sa- pient€8 existimant, § 62. — sed illud, cioè sed cum illud deliberetur. — abrogabat, la nostra frase d'uso è: invitare a dar le proprie dimissioni. — regibus, la casa regnante, la famiglia reale. — principes, • i patrizi » . — quod, pronome. — in, « nel caso di ... » . — 41. muri causam, il pretesto delle mura, cioè il pretesto del saito delle mura; Remo per scherno aveva saltato le mura di Romolo. — speciem honestatis, « coonestamento, giu- stificazione ». — pace, « con buona pace », § 38. — Quirini, Romolo assunto in cielo si chiamo Quirino ; questa credenza è messa quasi in burletta da Cicerone. — 42. utilitates, « interessi, vantaggi » . — tradendae, « ab- bandonare > . — quod = dummodo hoc. — Chrysippus , di Soli nella Cilicia; insegnò dopo Zenone e Cleante per quarantanni ad Atene nella Stoa ; egli diede un grande sviluppo allo Stoicismo, del quale fu perciò considerato il secondo fondatore ; morì verso il 208 av. Or. — stadium currit rappresenta il secondo grado della figura etimologica; il primo sa- rebbe currere cursum, quando e il verbo e il suo accusativo interno hanno la medesima origine etimologica. — supplantare, mettergli il piede (la pianta) sotto per farlo cadere, < dare il gambetto >. 152 M. TULLI CICERONIS nullo modo debet; sic in vita sibi quemque petere, quod pertineat ad usum, non iniquum est, alteri deripere ius non est.' 43 Mamme autem perturbantur officia in amicitiis, quibus et non tribuere, quod recte possis, et tribuere, quod non sit aequura, contra officium est. Sed huius generis totius breve et non dif- ficile praeceptum est. Quae enim videntur utilia, honores, di- vitiae, voluptates, cetera generis eiusdem, haec amicitiae num- quarn anteponenda sunt. At neque contra rem publicam neque contra ius iurandum ac fidem amici causa vir bonus faciet, ne si iudex quidem erit de ipso amico; ponit enim personam amici, cum induit iudicis. Tantum dabit amicitiae, ut veram amici causam esse malit, ut orandae litis tempus, quoad per leges 44 liceat, accommodet. Cum vero iurato sententia dicendast, me- minerit deum se adhibere testem, id est, ut ego arbitror, mententi suam, qua nihil homini dedit deus ipse divinius. Itaque prae- clarum a maioribus accepimus morem rogandi iudicis, si eum teneremus, quae salva fide facere possit. Haec rogatio ad ea pertinet, quae paulo ante dixi honeste amico a iudice posse concedi : nam si omnia facienda sint, quae amici velint, 45 non amicitiae tales sed coniurationes putandae sint. Loquor autem de communibus amicitiis; nam in sapientibus viris per- fectisque nihil potest esse tale. Damonem et Phintiam Pytha- goreos ferunt hoc animo inter se fuisse, ut, cum eorum alteri Dionysius tyrannus diem necis destinavisset et is, qui morti addictus esset, paucos sibi dies commendandorum suorum causa 43. perturbantur, € si confondono > . — dabit, « accorderà » . — veram, « giusta » . — orandae, « discutere > . — leges, la lex Pompeia del 52 av. Cr. fissava due ore per l'attore, tre per l'accusato; si potevano però fare ecce- zioni di favore. — accommodet, « largheggiare » . — 44. iurato, giudice giurato. — mentem, « coscienza » . — morem, puoi risolvere in « forinola » . Le parti contendenti chiedevano al giudice di usare nella causa quelle maggiori agevolezze che egli potesse, salva però sempre la coscienza. — si eum teneremus, « se avessimo saputo conservarcela » ; si può risolvere: « che pur troppo abbiamo abbandonato » . — quae dipende da rogandi. — tales, soggetto ; amicitiae, predicato. — 45. commendare, « dare l'estremo addio, l'estremo commiato > ; commendationes morientium sono le estrer£3 disposizioni lasciate dai moribondi, come avvertimenti, ringrazia- dk officiis, in, 10—11, 43—47 153 postulavisset, vas factus est alter eius sistendi, ut, si ille non revertisset, moriendum esset ipsi. Qui cum ad diem se recepisset, admiratus eorum fidem tyrannus petivit, ut se ad amicitiam tertium ascriberent. Cum igitur id, quod utile videtur in ami- 45 citia, cum eo, quod honestum est, comparatur, iaceat utilitatis species, valeat honestas; cum autem in amicitia quae honesta non sunt postulabuntur, religio et fides anteponatur amicitiae. Sic habebitur is, quem exquirimus, dilectus offici. 11. Sed utilitatis specie in re publica saepissime peccatur, ut in Corinthi disturbatione nostri; durius etiam Athenienses, qui sciverunt, ut Aeginetis, qui classe valebant, pollices prae- ciderentur. Hoc visum est utile; nimis enim iraminebat propter propinquitatem Aegina Piraeo. Sed nihil, quod crudele, utile ; est enim hominura naturae, quam sequi debemus, maxime ini- mica crudelitas. Male etiam, qui peregrinos urbibus uti prò- 47 hibent eosque exterminant, ut Pennus apud patres nostros, Papius nuper. Nam esse prò cive, qui civis non sit, rectum est non licere; quam legem tulerunt sapientissimi consules Crassus et Scaevola; usu vero urbis prohibere peregrinos sane inhumanum est. Illa praeclara, in quibus publicae utilitatis species prae honestate contemnitur. Piena exemplorum est nostra res publica cum saepe, tum maxime bello Punico secundo; quae Cannensi calamitate accepta maiores animos habuit quam umquam rebus menti, preghiere e simili. — factus est, non dipende da ut, anacoluto. — eius sistendi, di farlo comparire, presentare al giorno stabilito; sistere aliquem, «chiamare a comparire uno». — 46. iaceat, «soccomba»; valeat, « prevalga ». in re publica, risolvi con « politica estera » . — Corinthi, cfr. I 35. — nostri scii. peccarunt. — durius scil. peccarunt. — sciverunt (da scisco), probabilmente questa è una leggenda. - pollices, impedendo loro così di maneggiare il remo. — 47. Pennus, M. Iunius Pennus nel 126 come tribuno fece una legge che fossero cacciati da Roma i forestieri; la legge fu rinnovata da C. Papio, tribuno nel 65. — esse pro t « farsi pas- sare per ... , arrogarsi il diritto di ...».— quam = de qua re. — Crassus et Scaevola; gli alleati italici aspiravano da gran tempo alla cittadinanza romana e molti anzi se ne arrogavano già i diritti; Crasso, Foratore, e Scevola, il pontefice, nel loro consolato del 95 con nna legge determina- rono nettamente quali erano i diritti di cui potevano godere gli alleati in Roma. — ilìa praeclara ... piena exemplorum, per la traduzione risolvi : 154 M. TULLI GICER0N1S 48 secundis; nulla ti mori s significatici nulla mentio pacis. Tanta vis est honesti, ut speci em utilitatis obscuret. Athenienses cuoi Persarum impetum nullo modo possent sustinere statuerentque, ut urbe relieta coniugibus et liberis Troezene depositis naves conscenderent libertatemque Graeciae classe defenderent, Cyr- silum quendam suadentem, ut in urbe manerent Xersemque re- ciperent, lapidibus obruerunt. Atque ille utilitatem sequi vide- 49 batur; sed ea nulla erat repugnante honestate. Themistocles post victoriam eius belli, quod cum Persis fuit, dixit in con- tione se habere consilium rei publicae salutare, sed id sciri non opus esse; postulavit, ut aliquem populus daret, quicum com- municaret; datus est Aristides; buie ille, classem Lacedaemo- niorum, quae subducta esset ad Gytheum, clam incendi posse, quo facto frangi Lacedaemoniorum opes necesse esset. Quod Ari- stides cum audisset, in contionem magna expectatione venit dixitque per utile esse consilium, quod Themistocles adferret, sed minime honestum. itaque Athenienses quod honestum non esset, id ne utile quidem putaverunt totamque eam rem, quam ne audierant quidem, auctore Aristide repudiaverunt. Melius hi quam nos, qui piratas immunes, socios vectigales habemus. 12. Maneat ergo, quod turpe sit, id numquam esse utile, ne turu quidem, cum id, quod esse utile putes, adipiscare; hoc 50 enim ipsum, utile putare, quod turpe sit, calamitosum est. Sed incidunt, ut supra dixi, saepe causae, cum repugnare utilitas honestati videatur, ut animadvertendum sit, repugnetne piane illa praeclara exempla ... horum piena est. — é8. repugnante , e es- sendole contraria ... , opponendovi si », cioè « contraddicendo alla ... ». — 49. opus, qui « opportuno >. — huic iììe suppl. ait. — Gytheum, sta- zione navale degli Spartani, lontana trenta stadi da Sparta. — auctore, « per proposta » . — immunes habemus, « lasciamo l'immunità » . — vec- tigales habemus, «imponiamo tributi ». Durante la guerra civile tra Ce- sare e Pompeo i pirati si erano rifatti potenti. Gli alleati a cui Cesare aveva imposto tributi erano i Marsigliesi (II 28) e il re Deiotaro. Maneat, « resti (o « resta » ) fermo, fissato, siamo intesi » . — hoc ipsum putare, « il solo stimare » . — 50. causae cum, costruito come tempus cum. — supra, § 40. — ut sit, risolvi : « allora bisogna ... », mettendo punto e virgola dopo videatur. — piane, «interamente», qui «effettivamente». de officiis, ni, li — 12, 48—52 155 an possit cum honestate coniungi. Eius generis hae sunt quae- stiones: si exempli gratia vir bonus Alexandria Rhodum magnum frumenti numerum advexerit in Rhodiorum inopia et fame sum- maque annonae cantate, si idem sciat complures mercatores Alexandrea solvisse navesque in cursu frumento onustas petentes Rhodum viderit, dicturusne sit id Rhodiis an silentio suum quam plurimo venditurus. Sapientem et bonum virum fingimus; de eius deliberatione et consultatione quaerimus, qui celaturus Rhodios non sit, si id turpe iudicet, sed dubitet, an turpe non sit. In huius modi causis aliud Diogeni Babylonio videri solet, 51 magno et gravi Stoico, aliud Antipatro, discipulo eius, homini acutissimo. Antipatro omnia patefacienda, ut ne quid omnino, quod venditor norit, emptor ignoret, Diogeni vendi torem, qua- tenus iure civili constitutum sit, dicere vitia oportere, cetera sine insidiis agere et, quoniam vendat, velie quam optume ven- dere. 'Advexi, exposui, vendo meum non pluris quam ceteri, fortasse etiam minoris, cum maior est copia. Cui fit ini uria?* Exoritur Antipatri ratio ex altera parte: 52 'Quid ais? tu cum hominibus consulere debeas et servire humanae societati eaque lege natus sis et ea habeas principia naturae, quibus parere et quae sequi debeas, ut utilitas tua communis sit utilitas vicis- simque communis utilitas tua sit, celabis homines, quid iis adsit commoditatis et copiae?' Respondebit Diogenes fortasse sic: 4 Aliud est celare, aliud tacere; neque ego nunc te celo, si tibi non dico, quae natura — quaestiones, « casi ». — numerum, risolvi in « quantità » o meglio « carico > . — si idem , risolvi nella copulativa € e*. — sii. plurimo, t stretto silenzio ». — sed dubitet an, puoi risolvere: « ma gli è che propen- derebbe a credere che ... ». — 61. Diogeni, di Seleucia in Babilonia; fu scolaro di Crisippo (§ 42) e suo successore nell'insegnamento ad Atene. È famosa la sua ambasciata a Roma nal 156 in compagnia dell'accademico Cameade e del peripatetico Critolao. Ebbe scolaro e successore Antipatro di Tarso, che fu il maestro di Panezio. — velie, e cercare». — advexi, passaggio dall'orario obliqua alla recta. — cum = quoniam. — maior est scil. mihi. — 52. exoritur Antipatri ratio, risolvi per la tradu- zione: exoritur Antipater cum sua ratione (= argumentatione). — prin- cipia naturae, « impulsi naturali ». — tacere, non dico, nella traduzione 156 M. TULLI CICERONIS deorum sit, qui sit finis honorum, quae tibi plus prodessent cognita quara tritici vilitas; sed non, quicquid tibi audire utile est, idem mila i dicere nec- 53 esse est/ 4 Immo vero necesse est, siquidem memi- nisti esse inter homines natura coniunctam socie- tatem.' 'Memini', inquiet ille; 'sed num ista societas talis est, ut nihil suum cuiusque sit? Quod si ita est, ne vendundum quidem quicquam est, sed do- nandum/ 13. Videsin hac tota disceptatione non illud dici : 'Quamvis hoc turpe sit, tamen, quoniam expedit, faciam', sed: ita expe- dire, ut turpe non sit, ex altera autem parte, ea re, quia turpe 54 sit, non esse faciendum. Vendat aedes vir bonus propter aliqua vitia, quae ipse norit, ceteri ignorent, pestilentes sint et habe antur salubres, ignoretur in omnibus cubiculis apparere ser- pentes, sint male materiatae, ruinosae, sed hoc praeter domi num nemo sciat; quaero, si haec emptoribus venditor non dixerit aedesque vendiderit pluris multo, quam se venditurum putarit, num id iniuste aut improbe fecerit. 4 Ille vero', inquit Anti- pater; 'quid est enim aliud erranti viam non mon- strare, quod Athenis execrationibus publicis sanc- tum est, si hoc non est, emptorem pati ruere et per rendi non dico con taceo, per mostrar meglio la corrispondenza. — finis honorum, «il sommo bene», I 5. — quae cognita => quorum cognitio, oppure spiega cognita per «cognizioni». — vilitas, «il buon prezzo, il buon mercato». — 5«?. immo, replica Antipatro. siquidem, risolvi in « sol che, purché » . — inquiet, « ribatterà » . — num, risposta negativa. — ut nihil ... sit, « che nessuno abbia una sua privata proprietà ». sed ita ... faciendum, passaggio dall'orafo recta &\V obliqua; per la tra- duzione risolvi neirorafo'o recta, così : sed hoc dici: « ita expedit, ut turpe non sit » (« è utile in modo da non esser turpe, è utile sì, ma non turpe », noi diciamo « è utile, senz'esser turpe »), ex altera autem parte: « ea re quia (= eo quod, « per questo che >) turpe est, non est faciendum ». — 5é. vendat, questo e gli altri congiuntivi sono esortativi, che corrispon- dono a una protasi ipotetica ; noi li risolviamo così : « supponiamo che ... » . — serpentes, allignano specialmente dove c'è molta umidità. — ille vero, noi traduciamo « senza dubbio » ; si compirebbe : ille vero (avverbio) iniuste fecit. — inquit, «direbbe». — erranti viam..., questa proposi- zione nella traduzione si posponga all'altra : emptorem pati ... — quod execr. ... sanctum est, noi diciamo: « condannato alla pubblica esecrazione »; i db opficiis, in, 13, 53—57 157 errorem in maximam fraudem incurrere? Plus etiam est quam viam non monstrare; nam est scientem in errorem alterura inducere. ' Diogenes contra: l Num te 55 emere coégit, qui ne hortatus quidem est? Ili e, quod non placebat, proscripsit, tu, quod placebat, emisti. Quodsi, qui proscribunt villam bonam be- neque aedificatam, non existimantur fefellisse, etiamsi illa nec bona est nec aedificata ratione, multo minus, qui domum non laudarunt. Ubi enim iudicium emptoris est, ibi fraus venditoris quae pot- est esse? Sin autem dictum non omne praestandum est, quod dictum non est, id praestandum putas? Quid vero est stultius quam venditorem eius rei, quam vendat, vitia narrare? quid autem tam ab- surdum, quam si domini iussu ita praeco praedicet: "Domum pestilentem vendo?" Sic ergo in quibusdam 56 causi s dubiis ex altera parte defenditur honestas, ex altera ita de utilitate dicitur, ut id, quod utile videatur, non modo fa- cere honestum sit, sed etiam non facere turpe. Haec est illa, quae videtur utilium fieri cum honestis saepe dissensio. Quae diiudicanda sunt; non enim, ut quaereremus, exposuimus, sed ut explicaremus. Non igitur videtur nec frumentarius ille Rho- 57 a condanna era l'interdizione dell'acqua e del fuoco, con che gli antichi significavano ciò che noi chiamiamo scomunica. Questa legge è attribuita a Buzyges, eroe attico, inventore dell'aratro (pou&JYite, aggiogatore dei baoi , da 0oO{ e Z€utvu|ìi). — scientem , traduci avverbialmente. — 55. bonam ... , introduci con « per ... ». — ratione, « artisticamente ». — multo minus suppl. fefellisse existimandi sunt. — ubi enim ... potest esse, il senso è: se il compratore non ha occhi, peggio per lui. Il diritto ro- mano non obbligava il venditore a dire i pregi o i difetti della sua merce, quando essi erano visibili; e non lo obbligava nemmeno a rispondere dei 'lifetti che egli avesse perfino astutamente fatti passare per pregi, sempre quando fossero visibili. Stava dunque al compratore Pavere occhio acuto e Ouon naso. — ubi iudicium est, « dove ha modo di esercitare, far valere (a sua perizia » . — sin autem, « se anzi > . — dictum non omne, a questo dictum si aggiunga nella traduzione o un aggettivo (p. e., espresso, espli- cito), o un avverbio (espressamente, esplicitamente). — vendo, « si vende ». — 56. defenditur t «si sostiene». — de utilitate dicitur, risolvi in: ita utiìitas defenditur. — ut sit = ut dicatur esse. — quae diiudicanda..., spiega quae con « punti controversi » . — 57. enim, si riattacca al 158 M. TULLI CICERONIS dios nec hic aedium vendi tor celare emptores debuisse. Neque enim id est celare, quicquid reticeas, sed cum, quod tu scias, id ignorare emolumenti tui causa velis eos, quorum intersit id scire. Hoc autem celandi genus quale sit et cuius hominis, quis non videt? Certe non aperti, non simplicis, non ingenui, non iusti, non viri boni, versuti potius, obscuri, astuti, fallacia, ma- litiosi, callidi, veteratoris, vafri. Haec tot et alia plura nonne inutile est vitiorum subire nomina? 58 14. Quodsi vituperandi, qui reticuerunt, quid de iis existi- mandum est, qui orationis vanitatem adbibuerunt? C. Camus, eques Romanus nec infacetus et satis litteratus, cum se Syra- cusas otiandi, ut ipse dicere solebat, non negotiandi causa con- tulisset, dictabat se hortulos aliquos emere velie, quo invitare amicos et ubi se oblectare sine interpellatoribus posset. Quod cum percrebruisset, Pythius ei quidam, qui argentariam faceret Syracusis, venales quidem se hortos non babere, sed licere uti Canio, si veli et, ut suis, et simul ad cenam hominem in hortos invitavit in posterum diem. Cum ille promisisset, tum Pythius, qui esset ut argentarius apud omnes ordines gratiosus, pisca- tores ad se convocavit et ab iis petivit, ut ante suos hortulos postridie piscarentur, dixitque, quid eos facere vellet. Ad cenam tempori venit Canius; opipare a Pythio apparatum convivium, cumbarum ante oculos multitudo; prò se quisque, quod ceperat, 59 adferebat, ante pedes Pythi pisces abiciebantur. Tum Canius: 'Quaeso', inquit, A quid est hoc, Pythi? tantumne piscium? tantumne cumbarum?' Et ille: 'Quid mirum?\ inquit, 'hoc loco est, Syracusis quicquid est piscium, hic aquatio, hac villa isti carere non possunt* In- census Canius cupidi tate contendit a Pythio, ut venderei ; gra- celare precedente. — quicquid reticeas, per ottenere simmetrìa con cum velia bisogna risolvere in : cum quid reticeas, quicquid id est — quale « di che natura sia ». — inutile, * brutto ». — subire, tirarsi addosso. Ò8. vanitatem, I 44. — hortulos, e villa, villino » . — sine interpelli « lontano dagli import nni > . — qui ... faceret = quippe qui ... faceret, puoi risolvere con una sola parola: € banchiere ». — habere, supplisci att. — promisisset, noi Solviamo con « accettare ». — qui esset = quippe qui esset. — esset grat*&sus, « goder credito ». — cumbarum scil. erat -— multitudo, aggiungici « grande » (praegnans, cfr. § 38). — SO. hic de opfichs, in, 13—15, 57—61 159 vate ìlle primo; quid multa? impetrai Emit homo cupidus et locuples tanti, quanti Pythius voluit, et emit instructos; no- mina facit, negotium confidi Invitat Canius postridie familiare» suos, venit ipse mature; scalmum nullum videt, quaerit ex proximo vicino, num feriae quaedam piscatorum essent, quod eos nullos videret. 'Nullae, quod sciam', inquit; 'sed hic piscari nulli solent; itaque heri mirabar, quid ac- ci disse t.' Stomachari Canius; sed quid faceret? nondum enim qq 0. Aquilius, collega et familiaris meus, protulerat de dolo malo formulas; in quibus ipsis, cum ex eo quaereretur, quid esset dolus malus, respondebat: cum esset aliud simulatum, aliud actum. Hoc quidem sane luculente ut ab homine perito defi- niendi. Ergo et Pythius et omnes aliud agentes, aliud simu- lantes perfidi, improbi, malitiosi. Nullum igitur eorum factum potest utile esse, cum sit tot vitiis inquinatimi, 15. Quodsi Aquiliana definitio vera est, ex omni vita si- qi mulatio dissimulatioque tollenda est. Ita, nec ut emat melius nec ut vendat, quicquam simulabit aut dissimulabit vir bonus. Atque iste dolus malus et legibus erat vindicatus, ut tutela sappi, est. — gravate sappi, agit, « fa le smorfie » . — quid multa, « a farla breve » . — impetrat scil. Camus. — emit scil. hortos. — instructos, t con annessi e connessi ». — nomina facit scil. Canius; « motte a libro la par- tita »; registra sul suo libro dei conti la somma pattuita col padrone della villa ; quelle registrazioni avevano il valor legale delle nostre cambiali. — nullum, « nemmeno un ... ». — eos nullos = eorum nullum. — mirabar, « non mi sapevo persuadere, render conto ». — 60. stomachari, infi- nito descrittivo. — Aquilius, valente giurista, alunno del pontefice Scevola, fu nel 66 pretore con Cicerone. Egli fissò le norme (formulae), secondo le quali i giudici dovevano giudicare i casi speciali di frode nei contratti. — in quibus... , le parole vanno così congiunte : in quibus dolus malus quid esset, cioè: et cum ex eo quaer. quid esset dolus malus in iis for- mulis, « cbe cosa egli intendesse in quelle sue formolo per dolus malus » . Lio prova che prima di lui non era stato ben determinato il valore giu- ridico di dolus malus; dolus in origine valeva «astuzia», che poteva avere senso buono e senso cattivo; dolus malus significa « astuzia ma- ligna », astuzia usata allo scopo di nuocere, la « frode ». Giuridicamente Aquilio lo definì ; dire una cosa e farne un'altra. — hoc sappi, responsum est. — luculente, e argutamente, graziosamente, elegantemente » ; spesso ha significato ironico. 61. ex omni vita = ex vita omnino. — ita, e così, perciò » . — atque, qui ha valore limitativo, come quamquam; il dolus malus era punito (vindicatus ; il nostro termine giuridico sarebbe « contemplato ») anche prima; solo che Aquilio ne fissò il valore giuridico. — tutela, qui ha 160 M. TULLI CICERONIS duodecim tabulis, circumscriptio adulescentium lege Plaetoria, et sine lege iudiciis, in quibus additur ex fide bona, iteli- quorum autem iudiciorum haec verba maxime excellunt: in ar- bitrio rei uxoriae melius aequius, in fiducia ut inter bonos bene àgier. Quid ergo? aut in eo, quod melius aequius, potest ulla pars inesse fraudis? aut, cum dicitur inter bonos bene agier, quic- quam agi dolose aut malitiose potest? Dolus autem malus in si- mulatane, ut ait Aquilius, continetur. Tollendum est igitur ex rebus contrahendis omne mendacium ; non inlicitatorem venditor, non, qui con tra se liceatur, emptor apponet; uterque, si ad elo- 62 quendum venerit, non plus quam semel eloquetur. Q. quidem Scaevola P. f. cum postulasset, ut sibi fundus, cuius emptor significato pregnante = tutela male administrata. Il tutore che avesse male amministrato la sostanza del suo pupillo doveva rifondergli il doppio del danno. — lege Plaetoria, questa legge, formulata da Pletorio, tribuno della plebe verso il 200, fissava prima di tutto l'età dei minorenni {minores, tino a 25 anni) e dei maggiorenni (maiores), e stabiliva le pene per coloro che avessero stipulato contratti con un minorenne, senza il consenso del tutore. — sine lege iudiciis, i iudicia non erano regolati da leggi fisse (perciò qui iudicia in antitesi con leges\ ma entravano nella giurisdizione dei pretori, ognuuo dei quali determinava le sue formulae speciali, a cui i giudici dovevano attenersi. Si avevano due categorie di iudicia: cioè iudicia o actiones stridi iuris, dove i giudici applicavano rigorosamente, pedantesca mente le formulae del pretore. C'erano i iudicia o actiones bonae fidei, dove il giudice era più libero e giudicava col buon senso, ex fide botta, e secondo la propria coscienza ». Questa seconda categoria di giudici por- tava il nome di arbitri, ai quali corrispondono in parte i nostri giudici conciliatori. — reliquorum, qui puoi tradurre € speciali » ; iudicia ex fide bona è il termine generico ; venendo ai casi pratici, la formola astratta ex fide bona si concreta in queste altre: melius aequius (scil. quantum, quod melius et aequius fieri potest) ; ut inter bonos bene agier (scil. oportet). — arbitrio rei uxoriae, quando dopo un divorzio si trattava della restituzione alla moglie dei propri beni. — in fiducia, qui fiducia esprime la cessione fiduciaria temporanea, con l'obbligo della restituzione; così un debitore « dava in pegno » al creditore, p. es., una casa, fino al pagamento ; possiamo spiegare « pegni » o anche « ipoteche » . — agier, queste forme speciali di infiniti passivi appartengono al latino arcaico. — pars, « ombra ». — non inlicitatorem ... apponet; liceri significa « offrire» in un incanto ; inlicitator è, usando il linguaggio delle nostre borse, l'of- ferente € che gioca al rialzo » ; qui contra licetur (manca il termine prò prio) è l'offerente «che gioca al ribasso», apponere , è «metter su, subornare » . A un'asta il venditore, per vender più cara la sua merce, paga uno o più offerenti, perchè giochino al rialzo; invece il compratore paga degli offerenti, che giochino al ribasso. — ad eloquendum, « contrattare il prezzo». — 62. Scaevola, I 116. — indicare rem, significa «dire DE 0FFICI1S, III, 15, 61 — 64 161 erat, semel indicaretur idque venditor ita fecisset, dixit se pluris aestumare; addidit centum milia. Nemo est, qui hoc viri boni fuisse neget, sapientis negant, ut si minoris, quam potuisset, vendidisset. Haec igitur est illa pernicies, quod alios bonos, alios sapientes existimant. Ex quo Ennius 'nequiquam sa- pere sapientem, qui ipse sibi prodesse non quiret.' Vere id quidem, si, quid esset 'prodesse', mihi cura Ennio con- veniret. Hecatonem quidem Rhodium, discipulum Panaeti, video 63 in iis libris, quos de officio scripsit Q. Tuberoni, dicere 'sa- pientis esse nihil contra mores, leges, instituta fa- cientem habere rationem rei familiaris. Neque enim solum nobis divites esse volumus, sed liberis, pro- pinquis, amicis maxumeque rei publicae. Singu- lorum enim facultates et copiae divitiae sunt Civi- ta ti 8.' Huic Scaevolae factum, de quo paulo ante dixi, piacere nullo modo potest; etenim omnino tantum se negat facturum compendii sui causa, quod non liceat. Huic nec laus magna tribuenda nec gratia est. Sed, sive et simulatio et dissimulatio 64 dolus malus est, perpaucae res sunt, in quibus non dolus malus iste versetur, sive vir bonus est is, qui prodest, quibus potest, il prezzo di una cosa »; semel, « una sola volta », evitando di questionare per defalcarci qualche porzione, noi possiamo dire « il prezzo ristretto » . — centum milia, cioè sesterzi. — ut si, come non sarebbe da savio il vendere... — Ennius, si supplisce ait. — nequiquam ... , il passo stava nella tragedia Medea; la vera forma è citata altrove da Cicer. (ad Fani. VII 6, 2) Qui ipse sibi sapiens prodesse non quit, nequiquam sapit (tetrametro trocaico catalettico -^^, wo, -£-, -v, -£-, — , -£^ f w); la sentenza è desunta da quel verso di Euripide: juiaùj aocpiarV* #oti<; oò\ aÙTtp aocpó^ ( « odio il savio, che non è savio per sé » ). — 63. libris quos de officio scripsit..., noi traduciamo: «libri sul dovere, dedicati a...». — Tube- roni, pretore nel 123, rigido seguace della scuola stoica, amico di Panezio. — nihil facientem, introduci con « purché non ... > oppure « senza ... >. — neque ... volumus, passaggio dall'ordito obliqua alla recta. — huic scil. Hecatoni. — tantum scil. id. — quod, pronome. Ecatone si limita a non fare pel suo interesse un'azione illecita ; ma quando l'azione è lecita, la fa; perciò accetterebbe il prezzo chiestogli del fondo e non imiterebbe Scevola, aumentandolo. Per lui Scevola è un galantuomo, ma non savio; e questo deprezzamento o meglio questa separazione delle due qualità, ammessa da Ennio e da Ecatone, è ciò che spiace a Cicerone : egli la chiama una per* nicies, § 62. — 6é. sed, è un richiamo a tornare in carreggiata. — versetur, « si incontri, occorra, entri >. Ciceroni:, De Offtdis. comm da TI. Sabbadini, 2» ediz -Il 162 M. TULLI CICER0N1S nocet nemini, certe istum virum boniim non facile reperimus. Numquam igitur est utile peccare, quia semper est turpe, et, quia semper est honestura virum bonum esse, semper est utile. 65 16. Àc de iure quidem praediorum sanctum apud nos est iure civili, ut in iis vendendis vitia dicerentur, quae nota essent venditori. Nam, cum ex duodecim tabulis satis esset ea prae- stari, quae essent 'lingua nuncupata', quae qui infitiatus esset, dupli poenam subiret, a iuris consultis etiam reticentiae poena est constituta; qùicquid enim esset in praedio viti, id sta- tuerunt, si venditor sciret, nisi nominatim dictum esset, prae- 66 stari oportere. Ut, cum in arce augurium augures acturi essent iussissentque Ti. Claudium Centumalum, qui aedes in Caelio monte habebat, demoliri ea, quorum altitudo ofificeret auspiciis, Claudius proscripsit insulam [vendidit], emit P. Calpurnius Lanarius. Huic ab auguribus illud idem denuntiatum est. Itaque Calpurnius cum demolitus esset cognossetque Claudium aedes postea proscripsisse, quam esset ab auguribus demoliri iussus, arbitrum illum adegit, qùicquid sibi bare fàcere opor- teret ex fide bona. M. Cato sententiam dixit, huius nostri Catoni s pater (ut enim cete ri ex patri bus, sic hic, qui illud lumen progenuit, ex filio est nominandus) — is igitur iudex ita pronuntiavit: ' cum in vendundo rem eam scisset et non 67 pronuntiasset,emptori damnum praestari oportere.' Ergo ad fidem bonam statuit pertinere notum esse emptori vitium, quod nosset 6ó. de iure, puoi risolvere in « contratti » . — praediorum, in generale « beni immobili » . — cum, « mentre, laddove » . — praestari, « rispondere di ... , esser responsabile ». — lingua nuncupata, la frase delle dodici ta- vole è uti lingua nuncupassit (= nuncupaverit ; nuncupare è composto di nomen e capere). — quae qui, intreccio di relativi; risolvi: «essendo punito ... cbi ... » oppure « con la clausola che chi... » oppure «sotto pena di... chi ... » . — viti = vitii — 66. arce. Varx non era molto alta e l'augure per le sue osservazioni doveva aver libera la vista dell'orizzonte ; quella casa sul monte Celio toglieva in parte la vista dell'oriente. — ea = eas partes. — insulam, casamento isolato. — denuntiatum, risolvi con « in- timazione » . — arbitrum adegit -= ad arbitrum adduxit, lo fece citare ; adigere riceve due accusativi anche nella frase aliquem iusiurandum adi- gere. — adegit suppl. ut sibi praestaretur qùicquid sibi (Calpurnio) Claudium dare et facere oporteret, per avere la rifusione ... — Cato, morì nel 91, essendo candidato alla pretura; fu padre di Catone Uticense. — de offigiis, in, 16—17, 65—68 163 venditor. Quod si recte iudicavit, non recte frnmentarius ille, non recte aedium pestilentium venditor tacuit. Sed huius modi reti- centiae iure civili comprehendi non possunt; quae autera possunt, diligenter tenentur. M. Marius Gratidianus, propinquus noster, C. Sergio Oratae vendiderat aedes eas, quas ab eodem ipse paucis ante annis emerat. Eae [Sergio] serviebant, sed hoc in mancipio Marius non dixerat. Adducta res in iudicium est. Oratam Crassus, Gratidianum defendebat Antonius. Ius Crassus urguebat, 4 quod vitii venditor non dixisset sciens, id oportere praestari', aequi- tatem Antonius, 'quoniam id vitium ignotum Sergio non fuisset, qui illas aedes vendidisset, nihil fuisse necesse dici, nec eum esse deceptum, qui id, quod emerat, quo iure esset teneret.' Quorsus 68 haec? Ut illud intellegas, non placuisse maioribus nostris astutos. 17. Sed aliter leges, aliter philosophi tolluntastutiasrleges, quatenus manu tenere possunt, philosophi, quatenus ratione et in- . tellegentia. Ratio ergo hoc postulat, ne quid insidiose, ne quid si- mulate, ne quid fallaciter. Suntne igitur insidiae tendere plagas, etiamsi excitaturus non sis nec agitaturus? ipsae enim ferae nullo 07. non recte tacuit, « non fece bene a ... ». — sed huius modi ... ; Ci- cerone fa a se stesso un 1 obbiezione : ma simili casi di reticenza non pos- sono a ano a uno essere contemplati dal codice civile ; sia pure, egli si risponde, ma quelli che vi possono essere contemplati, sono puniti. E cita il caso seguente, difficile a esser contemplato nel codice, perchè l'antico possessore conosceva la servitù della casa ; eppure nel codice era contem- plato, secondo Crasso. E ciò perchè? conclude Cicerone. Perchè i nostri giuristi non badavano più che tanto alle formalità; dove e* era malizia, colpivano il reo, ancorché le forme fossero salve. — tenentur, origina- riamente tenere voleva dire « trattenere l'accusato a disposizione della giu- stizia » , perciò tenetur furti, « deve rispondere del reato di furto » ; reticentia tenetur, « la reticenza cade sotto la sanzione penale, è colpita, è punita » e simili. — Gratidianus, figlio di Mario Gratidio d'Arpino, la cui sorella era stata nonna di Cicerone; fu ucciso per ordine di Siila da Catilina nell'82, essendo pretore per la seconda volta. — Sergio, fu pretore nel 97. — eae [Sergio], chi interpolò Sergio non capì il testo. — serviebant, « erano aggravate da una servitù ». — mancipio, « contratto di vendita». — Crassus, I 108. — Antonius, II 49. — ius urguebat, « insisteva sul ... , faceva valere il ... ». — quo iure, « rapporti, condizioni giuridiche », che qui si risolvono in « aggravio ». 68. manu tenere, «colpirle con la mano», cioè «farle cadere sotto una sanzione materiale ». — suntne insidiae, « è un'insidia sì o no »; la risposta è affermativa. — excitaturus, agitaturus, usati intransitivamente, 164 M. TULLI GICERONIS insequente saepe incidunt. Sic tu aedes proscribas, tabulam tam- quam plagam ponas, [domura propter vitia vendas]: in eam 69 aliquis incurrat imprudens. Hoc quamquam video propter de- pravationem consuetudini s neque more turpe haberi neque aut lege sanciri aut iure civili, tamen naturae lege sanctum est Societas est enim (quod etsi saepe dictum est, dicendum est tamen saepius), latissime quidem quae pateat, omnium inter omnes, interior eorum, qui eiusdem gentis sint, propior eorum, qui eiusdem civitatis. Itaque raaiores aliud ius gentium, aliud ius civile esse voluerunt; quod civile, non idem continuo gen- tium, quod autem gentium, idem civile esse debet. Sed nos veri iuris germanaeque iustitiae solidam et expressam effigiem nullam tenemus, umbra et imaginibus utimur. Eas ipsas utinara sequeremur ! feruntur enim ex optimis naturae et veritatis 70 exemplis. Nam quanti verba illa : uti ne propter te fidemve tdam captus fraudatusve sim! quam illa aurea: ut inter bonos bene agier oportet et sine fraudatione! Sed, qui sint 'boni', et quid sit 'bene agi', magna quaestio est. Q. quidem Scaevola, pontifex maximus, summam vim esse dicebat in omnibus iis arbitriis, in quibus adderetur ex fide bona, fideique bonae senza l'oggetto feras. — ipsae, « da sé ». — proscribas ,.. incurrat, come vendat, § 54, < supponiamo che tu ... qualcuno ci incapperà >. Il nesso è questo : tu dirai che non hai obbligato nessuno a comprarti la casa. Ma intanto hai messo fuori il cartello. Nemmeno il cacciatore ha spinto le fiere nella rete; ma intanto ha teso la rete. — piagarti, questo nome ha di rado il singolare, ma qui fa simmetria con tabulam. — domum ... vendas, è un'interpolazione; infatti eam non si riferisce a domum, ma a plagam. — 69. consuetudinis, puoi spiegare con « sentimento pub- blico, pubblica opinione > . — dictum est, I 53. — ius gentium, il nostro «diritto internazionale». — continuo, «subito», cioè «senz'altro». — sed nos ... , questa distinzione tra ius gentium e ius civile mostra già che non avevano una vera idea della giustizia, la quale dovrebb'essere uguale per tutti gli uomini. — solidam et expressam, «massiccia e scolpita», come si ha in una statua, in antitesi con Yumbra e V imago, che si ha in una pittura. — ipsas, risolvi con « almeno » . — feruntur = ducuntur, « son tratte » . — exemplis, « tipi » . — 70. nam, perchè basterebbe attenersi a questi dettami della bona fides per operare rettamente. — quanti suppl. aestimanda sunt. — uti ne ... , è una delle tante formole usate nelle actiones bo nae fidei, § 61 ; uti, « a patto che ». — propter te, « per colpa tua » ; trattandosi di persona, è adoperato più comunemente per — fidem, « il credito, la garanzia » che è inerente a una persona. — magna, « qui sta il nodo della ... ». — Scaevola, 1 116. — summam de officiis, in, 17,69—72 165 nomen existimabat manare latissiine, idque versari in tutelis societatibus, fìduciis mandatis, rebus emptis venditis, conductis locatis, quibus vitae societas contineretur ; in iis magni esse iudicis statuere, praesertim cum in plerisque essent iudicia contraria, quid quemque cuique praestare oporteret. Quocirca 7i astutiae tollendae sunt eaque malitia, quae vult illa quidem videri se esse prudentiam, sed abest ab ea distatque plurimura. Prudentia est enim locata in dilectu honorum et malorum, malitia, si omnia, quae turpia sunt, mala sunt, mala bonis ponit ante. Nec vero in praediis solum ius civile ductum a na- tura malitiam fraudemque vindicat, sed etiam in mancipiorum venditione venditoris fraus omnis excluditur. Qui enim scire de- buit de sanitate, de fuga, de furti s, praestat edicto aediliura. Heredum alia causa est. Ex quo intellegitur, quoniam iuris na- 72 tura fons sit, hoc secundam naturarti esse, neminem id agere, ut ex alterius praedetur inscitia. Nec ulla pernicies vitae maior inveniri potest quam in malitia simulatio intellegentiae ; ex quo ista innumerabilia nascuntur, ut utilia cum honestis pugnare videantur. Quotus enim quisque reperietur, qui impunitate et ignoratione omnium proposita abstinere possit iniuria? vim, risolvi con « capitale importanza » . — nomen, e idea, concetto » . — existimabat ... lettissime, e assegnava un'immensa estensione». — societa- tibus, «associazioni». — mandatis, «procare». — rebus ... locatis, tra- duci cui sostantivi. — magni iudicis, la difficoltà è maggiore nei iudicia ex fide bona, dove è da tener conto di tanti elementi, che non in quelli stridi iuris, dove bastava applicar la formula. — iudicia contraria, « le contro accuse, le contro querele » ; p. es., un mercante di vino dà querela al compratore per mancato pagamento; il compratore può dar querela al mercante perchè il vino non corrispondeva al campione. — 71. si, « se è vero che » . — ponit ante, tmesi per anteponit. — ductum a na- tura = consentaneum naturae, «conforme ai principii naturali». — excluditur, « si vuole esclusa » . — qui enim ... , il mercante di schiavi è tenuto a dirne i difetti, altrimenti deve rispondere (praestat) dei danni. — qui debuit, « chi doveva, a chi toccava ». — edicto, questo editto è riferito da Gellio IV 2, 1. — heredum, un erede che vende uno schiavo avuto in eredità non è obbligato (non debuit) a saperne i difetti. — 72' hoc, anticipativo. — praedetur, « trar profitto » , come avrebbe fatto Scevola, § 62, pagando il fondo al prezzo che gli fu chiesto. — in mali- tia ... intelleg., « simulare perspicacia nella malizia, far passare per avve- dutezza, perspicacia la malizia, mascherare di perspicacia la malizia».— ista ut, risolvi « quei casi nei quali » . 166 M. TULLI CICER0N1S 73 18. Periclitemur, si placet, et in iis quidem exemplis, in quibus peccari vulgus hominum fortasse non putet. Neque enim de sicariis, veneficis, testaraentariis, furibus, peculatoribus hoc loco disserendum est, qui non verbis sunt et disputatione phi- losophorum, sed vinclis et carcere fatigandi, sed baec conside- reraus, quae faciunt ii, qui habentur boni. L. Minuci Basili, locupletis bominis, fai su ai testamentum quidam e Graecia Romani attulerunt Quod quo facilius obtinerent, scripserunt heredes secum M. Crassum et Q. Hortensium, bomines eiusdem aetatis potentissimos; qui cum illud falsum esse suspicarentur, sibi autem nullius essent conscii culpae, alieni facinoris munus- culum non repudi a veruni Quid ergo? satin est hoc, ut non deliquisse videantur? Mihi quidein non videtur, quamquam al- 74 terum vivum amavi, alterum non odi mortuum; sed, cum Ba- silus M. Satrium, sororis filium, nomen suum ferre voluisset eumque fecisset heredem (hunc dico patronum agri Piceni et Sabini; o turpera notam temporum [nomen illorum]!), non erat aequum principes cives rem habere, ad Satrium nihil praeter nomen pervenire. Etenim, si is, qui non defendit iniuriam neque propulsat [a suis], cum potest, iniuste facit, ut in primo libro disserui, qualis habendus est is, qui non modo non repellit, sed 73. Pericltiemur, « facciamone la prova », cioè se è vera la mia propo- sizione quotus quisque ... iniuria. — exemplis, «casi». — fatiyandi = coercendi, e ridurre al dovere, domare». — Basili, di costui nuli' altro si sa. — quod, « il loro intento >. — secum, per acquistarsi l'impunità o accaparrarsi la protezione in caso di un processo. — Crassum, il trium- viro, famoso per le sue ricchezze ; Hortenstum, Foratore, rivale di Cice- rone, che lo stimò assai. — munusculum, puoi rendere con e bocconcino ». — ut ... videantur, « a farli apparire innocenti, a giustificarli ». — alterum, Ortensio; alterum, Crasso. — non odi, perchè continuar l'odio anche oltre la morte è di animo basso; Cicer. e Crasso furono nemici. — 74. no- men suum ferre, dopo l'adozione Satrio si chiamò Minucius Basilus Satrianus. — hunc dico ... , in questa parentesi Cicer. vuol dare un giu- dizio su Satrio ed esprimere il suo disprezzo per lui. Satrio si era imposto patrono ai Piceni e ai Sabini, due province che godevano la cittadinanza romana e che si erano perciò abbassate al livello delle popolazioni con- quistate, I 35 earum patroni essent. Ciò Cicer. chiama con disgusto igno- minia dei suoi tempi. Le parole nomen ilhrum furono intruse da chi non intese che notam si riferisce a patronum e volle invece trovarvi un'allu- sione al nome Basilus, allusione che veramente non si riesci rebbe a coni prendere. — in primo libro, § 23. — adiuvat, infatti Crasso e Ortensio \ de 0FFICH8, ni, 13—19, 73—76 167 etiam adiuvat iniuriam? Mihi quidem etiam verae hereditates non honestae videntur, si sunt malitiosis blanditiis, officiorum non ventate, sed simulatione quaesitae. Àtqui in talibus rebus aliud utile interdum, aliud honestum videri solet. Falso; nam eadem utilitatis, quae honestatis est regula. Qui hoc non per- 75 viderit, ab hoc nulla fraus aberit, nullum facinus. Sic enim co- gitans: ( Est istuc quidem honestum ,- veruna hoc expedi t\ resa natura copulatas audebit errore divellere, qui fons est fraudium, maleficiorum, scelerum omnium. 19. Itaque si vir bonus habeat hanc vim, ut, si digitis concrepuerit, possit in locupletium testamenta nomen eius in- repere, hac vi non utatur, ne si eiploratum quidem habeat id omnino neminem umquam suspicaturum. At dares hanc vim M. Crasso, ut digitorum percussione heres posset scriptus esse, qui re vera non esset heres, in foro, mihi crede, saltaret. Homo autem iustus isque, quem sentimus virum bonum, nihil cuiquam, quod in se transferat, detrahet. Hoc qui admiratur, is se, quid sit vir bonus, nescire fateatur. At vero, si qui voluerit animi 76 sui complicatam notionem evolvere, iam se ipse doceat eum virum bonum esse, qui prosit, quibus possit, noceat nemini nisi lacessitus iniuria. Quid ergo? hic non noceat, qui quodam quasi in certo modo e tennero mano » alla falsificazione del testamento. — verae = iwtae, « legittime » . — ventate, * sincerità » . — atqui, obbiezione. — falso (e a torto») si dovrebbe supplire videri solet, — 7ò. istuc , questo pronome ha due forme: iste ista istud e istic istaec istuc, così illic illaec illuc. — res ... divellere, § 11 haec natura cohaerentia opi- nione distraxissent. — fraudium, egualmente usato che fraudum. — vim ut possit inrepere, risolvi attivamente: « il potere di introdurre (far sci- volare) il suo nome ». — si dig. concrep. 9 * con un semplice crocchiar di dita ». — dares ... saltaret , « dovresti dare ... ballerebbe », € provati a dare ... » ; qui il congiuntivo esortativo dares ha valore di una prò tasi ipotetica; cfr. § 68 proscribas, § 54 vendat. — qui re vera ... heres, senza realmente esser l'erede, senza averne il diritto. — in foro saltaret, sarebbe una sconcezza, come in foro cantare, I 145. — sentimus = existi- mamus, I 124. — admiratur, « trova strano, non si capacita », cfr. II 56 admiremur. — 70. animi sui ... evolvere,- puoi conservare la mede/ sima imagine: « sviluppare il concetto (intorno al vir bonus) che ancora ci giace involuto nello spirito » ; animi, non oggettivo « l'idea che abbiamo del nostro animo », ma soggettivo < l'idea che abbiamo nel nostro animo ». — a notionem suppl. viri boni. — iam ... doceat, « si persuaderà » . — nisi lacessitus, I 20. — non noceat, « non si dirà che ... ». — veneno, « filtro », S 168 M. TULLI CICER0NI3 veneno perficiat, ut veros heredes moveat, in eorum locum ipse succedat? 4 Non igitur faciat', dixerit quis, 'quod utile sit, quod expediat?' Immo intellegat nihil nec expedire nec utile 77 esse, quod sit iniustum; hoc qui non didicerit, bonus vir esse non potè ri t. G. Fimbriam consularem audiebam de patre nostro puer iudicem M. Lutatio Pinthiae fuisse, equiti Ro- mano sane honesto, cum is sponsionem fecisset, ni tir bonus esset. itaque ei dixisse Fimbriam se illam rem numquam iu- dicaturum, ne aut spoliaret fama probatum hominem, si contra iudicavisset, aut statuisse videretur virum bonum esse'aliquem, cum ea res innumerabilibus officiis et laudibus conti nere tur. Huic igitur viro bono, quem Fimbria etiam, non modo Socrates noverat, nullo modo videri potest quicquam esse utile, quod non honestum sit. Itaque talis vir non modo facere, sed ne cogitare quidem quicquam audebit, quod non audeat predi- care. Haec non turpe est dubitare philosophos, quae ne rustici quidem dubitent? a quibus natum est id, quod iam contri tum est vetustate, proverbium. Cum enim (idem alicuius bonita- temque laudani, dignum esse dicunt, 'quicum in tenebris mices'. Hoc quam habet vim nisi illam, nihil expedire, quod non de- poi € malia >. — ut, risolvi con e di » e l'infinito, introducendo succedat con « per > . — quis, « altri » , indefinito. — 77. Fimbriam, C. Flavius Fimbria, console nel 104, da non confondere coti l'altro Fimbria, parti- giano di Mario. — de = ex. — Lutatio, del resto ignoto. — sponsio* nem ... esset, il fatto a cui si allude non è noto, ma dovette essere a un dipresso così. In una questione qualsiasi, anche privata, qualcuno avrà dubitato dell'onestà di Lutazio; Luta zio allora disse: ebbene, provochiamo un giudizio (una sentenza) sulla mia onestà ; se non sarò dichiarato onesto, pagherò una somma. Se la sentenza gli era favorevole, egu se ne poteva giovare come di pregiudiziale in un'altra causa qualunque e così si sem- plificava la procedura. Queste pregiudiziali, era costume provocarle ap- posta, anche su questioni inconcludenti. Così la provocò anche Lutazio ; ma Fimbria si rifiutò di formular la sentenza, per non sprecare una sen- tenza di onorabilità in una questione di nessuna importanza. — spon- sionem, scommessa, deposito, pegno. — si ... iudicavisset, se la sentenza avesse dovuto essergli contraria. — aliquem, « uno pur che sia » . — laudibus, « qualità, meriti ». — noverat, « avere un chiaro concetto »; quale fosse il concetto di Socrate, è detto al § 11 : egli non voleva disgiunto l'utile dall'onesto. — praedicare, e dire in pubblico ». — quicum ... mices; mìcare nel suo primo significato vale e far tremolare, agitare » , qui e agi- tare le dita », come si fa nel gioco che da noi si chiama < della mora », dove due giocatori pronunciano ciascuno un numero nell'atto che stendono de officiis, in, 19—20, 77—80 169 ceat, etiamsi id possis nullo refellente obtinere? Videsne hoc 78 proverbio neque Gygi illi posse veniam dari neque huic, quem paulo ante fingebam digitorum percussione hereditates omnium posse converrere? Ut enim, quod turpe est, id quamvis occul- tetur, tamen honestura fieri nullo modo potest, sic, quod hones- tum non est, id utile ut sit, effici non potest adversante et re- pugnante natura. 20. At enim, cum permagna praemia sunt, est causa pec 79 candi. G. Marius cum a spe consulatus longe abesset et iam septimum annum post praeturam iaceret neque petiturus ura- quam consulatum videretur, Q. Metellum, cuius legatus erat, summum virurn et civem, cum ab eo, imperatore suo, Koraam missus esset, apud populum Eomanum criminatus est bellum illum ducere; si se consulem fecissent, brevi tempore aut vivum aut mortuum Iugurtham se in potestatem populi Romani red- acturum. Itaque factus est ille quidem consul, sed a fide i us- ti tiaque discessi t, qui optimum et gravissimum civem f cuius legatus et a quo missus esset, in invidiam falso crimine addu- xerit. Ne noster quidem Gratidianus officio viri boni functus 80 est tum, cum praetor esset collegiumque praetorium tribuni plebi adhibuissent, ut res nummaria de communi sententia con- sti tue retur; iactabatur enim temporibus illis nummus sic, ut alcune dita della loro mano destra: vince quegli che ha pronunciato il numero eguale a quello della somma delle dita stese. Noi possiamo perciò tradurre tutta la frase : e dicono che con lui si può giocare alla mora al buio » . — refellere , e convincere di errore , cogliere in fallo » . — 78. G-ygiy § 38. — converrere , veramente e ammucchiare spazzando » ; noi potremmo dire con un' imagine affine « rastrellare », meglio « ar- raffare » . 79, At enim, « eppure, mi si obbietta ». — G. Marius, spezza questo periodo, facendo punto dopo videtur, — septimum annum, I 1 annum. Mario fu pretore nel 115; console per la prima volta nel 107. — iaceret, € non aver nessun credito politico ». — Metellum, console nel 109; con- dusse la guerra contro Giugurta. — ab eo missus, invece secondo Sal- lustio (Iugurth. 64) Mario chiese a Metello una licenza per presentarsi candidato al consolato, e Metello gliela accordò, mettendolo in derisione. — ducere, e trarre in lungo». — in invidiam adduxerìt, emetter in discredito». — 80, noster, qui vale «mio parente»; cfr. § 67. — praetor, fu pretore nell'86. La sua astuzia consistette nel farsi attribuire tutto il merito dell'editto, e ciò per prepararsi la via al consolato, che però non ottenne; fu invece pretore una seconda volta nell' 82. — res nummaria, « la questione monetaria ». — iactabatur nummus, « la cir- 170 M. TULLI CICERONIS nemo posset scire, quid haberet. Conscripserunt communiter edictum cuoi poena atque iudicio consti tueruntque, ut omnes 8imul in rostra post meridiem escenderent. Et ceteri quidem alius alio, Marius ab subselliis in rostra recta idque, quod com- muniter compositum fuerat, solus edixit. Et ea res, si quaeris, ei magno honori fuit; omnibus vicis statuae, ad eas tus, cerei ; 81 quid multa? nemo umquam multitudini fuit carior. Haec su ut, quae conturbent in deliberatone non numquam, cuoi id, in quo vi ola tur aequitas, non ita magnum, illud autem, quod ex eo paritur, permagnum videtur, ut Mario praeripere collegis et tribunis plebi popularem gratiam non ita turpe, consulem ob eatn rem fieri, quod sibi tum proposuerat, valde utile videbatur. Sed omnium una regala est, quam tibi cupio esse notissima in, aut illud, quod utile videtur, turpe ne sit aut, si turpe est, ne videatur esse utile. Quid igitur? possumusne autillum Marium virum bonum iudicare aut hunc? Explica atque excute intel- legentiam tuam, ut videas, quae sit in ea [species] forma et notio viri boni. Cadit ergo in virum bonum mentiri emolumenti sui 82 causa, criminari, praeripere, fallere? Nihil profecto minus. Est ergo ulla res tanti aut commodum ullum tam expetendum, ut viri boni et splendorem et nomen amittas? Quid est, quod ad- terre tantum utilitas ista, quae dicitur, possit, quantum au- ferre, si boni viri nomen eripuerit, fidem iustitiamque detraxerit? Quid enim interest, utrum ex homine se convertat quis in be- luam an hominis figura immanitatem gerat beluae? colazione oscillava » ; e ciò per le numerose falsificazioni. — quid, « quanto ». — cum, risolvi in * determinando ... ». — iudicio, « procedura ». — in rostra, per la proclamazione. — alius alio suppl. iverunt. — Marius Bcil. Gratidianus. — ab subselliis scil. tribunorum, dove si era tenuto il consiglio. — recta, ablativo. — si quaeris, « se lo domandi, se chiedi la verità, a dire il vero, francamente, senza dubbio». — 81. quae con- turbent (suppl. animos), relativa consequenziale, perciò il congiuntivo. — id in quo violatur, puoi risolvere col sostantivo e violazione ». — illud, e il vantaggio». — Mario, Gratidiano. — noti&simam, «sempre presente». — aut... aut, l'ordine regolare richiederebbe: illud quod utile videtur aut turpe ne sit aut. — illum, C. Mario; hunc, Gratidiano. — explica, cfr. § 76 complicatam notionem evolvere. — cadit in ... , « si dà in ... », cioè «viene in mente...», «ò suscettibile di ... ». — nihil ... minus, « tut t'altro ». — 82. nomen, aggiungici un aggettivo, p. e., « glorioso, ono- rifico ». — quae dicitur, potresti risolvere con « apparente ». — hominia db OFPiciis, ni, 20—21, 81—83 171 21. Quid? qui omnia recta et honesta neglegunt, dum modo potentiam consequantur, nonne idem faciunt, quod is, qui etiam socerum ha ber e voluit eum, cuius ipse audacia potens esset? Utile ei videbatur plurimum posse alterius invidia; id quara iniustum in patriam et quam turpe esset, non videbat. Ipse autem socer in ore semper Graecos versus de Phoenissis habebat, qu.os dicam, ut poterò, incondite fortasse, sed tamen, ut res possi t intellegi : Nam si violandum est iùs, regnandi gràtia Violàndum est; aliis rèbus pietatém colas. Capitalis Eteocles vel potius Euripides, qui id unum, quod omnium sceleratissimum fuerit, exceperit! Quid ì^* ur minuta 83 colligimus, hereditates, mercaturas, venditiones fraudulentas ? ecce tibi, qui rex populi Rom.. dominusque omnium gentium esse concupiverit idque perfecerit . Tane cupiditatem si honestain quisesse dicit, amens est; probat enirn legum et libertatis inter- itum earumque oppressionem taetram et detestabilem gloriosam putat. Qui autem fatetur honestum non esse in ea civitate, quae libera fuerit quaeque esse debeat, regnare, sed ei, qui id facere possit, esse utile, qua hunc obiurgatione aut quo potius con- figura, non si spiega « sotto le sembianze umane » , ciò che si direbbe in figura hominis, § 32, ma e conservando le sembianze umane » ; perciò hominis figura è ablat. di qualità, dove il genitivo hominis rappresenta l'aggettivo humana. is qui ... ; Pompeo nel 59 sposò a 47 anni Giulia, figlia di Cesare, la quale ne aveva 23 ed era già promessa a Cepione; fu un matrimonio po- litico. — invidia, « l'odiosità », che Cesare si era procacciata presso gli ottimati con la sua audacia. — de, « tratti dalle ... », « delle ... ». — Phoenissis, una tragedia di Euripide, della quale Cicer. traduce metrica- mente, come suol fare spesso nelle citazioni poetiche, i due seguenti versi (524-525): clircp *fàp àòiKCiv xpn> xupavviòoc; irépi (anastrofe) || KdXXiaxov àòiKeìv, TdXXa («nel resto», accusativo assoluto) ò* cùaePetv xP € wv. — nam si ... , versi trimetri giambici (-- *, *"-»-, -^, --, - z , ^- || w-, - vw> --£, -w f -J- t w-). — Eteocles, quei due versi sono nella tragedia pronunciati da Eteocle, contro il quale si scaglia Cicerone, perchè si rese reo di così iniqua sentenza ; ma poi si correggo, perchè il vero reo di avergliela fatta dire è Euripide, reo anche di aver dato modo a Cesare di servirsene, per coonestare argutamente i propri disegni. — 83. mi- nuta colligimus, per significare il disgusto espresso in questa frase puoi risolvere colligere in «perdersi dietro». — ecce Ubi, «eccoti», dativo etico. — qui autem, nella traduzione risolvi: «se alcuno». — convicio f r 172 M. TULLI C1CER0NIS vicio a tanto errore coner avellere? Potest enirn, di immortales! cuiquam esse utile foedissimum et taeterrimum parricidium patriae, quamvis is, qui se eo obstrinxerit, ab oppressis civibus parens nominetur? Honestate igitur dirigenda utilitas est, et quidem sic, ut haec duo verbo inter se discrepare, re unum so- 84 nare videantur. Non habeo, ad vulgi opinionem quae maior utilitas quam regnandi esse possit; nihil contra inutilius ei, qui id iniuste consecutus sit, invenio, cum ad veritatem coepi revocare rationem. Possunt enim cuiquam esse utiles angores, sollicitudines , diurni et nocturni metus, vita insidiarum peri- culorumque pienissima? Multi iniqui utque infideles régno, pauci bénivoli inquit Accius. At cui regno? Quod a Tantalo et Pelope pro- di tura iure obtinebatur. Nam quanto pluris ei regi putas, qui exercitu populi Romani populum ipsum Romanura oppressisset civitatemque non modo liberam, sed etiam gentibus imperantem 85 servire sibi coégisset? Hunc tu quas conscientiae labes in animo censes Imbuisse, quae vulnera? Cuius autem vita ipsi potest utilis esse, cum eius vitae ea condicio sit, ut, qui illam eri- puerit, in maxima et gratta futurus sit et gloria? Quodsi haec utilia non sunt, quae maxime videntur, quia piena sunt dede- coris ac turpitudinis, satis persuasum esse debet nihil esse utile, quod non honestum sit. e caldo appello, ammonimento ». — parens, Cesare fa chiamato parens patriae nel 45, dopo la battaglia di Manda, titolo che destò le gelosie di Cicer., che voleva essere solo a portarlo. — dirigenda, « lasciarsi gui- dare, regolare » . — duo, scil. honestas et utilitas. — unum = idem. — 84. habeo = video. — ad vulgi opinionem, « alla stregua ... » ; antitesi ad veritatem. — coepi, noi sostituiamo il presente. — multi iniqui ... . non si sa da qual tragedia sia preso questo verso: certo l'argomento era desanto dal ciclo delle tradizioni sai Pelopidi; il verso è tetrametro tro- caico catalettico (■***, — , -^, — , - i -, — , ^^^, -). — regno, dativo. — proditum, «trasmesso». — nam 9 noi risolviamo con «invece». Il nesso è: se un regno legittimamente costituito ha tanti nemici, quanti più non ne avrà uno fondato sull'oppressione. — pluris (plurale) scil. ini- quos fuisse. — 85. cuius ... utilis esse, letteralmente: « di qual uomo può la vita esser utile a se stesso », cioè « a qual aorno può la vita esser utile »; cuius vita ipsi = cui vita sua. — qui illam eripuerit, sul tiran nicidio cfr. § 32. de OFFJdis, ni, 21—22, 84-87 173 22. Quamquam id quidem cum saepe alias, tum Pyrrhi 86 bello a C. Fabricio constile iterum et a senatu nostro iudicatum est. Cum enim rex Pyrrhus populo Romano bellum ultro intu- lisset cumque de imperio certamen esset cum rege generoso ac potente, perfuga ab eo venit in castra Fabrici eique est pol- licitus, si praemium sibi proposuisset, se, ut clam venisset, sic clam in Pyrrhi castra rediturum et eum veneno necaturum. Bunc Fabrici us reducendum curavit ad Pyrrhum idque eius factum laudatum a senatu est. Atqui, si speciem utilitatis opi- oionemque quaerimus, magnum illud bellum perfuga unus et gravem adversarium imperi sustulisset, sed magnum dedecus et flagitium, quicum laudis certamen fuisset, eum non virtute, sed scelere superatum. Otrum igitur utilius vel Fabricio, qui 87 talis in hac urbe, quali s Aristides Athenis, fuit, vel senatui nostro, qui numquam utilitatem a dignitate seiunxit, armis cum hoste certare an venenis? Si gloriae causa imperium expetundum est, scelus absit, in quo non potest esse gloria ; sin ipsae opes expetuntur quoquo modo, non poterunt utiles esse cum infamia. Non igitur utilis illa L. Philippi Q. f. sententia, quas civitates L. Sulla pecunia accepta ex senatus consulto liberavisset, ut eae rursus vectigales essent neque iis pecuniam, quam prò li- beriate dederant, redderemus. Ei senatus est adsensus. Turpe »; 86. Quamquam, « quantunque non c'è bisogno che lo dica io, poiché... puoi risolvere quamquam in «senza di che >. — iterum, fa da attributo a cornute. — ultro, « senz'esser provocato * , « per primo » . - de imperio, perciò guerra mite, I 38. — potente, I 46 sapiente. — veneno necaturum, noi abbiamo il verbo specifico. — speciem ... opinionem, l'apparenza del- l'utile e il concetto che di esso si ha. — sustulisset, nella traduzione po- tresti risolvere: ci accorgeremo che, cfr. I 57 lustrar is ... est. — 87- talis, cioè giusto. — numquam ... seiunxit, l'affermazione così sulle generali, e con la sostituzione di dignitas (< onore >) a honestas, può passare per Cicerone e per un Romano, che ha a cuore il proprio onor nazionale; ma il senato romano non salvò sempre la dignitas e tanto meno la honestas. — quoquo, cfr. I 43 quacumque. — cum infamia = coniunctae cum in- famia, « quando tragga, porti con sé il disonore » . — Philippi, I 108. — liberavisset, scil. tributo. Alcune città dell'Asia minore ritolte dai Romani a Mitridate e fatte tributarie, si riscattarono pagando una somma all'erario romano. — liberavisset, libertate, «riscattare, riscatto». — turpe ... honestum, efficace rapidità ottenuta con la soppressione della copula esse, che si dovrebbe supplire sei volte: fuit, est, sunt, fuit, esse, 174 M. TULLI CICERONIS imperio! piratarum enim melior fides quam senatus. At aucta vectigalia, utile igitur. Quousque audebunt dicere quicquam 8s utile, quod non honestum? Potest autem ulli imperio, quod gloria debet fultum esse et benivolentia sociorum, utile esse odium et infamia? «Ego etiam cum Catone meo saepe dissensi; « nimis mihi praefracte videbatur aerarium vectigaliaque defen- « dere, omnia publicanis negare, multa sociis, cum in hos bene- « fici esse deberemus, cum illis sic agere, ut cum colonis nostris «soleremus, eoque magis, quo illa ordinum coniunctio ad sa- « lutem rei publicae pertinebat ». Male etiam Curio, cum causato Transpadanorum aequam esse dicebat, semper autem addebat: 4 Vincat u tintasi' Potius doceret non esse aequam, quia non esset utilis rei publicae, quam, cum utilem diceret non esse, aequam fateretur. 89 33. Plenus est sextus liber de officiis Hecatonis talium quaestionum: 4 sitne boni viri in maxima cantate annonae fa- lli ili a m non alere'. In utramque partem disputat, sed tamen ad extremum utilitate, ut putat, offici uni di rigit magis quam humanitate. Quaerit, si in mari iactura facienda sit, equine 8Ìt. — piratarum ... senatus, bella prova di dignitas ! — 88. ego etiam ... , qui Cicerone dalle parole benivolentia e odium fu tratto a in- serire più tardi un esempio, che riguarda la concordia fra i vari ordini cittadini, ma non ha che fare col conflitto tra la virtù e l'utile; senza dire che male etiam Curio si riconnette all'esempio di Filippo. Il fatto a cui allude è questo. I cavalieri, appaltatori delle imposte dell'Asia minore, avevano nel 61 chiesto una diminuzione della quota d'appalto ; Cicerone e Catone in fondo erano d'accordo nel deplorare quella istanza, ma Catone vi si oppose « ad oltranza » (praefracte), come si direbbe; Cicerone invece proponeva una conciliazione, per evitare una collisione tra cavalieri e se nato. E così avvenne; votata la proposta di Catone, i cavalieri passarono al partito di Cesare e da lui ottennero nel 59 l'abbono di un terzo della quota. — cum deberemus, < mentre ... , laddove». — hos scil. socio* ; illis scil. publicanis. — sic agere, « contenersi con ... , trattarli». — co- lonis, ai fittaioli solevano i proprietari condonare negli anni critici una parte del fìtto. — soleremus, appartiene sAYoratio obliqua. — eo magis quo, più frequente eo magis quod. — Curio, II 59. — Transpad., do- mandavano la cittadinanza romana; l'ottennero più tardi da Cesare nel 49. — utiìitas f perchè altrimenti l'erario perdeva le imposte di quella pio vincia. — doceret, « avrebbe dovuto ... ». 89. Hecatonis, §63. — familiam % «la servitù». — in utramque partem, « prò e contro » ; li 37. — ut putat dirigit = dirigendum putat, « fa dipendere, regola » ; § 83 dirigenda. — iactura facienda, « far getto de officiis, ih, 22—23, 88—91 175 pretiosi potius iacturam faciat an servuli vilis. Hic alio res fa- miliaris, alio ducit humanitas. 'Si tabulam de naufragkr stultus arripuerit, extorquebitne eam sapiens, si potuerit?' Negat, quia sit iniuriura. 'Quid? dominus navis eripietne su«m ?' 'Minime, non plus quam [si] navigantem in alto eicere de navi velit, quia sua sit. Quoad enim perventumst eo, quo sumpta navis est, non domini est navis, sed navigantium.' 'Quid? si una ta- 90 buia sit, duo naufragi, eique sapientes, sibine uter rapiat, an alter cedat alteri?' 'Cedat vero, sed ei, cuius magis intersit vel sua vel rei publicae causa vivere.' 'Quid, si haec paria in utroque?' 'Nullunrerit certaraen, sed quasi sorte aut mi cando victus alteri cedet alter/ 'Quid? si pater fana expilet, cuniculos agat ad aerarium, indicetne id magistratibus filius?' 'Nefas id quidem est, quin etiam defendat patrem, si arguatur.' 'Non igitur patria praestat omnibus officiis?' 'Immo vero, sed ipsi patriae conducit pios habere cives in parentesi 'Quid? si ty- rannidem occupare, si patriam prodere conabitur pater, silebitne filius?' 'Immo vero obsecrabit patrem, ne id faciat. Si nihil pro- ficiet, accusabit, minabitur etiam, ad extremum, si ad perniciem patriae res spectabit, patriae salutem anteponet saluti patris.' « Quaerit etiam, si sapiens adulterinos nummos acceperit impru- 9] « dens prò bonis, cum id rescierit, soluturusne sit eos, si cui de- « beat, prò bonis. Diogenes ait, Antipater negat, cui potius adsen- di qualche cosa » per alleggerire il bastimento. — faciat, il soggetto non è espresso, ma è facile supplirlo; noi possiamo adoperare la forma imper- sonale: « si deva ... ». — res familiaris, « l'interesse ... ». — si potuerit f risolvi col gerundio. — quid, questo e gli altri quid si rendono in ita- liano con la congiunzione « e » enfatica. — dominus ... suum, come se fosse : si dominus navis tabulam eripere voluerit, poteritne eripere suum ? — non plus quam velit, struttura che si compirebbe così: non velit ta- bulam eripere plus quam velit eicere, « non pretenderebbe strappargli la tavola più di quello che pretenderebbe gettarlo in mare»; V italiano ri- solve non plus quam in « come non ». — eo quo, « al punto per cui » . — sumpta, « noleggiare ». — 90. uter qui = uterque. — vero, av- verbio. — micando, « fare al tocco » con le dita (§ 77), « fare a pari e caffo». — accusabit, « ammonire», cfr. § 83 convicio. — 91. quaerit scil. Hecato. Gli esempi che seguono in questo capitolo non riguardano il conflitto tra due doveri; ma Cicer. li ha innestati qui, forse posteriore mente, traendoli da Ecatone. — cum id rescierit, traduci col gerundio. — Diogenes, Antipater, questi due filosofi non potrebbero rispondere ai 176 M. TULLI CICERONIS «tior. Qui vinutn fugiens vendat sciens, debeatne dicere. Non « necesse putat Diogenes, Antipater viri boni existimat. Haec « sunt quasi controversa iura Stoicorum. 'In mancipio vendundo « dicendane vitia, non ea, quae nisi dixeris, redhibeatur manci- «pium iure civili, sed haec, mendacem esse, aleatorem, fura- 92 « cem, ebriosum ?' Alteri dicenda videntur, alteri non videntur. « 4 Si quis aurum vendens orichalcum se putet vendere, indi- « cetne ei vir bonus aurum illud esse an emat denario, quod sit « mille denarium?' Perspicuum est iam et quid mihi videatur et «quae sit inter eos philosophos, quos nominavi, controversia». 24. Pacta et promissa semperne servanda sint, quae nec vi iNEC dolo malo, ut praetores solent, facta sint. Si quis me- dicamentum cuipiam dederit ad aquam intercutem pepigeritque, si eo medicamento sanus factus esset, ne ilio [medicamento] um- quam postea uteretur, si eo medicamento sanus factus sit et annis aliquot post inciderit in eundem morbum nec ab eo, quicum pepigerat, impetret, ut iterum eo liceat uti, quid fa- ciendum sit. Cum sit is inhumanus, qui non concedat, nec ei quesiti di Ecatone, essendo vissuti prima di lui (§ 51); ma qui essi Fono introdotti come rappresentanti imaginari di due opinioni contrarie. — ait, « dice di sì » . — fugiens, « in via di putrefazione » ; con questa inda- gine strana parrebbe avere una certa analogia ciò che noi diciamo del formaggio o della carne guasta: «cammina». — debeatne, dipende da quaerit — haec, si riferisce a ciò che segue. — tura, termine giuridico applicato ai filosofi; perciò quasi, cfr. I 11 quasi antecessiones. — dicen dane suppl. sint. — quae ... mancipium, secondo Ulpiano (Digest.XXI 1,11) redhibere est, ut rursus habeat venditor quod habuerat; noi con una frase più generica possiamo dire « annullare il contratto » ; tutto il passo si tradurrebbe: «che taciuti portano con sé l'annullamento del con- tratto ». — mendacem esse ... , infiniti appositivi; cfr. I 37 appellare. — 92. mille denarium (forma secondaria del genitivo denariorum), genitivo di qualità e non di prezzo; il prezzo significato con una somma si trova sempre in ablativo. servanda sint, si supplisce explicatur t quaeritur e simili; e così solita- mente nelle intestazioni. — solent suppl. edicere. L'editto suona: pacta conventa, quae neque dolo malo, neque adversus leges facta erunt. servabo (Digest II 14. 17. 7). — si quis si eo, questo periodo nella traduzione si deve accomodare diversamente, dando alle proposizioni ipo- tetiche una forma affermativa, così: « Uno, poniamo il caso, ha dato ... », si faccia punto dopo uteretur e si continui : « Quegli difatto guarì; ma poi ... » ; dopo liceat uti due punti. — ad aquam, « contro ... , per ... ». de ofkiciis, in, 24—25, 92—94 177 quicquam fiat iniuriae, vitae et saluti consulendum. Quid? si 93 qui sapiens rogatus sit ab eo, qui eum heredem faciat, cum ei testamento sestertium milies relinquatur, ut, ante quam bere- ditatem adeat, luce palam in foro saltet, idque se facturum promiserit, quod aliter heredem eum scripturus ille non esset T faciat, quod promiserit, necne? Promisisse noi lem et id arbitror fuisse gravitatis; quoniam promisit, si saltare in foro turpe ducet, honestius mentietur, si ex hereditate nibil ceperit, quam si ceperit, nisi forte eam pecuniam in rei publicae magnum aliquod tempus contulerit, ut vel saltare, cum patriae consul- turus sit, turpe non sii 25. Ac ne illa quidem promissa servanda sunt, quae non 94 sunt iis ipsis utilia, quibus illa promiseris. Sol Phaetbonti filio, ut redeamus ad fabulas, facturum se esse dixit, quicquid optasset; optavit, ut in currum patris tolleretur: sublatus est. Atque is, ante quam constitit, ictu fulminis deflagravi^ Quanto melius fuerat in hoc promissum patris non esse servatami Quid, quod Theseus exegit promissum a Neptuno? cui cum tres optationes Neptunus dedisset, optavit interitum Hippolyti filii, cura is — eum, e considerato ... ». — 93. quid? si, risolvi in: « supponiamo ancora che ... > , mettendo due punti dopo non esset. — relinquatur, non concorda col numerale racchiuso in milies, ma col sostantivo sestertium : un sesterzio ripetuto mille volte; qui poi non abbiamo il sestertius (ma- schile), sesterzio piccolo, ma il sestertium (neutro), sesterzio grande. Ora il sestertium grande accompagnato ai numeri cardinali vale mille sesterzi piccoli (p. e., duodecim milia sestertia = 12000 X 1000, dodici milioni), accompagnato ai numeri moltiplicativi vale cento mila sesterzi piccoli {perciò nel caso nostro sestertium milies vale 1000 X 100000, ossia cento milioni). Il sestertius è valutato venti dei nostri centesimi. — quod aliter, € che altrimenti ». — promisisse scil. eum, — gravitatis, « dignità ». — quon- iam promisit, veramente la promessa di ballare nel Foro non era assoluta, ma vincolata alla condizione di accettar l'eredità; qui però è considerata come assoluta; il pensiero è: € una volta promesso, se egli non vorrà bai- lare, avrà più onesto motivo a romper la promessa rifiutando l'eredità che accettandola ». — magnum tempus, « grave, straordinaria necessità », che si risolve in e servizio straordinario». 94. promiseris, risolvi col verbo generico « fare ». — ad fabulas, I 82 ut in fabulis est. — tolleretur, secondo altre tradizioni il figlio domandò al padre di guidare da solo il cocchio. — atque, « ed ecco » . — constitit, mettersi a sedere. — in hoc =* in hac re. — quid quod ... « che dire •della promessa che ... » ; il medesimo esempio è recato nel I 32. — tres optationes = tria optandi («di chiedere tre grazie») facultatem. — Cicerone, De Officila > comm. da R. Sarradixi. 2» ediz. 12 173 Sf. TULLI CICERONI» patri snspectu* esset de noverca: quo optato impetrato Thesens 95 in roaxumis fuit luctibus. Quid Agamemno? non, cum devo- vi&set Dianae, quod in suo regno pnlcherrìmam natam esset ilio anno, immola vi t Iphigeniam, qua nihil erat eo quidem anno natam pulchrias? Prora issum potius non faciendum qnam tam taetram facinus admittendum fait Ergo et promissa non facienda non numqaam, neqne semper deposita reddenda. Si gladium quis apud te sana mente deposuerit, repetat insaniens, reddere peccatam sit, offici um non reddere. Quid? si is, qui apud te pecuniam deposuerit, bellum inferat patriae, reddasne deposi tum? Non credo; facies enim contra rem publicam, quae debet esse carissima. Sic multa, quae honesta natura videntur esse, temporibus fiunt non honesta ; facere promissa, stare con- ventis, reddere deposita commutata utilitate fiunt non honesta. Ac de iis quidem, quae videntur esse utilitates contra iustitiam simulatone prudentiae, satis arbitror dictum. 9fi Sed quoniam a quattuor fontibus honestatis primo libro of- ficia duximus, in eisdem versemur, cum docebimus ea, quae videantur esse utilia neque sint, quam sint virtutis inimica. Ac de prudentia quidem, quam vult imitari malitia, itemque 06. quid Agamemno? «E Agamennone?» cfr. § 89 quid. — non = nonne» — quod pulcherrimum, nella traduzione puoi invertire l'ordine di queste due parole. — non faciendum fuit, « non avrebbe dovuto ... » . — repetat, nella traduzione non si può conservare l'asindeto. — si is qui, risolvi si quis, introducendo inferat con ce volesse poi...». — facies,. esprime la conseguenza come reale, noi la esprimiamo in forma di dubbia < faresti, offenderesti » . — facere, mantenere, cfr. I 31. — stare conventi*, come promissis stare I 82. — commutata utilitate, mutandosi i rapporti dell'utilità, quando cioè donde si sperava un vantaggio nasce nn danno. — de iis ... prudentiae, e di quelle utilità, le quali non sono che appa- renti e sotto maschera di prudenza contravvengono alla giustizia ». Questa e effettivamente il concetto che campeggia, quantunque non sempre si scorga, dal § 62 fino a qui. 90. A questo punto Cicerone fìssa un ordine alla sua esposizione, rias- sumendo i due quesiti già sviluppati: nel primo dei quali ha trattata del conflitto dell'utile coi doveri della giustizia (§§ 40-61); nel secondo ha discorso della malizia mascherata da prudenza (§§ 62-95). Resta il con- flitto dell'utile con le altre due virtù: la fortezza e la temperanza. Il conflitto con la fortezza è esemplificato in Ulisse e Regolo (§§ 96-115); il conflitto con la temperanza e esaurito in una breve confutazióne dell'epi- cureismo (§§ 1 16-120). — in eisdem versemur, • dobbiamo attenerci ad esse » — neque, « ma non », § 7 nec. — quam ... malitia, risolvi « sotto cui si de offigiis, in, 25— 2ó, 95—98 179 de iustitia, quae semper est utilis, disputatum est Keliquae sunt duae partes honestatis, quarum altera in animi excellentis magnitudine et praestantia cernitur, altera in conformatione et moderatone continentiae et temperantiae. 26. Utile videbatur Ulixi, ut quidem poétae tragici prò 97 diderunt: nam apud Homerum, optumum auctorem, talis de Ulixe nulla suspicio est, sed insimulant eum tragoediae simu- 1 a ti one insaniae militiam subterfugere voluisse. Non honestum consilium, at utile, ut aliquis fortasse dixerit, regnare et Ithacae vivere otiose cum parentibus, cum uxore, cum filio. Ullum tu decus in cotidianis laboribus et periculis cum hac tranquillitate conferendum putasPEgo vero istam contemnendam etabiciendam, quoniam, quae honesta non sit, ne utilem quidem esse arbitror. Quid enim auditurum putas fuisse Ulixem, si in illa simula- 99 tione perse veravisset? qui cum maximas res gesserit in bello, tamen haec audiat ab Aiace: Cuius ipse princeps iùris iurandi fuit, Quod ómnes scitis, sólus neglexit fidem; cela la ... ». oppure « di cui la malizia vuol mascherarsi >. — excellentis, « nobile » . — praestantia, « elevatezza » . — conformatio , « perfeziona» mento » , cfr. I 7 conformati; noi diciamo con una imagine analoga e uomo compito » ; puoi spiegare « compitezza » . — continentiae et temp. = con» tinentis et temperanti^ animi, 97. utile ... sed insimulant ... , anacoluto, che si potrebbe risolvere così: utile videbatur Ulixi simulatone insaniae militiam subterfugere , ut quidem poetae tragici prodiderunt ; id enim UH insimularunt, nam apud Homerum talis de Ulixe nulla suspicio est. Raccontano che Ulisse invi- tato a prender parte alla guerra di Troia, vi si rifiutasse, preferendo gli ozi di Itaca, accanto alla sua Penelope, sposata di fresco e che gli aveva partorito da poco Telemaco. Andarono a prenderlo Nestore e Menelao, ma egli si fìnse pazzo. Finalmente vi andò Palamede, che gli minacciò di morte il figlio Telemaco e allora Ulisse si tradì involontariamente. — quidem, «almeno». — non honestum ... putas, obbiezione, a cui Cicer. risponde con ego vero ... — in cotidianis ... , « in mezzo a ... », che si risolve con € a prezzo di ... ». — vero, avverbio. — 98. auditurum, audire, « udire », poi € esser costretto ad udire », « doversi sentir dire » (si intende rimproveri); perciò: € che si sarebbe dovuto sentir dire?» oppure invertendo: «che si sarebbe detto di Ulisse?». Da questo signi» ficato derivò l'altro di « goder buona o cattiva fama » , bene o male au- dire, cioè «sentirsi dir bene o male». — cum, concessivo. — audiat, « deve sentirsi dire » . — cuius iuris iurandi = illius iuris iurandi, cuius, cfr. I 7 quorum officiorum. — princeps, istigatore, promotore. 480 M. TULLI CICERONIS Purere àdsimulare, né coiret, institit. Quodni Palamedi pérspicax prudéntia Istius percepset raàlitiosam audàciam, Fide sacratae iiis perpetuo fàlleret. 99 UH vero non modo cum hostibus, verum etiam cum fluctibus, id quod fecit, dimicare melius fuit quam deserere consentientera Graeciam ad beli uro barbaris inferendum. Sed omittamus et fabulas et externa; ad rem factam nostramque veniamus. M. Ati- lius Regulus cum consul iterum in Africa ex insidiis captus esset duce Xanthippo Lacedaemonio, imperatore autem patre Hannibalis Hamilcare, iuratus missus est ad senatum, ut, nisi redditi essent Poenis captivi nobiles quidam, rediret ipse Car- thaginem. Is cum Romam venisset, utilitatis speciem videbat, sed eam, ut res declarat, falsam iudicavit; quae erat talis: ma- nere in patria, esse domui suae cum uxore, cum liberis, quam calamitatem accepisset in bello, coramunem fortunae bellicae Raccontano che Tindareo, padre di Elena, fece giurare a tutti i preten- denti della figliola, che avrebbero in ogni occasione vendicato qualunque insulto recato allo sposo, ch'ella avesse scelto. Lo sposo scelto fu Menelao. Chi istigò Tindareo a mettere quella condizione fu Ulisse. — coiret scil. in beìlum. — institit = coepit, cfr. Verg. Aen. XII 47 ut primum fari potuti, sic institit ore. — Palamedi, genitivo. — percepset, forma sinco- pata di percepisset; percipere qui vale «comprendere, indovinare». — fide, genitivo contratto da fidei. Non si sa né di qual poeta, né di qual tragedia siano questi versi. Sono trimetri giambici; cuius vale per una sola sillaba; in istius Vs non fa posizione, cfr. I 38 volentibus (Ecco gli schemi: -J-, ~-, --*, —, -^, ~* || ^, —, ~£, —, ~fc, ~~ || ^, v/w-, v^, o-, sjJ-, v^, Il ~£, ^ , -- £, v>-, -- £, w* Il -v^ 9 _v^ f vz-, -^ f v^ Il ^J- t v- 9 ~£ f -wv, --£, w^). — 99. cum fluctibus, nel ritorno da Troia. — rem factam, « fatto, esempio storico » . — Begulus, il fatto di Regolo è accennato anche nel I 39. — consul iterum, Regolo fu console effettivo nel 257 av. Cr., fu console supplente nei 256; era invece proconsole, quando fu fatto prigioniero in Africa nel 255, nella battaglia di Tunisi. — Xanthippo, guidava i mercenari spartani. — patre Hannibalis, qui c'è errore; Amilcare Barca, padre di Annibale, entrò in scena più tardi. — iuratus (di significato transitivo, come pransus, cenatus) ut rediret, dovrebb'essere se rediturum, ma ut dipende piuttosto da missus est, a cui si può supplire ea lege, ut. — res, « il fatto, il corso degli eventi ». — manere, esse, tenere, infiniti appositivi, § 91. — domui, lo- cativo parallelo a domi. — communem fort. beli, iudicantem, disgrazie che in guerra sono comuni, possono accadere a tutti ; quindi puoi tradurre « ras- de officiis, ni, 26—28, 99-101 181 iudicantem tenere consularis dignitatis gradum. Quis haec negat esse utilia? quem censes? Magnitudo animi et fortitudo negat. 27. Nura locupleti ores quaeris auctores? Harum enim est ìoo virtutum proprium nihil exti in escere, omnia umana despicere, nihil, quod homini accidere possit, intolerandum putare. Itaque quid fecit? In senatum venit, mandata exposuit, sententiam ne diceret, recusavit, quam diu iure iurando hostium teneretur, non esse se senatorem. Atque illud etiam ( 4 o stultum hominem', dixerit quispiam, 4 et repugnantem utilitati suae!'), reddi captivos negavit esse utile; illos enim adulescentes esse et bonos duces, se iam confectum senectute. Cuius cum valuisset auctoritas, captivi retenti sunt, ipse Carthaginem rediit, neque eum caritas patriae retinuit nec suorum. Neque vero tum ignorabat se ad crudelissimum hostem et ad exquisita supplicia proficisci, sed ius iurandum conservandum putabat. Itaque tum, inquam, cum vigilando necabatur, erat in meliore causa quam si domi senex captivus, periurus consularis remansisset. At stulte, qui non 101 modo non censuerit captivos remittendos, verum etiam dissua- sero. Quo modo stulte? etiamne, si rei publicae conducebat? potest autem, quod inutile rei publicae sit, id cuiquam civi utile esse? 28. Pervertunt homines ea, quae sunt fondamenta naturae, cum utilitatem ab honestate seiungunt. Omnes enim expetimus utilitatem ad eamque rapimur nec facere aliter ullo modo possumus. Nam quis est, qui utilia fugiat? aut quis potius, qui ea non studiosissime persequatur? Sed quia nusquam pos- segnandosi » . — quis ... censes, obbiezione. — quem censes, e chi per esempio? > oppure e dimmene almeno uno ». — magnitudo ..., risposta. — 100. locupìetiores, « autorevoli » . — auctores, noi con l'astratto, e testimo- nianze ». — ne, recusavit, « si rifiutò di ». — quam diu , Yoratio obliqua dipende da un verbum dicendi sottinteso, p. es., dicens. — iure iurando hostium, non « giuramento fatto dai nemici » (genitivo sogget- tivo), ma € giuramento impostogli dai nemici, dato ai nemici » (genitivo oggettivo). — atque illud etiam, anticipativo; noi «e per di più». — exquisita, € raffinati » . — vigilando, si racconta che gli tagliarono le pal- pebre e lo misero in una cassa piena di chiodi sporgenti ed esposto al sole, facendogli tener sempre gli occhi aperti. Questo racconto è una fiaba. — 101. stulte suppl. fecit, obbiezione. — inutile. « dannoso » . 182 M. TULLI CICERONIS sumus nisi in laude, decere, honestate utilia reperire, propterea illa prima et surama habemus, utilitatis nomen non tam splen- 102 didum quara necessarium ducimus. Quid est igitur, dixerit quis, in iure iurando? num iratum timemus Iovem? Àt hoc quidem commune est omnium philosophorum , non eorum modo, qui deum nihil habere ipsum negoti dicunt, nihil exhibere alteri, sed eorum etiam, qui deum semper agere aliquid et moliri volunt, numquam nec irasci deum nec nocere. Quid autem iratus Iuppiter plus nocere potuisset, quam nocuit sibi ipse Eegulus? Nulla igitur vis fuit religionis, quae tantam utili- tatem perverteret. An ne turpi ter faceret? Primum minima de malis: non igitur tantum mali turpitudo ista habebat, quantum ille cruciatus. Deinde illud etiam apud Accium: Fregistin fidem? Néque dedi neque do infideli cuiquam 103 quamquam ab impio rege dicitur, luculente tamen dicitur. Ad- dunt etiam, quem ad modum nos dicamus videri quaedam utilia, illa, oggetto ; prima et summa, predicato. — habemus, « riteniamo per ... >. — utilitatis nomen, e la parola utilità >, oppure si può conside- rare una perifrasi di utilitas; il senso è: nell'utile si cerca l'appagamento non dei bisogni morali ma dei fisici. — 102. quid est ... , qui e nel § 103 sono esposte quattro obbiezioni, che gli avversari potrebbero muo- vere contro il fatto di Regolo. — quid est in iure iurando, prima ob- biezione ; = quid positum est in ... , quae vis est in ... , « che e' è di straordinario in un giuramento, che c'è da temere in un giuramento, che gran cosa è un giuramento » e simili. — hoc, si riferisce a irasci, nocere. — commune, puoi spiegare « sentenza, opinione generale » . — non eorum , gli Epicurei concepivano la divinità come compiacentesi solo di so stessa e beantesi in una voluttuosa inoperosità. — eorum etiam, gli Stoici invece concepivano la divinità come continuamente intesa al governo del mondo. — quid autem ... , supplisci questo pensiero: ma dato pure che Giove avesse voluto nuocergli. — quae perverteret, « che potesse rove- sciargli », cioè « fargli rinunziare a ... ». — an ne ... , seconda obbiezione ; supplisci, p. es., Carthaginem redìit, o iunurandum servavit, o cavendum ex erat e simili. — minima suppl. eligenda sunt; cfr. § 3, dove invece di de abbiamo ex, — non igitur, e poiché tra l'infamia e i tormenti era minor male l'infamia, dunque dovevasi preferir questa. — apud Accium, nella tragedia Atreus; la domanda è di Tieste, la risposta di Atreo. — infideli, con questa parola Cicerone fa pensare ai Cartaginesi, che erano fedifraghi, I 38. I due versi non interi sono tetrametri trocaici catalet- tici ( — , J -^, - ||^^, -w, J-v, --j J~ [-^, ^ _]). — luculente, (cfr. § 60), si riferisce alla risposta. — 103. addunt etiam, terza ob- de ofkiciis, ni, 28—29, J 02— 104 183 quae non sint, sic se dicere videri quaedam honesta, quae non sint: 4 ut hoc ipsum videtur honestum, conservandi iuris iurandi causa ad cruciatum revertisse; sed fit non honestum, quia, quod per vim hostium esset actum, ratura esse non debuit'. Addunt etiain, quicquid valde utile sit, id fieri honestum, etiamsi antea non videretur. Haec fere contra Kegulum. Sed prima videanius. 29. 4 Non fuit Iuppiter metuendus ne iratus noceret, qui 104 neque irasci solet nec nocere.' Haec quidem ratio non magis contra Reguli quam contra omne ius iurandum valet. Sed in iure iurando non qui metus, sed quae vis sit, debet intellegi; est enim ius iurandum adfirmatio religiosa; quod autem ad fir- mate quasi deo teste promiseris, id tenendum est. Iam enim non ad iram deorum, quae nulla est, sed ad iustitiam et ad fidem pertinet. Nam praeclare Ennius: 9 Fides alma àpta pinnis et ius iurandum Iovis! Qui ius igitur iurandum violat, is Fidem violat, quam in Ca- pi tol io 4 vicinam Iovis optumi maxumi T , ut in Catonis oratione biezione; qui l'obbiezione è presentata, al contrario delle due prime, in forma di oratio obliqua; con ut hoc ipsum si torna all'orafo recta. — ut, « come p. esempio », « così ». — per vim hostium = per vim ab hostibus. — addunt et iam quicquid, quarta obbiezione, in forma di oratio obliqua. — videretur, imperfetto congiuntivo, perchè riducendo l'orai, ob. in orat. recta si adoprerebbe l'imperfetto indicativo. — haec scil. opponuntur. — videamus, < cominciamo a ...» . 104. Confutazione della prima obbiezione. — non fuit Iuppiter me- tuendus, ne = non fuit metuendum, ne Iuppiter. — non qui metus ... sit, « non che cosa vi sia da temere, ma che cosa esso significhi ». — non ad iram ...pertinet, non inchiude una minaccia dell'ira divina, ma l'osser- vanza della giustizia. — Ennius, non si sa in quale tragedia. — o Fides ... , verso tetrametro trocaico catalettico (-^, --, •£%-», — , -£-, --, -£^, -). La Fides qui è personificata, perciò apta pinnis* molte personi- ficazioni si rappresentavano dai Romani alate. Fides apta pinnis è i pal- late per pinnae aptae Fide (ablat., penne attaccate alla ...) e significhe- rebbe: a cai sono attaccate le penne, con attaccate le penne, fornita di penne; così Verg. Aen. XI 202 caelum aptum (« trapunto ») steUis (imi- tato da Ennio) invece di stellae caelo (abl.) aptae. — Iovis, in quanto che fatto in nome di Giove, che presiedeva anche ai giuramenti. Dall'avere Ennio inesso insieme il giuramento con la fede, Cicer. trae la sua conse- guenza. — in Gapitolio, il tempio della Fede fondato, secondo la tradi- zione, da Numa, fu poi ricostruito da Àtilio Cala tino nella prima guerra punica e più tardi da un Emilio Scauro. — Catonis, il vecchio. — ora- 184 M. TULLI CICERONIS 105 est, maiores nostri esse voluerunt. At enim ne iratus quidem Iuppiter plus Regulo nocuisset, quam sibi nocuit ipse Regulus* Certe, si nihil malum esset nisi dolere. Id autem non modo non surn mum malum, sed ne malum quidem esse maxima aucto- ritate philosophi adfirmant. Quorum quidem testem non me- diocrem, sed haud scio an gravissimum Kegulum nolite, quaeso, vituperare. Quem enim locupletiorem quaerimus quam prineipem populi Romani, qui retinendi officii causa cruciatum subierit voluntarium ? Nam quod aiunt: 'mifrima de malis', id est ut turpiter potius quam calamitose, an est ullum maius malum turpitudine? quae si in deformitate corporis habet aliquid offensionis, quanta illa 106 depravatio et foeditas turpificati animi debet videri ! ltaque ner- vosius qui ista disserunt, solum audent malum dicere id, quod turpe sit, qui autem remissius, ii tamen non dubitant summum malum dicere. Nam illud quidem: Néque dedi neque do infideli cuiquam idcirco recte a poeta, quia, cum tractaretur Àtreus, personae serviendum fuit. Sed si hoc sibi sument, nullam esse fiderà, quae infideli data sit, videant, ne quaeratur latebra periurio; tione, non si sa quale. — 105. at enim ne iratus quidem ... , cfr. § 102 quid autem iratus Iuppiter ... — dolere, traduci col sostantivo. — philo- sophi, gli Stoici. — sed haud scio an, « anzi », I 33. — quem scil. testem. — prineipem, « un primario cittadino ». Nam, nella traduzione lo puoi rendere con < che » , con « poi » ; così : « Che quanto (o « Quanto poi ») alla sentenza: di due mali il minore, o, che è lo stesso, meglio la turpitudo che la calamitas » ; anche: e Quanto poi al preferire, come loro dicono, tra due mali il minore, cioè la turpi- tudo alla calamitas ». — an est, si può compiere così : rogo siine (cfr. I 57 cum lustraris, nulla est). — habet ... offensionis = offenditi « far cattiva impressione , spiacere » . — turpificati , questo aggettivo fu coniato da Cicer. e nessun altro scrittore lo accolse. — debet, aggiungici nella tra- duzione il e non » enfatico. — 106. nervosius, si intende degli Stoici, remissius dei Peripatetici (cfr. I 6 ; III 20 e 35); puoi adoperare « virile, fiacco » . — recte scil. dicitur. — tractaretur ; tractare Atreum, detto dell'attore, significa «rappresentare la parte di Atreo », detto dell'autore, significa € introdurre la parte di Atreo » . — serviendum, farlo stare in carattere, conservargli il carattere; cfr. I 97. — sibi sument, « trarne la conseguenza». — infideli, V infideli, che è qui citato, come ho detto (§ 102), da Cicerone, perchè il pensiero corra alla infedeltà dei Cartagi- de officiis, in, 29, 105-108 185 est autem ius etiam bellicum fidesque iuris iurandi saepe cum 107 hoste servanda. Quod enim ita iuratum est, ut mens conciperet fieri oportere, id servandum est ; quod aliter, id si non fecerit, nullum est periurium. Ut, si praedonibus pactum prò capite pretium non attuleris, nulla fraus est, ne si iuratus quidem id non feceris; nam pirata non est ex perduellium numero defi- nitus, sed communis hostis omnium ; cum hoc nec fides debet nec ius iurandum esse commune. Non enim falsura iurare per- 108 iurare est, sed, quod ex animi tui sententu iuraris, sicut verbis concipitur more nostro, id non facere periurium est. Scite enim Earipides: Iuràvi lingua, méntem iniuratàm gerò. Begulus vero non debuit condiciones pactionesque bellicas et hostiles perturbare periurio. Cum iusto enim et legitimo boste res gerebatur, adversus quem et totum ius fetiale et multa sunt iura communia. Quod ni ita esset, numquam claros viros senatus vinctos hostibus dedidisset. nesi, gli suggerisce, per naturale associazione di idee, di toccare breve- mente una questione più vasta, il diritto di guerra; di ciò discorre nei §§ 107-109. Ecco il nesso nella mente di Cicerone: È vero, i Cartagi- nesi sono fedifraghi; ma sono legittimi nemici di guerra; e coi nemici di guerra esiste un diritto internazionale. E i pirati? non sono nemici di guerra, ma nemici dell'umanità; quindi non entrano nel diritto interna- zionale. Con essi si può mancare al giuramento. — Gli Stoici per queste violazioni di giuramento hanno trovata una teoria giustificatrice, la restri- zione mentale, accettata anche da Cicerone. — 107. est, « esiste > . — saepe, non semper, perchè vi sono le eccezioni, p. es., dei pirati. — curi hoste = adversus hostem. — enim, « cioè ». — ut mens conciperet, « eoe la vera intenzione». — quod aliter scil. iuratum est. — fecerit, è facile supplire il soggetto. — est ex ... definitus, «computato tra i ... », ex partitivo. — perduellium, cfr. I 37. — 108. ex an. sententia, la for- inola dei giuramenti: sulla mia coscienza, con vera intenzione. — verbis concipitur, anche noi usiamo « concepire in questi termini » per dire « esprimere in questi termini » ; se vuoi, potrai adoperare la parola « for- inola». — Euripides, neir Hippólytus v. 612 f\ yXwoo 9 ò|ìuj|ìox\ ^ òè q)pf|v dvdijLiOToc; [èariv]. Questo verso è detto da Ippolito nell'atto di sve- lare le trame della matrigna (cfr. I 32), perchè prima aveva giurato alla nutrice di non parlare. Il verso fu, dicono, fischiato dal pubblico ateniese; Aristofane lo mise più volte in caricatura. — iuravi ... , traduzione di Cicerone; trimetro giambico (--, — , --, — , -•*-, v-). — adversus, non 186 M. TULLI CICERONIS 109 30. At vero T. Veturius et Sp. Postumius cum iterarti consules essent, quia, cum male pugnatum apud Caudium esset, legionibus nostris sub iugum missis pacem cum Samnitibus fecerant, dediti sunt iis; iniussu enim populi senatusque fece- rant. Eodemque tempore Ti. Numicius, Q. Maelius, qui tum tribuni pi. erant, quod eorura auctoritate pax erat facta, dediti sunt, ut pax Samnitium repudiaretur; atque huius deditionis ipse Postumius, qui dedebatur, suasor et auctor fuit. Quod idem multis annis post C. Mancinus, qui, ut Numantinis, quibuscum sine senatus auctoritate foedus fecerat, dederetur, rogationem suasit eara, quam L. Purius, Sex. Atilius ex senatus consulto ferebant; qua accepta est hostibus deditus. Honestius hic quam Q. Pompeius, quo, cum in eadem causa esset, deprecante ac- cepta lex non est. Hic ea, quae videbatur utilitas, plus valuit quam honestas, apud superiores utilitatis species falsa ab ho- nestatis auctoritate superata est. 110 At non debuit ratum esse, quod erat actum per vim. — Quasi vero forti viro vis possit adhiberi. — dir igitur ad senatum proficiscebatur, cum praesertim de captivis dissuasurus esset? in senso ostile. — ius fetiaìe, I 36. — 109. iterum consules , nel 321 jìv. Cr. — pugnatum apud Caudium, la famosa disfatta delle Forche Caudine ; secondo Cicerone vi fu battaglia, secondo Livio semplice imbo- ccata. Nella discussione tempestosa tenuta a Roma per annullare la pace, »o richiusa in campo di comune accordo tra i consoli e i tribuni, il con- sole Postumio propugnava l'annullamento, che equivaleva a farsi dare in mano al nemico. Tutto questo fatto è involto in fìtta oscurità, uè è del resto una delle più belle prove di giustizia e di fedeltà del senato romano %ì trattati; § 87. — auctoritate, € iniziativa ». — dedebatur, imperfetto de conatu, « che doveva esser consegnato » . — suasor et auctor, risolvi uno dei sostantivi in aggettivo: «caldo promotore». — quod idem, «e ciò stesso », questo neutro usato assolutamente rappresenta il pensiero pre- cedente; noi possiamo dire: « e questo fu il caso di... » ; oppure « pari- mente, così pure». — Mancinus, C. Ostilio Mancino nel 137 circondato 4ai Numantini, scese a patti, che furono dal senato annullati e Mancino consegnato ai Numantini, i quali lo rifiutarono. — Furius, Atilius, con- soli dell'anno dopo, 136. — Pompeius, proconsole in Spagna nel 140 scese a patti coi Numantini; giunto a Roma sconfessò tutto. — hic, nel caso di Pompeo. 110. At non ... , confutazione delia terza obbiezione. — cur igitur, € e perchè allora»; questa difficoltà presuppone già risolta la precedente. — de OFFicns, ni, 30—31, 109—112 187 — Quod maximum in eo est, id reprehenditis. Non enim suo iudicio stetit, sed suscepit causam, ut esset iudicium senatus; cui nisi ipse auctor fuisset, captivi profecto Poenis redditi essent; ita incolumis in patria Kegulus restitisset. Quod quia patriae - non utile putavit, idcirco sibi honestum et sentire illa et pati credidit. Nam quod aiunt, quod valde utile sit, id fieri honestum, immo vero esse, non fieri. Est enim nihil utile, quod idem non honestum, nec, quia utile, honestum, sed quia honestum, utile. Qua re ex multis mirabilibus exemplis haud tacile quis dixerit hoc exemplo aut laudabilius aut praestantius. 31. Sed ex tota hac laude Keguli unum illud est admi- m ratione dignum, quod captivos retinendos censuit. Nam quod rediit, nobis mine mirabile videtur, illis quidem temporibus aliter tacere non potuit; itaque ista laus non est hominis, sed temporum. Nullum enim vinculum ad astringendam fidem iure iurando maiores artius esse voluerunt. id indicant leges in duo- deci m tabulis, indicant sacratae, indicant foedera, quibus etiam cum hoste devincitur fides, indicant notiones animadversionesque censorum, qui nulla de re diligentius quam de iure iurando iudicabant. L. Manlio A. f., cum dictator fuisset, M. Pompo- 112 quod maximum, il merito maggiore. — stetti, « si acquietò » . — ut ... senatus, per rimettere la decisione al giudizio del senato. — sentire, pati, « esporre quel suo parere e affrontarne le conseguenze > . Nam quod aiunt, confutazione della quarta obbiezione; risolvi come nam quod aiunt del § 105. — immo vero, suppl. dicere debuerunt. 111. laude, « gloria ». — quod censuit, quod rediit, noi sogliamo ren- dere con l'infinito queste proposizioni dichiarative. — laus, « merito ». — leges, secondo le dodici tavole lo spergiuro era precipitato dalla rupe Tarpea. — sacratae; sacer esto si diceva a uno che veniva consacrato, abbandonato alla vendetta di qualche divinità ; quindi sacer, « esecrato, maledetto, scomunicato»; si chiamavano sacratae le leggi, per la cui vio- lazione si diventava sacer. Portavano questo nome specialmente le leggi del 494 av. Cr., che concedevano i tribuni alla plebe; il tribuno era sacer f inviolabile; chi lo avesse violato, sacer esto. — notiones, « ammonizioni ». — 112* Manlio, fu creato dittatore nel 363 av. Cr. davi figendi causa, cioè per piantare il chiodo nella parete della cella di Giove: quel chiodo segnava anticamente Tanno; l'operazione si faceva agli idi di set- tembre. Manlio non volle deporre la dittatura e si preparava alla guerra 188 M. TULLI CICLR0N1S nius tr. pi. diera dixit, quod is paucos sibi dies ad dictaturam gerendam addidisset; orimi nabatur etiam, quod Titum filium, qui postea est Torquatus appellatus, ab hominibus relegasset et ruri habitare iussisset. Quod cum audivisset adulescens filius, negotium exhiberi patri , accurrisse Bomam et cum primo luci Pomponi domum venisse dicitur. Cui cum esset nuntiatum, qui illum iratum adlaturum ad se aliquid con tra patrem arbitra- re tur, surrexit e lectulo remotisque arbitris ad se adulescentem iussit venire. At ille, ut ingressus est, confestim gladium de- strinxit iuravitque se illum statim interfecturum, nisi ius iu- randum sibi dedisset se patrem missum esse facturum. Iuravit hoc terrore coactus Pomponius; rem ad populum detulit, docuit, cur sibi causa desistere necesse esset, Manlium missum fecit. Tantum temporibus illis ius iurandum valebat. Atque hic T. Manlius is est, qui ad Anienem Galli, quem ab eo provocatus occiderat, torque detracto cognomen invenit, cuius tertio con- sulatu Latini ad Veserim fusi et fugati, magnus vir in primis et, qui perindulgens in patrem, idem acerbe severus in filium. 113 32. Sed, ut laudandus Regulus in conservando iure iurando, sic decem ili i , quos post Cannensem pugnam iuratos ad se- natum misit Hannibal se in castra redituros ea, quorum erant potiti Poeni, nisi de redimendis captivis impetravi ssent, si non contro gli Ernici; perciò fa citato innanzi al popolo. — relegasset, perchè rozzo e balbuziente. — quod è dichiarato da exhiberi ; noi introduciamo exhiberi con « cioè > . — negotium exhibere, « dar noia » , qui e intentare un processo », frase generica che acquista un significato specifico. — cum qui è pleonastico. — primo luci, l'uso maschile di lux è arcaico. — esset scil. id. — qui arbitraretur, « come colui che stimava », oppure col ge- rundio « stimando > . — aliquid, e qualche altro capo d'accusa » . — hot terrore = huius rei terrore, nella traduzione sopprimi hoc. — rem ad .. fecit, l'asindeto dà maggior rapidità al periodo. — causa, t dall'accusa » — Manlius, il figlio. — tertio consulatu, nel 340 av. Cr. — acerbe, « spie- tatamente »; lo fece uccidere, perchè contro suo divieto aveva accettato un duello con un duce dei Latini. 113. sic decem UH, traduci qui subito vituperandi, ripetendolo poi sulla fine del periodo, con un < dico », cioè vituperandi inquam, per chiarezza del periodo italiano e per non staccare vituperandi da si non, che si spiega : « se è vero che non » . — quos misit, il periodo italiano vuole il passivo. — quorum potiti, potivi nella prosa classica riceve di solito come geni- tivo solo rerum. — de redimendis, trasforma in un sostantivo oggetto : DE OFFICHS, IH, 31—32, 112-115 189 redierunt, vituperandi. De quibus non omnes uno modo; nam Polybius, bonus auctor in primis, ex decem nobilissimis, qui tum erant missi, novem revertisse dicit re a senatu non impe- trata; unum ex decem, qui paulo post, quara erat egressus e castri s, redisset, quasi aliquid esset oblitus, Romae remansisse; reditu enim in castra liberatum se esse iure iurando interpre- tabatur, non recte; fraus enim distringit, non dissolvit periu- rium. Fuit igitur stulta calliditas perverse imitata prudentiara. ltaque decrevit senatus, ut ille veterator et callidus vinctus ad Hannibalem duceretur. Sed illud maxumum: Octo hominum 114 milia tenebat Hannibal, non quos in acie cepisset, aut qui pe- ri culo mortis diffugissent, sed qui relieti in castris fuissent a Paulo et a Varrone consulibus. Eos senatus non censuit redi- mendos, cum id parva pecunia fieri posset, ut esset insitum militibus nostris aut vincere aut emori. Qua quidem re audita fractum animum Hannìbalis scribit idem, quod senatus popu- lusque Romanus rebus adflictis tam excelso animo fuisset. Sic honestatis comparatione ea, quae videntur utilia, vincuntur. C. 115 Acilius autem, qui Graece scripsit historiam, plures ait fuisse, qui in castra revertissent eadem fraude, ut iure iurando libe- rarentur, eosque a censoribus omnibus ignominiis notatos. Sit iam huius loci finis. Perspicuum est enim ea, quae timido animo, humili, demisso fractoque fiant, quale fuisset Reguli factum, si aut de captivis, quod ipsi opus esse videretur, non quod rei publicae, censuisset aut domi remanere voluisset, non esse utilia, quia sint flagitiosa, foeda, turpia. «il riscatto». — omnès scil. narrant. — Polybius, VI 58. — quasi, « col pretesto che » . — distringit, non dissolvit, * aggrava, non attenua » ; in questo senso distringo è adoperato sol qui. — Ile. periculo, « nel pericolo». — Paulo, Varrone, Emilio Paolo e Terenzio Varrone erano i condottieri dei Romani nella battaglia di Canne. — idem, Polibio. — honestatis comparatione = comparata cum honestate, * messe in confronto con ... , venendo in collisione con ... ». — Ilo. Acilius, del tempo a un di presso di Catone il vecchio, scrisse in greco una storia romana dalle origini ai suoi tempi. — censoribus, Atilio Regolo e Furio Pilo, dell'anno 214 av. Cr. — huius loci, il terzo punto, che tratta il conflitto tra la fortezza e Tutile; cfr. § 96. — opus, « utile ». 190 M. TULLI CICERONIS 416 33. Kestat quarta pars, quae decore, moderatione, modes- tia, continentia, temperantia continetur. Potest igitur quicquam utile esse, quod sit huic talium virtutum choro contrarium? Atqui ab Aristippo Cyrenaici atqtie Annicerii philosophi nomi- nati omne bonum in voluptate posuerunt virtutemque censuerunt ob eam rem esse conlaudandam, quod efficiens esset voluptatis. Quibus obsoletis floret Epicurus, eiusdera fere adiutor auctorque sententiae. Cura his 4 viris equisque', ut dicitur, si honestatem 117 tueri ac retinere sententia est, decertandum est. Nam si non modo utilitas, sed vita omnis beata corporis firma constitutione eiusque constitutionis spe explorata, ut a Metrodoro scriptum est, continetur, certe haec utilitas, et quidem summa (sic enim censent) cum honestate pugnabit. Nam ubi primum prudentiae 116. quarta pars, cfr. § 96. — decore, da decor. — potest ... ; l'utile apparente, che è in collisione con questa virtù, è il piacere ; perciò si confuta qui la filosofia del piacere. — ab Aristippo ... Annicerii, i se- guaci di Aristippo non si denominarono da lui, ma dalla città di Cirene, dove egli tenne scuola; invece i seguaci di Anniceride si denominarono dai maestro; supposto per un momento che i seguaci di Aristippo si fos- sero denominati da lui, avremmo questa proposizione: Aristippei atque Annicerii philosophi nominati; ad Aristippei è sostituito ab Aristippo Cyrenaici; si traduca: « la cosiddetta scuoia Cirenaica di Aristippo e la Anniceria » ; sicché ab Aristippo Cyrenaici equivale a un solo predicato. Su Aristippo cfr. I 148. Anniceride fu pure di Cirene, successore di Ari- stippo e forse contemporaneo di Epicuro. Egli professò il principio che il piacere è il sommo bene, ma ammetteva anche al di sopra del piacere alcuni doveri verso la patria, gli amici, i genitori. — obsoletis, « cader in disuso, cader di moda » . — floret, • essere in voga » . — adiutor auctorque, « fautore e rappresentante » . C'è però una differenza fra Aristippo ed Epicuro. Aristippo considerava il piacere come un eccitamento momentaneo, Epicuro invece lo considerava come uno stato duraturo nella vita dell'uomo, stato che bisogna procacciarsi con la virtù; questo stato era da lui fatto consistere neir imperturbabilità dello spirito, ÒVrapaSfa (cfr. § 12, I 67); con ciò i piaceri spirituali venivano posti al di sopra dei corporali. — viris equisque, come armis et castris, II 84. — 117- spe explorata 9 « nella speranza ben accertata che duri », cioè con una sola parola « nella durabilità »; Cic. Tusc. II 17 (Metrodorus) perfecte eum beatum putat, cui corpus bene constìtutum sit et exphratum ita semper fore; le parole ita semper fore sono il commento di spe. — Metrodoro, di Lampsaco, lo scolaro prediletto di Epicuro, da Cicer. chiamato paene alter Epicurus (de Fin. II 92); morì sette anni prima del maestro; Epicuro morì nel 270 av. Cr. — et quidem summa, « che è poi la suprema ». — nam ubi pri- mum ... , comincia la dimostrazione che il principio epicureo esclude le quattro virtù cardinali; qui si parla della sapienza; da Iam qui dolo- DE 0FF1CIIS, III, 33, 116—118 191 locus dabitur? an ut conquirat undique suavitates? Quam miser virtutis famulatus servientis voluptati! Quod autem munus prudentiae? an legere intellegenter voluptates? Fac nihil isto esse iucundius, quid cogitari potest turpius? Iam, qui dolorem summum malum dicat, apud eura quem habet locum forti- tudo, quae est dolorum laborumque contemptio? Quamvis enim raultis locis dicat Epicurus, sicuti dicit, satis fortiter de dolore, tamen non id spectandum est, quid dicat, sed quid consenta- neum sit ei dicere, qui bona voluptate terminaverit, mala do- lore. Et, si illuni audiam, de continentia et temperanza dicit ille quidem multa multis locis, sed aqua baeret, ut aiunt; nam qui potest temperantiam laudare is, qui ponat summum bonum in voluptate? est enim temperanza libidinum inimica, libidines autem consectatrices voluptatis. Atque in his tamen tribus gè H8 neribu3, quoquo modo possunt, non incallide tergi versan tur ; pru- dentiam introducunt scientiam suppeditantem voluptates, de- ^pellentem dolores; fortitudinem quoque aliquo modo expediunt, cum tradunt rationem neglegendae mortis, perpetiendi doloris; etiam temperantiam inducunt non facillime illi quidem, sed rem ... della fortezza, da Et si illum ... della temperanza, da Iustìtia va- cillai ... (§ 118) della giustizia. — ubi locus dabitur, « qual posto sarà assegnato ». — iam, « e poi ». — id, anticipativo. — bona ... termiti., «far terminare il bene nel, col piacere», «porre a termine, a fine, ad estremo limite del bene il piacere », « riporre il sommo bene nel piacere ». — si illum audiam, « se lasciamo parlar lui ». — aqua haeret, haerere qui significa « inciampare, incagliare, arrestarsi » e parlando dell'acqua « ristagnarsi, fermare il corso » ; haeret aqua è un proverbio tratto dal- l'orologio ad acqua (clepsydra); quando l'acqua nella clessidra ristagna, cioè ha finito di gocciare, l'ora è passata; così in hac causa mihi aqua haeret (Cicer. ad Quint. fr. II 6 [8], 2) vuol dire: in questa causa l'acqua mi si è fermata, mi è passata l'ora di parlare (cfr. § 43 orandae litis tempus), sono spacciato; noi possiamo sostituire un'altra frase proverbiale: « restare in asso » . — qui potest = quomodo potest. — 118. gene- ribus = virtutibus. — quoquo (cfr. I 43 quacumque) modo, « come me- glio... ». — tergiversari, propriamente «voltar le spalle per fuggire », quindi « tenere un'attitadine incerta come chi vuol fuggire, cercare uno scampo, destreggiarsi » , con frase dell'uso « cavarsela » . — prudentiam ..., vuol dire che per queste tre virtù o di riffa o di ratti un posticino lo trovano; i tre verbi introducunt, expediunt, inducunt puoi renderli con una imagine affine così « trovano un posto per ... ; fanno un po' di largo a ... ; ci cacciano dentro ... ». — tradunt rationem, « insegnano la maniera di », o accorciando la frase, « insegnano il disprezzo... ». — voluptatis magni- 192 M. TULLI CICERONIS tamen quoquo modo possunt; dicunt enim voluptatis magnitu- dinem doloris detractione finiri. Iustitia vacillat vel iacet potius omnesque eae virtù tes, qaae in communitate cernuntur et in societate generis humani. Neque enim bonitas nec liberalitas nec comitas esse potest, non plus quam amicitia, si baec non per se expetantur, sed ad voluptatem utilitatemve referantur. 119 Conferamus igitur in pauca. Nam ut utilitatem nullam esse docuimus, quae honestati esset contraria, sic omnem voluptatem dicimus honestati esse contrariarci. Quo raagis reprebendendos Calliphonem et Dinomachum iudico, qui se dirempturos con- troversiam putaverunt, si cutn honestate voluptatem tamquam cum homine pecudem copulavissent. Non recipit istam coniunc- tionem honestas, aspernatur, repellit. Nec vero finis honorum [et malorum], qui simplex esse debet, ex dissimillimis rebus miscen et temperari potest. Sed de hoc (magna enim res est) 120 alio loco pluribus; nunc ad propositum. Quem ad modum igitur, si quando ea, quae videtur utilitas, honestati repugnat, diiudi- canda res sit, satis est supra disputatum. Sin autem speciem utilitatis etiam voluptas h abere dicetur, nulla potest esse ei cum honestate coniunctio. Nam, ut tribuamus aliquid voluptati, condimenti fortasse non nihil, utilitatis certe nihil habebit. tudinem = summam voluptatem. — finiri (come sopra § 117 terminaverit), « è limitata » ; si mostrano cioè temperanti , inquantochè non danno al piacere un'estensione sconfinata, ma lo limitano alla cessazione del dolore. — iustitia vacillat, nel sistema epicureo entra la giustizia, ma per un motivo non interiore, bensì esteriore, inquantochè è un elemento di pia- cere, non essendo l'uomo giusto turbato nella sua òVrapaEia dalle pene sia delle leggi umane, sia delle divine. — cernuntur, « si manifestano, operano, hanno il lor campo d'azione ». — non plus quam, « più che ..., come pure ... »; cfr. § 89 non plus quam. — 119. Calliphonem, questi nomi greci anticamente si declinavano alla latina, Callipho, Calliphonis; più tardi prevalse la declinazione alla greca, Callipho, CalUphontis. Della vita di questi due filosofi non si sa nulla; il loro sistema teneva dell'epi- cureo e dello stoico: il primo impulso cioè porta l'uomo al piacere, al quale a poco a poco l'esperienza associa V impulso verso la virtù. — et malorum, interpolazione, perchè qui si parla solo del sommo bene, che Gallifonte e Dinomaco traevano dai due prìncipii opposti, il piacere e la virtù. — alio loco scil. disputatum est, nel lib. II de Finibus. — 120. si quando, « tutte le volte che » . — nulla potest, per la risoluzione cfr. I 57 cum lustraris, nulla est. de officiis, ni, 33, 119—121 193 Habes a patre munus, Marce fili, mea quidem sententia ma- 121 gnum, sed perinde erit, ut acceperis. Quamquam hi tibi tres libri inter Cratippi commentarios tamquam hospites erunt re- cipiendi ; sed ut, si ipse venissem Athenas (quod quidem esset factum, nisi me e medio cursu clara voce patria revocasset), aliquando me quoque audires, sic, quoniam his voluminibus ad te profecta vox est mea, tribues iis temporis quantum poteris, poteris autem, quantum voles. Cum vero intellexero te hoc scientiae genere gaudere, tum et praesens tecum propediem, ut spero, et, dum aberis, absens loquar. Vale igitur, mi Cicero, tibique persuade esse te quidem mihi carissimum, sed multo fore cariorem, si tali bus monitis praeceptisque laetabere. 12 L sed perinde ... acceperis, « ma il pregio suo dipenderà dall'acco- glienza che tu gli farai > = tanti erit, quanti in acopiendo feceris. — quamquam, limitativo; puoi tradurre: « ben inteso però che ... ». — com- mentarios, «i quaderni delle lezioni». — hospites e non come padroni, perchè Cratippo era peripatetico e il libro di Cicerone era fondato su prin- cipi i stoici. — e medio cursu, Cicer. si era imbarcato il 17 luglio 44 per la Grecia, ma fu dai venti contrari respinto sulla costa, donde andò a Roma, verso la fine d'agosto, chiamatovi dagli amici politici, essendo sorte nuove speranze per il suo partito. — aliquando, • pur finalmente ». — ut spero, il desiderio rimase insoddisfatto, perchè Cicer. fu nel 7 dicembre del 43 assassinato dagli sgherri di Marcantonio. — absens, con altri libri; anche questa intenzione fu troncata dalla morte. Cicfuonk, De O/ficiis, comm. da B. Sabbadini, 2» ediz. «43 INDICE GRAMMATICALE i CD numero romano significa il libro, l'arabico il paragrafi». abisso III 32. uccidere I 32. AccusatiYo di relazione I 24, 137. actiones II 3. additus. adhibitus neliablat. asso- lato I 157. adigere IH 66. admirari li 56, III 75. aequitas I 36. affettato I 130. afficere I 79. Aggettivi ebe mancano nel latino, suppliti dal genitivo dei sostan- tivi I 1, 5, 19, 50, III 52. Sup- pliti con una perifrasi I 3. 7, 107. Tradotti con sostantivi III 35. aliqnis I 23, 35. altttudo I 88. ambitio I 108. amor proprio III 31. an = nonne I 48. Anacoluto e slegatura I 1, 15 f 16, 19, 22, 34, 44, 51, 66, 95, 96. 104, 121, 135, 141, 142. 145, 11 12, 18, 21, 37,88, 11145,97. Anafora II 54. analogia I 14. angores II 2. annessi e connessi III 59. Apposizioni ai nomi propri di per- sona I 1. armis et castri* II 84. Assertive assolute in latino, poten- ziali in italiana II 68, III 3. associazioni m 70. astensioni II 24. Astratto e concreto scambiati I 11, 17, IH 36. Astratto plurale 1 19, 103. astrazione, per via di — , I 95. atgue avversativo I 33. Limitativo III 61. attitudini I 72, 119. Attivo— passivo II 32, 33, 37. Attrazione di casi I 7, 142. Di modi I 51. auctor II 71. auctoramentum I 150. auctoritas I 37 audire I 19, III 98. Avverbi col verbo I 128, 129. Con valore di aggettivi I 160, II 7, 20. Tradotti con sostantivi HI 37. Perifrasi degli avverbi I 134. banchiere III ">S. boni viri, optimi viri I 20. II 2, 87. Brachilogia paratattica I 57. brutale I 81. cadavere III 38. caìumnia I 33, lì 50. causa II 44. Causa ed elFetto scambiati 1 9, 88 II 62. caittiones I 42. celebrità s III 3. certe I 138. INDICE 195 Chiasmo 1 94, 133, 160, II 15. Circonlocuzione 1 96, 98, 1U0. coerenza I 119. commendare II 47, III 45. commendati*) II 45, 46. committere ut I 81,83, II 50, III 23. Comparalo compendiaria I 2, 76, 105. Comparativo I 23, 130. compostilo I 142. comunismo II 73. conciliatio I 149. Congiuntivo esoitativo I 93. Esor- tativo-ipotetico III 54, 68, 75. Potenziale 1 28, 82, 154. coniunctus col dativo 1 6. contitans I 144. constanter I 137. constantia I 69. Constructio ad sensum I 122, 147. contendo I 132, 133, 152. convicium III 83. cooperazione I 19, Il 12, 16. Copulativa que = « cioè » 1 3, 31 ; = .anzi» I 4, 32, 86, 106; = « ma » I 22, 122. corrente I 118. credito III 58. curiosus I 125. Dativo attratto I 71. de I 47, 82. Pari iti vo II 32. decernere, decerture I 34, 80. deinceps 1 42. descrivere, descriptio. *h*c> ibere, di- scriptio 1 15, 21, 96, 101, 124, 138, II 15. dereìictio III 30. .Hghe II 14. dignitas I (39. dilectus I r>. <(ìligenti(i II 54. diplomatica, per via — , I 34. distriti go 111 Ilo. dui us malwi III 60. Doppio aggettivo lisoluto in un ag- gettivo e un avverbio I 13, 8S, 144. Doppio sostantivo risoluto in un so- stantivo e un aggettivo I 13. 14. 33, 50, 67, II 16, III 2, 109. Doppio verbo risoluto in un verbo o un avverbio I 11, 13, 18. egoista I 29. elaborare I u. electio II 9. Ellissi (presunta) I 57. Endiadi I 157. enim I 15, 50, 98, 144. error I £5, li 7. esigenze I 31. et nelle ellissi I 133. etenim 1 153. etimologia I 23, II 5. Etimologica, figura—, III 42. excelleo I 64. exempli gratta III 50. existere I 13, II 45. expedire rem II 33. factdtas li 1. fastidium I 90. fides III 70 fiducia III 61. formula III 19. fugiens vinum III 91. Genere e specie scambiati I 9, 20, 23, 115, II 20, III 112. Genitivo epcsegetico I 6, 132, li 2, 16. Oggettivo I 97. Ili 76 100. Gerundio ablativo assoluto I 5. Abla- tivo comparativo I 47. Gioco di parole II 69. gratta II 65. haeret aqua III 117. haad scio an 1 33, 72, 132, III 6, 105. Hgsteron proteron I 30. iacere III 79. id, il/ud anticipativi I 3, 82, 83, 103, 119, Il 64, HI 100. 117. idem, idemque I 19, 63, 84, li 35. idem pleonastico III 15. ieiunus I 157. igitur I 9. imitari III 10. impopolarità I 84. importazione II 13, 19o INDICE improbabilis II 7. in con l'ablat. I 35, 46, 61, 71, 139. II 9, 50, 63. inchiesta II 82. indolentia III 12. indoles III 16. Infinito libero I 37, 108, III 26. Infinito imperativo I 52, III 13. influere II 31. inhumanus I 144. iniurius III 89. iniziativa III 109. insci tia y inscientia I 122, 144. intimazione III 66. Intreccio di pronomi relativi I 41, 46, III 65. Di pronomi interroga- tivi II 67. invìdia I 84, 86, II 58, III 79, 82. Ipallage III 104. Iperbato II 58, 75, 87. Ipotetico, periodo — , I 5. ipse 1 15, 102, 140, 141, 151, 155, II 2, 32, 3ò, 52, III 37, 69. isque, et is ì 1. istinti II 11. iudicium I 118, 133. latro, latrocinium II 40. laus I 19, 63, 116, 156, 160, ili 77, 111. liberare I 32. ìiceri III 61. liquidazione II 84. httcrae I 133. mancia II 60. manere III 49. marte nostro III 34. Metafora III 5. micare III 77, 90. migrare I 31. misantropia I 29. mitologia I 32. monetaria, questione, circolazione — , III 80. morosita8 I 88. vios 1 64. muìtitudo II 16. nam I 9, 94, II 47, III 105. nec, neque avversativo III 7, 96. uecessitates 117; nec. naturae 1 126. t nescio an II 64. | non (enfatico) III 105. non plus quam III 89, 118. nullus I 35, III 59. numerus I 3, III 14. obbligatorio I 129. occurrere II 7. od io sa s I 139. offendere I 86, 99, 130, III 105. omnino, sed I 83 t 120. operosus II 17. opinio II 32, 34, 39, 47. opinione pubblica I 99. Oratio recta, obliqua 1 33, 87, 158 li 56, III 12, 51,53,63, 103. oro di coppella II 38. Paratassi (coordinazione) I 7, 57. paritas 11 41. partem, in utramque — , I 81. patere buissime I 4, 20, 24, 26, 51, III 19. Periodo. Racconciatura, risoluzione, spezzatura di periodo I 1, 11, 22, 33, 51, 60, 118, II 9, 17, III 7, 20, 38, 79, 92. plaga III 68. plausibile 1 8, 101. plenits, perifrasi con — , I 138. politica I 33, 76; politica estera III 46. popolarità I 25. posizione politica elevata I 86. possidente II 73. possideo, possido II 79. potiri III 113. praedia III 65. Praegnans I 15, 154, III 38, 41, 58, 61. praestare III 65. Predicato neutro col sostantivo ma- schile o femminile 111. prestito, dare e prendere in — , II 15. presunzione III 31. jjrimum, primus III 11. principio dialettico, etico II 7. probabile I 101. prohibere II 41. | promittere, promissum facere I 31. Ili 96. Qualità, casi della-, III 82. INDICE 197 quamquam correttivo o limitativo 1 30, 37, Il 43. 60, III 121. quando = quoniam 1 29, II 58. que enclitico; vedi Copulativa. quicumque 1 43, 111 87. quidam I 47, II 16, 38. quod dichiarativo I 37, CI, II 70, III 111. rapporti sociali I 45. rappresentare I 124. ratio naturae III 23. Reciproco, pronome—, I 12- reclame I 132. relatto gratiae I 47. Relativo avversativo I 19. remotus nell'ablat. assoluto I 157. res= «si» I 6, li 71. rivelare I 30. rivenduglioli I 150. rursum II 2, 20. sacer III 111. sacrificare I 83. sacrifìcio I 84. sciens I 145. scomunica III 54. x Scorrettezza di linguaggio, slegatura di periodo I 2, 8, 14,21,80,92, 101, 126, 133, 142, 153, III 20. scrupolo, farsi—, lì 51. *ed 1 20. sedatio 19). sentire = exìstimare I 124, III 75. sequi I 35, 11 7, 51. serenità I 69. sermo I 132. sin I 47, 123. Sinonimi I 11, II 11. sistere III 45. smorfie, far le — , III 59. sociabilità I 157. Soggettivo— oggettivo I 17,23,31, 152, 157, 159, II 24, 44. Soggetto non espresso 1 28, 90, 121, III 89. sollertia 1 33 sollevare la questione II 78. solvendo II 79. Sovrabbondanza di espressioni I 22. speciaiis I 96. spedare , pertinere , attingere con doppia significazione II 72. speculativo I 19. spese correnti II 42. status dies I 37. status naturali^ I 67. sub venire 1 83. su ff ragia occulta lì 24. tamen I 55 (= tuw ), 66. tandem II 69. tattuato li 25. tewpus grave III 93. tenere 111 67. tener mano III 74. teorica, pratica I 95. tergiversa ri HI 118. tipi III 69. Tmesi III 71. tractare III 106. turba I 132. turpi ficatus III 105. uìtro III 86. unitas I 54. ut I 19. ranitas I 44, 150, 151, III 58. rei I 59, 66. velie se II 78. venenum III 76. Verbo, nessi senza verbo, I 30, 61, 82. 84, 86, II 36. videndum e*t I 28, 43, 145. violare II 68. viris equisque III 116. visibilis I 14. vita I 108. vita intellettuale e pratica li 7. vivere I 126. Zeugma I 23, 98, 125, 151, II 18, 54. v Pubblieazioni della stessa Casa Editrice. 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Negli ultimi mesi del 141 4, in compagnia probabilmente di Biagio Guasconi, il Bruni s' era recato al concilio di Costanza; ma dopo- ché nel marzo del 14 15 avvenne la fuga del papa I. — CìCERorJE. 31 Giovanni XXIII, egli se ne tornò a Firenze. Uma- nisti fiorentini minori che il Barbaro conobbe sono Roberto Rossi precettore di Lorenzo de' Medici (I), i due Corbinelli Angelo e Antonio, Domenico di Leo- nardo Buoninsegni e Biagio Guasconi, che più tardi ^i applicò alla politica. Fiorentino non era per nascita 1 camaldolese Ambrogio Traversar!, ma per adozione e inclinazioni, vera anima e portavoce di quel circolo di letterati; e con lui pure strinse cordiali rapporti il Barbaro, anzi tra i due corse vivissimo carteggio negli anni successivi dal 1416 al 1420, carteggio del quale ci rimane integra la sola parte del Traversari (i), ma preziosissima per ricostruire e illuminare il fecondo scambio dk operosità umanistica interceduto tra Firenze e Venezia: onde vediamo cataloghi e notizie di codici nuovi, testi latini e greci, trascrizioni ed emendamenti incrociarsi dall'una all'altra città. Tra gli acquisti immediati o, per dirla con le parole del Barzizza, tra le res noòilissimae (II), che il Barbaro portò seco dalla Toscana, notiamo due testi latini, le orazioni di Cicerone e Nonio Marcello, e uno greco, la Logica e X Etica di Aristotile (2); ma di più altri testi, specialmente greci, si era assicurato il prossimo invio, quali le epistole greche di Manuele Crisolora IV o V), la raccolta epistolare di Cicerone ad Att. coi II) ^ti i.iM.. >i ■.. ..V Epistola. (2 Un codice portava questa nota: In hoc codice contincntur Logica t Kthica Arìttotclis, quibus Franciscu» Harbaras quondam d. Candiani A ci. Roberto de Ro»»!» civ fI..r.M.»i„,. ,1,.,, .t.,v ,..f r\fi»r,r,.iii /;,/,/;., th , S, MUh. pag. XVII). 32 R. SABBADIN/. passi greci dallo stesso suppliti (V), e i passi greci del famoso codice delle Pandette (III), che da appena un decennio (1406) era trasmigrato da Pisa a Firenze. Il nuovo codice ciceroniano proveniente da Cluni e mandato da Poggio non in copia ma nell'originale a Firenze, conteneva alcune orazioni, due delle quali allora sconosciute, la prò Roselo Ainerino e la prò Mu- rena. Il Barbaro se ne trasse un apografo, di cui si servì Guarino per commentare tosto dipoi la p. Rosei o. Questo commento ci rimane manoscritto e stampato; in esso è ricordata la gita del Barbaro, in proposito della lacuna al § 132, con le seguenti parole: « Nam iterum non parva textus pars deest, quod factum est situ et exemplaris vetustate decrepita, quod vir doc- tissimus Poggius ex Gallis ad nos reportavit, qui et huius orationis et alterius prò Murena repertor hac a etate fuit. Ut autem clarissimus et doctissimus vir Franciscus Barbarus dicere ac deplorare solet, occae- catum adeo exemplaris codicem, unde haec exarata est oratio, Florentiae viderat, ut nullo pacto inde tran- scribi verbum potuerit » (i). Nonio Marcello l'ebbe il Barbaro in prestito dal Nic- coli (III). I Fiorentini e il Salutati (m. 1406) avevano cercato inutilmente questo autore, che del resto era stato nella biblioteca del Petrarca; solo tra il 1407 e il 1409 ne potè venire a capo, pare, il Bruni per mezzo di Bartolomeo Capra, che ne trovò un esemplare nella biblioteca Viscontea di Pavia. Scrive infatti da Siena (i) Sabbadini, La scuola ecc., 91. r. — CICERONE. 33 1 Bruni al Niccoli nel dicembre 1407: < De bibliotheca Papiensi curavi equidem dilig-enter ut, quantum libro- rum ibi sit et quid, certior fiam utque Nonius Marcel- lus quem Colucius (Salutati) habere nunquam potuit meo nomine transcribatur >; e allo stesso, da Pistoia lel novembre 1409: < Nonium Marcellum dicit (Bar- iholomaeus Capra) se in dies expectare > (i). Nel catalogo dei codici di Pavia, compilato 1' anno 1426, Nonio Marcello non ricomparisce più; e questa è una buona ragione per credere che il Capra l'abbia li là mandato -ai Fiorentini e che essi se lo siano trat- lenuto. Spingendoci più oltre sulla via delle ipotesi I^otremmo sospettare che quel codice di Pavia fosse tutt* uno con V esemplare petrarchesco. Ritornato il l'arbaro a Venezia, si trasse copia di Nonio; poi man- lò il suo al Barzizza a Padova, dove se lo trascrisse inche l'arcivescovo cretese Pietro Donato (VII). Oltre ad avergli procacciato amicizie nuove e nuovi codici, la gita del Barbaro riusci a lui profittevole an- ' he per la sua produzione letteraria. Nella dimesti- chezza infatti che contrasse con la famiglia de' Medici e specialmente con Lorenzo, sarà certamente caduto 1 discorso sul prossimo matrimonio di quest'ultimo; e illora molto verisimilmente il Barbaro concepì il di- egno del suo trattato De re uxoria, dedicato appunto i Lorenzo: felice e rigogliosa primizia, che dava pieno if fidamente per X avvenire, se il vivace e pur tanto ; onderato giovine non si fosse poi consacrato alla pò- (1 'III itiU.^ru ai (itiiiiri: J<. SAinAumi, Testi iatmi, i- 34 R» SABBADINI. litica, nella quale toccò altezze di rado raggiunte da altri umanisti. Il De re uxoria fu scritto in non più di quattro o cinque mesi e usci nel carnovale del 141 6 (VI e VII). I. Franciscus Barbarus suavissimo Laurentio de Medicis s. p, d, (i) Quanto tui desiderio nunc affidar, prò tua singulari prudentia facilius poteris existimare quam ego perscribere, si quantum tua consuetudine delectarer observare voluisti. Testis enim optimus esse potes, cum istic essent plerique quorum mihi natura humanitas institutio maiorem in mo- dum grata erat, neminem tamen fuisse quicum essem iocundius quam tecum; sic enim de ingenio et moribus tuis magnifice mihi persuase- ram, ut a mea coniectura gravissimorum ac prudentissimorum hominum iudicium non abhorreret. Tuse vero naturse tantum tribui intelligebam ut per se prope gravis esse ac moderata (2) putaretur, cuius sic ex omni parte solida et expressa dignitas ostenditur, ut in te probitatis et virtutis quasi lumen quoddam facile possim (3) intueri. Omnia praeterea quae iocunda ex lepore humanitate benivolentia alterius possunt acci- dere sic in me diligenter et studiose contulisti, ut me non modo usus eo- rum, sed etiam recordatio plurimum delectet. Quibus ex rebus factum est ut in benivolentiam tuam profecto non inciderim sed venerim, qua sic maiorem in modum suaviter astringor, ut mihi gratissimum et antiquis- simum futurum sii, a me nihil erga te desiderari posse quod ad offi- cium stud'um pietatem gratiam fidem carissimi hominis pertinere videatur. (i) Cod. Magliabechiano Vili 1440 f. 86v; cod. Ambrosiano M 40 sup. f. 32V. Dal cod. Ambros. la trasse A. M. Querini, Diatriba prati. ad F. Barbari epist. CCLVI. (2) modesta cod. Amor. (3) possis cod. Amor. r. — CICERONE. 3f^ Quare tibi perspicuum esse debet me quantum par est tui desiderio com- moveri. In ea tamen molestia hanc accipio voluptatem ut in sermonibus, quos prò nostra consuetudine instituimus, et in tui memoria, quam summa benivolentia constantissime tueor, velut in honesto ac suavissimo diversorio acquiescam. Haec in primis contraria saepe cogitanti mihi solet Socratis in mentem venire, qui cum in vincla coniectus esset, dolorem simul ac voluptatem (i) corporis sentire fatebatur. (2) Cruri enim pedicas graves esse aut fuisse et cum molli ter perfricaretur delectationem facile sentiebat et sapientissime dolorem ac voluptatem (3) res disiunctissimas naturae beneficio coniunctas esse mirabatur. Hac de re longior essem in prae- sentiarum (4) si plura scribere mihi per occupatioues liceret. Quod Cor. (5) civis noster commodis ac fortunis tuis molestus sit, mihi ut debet molestissimum est; turpitudo rei facit et incommoditas tua ut non solum nostrae rei publicae causa, sed etiam incommodorum tuorum res mihi gravis esse videatur. Assequor coniectura, ut etiam ex Galano nostro sum factus certior, eam rem sic cognosci, sic ab omnibus iudicari, ut nihii oraissura tui iuris, (6) sed civitate teste suo tempori reservatum iri videatur. Huic tuae causae studio ope gratia nullo loco sum defuturus; tantum enim tibi debere videor ut antiquum mihi officium sit tuas res omnis non minori mihi curae esse et fore quam meas. Quaecunque igitur mihi in mentem venient ad te aut ad tuos pertinere, niea sponte (7) sum facturus; siquid ignorabo, admonitus omnium in te studium superabo. Roberto Rosseo viro optimo ac doctissimo pi. sai. die. Hunc ut co- lere» diligeres observares maiorem in modum rogavi nec rogare desisto; (i) Dopo voluptattm nel cod. Magliab. sono le parole ut cum altera max irne lahoramus altera nos levare «tate poi cancellate; forse la cancel- latura era nell'autografo. (2) Plat. Phaed. 3, p. 60, b. (3) Qui rcita in tronco il cod. Ambros. (4) in presentiam cod. (5) Sarà ComeliuK? ma non so a che cosa si alluda. (6) nirìs eod. (7) spem te cod. 36 R. SABBADmi. cius enim moribus ac doctrina facile melior fieri potes et doctior (i) ; de quo sic sentio, sic mihi suadeo, ut eum semper habeam in ore nec eum satis laudare possim nec admirari. Congratulor etiam felicitati tuse qua factum est ut, Robertum prseceptorem nactus, nisi tibi ipsi defueris, facilius quam ceteri bene beateque vivere posse videaris. Cum maturitas advenerit, ut litteris meis provocatus ad nos proficiscare, (2) libentissime omnium faciam; multos invenies qui iam mirifice serviunt (3) laudi ìuae. Litteratissimo Nicolao sai. die, Simoni Nessse necessario et lohanni minime, ut aiunt, bonae fidei (4) possessori et ceteris quibus amoris nostri commemora tio grata esse tibi videbitur. Spectatissimo viro lohanni patri tuo, meo volui dicere, me commendabis. Ex Venetiis XV kal. septembris [141 5]. II. Gasparinus Pergamensis suo Guarino Veronensi s. {5) Naviculario non satis mihi noto idibus praeteritis commisi ad te et Franciscum (6) nostrum litteras, quibus prò meo in vos officio et vestra in me summa benivolentia quo animo in vos essem et quid a vobis vellem brevi significabam. Dubito ne Htterae ad vos delatse sint. Summa illarum fuit, me prò reditu Francisci voluptatem magnam cepisse ; ro- (i) Vespasiano da Bisticci {Cosimo de' Medici § i) tra gli scolari di Roberto de Rossi nomina Cosimo de' Medici, ma dimentica suo fratello Lorenzo. (2) Questo viaggio sarà avvenuto nella primavera del 141 8, quando Lorenzo de' Medici divisava di recarsi a Verona (R. Sabbadini, Cen- totrenta lettere inedite di F. Barbaro., 13.) (3) seviunt cod, (4) Sarà Giovanni Buonafede. (5) È pubblicata nel mio \\\iXO La scuola e gli studi di Guarino, 174. Ne riproduco qui il solo passo che fa al caso nostro. (6) Francesco Barbaro. I. — CTCKRONE. 37 gabam eliam ne, cum amore apud eum prior (i) essem, rationem meam in bis rebus, quas nobilissimas ex Etruria secum advexit, post alios labcri pateretur .... Patavii XIV kal. septembres [1415]. ITT. 1/ a/i Ci Se Ilo \i) liarbanis -opti ino et Jiiaiianissimo Nicolao (3) s. Si bene vales gaudeo. Postcaquam abs te discessi litteris tui deside- riuni lenire constitui ; tua enim legens vel ad te scribens, tecum esse videor. (Juare ad te scripsi ut vel provocatus amicitiae nostroe in hac irte non deesscs; nullas tamen adhuc litteras a te accepi, quas ne longius "osidereni in tuis officiis esse tibi persuadeas. Modestissiraus Blasius Gua- conius (4) noster tuai salutis ccrtiorem me fecit; huius adventus mihi (i) Il Barzizza era stato maestro del Barbaro prima che Guarino an- f lasse a Venezia nel 141 4. (2) Cod. Magliabechiano Vili 1440 f. 86v. (3) Niccolò Niccoli. (4) A questo Biagio Guasconi indirizzò Guarino la famosa invettiva intro il Niccoli nel 141 3, da me pubblicata per Nozzt Curdo- Mar cel- ino, Lonigo 190I. Nel 141 4 il Guasconi andò al concilio di Costanza l'oggii Epist, coli. Tonclli I 3); era di nuovo colà nel dicembre del 14 16 !^>iti. I p. 20 librum legtt . . . . Blasitis de Gu:isconibus.) Nel 1424 fu !<ri consoli dell'arte della lana, nel 1425 degli operai di S, M;vria del I ' ' ' rii Buanaccorso Pitti, Bologiìa 1905. 2}:. 251); nel I 124 fu anib;i.sciatorc di Firenze a Bologna e presso l' imperatore {jOom- 'lasiotiidt Hmaldo degli Alhizzi, II 14, 17, 21, 29, 30, 31, 33, 39, 54, 96). N'el 1431 fu degli ufficiali dello Studio Fiorentino (/7<;rMme»/i di storia *>n, Flrcnzr 18R1, VII 244) e ambasciatore presso Kugcnio IV (Mu- A* / .V, XIX orO; e negli anni 1432-33 pigliò parte agli .affari Iella repubblic.i "llegrìni, SaUa repuhhi fiorentina a tempo di 38 R. SABBADINI. iocundissimus fuisset, nisi discessus eius valde festinus mihi videretur. Ad te mitto xardXoYOV (i) librorum quos Lconardus lustinianus ex Cypro sibi vindicavit ; illuni ad te ante miseram, sed quia mihi non re- scribis, vereor ne meae (2) litterae una cum catalogo tibi redditae sint. Spectatissimis atquc doctissimis viris Roberto Rosso et Leonardo A- retino (3) pi. sai. die; Corbinellis (4) etiam et reliquis tuis civibus, quo- rum ego virtutem et amorem erga me observo amo et magnifico. Nonius Marcellus exaratur; quam primum confectus erit, tuum tibi restituam. Cura ut habeam grsecum illud Pandcctarum. Doctissimus Guarinus Veronensis tibi (5) pi. sai. dicit. Ex Venetiis idibus septembris [14 15]. Ornatissimo adolescenti Laurentio Medico et disertissimo (6) Dominico Leonardi filio (7) sai. die. IV. Ambrosius Francisco suo s. (8) Facit occupatio mea ut brevior in scribendo sim quam veliera. Quum enim nil fere iucundius, nil gratius mihi sit quam ad te longissime seri- bere .... Tu velim me intensissime diligas, ut facis, atque efficias ut non (i) xaidX — fu omesso dal copista in lacuna, più tardi colmata erro- neamente da un altro con la parola quinlernos. Sui codici che il Giu- stiniano aspettava da Cipro cfr. Arabr. Traversarli Epist, VI 7. (2) me cod. (3) Il Bruni nell'ottobre del 1414 era andato al concilio di Costanza, ma dopo la fuga di Giovanni XXIII nel marzo 141 5, rimpatriò. (4) Antonio e Angelo. (5) tibi om. cod. (6) disertissimus cod. (7) Domenico Buoninsegni, condiscepolo di Lorenzo de' Medici alla scuola di Roberto de Rossi. (8) Ambrosii Traversarli Epistolae. a P. Canneto, VI 4. Seguo l'orto- grafia del testo, sebbene non conforme all' uso umanistico. I. — CICERONE. 39 (lesiderem officium tuanim, quae quum omnibus carse sint, qui modo studiis humanitatis dediti sunt, tum vero sunt mihi gratissimae. . . . Quod adcidit sane non iniuria ; sum enim eo ad te animo, ut semper tecum cogitatione sim, memoriamque benevolentiae tuae atque pietatis nunquam ponam. Sed de his satis et per alia^ literas (i) nostras dictum est. . . . Mitto ad te duas epistolas longiores nostri Chrysolorae: de amicitia alteram ad me, de mensibus secundam ad Pallantem, scriptas olim manu mea; tertiam [keqÌ vctQOììXog] (2) ad nostrum Guarinum mittere non curavi, quod hanc ipse secum adtulerit habcatque illam in deliciis:nec amhigo iam illam tibi legit. Tu cura ut ad me librorum tuorum indicem II !tt L-. . . . Facies id scio prò tua in me pietate : libet enim hoc ad te uti vocabulo. . . . Vidi sane indiculum illum clarissimi viri Leonardi lu- stiniani, quem ad nostrum Nicolaum misisti; sed mihi. . . . desiderari in ilio visa est diligentia, sed nescio utrum tu illum scripseris, an alias quispiam Ceterum id abs te maiorem in modum rogo uti, quum aliquid explo- i. ti;r I >\f Ioannis Chrysolorae istuc vestris cum triremibus adcessu acce- peris, antequam adplicet, diligentissime scribas ad me. Cupit enim senex Demctrius (3) istuc ei prodire obviam Salutem dices nostro Gua- rino reliquìsque sociis tuis optimis atque humanissimis viris. Florentiae ex nostro monasterio XX octobris [1415]. I Otiest* allm lettera precedente e la risposta del Barbaro si son (2; .Sci M-sto uci «, annoto in;inc;i li titolo greco, ncH' Ampiisstma col- Icetio del Marlene et Durand III (Epist. XVIl 15) suona ."iFyl FXéyxov, •na erroneamente; il vero titolo è m^ti vdQOrixog, come si vede dalla rikpoKta del Barbaro. Questa lettera a Guarino fu stampata dal Cyrìllus CW. gr. hiòL liorhcn. II 224; l'altra De amicitia ivi stesso I 259. Della ten» De mensihix a Palla Stro/.ri non mi è occorsa finom nessuna traccia. (3) Un vecchio prete cretese, che Mava col Trurr^.-iri nrl •<—♦-' tegli Angeli e attendeva a copiar codici greci. 40 R. SABBADINI. V. Franciscus Barbarus optimo ac doctissimo ntonacho Ambrosio s. d. (i). Si bene vales gaudeo. Magnani voluptatem ex litteris tuis [cepij, in quibus eximius in me amor tuus amari (2) potest et studium recognosci. Tua ctiam legens tecura esse videor, quem admiratione quadam virtutis sic diligo sic amo, ut ad amorem meum nihil possit accedere. Sed haec satis apud te, cui de mea erga te voluntate sic persuasum est, ut nihil sit quod non modo de te mihi spondere possis, sed etiam de me tibi. Litteras summi viri Manuelis Chrysolorse quas ad me mittere scripsisti nondum habui (3); prò quibus magnas tibi gratias habeo et multis ver- bis dicerem nisi quodammodo dignitate amicitiae nostrae hoc officium sublatum esset. Epistolam illam ad eloquentissimum Guarinum nostium 718^)1 vd(^)0T)XO(; (4) adhuc videre desidero; apud modestissimum Antonium Corbinellum reliquit (5), quam postea non habui[t]; quare si tuo bene- ficio fuerim consecutus, et illius clarissimi viri laudis monumentum erit et amicitiae nostrae. Laudationem funebrem (6) quam Andreas luliani pa- tricius civis noster edidit ad te mitto; de qua quid ego sentiam nunc ad te scriberem, nisi id gravissimo tuo iudicio reservarem; quare quid (i) Cod. Magliabechiano Vili 1440 f. 86. (2) Amavi amorem tuum è frase tipica di Cicerone adfam. IX 16, i. (3) Le ebbe più tardi, come apparisce dalla lettera del Traversari a lui, VI 5, del 29 febbraio 1416 (la data si desume dalla menzione della magistratvu-a di Cosimo) : Quod epistolas clarissimi viri Manuelis acce- peris, nunc primum per tuas literas novi. (4) vdQXTixog cod. {5) Nel tempo che Guarino insegnò a Firenze (i 410-1 414). (6) L' elogio funebre in lode di Manuele Crisolora. Manuele mori a Costanza il 15 aprile del 1415; l'elogio fu recitato a Venezia dal Giu- liano nel luglio dell'anno stesso. I. — CICERONE. 41 hac de re sentiendum sit iudicabis et me si tibi videbitur facies certio- rem. Librorum meorum y.axàXoyov (i) nunc ad te mitterem, si raptim mihi conficere licuisset; sed propediem mandata tua digeram persequar et conficiara. Librorum epigrammata Leonardus lustinianus scripsit nec diligentiiLS exarare potiiit. Libri illi ex Cypro (2) nondum sibi redditi sunt, sed indicera transcripsit; quare sibi mihique facile veniam dabis. Guarinus noster litteras habet a lohanne Chrysolora Constantinopoli datas idibus septembris. Valde dubius est an cum classe nostra traicere poterit (3); in hnnc rem argumentatur multa, minime nunc, ut ad te scribantur, necessaria. Si quid eius adventus, ut aiunt, odoratus ero, te diligcntissime faciam certiorem. Guarinus tibi plurimam salutem dicit et ii omnes quibus tuo nomine salutem dixi. Doctissimo ac praestantissimo antiquitatis auctori Nicolao (4) nostro salutem d[ic] et aetatis nostrae lumini eloqucntiae Leonardo Aretino ac me reddes piane suum, cum ■ in meo siiiU sit, ut inquit Cicero (5), ncque ego discingar ». Vaie; communi patri magistro monasterii me commcndabis. Ex Venetiis IIII nonas novembris MCCCCXV. i) Il catalogo arrivò al Traversari nel febbraio del 1416; scrive in- fatti nella succitata lettera, VI 5: KaiàXoYOv tuae bibliothecae nunc pri- mum accipio. E nella VI 6, in data « Florentiai VI non. mart. » {14 16): Lc^i. . . indicem graecorum voluminum tuorum. (2) Nella lettera VI 7, Florentiae XI martii [1416J, scrive il Traver- sari al Barbaro : Si dudum accepit ex Cypro libro-s suos Leonardus lu- stinianus, curabis mihi conScere diligentem indicem. (3) Giovanni Crisolora fino almeno al 1418 non era venuto, pouiu- nella lettera VI 3, Florcnti;u UT id. ini. (14 18),- del Travirsari al Bar- baro leggiamo: De lohanne Chrysolora si quid cxploratum certi habcs, curabiH ut litterìs tuis ccrtior Barn. Eum Icgatum impcratoris sui pro- fectururo ad summuni pontificcm (il nuovo eletto Martino V, a Costanza Il Dov. 1417) nolm dictam est..... Avet Demetrìus noster id ccrtiu* «drc, ut meliori esse animo po-^^v -:•*•— '• ^••- • • — -.»,.-.:-—,, diutius expcctandf» fatif^atus <.ir }) Niccolò Nicr* ' 4a R. SABBADINI. VI. Dalla prefazione del De re uxoria (i). .... Mihi praeterea recordanti multos in nostra familiaritate sermo- nes gratius atque iocundius tibi munus fore visum est si potius a Fran- cisco tuo quam a fortuna sua donareris. Qnamobrem tuo nomine de re uxoria breves cpmmentarios scribere institui, quos huic nuptiarum tem- pori (2) accommodatos arbitror non inutiles futuros. . . . Vidi siquidem praesens quanta cura ac diligentia eruditissimum Ro- bertum Rossum in primis coleres atque observares, a cuius latere rec- tissime quidam fere nunquam discedebas. Accedit et eloquentissimi ho- minis Leonardi Aretini nec minus litteratissimi Nicolai nostri consuetudo, a quibus cum alia permulta tum pleraque id genus assidue te audire et accipere confido [carnevale del 1416]. possedevano già la collezione epistolare ciceroniana ad Ait.y ad Q. fr., ad Br. Il Niccoli nel marzo dell'anno seguente mandò a Venezia l'esem- plare coi passi greci restituiti da Manuele Crisolora, come abbiamo dalla succitata lettera VI 6 del Traversari al Barbaro : Is (Nicolaus) mittet Cicero nis Epistolas ad Atticum, quibus noster Manuel restituit graecas litteras quasque te maxime velie adseruit. (1) Il De re uxoria di Francesco Barbaro è dedicato a Lorenzo de' Medici. Fu più volte stampato. (2) S' intende il carnovale; 1' anno è il 141 6, perchè già in data « Flo- rentise kal. iuniis > [14 16] il Traversari scriveva al Barbaro (VI 15) : Commentarla tua de re uxoria ad Laurentium optimum tuique studio- sissimum adolescentem legi gratulatusque sum. . . I. — CICERONK. 43 VII. Lettera di Gasp arino Bar zizza a Francesco Barbaro (i). Marcellus (2) quem ab me requiris est apud dominum Cretensem . . (3). Requiras oportet hunc libnim a domino Cretensi. si vi'; illuni ad tv deferri .... Rem vero uxoriam quam audio te etìidisse iamdudum expecto; est euim ut dicitur res tuo ingenio ac tuis studiis digna. Tametsi non du- bitem et graviter et ornate abs te scriptam, nara inventa Graecorum ut spero ac Latinorum multis locis redolebit, tamen percupio meo potius quam aliorum iudicio posse uti. Facias ergo quod ad Corradinum (4) tuum facturum te pollicitus fuisti : mittas hanc ad me sive historiam si ve disputationem tuam, qui olim ut tuo ingenio ita nunc tuie laudi ac glori» maxime faveo. Vale. [Padova primi mesi del 1416]. Le orazioni scoperte da Poggio. Pog^o scoprì durante il concilio di Costanza otto orazioni di Cicerone (*): e sono /. Caecina, le tre de lege agraria contra RuUum, p. Rabirio Postumo^ p. Rabirio (1) È anepigrafa. L'ho pubblicata in Museo iViinlichUa classica, III 349. (2) Nonio Marcello. (j) Pietro Donato, arcivescovo cretese. Lhc il Donato sia venuto in IMjsschso di Nonio, e confermato da ciò, che il suo p;\rentc Girolamo Donato ne trascrisse una citazione sul cod. Trivulziano 661 f. i di guardia. (4) Giannino Corradino morto nell'agosto del 1416 (Degli Agostini Scrtttcri Vinitiani II ti 5); ron rio è stabilito il tonnine rstrcnio rm- riologjco della lettera. (•) Comparve 1.t pimui volta \u .^(ut/i //<//. /;/<< il. i^«)9, 101-103. 44 R- SABBADINI. perduellionis reo, p. Roselo comoedo, iti Pisonem. Tutte otto si trovavano riunite nel cod. Laur. Conv. soppr. 13, quando era integro. Sono interessanti di questo co- dice le due sottoscrizioni: la prima riferita alla p. Caec. suona cosi: Hanc oratio7iem antea culpa temporum de- perditam Poggius latinis viris restituii et in Italiani re- duxit cum eatn diligentia sua in Gallia reclusam in sil- vis Lingonum adinvenisset conscripsissetque ad Tullii memoriam et doctorum hominum utilitatem. La seconda riferita alle altre sette suona cosi : Has septem M. Tullii orationes que antea culpa temporum apud Italos deper- dite erant Poggius florentinus, perquisttis plurimis Gallie Germanieque summo cum studio ac dilige^ttia bibliothecis, cum latentes comperisset in squalore et sordibus, in lucem solus extulit ac in pristinam dignitatem decoremque re- stituens latinis musis dicavit (i). La p. Caec. perciò fu scoperta a Langres {in silvis Lingonum), le sette rimanenti parte in Gallia parte in Germania : nuli' altro di preciso sappiamo sul luogo del rinvenimento. Meglio informati siamo sul tempo. Le più antiche testimonianze sono in una lettera del Traversari (VI, 8) al Barbaro : ' Ex litteris quas ad Guarinum proxime dedi quid Ciceronis orationum Pog- gii nostri diligentia reparatum sit scire poteris .... Florentiae v nonas octobris 1417 ', e in una del Bruni (i) Le due sottoscrizioni sono pubblicate in facsimile da A. C. Clark Inventa Italoruvi, in Anecdota Oxonicnsia, Class. Series XI, 1909: nelle tavole in fine. I. — CICERONE. 45 (IV, 12) al Niccoli: ' De Poggiano thesauro coram . . . Aretii VI kal. octobris ' (141 7), donde argomentiamo che la notizia della nuova scoperta era giunta a Fi- renze nel settembre del 141 7 o poco prima. Ancora nel principio del 1418 Poggio teneva presso di se l'a- pografo delle orazioni che intendeva di mandare tra poco al Barbaro, al quale scrive : * Orationum volo hic exemplar remanere, postmodum vel ego ipse deferam vel per alium ad te mittam idque quam primum ' (i); poi invece mutò avviso e lo inviò a Firenze al Nic- coli, che lo fece recapitare al Barbaro, come rileviamo da una lettera del Traversari (VI, 14):* Orationes illas omnes a Poggio missas iam credo acceperis : misit enim illas Nicolaus noster '. La lettera, indirizzata al Barbaro, non ha data, ma la collochiamo con certezza tra il luglio e l'agosto del 14 18, confrontandola con un'altra dello stesso allo stesso (VI, 3), in data ' Flo- rentiae IH idus iulii ', con cui ha strettissima relazione. Infatti in entrambe si chiedono informazioni del pros- simo arrivo di Giovanni Crisolora, in entrambe si parla di un Bernardo, veneziano, in entrambe di Angiolo Acciaioli, fiorentino, che nella prima lettera parte per Venezia e nella seconda vi è già arrivato. Ora nella prima, del 13 luglio, è presupposta l'elezione del nuovo papa Martino V (* eum legatum imperatoris sui pro- ir. turum AD SVMM\'M roNTiFicpiM nobis dictum est '), il; wurst.» l'itir.i m i "^',yi'> ili i^.iroar' i, i n)\ii)i)ii(;it.i nrii.i su;i tonila originaria da A. C. Clark (The clasticat Review XITI, 1800, p. 125), spande nK)lta luce tulle scoperte di Poggio al tempo del concilio di 46 R. SABBADmr. avvenuta V 1 1 novembre 141 7; con che siamo nel 141 8: la seconda andrà perciò collocata circa un mese dopo. Nel luglio o agosto dunque del 141 8 il Barbaro ri- cevette le orazioni eh' egli trattenne presso di se più del conveniente, tanto che Poggio, di ritorno dall'In- ghilterra a Roma, gliele chiese nel 1423 due volte per lettera, senza effetto; di che mosse acerbe lagnanze col Niccoli e con Guarino, invocando anzi, ma sempre invano, l'interposizione di quest'ultimo (Poggìì Epis^. I, p. 89, 93, 95, 100). L'anno di poi, 1424, pare si disponesse a restituirle al Niccoli, per cui mezzo gli erano pervenute; scrive infatti al Niccoli il Traversari (Vni, 9) : ' Ad Barbarum nostrum ut scribas oro. Mul- tum tuas desiderat litteras orationesque illas a Poggio in Germania repertas ad te propediem missurum pol- licetur .... Florentiae XXI iunii ' (1424). Ma alla fine il Barbaro ruppe il lungo silenzio con Poggio e ri- mandò a lui direttamente con mille scuse il codice : * Orati ones illas Ciceronis quas a Germania in Italiam .... reduxisti, ab illis mensariis de quibus fecisti men- tionem recipies .... Venetiis 1436 ' (i). La lettera di restituzione porta la data del 1436, sicché il codice sarebbe rimasto a Venezia 18 anni, spazio di tempo veramente enorme, specie se si con- sidera il carattere gentile e cavalleresco del Barbaro. E a me la data pare assurda, vuoi appunto per questa considerazione, vuoi perchè abbiamo sentito dal Tra- versari che nel 1424 si disponeva a restituire il codice, (i) R. Sabbadini, Centotrenta lettere inedite di Fr. Barbaro p. 84. I. - CICERONE. 47 vuoi ancora perchè nel 1426 e nel 1428 il Barbaro, andato ambasciatore a Roma, s' incontrò con Poggio e in quelle occasioni non avrebbe potuto esimersi dal riportargli le orazioni; del resto nella corrispondenza di quei due anni, cordialissima tra i due umanisti, non c'è nulla che accenni a uno screzio. Ritengo pertanto che l'anno 1436 della lettera sia congetturale e vi si debba sostituire il 1424. Il silenzio prolungato del Bar- baro di fronte alle reiterate richieste di Poggio si spiega con ciò, che per tutto 1' anno 1423 egli fu oc- cupato nella podesteria di Treviso, mentre il codice doveva esser rimasto a Venezia. Le otto orazioni formano (*), com' io credo, quattro gruppi : a) p. Caec, b) le tre agrarie, e) le due Rabi- riane e p. Rose, com., ci) in Pis. I codici fondamentali che ce le hanno trasmesse sono due : il già ricordato Laur. Conv. soppr. 13 (= Af) e il Laur. 48, 26 (=(«>). Dei due, w è posteriore, scritto da sei o sette mani diverse; in esso i gruppi si succedono così : a) p. Caec, b) le tre agrarie, d) la Pisoniana, e) le due Rabir. e /. Rose. eom. M è scritto da due mani: alla prima appar- tengono i gruppi a) della Cecin. e b) delle tre agrarie, alla seconda mano il gruppo d) della Pison.; il gruppo e) delle due Rabir. e p. Rose. eom. ora manca, ma in origine esso precedeva il gruppo d) della Pisoniana. La mfdesin^' "•"•'■fssionr <ìi M teneva il eodi(M\ ora (♦) Comparve la prima volta in Herliner philol. WochenschrifU i9»o» S97-99, dove riferii sugli Invinta Italorutn del Clark, ai quali rimando il lettore per maggiori informadoni. 4$ R. SABBADmr. perduto, che si conservava nel monastero di S. Mi- chele di Murano a Venezia. Ecco ora com' io mi rappresento V origine di questi tre manoscritti. Poggio nei primi mesi del 141 8 mandò, come abbiamo veduto, al Niccoli a Firenze l'apografo delle otto orazioni copiate di proprio pugno (amo hunc libelluni .... in primis quia egomet scripsi). I Fiorentini naturalmente si trassero subito copia del codice e per risparmiar tempo distribuirono fra vari amanuensi i fascicoli che si potevano facilmente separare o che erano già stati scritti separatamente da Poggio. Cosi nacque M. Tosto dopo, ossia tra il luglio e 1' agosto del medesimo anno 141 8 venne dal Niccoli spedito r apografo poggiano al Barbaro a Venezia, che se lo sarà trascritto di propria mano nel codice perduto di vS. Michele- Indi si spiega che il codice del Barbaro e M mostravano la stessa successione. Dopo alcuni anni, nel 1424, il Barbaro restituì l'apografo a Poggio, e allora fu allestito a Firenze, o più probabilmente a Roma, il cod. w per opera di più amanuensi, che la- voravano simultaneamente. Siccome in ca V ordine dei gruppi è diverso che in M, cosi bisognerà supporre o che i fascicoli nell' apografo di Poggio s' erano di- sgregati o che gli amanuensi non badarono a mettere al loro posto legittimo i fascicoli nuovi. Il gruppo e) delle due Rabiriane e p. Rose. com. ci fu salvato unicamente dalla scoperta di Poggio. Per i gruppi b) delle tre agrarie e d) della Pisoniana possediamo, oltre la poggiana, un'altra fonte doppia: dall'una parte cioè il codex Erfurtensis del sec. XII- I. — Cicerone. 4^ Xm, il Vatic. Palat. 1525 del sec. XV e il Vatic. Ba- silio. H 25 del sec. IX, del quale diremo; dall' altra parte i codici scoperti a Colonia dallo stesso Poggio nel 1422, nel suo viaggio di ritorno dall'Inghilterra, come rilevammo dal Commentarium del Niccoli (sopra p. 7) (i). I nuovi testi di Colonia furono adoperati da- gli Italiani a collazionare i propri. Per il gruppo a) della Ceciniana abbiamo inoltre i succitati Erfurtensis e Vatic. Palat. e il Tegernseensis del secolo XI. Il codice scoperto da Giordano Orsini {*). Il famoso codice Vatic. Basilicano H 25, del sec. IX, veduto verso il 1428 da Poggio (2), che contiene le Philipp., p. Piace, in Pis. e /. Ponteio, nuova quest'ul- tima, fu scoperto dal cardinale Giordano Orsini. Nel- r Index librorum mss. Archivii basilicani S, Petri a ci. V. Luca Holstenio digestus leggiamo : Tullii Philippica- rum antiquissiìnus codex (3). D'altro canto l'inventario dei libri dell'Orsini, allegato al testamento del 1434, reca: Tulius Philippicarum (4). I codici dell'Orsini pas- (1) I medesimi codici contenenti i gruppi ò) t d) furono trovati dopo (li I'f)p'}iio a Colonia anche da Niccolò Cusano (R. Sabbadini, Scoperte det codici f III n. 22); e ciò potè fnr credere al Clark {Inventa Jtalorum, 23-27) che per questa via fossero giunti in Italia; ma è bene notare che i codici scoperti dal Cusano ebbero in generale scarsa divulgazione. (*) Questo paragrafo è nuovo. (2) R. Sabbadini, Le scoperte dei codici 127. (3) E. Pistoiesi, // Vaticano descritto e illustrato, II 196. (4) Pistoiesi, n 191. &. sABBADiin, Tati latini. 4. $0 R. SABBADINI. sarono parte all' archivio di S. Pietro, parte alla biblio- teca del Vaticano (i). Deve avere scoperto il codice nel suo viaggio in Germania del 1426 (2). Le Verrine del Capra e del Bruni. L' intero (*) corpo delle Verrine venne a conoscenza degli umanisti solo tra la fine del secolo XIV e il principio del XV. Il Bruni e il Capra lo possedevano sin dal 1407. Ecco qui una lettera del Bruni (II, io) (3): Leonardus Aretinus Nicolao Nicoli s. d. Reverendus pater Bartholomeiis (della Capra) episcopus Cre- monensis rairifice, ut tibi alias narravi, studiis humanitatis deditus est; ideoque cum superiori tempore ante dignitatem episcopalem studiosissime fecisset, non potest nunc presul factus et episcopali dignitate constitutus eas quas ante coluit musas non affectuose amare et religiose colere. Cum igitur volumen habeat preclare scriptum orationum Ciceronis centra Verrem et quarundam aliarum invectivarum, aipit ut ca- pita cuiuscunque libri splendore litterarum ornentur atque ea de causa Florentiam transmittit diligentie tue et artificio Sebastiani nostri .... Senis Vm idus octobris MCCCCVII (4). Risulta di qui che il Capra mandò a miniare il suo (i) E. Kònig, /Cardinal Giordano Orsini, Freiburg in Br. 1906, 105- 107, 117, 119. (2) Su questo viaggio, Kònig 49-52. (*) Ne comparve un cenno la prima volta in Rivista di filologia XXXIX, 191 1, 244. (3) Traggo il testo dal cod. Comunale di Arezzo 145 f. 164V, che ha lezione sostanzialmente diversa dalla stampa. (4) La data, mancante nell' edizione, s' incontra nei codici, p. e. i Ric- cardiani 982 f. 23V; 899 f. 25V ecc. i. — CICERONE. $Ì apografo a Firenze. L'esemplare del Bruni è nominato in un'altra lettera di costui (II, 1 3) del novembre del- l'anno medesimo: Leonardus Aretinus Nicolao (Niccoli) suo s. d. Mitto tibi orationes Ciceronis in Verrem, recte quidem scriptas sed ut videbis male emendatas : qui enim corrigere voluit, eas piane corru- pit . . . . (Siena, novembre 1407). L'esemplare del Bruni si conserva nell'odierno co- dice Laur. Strozz. 44, dei primi anni iippunto del se- colo XV. È copiato da più mani, sembra cinque, e reca la sottoscrizione f. 104V: M. Tullii Cicerofiis in G. Verrem septivia et ultÌ7na oratio explicit; e indi il seg-uente colofone, di mano diversa: * Hic liber cum ab initio recte scriptus fuisset, postea corruptus est ab homine qui cum vellet eum corrigere corrupit. Quare priorem litteram accepta, correctiones reice '. La nota neir atto che veniva scritta ricevette due emendamenti: a corruptus fuit venne sostituito corruptus est; dopo vellet eum fu cominciato a scrivere accusar, cancellato subito con una linea orizzontale e continuato con cor- rigere. Più tardi una mano estranea mutò la retta or- tografia sì classica che umanistica reice nell' erronea reijce. Di fronte al colofone un lettore del sec. XV se- gano quest' attestazione: Manus leonardi arr etini. E ve- ramente la nota è di Leonardo Bruni. Del resto si confrontino le parole: recte scriptus . . . ^ui cum vellet eum corrigere corrupit con le parole della lettera: recte quidem scriptus . . . qui ctiim lorrircre voluit eas piane corrupit. ^i R. SABBADmi. Guarino e le orazioni di Cicerone. Guarino s'interessò ben presto alle orazioni di Cice- rone. Abbiamo già veduto (p. 32) come sin dal tempo del suo insegnamento a Venezia commentasse la p. Rose. Amer, Riferiremo qui alcuni documenti degli studi che egli veniva facendo per sé e per gli amici (*). Nel 141 8, quand'egli era ancora a Venezia, aveva ricevute dal veronese Maio, amico suo, alcune ora- zioni di Cicerone da emendare. Guarino non solo le emenda, ma anche le illustra con brevi note, come si rileva dalla seguente lettera al Maio, la quale reco per intiero, perchè è una bella testimonianza dell'am- mirazione di Guarino per Cicerone e del suo metodo d'illustrare i testi: Guarinus Veronensis ci. v. Madia s. p. d. (i). Accepi diebus proximis abs te nonnullas Ciceronis orationes, quas ut emendem vis; sunt enim depravatae nonnihil. Suscepi autem iussa tua suaviter adeo ac iocunde, ut nihil imperar! mihi suavius posset, mi pa- ter ac rex. Nihil enim prohibet te minorera aetate, Consilio ac prudentia superiorem, patrem appellari; tantis profecto me beneficiis devinxisti, ut tum imperare videar, cum mandatis tuis obtempero; et modo tuae vo- luntati morem geram, nihil ipse recusem, quippe qui tibi omnia non modo prò viribus sed supra vires etiam debeam. Accedit quod in Ciceronis scriptis summa quadam amoenitate versor, quem libens utique et linguae et vitae magistnim habere velim, si detur. (*) Comparve la prima volta in Museo di antichità classica H, 1887, 387-390. (i) Per le fonti di questa lettera cfr. R. Sabbadini, Guarino Veronese f il suo epistolario edito e inedito, Salerno 1885, n. i. I. — CICERONE. 53 Is enim divinus in utraque re praeceptor tam longe antecessit, ut ne oculis qaidem hominem consequi fas sit; procul tamen vestigia adorans sectabor. Priorem autem prò Archia limandam orationem cepi et eo libentius quod in ea lilteras ac studia tantis effert in caelum laudi- bus, ut ea legens prae gaudio et voluptatc vix sim apud me; tantumque ex huiuscemodi rerum lectione fructum colligo suavitatemque degusto, ut paupertatem aequo feram animo noe profecto doleam, siquod ad quae- tum adque pecunias tempus omiserim, quo hisce studiolis meis, si quid i^unt, curas impertirem. Quas ob res, Madi mi dulcissime, plurimas tibi gratias habeo, qui t;mta me iocunditatc affecisti, quanta ne dici quidem potest. Orationem ipsam ad te mitto, quasi praegustationem quandam, ut si hunc in mo- (lum tibi satisfactum erit, hac via sequar in reliquis. Nam ut vides non modo ipsam emendavi, verum etiam quaedam adieci quasi lumina, qui- hus artis latibula illustrarentur; paucula vero apposui; volui et nonnulla inibì rescrvata esse, ut pracsens quoque te adiuvare possim. Tuum igi- tur erit officium me quamprimum facere certiorem quidnam in ceteris faciendum sit; dabo autem operam ut singulas orationes raittam, ut una- quaeque absoluta erit. Ita enim et te saepius oblectabo et laboris mei rationem habebo, qui propter legendi e t docendi occupationcs ne omnes imo tempore emendem impedimento est. Verumtamen te vacuum non >inam; ante enim quam primam perlegas, secundam instantem a tergo respicies. Vale .... Fx Veneti- vi!| . ..K). Non molto dopo cosi rispondeva ai ring^raziamenti ■ Froinde ne tanti facias velini qurxt hiae oratione l'< , < UHI minimum qiiiddam sit, nisi quod co tnagimm intelligo quod M.ilu) meo compiacere me scntio, \'cnetiit prìdic kal. decemb. 54 R. SABBADINI. Guarino possedeva anche il commento di Antonio Loschi alle orazioni di Cicerone. Se lo fece mandare o rimandare da Gian Nicola Salerno, in quel tempo podestà a Bologna (i): Illa in orationes Ciceronis commentaria Lasci vellem; ea itaque mitte. Veronae XII kal. ianuar. (1419). Nel tempo della sua dimora in Verona commentò nella scuola fra le altre 1' orazione di Cicerone prò Murena. Ecco come ne scrive al suo scolare Vita- liano Faella, che proprio in quei giorni era mancato alle lezioni; ove è da notare come squisitamente Gua- rino delinea i caratteri di quest'arguta orazione di Ci- cerone (2): Te obiurgare statueram quod hisce diebus a nobis abes, qui- bus Murenam, gravissimo accusante Catone, divinus ille Cicero non mi- nore iocandi suavitate, quam orationis facilitate defendit; ita ut quod oratoria via extorquet, ab iudicibus impetrare credatur. Videre velles quam mellitis, ut ita dicam, morsibus Catonem iusectetur, quem Stoicae, hoc est pervicacis, sectae professione contemptui ac derisui Ciceronis urbanitas facit .... A mostrare 1' ardore che Guarino poneva in questo studio delle orazioni di Cicerone nulla vai meglio della seguente lettera, scritta a Galesio della Nichesola, giu- reconsulto veronese, ch'era in quel tempo (1425) vice- podestà a Mantova: (1) Ib. n. 70. (2) Cod. Vatic. 4509 f. r I. — CICERONE. 55 Gtiaritius Veronensis optimo iiiris consulto Ga lesto s. p. d. (i). Hodie nuntiatum mihi fuit quandam Ciceronis orationem, nuper in- vcntam et in lucem relatara, Veronam delatam esse. Qua ex re mirifica -uni laetitia affectus, non solum quod rerum omnium Ciceronis sum ulmirator egregius, veruni etiam quod civitatis nostrae laudibus et glo- riae supra modum faveo. Quid auteni laudabilius honori fi centi usque Ve- ronae contingere potest quam Ciceronem praetorem, augurem, consulem, imperatorem, oratorera, philosophum et vitae ac doctrinarum magistnim !!ustrissimum moenia nostra subire, viserc, nobilitare? ut quasi revivi- centis disciplinae auguria praesens Verona praebeat, quam poetarum, philosophoruro et oratorum matrem ac nutricem fuisse non ignoras. Tanta vero de repente laetitia in maerorem et querellas decidit non ipsius Ciceronis culpa, sed hospitis sui oblivione impiotate et ingratitu- dine, qui cum intelligat concives suos Ciceronis studia complexos et eis niirabiliter deditos, priusquam eius orationis praesentiam buie civitati impcrtierit, heu Ciceronem emisit, Ciceronis adspectum nobis invidit, Cicerone gratissimo saepe vocato expetito terra marique pcrvestigato suos civcs, suos inquam civcs amicosque privavit et virum ipsum Mantuani , ut ferunt, abire iussit; qua in re non indulgeo dolori meo et me ipsum <»ntinebo. Tuum est, humanissime et studiorum amicissime Galesi, ut alienam iniuriam tua aequitate ac beneficio emendes curesque ut Ciceronem ad no.s reduccre facias, quod factu facile tibi fiet, vel hospitis sui huniani- tntc singulari et libcralitate prf)pe divina, qua per omnium ora probatus volitat. Quisnam is est ? benignus in primis episcopus Mantuanus, ad qucm oratio ipsa Ciceronis proxime hinc missa est. Tuae igitur partes <iiM)t ut <nm transcribi facias et emcndatam nobis mittas. Hoc autem ii(M merito immortales tibi gratias universi litterati ordinis viri h.iljchuiit, ([uibuH quantum accrbitatis eius hominis discessus attulit, tan- tum voluptatih tua ex opcrn rrditns rcstituet. Vale. \'rr(.!i:ifr IH i<lus lanu.ii Sui.iM : ,A... ■ 11«- otto orazioni Pon- imi op. a: 56 R. SABBADINI. giane, messe allora in circolazione per mezzo dell'apo- grafo del Barbaro (sopra p. 48). Guarino inoltre raccolse le orazioni in un corpo (*), che ci è stato trasmesso da un incunabulo del sec. XV ( I ), con la sottoscrizione : Finiunt orationes Tulli sunipte de exemplari vetustissimo diligentissimeque iam emendate ac correcte per dominum Guarinum Veronen- sem. Comprende 29 orazioni, cioè: p. Pompeio, p. Mi- Ione, p. Fianco^ p. Rose. Amer., p. Siila, p. Ardila, priu- sguam iret in exilium, p. Sextio, p. Celio, p. reditu (ad senatum), p. Ligario, p. Balbo, in Vatinium, de resp. aruspicum, de prov. cons., ab exilio (ad pontifices), p. Marcello, p. Fiacco, p. Deiotaro, p. Quintio, p. Murena, de domo ad pont., p. Cluentio, p. Cecina, p. Rab. Post., p. Rabir. perd. reo, in senatu, ad populum contra leg. agr., p. leg. agr. Il Clark giudica di scarso valore le contribuzioni critiche di Guarino (2). L' edizione romana del Bussi. Tutte le orazioni ciceroniane che noi possediamo (meno la p. M. Tullio che ci deriva da palinsesti"* si trovano già raccolte nell' edizione di Giovanni Andrea Bussi (l'episcopus Aleriensis) * Romae 147 1 '. (*) Compai/e la prima volta in R. Sabbac'ni, La scuola e gli studi di Guarino Veronese, Catania 1896, no. (i) P. e. nella bihliot. di Ferrara, Incun. O. 6. 2; nella Magliabech., Incun. A 2. 42; nella Riccardiana, Incun. 319. L'edizione non reca nessuna nota tipografica. (2) M. Tulli Ciceronis, Orationes p. Sex. Roscio, de imp. Cn. Pompei etc, Oxonii, p. XII. CICERONE. 57 Epìstulae ad familiares Studi di Guarino sulle Epist. ad fam. Questa collezione epistolare ciceroniana si citava col nome dei sing-oli corrispondenti, ma le manca un titolo collettivo legittimo, sebbene ormai sia da gran tempo invalso 1' uso di chiamarle Epistulae ad fami- liares. Il titolo di familiares coniparisc:^' siiì dal primo quinquennio del sec. XV in una lettera di Guglielmo della Pigna, un allievo veronese di Guarino. Eccone un passo : Cosme suo 6^(nlielmus) de la Pigna s. p. d. (♦). .... Deinde vero cum tue gravissimas orationis sententias simr' ac ornatissimum dicendi genus fuerim intrinseca speculatione rimatus, iteri' n atque iterum basitavi summopere ambigens an ea Tullianis e labiis an tuis emanasse diiufiicem; adeo ut si quod ex inscriptione tam tui quam mei Tiomini> palam fìchat i<l clam me fuisset, contigisset ut e C i e e - bus epistolis eam transcriptui fore ( r< l::! -rm .... .Magnimi cquidem, ni fallor, mctum artus subiisse tuos non diffitcì », dum mihi reset ibendum te oportere an«niadvertercs. Bene edcpol, mi iratissime Cosma, id fìendum reor, si nostri evi vironru peritissimo C o 1 1 u t i o scriberes . . . Qui è presupposto vivo Coluccio Salutati, che moi \ il 1406. T\»rciò la lettera è anteriore a quest'anno. prima volta in Museo Hi antichità class. Vii, 1889. 32K !.. H (dal cod. Ricconi. 779 \ 58 R- SABBADINI. Più tardi, verso il 1430 ì\ tìtolo /ami/iares app-dvìsce come gìk di uso comune in una testimonianza di Sicco Polenton: 'vulgo isti (libri) familiarìum appellantur ' (i). Le Epist, ad fam. formavano nella scuola di Gua- rino uno dei testi elementari di lettura. Su di esse inaugurò a Verona tra T aprile e il maggio del 1 4 1 9 un corso privato, del c^ale ci s' è conservata la pro- lusione. Ne reco qui la prima parte (*): Guarirti or alio prò Ciceronis epistolis incohandis. Cum prò ingenioli mei parvitate quosdam nostrae civitatis adulesccntes ad haec litterarum studia incitare et quantum in me est ornare statuis- sem, venit in mentem ut rerum parentem naturam atque ducem imita- rer, quae nuper editis in lucem animantibus non magna statim non dura commanducatu non acerba gustatu non coctu difficilia parat alimenta, sed a parvis incohans mollia quaedam suavia et facilia suppeditat, quae simul enutrire et delectare possint. Fodera modo ad prima studi orum óelibamenta his annis propinanda non difficillimas orationes non asperos artificii locos, sed facile quoddam et planissimum dicendi genus delegi, quod suavissirao verbonun ordine et leni sententiarum pondere lectorem alliciens prosit atque iuvet. Nonnullas enim decerpsi Ciceronis epistulas, in quibus ille puri et facetissimi sermonis stilus exprimitur .... Nonnullas decerpsi Ciceronis epistulas, dice Guarino; e in effetto egli mise insieme un'antologia (**), che e' è pervenuta, col titolo (cod. Vindobon. 48 Endlicher) : M. Tullii Ciceronis viri ornatissimi epist olae. . . sublatae (i) R. Sabbadini, Le scoperte dei codici latini e greci 34. (*) Comparve la prima volta in R. Sabbadini, Tm scuola e gli studi dt Guarino, Catania 1896, 234 (dal cod. Ferrarese 151 NA 5 f. 6; cod. Classense di Ravenna 121). (**) Comparve la prima volta in Bollettino di filologia class. IV, 1898, 198-9. IP I. — CICERONE. 59 ex volumine epistolarum malori per Guarinum Veranen- Sem artis grammaticae ac rhetoricae professorem. L'an- tologia comprende 50 lettere, scelte saltuariamente dai libri U, IV, V, IX, X, XI, XII, XIII, senza rispet- tare l'ordine di essi e senza che vi si scorga un crite- rio direttivo nella distribuzione della materia. Ciò forse non dipese da lui, ma dal testo, certamente mutilo e disordinato, che doveva avere tra mano, uno di quei testi che derivavano dalla tradizione diplomatica tran- salpina, prima che venisse in luce il codice di Vercelli (Laur. 49, 9), rappresentante della tradizione italiana ( i ). L'antolog-ia fu poi ampliata: una seconda redazione nel cod. Monac. lat. 466 ha 64 lettere, una terza nel cod. Magliabech. VI 197 ne ha 100. Ma non sappiamo se le nuove redazioni siano di Guarino stesso o siano state compilate da altri. A noi non è giunto l' esemplare guariniano dt-lie Epist. ad fam.; ma siamo in grado di ricostruirlo in parte con l'aiuto di un codice Ambrosiano. Cod. Ambros. Il 118 inf., membr. sec. XV (*). I^ 4 (anepigrafo). Le Epist. ad farn. di Cicerone. Mancano gli Incipit anche dei singoli libri, i quali hanno invece, qualcuno eccettuato, gli Explicit, Un correttore, che chiameremo C aggiunse qualche raro :Jtre antolofpe tratte dal! u. Jahreshericht uher du ForUehritte dtr class, AlUrlhumsxv. X.XXIX, 1884, 36-38: Siudi itai 'A i>l'>l '■f>'r IV jXH iiK 1(,«- /.-.//>•//,."> A e/ A./ ^l"' IV, 198-. '*) CoinpAivc U pntiiii volu 111 òimi» tlal.jtUtl, ^Uis* Xi, 1903, 342-48. 6o R. SABBADINI. titolo e segTiò i numeri d' ordine dei libri e delle sin- gole epìstole. Ciascuno dei primi sei libri ha V Explicit e lo spazio vuoto per \ Incipit del successivo. Il lib. VII non ha né Explicit ne spazio vuoto per X Incipit; ad esso an- ziché il lib. Vili, che è stato omesso, segue imme- diatamente {ì. 60) il IX (omessa la lett. 4, aggiunta in margine da C; fra le lettere 8 e 9, due righe vuote). Alla fine del libro IX: Explicit liber octavus {octavus fu poi raso) e spazio per V Incipit. Alla fine del lib. X: Explicit liber nonus {nonus raschiato) e spazio vuoto. Alla fine del lib. XI né Explicit né spazio. Alla fine del XII nessun Explicit, ma spazio. AUa fine di XIII 52: Liber XII incipit (poi raso). Alla fine del XIII né Explicit né spazio. Alla fine del XIV: Explicit liber XII (XII raso). A XV 4, 5 (f. 12 iv) (Tnotò: Post hanc partem ' idque ut maturaret hortatus sum ' immediate deest magna huius epistolae portio usque ad eam partem ' rebus ita gestis castra in radicibus Amani etc. ' Islam partem quae deest in fiìie libri invenie s folio isy (ora 140V). Alla fine del XV un Explicit illeggibile, perché raso. Alla fine del lib. XVI nessun Explicit. Sin qui il copista; dal fol. 133 in poi, eccettuati i ff. 144-152, é tutto di mano di C. F. 133V Caesar Opio et Cornelio s. Gaudeo meher- cule.... F. 134 Haec est epistola 20^ libri quinti. Cicero Ruffo s. p. d. Quomodo potuissem . . . (infatti questa manca nel testo). F. 135 Haec est 24^ epistola libri septimi. Cicero s. I. — CICERONE. 6l d. Gallo. Tantum ex Arpinati . . . (manca nel testo). F. 135V Epistola 2$^ libri septimi. Cicero M. Fabio Gallo s. Amoris tui . . . (manca nel testo). F. 136 Epistola 26' li òri septi?ni. Cicero AL Fabio Gallo s. Quod epistulam . . . (manca nel testo, dove il copista ha fatto del poscritto della 1 8* una nuova let- tera). F. 136 Incipit liber epistolarum Coelii ad Ciceronem qui inter epistolas Ciceronis octavus liber numeratur : con le seg-uenti lettere di Celio: Vili i; 9, 4-5 (da Mar- cum Feridiutn alla fine); II 12 (di Cicerone a Celio, con la nota : Sequens epistola Ciceronis ad Coelium est in secando libro epistola 12^ quare mine vacat, e infatti il testo la dà a suo posto); Vili 10-17. F. 140V Haec portio que sequitur deest in epistola quarta libri quintidecimi f. Il8 (ora 121): Cuius ego studio officioque commotus egi ei per litteras gratias idque ut maturaret hortatus sum. Cum autem — in- cendimus (e infatti nel testo manca il passo Cum au- tem — incendimus). F. 14 IV Incipit rubrica primi libri epistolarum fami- liarium M. T. Ciceronis. Le rubriche occupano i ff. 141V-143, 153-155. F. 154 Nelle rubriche del lib. XTII: Alibi post epi- stolam 77 libri 13 que incipit: Cum his temporibus non sane in senatuni ventitarem ponuntur duae epistolae ad Cornificium ab Cicerone scriptae quarum altera incipit Canucius familiaris meus, altera incipit Non modo tibi "• • *- "■ Hae ambae ponuntur in libro 12, qua- 6a R. SABBADINl. rum prima est in eo libro 21^, secunda est 28'^ in eodeni libro. Quare in hoc libro 13^ non sunt ponendae. F. 155 Expliciunt rubrice libroriim XVI cpistolarum familiarium M. Tullii Ciceronis et sunt in summa epi- stolae 414. Quod si aliqua in numero epistolarum diffe- rentia in variis codicibus erit, id minimi est momenti neque ad summum plures vel pauciores quattuor inve- nientur. È noto che la grande maggioranza dei codici delle Epist. fam. di Cicerone nel sec. XV deriva daPiLaur. 49, 7) apografo di M {Laur. 49, 9); e che in P era avvenuto un perturbamento, adesso tolto, di quaderni, in modo che il quaderno XV invece che al XIV suc- cedeva al XVII; con ciò rimanevano disordinate e smembrate le lettere dei libri Vili e IX. Finche il Poliziano non si accorse del perturbamento di P e in- segnò il modo di rimediarvi, i copisti e gli studiosi, che pur avvertirono il disordine, s' ingegnarono come meglio poterono per trarsi d'imbarazzo (i). Il copista del cod. Ambrosiano riusci a ricomporre la successione del libro IX, ma disperò dell' VIII e lo tralasciò del tutto. Il correttore C, aiutato probabilmente dall'esem- plare guariniano, supplì il lib. Vili, ma solo in parte; vale a dire la lettera i*, che entrava intiera nel qua- derno XIV di P, e le altre dalla io* all'ultima, tutte comprese nel quaderno XVI di P (che andava pro- priamente da Vili 9, 3 mihi litteris ostenderis a IX 2, I eatn ipsam). (l) Su di ciò vedi G. Kirner in Studi ital. filol. class. IX 400 sgg. [ I. — CICERONE. 63 L na mano posteriore intramezzò poi fra il f. 143 e il 153 i nove fogli cartacei 144-152, e vi scrisse il re- sto delle lettere mancanti del lib. Vili, talune ripetute; ossia Vili I (da caluerint Romam cum vmissein); 9; io (frammentarie); IX 14; 15 (frammentarie); Vili 3-9. Nei ff. 2-Ti uno degli annotatori scrisse l'elenco dei passi greci delle singole epistole con la traduzione latina corrispondente. C è ragione di credere che i passi greci e le tra- duzioni derivino dall' esemplare delle Epist. fam. di Cicerone posseduto da Guarino e da lui postillato per proprio uso; giacche a\V Epist. VI 1 8 sono citati quattro versi di Esiodo CEpy. 287-90) con la traduzione gua- riniana in altrettanti esametri; in margine è notato : Guarini Carviina. Alla stessa epistola poi nel contesto f. 50V ricorrono nuovamente e il detto luogo di Esio- do (i) e gli esametri latini con la nota: (7«am/«5. Non solo; ma molte altre lezioni e interpretazioni guariniane sono segnate sui margini dal correttore C, le quali rendono meno grave la perdita dell' esemplare di Gua- rino e ci danno un saggio della critica da lui eserci- tata sul testo delle Epist. fam. Reco tutte quelle che sono a lui assegnate nominatamente. F. 4 (I I, 3) Guarinus: Sed ex ilio senatus consulto quod te referente, factum est : tibi decernit : ut regem deducas quod quo modo facere possis ignoro : ut exer- (i) Veramente t codici a VI 18, 5 danno solo • ifi? fi'ùoetfj*; lftc>o>Ta et cetcra '; ma Guarino aveva la consuetudine di scriv'-»' v» i»i». 1.. iu« •ooi oemplari i passi greci solamente accennati. SABBAI) INI. citum religio tollat: te auctorem et e. (il cod. non pun- teggia; commode al luog^o di quomodo in rasura; ignoro in rasura). F. 5 (I 4, 2) Guarinus: qui nunc populi nomine, re autem vera sceleratissimo latrocinio. Si quae conabun- tu^ agere satis mihi provisum (i) est et e. (il cod. non punteggia; mihi in ras.). F. 6v (I 7, 4) Dominus Guarinus manti sua or din a- vit prout infra: Quare ea que scribam sic habeto me cum ilio re saepe communicata de ilUus ad te sententia atque auctoritate scribere: quoniam senatus consultum nu^^um extat: quo reductio regìs alexandrinitibi adempta sit: eaque quae de ea re (2) scripta est auctoritas. cui scis intercessum esse: ut ne quis omnino regem re- duceret: tantam vim habet ut magis ìratorum homi- num studium quam constantis senatus consilium esse videatur : arbitror (3) te perspicere posse : qui ciUciam cyprumque teneas quid efficere et quid consequi pos- sis et e. (il cod. non punteggia; ha quoniam in ras.; omette re, arbitror ed et). F. 8 (I 8, 6) Guarinus: Id quocumque (4) sentiam. sed utilitate mihi me ipsi satisfacere non possum et e. (il cod.: quecumque [in ras.] sentiam sedulitate [^^« 'n ras.] in me ipsum [corr. in mihi met ipsi]\ in marg. (l) mihi pro\ ì-^x^m] '-nprovi'^vm coàd. {2) re m?nca nei codici e fu recentemente congetturato dal Mendels- sohn. (3) arbitror manca nei codici. (4) lezione di G R. r. — CICERONE. 65 * id quecumque sentiam et e. ' hec littera nusquam ha- betiir correda). F. IO (I 9, 15) (7«^r/'«wj; Impunitatem scelerum sen- tentiis assecutus : qui cum tyrannus. p. lentulo consule poenas a sedicioso cive et e. (il cod. assequutus; T. annius in ras.; lentulo fu poi cancellato; omesso consule), F. 14V {II 8, i) Guarinus: mehercule iniuria. 7co>.UTt- xojTepov (idest urbaniorem) enim te adhuc etc. (il cod. nec hercule iniuria ***** enim te adhuc; poi fu col- mata la lac. con TcoliTtxoTepov yàp). F. 15V (II 12, i) Guarinus: Quinquatrus dies solem- nis celebratus sic dictus : quod quinque ab idibus die- rum sit numerus. In quo atrus nihil praeter supple- mentum (i) affort. F. 25 V (III II, 2) Guarinus: Verumtamen est maie- stas et si illa (2) voluit ne in quemvis impune decla- mari liceret et e. Guarinus: Verumtamen est maiestas et Sylla voluit ne in quemvis impune declamari liceret (da qui innanzi non cito più la lezione del codice, che è contaminata e senza valore; il suo testo deriva da P e fu qua e là emendato con un codice affine al Bodl. Canonie. 210 sec. XV). F. 37 V (V 10, i) Guarinus manu propria scripsit :^\' (1) ( ioc UH huffls (2) cui ftulla Mt et hic bilia A', i'i o dibpcrato, dove Guarino tentò due emendamenti. (3) limitu M. R. Sabbadini, Ttsti Ialini, S* 66 ti. SAÉBADIM. F. 46 (VI 6, 9) Guarinus: et in communi re p. ci- vem summum (i) : tuae aetatis vel ingenio vel gratia vel fama pò. ro. parem non posse te habere. prohibere r. p. diutius nollet. hoc temporis potius esse aliquando beneficium quam iam suum. F. 46V (VI 7, i) Guarinus :^Siva cum commentum (2) scripturae littera toUatur: stultitia famamultetur: meus error exilio corrigitur. F. 56V (VII 18, 20) Guarinus ita manu propria scrip- sit: Psaesta confortini, et palimpsesta confortini recocti. F 60 V (IX 2, 5) In epistolis Guarini (3) ita iacet : Modo nobis constat illud una vivere in studiis nostris a quibus antea delectationem : modo solatium peti- mus (4). Nunc vero etiani salutem non deesse si quis adhibere volet non ut architectos verum edam ut fa- bros ad aedificandam rem p. potius libenter accurro. Sin autem nemo (5) utetur opera mea: tamen et seri- bere et legere pollicear (6). F. 61 (IX 3, 2) Guarinus: Y>.auxa eig àO-vivaq idest noctuam ad athenas. F. 62 (IX 8, i) Guarinus in episto/is suis: etsì mìnus flagitare quam quis ostenderet : ne populus quidem solet nisi concitatus: tamen etc. F. 67 (IX 20, 2) alle parole ' aliquid intelligat ' se- (1) cui vis summorum M. (2) nam commentum G. (3) Vale a dire nell'esemplare guariniano. (4) modo petebamus codd. (5) accurrere si nemo codd. (6) politias (— ^jroXiTEias) codd. r. — CTCnERONH. éj gue nel codice una lacuna per il greco; di fronte in margine: no;i est apud Guarinum. F. 67 (IX 21, 2) Guari fius manu propria signaviti papirius (i). F. 81 (X 2>2y 3) ^' Guarinus propria manu scripsit prout infra : lUi misero quiritanti ci vis romanus sum (2). Quiritare populum invocare : a quiritibus implorandis dictum. F. 81 (X 32, 3) Auctionum idest venditionum pu- blicarum: que et subastationes dicuntur. Guarinus ut supra. F. 104 (XIII 15, i) Guarinus manu propria in codice suo scripsit prout infra iacet. Sed meum nunquam ani- mum intra pectora suasit (3). F. 104V (ibid.) dopo ' clamitatis ' lacuna nel codice: apud Guarinum non est. F. 104V (XIII 15, 2) Guarinus: idest adi sapientem qui sibi sapiat nihil. — Guarinus: idest at ante ac retro. — Guarinus : idest semper agere optima et summum existere aliorum (4). F. 137V (VIII II, 1) Guarinus: Prevaricator malae fidei patronus qui vel r?niv.M^ profiitura oinittat : vel nocitura dicat. Dai sag-g-i citati scorgiamo che il codice di Guarino derivava dal Mediceo; che sui margini del proprio esem- (1) papuufl codd. (2) romanus Datus kum codd. I critici moderni vorrebbero espungere natus tum. (3) Traduzione del passo greco dXX' ifiòv o^ctott. (4) Traducioni dei passi greci. 68 ^* SABBADINI'. piare aveva tradotto i passi greci e illustrate le parole difficili; ma le sue emendazioni, meno un paio, sono infelici e violentano troppo il testo. Alla fine delle Epistole f. 133 il correttore ha tra- scritto cinque versi mnemonici gram maticali di Guarino: Guarrinus de his que faciuiit accusativum pluralem in is. Saepius is finit pluralem tertia quartum Quum tenet is rectus similem formando secundum. Pluralesque vel er. ns. coniungitur r. s. Navis. tris, imbris. pontis sic dicito, partis. Rarius is finit reliqua. plus pluris. lis quoque litis. Non crediamo che questi versi appartenessero a un' opera maggiore di Guarino, ma che siano stati da lui occasionalmente scritti sul margine dell' esemplare delle Epist. fam. Proponiamo da ultimo un quesito. Al f. 126 (XV 17, 2) il nostro codice ha : quamquam ****** amisimus; nella lacuna fu poi scritto: xpóawTcov xaT^òv xai aÒToaipsTÒv; e in marg.: In vetustissimo codice sic iacet: quanquam faciem civitatis amisimus. Ibid. § 4: si ****** fueris; poi nella lacuna : apj^eTocj %Ckm. E in margine : In vetustissimo codice iacet : si invacuus stu- diis fueris. È certo che faciem civitatis traduce ^pócwTuov tiÓXswc, il testo greco che va restituito nella prima lacuna; e invacuus studiis vuol tradurre àx£vó(77i;ouBo(; dell' altra lacuna. Ma che pensare del vetustissimus codex ? Sarà stato un codice umanistico scritto littera antiqua? I. — CICERONE. 69 Epistulae ad Atticum. Le Epistulae ad Atticum comprendono nella tradi- zione manoscritta anche i due gruppi minori ad Brutunt e ad Quintum fratrem. Questa silloge epistolare ri- sale a due archetipi, l'uno transalpino, l'altro cisalpino. D più autorevole rappresentante dell' archetipo tran- salpino era il codice adoperato da A. Cratander per la sua edizione delle epistole ciceroniane uscita a Ba- silea nel 1528. E non solo il più autorevole, ma anche il più completo, perchè ivi della collezione ad Br., oltre le lettere del cosiddetto libro I, erano pure le sei del cosiddetto libro II. Scrive infatti il Cratander nell'edi- zione succitata: ' Hanc et sequentes quinque (cioè le sei del cosiddetto libro II) epistolas ad Brutum, quod a ciceroniana dictione abhorrere non videbantur et in vetusto codice primum locum obti- n t, nos haudquaquam praetermittendas existi- niavinius '. Questo codice, purtroppo perito, veniamo a conoscere ora dal Commentar ium del Niccoli (sopra p. 6, g) essere appartenuto al monastero di Fulda (0. S'apriva con la silloge ad Br. e si chiudeva con quella ad Att.: fra 1' una e l'altra stava certamente anche la silloge ad II Cratander ebbe molti codici per (1) Le informazioni sui codici dì Fulda provengono da Poggio nel periodo del concilio di Costanza. Cosi vediamo anche come avesse un (ondo di verità la notizia, trasmessa da Vespasiano Bisticci e da Flavio Biondo, intomo all' Epistolario ad Att» scoperto in quel tempo da Poggio (R. Sabbadini, Le scopar'- '- -■*:-' - ^~ ;' 70 R. SABBADim. mezzo dì Giovanni Sichart; e probabilmente il nostro ciceroniano era fra essi (i). Ma noi qui ci occupiamo esclusivamente dell' arche- tipo cisalpino, il quale alla sua volta si suddivide in due famiglie, Tuna designata con il, l'altra quella che mette capo a M. Il capostipite di 2 non ci rimane, dovechè dell'altra famiglia è M stesso capostipite (2). Il corpo ad Att, fu scoperto la prima volta 1' anno 1345 nella biblioteca Capitolare di Verona dal Pe- trarca, che se ne trasse un apografo; più tardi (nel 1392 o 1393) dall' archetipo veronese venne allestito, intercedente Pasquino de Capelli, un altro apografo per Coluccio Salutati, il quale insisteva nel dichiarare che si trattava dell'archetipo veronese (3). L'apografo del Petrarca è perduto, l'apografo allestito per il Sa- lutati è M, oggi codice Laur. 49, 18. A questi fatti (*) accertati ha tentato di toglier fede il Sjògren (4), il quale sostiene che M non è gemello dell'apografo petrarchesco, ma che deriva da un altro archetipo. Suppone perciò l'esistenza a Verona di due (1) P. Lehmann, Johannes Sichardus, Miinchen 19 12, 146; ' inter quos (codices), scrive il Cratander, non paucos ncque paenitendos nobis commu- nicavit Io. Sichardus, veterum monimentorum conservator diligentissimus '. (2) Suir argomento vedi il lavoro fondamentale di H. Sjògren Com- mtntatwnes Tullianae, Upsaliae 19 io. (3) Epistolario di C. Salutati :* cura di F. Novati, II 39!, dell'anno ■39«. (♦) Comparve la prima volta in Rivista di filologia, XXXVIII, 19 io, 591-93, dove riferii sul libro del Sjògren. (4) op. cit. 39-43- I. — CICERONE. 71 codici antichi, fondandosi specialmente sulle diver- g-enze fra il testo di M e quello del Petrarca. Anzitutto per supporre in Verona l'esistenza simul- tanea di due esemplari di un testo cosi raro, ci vuole un certo coraggio; e si aggiunga che quei due esem- plari avrebbero dovuto trovarsi nel Capitolo del Duo- mo, perchè a Verona due sole erano le biblioteche medievali: del Capitolo e del monastero di S. Zeno (i); ora il catalogo di S. Zeno, pubblicato recentemente (2), in materia di classicismo può paragonarsi alle steppe della Siberia o al deserto del Sahara. D' altra parte quanto alle divergenze del Petrarca (già rilevate da C. A. Lehmann Df Cicerofiis ad Att. epist. recens. et emend. 165-173), bisogna conoscere un po' la storia dell'umanesimo e ricordare che per trovare un copista intelligentissimo e scrupoloso è necessario saltare dal Petrarca al Niccoli: ma anche costui si permetteva di introdurre nei testi le proprie correzioni personali; bi- sogna ricordare che il primo vero critico che s'accosta al modello vagheggiato dai moderni fu il Poliziano, sulle cui testimonianze tuttavia non sempre si può giu- rare. Il Petrarca non è un critico, bensì uno scrittore geniale, che dove s' imbatte in un passo senza senso, lo accomoda di suo violentemente: e talvolta con fe- lice intuito. Alle citazioni petrarchesche dalle Epist. ad ^abhadioi, Li scoptrU dti codici latini t grtci 94. Il A. Avena, Guglielmo da Pastrtngo t gli initi dtlVumantfirno ,» Verona 65 (in Atti dell'Accademia d'agr. se. lelt. arti di Verona Vllg 1906). fi R. SABBADINI. Att. note al Lehmann agg-iungerò la seguente (*): « Venio ad Pyraea, in quo magis reprehendendus sum quod homo ro- manus Pyraea scripserim, non Pyraeum, sic enim omnes nostri lociiti ■unt, quam quod addiderim . in . ; non enim hoc ut oppido preposui ■ed ut loco; et tamen Dyonisius noster et qui est nobiscum Niceas Cous non rebatur oppidum esse Pyraea. Sed de re videro. Nostrum quidem si est pecca tum, in eo est quod Jìon ut de oppido locutus sum sed ut de loco sccutusque sum non dico Cecilium: mane ut ex portu in Pyreum, malus enim autor latinitatis est, sed Terrentium cuius fabelle propter clegantiam sermonis putabantur a C. Lelio scribi : heri aliquot adole- scentuli imus in Pyreum ». Et post panca: « Sed quoniam grammaticus es si hoc mihi grecum (i) persolveris, magna me molestia liberaris ». Cicero in 7° cpistolarum ad Atthicum (VII 3, io). Et tum in 8** statini: « vel ad capuam inquit vel ad luceriam iturus putabatur etc. >. Idem Cicero {ad Att. Vili 3, 7). Dei due passi a noi importa quello del libro VII. In primo luogo il Petrarca applica la propria ortografia, omettendo i dittonghi (eccetto in Pyraea) e scrivendo Pyraea, Dyoiiislus, Niceas^ autor, Terrentium, Atthicum; secondariamente muta de reo in de re, e cum imus in imus-, giusti o no i due mutamenti, a lui davano un senso; da ultimo eseguisce tre geniali emendazioni: cui quod] quam quod; addiderim] addiderim in; noster qui] noster et qui. Chi non vede dinanzi a se vivo il Petrarca ? Ne questa è la sola nuova citazione diretta dal cod. (*) Comparve la prima volta in Giornale storico della Ietterai, ital. XLV, 1905, 173. La citazione proviene dal famoso Virgilius Ambro- siano del Petrarca f. 52V; essa serve a illustrare uno scolio di Servio sulla costruzione locale dei nomi di città. (i) Il Petrarca non conosceva il greco e perciò saltò la parola. I. — CICERONE. 73 Veronese; ne abbiamo un'altra (i) trasmessaci da Gu- glielmo da Pastrengo, quel valentuomo che tanto squa- dernò i codici capitolari di Verona. Scrive egli dunque: « Poema quod ad Caesarem (Cicero) institnerat incidisse (2) se dicit > (Cic. ad Q. fr. IH ! . 1 1 >. Ciò riconduce alla lezione del Veronese: poema ad Caesarem quod institueraìu incidi, lezione che ha a sua difesa la ragione diplomatica e 1' uso ciceroniano. M^ in luogo di institueram dà composueram. Quando il Ve- ronese pertanto fu veduto dal Pastrengo, aveva la lezione originaria; quando fu copiato in M, un lettore vi aveva sostituito composueram. Anche questo spande un po' di ombra sulle testimonianze di J/ e indi la necessità di riscontrarle con Z. La lezione composueram passò sul cod. Beri. Hamilton 166 copiato da Poggio nel 1408: M^ ristabilì l'originario institueram. Divulgazione dell' Epist. ad Att. (*) Sulla divulgazione in Italia delle Epist. ad Att. ha comunicato ampie e utili notizie O. E. Schmidt (3), non senza però errori e lacune (non dissimulate quest' ul- (i) Cfr. R. Sabbadini, Lt scoperte dei codici 18. <2) mifirse rc<lÌ7.ionc; nitidisae-^inciJisse i cwld. Vaticani. (•) Comparve la prima volta in Museo di nntichitìi cLisa. UT, iSSi», 3«3-337 (\) Die handsckriflUche l'eheriit/erunji dcr Hricfe Ciceros an Attt(u,s, ''. ('iifro. Af. /ìrutNs in Jtalien, mit vier Ta/ein;\je\\iTAg 1887. Estratto \hhandlungen der phUologitch'kistorisehin Cloiti eUr uhiijchcn GtselUckaft dtr WéiUtuckafUn. 74 R« SABBADINI. time dall'autore stesso), (i) che io cercherò qui, almeno in parte, di correg-gere e di colmare, producendo nuovi documenti, che non saranno discari ai cultori della cri- tica dei testi. I manoscritti del Bruni e di Poggio. Poggio si trasse nel 1408 copia del codice Mediceo XLIX, 18; la copia fu trovata dallo Schmidt(2) nella collezione Hamilton di Berlino, con la soscrìzìone: Scripsif Poggius anno domini MCCCCVIII. Egli la suppone fatta a Roma o più probabilmente a Firenze. I.a prima ipo- tesi è erronea; probabile ma non certa la seconda, come vedremo. Delle lettere di Cicerone si trovano buoni cenni anche nell' Epistolario del Bruni; lo Schmidt (3) crede che ivi il Bruni parli ora delle lettere familiari di Ci- cerone, ora di quelle ad Attico. Questo pure è erro- neo; il Bruni parla solamente dell'Epistolario ad Attico. Per mettere bene in chiaro la questione io recherò qualche frammento dalle lettere edite e inedile del Bruni (4). (i) ib. p. 360. (2) ib. p. 353-354. Cfr. dello stesso Gianfrancesco Poggio Bracciolini. Ein Lebenshild aus dem XV Jahrh.^ Separat-Abdruck aus d. Zeitschrift far ali. Geschichte, 1886, VI; p. 14 n. 5. Il Sjògren {op. cit. 25-29) nega la discendenza del cod. Hamilton da M. (3) Die handschr. Ucberlieferutig ecc. p. 331. (4) Le lettere I e IV, inedite, mi derivano dai codici 4 Q q. A. 8 f. 176 sgg., 2 Q q. D. 71 f. 108 della bibliot. Comunale di Palermo e dal codice 2720 f. 178 dell'Università di Bologna. CICERONI. 75 Leonardus Aretinus Nicolao suo s. d. Fecit michi intercapcdinem scribendi ad te quottidiana febrii, quatti per viginti continuos dies perpessus fui.... Te implicitum novis suspica- bar litibus et controversiis carere non posse.... Iin id. octobr. ex Viterbio [1405]. IL Leonardus Nicolao (X 19). De Epistolis Ciceronis et gratias ago ingentes et ut ad me illas transtttittas ardentissimc cxopto.... De bibliotheca Papiensi per Luscum nostrum id quod desideras haberi non potest. Licet enim homo sit eru- ditus, tamen illorum librorum eruditionem non habet.... Romae [1406]. m. Leonardus Nicolao s. Volumen epistolarum Ciceronis quod mecum portare nequivi, si tibi commodum, ad me transmitta« rogo.... (Siena novembre 1407) (1). IV. Leonardus Aretinus Nicolao s. p. d. Fides tacerdos Ciceronis epistolas fideliter ad me detutit. Eas nunc lego quottidie eanimque elegantia mirìGce detector, ut etiam (amiliaribus Tiolcstum hit qao(i Icgendi cupiditatc protractus cenandi tempus plerun- ,iie obliviscar.... De bibliotheca Papiensi curavi equidem diligenter ut, quantum librorum >i sit et quid, certior fiam utque Nonius Marcellus quem Coiucins ha* fjr nunquam potnit meo nomina tran^rribatur. Itrm curavi He Ciceroni». • riii'i II |iii;i;. i.ukìihi, ( alni, fuppi. ii 4->j. j6 R. SABBAJDim. epistolis, si forte has mendas corrigere posscmus. Haec ego stipulatas sum inichi fieri a viro doctissimo atque michi amicissimo episcopo Nova- riensi et peiinam apposui. Itaque non formido ne promissa ferant venti.,. XVI kalendas ianuarias Senis [1407]. (v. sopra p. 33). V. Lecynardus Nicolao (III 13) Bartholomeus (Capra) Cremonensis michi bodic affirmavit se Ciceronis epistolas ex vetustissima littera reperisse.... Confestim donuim eius vi- sendi studio me corripui, quo in loco michi ostenditiir volumen anti- quissimum sane et venerandum. Sed dum avide evolvo ac singula scru- tor, invenio epistolas ad Brutum et ad Quintum fratrem, eas videlicet ipsas quas habemus, et septem durataxat ad Atticum libros... Illud satis constat, quas antea habuimus, ex eo volumine non fuisse transcriptas, cum ibi non plures quam septem ad Atticum libri, nos vero, ut opinor, quntuordecim habeamus. Nonium Marcellum dicit se in dies expectare, Pistoni kal. novembr. [1409]. (v. sopra p. 33). Cominciamo dal fissare le date. La I scritta //// id. octobr. ex Viterbio è del 1405, perchè la corte ponti- ficia partì da Roma per Viterbo il 6 ag-osto 1405 e ne ritornò il 13 marzo 1406 (i). La II è del mese d'ag-osto del 1406, perché il Bruni invita a Roma il Niccoli, affinchè possa liberarsi dag-li imbarazzi che gli creav^ano i suoi parenti: le vie essere ormai sicure, dopo che il papa aveva conchiuso la pace col re. Qui il Bruni è a Roma e accenna alle discor-. die che il Niccoli aveva in famiglia, delle quali parla nella lettera I. Siamo dunque per lo meno nel 1406. La corte pontificia abbandonò Roma il 9 agosto 1407 (2); (n Muratori, Rer. ItoL Script. XXIV, Til-^l'^- (2) Muratori ib. 983. CICERONE. non possiamo andare perciò oltre la prima metà del 1407. Del resto il Bruni accenna alla pace fatta dal papa col re; si tratta della pace con Ladislao, che fu conchiusa nell'agosto 1406 (i): e questa è la data della lettera. La IV ha la data : XVI kalendas ianuarias Senis, L*anno è il 1407, perchè la corte pontificia lasciò Siena il 23 gennaio 1408 (2). La V, in data: Plstorii kal. nov., è del 1409. La corte pontificia infatti fu a Pistoia nella seconda metà del 1409, di dove parti per Bologna il 12 gennaio 1410 (3). Dell'Epistolario di Cicerone si parla nelle lettere II, III, IV e V. Dalla II risulta che era stato incaricato il Loschi di cercar codici nella biblioteca di Pavia; i codici cercati erano quelli di Nonio Marcello e del- l' Epistolario di Cicerone, come si deduce dalla lettera IV. Finalmente le pratiche ebbero buon esito, non si sa per Nonio, ma sicuramente per Cicerone (lettera V); infatti il Capra potè avere un codice, certo da Pavia, delle lettere di Cicerone a Bruto a Quinto e dei primi sette libri ad Attico. wSu ciò non cade dubbio e io sono d'accordo con lo Schmidt; ma non sono d'accordo con lui sull'Epistolario di Cicerone, che nelle lettere II e III il Bruni domanda al Niccoli e che il Niccoli gli spe- d isce effettivamente nella lettera IV per mezzo del pret<* F<'f^»' Tu (im-stì fhi«* < cniii lo S(hniidl vuol ve- li) Mui.Hor; :!). 'j.'^(>. (a) Leon. Arrtinf, Ff^irt. IT, 15, 2\', Muratori, Rer. hai. Script. XV, 421. 7^ R. SABBADim. dere l'Epistolario di Cicerone ad familiares. E qui sta r errore. Il Bruni aspettava dalla biblioteca di Pavia r Epistolario ad Attico: si forte HAS mendas cor viger e possemus (lettera IV). Queir HAS indica che egli aveva tra mano il codice ad Atticum. Ma c'è di meglio. Nel- l'atto di ricevere l'Epistolario di Cicerone mandatogli dal Niccoli (lettera IV) egli parla di esso come di un libro nuovo per lui: eas nunc lego quottidie eartimque elegantia mirifice delector, ut etiam familiaribus mole- stum sit quod legendi cupidate protractus cenandi tempus plerunque obliviscar; mentre è certo che 1' Epistolario ad familiares gli era già noto. E di vero la prima frase della lettera I: fecit michi Inter capedinem scribendi la deve avere attinta da Cice- rone ad fam. XVI, 21, 2 e non altrove, perché essa è un ocTua? e2pY][i.évov. Ciò dimostra come il Bruni sin dal 1405, vale a dire avanti la morte del Salutati, cono- scesse l'Epistolario di Cicerone ad familiares. Prendiamo un' altra lettera del Bruni, I, 8 (i). In essa troviamo questa frase: ut nunc amare ipsum videar, prius autem solummodo dilexisse; cfr. Cicer. ad fam. IX, 14, 5 ut mihi nunc denique amare videar, antea dilexisse. Anche qui è presupposta la conoscenza dell' Epistolario ad fam. La lettera, in data 5 settembre, stando al posto che occupa nell'Epistolario, sarebbe del 1405; ma non può esser questo 1' anno. Il Wesselofscky (2) giusta- (i) ed. Mehus. (t) Giovanni da Prato, // Paradiso degli Alberti, ed. "Wesselofscky, Bologna 1867, I, 2, p. 209. I Dialogi del Bruni furono composti nel 1401, perchè in essi, lib. I, si dice: qui [Ludovicus Marsigli] ab hinc i. — CICERONE. 7^ mente la fa del 1400, perchè la Laudatio florentinae urbis, di cui ivi parla il Bruni, è già ricordata nei Dia- logi ad Petrum Histrum, che furono composti nel 1401. Io poi ag"g"iungo che la lettera, la quale nel Mehus manca della designazione del luogo, in alcuni codici (i) ha la data: ex Villa Lezanichi o Lezeanichi o Lonzanichi. A Viterbo, dove nel 1405 stava il Bruni, non pare che si trovi una località che corrisponda alla Villa Lezanichi; ne dall'altra parte è probabile che nel tempo in cui la corte papale stava a Viterbo il Bruni avesse agio di villeggiare. Verisimile è invece che il Bruni si tro- vasse in villa nel 1400, che fu anno di peste a Fi- renze (2); tanto più che la Villa Lezanichi potrebbe corrispondere al nome moderno Lancenigo, un paese in quel di Treviso (3). annis septem mortuus est. Il Marsigli morì nel 1394. — Nel libro II si legge: ut saepe mihi veniat in mentcm eius quod est a Leonardo dictutn in orationc illa, qua laudes l'brenlinae urbis accuratissime congessit. Questi due Dialogi sono stati pubblicati contemporaneamente da Karl Wotke {Leonardi Bruni Aretini Dialogus de tribus vatibus Jiorentinis, Prag, Wicn, Leipzig 1889) e da Giuseppe KÀmtr {I Dia iogi ad Petrum Histrum di Leonardo Bruni, Lìv omo 1889). L'cdiiione del Kirner oltre al testo cn'i^'io IH) opportuno apparato critico e note storiche e let- terarie. (i) Naziunulc di Palermo VII, B 1 1 f. 8; Comunale di Palermo 4 Q q. A. 8 f. l^'Ov \f,^r,ll.,t, ■/•,.,/, ,\,-\V IT.uviM.;if;'. ,\x \\,^,.a^^■y VII!, P- 373- il) Cfr. Giornale slvrtco della Le Iter. ttal. V, p. 148- 1 51. (3) Veramente nella lettera II, 4 (ed. Mehus) il Bruni parlando della itetia ÌAtudatio dice: quam nuper edidi; e questa lettera ha la data: Romae X kal. ianuarias [1406]. Ma ww/rr qui va preso in lenho hirgo. Vedasi riiuseppe Kirncr, Della Laudatio urbis J'iortnttnae di Leonardo ^O R. SABBADINI. Se effettivamente la lettera è del 1400, sin da qué- st' anno dunque il Bruni conosceva V Epistolario di Cicerone ad /am., cioè sei anni avanti la morte del Salutati. Questo significa che l'Epistolario ad /am. era stato dal Salutati messo in circolazione assai prima di quello ad AU., che entrò nel commercio letterario solo con la morte del suo possessore (i). Appena infatti tre mesi dalla morte del Salutati il Niccoli dà notizia al Bruni del codice ad Att. (lettera II) e poco più di un anno dopo glielo manda a Siena, dove arrivò alla metà del dicembre 1407 (lettera IV). È ovvio supporre che il Niccoli abbia mandato al Bruni il codice, affin- chè fosse trascritto o da lui stesso o da Poggio. La curia romana nel gennaio 1408 passò a Lucca e vi si fermò tutta la prima metà dell'anno. Poggio fu a Fi- renze nella seconda metà del 1408 e nei primi mesi del 14Ò9 (2). In quella seconda metà del 1408 può aver tratta la nota copia dell' Epistolario ad Att.; ma Bruni, Livorno 1889, P* 6> ^ P^^* ^^ ^^ta definitiva del 1400 F. P. Luiso, Commento a una lettera di L. Bruni in Raccolta di studi cri- tici dedicata ad A. d'Ancona, Firenze 1901, 85-95. (1) Però qualche intimo potè vedere il codice anche prima della morte del Salutati. Cosi F. Zabarella cita Cic. ad Att. X 8, 8 in una lettera al Salutati del 1400 {Epistolario di C. Salutati IV, II p. 353) e il beato G. Dominici nella Lucuta noctis (par R. Coulon 69) compo- sta l'anno 1405 reca questa citazione; * Quid enim melius quam memoria recte factorum et libettate contentum negligere humana, pruut scrìbit Marcus Brutus Ciceroni (XXIV (I 16) 9). (2) Leon. Arretini, Epist. III, 4, 5, X, 13, III, 7. Nei primi di luglio del 1408 era ancora presso la corte pontificia, come ha dimostrato A. Medin in Giornale storico della letteratura italiana, 1888, XII, 3, p. 355. I. — CICKRONK. 8l non è esclusa la possibilità che la abbia fatta negli ozii di Lucca. Anzi ciò è probabile, perchè appunto in Lucca nei primi mesi del 1408 lo troviamo occupato in trar copie di codici, come risulta dalla seguente lettera inedita del Bruni al Niccoli (1): Nunc vero ?.d l'bros, de quibus micbi per tuas litteras significasti. Est roichi inter cetera gratissimum Aristotelis volumen, quod te habuisse iciibis; et si me amas foc ut quanto citius fieri potest michi illud trans* raittas. Nam cura in ethicis per hoc tempus satis bonam operam po- saerlm et minfice eorum lectio studiumque delectarit, cupio iam et phy- sica legere et Aristotele duce naturam perscrutari. Quare de beato Ba- silio statuas ut vis, nichil enim urgeo: de physicis vero non modo urgeo veruTi ct!am infesto, ut celeriter michi transmittas. H's diebus habui quasdam Ciceronis orationes: prò Balbo, prò Sestio, prò Caelio, in Va- tinium, de responsis haruspicum, de domo sua ad pontifices et alias quasdam, quas omnes licet apud vos Florentiae viderim, tamen nonnichil lucri fore pu*avi si per nos h'c transcriberentur. Itaque Poggiui stbi hanc provinciam assumpsit et magna ex par- te opui iara transegit. Ali:i non sunt quae calamo explicari aut litteris committi velim. Tu cura ut valeas. Ili kaicndas aprilis ex Luca [1408]. Il manoscritto di Guglielmo De Bechi. Lo Schmidt dall' osservare chtj il codice Mediceo XLIX, 18 è mutilo in fine alle parole non sententur magnam (2), mentre la copia di Poggio è intera, de- duce che la tradizione italiana, mancando di quella la- (1) Cod. Comunale di Palermo 4 Q q. A. 8 (. 184. Nel cod. forma la seconda parte della lett. II, i dell'ediz. Mehus; nell'edizione termina alle parole proli.xtttn impltolur. >2} ( ur,. ad Alt. XVI, 16 B 8. K. lASkAiiiNi, Tuli Ialini, 6w Ò2 R. SABBADI^l. cuna, deriva dalla copia di Pogg-io (i) anziché da quella del Mediceo, e afferma che di copie direttamente de- rivanti da esso non se ne conoscono che due: quella di Poggio e quella del Barbaro (2). Io ne posso in- dicare una terza posseduta da Guglielmo De Bechi fiorentino, nel tempo che era vescovo di Fiesole (1470- 1480 (3). Ecco la descrizione di questo codice (4). Ifem alius liber mediocris forme qui dicitur Epistole Ciceronis ad Aticum. copertus corio rubeo cum suis requisitis. cuius principium est: Clodius tribunus. (5) finis vero: non ser- ventur magnam (6). Questo codice come si vede combinava nel principio e nella fine col Mediceo. Il manoscritto di Francesco Barbaro. Della copia tratta dal Barbaro si parla in una let- tera del Traversari (7). La lettera è del 1416. Infatti chi la confronti con la precedente (8), la troverà po- steriore ad essa di tre giorni. La precedente è del- l'ultimo febbraio 141 6, perchè ivi si annunzia l'entrata in carica nel di seguente 1° marzo di Cosimo de' Me- (i) op. cit. p. 364. (2) P. 378. (3) Ughelli, Ital. sacra III, p. 262. (4) La descrizione nel cod. Laiir. Ashbumham 1897 f. 71. (5) ad Brut. VI (I i) i. (6) ad Att. XVI, 16 B 8. (7) VI, 6. Is (Nicolaus) niittet Ciceronis epistolas ad Atticum, quibus noster Manuel restituii graecas litteras; v. sopra p. 40-42. (8) VI, 5. r. — CICERONE. 83 dici come priore. E Cosimo fu priore dal i* marzo al 30 aprile 141 6 (i). 11 manoscritto del Barzizza. Del suo codice ad Att. Gasparino Barzizza parla in quattro lettere. Di due (2) non si può stabilire la data, un'altra è del 141 1 (3); ma di ben maggiore entità è la quarta (4). In essa il Barzizza manda TEpistolario ad Att. al Giuliano. La lettera presuppone vivo il fra- tello del Barzizza, che morì nell'ag-osto 14 io (5); siamo dunque anteriormente a questa data. Ma possiamo scendere ancora di qualche anno. Ivi è detto che il fratello del Barzizza aveva per mezzo del Giuliano e del Vettori ottenuto il posto desiderato. Per quel posto il Barzizza lo raccomandò anche a Zaccaria Trevisan (6) con una lettera che è certo del 1408, perchè vi si parla del recente ritorno del Trevisan dall' ambasciata presso Gregorio XJI; dico anzi della prima metà di quell'anno, perchè il Trevisan, qui presupposto a Ve- nezia, andò in queir anno stesso podestà a Verona (7). Perciò anche la lettera sopradetta al Giuliano è del 1408. (i) Modesto Rastrelli, Priorista fiorentino, Firenze 1783, p. i5«\ (2) ed. Furìetto I, p. 194, 208. (3) ib. I, p. 113. (4) Balutiiu, Miscellan. Ili, p. 166. (5) Biirzizii, F.pist. ed. Furietto I, p. 100. (6) Mittarelli, Uiòtioth. S. AUekaelis ecc. p. 437. (7) Biancolini, Strìi tronoiosifo dti vtittvi $ governatori di Vironm^ P ?.. 84 &. SABBADINi. Della lettera poi al Trevisan reco alcuni passi im- portanti (i): Ariitoteles ille, qui ut apud Ciceronem (2) tuum legis huic arti plu- rima adinmenta atque ornamenta sumministravit, in illis suis methodis ascriptis Theodecto nobis tradit * non esse artis opus persuadere sed vi- dere existcntia persuasibilia circa unumquidque, sicut et in aliis artibus. Non enim est medicinalis sanitates effc'cere sed usquequo contingit ad hoc perducere; est enim et eos, qui non possunt recipere sanitatem, ta- men medicari bene ', ex quo tritum iam proverbium est: ncque medicum semper sanare neque oratorem semper persuadere. Quid ipsum eloquen- tiae fontem dicam Tullium ? Potuitne ita persuadere iudicibus, ut non suus Milo in exilium pelleretur ? . . . . Loquor velut ad Brutum scribit Cicero : * praesentibus faciliora sunt ' (3). Ipse (cioè il fratello del Bar- xizza) ad vos accedit. ludicabis igitur prò tua prudentia hominem ex integritate vitae et doctrina, non ex bis quae extra sunt. Solebat non- nunquam Cicero in extrema parte suarum recommendationum post multa addere : ' et si quid ad rem pertinet, homo locuples est ' (4). Ego vero ut aliquando concludam addo: et, si quid ad rem attinet, profugus, se- eum trahens liberos et grave onus suae familiae, cui fortunae tenuissimae nulla spes nisi ea quae propemodum in te uno residet .... Dalle citazioni ciceroniane di questa lettera si ricava che il Barzizza possedeva sin dalla prima metà del 1408 un codice dell'Epistolario ad Atticum. Da dove l'avrà avuto ? Da Firenze no, perchè la copia di Pog-gio è (1) Li traggo dal cod. Vaticano 5223 f. 93, con l'intestazione: Splen- dido militi ac ci. doctori d. Zachariae Trivisano praes tantissimo et ho- norando d. singulari; e la firma: tiius ille Gasparinus Pergamensis amantissimus nominis tui. (2) Cicer. de invent. I, 7 e Aristot. Rhet. I, i, 14. (3) Cicer. ad Br. XIII (I, 5) 3. (4) ad Br. XVI (I, 8) 2 : cfr. ad fam. XIII, 13. I. — CICERONE. §5 essa stessa del 1408; e poi di questo tempo il Bar- zizza non era in relazione con la società letteraria di Firenze. Quel codice lo ebbe senza dubbio da Pavia, dove il Barzizza insegnò dall'anno 1400 al 1407 (i), nel quale ultimo passò a Venezia e di là a Padova. E nella biblioteca dei Visconti a Pavia erano per 1' ap- punto alcuni codici delle lettere ad Atticum (2). Di questa silloge il Barzizza inoltre allestì un' edi- zione, come risulta da una lettera, pur troppo anepi- grafa (cod. Vatic. 2906 f. 45), della quale reco alcuni passi : Non me fugit, pater optinic, vos palarti esse .... Sed quorsum hec ? Nam ipsius (Ciceronis) et ad Athicum et Q. f. epistole iam ad unguera per Gasparinum Pergamensem preceptorem meum correpte in lucem pro- dierunt; quc certe quante sint eloquentie non meum est laudare .... Quamobrem has ipsas, quibus ut opt'me nostis careo, lubenter scribi facerem, sed quo me vertam nescio .... quatenus epistolas ipsas d. Bla- sius scribat quod unum magnope'e mihi conducet ac bibliotece mee maximiori erit decori .... Il manoscritto di Guarino. In un discorso di Guarino (3), uno degli scritti più antichi che ci siano rimasti di lui, si incontrano evi- denti reminiscenze del gruppo epistolare ad Atticum, (l) Memorit e documenti per la storia delV Università di PaviOt Paria 1878, I, p. IS4. (a) Gir. d'Adda, -, ^i... .,./...< i hibliograficht sulla libreria Vi- scoHtiO'S/ortesfa del Castelb di Pavia, Milano 1875, 1879, n. 610, 63S, 857. Clr. iopra p. 77- (3) OkI .li ^irn:» M VI th f :S. 86 R. SABBADINT. Quel discorso fu recitato a Verona nella prima metà del 1409 per la occasione che lasciava la podesteria di quella città Zaccaria Trevisan e la assumeva Albano Badoer (i). Ecco tre passi del discorso: .... frui iubet et ita iubet ut divinum hominem huic civitati pa- rentem rectorem gubernatorera quasi de caelo missum amemus venere- mur amplectamiir. — Cfr. Cicer. od Qnint. fr. T, i, 7 Graeci quidem sic te ita viventem intuebuntur, ut ... . de caelo divinum hominem esse in provinciam delapsum putent. .... ut qui in audiendo facilis in decernendo lenis in satisfaciendo ac disputando diligens et acutus praedicatur. — Cfr. Cicer. ad Qnint. I, I, 21 adiungenda etiam est facilitas in audiendo lenitas in deccmendo, in satisfaciendo ac disputando dih'gentia. .... Cum autem sapientissimi illius Solonis instituto rem publicam duabus in rebus contineri animadvertisses, praemio inquara et poenis ... — Cfr. Cicer. ad Br, XXIII (I, 15) 3 ut Solonis dictum usiirpem, qui et sapientissimus fuit ex septem .... Is rem publicam duabus rebus con- tineri dixit, praemio et poena. Questi indizi non lasciano alcun dubbio che Guarino sin dalla prima metà del 1409 conoscesse le epistole di Cicerone^^ Quintum fr. e ad Brutum; e per conse- guenza anche quelle ad Atticum. Ora si domanda dove abbia potuto Guarino venirne in possesso. A Firenze no, perchè ivi andò soltanto nel 14 IO. Nemmeno a Verona, di dove l'archetipo dovette ben presto migrare in Lombardia (2). Rimane come più verisimile un terzo caso, che cioè Guarino r abbia avuto o a Padova o a Venezia dal Barzizza, (i) Biancolini, ibid. (2) Schmidt, op. cit. p. 294-296. I. —CICERONE. 87 e questo potè essere del 1408, nel suo ritorno da Co- stantinopoli. Il manoscritto deirAurispa. Anche 1' Aurispa possedeva un' importante copia dell' Epistolario ad Attico; sul qual proposito reco una sua lettera. Aurispa viro darò et poetae siiavi ci. Antonio Panhormitae s, (i). Quod per superiores tuas litteras postulaveras, vitam Platonis a Gua- rino editam ad te mitto. Emi nuper Livii ab urbe condita libros decem scriptos manu Franciae illius Fiorentini, nomen in Italia quei forma cha- ractcris amplum (2) fecerat, et qui nihil aliud philosophi habet nisi pau- pertatem, ut et mea de ilio et tua sententia utar. Sunt hi libri ut pul- chri ita recte et observonter scripti. Habeo Ciccronis ad Atticum epi- stola», codicem perpulchrum, immo ita pulchrum ut in Italia neque pul- chriorem esse putem neque gratìorem. Epistolae vero sunt completissimae et minus quani ullae comiptae; inveniri enim solent plerumque incom- pletAe, emendatac vero nunquam. Scd hic codex, ut superius dixi, omnes sui generis pulchritudine vincit et emendatione, quamvis emendatissimae non sint. Hos duos codices habcre poteris, si quinquaginta aureos huc ad me miscris, quos poteris per mensarios, et Ovidium illum antiquum abs te mihi pron»Ì88um de Transformationibus, quaiy primum fidum nuntium cui commendare possis inveneris (3). Franciscus Sodarinus ex Florentia vir clfM|uens et prudcns» scribit ad te litteras, quibus negotium quoddam suum libi commendata cui homini videor non parum obligari cupioque ab omnibus et a te praesertim sibi benefìeri v^el, rcctius loquar, per (1) Cod. Vatic. 3372 f. 8. (2) Le parole nomen-ampluit. ;.,(,.... ,-i...... verso dell' elegia nella quale l'Aurispa piange la morte del Francia (Bandini Cod. lai. II p. 185). (3) muneris cod. 88 ■ R. SABBADINT. te. Quare te per opinionem quam ipse de te perquc spem qnam in te habet oro, ut diligeitcr negotium illiui siiuin tractes et cum industria; opinatur en'm, eamque ego sibi opin-onem firmavi, omnia abs te quae ex an'mo tractes facile ab isto ti-.o rege impctrari posse. Vale tu et me ama ut facis. Si hi duo codices tibi pUicuerint, ego hic Ferrariae dedam cdicuiKiue ii'sseris aut mensar.'o aut alteri nuntio: receptis tamen prius quinquaginta aureis et habita spe habe-idi Ovidium; nulìum aliud ego periculum in ea re volo. Vale item. Ferrariae kal. augusti [1447]. Per determinare l'anno di questa lettera dell'Aurispa devo riferire un passo di un' altra sua, indirizzata pa- rimenti al Panormita (i). .... Audi nunc adventus mei Romam consilium meum, Indignum ingratumque m.ihi videbatur non salutare cum pontificem, quem clericum sacerdotem episcopum colueram et observaram mutuaque beni volenti a amplexus ego illum, ipse me fueramus. Eram etiam Romae aliqua pe- racturus, quae et rectius et citius explebo praesens quam per absen- tiani .... Est hic Martialis pulcherrimus voluminis parvi, completus et minus corruptus quam alii inveniri soleant. Eum quidam venalem habet, qxiem tibi offerrem, nisi putarem decem aureos, tot enim ille pe^it, li- bentius ac liberalius prò nugis quibusdam muliebribus te daturum quam prò Martiale .... Velim scire an vitam Platonis quam e Ferraria per Ioannem Carrapham equestris ordinis virum ad te misi receperis .... Romae IIII kal. martias [1448]. Questa seconda lettera fu scritta dopo l'assunzione al pontificato di Niccolò V, poiché niun altro che lui può essere significato in quel papa, che fu conosciuto e praticato da chierico da sacerdote da vescovo dal nostro Aurispa. Si comprende dal contesto che la ele- zione era recente. Niccolò V fu eletto nel 6 marzo (i) Cod. Vatic. 3372 f. 9v. I. - CICERONE. S9 1447 (i); la lettera dell' Aurispa è del 26 febbraio. Non possiamo dunque essere che nell' anno seguente 1448. Fissato quest'anno, noi vediamo che l' Aurispa chiede al Panormita se abbia ricevuto la vita di Platone di Guarino, statagli già spedita. Con ciò noi determiniamo l'anno della prima lettera, la quale pertanto è dell'a- gosto 1447, giacche abbiamo veduto in essa l' Aurispa spedire al Panormita la vita di Platone. Lasciando stare '1 modo col quale l' Aurispa mer- canteggiava i codici e non occupandoci dei manoscritti di una deca di Livio, delle Metamorfosi di Ovidio e di Marziale, dei quali si fa parola in queste due let- tere, noi veniamo a sapere dalla pri na di esse che nel 1447 r Aurispa possedeva l'Epistolario di Cicerone ad Attico. Sul vero valore di quel codice non possiamo portare giudizio, essendosi forse smarrito; stando però a quello che V Aurispa afferma, doveva essere molto emendato. Egli dice inoltre che era completissimo. Ciò fa supporre che esso derivi dalla copia di Poggio. E poi preziosa per noi la notizia, che le lettere ad Attico allora solevano trovarsi plerumque incompletae; poiché argomentiamo di qui che esse dovevano trarre origine dal codice Mediceo, che ha come si è veduto (p. 81) una lacuna. Il manoscritto Ambrosiano A 47 inf. Alla copia di Poggio risale il manoscritto Ambro- siano A 47 inf., cart. di f. 2 1 2 (numerazione moderna). (1) L. pMtor, Guchùhtt dtr PàpsU 1 p. «79 '»• «• 90 R. SABBADINI. Il codice comincia senza intestazione così : Cicero Bruto s. L. Clodius tribunus plebis etc. Dopo le lettere ad Br. f. 1 1 seg-ue questo titolo : Ad Brutum Epistolarurn liber secundus primus (sic) expli- cit. Ad Q. fratrem Epistolarum liber primus incipit. I libri II e III «^ Q. mancano dell'intestazione. Nella disposizione del lib. II ci è molto disordine. f. 36. Cicero Octavio s. Si per tuas legiones etc. Le lettere ad Att. cominciano al f. 37V. Mancano e r intestazione e i titoli dei singoli libri. In fine non ci è la lacuna del Mediceo. Nelle prime pagine si incontrano i passi greci, che poi furono sem- pre omessi in lacuna. Soscrizione, f. 2i2v: Expliciunt Epistole Marci tulii Ciceronis ad Atthicum Sub anno domini MCCCCXLI . XVI mensis Augusti per ?ne Adrianum Petri de Ghen- dtren. I manoscritti Bolognesi. La biblioteca Universitaria di Bologna possiede un bellissimo manoscritto, n. 2229, membr. sec. XV, di ff. 201 e 158, che contiene entrambi gli Epistolari di Cicerone, prima quello ad Att. e poi quello ad fam. Quello ad Att. alla fine non è tronco. Ha tutti i passi greci. A Bologna e' era un altro manoscritto delle lettere ad Att. Lo vide nella biblioteca di S. Clemente, dove portava il n. 145, a Bologna il Detlefsen (i); io lo ho (i) Jahrbucher filr Philol. und Pàdag. 1863, p. 573. I. — CICERONE. 91 cercato inutilmente nella bibl. Universitaria, dove fu trasportato il fondo di S. Clemente, come degli altri conventi della città. Doveva essere anteriore al 1446, perchè sui fogli di guardia vi furono scritte due let- tere con la data di queir anno. *** Dei codici nominati sin qui derivano da M per via diretta o indiretta quelli di Poggio, del Bruni, del Bechi, del Barbaro, l'Ambrosiano A 47 inf. e il Bo- lognese, e verisimilmente quello dell' Aurispa. Dei co- dici di Guarino e del Barzizza nulla possiamo affermare di certo. Traggono invece origine da ^ quello del Ca- pra e altri tre che ora esamineremo: quelli cioè del Corvini e del Traversari e l'Ambrosiano E 14 inf. Il manoscritto del Corvini. Dalla lettera di un Candido al Niccoli, del primo quindicennio del sec. XV, apparisce che Giovanni Cor- vini, segretario ducale del Visconti, possedeva un E- pistolarum Ciceronis ad Atticum liber veterrimus. Del Corvini ci occuperemo largamente in altra parte del presente volume. Il manoscritto del Traversari (*). Attribuisco ad Ambrogio Traversari il cod. Classense 469 di Ravenna, gemello del Palatino 15 io, senza però che l'uno derivi dall'altro (i). E fondo l'attriììu- zione sulle note marginali, che qui trascrivo : (♦) Questo I è nuovo. (1) l'rr !.i (IcAcrìzioDe di questo codice c(r. Sjogren op, cit. 5. 9S R. SABBADINI. I. Alle parole {ad Q. fr. I, i, 2^^) Cyrus ille a Xe- nophonte]. Xenophoìi non historiam sed praecepta ini- perii de Cyro scripsit. IL Alle parole {ad Q. fr. Ili, 5, i) Quod quaeris quid de illis libris]. Scripserat Cicero novem lihros de re p. quos postea admonitus Sallustio mutavit i/i sex (cfr. ad Q. fr. Ili, 6) sed utinam ht luce essent. III. Alle parole [ad Q. fr. Ili, 5, 6) de latinis vero quo me vertam]. Semper lathtos codices mendose fuisse scriptos; de graecis vero semper aliter fuit. IV. Alle parole {ad Q. fr. Ili, 9, 3) meae lìterae in- terceptae offendant]. Utinam interceptores epistolarum Basileae comburer entìir. V. Alle parole {ad Att. I, 11, 3) libros vero tuos cave quoiquam]. Erat M. Tullius lihrornm avidus, sed _ in ea re cedebat tibi, FlorentÌ7te ! VI. Alle parole {ad Att. II, i, 2) sed et'am piane perterritum]. Idem Ì7i commentariis Caesaris vere fuit (cfr. Cic. Br. 262 sanos quidem homines a scribendo deterruit). Sed tu Cicero non parum graece potuisti. VII. Alle parole {ad Att. IV, i, 5) senatui gratias egimus]. Qua de re oratio extat. Vili. Alle parole {ad Att. IV, 2, 2) itaque oratio]. Oratio ad pontifices prò domo sua. L' autore delle g-losse sta a Basilea (IV) ed è co- noscitore di greco (I, III). A Basilea due soli umanisti, conoscitori del greco, assistettero al Concilio : l'Aurispa negli anni 1433-34 ^ i^ Traversari nel 1435 (dal 20 agosto al 6 novembre). Ma la riposta citazione cice- roniana (VI) fa traboccar la bilancia in favore del Tra- I. — CICERONE. 93 versari. L' apostrofato Fiorentine potrebb' essere tanto Po^g-io quanto il Niccoli : ma il fiorentino librorum avidus per eccellenza è il Niccoli, per cui del resto il Traversari nutriva un'amicizia fraterna. Il manoscritto Ambrosiano E 14 inf. (*) L'importanza del cod. Ambrosiano E 14 inf. (i) consiste in ciò, che esso ci trasmise il testo più antico degli epistolari ciceroniani ad AU., ad Q. fr., ad Br. e in una redazione indipendente dal cod. Mediceo 49, 18, il quale discende dal Veronese perduto. Ma quanto è chiara 1* importanza del nostro codice, altrettanto oscura è la sua origine. Tentiamo un po' se ci riesca di giungere a una conclusione probabile. E cominciamo dal copista. Il copista fu Marco Ra- fanelli o Ravanelli; egli si firma Marcus deraphanellis scripsit. L'Ambrosiana possiede un altro codice, E 15 inf., trascritto dal medesimo amanuense. E si tratta per r appunto di codici gemelli, di due maestosi vo- lumi membranacei, della metà all' incirca del secolo XIV. Hanno l'identica dimensione (cm. 40 X 27), larghi margini ambedue; ambedue sono scritti su dop- pia colonna e ogni colonna comprende quaranta righe; ambedue sono splendidamente miniati. Tutto questo concorre a far credere che il Rafanelli sia un semplice ♦.vrw iMor»* ♦* 'he egli lavorasse por un ]>ors()naggio <*) Comparve la prìma volta in Athenatum 1, 1913» 13-16. (I) Descritto da C. A. I.«hniani), Dt Cietronis ■ ■' A" '"/>.'«/> '■t- ttm. tt emind. 20-15. 94 R. SABBADlfifl. cospicuo, com' è confermato dalla presenza di uno stemma nel frontespizio di E 14: per un collezionista e insieme intelligente cultore degli studi classici, poi- ché i due codici contengono tutte opere di Cicerone. Eccone 1' elenco sommario: Opere filosofiche: De of/iciis, Tuscul. Quaest., De nat. d.j De essentia mundi (Timaeus), De senect., De amie, De divin., De fato, De leg.. De fin., Samn. Scip. Opere rettoriche: De invent., Rhet. ad Heren. (in 6 libri)» De orai, e Orai, (mutili) (i), Topica. Orazioni: Philippicae (in 13 libri, perciò testo mutilo). Epistole: ad Q. fr., ad Att., ad Br. (il gruppo ad Br, è dato per intiero, gli altri due in estratto). Come ognun vede, un' insigne collezione ciceroniana, quale il medio evo non conobbe e con cui può nel suo tempo competere appena la petrarchesca; tanto più se si pensa che probabilmente ai due volumi se ne accompagnava un terzo, poi perduto, con altre ora- zioni, quelle almeno che allora erano alla portata di molti. Siccome riusci infruttuosa ogni ricerca per identifi- care lo stemma del collezionista (o fors' anco di un successivo possessore), cosi dobbiamo abbandonare questo indizio e aggrapparci al copista. Rafanelli o Ravanelli è un cognome che occorre in Toscana, nella Lombardia, nel Veneto. Un Marcus de Raphattellis vi- veva a Venezia nella seconda metà del sec. XIV ed (i) Il frammento à€^Orator dal § 91 alla fine è segnato come libro IV. Fu collazionato da A. Cima, nel suo commento al -Z)^ 6'r^/<;/'^ della collezione Lòscher, Torino. I. — CICERONE. 95 esercitava il notariato: si firmava nel 1399: ego Marcus de Raphanellis de Venetits quondam ser Mathei publicus imperiali auctoritate notarius et iudex or dinar ius (i). Potrebbe costui esser tutt'uno col copista dei codici Ambrosiani ? L' età non vi si opporrebbe e nemmeno la professione notarile, giacche molti notai del secolo XJV coltivarono gli studi umanistici. Vi si oppone invece la scrittura. L'archivio di stato di Milano con- serva un atto autografo del notaio Rafanelli, il testa- mento di Luchino dei Visconti, dell' anno 1399 (2): scritto non in lettera notarile, ma rotonda, in modo che è lecito istituire il paragone con la calligrafia di un codice. Messe a riscontro la mano del notaio e la mano del copista si rivelano di due persone diffe- renti (3). D'altra parte non sapremmo giustificare co- me i due codici fossero stati copiati a Venezia, dove mancavano le condizioni atte ad alimentare una cosi insigne collezione di opere ciceroniane. (1) Due fuoi atti rogati in Venezia negli anni 1388 (anche allora si firmava del fu Matteo) e 1397 in / àbri covtmtmoriali della repubblica di Vtnetia, III, p. 195, 248. Nel 1366 fu fatto notaio della curia mag- giore. L' archivio di stato di Venezia conserva atti originali di lui che vanno dal 1362 al 1409 (R. Cessi in N. Archivio yctte/oXXV, 19' 3» 259)- (2) Pergamene varie, 7 luglio 1 399, pubblicato integralmente dall'Osio, Documenti diplomatici, I, 348. (3) Chi volcsRC arzigogolare e identificare i due uomini dovrebbe col- locare il collezionista e il copista a Padova, per la qual città non vale che dico di Venezia. Nei Monumenti dell' Unix'trsita di Padove» Inri-'i tuiii rriiiiTi:iiik( !■ il R .'ifaiielli. 9^ &. SABBADINf. Sicché bisogna andare in cerca di altri indizi. Intanto la scrittura e la miniatura appartengono certamente all'Italia settentrionale; ma chi le volesse circoscrivere alla Lombardia, non urterebbe in nessuna grave obie- zione. Alla Lombardia e più specialmente a Milano ci ri- portano altri argomenti. I due codici pervennero in Ambrosiana da^a collezione di Francesco Ciceri (Ci- cereius), il quale insegnò e visse , a Milano dal 1548 fino alla morte (1). E a Milano dobbiamo supporre che li trovasse, perchè i fogli di guardia di E 15 conten- gono degli indici spettanti all'amministrazione del du- cato milanese con la data 1476. Ce lo conferma l'esa- me dell' epistolario autografo del Ciceri (nel cod. Tri- vulziano 665), dal quale apparisce eh' egli si faceva venir di fuori solo libri stampati; di manoscritti non è mai cenno: segno questo che li trovava in Milano. Perciò i due codici nei secoli XV e XVI stavano a Milano. Per Milano non esiste la difficoltà che abbiamo espo- sta per Venezia. Milano e la vicina Pavia presero parte attiva nel sec. XIV al movimento umanistico. Quanto al caso specifico dell'epistolario ad AU, basterà ram- mentare anzitutto che nel 1409 Bartolomeo della Ca- (l) Nacque in Tomo (Como) il 1521 e morì il 31 marzo 1596. Fran- cisci Cicerei, Epistolarum libri Xlly Mediolani 1782, I, p. XIV - XV, XIX, XXV; V. Forcella, Iscrizioni delle chiese e degli altri edifici di Milano, Milano 1889, II p. V-VI. La sua collezione entrata in Ambro- siana conta oggi un'ottantina di codici, una metà dei qual' è di origine milanese. i. — CflCKRON]^. ^7 pra trasse dalla biblioteca di Pavia un volumen anti- quissimum et venerandum con le epistole ad Br., ad Q. fr., e i sette primi libri ad Att.; e rammentare in secondo luogo che il famoso bibliofilo Giovanni Cor- vini d'Arezzo, stabilitosi a Milano sin dal principio del secolo XV, possedeva un epistolarum Ciceronis ad At- ticum liber veterrimus (v. sopra p. 76 e 91). Finche altri non troverà di meglio, possiamo dunque ritenere che i codici E 14, E 15 provengono da Milano. Epìstulae ad Brututn. Dal corpo delle Epist. ad Att. pare che nel sec. XIV, e fors'anco prima, si sia staccato il gruppo ad Br. e ad Q.fr. e abbia avuto una tradizione isolata. Consideria- mo anzitutto il codice Vaticano-Barberino lat. 56 (*). È cartaceo, del secolo XV, di mano transalpina: f. I Marci tullii Ciceronis incipiunt epistole. Scribit tullius bruto rogans eum de quodam suo amico qui accusatus erat apud eum. Cicero Bruto salutem. Clo- dius tr. pi. f . 20v Expliciunt quot potuerunt inveniri epistole tullii per M. Ni. de muglio vatent egregium. f. 21 Quidam eloquens Ganus de Colle (i) vulgarem sonettum misit F. Petrarche. (*) Comparve la prima volta in Rendiconti del r. htit, f.omh. se. e lett. XXXIX. 1906, 387.88. (!) La nofizia so Gano lu j)iiiMiiit;.ii.i «i.n ìi.h..i>mììi in u tutnn «i^i Petrarca (III 515). Per Gano vedi L. Frati in Propugnatore XXVI, '*93» l9S-2*6; F. Nevati in /'. Petrarca e la Lombardia ^ÌAMuo 1904» 2(r, M. Vattaiwo, Del Petrarca e di alcuni mai amici, Roma iv • i - R. Sabbaijini, Testi latini. 9^ R. SABBADmi. f. 2IV-2 2 vuoti. f. 23 (d'altra mano) Incipit Mac er, Herbarum quasdam. f. 40V Greca (1' alfabeto greco). f. 43 Chyromantia. Proviene di Francia, come ha notato una mano re- cente al f. 2y Chartusiae Villae Novae prope Avenionem. Comprende quello che si suol chiamare il libro I ad Br., più la Epist. ad Q. fr.\ 3. Quasi identico al Barberino è il codice Augustano 4^ II di Wolfenbiittel (3006 Heinemann), che contiene (i): f. 142 Plinii oratoris atque philosophi. Incipiunt epi- stole centiim (I-V, 6). f. 174 Marci Tullii Ciceronis. Incipiunt epistole. Seri- bit tuUio bruto rogans eum de quodam suo amico qui accusatus erat apud eum. f. 183 Expliciunt quot potuerunt inv entri epistole tulii per M. Ni. de Muglio vatem egregium. f. 183V Narratiuncula de sojtetto misso a Gano de Colle ad Francischum Petrarcham eiusque allocutio ad portatorem. f. 184 Incipiunt notabilia d. francisci petrarce de vita solitaria. f. 192 Incipit liber qui intitulatur sine nomine d. f. Petrarche. Seguono altri estratti. L' identica materia ciceroniana, il sonetto di Gano e la sottoscrizione di Nicola da Muglio (2) mostrano (i) Descritto nel catalogo dello Heinemann e da O. E. Schmidt, op. cit. 99-105. I f. 1-141 costituiscono un codice indipendente e più recente. (2) La famiglia da Muglio era bolognese. Un * ser Nicolaus quon- dam lacobi de Muglio curie Bononie ' assisteva nel 1338 a un testa- I. — CICERONE. 4^ che le due sillogi hanno la medesima origline. Il co- dice di Wolfenbùttel fu scritto da mano tedesca a Co- stanza al tempo del concilio, negli anni 1414-1415 (i). Un altro manoscritto affine era nella biblioteca Vi- scontea di Pavia. Il n. 622 del catalogo redatto nel 1426 (2) reca: Bruti Epistole ad Ciceronem voluminis parvi coperti assidibus shie corio, cum certis Alexandri gestis. Incipit: Ce s a r o p i o Co r n e 1 1 i o s a l u- tem: et finitur: oblitus est dei. Le Epist. ad Br. erano precedute da alcune lettere di Cesare estratte dal corpo ad Att. L' indicazione del catalogo: Cesar opio Cornellio salutem si riferisce alla Epist. ad Att. IX 13 A. Materia affine e la stessa silloge doveva racchiudere il manoscritto, da cui fu estratto il codice Vaticano 1908, dove a quattro lettere di Cesare del corpo ad Att. (IX 13 A; IX 14, i; IX 16, 2; IX 7 C), più la (tra- dizionale) \ \t ad Br.y sono premessi i Caesares di Sve- tonio, col colofone: Scripsi ego Gentilis hunc Suetonium MCCCLXXXVII et compievi die XXIIII novembrisy quo anno et mense octubris in die sancii luce dojninus de la Scala perdidit veronam et vincefttiam totamque domi- nationem suam expugtiante eum cornile virtù domino lom- bardie. Le lettere ciceroniane furono scritte un pò* dopo mento (F. Novati, La gicvinttta di C. Saluta ti^ Tonno 1888, 32, n. l). Pietro da Muglio, amico del Petrarca e del Boccaccio, morì nel 1382 a Bologna professore di iiranunatica e di rcttorica. (1) Schmid! op, cit. io.;. (2) G. d'Adda Indagini s loriche.. suUa libreria Viscontio-Sforusc: irOÓ R. SABBADINÌ. Svetonio, ma sempre entro la seconda metà del se- colo XIV. Anche il Petrarca possedeva le lettere di Cesare del corpo ad Att. (i); ma ci manca il modo di decidere se provenissero dalla stessa silloge che qui esaminiamo o se le avesse estratte lui dalla sua copia dell' arche- tipo veronese. Una cosa però crediamo dì poter af- fermare, cioè che il Petrarca ci ha lasciato una testi- monianza delle Epist. ad Br. divulgate prima che l'ar- chetipo veronese venisse alla luce. E di vero nella fa- mosa lettera Sen. XV i {Opera II 948), dov' egli narra le vicende di un codice del Soprano (Soranzo) coi due supposti libri ciceroniani De gloria, così si esprime: In his omnibus novi nihil, ut dixi, praeter illos de gloria libros duos et aliquot orationes aut e pi- si ola s '. Nelle aliquot epistolas non vedo quali altre lettere si debbano riconoscere se non quelle ad Br. La silloge ad Br. in questa tradizione ci è arrivata miserevolmente corrotta: non tanto per opera di in- terpolazioni, quanto per guasti dell' esemplare da cui derivava. Ed ecco un altro argomento che queste let- tere vissero di lunga vita indipendente, poiché nessu- no degli apografi a noi giunti mostra anche lontana- mente una corruzione cosi avanzata. Le lezioni della silloge ad Br. non si riconducono alla famiglia A, a cui risale il codice Mediceo, ma piut- tosto alla famiglia 2, che discende da un archetipo diverso. (i) P. de Nolhac Pétrarque et l'humanisme^ II ed., n 42. I. — CICERONE. lOr Anche la lettera isolata ad Br. I i6 nel succitato codice Va tic. 1908 del sec. XIV, si riconduce alla fa- miglia S; bastino due lezioni: § 4 iiegotii con E contro negotiis di M^\ § 5 locus in ista civitate nobis con E contro nobis in ista rivitate locus di M. Opere rettorìche. (*) Le opere rettorìche principali, che ci sono arrivate col nome di Cicerone, sono cinque: De inventioney detta anche RJietorica vetus; Rhetorica ad Herennium (di Cor- nificio), detta anche Rhetorica nova; il De oratore; XO- rator e il Brutus. Le due Rettoriche interessarono molto il medio evo, ma interessano meno noi, l'una perchè opera giovanile di Cicerone, l* altra perchè non sua. Le opere veramente fondamentali sono le altre tre : il De oratore, X Orator, il Brutus. 1 codici di queste tre opere sono di due classi: gli uni mutili y gli altri integri; il De oratore e 1' Orator ci j)ervennero per via di entrambe le classi; il Brutus solamente per via dei codici integri. Delle due classi di codici io farò qui un po' di storia. E comincio dai codici mutili. Uno dei principali e più antichi è il Harleian 2736 del sec. IX, che contiene If.' seguenti parti del De aratore: 1, i 128,* 157-194; II, 13-90; 92 alla fine; III, 1-17; 110 alla fine. Ma più importante, specinl'n.tìt.. per la niiTn..rosa filiazione, (') Comparve l.i prima v.-n.i neU' opuscol.. ..imu/ .// G asparino Bar^ atta tu Quintiliano e Cieeroutt Livorno 1886, e in Rivista di fiiologi» XVI, 1887, 97-106. lOZ K. SABBADINI. è V Aòrincensis (238), detto cosi, perchè si trova in Avranchcs, città francese della Normandia (i). E mem- branaceo di fogli 60 e comprende il De oratore e XO- rator, mutili. Manca tutto il libro I del De Oratore e il principio del II, che comincia al § 19. La scrittura è di una mano del sec. IX, la quale lasciò vuoti il f. 23rv (II, § 234-245) e i ff. 4ii'-43^ (in, § 149-171). Il De oratore termina al f. 5or, il f. 50V è vuoto. Al f. 5 ir comincia il frammento dell' Orator dalle parole toque robustius (§ 91) e seguita per otto fogli, fino al § 191; indi c'è un'altra lacuna, dal § 191 al 251, dopo di che ripiglia sino alla fine, dove la soscrizione primi- tiva diceva: Orator explicit. L' Orator è scritto da una mano posteriore, forse del secolo X, la quale colmò le due lacune indicate ai ff. 2:^^ e 41-43 del De Ora- tore. Il codice fu poi corretto da una terza mano, del sec. XIII circa, che nel f. 50V annotò: hic deest qua- ternus, e che credendo che il frammento dal f. 5 ir in poi fosse la continuazione del De oratore, mutò la so- scrizione finale Orator explicit in Oratoris explicit liber quartus. Grande è il numero degli altri codici mutili. Il Heer- degen ne esaminò 37 (2), che contengono il De Ora- tore e r Orator. Tutti questi hanno le medesime lacune àeVi' Abrincensis, il che fa supporre subito che siano tutti derivati da quello o direttamente o per via di (i) Descritto da F. Heerdegen : M. Tulli Ciceronis Orator, Lipsiae 1884, p. v-vni. (2) op. cit. vm-xiv. I. — CICERONE. 105 apografi. Ma e' è un argomento più valido ancora. L*(9- rator dell' Abrmcmsis ha 28 volte la nota tironiana che equivale ad autent; orbene, qualcuno degli altri mutili riproduce ai medesimi passi la medesima nota; altri al posto di quella nota hanno enim, ciò che si- gnifica che essi derivano da un apografo, che inter- pretò la nota per enÌ7?i; altri invece hanno a quel posto ora enifn ora autefn. Questo prova irrefragabilmente che tutti i 37 jodici tmitili derivano Ad^ùì Abrincensis, S' incontrano qua e là delle differenze talvolta un poco singolari; ma esse si spiegano facilmente con gli er- rori dei copisti, con le congetture e le interpolazioni dei correttori. Chi ha avuto tra mano molti codici non si stupisce di questo che è un fatto comunissimo. Ai codici mutili dedicò indagini e cure critiche Ga- sparino Barzizza, delle quali darò notizia. Reco anzitutto una sua lettera a Francesco Barbaro, (i) Gasparinns suo Francisco Barbaro s. p. Fucrat animus mihi nondum ad te scribere, ne crebras scripti- tando tibi fierem impedimento, qui maioribus curis et bonarum ma- gnarumque artinm studiis ac disciplinae dedicatus intentusque es, ut 5 si dicendo te delectare non possim, interdum saltem tacendo non fa- stidiam. Verum necessaria simul ac seria res urget. Habeo Ciceroncm De oratore, bui quid dixi habere me ? olim habui, sed is a me iam prope quinquennio fugitivus abest et com- pluribus subinde permutatis dominis, postremo pervenit ad specta- 10 bilem vimm Zacharìaro Trivisantim. Sic ad alienas semper sedes et (livitum divcrlitur hospitia. (Juae res mihi doloris affcrt non parum; pcrti mesco enim ac dcspcro ne ìk meos inopcs lare» ut angustos nolit I < ..'1. Vaticano I—VJ 312') f. 69V; cod. Qucriniano (««Ql di Brescia cod. di Brera [— BJ di Milano AG IX 43, p. 163. I04 R- SABBADINI. aliquando subire, magnificis atque delicatis assuefactus domiciliis. Quod iis saepenumero contigit qui e pauperibus tectis ad regias ad 1 5 potentum atria se conferunt. Illi siquidem, cum sese fortuna remise- rit, aulas deserere coacti nonnisi inviti ad paternam fabam sordesque domesticas redeunt. Hunc ipsum Ciceronem a praefato viro repetas oro atque obsecro et ad me vel ligatum, si oportebit, transmittas seu ad Christophorum nostrum Parmensem si fortassis abessem; et si is 20 me pauperem patronum habere dedignatur, polliceor me ei vel ho- spitem familiarem fore vel cultorem amicum. Praefato domino Zachariae me quoad poteris carissimum effice quanquam viro amplissimo; at enim parvitatem fovere magis solet amplitudo, quam abicere. Et eidem referes amicum suura noluisse 25 prò Andrea scribere, sicuti iam promiserat; indignam enim esse mi- nimeque iustam rem dicit. Proinde ut Andreas ad alias vertatur vias oportebit. Tuo et sodali et socio P. Contareno salutes opto, cui prò suarum responso unas meas destino. Vale, anime mi Francisce. i) Guarinus V, Guarinus Veronensis B. \ 2) scribendo V Q. | 3) quod Q. I 4) disciplina F Q. \ 5) delectarem Q. \ non possum F, om. Q. \ 6) simul om. Q. j 7) hui om. Q. \ 8) prò B. \ fugitivus om. Q. I io) dominum V Q. \ Zachariam om. V Q.\ i^) quia ad divitum diverterat Q. \ dolores Q. \ parvos Q. \ 12) velit V. \ 14) e om. V Q. I ad regia atria V Q. \ 19) Jacobimi nostrum Pergamensem V Q. I abesses B, habebis V Q. | 20) habere om. V Q. \ dedignaretur F Q. I 21 fore om. B. \ vel om. V Q. \ caleorem B (22) Zacharia By Z. Q, esse V. \ caris V Q, carum B. \ efficere Q. [23) quam V Q. I pravitatem B. \ 24-27) Et eidem — oportebit ofn. V Q. \ 24) eadem B. I 25) per andream B. \ 26) rem] esse B. \ 27) P. B, N. V Q. \ 27-28) cui pro-destino om. B. La lettera non ha data, ma le si può fissare un ter- mine, giacche Zaccaria Trevisan, che qui è presupposto vivo, morì negli ultimi giorni del 14 13 (i); la lettera (1) R. Sabbadini, Centotrenta lettere inedite di F. Barbaro, Salerno, 1884, p. IO. I. — ciCBXONi:. 105 pertanto non può cadere dopo il 141 3. Ma tutto l'anno 1413 il Trevisan fu capitano di Padova (i); se avesse esercitato quella magistratura, il Barzizza j^li avrebbe chiesto oralmente 1' opera di Cicerone; il Trevisan in- vece stava a Venezia; siamo perciò al più tardi nel 141 2. Partendo da questo termine sicuro e calcolando il quinquennio che 1' opera di Cicerone era stata fuori, noi possiamo conchiudere che il Barzizza possedeva un De oratore sino almeno dal 1407. L* esemplare barzizziano si conserva nel cod. Nazio- nale di NapoH IV A 43, con la sottoscrizione ; Correo- tus exemplo multoruin codicum antiquorum summo studio ac sutnma industria adhibita. Gasparinus (2). Dal Barzizza V Orator veniva considerato come un tutto coi tre libri del De oratore e chiamato il libro quarto; X opera intera veniva intitolata in vari modi : Orator, De oratore. De officio et institutione oratoris. In- stitutio oratoria e simili. Verso il 14 15 fa capolino un nuovo frammento del De oratore. Cosi ne scrive il Barzizza. al veneziano An- drea Giuhano suo alunno: < Tertio die postquam tristis a te et Daniele (Vic- turio) nostro discessi, redditae mihi fuerunt litterae tuae (i) Agoftini, Scritl^i vinùiani, I, p. 321 (2) Vedi per maggiori notizie Th. Stangl in i^octcnscnrtj! jur klass. Philelo^ie 1913» 138-142; 160-167. Il ccmIìcc fu comprato a Milano d.il Pamiio e da coitui lasciato in eredità al cardinal Seripando, come ri- tolta da que«te note finali: F.mptus a /ano Parrhasio Medioiani attvf>Hs aurei/ ah hertiihus (iasparini liergomatù, Antonii StripanM e.\ Inni ParrhoMii Ustamento. I06 R. SABBADINI. et particula, quae in omnibus fere libris De oratore nostro deficiebat > (i). Se la lettera allude (di che non son certo) alla morte del fratello del Vettori, potrebbe cadere nel 14 15. Anteriore a questo tempo è un'altra sua lettera, senza intestazione, che si riferisce al medesimo frammento, che allora non aveva potuto ancora ricevere (2): « Oratorem nostrum, Pater reverendissime, tabellarius tuus cum litteris quas ei commiseras satis tempestive tuo nomine mihi reddidit (3). Nec est quod (4) excusatione temporis apud me utaris, si paulo tardius is liber a te absolutus est, quam te illum redditurum poUicitus fueras. Novi enim tuas et frequentes et magnas in rebus divinis atque humanis occupationes Quod ad fragmentum illius De oratore pertinet, adscito me non solum prò eo habendo (5) litteras, sed binas, ternas, quaternas et amplius litteras scripsisse. Non conquiescam, donec re optata potieris (6) Vale, Pater reverendissime, et saepe de me cogita ». Di un altro presupposto frammento del De orai., scoperto a Firenze, ma di cui il Barzizza non ricono- sceva l'autenticità, è cenno nel cod. Rlccardiano 506 f. 20, dove, di fronte alle -^dsolQ obiurgatio {11 ^o) me- diocris. Ars enim (II 30), si legge nel margine: Hic deficit ima carta, velut repertum est Florentie in qiio- dam codice veteri. Sed Gasparinus non putat esse Cice- (i) Barzizii Opera, i, p. 176. (2) Cod. di Bergamo V V 20, p. 67. (3) reddit cod. (4) Nec est quod] Hoc est qui cod. (5) eo habendo om. cum la e. cod. (6) potiens cod. I. — CICERONE. 107 ronis. Si fient continuati ones textuum, ut signate sunt videbitur nichil deficere. Difatto qui non v' è lacuna, ma posposizione di II 30-39 a II 39-50. Lo stesso codice Riccardiano (f. 13) al De oratore, T, 80, reca quest'altra nota mdirgxmXe: Hoc supplet Ga- sparinus. Non tamen, ut proprio ex ore audivi, ea inten- tiofte ut textui a^mecteretur, sed ut esset quaedam postilla in margine, quae utrosque textus defectuosos coniungeret et cum aliqua continuatione et consonantia saltem intel- lectui legentis satisfaceret aliquantisper (i). La nota è importante, perchè deriva da uno scolare dello stesso Barzizza; essa mostra chiaramente come egli non pensasse punto a mischiare il suo latino con quello di Cicerone, ma teneva distinti i supplementi» che avevano il solo scopo di ristabihre il filo del di- scorso. Del resto su questo punto dà preziosi schiarimenti il Barzizza medesimo in una lettera, che merita esser riportata integralmente (2). Gasparinus Per[gamensis] ci. et optiniati viro lokanni Cornelio s. (J r a t o r e m tmim emendatum ad te imiu», m «^lì.. .mi» iju.ii.miii profuerim tuum sit iudicium, mihi certe non parum. Divisi enim sin- ^Mtlos libros in tractatus et capitala; scntentiam quae in partes multas <liffuka erat, in brevissimam stimmam et quasi in caput redegi. Omnia quae potui antiquiora libroruni exeraplaria collegi; quod ex unoquoquc (1) Cfr. fìandini, Cod. lat. II, 499-501. Note analoghe hi trovano nei codici Vaticani 1697 (f. 119, 120, 132V), 1706 (f. 41V, 43V), 1707 (f. 14. I4r). (a) Cod. Riccardiano di Firenxe 779» t I08 R. SABBADINI. verius videbatur attentissime in hunc nostrum transtuli. Quae ambigua erant, aut propter librariorum incuriuni aut propter vetustatem, inter- pretatus fui. Multa divisa composui, plura composita divisi; litterariim figuras similitudine aliqua inter se commutatas multis locis correxi. Quae- dam etiam cum deficerent supplevi, non ut (l)in versum cum textu Cice- ronis ponerentur, esset enim id vehementer temerarium nec ab homine docto ferendum, sed ut ea in margine posita commentariorum iocum tenerent. Reliquum erat ut sicut cetera tua adhortatione, ita et (2) hoc tuo Consilio perficerem, quaedara scilicet ut lumina sententiarum, ubi vel aliqua obscura cssent vel minus anima adversa, collocarem. Quod me tua causa facturum facile tibi poUicitus (3) fueram; cui ut nosti nihil possum prò tuis in me perpetuis benèficiis negare. Et eram iam hanc rem ingressus, cum intellexi hoc opus non satis ex sententia utriusque procedere. Nam dum munus hoc atque officium maxime studio aggredior, aestus quidam j]igcnii longe a continente, ut dicitur, evexit, neque satis potui in ilio inventionis calore quid sibi ista quae dicitur circumcisa brevitas deside- raret, attendere. Est tamen animus et quidem ingens cum otium erit experiri, quod in praesentiarum facturus eram. Res si eventum quem opto habuerit, tum, si tibi videbitur, iubebis (4) magis elimata in Ora- to r e m tuum ab aliquo librario nobili tran sferan tur, ut qui unus omnium, quod alias ad te scripsisse meminimus, res ornatissimas habere studes, etiam librum istum ex (5) libris Ciceronis divinissimum et quo summe delectaris non tantum optimum sed etiam pulcherrimum habeas. Vale. Il contenuto della lettera è chiarissimo. Il Barzizza aveva ricevuto dal suo scolare Giovanni Cornelio (Cor- ner), patrizio veneto, una copia del De oratore, da cor- reggere. Egli la emendò, togliendo gli errori materiali, nati dalla falsa interpretazione dei segni alfabetici e dall'ignoranza del copista, e la collazionò con altri co- dici antichi. Divise poi l'opera in gruppi, a cui premise (i) ut om. cod. I (2) et] ex cod. \ (3) poUicitus om. cod. \ (4) ui- debis cod, \ (5) ex om. cod. i. — CICERONE. ro9 dei sommari, e in capitoli. Dove c'erano lacune, cercò con supplementi marginali di riconnettere il filo del liscorso. Si era proposto anche di aggiungervi un om mento, ma altre occupazioni ne lo distolsero. La- nciava poi al Corner la cura di far trascrivere il co- dice con bella calligrafia. E il Corner lo fece vera- nente trascrivere da un copista, il cui nome ha le ini- ziali R. S. Questo esemplare elegante esiste ancora oggi ed è l codice E 127 sup. dell' Ambrosiana di Milano, ap- i)artenuto appunto alla famiglia Corner (i). Il codice e membranaceo, di ff. 91, numerati dallo stesso copi- sta. Contiene mutili il De oratore e VOrator; il De ora- tore è diviso in tre libri; al f. 70V segue il frammento dell' Orator, come libro quarto. Tutta 1' opera è divisa in tractatus, preceduti da larghi sommari, e in capi- tuia, con un breve cenno del contenuto. Il libro I comprende quattro trattati: il primo con due capitoli, il secondo con sei, il terzo e il quarto ciascuno con luattro. Il libro II comprende pure quattro trattati: il primo con quattro capitoli, il terzo (è saltato per er- rore il secondo) con quattordici, il quarto con cinque, il quinto con due. Il libro III comprende anche quat- tro trattati: il orimo con tre capitoli, il secondo con due, il terzo con nove, il terzo (erroneamente invece ( I ) Cfr. Detlefsen nelle Verhandiuni^en der Philoiog. in A'/>A Leipag» 1870, p. 95 e 106. Sul foglio di guardia al principio si legge: Qutsto libro tra dt la C^ (^™ Commi«»aria) dt m. Zuan Corner et tocco poi 'ila CJ^ di m. Fantin Corner in la division fatta dacordo tra mi òfnt- (letto Corti' ner adì 4 luio t§02. nò R. SABFADINI. di quarto) con uno. Il libro IV (1' Orator) comprende tre trattati: il primo con due capitoli, il secondo con due, il terzo con cinque. I supplementi sono di due specie: gli uni marginali, gli altri alla fine dell'opera. Cominciamo dai marginali: f. 14V, alle parole del testo: impellere atque hortari solebat. Satis esse (I, 26) in margine è notato: Aliquid tale suppleri posset ante illum textum satis e s s e ; e segue un piccolo supplemento. — f. 20V in margine: kic deficit textus in fine huius capituli; nessun supple- mento. — f. 37V, alle parole del testo: in civitate in foro accidere miremur (II, 192) si legge in margine: Verba haec non sunt de textu sed per Gasparinum Per- gamensem excogitata quoniam his similia in litera de- ficiunt; segue un supplemento. — f. 63, alle parole del testo: Quid ergo iste Crassus quoniam eius aòuteris nomine (III, 171) si legge in margine: deficit textus. — f. 64V, alle parole del testo: dactyli et anapaesti et spon- daei pedem invitant (III, 182) in margine è notato: de- ficit textus. — f. 65 V, alle parole del testo: sed eo te- nore laudandi quidem (III, 189) in margine si legge: hic deficit textus. Devo avvertire che il codice fu emen- dato da una seconda mano, forse dello stesso Barzizza, la quale cancellò le note marginali dei ff. 37V, 63, 65V. - I supplementi alla fine del manoscritto vanno dal f. 85 V al f. 9 IV. Portano il titolo di Additiones e sono tre. Il primo passo (II 13-18) ha in margine que- sta nota: f. 85 v Circa principium. secundi libri, verba sunt Catulli. Il secondo passo (II 50-60) ha in margine quest'altra nota: f. 86 Circa principium etiam secundi CICERONE. libri in capitulo quod incipit: T u m Ma rcus Anto- n i u s . Il terzo passo, assai più lungo (Il 245-287), ha in margine la nota; f. 87 Circa medium secundi libri. Le Additiones sono quei frammenti da poco scoperti, di cui parlano le lettere del Barzizza sopra citate. Il più lungo veniva da alcuni giustamente collocato nella lacuna II, 245-287. Infatti al f. 44V, proprio in quel punto del testo, si legge questa nota marginale: Ante hunc textum colliguntur (II 288) reponitur a qui- busdam Addillo ultijna, quae est in fine libri posila, prout fertur quodam in veteri codice repertum. Cotali Additiones risalgono verisimilmente a qualche copia tratta dall' Abrincensis, quando esso aveva sof- ferto minori perdite. Ed ora veniamo ai codici integri. (*) Tutti i codici in- tegri derivano da un solo archetipo, quello di Lodi, che conteneva le cinque opere rettoriche di Cicerone in quest' ordine: la Rettorica vecchia, la nuova, il De oratore, X Orator, il Brutus; il Brutus in fine mancava di un foglio. L' archetipo fu trovato da Gerardo Lan- driani, vescovo di Lodi, nella cattedrale di quella città, nella seconda metà del 1421. L'archetipo non fu po- tuto leggere dal suo scopritore, il quale lo mandò al Barzizza a Milano. Ma prima che questo mutamento di domicilio avvenisse, corsero delle trattative fra i due valentuomini, delle quali fu intermediario Giovanni Omodei. L*Oniodei infatti portò il codice a Milano al Barzizza e ne riportò la prima copia al Landriani. Ciò (') f'omparvf 1.1 prima volta in RÌTÌsttì di filoloi^ia XVT. 1887. lOfi-IIJ- 112 A. SABBADENT. si rileva da un passo di una lettera del Barzizza al Landriani. Gasparinus Barzizius Gerardo Landriano Laudensi episcopo s. p. d. Etsi voluptate maxima affectus sim, Pater Reverendissime, quod ad me Oratorem a te compertum misisses, multo tamen maiore gaudio cumulari me sensi cum a lohanne Homodeo, homine, ut iiosti, tuae di- gnitatis observantissimo, me amari a te plurimum intellexi... Feci autem ut prò ilio vetustissimo ac paene ad nullum usum apto novum manu hominis doctissimi scriptum, ad illud exemplar correctum, alium codicem haberes, quem ad te prò tuo is (Homodeus) defert, qui primus munus hoc a tua in eum singulari benivolentia prò me impetravit. Nunc ad te librum nudum ac inomatum mitto. Neque mihi enim aliter per occupa- tiones meas licuit, nec prius exemplari a librario meo, qui hoc exemplo usus fuit, tametsi instarem, potuit.... (i). L* Omodei era un giureconsulto milanese, che alla dottrina e alla cultura letteraria accoppiava gentilezza d'animo. Negli anni 1421 e 1424 fu rettore della fa.- coltà di leggi nell'università di Pavia, nel 1447 capita- no della repubblica milanese (2). Egli era amico inti- mo del Landriani e certo lui portò da Lodi al Barzizza la notizia del nuovo codice e avviò le prime pratiche per farlo passare a Milano. Questo mi pare che si de- duca da una lettera inedita del Barzizza al Landriani. Saepe me lohannes Homodeus convenit, Pater Reverendissime, vir ut nosti tuae dignitatis observantissimus, qui ubi mandata tua super libro (i) Barzizii Opera, I, p. 215. Confrontata col cod. Ambros. P4 sup. f. 54, che ha assai miglior lezione; p. e. exemplari in luogo di expediri. (2) Memorie e documenti per la storia dell'Università di Pavia, 1878, I, p. 8; 38; Paolo Sangiorgio, Cenni storici della Università di Pavia t Milano, Milano, 1831, p. 99. De oratore exposuit, omiiis paene eius sermo de tua benivolentia, de modestia, de religione, de sapientia tua ab eo consumitur. Cum vero de studiis humanitatis forte mentio inter nos orta esset, ita egregie de tua dominatione et sentit et loquitur, ut cum te propter multa, quae in paucis praelatis reperiuntur, maximi faciam, tum quod te studiis istis mirifice delectari dicit, tanto in te amore et reverentia succendor, ut huic meo in te animo incredibilem accessionem sentiam. Vale (i). La lettera veramente è anepigrafa, ma si sente che è indirizzata a un alto prelato. In margine si legge, di seconda mano : Gziai'i[nus] Vero[_nensis]. Ma non è di Guarino, il quale non fu mai in relazione con l'O- modei; e poi come si potevano vedere spesso (saepe me convenit), se Guarino stava a Verona, l'Omodei a Pavia e Milano? Lo scambio del resto tra Guar\inus\ Ver\pnensis\ e Gua\sparinus\ Per\_gamciisis\ ha fatto spesso attribuire dai copisti all' uno le lettere dell' altro. Senza di che la presente lettera ha intere frasi comuni all'altra so- pra citata: vir ut nosti tuae dignitatis oòscrvantissimus. Sicché non vi è dubbio che essa è del Barzizza al Landriani e anteriore alla venuta dell'archetipo a Mi- l.'ino. Giunto l'archetipo, il Barzizza ne fece trarre la prima copia, com' era dovere di cortesia, per il Landriani. Questa copia fu tratta da Cosimo Cremonese, come si ha da una notizia del Biondo: Cum nullus Mediolani esset repertuSy qui eius vetusti codici s iitteram sciret le^ gere^ Cosmus quidam egregii ingenii Qremoftettsis tres de i; Cod. Riccardiano 779, f. 225. K. i^ABBADUfl, Tuti latini. S. 114 ^' SAfiàADI^i. Oratore libros primus transcrii>sit multiplicataque inde exetnpla oirtneni Italiarn desideratissimo codice repieve- runt (i). Ora si vuol sapere chi era questo Cosimo Cremo- nese, che fu troppo ingiustamente dimenticato; ed io mi ingegnerò di trovarlo, quantunque mi sia necessa- rio prendere il giro un po' alla larg'a; ma quando una questione si deve risolvere, non bisogna guardare se la via è breve o lunga. Intanto per orientare il lettore dico subito che io voglio dimostrare, come quel Cosimo Cremonese sia identico al Cremonese Cosimo Raimondi e che il Rai- mondi fu scolare del Barzizza a Milano negli anni 142 2-1 42 3: da queste premesse seguirà spontanea la conseguenza che il Raimondi fu il copista del codice di Lodi. Che Cosimo Raimondi fosse cremonese, risulta da alcune- intestazioni di sue lettere e discorsi. Vedasi p. es. la seguente: Cosmae Raymundi Cremofiensis de laudibiis eloquentiae libellus incipit. Questo è il titolo del copista, a cui tien subito dietro il titolo dell'autore: Magnifico ac splendidissimo militi viroque sapientissimo d. Johanni Cadarti domÌ7to Bellivesus, Consiliario regio Cosmas Raymnndus Crcmonensis s. d. p. (2). Quest' elogio dell' eloquenza, in forma di lettera, fu dal Raimondi scritto in Avignone nel 1431, dov'egli teneva scuola. Ivi era anche del 1432; infatti in data <i) FI. Biondi Opera, Basileae, 1559, I, pag. 346. (2) Cod. Ambrosiano M 44 sup., f. 2o6v; cod. lat. di Parigi 7808- ì. — dlCERONK. I 15 Éx Aviniofie hai. noiL 1432 egli manda quel discorso all'amico Antonio Canobio (i) Il Raimondi, che doveva essere alquanto strano, vi- veva all'estero da parecchio tempo, dove un po' stu- diando, un po' insegnando campucchiava a stento la vita. La ragione della sua migrazione era che essen- dogli stata negata una posizione soddisfacente in Ita- lia, la andò a cercar fuori. Questo egli dice in una supplica indirizzata dall' estero, forse da Avignone, al senato di Milano, a cui si raccomanda per essere de- gnamente collocato in quella città. Egli vanta i suoi studi, che prima furono letterari e presentemente erano filosofici. Spiega le ragioni del suo volontario esilio, e come venuto a Milano a cercar fortuna e dimoratovi inutilmente un anno e un mese (annum et mensem), ne era dovuto partire deluso. Ecco l'intestazione della supplica: Reverendissimo ac tnagiiificis sapientissimisque et ornatissimis viris Scnatui et Ducalibus patribus con- scriptis Mediolanensibus Costnas Raimondus Cremonensis obsequentissimum se dicit (2). Contemporaneamente il Raimondi faceva isum/a an- che a Giovanni Corvini, segretario ducale. Nella lettera parlando dei suoi studi e dicendo eh' egli non ebbe maestri, soggiunge: NUi forte debeat «atìs illud tacere quod Gasparinum audivcrini Per- gamcnuem; fatcor cquidem et prae me fero audÌBt»e illum idque etiam eiiAe (actuin gaudco. Sc<i sì quibus est a me auditus omnis in unum (1) Cod. Ambros. cit., f. J06 (2) Cfxl. Anil)ir>m':in(> \\ \ì.\ 1 I<) K. SAIJUAOIN'I, conferaiitur dies, vix auditionis et studii quod factum apud illum sit sex et trium mensium adnumerare tempus queam. Quem saltem ipsum pa- rentem ac deum nostrae aetatis eloquentiae (et quo mortuo [1431] una mihi interisse videretur oratoria, nisi quod adhuc in te ipso residet) uti- nam audire diutius potuissem (i). Rimane cosi assodato che Cosimo Raimondi era cremonese, che visse un anno e un mese a Milano e che in quel tempo fu alunno del Barzizza per sei e tre mesi; il che non può significare se non il semestre di un anno scolastico e il trimestre di un altro. Ora vediamo in che tempo cadono V anno e il mese del suo soggiorno in Milano. Questo punto sarà chiarito da una lettera inedita dello stesso Raimondi all'arci- vescovo di Milano Bartolomeo Capra. Reverendissimo d. B[artholom£oJ archiepiscopo Medi[olanensi] Costnas Ray[mundus] s. d. Compulsus commotus sum fama et celebritate nominis tui tuorumque studiorum, ut, quanquam tibi antehac igiiotus fuerim, tamen hanc ad te scriberem. Nam cum hae tuae gestae res sint, ut propter earum am- plitudinem summam adeplus gloriam videare tantumque studiis optimis omnibus praestes, ut tantus nullus honos excogitari possit, quo non tu dignus iudiceris: etsi tum me dignitas tua, tura sapientia a scribendo deterrebant (Cicer., Brut., 262), tamen vel arrogans videri potius quam yacuus ab bis litteris esse volui. Nihil igitur scito neque gratius neque iocundius mihi quicquam fore, quam si exploratum habuero parte aliqua humanitatis tuae me abs te complexum (2) iri atque in tuorum numero ascribi. Quod ut quasi quadam necessitudine facere te oportere intelli- geres, contexerem paulo altius hanc epistolam, si id et huius temporis ratio nunc postularet et difficile esse existimarem a te quod quisque rellet impetrare. (i) Ib., f. io8v. (2) complexurum eoa. I. — CICERONE. 117 Corametnorarem in primis eandem et tibi et mihi communem patriam esse, quae cura alienissimos quoque iiiter se conciliare soleat, te non sinerct quin a quo plurimum diligerere, in eum etiam amoris tui plu- mum impartitum esse velles. Adderem deinde quod avunculus mihi est vir optimus et iuris civilis scientia (1) praestantissimus tuaeque dignitatis amantissimus d. Antonius Oldoviuus, quo vel uno Iretus cum illum tanti facias quanti certe facis, non dubito quin et iamnunc repente in animura tuum influxerira. Praeterea adiungerem me hisdem studiis delectari quibus tu tantique studia oratoria lacere, quae tibi sant iocundissima, ut qui horum expertes essent, quamvis in summo honore et fortuna constituti, tamen hos ne (2) satis quidem amplos homines et gloriosos (3) haben- dos non putarem. Quod si (4) mihi omnia deessent, illud certe me adiuvaret, quod sin- gularis humanitas tua, qua te unum inter omnes maxime excellere affir- mant, non pateretur tam propensam erga te voluntatem meain benivo- lentiae tuae immunem esse. Veruni de tua in me benivolentia non du- ' ito, ut etiam mihi persuadeam me non tantum a te amari, sed vebe- enter etiam amari. Illud potius vereor, ne quod fortassis novo genere sum usus ad te ribendi, parum a me dignitatis tuae rationem habitom esse existimes. on enim (5) initio cpistolae appinxi quae cum vobis praelatis, sic enim pcllamini, apponi solent (6) « In Christo patri et domino, dei et apo- • )Iicae sedis gratia * et cetera huiusmodi confabulationis; quae quidem ^o de industria omnia praeterii quod Tullianae dolitine, qunnun ut au- o curiosissimus es, respuere haec videntur. Hanc ego cum Mediolanum adventare diceren.s um m itinere dari obviam volui, tam sum convenicndi tui cupidus; quod si mihi per oc- ipationes meas licuisset, ad te ipsc profectus essem; quanquam ut spero rftiunde epistola meam viccm gcrct (7). (1) scieotie eot^. (a) ne] me tot/. (3) et glorioso»; hominc<; an/. (4) quorl xij quaxi cct/. (5) enim) ctim foJ. (6) solet cod. (7) epistola mercem geret <W. OkI. Kiccardiano 779, (. 1S4, I I 8 R. SABBAOINI. La lettera, oltre di dare una buona notizia sulla fa- miglia del Raimondi, riconferma che la sua patria era Cremona, giacche Bartolomeo Capra era certamente cremonese (i). Tutto sta fissarne la data, la quale manca secondo il solito. La lettera fu scritta nel tempo che il Capra entrava a prender possesso dell' arcive- scovado di Milano. Leggiamo nella Cronaca Bossiana (2): 'Bartholomeus Capra CVI (numero d'ordine occupato dal Capra nella serie dei vescovi di Milano) creatus, ad sedem septimo calendas martias anno domini 1423 summo cum ho- nore venit '. Perciò il Capra prese possesso della sua sede il 23 febbraio 1423. In questo tempo dunque il Raimondi stava a Milano e ci doveva essere dalla prima metcà dell'anno precedente (1422), nel quale tras- se la copia del codice Laudense. Questa è la data (*) da me proposta, sin dal 1887, del soggiorno di Cosimo a Milano. Ma essa fu risoluta- mente impugnata: prima dal Novati e dal Lafaye (3), (i) Argelati, Script. Medici., I, 2, p. 284; Murat., Rer. Ilal. Script., XVII, 1300. E meglio ora F. Novati, Bari, della Capra ed i primi sìioi passi in Corte di Roma, in Roma e la Lombardia, Milano 1903, 30. (2) Chronica Bossiana, Mediolani 1492, penultima pagina. (*) Questo § è nuovo. (3) Fr. Novati et G. Lafaye, L'anthologic d' un kuma?tiste italien au XV siede (estratto da Mélanges d'archeologie et d'histoire), Rome 1892, 42-44. I due autori recano molte nuove notizie sul Raimondi, 39-53, specialmente sulla sua dimora ad Avignone, dove miseramente s'impiccò tra la fine del 1435 e il principio del 1436. I. — CICERONE. 119 poi da G. Mercati (i). I tre miei contraddittori obiet- tano che difficilmente la lettera di Cosimo al Capra si pu ò riferire al trionfale ing-resso di costui nella sede dell'arcivescovado, poiché lo scrivente non avreb- be mancato di accennare alla solennità del momento. Bisognerà invece supporre che si tratti del ritorno del Capra da una delle tante legazioni che gli furono af- fidate, e probabilmente da quella intrapresa nel novem- bre del 1427 presso il duca di Savoia a Torino per stipulare il matrimonio di Maria di Savoia con Filippo M. Visconti (2). E in verità devo riconoscere giusta 1' obiezione. Il Novati e il Lafaye notano inoltre che il Rai- mondi nelle lettere inviate da Avignone negli anni 1429-32 parla del suo arrivo nella città provenzale come di cosa recente: ciò che non potrebbe sussistere s'egli avesse abbandonata Milano, com'io proponevo, sin dal 1423; onde il soggiorno del Raimondi a Milano andrebbe trasportato agli anni 1427-28. Anche quest' obiezione è giusta. E allora come si concilia tutto questo con la copia del codice Laudense da lui tratta nel 1422 ? I due contraddittori, Novatt- e Lafaye, sciolgono così l' im- broglio: che il codice Laudense fu mandato a copiare (1) G. Mercati, Cosma Raintondi Cremoftese ecc. (estratto da Studi e documenti di storia e diritto^ XV), Roma 1894, 47-48. Qui sono rac- colte ulteriori notizie hul Raimondi, 5-21, desunte da un codice Clas- sense di Ravenna. (2) Giidlni, Memorit della citta t campagna di Milano^ Milano 1857, VI 298. I20 R. SABBAUINI. al Raimondi fuori dì Milano, forse a Cremona, dov'agii si trovava. Dal canto mio se accetto le obiezioni, non mi so acquietare alla soluzione. Mi ripugna pensare che il Barzizza, venuto in possesso del prezioso archetipo, l'abbia mandato fuori di Milano, sia pure mettendolo in mani fidate. E a quale scuola aveva 1' autodidacta Raimondi imparato tanto bene a decifrare codici dif- ficili, se non a quella dello stesso Barzizza ? Il quale nella seconda metà del 1421 passò da Padova a Mi- lano e neir ottobre o novembre dell' anno medesimo aprì i corsi nella nuova residenza. Il Raimondi allet- tato dalla fama dell' insigne maestro, sarà stato uno dei primi ad accorrere alle sue lezioni. Non curiamoci della testimonianza del Biondo e rileggiamo le parole del Barzizza neUa lettera al Landriani (sopra p. 112): Feci autem ut prò ilio vetustissimo ac paene ad nul- lum usum apto novum manu hominis do- ctissimi scriptum ad illud exemplar correctum , alium codicem haberes '. Noi sappiamo ora che Xhomo doctissimus h il Raimondi: e ce lo figuriamo intento a trascrivere, sotto la sorveglianza del vegliardo e bonario maestro, il codice poco decifrabile e poi col- lazionare l'apografo con l'esemplare. E le obiezioni dei miei contraddittori? Si possono risol- vere ammettendo una doppia visita del Raimondi a Mi- lano: la prima comprendente sex et trium mensium tem- pus (sopra p. 1 1 6), la seconda annum et mensem (p. 115). I sex et tres menses appartengono agli anni 142 i -1422, quando egli all' apertura dei corsi barzizziani in Mi- I. — CICERONE. 121 lano venne a frequentarne le lezioni. L' annus ai mensis vanno distribuiti tra il 1427 e 1428, quando ricompari a Milano non tanto per rag-ioni di studio, quanto per ottenervi una magfis tratura. Lo afferma egli stesso nelle due succitate lettere al senato milanese e al Corvini. Ecco il passo della prima (i): Nam cum essem annum et mensem Mediolani demoratus m a g i- stratus ineundi alicuius grati a, magis ut litteris quani vitae necessitati, quae summa quidem et est et erat, satis fieret, nec ullum omnino vel minimum obtinere potuissem, pergraviter moerens id ipsum temporis, quod fuisset ambitioni impensum, frustra totum a me consumptum esse; perduci ulterius inaniter meam spem ac dies inutiliter subduci mihi singulos non sum passus Italiamque aufugiens ob paupcr- tatem, veteribus meis studiis auscultandum putavi, quae din m u 1- tumque a me intermissa rogitare cupidius videbantur.... Ed ora il passo della seconda (2): Sed cum statuissem aliquando unam hanc oratoriam facultatem ac poe- ticam quoque.... diligentius paululum complecti et recognoscere ob eam- quc causam Mediolanum ad vos venissem ut magistratum ali- quem nactus simul et ci vitae quae in actione versatur et bis studiis operam tribuerem.... ♦♦♦ Risolta la questione della personalità di Cosimo Cre- monese, ri torni amc) al ror^irp I.nudpTT-p p al Harzizza. Il (1) Cod. Ambros. 1^ 124 sup. f. loh. (2) Ih, f. 109V. Le due lettere sono del gennaio 1431. In quella al senato Tire ancora ' R.mas pater sapicntissimusque vir d. I(acobu8) I^olanus cardinalii eminentistimus ' (f. 108), che mori il 9 fcbbr. 1431 (( i.iconiuR, V'ttae poni. II 809); in qnrlb :A Ton'ini è morto Gasp.u-i no Barzizsa, che non era più tra i 131 (Gaiip. Barzisti, Opera I p ":":"'"TT r 122 R. SABBADINI. codice passò in suo potere (*), com'eg-li stesso afferma nella seconda edizione, uscita a Milano tra il 1422 e il 1430, della sua Orthographia (i). Cosi scrive infatti là, dove tratta dell' u arcaico: ' Similiter U prò i in plerisque scribi non solum codices antiqui sed quorundam etiam modemorum usus testatur, ut 1 u b e t prò 1 i b e t , herciscundum prò herciscendum; inde familie herciscunde (Cic. de or. I 237) prò herciscende idest dividende; est enim h e r e i - scere idem quod hereditatem scindere. Et pene omnia superlativa, velut inantiquissimo codice meo legi, ubi tres expleti De oratore libri ad Q. f., item Orator ad Brutum et alius qui Brutus dicitur contine- tur '. Le parole in mitiquissimo codice meo significano piena proprietà. Sugli apografi (**) tratti con la cooperazione del Bar- zizza dall' archetipo laudense dà sufficienti informa- zioni la lettera di lui, più sopra citata (p. 112), alLan- driani, dalla quale ripeto il passo che fa al caso nostro: * Feci autem ut prò ilio vetustissimo ac pene ad nullum usum apto novum manu hominis doctissimi scriptum, ad illud exemplar correctum, alium codicem haberes, quem ad te prò tuo is (Homodeus) defert, qui primus munus hoc a tua in eum singulari benivolentia prò me (*| Comparve la prima volta in Studi ital. filol. class. V, 1897,369. (i) Cod. dell'Università di Pavia 253 f. 13V. Sulle due edizioni del- l' Orthographia cfr. R. Sabbadini in Studi ital. filol. class. XI, 1903 364-68. {**) Comparve la prima volta in Rivista di filologia XVI, 1887, I13- 118. Ma la trattazione è interamente rifatta. I. — CICERONE. 123 impetravit. Nunc ad te librum nudum ac inomatum mitto. Neque mihi enim aliter per occupationes meas licuit, nec prius exemplari a librano meo, qui hoc exemplo usus fuit, tametsi instarem, potuit '. Si mediti diligentemente questa lettera, tanto più ora che il confronto con la redazione manoscritta del cod. Ambros. sostituisce vantaggiosamente aM'expediri della stampa il più esatto exemplari. Il Barzizza parla di un homo doctissimus e di un librar ius meus: il dot- tissimo uomo è, ormai lo sappiamo, Cosimo Raimondi; r altro è il copista che sta al servizio del Barzizza. Inoltre occorre distinguere 1* exemplar da hoc exemplo: exemplar è X archetipo Laudense, exemplmn è 1' apo- grafo tratto dal Raimondi. Dunque il Barzizza fa alle- stire dal Raimondi un ^lpog^afo per il Landriani; ma prima di mandarglielo, ne fa preparare dal suo ama- nuense un ahro apografo per uso proprio. Ciò ha ca- gionato perdita di tempo: di che il Barzizza chiede scusa al vescovo. Dei due apografi, quello di mano del Raimondi, de- stinato al Landriani, s* è perduto; l' altro, eseguito di sul Raimondiano per uso del Barzizza, c'è rimasto, ma diviso in due codici: l'uno il Vatic. Palatino 1469 (i), che contiene il De oratore e XOrator, l'altro il Nazio- nale di Napoli IV B 43 (2), che contiene il fìrutus. ^ ' ■Arihi'ù\u\ T audense f<)mpn»Tv^"v • '•'>me s'è av\'<'r- (U Degnilo \}. e. da V. Ilccnlcgcn; M. lulli Ciccronii OraU^r, Lip- •iac ifiR4. XV-XVI. ; Stangl: M. Tulli Ciceronis Brutus, I.lpsitc 1886, IX, XVUJ. 124 ^' SABBADINI. tito, cinque opere rettoriche, ma il Barzizza e con lui gli altri umanisti s' interessarono delle sole tre , che erano o in parte o del tutto nuove: il De orat., X Or. e il Br. Il codice Palatino ha la sottoscrizione : Ex vetustissimo Codice. Libri tres de Oratore ad Q.fratrem. Item orator ad M. Brutum transcripti perfectique expli- ciunt. et ad exemplar emendati: sottoscrizione che il Heerdegen (i) crede di mano del Barzizza, come di mano sua crede le correzioni marginali. Io ne dubito, anzi lo nego, dopo d' aver raffrontato quella scrittura con le note autografe del Barzizza nel codice Vatic. 1773 (2). Il codice Napoletano reca alcune importanti note di possesso: al principio: Guiniforti Barzizii; A. jfani Par- rhasii et amicorum Mediolani emptus aureolo; alla fine: Antonii Seripandi ex 7 ani Parrhasii testamento. Vale a dire: da Gasparino Barzizza lo ereditò il figlio Gui- niforte; il Parrasio lo acquistò a Milano dagli eredi dei Barzizza e lo legò in testamento al cardinale Se- ripando. Di qualche peripezia del codice Napoletano, vivente Gasparino, e' informa la seguente lettera di costui: Postquam (*) B r u t u s noster ad me rediit, pater reverendissime, sepe illum, ut pollicitus eram, mittere ad te volui, sed incidi in homi- (i) op. cit. XVI. (2) Su questo codice vedi R. Sabbadini in Studi Hai. filol. class. V, 1897, 390-92. (*) Questa lettera comparve la prima volta nell'opuscolo: Studi di Ga- sparino Bar tizia su Quintiliano e Cicerone, Livorno 1886, 13. li — ClCkKONÉi. li^ nes aut minus [properandi] (i) cupidos aut qui iiegotium, quod (2) tum eis committerem (3) non intelligebant. Quorum alterum (4) faciebat ut ne is (5) tarde traderetur timerem, alterum (6) ne toto ilio itinere (7) Brutus noster male exceptus (8) minus honeste (9) in manus tuas veni- ret (ic. Maximas itaque gratias, pater optime, habeo sapientie tue, qui provinciam hanc commisisti lacobo Bracello (11), homini honestissimo ac in bis ipsis [studiis] (12) humanitatis egregie docto, quibus ut ceteris re- bus apprimc deiectaris. Causam tarditatis mee vides; quare (13) si plu- sculis (14) diebus forte eum apud te habueris, quam studiis meis condu- cat, nihil erit quod tuum in hac re desiderare officium possim. Ipse ante accusationem (15) defensionem prescripsit (16); quanquam quid (17) est apud me quod (18) non prius tuum quam meum fuerit? Vale et de me ut facis semper cogita. La lettera non ha intestazione, ma dall' apostrofe pater rever ni dissime si rileva che è indirizzata a un alto " prelato, il quale doveva risiedere a Genova, per- (1) properandi oni. in lac. cvd. (2) quibus cod. (3) committere cod. (4) alter cod. (5) bis cod. (6) tradcret timeretur alter ccd. (7) tenere cod. (8) excipitur cod, (9) hoKtem cod. (io) venire cod. (11) Braceao cod. (12) studiis om. cod. ( 1 3) quac cod. 114) plus tulÌK cod, (15) occupationcm cod. ( 1 6) pcrscripsit cod. (17) quidquid cod. (iH) qui cod. ̱b R. SABBADINI. che Giacomo Bracello, a cui è affidata la commissione, era cancelliere g-enovese. Queste due circostanze ci portiino al 1428, quando era g-overnatore di Genova l'arcivescovo milanese Bartolomeo della Capra, che appunto in queir anno mandò il cancelliere Bracello a Milano a congratularsi delle nozze di Filippo M. Vi- sconti con Maria di Savoia (i). Al Capra pertanto il Barzizza prestò il suo Brutus, dopo che gli era ritor- nato da un altro prestito. E chiaro da quanto sin qui s'è detto che i due co- dici Barzizziani derivano dall'archetipo Laudense indi- rettamente per via dell'apografo Raimondiano. Del- l'origine indiretta abbiamo un altro indizio, che in essi cioè le tre opere mostrano una divisione in capitoli: divisione che non si poteva eseguire in una copia di- retta. La divisione in capitoli l'aveva il Barzizza adot- tata per i testi mutili e ora 1' estese ai testi integri. Essa era già compiuta prima dell'ottobre del 1422, perchè il Biondo vi allude scherzevolmente nella sua copia del Brutus (cod. Ottobon. 1592) allestita in quel mese (2) per Guarino. Giunto infatti al § 48, dove nel- l'apografo Barzìzziano cade lo spazio per la segnatura di un capitolo, scrive in margine: In v eteri continuai textus ubique sine capitulo vel testiculo (3); verum unde hec c(apitul)a, tu mi Guar(ine) iìttellegis. (i) C. Braggio, Giacomo BracelU e l'umanesimo dei Liguri al suo tempo, Genova 1891, 14. (2) Cosi sottoscrive il 'Biondo'. Scripsi huvc Bruttcm Mediolani a noni s ad ydus octobres 1422 ad exemplar vetustissimum repertum nuper Laude. (3) Il Biondo gioca sull'equivoco testiculus, texticulus. t. - CICERONE. iij Nel medesimo anno 1422 fu tratta dal vescovo di Como Francesco Bossi una nuova copia delle tre opere, che ora si conserva nel codice Ottoboniano 2057, co^ ^^® sottoscrizioni: una breve del copista: MCCCCXXII die penultimo novembris in sero finii; e una lung-a del correttore: M. Tullii Ciceronis de oratore. Ora- tor. Briitus libri felicitcr expliciunt, qui sunt reverendissi- mi in Christo pairis et doìnini domini Francisci Bossii Mediolanensis, Episcopi Cumani ac Comitts iurisque utrius doctoris, virique gravissimi et pacatissimi domini An- thonii Bossii filii ducalis consiliarii et quaestoris. Qui tres oratorii libri correrti auscultati collecti emendati confor- mati et iustificati fuerunt cum codice ilio vetustissimo et ipsa intuitione religionem quandam mentibus hominum inferente, quem rever. pater et dominus dominus Gerar- ius Landrianus Episcppus Laudensis et Co7nes in archi- zio ecclesiae suae repperit litterarum cupidi or, per Anto- nium lohannis, Simonem Petri Bossios et me Franciscum Viglevium {i) de Ardici is quamvis cursim MCCCCXXV die XXVI aprili s In di et ione ter eia, in civitate Papiae studiorum anatre. Non inveni plura in perveteri codice^ fortunac quidem iniquitas id totum si tamcn quiddam erat rccidit. Eo tamen urgeor quod ista dicendi divinitas multos annos obltviosa et in eulta sic irreligiose prostitit. Ni quidem fuisset dicti praesulis Laudensis solers bene dicendi studium vigilantiaque industris iterum divino carcremus hoc muncre ( Vide quaeso priscorum incuriam) l'igievius è r etnico e vale quanto Vigiivinentis ostia nativo di Ì2S R. SAtìliAlJiv'l. cuius inventioìie quamplurimum famae et perkennitatis sortitus est. Sed idem Cumanus aut paris est gloriae vel non tninoris felicitatisi propterea quod primum (per la prima volta) veterem et superiorem codicem non sat a plerisque legibilem oh antiquarum litterarum effigie^n sti- luntque incogiiitum in latinas et explicatas bene litteras studioseque interpunctas summa diligentia renovavit. L' apografo pertanto venne trascritto a Milano nel 1422 e collazionato a Pavia sull'archetipo nel 1425: a Pavia, dove nei primi mesi di quell'anno si trovava in vacanza il Barzizza, possessore dell'archetipo. Ecco qui una sua letterina (*) : Nisi cause quas tibi reddidi, pater o[ptinie projfectioTiem meam atque reditum impe[diren]t, [tantum] temporis non differrem quin, quod bis prox[imis fejriis paschalibus (i) senatus iussu factunis sum (2), [stitim] voluntati vestre ac ceterorum p(atrum) c(onscriptorum) parerem; [sed] quia nundura hoc mihi per ceteras occupationes meas licet idque summa in me humanitas senatus permittit, licentia concessa hic paucis diebus utar; interim sarcinulas componam et, ut aiunt, vasa colligara, ne cum tempus reditus mei venerit, in mora sim. Vale et me ut facis commen- datum habeas et reliquis p. e. dominis meis qua moris es benignitate recommendàre digneris. Ex Papia 3 kal. martias 1425. Gasparinus Pergamensts quidquid est tuus. Spectatissimo viro ac gravissi- mo senatori domino T. de V. (3) iuris utriusqut doctori clarissimo optimo patri et domino egregio, (*) Comparve la letterina la prima volta in Rivista di filologia XIV, 1885, 426-7. Dal cod. Ambros. P 4 sup. f. iv. La scrittura in molti luoghi è cancellata, sicché ho dovuto colmare per congettura le lacune. (i) La Pasqua del 1425 cadde il giorno 8 aprile. (2) sim cod. (3) Taddiolo da Vimercate, senator ducale, cfr. Argelati Biblioth. Me- diai, n, II p. 2226. CICERONE, 129 Nella sottoscrizione (*) del codice Ottoboniano il Viglevio attesta in modo solenne che 1' apografo fu tratto direttamente dal vescovo Bossi, a cui attribui- sce merito pari a quello dello scopritore Landriani: Paris est gloriae, perchè veterem et superiorem codicem non sat a plerisque legibilem in latinas et explicatas bene litteras studioseque interpunctas summa diligentia reno- vavit: cioè trasformò la scrittura poco leggibile (insu- lare?) in chiare lettere latine, divise le parole e inter- punse diligentemente il testo. Tutto questo corrisponde esattamente al codice Ottoboniano. E non solo il Viglevio dichiara che queir apografo discende direttamente dal Laudense, ma che fu anzi il primo a esserne derivato: primum •• renovavit. Il che significa che egli nel 1425 ignorava l'esistenza di Co- simo Raimondi e del suo apografo; e in verità il Rai- mondi aveva lasciato Milano sin dalla metà circa del 1422 e il Viglevio non ne doveva aver udito parlare. Il primo trascrittore o pritnus translator, primus trans- formatoTy nominato sui margini dell' Ottoboniano, non è e non può essere il Raimondi; egli è bensi una per- lina in intima relazione col circolo dei Bossi, è in- imma il vescovo Bossi: e per questa ragione il Vi- .ovio lo chiama anche amicus noster (i). Ma allora come conciliare la derivazione immediata deirOttoboniano con la presenza in esso della divisione (♦) Questo 9 è nuovo. (I) StangI op. cU. p. XX; Heerdegen op, cit. p. XVII. R. SABBADUa, Ttsti latmi. 130 R. SABBADINi. in capìtoli, quale abbiamo riscontrata sugli apografi Barzizziani ? In una maniera molto semplice: ammet- tendo cioè che il Bossi trascrisse l'archetipo tenendosi davanti per comodità gli apografi Barzizziani. Cosi ob- bliga a credere la cronologia; poiché la copia del Bossi fu tratta nel novembre del 1422, mentre gli apografi Barzizziani risalgono ai primi mesi di quell' anno. Una copia delle tre opere, ma indiretta, si fece fare un altro Bossi, quella che si conserva nel codice Am- brosiano C 75 sup., membranaceo, di bella scrittura umanistica ed elegantemente miniato. L'iniziale M del libro II de orai, e l' iniziale / d el libro III recano lo stemma dei Bossi con le sigle AL., BO., che si risol- vono in Aluisius Bossius. Questo Luigi era fratello del vescovo Francesco. Verrebbe quindi subito di pensare che Luigi si fosse fatto trascrivere 1' apografo del fra- tello; ma così non è, perchè la sua copia deriva dagli apografi Barzizziani (i) ed è probabilmente anteriore a quella del vescovo. Due altri apografi diretti del Laudense sono il Fio- rentino Nazionale Conv. soppr. I. 1,14 (questa èia vera segnatura) con VOrator e il Brutus e il Vaticano 2901 col solo De oratore. Sul Fiorentino mi pare che tutti siano d' accordo. Intanto esso è cartaceo, privo di ornamenti e col te- sto tutto continuo senza la divisione in capitoli degli apografi Barzizziani. Inoltre segue, e fu già notato (i) La dimostrazione mi trarrebbe troppo in lungo; e poi non ha importanza. I. — élCEltONE. tji dallo Stangl e dal Heerdegen, scrupolosamente 1' or- tografia classica, dovechè gli altri amanuensi applica- vano in maggiore o minor misura l'ortografia umani- stica. Tralasciando p. e. i dittonghi, che sono costan- temente espressi (ae oe), traggo da una pagina, aperta a caso (f. 55v), queste parole: maxumuniy intellegens^ numquam, volgi, optinnum, adsideiis, udiente, ta7nquam, voltu, adsensus, qiiamdo, revortar, le quali ogni altro umanista avrebbe scritto cosi: maximum, intelligens, 7iunquam, vulgi, optimum, assidens, attente, tanquam, vultu, assensus, quando, revertar. Ecco una prova pal- mare che l'amanuense copiava fedelmente da un codice assai antico. L'altro codice, che probabilmente discende in linea retta dall'archetipo, è il Vaticano 2901. Anch'esso è cartaceo, senza ornamenti e col testo tutto continuo. Anch' esso riproduce 1' ortografia classica, di cui una pagina, aperta a caso (f. 3v), offre i seguenti esempi: acula (I 28), conlaudandum, quidquain, adlicere, iucun- dum, adflictos, olio, conloquium, ai quali corrispondono le forme dell' uso umanistico: aquula, collaudandum, quicquam, allicere, iocundum, afjlictos, odo, colloquium. Le note marginali di questo codice sono della mas- sima importanza, come apparirà dal seguente saggio: f. 28 (II 40) nel testo scrisse Vox, poi cancellò e in margine segnò Nox con sopra un v (= vetus), ^' Il (li 91) nel testo Furit in re p. fiifìus, in marg. vetus fuit abrasum, guod credo dixiss, f. 67 V (UI 187) nel testo crimen ejffugtam. Quar *♦ i3« R. SABBADINl. tandem, in marg. Quarum. vetus fuit abrasum et pessime reaptatum (i). f. 30 (II 60) nel testo orationem meam illorum *. Sed ne latius, con un v. sopra illorum; in marg. cantu quasi color ari (2). f. 28 (II 42) nel testo expetenda ne esset, in marg. e xp etenda esset, con la sigla v. (3). f. 28 (II 39) nei te^to vim or atoris cum exprimeres me subtiliter, con v, sopra exprimeres (4); in marg. expri- mere subtiliter. f. 66v (III 175) nel testo si efficitur coniunctione ver- borum siculi versum, sul marg. sinistro vitium est et tamen etiam coniunctionem , sul marg. destro vetus uon habet additionem (5). f. 69 (III 214) nel testo hoc totum oratores autem veritatis histriones; su oratores due segni, uno di cor- ruzione e uno di richiamo; sul marg. sinistro qui sunt veritatis ipsius actores reliquerunt. Imitatores; sul marg. destro vetus non habet additionem (6). Se non c'inganniamo, il copista nella revisione del testo teneva davanti a se il Laudense e un codice (i) Queste due abrasioni del Laudense, di cui non so se ci siano altre testimonianze, a chi risaliranno ? cfr. p. 142 multa abraserunt. (2) cantu è dei mutili tardivi; forse il Laudense aveva lacuna dopo illorum. (3) Perciò ne mancava nel Lau^iense. (4) Dittografia nel Laudense. (5) Questa lacuna del Laudense è attestata per altra via. (6) Le parole qui sunt — imitatores^ dei mutili, non erano perciò nel Laadense. I. — CICERONE. 133 della classe mutila: con questo colmava le lacune di quello. Il Vaticano e il Fiorentino, rassomiglianti per molti rispetti, non derivano dal medesimo amanuense. La pasta e la marca della carta sono diverse; diverso r inchiostro, diversa la scrittura e la proporzione delle abbreviazioni. *** Resta da comunicare le notizie sulla nuova scoperta, quali si ricavano dall' Epistolario di Guarino. Venga intanto questa lettera {*) : Guarinus (i) Veronensis snncto viro M. B. plurimam in christo s. In hoc tuo discessu tibi opto, ut bene ac feliciter hoc tibi iter eve- niat ac Mediolauensibus ipsis, ad quos proficisccris; quod ita fora vati- cinor ob cam quam de te apud nos fecisti experientiara et vitae inte- gritatc et acutissima divinorum documentorum subtilitate. Quibus ex re- bus universum populum Veronensem mirifica tibi caritate ac benivolentia dcvinxisti, ita ut quanta suavritate ac iocunditate omnis nos praesens affeceras, tanto maerore ac molestia discedens torqueas. Quid enim magnificcntius aut utilius afferre poteras, quam ut virtutum amorem ac vitioram odiam animis ingenerares et rectam crcdendi viam ? quam non ante ingredientibus commonstras, quam ipse honeste constanterque fe- ccris, ipsius salvatoris exemplo , qui non ante docere inceperat quam facere. Cctcrum una res maerorem hunc publicum solatur et temperai, spes scilicet optatissima rcditus tui, qua ita futurus (2) es nobis prae- »en«, ut et rcmotus a nobis longinquus esse nequeas. De his in prae- ■entia latis. Singolare quoddam a tua humanitate beneficiura petere non dubitabo, (♦) Comparve la prima volta in Studi ital. filol. class. VII, 1899, 105-6. (1) Cod. ClaMente di Ravenna 419, 8 f. r8v. (i) Ucturof cod. 134 R« SABBADINI. ctim ita te natimi ita educatum ita institutum videam, ut bene mereri de hominibus velis et de iis potissinium, quos fidci ac lesu christi ca- ritas tuae facilitati coniunctos reddidit. Qiiod autem peto est commune quoddani studiosoiuir) beneficium, qui bisce humanitatis et liberalium ar- tiuni exercitiis operam dant. Hactenus apud nos obversabatur liber Ci- ceronis de oratore, ita tamen obtruncatus et dilaniatus, ut cum maxima pars (l) operit elegantissimi vel temporuni invidia vel maiorum nostroruni incuria perisset, inemendatum etinra quod reperitur extarct. Hoc vero tempore fama pcrtulit ad nos librum ipsum integrum absolatum et a vertice, ut aiunt, ad calcem usque nulla ex parte diminutum repertum «s$e a viro doctissimo ac sapientissimo Gasparino Bergamensi. Video iam caelum ipsum et novam hanc aetatem nostris ita favere studiis et eloquentiae incrementis, ut ni (2) per segnitiem atqiie inertiam deesse no- bis velimus, ad altura quoddam doctrinarum culmen possimus facile con- scendere. Tuum igitur erit officium, pater humanissime, ut quamprimum Mediolanum sospes adveneris, convenias Gasparinum ipsum, cuius fama tam clara est, ut latere non possit (est enim hoc tempore Mediolani), curesque ut liber iste de quo loquor nuper inventus transcribatur ope mtque opera Gasparini. Id autem ab co facillime impetrabis; nam cum doctrina et virtute sit magnus, facilitate placabilitate morum dulcedine nemini cedit, potissimum cum ad litteratorum commodum uUum praestare adiumcntum queat. Ts autem liber ipsius Gasparini hospes esse praedi- catur; quod de industria factum ab ipso Cicerone crediderim, cum plu- rima illi ornamenta laudesque contulerit et magna ex parte latentem in lucem extulerit. (Juid vero facilius aut etiam verisimilius sperari potest, quam te praeceptorem eloquentissimum ab eruditissimo homine impetrare debere, ut romanae princeps eloquentiae ac recte vivendi magister ad cupidos sui cives perducatur ? ad quos proinde * facilisque volensque sc- quetur '. Plura non dicam; quaecunque expenderis in eo libro tran seri - bendo, nobis quom (3) denuntiaveris, restituentur confestim. Vale, vir integerrime, memor mei. Ex Verona v idus ianuarias (1422). (i) pars om. cod. (2) ni om. cod. (3) quum cod. I. — CICERONE. 135 Nelle iniziali M. B., che non so risolvere, si nascon- de il nome di un frate che aveva predicato a Verona r avvento del 142 1 e ora passava a Milano, dove avreb- be potuto trovare il Barzizza e chiedergli copia del nuovo codice di Cicerone. La fama giunta a Guarino è ancora incerta e confusa, perchè egli crede si tratti del solo De oratore e che lo scopritore sia stato lo stesso Barzizza,; ma se già n' era corsa voce dai primi di gennaio del 1422, rimane assodato che la scoperta avvenne nella seconda metà del 1421. Nel giugno (*) del 1422 Guarino mandò a Milano il suo scolare Giovanni Arzignano a prender copia delle nuove opere : Guarinus Veronensis Gaspariuo Bergomensi sai. pi. d. ( i ). Superiori tempore cum ad nos perlatum est integrum Ciceronis Ora- torem postliminio et e longis tenebris divinitus credo redisse, magna certe laetitia fuimus affecti omties qui hac in civitate suraus ab bisce hu- manitatis studi is non abhorrentes, in quibus tu facile dux et princeps eni- tuisti. Dolebanius antea niirum in modum quod tam acuta, tam suavia, tam prudentissima eloquentiac praecepta manca et nescio quo fato mu- tilata ad nos pervenissent, ut cum effari coepissent media in voce resi- :^tercnt (Verg., Aert., 4, 76). Gratulati sumus et laudi et sapientiae tiiae, juem ab diis manibus vcl verius Klysiis canipis renascens ad supcros Cicero primnin in tcrris delcgit hospitem; quod re quoque ipsa augurari licuerat. Qucm cnim potius quam te Cicero ipse deligeret, cuius ductu ■itque auspiciis amatur, legitur et per Italorum gymnasia summa cum gloria volitat ? Gratulati sumuK et nobis et desiderio nostro; nani ab (•) Comparve U prima volta in Rivista di filologia XJV, 1885, 4*7" 434. (i> Cod. Eatense 57 f. 172?; eod. Farig. Ut 5854 f. io8v;cod.Bo- dldano Land. 64 (Oxford) f. j. 136 R. SABBADINI. cuius facilitate ac suavitate eum communicatum iri melius sperare pote- ramus, quam a Gasparino, qui prò innata viriate et animi magnitudine ad bene de hominibus mcrendum et ad disseminandam hominibus pro- bitatem ac disciplinam natus educatus et auctus est ? Sicut de Prome- theo Graeci poetae tradidere, qui ignem idcirco caelitus accepisse lae- tatus est, uti humano illum generi dispertiret, tu quoque, vir clarissime, in huius tanti boni partem admitte nos, in hac luce nos illustra, non pu- rum a nobis invicem illustrandus. Semper enim nostra haec iuventus huiusce menior meriti inter legendum te praedicabit et laudibus ac agen- dis gratiis tollot in sidera. Hoc petit abs te splendidissimus equestris et litterarum ordinis vir Johannes Nicola ( Salernus ), hoc sapientissinnis iuris ac iustitiae consultus Madius, hoc litterarius nostrae civitatis ordo, hoc Guarinus tuus, in quo ornando semper elaborasti, nunquam tamen defatigatus. Ipse autem horum omnium legatione ad te funger; hoc de- nique velit ipse Cicero qui ut ttiam posteritati prodesset tantas curas vigilias contemplationesque suscepit. Imitare Pisistratum et, ut plerique scriptum reliquerunt, Lycurgum, magnos et gravissimos viros, Homeri repertores et digestores. Hi dedita opera illius libros antea latitantes et dispersos, deinde inventos et collectos, studiosis ediderunt, ut eorum non modo diligentia sed etiam liberalitas commendaretur. A nobis igitur omnibus venit ad huraanitatem tuam publice missus eruditus atque op- timus vir Johannes Arcignanus, qui sponte hoc munus suscepit, ut Ci- ceronem, de quo loquor, integrum sua opera factum et tua benignitate ad nos referat. Oramus ac obtestamur omnes te per ea quae tibi caris- sima sunt, ut huic nostrae cupiditati subvenias et ardori honestissimo. Vale, pater suavissime, et doctissimos filios Nicolaum et Ginifortem a me salvere iube. Clarus vir Andreas lulianus recte valet. Ex Verona 14 kal. iul. 1422. L' Arzig-nano ritornò a Verona col solo Oratori e in un testo non molto corretto, come vedremo (p. 142) dalla relazione del Lamola. L'arrivo à.^Orator è confermato in una lettera di Guarino da Montorio, il 9 giugno 1424 (Ex Montorio, V idus iunias [1424]) a Lodovico Gon- zaga di Mantova: < Oratorem (tuum) Ciceronis emen- f . — CTCKRONK. t$7 dare secundum lectiones coeperam: (i) is quidem ab- solutus, sed non ad ungoiem emendatus est, uti con- stitueram > (2). Il De oratore lo ebbe invece da Giovanni Corvini per intercessione del marchese di Ferrara, come dice Guarino stesso in un' altra lettera, che sarà recata più avanti (n. I, poscritto p. 139). Nel qual proposito non credo inopportuno ricordare che lo stesso Corvini (del quale diremo ampiamente più sotto) nei primi mesi del 1423 portò a Firenze il cod. Fiorentino Nazion. Conv. soppr. I. i, 14. Il cod. Fiorentino comprende, come s'è veduto (p. 130), \Ora- tor e il Brutus, mentre quello mandato dal Corvini a Ferrara alla fine del 1422 comprendeva il De oratore. Mi sembra verisimile che fossero due codici g-emelli, esemplati dal medesimo amanuense. Ed eccoci al Brutus. Nel 1422 Flavio Biondo, per incarico della sua nativa città di Forlì, si trovava a Milano e colse queir occasione per trarre una copia del Brutus, la quale eg-li compiè dal 7 al 15 ottobre e la mandò al Giustiniano a Venezia e a Guarino a Verona ^-v Ti copia del Biondo esiste nel codice Ot- Mantova nel 1425 fu copiato un C>r<i/i^; infatti il cod. Estense VI D 6, merobr., contiene il Brutus e 1' Orator, quest' ultimo con la lottoscnzione: Orator ad M. lirutum feliciter explicit transcriptus per- fectìuque et ab eo exemplari ememiatus, quod a vttusto ilio codice pri- mum tranteriptum correctumque /utrat, pridit idus septemò. i43S' Manl$tae. F. C, (a) Cod. Marciano Ut. XI 1:; !. i(>4. (3) StaugI, op. ctt. p. XVIll. 138 R. SABBADINI. toboniano 1592; da quella ne trasse un'altra Ugo Ma- zolato, segretario del marchese di Ferrara, e anche questa esiste nel codice Napoletano Nazionale IV B 36 (i). Di queste due copie trattano sei lettere di Gua- rino, che io recherò qui o intere o in parte, secondo che sarà opportuno. I. Guarinus Ugoni (Mazolato) suo amantissimo p. s. d. (2). Deinde accepi libellum, quem Biondus raeus et doctrina et pnidentia sane vir primarius tibi ad me dedit, in quo et illius liberalitatem et tuam probavi diligentiam. Ita enim effectum est ut uno, ut ita dicam, intuitu omnis qui rationi dicendi dediti fuerint superioris aetatis homi- nes tum graecos tum latinos spectare licuerit; cuius quidem laetitiae ut prò amicitiae nostrae iure te participem faciam, ipsum ad te remitto, ut transcribendi facultatem habeas. Sed unum oro, ut, siquìs apud vos non imperitus sit qui eum transcribat,' et mihi exarari librum ipsum fa- cias vel papyro; opus dico Ciceronis tantum, nam in eo volumine duo (3) insunt, ut vides, opuscula. Id autem gratissimum fuerit; de impensa re- scribes, ut reddam quod exolveris; quanquam si idoneus esset librarius, membranis transcribi posset; sed facito volumen pusillum. Ex Verona, V id. decembr. [1422]. (1) Ibi, pp. X; xvni-xix. (2) Cod. Estense 2 f. io8v. (3) L' uno era il Brutus, V altro il Libdlus de. militia del Bruni, co- piato dallo stesso Biondo a Milano nel 1422; cfr. Stangl, op. cit., p. XVin. Cod. Ottobon. 1592 f. 11 De militia àc\ Brxxnì, conXz ioiioscrì- %\ovi^: Leonardus Arttinus edidit Ftorentic XVIII kal.ianuarii MCCCCXXJ. Ego vero scripsi Mediolani nonis octobribus MilUsimo CCCCXXII. Guar. suo B, Flavius A. /. I. — CICERONE. 139 A questa lettera va unito il seg-uente poscritto: Ugo mi carissime; tua mihi ope opus ac industria, ut ad librum quem habere ardeo cupiditatc quadam incredibili, nianibus ac pedibus, immo 'ro mente Consilio et cogitatione tua et Zilioli nostri intendas. Est vir ;idem clarus ac pnidentissimus, Johannes Arretinus (Corvini) illustris- rni Ducis Mediolani secretarius; habet Macrobium, ut audio, litteris itiquis, fidelem, eraendatum ita ut et graecas habeat fide optima in- crtas litteras. Hunc transcribendum esse cuperem ita ut eius copiam haberemus, sicut intercessione domini Marchionis habuimus Ciceronem de Oratore. Decrevi non mittere librum (= Brutum), quia iste ta- bellarius non eis saeptus est vestibus, ut se ab imbre tueri queat. Nol- Icm ut Ciceronem quoque, fluvio eloquentiac abundantem, pluviis rcd- 'icrct etiam abundantiorem Scribo ad Biondum; mitte litteras accurate. Itenim vale. IL Guari nus Flavio (Biondo) suo salutem (i). Gratias et quidem ingentis tibi, Flavi, tuaeque peregrinationi hal^eo, lande huius occasione et tua inprimis industria factum est, ut sessione ■\ per tam rcmotos orbis tractus (L-co8t]^(Òv adeo diversi» natos ae- •ibu« oratorcs visere potucrim. Qua in re me, quod proprium est ami- ;iac, in tuarnm voluptatum partem vocare delcgisti, ut veteris instilu- iic proverbii tu tòiv «f.O.wv xoivà faceres. Itaque et absens prac- i MS et longinquus propinquus fui. [Verona, dicembre 1422]. ^ od. Ottnbon. 1592 f. 58V. La lettera è autografa di Guarino, <\y.^\r la scrÌMe sul codice, nell'atto di re«tituirlo. 140 R. SABBADUfl. m. Guarinus Ugoni (Mazolato) sai. (i) AHquot iam dies misi ad te libellum illum Ciceronis, quem a Biondo susceperam; adeo cupidus tibi inserviendi, ut vix eius videndi raihi fa- cultatem reservarim, tuam antehabui voluntatem, cui morigerari statui. Cupiebam autem ut tu illum tibi mihique transcribi faceres. Hunc autem Biondus ipse geminatis ad me litteris repetit. Eius postulatis ita satis- faci<ira, ut si librum absolveris emendaverisque, illum huic nuntio eius fratri obsignes; sin autem imperfectus est, nuntium vacuum ire sinas. Adiicito te illum paucis post diebus librum missurum quo volet, aut Imolam aut Faventiam, quo constituet. Habes me. Vale et clarissimo viro lacobo Zilioli me commenda. Stephanum (Todescum) sai vere a me iube. Vcronae, XI kalendas ianuarias [1422]. IV. Guarinus Veronensis Flavio suo s. p. d. (2) Non possum facere quin tibi demulceam caput, humanissime Flavi, qui tam liberaliter mecum agis in mittendis litteris nunc ex Ferraria, nunc ex Imola Brutum habebis, ut primum eum absolvero [Verona, 1423]. V. Guarinus Veronensis Flavio suo s. (3). Codicem (Bruti) habebis ut primum certns occurrat nuntius. . . . Ex Verona, XO aprilis [1425]. (i) Cod. Nazion. Napol. IV B 36 f. 196V. (2) Cod. Monac. lat. 5369 f. 79V. (3) Cod. Capitol. di Verona CCXCV f. 35. i. — Cicerone. i4i VI. Guarinus suo Flavio s. (i). Proxime tibi scripsi et rescripsi et Brutum misi; tuum erit de illius et illarum receptione significare ....... Veronac, XVIII aprilis [1425]. Delle lettere citate nessuna ha la data dell' anno; ma la I, la II e la III sono senza dubbio del 1422, perchè si riferiscono alla copia del Brutus, che fu fatta nell'anno stesso. La IV, stando ai rapporti ch'essa ha con r epistolario, è probabilmente dell' agosto o del settembre 1423. Le altre due, la V e la VI, sono si- curamente del 1425, perchè accennano alla peste del 1424 e alla podesteria di Francesco Barbaro a Vicenza, che fu del 1425. Da ultimo reco due passi di due importantissime lettere, scambiate tra il Lamola e Guarino. Johannes Immola Guarino Veronensi viro clarissimo s. p. d. (2) Nane porro ad latinnm textum (Macrobii) corrigendum accedam, si priua tamen ultimam manum et septimam addam corrcctionem tribas Ciccronis de Oratore libris, Oratori quoque ipsi et Bnito, quos ex vc- .to ilio, fantore Cambio (Zambeccario), traduximus velimque hos ipsos ri tibi minui caro» forc Macrobio ipso, qnos qtiippe noiulum vidisti (1) Cod. Capitol. <U Verona CCXCV f. 34. (2) Cod. Aruodel 70 f. I29(r. Il testo di questa lettera si presenta ora in ana lesione assai più corretta che quando Io comunicai la prima ▼olta. 142 R. SABBADIN^. proprios et si te vidisse putas, falleris. Nec credas inconstaDtiam l'Ilam et volubilitatem Arzignaniam (i) illos proprios ad nos detulisse, quin ille nos egregie fraudavit. Hic autem ipso codex, summae quidem venera- tionia et antiquitatis non vulgaris effigies, ab istis in quorum manibus [fuit] (2) quique ex eo accurato exemplari excmplum, quod vulgatuin ubi- que est, traduxerunt, summis ignominiis adfectus est, quippe qui multa non intellexerunt, multa abraserunt (3), multa mutarunt, multa addiderunt, ut si essent, quemadmodum olim apud maiores, qui de corruptis tabulis curam agerent, istos inaudita poena plecti necesse foret; qui si homines non omnino * hebetes neque inexercitati, nec communium litterarum et politioris C4) humanitatis expertes ' (Cic. de f?r. II 72) fuissent, nunquam in id temeritatis et amentiae incidissent. Sed isti sua opinione doctis- simi et eruditissimi, mea autem crossissimi et crassissimi homines, non Ciceronis et bonarum litterarum correctores, sed depravatores, non praeceptores sed praecipitatores habeant quo digni sunt; si me iudice illis poena infligenda esset, nullam aliam eis statuerem, nisi ut revivi- sceret (5) Cicero ipse, quamque (6) grati sibi illi essent omnibus palam rei mille invectivis faceret. Sed de hoc plura, si aliquando dabitur, co- ram; nolim ut credas, ni (7) re ipsa et centum et totidem argumentis id tibi probarim; quae adeo fertilis et copiosa esset ad invehendum ma- teria et iustissima quidem ac honestissima, ut nulla magis. Ego tamen, quantum diligentiae ac ingenii peritiacque in me fuit et in nonnullo an- tiquitatis callentissimo viro mecum idem sentiente, adhibui, ut omnia secundum priorem textum restituerem, notarem etiam marginibus ubique legationes istorum logodaedalorum et sane barbaricarum beluarum. Cu- ravi etiam ut usque ad punctum minimum omnia ad veteris speciem exprimerem, etiam ubi essent nonnullae vetustatis delirationes, nam vehm (i) Allude a Giovanni Arzignano mandato a Milano a prendere VO- rator; cfr. sopra p. 136. (2) fuit om. cod. (3) Cfr. sopra p. 132 n. i. {4) expolitioris (et om.) cod. (5) reminisceret cod. (6) quamquam cod. (7) Tolui ut creda» in cod. i. — CICERONE. 143 potius cum veteri ilio delirare, quam cum istis diligentibus sapere . . . Tacebis de depravatoribus istis aut ita mordebis ut Cambius et ego soli intelligamus Ex Mediolano pridie kalendas iunias [1428]. Guarinus Veronensis lohanni Lamolae s. p. (i) Accepi postremo Macrobium et Oratorem (a) Ciceronis, quos illis pro- be litteris depingebas. Bone Deus ! quantum abs te servatum diligentiae; ut cum sis mirifice antiquitatis amator, illam Iti transcribendo effingeres et exprimeres, ut vel minima omnia ab exemplari excerpseris. Meo» igitur emendare horum adiumento coepi, ut eos meliores faciam, quod ubi assecuti fuerint, non parvns libi sunt gratias et habituri et acturi. [Verona, giugno-luglio 1428]. Le lettere mancano dell' anno, ma sono senza dub- bio del 1428, perchè il Laniola nella sua dice che sta- va a Milano da un anno e mezzo e perchè nell' altra Guarino nomina la peste, che qua e là cominciava a manifestarsi a Verona; senza dir di altri indizi, che si deducono dall' intero Epistolario. Cosi si dimo^»^' l'^si^ipn/a del codice di Lodi an- cora nel 1428. Le parole del Lamola sono molto chiare e molto gravi. Kgli attesta che tutte le copie che si divulfja- rono delle tre opere rettoriche di Cicerone derivano da un solo apog-rafo dell' archetipo. Vorrà intendere forse r apografo fatto trarre dal Barzizza per mezzo (1) Cod. Ambrosiano H 49 inf. f. I26v. (2) Sotto il titolo generico Oratorem si comprendono tutte le (rr o- pere rettoriche. ^44 ^' SAfiBADll'l'l. di Cosimo Raimondi ? Ma dalla nostra esposizione ri- sulta che gli apografi diretti furono più di uno. Co- munque, sul primo o sui primi copisti il Lamola spande una sinistra luce, mentre non resta dubbio che la copia tratta da lui avrebbe ad essere esattissima. Il compito degli editori pertanto delle opere rettoriche di Cice- rone mi pare che debba essere ora dall' una parte di cercare quella copia del Lamola, la quale si ricono- scerebbe subito dalle note marginali, e dall'altra di sot- toporre a più rigoroso esame gli apografi finora co- nosciuti. Al primo (*) di questi due assunti hanno recente- mente atteso P. Reis Studia Tulliana ad Oratorem pertinentia (Dissert. Argentar. XII), 1907, e L. Meister Quaestiones Tullianae ad libros qui inscribuntur De ora- tore pertinentes, Lipsiae 191 2. Presentemente poi lavora sui codici del De oratore loh. Stroux, come rileviamo dal suo scritto Neues iiber Cicero de oratore (in Sokra- tes 1913, 171-176). Quanto concerne il primo compito, il prof. Charles L. Durham della Cornell University di Ithaca (New York) ha trovato fortunatamente non proprio V apo- grafo del Lamola, ma una copia di esso, con la sot- toscrizione (di mano diversa dal copista): Ex emenda- tissimo codice lohannis Lamole bottoniensis viri eruditis- simi . transcripsit hunc alesius germanus . et ad eundem (*) Questo § è nuovo. I. — CICERONE. 145 postea entendatus est (i). Il copista Alessio Tedesco è il medesimo che esemplò nel 1433 un Giustino con la sottoscrizione: Ex emendatissimo Guarini Veronensis exemplari transcriptus ab Alessio Germanico anno do- fuini MCCCCXXXIII .post autetn ad idem exemplar e- mendavit Martinus Rizonus Veronensis^ ipsius Guarini iiscipulus (2). Martino Rizzoni, il maestro delle famose sorelle No- garola, teneva cattedra di umanismo a Verona; io pro- pendo a credere che Alessio fosse al suo servizio in qualità di amanuense; le due sottoscrizioni infatti sono di tipo uguale. E ora attendiamo la pubblicazione del nuovo apo- g-rafo, sul quale giustamente si fondano tante speranze. Opere filosofiche a) De officiis I codici Ambrosiani del " de officiis „ (*) Anzitutto descriviamo brevemente i codici Ambro- siani, che sono in numero di 2^^ (3^. CoD. Ambrosiano C 29 inf. membr. I fogli 1-80 formano un solo corpo, sono scritti a (l) Vetlasi la notizia data da Th. StangI in lUrlin.phihlog. Wochen- schrifl 1913, 829-30. (a) R. Sabbadini in Musio di antichith classica II, 433. (♦) Comparve la prìma volta in Rendiauli del r. Jstit. Lomb. se. < leti. ^^» «907» 508-21. (3) Furono descritti, ma troppo sommariamente, da A. Mai, M. TullU Cieeronis sex orationum ctc, Mcdiolani 1817, 225 ss. m. SABBADINI, TtSti latini. IO. 146 R. SABBADINÌ. tutta pagina e appartengono al sec. X e più proba- bilmente alla prima metà dell* XI. f. 1-48 Cicerone De officiis con la sottoscrizione f. 48V M. Tullii Ciceronis de offitiis libri tres expliciunt. f. 49 In Lucium Catilinam incipit liber primus feli- citer. Quousque tandem — f. 67 In Lutium Catilinam liber mi explicit feliciter. f. 67 Pro M. Marcello. Diuturniì silentii — f. 71 M. Tullii Ciceronis incipit prò Quinto Ligario. Novum crimen — f. 75 V Pro Q. Ligario explicit. Incipit prò rege Deio- taro. Cum in omnibus — f. 8ov conservare clementiae tuae (fine della p. Deiotaro). I fogli 81-156 formano un secondo corpo, sono scritti a due colonne, e appartengono al sec. XII. Conten- gono frammenti delle Leges roma^iae Visigothorum. Per la descrizione cfr. Cedex Theodosianus instr. G. Hanel, Bonnae 1842, p. IX-X. f. 15 7v Hanc prosam attuli de moni agut hi festa s. Katerine (25 novembre) anno M.° CC.° XII.° ab incar- natione domini. Laudes claras canticorum, — , coi neumi. COD. Ambros. F 42 SUP. membr. sec. XII. Fu di Vincenzo Pinelli. Ha ff. 36 e contiene il solo De of- ficiis; f. I titolo (di mano un po' posteriore): Liber de officiis tuia Cyceronis, f. 35 sottoscrizione: M. T. C. tres libris (sic) de officiis expliciiuit feliciter. Di questo codice ho dato ampia relazione, discuten- done l'ortografia, le omissioni, le trasposizioni, le va- rianti, la filiazione, nella mia edizione commentata del De officiis (p. XX-XXXVIII), uscita dalla casa E. Loe- i. — CICERONE. 147 scher, Torino 1889,0 ora esaurita: la seconda edizione è venuta in luce il 1906, ma da essa ho tolto, per con- servarle meglio il carattere scolastico, la dissertazione sul codice Ambrosiano (i). CoD. Ambros. H 140 INF. membr. sec. XIIL Fu di Francesco Cicereio (Ciceri). Contiene il solo De officiis col titolo: Incipit liber Marci T. C. offitiorum. CoD. Ambros. D 6q inf. membr. sec. XIV-XV. f. I il Somnium Scipionis di Cicerone — f. 3V Marci Tullii Ciceronis de somno Scipionis expUcit. Et nota quod istud est illud tnodicum qiiod de re publica ipsius Tullii reperitur ut asserit Petrarca de re[mediis] utriu- sque forltune] e. 1 18 et etiam ipse idem Tulli us de hoc d[icit] I de tulsculanis] (2) que infra in principio (?) ad VI (3) cartas. f. 3V Cicerone Paradoxa, f. 9 Tusculan. quaest., f. 69V De fato, f. 75 frammenti del Timaeus, f. 77 prò Archia, f. 8 1 Topica, f. 9 1 tavola del De officiis, f. 93 De officiis. CoD. Ambros. 1 94 sup. cart. sec. XV. Di due mani. f. I Valerio Massimo — f. 108 Scriptus per f rat rem 7 achobum de Senis tunc priorem Chigi e. Anno do- mini MCCCCIX (4) die prima mensis marcii prope XXII (i) Si occupò largamente di questo codice R. Moilweide i» Wientr Sludien XXVIII, 1906, 263-282. Egli gli attribuisce maggior importanza di quello che non f.'urcssi io, che dalla critica tedesca fui allora rimpro- verato d' attribuirgliene troppa. (2) Cfr. Cicer., Tuscul. I 53, dove cita un p;is»o del suo Somn. Scip. <3) Corretto da VII. (4) Le cifre i'.l furono maltxioKamente raschiate. t48 R. SABBADtNi. horam ad laudem domini nostri ihesu christi cui est ho- nor et gloria in se cui a seculorum amen. f. 107 Explicit liber nonus. Decimus incipit de quo solum istud capitulum reperitur. Varrò in ytalia — f. no Cicer. De officiis — f. 148V Marci Tulii Ci- ceronis liber offitiorum explicit. Ego J er onimus olim Orata explevi inceptum opus. Dei due copisti, Gia- como trascrisse dal f. i al 127 (Nichil ag-ere autem, Cic. de off. II 4), Girolamo sino alla fine. COD. Ambros. L 91 SUP. cart. sec. XV. Miscel- laneo di varie mani. f. I Rhetor. ad Heremi. — f. 6ov Iste liber Rethori- corum M. T. C. est mei Ambr os ii de Cr iv e 1 1 is emptus aBertola de Cu t i e is pretio f. II ultra ligaturam et aminiaturam 1431. f . 6 1 Jacobo Adurno viro magnifico Albertus Alpherius de Albano salutem dicit et semper prospe ros ad vota suc- cessus. Quotiens vir magnifice — Incipit prologus libri nuper editi ab Alberto Alpherio gramaticae professore in civitate Caffensi qui Ogdoas nuncupatur. Plato omnium — f. 75 V Sallustio Jugurt.; f. 98 v Invettive tra Sallu- stio e Cicerone; f. 109 i Sinonimi ps. ciceroniani: Ab- ditum opertum obscurum — ; f. 127 Leonardo Bruni De militia; f. 137 Cicer. De officiis lib. I e II 1-66; f. 1 8 1 Cicer. post reditum ad pop. Quod precatus a Jove — ; f. 189V Cicer. prò Marcello, mutila. CoD. Ambros. H 137 inf. membr. sec. XV; f. i (di guardia, di mano del sec. XV) Liber iste emptus per me Lu e am de Z o a Ho. I. — CICERONE. 149 f. 3 Cicer. De offici is f. f^t^w Marci Tullii Ciceronis liber tertius et ultimus explicit. Manu mei J o h annis de Terrutio quondam Steff ani die XVIII marcii in Chyo. f. 57 Cicer. De aìuicitia, f. 71V De senectute. COD. Ambros. M 78 SUP. membr. sec. XV. Contiene il solo De officiis; f. 120 Nicolaus Ma- mei in US scripsit 1439. f. I22V 14"] 4- M. Tuia Ciceronis de officiis liber mei y a e o hi A n dr e e C e nni s de Nordolis civis et notarii bononiensis. Mar. Tuia Ciceronis de officiis liber mei Pauli quondam ser Jacobi Andree Cennis de Nordolis civis et notarii bononiensis. I^Oj die XI aprelis. CoD. Ambros. D i sup. cart. sec. XV. f. I Cicer. De officiis — f. 69 Hoc officiorum opus transcripsit Antonius de G r at ap alii s . \. 70 Sallustio Catiì., f. 94 Jugìirt. — f. 131 Divina favente clementia 1453 die XX novembris lugurtae necnan Salustii opus per me presbyterum Anthonium Gratapaliam transcriptum est. f. 132 Cicer. De senectute — f. 152V Hic liber de se- nectute expletus est per me Anthonium de Gr a- t a p alii 5 in terciarum die decimo mensis octobris an- no MCCCCLXX dum essem in scolis magistri Lodo- vica de Oppizonibus. Estque mei Anthonii de Gr atapaliis in Castrono}° {-- Castronovato ?) f. 156 Cicer. De amicitia — f. 182: 1469. lulii. Hoc opus Tuia de amicitia expletum fuit per me Anton ium i r a t ap al l i i s dum essem in scola ma/bistri 150 R. SABBADINI. /. o (i o V ì e i de 0 p p i z o n i b u s de T a r d o n a, f. 184 Cicer. Paradox a — f. 195: /^6p septembris die 023. Explitiimt Par adosa Stoycorum per me AntJio- n i iim de G r at a p a l i i s . COD. Ambros. C 229 INF. membr. sec. XV. Fu dell' Arcivescovo milanese Francesco Pizolpasso (m. 1443)- f. IV lucipiuut capitula primi libri de officiis S. Am- brosii Archiepiscopi inediolaiiensis. f. 65 Rubrica libri officiorum M. T. Ciceronis. f. 67 V M. Tuia Ciceronis de offitiis liber primiis in- cipit. f. 1 1 9V M. T. Ciceronis Tusciilanarum quaestionum liber incipit. f. 186 Marci Tullii Ciceronis ad Brutiim paradoxa incipiunt feliciter. f. 192 Afarci Tuia Ciceronis de senectute liber incipit feliciter. f. 204 M. T. Ciceronis de amicitia liber incipit feliciter. f. 217 Versus duodecim sapientum... Hic iacet Arpinas manibus tumulatus amici — f. 218 Hic plus sole micat cruciatus propter honestum. CoD. Ambros. A 37 inf. membr. sec. XV; f. i (di guardia, di mano del sec. XV) Iste liber est conven- tus fratrum sancte Marie Coronate Mediolani observan- tium sancii Augustùti congregationis Lombardie. De nu- mero. f. 3 Cicer. De officiis, f. 64 De senectute, ì. 78V De amicitia, f. 96 Paradoxa. CoD. Ambros. O 157 sup. membr. sec. XV; f. i I. — CICERONE. 151 (di gfuardia) Iste liber Ttilii Ciceroitis de offitiis est la- cobi Malumóre qui mutuo illum dedit Magistro Bario! omeo Ver ortensi die X** ianuarii anni 14^1* Contiene il solo De officiis, COD. Ambros. L 83 SUP. membr. sec. XV; f. i (di gfuardia, di mano del sec. XV) Iste liber est mona- sterii sancte Marie Coi'onate Mediolani siti in porta Co- mana foris (cambia mano) cbserrantium fratrum ere- mitarum sanati Augustini coìigregationis Lombardie. De numero; f. iv (di g-uardia, altra mano del sec. XV) Martinus rhetoricus glosator. Questo Martino ha scritto numerose jt^losse fmo al f. 16, poi più raramente. f. I Rhetorica ad Herenn.; f. 76 Cicerone Paradoxa^ f. 87 V De ami citi a, f. 1 1 1 De officiis, f. 196 Somnium Scipionis, f. 20 IV De fato, f. 214 De senectute. CoD. Ambros. E 67 sup. membr. sec. XV. f. I Cicerone De officiis — f. 31V Traductus ab e- xemplari insignis orai or is d. Gu u n i f o rt i Barzizii e te. per me Bar tholomeuni ■ '^ de V ice co- mi tibus clericum etc. ac litterarum apostolicarum ab- breviai or em etc. die sabbati; f. 24 v Incidunt saepe mul- tae causae quae conturbant Kde off. Ili 40), nota mar- ^''in.ile: Si cut ali quid tempore videtur utile cum non sii 'il aliquid videatur esse turpe cum non sit tem- pore. Guin ifo rtu s f. 32 Cicer. De amia ini. CoD. Ambros. Y 63 srr. mombr. sec. XV. icerone De officiis., ì)e senectute, f . 114 De amicitia, f. \ ]' > Somnium Sctpionis, f, 145V Para-' doxa. 152 ft. SABBADINI. f. 111-113 Epigrammi umanistici. COD. Ambros. e 15 INF. membr. sec. XIV. A due colonne, eleg-antissimo. Fu di Francesco Cicereio (Ciceri). Contiene le seguenti opere di Cicerone: f. i De of- ficiis; f. 32 TuscuL; f. 73 De nat. deor.; f. io2v De es- sentia mundi (Timaeus); f. io6v De senect.; f. 113V De amie; f. 12 iv De divinat.; f. 144 De fato; f. 147V De legibus; f. 162 De finibus — f. 198 Marci Tulii dee- ronis de fviibus bonorum et malorum liber quintus et ultimus explicit. — Marcus de Rapii anelli s scripsit. Del codice e del copista s' è discorso sopra, p. 93-96. f. 31V Domini Bartholomei Cascioti epitoma supra Tusculanas questiones: Despicit hic p r i m u s mortem: perfertque dolorem Inde secundus agens: animos et t e r t i u s aegros Mitigati et quartus morbos effulminat omnes: Efficit at (i) quintus sola virtute beatos. CoD. Ambros. T 105 sup. sec. XV, parte membr. parte cart. f. I Cicerone De amicit., f. 27 De officiis. CoD. Ambros. F 38 sup. cart. sec. XV. Contiene il solo De officiis. CoD. Ambros. Q 78 sup. cart. sec. XV. Contiene il solo De officiis. CoD. Ambros. R 5 sup. membr. sec. XV. Contiene il solo De officiis. CoD. Ambros. S 25 sup. membr. sec. XV. Contiene il solo De officiis, che finisce al f. 107V con le parole: erunt recipiendi (III 121). (i) Corr. da tit. I. — CICERONE. 153 CoD. A^rBROS. C 76 sup. membr. sec. XV. Contiene solo il De officiis ~ f. 44V Explicit liber Tullii de officiis. J o a n n i s de L a n t e r i i s. Al f. I c'è lo stemma del Lantieri con le iniziali del no- me IO. COD. Ambros. Q 86 SUP. membr. sec. XV. f. IV /;/ libro Hestcr. Rex tnaximus Artaxerses ab India usque Ethyopiam ctpitum viginti septem provintiarum prijicipibus et ducibus qui eius imperio stibiacent salutem plurimam dicit. Cum plurimis gentibus impararem (sic). Seguono cinque opere filosofiche di Cicerone, inte- gre, eccetto il De officiis, di cui mancano i primi §§: Il — 3 iudicium utrumque. I fogli furono turbati e le iniziali miniate manomesse. f. 6-7. 5. 8-47V. 3. 48-108 De officiis. f. 136V-161V. 4 De seftectute. f. 4. 162-173V Paradox a. f. 109-136 De amicitia. \. 173V-180 Somnium Scipioiiis. Ai codici Ambrosiani ne aggiungiamo uno di Brera. CoD. Braidense AF IX 65 cart. sec. XV. Contiene Cicerone De officii; De amicitia; De sene- ctute; Paradoxa; Somnium Scipionis, e i Synonyma ps. ciceroniani. f. 144 (ps. Catilinaria) Non est amplius tempus ocii P. C. — . f. 145V (la risposta) 511 subtiliter a cin umvit-intìbus — . f. 158 i Dittonghi di Guarino. 154 K- SABBADINI. Com'è noto, i codici del De officiis vanno tutti d'ac- cordo in certe interpolazioni, in certe trasposizioni, in certi errori; donde si deduce con sicurezza che essi risalgono a un unico e comune archetipo, il quale do- veva essere costituito sin dal sec. Ili dell'era volgare, poiché già in Lattanzio Inst. div. VI 6, 26 comparisce l'interpolazione aut Aristides {De off. Ili 16). Ma la tradizione di quell'archetipo si divise in due correnti, l'una chiamata X, l'altra Z. I codici finora conosciuti della classe X sono: il co- dice Harleian (del Museo Britannico) 2716, sec. IX-X (= Z), mutilo, identificato col Graevianus I; il cod. Vatic. Palatino 153 1, sec. XIII-XIV (= /); il codice Bernensis 104 sec. XIII (= e). Si aggiunga V Augu- stanus deU' Anemoecius, ora perduto (1). Assai più numerosi sono i codici della classe Z. Tra i più antichi vanno ricordati due frammenti parigini: cod. Parig. lat. 6347, sec. VIII-IX, con un solo qua- derno (II 72-III 1 1) (2); cod. Parig. lat. 10403, sec. IX-X, con due soli fogli (I 133-140; II 19-25) (3). Seguono in ordine di tempo: il Voss. di Leida Q 71, sec. IX-X (-- V), il Parig. lat. 6601, sec. IX-X (= P) (4), il Ber- (i) Cfr. E. Popp, De Cicer. de off. librorum cod. Berti. 104, Diss. Erlangae 1883; Id. De Cicer. de off', librorum cod. Paint. 1531. Progr. Erlangen 1886. (2) E. Chatelain in Revue de philo logie V, 188 1, 135-136. (3) I. Klein in Rheinisch. Mus. XXII, 1867, 429-432. (4) E. Popp, De Cicer. de off', librorum cod. Voss. Q 7/ el Paris. 6601. Progr. Hof 1893. f. — CICERONE. 155 nens. 391, sec. IX-X (= b),. il Bamberg. M. v. i, sec. X (= B), rHerbipolitanus (Wiirzburg-) Mp. f. I, sec. X; il Bern. 514, sec. X (= a), l'Ambrosiano C 29 inf. sec. X-XI (== A), il Harleian 2682, sec. XI (coi due soli primi libri) (i), il Bamberg. M. v. 2, sec. XII (= [3), il Berolin. lat. fol. 252 sec. XII (= E) (2). Tutti questi codici possono riguardarsi in maggior o minor misura come rappresentanti puri della classe Z, air infuori di a, che è da collocare tra gli impuri, perchè largamente inquinato da interpolazioni. Su A regna invece molta incertezza, sembrando ad alcuni che sia copiato da b, ad altri che tanto A quanto b derivino dal medesimo esemplare (3) e inclinando fi- nalmente taluno a tener A in gran conto (4). Affinchè i critici abbiano migliori elementi di giudizio, recherò la collazione di A nel Hb. I, non pero integralmente, bensì solo in quelle lezioni nelle quali la mano del copista fu rorretta sia da lui stesso sia posteriormente da altri. I I alter // ò (corr. in altera A 2); discendum X Z, ma in ./ 1* s pare ritoccato. — 2 vindicare corr. in vendicare A. — 3 fere se] se om. Ab {fifter^ Iheopharasti corr. in Theophrasti A. — 4 illis] priits i ex cotr. A. — 5. philosophorum] so suferscr. A; iudicans aut corr. ex iudicans au A. — 6 penDritlitironiin rorr. i?t peripatheticoriun i' ( fr. Phitologus LIV, 1895, 17/. ^7) Su alcuni di questi codici in generale, vedi rediiionc del De of- ficiis, curata da T. Schiche, Lipsiac, Freytag 1885. (3) l'opp, De Licer, de off. lihr. cod. \'oss. Q // et Paris, 660/ , 24. (4) R. Mollweide in Wiener Studien XXVII, 1905, 36, dove biso- gna rettificare qu.ilcbe inesattezza: p. 44: .1 in I 77 legge lingue in r.-u.ura; p. 60: A in ITI i i ^ l'^k'ijc neiliu.t in ra.snr.i; |)rin)a era ««critto /.tn.nt 156 R. SABBADINI. A; phyrronis corr. in phyrrhonis A; dilectum A b (delectum Al). — 7 quibus in] in om. A b {add. A 2); omnis partis A b (omnes partes A 2); modi sunt] sunt om. A b (add. A 2). — 8 catorthuma corr. in catorthoma A. — 9 iucunditatemque corr. in ioc — . A; cum enim utilitas] utilitatis A ò (utilitas A 2). — io honestius] post, s ex corr. A. — 11 procreata sunt A, procreata sint b. — 12 vi] ut ^ ^ (vi A 2); conciliet A b; orationis ex rationis corr. A; obiri corr. in obediri A; coniugi ex coniungi A. — 14 animai pulchritudinem] ex an- pulcrit- corr. A. — 15 reluti corr. in velut A; atque ex utque corr. A. — 16 quisque super scr. A. — 17 res] s superscr. A; sibi ex suis corr. A; in iis A b; tt \\\\ or- dinem A. — 18 hisque A; temere ex timere corr. A. — 19 gerendis] agendis A b (gerendis in marg. A); intermissione A b (intermissio ^4 2); agitatione in agitatio corr. A; cogitationis Z X{etiam A); cogitacionisque A b (cognicionisque A 2). — 21 e quo si quis b, e (?) quo si quis A, e (in ras.) quo plus si quis A 2. — 22 nati solum corr. in solum nati A; vindicat corr. in vendicat A; accipendo corr. in accipiendo A; de- vincere A b (devincire A 2). — 23 imitare A b (imitari A 2); facit in quempiam corr. in in quempiam facit A. — 24 ecupiverunt (= est cu- pivcrunt) corr. in ecupiverunt A. — 26 autem superscr. A; principatum ex principitum corr. A; maxumis {poster, m ex corr.) A. — 28 deseren- dique (s ex corr.) A (deferendique a)', aut superscr. b; inimictias corr. in iniraicitias A; desertos esse] esse superscr. A. — 29 quando A b (quo- niam superscr. A), quoniam e. — cui quod A b (cui quidem A 2); an- tepone A b (anteponere A 2). — 33 et nimis] et superscr. A; fabium] f ex corr. A; finis A b (fines A 2). — 35 chorintum corr. in chorinthum A. — 36 imperator ex corr. (ator superscr.) A; legionem ex legioriem A. — 37 proelium b, prelium A; lenitate ex lenitatem corr. A; mitiga- tam (?) in mitigante corr. A; indicant corr. in indicant hoc A (indicant hoc pY, quid ex qui corr. A. — 38 omnino ex omni corr. A; cum |||| inimicis A; reddendis |||| illa A; erat A b (hera A 2)\ ferat ex ioxaX. corr. A; virtute ex corr. A; quorumve A b (quorum A 2); virtute A (?) b (virtuti A 2). — 39 bello punico A. — 41 autem A (aut A 2), aut b; aut ex ut corr. A; fraus ex fraus corr. A. — 42 obsit ex corr. A; ipsis quibus ex qui- bus ipsis corr. A; quam]quem b, quod ex corr. A; officio ex offio corr. A. — 44 suppeditari corr. in subp- A. — 45 benificientia corr. in benef- 1. — CICERONE. 157 /; dilectus A b (delectus A 2); ante ex ame corr. A; ut siiperscr. A; habebunt] fost. b ex corr. A. — 46 hac] in ac corr. A a, ac e; virtutes 'X virtutis corr. A; potius A, super scr. b. — 47 non super scr. A; ut ion] t no ex corr. A. — 48 provocati] prò ex corr. A; liberalitatis ex\\- bertatis corr. A; non licet] non ex corr. A. — 49 dilectus b, delectui ex corr. A 2 (delectus e) ; qui in maximo b, quin maximo A {rv ra ex corr.y, spectant A b (spernant in marg. b, aliter spernant in marg. A, dein corr. in sperant). — 50 quod super scr. A. — 51 ac ex corr. (?) . /; ut que] ex corr. ut A ; comiter corr. in corniti A; nichil hominus corr. in nichil ominus A. — 53 proprior A b (propior A 2); coUatio A b (colligatio A 2). — 54 natura corr. in nature A; sequntur corr. in se- quuntur A; tamquam .-/, ex quasi corr. 3; sanguis ^ ^ (sanguinis Al). — 56 aequa A b (aeque A 2); ac ex at A; pythagoras ex pytag- A. — 57 detestabilior ex detestatilior (?) corr. A; istorum corr. in historum A. — 58 proximi A, proxumi b; vitam A b (vita ./ 2). — 59 quam aut] t super scr. A; vicinum] ic ex corr. A; ducendoque A b (demendoque A 2 e). — 61 salmacida corr. in salmaci da A; et b, super scr. A; marta- thone A b {post, a ex corr. A); platheis A b; thermophilis Ab. — 62 proba A b (probe A 2). — 64 ut quisque] ut super scr. A; excellet b^ ex III cellet A. — 66 perturbationi ex -ne corr. A; cum vite A b (tuni rite A 2). — 67 posteriore est Causa corr. in posteriore Causa -<4; ver- sant (?) corr. in versatur ^; est A (s ed dein del.), super scr. b. — 68 enim est A, est super scr. b; si non ./, si // 2; si habeas om. A; liberalita- triii.ju- ^.i libcrtat- corr. A. — 69 affert cum A, affert tum A 2 e; in a^jris iiMiiiiulli A. — 70 ne cui] e superscr. A; libertate ex -ti corr. A; fructuo.si<;r ex fructuosorum corr. A; gerendas] da ex corr. A. — 71 ex- cellentij cn superscr. A; nulla sit] sit add. A 2. — 72 his in ras. A; abiecta] abiec in ras. A: philosophis ex philophis ./. — 73 efficicndi A, efficicnda A 2 p; considcret ex -rat A. — 74 id in] in superscr. //; eaque A {He.) — 75 iolu«trìu8 corr. in ili- A; servantur ex servartur corr. A; in qaolOipse A; adiutum superscr. A. — 76 imperium ^^ inp- corr. ./; lacedacmonii.s putatur A b (lac- dilatatum putatur <-/ 2, dilatatum lac- putatur L i e)\ liburgi corr. in ligurgi A, ligurgi b; causas ipsas corr. tn i- e- j1. — 77 laudi corr. in lingue A; otium corr. in odium A. — 79 inlata eorr. in ili- A. — 81 precipere corr. in pcrcipcrc A (perci- pere e); Dee quid committere A (nec committere ^ ?). — 82 roagnia viri» Ì$H R. SABBADlNi. A, magni viri A 2 />. — 84 peloponnesiaco ex peloponnes iaco A; sed fugere - non posse in marg. A; quam A b (per quain ./ 2); cleombro- tus in -tis corr. J; quantoque maximus A <^ (quantoquc (J. maximus A 2); cunctando ex cuntando corr. A. — 85 perniciosissimam ex perniciossimam corr. A. — 86 in nostra ex corr. A. — 88 animadversio ex animi ad- versio corr. A; puniet ó, ueniet corr. in punit A (punit a). — 89 autemj a ex corr. A; datam siiperscr. A. — 90 etfrcnatos A b (effr- A 2). -- 91 parata sit A b (parata sint A 2Ì; liberalitati ex -te corr. A. — 94 et|I|ratione A', delirare corr. ex deiurare (?) A. — 95 pulchritudoj h super scr. A. — 96 discriptio A h (descriptio A 2); quoddam] dam su- per scr. A; alludili buie A; consentaneum ex conset- A; liberali ex corr. A. — 97 decore A b (decoro A 2); at ||| atreo (r superscr.) A; reliqua- rum A B b (reliquorum A 2 B 2 e). — 98 quibus cum vi vivilur b, qui- bus cum vi (vi superscr.) invitur A. — 99 perspicitur corr. ex perci- pitur (?) A. — lOi fugiendumque b, fugiendum ;que add.) A. — 104 remisso ex remissio corr. A. — 106 valetudinem ex valit- corr. A. — 109 fraudis ex fraudes corr. A; si quidvis /;, quic quid vis (quic in ras.) A, qui quidvis L e; perpecianturj peci ex corr. A. — 110 studia {corr. in studii b) nostri regula A b (studia nostra regula A 2 a). — 112 for- sitan III vitio A. — 113 sui habeat corr. in habeat sui A; eaque ex ea reve A; est ex corr. A. — 114 memini ex nemini corr. A; aesopus corr. in aesophus A; erit corr. in erunt A. — 115 nobilitatem corr. m nobilita- tes A; divitias corr. in divitiae A. — 116 f. corr. in filius A; maxime in to A b. — 118 satu ex statu (?) corr. A; viam ex corr. A. — 119 ra- rum ex rerum corr. A) re ornata A b (re ornati A 2 e); vite cursum sequi vellent ex s- vellent v- e- corr. A. — 120 quoniam ex corr. A quo b; inmortali] inmo ex corr. A; institutorumque ex institutumque coi'r. A; censeant corr. in censent A^ censant corr. in censeant b; precidere] cid ex corr. A. — 121 vitia sint imitanda A b 2 (vitias i nti manda <5 i); et ante impium] Ì7t ras A, sed b. — 122 quoniam] quo A b (quia A 2); probatissimos ex probant- corr. A; iucunditati] iucun ex corr. A; nolint A b (velint A 2, volent e). — 123 autem etiam] etiam superscr. A; li- bidinum ex lubid- (?) corr. A. — 124 peregrinorum] in ex corr. A. — 126 difficilibus] difficilius (us ex corr. A) A e; est sed A (dein est del.)', videatur A B b (videtur A 2 B 2). — 127 omnes] s ex corr. A; turpe non turpe est A B b (non turpe est A 2 B 2). — 128 abhorret ex abor- I. - CICERONE. 159 ret corr. A. — 129 habet ex (x in ras.) vetere (j«/^rj<:r.) disciplina A — 130 est munditia est corr. in rnunditia est A. — 131 fiant ex corr. A. — 132 quae] quoniam A b (quae A 2 e). — 133 a natura omnino corr. in o- a n- A\ facetiis corr. ex factiis A. — 139 omanda {prius n ex corr.) enim est (est mperscr.) dignitas A. — 142 continentur ea Z X, continetur in ea A 2; ut modestia super scr. A. — 150 cetari A b (cetarii A 2); quoqui A b\ fa|||rtores A\ unguentarios ex ug- corr. A; talarium ex talianim corr. A. — 152 exposituni bis, dein corr. A. — 153 vita .mperscr. J; greci (i superscr.) phronesim A {in f/iarg. phronesis); humanarum corr. ex hunarum A; inchoata ex incoata corr. A. — 154 perspicienda ex consp- (?) corr. A. — 157 agendi|||congregandique (grega in ras ?) A. — 158 quae om. A b (.ntperscr. A 2); natura|||||||| deside- raret A\ vellet ex corr. (?) ^. — 160 officiorum] rum f7</</. A 2 (?); excel- lere J, excellere videatur A 2; debeantur] a ex corr. A. — 101 Explicit liber primus Ciceronis de ofGciis. Incipit liber secundus feliciter A, otti. in la e. b. Cresciute in tal modo notevolmente le coincidenze tra A e ò \n lezioni che sono peculiari a essi due, par- rebbe cresciuta di molto anche la probabilità che l'uno sia copiato dall' altro, anziché entrambi dal medesimo esemplare. Ne vi si opporrebbero ragioni di tempo, perchè A è posteriore forse di un secolo, né ragioni di luogo, perché parimente A proviene da paesi d'ol- tr' Alpe. E potremmo inoltre ritenere che A fosse stato copiato da ò dopoché questo era stato corretto; infatti coincidono A e àz in alcune lezioni : 46 potius; 49 sper- nant; 54 tamquam; 67 est; 68 enim est; 121 vitia sint imitanda. Rimangono però differenze: 11 procreata sunt A, prò- sint ò; 18 hisque A, iisque ó; 58 proximi //, proxumi ò: 82 nec quid committere A, nec com- mittere ó; 88 ueniet A, puniet ò. Chi esaminerà meglio ^» giungerà forse a conclusioni sicure. iéo R. SABBADII^f. Nelle correzioni dì A 2 ravvisiamo alcune conget- ture: 77 lingue (desunta da Quintiliano /nst. or. XI i, 24); ib. odium; 84 quantoque Q.; 142 continetur in ea; 160 excellere videatur. Ma più interessanti sono i contatti 6\ A 2 coi codici della classe X. Con p: 37 indicant hoc; 73 efficienda; con L e: 62 probe; 109 qui quidvis; con ^; 29 quoniam; 46 ac; 49 delectus; 59 demendoque; 69 affert tum; 76 dilatatum; 81 percipere; 97 reliquorum; 119 re ornati; 132 quae. Tali accordi con lezioni della classe Xìn testi della classe Z rimontano a tempo anteriore, poiché già li osserviamo negli estratti di prete Hadoardus conser- vati nel cod. Vatic. Regin. 1762 del sec. IX (i). Il codice di Hadoardus = K appartiene indubbiamente alla classe Z, ma mostra i seguenti contatti con la classe X: I 29 quoniam K e, quando Z; 121 impium K L p, vitium Z e; 126 turpem K L e, formam Z; 128 nominibus ac K X, om. Z; 155 caritatem K X, utilita- tem Z; 157 cogitandique K X, congregandique Z; II 5 expetunt K X, expetant H, expectant B b; 66 toga K X, tota Z. **♦ Non è senza utilità accompagnare ancora un poco le coincidenze tra X e i rappresentanti impuri di Z, al quale scopo riporterò una scelta di lezioni dei co- dici milanesi, che a eccezione di A sono tutti discen- denti impuri della classe Z; e a essi aggiungerò tre delle più antiche edizioni, parimente di origine impura: (i) P. Schwenke in Philologus Supplmb. V, 1889, 399; 561-571. I. — CiCERONE. l6l la Maguntina del 1465 (in Ambrosiana ^52 sup.), la Romana del 1469 e la Milanese del 1476 (i). I 75 vere se adiutum Themistoclem Z, vere adiuvit Themistoclem X, M y8; I 97 sed ut tum Z, sed tum Xy M y8; II 69 gratiam autem et qui retulerit habere X (2), om. Z, gratiam autem et qui reddiderit (reddidit) habere F 42, H 140, M /8, Q 86; III 113 iuratos ad senatum in castra Z, iuratos ad senatum misit Hanni- bal se in castra f, iuratos ad senatum missos in castra Py iuratos ad senatum misit Hannibal in castra M ^8y Q 86, iuratos missos ad senatum in castra F 42. Quest'ultimo passo mostra che i codici puri della classe Z omettono concordemente alcune parole, le quali hirono dai codici della classe X sostituite non concordemente, perchè uno ha misit Hannibal se, un altro missos: la classe X perciò le ha desunte non per via diplomatica, ma per via congetturale. E per con- gettura possiamo credere che i codici impuri della classe Z abbiano trovato le sostituzioni misit Hannibal e missos, anziché le abbiano tratte dalla classe X. Cosi in I 115, dove X Z leggono nobilitatemi alcuni codici impuri della classe Z, p. e. F 42 e M 78, hanno emen- dato congetturalmente nobilitatesi in III 114 Z legge ( I ) Lo stesso valga per altri codici impuri della classe Z, per es. uno Nizzardo del sec. XH (C. Beldame in Kevut de pkilologieV, 1881, 85- IDI); uno Mantovano e otto Veneziani del sec. XV (A. Gncsotto in Atti e memcrie dilla r. Accademia di sciente . . . in Padcr'a XV^III, 1902, diup. m e IV; e XX, 1904, disp. Ili e IV). (2) Cfr. Ciccr. /. Piane. 68 gratiam autem et qui rcfcii haori n ijui babet in eo ipM> quo<i hahct rcfert (citato anche da Gellio I 4, 3). ft. lABBADUfl, Tati latinu 11. l6i R. SABBÀDINT. abarscnte, ma e e i codici impuri della classe Z, come M 78, Q 86, hanno corretto a Varrone [et Varrone Q 86); in I i X Z danno ad discendum, ma molti codici impuri di Z, quali A 37, O 157, L 83, E 67, F 38, F 63 e le edizioni del 1469 e del 1476, hanno emen- dato ad dicendum. In II 4 X reca molestias, Z lo omette; il codice impuro Q 86 della classe Z dà molestias: ma non è necessario pensare che l'abbia desunto da X, perchè cosi esso come X lo possono aver veduto in Nonio Marcello, alla guisa stessa che Hadoardus o il suo antigrafo trasse due lezioni da Lattanzio; II 6 si oblectatio K^ Lact. (III 13), sive oblectatio X Z; ib,^\ vero ratio K, Lact., sive ratio X Z. Il quale Hadoardus offre dall'altra parte emendamenti ch'egli o ha comuni con altri codici: I 62 enim K e, om. relL; 63 et K e, om. relL; 132 quae K e, quoniam relL; o che compari- scono per la prima volta presso di lui: 151 legibus K, e quibus X Z; 139 fit K, sit Z, est L. In n I X presenta tum ex utilibus quid utilius aut quid maxime utile, parole omesse da Z; ma buona parte dei rappresentanti impuri di Z hanno ivi: tum ex utilibus quid utilius aut quid maxime utile, p. e. D 69, F 63, M 78, E 15, Q 86 (T 105 la 2 ' mano); tum ex utilibus quid utilius aut quid maxime inutile C 2 2g, 2* mano; tum quid utilius quid maxime utile cod.Braìdense, 2* mano; aut ex duobus utilibus quid utilius aut quid maxime utile Q 76. Anche qui la varietà dei supplementi ci avverte che i codici impuri della classe Z li hanno trovati da se, come da se li hanno trovati i codici della classe X; che se ammettessimo una filtrazione diretta della classe I. — CICEiONK. 163 X in Z, non sapremmo come spiegare che tante altre lacune nella classe Z non siano state colmate. C è poi un luogo il quale pone mirabilmente in chiaro il procedimento tenuto tanto da X quanto dai codici impuri di Z nel colmare le lacune: in II 89 X legge quid tertium ? male pascere; Z omette il passo; i codici impuri della classe Z, a cominciare dal sec. XH per la maggior parte, e tutti quelli del sec. XIV e XV a me noti e le edizioni che ne discendono, recano : quid tertium? bene vestire. Senza dubbio la lezione di X è la vera, perchè essa è confermata da Columella VI praef. § 5: ma appunto questo ci ammonisce che da Columella la ha desunta X ; dovechè Z è rimasta con la lacuna, e i codici impuri di Z sono ricorsi a una congettura mal riuscita. Da ciò vorrei conchiudere che una vera tradizione diplomatica è rappresentata solo dai codici puri della classe Z, i quali vanno tra loro sostanzialmente d'ac- cordo; r accordo invece è assai minore tra i codici della classe X, i quali rimontano anch' essi a un ar- chetipo comune, ma senza riprodurlo scrupolosamente e oltreché i singoli individui aumentano il patrimonio delle interpolazioni, siamo indotti a ritenere che le le- zioni peculiari di X e comuni ai tre suoi rappresen- tanti siano per buona parte non tanto nate da una fonte diplomatica, quanto siano state o racimolate in altri testi o trovate per congettura: il che non esclude che in molti punti X abbia letto 1* archetipo meglio di Z. In ogni modo la base del testo del De officiis (i sembra deva essere Z, coi suoi codici puri; dove 104 K- "^ABBADlflt. esso ci vien meno, ricorreremo o alle congetture dei suoi codici impuri o alle lezioni e agli emendamenti spesso felici di X o alle congetture di Hadoardus e nostre. *** Così scrivevo nel 1907, negando recisamente ogni filtrazione di X nei codici impuri di Z. Ma mi devo in parte ricredere, dopo letta la dissertazione di C. Marchesi Un nuovo codice del de officiis di Cicerone (in Memorie del r. Istit. Lomb. se. e leti. XXII, 191 1, 187- 212). Qui si dimostra inconfutabilmente che il Petrarca possedeva nel suo esemplare (cod. di Troyes552) del De off, una vera e propria edizione compilata su due codici : r uno della classe X, l' altro della classe Z. Questo ci obbliga ad ammettere una filtrazione ora più ora meno larga, ora diretta ora indiretta, di X nei co- dici impuri di Z (i). I codici Trivulziani del de officiis C^). Ai codici del De off. delle biblioteche pubbliche mi- lanesi aggiungo i tre della biblioteca Trivulziana, pri- vata: ma cosi signorilmente resa accessibile agli stu- diosi dal Principe. (i) Nei codici impuri della classe Z la filtrazione di X è d' ordinario indiretta; nel testo del Petrarca invece è diretta, perchè ad es. vi si legge intero il § I 40 dei codici X, che in nessuno dei codici impuri Z si è finora trovato e che mai forse si troverà. (*) Comparve la prima volta col titolo : / codici Trivtilziani del de off. di Cicerojie, Milano 1908, p. 1-14. I. — CICERONE. 165 Comincio dal descriverli brevemente. Cod. Trivulziano 769 membr. sec. XT-XJI, tutto di una mano. Iniziali miniate; la prima raffi g^ura un mae- stro che fa lezione a uno scolare. f. 1. M. T. Cicerofiis de officiis libey primus incipit. Quamquam te marce || f. 44V monimentis preceptisque letabere. M. T, Ciceranis de officiis liber explicit. f. 44V (anepi^afo). Quoniam in hoc libro Herenni || f. 48V. Elegantia est que facit ut unum quodque pure (Cornific. Ad Hemiìi. TV, 1-17. Il seguito manca per caduta di fogli). f. I di guardia, di mano del sec. XVI: Hic liber est Alex a presbyteri Romani. Cod. Trivulziano 661 membr. sec. XV, tutto di mano di Girolamo Donato. Sull'i ntemo del cartone anteriore, di mano del sec. XV; Petti Archiepiscopi Cretensis. f, 1 M. T. Ciceronis officiorum primus incipit. Quan- quam te Marce || f. iiov monimentis preceptisque le- tabere. M. T. Ciceronis officiorum liber tercius finii. Compievi anno III pofitificatus Johannis pape XXIII (=1412), XIIII kal. augtistas P. {i) Hieronimus Donatus patricius. Rivoalti. f. Ili M. Cicero Decio Bruto sa. d. Lamia uno om- nium Il in petitione iuveris. Vale (Cicer. Ad fam., XI, 17 ^2). ii guardia. Estratti da Cicerone Ad favi., I, 9, • T ,. fi. \'....\., \i.. ...... 11... f p,,^.u, ,..,.. dicuntur I' /. fu .imjituitM j)M jrriormfiitr imi .titm Mi< tin i irò. i) Varianti: txtart invece di excilari; suadias invece à\ pirs%Mdtat. l66 R. SABBADINI. tolenarii qui portum obscidentes omnia sciscitarentur ut ex eo vectigal accipiant. N. Marcellus (p. 24 M.): Nolo enim eundem populum imperatorem et portito- rem esse terrarum. Optimum autem et in privatis fa- miliis et in re p. vectigal duco esse parsimoniam. M. T. Cicero libro IIII de re p. >. f. HIV (di mano diversa dal copista). Silvius Italus de Cicerone. lUe super Gangem 1| sperare nepotun (Sii. Ital., Vili, 408-411). I versi furono poi ripetuti da una terza mano, che aggiunse qualche altra citazione antica. Cod. Trivulziano 770 cart. sec. XV, tutto di mano di Antonio da Busseto. f. I (anepigrafo). Quamquam te Marce || f. 137 mo- numentis preceptisque letabere. Amen. Marci Tulii Ci- ceronis de offitiis liber explicit. 1432 die XX Villi lullii in palatio Laudensi finitus est iste liber per Antonium de Busseto. E ora reco una scelta di lezioni, che mi daranno nuova occasione di esporre certi apprezzamenti sul te- sto, del genere di quelli già da me manifestati nello studio precedente. Cod. 661 = D; cod. 769 = R; cod. Ilo ^ Q. Cic. De off., I, i ad discendum Z X D Q, dicendum R. I, 75 at ille vere se adiutum Themistoclem Z R, at ille vere adiuvit Themistoclem X, at ille adiuvit Themistoclem Z>, at ille vere a se pre- buit (aliter se dixit) adiutum Themistoclem Q. I, 76 imperium Lacedaemoniis Z (L), imperium dilatatum Lacedae- moniis e, imperium Lacedemoniis ( — monis Q) dilatatum R Q, impe- rium Lacedemoniorum dilatatum D. I, 77 laudi Z X R Q, linguae Z>. I, 115 nobilitatem Z X D, nobilitas R, nobilitates Q. I. — CICERONE. 167 n, I quid utile quid inutile de quibus Z R^ quid utile quid inutile rum ex utilibus quid utilius aut quid maxime utile de quibus X D, quid utile quid inutille sit tum ex utilibus utrum utilius de quibus Q. II, 69 non habere et qui habeat Z Ry non habere gratiam autem et qui retulerit habere et qui habeat X, non habere gratiam autem et qui reddiderit habere (habeat aliter habere Q) et qui habeat D Q. n, 89 bene pascere quid quartum Z, bene pascere quid tertium male pascere quid quartum X, bene pascere quid tertium bene vestire quid quartura R D Q. in, 113 pugnam iuratos ad senatum in castra redituros ea quorum erant titi Poeni nisi de Z, pugnam iuratos ad senatum raisit Hannibal se in castra redituros ea quorum erant potiti Poeni nisi de e, pugnam iuratos ad senatum missos in castra redituros ea quorum erant Peni nisi de p Q, pugnam iuratos a senatu in castra redituros nisi de R, pugnam iuratos ad senatum misit Hanibal in castra redituros (isit Hanibal in ca- stra re trt ras.) nisi de D. un 1 1 4 abarsone Z, ab arsone R Q, 2. Varrone e, a varone D. Ripeto che i codici puri di Z vanno esenti da interpo- lazioni; dovechè sono interpolati i codici dì X e gli im- puri di Z. Questi ultimi poi non tanto hanno importanza per la costituzione del testo, quanto per la storia della fortuna di esso e soprattutto per mettere in gnardia il critico incauto dalla seduzione di certe apparenze di verità e di eleganza, sotto le quali si cela l' insidia dell' interpolazione. Le lezioni che ho scelto dai Trivul- ziani giovano a chiarire il mio pensiero. Abbiamo in primo luogo alcune correzioni conget- turali fatte al testo 6\ Z X dai codici impuri di Z. Così ni 1. I tutti i codici leggono discetidum; \x\3i R ha sin dal secolo XI XII giustamente emendato dicmdum, e- mendamento che si attribuisce alle edizioni antiche. In T \\<^ Z X danno nohi^itat.m, evidentemente erroneo; l68 K. SABBADINI. R corresse nobilitasi Q più esattamente nobilitates. A laudi di Z X in I, 77 g ha sostituito la lezione linguae, derivandola da altre fonti antiche (p. e. Quintil. XI I, 24); la stessa sostituzione s'incontra già nella 2* mano di A (cfr. sopra p. 160) rappresentante puro della classe Z. Vengono in secondo luogo le correzioni congettu- rali di X e degli individui impuri di Z. In I, 76 ZX omisero un participio, che non si può più ricuperare con sicurezza; R D Q impuri ài Z e e della classe X congetturarono dilatatum, ma quelli lo preposero a La- cedaemofiiis, questo lo pospose; la presenza del parti- cipio in R assegna la correzione almeno al secolo XI- XII. Egualmente giudico di abarsone III, 114, che cioè essa sia la lezione originaria di Z X, emendata a Var- roiie in ^ e in D. La perdita della preposizione a in I, 75 ha dato luogo a congetture di JT e di Q D; ma la discordanza nelle emendazioni ci ammonisce che ognu- no le trovò da sé. La medesima discordanza fra gli emendamenti di X e degli impuri di Z si nota in II, i; III, 113. Dei codici Trivulziani merita uno speciale riguardo R, come il più antico rappresentante finora noto degli individui impuri delia classe Z, onde reputo opportuno collazionarne alcuni paragrafi. R collazionato con Cicer. De off. ed. Th. Schiche, Lipsiae 1885. I 150-161. § 150, p. 45, 8 inprobantur hii R\\\ opera R \ \2 actoramentum ^ I 14 vadant corr. in vendant R \ nichil R (et sic semper) \ 15 tur- pius vanitate — versantur nec enim om. R j 17 he i? | 19 lanii ex corr. I. — CICERONE. 169 recenti R \ 20 ungentarios R \% 151, 21 artibus ut prud — R \ 22 non om. ^ I 23 aut doctrina R \ he sunt his R \ 24 maercatura ^ | 25 sin copiosa et magna R \ 26 apportans R \ impertiens est R \ 33 illinc as- sumes R \ % 152, 35 his. § 152, p. 46, 4 quatuor R \ 6 diligendo R \ § 153, 7 altiera sesse {sic) nature R | io affluentibus R \ quamvis omnia ^ | 11 digna sunt ^1 13 ex vita ^ I 14 sophiam R \ iz^ phronesim R \ vocant R (dicunt Z, om, X) I quamdam intelligimus /? | § 154, 26 reapse] re sua R (re ipsa Z, re ab se vel ab ipsa re X) | hostendit R \ 29 ablatum R (obla- tam X, allatum Z) | 30 relinquunt >^ I 31 denumerare R \% 155, 33 intelligitur R. § 155, p. 47, I debet esse antiquus R \ 2 illi ipsi om. R (illi ipsi X, illi Z) i 4 erudierunt R \ 5 multas (?) corr. in multis, dein in multos R j 6 tebanum epaminundam lisias pitagoreus siracusium R \ 7 quicquid R \% 156, IO atque corr. in zi R \ Il monimentis ^ | 12 assecuntur ^ I 13 est ab his preterm- ^ | 15 omnium R \ suam prudentiam in- telligentiamque R {b) \ \9> meliusque quam vel R \ 20 conplectitur R \ § 157, 21 apum aexamina R \% 157, 24 congregandique R (Z) \ 28 iramanitas R | communitate R (p. Gomitate Z L e) \ % 158, 31 quae om. ^ I 32 aliis que efficere R \ istam R {Z) \ § 158, p. 48, 7 tu dicere R \% 159, io quam maxime A' | 1 1 etiam] et R \ 12 quedam ita feda {om. partim) R \ i^ quidam] quid -^ | 14 possidonius R \ 16 hec R (Z) \% 160, 20 diligendis R \ id genus] ut gcnus R {ò, hoc genus Z p e) \ 21 excelleat R \ 22 considerata actio R (X) I 24 actenus R \ est enim locus ipse ^^ i 29 commutacione /? | 27 inteUigi R \ diis A» | § 161, 31 an <w/. /? | 32 sit om. R. Le lezioni § 151 impertims est, 153 vocant, 154 re sua sono interpolate. Sin dove possa arrivare T inter- polazione, è manifesto in ut excelleat § 160, a cui ac- costeremo ut excellcre videatur della 2* mano dì A (cfr. sopra p. 160). Aòlatum § 154 tramezza tra allatum di Z e oblatum di X. Con communitate 157 e considerata actio 160 R abbandona Z e passa dalla parte di X. I/o R. SABBADINI. In fine qualche collazione anche della Rhetor. ad He- remi, contenuta in R. R collazionato con la Rhetor. ad Heren., ed. F. Marx, Lipsiae, 1894. IV 1-3, p. 288, 4 re om. R \ 6 necessitudine nos R (bl) \ 7 nichil R (et sic semper) \ io intelliges R (et sic semper) | 11 quod A' | 12 cum compluribus /? | 13 opporteat ^ ] 14 oratore ex oratione corr. R \ pro- batio R I p. 289, I hostentare R \ 2 artem ostendere R {b l) \ 3 ut om. R (b) I 4 contempnere R \ videatur R (H), corr. in videamur | 6 arroganti a /? I et ad sua A' | 7 obtinent R \ 8 ammonuerit A' (b) j iecerit A' (le- gerit d) \ IO domesticis pugnet exemplis et sui ipsius testimonio abuta- tur. ut enim test- R ' 1 1 conformande A? | 1 2 opportet ^^ 1 1 5 ante po- nant R \ l^ sunt i? | 19 dicere] dare R \ quare illos sibi A* (d) \ 20 quid igitur R (b d l) \ non] nam R [b d l) \ 22 cupitates R \ p. 290, 3 rerum R | 4 poematibus R (b d l) \ y tamen] tum R \ 8 effugissemus R \ artificio summo R \ 9 Quis enim nisi cum summe te- net artem possit R \ 12 aut] atque R | orationes R \ nec ^ (/5 /) | 13 comoti ^1 15 his i^ I 16 scribenda maxime R \ 19 in parte suam R. Il cod. R ha la maggior affinità con od/, che sono gli expleti del Marx, con questo vantaggio, che li su- pera per età. Alcuni suoi errori sono sviste materiali di copiatura; ma le due notevoli lezioni p. 289, io; 290, 9 sono interpolate. *** Dalla classicità passiamo all'umanismo, per il quale forniscono buona materia due dei nostri codici. Intanto trascrivo dai fogli di guardia del 669 questi epigrammi di mano del secolo XV. f. IV di guardia. De mutatione Niobes in inarmor. I. — CICERONE. 171 Stillai adhuc lacrimas Niobe mutata madenti Marmore, natonim funere maestà parens. Ipse tuis septem fixisti Phoebe sagittis Et totidem telis saeva Diana tuis. Ille mares septem mactavit, diva puellas; Invidia, raatris ultor uterque fuit. Dt mediocritate vitae. Epigramma Porcellii vatis ad Poti, (Sisto IV) Scire volunt ex me quae sit mihi sola voluptas Quidve petam praeter cetera scire volunt. Non mihi pauperiem Codri, non plurima posco Regna Cyri nec quas Crassus (i) havebat (2) opes. Tutius ut modico percurrimus acquerà ponto, Quandoquidem classi nulla procella nocet. Sic utinam medio fragilis (3) fortuna favore Me regat: in medio vita beata mea est. Nara (4) ncque divitiis cedam nec honoribus ulli (5) Si mihi sit virtus et pia musa comes. De homine nano. Aspice quale virum seruit genus ille deum rex Membraque ridiculus qualia nanus habet. Ora vides: vidisse caput fateare gigantis, At bene pigmeum cetera membra decent. \. 49 di guardia Epigramma. Non sat laudis habet aliena volomina siquis (6) ( I ) Clauftus eod. (2) Aveva cominciato a scrivere haò. (3) flagtlis cod. (4) non cod. (5) ulli9 cod. (6) fiecit cod. 172 R. SABBADINI. Ventilet et versus fabricet (i) ille suos. Quid tibi Graiorum traducere carmina vatum ? Ingenio alterius ingeniosus «ris. Est aliquid rebus coniungere verba proboque. Militet ingenio quisque poeta suo. Il cod. 66 1 ha nell'interno del cartone posteriore, di mano di Girolamo Donato, la seguente letterina di Andrea Giuliano: Andreas lullianus Petro Donato sa. Anno nativitatis Yhesu Christi MCCCCX, IIII ydus augusti prodi- gium Venetiis apparuit, quod nec solum etati nostre visum sed nec a maioribus nostris auditum extat. Circiter enim horam eiusdem dici de- cimam nullo antea sinistro sidere minitante tenebre crepusculo obscu- riores urbem operuere paululumque post venti occidui invicem adver- santes pluvia grandinibusque permisti vim tantam secum tulere ut nedum urbs verum etiam celestis omnis machina corruere videretur. Plurimi turrium apices maximas murorum partes secum trahentes corruere, tegule a tectis evulse non aliter ac grando per tam densum celum volabant superque tecta iam discoperta pluere videbantur. Prostrati mille camini super eorum culmina numerati fueruut; nonnullae etiam domus magna ex parte ad terram delapse patuere arboresque quamplurime radicibus evtdse sunt. Reperta fluctibus submersa hominum quinquaginta et cen- tum corpora quae a Mestre opido suis naviculis Venetias veniebant. Haec vero tempestas per medium bore spacium obsessos ita detinuit Venetos, ut non modo domos egredi sed foras quidem aspicere non valerent. Andrea Giuliano (1382 e. - 1455 e.) (2) fu più che altro uomo di Stato; ma non trascurò gli studi, nei quali ebbe due insigni maestri, prima Gasparino Bar- (i) frabricet cod. Forse ille \z. corretto in inde. (2) Vedi su di lui Agostini, Scrittori Viniziani, I, 257 ss. I. — CICERONE. 173 zizza a Padova e poi Guarino a Venezia; e tra 1' uno e l'altro discepolato tenne, nel 141 4, un corso di le- zioni a Venezia sulle orazioni di Cicerone (i). La let- tera qui comunicata è la sua più antica scrittura ri- mastaci. Il suddetto cod. 661 tu trascritto da Girolamo Do- nato e indi entrò in possesso di Pietro Donato, arci- vescovo di Creta. Ignoro che relazioni corressero fra i due Donati, probabilmente di parentela, perchè pa- trizi entrambi; verrebbe la voglia di crederli fratelli. Girolamo aveva cultura classica, come si vede dal co- dice ciceroniano che ha copiato e dalle citazioni sul fo- glio di guardia delle Epistole ad faìn. dello stesso Ci- cerone e dell'opera di Nonio Marcello (sopra p. 165-6). Copiato di mano del nostro Girolamo l'anno 141 1 ci pervenne un altro classico latino, Catullo, allora as- sai raro; presentemente è nel cod. 94 della Biblioteca Universitaria di Bologna con la sottoscrizione (f. 4g); Finivi anno II pontificatus lohannis XXIII (= 141 1), Vili kal. aprilis. Rivoalti Hieronimus Donatus patricius. Il codice ha una gloriosa storia, attestata da una nota di Francesco BarbcU-o sul foglio di guardia: Iste Ca- tullus est Francisci Barbari Veneti patricii quo a e. v, lanino Coradino suo donatus est; cum eo prius laninus ab hofiestissimo ac clarissimo Petro Donato archiepiscopo Cretensi dotiatus fuisset. Il Catullo perciò, poco dopo che fu copiato da Girolamo Donato, entrò nella bi- blioteca deirarcivescovo Pietro, che lo regalò a Gian- (1) I^ prolusione fu pubblicata iiite^n'Almente da K. Mullner, Redtn f^4 ^* SA^ÉADINT. nino Corradino, il simpatico medico umanista, morto mmaturamente a Padova nell' agosto del 141 6, e il iCorradino a Francesco Barbaro. Da ultimo vi appose la nota di possesso un altro Barbaro, il famoso Er- molao, l'autore delle Castigationes Plinianae: ego Her- molaus Barbarus magnifici Zachariae divi Marci pro- curatoris Catullum hunc... Pietro Donato (1380 e. - 1447) (i), giurista, filosofo, umanista, fu uno dei più illustri personaggi della sua età, che occupò alti gradi nella gerarchia ecclesiastica come protonotario, arcivescovo di Creta, vescovo suc- cessivamente di Castello e di Padova, e nella carriera diplomatica come governatore di Perugia e legato al concilio di Basilea. Si rese benemerito degli studi rac- cogliendo epigrafi e manoscritti e soprattutto scoprendo e copiando il famoso codice cosmografico di Spira (2). Tra gli autori da lui posseduti ricorderemo Nonio Mar- cello, di cui Girolamo cita un passo sul foglio di guar- dia del suo Cicerone. Quel Nonio se 1' era trascritto a Padova l'arcivescovo Pietro alla fine del 1415 di su l'esemplare che Francesco Barbaro aveva mandato da Venezia al Barzizza perchè se ne traesse copia. Ciò si rileva dalla seguente lettera (*): Marcellus quem ab (3) me requiris est apud dominum Cretensem. (1) Agostini, Scrittori Viniziani, II, 135 ss. (2) L'archetipo è perduto, la copia autografa del Donato è nel cod. Canon, lat. mise. 378 di Oxford; cfr. Studi Hai. filol. class. XI 258. (*) Cod. di Bergamo F V 20 p. 69. Comparve la prima volta in Museo di antichità class, m, 1889, 349-350. (3) ad cod. I. — CiCKKOifÉ. 17$ Antonius, (i) ut (2) est homo utriusque nostrum familiarissimus, ut id tacerem (3) dixit se in mandatis a te habuìsse Supervenemnt deinde litterae a Guarino nostro, quae idem significabant. Requiras oportet hunc librum a domino Cretensi, si vis illum ad te deferri; quod tuis verbis a me factum esset, nisi quod putavi contra officiura esse sine tuo man- lato negotium agere. Revocabat me praeterea quod fingendum aliquid erat, quo ita esse huic domino meo persuaderem. Scis quam ineptus ad has artes sim. Ex qua gente Pergamensi sim non et rursus ignoras (4); rude genus hominum sumus, qui si quando fingimus (5) quam belle id fiat vel hoc potest iudicari, quod (6) nemo tam amens est qui non sta- tim deprehendat; ita simplicitas illa Pergameae gentis propria male se regit. Memineram etiam te nihil unquam tua causa fingi ab alio vo- luisse et eam (7) esse auctoritatem pontificia Cretensis, ut cum apud alios turpe sit mentiri, apud hunc etiam nefas iudicem. Honestius de hac re ad eum scribes, quam ego te ignorante negotiorum tuorum ge- stor sim. Haec habui (8) quae de tuo Nonio (9) ad te scriberem. Rem vero uxoriam quam audio te edidisse iamdudum (io) expecto. Est enim ut dicitur res tuo ingenio ac tuis studiis digna. Tametsi non dubitem et graviter et ornate abs (11) te scriptam, nam invent)a Graeco- rum ut spero ac Latinorum multis locis redolebit, (12) tamen percupio (13) meo potìus quam aliorum iudicio posse uti. Facias ergo quod ad Cor- (i) A. cod. (3) at] enim cod. (3) facerem cod. (4) sim — ignoras] sum non et tru8U& cogas cod. (5) fingemus cod. (6) iudicare qui cod. (7) eam] causam cod. (H) habeo cod. (9) Nonio] homine cod. (H010 scambiato {:r\\\ FIoik). (io) iarodabiam cod. (Il) ad cod. <I2) redol. . . . ne coti. (13) perei pio cod. 176 R. SABBADINI. radinum tuum facturum te pollicitus fuisti: mittas (i) hanc ad me sive historiam sive disputationem tuam, qui olim ut tuo ingenio ita nunc tuae laudi ac gloriae maxime faveo (2). Vale. La lettera è senza intestazione, ma dal contenuto ri- sulta che è scritta dal Barzizza, il quale scherzosa- mente si chiama della Pergamea gens: egli era di Ber- gamo, come è noto. La lettera poi è indirizzata a Fran- cesco Barbaro, che qui è chiaramente significato nel- l'autore del trattato De re uxoria, di cui il Barzizza gli chiede una copia. E questo è per noi anche un indizio del tempo in cui la lettera fu scritta, poiché il De re uxoria fu pubblicato nel carnevale del 14.16 (cfr. so- pra p. 42). Un altro limite cronologico ci è dato dalla menzione del Corradino. qui vivo ancora, ma morto nel mese di agosto 141 6 (3). Sicché la lettera cade nella prima metà del 141 6. In quel tempo dunque a Venezia e a Padova il Barbaro, il Barzizza e 1' ar- civescovo Cretese (Pietro Donato) possedevano un Nonio Marcello, sulla cui origine abbiamo più sopra discorso (p. 32-33). b) Il codice di Modesto Decembrio. (*) Modesto Decembrio, il primogenito dei quattro figli di Uberto, e assai meno famoso di due di essi, An- (i) mittes cod. (2) f acito cod. (3) Agostini, Scrittori Viniziani II, p. 115. (*) Comparve la prima volta in Giornale star, letter. ita/. 46f 1905, 70-71. I. — CICERONE. 177 ^elo e Pier Candido, morì poco più che trentenne nel 1430 podestà di Castell'Arquato (i). Di lui nulla quasi sappiamo, onde riuscirà gradito aver notizia di un co- dice da lui copiato, 1' Ambrosiano D 113 sup., cart., di elegantissima scrittura umanistica. Contiene opere filosofiche di Cicerone: TuscuL, De nat. deor., De divin., De fato e, intramezzati a quelle, ai ff. 61-64, iio-ii2v, estratti dai Caesares di Svetonio. S' incontrano tre sot- toscrizioni: f. 60V alla fine delle TuscuL: Mediolani MCCCCXXVI. de mense iunii per M. Decembrem; f. logv alla fine del De nat. d.: Mediolani MCCCCXXVI. de mense iunii per M. Decembre^n; ì. 157 alla fine del De fato: MCCCCXXVI. de mense iullii. in Mediolano per M. . Decembrem. Nei marg-ini Modesto ha riportato numerosi richiami al testo; non solo, ma qua e là lo ha illustrato con disegni e con taluni profili di teste umane in carica- tura. La più notevole ditali caricature è quella al f. 18, in corrispondenza col passo delle TuscuL II 11-12; di fronte alla testa è scritto: fratcr Bernardinus. Questi è senza dubbio fra* Bernardino da Siena, che Mode- ro avrà sentito predicare nella quaresima del 141 8 (2): e in atto di predicare è raffigurato il frate. Il luogo delle TuscuL biasima quei filosofi, le cui azioni non ^ono in armonia con le dottrine professate; e fra' Ber- irdino, probabilmente, mirabile esempio di queir af- onia, fulmina i correligionari che davano invece spet- icolo di disarmonia. (I) M. Bona, Pier Candido Decembri, Milano 1893, 8. (a) F. Amadio Maria da Venezia, Vita di S. Bernardino da Siena, 44. R. SaBBADINI, 7'tsti /il tini. Ij. 1^8 £. SABBADINI. A questo codice accenna il fratello Pier Candido m una lettera: P. Candidus Simonino Ciglino ducali secretario s.{\) Exigis a me tuis litteris ut libros Ciceronis de natura deorum et fato, quos emendatos habere me putas, tibi mittam.... Scito illos manu Mo- desti germani mei olim exaratos, qui profecto, nisi me fallit amor, et verissime huiusmodi commentarios transcripsit et fidelissime transcriptos emendavit.... c) I codici di Guarino. {*) Dell' interesse che prendeva Guarino per le opere filosofiche di Cicerone fanno ampia testimonianza le sue lettere. Fu egli il primo a propalare la notizia della clamorosa scoperta, fatta dal Cusano e cosi ama- ramente poi delusa, del de re puòlica, che si ridusse in fine al Somnium Scipionis. Guarino ne dà un cenno prima di tutto a Girolamo Gualdo a Vicenza (2). .... Quid dices quod Tullius de re publica compertus est? ita est. Ex valle Pollizela V idus octob. (1426). Più particolarmente ne dà comunicazione al Lamo- la (3), ch'era a Bologna: (i) Cod. Riccardiano 827 f. 15V. (*) Comparve la prima volta in Museo di antichità class. II, 1887, 391-93- (2) Cod. Arundel 70 f. 153V. (3) Cod. Riccardiano 779 f. 130. Sulla delusione di questa scoperta scrive Poggio (Epist. coli. Tonelli III 29): De re publica dicit (Nicolaus Treverensis, cioè Cusanus) se deceptum et illum librum fuisse Macrobium super Somnio Scipionis. — Romae XXVI febr. 1428 (== 1429). I. — CICKRONK. 179 „... Audi visse debes ut Cicero de re publica nuper inventns sit Coloniae, urbis Gerraaniae, in bibliotheca pulverulenta, ubi pervetusti codices octingenti carcere mancipati videntur. Eum repperit, repertum transcripsit quidam secretarius (Nicolaus Cusanus) cardinalis Ursini, qui legatus eas obiit regiones. Sic mihi ex Venetiis renuntiant aliqui cer- tissimi viri.... (Verona, ottobre 1426). In compenso però Guarino possedeva un de Le- gibus di Cicerone, che a suo giudizio era il più per- fetto che si conoscesse in Italia. Flavio Biondo glie- lo aveva chiesto in prestito; Guarino gli scrive cosi (i): .... Meura de Legibus ut hospitem potius quam obsìdem habeas volo; inter quos enim fides est, obsidibus locus non est. Hoc habe, ut talem alium non habeat Italia, non loquor temere. Tu tamen sive tran- scribere, sive transcurrere vis, expeditum facito. Ex Verona XVm feb. 1428. Sul de Amicitia e sul de Fato abbiamo la seguente notizia da una lettera che Guarino scriveva al vicen- tino Niccolò Dotto, suo scolare (2): .,... Optarem ut tuum de Amicitia volumen habere possera, ut transcrìbi facerem libelluro Ciceronis de Fato qui in eo vola- mine est. Ex Verona XVm kal. aprii. (1425). Delle Tusculane egli poi illustrava nel medesimo an- no (1425) un esemplare per uso del suo amico e sco- (1) Pubblicata da R. S ihliilini in Geiger*! Vierttljahrsschrift /. Kultur,,, dir Xenaissanee, (2) Cod. Arobrot. O 66 kup. f. 40. iSo R. SABBADror. lare Biagio Bosoni. Si veda questo passo d' una sua lettera a Giacomo Ponzoni (i): Biasio (Bosonio) meo dicito nihildum prò eius Tusculanis confecisse propter absentiam; sed curabo ut quamprimum suam absol- vam voluntatem. (Verona ottobre 1425). Anche gli Academica possedeva Guarino. Egli ne aveva prestato un fascicolo al medico veneziano Pie- tro Tommasi, a cui lo ridomanda per mezzo di Flavio Biondo, che in quel tempo stava a Venezia (2). Si ornatissirous et vir et medicus magister Petrus Thomasius Ve- netiis est, ei me totum commenda et cum longum illi de me feceris ser- monem, cum dicturus es «Vale» quasi experrectus eum commonefacito ut mihi quintemionem quendam mittat A e a d e m i e i fragmenti, quod illi diu misi, volo enim una cum reliquis librum unum facere. Veronae XV kal. februarias (1424). Del medesimo fascicolo faceva ricerca anche nel principio dell'anno seguente (1425), ma pare che non lo tenesse più il Tommasi, bensì Ermolao Barbaro, suo scolare. Ne scrive in proposito allo stesso Biondo (3): Habeo volumen quoruudam Ciceronis opusculorum, in quibus Academica sunt. Nescio quo pacto unus evanuit quintemio, dum totiens agitare supellectilem compulsus sum. Roga Hermolaum (Barbarum) si quo prcto suos inter codices illum haberet, quos secum tulit, cum ex Valle Pollizella discessit. Solebam enim inter libros forte occurrentes interserere, ne foedaretur. Hoc mihi fuerit gratissimum. Ex Verona XI iunii (1425). (i) Cod. Riccard. 779 f. 130. (2) Pubblicata nella succitata Vier teljahrsschrift, 509. (3) Cod. Capitol. di Verona CCXCV f. 38. I. — CICERONE. i8r Con Academicum fragmentum si deve intendere il frammento degli Academ. post, venuto in luce al prin- cipio del secolo XV, che Guarino possedeva sino al- meno dal 141 3. Infatti nell'invettiva contro il Niccoli {In Aurlpellem poetam) (i), composta in quell'anno a Firenze, cita un luogo degli Acad. post. (§ 5) con queste parole: * Iste Ciceronis Amaffanius, qui nulla arte adhi- bita vulgari sermone disputare solebat' (2). Guarino commentò nei suoi corsi scolastici alcune opere filosofiche di Cicerone {De off.. De sen., De am.. Farad.), delle quali ci son giunte le Recollectae compi- late dagli alunni sulle sue lezioni (3). Gli Aratea (*) Il Fragmentmn Arati phaenomenon di Cicerone fu fatto conoscere la prima volta agli Italiani da Giorgio Valla, che lo pubblicò negli Astrotwmici veteres ' Ve- netiis 1488 ' (4). Ma molti anni innanzi n'aveva ve- duto un esemplare Ciriaco d' Ancona. Egli infatti nei (i) L'invettiva fu piihi>lir;.t:i ri;. K. Sabbodiiii, Nozze Cur ciò- Marcellino, Lonigo 1901. (2) II Valla in data ila Napoli XVI kal. fcbruar. (1447) scriveva al Tortelli: Fractcrca si quis apud vos babct quatuor Academicorum Cice- ronii libros non prìdcm Senae repertis (Baruzzi e Sabbadini, Studi sul Ponormitn e sul Valla, Firenze 1891, p. 116) Si trattava naturalmente di una falfia notizia. (3) R. Sabbadini, La scuota e gli studi di Guarino, 91-93. (♦) Comparve la prima volta in A'H'ista di /ihlogia XXXIX, ioti, 244-4'». V CU. K. Sabbadini, Le scoperte dei codici, 149. l82 K. SABBADmi. Commentariiy dati alla luce da A. degli Abati Olivieri *Pisauri 1763', pariando della visita fatta a Vercelli scrive: (p. 42) « Ad XI. k. dee. (1442) venimus Vercellas.... In antiqua ipsa Vercellarum C. bibliotheca vetustos et praeclaros libros in venimus quam- plures... (tra i quali era) Arati liber antiquiss. Super delphini figuram. Neptunum aiunt fabulae....>. Dagli Aratea comunica alcuni estratti. Vien subito di pensare che il codice di Vercelli sia il medesimo ritrovato poi dal Valla; ma così non è (i). Trascrivo i versi citati da Ciriaco: Ipse autem labens multis equus ille tenetur Piscibus. huic cervix dextera mulcetur Aquari Serius hoc obitus terre visite quinis Quam gelidum valido de corpore frigus anhelans (55-58). E pedibus natus summo love Perseus es Quos humeros retinet defixum corpore Perseus Quam summam ab regione Aquilonis flamina pulsat. Hic dextram ad sedes intendit Cassiepiae Diversosque pedes vinctos talaribus habtis Pulverulentus uti de terra lapsus repente In coelum victor magnum sub culmine portat (20-26). Il testo del Valla invece presenta molte varianti: 56 huic] hinc; dextera] dextra; Aquari] Aquarii; 57 hoc] haec; terre visite quinis] terrai iussit equinis; 20 natus] (i) Diversamente pensa, ma mi pare a torto, Paul von Winterfeld, De Germanici codicibus (in Festschrift Joh. Vahlen gewidmet, Berlin, 1900, 398-9). r. — CICERONE. 183 vatum; 21 defixum] de fixo; 22 summam] summa; 2^ Cassiepiae] casiopaeae: 24 habtis] aptis; 25 terra] terrae. Opere pseudo-ciceroniane La quinta Catilinarìa. (*) Si trova in molti manoscritti, ora anonima, ora col nome di Cicerone o di Porcio Latrone, una supposta quinta Catilinaria, esercizio rettorico dell'età imperiale, che dal 1490 in poi fu più volte stampata, di solito insieme con Sallustio, e della quale ultimamente ha curato l'edizione critica H. Zimmerer (i). Il novello editore ebbe a sua disposizione due soli manoscritti, il Monacense lat. 68 sec. xv, anepigrafo ma integro, e il Leidense 19 sec. XV, mutilo, con l'in- testazione a Porcius Latro. Un altro manoscritto, im- portante per la data, è il 58 di S. Daniele del Friuli con l'intestazione f. i: Oratio M. TulUi Ciceronis ad iudices contra Catilinam et ceteros coniuratos. Si quid precibus apud deos immortales — e la sottoscrizione: Finit oratio Ciceronis omnium vehemcntissima. * Lavriani per presbiterum Nicolaum Sanctivitensem (da S. Vito) olim Georgii, Utinensem canonicum. 1439, II nonas februarii *. Reca perciò meraviglia che a Poggio ne sia giunta notizia solo nel 1 45 1 e, non si crederebbe, (•) Comparve la prima volta col titolo: Da eodici Braidensiy Milano 1908, 5-0 (l) Dtclamatto tn /.. Sergittm Cntilinam. Etne Schuldeklamation aus der rom. Kaiseruit. Naeh etner Munck. ìiandschr. dts XV Juhrk., he- ratug. von Dr. H. Zimmerer, Mtinchcn 1888. l84 K. SABBADINI. dalla Germania (i). Il cod. di Siena H VI ii, del sec. XV, attribuisce come il Leidense la declamazione a Porcius Latro (2). La spinta a questa attribuzione ven- ne dal luogo di Seneca padre, dove è citata la frase di Porcius quid exhorruistis iudices (3), la quale ricorre casualmente nel nostro testo; e ciò non prima del 1458, che fu l'anno in cui le Suasoriae et cofitroversiae di Seneca tornarono alla luce per opera del cardinal Cu- sano e di Gio. Andrea Bussi (4). Anonima invece è nel cod. Laurenziano 48. 19 f. 99. Due codici Vaticani, 1742 f. 30 iv; 1748 f. 3, la attribuiscono a Cicerone. La declamazione si legge anche in quattro mano- scritti milanesi, due Ambrosiani e due Braidensi. Cod. Ambrosiano B 124 sup., cart. della metà del sec. XV, con molte orazioni di Cicerone e di Livio e scritture umanistiche; f. 198V-208 Finis pulcherrime o- rationis M. Tullii Ciceronis adversus L. Catilinam. Cod. Ambros. M 44 sup., cart, sec. XV; f. 39 TuL in Catilinam. Si quid precibus — ; f. 32 finis Ciceronis ad iudices in L. Catilinam, Cod. di Brera AF. IX 67, cart. sec. XV. Contiene questo solo scritto, col titolo: Ciceronis ad iudices in L. Catilinam. Cod. di Brera AG. IX 33, cart, sec. XV. Questo grosso codice, comprendente una copiosa raccolta di 37 orazioni ciceroniane tra genuine e spurie, è scritto (i) Mai, Spicilegium Rom. x 370; Zimmerer 31. (2) N. Terzaghi in Sludi ita/, di filol. class. XI, 1903, 412. (3) Zimmerer 40. (4) R. Sabbadini, Z^ scoperte dei codici^ 112. I. — CICERONE. 185 da cinque mani; la I va dal f. 2 al 285V; la II day 285 V al 289: la III dal 289 al 3i8v; la IV dal 319 al 334V; la V ha operato in tutto il volume, compiendo o correg-gendo le intestazioni, mettendo i titoli correnti sui margini superiori, colmando lacune, emendando le- zioni, facendo richiami. f. 2 Si quid precibus apud deos immortales — . La nostra declamazione senza titolo e senza sottoscrizione, f. 8v Pro Giieo Pompeio. Quamquam michi -- f. i6v Pro se ipso M. T. Cicerone pridie quam ir et in exUium. Si quandoque inimicorum — f . 2 1 v Pro se ipso M. Tulio Cicerone qua gr alias agii populo de reditu suo. Quod precatus — f. 25 Pro se ipso M. Tulio Cicerone quando senatui gratias egit post reditum. Si patres conscripti prò — f. 30 Pro Aulo Licinio Archia poeta. Si quid est — f. 34 Pro M. Marcello. Diuturni silentii — f. 37 v Pro Quinto Ligario. Novum crimen — f. 42 Pro Deiotharo rege. Cum in omnibus — f. 47 v Pro Tito Annio Milione. Etsi vereor — f. 6ov Pro Gneo Piando. Cum per egregiam — f. 72V Pro Publio Siila. Maxime — f. 84 Pro Lucio Flacho. Cum in maximis — f. 96 Pro Publio Quincio. Qua ras in civitate — f. io6v Pro Publio Sextio. Si quis antaa — \. 118 Pro M. Celio. Si quis iudicas — \. 127V Cofttra Vatinium. Si tua tantummodo — . I f. 128-129, ch'erano stati lasciati vuoti, furono poi col- mati dalla mano IV. f . 1 30 De provinciis cansularibus. Si quis vestruni — l86 R. SABBADINI. f. 136V Pro Lucio Cornelio Balbo. Si auctoritates — f. 145V Ciceronis or alio ad poiitifices prò domo sua contra P. Clodium. Cum multa — f. 165V Eiusdem ad eum senatum de airuspicum re- sponsis contra P. Clodium et prò domo sua. Hesterno die — f. 176 Pro Lucio Murena. Que deprecatus — f. 189V Pro Sexto Rosio. Credo ego — f. 206 Contra Lucium Pisonem. lam vides — f. 219V Contra P. Servilium Rullum tertii libri. Co- modius fecissent — f. 22 IV Pro Rabirio Postumo. Si quis est iudices — f. 226V Contra legem agrariam. Est in hoc more po- situm — f. 239V Pro Au. Cecina. Si quantum in agro — f. 25 2 V Pro Publio Cluentio Abito. Animadverti — f. 277V Contra legem agrariam fragmentata. Que res aperte petebatur — f. 281 Pro Gaio Rabirio per duel. Etsi Quirites — .Do- po quest'orazione segue alf. 285V la sottoscrizione del copista I: Finis et laus deo, filio et spiritui sancto qui sunt trini in maiestate. Amen. Stefanus de Pavaro scri- psit et de anno MCCCCXLI de mense Augusti videlicet in XXI die in scriptura complevit. Et si quid erroris est veniam petit a quocunque legente quia potius fragilitate quam errore proprio contigit. f. 285 In Vatinium testem. Si tua tantummodo — . Cfr. f. 127V. f. 2QI Pro Rosio comedo fragmentata. Malitia nature creditur — I. — CICERONE. 187 f. 298 Oratio Salustìi contra M. T. C. Graviter et iniquo — f. 299V Oratio et responsio M. T. C. contra Salustium Crispum. Ita demum — f. 302 Prima Oratio in L. Cati//inam. Quousque tan- dem — . Le 4 Catilinarie terminano al f. 318V. Man- cano i primi sette paragrafi della II per la caduta di un foglio. f . 319 M. T. Ciceronis oratio prò P. Sextio. Si quis antea — . Cfr. f. io6v. Mancano le ultime righe, per- chè il f. 325 è rimasto vuoto. Come si vede, il copista I ha riunito nella sua sil- loge anche le orazioni delle scoperte Poggiane di Francia e di Germania (i). Il medesimo copista ha ado- perato inoltre il commento di Antonio Loschi a undici orazioni (sopra p. 2 1 sgg.), traendone alcune notizie storiche che premise al testo di ciascuna di esse. Ora darò un saggio di collazione di tre codici mi- lanesi, chiamando A l'Ambrosiano B 124 sup., B il Braidense AF. IX 67, C il Braidense AG. IX 33. Collazione di A B. Zimiticrer § i convaluisscmus A B \ cives nostros haberemus A B \ gimal et A \ tum A B \ omnes om. A B \ laudibus A B \ esse am. A B I § 2 nec opinione B \ possit atqac homines infl. A B \% "^ piene A B I et om. A B \ Scypioni A \ Crassis A B \ Porcinnae A \ Graochis A^ Grraccis B \ Anthonio A\% \ Scypioni A \ et pcrsepe A B \ torbulcn- tam A B\ t»,i om. A B \ omnia locus B \ bencvoicntiac] gratie 4 ^* I I 5 quando A B \ nostra a foro B \ desideretur A B \ dicendam ett qaidem nobis aut de deterrimis .-/ B \ pudicitia A B \ % b cotidiana B I) Cfr. «opra p. 27-a9, 43 sgg. l88 K. SABBADINI. I § 7 equidem om. A B \ Galabrionis B \ crudelissimi L. Catiline cuius A B I sicca A B \ paterne A B \% % dicendum est iterum de L. AB I civium om. /> ] § 9 iudices om. A B \ cognoscite A B \ flagiciosissi- mam A B | § io- il conatus est ac crudelissime A B \ nec vexare B \ compararat ^ ^ | § 12 manum om. A B \ facilime B \ conciliarunt A B I amplissima A \ Lecce ^ ^ | § 13 eam A B \ perditissimorum A B \ adoloscentum B \ assuetudine — partim om. A B\% 14 barbarorum ^ B I hominum om. A \ non modo inclinati magn — A B \ summa A B I nec alique mulieres A B \ denotate solertissime A B \ devolaverint om. A B I nefarie coniurationis convaluerint ( in convolaverint corr. A) A B \ % 15 armis datis ad ^ ^ | Lecce A B | corroborarentur A, cor- roborentur B | omnes om. A B I conferre A B | interim] iterum A B \ § 16 hominis corr. in huius A, huius B j vero om. A B \ cognoscende- que A B \ flagravit A B \ huius sceleratissimi A B \% 17 compertas A B 1 attulero A B \ summisque cruc — A B \ atque mactandum om. A ^ I § 18 scelerata om. B \ novis rebus A B. § 65 qui actiones ullas ^ .5 | § 66 De te igitur Catilina sciatur A B 1 cui corr. in qui A, cum (?) corr. in cur B \ noctu om. A B \ putasti A B I Deinde quomodo in lucem A B \ prodissent A \ quid rursus fuis- ses A B i aut om. A B \ amantissime patrie peracturus A B \%(ì'] quid igitur nostras leges violas A B \ sanctias A \ memorabili A B. Collazione di C. § I re nostra publica C\ haberemus constudiosos (i) C\ tum patrie — amantissimos in marg. al. m. C \ omnes in marg. al. m. C j esse in marg. al. m. C I videremur C | § 2 summorum virorum posstt C | § 3 verum enim ea ( ea superscr. al. m. ) dicendi voluntas C \ nec non ex {in et corr. al. m.) C \ Graccis C \ pulcerrimarura C \ miserandorum tem- porum calamitates C | § 4 monimentis inmort — C j condicionem C \ intercepts locs C, corr. al. m. \ atque iocundissimi C \ beniv — C" ! § 5 desideretur C \ dicendum est primum nobis C, in marg. aliter perpetuo al. m. I deterrimis C \ inpudicitia C | § 6 sit redundatio C \ auctores cla- ruerunt C, in marg. aliter aures al. m.\ % "j equidem om. C \ Gabrionis C I Sicca C I papirrium C \ paterne C, in marg. aliter patritie al. m. \ § 8 cum C I cum C \ retorxerunt C | § 9 flagiciosissimam C \ incondise- (i) Con ciò è assicurata la lezione cum. I. — CICERONE. li^ atam C | § io Catelina C\ urbis non ad pemitiem urbis conferre C\ § 1 1 quid exorruistis iudices non oprimere modo conatus est add. in marg. al. m. C j et crudelissime 6" | § 12 Lete C | dequoquebantur C I § 1 3 adoloscentum C \ assiduitate strupi C 1 § 1 4 barbarorum C \ no- bilitate summa C, corr. in marg. in nobilitati magnitudine summa aL m. I et studio C \ alle C, in marg. corr. in alie al. m. \ mulieres C \ denotate C \ propter magnitudinem C \ repente devolaverint add. al. m. in marg. C \ aerem ipsum C, in aream ipsam corr. al. m. \ atque fla- gitiosae om. C | § 15 Lete C\ conferre C | § 16 audivistis C \ Nunc a- gnoscenda causa est C \ flagravit C \ huius sceleratissimi Cat — C | § 1 7 piane ex piene corr. C \ planeque ex plen — corr. C \ attulero C \ sum- misque crutiatibus C \ atque mactandum om. C | § 18 inaudita] mandata C I novis rebus C. § 65 agitaret C \ actiones C \ capitali iudicio C \ § 66 Catelina scia- tur cur C I putasti C \ deinde quomodo in lucem C \ conciuncule tue in lucem prodiissent quid rursus fuisses C \ optirais aut amant — C \% 67 quid igitur leges nostras violas C \ insania C \ memorabili C. A e By {e con essi 1' Ambros. M 44 sup.) pur non derivando l'uno dall' altro, hanno l' identica redazione, evidentemente inteq^olata; basti un paio d'esempi: § 7 crudelissimi L. Catiline; § 8 dicendum est iterum. C rappresenta una redazione doppia: l'originaria, che s'ac- costa in parte ad A B; la corretta, che restituisce spes- so la lezione genuina. Al testo dello Zimmerer si pos- sono apportare per via diplomatica alcuni miglioramenti, ma in generale esso è ben costituito. Il trattato " de virtutlbus „ (*) I bei tempi dell'umanismo, nei quali da un momento all'altro un chiostro o un capitolo potevano dare alla (♦) Coinpanre la prima volta in Atene e h'oma, Xn, 1909, a-6. rgd <• SABBADINt luce un nuovo classico latino, purtroppo non ritornano più; ma chi frughi con pazienza e amorosa fede entro di essi non è escluso che gli avvenga di metter le mani su qualche tesoro allora scoperto e poi dimen- ticato. Effettivamente pare che il tesoro ci fosse. Antoine de La Sale, un francese del secolo XV (n. 1386), compose un'opera intitolata La salade sui doveri del principe e la dedicò a Giovanni duca di Calabria, figlio dell' Angioino Renato. Con ciò arri- viamo alla metà del secolo, in pieno umanismo, quan- do gli Italiani avevano già scoperto tutte le opere di Cicerone salvateci dalla sorte; ma il La Sale ne aveva una che agli Italiani non riusci trovare e dopo di lui è nuovamente scomparsa, il trattato De virtutibus; e di quella si servi per comporre la sua Salade. La Salade s' incontra manoscritta nel cod. di Brus- sella 182 IO del sec. XV; fu anche stampata nel 152 1, ma non ebbe diffusione e passò cosi per tanto tempo inosservata. Ne rinfrescò la memoria recentemente un filologo finlandese, W. Soederhjelm, che ne ripubblicò alcune parti nel 1904, accompagnandole con un com- mento; e nel 1908 coi tipi del Teubner ristampò il testo francese H. Knòllinger, mettendovi di fronte per gli inesperti di lingue romanze la versione latina, di- scutendo tutte le questioni a cui il testo dà luogo e in ultimo ricostruendo i passi secondo lui più sicuri dell'opera ciceroniana: M. TuLLl ClCERONiS De virtu- tibus libri fragmenta, collegit H. KlNÒLLlNGER. Prae- missa sunt excerpta ex Antonii de La Sale operi- bus et commentationes. MCMVIII. Lipsiae. I. — CICERONE. igt Il La Sale cita nel suo antico francese ung^ des li- vres de Tulles que il nonuna De virtiitibus, estraendone gli ammaestramenti che più fanno al suo scopo e che egli addita ai princes, seigneurs et dames. Otto sono gli ammaestramenti, da lui non senza affettazione chia- mati grains de tres glorieuse semence; il I sull'uso della giustizia, temperata di benignità; il II sulla conserva- zione della pace; il III sulla benevolenza del principe verso i sudditi; il IV sulla protezione del commercio; il V sull' imposizione dei tributi; il VI suU'approvigio- namento delle vettovaglie; il VII sull'accrescimento e conservazione dei beni pubblici; 1' Vili e ultimo sulla difesa dello Stato e dei cittadini. Cicerone è dal nostro Francese nominato parecchie volte e sempre con la forma Tulles, com' è nell' edi- zione antica, Tullez, com'è nel codice; il novello editore Knòllinger rende nella traduzione Tullus; ma perchè non addirittura Tullius? Non e' è nessun dubbio che il La Sale per Tulles intendesse Cicerone, il quale nel medio evo fu generalmente citato col suo nomen an- ziché col cognomen. Ma dobbiamo proprio credere che egli avesse dinanzi agli occhi il De virtutibus genuino di Cicerone ? Un primo sospetto c he s'affaccia è che il La Sale si sia giovato dell'opuscolo che reca appunto il titolo De quattuor virtutibus e va, quando non è anonimo, ti» i nomi ora di Seneca ora di Martino Dumiense, 1 quale ultimo veramente appartiene (Migne /'. !.. i -XXJI 17). Senonchè pur avendo i due testi neces- ,ri..rììi.nf«. nn il/ìì.. i.nntO di COntattO, 'i'MU» inrlinoTl- 192 R. SABBADmr. denti l'uno dall'altro. Vien di pensare in secondo luo- go alla Politica di Aristotile, che l'autore cita espres- samente e che era alla portata di tutti in una doppia versione latina, la medievale e l'umanistica del Bruni; ma nemmeno questa è la fonte principale del Fran- cese. Il 7:pò<; NixoxXéa di Isocrate, o di chiunque altro sia, che contiene un manuale dei doveri del principe verso i sudditi, era stato tradotto in latino fin dal 1 43 1 da Bernardo Giustinian e poteva perciò benissimo es- sere a conoscenza sua; ma anche qui le coincidenze sono casuali e dipendenti dalla comunanza della ma- teria. Altrettanto ripetiamo per le numerose opere nelle quali autori medievali e umanistici si occupano vuoi di proposito vuoi occasionalmente dell'educazione prin- cipesca, quali Egidio Colonna, il Salutati, il Vergerio, Guarino, il Piccolomini, il Biondo e via discorrendo. Dei trattati pertanto che erano più diffusi nelle scuole e tra il pubblico dei lettori nell'età del La Sale o in quella a lui vicina non uno sappiamo additare come il modello diretto del suo libro, pur non esclu- dendo che da alcuni di essi e dalla propria esperienza egli potesse trarre la materia ivi sviluppata. In ogni modo questo sarebbe un argomento più favorevole che sfavorevole alla veridicità delle sue affermazioni. Un altro argomento favorevole ci è offerto dalle sue al- lusioni a fatti e personaggi di Roma antica, poiché non vediamo quali ragioni sufficienti lo abbiano in- dotto a inventarli: sebbene nemmeno qui manchino i dubbi. Chi sarà mai p. e. quel Brunlaventin, a cui male incolse dall' aver voluto imporre troppo gravi tributi al popolo ? E che fondamento avrà quel Torqueus, che t. — CICERONE. 193 per aver aumentato le imposte fu assediato ventiquat- tro giorni nel Campidoglio ? Contrario invece alla veridicità del La Sale mi sem- bra questo che soggiungo. Egli pone in cima a tutte le virtù la giustizia: la justice comme la royne (reine) de tùutes les vertus; laddove Cicerone nel De virtutibus per attestazione di Girolamo le disponeva nel seguente ordine: prudentia^ iustitia, fortitudo^ temperantia, E lo stesso ordine conserva nel De officiis; che se ivi nel capitolo 4' del libro I nel proporre una genesi parti- colare delle virtù prende le mosse dalla giustizia, in tutto il rimanente dell' opera e in altre, come nel De uivent. e nelle Partii, orai., il primo posto è sempre occupato dalla prudenza o sapienza. Da ultimo non sarà inutile collocare il fenomeno in mezzo alle condizioni letterarie del tempo in cui il La ale visse e di quello che di poco lo precedette. Os- •rveremo allora che dall' un canto si attribuivano a i cerone varie opere che non gli appartenevano: uno ritto De Gravimatica, un' orazione adversus Valeriuni, ria quinta Catilinaria (cfr. sopra p. 183), una raccolta Differentiae, e una di Synonyma^ più un trattateli© De re militari, che è un semplice compendio di Ve- gezio. E dall' altro canto in quello stesso secolo o poco prima o poco dopo furono scoperti e adoperati libri e autori, che per noi sono, forse irreparabilmente, rduti. Cosi nella biblioteca benedettina di Monte issino si conservò fino al 1522 Palaemon De proprie^ iute sermonis integro e la Geometria di Martialis, che era diverso da Martianus; cosi il Petrarca possedette K. SABBADmi, T€tU latini, > y 194 R* SABBADINi. un commento di Elio Donato alle Egloghe di Vergilio (cfr. più sotto p. 203) e forse gli scolii di Vacca a Lu- cano, e il medico tedesco Hartmann Schedel che ci tra- smise la Mulomedicina Chirmiis, stampata nel 1901, a- veva nel 1498 il commento di un Probo a Persio; e nel 141 2, un altro medico tedesco, Amplonio, possedeva le opere di Grillio, per noi quasi interamente perdute; così nel 1415 Giovanni Corvini a Milano aveva una Comoedia antiqua a noi ignota e nel 1466 Angelo De- cembrio un poemetto De bello nautico Augusti cum Antonio et Cleopatra, che cominciava ' Armatum cane musa ducem belloque cruentam Aegyptum ': lo stesso probabilmente salvatoci in parte dai papiri ercolanesi. Anche di qui possono sorgere, come si vede, ra- gioni tanto di dubbio quanto di fede. Ma se si con- sidera che il La Sale fu in letteratura un solenne pla- giario (i) e ciurmatore, la fede se ne va e rimane solo il dubbio. (i) Sui plagi sfacciati commessi dal La Sale a danno di Simone de Hesdin vedasi M. Lecourt in Mélanges Chatelain, Paris 1910, 341-353. n. DONATO. Sotto il nome di Donato vanno parecchi scritti di indole e di argomento diversi; ma qui io mi restringo a trattare degli scolii dei Donati. E per questo riguar- do devo distinguere due categorie di scolii: i Vergi- liani, ai quali si connette il nome di Tib. Claudio Do- nato e di Elio Donato, i Terenziani, ai quali si con- nette il nome di Elio Donato. Tib. Claudio Donato in Vergi lium (*) Noi possediamo un commento di T. C. Donato al- l' Eneide. Quando fece esso la sua prima comparsa nei tempi moderni ? Alla domanda si rispose in diverse maniere. Comunemente si riteneva che lo scopritore fosse stato il Fontano e che la prima edizione venisse in luce a Napoli nel 1535. Il Valmaggi dimostra falsa queir opinione e si ingegna di argomentare che il ' propalatore * del commento fu il Landino nell* edizione (♦) Comparve la prima volta in Museo di antichità ct>i^s. HI. 1889, 167 .72. 198 R. SABBADINI. fiorentina del 1487 (i). Nella prima parte ha ragione, non cosi nella seconda. Ecco infatti una lettera del- l' Anrispa: Aurispa viro clarissimo et poetae suavissimo Antonio Panhormitae s. (2) Timeo ne me ob tam longam ad te taciturnitatem aut ignavum aut ingratum aut immemorem tecum et cum domino Mathaeo viro cxcellente et amico conmuni me appellaveris. In me vero si parva aut nulla vitia, si multae unquam virtutes fuerunt, praesens est tempus. Legi equidem immo quasi traduxi Hieroclem (3) Pythagoricum, qui me et iustum fecit et prudentissimum. Nullius tam magna est ignavitas, si illum adtente lege- rit, quin in amicos officiosus, in caeteros humanus, erga deum religiosus •radat. Itaque si quod in me prius supranominatorum vitiorum fuit, pu- rus illius lectione purgatusque remansi. Non fuit posteaquam Neapoli a te discessi scribendi argumentum nec nunc quidem erat, nolebam equi- dem epistolam sine re ad te ut a pluribus fit mittere: rem libros appello. Monachus ille qui primo Commentum Donati in Virgilium in Italiam apportavit nuper Romam cum cardinale Burgundiae venit. Is est et doctus et solers antiquitatis indagator, quamvis Gallus; dicit se invenisse in tris Plauti comoedias commentum eti am Donati. A me solicitatus misit in Galliam prò illis. Hinc me expedio ut vere accinctus sim ut Ferrariam vadam et illinc ad vos me cum tota familia traducam. Serenissimo Alphonso regi me oro saepe commendes, cuius mores et ingenium adeo mihi placuerunt et ac- cepti sunt, ut nullum ex antiquis, neminem excipio, in arte regnandi et caeteris hominum virtutibus cum ilio comparandum putem, in cuius lau- (1) Luigi Valmaggi, Di un testo falsamente attribuito al grammatico Elio Donato, Torino 1885, estratto dalla Rivista di filologia ed istru- zione classica, XIV, 1-2, p. 31-36. (2) Cod. Vatic. 3372 f. 5v. (3) Herodem cod. 2. — DONATO. 199 dibus tantam ego voluptatem accipio, ut dum illum magnifacio saciari non possim. Cuilibet Romae licet quod sentii loqui. Itaque nonnunquam de ilio disputatur ac multi qui nunquara reges fuerunt illum prodigum non liberalem appellant et arguunt largitatera illam non permissuram ut magna faciat. At ego postquam illos argumentis vinco, silentes oraitto. At quidam ex magnis florentinus tamen cum argumentaretur carentiam uri ex necessitate regi fore, postquam veris rationibus ostendi non ca- riturum auro sed abundaturum: Alphonsum inquam regem ita bonum esse christianum, ita deo eiusque matri et apostolis acceptum, ut quo- cienscunque ex corde illos oraverit, singuli decies centena millia aureo- rum regi facillime tradent. Cunque interrogarer: quid quotidie id non facit ? Respondi regem non prò pecuniis oraturum nisi summa in neces- tate in qua nunquam erit. Cum ego perseveranter id affirmarem, qui- dam illi, quicum disputacio mecum erat, dixit: de Christo et apostolis aiireis intellegit. Verum est, inquam, nam rex maiores habet apostolos ireos quam ego sim; et quamvis Sanctus Petrus parvae staturae fuerit, in sua capella aureus est magnus. Sic illi subdoletites (i) quamvis ride- rent abierunt. Vale tu tuique. Misi Fabrianum prò chartis quas nondum reccpi; cas quotidie expecto et domino Mathaeo, cui me plurimum com- mendabis, mittam. Facio etiam me commenda et Curulo. Rorn.if: VTTT kal. februarias [1447]. ì iv>Mc^....M.. c^ lissar la data di questa lettera. Intan- to vi si fa menzione di una j^ita dell' Aurispa a Na- poli: posteaquam Neapoli a te discessi. La gita ebbe luo- «> nel 1444, come si rileva da una lettera del Facio 1 T'anormita, della quale reco pochi passi: Bartholomeus Faccius Antonio Pankormitae s. d. (2) Quanti factam iudicium tuum . . r,,n>|»'.situm a me opuRculum de bello Veneto prius edere nolui, quam iliiid ( orni tioni tuae Hubiccrem .... (1) Hodolcntea eot/. (2) < ìh\. Vatic. 3372 1. J3V. 200 R. SABBAX)INI. Habes Aurispam domi virum non mediocris ingenii atqne doctrinae quem licet nunquam viderim, tamen ob virtutes eius ipsura vehementer diligo estque eius apud me magna auctoritas. Ilunc etiam operis mei correctorem et iudicem esse velim .... Neapoli apud Corouatam die XXTTTT aprilis 1444. D'altra parte nella lettera dell 'Aurispa è presuppo- sto ancor vivo il Facio {Facio me commenda), morto nel 1457. Ma il termine ad quem si ristring-e assai di più. L' Aurispa parla del cardinalis Burgundiae, cioè Jean le Jeune (Johannes Juvénis), vescovo Morinense e chiamato per questo comunemente il cardinalis o il dominus Morinensis. Egli morì il 9 settembre 1451 (i). La lettera cosi resta compresa tra il 1444 e il 1451. Facciamo un altro passo. L' Aurispa scrive nei saluti: Vale tu inique. Quel inique significa che il Panormita s' era ammogliato con Laura Arcellio. Nel 1 444 non r aveva ancora sposata; e nel febbraio del 1448 era già padre di una bambina, Caterina Pantia (2). Con questo indizio riportiamo la lettera dal 1444 al 1447. E il 1447 è effettivamente l'anno. Richiamiamo la frase: monachns ille nuper Romam cnm cardinale Bnrgundiae ve7iii. Il Morinense nell'ago- sto del 1446 s'era recato da Roma alla dieta di Fran- coforte quale rappresentante del duca Filippo di Bor- gogna, e alla fine dell' anno medesimo era di ritorno a Roma con gli altri delegati (3). La lettera dell'Au- (i) Ciaconius, Histor. ponti/. II 912-13. (2) R. Sabbadini, Biografia di Giovanni Aurispa 1 00- 103. (3) G. Sforza, La patria, la famiglia e la giovinezza di papa Niccolo V in Atti della r. Accad. Lucchese XXm, 1888, 185-90. 2. — DONATO. 201 rispa è dunque del 26 gennaio 1447. E il monachus Gallus ? Lo identifichiamo con Giovanni Jouffroy, mo- naco benedettino e suddito del duca di Borgogna; il che spiega com'egli si fosse accompagnato al cardinal di Borgogna per assisterlo alla dieta. E il Jouffroy fu veramente et doctus et soler s antiquitatis indagatore co- me l'Aurispa lo definisce (i). Il commento di Tib. Claudio Donato era stato da lui portato in Italia fino dal 1438, quando venne a prender parte al concilio di Ferrara (2). Esso forma al presente il cod. Laur. 45, 15, characteribus langobardicis coftscriptus, del sec. IX; e contiene il commento dei soh primi cinque libri dell'Eneide. Tra gli apografi tratti da esso ricorderò V Ambros. H 265 inf. Sulla sua divulgazione comunico il seguente passo di una lettera di Poggio a Battista Guarino (3): De Donato quod postulas quaeram diligenter et si quid reperero amplius quam quod te habere scribis, dabo operam ut transcribatur: quanquam non valde utilis eius lectio videtur, cum versetur in rebus minusculis, quae pamm in se contineant doctrinae, eloquentiae minimum . Satis est Scrvius ad Virgilii expositionem, nara in quo ipso ti,*-t, .lii non loquuntur... Floreutiac die XIIII febr. [1456]. Dal posto che la lettera occupa nell' epistolario si deduce che è del 1456. Battista Guarino professava in quel tempo a Bologna. Egli domandava Donato pro- babilmente perchè nel corso deUe sue lezioni interpre- (i) R. Sabbatlini, Le scoperte dei eodici ialini e greci 194-95. <3) R. Sabbadini in Studi itaL /ibi. class. II 48 ». 3. ' \\ Pokkìo Epist. coli. Tonclli, XJII 25, co^'arionato col cod. Vatìc. (jtt 203 ft. SABBADINI. tava Vergilio. Che si parli di Tib. Claudio Donato in Vergilium risulta dal confronto che ne fa Poggio con Servio. Se Battista conosce il nuovo commento, ciò signi- fica che era arrivato a Ferrara; e difatto Angelo De- cembrio, il portavoce della scuola ferrarese, lo nomina nella Politia literaria (i6o, 443), pubblicata nel 1462, ma abbozzata nel 1447. Anzi vi confonde già Tib. Claudio con Elio in una sola persona, come fece il copista del cod. Laur. 53, 9, dove il commento di Elio Donato a Terenzio porta il titolo: Claudii Donati ho- noratissimi grammatici prefatio super Terentio. Battista Guarino domandava a Poggio se possede- va un testo completo. In Italia perciò conoscevano solo il commento alla prima parte dell'Eneide e non vi e- rano per anco giunti i due codici Vaticani, che con- tengono la seconda, essi pure del sec. IX e prove- nienti del pari dalla Francia. Come risulta dal Com- mentarium del Niccoli (cfr. sopra p. 4, I) Poggio aveva veduto nel monastero di Reichenau un testo che com- prendeva il commento a otto libri: ma non pare che se ne sia tratto copia. Di quel codice s'è perduta ogni traccia. Recentemente H. Georgii ha sul codice Laurenziano (di cui non conosceva la storia) e sui due Vaticani condotto la sua edizione critica, che è a un tempo editio princeps: Tiberi Claudi Donati Inter pretationes Vergilianae, Lipsiae 1905 (i). (i) Sul cod. Laur. cfr. I p. XVII-XX; sui Vatic. p. XX-XXTV. 2. — DONATO. 203 Elio Donato in Vergilium (*) Il commento di Elio Donato alla Georg, e aH'Aen. di Vergilio s'è perduto; dell'esposizione della Buco/, ci son pervenuti tre capitoli, nemmeno trasmessi unitamente: cioè la dedica a Munazio, la vita del poeta e l' intro- duzione sulla poesia buccolica (i). Ma pare che il Pe- trarca possedesse il commento alla Bucolica. E di vero >i ponga mente a queste chiose autografe sul suo Vergilio Ambrosiano: f. di guardia: Melibeus a finibus suis discedens ac Tytirum sub fago Joris estum vitantem videns et admirans, ait: * Titire tu etc. ' (Ec/. I, i). : ■ t pronomen hoc ' tu * hic discretionem importat, quasi dicat: tu, ita ;uod nullus alius, sive mantuanus, ut Servio, sive poeta, ut Donato, ive, ut nobis videtur, et mantuanus sit qui loquitur et poeta. f. 2 (in calce a destra) (2): Sub persona ergo Tytiri Virgilium intel- liginìus secundum omnes; per Melibeum vero quid importetur dissentire idcntur cxpositores. Iste (scil. ScrviiLs) enim ut patet ex sequentibus, mantuanum aliquem finibus suis pulsum intelligi vult obstupentem su- j»cr felicitate Virgilii, qucm agris propriis restituerat Augustus. At qui i ) o n a t u m sccuntur, dicunt Augustum soli Virgilio romanam ystoriam ractandam concessitse, adiccto quod aliorum omnium scripta poctarum, (^ Comparve la prima volta in Giorn. star. Utt. itaL 45» 1905, 172-3. (i) Ripubblicati ora In Vitae Vergiiianae, ree. I. Brtimmer, Lipsiae 1912, p. VII; 1-19. ;:i II carattere è molto sbiadito e in certi punti illeggibile. U testo ti '/ri con la copia che ne tr:uicrÌMM; dal Vergili»» petrarchesco AstoU • ' Marinoni sul c(n1. ( Ja»anatcniM: 960 f. 7 negli anni 1393 e 1394 a Pavia. 204 ^' SABBADINI. qui de ea scribere aggressi fuerant sed nondum perfecerant, delerentur. linde invidebant alii, inter quos precipue Evangelius et Cornificius Arrii centurionis cancellarius. Per Tytirum ergo Virgilium, ut diximus, per Melibeum volunt dictorum poetarura alterum intelligi. Ego quidem si eligere oportet, hanc ultimam sententiam prefero quam magis verba pa- tiuntur. Soleo tamen utramque permiscere, ut scilicet per Melibeum et poetam intelligam et raantuanum poetam, insuper et agris privatum et Tomanam ystoriam vetitum attingere, loquentem ad eque mantuanum et poetam, sed et agrorum restitutione et singulari scribendi prerogativa letum atque gloriantem. f. 2v alla parola gemellos {Ed. I, 14): Legitur Corni- ficius de ystoria romana fecisse duos libros, quos au- dito principis edicto deseruit nec ultra processit. Uallusione allegorica aMiUkistoria romana è ricordata anche da Servio, che la confuta: Ed. I, 5 resonare do- ces Amaryllida s. idest Carmen tuum de amica Ama- ryllide compositum doces silvas sonare; et melius est ut simpliciter intellegamus: male enim quidam allego- riam volunt, tu Carmen de urbe Roma componis ce- lebrandum omnibus gentibus. — Non è propriamente MrUhistoria romana, ma una cosa molto affine, un Car- men de urbe Roma. ì. 2v Hic tamen persecutor Virgilii Evangelus ex- clamat non esse ad interrogata responsum; D o n a t u s autem respondet et responsio in effectu cum hoc dicto Servii concordat. — Si allude allo scolio ad Ed. I, 19, dove Servio discute un quesito degli obtrectatores di Vergilio: urbem quam dicunt Romam quaeritur cur de Caesare interrogatus, Romam describat etc. 2. — DONATO. 205 f. 3 alle parole di Filargirio [Ed. I, 43) dies idest principia meftsium, il Petrarca chiosa: Hec est una expositio. Alii dicunt per bissenos dies 1 2 libros Eneydis velut prophetico spiritu pronuntiasse Virgilium: qui sensus satis elegans est, dummodo ve- rus sit D o n a t u s bissenos prò 24 accipit et ad tempus suscepti imperii refert allegoriam, quod mihi non placet. Questo Donato non può essere che Elio. Però non ci sentiamo di credere che fosse un testo genuino, per due ragioni: la prima che l'allusione allegorica al Car- men de urbe Roma o historia romana se è respinta da cervio, che pur propende all'allegoria, tanto meno può venire attribuita a Donato, il quale dell' allegoria si nianifesta quasi oppositore in queste parole dell' intro- duzione sulla poesia buccolica (i): * Illud tenendum esse praedicimus, in Bucolicis Vergilii neque usquam neque ubique aliquid figurate dici, hoc est per allegoriam; vix enim propter laudem Caesaris et amissos agros haec Vergilio conceduntur '. La seconda ragione è che nel testo posseduto dal Petrarca si nominava Evan- [ri US, il noto Vergiliomastix, interlocutore nei Satur- nali di Macrobio: e Macrobio. visse dopo Donato. Onde >i sognerà supporre che il commento di Donato alla 1 bucolica sia stato interpolato: se pure non vogliamo ssere più scettici ancora e ammettere che si trattas- se di un commento di origine medievale, a cui si fosse ittaccato o per errore o per frode il nome di Donato. (l) Vitat Vtrt^ilianai l6. 206 k. SABÈADINI. Elio Donato in Terentiutn scoperto nel secolo XIV (*) Come scopritore del commento di Donato a Teren- zio noi conoscevamo l'Aurispa, che lo trovò a Magon- za nel 1433. Ma in Francia il commento Donatiano fu rintracciato almeno quarantanni prima, per opera di Nicola da Clémangis. Per questa dimostrazione ponia- mo a principal fondamento VEpist, V del Clémangis (i), scritta al cardinale Galeotto di Pietramala, che morì nel 1396 o 1397. I^i fronte alle parole dell' umanista francese collochiamo quelle di Donato (2). Clémangis. Donato Epist. V pag. 25-26. Nunquid ro- manus fuit Terentìus, totius latine comedie longe ante alios princeps, qui licet vetustissimus sit, utpote qui pag. 3, 5 cum inter finem se- tempore belli punici secundi claruis- cundi p;mici belli, se dicitur, tam excellenter tamen tam- que eleganter in illa antiquitate scri- psit, ut omnibus fere posteris latinis et facultatem et voluntatem descri- bende comedie ademerit. Neque enim post illum alius scribere ausus est, (*) Comparve la prima volta in Rivista di fiblogia XXXIX, 191 1, 541-43. (i) Nicolai de Clemangiis, Opera omnia, Lugd. Bat. MDCXm. (2) Nell'edizione del Wessner, Aeli Donati, Commentum Terenti, Lip- siae 1902. DONATO. 207 uno tantum dempto Affranio, qui de pag. 8, 15 hunc Afranius qui- Terentii super alios excellentia hunc dem omnibus comicis praefert, scri- ternarimn iambicum in Compitalibus bens in Compitalibus: Terentio non scripsit: Terentio non similem dices similem dices quempiam (i). quempiam. Qua autem Terentius ipse patria fuerit, fabularum suarum tituli indicant, in quibus Afer et Cartha- ginensis inscribitur. Quod si illum propterea romanum censeri debere contendunt, quod captivus est ex Carthagine, ut nonntilli aiunt, Ro- mam perductus... P^g- 3> 4 quidam captum esse existimant.... Epist. LVn pag. 159. Servus in Eunucho, domini nomine ancillam datums de remotissima illam com- mendat regione: Ex Ethiopia usque est anelila hec. Epist. LXXX pag. 242. Senex ille qui apud Comictim sapienter bis verbis philosophatur: ' Omnes cum tecunde res sunt maxime meditari secum oportct quo pacto adversam fortunam ferant, perìcala exìlia dam- na '. Et Kcquitur: ' Percgre redieri.s Rcmpcr cogitcs aut filii peccatum aut axorÌK mortem ant morbaro filie: communia esse hec et fieri posse ut ne quid animo tit novum quidque prctcr ipem evenerìt, omne id de- Etm. Ili 2, 18 * usque * addi- tum est, ut longinquitas monstra- retur Ex Aethiopia est usque haec ostendit quid sit ex Aethio- pia, addendo * usque ', ut ex lon- ginquitate dignitas nmneris pon- deretur. (1) Non trovo nulla da correggere in qnetto verso, che presso il WrsHDcr Kuona: ' Terenti num similem dicetis quempiam ? ' Tutti i co- dir» danno dieent. 208 R. SABBADINl. putare in lucro '. Super quo Dona- Phor. II i , 1 1 , Et bona senten* tus in Commentario: * bona, inquit, tia: tum maxime sapienti metuen- sententia: monet tum maxime sapienti dum, quo tempore maxime securus metuendum, quo tempore maxime se- est stultus. curus est stultus '. Un frammento del Donato scoperto dal Clémangis si conserva nel cod. Ambrosiano L 53 sup. (*), che descrivo brevemente. È cart., con qualche foglio mem- branaceo intercalato; del sec. XV. f. I (anepigrafo) Lucius Anneus Seneca Cordubensis Phitoni stoyci discipulus. — Proemio a un commento delle tragedie di Seneca, con la vita, la metrica e l'ar- gomento delle singole tragedie. Di Nicola Treveth. f . 1 4 Incipit liber Senece de remediis fortuitorum. f. 17V estratti da Vegezio De re militari, f. 21 Salustinius (sic) De bello Cathelinario. f. 41 (anepigrafo) La Giugurtina di Sallustio. f. 90V (anepigrafo) De Terencii vita in antiquis libris. La vita di Terenzio composta dal Petrarca (i). f . 9 1 V Sequitur quodam argumentum Andrie quod se- pe reperitur in antiquis libris nofi tamen a Terencio sed a quodam scolastico satis prolixe dictatum et confuse satis (2), facili ab experto dictatore expoliendum. Orto libello (sic) Athenis Chremes quidam senex — . Pub- (*) Comparve la prima volta in Studi ital. filol. class. XI, 1903, 85-199. (i) Cfr. Studi ital. filol. class. V 31O; 312. (2) Nei due satis sentiamo il francese assez. i. — DONATO. ÌÙ^ blicato in Scholia Terentiana, ed. Schlee, Lipsiae 1893, 172. f. 92 (anepigrafo; in marg. di mano recente per Do' natum). Publius Terencius Afer carthagini — solet et- cetera. — L' introduzione del commento di Donato a Terenzio fino alla p. 37, 3 Wessner. Il codice è tutto di una mano; però i due ultimi o- puscoli di argomento terenziano mostrano un carattere più piccolo. La scrittura è gallica e va probabilmente assegnata ai primi anni del sec. XV. Il copista non trascriveva per mestiere, bensì per propria istruzione; e si capisce che prediligeva gli opuscoli, gli estratti e par- ticolarmente le biografie, le quali compariscono nel suo zibaldone in numero di cinque: una di Seneca, le due di Catilina e Giugurta e due di Terenzio. Da ciò de- duciamo ch'egli avesse sottocchio l'intero commento di Donato, come avrà avuto intero quello del Treveth; e che dall' uno e dall' altro abbia tratto le parti che gli tornavano utili: dal Donatiano la biografia di Te- renzio, r introduzione sulla tragedia e sulla commedia e il proemio dell' Andria: 1' etcctera messo dopo solet mostra che egli troncava li i suoi estratti. Troppo attento non era il nostro compilatore; e lo riconosciamo da alcuni passi che scrisse due e perfino tre volte, uno specialmente che occupa tutta una pa- gina, f. 94V (inter ytalicos — leniter refutare, p. 3, 8 — 5. 15 W.\ sulla quale poi, accortosene, segnò va^ cai. Questo luogo nella doppia copia presenta qualche dimenticanza e parecchie differenze, ma nell' insieme le due copie si corrispondoTw» ..^ .ttiT.ì^Mit** ♦» r\ attestano E. tABBADWl, TiSti iattMi I4. ilo R. SAèBADlNt. che il raccoglitore era coscienzioso. Poiché quelle dif- ferenze non provengono da trascuratezza, ma dalla dif- ficoltà d'interpretare la scrittura dell'antigrafo. E non qui solo, ma anche altrove il copista tentò e ritentò, onde qua e là si corresse e più volte trascrisse mec- canicamente parole senza senso. Chiameremo 5 il codice francese donde fu derivato l'Ambrosiano. A noi non consta che 5 sia stato noto agli umanisti, se non forse l'hanno consultato per sup- plire le citazioni greche, poiché non conosciamo il codice da cui le trasse la mano 4 di i^(cod. Malate- stiano). Maggior probabilità potrebbe avere un' altra congettura, che sia da identificare col vetustum exem- plar manuscriptum adoperato dallo Stephanus (i). Il certo si é che vS non deriva da nessuno degli e- semplari venuti in luce a cura degli umanisti del se- colo XV e che d'altra parte nessuno di essi esemplari, il Maguntino e il Carnotense principalmente, rappre- sentati 6idi F C Va, deriva da S; giacché 5, come ri- sulta dalle sue lezioni, attesta una risoluta indipenden- za da tutti i codici del secolo XV; non solo, ma indi- pendenza anche da A, il più antico dei codici perve- nutici, col quale però spesso consente. La presenza di 5 illumina meglio la tradizione del commento. Osser- vando infatti il non infrequente antagonismo di A col gruppo F C V a, saremmo indotti ad ammettere una piuttosto antica divisione del testo Donatiano in due famiglie; al contrario considerando come tra ^ e il grup- (i) Cfr. Studi ital. filol class., II 19. 2. — DONATO. ili po F C Va intervenga misuratamente S, piegando più verso A nella vita di Terenzio, più verso il gruppo nell' introduzione sulla tragedia e commedia, ci con- vinceremo che risalendo indietro ne' tempi la fonte del nostro commento si unifica e che discendendone si divide per l'opera personale dei copisti e dei lettori. Per questo e per la bontà delle lezioni è da lamen- tare la perdita dell' intero testo di S, che conservava fra l'altro i passi greci al pari e meglio di A. E vero che S ha accolto qualche interpolazione, come, per riferirne una evidente, ipsorum — fabula p. 28, 6 W., entrata anche nel gruppo F C T V; ma è pur vero che dobbiamo a esso un buon manipoletto di lezioni genuine, che qui soggiungo: p. 3, I Wessner Carthagini ^, 6 /s 5, 8 in die bis 5, 14 eamqut (emendamento dello Schopen) 7, 4 Popillio (emendamento del Muretus) 7, 15 in navim (emendamento dello Schòll) 9, 8 tu in summis (avrà desunto di qui lo Stephanus il suo emen- damento ?) 10, 7 Qui abbiamo il titolo: Dt tragoedia et comoedia K I , Ugem (emendamento dello Schopen) eperta (emendamento dell'ed. pr.) 16, 4 actu (emendamento dello Schopen) 17, IO multos (sarà la vera lezione?) 20, 1 5 extra comoediam] extrade con*, in extragedia. In extradi sì ccinhcrva probabilmente un residuo della lezione originaria. ^o, 14 modos: gli altri codici numeros; entrambe lezioni errate. •ibiaej iidie *=- Lydiae (forse un' interpolazione, ma certo antica ' , indente all'altra sarrateve — Sarranaevt f) ÌI2 R. SABBADINl. 27» 3 prologus est di fio prima a ^i^recis ITqocooc acoFoc ut actendens veram fabulam (corr. in falmle ?) conipoicio7iem elocncio IIqoìtoc aoioc IlEpy. toy aococ. Si può ristabilire cosi la lezione di S: Prologus est dictio prima, a Graecis jtqwtgq ^,0705, til anttcedens veram fabulae compositionem elocutio. IlQtòTog Àóyog' jtqò toìj [ 8Qd(.iaT0<; ] ^óyog. Cioè una doppia definizione di prologus, prima in latino, poi in greco. Il codice Ambrosiano appartenne a Francesco Pi- zolpasso, che lo dovette acquistare in Francia negli anni 1422-23, quando egli vi andò vescovo di Dax (Aquis) in Guascogna (i). Il Pizolpasso era oriundo bolognese (*). Dalla Guascogna, soggetta allora alla dominazione dell'Inghilterra, fu mandato nel 1423 a rappresentare la nazione inglese al concilio di Siena (2 ). Anteriormente aveva preso parte al concilio di Co- (i) Gams 544. Cfr C. Malagola, Della vita e delle opere di Antonio Urceo detto Codro, Bologna 1878, 45: * 1422 d. Franciscus de Pizol- passis de Bononia fuit creatus episcopus Aquensis usque Angliam '. (*) Comparve la prima volta in Studi ital. filol. class. XI, 1903, 378-83. Sul Pizolpasso cfr. in generale Saxius, Archiep. Mediol. IH 858- 81; G. Gìulmi, Memorie della citta e campagna di Milano, Milano 1857, VI 338; 379; G. Fantuzzi, Scrittori bolognesi VII 3-1 1. (2) ' Franciscus, episcopus Aquensis ' assisteva all'adunanza del 19 febbraio 1424, Hefele, Conciliengeschichte VII 405. A lui é indirizzata in quel tempo una lettera di Poggio: Poggii Epist., coli. Tonelli, I 128- 136 Poggius p. s. d. Francisco episcopo Aquensi; in data Reate die V mensis augusti (1424); dove leggiamo tra l'altro (^136): Te oro ut in tempore maiorem in modum me commendes summo pontifici..., Angelot- tum vero, Ciuci um Bartholomeumque de Monte Politiano nomine meo salvare iube. 2. — DONATO. 213 Stanza (i), donde era partito nel 14 15 in seguito alla fuga di Giovanni XXIII: in quel frattempo compì gli studi a Bologna e di là verso la fine del 141 7 andò nuovamente a Costanza, accompagnandosi poi alla cor- te pontificia di Martino V nel ritorno in Italia (2). Dal 1427 fu vescovo di Pavia; dal 1435 arcive- scovo di Milano. Morì tra il febbraio e il marzo del 1443 (3)- Negli anni 1 432-1 439 assistette al concilio di Basi- lea: e ivi lo ritroveremo parlando deUe scoperte di Donato nel secolo XV. Fu un operosissimo raccogli- tore di manoscritti, ch'egli alla sua morte legò al Ca- pitolo della Metropolitana milanese, donde passarono in numero di 52 nella biblioteca Ambrosiana (4). ( I ) ' Magister Franciscus de Pizolpassis de Bononia apostolice camere clcricus ' fu dal papa mandato in precedenza a Costanza il 20 settem- bre 1414 (H.Finke, Acta conditi Constant. 1896, I 251). Cfr. la noti- zia del Malagola (op. eie. 44) secondo la quale il Pizolpasso ' clericus camere et canonicus bononiensis ' il 29 maggio del 141 7 fu licenziato in diritto canonico e il 12 luglio successivo laureato. Su due lettere di Poggio scrittegli da Costanza nel settembre 1417 vedi R. Sabbadini in Rendic. del r, Istit. Lomb. se. Utt. XLVI, 1913, 906. (2) Y. de Pizolpassis, reduce dal concilio di Costanza, si trovava nel loglio 1418 come ambasciatore pontificio presso il duca di Savoia, per avvisarlo del prossimo pxss.iggio del papa traverso i suoi stati (L. Frati in Arehrvio stor. itul. 48, 191 1, I20>. ^3) Archivio stor. Lomb. 37, 19 io, 321. (^4) L' inventario «lei c<k1ìcì del PizoIpnsMi imsu nti j.rrsH.» il ( apitnlo fu pubblicato e illutiiratr) dal Magistrctti in Archivio stor. Lomb. 36, i<>09, 302 sgg. 214 ^' SABBADINI. Elio Donato in Tèrentium scoperto nel secolo XV. Delle scoperte di Donato nel secolo XV si parla in alcune lettere dell' Aurispa, del Panormita, del Val- la (*), le quali dispongo cronologicamente, cercando di determinarne la data con la maggior possibile esat- tezza. I. Aurispa lacobino Thomasi \Thebalducct\ v. e. et virtuosissimo s. p. d. Essendo già stata pubblicata dal Keil e da me (i), ne riporto quei soli passi che fanno al caso presente: * Ò trovato ancora [a Magonza] un commento de Donato supra Terentio,lu quale nullo erudito lesse mai sensa grande voluptate .... Munsignor de Sancta Cruce et maistro Thomase [Parentucelli] serra- no qui infra octo iorne e mastro Thomase porta seco tucte le opere de Tertulliano. In Basilea VI augusti [1433]. ' Il Keil ha fissato nel 1433 la data di questa lette- ra, fondandosi sulla ambasceria boema a Basilea. Io cercherò di confermare con altri argomenti questa data. (*) Comparve la prima volta in Museo di antichità class. HI, 1889, 383-91. (i) Cfr. R. Sabbadini, Biografia di G. Aurispa, 64. 2. — DONATO. 215 Si veda infatti il seg-uente passo di una lettera del Traversari (i) al Niccoli: Grata f iter e quae de repertis voluminibus vel ab episcopo Mcdiolaneiise iam vita functo ve! a Thoina nostro vel ab Aurispa significata scribis,... Ravennae XII decembris. Questa lettera del Traversari è certamente del 1433, perchè alla fine di quell'anno egli stava in Ravenna. Del resto in essa si parla del- l'arcivescovo Capra come gicà morto: la sua morte av- venne a Basilea tra la fine di settembre e il principio di ottobre del 1433 (2). Questo è dunque l'anno delle scoperte di codici fatte da Tommaso Parentucelli e dall'Aurispa. Un' altra prova. Tommaso Parentucelli era g-ià in Germania (v. sopra p. 3); e noi sappiamo che egli e il cardinale di S. Croce (Albergati) furono eletti da Eugenio IV per andare al concilio di Basilea il 29 gennaio 1433 (3). Non può dunque cadere prima di quest'anno la lettera dell'Aurispa la quale presuppone la presenza al concilio del Parentucelli e del cardinale di S. Croce. Ancora. L* Aurispa dice che Tommaso porta seco tucte le opere de Tertulliano. Questo codice arrivò in Italia o alla fine del 1433 o al principio del 1434, come si ricava da una lettera di Alberto da Sarteano al Nic- I ) V iil, 52. (2) R. SabbiOdini, Sieeolh da Cusa ecc. iti Rtvdic. d. r. Accadem. dei Linai XX, 191 1, 2^ (3) Architno stortcv /tniuino, 1888, p. 45. Non pntc li c.irdjnalr par- tire subito e fti dovette nell'aprile e tna^io trattenere a Verona, impe- ,iii:t ' Vinttos in ad concHium^ ibid. 2l6 R. SABBADIMI. coli (i), dove si legge: quem [Tertullianum] in Ala- mannia repertum de Basilea Teutonicorum ad te perla- tum dicis Ex Ferrarla VI kal. feb. 1433 (= 1434 stile moderno). Finalmente abbiamo una lettera da Basilea del no- vembre 1433 dell' Aurispa a Cosimo de' Medici (2), nella quale si duole dell'esilio a cui fu condannato e lo consola (3). Anche per questa via è messa fuori di dubbio la presenza dell' Aurispa a Basilea nel 1433. Resta dunque dimostrato ad esuberanza che la lettera deir Aurispa al Tebalducci è del 1433. n. Aurispa viro darò et poetae suavi Antonio Panhormitae s. p, d. (4) Si ex animo commentum Donati in Terentium postu- lares, non nebuloni negotium commisisses, quum tot frugi et extimati homines isthinc ad nos venerint. Misisses praeterea veteri amico et tui cupidissimo quicquam in illius antiquissimae benivolentiae monumentum; debebas enim, quod tute perpetuo exerces, quod puer etiam didiceras, meminisse: * munera crede mihi placant hominesque deosque; ' (Ovid. A. A. ni 655) et quod apud eum poetam quem miraris est: ' qui saepe petis, minimum (5) largire nonnumquam . ' [Priap. XXXVDI ?) Sed audi quid in re est. Fateor velie me quicquam rerum abs te; sed quasi ita Ci) Alberti a Sartheano, Epist. 25. (2) Pubblicata da R. Sabbadini, Ottanta lettere inedite del Panormita, Catania 19 io, 155-6. (3) Cosimo de' Medici fu imprigionato il 7 settembre 1433. (4) Cod. Vatic. 3372 f. 5. (5) mimmi cod. (mi mi?) 2. — DONATO. ai; fortiinatum sit, Donatus ille transcribi fato non potest, quippe quern cu- pidissimi codicum novorum et doctissimi diutissime tenuerunt et nequi- verunt cxplere. Karolus (i) solum id transcripsit quod tu habes, caetera me saepe rogante saepe etiam postulante non coraplet; studebo tamen omni cura ut transcribat, quod quum factum fuerit habebis originale. Vale tu. Ex Florentia XII augusti perraptissime [1442?] Quel diutissime e quel saepe e tutto il tenore della lettera sono argomenti di una lunga dimora dell' Au- rispa in Firenze. Una siffatta dimora non può cadere che nel 1434-36, quando fu di ritorno dalla Germania e si accompagnò alla corte pontificia di Eugenio IV, o nel 1439-42, quando Firenze fu sede del concilio. Per quest' ultima data mi fa propendere la seguente lettera del Panormita all'Aurispa. m. Atitonius Panhortnita Aurispae v. ci. s. p. d. (2) . Mariam filiam et a Venctis in via et Ferrariae a viro tam li- ilitcr ac magnifìce exceptam AJfonsus rex idem et pater perquam libcnter audivit tibiqiie etiam gratias habuit, qui fere omnem rem nobis online renuntiaveris .... Procurabìs si me amas si a me amari vis e o m m e n t a r i o s '1 Terentium extorquere ab Aretino tuo, olim meo.... Qui si allude al matrimonio di Maria d'Aragona fi- glia di Alfonso con Leonello d' Este figlio del mar- ,.},,. ,. ,r. f.-...- — ., Il ni.'ttrimonin si rj>|ohrò noli' aprile I ) Carlo Martuppini Aretino. 2) Anton. BoccatcUi, Epist., Venctiit 1553» f. ii' 2l8 R. SABBADINI. 1444. Maria andò a prenderla Borso, fratello di Leo- nello, con due galere veneziane. Partì da Venezia e sbarcò ad Ortona; da Ortona a Napoli prese la via di terra; nel ritorno fece la medesima strada (i). La let- tera del Panormita perciò è della prima metà del 1444. In quel tempo V Aurispa stava a Roma (2). Il Panor- mita gli ripete la dimanda per aver Donato, che pro- babilmente era ancora in mano del Marsuppini. Si de- duce di qui che la lettera precedente dell' Aurispa al Panormita dev'essere di poco anteriore alla presente; la potremmo collocare nel 1442. IV. Laurentius {Vallai Ioanni Ar retino suo s. (3) Dedi ad te proxime litteras banco Bazzolorum quemadmodum tu ipse iusseras. Scribam autero ad te alias latius. Nunc partim fatigatus scribendis hoc die temis litteris ad totidera cardinales papaeque, non aliud scribo quam quod ab amico ut scriberem iniunctum est, ut quaeras a domino Columnensi sive quis alius est quiDonatum super Terentium habet, numquid integer Donatus reperiatur et an super omnes comoe^ dias scripserit. Nam hic amicus meus apud Carnotum vidit hunc aucto- rem sed sine tertia comoedia 'Ea'UTOVTi|j,coQOVfAévC{) et non integra quin- ta 'ExDQtt, item cum defectu in sexta, quae dicitur ^OQfxicov. Praeterea si quis apud vos habet quatuor Academicorum Ciceronis libro s non pridem Senae repertos. Plura non scribo, quia non vacat ac ne possum quidem, nisi mei nostrum Nicolaum valere iubeo. Vale. (i) Tutto ciò è narrato partitamente in una lettera di Giovanni To- scanella all' Aurispa. Cod. Ambros. F. S. V. 18 f. 53v-6or. Cfr. R. Sabbadini, Biografia di G. Aurispa 91-92. (2) R. Sabbadini, op. cit. 88-89. (3) Cod. Ambros. G. 109 inf. f. 35V, Misceli. Tiali XIX p. 191. 2. — DONATO. 219 [Neapoli] XVI kal. februar. [1447], quo die ad dominos illos cardinales reccnter electos praeter dominum Mediolanenseni dantur meae litterae, licet Consilio Ambrosii mei diem anticipavi, quia sero et ipse ad me scri- pserat et ego acceperam litteras, Divinarum huraanarumque rerum consulto d. Ioanni Arretino apud d. Portugallensem. La data di questa lettera si fissa esattamente. Il ter- minus ad quem è subito trovato, perchè vive ancora il cardinal Portoghese, cioè Antonio Martini, morto il di II luglio 1447 (i). La lettera perciò non può an- dare oltre il 17 gennaio 1447; vuol dire che essa è anteriore all'elezione di Niccolò V. Qui si fa menzione di una recente creazione di cardinali, tra i quali com- preso anche il cardinal Milanese. Ora Enrico d'Allosio, arcivescovo di Milano, fu fatto cardinale da Eugenio IV nel 16 dicembre 1446. In quell'occasione furono creati quattro cardinali: Tommaso Lucano, Giovanni Siculo, Giovanni Carvaial, Enrico d'Allosio (2). E per r appunto il Valla scrive a tre dei cardinali recente- mente creati, eccetto quello Milanese. L' anno della lettera è pertanto senza dubbio il 1447. Il dominus Columnetìsis è il cardinale Prospero Co- lonna, Nicolaus probabilmente Niccolò Cusano. M» CiacoDÌu», Hist. pantif. II, p. 912. ' 21 Ibi'! 220 R. SABBADINI. V. Aurispa viro clarissimo equestris ordinis Antonio Panhormitae s. (i) Magnarti videris habere curam, magnani obligatus es habere curam propter singularem, qua semper te amplexus sum, benivolentiam, ut haec mea senectus quieta sit tua opera et industria, quod hactenus non esse factum et miror et inducor ut credam aliud esse ac videatur, quippe qui apud regem plurimum possis et ipsius serenitas quam facillime queat me felicem sine aliqua sua impensa facere. Misi tibi et meas et pontificis litteras ad ipsum regem eo tenore (2), quem dominus Putius de Politis prò tua sententia mihi significavit. At tu quod maxime miror nihil hac- tenus respondisti, quod equidem moleste fero. Oro te igitur vir excelleris per antiquam amicitiam perque mutuam immo per meam erga te benivo- lentiam, supero equidem amore et caritate amicos omnes, ut tuum ani- mum quieti meae intendas; hoc est ita facito, ut hoc meae senectutis residuum vobiscum et cum meis vivere possim (possum cod.). Nam si primo peregrinus esse videbar Ferrariae, posteaquam marchio ipsius civitatis defectus est videor alienissimus. Cura igitur ut me voces. Vacarunt nuper Syracusis duo beneficia sine cura, quae possidebat Gui- lielmus de Bellehomo qui nunc est Cataniensis episcopus. Illis fuissem contentus et ut audio super illis est litigium inter Marrasium (3) et quendam alium; quare si regi placitum esset extinguere litem, et ea mihi dare posset. Nam si suae serenitatis voluntatem haberemus, ex pontifice habebo omnia. Facito igitur ut prudenciae tuae visum fuerit; quippe si feceris, scio te feliciter facturum et expleturum quod volumus. lam diu scieram Carnuti in Gallia Donatum in Terentium in biblyotheca ecclesiae maioris esse. Eum curavi ut transcriberetur mihique huc Romam transmitteretur, quod iam factum est et eum codicem hic (i) Cod. Vatic. 3372 f. 32V. (2) tenere cod. (3) Il Marrasio era dunque vivo ancora nel 145] 2. — DONATO. 221 habeo et dedi operano ut transcriberettir; quod qumn erit factum, et cito fiet, originalem ad te mittam non dono sed ut tu et alii copiam habeant. Vale et respondeas oro quamprimum fieri poterit. Valeant uxor et fi- liola; at mea Faustina valet et quotidie fit doctior; istam dominam uxo- rem txiam ex me saluta, filiolam osculare et aliquid dulcis ex me dato. Romae XI ianuarii raptim [1451]. Per determinare la data di questa lettera abbiamo argomenti sicuri. In essa è accennata la morte del marchese Leonello d' Este, la quale fu nel i' ottobre 1 450. Vi è del pari presupposto vescovo di Catania Guglielmo Belluomo, assunto a quella sede il settem- bre del 1450 (i). Siamo dunque posteriormente a que- st'anno. Dall'altra parte l'Aurispa domanda due bene- ficii che sappiamo essergli stati concessi nel 1451 {2). L'anno della lettera è perciò senza dubbio il 1451 (3). VI. Aurispa viro excellenti et darò Antonio Panhormitae s. (4) Moleste fero quod tu opera mea non egeas ut ego tua. Nam quamvis prudentior et acrioris ingcnii sis, vincercm mihi crede acrimoniam et pru- dcntiam taara diligentia et cantate; itaque maiora ego prò te pingui inge- nio conficcrcm, quam tu prò me cum ista tua ingcnii excellentia. Sed vi- gila quandoque te oro in re mea et ex peregrino me civem reddas. Supe- riore hebdomada item ad te scrìpsi ac certiorem feci me iam e o ro m e n- t u m Donati in T e r e 11 t i u m habuisse, quod Camoti ut rescribe- (i) Rocco Pini, Sùilia sacra I, p. 549. (2) Mongitore, Biblioth. Siculo I, p. 322. (3) Non può etscrc p. e. il 1452, perche giusto il giorno 11 gennaio 1452 rAurì»p« Itavi! a Ferrara, cod. Ottoboniano li 53 f. 37. {4) Cod. Vatic. 3372 I. 33T. Hi R. SABÈADtNl. retur curavi. Facio item transcribi, ut ipsius copiam secure amicis facere possim, ne forte denuo mihi eveniret quod Guarinus, Carolus et tu mihi fecistis. Vale mei memor suavitas mea. Domili um Putium propter eius virtutes inprimis et propter me carum habeto; est vir aestimandus. Romae .V februarii raptim [1451]. Questa lettera confrontata con la precedente appa- risce subito essere del medesimo anno. In queste lettere si parla di due distinti commenti di Donato, entrambi alle commedie di Terenzio. Il primo fu scoperto a Magonza nel 1433 dall' Aurìspa. Egli certo ne portò seco nel 1434 un apografo a Fi- renze; ivi si accompagnò alla corte pontificia, che rac- coglieva il meglio degli umanisti di quel tempo. E nelle lunghe e tranquille soste da essa fatte a Firenze (1435-36), poi a Bologna (1436-37)» indi a Ferrara (1438) e da ultimo nuovamente a Firenze (1439-42) ci fu tutto l'agio di trascrivere e moltiplicare il nuovo commento di Donato. Ne ebbero copia p. e. Carlo Marsuppini a Firenze, il Traversari (i) a Ferrara, il Panormita a Napoli. Che anche Guarino conoscesse il commento Teren- ziano di Donato, si ricava dalla Politia litteraria di Angelo Decembrio, composta verso il 1447 ® pubbli- cata nel 1462 (2). Pure per il Panormita abbiamo un (i) Il Traversari possedeva un Donato a Ferrara sin dall'aprile 1438, Martene, Ampi, collect. IH, p. 404, 406. (2) p. 24-25, 99, 107, 144-150 (suU'interpretaidone di Donato zlVAndr. prol. 25-26), 152-153, 159, 208, 269. A pag. 107 poi sul proposito del passo dell'^««. IV, 7, 21 nunquam accedo quin abs te abeam doctior si nota: ' Quod autem a Donato locus is silentio praetereatur, velut in- 2. — DONATO. 223 documento sicuro in ana sua lettera (0- Il Valla non possedeva ancora il commento a Terenzio nel tempo in cui scriveva le Eleganze, ma lo possedeva nel 1451, l'anno in cui componeva X Antidotmu II in Pogium. In esso infatti si legge: Eius [Donati] super Terentii An- driam nondum legeram commentum cum composui Ele- gantias (2). Il secondo codice del commento Terenziano di Do- nato fa capolino nel 1447 (lett. IV). Esso era stato veduto nella cattedrale di Camutum (Chartres), vicino a Parigi. Il Valla ne ebbe un' esatta informazione; il codice conteneva tre commedie intiere: X And., VEun.j gli Adel. e due mutile: VHec. e il Phormio, Anche que- sta volta si deve all' attività dell' Aurispa la divulga- tellectu facillimas, iudicium est simplici modo intelligentis. ' Al contrario Donato commenta questo passo, ma non forse con quella larghezza, che avrebbe desiderato Guarino. Però Guarino fino al 1445 pare non lo possedesse ancora, perchè in una lettera di quell'anno ad Alberico Ma- letta lo prega di ottenergliene una copia da Tommaso Tebaldi, che al- lora stava a Milano. (i) Lettera a Niccolò Piscicello, arcivescovo di Salemi» {Regis Ferdi- nandi et aliorum Epislclae, 1586, p. 397).... Non legerat Donatum gram- maticum aroicas et familiaris meus Poggius, credo quod deorum more minima non curct; Donatus enim ita scribit in illa Comici particula [in Terent. Atidr. IV, 4, 52]: nescis quid sit actum ? ' Nescis ' plerum- qoe dicitur ci non quem volumus redarguerc impcritiac aut ignorantiae, •ed quem lacere volumus ut velit libcntcr audirc. — Niccolò Pisdcello fu arcivescovo di .Salerno negli anni 1449-1471, Ughelli, Jtalia sacra vu, p. 435. (2) Valla, Opera, p. 293 (Ju/td. II; per l'anno 1451 di. \';ihlcn, /,. ya//ai (ypu$e. tria, p. 19). Per altre notizie vedi R. Sabbadini in Studi ital. fiUl. class,, W 18 nota. Ì24 k. SABBADlNt. zione del nuovo codice (lett. V e VI). Egli ne fece trarre sul posto una copia, che arrivò a Roma alla fine del 1450. Nel 1451 ne apprestò un secondo apografo, che mise a disposizione del Panormita e degli altri amici. Stabilito così con la scorta dell' Aurispa la scoperta di due codici di Donato, il Maguntino e il Carnotense, trasportiamoci col pensiero a Basilea negli anni dal 1436 al 1439 a seguire le ulteriori tracce dell'esemplare Ma- guntino, con la scorta questa volta di Pier Candido Decembrio, dal cui epistolario comunicherò estratti piut- tosto copiosi, anche se non sempre tocchino diretta- mente il nostro particolare argomento (*). A Basilea il concilio difende i suoi privilegi e la sua supremazia sul papa, suscitando questioni di ordi- ne religioso e politico, le quali imbarazzano non poco dall' una parte 1' autorità pontificia, dall' altra la libera azione di alcuni governi. Erano ivi tre personaggi, che specialmente ci riguardano: uno tedesco, Niccolò da Cusa, uno spagnuolo. Alfonso (da S. Maria di Carta- gena) vescovo di Burgos, uno italiano, già di nostra conoscenza, Francesco Pizolpasso, tutti e tre forti cam- pioni nella gran lotta combattuta fra il papa e il con- cilio. In mezzo alle turbolenze conciliari e alle fatiche del loro ufficio questi tre dignitari trovavano il modo e il tempo di occuparsi di studi. Niccolò da Cusa erasi (*) Comparve la prima volta in Museo di antichità class. HI, 1889, 405-422. 2. — DONATO. Ì25 fatta un' insigne raccolta di codici, tra i quali alcuni greci, che il Pizolpasso, ignaro del greco, deplorava di non poter ne leggere ne trascrivere. 11 Pizolpasso e il vescovo di Burgos si dilettavano di ricerche filo- sofiche e corrispondevano col Bruni a Firenze, con Poggio a Bologna e a Ferrara e con Pier Candido Decembrio a Milano. Anzi tra il vescovo di Burgos e il Bruni si accese una polemica filosofica, alla quale prese parte anche il Decembrio come difensore del Bruni, e il Pizolpasso come intermediario. La polemi- ca si dibatteva sul significato dal Bruni attribuito a Tàyad^v nella traduzione deh'Eùca di Aristotile. Questo era il tempo che il Decembrio attendeva di propo- sito alla ritraduzione della Repubblica di Platone, già tradotta prima, ma non troppo bene, da suo padre Umberto e da Manuele Crisolora. Il Pizolpasso e il vescovo Alfonso in Basilea erano tenuti diligentemen- te informati dal Decembrio sui progressi della tradu- zione, della quale ricevevano di quando in quando le primizie. Gli estratti delle lettere sono stati da me disposti, per quanto ho potuto, in ordine cronologico. Esse non hanno data, meno una, che porta il mese. È però fuo- ri di dubbio che quelle lettere si muovono entro il termine di quattro anni, tra il 1436 e il 1439. 1. aAnADori, Tu ti tatmi, 15. 226 k. SABÈADINI. I. (i) # Petrus Candidus Francisco Fizolpasso Mediolanensi archipraesuli s. (2). Quod prius mihi ex Donato tuo placuit (3) excerpsi Phormionis partem ex Apollodoro traducti (4) inverso nomine, ut idem putat (5). Cuius laboris tempestivi admodum primicias ad te (6) mitto; facile ex his cognosces quae deinceps sim exaraturus. Nihil est enim tam arduum tam obstrusum, quod labori obstet intenso (7). Quid enim his commen- tariis (8) scriptum fallacius, quid ineptius ? Et tamen (9) litterarum a- mor me cogit elicere quod paternitati (io) tuae utile atque (11) iocun- dum futurum putem. Scio quamplurimos lecturos ea quae ad te mitto nec secus reprehensuros barbariem quandam veteris scripturae et modo litterarum apices modo imperfectos rerum sensus derisuros, quasi haec meae culpa sit negligentiae. (i) Cod. Riccardiano 827 f. 15V (= R), cod. Bodleiano di Oxford Canon. Lat. 95 (= O; da una comunicazione di K. Dziatzko nel Sup- plem. X, 1879, p. 692, degli Jahrbuch. f. Philol,). (2) Pizolopasso praesuli Mediolanensi O. (3) ex Donato tuo mihi placuit 0. (4) traductam R, (5) Donato nell* Argutnentum al commento del Phormio di Terenzio cosi scrive (Il p. 345 W.): Hanc comoediam manifestum est prius ab Apollodoro sub alio nomine, hoc est 'Ejti8ixa^O(iévov, graece scriptam esse, quam latine a Terentio Phormionem. (6) tibi a (7) incenso O. (8) commentariis his O. (9) quid ineptius otn. R; et tamen] vemm O. (io) dignitati R, (II) et R, 2. — DONAtO. 427 At vero si manura calamo (i), si mentem his infinitis erroribus ad- diderint, si insudaverint carie vetusti operis, ut ipse facio, et plerunquc Tyresiam consuluerint {2), ut ego (3), cum dubito vehemeiiter, eruiit profecto modestiores in reprehendendo; et quae minus perfecte traducta sunt a Dobis conferent his quae tolerabiliter fuere transcripta nec quid videant erroris restitisse sed quid deinceps sit elimatum magnipendent. * Diagoras enim cum Samothraciam venisset, ut inquit Cicero (4), A- thens (5) ille qui dicitur, atque ei (6) quidam amicus: Tu qui deos pu- tas humana negligere, nonne animadvertis ex tot tabulis pictis quam multi votis vim tempestatis effugerint atque in portum salvi pervene- rint ? (7) Ita fit, inquit; illi enim nusquam picti sunt, qui naufragia fe- cerunt in marique perierunt. ' Sic aequum est a te responderi his, Francisce praesul dignissime, qui roinutius (8) aliorura raendas consectantur. Si quis forte tibi (9) dixerit: Tu qui Candidum tuum credis tam diligenter ab antiquis scripta trans- ferre, ponne vides quot in locis frigide, quot inepte ac ieiune Donati libros tran seri pserit ? Ita fit enim, inquies; ea siquidem vides, quae neu- tiqoam ab ilio alias interpretari queunt, sed ut inerant, scripturae fuere mandanda. Ceterum nusquam vides quae eius opera correcta (10), iugi labore atque industria sunt emendata. Haec autem non ideo tibi (11) scribo, pater optime, ut excusem meas ineptìas, sed at animum meum votis tuis obsequentem iioris et ut scias (i) clamo O. (2) conflttlerint O. <l) ago A*. (4) Z>* nat. deor. IH, 89. (5) Acheui» (=^ Achaeus) 0 R. (6) eius 0. (7) pcrvcncrunt A*. (8) iromitias O. (9) tibi om. R. (io) correpta O. (11) tibi om. O. ÌZS k. SABBADlNt. nullam rem (i) tam examussim esse factam (2), quae culpa aut repre- hensione possit carerà. Vale, religionis honos. Ex cubiculo VII kal. iulias raptim [1436] (3). n. Franciscus Pizolpassus Mediolanefisis praesul Petro Candido s. (4) lussimus, Candide amantissime, primum ut tibi praesentetur Phormio tuus, quem mihi transcribit Lodrisius (5) Questa lettera e la precedente sono, come appare dal confronto, anteriori di tempo alle altre, che se- guono sotto. Nella V, che è del maggio-g"iugno 1437, il possesso del cod. di Donato è presupposto da pa- recchio tempo. Qui perciò siamo nel 1436. III. Franciscus Pizolpassus Mediolanensis praesul Petro Candido s. (6) Et dubitare videris et simul quaerere, amantissime Candide, prò ver- bis ut refers Michaelis (7) nostri, an aegre tulerimus quae de clarissi- (i) rem om. O. (2) factam esse O. (3) Vale — raptim om. R. (4) Cod. Riccard. 827 f. 114. (5) Lodrisio Crivelli, segretario del Pizolpasso. (6) Cod. Riccard. 827 f. no. (7) Michele Pizolpasso, nipote adottivo deirarcivescoTO. 2. — DONAT(ì. 229 mo Alfonso pontifice Burgensi seu in cum scripsisti proindcque episto- lam tuae dìsputationis in eius scripta efferri noluerimus. Nos rem hanc adeo incommode tulimus, ut usque in diem ipsam quaesiti tui (ne in- grate audias) haud quicquam computaremus, quasi non eraanasset. Nam eam scripturam, alias et res quoque nostras penes nos nondum habemus, suspensi prò conditione agitationum huius sacri concilii, nosque de scrip- tione illa nec audivimus nec fecimus verbum, nisi quantum transeunte hac Zacharia Paduano (i) et exhibita per eum Bartholameo Batiferro dulcissimo filio nostro, ipse Bartholameus tanquam rem novam nobis putans nunciavit. Probitatem atque peritiam tuam probatam collaudavi- mus in genere, de re illa non nisi ut in ceteris deque tuo ingenio exi- stimantes; cum, etsi primi tenuerimus, haud nisi et superficialiter lege- ramus portiunculam anteriorem, pellentibus reliquum in tempus crasti- natura ingentioribus studiis, Nec utcunque iudicaremus de vobis inter vos amicos praecipuos doctissimosque viros, haud vero ignorabamus te conscium illius praecepti philosophiae: sic loquendum cum hominibus tan- quam deus audiat, sic loquendum cum deo tanquam homines audiant. Hoc si ad id spectat, ut semper honeste loquamur atque ut a deo ea petamus quae (2) velie nos non (3) indecorum sit hominibus confiteri, quanto magis scriptis prudentes et severi, ut tu es, ea monita custo- dicnt ac dicendi honestatem ! Doctorum enim virorum schola semper hoc habuit, ut exagitaret argumentis quaestionibus disputationibus interdum- que et invectivis sicut non ociosis sic non letalibus, quasi Ariopagita Ariopagitam, unde profectus et laus proveniunt partibus et contenden- tium et auditorum. Quare te atque illum in quem scribis eosdem habe (i) Su questo Zaccaria scrive il Decembrio al Pizolpasso (cod. Ric- card. 827 f. Ili): Marc meditantem convenit Zacharias ille Padaanus, ol>tcKtans ut quicquam ex meo studio sibi promerem: iturum se in brevi m\ Germanica» partCK cpiscopum qucndam conventurum, cuius bJblyo- thccam immcnsam referebat. Illi me ex fama notum; optare ex meo a- liqaid vifterc. Hit verbi» delinitUK (delitas eod.) epistolam tradidi cum nihii hat)erem ^habcre <•<></.) promptinti.... (2) quod <o</. 13) non om. cod. 230 R. SABBADINI. mus quos prius, sed quanto clariorem tu virum adoriris, nos tanto plu- ris te facimus, qui gloriareris in notitia tanti patris et magnifaceres. No- bis autem nihil antiquius, quam ut molestiis doctrinae ac studiorum tuorum huiusmodi sedulo frui posse indulgeretur et iugi convictu. Et hoc quidem moleste gerimus, cum in memoriam venit (Parere molestia- rum eiusmodi fomento et confabulatione honestarum artium et doctrinae tuarum (tuae ?). Atque ut fides dicto sit vel in partem, peto abs te declarari de dif- ferentia inter suffert et SUSTINKt; distingui! enim apostolus. Itera inter PARIT et PARTURIT, quod et distinguit psalmista et Ambrosius dux et praeceptor noster. Item inter sprkvit et despexit (i). Despexit dicimus differentia ea prò parte qua se conformat verbo SPREVIT, non alio si- gnificatu. Demum velim scire an proprium sit PRO STUDns LOQUI in Ariop AGITA, cum proprium Ariopagi ad concertationem brutorum sit. Post haec vero accipe quae apud nos gerantur. Res enim nostrae conciliares agitatae continuis fluctibus hucusque, denique ceperunt ali- quod litus, donec in portum veniant. Conclusun^ enim habemus, ut lapsis quinque et quadraginta proximis diebus si adimpleverint Avinionenses opportuna et promissa ad rem Graecanara conducendam et mutuaverint realiter septuaginta milia ducatorum, experientia fiat exequendi. Sin ve- ro, procedatur ad electionem alterius loci. Ego tamen non intelligo, e- tiamsi Avinionenses satis quod debent fecerint, posse rem perfici, recu- santibus Romano pontifice nec non et Graecis locum ipsum, prout piane faciunt; etiam hoc in loco praesens et ita contestans insignis miles a- pochrysarius imperatoris Constantinopolitani ad rei prosecutionem huc regressus. Et nihilo minus domini Gallici aures avertunt, opinione ac multitudine superantes ratìonem; ad tempus pietas dei dirigat. Optamus te bene valere simulque Angelum gcrmanum et Ioannem de la Trecia (2) puerum tuos et bene valete in domino [maggio 1437]. (i) Suffert e sustinet in Paul, ad Cor. I 13, 7; spreznt e despexit va. Dav. Psal. 21, 25; parit e parturit in Isai. 23, 4; 26, 18; 66, 7-8. (2) in marg.: Hic est Ioannes de Gradi (il servo fedele di P. Can- dido). 2. — DONATO 231 Siamo nel maggio del 1437, poiché appunto in que- sto tempo correvano le trattative fra Basilea e Avi- gnone, per traspor c tare ad Avignone la sede del concilio. Nella seduta del 7 maggio 1437 erano state designate tre eventuali sedi del concilio, nel quale si doveva trattare la pace delle due chiese: Basilea stessa o A- vignone o la Savoia. Dei settantamila scudi pattuiti con Avignone i rappresentanti di questa città avevano pagata una parte nel maggio stesso (i). IV. Petrus Candì diis Francisco Pizolpasso s. (2) Ex manu Michaelis .... Arjopagitae vero nomen vetus et antiquuro, sed quod iudiciis magis spedet; nam vicus celeberrimus Athenis, ut quidam putant: in hoc di- vinanim et humanarum rerum (3) docti iura civibus reddebant. Acade- miae nomen studiis magis aptum a Platone sumpsit origincm. Habes breviter quae sentiam [maggio 1437]. Questa lettera è la risposta alla precedente. Il De- cembrio risolve i dubbi del Pizolpasso sui verbi suf- fert, parit, sprevit e sulla parola Ariopagita. Siamo perciò del medesimo tempo. (1) Labbaetu, Concilia XVTT. p. m^mio. (3) Cod. Riccard. 827 ^3) rerom om, cod. 232 R. SAi;[$AL»lNI. V. Franciscus Pizolpassus Petro Candido s. (i) Satisfecisti nobis, Candide Studiorum diligentissime, per epistolam tuam, quani prò responsione accepimus ad quaesita nostra superioribus diebiis proximis. De Ariopagita tamen latius videbis per inclusam his cedulam, conscriptam ex viro graeco perito apud nos praesenti: concor- dat sententiae tuae. Quod autem nos scripseramus ad te aliquando fuisse locuni bellicum seu ad concertationem animalium et sanguinem, quia orios pagos dicitur belli deus etcetera, ut in cedula, retinemus id ha- buisse dudum ab Aurispa (2) viro graece latineque perdocto. Habetur et in legendis sanctorum, ut Tiburtii et Valeriani, qui ducti fuerint oc- cidi ad pagum. Habuimus quoque, post responsionem tuam, a viro bene perito etiam locum fuisse interdum nuncupatum pestilentiae, ut ad quem dudum epidimia infecti deferrentur. Graecus vero ita respondet, ceu vi- des, cetera nihili faciens. Habet vir iste peritus Theutonicus, de quo praemisimus, libros co- pìosos in graeco etiam cum latino et vocabulorum et verborum et om- nis graramaticae, seriosissime litteris vetustis descriptos (3). Is est a quo Donati! m in Terentium tuleramus in patriam. Anhelamus ad aliquorum vel saltem alicuius utilioris transcriptionem; sed nemo com- peritur hic idoneus. Rei, ad quam consequendam ncque in celeritate locum ncque in di- latione spera videmus, de (4) quorum utroque in primordio epistolae tuae agis, posset etiam {5) suboriri. NihiI est enim quod tempore ac dili- gentia non efficiatur. Quare te quoque admonemus: attentus esto, si res (i) Cod. Riccard. 827 f. 106. (2) L' Aurispa e il Pizolpasso si incontrarono probabilmente a Basilea. (3) Uno di questi è presentemente il cod. Harleian (British Museum) 5792 sec. VII. (4) ad cod. (5) Forse è da supplire facultas o altro di simile. :. - !'O^A-- 233 Feregosorum adeo circumverteientur, ut de codice ilio Livii excellentissimo olim Petrarcae sperari posset. Celeritas vel productio sais coaptetur locis, quo liber ipse, quem tu cordi nobis affixisti, nullo pretio nostras evadat manus. Fecit enira hac de re extra- vagatim praesumere solita volubilitas rerum lanuensium et earum quo- que iraminentia, ut aiunt, involucra et discidia plusquani civilia. Atque interim succedei tempus, quo vel flores vel fructus vemales accipies ex responsione ad epistolam tuam prò Arretino ad me in cla- rissimum patrem Burgensem, quam ei tandem reddidi .... [maggio-giu- gno 1437]. Questa lettera è la risposta alla precedente; le é perciò di poco posteriore. Il vir Theutonicus è Niccolò da Cusa (cfr. lett. IX), tutt' uno con Nicolaus Treverensis, lo scopritore del co- dice Orsiniano di Plauto, com'era già stato intraveduto dall' Urlichs (i). Ogni dubbio scomparisce, quando si consideri che un Nicolaus, al concilio di Basilea, stu- dioso e possessor di molti codici, ci viene presentato dal Traversari nel 1435 come Nicolaus Treverensis (2) e qui nel 1437 come Nicolaus de Cusa. La doppia de- nominazione si spiega facilmente, perchè Cusa, luogo natio di Niccolò, appartiene alla diocesi di Treveri. Il nostro Niccolò fu uno dei più appassionati e felici ricprcatnri f sr^tiritorl Hi rorljri nel sec. X\' i'O, (I) Vuigt, W'iednl'cUl'utii;, 1, j cliz. p. 257 n. i; di. M. Lchncidt in Hermes 48, 1913, 275. '2) Ambrosi! Traveriiarii, Epist. HI, 4K: Xtcolnus Treverensis homo studiosissùnus et lihrorum copia insignis. Stava a Basilea in qualità di iettato imperiale, ibid. Ul, 50. ^ 3) Gir. R. Sabbadini, Niccolo da Cusa i i concHiari di Basilea alta sco- perta d4i codici in Rendiconti della r. Accad. det Lincei XX, IQII» 3-40* 234 ^- SABBADINI. VI. Franciscus Pizolpassus Petro Caìidido s. (i) Quintum tuum Platonis .... Mitto iam tandem epistolas duas memorati patris Burgensis, alteram ad te, alteram potius opusculum circa iam veteratam disputationem ethi- corum inter vos ad me, cum te tamen exposcat .... Turbas itaque nostras Rheno propinquo talibus remediis expurgamus... Sulla polemica tra il Bruni, il Decembrio e il vesco- vo Alfonso dà anche notizie una lettera di Poggio a Leonardo Bruni (2): Vir eloquentissimus tuique amantissimus Candidus noster Mediolanen- sis misit ad me quendam libellum, in quo scriptae sunt epistolae duae: altera Alfonsi Hispani ad archiepiscopum Mediolanensem, altera sua, qua illi epistolae respondet. Rescribit ille epistolae tuae perstans in senten- tia. Candidus hoc indigne ferens suscipit defensionem tuam illumque a- criter arguit. Loquitur tamen Hispanus, ut mihi quidem videtur, admo- dum moderate .... Mitto igitur ad te libellum; tu si videbitur respon- debis Candido agesque gratias prò sua erga te benivolentia .... Bononiae IIII id. aprilis [1437]. Ciò conferma la data che io ho assegnato alle pre- cedenti lettere scambiate tra il Decembrio e il Pizol- passo. Non sarà male recare anche una letterina del Bruni sul medesimo argomento. (i) Cod. Riccard. 827 f. 108. (2) Poggii, Epist, coli. Tonelli VI, 13; Poggii, De variet. fortunae, Lutet. Paris. 1723, 272. — DONATO. 235 Leonardus Arretmus Petro Candido j. (i) Dictavi iampridem celeberrimo praesuli Francisco Pizolpasso archiepi- scopo Mediolanensi aliam (2) epistolam super controversia Alfonsiana, sed cum diu absens fuissem ob fugam pestis, illam mittere supersedi. Nunc autem per dei gratiam cessante pestis metu cum reversi Floren- tiam simus conquisitam eam epistolam ac repertam per hunc tabellarium ad te mitto, ut prius lectam a te ad illius reverendam patemitatem transmittas. Tibi vero gratias ago prò libéralissimo patrocinio, quod mihi, spontaneo ductus amore, praestitisti. Vale. Florentiae [principio del 1438]. VII. Petrus Candidus Francisco Pizolpasso Mediolanensi praesuli j. (3) Risi profecto, dignissime pater, cum cedulam litteris tuis inclusam le- gerem. Putavi equidem, quod re erat, virum illuni bonum sed non satis eruditum graecis litteris. Itaque latius a me scribendum puto in re quani levios tetigi. Ariopagus non locus occisioni animalium, non pestilentiae deditus, sed consiliis . . .. Quamobrem risi cum caram illius animadverterem, qui se magnum quippiam putat dicerc, orios pagos et montes et saxa nominans, qui profecto mihi totus vidctur ex lapide compactus. Quin immo pagum prò monte ponit et orios prò Marte; quac ita concordant, ut accuratus vi- deatar esse lector, non intelligcns. Remitto cedulam ut videas. Sed ne nos in Consilio Ariopagitarum dìutius immorcmur, ad rcliqua ve- niamus. D e Tito Livio Francisci Petra re a e nulla spcs; quae enim esse potest ? Apud illum liber est, qui libris utitur. Si vero (I) Cod. Riccard. 827 f. 2r. '2) I.C due lettere dei Bnini sono le VII, 4, X, 34. (3) (VkI. Riccard. 827 f r-^- 236 R. SABBADINI. bellorum spem asserii tua digiiitas, nihil hic apucl nos scitur. Nescio an vos propinquiores an nos surdiores. Patria illa silet, nos tacemus. Verba hinc inde circurastrepunt, vanitas undique . . . A questa e alla seguente il Pizolpasso risponde con una sola, n. IX; qui perciò siamo nel giugno 1437. Vili. Petrus Candidus Francisco Pizolpasso s. (i) Qualis humauitas tua sit, reverendissime pater, norunt ii qui experti sunt; haec enim mihi praestat audaciam, ut te rogem, licet indignus. Frater Nicolaus, magister hospitalis Sanctae Katerinae Mediolani, ut auditu primum sensi, intelligens vir, in religione nutritus, multis prae- dicationibus illustris, apud nos vixit; demum seu fato seu fortuna dela- tus ad curam huius hospitalis .... [giugno 1437]. IX. Franciscus Pizolpassus Mediolancnsis praesul Petro Candido s. (2) Superioribus diebus, amantissime Candide, accepimus epistolam tuam per eum quem solita modestia tua commendabas nobis fratrem Nicolaum, magistrum hospitalis Sanctae Katerinae Mediolani. Quod etsi superinde hactenus ad te non rescripserimus, et verbis et actu ita respondimus eidem fratri Nicolao, ut piane agnoverit interventiones tuas prò eo apud nos haud fuisse vulgares .... Subinde vidimus et aliam epistolam tuam diligentissime disserentem de vocabulo Ariopagi, ob ea quae rescripseramus tibi, et cedulam Graeci inepte sapientis, ut exemplis et rationibus perspicuis elegantissi- (i) Cod. Riccard. 827 f. 112. (2) Cod. Riccard. 827 f. 112. 2. - DONATO. 237 me probas. Immo, ut ad cor deinceps rideas, non possumus non tibi credere, qui velut cacci versamur in lumine; et credant necesse est in tenebris alieno verbo vel baculo lucis extorres, sicut et nos graeci do- gmatis inscii et prorsus nudi, qui necdum latino sumus imbuti. Verum i ad eundem expositorem nostrum (quem tu piane probas errantem, cum -ese tamen agat magistrum et nuperrime lecturam impetraverit hic a sacro concilio) (i) forte recurramus, tritura illud dici solitum consequens est ut eveniat: si caecus duxerit caecum, ambo cadent in foveam. Op- portune tamen quandoque quae scripsisti communicabimus ei, ut discat. Abest antera Nicolaus noster de Cusa (2), ad quem spectabat codex Donati Terentiani, unde tu multa pervigilique lucubrationc Phormionem extorsisti: vir siquidem aliquando introductus graecae lin- guae, ccterum alias eruditissimns, universalis et magnae capacitatis, in- finitorum voluminum studiosissimus et indagator continuus dotatusque inter alia voluminibus graecis fecundissime et ex quibus, ut asserebat, omnis vocabulorum verìtas etiam declarata latine eisdem codicibus facile possit haberi. Tu ergo solus manebis nobis magister et invictus et quod non datur nobis hic loci, dum tu interim non desinis augeri et profice- e stadiis graecanicis, concedetur fortasse non inopportune ut coram a- perire possis fores et nos vel liraina capere et prima rudimenta graecana. Ncque enim acr noster éemper erit in turbine, quare movebamur ad oncitandam spem de praecipuo ilio Tito Livio Francisci Pe- tra rea e , (3) quandoquidem per intestina bella, quae conflari videban- tur inter fratres, quorum alter, videlicet dominus Baptista, vulneratus a ! omino Thoma asseveranter esse contenditur. Et quicquid futurum sit, praeelegirous, auditis agitationibus illis seu veris seu falsis, quae forsan laborant inter utrumque, non subticere tecum, etiamsi nequicquam, quam a casa eventos inscrutabilis commoditate carerc, quandoquidem inquam res ipsae omnes mundanae prò sui natura instabiles et vagae. lanuenses (i) Forse Andrea Costantinopolitano, vescovo di Rodi. (2) Niccolò andò verso la metà del 1437 a Bologna ambasciatore del concìlio al papa (Cipolla, Signorie itnlùtne 510; KaynaldJ, w4i»na/. <^f/«r. a. 1437 n. IO). (3) OT marg,: LiUi ' ' de Cam|K) Feref^oso. Ì3^ ^' SÀfiliADirJl. vero praecipue quasi singularis privilegi! dote in volubilitate fundati ita circumverti possent, ut liber ille non modo acquiri sed offerri contin- geret .... Nos vero interim, qui aliquantum respiramus donec reddatur respon- sum ex Avinionensibus de adimplenda solutione vel non, deum oramus ut tranquillitateni et pacem prò incumbentibus malis, ut ipse optas, ec- clesiae dei universae christianitati sua prò pietate effundat et nobis om- nibus .... [giugno-luglio 1437]. Qui siamo alla fine di giug-no o tutt'al più al prin- cipio di luglio del 1437, perchè non sono ancora pas- sati i quarantacinque giorni, pattuiti con gli Avignonesi per il pagamento dei settantamila scudi. Abbiamo poi una riprova nei fatti di Genova, ai quali qui si allude. Ecco di che si tratta. Nel 1437 il duca Filippo Maria Visconti di Milano istigò Battista Fregoso contro il fratello Tommaso, doge di Genova, offrendogli il proprio protettorato e il dominio della città. E realmente Battista sollevò in Genova un tu- multo e si fece proclamare doge; ma fu bentosto preso dal fratello Tommaso, che lo perdonò (i). X. Petrus Candidus Francisco Pizolpasso Mediolanensi pr aesuli s. (2) Ex tuis litteris quid ageres .... Quae vero de (3) Ariopagi vocabulo tibi scripsi, quanquam certa (i) Folieta, Historiae Genuenses, Genuae 1585, p. 224. (2) Cod. Riccard. 827 f. 77V. (3) ad cod. 2. ~ t)ONAtO. i^^ atitumein, certiora reddam, non esse scilicet pestilentiae aut cruoris lo- cum, sed id quorundam falsa aestimatione processisse .... De Livio quid sperem nescio. Hic omnia dubia, ut iam rebus in hac forma prodenntibus inlolerabilis sit multorum sors et maxime eorum, qui nihil providerunt in futurum. XI. Petrus Candidus Francisco Pizolpasso Mediolanensi pr aesuli s. {i) Mitto digDÌtati tuae, reverendissime pater, copiam litterarum, quas uper Poggio Fiorentino de laudibus suorum concivium principis nostri parte conscripsi .... Intellexi etiam quae dignitas tua mihi scripsit de discessu Burgensis nostri. Mirum quam latenter amor mentibus nostris obrepat. Dolui pro- fecto ac si praesens essem, quasi vero mihi notior aut propinquior sit in Basilea quam alibi .... Pugnavi enim acriter et vere prò tutela veritatis in amicum suum Alphonsi Burgensis) Arretinum, non predo adductus sed caritate. Ve- tas enim omnibus rebus anteponenda est ... . Quia nosse cupis quae opera potissimum transtulerira, scito omnes ibros Quinti Curtii, dein Commentarios lulii Caesaris, postremo Poly- ijìi de bello Punico a me in matemum sermonem redactos esse ..... {settembre 1438]. Qui non possiamo essere che dopo il mese di aprile del 1438, nel qual tempo il Decembrio compi la tra- duzione italiana di Curzio Rufo (2). L'anno è veramen- te il 1438, perchè l'elogio dei Fiorentini dal Decem- (I) Cod. Riccard. 827 f. 95V. fa) La »o»crizione «uona: MCCCCXXXVIII adie XXJ dtlmtst dt^Ut \t.L,m.> (f...\ V-"»)migl. di Catania). Ì4Ò k. SABBADl^i. brio indirizzato a Poggio a nome del Visconti porta la data V kal. augusti 1438 (i). Ciò si conferma con la lettera seguente, in proposito della partenza del ve- scovo Alfonso per la dieta di Norimberga. XII. Franciscus Pizolpassus praesul Mediolani Petra Candido s. (2) Pro epistola prospicientissimi atque accuratissimi principis nostri ad Poggium, quem non modicum prospicit, quam ad nos una cum tua pri- die misisti eamque ad te ceu postulas remittemus, tibi gratias agiraus. Quod vero in altera duarum abs te nobis nuperrime redditarum doleas de discessu vel potius elongatione ci. patris domini Burgensis nostri, hoc facit dulcis amor iam inter vos vigore virtutis ingressus. Ea siquidem vera est et indissolubilis amicitia, quae mutuae virtutis olfactu generatur atque connectitnr. Venim spero eum hic affuturum mense primo novem- brio, celebrata congregatione statuta die Sancti Galli (3) mense octubrio per invictissimum dominum regem Romanorum apud Nurimbergam prò ecclesiae pace tractanda. In tempore autem certior fies a nobis de ip- sius successu et regressu, prout continget ad nos deferri; abiit enim, ut nuntiavimus tunc nostris relaturis tibi, die XXV praeelapsi augusti . . . [settembre 1438]. La dieta di Norimberga fu tenuta da Alberto II nel 1438. Siamo nel mese di settembre, come mostra il praeelapsus augusttis. Di quest'ambasciata del vescovo (1) Pubblicato da Shepherd-Tonelli, Vita di Poggio Bracciolini. K^^^. p. XLvm. (2) Cod. Riccard. 827 f. 96V. (3) La festa di S. Gallo ricorre il i6 ottobre. 2. — DONATO. 241 di Burg-os air imperatore nel 1438 parla anche il Pic- colomini (i). xin. Petrus Candidus Francisco Pizolpasso Mediolanensi pr aesuli s. (2) Laus deo, qui te nobis incoluraem reddidit, reverendissime et huma- issime pater, ac ex tantis maris fluctibus in portum salutis immisit. Magna id dei clementia profecto effectuni est, cui pariter gratias reddere tenemur: tu quod ex hostium faucibus evaseris, ego quod patrem et do- minum incolumem acceperim. Si qua maris incommoda adhuc restant, tute illa quidem despici queunt nec cum vitae periculo extimescenda sunt. Sed haec coram latius cum licuerit. Venissem ad iocundissimam ut optatam praesentiam tnam, sed infinitae, licet infiraae, curae prohibuere. Itaque tempori parendum satius visum est et personam tuam hic oppc- iri. Interim requisiti nomine tuo a me fuere libri Suctonii et Ciccronis de Finibas. Suetonium igitur mitto, licet inemendate scriptum et incor- rectum; sperabam habito otio illum emendare et in digniorem aspectum anscribi facere, sed temporis incommoditas obstat, inimica non studiis ilum sed vitae bonae et optandae. Ciceronem de Finibus habitum sta- ti m mittam; est enim apud fratres Campi mortui nec nisi Herculis au- xilio ab inferis in lucem cfferri potest. Quod si nequeat, mittam digni- ti tuae exemplar penes me retentum necessitate studendi. Nam ex omnibus Ciccronis operibus nihil mihi utilius aut gmtius quam de Tu- Kulanis, de Natura dcorum, de Finibus, de Divinatione et de Fato o- ' ra conscripsit .... Questa lettera è scritta nell' occasione del ritorno leir arcivescovo Pizolpasso da Basilea a Milano. Ne (i; ' ' /umetti, de gejtts itajii. commi i.sinc anno) p. 3. (2) < . ;. 1. ..,,.,. . ;, I. 115. ft. tAJBADiici, Tati tatmù i^ possiamo stabilire approssimativamente la data. Infatti nei primi mesi del 1439 egli stava émcora in Basilea, come si deduce da una lettera di Poggio: Poggitis p. s. d. praestantissimo patri Francisco archiep. Mediolanensi (i) .... Sentio vos quotidie aliquid stultitiae cudere ad ecclesiam per- turbandam, quod tamen parvi facimus, a levitate quadam barbarica et mentis vertigine profectum .... Perverterunt nuper caelum et terram ut concilium transferretur in Galliam .... Tibi vero doleo, quem scio ver- sari in ea rerum barbarie, in qua nihil aliud praeter schisma et oppres- sionem Romanae ecclesiae fabricatum videmus .... Florentiae non. febr. [1439]. Era già di ritorno ai primi del 1440, come si ha da un'altra lettera di Poggio allo stesso Pizolpasso (2): .... Epistola tua cum de rebus privatis pluribus loquatur, non vi- detur flagitare responsionem, nisi me de tuo reditu summe laetari .... Florentiae XXIV febr. [1440]. Il Pizolpasso tornò dunque o alla fine del 14390 al principio del 1440. Ed è naturale. Il concilio di Basi- lea nel novembre 1439 aveva creato l'antipapa Felice V; e un prelato ortodosso, come il Pizolpasso, non poteva più in quelle condizioni, vuoi per riguardo suo vuoi per riguardo del Visconti che lo aveva delegato, partecipare ai lavori di un'assemblea, che aveva spie- gata cosi palesamente la bandiera dello scisma. (i) Poggii, Epist, coli. ToneUi VIH, 7. {2) ib. vm, 15. 2. — DONATO. 243 Queste lettere ci forniscono una insperata notizia sul Livio del Petrarca. Risulta infatti da esse (n. V, VII, IX, X) che il Livio del Petrarca era passato, non sa- premmo dire per qual via, nelle mani di Tommaso Fre- goso, doge di Genova. Il Pizolpasso e il Decembrio speravano di poterne venire in possesso, contando su un' imminente sollevazione di Genova, che avrebbe tolto il dominio al Fregoso e dato cosi tutte le sue robe in potere del Visconti. Il Decembrio però ci fa- ceva poco assegnamento e veramente il Livio non an- dò ad arricchire la biblioteca Viscontea di Pavia. Esso stava presso i Fregoso già nel 1425 e vi rimase fino almeno al 1451. Ora è nella biblioteca Nazionale di Parigi (i). Ma torniamo a Donato. Come si vede, V Aurispa non portò in Italia il codice di Magonza, ma un apo- grafo di esso. L* Aurispa lasciò Basilea ben presto : nel dicembre 1434 era già a Firenze presso il papa Eugenio IV (2). Il codice passò nelle mani di Niccolò da Cusa, da lui in quelle del Pizolpasso (cfr. lettere (1) P. de Nolhac, Pétrarque et l'humanùme V 113; II 273-77. Il Valla nelle Recriminationes (Vallae Op. 602 ecc.) del 1445 circa attesta l'esi- stenza in Napoli di un Livio emendato dal Petrarca. Come tìimostrano le date, si tratta o di un altro codice o di una falsa attribuzione. Inoltre le lesioni petrarchesche di Livio citate dal Valla non compariscono nel Livio parigino (de Nolhac II 276 n. 2; R. Valentin!, // coi/ex Rff^ms di T. Livio in Studi ital. ftlol. class. XJV, 1906, 207-213). (2) Ciò risolta da una lettera accompagnatoria di Uguccione de' Con- trari a Cosimo de' Medici (Arcb. di Stato di Ftrenrc, cart. Med. filsa XI lett. 43). Ì44 ^' SABBADlNi. V e X). Il Pizolpasso lo mandò al Decembrio a Mi- lano, perchè ne traesse copia, nel 1436 (lett. I). Il De- cembrio ne trascrisse anzitutto il commento al Phormio (lett. I e IX) e spedi la nuova copia al Pizolpasso, che la fece ricopiare per mezzo del suo segretario Lodrisio Crivelli (lett. II). Delle ulteriori vicende dell'archetipo, ora perduto, non ho che dire. L'archetipo doveva essere di lettura molto difficile, se il Decembrio sente il bisogno di invocare la be- nevolenza del lettore. E perchè cominciò proprio dal Phormio, che nella comune tradizione Donatiana è 1' ultima commedia ? La domanda è legittima, ma deve pur troppo restare senza risposta. E allora domandiamo se il Decembrio si sarà tratta copia anche delle altre commedie. La risposta qui è più facile e ci viene suggerita da un codice della Bodleiana di Oxford, scoperto e descritto dallo Dziatzko (i). Il cod. Bodleiano, cart, della se- conda metà del sec. XV, scritto da diverse mani, con- tiene le cinque commedie cosi ordinate: Andria, Eunu- chuSj Adelphoe, Hecyra, Phormio. Al Phormio è premes- sa la lettera del Decembrio al Pizolpasso più sopra citata (n. I). Ciò mi fa supporre d' accordo con lo Dziatzko, che ivi il Phormio fu copiato dall' apografo o da un discendente dell' apografo del Decembrio. (i) Karl Dziatzko, Beitràge zur kritik des nach Aelnis Donatus be- natinten Terenzcommentarsy nel già citato Supplem. X degli Jahrbucher fùr Fkilol., 1879, p. 675-678, 691-696. — Lo Dziatzko in questa dis- sertazione dà anche notizia e alcuni saggi di due altri codici Donatiani: l'uno di Dresda (D 132), l'altro di Leida (Voss. Lat. Qu. 24). 2. — DONATO. 245 Niente di più naturale, che anche le altre commedie derivino da un apografo dello stesso Decembrio (i). Più ampie notizie su Donato e sui codici del suo commento ho comunicate in Studi ital. di filol. class. II, 1893, I-I 34. E ora finalmente ne possiamo leggere il testo critico nell'edizione di P. Wessner, Lipsiae 191 2 sgg., la quale è a un tempo una vera editio princeps. Nota alla p. 232 /. ii. La vita dei SS. Tiburzio e Valeriano, alla quale accenna il Fizolpasso, si trova inserita negli Acta Sanctorum^ Aprii, n, 203 sgg.; e ivi q nominato per 1* appunto un Pagus come luogo del supplizio: p. 207 B: Tunc iussit (assessor praefecti) carnificibus, ut ab eis ducerentur (i due martiri) ad agrum Pagum, ubi erat sta- tua lovis....; p. 208 A: Locus igitur, qui vocatur Pagus, quarto mil- liario ab Urbe situs erat.... (I) "Suw possiamo jiltcrfiinrc, che fra 1 copisti «lei cod . Bodleiano sia <l.i contare I^Klrisio Crivelli, perche egli trascrisse la copia del Phormio tratta dal Decembrio (lett. Il), quando quella copia era ancora isolata. Tutt'al più il Phormio nel co<l. Bo<llciano pnA essere un niX)grafo della copia del Crivelli. Con ciò si CM.Iude che il codice Bodleiano discenda <iir(ttamtnU dall'apografo del Decembrio. ni. TACITO opere maggiori (*) Le opere mag-^ori di Tacito ci sono arrivate in due codici, entrambi ora nella biblioteca Mediceo-Lauren- ziana: Tuno, detto il Mediceo I (Laur. 68. i), contiene i primi sei libri degli Annales, l'altro, il Mediceo II (Laur. 68. 2), contiene gli ultimi sei libri degli Annales e i cinque primi delle Historiae, con numerazione con- tinua da XI a XXI. TI Mediceo I proviene dalla badia di Korvei, donde fu portato in Italia nel 1508; sicché quando lungo il secolo XIV e XV si parla di Tacito non si può in- tendere che della parte degli scritti compresi nel Me- dìceo II. Lo scopritoH' del Med. II tu il Boccaccio, che lo a- sportò dal monastero di Monte Cassino e se ne trasse un apografo di proprio pugno (i). (ìli umanisti del cir- 339-46. h) K. ->.i!.i..i/liiii. I.f scoperti dti cedui iattm e grtcì 29-Jo. 250 R. SABBADINI. colo fiorentino n' ebbero copia: cosi Domenico di Ban- dino, e più tardi il Niccoli e Poggio e il Bruni: e forse, per mezzo del Boccaccio, Benvenuto Rambaldi da I- mola (i). Se ne fecero anche estratti; p. e. le orazioni reci- proche di Seneca e Nerone {Ann. XIV 53 -56) veni- vano trascritte a parte (2) e furono anzi tra la fine del sec. XIV e il principio del XV volgarizzate in to- scano (3). Fuori di Toscana conobbe Tacito il Polenton a Pa- dova. Toccando egli nel libro I degli Scriptores lin- gu(B latincs dell'origine dell'alfabeto adopera la testi-, monianza di Tacito Ann. XI 1 4: Ecco i passi testuali: Cornelius autem Tacitus cum de Claudio loqueretur in eo libro quem de Caesarum rebus scripsit in hanc fere sententiam quantum in praesentia nostrae institu- tioni spectat scriptum reliquit: ' Phoenices de Thebis Aegyptiis in Syriam profecti, quia mari propellerentur, litteras Graeciae intulere; quo adepti sunt gloriam tam- quam invenerint. ' Cornelius Tacitus neminem certum nominat, quippe (i) G. Voigt, Die Wiederbelebung I* 250. Per il Bruni cfr. G. Kimer, Della Lauda tio urbis Florentincs di L. Bruni, Livorno 1889, '^9» 30- (2) Il cod. Ambros. C 141 inf. (del principio del sec. XV) f. 35 ha le due orazioni col titolo: Extractus de XIIII libro Cornelii Cociti (corr. poi in Tacili). (3) I volgarizzamenti sono nel cod. Magliabech. Vili 1382 del sec. XV (cfr. Studi ital. filol. class. VH 132) e in un cod. Roncioniano di Prato del sec. XIV-XV, sul quale vedi C. Guasti in Propugnatore 1869, H> n 451-61. 3. — TACITO. 251 iam de re dubius ita locutus est: ' Fama est Cadmum classe Phoenicum vectum rudibus adhuc Grsecorum populis litterarum auctorem esse. Quidam tamen Cecro- pem Atheniensem vel Linum Thebanum vai tempori- bus Troianis Palamedem memorant '. At Cornelius Tacitus: ' In Italia inquit Etrusci ab Corintha Demarato, Aborigenes Arcades (ii Latini sunt postea nominati) ab Evandro litteras didicere '. Eas (le tre lettere aggiunte da Claudio) tamen vi- deri Cornelius Tacitus memorat in aere ac plebiscitis per fora ac tempia fixis. Il libro I degli Scriptores fu composto dal Polenton anteriormente al 1420. Ecco come egli ci informa sul contenuto del suo codice: Librorum eius (Taciti) numerum affirmare satis certe non audeo: fragmenta equidem libri undecimì et reli- quos deinceps ad vigesimum primum vidi, in quis vi- tam Claudi! et qui fuerunt postea Caesares ad Vespa- sianum usque ornate ac copiose enarravit (i). Tuttala materia del Med. IL A \'<mezia era in possesso di Tacito Francesco Bar- baro, che nel 1 440 lo ridomandava a Gottardo da Sar- zana, a cui 1* aveva prestato : Accipio excusationem tuam, si diutius, quam coram exposuisti mihi, Corne- lius Tacitus noster apud te peregrinatus est. (2) Nel (1) Cod. Riccardiano 121 f. 65. Adopero questo codice perchè con- tiene l'abbozzo della prima redazione degli Scriptores. Sulle due reda- rioni vc<li A. Segarizci, !.n Catinia... fli Sécco PotenUm^ Bergamo 1899, XT.IX. >.i))l>adiui, CentotrtMta UtUrt intdtU dt F. Barbaro 107. 252 R. SABBA DIN I. 1453 mandò il suo esemplare al cardinale Bessarione affinchè se ne traesse copia. La copia del Bessarion e è a Venezia (i), cod. 381 (Zanetti). A Milano aveva Tacito Giovanni Corvini, come ve- dremo in altra parte del presente volume. Pier Can- dido Decembrio s'era trascritto nel suo zibaldone Am- brosiano R 88 sup. f. 105V (ex libris Cornelii Taciti) r incendio di Roma {Ann. XV 38-44); ma anch' egli venne in potere di un testo intiero, quello che ora trovasi a Wolfenbiittel (cod. Gud. lat. 2^. 118) con la nota autografa: Est P. Candidi. Ab eodem recognitus et emendatus e con la data: Emptus Ferrarie MCCCCLXI die lune XXVIII sept. D. L. (2). Anche a Napoli c'era un Tacito presso il Valla, il quale lo cita nelle Recriminationes I, II e IV contro il Facio del 1445 e degli anni successivi (3). A Fer- rara lo citava Angelo Decembrio (4). Reco da ultimo la seguente lettera (*): Etsi impudenter faciam, Ab. Ksic), quod ea liceutia res tuas, cura o- pus est, ac si meus et usu et possessione esses, exigo, persiiadet tamen humanitas tua ut aliquid etiam sine crimine temeritatis de te mihi pol- (i) Voigt, Wiederbelehung I^ 251 n. i. (2) F. Kohler, G. Milchsack, Die Gud. Handschriften n. 4422. (3) Vallse Opera p. 475 (Tacit. Ann. XI 29); p. 516 {Ann. XV 67) p. 518 {Ann. XIII 47); p. 529 {Ann. XII 5); p. 531 (Ann. XIV 47; Hist. m 73; Ann. XV 6); p. 595 {Ann. XIV 49). (4) A. Decembrii, Polit. liter. 38 nec Corneliorum opera, Taciti et Nepotis, omittenda sunt. (*) Comparve la prima volta in Museo di antichità class. II, 1887, 450-51: dal cod. Riccardiauo 779 f. 97. j. lACli.). 253 liceri possim. Nani cum tanto huiusce rei, de qua ad te scribere decre- vi, desiderio affectus sim, ut vel Tantaleam sitim in me concitari sen- tiam, concedes nonnihil, ut opinor, cura ben i volenti se nostrae tura audaci desiderio meo videndi ac fectitandi aliquid: hoc quoniam (i) veteres phi- losophi tradidenint, multos persaepe in homines affectus ac passiones cadere, quae nulla vi comprimi, nulla ratione cohiberi possunt. Sed iam tecum philosophari desinam, ad rem ipsam redeo. Cum itaque ego et Cremonensis (Antonius) noster quendam Cornelium Tacitum, librum qui- dem elegantissimae historiae ac prisco dicendi genere ornatura, te habere audiremus, mirum est quam is liber meduUas nostras iufluxerit, adeo ut vel minima eius videndi mora seu intercapedo nobis quam longissima futura sit. Quamobrem da operam ut hunc librum tantopere desideratum ad nos quamprimum demittas. Nam si opera tua himc nostrum ardo- rera restinxeris (2), tibi equidem illius codicis perbellam messem dedica- bimus (3); quod coloni ipsis dominis agrorum facere consueverunt. Nec illud te moveat, quo minus hunc librum mittas, quod orationes Ciceronis tanto tempore apud nos retinuerimus. Nam cum illae parura accurate ac graviter scriptae iudiciolo meo viderentur, putavi forc, si praeceptor noster in legendo prosecutus fuisset, uti eas luculciitiores at- que correctiores aliquanto redderemus. Quod si ex hac re aliquid tibi in- coromodi statues, mitte quem (4) voles; non illuni librum apud me habere voluero, quam quantum tibi commodi fuerit. Ego enim eas orationes a- pud me servavi atque eas ita habui ut, si apud te essent, non diligen- tius custodircntur. Comnientariolos nostros ex Plutarcho traductos tibi non displicuisse gratum babco. Nam etsi sat tenues omnique inopia ac squalorc sordi- dati sint, facit taroen humanitas tua ac bcnivolentia ut quicquid a nobis proficiscatur magnum et praeclarum videatur. Habeo et pleraque alia fragmcnta sparsa intcr amicos, quac quamprimum collcgero, statini ad te devolare faciam. Vale; me Leonardo Aretino viro illustri et senatorio (1) hoc quom cod. (2) rentrìnxeris cffd. (3) dedicahimur cot/. (4) quonj ? Ì54 *<• ^ABHADlNt. et in studiis litterarum perbclle cxcrcitato carum effice. Vale iterum cor- que tuum in amplexus nostros dede. La lettera è senza intestazione. Non può andare ol- tre il 1444, perchè in quel!' anno morì il Bruni, qui supposto vivo. Il mittente è scolare di greco; in quel tempo due soli maestri insegnavano greco: Vittorino e Guarino. Sul secondo deve cadere la scelta, a ca- gione del fraseggio spiccatamente guariniano, che si avverte nella lettera. Lo scrivente è dunque un alunno di Guarino, che s' indirizza a un amico di Firenze. Di più non m' è lecito affermare. Per maggiori informazioni sulla divulgazione di Ta- cito vedasi: E. Cornelius Quomodo Tacitus historiaru7n scriptor in hominum memoria versatus sit usqiie ad re- nascentes literas saec. XIV et XV, Progr. di Wetzglar 1888, 42-43; P. de Nolhac Boccace et Tacite in Mclan- ges d'archéol. et d'kist, XII, Rome 1892; F. Ramorino Cornelio Tacito nella storia della coltura, Firenze 1897; E. Rostagno in Tacitus. Cod. Laur. Med. 68. II phototyp. editus, Lugd. Bat. 1902, XVI-XVIL * * Nel Med. II sono due lacune (*) cagionate dalla ca- duta di due membrane, per cui andò perduto il passo delle Hist. I69-75 da — bilem imperatorem a incertum e il passo che chiudeva il lib. I 86 e apriva il II 2 da inopia di Rhodum et Oyprum. Senonchè entrambi i passi si sono conservati in apografi tratti dal Medie. Il quando (*) Comparve la prima volta iii S(U(/i ital. JiloL class. XI, 1903, 204-211. 3- ~ 1 AGITO. 2^5 ancora li conteneva e da uno di tali apografi derivò V editio princeps \x?>c\t'à. a. Venezia tra il 1469 e il 1470 coi tipi di Vindelino da Spira. Ma ci fu un famoso antiquus codex Venetus, intorno al quale si formò una leggenda. Scrive infatti l'Eme- sti (i): * Reperi etiam a P. Victorio antiquum codicem Taciti Venetum bibliothecae S. Marci laudari ad Cic. Ep. II 12 '. La biblioteca di S. Marco a Venezia ha presentemente e ha sempre avuto un solo codice delle opere maggiori di Tacito, quello posseduto dal Bes- sarione (v. sopra p. 252). Ecco ora la testimonianza di Pier Vettori, ricordata dall'Emesti, quale si legge nelle Explicationes suarum in Ciceroftem castigationum (2) al- V Epist. fam. II 12, i: * Nam quod apud Tacitum lib. xml (e. 12): Miro tamen certamine procerum decer- nuntur supplicationes apud omnia pulvinaria utque Quinquatria quibus apertse insidiae essent ludis annuis celebrarentur, mendum est; nam in vetusto codice, qui in divi Marci bibliotheca est, Quinquatrus est non Quinquatria ' (3). Il cod. Veneto negli Ann. XIV 12 dà quinquatrii, lezione più vicina a quinquatria che a quinquatrus, e non è vetustus: non corrisponde perciò a quello desi- gnato dal Vettori. La verità si è che fu preso un so- lenne equivoco e rhc nolla dii'i Marci bibliotheca non (I) Cfr. C. Comclius Tacitus, pubi. Obcrlin, Paris Lemairc 18 19, p. xvu. (8) Lagduni 1553 p: 33. La prima editione usci il 1536. (3) Degli apografi del Ree. XV il Lanr. 68. 5 ha ([uinquatruus, il Parmigiano 861 quinquatria, l'ed. pr. quinquatriù 2^6 R. SABBADINl. dobbiamo scorg-ere la Marciana di Venezia, sibbene la Marciana di Firenze, la quale ospitò lungamente il Medie. II innanzi che passasse in Laurenziana. E quello è il vetustus codex indicato dal Vettori e in esso si trova la lezione quinquatruus da lui approvata (i). Abbandoniamo pertanto questa questione oziosa e inconcludente e volgiamoci piuttosto a ricercare con maggiore utilità quando si sian prodotte le due lacu- ne nel Medie. II; al quale scopo occorrerebbero ampie e sicure notizie sugli apografi, stati finora a torto tra- scurati. Tre ne possiede la Laurenziana: 63. 24; 68. 4 e 5; uno la Nazionale di Napoli IV C 21; parecchi la Vaticana: 2965 (del 1449); iQo^; 3405. e l'Urbin. 585; uno la Spagna; uno Budapest, di Mattia Corvino; uno il collegio del Salvatore di Oxford del 1458; uno la Bodleiana della stessa città del 1463; uno Harleiano il British Museum del 1452 (2); uno Gudiano, ricordato più su (p. 252), Wolfenbiittel di Pier Candido Decembrio del 1461; uno la Palatina di Vienna (242 Endlicher); uno la Nazion. di Parigi, lat. 61 18, e uno la Malate stiana di Cesena XIII sin. 5. A questi va aggiunto il Parmense 861 membr. sec. XV, di cui reco la descrizione. F. I Cornelii Taciti actorum diurnalium liber XI au- gustae historiae lege feliciter. In marg-, Fragmentum. Com. , Nam Valerium Asiaticum ' {Ann. XI i ). I titoli si suc- (i) Il dubbio delI'Ernesti fu recentemeDte accolto da E. Rostagno nella sua storia del Med. II (in Tacitus. Cod. Laur. Med. 68. Il photo typ. e- ditus, Lugd. Bat. 1902 p. XVI). (2) C. Comelius Tacitus, pubi. Oberlin; Ernesti praef. p. IX-XVI. 3- — TACITO. 257 cedono allo stesso modo, dal libro XI al XXI. F. iSgv termina * Fabianus in pannonia ' {Hist. V 26). Indi la sottoscrizione: * In exemplari tantum erat. Si quispiam hinc descripserit, sciai ine qua7itum reperi fideliter ab exemplari transcripsisse \ Identico titolo nel Malate- stiano e identica sottoscrizione, eccetto che legge de- scripserit novum e ita scripsisse per transcripsisse. E neir identico modo segnano entrambi la lacuna tra il lib. I e il II delle Hist.; infatti aUa fine del lib. XVin = HisL II il Parmense nota (f. 134): 'Si repperero fi- nem septimi decimi libri et principium odavi decimi, quce utraque confusa sunt cunctis in libris et varia, locum annotabo; si lector offenderis, et tu signes oro. Valeas qui legeris et recte annotaveris (i). Il Malatest. ha que- ste differenze: reperero; quia utraque; quae legeris. Il Parm. fu scritto nel 1452, come rileviamo da una no- ta marginale al f. 143 {Hist. Ili 34): * Cremona condi- ta est annis abhinc MDCCXL, quo etiam tempore A- riminum et Beneventum aedificantur; hodie autem ab ortu creatoris sunt anni MCCCCLII '. Resta con ciò assodato che sino almeno dal 1452 il Medie. Il aveva patito le due perdite; il Parm. se- 1 ) L' identica nota anche nell'apografo del Dccembrio, con queste di- vergente: reperero; septidecimi; que legeris. Sottoscrizione del cod. Vatic. 1958 f. 41-MOv: In exemplari tantum erat. Si quispiam hinc descripserit novuntt sciai me quantum repperi fideliter ab exemplo transcripsisse: qtiod in ter catterà de quihus sci tur non est ncque pessisfium neqtte mendosis" sùnum. xéXo? OecJ) f/nì^y die septimadecima octobris ab ortu Sahatoris nostri domini Jesu CAristi anno MCCCCXL Villi. Gtnuae pridit ftstum divi Lucat evangelistae (17 ottobre). R. Samadimi, 7V//I iatmù 17. 258 R. SABBADINI. g-na la seconda, che era facile avvertire per la man- canza del numero XVII nella successione dei libri; non avverti la prima. Esso nota in margine altre man- canze: f. 151 alle parole {Hist. Ili 65) invalidus sene- cta seu ferebatur] hic aliquid deficit; f. 169 {Hist. IV 46) il testo: pelli poterant 55.******** Sed im- mensa] hic deficit; f. i6qv retinenda erat * * ^j- * * * * Ingressus] hic deficit; f. 171V (IV 52) orasse dicebatur ^J. * <j. Audita interim] hic deficit textus. Qui non si trat- ta veramente di lacune, ma di due trasposizioni, la prima in Hist. Ili 65-69, la seconda in IV 46-53, che sono anche nel Medie. II e vennero ivi avvertite con un segno. Finalmente al f. 182, dove termina illib. IV, il copista aggiunge: Post haec scriptiitn erat, sed non, ut videtur, loco: Neque vos impunitos patiant; nisi et hic defectus sit textus. Pure queste quattro parole si trovano nel Medie. II in coda al lib. IV. Tutte le note marginali sono della mano stessa del copista, dalle quali riporteremo queste altre due: f. 57V (Ann. XIV 63) insula quae pandaterìa] nunc ischia ap- pellatur; f. 142 {Hist. Ili 30) stato in eosdem dies mer- catu] status merchatus generales Jiundine ut genucB allo- brogum urbis hodie sunt. Cita il copista in margine anche autori latini, p. e. alcune frasi di Vergilio e di Lucano, un luogo di Ci- cerone e molti di Giovenale: tra gli altri una lettera dello Pseudo-Seneca a Paolo: f. 67 v (Ann. XV 39) eo in tempore Nero] Seneca ad Paulum apostolum (XII): Centum XXXII® domus et ins (sic = insulse) quatuor sex diebus arsere, septimo pausam dedit. j. — tAClTO. 259 E ora m'ingegnerò di presentare un saggio di quella ricerca, che ritengo s'abbia a intraprendere sugli apo- grafi del Medie. II, scegliendone tre: l'uno il cod. Par- migiano descritto (-- P) con la doppia lacuna nel lib. I e tra il lib. I e il II delle Hist.; gli altri due senza le lacune, il cod. Laur. 68. 5 sec. XV (= L) e l'edit. princ. (= e). L ha correzioni di una mano seconda (m. 2), che non sempre si possono distinguere da quelle del copista. Mi restringo alla collazione di pochi ca- pitoli delle Hist. I i 8, ponendo a base il testo della 4* edizione del Halm, Lipsiae 1897. I I , I Servus e | Galbea L \ lunius L e P\ 2 cossules P \ erant corr. m erunt Z | dccc^*'* et XX P \ 3 retulerunt L e P \ ^ niemorabatur e I 5 bellatum est e \ Atctium corr. in Attium L \ potestatera P \ con- ferri ad unum e \ 6 illi L, corr. m. 2 \ j inscicia P | 8 aliene P \ as- sentandì L e P \ g fensos L, infensos m. 2, infusos ^ j 10 ambitioni e I adverseris e P (alterum e ex corr. P)y admiseris Z, adverseris m. 2 I 12 fedum P e \ 13 Octo « | 14 Vespesiano P e \ incoatam in incoha- tara corr. Z | 1 6 nec P \ \% Traiani uberioremque materiam /* | 1 9 foe- licitatc Z I 20 liccat P. 1 2, I aggredior L e P\ opimum casibus] plenum variis casibus, in mcrg. gravioribus opibus P \ discors om. e \ 2 scevum P \ quatuor Z e I 3 plcrunque e \ 4 prospere in orientem adverse in occidentem ( — tcs Z, — tcno m. 2) returbatum Z e^ prospere in oriente adversaj occi- dente rcs: turbatum P \ 5 Illiricum e \ nutantes ex mut — Z | 6 Bri- tanni» Z, — nia m. 2 \ missa cohorte L e P\ in iiosl inos /.. in e, in rhosolanot P \ Sarmathanun /' e^ sarmaritarum / . rum Z /', lubeornm e \ 7 gente» Z, gente m. 2 \ dachui. r, dalub /' | 9 cladibus (di ex corr.) L \ seculorum P\ \o afflictn Z e P \ baustn nut abrute urbcii Z e, hauste nut abrutse urbes /' I foecundissima Z, f ecundiftftimau t \ \\ et urbi L t P \ incendiis om. e \ \t cerlmoniae !. # /*| 13 iufectri corr. in infecti Z | cadibu» < | 14 scopuli om. Z, add. 200 R. SABBADINt. m. 2 I scevitum F \ 15 et otn. L, add. m. 3 \ 16 premia P\ quam qua- si i \ 17 quum Z I aliis e \ procuratores e | 20 oppressit e. I 3, I seculura P \ 2 comitates (s snperscr.) P \ 3 sequutae ( — te) L e P \ audientes L e P \ ^ fideles P \ ipsa necessitas om. L \ 6 tole- ratae (et om.) L \ par e \ 8 fluniinum e \ 9 tristicia L \ unqiiam P \ a- trocibus P \ IO magis vetustis L e P \ iudiciis L P \ approbatum L € P\ Il diis ex corr. L m. 2, de e \ securitatem Z, securis m. 2 \ secu- ritatc nostra e \ esse Z, del. m. 2. I 4, I caetenim L e P \ 2 que P j 3 orbe terrarum e \ 4 egrum P \ 5 plerunque Z P \ causse qu» Z | 7 modo om. P \ 9 archano e, arcano Z, arch — m. 2 \ io leti P, ex laetius (?) corr. L m. 2, laetius e \ u- surpatam Z, usurpant m. 2 1 libertatem e, om. Z, add. m. 2 \ 12 inte- gram Z, corr. m. 2 | 13 annexa ^ /* | 14 et theatris (a super scr.) P \ 15 quis P I decus Z* [ 16 moesti L e P. I 5, I imbutus Z ^ Z* 1 2 magis arte Z | impulsu L e P \ "^ traduc- tus ex traductiis (?) Z* ] 4 promisse P \ premiis e, proomiis P \ 6 intel- ligit Z ^ Z' I 7 Nimphidii e \ 8 agitar P j Nimphidius « ( 9 et L e P \ IO plurisque P \ neque P \ il avariciam Z | laudati P \ 12 militaris e I cselebrata Z | angebat ex aug — Z | coaspemantes Z* | 13 quatuorde- cim Z ^ Z* I assuefactos Z e P \ 15 galbe Z' | 16 militem] principem P I 17 caetera L e P. I 6, I lunius Z ^, ^jc Julius corr. P | 3 galbe P \ 4 Ciconio L e P \ Varone P j Nymphidii L e \ 6 sotius e P \ tanquam L e P \ 7 mil- Hbus e I 9 formidolosus ex formidul — Z | 1 1 innumeri Z | 1 2 Illirico e I promissosque ^ | 13 albano Z | 14 ceptis e P, o. csepto Z, consiliis a caepto m. 2 \ ni ex corr. L m. 2 \ i^ prono Z, prona m. 2 \ audienti L e P, audenti Z m. 2. I 7, I Capitoni P I 2 cedes e \ nunciarentur ^, nunciaretur Z* | in A- frica res haud dubie {ex dibie) P \ 3 Harebonius e \ garuncianus P, Gu- nitianus e \ 4 quum Z | familiam e \ cseptaret Z, ceptaret P \ 6 haberen- tur e ! aut e \ avaricia Z | 7 fedum e P \ cognitione e \ 8 posquam P | i mpellere L e P \ f) nequierint Py nequirent f I ad Z* | io an corr. in ac Z, ac g 1 1 1 cjeterum Z Z*, caetera « | 1 2 cedes e | sinestre Z | prin- cipe tf Z* I 1 3 praeminuit iam Z, praeminuit. lam «, premunt. lam P \ afferebant Z ^ Z | 14 avide Z Z | 15 tanquam ^ Z* | 17 irrisui ac fa- 3- — TACITO. 261 stidio Z e, et irrisui et f — P \ assuetis L g P \ iuvente P, iuventute e. I 8, I taiiquam Z, om. P \ 2 aniniarum Z, corr. m. 2 | fit Z, fuit m. 2 j Hispanie preerat P \ 3 Ruffus e \ 4 domino L e P, dono L m. 2 \ 5 imposterum P \ proxirae P j 6 germanis Z, romanis e P\ % germani L e P \ <) solliciti corr. in soli — Z | io raetus e, raoetus Z, metu m. 2 I tanquam Z P I partis /* | 12 vergenius Z, virginius P, ungenius « | voluisset e P \ i^ quaeri Z j 15 vergenio Z e, Virginio P \ amiciciae P I 16 etiam om. Z | esse] eum P \ tanquam Z e. Le due famig-lie degli apografi, i lacunosi {P) e i non lacunosi {L e), non hanno origine da due differenti e- semplari, ma dallo stesso Medie. II, di cui riproduco- no gli errori tipici; p. e. 2, 6 missa cohorte, 2, io ur- òeSj 3, IO magis vetusti s, 5, g et, 7, 13 praeminuit iam (premunt di P è un tentativo di emendamento). Le di- vergenze tra le due famiglie rimontano a correzioni degli umanisti: tale è, lasciando le numerose interpo- lazioni di e, b, 14 Vindicis consiliis a coepto dì L m. 2 e le seguenti di P: 2, 6 /;/ rhosolanos, i, 12 cmnltantes, 5, 12 coaspcrnantes, 5, 16 principem^ 6, 11 innumeri, 7, 2 nuntiaretur, res, 7, 13 premunt. Avvennero anche contaminazioni tra le due famiglie: 7, 12 principe {P e)t 8, 6 Romanis (P e), 8, 12 voluisset {P e). Ma la prova perentoria che entrambe provengono dal Medie. Il l'ab- biamo nella lezione 8, 4 domino, comune a tutti gli apografi, lezione che sul Medie. II fu ricalcata in ra- sura da una mano del sec. XIV o X\' Senonchè non a questo problema, orinai driiniuva- :m;nte esaurito, deve rivolgersi l'attenzione degli stu- diosi; si tratta invece di costituire con sicurezza il testo Ila famiglia non lacunosa in quanto che essa ci con- 202 R. SABBADINI. serva le parti perdute nell' archetipo. E non basta; siccome la scrittura dell'archetipo, in molti punti svani- ta, non è più decifrabile, cosi bisogna aiutarsi, oltreché coi ricalchi fatti qua e là da una mano del sec. XV, anche e meglio con gli apografi delle due famiglie, dei quali occorre pertanto confrontare e misurare il grado di fede che meritano. E bisognerà determinare anche in qual tempo si formarono. La non lacunosa potrebbe metter capo all' apografo del Boccaccio; la lacunosa deriva da un apografo tratto posteriormente ai ricalchi e alle emendazioni introdotte nell'archetipo da mani del sec. XV; così p. e. la lezione 2, i plenum variis casibus (in marg. gravioribus opibus) di P è nata dopo che una di quelle mani su opibus del Medie. II aveva scritto plenum. Meno importante ma pur sempre utile sarebbe poi un'altra indagine, quella che si proponesse di stabilire un termine cronologico alle emendazioni sicure e ano- nime, che s' incontrano negli apografi; p. e. anteriori al 1452 sono le seguenti, che già troviamo in P: i, 9 infensos; 2, 4 prospere in oriente adversae occidente res; 3, 9 tri stia; 4, io usurpata libertate; 4, 12 integra; 6, 8 ornine; 6, 9 legione; 8, i fuit; 8, io metu. 3- — TACITO. 263 Opere minori Le scoperte di Enoch da Ascoli (*) Per tracciare la storia della scoperta delle opere minori di Tacito, mi bisogna trascrivere alcune lettere o brani di lettere di Poggio, di Guarino e dei corri- spondenti di Guarino, le quali formano la base del mio ragionamento. I. Poggius (i) Nlcolao s. juidam monachus (2) amicus meus ex quodam monasterio Gcrmaniae, qui olim a nobis recessit, ad me misit litteras, quas nudius quartus acccpi; per quas scribit se reperisse aliqua volumina de nostris, quae permutare vellet cum Novella Ioannis Andreae vel tum Speculo tum Additionibus, et nomina librorum mittit interclusa .... Inter ea volumina est lulius Frontinus et aliqua opera Conielii Taciti nobis ignota: viflcbis inventarium et quaircs illa volumina legalia, si reperiri poterunt commodo pretio. Libri ponentur in Nurimberga, quo et deferri debent Spcculum et Additiones, et exinde magna est facultas libros advehendi. Ut videbis per invcntariun», hacc est particula quaedam, nani multi alii rcstant; scribit enim in hunc modum: ' Sicuti mihi supplicastis de no- tr.ndo |)Octas, ut ex his cligeretis qui vobis placcrent, inveni multos e quibu» collegi aliquos, quo» in ccdula hac inclusa rcperictis ' . . . . Komae die in novcrobris (1425). (•) Comparve la prima volta in Sfu(/t ital. JiloL class, VII, 1R99, M9-13»- ri) Poggii Épiit0l. eon. Tonelli, Fiorenti» 1833, I i> m s (2) (Juetto monarn era di HemfeUl.come risulta da altre lettere, i^i</. " -, 266, 268. 264 R. SABBADINI. IL Guarinus (i) Veronensis suavissimo lohanni Lamolae s. p, d. (2) Tantopcre tuam in me pietatem accumulas, ut me vel ingratum vel rusticura fatear opus sit, cum te non superare sed ne acquare quidem possim. Nec est ut te deterream; perge vero: scio, nihil a me supra vi- res postulas; animum tibi semel dicavi nihilque mihi ipsi reliqui, quod tibi non impertierim (3); tu me tuo utere arbitratu. Quam gratae autem tuae mihi litterae fiant, exprimere nequeo: eas in sinu prae laetitia colloco, deosculor et in dulcis (4) traho sermones (5), ut te stringere te palpare (6) te alloqui videar et mihi ipsi persuadeam (7). Occurrit in primis modesta ornata et (8) maiestatis pristinae dignitate referta litterarum facies, quae observantiam (9) quandam prae se fert, ita at lectorem iuvitet (io). Accedit gravitas (11) sententiarum, verborum, dulcissimaque (12) quaedam compositionis harmonia. Quid nuntius rena- scentium virorum et in lucem prolatorum, quem mihi cum suavitate mi- (i) Cod. di Berlino, già Morbio 403, ora lat. 2° 557 f. 126 (= w), cfr. R. Sabbadini, La scuola e gli studi di Guarino p. 193; cod. Clas- sensc di Ravenna 419, 8 f. 17 (=r e). (2) s. p. d. om, VI. {3) impatierim e. (4) dulces m. (5) sermonies e, (6) palpitare e. (7) persuadeo e. (8) et om. m. (9) observantia e. (io) invitent e. (11) caritas m, caritatis e. (12) dulcissima m e. 2. — TACITO. 265 rabili affers ? O si Cornelium (i) Tacitum ipsum {2), Plinii mei amicum socium collegam, spectare etcoram affari detar ! Quid Cornelius ille Cd- sus, cuius audito nomine ac dignitate ita eius videndi atque audiendi (3) cupiditate incensus sum, ut totus infusus in me Benacus (4) huiuscemodi sedare ardorem nequeat. Voluminis raagnitudinem et litterarum sive scripturae faciem (5) scribas oro, ut quid de ilio habendo consulam sciam. Quid dicam de Antonio Panormitano, cuius nunc primum (6) auditum nomen tantaleara in me sitim (7) incussit ? O felix bisce viris et (8) di- vinis ingeniis (9) aetas ! Nil vidi quod (io) ad me ex illius ingenio mi- sissc dicis (11). Quocirca magis magisque dolco et ipsos execror (u) ta- bellarios, quorum incuria tam bonae scribendi vices intercipiuntur (13). Non possum in scribendo morem mihi gerere, adeo praesens istuc re- diturus nuntius {14) instat urget inclamitat. Ego cura gratias referre cu- perem prò pulcherrimo et commodissirao tuo munere, quibus verbis id faciam non invenio; itaque cum referre non possim, gratias habeo. Vale, mca suavitas; valeo et ipse, valent et liberi, nostrae peregrinationis Tri- dentinae (15) comites. Vale iterum, y^v^r] fioi). Veronae XXVI ianuarii [1426]. (i) Comelii e. (2) Tacitum ipsum om. m. (3) vivendi atque audiendi e, videndi audicndique m. (4) Bonacus e. (5) faciem om. m e. k(ì) primum om. e. (7) scttum m. '8) et om. m. 9) divini ingenii m. 'IO) quml hic dtsinit m. (Il) S' intCnflr- V /hrninf>J,fn,^,fti( ,l..| I' .11. .♦Hill . < 13) obnCCffir <I3) intercipiuat e. (14) redditunu mitius e. (15) Allude alla peregrinazione di Guarino a Trento del 1426 per incarico della città. 266 R. SABBAUINI. m. Guarinus ( i ) Veronensis suavissimo lohanni Lamolce s. p. d. Posteaquam alteras (2) ad te descripseram, tua e et graves et ornatse redditae mihi sunt, quae eo accumulatiores veiierunt, quo etiam comitem habuerunt libellum vere 'EQfxacpQÓÒiTOV .... Veronae IIII nonas februarias [1426]. IV. Antonius (3) Panormita Guarino Veronensi s. p. d. Etsi acceperam Herraaphroditum meum plurimorum iudicio probatum..., nihilo magis tamen animo movebar Verum cum te virum simplicem verum apertura .... idem de me meoque libello sentientem animadver- tam, non modo moveri non possum, sed .... gaudio distrahor, prae- sertim cum antehac nulla mecum amicitia, nulla familiaritate fueris de- vinctus .... Ioanni vero Lamolae .... gratias et ingentes habeo, prop- terea quod insciente me quidem Hermaphroditum ad te miserit meum.... Ex Bononia (4) (febbraio 1426). V. Aurispa (5) Guarino Veronensi viro doctissimo s. p. d. Credideram quom .... (L'Aurispa scrive a Guarino, facendogli grandi elogi del Panormita. La lettera è data da Firenze nel febbraio 1426, come si deduce dalla seguente). (1) Per le fonti di questa lettera cfr. R. Sabbadini, Guarino Verone- se e il suo epistolario, Salerno 1885, n. 374; per la data p. 68. (2) La precedente (II). (3) Per le fonti di questa lettera cfr. R. Sabbadini op. cit. n. 127. (4) Questa lettera fu scritta subito dopo che il Panormita ebbe noti- zia della precedente (III), nella quale Guarino dava al Lamola il suo giu- dizio famoso suir Ermafrodito. (5) Cod. Classense 419, 8 f. 17V. 3. — TACITO. 267 VI. Guarinus (i) doctissimo et ornatissimo viro lohanni Aurispae s. p. d. Superiori tempore cum fama referente .... Veronae III kal. martias (1426) (2). (Risponde alla precedente, associandosi all' Aurispa negli elogi del Panormita). VII. Antonius (3) Panormita Guarino Veronensi viro (4) illustri s. p. d. (5) Aurispa Siculus familiaris noster hodie, quod frequenter (6) facit, ad me litteras craisit (7) officii ac diligentiae plenas, alìoquin adeo suaves atque (8) elegantes, ut si suas illas esse nescius fuissem, aut musarum aut certe tuas esse iuravcrim; in quibus plura quidem, sed illud praeci- pue mihi renuntiat, abs te sibi redditas epistolas (9) XV (io) kalendas (i) Cod. Classense 349 f. 165. (2) Le lettere V e VI, citate qui unicamente per la successione crono- logica, furono pubbl''-*" \l•>^.^r,r\]'^^■"'^f' in Giorn. star. !■•*'. •'■'' Siippl. 6, 103-6. ^l) Cfxl. Marciano iat. XIV 221 f. 95 (= w), cfr. Barorzi-Sabbadini, Studi sul Panormita € sul Valla p. 22 per n" > mì^»,. ,\a »..c»,> .. ..^r la data; cod. Claascnse 419, 8 f. 3 {=» e). (4) viro om. m. (5) P. «• (' (6) freqncns m. (7) migit m. (8) et m. (9) U lettera VI. (10) V m. 368 R. SABBADINI. aprilis meorum versuura, mei nominis eloquentissimas laudatriees; meque, quod plurimi facio, tuam gratiam ininsse iam. Qua ex re subgloriari mihi licet, qui, ne (i) otiosus quidem aut securus, aliquid effuderim, (2) quod tuo acri magnoque iudicio comprobari (3) debuerit. Ea res faciet ut protinus auctoritate tua fretus et de me mihi optime sperem et toto pectore ad studia summae laudis incumbam. Nam siquis in me musarum furor est, et est quidem fortasse non parvus, tute illum vehementius excitasti; prò quo quidem officio tuo gratias, quas tibi permaximas ha- beo, musae reddent et quidem foeneraticias, modo otium aliquando nan- ciscamur. Hoc hactenus. Quod sequitur et tibi auditu et mihi relatu voluptuo- sum (4) erit. Verum pridie quam (5) illud aperiam, iuvat abs te coe- nam lautissimam quidem stipulari: illam spondes ? * illam spondeo '. Est igitur penes me A. Cor. Gelsi de medicina, liber, ut nosti, diutissime non inventus ac prope extinctus. Eo, tametsi libri dominus non sim, prò ea tamen amicitia quae inter me et dominum mutua est, meo arbi- tratu utor fruor. Commiserat id librorum dominus, cum iamdudum ex (6) Sena decedere instituisset, fidei ac custodiae Helencae mulieris impro- bissimae. Ego quamprimum rem novi, mirifico quodam desiderio tabe- factus sum, siquidem Gelsi Gomelii nomen celebratum atque singularibu» laudibus evectum (7) legerem apud nominatissimos auctores: Quintilianum Plinium Augustinum Golumellam aliosve compluris. Eam ob rem libri dominum exhortatus, maiorem in modum obtestatus sum, uti vel mei causa codicem repetat. At ille ut cetera, ita mihi id facile assentit; re- scribit, mandat Helencae uti depositum ex (8) continenti reddat. Illa vero, quam dii perdant, magna voce ficto vultu depositum inficiata est; est (i) nequc m. (2) effunderem m. (3) probari e. (4) voluptuosum. Vale hic desinit m. (5) quid e. (6) et e. (7) nectum e. (8) et e. i. — TACITO. 269 enim mulier postremae perfidiae (i), paris petulantiae; utque ea vulvae mercalis est, ita filiolam quaestuariam, neptem venaliciam, sororem pro- stitutam habet. Nobis itaque necessum fuit uti non solum iure nostro, sed Ulixeis quoque fallaciis, quo vix librum tandem illa restitueret. Posteaquam vero Cor. Celsum ab huiuimodi capti vitate reversum et iure quasi postliminii restitutum vidi possedive, hautquaquam (2) expri- merem quantum me oblectaverit (3) et affecerit. Pulchra etenim, vetusta littera, nec ab indocto quidem librario, transcriptus est; membranarum color ex albo in pallidum diffusus, litterarum vero subglaucus (4); libri facies prae vetustate venerabilis et quasi numen quoddam prae se fert. Volumen ingens perinde est atque F. Quintiliani institutiones, totum- quc in octo codicillos diduci tur. Integrum est, praeter ultimam chartam, item tris circiter medium, quas Helencam (5), omni notabili infamia no- tatam mulierem, abscidisse autumo, ut forte pensis coluique advolveret. • Quid miserum, Medea ', ne ' quid Aenea ' dixerira ' laceras ? iam parce sepulto ' (Verg. Aen. Ili 41) et vero hactenus sepulto. Quid agis, insana carnifex ? Cor. Celsum dilanias ? Cor. Celsum, qui tot dilaniatos, tot vulneratos, tot ulcera, tot cicatrices, tot denique aegrotantes homines -^uis prope divinis curationibus iuverit sanaveritque ? Sed redeo unde abii. Illum, postpositis legum ac humanitatis studiis, a vertice ut aiunt ad calcem iterum atque iterum legi, nec enim medio- cri piane cum animi iocunditate; mirifica et ferme singularis huius cla- rissirai philosophi doctrina, mirifica eius oratio, siquidem dulcis sonora gravi» varia figurata sublimis antiqua, ut (6) generaliter contendam ne ijjMim quidem latinae eloquentiae principem Ciceronem in hoc genere rii.itcriae ornatiuiì laculentius atque elegantius disserere potuisse. Tu me- cum senties, certe scio; illudque fiet, nisi vates male vaticinor, ut quan- topcre none Cor. Celsum concupiscas, tantopere illum cum legcris ad- ( I ) postramae perfidae e. (2) autqoamqaam e. (3) oblectaverat e. (4) lulxrlaucus e, (5) elencam e. i70 R. SABBADlNI. mirere: in summa nihil addubitem quin, perlecto Cornelio, fias ex ora- tore medicns. Postremo, si non memineris, hic ille est, quem tuus F. Quintilianus refert ' non parum multa latine scripsisse, Sextios secutum non sine cultu ac nitore ' (X i, 124). Praeterea est quod te non minori voluptate afficiat; sed omnino coe- nam parato, qua in re tu me non audis. Compertus est Cor. Tacitus de origine et situ Germanorum. Item eiusdem liber de vita lulii Agricolae isque incipit: * Clarorum virorum facta ' caeterave. Quinetiam Sex. lulii Frontonis liber de aquaeductibus (i) qui in urbem Romam inducuntur; et est litteris aureis transcriptus. Item eiusdem Frontonis liber alter, qui in hunc modum iniciatur: * Cum omnis res ab imperatore delegata men- tionem exigat ' et caetera (2). Et inventus est quidam dyalogus de ora- tore et est, ut coniectamus, Cor. Taciti, atque is ita incipit: * Saepe ex me requirunt * et caetera. Inter quos et liber Suetonii Tranquilli repertus de grammaticis et rhetoribus: huic inicium (^) est: 'Grammatica Romae'. Hi et innumerabiles alii qui in mauibus (4) versantur, et praeterea alii fortasse qui in usu non sunt, uno in loco simul sunt; ii vero omnes, qui ob hominum ignaviam in desuetudinem abierant (5) ibique sunt, cuidam mihi coniunctissimo dimittentur propediem, ab ilio autem ad me proxi- me et de repente; tu secundo proximus eris, qui renatos sane illustris- simos habitvirus sis. Interea tuae partis erit rescribere qualem ad te nuntium attulerit haec epistula, iocundum scilicet necne; meque perseveranter ama: ego procul- dubio tuus sum integer, non animam quidem excipiens. Item vale. Ex Bononia quam cursim (aprile 1426) (6). (i) aqueductus e. (2) Più accuratamente è descrìtto il codice di Frontino nel Commenta- rium del Niccoli (sopra p. 4 a) su notizie fomite dal monaco di Hersfeld. (3) hinc micium e. (4) in manus e. (5) desuetudine habierant e. (6) Dalle parole abs te sibi redditas epistolas XV kal. aprilis risulta che la lettera VI, a cui si allude, scritta da Guarino il 28 febbraio, fu recapi- tata all'Aurispa il 18 marzo. Collochiamo perciò la presente nell'aprile. 3. — TACITO. 271 Vili. Guarinus ( i ) Veronensis ci, viro Antonio Panormitce s.p. d. Unas abs te litteras (2) acceperam antea .... Quid alterae (3) illae omni melle suaviores ? Earum sane recordatione beatus niihi videor et inter renatos viros illustrissimos esse receptus; prò quibus quidem mentis quas tu mihi cecas narras et stipulari vis ? ego tibi me ipsum cenandum appono, tu me vescere et tuo me utitor arbi- tratu ' qui das epulis accumbere divum '. Quod si quando ipsos cerne- re, praesentis intueri et ' vivas audire ac reddere voces ' fas fuerit, deo- rxim sane vitam mihi adeptus videbor. Id autem ita fore minime despe- ro, quando Elencham, idest improbatam muliereni, evasit Cornelius Cel- sus, quasi futurae felicitatis augurium. Hui ! harpyas et scyllas omnis flagitio superans et tentigine monstrum, lena, meretrix, periura et vere elencha, idest iXx.yyzaiS(i\. digna. Quid sibi cum Cornelio Celso, nisi ut quae tot penes insatiata deglutit, et hunc ipsum improba devoraret ? Scd ut angorem omittam, quam iocundum ipsorum tam illustrium vi- rorum facies habitus staturas mores te duce cognoscere et * venieutum discere vultus * ! Nunc iuvat vivere, cum tales prisci generis et autiqui- tatis venerandae reliquias manere intelligo et tua benignitate meos quan- doque futuros hospites non despero. Hunc igitur diem tam laetum, tara honoratum tuo ex nuntio habiturus sum, * dum vita mancbit ', ut eum * meliore lapillo numerem ' et proinde Panormitalia celebrare instituaro, modo illorum spcctandorum copiam tuum favens numen praestet. Quam quidem ad rem adiutorcm ac socium Aurispam, latinarum ac graccarum decus musarum, implorabo. Tu vale mea suavitas roeumque corculum. Ex Verona kalendis roaii (1426). I } Cod. Clasienie 4i«v, lettera IV. VII. iy2 k. SABBADlNI. IX. Guarinus (i) lohanni Lamolae s. . . . Quantas vero mihi laetitias .... Cornelii Gelsi adventus ! cuius orationem gravem ornatam copiosam satis admirari non possum .... (Valpolicella ai primi d'ottobre 1426). X. Guarinus (2) Veronensis Hieronymo Gualdo s. .... Est etiam hodie mihi in lucem editum opus elegans, summa facondia copia dulcedine oriiatissimum, antiquorum iudicio in arce loca- tum, Comelius Celsus. Is medicinae auctor est ea suavitate erudientia et omni denique laude redundans, ut vel invitum lectorem aliiciat; nec du- bito, si (3) ad doctorum medicorum, non dico plebeiorum et forensium, ocalos pervenerit, eum inter primos medicinae fore principem .... Ex Valle PoUizela v idus octobris (1426). XI. Poggius (4) Nicolao s. Dixeram Cosmo nostro .... monachum illum Hersfeldensem dixisse cuidam se attulisse inventarium, sicut ei scripseram, plurium voluminum secundum notam meam. Postmodura cum summa cura quaererem hunc hominem, veuit ad me afferens inventarium plenum verbis, re vaeuum... Itaque refersit illud libris quos habemus, qui sunt iidem, de quibus a- lìas cognovisti. Mitto autem ad te nunc partem inventarii sui, in quo describitur vo lumen illud Cornelii Taciti et aliorum, quibus caremus, qui (i) Cod. Riccard. 779 f. 130. (2) Cod. Vindob. 3330 f. 141; cod. Arundel 70 f. 153V. (3) sed ccdd. (4) Poggii EpistoL I p. 207, 208. j. — TACITO. iy^ cum sint res quaedam parvulae, non satis magno sunt aestimandae. De- cidi ex maxima spe quam conceperam ex verbis suis .... Hic mona- chus eget pecunia; ingressus sum sermonem subveniendi sibi, dummodo Ammianus Marcellinus, prima decas Titi Livii et unum volumen oratio- num Tullii ... et nonnulla alia opera . . . dentur mihi prò his pecuniis. Peto autem illa deferri eorum pericnlo usque Nurimbergam .... Romae XVI kal. iunii (1427). Rileviamo anzitutto che sin dal novembre del 1425 era giunta a Roma a Poggio (lett. I) la notizia di una grande scoperta di autori latini, quali noti quali ignoti, che giacevano tutti riuniti in un sol monastero di Ger- mania (VII u^o in loco simul sunt). La notizia si dif- fuse tosto tra gli umanisti: a Firenze la seppe per mezzo di Poggio il Niccoli (I); a Bologna la seppero, sembra per via diversa, il Panormita e il Lamola, che la comunicarono a Guarino a Verona (II, VII, Vili). Le informazioni da parte di Poggio e da parte del Panormita coincidono nella sostanza tra loro e con r elenco del Comnientarium Niccoliano (sopra p. 4-5), talché non è a dubitare che si tratti della medesima scoperta. Come scopritore è dato da Poggio un monaco dì Ilersfeld (I n., XI), il quale andava e tornava spesso da Roma per interessi del monastero. Ma noi credia- mo che il monaco hersfeldese non sia stato il vero scopritore o almeno non il primo; perchè ci par pro- babile identificare questa scoperta con quella dell'ar- civescovo di Milano Bartolomeo Capra in Germania K. tABKADINI, Tuti latmù US. 274 ^- SABfiADlW. nell'anno 1421 (i), quando egli si trovava colà ai ser- vigi dell' imperatore. Della scoperta del Capra parla Poggio molto scetticamente (2), ma il Capra era un uomo serio e alla notizia, diffusa certo da lui stesso, dobbiamo prestar piena fede. A identificare le due scoperte del 142 i e del 1425 siamo indotti dalla coin- cidenza, che gli autori veduti dal Capra son designati come historici e che storici per l'appunto sono i prin- cipali autori nominati da Poggio e dal Panormita: Am- miano, Livio, Tacito. E il convento dove furon trovati ? Su questo punto il Panormita tace e Poggio solo indirettamente fa ca- pire che fosse il convento di Hersfeld, perchè chiama hersfeldese il monaco scopritore; noi ne acquistiamo la certezza considerando che tra i codici e' era Am- miano Marcellino, autore che effettivamente stava a (i) Il Capra fu in Germania con T imperatore dal luglio 1418 al 1421 (W. Altmann, Die Urkunden Kaiser Sigmunds, n. 3336. 3714. 3887. 3944. 3951. 4040. 4085. 4233A. 4243. 4601). Nell'agosto 142 1 è sulle mosse per partire (n. 4601). (2) Poggii Epistol. I p. 80-81 * De archiepiscopo Mediolanensi quae scribis laetatus sum, si tamen vera sunt. Est enim res digna triumpho inventio tam singularium auctorura; sed mihi non fit verisimile. Nam ar- chiepìscopus is homo est, qui si quid tale reperisset, et secum asportasset saltem tran^cribendos tales libros. Vereor autem ne audita prò certis adfirmet ut saepius fieri solet. Quid tu putas virum tantae dignitatis fultum imperii patrocinio summaeque auctoritatis aliquid difficultatis ha- biturum fuisse in assequendo libros, cum illos postulasset ab illis ona- gris barbaris, si eos invenisset, ut narras ? Illis quidem loco beneficii fuisset tradere eos libros viro, qui apud imperatorem prò se intercedere potuisset .... Si tales historicos reperisset, personasset ipsemet buc- cina nihii occultans .... Londini die X iunii ' (1422). 3- — TACITO. 275 Hersfeld (i). La prova perentoria è ora fornita dal ComìneìUaritim del Niccoli (sopra p. 4). I codici hersfeld esi, di cui ci tramandano il titolo Poggio e il Panormita, non sommano a un gran nu- mero, ma le indicazioni, specie del secondo, sono for- tunatamente precise. Ne diamo l'elenco: la prima deca di Livio e le orazioni di Cicerone, opere allora ben note; Ammiano, di cui un esemplare era stato nel 141 6 scoperto dallo stesso Poggio; Frontino Stratege7nato?iy opera nota, e De aquaeductibus del medesimo, allora ignota; Svetonio De grammaticis et rhetoribus^ ignoto; Tacito Germaniae. Vita Agricolae, più il Dialogus de ora- toribus, ignoti. Tra tutti questi autori Tacito richiamò in particolar modo l'attenzione di Poggio e ad esso in- fatti diede insistentemente la caccia, ma con risultato negativo; l'ultimo indizio delle pratiche l'abbiamo nel 26 febbraio 1429, quando Poggio annunzia al Niccoli che il monaco tedesco era tornato a Roma senza Ta- cito (2): poi più nulla. Due anni dopo fu fatto un nuovo tentativo, questa volta dal Niccoli. Approfittando egli, nei primi mesi del 1431, dell'occasione che due cardinali, il Cesarini e r Albergati, andavano con una missione pontificia, quegli in Germania, questi in Francia, affidò loro un elenco di autori da cercare, tra i quali gli hersfeldesi (sopra p. 2'^. E il Cesarini fu a Norimberga, città non (I) Voigt, Dì* WitdtrbtUlmng d, class. Aiterthums I* p. 242. (a) Poggii EpistoL I p. 268 ' Monachtti Henfeldentii venit abìique libro (Tacito) Romae XXVI februarii 1428 ' (= 1429). 2 76 fe. SABBADI^t. eccessivamente lontana da Fulda e da Hersfeld; ma le cure diplomatiche gli avranno impedito di occupar- si di codici. E cosi dovette pcissare ancora più d' uil ventennio, prima che dai volumi hersfeldesi fosse scos- sa la polvere secolare: e ciò accadde per opera di Enoch da Ascoli. Enoch, reduce da un viaggio in Oriente, ricevette dal papa Niccolò V, con un breve in data 30 aprile 1451 (i), l'incarico di recarsi nel settentrione di Eu- ropa a cercar codici. E nell' autunno infatti dell' anno medesimo si pose in cammino, prendendo la via con- sueta di Verona, dove arrivò alla fine di ottobre. Ivi lo accolse l'amico Gregorio Correr, che graziosamente e lepidamente cosi narra la sua visita in una lettera a Giovanni Aretino (Tortelli): Gregorius (2) Corrarius protonotarius Ioanni Arr etino subdiacono apostolico in domino s. Venit ad me hac iter agens Enoch Asculanus ciim sua barbala visendi salutandique gratia. Cumque consedissemus, percunctatus ut valerent summus minoresque nonnulli pontifices romanae curiae coloni: « Ut in- quam pars animae meae Ioannes Arretinus »? — « Mecenatem inquit ais doctorum omnium praesidium, qui plerique ut nosti pauperes ad curiam illam confugiunt. » — « Scio inquam multos doctos homines ea fortuna esse et illum huius rei non ignarum talibus libenter opitulari. Sed fare age ut valeat. » — « Valet; nam divites bene valere existimo, pauperes male ». — « Atqui teciim inquam sentio. Sed quo te agis » ? (i) Pubblicato dal Voigt, Wiederbeleluvg II'' 200 e in Arch.stor. ital. S. Ili, voi. XX, 180. (2) Cod. Vatic. 3908 f. 118 (autografo). 3. — TACITO. 277 — « In Daciam (i) inquit ■». Et simul raihi causarti uarravit quaeren- dorum librorum quam nosti. Tum multa de Graecia et de Constantino- poli (2), unde barbatus rediit.... Verone XXVUI octobris 1451. Appena due mesi dopo, nel dicembre, Enoch era in Danimarca (3), di dove, se crediamo al Filelfo (4), si sarebbe spinto fino nella Scandinavia. Nel ritorno percorse la Germania, fermandosi a Hersfeld, Fulda, Augsburg- e in altre città, che non sappiamo. Final- mente nella primavera del 1455 si restituì a Roma. Dalla Danimarca trasse una lettera di Sidonio A- pollinare (5) e le Elegiae in Maecenatem (6); dal mo- nastero di Hersfeld Svetonio De gramm. etrket.{'])y la Germania e V Agricola di Tacito e il Dialogus de ora- toribus (8); da Fulda T Apicius (v. sopra p. 6 c)\ dalla cattedrale di Augsburg Porfirione (9). Altre opere da (i) Daciam = Daniam (sopra p. 7): e cosi spesso nel medio evo, cfr. Hefele, Conciliengcsch, VP 58. (2) Ciò conferma la notizia del viaggio di Enoch in Oriente, cfr. R. Sabbadini, Scoperte dei codici 57. (3) G. Mancini, Vita di L. B. Alòerli, Firenze 1882, 329. (4) Fr. Philelfi Epist.., Venetiis 1502, f. 92. (5) G. MancÌDi ibid. (6) R. Sabbadini, Scoperte 142. (7) V. Rossi, V indole e gii studi di Gio. di Cosimo de' Medici^ Ro- ma 1893, 30 Su e t onio de viris illustrUrus^ del io dicembre 1457. ^8) Per la Germania e il Dialogus abbiamo la testimonianza del Fon- tano del marzo 1460: cfr. M. Lchncrdt, Enoch von Ascoli und die Ger* mania des 7'acitus, in Hermes XXXIIl, 1898, 499. (9) L'esemplare trovato in Augsburg fu ivi mostrato da Enoch al Mei- •terlin, cfr. P. Joachimsohn, Die humanist. Geschichtsschr. in Deutschland. St^ismund MeisterliHt Bonn 1895, 33. 278 R. SABBADINI. Enoch riportate, senza che si conosca il luogo del rin- venimento, sono V Orestis tragoedia (i) e \ Itinerarium Antonini. Ma molti più autori e' erano nelle città visitate da Enoch, specialmente a Fulda, dei quali egli non si curò per nulla. La cosa può parere, anzi è strana; e non vedo che una sola maniera di spiegarla. Il breve di Niccolò V diceva: Nolumus enim ut aliquis liber sur- ripiatur^ sed tantummodo ut fiat copia trans cribendi. Ma nel fatto Enoch portò seco gli originali e non le co- pie, almeno per i codici di Hersfeld e di Augsburg, probabilmente perchè sul luogo non trovava copisti. In tali circostanze è naturale pensare che i monasteri e i Capitoli gli consegnassero solo poche opere, quel- le forse di minor mole o che a giudizio dei preposti alle biblioteche avevano minor valore. Ritornando ai codici hersfeldesi, la concatenazione delle nostre notizie ci permette di stabilire definitiva- mente, dopo le molte questioni e i molti dubbi solle- vati, non sempre con prudenza, sul proposito, la con- tinuità dei fatti, congiungendo tra loro le scoperte del Capra, del monaco tedesco e di Enoch e riferendole tutte e tre a un'unica collezione di codici, che esisteva nel monastero di Hersfeld. Il codice di Hersfeld appena giunto a Roma fu ve- duto da Pier Candido Decembrio (*). Era il Decembrio al servizio della curia papale sin dal 1450; e morto (i) Sabbadini, Scoperte 142 «. 19. (*) Comparve la prima volta in Rivista di filologia XXIX, 1901, 162-4. 3- —TACITO. lyg Niccolò V, vi continuò l'ufficio per un altro po' di tem- po sotto il successore Calisto III(i). Del 1455 pertanto egli vide il nuovo codice e ne diede la seguente de- scrizione, che sta scritta di suo pugno nello zibaldone Ambrosiano R 88 sup. sec. XV. f. 112. — Comelii taciti liber reperitur Rome visus 1455 de Origine et situ Germanie. Incipit: " Germania omnis a Gallis retiisque et pano- niis Rheno et danubio fluminibus a Sarraatis dacisque mutuo metu aut montibus seperatur. cetera occeanus ambit ". Opus est foliorum XII in columnellis. Finit: *' Cetera iam fabulosa helusios et oxionas ora homi- num vultusque corpora atque artus ferarum gerere. quod ego ut incom- pertum in medium relinquam ". Utitur autem comelius hoc vocabulo " inscientia " non " Inscitia " (§ 16, dove però si legge inscitia). Est alius liber eiusdem de Vita lulii agricole soceri sui. in quo con- tinctur dcscriptio Britanie Insule nec non populorum mores et ritus. Incipit: " Clarorum virorum facta moresque posteris tradere antiquitus usitatum. ne nostris quidem temporibus quamquam incuriosa suonim etas ommisit ". Opus foliorum decem et quattuor in columnellis. Finit: " Nam niultos veluti inglorios et ignobiles oblivi© obruet. Agricola posteritati narratus et traditus superstes erit ". Cornelii taciti dialogus de oratoribus. Incipit: " Sepe ex me requiris iustc fabi cur cum priora sccula tot eminentiura oratorum ingeniis glo- riaque floruerint, nostra potissimum etas deserta et laude eloquentie or- bata vix nomen ipsmn oratoris retineat ". Opus foliorum XIIII in co- lumnellis. Post beo deficiunt sex folla, nam finit: " quam ingentibus vrrl)is prosf-quuntur. Cum ad vcros iudiccs ventum ". Deinde sequitur: " rem tr.^itiirc nihil abicctum nihil humile ". Post hcc sequuntur folla luo cum dimidio. et finit: *' Curo adrìsissent discessimus " (2). Suctonii tranquilli de grammnticìfi et rhetoribus liber. Incipit: " Gram- matica rome nec in usu quidem olim nedum in honore allo erat. rudii (1) M. Borsa, PUr Candido Deeemhri, Milano 1893, 93-105. <2) Aveva cominciato a scrivere surr- ' ■ MA. 280 R. SABBADINI. scilicet ac bellicosa etiam tura civitate necdum magnopere liberalibus di- sciplinis vacante ". Opus foliorum septem in columnellis. Finit perprius: " Et rursus in cognitione cedis mediolani apud lucium pisonem procon- sulem defendens reum. cura cohiberent lictores nimias laudantium voces ita excanduisset. ut deplorato Italie statu quasi iterum in formam Pro- vincie redigeretur. M. insuper brutum cuius statua in conspectu erat in- vocaret Regum ac libertatis auctorem ac vindicem ". Ultimo imperfecto columnello finit: " diu ac more concionantis redditis abstinuit cibo ". Videtur in ilio opere Suetouius innuere omnes fere rhetores et Gram- matice professores desperatis fortunis finivisse vitam. L'ordine con cui si seguivano nel codice le quattro opere era: le due tacitiane prima (la Germania e l'A- gricola), poi il Dialogo, finalmente Svetonio: 1' ordine stesso indicato e dal Panormita nella sua relazione del 1426 (VII) e dal Commentarium del Niccoli (sopra p. 4-5): e che tale esso fosse, ce ne forniscono la riprova le parole del Decembrio ultimo imperfecto columnello finita dalle quali apparisce che la scrittura si troncava non in fine di pagina, ma a mezzo; non dunque per la caduta di qualche foglio, ma per trascuratezza dell'a- manuense o per difetto dell'esemplare donde copiava. Quest'ultima comunicazione sul Decembrio io spedii da Milano in data 15 febbraio 1901 alla Rivista di filologia. In essa ribadivo la mia antica convinzione, che Enoch avesse portato a Roma non un apografo del codice germanico, ma proprio l'archetipo. E la mia convinzione doveva ben presto ricevere una solenne conferma, quale non avrei mai osato sperare. Appena un anno e mezzo più tardi, nel settembre 1902, veniva scoperto a Iesi nella biblioteca del conte G. Balleani 3- — TACITO. 281 un codice che conteneva otto carte originali 6.qW! Agri- cola, appartenute all'archetipo Hersfeldese. U Agricola fu di su quel codice pubblicato nel 1907 da C. Annibaldi {L'Agricola e la Germania di CORNELIO Tacito nel ms. latino n. 8 della biblioteca del conte G. B allearli in Iesi, Città di Castello, Lapi, MDCCCCVII), il quale nel 19 io diede alla luce l'edizione diplomati- ca anche della Germania {La Ger maglia di CORNELIO Tacito nel ms. latino n. 8 della bibliot. del conte G. Balleani di Iesi; edizione diplomatico - critica, Leipzig, Harrassowitz, MDCCCCX). Le due descrizioni dirette del codice hersfeldese, l'una del Decembrio, l'altra del monaco trasmessaci nel Commentarium del Niccoli (sopra pag. 4-5), non furono eseguite in condizioni pari, perchè quanto era inesperto di manoscritti il monaco, altrettanto esperto era il Decembrio: e si vede subito, osservando che questi all' incipit aggiunge Vexplicit e indica inoltre la divisione dei fogli in colonna (in columnellis). Ne ci so- no pervenute in condizioni pari, perchè la descrizione del Decembrio è autografa, mentre quella del mona- co ci fu trasmessa nella copia di Poggio o del Nic- coli e per giunta in una stampa malsicura. Ma un con- fronto dell'una e dell'altra può in ogni modo riuscire utile. Nei titoli delle opere vanno entrambe d' accordo: Dialogus de oratoribus; Suetomi Tranquilli de gram- R. SABBAUINI . maticis et rhetoribus; De vita lulii Agricolae; De origi- ne et situ Germaniae il Decembrio, De origine et situ Gertnanoruni il monaco, dove la leggera differenza sarà da ascrivere a un'abbreviazione dell'esemplare. L'accordo è completo anche nell' incipit delle sin- gole opere e nel numero dei fogli di tre di esse: fo- gli 12 per la Germania, 14 per X Agricola, 7 per Sve- tonio. Disaccordo apparisce invece nel Dialogus, al quale il monaco assegna 18 fogli, il Decembrio 17 (cioè XIIII -\- duo cum dimidio). Tal differenza sarà nata da distrazione del monaco; il Decembrio affida di più, per aver riferito sul numero dei fogli che pre- cedono e di quelli che seguono la lacuna. Ma il De- cembrio attribuisce il Dialogus a Tacito, il monaco non ha questo nome: ecco la differenza capitale fra le due descrizioni. E il nome di Tacito nelle informazioni del monaco mancava certamente, perchè il Panormita sin dal 1426 scriveva: ^^/<?^?^^ de oratore et est, ut e on- ie et amu s , Cor. Taciti (sopra p. 270). Qui la presunzione della veracità sta più dalla par- te del monaco, uomo ignaro, che dalla parte del De- cembrio, maturo umanista, il quale si lasciò sedurre da un' ipotesi, già espressa dal Panormita. E 1' ipotesi si rivela dal modo com'egli introduce le tre prime note: \) Cornelii Taciti liber... de origine....; 2) Est alius liber eiusdem de vita...; 3) Cornelii Taciti dialogus.... Nella 3* avrebbe dovuto continuare: Est eiusdem dialogus.... Pertanto bisognerà ritenere che il codice antico ta- ceva il nome dell'autore del Dialogus. TACITO. 283 Seguono ora alcuni documenti sugli altri autori sco- perti da Enoch (*). Antonius Panhormita ci. v. Ioanni Aurispae (i). Theodorum (2) tuum, quem mihi tantopere commendas, scito apud Alphonsnm regem magnifice collocatum .... Tu vero si me audis re- gem repete, qui te diligit et tibi meliuscule esse cupit . . ; cooptaberis mihi crede in amplissimas dignitates, si huc ad nos veneris . . . Veniens vero fac tecura deferas Apici um coquinarium et Caesaris Iter, ut refert Theodorus tuus, nunc iam meus, inven- tos Romamque perductos .... Quae de Caesaris Itinere scripsimus, ita accipe ut nisi ver- sibus compositum sit, lulii Iter non sit, sed Antonini; hic enim prosa o- ratione Iter edidit, Julius cannine (3); Antonini vero Iter (4) iampridem et nos habemus .... Teodoro Gaza dopo la morte di Niccolò V, avve- nuta nel marzo del 1455, ^^ ricoverò da Roma a Na- poli presso il re Alfonso, accompagnato da una com- mendatizia dell'Aurispa. Il suo arrivo a Napoli è re- cente: perriò l;i li-ft-T.. vj assegnata all'anno 1455. (♦) Comparve la prima volta in Museo di antichità class. ITI, i88q, 363.8. (,) Cav\ I I I I ■ 11' "'ii/w....- .li Venc- TVA IS53 (2) Teodoro (laza. 3) Gir. Suct. yul. 56. (4) Il titolo usuale è Itinerarium Antonini, 284 I^- SABBADINI. Aurispa s. d. Panhormitae darò eguestris ordinis viro et poetae suavi (i). Quod Theodorum (2) bene et feliciter apud Alphonsum regem collo- caris, officium tuum exercuisti, nam doctorum hominum est doctis bene- facere et favere. Praeterea, quod forte tibi non in nientem venit, neces- sarius iste vir maxime regi erit, si ad recuperandam Constantinopolim, ut aiunt, et Christi fidem resarciendam iturus est. Dissuitur enim atque utinam non laceretur. Nusquam linguarum interpretem, quo rex praeci- pue egebit, Theodoro aptiorem inveniet. Scribam et monebo hominem ut nibea signetur cruce et se ut principem sequatur paret; non enim in bello minus quam in pace utilis Graecus iste {3) parvus videbitur. Hor- taris me et quidem vehementer ut regem repetam; quod profecto si non electione hactenus fecerim, faciam nunc necessitate coactus. Nam eum in locum res deducta est, ut aut mendicandum mihi sit aut hinc migran- dum. Expensae quidem sunt ingentes, emolumenta nulla. Hic pontifex novus duo de quinquaginta secretarios creavit, quum sex esse consueve- rimus, quando plures fueramus; unum ferme aut duos exercet. Omnia sunt ita confusa ut quid fiat ab omnibus ignoretur. Menti est nihilomi- nus Romae totam hyemem manere et per ver ad vos venire, praesertim si quid nasceretur, quo, si cercior fieri non possera, spes saltem esset dignitate mea et modo vivendi pristino servato vivere aut aliquantulum minus laute. Scio equidem, quamvis adhuc mihi non accidit et totis vi- ribus ne accidat resistam, quantum calamitatis quantum dedecoris ege- stas in senem ferat, praecipue si iunior laute vixerit. Ego vir dare deum testem voco: regem istum ita amo ita observo et colo, ut pati cuncta velim ad eius animum aliqua parte explendum. Atque utinam aliquid facere queam quod maiestati regiae gratum sit; nam quod possum eius nomen virtutesque amplas suas in caelum fero. A p i t i u m pauperem coquinarium quem petis vidi et legi; (1) Cod. Vatic. 3372 f. 14. (2) Teodoro Gaza. (3) est cod. j. - TACITO. 285 dictiones habet aliquas quae tibi forte placebunt. Nam quantum ad co- quinandi artem pertinet, coquam habeo domi quae omne pulmentorum genus rectius condit et voluptuosius perficit, quam hic cum tota arte sua Apicius. In ilio certe coqua mea hunc auctorem superai, nam Illa den- tatis solum coquinat, haec mea callet etiam viris sine dentibus sapide molliter et condite coquinare. Caesaris Iter prosa oratione est, non versu. Porph irionem quendam in O r a t i u m hic idem, qui Apitium ad nos perduxit, attulit, qui mihi magis aestimandus vi- detur quam quicquam aliud ab ipso adlatum. Sed eum qui codices hos invenit et Romam perduxit ad vos mittam cum omnibus musis suis. Putat enim si hos libellos regi donaverit aliquid praemii ab isto principe se habiturum, ad quod ego maxime illum exhortatus sum. Vale. Romae idibus decembris [1455]. Aurispa viro excelienti et darò cquestris ordinis domino Antonio Panhormitae s. (i) Multo ardentius contentiones fugi et lites quam paupcrfafcm et mi- scriam; et omnia quieti postposueram, quam quum toto pectore adipisci studeam, malus quidam vir, qnem optimum credideram, perverse ac im- pudcnter me solicitat. Frater Romanus hominum quicunque vivunt men- dacissimus, qui (2) observatorem regulae beati Benedicti se profitebatur, quum sìt non sanctarum praevaricator regularum sed diabolicarum obser- vator, dìcit mihi solvisse pecunias Romae, quas nunquam dedit; et duo- bus aut uno falso teste in Sicilia, me non requisito nec sciente, in mea abscntia ad futuram rei memoriam reccptis, dicitur per illorum (3) unum nuliius aestimationis hominem quum mccum Romae loqueretur, qnem ego forte nunquam viderim, audisse a me quod ab ilio Romano pecunias ali- quas reccperim, quod nusquam nec unquam factum fuit. Fuit haec causa per papam, ut per copiam brevi» quam cxccllcntiac tuae hisce introclusam mitto intcllicrrr pritcns, nd <;c advocata, ut, quum Romae dicit pecunia^ (1) Cod. ,..;... ,,,. (2) qacm eod. '3) illarum tod. 286 R. SABBAUiNI. solvisse, hic ostendat. Quare te clarissime vir per illam antiquam nostrani comnìunem caritatem et benivolentiam perque quietem futuram senectutis meae oro, ne permittas ut per mendatia iste frater Romanus Testa litteras aliquas adversus causam meam isthine Neapoli a Consilio regis extrahat et reportet; quod ut audio saepe fit invito et ingrato rege. Sic deus fe- licem fortunam det Catherinae (i) isti aureae, quam utinam antequam moriar viro adiunctam videam aut audiam fortunato diviti pulchro nobili et ante alia morato. Non permittas in hoc mihi iniuriam fieri; quod tuo favore et auxilio velim, hoc est, ut iste frater Romanus Testa omnium hominum mendacissimus non reportet litteras a Consilio regio, me aut procuratore meo non vocato. Timeo equidem ne iste nebulo aures isto- rum mendaciis ut consuevit impleat. Nam si audierint rem uti est, re- pellent ad furcas talem hominem. Hisce diebus fuit hic Enochus (2). Quum eum rogarem ut eorum co- dicum quos e longinquis partibus attulit mihi copiam faceret, et praeci- pue Porphirionem super operibus Oratii petebam, respondit se velie omnia prius Alphonso regi tradere; cui opinioni ego hominem maxime sum exhortatus. Redeo ad rem meam. Cupio ut fiat arrestum, si quid iste monachus, anteaquam hae meae litterae prudenciae tuae afferantur, tacite impetras- set, ut quum veritas me aut procuratore meo vocato reperta fuerit, iusti- tia ministrari recte possit; et si quid impetrasset, ut simili pacto revo- cetur; me tibi et fortunas meas commendo. Misi per lacobum Sores, si nominis recte meminerim, divo Alphonso Firmicum Siculum de horoscopo {3) codicem pulchrum et preciosum. Est enim auctor probatissimus et eloquens. Misi et n a - turales auditus Aristotelis in graeco. Nunquam mihi re- sponsum fuit. Firmicum latinum auctorem et speciosum (4) dono dedi; Aristotelem postulavit rex accomodari maiestati suae, quem ego si ac- ceptabat etiam largiebar. Redde me certiorem an hi codices regi dati (i) La figlia del Panormita. (2) Enoch da Ascoli. (3) Cioè la Mathesis. (4) spaciosum cod. 3- — TACITO. 287 fuerint. Vale. Reverendus pater et dominus meus archiepiscopus, (i) ut scribit, de hac mea causa debet te per litteras suas informasse et do- minus Putius (2), qui est procurator meus in ea re, propediem Neapoli erit, qui enucleatius rem exponet. Vale item. Romae XXVIII augusti [1457]. Delle due lettere dell' Aurispa la prima risponde alla precedente del Panormita. Si conferma con ciò la data del 1455 P^r l'accenno al iiovus poiitifex, che è Calisto III, succeduto a Niccolò V l'otto aprile 1455. La seconda lettera dell' Aurispa per la menzione della lite col monaco Romano Testa è dell'anno 1457 (3^- Si scorge di qui che il Gaza verso la fine del 1455, avanti di lasciar Roma, aveva veduto i codici di E- noch e, pervenuto a Napoli, ne aveva dato rag-gnaglio al Panormita, il quale chiede XApicius e X Itinerarium Antonini, L' Aurispa gli risponde informandolo delle due opere, più di una terza: il commento di Porfirione a Orazio. Nell'agosto poi del 1457 Enoch fa nuovamente capolino a Roma con la sua merce libraria, che egli non voleva cedere alla spicciolata, bensì vendere com- plessivamente al re di Napoli. Ma sul cadere di quel- l'anno stesso morì in Ascoli, sua terra natale (4). 1) Simone Bologna. 2) Puccio Politi. (i) Cfr. G. A. Cesareo in A -/.y.- ^./ -^/^ i" maggio 180? 2-1: R Pirro, Sicilia sacra II 1308. (4) R. Sabbadini, Lt tcopcrtt da c^dtci laltnt t greci 142 m. 19. IV. CORNELIO CELSO. fc. SABBADWI, Tuti latini. iq. Sui codici della medicina di Corn. Celso (*) Ci mancano finora sistematiche ricerche sul materiale manoscritto della Medicina di Corn. Celso, le quali sole possono spianare la via a una nuova edizione critica del testo, vivamente desiderata; onde non sarà disca- ro che io qui, tanto per cominciare e per invogliare altri a far di più, comunichi il poco che ho raccolto e conchiùso intorno alla trasmissione e classificazione dei codici: avvertendo che adopero il testo di C. Darem- berg-, ' Lipsiae 1859 ', di cui cito i capitoli e le pagine. Lacune dei codici. Per evitar confusione e per semplificare il discorso reco anzitutto l'elenco delle lacune dei codici celsiani, denominandole dalla [)arolM con cui cominciano. (1) Comparve ia prima volta in .-^tuiii ii<ii. jiioL cLiss. Vili, 1900, i-3«. 292 R. SABBADINI. I. Lacuna frictio. Comprende il passo: ' frictio infe- riorum partium IV 12 (p. 136, 23)— adiciatur. Proce- dente ' IV 19 (p. 145, 21). II. Lacuna oportet. Comprende il passo: * oportet su- pra summum IV 20 (146, 24) — maligna purgatio est' IV 27, I (154, 6). ni. Lacuna ***. Tra le parole * subicienda sunt ' e * coeuntia ' IV 27, i (154, 6-7) è caduto un passo, che non si può più ricuperare, perchè mancava già nel- l'archetipo dei nostri codici; per il che di questa lacuna non tengo conto nella descrizione. Essa in alcuni co- dici fu avvertita; ma nelle edizioni fu solo sospettata la prima volta da Gio. Battista Egnazio (Cipelli) * Ve- netiis 1528 ', e determinata nel suo contenuto da Gio. Batt. Morgagni {Opera omelia V p. 59, lettera del 1721). IV. Lacuna coeuntia. Comprende il passo: * coeuntia. Id faciunt IV 27, i (154, 8) — opitulamur, conquie- scat * IV 29 (156, 20). V. Lacuna est etiam. Comprende il cap. IV 2 8 * est etiam circa — obdormiat ' (155, 11-23). VI. Lacuna demissos. Comprende il passo: * demissos eos IV 31 (158, 16) — singulorum p. 0-C iv ' V 24, 7 (180, 21). Vn. Lacuna etiamnum. Comprende il passo: * etiam- num integra est V 26, 23 (191, 16) — lanam succi- dam ' V 26, 22, (192, 34)- Vni. Lacuna ne succurrere. Comprende il passo: * ne succurrere quidem V 27, 11 (204, 12) — atque etiam quaedam ' V 28, 12 (213, 24). IX. Lacuna malagmate. Comprende il passo: * ma- I 4. — CORNKUO CELSO. 293 lagniate possimus Vili 9 (343, 35) — regulam obicit ' Vm IO, 7 (351, 29). X. Lacuna pedis. Comprende il passo: * pedis in ex- teriorem Vili 22 (361, 8) — postea pateat ' Vili 25 1^2, 30). Elenco dei codici. Prima descrivo i sedici che io stesso ho potuto esa- minare. L COD. Laurenziano 73. I (= L) membr. a due colonne sec. X. Comunemente è assegnato al sec. XII, ma non v'ha dubbio, a giudizio di E. Rostagno, che esso sia invece del X. Contiene in primo luogo Celso, indi altri autori di medicina, per i quali ri- mando al catalogo del Bandini (III 11 sgg.). Titolo: Carnelii Gelsi Artium liber VI item medicinae Prirnus, In una nota finale, stata raschiata, Lodovico Bian- coni {Lettere sopra A. Corn. Celso, Roma 1779, p. 212) lesse: Ex Bibliotheka S. Ambrosii Mediolaneusis, il Bandini più esattamente: Liber ecclesiae S. Ambro- sii Mediolanetisis. Il testo ha due sole lacune, la o- partet e la ne succurrere, ed è perciò il più completo dei nostri codici celsiani. Dal f. 136 in poi, in quella parte dell'opera che abbraccia i cajK 11-18 del lib. VIII, l'ordine è turbato nel modo che segue: quam in brachio (p. 353, 5) parte prolapsa est (354, 14) - naturaliter difficiliusque in pri(355, 30) mi maior in hoc quam in manu (353, 5) — uno momento fiant sin in utra (354, 13) cntus est interdum trahitur in- 294 ^' SAfiBADINI. terdum subsistit (357, 6) — ea parte in quam (358, 23) orem partem quam in posteriorem (355,30) — ab hoc excidit radius qui adiun (357, 6) os venit ab e a sinu a qua recessit (358, 2;^) sed sine intentione etc. sino alla fine. Qui è chiaro trattarsi della trasposi- zione di quattro fogli (8 pagine) nell'antigrafo, ognu- no dei quali comprendeva in media 45 linee del te- to del Daremberg. A capo di qualche libro ci sono brevi sommari e sui margini si trovano segnati i ti- toli, ma rari, dei paragrafi; in ciò il copista non pro- cede sistematicamente. Il codice fu ampiamente emendato o meglio alte- rato da Battista Pallavicini, che V aveva chiesto al cancelliere bolognese Alberto Parisio per collazio- narlo col proprio. C'è ancora nel foglio di guardia la sua lettera Alberto Parisio r. p. bononiensis can- cellario in data ' Regii kal. decembri s MCCCCLXV ' (pubblicata dal Bandini Cod, lai. Ili 20 e dal Mehus Vita A. Traversarti p. 44), con la quale glielo re- stituisce. Negli emendamenti il Pallavicini adoperò un suo vetustissimum exemplar, di cui trasportò le lezioni sul nostro codice e per mezzo del quale col- mò le due lacune oportet e ne succurrere, inserendo fogli cartacei tra le membrane al f. 63 e Siv (i). Ristabili inoltre con l'aiuto del suo exemplar per via di note marginali l'ordine turbato alla fine del lib. Vin. Nel corso del lib. Vili 9, al f. 133, egli scris- (i) Secondo la comune opinione questi due supplementi sono erro- neamente attribuiti alla mano del Niccoli. 4- — CORNELIO CBLSO. 295 se in margine: hinc usque ad finem huius libri (Vili) carrigi bene noft potuit defectu vetustissimi ac corru- ptissimi exemplarisy che ha riscontro con ciò che leg- giamo nella sua lettera al Parisio: ' Ultimus liber in meo codice pariter ut in tuo fragmentatus est '. Al f. 63, dove colmò la lacuna oportet, aggiunse: Prae- ter haec desunt adhuc in vetustissimo exemplari duo /olia. Tenendo conto di queste note e badando an- che come in certi luoghi manchino o siano scarsis- sime le sue correzioni e come proprio ivi egli abbia segnato dei puntini e delle crocette sui margini, noi veniamo alla conclusione che se il suo exemplar col- mò due lacune del nostro codice, ne aveva alla sua volta delle altre e precisamente cinque: \3.frictio, la coeuntia, la etiamnum, la malagmate e la pedis. Ve- dremo poi che \ exemplar del Pallavicini è tutt'uno col codice che io chiamo Senese (= S), ora perduto. B CoD. Laurenziano 73. 3 (= B) membr. sec. XV. Artium Aurelii Cornelii Gelsi liber VI. que ratio me- dicine potissima sit et quemadmodum sanos agere con- veniat liber primus incipit feliciter. A capo di ogni libro sono segnati sistematicamente i sommari coi titoli, non numerati, dei paragrafi, titoli che poi ven- gono ripetuti nel contesto dell'opera. Nel sommario del lib. IV, di fronte al titolo: Remedia que faucibus dedit prodesse stomacho vulnerato, il copista scrisse in margine: ab hoc capitulo usque ad illud * Duo mor- bi * deficit infra. Nel sommario del lib. V, di fronte al tìtolo: De membrana que supra cerebrum est, notò in margine: Et sic quotatio omnium sequentium capi- 396 R. SABBADINI. tularutn corrigenda est. Nel sommario del lib. Vili, di fronte ai titoli: De fractis ossibus involvendis. De humero, segnò in margine: hec duo capitula desunt; e di fronte ai titoli: De talo. De ossibus piante, in margine: hec duo capitula desunt. Ha cinque lacune, quattro avvertite e una no; quella non avvertita è la etiamnum. Le altre quattro avvertite sono: la fric- tio, con la nota dello stesso copista in margine: de- sunt in vetustissimo ex empiavi quatuor folia; la coeun- tia, con la nota dello stesso in margine: desunt in vetustissimo exemplari duo folia; la malagmate e la pedis. Per queste quattro furono lasciati gli spazi vuoti, colmati più tardi da altra mano. A CoD. Laurenziano 73. 2 (■= A) membr. sec. XV. Il titolo e le cinque lacune come in B, quattro delle quali colmate più tardi dalla stessa mano che le col- mò in B. In margine alla lacuna coeuntia è segnato: desunt in vetustissimo exemplari duo folia; e alla la- cuna malagmate è segnato: desunt. Qui i titoli dei paragrafi hanno la numerazione. C CoD. Laurenziano 73. 5 (=0 membr. sec. XV. Sottoscrizione: Antonius Marii Florentinus civis ab- sfilvit Florentiae Vili idus iulii MCCCCXXVII Va- leas qui legis foeliciter. Il titolo e la numerazione dei capitoli come in A. Anche qui le stesse cinque la- cune come in ^ e B: la etiamnum non avvertita e le altre quattro avvertite, per le quali furono lasciati gli spazi vuoti (i). Queste quattro lacune furono sup- (i) Per essere stato male informato credetti {Studi ital. filol. class. VII 134) che il Laurenz. 'jt^. 5 fosse originariamente completo alla fine. 4- — CORNELIO CELSO. 297 plite posteriormente da una mano diversa. Di fronte alla lacuna frictio c'era una nota marginale, che fu poi cancellata. D CoD. Laurenziano 73. 6 (= Z>; membr. sec. XV. Sottoscrizione: Aiitmiius Marii filius Florentlnus civis atque notar ius transcripsit Florentiae Vili idus maias MCCCCLIII. Valeas longeve qui legis. Poi: liber petri de Medicis Cos. fil. Il codice è una copia di B, di cui riproduce anche la nota singolare in margine al som - marie del lib. V: Et sic quotarlo (sic) omnium sequen- tium capltulorum corrigenda est. Va osservato che quando il codice fu scritto, il suo antigrafo era an- cora lacunoso. Le lacune furono colmate più tardi dalla stessa mano che le colmò in Cy l'altro codice scritto da Antonio di Mario; e siccome la mano che le colmò non è di Antonio, cosi bisognerà suppor- re che egli allora fosse già morto. In ogni modo resta con ciò assodato che fino alla metà del 1453 fu difficile a Firenze colmare le lacune di Celso. Questo codice di proprietà di Piero de' Medici è for- se quello stesso ch'egli fece comprare, intermediario il libraio Vespasiano, da Giannozzo Manetti, a Ro- '•^ ' '1 17 gennaio 1455 (Mehus op, alt. p. 372). OD. Laurenziano 73. 7 (= N) cart. sec. XV. L'intestazione come m A B ( / > I titoli dei para- grafi sono numerati. Nel foglio di guardia si legge: Hi e e et si II ber exaratus est manu Nicolai Niccoli: viri diligentis et eruditi Haccivs IUldinvs. Che la scrittura del resto sia del Niccoli mi risultò S9S R. SABBADINI. anche dal confronto con altri codici copiati di sua mano. Questo codice può trarre facilmente in errore, perchè a tutta prima parrebbe che V antigrafo del Niccoli avesse meno lacune che quello dì A B C D; e Terrore potrebbe nascere da ciò, che le lacune sono supplite di mano del Niccoli stesso e con in- chiostro quasi uguale. Ma chi ben guardi si accorge- rà che i passi corrispondenti alle lacune sono scritti con inchiostro un po' più sbiadito dell'altro, senza dire che il Niccoli segnò in margine la presenza di due lacune e per esse e per le altre lasciò spazi vuoti, ingannandosi anzi nel numero dei fogli bian- chi, in modo che mentre la prima metà del passo corrispondente alla lacuna malagmate è a suo posto, dal f. 173V al 175V, la seconda metà dovette riman- darla più indietro, nello spazio destinato alla lacuna coeuntia. Il codice del Niccoli pertanto aveva origi- nariamente quattro lacune avvertite, a cui lasciò i relativi spazi vuoti; cioè: la lacuna frictio con la no- ta marginale: desunt in vetustissimo exemplari IIIIo''' folia; la lacuna coeuntia con la nota: desunt in vetu- stissimo exemplari duo folia; la lacuna malagmate e la pedis. Tutte queste lacune furono poi colmate, come ho detto, dallo stesso Niccoli. La quinta lacu- na, la etiamnum, passò inavvertita al Niccoli, come ai copisti dei codici A B C D; ma se in questi essa rimase, il Niccoli invece più tardi la colmò di pro- prio pugno, incollando un nuovo foglio tra il 96 e il 98. 4. — CORNKUO CELSO. 299 Sui niarg-ini del codice operò una mano seconda, la quale al f. 96 v, dove cadeva la lacuna etiamnunty scrisse: /tic deficit quasi una carta; e al f. 175, dove cadeva la lacuna malagmate, notò: hic deficiunt VI columpne in ex empi ari. Quell'/^/za carta e quelle VI columpne si riferiscono a L, da cui la mano seconda trasportò molte lezioni sul nostro. COD. Vaticano lat. 2372 membr. sec. XV. Il ti- tolo come \x\ A B C D N. Sottoscrizione: A^mo do- mini M. ecce. LXVI. decimo nono vygiesima quarta ora novembris. lohannes nardi defuscis de itro (i) scrip- sit. Ha cinque lacune non colmate: \a.frictio, per cui lasciò vuote pag-. 6 V2» con la nota marginale: de- sunt in vetustissimo exemplari I III f olia; la coeuntia, per cui lasciò vuote p. 2 V^; la etiamnum, non avver- tita; la malagmate, per cui lasciò vuote p. Vg ~\~ Val la pedis, per cui lasciò vuote 6 righe. G CoD. Vaticano lat. 2371 (= 6^) cart. sec. XV. Artium Aureli Cor n eli Celsi lib. VI quae ratio medi- cinae potissima sit et quemadmodum sanos agere con- veniat. liber primus incipit feliciter. lege feliciter. Al- Tultimo si leggono due epitaffi in memoria di Eu- genio IV, il primo dei quali comincia; ' Kugenius iacet hic Quartus, cor nobile cuius ', il secondo: ' Eugenii hic Quarti Romani Antistitis ossa '. U te- sto è tutto di una mano, eccetto dal lib. VII 30, 2 sino alla fine, *t 'S3». 'S39i «7S6, 1762. 300 R. SABBADINI. Non ha nessuna lacuna, o meglio ha quella sola che è comune a tutti i nostri codici, la ***, per la quale il copista lasciò vuote pag. 2 72 con 1' osser- vazione in margine: desunt in vetustissimo exemplari duo folta. Al f. 133, di fronte al lib. Vili 9, si legge in margine di mano del primo copista: hinc usque ad finem huius libri corrigi bene no7i potuit defectu vetustissimi ac corruptissimi exemplaris, V identica nota che abbiamo veduta di mano del Pallavicini allo stesso punto del testo in L; e identica è anche la mano dello scrittore, poiché il carattere con cui è scritto G è eguale a quello degli emendamenti e supplementi trasportati su L. Del resto che G sia di mano del Pallavicini, abbiamo la riprova in un di- stico da lui segnato sul foglio di guardia. Il distico, già perduto sin dal 1775 per colpa del rilegatore, fu veduto da Leonardo Targa, l'editore di Celso (1), e dal Bianconi (p. 22,2), che lo riporta cosi: Dum puér atque omni virtuti deditus esses Scripsisti haec tenera, Pallavicine, manu {2). Il codice, corretto in Roma, come deduciamo dalla nota marginale al f. 54V (IV 16 p. 142, 16) ' Armo- racia Rome nascentia. vulgo Ramorazi ', fu copiato prima della morte di Eugenio IV (f 1447), perché i due epitaffi in morte di lui sono stati aggiunti po- (i) * Patavii 1769 ' praef. p. io: ' Vaticanus MMCCCLXXI. Scrip- tu» fuit a Palavicino, ut disticon quoddam ostendit eidem praefixum '. (2) Il Bianconi vide la prima volta il cod. col foglio di guardia, la seconda volta che lo vide, il foglio era stato strappato. 4- — CORNELIO CELSO. JOI steriormente alla copiatura, come mostra la diversità dell' inchiostro. CoD. Vaticano lat. 2375 cart. sec. XV. Non ha nessuna delle lacune comuni agli altri codici, ma una peculiare ad esso, f. 70, che va da ' quam optimum ad piperis ' IV 19 (145, 30) fino a *subicienda sunt ' IV 27, I (154, 6) e la quale fu avvertita da una mano recente, che scrisse in margine: Lacuna di va- rie pagine. CoD. Vaticano lat. 2374 cart. sec. XV. Al f. i, in alto, un'altra mano contemporanea scrisse: Genti- lis santesiù Alla lacuna *^*, l'unica che esso abbia, sono lasciate vuote quattro pagine con la nota in margine: desunt in vetustissimo ex empiati duo folia. Nel lib. Vin 10-12 si osserva un disordine del te- sto avvenuto per trasposizione di fogli e avvertito da una mano del sec. XVII. CoD. Ottoboniano 1553 membr. sec. XV. La sua prima segnatura era Vatic. 5951. Nel foglio di guar- dia: Codex iste scriptus circa ann. 1458 erat S*** Bar- bi, qui postea fuit Paulus secundus P, M. Venetus, Sottoscrizione: Aurelii Cornelii Gelsi liber octavus ex- pUcit foeliciter. VI novemòris Vincentie MGGGGLVIIL Ha la sola lacuna **♦, per la quale son lasciate in bianco p. 3 Ve con la nota marginale: desunt in ve- tustissimo exemplari duo /olia. Al lib. VI 6, 24 (234, 22) ha perduto quattro fogli, come avverti una ma- no recente: mancano quattro fogli, F CoD. Laurenziano 73. 4 (= /J membr. sec. XV. Al tit din Am-fìii CiìfUi-lii r^ìtì tJt» vtt'tlii ttfa Jihfi l'Ili ^01 R. SABBADINI. segue la tavola dei capitoli di tutta l'opera. Nessu- na lacuna. Nel contesto e sui margini lavorò larga- mente la mano di un correttore, che si deve iden- tificare con quella di Bartolomeo Ponzio, chiamando a confronto i numerosi autografi di lui esistenti a Firenze, p. es. il cod. Riccardiano 153 f. 114-117. V Cod. Vaticano lat. 5951 (= V) membr. sec. X (i). A. Cornell Gelsi artium libros (sic) VI item medicine primus. Nel margine inferiore del f. i si legge di mano recente: Emptus ex libris Iir^^ d,Lelii Ruini Episcopi Baine or egiensis an. 1623. Ha quattro lacune: la oportet, la est etiam, la demissos e la ne succurrere. Alla lacuna est etiam fu lasciato vuoto l'ultimo terzo del f. 65 e la prima metà del f. 65 v; il testo corrispondente a questa lacuna comprende 13 linee dell'edizione del Daremberg e certo occu- pava nell'antigrafo del nostro codice una colonna e- sterna, donde la probabile congettura che Tantigra- fo fosse scritto a doppia colonna: congettura rincal- zata dalla trasposizione dei 4 fogli che V ha comu- ne con L al lib. Vili 11-18. E poiché i fogli del- l'antigrafo contenevano ciascuno in media 45 linee dell'edizione, dividendo 45 per c ---4 otteniamo circa 12, il numero medio delle linee di ciascuna colonna. La lacuna demissos è dovuta alla perdita di un quader- no dopo il f. 66v. Il testo in fine resta tronco alle (i) Fu coUazionato da Th. Stangl (cfr. la Wochenschriftf. klass. Phi- lolog. I 1884 P' 1469), il quale giustamente osserva che con l'aiuto di esso * das Stemma der Codices ein gesicherteres werden wird '. 4- — CORNELIO CELSO. 303 parole ' enimpat. genu vero et in exteriorem et in ' Vili 20 (360, 27), alle quali seguono alcune linee bianche: segno questo che il rimanente era illeggi- bile nell'esemplare o per lo scoloramento dell* inchio- stro o per la caduta dell'ultimo foglio. Nel codice si hanno tracce di più mani, ma di tre specialmente, che io chiamo, m. 2, tn. 3, m. 4. — La ni. 2 appartiene al sec. XII-XIII e colmò lo spazio della lacuna est etiam con un altro testo di medici- na, che comincia: ' Quia igitur ciliacorum morbum descrissimus restad iam ut ad matricis naturam de- scribendam et medendam stilum vertamus. Matris tribus nominibus appellatur ' e finisce: ' moderato sanguine orificum '. La tn. s, del sec. XIV, fece alcune note che tra- scrivo: f. 14V-16 di fronte alla parte del lib. II che va dal principio sino alle parole * tenuiore vix evenit ' Il praef. — i (27, 3 31, 21) segnò: /wc minus habetur u- sque huc. f. 27 di fronte a * Cucurbitularum duo genera ' II II (55» 16) segnò: hoc minus est. f. 31 di fronte a ' cucurbita et cucummis et cap- paris ' II 18 (64, 30) segnò: hoc minus est, f. 66v di fronte a ' sic ut pedes capiat ' IV 31 (158, 16), dove comincia la lacuna dtfnissos, segnò: «- sque huc non habetur; qui probabilmente T annotatore voleva indicare la lacuna coeuntia. \. 77V al luogo dove comincia la lacuna /// sue- I ìirrer^ s«a''nò; hiìir Ita/>rtur vtniiis auam tfi nostro //a- 364 R. SAÈBADINl. òetur; perciò questa lacuna non c'era nel codice del- l'annotatore. f. 82 V di fronte al sommario del lib. VI scrisse: hoc habetur minus usque kuc. f. 103V di fronte al sommario e al proemio del lib. VII (262, 3 — 263, 25) scrisse: istud minus habetur usque huc. Queste note sono importanti, perchè mostrano che la m. 3 possedeva un altro codice di Celso, di cui se- gnava le differenze con V. Quel codice aveva il pas- so ne succurrere, ma mancava di altri, che sono: il proemio e i capitoli i, 11 e 18 del lib. II; il passo coeuntia; il sommario del lib. VI; il sommario e il proe- mio del lib. VII. La m. 4, del sec. XV, fece le seguenti note mar- ginali: f. 65 di contro alla lacuna oportet, scrisse: hic deest (sic) circa VI chartae, f. 65 di fronte al testo non celsiano aggiunto dalla m. 2^ scrisse: non est de testu Cornelii. f. 66v dove cade la lacuna demissos notò: hic de- sunt charte X vel circa, f. 77V alla lacuna ne succurrere notò: hic desunt charte VI, f. 152 dove sono le trasposizioni del lib. VTII 11- 18, scrisse: in alio exemplo sequitur hoc sed videntur om- nes partes signate transposite. L* aliud exemplum^ a cui si allude in questa nota, è Z, che ha le stesse traspo- sizioni di F, restituite al loro ordine primitivo dai ri- chiami marginali del Pallavicini nel 1465; donde rile- 4. — CORNELIO CKtSO. 3Ó5 viamo che dopo quest'anno il possessore di V lo con- frontò con L. COD. Ottoboniano 3326 membr. sec. XV. Senza intestazione. E una copia di V, di cui ha tutte le la- cune e la stessa nota marginale della m. 4; hic ^[e- sunt] cart\e X] ve! ci\xceì\\ Finisce alle parole ' autem homo super id scampnum aut pronus aut ' VITI 20 (360, 13) poco prima di V, del quale non seppe rile- vare i caratteri sbiaditi. CoD. Ambrosiano E 154 sup. Artium Aurelii Cor- nelii Gelsi liber sextus idem medicinae liber primus. Sot- toscrizione: Finii opus anno gratiae MCCCCLXXVII Venetiis idus novembris IH. È una misera copia di 5. contaminata con L. CoD. Ambrosiano I 128 sup., sec. XV miscellaneo Contiene nei f. 162-186 i libri I-II io faterique quantum in bac. Senza titolo. Aurelii Cornelii Gelsi liber primus finii. *\ Do ora un cenno dei codici che non ho potuto e- saminare. Cod. Parig-ino lat. 7028 membr. sec. X-XI, miscel- laneo. Contiene in primo luoffo estratti di Celso, a cui seguono altri scritti di medicina e chirurgia. Nel sec. XIV-XV era nella biblioteca di S. Ilario di Poitiers, come indica una nota di mano del sec. XV al f. 185V: Df Sancio Hilario malori Pictavensi; entrò nella biblio- teca di Parigi nel sec. XVI sotto Carlo IX (1560-1574), di cui porta le arme sulla rilegatura (da comunicazio- ne di II. Omont). Fu adoperato da 1. A. van derLin- K. Sauìidini, Ttsti laHmà, io. 306 R. SABBADINt den per la sua edizione di CeLso * Lugduni Batav. 1657 '» ^®1 cui proemio è cosi ricordato: ' Mss. seu àTuÓYpa'fov codicis Parisi ensis, descriptum anno MCXXIV. Communicavit v. ci. d. loh. Hoornbeeck . . . '. Laonde giustamente scriveva il Daremberg nella sua edizione (p. XXXIX): * Nescio cur saepius cum cod. 7028 con- sentiat Lindenius; an putandum ei praesto fuisse hunc ipsum codicem vel potìus alìum illi simillimum ? ' Lo vide nel 1760 il Bianconi (p. 229-230), ma di sfuggita; ciò che fu cagione che lo assegnasse al sec. XV. Cod. Estense (di Modena) L 340 membr, sec. XV. L' intestazione come va A B C D G N. Senza lacune (da comunicazione di M. Caputo). Cod. Urbinate (Vatic.) lat. 1357 rnembr. sec. XV. Titolo come A B CD G N. Ha cinque lacune: la etiam- num non avvertita, le altre quattro coi relativi spazi vuoti; alla frictio corrisponde in margine la nota: de- sunt in vetustissimo ex empiavi IlIIor folia; alla coeuntia la nota: desunt in vetustissimo exemplari duo folia; alla tnalagmate la nota: desunt due charte; alla pedis la nota: deficit residuum (da comunicazione di G. Mercati). Cod. Vatic. lat. 4424 sec. XV. Titolo come ABC D G N, Termina a * profuit. Sed si se ' IV 11 p. 134, 1 1 (da comunicazione di G. Mercati). Probabilmente è copia di G. Fu veduto dal Bianconi (p. 234). Cod. Urbinate lat. 249 membr. sec. XV. Cornelii Gelsi medicinae liber incipit. Senza lacune, ma la pedis colmata da mano diversa (cosi anche le altre ?). Alla lacuna *** otto linee bianche e la nota marginale: 4- — CORNEUO CELSO. 307 Nihil deficit, sed in omni exemplari sic reperturn est (da comunicazione di G. Mercati). Cod. della bibliot.^ Comunale di Perugia 239 cart. sec. XV. Termina a ' edam signum ' Vili 22 (361, 9; cfr. G. Mazzc'itinti Inventari dei mss. delle bibliot. d'Italia V p. 104). Cod. Bodleiano 724 (Laud. E 55) sec. XIV. Contiene la sola parte chirurgica, lib. VII- Vili (Daremberg p. XI*). Cod. Parigino lat. 6864 ' olim Mentellianus ' membr. sec. XV, misceilaneo. Contiene gli otto libri di Celso e due iìltri libri medici. Cod. della Palatina di Mannheim, appartenuto al cardinale Giuliano della Rovere, poi Giulio II (Bian- coni p. 236). Cod. lat. di Monaco 69 membr. sec. XV, con la sottoscrizione: Liber Poggii secret arii apostolici explicit (Targa p. 560). Ha molte lacune (Bianconi p. 236-237), che devono essere le stesse (X\ A B C D N. Cod. Vindobon. CLXXX (Endlicher) membr. sec. XV. Cod. Capitolare di Toledo fi. Carini Gli arch. e le bibl. di Spagna I 491). Cod. Nazionale di Napoli V A lobis membr. del sec. XV. Proviene dalla biblioteca di Monteoliveto. Cod. lat. di Monaco 5328 sec. XV-XVI. Si aggiungano: il cod. Padovano e il Salisburghese, adoperati da Giov. Rhode (Montfaucon BibL bibL I p. 489; Fabricius Biblioth. lat. 1721, II i p. 452); il cod. Gudiano ( non esiste a Wolfenbiittel ) e il cod. dell' Aja (Fabricius p. 449; 451); il cod. di Venddme {Calai, gèn. des mss. de France. Dèpartemeftts III 474); 3o8 R. SABBADÌNI. il cod. Forlivese, membr. del 1451, (ora perduto) e il cod. Marc. lat. VII. 8 cart., adoperati dal Morgagni {Opera omn. V p. 58-59; 60; 89); il codice di Giovanni Vincenzo Pinelli, di Carlo Moroni, di Carlo Spon, di Lazaro Bonamico, di Giuseppe Scaligero (Fabricius p. 451; 452); e i sei codici collazionati dal Dioneau sull'edizione * Lugduni 1566 ' (Bianconi p. 238). Storia dei codici. La memoria di Celso si era quasi estinta nel medio evo, il quale del sec. X ci tramandò due soli codici, L e V, e uno ,del sec. X-XI, il Parigino degli excerpta. Verso questo tempo, alla fine del secolo X, troviamo citato Celso in una lettera di Gerberto, se pure la ci- tazione è diretta, come si ha ragione di dubitare per la sua inesattezza (i); e fino a tutto il sec. XIII tacque il nome di Celso, non comparendo esso p. es. nell'en- ciclopedia di Vincenzo Bellovacense (2). Un certo ri- (i) Ecco la citazione di Gerberto (recata da M. Manitius in Rheini- sches Museunt XLVII, 1892, Erg. heft p. 152): * quem morbum tu corrupte postuma, nostri apostema, Celsus Cornelius a Graecis fiJtatixóv dicit appellari '; cfr. Cels. IV 15 (140, 32). (2) Giovanni Saresberiense (sec. XII) non conobbe di Celso né la Medicina né tanto meno, come crede il Bianconi (p. loi), il De re mi- litarif perché la menzione di questa seconda opera deriva a Giovanni da Vegezio I 8. Cfr. Joannis Saresberiensis Policrat. reo. C. I. Webb, Oxonii 1909, II p. 57 /. 5. Dal canto suo il Webb confronta il Sares- beriense I p. 69 * si vero, ut verbo eorum (phisicorum) utar, causas ignorant, quomodo curant ? ' con Celso I prooem. (p. 3, 16); e I p. 177 * quasi clavum figit in oculo illius ' con Celso VII 7, 12. Ma la prima corrispondenza é troppo generica, la seconda é erronea. 4- — CORNELIO CELSO. 3O9 sveglio si nota nel sec. XIV, al quale appartengono due codici: il Bodleiano e quello menzionato sui mar- gini di V dalla rn. 2; ma l'autore non ebbe diffusione, come si comprende dall'essere rimasto ignoto al Pe- trarca; sicché la gloria di averlo risuscitato e rimesso in circolazione spetta intera al sec. XV. Nel sec. XV vennero in luce tre esemplari antichi di Celso, S L V, giacche non si può tener conto del Parigino 7028, che fu scoperto nel sec. XVI. Dei tre, V ha una fortuna meno nota, non sapendosi in che anno precisamente né per opera di chi sia stato ritro- vato. Da esso fu tratto, eh' io sappia, nel sec. XV un solo apografo, l'Ottoboniano 3326, e sui suoi margini scrisse alcune note nel secolo stesso, dopo il 1465, la mano di un lettore o del proprietario. Si può conget- turare che sia stato rinvenuto a Bologna e ivi con- frontato con L nel tempo che questo era in possesso del bolognese Alberto Parisio; e la congettura nasce quasi spontanea da ciò, che nel sec. XVII vi ricom- parisce presso la famiglia bolognese dei Ruini. Infatti la nota appostavi sul f. 1 attesta che la biblioteca Va- ticana lo comprò nel 1623 dagli eredi di LeUo Ruini, v«;scovo di Bagnorea, morto nel 1622 (Ughelli I p. 518). La data del 1623 solleva qualche dubbio, poiché, co- me già osservò il Bianconi (p. 210), pare che sin dal 1607 Girolamo Rossi abbia adoperato il nostro codice (cfr. Morgagni V p. 65), citandolo come vetus codex l "aticanus: e dall'altra parte nell' inventario dei codici Vaticani al n. 5951 si legge \'<x noiix: dierat cum Steph, pModius praefecturam iniit. tiiinc ìiabftur, la f]ualr ri- 310 R. SABBADINI. tarda V entrata del codice nella Vaticana di circa un secolo e mezzo, essendo stato Stefano Evodìo Asse- mani assunto all'ufficio di bibliotecario nel 17Ó8. L'e- nimma si spiega con due supposizioni: o che il (podice veduto dal Rossi fosse diverso, o che il nostro codice abbia cambiato collocamento, poiché, come ho già detto nella descrizione (pag. 301), al posto del Vatic. 5951 c'era anteriormente l'attuale Ottobon. 1553. Degli altri due venuti alla luce nel sec. XV, 5 L, conosciamo molto meglio la storia, ma ci rimane oc- culto il nome dello scopritore di S, che fu il primo a venir trovato, non avendo base l'affermazione di Ve- spasiano da Bisticci [ViU di uomini illustri, Firenze 1859, p. 421), secondo cui Poggio durante il concilio di Costanza trovò ' Cornelio Celso de medicina opora degnissima '. Molto probabilmente fu scoperto a Siena, di dove il proprietario lo fece venire in sul principio del 1426 a Bologna. Ivi se ne impadroni subito il Pa- normita, che ce ne lasciò una descrizione, per quei tempi, abbastanza esatta e lo mandò a Guarino a Ve- rona, il quale nell'ottobre dello stesso anno (1426) ne pubblicò la prima edizione (i). Il Panormita alla metà del 1427 lasciata Bologna, intraprese un viaggio per Roma, fermandosi alcuni mesi a Firenze. Egli portava con sé il codice di Celso e in quell'occasione appunto gli umanisti fiorentini se ne trassero copia. Risalgono a questo tempo quattro^ codici Laurenziani A B C N, dei quali iV trascritto da (i) Vedi sopra p. 265; 268-70; 271; 272. 4. — CORNEUO CELSO. 3II Niccoli e C da, Antonio di Mario in data 8 luglio 1427. Che il Panormita portasse seco Celso, non vi può es- ser dubbio, sol che poniamo mente a un passo di una sua lettera al Lamola da Firenze del 20 settembre 1427: * Habet tibi gratias magnas hic eruditorum homi- num grex prò Cornelio Celso tua diligentia t u a q u e sorte denuo comperto, habiturus etiam ingentes cum et tua opera Cornelius hic noster mutilatus, ut no- sti, curabitur complebiturque ' (i); dove le pa.role Car- neliiis hic noster affermano che il codice era nelle mani del Panormita, e la parola mutilatus conferma che esso sia tutt'uno con 5, il quale era difatto mutilo. La let- tera inoltre testifica un'altra importante notizia, ed è che il Lamola aveva trovato un nuovo codice di Celso a Milano. Il nuovo codice scoperto dal Lamola verso la metà del 1427 è identico a L, vuoi perchè nella notizia che ne dà il Lamola a Guarino dice che in esso oltre Cel- so erano * alia antiquissima in medicina opera ' (2), vuoi perchè Tommaso Parentucelli nella sua lettera del 1428 parla espressamente * de Cornelio Celso in- vento in basilica Ambrosiana ' '>V due testimonianze <i) Baroui-Sabbarlini, Studi mi Panormita e sul Valla p. 35. (i) Cod. Arundcl 70 1. IJ9V Scito itcm ipHum Comclium Cclsum in- tegram miraquc niaiestntc praeditum hic torte nostra e o m p e r- t a m et una alia aDtiqui»KÌn)a in medicina opera.... E\ Mediolano pri« die kal. iuniat (1428). (3) In A. Travernarii ..^. .. -... , , ..:ii Mediolani fuimut ilr ' licito Celio invento in ha»Uica Ambrosiana tnvettigavi..M Ex Bononia ' Htnii (1428]. 312 R. SABBADim. che hanno perfetto riscontro con ciò che abbiamo detto (p. 293) nella descrizione di L. Il codice passò in potere di Cambio Zambeccari (i), da cui lo ebbe anzitutto in prestito l'arcivescovo di Milano Bartolomeo Capra, al- lora governatore di Genova sin dal 28 febbraio 1428 (2); ma già nel corso del 1429 era tornato allo Zambec- cari in Milano (3); sicché lo potè ivi vedere il Niccoli negli anni 1430 e 1431 quando viaggiò la Venezia e la Lombardia per fuggir la pestilenza fiorentina; e certo in quell'occasione egli supplì le cinque lacune del suo apografo N tratto da 5, adoperando inchiostro quasi uguale al primo, tanto che p. es. il passo corrispon- dente alla lacuna finale pedis sembra scritto contem- poraneamente alla copiatura originaria. A questi sup- plementi allude il Traversari con * quod Cornelii Celsi fragmenta scripseris pari laude prosequemur ' nella lettera al Niccoli deir8 lugUo 1431 (4). (i) n Lamola nella citata lettera: ' horum omnium (operum) dominus ac possessor factiis est Cambius '. (2) Il Parentucelli nella lettera ricordata: ' inveni (Celsum) esse apud archiepiscopum Mediolanensem, qui tum lanuae erat '. Per la nomina a governatore di Genova cfr. Muratori R.I.S. XVII e. 1300. (3) Ciò si ctabilisce con la Epistol. Gali. Ili 23 (Venetiis 1553 f. 60) del Panormita, la quale va collocata al più tardi nella prima metà del 1429, perchè vi si allude alla rivoluzione bolognese, durata dall'agosto del 1428 all'agosto del 1429. Ma lo scoppio di essa era ancora recente: proximi tumultus. (4) A. Traversarli Epistolae Vili 2: Florentiae Vili iulii [1431]. Sul- la visita a Verona, a cui qui si accenna, vedi la lettera di Poggio {Epist.lV 17) al Niccoli: Laetor venisse te Veronam... Romae die VI ianuarii 1431. Cfr. sopra p. 3. 4. — CORNEJJO CELSO. 313 In tal modo venne per opera del Niccoli compilato il primo esemplare di quella redazione che io chiamo contaminata, come risultante dalle lezioni di due co- dici, S per il testo fondamentale e L per i supplemen- ti delle lacune. Il secondo esemplare contaminato si deve a Battista Pallavicini, che lo compilò, non pos- siam dire ne dove ne quando, ma certamente poco dopo il Niccoli, su un apografo di 5 e su L. Questo Pallavicini (i), nato a Cremona (2) nel pri- mo decennio del secolo XV, studiò sotto Vittorino da Feltre e abbracciò hi carriera ecclesiastica, ottenendo un arcidiaconato nel Piemonte, dove visse dal 1429 al 1435; indi, sino almeno dal 1441 (3), un posto di se- U/ Scria.->cio ili lui !.. Biaucuiii o/>. cil. p. 225-226; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani II p. 242-258; C. de' Rosmini, /- dea deWottitno precettore p. 3 17-3 19. (2) Non parmigiano, come lo vuole l'Affò, ma cremonese fu il Palla- vicini, com'egli stesso attesta in questa sottoscrizione del cod. Torinese DLVIII: l'iavii losephi historiographi Antiq. XX et ultimus explicit tiber fauste feliciterque etc. per me Johann. Baptistam ex Marchionibus Pa- lavicinis genere patriaqae Cremonensem, sed tum agentibus fatis extor- rem et in /-ariano moram trahfntem. apud illuslrem avuncitlum suum d. Ioannem Caleaiium Marchionem Saiutiarum dignissimum. non ex pre- mio neve ulto optato commodo sed sui sola grata con tempia tiene per scrip- tum anno a nativitate domini nostri Ihesu Chris ti MCCCCXXXV /e- bruarii luce suprema, (i'asinus Cod. mss. hibl. Taurin. II p. 126). Una quasi identica tottoscrizioue reca il De bello iudaico di Giuseppe Flavio, finito di copiare dal Pallavicini nel cod. Parig. lat. 5060 il 7 aprile del mr<lc«imo anno 1435 (cfr. L. DcliHle Le cabinet des mss. II 414)- ^3) In ano lettera di Gabriele da Concoreggio ' ex Brixia 17 iulii 1 al Pallavicini (jursti k preaupponto prcngo In curia pontificia (A. Z.uu;lli, GnhrttU J,t (oticoi c'pìo, e*trattf> i\.\\VArch. stor. I.omK, lR<)<). p. 30). 314 ^' SABBADINI. j^retario presso la curia di Eugenio IV, e da ultimo il vescovato di Reggio nell'Emilia, che resse dal 19 ot- tobre 1444 fino alla sua morte avvenuta il 12 maggio 1466. Si dilettò di compor versi (i), nei quali riuscì mediocre, e di raccogliere, copiare ed emendar codi- ci, nel che rese qualche buon servigio alle lettere. Mes- sosi insieme egli dunque un esemplare contaminato di Celso, quello che esiste oggi nel cod Vatic. 2371, vi venne poi a suo agio segnando note, varianti e con- getture, tanto da formarsene una redazione per suo u- so definitiva. Nel 1465 poi senti il bisogno dì riesa- minare L e lo chiese in prestito (2) ad Alberto Pari- sio; emendato che ebbe con esso il Senese (S), allora diventato, non si sa per che via, dì sua proprietà (3), per ricambiare al Parisio il beneficio, trasportò le le- zioni di vS e alcune proprie congetture su L, con V in- tendimento e la persuasione dì migliorarlo (4), e il (i) Ai versi citati dall'Affò si aggiungano due distici scritti per la morte di sua nipote Lucrezia, moglie di Girol. Guarino, nel cod. Vatic. 5133 f. 117V: Respondit (all'epitaffio composto da Girolamo) ^. Episco- pus Reginus prò Lucretia nepte sua oUm ptentissima Hieronimo coniugi afflictissitno. Versi suoi si leggono nel cod. di Torino lat. B 237 (già H in 6); nel cod. Ambros. V 323 sup. £. 42V; nel cod. Vatic. Barber. lat. 42 f. 284-88; nel cod. Ferrar. 175 NA 6 f. l'j; nel cod. Universit. di Bologna 2618 f. 85; in jyùa^va. Biblioth. Spenceriana, 'London 1823, 97. (2) Nella lettera sul foglio di guardia (sopra p. 294) di /. è scritto: * quem (librum) a tua praestantia superioribus diebus exegi '. (3) Lettera citata: * in meo codice '. (4) lòid., parlando di L: ' etsi priscam plurimamque in figuris littera- rum antiquitatem redoleat, mendis tamen oppletus erat et mancus. Sen- ties, quod verum est, quum illum in raauibus acceperis, et dices maius libi a me repensum beneficium quam tu mihi erogaveris '. 4- — CORNEUO CELSO. 315 primo dicembre dello stesso anno (1465) glielo restituì. Della sorte toccata a S dopo morto il Pallavicini non conosciamo nulla: esso è per noi perduto, sembra, irreparabilmente. Meglio siamo informati sulle ulteriori vicende di L. Fino al 1447 stava ancora a Milano, ma non più in potere dello Zambeccari, sibbene del me- dico Filippo Pellizzone, professore dipoi nello Studio di Bologna (i); alla costui morte (2) passò nelle mani del cancelliere bolognese Alberto Parisio e dalle sue in quelle di Stefano milanese, pure medico a Bologna, che nel 1490 lo mandò a Firenze al Poliziano; final- mente trovò una stabile e onorata dimora nella Lau- renziana (3). Ma ancora innanzi al 1490 L aveva fatto una ])ri- ma comparsa a Firenze, avendolo ivi consultato Bar- tolomeo Ponzio (della Fonte) per curare 1' fc/llio prin- ceps di Celso, uscita nel 1478. In uno infatti dei codi- ci Riccardiani, autografi del Ponzio, il 153 f. 89, leg- \\) Scrive traile. hileUc» l'.pist. Vcnctiis 1502 f. 43) al medico Fi- lippo Pellizzone; Memini cum nuper, vivo divino ilio principe nostro Philippe Maria (morto nel 1447)» esses Mediolani vidìsse apud te vetu- gtihsimum quendam codicem, qui mcdicoruni pluriutn scripta coniplccte- rctur, ut Cornciii Celsi et utriusquc Sorani et Apuleii et Democriti et qiiarundam ctiam mulierum Ex Mediolano pridie nona» ianuarias MCCTCXXXXVim. <2) Il Pellizzone mori «ul finire del 1450. Neil' inventario de' «noi libri, redatto il 5 gennaio f 45 1, troviamo: Liber Cornelii < Vocabularìum Guarini, Francincì Barbari de re uxoria, Liber de n.nsei vntione hanitatÌH magintri Mayni .\frf)iolnt)rn<iis (Maino Miuncri nictlico viK(onteo); dr. (ì. Biscaro it> W. XL, 191J, 219-220. ( j) M^hu^ ,'V - ' ; : : : 31 6 R. SABBADINI. giamo: * Post Celsum hec erant posita in vetusto co- dice. Ex libro primo g"eneciae nihil sumptum. Ex II ', con tre estratti tolti appunto da /., il quale dopo il testo di Celso contiene, dal f. 155, il Liber geneciae. Il vetustus codex va pertanto identificato con Z ed è uno dei vetusta exemplaria e Gallia conquisita procura- tigli da Francesco Sassetti, sui quali il Fonzio condus- se V editio princeps, com'egli stesso attesta nella dedi- ca: * Nam cum eius (Gelsi) libri pluribus essent in lo- cis temporum iniuria mutilati atque inversi (1), vetu- stis exemplaribus tua (Saxetti) opera e Gallia conqui- sitis in unum omnia saepius conferens in antiquum fer- me statum redegi '. Un altro dei vetusta exemplaria portati dal Sassetti verrebbe naturale di scorgerlo in 5; ma mi par poco probabile e in ogni caso non si può dimostrare. Cre- do invece che sia da pensare a /^ (Laurenziano 73,4), un codice contaminato formatosi nell'Italia settentrio- nale, forse per opera del Lamola, di su 5 e L, indi- pendentemente dai codici contaminati del Niccoli e del Pallavicini. In F ho già avvertito (p. 302) che s'incon- trano numerose correzioni e lezioni di mano del Fonzio {=/); ora aggiungo che quelle lezioni derivano da Z, come risulterà da alcune poche prove che qui reco. II 31 (72, 15) nuclei pinei F; et quae tertio libro (i) Con libri mutilati avrà voluto intendere i codici laurenziani A B C Dy che al suo tempo erano ancora lacunosi, e con libri inversi il cod. del Niccoli (N), in cui le lacune erano bensì colmate, ma alcune di es- se collocate fuori di posto. Probabilmente della presenza di L approfit- tarono i Fiorentini per riempire le lacune àx A B C D. 4- — CORNELIO CELSO. 317 hydropi enumerantur titulo decimoquinto add. marg, f. — Questa giunta è propria di Z (F), manca in 5. VI 6, I (225, 14-15) nam si simul et lacrima et tumor et crassa pituita coeperint, si ea pituita lacrimae mixta est et ea lacrima calida est F, vetus exemplum aliter * et crassa pituita lacrimae mixta est si ea la- crima calida est ' marg. f. — Il vetus exenipliim è ap- punto Ly che omette le parole * coeperint si ea pituita '. VI 6, I (225, 18-19) longum id sed sine periculo futurum est Z, om. S F, add. marg. f. VI 7, I (240, 2) ei rosa Z, et rosae F, * ei rosa' habet vetus exemplum marg. f. VI 7, I (240, 16) miscentur passi cyathi tres F^ quiathi ' et sic semper scribit marg. /.E infatti in tutto questo passo L scrive * quiathi ', * quiatho ', sex quiathos ', * quiati ' etc. E c'è ancora di più, vale a dire che le lezioni mar- ginedi di F discendono da Z, dopo le correzioni fatte- vi dal Pallavicini (= /); di che ecco un j^aio di prove. VI 6, 31 (236, 18) potest prodesse militare id quod habet 5. potest simulare id quod habet Z., potest si- militer prodesse id quod habet /, potest prodesse mi- litare id quod habet /% potest simulare (sim- in ras.) in quod habet /, ' similiter prodesse ' habent iuniora exempla add. marg. f. VI 1 1 (248, 35) pirum mitium 5 L, puruni vinum p, pirum mitium F, sunt qui legant ' puruni vinum ' marg. f. Ora siccome le correzioni del Pallavicini su L sono della fine del 1465, cosi ne consegue che solo dopo 3l8 R. SABBADINI. quest'anno il codice giunse a Firenze. Il Fonzio, nato nel 1445, contava nel 1465 vent' anni e difficilmente ammetteremo che già pensasse a un'edizione di Celso; talché considerando che nel 1469- 1 471 era tuttavia scolare a Ferrara (i), collocheremo verso il 1475 i suoi studi celsiani e l'arrivo a P^irenze dei codici gallici. Francesco Sassetti (1429-1491), negoziante fiorenti- no, che passò molti anni in Francia come agente della casa Medici, col praticare intimamente gli umanisti di Firenze, in specie il Ficino e il Fonzio, si innamorò anch'egli degli studi e cominciò a raccogliere in Plan- cia alcuni codici, che costituirono il primo nucleo della sua biblioteca, divenuta poi tra le più cospicue del tempo (2). Nei suoi viaggi egli certo ebbe spesso oc- casione di fermarsi nell'Italia settentrionale e ivi potè trovare quei codici di Celso che il Fonzio lo avrà in- caricato di cercare sia per acquistarli, come /% sia per (i) Sulla sua dimora a Ferrara vedi C. Marchesi, Bartolomeo della Fontey Catania 1900, 24-31. Ivi, 142-46, si parla àeW edit. princ. di Celso. (2) Lettere edite e inedite di Filippo Sassetti race, da E. Marcucci, Firenze 1855, p. xxxvii: * Se bene non fu (Francesco Sassetti) uomo di lettere, si dilettò con tutto ciò di tener pratica di persone letterate. Per il che tenne amicizia e pratica con Marsilio Ficino, Bartolomeo Fonzio et altri litterati di quelli tempi; et aveva condotto in casa sua una libreria de' più stimati libri latini e volgari che in quelli tempi an- dassino in volta e la maggior parte scritti in penna '. Una buona par- te de' suoi codici latini sono ora nella Laurenziana; di essi il 38. 23 e il 45. 14 provengono siciiramente dalla Francia; ma la stessa provenien- za si può assegnare con molta probabilità ad altri, quali il 12. 21, il 23. 13, il 30. IO, il 37. 6, il 47. 4, il 68. 24. 4. — CORNELIO CELSO. 3I9 Ottenerli in prestito, come L; e poiché venivano dalla Gallia cisalpina, il Ponzio senza scrupoli nella dedica dellV^/Vz'^ princeps li disse exemplaria e Gallia conquisi- ta, tanto più che sui margini di F e' è qualche nota che ricorda parole galliche, ossia italiane del setten- trione, p. es. f. 80 (III 7, 2 p. 89, 24) * Cremor, suc- cus vel lac omnium rerum, ut vulgo Galli cremma vo- cant '; f. 8iv (III 80 p. 92, 3) * Pittacia /é'^r^', sic hodie Galli '. Senonchè la parola Gallia, così innocente, intesa dal Poliziano e da Pier Matteo Uberti, avversari del Fon- zio, nel significato di Francia, fu cagione che egli ve- nisse accusato di falsità. Esiste nella biblioteca Nazio- nale di Firenze un esemplare della editio princeps di Celso (Incunab. Magliab. C. 2. 9) dall'Uberti collazio- nata per conto del Poliziano con Z, alla fine della quale T Uberti appose una nota in data ' Florentiae die quarta februarii MCCCCLXXXX *, donde traggo il seguente passo: * quem (codicem vetustum) Bononia miserat ad illum (Politianum) Stephanus Mediolanensis excellens medicus. Erat autem is ipse liber quem Fon- tius olim habuerat: cuius exemplo imprimenda haec exemplaria curavit, quamvis falso dicat in epistola e- xemplaria quaedam e Gallia Saxetti opera habuisse '. Qui raccusa di falso Sfalso dicat) è formulata netta- mente; ma è ingiusta, come facilmente si vede alla luce dei fatti. Ed è inoltre erronea l'altra affermazione deirUberti, che il Ponzio abbia condotto la sua edi- zione sul solo Laurenziano (L); come è erronea la di- fesa che del Ponzio intrapresero taluni (p. es. Mehus 3 io R. SABBADlNi'. op. cit. p. 45), asserendo che egli non adoperasse il codice Laurenziano. La verità l'abbiamo ristabilita noi ed è questa: che il Ponzio intende parlare della Gal- lia cisalpina e che il suo testo non si basa sul codi- ce Laurenziano, ma su un esemplare contaminato, cor- retto con l'aiuto del Laurenziano. E con ciò si viene anche a dire che la sua edizione non ha nessun va- lore diplomatico, perchè possediamo le due fonti da lui adoperate; essa ha solo qualche valore per un cer- to numero di buoni emendamenti congetturali. Classificazione dei codici. I codici sui quali si dovrà fondare la nuova edizio- ne critica di Celso, sono quattro: 5 L F e il Parigino. 5 perduto viene autorevolmente sostituito da A, che ne discende direttamente, di mano del Niccoli, il più coscenzioso dei copisti. Tutti gli altri codici del sec. XV o discendono, qual più qual meno direttamente, da S, o sono contaminati di S e di L. Ma come si conterrà il futuro editore ? Piglierà il buono eclettica- mente dove lo trova o darà la preferenza a una ca- tegoria di codici sull'altra ? Alla domanda si può ri- spondere solo con la classificazione dei codici, che io non intendo di stabilire qui definitivamente, mancan- domi larghe collazioni, ma solamente di iniziare. Escludendo il Parigino, il quale per non contenere che excerpta non può dar molto aiuto (i), mi sembra (i) Ampie notizie su di esso ha comunicato Camillo Vitelli in Studi ital. filol, class. Vili, 1900, 450-76. 4- — CORNELIO CELSO. 3Ìt che L e V siano figli del medesimo padre, a giudica- re dal consenso delle lezioni e soprattutto dallo stato esteriore di essi. Intanto hanno entrambi in comune le stesse lacune: la oportet e la ne succurrere; le altre pro- prie di F, cioè la est etiam e la demissos, hanno origi- ne in esso per la caduta di un quaderno e per lo sco- loramento dell'inchiostro di una colonna dell'antigrafo. Inoltre hanno comune la trasposizione di quattro fogli nel lib. Vili; e se alla fine L è integro e V mutilo, ciò è dovuto all'essersi nell'archetipo perduta una car- ta o scolorito r inchiostro quando ne fu copiato F, il quale per questo è di origine un poco posteriore a L. Meno agevole riesce portare un giudizio sicuro su 5, che non esiste più. Però richiamo anzitutto l'atten- zione su questo passo della descrizione del Panormita (sopra p. 269): 'Integrum est, praeter ultimam chartam, item tris circiter medium, quas Helencam, omni notabili infamia notatam mulierem, abscidisse autumo, ut forte pensis coluique advolveret ', dove le parole ultimam chartam e tris circiter medium significano due lacune, la pedis e la frictio. La lacuna pedis era riconoscibile a prima giunta, perchè troncava il testo alla fine del co- dice; ma come fece il Panormita a determinare ivi la caduta di una sola carta, se non poteva conoscere l'estensione deiroi)era, mancandogli il confronto di un altro esemplare ? Bisognava dunque che la lacuna fos- se riconoscibile e determinabile esteriormente, cioè che si scorgesse lo strappo dell'ultima carta, tanto più che egli lo addebita alla donna Klonca. Uguale ragiona- mento ripetiamo per le tris chartas circiter mtdium; e K. lABBADINl, Ttsti talémù fi. 3*2 R. SABBADINI. ne deduciamo che in 5 erano, almeno in due luoghi, caduti dei fogli e che restavano dei segni, dai quali tali cadute si potevano riconoscere. Poniamo mente in secondo luogo alle lacune e alle corrispondenti note marginali degli apografi di 5. Le lacune da quelli segnate sono quattro, la frictio, la coeuntia, la malagmate e la pedis: due di più che non quelle osservate dal Panormita, il quale in un primo rapido esame del codice non le potè avvertir tutte. Le note marginali che con pieno consenso negli apo- grafi corrispondono alle lacune sono due: in corrispon- denza alla lacuna frictio viene notato: desunt in vetu- stissimo exemplari quatuor folla; in corrispondenza alla lacuna coeuntia viene notato: desunt In vetustissimo e- xemplari duo folla. Anche qui scorgiamo maggiore e- sattezza di calcolo che nel Panormita, poiché nella la- cuna frictio, dove si poteva riconoscere la mancanza di quattro fogli, egli non la riconobbe che di tre. Per la lacuna malagmate troviamo una nota marginale con- creta nel solo codice Urbinate 1357: desunt due charte; qui forse non si poteva calcolare il numero dei fogli caduti, ma qualche indizio esteriore ci doveva pur es- sere, altrimenti la lacuna non sarebbe stata avvertita, come da nessuno dei copisti fu avvertita la etlamnum, eccetto che dal Niccoli quando confrontò il suo codice N con L. Cosi le lacune come le corrispondenti note marginali concordando in tutti gli apografi, bisogna ammettere che esse siano state segnate e scritte sullo stesso esemplare 5; e io non sono alieno dal credere 4. — CORNELIO CELSO. 32^ che vadano attribuite a Guarino, il primo che copiò e pubblicò Celso. Le cinque lacune pertanto di 5 traggono origine da esso stesso in seguito alla caduta di alcuni suoi fogli e non sono da imputare all'antigrafo: e di ciò abbia- mo la riconferma nella testimonianza del Pallavicini, il quale chiama corruptissimuni exemplar il cod. S, non già per la corruttela delle lezioni, che sono anzi da lui preferite a quelle di L, ma per la perdita dei fogli. Simile destino del resto toccò a F, che deve la lacu- na demissos alla caduta di un proprio quaderno e non air imperfezione dell'antigrafo. ^Stando cosi le cose, non è arrischiato conchiudere che originariamente 5 fosse completo. Considerando poi che tanto 5 quanto L V recano in comune la lacuna ***, dobbiamo inferirne che di- scendessero dal medesimo archetipo quando questo aveva già perduto un foglio. Di ciò possiamo esser certi; e certi parimente che l'archetipo era scritto a due colonne e che da esso derivò prima 5, indi L V: an- dare più in là sarebbe avventurarsi nel regno della fantasia. Quanto ai rapporti tra wS" dall'una parte e L V dall'altra, li stabihrà chi sottoporrà a rigoroso esa- me le lezioni delle due famìglie (i); a me sembra di poter per ora affermare solo questo, che 5 con la dì- visione sistematica della materia in capitoli, coi som- mari al princìpio dei singoli libri e coi titoli interca- (i) I rapporti delle due famiglie tODO itati mintitninente analissatì da 314 R- SABBADim. lati nel testo si differenzia nettamente da L V ed ha tutto l'aspetto di una vera e propria edizione. La sua indipendenza si manifesta sin dal titolo generale del- l'opera, il quale in L V suona: A. Cornell Gelsi artium liber VI..,, in 5 invece (secondo che si raccoglie dagli apografi): Artium Aurelii Cornelii Gelsi liber VI...\ dove A urelii sarà nato o da erronea soluzione della sigla A. o da disattenta lettura di Auli (i). *** Dovrei soggiungere ora alcuni saggi di testo; ma li tralascio, perchè ho letto nelle Mitteilungen della casa B. G. Teubner di Lipsia (19 13, Nr. 2, 25) che è in corso di stampa la desiderata nuova edizione critica a cura di F. Marx. (1) Primo il Bianconi {op. cit. 117, 207) dimostrò falso il nome Au- relius. PLAUTO Il codice Orsiniano di Plauto, (*) li medio evo conobbe una collezione plautina di ot- to sole commedie: Amph., Asin.y Aul., Capt.., Cure, Cas., < :st., Epid. Di queste il codice Orsiniano (ora Vatic. lat. 3870) contiene le prime quattro, più dodici nuove, dalle Bacch. al Truc. Le prime notizie della scoperta del cod. Orsiniano, detto cosi perchè entrò in possesso del cardinale Gior- dano Orsini, si trovano nell'epistolario di Poggio (i). Il 26 febbraio 1429 Poggio annunzia al Niccoli la s( operta; il Niccoli attese sino all' aprile a sentirne di meglio e sospettò che Poggio l'avesse canzonato; Pog- mparve la prìma volta nell' opuscolo: Guarino Vironeiff // di Cebo e Plauto^ Livorno, 1886, 43-59. (1) F. Ramorìno, Contributi alia stòria biografica t critica di A. Btc- cadtHi, it-2i, Palermo 18H3 (estratto i\:ì\V Àrek. stor. Sic$L)\ E. Kooig, KitriUtiitl Giordano Orsini, Freiburg in Br. l»»()6, 87 «gg. 328 R. SABBADINI. g-io gli rispose dicendosi offeso di un simile sospetto (i). Il 23 luglio riscrive che per il novembre s' aspettava dalla Germania Niccolò da Treveri col Plauto (2). AIU fine di dicembre gli annunzia 1' arrivo di Niccolò. In questa e in un'altra lettera, del 3 settembre 1430, gli riferiva essere state vane tutte le pratiche fatte presso r Orsini per ottenere il codice. Quel Niccolò da Treveri, tutt' uno con Niccolò da Cusa (sopra p. 2^;^), era sin dal 1426 al servizio del- l'Orsini, che in quell'anno fu mandato ambasciatore in Germania, donde riportò altri codici (3). Ulteriori informazioni attingiamo all' epistolario del Traversari. Scrive il Traversari al Niccoli in data 18 novembre 1430, che s'era rivolto per lettera all'Orsini chiedendogli il codice, ma che non ne ebbe nemme- no risposta: comincia a credere una favola 1' affare di Plauto (4). Nel marzo 1431 gli annunzia che rinnovò le premure presso il cardinale: ma anche questa volta (i) Lettera di Poggio in A. Traversarii £pzs(. XXV 43: Nescio si ita me levem adhuc vidisti in scribendo, ut coniecturare possis me lu- dendi tui gratia ad te de Plauto scripsisse... Romae die VI maii 1429. (2) Ib. XXV 44. (3) P. e. il Tertulliano, ora Magliabech. Conv. soppr. VI io, copiato in Germania nel 1426. Per Curzio e Gelilo, vedi sotto p. 331 (4) A. Travers. Epist. Vili 35 Scripsi hortatu tuo cardinali Ursino orans ut Plauti comoedias, quas apud se haberi compereram, mitteret ad me; sed profeci nihil, nam ne rescripsit quidem. Ita spes omnis mihi sublata videtur vererique coepi ne fabula fuerit quod tibi renuntiatum est de Plauto... Florentiae XVIII novembris [1430]. 5- — PLAUTO. 349 senza effetto (i). Finalmente ecco la buona novella: nel giug-no del 1431 il codice di Plauto è giunto a Firen- ze (2): lo portò Lorenzo de' Medici di ritorno da Ro- ma, dove era andato con l'ambasciata fiorentina a sa- lutare il nuovo pontefice Eugenio IV; ne ci volle meno della sua finissima arte per strappare (eripuit) dalle mani dell'indegno possessore il prezioso tesoro (3). Qualche tempo dopo, nel 1432, quando il Niccoli tor- nato a Firenze ebbe copiato il codice, lo prega di restituirlo all'Orsini, che glielo aveva ridomandato (4). Ed eccoci a una terza fonte, 1' epistolario di Guari- no. Il punto di partenza delle pratiche di Guarino per ottenere il codice Orsiniano ci è dato da una lettera di Poggio, il quale cosi scrive al Niccoli (5): (i) Ib. Vin 36 De Plauti comoediis.... scripsi cardinali Ursino, sed l-rofeci nihil. Siamo del marzo 1431, perchè annunzia l'assunzione al papato di Eugenio IV. (2) Ib. Vin 37 Laurentius (de Medicis) noster humanissimus nuperri- mc Roma redicns attutii secum Plautinum illud volumen vetustissimum, quod ipsc quidem necdum vidi.... Magna arte et solertia.... ex Ursino cardinali ipse Laurentius sumpsit... Florentiae XXIII iunii [1431]. (3> Ib. Vili 2 Aliis litteris mcìs de Plautino codice vetustissimo.... scripsi ad te planius nihilque nccessc est eadem rcpetere, cum Laurentii fcccrit summa diligcntia quod ante illum nemo. Eripuit enim ex iniustis- hi mi posnessorìs indignis manibus res pretiosas nihil ad cum pertinente s arte mirabili. Plautum necdum vidi.... Florentiae Vili iulii (1431!. (4) Ib. Vili 41 Cardinalis Ursinus Plautum suum.... recipere cupit. Non video qaam ob causam Plautum tili restitucre non debcan quero oiim trantcrìpsisti. Oro ut amicissimo homini gcratui mos [circa la me* tà del 1432I. Per la data clr. F. P. Luiso, Hìordurimento dell' epis tv imo .il I. /'raversari, Firenfc 1899, II i 'S' *'"14^:" /•>»>/. '"" TonrIIi, IV 17- 330 R. SABBADINl. Plautum hactenus non potui habere; nunc si possem nollem polli- ceorque libi me numqiiam amplius petiturum a cardinali ncque lecturum illum istis tribus annis, si ultro concederetur. Transcribitur modo dono- que mittetur duci Mediolani, qui eum per litteras postulavit. Marchio item Ferrariensis petiit... Romae die VI ianuarii 1430 {-^ 143 O- Sicché al principio del 1431 il cardinale si era ap- pigliato al partito di farne trarre una copia per il Vi- sconti; ma intanto, come abbiamo veduto, arrivò a Ro- ma Lorenzo de' Medici e si portò a Firenze l'archetipo. Risulta inoltre dalla lettera di Poggio che anche il marchese di Ferrara aveva chiesto all'Orsini il codice. Qui si allude evidentemente alla lettera scritta da Gua- rino all'Orsini a nome di Leonello d'Este (i), la quale cade perciò senza dubbio nell' anno 1430. Lo prega Guarino di concedere ai letterati copia del suo Plauto, il che gli acquisterà un gran merito e nel nome di Plauto sarà eternato anche il suo: Fac, humanissime domine quaeso, ut cum ab auctore comoediae Plautinae dicantur, ab instauratore cognominentur Ursinae. Ma già qualche mese prima, cioè nel maggio, Gua- rino aveva tentato di farne trarre una copia per mez- zo del giureconsulto Zilioli, che era andato a Roma con un incarico del marchese di Ferrara. Reco di que- sta lettera il passo che fa al caso nostro. (i) Fez, Thesaurus^ VI, 3, pag. 164 e in molti manoscritti. 5- — PLAUTO. 331 Guari N US ci. viro et doctiss. iurisconsulto d. Ziliolo (i). .... Tuam moram (Romae) nonnihil diuturniorem graviusciile ferre inciperem, nisi honor tuus et dignitas tuam consolaretur absentiam et meum de te desiderium deliniret. Nam curri undique perferatur ad nos quam laete, quatti honorifice, quam libenter omnibus tuus excipiatur adventus et tam magnis quam mediocribus summo in honore sis, non possum non gra- tular! et summo gaudio affici. Accedit et nova quaedam gandendi cau- sa; nam cum tuae rei publicae legatione fungaris, et rei litterariae lega- tioneni suscipias opus est. Fama enim est apud dominum Ursinum vere prioris saeculi virum prò summa eius sapientia et humanitate singulari auctores quosdam in lucem editos esse et qui diem suum obisse putabantur in vitam revo- catos esse. Qua ex re mens praesaga quoddam facit augurium, quod vix audeo dicere. Oro igitur tuam vigilantiam, compater dulcissime, ut nunc luum eriga.s ingenium, nunc vires expromas, ut eorum copiam habeamus; prò qua quidem re nulli parcas impensae: omnem ego tibi restituam pe- ir iam. Sed hunc in modum agendum censeo. Principio ut transcribi 1 1< i.Ls decem (2) comoedias Plauti, quae repertae nupcr sunt, ultra eas quas habebamus antea. Ad reperiendum autem librarium, qualiscunque habcri poterit, tibi auxilif) erit vir ornatissimus Poggius, harum rerum strcnuus indagator. Reliqui sunt libri quos antea inemcndatos habeba- mtts. Idcirco siquero ad exemplar repertum emendare licerct, minus es- h€t laboris: de Q. Curtio et A. Gellio dico, quos tnmcatos habeo et * laccros cnidclitcr ora ' (Verg. Aen. 6, 4gjO- -^'^ ^^^ etiam duos ad nostra studia redigendo» alia quacrctur vi 1. Cum niagnarn ex ihta legatione laudcm et patiiac fructum rcportatu- nu hìh, non minus Icrvcn» esse dcbcbis in bisce codicibus postliminio rerocandis, quibus universum ordincm litterarium iuvare poterìs. LucuUo non parva pracdicatio accessit quod ad Italos ex Ccrasuntc Ponti urbe poma rlctutit, quac cerasa vocata, ex ipso quoque Luculliana sunt ap- I ) Cod. Estense 57 f. . . y.....,.^ ^. ...._ ,1. ... 33' R. SABBADINI. pellata et in dies auctoris nomen illustrant. Quid tibi debebimus ! qua laude tollemus ad sidera ! quotiens Ziliolum legemus in Plauto ! Unum memineris oro, ut si transcribi feceris, ad exemplar corrigaatur. Vale; viro magno et excelsi animi d. Dominico de Capranica singulari quodam verborum ordine me totum ex animo commenda. Phirimam salu- tem die a me d. Poggio et d. Cincio, viris doctis et ornatissimis. Com- missum denuo me facito reverendissimis patribus et dominis de Ursinis et de S. Cruce. Vale iterum, dulcissime compater et spes mea fidissima. Ex Ferraria XIII maii [1430]. Esìste poi anche la supplica di Lodovico Ferrari, un nipote di Guarino, dalla quale trascrivo alcuni periodi. Ludovicus Estensis Ferrarius ad Cardmalem Ursinum or atto (i) Omnes homines, reverendissime pater et domine, qui per humanitatis studia versantur et litterarum fructu velut immortalium deorum nectare et ambrosia, sicut poetae dicerent, pascuntur, non stomachari et gravi- ter non angi animo non possunt, cum ad Plautinos (2) versus lectitan- dos comoediasque exesas depascendas animos (3) appulerint; in quibus etenim (4) legendis cum verborum tanta exornatio, latinae linguae pro- prietas observetur (5), sententiarum harmonia et antiquitatis lepos accu- mulatus percipiatur, operis lucubrati, quampluribus vigiliis elaborati, ar- te summa contexti iacturam maximi damnant, ingenti molestia atque a- nimi acerbltate afficiuntur. Ceterum, pater insignis et admirande domine, hoc tempore omnibus es solatio solusque tunctos esse bono animo iubes, ut cum hactenus apud alios Plautus comicus scriptorum negligentia vi- (1) Titolo erroneo; non è orazione, ma lettera. Cod. Vindobon. 3330 f. 166. (2) plantonnis cod. (3) exosas animas depascendas cod. (4) etiam cod. (5) observata cocU 5. — PLAUTO. 333 tara cura morte coromutarit, apud te perinde ac diligentiae parentem ac studiorum fautorem raortem cum vita permutarit. Ex tenebris enim iam- dudum involutus apud te omnis beneficentiae refugium emicat, cuius ope et opera noster restinguatur (i) arder et haustu Plautino sedetur arida sitis: quod te factiirum profecto compertum habeatiir.... Quantum iuvenili aetate florentibus lectio (2) Plautina sit conducibi- lis, in primis animadvertamus; tum vero iocunditatem, postremo officium cum laude considerabimus. Nam cum diversa studiorum genera sint, quorum sententiis ac auctoritate scriptorum in hoc vitae curriculo opti- me iuventus sibi moderari possint, apprime huius auctoris comoedias ipsis conducere posse arbitror, cum non solum doctrinae praeceptis at- quc institutis bene vivendi normam consequi poterunt, verum etiam ad suos mores rite componendos multorum hominum ritus velutì ante ocu- los speculum contemplabuntur; ex quibus imaginibus piane percipient ' quid deceat, quid non, quo virtus, quo ferat error ' C3) Hor. ad Pis. 308). Hunc in modum Spartanos suos instruxisse liberos rerum (4) veteres tradidere scriptores; post enim verborum documenta, servos temulentos, mente alienatos et eos, quorum per ebrietatem ncque pes ncque mena ncque manus suum satis officium faceret, pueris proponebaut (5) ut ab eis, sicut e speculo, dedecore similiquc vitio quam maxime abborrcrent. Quanta praeterea est illis studiosis hominibus voluptas, cum suppedite- tur unde animos legende demulceant, quippe a gravioribus studiis et cura se remittentes ad lepidissimos diversi generis hominum sermone» velut ad diversoriam sane confugient, quorum primus noster omnium Plautus confcrtissimus est. Cui diversorio vel litterarum potius gymnasio suppeditare (6) otium cum usuvencrit, mirificos voluptatis flores sane 'lecerpent, cum nonnallos homines vario colloquionim genere contenden- tes aspicient, facetiamm snavitas aurìbus applaudet et quomplurima eli- restringa! eod, (3) lectio florentibus cod. (3) quid VirtaS qui') ""'i niiidnnf ilnrit niiM ffr.iflir prror eoJ, (4) verum cod. (5) preponebant <oJ. (6) luppeditate cod. 334 *• SAtìBADiKr. cientur ( i ) elogia. Quibus in rebus sic tibi omnes gratas gratias habebunt, ut non minus te in Plauto quaro Plautum in te cum tui recordatione lecturi sint Valeat tua paternitas. Ex Ferraria kal. iulii [1430]. Ma le pratiche dell'anno 1430 rimasero infruttuose anche per Guarino; a buon porto approdarono invece quelle del 1431 e 1432. A questo proposito reco un passo di una lettera del Panormita, indirizzata a Fran- cesco (Barbavara): Solco dicere quod et verum est: me expectare Plautum illum vetu- state venerabilem atque emendatissimum, quem iamdudum accepimus pervenisse in manus apostoli Ursini et nunc esse apud Nicholaum Ni- cholum, deinde ad Guarinum perventurum, postea ad me Guarini bene- ficio... (2). [Pavia estate del 1432]. Di qui si scorge che il codice, che sin dalla seconda metà del 1431 stava a Firenze, sarebbe stato trasmes- so a Guarino a Ferrara. Non ci è dubbio dunque che Guarino 1' ebbe nel 1432. Ma l'archetipo o un apografo? Proprio l'arche- tipo. Ecco come Guarino ne dà l'annunzio al suo pa- rente ed amico Giovanni da Spilimbergo, allora pro- fessore a Cividale. (i) eligentur cod. (2) Pubblicata per intero da R. Sabbadini, Ottanta lettere inedite del Fanormita, Catania 19 io, 135. PLAUTO. 33g Guarinus Verone^isis loaiini Spilimbergensi s. (i) Habeo quod tibi nuntiatura pergratum futurum puto prò tuo in mu- sas amore. Nuper allatae mihi sunt uonnullae Plauti comoediae in co- dice pervetusto, quarum nomina tibi mitto. Ad earum esemplar quasdam emendo; reli«iuas autem quarum copiam nuUam habebamus, exscribi fa- cio. Tu contra siquid habes quod invicem niinties in re litteraria quasi ad antidoron, fac me participem. Vale et Bartholomaeam uxorem mode- stissimam salverò a me iube; Tadeamque (2) tibi caram facio. Ex Ferraria XI kal. octobres [1432]. Eruditissimo viro magistro IOANNI DE SPILIMBERGO affini meo dilectissimo CIVIDATI. L'avviso della venuta del codice era stato dato a Guarino da Leonello, al quale egli manda una lettera piena di entusiastici ringraziamenti, facendogli merito di aver nientemeno che ridonato Plauto alla vita (3). . Tuae itaque magniGcentiae immensas gratias habeo et proinde tuac illustri personae totum me trado et sic trado, ut me prò tuo uta- ri& arbitratu. Maiorcs tibi grates in dics dicent studiosi homines et cun- ctu-s littcratorum ordo. Nam omnes intelliguut Plautum facetissimum poetam virumque doctissimum quasi quoddam venerabile vetustatis ex- emplar tua opera et interventu ex tencbris ad lucem, ex antris ad gym- nasia, ex morte ad vitam revocatum esse.... Ferrariae XV kal. sextiles [1432]. (t) Cod. Goarneriano di S. Daniele del Friuli 140 i (2) Moglie di Guarino; camque cod. (3) Pk/., Tktsnurus. VI, 3. pag. 162 e in molti manoicritti. 336 R. SABBADlNi. Guarino pertanto, che possedeva già una copia delle otto commedie, note prima della scoperta dell' esem- plare Orsiniano, si fece trascrivere da esso sole le do- dici nuove e corresse sul suo apografo le altre quattro, perchè il codice Orsiniano, come ho avvertito, ne con- teneva sedici. Al testo delle otto commedie Guarino aveva prece- dentemente rivolta la propria attenzione. Nelle lettere agli amici alludeva volentieri a Plauto. Cosi scriveva al Capra arcivescovo di Milano (i): Hic ipse Franciscus (Brenzonianus) dulcissimus amoris tui legatus cura longos tecum habitos ab se et secum abs te sermones recensuisset, ita me tuae praesentem dignitati fecit, ut vere Plautinus ille factus sim Euclio: nam, ut ille inquit, * egomet sum hic, animus tecum est ' {AuL 178)... [Verona 1427]. E a Galasio Avogaro (2): Quas ad res si quid obscuritatis impediat, commendo ut lucem inqui- ras, ad quam tibi praestandam si tibi censebor idoneus, curam operam- que meam tibi libens impertiam, an recte et prò desiderio tuo tu ipse iudicabis, modo ne sim Plautinus ille Sosias, qui obscuram tibi lucem suppeditem dum Volcanum in cornu conclusum geram (Am/>A. 341) [Ferrara 1431 circa]. Ricordava poi spesso il Plautino incordies della Cist. 109, dove le edizioni moderne leggono tnihi cordi es. (i) Cod. Riccard. 779 f. 131. (2) Cod. Vindob. 3330 f. 172. 5. — PLAUTO. 337 E mandava ai corrispondenti copia delle commedie: p. e. a Tommaso Fano (i). Vereor nanque ne propterea ingratus appaream, quia gratias non re- fero. Quod autem magnas tibi bene habeam, testis erit optimus Plautus iste, quem tibi hospitem ac domesticum facio et in aere tuo, modo ne parva repudies animi ingentis ac tibi deditissimi munuscula. Ipsus ede- pol, si hominem rogare coeperis, quam maxima in te mens siet, certio- rem reddet [Ferrara 1431 circa]. Inoltre attendeva ad emendarne il testo, come si rileva da tre lettere indirizzate a Giacomo Ziliolo, con- sigliere del marchese di Ferrara: De transcribendo Plauto iam institutum est; et profecto, ni fallor, spe- ciosuro et minas depravatum habebis volumen. Nam m u 1 1 i s in 1 o- cis emendavi nec sine ratione et auctoritate veterum.... Ex Vero- na ni augusti [1426] (2). Plautus tibi transcribitur, opus meo quidem animo futurum pcrpul- chrum et accurate exaratum et litteranim facie et voluminis dignitate.... Veronae 18 augusti (3) [1426]. Absolvit librarius noster Plautum, quem ut videbis commendabis et bene positam operam et impensam dices, operìs ipsius elegantia Ex Verona mi kal. novembres (4) [1426]. Sicché uno dei primi o meglio il primo che pose mano a un emendamento di Plauto hi Guarino, avanti (l) Cod. Monac. lat. 504 f. ii,>, ... i:i.iv#.m #11 Pmloya ia6i f. 33. (a) Cod. Estense 57 f. 37. (3) G)d. E«t. 57 f. 46V. (4) Cod. Eit. 57 f. 69V. R. Sabbadini, Tati iatémé, a a. 338 R. SABBADINl. che il Panormita iniziasse il suo commento a Pavia (i). Però a un vero commento Guarino non pensò mai: si limitava a semplici note nella lettura giornaliera. Sus- sidi per la lettura di Plauto non esistevano allora, se si eccettui una raccolta di excerpta. Ecco infatti che cosa risponde Guarino a Giovanni da Spilimbergo (2): Ad Plautum venio, ad ciiius lectionem luillum mihi adiumentum adest, deum tester et angelos sanctos eius, nisi quantum quotidiana lectio spar- fiim suggerit. Quod si adesset, volitare in manus tuas facerem e vestigio: adeo gratum esset tuae morem voluntati gerere prò mea in te singulari dilectione et affinitate et communis patris respectu. Nonnulla tamen re- periuntur vocabula ex eo excerpta, quae penes virum suavem et ami- cum utrique lohannem Laudensem (3) sunt.... Ex Ferrarla Vili kal. septembris [1432]. Ritengo che alluda agli excerpta di Gasparino Bar- zizza, che son contenuti nel codice Ambrosiano Z 55 sup. del secolo XTV-XV, con la sottoscrizione: Plauti Asinii poete clarissimi dieta lectiora octo comediarum fe- (1) .Scriveva Giovanni da Spilimbergo nel 1430-31 a Guarino (cod. Guamer. 247 p. 471): Sunt nonnulli qui me iamdiu non tam adhortentur quam pene urgeant, ut octo illas Plauti comoedias legerem, quibus publice exponendis tu apud nostros primus et cum laude puctor extitisti. Il commento del Panormita non fu ne compiuto né pubblicato. R. Valentini {Rendiconti della r. Accad. dii Lincei XVI, 1907, 477-90) si illuse d'averlo scoperto nel cod. Vatic. 271 1. Quell'anonimo commentatore adopera Donato in Terentium: è perciò da collocare dopo il 1433 (sopra p. 214). (2) Cod. Guameriano 96 f. I26v. (3) In una silloge di poesie volgari della metà press'a poco del sec. XV comparisce un sonetto col titolo: d. lo. Land. (A. Cinquini Nozze Pi' £ ardi- Valli, Roma 1907, 18). Sarà il medesimo personaggio? 5. — PLAUTO. 339 liciter expliciuìity delecta per magistriiìn Gasparinum Per- gamensem (i). Tracce dell'operosità guariniana su Plau- to conservano il cod. Vatic. 1631 e il cod. Harleian 2454 (2). **♦ Ritorniamo al codice Orsiniano. Guarino aveva pro- messo al Panormita di mandargli il proprio apografo delle nuove commedie: e glielo mandò effettivamente nella seconda metà del 1432. Ma nel 1434, tra il gen- naio e il febbraio, il Panormita abbandonò improvvi- samente Pavia, portandosi seco l'apografo guariniano. Di ciò Guarino mosse aspre lagnanze scrivendo agli amici di Pavia: Luchino Belbello e Catone Sacco. Luchinus Guarino patri s. (3) .... Affecerunt he (litterae) quidem me summa ac singulari tristitia, cura ob maximum dolorem quera in dies pateris de tam diuturno silen- tio ad te Ludovici (Ferrari) nepotis, tum vel tuarum Plauti comediarum amissione. Quibus rebus satis superque memorie mandatis non doleo te» cum sed cxcrucior, non excrucìor sed pereo funditus. Dii etiam mulctent atque puniant, qui huiusce nostri angoris ac sollicitudinis partes sunt. Turpe enim et odiosum genus est, quicum scmper coniunctissime et a- mantissime vixerunt, quicquam accrbitatis animo allatum in. Quod au» tem a me petis de Panormita an rcditurus abicrit, non te certiorem faciam, quom ipsc ncsciam de talium opinione indicare: que quidero I) Cfr. R. Sabbadini in Gwrfi. stor. Ittt. ital. 46, 74-75. 1) F. Ritichclii Opusc. phibl. II 229; R. Sabbadini La scuola t gli studi di Guarino 92. (3) Cod. Parig. lat. 7059 f. 24; cod. Fcrrarcto 133 NA 5 f. 2. Due altre lettere scambiate precedentemente fra Guarino e Luchino si son perdute. 34<* ^' SAfiBADlNI. qxialis sit, non dicam; balbus (i) enim sum. Omnem sane is suppellec- tilem suam bibliothecamque secum traduxit; rediturum tamen se vulgo dixit; puto autem, ut superioribus ad te meis intellexisti, kalendis grecis.. Ex Ticino Xini martii [1434], sequenti die post tuarum oblationem. Guarinus Luchino Belbello sai. (2). Tu non parvas spargis querellas quod nullas a me acceperis et recte. Nam cum ' amantes non longe a caro corpore abesse velint ' {Catull. 66, 31-32), solis possunt praeseutes fieri litteris. Sed istas querellas in tabellarios evomas, vel adiuvante me, facito, qui quasi hostes amicitia- rum sunt et quibus omnes benivolentiae professores bellum indicere de- buissent. Verum enimvero quom tuis ex litteris commonefactus essem olim te Mantuae domicilium habere, eo meas superiores dimisi. Itaque male de me suspicari desine et salvo et inconcusso amore nostro culpam in meritos reice. Tuam in me dilectionem ac diligentiam aperis cum alias tum de ipso Sallustio, quem et olim ad me misisti et deinde missurus eras, nisi Pa- normita intercepisset, cuius materiae mentio me singulari afficit tristitia. Nam cum eum kalendis graecis rediturum dicas et is Plauti comoedias novìssime repertas a me abstulerit eì commodatas, quo in maerore ago vitara cogitabis. Tu igitur me certiorem facito prorsusne irrediturus a- bierit; quod si est, perii funditus. Utinam * mors fera quae cuncta ra- pit ' et Panormitam rapuisset, ne meas raperet comoedias. Mortiferos illos Vegii (3) versus contemplatus sum, in quibus cum mortales sententias, tum vero idem propositum ad tam diversa concin- natum non mirati non potui: imraortalitate dignum ingenium. (i) Allude al proprio cognome B albe Ilo (Belbello). (2) Cod. Parig. lat. 7059 f. 24; cod. Riccard. 924 f. 188. (3) Intende l'elegia del Vegio in versi serpentini che comincia: Mors fera cuncta rapit non est lex certior ulla: una variazione del Vado mori medievale. Pubblicata da L. Raffaele, Maffeo Vegio. Elenco delle opere. Scritti inediti. Bologna 1909, 209-212. Sul Vado mori cfr. R. Sabba- dini Da codici, òraidensif Milano 1908, 13-14. 5- — PLAUTO. 341 His inclusas mittas oro vel tuis expensis, ut de nepote meo Ludovi- co (Ferrari) amantissimo quicquam discam, cuius litteras iamdudum fru- stra expecto. Confer hoc in me singulare beneficium. Vale et Vegio meo me commenda et Catoni (Sacco) viris insignibus et optimo viro domi- no Ioanni Alexandrino. Ferrariae V kal. [apriles 1434]. Nullus hic prorsus librarius reperitur, quo fit ut tuis votis tardus vi- dear. Guarinus Veroncnsis ci. v. Catoni Sacco sai. pi. d. (i). Habeo, ah quid dixi habeo ? habui, volui dicere, Plauti vo- lumen, novis refertum comoediis, hoc est quas dudum sepultas revivisce- re vidit hacc aetas. Eas a me petiit iam biennio Antonius Panormita, ut excribi faceret. Hominem audio irrediturum abiisse, quod me cruciat si secum irredituras detulit comoedias. Quidam autem singiilaris huma- nitatis homo, ut fama est, Thomas (Tebaldi) cognomento Ergoteles (2) cius rei haud ignarus esse debet. Te igitur per integritatem tuam, per amorem, per benivolentiam mutuam obtestor oro et obsecro, ut in re- parandis comoediis meis studium curamque tuo more adhibeas, ne simul cum homine codicem amittam.... Kx Fcrraria XII novembris [1434]. Queste pratiche non sortirono nessun effetto. Cio- nonostante Guarino non tralasciò di scrivere e far scri- vere; anzi nella primavera del 1436, quando il Panor- mita fu dal re di Napoli mandato anìbasciatore a Fi- renze (3), gli rinnovò la domanda di restituzione per mezzo di messaggeri. Sempre inutilmente. Allora Tan- (1) Cod. Parig. lai. 7059 f. 44; cod. Ferrare«« 133 NA 5 f. 4. (a) L* rt"^"'" iiitii.w. i\,-\ l'iiu.rn.if » «-.f .V ti •ilb.ri ri| u..rvi»i<. .\r\ VJ- •conti. (3) R. biibbiuliui in Guirn. star, UlUr, ttal, 28, 34Ì. 342 R. SABBADINI. no seguente (1437) ricorse ai buoni uffici di Guinif or- te Barzizza, che gli poteva giovare per le relazioni che aveva con la corte dì Napoli. Di ciò siamo informati dalle tre seguenti lettere: Guarinus Veronensis Guinif orto Barzizio sai. (i) .... Erat superiori tempore in urbe Papiae quidam nobilis vir An- tonius Panormita . . . Is igitur a me per litteras petiit accommodandum «ibi Plauti volumen, in quo erant comoediae omnes nuper in lucem re- vocatae. Has ut fingebat transcribi cupiebat. Liberaliter igitur misso ad eum volumiue, quod et triennio tenuit, postremo cum librum cura sin- gulari quadam gratianim actione mihi referendum expectarem, is vel fu- giens vel fugatus meum secum, me invito et reclamante, Plautum inter- ceptiim asportavit . . . lam intelligere te puto quid ex te cupio: ut li- brum recuperare tua opera valeam... Ex Ferraria VII kal. octobris [1437]. Guinifortus Barzizius Guarino Veronensi rhetorl praestantissimo ^. (2) .... Operam enim meam apud serenissimum regem Aragonum de- sideras.... Hoc revocandi ad nos Plauti munus quod mihi imponis ado- riar.... Nihil ad maiestatem regiam in praesentiarum scribam, quoniam id sine alterius dispendio ac dedecore non fieret. Agam autem litteris apud clarissimum utriusque iuris consultum lacobum Peregri regium senatorem ac vicecancellarium.... Ex Mediolano nonis octobris MCCCCXXXVII. (i) Cod. Ambros. O 159 sup. f. 37. (2) Cod. Ambros. O 159 sup. f. 37 v. 33r. PLAUTO. 343 Guariniis Verattensis Guiniforto Barzlzio sai. (i) .... Ad interceptum mihi Plautum venio, quanquam magis eum ad me venire decuit: tot per annos eum ab iniquo possessore per meas per amicorum litteras repetere non destiti; nec defuere nuntii coram postu- lantes, eum posteriori tempore (1436) Florentiam ab serenissimo rege missus est, quo tempore et librum referre potuit, nisi suum potius quam nostrum et dici et esse maluisset... Supra quinquennium codicem usur- pavit bonus iste vir... Cum autem omnes spei viae destituissent (2), una reliqua offerebatur, ut ad regem ipsum inclytum scriberem. Quod ut fa- cerem tardius causa fuit, quia cursus meis ad eius maiestatem litteris non apparebat; simul quia primos ad eum aditus ab onere potius quam ab iocunditate auspicari subverebar.... Ex Ferraria V kal. novembris [1437]. Ma nemmeno le premure di Guiniforte approdarono a nulla: tanto che Guarino colta la prima favorevole occasione si rivolse direttamente al re Alfonso. Guarinus Veronensis sai. pi. d. serenissimo Alphofiso regi Aragonum (3) ... Ilaec autcm cum prò mca humilitatc tuac maicstati libens of- frram, peto ab» tua scrcnitatc non prò mea quidcm causa, sed prò tua professione raercctlcm, non arma, non equos, non vasa pretiosa, sed u- nius Itberationem captivi, qui oliiQ cz mea familia, cum sit ingentu sin- gulari, doctrina cximia, Kcriptis eloquentissimis honorandus, indignus est qui scr\'ìat et priori invitu» privctur domino. \f, est l'Iautus latinac lin- guac decuf, quetn cum v. ci. Antonio Panormitac rogatus anno iam le- (\) 0)d. Ambro*. O i , .. ,_ ' 2) dettiduent cod. (3) Cod. Monac. lat. 78 f. 84; cod. guerin. di Brcfcia C VH 8 L 57. 344 R* SABBADINI. ptimo commodassem, ille meum centra fas fidemque poetam usurpit et poscentem me ludificatur. Sit ergo huius epistolae qualiscunque illud mihi a serenitate tua pretiiim, si meas de te laudes non abhorreas, ut tuo iussu Plautus meus tam longam servitutem serviens ad me ex tam diuturno remeet tandem postliminio, ut regiae maiestatis opera tuus vo- cari libertus mereatur.... E Ferraria kalendis octobribus 1442. Una seconda volta fece premura al re Alfonso nel- roccasione che andava a Napoli il conte Giovanni Campinassi. Guarinus Verotiensis sereniss. regi Aragonmn sai. pi. d.{\) .... Reliquum erat ut, ad studiorum meorum quantulacunque sint opera et solatium, tuam invocem vai humanitatem vai saveritatem. At enim quid sit, planius et opportunius coram explicabit magnificus Cam- pinassi Comes Johannes, quo legato et patrono apud te utuntur Plauti- nae musae; ut illae tuo patrocinio postliminii iura consequantur. Veduto che nemmeno la seconda pratica presso il re sorti 1' effetto desiderato, Guarino smise il broncio col Panormita e scrisse a lui questa bellissima lettera tra il burbero e l'affettuoso. L'amicizia dei due umani- sti era stata delle più sincere ed entusiastiche e non doveva essere a lungo pregiudicata da questo inci- dente. (i) Cod. Berlin, lat. 4«. 226 f. 29; cod. di Wolfenbiittel Aug. 2^ 83. 25 f- 92. 5. — PLAUTO. 345 Sapienti et eruditissimo viro d. Antanio Panormitae amico praecipuo Guarinus Veronensis sai. pi. d. {i) Etsi parum apud te meas in re mea preces et amorem pristinam va- luisse sim eipertus, tanien in aliena novas adhibere preces constitui idque facio vel eo Consilio, ut tuo prospiciam honori. Nam si roganti amico defuero, vereor ne fama vulgetur te mei odium cepisse, qui tibi fui quondam carissimus. Id vero quantum ad vitae constantiam hominisque gravitatem pertineat quis non videt ? Rem itaque Federici Veronensis conterranei mei tibi intime commendo sic ut testis sit tuae de me vo- luntatis non mutatae. Cui si operam tuam ac diligens studium adhibue- ris, ut prius amicis solebas, laetabor mihi tibique congratulabor; sin ne- glexeris contra ingenium tuum liberalitatemque naturae, non falso pu- tasse me testimonium facies. Hac in re si amico meo studioque meo morem gesseris, audebo et me tibi commendare, ut Plautum postliminio tam longo redire suos ad penates iubeas, ne illum, qui amico quondam animo commodatus erat, inimica usurpes ininrìa, et quae amicorum communia esse debent, pro- pria subreptaquc fiant. Si eum remittere tandem statueris, isti Federico credere poteris, qui salvum ad me mittet aut rcportabit. Id facias oro et Guarinum tibi qui olim fuit eundem velis et in posterum fieri, quod utrique honorem pariet. Vale et quam tibi cams sim et libro remitten- do et amico bene tractando demonstres oro. E Ferraria VTII dccembris 1442. Finalrp'*'"' 'lei 1445 ritornò a Forrara 1' apo^Tafo plautiiK;. ( I) ( u,\. v.iUc. 3J72 I. i. 346 R. SABBADINI. Eruditissimo et ingenii florentis vati ci. Antonio PanormitcB amico intimo Guarinus Veronensis sai. pi. d.{\) Vix explicare calamo possem quam laetus extiterit Augustini viri sa- ne primarii reditus, cum aliis de causis, tum quia salutis tuae ac fortu- nae optatum attulerit nuntium... Accedit quod, ut tua, prò amicitiae nostrae iure, communia esse de- clares, Plautum eidem ad me deferendum dederis, in quo autem perle- gendo sic nostram recreo et instauro memoriam, ut non sine te ipsius poetae lectio suscipi possit. Ut etiam cetera inter nos participentur, tuum erit, siquid habes ex bisce studiis aut eximium natum vel resurgeiis quod ad tuas pervenerit manus, me quoque voces in partem, vel prisco te invitante proverbio tà tcov qjiÀcov xoivd. Musae nanque, ut scis, ho- spitales sunt et munificae. Vale et ut soles me ama. Ex Ferrarla nonis maiis [1445]. Quando il Panormita nel principio del 1434 lasciò Pavia, andò direttamente a Palermo presso il re Al- fonso; e di là con lui si trasferi sul continente senza avere il tempo di prender seco i suoi libri. Cosi T a- po^rafo guariniano di Plauto restò a Palermo, dove al Beccadelli non si presentò occasione di ritornare che molti anni dopo, vale a dire nella seconda metà del 1444. Infatti in una lettera (2), che è posteriore all'aprile del 1444 (3), egli scrive: profectio mea Pa- normum adhuc suspenditur. Ma poco dipoi s' accin- geva alla partenza: Ego in praesentia Caietae ago, brevi fortassis bona cum regis venia Panormium pe- (i) Cod. Vatic. 3372 f. I. (2) Camp. 30. (3) R. Sabbadini, Biografia di G. Aurispa 92; cfr. 85. 5. — PLAUTO. 347 titurus statimque rediturus (i). E la gita si potè final- mente effettuare (2). Reduce da Palermo, consegnò il Plauto ad Ag*o- stino Villa, che al principio di maggio del 1445, come s* é veduto, lo recapitò a Guarino. *** Compiuta l'esposizione delle peripezie corse dal co- dice guariniano, esaminiamo una lettera del Panormita che vi si riferisce: Antonius Panormita lohanni Feruffino iuriscansulto sai. pi. d. (3). Is (Ludovicus Ferrarius) causa est omnis contractiunculae Goarìni viri constantissimi centra me. Cum enim sua omnis culpa et levitas sit, in me reiecit crimen Ludovicus; siquidem abeunti mihi atque addubitanti mecum deferre Guarini codicem, suasit iussit perpulit voluit ut deferrem illum, omnino recipiens in se Guarini avunculi onus; iramo contradicenti mihi respondit: si moleste tandem id laturus est Guarinus, quod nequaquam putes, bisce meis digitis exscribam illi longe pulchrio- rcm Plautum ac pretiosiorem. Adsensi tandem, ut de Ludovico ntique ^<*nrmeritus... Me Genuam usque Ludovicus comitatus est. Me vero a- cuntc et ab oculis cius semoto, vide obsecro quid fecerit autquid potius ir>n fecerit^ non me modo non excusavit sed incusavit, nec se id fecisse sc<l me criminatus est; in me traiistulit culpam, in me poenam, hoc est Guarini indi^^nationem, omnia mihi promissa mentitus. Ego vero id fore prospicicns, ut primnm licuit librtim transcribi curavi, suum Guarino se- poncn», quem cum ìnvcnissem qui deferre non gravaretur, domino rcstituc- rcm. ("um vero Florcntiam me contuli regi» Ic^ntus, ideo lilirum ipse mc- (1) Beccatelli Epùt. Camp. 21. (a) Camp. 38. Anche V. Laurenza, // Panormita a Nopciit Napoli 1913 p. 13, colloca quest'andata a Palermo nella gcconda metà del 1444. (3) Gali. IV, 5, VcnctJii 1553 f. 73; collawonnU col cod. Vatic. 3371 '. 1 1 IV, aatografo. 348 R. SABBADINI. cum non attuli, quod Panormi liber erat, non Caietae, unde (i) subito pro- ficisci mihi fuit necesse principis mei iussu. Iniustam ubi primum libri huius querimoniam accepi, statìm per epistolam Guarino me excusavi iisdem fere verbis quibus nunc me purgo, compater, apud te. Litteras ad Guarinum dedimus Scipioni Ferrariensi utriusque nostrum amantis- simo, nunc ut audio pontifici Mutinensi (2). Is reddiderit necne mihi satis incertum est; nam Guarinus super hac re nunquam mihi aut scripsit aliquid nec respondit, subiratus, ut arbitror. Sed quid ultra immoror ? Consignavimus librum Hieronymo Senensi Philippi ducis nuntio ad Al- phonsum tibi, ut admones, deferendum, quo Guarino tutius certiusque reddatur. Interim Guarinum virum humanissimum mihi reconciliabis, quern nisi plus quam oculos meos amo, dii mihi oculos exturbent. Uxor mea Philippa commater tua pulchre valet, gravida iam septem mensibus. Cum pariet quidve pariet, statim tibi et Ergeteli significabitur.... [Napoli 1443]. La lettera, per quel che si riferisce a Guarino, è un tessuto di menzogne. Essa è inserita tra le Epist. Gali. che vanno fino ai primi dell'anno 1434, mentre appar- tiene alle Campanae: nel qual proposito basterà ricor- dare che il viagg-io diplomatico del Panormita a Firenze ebbe luogo nella primavera del 1436 e che il 30 ottobre di quell'anno medesimo fu creato vescovo di Modena Scipione Mainenti. Ma l'anno della lettera è il 1443, poiché appunto nel 1443 di febbraio fu mandato dal Visconti ambasciatore a Napoli Girolamo da Siena (3). La stessa data si dimostra per altra via. Il Panor- mita parla del prossimo parto della moghe Filippa, incinta di sette mesi. Il parto non può essere avvenuto che nel corso dell'anno 1443 e più precisamente entro la prima metà; e deve aver cagionato la morte di Fi- (i) S' intende da Palermo. {2) Scipione de' Mainenti fu fatto vescovo di Modena il 30 ottobre 1436. (3) Osio, Documenti diplomatici III, 282. 5- — PLAUTO. 349 lippa, se consideriamo che il Panormita verso la metà dell' anno seguente parlava di ripigliar moglie. Infatti egli scrive all'Aurispa: Binis tuis nunc litteris respon- deo, breviter quidem et tumultuarie ut qui rebus pu- blicis, hoc est regiis, rebusque privatis, hoc est uxo- ri i s obstrictus; e l'Aurispa al re Alfonso, scherzando sulle pratiche per il nuovo matrimonio: Vale tu felici- ter et d. Antonium Panormitam suavem poetam com- mendatum habe et sibi aut fingenti uxorem velie aut insani enti subveni. Le due lettere cadono nell'an- no 1444, certamente dopo l'aprile (i). Queste trattative del Panormita condussero al suo matrimonio con Laura Arcellio, celebrato approssimativamente nella seconda metà del 1446 (sopra p. 200). Ora è chiaro che tali ne- goziazioni presuppongono la morte della precedente moglie Filippa al più tardi nell'anno 1443 (2). Dimostrato che la lettera va assegnata al 1443, è una sfacciata menzogna che in quell' anno il Panor- mita abbia mandato a Guarino il codice, che stava ancora a Palermo. E menzogna è parimente che U (1) R. Sabbadini, Biogrnjia di G. Aurispa 92; 95. (2) Filippa partorì una bambina a cui venne posto nome Agata. E 10 deduco da questo bigliettino del Panormita {Camp. 39); Antonius l^a- normita Alphonso regi s. p. d. Quoniam brevi e Ncapoli rcccssurus ett oro atque obsecro memineris polliciti tui in nuptias Agnthcs filiolae meae. 11 re Alfonso mori il 27 giugno 1458. Allora Agata doveva avere un'età da marito, una quindicina d'anni, a dir poco. La prima figlia del Pa- normita natagli da Laura Arcellio venne alla luce nel corso del 1447 e non poteva nel 1458 essere in età da manto. Del resto non si chia- mava Agata, ma Caterina Pantia e si maritò nel 146$ (R. Sabbadini op» cit. 103). Come apprendiamo da V. Laurensa, Agata spotò Paolo de Galluccio. 350 R. SABBADINI. codice sia stato consegnato per il recapito all' amba- sciatore Visconteo Girolamo da Siena, dovechè Gua- rino attesta che gli fu consegnato dall' ambasciatore Estense Agostino Villa. Si capisce che il Panormita s' accorse di aver ope- rato villanamente portandosi seco da Pavia il codice e per diminuire la gravità della colpa, architettò quella lettera, seppure non preferiamo pensare l'abbia alterata quando la inserì nella collezione dell'epistolario. Un apografo del codice Orsiniano. (*) Il Plauto del cod. Vatic. Barber. lat. 146, membr., è del sec. XV, ma di una scrittura così bizzarra, che dal catalogo antico fu attribuito al sec. XII. La nu- merazione, fatta dallo stesso copista, comincia col f. 107, il che significa che qui abbiamo il secondo di due vo- lumi, i quali contenevano le ultime dodici commedie, sei per ciascuno, venute alla luce per mezzo del cod. Orsiniano. Al f . 1 95 leggiamo la nota di possesso, au- tografa del Pontano: « Nicolaus Maria Buzutus insignis eques Neapolitanus hoc volumen dono dedit Io via no Pontano Umbro, cum ad eum divertisset evitandae pestis gratia anno domini MCCCCLVIII. HI die iunii ». Nell'esemplare da cui deriva il nostro Barberin. era avvenuta una trasposizione di quinterni, per cui una parte del Truc. si mischiò al testo del Trin. Il copista (*) Comparve la prima volta in Rivista di filologia XXXIX, 191 146-47. 5. — PLAUTO. 351 non se n'accorse mentre trascriveva; ma nel confron- tare poi il suo apografo col codice della biblioteca regia di Napoli vide la discrepanza; allora al f. 176V, dove appunto comincia l'intrusione del Truc, nel Trin.y egli segnò sul margine estemo a destra: hic usque ad 2*" paginam aliter quam in codice regio; analoga os- servazione ripetè al f. 183: huc usque ad sequentem se- nam longe diversus ab altero codice scilicet regio. Ed e- rano naturali quell'a///^ e quel longe diversus: il co- pista trovava nel codex regius il Trin,, mentre nel suo aveva dinanzi il Truc. Più tardi capi la natura e la causa delle discrepanze, e conseguentemente sul mar- gine interno del f. 176V, di fronte alla nota preceden- te, segnò quest'altra: require in sequenti comedia hinc ad g paginam versus post illum versum: hec perire s o 1 e t [Truc. 300) et in fine: Ub i perdiderunt [Truc, 301); e al f. 188 avverti: huc usque durai err or, ante revertere ad primam paginam anterioris quinterni. Di questo codice si occupò G. Suster (i), ma tenne conto di una sola delle quattro note marginali, quella al f. 183, trascurando le tre rimanenti, donde lo stra- no errore in cui egli incorse. Sanno i filologi che del- le commedie di Plauto fu allestita una recensione ita- liana, audacemente interpolata, e accolta p. es. nel cod. Vindobon. e nel IJpsiense. Molto e variamente si di- scusse sulla città in cui questa redazione venne pre- parata: Firenze, Roma o Napoli, e sull'umanista che la esegui, il Pontano, il Panormita, il Valla o Poggio. (1) PkilotogUt, 1889, 441 M. 352 R. SABBADINI. Il Suster ripropone Napoli e il Panormita. La redazio- ne del cod. Barber. è mista, poiché ad es. il Truc. deriva dal cod. Orsiniano, dovechè il Poen. risale alla recensione italiana. Questo assodò il Suster confron- tando il Truc. con l'Orsiniano e il Poen. col Lipsiense. E fin qui tutto procede bene; il male comincia dal ra- gionamento della conclusione. Ecco com' egli argo- menta: il cod. Barber. nel Truc. è uguale all'Orsiniano e diverso dal codex regius\ nel Poen. è diverso dal Truc. ed eguale al Lipsiense; dunque il cod. regius deriva dalla stessa fonte del Lips., ossia dalla recen- sione italiana. Lo strano ragionamento, giova ripeter- lo, muove dalla falsa interpretazione di una delle quat- tro note marginali succitate. A che redazione appartenesse il cod. regius, si po- trà conoscere solo quando esso tomi alla luce. In ogni e aso il Panormita non fu l'autore della recensione ita- liana per due buone ragioni: l'una che non era uomo capace di affrontare la recensione di un testo qualsiasi e tanto meno di un testo cosi lungo e difficile come quello di Plauto. L'altra ragione si fonda sulla crono- logia. Come abbiamo veduto nella storia dell'apografo guariniano, il Panormita dal 1434 al 1444 lo lasciò a Palermo e nel 1445 lo rimandò a Ferrara. Ora la re- censione italiana di Plauto comparisce già nel cod. Vindobon. dell'anno 1443. Forse potrebbe venire a qualche buona conclusione chi esaminasse l'esemplare di Poggio nel codice Vaticano 1629, che comprende le prime otto commedie e le dodici orsiniane. VI. PLINIO tu lAiBADon, TtJ/$ iaiémé. Le Epistulae di Plinio. Le Epistole di Plinio (*) ci sono state tramandate da tre famiglie di codici: una comprende i libri I-V 6, cento lettere in tutto; un' altra abbraccia nove libri e una terza otto, omettendo il libro Vili e collocando al suo posto il IX. Qui ci occupiamo della famiglia degli otto libri. L'archetipo di questa famiglia, ora perduto, era ri- coverato nella biblioteca Capitolare di Verona. JJi lo adoperò nel secolo X il vescovo veronese Raterio (890-974). Là lo studiarono due veronesi del secolo XIV, l'autore dei Flores moralium auctoritatum^ compi- lati l'anno 1329 (cod. Capitol. CLXVIII), e il mansio- nario Giovanni de Matociis (m. 1337), l'autore della Brrvis adnotatio de duoòus Pliniis. L' Adnotatio^ dove si distinguono, forse per la prima volta nel medio evo, i due Plini, ma s' insinua un nuovo errore, che fossero veronesi, fu probabilmente scritta dal mansionario sul- (^) Qnctto I è DttOTO. 35^ R. SABBADINl. l'archetipo Capitolare stesso e di là si divulgò per via di copie: se pure non preferiamo credere che l'abbia divulgata egli stesso in forma di opuscolo. Tutto ciò è dimostrato da K. Lohmeyer (i) e da E. Truesdell Merrill (2). Quest' ultimo inoltre pubblicò un' edizione critica delV Adnotatio (3). Dopo che il codice veronese fu studiato dal florile- gista e dal mansionario non se ne hanno più tracce per il resto del secolo XIV e nei primi del XV. Nulla vieta di pensare che esso sia ritornato nella sua sede antica alla biblioteca Capitolare. Ma nel 141 9 uscì di nuovo alla luce, non sappiamo per opera di chi: certo con la partecipazione di Guarino. Da Venezia Guarino era andato sulla fine del 141 8 a Verona, dove il 27 dicembre celebrò le nozze con (1) In Rhein. Museum 58, 1903, 467-71. (2) In Classical Philology, V, 19 io, 175-88. (3) Ne fu contemporaneamente pubblicata un' edizione critica anche da C. Cipolla in Miscellanea CeriavU Milano 19 io, 758-64. Il Merrill cerca di stabilire la data àé\V Adnotatio (p. 178-81). Comunemente la si colloca dopo 1' Historia imperialis dello stesso mansionario, finita di comporre nel 1320: e la ragione è questa, che xìéX' Acino tatio distingue i due Plini, dovechè nell' Historia sono ancora confusi in una persona sola. Forse spande luce sulla questione il codice Vatic. 19 17, membr. sec. XIV, che comprende Valerio Massimo e lo ps. Plinio De viris ili. Alla fine di Valerio Mass. il copista sottoscrive (f. 90V): Scriptum quoque fuit volumen hoc verone per me lohannem anno domini M.CCC.XXVJII. H titolo dello ps. Plinio (f. 91): Gay Plinii Secundi oratoris veronensis liber de illustrium incipit feliciter corrisponde a quello che leggiamo neWAdnotatio, la quale perciò si potrebbe supporre fosse nota al copi- sta: e l'etnico veronensis confermerebbe la nostra ipotesi. Così 1' Adno- tatio si collocherebbe dopo il 1320 e prima del 1328. 6. — PLINIO. 357 Taddea Zendrata. Lasciata la novella sposa a Verona e ritornato a Venezia a sistemarvi le proprie faccende, nell'aprile del 1419 ricomparisce a Verona, donde non si moverà più fino al 1429. Aprì subito una scuola privata; ma le lezioni vennero bruscamente interrotte dallo scoppio della pestilenza, per cui Guarino riparò nella sua villa di Valpolicella, dove già si trovava nel luglio dell'anno medesimo (14 19) (i). A questo tempo appartiene V importantissima sua lettera, con la quale annunzia la scoperta del codice di Plinio. La collochiamo tra l'aprile e il maggio, per esservi accennate le nozze recentissime: in ogni caso prima del luglio, perchè egW non s'è ancora rifugiato in villa. Guarinus Veronensis suo Hieronymo (Gualdo) saL pi. ci. (*) hi ;..i...... ...; .^i.bciidun» »uiu, iiuUaiu in me culpani reicies scio, prò tua mansuetudine et singulari in me cantate; nec dices: ' Guarinus adeo in re uxoria hoc tempore involutus est ut littcrarum curam seponat '. Et profecto mi Hieronymo non ita tibiarum nuptialium cantibus aures atque animum adhibui, ut non maioris vel minimam litterarum tuarum nyllabam, quam nuptias totas immo univcrsas faciam.... Ntidius tertius quidam mihi comraonstrati sunt mirae vctustatis codi- . «acri ferme omnca. Unum inter eoi nactus sum, quo dclectabcris au<licndo, quemadmodum et ego ipse spectando. Epistulae sunt Plinii singulari vcncratione; littcrarum facies perpulchra et inter annorum ruga» splendide vigens et ttt diceret Virg«l«us * cruda dco viridisque senectu» ' Sabba<iini, Im sciui 'fino ao-ai. V*> Comparve la prima volta iu Mmco u'i iinltchétà class. II, 1887, 4^2-1. f>)d. Vindobon. 3^30 f. UQi <"'»<1. Arundel 70 f. io4T. 358 R. SABBADINI. (Aen. VI 303). Voluminis forma in angustum [magis] (i) quam lata, ut eius in paginis ternae tendantxir columnae (2), quasi rectissimi arvorum sulci. In octo divisus est libros et epistulas circiter CCXX. Nulli deest titulus; aliquot transcurri: emendatissimae nnihi visae sunt et, quod non laetitiae solum sed etiam admirationi fuit, in tanta vetustate et aetate iam decrepita nusquam delirare videntur. Tuas cum ventura navi in dies expecto, quas ad illarum exemplar emendare constitui, ut me adiutore ita castigatae redeant, ut neminem fallere, nusquam mentiri discant... [Verona aprile-maggio 1419]. Cerchiamo una conferma della data. Guarino cono- sceva senza dubbio precedentemente la silloge pliniana delle 100 lettere; ma il nuovo trovamento gli porse occasione di rileggere il testo, del quale infatti incon- triamo molteplici tracce in una lettera ^:ì: Castro rupto Vallis Policellae XVII kal. sext, [141 9]. Ecco i raf- fronti (*): Plinio V 6. Guarino (cod. Est. 57 f. 180 ecc.) § 3. Accipe temperiem caeli re- Erit et vobis cognitu et mihi nar- gionis situm villae amoenitatem , ratu non iniocundum, si quae sit quae et tibi auditu et mihi relatu caeli temperies regionis situs et vil- iucunda erunt. lae amoenitas scripto meo intellex- eritis. (i) magis omm. codd. (2) Secondo L. Traube, Palaeogr, Forsch. IV (in Abhandl. der hist. Kl. d. k. Bayer. Akad. d. Wiss. XXIV, p. 28-29), i rarissimi codici classici scritti a tre colonne sono da assegnare o ad alta antichità o a origine provinciale (p. e. spagnola). (*) Comparve la prima volta in Museo di antichità class. Ili, 1889, 355-6. 6. PLINIO. 359 § 5. Aestatis mira clementia; sem- Tanta aestivi temporis clementi» per aer spirita aliquo movetur, fra- est..., aerem nunquam stare ac suavi quentius tamen auras quara ventos semper prò votis spiri tu moveri habet. sentias; raro ventos habet... saepitu autem auras. § 6. Hinc senes multi; videas avos Grandes itaque natu plurimos hic proavosque iam iuvenum, audias fa- cernere licet, avos ac proavos..; sunt bulas veteres sermonesque maiorum; qui ita memoriter quae iuvenes ipsi cumque veneris ilio, putes alio te viderint audierintque recenseant....; saeculo natura. quae cum attentissimus accipio, alio quodam saeculo mihi natus videor. § 7. Regionis forma pulcherrima; Quid regio ipsa ? quam pulchra imaginarc amphitheatrnm aliquod forma! apricae valles... cinctae mon- immensum lata et diffusa plani- tibus..., colles quasi theatrum cir- ties montibus cingi tur. cumstant: lata quaedam a fronte et diffusa planities. § 8. has inter pingues terrenique ii quidem pingues nec saxei sed colles (neque enim facile usquam terreni cum planissimis arvis ita de sazum etiam si quaeratur occurrit) fertilitate certant... planissimis campis fertilitate non ccdunt. § 11-13. Prata florida et gemmea trìfolium aliasque berb:u> tcneras scraper et mollcs et quasi novax a- lunt, cuncta cnim pcrcnnibus rivi» nutriuntur; ned ubi aquac plurìmum I iliis nulla, quia devexa terra quic- ,11 i liquorì» ncccpit nec absorbuit rffundit in Til)erìm. Modion ilio a- grot »ccat navium paticnx oranciiquc f ruget dcvehit in urbcra, hicmc dura- tnxAt et vere; aeNtatc wammittitur immen*ique flamini» nomeo Oliveta undique, arbusto surgunt nec vivax pratomm deest virìditas, quae florcs trifoliura ser- pyllum ceterasque herbas teneras et pubente« pariunt et nutriont; eai nanquc perenne» alunt rivi, ibi enim aquarum Hatis, fonte* plurimi, \MÌUh nulla; quia quicquid liquorti devexa tellua excipit, nutquain per inomn ■edere patitur: aut enim ad alendm quae creavit abeorbet aut quaai tri- butaria tranifnndit io Atbaaim, qui 360 R. SABBADINl. alveo deserit, autumno resiimit. Veronensem agrum secat, non rae- diocrium navium.... patiens; nec... magni nomen fluminis amittit nec aestate aquae altitudine desti- tuì tur.... § 14. Villa in colle imo sita prò- Ea villa est molli fundata clivo, spicit quasi ex summo: ita leniter et ita sensim sine sensu crescente, ut sensim clivo fallente consurgit, ut non ante te ascendere intelligas, cum ascendere te non putes sentias quam ascendisse te videas. ascendisse. § 41. Ncque enim verebar ne Quae si legentibus ullum laborem laboriosum esset legenti tibi quod afferent, deposita interdum epistula visenti non fuisset, praesertim cum oculos a lectione et animum ad re- interquiescere, si liberet, deposita- rum lectarum cogitationem advocare que epistula quasi residere^saepius poteritis sicque interquiescere et posses. quasi residere licebit. Se il Plinio e i mirae vetustatis codices, sacri ferme omneSy furono mostrati a Guarino, come non è a du- bitare, nella biblioteca del Capitolo, perchè mai non lo colpirono altri volumi mirae vetustatis, quali Ausonio, Catullo, Cicer. ad Att. ? Il suo silenzio significa che purtroppo quei preziosi cimeli erano già stati trafugati . Seguono ora alcuni passi delle lettere di Guarino, nei quali si parla del nuovo Plinio (*). Guarino trasse dall'antico archetipo una copia per il Gualdo. Cosi infatti gli scrive: Epistulas Plinii non emendavi, difficile enim fuit illud exem- plar extorquere. ....Illud antiquum Plinii volumen transcribitur. Ex Verona V kal. ianuar. 1420 (= 28 die. 14 19) (i). {*) Comparve la prima volta in Museo di ant. class. II, 1887, 433-36. (I) Cod. Ambros. F. S. V. 21 f. 6. 6. — PLINIO. 361 Più tardi ebbe di ritorno dal Gualdo un Plinio; for- se fu la copia eh' egli fece trarre dall' archetipo. .... Venit in terapus Plinins noster, quem benignissirae excepi, vel quia tuus hospes fuit. [Verona 1422] (i). Dopo questo tempo il Plinio gnariniano usci da Ve- rona, non si sa dove. Nel principio del 1424 infatti lo faceva rintracciare dal Biondo a Venezia; al quale cosi scrive: Nunc tempus est ut Plinium nostrum venari inceptes, ut te duce eum faciam in patriam reducere. Veronae XV kal. febr. [1424] (2). Nel principio dell'anno seguente esso era in mano del Biondo, il quale se ne traeva una copia. Guarino lo sollecita che glielo rimandi, perché doveva farlo trascrivere per il Capra, arcivescovo di Milano: Opus habeo ut transcribi faciam Epistulas Plinii amici causa, magni hominis et viri singularis, idest archiepiscopi Me- diulani. Cura igitur ut vel tuas vel meas buie ad me nuntio dea. Tran- scriptac remittentur e vestigio; et si cunctas nondum absolutas habes, mittes qnas transcripsisti; rcliquum absolves interim. ! \ Verona XI ianuarii [1435I (3). Indi Guarino torna a sollecitcìre il Biondo per mezzo di Francesco Barbaro, a cui scrive: t) Cod. Vindobon. 3330 f. 150. 2) PiiM>lic;ita da R. S,.!>1..i.|iiii in (ieigcr's ì'ierul/nhrsschri/t /Ur Kul Kenaùsana- <3; Ib. p. 510. 363 R. SABBADINI. .... Quid de Plinio (factum sit) fj8éco? àxoi5aaip,i an omnino ixTcavew spes debeam. Ex Verona Vim raartii [1425] (i). Nel luglio il Biondo gliene aveva mandati alcuni quinterni; Guarino gli risponde: .... Aliquos accepi a te quinterniones Epistularum Plinii, de quibus quid fieri velis audio.... Redeo ad E p i s t u 1 a s . Scis ar- chiepiscopus (Mediolani) ipsus quam in omni re magnificus sit et inpri- mis in libris comparandis. Cupit igitur Epistulas ipsas quam ornatissime scriptas et cum ipsius dignitati tum ipsi auctori peridoneas. Vale et cum ipsas absolveris, meum fac ut habeam exemplum, licet remissurus sim; tamen iam tardum esset, quoniam initio tuae sunt inemendatiores, quas iam librarius absoluturus est. Itaque quas mitti volebam, mitti nolo; eas retine sed cura ut charta illa suo reddatur loco, quam mihi solutam va- gamque commonstrasti. [Verona luglio 1425] (2). Nel 1427 la copia di Guarino stava nelle mani di uno, da cui era difficile ottenerne la restituzione. Ne parla cosi in una lettera al Gualdo: De Plinio certe liberalis factus sum invitus ne, ut in proverbio Graecorum est, « leonem tonderem >. Nam cum et benigni- tate sermonis et omni humanitatis genere demollitus homo facile insur- gat in iram, nolui meo crimine hominem illum irritare, sed paulo post temptabo si Plinii reditum in patriam ab eo impetrare fas mihi fuerit. Novo quodam utendum est aucupio cum bisce hominibus, qui se pri- mos omnium dici volunt ncque sunt, ut si non amicos, at saltem non inimicos eos habeamus. Quicquid autem sit, te ab eius restitutione li- berum facio et indemnem reddo, etiamsi perire opus sit vel ab natali (i) Cod. Capitol. di Verona CCXCV f. 36. (2) VierUljahrsschrift p. 512. 6. — PLINIO 363 solo futurus semper sit extorris. De ilio autem postliminio vendicando cura mihi sit Veronae VITI kal. sept. 1427 (i). Nel corso del 1427 stava per essere ultimata la co- pia del Gualdo, al quale scrive: Expectabam ut librarius absolutas redderet £ p i s t u 1 a s tuas, quibus desunt quinterniones tres ut ad portum tandem perducat. [Verona 1427] (2). Nel principio dell'anno seguente restituì l'esemplare al Biondo con questa lettera: Epistulas diu recepisses, si tuus ille furcifer insalutato minime discessisset. At vero posteaquara viam edocuisti, illas ad caris- simam utrique nostrum Nicolaum (Abbatiensem) (3) dimittam. Huic au- tem tabellario eas credere non sum ausus; ita enim tutus et securus viator ingreditur iter, ut * coram latrone cantaturus ' potius quam sup- plicaturus sit: adeo pannis vacuus rebusque visus est. NoUem ut si eum imber adoriretur, P 1 i n i u s daret suae paupertatis poenas. Ex Verona XVIU feb. 1428 (4). Verso la metà dello stesso anno 1428 raccomandava al Lamola, che era in Lombardia, di cercar colà qual- che codice delle lettere di Plinio. Noli delatigari, Lamola mi optime, in pcrquirendis doctis viri» idcst antiquis codicibus, quorum ista referta esse debet Liguria; cunctas recensc bibliothecas et sepultos in pulvere ac sordibus ad luccm munditiasqne revoca et cxsuKcitn. Kpistulas Plinii vctustas rc- perìrì posse auguror. (Verona metà del 1438J (5). (1) Cod. Arundel 70 f. 15». '2) Cod. Vindobon. 3330 f. 151. \) A Ferrara, dove allora si trovava il Biondo. (4) ViertilJaMrssehri/t p. 5 16. 364 ìl* sabbadini. Nel 1429 si occupava di far trarre copia del suo Plinio per il Madio. Su questo proposito scrisse due volte a Battista Zendrata. .... Paulo de Pretto scribo super E p i s t u 1 i s illis, quem roga per te ut mihi velit inservire in absolvendis illis, quibus pars minima restat; non ero ingratus. Ex Argenta XEE iulii 1429 (i). Ad rem d. Madii venio Dolco Bartholomaeum illum Flo- rentinum non inservisse d. Madio, ut debebat et obligatus est; nec mea unquam defuit diligentia instantia et urgentes preces. Testor deum et angelos sanctos eius, me nullum iniunxisse illi opus transcribendum prò me, ut opus d. Madii absolveret; fuisse autem dorai meae sumptibus meis sine uUo mihi collato fructu menses sex totos. Unde et mihi plu- rimos debet ducatos; totum autem patienter tolerabam, ut illas perficeret Ep i s t u 1 as . Ex S. Biasio XXn octob. [1429] (2). Più tardi chiede con due lettere a Filippo Regino il proprio Plinio di ritorno, il quale stava in mano di Antonio da Brescia. .... Tu curabis Epistulas ilìas Antonianas mittere ut eas ha- beam, ' quarum indiget usus '. Ex Ferraria in kal. ianuar. 1429 (3). .... Librum Epistularum petenti lacobo (Ziliolo) condona. Ex Ferraria XXI aprilis 1430 (4). L' ultima notizia del codice guariniano di Plinio è (i) Cod. Ambros. C 145 inf. f. 35 iv. (2) Cod. Vatic. Palat. 492 f. 178. (3) Cod. Marc. lat. XIV 221 f. 83. (4) Ib. f. 83. 6. — PLINIO. 365 del 1449, quando gli fu chiesto in prestito da Nicco- lò V per mezzo di Poggio (i). Il Plinio Capitolare, secondo la descrizione di Gua- rino comprendeva epistulas circiter CCXX. E in verità sommando le lettere dei libri I-VII. IX (Vili), tolta la IX (Vili) 16, che manca a questa famiglia, otteniamo il numero di 122; Guarino dunque non contò male. Della medesima collezione parla A. Decembrio (*) nella Politia literaria (I 4) pubblicata Tanno 1462: * Qua- rum nuper centum et viginti quatuor cum priorìbus inventae '. Quel cum prioribus si dovrà intendere nel significato di praeter priores, riferendo le priores alle 100 comunemente note. Addizionando con le 100 le 124 nuove si raggiunge il totale di 224: siamo pertan- to anche qui vicinissimo al numero effettivo di 222, ♦*♦ Il Plinio veronese era arrivato anche a Milano (**), dove ne possedeva una copia l'arcivescovo Francesco Pizolpasso (m. 1443), conservata ora nella biblioteca Ambrosiana sotto la segnatura I 75 sup. (membr.). Nel f. I è dipinto lo stemma del Pizolpasso, circondato dalle lettere F R (anciscus). In fine: Plinii Secundi e- pistolarum liber octavus et finis explicit. Le epistole so- no numerate da I a CCXXXIIII; ma la I 20 è divi- sa in due e dal n. CXL Villi si salta al CLX. Inoltre ( t ) Foggii Epist., coli. Tonclli IH p. 1 8 con In data: Romae die VH (ice. 1449. (*) Comparire la prima volta in Museo di antiehilh tlass. Ili, 1889, 356. (*^ Comparve la prima volta in Ahuto di antichità tttus* HI, 1888» 79-86. 366 R. SABBADIKI. manca la IV 26, come nella classe delle cento, e la IX (Vili) 16, come nella classe degli otto libri: prova manifesta che la redazione è contaminata. Il greco fu aggiunto da una seconda mano nei libri che derivano dalla famiglia delle 100 lettere. Cosi p. e. in II 12, I il testo primitivo dava: ***** idest ne- gociolum illud quod superesse; la seconda mano riem- pi la lacuna con AnroupYtov. Una terza mano, che for- se è tutt' una con la seconda, scrìsse più tardi in mar- gine la traduzione dei passi greci. Di questo codice parla Pier Candido Decembrio nel seguente bigliettino (*): Petrus Candidus Francisco Pizolpasso Mediolan. pr aesuli s, [i) Dum nihil ago utilius, perlibenter Plinii tui libros inspicerem, praevi- surus utique an emendatìone magna indigeant, ut quid et quatenus per me fieri possit aestimaturus. Vereor enim ne minimum ingenio meo con- suluisse videar, si opus ut intelligo aetate nostra mendatissimum ipse emendare coner, aut humanitati tuae nequaquam indulsisse, si diffiderim. Vale. Parrebbe da supporre che i passi greci siano stati introdotti e tradotti dal Decembrio: e la supposizione acquista conferma da quest'altra sua lettera (2): (*) Questo § è nuovo. (i) Cod. Riccard. 827 f. 28v. (2) Cod. Riccard. 827 f. 24. 6. — PLINIO. 367 P. Candidus Michaeli Pizolpasso s, l,actaDtiain tnum quem ad ine mutuin elingneinque misisti, ad te bi- dui cura doctum oniatumque remitto, ita ut graece loqoi sciat et latine dare intelligatur. Nihil a me praetennissum est diligentiae ut correctum graece legas.... Ora il Lattanzio di cui qui si parla è l'Ambrosiano A 212 inf., già posseduto dall'arcivescovo Pizolpasso.* e su di esso si vedono le citazioni greche intercalate e tradotte dal Decembrio. Confrontate le scritture del greco e delle traduzioni tanto nel Lattanzio quanto nel Plinio, si rivelano della medesima mano. A Milano possedeva le Epistole di Plinio anche Ze- none Amidano che ne discorre in due lettere a P. C. Decembrio: Zefio Amidanus Petro Candido s. {\) Effecit diebus superioribus repentìnus abitus a Mediolano meus ut e- pistolas Plinianas meas, quas usui nulli (nullo cod^ tibi fore propter Rcripturae vitium dixeras, reliquerim. Quare cum istuc nunc proficiscatur dominufi Gerardns Biragus noster, postea item ad nos rediturus, easdem obsecro vel petenti illi tradas vel ne petenti quidem domum mittas. Fie- ri eniin posset ut (in cod,) maioribus nonnullis distento negotiis conve- niendi tni nec flagitandi illas potestas haudquaquam relinqueretnr. Ali- divi enim nonnullos hic volumen illud habcre satis emendatum. Itnque curabo, modo meas habcam, et cas corriRi, quac postcn tibi scniper in promptu ernnt. Saepe mihi cum Fojjgio et Aurispa viribquc his < hniMiiis (t dortis- tfanit, quibus vel littcris vel consuetudine aliqua co^jinHis n., <lr tr ler- mf) ty\. Ex illif iuuuB lum plurimam tibi lalutcm dicere; itaque tu et iUorum et meo etiun nomine vale. [Firenxe 1439-41]. (I) Cod. Riocard. 827 f. 77. 368 R. SABBADINI. Zeno Amidanus Petra Candido s. (i) Placet mihi vehementer quod propositum mutaris statuerisque episto- las illas Plinianas emendare. Nam etsi minime dubitem propter earum incorrectionem provinciam hanc non mediocri tibi labori, ne dicam fa- stidio, merito futnram, tamen cura et praedicatione tua et hortatione non mediocriter Plinio ipsi affectus sim, quid malim potius quam epistolas ipsas emendatas et per te praecipue etiam, cum ea secum et familiari- tate et consuetudine devinctus sis, ut nulla coniunctiore amicitia et pro- piore (^propriore cod^ sermone, quam Plinii utaris. Itaque non modo per me licet tibi epistolas ipsas emendatas reddere, sed id ipsum recipienti tibi plurimas habeo gratias ultroque ad ipsum te opus exoratum esse velim. Quod autem nihil tibi de Commensi (2) nostro scripserim, id ipsum visum fuit mihi superfluum, adveniente istuc d. Gerardo Birago.... Domino autem Poggio et Aurispae commendatum te, ut iubes, feci... [Firenze]. Le due lettere sono del tempo in cui l' Amidano assisteva al Concilio di Firenze (1439-42). Delle Epi- stole Pliniane avevano, egli dice, a Firenze un volumen satis emendatum: sarà da pensare al cod. di S. Marco 284 (ora in Laurenziana), uno dei capostipiti della fa- miglia delle 100 lettere. Il codice di Pomponio Leto? (*) Richiama particolarmente la nostra attenzione il co- dice Ambrosiano H 65 sup., membr. della seconda (i) Ib. f. 87. (2) Francesco Bossi vescovo di Como. (*) Questo § è nuovo. 6. — PLINIO. 369 metà del secolo XV. Proviene dal fondo di Gio. Vin- cenzo Pinelli, che sul foglio 2v di guardia segnò il proprio nome: /. V. P."' Appartiene esso pure alla classe degli otto libri; alla fine: Explicit liber octavus (IX) C. Plinii Secundi Vero7ie7isis. Quel Veronensis ci rivela che il copista accoglieva 1' origine veronese di Plinio, ma non senza qualche dubbio, poiché in mar- gine al f. 58V, dirimpetto a IV 30, 3 glossò: ' Ex hoc lacu, qui penes Comum est, alteram quam Veronam Plinio patriam fuisse coniectandum est: nisi in altera natum, altera donatum dicas. ' E al f. 82V, di fronte a VI 24, 2 tminiccpsy ribadisce il dubbio: * Municipem se appellat Comi, non Veronae '. Questo codice fu copiato tutto da un solo amanuen- se, molto esperto, il quale scrisse contemporaneamen- te i luoghi greci: e di greco s' intendeva, perchè sui margini incontriamo note di tal genere: f. iiv (I 20): Egregia epistola xepl Ppap>.OYta(; xa\ (xaxpoXoYCag *; e simili altre, dove son promiscuamente adoperate le due lingue. Le chiose marginali non sono molto numerose, ma sempre assennate e dotte; p. e. a III 1 8, dove Pli- nio parla del Panegirico: * Extat haec gratiarum ac- tio '; a in 7, dove si annunzia la morte di Silio, cita il carme VII 63 di Marziale, ecc. Il testo è contaminato della classe delle 100 lette- re e della classe degli otto libri e mostra una singo- lare rassomiglianza con quello della ed. pr. del 147 1; senza però che Tuno derivi dall'altro. Si potrebbe arrischiare una congettura sul copista e primo possessore del codice, '^•li m irtfìni occorrono ft. sABBADun, Ttsti latmù 14. K. SABBAOINI. molti segni di richiamo: più frequentemente NOTA (scritto verticalmente), poi FNQ (= Yva)|j.Y) p. e. f. 4V, 8ov), e CH (=^ crY)|jLetù)<jai p. e. f. io, ySv, 86 ecc.). Que- st'ultimo segno è adoperato specialmente da Pomponio Leto. A Pomponio inoltre risale la sigla in cui un (o s'intreccia con un p (=(J)paTov) (i). Essa si trova due volte, al f. 55, di fronte alle parole (IV 19, 4): ' ver- sus quidem meos cantat etc. ', e al f. ói^ di fronte alle parole (V 5,4) ' mihi autem videtur acerba sem- per et immatura mors etc. '. Sarebbe lecito pertanto supporre che il codice sia stato copiato da Pomponio, se non lasciasse gravi scrupoli la scrittura. Inoltre è da osservare che quelle sigle greche, di origine bi- zantina, compariscono sui margini di altri manoscritti latini. Per chi volesse andar più a fondo della questione, soggiungerò due altre note marginali, che si riferisco- no ai tempi del copista: f. 77V, di fronte a VI 13, 4 singulos enim integra re dissentire fas esse '] Sena- torium preceptum quod nunc servat senatus Venetus; f. 100, di fronte a VII 25, 4 * nam tantum utraque lingua valet '] Haec laus hac aetate de Nicolao Se- cundino dici potest. — Il Sagundino morì a Roma il 23 marzo 1463 (A. Zeno Diss. Voss. I 345). Nella nota egli è supposto ancor vivo. (i) Di questi segni di richiamo ha pubblicato un fac-simile V. Zabu- ghin, Giulio Pomponio LetOt Roma 1909, I 60. 6. — PLINIO. 371 Pseudo-Plinio. (*) Fu dal Gamurrini pubblicata nel 1883 (i) una let- tera di un Leonardo Aretino, nella quale si parla di venti orazioni di Plinio il giovine e di una di Sveto- nio. All'infuori del Teuffel, (2) che crede trattarsi di un equivoco, e dello Schanz (3), che nega ogni fede alla notizia, non so se nessuno abbia discussa la questione; ad ogni modo credo utile riprenderla in esame e cer- care di risolverla, per quanto è possibile. E a questo scopo reco quattro lettere del suddetto Leonardo Aretino: una (III) è quella stessa pubblicata dal Gamurrini, della quale io miglioro in alcuni punti la lezione; le altre tre sono inedite. Tutte quattro de- rivano dal codice Laur. Strozziano 104 f. 14-15 e ven- gono qui riportate nel medesimo ordine del codice, I. Leoftardus Arretinus Laurentio salutem auanipIurÌDiaìn dicit. i'oiiicmm orani, mi i-aurcnti vir (.jjiinic, si alia se niihi materia scri- ondì ingereret, saltem quod in buccam prìmum vcnirct, illud me tibi crscribere; itidem factttrum te verbis band ambiguis confirmasti. Sed nde, quaeso, potuit tantus error procedere, ut inter perìtos Htterarum t certe amioos verba data sint ? Kgo quiflrm, meum fatcbor vitium, (•) Comparve la prima volta iu Kiiuia y. .;...., i ..;..;.... 1 52. (1) In Studi e documenti di storia e diritto^ IV p. 14 ) (2) Irtiffcl, Gtsehiehtt der rómisthtn Literatur {^ e 6* edi*.' § 340, 3, '' \y S( h.-iiiz, C.tsch. iler r,>m. filler., 6 44C, ^* »«1. Hì\x,. J). ^i^l «.4. ^^i R. SABBADINÌ. perseverabam nihil scribere, consciiis errati mei, nisi te sensissem in ea- dem culpa esse. Nunc autem libentius operam dedi, ut primus hoc silentium rumpe- rem, quo et tibi excusatior esserti et amicitiae nostrae vel superior vel acceptior forem. Scio tamen paratum esse tibi tuarum occupationum ma- gnum argumentum; illud etiam fortasse dices: te meas interpellare no- luisse (i). Sane ita sit, dum tu mihi id remittes; ncque enim sum qui meam gravare causam [velim], (2) dum plus aequo tuam premo. Unum deinceps inter nos conveniat: sit hoc paratum genus venìae; ista quidem nimia facilitas nonnunquam peccare docuit; temperetur ergo iusta severitate {3); hoc me tibi pacto astringo: si de cetero me tandiu cessantem videris, tuo me indignum amore iudicato; scias cui me subi- cias poenae; nullum excogitare potui maius supplicium, non etiam si morte dignum dixissem. Tu vero quo me tibi astringis pacto ? praestat, ut arbitror, hoc mihi existìmandum relinquere, quam nova in verba iu- rare. Vale. n. Leonardus Arretinus Laurentio suo salutem quamplurimam dicit. Quantam ex tuis litteris perceperim voluptatem, Laurenti mi suavis- sime, ex hoc potes intelligere, quod eas testes egregiae voluntatis (4) tuae magna cum diligentia servo. Desino iam de te sollicitus esse. Re- cognosco veterem Laurentium; nunc te laudo; didicisti quidem te ipsum vincere et piane doces nullum esse dolorem tantum, cui tandem sapiens vir non imperet. Perge quo coepisti et subinde te confirma. Subicerem acres tibi stimulos et currentem adhortarer (5), nisi spera dedisses mihi (i) voluìsse cod. (2) velim om. cod. (3) severitatem cod. (4) voluptatis cod. (5) abortarer cod. 6. — PUNio. 373 neminem eorum, quos modo novi, esse cui te magis creditum velitn, quam tìbi ipsi. Quod fratrera meum acceptum habueris, etsi hoc raihi antiquum sit, ita tamen gratum fuit, ut nec tu nec Appius meus quicquam gratius fa- cere potueritis. Particulam quandam scripti mei, etsi amice, non tamen satis aeque reprendisti; quid enim quod vel trepide vel dubìe tecxmi a- gam ? Scripsi id vereri, ne meae prò fratre meo preces apud te essent ingratae, cum id ex vera longe amicitia sublatura esse oporteat: quis e- nim amicum rogabit, qui se ipsura rogaturus non sit ? Ego vero semper ita de amicitia cogitavi, [ut] (i) una et eadem prorsus anima diversa regat corpora. Volo tamen ut eo me affectu saepe arguas; subicis qui- dem velut quasdam amori nostro faces; nam interdum * amantium rixae *, ut apud tuum comicum (Teren. Aìidr. IH 3, 23) saepe legis, * reinte- grati© est amoris.' Vale. m. Leonardus Arretinus Laurentio suo s, .3.n:piu> .ni le si-iibereni, Laurenti mi suavissime, nisi ea te constan- tia praeditum esse cognoscerem, ut certe noster amor nec intermisso rc- mitti siicntio nec litteris intendi iandudum consuevisset. Huc etiam ac- cedit bumanitas et benivolentia tua, qua etsi multum apud omnes uta- ris, maxime tamen in amicorum vel erroribus vel ncgligentia certare te '!f!lcctat. Non ergo quia tuac diffidam amicitiae quicquam (2) tibi scribo s«:fl ut meo desiderio morcm geram. Quantam enim ex tui» litteris vo- luptatcm capcrem, tantam ex mcis te coniecto sumere. Lìbct (3) enim tcctim aperte loqui: co quidem (4) u«quc nostra processit amicitia, ut nec tacitas cogitationes tuas nec suspiciones assentationis vercar. Amo te, mi Laurenti, nec sino tu unum me dclcctant studia. S«!d postquam rct» tua te a me distraxit nec me tibi praesentem mea (l) ut om. cod. <3) quodcumque G (•- Gamurrini). (3) lice! G. (4) quod (7. 374 R* SABBADINI. permittit (i) necessitas, inveni quo pacto hanc nostrani iacturam tempe- rem: communicatum esse volo, si quid apud me est, quod (2) tibi pro- desse arbitror. Habui clarissimas orationes Sec. (3) Plinii numero viginti, unam praestantissimi viri Suetonii Tranquilli; festino tam (4) ad earum (5) copiam, quam ad lecturam; iam totus ardeo in eo (6) studio, nunquam mihi fuit ita fervens animus. Magnum aliquem spero inde fructum eli- cere, qui si aliis (7) futurus sit, nescio. Illud etiam (8) confido, quod (9) si tu absens et Sempronius eritis (io) praesentes, mecum non mediocrem percipietis utilitatem (11). Vale. IV. Leonardus Arretinus \_Laurentio] salutent quamplurimam dicit. Postquam a gravissimis opportunitatibus meorum studiorum respirare concessum est, Laurenti carissime, visum non sine amicitiae nostrae cri- mine ullum tempus transire, in quo vel non tacitus agam tecum aliquod vel ad te nostra dignum amicitia perscribam. Libenter igitur crebras ad te mitto litteras, neque dum rescribis expecto. Cupio ex te scire, mi Laurenti, etsi optime de te mihi persuadeo, quid agas, cum quibus ver- seris, quae te potissimum delectent (12) studia. Nam nimius (13) et in- (i) promittit cod. (2) quidem G. (3) seri cod.t secundi G. {4) tam om, G. (5) eam cod.y G. (6) in eo] meo G. (7) alii cod„ G. (8) enim G. (9) qnod om, G. (io) erit cod.^ G. (11) volnptatem G. (12) delectant cod, (13) animum cod. 6. — puNio. 375 credibilis in tanta rerum turba perspectus est optimarum artiura amor et ardens voluntas. Scio te occupationibus tuis aliquod tempus subducere et id totura litteris conferre, in quo vel tecum ipse vel apud aliquem doctum virum proficias. Quod si ita est, aeque tuo, mi Laurenti, pro- fectu ac meo gaudeo: neque enim tuum quicquam, postquam te amare coepi, divisum a me duxi, adeo ut (i) cuncta nobis bona pariter ac ma- la communia censeam. Sin aliter est et rex qui te (2) pulcherrimae tuae rei publicae imposuit et totum ab (3) hoc sancto proposito distrahunt officia, queror tecum et dolco. In qua re te non hortor solum sed piane etiam oro, ut, quantum honestas et fides tua patitur, interdum velut ex tempestate in portum et (4) ex hoc rerum tumultu in aliquod pulcher- rimum et litterarium (5) otium te subducas. Et quod « auferebatur, » collige et conserva; non dico quod excedi debeat, cum nullum tibi va- cuum sit; neque quod « subripiebatur, » quia negotium tibi ncgavit o- tium et voluptates. Collige itaque id solum quod nimia patriae, si ni- mia dici potest, sollicitudo cura in praesens (6) tibi aufert et hoc ipsum serva. Nihil est enim ex omnibus quae novi, quod tibi et tuae rei pu- blicae, si cxitum offendis, maiorem possit fructum afferre mihique et iis, qui te beatum esse volunt, sinccram magnam voluptatem conficerc. Fac valeas. Il Gamurrini non dubita punto, che queste lettere siano di Leonardo Bruni; io però non solo ne dubito, ma lo neg^o risolutamente. Anzitutto nella lettera II lo scrivente accenna a un suo fratello; e il Bruni di que- sto fratello non parla mai nel suo epistolario. Dall'al- tra parte la costruzione stentata e spesso erronea e il l'i) «deo et eod, (3) «it et requieta et cod, (3) ad cod, (4) te cod, (5) littenuum cod. (6) mram preeena tod. 376 R. SABBADINI. fraseggio secco e scorretto non sono certo del Bruni, come non è del Bruni la vacuità del contenuto. Ag- giungo poi che il Bruni dinanzi a venti orazioni di Plinio non sarebbe rimasto freddo, come il nostro scri- vente, ma avrebbe dato sfogo al suo entusiasmo e degnamente apprezzata la straordinarietà della scoper- ta, egli che sapeva benissimo quali scritti dei classici erano periti e quali sopravvissuti. Le quattro lettere pertanto non sono del Bruni; e con ciò la notizia delle orazioni pliniane e della sve- toniana perde gran parte della sua importanza. Ma io vorrei anche andare più oltre. Quell' Appio della let- tera II e quel Sempronio della III mi hanno l'aria di due nomi inventati; senza dire che il tono delle let- tere è molto scolorito e che le scarse allusioni a fatti positivi sono troppo generiche; onde io suppongo che esse siano lettere esercitatone o rettoriche, come si voglian chiamare. Se a qualcuno facesse scrupolo la menzione precisa p. e. del fratello e delle venti ora- zioni pliniane, dia un'occhiata alle lettere esercitatone di Gasparino Barzizza, e vi troverà menzione di fatti precisi, che sembrano desunti dalla realtà. Del nostro presunto Leonardo Aretino recherò u- n'altra lettera (i). Bartholomaeo Cozzae congregationis Lateranensis canonico Leonardus Aretinus s, d. Quam diu, cum ecclesiastici declamatoris muiiere in fiorentina synodo fungereris, et [te] de facie novi, virorum eloquentissime, et tuam gratiam (i) Cod. 761 f. I della biblioteca Comunale di Verona. I 6. — PLINIO. 377 sum aucupatus ! Nunc autem accepto nuntio, itcrum apud Florentinos commorari, placuit Alexandruni affinem meum una cum meis litteris ad te mittere; uberiores sane dedissem, sed magnus animi angor, quo vehe- menter premer, ne dicara oppriraor, id prohibuit, quod etiam ex ipso meo Alexandre abunde cognoscere poteris; cui non tantum omnimodam fidem exhibebis, veruni etiam hoc quaeso in me couferas gratiae: nul- lum mei iuvandi locum praetermittas. Vale. Aretio kal. scptembris MCCCCL. Il destinatario di questa lettera è falso. Essa appar- tiene a una serie di documenti, nei quali una mano del sec. XVII sostituì, non so per quali fini, al nome di Timoteo Maffei, canonico lateranese del sec. XV, il nome ipotetico di Bartolomeo Cozza; ma gli altri no- mi non furono sostituiti e ciò diciamo cmche di quello del mittente Leonardo Aretino. Nella data dell' anno 1450 abbiamo una nuova prova della falsificazione, perchè il Bruni morì nel 1444. Ci fu pertanto un umanista che per esercizio retto- rie© assunse la maschera del Bruni e in nome suo compose alcune lettere. Ciò dev'essere avvenuto quan- do si divulgò la notizia della scoperta del Panegirico (li l'Inno. Ho detto per esercizio rettorie©: e questo è indubitato per 1' epistolario esercì tatorio del Barzizza; ma in altri casi, e forse in quello preso qui a consi- derare, si potfi c(jn^'-iunL,''L'r(j o si coiiLfiunse anche la frode (i i) < fr. i;i generale R. S.ibbadini, Z^ scoperti dei codici latini $ greci 174*76. Su altri due omonimi di Ix^nardo Rruni vedi una notisia di F. F. Luìao in Giorn, stor. Uttcr. itai. 32, 148-55. Di quei due, uno, I priore dei moniutcro degli Angeli, è pertona reale; l'altro, l'autore della lettera a Martino V, ritengo fìXium, vn. QUINTILIANO. I La scoperta del Clétnangis. (*) Il testo di Quintiliano adoperato comunemente nel medio evo era mutilo, mancava cioè delle seguenti parti: Epist. ad Tryph., Prooem.^ I i, i-6; V 14, 12 — Vili 3, 64; Vili 6, 17— Vm 6, 67; IX 3, 2— X I, 107; XI I, 71 — XI 2, 33; XII IO, 43 sino alla fine. Nel 1 4 1 6 ne fu scoperto uno integro da Poggio a S. Gallo; ma in Francia Quintiliano integro era noto molti anni prima. Sappiamo già che il nostro Andreolo Arese (i) r aveva avuto di là verso il 1396: non però che l'a- vesse trovato lui, sibbene ne entrò in possesso per mezzo dei suoi amici francesi. Le prove di ciò sono custodite nella corrispondenza epistolare di Nicola da Clémangis, pubblicata da tre secoli (2): le quali da tre secoli attendevano paziente- (♦) Companre la prima vw.i.i ... /w. <j/<i di filoh-- xyviX, 191 1, 540.41. (1) Epistolario di C. Salutati, IH 146. (a) Nicolai de Cleroaogiif Optra omnia, Lugdoni Rat., MDCXJIL 382 R. SABBADINI. mente che i filologi rivolgessero ad esse la propria attenzione. Ecco pertanto i luoghi nei quali il Clémangis parla di Quintiliano: Epist. IV p. 20. Artis precepta, que me quoque a- pud.... Quintilianum legisse confiteor.... Epist. Ili p. II. Cum multa (vitia) ipsi etiam Cice- roni a suis fuerunt emulis, Quintiliano teste (XII i, 14-22), obiecta. Epist. IV p. 22. Hinc est quod Cato ille superior, magnus vir ac doctissimus, oratorem diffiniens ait: ora- tor est vir bonus dicendi peritus; ubi non primum posuit dicendi peritiam, sed viri bonitatem (Quintil. XII I, i). Epist. V p. 25. De poeticis autem est locus apud Quintilianum in libro de oratoria institutione, ubi in omnium genere poematum Romanos et Gre- cos poetas invicem comparat (X i, 46-72; 85-100), sola dempta satyra, que * tota latina est ' (§ 93).... Neque enim audet Virgilium, qui summus inter Romanos est (§ 85), aut in bucolico Carmine Theocrito equare aut Homero in heroico (§ 86) nec Terentium comicum Me- nandro: ' quo in genere dicit Latin os maxime claudi- care ' (§ 98), cum lingua latina, ut ait, non sit capax illius attice venustatis, quam greca servat comedia (§ 100).... Nec preterea Actium Pacuviumque tragicos (§ 97) Sophocli aut Eurupidi, nec Horatium lyricum Pindaro.... Quin etiam precipuos romane historie scri- ptores Salustium et Titum Livium Tuchitidi ac Hero- doto grecis historicis componens, illis quodammodo adsimulare, non autem penitus audet equare (§ loi)...; 7. — QUINTILIANO. 383 pag. 28. Varus (Verg. Ed. IX 35) autem ipse tragicus extitit, quem cuilibet audet Greconim Quintilianus op- ponere (§ 98). Epist. CXV p. 318.... ut quidam illorum scripserint ' musas ipsas sì latine loqui vellent, Plautino maxime usuras eloquio ' (Quintìl. X i, 99). Come vedono i lettori, il Clémangis conosceva il capitolo primo del libro X di Quintiliano dal § 46 al loi: vogliano essi rammentare che i codici mutili nel detto luogo cominciano dal § 108. \! Epist, V, dalla quale abbiamo tratto la maggior messe di notizie, è indirizzata al cardinale Galeotto di Pietramala, morto nel 1396 o 1397: perciò prima di quell'anno il Clé- mangis possedeva un Quintiliano integro. E vero che i codici Parig. lat. 7231 e 7696, entrambi del sec. XII (proveniente quest' ultimo dalla badia di Fleury- sur-Loire), recano un frammento del libro X, cioè X I, 46-131 (i); onde si potrebbe supporre che il Clé- mangis avesse veduto uno di questi due codici; ma da altri indizi risulta che egli conosceva tutto Quintiliano. Le scoperte di Poggio. La prima notizia (*) 1' abbiamo dal Bruni, il quale rosi scrive a Poggio (2): * Quintilianus prius lacer atque disccrptus cuncta membra sua per te recupcrabit. Vidi \\ ì (-il. i'icrviiif. ìM. i' . OiiMitiiMiii l 'c ifìsiit. in tu. r. 'S Pft* rii 1890, LXXXU-LXXXVl. (*) Comparvt Ia prima volta in Rrvista di filologia XX, 18911 307*8. (a) Leonardi Bnini Arct. F.pìst., IV 5. 384 R. SABBADTNi. enim capita librorum: totus est, cum vix nobis media pars, et ea ipsa lacera, superesset.... Florentiae idibus septembris MCCCCXVI '. La scoperta fu perciò fatta tra l'agosto e il settem- bre del 141 6. Poggio mandò subito a Firenze l'indice dei capitoli, perchè vedessero di che si trattava; in- tanto egli poneva mano alla copia, intomo alla quale lavorò 54 giorni. Ecco la sottoscrizione del Quintiliano Vatic. Urbinate 327 f. 235: Scripsit Poggius Florenti- nus hunc librum Constantie die bus LI III sede apostolica vacante. Reperimus vero eum in biblyotheca monasterii Sancii Galli, quo plures litterarum studiosi perquirendo- rum librorum causa accessimus: ex quo plurimum utili- tatis eloquentie studiis comparatum putamus, cum antea Quintilianum ncque integrum 7teque nisi lacerum et trun- cum pluribus locis haberemus. — Hec verba ex originali Poggii sumpta. Contemporaneamente se ne trasse un apografo an- che Antonio Franchi, come attesta la sottoscrizione del cod. Vindobon. 3135 (CCXLVIII Endlicher): J/. i^ Q. institutionum oratoriarum ad Victorium Marcellinum liber ultimus (XII) explicit. Quem feci scribi ego An- tonius Bartholomei Franchi de Pisis Constantie a. d, M.CCCCXVL Poco tempo di poi Poggio annunziò le sue nuove scoperte con una lettera a Guarino (i), nella quale fra l'altro sta scritto: Hec (Quintiliani et Asconii opera) (i) Pubblicata parecchie volte, p. e. Poggii Épist. coli. Tonelli I 25; Bandini Cod. lat. II 382; Zacharia Biblioth. Pistor. 48; Fabricius Bi- blioth. Lat. n 524. 7. — QUINTILIANO. 385 mea manu transcripsi et quidem velociter, ut ea mit- terem ad Leonardum Aretinum et Nicolaum (Niccoli) Florentinum Scis quo sit in loco, ut si eum voles habere, puto autem te quamprimum velie, facile id consequi valeas. Constantie XVII kal. ianuar. 141 7 (= 1416). Qui la cifra 141^ va calcolata relativamente alle ca- lende di gennaio, sicché la data tradotta nel nostro stile vale 16 dicembre 14 16. Questo metodo di datare non è molto frequente nemmeno ai tempi di Poggio, il quale, credo, ha segnato quell'anno sbadatamente invece di 1416. Calcolando del resto che Poggio si sia messo alla trascrizione nel settembre, coi 54 giorni che v' impiegò giungiamo al novembre: ciò che com- bina pienamente con la data della lettera. Di questa lettera abbiamo due redazioni. La secon- da si legge nel Quintiliano Ambrosiano B 153 sup. f. 275V. Presento qui le differenze dell'una e dell'al- tra (*). Poggii Fpist. ic(^^ 'FV. Tulli» Cod. Anibros. B 153 sup. I 25 anepigrafa; in marg. epistola Poggius Fbrentinus secretarms (son lasciate vuote quattro righe opostoliats p. s. d. Guarino suo per l' intestazione). \ 'eronensi, Licet inter quotidiana» occupa- Licet inter varias occupationet tioncs tii;i9, prò tua in omncs hu* tuas qui maximis in rebus continuo (♦; (.'omparvc la prima volta in Studi itaL/iloL class. XI, 1903,351 •54. Mia lettera tengono dietro nel cod. Ambrosiano gli indici dell'opera (ii Quintiliano. E. ftABHAMNI. 7>r/> ttitini, 1^. -.86 R. SABBA DI M. manitate et benivolentia in me sin- gulari iucundiim semper tibi litte- raruni mearum adventum non igno- rem, tamen ut in bisce perlegendis praecipuam quandam praestes at- t entionem te maiorem in modum obsecro: non quidem ob eam causam ut aliquid in me sit quod vel summe ociosus requirat; sed propter rei dignitatem de qua scripturus sum, quam certe scio, cum sis longe peritissimus, non parvam tibi cae- terisque studiosis hominibus esse allaturam animi iucunditatem. Nam- quicquam ferme valerent praecipue iis maxime praestant fuerint latinae linguae p. 27 ut nihil ei — meo iudicio deesse videatur Cicero romanae parens eloquentiae et molestiae et dignitatem plures erant Marcelli ac praestantes p. 28 eum modo simili intentu revocaverimus auxilium rapi supplicium ut inquit mil. p. 29 pulvere squalentem erant enim non in bibliotheca libri illi ut eorum quo ne capitalis quidem rei damnati retruderentur versaris haud facilem aditum fore existimem litteris meis, tanta est tamen apud me opinio humanitatis • tue, ut arbitrer te quoque quo has paulum queas legere negociis tuis nonnihil temporis surrepturum: non quidem ob eam causam ut aliquid in me sit vel quod summe ociosus requirat, sed propter rei dignita- tem de qua sum scripturus, quam certe scio cum sis in ter ceteros e- tatis nostre viros longe peritissimus, non parvam tibi esse allaturam animi iocunditatem. Nam- quicquam valerent precipua iis maxime prestent fuerunt lingue latine ut ei — meo iudicio nihil (nihil add, al. m.) deesse videatur Cicero parens eloquentie ac molestie atque dignitatem plurimi erant Matcelli et prestantes eum vestro (uro) simili interitu in avitam patriam revoc — presidium supplicium rapi ut ait milibus pulvere refertum erant enim in bibliotheca libri illi, non (non add. al. m.) ut eorum quo ne vita quidem damnati detruderentur J. — QUINTILIANO. 387 Si essent — viros rimarentur Si esset — viros recogno- ac recognoscerent secret Habes mi suavissime Guarine Habes mi suavissime Johannes Vellem et potuisse libnim Velleni potuisse et libnim consequi valeas. Vale et me consequi valeas. Cum hec scrip- quando id mutuum fit ama. Con- sissem,supervenit Johannes Canutius, stantiae XVIII kalendas ianuarias vir inprimis eloquens et mihi prop- anno Christi 141 7. ter ipsius probitatem necessitudine coniunctus; quem cum rogarem ut curaret has ad te litteras deferendas, se id munus dixit velie suscipere, sperans se prope diem isto ventu- rum. Deinde cum mihi explicasset quoddam desiderium tuum plenum summa honestate peteretque a me, quem sperabat plurimum posse, ut meam in ea re diligentiam atque operam prestarem, pollicitus sum cum sua causa tum vero maxime tua, me cum primum Leonardum Aretinum videro (nam litteris ista minime sunt agenda) ab eo effla- gitaturum omnibus ut aiunt nervis quod te video optare atque id prò singularì araicicia que secum est iaro inde a tcncris annis me impetratu- rum confido. Vale et me, quando id mutuum fit, ama. Datum Con- stantie etc. A detemìinaru il desiinatario della nuova mia/ione trarremo costrutto da tre circostanze: che abitava una città la quale non era Firenze, ch'era un uomo assai affaccendato, che aveva g^randissima conoscenza (pt' ritlssimus) di codici; tre circostanze che ci fanno pen- 388 R. SABBADINI. sare a Giovanni Corvini d'Arezzo (i), sin dal 1407 in- signito della cittadinanza milanese, consigliere autore- vole di Filippo Maria Visconti, appassionato ricerca- tore ed esperto estimatore, come vedremo, di codici e possessore di una preziosa biblioteca. Una testimo- nianza diplomatica viene opportunamente a confermare la nostra ipotesi, poiché il Querini (2) ha veduto la lettera di Poggio in un codice di Bergamo con l' in- testazione ad Joannem Aretinum. Intanto il Quintiliano integro era arrivato a Firenze. Nell'aprile del 141 7 il Bruni era tutto inteso a redige- re il nuovo testo, fondendo il codice di Poggio col codice mutilo che già ivi possedevano. Scrive infatti a Poggio: Quintilianus tuus laboriosissime emendatur, Permulta sunt enim in nostro vetusto codice, quae ad- denda tuo videantur. Sed in quibus locis vetustus dee- rat, hoc est in syncopis illis grandioribus, plerisque in locis insanabilis morbus est.... Florentiae II nonas apri- les [14 17] (3). Il codice arrivò anche a Padova al Barzizza (*), il (0 Poggio aveva conosciuto il Corvini nel 1414 a Milano, quando passò di là diretto al concilio di Costanza; Leon. Bruni Aret. Epist. IV 6: questa lettera nei codici ha la data: Florentiae JJJJ kal. decembr. MCCCCXVI. Scrive ivi il Bruni al Corvini: Illud quoque me plurimum movet, quod ab egregio adolescente Poggio Terranovano familiarissimo et amantissimo mei dudum percepì, quanto honore ipsura, cum ad vos accessisset, vel solo meo nomine, fueris prosecutus. (2) Diatriba prael. ad F. Barbari epist. p. II. (3) Leon. Bruni Epist. IV 9. (*) Comparve la prima volta col titolo: Studi di Gasparino Barzizza su Quintiliano e Cicerone, Livorno 1886, 2-6. 7. — QUINTILIANO 389 quale pare avesse atteso a supplire il testo mutilo nello stesso modo che aveva praticato per i codici mutili delle opere rettoriche di Cicerone (sopra p. 103-1 1 1). La testimonianza proviene dal Biondo: sicut diu antea in Quintiliani Institutiotiibus multo labore suppleverat (i). Di questi supplementi nelle lettere sì edite che ine- dite del Barzizza non trovai finora nessun cenno; per la qual cosa non possiamo nemmeno congetturare di che genere essi fossero. Diamo luogo invece alla let- tera, che ce lo mostra in possesso di un Quintiliano integro: Gasparinus Ludovico Caucio sai. (2). Studium tuum curam diligentiamque in res meas ncque laudare satis possim nec admirari, qui nullum amici officium in depellenda a me iniu- ria pretermisisti, quod etsi mihi tuis litteris et sermone hominum qui inde ati me proficiscebantur explorati.ssimum esset, tamen et veteri iu- licio meo et litteris recentibus Zebedei necessarii mei multo exploratius labui. Sed vereor ne qui tua diligentia tam commode utor negligentis- imus in re tua vidoar. Scripsisti enim et de losepho historico et de ' )aintiHanr>, onstantia integer ad me delatus est, utrum copia \\:\\\fx\ pos-ct. NiUKjuum fuit cui littcnis posscm ad te committere; se- j-f a t.ilxrllariis elusus sum; ncque occupationcs mee, quo ut nosti vix 'Kpirandi spatium concedunt, ncque ulla alia causa impedimento fuit, f-d quia non habui cui, ut dixi, mcas darcm litteras. Nunc vero et ho- minem rt trmpus commodÌH8Ìmum nactUN tibi satisfacio. Scia omnia mca tiia V IO merito assecutum, ut negare nihil possim. (juititiiiaiiii^ <x vetustissimo codice in Germania transcriptus totus n- (1) FI. I3lon»lus, opera, Baiiilcac 1559; I, p. 346. Ne parla anche lacob. Philippu» Jicrgomas, Siif'^/rm. Chron., Vcnctiis 1513, f* >74-27Si na iUtcrando i (atti. il) Cod. Riccardiauo 779 i. ic». 390 SABBADINI. pud nos extat (i); multo minus corruptus est; siquid agi vis fac me cer- tioreni, modo Patavii exempletur; non enim propter quotidianum usum carerà toto libro possem. losephus olim apud me fuit, causa eris alieni, quo mihi Abbas San- cii Zenonis (2) tenebatur; nunc ere persoluto liber ad Abbatem rediit. Nihil est quo satis possim tuo desiderio facere. Alia libi via ineunda (3) est, si vis copia huius historie potiri; temptavi omnia ut meo nomine libro isto uti posses: nihil profeci. Hec sunt que licet tarde, tamen ut res tulit ad te scribo. ludicabis itaque meum in te officium potius ex animo quam ex fortuna, nec tam mihi quam casui imputabis si in referenda gratia minime possim par pa- ri, ut aiunt, reddere. Nondum magnifico principi ac domino nostro gratias egi; sed cum o- tium quod diu sequor atque animo (4) concepi, mihi suppeditavero, con- fido, si minus animo meo, suo tamen abunde satisfacturum. Vale et me celsitudini sue commenda. Quel Lodovico Cocco, al quale la lettera è indiriz- zata, è probabilmente il padre di Marco e Giovanni, che furono scolari del Barzizza (5). Vi si trova nomi- nato uno Zebedeo e questi era il dal Ponte, bergama- sco anch' egli come il Barzizza, con cui era in fratelle- vole relazione (6\ Altre allusioni si fanno nella lette- ra, delle quali non posso dare nessuna spiegazione: come r ingiuria, nominata sul principio, e l'obbligazione che il Barzizza dice di avere verso il doge veneto. Cosi della storia di loseffo (Giuseppe Flavio) non incontrai altro cenno nell'epistolario barzizziano. (i) erat cod. (2) Genonis cod. Era Pietro de Miliis. (3) tibi invenienda cod. {4) diu sepe atque animum cod. (5) Gaspar. Barzizii Opera, I, p. 204. (6) Ibid..) p. loi etc. 7. — QUINTILIANO. 39 1 Comunque sia, la lettera è scritta certamente da Pa- dova e, secondo ogni probabilità, tra il 141 7 e il 141 8. Forse riusciamo a scoprire con qual mezzo il Bar- zizza ricevette il nuovo codice. Riporterò a questo scopo alcuni periodi di una sua lettera: Epistola Gasp ar ini Per gameti si s (i). Reverendissime in Christo pater et domine domine mi singularissime. Redditi sunt mihi quinterni quinque in finem Quintiliani (2), ex quibus tantam voluptatem animo meo (3) iocunditatemquc percepi, quantam qui (4) maximam ex rebus optatissimis, si frui eis contingat, carpit... (5) Satis itaque de Quintiliano. Reliqua ad pueros vestros pertinentia curan- tur hic omni studio ac diligentia. Dominus Francischinus pierunque eos adii (6), lohannes Augustinus filius ^7) non deficit; ego, ut sepe dixi, ad gabemaculum sedeo.... (8) Patavii pridic kal. aprilis [14 17]. La lettera manca d' intestazione, ma congetturiamo che sia indirizzata al cardinal Branda di Castiglione. Si noti intanto che il corrispondente apparisce dal ti- tolo di reverendissitmis pater un alto dignitario eccle- siastico e si badi poi a quello che vi è detto: reliqua (\\ Cod. di Bergamo F V 20 p. 69. (2) Intendo in finem Quintilioni: per giungere alla fine del testo di Quintiliano. Perciò l'ii vlmuil- riiiiiulato in più riprese. (j) tuo cod. (4) qaam cod. (5) carpiti» cod. (6) audit cod. (7) figlio del Barxizza. (8) Cfr. ('iccr. />. Rose. ,1 i<l gubernacain rei publicflc Redeo. Di qui potremmo tospcttore che il Barsixsa nveuc già ricevute le oroxioni ciceroniane del codice di Cluni (lopi 392 K. SAHBADINI. ad pueros vestros pertincntia curantur, dove s'ha a in- tendere di fanciulli che stavano in convitto presso il Barzizza. Ora da un'altra lettera, pure anepigrafa, ma incontestabilmente del Barzizza, veniamo a conoscere che costui teneva a dozzina i nipotini del cardinal Pia- centino, che è tutt'uno con Branda di Castiglione: Sunt (i) tres alii..., nepotes reverendissimi patris d. car- dinalis Piacentini, qui apud me nutriuntur: quibus fa- miliarem magistrum proposui et ego, ut dici tur, ad gu- bernaculum sedeo (2) et quantum mihi videtur clavum moderor et cursum navalem eorum dirigo (3). Il destinatario perciò della lettera precedente è Bran- da di Castiglione: e da lui il Barzizza ricevette in più riprese la copia del nuovo Quintiliano, inviatagli da Costanza dove Branda assisteva al Concilio. Del nuovo testo {^^) il Barzizza cita una lezione nella sua Orthographia, dove sta scrìtto: CoN per o ^tn que prepositio nunquam reperi tur nisi in compositione; et est secundum Quintilianum (I 7, 5) differentia inter con per o et n, cum per u et m, quom per q. u. o. m vel per q et duplex u, prout in alio Quintiliano ex vetustis- simo codice transcripto, qui repertus nuper est in Germania, scriptum comperi (4). (i) Cod. Riccardiano 779 f. 150. (2) Ripete la frase dell'altra lettera. (3) Cfr. Cicer. Epùt. ad fam. IX 15, 3 sedebamus in puppi et cla- vum tenebamus. (*) Comparve la prima volta in Studi ital. filol. class. XI, 1903, 365. (4) Questo articolo si legge in entrambe le edizioni delV Or t^ograpàia, la prima composta a Padova, la seconda a Milano. Cfr. Studi itnl. XI 364-68 e sopra p. 122. 7* — QUINTILIANO. 393 La lezione per q et duplex u è del vetustissimus codex ed è anche del Quintiliano Turicensis (Zurigo), che ha, secondo la testimonianza dello Spalding-, per q ac diias u sequentcs. Se ne conchiude pertanto che il co- dice scoperto a S. Gallo da Poggio va identificato col Turicensis, il quale del resto sappiamo che pervenne a Zurigo dalla badia sangallese (i). Verìsimilmente dal Barzizza ebbe il nuovo Quinti- tiliano a Padova GugHelmino Tenaglia, un Fiorentino che studiava in quell'Università (*). Il suo Quintiliano è ora il codice VI F 21 della biblioteca Estense di Modena, nel cui foglio di guardia si legge la seguente lettera: Guiglelminus Taitaglafamndissimo oratori integerrimoque amico suo Bernardo Spinge s (2) s. p. d, Munus abs te diutius efflagitatum exhibeo, non ea fortasse scripturae ornatusquc elegantia decoratum, sicut tua eiusve principis, cui orator adsistis, humanitas celsitudoque expostulat, summa tamen et operis per- fectione ac (ipsius auctoris praecepto) scita emendatione absolutum. Li- brariorum enim desidia noster hic Quintilianus pluribus annis non soluni apud nos sed apud exteras nationes et corruptus et principalioribus mem- bris mutilatus dignosccbatur, ni cura et diligentia eruditissimi viri con- civi» mei Poggii Fiorentini pridie illius fragmcnta ex intcriori Germania (i> M. F.»>ii < hiinf.ii ,.,; /).• ..,<•/.•/ ..,-.,, ..... <,.-,]. \;„.y y ;,,.;.... ,-.,«, I p. XI. ■. (♦) Compiiive la prima volta in Rivista dt Jiioiogia XXI, 1892, 142- 43; e in C tornale stor. leti. itai. 46, 1905, 81. '2) Forse era segretario di qualche principe straniero residente a Fi» rcnze pretino la corte di papa Martino V, dbe dimorò in quella città fino al settembre del 1420. 394 ^- SABBADINI. ' nobis restituisset. Quae cum collegisscm, suo in loco illa rccondens, non infacetum sed multas oranis Hyspaniae redolens concinnitates opus per- fectissimum tibi constitui, deprecatus hominis affectionem, non muneris parvitatem consideres; qucm tanidiu tibi agnatisque tuis obsequentissi- mum expositissimumque aspicies, quamdiu immortalis dei beneficio hoc in orbe vita mihi aderit. Vale. XHII kal. iulias, ex Patavio 1420. Dalla qual lettera desumiamo che il Tenaglia mise insieme una redazione mista, prendendo per base il testo dei codici mutili e intercalandovi le parti venute nuovamente in luce. Sul mittente possiamo dire qualche cosa. Guglielmi- no Tenaglia infatti fu uno dei sedici cittadini fiorenti- ni, ai quali il Niccoli col testamento del 1437 affidava la custodia e la conservazione della sua biblioteca. Nei documenti il Tenaglia è chiamato < cavaliere e avvo- cato > (i); senza dubbio egli nel 1420 studiava legge a Padova; anzi nel 1419 fu in quell'Università rettore dei giuristi, come ne fa fede il discorso recitato nel- l'assunzione della carica, il quale porta la sottoscrizio- ne (2): Oratio Guiglelmini Tanagla fiorentini in accep- tatio7ie of fitti rethoratus utriusque Universitatis (3) iuri- starum tam ultra montanorum quam citra. Che si tratti di Padova, è attestato dalle parole ^ urbi Paduane >; che l'anno sia il 141 9, ricaviamo da queste altre: < nec « vos, o eterni ignes, P. Marcelle huius urbis dignis- (i) Mehus, Vita A, Traversarti, p. 63-64. I documenti presso G. Zippel, Nicolò AHccoli, 1890, p. 97, 102. (2) Cod. Riccardiauo 1200 f. 151 z'; com. Quales quantasque gratias. (3) Universalis cod. 7- — QUINTILIANO. 395 < sime pontifex, tuque M. Dandule nec non Lau. Bra- < gadine huius regie civitatis rectissimi presules >, perchè nel 1419 appunto il Dandolo e il Bragadin fu- rono governatori di Padova, il primo com3 podestà, il secondo come capitano. Oltre al primo Quintiliano, Poggio durante la sua presenza a Costanza ne scopri un secondo, com' è at- testato da una lettera di Guarino (*): Guarinus Verone^isis Poggio p. s. d. (i) .... Superiori tempore ad nos allatus Quintilianus est, quem tua opera [ad vitara retractum esse] (2) haec fatetur actas et posteri non ta- cebnot; idque tanti apud studiosos litteraruni homines fit, ut perrara Constantiae gesta sint, quae huic ipsi librorutn inventioni anteponantur. Ceterum cum vel librariorum menda vel alia depravatus causa (3) sit, tua raihi opus est ope atque opera. Sentio te aliud Quintiliani exemplar nactum esse, quod apud te est; ex quo unum nomine meo conscribi fa- cias oro, quam emendati or esse potest. Quod si facere vis, hoc est si per alias occupationes tuas licct, quam primum pecunias tibi dari faciam, quas tu ipse iusseris. Quam gratum autem id et mihi et litteratis futu- rum sit, dicerc non possum. Erit praeterea officiosum admodum ut quem ad vitam retraxerìs incolumem scrves in luce. Vale. Barbarus noster plu- rìens tibi salutem nuntiat. Manca la data, che però si può fissare ( on molta approssimazione. Poggio lasciò Costanza, dove è tut- (♦) Comparve la prima volta col titolo: Studi di Gasp. Bartitta su Quintiiiano t Ciaront^ Livorno 1886, 6. ^1) Codice Harleian 2492 f. 370V; cod. di Lyon l6^ 2) ad vitam eskc om. codd. (j> e uni •aii.l 396 R. SABBADINI. torà presupposto, con la corte pontificia il i6 maggio del 141 8 (i); qui siamo dunque al più tardi nei primi mesi dell'anno medesimo. Questo secondo codice fu da lui trovato probabil- mente nell'escursione estiva del 141 7 in Francia e Ger- mania, donde ritornò con le otto nuove orazioni di Ci- cerone (2). E non se ne trasse copia, come del primo, ma si portò seco 1' archetipo; di che rimane testimo- nianza in una sua lettera al Niccoli (3): Nicolaus Tre- verensis huc venit afferens secum sexdecìm Plauti co- moedias in uno volumine. Liber est illis litteris antiquis corruptis, quales sunt Quintiliani Ro- mae VI kal. ianuarii 1429. Il nuovo codice fu copiato nel Monac. lat. 23473 e nel Laur. 46. 9, il quale ultimo reca la sottoscrizione: Vespasianus d. Manni de Tuderto mihi scripsl sub annis domini MCCCCXVIII (4). Dubbi del Valla sulla nazionalità di Quintiliano, i^) Dell'origine spagnola di Quintiliano dubita una bio- grafia anonima, pubblicata nell'edizione veneta del 1494, che per molto tempo fu attribuita, non si sa su quale (i) Pastor, Geschichte der Pdpste I 165 n. 2, (2) Cfr. sopra p. 43-45. Sulle due escursioni di Poggio nel 141 7 vedi R. Sabbadini, Poggio scopritore di codici latini in Germania (Rendic. d. r. Istit. Lotnb. se. lett. 46, 19 13, 905-908). (3) Poggii Epist. coli. Tonelli I 304. (4) A. Beltrami, De Quintiliani institutionis orai, codicibus in Memorie del r. Istit. Lomb. se. e lett. XXII, 191 1, 182-86. (*) Comparve la prima volta in Rivista di filologia XX, 1891, 317-22. ;. — QUINTILIANO. 39^ fondamento, al Valla. Il primo a negare che essa ap- partenga al Valla è stato, mi pare, lo Spalding (i), il quale però adduce una ragione un po' troppo sogget- tiva: « neque videtur Laurentius Valla tam negligen- ter haec fuisse scripturus >. Io porterò un argomento assai più valido, la testi- monianza cioè dello stesso Valla, il quale parla di Quintiliano nelle Adnotationes in Raudensem. Non cre- do che questo passo siii stato ancora adoperato alla soluzione della presente questione; in ogni modo non sarà male rinfrescare la notizia. Raudensis (2). Quintilianum nominat Seneca nono (3) Declamationum suarum dicens: < transeo istos quorum cum vita fama extincta est >. Laurentius. In hunc errorem incidit Petrarcha, qua- lia multa peccat Vincentius Historialis (4), ut alii multi ex plebe illitteratorum, qui alium prò alio vel aucto- rem vel principem virum ponit, velut vStatium Tholo- sanum y^ro ^tatio Caelio (5) ac tres Catones prò uno (\) Spalding nella sua edizione di Quintiliano, I, p. XXXVH. (2) Valla, Adnotationes in Raudensem, Qo\or)\i\t, 1522, p. 48. Le Adno' iationts furono composte nel 1442 o 1443, vedi R. Sabbadini, Cronologia del Panormita e del Valla, Firenze 1891, 99-100. (3) La citazione e errata; vedi Seneca padre Contro^'. X, praef. 2, dove i nostri tetti hanno cum ipsis invece che cum vita. (4) Vincentius Bcllovacensis nello Speculum historiaU, V, 61, con- fonde Stazio comico con Stazio epico. 5) Intendi Statio Caeeilio, il comico. Quanto poi a Stazio epico, il Valla Io fa di Tolo»a, come tutti del resto nel mwlio evo, perchè fa confuso col retore Statius Ursulus Tolosensis nominato da (ìirolamo (( hfun. a. Abr. 2073). ^ Dotixie tere sul nome e nulla patria di Sta- 398 R. SABBADINI. duosque Scipiones prò uno, nescientes quo quisque tempore fuerit. Ita hi duo non vident Quintilianum plurimis annis superstitem Senecae fuisse, quìppe qui opus de instìtutione oratoria sub Domitiano Traìano- que composuit et mentionem Plinii iam mortui facit (i), sicut et ipse Plinius de Seneca mortuo (2), Senecam vero a Nerone interfectum, qui senior Quintiliano cir- citer octoginta annos fuit quique, si ipsi credimus (3), potuisset audire Ciceronem, qui ante Quintilianum obiit circiter centum quinquag^inta annos. Ergo alius Quin- tilianus fuit, de quo Seneca meminit, et forte pater zio si deducono dalle sue Selve, le quali furono scoperte nel 141 7 da Poggio (Sabbadini, Poggio scopritore 907); ma nel 1442 il Valla non le conosceva ancora. Del resto non le conosceva più tardi nemmeno An- gelo Decembrio, poiché nella Politia literaria, p. 29-30, parlando di Stazio nomina solo la Teòaide e V Achilleide. La Politia fu pubblicata nel 1462 e riproduce ciò che il Decembrio aveva imparato da Guarino a Fer- rara, sicché nemmeno Guarino conosceva le Selve. Il fatto è abbastanza strano. La verità fu ristabilita dal Panormita nel seguente epigramma (codd. Vatic. 1670 f. 120; 3282 f. i): In statuam Statii poetae Neapolitani Qui cecinit Thebas primum, mox orsus Achillem Occidit, hac coli tur Statius in statua. Hunc genuit tali gavisa Neapolis ortu, Ipsa Tolosa licet blateret esse sunm. Haec etiam genuit Stellam fecunda poetam Ne sit in hoc uno splendida Parthenope. Quod si vana suum contendat Gallia vatem, Sylvarum relegas, candide lector, opus. (i) Quint., Insta. orat.,Jn, i, 21. (2) Plin., JSpist., V, 3, 5. (3) Seneca Controv., I, praef., 11. 7. — QUINTILIANO. 3^9 Quintiliani aut avus. Nam pater Quintiliani eloquens sane fuit, ut quodam loco filius ipse testatur (i), affe- rens orationis illius testimonium. Quod si ita est, non ex Calaguritana urbe oriundus est, ut Hieronymus (2 alt; sin illinc est, ergo nec pater Quintiliani fuit, de quo facit Seneca inentionem, quoniam Calagurae non Romae eloquentiam exercuit. Nam idem Hieronymus ait (3) Galbam, qui fuit imperator post Neronem, du- xisse Quintilianum ex Hispania, ut Romae rhetoricam doceret. De quo alias plura dicemus, hoc tamen di- xisse contenti, Quintilianum hunc a puero Romae fuis- se eruditum et Hieronymum ita in Quintiliano potuis- se errare, ut fecit in Bruto, quem ait duxisse Porciam Catonis filiam in matrimonium virginem ^4), quae fue- rat Bibuli uxor, ut Plutarchus (5) ait. De Seneca autem an unus sit an duo, minus dili- genter attigit, contentus sententia nescio cuius Sidoni poetae (6), nec animadvertit Quintilianum testimonium (7) afferra Senecae in tragoediis, ubi Medea ad Creontem loquitur: < quas peti terras iubes ?» et tamen unum Senecam inter legendos nominare, cuius et epistolae (i) Quintil., Inst. orat., IX, 3, 73. (2) Girolamo scrive: e Quinlilianus ex Hif.pnnia Cnhiguiritr.nus priniu Romae publicam scholam [aperait] et salarium e fisco acccpit ». (3) Girolamo: « Fabius Quintilianus Romam a Galba pcrtlucitur >. (4) Girolamo, Advemis lovinimium, I, cap. 46: « Brutus Porciam vir- ginem daxit nzorem ». (5) Fiutare, Cat. min., XXV, 2. (6) Apoliin. Sidon., Cirni., IX, 22Q, distingue un S( uni filosofo e 00 Seneca tragico. (7) Quintil., Inst. 400 R. SAfiBADINl. et dialog-i et poemata et opera philosophiae ferantur (i). Tamen duo eximii Senecae fuerunt, ut Martialis (2) te- statur, qui fuit aequalis Quintiliani luvenalìsque; ait e- nim < Binosque (3) Senecas et unum Lucanum Fa- cunda loquitur Corduba 3>. Ceterum an idem sit qui tragoedias et alia opera condidit, dubitari potest cer- te. Qui nonae tragoediae (4) auctor est, Seneca maior non fuit, de quo alias suo loco dicemus: nam de e- mentìtis ad Paulum et Pauli ad eum epistolis alio o- pere (5) disputavimus. Riguardo a Seneca il Valla commette uno di que- gli errori, che egli rimprovera al Bellovacense, al Pe- trarca, al Raudense; confonde cioè in una sola perso- na (come del resto tutto il medio evo) i due Seneca padre e figlio; inclina tutt'al più a distinguere Seneca filosofo dal tragico (6). Riguardo invece a Quintiliano egli è infinitamente superiore al Raudense, il quale faceva una sola persona del Quintiliano nominato da Seneca padre con l'autore àeVi^ Instttutio oratoria. Non solo, dice il Valla, Quin- tiliano non mori prima di Seneca, ma gli sopravvisse e sopravvisse a Plinio, esso stesso sopravvissuto a Se- neca, sicché Quintiliano fu un ottantanni più giovane (i) X, I, 129. (2) I, 61, 7-8. (3) I codici leggono duosque Senecas unicumque Lucanum. (4) La nona tragedia nella redazione A è VOctavia. (5) Quest' opera del Valla è perduta. (6) Sulla questione dei due Seneca e se il filosofo sia da distinguere dal tragico, vedi Coluccio Salutati Epistol. I 150-155. Ma il Salutati confondeva pur sempre in una sola persona Seneca padre e figlio. 7- — QUINTILIANO. 4OI di Seneca, avendo scritto la sua Institutio sotto Do- miziano e Traiano., Seneca avrebbe potuto veder Ci- cerone, mentre Quintiliano morì un centocinquant'anni dopo Cicerone. - Con ciò il Valla collocherebbe la morte di Quintiliano verso il 105 d. Cr. Distinto per tal modo il Quintiliano dell' Institutio dal Quintiliano citato in Seneca, egli fa di questo il padre o l'avo di quello. Se è così, ragiona il Valla, il Quintiliano dell' Institutio non nacque in Spagna, ma in Roma, dove suo padre era retore. O vogliamo il Quintiliano deW Institutio nato in Spagna, di dove G al- ba lo condusse a Roma ? E allora questi non è il fi- glio del Quintiliano citato in vSeneca. Il Valla propende per la prima ipotesi, ammettendo perciò errore nella testimonianza di Girolamo; e per mostrare che non è un capriccio negar fede a Giro- lamo, lo coglie in fallo anche in un altro caso, cioè rispetto a Porcia figlia di Catone. Ora reco alcuni passi della biografia anonima: < Marcus Fabius Quintilianus Romae natus est, quì- bus consulibus aut quo imperante Caesare, non legi. Verissima coniectura adducor, ut fidem libris tempo- rum non habeam, ubi legitur: Quintilianus Calagurra urbe Ilispaniae oriundus.... At ipse dicit cum esset a- dolescentulus, cognovisse Domitium Afrum (i) et Se- necam (2), qui ambo sub Nerone periere. Seneca in libro sexto (3) Divisionum Quintiliani declamatoris me- (I) QmnX., Insti t. or., V, 7, 7. i2) Ib., Xn, IO, ir. (3) Lcm;i decimo. R. Sabsadini, lati io imi. fl6. 40i li. SABBADINI. mìnit... Is avus fuit M. Fabii Quintiliani, qui Romae multis annis rhetoricen cum summa laude docuit. Et ipse rursus Quintilianus mentìonem facit patris, qui causidicus fuit apud principem Quo tempore deces- serit, affirmare non audeo, quoniam is, qui tradit, fide caret >. Il confronto dei due testi mostra evidentemente che il Valla non è autore della biografia, ma mostra an- che che air anonimo erano note le idee del Valla, il quale perciò dev'essere considerato come il primo che mosse dubbi sulla nazionalità di Quintiliano. Studi del Valla sui codici deir € Institutio oratoria > La discussione del Valla sulla nazionalità di Quin- tiliano è un saggio degli studi ch'egli veniva prepa- rando sul suo prediletto fra gli autori latini e ne dà formale annunzio con quelle parole: de quo alias plura dicemus (i). Le Adnotationes in Raudensem sono, come già ho detto, del 1442 o 1443. In quello stesso tempo il Val- la deve aver domandato un Quintiliano all'Aurispa, il quale nel dicembre 1443 (2) cosi gli scriveva: « Quintilianum quem ad te iampridem misi nescius sum an acceperis ». (i) Si veda anche quest'altro passo à.€^^ò Adnotationes (p. 38): « Nam Consultus (cioè Consultus Chirius Fortunatiaiius) ac Martianus Capella et quidam alii de arte praecepta haec dant, sed plurima ex Quintiliano ad verbum sumpta, cum tamen de ilio, a quo furantur, mentionem non faciant; homines improbos planeque ingenio misero ac furaci, QUOS A- UAS CASTIGABIMUS ». (2) R. Sabbadini, Cronologia del Panormita e del Valla, 97. ). — QUINTILIANO. 403 A cui il Valla da Napoli, in data ultimo dicembre dello stesso anno, rispondeva (i): < Quintìlianum me accepisse olim scripsi ». I primi frutti di quest'operosità del Valla su Quinti- liano si trovano raccolti nel cod. latino di Parigi 7723, il quale porta questa soscrizione: Laurentius Vallettsis hunc codi cent sibi emendavi t ipse millesimo quadringefi- tesimo quadragesimo quarto, mense decemòris, die nono. II codice ha molte glosse marginali di mano del Valla; ma non è di mano del Vaila, secondo il Fier- ville (2), la soscrizione, e giustamente. Intanto manca la parola anno e poi il Valla non avrebbe mai scritto mense decemòris die no7io, ma mense decembri die nono o die no7io mensis decembris o V id. decembres (3). Ne il Valla si fermò qui; che ancora nel 1447 era intento a glossare Quintiliano, come risulta da una let- tera autografa al Tortelli, della quale reco un passo: « (Juintilianum quem poscis, habeo enim duo, iuberem tibi tradi per Anibrosium, si putarcm eum mihi in hoc obsecuturum; tanietsi noUem gioia 8, quas illi feci, ab aliis transcribi, priusqnam recognon'm et alias adhuc addidero. Nam ut scias quo studio glosas eas facturus sim, certuni est mihi omnes libros, qui supersunt Icgendi, evolvere, eos pre- sertim qui ante Quintilianum extitcrunt. Quid queris ? Emi Hyppocratem, qui fuit Roberti legi (sic)^ (ere omnia illius opera, ubi aliquid ad or- namentum glosarum in veni, quod est < ;tai6of(aOEÌ«; vocari eos qui in sua (1) Ibid. loi. (2) eh. Ficrvillc: M. F. Quintilioni Dt instit. orat. lihtr primns^ Pa- ris iK^o, p cxvra-cxix. (3) Cfr. Adnotationts in Raud., p. 8. j", K. SABUAlJlM. quisquc arte prcsti.nlissinii si:i t » (i). Cuius honiinis in hac re aneto* ritas maior est, quam aut Aristotelis aut Platonis, quia prior fuit. Ta- rn en ut Quintilianum ipsuni ad transcribendiim legendunive emendatis- sirnum haberes, enixius laborarem, ut meus in tuas manus perveniret, nisi potius crederem me istuc venturum « Kal. ianuariis Neapoli [1447] (2) ». Pseudo-Quintiliano Le Declamationes (*) Le cosi dette Declamationes maiores tramandateci da moltissimi manoscritti col nome di Quintiliano furono ben presto note agli umanisti. Le conosceva il Petrarca, il quale le giudicò anzi sfavorevolmente (3). Il loro numero somma a diciannove; ma bisogna av- vertire che alcuni pochi codici, sei che si sappia fino ad ora, tra cui il Montepess. H 226 (sec. XIII), il Laur. 22 sin. 8, (4) il Gibsoniano (5) e il Vaticano 1773, ne (i) Cfr. Quinti!., /«j //A orat.., I, 12, 9. Nel Thes. l.g. dello Stepha- nus il luogo ippocratico è citato con « Hippocr. p. 2, 17 ». (2) R. Sabbadini, op. cit. 115. (*) Comparve la prima volta in Studi ital.JìloL class. V, 1897, 390-92. (3) P. de Nolhac Pétrarque et l'humanisme, 2 ed., Il 84-85. Più tar- di rincarò la dose Fr. Filelfo in una lettera del 1440 (Epist. Venetiis 1502 f. 22). (4) Membr. sec. XIV col titolo: Incipiunt cciionts Quintilliani. Le prime quattro tengono, come nel Montepess., quest' ordine: I Sentio iu- dicesy II Si iuvenis innocentissimus, III Satis dedecoris, IV Ne quaeso. (5) Chiamo così il codice dal quale il Gibson la pubblicò la prima volta nella sua ediz. di Quintiliano, Oxonii 1693. 7- — QUINTILIANO. 405 recano una di più, quella che comincia Ne quaeso (i), la quale non occupa sempre il medesimo posto, per- chè in alcuni codici sta al quarto, dopo la Satis dede- corisy e in altri all' ultimo, donde arg-omentiamo che essi o i loro esemplari non 1' avevano originariamente e solo più tardi se la accodarono. Dei sei codici a noi importa in modo speciale il Va- ticano, perchè essendo stato posseduto da Gasparino Barzizza ci mostra in qual tempo la nuova declama- zione fece la sua prima comparsa fra gli umanisti. Il Vatic. 1773, menibr. del sec. XIV, oltre alle declama- zioni di Quintiliano (2) contiene quelle *di Seneca (3 ), con la sottoscrizione di mano del copista: * Explicit liber declamazomim Senece ', alla quale segue 1' altra di mano del Barzizza: * Et est mei Gasparini de Bar- ziziis de pergamo. Secundum primam literam videba- tur fuisse (4) iilicuius fratris vel conventus fratrum pre- dicatorum; qualiter pervenerit ad manus illius qui mihi vendidit nescio. Sed ego bona fide et cum titulo emi per m[agistrum] Angelum de fanno a domino Bene- dicto de doctoribus precio ducatorum IIII"^ In casu quod vera dentur inditia quod vicio sit translatus, iubeo quod r(*stituatur illi cuius est, dunimodo precium red- U Sai codici che recano la Ne quaeso vedi H. Dcsxauer, Die hand- schriftliehe Gruudlage der ig griisseren ps. quintii. Declamat$oneft,ljc'\^- ng 1898, 14-18. In quest' opuiicolo sono descritti e classificati tutti i numerosi codici (una sessantina) delle Declamazioni. ?» * Sfarci l'afta QuintiiiaHi declama tiones incipiunt *. 'tcipH primus iiòtr didamatùmum ludi anmi sente* c^rdubinsis '. 4 !.r parole d.^ fuisst sono in ratonu * 406 K. SAHUAblNl. datur, idest ducati IIII. Eg-o gasparinus scripsì etiussi ita fieri et non aliter ' (i). La penultima declamazione del nostro codice, quella che in esso comincia Multa iudices dirus pater e in altri Etsi iudices callidissimus, porta la nota sottoscri- zione antica (2): 'Descripsi et emendavi Domitius Dra- contius de codice fratris Hieri feliciter mìhi et usibus mais et diis omnibus ', alla quale il Barzizza fa due brevi commenti; uno in margine: ' nota ex hoc textu hunc librum emendatum esse ', uno nel testo: ' melius catolice quam poetice deo et sanctis omnibus '. Egli ammetteva dunque la genuinità della parola ' diis ', che ha tanto esercitato l'acume dei critici, i quali la interpretarono ora per ' discipulis ' ora per * doctis '; mentre a nessuno pare abbia dato ombra X * usibus meis ', che, se non erro, forma dittografia con ' mihi '; onde, volendo ristabilire il senso e non violentare trop- po la tradizione, io proporrei il doppio emendamento; * mihi et OMNIBUS meis et ALns omnibus '. Il Barzizza conosceva un secondo esemplare delle declamazioni, da lui collazionato qua e là sui margini del nostro codice; e quello pure ne comprendeva venti, (i) Richiamo l'attenzione su questo singolare documento di scrupolo- sità, ignota generalmente agli umanisti in proposito di codici. In * scripsi et iussi ita fieri ' par di sentire la solennità di una disposizione testa- mentaria e perciò la sottoscrizione sarebbe da collocare poco prima della morte di Gasparino, avtrenuta nel 1431. (2) La desume da altri codici, più antichi, e la discute e illustra lar- gamente C. Ritter Die qtiintilianischen dedamationen, Freiburg-Tiibingen 1881, p. 205-209» tua in modo eh) la Ne quacso occupasse il quart ) pj- sto, come rileviamo dall'elenco dei cominciamenti che egli trascrisse di sua mano nel foglio di guardia col seguente preambolo: ' Infrascripta sunt principia de- clamationum prout inveni in quodam codice multum antiquo. Quamvis quarta declamatio non reputetur e- dita a Quintihano '. Il dubbio qui espresso sull'auten- ticità della Ne quaeso è rincalzato da una nota apposta al testo della medesima: ' Nota quod in ahis codicibus inveni infrascriptam declamationem positam immediate post terciam cuius initium est BELLO CIMBRICO secun- dum alios, secundum librum meum Satis dedecoris. Kt est eius responsiva. Sed non putatur Quintiliani, (juia stilus non satis congruit, velut patet intuenti '. K fa veramente piacere osservare come sin da allora fosse balenato al Barzizza il sospetto che più tardi si affacciò alla mente dei due primi editori, il Gibson e il Burmann, e che fu ultimamente convertito in cer- tezza da C. Ritter (p. 23-27), che sottopose la Ne quaeso a un esame abbastanza ampio, giudicandola se- veramente e assegnandola, nella migliore ipotesi, al I declamazioni furono da poco ripubblicate: Quintiliani quat •eruntur Dtcìamationes XIX maions^ ed. G. I..ehnert, Lipsiae 1905. VIU. LIVIO E SALLUSTIO. Frammenti Liviani e Sallustiani (*) Diamo posto anzitutto a due lettere di Pier Candi- do Decembrio, indirizzate al segretario Visconteo Lui- gì Grotto: Petrus Candì dus Aluisio Grotto s. (i) C"um vetustissimum codicciii nuperrinie nactiis studiose lectitarem, et co maxime quod plurima e Livio sumpta aniniadvcrteram, ex his potis- ^ìmum libris qui iampridem periere, non mediocris me voluptas tenuit ' >ntcmplantcm res non modo gloria et laude dij^nas, verum etiam ve- ustnte ipsa admirandas, de quibus nulla aut certe minima apud nostros Dcmoria extaret. Dum igitur huic studio intentus curiosius singula per- curro, cpistolam offendi non inamocnam aut inutilcm et scriptoris pari- ter auctoritite pcrcelcbrem. Ka crat Pompei magni ad senatum Roma* :>um epistola; de cuius viri memoria cum plura ex aliis, pauca a se seri- ;'ta pracvidisscm (2), ita cupidissime lectitare cocpi, ut desinere vix pos* cm; et ut apud optimum poetam scriptum est: * Ner vidi«se semel (*) Comparve la prima volta ia 3fufi'{* tfi <ìfifich: . S88, '''»-74 e in Studi itai, filol. da (1) Cod. Riccard. 827 f. 6v. (2) Intende le lettere di Pompeo in ("i- 13 A T> . 412 R. SABBADINI. satis est, iuvat usque morali et confcrre gradum et venicndi discere causas ' (Verg. Aen. VI 487). Hanc igitur cum rite contemplarer, varie animo affectus sum; quippe dum viri eloqucntiam digiiitatem virtutem postremo querelas illas mente cogito, subiit recordatio non pauciora Ro- manos ingenio ac prudentia, quam opibus potentiaque comparasse. Non enim, ut plerique arbitrantur, immensum illud aerarium auro opibusque refertum ad tantas tamque praeclaras res ab illis gestas satis facere po- tuisset; sed erat profecto illis domi consilium foris industria, ut quae opulentia perfici nequirent, diuturnitate superarent. Cum igitar te probe nossem et optimarum artium studiis ab adole- scentia deditum et cousiliis demum aetate optima provectum, statui te nostri laboris facere participem Pompeianamque epistolam tibi mittere. Nam etsi maximis in rebus astrictus sis, non deerit tamen, ut opinor, apud te secessus verae probitati. Quid enim iocundius quam, qui mul- tos et optimos viros assidue audias, insuper praestantem virum clarissi- mum imperatorem audire disserentem ? bis potissimum de rebus quae non minus utilitatis quam iocunditatis allaturae sunt tuis curis. Vale. [Milano 1440-42]. (Segue l'epistola di Pompeo). Petrus Candidus Aluisio Grotto s. (i) Sensi, vir clarissime, ex quo epistolam ad te misi Pompeianam non- nullos quidem bonos sed non satis eruditos viros existimare illam qui- dem non a Pompeio, cui inscripta fuerat, verum aliquo temere dictante nuper editam et tibi falso transmissam fuisse. Quorum profecto diligen- tiae vel potius malivolentiae ignoscendum arbitrarcr, si eadem nunc pri- mum in nostra studia, non ante in omnem vitam et mores exprobras- sent. Verum enim vero id mihi gaudio est huiusmodi habere aemulos, qui nec iudicio fidant nec valeant ingenio. Utrumne illam nuper editam esse censent, quod novis litteris sit conscripta ? an quod potius eorum scripturis stiloque respondeat ? an quod elegantius ipsi dictare soliti, haec ut noviora deterioraque contemnant ? Quid mirum igitur huic ignaviae (i) Cod. Riccard. 827 f. 8. i.lVIO F. SALLUSTIO. 4I3 ordcre cn.nia, cui ree antiqiia placent ncc ornata ? Adele etiam quid his Cdendum aut credcndum, qui de dicendi venustate ista iudicant, si fumosa hierint libronim tegmina, non autem stilus ipse dulcis sit aut plendidus. Sed valeant illi, ne digni quidam inter àQX''(^oiY^^Q<^''^S (0 ne dicam scriptores, peni, olfatu perdite. Ut autem prò mea in te benivolentia caritate aliquid efficerem, quod hi nonnulla ex parte giatum esse posset, visura est epistolare illam cum auctoris nomine tum stilo sententiisque percelebrem ad te mittere, qur.m quidem antiquissinio et farr.osissimo vclumine Francisci Pizolpassi, _ raesulis nostri praestantissinii, fideliter excerpsi, ut quanquam per se tilo liqueat esse Pompei, testimonium tamcn possit afferre vetus exem- plar. [Milano 1440-42]. E Stabiliamo la data delle lettere. Il Pizolpasso vi è chiamato praesul noster. Ora noi sappiamo che il Pi- zolpasso fu eletto arcivescovo di Milano nel 1435, men- re si trovova al concilio di Basilea, donde ritornò so- tmente tra la fine del 1439 ^ il principio del 1440. Non prima pertanto del suo ritorno potè il Decembrio vedere il codice; e non dopo il 1443, perchè tra il feb- braio e il marzo di quell'anno il Pizolpasso mori (so- pra p. 213, 242). Le lettere per conseguenza si asse- ^'^nano agli anni 1 440-1 443. Il manoscritto vi è detto vctustissivius codcx, anti- quissimuìH et famosi ssimum volumcn^ vetus exemplar. E non v*ha ragione di dubitare, poiché tanto il Decem- brio quanto, e più specialmente, il Pizolpasso, di co- lici s' intendevano a meraviglia: e si l'uno che l'altro meritano, per molteplici prove, tutta la nostra fede. Il Decembrio poi chiama la sua copia novis litteris con- (i ) In margine: a(^x^M*'Y"CO^ i^^^'i prmeipa ioqttorumu 4t4 ^* SABBADINI. scripta, con che egli la contrappone a quella scrittura che allora denominavano littera mitiqua e che corri- sponde alla scrittura da noi designata come carolingia. Probabilmente si trattava di un codice carolingio, sco- perto o acquistato dal Pizolpasso durante la sua pre- senza a Basilea (143 2- 1439). E doveva essere non un volume di opere complete, ma un miscellaneo del ge- nere di quello celeberrimo di Niccolò Cusano (ora n. 52 nell'ospedale di Cusa): e chi sa che non l'abbia otte- nuto per mezzo di lui stesso, data l' intimità da cui e- rano stretti i due umanisti (sopra p. iTìI-:^)}^). Il codice conteneva plurima e Livio sumpta, ex his potissimum libris qui iampridem periere. Forse una sil- loge di orazioni liviane? Il Decembrio non può avere scambiato con quegli excerpta le Periochae (i), le quali allora erano notissime. Ma su questo punto ci tocca pur troppo restare all'oscuro. Non cosi avviene fortunatamente dell' epistola di Pompeo, la quale il Decembrio accodò alla lettera al Grotto e trascrisse di suo pugno nello zibaldone Am- bros. R 88 sup. f. 60 v Epistula GN. Pompei ad sena- tum. Ne reco le differenze con l'edizione di R. Jacobs, Berlin 1874, chiamando D la lezione del Decembrio. § I adversus | scelestissimi | quesita | nichii | patres conscripti] p. e. D I etatem: e così sempre omettendo i dittonghi | sevissimum | optime \ miserrima | § 2 Hac in spe p. r. | proemia prò vulneribus | scribendo (i) Si potrebbe anche supporre che egli conoscesse le Periochae col nome di Floro e che vedendole nel nuovo codice col nome di Livio le scambiasse per frammenti. 8. — LIVIO K SALLUSTIO. 415 tnittendoque | trienium [ § 3 immortales | erarii | § 4 imperii | quadra- ginta] XL D \ hostesque incervicibws | agentes | summovi | Hanibal | o- portunius | § 5 lacetaniam indigetes | sertorii | sevissimos hostes ] opida I § 6 Que deinde 1 opida | fucronem ( flumen durium I vobis dare | in- grati I § 7 exercitui hostium I conditio | victorque uterque 1 § 8 animad- vertatis j intemetioiiem corr. in interitionem | maritimas civitates et ultro. Le orazioni e le epistole tratte dalle Historiae di Sallustio ci furono tramandate dal codice Vaticano 3864 del sec. IX-X: ma da esso era indipendente il codice del Pizolpasso, perchè ivi la lettera di Pompeo non portava il nome di Sallustio, tanto che il Decembrio la credette autentica. E poi sono tali le differenze dei due testi, che l'uno non potè discendere dall'altro. Tra le varianti del codice del Pizolpasso una ci sem- bra deg-na di considerazione: civitates et ultro. Quell'^/ non si leg-jj-e nel codice Vaticano; in luogo di che l'Al- dina ha inserito un quae, tanto per accomodare alla mefflio il senso. Ma la vera lezione si cela sotto et^ sol che si rammenti che nei manoscritti sono spesso con- fuse le sigle che rappresentano et e quia. Si legga pertanto quìa nitro e si avrà ricostituito il testo. Nel 1450 il Decombrio passò da Milano a Roma al servìzio della curia pontificia e vi restò fin verso la fi- ne del 1455 (sopra p. 278-9). In quel tempo vide la raccolta completa delle orazioni ed epistole Sallustiane tratte dalle Historiae; la vide o nel cod. Vaticano 3864 o in un apografo di esso e se ne copiò due nel suc- citato zibaM'"^" Ati.l,tow1:.T)o R 88 sup. f. 98-99V col 4l6 R. SABBAUINI. titolo: Orationes excerpte ex historiis Crispi Salusfii. Anche di queste reco la collazione col testo del Jacobs. Oratio Lepidi consulis ad p, R. % \ gentes maximi | plurimiim j adver- sum I Lucii Siile | qne: omette i dittor.ghi | estimatis | credendo | tutan- dis I ulciscendo | § 2 maximi — cptimis | quo] qui D \ servicium | opti- mo I § 3 subvertenda | § 4 Hanibale | § 5 vertunt | § 6 generis om. D. I parvissimeque | immanitatem ] servitii a repetenda | § 7 agendum [ ve- stra ( Siile | § 8 estimet | § io servier.dum aut impetrandum | faciendus I Quirites] R. Z> | § 1 1 inpollita \ popullus | exitus | § 1 2 latii | nobis I prohibentur] habentur D \ inoxia | § 13 vitaelicentia | § 14 sepulchra I § 15 viris] iuris D \ ferros eptis corr. in ferro septis | statuit (?) ex stature corr. \ ausus] usus D \ expectat | § 16 vtis vlla corr. in uti S5'l- la I § 17 Piens | parata | inoxiorum | divitascruciatus 1 § 18 maximum | § 19 versa \ siliceat | § 20 existimetis [ set | expectantes | que (corr. in quae) furtiles et corupte sunt sed dum vestra socordia quam raptum i- rilicet I § 21 praeter] pariter D \ comaculatos [ vult \ non om. \ mutata pariter victoriam | capiendis | dehonesta mentum | § 22 maximum | pa- rit] parte D \ praeter] pariter D \ est om. | § 23 tribunitiam ' eversum j iuditia I pene paucos intelligerent | § 24 vitiis obtentui] vitus optent cui D ! pacisque | rem p. | acerbissima | quod ex quoad corr. \ populi R. I § 25 nobis I intelliguntur corr. ex intelleguntur | maxima { rei p. ( im- positis I ocium j rem p. sium et sanguinis | § 26 imperium satisque si tumerat nomim maiorum | atque et iam predio tecmen non fuit | pocior- que I § 27 divis m. emillium cos | recipiendam | . Oratio Philippi insita. % i Maxime velem p. e. rem p. | promptissi- mo I prava] parva D \ iis | pessimi et stultissimi [ ea] a Z> | facienda | § 2 Probi boni. — E qui s'arresta: indi segue un quarto di pagina bianca. Se ne conchiude che il cod. Vaticano 3864 era in Roma prima del 1455. A Roma presentemente sono due altri codici che contengono le orazioni e le epistole Sallustiane: il Va- ticano 3415 e l'Urbinate 649, entrambi del sec. XV. S. — LIVIO K SALLUSTIO. 4lf Ma non derivano dall'archetipo Vaticano 3864, sibbe- ne da due edizioni; ossia il Vatic. 3415 (autografo di Pomponio Leto) dallV^. fr. di Roma del 1475; l'Urbin. 649 dall'edizione di Mantova tra il 1476 e il 1478 (i). (1) Ciò ha dimostrato E. Haulcr in Wientr Studitn XVII, 1895, 103-131. t. tABBADnn, 7V//I latinL 2;. IX. UNA IGNOTA COMMEDIA LATINA LA BIBLIOTECA DI GIOVANNI CORVINI D'una ignota commedia latina posseduta da Giovanni Corvini (*) (cofi notizie sul Corvhii e la sua biblioteca) Xeir epistolario del Traversari, raccolto dal Canneto e pubblicato dal Mehus (0, e n^VC Amplissima collecti^y pubblicata dal Martène et Durand (2), ci è una lettera di un Candido a Niccolò Niccoli, la quale fu ingiu- stamente finora trascurata, mentre non è piccola la sua importanza. Io la reco qui per intero. Candidus Nicolao Nicoli sai. Si vale» bene est et ego valeo. Enimvero, frater optime, tx te certuni babeo quam (3) maxime gaudeas ex hoc ut bene valeam. Sed meherde ita dii deaeque me adiuvcnt, quam (4) hoc tecum munus lubentiui (5) (^ Comparve la prima volta in Afuseo di antichità class. Il, 1886, 81 •96. (I) Mehuu (« Me) XXV. 7; P- 1050. (3) Martène (» Mar) t. Ili, p. 734. (3) quod Mar. (4) quod Mi. (5) UbenUos Mar. 42 2 R. SABBADINI. paciscar. Scito Beltraminum de Rivola q)iXov fjf^iòjv (i) amantissimum esse. Is de te tantum mihi retulit, ut cogar quoquomodo ad te aliquid scribere. Noe niirum siet si tani caldos (2) affectus iniecerit (3), ut gno- tus (4) fieri cupiam nec libris tuis quod absiet (5) evenit (?). Scito e- DÌm me his valentissime foltum (6); sed Siaawl^ovTEg tt)V Jia^aiàv juagoifiiav (7) cum paribus aptissime iungimur. Vidi inter cetera commonitorium tuum, quod pridie ut opinor ipsi dederas. Rari profecto sunt hi libri, frater optime, in hac urbe, in qua nullus virtuti honos est. Omues aut ambitioni aut ceteris ignaviis ope- ram duint (8); opto tamen ut habeas, si qui {9) apud te ne sient; si sient, ne frustra quaerites. Etsi dupli aut quadrupli emere velis (io), nullus venierit, nec vere possient, quod illis desiet. Advortas (il) igi- tur animum volo et quos maxime cupis mihi notum facito; sed maxima diligentla curatos habeto, ne apud te sint, ut dixi, ne me obtundas, ni- si (12) y.axà xrjv XQ^^av (13) fióvov. BiPA,iodrixT) Ioannis Arretini mul- ta et (14) peregrina et antiqua habet, quae lubentius videas. In ea si quid tibi placuerit, curatum habebo ut transcribam. Hi sunt ferme ex antiquis libris vetustissimi, quos carie (15) semesos ad legendum faces- se: Catonis, Palladii (16), Columellae et Varronis Agriculturàe; (i) T]|xov Me. (2) calidos Mar. (3) inierit Mar. (4) agnotus Me. (5) absit Me. (6) fultum Mar. (7) Me. om. graeca lac. rei. (8) dant Me. (9) siqu'.d Me.y Mar. (io) voles Mar. (11) advertas Mar. (12) obtundas. Nisi Me. (13) Xéeav Me. (14) et om. Mar. (15) canere Me. (16) Platonis, lulii Mar. 9- — UNA COMMEDIA LATINA. 4^3 L. Annaci Senecae Opuscula; Comoedìa antiqua, quae cuius siet nescio. In ea Lar familiaris multum loquax est: volt ne Parasitus antelucanum cubet, utplostrumvetus, pelves et rastros quatridentes (i) ruri quam fe- s t i n i s s i m e t r a n s f e r a t ; is ne volt parere quidem, co quod gallus nondum gallulat: meo denique iudicio vetustissima. Suetonii Tranquilli liber(2) cum Gracco; Censo- rini ad Q. Caerellium (3) de saeculo (4); C. lulii (5) opera belli Gallici; A. Gellii li ber cum Gracco; epistola- rum Ciceronis ad Atticum liber veterrimus (sopra p. 91). Prae- terea multa peregrina opera, quae iugiter laudari existimantur et quorum tibi ne nomina quidem possem perscribere. Advortito (6) itaque, ut dixerim, si quid ex bis desiet quod (7) carius siet et rescribito. Luben- tius lubentia tibi mittam. Notato etiam in syngrapho libros et mihi mittito. Scripsi Leonardo Arretino litteram xt^v aYQiav, (8) ut me amet, sed nihil respondit; ne curat quidem (9), ut arbitror. Enimvero postquam nu- buit ncc (io) opus duit (11) nec amicis ut solitus scriptitat, ut auguror. Il passo più importante di questa lettera è dove Can- dido parla della commedia antichissima posseduta da Giovanni Aretino. Nell'edizione sua il Mehus rimanda con una nota al Miles gloriosus di Plauto (lU, i, 93). (i) qaatrìdentem Me. (2) Tranquillini Mar. (3) Ccccllium Mar. (4) Veramente il titolo ordinano è De die natali. (5) Caci lulii Mar., T. Villii Me. (6) advorte Mar. (7) quid Mi., Mar. (8) Tìjv ÙYvfova Mar.; am. Me. he. rei. (9) equidem Me. (io) oe Mar. (Il) dacit Mi* 424 K- SAbBADlNI. Ma evidentemente e' è errore. In quella scena del Ni- les uno dei personaggi, Poriplectomene, parlando con altri due, Plausi de e Palestrione, rende loro ragione perchè non prese moglie; la moglie, egli dice, pensa sempre a sé e mai al marito; e al mattino, prima an- cora che canti il gallo, lo sveglia e lo importuna col chiedergli danaro per il proprio lusso e per i propri capricci. Ecco il verso: vernin priusquatn galli cantent, qnat [uxor] me sonino snscitet etc. (v. 687). La scena del Miles quindi nulla ha che vedere col caso nostro. Qui si tratta proprio di una commedia la- tina perduta, della quale Candido lesse una scena, tra- smettendone il contenuto al Niccoli, tanto per fargli capire che cosa fosse. Ciò ne fa argomentare che la commedia doveva mancare del titolo, altrimenti Can- dido l'avrebbe dato. Era essa poi intera o mutila ? e il codice conteneva quella soltanto ? Mi pare che la let- tera non abbia risposta per queste due domande. In ogni modo la commedia è antica, come si deduce e dal- l'asserzione di Candido, che di codici doveva avere u- na certa pratica, e dalle parole arcaiche che in essa si leggevano. Perchè non e' è dubbio che Candido nel piccolo cenno fattone conservò le forme e le parole del testo. Alcune di queste parole meritano una spe- ciale attenzione. Intanto quatridentes è un vocabolo molto raro per- chè, se non erro, si trova solo in Catone {de agric. io e II). Raro è pure l'avverbio antelucanum. U^-Yverbìo superlativo festinissime è nuovo; si trova, ch'io sappia, 9- — UNA COMMEDIA LATINA. 425 appendi una volta il i^o?ÀxWo festine in Cassiodoro {Var, 3, 40). È nuovo parimenti il verbo gallici are, che si- gnifica il cantare del gallo; una formazione del resto non molta strana, perchè esiste gallulasco, ma con al- tra significazione. Con questo il vocabolario dello lingua antica latina viene accresciuto di due parole: dell'avverbio festinis- sime e del verbo gallulare. Cosi potessimo aggiunge- re alla letteratura latina una nuova commedia ! Ma pur troppo non abbiamo da registrare che un frammento, il quale però ci dà idea abbastanza chiara di una sce- na graziosa tra il Lare domestico e il Parassito. Il La- re eccita il Parassito ad essere mattiniero e a recarsi in campagna con gli stromenti agricoli; il Parassito vi si rifiuta, perchè il g.illo non ha ancora cantcìto. Si- mihnente nel Moretum (v. 2) il contadino si alza al canto del gallo (i). *** K ora studiamo un po' più da vicino la lettera. Sul tempo in cui fu scritta si può argomentare con qual- che probabilità. E detto in essa che Leonardo Bruni, dacché prese moglie, non pensa piìi agli amici. Il Bru- ni si ammoghò tra il gennaio e il fi bbraio del 14 12 (2); ,i, .. potrebbe pensa;-. ...:- ... i;... . ,. di un liinuncggiamcnto di qualche commedia antica, come p. es. il Queroius del secolo IV, e VAu- luiarùi di Vitale, circa del secolo XI (v. l'ed. dcWAuliil. di Vitale <lcl Miillenbach, Bonnae 1885). E infatti nel Queroins il Lar familiaris è molto ciarliero: ma il pasHO della lettera non ha riscontro con nessuna delle due. ^31 I.roii. Arrplini F.f'nl. di. Meluis. pr.ut , I 426 R. SABBADIXI. e di poco posteriore dev' essere la lettera. Dall' altra parte il Bruni è presupposto a Firenze, di dove egli fu assente negli anni 141 4-14 15 (i): ponendo la lette- ra dopo il 1415 andremmo troppo lontani dal suo ma- trimonio. Bisognerà collocarla pertanto o nel 141 2 o nel 1413, qucindo la corte pontificia fuggita da Roma si fermò alcuni mesi fuor le mura di Firenze (dal giugno al novembre). Accettando la data degli anni 14 12 o 141 3 dobbiamo rinunziare a vedere il Decembrio nella persona dello scrivente Candido, perchè Pier Candido Decembrio nel 1413 era appena tredicenne e non par verisimile che a quell' età trattasse cosi confidenzial- mente il Niccoli e il Bruni; senza dire che Pier Candi- do non prima del 141 9 si stabili a Milano {2). Inoltre r affettazione arcaica (siet, foltum, duit ecc.), di cui fa pompa lo scrivente, era estranea allo stile del Decem- brio, il quale anzi si professa sistematicamente con- trario agli arcaismi (3). Ma se ci è fallito il tentativo di identificare lo scri- vente, saremo più fortunati nell'identificazione di Gio- ii) lu quei due anni accompagnò la corte pontificia a Bologna e di là a Costanza. (2) M. Borsa, Pier Candido Decembri e /' umanesimo in Lombardia^ Milano 1893, li- (3) In una lettera della prima metà del 1433 si scaglia contro quegli scrittori i quali * diphthongis et alphabetis dumtaxat exornati, cariem priscam et ignotam redolescunt. Prima etenim quaeque epistolarum sua- rum nota, si modo id nomen merae nugae promerentur, ex Ciceronis commentariis immo ex XII tabulis eruitur, nonnulla etiam graece addi- ta, ut, quasi in luna maculae, sic epistolis interpositae liturae non iude- ceant ' (cod. Universit. di Bologna 2387 f. 133 v). 9. — GIOVANNI CORVINI. 427 vanni Aretino. Prima inclinavo a vedere in lui il Tor- telli, che dei Giovanni Aretini del secolo XV è senza dubbio il più famoso; ma mi son dovuto ricredere, j^er- chè e dimostrato il e )ntrario da una lettera di Gaspa- rino Barzizza, che reco qui per intero: A{/ insignem et ampli ssì munì virum lohaujiem Corvinum ex urbe Aretina ducalem secretarium et senatorem gra- vissimum co/isolatoria Gasparini Pergamensis super inopinata morte Nicolai sui filii ( i ). Si nondum ad te consolandum accessi aut miUas ad te litteras dedi, juìbus tantum dolorem timm vel consolando vel dolendo lenirem, non i.ini negligentiae meae quani consilii fuit. Meniineram enim quid in re- cnti macrore eius filii mihi accidisset, quem cj^o primum mihi genue- ram, in quo ego omnem nieam spem constitucram, per quem vivere e- tiam post mortem sperabam. Quo tempore illa ipsa quae remedio esse consuevcrunt maiorem certe dolorem faciebant. Conveniebant me amici ut meos luctus minuerent; iubebant me eorum reminisci, quae vel au- diendo philosophos ab illis didicissem, vel expcriendo casus adversos, ut humana sunt, doccre alios et eos ad patientiam hortari consuetus essem. scd quo magis illi me ut mihi adessem monebant, eo acriores dolorum culcos excitabant. Dicam fortassis quod tu admirabere; non solum con- j>cctum amicorum intcrdum fugicbam, sed noti nunquam ctiam, si quan- to in id genuiì littcrarum incideram, quae eortmi qui forti animo obitum Siliorum tulerunt memoriam interìre non sinunt, nihii mihi in his legen- di» proficere vidcbar, »cd dolorem potius illum, qui aliis occupatioiiibus Iti nobÌH quandoque ad tempuh sopitus est, renovari in me ne magis in- i-cndi icnticbam. Quod in tuo acerbissimo casu, ttim ex me ipso tum qua pietate »cm{)cr in tuos (uisti, evenisse non dubito. Si ergo non prìui ulcus hoc tuum tangcndum putavi, qunm dolendi coiiKuetudincm aliqunm tibi frrii.w»-u fxiii iliit.if in.lntii .ifiiii \,\ I.. .,11^ ,,.t. villi t.w.i ... mi. ..■!..( .li f^f n) Cod. Ricciidiamj 774,1. ifc^v. 428 R. SABBADINI. quam reprehensionem negligentis habere debeat. Nam in hoc tuo casa, quo haud scio an ullum tibi potuit fortuna graviorem infligere, consue- tudinem medicorum (l) servavi, qui (2) ea vulnera quae a principio ta- cta dolorem maiorem faciunt, solent in secundum aut tertium diem col- ligere nec prius ad curationem accedere, quam manum medici sine pe- riculo potest vulnus pati. Haec enim ratio me a te, cum adhuc dolor tuus recens esset, litteris meis vel alloquendo vel consolando revocavit, ne maius tibi vulnus in contrariara partem afferrem. Nunc vero cum pri- stinus ille dolor tuus paulum se remittere coeperit, quanquam medicina cuiusquam non egeas, modo illae maeroris tui reliquiae sinant, quod minus in domestico dolore facere potili, in tuo temptabo; quod me fa- cile consecuturum spero, si te non ex vulgo hominem quendam (3) sed unum ex patribus conscriptis senatorem gravissimum esse memineris. Non potes, crede mihi, in hoc tuo dolore perseverare diutius, quin amici tui, quos in hoc casu participes maeroris tui ac socios habuisti, ultro te ac- cusent expostulentque cur tu, qui aliis consilium dare consueveris, me- deri ipse tibi, cum iam tempus sit, non possis; illaque vulgata in cete- ris summis viris in te dicent: Memento te lohannem esse, in quem oculi omnium coniecti sunt. Turpe tibi illud esse tempus expectare, in quo * nullus tantus dolor est, quem non longinquitas temporis (4) minuat '. Multa ad hunc modum inter consolandum afferent, quae tuum dolorem moUiant: mortales scilicet nos omnes lege naturae natos esse nec mori minus quam nasci secundum naturam datum; non posse bono viro aut vivo aut mortuo mali quicquam accidere; non referre quo genere mortis consumamur (5), sed quo morte obita migremus; nec interesse utrum casu aliquo sive errore, ut nuper tuus hic suavissimus filius interiit, an vi, an insidiis, an fato, an magis in utero, an magis in ilio primo tem- poris puncto quo natus est, an ultra metas infantiae, an puer, an adu- (i) mediocrem cod. (2) quia cod. (3) quondam cod. (4) tempus cod. Cfr. Cicer. ad fani. IV 5, 6. (5) consumatur cod. 9. — GIOVANNI CORVINI. 429 lescens, an iuvenis, an senex, an iam decrepitiis aliquis moriatur; uDam omnibus mortem esse, vias auteni ad illam accedendi plures, nec tam esse curandum qua via, ut dicitur, quam quo perveniamus, nec fieri pos- se, nisi prorsus dignitatis obliti simus, quin multo meliora functis vita supersint, quam si immortalitate, si regnis omnibus ac voluptatibus frui in hac vita diutius nobis concessum esset. Forte etiam illud adicient, nihii esse, si vere illuni amasti, cur non desiderium eius ferre aequo a- nimo debeas, cum illa ipsa, quae maxime tibi in ilio placebat, divinitas fngenii tanta nunc sit, ut is quem ego, si longior ei vita fuisset, disci- pulum maximi profectus fore sperabam, nunc caelo fruatur, nec illa rerum humanarura divinarumque scientia eum fallat. Postremo nihil mi- nus sapientis esse tibi commemorabunt, quam ea deplorare incommo- da, quae nostris luctibus nec restitui in integrum possunt neque corri- gi; sed, quod deterius est, nostra impatientia maximam partem calami- tati nostrae adicere. Sed neque haec illi tibi obicient, neque te accu- sabunt scio, cum ea sis sapientia, ut multo melius hoc docere alios, quam audire ex aliis possis. Quare neminem habeo, cuius te malim quam tuo Consilio, cum sapiens sis, neque in hoc neque in ceteris rebus, uti. Quod si facies et ipse tecum loqueris, intelliges cur deinccps mors Ni- colai nostri» pueri divini ingenii, lugenda tibi sit; id ego dum te con- solor, in meo Nicolao experior; quem cura iam spectatus vir esset amisi. Vale; ex bibliotheca raea. Questo Giovanni Aretino pertanto è di cognome Cor- vini. Gli era morto il figlio Niccolò, molto piccolo cer- to, perchè non era ancora scolare del Barzizza, com'e- gli sperava, se fosse vissuto di più: possiamo suppor- re che fosse sotto ai dieci anni. Noi sentiamo il dolo- Tc. del vecchio Barzizza, che già aveva dovuto pian- gere la morte del suo primogenito, che si chiamava Niccolò come il figlio del Corvini. Niccolò Barzizza era ancor vivo nel 1423, nel quale anno era stato eletto 43Ó R. SABBAtHiJl. podestà di Trento (i). Della sua morte il padre dà il tristo annunzio a Valerio Marcello (2); ma la lettera non ha data. Le si può fissare però un termine estre- mo: infatti in due codici (3) essa porta questa chiusa: Vale et me optimo pontifici ac patri R.''^ d. Petro Mar- cello fratri tuo quo soles studio commenda. Ora Pietro Marcello, vescovo di Padova, morì nel 1428 (4); qui siamo dunque prima; sicché la morte di Niccolò Bar- zizza cade tra il 1424 e il 1427 e questi sono i termi- ni estremi della consolatoria al Corvini. In quel tempo Gasparino Barzizza era a Milano (sopra p. iii, 120) e in intima relazione col Corvini, segretario ducale e senatore. La famiglia Corvini era originaria d'Arezzo. Il nostro Giovanni, figlio di Gregorio (5Ì, abbandonò la patria e migrò a Milano, dove si stabili definitivamente, a- vendovi ottenuto nel 1407 la cittadinanza. Fu più tar- di fatto consigliere di Filippo Maria Visconti e (nel 1432) creato (^onte palatino dall'imperatore Sigismon- do. Mori nel di del Natale 1438, come risulta dal suo (i) Cod. della Biblioteca Nazionale di Napoli, IV A 43, f. i Nico- laus Barzizius iuris pontificii doctor ac Tridentinus pretor desìgnatus Ioanni Angustino fratri s. d. Ex Patavio VII kal. octobris MCCCCXXIII. (2) Barziz. Oper, I, p. r86. Nel testo la lettera ha la data Fatavii; ma questa è, come pur tante altre, una falsa congettura dell'editore. (3) Cod. Marc. lat. XI, 21; cod. Querin. di Brescia C, V, 26 f. 47. (4) Agostini, Scrittori viniziani^ II, p. 139. (5) Gregorio non viveva più nel 141 5, poiché in data primo gennaio 141 5 si legge: lohannes de Corvinis De Aretio filius condam domini Grigolii (Osio Documenti diplom. II 49). I <), — GIOVANNI CORVINI. 43 1 epitaffio. Lasciò un figlio, Luchino, natogli nel 1424 da Filippina de Capitaneis (i). Mette conto sentire come ce lo rappresenta Cosimo Raimondi, a noi ben noto, in una lettera a lui diretta (2): Itaque cum prirmim senalii dimisso expeditisque civium populorumque negotiis, qui domum frequentant tuam, recipere te in bibliothecam licet, quam habes opulentissimam et nullius doctrinae i g n a r a m (3), subito in illam te posthabitis aliis omnibus recipis ea- que legis et tecum meditare quae vel ad agendum gubernandumque re- gnum illud referas vel ad excolendum animum conformandamque men- tem attineant, ut n emini mirum videri debeat si tua semper plurimum in consiliis possit oratio. Hanc enim intentam semper habes citharam gravissimisque legendis assidue libris divinam illam vim ingenii tui, ip- sam per se quam lautissimam, sapientissimorum hominum institutis mo- numentisque perpoliens uberiorem efficis ac omatiorem. Quo quidem pri- rato et occupato studio tuo plus est a te perfectum quam a multis qui ad scholas publicas profecti aliud nihil nisi litteras curaverunt. Ex te enim et a te ipso nulloque docente non oratoriam solum sed poeticam etiam didicisti; tantumque in utraque praestas, ut idem et summus orator sis et poeta maximus. Nam tum versus tum cetera quae scripsisti omatis- lime nihil antiquorum elegantiae et dignitati cedunt. Quibus non con- tentus philosophiam illis adiunxisti; multa enim a te in ea quoque sunt percepta nec minus prò diffuso tuo ingenio sacras explorans litteras Gre- gorium, Auguttinum, Hieronymum, Thdtaam Aquinensem gentemque illam theologicam atquc caclestcm fere totam es pcrscrutatus. yuin etiam velerà cognosccndi cupidus antiquitatcm oninem volvcns cgregium nul- lum praetermiRisti facinus sive a nostris sive a Graccis hominibus gettum, quod non penitus didiccrìs memorìnequc mandaris.... [Avignone 1431]. (i) Argelati, Bièiioth. scriptor. Medwlan., II, 2, p. 1759-1761. (8) Cod. Ambros. B. 124 xup. f. io8v. (3) Si occupava anche d'ajitrologin; G. D'Adda Indagini.» mila tiòrt- ria Visconteo- Sforzesca n. 930: ' Liber unun aKtrologie... Kt fuit poiitut In libraria per d. lohannem de Aretio die X Villi decembri» MCCCCXV*. 432 Jt. SABÈADlNt. Dalla lettera surriferita di Candido desumiamo che nel 141 2-13 il Corvini corrispondeva col circolo degli umanisti fiorentini (sopra p. 388 n. i). Ma più tardi ebbe opportunità di avvicinarli persoucilmente: e fu nella prima metà del 1423, allorché guidò l'ambasciata Vi- scontea a Firenze e di là a Roma (i). Anzi in quell'oc- casione portò al Niccoli una copia del codice Cicero- niano di Lodi, com'è attestato da Vespasiano {Nicolao I^icoli): * UOrator e il Brutus furono mandati a Nicolao di Lombardia ed arrecoronli gli oratori del duca Fi- lippo quando vennero a domandare la pace nel tempo di papa Martino '. Questo codice è ora il Fiorent. Naz. Conv. soppr. li, 14 contenente appunto XOrator e il Brutus, con la nota: Iste liber est conventus S. Marci de Florentia ordinis predicatorum de hereditate Nicolai de Nicolis fiorentini viri doctissimi. Un suo apografo è il Laur. 50. 18, sottoscritto: Cosmae de Medicis hoc opus absolvi feliciter die prima octobris MCCCCXXIII ego la- cobus Antonii Curii lanuensis. Florentiae: donde rimane confermato che il codice pervenne al Niccoli al più tardi nella prima metà del 1423 (sopra p. 137). Sui rapporti del Corvini coi fiorentini e' informano due lettere dell'Aurispa e del Traversari. L'Aurispa era giunto nel dicembre 1423 da Costan- tinopoli a Venezia in compagnia di Giovanni Paleolo- go, il novello imperator Greco, che veniva in Europa a chiedere soccorsi (2). Nel febbraio 1424 l' imperato- (i) Machiavelli Istorie fior. IV 4-5; Muratori R. I. S. XIX 57-58; Commissioni di Rinaldo degli Albitzi, Firenze 1867, I 449. (2) Muratori, ^(?^. Ital. Script. XXn,'p. 971. 9. — GIOVANNI CORVINI. 453 re e con lui l'Aurispa partirono da Venezia alla volta di Milano. Ecco che cosa V Aurispa scrive al Traver- sari a Firenze (i): Graecorum rex cras hinc discedet, ut Mediolanum eat, et nos una se- cum. Si rescripseris, quod ut facias summe precor, Mediolanum litteras transmitte rogove, si tecum aut amicitia aut familiaritas cura Ioanne Ar- retino (2), qui apud ducem Mediolani priraus esse dicitur, est, me per epistolas sibi recommissum dede. . . . Ex Venetiis HI idus februarias [1424]. In seguito a questa lettera ecco che cosa scrive il Traversari al Niccoli (3): Orat (Aurispa) me ut ad se rescribam Mediolanum litterasque com- mendaticias ad Ioannem Arretinum dem; id mihi mature video esse fa- cieDdum atqne hoc ipso die Florentìae IV kal. martii [1424]. Del resto il Corvini con la sua passione bibliofila non si dovette trovare certo a disagio nemmeno a Mi- lano dove, specialmente nel decennio dal 1420 al 1430, egli visse in un centro di dotti molto insigne. C era dal 1423 l'arcivescovo Capra, uomo di gusto, cultore e protettore delle lettere, solerte investigatore e sco- pritore di codici. Vi era fin dalla seconda metà del 142 1 Gasparino Barzizza, che terminò ivi la carriera del suo fecondo insegnamento, e Antonio da Rho, indi- pendente e illuminato umanista, pur appartenendo al- (I) A. TmvcTt. Epùt. XXIV. 48. (a) Ioanne Riodo Uxt. rravcr». J?fù/. Vili, 12. u M.iAi.,M. Tati latmì, »g. 4^4 ^' SAaAiym'i. l'ordine dei minoriti. Vi si trovò nel 1422 per alcuni mesi Flavio Biondo, proprio nella fortunata occasione che il Landriani scopriva a Lodi 1' archetipo delle o- pere rettoriche di Cicerone (sopra p. 137). Vi era Cam- bio Zambeccari bolognese, uno dei primati alla corte ducale, passionato raccoglitore di opere morali antiche e delle vite di Plutarco, che corrispondeva con l'Au- rispa a Ferrara e con Guarino a Verona. E vi era fin dai primi giorni del 1427, per tacere di altri minori, Giovanni Lamola, alunno di Guarino, indefesso racco- glitore e coscienzioso emendatore di manoscritti. Senza dire che nel 1427 vi si trovò col cardinale Albergati il maestro Tommaso Parentucelli, poi papa Niccolò V, giusto nell'anno che nella basilica Ambrosiana fu sco- perto il famoso codice di Cornelio Celso (sopra p. 311). Sicché il nostro Corvini n' aveva d' avanzo per ali- mentare la sua passione libraria. E infatti egli era riu- scito a raccogliersi una considerevole biblioteca, una delle prime biblioteche degli umanisti, del medesimo tempo di quella del Niccoli a Firenze, che fu allora la più famosa. Aveva il Corvini un Giulio Cesare e una collezione di opuscoli di Seneca: libri questi abbastanza comuni; ma vi troviamo le lettere di Cicerone ad At- tico e una collezione di scrittori di agricoltura: Catone, Palladio, Columella e Varrone, libri allora assai rari. Aveva una commedia antica, che ci è ignota; più, ol- tre chi sa quant' altri che Candido non nomina, uno Svetonio, un Gellio, un Macrobio, tutti e tre con le citazioni greche: pregio che gli umanisti stimavano molto raro, perchè li sentiamo continuamente lamen- 9- — GIOVANNI CORVINI. 43$ tarsi della mancanza dei passi greci nei testi latini. A questa biblioteca del Corvini facevano 1' amore parecchi letterati d'allora; Guarino p. e. diede la caccia al suo Macrobio e al suo Gellio. Sin dal 1422 infatti Guarino per ottenerlo interpose l'opera di Niccolò marchese di Ferrara e del suo se- gretario Ugo Mazolato e del suo consigliere intimo Giacomo Zilioli. Ecco il passo della lettera ch'egli scrì- ve al Mazolato (riportato già sopra p. 139): Ugo mi carissime, tua mihi ope opus ac industria, ut ad librum quera habere ardeo cupiditate quadam incredibili, manibus ac pedibus, imrao vero mente Consilio et cogitatione tua et Zilioli nostri intendas. Est vir quidem clarus ac prudentissimus, Johannes Arretinus, illustrissimi ducis Mediolani secretarius; habet Macrobium, ut audio, litteris antiquis, fide- lem, emendatum, ita ut et graecas habeat fide optima insertas litteras. Hunc transcribendum esse cuperem ita ut eius copiam haberemus. Ex Verona V id decembr. [1422]. Non molto tempo dopo Guarino si rivolgeva a un milanese, a Giovanni Casati. .... Audio te caritate plurima coniunctum esse viro gravissimo ac rnatissimo lohanni Arretino. Is ut multos alios, ita Macrobium de Saturnalibas, A. Gcllium de noctibus Atticis habere dicitur, quos et ego habeo, sed cum eos emendare cupiam, illos te in- terprete ab eo habere veliro. Indignum enim censeo ut, qui me in diet !it, ii apud me incmend.iti mancant. Ut autem favorem ,uari9, quas Ubi .imicas esse vis, curare debc.s ut qui in militant corrìgantur et vera loqui consuescant. Id nutero mihi futurum eit. Ut autem amicum tuum precibus non Ilare, sat crit ki nunc Macrobium pctas (i). (Il ' I Anr.r.-si i ' ' 'nf. f. 125. 4^é R. SAB8ADIN1\ Ma come le pratiche con la corte di Ferrara, cosi a nulla pare siano approdate anche queste col Casati. E al suo Tacito dava la caccia Pier Candido De- cembrio, che così scrive al Solari: Petrus Candidus Abondio Solario s. (i) Ioannes Arretinus vir supellectile sua, ut puto, dignus, librum habet unicum, quem prae ceteris cupiam videre. Est autem Cornelii Taciti volumen illud, amplitudine haud Curtio dissimile, stilo vero, meo iudi- cio, longe inferius scriptum et obtusius. Hunc cum nuperrime in biblio- theca sua deprehendissem, institi ut illius lectione arentem sitim meam expleret (2) idque ex humanitate sua perlibenter facturum se spopondit. Cum vero intelligam illum et paratum (3) et propitium soli tibi esse, pergratum feceris si Cornelium meo nomine ab ilio sumptum mihi mi- seris, quem restituturum brevi polliceor; nec aliter Curtium meum quem habes ad me reversurum persuadeo. Potes itaque inter Dionysium et Platonem quasi Pythagoreus quidam vadem exhibere. Vale. L'ultimo periodo della lettera allude scherzosamente ai sospetti suscitati da Platone nell'animo di Dionisio il giovane, nell'occasione del terzo suo viaggio a Si- racusa, e alla parte di paciere che tra il filosofo e il re s'era assunta il pitagorico Archita. Il Decembrio paragona il volume di Tacito per gros- sezza a quello di Curzio: e di fatto le opere di Tacito comprese nel cod. Med. II (sopra p. 249) - hanno su per giù r estensione degli otto libri superstiti di Curzio, forse un po' maggiore. Strano invece il giudizio sullo (i) Cod. Riccard. 827 f. 30 v. (2) cxpiaret cod. (3) patrem cod. 9- — GIOVANNI CORVINI. 437 Stile tacitiano, eh* egli mette al di sotto di quello di Curzio. È lecito presumere che a un'attenta lettura si sia ricreduto; ma non bisogna dimenticare che 1' orec- chio umanistico si sentiva più solleticato dalla piana scorrevolezza di Curzio che dall' aspra saltuarietà di Tacito. ♦ * Dei codici del Corvini tre si conservano nell' Am- brosiana. Cod. Ambros. B 153 sup. membr. sec. XV. Contie- ne Quintiliano integro con la lettera di Poggio indi- rizzata al Corvini. Passò nella famiglia dei Barbavara, come rileviamo dalla nota al f. 278: Liber d. Caroli Barbavarae q. d. Marcolini, e poi entrò nella collezione di Francesco Cicereio (Ciceri). Di questo codice si parla in altra parte del presente volume (p. 385-88). Cod. Ambros. N 199 sup. membr. sec. XIII con le Satire, le Epistole e l'A. P. d'Orazio (*). Conserva al f. i v, autografa la seguente poesia giovanile del Corvini, che riportiamo integralmente, perchè dei suoi parti poetici, lodati dai contemporanei, solo questo ci è pervenuto <; quello che sarà comunicato più sotto. Uxit amor^ qui terj^a dedit dum falUrt tempia t. Hot indignanti similis pertextre cepi. (^ios, quia te stupeo simili quoque clade perire Infestum sevumque malum dum vincere credis, 5 Sint licei alteriti» solamen dulce laòoris, Ad le nunc ver lo cupiens /renare furorem. * Quonam frnter .ibi»? tristcm que nira pcrurit? * (■) Comparve la prtmià volta iu (Jior, stor.Utt. itaJ, 47, 1906, Jl'i». 438 R. SABBADINI. Sóre paras, animum qui fluctus verset anhellum? Versat amor, cuius fiamme precordia lambunt; IO Nec michi quo possim succensam tollere flammam Modus adest. Alitur quis debuit ipse fugari, Ex quo religio, quamquam vesana, perurget^ Qua veteres sacras divam portare sagitas Et natum dixere nobis: quia ni sacer esset, 15 Figeret haud pueri tam certa sagita medullas. Hei michi! si simile hic vulnus temptaret amantes, Non foret in crudt^ tam grandis vuluere langor. Nam dulces lacrime et suspiria tracta vicisim Prestarent utrinque sibi linimenta doloris, 20 Sed deus ille' ferus diversa in arundine certans Hunc petit aurata, que firmiter ossibus herens Incerto facit ire gradu similemque furenti; Illa sed obtusi certatur arundine plumbi, Qua refugit leso solacia reddere ludens. 25 Quare vagus si sepe feror bachorque per urbem, Desine iam petere et tristera precor exue curam. Versus editi per lohannem Corvinum de eius amore ad suum Lelium reprobum (?). I vv. 7-26 rappresentano, se non andiamo errati, un dialogo tra un amico e 1' autore, il quale alla domanda rivoltagli nel v. 7, risponde coi vv. 8-26, manifestando il suo amore non corrisposto per una donna (2;^ ilio). Il nome dell' amico doveva stare nella firma, ma fu raschiato e sostituito dalle parole stampate in corsivo. Altre raschiature e correzioni fece 1' autore nelle pa- role corsive dei vv. 8 e 12; inoltre sagitas del v. 13 e sagita del 15 avevano in origine due t; e una raschia- tura si osserva nella prima lettera di linimenta, v. ig. Compiuti questi mutamenti, indirizzò il carme a un nuovo 9. — GIOVANNI CORVINI. 439 amico, il Lelio della firma corretta, e vi aggiunse un proemio, vv. i-6. Lelio era infelice in amore, come il Corvini. L' altro carme, parimenti autografo, si legge nel cod. Ambrosiano H 14 inf. membr., sec. XV, f. 76 v.: Hunc primum genuit resoluta puerpera natum Margarita suum, qui sacro a fonte Johannes Marcus erit, veteres referens cognomine patres, Quos Corvina domus claro de sanguine traxit. 5 Mille quatercentum ter denos duxerat annos Phoebus ab adventus radiantis tempore Christi, Cum datur aethereum puero conspicere lumen, Disclusis oculis mediae sub tempore noctis Quam retinenda dies vicesima quarta novembri» IO Insequitur. Superi, tallem servate puellum, Ut superet felix et avorum premia vincat. Auctus prole nova Summi prestante favore Hos versus cecini, nervorum stante dolore; Quos ut leteris et cudas nunc tibi mitto I 5 Utquc modo tacitae dissolvas vincula lingue. Amen, finis. lohannes Corvinus in nativitate nepotis. Ricaviamo di qui che nella notte dal it, al 24 no- vembre del 1430 Margherita, nuora di Giovanni Cor- vini, partorì un bambino, cui fu posto nome Giovanni Marco. Cortamente non son«> ui>i»n-^« vdIì \v iitHi/ie, di cui andiamo debitori ai duii carmi; ma essi coi gravi errori metrici, col fraseggio oscuro e impacciato e con le forme sbagliate ci danno una umile idea del valor poe- tico dell' autore. 440 &• SABBADINI. E ora tratteniamoci a esaminare più particolarmente questo elegantissimo codice H 14 inf. (*). f. I Pomponii Mele de Chosmographya libri tres feli- citer, f. 33 V Vibii Sequestris de fluminibus fontibus lacubus nemoribus paludibus mo7itibus gentibus per literas. Vi- bius Sequesler Virgiliano filio s. Quanto ingenio — f. 41 Vulsci italici europe. Feliciter Vibii Sequestris de flu- minibus Fontibus Nemoribus Lacubus Paludibus Montibus Gentibus per literas expliciti sunt. (Geographi latini mi- nor es ed. Riese p. 125). f. 41 Incipiunt nomina regionum cum provinciis suis XVII (corr. ex XXVII) et CXV civitatibus. De urbibus gallicis. Lugdunum. Desideratum — hoc et hebree (Vetera Romanorum Itineraria cur. P. Wes- selingio, Amstel. 1735, p. 617). Nomina provinciarum romanarum in Italia numero XVII. Campania in qua est Capua — Galliarum provintie numero XVI — f. 42 Pontus. Egyptus. Britannia numero XI (è il Laterculus Polemii, p. e. Geogr. lat. min. p. 130-32). f. 42 Nomina provintiarum vel civitatum in provinciis Gallicanis. Metropolis provincia lugdunensis — f. 44V id est Ventio (la Notitia Galliarum ^ in Geogr, lat. min, p. 141-44)- f. 44V Septem mira. Primum, Edes diane — alte pe- des de {Geogr. lat. min. 159). (*) Comparve la prima volta in Studi ital. filol. class. XI, 1903, 248-56. 9. — GIOVANNI CORVINI. 44 1 f. 48 Accedentibus ad operìs huìus notitìam — . Proe- mio al commento de)!' Aulular la, f. 48V Plauti Aulularia (Querolus) incipit feliciter — f. 75 Aulularia Plauti explicita feliciter. Tutte le opere hanno numerose chiose marginali; e tanto il testo quanto le chiose sono di una sola mano. I quaderni che contengono T Aulularia formano un corpo separato. Istituiti alcuni confronti dell' Aulularia Ambrosiana, che chiameremo A, col testo di R. Peiper (Lipsiae 1875), merita esser posto in rilievo 1' accordo di A con le correzioni di V. Ma A non deriva direttamente da F, perchè si manifesta indipendente da esso e da tutti gli altri codici: p. e. p. 4, 2 domum; 17 propulit; p. 7, i erit; p. 11, 4 prudens sciensque; p. 16, i atque; 21 sed; p. 17, 9 illud; p. 27, 6 et; p. 31, i aluipande; p. 34, 6 tu noft; p. 37' 3 /A* p. 43. n celeriter; p. 47» 4 Sycof.; 5 ludemus; p. 50, 14 confideretur; p. 53, 20 in inficiasi P* 54» 7 nunquam; p. 55, io legimus; p. 56, 18 temptanda; p. 58, 7 esse. Sicché si dovrà dire che A discende dal codice, ora perduto, sul quale V fu corretto. Un secondo contatto di A con V si osserva nelle chiose. V del secolo IX è glossato da una mano del secolo XII e le sue glosse e quelle di A si corrispon- dono perfettamente, per quanto cilmeno se ne può conchiudere dal confronto coi pochi saggi comunicati dal Peiper p. IX. Ecco le tre glosse analoghe di A, il cui testo è più emendato: f. 54 (p. 14, 12) PantO' malusi pantomalus nonien est ex greco latinoque com- pactum et dicitur quasi totus malus; ji.in onini grece 442 R. SÀBBADINI. totum sonat; f. 65 (p. 38, 18) Solidis] solidus est num- mus aureus qui sexcies appensus unciam facit; f. 66 (p. 40, 3) Zelotypi] zelotipus est qui nimio mulieris amore correptus eam semper observat indig-naturque levi suspicione nec eam cuivis credit; zelus enim amor est et tipus tumor: hinc zelotipia. Soggiungo un altro manipoletto di glosse scelto fra quelle che hanno maggior valore. f. 55 V (p. 17, 14) Calceos] Patricios calceos Romu- lus repperit im*"^ corrigiarum assutaque luna bicorni ad notam centenarii numeri quod initio patricii senatore s centum fuerunt (corr. in fuerint). Dicuntur autem calcei vel a calce vel a greco kaXa idest ligno in quo fiunt. f. 57 (p. 20, 19) Obscurisvera involvere] Hac elocu- tione usus est Virgilius in 6° (100). f. 62V (p. 2>2i 16) Polluunt] Hoc eleganter exprimit Virgilius Eney. 3 (234). f. 64 (p. 36, 5) Quod bonum faustum\ formula verbo- rum frequens in ystoriis Romanorum. f. 68 v (p. 46, 5) Anima in faucibus] vulgaris loquen- di modus. f. 72 (p. 54, 7) 0 tempora o mores] Hanc exclama- tionem ponit ad contextum TuUius invectivarum in ca- tellinam lib. I (2). Item prò Deiotaro rege (31). f. 55 (p. 16, 22) Ligerem] Ligerem dicit a nominati- vo liger, quem ponit Albius tibullus: ' Carnutis et fla- vi cerula limpha liger ' (I 7, 12). Questo pentametro di Tibullo non è tratto da un testo intero, ma da Ex- cerpta, che probabilmente esistevano a Farfa: vedi la nota seguente. 9. — GIOVANNI CORVINI. 443 f. 65 V (p. 39, 13) Et non suntus tamen tam miseri] Lege hic execrandas fraudes servorum. Et nota prò Biasio de Scandrilia. — Scandrig-lia è an paese del cir- condario di Rieti e appartenne fino al secolo XV alla giurisdizione di Farfa. Viene perciò spontaneo di pen- sare che le chiose sian nate nel monastero di Farfa. Tali chiose non erano sporadiche e occasionali, ma costituivano un vero commento continuo, il quale ar- rivò a noi frammentato o non fu condotto a compi- mento: di che sarà in grado di giudicar meglio chi vorrà esaminare il cod. V. Che si trattasse di un com- mento continuo, scorgiamo dal proemio a esso prepo- sto, che qui riporto da A: f. 48. Accedentibus ad operis huius notitiam aditu primo ini®'' reseranda sunt: res scilicet, mens, effectus et cui phylosophie parti subiciatur. Res igitur est: que- rulus, aurum, fur. Mens, qua convincitur homo suis meritis affligi divinoque beneficio damnis erui et inde- bitis insperatisque munerari. Effectus vero quo sibi red- ditus quisque molestias sine murmurc tolerare doce- tur et meliora sperare. Ethice supponitur quia de mo- ribus agit. Ethis enim grece mos. liane autem Socra- tes primus ad corrigendos componendosque mores in- ^tituit, dividens eam in nn**' anime virtutibus, idest prudentia, qua mala discemuntur a bonis; fortitudine, qua equanimiter adversa tolerantur; temperantia, qua libido concupiscentiaque frenatur; iustitia, que recte iu- dicando sua cuique distribuii. His expeditis, quod sequitur inspiciendum est, sci- licet id genus carminis unde vocabulum suniat. Comedia 444 ^- SABBADINI. nanque dicìtur et hoc vel a greco KOMOO idest villa, quia prius in pagis agebatur, vel a commessatione, so- lebant enim post cibum ad eam audiendam conventus fieri; vel appellatur comedia quasi corno odia idest ru- sticorum laus, nam privatorum acta predicat. Hec cum tragedia communia quedam habet, vide- licet quod iambico metro constat, quod tota personis attribuitur, quod vitia generaliter notat. In hoc autem Inter se differunt, quod hec privatas, tragedia vero res publicas narrat, hec argumenta fabularum ad veritatis imaginem ficta, illa regum historias, hec humiliter, illa granditer, hec omnia personis agit, illa quedam ver- bis (i) tantum representat, hec a tristibus inchoans in gaudio desinit, illa leta principia mesto claudit exitu. Sunt preterea duo genera comedie, vetus et novum: vetus ioculare, ut Plauti Accii (2) atque Terentii, no- vum quod et satiricum, ut Flacci, Persii, luvenalis, ubi vitia cuiusque manifeste carpuntur. In hoc autem novo licet sit effectus comicus simul et scribentis intentio, non tamen modus loquendi. Idemque per omnia dicen- dum est in tragedia, in qua exemplum veteris sit Se- neca, novi Virgilius (3). Plautus dicitur a plausu, quia plausibilia scripsit. [ Aulularia ] quasi ollularia, ab olla ubi latuit aurum. (i) Vorrà intendere della musica dei cori? (2) Per lui il nome era Plautus Accius. (3) Perchè il poeta epico canta la stessa materia della tragedia e con lo stesso stile sublime. CORREZIONI E GIUNTE p- 2. 1. 8: 1427 i^ggi 1425 p- 28, n. I, 1. 7: Goldlob . . Gollob p- 105, n. 2, I. 4: auobus . . duobus p- 126, 1. 24: textus . . . testus p- 153, I. 23: de officii . . . de officiis p- 225, 1. 16: Umberto . . . Uberto p- 275, 1. 12: Gerntaniae. V'ita Germania e Vita p- 136, 1. 11: litterarum . . litterarii p- 136, 1. 16: contemplationesque contemptionesque I tionesque). p. 136, 1. 28. L'anno della lettera è nel solo cod. di Oxford, che reca « MCCCCXXI »,aggiunto di seconda mano; ma dobbiamo tener fermo al 1422, perchè soltanto nella seconda metà del 142 1 il Barzizza paasò da Padova a Milano (120). p. 1-7. Del Cotnmentarium del Niccoli altri si sono occupati: E. Ja- oobs in Wochenschrift f. klass. Philol. 19 13, 701-02; A. Gudeman ib, '9*3» 929-33; W. Aly in Rhein. Mus. 68, 636-37; G. Andresen in Jahresber. des philol. Vereins 40, 78-79; \V. Peterson in American Journal of philology 35, cfr. Wochenschr, f. klass. Philol, 19 14, 608. 145, 1. 1-7. n codice di Giustino, già Saibante 269, che si ere- '.-va perduto, è ora nel British Museum sotto la segnatura Ms. Add. 12012. p. 172, 1. 9. Sulla bufera scoppiata a Venezia il 10 agosto del 1410 fe»to di S. Lorenzo) vedi anche Muratori R, /. 5. XXII 853. p. 1 18-19. Una lettera importante di Cosimo Raimondi in difesa del- l'epicureismo fu pubblicata da G. Santini in Studi storici^ Rigoli 1899, Vm IS3-68. INDICE DEGLI AUTORI Agostino (S.) 268, 431. Ammiano Marcellino 5, 273, 274, 275- Apicius 6, 277, 284-85, 287. Apuleio 315. Aristotile 31, 81, 84, 192, 225, 286, 404. Asconio Pediano 21, 384. Aspro 6. Aulularia, v. Qiierobts. Ausonio 360. Catsaris Iter 283, 285. Cassiodoro 425. Catone 1, 422, 424, 434. ' atnllo 173-74» 340. 360. ' clso (Cornelio) i, 265, 268-72, 2 "-324» 434- Censorìno 423. '^'esarc 239, 423. 434. < hirio Consulto Fortunaziano 402. Cicerone 1, 11, 12, 269, 398, 401. Cicerone: optre filosofiche i' : 145-69, 218, 227, 241. Cicerone: t^tre rtttcricht 12-13, 94. IOI-45' 389. 43»» 434. Cicerone: orazioni']^ 16-19, 20-29, 31, 32, 43-56, 81,94, 146, 184- -87, 253. 275» 391» 442. Cicerone: ad Atticum 6, 13-14, 31, 41-42, 69-97, 360, 423. 434. Cicerone: ad fantiliares 14-16, 40, 57-68, 78-80, 173, 392. Cicerone: ad Brutum 97-101. Cicerone: Aratea 181-83. ps. Cicerone 148, 153, 183-94. Cipriano 1 1 . Comoedia antiqua 421-25. Columella 163, 268, 422, 434. Cornelio Nepote i, 252. Comificio ad Heren. 24, 165, 170, Curzio Rufo 239,328, 331, 436, 437. Democrito 315. Domizio Draconzio 406. Donato (Elio): Ars 6, 7; in Tt' rentium 206-45; in Vergitium 194, 203-05. Donato (Tib. Claudio): m Vergi» iium 4, 197-202. EUgiat im Maitinatem, 277. 448 R. SABBADTNI. Fenestella i. Firmico 286. Foca 7. Frontino: de aquaed. 4, 263, 270, 275; Strateg. 275; Groniat. 5. Gellio 328, 331, 423, 434, 435. Giovenale 258, 400, 444. Girolamo (S.) 193» 399. 40i, 43i- Giuseppe (Flavio) 313, 389, 390. Giustino 145, 445. Gregorio (S.) 431. Grillio 194. lerocle 198. Igino: Astronom. 5. Ippocrate 403-04. Isocrate 192. Itinerarium y^w /^ «m< 2 7 8 , 2 8 3 , 2 8 7 . Lattanzio li, 154, 162, 367. Livio 7, 23, 87, 89, 184, 233, 235» 237, 239, 243, 273, 274, 275, 382, 411, 414. Lucano 258, 400. Macrobio 139, 141, 1 43» 203,434, 435- Marcello Empirico 6. Martialis 193. Martianus (Capella) 193, 402. Marziale 88, 89, 369, 400. Mela Pomponio 440. Moretum 425. Mulomedicina Chironis 194. Nonio Marcello 31, 32, 33, 38, 43. 75» 1^^ 77^ 162, 165-66, 174-76. Notitia Galliarutn 440. Orazio 437, 444. Orestis tragoedia 278. Ovidio 87, 88, 89. Palaemon 193. Palladio Rutilio 422, 434. Pandette 32, 38. Persio 444. Platone 225, 231, 234, 404. Plauto 14, 198, 327-52, 396, 423- -24, 444. Plinio I, 265, 355, 400. Plinio: Epistulae 98, 268, 355-70 ps. Plinio 356, 371-77. Plutarco 253, 399, 434. Polibio 239. Pompeo 411. ps. Porcius Latro 183, 184. Porfirione 277, 285, 286, 287. Pri sciano 7. Probo: Ars 6. Probo: in Persium 194. Querolus 425, 441-44- Quintiliano 160, 168, 268, 269, 270, 381-404, 437. ps, Quintiliano 23, 404-07. Sallustio II, 148, 149, 183, 208, 340, 382, 411-13, 414-17- ps. Sallustio 17, 19. Seneca (padre) 23, 184, 208, 397, 398, 400, 401, 405. Seneca (figlio) 398, 399-400, 401, 423, 434, 444. ps. Seneca 191, 258, 400. Septem mira 440. Servio: in Vergilium 201, 203-05. INDICE DKGLT ATTORI. 449^ Sìculo Fiacco 5. Sidonio Apollinare 277, 399. Silio Italico 166, 369. Sorano 315. Stazio Cecilio 397. Stazio Papinio 397-98. Stazio Ursulo 397, 398. Stella 398. Svetonio: Caesares 99, 100, 177, 241, 423, 434. Svetonio: de granim. et rhet. 5, 270, 275, 277,279-80,281-82. ps. Svetonio 371, 374. Tacito I, 265; opere maggiori 249- -62, 436, 437; opere minori ^-^\ 263-82. Terenzio 11, 206, 214, 373,382, 444. Tertulliano 6, 214, 215-16, 328. Theodosiantis (codex) 146. Tibullo 442. Tommaso d'Aquino 431. Vacca 194. Valerio Massimo 147-48, 356. Varrone 422, 434. Vegezio Renato 208. Vergilio II, 23, 197, 203, 258, 357, 382, 442, 444. Vibio Sequestre 440. ABBADIM, Tesli Uthnu INDICE DELLE PERSONE Abbadia (dell') Nicola 363. Acciaioli Angelo 45. Adorno Giacomo 148. Albergati (card, di S. Croce) Nic- colò 2, 214, 215, 275, 332, 434. Alberto da Sartiano 215. Alberto II 240. Alessandrino (da Alessandria) Gio- vanni 341. Alessio 165. Alessio Tedesco 145. Alfieri Alberto 148. Alfonso di Cartagena 224, 225, 233. »34. «35» 239. 240, 24». Allosio (d*) Enrico 219. Amelii Pietro 12. Annidano Zenone 367-68. Amplonio 194. Andrea 104. Andrea Costantinopolitano 237. Angelotto 212. Angiò (d') Giovanni r. Renato if)*). Antonio da Brescia 364. Antonio da BuMtcto 166. Antonio di M.aio 296, 297, 311. Appio 373, 376. Aragona (d') Alfonso 198-99, 2 1 7, 283, 284, 341, 343-44. 348, 349- Aragona (d') Maria 217, 218. Arcellio Laura 200, 349. Arese Andreolo 381. Aretino Giovanni 27. Arzignano Giovanni 135, 136, 142. Assemani E. S. 309-10. Aurispa Giovanni 87-89, 91, 92, 198-201, 206, 214-24, 232, 243, 266, 267, 271, 283-87, 349, 367» 368, 402, 432, 433, 434. Avogaro Galasio 336. Avogaro da Orgiano 23-24. Badocr Albano 86. Baldini Baccio 297. Barbaro Candiano 31. Barbaro Ermolao 180. Barbaro Ermolao di Zaccaria 174. Barbaro Francesco 29-43, 45, 46, 47, 48, 56, 82,91, 103-04, 141, «73. «74. 176, 251, 315, 361. B;irbavaru Ciirlo di MarcMlino 437. Burbaviir;i Krancc»co 2 2, 334. 452 R. SABBADINI. Bartolomeo fiorentino 364. Bartolomeo da Verona 151. Batiferro Bartolomeo 229. Barzizza Gasparino 30, 31, 33, 36, 37» 43' 83-85, 91, 103-14, 115, 116, 120, 121-26, 128, 130, 134. 135' 136, 143. 172, 174- -76, 338-39» 388-93, 405-07. 427-30» 433. 445- Barzizza Gio. Agostino 391, 430. Barzizza Guiuiforte 124, 136, 151, 342-43- Barzizza Nicola 136, 429-30. Beccadelli, v. Panormita. Bechi (de) Guglielmo 81-82, 91. Beda 7. Belbello Luchino 339-41. Bellovacense Vincenzo 308, 397, 400. Belluomo Guglielmo 220, 221. Beltramìno da Rivola 422. Bernardino da Siena 177. Bessarione 252. Bianconi Lodovico 293, 300, 306, 307» 309» 313» 324- Biondo Flavio 69, 113, 120, 126, i37> 138, 139» 140-41» 179» 180, 192, 361-62, 363, 389, 434. Birago Gerardo 367, 368. Bisticci (da) Vespasiano 69, 297, 310, 432. Boccaccio Giovanni 99, 249, 250, 262. Bologna Simone 287. Bonaccorso da Montemagno 23. Bonamico Lazaro 308 . Bosoni Biagio 180. Bossi Antonio 127. Bossi Antonio di Giovanni 127. Bossi Francesco 127, 129, 130, 368. Bossi Luigi 130. Bossi Simone di Pietro 127. Bracciolini, v. Poggio. Bracello Giacomo 125, 126. Bragadin Lorenzo 395. Brancacci Niccolò 12. Branda di Castiglione 391-92. Brenzoni Francesco 336. Bruni Leonardo 27, 28, 30, 32, 33,38,41,42,44,50-51,74-81, 91, 138, 148, 192, 225, 233, 234» 235, 239, 250, 253, 254, 371-77» 383» 385. 387» 388, 423, 425-26. Buonafede Giovanni 36. Buoninsegni Domenico 31, 38. Bussi Giovanni Andrea 23, 56, 184. Buzuto Nicola Maria 350. Cadarti Giovanni 114. Calisto in 279, 287. Campinassi Giovanni 344. Campofregoso 233. Campofregoso Tommaso 243. Campofregoso Tommaso e Batti- sta 237, 238. Candido 28, 421-23 (sarà il me- desimo personaggio ?), 424, 426, 432. INDICE DELLE PERSONE. 453 Canobio Antonio 115. Canuzio Giovanni 387. Capelli (de) Pasquino 70. Capitaneis (de) Filippa 431. Capra (della) Bartolomeo 32, 33, 50-51, 76, 77, 91, 96-97, 116- -18, 119, 126, 215, 273, 274, 278, 312, 336, 361-62, 433. Capranica (da) Domenico 332. Carlo IX 305. Carvaial Giovanni 219. Casati Giovanni 435. Casciotto Bartolomeo 152. Cenci 212, 332. Cenni de Nordolis Giacomo An- drea e Paolo 149. Cesarìni Giuliano 2, 275. Ciceri Francesco 96, 152, 437. Ciriaco d'Ancona 181-82. Clémangis Nicola 15, 17, 206-08, 381-83. Cocco Lodovico, Marco < vanni 389, 390. Colonna Kgidio 192. ilonna Prospero 21, oncorcggio (da) Gabm... ji^. oDtarini P. 104. Contrari (de*) Uguccionc 243. ' orlìinclli Angelo 31, 38. orbinclli Antonio 31, ^fl, 40. •marius I. 6. •mcr (Oimelio/ i- , tin, F'mncesco loc) '*nter Giovanni Corradino Giannino 43, 173, 174, 176. Correr (Corrano) Gregorio 276-77. Corvini Giovanni 91, 97, 115, 121, 137, 139, 194, 252, 388, 421-44. Corvini Giovanni Marco 439. Corvini Gregorio 430. Corvini Luchino 431. Corvini Niccolò 427, 429. Corvino Mattia 256. Cosimo Cremonese, v. Raimondi. Cotica Bertola 148. Cozza Bartolomeo 376-77. Cratander A. 69, 70. Cremona Antonio 253. Crisolora Giovanni 39, 41, 45. Crisolora Manuele 31, 39, 40, 42, 82, 225. Cristoforo da Parma 104. Crivelli Ambrogio 148. Crivelli Lodrisio 228, 244, 245. Grotto Luigi 411-13. Carlo Giacomo d'Antonio 199,432. Cusano (da Cusa, da Treveri) Nic- colò 23, 49, 178, 179. 184. 219, 224, 232, 233, 237, 243, 328, 396, 414. Dandolo Marco 395. Drccmbrio Angelo 194, 102, 222, ^o, 252. 365, 398. iM.rmbrlo Modesto 176-78. Dcccnibrio Pier CnncUdo 17R, 224, 825, 226-4 ^ 4S4 R. SABBADINI. 278-80, 281-82,366-68,411-17, 426, 436. Decembrio Uberto 176, 225. Demetrio 39, 41. Dioneau 308. Domenico di Bandino 250. Dominici Giovanni 80. Donato Girolamo 43, 165, 172, 173. 174. Donato Pietro 33, 43, 165, 172, 173» 174. 175» 176. Dotto Niccolò 179. Egnazio Giovanni Battista 292. Enoch da Ascoli 263, 276-78, 280, 283-87. Este (d') Berso 218. Este (d') Leonello. 217, 221, 330, 335- Eugenio IV 217, 219, 243, 299, 300, 314, 329. Facio Bartolomeo 199-200, 252. Faella Vitaliano 54. Fano Tommaso 337. Federico Veronese 345. Felice V 242. Ferrari Lodovico 332-34, 339, 341. 347- Feniffino Giovanni 347. Ficino Marsilio 316. Filelfo Francesco 277, 315, 404. Filippa (moglie del Pauormita) 348-49. Filippo di Borgogna 200. Florilegista veronese 355, 356. Fonzio (della Fonte) Bartolomeo 302, 315-20. Franceschino 391. Franchi Antonio di Bartolom. 384. Francia 87. Fregoso, v. Campofregoso. Fuscis (de) Giovanni da Itro 299. Galeotto (Tarlati) di Pietraraala 12, 206. Galluccio (de) Paolo 349. Gano da Colle 97, 98. Gaza Teodoro 283, 284, 287. Gelenius 5. Gentile 99. Gerberto 308. Ghenderen (de) Adriano 90. Giacomo da Siena 147, 148, Giacomo (Barzizza ?) da Bergamo 104. Giglino Simonino 178. Giovanni XXIII 31, 165, 213. Giovanni d'Andrea 263. Giovanni da Verona 356. Giovanni Galeazzo march, di Sa- luzzo 313. Giovanni Siculo 219. Giuliano Andrea 40, 83, 105, 136, Giulio II 307. Giustiniano Bernardo 192. Giustiniano Leonardo 38, 39, 137. Gonzaga Lodovico 136. Gottardo da Sarzana 251. Gradi (de) Giovanni della Treccia 230. Gratapaglia Antonio 149, 150. mÙICE DELLE PERSONE. 455 Gnaldo Girolamo 178, 357-58, 360-61 , 362-63. Guarino 24, 25, 29, 30, 32, 36, 38, 39» 40. 41» 44. 46, 52-56, 57-68,85-87,89, 104, 113, 126, 133-43. M5. 153. 173, 175. 178-81, 192, 222-23, 254, 263, 264-72, 273, 310, 311, 315, 323» 329-50. 356-65, 395. 398, 434» 435- 'luarino Battista 24-25, 201-02. aiarino Girolamo 314. ruasconi Biagio 30, 31, 37. Hadoardus 160, 162. Hesdin (de) Simone 194. Hoombeeck I. 306. Hutten (von) U. 6. Jeune (le) Jean 200-01. Jouffroy Giovanni 201. Isolano Giacomo 121. lunius F. 6. Lamola Giovanni 136, 141-44, 178, I 264, 266, 273, 311, 312, 316, 363» 434- Landino Cristoforo 197. Landriani Gerardo ni, 120, 122, 127, 129, 434. Lantieri Giovanni 153. I-clio 438, 439. I^to Pomponio 368-70, 417. Linden (Tan der) 305-06. Lo^li (da) Giovoimi 338. Lorenxo 37I-7S* Loschi Antonio 21-26, 54, 75, 187. Lucio da Spoleto 2, 3. Madio (Maio, Maggio) 52, 53, 136, 364. Maffei Timoteo 377. Mainenti Scipione 348. Maineri Maino 315. Maletta Alberico 223. Malombra Giacomo 151. Mamelino Niccolò 149. Manetti Gìannozzo 297. Marcello Pietro 394, 430. Marcello Valerio 430. Marinoni Astolfino 21, 22, 203. Marrasio 220. Marsigli Luigi 78, 79. Marsuppini Carlo 217, 218, 222. Martino 151. Martino V 213, 377, 393, 432. Martino Dumiense 191. Matociis (de) Giovanni 355-56. Mazolato Ugo 138, 139, 435. Medici (de*) Cosimo 20, 27, 40, 82-83, 2»6, 243, 272, 297. Medici (de*) Giovanni di Cosimo 277. Medici (de*) Giovanni 36. Medici (de') Lorenzo 31, 33, 34, 38» 42. 329, 330- Medici (de*) Piero 297. Mcibtcrlin Sigismondo 277. Miliis (de) Pietro 390. Modiufl Fr. 6. Monaco hcrsfeldese 263, 272-73, 274, 275, 281-82. Montepulciano (da) Bartolomeo 1 8, aia. 45^ É. SABBADmr. Montreiiil (di) Giovanni 11-19, 20, 28. Morgagni Giovanni Battista 292, 308. Moroni Carlo 308. Muglio (da) Nicola 97, 98-99. Muglio (da) Pietro 99. Nessa Simone 36. Niccoli Niccolò 1-3, 4, 27, 28, 29, 30, 32, 33' 36, 37» 39» 41» 42. 45, 46,48, 50, 51,69, 71, 75, 76, 78, 80, 81, 93, 202, 250, 263, 273, 275, 280, 281, 294, 297» 298, 312, 313, 316, 322, 329» 334. 385. 394» 396,421, 424, 426, 432, 433, 434, 445. Niccolò V 88, 276, 278, 279, 283, 287, 365. Nichesola (della) Galesio 54, 55. Nicola 2. Nicola 236. Nicola da S. Vito 183. Oldovino Antonio 117. Omodei Giovanni 111-13, 122. Oppizoni Lodovico 149, 150. Orazi Girolamo 148. Orsini Giordano 49-50, 179, 327- -36. Paleologo Giovanni 432. Pallavitini Battista 294-95, 3^0, 304, 313-15» 316, 317, 323. Pallavicini Lucrezia 314. Panormita 87, 89, 200, 216-18, 220-23, 224, 265, 266, 267-71, 273, 274, 275, 282, 283-87, 310, 311, 312, 321, 322, 334, 338, 339-50» 351» 352, 398. Panormita Agata 349. Panormita Caterina Pantia 200, 286, 349. Paolo II 301. Parentucelli Tommaso (poi Nicco- lò V) 2, 3, 214, 215, 311, 312, 434- Parisio Alberto 294, 295, 309, 314» 315- Parrasio Aulo Giano 105, 124. Pastrengo (da) Guglielmo 73. Pavaro Stefano 186. Pellizzone Filippo 315. Peregri Iacopo 342. Petrarca 12, 19, 20, 22, 32, yOy 71» 72, 94, 97, 98, 99» 100, 164, 193, 203-05, 208, 233, 235, 237, 243, 397, 400, 404. Piccolomini Enea Silvio 192, 241. Pigna (della) Guglielmo 57. Pinelli Giovanni Vincenzo 146, 308, 369. Piscicello Niccolò 223. Pizolpasso Francesco 150, 212-13, 224, 225, 226-45, 365-67, 413» 414» 415- Pizolpasso Michele 228, 231, 367. Poggio 2, 6, 18, 19, 20, 27, 28, 32, 43-49» 73» 74, 80-81, 82, 84, 89, 91, 93, 178, 200, 202, 212, 213, 225, 239, 240, 242 250, 263, 273, 274, 275, 281, 307, 310, 312, 327-28, 329, INDICE DELLE PERSONE. 457 33o> 331» 332, 351» 352. 365. 367, 368, 381, 383-96, 398, 437. Polenton Sicco 21, 58, 250-51. Politi Puccio 220, 221, 287. Poliziano 62, 315, 319. Pontano Gioviano 197, 277, 350, 35I- Ponte (dal) Zebedeo 389, 390. Ponzoni Giacomo 180. Porcellio 171. Pretto Paolo 364. Rafanelli Marco 93-95, 152. Raimondi Cosimo (Cosma) da Cre- mona 113-21, 123, 126, 129, 144, 431, 445. Rambaldi Benvenuto 250. Raterio 355. Raudense, v. Rho. Regino Filippo 364. Rho (da) Antonio 16, 397, 400, 433- Rhode G. 307. Rizzoni Martino 145. Roberto re di Napoli 403. Rossi Girolamo 309, 310. Rossi Roberto 31, 35, 36, 38, 42. Ruini Lelio 302, 309. Sagundino Niccolò 370. Sacco Catone 339, 341. Sale (de la) Antonio 190-94. Salerno Giovanni Nicola 54, 136. Salatati Coluccio 16, 19, 32, 33, 57. 70, 75. 78. 80, 19»» 400- Sarc)ibcricn»c Giovanni 308. Sa«Ketti Franccfcn 31^), 318, 31 Savoia (di) Maria 119, 126. Scaligero Giuseppe 308. Schedel Hartmann 194. Sebastiano (miniatore) 50. Sempronio 374, 376. Seripando Antonio 105, 124. Sichart Giovanni 70. Siena (da) Girolamo 348, 350. Sigismondo (imperatore) 430. Soderini Francesco 87. Solari Abbondio 436. Soprano (Soranzo?) 100. Sores Giacomo 286. Spilimbergo (da) Bartolomea 335. Spilimbergo (da) Giovanni 334, 335. 338. Spluges Bernardo 393. Spon Carlo 308. Stefano milanese 315, 319. Strozzi Palla 39. Targa Leonardo 300. Tcbaldi Tommaso (Ergotele) 223, 341. 348. Tcbalducci Giacomino di Tomma- so 214, 216. Tenaglia Gugliclmino 393-94. Icrruzzo Giovanni del fu Stefano 149. Testa Romano 285-87. I «desco Stefano 140. Tommasi Pietro 180. Tommaso Lucano 219. Tortelli Giovanni (Aretino) 181» 218-19, «76, 403. 4«7. •HcancUa Giovanni 218. 458 R. SABBADINI. Traversari Ambrogio 2, 31, 38, 39, 40, 41, 44, 45, 46, 82, 91-93» 215, 222, 312, 328-29, 432-33- Treverensis, v. Cusano. Treveth Nicola 208. Trevisan Zaccaria 83, 84, 86, 103, 104-05. Tura (di) Pugliesi Gherardo 23. liberti Pier Matteo 319. Valla Giorgio 181, 182. Valla Lorenzo 181, 218, 223, 243, 252. 35I' 396-404- Vegio Maffeo 340, 341. Vergerlo Pier Paolo 192. Vettori 83. Vettori Daniele 105, 106. Vettori Piero 255, 256. Viglevio degli Ardizzi Francesco 127, 129. Villa Agostino 346, 347, 350. Vimercate (da) Taddiolo 128. Visconti (dei) Bartolomeo 151. Visconti Filippo Maria 119, 126, 238, 240, 242, 243, 315, 330, 348, 388, 430. Visconti Gian Galeazzo 22. Vitale 325. Vittorino da Feltre 254, 313. Zabarella Francesco 80. Zaccaria di Padova 229. Zambeccari Cambio 141, 143, 312, 315. 434- Zendrata Battista 364. Zendrata Taddea 357. Zilioli Giacomo 139, 140, 337,435- Ziliolo 330-32. Zoalio Luca 148. 4^ Finito di stampare il 2 s agosto 1914 PLEASE DO NOT REMOVE CARDS OR SLIPS FROM THIS POCKET UNIVERSITY OF TORONTO LIBRARY FA Sabbadini, Remigio 57 Storia e critica di testi S35 latini: Cicerone :^ i R. SABBADINI LE SCOPERTE DEI CODICI LATINI E GRECI NE' SECOLI XIV E XY Nuove ricerche col riassunto filologico dei due volumi IN FIEENZE G. C. SANSONI, EDITORE 1914 PROPRIETÀ LETTERARIA 57 S33 Flre»Ee — Tip. O. Cirnewcrhi e «gli — l'Uzza Mentana, 1. AD THEODORUM fkatrem cabissimum Agros frater aras, curas sala riiris aviti Una Clini natis seflulus atquc lubfns. Ast pgo aro chartas et quadragesimus annuft Artes l'uni doceo discipiilisque vaco. Sic foveas tu, care, diu sata frater agrosque, Sic et pgo chartas discipulosque diu. 1914. INDICE Proemio Pag. vii Cap. I. Settentrione e mezzosiorno . 1 liigliilterra (Riccardo da Bury) 4 iJermania (Amplonio Ratinck; Niccolò da Cnsa ; altri raccoRli- torl) 10 C»p. 11. Francia. Germi nazionali 32 Italiani formati.si in Francia (Dionigi da S. Sepolcro) Sh Imiiortazione italiana in Francia e scambi reciproci (Italiani alla curia pontitìeia in Avignone; Giovanni Colonna; Italiani alla curia regia in Parigi) 15 Periodo eroico deirumanismo francese (Giovanni di Montreuil ; Ni- cola di Clétnangis^ 63 Cap. III. Italia. Verona (il florilegista del 1329; Piero di Dante). . . 88 Padova (Albertino Mussato; il Cicerone petrarchesco di Troyes) . 10.5 Milano e Pavia (lìenzo d'Alessandria) 121 Bologna (grammatici e retori, canonisti ; Giovanni d'Andrea) . . 150 Firenze (Piero di Parente, Lapo ecc.; Domenico di Bandino) . . 165 Appendice (le scoperte di Poggio in Germania ; Giovanni da Verona) 191 Kiepilogo storico 196 Cap. IV. Riassunto filologico dei due volumi (autori latini; autori greci tradotti) 198 Errata-Corrige 267 (iiunte 267 Indice delle Persone 271 PROEMIO 11 libro perfetto fino ad oggi non 1' ha scritto nes- suno, né credo sia ancora nato chi lo scriverà. Quando un lavoro ha raggiunto una misura tale da essere utile agli studi, reputo che deva uscire alla luce. Ecco per- ché le mie Scoperte vanno a i-itroso del tempo, essendo stato pubblicato il volume che abbraccia quasi esclu- sivamente il secolo XV prima del pi-esente che è de- dicato al XIV. Ma la materia del secolo xv era stata dilunga mano e da più parti preparata ed elaborata; dimodoché il libro si trovò più prestamente maturo per la pubblicazione. Cosi non è della materia del se- colo XIV, la quale fu assai meno esplorata e perciò su di essa si dovette particolarmente esercitare la mia in- dagine personale. Questa è anche la principal ragione, per cui nel secondo volume il discorso procede meno spedito- che nel primo : ma i documenti nuovi bisognava pure che fossero sottoposti, o nel testo o nelle note, agli occhi del lettore. Al quale non va taciuta un'altra considerazione di capitale importanza. Il territorio in cui spazia la narrazione presente è vastis.simo: e .spasso io non ho fatto che accennare sommariamente gli ar- gomenti 0 toccarne una sola porzione, poiché al mio scopo bastava cogliere i tratti principali del movimento. Chi abbia buona volontà, può allargare e approfondire con sicuro frutto le ricerche. vili PROEMIO Nel primo volume resposizione potè essei'e impo- stata cronologicamente, perché sola una regione, l'ita- liana, teneva il campo delle indagini ; nel secondo il movimento è sincrono e quei5ta condizione storica non doveva essere trascurata; ma nell'ambito delle singole nazioni viene osservata la cronologia. Per la Germania poi ho varcato i limiti del secolo xiv, poiché mi è sem- brato che ivi le investigazioni seguissero una tradi- zione non interrotta, assumendo un' importanza che nessuno ancora aveva messo debitamente in rilievo. 11 presente volume si uniforma invece al primo nel metodo, per il quale il racconto muove dagli scopritori lasciando in seconda linea gli autori scoperti. Riconosco io stesso i danni che nascono da un metodo siffatto, ai quali ben poco riparano smilzi indici di nomi. Ma per quanto ci abbia ripensato, non riesco a ideare una strut- tura, in cui scopritori e autori stiano egualmente in evidenza. A rimediare al male mi fu suggerito di ag- giungere alla fine uno specchietto riassuntivo degli au- tori scoperti. Al savio suggerimento risponde ora in larga copia il riassunto^ filologico dei due volumi, il quale a molti parrà fin troppo filologico. Ma in veritJi se il mio libro serve in generale alla .storia della cul- tura, esso serve più particolarmente alla filologia, la quale da simili notizie trae, soprattutto per la critica dei testi, la prima spinta alle proprie indngini e spesso il filo conduttore per risolvere le più intricate questioni. 1 U lettore troverà nel riassunto opere e .interi nuovi, elie domandano (se a ragione o a torto, giudìclierà lui) di essere accolli nelle storie lette- rarie : Baebius (p. 204, 230), Cumoedia antiqua 1216), De bello nautico Augusti (261 /. 1), Dionysius (207, 219), Fabius (222), Grillio (228), Erennio Modestino (221, 236), Portuniniio (244), Valeriano (2ó7). CAPITOLO I Settentrione e mezzogiorno. All'esplorazione dei codici classici il secolo xiv imprime una nuova e gagliarda spinta, che rapidamente si propaga, ripercotendosi, con gradazioni varie di intensità e di effetti, simultaneamente in pili luoghi. Il centro del movimento è nel settentrione. Non si vuol però negare che scambi siano esistiti tra il mezzogiorno e il settentrione. E l' Inghilterra, il paese più settentrionale, aveva avuto nel secolo xii frequenti relazioni letterarie con la Calabria e la Sicilia nel periodo felice in cui la corte di Palermo per opera dei re normanni Ruggero II (1130-1154) e auglielmo I (1154-1166) diede un forte impulso agli studi, onde molti autori greci venivano resi accessibili agli uomini occidentali con le traduzioni latine.' A quel pe- ' Il più operoso traduttore dal greco fu Enrico (Everico ?) Aristippo di Catania, cfr. V. Rose in Hermes I 386-89. Sulla sua versione del l!b. IV dei Meteora d'Aristotile vedi C. Marchesi Di alcuni volgarizzamenti toscani in codici fiorentini, Perugia 1907, 31 (in Studi romanzi V). Su una traduzione àeW Almagesto di Tolomeo e ingenerale sulla letteratura dell'argomento vedasi Ch. H. Haskins e D. P. Lockwood The sicilian tran slators of the twelfth eentury and the first latin version of Ptolemy's Almagest in Har- vard Studies in class, philology XXI, 1910, 75-102; I. L. Heiberg in Hermes XLV, 1910, 57-66 e XLVI, 1911, 207-216. Traduttori dal greco ebbe in quel tempo anche il continente italiano: Burgundione da Pisa (e. 1110-1193) e Giacomo chierico di Venezia. Su Burgundione cfr. F. Buonamici Burgundio Pisano in Annali delle Università toscane XXVIII, 1908, 27-36; su Giaco- mo, C. Marchesi L'Etica Nieomachea nella tradizione latina medievale, Messina 1904, 20-21. R. SA.BBAD1HI. 'Xe scoperte dei codici, 1 2 SETTENTRIONE E MEZZOGIORNO (cap. I riodo rimonta la grandiosa figura storica di Gioranni da Sa- lisbury (e. 1115-1180),* che visitò l'Italia meridionale e tanti libri, fra i quali taluni oggi perduti, conobbe e adoperò; e la figura leggendaria di quel dotto britannico, trasformato poi dalla tradizione popolare in un negromante, il quale si recò dal re Ruggero a chiedergli il permesso di esumare le ossa di Vergilio per strappare al ' savio gentil che tutto seppe ' il segreto della sua scienza.^ Anche nel secolo xiii, quando in Palermo ai re normanni si sostituirono gì' imperatori svevi, si mantenne vivo il culto del greco ^ e continuarono le relazioni degli inglesi col mez- zogiorno, come provano quei due potenti ingegni, che furono Roberto Grosthead (Grosseteste), il vescovo di Lincoln (m. 1253), e Ruggero Bacone (1214-1294). traduttore dal greco il primo, autore di una grammatica greca il secondo.^ Ma già fra i maggiori eruditi stessi d'Inghilterra il greco cominciava a non esser più capito ; basterà nominare per la seconda metà del secolo XIII Giovanni Waleys (Vallensis), l'autore della Sum- ma de regimine vitae hutnanae,^ e per la prima metà del xiv Gualtiero Burlaeus, l'autore del Liber de vita et moribus pili- ' Vedasi la recente edizione del sno Policraticus ree. C. I. Webb, Oxonii 1909. 3 R. Sabbadini Giovanni Colonna biografo del sec. XIV in Atti della r. Accademia delle scienze di Torino XLVI, I9I1, 292-93. * Fecondo traduttore dal greco sotto Manfredi fu Bartolomeo da Messina. C. Marchesi L' Etica Nieomachea 10. E cosi il continente non mancò di traduttori dal greco nemmeno nel secolo im ; basterà ricordare due braban- tini, Enrico Kosbien e Guglielmo di Moerbeke, Marchesi op. cit. 45; 69-68; 66; 78-76. 5 M. R. James A graeco-latin lexicon of the thirteenlh century In Me- langes Chatelain, Paris 1910, 396-411. Il Bacone raccomandava ai prelati e ai magnati inglesi di far venire dal mezzogiorno d' Italia libri e maestri greci, come aveva praticato 11 (Jrosthead (402). Qnest' nltinio possedeva fra l'altro un Snida greco, il quale servi probabilmente all'anonimo inglese per la compilazione del lessico greco-latino, di cui dà notizia il James (S99). Il lessico sta nel cod. Arnnilel 9 del Uerald's college di Londra ed ù del sec. xiii (396-7): l'autore era in rapporti con la Sicilia e la Calabria (402) e for- s'anche con Roma, poiché troviamo p. e. nel lessico qnest' articolo: 'Bikos. vas vitreum quod romani carrafa dicunt ' (404). ' Lugduni 1511. cap. I) SETTENTRIONE E MEZZOGIORNO 3 losophorum : '' due nomini di molteplice dottrina, ma ignari del greco. Lo stesso Kiceardo da Bury, di cui ora dirò, con- temporaneo del Burlaeus, sebbene provvedesse una gram- matica greca agli scolari di Oxford, non conosceva quella lingua. Il mezzogiorno s'estraniò dal settentrione con l'avvento degli Angioiui e il trasferimento della corte da Palermo a Napoli. Ebbe, è vero, a Napoli la cultura un rifiorimento sotto il lungo regno di Roberto (1309-1343), il quale protesse e promosse gli studi altrui e li coltivò egli stesso; ma pili che al classicismo, egli e i dotti della sua corte si dedicarono alla scolastica, alla teologia, alla medicina, alla giurispru- denza. Cosi dei molti codici che acquistò e fece acquistare, quasi nessuno è di argomento letterario ; e mentre nelle sue opere cita spessissimo e largamente gli scrittori sacri, ben poco trae dai pagani.*' Il più illustre luminare della sua corte fu senza dubbio il medico calabrese Nicola di Deoprepio da Eeggio, fecondo traslatore dal greco; ma eccetto qualche libro aristotelico, egli tradusse per conto del re moltissimi trattati medici di Galeno, una trentina abbondante fra opuscoli e opere maggiori, di una delle quali il testo greco era stato regalato a Eoberto dall' imperatore Andronico di Costantinopoli. ' Napoli vanta anche un insigne bibliofilo, il gran Sini- scalco Nicola Acciaioli; ma la sua collezione, di 98 codici, ' Tiibingen 1886, edito dal Knnst. ' Scoperte 189. Un ampio studio su Roberto pubblicò W. Goetz Kónig Bobert von Neapel. Scine l'ersònlichkeit und sein Verhàltnis zum Hu- manismus, Tiibingen 1910. 1 pochi classici noti a Roberto sono Cicerone, Sal- lustio, Vergilio, Seneca, Valerio Massimo, Vegezìo (33-34). Tra le sue opere (5-6, 27-28) ci sono rimaste 289 prediche (47-68). Il Liber sententiarum (o Dieta sapientium) da alcuni codici è attribuito a Roberto, da altri a Giovanni da Precida, C. Marchesi L'Etica Nicomachea 129-13.S; id. in Uas- segna bibliografica della letteratura italiana XVIII, 1910, 32-34. Forse la raccolta fu compilata non da Roberto, ma per suo uso. ^ R. Sabbadiai Le opere di Galeno tradotte da Nicola de Deoprepio di Eeggio in Studi storici e giuridici dedicati a F. Uiccaglione, Catania 1910, parte III 17-24; Galenus De partibus artis medicativae herausg-. von H. Schòne, Greifswald 1911. In questi due scrìtti il lettore trova una copiosa bibliografia delle versioni di Nicola, che abbracciano un lungo periodo, dal 1808 al 1346. 4 INGHILTERRA (cap. I comprende in grandissima prevalenza testi sacri e teologici, dovechc la classicità vi è rappresentata da soli 9 volumi. '^ Gli è che, pur uscendo di famiglia fiorentina, egli non portò a Napoli tendenze proprie, sibbene fu attratto dal movimento di quella corte: movimento che non era umanistico, nono- stante che alcuni dotti del circolo napoletano fossero in rap- porti col settentrione per mezzo del Petrarca. Pertanto il risveglio umanistico del secolo xiv è essenzial- mente latino e settentrionale e noi ne seguiremo il corso par- tendo dalla regione più nordica, l'Inghilterra. Inghilterra. EiccARDO UÀ Buri. Riccardo d'Angerville da Bury (1286-1345)" è il più fa- moso bibliofilo d'Inghilterra della prima metà del secolo xiv e insieme uno dei più famosi della colta Europa di quel tempo. Come precettore e cancelliere del futuro re Edoardo III e come vescovo di Durham (dal 1333), Riccardo ebbe a sua di- sposizione molti mezzi per cercar libri e per farli cercare. Li cercò durante le numerose ambasciate che sostenne a Parigi (paradisus mundi), ad Avignone e in altre capitali ;i* li cercò fra le collezioni dei privati e in quelle delle comunità reli- '" Cioè un Vcrgilio, nn Vitruvio, un Valerio Massimo, due Seneca, un Gio- venale, un Solino, un Prisciano. R. Sabbadìni / libri del gran Siniscalco Nicola Acciaioli in 11 libro e la stampa I, 1907, 33-40. " Per notizie su Riccardo d'Angerville, più comunemente eliiamato Ric- cardo da Biiry, cfr. G. Voigt Die Wiederbelebung IP 248-2.50; Richard de Bury Philobiblion par H. Coclicris, Paris 1S56, V-XVIII; C. Segré Studi petrarcheschi, nuova edizione, Firenze 1911, 263-291. '« Philobiblion 463 Nunc ad sedem Romani (leggi Komanam, cioè d'Avi- gnone), nnnc ad cnriam (scil. regiani) Franciae, nunc ad mundi diversa dominia taediosis ambassìatibns et periculosis temporibus miftcbamur, cir- cumferentes tamen illani, quam aquac plurimac nequìerunt estinguere, clia- ritateni libroniin...; quantus llnniinis inipetiis voluptatis laetificavit cor no- strum quotiens paradisum mundi visitare vacavimus nioraturi...; ibi bi- bliotliecae iocundae super cellag aromatum redolentes, ibi vìrens viridarium universorum voluminum... cap. I) KICCARDO DA BURY 5 giose ; 13 li commise, pagando anticipatamente (pecunia prae- volante), ai librai di Francia, Germania, Italia; i'* li faceva rintracciare collazionare glossare e compilare dai frati, spe- cialmente degli ordini dei predicatori e dei minoriti,'^ e man- teneva nua turba di copisti legatori e alluminatori. i" E cosi sottraeva i codici, un tempo vestiti di porpora e di bisso, al- lora coperti di cenere e cilicio, ai sepolcri tenebrosi dove dor- mivano, alla polvere che li deturpava, alle sozzure dei topi e ai morsi dei vermi,i' imprecando alle guerre che ne cagio- navano la dispersione. 1^ Per tal modo ne raccolse un grandissimo numero tra anti- chi e recenti,'^ e li catalogò,^'' con l'intenzione di regalarli a un istituto scolastico, eh' egli si proponeva di fondare nella co- " Ib. 450 in ipsius (regis) acceptati familia facnltatera suscepimus am- pliorem ubilibet visitandi et venandi.... tum privatas tmn comraunes tum regularium tum socularium librarias. '* Ib. 458 Statìonai'iornni ac librariorum noticiam non solnm intra na- talis soli proviuciam sed per regnuni Franciae, Teutoniae et Italiae corapa- ravimus dispersorum faciliter, pecunia praevolante. Inoltre si 'raccomandava ai maestri rurali. '5 Ib. 458 ad statura pontificalem assumpti nonnullos liabuimus de duo- biis ordinibus, praedicatoriim videlicet et niinoruni..., qui diversorum vo- luniinum correctionibus expositionibus tabulationibus ac compilationibus indefessis studiis incumbebant. '* Ib. 459 In nostris atriis mnltitudo non modica semper erat antiqua- riornm, scriptorum, colligatorum, correctorum, illnminatorum. " Ib. 451-52 coenulenti quaterni ac decrepiti codices nostris tam aspecti- bu.i quam affectibus preciosi... Per longa seeula in sepulchris soporata vo- luniina expergiscuntur attomata (automata o attonita P), quaeqne In locls tenebrosis latiierunt novae lucis radiìs perfunduntur. Delicatissimi quon- dam libri corrupti et abominabiles iam effecti, muriiim quidem foetibus coopcrti et vermium morsibus terebrati iacebant exanimes. Et qui olira purpura vestiebantur et bysso, nunc in cinere et cilicio recubantes obli- vioni traditi videbantur domicilia tinearuni. '* Ib. 445 Pacis auctor et amator altissime, dissipa gentes bella volen- tes, quae super omnes pesfilentias librls nocent. '' Ib. 455 ad manus nostras pervenit libroruni tam veterum quam novo- rum plurima multitudo. II suo biografo Adamo Murimuth scrive die cinque grossi carri non sarebbero bastati a trasportarli, cfr. M. Sondlialm Dos Philobiblon des liiclMrd de Bury (in Zeitschrift fiir Bucherfreunde I, 1897-98, 324). '"> Ib. 494 de quibus catalogum fecimus speeialem. 6 INGHILTERRA (cap. i munita di Oxford, dotandolo di un reddito annuo :'^ 'ut com- ninnes fierent quantum ad usura et studium non solum scola- ribus sed per eos omnibus universitatis (Oxoniensis) stndenti- bus in aeternum '. Nel 1333 andò ambasciatore alla curia di Avignone e in- contratovi il Petrarca ragionarono insieme di studi. Il Petrarca lo giudicò ' vir ardentis ingeniì nec litterarum iuscius ' ed ebbe notizia della gran copia di libri da lui posseduti. ^^ Essi, due tra i più appassionati raccoglitori del loro tempo, stavano l'uno, il Bury, quasi alla fine della sua operosità di collezio- nista, l'altro, il Petrarca, poco più che all'inizio, poiché per trovare nella sua biblioteca il primo grosso nucleo di codici bisogna venire all'anno 1340 circa. *^ Ma quale enorme diffe- renza tra i due. 11 Petrarca esumava e raccoglieva gli antichi per salvare e rinnovare la cultura umana laica, sicché en- trava, secondo la sua espressione tolta in prestito a Seneca, nel campo della religione più come ' explorator ' che come ' transfuga ';*' Riccardo al contrario radunava e faceva rico- piare a nuovo i libri per offrire ai fedeli cristiani il mezzo di combattere il jìaganesimo e le eresie. *^ In due soli punti secondari s'accordavano, nel difendere (sebbene per motivi di- " Ib. 492 Nos aatem ab olim in praecordiis mentis nostrae propositnm ge88imus radicatum quatenus oporttinis temporibus expectatis lìivinitiis aiiiam quandam in reverenda universitate (Comunità) Oxoniensi, omnium artium libcralium nutrice praecipua.... fundaremus necessariisque redditi- bus ditaremus, nnmerosis scolaribus occupatam nostrorum llbrornm iocali- bus superditaremus, ut ipsi libri et singuli (singula?) eadem communes fierent quantum ad usum et studium non solum scolaribus aulae tactae, sed per eos omnibus universitatis praedictae stndentibus in aeternum. " Quorum nemo copiosior fiiit, Petrarc. Famil. Ili 1 p. 137. " R. Sabbadini II primo nucleo della biblioteca del Petrarca in Ben- diconti del r. Istituto Lombardo di se. e leti., XXXIX, 1906, 878. '* Ibid. 376. S'intende ' transfuga ' dagli studi classici. •s Philobiblion 482 Sicot necfs.'tarium est reipublicae pugnaturis militibns arma providere militarla et congestas victualinm copias pracparare, sic ec- clesiae militanti contra Paganorum et Haereticorum insultus operae precium constat esse librorum sacrorum multitudine communire. Verum quia oninc quod servii mortalibus per lapsum temporis mortalitatis dispendia pafitur, necesse est vetustate tabefacta volumina innovatis successoribus instan- rari. ut perpetaitas, quac repugnat naturae individui, concedatur speciei. cap. 1) RICCARDO DA BURY 7 versi) la lettura dei poeti ^^ e nell' escludere dalle loro librerie le opere giuridiche: senonché il Petrarca le escludeva, perché aveva concepito avversione contro la giurisprudenza sin da quando ne dovette seguire i corsi di mala voglia, Riccardo perché reputava che la legge non trovasse posto né fra le scienze né fra le arti. ^^ L'opuscolo di Riccardo intitolato Philobiblon,^^ finito di comporre il 24 gennaio dell'anno 1344, il penultimo della sua vita, è r unica fonte a cui possiamo attingere informazioni sulla sua biblioteca ; ^^ e siccome in quello nomina o cita solo occasionalmente alcuni autori, cosi siamo ben lontani dal for- marci un'idea esatta della collezione intera; ad ogni modo anche dal poco che dice siamo posti in grado di misurarne adeguatamente 1' ampiezza e l' importanza. Intanto notiamo la presenza di una grammatica ebraica e di una greca, le quali Roberto destinava agli alunni del suo collegio.^o L'ebraico è lecito credere che si professasse a Oxford, '5 Ib. 472 Omnia genera machinaram, quibus centra poetas solius nudae vpritatis (il nudo verismo) amatores obiiciunt, duplici refelluntur nmbone : quia vel in obscena materia gratns cultns sermonis addiscitnr vel, ubi ficta sed honesta sententia tractatur, naturalis vel historialis veritas indagatur sub eloquio typicae flctionis. " Ib. 470 minus librorum civilium appetitus nostris adhaesit affectibus ; 471 leges nec artes sunt nec scientiae. Ma' conosceva le Pandette : 466 Sic multi iurisperiti condidere Pandectas. '* Richardi de Buri Philobiblion, Francofurti 1610, in Philologicarum epistolarum centuria.... ex biblioth. M. H. Goldasti, p. 403-500. *' Il catalogo compilato da lui stesso non fu ancora rinvenuto. La bi- blioteca poi andò intieramente dispersa dopo la sua morte, essendo stata in parte venduta dagli esecutori testamentari, in parte trafugata. Finora s'è rintracciato il solo volume delle opere di Giovanni da Salisbury nel British Museum. Tutti ripetono che la collezione sia stata assegnata al Durham College e che più tardi sia scomparsa : ma è una favola (Sondhaim op. cit. 327). 3" Philob. 468 (irammatìcam tam grae( am quam hebraeam nostris sco- laribas providere curavimus cum quibusdam adiunctis. L'illusione del greco in quello stesso tempo l'ebbe anche papa Clemente V, che nel 1312 ordinò di instituire la cattedra di quella lingua (oltre all'ebraico, arabo e caldeo) presso la euria romana e nelle Università di Parigi, Oxford, Bologna e Sa- lamanca {Chartularium Universit. Paris. Il 155; Giovanni XXII nel 1326 richiamò quella prescrizione, ib. 293). Sulla conoscenza del greco nel medio evo cfr. L. Traube Vorlesungen und Abhandlungen II 83-89. 8 INGHILTERRA (cap. I ma del greco, dopo l'età del Qrosseteste e del Bacone, nem- meno in Inghilterra era rimasto più che il ricordo. Delle tra- duzioni dal greco incontriamo il Fhaedon di Platone,^' 1" ar- chiphilosophus ' Aristotile, i cui ' mira volnmina totus vix capit orbis, '^^ le Antiquitates iudaicae di Giuseppe Flavio,^' Dionisio l'Areopagita Be divinis nominibus^^ e le Tegni {Téx^ai) di Galeno. ^^ Aggiungeremo Tolomeo ritradotto in latino dal- l' arabo. ^^ Fra i cristiani latini si presentano Tertulliano, Lattanzio, Girolamo, Ambrogio, Agostino, Sidonio Apollinare, Boezio, Cas- siodoro (-De institutione divinarum litterarum), Gregorio Ma- gno.^' Non sono certo tutti, perché l'attenzione di Riccardo si puntava in particolar modo sui cristiani, dei quali avrebbe saputo tessere una ' letania '. Anche dei latini pagani cita pochi nomi. Vergilio e Livio sono accennati solo indirettamente.^^ Non v'ha menzione p. e. di Lucano e Stazio, Persio e Giovenale, allora popolarissimi. 3' Ib. 478 hlnc Plato in Phaedrone ' in hoc, inquit, manifestus est phi- losoplius, si abAolvit animam a corporis [commercio] differentiis aliis homi- nibuB, ' efr. Fiat. Phaed. IX p. 65. 3« Ib. 416, 466. 33 Ib. 485. 3< Ib. 497. Sull'Areopagita cfr. Migne P. L. 122, 1113. 35 Ib. 466 medici multi Tegni (eondidere) ; tra quei Tegni e' era senza dubbio Ualeno. 36 Jb. 409, 466 sic Ptholomaeus edldit Alniagesti. 3' Ib. 467, 474 Cassiodorns libro suo de institutione divinarum litera- ram... Restat ergo ut ignoratis poesibus ignoretur Hieronymus, Augusti- nus, Boetius, Lactantius, Sydonius et pleriqne alii quorum letaniam pro- lixum capitulum non teneret. 481 per libros fam aniicis quam hostibns in- timamus quae nequaquam secure nunciis commendaraus, quoniam libro plerumque ad principum tlialanios ingressus.... conceditur, quo repelleretur penìtus vox anctoris, sicnt Tertullianus in principio Apologetici sui dicit. Cfr. Tertull. Apol. (Migne I, 259) ' lìceat ventati vel occulta via tacitarum litterarum ad aures vestras pervenire. ' 422 Si Thcophrasti... perlcgisset vo- lumen : con queste parole Riccardo vuole intendere il trattato nuziale di Teofrasto transnntato da Girolamo ad lovinian. I (Opera, Parisiis 1706, IV II 190 88.). 3' Ib. 477 si dulcescat l'iti Livii eloquentia lactea (cfr. Hieronym. Epist. ad Paulin. 53). 424 Versus Virgilii adhuc ipso vivente quidam pseudo ver- slflcas nsurpavit. Questa notizia è tratta da Donizone (cfr. R. Sabbadioi in Studi ital. di filoì. class. XV 1908, 248). cap. I) R- BURY, G. BURLEY 9 Ricorre più volte la citazione di Valerio Massimo ^^ e di Gel- ilo, del quale ultiino pare conoscesse la sola prima parte (lib. I-VII), ma col proemio al suo vero posto come nei co- dici antichi.'*'^ Ricorda o cita Cicerone, Sallustio,'" VA. P. di Orazio,^* le Metamorph. e il Benied. Ani. d'Ovidio,''^ la Natu- ralis Historia di Plinio,''^ le Epist. di Seneca,^^ j Caesares di Svetonio, ''^ Macrobio. ^^ Dei grammatici nomina Donato e Pri- sciano,''^ Marziano Capella,'^ Foca.^" Foca non risulta noto al Petrarca. Cosi di Marziale il Petrarca possedeva tutt' al più qualche frammento anonimo, Riccardo un testo col nome del- l' autore.^' Un altro inglese, contemporaneo del Bury, Gualtiero Bur- ley (Gualterus Burlaeus, 1275-1345 ?), coltivò con buon suc- 33 Ib. 422, 461, 478. *" Ib. 416 Gellius Noctiuin Atticarum libro secundo capitulo decimosexto (III 17)... Libro primo capitulo iionodecinio (I 19). 447 tìellius... libro sexto capitulo XVI (VII 17). 462 Gellius sexto libro capitulo X (VII 10)... Aulus liellius nou affectavit diutius vivere quam esset idoneus ad scribenduni, teste se ipso in prologo noctium atticarum (§ 24). <' Ib. 467 Salustlus, Tullius... « Ib. 473. ■" Ib. 476 dum Phaeton ignarus regìminis] flt ' currus auriga paterni ' (Ovid. Met. II 327). Perii Kemed. 139 cfr. P/it7o6i6Hon... par Cocheris 128. (ili è noto anche lo ps. ovidiano De vetula, 461. ■•' Ib. 466 sic Plinius molem illam historiae naturalis (edidit). « Ib. 481. "^ Ib. 486. " Ib. 467. *^ Ib. 463 Prisciani regulas et Donati. « Ib. 467. so Ib. 460 Unde Focas in prologo graramaticae suae scribit: ' Omnia cum veternm sint explorata libellis Multa loqui breviter sit novitatis opus ' (Grammat. lat., Keil, V 410). *' Ib. 424 Martialis Coci libcllos Fidentinns qnidam sibi mendaciter arrogavit, quem idem Martialis merito redarguit sub bis verbis : ' Quem recitas meus est o Fidentine lìbellus. Sed male dnm recitas incipit esse tuus ' (I 38). Cfr. R. Sabbadini II primo nucleo della bibliot. del Petrarca 385. — Oltre a queste notizie che si desumono dal Philobiblon, sappiamo per altra via che dal monastero di S. Alban comperò trentadue volumi ed ebbe in dono Terenzio, Vergilio e Quintiliano {Philobiblion... par H. Co- cberis XXXI s.). 10 GERMANIA (jap. j cesso gli studi sacri e profani. Il nome di lui è raccomandato soprattutto al Liher de vita et morihus philosophorum, dove manifesta una conoscenza piuttosto larga delle fonti classi- che, sebbene si lasci spesso sedurre dall' ambizione di far pompa di notizie dirette che non son tali. Augurando che qualcuno s' accinga a ricostruire la sua libreria, io mi conten- terò di soggiungere che il suo maggior merito consiste nel- l'aver adoperato, non sappiamo in che modo, se diretto o in- diretto, la traduzione latina medievale delle Vite dei filosofi di Diogene Laerzio, condotta su un testo greco più completo dì quello pervenuto a noi. Il Liber del Burley ebbe grandis- sima diffusione; e siccome girava quasi sempre anonimo,^^ cosi fu variamente interpolato, ampliato, accorciato. Nella prima metà del secolo xv l'operosità bibliofila del Bnry trovò molti continuatori fra i suoi connazionali, il più illustre di tutti Umfredo duca di Glocester, che al par di lui legò a Oxford la propria collezione. Essi attinsero i loro tesori dall'Italia. ^^ Germania. Amplonio Ratinck. La Germania apre la serie degli scopritori con un insigne campione, vissuto tra la seconda metà del secolo xiv e la prima del xv, Amplonio Ratinck. Amplouius Katinck (o llatingen) di Rheiuberg, o Amplo- nius de Berka, com'egli usualmente jireferiva chiamarsi, nacque circa l'anno^'' 13G5. Nel 1383 lo troviamo studente a Osnabrtick, *' Fu pubblicato criticamente dal Knust, Tiibingen 1886. Per alcune in- formazioni cfr. R. Sabbadinl Giovanni Colonna biografo del sec. XIV in Atti della r. Accad. delle scienze di Torino XLVI, 1911, 287-8. M Scoperte 193. ^ Ampie notizie biografiche, die io transunto, furono pubblicate da W. Schum Beschreibendes Verzeichniss der Amplonianischen Uandschriften- Sammlung zu Erfurt, Berlin 1887, V-XXXlll. cap. I) AMPLONIO 11 donde passò nel 1385 all'Università, allora fiorentissima, ^^ di Praga a frequentarvi i corsi di arti. Ivi diventò ' magister ar- tiuni ' e ivi professò due anni, fino al 1388. Nel 1391 si tra- sferisce a Colonia e vi ottiene il baccellierato in medicina ; la laurea medica 1' ebbe nel 1393 a Erfurt, dove l' anno suc- cessivo fu rettore dello Studio. Nel 1395 è a Vienna, nel 1399 di nuovo a Colonia. E in Colonia si stabilisce da ora in poi definitivamente, perché nel 1401 entra al servizio, come me- dico di casa, di Federico III arcivescovo di quella città. Ab- bracciò lo stato ecclesiastico, ma prima aveva avuto moglie e figli. Mori tra il 1434 e il 1435. Amplonio fu pertanto uno scoiare vagante; e la visita di molte città di Germania e dell'estero, poiché accompagnò nel 1401 il suo arcivescovo in Italia, deve avere alimentato e accresciuto in lui la passione dell'esploratore e del collezionista. Fin dal 1383 comincia a possedere qualche libro; nel 1384 fa acquisto di codici provenienti dall' Italia. Comperò intere biblioteche, come quella del fiammingo Giovanni di Wasia (Waes), mae- stro di teologia a Praga. Ma ciò che meglio mette in luce l'operosità bibliofila di Amplonio è l'abitudine eh' egli aveva di tenere al suo soldo amanuensi, tra i quali vanno in parti- colar modo ricordati due suoi concittadini : Enrico di Berka, che lavorava in casa di Amplonio a Erfurt verso il 1394, e Giovanni Wijssen, pure di Berka, che negli anni 1406-1410 gii allestì in Colonia per lo meno una trentina di codici.^^ Nel 1412 venne fondato a Erfurt un collegio universitario e in quell'occasione Amplonio gli^donò la sua biblioteca, di cui compilò egli stesso il catalogo fortunatamente arrivato fino a 55 Non sarà discaro sentire la testimonianza di Uberto Decemhrio, che da Praga, in data ' pridie l?al. martii 1399, ' tosi scriveva: ' Studium hio satis magnum viget in artibns, potissimiim in theologica facnltate; in le- gibns vero et medicina non ita. Audio quod scolares ad niimerum decem- milium numerantur in omnibus ' (cod. Ambrosiano B. 123 sup. f. 222). La lettera fu pubblicata da A. Hortis in Archeografo Triestino VII, 1880, 439 88.; F. Novati Aneddoti Viscontei (estratto dair.4rc^. star. Lomb. XXXV, 19C8) 21-22 dimostra clie l'anno non è il 1399 ma il 1394. 5« Schum VII, XI-Xll, XVII, XIX, XX. 12 GERMANIA (cap. I noi:^'' fortunatamente, perché non tutti i codici si salvarono. La sua collezione costitui il fondo della ricca biblioteca di Erfurt, che dal nome del benemerito donatore si chiama Amploniana. La collezione di Amplonio, quale risulta dal suo inventario del 1412, comprende il numero veramente cospicuo di 636 codici, distribuiti in tredici categorie: 1) Gramatica, codici 36; 2) Foetica, 37; 3) Loijca, 27; 4) Rethorica, 12; 5) 3Iathe- matica, 73; 6) Fhilosophia naturalis, 60; 7) Alchimia, 4; 8) Methaphisica, 15; 9) Philosoiìhia nioralis,35; 10) Medicina, 101; 11) Itirispericia in iure civili, 7; 12) lurispericia in iure canonico, 16; 13) Theologia, 213. Ognun vede che la parte del leone è toccata alla medicina e alle discipline sacre : e ciò corrisponde per la medicina alle tendenze personali del collezionista, per le discipline sacre alle condizioni generali degli studi in Germania ; ma anche la letteratura è largamente rappresentata. Eileviamo anzitutto una ricchissima raccolta di autori greci, profani e cristiani, nelle traduzioni antiche e medievali. Tra i profani Platone con tre dialoghi (il Phaedon, il Menon e il Timaeus), ^^ Aristotile^^ con tutte le opere genuine e spurie, Ip- pocrate, Euclide,^» Tolomeo, Galeno, Porfirio; tra i cristiani Dio- nisio l'Areopagita, Origene, Basilio,»' Giovanni il Grisostomo," Proclo.»^ Un buon manipolo di poeti latini : Plauto (pochi estratti), Terenzio, Vergilio (comprese alcune poesie dell' Appendiz), ^* " Pubblicato dallo Scliuin p. 785-867. '^ Sehuni p. 818 I,iber Platonis qui intytulatns in Fedrone. Liber eiusdem Platonis intyttilatus in Mennone. Più il Timaeits tradotto da Calcidio. Cito il catalogo di Amplonio (Sclium p. 78")-867) non per tutti gli autori, ma solo per quelli che meritano una speciale attenzione. ^ 796 Dkos libros Yconomicorum Aristotilis; 819 la stessa opera copiata, nel 1398 ; 809 De pomo. fO 801. «' 867 Sermo Basilii ad penitentes. Sermo Basilii ad monaclios. «» 852-853. •3 816 Prodi P.lementatio tlieologica, tradotta da a. de Morbeka. ^* 814 Libcllus Virgilii Maronis de scopa, de est et non, de bono et pru- denti, de flore virginitatis (= De rosis), de moreto vel syniulo. 790 In un codice perduto, fra opere vergiliane, si legge questo titolo, per me enigma- tico : Liber 6 Bucolicornm Uarcii Valeri! Maximi. cap. I) AMPLONIO 13 Orazio (tutto, anche le Odi),^^ Ovidio (tutto, non escluse le con- traffazioni medievali), Persio, Lucano, Stazio, Vllias latina, Giovenale, Aviano, Claudiano (maggiore e minore), i Disticha dello ps. Catone, Massimiano. Troviamo poi nel catalogo di Am- plonio questa triplice indicazione : ^^ Libri Lucani de bellis pnnicig. Libri Lucani poete de bellis punicis inter Romanos et Karthaginenses. Glosule super libris Lucani de bellis punicis tam Romanornm quani Li- [bicorum. Volle la fatalità che tutti questi tre codici sparissero. La prima idea che s' affaccia è che Amplonio possedesse i Punica di Silio Italico in esemplari adespoti e eh' egli attribuisse il poema a Lucano, poeta notissimo : tanto più che la Pharsalta porta anche il titolo De bello civili. Ma per quanto seducente l'ipotesi, non pare accettabile; sarebbe strano che di un testo cosi raro come quello di Silio fossero venute in luce allora tre copie. Più probabilmente il nostro bibliofilo scambiò la guerra civile con la guerra punica: massime se si pensi che nel medesimo equivoco incorse il suo connazionale Ugo di Trim- berg, il quale nel Registrum auctorum del 1280 scrisse di Lucano : Hiinc sequitur in ordine belligraphus Romanus Describens bella punica grandìloquens Lucanus : Bella per emathios plus quam civilia campos..." Qui non ci può esser dubbio, perché Ugo reca il principio della Pharsalia. Prosatori latini. Sallustio, V Astronomicon di Igino,®^ Seneca padre l' autore delle Beclamationes, come allora le chiama- '^ 790 Liber proverbiorum Oracii. Sarà una silloge di sentenze ora- ziane. «" 790, 792. ^' Huenier Das liegistrum multorum auctorum des Hugo von Trimberg in Sitiungsherichte der k. Alcademie der Wissenseh., Wien 1888, CXVI p. 163 V. 142-14. E però strano che si tramandasse un titolo, che la più fuggevole occhiata al poema doveva dimostrare erroneo. ^* 806 Heyginus de interpretacionibus constellacionnm. 14 GERMANIA (cap. I vano, e Seneca figlio il filosofo e tragico, comprese le opere apocrife Be remediis forluitorum, J)e formula honestae vitae e i Proverbia, le Beclamationes (maggiori) dello ps. Quinti- liano, Apuleio, Solino, Marziano Capella, Vegezio Be re mili- tari, Palladio.^" i commenti di Mario Vittorino al De inv. di Cicerone e di Servio a Vergilio, Macrobio Saturn. e In Somn., molte opere di Boezio, Fulgenzio Mitolog. e Contili. Vergil. Aggiungiamo le Institutiones di Giustiniano e il Bigestum. Abbastanza copiose le opere di Cicerone in esteso o in estratto;"" nel genere rettorico: Be inv. (con la ps. ciceroniana Rhet. ad Her.) e prò oratore magno. '^ nell'oratorio p. Marc., p. Lig., p. Beiot. in esteso, p. Cael., p. Corn. Balbo,''^ p. Mil., le Ca- tu., le Philipp, in estratto; nel genere filosofico Be off., Be sen., Be amie., Parad., Tuscul., Be fin., Be creatione mundi (== Timaeus), Be divin., Be fato, ad Hortensium (= Acad. priora). Manca ogni traccia degli epistolari. Scopri un autore nuovo, Grillio, di cui reca tre titoli : ''' Grillius super Topicam Marci Tulii Cyceronig Grillius egregie super primam Rethoricani Tulii Grlllia8 super libris 5 Boecii de consolatu philosophico. Del commento al Be inv. abbiamo alcuni estratti a stampa nei Rhetores latini minores ; ''* dei due rimanenti manca ogni altra notizia, perché il tempo come i tre suaccennati Lucani, cosi ha divorato questi tre testi di Grillio. 11 commento al Be consolattone serve a determinar meglio l'età di Grillio, il quale è perciò contemporaneo di Boezio; né lo possiamo al- lontanare da quel periodo, essendo il suo nome ricordato da Prisciano.''^ " 816 Libri Palladii de agricnltura. •o 796, 821, 822. "' Saranno estratti dal De oratore. " Le due orazioni p. Cael. e p. Balbo restarono ignote al Petrarca. " 797. '* Ed. Halm 596. Questo commento era noto ad altri nel sec. xii e xm (M. Manitius in lihein. Mus. XLVII Erg. heft 109). "' Grammatici lat. II p. 36, 27. cap. 1) AMPr.ONIO 15 La libreria di Amplonio offre un'importante silloge di scritti grammaticali e metrici. Le due Artes di Donato, le Tnstitutio- nes di Prisciano con le altre sue opere minori : De accentihus (apocrifa), 7)e numero et pondere, De metris Terencii, De XII versihus Virgilii, Liher preexercitative (= Praeexerci- tam. rhet.),""^ il Cew^àwe^ntTO di Servio, Servii grainatici Circa Donatum de odo partihus oracionis^"^ un Tractatus (anonimo) de X Vili versibus. Bufino In metra Terenciana^^ B. Augustini Aurelii De odo partibus orationis,'''-' la Grammatica e l'Orto- grafia di Foea.^" Inoltre un Antiquum vocabularium secundum ordinem alphabeti de composìcione vocabulorum latinorum grecorum et quorundam barbaricorum et est in se triplex. '*' Un altro suo lessico porta questo titolo: Liber doctoris Ny- colai de Lyra De interpretacionibus vocabulorum dijficilium tam latinorum grecorum quam hebreorum quod nuncupafur Triglossum, idest trium linguarum, fere omnes gramaticos corrigens.^^ Con questo veniamo a sapere che cosa era il Tri- glosson adoperato e citato dal Petrarca.^^ Tale la biblioteca latina profana di Amplonio: ricca e sva- riata, nonostante parziali mancanze ; la deficienza più grave è negli storici, che dubitiamo se attribuire a simpatie e anti- patie personali o allo stato della cultura del suo tempo. Gli autori latini cristiani sono numerosissimi. Vi figurano Prudenzio e Sedulio, Prospero d'Aquitania, Tertulliano con V Apologeticus e Lattanzio con V Instit. e i due opuscoli meno '6 787, 788, 789, 80G. "' 787. " 789. Il Tractatus anonimo doveva esser quello dello ps. Acrone sui metri d'Orazio. Cfr. Pseudacronis Scholià in Horaiium vetustiora ree. 0. Keller, I p. 4-12. "9 787. ''' 787 Gramatica egregi! Foce De partibus oracionis et aliis multis. (Grammat. lat. Keil V 410-439). Orthographla eiusdem Foce (in un codice del sec. ix). 1,'Ortografla di Foca fu pubblicata da R. Sabbadini in Mivista di filologia XXVIII 637-44. " 786, un cod. del see. ix. «« 786, un cod. del 1407. 83 Cfr. H. Sabbadini in Giornale star. d. leti, ital, 45, 1905, 170-171. 16 GERMANIA (cap. I diffusi De ira dei. De opificio hominis,^* Cipriano, Girolamo (soprattutto con un'-ampia silloge di epistole),^^ Girolamo e Gen- nadio De viris illustribus, Ambrogio, Agostino, Gregorio Ma- gno, Isidoro, Di Cassidoro un estratto dell'opera, allora raris- sima, De artibus liberalibus (o De institutione humanarum litterarum). E tralascio i moltissimi autori medievali.^® Due particolarità meritano di essere rilevate in questa bi- blioteca : che la maggior parte delle opere vi compariscono in due e pili esemplari e che un gran numero di testi sono glossati, donde scorgiamo che Amplonio cercava di preferenza i commenti. Niccolò da Cusa. Quando Amplonio mori, Niccolò da Cusa aveva circa tren- tatre anni, essendo nato nel 1401. A noi piacerebbe poter sta- bilire che il giovine scopritore si fosse incontrato col vecchio 0 ne avesse almeno udito parlare. In ogni modo, finché non sarà dimostrato il contrario, non esitiamo a considerare il Cusano come continuatore dell'opera del suo illustre connazionale, pur consentendo che oltre all'esempio di Amplonio e alla pro- pria innata disposizione sia da tener conto di una spinta ve- nutagli dall' Italia. È noto infatti che dopo compiuti i corsi teologici all'Università di Heidelberg, si recò alla scuola di diritto canonico nello Studio di Padova, dove fu promosso ' doctor decretorum ' nel 1423.*^ *< 86Ó Septem libri Fìrmiani Lactancii divinanmi institucioniim. Uber eiusdem Lactancii de ira dei. Liber eiusdem de opificio dei 8ive de forma- cione liomiais. Apologeticnm Tertiiliani de ignorancìa Ihesu Cliristi : volii- men rarum (del sec. xiv). «^ 861-862. 8« Facciamo eccezione per il volume del Bnrley, in grazia del titolo im- portante che reca: 822 Liber de vita et moribns philosophorum Galteri Burley extractiis originaliter de Libris Laercii super eisdem. " Marx Verseichniss der Tlandschriften-Sammlung des Hospitah ^u Cues, l'rier 1906. Nella prefazione sono alcune notizie biografiche del Cu- sano, p. III-IV. cap. I) N. DA CUSA 17 Il Cusano si procacciò manoscritti in tutte le maniere pos- sibili : parte li copiò da se,^^ parte li faceva copiare da altri,*^ parte li ebbe in dono,^" parte li acquistò dai privati.^' Alcuni provengono da chiese o conventi ; ^^ di altri conosciamo o so- spettiamo il paese d'origine, ma non sappiamo se appartenes- sero a possessori privati o a istituti pubblici. ^^ j codici greci derivano nella maggioranza da Costantinopoli.^^ Il Cusano fece la sua prima scoperta nel 1426, quand'era appena venticinquenne: stava allora al servizio del cardinale Giordano Orsini. Egli pose le mani su un tesoro veramente inestimabile, la biblioteca del duomo di Colonia. E la sco- perta fu clamorosa^^ e suscitò grande eccitazione negli uma- nisti d' Italia ; ma la sua inesperienza cagionò amare delu- sioni a se e agli altri, poiché da quei codici s'ebbe un solo importante acquisto, il Plauto Orsiniano, destinato a dare in breve tempo novello impulso alla critica italiana. Né si perde d'animo o dormi sugli allori il Cusano, che non più di due anni dopo, nel 1428, entra in possesso di nuovi codici.^^ Nel 1437 prese parte all'ambasi-eria delegata dal concilio di Basilea e dal papa a invitare l'imperatore di Costantino- '* otto: 81, 83, 84, 85, 86, 87, 88, 106. Cito i numeri del Ver2eichniss del Marx. «M n. 38, 184 (dei 1453). fo I n. 73, 82, 96 (del 1453), 105, 132, 172, 179 (del 1453); ognuno ebbe un singolo donatore. Due donatori furono italiani, Niccolò V (n. 132) e Pan- tino Dandolo vescovo di Padova (n. 82), i rimanenti tedeschi. '1 Sette (n. 56, 68, 69, 70, 71, 72, 74) furono acquistati nel Belgio, dagli eredi di maestro Pietro di Brussella; quindici in Germania, da più posses- sori : quattro (2-39, 241, 246, 251) e quattro (240, 242, 268, 272) da uno, tre (294, 307, 308) da uno, e singoli da singoli (193, 260, 263, del 1445, 296). "2 Tre da città di Germania : Hilder (20), M:ill)urg (66), Freisingen (206), otto da Liegi (29, 31, 52, 61, 159, 171, 191, 226). '3 Sedici provengono da Norimberga (211, del 1444), due da Coblenza (12, 229), uno da Francoforte (93, del 1447), uno da Heidelberg (212), uno da Basilea (168) al tempo del concilio, uno da Montpensier (247). ^ I n. 18, 47, 48 del catalogo del Marx, i n. 5676, 5588, 6692 della col- lezione Harley del British Museum e il Yatic. gr. 358. S5 Scoperte 110. 5^ Marx n. 94: ' 1428. 8 die lulii... babai istum librum et sermones Ray- mundi (Lulll ?) et textum sententiarum '. Quest' ultimo è il n. 66 ; Raimondo / è perduto. Il n. 83, pure del 1428, è copiato di propria mano. / S> Sabbidisi. Lt Koptrtt d«< coiM. S 18 GERMANIA (cap. I poli : e di quell'occasione approfittò per acquistare un buon manipolo di codici greci.''' Più tardi, nel 1444, ne comperò se- dici latini a Norimberga, dove s' era recato ad assistere alla dieta dell'impero. *** Ma la maggior messe avrà raccolta negli anni 1451-54, nei quali fu investito di legazioni in Germania, in Boemia, in Prussia, in Inghilterra, nei Paesi Bassi. ^^ Abbiamo riservato all'ultimo le scoperte degli anni 1430-32, che ci sono rivelate da due lettere di Francesco Pizolpasso al Cusano e da una di Ambrogio Traversari al cardinal Giuliano Cesarini, presidente del concilio di Basilea. Le tre lettere ca- dono nel periodo conciliare e sono propriamente del dicembre 1432 e del gennaio 1433. Ne trascriveremo qui intanto i passi che fanno al nostro proposito.'"" <Franciscus episcopus Papiensis doctissimo Nicolao Vitsano s. p. d.>. Pro re vero Kbraria de taa iugi et abiqne diligentia studio et sedn- litate memoriaque mei, te et commendo maiorem in modnm et gratias im- niortales ago obsecroque ut sicut facis continues magnificum laborem liuius- modi ad meritum tui : omitto gloriam nominis augendi ac fractam com- mnnem et publieam utilitatem profuturam ; imo quo iam dudura plurimis proficis, ut et ego in me experior ipso. Dabo autem operam de opusculia Naziameni conquiiendis iuxta significata per te ; interea vero Hilarium tnum iam reintegratum nova scriptura fere consimili, supposita carta una loco illius oblicterate, tuo clienti reddidl, meo et absoluto et percurso ad littore tantum emendationem possibilem. Tu quoque memorie habeto ut ha- beamus codices illos Suetonii Tranquilli ceterosque alios de viris illustri- bus ducibusque iuxta firmata dudum ; item et Frontinum de termis urbis, Mthicum beatissimi Iheronimi et quidqnid suuni habueris. Cura ctiam prò declamationibus Quintiliani; item de alio etiam A. Gellio ut sanius poasit V Anche prima del viaggio di Costantinopoli, come vedremo, egli pos- sedeva codici greci. '^ Ecco una nota di suo pugno (Marx n. 211): ' 1444. Ego Nicolaua de Cassa prepositus monasterii Treverensis dyocesis orator pape Eugenii in dieta nurombergensi que erat ibidem de mense septembris ob erecclonem anti- pape felicis ducis Sabnudìe factam Basìlee per pnucos sub titulo concilii . in qna dieta erat Fridericus romanorum rex cum electoribus. emi Sperani so- lidam raagnam, astrolabium et turketum, sebrum super Almagesti cum aliis librìs 15 . prò XXXVIII florenis renensibus '. ^» Marx p. IV. A questo tempo risaliranno gli acquisti fatti a Liegi e a Brussella, dei quali s' è accennato più su. ■o" Le lettere furono pubblicate integralmente da R. Sabbadini Niccolò da Cusa e i conciliari di Basilea alUt ricerca dei codici (in Sendiconti della r. Accademia dei Lincei XX, 1011, 9-19). cap. 1) N. DA CUSA 1§ per cxemplaria transcribi : at saltem si nequeas nltra, memento tui papirei principii detarendi quantum penes te est ; de habendo vero quandoque Plinio ilio tantopere expetito tamque diu expectato si quid potes : reor enim tantum poterla quantum voluerìs, tantum antem voles nihil addubito quantum mea fides et benivolentia erga me tua exigunt ; studium auxiliare tuum industriamque appone prò ea re mihi exoptatissima. Demum vero dum a cliente tuo, restituens Hilarium, peterem proverbia Illa greca vel Fe- stum Pomponium, mihi presentavit grecos codices, cum necdnm intelligara integre latinum, atque codicem plurimis refertum non vulgaribus et sen- tentiis et opusculis, inter que musica Augustini etc., affirmatque non esse penes se alios libros. Quare, mi Nicolae, peto abs te ut iubéas predictos, de qnibus te premonui, hic loci eommunicet mihi libros adaperiatque manum, qnod tu liberaliter debes efficere de omnibus tuis librìs, ut consuevlsti ca- ritative, cum illis sìquidem qui eis oblectantnr et fidi sunt observatores; nam eum omnia avaritia sit evitanda, Illa prorsus execranda est que oc- cnlit quod eomraunicatum non poteat amitti. Nec te moveat casna ille de Hilarii tui carta attraraentata sen deleta, non enim simile unquam accidit pauperi librario meo nec mihi ; sed difficile est nimis et pene impossibile apud mundum evitare casna ingratoa quodqne nolia aemper: emendatum tamen ita fecit, ut dieas nihil interesse ; studiosua attentusque porro sum in librorum alienorum custodia semper non minus quam oculorum meorum. Itaqne circa rem omnem librariam age ceu iam cepiati sicque agant bine tui; verum missafatiamuaista libraria. Baailee XVII decembria MCCCCXXXII. Franciscus episcopus Papiensis et comes doctissimo Nicolao suo pera- mando s. p. d. Adlator autem preaentium est Michael nepos meus, qui gratia vi- sendi veneranda tantorum regum aacra, ">' visendi gloriosam Coloniam Ro- manorum olim, viaendi et presentiam tuam corpoream, ad quam illectus est fama, ilio tendit; per quem obsecro mitte libros expetitos quesitos et per te oblatos Victorinumque illnm quem, olim a gloriosissimo Iheronimo laudatum, laudatissimura et tu dudum mihi fecisti, et aliud quicquam egregii et peregrini : eque enim illesi conservabuntur quicunque codicea ad manus meas pervenerint, ac apud camerara tuam Basilee VII ianuarii MCCCCXXXIII. A tergo : Viro doctissimo utriusque iuris et liberalium domino Nicolao decano saneti Fiorini de Confluentia venerando ami- cissimo mihi in Christo. Domino amantissimo et mihi singulari benivolentie suavitate memorando patri luliano (Cesarini) Ambrosius (Traversari) in domino eternam salutem. ....Sed hactenus iata; alind nunc afferro placet, mi humaniasime lu- lìane. Accipe quid velim. Heri cum ad me visitationis canaa convenisaent ><>■ S'intende il tesoro conservato nella sacristia della cattedrale di Colonia. 20 GERMANIA (cap. I plurimi civitatis nostre studiosi, tui amantissimi ac deditissimi tibi, et in primis Nicolaus"" noster iocundissimus, Carolus Aretinus'"' et lohannes Pra- tensis '"< qui nuperrìme a vobis rediit aliique nonnulli, ortus est sermo de libris atque litteris. Tom loiianncs ipse retulit, prinsquam proficisceretur vidisse illustrem virum Nicolanm Treverensem '"^ cum volumina guedam hu- manissimo viro archiepiscopo Mediolanensi '"* nostro amantissimo ostenderct atque Inter oetera codicem ingentem eximie vetustatis notavisse qui plu- rima et versu et prosa oratione contineret, soluraque Aratum sive a Cice- rone sive a Germanico Cesare traductum ex titulo cognovisse : ceterum animo ad reditum intento neglexisse cetera indagare soUertius. Hoc ipsuni tamen volumen modo penes te esse, neque ipsum solum, verum et aliud ingens et egregium, in quo cuncta Ciceronis opera preter epistolas conti- nerentur. Omnibus incredibile existimantibus, cum vel orationes eius sole et de piiilosophia libri seorsum et de oratoria itidem tres et quidem per- grandes codices implerent, ille sic a Lutio "" romano, adulescente excito et prompto, se accepisse meraoravit. Adiecit insuper Nicolanm Treverensem alia quoque volumina se allaturum promisisse. Te oro, pater optime atque humanissime, qnoniam magna expectatione ille suspendit animos nostros, qui quantum bisce studiis sint dediti minime ignora», indìcem omnium li- brorum qui in duobus illis voluminibus habentur diligentissime confectum mittas ad nos. Nosti aviditatem omnium et Nicolai presertim nostri qui ne- que inter occupationes perpetuas ut aliquid sacrum ex greco transferara exi- gere nunquam desistit mecumque fert molestissime huiusce onus iniunctnm mihi: erit hoc omnibus profecto gratissimum Florentie ex nostro monasterio Sancte Marie de Angelis XIX ianuarii <1433>. Ora esamineremo partitamente le singole testimonianze. 1) Codicem ingentem eximie vetustatis notavisse qui plu- rima et versu et prosa oratione contineret solumque Aratum sive a Cicerone sive a Germanico Cesare traductum ex titulo cognovisse. In questo volume riconosciamo il celeberrimo cod. Bruxellensis 10615-729, veramente ingens (ff. 233) ed eximie vetustatis (sec. xii), che contiene plurima et versu et prosa oratione, fra cui tre scritti col nome di Arato : f. P9-105 Arati Involutio sphaerae; Arati Ea quae videntur; f. 107-122 "" Niccolò Niccoli. iM Carlo Marsuppinl. '°< 11 suo cognome è Ceparelli (Hefele Conciliengesch., VII 448). Km Btato liberato dalla prigionia a Basilea nel settembre 1482 (Monum. Condì.. II 260). 106 Niccolò da Cusa; Cusa dipendeva dalla diocesi di Treveri. ">5 Bartolomeo Capra, morto a Basilea tra il settembre e l'ottobre del 1433. 10) Lucio da Spoleto. Oli Umbri venivano chiamati in senso lar^o Romani. cap. I) N. DA CUSA 21 Arati philosophi Astronomicon liher primus incipit (VAsiro- nomicon di Manilio). Troviamo in esso opere antiche e medie- vali che fino allora erano rimaste ignote agli umanisti, vale a dire: copiosi frammenti dei Gromatici, gli ultimi 88 versi della Ciris, i Catalepton,^^^ il Phoenix^"'^ dello ps. Lattanzio, P. Annii Fiori Vergilius orator an poeta, Salviano Be gii- bernat. dei, le Laudes dei di Draconzio (con l'erronea attribu- zione ad Agostino), i Versus de XII ventis Tranquilli phy- sici ' Quatuor a quadris venti flant partibus orbis ', il Solinus metricus di Teoderico e altri. Di alcuni di tali componimenti il codice del Cusano è fonte unica.^'" Da questo volume furono copiati Manilio e il carme sui venti nel cod. Marciano lai XII. 69. del sec xv, dove Manilio ha la sottoscrizione: Scripsi Basileae.^^^ Con ciò la nostra identificazione rimane confermata. 2) Volumen . . . ingens et egregium, in quo cuncta Ciceronis opera preter epistolas continerentur. Di fronte a quest' infor- mazione gli umanisti fiorentini si mantennero scettici, perché sapevano che ciascuna delle tre categorie di opere cicero- niane, le filosofiche, le oratorie e le rettoriche, avrebbe costi- tuito da sé un grosso volume. E altrettanto scettici ci mo- striamo noi. Se vogliamo prestar fede alla notizia, dobbiamo ridurne le proporzioni a una collezione di estratti »'^ o meglio ancora supporre che più codici ciceroniani fossero stati legati in un sol volume. In ogni caso ci sembra di ravvisare qui il codice descrittoci da Poggio:"' ' Nicolaus ille Treverensis... dicit se habere (volumina) multorum operum Ciceronis, in quibus sunt ">' Gli umanisti vennero verso quel tempo in possesso di un altro testo dei Catalepton, indipendente dal codice del Cusano. 'i>9 Si ha notizia del Phoenix scoperto a Strasburgo durante il concilio di Basilea (Scoperte 116): sarà il volume del Cusano? "" Questo codice fu ampiamente descritto dal Traube in Poetae latini aevi Carolini III 152-3 e da P. Thomas Catalogne dea mss. de classiques latins de la hibliothèque royale de Bruxelles, Gand 1896, p. 65-74. '>' P. Thielscher in Rhein. 3Iuseum, LXII, 1907, 52. '1' Sugli estratti ciceroniani nel medio evo cfr. M. Manitius Oeschichte der latein. Literat. des Mittelalters, Miinchen 1911, I 478-483. "3 Epist. coli. Tonelli, I p. 266, Romae XXVI februarii 1428 (= 1429). Su questo codice, ora smarrito, delle orazioni agrarie e della Pisonìana cfr. A. C. Clark in Anecdota Oxoniensia, Class. Ser. XI, 1909, 23-27. 22 GERMANIA (cap. I orationes de lege agraria, in Pisoneni, de legibus, de fato et plura alia ex fragmentatis '. 3) Mitte . . . Victorinum illum, qiiem olirti a gloriosissimo Iheronimo laudafum, laudatissimum et tu mihi fecisti. Mario Vittorino, pagano cristianizzato, è ricordato pili volte da Gi- rolamo : nel De viris illustr. 101, nei Cht'onic. ad a. 2370 e nel proemio del Comm. in epist. ad Galat. Di lui gli uma- nisti conobbero presto il commento al De invenf. di Cicerone e solo più tardi VArs grammatica. Forse il codice del Cusano conteneva VArs, che per un umanista aveva assai maggiore attrattiva del commento ciceroniano. Non eredo si trattasse di qualcuna delle opere d'argomento cristiano. 4) Dabo operam de opusculis Nazianzeni conquirendis iuxta significata per te. Il Cusano doveva aver sentore di qualche ripostiglio che ricoverasse le opere di Gregorio Na- zianzeno e avrà indotto il Pizolpasso a occuparsene. Si parla certo di opuscoli tradotti, perché il Pizolpasso ignorava com- pletamente il greco. Nessun codice di questo autore compa- risce fra i Cusani pervenuti a noi. 5) Hilarium tuum . . . tuo clienti reddidi, meo et absoluto et percurso ad littere tantum emendationem possibilem. Sup- pongo sia l'opera di Ilario Super psalmos, alla quale gli uma- nisti davano volentieri la caccia. Il Pizolpasso emendò la sua copia con quella del Cusano; ma nell'inventario dei codici del Pizolpasso"* quest'autore non s'incontra C'è invece nn Ilario tra i codici dell'ospedale di Cusa (n. 30), che sarebbe facile identificare, perché il Pizolpasso ne fece ritrascrivere una carta che s'era macchiata; però nella descrizione del Marx"* questa circostanza non è rilevata. 6) Ut habeamus... Ethicum beatissimi Iheronimi. S'in- tende l'opera cosmografica, che va erroneamente sotto il nome di Girolamo. Credette d' averla scoperta per il primo Hartmann Schedel nel 1483; ma sin dal 1432 già la pos- >M L'inventario dei codici del Pizolpasso fu pubblicato dal Magistretti in Archivio storico lombardo XXXVI, 1909, 302 ss. "' Marx Verzeichniss der Handsrhriften-Sammlung des Hospitals tu Cues, Trier 1905. cap. I) N. DA CUSA 23 sedeva il Cusano, nel cui patrimonio superstite non esi- ste più."" 7) Cura prò declamationibus Quintiliani. Tra i codici del Cusano il Bruxell. 9142-45 contiene le cosiddette Declama- zioni maggiori dello ps. Quintiliano. Le possedeva anche il Pizolpasso nel codice ora Ambros. E 91 sup. (n. 61 dell'in- ventario) ; ma queste non derivano da quelle, perché offrono materia, ordine e lezione differenti. Viene perciò di conget- turare che si trattasse delle declamazioni minori, che vanno parimente sotto il nome di Quintiliano e che pili tardi ven- nero portate di Germania in Italia.''' 8) Bum a cliente tuo . . . peterem Festum Fomponium : cioè Pompeo Festo. Era un autore molto ricercato dagli uma- nisti e non tanto facile ad avere. Non figura tra i codici né del Pizolpasso né del Cusano. 9) Milli presentava (cliens tuus) codicem plurimis refer- tum non vulgaribus et sententiis et opuscuUs, inter que Mu- sica Augustini etc. Probabilmente una silloge di opuscoli di Agostino, allora assai letti."^ La Musica era già posseduta da Vittorino da Feltro, da cui l'ebbe il Traversari."^ 10) Cura . . . de habendo quandoque Plinio ilio tantopere expetito tanique diu expectato. Non è certo il Panegyricus di Plinio il giovine, scoperto l'anno dopo (1433) dall'Aurispa, E non è nemmeno l' Epistolario, quello che tra i codici Harleiani provenienti dal Cusano porta il n. 2497,'^" perché il Pizolpasso lo possedeva.'-' Sarà la Nat. Histor. ? o l'opera falsamente at- '•« SnWMMcus cfr. M. Manitius, op. cit. I 229-234. 11' Scoperte 142. 11» Scoperte 148. 1" Scoperte 88, 94. Si trovava anche nella biblioteca dei papi ad Avi- g:none fin dal 1375, cfr. F. Ehrle Historia Inblioth. rom. pontif. I 533. 1'" Su questo codice vedi E. T. Merril in Classical Philology II, 1907, 131. Appartiene alla medesima famiglia del Pragense, del sec. xiv, scritto in Boemia. "1 Ora cod. Ambros. I 75 snp., n. 29 dell'inventario. Questo codice inol- tre è di origine diversa, poiché appartiene alla classe degli otto libri, la quale omette il libro Vili, segnando come Vili il IX. I codici Cusano e Pra- gense invece abbracciano bensì anch'essi otto libri, ma nel libro Vili ac- colgono un miscuglio dei libri VII, Vili e IX. 24 GERMANIA (cap. i tribnitagli De viris illustrihus. ? Ma non bisogna dimenticare la notizia data da Poggio,'^' la quale per iscrupolo trascrivo: ' De historia Plinii cura multa interrogarem Nicolanm hunc Treverensem, addidit ad ea quae mihi dixerat, se habere vo- lumen historiarum Plinii satis magnum ; tum cum dicerem : videret ne esset Historia naturalis, respondit, se hunc quoque librum vidisse legisseque, sed non esse illum de quo loque- retur: in hoc enim bella Germaniae contineri '. 11) Cura. . . de alio etiam A. Gellio, ut sanius possit per exemplaria transcribi : at saltem si nequeas, memento tui pa- pirei principii deferendi quantum penes te est. Questo è con ogni probabilità il Gellio scoperto qualche tempo prima dal Cusano che egli annunziò a Poggio come Agellium integrum,^^^ e che Poggio poi mise in ridicolo : ' Agellium scilicet truncuni et mancum et cui finis sit prò principio '.'** Poggio ebbe torto. Il Gellio del Cusano era certo mutilo come tutti gli altri, ma portava in principio la prefazione frammentaria (' iucundiora alia reperiri queunt — in libro quaeri invenirique possit '), che i codici recenti rimandano alla fine come chiusa del li- bro XX. Alcuni testi però mancano di quel passo tanto alla fine quanto al principio, e uno di tali apografi manchevoli sarà dapprima capitato nelle mani del Cusano, il quale im- battutosi poi in un altro che lo recava, potè ragionevolmente credere d'avere un testo più completo : e per tale lo annun- ziò a Poggio e pili tardi al Pizolpasso, che gli chiese almeno (saltem) W papireum principium. Ma \^trché papireumì Perché dall'esemplare membranaceo antico il Cusano si sarà trascritto la prefazione su fogli di carta, premettendoli al suo apografo. 's« Epislol. 1 p. 208: Roniae XVI kal. iiinìi (1427). K per iscrupolo noto ancora che Corrado Gesner scrisse: ' de rebus Oermanicis libros quos Augn- stae Vindelicorum (Augsburj:?) extare ferunt'; e poi: 'libros 20 de bellis germanicis, quos citat Tacitus et Cuspinianus, qui alicubi eo» adhuc latere opinatnr ' (Gcsnerus-Frisius Bibliotheca, liguri 1583, 131). Per più ampie notizie sulla presunta esistenza in Germania di Plinio De Germanorum bellis cfr. M. Lehnerdt in Hermes XLVllI, 191.1, 278-82; il quale suppone anche la possibilità (278) che il Cusano abbia veduto a Korvei il Tacito Ann. 1-V (ora Med. i), che stara unito con Plin. Epist. (ora Laur. 47. 36)- 'W Poggii Epistol. I p. 266 del 26 febbraio 1429. "< Epist. I p. 305 del 27 dicembre 1429. cap. I) N. DA CUSA 26 Quella prefazione rimase relegata alla fine dell'opera anche nelle edizioni e solo nella Gronovìana del 1651 passò al suo posto naturale in principio. Ma il Bussi nell'ed. princeps del 1469 intuì la verità, poiché al frammento proemiale accodato al libro XX prepose il titolo: Auctoris tanqttam prefationis admonitfo in operis totius stimma de noctium ordine. 12) Dum a cliente tuo . . . peterem proverbia illa greca . . . mihi presentava grecos codices. Ecco qui autorevolmente at- testato che il Cusano possedeva manoscritti greci anche pre- cedentemente al suo viaggio a Costantinopoli del 1437. I Pro- verbia greca si conservano nel famosissimo codice miscellaneo (ora n. 52) dell'ospedale di Cusa, che contiene fra l'altro estratti di autori fino allora rimasti ignoti agli umanisti : Mario Plozio De metris, Porfirione ad Horat., Cicerone p. Fonteio. Per alcuni passi di quest'orazione ciceroniana e per alcuni dell'm Pis. il nostro codice è fonte unica. '^' Ricorde- remo inoltre estratti da Cicerone Philipp, e p. Fiacco ; dal- VHìstoria Augusta, da Plauto e dalle Sententiae di Siro. 13) Ut habeamus codices illos Suetonii Tranquilli cete- rosque alios de viris illustribus ducibusque ittxta firmata dudum. 14) Item et Frontinum de tennis urbis. Prendiamo le mosse da Frontino. 11 De aquaeductibus (qui detto de termis) ^^^ era noto per due soli codici: l'uno scoperto da Poggio a Monte- cassino, l'altro rinvenuto nel monastero di Hersfeld dal mo- naco tedesco che s'era messo in comunicazione con Poggio. Il Frontino posseduto dal Cusano deriva naturalmente da Hers- feld, il cui convento egli perciò aveva visitato poco dopo il monaco sunnominato e n'aveva tratto inoltre Svetonio De gram- maticis et rhetoribus e la Vita Agricolae di Tacito : che que- sti autori voglionsi intendere con le parole del Pizolpasso co '" Il codice fu ampiamente descritto e illustrato da I. Klein JJeher eine Handsehrift des Nicolaus von Cues, Berlin 1866, e da S. Hellinann Sedu- lius Scottus in L. Traubes, Quellen und Vniersuchungen sur latein. Phi- lol. des Mittelallers, I, 1906, 93-99. "'^ Il testo veramente ha terminis. Si potrebbe pensare a un estratto gromatico di Frontino ; ma nel codice gromatico Cusano di Brussella 10615- 729 non comparisce un titolo De terminis urbis. 26 GERMANIA (cap. I dtces Suetonii Tranquilli ceterosque alias de viris illustrihus, ducibusque}^'' I Caesares di Svetonio erano notissimi e certo il Cusano non li avrebbe nel 1432 presentati come una novità. 15) A questi codici ne aggiungiamo un altro nominato dal Pizolpasso in una lettera posteriore (del 1437) : ' Habet vir iste peritus theutonicus (Nicolaus Cusanus) libros copiosos in greco etiam cum latino et vocabulorum et verbornm et omnis grammatice, seriosissime litteris vetustis descriptos '.'^* Qui s'accenna manifestamente al celebre lessico greco-latino, ora cod. Harleian 5792,»29 * * * Il Cusano legò la sua biblioteca all'ospedale di Cusa, dove essa tuttora si conserva e conta, anche dopo le gravi sottra- zioni patite, il numero cospicuo di circa 270 volumi. ''" Undici volumi trasmigrarono nella biblioteca reale di Brussella,'*' venti circa passarono coi codici Harleiani nel Museo britan- nico di Londra'^^; due sono nella Vaticana.'^^ Ma sommando i codici di Cusa, di Brussella, di Londra e di Koma siamo ben lontani dal ricostruire l'intera collezione del Cusano, per- ché dei quindici volumi attestati dalle nostre lettere, tre soli abbiamo potuto identificare ai codici superstiti. Né è tutto. Più non esiste il volume greco dei Concili attestato dal Cesa- rini,'^* né il Venanzio Fortunato veduto a Cusa dal Brower i»' Scoperte 108. '»* E. Sabbadini in Muieo di antichità clais. Ili 411. '" Vedi la descrizione del codice in Catalogne of ancient manuscripts in the British Museum. Part. I, Greek, London, 1881, 10-13. Il testo è pub- blicato in Corp. ploss. lat. II 215-48,3. "" Descritti ultimamente dal Marx, op. cit. '311 numeri 3819-20; 3916; 3923; 5093; 8873-77; 9142-45 ; 9681-95 ; 9799-9809; 10054-56; 10616-729; 11196-97. Cfr. P. Thomas, op. cit. ; L. Tranbe in Poet. lat. aevi carol. Ili 152-163. "« I numeri 1347; 2497; 2620; 2672 (?); 2674; 8261; 3478; 3698; 3702; 3710; 3729; 3734; 3744; 3745(?); 3748; 8757; 3934; 5402; 5676; 6588; 6692; 5792. 133 11 Plauto Orsiniano Vatic. lat. 3870 e il commento degli Evangeli Vatic. gr. 368. ^•* A. Traversarii Epistolae XXIV 6: Scrivo il card, Gialiauo Cesarini al Traversar! : Memini quod Inter libros domini Nicolai de Cnsa erat unum volumen in graeco ubi erat VI. VII. Vili Concilium... Credo etiam qnod eme- rit illnm Constantinopoli,., Fcrrariae die XVII octobris (1438), oap. I) N. DA CUSA 27 nel 1617, né tre de' sei autori greci veduti nel 1614 da Ales- sandro Hegius : Epifanio, Atanasio, Climaco.'^^ Appartennero al Cusano inoltre l'archetipo magontino del commento di Do- nato a Terenzio e VKinerarinìn Antonini,^^^ ora smarriti ; e nemmeno si hanno tracce di due codici, Curzio Eufo e Ma- crobio Iti somn. Scipionis, ricordati da Poggio.*" Altri raccoglitori. Ad Amplonio e al Cusano, che spiegarono la loro opero- sità indagatrice o in tutto o in massima parte sul snolo ger- manico, accompagniamo alcuni minori che radunarono ugual- mente le loro modeste collezioni senza uscire di patria. II conte Giovanni von Lupfen possedeva nel 1444 oltre a nn manipolo di libri canonici, alcuni poeti latini : Terenzio, Vergilio, Ovidio, inoltre le Epistole di Girolamo. A lui si ri- volgeva in quell'anno Enea Silvio Piccolomini'^^ per chieder- gliene qualcuno in prestito. Il Piccolomini corrispondeva anche con Giovanni Schindel, astronomo e medico, che professava nell'Università di Praga e che lasciò la sua libreria di dugento volumi al collegio di S. Carici^*» Il dottissimo monaco benedettino Giovanni Trithermius (m. 1516), fu un assiduo e fervente ricercatore di codici. Per parecchi anni visitò moltissime biblioteche dei monasteri del suo ordine, dalle quali acquistava o per via di cambi o a pa- 1^ Klein, op. cit., 4 ; gli altri tre : Basilio, Atti degli apostoli e Plntarco sono ora ai nn. 5576, 6588, 5692 dei codici Harleiani. >3« Scoperte 113. '" Epist. 1 p. 267 ; il volumen in quo sunt XX opera Uypriani char- taginensis ivi nominato potrebb'essere il n. 29 f. 36-76 dell'ospedale di Cusa. 138 Der Briefweehsel des E. S. Piccolomini herausg. von R. Wolkan, Wien 1909, I 310-312 lettera del Piccolomini ' in Novacivitate Austrie 5 idus aprìlis 1444 ' al Lupfen. Retulit mihi... Michahel Pfullendorflus te pluribus libris habundare, quorum nomina etiam mihi prescrìpsit... Est enim apud te Ovidius de tristibus, de arte amandi et amoris remedio, Terentius quoque comicus et leroninuis in epistolis, quos... eipeto relegere. Vedi la nota ib. '3' Ib. I 582-4. Nacque a KoniggrJitz tra il 1370 e il 1380. La lettera del Piccolomini è del 1445. 28 GERMANIA (cap. I gamento i duplicati.'*" Arriccbi di copiosissimi volumi la badia dì Sponheim e lasciò la sua collezione privata di più centi- naia di libri stampati e di tredici manoscritti al monastero di S. Giacomo in WUrzburg. Altri tedeschi formarono invece le loro collezioni, se non in tutto per buona parte almeno, in Italia. Fra questi ricor- deremo Alberto von Eyb e i cugini Schedel. Alberto von Eyb (1420-1475), nativo di Somniersdorf, dopo i primi studi fatti a Kottenburg e all' Università di Erfurt, si trasferi in Italia, dove per quindici anni, dal 1444 al 1459, con una breve interruzione, frequentò le Università di Pavia, Bologna e Padova, conseguendo la laurea in utroque iure a Pavia il 7 febbraio 1459."' Ma più che alla giurisprudenza, il suo nome è legato alla letteratura, nella quale produsse tre pregevoli lavori : i Flores, lo Speculum poetrie e la Marga- rita poetica}^'^ Fu collezionista. Le biblioteche di Eichstiitt, Augsbnrg, Gotha, Monaco, conservano ancora alcuni dei suoi volumi, tra i quali i seguenti autori latini : Plauto, Terenzio, Tibullo, Ovidio, Giovenale, Cicerone, Valerio Massimo, Lattanzio.**^ Né solo questi conobbe ; che ben altri, poeti e prosatori, adoperò >^o Nel 1607 Bcrireva: Permulta enim coenobìa nostri ordinis in diversis provinciis multoties visitavi per annos viginti, omnium bìbliothecas perlu- stravi et ubicunque aliquid qiiod prina haberem repperi dnplicatnm, id al- terum niihi dato pretio rei aliquod volumen aliiid impressuni, quale postulas- sent inventi possessores, comparansin recompensam, ut contingeret, agebara. Multa pretiosa et optandae lectionis volumina in papiro simul ac in per- gamene scripta per hunc modum, non solum in nostro sed in aliquibus «tiam aliis ordinibns, rommutando accepi. Cfr. E. Jacobs Die neue Widu- kind-Iiandschrift tmd Trithemius in X. Archiv der Gesellschaft fiir al- tere deutsche Geschichtskunde XXXVI 203-208. Sulla biblioteca di Sponheim radunata dal Trithemius vedi P. Lehman n Naehrichten von der Sponhei- mer Bibliothek des Abtes J. Trithemius in H. Grauert Festgahe, 1910, 206-220. Nel 1502 essa comprendeva circa 2000 volumi (206), in maggio- ranza però stampati (209). Il Lehmann ne ha rintracciati venticinque. Cfr. dello stesso : Johannes Sichardus und die von ihm benuteten Bibliotheken und Handschriften, Miinchen 1912, 176-79. '■" il. Herrmann Albrecht von Eyb und die Frùheeit des deutschen Hu- manismus, Berlin 1893, 51, 65, 79, 83, 119, 169. "» Id. 85, 92, 187-194. '« Id. 87, 90, 146-152. cap. I) ALTRI KACCOGLITORI 29 per la compilazione della Margarita poetica. Ma non biso- gna dimenticare che egli venne in Italia allorché l' umanismo toccava l'apogeo e non ne trasse tutto il profitto che poteva e doveva. * Hermann Schedel, di nove anni più giovine del Cusano (1410-1485), fu un appassionato bibliofilo. Studiò medicina prima nell' Università di Lipsia e poi per cinque anni (1439-44) in quella di Padova, La sua collezione passò in eredità al cu- gino Hartmann, pure lui medico. Hartmann nacque il 13 feb braio 1440; dopo frequentata l'Università di Lipsia nel 1456-61, si trasferi dal 1463 al 1466 a Padova, laureandosi ivi in me- dicina, che esercitò poi in patria a Nordlingen, ad Amberg e da ultimo a NUrnberg fino alla morte (28 novembre 1514). Hartmann nella passione per i libri superò di gran lunga il cugino e di buona parte dei propri codici fu egli stesso il co- pista. Come Amplonio, redasse di sua mano il catalogo, che ci è arrivato.'** La collezione degli Schedel nel 1552 venne in potere di Giangiacomo Fugger, dal quale la comperò il duca Alberto V di Baviera (1550-1579) per donarla alla biblioteca di Monaco, dove tuttora si trova. Ma non tutti i libri sono a Monaco; altri emigrarono a NUrnberg, a Maihingen, a Hamburg; altii sono perduti.'*' Hartmann imparò in Italia anche un pò di greco e un pò d'italiano; e non trascurò l'ebraico. Ciò spiega perché nella sua biblioteca comparisce un discreto manipolo di autori greci ed ebraici con qualche volgare italiano. Vi è pure bene rap- presentato il volgare tedesco. Il catalogo comprende 623 vo- lumi, dei quali forse due centinaia sono stampati. Natural- mente la parte maggiore è fatta alla medicina ; occupano il secondo posto l'umanismo e il classicismo latino. Vi incon- triamo alcuni autori venuti dalle scoperte di Enoch da Ascoli : '« R. Stauber Die Schedelsche Bihliothek, Freiburg in Br., 1908; p. 103- U5 testo del catalogo. Vi son premesse notizie biografiche dei due cugini. "5 Id. U6-H7; 152-158. 80 GERMANIA (cap. I Diodorus Sicniua. Cornelins Tacita» de sìtn Germanie. Saetonias de Grammaticis et Rlietoribus et de viri» illDstribus.i^ Parimenti alcuni fra gli scoperti a Bobbio : Probi instituta arcinm. Maxinii Victorinì. Donaciani fragmentum et alia. H7 Merita esser rilevata un'altra silloge di grammatici mi- nori : Phocas, Caper, Agretins, Donatns, Servins ac Sergius de latinitate et orthographia. 1^8 Inoltre il commento di uno ps. Probo a Persio, nuovo que- sto, se pure non è identico allo ps. Cornuto : Fersius Flaccus cum commentario Probi Yalerii in pergamento. i*» Hartmann si copiò nel 1483 a S. Ermerano Vnistoria Ethici philosopht^'^" e credette di averla tratta per il primo alla luce ; ma l'aveva trovata precedentemente il Cusano. Le vere scoperte degli Schedel furono due: una di Hartmann, una di Hermann. Tra il 1460 e il 1490 Hartmann entrò in possesso del codice Monac. lat. 601, che contiene di mano del secolo ix-x un frammento della grammatica di Dositeo, fino allora ignota.'^* Hermann ci salvò l'unico esemplare della 3Iu- lomedicina Chironis nel codice Monac. lat. 243 del secolo xv: Tabula ingeniornm curationis egritiidlnnm Bernardi de equorum etc. '^^ 11 codice proviene probabilmente da Padova. L'editio pr. di questo testo, importantissimo monumento di latino volgare, vide la luce nel 1901.«3 '<5 E. Stanber, op. cit. p. 115. Diodoro e Tacito sono dell' incnnabnio ' Bononie MCCCC72 '. '« Id. 139. È l'incunabulo del Parraalo ' Mediolani 1504'. '^' Id. 104. Forse l' incunabulo Hain-Copinger 6214. '*' Id. 113. Questo è nn manoscritto. '50 Id. 56, 117. Cfr. Cosmographia Aethici... primum ed. H. Wuttkei Lìpsiae 1853. '5' K. Krumbacher in Rhein. Mttseum XXXIX, 1884, 349. 'M Stanber 125. 'M Claudi! Hermeri Mulomedicina Chironis ed. E. Oder, Lipsiae 1901. Pare che un altro esemplare ne possedesse Godofredus Thomasius di Norim- berga (1660-1746), Oder p. VII 1. Verosimilmente era una copia del codice del concittadino Hermann Schedel. cap I) ALTRI RACCOGLITORI 31 Non riesco a identificare un vescovo tedesco collezionista, a cui accenna Pier Candido Decembrìo in una lettera del 1437 a Francesco Pizolpasso : Hee meditanteni (me) convenit Zacharias ìlle Padnanus, obtestans ut quic- quam ex meo studio sibi promerem : iturum se in brevi ad Germanicas par- tes epìscopnm quendam conventnrum, cuius biblyotliecam immensam refe- rebat (cod. Rìccardiano 827 f. 111). 11 Pizolpasso stava allora al concilio di Basilea. Del Cusano non si può intendere, che fu fatto vescovo solo nel 1449. Zaccaria passò da Basilea nel maggio 1437 (R. Sabbadini in Museo di an- tichità classica III 408). CAPITOLO II Francia. Gkrmi nazionali. La parte che ebbe la Francia nel nuovo movimento non è agevole a determinare. Si può credere e si afferma che in Francia il risveglio classico parti dall' Italia, soprattutto per il contatto che ebbero i francesi con gli italiani della curia pontificia quando questa nel principio del secolo xiv si tra- sferi ad Avignone. Ma io stimo che tali sospetti e tali giudizi non siano esatti. Nel secolo xiii la Francia aveva dato degli insigni bibliofili, ragguardevolissimo fra tutti Jeroud d'Abbe- ville, che nel suo testamento del 1271 legò alla biblioteca della Sorbona circa 300 volumi, dei quali 118 sono tuttora nella Na- zionale di Parigi.' Nella sua collezione* figurano tutte le di- scipline con larga copia di volumi, ma per quello che spetta al classicismo rileveremo numerose traduzioni, antiche e re- centi, di Aristotile, oltre a Euclide e Tolomeo ; un buon ma- nipolo di poeti latini: Vergilio, Orazio, Ovidio, Lucano, Sta- zio, Giovenale ; fra i grammatici Donato e Prisciano ; fra i retori Vittorino e Marziano Capella ; molte opere di Seneca e di Boezio. Di Cicerone possedeva la Rhetorica (= De inv.), parecchie opere filosofiche (De leg., De off., De sen.. De amie, ' L. Delisle Le cabinet des mss. de la bibliothèque Natìonale II 148, 149. ' I volumi dì Qeroud si trovano elencati nel catalogo generale della biblioteca della Sorbona compilato l'anno 1338 e pubblicato dal Delisle Le cabinet III 8 ss. Nelle citazioni ricliiamerò i numeri d'ordine del catalogo, ma lolo per le opere di particolare importansa. cap. II) GERMI NAZIONALI 33 Farad., Acad.),^ le Verrinae,* e le Epist. fam.^ le quali ul- time erano allora rarissime. Due altre rarità della collezione sono un frammento groniatico di Giunio Nipso ^ e, cimelio assai più prezioso, le Elegie di Tibullo.'' Un continuatore di quest'indirizzo cosi eccellentemente rap- presentato da Geroud parmi si deva scorgere in Bernardo Qui, nato forse prima che Geroud morisse e morto nel 1331. Ber- nardo per allestire la seconda edizione della Storia dei con- cili, approfittando di una legazione in Italia nel 1317 visitò il Capitolo di Verona a compulsarvi i famosi codici conci- liari.** In costui riconosciamo pertanto un esploratore, non im- porta se di scrittori ecclesiastici, anziché profani. 3 Delisle ib. 1,1 5 ' Tiilliiis ad Lucillmii ' ; intendi ad Lucullum, ossia gli Acad. priora. * Ib. lil 6 'Tiilliiis ad Cetiliniu oratorein ', vale a dire la Divinatio in Caeciliiim, che apre la serie delle Verrine. '■> Ib. LI 28 'Epistole Tnllii. Inc. in 2" fol. Pompeins (ad finn. I 2, 1). in pen. te iubet' (Vili 6, 5 qnae inbet). Abbiamo perciò i primi otto libri ad t'am., che nella tradizione di oltr'aliie sVrano staccati dagli ultimi otto. " Ib. liVI 49 ' Geometria lioecii, Agrimensura Innii '. rrobabilniente si- mile al testo del codice Bajnbergense. " Ib. liVl 35 ' Epymabaton Albii 'i'ybullii elegoagraphi... Inc. in 2° fui. h. michi (I 1, 49). in pen. nec liceat' (III 12, 18). Tralascio Vincenzo di Beauvais, l'autore del triplice Speculum, sulla *ni conoscenza degli scrittori amichi basterà vedere K. Boutaric in lievue des questions historhjues XVII, 1875, 5-57; e il famoso bibliografo della metà del sec. xiit Riccardo di l'ournival. sul ([uale cfr. M. Manitius in lihein. Mas. Xl.VH Erg. lieft 1-5. * 1,. Delisle Notice sur les v>ss. de Bernard Gui in Notices et extraits de la bililiut. Nation. XXVIl, 11 173, 183, 300-303. Reco le note di Bernardo, perché giovano alla storia della Capitolare veronese : 302 'Gesta vero istius synodi (Ephesine) inveni et legi in civitate Verona in ecclesia cathedrali «le antiqua valde littera dy ptongata... (Sesta vero istius Calcedonen- sis synodi continent acciones XVI et habentur integre in Verona civitate in ecclesia cathedrali ubi ego legi in littera antiqua di ftongata... Gesta istius sexte synodi babent accfones XVlll, qne inveni et legi in civitate Ve- rona in ecclesia cathedrali... Gesta istius septiine synodi Anastasius biblio- tecarius lohanuis pape VII de greco transtnlit in latinuni, ad lundeni lo- hannem papani, sicut in jirefatione seu prologo idem Anastasius hec pre- iiiittit. Hec autem magna sunt, que inveni et legi Nerone in ecclesia cathedrali'. 303 'Gesta vero lercie universalis synodi Ephesine prime, item gesta quarte universalis synodi Calcedonensis, item gesta sexte universalis .synodi apud Constantinopblini, item gesta scptimc synodi in Nicea Bithinie U. Sabhadim. Le scoperte dei codici. 3 34 FRANCIA (cap. ir Notiamo poi in Francia un risveglio classico indipendente dal movimento italiano, risveglio che si manifesta nei volga- rizzamenti dei testi latini. Esso s'inizia già sotto il regno di Giovanni I e si allarga sotto Carlo V e suo fratello Giovanni, il duca di Berry. Per invito di Giovanni I Pietro Bersuire (Berchorius), prima minorità poscia benedettino, tradusse nel 1352 tutti i libri di Livio che allora si conoscevano.' Sotto Carlo V e per eccitamento di lui volgarizzò dal latino, tra gli anni 1370 e 1377, alcune opere d'Aristotile Nicola Oresme (m. 1382), alunno dell' Università di Parigi, dove poi insegnò dal 1356 al 1361, più tardi, dal 1377, vescovo di Lisieux.'» Per il duca Giovanni di Berry volgarizzò Valerio Massimo il dot- tore in teologia Simone de Hesdin, dell'ordine degli ospita- lieri, il quale ci trasmise inoltre un discreto canone degli storici coi seguenti nomi : Giulio Celso (Cesare), Sallustio, Li- vio, Lucano, Svetonio, Giuseppe Flavio, Pompeo Trogo (Giu- stino), Aurelio Vittore, Orosio, Darete. Da quello poi che egli dice di Frontino, che pochi cioè lo potevano vedere e posse- dere, non è arrischiato argomentare che fosse anche investi- gatore." congresrato tempore Constantini et Yrenee matris eius babentur in Verons ili ecclesia catliedrali, ubi ego vidi et legi inde in iMsdciii '. ' Voigt Die Wiederbelebung IPasS; A. Tlioiiias De loannis de Mon- sterolio vita et operibus, Paris 1883, 48-50. Compose anche opere inorali, in una delle quali, il Rcductorium morale, allegorizza le favole delle Me- tani. d'Ovidio. 11 Petrarca pare l'abbia conosciuto solamente nell'amba- sceria a Parigi del 1361 (Petrarc. Fam. XXII 13). "> Le opere d'Aristotile volgarizzate sono VMhica, la Politicn, gli Oe- conom. e il De caelo et niimdo. Cita anclie autori latini. Thomas 50-51 : Voigt 11 339-40. Per altri volgarizzamenti siiggiritì dai'arlo V, Voìgt 11 339. " Il duca dì Berry era appassionato bibliofilo, Dclislc Le cabinet I 56-68. Bìblioflio e amatore di volgarizzamenti fu anche Antoine de Bourgogne, so- prannominato il Gran Bàtard (1421-1504 ; A. Boinet in Bibliothèque de ì'eeole des GUartes LXVII, 1906, 253-269). Su S. Hesdin, Voigt II 339, ma specialmente M. Lecourt Antoine de la Sale et Simon de Hesdin in Mélanges Chate- lain, Paris 1910, 341-353. Per i volgarizzamenti di Valerio Ma-s-simo e Oiro- lamo 344, 350, 361 ; il canone degli storici 343 : su Frontino 345. Adopera anche i poeti, p. e. Vergilio, Orazio, Claudiano 348. Simone, come il Le- court dimostra, fu sfacciatamente saccheggiato da Antonio de la Sale, il presunto scopritore del De virtatibus di Cicerone. Cfr. M. Tnllii Ciceroni» De virtutibus libri fragmenta coli. H. Knidiinger, Lipsiae 1908. Il compae- sano di Simone, Hiovanni de Hesdin, non manca parimente di una certa cap. II) ROBERTO DE' BARDI 35 Italiani formatisi in Francia. Accanto a questa fioritura di volgarizzamenti sorta spon- tanea sul suolo francese richiama la nostra attenzione un al- tro fatto che non manca d'importanza, ed è che nella prima metà del secolo xiv alcuni italiani formarono in Francia la propria educazione e istruzione. Collochiamo in questa cate- goria p. e. due Toscani : Koberto de' Bardi e Dionigi da S. Se- polcro. Roberto de' Bardi, fiorentino di nascita, studiò prima a Or- léans '- e indi nell'Università di Parigi, nella quale fu per al- cuni anni (1333-35) lettore di teologia e di cui tenne la can- celleria dal 1336 fino alla morte avvenuta nel 1349.'=* Nel campo della sua professione il Bardi fu esploratore di codici, poiché cercò e raccolse i Sermoni di Agostino e ne costituì la silloge che è pervenuta sino a noi.'* cultura letteraria, di cui fa pompa nella polemica contro il Petrarca. Per gli autori ivi da lui citati vedasi ìiolUae Pétrarque et l'humanisme 11*308, ai quali è da aggiungere ' Statius Tullensis vel ut alii dicunt Tliolosanus ' (Petrarc. Opera p. 1066). Su Claudiano scrive: ' Claudianus dicitnr Vien- nensis ' (p. 1066), scambiato con Mamertus Claudianus, di cui lesse in Gen- nad. 84. Una glossa giovenaliana '. ' luvenalis in fine tertiì (Vili 276): Aut j)a8tor fuit aut illud quod dicere nolo, idest latro aut homicida, di- cit glossa ibidem' (p. 1067), I/unico testo notevole da lui adoperato è il Culex, di cui reca i v. 79-82, 89 (p. 106:3). ^^ Questo almeno parmi si debba ricavare da Pli. Villani Liber de civit. Florent. famosis civibus, Florentiae 1847, p. 21 : Postremo ad tlieologiae cognitionem conversus, Aureliam (= Aurelianum) sua transtulit studia. 13 Chartularium Universit. Paris. 11431, 4.53, 460, 501-502. Nel 1340 il Bardi invitò il Petrarca a Parigi per la laurea; pare si fossero incontrati fin dal 13:ì3. '* B. Aurelii Angustìni Millehquium (a cura del Caruso), Lugduni 1655, 2452 : Sequitur tabula sermonum, nomine quorum compreliendi trac- tatus et liomilias: de quibus dicit veuerabilis meus pater et dominus d. Robertus, qui nunc est canccllarins Parisiensis et liorum sermonum amator ac curiosus investigator, quod in eis et epistolis continetur ma- xima tlieologia et speculativa et moralis; quos ipse ad ordinem redegit valde pulclirum et utilem. Sed ego non tot vidi quot habet ipse. La sil- loge si conserva nel cod. Vatic. lat. 479 e nei Parig. lat. 2030 ss. Il cod. Vatic. delle cinque parti conserva le due sole prime. L'opera ha il ti- tolo : Incipit collectorium sermonum sancti Augustini ypponensis episcopi per liobertum de bardis cancellarium parisiensem et saere pagine humi- 36 FUAN'CIA (cap. Il Dionigi da S. Sepolcro. Dionigi oriundo di Borj;;o S. Sepolcro (Arezzo) nacque nella seconda metà del secolo xiii. Dei suoi primi studi in Italia non sappiamo nulla, ma possiamo supporre cbe vi abbia ri- cevuta l'istruzione elementare. Xel 1317 lo troviamo già a Pa- rigi, dove legge le Sententiae di Pietro Lombardo nella qua- lità di baccalaureus ; la promozione a magister sarà seguita pochi anni dopo : certo in ogni modo nel i;ì29 era sacre pa- gine magister. In religione appartenne all'ordine degli ago- stiniani. Nel 1329 ricomparisce in Italia : abitava allora a Todi.'* Deve aver visitate altre regioni, come Roma, delle cui an- tichità e chiese ba cognizioni"' minute, e forse il Veneto.'^ Nel 1339 era a Firenze, di dove sul finir dell'anno si tra- sferi alla corte di Napoli, invitatovi dal re Roberto.'* 11 17 lem professorem ordinatum et compilatum ex sermonibus guos eiusdem sancii nomine insignitos invenit in diversis ae vetustis codicibus in qui- bus erant inordinate prò magna parte dispersi. La collezione coniprendt- cinque parti : In prima parte collccti siint sermones de quibusdani rcbIìk et sanctis veteris testamenti. In secunda de sollempnitatibus et sanctis novi testamenti. Jn tercia de verbis et seriptis veteris testamenti. In quarta de Tcrbis et seriptis novi testamenti. In quinta de ornamentis et impedimen- tis ecclesie sen fìdelium et de retribntionibus nltimis bonorum et maloram. 15 Chartulurium Universitatis Parisiensis II r.O'i. '^ Valgano i seguenti cenni nel suo commento a Valerio Massimo, cod. Ambros. C 208 inf. f. 10>:pontis sublicii qui hodie vocatur pons Molis; f. 76 Cum autem in mediam partem fori\ (Valer. Max. V 6 Ext. 2) idest plathee et in Illa parte ubi nunc est ecclesia S. Androe Antoni!, iu.xta qnam est fo- cus qui diuitur infernus; f. 89 Notaudum ergo Rome fuisse quasdam scalas (Gemonias) occultas subterraneas quibus a carcere publico, qui nunc voca- tur S. Nicolaus, ad carcerem occulte ad Capitolium venicbatnr. Ma tali in- formazioni potè avere dai Mirabilia o per bocca altrui. " Commento a Valer. Mass. nel cod. Vatic. lat. 1924 f. 15', trattando delle cinque fonne di sogno definite da Macrobio {in Somn. I :l) : empbya- tes (= èqjiàXrìjg), istud autem in aliqno ydiomate vocatur sai vanellus. Per quanto mi consta, la parola salbanello è propria solo dei dialetti veneti, dai quali è adoperata nel doppio significato di ' incubo ' (folletto) e di ' spcccliietto ' (gioco di luce) ; ma anche questa notizia la potè avere da altri. "> Petrarc. Fam. IV 2 p. 206 (del IS39): Accepi te Florentia digressuni ivisse Neapolim. Un accenno a costumi fiorentini nel commento a Valer. Mass., cod. Vatic. 1924 f. 5' aca- ettam stii numinis vindex Apollo] (\'iler^ C.jp_ II) DIONIGI DA S. SEPOLCRO 37 marzo 1340 fu creato vescovo di Monopoli. Mori nel gennaio del 1342.1» Dionigi fu investigatore di codici. Egli sa che la sezione di Livio nella quale si narrava la prima guerra punica ' com- niuniter non liabetur';^ sa che 'non liabetur a Latiuis ' un libro d'Aristotile a cui si riferisce Valerio Massimo (Vili 15 Ext. 1).-' f^ul T)e Nili inundatione del medesimo autore lesse un aneddoto ' in quodam libro mnltum antiquo quem inveni in quadam ecclesia '.^^ Cita ' quedam glose in margine librorum antiquorum '." Di Valerio Massimo, autore da lui commentato, cercò molti esemplari, dei quali confrontò le varie lezioni." Max. I 1, 18) .\ccipitiir aiiteiii liic fraginentum prò scLsaiira illa vestimen- oriim glie flt causa oinatus ex inferiori parte, quo oriiatu iiiaxiine utuutur florentinoriim iuveiie.s et pueri. " Uhartuì. Universit. Paris. II .'502; Vi. (ioetz Koniri Hobertvon Nea- pel 39. ''^ Coiniiiento a Valer. Mass. nel cod. Vatic. 1924 f. 21 (Valer. Max. I 8 Ext. 19): tangit ystoriani prò qiia titum liviuni introducit in teste m ; ubi antem hoc litus livins dicat non inveni nec nieniini me legisse ; nam cnm Marcns Regnili» de quo liie tangit primo bello punico interierit, supra quo titns livins coinmuniter non habetur, ipaum videre non potui. 'I Commento a Valer. Mass. nel cod. Ambros. C 208 inf. f. 140 (Valer. Max. Vili U Kxt. :ì): Nota qnod liee verba dicit .\ristotiles in libro aliqiio qui non habetur a l.atinis. Sic ipsuin dicentein in libris qui coinmuniter li:i- bentur nonduni vidi. '' Ib. f. ISf (Valer. Max. Vili 7 Ext. 3): Legitnr eniin in quodain libro inultuiii antiquo quem inveni in quadam ecclesia quod Aristotiles circa huius fluvii (Nili) inundationem insistens cum causa» refluxus capere non valerci, in aquain se prolilciens dixit : non possuin te capere, capias me. Qnod ntrum sit verum, lectoris iudìcio relinquatur. Questo aneddoto aristo- telico manca al Burlaeus Di vita et moribus philnsophorum. Gregorio Na- zianzeno, citato da Benzo e da Rio. Waleys (cod. Ambros. B 24 inf. f. 279) riferisce questo aneddoto aristotelico al flusso e riflusso del mare. '3ib. f. 34 (Valer. Max. VI 1, \i) penis eontudit] Notandum qnod hic est du- plex littera: una dicit parmis, alia dicit perni». VX ut inveni in quibu- sdam glosis in margine librorum antiquorn ni sunt genera arniorum cuni qnibus iste fuit concnssus (contusus?). Cfr. (iotz Thesaurus gloss. emen- datar. ' pernae dicuntur procellae de montibus '. Non trovo altro di meglio. ^* Scelgo pochi esempi tra i molti. Cod. Ambros. C 208 inf. f. 13' (Valer. Max. Ili 2, 19) Nerviorum] aligui libri habent Anervorum (cioù Arver- norum) et tnnc sunt populi Anervie... a civitate .enerva, qne hodie vocatur clarus raons (Clerinont) ; f. 149v (Valer. Max. IX 1 Kxt. 4) Dyogiridis] in isto § litera est multa varietale diversa et in ninltis libris aliter posita ; esemplarla tamen antiqua hanc habent ; f. 16C sulla questione a chi fosse 38 FRANCIA (cap. II Oltre a Valerio Massimo, dichiarò Vergilio, le Metam, d'Ovidio, le Trag. di Seneca, la Folti, e la Ehet. di Aristo- tile;" e «lucati commenti secondo op;ni verosimiglianza corri- spondevano ad altrettanti corsi pubblici tenuti nelle scuole d'Italia 0 di Francia. Di tutti il |)iù diffuso è quello a Valerio Massimo, che s'incontra manoscritto frequentemente nelle bi- blioteche ; e di esso soltanto noi ci occupiamo. Dionigi lo de- dicò al cardinale Giovanni Colonna ; e con ciò otteniamo un termine cronologico, essendo stato il Colonna insignito della porpora il 18 dicembre 1327; «« l'altro termine è il 1342, l'anno della morte di Dionigi. .Ma i termini si ristringono di più se consideriamo che Dionigi tocca delle rovine di Cuma presso Napoli^' e di Velia presso Salerno*** e rammenta un partico- lare intimo di Carlo II re di Sicilia ;=* donde argomentiamo che egli dovette se non comporre, certo dar l'ultima mano al suo commento negli anni (1339-42) della dimora in Napoli. La dedica è tal documento, che merita esser qui riprodotto nella sua integrità. Reverendo* in Christo patri et suo domino speciali domino lohanni de Coinmpna divina providentia Sancti Angeli diacono cardinali frater Dyoni- intìtolata l'opera di Valerio Mass.: Ego vidi libniiii valde antiquiim in quo ad Tyberinm erat intitulatio. '^ W. (Joctz Kònig Robert 39. »* Ciaconius II 428. " Cod. Ambros. C 208 inf. f. 52 (Valer. Mai. IV7, 1) Blosium Cumannm, de civitate posita in Campania, ciiins vestigia prope Neapolim adhnc app.irent. '' Cod. Vatic. 1924 f. 2" (Valer. Max. I 1. 1) Anelia (= a Velia) : Civita» antiqua fuit cuius ad hoc (= adhnc) vestigia prope Salernum apparent. *' Cod. Ambros. f. 65' (Valer. Max. V 2 Kxt. 2) (ìratitudinem istius regi» (Mitridatis) in causa simili imitatiis Ciiit bone memorie illustris Karolnsge- candu» rex Sicilie, qui In redemptiouem domini Kaynaldi de Avella, mili- ti» strenui et fldelissinii, qnem rex Fredericus tenebat captlvuin, primo cap- tivo» siculos < quos > habebat et deinum Yschiam Capras Procidam, insula» sai regni notabile», insupcr Castrum abbatis insigne locale, quibus acerrime 8uum regnum poterai circumveniri, contnlit et dedit, volen» potius pre- dictis qnam tanti militis et tam iìdelis carere presidio. * Cod. Vatic. lat. 1924 merobr. sec. Xiv ; cod. Vatic. Kep. 1059 membr. »ec. XIV. Fu pubblicato dall' F.ndlicher Catalog. cod. phiìolog. lat. bibl. Palai. Vindob. p. 85; dal Mlttarelli Biblioth. S. Michaelis 1174; da C. Marchesi Di alcuni volgarizzamenti toscani in codici fiorentini in Studi romanzi V, Perugia 1907. Reco le varianti con nn vel. cap. II) DIONIGI DA S. SEPOLCRO 39 sins de burgo Sancti Sepiilcri ordinis fratrum lieremitarum Sancti Angu- stini Clini Olimi subiectione et reverenti» filiali se totiiiii. Moralium ptiilosoplioiiiin attestante sententia ad vite immane precaven- 5 das insidias et iiominum versntias discernendas virtus, que prudentia nomi- natnr, dignoscitur pre ceteris ymo convincitur necessaria : ea siquidem, cle- mentissime pater, falli non potest, fallere non vult. Homo prudens scit qua via egredi debeat et cito agenda diiiidicat: liinc preterita meinoran- tur, dispensantnr presencìa, providentur futura, nt vere tali virtute dota- 10 tns sit ocnlis corpus plenum, iutrinsecus et extrinsecus ante et retro per totnm, ut prophetica vìsio et lohannls revelatio nianìfestant. Sane libruni Valeri! Maximi prò sua brevitate modernis obsourura temporibus, in quo virtutuni relucent exeinpla et quodam modo singnlari prudentia ipsa refnl- get, declaranduni assumpsi, ut legentibus clarum fìat quod difficile primi- 15 tus apparebat. Hoc autem nullatenus facere potuissein nisi gesta Roma- norum ac etlain alienigenarum per antiquos antores diversis in locis nar- rata seriose perlegissem, qui, quod ipse Valerius breviter, diffuse narrant ac prolixe : quos ideo hic annotare curavi nt operi eertior fìdes detur nec labor videatur inanis tantorum autoritate comprobatus. 20 Sunt autem predicti antores, quos necessario oportuit intueri : Titus Li- vius prlncipaliter et cgregii doctores Augustinus, (ìregorius, Ambrosius et leronimus, quorum dieta, et maxime Augustini libro De civitate Dei et le- ronimi in Cronicis et Epistolis, fuernnt plernnque necessaria. Quandoque etiam de Biblia et Magistro historiarum ac etiani de Decreto et de lohanne 'i'> Crisostomo aliqna prò inaiori declaratìone propositi sunt accepta. Preterea hic inserta assumpta sunt de Hugone libro De sacranientis, de Ysidoro libro Kthìmologiaruni, de Papia, de Ugutione, de Prisciano, de loseplio libro Hi- storiarum antiquarum, de Orosio, de Lactantio, de Macrobìo libro De sompnio Scipionis, de Policrato, de Suetonlo, de Boetio, de Sedulio, de Cassiodoro ^0 libro Variarum, de Seneca, de Tullio, de Platone, de Aristotile, de Aver- roy, de Avicenna libro Naturalium, de Yarrone, de Iure civili, de Vegecio, de Solino, de Plinio, de Frontino, de 'V'ita philosopliorum, de Rethorica Urlili, de Computo, de Fabio ystorico, de Salustio, de Paulo Longobardorum ysto- riographo, de instino, de lulio Florio. Fuit autem necessariuin poetas in- 35 spicere, sicut Virgilium, Lucanum, Oratium, Persium. Ovidium, luvenaleni, Knstacium Venusinum, qui sub nomine poete introducitur et Planctus Ita- lie nominatur, lulium Cesaiem et eius l'oetriam, Stacium et Alexandri Ysto- riam tam metrice quam jirosayce scriptam. Insuper oportuit cronicas in- tueri, videlicet Cronioam Klinandi, Cronicani Atheniensium, Yspanorom et 40 Oallorum ac etiam Annalia Romanorum quorum autor non habetur, et 13. vel sui — 16. vel ni — 17. vel auctores — 18. vel serio — 19. vel prolixe ego hic anotare — 20. vel videtur — 20. autoritate] vel testimonio — 21. vel auctores — 21. vel quos me — 21. vel oportet — S3. vel dieta maxime — 25. vel et a magistro — 26. rei accepta sunt — 27. vèl Ugone — 27. lei libro de sacerdotio — 28. vel Uguitione (Hugulcione) — 32. vel \arone (banone) — 33. de Frontino-philosophorum] de libro ystorico cod. Vatic. Reg. — 35. de Instino de Nonio de Floro Mittar. — 36. vel scilicet — 37. vel Kustracium (Rustrachium, Kustachium, Eustatliium) — 37. vel plancus (plau- («s) — 38. rei poeticam (poetam). 40 FRANCIA (c„p. j, Cronicani Petri Viterbiensig qiie Pantheon appellatur. ac ctiam ploreg alio» rerum ^«sfarnni et particiilarium narratore». Prefatum igitnr opuR, pater reverende, vestro in^enio corriffendum ruIi- mitto, ut qui origine urbi», dignitate orbi» princeps existitis utriusque ge- sta vestri esamini» discreto iudicio discernati» ac ex varietate preterita presencia ordinando possiti» fiitnrornni noticiain arbitrari et tandem vita feliciter usi, illius qui laborantibu» datur in ])remiam et a quo et labori» inicinm et consumationis flnem accepi, posgitis glorie soeiari. 42. i;el atqne pinres (et plnres) — 43. vel et om. — 44. pater et domine reverende cod. Vatic. Keg. — 4.5. urbis romane princeps cod. Vatic. Beg. La lista degli autori potrebbe parere troppo pomposa e de- stinata a colpir di sorpresa il lettore; ma da una rapida scorsa che io diedi al commento ^'^ essa riceve piena conferma, anzi dev'essere completata, perclu'' il testo cita Ippocrate, (ìaleno, un commento aristotelico di Simplicio ^i e Quintiliano, ^s che non compariscono nel proemio. Qualche volta cogliamo Dio- nigi in fallo : sia che rechi come desunti direttamente da En- nio ^^ due versi che gli derivano da Apuleio o da Marziano Capella o da altra fonte; sia che richiami Sallustio per un passo che gli viene da Isidoro, ^^ o che citi e nel proemio e nel te- ■'" Ho letto iì commento nel cod. .\mbros. C 208 inf. menibr. sec. xiv. Contiene il testo contornato dalle glosse di Dionigi, come in altri eodici; f. 166" ExpUciunt filose fratris Dyonisii àe\burgo ordinis heremitarum S. Augustini magistri teologie super Valerio Maximo. Questo codice è mutilo al principio; per la parte mancante ho supplito col cod. Vatic. lat. 1924 membr. sec. xiv. Cito molto »onimariamente per risparmio di spazio; solo nei casi di particolare importanza richiamo i fogli dei codici. Il Pan- zer Annal. typogr. I 76 segna un'edizione del secolo xv, che a me non rinsci trovare. " Cod. Ambros. f. 164v Ypoeras et (Jalenns ; f. 39 Notandnm qnod hie .\rchitas magmi» philosophus tuit sìcut testatur Snpplicius (sic) super pre- dicamenta Aristotilis. ^* Cod. Ambros. f. 132v et hoc ponit Quintilianus libro primo (I 10,18) institutiomiui oratoriarum dicen» : ' fons philosopborum ipse Socrates laro senes (sic) in^titni lira non erubescehat '. '3 Cod. Ambro». f. 138 (Valer. Max. Vili 11,5) linde ponuntur versus Ennii poete: ' Inno Vesta Minerva Ceres Dyana Venns Mars luppiter Mercurio» Liber et Neptunus Appello '; cfr. Apul. lìe Deo Socr. 2 e Martian. Cap. I 42. s* Cod. Ambre», f. 2 unde Salustius eam (Siciliam) dieit Italie coninn- ctam fuisse sed medium spacinm impela mari» divisnm et perangustmn scissum, cfr. Isid. Etijm. XIII 18,3 e anche Serv. ad Aen. MI 414. cap. Il) DIONIGI DA S. SEPOLCRO 41 Sto rautorità di Vairone, mentre trovò la citazióne parimenti in Isidoro. ^^ E cosi sarà di Platone nominato nella dedica. Ma per chi ha dimestichezza con la letteratura medievale e uma- nistica, questi sono peccatucci veniali, che non scuotono per nulla la nostra fede. E fede intera merita il nostro commen- tatore, al quale dobbiamo anzi preziose notizie di autori ignoti. E di vero egli ricorda la Rhetorica di Grillio, da aggiun- gere come quarta alle tre opere del medesimo autore scoperte da Amplonio (sopra p. Ì4).^^ Ci tramanda alcuni passi di un ' Fabius historicus ', il quale non conoscianio per altra via.^''^ Aggiungerò clic egli adopera il Liher de vita philosophoruni non nella compilazione del Burlaeus, che verosimilmente non era stata ancora pubblicata, bensi nella forma primitiva, che vien citata da molti altri, ma della quale fino ad oggi non s'è rintracciato il testo integro, ss '5 P. es. co<1. Vatip. f. 21" (Valer. Max. II 1, 2) temine eum viris cuban- tibiis] Siciit (licit Varrò do vita popiili romani, viri discumbere idest ia- cendo comedere cepernnt, sed quìa iisiis iste mulieribus displieuit, ideo si- debant et viri iacebnnt; cfr. Isid. Ktym. XX 11, 9. 3s Cod. Anibros. C. 144 (Valer. Max. Vili 1.0 Kxt. 1) Predieta de Pita- gora magnifica diffuse ponit fìrilius in sua retlioriea. Potrebbe darsi però che (irillio toceasse di Pitagora nell'illustrare il proemio del lib. II Deinv. di Cicerone, dove si parla dei Crotoniati. R in tal caso avremmo il com- mento di tirillio, già noto, al Uè inv., ma completo, mentre il frammento pili Inngo salvatoci dal cod. Bamberg. sec. xi giunge fino a I 22. 3' Cod. Vatic. f. 31v Sicnt doeet Fabius ystoricus ; ait enim : ' fiallorum .siquidem corpora animi feroces plusquam humana erant sed sicut virtus eorum primo impetu maior est quam virorum ita sequens minor quani fe- minarum' (cfr. Caes. B. G. 1130; IV 1). Cod. Ambros. f. 2 (Valer. Max. II 7, \h) Hanc hystoriam tangens Fabius hystoricus dicit; 'Komaui iusserunt captìvos, quos pyrrus reddiderat, infames liaberi quod armati capi potuis- sent nec ante eos ad veterem statuni reverti, quam sibi notorum (= bi- nomm ?) occisorum hostium spolia retulìssent " (cfr. Frontin. Strateff. IV 1,18, che concorda con Valer. Mass.). " Kccone alcuni saggi. Cod. Ambros. f. ih" Iste Diogene» fuit mirabili» homo ut in libro de floribns )ihilosophorum narratur. Dicebat enim ibi esse comedendum ubi fanies inveniebat et ea bora: unde cum in plathea comederet a quodam interrogatus: cnr in plathea comedis V respondit, quia in plathea fameo (Burlaeus p. 208 sotto altra forma). Kt dum semel iret ad forum et videret hominum popularium multitudinem super crepldinem ascendens clamabat: o honiines venite, o homines venite. Rusticis ergo 42 FRANCIA (cap. II Anche nella letteratura medievale più prossima ai suoi tempi egli ha cognizioni riposte. A me non risulta nota da altre fonti la Poetica di Giulio Cesare ^ e le Etymologiae di Bustrachius. ■*■' Quasi ignoto è Eustachio da Venosa, da Ini citato come ' il poeta ' e la cui opera intitolata Planctus Italie non fu ancora rinvenuta.^' Nuovo dovrebb'essere pure multi» congregatis et petentibns cur vocasset, non voco vos inqait sed lio- mines, qnia brntaliter viventes ut vos non itunt lioniines sed pecudes (Bnr- laeiis p. 206 sotto altra forma); 1'. 131^ Sicut legitur in philosophornra vita Democritus iste vir sìngularis inquisitionis cui fuit cure de oninibuH enti- bus et de omnibus voluit reddere rationeni. Ipse enim fuit ille qui compe- rit feniculum utileni, quia dum moraretur in silva vidit serpentes Unire feniculo oculos suos (manca al Burlaeus) ; f. 162 Nam hic Homerus pisca- tores se et suos pannos sive vcstimenta purgantes. i. (= et?) querentes pediculos iuvenit. Qui tanquam sapienti viro liane questioneni ut solveret petìerunt: quotquot cepimus non habemus < quotquot non cepimus habe- nius >. Que verba Homerus ìntelligens de piscibus, videre non poterat quid illos non haberent quos ceperant et illos baberent quos non ceperant.... Burlaeus p. f>8-60 in forma assai differente. L'aneddoto (anclie in Valer. Max. IX 12 Kxt. 8, e ps. Herodot. T'ito Hom. 35) da altri è riferito a Pla- tone (p. e. Uiog. lAert. Vit. IH 40) '' Conosco bensì un Cesare, del sec. xiii, autore di una Hes metrica e di un Khì/thmicum dictaiiien, pubblicati da Oli. Fierville Une grammaire latine inèdite du XIII siede, Paris 1886, 94-1 l.'i; ma quei trattati si leg- (:ono nel cod. Laur. 23. 22 sec. xiv col nome di Pietro da Isolella (aggiunto di mano del sec. xv). *" Cod. Ambros f. 52 Ut de ipso (Sardanapalo) narrat Kustraebius primo Ethymologiarum et .\ugu8tinii8 2° de civitate dei (II 20^.... Dicit auteni primo Ethymologiaruin Eustraehius bec verba: ' Sardanapalus liabitatio- nem habens in Nilo et in palaciis manens, arma quidem non attlgit neque ad venationem exivit, unxit faciem et oculos subpinsit, ad concubinas de pulcritudine decertans et compositìone oruatus omnì muliebri consuetudine utens....; in suo sepulcro gulosi subscripseraut : tanta halieo quanta come- debair. et bibebam '. Cfr. Paroemiogr. gr. Gotting. 1839, I p. 450. *' Valga questo saggio, cod. Vatic. f. 23v De qua (Tarentina civitate) poeta dicit: ' Deliciis vulgata suis fit nota per orbem Bino cincta mari fertilitatis humus. Emulus liic Rome suus (= sinus) iinbellisqiie notatus Fertilis urbsque mari divitiosa suo; Vitibus hic variis niultisque frondescit (correggi multisfr — ) oli vis Diversis poniis flcubns atque piris. l'ratiset «ilvis uber<r>ìma fert numerosa Hic armenta greges et genus omne fere. Inde Ceres bombis (= bombyx) sai quioquid fertile cultu Terra parit conctis de- litiosa cibis. Quia numerare queat pisces maria ostrea tunnos Anratas zephalos piscis et omne genus '. VimbelUs notatxts richiama Vimbelle Tartnlum di Horat. Epist. I 7,45. «ap- ") DIONIGI DA S. SEPOLCRO 43 il Pantheon di Pietro da Viterbo, senonché è probabile che si tratti di uno scambio col viterbese Goffredo. ^^ Dionigi possiede una larga cultura. Dal medio evo ha de- sunto un buon numero di storici e di cronisti: Paolo Diacono, Elinando, Pietro Comestore (nominato e nel proemio e nel testo sempre come ' magister historiarum '); e molte crona- che anonime : la Cronica Atheniensium (anche col titolo di Gronice Grecorum), gli Annales Romanorum (o Cronice tem- pore Sylle scripte), una Cronica Yspanorum et Gallorum, una Cronica longa, una Cronica Bomandiole,*^ ì Gesta regni Si- culorum e le Storie d'Alessandro Magno in prosa e in versi. ** Altre fonti medievali a lui familiari sono il Computus, il Decretum (di Graziano), il De sacramentis di Ugo (da S. Vit- tore), il PoUcratus {sic, di Giovanni da Salisbury) e i lessici di Papia e d'Uguccione. Degli autori tradotti dall'arabo adopera Avicenna e Aver- roe, dei tradotti dal greco Giuseppe Flavio, Giovanni il Gri- sostomo e Aristotile, di cui cita più opere : VEthic, la Poli- tic, la Phìjs., la Metaphys., la Rhet , la Meteor., il De ani- ma, il De bona fori., il De somn. et vig., il De inund. Nili. ** K reputo sia di fJoffredo la Cronica metrice scripta spesso citata da Dionigi, p. e. cod. Anibros. f. 158t In cronica illa metrica dicitur : ' Ipsa <',apnt regis sub eodeni sanguine niergit Dicens tolle bibe, pravi gula pes- ximaregìs. Sangninises sitiens, sanguinem mensa {= sanguine mersa) bibe ' (cfr. Instin. I 8, 13). *' Cod. Vatic. f. 3 non reputatur superfluum si rediicatur in mentem «inare Romandìola clini flanimina dicebatur; nam sicut legi in quadam cro- nica.... E qui una lunga notizia di carattere leggendario sulle città della Komagna e delle Marche. *> Cod. Vatic. f. 13v (cfr. Valer. Max. I 7 Ext. 2) Hec ystoria aliter in Alexandre narratur; dicitur uanque ibi sive fabulose si ve veridice quod Alexander in arborum solis ac lune monfem ascendens audivit ab ipsis de sua morte responsum.... Notandum quod seqoendo ystoriam Alexandri post- <|uam arbores solis ac lune sibi de morte predixerant virit anno uno et mensibus octo: anno ìnquid completo vlves et mensibus octo. Il vaticinio ' anno completo vive» et mensibus octo ' forma un verso esametro. Pro- balbilmente la storia metrica di Alessandro Magno era il poema in dìstici composto nel 1236 da Quilichinus (Qualichinus, Wilichinus) de Spoleto. Ne restano più codici; sui Parigini 8501,8514 puoi vedere I. Berger de Xivrey in Notices et estraits des mas. XIII, II p. 208-209. 44 FRANCIA (cap. II La sua professione di agostiniano e dottore in teologia li è pegno elle doveva avere molta dimestichezza con gli scrit- tori cristiani. I quattro grandi padri Girolamo, ^^ Ambrogio, Agostino, ■'8 Gregorio stanno alla cima. Poi vengono Lattan- zio, Orosio, Boezio {De consol.}, Cassiodoro { Varine), Isidoro (Etym.). Sedulio è collocato tra i prosatori, donde siamo in- dotti a sospettare che del Trattato pasquale possedesse solo la redazione in prosa. Piuttosto considerevole è la sua conoscenza dei classici latini. I ])oeti che meglio ha in i)ratica sono Vergilio, Orazio (tutte le opere), Ovidio (tutto), Lucano, Persio, Stazio, Gio- venale. Nel campo della prosa spazia più ampiamente. In- tanto troviamo un discreto manipolo di storici o di autori ado- perati come fonti storiche: Sallustio, Livio, Plinio (Nat. Hist.), Svetonio, Frontino (Strateg.), Floro, Solino, Giustino, Vegezio (De re mil.). Di Livio cita le tre deche: la l col titolo di libri ab urbe condita, la III di libri de secundo bello punico, la IV di libri de bello macedonico. Sallustio è per lui l'autore anche à^Winvectiva cantra Tullium. Conosce poi Quintiliano (già ricordato), Prisciano. Macrobio {in Somn.) e il Digestum. Kestano i due sommi prosatori, (cicerone e Seneca. Tra le opere filosofiche del primo attinge al De off., alle Tusc. al De amie, e De sen., tra le rettoriche al De orat. *' Dì Seneca adopera 1 Dialogi, il De benef. *** e J)e ehm., le Epist. e i Proverbia apocrifi. « La Chron., le Epist., Super Matthaeum, Super Kccìeniast.. il prò- Ingus Biblie. <« Z>e civ. dei, le Epist., i Soliloq., Super Genes., De vera relig.. De verbo Dom. *' Cod. V.itic. f. 1' 'rulliu.s libro de oratore: ' ystori.-v est testis tem- porum, Inx veritatis.... ' (II 36); f. 22 Tollius: ' nicliil prestabillins vi- detur qnam posse dicendo tinere {sic) liotniiiiim < cetus > iiieiites allicere volnntate» impellere quo velit ' {De orat. 1 30). Non ho trovato indizi delle orazioni. <■' lA citazione (cod. Ambros. f. llOr) Seneca libro VII de uRìciis : ' Dii» donum posuinius, in stìpem iecimas ' k tratta dal De benef. VII 4, 6. cap. Il) ITALIANI AD AVIGNONE 46 Importazione italiana ix Francia e scambi reciproci Italiani alla curia pontificia in Avignone. Fin qui abbiamo raccolto alcuni di quei fatti, i quali a parer nostro rivelano che in Francia si preparava un risorg^i- mento umanistico indipendente dall'italiano. Ora prenderemo in esame gli italiani che iniziati agli studi elassici nella loro patria si trasferirono, quale occasionalmente quale stabil- mente, in Francia, portandovi semi nuovi di cultura, ma non senza ricevere alla lor volta nuovi impulsi dall'indirizzo che pur colà s'era manifestato : di che nacque quello scambio di dare e di avere, il quale intensificò l'operosità e produsse maggiori frutti. E comincerò col i)rcsentare tre romani : anche perché si veda che Konia i)tiiiia dell'età di Cola di Eienzo s'era già messa per la nuova via. I tre romani sono Raimondo Soprano, tìiovanni Cavallini e Giovanni Colonna. Di Raimondo Soprano ^ non si conosce propriamente la pa- tria; ma buoni indizi portano a credere che fosse di Roma: anzitutto perché sui margini del suo Livio segnò egli stesso notizie molto particolari di tojìografia romana^, poi perché quel codice reca il nome di un personaggio romano, il car- dinal Giovanni Colonna,^ finalmente perché un altro libro con postille della medesima mano del Livio, il codice Parig. lat. 1617, proviene da Roma, dove lo comperò il Petrarca nel 1337.* Raimondo stava presso la curia pontificia di Avignone con funzioni giuridiche, masi occupava anche di storia; e infatti insieme col testo di Livio, il suo codice conteneva pure Dicti e Floro; e nelle postille marginali vengono citati la Descri- zione delle 16 province d'Italia, Solino, Eutropio, Orosio e il ' Tutti lo chiamano Soranzo, a cui corrisponderebbe la forma latina JSuperantius, doveché nei eodici è sempre detto Superanus, V. de Nolhac Pétrarque et V humanisme II' 22, n. 2. 0 sarà meglio Sorano? * Nolhac ib. II 18-19. 3 Id. II 21. Md. II 207 n. 3. 43 FRANCIA (cap. II De civ. dei di Agostino,^ opera quest'ultima che nel medio evo era trattata come una fonte storica capitale. Ma il titolo per cui Raimondo si raccomaniia più a noi è quello di bibliofilo. Il Petrarca lo dice ' copiosissimus librorum ' ; " ma della sua biblioteca giunsero a noi pochi resti: due codici cristiani (i Pa- rig. lat. 1617 e 2540, entrambi del secolo xiv)" e il Livio sopra nominato con Dicti e Floro (ora Parig. lat 5690).* Possedeva inoltre un'antologia ciceroniana col De oratore, col De legihus e 'aliquot orationes ant epistoias'. ® La perdita di questo codice, ilquale era stato regalato al Petrarca, fu ed è cagione di rammarico ai filologi, perché il Petrarca ebbe nell'estrema vecchiaia l'illusione che ivi fosse compreso il De gloria}*^ 11 Petrarca ricevette in dono da Raimondo anche un volume con 'Varronis aliqua '," esso pure perduto, che gli creò un'altra illusione, di poter ricuperare i libri varroniani Divinarum et humanartim rerum}^ Molto probabilmente si trattava delle Sententiae Varronis}^ Raimondo Soprano iniziò la sua collezione a Roma e la prosegui in Avignone, poiché il codice Parig. 2540 già accen- nato sembra derivi dal mezzodì della Francia.!^ '- Nolliac 11 17. 0 Id. 11 20. ' Id. Il 207-208. * Id. II 14-17. Quei)to Livio, entrato poi in potere del Petrarca, contiene tre deche; ma la IV è mutila, perché manca di tutto il libro XXXIII ; e il XL s'arresta al e. 37 (id. II 16). ' Id. I 260. Le orazioni saranno state le tre Cesariane. Nelle epislolas io propendo a vedere nna scelta del corpo epistolare ad Br. e ad Q. fr., compilata da Niccolò da Mu^'lio e tramandat<ici in due codici : il Vatic. Barber. lat. 56 e l'.iugnst. 4.» U (.3006 Heinemann) di Wolfenbiittel, cfr. R. Sabbadini II primo nucleo della bibtiot. del Petrarca in Jiendiconti del r. Istit. Lomb. di lett. e se. XXXIX, 1906, 387. '° Nolbac I 26-3-68. 11 codice andò perduto per colpa di ConTenevoIe da Prato. 11 Id. I 260. » Id. I 267. 1' Petrarc. Fam. I 6 p. .53 Atqui Varronis provcrbìum est: ' nimium altercando veritag amittitnr '. Veramente il proverbio è di Publilio (Ma- erob. Satum. II 7, 11), ma l'attribuzione erronea prora che il Petrarca co- nosceva le Sententiae Varronis. " Nolhac II 207. cap. U) GIOVANNI CAVALLINI 47 Giovanni Cavallini c'informa egli stesso della sua origine e del suo ufficio. Il nome intiero è Giovanni Cavallini de' Cer- roni ; aveva a Roma il canonicato di S. Maria Rotonda e nella curia pontificia di Avignone la carica di scrittore apostolico. ^^ Suo padre Pietro visse fino all'età di cent'anni.'^ Compose una Polistoria,^^ che non mi risulta se ci sia arrivata. Egli invece è noto a noi per le glosse affidate ai margini di un Valerio Massimo. Il codice, ora Vaticano lat. 1927, membranaceo, fu scritto nella prima metà del secolo xiv, secondo ogni proba- bilità in Avignone : comunque, la mano del copista è fran- cese.'* 11 Cavallini emendò il testo del presente esemplare con l'esemplare appartenuto a un patrizio romano, Giovanni Or- sini, arcivescovo di Palermo.'^ Dal modo com'è data la noti- zia pare che l'Orsini fosse ancora vivente; e siccome il suo arcivescovado di Palermo cominciò dal 1320 e fini con la morte avvenuta nel 1333, '^ cosi se ne dedurrebbe che il Cavallini mise mallo alle cliiose del suo Valerio nel terzo decennio del secolo xiv.^i '^ Cod. Vatic. 1927 f. 1 TAber Valerli Maximi lohannis Caballini de Cerronilìus de Urbe scriptoris domini pape et Canonici S. Marie Mo- tunde de dieta urbe. '■^ Ib t. 81 Huic commenioro Petriiin de Cerioiiibns qui centum anno- rum numero vitam egit ; qui nullo unquaiii frigore caput vestimento coo- peruit, qui fuit et pater meus idest mei loliannis Caballini domini pape scriptoris. '■ Ib. f. 84 (Valer. Max. IX 1, 3) In Polistoria lohannis Caballini titulo de superbia cuiusdam ex Columpnensibus in renovanda lege Oppia. " La sua firma sta al f. 93^ : Nomen scriptoris Kadulplius plenuH amorls. '^ Alla fine del Libro IX f. 93v Li bruni istum Valeri! correxit lohannes Caballini de Cerronlbus de Urbe scriptor domini pape cuni Valerio Reve- rendi patria et domini domìni lohannis archiepiscopi panormitani de genere Ursinorum de Cauipoflore et aliquas concordautias apposuit manu sua ex dictis Titi et tullii et plurìum aliorum ystoriographorum. Lo ste.sso Cavallini aggiunse il supposto frammento del libro X con questo preambolo: Deci mu.s huius operis liber qui et ultimus vel negligentia vel malivolentia li- brarionnn deperiit, abrevìator vero tltulos eius habebat integre fortassig, tamen de uno tantum hoc est de prenomine epythoma representabat. ' De prenomlne Terrentius Varrò... ' ™ Gams 952; R. Pirro Sicilia sacra, Panormì 1733, I l.")9. " Un fatto del 133.^j è ricordato al f. 95v : Anno natìvitatis dominice Mille ecc. XXXV. mensis septembris die tertia, pontificatus domini Bene- 43 l'KANUA (cap. It E dalla prima metà del secolo ci pare non si debba uscire, ]»oiché in una nota è |)resupposto vivo il re Koberto di Sici- lia (m. 1343),2^ in un'altra vive ancora il papa Benedetto XII iìu. ]342)."^-* Siccome poi paria di Lodovico il Bavaro in modo •da lasciar credere che fosse morto (1347) 2* e accenna pari- menti alla morte di Stefano Colonna il ^'iovane, senatore di Ronia,^" avvenuta nel novembre del 1347, cosi riterremo ap- 1)rossimativamente ([uale termine estremo l'anno 13i'0. Nelle chiose il Cavallini inserisce continue allusioni aj^li avvenimenti e ai jìersonaggi contemporanei. ])ortando su (jue- «ti e su quelli il proprio giudizio passionato,""* massimamente quando è toccato ne' propri interessi.^^ In ciò egli è un vero precursore degli umanisti del secolo successivo, i quali mi- schiavano nel commento dei testi la loro esuberante jìersona- lità. E uomo di passione si rivela anche jìcr un certo senti- mento di italianità, il quale s'eleva a un'entusiastica enume- -dicti pape XII, Ursini de Fonte et de Monte famosi pri nei pes Romani prop- ter odiuin et briffani qiie liabebant ciiiii Coliimpnensibus... fecernnt dirui -duos arciis inedios Pontis Kmilii. " f. 66 nota prò le^e Koberto rege Sicilie. '3 (. 76v nota contr.i papani Benedictuni XII (1334-4-2), qui imperavit episcopis et pn'liilis ad eoruni epi.scopatinn riddire ut ipse sedei» l'etri apo- stolatn vacnani despicit vi-sitare. Clr. f. 81^' Non sic doniìnius B(ertrandua) de Montefaventio cardinalis qni nunqnam ediflciis ccclesiasticis sna pecu- nia constrnotis inscribl voluit scd ex loto gloriam teniporalem conlempxit. Questo Bertrando fu ereato cardinale nel 1316 e mori nel 1343 (Ciacon. U 411-12); ma non si capisce se .sia aucor vivo. ^* f. 90^' tempore ludovici de bavaria. '5 f. 18 Nota contra d. Stepliannni de Cohinipna qni tempore sui «ena- tus tnlit legein ne noviter nxorati ultra XX «lonvivas eoruin prandiis isivi- tarent; f. .'i2 Kodeni modo contigit Stepliano de Columpna qui poterai eva- dere de bello in quo inortuus init. .sed ut filium periclilanteui in uodem bello videret credens eum posse vivere ipso interiit. Padre e figlio niori- Tono nell'assalto a Porta S. Lorenzo del novembre 1347 (cfr. Lettere di Fr. Petrarca volgarizzate da (i. Fracassetti li 280). •" P. e. f. 20>' Nota contra Tliebaldum de S. Eustachio et illosde genere suo qui assidue apoliant altare S. Marie Rotunde...; f. 90v Sed Theballus de S. Kustacliio vivit malavita auferendo et spoliando altare ecclesie S. Marie Kotundfl... " f. 85v Supple Fredum de Parione de urbe eum cuius periculosa simu- lationo ac perfidia truculenta est tetrius diniicare quam cuni hostibus ma- 1 Ifeafis....; sic liostes lohannis Cahallini corrunipunt dlctum Fredum evi- Hlenter fallacem. oap. II) GIOVANNI CAVALLINI 49 razione di tutti i pregi onde l'Italia è largamente fornita, erompendo in questa vivace invettiva: 'ergo taceant quibus Ytalia tot dotibus piena habetur noverca. Sed quia virtus sibi parat invidiam, non est mirum si Ytalici et Ytalia paradisi terrestris socia ab aliis nationibus brutali more viventibus no- vercatur '."^^ Il Cavallini fu un ricercatore di libri e risulta da ciò, che egli sa che la seconda deca di Livio non si trova comune- mente : soggiunge però che la possedeva il monastero di Mon- tecassino. E di più ancora : che a Montecassino esistevano i sei libri del De re pubhca di Cicerone. *^ Noi ci manteniamo assolutamente increduli sulla doppia informazione ; ma essa è importante per quel che dimostra, che cioè lo spirito di inda- gine era sin da allora molto vivo e che da Roma si guardava già con senso di curiosità e di speranza alla badia di Mon- tecassino : poiché mi pare indubitato che tali voci non da Avi- gnone partissero, ma da Roma. La cultura del Cavallini dalle postille marginali si rivela abbastanza am])ia e varia. Stando alla sua dichiarazione, gli autori maggiormente adoperati furono Livio e Cicerone. E in efifetto Livio è citato frequentissimamente nelle tre deche. Ci- cerone figura con un discreto numero di opere : il De inv., il De orai, ^o (e la ps. ciceroniana Ithet. adHer.) tra le rettori- che, tra le filosofiche il De off., le Tuscul., il De leg.,^^ il De sen., il De amie, e i Farad. ; tra le oratorie p. Deioiaro,^ le " f. S.'jv, facendo eco alle parole di Carbone : ' taceant quibus Italia noverca est ' (Valer. Max. VI 2, 3). " f. 88v Liber livii de bello punico primo comuniter non habetur sed reperitnr liodie in Monasterio Montiscasinatis, ubi etiam consistit liber Tullii de Re publica sex libros contlnens. La leggenda dell'esistenza del De re p. fa capolino più volte, p. e. nel raccoglitore dell'antologia cicero- niana di Troyes (De Nolhac Pétrarque et Vhumanistne I^ 233-4) e in Nic- colò da Cusa, Scoperte 110-111. 3" f. 79 Tnllius de optimo genere oratoris libro secundo dìcit qnod ' ni- chil est perfecto oratore preclarius '... (De orat. II 33) ; f. 44 TuUius libro II de oratore § ' quare primum genus ' (II 2òl). 3' f. 54v Tullius quinto (sic) de legibus. Eicbianio i fogli del codice solo in casi particolari. 3' f. 55» oratio Tullii prò rege deiotaro. Con qnesta avrà posseduto an- che le altre due Cesariane. il. Sabdadini, Le scoperte dei codici. 4 50 FRANCIA (cap. II Philipp.^ e le Catilin.^ Di Seneca figlio adopera tutte le opere filosofiche genuine e alcune spurie; di Seneca padre le Beclamationes o, com'egli le chiama, Acclamai iones : pari- mente le Beclamationes ps. quintilianee. Altri prosatori a lui noti sono Frontino, Vegezio, nn commentatore di Vergilio,^^ Macrobio in Somn. Scip., il Digesto, Fulgenzio {Mitholog.). Oltre Livio s'incontrano i seguenti storici: Sallustio, Svetonio, Solino,^ Giustino (citato quasi sempre come Trogo) ed Eutro- pio. I poeti citati non sono molti: VergiI io, Orazio (glossato), Ovidio (Metam. e A. A?'), Lucano, Giovenale, i Bisticha dello ps. Catone e qualche raccolta ps. ausoniana.^* Un certo numero di cristiani: Lattanzio, Girolamo, Ambrogio, Agostino,^^ Orosio. Cassiodoro, Cassiano, Gregorio Magno, Isidoro^" e la lìegula di S. Benedetto.^' Pochissimi i Greci tradotti: Aristofile (Ethic. e Rhet.), Hermes, Esopo, il cosiddetto Egcsìppo e Galeno.*^ Fra i testi medievali ricorderò la Graphia aureae urbis RomaeS^ ^ f. 85 Tullius libro philippicariini... ' tam fuit immemor bainanitatig '... {FUI. XI 8). 3' f. 85 Ad presentem inateriam laudi» et vicioriim ac iTudelitatum Sylle accedit Tullius libro invectivarum centra Syllani invectiva tertia qiie iu- cipit ' Rem publicam o (juirites ' {Catil. Ili) § ' ille erat unus timendus ex hits omnibus ' (§ 16) et § ' etenim recordamini quiritcs ' (§ 24). yui ha con- fuso i nomi dì Siila e di Catilina. S5 f. 14 Commentator super eneidos qui est septimus liber virgilii dicìt qnod ' trossula est purpura cernia que cocco prctexta contìcitur '. Forse pin che Servio, questo era uu Vergilio glossato, come il Tuionensis, ora Ber- nens. 165, che reca l'identica nota: Aen. VII 612 (Thilo) ' Trosnia que pur- pura coccoque pretesta conlicitur, cui idcirco coccum adhìbetiir qiiod rus- sati antea preliabautur propter vulnera et aspersiones sanguinis quo pos- set hoc colore velari, uiide russati vocabantur '. . s' f. 78^ Solinus de mlrab. mundi ; ma al f. 49 Sydonius de mirabilibu» mundi. Lo scambio ci fa credere che conoscesse anche Sidouio Apollinare. " f. 86 Ovidius... quam necis artifex arte perire sua (.-1. A. I 655-6). 3' f. 76» unde Pictacus philosophus dicit : ' pareto legi quisque legent sanseris ' ; cfr. Ausonii Opuscula ree. Peiper p. 407 v. 12. 3' Molte opere; fra l'altre f. 9.'i Autj:u8tinus super psalmo LXXXXVIIII. *" f. 24 Isidorns de summo bono; f. 42 Isidorus libro li sententìarum. <' f. 66V In regnla beati bcnedicti. *'■ {. 78v Dicit Galienus de exercito {sic} parve spere quod exercitium qnideni potentat, otium liqucfacit. " f. 84v ut notatur pienissime in graphia idest scriptura aurea urbis, que est apnd eccluaìam sancte Marie nove de urbe, quam vidi et Icgi cap. li) GIOVANNI COLONNA 51 Giovanni Colonna. Giovanni Colonna, nato a Roma approssimativamente nel 1265, apparteneva all'ordine dei predicatori domenicani. Della sua prima età sappiamo che fu al servizio di Giovanni Conti romano, provinciale dei domenicani delie province unite della Sicilia e di Roma e poi della sola provincia di Roma. Il Conti ottenne nel 1209 l'arcivescovado di Pisa. Dopo aver retta quella prelazia fino all'anno 1312, egli venne creato arcive- scovo di Nicosia di Cipro, dove mori il 1332.^* 11 periodo di tempo nel quale il Colonna stette al servizio del Conti fu quello dell'arcivescovado pisano (1299-1312). Nella seconda metà della sua vita lo ritroviamo in Avignone occupato presso la curia pontificia, ma non conosciamo né l'ufficio che vi teneva né altro d' importante de' casi suoi, salvo che egli accenna ad avvenimenti degli anni 1325 e 1332. Questo è quanto ricaviamo dai dati autobiografici ch'egli stesso ci fornisce nel Liher de viris illustribus. Altre notizie si desumono da una lettera autografa di Landolfo Colonna, dalla quale argomentiamo come Giovanni fosse figlio di Bar- tolomeo, del ramo dei signori di Gallicano. Landolfo, fratello di Bartolomeo e zio del nostro, fu canonico di Chartres e scrisse due ojìere, un Tractatus de pontificali officio e un Breviarium historiarum, che dedicò a Giovanni XXII (m. 1334).^^ La sua plurifs. Chi vorrà cercare in altri codici postillati del sec. xiv, troverà messe abbondante di notizie. ** Per le notizie biografiche sul Colonna e sul Conti vedi R. Sabbadini Giovanni Colonna biografo e bibliografo del sec. XIV in Atti della r. Accademia delle scienze di Torino .XLVI, 1911, 282 285. A conferma della morte del Conti nel 1332 valga questa nota: 'Anno domini MCCCXXXIl, in kallendis augusti, decessit sancte memorie dominus frater Johannes de co- mite Romanus, ordinis predicatorum, archiepiscopus Nicosìensis, vir inaudite misericordie et pietatis ad paupercs, cuius anima requiescat in pace', pub- blicata da U. Balzani Landolfo e Giovanni Colonna secondo un cod. Bod- leiano, Roma 1885, 4 (estratto duWArchivio della r. società romana di storia patria Vili). '^ Balzani op. cit. 5-6. 52 FRANCIA (cap. II lettera, di cui dicevamo, indirizzata al nipote, venne pur- troppo raschiata in molti punti, che più c'interessavano; ad ogni modo essa e' informa che Giovanni nei primi tempi che vesti l'abito domenicano viveva ancora un po' mondanamente. E mondana fu la sua gioventù, poiché egli ebbe un figlio, Oddone, il quale conseguiva nel 1301 dall'arcivescovo Conti un feudo in quel di Pisa. Giovanni era allora ' familiare e domicello ' del Conti.^^ Giovanni, oltre al Liher de viris illustribus, di cui discor- reremo largamente, compose il Mare historiarum in sette li- bri, terminato poco dopo il 1340,^'' poiché in quell'anno la- vorava attorno al libro VI : e con ciò acquistiamo un nuovo dato cronologico della sua vita. Nel secondo ventennio pertanto del secolo xiv il Colonna viveva ad Avignone. Di là fece escursioni in altri luoghi della Francia, sicuramente a Chartres, probabilmente a Parigi ; •** e in quei viaggi dovette avere occasione di stringere rapporti con gli studiosi di Francia. Egli del resto non era nuovo alla cultura francese, perché il Conti suo superiore era stato al- lievo dell' Università di Parigi e la teologia ivi appresa aveva professata, innanzi di venire assunto a provinciale del suo or- dine, nelle scuole di Orvieto e di Siena. Sicché il Colonna ar- rivò in Francia imbevuto di dottrina italiana e francese. E in Francia prosegui gli studi, anzi, ciò che a noi più importa, vi intraprese o vi continuò l'investigazione dei codici, come ci risulta attestato per Chartres, nella cui cattedrale vide un Livio, e come desumiamo dall' opera De viris illustribus, la quale presuppone una larga padronanza di materiale bibliografico. *^ La lettera di Landolfo fu data in luce da U. Balzani (op. cit. 19-21), che la trasse dai margini di un Lattanzio nel cod. Canon. 131 di Oxford. Su Oddone vedi N. Zuccbelli Cronotassi dei vescovi e arcivescovi di Pisa, Pisa, 1907, 113. *' L"opera s' intitola : Mare historiarum compositum a fratre lohanne de Columpna romano ordinis fratrum predicatorum, Pertz Monum. Germ. histor. X.KIV, 267 n. 3. Il cod. Parigino 4914 fu copiato nel 1381 (ih. 269). 11 Mare del resto fu adoperato da un anonimo ai tempi dell'imperatore Carlo IV (m. 1378; ib. 268). Per l'anno 1340 ib. 266. <« R. .Sabbadinì Giovanni Colonna ecc. 2S2, 284. cap. JI) GIOVANNI COLONNA 53 Il Liher de viris illustribus del Colonna ci è pervenuto in due redazioni: l'una nel codice Marciano latino X 58, del secolo XIV, l'altra nel codice Vatic. Barberiniano lat. 2351, del secolo xv. L'opera contiene le biografie degli uomini il- lustri pagani e degli uomini illustri cristiani, distribuiti in ordine alfabetico. Le due serie, la pagana e la cristiana, son tenute distinte, in modo che i pagani precedono e i cristiani seguono : ma nella redazione Marciana troviamo prima l'intera serie dei pagani, indi l'intera serie dei cristiani; invece nella Barberiniana le due serie si presentano contigue in ciascuna lettera dell'alfabeto. Kiteniamo che la redazione Barberiniana non sia fattura di un interpolatore, ma provenga dall'autore stesso, che abbia voluto rendere più comodo il maneggio del volume e pensiamo che abbia mutata la disposizione dopo ve- duto il De viris illustribus di Guglielmo da Pastrengo, dove è adottato il medesimo ordine: per ogni lettera prima i pa- gani, quindi i cristiani.*^ L'autore ha intrapreso il suo lavoro col presentimento della rovina a cui andavano incontro le scienze e le arti. Le let- tere, egli dice, salvano la dottrina, il giure, la religione e il bello stile {recti usus eloquii), per tacere degli altri vantaggi che arrecano : il conforto nel dolore, il sollievo nelle fatiche, la contentezza nella povertà, la moderazione nella ricchezza e nel piacere. Sicché non vi ha nella vita umana maggior di- letto 0 utilità che nella letteratura : ' experto crede, conchiude egli, quia omnia mundi dulcia hiis collata exerciciis amare- scunt'. Un'altra ragione dell'opera risiede nella professione dell'autore, il quale come predicatore vuol offrire esempi e sen- tenze ai propri correligionari ; e gli esempi e le sentenze non trae solo dai cristiani, ma anche dai pagani, memore del detto di Agostino, che non bisogna aver paura delle verità cristiane le quali s'incontrano presso gl'infedeli, ma occorre anzi to- glierle a loro, illegittimi possessori, e volgerle a uso della fede. ^ •" K. SabbadìDÌ Giovanni Colonna ecc. 281. M Id. 280. 64 l-'RANCIA (eap. II Il Colonna è biografo onesto e avverte perciò il lettore che non tutte le notizie ch'egli comunicherà sono dirette: al con- trario moltissime gli derivano indirettamente da altri. E in verità le fonti sono regolarmente citate. Le principali sono le seguenti: anzitutto i tre biografi cristiani Girolamo, Gennadio, Isidoro, poi le Institutiones div. di Lattanzio e l' Historia ecclesiastica di Eusebio, tra i pagani Seneca, inoltre le opere di due autori assai vicini a lai: lo Speculum historiale di Vincenzo Bellovacense e il Liher de vita et morihus philoso- phorum di Gualtiero Burlaeus, citati quegli per nome, questi, siccome si soleva, col titolo del volume. ^i Dato pertanto l'am- pio uso delle fonti indirette, saremo molto cauti nello stabilire quali fossero gli scrittori noti al Colonna, col rischio di ijeccare per difetto: ma a noi preme sopra tutto di evitare l'eccesso.^^ Autori greci tradotti. Di Platone adopera il Timaeus nella traduzione di Calcidio. Doveva aver veduto molte opere di Ari- stotile, ma ci mancano argomenti per determinarle. Conosce Esopo nelle riduzioni prosastiche e metriche medievali da lai studiate a scuola: ' que eciam hodie a pueris leguntur in sco- lis '. Ha le Antiquitates e il Bellum iudaicum di Giuseppe Flavio, V Historia eccles. di Eusebio già ricordata e il Libel- lus ad monachos di Basilio, con la vita di lui attribnita ad Amphilochio. Interessante è ciò che scrive in proposito di Gio- vanni il Grisostomo: 'vidi et ego librum super actus aposto- lorum quasi nostra etate de greco in latinum translatum '. Il Commentarius in actus apostolorum fu tradotto al tempo di Cassiodoro, ma quella traduzione s"è perduta; di quest'altra medievale non m'è occorso cenno altrove. ^^ Autori latini cristiani. Conosce sicuramente le seguenti opere: le Epist. e il De lapsis di Cipriano; il De vtris il- lustr., le Epist. e il Comment. super propket. di Girolamo; le Epist., le Confess. e il De civ. dei di Agostino e l'apocrifo *' E. Sabbadini Giovanni Colonna ecc. 287. " Transunto la lista degli autori dal mio citato opuscolo (290-306), nel quale il lettore troverà notizie più estese. ') Probabilmente sarà di Burgundione, che tradusse altre opere del Grisostomo. eap. II) GIOVANNI COLONNA 56 Libellus de spiritu et anima; le Hisior. di Orosio; la Fsychom. e il Dittochaeon di Prudenzio; gli Epigranim. di Prospero; le Collation. di Cassiano ; le Episi, di Sidonio Apollinare e vari scritti di Boezio e di Gregorio Magno. Poeti latini pagani. Terenzio ' poeta comicas excellentissi- mtis et in describendis actibus honiinum singularissimus' gli era molto familiare: lo confondeva, .seguendo l'errore di Oro- sio, con Terenzio Culleone. Vergilio era per lui l'autore delle tre opere enunciate nell'epitaffio : ' pascua rura duces ', perciò ignorava V Appendix. Conosce le leggende napoletane ('que Virgilius fecit in civitate Neapolitana '), ma le ripudia perché false; narra invece distesamente la novella della scoperta del sepolcro, ch'egli trae quasi alla lettera da Gervasio dì Til- bury, colorendola, diremo cosi, magicamente. Circa a Lucano osserva che narrò la guerra civile per inteso dire o per let- tura, perché visse un secolo dopo. Stazio, l'autore della Theb. e deWAchill., è per lui, com'era in tutto il medio evo, una sola persona col retore tolosano di egual nome. Gli dà per madre Agilia, madre di Lucano, e aggiunge che in Eteocle e Polinice volle simboleggiare l'odio fraterno di Tito e Domi- ziano. Ma la singolarità maggiore è che lo colloca nella se- zione dei cristiani esaltandone le virtù: ' morum honestate preditus, viciis instanter (donde Statius) restitit coluitque in-' defesse virtutes'. A me non risulta che il Colonna abbia letto la Commedia di Dante; sicché la notizia della cristianità di Stazio gli dev' essere venuta da una tradizione allora viva. Anche Claudiano, ' poeta clarissimus qui gesta Archadii et Honorii imperatorum fratrum luculento Carmine scripsit ', è per lui un convertito al cristianesimo: ma di ciò ha trovato un indizio in una testimonianza di Agostino. Sul conto di Gio- venale ripete, con qualche variazione novellistica, la biografia tramandataci dall'antichità. Finalmente incontriamo Catone,- l'autore del ' libellus (Disticha) qui a pueris in scolis legitur ' probabilmente studiato nel corso elementare anche dal Co- lonna, il quale fa un' osservazione, fatta da altri prima e poi, che questo Catone citando Lucano non è da confondere coi due Catoni più antichi. 56 FRANCIA (cap. II Prosatori latini pagani. Pare che abbia cercato i libri De re pubi, di Cicerone, 'qui nunc nnsqnam reperiuntur '. Dello stesso autore conosceva le tre orazioni Cesariane e verosimil- mente alcune opere filosofiche. Cesare gli era noto sotto il nome di Giulio Celso. Aveva i due Bella di Sallustio, del quale tra- smette un doppio schizzo biografico, compilato sui Bella, sulle invettive ps. ciceroniane-sallustiane, su Orosio e sugli scolii ora- ziani. Di Livio possedeva le tre deche note allora (1, III e IV) e ne scopri una quarta nel Capitolo di Chartres : ' huius hi- storiarum volumen centum quinquaginta libros continet, sed omnes minime reperiuntur, exceptis duntaxat triginta libris, licet raro xl reperiantur; vidi ego tamen quartam decadam in archivis ecclesie Carnotensis;^^ sed littera adeo erat antiqua, quod vix ab aliquo legi poterat '; dove è impossibile decidere se egli intenda veramente della IV fra le superstiti, che cor- risponderebbe alla V,^^ contando la II perduta. La difficoltà delia lettura farebbe supporre che si trattasse di scrittura in- sulare. Riferisce poi una curiosa notizia, secondo la quale i libri di Livio furono bruciati da Caligola, ma che si salvarono i primi quaranta perché s'erano già divulgati fuori di Roma e d'Italia. Sa inoltre della scoperta a Padova del presunto sepolcro. '-^ Valerio Massimo è per lui ' vir Inter Romanos eloquentis- simus ', il cui libro ' hodie apud Latinos multuni communis est '. Giudica Quinto Curzio ' orator insignis, quem discernere non possis utrumne ornatior in loquendo an facilior in espli- cando fnerit'. Il suo volume 'raro invenitur'; 'si quando ta- men apud aliquos inventum est, reperitur in pluribus defec- tuosum et detruucatum '. Seneca fu l'autore più caro al Co- lonna, che lo cita ogni momento come fonte. Confonde al par degli altri di quel tempo in una sola persona padre e figlio, &' Ricorderemo che mio zio Landolfo era stato o era tuttavia ' canoni- CU8 Carnotensis '. » Nell'inventario dei libri di Ferdinando I D'Aragona dell'anno 1481 si legge: n. 17 Decades tra Livii impergameno ; n. 31 Quinta deca Livii (H. Omont in Bibliothèque de Vécole dea chartes, 1,XX, 1909, 456-70). 5" Sotto Iacopo I da Carrara. (1318-24), R. Sabbadini op. cit. 281. cap. U) GIOVANNI COLONNA 57 dei quali ha tra mano tutte le opere, eccetto il Ltidus de morte Claudii. Non ammette lautenticità del De quatuor virtuUhus, del De moribus e dei Proverbia. Si palesa poi convinto della cristianità di Seneca, fondandosi sulle massime cristiane che sono sparse nei vari scritti, ma in particolar maniera sulla corrispondenza con Paolo. Di Quintiliano ha V Institut. orai. in otto libri: perciò mutila; inoltre il Liber causarum ossia le Declamationes apocrife. Altri autori a lui familiari sono Svetonio, Trogo ' vir eloquentissimus ', il quale ' solus ex la- tinis historiographis orientalium regum gesta aggressus est scribere ', compendiato da Giustino, che ' communiter et in lo- cis plurimis reperitur'; gli scrittori dell'jSis^or. Aug.\ Eutro- pio nella redazione ampliata di Paolo Diacono e Simmaco l'epistolografo. Kiguardo a Simmaco contesta al Bellovacense l'affermazioue che fosse suocero di Boezio, ma non per la ra- gione cronologica, poiché ignorava l'esistenza di due Simmachi, bensi osservando che nell'epistolario ci sono frequenti accenni di paganità. L'elenco dei classici latini da noi qui presentato apparisce per vari rispetti lacunoso.- perché, lasciando gli autori più rari a trovarsi, alla lista dei poeti mancano Plauto, Orazio, Ovidio, Persio, Massimiano; mancano alla lista dei prosatori i nomi di Plinio il giovine, Apuleio, Gelilo, Floro, Solino, Macrobio. Ma questo appunto ci prova ciie le conoscenze del Colonna sono pienamente dirette e tutte personali e non raccattate di qua e di là. Ci piova inoltre che i libri di cui dà relazione erano ve- ramente suoi e non provenivano né dalla collezione di qualche alto personaggio della curia, se ne eccettuiamo suo zio Lan- dolfo, né dalla biblioteca pontificia, la quale del resto non possedeva molti degli autori da lui citati. Certo i libri li cercò da se e l'apprendiamo dalle frasi: ' hodie apud Latinos mul- tum communis est ' (Valer. Mass.) ; ' facile volenti querere re- periuntur' (le opere di Seneca); 'communiter et in locis plu- rimis reperitur ' (Giustino); e più ancora dalle frequenti confes- sioni che il tale e il tal altro scrittore non si rinvengono in nessun luogo. Qualche opera la dovette chiedere in prestito; e di vero tra i tanti luoghi nei quali lascia in bianco la ero- f 68 FRANCIA (cap. II nolo^ia defili autori, ve n' ha nn paio dove poteva trovare le desiderate indicazioni presso il Bellovacense e il Burlaeus; ma probabilmente nel tempo cbe stendeva il De viris illu- stribus quei due autori non erano più nelle sue mani. Oltre che nella ricerca e nella collezione dei lesti, l'opero- sità del Colonna si esercita anche nella critica, perché, come s' è veduto, non sempre accetta le attestazioni delle sue fonti, e schiettamente esprime i suoi dubbi sull'identità delle per- sone e sull'autenticità delle opere, precorrendo in questo ri- guardo il Petrarca, col quale per quanto ci consta non ebbe verun rapporto personale. Al pari dei tre romani, dei quali ho finora discorso, viveva in curia un altro bibliofilo italiano, un toscano di Pietraniala, il cardinale Galeotto Tarlati. Galeotto era stato nominato nel 1378 cardinale da Urbano VI; ma dipoi abbandonò questo papa e si ricoverò nel 1388 ad Avignone presso l'antipapa Cle- mente VII, che lo ripristinò nella dignità cardinalizia.-" Mori verso il 1397 (certo prima del settembre 1398) di calcolo a Vienna di Francia. ^^ Del suo amore pei codici attesta ampia- mente Nicola di Clémangis, il quale ricordai suoi libri 'qui multi erant et singulariter electi'. ^^ Fu possessore di un co- dice ciceroniano con opere filosofiche e oratorie.'''' A lui indi- rizzò il Clémangis due famose lettere,*' per confutare l'affer- mazione del Petrarca, che l'eloquenza e la poesia non si po- tessero trovare fuori d'Italia. * * * Prima di lasciare la curia di Avignone, sentiamo rol)bligo di rammentare un altro appassionato raccoglitore di libri, quantunque non italiano : lo spagnolo Pietro De Luna, l'antipapa 5' Ciaconìus II 650; M. Sonchon Die Fapstwahlen, Braunschweig 1899, II 266, 306. M Nicolai de Clemangiis Opera omnia, Lagdnui Batavor. MDCXIII, JSpist, XII p. 50 obiit autem Viennae, calcalo, ut aiunt. ^ Ib. p. 50. '» A. Thomas De Ioannis de Monsterolio vita et operibm, Paris 1888, 60. «' Jipist. IV, V. cap. H) PIETRO DE LUNA 59 Benedetto XIII, assunto alla dignità pontificia il 1394. Pietro De Luna nacque nel 1334 in Aragona; coltivò il diritto civile e canonico, che professò a Montpellier; divenne cardinale di Gregorio XI il 1375. Il Clémangis, che ce lo presenta come ' acutissimus et doctissimus colligendoruinque egregiorum li- brornm avidissimus', narra di essere stato dal di lui biblio- tecario interpellato se possedesse le Epist. di Plinio e d'averlo indirizzato al suo amico Gontier Col che ne aveva una copia.** Quando nel 1408 il De Luna dovette abbandonare la Francia, portò seco la biblioteca ])ontificia, allora di ben 1090 volumi, a Peniscola in Catalogna, dove passò gli ultimi anni della sua vita. Ivi mori nel 1424. "^ II De Luna s'addestrò nelle disci- pline e formò la propria mente in Francia a contatto dei fran- cesi e degli italiani ; rimane ora a vedere se il suo ritorno in Spagna con si ricco patrimonio librario iniziò anche colà il movimento umanistico o meglio contribuì a ringagliardirlo. Io credo di si; cerchi le prove chi vorrà."* Italiani alla curia rrgia in Parigi. Insieme con gli italiani che si recavano in Francia alla curia pontificia, va tenuto conto di altri che frequentavano in- vece la corte regia e tra questi è Andreolo Arese. L' Arese, nativo di Milano, servi tre Visconti: da cancelliere Galeazzo Maria^^ e Gian Galeazzo, da consigliere Filippo Maria. Andò «' Id. Epist. XXXVIII p. 121-12-2. " Delisle Le cabinet I 486-493. Sull'ulteriore fortuna di questa biblio- teca, ib. 493-407. '^ Illustre bibliofilo spagnolo fa p. e. anche Juan Fernandez de Heredia. gran mae.stro dell'ordine gerosolimitano (n. e. 1810), di cui il Salutati (Epist. II 289-90, dove son citate le fonti) celebra la ' copia cumulatioque librorum '. Attese specialmente a raccogliere storici (Plutarco, Eutropio, Orosio) e a farli tradurre in aragonese. E cfr. anche R. Beer Die Hss des Kloster Santa Maria de Bipoli (in Sitzungshtrichte der k. Akad. derWis- sensch. in Wien 155, 3 Abh.; 158, 2 Abh., 1907-08, specialmente 158, 2 Abh. p. 79-96. per gli incrementi ricevuti nei sec. xiv e xv). '5 Sino almeno dal 1379; Epistolario di C. Salutati a cura di F. No- vati, Il 139. 60 FRANCIA (cap. II più volte ambasciatore in Francia/* dove pare si trattenesse a lungo, se stiamo a quello che scrive di lui il Salutati nel 1396: ' qui moram in Gallia continuam trahit '.^^ In questo medesimo anno e nella medesima occasione il Salutati aggiunge che l'Arese aveva scoperto un Quintiliano integro: 'repperit totum Quintilianum de institutione oratoria, quem habenius admodum diminutum'.*^'' La lettera in cui si leggono tali parole è indi- rizzata a un umanista francese, Giovanni di Montreuil. Ve- dremo in seguito che gli umanisti francesi prima del 1397 erano in possesso di un Quintiliano integro, donde la presunzione che la copia dell'Arese provenisse da loro, se pure egli la ebbe; perché se l'avesse avuta, non si capirebbe come fosse ri- masta inaccessibile al Salutati. È certo bensi che Andreolo possedette un esemplare delle Verrinae di Cicerone, da Ini donato alla Sorbona, ora codice della biblioteca Nazionale lai. 16674.''^ E anche questo gli venne, se mal non sospetto, dai francesi, che Io scoprirono nel monastero di Cluni. Ciò non esclude che egli sia stato un solerte esploratore; e ne abbiamo una solenne testimonianza nel Byalogus moralis philosophie di Uberto Decembrio, dove Uberto cosi parla ali'Arese: ' Habes Senecam tunin semper in iiianibus, epìstolas potissime in qni- bus quicquid moralis docet piiylosophia brevibus sententiis explicavit. Ha- bes preterea Cieei-onem, qui ante illum in officii.s, in tusculanis, in bonorum et malornm flnibus, in deorum natura, in divinatione, in legibus et ceteris phylosopiiie voluininibus quantus phiiosoplius in moralibas presertira exti- terit demonstravit. Habes bistori Oi^raplios iandiu faniiliares. Quin imo ad mathematicos tnuin etiam penetravi! ingeninm. Astronomiam po- tissime dilexisti. Qnid loquar in phy sic Ì8? nonne omnem medicine artem solerti etiam studio quesivisti'? E l'Arese risponde : Sed tanien liis libris quos mibi plurimos ut nosti fontana secunda con- tribuit, adversa non sine dolore maxime spoJiavìt. Senecam solum de quo <^ Una delle più antiche ambasciate fu del 1389, Arisi Cremona litte- rata I 229; Epistolario di C. Salutati II 140. «' Epistol. di V. Salutati ìli 146. '« Ibid. «e 11 cod. ha questa nota : Hnnc librum Verrinarum Tallii dedit facun- dus vir Andreas de Arisiis natione lombardus. ambassìator et secretarius d. cap. ri) A. ARESE. A. DE MILIIS 61 supra meministi, veliiti solatorera paupertatis adversantisque fortune inecum ipse detinui.' ■'* L'indagine pertanto dell'Aiese aveva spaziato per vari campi: della filosofia, della letteratura, delle scienze, ond'èa lamentare che non si sappia in quali regioni d'Italia e di Francia egli abbia esplorato e dove sia andata a finire la sua raccolta, che egli, se non interpretiamo male le sue malinco- niche parole, fu costretto dalle necessità della vita a vendere. Milanese era pure Ambrogio de Miliis,'" che nella seconda metà del secolo xiv migrò in Francia in cerca di miglior for- tuna. E miglior fortuna gli arrise per opera di due uma- nisti francesi, Gontier Col e Giovanni Montreuil, che lui po- vero, miserevole e straniero raccomandarono al duca Luigi d' Orléans, ^^2 ji quale lo prese come proprio segretario. E in quel servizio restò fino alla morte del duca, assassinato nel 1407; anzi continuò a servire il figlio Carlo, poiché nel 1412 Am- brogio ricomparisce in Asti,'''^ città che era stata portata in dote al defunto duca Luigi dalla moglie Valentina Visconti. Di Ambrogio de Miliis ci sono arrivate due lunghe epi- stole, ^^ dettate con discreta disinvoltura umanistica, ma nelle dncis Mediolanensis collegio de Sorbona ut poneretur in magna libreria (Delisle Le cabinet li 14.3). ■° Cod. Amhros. B \'ìi sup. f. 104"; il passo è recato in parte dall'Arisi Cremona litt. I 229. ^' Nel Fagnani Famiglie milanesi (manoscritto nella bibliot. Ambro- siana, lettera M II f. 199v) troviamo in data Papié die XVI octobris 1395 nn decreto di Gian Galeazzo Visconti con cui dona la cittadinanza milanese al suo segretario Pliìlippns de Miliis. Ma il nostro Ambrogio pare fosse oriundo di Milano. '' Thomas De Ioannis de Monsierolio etc. 53; Nicolai de Cleniangiis Opera, Epist. i'II p. 33.: Quis enira nescit domuni lohannis (de Monstero- lio) non aliter atque sibimet die noctnque tibi patuisse tuaruniqne miseriarum atque inopiarum perfuginm fuisse?... Tantumne de letheo flumine bibisti ut oblivisci potueris sua meaque instantia atque opera factum esse ut illius clarissimi principis famulatum, quo tantopere modo insolescis, adipiscere- ris? cum tu pauper, inops, alienìgena, raiserabilis potius quam invidiosus me atque illum supplici prece, assidua postulatione incredibilique inipor- tnnitate prò aliquo tibi impetrando servitio quotidie obtunderes ? La lettera è indirizzata dal Col al Miliis. " Thomas 53. '•* Martène Veterum scriptorum... amplissima collectio II 14.56-65. 62 FRANCIA (cap. II quali sopravvivono tracce del cursus medievale: è lo stesso fenomeno che osserviamo nelle lettere del Petrarca. In esse non è sfoggio di cultura, ma vi troviamo un buon manipolo di autori: Terenzio, Vergilio, Orazio, Sallustio, Seneca filosofo e tragico, Giovenale. Ambrogio si professava antivergiliano. La spinta gli sarà venuta dalle critiche mosse al sommo poeta da Evangelo nei Saturnalia di Macrobio ; e siccome egli era un entusiastico ammiratore d'Ovidio, cosi pose Vergilio al di sotto d'Ovidio, che egli giudicava ' ingenii excellentioris'.''^ Si professava inoltre anticiceroniano. Qui la spinta parti dall'invettiva ps. sallustiana e dal Petrarca, che notava nel sommo oratore con- traddizioni e incostanze. '^ Questa insurrezione contro le due massime autorità, riconosciute universalmente, nella poesia e nella prosa rivela uno dei pili singolari istinti umanistici ita- liani, che prenderà forma geniale nel Valla. E al Valla pre- luse il De Miliis anche con attacchi alla religione: ' Novisti, scrive il Montreuil, Ambrosium nostrum de Miliis, audivisti totiens quomodo de religione, de fide, de sacra scriptura deque preceptis ecclesiasticis sentiebat universis, ut Epicurus qnippe, quam catholicus censeretur '." Ambrogio ricercava codici: e qui pure portava un istinto italiano quale s'era manifestato prima nel Boccaccio e si mani- festò poi in Poggio, l'istinto di rubarli. Un giorno andò col Montreuil a visitare la biblioteca di un monastero e approfit- tando della buona fede dell'abbate ne sottrasse furtivamente le Epistole di Seneca. Kimproveratone poscia dal Montreuil, rispose che a quei monaci non sarebbero servite a nulla, mentre a lui erano utili. '^ E un terzo istinto s'appalesa in Ambrogio, quello dell'ac- cattar brighe, che generò la caratteristica e troppo ricca let- teratura delle invettive del secolo xv, auspice in ciò un poco il Petrarca. Pare che il Montreuil apponesse ad Ambrogio di " Marlene II 1424. ■• Id. II 1426-28. ■" Id. II 1416. ■» Thomas op. cit. 74. cap. 11) AMBROGIO DE MILIIS 63 essere egoista ('sibi soli amicus'): bastò questo perché l'ita- liano lanciasse un'invettiva contro il suo benefattore, rinfac- ciandogli l'avidità del denaro e mettendo in ridicolo la sua ambizione letteraria.™ È vero che Ambrogio più tardi cambiò vita:®** ma resta pur sempre che sin dalla seconda metà del secolo xiv egli riunisce in se molti germi peculiari dell'umanista italiano, che riceve- ranno largo sviluppo nel secolo successivo; ma siccome gli manca la genialità vuoi demolitrice del Valla, vuoi esplora- trice di Poggio, vuoi aggressiva dei 'gladiatori della penna', cosi lo possiamo considerare come una loro anticipata cari- catura. PERIODO EROICO DELL'UMANISMO FRANCESE. E ora ritorniamo ai francesi, dai quali il presente capi- tolo ha preso le mosse, per istudiare quelli che hanno creato il periodo eroico dell' umanismo in Francia. Accenniamo di volo ai minori, che cercarono codici o si occuparono in qual- che modo di antichità, quali l'agostiniano Giovanni Coti, bi- bliotecario pontificio e amico del Petrarca, i Giacomo Legrant (Magnus), - Giovanni Courtemisse (Breviscoxa) ^ e Gontier " L' invettiva fu indirizzata al Col (Martène li 1456-59), il quale gli rispose per le rime (N. de Clemaiij.'iis Opera, J'Jpist. VII). *" Martène li 1416: la lettera è del 1400. ' Nel 1345 il Coti era maestro di teologia presso la curia di Clemente VI e penitenziere del papa. Mori il 1361. Fu vescovo dal 1:Ì47 successivamente in tre sedi, all'ultima delle quali, S. Paolo Tricastrino (Trois-cliateaux) fu assunto il 4 novembre 1349. Perciò è tutt' uno col Johannes Tricastrinus, a cui il Petrarca indirizza la Famil. VII 4, dell'anno 1352. Il Coti come cu- stode della biblioteca pontificia aveva chiesto al Petrarca le opere di Ci- cerone glossate {Uhartularium Vniversit. Paris. II 571, 617; tìams 620). Vednnno parlando di Giovanni d'Andrea che il Coti cercò per Ini mano- scritti di (Sirolamo, facendoli venire fin dalla Scozia. Dal medesimo d'An- drea siamo informati che il Coti lesse le Sententiae nello Studio di Parigi. * Thomas op. c;t. 82-83. 3 1 codici Parig. •5740 (Livio), 17895 e 18440 (Terenzio e Cicerone) ap- partennero a lui. Difese Cicerone centra gli attacchi del De Miliis (Tho- mas 83 84). 64 FRANCIA (cap. It Col ^ (Gontherus Colli), perché ci tarda di accostarci ai due grandi luminari, Giovanni di Montreuil e Nicola di Clé- niangis. Giovanni di Monteeuh.. Giovanni di Montreuil (de Monsterolio), nato nel 1354, se- gui gli studi presso l'Università <ii Parigi sotto Giacomo Fla- meng. ^ Abbracciò lo stato ecclesiastico, fu fatto canonico di Kouen e poi proposto di Lille, accumulando molte prebende in grazia dell'elevata posizione politica che si procacciò, poi- ché fino alla morte fu segretario del re Carlo V e segretario inoltre del duca di Berry, mecenate degli studiosi. Sostenne molte ambascerie : in Inghilterra e Scozia del 1394, in Ger- mania del 1400, del 1404 ad Avignone, del 1412 a Koma presso il papa Giovanni XXIII, nella quale occasione visitò anche Firenze, e del 1413 in Borgogna. Mori a Parigi il giù gno del 1418, ucciso dalle soldatesche borgognone. Il Montreuil fu un intelligente, operoso e fortunato ricer- catore di codici. Un forte impulso gli venne dagli italiani e forse prima di tutti da Andreolo Arese, che verso il 1395 Io mise in comunicazione con Coluceio Salutati e col suo circolo : e per mezzo di quegli umanisti egli potè entrare in possesso di alcuni autori. <* Ad alimentargli l' amore per le indagini avrà contribuito anche la presenza a Parigi del milanese Am- brogio de Miliis; ma anche prima di quel tempo il Montreuil deve avere eseguite esplorazioni per conto proprio, certo in * Fu segretario del duca di Berry, a cui regalò i propri codici (Tho- mas 80-81). B Per le notizie biografiche vedi il già citato A. Thomas De Joannìs de Monsterolio vita et operibus, Parisiis 1883, 4-13. • Rechiamo due passi di lettere, forse indirizzate alla medesima per- sona, che ci rimane sconosciuta, perché le lettere del Montreuil sono tutte anepigrafe. Maximas reverentìe tue, pater conscripte, gratias ago et habeo de liberali efficacique missione tua orationis Marcì Tullii prò Quinto Li- gario... Veruni quia apud nos rari sunt (Ciceronis libri) et penes vos in illis partibus, ut dicitur, in copia, obsecro... quotquot plures eiusdem Cice- ronis orationes ac epistolas suas quanticunque constiterint (qui modo non audeo de re publica, de oratore, de particioue orationis, de in- Tectìvis in Verreni et in M. Anthonium, de Tnsculanis queatig. cap. II) GIOVANNI DI MONTREUIL 65 seguito le continuò indipendentemente dagli italiani, che in taluni campi egli superò di gran lunga. Tra le biblioteche da lui esplorate possiamo con sicurezza collocare le parigine, la monastica di Cha-'ilis (Caroli locus) presso Seniis (Silvanectum), "^ ricca di codici cristiani, quella di Cluni, come vedremo, ricca di codici classici e un'altra non bene determinata.^ Innanzi di stabilire quali autori fossero noti al Montreuil, sarà opportuno sgombrare il terreno da alcuni errori. Si cre- dette che conoscesse le Historiae di Tacito,'-* ma il passo che ne reca gli viene da Orosio. i" Nemmeno Lucrezio conobbe. È bensì vero che leggiamo in lui questa citazione : ' lUeque est (Epicurus) de quo disertissimus poeta Lucrecius ait: Ethe- rens sol Veri dici s homi num purgavit pectora dictis 'i' la quale corrisponde a Lucrezio III 1044, VI 24; ma i codici lu- creziani danno aerius in luogo di aethereus e igitur in luogo di hominum. Le due differenti lezioni della citazione del Mon- treuil combaciano con Lattanzio,'* dal quale perciò il Mon- treuil ha derivato il suo testo. Altre citazioni indirette po- trebbero trarre in inganno : una di Lucilio, una di Varrone e una di Cicerone: '^ tutt'e tre da Lattanzio.'' Un'ultima osser- vazione per dissipare un grave equivoco. Il Montreuil scrive: nibus oniis dare) mittere patemitas tua non omittat (Thomas 102). — De- precor qnatenii.s de libris tuis eloquentie ac poesis, quibus te a puero novi multipliciter abimdare, mihi mutuo vel sub vendifionis pretìo commnnicare non recuses. Et si impresentianim non venires Parisius, quod te audio (unde spiritus hilareseunt) e vestigio facturum, per lume accessorem (= nuntium), nepotem tuum..., aliqua de prefate laudabilissime artis oratorie volumina buie sitibundo (= mihi) commnnices atque mittas, maxime cupienti ora- tiones TuUii vel ipsius ant Lactantii et Cypriani epistolas ac opera Virgili! Crispumque Salustium aut etiam l'erentium..., seuetiani... de scripturìs Fran- cisci Petrarche (Martène Veterum scriptoì-um... amplissima collectio II 1433, del 1.395, perché è di ritorno dall'ambagceria inglese del 1894). ' Martène II 1393. " Thomas 74. " Thomas 75. 'O Historiae 1 IO. " Thomas 72. " Lactant. Instit. div. IH 17, 23 ; VII 27, 6. 13 Martène II 1379, 1442, 1483. '< Lactant. Instit. div. VI 5, 2 ; III 14, 15; De opif. dei 17. R. Sabbadini. Le icoptrte dei eodici. 5 66 FRANCIA (eap. Il ' Vale mi pater et ut ad gnatum scribit Cicero tibi persua- deas te michi esse carissimum '. Fu volato scorgere qui '^ un luogo delle Epistulae ad fam. di Cicerone (XIV 3, b); pia si tratta invece della chiusa del De offìcns (III 121) del medesimo autore, opera che appunto è iudirizzata al figlio Marco. Dei greci pagani tradotti nomina spesso Aristotile : no- mina Giuseppe Flavio, ' rerum ludaicaruni clarus valde ac extentus actor'.'^ Autori cristiani greci adoperati nelle tradu- zioni sono Giovanni il Grisostomo •'' e Gregorio Nazianzeno.'* Venera tutti i quattro grandi luminari della chiesa latina: Girolamo, Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno, ma concede le SHe preferenze a Girolamo.'^ Chiese le Epistole di Cipriano,**^ ma non sappiamo se le ottenne. Leggeva il 'ciceroniano'*' Lattanzio tanto nelle Instit. div. quanto nelle due operette minori ; ^ parimenti il De consolai, di Boezio,*^ j^ Mathesis di Giulio Firmico,** VOrmesta di Orosio,'^ e le Etymol. di Isi- doro. 2* Il Montreuil cita volentieri gli autori letti, perché se li era assimilati e perché era fornito di una memoria straordi- naria : dote che gli è riconosciuta dal suo amico Clémangis.*' " Thomas 57; Mendelsohn in Ciceroni» Epistulae, Lipsiae 1893, p. XIII nota. '6 Cod. Vati e. Reg. 332 f. 67. " Marlene II H36. '8 Id. II 1406. '9 Id. II 1404. "> Id. II 1433. " Tliomas 57, 71, 76; cod. Vatic. Reg. 332 f. 55 Firmianns in primo^ suarum institntionum totiiis ernditionis et elocutionis repletaruni, ut dia- logns dici possint Ciceronis. " Sopra (p. 65 n. 14) abbiamo veduto che citava dal De opif. dei. «3 Id. II 1440. " Id. Il 1441. "> Cod. Vatic. Reg. 332 f. 52v Oroslus in Ormesta. !« Martène II 1338. " Nicolai de Clemangìis Opera, Epist. X p. 47 al Montreuil : Miror nempe admodum, cum tot philosophorum moralium documenta, tot grave» oratornm sententias, tot egregia dieta poetarum, tot celeberrima.s historicas- rerum gestarum narratlones pertinaci studio indesinenter lectites, quorum etiam ex frequenti usu partem ingentem memoria retines.... cap. Il) GIOVANNI DI MONTREUIL 67 Forse c'entrava un po' anche la smania di mettere in mostra la projìria erudizione ; ma ciò era naturale in un uomo che si trovava in possesso di nuovi tesori : e noi gliene siamo grati, poiché cosi ci ha dato modo di stabilire di quali autori egli disponesse, massime nel campo classico latino, che è quello che soprattutto richiama la nostra attenzione. Cominceremo dai poeti. Plauto, s' intende il Plauto delle otto commedie, l'ebbe da principio dall' Italia,^^ ma pare che ne aspettasse poi uno da Clani.^'* Per Terenzio professava un vero entusiasmo, onde continuamente gli cadono dalla penna le sue sentenze.^** Altrettanto ripetiamo per Vergilio, il ' poe- tarum parens', il ' rex noster'.^' Apprezzava in Orazio parti- colarmente r ' ethicus ' delle Epistole,^^ ma lo gustava anche come satirico e come lirico.^^ Ovidio era per lui il 'magister amoris ',^* ma ciononostante lo richiama spesso. Altri poeti noti sono Persio e Giovenale, Lucano e Stazio, Seneca tra- gico ^^ e Claudiano.^^ Aggiungeremo qualche componimento ieìV Anthologia'^'^ e dubitativamente l'Homerus latinus.^* " Thomas 70. '3 Vale et quid in ilio Cluniacensi egeria cenobio scriptis intimato nec oblivisearis transeriptionem Plauti senis (Thomas 73). Plauti senis sarà nato àA Plauti Asinii, che si legge nel titolo di alcuni codici (p. e. Vatic. 1630, sec. XV, f. llOv Plauti Asinii poete comici) e di alcune edizioni (p. e. M. Accii Plauti Asinii comici ci. Comoediae quinque, Argentorati MDXIV). *> Thomas 65-68. Lo credeva schiavo africano (Thomas 71), secondo l'er- rore di Orosio. " Thomas 64, Martène II 1425. 3« Thomas 71. 33 Id. 73. 3' Id. 64. 35 Thomas 73, Martène II 1465. 3'i Thomas 70; cfr. Claudian. De IV cons. Honor. 263. 3' Thomas 105; Martène II 1385 Sicut de Virgilio Octavianus ait : Lau- detur vigeat placeat relegatur araetnr (dal carme Ergane supremis attribuito ad Augusto, Bahrens P. L. M. IV p. 182, 42) ; id. II 1432 ab ilio (Virgilio) qui latine eloquentie. ut testatur Angustus, raagnus fuit auctor (ibid. V. 3). 3* Cod. Vatic. Reg. 332 f. 54v quod Homerus per lovem suum maximum conflrmat, qui puerum quem delicias suas vocitabat, ab Orco nequivit ni- sibus totis ad se, fatis obstantibus, revocare (cfr. Hias lai. 520-27 ; ma può la notizia derivare da Cicer. Be divin. II 25). 68 FRANCIA (cap. 11 Passando ai prosatori, enumereremo anzitutto quelli che erano allora più alla portata degli studiosi. Tra questi po- niamo : Sallustio,^* Livio,^" Valerio Massimo,'" Seneca (trattati morali ed epistole^^ Svetonio, Floro,''^ Giustino,** Vegezio,*^ Macrobio.'"' Autori più difficili a ottenere erano : Cesare, che il Montreuil sulle prime cita col nome di Giulio Celso e quindi col suo proprio,'''' Plinio il giovine, di cui adopera più volte le Epistole,^* Plinio il vecchio, del quale giudica ' pinguis et floridus ' lo stile,^3 Quintiliano,»^ Gellio,^' Apuleio,^^ Solino,^» Servio commentatore di Vergilio.^* Autori allora rarissimi erano Catone De agricultura, Var- rone Be re rustica e Vitruvio : e questi ebbe il Montreuil dal- l'Italia ;55 forse da Firenze. Ma d'Italia non gli potè venire Petronio, di cui conosce il carme sul Bellum civile^^ che ci 3' Thomas 74. <" Id. 73. <' Thomas 73, 75 ; Martèiie II 1349 illnd Demadis, cfr. Valer. Max. VII 2 Ext. 13. ■•2 Thomas 74. " Id. 70. .« Id. 71. « Martène II 1356. *'■ Thomas 63 da confrontare col libro IV dei Saturnalia ; id. 73 ; Mar- tène II 1425 cfr. Saturn. VI. <' Thomas 69-70. <' Thomas 74, cfr. Plin. Epist. IV 20; Martène II 1425 iuxta Plinìum ut musas in eo (Virgilio) loqui credas, cfr. Plin. Epist. Il 13, 7, dove però la frase non è riferita a Vergilio. *"> Cod. Vatic. Reg. 332 f. 58v ita ut a Plinio stilo suo pingui ac florido fuerit affirmatum ' naturam mortalibus nichil prestitisse melius quani vite brevitatem' {K. H. VII 168). Questo giudhsio si attaglia a Plinio il gio- vine ; ma allora i due autori erano confusi in uno. 6» Thomas 60, da confrontare con Quintil. Instar. X 1, 112: passo che è anche nei codici mutili. S'i Thomas 70, cfr. Geli. V 16; Martène II 1418 prius euique cum Comico molendum esset in pistrino, cfr. Geli. Ili 3, 14. 5« Thomas 69, cfr. Apnl. Met. IV 18. " Thomas 75. 51 Martène li 1425 Cum... de Marone... dixisset (Cicero): magne spes altera Rome. Questa notizia deriva da Servio ad Ed. VI 11. 6» Thomas 70. ■' Martène II 1337 Cur ita? quia, ut inqutt Anfranìus (con questo nome alcuni codici chiamano Petronio) Scorta placent fractique enervi cor- cap. II)GIOVANNI DI MONTREUIL 69 fu trasmesso anche isolatamente. Questo però non esclude ch'egli possedesse altre parti del Satiricon, poiché ricorda la frase ' irata virtus abditur '?' Abbiamo riservato all'ultimo Cicerone, nella ricerca delle cui opere il Montreuil pose la massima cura, riuscendo a fare delle scoperte di capitale importanza. Sin dal 1395, reduce dall'ambasceria britannica del 1394, si rivolgeva a un ita- liano, il quale ' a puero multipliciter abundabat ' di opere oratorie e poetiche, perché gli mandasse Vergilio, Terenzio, Sallustio, Lattanzio, Cipriano e orazioni ed epistole di Cice- rone.^' Qualche tempo dipoi pregava la stessa persona, come parrebbe, per ottenere scritti ciceroniani. Aveva già ricevuto l'orazione prò Ligario: ora domandava altre orazioni ed epi- stole ; avrebbe voluto chiedere anche il De re p., il De orai., le Partit. orai., le Verr., le Philipp, e le Tuscul.; ma te- meva di essere troppo esigente.^^ Verso il 1410 dava la caccia a un famoso codice, contenente ' libri morales Tullìi pluresque orationes ', che era appartenuto prima al cardinal francese Pietro Amelii (m. 1389), poi al cardinale italiano Galeotto di Pietramala (m. 1397) e da ultimo al cardinale Niccolò Bran- cacci (m. 1412). Il codice era allora a Bologna,^ dove risie- deva la curia pontificia. Pensai per un momento al codice pe- trarchesco di Troyes n° 552; ma esso è in 'littera nova ', do- veché quello cercato dal Montreuil era ' littera nec antiqua nimisnec nova': perciò approssimativamente del sec. xii-xiii. DI talune opere ciceroniane il Montreuil s'era formato un volume, che comprendeva porzione delle Epistole ' cum non- nullis sue industrie aliis operibus '.•^^ |)ore gressus Et laxi crines et tot nova nomina vestia Queqne virum qiieruDt turba sepulta mero circum veni t. Est favor In precio senibusque libera virtus excidit, omnibus una impen- det clades, arma cruor cedes incendia totaque bella ante ocu- los volitanti fervet avaritia pleraque alia inundant vitia, da confron- tare con Petron. 119 v. 25-27, 31, 42-43, 170-171, 215-216. 5' Thomas 73, cfr. Petron. 89, 9. ^' Martène II 1433, citato sopra, p. 64 n. 6. ^' Thomas 102, citato sopra, p. 64 n. 6. ™ Id. 60. »' Id. 107. 70 FRANCIA cap. Il) Dei trattati rettoiici possedeva certamente il De orai, (mu- tilo) e le Fartit. orat.^^ Il De orat. stava nel monastero di Cluni :®3 ed è probabile che di là sia venuto al Montreuil. Aveva un buon manipolo di libri filosofici : i Farad., il De amie, il De nat. d.,^^ le Tuscul, il De divinai., il De leg..''-^ il De off.,^^ il De fin.^'' Alcuni di essi forse provenivano da Cluni, dove si trovavano due copie del De sen., i Farad., le Tusc, il De off. e il De amic.''^ 11 Montreuil era in possesso delle due raccolte epistolari di Cicerone. La raccolta ad Att. stava nelle sue mani sin dal 1395 almeno ; poiché la lettera di quell'anno, da noi più 8U ricordata, nella quale domandava dall' Italia molti autori clas- sici, si chiude con queste parole: 'Vale meque diligas et tibi, ut ciceroniano utar verbo, persuadeas te a me fraterne amari 'r'^» parole che compariscono nelle Epist. ad Att. (1 5, 8). Ne riceviamo la conferma da un altro luogo, dove leggiamo : ' Octaviani autem avus argentarius, pater nempe astipulator fuit, sicuti haec Tnllius certa occasione oborta ad eundem Octavianum scribens improperat '. ™ Qui si tratta à&WEpistula ad Octavianum (§ 9), spuria, trasmessaci con la silloge ad Att.''^ Ora non mi par probabile che il Mon- "^ Thomas 56. Citazioni dal De orat. : Thomas 14, Cicero : ' adest enim fere nemo... ', Be orat. I 116; Martène li 1424: 'Est enim, expriniit ipse, oratori finitimus poeta...'. De orat. I 70; ib. 1329: Phormìones de quibas idem Tullius..., De orat. II 77. "^ M. Manitius, in Philolog. XLVll, Er^iinz. lieft. XV IC : ' Doctrina eiusdem (Ciceronis) de oratore'. Il catalogo del monastero è del sec. Xll. "* Reco dal Marlene II 1378 un passo di lezione un po' controversa : ' Itaque cum Tullio ut alius in Synephoebis libet esclamare : proli deum atque hominum postalo obsecro oro ploro atqne imploro fidem ', De nat. d. I 13. ^ Thomas 56. «« Cod. Vatic. Regin. 332 f. 59 suis in officialibus (Tullius). ^'' Martène II 1442 : ìd asserente Cicerone : ' clamai Epicurus non po- test iocunde vivi...'. De fin. I 67. ^ Mauitius ib. : Tullius de senectnte. Paradoxa Stoicorum Ciceronis. Libri Tusculanarum eiu.sdem. Cicero de officiis. Cicero de amicitia. Tullius de senectute ad Catonem. »« Martène li 1488. '■" Ib. II 1408. '' Forse di essa si parla in un'altra lettera del Montreuil, Thomas 61. cap. II) GIOVANNI DI MONTREUIL 71 treuil sin dal 1395 avesse potuto ottenere la copia delle let- tere ad Att. da Firenze, dove erano arrivate da poco e vi si custodivano gelosamente ; perloché è forza ammettere che le abbia avute dal monastero di Cluni, il cui catalogo reca : * Libri epistolarura Ciceronis ad Atticum XVI *. '* Che egli fosse in relazione con Cluni, ci risulta da quanto scrive in una sua lettera : ' Vale et quid in ilio Cluniacensi egeris cenobio, scHptis intimato ' ; '^ donde apprendiamo che il suo corrispon- dente si occupava di codici. Il medesimo monastero aveva anche la silloge ad fam. in doppio esemplare : ' Epistole Ciceronis ad Publicum Lentulum proconsulem (lib. I) et ad Curionem (lib. II) et ad Appium (lib. Ili) et ad alios multos. Epistole Ciceronis ad Publicum Lentulum et ad alios multos ut supra '. ■" Ma non era com- pleta; abbracciava cioè i primi 8 libri, perché i codici della famiglia transalpina avevano diviso la silloge in due volumi. E di vero da una lettera del Clémangis al Montreuil veniamo a sapere che questi possedeva delle Epist. ad fam. solo una porzione : ' quas penes te prò magna saltem p o r t i o n e ha- bes'. ''^ Prosegue il Clémangis: ' Cum autem Cicero ipse ad reges, ad consules, ad summa imperia scribens... '. E infatti nei primi 8 libri fra i corrispondenti incontriamo dei procon- soli (l 1), degli edili curali (Il 9), dei propretori (II 18), dei censori (III 11) e degli imperatores (III 1; V 7; VII 5), che il Clémangis interpretò per reges. La riprova c'è fornita dal Montreuil, che nelle citazioni delle Epist. ad fam. si man- tiene nei confini dei primi 8 libri : ' Occasione certa data nt ad ligandum committerem eiusdem Ciceronis epistolarum porti onera... ad eonspectum meum sese casn ipsius Ciceronis iniecerunt ìsta verba: CumVatinii defendeiidi st inni liis '...■" (ad /«un I 9, 19). '' Manitius op. cit. "3 Thomas 73, citato sopra, p. 67 n. 29. '* Manilius ib. ■5 Voigt in Ehein. Museum XXXVI, 1881, 47.',. •'■ Thomas 107. 72 FRANCIA cap. II) ' Non pauca similia (Cicero ait) in de consolatione fliìae tractando ' ^' (ad fam. IV 6-6). 'Et si esse una minus poteriinas quam veli mus, animoruro amencoaiunctioiieii4clein'|ii(!stu(IiÌ8 ita ferrea in us, ntnun- quam non una esse, ut ait Cicero, videamnr '. ''^ Eipetianio per le Episl. ad fam. quello che abbiamo detto per le Epist. ad Ait.: il Salutati le custodiva gelosamente, non facendone parte che agli amici intimi, e solo alla sua morte (1406) entrarono liberamente in circolazione. Vengano ora le orazioni ciceroniane note al Montreuil. Le ricaviamo dai seguenti passi delle sue lettere: ' Vide prò Sestio orationem '. " 'In conservatoria seu iiortatoria prò Lucio (= Licinio) Ardila'.*" ' (Juerenti miciii, ut fìt, lioc in Elicone modico alium libelluin quendani meum, nunc quasi dedita opera hese ter quateique (=7) Verrine mee, quas accomodati causa liesterno die quesiistis, obtulerunt '. ' 'Non preteristi videre oratioues Tullii tottot sceleribus implicitas, pre- sertim he quo prò Sexto Koscio, Chientio, Mìlone ac Cecilio (= Caelio) necnon in Claudium (= de domo ad pont.) acte sunt, nichilominusque in Catilinam Verremqne et Antlioniuin..., Ciceronis atqne Salustii vicissitudi- narie invective'. *' Quest'ultima lettera del Montreuil, lunghissima e impor- tantissima per le reminiscenze classiche, credo indirizzata al Clémangis, perché a lui solo si addice la lode che gli rivolge lo scrivente (f. 61): 'Non tu ipse, quo nemineni, pace omnium dixerim, cognovi autores antiquos enixius lectitasse aut intel- lexisse satius... '?, e ne vorrei conchiudere che all'esplorazione del monastero di Cluni ebbero parte tutt'e due. Trascriviamo pertanto dal catalogo di Cluni i titoli delle orazioni ciceroniane : " Martène II 1441. ■» Martène II 1429, cfr. Cicer. ad fam. V 13, 5. '» Martène II 1424. '0 Thomas 55. «' Thomas 55, 108. " Cod. Vatic. Regin. 332 f. 59v. Con in Claudium s'intende inde domo ad pont., che p. e. nel cod. Vatic. 1742 (sec. zv) f. 21òv è intitolata in P. Clodium. cap. II) GIOVANNI DI MONTREUIL 73 n» 412) Defensio Marci Tullii prò Milone; ii" 496) Cicero prò Milone et prò (Cluentio) Avito (=Habito) et prò Murena et prò quibusdam aliis; n°498)''3 Cicero in Catillinam et idem prò Q. Ligario et prò rege Deiotaro et de pn- blicis litteris et de actione ideinque in Verrinisi n° 501) Controversia in Salustium et Salustii in eum et invectìve Ciceronis in Catìlinam. ^* E soggiungiamo l'indice del cod. Parigino lat. 14749, già di S. Vittore, il quale fu tratto, almeno in parte, dai codici di Cluni : 85 a) 1 De imp. Cn. Pompei; 2 p. Milone; 3 pridie quani in exilium iret; i cura senatui gratias egit ; 5 cuni populo gratias egit; 6 de domo; 7 p- Sestio; 8 in Vatinium ; 9 de provinciis consularibus; 10 de harusp. respon- si»; 11 p. Balbo; 12 p. Caello; 13 p. Plancio ; 14 p. Sulla; 15 p. Arcliia; 16 p. Murena; 17 p. Sex. Roselo; 6) 18 pridie quam in exilium iret; 19 cum senatui gratias egit; 20 cum populo gratias egit; 21 p. Marcello; 22 p. Li- gario; 23 p. Deiotaro; 24 invectiva Salustii in Cicer. ; 25 ìnvectiva Ciceronis in Sa!.; 26 p. Cluentio; 27 p. Quinctio ; 28 p. Fiacco. Il cod. Parig. 14749 si compone di due sezioni, come si vede dalla ripetizione dei n' 3, 4, 5 nei n' 18, 19, 20. Il copista perciò 0 meglio i copisti non trascrissero pedissequamente i codici di Cluni, ma ne fecero una scelta. Delle orazioni citate dal Montreuil erano nuove le seguenti quattro: ih Sest.,p.S- Roselo, p. Quinci., p. Flac. La p. Ardi, l'aveva rinvenuta il Petrarca a Liegi ; le due p. Quinci, e p. Flac. tornarono alla luce sul finire del sec. xiv anche in Italia. Ripetiamo dal vecchio catalogo la descrizione di uno dei codici di Cluni : il n° 496) ' Cicero prò Milone et prò (Cluen- tio) Avito (=- Habito) et pio Murena et prò quibusdam aliis. ' Questo volume fu riscoperto da Poggio nel 1415, in un viag- gio che fece da Costanza per la Francia. Egli se ne impa- droni, non sappiamo con qual diritto, e lo mandò agli amici *3 11 cod. 498 di Cluni fu rintracciato nell'odierno Holkhamicas n» 29 del sec. IX ; ma ha perduto molta della sua antica materia. Le parti super- stiti sono: frammenti delle quattro Catil., delle p. Lig. e p. Deiot. e delle Verr. lib. II. 11 Peterson {Anecdota Oxoniensia, Class. Ser. IX p. 11-111, VI) opina giustamente che delle Verr. contenesse in origine i soli libri li e 111 e mancasse forse della p. Marc. *< Manitius ib. *5 Come ha dimostrato A. C. Clark The vetus Cluniacensis of Poggio, in Anecdota Oxoniensia, Classical Series, X p. XI ss. Il Clark crede che i numeri 3-12 derivino dal cod. Parig. 7794 del sec. ix (p. XIV). 74 FRANCIA cap. Il) fiorentini non più tardi del giugno di quel medesimo anno, giacché tra la fine di luglio e il principio d'agosto lo vide a Firenze il Barbaro.^^ In tutto ciò un punto solo ci rimane oscuro : come e quando abbia Poggio nella prima metà del 1415 potuto intraprendere il suo viaggio in Francia. Non sa- rebbe più ovvio il supporre che il manoscritto sia stato portato a Costanza dal Montreuil stesso, che ne fu il primo scopri- tore l»' Di là trassero gli umanisti italiani due orazioni nuove per loro : 1). Sex. Rose, e p. Mur.^^ L'archetipo Cluniacense andò perduto ; onde devesi ascrivere a gran fortuna che prima del trafugamento l'abbiano copiato i francesi, che ce ne lasciarono un apografo ben più coscienzioso ed esatto degli apografi ita- liani. Chi volesse avviare diligenti indagini, riuscirebbe forse a scoprire nel sunnominato Parig. 14749 la mano del Mon- treuil 0 di alcuno dei suoi amici. Da quanto abbiamo esposto risulta chiaro che il Mon- treuil quale ricercatore e scopritore di opere ciceroniane non ha nulla da invidiare né al Petrarca che lo precedette, né al Salutati che gli fu contemporaneo, né a Poggio che venne dopo. Nicola di Clemakgis. Di poco più giovine del Montreuil fu il suo connazionale e amico Nicola Poillevillain de Clamengiis, comunemente de- nominato Nicola Clémangis, nato nella Champagne verso il 88 Cfr. K. Sabbadini La gita di F. Barbaro a Firetue in Misceli di studi in onore di A. Hortis 616. *' H. von der Hardt Rer. cane. Constant. V 28 tra i presenti a Costanza negli anni U14-15 dà Johannes de Monsterolio. Cfr. anche H. Finke UiWer volti Konstanzer Ronzii, Heidelberg 1903, 69. Non si dimentichi che nel- l'ambasciata italiana del 1412 il Montreuil conobbe gli umanisti romani e fiorentini : nella quale occasione egli può aver comunicato la scoperta dei codici di Cluni. *' Il codice conteneva almeno cinque orazioni : p. Mil., p. Cael., p. Rose. Amer., p. Mur. e p. Cluent., come apparisce dagli estratti del Mon- tepulciano nel cod. Laur. 54, b (cfr. Clark op. cìt. p. Vl-VII). cap. II) NICOLA DI CLEMANGIS 75 1360.1 ^ dodici anni si recò allo Studio di Parigi,^ dove com- piuti i corsi elementari s'inserisse nel 1375 alia facoltà di arti,^ ottenendovi la licenza l'aprile del 1380. Immediatamente dopo frequentò la facoltà teologica, ma non vi consegui che il solo grado di i)accelliere. Vesti l'abito ecclesiastico, e nel 1395 fu creato canonico e decano di S. Clodoaldo della dio- cesi di Parigi. Questa prima parte della sua vita egli tra- scorse nello Studio parigino, nel quale insegnò arti dal 1381 al 1397." Col 1397 s'inaugura un nuovo periodo della sua vita, poi- ché il 16 novembre di quell'anno fu assunto aU'uificio di scrit- tore apostolico da Benedetto XIII, che lo investi inoltre di un canonicato a Langres.^ Alla corte di Avignone rimase un de- cennio. Nel 1407, alcuni mesi prima che scoppiasse la nuova bufera con la scomunica lanciata da Benedetto XIll contro il re di Francia, il Clémangis s'era allontanato dalla curia, ri- tirandosi per alcuni mesi a Genova. E cosi egli entra nel terzo periodo: periodo di solitudine e di scoramento, passato nel monastero di Langres (Lingona) e nelle certose di Valprofonds e Fontaine du bosc.'^ In questo tempo comparisce ancora come familiare di sua santità ; '' ma non pare che abbia più risieduto presso la curia. 1 Per le notizie biografiche vedi G. Voigt Bie Wiederbelebung W 349- 356 e soprattutto il Chartularium Univtrsit. Paris. Ili 282, 452, 454, 606, 624; IV 62, 483. 2 Nicolai de Clemangiis Catalaunensis, archidiacoiii Baiocensis, Opera omnia, Lugdunì Batavor. MDCXIII, Epist. XLII p. 127 indirizzata al colle- gio dello Studio di Parigi : Nam quando primum ad urbem illam precla- rissimam atque a laribus patris ad illud vestrum inclytum perveni gtudium ' alter ab undecimo nondum me ceperat annua ' (cfr. Verg. Ed. VIII 39). 3 Nel 1378-79 frequentava il quart'anno (Chartular. Ili 282). * Al suo insegnamento accenna in una lettera al Montreuil (Epist. XIX p. 81), dove all'invito di ritornare a Parigi, risponde : tu et ceteri familia- ritate coniuncti ad me domum properabitis, me assidua flagitatione aliquid legare compelletis, ad me tanquam ad magistrum discipulorum turbam con- gregabitis, sicutuie ibi olim in Studio agentemfaceresolere me- m in isti. 5 Chartular. Ili 454. ^ Voigt II 351-52. ■> Chartular. Ili 454 in una lettera di Martino V del 18 marzo 1418. 76 FRANCIA cap. II) Nel quarto e ultimo periodo lo troviamo nuovamente a Pa- rigi nel collegio di Navarra, dal 1425 circa sino alla morte, avvenuta il 1437.* Il Clémangis è sostanzialmente un autodidacta. Quando egli difende dall'accusa del Petrarca la cultura francese del suo tempo, esce in questa affermazione ? ' in Studio Parisiaco (vidi) etiam sepe Tullianam publice legi rhetoricam, sepe item privatim, nonnunquam etiam Aristotelicam. Poete vero summi et optimi Virgilius atque Terentius illic etiam sepe leguntur '. Vero è che egli parla solo dell'oratoria e della poe- tica; ma anche ristretto a queste due discipline, l'elenco di quei quattro autori è ben meschina cosa rispetto alle vaste e scelte cognizioni che s'era procacciate il Clémangis. Se ascol- tiamo invece Pietro d'Ailly, gli autori letti a Parigi nella fa- coltà letteraria erano i seguenti: ' Granimaticalia Prisciani rudimenta, logicalia Aristotelis argumenta, rhetorica Tallii blandimenta, poetica integumenta Virgilii, Ovidii fabulas, P u 1 g e n t i i mithologias, odas 0 r a t i i , ormestas 0 r o s i i , I u - venalis satiras, Senece tragedias, comedias Therentii, invectivas Salustii, Sydonii epistolas, Cassiodori for- mulas, declamationes Quintiliani, decades Titi Livii, Va- lerli (Maximi) epythomata, Marcialis epygrammata, cento- ues Omeri, Saturnalia Macrobii '.^o Questo secondo elenco è più ideale che reale; restiamo increduli sul conto di Livio, dei centones Omeri (l'Homerus latinus) e delle Odi d'Orazio; escludiamo senza esitazione Marziale, se pure non si tratti del Marziale inglese; ma anche accettata integralmente la lista del d'Ailly, il Clémangis le rimane sempre di gran lunga su- periore. E autodidacta doveva essere, perché fu un solitario. A dif- ferenza del suo amico Montreuil, il Clémangis non ebbe nes- suna corrispondenza con l'Italia e con gli italiani, come, non senza un certo compiacimento, dichiara egli stesso : ' Crede mihi, Bononiam vestram, quam matrem stndiorum vocas, nun- " Vhartular. IV 483. ' Epist. V p. 29. "> Chartular. Ili p. XII. ^ap. Il) NICOLA DI CLEMANGIS 77 quam omnino vidi nec Italiani aliave iuga, pruinis ac perpe- tuo gelu rigentia, viciniua ulio tempore attigi quam nunc at- tingo'.^^ Queste caratteristiche parole sono indirizzate a un italiano, al suo protettore il cardinale Galeotto di Pietramala, il quale non si sapeva dar pace che un francese, il Cléman- gis, potesse essere tanto colto e scrivere cosi elegantemente senza aver frequentate le scuole italiane. Perché bisogna ri- conoscere la verità: il dettato del Clémangis non è certo per- fetto, ma è consapevolmente stilistico; anzi è il solo dettato latino stilistico che il rinascimento francese del secolo xiv ab- bia prodotto. E aveva pienamente ragione il nostro umanista di aifermare, quando calunniosamente gli attribuirono la pa- ternità della bolla di scomunica contro il re, che bastava darle un'occhiata superficiale per accorgersi che quello non era il suo stile ; '^ nella quale occasione gli torna il destro di sog- giungere che spetta a lui il merito di aver fatto risorgere in Francia l'eloquenza da lungo tempo sepolta.^^ E con l'elo- quenza voleva restituita anche la tradizione della bella scrit- tura : la ' perfecta ac rite formata littera ', con l'esatta pun- teggiatura e con gli accenti,'* nel che egli doveva aver in- 11 Epist. IV p. 21. 12 Epist. XLII, XLV, XLVI. " Epist. XLVI p. 141 ipsam eloquentiam diu sepultam in fialliis quo- dammodo renasci novisque iterum floribus, licet priscis longe imparibus, repullulare laboravi. i< Epist. CIX p. 306 al Col : Non te autem latet quanta bisce tempo- ribus intelligentiura .sit scriptorum (copisti) penuria et in iis potissimuni scribendis, que aliquantulum observant stylum, in quibus nisi puncti et note distinctioniim, quibus per cola et commata et periodos stylus currit, attentiori diligentia discernantur, confusum atque barbarum est quod scri- bitur. Tu preterea non ignoras quam rari, imo quam pene nulli talia curent aut observare aut prò sensus atque clausularum varietate distinguere : quam exinde puto negligentiam maxime accidisse, quoniam diutius eloquentia, in qua hec sunt necessaria, caruinius. Cessavit igitur una cura dictatu an- tiqua scribendì formula, qua perfectam ac rite formatam litteram cum certa distinctione clausularum notisque accentuum tractira antiquari! scribebant et surrexerunt scriptores, quos cursores vocant, qui rapido, iuxta nomen, cursu properantes nec per membra curant orationera discernere nec pieni aut imperfecti sensus notas apponere, sed in uno impetu, velut hii qui in stadio currunt, ita fugam celerant ut vix antequam ad metam veniant, sal- tem prò recreando spiritu pausam ullam faciant. Quod quidem In vulgari- 78 FRANCIA cip. II) Danzi agli occhi i graziosi esemplari carolini dei secoli IX e X. Quando il Clémangis scriveva le succitate parole al car- dinal Pietramala, non era ancora il 1397, l'anno in cui il car- dinale mori. E prima di quel termine il Clémangis s'era già fornito di tutta la meravigliosa erudizione classica, che egli rivela massimamente nelle due lettere al Pietramala stesso,'^ volte a confutare l'asserzione del Petrarca, non esistere elo- quenza e poesia fuori d'Italia: alle quali fa d'uopo accom- pagnarne una terza, jìure apologetica, ma anepigrafa,'^ del 1394, quando era tuttavia recente l'assunzione di Benedetto XIII al pontificato. Queste tre lettere meriterebbero d'esser qui ri- portate per intero allo scopo di mostrare quali conquiste uma- nistiche avesse il Clémangis conseguito nel primo periodo della sua vita : che fu il periodo veramente operoso e fecondo in questo riguardo, poiché nel secondo la sua attività venne as- sorbita dalle incombenze della curia pontificia e negli ultimi due abbandonò gli studi classici per i sacri. In quel primo periodo che corre fino al 1396 egli si trova già in possesso di un Quintiliano integro, un ventennio e più innanzi che lo riscoprisse Poggio a S. Gallo ; si trova in pos- sesso del commento di Donato a Terenzio, un quarantennio innanzi che lo rinvenisse a Magonza l'Aurispa. In quel tempo egli conosce molte orazioni di Cicerone, quali le Catil., le Philipp., la p. Mil. e la p. Arch., che potè aver tratte, al- meno in parte, e forse in compagnia del Montreuil, dal mo- nastero di Cluni. Quali altre biblioteche esplorasse il Clé- mangis non sappiamo, se si eccettui quella di Langres e le parigine. Per Langres abbiamo la sua stessa testimonianza : bus scriptìs et qne cult» carent atqne eloquentia, quia satis per se ipsa elueescant, tolerarì ntcunque potest; at ubi ad stylum ventura est, nihil ilio potest esse negotio ineptius, cum ex punctis ac notis illis et sensus et intelligentia et recta pronuntiatio et persuasionis efficacia et clausularum in corpore orationis debita distinctio proveniant: aine quibus quid est ont- tio nisì chaos confusura atque ìndigestum ? 15 Epist. IV e V. 1" E fisi. III. cap. Il) NICOLA DI CLEMANGIS 79 ma restiamo un po' delusi nell'udire che ivi ' librorum magna angustia est':''' s'intende di libri classici, dove ci attendevamo ben altro, pensando che nel 1417 Poggio scopri colà l'orazione ciceroniana p. Caecina. Quanto alle biblioteche di Parigi viene naturale la supposizione, perché in quella città il Clémangis studiò e professò. E di là deriva certamente la conoscenza degli autori ch'egli adopera nella sua primizia letteraria, l'elo- gio dell'Università parigina, composto verso il 1388, dove fi- gurano Terenzio, Vergilio, Cicerone, Cesare, Sallustio, Orazio, Livio, Ovidio, Seneca, Valerio Massimo, Stazio, Svetonio, Gio- venale, Apuleio, Macrobio.'^ Ed ecco l'elenco degli autori noti al Clémangis, i quali trarremo dalle sue orazioni e dalle sue epistole.'^ Autori greci tradotti. Troviamo nominato alcune volte Ari- stotile; ^"^ certamente lo doveva conoscere più che da queste citazioni non apparisca, ma non sembra che lo adoperasse molto. Una volta si richiama alle versioni medievali di Esopo ^^ e un paio di volte alla riduzione perduta delle Vite dei filo- sofi di Diogene Laerzio.^^ Dei greci cristiani è ricordato il Gri- sostonio supra Matthaeum.^^ " Epist. XXVIII p. 102 data ' Lingonae ' : Unum mihi maxime deest solacium, copia librorum, quorum magna in loco isto angustia est, sed con- solantur me sacre littere, ad quas tandem post oratoriam poeticamque lec- tionem me confero. '^ l'ubblicato in Chartular. Universit. Paris. Ili p. XXIX. " Indiclieremo con 0 le orazioni, con E le epistole; la cifra segna le pagine; ma limiteremo le citazioni al puro necessario. Fin qui ho trascritto e seguiterò a trascrivere il testo con l'ortografia press'a poco in uso al tempo del Clémangis, correggendo tacitamente i numerosi errori dell'edi- zione. Della scorrettezza dell'edizione si lamenta anche H. v. d. Hardt (Kerum concil. Constant. I 82-84), il quale avverte che il codice di Wol- fenbiittel dà un testo più emendato e in taluni punti assai differente. » 0 43 ; E 32, 74, 99, 314. " E 169 sua existimatione mons factus raurem partu ridiculoso secun- dum Esopi fabulam parturiat. È la favola 31 di Esopo-Romolo. 22 E 59 illud Socraticum usurpare posse : ' quo ego calicò, locus hic nescit; que locus hic scit, ego non calleo ' (manca al Burlaeus) ; E 259 cum Biante dicere : ' omnia bona mea mecum porto '. «3 E 301. 80 FRANCIA cap. II) Autori latini cristiani. Ne conosce un numero cospicuo : Tertulliano,^* raro nel medio evo, Cipriauo,^^ Lattanzio,-'^ Gi- rolamo,^' Agostino,^^ Orosio,^" PrudenziG.^*^ Ilario di Poitiers e Ilario di Arles,^^ Cassiano, Sulpicio Severo, Prospero, Genna- dio, Gregorio di Toars,^^ Boezio,^^ Isidoro.** Passando ai classici latini, cominceremo dai poeti. Intanto bisogna escludere Plauto, che non è mai nominato. Cosi va escluso Marziale, che egli non segna tra gli spagnoli,^^ e Au- sonio, che non segna tra i francesi.*^ Ma crediamo che cono- scesse Tibullo, ignoto quasi al medio evo, poiché non da altri che da lui reputiamo abbia desunto il gioco di parole ' ferus imo ferreus ' : ^' del resto Tibullo esisteva a Parigi tra i codici appartenuti a Geroud d'Abbeville. I poeti più frequentemente citati sono Terenzio, Giovenale, Vergilio. Terenzio è per lui il ' comicus '; ^* Giovenale il ' satyrieus '.^'^ Di Vergilio adoperava le sole tre opere autentiche ; ignorava perciò le poesie del- '•* E 26 Afer fuit Tertullianus, cuius ipse aliquot vidi volnniina. '5 E 26 Afer martyr gloriosus oratorqne suavissimns Cyprianiis, cuins nihii est eloquentia predulcius ; E 171. « E 26. " E 26. " E 26 fuit Afer ipse Augustinns, iiiter omnes qui latine scripgerunt ingenio mirabìlis, scieiitla ìncoinparabilis, stylo promptissimus, labore vi- gilantissimus, scriptìs copio8Ìs.simu8, disputator acutissimus, catliolice ve- ritatis predicator iìdelissimus, lieresum errorunique omnium extirpator acerrima ; E 20, 257 ; 0 43, 44, 66. " E 26. 30 £; 26 lyrico insignis Carmine Prudentius. s' E 27. ss E 27. S5 E 342. 3* E 317 Duo siquidem eRse feruntur genera salium, unum amarum et liostile, quod Greci sacrosmon dicunt, quia cameni mordeat et dolorem menti inferat, aliud urbanum et iocosum. quod antismon illi appellant, no- stri autem facetiam (cfr. Isid. Etym. 1 36, 30); E 26. =5 E 26. S" E 27. ^ E 81, cfr. Tibull. I 10, 2 quam ferus ac vere ferreus llle fuit. 3s £ 7 ecc. 3^ E 26 ecc. cap. II) NICOLA DI CLEMANGIS 81 VA2)pendix.^^^ Dopo questi i poeti preferiti erano Orazio e Ovidio. Di Orazio ricorda le Odi, le Satire, le Epistole, VA. P. ; " il codice Parigino lat. 7977 Libri omnes Oratii fu suo. Cita d'Ovidio le Mdam., \'A. A., i Trist., Yex Ponto:^^ B.a.m- menta Persio,^^ Lucano,''^ Stazio,''^ Claudiano "^ e presumibil- mente alcuni carmi AtW Anthologia.^'' I prosatori gli sono noti in gran copia. Eicordiamo Ce- sare (col suo nome),'''* Sallustio,*^ Livio,^" Valerio Massimo,^' Frontino (gli Straieg.),^'- Plinio il giovino (le Epist.),^^ Gel- *" E 190 Non repente orsus est Virgilius bella et elarissima ducum ge- sta describero; a pastoribiis cepit, per agros et colonos trans! vit ."icqiiu demuin ad Knoam suum nobili cannine decorandiini pervenit. <' P: 6, 36; e 297; E 16, 17, 36; E 11, 28. « E 45 (tenipus edax Met. IV 234); ^214 (quid magls A. A. I 1, 75); E 8.5 (carmina Tr. I 1, 41), 297 (crede milii Tr. Ili 4, 25-6); E 169 (cre- scit laudata ex P. IV 2, 35). « E 166, 183. '* E 15 (I.uc. V 385-6), 26 ibi Lucanus illina (.Senecae) ncpos, etiam Cordnbciisis, cgregins civiliuni belloruni dcseriptor, astroruni quoqne et pliilosophie doctissinins. Donde avrà ricavata quest' ultìinjt notizia? <5 E 27 Statina Papinius Tolosanus, omnium Inter lieroìcos Latinos, uno exccpto Virgilio, gravissinius studiosissiroaque Vìrgilii ìniitatione alter quasi Virgilius. <" E 120 iuxt.i verbum Clandiani: 'tolluntur in altum ut lapsu gravi ore rnant ' {in Jiuf. I 22-23). ^' E -50 Feci autem elegiaco, ut decet, Carmine, varia epigrammata sive, ut verbo viilgatiori utar, epitaphia... Qnedam binis clausi versibns, qnedam qunternis et nonnulla senis, qui nunierus in epitaphio, si morem veterum sequimur, exccdi non debct. Avrà veduto gli epitafti dei dodici Sapienti su Cicerone ? *^ 0 169 qui (lulius Cesar) in gestis suis inserere non erubuit ' totius fiallie consensu! non modo Koinanorum pottsntiani .sed ne ipsum quidera to- tum pos.se orbem resistere ' {B. G. VII 29). E 254 que, authore lulio Cesare, non i)cr dolos aut insidias solet b(!lla gerere ; Gallorinn enim, ut ille ait, est aperta virtnte i>reliari, non frandulentis nstntiis (Ti. G. 1 13). Questi due passi non sono in Aimoin» llist. frane. ^Migne P. L. X39, 632-7). <■' 0 78 amicorum est idem velie idemque nolle {Cat. 20, 4); E 48, 146. M O 172; E 147 Campane delitie (XXIII 18), 211 Foticiorum (IX 29). ^' A' 261 posscm recenscre Antioclinm regera potentissimum... (IV I Ext. 9), 5- E 82 ut refert lulins Frontinus in libro StratagiMiiatum, Komauis quondam adversus fiennanos bellum gerentilfus Lingonas I,XX mìlia pugna- toruin in anxilium niiserunt (Strat. IV 3, 14). ^' E 48 Meas frequonter exigis litteras, niliil autem liabeo quod sfri- bam, nisì que amicorum inter se communia suiit : valeo bene et opto te R. Sabbadini. Le ficoperte dei codici, 6 82 PEANCIA (cap. Il lio,^' Apuleio,^^ Pomponio Mela,^ Elio Donato (l'^rs)," Servio commentatore di Vergilio,^^ Macrobio {Saturn.),^^ Marziano Capella col commento di Eemigio/''' ora codice Parigino 8674. Di Seneca padre e figlio, da lui confusi in una sola per- sona, conosce tutte le opere prosastiche e poetiche."^ Notevole il giudizio sul carattere 'breve e commatico'^^ dello stile delle Epistole. Con Cicerone ha molta familiarità. Dei trattati rettorici adoperava il De invent.P il De orat.,^^ oltre la ps. ciceroniana Rhet. ad Heren.,^'" che è presentemente nel codice 15559 di Brussella. Un buon manipolo di opere filosofiche : il similiter bene valere (Plin. Kfist. I 11; Senee. Epist.lh, 1, ma s'avvicina pivi a Plinio) ; E 122 aveva veduto le Episi. presso il Col. ^ i? 114 ' Comes ìlle facundus', qui iuxta proverbium I.aberii ' mihi in vìa prò vehieulo fuit' (Geli. XVII U, il proverbio è di Publìlio Siro, ma ivi Gelilo nomina anche Laberìo). 55 E 26 Afer fuit Apuleus Madaurensis ìUustris orator et Inter plato- nicos philosophos fama clarissimus, cuius pulclierrime extant orationes, (De magia o Apologia) qnibus de magica arte sibi obiecta se coram iudi- cibus expurgat, quas me aliquando legisse nemini. 5S E 26 illic Pomponius Mela antiquus cosmographus totius orbia situm et ambitum brevissima et pulcheirima descriptione complexus. 5' E 14 Si Donatum consulas, solecismum illic esse reperies. 5'* J? 42 illud Yirgillanum : 'omnia fert etas, animum quoque' (Ecì. IX 51). Quod si dixeris vatcm per hee verba sensisse animi viresque me- morie per longevitatem auferri et quodammodo extinguì, scio et pasto- rem cuius verba sunt ad hunc quem profers sensum illa dixisse et ita in commentariis solere exponì (Serv. Ecì. IX 51). ^"^ E 39 illorum (oculorum) memor, quos Virgilius texta filis Home- rieis descriptione (Saturn. V 2 e 4). <* E 188 Vidit hee allquantula ex parte Martianus Capella qui Mercu- rium Philologie coniugio copulai. •J' E 26 Anneus Seneca Cordubensìs, nobilis inter stoicos philosophos, orator in declamatoriis, vates in tragediis, cuius sole hodie apud Latinos supersunt tragedie ; E TS ' non magna, inquit (Alexander), cura laboro quid aut quantum te acciperc deceat scd quid et quantum me dare ' (Ben. De benef. Il 16, 1). 6' .E 95 epistole Annei Senece, qui suo brevi et commatico ge- nere dicendi moralia virtutum documenta ex Stoicorum pertica delibata nobis tradii. <>3 E 29 Tallianam rhetoricam ; E 345 eloquentiam sine sapientia... (Ve inv. I n. 6< Fj 12 Tulliua in libro de oratore... (I S) ; £28 in libro autem de ora- tore (I 11). « Sic me Cicero... (ad Her. Ili IO). C'iP- ") NICOLA DI CLEMANGIS 83 De amic.,'^ il De sen./''' le Tuscul.,^^ il Be off.,'^'> il De leg.'" Delle Epistole cita solo le fam.^^ e doveva essere il corpo dei primi otto libri, quello medesimo noto al Montrenil. Le orazioni di Cicerone egli studiò con amore e su di esse anziché sui precetti delle sue opere rettoriche formò il proprio stile.''^ Dalle citazioni si apprende che conosceva le Catil.,''^ le Philipp.,''* la p. Mil.,"'^ la p. Arch.,'"^ la^). Ligario'''' e Be prov. constdar?^ ''*'' 0 43 solem e tnnndo illos tollere dixìt Cicero (De amie. 47); ES2 Cicero... modiuni sali.s (67). <•>' i' 46, K 229 piitat Cicero {De sen. 66). s* O 46 qtiis non luce clariiis vìdeat {Taso. I 90); E 28. 6' E 22 dixisse piito Ciceroneni (De off. I 46); E 24 Cicero neminem pntat (7)e off. I 46). ■•'' 0 161 Tulliana verba ab eo in Ilbris de legibus scripta: ' eo perni- ciosins de re publica merentnr vitiosi principes '... {De leg. Ili 32). " 7<,'86 ' lolianni suo carlss. Nicolaus salutem dlcit'. Nosti suas Ciceronem episfola.stali morcordlri; /'y'95 lege Tullianas epistolas et illas malore ex parte videbis de sua aut amlcoriim suorum re domestica conscriptas : et tamen ille epistole pluris apud plerosque estimautur quam epistole Aiinei Senece... '* E 20 hoc certissime... adstruere audeo, legendìs Tullianis orationìbus quam legenda ipsius arte longe plus me eloquentia profceisse. "' A' 13 Quìs fulminantem... Ciceronem nnnc ferret... in Catilinam?; E 74 qnos sentinam rei pnbliee Cicero vocat {Catti. II 7). ''* E Vi Qnis fulminantem in Marcum Antonium Ciceronem nunc ferret?; E 131 possem... ea uti defensione qua adversus M. Antonium Cicero utitur..., 'quam multa, inquit, solent esse in amicoruui litferis, que si palam apud alios recitentur inepta videantur' {Phil. 117); 7? 260 testis est Cicero antiqui poete sententiam memorans : 'male parta male dilabuutur ' {Vhih II G5). "s E 254 silent leges inter arma, ut ait Cicero (p. Mil. 11) ; E 13 Qnis fulminantem... Ciceronem nunc ferret... in Clodium? Qui si potrebbe inten- dere anche l'orazione de domo. ■f' E 21 ' Hec preterea studia, ut ait Cicero, adolcscentiam exercent (agunt codd.), senectutem oblectant, secundas res ornant, adversis prefu- gium atque solatìum prebent, delectant domi, non impcdiunt foris, pernoc- tant nobiscum, peregiinantur rusticantur ' {p. Arch. 16) ; E 28 in oratione quam prò Licinio Archia scripsit, 'sic, inquit, a summis hominibus erudi- tissimlsque accepimus ceterarum rerum studia et doctrina et preceptis et arte constare, poetam natura ipsa (manca radere) et mentis viribus excitari et quasi divino quodam spiritu inflari ' (§ 18). " E 156 Unde Tullins ad lulium Cesarem, qui de insigni clementia maxime commendatur in oratione prò Q. I.igario, ita loquitur: 'nulla de virtutibus tuis pluris nec adraìrabilior nec gratior misericordia est; homi- nes enini ad deum nulla re propius acccdunt quam salutem hominibus dando, niliil habet nec fortuna tua maius quam ut possis nec natnra me- lius quàm ut velis servare quaniplurimos ' (§ 37-38). '" O 170 Cicero de provinciìa consularibus testatas est neminem unquam . 84 FRANCIA cap. Il) Ci resta a dire dei due autori, la cui scoperta costituisce il principal merito del Clémangis : Quintiliano integro e Do- nato coinnientatore di Terenzio. Ecco i luoghi nei quali il Clémangis parla di Quintiliano: Artis precepta, qiie me quoque apud... Quintilìannm legisse confiteor... "' Cum inulta (vitia) ipsi etiani Ciceroni a suis fnerunt emulia, Quìnti- liauo teste (XII 1, U-22), obiecta.»' Hìne est quod Cato ille supcrior, magnng vir ac doctissimus, oratorem diffiniens ait : orator est vir bonus dicendi peritus: ubi... non primnm po- suit dicendi peritiam sed viri bonitateni (Quinti). XII 1, 1).*" De poetlcis autein est locus apud Quintilianum in libro De oratoria in- stltutione, ubi in omnium genere poematum Romanos et Grecos poetas invicem comparat (X 1, 46-72; 85-100), sola dempta satyra, que 'tota la- tina est' (8 93)... Neque eniin audct Virgilium, qui summns Inter Romanos est (§ 85), aut in bucolico cannine Theocrito equare ant Homero in lieroieo (§86) nec Terentinm comicum Menandro : 'quo in genere dicit I-atinos maxime claudicare' (§ 98), cum lingna latina, nt ait, non sit cap.Tx illius attico vcnustatis, quam greca servat comedia (§ 100)... Nec pretcrea Actium Pacuvinmque tragicos (§ 97) Sophocli aut Kurupidi, nec Horatium lyricnni Pindaro... Quin etiam precipuos romane historie scriptores Salustium et Ti- tum Livìum Tnchitidi ac Herodoto grecis Iiistoricis componens, illis quo- dammodo adsimulare, non autem penitus audct equare (§ 101)...*'- Varus (Verg. Kcl. IX 35) autem iste tragìcus extitit, quem cuilibet audet Greco- rum Quintilianus opponere (§ 98).*-'' ...ut quidam illorum scripserint ' mnsas ipsas si latine loqni vellent, Plautino maxime usuras eloquio' (Quintil. X 1, 99).** Come si vede il Clémangis conosceva il capitolo primo del libro X di Quintiliano dal § 46 al 101 : basterà ora rammen- tare che i codici mutili nel detto luogo comiuciano dal § 108. h'Epist. V, dalla quale abbiamo tratto la maggior messe di notizie, è indirizzata al cardinale Galeotto di Pietramala, sapienter de re p. cogitasse qui non iam inde a principio Romani imperii Galliam maxime timendani putaverit... Addit preterea bec verba : ' Alpibus Italiam niunierat antea natura non sine aliquo nnmine (leggi numinum) munere ; nam si ille aditus Gallorum ìnliumanitati et multitudiui pafnisset, nunquam hec urbs summo imperio domicilium ac sedem prebuisset ' (S 34). ■9 Epist. IV p. 20. *» Kpist. Ili p. 11. *' Kpist. IV p. 22. S' Epist. V p. 25. 83 Epist. V p. 28. 84 Epist. CXV p. 818. cap. II) NICOLA DI CLEMANGIS 86 morto nel 1397: perciò prima di quell'anno il Clémangis pos- sedeva un Quintiliano integro. Fu creduto e affermato che in Francia non esistessero co- dici completi di Quintiliano ; ma due manoscritti parigini, il 7231 e il 7696, del secolo xii, recano un frammento del libro X (X 1, 46-131), che manca negli esemplari mutili, quel fram- mento che contiene i passi citati dal Clcmangis. Uno dei due, il 7696, proviene dal monastero di Fleury-sur-Loire; *^ donde la presunzione che a Fleury avessero anche il testo intero. Escludiamo che il Clémangis si fosse imbattuto in uno di quei due frammenti, perché senza dubbio egli possedeva di Quin- tiliano assai maggior materia che ivi non fosse. D'altra parte la scoperta di un Quintiliano integro in Francia riceve con- ferma da ciò che s'è già detto (p. 60) sul conto dell'Arese. Anche per Donato poniamo a principal fondamento VEpist. V del Clémangis, che per essere scritta al cardinale Galeotto si appalesa anteriore all'anno 1397. Di fronte alle parole del- l'umanista francese collochiamo quelle di Donato.^^ CLEHiHais. Domito. Nunquid ronianus fuit Terentius, totitis latine comedie longe ante alios princeps, qni licet vetustissimus sit, utpote qui tempore belli punici se- pag. 3, 5 cum inter flnem secundi cundl clariiisse dicitur, tam excel- punici belli... lenter tamen tamque eleganter in illa antiqiiitate scripsit, ut omnibus fere posteris latinis et facultatem et voluntatem describende comedie ade- iiierit. Ncque enim post illnm alias scribereaususest, unotantuni dempto pag. 8, 15 Iinnc Afranius quidem Affranlo, qui de Terentìi super alios omnibus comicis praefert, scribens excellentiahunc ternarium iambicum in Compitalibus: Terentio non simi- in Compitalibus scripsit: Terentio lem dices quempiam.^' non similem diccs quemplam. Qua autem Terentius ipsc patria fuerit, '*= M. F. Quintiliani De instit. orai, liber priinus par Ch. Fierville, Paris 1890, LXXXII-LXXXVI. "6 Nell'edizione del Wessner, Lipsiae 1902. *' Non trovo nulla da correggere in questo verso, che presso il Wes.iner suona : ' Terenti num similem dicetis quempiam ? ' Tutti i codici danno dicens. 86 FRANCIA cap. II) fabiilarum siiarum titilli indiraiit, in qiiibus Afer et CliartaBinensis inscri- bitiir. Quod si illuni propterca roina- niim censeii Uebere contcndiint, qiiod captlviis est ex Carthagine, ut non- nulli aÌHiit, Romani perductus...*** png. 3, 4 quidam captuin egse esi- sti inant... Servus in Eunnclio, domini no- mine ancillam daturus de remotis- sima illain comniendat regione: Kx Ktliiopia usque est aucilla hec.*'-' Senex ille qui apud Comicum sa- pieiiter liis verbis pliilosopliatur : ' Oinncs cuni secunde rea sunt ma- xime nieditari secum oportet quo pacto adversam fortunam ferant, pe- ricnla exilin dainna '. Etscquitur: ' Percgre redieris semper cogites aut fìlli peccatum aut uxoria mortem aut morbum filie: communìa esse hec et fieri posse ut ne quid animo sit no- vum quidque preter spein evenerit, omne ìd deputare in lucro'. Super quo Donatua in Commentario: ' bona, iuquit, sententia: nionet tuin maxime aapienti metuendum, quo tempore maxime securus est stultus \'-*> Eun. Ili 2, 18 'usque' addituin est, ut longinquitas monstraretur... Ex Aethiopia est usque haec ostendit quid sit ex Aetliiopia, addendo ' us- que', ut ex longinquitate dignitas muneris pouderetur. Phor. II 1,11. Et bona sententia: tuni maxime aapienti mctucndnni, quo tempore maxime securus est stultus. Una poraione, purtroppo un'ausa! piccola porzione, del com- mento trovato dal Clcmangis si conserva nel codice Ambros. L 53 sup.^' Il codice e di mano francese del principio del se- colo XV e appartenne al Pizolpasso, il quale negli anni 1420-22 fu vescovo di Dax e se lo portò seco al ritorno di Francia in Italia: questo giova a stabilire che fu copiato nel primo ven- tennio del secolo. Ma cbi lo scrisse non era un amanuense di professione, sibbene un dotto, che compilò per proprio uso uno zibaldone classico-umauistico. 11 codice infatti contiene estratti ■« Episl. V p. 25-26. "" Epiai. LVII p. 159. '«> Epist. LXXX p. 242. i" Scoperte 120-121. cap. Il) NICOLA DI CLEMANGIS 87 dalle chiose di Nicola Trivelli alle tragedie di Seneca, estratti dalle Variae di Cassiodoro, dal De re milit. di Vegezio, dal- Vexpositio Terentii medievale e dal commento di Donato, più un passo della Nat. Ristor.^ di Plinio, inoltre lo ps. Seneca Be remediis fortuitoriim, la Catilinaria e la Giugurtina di Sallustio e la vita petrarchesca di Terenzio. Sull'interno dei due cartoni stanno frammenti di una composizione medievale in distici. Perciò il compilatore disponeva dì un buon numero di testi e doveva essere in intimi rapporti col Clémaugis. * * * Qui finisce la nostra rassegna del rinascimento classico francese : rassegna la quale dimostra, vogliamo sperare, che la Francia ebbe germi propri di una cultura nuova. Quei germi furono fecondati nel contatto con gli italiani che anda- vano in Francia mossi da ragioni di studio e più che altro attratti dalla presenza della curia pontificia in Avignone ; e fecondati e sviluppati produssero rigogliosi frutti per opera massimamente del Montreuil e del Clémangis: i due sommi campioni dell' umanismo francese, che possono sostenere il con- fronto di qualsiasi umanista italiano. E in quei due io rav- viso i rappresentanti di due indirizzi diversi. Il Montreuil di- pende in principio dagli italiani, pur avendoli in processo di tempo emulati e in certi rispetti superati. Il Clémangis, auto- didacta, spirito solitario e sdegnoso dell'aiuto altrui, batté vie proprie, ricollegandosi al suo connazionale Geroud d'Abbeville e iniziando un movimento umanistico francese indipendente, vuoi nella cura delia forma vuoi nella ricerca dei codici. Pur- troppo l'opera sua geniale fu dalle turbolenze civili bruscamente e miseramente travolta e troncata; talché quando la Francia, un secolo dopo, volle rientrare nella via dell'umanismo, do- vette ricalcare le tracce degli italiani. "• f. 99» Plinius. Itaque hercle Itnpunitas summa est {N. H. XXIX 17-18). CAPITOLO III Italia. Verona. Verona possedeva nel Capitolo del duomo una delle più ricche e preziose biblioteche medievali. Ad essa aveva lar- p;amente attinto nel secolo ix il vescovo Katerio, che vi lesse Catullo e gli epistolari di Cicerone (ad Atl.) e di Plinio il p;iovine;^ ma in maggior misura vi attinseio i veronesi nella prima metà del secolo xiv, quando stava per sorgere il rinno- vamento classico. Di Guglielmo da Pastrengo, il pili illustre, ho già discorso a lungo ; * su altri tre, degni di particolar men- zione, m'intratterrò qui: il mansionario della cattedrale Gio- vanni de Matociis, l'anonimo florilegista e Piero di Dante. Il mansionario Giovanni , morto nel dicembre del 1337, compose tra il 130G e il 1320 la Historia imperialis, una va- sta cronaca che va da Augusto a Carlo Magno, per la quale ebbe a consultare molte scritture sacre e profane. Per la sua professione religiosa era naturale che gli fossero familiari gli scrittori cristiani e perciò troviamo frequenti citazioni da Gi- rolamo, * Ambrogio, Agostino, Gregorio Magno, Boezio, Pela- gio {super epistolas Pauli), Giovanni il Qrisostomo (Epistolae), ' Cfr. K. Lohraayer in Rìieinisch. Mus. UVIII, 1903, 471. « Scopate 4-20. ' A. Avena Guglielmo da Pastrengo e gliinUi dell'umanesimo in Ve- rona, Verona 1907 (estratto dagli Atti dell'Accademia d'agr. sciente lett. di Verona IV, VII 1906), 34-49. Do i risultati dell'Avena, richiamando solo eccezionalmente le singole pagine. cap. Ili) GIOVANNI DE MATOCIIS 89 Gregorio Nisseno {De anima). Cure speciali dedicò agli opu- scoli di S. Zenone suo concittadino.' Non mancava di una certa cultura letteraria e gli sono noti Prisciano maggiore e minore, le Etymologiae di Isidoro e le Mitologiae di Fulgenzio; ma mostra poca dimestichezza coi poeti ; avrà senza dubbio letto p. e. Vergilio, Lucano, Stazio, ma cita solamente Ovidio ^ (Fast, e Amor.). Invece ado- pera un discreto groppo di storici : Livio, Svetonio, Giustino, Solino, Eutropio, il Ve viris illustribus (nella redazione am- pliata) attribuito a Plinio il giovine,^ Orosio, Cassiodoro, Eu- sebio, Kufino e le famose collezioni degli Ada conciliorum, che formavano e formano ancora uno dei più grandi tesori della Capitolare.''^ Ebbe tra le mani Y Historia Angusta nel famoso codice, coni' io credo, ora Vatic. Palat. 899, che veri- similmente vide nel Capitolo. Egli s'accorse, e forse per il primo, del disordine che il testo presentava in alcune vite* o non è improbabile che o dalla mano sna o di altro veronese provengano le note marginali del secolo xiv che ristabiliscono in parte l'ordine della narrazione.^ Come tra gli autori cristiani ebbe a cuore massimamente S. Zenone, cosi tra i pagani attrassero soprattutto la sua at- tenzione i due Pliui. Quando scriveva VHistoria impcrialis, ossia prima del 1320, egli conosceva indirettamente o almeno * Avena id. 40. s Id. 38. (• 'icv'wK nKWAdnotatio de duohus l'iiniis: Fccit ctiam Plinins... li- brimi viiornm illustiiiini a Proca rege Albaiioriiin iisque ad Cleopatrani in nonagìnta octo capitulis, secuiulum ipsornni viroriini numeruni, in quo vitas ipsorum et merita mirabili et aperta brevit.ite describit (Merrill p. 188, Ci- polla p. 762). La notizia è importante. I.a redazione comune comprende 77 vite e finisce con Pompeo ; la redazione integra, tramandataci da due soli codici (il Bruxell. 9755-63 e l'Oxon. Canon, mise. lat. 131, Scoperte 186), comprende 86 vite e termina, come il codice del mansionario, con Cleopa- tra. La dìfterenza nel numero delle vite dipenderà da un diverso modo di contare i personaggi descritti. Cfr. S. Aurelii Victoris Liber de Caesari- bus ecc., ree. P. Pichlmayr, Mpsiae 1911, p. XIII. ' Avena 45. Cfr. sopra pag. 33. *< Trovò ' valde corruptam et confusam ' la vita di Alessandro Severo e 'valde confusam et discordem ' quella di Gallieno (Avena 35). ^ P. de Nolliac Pétrarque et l'huinanisme li 50. 90 VERONA (cap. IH assai poco i due autori, che confondeva come fece costante- mente il medio evo in una persona sola, sui quali dava una notizia desunta da una cronaca (ut in quadam ystoria le^itur). Pili tardi esaminando il cenno biografico di Svetonio premesso alla Natur. Histor. del vecchio Plinio e l'epistolario di Plinio il giovine, fu posto in grado di distinguere nettamente le due persone e di procacciarsi su ciascuna informazioni più precise. 11 testo dell'epistolario venne da lui certamente trovato nella Capitolare ed era quello l'archetipo della famiglia chiamata dai critici degli otto libri. Egli dettò in quell'occasione una dissertazioncella col titolo Brevis adnotatio de duobtis Pliniis Veronensibiis ex tnultis hic collecta, che premise verisimil- mcnte all'archetipo capitolare e che di là fu poi ricopiata quando isolatamente quando in testa alle epistole. Il mansio- nario corresse gli errori vecchi sui due Plini, ma ne introdusse lino nuovo, che fossero cioè entrambi veronesi.^' Il FLOBILEGISTA DEL 1329 Il codice CLXVIII (155) della Capitolare di Verona reca all'ultimo (f. 27) questa sottoscrizione : ' Expliciunt Flores mo- ralium atoritatum maxime Utilitatis et honoris sub brevi Inter- vallo conditi per me (seguono sei punti disposti a stella e un'V). In hoc lassum opere laborando. Sub anno xpisti Imperantis, mil- lesimo, bis centum lunctis centumque triginta, minua uno'.' '0 La Brevis a(lnotalio fu recentemente ripubblicata da C. Cipolla in Miscellanea Ceriani, Milano 1910, 758-63 e da E. Truesdell Merrill in Clas- sical Philology V, 1910,186-188. Ivi il mansionario cita tra le opere di Plinio il giovine due titoli, che non so donde abbia desunti : De institutione ar- tium liberalium libros septem; De tripartitione orbis librossex. 11 Merrill si studia di dimostrare che il mansionario conosceva l'epistolario anche quando componeva V Hislor. imper. (ib. 177-181); ma le sue ragioni non sono adatte a persuadere interamente. Sul cod. Capitolare dell'epistolario clr. anche K. Lohmayer in Hhein. Museum T,VI11, 1901, 467-471. Che il man- sionario sia stato il primo ad assegnare a Verona i due Plini, è affermato dal Della Torre Rezzonico Disquù-iiliones l'iinianae I 4. ' La sottoscrizione fu pubblicata più volte (dal Detlefscn in Jahrbii- cher far class. Philol. 1863 p. 552, da W. Meyer Die Sammlungen der Spruchverse des Publilius Syrus, Leipzig 1877, 66, da A. Avena op. cit. 80), cap. HI) IL, FLORILEGISTA DEL 1329 91 Sbrogliato dalle pastoie della forma esce fuori netto il 1329 quale anno della compilazione; ma il nome del compilatore rimarrà forse per sempre celato sotto quei sei punti disposti a stella e sotto la sigla ' V '. Rassegniamoci pertanto a ignorare l'autore e occupiamoci dell'opera. Cominceremo dall'accennare gli estratti dagli autori greci tradotti. Di Platone conosce il Timaeus, tradotto e commen- tato da Calcidio;^ di Aristotile, sedici opere, ^ tra cui gli Oeconomica, traslatati da poco (nel 1294). ^ Ha alla mano le Antiquitates, De bello iud. e Cantra Apionem di Giuseppe Flavio,^ Egesippo, •* Giovanni il Crisostomo super epistola ad Hebraeos,'' VEcclesiast. historìa di Eusebio con la continua- zione di Rufino,* le Sentenze di Sisto,^ Esopo nella parafrasi metrica di Romolo,^" le Exhortationes ad Demonicum di Iso- crate. ^1 II libro del Burlaeus De vita et moribus^hilosopho- rum non era ancor giunto a Verona o meglio non era ancora stato pubblicato, sicché il nostro florilegista non da esso at- tinge le massime dei filosofi, ma dalla fonte comune,!"^ che s'è perduta (cf. sopra p. 41). m.i (la nessuno parmi esattamente. Il codice presumibilmente dalla casa dell'autore passò presso i Del Monte, uno dei quali ci segnò la nascita di sette suoi figlioli; la primogenita nacque nel 1488. Solo più tardi sarà en- trato nella biblioteca della Cattedrale. L'opera comprende tre libri, suddi- visi in capitoli. 2 f. 3, 7, 13v Plato in Intlraeo, 14v Plato in Tymeo; f. S^Calcideus super Timeo ecc. Non gli erano noti il Meuone e il Fedone tradotti dall'Aristippo. ' Avena op. cit. p. 42. * {. 15 Aristotiles in ycono(micis). s f. 3, 10', 17 ecc. 8 f. 1" ecc. ' f. IV . 8 f. IOt , 12 ecc. " f. 12v Sistns philosopliHS : ' etiam in mìnimis caute age '. "' f. 6v . " f. 6 (I)socrates libro exhortationum : ' i'idelis esto diis non tantum ymolans sed in iureiuraudo perseverans; illud .enim iuditium""operum est, lioc vero probitatis signuin ' ; f. I5v (I)socrates: ' Consiliare diutius, eflice vero consiliata velocins. Sic autem ad penìtus consiliandum incitaberis, si calamitates provenientes ex consilii carenila prospexerìs ; nam et sanitatis servande magis sumus seduti cum n\iseri8 langores animadvertimus '. '2 Coincidono col Burlaeus p. e. le seguenti : f. 1» Solon : ' deos lionora ' (Buri. p. 18); f. 14^ Talcs milesius : ' velocissimum entium est intellectus, 92 VERONA ,,p „j) Troviamo frequentemente nominato losep in 1", in 2°, in 3° Ylliados, '^ che non è autore antico : si tratta del poeta in- glese losepii Iscaiins del aec. xii, che ridusse in versi la prosa di Darete De excidio Troiae. " Numerose e importanti sono le citazioni dai poeti latini. Di Plauto non ha letto nessuna commedia, eccettuato il Que- rolus, che è una riduzione posteriore dell'^lM/w^ana; ''■ ma in compenso sovrabbonda negli estratti da tutte le comme- die di Terenzio.!" Adopeia tutto Vergilio (meno V Appendix), tutto Orazio,!" tutto Ovidio, '^^ Lucano, i due poemi di Sta- zio, Giovenale,!^ i Disticka di Catone. ^^ Gli è noto Mar- ziale, ^i poco divulgato nel medio evo. Cosi reca molti passi da Claudiano, fornitigli isAVopus maius,^'^ il che potrebbe signifi- passim otenim curri t ' (Buri. p. 10); f. 10 Cleobolus: 'dilìge scientiani, ignorantiam fiige ' (Buri. p. 42); f. 15 Socrate» : ' velox consiliuiii scqiilfur pcnitentia' (Buri. p. 126); f. 24 Plato : ' non liabites terram in qua sniiiptiis lucruui cxuperant et in qua mali prevalont bonis et ubi pluriinum.dcniini luentiuutur ' (Buri. p. 2241. Mancano al Burlaeas queste altre dne : f. 24 Teo- critus : ' veritas brevis est, ineDdatinm longuni ' ; f. 25» MeneTranes (Meno- plianes?): 'cuui illi quidam diceret : ille illius amicus est, cur ergo, inquit, ilio divite ille pauper est? amicus non est qui fortune particeps non est ', le quali ritornano in Caecilii Balbi De nugis phiìosophorum p. 24 e 29 (dal cod. Monac. lat. 6292 del sec. x). Di questa di Demostene, f. 19» Dc- iiiostenes : ' Icx est cui omnes liomines decet obedire propter multa et va- ria et maxime quia omnia lex est iuventio et donum dei; dogma autem omnium sapientuni, cohercio delictorum voluntarioi-um et involuutariorum, secundum quam decet vivere qui in civitate sunt ', non ho rinvenuto men- ziono altrove. Sulla questione cfr. Wolfllin in Archiv fiir ìatein. Lexikogr. XV, 1908, 569-74. '•■' f. 1, 3v, 4, 6v, 7 ecc. •• Vedi l'edizione di Darete, FJpsiae 1873 (Mcister) p. XVlll-XX e M. Ma- nitius in Mitteilunf/en der Gcsellsch. filr deutsche Ereiehung und Schul- gesch., XVI, 1906, 2.-)0. '3 Citata sempre col titolo Plautus in Auluìaria. "> Avena op. cit. 41. »" Id. 38. IX Id. 39. '" Id. 40. 2" Id. 39. " f. 1» Marcialis coqus (Mart. Vili 24, 3-6). Ma più spes-so clie il Mar- ziale antico, è citato il suo imitatore inglese Godfrey di Wince8ter(m. 1107), autore di un Liber proverbiorum, Avena 40. ^ I richiami sou fatti con uu numero progressivo : Claadianus in primo cap. Ili) IL PLORILEGISTA DEL 1329 93 care che non gli fosse sfuggito nemmeno l'opus minus o De rapiti Pros. Compariscono poi nei Flores poeti rimasti fino allora sco- nosciuti. Le sentenze di Publilio Siro non furono interamente ignorate dal medio evo, che le trovava nelle sillogi spesso ano- nime dei proverbi, ma il nostro veronese potè attingere a una raccolta più ampia, poiché sedici delle sentenze da lui tra- scritte non occorrono in altre fonti. ^' Da poco era tornato alla luce Catullo : e il nostro florilegista è uno dei primi a ci- tarlo.^^ Nuovo era parimente Tibullo, da cui egli deriva tre passi.-^ E affatto nuovi due tardivi poeti cristiani, l'uno Bloso Draconzio, dalla cui Jlomulea trae quattro frammenti,^'' l'altro Creseonio Corippo, alla cui lohannis attinge nove citazioni.^' E siamo ai prosatori latini. Ecco intanto un manipolo di storici: Giulio Cesare, appellato col suo nome^^ e non con Maioris (f. 1", 2, 17») = In Ruf. 1 21-23; 86-S7 ; 215-19; Clandianns in 2 Cf. 20) = In Buf. II 230; Claudianus in 4 (f. 4) = J)e IV cons. Iloti. 220- 27; Claudianus in V (f. 4», 16») = Panegyr. Manìii Theod. 1-8; 189-97; Claudius iu sexto (f. 6v) = De bello Goth. 72-73; Claudianus in VIIl(f. lOv, 12V) = In Eutrop. li 5-6; 7-8; Claudianus in malori libro IO (f. 16») = De prim. cons. Stil. II 103-105. Questa distribuzione non coincide con nessuna di quelle stabilite dal Birt nella sua edizione (Monum, Germ.hist., Auct. antiquiss. X) p. CXXIX-CX.\XIII. 23 W. Meyer op. cit. 48-49, 61-66, dove sono dati molti estratti del cod. Veronese. 2< f. IQv Catullus ad Varum (XXK 19-21). 25 f. 1 Tibulus in libro de felicitate pauperis vite: ' Ne tibi cell>indì spes 8it peccare paranti Kst deus ocnltos qui vetat esse dolos. Ipse deos sonino domitos emittere voceni Cogit et invi (sic) fata tegenda loqui ' (I 9, 23-24; 27-28); f. 24 Tibulus: ' Nec iurare time ; Veneris periuria venti Irrita per terras et lon^a fri!ta ferunt ' I 4, 21-22); Idem: ' Ha niiser et siquis primo periuria celiat Sera tamen tacitis pena venit pedibus ' (I 9,3-4). Credo che non da nn florilegio, ma da un testo intiero egli copiasse; almeno ne- gli Excerpta parigini (Rhein. Mus. XXV, 1870, :381-392) manca il passo I 4, 21-22 da lui recato. Cfr. Scoperte 22. 2c Scoperte 2. -" Della lohannis s'è .salvato un solo codice, il Trivulziano 686, che è diverso dal Veronese, il quale non divideva la materia in otto libri, ma in sette; anche nelle lezioni c'erano differenze, cfr. 0. Lòwe in Rhein. Mus. XX.KIV, 1879, 138-140, dove son pubblicati tutti i nove estratti dei Flores. 28 f. 15» lulius Cesar libro IMI de bello Gallico; f. 16 lulius Cesar in primo do civilli bello. 94 VERONA cap. Ili) quello di Giulio Celso; Sallustio;*" Livio ;^" Valerio Massimo,^' Curzio Rufo col titolo di Alexandreis,'^^ PJutropio nella reda- zione di Paolo Diacono,''^ V Ilistoria Augusta,^^ Orosio^^ e Dieti con la denominazione di Yiias?^ Fra gli altri jnosatori accanto ai più comuni, quali i due Seneca,^^ Apuleio,^' Frontino, Vefi^ezio,^'' Macrobio ^" {Safur. e Somn.), il Digestum,^^ ci si presentano alcuni meno di- vulgati: Varrone Ber. rust.''^ con le Sentenliae ps. varro- 29 f. iSv SaUistius in Catilinario; f. 4 Salustìus de lugiirtino bello: e cosi sempre; f. 9v Saliistiu.s libro de lugiirtino bello (3, 3) ha la lezione ' summe demciitie est ' ignota ai eodici, clie danno ' extremae '. 3" Le tre deche sono citate col numero progressivo dei libri, p. e. f. lOv Titns Livius libro XXX: ' preterita magis reprehendi poesunt qnam corrigi ' (XXX 30, 7). 3' Avena 34. 32 f. 1 Quintus Ciircius in V Alexandreidos, f. 9» Curtius Ruffus in Vili Alexandreidos ecc. " f. 5 Paulus dyaconus in Istoria Romanorum. 3< f. 3» Flavius Vopiscus in vita Aureliani : ' Neque enim prius qnam aliquando ad sumam rerum pervenit qui non a prima etate gradibus vir- tutis ascenderli' (II p. 145 Peter); f. 5v Flaviiis Vopiscus in vita Firmi, Sa- turnini etc. (sic): ' Francis familiare est ridendo fldem frangere ' (II p. 212); f. II Vulcacius Galli(canus) in vita Avidii Cassii imperanfis: ' Ncque enim milites regi possunt nisi vetere disciplina' (I p. 81-82); f. 13 lulius Ca- pitolinus in vita Anthonini : ' Permitte illi ut homo sit ncque ei vel phy- losopliia vel imperium tollit affecttis ' (1 p. 41); f. 16v luIius Capitolinus: ' Kquius est ut ego M. Anthonins tot talium amicorum consilium seqnar quam tot tales amici meam unius voluntatem sequantur ' (I p. 62); f. 18 Elius Spartianns in vita Peseni tyranni : ' ludex nec dare debct nec acci- pere ' (I p. 149). Il florilegisfa studiò VHist. Aug. sul ramoso codice, allora Veronese, ora Vatic. Palat. 899. 35 Avena 48. 30 f. 8 ecc. Ditis libro 2 yllados. 37 Del padre conosce le cosiddette Declamationes, del figlio i Dialoffi, il De eleni., i\ De bene/., le Natur. Q., le /'.'pist., le Trag., Avena 3G; Inol- tre le opere spurie De moribus f. 26, De quatuor virtutibus f. 8v, il liher Pfoverbiorum (. Iv, 3', 5» ecc.; il lÀber VII arcium f. 2, 8>', 12», non è che VEpist. 88. s« Metani, (o Asinus com'egli lo chiama), De deo Socr., Florid., Avena 37. 39 Avena 38. <» Avena 33, 37. <i f. Iv, ecc. *i f. Iv Marchus Varrò libro primo Kusticorum : ' Qnoniam ut aiunt dei faclentes adiuvant, prius invocabo cos ' (I 1, 4) ; f. 2 Varo in prinvo Rosti- cap. Ili) IL FLORILEGISTA DEL 1329 95 Diane, ""^ Petronio, ^^ Plinio il vecchio,'^ Plinio il giovine,""' Quintiliano Instit. oratS' con le Causae o Declamationes ps. quintilianee^^ e Gellio.''^ Kesta Cicerone, di cui sfogliò molte opere. Delle rettoriche il De inventione^ e il De orat?^ (mutilo). Delle filosofiche un numero cospicuo, tutte forse in un sol volume : il Be off.,^^ il De nat. dcor.,^'^ le Tuscul.,^^ il I)e divin.,^'" il De leg.->^ il Be fin.,^'' il Be sen.,^ il Be amic.,^^ i Parad.,'^ il Somn. Scip.^^ carum rerum : ' Nobia enim ad agrìcultiiram dedìt natura experientìam et imitationem ' (I 18) ; f. 8» Marcus Varo in secundo rerum rusticarum : ' Nenio enim omnia seire poteat ' (II 1, 2). <•' GÌ! estratti veronesi sono stati per la prima volta adoperati nella recente edizione di P. Germanu Die sogenannten Sententiae Varronis, Pa- derborn 1910, 26. ** f. 8 Petronins : ' Raram facit mixturam cum sapientia forma ' (e. 94); f. 27 Petronins : ' Cum fortuna manet vultum servatis amici, Cum cecidit, turpi vertitis ora fuga ' (e. 80). ■•^ f. 2 Plinius libro 8 Naturalis ystorie; 7 Plinius in XI Naturalis ygto- rie ecc. w Gli estratti dall'epistolario furono pubblicati integralmente da E. Truesdell Merrill in Classical Phiìoìogy V, 1910, 183-186. *' f. 11 Quintillianus libro de oratoriis institntionibus : 'Si studiis sco- las prodesse, moribus autem nocere constaret, pocior mihi ratio vivendi honeste quam vel optinie dicendi videretur ' (I 2, 3). ** Avena 36. <' 1,0 cita sempre nella seconda parte : f. 13v Agellius libro Noctium atticarum = XIX i con la lezione spurcicius del cod. Q; f. 6v Marcus Cato ccnsorius = XIII 18, 1 con la lez. agunt ài Q; t. 13v Affranius libro to gatorum = XIII 8, 4-5; f. 14v Paeuvins = XIV 1, 34; f. 24 Publius Nigìdius = XI 11. Lo nomina, come si vede, direttamente una sola volta. •* f. 8v Tulius in primo prime retliorice ecc. ^' f. 19 Tulius in primo de oratore : ' Plura enim multo iudicant Iiomi- nes odio amore aut cupiditate aut iracnndia '... (II 178). Forse al De orai. andava connes.so il frammento dell'Orator. Cita pure la Rhet ad Her., f. 7v Tulius in 3 secunde rcthorice ecc. ^ f. ìRy, 17v, ifv^ 23» eco. ; traeva da nn codice della classe Z. ^' f 1, 4 ecc. 5' f. IV ecc. !'5 f. 3, lOv ecc. 56 f. 3v, 16, 23. ^'' f. 9 ecc. 5» f. 2 ecc. ^' f. 4 ecc. «<• f. 2v, 4 ecc. " f. Iv Tulius in VI de republica. 96 VERONA (cap. ili e gli Academ. posieriora,'^^ il cui testo era allora rarissimo. Un discreto gruppo di orazioni : p. 3farcello,'^^ p. Deiotaro,'^^ De resp. harusp.,^^ p. Balbo,^'^ p. Sestio^^ e le Fhilipp.'^^ Le due orazioni p. Balbo e p. Sestio rimasero ignote al Petrarca. Dell'orazione spuria prò se di solito intitolata pridie quam in exilium irei, reca due l)revi saggi.®'' Nel florilegio compariscono inoltre due passi delle lettere di Cicerone ad. Br.: ed è questa la prima volta che dopo pa- recchi secoli d'oblio risorge dalla biblioteca del Capitolo ve- ronese la silloge epistolare ad Att., alla quale andavano con- giunte le due sillogi minori ad Br. e ad Q. fr.''^ Per ultimo ricorderò i principali autori cristiani adoperati dal fiorijegista : Cipriano,'''' Lattanzio, Girolamo, Ambrogio, •s f. 12" Tuliu» libro de Aehadeniicis: ' Inepte quid (qnisquis codd.) Minervam docet ' (Acad. post. I 18). <'3 f. 10, 22 Tulius prò Marco Marcello. <>' f. 19 Tulius prò divinatore (sic): ' Nemo fere est qui su! peri- culi ìudex non sibi se equioreni quam reo prebeat ' (p. Deiot. 4). Le tre Cesariane andavano di solito insieme, sicché avrà veduto anche la p. Ligario. <^ f. 7v Tulius de responsione aurus)>ieum. •^ f. 5 Tulius prò Cornelio Balbo: ' Est lice scculi inaliti» (macnla COdd.) qnedam atque labes virtuti velie inviderò ipsumqne florcm dignitatis in- fringerc ' (§ 1")). ''^ f. 7 Tulius in oiatione prò Seftio: ' Multorum animus viso (voltu codd.), flagitia parietibus te tejfuntur (tegebantur codd.) sed hoc obstrnctio nec diuturna est nee obducta ut curiosis (curiosis om. codd.) oculis per- spici non possi t ' (§ 22). <« f. 3, :tv, 4v, 8, 8v, l.'iv ecc. ; il libro XIV è citato come XllI, f. 4» Tn- lins XIII Philipen(si): 'Ut enim cursn cursus fìt, sic in viris fortibns virtus virtnte superatur ' (XIV 18), perché il suo codice era lacunoso tra il libro V e il VI. c;i f 4v 'rnlliis in qiiadam oratione prò se: 'Si dnlcis est gloria consc- quere virtiitem, noli labonmi oblcere ' (e. MI); f. 19v Tulins in qnadani oratioiK^ : ' Neiiio tani facinorosa iiiventus est vita, ut non taiM(Mi iudicium prius seufentiis convinceretur quam snpplicio a<liceretur ' (e. VII). "" f. 'J.'iv Tulius in quadaui epistola ad Brutum : ' NichiI enim minns homiiiis videtur, quam non rcspondcre in amore liiis a quibus provocere ' (I.K 6, 1 Sjó^ren) ; f. 10 Cicero libro :! epistolarum ad Brutum : ' Vieit amen- tia levissimi hominis nostrani prudentiam ' (IX 2:),!)). .Snll' iinportaiiza della designazione numerica liirro ;i cfr. 0. K. Sthmidt in Abhandì. der konigì. Siichsisch. Geseìlsrh. der WissensrJi. x, 1887, 278-79. ^' f. 5, lOv De mortalilate; f. 12 Ad virginet; (. 17 De eccles. unitale; f. 10' De lapsis ; f. 23'" Ad (.De)metnanuin. Clip, ni) ir. rr.oRiLKGtSTA del 1320 97 Agostino, iSidouio Apollinare, Boezio, Ennodio, Cesario, Ilario di Poitiers, Isidoro, Cassiodoro."'' Di Cassiodoro cita anche l'opuscolo spurio De amicitiaP Piero di Dante Piero di Dante scrisse il suo commento alla Commedia del padre' negli anni 1340-1341, com'egli stesso avverte in più luogbi. Nel canto xx del Purgatorio: ' tertia (genealogia Francorum regum) incipit a dicto Ugone et huc usque, scilicet in 1310, fuernnt reges 19 ' ; nel vi del Paradiso: ' a nativitate Christi citra sunt 1340 '; nel xvi : ' et nunc in 1340 ' e nel xxvi : ' a Cliristo hucusqne 1341 anni '. ^ Dal xx del Purgatorio perciò al XVI del Paradiso stiamo sempre entro il limite del 1340; con gli ultimi canti del Paradiso entriamo nel 1341. Di qui sembra ragionevole postulare un altr'anno almeno, il 1339, per l'Inferno e il principio del Purgatorio: cosi assegneremo alla composizione dell'intero commento tre anni: 1339-1341. Dante mori nel 1321 : ora considerando che ' iam diu ' era stato Piero eccitato a illustrare l'opera paterna ^ e che egli 'din ' se ne schermi, * pos8Ìamo con fondamento supporre che ab- bia posto mano ai lavori preparatorii sin dal 1335. In quel tempo abitava a Verona, dove fermò stabile dimora dal 1332 al 1347."' '■'■ Ver tutti cfr. Avena 44-r,0. "•' f. a'iv, 26. Un beli 'esemplare di quest'opuscolo è nel cod. Universit. di Bologna ISòO, iiieinbr. sec. xiv f. 14. 1 l'etri Alleglicrii Super Datiti^ Comoediam cominentarium cur. V. Nan- nucci, Florentiae 1845. Piero compose una seconda (e forse una terza) re- dazione (lei commento, la qnale è certamente posteriore al 1348. Ma per le stampe è «.scita solo la prima e a ((uesta noi ci atteniamo. Del resto l'au- tore segue in entrambe lo stesso metodo. Sulla nuova redazione vedi L. Kocca Di alcuni commenti della dioina Comuedia, Firenze, Sansoni, 1891 399-42Ó. ' ^ Rocca op. cit. .3".0-.">l. •' Commentar, p. 1. * ib. p. 2. ^ Giornale Dantesco XIV 203; XVI 204: A. Spagnolo in Alti e memo- rie dell'Accademia d'aijric. se. e lett. di Verona 19UÒ-06, IV, vi p. 91. R. Sabbadi.si. Le scoperte dei codici, 7 98 VERONA cap. Ili) Piero era giurista : ' purus pusilliisque iurista ' si cliiaiiia egli stesso® e ce n'accorgiamo dalle citazioni del Digesto" e dai continui richiami ai Decreta di Graziano; ^ ma coltivava anche gli studi grammaticali. Tiene infatti in pronto Donato^ e Prisciano;'" e all'occasione sa risolvere questioni minute, come sulla punteggiatura; " manifesta poi una passione sfre- nata per le etimologie,^^ nelle quali ebbe a maestri Fulgenzio, Isidoro, Papia, Uguccione, Pietro Comestore e altri. A trattati grammaticali attinge le definizioni degli omonimi e dei si- nonimi.'^ Un commentatore del ' poema sacro ' doveva essere ben munito di dottrina cristiana; e in questo riguardo Pietro non è venuto meno al suo delicato ufficio. Egli adopera larga- li Commentar. 2. Sì laureò in diritto a Bologna, probabilmente al prin- cipio del 1328, G. Livi in lUvista delie biblioteche XVIU, 1907, 11. " Uommentar. p. 11 more Ulpiani iurisconsulti, dìcentis: ' iuri operam datui'um prius nosse oportet unde nomen iuris de-scendat ' (Digest I 1, 1). >* Gratianus in principio Deeretoriim p. 94, 277, 631 ecc., e più spesso Decreta, in Decretis p. 5, 240, 273 ecc. ° p. 637 Donatus magister Sancti Hieronymi, qui fecit Donalum in grammatica. '" p. 406 a qua Graecia, testante Prisciano (praef. 1), omnia arsetdoc- trina incepit. " p. 393 Nam in dictamine est triple» pnnetatio. Prima est comma et est punetum < ciim > virgula suspensiva; secnnda dicitur colum et est punctuni cum virgula et puncto ; tertia est periodus et est punetum plannm. Verbi gratia in hoc esemplo: di sponens deus bumanuin gcnus de nia- nibus cripere inimici , per angelnm magni consilii filium de virgine statuit incarnari; qui sui sanguinis effusione nos ad optatam glorìam revocavit. Modo habes in ista oratione omnes tres punctationcs. Comma est ibi: eripere de manibus inimici; nam si ul- torius non procederet, animus auditoris remaneret in suspense. Colum est ibi: statuit incarnari: nam licet ulterius non scriberetur, animus au- ditoris posset quietar!, licet nltcrius scrìptor posset loqui, ut ibi dum di- cit: revocavit; et ibi fit punetum qnietans scribentem et andientem et dicitur periodus (Purg. xiv 6, dove Piero invece che accolo leggeva a colo). '2 p. 5, 6, 7, 9, 10, 265, 274, 293, 322, 377, 406, 491, 493, 545 Apollo idest a polo, 556, 616, 629, 641, 686 ecc. '3 p. 115 Nequitiam ditis bene purgai regia Ditis; 451 Prodigusest animi vitio retinenda profundens. Qui retinet cupide quod rcs deposcit a va- rus. Largus qui sumptus facit ex ratione libenter; 695 In bello socii, comites in calle feruntur, Ofliciura collega facit diacusquc sodalem. cap. IH) PIERO DI DANTE i>9 mente il vecchio e il nuovo Testamento,'^ i quattro grandi luminari della chiesa Girolamo, ^^ Ambrogio, Agostino, Gre- gorio Magno, poi Boezio, Cassiodoro, Isidoro,'" senza dire di S. Tommaso e dej?li altri medievali. Di quegli autori cono- sce molte opere, certo le principali, direttamente, ma molte gli son note indirettamente dal Becretiim di Graziano. ^' Cosi credo tragga da Graziano in buona parte le citazioni dai padri greci : Dionigi l'Areopagita, Origene, Atanasio, Basilio, Gio- vanni il Grisostomo, Giovanni Damasceno; ^^ come al^ri au- tori, p, e. Metodio, Strabo^'-' e simili gli derivano da Pietro Comestore, che egli chiama, secondo la consuetudine di quei tempi, 'magister in historiis'^" e che è una delle sue fonti precipue. Dei greci profani conosce il Timaeus^^ di Platone e le An- tiquitatcs iudaicae ^^ di Giuseppe Flavio nelle traduzioni an- tiche ; nelle traduzioni medievali conosce le Exhortationes ad '* Pare clie adoperasse per la Bibbia un testo diverso dal volpato. P. e. pa?. 270 Paiilus {ad Corinth. 1 5, 5) ' tradidi biiiusniodi hominem sata- nae in interitnm earnis ' (la volgata omette hominem, cfr. Sabatier lii- blior. sacr. lat. vers. antiq. Ili 670) ; p. 374 Sapientiae V (§ 8) : ' Qnid nobis profnit scientia ant qnid deliciae contulerunt? (la volgata: 'quid nobis profnit superbia, aut divitiarum iactantla qnid contulit nobis? Sabatier li 398); p. 390 ' Douiinus ait Kliae : quoniani Acliab reveritus est faeieni ineani ' (lieg. Ili 21, 29; la vulgata: quia igitnr linmiliatns est mei causa ', Sabatier I 591); p. 732 leremias 31 (§ 21): ' novum faeiet doniinus super terrani post partuni ' (la volgata: ' quia creavit dominus novum super ter- rain feraina circnmdabit vìrnm ', Sabatier li 698). Ma potrebbe anche essere in causa la sua abituale negligenza ne! citare. '' p. 87 Hieronymus vero in libro centra loviniannm dicit qnod Dido casta perniansit et se occidit propter amoroni castum, eo quod larbas re.'c Libyae eam tauien volebat in coniugem. La questione della castità di Di- done era stata posta ancora prima da Benzo Alessandrino. "> Le Etymolog. sono molto citate, p. 6, 8, 10, 33, 2:f7, 023 ecc. 1^ Hieronymus in Docretis p. 474, 518, 669; Augustinus recitatus in De- cretis 259, 285, 474; (Iregorius in Decretis 14, 2S0, 330; Cassiodorus recita- tus in Decretis 518, G73 ; Isidorus recitatus in Decretis 485, 518. '■^ p. 572, 602, 623, 681, 714, 720; 242; 697; 83; 91, 309, 362, 669, 689; 83, 345, 602, 717, 724. >' p. 174, 490 ecc. 2" p. 148 Magister vero in historiis scholasticis ecc. 2' p. 565 Plato in Timaeo; 567 Plato in Tiniaeo. *2 p. 689 loseplius in libro 2° Antiquitatum ecc. 100 VERONA (cap. Ili Denionicum di Isocrate,'*' il Centiloquium e V Almagestum di Tolomeo*' e ps<reccbie opere di Aristotile, quali VEth., la Polit., la Metaphys., la Phys., la Meteor , il T)e anima, il De bona fort., il De caelo ci m., il De animai., il De general, ani- mal., il Peri hermen., il De vegetai)., gli Elench., e i Poster, nnalgt. ^^ Venendo ai classici latini, il jìoeta che ricorre più spesso è, come ognuno si può aspettare, Vergiiio, di cui però non rammenta le poesie (leìVAppendix. Segue per frequenza di ri- chiami Ovidio, con prevalenza delle Metam.;^^ ma anche gli altri libri sono adoperati : gli Amores, le Heroides o com'egli le cliiama Epistolae, VA. A., il Remed., ì Fasti, i Trist., e Vex P.,^ non escluso il De vetula;^'' della cui autcnticitìi sem- bra non dubiti. Molto citati sono pure Lucano e Stazio. Lu- cano è sempre, secondo l'antica definizione, il ' poeta histo- ricus '. -* Di Stazio ha alla mano tanto la Theb. ^ quanto VAchill. Quest'ultima Piero, non altrimenti che suo padre, ri- putava incompiuta: ' defecit (Statius) in morte antequam coni- pleret librum Achilleidos *. ^' 23 p. 212 Per id qtiod srribit Socrntes (= Isocrate» § 15) dicens : ' qiiae facere turpe est, ea nec dicere lionestiim puto ' (legpri pìita). Cfr. R. Sab- badiiiì in Rendic. del r. Istit. Lomb. di se. e hit. XXXVill, 1905, C74 ss. " p. 81, 410,411,412,685. 25 p. 20, 99, 138, 241, 323, 349, 416 pliiIo.sopliu8 in 5» ad Nicoinachum ; 261, 3(4, 422, 658; 314, 443 ; 372, 41 1 ; 416 : 21, 314, 371; 57; 295; 478; 472; 644 ab Aristotele in primo per^eminias, 705; 80; 408; 3, 79. «i p. 11, 15, 87, 149, 255-257, 292-93 ecc. ^ 224; 87, 182, 191, 227, 238, 273, 500 ecc.; 89, 240, 610; 259, 360 (Re- med. 462), 546; 21, 77, 78, 256, 323; 234, 309; 72,519. 28 p. 101 licct Ovidiiis de vetiila dicat ; anche p. 175 Ovidius ait : ' Ven- tique et pluviae lunae sequitur mare niotum ' è nel De vetula v. 1866 (lib. 111). «> p. 91. ■■'" p. 454. 3' p. 449. Coloro clie la volevano compiuta, per dare al moncone l'ap- parenza di un poemetto Anito, lo dividevano in cinque libri. l'in comune- mente veniva diviso in due, di un'estensione quasi eguale : e cosi fa Piero, il cui testo inizia il secondo libro dal v. 675; poiclié parlando del ricono- scimento d'Acliille tra le ancelle di Licomede scrive p. 234; de quo Statius in secundo (in suo erroneamente l'edizione) Achilleidos ait piene. 1 codici miffliori e le edizioni critiche portano il libro I fino al v. 9G0. Cfr. R. Sab- badini in Atene e Roma XII 26:i ss. cap. Ili) PIERO DI DANTE 101 Degli altri poeti gli è noto Terenzio, ^^ di cui reca il passo sn Taide [Eun. \\l 1, 2), che Dante desunse indirettamente da Cicerone (De amie. 98).^^ Fa Terenzio contemporaneo di Scipione il maggiore,^' ripetendo l'errore di Orosio. Orazio per Dante era il ' Satiro '; Piero oltre alle Satire, alle Epistole e all' J.. P.,^^ conosce anche le Odi.^' Familiari gli sono i due satirici del- l'impero Persio e Giovenale.^^Trae una citazione da Marziale," qualcuna dai Disticha di Catone ;^^ e tre da Claudiano: dal De rapiu Proserp.,^'^ dal De IV cons. Honor.^^ e dal Bell. Gild:^' Quanto riguarda i prosatori, nomineremo anzitutto Cice- rone e Seneca. Le opere ciceroniane citate da Piero non sono molte: fra le rettoriche il De inv.,'^'^ fra le filosofiche il De amic.,'^^ il De sen.,^^ le Tusc.,'^ il De off.f il De nat. deor:^^ "^ p. 10 ut Tercntius in siiis comoediis fecìt. •■'■'' p. 193 illam Tliaidcm de qua ait Terentiiis in comoedìa Illa sua qaae dicitur Eunucliiis. •" p. 456 Terentliim Cartliaginensem poetam comicum, qui tempore prio- lis \fricani floruit. 35 p. 11 ; 83, 182, 387, 391 ; 5, IO, 7G. ■■!« p. 658 Hoi-atius in Odìs (II 10, f. 8). ^' p. 11, 4f,6; 11, 31. ■"* p. 568 Martialis: ' qui fingit sacros auro vel niarmore vultns Non facit illii deca, qui rogat ille facit ' (VIII 24, 5-6) : se pure non è indiretta. M p. 228, 322 iuxta illud : ' Conscius ipse sibì de se putat omnia dici ' (Cat. I 7). I" p. 11 parlando delle discese all'inferno ricorda anche quella descritta da Claudiano (De rap. Vros. II 306-360). " unde Claudianns : ' procllvior usus in peiora datur ' (v. 262). '- p. 274 Claudianus : ' quamvis discrimine summo pioditor apporto! — comuiittere tali ' (I 262-65). Altre volte con Claudianus cita V Anticlau- dianus di Alano, p. e. pag. 104 cfr. Alan. VIII 58 ss. — Notiamo una citazione indiretta da Lucrezio, p. 220 Ad hoc etiam Lucretius (III 981 ss.) figurando ieciir Tityi vulturibus in inferno esse datum laiiiandiim et lanìatum semper renasci, ex eo quod Latonam de stupro interpellavit (da Servio Aen. VI 596 0 dal Poetarius di Alberico, cfr. Classici auctores cur. A. Maio, III 189). '■' p. 369 ille subtilissimus sculptor Policretus, de quo Tullius in .socundo Rhetoricae, cfr. De inv. II 1-3, dove però non si parla di Policlcto scul- tore, ma di Zeus! pittore; p. 689 cfr. De inv. Il 161. « p. 451. « p. 12, 263. « p. 22, 478, 673. *'' p. 180, 246, 296. « p. 456, cfr. De nat. d. 1 60. 102 VERONA (cap. Ili Le Epistole gli sono ignote, come pare anche le orazioni.*' Di Seneca figlio conosce tutte le opere: le Tragedie,^ i Dia- logi,^^ il De dem.,"^^ il De benef.^'^ le Epist.,^^ le Nat. QuaestJ'^ e l'apocrifo De form. hon. vitac.'^ Ha alla sua portata un buon manipolo di storici : Sal- lustio,'"^ Livio ^* col suo compeudiatore Floro''' e forse le Periochae,^^ Valerio Massimo,"' Svetonio, ''^ Giustino,** il De viris illustrihus da lui attribuito a Plinio, '^' Orosio, ^' Dicti e Darete.^" Altri scrittori degni pure di menzione sono: Apuleio, ^'' Solino, ®* Marziano Capella, '^^ Servio in ** Cita bensì un passo delle Filippiche, p. 458 cfr. Plulip. IV 13, ma Io può arer trovato nello Specul. hisior. VI 20 di Vincenzo Bellovacense. i» p. 10, 98, 103, 121, 151. 51 p. 296 Seneca ad Sereniiin, cfr. De tratiq. an. 16, 1. 52 p. 150 Seneca ' ferina rabies "... cfr. De elem. I 24, 3. Ki p. 79, 180. 51 p. 29, 41, 153. M p. 35, 635 i versi: ' Eunis ad anroram — madesclt ad Austro' sono di Se- neca N. Q. V 16; ma dei due primi ' Jlitis ab occiduo Zepbyrus, ruit Eurus ab ortii, Turbidus a plaustro Boreas, contrarins Auster' uou so indicare la fonte. Sfi p. 3, 28, 296. 5^ p. 307. 5x p. 580 in prima decade 'l'iti Livii ; 221 praemittit de Caco centauro qui, ut recitat Tìtus Livius (I 7), occisu.s fuit ab Hercule. N'am cum redirct de Hispania ipse Hercules, trinmpho habito de Geryone rege ipsius, et cum magna praedaapplicuissetad locum ubi est hodie Roma et dictus Cacus cssct in caverna quailam ubi est liodie ecclesia S. Sabinae... (cfr. Jordan Topogra- phic der Stadt llom II 611 n. 2); p. 244 cfr. Liv. XXII 43 ss., XXIII 12. 6'' p. 583 secundum Flornm abbreviatorcm Titi Livii. * p. 334 Viridomarum ducem Oallorum in singulari bello snperavit, Perioch. XX, ma cfr. anche Fior. 1 20, 5. '■1 p. 79-80 ecc. M p. 484-8.5, cfr. Suet. lui. 37, 49. «' p. 246. 61 p. 663 ut ait l'iinius et Livius, ex parte Romanorum electi sunt tres fratres Horatii, ex parte Albanorum tres alii tcrgemini fratres dicti Cu- ratii..., cfr. De vir. ili. 4. 65 p. .56, 86, 170. 66 p. 88, 208, 233, 675. 6" p. 105 Lucius Apuleius ait: 'non Consilio prndenti 8cu remedio sa- gaci divinae providentiae fatali» dispositio subvertl potcst ' {Metam. I XI). ^ p. 76 Solinns ipsum (Homcrum) esse natam de Smyrna civitate Phry- giae vatem omnium nobilissirauni (40, 16); p. 628 is {Aslau.s) Arcadum pauperrimus erat... (I, 127). 6'i p. 12, 558, 667. cap. Ili) PIERO DI DANTE 103 Verg.,""^ Macrobio Saturn.,^^ e in SomnP Incontriamo qualche citazione anche dalla Nat. Hist. di Plinio, ^^ che Piero chiama veronese anziché comasco, consentendo con la Brevis adno- tatio del mansionario. Rimarchevole questa notizia: ' Valerianus in 4° dicit, quod Antisthenes respondit cuidam dicenti sibi malum: non curo quia robustior debet esse auditus quam lingua, cum una sit et aures duae'."' L'aneddoto è riportato anche da Giovanni di Salisbury : '^ • Antitanes quoque cuidam di- centi: maledixit tibi ille. Non michi, inquit, sed illi qui in se quod ille culpat agnoscit. Sed etsi michi maledicere curet, non curo, quia auditus lingua debet esse robustior, cum singulis hominibus linguae sint singulae sed aures binae '. Il tenore della risposta è assai affine nei due autori, ma Piero non discende dal Saresberiense, il quale storpia il nome in Antitanes doveché Piero lo reca giusto. Chi sia poi quel ' Valerianus in 4° ', non mi attento nemmeno a congettu- rare. Il medesimo motto ricorre nel Liher de ntigis philoso- phorum dello ps. Cecilio Balbo"" e nel De vita et moribus phi- losopJiorum del Burlaeus," che lo attribuiscono a Xenocrate. Nel metodo di citare di Piero si osservano delle strane singolarità. Sarà bene recare alcuni esempi. P. 435 qui (Fabritius) secundum quod scribitur per Vegetium de re mi- litari in quarto libro, dum esset consul Romae, legati» Epirotarum sibi ™ p. 334 nam prima arma Romulus... (ad Aen. VI 859); 147 dicit Ser- vius [ad Aen. VI 14). ■' p. 87, 321 [Saturn. I 3), 337. " p. 493 Macrobius super secando somnio Scipìonis (Somn. II 17; I 8). '•'^ p. 632 secundum Plinium Veronensem ' quinque circuii sunt In coelo non apparentes sensu sed potius iutellectu, qui dicuntur paralleli '... (iV. H. VI e. 39) ; p. 709 scias quod quatuor sunt climata coeli nostri ab ae- quinoctiali citra, secundum Plinium (XXXVII e. 59). '•* p. 669. "3 Policrat, III 14 (Webb I p. 224). "6 Caecilii Balbi De nugis philosophorum p. 7; p. 29 dal cod. Monac. lat. 6292 Xenocrates loquaci cuidam : stulte inquit audi melius, os unum a natura, aures duas accepimus. " p. 264 Ilio (Xenocrates) loquaci cuidam dixit: audi multa, loquere panca, os enim unum et aures duas a natura accepimus. 104 VERONA (cap. Ili aiiium niultuiii offerenti liii.s reniiit; p. 46.S nani dicit Vegctiiis de re militari : Alexander in itinere ciiin ainicis acfeptn pane comedebat; item Scipioneni et Catonein eodeni vino uso8 quo et reiniges iitebantur. — Ma qne»ti testi non occorrono in Vegezio, sibbene nel libro IV (3: 1, 2, IO) degli Slrateg. di Frontino. P. 221 unde Ovidius... iani primum saxis suspensam liane aspice ru- pem. — Ma questo è V'ergilio Aen. Vili 190. P. .MI De quo (Mntio) Valerius in tractatu de patientia ait : Cum magis laudein... Et Seneca: Mutius captus ait: Romanus sum civis... — Valerio Mas.sinio racconta il fatto dì Muzio (III 3, I), ma il passo citato è in Seneca Kpist. 66, 51; e il passo ascritto a Seneca è in Livio II 12. P. 420 Virgiliu.s in 12» ait: Urbs capitnr, vitam laqueo sibi tlnit Amata. — Ma questo verso non è di Vergilio, bensì delle Periochae metriche del- l'Eneide, che portano falsamente il nome d'Ovidio."* P. 15 Orpheus idest sapiens...; 32 EpicharmnB comicus ait...; 38 Palinu- nis prò voluntate... ; 70 Nam dicitur Charon... ; 150 in hi»torii.s legitnr qnod Ixion...; 581 Anacreon scribit... ecc. — Tutto ciò è nelle Mitlialog. di Ful- genzio (p. 31, 55, 61, 77, 95, 93 Helm), di cui vien sempre taciuto il nome ; una volta il nome comparisce: p. 148 Fulgentius vero dicit quod Pasiphae liabnit rem cuni apocrisarìo cancellarlo dicti regis, qui Taurus vocabatur ; et ideo quia medius nobilis C-k parte matris et niedius ignobilia ex parte patri», ideo semihomo et bestia dictus est. Ma questa volta il testo non ù di Fulgenzio. P. 92 Contra quos (gulosos) est illnd Solini: Caesar, etsi tantus erat, pisciculos parvulos, panem secunduni comedebat et c.aseuni bubalinum. — .Ma Solino non ha nulla di ciò, senza dire che la latinità non possiede il vocabolo hubalinus (bensì bubulinus). V. 687 Tnllius dicit: dicitur latria religio. — Ma la parola latria non esiste presso Cicerone. P. Ili Unde Virgilius: ex se prò nicritii falso plus omnibus iullat. — Ma questo non è verso vergiliano. P. 668 Ovidius de Ponto: diilcis amor patriae allieit onines. — Nell'ex 1'. invece leggiamo il verso: Riirsus amor patriae ratione valeutior omni (I 3, 29). P. 3? Ovidius de ipso Virgilio ait: Omnia divino cantavi t cannine vates. — Ma il verso non è ovidiauo e forse nemmeno antico. Lo cita anche Zone, un maestro fiorentino della seconda metà del sec. xiv, nel principio del suo commento a Vergilio: 'Omnia divino nionstravit Carmine vates. Ovidius amiratus scìentiam profundam Virgilii, hoc dixit 3" (ìeorgicornm ' (cod. Vatìc. 6990, sec. xiv, f. 80). Sarebbe agevole ingrossare la lista, ma il feuonieno è già abbastanza posto in chiaro. Le spiegazioni che se ne possono dare sono varie : o Piero usava poca diligenza nel procurarsi gli estratti o attingeva a fonti non sempre dirette e pure o si fidava troppo della sua memoria. '« JJiihrens F. L. M. IV p. 168 v. 128. cap. IH) PIERO DI DANTE 105 Preferiamo quest' ultima e ne diamo una prova palmare- jN'ell'esporre l'azione della TAcò. di Stazio'-' egli scrive: Unde dolore dictus Oedipus se caecavit et se occidisset, nisi quod arma sibi abstulit dieta Antigone eius filia. Ad quod ait Sta- tius in 11°: 'Antigone furata gradus, nec casta retardat Vir- ginitas, sed casta manus subtraxerat ensem '. Ma in XI 355-56 il testo ha: ' Antigone furata gradus, nec casta retardat Vir- ginitas, volat Ogygii fastigia muri Exsuperare fuiens ', dove Antigone vuole impedire non il suicidio del padre, ma lo scontro dei due fratelli. Il suicidio del padre impedisce ella invece ai v. 627-30 del medesimo libro, dove troviamo alcune delle parole qui addotte : ' Sed casta manu subtraxerat enses Antigone ' (629). Piero dunque tece una contaminazione dei due luoghi: e ciò è dovuto a errore di memoria. Ad ogni modo tutte le distrazioni che abbiamo rilevate e la poca precisione nel trascrivere le fonti non ci vietano di conchiudere che Piero di Dante possedeva un'ampia e mol- teplice conoscenza degli scrittori latini : e certo ne cono- sceva in maggior copia che non appaia, perché di nominarne altri gli mancò l'occasione. Il suo commento fu dettato in Verona negli anni 1339-11 e solo Verona gli poteva sommi- nistrare tanti mezzi di studio. Valga anche questo argomento a confermare l'autenticità delle sue chiose,^" da molti senza serie ragioni revocata in dubbio. Padova. I principali promotori del rinascimento classico in Padova furono uomini di legge : Levato e il Montagnone giudici, il Mussato notaio. '^ p. 464. '" Pi-r la difesa dell'aijtenticità vedi Rocca 373-399 e C. Cipolla Un contributo alla storia della controversia intorno all'autenticità del com- mento di Pietro Alighieri alla Divina Commedia in Nozze Oian Sappa Flandinet, Bergamo 1894, 7.5-88; alle prove ivi addotte s'aggiunga la no- tizia commiicata dallo Spagnolo (op. cit. p. 91), clic cioè l'icro recitò nella piazza delle Erbe a Verona un Carme sulla Commedia del padre. 106 PADOVA (cap. Ili Lovato nacque nel 1241 1 e mori nel 1309. Nel campo delle lettere dedicò la propria attività alla poesia classica, della quale prende gagliardamente le difese contro i partigiani della poesia volgare, rappresentati dal suo corrispondente Bellino. Bellino stava coi più e ne secondava la predilezione per le rime volgari, Lovato stava coi pochi e seguiva la poetica clas- sica. A questa si moveva il rimprovero di essere oscura e astrusa ; ma sulla volgare gravava un'accusa ben peggiore, poiché se le rime (concinna vocabula) solleticavano gli orec- chi, erano anche causa che chi le cercava travisasse il pen- siero. Lovato sente che la vittoria sua è vicina e al contrad- dittore rivolge questa fatidica domanda : quanti tra poco sa- ranno con te ? ' Mox quota pars tecnm ? ' ^ Lovato compose poemi epici su Tristano e Isotta, sui Guelfi e Ghibellini, che si son perduti; restano invece alcune delle sue liriche,^ nelle quali notiamo una cura amorosa della composi- zione e precisione nella tecnica del verso. Gli autori latini piti familiari a lui sono tra i prosatori Cicerone e Boezio, tra i poeti Vergilio, Orazio, Ovidio, Stazio, Persio, Giovenale.* Non parliamo delle tragedie di Seneca, delle quali egli dichiarò la metrica.^ Albertino Mussato Albertino Mussato, figlio illegittimo di Viviano dal Musso, nacque in S. Daniele d'Abano (Padova) nel 12G2 e mori esule a Chioggia il 31 maggio 1329." Nella sua prima età campava ' ni solito la nascita si colloca nel 1240, ma a me pare più vicino al vero il 1341, R. ?is.h\ìs.àini Postille alle Epistole inedite di Lovato \n Studi medievali II 261. Cfr. su I^ovato W. Cloetta Beitràge eur Litteraturge- schichte des Mittelalters und der Renaissance II 5 ss. « Sabbadini ib. 2-.8. 3 Vedi le nuove Epistole pubblicate da C. Foligno in Studi medievali II 37-58. < Sabbadini ib. 262. 5 II trattatello metrico di Lovato fu pubblicato parzialmente da F. No- vali in Giorn. star. d. letter. ital. 6, 192 di sul cod. Vatic. 1769, integral- mente da B. Peiper De Senecae tragoediarum lectione vulgata, Bresiau I89.'j, 32-35. Il metro giambico è esposto anclie da Nicola Trivet contem- poraneo di Lovato, R. Sabbadini in Studi ital. di filai, class. XI 202. " Per le notizie biograficlie vedi A. Zardo Albertino Mussato, l'ad. 1884. oap. Ili) ALBERTINO MUSSATO 107 la vita facendo ripetizione agli scolaretti e copiando i Bi- sticha dello ps. Catone. Poi abbracciò la professione del no- taio. Nel 1309 fu a Firenze uno degli esecutori degli ordina- menti di giustizia;^ ma cariche maggiori esercitò in Padova, nel cui governo e nelle cui lotte politiche ebbe attivissima parte, sostenendo frequenti ambascerie ad Enrico VII, ad altri principi e comunità e combattendo strenuamente in can)po. Scrisse opere in prosa e in verso. Abbiamo in prosa : De gc- stis Henrici VII Caesarts, De gestis Italicorum post Hen- ricum Caesarem^ un frammento su Lodovico il Bavaro e un'epistola a Benzo d'Alessandria; in verso: tre canti epici sull'assedio di Cangrande Scaligero, epistole, elegie, soliloqui ° e una tragedia, ì'Ucermis. Per la storia di Enrico VII e per la tragedia ottenne nel 131.5 la corona d'alloro. Nel determinare gli autori noti al Mussato bisogna avver- tire che solo parzialmente possiamo raggiungere lo scopo, per- ché rarissime volte li cita, specie i prosatori, sicché li dob- biamo cogliere dalle sue imitazioni. Il suo grande autore di prosa è senza eccezione il conterraneo Tito Livio, che nomina qua e là con l'appellativo di ' archigraphus '.i" Su Livio egli modella la storia De gestis Henrici VII, seguendolo nell' in- trecciare al racconto orazioni dirette e indirette e perfino nel riferire i prodigi quali preannuuziatori di gravi avvenimenti." Il Alussato prese parte non piccola ai fatti che espone, ma parla di sé in terza persona; il che fa pensare che qui abbia imitato Cesare, di cui perciò avrà letto i Commentarti in un testo segnato col nome di lui e non con quello del recensore Giulio Celso. Ne scorgiamo una riprova nel principio della ' Zardo 21-22, 30. ' Sette libri giacciono inediti nel cod. Vatic. 2962, M. Minoia Della vita e delle opere di A. Mussato, Roma 1884, 242-53. 9 Non gli appartengono le dieci Egloghe, Minoia 198-206. "> Prologo alla Storia di Enrico VII in Muratori B. I. S. X 9 : nam lìcet ea rudis a patavini siiavitate distet arcliigraphi. Poemata p. 37 Plaii- dcat arcliigraphi si non niihi tibia Livi ; cfr. p. 33 Dissernit Livi nec raea lingua Titi. Cito le opere si prcsastiche che poetiche dal 'Jraevii-Burmanni Thesaurus antiquitatum, Lugd. Bat. 1722, VI, II. Le prose e le poesie hanno numerazione propria. Il p. 49. 108 PADOVA icap. Ili sua storia: « Lucemborc oppidiim est Francorani fines a Ger- mania distinguens ','^ dove ci par di risentire il principio del B. G. (I 1) di Cesare : ' Gaiiia est omnis divisa in partes trcs '. Un terzo modello storico è Sallustio, da cui toglie il modo di presentare i personaggi, l'uso di inserire i documenti nella narrazione e certi tentativi di colorito arcaico.'-' Ricorda una volta Cicerone,'* di cui è naturale supporre che abbia cono- sciuto più opere: e talune frasi celo confermano, queste due p. e. che si incontrano nel prologo della Storia : ' multum ipse mecuiii diucpie percunctatus ' ''' e ' velie autem debebis '."' Se- neca gli era familiarissimo nelle Tragedie e non è a dubitare che altrettanta fosse la dimestichezza con le prose. Inutile dire che egli, giurista, dovesse avere tra le mani il Digesto, di cui ricorda le citazioni omeriche.'^ Lo stile della prosa storica ebbe cura il Mussato che fosse ' eminentior ','^ per essersi proposto a modello il iiviano; e se si vuole, la forma manifesta una certa sostenutezza ; ma quanto lontana ancora dal modello ! male architettato il pe- riodo, la collocazione oscura e contorta, la sintassi e il les- sico, il lessico soprattutto, zoppicanti. Ma si sente che è uno stile formato sugli scrittori antichi, perché non viene usato il cursus dei Bictamina. Assai più spedito e non di rado ele- gante riesce il Mussato nella poesia, assai più scorrevole e chiaro, tanto che la società dei notai di Padova lo pregò, ed egli acconsenti, di voltare in versi l'assedio di Cangrande, af- finché ' esset metricum hoc demissum sub camoena leniore no- tariis et quibusque clericulis blandimentum '.i' » p. 1. ■3 p. 26 capiiindnm, p. 47 capiunda ecc. 1' Poem. p. 3!^ Nota natis Marci tibi sors sacvissima Tulli, Fama licet digli! vivat lionesta viri. '"' Il nesso 'din miiltiimque ' ò frequente in Cicerone; ma il Mussato con ogni probabilità aveva in mente il principio del De invent. ' Saepe et multum lioc raecum cogitavi ' fi 1). '« Cfr. Cicer. De off. I 2. " p. 44 Ins civile mei versus allegat Hoinerl. p. e. Digest. C. Ohmm 11. " p. 297. " p. 297. cap. Ili) ALBERTINO MUSSATO 109 In effetto il Mussato nella poesia apparisce vero artista, assommando in quella l'operosità costante della scuola pado- rana si dell'età precedente clie della sua : costante, se non concorde, poiclic anche a Padova la poesia classica era com- battuta ; e come Lovato la dovè difendere contro Bellino, cosi il Mussato una volta contro Giovannino da Mantova, frate domenicano, che la osteggiava perche contraria alla teologia,-" un'altra volta contro Giovanni da Vigenza, giurista, che ne biasimava in particolar modo l'oscurità.^^ E cosi s'inaugurò a Padova quella lotta tra i propugnatori e gli oppugnatori dei poeti antichi, che si riaccese violenta a Firenze nella seconda metà di quel secolo e divenne un luogo comune nel succes- sivo. Nella polemica del Mussato con Giovanni da Vigonza in- contriamo un luogo, che per la sua singolarità merita di es- sere trascritto per intiero :^^ Antiqui lixas quidam dixere poetng, A manutiin iactn mobiliumque podiira. Quos auctore novo nostri dixere ealuplios, Qui mutant facies oraqiie torta uiovent. Kident fìgnientis variis, ridentur et ipsi, Luxuriae nugis daiit alimenta siiis. Arguitiir Poenis illos adduxit al) oris Scipio qui noMtram primus in Italiani. Vitandos igitur taics dixere poetas Neve quìs imninnis lego iiibente foret. Augustine, vagos illonim respuis actus Verbaque fignientis assiniulata suis, Quae lieet inducant hilares in fronte cacliinnos, Noxia sub tacito pectore crimen liabent. Snnt vitanda igitur fìgmenta citantia luxus; Absint a castis scenica gesta viris. Fingere sub vitlo est et verbo si quis et actu, Quod canit, bocque siniul per sua membra gerii. Qui il Mussato descrive i giullari, che con canti e gesti sconci ridevano e facevano ridere il pubblico. Gli antichi, egli dice, li chiamarono lixae. Veramente lixae erano presso gli '•*' p. 54 .sg. 81 p. 44-45. 110 PADOVA (cap. Ili auticlù i vivandieri, die seguivano Teéercito, tra i quali jìcrò si mischiava altra gente, come, secondo attesta Giustino (XXXVIII 10, 2), coci, pistores, scaenici. Agostino, di cui si richiama l'autorità, tocca pili volte nel De civ. dei degli scandalosi spettacoli scenici, ma specialmente nel libro II 26-27, dove ò menzione degli impuri motus scenicoriim, ai quali cor- rispondono i vagi acfus del Mussato. La curiosa definizione di lixn ' a manuuni iactu mobiliumque pedum ' si riporta a una confusione con luxa (lussato, slogato) ; infatti guardando nei lessici medievali, p. e. nel Liher glossariim, troviamo sotto il lemma Lixa tra le altre la definizione ' et membra loco mota luxa dicuntur '.^3 Al nome antico di lixae, prosegue il Mus- sato, i moderni ' auctore novo' hanno sostituito quello di ca- lephi. Ecco pertanto comparire, sin dalla prima metà del se- colo XIV, il vocabolo caleffo, scartato non si sa perché dalla Crusca, e la cui derivazione dà ancora filo da torcere agli eti- mologisti. Ma in mezzo a tante singolari notizie una più ci colpisce, che i giullari, si denominassero lixae o calephi, siano stati la prima volta importati d'Africa in Italia da Scipione. A che fonte attingesse o in quale equivoco fosse incorso il Mussato, in verità non sapremmo dire. I principali poeti noti al Mussato sono da lui enumerati nell'elegia indirizzata al collegio degli artisti padovani,^' della quale si fissa esattamente il tempo, essendo posteriore al con- ferimento della laurea, che ebbe luogo il 3 dicembre 1315,^^ e anteriore al Natale dell'anno medesimo.^" Fu scritta perciò nel dicembre del 1315. Ne riferisco a uno a uno i vari passi che ci interessano. (v. 9-10) Carmine sub nostro cupidi lasciva Cntnlli Lesbia, diilce tibi nnlla susarrat avis. II Mussato aveva certo letto nei Trist. II 427 d'Ovidio: 'Sic sua lascivo cantata est saepe Catullo Femina, cui falsuni «s Cod. Ambros. B 36 inf. f. 173. ** P. 33 36. '^ Albertino Mussato Kcerinide Tragedia a cura di L. Padrin, Boi. 1900, X. " V. 45-46 Festa dies aderit, qua me celebrare poetae More volent, Christi tunc oricntis erit. cap. IH) ALBERTINO MUSSATO 1 1 1 Lesbia nonien erat'; ma non di lì egli deriva la conoscenza di Catullo, perché dei tanti poeti ivi ricordati da Ovidio non nomina nessun altro: al pili al piti potremmodire che dal luogo ovidiano trasse l'attributo lascivus, trasportandolo da Catullo a Lesbia. Il distico del Mussato s' interpreta cosi : ' Nei no- stri versi, 0 lasciva Lesbia del cupido Catullo, nessun uccel- lino ti bisbiglia dolci cose '. Con avis il poeta intende il passer, che egli vide in capo alla raccolta catulliana (II) e in dulce e in susurrat sentiamo l'eco di mellitus e di pipiahat (III 6 e 10), come in cupidi Catulli risuona forse il mi cu- pido del carme CVII 4. Che il Mussato abbia posseduto una copia di Catullo, non sarà tanto facile dimostrare; ma che abbia dato una scorsa a tutto il libellus, o sull'archetipo o su un apografo, non par dubbio. (7. 7-8) Non ego fagineis cecini te Tytire silvis, Scripta Dionaei nec milii gesta diicis. Nel primo di questi due versi sono enunciate le Eclog. di Vergilio, nel secondo YAmcis. Le Georg, sono significate in un altro distico (p. 46) : ' Infera Threicius placavit numina vates, Perdidit Eurydicem nec minus ille suam ' (lib. IV). Ver- gilio è uno degli autori prediletti del Mussato; dell' Eneide specialmente ricorrono continue reminiscenze anche nelle prose; l'Eneide ò largamente imitata nei tre canti epici sull'assedio di Cangrande (p. 297), nel Somnium (p. 63) in cui è descritta la discesa dell'autore agli inferi sotto le sembianze di una co- lomba e in generale iu tutti i carmi. Il testo vergiliano gli fu compagno in patria e nell'esilio.^^ (v. 5) Non effo sum Naso tenerorum Insoi- amoriim (Tr. IV 10, 1). (v. 73) Non aniat obscenos irata Tragoedia risus (Tr. H 409). (v. 75) (iaudet enim nulla gravitate Tragoedia vinci {Tr. li 381). Sono tre versi desunti dai Tristia ovidiani, opera caris- sima al Mussato, che ne trasse un centone (p. 69). L'idea del centone gli dovette venire dall'esempio di Proba, della quale scrive : ' Inclyta Centone despice metta Probe ' (p. .55). Ma " p. 50, dove Io ridomanda al maestro Guizzardo, a cui l'aveva pre- stato. 112 PADOVA (eap. ,11 tutto Ovidio j,'li fu senza dubbio familiarissirno. Cosi nel di- stico : ' In nova conversas mutavi corpora formas, Temporis aeterni ius liabet istud opus ' sono adombrati il principio e la fine delle Metam. ; nei versi ' Ttine cum soUiciti piena tinioris erant ' (p. 37) e 'Nomen ab aeterna ^* posteritate ferani ' rico- nosciamo reminiscenze dalle Heroides (I 12; XV 374). (v. 77-Sfi) lleiciilis Oetaei morteiii viviqiie l'iirorem Tractavit series illa proterva dnas. De rroadiim laehrymis Agamemnoniisque Mycenis Musa ferax alias prodìdit illa duas. Haec eadem dirum l'iiaedrae consuinpsit amorem, Piiasidis exilinm suppliciiimque viri. Oeilìpodein visii cassiim prolernque fureiiteiii Kdidit in rcliquas expliciiitque diias. Mcrsa refcrtur aquis Octavia nupta Neroni Fertque Thyestaeas imisa cruenta dapes. Abbiamo qui la descrizione delle dieci tragedie, che vanno sotto il nome di Seneca, elencate a coppie nel seguente or- dine: Hercules Oet?^ ed Herc. Ftir , Troades e Agam., Hip- polyt: e Medea, Oedipus e Thehais, Octavia e Thijestes. Il Mussato studiò a fondo queste tragedie: anzitutto ne compose gli argomenti,'"' indi le imitò con larghezza e discernimento neU'Ecerinis, che è il primo ardito e felice tentativo di re- staurazione del teatro classico. Né all'autore sfuggirono le gravi difficoltà dell'impresa, non foss'altro per l'applicazione dei metri, com'egli stesso dichiara nell'elegia che abbiamo sott'occhio : v. 76 ' mens mea traxit difficiles ad sua nietra modos': difficoltà non tanto per le serie liriche dei cori, usate qua e là anche nel medio evo, quanto per il senario dialogico, che al medio evo rimase estraneo. E a onor del vero è giusto riconoscere che il Mussato, seguendo gli schemi trac- '* externa il testo. *■' r.ià dal titolo Hercules Oetaeus ai capisce die il Mussato adoperava la redazione interpolata, dai critici espressa con A ; se ne lia una con- ferma in questo passo citato dai suoi commentatori (A. Mussato Ecerinide a cura di L. Padrin, 246): Nunquam stigias fertur ad undas Inclita vir- tus ; vivile fortea Nec letliacos saeva per aiiines Vos fata trahent, sed cum sunimas F.xiget horas consumpta dies Iter ad supcros gloria paudet (Herc. Oet. 19S4 ss). I,e lezioni rivite, saeva, pandel sono proprie di A. •0 Zardo 317. eap. Ili) ALBERTINO MUSSATO ll;l ciati dal suo maestro Lovato, costnii se non impeccabilmente, eerto con lodevole perizia i senari : meglio in ogni modo di A. Loschi suo imitatore, che neW Achilles sbagliò spesso la struttura del penultimo piede. (v. 56) Minius eniin tiagicis vatìbiis liircus erat (A. P. 220). (v. 71) rabidis flagrabat iaiiibis {A. F. 79). (v. 104) Personal Archilochi sub ftritate metri (A. P. 183). Tre reminiscenze dell'ars poetica oraziana, donde altrove incontriamo delle vere citazioni (p. 49): Hoc quoque idem est quod gairit Horatius: ' amphora coepit Institiii : curreiite rota cur iirceus exit?' (21-22). Coeptaque depingi ' imilicr formosa superne ' Artifici iratns qnaerit cur 'tnrpiter atrum Oesinat in piscem ' (3-4). Quidquam si coeperis, imple. Desine: ' sit qnod vis dum simplex taxat et unum' (23). Dalle Epist. (I 7, (].''>) desunse il vocabolo popellns {Hist. j). -16) più volte usato e dalle Sat. (II ó, llOj la chiusa 'vive valeque ' {Hisf. p. 41). Dol)biamo credere che abbia conosciute anche le Odi. (v. 13-14) Bella sub Aematliiis alins eivilia campis Kdidit et ritus deliciasque Pliari. L'esametro significa il principio della Pharsalia di Lu- cano, il pentametro il libro X della medesima. L'esordio è pili testualmente ripetuto in quest'altro distico (p. 45): 'Bella per Aeniathios per me civilia campos Edita sunt populis Caesa- reumque decus '. (v. 11-12) Non me detinuit bissenis tibia cannis, Nec vigii Aeaciden ad fera bella tuli. Con le hissenae cannae dell'esametro allude ai dodici libri della Thebais di Stazio, col pentametro nìVAchilleis, che egli riteneva incompiuta, perché nel frammento lasciato dal poeta i fera bella sono ancora lontani assai. Pili chiaramente signi- fica la Thebais in questo distico (p. 45) : ' Fraternas acies ce- cini Cadmeiaque bella, Oedipodae tenebras Graiugenumque neces '. L'esordio deWArhilleis è imitato nell'esordio dell'as- .sedio di Cangiande (p. 297): ' Invictum populum forniida- tunique per omnein '. 1 14 PADOVA — ALBERTINO MUSSATO (cap. Ili Esaurite le testimonianze dell' Elegia ad collegium artista- rum, attingeremo ad altri luoghi informazioni ulteriori sui poeti. Terenzio è cosi ricordato: ' Nosti enim illud Terentianum {Eun. I 1, 41): obsequium amicos, veritas odium parit' (p. 360}: se pure la citazione non è di origine indiretta. Eeco inoltre il tragico Persio ; ' Hoc est quod tragico declamat Persius ore (I 1): 0 hominum curas o quantum in rebus inane est ' (p. 49), con una imitazione del prologo: 'Unde Cab al - 1 i n i 8 musa resultai aquis ' (p. 40) ; Giovenale (VII 82-86) : ' Carmine siclaetam nonfecit Statius urbem, Thebais in scenis cum recitata fuit Nec minus haec tragico fregi t subsellia ver su' (p. 40); Claudiano {in Ruf. I 22): 'Non ego me sursum tollo... casu ne graviore ruam* (p. 46); i Disticha di Catone, attribuiti a Seneca : ' Illud quoque Ca- tonis, qui de moribus censuit..., quod L. Annaeo Senecae^' imputatur opusculum ' (p. 207) : quelli che in gioventù egli copiava per guadagnarsi il pane. Potrebbe nascere il sospetto che nel comporre la Priapeia e la Cunneia avesse adoperato la raccolta degli 80 Priapea: ^* ma il sospetto svanisce subito alla semplice lettura dei due carmi, per i quali trovò materia e forma ad esuberanza nelle satire d'Orazio e nelle elegie d'Ovidio. Tutt'al più dal titolo Priapeia si desume che il Mussato conoscesse la vita vergi- liana di Servio. Su Geremia da Montagnone, il terzo promotore dell'uma- nismo padovano, vedi Scoperte 218-220. 3' I Disticha furono assegnati a Seneca anche posteriormente (cfr. A. Barriera Sull'autore e sul titolo dei Disticha Catonis in liivista d'Italia, dicembre 19U, 9U-912). Vi accenna già il titolo del cod. Parig. 8320 del sec. II Liber Catonis Cordttbensis. '2 I dne carrai'sono nel cod. Holkham CCCCXXV del sec. xiv (cfr. A. Mussato Ecerinide a cura di L. Padrin, XXI). Furono stampati nel Giornale degli eruditi e dei curiosi V, 1884, 126-128, 147, dì sul cod. Marciano lat. XIV. 120 sec. XV f. 84-86. La Priapeia comprende 39 distici, 24 la Cunneia. cap. Ili) IL CICERONE PETRARCHESCO DI TROYES 115 Il Cicerone petrarchesco di Tkoybs Il codice 552 di Troyes, del secolo xiv, fu posseduto dal Petrarca.! Ora contiene il commento di Girolamo a Job e opere ciceroniane, ma in origine il commento di Girolamo gli era estraneo. Alle opere ciceroniane va innanzi una lunga no. tizia biografica e bibliografica su Cicerone.^ Tutto il codice, compresa la notizia, è scritto da una sola mano, in due co* loune. Si domanda se questa collezione ciceroniana fu messa in- sieme dal Petrarca: e rispondiamo negativamente, perché il Petrarca contraddice in margine più volte l'autore della no- tizia preliminare con falsum, aperte falsum, falsum apertis- sime e gli corregge quinquagenariiis in quadragenarius, sex in quatuor, quatuordecim in tredecim. D'altro canto il Pe- trarca possedeva qualche opera ciceroniana, p. e. sin dal 1333 la p. Archia, che in questa raccolta non comparisce, senza dire che egli non vi avrebbe fatto inserire due volte il De fato (f. 231^ e 337). Il volume comprende le seguenti opere : Opere filosofiche : I)e off., Tuscul., De nat. deor., De di- vin.. De fato, De amie, De sen.. Farad., Academ. prior.. De leg. Opere rettoriche : De orat., Orai., Partit., De inv., Rhet. ad Her. Opere oratorie : Le quattro Catilin., le tre Caesar., le due post reditum, di più le invettive ps. ciceroniane-sallustiane. Agli Acad pr. il raccoglitore prepose il passo delle Con- fess. (Ili 4) di Agostino, dove parla àQWHortensius, nella credenza che VHortensius, perduto, fosse tutt'nno con gli Acad. pr., i quali, da uno degli interlocutori, venivano spes-so designati col titolo ora di Lucullus, ora di Hortensius. Il De • P. de NoUiae Pélrarque et l'humanisme I 226-230, dove è minuta- mente descritto. * ComuniCiit.i in estratto Ib. 232-35. 116 IL CICERONE PETRARCHESCO (cap. Ili orai, e VOrat., nel testo mutilo, sono raggriiiii)ati sotto la de- nominazione comune De orat., in modo che il frammento del- l'Ora/, formi il libro IV. 11 De inv. e la Rhet. ad Her. sono stati strappati dal codice, ma vi esistevano originariamente, come si rileva dall' indice sul foglio di guardia. Pur mancandovi il De finib. tra le opere fiiosoficlie, alcune orazioni e gli epistolari, la collezione di Troyes è una delle più cospicue antologie ciceroniane del medio evo. Nell'elenco delle opere di Cicerone la notizia preliminare non sempre va d'accordo con la collezione. La notizia lia : ' scripsit de fato duobus libris ', la collezione assegna al De fato un libro solo in entrambe le copie, sebbene nella seconda sia intitolato ' Incipit liber primus de fato '. Nella notizia è detto: 'scripsit invectivarum adversus Catillinam et complices libros sex ', nella collezione sono, naturalmente, quattro. Ti- tolo delle Partitiones nella notizia: ' scripsit de partitione ora- tionis librum unum ', nella collezione : ' liber rlietorice sub com- pendio'. Titolo degli Acad. nella notizia: 'scripsit de aclia- demicis librum unum vel secundum alios quatuor', nella collezione: 'de laude ac defensione phylosopbie introducens Lucullum loquentem ad Hortensium '. Ne trarremo la conseguenza cbe l'autore della notizia pre- liminare e il collezionista delle opere ciceroniane siano due ])ersone diverse ? Non è necessario. La notizia non serve da prefazione a tutta la raccolta, ma al solo De off., con cui s'apre il volume. Dichiara infatti il biografo verso la fine: ' Hec de vita et gestis, fine ac laudibus viri plarissimi Marci Tullii Ci- ceronis. Sequitur accessus ad littcram super eiusdem libris qui de officiis intitulantur '. Perciò il raccoglitore dapprima si pro- cacciò il De off., al quale destinò un'ampia notizia prelimi- nare ; in seguito venne in possesso di altre opere ciceroniane e se le copiò. Questo basta a spiegare le discordanze notate. Ecco ora l'elenco delle opere' segnate nell'introduzione: a) De officiis; De fato; aliud volumen duobus contextuai libris, qui intitulantur Dj/aloi/oruin ad Hortensium, in quo cohortatus est ad pliilosophie studium ; De re publica libris sex: hi libri nusquam baberi dicnntur; Somnium Scipionis: cap. Ili) DI TROYES 117 Tuscul. quaestion. ; De natura deortim ; De senectute ; De amicitia; Paradoxa ; De legibus : De fine boni et mali; De crcatione mundi (— Timaeus); De Achademicis ; libros duos qui intitulantur De gloria. b) De oratore libris qnatuor per dialogi moduni ; scripsit voluinen qnod lihetoricorum intitiilatur diciturque Ars vetus, et Novam ad Herennium libris quatuor;^ De particione ora- cionis ; De orthographia. e) Orationum XII libros; ' Invectivarum adversus Catil- linam libros sex; volumen Fhilippicarum libris qiiatnordecim, quia centra Philippum scripsit vel ut alii<s> est vcrisimilius contra Cesarern Otavianum et Authonium in campo Philippico; De suppltciis ; Da signis ; De divisione formarum. Manca nell'elenco il De divinai , che comparisce nella rac- colta : da quest'opera in ogni modo deriva la notizia sul De re p.: ' niagnus locus pliilosopliieque proprius a Platone Ari- stotile Thco|)lirasto totaque peripateticorum scola tractatus uberrime '.■' 1 titoli hivectivarum libri sex e Orationum libri X7/ s'incontrano anche presso altri scrittori:'' sono perciò tradizionali. Lasciando YHortensius, il De re p. e il De glo- ria, irreparabilmente perduti, con De signis e De suppliciis s'intendevano le Verr. IV e V della seconda actio ; ma il no- stro biografo non le possedeva, come non possedeva, dal modo in cui ne parla, le Philipp., e forse nemmeno il De fin. e il Timaeus. Con De orthographia gli autori medievali citavano l'opera perduta De chorographia, nota da un luogo di Pri- sciano (VI § 83), dove i manoscritti leggono anche Cosmo- graphia, Chronographia e Horthographia. Non saprei poi che dire del De divisione formarum, se pure non è da emendare de divisione frumentaria, che corrisponderebbe alla Verr. Ili della seconda actio. 3 II testo dà: scripsit ad Herennium volumen quod Klietoricorum inti- tiilatur dieiturqiie ars vetns et noVam libris qiiatuor: forse per distrazione del copista. * librum cod. = Cicer. T>e divin. II 3. ■* P. e. il Burlaeus p. 318. 118 IL CICERONE PETRARCHESCO (cap. HI Anche qui silenzio assoluto sugli epistolari. Merita essere riferita una leggenda sui libri De re p. : ' Feruntur a nonnuUis esse Athenis, Inter portam Aureliam, sub lapidea columna sic inscripta: Hic latet hic intus Ci- ceronis in archa miranda. Tollite ncque latet, dura latet ipse latet'. Tali racconti di libri preziosi e rari na- scosti hanno radice nell'antichità" e si ripeterono frequente- mente nel medio evo, Kicorderò la contraffazione ps. ovidìana De vetula,^ del secolo xiii, che pone egualmente nelle regioni orientali la scoperta del manoscritto. Entrambe le leggende sono preziosi indizi di contatti letterari fra l'occidente latino e l'oriente greco. Oltre a Cicerone, il raccoglitore mostra nell'introduzione familiarità con altri autori: Cesare," Sallustio,^" Valerio Mas- simo," Plinio il vecchio,!^ Plinio il giovine,^^ Lucano,^* Gellio,^^ ' P. e. Livio XL 29, Plin. N. H. XIII 84 ecc. ^ Ecco la notìzia del De vetula. Nnper autem in subnrbio civitatis Dio- scuri, que regni Colclioruin capud est, cnm extralierentur quedani genti - llum aiitiquornm sepulcra de cymiterio publico, quod iuxta oppidiim Thomis erat, inter cetera unum inventum est, cuius epigrama litteris arnicnicis erat scultum in eo eiusque interpetratio sic sonabat. Hic iacet Ovidius in- geniosissimus poetarum. In capite vero sepulcri capsella eburnea est inventa et in ea liber iste nulla vetustate consumptns, cuins litteras non agno- scentes indigene miserunt euni Constaiitinopolini, Vatacliii principis tem- pore, de cuius mandato Leoni sacri palatii prothonotario traditns est et ipse eum perlectum publicavit et ad multa climata derivavit (cod. Ambros. G 130 inf. sec. xiv, f. 108 v). La leggenda è foggiata sulla dedica e sul pro- logo di Dicti. ^ Constat eum (Ciceronem) in Gallia iuxta lulium Celsum sub Cesare militasse (Caos. B. G. V 38-52). Doppia confusione: di Marco Tullio col fra- tello Quinto, di niulio Cesare con «iulio Celso. '" Salustius dicit eum (Ciceronem) fuissc hominem noTum (Catil. 23, 6). " Cnm autem, ut tradit Valerius (I 7, 6), in villa qnadam Campitini- tatis (leggi Campi Atinatis) deversarot Tullius... <' Ad liuius autem Tnllii Ciceronis laudes eximias explicandas Pliriius Veronensis vìr clarissimus aurea lingua talia profert : ' .Sed quo te, Marce Tulli...' (N. II. VII 116). '3 Htc (Cicero) poetarum mira beniguitate fovit ingenia (Plin. Epist. Ili Ifi, 1). " Lacanus innuiteum (Ciceronem) favisse Pompeio et in bello Emathio perorasse (Phars. VII 62-85). '5 Scripsit (cicero) libros duos qui intitulantur de gloria, quos allega* Agellius (XV 6). cap. Ili) DI TROYES 119 Macrobio,'" i Dodici sapienti/^ Eusebio,^* Girolamo,i^ Kufino,^'' Agostino,^' Orosio.^^ Altri testi cita il biografo, che noo riesco a identificare. P. e. ' In commentis habetur qnod pater (Ciceroni») ex eque- stri ordine ac regione prefata faber ferrarius fuit '. Né so dire donde gli derivi la seguente curiosa risposta di Socrate: ' So- crates licet ethicam invenerit <et> docuerit, nichil tamen de ea scripsit; quod cura ab auditoribus interrogaretur, cur doc- trinam suam scriptorum monumentis non fuleiret, respondit: malie se in cordibus rationaliurn, quara in pellibus mortuorum animalium (cioè nelle pergamene) scribere'. Da quanto siamo venuti esponendo appar chiaro che il no- stro personaggio fu un assai colto e fortunato investigatore di codici, e poiché ci è negato scoprirne il nome, contentia- moci di fissarne la nazionalità e il tempo. 11 De Nolhac fon- dandosi sulle iniziali miniate del codice pensò di assegnarlo al mezzogiorno della Francia.^^ Io, dopo esaminate e fatte esa- minare le miniature in confronto con codici francesi della me- desima età, sono giunto alla conclusione che esse apparten- gono all'Italia settentrionale. La scrittura poi, di cui possiedo copiose fotografie, non mi lascia dubbioso un istante che essa sia dì mano italiana del settentrione. ''"' De somnio Scipionis, super quo commentatns est vir clarissimua Ma- crobius philosophus. " Extant epitapliìa eiusdem Tnllii edita a sapientibus infrascrìptis... (Bàhrens P L M IV p. 139-U3). Qui sono sette soli. 1* Cicero Arpinas equestris ordinis et inatre Elvia, ex regione Volsco- rum ortus est, ut tradit Kusebius in cronicìs (01. 168, 3). '' Nupsìt et tercio eadera Terrentia Messale Corvino et sic quasi per quosdam eloqueritie gradus devoluta est. Cum rogaretur TuUius ab Yreio amico suo ut post repudium... (Advers. lovinian. 1 48). "> In quibus (Ciceronis lìbris) doctor leroninius adeo avide studuit, ut in hoc centra ipsum invective scribens Rufìnus Aquilcgensìs dicat Inter ce- lerà : relegaraus, queso, que scribit, sì una pagina est que non eum cicero- nianum pronuntiet et ubi non dicat: Sed TuUius noster. (Rufln. Jn- vect. II 5). " In hoc libro (Hortensio) se studuisse asserii Augnstìnus (Confess. Ili 4). " Huius (Ciceronis) gener Dolabella Trebonium unum ex interfectoribus lulii Cesaris Smyrne interfecit (Oros. VI 18, 6). '^ Pétrarque et Vhumanisme I 227. 120 IL CICERONE PETRARCHESCO (o;,,,. m A detenni nare l'italianità del raccoglitore contribuisce no altro indizio. Verso la fine dell'introduzione egli scrive: ' Idem (Cicero) etiani instituit carcerem quod dicitur Tulliaiinm, de ([uo Sainstius: ad levain carceris circiter XII pedes ab Iiunio depress us erat; eumautemlocuniinunie- bant undique parietes atque infra camera lapi- deis arcubus iuncta, sed inculta tenebris, odore feda atqne terribilis facies eius (Catil. 55, 3-4). Ibi bodie ecclesia sub nomine sancii Nicholai, qui est titulus car- ilinalit<i>us'. Qui abbiamo il ricordo di una tradizione con- servataci, sotto due forme un po' diverse, dai Mirahiba e dalia Graphia aureae urbis Uomae}^ Ora una notizia cosi partico- lare non la poteva avere, ci sembra, che un italiano. Se a questo si aggiunga che Plinio nell'introduzione oda lui chia- mato veronese (sopra n. 12), avremo un indizio sicuro che gli era già pervenuta da Verona la Brevis adnotatio de duobus Pliniis del mansionario Giovanni, nella quale si sostiene l'ori- gine veronese dei due autori (cfr. sopra p. 90): donde la pre- sunzione che abitasse una città non molto lontana da Verona. Quanto poi al tempo, collochiamo l'antologia nella prima metà del secolo xiv, perché il codice sino almeno dal 1343 stava nelle mani del Petrarca.^'' Tra le opere accolte nel volume merita uno speciale ri- guardo il I)e ojficiis, che si presenta nella forma di una vera edizione, con la materia divisa in capitoli e con le intestazioni premesse a ogni capitolo. Per essa il redattore ebbe fra le mani due codici, l'uno della famiglia Z, l'altro della famiglia X,*" da lui contaminati sistematicamente, in maniera che ne usci un testo ibrido, quale in nessun altro esemplare si conserva. " Nei Mirabilia leggiamo: in Aleplianto tcmpluin Sibille et tenipliitn CìceroiiÌ8 in Tulliano; nella Graphia, che risale almeno al sec. xiii : in Klefanto templnm Sibille et templum Cieeronis ; ubi mine est domnii fllio- rum Petri Leonia, ibi est career Tiillianns, ubi est ecclesia S. Nicholai (U. Jordan Topographie der Stadi Rom im Alterthum. Berlin 1871, Il 359, 371, 632, 642). '5 R. Sabbadini in Kendiconti del r. IsM. lomb, disc, e leti. XXXIX, 1906, 374-7.-). '" Da X trasse anche la lunga interpolazione I 40. cap. lllj OI TROYES 121 Se il redattore sia stato il collezionista stesso, non si può (lire con certezza, ma è molto probabile, quando si tenga conto dell'erudita introduzione ch'egli mandò avanti al De officiis: e ciò accrescerebbe notevolmente i suoi meriti filologici.^''^ Milano e Pavia. L'operosità umanistica della Lombardia si concentra in Pavia e Milano, le due capitali della dominazione viscontea. E i Visconti stessi non rimasero estranei al nuovo indirizzo, anzi taluni di essi vi presero parte attiva, specialmente nel- l'incetta dei codici. Un primo nucleo della biblioteca, desti- nata a diventare poi cosi insigne, risale all'arcivescovo Gio- vanni (m. 1354); ma il suo vero fondatore fu il nipote Ga- leazzo, che stabilita nel 1360 la capitale a Pavia, vi costruì il celebre castello, nella cui torre la libreria trovò sicura e onorata sede. Quali codici comprendesse sin da allora la col- lezione, non è facile dire ; ma se effettivamente accoglieva p. e Varrone (Rerum rusticar.), Properzio e Ausonio,' abbiamo dinanzi a noi vere rarità. Il massimo incremento lo consegni sotto il successore Gian Galeazzo suo figlio (1378-1402), il quale per arricchirla non si fece scrupolo di spogliare per di- ritto sia di sovranità sia di guerra capitoli di chiese e ar- chivi di jirincipi. Alcune, ben i)oche fra le tante, di tali spo- gliazioni ci son note. Verso il 1390 tolse dalla cattedrale di Vercelli il prezioso codice delle Epist. ad fam. di Cicerone (ora Laurenziano 49. 7) ; nel 1388 conquistata Verona, sottrasse parecchi tesori alla libreria del capitolo, certo l'altra colle- zione epistolare ciceroniana ad Att. ; circa quello stesso tempo guerreggiando con Padova, trasportò a Pavia dagli archivi dei Carraresi la collezione del Petrarca.^ '■ Questo collice del De off. fu anipi.iinente an.iliZ7.ato e discusso da C- Marcliesi Un nuovo codice del de off. di Cicerone in 3Iemorie del r. Istit. Lomb. di se. e ìett. XXII, 1911, 190-212. ' 0. K. Schniidt Die Vi.iconti und ihre Bibìiothek sv, Pavia (in Zett- schrift fiir Geschichte und Politile, 1888} 4-7. « Scliniidt 13-15. 122 PAVIA (cap. IH I Visconti amavano stringere relazioni con gli nmanisti. L'arcivescovo Giovanni l'anno prima (1353) della morte riusci ad attirare a Milano il Petrarca, che si trattenne in quella città otto anni (sino al 1361). Cancelliere di Gian Galeazzo fu quel Pasquino Capelli, che richiamò l'attenzione del duca sul- l'esistenza delle Epist. ad fam. di Cicerone. A ciò si aggiunga l'Università di Pavia istituita da Galeazzo nel 1361; la quale sebbene da principio avesse le sole facoltà di scienze prati- che, il diritto e la medicina,^ pure in seguito accolse altre cattedre. Infatti più tardi v'in.segnò teologia il candioto Pietro Filargo, il futuro papa Alessandro V (1409-10), allievo degli Studi di Oxford e di Parigi ; < nel 1400 vi tenne scuola di ret- torica latina Gasparino Barzizza e negli anni 1400-1403 scuola di greco Manuele Crisolora.^' II più famoso e forse l'unico allievo di greco del Crisolora a Pavia fu Uberto Decembrio, che come frutto di quelle le- zioni ci diede la versione latina di qualche orazione di De- mostene e di Lisia, ma sopra tutto della Politeia platonica." Uberto per tre lustri (fino al 1405) fu compagno indivisibile del Filargo e con lui visitò le corti d'Italia e di Germania: il che avrà senza dubbio giovato ad allargare le sue cognizioni, quantunque la cerchia dei suoi studi si mantenesse piuttosto ristretta, essendosi di preferenza occupato di filosofia attinta alle opere di Cicerone e di Seneca. Da questi due latini trasse la materia del suo dialogo De morali philosophia ; sulle Tu- scul. di Cicerone modellò il trattato De re publica, nel quale dà il sunto a una a una di tutte le epistole di Seneca.^ Frequentò l'Università di Pavia fin dal 1388 anche Anto- nio Loschi, nativo di Vicenza, il quale quattr'anni dopo (1391) ' M. Borsa Un umanista vigevanasco del sec. XIV in Giornale Ligu- stico XX, 1893, 97, 213. * Borsa 83. » Id. 85, 99. 6 Id. 109-110. '^ Cod. Anibros. B 123 snp. f. 109117. Ma aveva dimesticliezza anche con altri autori, che scrivendo citava volentieri (F. Nevati Aneddoti Vi- scontei i-8, estratto AaU'Arch. star. Lomb. XXXV, 1908). Su Uberto vedi iu generale Borsa op. cit. 81-111. cap. Ili) PAVIA 123 entrò nella cancelleria dei Visconti, dove restò fino al 1405. 11 Loschi coltivò in quegli anni con buon successo gli studi classici; imitò nelle sue epistole poetiche largamente Ver- gilio, neWAchilles le tragedie di Seneca ; " aveva familiare Livio; conosceva, certamente dalla biblioteca viscontea, Pro- perzio; ma il suo autore prediletto era Cicerone, di cui ri- cercò con particolar cura le orazioni. Aveva alla mano il gruppo delle Verr. e delle Philipp, e anzi interpretò rettori- camente undici orazioni singole : p. Pomp., p. Mil., p. Piane, p. Sulla, p. Arch.,p. Marc.,p. Ligar., p. Deiotar., p. Cluent., p. Quinci., p. Fiacco nella Inquisitio artis in orationihus Ci- ceronis, diventata ben tosto popolarissima tra gli umanisti. La composizione deìV Inquisitio va assegnata approssimativa- mente al 1395; siamo in ogni modo prima della morte di Gian Galeazzo (1402), la quale provocò paure e incertezze, fughe e turbolenze, doveché il proemio dell' Inquisitio ci rappresenta il Loschi alla corte di Pavia intento a ragionare ' de doctissi- morum honiinum studiis deque omni genere literarum ' ^ col suo amico Astolfino Marinoni, cultore egli pure degli studi classici. Non è senza interesse fissare questa data, perché con essa otteniamo un sicuro termine cronologico alla comparsa delle due orazioni p. Quinctio e p. Fiacco, ultime nel commento del Loschi. Di esse possediamo solo codici del secolo xv ; ma vennero certamente alla luce sulla fine del secolo xiv e con- temporaneamente in Francia e in Italia. Dagli estratti che ne dà il Loschi rileviamo che la famiglia italiana è indipendente ' VAchilles fu composta prima del 1390, cfr. Vf. Cloetta lìeitràge eur Idtteraturgeschichie des Mittelalters und der Renaissance II 105 ss. " Per tutto questo e per altri studi del Loschi cfr. R. Sabbadini in Gior- nale stor. d. letter. Hai. 60, 1907, 37-40. Sul suo volgarizzamento delle De- clamationes ps. quintilianee vedi ora C. Marchesi nel voi. I della Miscella- nea di studi critici pubblicata in onore di G. Mazzoni. Nel 1419 il Ma- rinoni era presso la curia pontificia, Historiae patriae monumenta. Liber iurium rei p. Genuensis II p. 1490. Dal famoso Vergilio del Petrarca, ora in Ambrosiana, allora nella Viscontea di Pavia, si copiò negli anni 1393-94 le tre opero vergiliane. Questo importante autografo del Marinoni è il cod. Casanat. (Koina) 960. 124 PAVIA (cap. Ili dalla francese.»" Ora io credo di poter anche definire in qual prnppo quelle due furono trasmesse dalla tradizione diploma- tica italiana. E di vero nel codice Ambrosiano B 123 snp. dei secolo XV leggiamo (al f 77*) l'esatta descrizione di gei ora- zioni ciceroniane, dove è segnato per ciascuna il titolo, il prin- cipio, la fine e l'estensione, in quest'ordine: a) Pro Cn. Platino.... ; fjiiinternus 1 ; b) Pro P. Sylla.... ; qiiaterniis 1; e) Pro P. Quintio....; quaternus I ; d) prò L. Fiacco....; quaternus 1 ; e) Pro imperatore delif/endo in laudem Cn. Pompei....; tennis 1 ; f) in senatvi de responsis aruspicttm.... ; quatornns 1." Il detto codice contiene opere di Uberto Decembrio e di suo figlio Pier Candido, alcune anzi di mano di Pier Candido stesso. La descrizione del gruppo ciceroniano è di mano di- versa; ma l'essere stata inserita in un codice dei Decembri lascia sospettare che quel testo di Cicerone provenga da loro. E cosi le sei orazioni sarebbero venute a Pavia in potere prima di Uberto e poi degli umanisti di quel circolo. Ma non direi che siano state scoperte dai pavesi ; la scoperta spetta piuttosto ai fiorentini e propriamente, come vedremo, a Lapo da Castiglionchio. '" Le lezioni peculiari del Loschi ho comunicate in Berliner philolog. Wochenschrift XX\, 1910, 299-300, recensendo il libro del Clark Inventa Italortim. " liceo il principio e la line della p. Quinctio: (Que res in civitate due plurìniinn possunt, hec centra vos ambe facinnt in hoc tempore summa gratia et eloquenza — Itaquc (§ 99) hec te obsecrat C. Aquili ut qnam exi- stimatìonem in iudicium tuum prope acta iam etate decursaqne attulit eatn liceat ei secum ex hoc loco atferre ne is de cuius officio nemo unquam du- bitavit LX" dcnique anno dedecore macula turpissimaque ignomìnia note- tnr ne ornamentis eius omnibus nevins prò spoliis abutatur ne per te ferat quo minus que existimatio p. Quintium usque ad senectutem perduxit eadem Hsque ad ro^um prosequatur) e della p. Fiacco: (Cum in maiimis peri- culis huius urbis atqne iniperii gravissimo atque acerbissimo rei p. casu socio atque adiutore consiliorum periculorumque meorum L. Fiacco cedem a vobis couiugibus liberis veatris vasfitatcm a teniplls delubris urbe Italia depellebam. Sperabam iud. honoris potlus L. Flacci me adiutorem futurum quam miseriarum deprecatorem — Miseremini (§ 106) iud. famille niiscrc- mini fortissimi patris, miseremini filli, nomen clarissimum et forlissimiim vel generis vel vetustatis vel hominig causa rei p. reservate), affinché si veda che le lezioni sono proprie della famiglia italiana. cap. fin PAVIA 12B A Pavia, contemporaneamente al Losclii e in relazione letteraria con lui era, oltre al Marinoni, Giovanni Manzini. Il Manzini capitò a Pavia prima del 1387; segui in quell'anno Gian Galeazzo Visconti nella spedizione contro Antonio Della Scala e fu institutore del figlio del cancelliere Pasquino Ca- pelli. Proveniva dalla scuola di Bologna, dove aveva atteso due anni alle lettere e cinque anni alla giurisprudenza; ma la sua cultura, piuttosto larga e varia, nel fondo restò es- senzialmente letteraria. 1^ Accanto a questi cultori degli studi classici troviamo a Pavia due giureconsulti collezionisti: il genovese Bartolomeo di Iacopo, che raccolse opere giuridiche e letterarie, e l'emi- liano Pinoto Pinoti, che raccolse opere giuridiche. Bartolomeo, notaio e dottore in leggi, dopo esercitati vari uttìci in patria e fuori, si ritirò, eertamente prima del 1388, a Pavia, dove fu fatto consigliere del Visconti, terminandovi la vita nell'anno suddetto (1388) o nel successivo. Ebbe commercio epistolare col Petrarca e col Salutati; il Manzini lo giudicò 'in successione Tullianae facundiac nulli nostri teniporis comparabilem.' '■' N^ella sua ricca collezione, dove non mancavano anche testi sacri e medievali, incontriamo una rarità: Catullo. i' Pinoto di Reggio d'Emilia, consigliere egli pure del Visconti, abitava nella parrocchia di S. Pietro al Muro una casa comprata da Bianca, la vedova di Galeazzo. L'inventario dei libri coi prezzi di ciascuno di essi si legge nel testamento che fu rogato in Pavia il 17 ottobre 1384: presente fra gli altri testimoni Pietro Filargo. Sono cinquanta e pili volumi, in maggioranza giuridici, con un certo numero di testi sacri : ma nessun classico. Nel legato li distribuì c'osi: trentacinque volumi al monastero di S. Maria del Carmelo di Reggio; cinque volumi per dotare '■- viveva ancora tra il 1401 e il 1404. Vedi lo notizie su di lui nella Miscelìan. ex ms. libris Idblioth. colleg. rom. soc. lesv, Koniae Ì7M, 1 i:ij SH. e pres.so F. Novati in 7''. Petrarca e la Lombardia, Milano 1904, 179-92. Copiava, come il Marinoni, codici petrarcliesclii. 1' Cfr. la Misceli, succitata, I 210. 11 Vedi F. Novati Umanisti genovesi del sec. xiv. Bartolomeo di Iacopo in Giorn. Ligustico XVII, 1890, 23-41. L'inventario dei codici compilato nel 1390, p. 38-40. isti MILANO (cap. Ili alcune ragazze, quattro al suo nipote paterno Bonviciuo di (iabriele Pinoti, sei e altri minori al nipote materno Tommaso di Guido Cambiatore. A questi due nipoti, allora all' incirca ventenni e inscritti da poco al corso di legge a Pavia, Pinoto lasciò inoltre quaranta fiorini annui per ciascuno fino al ter- mine degli studi al venticinquesimo anno.^^ Da Pavia volgiamo l'occhio alla vicina Milano. Se diamo ascolto a Uberto Decembrio, i milanesi attendevano solo ' ar- tibus fabrilibus et sordidis ' ; ^*' ma chi cerchi con pazienza potrà rettificare quel severo giudizio. Intanto un po' di luce viene dal codice Vaticano lat. 2193 del secolo xiv. Esso è di scrittura lombarda; di scuola lombarda indubbiamente, e assai l)rol)abilmente milanese, le finissime miniature. Il codice ap- partenne al Petrarca, che v' inseri di proprio pugno, in fogli rimasti vuoti, due orazioni di Cicerone (p. Marc, e p. Ligar.) e alcuni appunti di giardinaggio. Fu supposto che il volume fosse stato messo insieme sotto la direzione del Petrarca ;i" ma notiamo che egli lo possedeva almeno sin dal 1348, quando stava a Parma, mentre la sua dimora in Milano comincia col 1353. Io reputo al contrario che nel codice s'abbia a ri- conoscere un'antologia compilata da un erudito milanese di sui numerosi e preziosi manoscritti che esistevano nelle chiese e nei monasteri di quella città. L'antologia abbraccia molte opere di Apuleio : il lìe deo Socr., VAsclep. (apocrifo), il De Fiat., Yad Faustum {-= De mundo), i Flon'd., il De mag. e le Metam. ; inoltre gli Strateg. di Frontino, il De re milit, di Vegezio e i primi tredici libri del De agric. di Palladio. I testi derivano da buona fonte, perché ad es. i libri d'Apuleio hanno il greco e Vegezio reca in fine la sottoscrizione di Eu- tropio.'* Che il compilatore dell'antologia operasse con criteri '^ Testamentum domini Pinoti de Pinotis, Regii, apnd Prospcrum Vi'- drotum, 1072. '1' Borsa op. cit. 97. '" P. de Nolhac Pétrarque et l'humanisme II 100, dove si discorre am- piamente del codice. "* Entropius emendavi ecc. (Teuffel-Schwabe Geschichte dei- róm. Liter. § 432, 6). cap. Ili) MILANO 127 personali e pratici, appar manifesto dal copioso indice alfa- betico annesso a Palladio.^-' Con eguale, se non maggiore, presunzione di verità rite- niamo di orìgine milanese due altri codici, gli Ambrosiani E 14 inf., E 15 inf. Sono due maestosi volumi (era. 40 X 27) gemelli, entrambi membranacei, della seconda metà del se- colo XIV. Provengono dalla collezione dì Francesco Ciceri (Cìcereius), professore milanese del secolo xvi.^* Hanno l'iden- tica dimensione, larghi margini tutt'e due, tutt'e due scrìtti su due colonne e ogni colorina di quaranta righe ; tutt'e due co- piati con bella calligrafia dal medesimo amanuense, che sì firma in ambedue nella stessa maniera : Marcus de Bapha- nellis scripsit. Sono poi l'uno e l'altro splendidamente mi- niati. Il tipo della scrittura è senza dubbio settentrionale, probabilmente lombardo lo stile delle miniature. A raffermare la convinzione dell'origine lombarda s'aggiungono i fogli di guardia di E 15, che contengono ìndici spettanti all'ammini- strazione del ducato milanese del 1476: sicché nella seconda metà del secolo xv, al qual tempo risale la legatura, i due volumi erano in Milano. Il frontispìzio poi di E 14 reca uno stemma, che non s' è purtroppo potuto identificare, ma che dimostra che il Rafa- nelli, 0 Ravanelli,^! come suona oggi in Lombardia questo co- gnome, non lavorava per se, ma per conto di qualche signore. Quel signore era un collezionista ciceroniano; ì due co- dici infatti sono tutti occupati da opere di Cicerone, cosi distribuite : '" f. 150v-163v Tabula in libris Pnlladii de agriculiura per ordinem alphabeti. -» Il Ciceri, nato .1 Torno (Como) nel 1621, si stabili nel 1548 a" Milano, «love visse ininterrottamente, esercitando l' ufficio di; professore,' fino alla morte, che accadde il 31 marzo 1596 (Fraiicisci Cicereii Epistolar. libri XII, Mediolani 1782, I p. XIX, XXV; V. Forcella Iscrizioni delle chiese e degli altri edifici di Milano, 1889, li p. V-VI). ^' Ci fu un Marcus de Raplianellls, veneziano,'dì professione" notaio, della seconda metà del secolo xiv; ma è diverso daPnostro copistaTper informazioni sul notaio vedi R. Sabbadini in Athenaeum I, 1913, U-15 e E. Cessi in N. Ardi. Veneto XXV, 1913, 259. 128 MILANO (cap. Ili Opere filosoficlie : De off., Tuscuì. qtiacst.. De nat. deor., De essentia mundi (Timaeus), De seti., De amie. De divinai.. De fato. De legib.. De fin., Somn. Scip. Opere rettoriche : De inveii, Rhet. ad Heren. (in sei li- bri), Topica, De orai, e Orator (mutili, il Iranimento del- l'Omo, dai § 91 alla fine segnato come libro IV). Orazioni : Philippicae (in 13 libri, perciò testo mutilo fra il libro V e il VI). Epistole : ad Quint. fr., ad Atticum, ad Brutum (il {^rnppo ad Br. è dato per intiero, gli altri due in estratto).^"- Vedc ognuno ciie qui abbiamo un'insigne collezione cice- roniana, qnale il medio evo non conobbe e a cui può in quel tempo tener fronte solo quella del Petrarca. E chi sa che essa non fosse ancor pili copiosa che oggi non sia, perciié non è improbabile che ai due volumi esistenti se ne accomjìagnasse un terzo con altre orazioni, quelle almeno che erano tra le pili divulgate. In questa collezione spiccano soprattutto per importanza i tre gruppi epistolari, dei quali il codice Ambrosiano conserva il testo più antico arrivato fino a noi, più antico del Mediceo (49. 18) e da esso indipendente, .senza clic si possa indovinare donde l'ignoto milanese l'abbia scovato.*-* Brnzo d'Alek.sandria Assegniamo a Milano anche Benzo d'Alessandria. Versi- mente non sappiamo dove abbia poste le basi della sua cul- tura, ma in Milano e nelle sue adiacenze risiedette più a lungo. Egli appartiene in ogni modo alla scuola lombarda, della quale è il più illustre rappresentante, cosi coni' è nel medesimo tempo il più genuino precursore del Petrarca e di Poggio nella ricerca dei codici. -■■ Vedasi la uiiutita dtìscrizione dulie epistole dì questo codlee (K. 14) presso C. A. Lelimann De (Jiceronix ad Alt. cpislulis recens. et emtnd. 20-25. 23 R. Snbbadini in liirisla di filologia X.VXVIII 690, dove è recensita l'opera del Sjogreii. cap. IH) BENZO 129 Benzo nacque ad Alessandria ^ nella seconda metà del secolo XIII e mori verso il 1330 a Verona, dove almeno dal 1325 al 1329 fu nella cancelleria degli Scaligeri. Di pro- fessione era notaio.^ Dove abbia frequentato i corsi univer- sitari, non sappiamo; verisimilmente a Bologna, città che fu certo da lui visitata e di cui celebra la fama universale.^ Mentre esercitava l'ufficio di notaio presso il vescovo di Como Leone Lambertenghi,'* pose mano a una vasta enciclopedia in tre parti. Ecco qui la testimonianza di un contempora- neo, che lo dovette conoscere personalmente, Guglielmo da Pastrengo : Bencius, Lombardus gente, patria Alexandrinus, Canisgrandis primi, inde nepotum cancelarius, magne litterature vir, omnium liystoriograpiio- rimi scripta conplectens et a mundi eonstructione exordìum sumens cuncta- ruiii genciuin, nationuin, regum populorumque omnium simul gesta cou- texuit. opus grande, volumen inimensum, quod in tres dimensum est partes.5 ' Un abbozzo di questo capitolo su Benzo fu da me precedentemente pubblicato in Rhein. 3Ius. LXIII, 1908, 22i-Ai Bencius Alexanckinus und der Cod. Veronensis des Ausonius. Per la biografia cfr. L. A. Ferrai in Bulìettiìio dell' istituto star. ital. VII, 1889, 97 ss. ; G. Biscaro in Archivio stor. lombardo, XXXIV, 1907, 281 ss. * II Biscaro lo fa anche sacerdote. L'errore ù nato da ciò, che riferisce a Benzo quello che egli toglie dalla Descriptio Terrae sanetae del tedesco Brocardo. Narra Brocardo (cod. Ambros. A 223 inf. f. 20) di aver recitato due messe a Gerusalemme : ' Ego bis dixi missam de passione et legi pas- sionera in missi secundum lohannem in loco ipso passionis Chrlsti '; Benzo ripete nella sua enciclopedia (cod. Ambros. B 24 inf. f. 128) questa notizia e di là fu conchiuso ch'egli fosse sacerdote e viaggiasse in Palestina. Bro- cardo dà (ib. f. 13) l'anno del suo viaggio in Terra Santa: ' istud accidit anno domini MCCLXXXIII in festo omnium sanctorum'; e anche questa no- tizia fu riferita a Benzo, che la trascrisse nel suo volume (f. 28). Ma Benzo ha nominato tutte due le volte la sua fonte. ^ ' Huius matricis ecclesie (Bononiensis) tìtulus beato Petro apostolo inscriptns est. Unde in sigillo comuuitatis inscriptus est etiam talis versus : Petrus ubique pater, legum Bononia mater.... De laudibus prete- rea ipsius notare michi videtur superfluum, cum fere cuncti maxime litte- rati studentcs quantis bonis affluat sint experti ' (f. 149"). ' Biscaro 283-84. Il Lambertenghi fu vescovo di Como dal 1295 al 1325. 5 Gulielmi Pastregici De origin. f. 16; la nota fu ripubblicata critica- mente da C. Cipolla in 3Iiscellanea Ceriani, Milano 1910, 770. R. Sahbadiki. Le acoperte dei codici. 9 130 MILANO (cap. Ili Delle tre parti noi possediamo solo la prima nel poderoso codice Ambrosiano B 24 inf., in folio, di carte 280." Ma che fossero tre, ricaviamo dalla sottoscrizione del volume super- stite, la quale suona (f. 283) : JSxplicit historia de moribus et vita philosophorum que est ultima primi voluminis; e dal proemio del libro XXIV (ultimo), dove si rimanda alla terza parte (f. 256 bis): ' De reliquis autem pbilosophis et viris il- lustribus qui post Alexandrum usque ad nostra tempora cla- ruerunt, dum romauum maxime clareret imperium, tercia bui US operis parte ponam '. Però non riusciamo a capire come il Pastrengo abbia potuto vedere l'opera compresa in un gol volume, sia pur ' immenso ' quanto si voglia. Il tempo in cui fu composta la prima parte si determina abbastanza esattamente. Intanto rechiamo un'attestazione del- l'autore, la quale si trova nel quartultimo dei ventiquattro libri, di cui consta il nostro volume : (f. 212") ' cum in hac etate nostra annoque conpilacionis huius sol iam mi Iesi es trecesies et vicesies giraverit cnrsum ex quo sol gratie buio mundo effulsit '. Quando cioè stendeva il libro XXI era l'anno 1320. Un anno intero trascorse dalla stesura alla rico- piatura: (f. 233) ' Explicui itaque adi u vanto deo Tliebane ob- sidiouis ystoriam ^ micbique attulit casus ut mense maio, IX videlicet die, hanc secundam compilacionem et cor- reccionem explerem, quam XX die precedentis mensis in- choaveram, sumens a prima translacione quam preterito anno feceram similiter mense maio ex eisdem versibus Sta- cianis '. Poco prima, nel 1319, scriveva il libro XIV, perché ivi ri- corda che correva il second'anno dacché Genova sosteneva l'assedio dei fuorusciti** Ghibellini e dei Viscontei, assedio 6 Membr. del sec. xiv, a due colonne; f. 1 Incipit cronica a principio mundi usque ad aventum xpisti. Le carte segnate sono 283, ma due ven- nero saltate. " Nel libro XXI racconta la guerra di Tebe parafrasata sulla Theb. di Stazio. 8 f. 150T Sed factum est dolorosiii et dolosis civinm sedicionibns ut urbs ipsa fernim in se convertens et sibi ipsi hostis effecta a civili anga- tur hoste pariter et forensi, secundo iam labente anno ex quo obsessa cap. ni) BENZO 131 iniziato nel marzo del 1318.^ Nell'ambito poi del medesimo libro leggiamo quest'altra notevole dichiarazione: (f. 148) 'Et vere libenter urbis illius (Comi) insisterem laudibus, cum in ea gratum et quietum sim domicilium nactus ad conpilandum pre- sens opus et malora alia^" exacto iam fere septennio'. Se pertanto nel 1319 lavorava da sette anni attorno all'opera, l'avrà cominciata verso il 1312. Per conseguenza assegniamo alla com- posizione del primo volume un decennio: dal 1312 al 1322." Negli anni cbe precedettero la sua dimora a Como, Benzo stava a Milano al servizio del giudice Clone Bellaste da Pistoia. La sua presenza a Milano è accertata per tutto l'anno 1311 ^- e per porzione del 1310; ma non andremo lontani dal vero sup- ponendo che vi avesse stabilito il domicilio da uno o due lustri. Questi dati sono importanti perché ci mettono in grado di collocare i viaggi di Benzo nell'ultimo decennio del secolo xiii: viaggi numerosi e lunghi, che abbracciano poco meno che tutta l'Italia superiore e parte della media. A noi piace figurar- celo, dalla nativa Alessandria,^^ dopo visitate le città vicine di Asti,!' Acqui, 15 Tortona,^'' muovere alla volta della Ligu- ria ; ^'^ di là, prendendo la via della costa, spingersi in To- miserabiliter labicat (=Iaborat?) se ìpsam ruinis deformans et rapinis eva- cuans cedibus consuminens. ■■' Muratori Annuii d'Italia, anno 1318. *" Intenderà i due volumi successivi. " Questo è confermato da altre date che si incontrano nel libro XIV: f. 149v anno Cliristi MCCCXI ; f. U7v usque ad annum nativitatis Cliristì MCCCXV. 12 C'era nel maggio e nel settembre 1311; il 6 gennaio 1311 vide l'in- coronazione di Enrico VII (Biscaro 287-88) : stava perciò a Milano sin dal- l'anno precedente. l'i f. 151 Ai-KXANDRiA... In sigillo cìvitatis talis consueverat esse versus: Depriniit elatos levat Alexandria stratos. Mi servo della descri- zione dei sigilli comunali come di indizio sicuro (o molto probabile) che Benzo visitò la città. " f. 151 AsT... In sigillo'eiusdem habetur hic versus: Aste virct mundo sancto custode Secundo. 15 f. 151 Vidi enim fontes ibi (in Acqui) calentes. '<> f. 150 Terdonì... Hodie in sigillo comunitatìs inscnlptus est huiusmodi versus: Pro tiibus donis si mi li s Ter don a leonia. '^ f. i.50'' I»NUA... habent in sculpturìs sigilli conimunitatis ymaginem griffi aves pedibus conculcantis sive unguibus constringentis et versum ta- leni : (irìffus ut has angit sic hostes lanua frangit. 132 MILANO (cap. Ili scana, di cui toccò Lucca.^* Pisa,^^ Siena,^'' Firenze," Pistoia; ^^ indi prendere la costa adriatica, toccando Ravenna,^^ e risa- lendo su su fino a Bologna,^' Parma,^^ Borgo San Donnino ; ^^ voltare i)oi verso il Veneto o, come allora si chiamava, la Marca Trivigiana,^^ percorrendo Mantova, Piatole,^ il presunto pae- '8 f. 139 Luca... Multi in liac civitate artiflces habentur in auro et serico. Situs eius in plano est non longe a montibua niuroque ex lapidibus quadrìs cincta ninnitissinia redditur... Sed sedicio civilis mul- tum decora civitatis ipsiiis ediflcia deformavit. Queste son notizie de visu. " f. 139 Pise... Hanc civitatem preterfliiit amnis nomine ArnuK, intra ipsam civitatem ab utroque margine mnro lapideo fultus et in eo gradus ad aque descensiini. Ditissima et opulentissima est civitas et lionorabilem habet archiepiscopatiim ; snbsunt cnim suffragane! episcopi quatuor. Portura quoque in mari possidet. In ea sepultus est Henricus imperatnr linins nomi- nis VII, liabens in matrici ecclesia marmoreo lapide monumento (= — ntnm) loco eminenti imperialiter sitnatum. Notizie dirette, meno quella sulla tomba di Enrico VII, erettagli nel duomo di Pisa nel 1315 (25 agosto), due anni dopo la morte (A. da Morrona Pisa illustrata, Livorno 1812, I* 271-74). 2" f. 1.39 Sene... Huiiis autem civitatis catliedralìs ecclesia matrem Vir- ginem habet in titulum, unde et civitatis sìgillura bnnc contìnet versuni : Salve virgo Senam veterem quam cernia amenam; et per hoc in- nuitnr quod antiqua sit annis et aitu delectabili. Date altre notizie su Siena, soggiunge: Hoc sicut inveni scrìpsi, sed huius relationis auctorem non legi. Perciò si tratta di notizie orali avute sul posto. 21 f. 139v Florencia... Unde miror quid sculpture significent sigillo ip- 8ÌU8 civitatis impresse ; est enim in eo Hcreulis ymago clavam nianu ge- stantis et versus talis : Herculea clava domat Florencia prava. 22 f. 139v PisToRiuM... versus autem qui imprcssus est sigillo comunitatis ipaius civitatis, nam talis est versus : Que volo tautillo Pistoria celo sigillo. 23 f. 139V Ravenna... ut habetur in codicibns ecclesie ravennatis; f. 140 Versus sigillo ipsius urbis impressns antiquani esse insinuat dicens : Urbis antique sigiUum summe Ravenne; f. 147v legi in cronicis ecclesie ravennatis... 2< Cf. aopra p. 129, n. 3. 2' f. 149^ Parma... In sigillo ipsius civitatis versus habetur qui talis est : Hostia turbetur quia Parniani virgo tuetur. 26 t. 149y In lapide grandi ante basilicam beati Donini in bnrgo eìnsdem (S. Donnino) sunt antique littere, scilicet lulìa civitas uri- Bopoli. 2^ f. 1I2V Venecia que modo dicitur Marchia Trivisina. 2* f. 149 Mantua. In suburbano quoque pago aupra ripam ipsius lacus sito, qui Pplectolis dicitur, natus fertur fuisse Virgillus. Questa è la prima notizia diretta, indipendente dalla danteaca, su Pietole. cap. Ili) BENZO 133 sello natale di Vergilio, il lago di Garda,^'' Verona ^o e Vene- zia.-^i Le ultime città visitate devono essere state le lombarde, Bergamo,^^ Pavia,^^ Milano, Como, perché in questa regione, e propriamente in Milano e Como, fissò la sua dimora, finché non tornò nuovamente a Verona, chiamato nella cancelleria degli Scaligeri. Quei viaggi furono intrapresi a scopo di studio. Benzo an- dava in cerca di notizie per la sua enciclopedia ; dagli ar- chivi e dalle chiese traeva codici, cronache, iscrizioni e do- cumenti di ogni genere, e tutto leggeva, ora diligentemente ora frettolosaniente,^' ora copiando, ora transuntando : nel che ebbe, due secoli dopo, imitatore il concittadino Giorgio Me- rula, il quale parimenti dal 1488 al 1493 esplorò e fece esplo- rare parecchie biblioteche e archivi d' Italia per compilare la Historia Vicecomitum?'^' 29 f. 94 Benacus... Hic hodie dicitur laeus (iarde, <a> castro eiusdem nominis. In eo lacu nascuntur pisces sapidissimi, qui vulgo dicuntur carpo- nes (= carpiones), quod genus piscium nusquam reperitur quain in lacu ipso et per menses duos cocti et su<b> sale servantur. Notizie de visu. 30 f. 149v Verona... De urbis autera huius nomine feruntur illi duo ver- siculi ethimologiam et antiquitatem insinuantes eiusdem : Ve vere sur- gens Bo rotas (= rotans) per circuitum ni. Nani antiqua urbs est vocata Verona (sarà: nauique antiqua urbs a vera est Verona vocata; e vera, forma volgare di viria, significherà ' anello ')... Laberinthum etiam, quod nunc Barena dicitur, ibi habetur..., cuius pars exterior terre motibus corruit. De ipsis autem ruinis, scilicet lapidibus quadris, constructa fuit pars muri urbis que est inter portam qua itur Mantuam ad (ac ?) monasterium S. Zenonis. Notizie de visu. 3* f. 140 Vexecik... Ecclesiam habet civitas ista beato Marcho dicatam, in qua quiescit, mirabilia operis venustate decoram. Questa e altre notizie farebbero credere che ci sia stato. 32 f. 148^ Peroìmum... Hec in clivo limpidine (cioè limpidezza) fontium et consltu virgultorum ameno quasi in throno sedeng... E altre notizie de visu. 33 f. 147 Papia... Hec inveni in antiquis scriptnris apud ipsam urbem... Hee que loquor (il Regissol di Pavia) oculis meìs vidi et novi. Alcune delle succitate notizie Benzo avrà forse potuto sapere dagli ambasciatori conve- nuti a Milano per l'incoronazione di Enrico VII; ma nella grande maggio- ranza conobbe quelle città direttamente. 3< f. 144v quorum omnium auctorum libros seu cronicas vel scripsi vel partim seriose partim perfunctorie legi. 35 Scoperte 157. 134 MILANO cap. Ili) Neil' impostare la sua enciclopedia Benzo tolse a modello lo Speculimi historiale di Vincenzo Bellovacense. Al ])ar di lui reca prima le testimonianze de^H altri e quindi introduce col lemma ' actor ' le notizie proprie. Nel nominare le fonti è coscienzioso, sebbene in questo riguardo la sua diligenza ri- manga inferiore all'esemplare ; bisogna però escludere nelle dimenticanze ogni ombra di malizia. Nell'esposizione e nel- l'apprezzamento dei fatti dà prova di ))uon discernimento cri- tico. Si studia sempre di scegliere fra gli scrittori gli auten- tici, com'egli li chiama, e quando le testimonianze non sono concordi, esprime i suoi dubbi, di esse accettando franca- mente quella che gli pare più attendibile. Concorrendo nelle testimonianze i poeti e gli storici, dà la preferenza agli sto- rici, perché i poeti ' non historice sed lege artis poetice sant locuti ' ; ^^ talché p. e. non ammette l' incontro di Enea con Bidone secondo il racconto vergiliano e segue invece l'autorità di Trogo,^^ precedendo in ciò il Petrarca. Nel narrare la storia di Milano abbozza una critica delle fonti. All'origine di lanua da ' lanus ' non presta fede, perché trova che in Livio il nome suona non lamia ma dcnua.''^'^ Se la fonte gli riesce oscura, lo dichiara.'* Confronta anche le varie lezioni dei codici.^' 3'" f. 2Ziv In nullo autem circa liiiiiis liistoire (della guerra troiana) com- pilacionein nec Omenim, cimi iiiaudaceni (mend-) illum Sibilla fiiisse insì- nuet, nec Ovidiiim nec Virgiliuni secutiis sum, quia non historice scd lege artis poetice sunt locuti. 3~ f. 13G Eliininandns erjro est per hec Trogi sive lustiui dieta illornm fabulosus error, qui sequentes Omeruni, quem Sibilla Erictrea niendacem appellai, nec non Virgiliuni et Ovidiuni sequaces Omeri, quo» loeutos con- stat ut Octa Viano Augusto placereut quibusve niox (mos) est non liistorìas sequi sed legeni pocìus artis poetice inimitari, credunt innio asserunt F.neam troianum liane vidisse Didonem aut ei contemporaucuni fuisse eanique eum adaiuasse impudico vel pudico amore et ob id, cum se ciani ahsentasset Eiieaa, ipsain se pugione confodisse furibundi ainoris velieineutia vieta. Sog- giunge le tfstimoniauze di fiirolamo Contra lovin. e <li Agostino Uunfcss. ** f. l.'iOv Unua... Conchiude : Per hec igitur pafet hanc urbem non lanuam sed Genuam antiquitns nuncnpatam et sic non a lano dictnm vel conditani. *•' f. 112 'Hec est et Tuscia, sed Tnsciam dicere non debemus, quia nusquam legimus'. Actor. Hec Ysidorus (Etym. XIV 4, 22) ; sed quid dicere velit in hoc ultimo verbo, non intelligo ; forte corrnptns est te.xtns. ■*" f. 236 sul numero delle navi greche a Troia', alia littera dicit naves MCXLII, alia MCCXVI (presso Darete XIV). cap. Ili) BENZO 135 Certo non si deve pretendere da lui pili che in quel tempo non si potesse. Cosi egli crede ciecamente a Dicti e a Darete, fidandosi delle prefazioni che gabellano i due autori per con- temporanei della guerra troiana," e contrapponendo, a chi di quella guerra negava l'esistenza, l'autorità di Agostino.'^ Ma la guerra di Troia fu da ben più altri e prima e dopo di lui ritenuta vera ed egli del resto non mancò di rilevare contrad- dizioni fra Darete e Dicti, le quali attribuisce alla passione degli informatori.'''' Sicché nell'insieme Benzo ci lascia l'im- pressione di una mente illuminata. Nella citazione delle fonti ora si mantiene ligio al testo, trascrivendone anche gli spropositi, ora lo riporta liberamente. Quando la fonte è poetica, specialmente se si tratta di passi hmghi, coni' è il caso p. e. della guerra tebana e della gio- vinezza d'Achille, cantate da Stazio, riduce la poesia in prosa e sostituisce ai vocaboli antichi i vocaboli più recenti, perché i suoi coetanei capivano poco i versi, e perché il lessico la- tino s'era profondamente modificato.''* Inoltre non trascurava la forma e dei capitoli più difficili, quello ad es. della guerra tebana, stendeva prima la minuta e poi lo trascriveva in pulito.^^ La conoscenza che ebbe Benzo degli autori è larga e va- ria, massimamente per quanto si riferisce ai medievali ; ma " f. 233. <* f. 251 Movet me quoque quorundam ridiciilosa opiiiio blaterantium hoc est inepte clamancium fabulas esse poeticasque ficciones qiie de troiano excidio tam noto tainque famoso a tam illustris (-stribus) scriptoribus siint narrata. Segno la citazione di Agostino. *' {. 2;i:!v Non mirari tamen non possum quod in eorum scriptis tanta tamqiie frequens dissonancia et diversitas reperitur. Cansam quoque varie- tatis eorundem scriptorum fuisse pnto affectiva rellacio parcinm circa gesta vel magnificare suos vel adversarios delionestare voleneium. ■" f. 212V Ego autem considerans qnod modernis temporibus sic ars me- trica in dissuetudinem venit ut nec eani moderni fere amplectentur immo paucissimi autliornm maxime antiquorum metrice vix possunt absque multis comnientis et glosis ad intellectnm conpreliendere (-bendi)... ; f. 2'')3 nietra eius (Statii) in prosam reddìgens... ; f. 213 Sane cum antiquorum latinum sermoneni contemplor et dum quam dissimile sit a moderno eloquio consi- dero, vere video adinipletum quod dudum predixit Oracius... 'multa re- nascentur... ' (A. P. 70-72). '5 f. 233... hanc secundam compilacionem et correccionem... 136 MILANO (eap. Ili di questi non terremo conto, se si eccettuino qualche scrittore e qualche testo che dall'antichità attinsero parte delia loro materia; tra i quali nominiamo il Poeiarius di Alberico,^^ i Mirabilia Momae,'^'' la Graphia aureae urbis lìomae^^ e un Liber de proprietatibus;^'^ dal quale trae notizie geografiche e a cui talvolta appone il nome di Isidoro.^ Kiguardo agli autori antichi, dobbiamo esser guardinghi nel determinare quali gli fossero noti direttamente, perché non sempre, e l'ho già avvertito, indica la fonte, onde taluni che sembrano citati di prima mano potrebbero derivargli da altri e soprattutto da Vincenzo Bellovacense. Ci rifaremo dai greci tradotti. Di Platone pare non cono- scesse nulla.^i Opere d' Aristotile n'avrà certo vedute, ma non sappiamo quali, perché nell'elencarle riproduce il passo del Bellovacense ; tra^^ le spurie cita il De pomoP Adopera an- che la Vita Aristotelis, che va sotto il nome di Ammonio, traslatata allora di recente in Inghilterra e che egli toglie dalla Summa di Giovanni Walensis.^' ^ f. 133 ab Alberico in libro qui dicitur Poetarius ; f. 261 Albericns in Poetarlo ecc. *'' Li adopera nella descrizione di Roma, f. 141 ss. <8 f. 144T illins Graphia anree compilator. <9 f. 99V ecc. '^ f. 107, 110 ecc. Isidorns ex libro proprietatum. 51 f. 273V Ut autem in Fedrone narratur, bibit farmacnm et ciini hii, qui ingressi erant eum, Xantippem coningem invenissent piierum tenentem et exclamantem, Socratem (-tes) aspiclens Tritonem (Crit-) faniiliarem albi, abicito inquit ìllam... et hec dicens patienter snstinens valde ilariter et fa- cile bibit. Hec in Fedrone (Phaed. 60 a, 117 e). Questo brano della tradu- zione medievale del Phaedon tfli deriva dalla Summa del Waleys, Lugd. 1511, f. 169. 6' f. 279, cfr. Vinc. Bel. Sp. Mst. Ili 84. " f. 279. 3< f. 277v Aristotiles... Huius antem origo et vita fuisse legitur huius- modi in libro de vita et moribus philosophorum : Aristotiles quidem fuit gente macedo, patria vero strangiritanus. Strangiria autem civita.s est Tra- chìe... Il Liber de vita et mor. philos. fa parte della Summa del Waleys, nella quale si trova il tractatus de vita eius (Aristotelis) transìatus de greco in latinum (lo. Valensis Summa, Lugd. IMI, f. 164v). Il testo greco fu pubblicato la prima volta da L. Holstenius Vita Aristotelis peripateti- eorum principis, Lugd. Bat. 1621. cap. HI) BENZO 137 Per la storia degli ebrei sfruttò largamente le opere di Flavio Giuseppe 1" historiographus disertissimus ' e di Ege- sippo ; ^^ per la cronologia in generale e per la storia della chiesa Eusebio tradotto da Girolamo e da Bufino ; =" per le im- prese di Alessandro Magno VHistoria Alexandria'' dello ps. Callistene, anonima, e l'Epistola Alexandri ad Aristotelem.^ Rammenta le ' elegantes et famose fabule ' di Esopo,^^ ' homo grecus et ingeniosus ' ; e cita Dioscuride,"" Origene,^^ Giovanni il Grisostomo,*^^ Clemente Alessandrino : ^^ ma se tutti diretta- mente questi ultimi, non saprei aifermare. Speciale menzione richiede il Liher de vita philosopliorum, la ben nota riduzione medievale delle Vitae di Diogene Laerzio. Benzo non potè adoperare l'omonimo scritto del Bur- laeus, che non era ancora uscito, bensì ebbe tra mano la re- dazione originaria, ma stranamente alterata e ingrossata, come apparirà da un paio d'esempi : Homerus (f. 263)... Fuit autem Homerus, ut scribitur in libro de vita phi- losophornra, homo bone magnitudinis, pulcro forme, remissì coloris, magni capitis, inter humeros strictus, gravem liabens aspectum et in facie signa variolanim. SocRATES (f. 274)... Fuit autem, ut in eodem libello de philosophorum vita legitur, vìr coloris rubei, conpetentis magnitudinis, calvug, decorus ^ f. 9Iv Hic finis terminusqne a me ponitur historiarum hebraici sive iudaici populi ex hiis que sumpta sunt per me ad huius operis compilacio- nem a scriptis Flavii losephi hìstoriographi dissertissimi et Egesippi in stilo historiarum losepho non infimi ; f. 16^ losephus in libro centra Apionem. 56 f. 21, 133 ecc. ^ f. 37v ecc. 58 f. nv ecc. 53 f. 44, 267v. «> f. 97v Diascorides. 6' f. 32v Origenes in expositione arche Noe. 6' f. 32» Johannes constantinopolitanus de reparatione lapsi ; f. 263 Nar- rat vero Crisostomus in quodara sermone super ilio verbo ' dicentes se sapientes stulti facti sunt' Fiatoni fuisse propositam questionem (sui pidocchi dei pescatori), sic dicens : 'Plato iuxta litus maris deambulans '... Hee Crisostomus. Tamen lohannes de Walia in Summa sua {Uompendil. Ili 4, 16) ponit quod fuit rei huius recitator (Jregorius Nanzanzenus qui fecit tractatum super ilio verbo apostoli: 'sapientia huius mundi etc. ' Cfr. sopra p. 42 n. 38. ^■^ f. 103 Clemens in itinerario. 138 MILANO (cap. Ili facie, gpansas humerìs, jfrossorum ossium, modice carnig, oculorum nigro- ruin, lentarum palpebrarum, multi silenciì, raembrorum quietornm inulteque cogitacionìs. Si direbbe che tali ritratti fossero modellati su quelli degli eroi e delle eroine di Grecia e di Troia, che leggiamo presso Darete (XII-XIII). Fra i cristiani latini aveva dimestichezza con Lattanzio^' e i quattro grandi luminari : Girolamo,^^ Ambrogio,^ Grego- rio,*'''' Agostino, soprattutto il De civitate dei di quest'ultimo."* Spessissimo adoperato per la storia è Orosio,**^ per la mitolo- gia Fulgenzio.™ Di Boezio cita il T)e consolai.'^ e il De mu- sica,^^ di Cassiodoro molto le Variae, talvolta VHistoria tri- pertitaP Assai di frequente ricorrono i richiami alle Eiy- mologiac di Isidoro,'''* e a Miletus,'''^ che sarà Melittus, il collaboratore della Chronica dello stesso. Non dimenticheremo la Datiana historia?^ Vorremmo aggiungere VApologeticus di Tertulliano,''^^ ma ci sembra tolto di seconda mano dal Bel- lovacense. Di alcuni scrittori pagani ha solo conoscenza indiretta. Cita da Sallustio il fatto dei Philaeni ''^ {I»g. 19); ma per la parola di Giugurta (35) : ' urbem venalem et mature peritu- M f. 265. 65 f. 21 Super Amos ; f. 32v super Ezechielem ; 186» supra Danielem ; 271v super Genesim ; 21, 265v ecc. centra lovinianum, 271, 280 ecc. Epist. 66 f. 31, 32V. 6" f. 32t ecc. 6* f. 7 ecc. Altre opere : 32v Scrmo de incarnat. dom. ; in psalmos ; 249v Confes.s. ; 268 centra mendacium ; 276» coutra lulianum. 6» f. 7v ecc. ~'> f. 256 bis ecc. Mitolog. "1 f. 267 ecc. "' f. 269 Hic (Pythagoras) ut scribit Tnllius libro de consiliis cum audis- set taurominutanum iuvenem libidine tlagrantem... Cfr. Boeth. De tnus. I 1. Ville. Beluac. Spec. hist. Ili 21 cita lo stesso passo, ma senza le parole ' libro de consiliis '. ~^ f. 9-t ecc. Epist.; f. U4t Cassiodorus in Tripertita. '* f. lUv 112 126v ecc. ■« f. 12, 140, 149 ecc. "6 f. 20, 144 ecc. Datius. ~ f. 270, 273t ecc. ''8 f. I37v Hoc idem scribit et Salustlus. cap. Ili) BENZO 139 ram '... rimanda a Orosio.''^ Cesare gli è intieramente ignoto e nella descrizione delle città della Gallia^*^ non fa mai il suo nome; le poche volte che lo ricorda,*^' copia il monaco Aimoino 0 Ammonio, com'egli lo chiama. Da Cicerone reca qnesto detto : ' Theofrastus, qui a divinitate loquendi, ut ait Cycero, nomen accepit'.*^ La frase ciceroniana si rinviene nell'Ora^or (§ 62), in un luogo che manca ai codici mutili. Se ne conchìu- derà che Benzo possedeva VOrator integro? No certo, da chi abbia veduto la medesima notizia nella Chronica di Giro- lamo. «^ Troviamo allrcsi una citazione dMe Fhilippicae: 'Idem TuUius libro XIII Philippicarum scribit eciam lucu- lenter: memoria inquit bene reddito vite sempiterneqne (sic) si non esset '...''' Ma il brano è dato anche dal Bellovacense; *= e d'altra parte sarebbe questo l'unico indizio che Benzo pos- sedesse orazioni ciceroniane. Egli nomina assai spesso la Na- tur. Histor. di Plinio*" e sempre in tal forma, che parrebbe l'avesse tra le mani ; ma altrove confessa di non la possedere.*' E nemmeno Plinio il giovine conosceva, perché là dove parla di Como,** lo tace assolutamente. Per gli altri scrittori che elencheremo, crediamo di aver raggiunto la ])rova che li possedeva. Collocheremo in capo a tutti Vergilio,*^ insieme col suo commentatore Servio,'-"" da cui "9 f. U2v. *) f. 151v-],52v. 81 f. 107, irw. S2 e. 48. 83 Migne P. L. 27, 478. S' f. 274, cfr. Phil. XIV 32. « Spec. hist. VI 20. Vero è che nel Bellovac. invece di 'libro XIII ' si ha ' in 14 ' ; ma potrebb'essere una correzione dell'editore. S" f. 97v, 98, 104', Ilo, 116, 118, 118v, 119, 121, 278' ecc. '"" f. UU' Nunc de siiigiilis Italie provinciis disserendnin est. Sed hoc prius sciendum qiiod secunduni Plinium libro III Ytalia XII fainosas et po- tcntissiiiias particulaies preter insulas continet regiones de qiiibns ipse Pli- nius diffuse tractat. Sed cum liber ille ad me non pervenerit... ; f. I26v Servius... De civitatibus auteni tocius orbi» multi quidem ex parte scripse- runt, ad plenum tamen Phtolomeus greee, Plinius latine... (ad Aen. VII 678). Actur. Ego vero cum hiis caream auctoribus... 8« f. 148. »3 f. 233r ecc. ^ f. 126V, 13ÓV ecc. 140 MILANO (cap. Ili deriva copiose notizie storiche e miticlie. E gli faremo seguire Orazio, ' nobilis et antiquus ille poeta ', con VA. P. e le Odi, esso pure commentato.®^ Ovidio è consultato specialmente per le 3Ietam.;^'^ ma sono ricordate anche le Heroid. e ^\\ Amo- res?'^ Qua e là comparisce il nome di Lucano.®* Particolare predilezione mostra per Stazio, che, come soleva al suo tempo, confondeva col retore tolosano omonimo, ma lo distingueva, ciò che allora non tutti facevano, dall'altro omonimo Cecilio Stazio.®^ Di lui ammira lo ' stilus rethoricus et facundus ', T'elegars metrum ' e sa da Giovenale l'entusiasmo che susci- tava in Koma con la ' leporis dulcedo ' nella declamazione della Tebaide.'-*'^ Anche l'Achilleide egli giudica ' coloribus rethoricis venustata ', in proposito della quale riferisce che Domiziano gli aveva domandato un poema sulle proprie ira- prese, ma che il poeta non ritenendole ancora degne di canto, né d'altra parte osando opporre un rifiuto, sotto pretesto di addestrar l' ingegno gli dedicò il nuovo lavoro. E tutto ciò di- 91 Per 1'^. P. f. 212» Oracius nobili» et antiquus ille poeta : ' multa in- quit renascentui'... (A. P. 70-72). Perle Odi f. 270» Quante aiitem venera- cionis hic vetustissimus poeta Pindarus fuerit et quam preclarus in arte poetica, insìnuat Oracius, niagnus eciain poeta, in odia suis... (IV 2). Per il commento f. 133» Unde et Oracius, causam volens succincte estendere quare dii, ut secuudum euni loquar, passi sint ipsius urbis destruccionem, Inter cetera ait : Ilion Ilion fatalis et incestus index Paris et mu- lier peregrina scilicet Helena te vertit in pulverem postqnam Laumedon pacta mercede destituii idest fraudavit deos non per- solvens libamina que in constitucione ipsius urbis diis ipsis promiserat (Carm. Ili 3, 18 ss.). '■'* f. 134, 260» ecc. Ovidius in maiori. 93 f. 262» De qua (Phaedra) meniinit Ovidius Epistolarum (Heroirf. IV); f. 149 unde illnd monosticon: ' Mantua Virgilio gaudet, Verona Catullo ' (Am. Ili 15, 7). 91 f. 94» ecc. 95 f. 52 Statius poeta Cecilius comediarum scriptor, non ille Statius, qui thebanam scripsit historiam. 96 f. 212» Quoniani regum septem communi accessu insignem historiam scriptorum veterum et potentissime (= potissime) Staeii tholosensls stilug rethoricus et facundus toto orbe sic celebrem reddidit... Hanc autem histo- riam Stacius ipse eleganti metro conscripsit imperante Domiciano Augusto; cuius sano Stadi tanta leporis dulcedine lingua redoluit, ut quemadmodum luvenalis satyricus memìnit sna recitando carmina eciam romanam nrbem lefam efflceret... (luven. Sat. VII 82-86). cap. Ili) BENZO 141 chiara desumersi dal proemio.^" È manifesto die vi lesse più che non vi sia scritto; ma non errò nell'affermare che Stazio prevenuto dalla morte lasciò imperfetto il poema : nel che consente, come vedremo meglio più sotto, con la Commedia di Dante,^^ da lui certo non veduta. Il suo testo terminava con le parole: ' et memini et meminisse iuvat, scit cetera mater'; ^^ vi mancava perciò il verso spurio di chiusa, aggiunto da un interpolatore, che a tutti i costi volle dare al moncone l'ap- parenza di poema finito (v. sopra p. 100). Tanto la Theb. quanto VAchill. di Benzo erano chiosate. ^"'^ Abbiamo testé ri- cordato Giovenale, il 'satyrus': ^'^^ di esso pure aveva il com- mento. 1"* Ultimi tra i poeti noti a Benzo vengono 1' autore AeWIlias Intina}^^ da lui citato col nome d'Omero, e Clau- diano, 1" auctor ingeniosissimus'.^"* Questi i poeti coi loro commentatori. La prosa è anzitutto rappresentata da un discreto manipolo di storici. Livio è per ^ f. 253 Sciendum quoque est qnod hano liistoriam (Acliillis) Stacius tholosensis Domiciano imperatori metrice scripsit, coloribus quidem retho- ricis venustatam, quam tanien compiere nequivit morte preventus. Volens enim idem imperator ut de gestis suis opus componeret, cum iam ipse Sta- cius librum Tliebaidos... complevisset nec videret Domicianum aliqua ges- sisse memoria digna nec tameu palam auderet renuere subire opus, sub pretestu acnendi ingenium prestolatus est hoc opus assumere. Hoc autem invocatione operis idem auctor insinuai. 9" Purg. XXI 93. 99 f. 256v. 100 f. 212'' per la Theb. : usus sum commentatorura adminiculo; f. 253 per VAchill. : nonnulla ex commentis accipiens. wi f. 17, 275 ecc. 102 f. 275 Commentator etiam luvenalis dicit quod nolebat (Socrates) iurare per loveni, sed per canem aut lapidem vel quicquid ad manum ei accidisset, unde ab Athcniensibus dampnatus, in carcere veneno hausto, periit; f. 279v nam flexo genu vel gradu incedebat (Aristoteles), ut dicit commentator super luvenalem. 103 f_ 244 Verba Priami ad Acliillem secundum Onierum : '0 greee gen- tis Acliilles fortissime o regnis meis inimice '... {II. lat. 1028 ss.) ; f. 245 Recitat autem Omerus in liane sententiain verborum i)aratam fuisse Hectoris regalem sejnilturam : ' Rogus sìqHidem a duodecini principibus constructus est, cui additi sunt equi currus tube clipei'... (ib. 1048 ss.). 104 f. 141 Huius preterea urbis (Romae) inclite laudea preclarissimas eleganter liic epitliomare insinuat Claudiànus auctor ingeniosissimus dicens: ' Hec est urbs qua nichil ether in terris complectitur alcius ' .. (Cons. Stilic. Ili 130 ss.). 142 MILANO (cap. Ili lui 'omnium scriptornm et historioj^raphornm maxima», in CUÌU8 narracione ouinis tacet oblocutor et gaudet elocutor '.^''^ Possedeva le tre deche I, III e IV, non complete, |)erehé la IV mancava, come del resto nell'esemplare petrarchesco, del libro XXXIII,^"" e il libro XL giunj^eva press'a poco al e. 15,^"' dove il codice del Petrarca continuava fino al e. 37. Più d'una volta lamentò la perdita della deca II i"* e non vi potè sup- plire con le Periochae, che gli rimasero ignote. Valerio Mas- simo fu una delle sue fonti precipue. ^'^^ Molto si giovò di Curzio Eufo nella storia di Alessandro Magno.^'*' Conobbe Sve- tonio,iii Lucio Floro ; ^^* frequentemente adoperati sono, né poteva essere altrimenti, Solino, del quale sa dir solo questo, che visse dopo Ottaviano,'!^ e Giustino, di regola citato con la formula ' lustinus ex Trogo '.^i' 11 suo Eutropio era nella 103 f. i44v. "•<■' f. 177 Hec ex Tito Livio snnipsi de gestis inter Pliilippam et Roma- no9 ceterosqne eoruiii socios circa ea qua Philippi gesta tangiint. Sed quia in exemplari non invoni bellnni quod inter Filippiim et consulem Quìntum B'iamineum hoc tempore ultimo gestum sive secutum est pace a senatn ut predicitur repudiata... "w f. I80v Demetrius vero qua potuit oratione suspiciones dìluit se excu- saus. (Lìv. XL 12) Actor. Huius orationem imperfwtani inveni in exemplari libro Titilivii ; ita quod qualein exitum siniultas illa fraterna habuorit se- cundum dieta Tyti prosequi non possum ; ncque enim ultra uaquam de li- bris eius inveni nec haberi audivi, preter hanc decadam quartam et terciam et primani. '«8 f. Viiiv Servius scribit (ad Aen. I 343) quod Carthago a carta dieta est, ut legitur in liistoria Penornm et in Livio et sonat Penorum lingua nova civitas ut docet Livius. Actor. Quod autem Llvius hoc ponat non legi ex omnibus tribus decadibus, scilicet prima tertia et quarta; pulo antem in aliis haberi et maxime in secunda, que nusquani haberi dicitur; f. 260 A Tito autem Livio hanc advectionem (di Ksculapio) non sunipsi, quia ipsa eo tempore fult in quo secundam operis sui decadam Titns inccpit, qne nn- squam haberi dicitur. In fine enim illius decade (primae) alìqna de ipso Esculapio deveheudo in urbem tangens dicit, quod ' eo anno quo pestilen- tia ipsa laborabant Romani'... (X 47). Un accenno a questi fatti avrebbe trovato nelle Periochae. 109 f. 104 ecc. "' f. 17', 159, 160 ecc. Il' f. 115, 266V ecc. m f. 181. •»3 f. 262 quem (Solinnm) constai fnisse temporibus eciam post Octa- vianum. «" f. 17V ecc. cap. Ili) BENZO 143 redazione originaria/i^ non nell'ainpliata di Paolo Diacono. Per la guerra troiana fonde insieme le narrazioni dì Dicti e Darete,"" ponendo però a base Dicti, perché il 8uo testo di Darete era frammentario. Cosi almeno credeva : credenza er- ronea, insinuatasi in lui e in altri, dal confronto di Darete con la traduzione francese di Benoit de Sainte-More, che va- lendosi di nuove fonti aveva ingrossato la redazione primitiva latina. Benzo possedeva la traduzione francese, non è ben chiaro se l'originaria poetica o la riduzione posteriore i)rosa- stica; e di essa anzi ci ragguaglia che era popolarissima e che veniva cantata per i villaggi e nelle piazze. Ciò lo trat- tiene dal voltarla in latino; donde rileviamo che egli s'era anche impadronito della lingua francese.^^^ Altri autori usati da Benzo sono Frontino,i^* Apuleio, di cui scopri quattro opere, due di più del Bellovacense,"" Aulo Gel- ilo, di cui possedeva entrambe le parti,i^^ Marziano Capella.i^^ "3 f. HIT, 136, 140V. •"■' f. 233 iinus enim secundam qnod indicat epistola Septiminii (sic) ad Quintum Archadimn (sic) vocatus est Dytis ex gnosio oppido... ; f. 233v al- ter... fiiit Dares frigius. Hic ut meminit Cornelius Nepos in epistola ad Sa- lustiura Crispnm... "T f. 233v minus tamen usiis sum ex Daretis scrìptis, quia eiusdem opus non continuatuiu sed per tran.situin couipilatum ad me pervenit, quamquam et gallico idiomate comniuniter habeatur passimque adeo sic (=8it) vulga- tum ut vicis cantitetur et plateis, propter quod non curavi in latinum illud deduccre. Cfr. P. Rajna in Arehiv. stor. lombardo XIV, 1887, 21-22. 118 f. 208V. iw f. 280 Huius Apulei duos se repperisse libros dicit Vincencius, unum scilicet De vita et moribus Platonis, allum qui intitulatur I)e deo Soera- tis. Ego vero alium eiusdem Apulei librum legi qui intitulatur sic: Apulei platonici floridorum; alium quoque librum eiusdem comperi qui intitulatur Asini aurei vel secundum alios intitulatur sic : Ludi Apulei platonici Madaurensis Methamorfoseos liber. 1*' Per la prima parte (I-YIl) f. 272 ne eo (Protagora) scribit Agellius libro V (V 10) Noctium atticariim introducens theraa super dilacione iudicii diflfiniendi Inter ipsum Protliagoram et eius discipuium Eunallium... Protha- goras qui fuerit ' acerrimus sophisticator ', ut ait Agellius libro V cap. l (V 3, 7). Citato anche dal Bellovacense Spec. hist. HI 55, ma in maniera diversa. Per la seconda parte (I.K-XXl f. 166t Agellius. Super ea vanitate mater eius Olympias ' eum comiter admonuisse visa est docens eum ' (XIII 4, 3). '21 f. 160 Marcianus. In hac eciam Alexander Victoria contra Darium... (VI 594). 144 MILANO (cap. Ili e Macrobio coi SaUirn}^ e col Somnium}^ Cicerone gii è noto assai imperfettamente. Nulla degli epistolari, nulla delle orazioni, poco delle opere rettoriche,'24 „„ j,uon numero delle filosofiche : Tuscul.}^^ De offic.}^^ De divin.}'^' De nat. deor.,^'^^ De sen.,^-^ De amic.,^^'^ De fatoP^ Con Seneca ha maggior familiarità. Cita i DialogiP^ il De henef.}^'^ il De clem.,^^^ il De ira,^^'= le iV^a^. Quaest.,^^^ le Epist}^'' e le Tra- goediaeP^ Tutti gli autori che abbiamo finora enumerati non risulta per qual via siano pervenuti alla conoscenza o nel possesso di Benzo. Di alcuni soli possiamo accertare la provenienza e di questi teniamo parola qui alla fine. Essi sono gli scrittori àQW Historia Augusta e i due poeti Catullo e Ausonio, tro- vati a Verona nella biblioteca del Capitolo : i due ultimi si- curamente, i primi presumibilmente. Benzo reca alcuni passi dall'lZjs^ Aug.p^ in uno dei quali invece di ' statura decori ' legge erroneamente ' stature '}*^ «2 f. 249v. *23 f. 268. 124 274v Inter Xenofontem autem et nxorera simal litigantes Tnllius li- bro rethoricorum qiiandam mulìerem Aspasiam nomine introducens... (De inv. I 51). 125 f. 256v bis. '26 f. 144. 12^ f. 267, 273v. 12« f. 266. 129 f. 206v, 271. 130 f. 207v. 131 f. 274. 132 f. i38v De fonte Arethusa nieminit Seneca libro de consolatione quod ' celebratissimus carniinibus "... (Dial. VI 17, 3); f. 207 De eo (Pisistrato) refert Seneca eiu8 dis.simulandi virtutem ostendens... (Dial. V, 11, 4). 133 f. 166v, 172. 131 f. 170, 267. "5 f. 270. '30 f. 94v, 156V. '3' f. 263. '3s f. 2o2v Seneca tainen in ultima tragediarum dicit eum (Herculera) incensiim fuisse in monte Etlieo, unde et Etheus appellatila est; sed forte de alio Hercnle intellexit vel corruptus est textus. Benzo lesse in Cicer. Tusc. II 19 Oela e credette clie Jitha fosse una parola diversa. "9 f. 94v, 102V, 106, 134, 147. "0 f. 106, Treb. Poli. Tyr. Mg. II p. 115 Peter. cap. m) BENZO 145 come il codice Palatino 899, che nella prima metà del se- colo siv stava a Verona. Benzo inoltre non sempre attribuisce le vite ai loro propri autori : ^*^ e ciò è da imputare alla la- cuna e alle trasposizioni del Palatino. Vero è che una mano di quello stesso secolo ha in parte restituito l'ordine con note marginali; ma le note non dovevano ancora essere state scritte quando Benzo ebbe il codice tra mano. Da ultimo VHist. Au(j. non era un testo molto facile a rintracciare e questa sa- rebbe una ragione sufficiente a persuaderci che lo vide a Ve- rona. Dalie scarse notizie che ne trasse s'indovina che lo sfo- gliò fuggevolmente. Nella Capitolare veronese trovò l'archetipo di Catullo, da cui trascrisse l'unico passo seguente : ' Dicit preterea Catullus ])oeta veronensis ad amicum Aurelium scribens sic: Poeto tenero meo sodali velini occilio papi re dicas ve- ro nani veniatnovirelinquens domimenialarium- que litus' (Catull. XXXV l-4)."2 E dall'averne tratto cosi scarsa messe è da dedurre che l'abbia sfogliato più fuggevol- mente ancora deir//is^. Aug., arrestandosi fofse a un jiunto, <love qualche lettore veronese aveva già segnato un richiamo, ])oiché ivi per la prima volta Catullo nomina Verona. Il ti- tolo ad amicum Aurelium è sbagliato ; ma si spiega da ciò, che nell'archetipo l'interstizio più prossimo al carme XXXV, donde la [ìresentc citazione è tolta, stava al carme XXI, il quale comincia con le parole 'Aureli pater'; indi la presun- zione di Benzo che tutti i versi successivi fossero indirizzati ad Aurelio. Lasciando domi per Comi, errore materiale di scrittura, la lezione occilio (in luogo di cecilio) è della mas- sima importanza. Essa fra tutti i codici catulliani non s'in- contra che in 0, l'unico apografo diretto dell'archetipo; ma Benzo non la potè derivare da 0, che è posteriore forse di mezzo secolo: la lesse perciò nell'archetipo. Siccome la visita di Benzo a Verona cadde tra la fine del secolo xiii e il prin- !<■ f. 106, Treb. Poli. Tyr. trig. II p. 115, con rattribuzione a Giulio Capitolino; f. U7, Treb. Poli. Valer. II p. 69-72, 85, con l'attribuzione a Capitolino. "2 f. 94. U. Sabììadini. Le acoperte dei codici, XO 146 MILANO (cap. HI cipio del XIV, in ogni caso avanti il 1310, cosi fu egli uno dei primi che esaminò il codice veronese.^*^ Abbiamo dunque buoni argomenti per stabilire che Benzo vide a Verona VHist. Aug. e Catullo. Per Ausonio ce lo at- testa egli stesso : ' Hunc etiam cathalogum Ausonii repperi in archivo ecclesie veronensis, in quo erant libri innumeri et ve- tustissimi '."^ L'Ordo urhium nohilium è da lui adoperato nel libro XIV. Io ne reco qui tutte le citazioni, ora letteralmenle, ora, ))er ragione di brevità, collazionate col testo del Peiper (Lipsiae 1S>6), in modo che nessuna lezione resti trascurata. Terrò presenti anche le differenze del codice Tilianus (Leid. Voss. lat. Q 107) : f. 142v Ausoiiius in catlielogo urbiuni illnstrinm dicit qiiod prima est inter nrbes deoriiin domus aurea lioma. Questo passo manca al cod. Tilian. f. 136 Scrihit quoque Decius Magnus Ansonins libro qui dicitnr catlia- logns urbium nobiliuni volens estendere qnod licet Carthago et Bizancinm sive Constantinopolis niagnifice fiierjnt nrbes, tamen cedere debent Kome, sic Inter cetera. Cita tre versi, 11-1:1. 11 divum in ras. ; 12 ausustas ; 13 bizantina licos. f. 129 Ansonins... loquens de Alexandria et Antiochia inter cetera sic refert dicens. Pue versi 1011. 10 te scllicet Alexandria ; illa scilieet Antio- cliia; 11 ingenitura; ancliora. Manca al Til. f. 151^ De qua (Treveri) scribit Decius Magnns .Ansonins in catlialag» urbinm nobilium VII (leggi VI) eam loco ponens, qui sic inquit. Tutto. 1 gestis ; 3 in oin.; 6 perlabitnr ; 7 omnigenns; conmcrcia. f. 14.5v Unrte Decius .Magnus Ansonins vir illustris in cathalago urbium nobilium post Romani Constantinopolim et Cartliaginem et Antiocliiam Ale- xandriam atque Treveriin, loquens de urbe Mediolani sic ait. Tutto. 2 In- numero; 3 et mores laeti oin. (la lacuna di Benzo mostra che la lezione 'ingenia antiqui mores' del Til. è congetturale); 6 teatri; 7 celebri ; S pe- ristula. Et notandurn qnod iste Ausonius fnit conteniporaneus Theodosio iunior! qui cepit imperare anno domini Illl<^ XXV. f. 138v De liuius quoque urbis (Capue) mirabili quondam potentia hiis eroicis versibus scribit Decius -ìlagnus Ausonius... dicens. Tntto. 1 pelago; 5 ante] ant; S attolleret ; 9 parentem idest Romani; lOappeciìt; 12herili; U corruerent ; feste. Hec Ausonius, qui ideo octavum dixit locum quia in cathago (sic) nobilium urbium posuit eaui octavam. f. 140 Hanc civitatem (Aquileiam) Ausonius in cathalago nrbium nobi- lium nonnm posnit, qui (corr. ex que) quiasinc magna expositione obscuri '« Sulla questione vedi W. G. Hale Bemo of AUxundria and Catuì- tus in Cìassical Philoloyy III, 1908, 233-34. i<< f. 146. cap. Ili) BENZO 147 sunt, ideo illos ohmisi, dicit tameii eain esse celebcirini ara menibns atqne portu. Manca al Til. f. 151» De ipsa (Arelate) loqnitiir Aiisoniiis... dicens sic. Tutto. 1 Prode; 1-2 Arelate — Roma om.; 4 Rodani; 7 alia; 8 aqiiitanica. f. 1.52V Unde Ansonius... dicit liane (Terraconam) esso nibem cui tota Yspania suo» fasces su bui itti t q uè cura Co r d uh a certa t non arce potenti ac cumBracharaqnesinupelagisedivitemesse iactat. Manca al Til. f. 142v De Cathinia et Syracnsa nrbibus .scribit Ansonius... dicens. Tutto. 1 cathìnam; siraciisas; 2 hanc (ea; co»T.) scilicet cathinam ; pietatem ; 3 il- laii; scilicet siracusas coniplexam. f. 152 Hnius etiam urbis (Tolosae) nieminit Ansonius..., insìnnans se in ipsa urbe fiiisse nutritnin qno<lqiie eam ingens anibitns muris cocti- li bus Circuit et pnlclier anuiis Haruna perlabitur innunieris populis liabitatam. Manca al Til. f. 151» De hac etìani urbe (Narbone) egrej^ia... Decins Magniis Anso- nius magnifica refert dicens: tre versi, l-.S. 1 marcie; sub nomine. Indi i)ro- segne: Tu in fìallia togati nominis prima quis memoret portus tnos niontes et lacus. quis populos vario discrimine vestis et oris. quis templum qnod quondam de marmore vario (quis tem- plnm — vario o»J. TU.) cuius tanta moles erat quantam non sper- neret olim tarqninius et gef nlns et iteriim ìlle (mìles TU.) cesar qui capi tolia cui mina aurea statuii, te martis (in maris corr. aZ m.) orientalis et liiberi nierces ditant. Te classes libici et siculi profundi et q iiicq uìd vario cursn per fiumi na et per (reta advebitur toto tibi orbe navigai. f. 152 De bac urbe (Bnidigala) multa preclara... scribit vir illustris Au- sonìns qui in ea originem habuit; unde sic Inter cetera loqnitur: 0 patria te insignem dico viris moribus ingeniis bominnni et iirocerum senatu vino et aquis. Burdegalis est niihi natale soluni uhi ni i - tis est celi clemencia et irri gue terre indnlgentia larga ver en i in longnm (enim longnm in rax.) et bruma b re vis. i bi es t su h ter quoque i nga fronde» fervent fluenta inimitata marinos meatns. Quadra etiam ibi est murorumspecies. sicaltis turribns ardua ut summitates intrent nubes aereas. latas habet pi a tea s. etre- spondentes indirecta compita portas. per medium anteni uibis habet fontani idest natnralis (idest naturali» om. Til.) fluminis alveum. Rt post plura sic flnit: idem Ansonius: Diligo burdcgalam roniam colo, civis in illa burdegala. Consul in ambabns. Cune hic scilicet in burdegala ibi scilicet rome sella curulis (cune- curnlis om. Til.). Le citazioni di Ausonio si allontanano dal solito metodo di Benzo, il quale preferisce trascrivere liberamente le sue fonti e quando son poesie parafrasarle in pro.sa. Qui invece la trascrizione è rigorosa e quasi sempre completa ; il che tanto più ci colpisce, in quanto s'è osservato che l'esame degli altri due codici veronesi fu frettoloso. Da ciò il sospetto che Benzo 148 MILANO (cap. Ili abbia portato seco il codice. Il sospetto diviene certezza quando si consideri che Ausonio fin dalla prima metà del secolo xiv era sparito da Verona ; infatti non lo nomina né l'autore dei Flores dell'anno 1329 né il Pastren^o (m. 13G3) nei snoi Viri illustres. Nel Catalogus urhium è manifesta la grandissima rasso- miglianza 0 pili esattamente l' identità del codice veronese col testo del Tilianuse con l'edizione milanese del Ferrari del 1490, particolarmente nel snnto i)rosastico delle descrizioni di Nari)0 e IJnrdigala. Il Tilianus e l'edizione milanese desunsero senza dubbio il Catalogus dal codice che Giorgio Merula scoperse nella chiesa di S. Eustorgio di Milano.'^' Il Tilianus comprende una raccolta considerevole di poesie d'Ausonio ; ma il Cata- logus urhium fu aggiunto pili tardi su alcuni fogli rimasti vuoti e con caratteri che imitano la cosiddetta scrittura lon- gobarda cioè la beneventana. Questa parte perciò venne tra- scritta di su un antico esemplare, che a mio giudizio è lo stesso veronese, il quale conseguentemente verrebbe a essere tutt'uno con l'eustorgiano del Merula. Il veronese, trafugato da Benzo, fu smembrato, non sapremmo dire né come né quando, e alcuni fogli capitarono in S. Eustorgio, ma disor- dinati e deperiti nella scrittura, perché l'ordine dei carmi nel testo del Tilianus e dell'edizione milanese è turbato, mentre esso è rigorosamente osservato da Benzo, il quale inoltre nel suo esemplare aveva Ietto su Narbo (v. 14) e su Burdigala (v. 39-40) qualche cosa di pili del Tilianus, che in quei luoghi segnò una croce a indicare il guasto. Di Ausonio Benzo adoperò anche il Ludtis sapientum, dal quale trae nel suo libro XXIV le seguenti citazioni : f. 266 Hnìiis eciam Tlialetis sententìa est, ut scribit Aiisoiiius de ludo septcm sapientum: vadimonio adest noxa. — Huius (Pitaci) est quoque '<5 Scrìve il Ferrari nel proemio dell'edizione milanese: adiecimusque ex cataloffo illustrium nrbium nonnulla excerpta epigrammata, quae (ieor- glus Merula.... in bibliotheca divi Eustorgii primus indagavit. I,o stesso co- dice era stato adoperato l'anno avanti da Stefano Dulcinio nella descrizione delle Nuptiae ili. mi ducis Mediolani, Mediolani X kal. martìi 1489 (incu- nabulo nulla bibliot Trivulziana) ; ivi al f. b IV si legge: Ansonii eniisti- cliion Et Mediolani mira omnia (y. 1.). cap. Ili) BENZO 149 illa conpendiosa quìdem ged pliisquam utilissima sententia tempus agno- sce, secundum quod scribit Aiisonius de ludo VII sapientum. — De quo (Cliilone) nicliil leppcii preter quod scribit Aiisonius fiiisse liane eius seii- teiitiain nosce te ipsum. Aliqni taiiien asciibunt eani Soloui. — Cuius ^CIeobol^) eciain Ansonius hanc dicit fuisse sententiain : modus optinius. — Huius (Biantis) quoque fuit illa sententia ut scribit Ausonius : phires mali. — Huius (Periandri) quoque, ut scribit Ausonius, illa est sententia moderacio totum. f. 206 Huius (Solonis) quoque extat grecum illud proverbium de quo roeminit luvenalìs (XI 27) gnoti se liton, quod latine souat scito te ipsnm... Hoe tamen proverbium sive sententiam dicit Ausonius fuisse Chi- lonis. Huius eciani fertur fuisse elegans illa sententia que talis est: feli- citatis index dies ultimus est... hanc autem sententiam paucissimis verbis conprelieudit vir illustris Ausonius in libello sive tractain qui inti- tulatnr ludus VII sapientnni, dicens eam esse eiusdem Solonis, que talis est : finem respice longe vite. Queste citazioni formano un'appendice del Ludus, (Peiper p. 182) la quale era sin qui nota solo dall'Ausonio petrarche- sco, ora cod. Parigino lat. 8500. E le lezioni dei due codici sono identiche "^ Di qui io dedurrei che l'apografo petrar- chesco fu copiato di snll'esemplare veronese, tanto più che il volume del Petrarca è un aggregato di vari manoscritti indi- pendenti.*^''' Ciò rincalza la mia congettura, che l'esemplare veronese sia stato ridotto in pezzi, da uno dei quali provenne il Catalogus urbium del Tilianas e da un altro l'apografo pe- trarchesco del Ludus sapienium. Q,nest'\ì\t\mo fu copiato pro- babilmente a Milano. Tale pertanto la sorte toccata al codice veronese dopo che usci dalla Capitolare."* * « * Dalla nostra esposizione risulta confermato quello che da principio dicemmo, che Benzo è il più genuino precursore ita- "^ Eccetto moderacio, clie sarà da imputare alla distrazione di Benzo o del suo copista. '^^ P. de Nolliac Pétrarque et l'kumanisme I 204. "s II codice veronese riuniva cosi i due componimenti, il Catalogus e il Ludus, che secondo la divisione dei manoscritti stabilita da C. Schenkl appartenevano a due famiglie differenti. Resta a dire una parola sul manoscritto frammentario veronese man- dato nel 1493 da Matteo Bosso al Poliziano (Peiper p. XLIII). Non doveva provenire dalla Capitolare, ma da qualche privato. Esso conteneva disiecta 160 BOLOGNA (eap. Ili liano del Petrarca e di Poggio. Le sue lunghe e varie pere- grinazioni ce lo rappresentano quale un esploratore che traccia prima con precisione un piano e poi lo eseguisce sistematica- mente. Cospicuo fu il provento delle sue indagini e più co- spicuo ancora ci api)arirebbe, se avessimo la fortuna di ricu- perare gli altri due volumi della sua enciclopedia, i quali com'io credo dovettero essere o in tutto o in parte condotti a compimento nella seconda dimora veronese, quando egli potè senza fretta attingere ai tesori del Capitolo. 11 suo spirito petrarchesco si rivela anche nei!' uso dei documenti raccolti, sui qqali sa esercitare una critica, che lo pone molto al di «opra di Vincenzo Bellovacense, il suo modello. Bologna Grammatici b Retori. A Bologna non mancarono nel secolo xiv maestri di gram- matica, di rettorica e di poesia, quali mediocri quali ottimi. Giovanni Bonandrea vi lesse rettorica sicuramente nel 1303,' a cui successe come maestro di grammatica, dal 1321 al 1328 almeno, Bertolino Benincasa.^ Nel 1321 insegnava poesia Ovi- dio Forestiere, grammatica dal 1307 al 132(ì Rainieri da lieggio d'Emilia.3 Grammatico di professione non era certamente Cecco d'Ascoli (Francesco Stabili), che professò astrologia all'Uni- versità di Bologna fino al 1324; ma le discipline grammati- cali non ebbe a sdegno, i)0iché ci lasciò un commento ai versi memoriali ortografici di maestro Syon.* membra di Ausonio e Prudenzio e fu con molta verisimifflìnnza copiato nel cod. HarlRian 2u99, che porta la sottoscrizione : Kalendis Marcii 1471 Ve- ronae mihi Stephanus de Novomonte sci'ipsi (Peiper p. XUI). ' F. Novali La giovinezza di Coìuccio Salutati, Torino 1888, 88, 78 n.; Fantnzzi Scrittori bolognesi li 375. ' Nevati ib. 34. 3 Id. 33. * Dovette abbandonare Bolof^na nel 1324 per accusa di eresia e fu arso a Firenze il 16 settembre 1327. Cfr. in generale Gaspary Storia della lette- cap. iij) GRAMMATICI E RETORI 151 Al di sopra di costoro s'elevò Giovanni del Virgilio, lettore di poesia nel biennio 1321-23 e confermato nel 1324; ^ ma nemmeno egli produsse opere di grande valore, che tali non si possono stimare né le aride compilazioni poetiche delle fa- vole ovidiane, né le egloghe scambiate con Dante, le quali ultime rivelano in lui scarsa cultura classica, ristretta quasi tutta al solo Vergilio : sicché fu non più che un ovidiano e un vergiliano.'' Alta nominanza godè Pietro da Maglio, l'amico e il corrispondente del Petrarca e del Boccaccio e il maestro del Salatati. Professò privatamente grammatica e rettorica, dal 1310 al 1350 circa, a Bologna, donde passò a Padova verso il 13ti0. Ritornato a Bologna, vi ottenne, dal 1371 almeno, la cattedra pubblica, che occupò fino alla morte (1382).'' Ma quanto valente professore, altrettanto fu fiacco compositore di versi e di epistole. Di due suoi omonimi, Giovanni insegnò arti in Bologna dal 1371 in poi e commentò alcune opere ari- stoteliche e il De invent. di Cicerone; Nicola fu poeta e rac- coglitore delle lettere ciceroniane ad Brtitum? ratura italiana I 298-301 e in particolare sull'opera nuovamente scoperta (ì. Boflìto II de principiis ustrolopiae di Cecco d'Ascoli in Giornale stor. d. Ietterai, ital., Supplem. VI, 190;ì, l-f)9. Vedi andie E. Sicardi II Pe- trarca e Cecco d'Ascoli (Nozze D'Alia-Pitré, Palermo 1904). Il commento al versi memoriali fu pubblicato da A. Beltranii in Studi medievali II, 1907, 525-537. Cecco cita comunemente gli autori medievali e i greci tradotti, po- chissimo i latini. 5 Novati ib. 33-34. Leggeva ' Virgilio, Stazio, r,ucano ed Ovidio ', A. Cor- radi Notizie sui professori di latinità nello Studio di Bologna, Bologna 1887, 50. 15 Tutte le poesie di Giovanni del Virgilio furono raccolte da Wicksteed e Gardner Dante and Giovanni del Virtiilio, Westminster 1902. Sulle com- pilazioni ovidiane vedi anche C. Marchesi I^c allegorie ovidiane di Gio- vanni del Virgilio (in Stuai romansi VI, 1908). ~ Novati ih. 33-4S e in Giornale stor. d. letter. ital. 17, 1891, 93. s Novati La giovinezza 32-33 n. e in Giornale stor. ibid. Giovanni mori il 1414. Nell'inventario dei codici di Giovanni Marcanova del 1467 leg- giamo : Recollectiones super arte velcri magistri lohannis de Muglio (cod. Est. di Modena o K 4, 31 f. 4v). Sulle lettere ciceroniane raccolte da Nicola cfr. R. Sabbadini in Rendiconti del r. Istituto Lombar. di se. e leti. XXX1.\, 1906, 387-88, Sembra diverso da ser Nicolaus q. lacobi de Muglio curie Bononie, die assisteva a un testamento nel 1338 (Novati La giovinezza 32,n. 1). 152 BOLOGNA (cnp. Ili Meglio siamo in grado di misurare la cultura di un mae- stro meridionale, il pugliese Bartolomeo, detto del Regno, cor- rispondente del Salutati. Fin dal 1383 aveva la cattedia di grammatica, alla quale più tardi venne aggiunta la rettorica con l'esposizione degli autori. Viveva ancora nel 1408, ma del 1415 era già morto. Delle numerose poesie due sole pare siano giunte a noi.** Nell'interpretazione degli autori egli allargò di molto i confini osservati dai suoi predecessori, poiché oltre agli epici Vergilio, Lucano, Stazio, alle Metam. d'Ovidio, a Orazio (forse VA. P.), ai satirici Persio e Giovenale e, cavai di battaglia dei lettori, a Valerio Massimo, egli espose Te- renzio e Plauto, Cicerone e Livio.i" Terenzio e Cicerone di- ventarono in seguito i testi fondamentali nella scuola di Gua- rino, Livio in pieno rinascimento fu introdotto da Vittorino da Feltro, Plauto da Guarino e dal Panormita ; sicché per questo riguardo Bartolomeo va considerato un vero precursore. Si salvarono le sue recollette sul De off. di Cicerone nel co- dice V E 8 dell'Estense di Modena." Delle notizie sull'insegnamento di Bartolomeo andiamo de- bitori a un suo allievo. Benedetto da Piglio, nato verso il 1805.1* Dal suo paesello nativo del Lazio si recò a studiare a Bolo- gna (verso il 1385), dove si trattenne molti anni,i3 ospite di un mecenate, il cavalier Giovanni de Loddovicis, dilettante di lettere e amatore soprattutto di Ovidio e del 'tragico' Valerio Massimo.!* Vi praticò anche qualche giurista, come Floriano 9 Epistolario di Coliiccio Salutati a cura di F. Novati, II 343-4. 1" W. Wattenbach Benedictus de Pileo in Festschrift sur Begriissung der Ileideìberger Philologenversammlung, 1865, 106. " epistolario di C. Salutati II 344. 1* Nel 1415 s'avvicinava alla tarda età, Wattenbach 121. 1' Wattenbach 105 : per muUos annps. 1* Valerio Massimo è significato cosi : Quin etiam tragicos solitus per- currere campos Militat in castris, Maxime, saepe tuis (Wattenbach 105). Va- lerio Massimo era stimato l'autore dallo stile tragico, sublime. Alla fine di un trattato sulla punteggiatura ai leggono nel cod. Ambros. R 1 snp. fol. 115V, del sec. xv, questi nomi quali rappresentanti dei tre stili: Plantus in humili ; alique epistole Cìceronis, Terentins in mediocri ; Valerius in gravi. cap. IH) GKAMMATICI E RETORI 1Ó3 da S. Pietro.'^ Terminati gli studi a Bologna, apri scuola egli stesso, sembra nel Lazio.^" Dipoi lo troviamo scrittore aposto- lico sotto Alessandro V.i^ Questo papa non vide finir l'anno del suo regno, essendo stato eletto il 2fj giugno del 1409 e morto il 3 maggio del 1410; e siccome gli ultimi quattro mesi della sua vita (dal 12 gennaio 1410) trascorse a Bologna, cosi verisimilmente in quella città Benedetto fu assunto al nuovo ufficio. Da allora in poi non abbandonò più la curia, che segui a Roma e da Eoma si sottrasse con essa nel giugno del 1413 all'invasione del re Ladislao.i'* Passato al servizio del cardi- nale Pietro Stefanesco degli Annibaldi, si recò con lui al con- cilio di Costanza, ma gliene incolse male, poiché nella fuga dei curiali di Giovanni XXIII del marzo 1415 egli fu carce- rato, né riacquistò la libertà che dopo otto mesi.''-' f] riacqui- stata che l'ebbe, ne approfittò per tenere a (Gostanza una let- tura su Lucano.^ Ricomparisce in curia sotto Martino V con l'ufficio di segretario.^' 11 principal suo componimento è il Libellus penancm, scritto durante la prigionia, •* diviso in tre parti: la prima, intitolata Nuntius, è una lunga elegia; la seconda, Narratio, è prosa; la terza. Supplicano, consta di epistole poetiche. Adopera vari metri : l'esametro, il pentametro, l'aselepiadeo, il gliconio, l'adonio navà orinar ; anche il ritmico.*^ Dai suoi versi non risulta che possedesse conoscenze classiche molto larghe : Vergilio, Orazio, Ovidio, Seneca, Giovenale, e tra i 's Su Floriano vedi Fantuzzi Scrittori bolognesi VII 301 e Chartula- rium Studii Bonoti., Bologna 1909, 89, 97, :i02. Mori il 1441. "j Sci (lei .suoi scolari erano nativi del Lazio : uno di Velletri, uno di Capranica e quattro d'Anagni (Wattenbacli 101, 108, IH, 112). '^ Voigt Die Wiederbelebung IP 21. '* Nel soggiorno romano Benedetto s'innamorò di quelle rovine (Wat- tenbach 109-110), forse in compagnia di Poggio. '■' Wattenhacli 123. 2" La prolusione sta nel cod. Riccardiano 754 f. 193 Frefalio B. de Vil- leo super Lucanuin, con la data ' Constantle XXVII septembris anno 1417' (cfr. Neues Arehiv XII, 1887, 607-8). 21 Voigt II 21. 22 Wattenbadi 123-4. 23 Fu ammiratore di Dante, Wattenbach 107. 154 BOLOGNA (cap. Ili cristiani Girolamo, Cassiodoro, Boezio. I modelli del Libellus penaruni furono i Tristia d'Ovidio e il I)e consolai, di Boe- zio. S'era formato una libreria, che lasciò a Roma nella fuga del 1413; gliela salvò l'amico Niccolò Gaetano.^* II maggior lustro letterario venne a Bologna nella seconda metà del secolo xiv dall' imolcse Benvenuto Karnhaldi, il dot- tissimo commentatore della Commedia di Dante. Chi indagherà le fonti di quest'opera monumentale, metterà in chiaro quanto vasta cultura classica potesse procacciarsi uno studioso nel tempo in cui abbandonava la salma moitale lo spirito immor- tale del Petrarca. A me basta dire due jìarole sulla sua pri- mizia (iuvenilis etatis imbecillitate), il Romuleon, composto a Bologna tra il 13G1 e il 1364,^^ e dedicato al governatore Goniez Alboinoz. Nel liomuleon, un compendio di storia romana da Romolo a Diocleziano, la forma, ancora impacciata nel cursus, nella gonfiezza e nel manierismo medievale, è assai ineguale e gros- solana, né l'autore nemmeno nelle opere posteriori è riuscito ad accostarla alla dignità antica ; il racconto e l'orditura ri- sentono dell'inesperienza giovanile e le fonti sono scarse e non bene adoperate. Tra gli autori citati occasionalmente no- tiamo Vergilio,-** Orazio, Giovenale,^''^ Seneca padre e figlio, confusi in uno,^'^ Frontino {De arte belli),'^'^ le Cnusae dello ps. Quintiliano,^"^ Vegezio,^' Solino, ^^ le Variae di Cassiodoro,*^ le 2* Wattenbach 108. 23 Sulla cronologìa della vita del Rambaldi vedi F. Novali in Giorn. stor. d. letter. itaì. 17, 1891, 95. Nacque tra il 1336 e il 1340; udi il Boc- caccio legger Dante a FircMize nel 1373; esulò nel 1376 da Bologna a Fer- rara, dove mori nel giugno del 1390. ^'' Cod. Anibros. S 67 sup. f. 2». Questo codice contiene nei f. 1-175 il Romuleon anepigrafo. 2' Ih. f. I.'i2v. 2* Ib. f. 4<' Seneca Tragèdia; f, 125'' Seneca libro de benefic. ; f. 140 Se- neca ad Lucillum; f. 143 Seneca de ira; f. 144v Seneca libro Declamatio- num ; f. 148 Seneca in libro dn clementia. " Ib. f. 119^' Frontinus in libro de aite belli. *> Ib. f. iv Qnintilianus libro de causis. 8' Ib. f. iv Veget. de re militari. 3* f. 4v Solinns libro primo de mirabilibus. 33 f. 2» Cassiodorus libro Variarum. «ap. HI) GRAMMATICI E RETORI 165 Etymol. (li Isidoro.^* Da Cicerone solamente qualche citazione indiretta; ^^ che se quell'autore gli fosse stato familiare, o])- portuuità di ricordarlo non gli mancava. Circa alle fonti storiche ci informa egli stesso nel proemio, che e degno di essere riferito testualmente si per la forma che per la materia : ' Principi bus 3S placuisse viris non nltiuia laus est', inquit Oratius in epintolis suis (I 17, 35). Hanc; anctoiitateiii secutus, illiistiium Romanovuni regnili consulnrn ac ìmperatorum, non omnia (|niileiii sed ijne niemorabiliora^^ fere erediderlin, inclita gesta*'* Incniento latino, luiinili stilo et sermone ma- terno sìne ulla retlioricorum pompa verbornm brevi volumine qnantnm ma- 5 terie qnalitas patitur, ad instantiam serenissimi railitis domini Gometii de Albornotio Ispani cuins inandatis, prins sibi riilectns qnam cognitiis, neqneo''-' refragari. qnem iam plnribns trinmphis clarissimis celebratum qnia armo- rnin solertia distrahit, militaris alligai disciplina, rei pnblice cnra sollicitat utilins gnbernande amenissinie nec non opnlentissime Bononie civitatis, 10 cnius liabenas'» regit prndens et providus guliernator et quain sonantihns nn- diqiie armoruin fragoribns bellornm distnrbine" opiiressam, revocata patria''^ liberiate iam dndnm snis propulsa de laribns, spectabili virtute sua poten- ter erexit, nobilissiniarum historiariim obscnritati sedulitate studi! invigi- lare non <3 valet : invitus qnodam modo protialior ad ssribenduni invenilis 15 etatis iinbecillitate cui ))lurìmum ignorantia solet esse cognata, sed propi- tiante deo maturitate animi rohoranda, famosissinios historiaruin anctores et si non qno ad stilum quo ad elTectnm saltein iiosseni '•" iinitatus, potissime: Titnlivinni, Augustinnm de civitate dei, Valerium Maximum, Salustiuni, Suetonium, Helium Spartianum, Heliuin I.anipridinn),^' lulinm Capitulinuin, 20 Lucium Flornm, Iiistinuiii, I.ueannni, Orosium, Eutropium alìosqne qnampln- 3< f. 28 Isydorns libro Ethimóìogiarum. M f. Uiv ipse (Caesar) ut scribit Tullius pnnivit parrìcidas in omnibus bonis, ceteros vero in dimidia parte bonorum (cfr. Sueton. luì. 42); f. 143 Tnllins libro 3» de olTiciis (da Sueton. luì. 30) ecc. •■'I' Cod. Ambios S 67 snp. f. 1. Per il proemio ho tenuto presente anclie il cod. Liiur. 66, 23, sec. xv, f. ], esso pure anepigrafo; cfr. Bandini C'orf. Laur. lai. II 803. ^' habiliora Laur. 3" Il verbo di cui gesta è oggetto, sta alla linea 15, protralior ad seri- bendum. Questa sintassi briaca formava la delizia di quei tempi. ™ nescio Laur. *" et Bononie civitatis habenas Laur. <' undiqnc flagoribus bellornm gnerrarnm disturbine Laur. ^ patria] prima Laur. •■5 non] animo Laur.; una sfacciata interpolazione. " posse ** Laur. '3 Helium Lanipridium om. Ambros. 156 BOLOGNA (oap. Ili res, non ignarus^* presens opuscnliini mìnus sepe^' ulla conditum rethorice dulcedinis suadela : mihi tamen sufiìcìat prefati domini satisfacere votis. Tra gli scrittori nominati nell'elenco a noi farà specie tro- vare Agostino e Lucano: entrambi erano invece fonti di pri- ni'ordine per gli storici medievali. Livio è citato nelle tre de- che: la prima col titolo Ab urbe condita, la terza col titolo De bello punico, col titolo De bello Macedonico la quarta, giusta l'uso invalso presso molti. Gli alii quamplures saranno quelli che più su notammo come citati occasionalmente e che non entrano nella categoria degli storici. Alla lista degli sto- rici aggiungeremo altri due nomi AqW Hi storia Auyusta,^^ inoltre Giuseppe Flavio ^^ e Giulio Celso ossia Cesare;^" ma di Cesare sì giova ben |)Oco : la sua guida per le guerre gal- liche, è Orosio, come per la guerra civile Lucano. S'incontra una volta ricordato anche Tacito.^i ma per via indiretta : questo autore venne nelle sue mani alquanto pili tardi.^^ Canonisti. Oltre che i lettori di grammatica, rettorica e poesia con- viene considerare nell'Università di Hologna anche i giuristi, come quelli che coltivavano gli studi letterari. E di due ca- « ignaros Laur. *'' sapere Tmw. <» Cod. Anibros. S 67 siip. f. 171 Trebeliiis Polio; f. 172 Flavina Sira- C usi US. *^ Ib. f. 2v losephus libro de captivitate ludeoriim. 60 f. 120 (ialli eiiim ut dicit lulliis Celsus sunt honiìnes capitosi qui per insìdias pugnare nesciunt sed solum viribns et opere (Caes. B. G. 113, 6); f. 120v lulius Celsus ecc. 51 f. 167 Cornelins et Suetonius referunt qnod sexcenta milia ludeorum in eo bello occiaa fuerunt (cfr. Oros. VII 9, 7). '>'^ Lo conosceva quando componeva V Augustalis libellus, del 1» gen- naio 1385, dove scrive: Claudius... fuit... infortunatus in nxoribus, de qua- rum una Messalina scribit Cornelius Tacitus {Ann. XI 12; 26 ss.) et dicit Invenalis (VI 130) 'et Lassata quamvìs nundnm satiata recessit' (eod. Ani- bros. R 1 sup. f. 66). Nel liomuìeon (f. I52v) cita in proposito di Claudio la stessa testimonianza di Giovenale, ma non quella di Tacito. cap. Ili) GIOVANNI D'ANDREA 157 noni ti specialmente è doveroso tener discorso, intendo di Gio- vanni d'Andrea e di suo genero Giovanni Calderini. 11 Calde- rini (m. 1365) raccolse codici classici; e il Salatati cercava nel 1375 ])resso i suoi eredi ])er mezzo di Benvenuto Kani- baldi un Gelilo integro.^ Egli si occupava di indagini lette- rarie nel campo del giure canonico, poiché compilò la tavola delle citazioni bibliche che occorrono nel Decretimi e nelle Decretali ; ^ ma pili direttamente ancora rientra nel campo letterario un altro suo lavoro congenere, l'indice del Folicra- ticus di Giovanni da Salisbury.^ Ben i)iù vasta cultura e canonica e teologica e letteraria possedette Giovanni d'Andrea (1270 e. — 1348),^ il quale co- nosceva gli autori delle discipline letterarie al pari e meglio di un maestro di grammatica e rettorica. Chi dia una sem- l)lice occhiata alle sue opere canoniche indovinerà facilmente gli scrittori che tace e vedrà gli scrittori che cita, tra i quali ultimi ricorderò ad esempio i due Plini,^ che erano noti a ' Totus Aselliiis Bononie est apud heredes d. loliannis Calderini, Epi- stolario di C. Salutati I 20:!. 2 II cod. 273 (meiubr. del sec. xiv) del collegio di .Spagna in Bologna contiene la tavola con la sottoscrizione (f. 64) : Explicit tabula attctori- tatum et sentenciarum bihììe inductarum in conpilacionibus decretoruin et decretalium cotatarum. lohannis Caldarini deeretorum doctoris. finite M.CCC.XLVII. ultimo aie augusti, hora scxta. Qui seripsit scribat seui- per cum domino vivat. Stanysiaus Hernianni. Clvia Cracoviensis. Indi al f. 54v questenote di possesso, tutte di mani del sec. xiv : Iste liber est do- mini lohannis guillelmi de bononia. Kectorìs ecclesie fratrum gaudentiuni de bononia. | Iste liber est domini guillelmi de bononia recthoris ecclesie fratrnra gaudenaium. | Ego fiullielmus fillius predicti domini loliannis sub- scripsi. 1 Iste liber est guillelmi de musselinis de bononia Kectoris ecclesie diete Marie fratrum gaudeneium de bononia. guilelmus subscripsit. — I.o stesso codice contiene nella i)rima parte, con numerazione distinta dalla seconda, V lei-onimianiis di (iiovanni d'Andrea; f. 63v Kxplicit leronimia- nus per loliannem andree conpositus finitus anno domini M.CCC. qua- dragesimo sexto. Cfr. F. von Schulte Die Geschichte der Quellen und Li- teratur des canon, liechts lì 250. 3 Novali La giovinezza 04. * Vedi per tutti P. von Schulte ib. II 207 ss. s Per Plinio il vecchio cfr. Ioli. Andreae Novella in Decret. 1, prologo f. 2v Plinìus Seeundus ad Vespasianum (la dedica della N. H.)\ per Plinio il giovine cfr. In VI decretai, librum commentarla f. 96 Plinius Seeundus.. libro I epistola XX; Plinius lib. I epistola Vili; lib. III epist. 20; Plinius 168 BOLOGNA (cap. Ili pochi anche fra i letterati di professione. Però le cognizioni di Giovanni risentivano sempre del vecchio indirizzo e bastò ch'egli si mettesse a competere col Petrarca, perché apparis- sero luminosamente le differenze delle due scuole. Nel 134.5 il Petrarca ripassò per Bologna e in quell'occa- hione rinfrescò la conoscenza di Giovanni d'Andrea,^ di cui verisimilmente aveva frequentato le lezioni.'' Da quella visita il carteggio dei due amici ricevette nuovo alimento, come mo- strano due lettere del Petrarca scritte al bolognese,* le quali collochiamo appunto tra il 1345 e il 1346 per la ragione sue- sposta e anche per una citazione dalle Epist. ad Att. di Ci- cerone, scoperte dal Petrarca a Verona nel 1345 : ^ pur non escludendo che la citazione sia stata introdotta posterior- mente.i" 11 Petrarca rimprovera a Giovanni un vezzo assai comune ai vecchi eruditi, massimamente ai giuristi, di affa- stellare citazioni su citazioni, '^ per far pompa di sapere: vezzo del resto dal quale il Petrarca stesso non riusci a emanciparsi intieramente. Maggior ragione ha il Petrarca nel rilevare altri difetti tradizionali del canonista, il quale collocava Valerio Massimo primo tra i moralisti ^^ e Platone e Cicerone tra i Secunilus lib. I epist. tertia ; lib. Ili opist. VII; f. 97 Plinliis lib. 4 epist. XII. Noteremo anche unii compilazione su Valerio Massimo ; nell'inventario dei codici di (ìio. Marcanova del 1467 troviamo seg^nato : Summaria Va- ìerii per lohannem Andree de Bononia (cod. Est. di Modena a K 4, 81 f. 6). « F. 1,0 Parco in Revue des bibìiothèques XVI, 1906, 312-13. " 11 Petrarca, Fani. IV 16 p. 246 scrìve a Giovanni : .id id vero qnod me veliit iiiratae militiae desertorem argnis, quoniam, cnm maxime florere inciperem, stiidiiim iuris Ijononi.amque diniiserim... 8 Fani. IV ir, e 16. ' Petrarc. Fam. IV 15 p. 239 alioquin quid de ipso Tnllio dicemiis, qui in epistolis ad Atticum quodam loco Platonem sunm detim vocat (ad Att. IV 16, 8). i" A ogni modo le due lettere sono posteriori al 1341, essendovi ricor- data la morte del vescovo di Ix)mbez fiìacomo Colonna, p. 2:18. I>a IV 1") nel cod. Parig. 856S ha la data : XVI kal. septerabris. *' p. 241 animadverti enim te in scriptis tnis omni studio ut appareas niti. Hìnc ille discursus per ignota volumina, ut ex singulis aliqiiid decer- pens rebus tuis interseras. '2 p. 238. oap. IH) GIOVANNI D'ANDREA I6i) poeti, ]ier due favole che avevano accolte, quella di Er e quella del 8o<2;no di Scipione.^^ Il canonista leggeva con amore il suo Terenzio, ma cercava in lui le massime morali e per questo non aveva avvertito nei prologhi i richiami ai nomi di Nevio e di Plauto, due autori, che egli erede inventati dal Petrarca.i^ Qui il senso storico riporta per opera dell'umanista un'ele- gante vittoria. E non la sola. Il canonista ammetteva la con- temporaneità di Ennio e di Papinio Stazio, attingendo, si ca- pisce, a una fonte impura, p. e. al De vita et morihus philoso- pliorum del Burlaeus, che fa di Cecilio Stazio e di Papinio Stazio un unico personaggio, coetaneo di Ennio. '^ A ben altre fonti ricorre invece l'umanista. Di Ennio sa che visse al tempo dell'Africano maggiore: e qui leggeva nella p. Archia{% 22) di Cicerone: ' carus fuit Africano superiori noster Ennius'; sapeva che Stazio era fiorito sotto Domiziano: e qui aveva letto con occhio di storico i prologhi della Thcb. e àc\V Achill. L'umanista grava piuttosto rudemente la sua superiorità sul canonista, ma salva il ris|)etto e la stima: Giovanni è per lui sempre il ' pater ', è seni i)re il ' sohis sino exemplo nostri tem- poris earum, quibus es deditus, litterarum princeps '.i" La polemica epistolare fra i due amici aveva avuto origine dalla questione quale fosse il maggiore dei padri della chiesa latina: Girolamo o Agostino. Il Petrarca dava la preferenza ad Agostino, a Girolamo la dava invece Giovanni d'Andrea, il quale richiama l'attenzione del contraddittore su una sua disputano longissima composta intorno all'argomento. ^^ La disputano, a cui qui si allude, è Vleronimianus, che godè di " p. 2.38. Su di ciò cfr. Macrob. in Somn. I 2 (e Valer. Max. I 8 Ext. 1). '« p. 239-240. '5 BiirlaeiLS p. 308 (Knnst): Staciiis Cecilius, poeta, contemporaneiis Ennii poete... Hlc duos libros composiiit poetico.s, seil. Acliilleidem et Tliebaidem. Questa confusione del resto era tradizionale e abbiamo veduto (p. 140) che Benzo d'Alessandria la impugnava. Perciò (Jiovanni può avere attinto anche ad altra fonte. 10 p. 242. •" p. 244 quod in quodam opere tuo probasse te dicis disputatone longissima. 160 BOLOGNA (cap. Ili moltissima diffusione ^^ e fu anclie stampato nell'anno 1482,^9 a Colonia. Esso comprende quattro parti, nella prima delle quali l'autore si lamenta che gli italiani abbiano tiascnrato il culto di Girolamo e pone in chiaro i suoi meriti; nella se- conda ne narra la vita, la morte e i miracoli ; nella terza ri- porta le testimonianze sul conto di lui ; nella quarta dà il ca- talogo delle opere, delle quali reca il principio e la fine e qualche estratto.^*^ All' ingratitudine degli italiani '-*' e ai ine- riti di Girolamo alludeva Giovanni nella sua lettera al Pe- tra rea. ^^ "* Alcuni codici sono ricordati dal voii Sclinlte op. cit. II 217 n. 64. lo lio adoperato il sunnominato del collegio di Spagna di Bologna, il Lanrenz. Aedil. 46, nieinbr. sec. xiv, e il Braiden.se (Milano) AD XIV 25 niembr. sec. XIV : f. 86v Anno domini M.CCC.LXXXXI.K. die VI angusti liora prima noctia ; f. 87v Iste liber est doinus sancte Marie de grafia ordinis cartusiensis prope Papiam. Seguo il Braidensc, perché contiene la redazione definitiva. 1'» Hain 1082; Copinger 1082. 2" Cod. Braidense f. 1 Icroniniianum hoc opus, per loliannem Andree urgente devocione compositum, in partes rite dividitur, testante leronimo super Ezechielem libro nono in principio: quod divisus dietantis scribentig et legentis labor respirat in partibus. Ipsius vero jiartes sunt quatuor no- tabiliter inequales; ad equalitatem enim iiartium diviuum prcceptum, ius ■ scriptum vel compilantlum mos non artat. Primo antem ponit auctor sui admirationem qnerulosam quam verificando iustificat, subdcns eniendam per eum inclioatam et quod evenit in Troia et prius in Tuscia et Ducatu. Se- cundo ponit beati leronimi legendam et niiracula per triplex tenipns di- stincta, interserens sue mortis tempus et seriem et ea que verbo tunc docait ac sue sepulture locum et translalionein ipsius. Tercio jrer sanctorum et doctorum auctoritatts leronimuin gloriosum extolit, de ipso epithapliia him- num et orationes subdens et exprimens qnos habuit preceptores. Quarto quia ' memoratu digna lucide sunt ponenda', ut dicit Valerius li. octavo capi- talo XI in princijiio, ipsius scripta et canones transumptos ex illis nomi- natim exprimit et Inter signa ponit. Et ut labor alTerat secum fructum, illorum aliqua prenotanda ad mores falubria retliorlcis et prelocntoribns (cioè ai maestri di rettoriea e ai predicatori) utilia preelegit et describit, raeliora et pollitiora per id reddens iiigenia : ad quod elaborandum est, quia tardas mentes virtus non facile coniitatur, que odit animos inibeciles et enerves. " Petrarc. ib. p. 244 iiidigiiani quandam et singularem erga Hierony- mum ingratitudinem Italornm, da confrontare con Vleronimianus f. 1 : leronimum iugiter allegamus, scd modice veneramur. .\dmiror in hoc \ta- liam defecisse, in qua sub trium coudoctorum (Ambrogio, Agostino e Gre- gorio M.) noininibus ecclesìe merito pululant. 22 Petrarc. ib. p. 244 non te illum propterea praetulìsse quia sit maior, sed quia fructuosior ecclegiae. La grande utilità recata alla Chiesa da Gi- rolamo consiste per Giovanni nelle traduzioni bibliche: leronimiantis f. Iv ,ap. Ili) GIOVANNI D'ANDREA 16i Secondo un'attestazione di Giovanni nella Novella in sex- tum '^ V leronimianus fu composto nel 1334 : ma si dovrà in- tendere che allora fu cominciato a scrivere. Lo strano è che nella Novella richiama V leronimianus^ & n^W leronimianus richiama la Novella : ^^ di che non sappiamo dare che una sola spiegazione, che cioè le due opere procedessero paralle- lamente. Un sicuro indizio cronologico ci vien fornito à&WIero- nimianus stesso, nel quale s'accenna a Soranzo Lambertucci vescovo dì Cervia come non più vivo.-" Siccome il Lamber- tucci mori nel 1342,^'' cosi dopo quest'anno ne collocheremo il compimento: e non molto dopo, giacché da un altro luogo àe\Y leronimianus apprendiamo che esso fu pubblicato il 30 dicembre del 1346, ma col ritardo di quasi un lustro dal tempo che era stato terminato (fuit publicatio fere uno lustro tar- data). Il ritardo dal compimento alla pubblicazione dipese da questo, che l'autore attendeva il trattato Contra hereticos?^ yucro quia plus profecit latinorum ecclesie quam qni vetiis et noviim testa- nieiitiim de greco et ebraico et ceteros ipsliis lihros sicut Raiiielem de cal- daico «eniioue licet ebraicis literis et Job (le arabico, premissis in eia suis famosi» et utillbiis prologis, transtulit in latinum. Quod doctorum nulli cre- ditur fuisse possibile, cuni non Icffamus illos multiplicis lingue fuisse pe- ritos, quod esse non ambigitur spiritus sancti donuui Actuum secuudo, nec est dubitandum illuni deo luagis acceptum, cui ab ipso plus donatur. Kingamus nil aliud per leronimum actuni fore : debuissetne Vtalia fidei zclatrix et mo- rum norma nongentis annis et amplius neglexisse venerationem illius? 23 II passo in von Schulte op. cit. II 218-219. -'' Novella t. 2v (chiusa del proemio) : Stylo plano et pedestri qui d«- lectat prooemiare sic placuit; uti enim altieri licuisset, ad quem si non at- tingeret ingenium proprium, docuissent innumeri et maxime Alanus de planctu ecclesiae, quem fidenter exquirat qui mulcetur in bis; de quo vide in line Hieronj-miani Io. Andreac. '" leronimianus f. 86 (epilogo) Ut ciini Alano libro de planctu nature stilum frenando concludam, causam dante quod scripsi in proemio Novelle, fateor coiniter in liumanis correctionis limam necessariam ecc. '-' leronimianus f. 9 Hanc autem (be.atitudinem) consequtum spero re- colende memorie patrem dominum Superantium do Cingalo decretoruni doc- torem et cpiscopum Cerviensem, qui me doctorem suuni iniitari dignatus in predicto originls sue loco pulcram ad ipsius doctoris honorem de suis pa- triiiionialibus fundavit et dotavit ecclesiaui. •" Ughelli II 474. Il 1336 nel giorno consacrato a Girolamo (30 set- tembre) pose le fondamenta della chiesa in di lui onore. •'» leronimianus f. 63" Contra hereticos ex regulis diftinitionuni. Kst sciendum quod propter spera inveniendì hunc librum causatam a libro Sen- R. Sabbadini. Le scoperte dei codici. \ \ 1^2 BOLOGNA (cap. Ili Resta dunque stabilito che V leronimianus fu cominciato verso il 1334, finito nel 1343, pubblicato il 30 dicembre del 1346.2» Apparisce da quest'opera che la devozione di Giovanni per Girolamo toccò gli eccessi del fanatismo : scrisse in lode sua un inno e sette orazioni; ne celebrava la vigilia e la festa; faceva imporre il nome di lui ai bambini e ai frati; collocò la sua eflfigie sulla cattedra e ne fece dipingere la vita in casa propria ; innalzò al suo nome una chiesa fuori di Bolo- gna, una i)arte della Certosa e ])arecchi altari nelle altre chiese.^" Ma ciò che più importa al nostro assunto è che il pio canonista va annoverato tra gli esploratori, perché cercò e fece cercare le opere di Girolamo in Italia e fuori,^' le or- dinò e classificò, separando le spurie dalle genuine-'* e ne compilò un esatto catalogo.^^ In queste investigazioni fu ain- tentiarum, ut infra dicam, fiiit liiiiua operis puhlieatio fere uno lustro tar- data, in originali spacio hic diniisso, si, quod liaberetur. Trinità», de qua est libri sermo, concederet. Novissime autem, scilicet ciirrentis anni domini quadragesimi sexti die penultimo (30 die. 1346) a proxime dieto reverendo patre (Giovanni Coti) librum recepì, quem per annoruni curricnla meis pre- cibns quesitum nuperrime de Scotia se asseruit recepisse. In libris ergo seri- bendis servato solito ordine hic locetur ; in iam seriptis si spaciuni carte non recipit, glntino vel filo alia carta iungatur vel liicsignatum locetur in fine. Questa nota del cod. Braidense deriva dall'autografo definitivo e manca negli altri codici da me veduti. 2'' Ma anche prima ne uscirono copie, p. e. la Bolognese sopra ricordata del collegio di Spagna dell'anno 1346 e la Lanrenziana pure nominata, la quale manca della nota che ho tratta dal cod. Braidense. 3" f. 8v. L'inno comprende dodici strofe ritmiche, delle quali ecco la prima: Hic sacerdos fuit ordine Poregrinans maris cnlniine Heremita soli- tudine nenium regule professor Claustri sancti fabricator Et monachorum pastor (f. 8). " Cercò anche reliquie, f. 9 Diversas provintias et ultramarinas per lì- teras et nuncios visitavi, laboravi alìquid habere de suis reliqniis. 32 Nel determinare l'autenticità si giovò della lettera del certosino «ui- gono del sec. xii: f. 32v Kst autem sciendum quod de l'iirisius recepì qnan- dam epistolam fratria (;uigonis maioris prioris Cartnsiensis, cuius grandi» opinio perdurat in ordine et postinodnm illius transcriptuni apud Cartusiam (di Bologna) fore percepì, in qua scribens ad Durbonenses fratres asserii quasdam epìstolas atribui lerouimo que non fuerunt ipsius; sn (iuigone cfr. Migne P. L. 30, 307. » L'elenco è cosi distribuito: prima enumera le lettere, introdotte da Ad, e i trattati, introdotti da De, seguendo l'ordine alfabetico dei dcsfi- Tiatari e dei titoli ; poi vengono i libri introdotti da Cantra, finalmente cap. Ili) GIOVANNI D'ANDREA 163 tato massimamente da due monaci afcostiniani. il francese Giovanni Coti^' e l'italiano Bartolomeo Caruso.^' Anzi è probabile che dall'esempio del canonista venisse al Caruso Fidea di un lavoro simile per Agostino.''' 11 Caruso fu fatto vescovo di Urbino il 12 dicembre del 1347," ma prima di quel tempo viveva in Bologna, dove attendeva al suo Au- (/ustinianus mentre Giovanni attendeva a,\\' leronimianus. Quando l'opera fu compiuta, fra Dionisio di Modena gli sug- qiielli iiitiodotli da Super: sempre tenendo l'ordine alfabetico. Di ciascuna opera reca il principio e la fine e i passi mitrliori. Delle traduzioni dal greco possiede le seguenti (f. '27v) : Librum Didimi de spiritu sancto ; Triictattim Origenis super cuniica ; Urigenis homelias XVI super Gene- si m ; XI II super Kxodum ; XV super Leritico; Epiplmnii epistolum ud lohannem episcopum; Victorinum super Apocalipsim. Trovòanclie uji inno; f. 25v Inveni etiain compositos ultra plura centenaria annornin sccundum existiniationoni nieani XXX tales versus : ' leroniuius doctor latii i Inri.-isliiins autor'... l'ost Ijos versus iUi sequitur talls liyninus : " Kcce qui Clinsti de- coravit aulam '... Cfr. Ciievalier Beperturium hymnologicuin 1892, I :!10. 469. Kntranibi i coinponimentì furono pubblicati dal MoJie III an. ■" f. 6^5 Contea. Silere non debeo qnod sub hac littera fui mnltum adiu- tus per reverendnm niicbi patrem sed in leronimi [leronimi è omesso dal cod. Braiden.se) devotione confratrem dominum fratrein loliannem Cocti or- dinis bereniitaruni Parisius Sententias tunc legentem {Parisius-ìegentem sta solo nel cod. Braid.). Cum eniiu libros Cantra Luciferìanos, Cantra Pela- gianos et Cantra Susanniim in Ytalia ìnvenìre non posseni, ipse qui ex l)rofunditate scientie, liumilitate, caritate et conscientie puritate sue reli- gioni.s est decor, iaindiu avidissiinus in leronìini libris liabeudis, illos alin- sqne qnamplnrimos quos eque desiderabam mlchi communicavit amanter. 35 f. 27v Ibi (Tliomas) etiam attribuii leronìmo epistolam cui titnlum dixit De coluibitatione clericorum et mulierum et priucipinm ' prouiLserani quidem vobis ' et finein 'deus pacis erit vobiscum ', qnam din et sollicifu- dine non parva quesitam cum invenire non posseni, novissime vir devotione sincerus et fervidns caritate, grandis scientia nec minor facuudia frater Bartholauieus de Urbino ordinis bercniitarum, qui .\ ugusti niauum com- posnit, per quem dlctorum .\ugnstini cnpidos in aingulis materiis copiosos etTecit, micbi l'pistolain illaui sibi notam exhibuit, que fiiit Augustini inti- tulata sub nomino Libri de smgiilariiate clericorum. In quo me letìfìcavit. quia illi querende finem imposnit. Cfr. Milleloquiuin August. 2436: Liber de singularitate clericorum apud aliquos appropriatur Hieronynio, apud vero alios Origeui, sed verius est Augustini. *"' Miìleloquium, nella dedica: Occurrit insuper moderna inspectio viri spectabilis amici d. Ioannis Andreae de Bononia, decretorum doctoris ègregii, in quo d(!Ì grafia in nioribus et scientia declaratur, qui de vita et libris beati Hleronjml luculenter librum edidit, quem Hieronymianum nuucnpavlt. ■n Ughelli lì 787. Mori nel 1:350. 164: BOLOGNA {,.ap. in geri il titolo di Milleloquium veritatis Augustini'^^ e il Pe- trarca p:li compose l'epigramma di commiato.^* Il poderoso volume del Milleloquium ^^ s'apre con le testi- monianze intorno ad Agostino ; seguono poi gli estratti ago- stiniani, raccolti sotto lemmi in ordine alfabetico ; alla fine è dato l'elenco dei libri d'Agostino, distribuiti in categorie. Non tutte le opere gli riusci di scovare ; mancano p. e. la Gram- matica, la Rettorica, la Dialettica; delle epistole ne rintracciò centottantotto, un numero del resto cospicuo. Conosceva fra l'altro il De musica, raro a trovarsi."^ E dovè intraprendere viaggi, perché non tutti i codici stavano radunati in un sol luogo :''^ una copia iéW Enchiridion ' argenteis et aureis lit- teris * era nel palazzo vescovile di Bologna.^^ Anch'egli, come Giovanni d'Andrea, badò a sceverare con molta cura gli scritti spuri dai genuini. * * * Pure un medico collezionista vorremmo assegnare a Bolo- gna, perché fu allievo di quell'Università: Guido da Bagnolo di Eeggio d'Emilia, medico del re di Cipro. Con testamento del 12 ottobre 1362''^ egli lasciò parte dei propri beni stabili 38 Milleloquium, dedica: Kcvereiido aiiteiii patri frati i Dionysio de Mu- tina, sacrae pagìnae professori et niinc priori generali meo, siibcuius nia- gisterio apud Bononiam compilavi, placuit ipsum 0|ius Milleloquium veri- tatis Auf/ustini debero iiititulari, quia in mille capitulis contiiietiir. Il 19 marzo 1333 è promosso in Bologna al magistero di teologia il frate Dio- nisio, ' qui tam in Parisiensi quam in aliìs studii.s generalihus quatuordecim aiinis legerat' (Chartrtlar. Universit. Paris. II 404; già dal 1343 era priore degli Agostiniani, ib. Il 535, 546). 35 P. de Nolliac Pétrarque et Vhumanisme li 297 ss. *• B. Aurolii Augustiiii Milleloquium veritatis a f. Bartholomaeo de Urbino digestum. Lugdnnì 1555. *' Il Salutati, epistolario III 146, ne faceva ricerca in Francia per mezzo di (ìiovanni da Montreuil. '2 Milleloquium, dedica : Disquirentis tanien animadvertat ingeniam, niilii facile non fuisse multa voluniina revolvendo flores rligere, cum non in eodem loco et tempore libros omnes liabuerim et nihil nisi quod in ori- ginali proprio vidi liic rescripserim. w Milleloq. 2421 Libar Eucliirid... In eplscopatu Bononiensi argentei* et anreis litteris scriptum inveni. ** Il testamento è nell'Archiv. di St. di Reggio d'Emilia, dov'io lo con- sultai; fu pubblicato dal Taccoli Mem. st. di Reggio II 251 ss. Cfr. Tiraboscbi cap. Ili) FIRENZE 165 e i libri 'in medicina et artibus' ai gidvani regfriani che fre- quenta-ssero lo Studio bolognese. L'elenco dei codici somma a 59; oltre a molti trattati medievali, in particolar modo d'ori- gine araba, vi incontriamo un'opera di Ippocrate, sette di Ga- leno, V Almagesium e il Qiiadripartitum di Tolomeo, il Be simplicìbus di Giovanni Damasceno e alcuni scritti aristote- lici : la Mefeor., la Metaphys., il Be caelo et mundo e la Rhe- torica. FlKENZE Un giorno il Petrarca parlò con entusiasmo del fiorentino Francesco Nelli a un messo della repubblica di Firenze, che ne rimase trasecolato come di un portento: eppure quel messo conosceva il Nelli di persona. ' Che e' è da meravigliare, se la commerciale e industriale Firenze non conosce i letterati? ' ^ esclama il Petrarca, pronunciando cosi su Firenze un giudizio non equo, ripetuto poi da altri. Egli dimenticava in quel mo- mento che il suo codice, tanto oramai famoso, di Vergilio era stato allestito da un fiorentino, Piero di Parente. Sanno i cultori di Vergilio che i quattro versi i)roemiali dell'Eneide ' lUe ego qui quondam — horrentia Martis ' e i ventuno del libro II ' lamque adeo super unus eram — fu- riata mente ferebar ' (567-87) non ci furono trasmessi dai co- dici antichi, ma da Servio nella biografia del poeta premessa al commento del poema. Invece nel codice vergiliano apparte- nuto al Petrarca (ora conservato nella biblioteca Ambrosiana) i quattro versi e i ventuno occupano 1 posti che loro spettano : e ciò si deve all'opera personale di un fiorentino, Piero di Parente, il quale mise insieme il Vergilio petrarchesco. Infatti al f. 52 del codice, nel bel mezzo della biografia serviana, leggiamo queste importanti parole, estranee al testo di Servio: Biblioteca Moden. I 134-137. fluido coltivòanche la filosofia e la storia. Fu lino dei quattro averroisfi, coi quali polemizzò il Petrarca a Venezia nel 1368. Mori verso il 1370. ' retrarc. Fani. XVIII 9 (del 1355 e.) indirizzata al Nelli (p. 493) : mi- reniur si te mercatrix et lanifica nostra non noverit? 166 FIRENZE (cap. IH ' Qiios (versus) ideo pclriis parentis f I oreii ti nus, qui hoc niodo^ voliimcii instituit, in siiis locls reponi fecit. quia ipsos quani maxime ne- cessarios iudicavit. Kxistimans etiam Virgiliuin nipote divino afflatum gpi- ritn cansaa rernm et ordinem ceteris altius melinsqne sensisse. periit auteni Tarenti in apulie cìvitate. Nani diim inetapontnni cupitvidere valitudinem ex sniis ardore contraxit. Sepultns est autem neapoli in cuins tumulo ab ipso compositiim tale dysticon : Mantua me gennit. calabrl rapuere. tenet nune partlienone {sic), cecini pascna rnra ducesque ' ^ (sic). Io credo che la notizia non derivi da Piero stesso, sibbene da un copista cbe trascriveva il volume allestito da Piero {qui ìioc volumen instituit). E mi inducono in tal credenza due ragioni : che Piero avrebbe probabilmente, parlando di sé, preferita la persona priuia alia terza {instituit, fecit, iudi- cavit) e che non sarebbe iucorso nello scambio grossolano di pnrthenone per parthenope. Ora il codice petrarchesco va col- locato tra la fine del secolo xui e il ])rincipio del xiv; sicché Piero di Parente, l'allestitore dell'antigvafo, sarà da asse^^nare alla seconda metà del secolo xiii. Il volume comprende tutte tre le opere di Vergilio, incorniciate dal commento di Servio di lezione scelta' e corredata sempre dei jìassi greci ; inoltre l'Achilleide di Stazio, contornata da un' interpretazione medie- vale ; ^ due commenti medievali*" del Barbarismus dì Donato e quattro odi d'Orazio, con scolii. Ci troviamo pertanto di- nanzi a una ragguardevole antologia, la quale ci fa iatrave- dere'più di quello che non contenga, perché Piero trasse cer- tamente l'Achilleide da un codice che recava anche la Tebaide. e le odi d'Orazio da un testo che abbracciava tutte le opere; e cosi i due commenti del Barbarismus da uu volume che * Unisci hoc con vohunen o intendi modo avverbialmente. 3 Vedi per maggiori inrorniazioni R. ,'<abbadini Quali biografie rer- giliane fossero note al Petrarca (in Rendiconti del r. Istit. Lombardo di se. e lett. XXXIX, 1906, 194-196) I v. Aen. II 667-87 furono inseriti al lor posto anclie nel cod. Cassellano del sec. ix-x. * Io ne Ilo tratto un passo varroniano più completo in Berliner phiìol. Wochenschrift 1906, 607; cfr. M. Ilim in Mhein. Mus. 1907, LXII 156-7. 5 L'Achilleide è qui divisa in cinque libri, cfr. K. Sabbadini in Atene e Roma XII 265-69. o Uno dei commenti è più vecchio e apparisce identico a qnello di nn codice di Monaco (R. Sabbadini in Giornale stor. d. lelter. ital. 45, 169-170). <.ap. Ili) PIERO DI PARENTE 167 poteva racchiudere altri trattati f^rammaticali. A ciò s'aggiunga che la nota surriferita accenna al racconto della morte di Vergilio quale è tramandato dalla biografia di Donato,'^ con una singolare variaute: poiché invece che a Brindisi colloca la morte del poeta a Taranto (perùt Tarenti). Tutto sommato, se nella seconda metà del secolo xiii Piero potè disporre di tanti e cosi notevoli testi, bisogna convenire che nella ' città mercantile e industriale ' il movimento uma- nistico s'era già iniziato: iniziato, se non ancora molto dif- fuso. E a dire il vero ci tiene alquanto perplessi un cànone di poeti antichi, quale è costituito da Dante nella Vita nuova, composta contemporaneamente o poco posteriormente all'an- tologia di Piero (nel 1293). ^ Quel cànone comprende cinque poeti : Vergilio, Lucano, Orazio, Omero e Ovidio,'-* quegli stessi cinque che un ventennio più tardi ricompariranno nella Com- media, in un ordine un jìo' diverso e meglio definiti : Vergilio ' l'altissimo poeta ', Omero ' poeta sovrano ', Orazio ' satiro ', Ovidio 'terzo', e 'ultimo' Lucano. 1° Numero esiguo, come ognun vede. Vergilio, Ovidio, Lucano erano nomi già ben co- nosciuti prima di Dante, il quale di Orazio non lesse mai le "Piero scrìve: duni Metapontuin cupit videre valitndinem ex solis ardore contraxit; scrive Donato : diim Megara.. ferventissimo sole coifiio- Sfit lansuorem nactus est. L'una notizia deriva dall'altra, ma dond(' pro- venga la doppia sostituzione di Metaponto a Megara «t di Taranto a Brin- disi, non mi risulta; cfr. K. Sabbadìni in Sludi ital. di filol. class. XV, 1907, 237. Kell'edizione fiorentina (1471-72) del commento di Servio a cura dei Cennini padre e figli la vita di Vergilio reca lo stesso passo di Piero di Parente: Periit autem Tarenti apuliae civitate. Nani duni inetapontum cupit videre, valitudinem ex solis ardore coutraxit. Scpultus est autem Neapoli in cuius tumulo ab ipso conipositum est distichou tale : Mantna me genuit ecc. Ma l'edizione è indipendente dal testo di Piero. * N. Zingarelli Dante 375. 3 Vita Nuova § 25. "' Inf. IV 80; 88-90. Altrettanto esìguo è il cànone dantesco dei pro- satori illustri. Leggiamo infatti nel Ve vulg. eloq. II 6, 6: et fortassis utilissinium foret ad illam (constructionem) habituandam regulatos vidisse j)oetas, Vìrgilìuni videlicet, Ovidiura Metaniorfoseos, Statium atque Lucanum, nec non alios qui usi sunt altissimas prosas, ut Titum Liviuni, Plinium, Frontinum, Paulum Orosiuni et multos alios, qnos amica solìtudo nos vi- sitare invitat. E si badi che di questi quattro uno solo possiamo affermare con certezza essere stato noto all'Alighieri : Orosìo. 168 FIRENZE (cap. Ili odi, note a Piero, né lesse mai Terenzio, divul^atissimo per l'innanzi, e lesse Persio, Stazio e Giovenale solo dopo scritta la Vita nuova. Ma sarà credo miglior consiglio escludere dalla nostra storia le testimonianze di Dante, il quale in tutto il patrimonio della sna produzione offre assai pochi indizi di aver preso o aver voluto prender parte al moto umanistico. Tornando all'accusa del Petrarca, egli ebbe dunque torto di dimenticare Piero di Parente, com'ebbe torto, e anzi mag- giore, di non ricordare che nel 1350 da un altro fiorentino, Lapo di Castiglionchio, aveva ricevuto Y Institutio oratoria di Quintiliano, rimastagli fino a quel tempo ignota, e quattro orazioni, pure nuove per lui, di Cicerone : De imp. Cn. Pom., p. Mil., p. Piane, e p. Sulla, in cambio delle quali mandò all'amico la p. Archia. Ebbe da lui anche le Philipp., che però gli erano note già prima. ^^ Lapo (m. 1381), probabilmente più giovine del Petrarca, fu un valente cultore del diritto canonico, che insegnò jìrima a Firenze fino al 1378 e dipoi a Padova, ove quell'anno stesso per ragioni politiche si ritirò in esilio. ^^ Ma egli coltivò con grande amore e successo anche gli studi letterari, e, ciò che a me piace rilevare, indipendentemente dal Petrarca, di cui fu emulo nel ricercare e raccoglier codici. Abbiamo una prova di questo nei testi nuovi da lui forniti al Petrarca e un'altra prova, ben più importante, in un' antologia ciceroniana da lui compilata. L'antologia ci si conserva nel codice Vaticano Palat. 1820. Il codice, membranaceo della fine del secolo xiv, contiene le segnenti opere di Cicerone: De off.. De amie, De sen., Parad., p. Marc, p. Ligar., p. Deiot., le quattro Catilin . De imp. Cn. Pomp., p. Mil,p. Piane., p. Sulla, p. Areli., Salitisi, in Cicer., Cieer. in Sali. In fine troviamo questa soscrizione : '• De Nolhac Pétrarque et l'humanisme II 86; i 224-22Ù; Lettres de Fr. Nelli à Pétrarque par H. Cocliìn, Paris 1892, 139. '« Cochin op. cit. 184-85, 194. A Padova insegnò diritto canonico Tanno 1379 (A. «loria Monumenti della Univeisità di Padova, Padova 18SS, I 319-20). cap. Ili) LAPO 169 (ilori.i lau8 et lionor Cui puerile decus Qiiod me conscripsit Frompsit osanna pium tibì sit rex criste redemptor Henricus prusia natus Henricus de prusia scripsit Possidet lume palliava vocitatus in urbe lohannes Et ludovicus iiiiìs utnimqiie iubar Hoc opus fecit scribi dominus lohannes ludovicus de lambertatlis utriusque iuris doctor. M. CCC. LXXXXIIII.'^ Apprendiamo dalla sottoscrizione che Giovanni Lodovico Lanibevtazzi, illustre giurista padovano e professore di quella Università/' era anche studioso dei codici classici e collezio- nista; onde viene ad accrescere la schiera tanto numerosa degli umanisti della feconda scuola padovana. Il copista è un prussiano, Henricns de Prusia,!^ forse identico con Enrico del fu Enrico di Prussia, notaio dell'Università nel 1399.^" Quan- tunque transalpino, adopera la scrittura italiana, ma non tanto da non lasciar qualche traccia della sua origine, poiché è tran- salpina la forma del s corto finale, almeno nella prima parte del volume. Il codice è tutto di mano di Enrico; non solo, ma da Enrico furono scritte anche le numerose glosse antiche sparse su pei margini: le antiche, che di altre glosse più re- centi non mette conto occuparsi. Ci domandiamo da chi provengano quelle glosse. Non certo dall'amanuense Enrico, il quale non poteva possedere quella riposta cultura che esse rivelano, per tacere che egli copia talvolta ciò che non capisce, storpiando e guastando. Ci soccorre del resto un argomento ben pili sicuro. Alcune glosse contengono richiami alle jìagine seguenti del testo, ri- chiami che non corrispondono alle pagine del nostro codice. Eccone due: '3 Le parole stampate in tondo sono in ros.so, le corsive in nero; Hen- ricus de prusia scripsit fu aggiunto dopo, ma dalla medesima mano. 1' Vedi per tutti A. Gloria op. cit. I p. 110, 180. Il Lanibertazzi fu li- cenziato nel 1372, laureato in diritto civile nel 1378, in diritto canonico nel 1382. All'Università insegnava ancora nel 1399; mori il 1401. <3 11 Clark, M. Tulli Ciceronis Orationes p. Tullio p. Fonteio ecc., Oxonii, p. X intende erroneamente de l^usia per de Perusia. ic Gloria ib. I 111. FIRENZE (cap. m f. 3 (Cicer. De off. I 26) existimt honoris iniperii potentie glorie ciipi- ditates] in marg. (jlorie et imperii cupidità^. R((iquire) infra eie. intelli- gendum (De off. I 61). 8« col{iimna) ante med(iiiin) et col(umna) 2* in med(io) sed illud (I 64) et col(umna) 7« jiost ad reni (I Ti). Qui osserviamo anzitutto che il copista non ha capito iti sigla del ' § ' in luogo della quale Iia scritto ' eie '; seconda- riamente che i rimandi non corrispondono ai fogli del nostro volume. f. Sv (De off. I 88) Nec vero audiendi qui jjraviter ininiicis irascendum putabant] in marg. Kequire in ainic(itia) (Cic. De amie. 77) cur 4 a line eoll(iinina) 2 in fl(ne). Ripetiamo l'osservazione sulla mancata corrispondenza del rimando e aggiungiamo che il copista ha scritto ' cur ' invece di ' car(ta) '. Escluso il copista, si potrebbe pensare al Petrarca come autore delle note, avendo esse uua cotal rassomiglianza con le petrarchesche. Ma anche questa ipotesi deve essere abban- donata, perché incontriamo sui margini un richiamo p. e. alla bibbia ^' e uno a Pietro Coinestore,^* il che era contrario alla consuetudine del Petrarca. Rimane da produrre, in favore della paternità di Lapo, la seguente postilla: f. 28v (Cic. De off. ni 47) Male etiani qui piiregrino-s urbibug uti prolii- bentj in marg. Nota, onius contrarium fiorentini interdum venctiis passi sunt nesoio tamen an eornm culpa an iniuria probibentium. Manifestamente qui si tratta di un esule fiorentino, ciò che s'addice benissimo a Lapo, il quale esulò a Padova ed ebbe forse ivi occasione di o-sservare la durezza usata talvolta dai Veneziani verso i suoi concittadini. Questo spiegherebbe inol- tre come il suo codice fosse rimasto u Padova, ove il Lam- bertazzi lo fece copiare. A rincalzo della nostra ipotesi viene un'altra considerazione. L'ultima parte del volume contiene le cinque orazioni ciceroniane De itnp. Cn. Pomp., p. Miì., p. Flanc, p. Sulla e p. Ardi, con la sottoscrizione (f. 129'): " f. 103 cita i Salmi. '<* f. 128 Kequire historiam scolasticam libro return 1°. cip. ni) LAPO 171 Marci Tullii Ciceronis quinque orationes preclarissime expìi- ciiint. Le quattro prime sono appunto quelle che Lapo donò al Petrarca e la quinta quella che gli fu dal Petrarca ricambiata. Conchiudiamo perciò che il codice rappresenta un'antolo- gia ciceroniana messa insieme da Lapo e da lui annotata. Dall'esemplare di Lapo il jìrussiano Enrico trascrisse scrupo- losamente testo e note. Il testo Vatic. Palatino nelle quattro orazioni donate da La])o al Petrarca è pienamente conforme al codice Parigiuo 14749 della famiglia francese, col quale ha comuni anche al- cune note marginali. Le note dai margini del Palatino o del suo antigrafo sono certo passate su quelli del Parigino, per- ché il Palatino ne ha un numero maggiore e talune di esse, come la citazione varroniana dal Be ling. lat. che vedremo poi, di siffatta natura, che solo dall' Italia, anzi da Firenze, potevano partire. Quanto al testo, esso in un luogo della p. Piando citato dal Petrarca coincide con la lezione del Pari- gino. Lapo ebbe pertanto le quattro orazioni da un codice francese, ma non direttamente dal Parigino, che le disjìone in ordine diverso e ne contiene molte di più. ^"^ Le chiose marginali del nostro codice Palatino rivelano la conoscenza di altre opere ciceroniane: del De orai., delle Tuscul.^" e del De fin.,^'- delle Fhilipp.,^^ della p. Corn. w Vedi il Clark op. cit. p. IX-X. Il Petrarca cita in p. Piane. 66 la lezione màis et ferus comune al Palatino e al Parigino. 11 eod. Parig. è il famoso, di cui s'è parliito sopra p. 73. Esso comprende 23 orazioni cicero- niane e con molta probabilità fu copiato posteriormente al Palatino che è del 1394: certo in ogni modo posteriormente all'antigrafo del Palatino. 2» f. ICv (Cic. De off. I 108) Erat in lutio crasso] in inarg. De hoc eo- dem infra e. 4 in principio 2 pagine. Hic est unus coUocutorum in libro de or. de quo in 1. (II 98) : ' Atque esse tamen multos videmus qui neminem imitentur et sua parte (= suapte) natura quod velint sine cuiusquam si- militudine consequntur; quod et in nobis animadverti recte potest, Cesar et Cotta quorum alter inusitatum nostris quideni oratoribus leporem quen- dam et salem, alter acutissimum et subtilissimum dicendi genus est conse- cutus etc. ' Dehoc 5 Tuscul. (V55): ' G. Cesar in quo mihi videtur specimen fnisse humanitatis salis leporis ' ; ubi et de 1. Cesare patre eius est mentio. 21 f. 38 Paria amicorum tria vel quatuor (Cic. De amie. 15). Tria di- cit de finibus (I 6.5) card. (= carta) 7^ pag. 1" post principiuni. Questo co- dice, di cui si cita la pagina, era certamente nella collezione di Lapo. 2- f. l?v (Cic. De off. II 22) ut sepe in nostra re publìca videmus mer- 172 FIRENZE (eap. Ili Balbo ^^ e della jh Fiacco. 2' Le due ultime restarono i<,'note al Petrarca. La p. Fiacco poi presuppone la conoscenza anche della p^Mwc^io, perché entrambe ci furono tramandate insieme dai manoscritti. L'una e l'altra abbiamo già veduto (p. 123) essere state in possesso di Antonio Loschi a Milano verso la fine del secolo xiv; ora nel medesimo tempo le ritroviamo a Firenze o a Padova presso Lapo. Oltre Cicerone, Lapo nelle glosse cita più altri autori : il Timaeus^° e forse un altro dialogo di Platone;^'' Terenzio,^'' Livio, ^* Valerio Massimo,*^ Seneca,^" Lucano, ^^ Svetonio,^* Gelilo, ^^ Giustino,^"* Lattanzio, ^^ Agostino,^" Macrobio, '^^ Isidoro. ^** cede condueti] in marg. Hec ipsa sententia et seqiieiis est 1° Pliilipp. (I 33-34) col(umna) antepenultinia uon procnl a fine. Anche questo era nella collezione di Lapo. 23 f. 115 Idem prò Cornelio Balbo: ' Ncque enini inconstantis puto sen- tentiam tanquam aliquod navìgium atque cursuin ex rei p. ti:mpe8tate mo- derari ' (§ 61). 2< f. 80v (Cic. Catil. Ili 6) Itaqne hesterno die L. Flaccum] in marg. Hnnc din postea pnicra oratione defendit cicero. *5 f. 128 Homerus denique qui ide(ni) fuerit cfriptìus, siqnidom the- banus fertur, que civitaa est apiid eirypfum nobilissima calcronis (= Cal- cidius) in tliymeum seeundo commentario, ubi de magorum stella. Vedi Clialcid. in Timaeum 8 CXXV (Hamburgi, cur. Io. A. Fabricio, 1716, p. 32.5). '^^ f. 2 (Cic. De off'. I 15) mirabiles amore» ut ait piato excitaret sa- pientie] ini marg. Plato defran. (?) 2. car. 7. pagin. 1 (= pagina 1). La cita- zione ciceroniana è tratta dal l'haedr. p. 250 D ; ma questo dialogo non era noto al medio evo. D'altra parte dalla forma errata della chiosa non so cavar nulla. *7 f. 8» (Cic. De off. I 80) human! nichil a se alienum putat] in marg. In eutontnmernmenon (I 1, 25) non procul a principio. '■» f. 99. «> f. 81. 30 f. H" Seneca de gratitudine ad lucillum epistola 81. 3' f. 91. 3« f. 82 1° de XII Cesaribns. 33 f. 46 (Cic. De amie. 90) illud Catoni» : mnlto meliu» de qnibnsdam acerbo» inimico» mererij in marg. Adde Favorini dictuiu in noctibns Athicis (XIX 3). 3< f. 112. 35 f. 21v 36 f. 94v AngURtinus libro centra quinqne hereses in medio. 3" f. 17v Reqnire in Saturnalibus. 38 f. 26 le Etymoì. cap. Ili) LAPO, ZANOBI 173 Per ultimo riserviamo due rarità: Y Historia Augusta^'^ e il De lingua latina di Varrone.'"' Per compiere il quadro della cultura di Lapo aggiunge- remo che nelle chiose egli cita di frequente lezioni di altri codici.'^ Parimente cultori degli studi classici sono due fiorentini, contemporanei di Lapo, Zanobi Mazzuoli da Strada e Fran- cesco Nelli, i quali hanno tra loro questo di comune, che negli ultimi anni della vita furono attratti nell'orbita del gran si- niscalco di Napoli Nicola Acciaioli. Zanobi, ^ grammatico di professione, ottenne nel 1335 la cattedra di grammatica a Firenze, succedendo in quest' ufficio a suo padre.^ Il 1349 passò al servizio del gran siniscalco a Napoli, continuando ivi l'esercizio dell'insegnamento gram- niaticale.3 Pizzicava anche di poesia; anzi il 15 maggio del 1355 ^ f. 17v (Cic. Ve off. II 25) Iiyonìsius qui cultros metuens tonsorios oanileiite carlione sibi adiirebat capìllum) in marg. Simile de comniodo Romano principe legimus; efr. Lanipridius Comm. Anton. 17 adiirens comam et barbam timore tonsoris. '" f. i (Cic. Ve off. I 37) perdnellis esset, liis liostis vocaretiir) in marg. Hostis. Requìre M. Yarronem de lingua latina in principio; cfr. Varr. Ve I. l. V 3 ut hostis: nam tum eo verbo dicebant pcregrinuin qui suis lejjibus, nunc dicunt eum quem tum dicebant perduellem. " Reco qualclie lezione del suo Ve officiis: lì 1 quid inutile: aut ex duobus utilibus quid utilius aut quid maxime utile de quibus; III 121 rao- nunientis. Uu paio di varianti : I 1 ad dicendum] aliter discendnm ; I 2 Quam obreni disces tu quidem a principe liuÌH8)liunc versiculum aliqui non liabent. ' Per le notizie biografiche vedi H. Cochin Lettres de Fr. Nelli à Pé- trarque, Paris 1S92, 185 e F. Porcellini Zénobi da Strada e la sua venuta nella corte di Napoli (in Ardi. stor. per le prov. napol. XXXVII, 1912, 242-263). * Fin dal 1320 leggeva a Firenze ' in arte grammatica et in aliis arti- bus et scientiis ' Guicciardo da Bologna, il comnienlatore dell'74'certnis del Mussato (F. Nevati Indagini e postille dantesche, Bologna 1899, 113). A Firenze insegnò rettorica un corrispondente del Petrarca, Bruno di Casino, morto il 1348 (V. Rossi in Studi letter. e linguistici dedicati a P. Kajna, Firenze 1911, 195). Ma non i)are che questi e altri maestri abbiano i)rati- cato ricerche di codici. Firenze nel sec. XIV diede anche due commenta- tori vergiliani: Zone (v. sopra p. 104) e Giovanni (nel cod. Vatic. 1514). 3 Petrarc. Fani. XII 3, del 1349, come ha dimostrato il Porcellini op. cit. 248-53. E del medesimo anno sono le Fani. XII 14, 15, 16, 18; XIII, 9, IO- 1 74 FIRENZE (lap. Ili ricevette dalle mani di Carlo IV a Pisa la corona d'alloro, con grave scandalo della gente seria. Nel 1359 diventò segretario dei brevi presso il papa in Avignone, dove mori il 1361. Attese a raccoglier codici, che alla sua morte entrarono in possesso del Siniscalco;* ma non conosciamo di che genere fossero.^ Francesco Nelli® fino almeno dal 1351 era priore de' SS. Apostoli in Firenze. Nel 1361 si trasferi a Napoli al servizio del gran Siniscalco e ivi mori di peste il 1363. Egli è, pos- siamo dire, un allievo del Petrarca, che conobbe a Firenze nel 1350 e a cui sono dirette le trenta lettere del suo epistolario. La cultura del Nelli si mantiene entro modesti confini. I poeti da lui più spesso adoperati sono Terenzio, Vergilio, Orazio, Ovidio, Persio, Stazio, Giovenale.''' Possediamo il suo Stazio, copiato da quello del Petrarca,* nel codice Pari- gino 8081. Tra i prosatori, ai due già notati dal Cochin, Ci- cerone e Seneca," aggiungeremo Sallustio,i° Plinio il giovine^' e Donato biografo di Vergilio.^* ■• Tanfiini Nicola Acciaioli, Firenze 1863, 205. 5 Abbiamo bensì i! catalogo dei libri del Siniscalco, pubblicato da R. Sabbadini v. sopra p. 4 n. 10, ma è del 1359, quando la collezione di Zanobi non c'era ancora entrata. fi Per le notizie biografiche Cochin op. cit. 10-U; 74-78. ' Cochin 32, 161, 163, 168, 189, 190, 211, 216-217, 2-".7 ' fert animus ' Ovid. Met. I 1, 272. •* Cochin 32 ; Nolhac Pétrarque et l'humanisine 1 200-202. Il Nelli alla Theb. II 37-40 nota: istos qnatuor versus ligatos simul in nullo alio Statio inveni ; nescio ntrum sint de textu nec ne. Questi quattro versi di solito man- cano nei manoscritti e qua e là sono suppliti in margine. Si dice che lo Stazio del Petrarca sia stato venduto recentissimamente a Monaco di Baviera. 8 Cochin 33. '" Cochin 210-213 Etsi falso conqneror de natura — cuiquam potest ipsa. Questo ' ystoricus verax ìlhistrisque ' è Sallustio, di cui si transunta il cap. I del lugurth. " p. 2.52 Amicorum hystoria vulgata duorum est: alterins, increpanti alteri quod sibi non scriberet, respondentis se nichii hahere qnod scribe- ret; at contra ille hoc ipsum sibi prò epystolari munere flagìtabat. Questo ò Plin. JSpist. I 11. '2 p. 182 scis Virgiliuni semel causam egi.sse ; cfr. Suetonius ed. Reif- fcrscheid p. 58, 4. Altre citazioni non riconosciute dal Cochin: p. 213 par- tem enim nostri ortus — secundnni nostri sententiam Arpinatis, Cicer. De off. 1 22; 23(1 ut ait arbiter fabularnm, Terent. Heaut. Il 4,4; p. 253 iste Ciip. Ili) NELLI, MAR.SILl, TEDALDO 175 Anche nella seconda metà del secolo xiv Firenze conta illustri raccoj;;litori di codici. Ricorderemo intanto Luigi Mar- sili (m. 1394), 1^ l'anima e il centro del circolo che si riuniva in S. Spirito. Il Marsili da Firenze passò a studiare a Padova, di là a Parigi, dove consegui il titolo di ' magister theolo- giae '. Nel 1382 era di ritorno in patria. Quantunque teologo, citava largamente Vergilio, Cicerone e Seneca. Intorno alla sua collezione ci lasciò un' importante testimonianza Fr. Boc- chi ;!' ' voliimina optimorum librorum, qui erant illi in amo- ribus, nndique collegit tam sumraa cum voluptate, ut summus cumulusi"' amplissimae bibliothecae instar esset '; dopo di che soggiunge: ' hos ille libros omnes ecclesiae S. Spiritus legavit '. Tedaldo della Casa, di Mugello, frate minorità, fu insieme raccoglitore e copista. Della sua collezione fece dono nel 1406 alla chiesa di S. Croce, donde circa trentacinque volumi pas- sarono in Laurenziana.'* Codici suoi in altre biblioteche sono: l'Ambrosiano E 3 sup. col commento di Francesco da Buti a Persio e all'^. P. d'Orazio,!^ l'Universitario di Bologna 2799'^ litere qiia.s, nt ait ille divine pagine sublimis interpres, Ovid. Heroid. ITI 3; p. 25+ non tanquam transfuga, ut ait ille, aed ut cnriosus venator, Senec. fCpist. 2, 4; p. 265 Percurrit, imo precurrit hec Flacciani, ut paulo post Horestiaul fere voluminis alteram ad se trahat epystolam. Cfr. luvenal. 1 6 in tergo necdum finitus Orestes. Con Flaccianum volumen intende una lettera breve, come le epistole d'Orazio; con Horestianum volumen intende una lettera lung.a. Qui abbiamo la breve; la Innga s'è perduta. li In generale Voigt Die n'iederhelebung P 187-190. '< Fr. Boccili Elogiorum, Florentiae 1844, 12. *^ Intendo, se non c'è errore di trascrizione, cumulus seil. voìwptatis, ossia: il colmo della gioia era per lui una copiosa biblioteca. "i Bandini Cod. lat. V 711, indice. '■ Il commento a Persio è di mano di Tedaldo, l'altro di mano diversa, ma ritoccato da lui. La prefazione a Persio comincia cosi : f. 1 Movit tua caritativa exliortatio frater in xpisto Thedalde me devotum tuuni francis- eum de buiti de pisis nt semel id agerem quod qnociens lecturus fuerini id agere convenìsset. Ideoque ut libi obsequerer, milii vero labores deme- reni et idem acceptantìbns prodessem, lectnram poetrie oratii fiacei venu- sini sub integumento exemplorum latentis et satyrarum persii vulterrani habentium sententiarnm difficiles aditus, continuationum diverticula fallen- tia et voc.abulorum peregrinorum frequentiam scribere ut edidi snm ag- gressus. Sottoscrizione a Persio, f. 54: M» CCCLXXXV die prima marcii Flo- rentie Tliedaldns ordinis minorum. "< Iste libcr fuit ad usua fratris Thedaldi de Casa. 176 FIRENZE (cap. Ili con testi sacri e il Parigino C342 con un numero cospicuo di opere filosofiche e oratorie di Cicerone e un catalogo cice- roniano sistematico.'^ Il catalogo, come tutti i documenti del genere, registra libri salvati e libri perduti, autentici e apo- crifi; ma vi figurano tre titoli, che meritano di essere atten- tamente considerati : Liber epistolarum ad Q. fratrem. Liber epistolaruin ad Brutum. Liber epistolarum ad Atticum. Co- desti titoli il Della Casa non può aver desunti da nessun elenco tradizionale, ma o li apprese per bocca altrui o li lesse nel codice Laurenziano 49. 18. La prima supposizione mi par più verisimile per due ragioni : l'una che nel codice Laurenziano la silloge ad Q. fr. segue quella ad Br., doveché in Tedaldo la precede; l'altra che il codice Parigino porta la data del 27 aprile 1376, quando il codice Laurenziano dell'epistolario non era ancor giunto a Firenze. Notiamo nella raccolta di Tedaldo questi altri antori clas- sici: Ovidio (Heroides), Seneca (Tragoediae), Stazio, Apuleio, gli scrittori deW Histor. ^«tf?., Solino, Eutropio, Prisciano. Ri- corderemo anche la traduzione latina anonima di due dialoghi di Luciano, il Timon e il Charon, da lui copiati nel 1403,^ che sou da annoverare tra i primi frutti della scuola di greco del Crisolora. Un anno prima che Tedaldo donasse la sua libreria alla chiesa di S. Croce, nel 1405 Giovanni Dominici, condotto dal 1403 a legger la Bibbia nello Studio della natia Firenze, com- poneva la Lucuta noctis,^^ per opporsi al dilagare della cor- rente umanistica. Il Dominici (1356-1419), dell'ordine dei pre- dicatori, cardinale di Gregorio XII (1408), scrisse trattati ascetici in volgare, ma non trascurò le discipline classiche " P. de Nolliac Pétrarque et l'humanisme II 279-282. Le opere filoso- flche contenute nel volume sono: De off'.. Parati., De amie. De sen., Tu- scul., Somn. Scip.; le oratorie: le quattro Catti., le tre Caesarianae, le due post reditum, le Philipp, e le invettive tra Cicerone e Sallustio. "> Bandini Cod. lai. IV 189 (XXV sin. 9 S. Croce f. 77 e 86, con la sot- toscrizione : ' MCCCCIII. 26 inali scripta siint lice Florentie. Frater Thedal- dus timo vacans). 2' Beati lohannis UomÌDici Lucala noctis par R. Coulon, Paris 190S, LXXXIV. cap. Ili) DOMINICI 177 nelle quali par di sentire l'influsso del Salutati. Che s'occu- passe in raccoglier codici, non ci risulta; a Firenze del resto non mancava il modo di istruirsi approfittando delle colle- zioni che erano nelle chiese e presso gli amici. E che egli ne abbia ampiamente profittato, ce lo attesta la Litcula. Dei cristiani conosce i quattro massimi poeti: Giovenco, Prudenzio, Sedulio, Aratore ;^'^ inoltre V Apologeticus di Ter- tulliano e il De artihus ac disciplinis liberalihus di Cassio- doro : -^ due opere rare. I poeti pagani ])er le idee professate dall'autore non po- tevano trovare troppo larga accoglienza nella Lucuta. Vi si citano infatti solamente Terenzio,^' Vergilio,^^ Orazio*^ (A. F. ed Epist.), Ovidio [Metani,, Hcroid., A. A., Amor.),^"^ Persio e Lucano.^ Più numerosi e quasi diremmo molto numerosi i prosatori. Sallustio,^'-' Livio^o (le tre deche), Valerio Massimo, ^i Plinio il vecchio, 3^ Svetonio, ^^ Quintiliano,^^ Gellio (entrambe le parti), 3^ Apuleio,^* Giustino,*''' Solino,** Palladio,*^ Vegezio,'*" Macrobio^i (in Sonin.). Il Digesto è ricordato col titolo di 22 Lucula 95, 411. 23 Ib. 72, 83-84. 21 Ib. 16, 351. 25 Ib. 14, 69, 358 ecc. «8 Ib. 86, 244, 403. 2' Ib. 22, 27, 9Sr.4. A; 259 in epistolarum libello; 411 Cur nitimur in vetitum seniper cupimusqiie negata (Amor. Ili 4, 17). 2< Ib. 83, 169; 131, .305, 351 ecc. 29 p. 22, 402. 3» p. 124-125 ecc. 3> p. 98, 120, 277 ecc. 32 p. 22, 80, 216. 33 p. 7 quis eniin eloquencia gravior Cesare, teste Cicerone ad Biutum et ad Nepotera Cornelinm... (Suet. lui. 55-56). 3< p. 33. 33 Gellio è sempre per Ini Agellio; p. 59 (JV. A. XVII 19); 64 (III 17); 113 Agellins libro primo Noct. atic. (II 1); 115 (X 12) ecc. s" p. 85 Apnlegium de magia, de deo Socratis, de asino aureo ecc. 3^ p. 81 ecc. 3^* p. 81, 98-99. 3'-' p. 77. *o p. 10, 81. " p. 108, 197 ecc. R. Sabbadimi. Le scoperte dei codici, 12 178 FIRENZE (cap. Ili Pandecta Pisana:^'^ non era ancora scoppiata la guerra del 1406, in seguito alla quale la Pandecta da Pisana diventò Fiorentina. Dei Seneca il Dominici conosce le Declamationes^ le opere filosofiche e le Tragedie, oltre ai Proverbia spuri. Ma mentre tutto il medio evo aveva confuso in una gola per- sona Seneca padre e Seneca figlio, egli, certamente sulle orme del Salutati,^* ammette due autori, all'uno dei quali, da lui denominato ora ' Anneus ' ora ' Seneca ', assegna le Declamai. e i trattati filosofici, all'altro, denominato ora ' Tragieus ' ora ' Cordubensis Tragieus ', assegna le Tragoediae.^^ Eagguardevoli sono le cognizioni del Dominici rispetto a Cicerone. Degli scritti rettorici adopera solamente il De in- vent.,^^ ma in gran copia le opere filosofiche: De creatione mundi (Timaeus), '" Tuscul.," De nat. deor.. De divin.,^^ De « p. 94, 199 ecc. ■•3 11 Sahitoti in una lettera del 1371 {Epistol. a cura di F. Novali I 150-155) stabilisce sull'autorità di Sidonio Apollinare (Migne P. !.. 58, 701), che Seneca il filosofo si deva distinguere da Seneca il tragico. L'erroneo sdoppiamento era stato proposto dal Boccaccio e fu accettato da Domenico di Bandino, da Gasparino Barzizza, dal Polenton, da Benvenuto Kambaldi e da altri. La prima spinta era partita dal Petrarca, che nella lettera a Se- neca (Fam. XXIV 5), del 1348, mette in dubbio che VOctavia possa essere di Seneca il filosofo, tanto più, soggiunge, che 'et duos Senecas Cor- dubam habuisse Hispani testes sunt '. Il Petrarca probabilmente aveva letto la notizia dei due Seneca in Marziale (I 61, 7) ' duosque Seneca» facunda loquitur Corduba' (il testo integro della lettera a Seneca presso W. Cloetta Beitràge sur Litteraturgeschichte des Mittelalters und der Re- naissance li 87, 238). Un riassunto umanistico della questione dei due Seneca presso Valentinelli Biblioth. mss. S. Marci IV 101. In Rafael» Volterrano s' incontra per la prima volta un accenno alla distinzione di Seneca padre da Seneca figlio. Scrive infatti (Commentar, urftan., Basilea» 1559, lib. XIX p. 446): M. Annaeus Seneca, Senecae philosophi pater,... ern- ditìssimus fuit, ut cui declamationes, quae fliii dicuntur esse, non- nulli referant. Ma da quel che segue apparisce che nemmeno lui ha idee sicure. •" Lucuta 16-17, 69, 23, 27, 191, 196; 246 Cicero vel Anneus, Aristo- teles. Maro vel Tragieus: qui è chiaro che con Anneiis e Tragieus si de- signano due persone diverse. « Ib. 8, 257. « Ib. 108, 204 ecc. « p. 17. « p. 367. cap. Ili) DOMINICI 179 Icg.,'^'^ De off.,^ De sew., "'' De aniic.^^ e g\\ Acaclem. priora.^^ Nelle orazioni incontriamo qualche novità, poiché oltre alla p. Ligar. e p. Arch.,'''^ occorrono richiami alla p. CaelioF^ Novità parimenti negli epistolari : e di vero abbiamo nna ci- tazione sicura dalle Epist. ad Q. /^r., -''^ il che significa che gli intimi amici del Salutati avevano potuto ottenere prima della sua morte (1406) di dare un'occhiata nel corpo epistolare ad Att., che egli possedeva sin dal 1392. DOMKNTCO DI BaKDINO Domenico di Bandino non nacque a Firenze, ma trascorse ivi buona parte della sua vita, insegnando grammatica e arti;^ e per questo lo collochiamo tra i fiorentini. Fu un so- lerte raccoglitore di codici, ^ di che fa fede una lettera di passo dei Signori di Firenze del 27 dicembre 1411, con la quale si ordinava di lasciar libero transito per le terre della « p. 36. 5" p. 269, 285 ecc. 51 p. 21, 22 ecc. Il 32 p. 360. \ 33 p_ 207 Cicerone in dyalogo ad Hortenseni probante: ' oninis cognicio jnultìs est obatructa diflicultatibus ' {Acad. prior. 7). V. 360 TuUius, ubi kit: ' phylosophiain paueis quibusdam verain dederunt nec hominibus ab Riis aut datum est bonura maiiis aut potuit ullum dari '. 11 luogo è in Cicer. Acad. post. 7, ma il Dominici lo trae da Agostino De civ. dei XXII 22. 3» p. 38, 94. 3^ p. 131 ciceroni libuìt exclamare in laudes eius : ' o magna vis veri- tatis, que contra liominum ingenia calliditatem solerciam contraque flctas honiinnm insidias facile per se ipsam se defendit ' {p. Cael. 63). Un altro brano più lungo a p. 402: De quo Tullius aìt orando: ' Habuit ille pei- ninlta — luxuriose vivere ' {p. Cael. 12-13), con soppressioni e alterazioni. La lezione del Dominici si scosta nettamente dal cod. 2 (Parig. 14749). ^' p. 69 ' Quid enim melius quam memoria recte factorum et liberiate contentuin negligere humana ', prout scribit Marcus Brutus Ciceroni (ad Br. IX 24, 9 Sjogren). ' Epistolario di C. Salutati a cura di F. Novatl I 260; III 396-97. 2 Fin dal 1377 possedeva una collezione, di cui mandò l'indice al Sa- lutati, ib. 1 276. I 180 FIRENZE (cap. Ili giurisdizione fiorentina a Domenico, che viaggiava ' con tre sua some de libri '. ' Ser Domenico, notaio e maestro d'arti e grammntica, figlio di maestro Bandino Bianco, nacque in Arezzo verso il 1335.' Toccò con la sua vita il diciottesimo anno del secolo xv,^ ma la sua cultura e la sua mente appartengono in tutto al xiv. L'opera non ancora nota abbastanza, alla quale affidò dure- volmente il suo nome, è il Fons memorahilium universi,^ un'enciclopedia composta di vari lessici in ordine alfabetico, dove è compendiato tutto lo scibile che poteva allora inte- ressare agli studiosi. Allo scopo nostro, che è di mettere in chiaro le sue cognizioni classiche, basterà tener conto di quella sezione del Fons, che tratta De viris clarisJ Domenico ci si presenta da se come ' avidus scrnptator ' di opere storiche, quelle evidentemente che più servivano ai suoi fini ; scrive infatti accennando ai Bella perduti di Plinio il vecchio: ' In primo volumine usque ad sua tempora de- scripsit bella omnia Romanorum. Sed deperi(i)t etate nostra nec usquam superest, quod ego talium avidus scruptator audiverim '.* Livio dovette essere senza dubbio uno degli au- tori da lui più letti e più ricercati : e chi sa con che vene- razione ne visitò nel 1374 la supposta tomba a Padova nel monastero di S. Giustina.^ Ma delle tredici deche liviane non 3 U. Pasqui in Atti e memorie della r. Accademia Fetrarca, Arezzo 1908, Vili 147. * Pasqiii 146 n. 3. 5 Pasqui ib. Mori alla fine d'agresto del 1418 e fu sepolto il primo di aettembre. *> Alla composizione del Fon^ dedicò un lungo periodo di tempo, circa mezzo secolo; nno dei più recenti indizi cronologici si riferisce all'anno 1899, f. 68v Blanchoeuii... Anno qnidem domini 1399 '... Ma nel 1403 non ora peranco finito (cfr. Epistol. del Salutati III 626). " 11 De viris claris forma il volume III dei tre compresi nel codice LanrenEiano Aedil. 170-172 cart. see. xv princ. In calce al f. 1 di mano del sec. XV : Iste liber est domini (ieminiani de Inghyramis de prato Canonici Flororentini (sic) decretoruin doctoris Et auditoris sacri pallatii apostolici causarum. » f. 819 PuNius. 9,f. 386^ TiTcs LiTios... vidlqne anno grafie 1S74 reliqnias ìpsius, lioc «st saxeum tumulum Pactavii positum apud moniales Sancte lustine. L'oc- I cap. Ili) DOMENICO DI BANDINO 181 riusci a rintracciare clic le tre già familiari ai contemporanei ; e clie tredici ne avesse scritte, egli sapeva benissimo dalle Pertochae: ' TiTUS Livius.... hyatorias sparsas per annalia in 13 decas propria latinitate contraxit. Nec potest dici non esse veruni, quamvis tantum tres legantur ubique; nam et ego Epythoma seu mavis omnium dictarum decarnm abreviationes habeo, quarnni multis exempla dedi'; i'' dalle quali ultime parole apprendiamo che Domenico nonché contentarsi di rac- coglier testi, li divulgava tra i suoi amici. Anche le orazioni e le epistole di Cicerone erano per lui fonte ricca di notizie storiche e perciò s'informava dove se ne trovasse. Snl qual riguardo ci trasmette alcune notizie singolari. Dice infatti che egli possedeva ventidue orazioni, ma che sapeva di uno il quale ne aveva vedute quarantaquattro ; che delle epistole egli aveva veduti dieci quinterni, ma che gli era stato riferito come altri ne possedesse trenta e Gasparino Barzizza venti- quattro.^^ Il numero 44 delle orazioni è certamente esagerato, ma una quarantina allora erano conosciute. ^^ Non sapremmo invece che pensare dei dieci quinterni veduti da Domenico, perché molti più quinterni comprende tanto il cod. Lauren- ziano 49. 18 della silloge ad Att., quanto l'altro Laurenz. 49. 7 della silloge ad fam.: questo arrivato a Firenze il 1392, quello qualche tempo dopo. Non sarà in ogni modo inopportuno ram- mentare che il Laurenz. 49. 18 fu copiato da undici ama- casione in cui andò a Padova è cosi da lui stesso descritta (f. 172 Fbakci- scus Petrarcha): anno tandem domini 1374 inralescenfe per Tusciani conta- giosa glandularum peste, dimissa ego infecta patria, Bononie profeetus sa- liitis gratia, legebam Rlietorìca Ciceronis. Quo tempore dum (dominus cod.) Franciscu» de Carrara dominus Paduanus me suìs magnìficis prerogativis attralieret, Pactavium profeetus sum. '<• f. 386» Le Pertochae erano già note al Petrarca, ma non a Benio. " f. 388v Tbllius Cicero... Orationum vidi 22. Est tamen qui michi di- .\it vidisse habuisse et legisse 44. Epistolarnm vidi X quinternos. Est tamen qui michi dixit vidisse X™ (prima era stato scrìtto XXIII, poi cancellato). Kt quod maglster (iasparrinus habet 8™. I numeri sono scritti cosi anche nel cod. Parig. lat. 16926 f. 347». Credo che m sia trascrizione erronea della oìfra ni; e interpreto : X X IH = 30; 8 X IH = 24. Non vedo altra so- luzione plausibile. " R. Sabbadini in Studi Hai. di ftlol. class, vu, 1899, 103-104. 182 FIRENZE (cap. Ili nuensi ed eojli Io potè forse vedere appena giunse a Firenze in fascicoli ancora sciolti. A stabilire gli autori conosciuti dal nostro Domenico, egli ci offre indizi sicuri, perché ora attesta che erano nelle sue mani, ora li adopera come fonti, ora ne reca un giudizio, da cui si rileva che li aveva letti. Ma non ci occuperemo che dei più rari e importanti, tenendo presente che prima di lui ci furono le collezioni del Petrarca, del Boccaccio e del Salutati. Cominciando dai greci tradotti, è inntile produr le prove che conosceva tutte le opere d'Aristotile note al suo tempo. Non sappiamo al contrario quali dialoghi avesse di Platone, perché nel lessico manca il lemma Plato. Conosceva i cinque libri di Dioscoride^^ e le Exhortationes ad Demonicum di Isocrate, dalle quali comunica molti estratti ; ^' e non di- sprezzava Esopo ' licet parvulis legatur in scolis'. ^» Aveva inoltre a mano le vite di Plutarco, delle quali fa larghissimo uso, specialmente nella biografia di Cicerone. ^^ Degli autori latini segneremo anzitutto i mancanti. Nella biografia dei Catoni i''' non ricorda il De agricultura di Catone il vecchio, che pure era stato posseduto dal Salutati; cita Ca- '3 f. 140 DiÀScoRDEs... edidit 6 libro» de potestatìbus ac virtutibus her- bariim arbonim lapidum aromatiim animaliiini. 1* f. 219 IsocRATHES... Scripsit librum de liorfationuni (sic) ad Dmoniam (sic) unde liec nefanda (notanda?) descripsi... Su questa traduzione me- dievale del TtQÒg àrjfióviKOv vedi ciò clie scrisai in Rendiconti del r. Isti- tuto Lombardo di se. e lett. XXXVIII, 190;">, 674-682. La traduzione fn testé pubblicata integralmente da K. Emminger Studiemu den Fiirsicnspiegeln. Die spàtmittelalt. Uebtrsetzung der Demonicea, Diss., Miinchen 1913, 14-22. " f. 157. '8 f. 320 Plutìkcus.... Et de vir illis (= de viris ìllustribus) scripsit di- vinum librnm. Le Vite dì Plutarco furono nel sec. xiv tradotte in gr«-co moderno e da quello ritradotte in aragonese e dall'aragonese in toscano (C. Salutati Epistolario a cura di F. Nevati li 301). Domenico non potè adoperare il Cicero Novus tradotto o meglio ridotto dal Bruni, perché nel 1412 non era ancor lesto (I,eon. Bruni Aret. Epist. Ili 19). Ma è vero dal- l'altra parte che nel Cicero novus il Bruni parla di una versione del Cicerone di Plutarco : ' Otioso milii nuper ac lectitare aliquid cupienti oblatus est libellus quidam ex Plutarclio traductus in quo Ciceronis vita contineri dicebatur ' (A. Mai M. Tullii Ciceronis sex orationum etc. .Me- diolani 1817, 255). '■ f. 86. Cfr. Scoperte 34. cap. Ili) DOMENICO DI BANDINO 183 tulio sulla fede dello Spectilum Gestonim mundi^^ e Tibullo sulla fede d'Ovidio. '* E c'è un po' da meravigliarsene, perché Catullo era già stato nelle mani del Petrarca, e Tibullo fu pos- seduto dal Salutati e avanti di lui dai Veronesi. ^° Degli autori che erano nella sua collezione ricordiamo un Gelilo intiero, ^' escluso s' intende il libro Vili, che è irreparabilmente perduto; il commento di Servio a Vergilio, libro allora abbastanza diffuso, e la biografia vergiliana di Donato,-^ poco divulgata e spesso anonima; e il commento di Vittorino al De inventione di Cicerone. ^^ Abbiamo già accennato alle tre deche di Livio e alle Periochae; alle orazioni e alle epistole di Cicerone: tra le orazioni vanno annoverate le Verrine. ^* Le opere filosofiche di Cicerone erano più comuni e di esse ha contezza Domenico. Comuni pure le opere di Apuleio, che egli enumera tutte, con alcuni titoli anzi che non si incontrano altrove. ^^ Di Censorino cita '* f. 90. Catulus prout scribitur in Speculo Ges. Muti. ' fiiit veionensis poeta lyriciis '... Non conosco questo Speculum né trovo la citazione fra i testimonia raccolti dallo Scliwabe nella .sua edizione Catulliana, Berolini 18S6. 1'' f. 380v. -" Per Tibullo vedi Scoperte 2, 16, 35 e sopra p. 93. 21 f. 18v Agruius (= .\gelliu8) pliilosophus et orator fuit Ronianus diu- que in studio versatus Atlienis. Hic 20 libros quorum titulus est Noctiuni Acthiciirum multa gravitate composnit. Le parole ' diu in studio versatus Atlienis ' provano che il suo testo aveva la prefazione; ma non possiamo dire se alla (ine o al principio; v. sopra p. 24. 2^ f. 400v ViRoiLius... natus est secundum et Servium et Donatum eiusdem nobilissimos expositores... Invece la biografia vergiliana di Donato posse- duta dal Petrarca (B. Sabbadini in Rendiconti del r. Istituto lombardo di se. e lett. XXXIX 196-198) era forse anonima. 23 f, 400 VicTOEiNcs... Sed primo scripserat "super Rhetorica de inventione Tullii. 2< f. 398 Yeeees... Sed si quis vult omnes eius pravìtates noscere legat Verrinas Tullii nbi omnia piene. Non è chiaro se conoscesse il corpo intiero. -^ f. 43 Apuleius... edidit.. libros Vili de Platonis dictìs ac factis... ; alium scripsit de deo Socratis, alium de re publica, alium de virtutibus her- barum (Scoperte 147), scripsit et Cosraograpliiam (= De mundo) et librum distinctura in libros 12, cuius titulus est Methomorphoseos... Quin etiam librum Declaniationum (= Floridorum) et librum de magia (= Apologia) sub elegantissimo stilo feeit et mirabilem librum de piscibus. Per questo passo ho anche la lezione del cod. di Bimini D IV 290 f. 51, identica al Laurenziano, eccetto il principio, che suona cosi : edidit libros plurimos unum scilicet de platonis. 184 FIRENZE (cap. Ili un passo*" e rammenta Colamella con nn cenno di lode:" ciò elle dimostra che l'aveva veduto. Columelia era assai raro allora;^ altrettanto ripetiamo di Varrone e Tacito, due autori ritornati alla luce per merito del Boccaccio.^ Il nostro mae- stro conosceva il Be re rustica di Varrone, e dal modo com'egli parla del volume del De lingua latina (' volumen magnuni ') è ragionevole dedurre che abbia avuto sott' occhio anche quello. 30 Tacito dichiara espressamente d'averlo letto; '^i del resto Io adopera spesso come fonte. Tra i poeti vide Properzio, ^^ rarissimo allora e noto sola- mente al Petrarca e al Salutati, e due ne possedette, che al Petrarca restarono quasi ignoti. Marziale e Ausonio. 11 suo Marziale era integro, conteneva cioè 12 libri di Epigrammi, il libro degli Xenia e quello degli Apophoreta;'^'^ ma mancava 2f' f. 177 (ìENius teste Cenaorino libro de natali die... (e. 3). II lemma Ceksorinus manca. *' f. 118T Coi.uMELLA optime scrìpsìt de agricultura. 28 Lo conobbero per primi Guglielmo da Pastrengo e il Boccaccio, E. Sabbadini in Rendiconti del r. Istituto Lomb. se. e leit. XXXVIII, 1905, 781. ■'■* Scoperte 29-31. 'J f. 395 ViRRo... Scripsit volumen magnum de origine lingue latine. Scri- psit de rebus rusticalihu»; f. 48v Aristotiles, teste Varrone primo libro 1, 8) rerum rusticarum, de agricultura scripsit; f. 42^ Apollonius teste Varrone in primo libro rerum rusticarum fuit phylosophus de agricuitnra scribens etc. " f. 122 CoRNELius Taciti's orator et hystoricus eloqoentissimus proat eius probant Hystorie, quas cum multo lepore legimns. 3' f. 327v ' Propertius Aureiius poeta dubiusne Romanus an Uniber. Sed Umber fuit sententia Petrarchina in X sua Egloga. Fuit contemporaneus et amicus OTÌdii ipso dicente in ultima epìstola libri 4 Trist. (IV 10,45) Sepe 8U08 solitns recitare Propertius ignes '. Il Petrarca nelPJ^cJ. XII 207-208 scrive: alius, dubium Romanus an Umber, Umber erat varieque minax et blandus amice. Il falso nome Aureiius ci affida che Domenico se non pos- sedette, vide certamente un codice di Properzio e propriamente un codice della famiglia di A e di i*', i soli che ci hanno trasmesso il doppio nom« Propertius Aureiius. A (Leidense Voss. lat. in 8° 38) è del scc. xiii, di mano francese. Il Petrarca n'ebbe in Francia una copia, che del 1426 e del 1459 si conservava nella biblioteca di Pavia, ma ora ù perduta. F (Lan- renz. 36.49) del sec. xiv, appartenne al Salutati. F.sso fu copiato di sul- l'apografo petrarchesco nel 1380 per interposizione di Lombardo della Seta, il quale lo riscontrò sull'esemplare (per tutto questo vedi B. L. Ullman The manuscripts of Propertius in Òlassical Philology VI, 1911,284-288). •' f. 394 Valerius.. Mirtulis fuit romanus vates; scripsit namque pront venerunt ad manus meas libros 12 Epygramatum; scripsit et Ceniam libruni cap. Ili) DOMENICO DI BANDINO 185 degli estratti dal Liher spectaculorum, che già furono noti al Boccaccio.^* Nel suo esemplare di Ausonio la Gratiaruni actio empiva 4 fogli e precedeva di altri 9 fogli VEiìicedion: 3^' donde rileviamo che il suo testo era approssimativamente uguale a quello dell'ex?, princeps. Dei poeti cristiani nomi- niamo solo Prudenzio, di cui conosceva altre opere oltre alle due divulgatissime nel medio evo, la Psychomachia e YEva columha?^ Nel medio evo accadde più volte che due autori fossero confusi in uno, come ad es. Seneca padre, l'autore delle De- clamationes, con Seneca figlio, l'autore dei trattati filosofici; Quintiliano, l'autore deWInstit. orai., con un anonimo au- tore delle cosiddette Declamationes. Questa doppia contami- nazione perdura tuttavia in Domenico, ^^ il quale dal canto suo ne crea una terza, identificando Anneo Floro, l'autore del- l'Epitome di Livio, con Giulio Floro di cui parla Quintiliano.^* unum, Apopliereta similiter librum unum. Lo cita spesso come fonte, tal- volta col nome di Martialis Cocus. 3' Scoperte 29. 35 f. &8v AusoNius Magsus fuit poeta clarissimus, (Jallus quidem Brudl- galensis, qui ilans de se ipso plenam notìciam Epythapliyum paternum edi- dit sub liis carminibus : ' Nomen ego Ausonius non ultimus arte medendi — Talis vita tibi qualia nota inicliì ' (p. 21 Peiper). Prius autem post 9 cartas poneret (= posuerat ?) largissimas Graciarum actiones prò (= per) 4 cartas ad firacìanuin Augustum cuius si (= se) fuisse credltorem et ipse Grayus (= Gracianus) primo eum prefectum fecit omnium Galliarnm, se- cundo pretorem et tertìo eonsulcm. Epistola eìus incipit: 'Ago tibi grates imperator Augusto ' (p. 353 Peiper). ^ f. -328 Prudentius... coniposuit librnni utilem do pugna virtntum et vitiornm (= Psych.), librum etiam de Columba... plnraque alia fecit volu- niina eleganter, dove è da badare airavverhio eleganter. 5" f. :330v QuiNTiLiiNus... Scripsit librum Causarum (= Declamat.) et ad Victorinuni libros 12 de oratoria institutione, ntrumque volumen verbis et Sen- tentiisornatissimum'.Mail suotestodell'/nstt'i. orai. era mutilo; f. 358» Seneca. ^ (. 222 luLius Florus, qui lulius Secundus apud plerosque legitur, fnit eloquentie mire scribente Quintiliano libro X de institutione orat. (X 3, 12-13)... ubi aperte vides quod fuit tempore Quintlliani sub Traiano principe. Quod etiam ipse profitetur circa principium libri primi sui Ephythomatis < ex > Titolivio. Il Salutati invece toglieva VEpitome a L. Floro e la assegnava a Seneca (Salutati Epistolario I l.'iS; Il 298), indotto dalla no- tizia sugli Annei, che in alcuni codici di Floro sta ora al principio ora alla (Ine, dove si legge : ' Ergo quisnam liorum libri liuius auctor sit ? An L. Anneus Melas? an L. Anneus Seneca? ineertum facit communitas nomi- 186 FIRENZE (cap. Ili Si faceva anche una sola persona di Giustino, il compendia- tole di Trogo, e di Giustino il martire : ma in questo caso Domenico rimane esitante. ^^ Accetta invece la separazione della persona di Giulio Cesare, l'autore dei Commentarii , dalla persona del redattore del testo di essi, Giulio Celso.'"' Cosi erano stati confusi fino allora Plinio il vecchio e Plinio il giovine, nettamente distinti la prima volta neìVAdnotatio de duohus Fltniis del mansionario veronese Giovanni de Ma- toeiis;^^ Domenico li separa egli pure, servendosi dell'Epi- stolario di Plinio il giovine;** ma è incerto se a questa con- clusione sia pervenuto con le sue sole forze. A lui invece va aggiudicata la distinzione dei due Lattanzi, l'apologista cri- stiano e il commentatore di Stazio.*^ Stazio, l'autore della Tebaide e dell'Achilleide, era per Do- menico, come del resto durante tutto il medio evo fino alla scoperta delle Selve, una sola persona con Stazio il retore di Tolosa.^* Sono famosi i due versi di Dante su Stazio: ' Can- nuni Lncii et Annei. Nani Fiori non est ibi mentlo ' (cfr. R. Sabbadini Spo- gli Ambrosiani latini in Studi ital. di filol. class. XI, 1903, 361-362). 39 f 222 lusTiKiis hystoricus rhetor et phylosoplius 44 lìbros a Trogo Pom- peio magistro suo editos ad maximam abbreviatioiiem redegit... Scripsit etiam libriim de natura demonnni..., libruni de animo, dyalognm adversus Indeos, scripsit centra llarchioneni iiereticum... Tandem... fuit martirisa- tiis... Michi auteni non piene compertum est ntrum iste martirisatus sit idem vel diversus cuin discipulo Trogi. ■•" f. 104t Cesar; cfr. f. 222 Iulus Celsis prout quibusdam placet fuit ipse lulius Cesar. La separazione era stata fatta dal Salutati Epist. II 800 (del 1392 e). *' Scoperte 3 e sopra p. 90. ■*' f. 319 Plinios duos, avunculum et pepotem {sic), utrunque litteris mi- gis (sic) celebrem, Verouensis (= — ses) patria de familia Secundorum, prout ex epistolis Plinìi nepotis de multis locls potest elici presenti calamo explicaturns sum. Che i Plini fossero nativi dì Verona, è opinione espressa la prima volta dal mansionario tiiovanni (sopra p. 90), di cui Domenico doveva conoscere VAdnotatio. Cita le lettere di Plinio col numero progres- sivo, non oltrepas.sando la 97»; il che e! fa credere che avesse la sola col- lezione delle prime cento. *' f. 228 Laciantrs agnomen est; FIrmianus at (= autem) propriuni... l.ACTASTius aiius a superiori; insignis homo doctusque valde, comentico (sic) stilo aperuit utrunque Statluni. Et quod sit a superiori diversus liinc ac- cipio quod super 4 Thebaidis (IV 106) allcgnt Boetium. *' f. 270 SiiTius poeta Oallus de civìlate Tholose... cura Statina Sirculus cap. Ili) DOMENICO DI BANDINO 187 tai di Tebe e poi del grande Achille, Ma caddi in via con la seconda soma ' {Purg. xxi 92-93), i quali risuscitarono in Italia la questione se l'Achilleide, la ' seconda soma ', fosse 0 no da riguardarsi completa. Per Dante era incompleta e tale la riteneva, indipendentemente da lui, come abbiamo veduto (p. 141), Benzo d'Alessandria ; ma la maggioranza credeva il contrario. Francesco Nelli in una lettera al Petrarca scritta nel 1355 circa e spedita cinque anni dopo si metteva contro l'opinione di Dante; non abbiamo la risposta del Petrarca, '=* ma sappiamo che giudicava finito il poema. Anche Benvenuto da Imola, interprete di Dante, stava con coloro che davano per compiuta l'Achilleide; ma egli, seguendo quella nefasta scuola esegetica che voleva e vuole salvare a ogni costo l'impecca- bilità dei grandi autori, sostiene che anche Dante la pensava cosi e che con ' seconda soma ' intendeva un terzo poema di Stazio su Domiziano, da lui promesso nell'Achilleide (I 19) e che non ebbe il tempo di scrivere. *" Parimente Domenico combatte l'opinione di Dante, ingegnandosi di dimostrare come l'Achilleide sia compiuta.'*" Del resto la dimostrazione filologica dell' incompiutezza dell'Achilleide l'ha data nel secolo xv Francesco Filelfo nel suo commento a quel moncone epico. Ecco qui le sue parole: Deinde Statium Achilleidos. . Et istum propter repentinam mortem nullo modo explere potuit; quanquam aliqui dicant esse completum: quod esse non potest, ut in propositione agnominetur, quasi post Virgilinm sarsum canens... Perfecto hoc primo vo- lumiiie (la Tebaide), secundum cepit sub Acliillis titulo; in eo namque par- tito in 5 libros posuit prime Achilli.s infantie rndìmenta. '' Lettres de Fr. Nelli à Pétrarque par H. Cocliin, Paris 1892, 285. ■•» Benvenuti Comentiim super Dantis Comoediam, Florentiae 1887, IV 16. I" f. 270 Ego autem reor volumen completum esse... Cfr. sulla questione R. Sabbadini in Atene e Koma XII 265-69. Ugo di Triniberg nel lìegistrum auctorum del 1280 ritiene incompleto il poema, nonostante che il suo co- dice lo dividesse in cinque libri. Scrive egii infatti : Statins... Eius (Donii- tiani) gesta scribere proposuit rogatus Huic et Achilleidos e.st liber inchoa- tus. Quem tamen ut voluit idem non complevit, Nam in quinto libro mors scribentem hunc delevit (Huemer Dns Megistrum multorum auctorum des Hugo von Trimberg in Sitzungsberichte der Te. Akademie der ìVissensch.^ 1888, CXVI p. 162 v. 110-11-3). 188 FIRENZE (cap. ai probare possumus, qnoniani ait (v. 7) Sed tota iuvenern de- diicere Troia... Numerus librorum in duos tantum dividitur: in primum et secundum; secundus vero finem non habet, ut dixi. Nibilominus aliqui indocti in V libros dividere audent, quod nullo modo Priscianus pcsse fieri probat, qui hune textura nisi in primo et secundo allegat. ■'^ * * Questo può essere sufficiente a dare un'idea della cultura letteraria di Domenico. Ma per illuminare un po' meglio la figura dell'insigne collezionista soggiungerò qualche notizia complementare anche dal volume I della sua enciclopedia, quello che contiene la materia diremmo cosmografica, ^ augu- rando che altri analizzi per il medesimo scopo tutta l'opera. Di Platone possedeva il Timaeus tradotto e commentato da Calcidio^ e il Phaedon nella versione medievale; ^ e qual- che scritto di Galeno^ e di Tolomeo.^' Siamo accertati che aveva il De lingua latina di Varrone, almeno il libro V. '*^ ** Cod. Est. di Modena F. 8. 15 f. 17 Commentum Statii Achiìleidos editum sub doctissimo viro Francisco Filelfo. ' Ho esaminato il voi. I nel cod. Torinese D. 1. 8, meinbr. a due co- lonne, con la sottoscrizione : f. 207 Michael de Franchis de Clavario scripsit prò magnifico domino l'etro de Fintone de Sabaudia studente Taurini, anno M. Ilio. XCVI.'° Ma non so metter d'accordo questa data con l'anno 1402 che 8i legge nel testo al f. 105 e tanto meno con la dedica del tìglio del- l'autore a Martino V, papa dal 1417 al 1431. Il figlio dichiara (f. 1) che il padre lavorò intorno all'opera quarantotto anni. Sui viaggi intrapresi alla ricerca de' codici Domenico ci dà quest'informazione: f. 108 yuin etiam illis succurrerent, quibus (dativo^ sunt bibliotece vacue illorum precipuo- rnm voluminnm, que per varia» urbes variasque gentes multo dispendio conquisivi. * f, 3 Platon. Thy(meus); 33 Calcidius super primo Thimei. f. 32v Hanc opinionem scribit Thomas... ; ego autem ipsam legi ori- ginaliter in Phedore (sic). < f. iv. ^ r. 109 Legat Phtolomeam in tribus librig qaos de armonia idest con- sonantia vocum edidit. " f, 162 Varrò 5 de origine lingue latine; cosi f. I7&v, is2* eco. cap. Ili) DOMENICO DI BANDINO 189 Cita inoltre Curzio Eufo,'' Vibio Sequestre,^ Pomponio Mela,^ ì'Astronomicon di Tgino;i° tra i poeti Vlbis d'Ovidio,ii rara- mente da altri ricordato, il Raptus Proserpinae di Claudiano,^^ Aratore 1^ e lo ps. Catone/' l'autore dei Disticha, col nome di Dionysiua, nome che già ai conosceva da una testimo- nianza, alla quale però si prestava poca fede, dello Scaligero.'^ Noteremo anche Alcidio, i" uno scrittore quasi ignoto del primo medio evo, e 1' anonimo compilatore, esso pure appar- ' f. 177v. 8 f. 184, 185. ' f. 177. 10 f. 93v. " f. Iv. 12 f. 106. 13 f. 132 Arator de gestis apostolorum. '< f. 31V Forsan hoc etiam expressit Dioreiis (si potrebbe anche leggere Pioreris) phjiosophus et christianus quando inter documenta moralia sua dixit : ' Si deus est animus nobis ut carmina dieunt Hic tibi precipue sit pura mente colendus ' Cat. I 1-2). La storpiatura del nome sarà da imputare al neffligentissimo copista. '5 Teuffel-Schwabe Geschichte der róm. Liieratur % 398, 1. La testimo- nianza dello Scaligero sta nella sua ediiiione di Parigi del 1605 e suona: In libro vetustissimo Simeonis Bosii iuridici Leniovicensia (1535 e. -1580 e.) viri eruditissimi et acutissimi titulus ita conceptus ibat: Dionysii Catonis Disticha de moribus ad fllium. Ma prima dello Scaligero aveva dato notizia del codice Elia Vinet con queste parole: Quod Carmen (Catonis) quae prosaica eiusdem argumenti antecednnt in vulgatìs editionìbus, haec, cuiuseumque alterius auctorìs sint, nobis Simo Bosius codicem visendae an- tiquitatis aliquando ostendit, in quo sola erant et Dionysio Catoni inscri- bebantur. Donde si rileva che il codice del Bosius aveva la sola parte prosaica premessa ai Disticha, con l'attribuzione a Dionysius Cato. Per tutto ciò vedi M. Boas Der Codex Bosii der Dieta Catonis (in Rhein. Mus. LXVII, 1912, 68-69), il quale crede inventato dal Bosius il nome di Diony- sius; ma la testimonianza di Domenico di Bandino metto fuori di dubbio l'autenticità della notizia. A parer mio quel nome proviene da Cassius Dio- nysius Uticensis, il traduttore di Magone citato da Varrone (De r. r. 1 10) e da Columella (1 1, 10). Da Dionysius Uticensis e da Cato Uti- censis i ricercatori della paternità dei Disticha hanno tratto per via di contaminazione Dionysius Cato. i" f. 33 Epicurus refferente Alcidio in libro secundo... Lo conobbe anche il Bruni, che lo cita nei Dialogi ad Petrum Histrum (Livorno 1889, per cura di G. Kirner, p. 13 Cassiodorum illi nobis servavere et Alcidium et alia huiusmodì somnia). È segnato nell'inventario del codici di Gio. Mar- canova : Liber Alcidii in pergamene (cod. Estense " K. 4. 31 f. 4). 190 FIRENZE (cap. IH tenente al primo medio evo (sec. viii), di un glossario, cosi citato da Domenico: ^"^ ' Paludes, prout scribitur in glosario, nnde Papias decerptas (deceptus corf.) est, sunt aquosa loca herbam habentes semper'. Io identifico quel glossario col Liber glossarum, dal cui maestoso esemplare Ambrosiano'* traggo la medesima definizione; 'Paludes. loca aquosa herba<ra> semper habentes paludes dicuntur'. Chiudiamo col cenno su Pietole, il presunto paesello nativo di Vergilio, già nominato da Benzo (sopra p. 132) e da Dante:'' ' MiNCius^". .. Nam incole omnes asserunt Marronem natuni^' in villa sita super huius (Mincii) margine propinquaque^ Man- tue per duo millia passuum, quam liodie vocant Piectola: ob cuius servandam memoriamo' propiuquum montlculum Vir- gilii montem dicunt, asserentes agros fuisse Marronis '. " f. 182V. '8 Cod. Ambros. B 36 inf., membr. sec. x, a tre colonne, f. 226, con l'in- dicazione della fonte: de glosis. Domenico aveva colto nel segno; il lessico di Papia ha per fonte principale il Liber glossarum. Lo stesso giudizio re- cava il Salutati {Epist. HI 8). i» Purg. XVIII 83. 2» f. 200. '* vatum cod. 22 propinqua quam cod. 's victoriam cod. APPENDICE Le scoperte di Poggio in Germania (1417). Da una lettera di Poggio a Francesco Pizolpasso, scritta da Costanza il 18 settembre del 1417,' stacchiamo il seguente luogo : ' Scias velim me multa veterum excellentium virorum monumenta diligentia mea reperisse. Nam bis Halamaniam peragravi solus. Novissime autem, quod triumphi loco est, septem reperi M. Tullii orationes, que antea amisse erant : quarum tres sunt contra legem agrariam, quarta in Pisonem in senatu, quinta prò A. Ceeinna, sexta prò C. Rabirio po- stumo, septima prò C. Rabirio perduellionis reo ; iteni octava prò Roscio comedo, cui deest principium et finis. Alia post- modum senties '. Anzitutto attraggono la nostra attenzione le parole bis e solus. Con solus Poggio mira a differenziare queste due gite in Germania, nelle quali non ebbe compagni, dalie due pre- cedenti in Svizzera, nelle quali ebbe dei compagni, tra cui principalmente Bartolomeo da Montepulciano.^ Che le escur- sioni intraprese in Germania siano state due {bis), impariamo soltanto ora dalla lettera al Pizolpasso. Nella seconda escursione, la più recente {novissime), scopri otto orazioni ciceroniane. Ma non andremo lungi dal vero as- segnando ad essa anche quegli autori, della cui scoperta non ' Pubblicata da A. Wilmanns in Zentralblatt fur Bihlioihékswesen XXX, 1913, 460. Per la data vedi R. Sabbadini in Mendiconti del r. Istit. Lomb. di se. e leti. XLVI, 1913, 906. 2 Scoperte 77-79. 192 APPENDICE eravamo riusciti a stabilire con sicurezza la data, vale a dire Columella, Stazio (Silvaé) e il secondo esemplare integro di Quintiliano.^ Le otto orazioni elencate da Poggio nella lettera ricompariscono tali e quali nelle sottoscrizioni della copia (Laur. Conv. soppr. 13) tratta dal suo autografo ; * ma e' è un particolare che merita d'essere rilevato ; poiché mentre nella lettera si affermano scoperte tutte otto in Germania, le sotto- scrizioni invece danno la p. Caecina scoperta in Francia a Langres {in sìlvis Lingonum) e le altre sette talune in Fran- cia talune in Germania ; donde risulta che nella seconda escursione Poggio passò il Reno. Per questa escursione io avevo proposto il tempo che corre tra il luglio e il settembre del 1417 : ^ j)roposta che viene ora pienamente confermata. La prima gita in Germania va collocata approssimativa- mente nella primavera del 1417, perché la lettera congratu- latoria del Barbaro a Poggio per le nuove scoperte è del 6 luglio di quell'anno." Gli autori registrati dal Barbaro, esclu- dendo quelli trovati nelle escursioni svizzere, sono i .seguenti : Tertulliano, Lucrezio, Manilio, Silio Italico, Ammiano Marcel- lino, Capro, Eutiche e Probo. Stavano forse tutti nel mona- stero di Fulda, tre certamente: Ammiano, Tertulliano e Probo. Per Ammiano (ora Vatic. 1873) valga la sottoscrizione del co- dice stesso : Monasterii fuldensis est liher iste, combinata con la testimonianza dì Poggio: ' Ammianum Marcellinum ego la- tinis musis restituì cum illuni ernissem e bibliothecìs ne di- cam ergastulis Germano rum '.'' Per Tertulliano e Probo ri- correremo al Commentar ium del Niccoli,^ compilato su infor- mazioni di Poggio : In monasterio suldulensi (leggi fuldcnsi) continentur infrascripti libri.... Septimi Tertulliani Apo- ' Scoperte 82. * Scoperte 81. Delle due sottoscrizioni pubblicò il facsimile A. C. Clark in Anecdota Oxonien$ia, Class. Ser., XI, 1909. 5 Scoperte 81. < Ib. 80-81. " Ib. 80. * Il Uommentariuin Nicolai Nicoli in peregrinatione Germania fu pubblicato nel Catalogo XII della Libreria antiquaria di T. de Marini» « C, Firenze 1913, p. 14-16. LE SCOPERTE DI POGGIO 193 logeticum: predar um opus; Eiusdem Ter tulliani ad- ii er su s indacos (leggi iudaeos): liher magnus ut Boetius de consolatione : ... Ars Probi eruditissimi grammatici: grande opus. Ciò pone fuori di dubbio la visita di Poggio al monastero di Fulda. E cosi conchiudiamo che le escursioni di Poggio durante il concilio di Costanza furono quattro: due in Svizzera in com- pagnia di altri : la i)rima nell'estate del 1416, la seconda nel gennaio del 1417; due in Germania da solo: l' una nella pri- mavera, l'altra nell'estate del 1417 : in questa seconda scon- finò in Francia. Ce ne sarebbe una quinta, diretta in Francia nella primavera del 1415; ma su di essa pesano, come ab- biamo veduto (sopra p. 74), gravi dubbi. Giovanni da Verona. Tra i veronesi che coltivarono gli studi classici nella prima metà del secolo xiv (sopra p. 88-90) annovereremo anche un Giovanni, che copiò nel codice Vaticano 1917 (membr. sec. xiv) Valerio Massimo e lo ps. Plinio Be viris illustrihus. La sottoscrizione a Val. Mass. suona : (f. 90') Scriptum quoque fuit volumen hoc Verone per me loìiannem anno domini M.CCC.XXVIII. 0 di seguito o a brevissimo intervallo ag- giunse lo ps. Plinio, col titolo (f. 91) : Gaij Plinii Secundi oratoris Veronensis liher de illustrium (sic) incipit feliciter. La prima idea che s'affaccia è di ravvisare in questo Gio- vanni l'omonimo mansionario ; ma vi s'oppone recisamente il testo dello ps. Plinio, che qui è nella redazione breve, doveehé il mansionario possedeva la lunga. Piuttosto dalla parola Ve- ronensis del titolo argomentiamo che il nostro Giovanni co- nosceva V Adnotatio de duobus Pliniis del mansionario, nella quale Plinio viene in modo identico denominato : Cnius Pli- niiis Secundus Veronensis orator. E cosi otteniamo per V Ad- notatio un termine cronologico anteriore al 1328. Alla fine di Valerio Massimo e prima della sottoscrizione si legge inoltre il seguente colofone : R. Sabbadini. Le écoperle dei codici. • 13 194 APPENDICE Explicit Valeri! Maximi factonini et dictoriim memonbniiim urbis Rome exterarumque gentiuin liber iiomis et ultiinus feliciter. Claruit autem vir iste clarissiiniis Valeriiig Maximus temporibus divi Augusti, quo imperante natns est xpistus. Kt eidem Augusto dicavit ho8 libros. Floruerunt etiam eo tempore viri illustres. Tytiis Livius Patavlniis siimmus hystoricus. Sextus pytagoricns. Atlienodorus tliarsensis Stoycus phy- losopIiHS. Marcus Verius Flaccus gramatieus. Ovidius Naso. Virgilins man- tuanus summus poetaruiii. Marcus Terentius Varrò rerum divinarnm et hn- manarum peritissinius. Marcus Tullius Cicero romani eloquii tnba. Corni- tìcins poeta. Cornelins Nepos scriptor hystoricus. Marcus Varus' poeta. Cornelius (iailus foro luliensis poeta. Numacius Plaeus orator Cicerouis di- scipulus. Atracinus orator. Emilius Macer Veronensis poeta. Oratius Flaccn.t Veuusinus poeta. Marcus Porcius Cato ' latinus deelamator. lulius Hyrcinn» policastor gramatieus. Albutius Syllo novarìensis rlietor. Melissns spoletinus gramatieus. Unde merito dici potest tunc .seculum fioruissc et quia etiam orbìs pacem liabuit universus. Questa lista di nomi non deve far paura; essa è tratta con parecchie storpiature dalia Cronica di Eusebio-Girolamo. Un miglior giudizio della cultura di Giovanni si raccoglie dalle note marginali a Valerio Massimo, dove son citati : Livio (f. 42), Plinio N. H. (f. 77),3 Svetonio (f. 4U), Macrobio Sa- turn. (f. 50) e alcune opere di Cicerone: Farad, (f. 62»), De seti. (f. 34), De off. (f. 57), Tusc. (f. 78"), De nat. d. (f. 3), De divin. (f. 36"), De orai. (f. 75 e 750-* Più tardi il cod. Vaticano passò nelle mani di Francesco Zabarella. Infatti di fronte alle parole Et eidem Augusto di- cavit del surriferito colofone un lettore postillò : Contra patet in probemio supra ubi paterno avitoque sideri. Potius ergo Tyberio qui fuit Otaviano filius adoptivus. f. za. Nelle sigle f. za. io leggo Franciseus Zabarella. Il medesimo postillatore al f. 66", di fronte alle parole di Valerio Mass. Itigurte bcllum indixit, qui inatrem (VII 5, 2) ' Difficilmente qui il lettore riconoscerà M. Bavius. * Anclie qui si stenta a riconoscere Latro. 3 Alle parole dì Val. Mass. miri/ice et ille artifex (Vili 12 ext. a) : S I pelles. g. princeps omnium pictorum ; et est lieo ystoria na. yst. 1. 3 5 (XXXV 84). ■• Alle parole di Val. Mass. Pericks autem (vili 9 ext. 2): F,x. S de oratore (III 18S). Alle parole Par vere amicicie (Vili 8, 1): Ex. 1. de ora- tore (II 22). GIOVANNI DA VERONA 195 notò : hic adjìci debet, ut Colncio videtiir : eius filius qui niatrem ideam etc. Nam quod idem fuerit qui hec omnia fe- cerit ratio temporum non consentit ; et id ex Cicerone in primo de officiis (§ 109) satis colligi potest. Lo Zabarella era amico e corrispondente di Coluccio Salutati. Sulla questione mossa dal Salutati circa Scipione Nasica vedi il suo Epistolario a cura di F. Nevati III p. 398-400. RIEPILOGO STORICO Nel secolo xiv il rinnovamento classico, di cni abbiamo tracciato le linee maestre, tien dietro a un Inn{;;o periodo di sosta; perché la vasta e molteplice operosità letteraria spie: gata dal secolo xii s'era estinta o quasi nel successivo. Quel movimento è tutto settentrionale. Rotti o rallentati i vincoli con le regioni dell'antica Magna Grecia e con la Sicilia, le quali avevano conservato il patrimonio delle lettere greche, la cul- tura occidentale ridiventa essenzialmente e unicamente latina. Il movimento è inoltre generale e simultaneo. Noi abbiamo seguito il suo corso partendo dagli estremi confini nordici : ma per semplice comodità di esposizione, che mal sapremmo dire in qual paese esso abbia avuto principio. E nei suoi pri- mordi ebbe vita indipendente presso le singole nazioni. Solo a un punto avanzato del suo sviluppo cominciano reciproci scambi, finche r Italia, preso un insolito slancio, si pose a capo del rinnovamento. E una delle principali ragioni di questa inat- tesa piega ci pare deva cercarsi nell' elemento laico che pre- domina in Italia. In Inghilterra, in Germania, in Francia gli studiosi sono quasi tutti ecclesiastici. Al contrario in Italia: a Firenze e a Verona laici ed ecclesiastici, a Bologna in pre- valenza laici, tutti laici a Padova e in Lombardia. E, fatto non meno notevole, questi laici contano i loro migliori rappresentanti non tra i grammatici e i retori, ma tra i giuristi, quali il Salu- tati, il Pastrengo, Piero di Dante, Bonzo, il Mussato, il Monta- gnone: donde risulta chiaro che il connubio, antico in Italia, della scienza giuridica con le arti del trivio aveva preparato di lunga mano materia « forza per un fecondo lavoro futuro. RIEPILOGO STORICO 197 Ma sarebbe grave errore credere il novello indirizzo di origine puramente italiana. La Francia, che a torto venne giu- dicata estranea ai primi inizi del risveglio, fu invece forse l'unica a mantener vivo fin dal secolo xni l'amore dell'inda- gine, come provano Geroud d'Abbeville, Eiccardo di Fournival, Vincenzo di Beauvais e altri. Nella prima metà poi del se- colo XIV Parigi era maestra di studi agli italiani, e nella se- conda metà dimostrò con Nicola di Clémangis di saper creare un tipo di risorgimento suo proprio, che, pur troppo, cause esterne troncarono sul nascere. In Inghilterra Riccardo da Bury ebbe pochissimi contatti con l'Italia, e quando a' incontrò col Petrarca ad Avignone la sua raccolta libraria era già in- teramente formata. Aniplonio acquistò alcuni libri dall'Italia, ma la massima parte della sua biblioteca gli proviene dalla Germania. La Germania e l'Inghilterra, e più la Germania, avrebbero anch' esse con le proprie forze promosso un rinno- vellamento della classicità; non fu colpa loro se l'Italia le sopravanzò, ond' esse nel sec. xv attinsero per necessità alle fonti italiane. Ma Niccolò da Cusa, pur avendo nella giovi- nezza studiato in Italia e ricevuto da quella una certa spinta, seppe poi condurre le esplorazioni genialmente, per conto proprio e con criteri propri, sul suolo tedesco. Di mano in mano pertanto che s'indagano i fatti, vengono mutando i giudizi. E come nell' apprezzamento del fenomeno generale, cosi devono mutare nell' apprezzamento della parte che vi ebbero le singole regioni e le singole persone. Quanto alle regioni, da Bologna, centro antico di cultura, c'era da aspettarsi di più; e di più s'aspettava da Firenze, che per co- mune consenso fu l'antesignana del movimento umanistico : se- nonché questo si verificò soltanto nella prima metà del secolo xv, mentre nel xiv essa restò molto al di sotto di Verona e Padova e al di sotto pure della Lombardia. Quanto alle persone, il Pe- trarca ritenne se stesso e fu ed è dai critici ritenuto più origi- nale di quello che in effetto non sia: basterà ricordare che fu preceduto da Benzo. Nella storia non esistono miracoli ; esiste solo il grado maggiore o minore di ingegno o di genialità, che ciascuno porta nel lavoro comune. CAPITOLO IV Riassunto filologico dei due volumi. Il riassunto comprende quasi soli i nomi degli antori la- tini: dei greci segno quei pochi, che il medio evo conobbe per via di traduzioni (le umanistiche rimangono perciò escluse). Non separo i cristiani dai pagani, perché di alcuni non è dato sapere a quale religione veramente appartenessero; d'altro canto gli studiosi d'allora coltivavano indifferentemente, come praticano i filologi odierni, e gli uni e gli altri. Avevo pen- sato di distribuirli in gruppi, ma la chiarezza non ne avrebbe guadagnato; sicché ho scelto l'ordine alfabetico, il quale ha il vantaggio della perspicuità e della comodità: in tal modo il riassunto compie anche l'ufficio di indice. Spessissimo è im- possibile decìdere se chi conosce un autore lo possieda oppure l'abbia semplicemente letto e transnntato: nel sec. xv i pos- sessori erano certo più numerosi, quando con facilità si mol- tiplicavano gli esemplari, doveché nel xiv la maggior parte, meno poche eccezioni, più che raccoglitori erano lettori. Questo mi ha impedito di adattare ai singoli casi le formule rispon- denti alla verità storica. Per gli autori rari e nuovi ho notato i nomi degli scopritori e dei possessori; ma c'è una categoria di antori che erano comunemente adoperati : questi ho segnato impersonalmente con le formule abbastanza noto, molto noto, notissimo, divulgatissimo, dalle quali chi legge apprende d'un tratto gli autori che costituivano il patrimonio tradizionale della scuola e della cultura. cap. IV) AUTORI LATINI 199 (Le cifre nude rimandano alle pagine del primo volume ; le cifre precedute dal numero romano li rimandano alle pa- gine del secondo). Autori latini. ps. AcRONE. Commento ad Orazio. Primitivamente compren- deva le sole Odi e gli Epodi; poi vi si aggiunsero l'A. P. e le Satire: mai le Epistole. Il nome di Acrone compare già nel 1433 in un codice di Vittorino da Peltre con le Odi e gli Epodi (94, 131-2). Nel cod. VII 481 della Capitolare di Lucca, del 1459, è intestato ad Acrone il commento non solo alle Odi e agli Epodi, ma anche all'A. P. e alle Satire. Una copia presso il Panetti (188). Nel cod. Ambros. I 38 sup. del sec. xv il nome di Acrone è attribuito al commento ps. cornutiano di Persio: f. 74 Acronis commenttim super satyras Fersii expUcit. La falsa attribuzione sarà nata per congettura di chi possedendo il testo ps. cornutiano anepigrafo lesse il nome di Acrone alla Sai. II 56. Presso Amplonio si trovava: Tractatus de XVIII versihus (li 15). Forse un estratto dal commento i)S. acroniano. AnAMANZio (Martikio). Be h muta et v vocali. Era in un co- dice di Gio. Gabriel, ]iresso cui lo vide e copiò a Venezia il Poliziano nel luglio 1491 (155). Ne fu scoperto un altro esem- plare a Bobbio dal Galbiate nel 1493 (158, 162). Aefjritudo Ferdiccae. Trasmessa da un unico codice, Harleian 36S5, del sec. xv (126). Aethici Cosmographia. Copiata nel 1417. Poi ritrovata da P. Donato a Spira nel 1-436 (119). Aethicus HiEKONYMUS. Scopcrto dal Cusano (II 22) e poi nel 1483 da Hartmann Schedel (II 30). Anche nel cod. Vatic. Barbcr. lat. 45 del sec. xv. Lo conosceva il Polenton: Ethiciis phi- losophus: hunc traduxit in latinum e greco Hieronimus pre- sbiter. ^ AfiOSTiNO. Opera : ricercate ed elencate dal Caruso nel Mtl- leloquium (II 163-64). Numerose opere vedute dal Ferrantini 1 De scriptor. ling. lai. nel cod. Ambros. G 62 inf. f. 60. 200 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV a Nonantola nel 1424 (89). — Sermones: raccolti da Roberto de' Bardi in Francia (II 35). — Opuscula : raccolti dal Cor- rado e stampati nel 1491 (148). — Epistulae: un cod. gallico veduto dal Traversar! a Treviso (94). — Enchiridion ' argeu- teis et anreis litteris ' a Bologna (II 164). — De musica: co- piato 'Venetiis MCCCCXXIII ' nel cod. Harleian 5248; presso Vittorino il 1433 (94) e il Cusano (II 23). — De odo partibus orationis: scoperto da Amplonio (II 15). — Rhetorica e Dia- lectica: scoperte dal Capra nel 1423 (101, 104).i — Le sne opere in generale e il De civitatc dei in particolare, adope- rato come fonte storica (II 46, 155, 156), erano molto cono- sciute : in Inghilterra (II 8), in Germania (II 16), in Francia (II 66, 80), in Italia (10, 27, 42, 68, 74, 75, 88, 90, 122, 165; II 39, 44, 46, 50, 54, 88, 97, 119, 138, 156, 172). — De trmitate: tradotto in greco dal Pianude; presso il Niccoli e Palla Strozzi (60,207). Agrecio. Noto verso la metà del sec xv (133). Presso Hart- mann Schedel (II 30). Agrimensori, v. Gromatici. Alberico. Poetarius {Mythographus Vatic. III). Noto a Benzo (II 136), al Petrarca (25).^ Alcidio (medievale). Noto a Domenico di Bandino, al Bruni, al Marcanova (li 189). Ambrogio. Opere vedute dal Ferrantini a Nonantola nel 1424 (89), dal Pizolpasso in Francia (122). In generale abba- stanza noto: in Inghilterra (li 8), in Germania (II 16), in Francia (II 66), in Italia (10, 27. 28, 90, 123; II 39, 44, 50, 88, 96, 138). Ammiano Makcellino. L'abbate di Fulda portò nel 1414 a Costanza ' lectissima volnmina ' del suo convento, tra essi, come si crede, Ammiano, di cui si sarebbe impossessato Pog- gio : ora cod. Vatic. 1873 (80, 81). ^ Ma la verità e che Poggio 1 Nel 1491 il Poliziano vide le Aries di Agostino in un ' nntiquissimns codex ' di Gio. Gabriel Ccod. lat. di Monaco 807 f. 67). 2 Snll'età e sulle fonti di Alberico v. R. Raschke De Alberico mylliologo (in Brest plUlol. Abhandl. 45), Breslau 1913. 3 Cfr. P. Lehmann Johannes Sichardus und die von ihm benuMen Bi- bìioth. und Hss, Miincheu 1912, 93. cap. IV) AUTORI LATINI 201 stesso lo trasse con altri autori da Fulda nella primavera del 1417 (li 192). Sin dal 1434 ne possedeva copia Giordano Or- sini: ora nell'archivio della basilica Vaticana (123, 124). ^ L'ebbero nel 1402 Greg. Piccolomini (202), tra il 1497 e 1499 il Parrasio (170). Nel 1427 fu scoperto un altro codice a Hers- feld (107, 108, 109), di cui alcuni fogli si conservano nell'ar- chivio di stato di Marburg. ^ Amphilochio. Vita di Basilio. Nota al Colonna (II 54). Anthologia latina. 'Ergone supremis': carme at- tribuito ad Augusto (Biihrens P. L. M. IV 179). Noto al Mon- treuil (II 67) e al Petrarca.^ — XII Sapientes. Noti al Boc- caccio (31, 33, 41) e in parte al redattore del cod. di Troyes (II 119). — Carmi trascritti in codici del sec. xv (126); altri scoperti dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (100) e dal Sanna- zaro in Francia (140, 165). Antimo. In un cod. del sec. xiv-xv (128). Antonini Itinerarium. Scoperto da P. Donato nel 1436 a Spira (119) e da Ciriaco nel 1453 e. (14(»). Posseduto dal Cusano (113; II 27). Apicio (propriamente Cabli Apicius). Scoperto da Enoch il 1453 e. in Germania (140) nel monastero di Fulda, dove l'aveva veduto il 1417 Poggio. Nel Commentar ium del Niccoli (II 192) è segnato cosi: In monasierio fuldensi... Aepitii de compositis libri odo: opus medicinale et optimum.'^ ' Cfr. E. Pistoiesi 11 Vaticano descr. e illustr. II 192, dov'è la minuta descrizione del codice fatta da Luca Holstenio. 2 Lehmann ib. 122. 3 K. Sabbadini in Rendiconti del r. Islit. Lomb. di se. e leti. XXXIX, 1906, 194. Leffgiamo nel Petrarca (Ker. memor. I 2) : Scripsit (Augustus) et epigraininafum librimi et epistolarnm ad amicos..., quod opus inexplicitum et carie semesum adolescenti milii adnioduni in inanus venit frustraque post- modum quaesituin. Fu un' illusione del Petrarca, alla quale prestò fede F. Riihl (in Berlin, philol. iVoehenschr. 1895, 468). 11 Petrarca lesse del liber epigrammatum in Sueton. Aug. 85 e delle Epistolae in Sueton. Vita Horatii. * I sette codici apiciaui si dividono in due famiglie; A, la migliore, coi cod. Vatic. Urbin. 1146 sec. x e Parig. 8209 sec. xv ; J5, l'inferiore, con gli altri cinque (C. Giarratano I codici dei libri de re coquinaria di Celio, Napoli 1912, 4-5). Suppongo che B derivi dall'esemplare di Enoch. 202 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV Apollonitis Tyrius. Sin dal 142(5 nella biblioteca di Pavia (130). Aproniano, V. Vergilio. Apuleio. Il Boccaccio scopri e asportò il cod. Cassi nese (ora Laur. 68. 2), archetipo di tutti gli altri, ^ comprendente le Metam., il I)e inag. e i Fior. (20); possedeva anche il De deo Soer. (29). Il Petrarca possedè alcune opere nel cod. Vatic 2193 messo insieme a Milano (24, 2tì; II 126). Altri possessori 0 conoscitori di Apuleio: Amplonio (II 14), il Montreuil (II 68), il Clémangis (li 82), Benzo (Il 143), Piero di Dante (II 102), Tedaldo (II 176), il Dominici (lì 177), Domenico di Bandino (II 183). — Peri hermenias: trovato dal Fessane a Poitiers (139). ps. Apuleio. De herbis (Herbarium) : scoperto dal Lamoia a Milano nel 1427 (103); presso Domenico di Bandino (Il 183) e Giord. Orsini (123); riscoperto dallo Zerbi nel 1474 (147, 148). — Opera medica: copiata a Basilea nel 1-133 (117). — De re publica; De piscibus: citati da Domenico di Bandino (Il 183). De asptrationis nota; De Dipthongis (due opuscoli me- dievali, 178). Copiati dal Perotto nel cod. Vatic. Urbin. 1180: f. 118 in vetustissimo codice repertum est. Aquila Romano. Figurae. Presso il Niccoli sin dal 1421 (86-87). Aratore. Noto al Salutati, ^ a Domenico di Bandino (II 189), al Dominici (II 177). Un codice fu ])ortato, forse di Francia, dal Sassetti (165); il medesimo, pare, di cui parla il Crinito: ' nactus sum codicem perveterem a Cosmo Saxetto, in quo et Arator. ' ^ Arusiano Messio. Exenipla locutionum. Scoperto a Bobbio nel 1493 dal Galbiate (162). AscoNio Pediano. Scoperto a S. Gallo nel 1416 da Poggio e compagni. La copia autografa di Poggio è nel cod. Matrit. X 81 con la firma Poggius Florentinus; la copia di Zomino * L. Apnleì Metani., ree. I. van der Vliet, Lipsiae 1897, V. « Salutati Epistol. Il 146, lettera del 1385. 3 C. Di Pierro in Giom. star. d. letter. ital. 55, 1910, 8. cap. IV) AUTORI LATINI 203 autof!;rafa nel cod. Forteguerrl di Pistoia 37 con la data X hai. aug. 3ICCCCXVII. Constantiae ; la copia, non autografa, del Montepulciano, nel cod. Laur. 54.5 termina cosi: Die XXV iulii MCCCCXVI. B. de Montepoliciano (78-79).i L'ebbero il Niccoli (91-92) e nel 1418 Cosimo de' iledici (183). AsPKO Emilio. Il Pastrengo^ dice: Asper super Virgilio scripsit et libros in arte grammatica condidit. La notizia ' super Virgilio scripsit' l'ebbe da Servio, clie cita spesso Aspro; ma potè conoscere la grammatica. La grammatica è copiata in codici del sec. xv e l'ebbe Giord. Orsini (123, 124). La vide Poggio a Fulda nel 1417; infatti nel Commentarium del Nic- coli (II 192) leggiamo: In monasterio fuldensi... Ars Anpri peritissimi grammatici. Il Leto si copiò la grammatica nel cod. Vatic. 1491.* Cita il commento a Vergili©: indebitamente, non lo conosceva (168). AsTERio. Ad Renatum monachum. Trovato dal Niccoli nel 1430 (91). Augusta, v. Historin Augusta. Augusto, v. Anthologia. Aulularia, v. Querolus. Aurelio Vittore. Liler de Caesarihus. Scoperto dal Biondo nel 1423 (101) e pili tardi dal Bessarione (186). — Origo gentis Romanae. Scoperto dal Bessarione (186).^ ps. Aurelio Vittore. Epitome de Caesarihus (o Brevia- rium). In codici del sec. xv (130). Presso S. Hesdin (II 34). V. ps. Plinio il giovane. De vir. ili. Ausonio. Nella Capitolare di Verona era un cod. di Auso- nio, veduto ivi prima del 1310 da Benzo, cbe lo portò a Mi- lano e ne trasse il Catalogus urbium e il Ludus septem sa- pientiim. A Milano il codice restò e fu smembrato: un fram- mento del Catalogus entrò in S. Eustorgio, dove lo copiarono 1 Cfr. Q. Asconii Pediani Orat. Uicer. enarratio, ree. A. C. Clark, Oxouii 1907, XIV, XVII. 2 De originibus f. 8. 3 V. Zabiighin Giulio Pomponio Leto, Grottaferrata 1910, II 213. ' Vedi S. Aurelii Victoris Liber de Caesarihus ecc. ree. F. Pichlmayr, Lipsiae 1911. 204 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV il Menila, il Dulcinio, il cod. Tilianus e il Ferrari, il quale ultimo lo stampò nell'edizione milanese del 1490. 11 Ludus fu copiato nel cod. Parig. 8500, che poi passò nelle mani del Pe- trarca. Questo codice riunisce, da fonti varie, il Catalogus, il Ludus e le (apocrife) Fenochae e altri opuscoli ausoniani. ' Da esso T. Ugoleto trasse per l'edizione del 1499, intermediari il Calco e il Berneri, il Catalogus, il Ludus e le Feriochac; ai quali aggiunse la 3Iosella, desunta dal cod. del Verazzano (24, 144; II 14fJ-149). — 11 Boccaccio e Domenico di Bandino possedettero un testo identico all' ed. pr. ' Venctiis 1472' (30, 33; II 185). Matteo Bosso mandò nel 1493 da Verona alcuni frammenti al Poliziano (154; II 149). Il Sannazaro nel 1502 e. scopri in Francia il famoso Voss. lat. Ili con un'importante silloge di componimenti (140, 165). — Ausonio a Pavia nel 1360 (? II 121). pg. Ausonio. Carmi presso il Cavallini (II 50). AviANO. Noto ad Amplonio (li 18), al Pastrcngo (12), al Salutati (in un testo anepigrafo),^ al Montagnone (220), al Lan- driani (100), al Perotto (147), al Sassetti (105). AviENO (Rufio Pesto). Prooemìum (31 esani.); scoperto da G. Valla; riscoperto nel cod. Ortelianus, perduto (149). — Arafra: copiati nel cod. Ambros. D 52 iuf. del sec. xv, riscoperti da G. Valla (149). Sono anche nel cod. Vindob. 107. — Ora maritima: scoperta da G. Valla (149); rinvenuta nel cod. Ortelianus, per- duto. — Orbis terrae- scoperto dal Capra nel 1423(102,104); copiato da altra fonte nel cod. Ambros. D 52 inf., riscoperto da G. Valla (149) e nel cod. Ortelianus, perduto. ^ Baebius, V. Ilias latina. Balbo (agrimensore). Presso l'Alciato (25). Beda. Opere grammaticali. In codici del sec xv (133). Presso il Sassetti (165). Stampate 'Mediolani 1473' (133). Benedicti [S.) Regula. Presso il Cavallini (Il 50). ' Forse il Pctrarci conobbe anche qualche altra cosa, R. Sabbadini in hendic. del r. Istit. Lomb. di te. e UH. XXXIX, 1906, 884-5, 2 Salutati Epist. Ili 274. ■■' Kufl Festi Avieni Carmina ree. A. Holder, ad Aeni pontem 18S7, V. cap. IV) AUTORI LATINI 205 Bibbia. Codici scoperti da Ciriaco (123). Forse Fiero di Dante adoperava una traduzione diversa dalla volgata (li 99). Boezio. Molto adoperato; diffusissimo il De consolatione : in Inghilterra (li 8), in Germania (II 14), in Francia (li 32, 66, 80). in Italia (9, 211 ; II 39, 44, 55, 88, 97, 99, 106, 138, 154). ps. Boezio. Geometria. Presso Geroud (II 33) e il Salutati.^ — Demonstratio artis geometricae (42). Breviatio tabular um Ovidii. Nota al Petrarca (25). Nelle edizioni del sec. xv attribuita a Donato (25) e a Lat- tanzio Placido: infatti Bono Accorsi nel proemio di Ovidio Mctam. ' Mediolani 1475 ' scrive : incidi in Coelium Firmianum Lactantium Placidum.... qui in fabulas eiusdem poetae (Ovidii) commentatus est. BuKGUNDio pisano (1110 e. - 1193). Autore di numerose versioni dal greco (11 ; li 1, 54). ^ BuRLET (Burlacus) Gualtiero (medievale). Be vita et moribus philosophorum (II 2, 3, 9-10, 16, 37, 41, 42, 54, 58, 79, 91-92, 103, 137, 159). Caesares, v. Aurelio Vittore. Calhurnio Flacco. Declamationes. Le fece venire di Ger- mania il Todeschini nel 1472 e. (142-143). Il cod. Chigiano H Vili 261 ha un testo più completo degli altri. Calpurnio Siculo. Bucolica. Vincenzo di Beauvais Spec. 11. XXXI 115 ' Scalpurius in bucolicis ' ^ deriva probabilmente da un excerptnm, come il cod. Parig. 17903 sec. xiii f 74 ' Scalpurius in bucolicis '. Possedeva il testo intero a Ve- rona Rinaldo da Villafranca, da cui l'ebbe il Pastrengo. Ed era di Rinaldo, non della Capitolare, perché il florilegio del 1329 non conosce questo autore. Il Petrarca nel 1362 e. lo do- mandò ai due veronesi (16, 22). Il Boccaccio se ne trasse un apografo, passato poi nella parva libraria di S. Spirito (33) e da esso derivano probabilmente il Napolet. V A 8 e il Laur. ' Salutati Epist. I 257. 2 Cfr. F. Buonamici Bargundio Pisano in Annali delle Univ. tose. XXVIII. 1908, 27-36, dove è pubblicata per la prima volta la traduzione del Liber de vindemiis. ■i Calpuru. Ili 10. 206 RIASSUNTO FILOLOGICO (c;,,,. iv Gadd. 00 inf. 12, entrambi del principio del sec. xv. Lo scopri anche Pogcrio in Inghilterra verso il 1420 (83). Il ' cod. vetu- stissimus ' portato di Germania da T. Ugoleto, contenente le egloghe di Calpurnio e Nemesiano, s'è perduto, ma su quello fu condotta l'edizione di A. Ugoleto: inoltre ce ne rimangono due collazioni manoscritte (143), ^ Capko. Scoperto da Poggio a S. Gallo nel 1417 (80). Di mano del Leto nel cod. Vatic. 1491.^ Presso Hartmann Schedel (II 30). Copiato e stampato nel sec. xv, ma sempre il solo libro I (133). Caiìisio. «Scoperto dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (1(52). Di là verso il 1500 il Parrasio trasse il codice, ora Napolet. IV A 8 (159). Estratti (apocrifi) di Carisio sono in un altro cod. Bobbiese, scoperto dal Galbiate, il Vindobon. IG. ^ Cassiano. Collationes. Note al Ciémangis (Il 80), al Cavallini (II 50), al Colonna (II 55), al Niccoli (88), a Greg. Correr (119). Cassiodoro. De institutione divinarum litterarum. Presso il Bury (II 8), il Pizolpasso (122, 130). — De institutione sae- ctilarium litterarum. Presso Amplonio (II 1(3), il Boccaccio (28), il Dominici (Il 177) ; in un cod. Ambros. del 1462 col nome di Severiano (130). — Orthographia. Copiata in un cod. del sec. xiv, che fu adoperato da uno studioso del sec. xv (134). — Variae. Notissime: in Francia (II 76), in Italia (187; II 39, 44, 50, 89, 97, 99, 138, 154). — Historìa tripertita. Presso Benzo (II 138). — ComputusA In un cod. Ambros. del 1462 (130). ps. Cassiodoro. De amicitia. Noto al florilegista del 1329 (II 97). Cassio Felice. De medicina. Copiato nel sec. xv; stampato la prima volta nel 1879 (129). Catone. De agricultura. Presso il Saiutati (34), il Montre- uil (II 68), il Corvini (74), il Sassetti (165), il Polenton (184). Il Poliziano adoperò il famoso ' codex Plorentinus ', l'archetipo perduto (152). • Cfr. in generale Calpnmii et Nemesianì Bucolica ree. C. Giarratano, Neapoli 1910, VI ss., XXIV. ' V. Zabaghin Giulio Pomponio Ltto, li 213. 3 Grammat. lat. Keìl I 5^3-565. * Per la paternità di Ca.s9Ìo(loro cfr. P. Lehmann in Pliilologus LXXf, 1912, 290-299, dove n' è data una nnova edizione. cap. IV) AUTORI LATINI 207 ps. Catone. Disticha. Assai noti : in Germania (II 13), in Italia (23, 203; II 50, 55, 92, 101), come mannaie scolastico (II 55), Fin dal sec. x era stato notato, e il Colonna e il Sa- lutati lo ripetono, che per ragioni cronologiche autori dei Di- sticha non ])otevano essere i due Catoni antichi (II 55).^ Il Mus- sato attesta che taluni li attrihuivano a Seneca (II 114); Do- menico di Bandino li cita col nome di Dionysius (II 189), nato forse dalla contaminazione di Dionysius JJticensis con Caio Uticensis. Catollo. Dalla Capitolare di Verona, dove lo lesse (II 88), Raterio (sec. ix) se lo portò nel Belgio, donde lo riportò un veronese, di nome Francesco, scrivano alle porte (o meglio al porto), alla fine del sec. xiii (1, 212). Nella Capitolare lo vi- dero Bonzo prima del 1310 (II 145), il florilegista del 1329 (2; II 03), il Broaspini (4), il Pastrengo (14). Ne ebbero noti- zia a Padova il Mussato prima del 1315 (Il 110-111) e il Mon- tagnone (220).^ Ne possedettero copia il Petrarca (23) e il Salu- tati: quest'ultimo non nel cod. Parig. 14137 (= G), ma nel Vatic. Ottob. 1829 (= R), senza escludere che anche G sia stato scritto in casa del Salutati. ^ Copiato a Venezia da G. Donato nel 1411 (120); collazionato dal Poliziano nel 1485 sull'edi- zione del 1472 (153). Il Catullo del Pontano era membranaceo.* Ug. Pisani lo escludeva dalle lezioni pubbliche (201). Celso Cornelio. Scoperto a Siena nel 1426 e venuto in pos- sesso del Panormita (ora perduto); nell'anno successivo Gua- rino lo pubblicò (99, 141). Un secondo esemplare, ora Laur. 73. 1, ne scopri il Lamola nel 1427 a Milano : venne in pos- sesso dello Zambeccari (103), poi del Sassetti (165) ; nel 1431 lo vide il Niccoli (91). Un terzo esemplare venuto in luce nel sec. XV è il Vatic. 5951 (103). Possedettero Celso : Paolo II (65) e P. C. Decenibrio (205). Stampato nel 1478 (150, 165). ' Salatati Epist. Ili 27.3-76. 2 lì. L. Lllman Hieremias de Montagnone and his eitalions front Ca- tullus in Ulassical philology V, 1910, 66-82. ■i W. G. Hale in Classical philology III, 1908, 244, 251. * G. Filangieri Documenti per la storia le arti e le industrie delle Provincie napoletane, Napoli 1885, III 54. 208 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV ps. Celso. Epistulae. Presso il Panormita (99, 103). Censorino. Presso il Petrarca (25, 26), il Capra nel 1423 (101, 104), Domenico di Bandino (li 183-4), il Corvini (74), P. C. Decembrio (205). Neil' edizione ' Mediolani 1503 ' Tristano Calco col sussidio di un ' venerandae antiquitatis codex ' pre- senta il suo testo 'adiectis quatuor integris capitibns et in- numeris pene clausulis antiquae lectioni restitutus '. Infatti egli aggiunge: tertiam partem capitis eius quod est de natu- rali institutione et tota illa de coeli positione, de stellis fixis, de terra et principium geometriae. Corri- sponde alle pag. 55-73 dell' edizione di F. Hultscli, Lipsiae 1867. Cesare. Nel medio evo era generalmente scambiato con Giulio Gelso, il revisore del testo dei Commentarii. Uno dei primi a correggere l'errore fu il Salutati, seguito da Dome- nico di Bandino (II 18(5). Il Clémangis (II 81), il florilegista del 1829 (II 93) lo citano col suo vero nome; il Montreuil prima col nome di Celso, poi col vero (II 68). Il Petrarca lo conosce per Celso ; ma in un codice della sua vita di Cesare, il Parig. 5784 A, del sec. xv, una mano sincrona corresse l'er- rore; la quale al f. 90, di fronte alla citazione del De hello gali. Vili 1 segnò: Hic incipit octavus Commentariorum liber, quem fecit lulius Celsus (cioè Hirtius). Septem autem primos et usque ad hunc passum fecit ipse Cesar, quamvis hic aetor (se. Petrarca) aliquot in locis contradicat, et male. Cicerone teste et ipso Celso (cioè Hirtio) in prologo suo. L'errore con- tinuava nel sec. xv e P. C. Decembrio nel 1423 senti il bi- sogno di rettificarlo. ^ Cesare non fu molto adoperato. Lo conobbero S. Hesdin (II 34), il Montreuil (II 68), il Clémangis (II 81), il Petrarca (24, 26), il Salutati e Domenico di Bandino (II 186), il Co- lonna (II 56), il Mussato (II 108), il redattore del cod. di Troyes (II 118), il Kambaldi (II 156), il Corvini (74), A. e P. C. Decembrio (139). ps. Cesare. Un'epistola gromatica posseduta dal Beccari nel 1371 e ricercata a Milano verso il 1430 (35, 42, 217). 1 K. Sabbadiiii in Museo di anlichità class. Ili 362. cap. IV) AUTORI LATINI 209 Cesare (Ginlio), medievale. Poetria. Nota a Dionigi ([1 39,42). Cesakio. Sermones. Noti al fiorilegista del 1329 (II 97). Cesio Basso. J)e metris. Scoperto a Bobbio dal Galbiatc nel 1493 (162). ps. Cesio Basso. Be metris Horatii. Scoperto a Bobbio nel 1493 dal Galbiate (162). Chikone Mulomedicina Chironis. Scoperta a Padova nel sec. XV e salvata da Hermann Scbedel (II 30). Stampata la prima volta ' Lipsiae 1901 ' da E. Oder sotto il nome di Claudio Ermero (129). Cicerone (M. Tullio). 1) Opere rettorielie. Comunemente note erano quattro : T>e invent., Rhet. ad Her. (ps. cicer.), De orai, e Orai, (mutili): in Germania (II 14), in Trancia (II 32, 70, 76, 82), in Italia (18, 26, 36, 86, 150. 220; II 44, 46, 49, 95, 101, 115, 128, 171). Gasp. Barzizza scoperse nuovi passi del De orai, mutilo (218). — Topica. Copiata dal Kafauelli (II 128). — l'artitiones ora- toriae. Note al Montreuil (II 70), al redattore del cod. di Troyes (II 115) e al Bruni, il quale ultimo nel Cicero novus {141ò e.) le nomina col titolo di Orafor minor. ^ — De optimo genere oratorum. Trascritto anepigrafo nel cod. Malatestiano XII sin. 6 (f. 24) del principio del sec. xv. — Nella seconda metà del 1421 il Landriani scopri nella cattedrale di Lodi il famoso co- dice, ora perduto, con cinque opere : De inv., lihet. ad Her., De orai., Orni., Brutus. Il Brutus era del tutto nuovo; il De orai., e Y Orai, ritornavano integri. Del codice s' impadroni Gasp. Barzizza, clic lo fece copiare dal Raimondi (100, 212). Il Brutus di Guarino è a Napoli (98). 2) Orazioni. Le tre Caesarianae. Note ad Amplonio (II 14), al Clémangis (II 83j, al fiorilegista del 1329 (II 9(5), al redat- tore del cod. di Troyes (II 115), al Cavallini (II 49), al Colonna (II 56), a Lapo (II 168), al Petrarca (27), che ne copiò due di suo pugno nel cod. Vatic. 2193 (II 126), al Montagnone (220), a Tedaldo fll 176), al Dominici (lì 179), a Lucio da Spoleto, che 1 A. Segarizzi La Catinia le orazioni e le epist. di S. l'oìenton, Ber- gamo 1899, 104-lOfi, 128. H. Sabraoini. /.e scoperte dei codici. 14 210 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV le scrisse a Basilea nel 1432.' — Catilinariae. Presso Am- plonio (II 14), il Clémangis (Il 83), il Montagnone (220), Lapo (li 1(J8), il Petrarca (27), il redattore del cod. di Troyes (II 115), il Cavallini (II 50), Tedaldo (II 176), Poggio (76), Lucio da Spoleto, che le scrisse a Basilea nel 1432.'^ — Philippicae. Classe mutila tra il libro V e il VI e che perciò segna tredici libri. Presso Aniplonio (II 14), il Montagnone (220), il florile- gista del 1329 (II 96), il Pastrengo (18), Lapo (li 171), il Pe- trarca (27, 76), il Cavallini (li 50), il Kafanelli (Il 128), il Loschi (11 123), Tedaldo (li 176) — Classe integra. Presso il Clémangis (? II 83), Iacopo Scarperia nel 1403 (76), il Salutati e Poggio (76), il Niccoli (87), Doni, de Dominicis (187). Estratti scoperti dal Cusano (II 25). — Verrinae. Tre ne ebbe il Petrarca (27) ; le possedettero tutte sette: Geroud (II 33), il Boccaccio (? 33). l'Arese (Il 60), il Loschi (Il 123), il Capra (33), Cosimo de' Me- dici (nel cod. Laur. 48.27), il Bruni fin dal 1407 (75). » — Post reditum. Note al redattore dei cod. di Troyes (Il 115), al Pe trarca (27), al Montagnone (220), a Tedaldo (Il 176) ecc. — Orazioni aggru])pate o singole: p. CaeL, p. Balbo, p. Miì. presso Amplonio (Il 14). — p. Cael. presso il Dominici con lezione diversa dai codici francesi (li 179). — p. Balbo presso Lapo (Il 172). — p. Balbo, p. Sest., de resp. har. note al fiori- legista del 1329 (Il 96). — *p. Liif.,p. Mil., de prov. cons. note al Clémangis (Il 83). — p. Mil., p. Piane, p. Sull., de imp. Cn. Pomp. i)resso Lapo {Il 168), il quale le trasmise al Pe- trarca (27;: derivano dalla famiglia francese (Il 171). — p. Ardi, trovata dal Petrarca nel 1333 (27), che la passò a Lapo (Il 168); presso il Clémangis (Il 83), il Dominici (11 179). Lucio da Spoleto, che se la copiò nel cod. Trivulziano 771. — 2). Balbo, p. Sest., p. Cael., in Vatin., de resp. har., de domo ad pont. trovate dal Bruni nel 1407 (75). — Nell'ultimo de- ' K. Sabbadini in Jiendic. della r. Accad. dei Lincei .\.\, l'JII, 30. 2 Id. ib. ' Nel Cicero novus {1415 e.) scrive: scptem libri accnsatioiiis in Ver- roin (cod. Ambros. L 86 sap. f. 163). 11 suo codice è ora il Laur. Strozz. ti del scc. XV (R. Sabbadini in Kivista di fUolofiia XXXIX, 1911, 244). cap. IV) AUTORI LATINI 211 cennio del sec. xiv il Loschi a Pavia commentò dieci ora- zioni : p. Pomi)., p. Mil., p. Sulla, p. Ardi., p. Marc, p. Lig., p. Beiot., p. Cluent.,p. Quinci., p. Flac. (Il 123-124). Due di que- ste, p. Quinci, e p. Flac, erano state da poco scoperte contem- poraneamente in Italia (forse a Firenze, II 172) e in Francia, ma la famiglia italiana è indipendente dalla francese. — Il Montreuil possedette molte orazioni : p. Lig. avuta dall' Italia, le Catilin., alcune Verr., le Philipp., p. Cael., p. Mil., p. Cluent., p. Sest., p. Arch., provenienti dalla Francia e in gran parte da Cluni. Certo ebbe da Cluni le sillogi di due codici : il 498, che si salvò, per quanto mutilato, e il 496, che conteneva due ora- zioni nuove, p. S. Rose, e p. Miir., e integra la p. Cluentio. Il codice 496 fu portato nel 1415 a Costanza, dove Bartol. da Mon- tepulciano se ne trascrisse larghi estratti; Poggio l'anno stesso se lo appropriò e lo mandò a Firenze (77, 84; II 72-74): ivi lo vide subito dopo il Barbaro. ' Le nuove orazioni sono in un codice di Cosimo de' Medici del 1418 (183). Sempre nel 1415 fu copiata a Costanza un'altra silloge di orazioni: Catil. I-IV, Sali, in Cic, Cic. in Sali., Philipp. I-XIII (il testo mutilo), p. Cluent., p. Marc, post. red. in sen., p. Archia.- Poggio nell'estate del 1417 viaggiando in Germania e in Francia scopri altre otto orazioni, tutte nuove : p. Caec. (a Langres), in Pis., le due p. llahir., le tre de lege agr. e p. Uose, coni. (81-82, 84; lì 191-192). L'in Pis. e le tre de lege agr. furono scoperte più tardi anche dal Cusano (II 21). La p. Rose. CODI, e le due p. Rahir. si conoscono dal solo codice di Poggio. * Verso il 1428 Poggio vide il famoso cod. Vatic. Basii. H 25. che contiene (in gran parte frammentarie) le Philipp., p. Flac, in Pis. e p. Fonteio : nuova quest' ultima. Ma il codice * R. Sabbadini in Miscellanea di studi in onore di A. Hortis, Trieste 1910, 616, 617. - Constantie tempore generalis coneilii Con.stantiensis anno d. MCCCCXV vigesima prima die mensis octobris. È il cod. IX 107 del collegio dei ge- suiti di Vienna (E. Gollob in SiUungsber. der k. Akad. d. Wiss. in Wien, 161, 1909, 7 Abh. p. 17). ■' Sulla divulgazione di queste orazioni cfr. R. Sabbadini in Berlin, philol. n'ochenschr. 1910, 297-99. 212 KIA8SUNT0 FILOLOGICO (oap. IV non lo scopri lui, bensi il card. Orsini. Infatti nell' Index ìi- brorum mss. arcfiivii basilicani S. Petri a ci. v. Luca Uoì- stenio digestus leggiamo : Tnllii Philippiearum antiquissimus codex. ' D'altra parte l'inventario dei libri dell'Orsini, alle- gato al testamento del 1434, reca : Tulius Philippiearum. ^ I codici dell' Orsini passarono parte nell' archivio di S. Pietro, parte nella biblioteca del Vaticano.'' La scoperta dev' essere avvenuta nel suo viaggio di Germania del 1426. * Il Cusano scopri delle p. Font, e in Pis. frammenti che non si trovano in altri codici; anche estratti della p. Fiacco (II 25). Tutte le orazioni a noi note, meno p. M. Tullio, sono nel- r edizione del Bussi del 1471 (127). Orazioni spurie: pridie quani irei in exilium (127; II 96). — Invettive scambiate fra ('icerone e Sallustio. Notissime (27, 220; II 73, 168, 17G ecc.). 3) Opere filosofiche. Furono molto divulgate: in Germania (111), in Francia (II 32-3, 70, 82-3), in Italia (19, 36, 86, 98, 202. 218, 220; II 3, 44, 46, 49, 56, 60, 95, 122, 144, 168, 171, 176, 183, 194). Possessori di numerose sillogi : dodici opere il Petrarca (26), nove il Dominici (II 178-9), dieci Amplonio (II 14), undici il Rafanelli (lì 128), undici il florilegista del 1329 (lì 95-9(3), dieci il redattore dei codice di Troyes (II 115). Quest'ultimo inoltre compose un'edizione del De offic. adoperando un co- dice della classe Z e uno della classe X (II 120). 11 Niccoli ebbe da Strasburgo il cod. Laur. S. Marco 257 del sec. x (87, 117); il Poliziano un 'antiquissimus liber" del De divin. (153). — Academica posteriora. Karissimi. Li conob- bero Riccardo di Fournival nel sec. xiii,^' il florilegista del 1329 (II 96), il Petrarca (26), Guarino sin dal 1412." Anepigrafi ' E. Pistoiesi II Vaticano descr. e illttstr. Il 196. i Pistoiesi II 191. 3 E. Kònig Kardinal Giordano Orsini, Frcibiirfr in Br. 1906, 10r>-07, 117, 119. ♦ Su questo viaggio, Kouig 49-52. •"> M. Mauitiu» in Hhein. Mtis. \UVll Erg. heft 2, 17. '' Nell'invettiva contro il Niccoli del 1412 scrive Ruarino: iste Ciccronis Ainaffanius ' <|ui nulla arte adliibita vulgarì sermone disputare solebat' (Acad. post. 5; R. Sabbadini No:ze Curdo- Marcellino, Lonigo 1901, IS). C3p. n) AUTORI LATINI 213 nel cod. Malatestiano xii sin. 6 (f. 25') del principio del sec. xv. Copiati nel 1414 da Gio. Aretino, riscoperti a Milano dai De- cenibri nel 1426 e posseduti dai Barbavara (105). Falsa notizia della scoperta di tutti quattro i libri de^'li Acad. in Siena nel 1447 (127). — De gloria. Illusione del Petrarca d'averlo pos- seduto (II 46). — De re publica. Leggenda che fosse nascosto sotto una colonna di marmo ad Atene (Il 118); che si conser- vasse nel monastero di Montecassino (II 49). Credè d'averlo trovato nel 1426 il Cusano (110): ma era il Somn. Scipionifi (111). 4) Epistolari. JEpistulae ad Atticum. Questo corpo com- prende sedici libri ad. Att., un libro ad Br. e tre ad Q. fr., più la spuria ad Octavianum. a) Un esemplare del corpo esisteva nel sec. xiv a Cluni, donde probabilmente lo trasse il Montreuil (II 70-71). b) Un secondo esemplare della triplice silloge, più in forma di estratti che integro, venne alla luce in Lombardia, dove lo copiò nella seconda-metà del sec. xiv il Rafanelli (II 127-8). Forse l'archetipo di esso sarà da riconoscere nel 'liber veterrimus ' venuto poi in possesso del Corvini (74). e) Un terzo esemplare, assai famoso, si conservava nella Capitolare di Verona. Ivi lo lessero nel secolo ix Eaterio (II 88), nel sec. XIV il florilegista del 1329 (2; II 96) e il Pastrengo (18, 21); indi ne trasse una scelta di sessanta lettere il Broaspini (4) e un apografo intiero il Petrarca nel 1345 (15, 19, 27; una cita- zione testuale 40, cfr. II 158). Questo esemplare fu asportato da Giangaleazzo Visconti (7 ; II 121). Verso il 1393 ne arrivò una copia al Salutati a Firenze (75, ora Laur. 49. 18), dove forse la vide Domenico di Bandino, quando gli undici fascicoli stati scritti contemporaneamente da altrettanti amanuensi non erano ancora cuciti insieme (II 181-2). Da allora quell'archetipo scom- j)arisce, se pure non entrò dimezzato nella biblioteca di Pavia, donde nel 1409 il Capra trasse un codice con le lettere ad Br., ad Q. fr. e coi primi sette libri ad Att. (73). Copiò la silloge Poggio nel 1408 (76), Rodolfo Misoti nel 1415 (205). La videro 0 la possedettero il Dominici nel 1405 (II 179), Domenico di Bandino (Il 181), Gasp. Barzizza (36), il Polenton (34), l'Au- rispa (116;, il Poliziano (156), Agost. Maffei (190), Umfredo di 214 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV Glocester (205). Delle Epist. ad Br. fece una raccolta a parte Niccolò da Muglio (II 151). d) Un quarto esemplare, il più fa- moso e più completo di tutti, fu veduto il 1417 da Poggio nel monastero di Fulda. Esso comprendeva anche il cosiddetto libro li ad Br. Ecco com'è descritto nel Commentarium dei Niccoli (II 192). In monasteno fuldensL... M. Tu liti Ci- ceroni s volumen epistolarum ad A cticum, quod in- cipit: Cum liec scribebam res existimatur etc; ' finit : Cicero Capitoni. 2 Questo archetipo, ora perduto, fu adoperato dal Cra- tander per la sua edizione di Basilea del 1528. — Epistuìae ad familiares: in sedici libri. Questa denominazione, poco pro- pria, esisteva già nel 1406: sua probabile origine (o4). I primi otto libri si trovavano in Germania e in Francia (a Cluni e altrove) : ne ebbero copia il Cusano (112), Geroud (II :53), il Montreuil e il Clémangis (7;5; II 71-72, 83). Tutti i sedici libri furono scoperti nel cod. Vercellese (ora Laur. 49. 9), che fu fatto copiare per il Salutati nel 1392 (34, 72, 75). Possedettero la silloge intera il Polenton (34), Gasp. Barzizza f36), il Poliziano (152, 170). Guarino prima della scoperta del Vercellese ebbe un testo mutilo, dai cui libri II, IV, V, IX, X, XI, XII, XIII compilò sin dal 1403 un'antologia (72-73). 5) Aratea : versi 1-471. Sono nel cod. Ambros. D 52 inf. del sec. XV. Ne scopri un altro esemplare a Vercelli nel 1442 Ci- riaco. 3 Stampati da G. Valla nel 1488 (149). ps. Cicerone. In Catilinam. Una quinta Catilinaria, ve- nuta alla luce sino almeno dal 1439. Qualche codice 1' attri- buisce a Porcius Latro, col cui nome fu spesso stamjiata (127).'* — Synonyma. Differentiae. I Synon. (Abditum oper- tum) e le Biffer. (Inter mctum timorem et pavorem) furono noti al Salutati (35). Lucio da Spoleto il 1432 copiò a Basilea i Synon. nel cod. Trivulziano 771 ■• (106). Presso il Polenton (185). Una nuova redazione dei Synon. scopri il Cusano (112). — ' ì; il principio dei cosiddetto libro II ad Biutttm. 2 Ad Alt. XVI 16 C. ■' R. Sabbadini in Kivisla di fiìolog. XXXIX. lUll, Uò. < R. Sabbadini Da codici Brnidensi, .Milano 190S, 6-9. ^ R. Sabbadini in liendic. delìn r. Accnd. dei Lincei XX. lail, ;>0. cap. IV) AUTORI LATINI 216 De re militari. È un'epitome tratta nel sec. xiii dal i>e reniilit. di Vegezio. Il Petrarca la cercò inutilmente ; ^ il Polenton ne impugnò l'autenticità (185). Fu stampata anche col titolo: Modestus De vocahulis rei tnilitaris.^ Nel cod. Riccard. 710 «lei sec. XV e nel Magliabech. XXIII 17 del sec. xvi f. 121 porta il nome di M. Catone.^ — De orthographia o De gram- matica. Tutt'uno col ciceroniano De chorographia citato da Prisciano (II 117). — De virtutibus. Antoine de la Sale pre- tende nella Salade d'avere scoperto il De virtutibus di Cice- rone, da cui riporta estratti in francese. Ne fu fatta una ri- traduzione latina a cura di H. Knollinger, ' Lipsiac 1908 '.'' Ma il De la Sale è un contraffattore matricolato (II 34).^' Cicerone (Quinto). Commentariolum petitionis. Copiato in codici del sec. xv (128), i quali rappresentano una famiglia italiana, diversa dal cod. Erfurtensis." Cipriano. JEpistulae. Vedute dal Pastrengo nella Capitolare di Verona (10). Latino Latini, che collazionò quel codice sulla stampa ' Lugduni 1537', in servizio dell'edizione del Manuzio, lo descrive ' iitteris paene maiusculis (cioè semiunciale) mirae antiquitatis '. La stampa collazionata si trova nella Brancac- ciana di Napoli. Il codice fu restituito al Capitolo veronese nel 1570; ma da allora se n'è perduta ogni traccia." 11 Bussi si copiò le Epist. dal cod. Parig. 1659 e poi le stampò a Roma del 1471 (122). Le ebbe il Colonna (II 54). Opere vedute o possedute da Amplonio (II IG), dal Cusano (111; II 27), dal Clémangis (II 80), dal florilegista del 1320 (II 96), dal Fer- rantini (89), dal Traversari (88, 95), dal Pizolpasso (122). Cr.AUDiANO (Claudio). Il Colonna lo fa cristiano (II 55). Il > Petrarc. Fani. XXIV 4 p. 267 Fracass. 2 L. Dalmasso La storia di un estratto di Vegezio in liendic. del r. Istit. Lomb. di se. e leti. XL, 1907, 805 ss. '* L. Calante in Sludi ital. di jHoì. class. XV H8. ' Cfr. E. Sabbadlni in Atene e Roma XII, 1909, 2-6. ■' Sui plagi suoi vedi M. Lecourt in Mélanges Chatelain, Parigi 1910, 341-353. " Q. Ciceronis Ueliquiae ree. F. Biicheler, Lipsiae 1869, 12. ' (i. Mf reati Di alcuni nuovi sussidi per la critica del testo di S. Ci- priano in Studi e docum. di storia e diritto XIX, 1893. 216 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV codice della Capitolare di Verona, adoperato dal florilegista del 1329 e dal Pastrengo, conteneva il Claud. niaior e minor, il Paneg. 01. et Prob. e i Carmina minora: ma l'ordine del Claud. maior non corrisponde a nessuno dei conosciuti. 11 cod. attuale non era ancora entrato nella Capitolare (12; II 92-93). T. Ugoleto scopri un codice in Germania ; la sua edizione del 1500 contiene carmi nuovi (143j. Noto ad Amplonio (li 18), agli Hesdin (II 34-35), al Montreuil (II 67), al Clémangis (li 81), al Montagnone (220), al Mussato (II 114), al Colonna (II 55), al Petrarca (24), al Boccaccio (34), a P. da Montagnana (187), a Dom. di Baudino (II 189), a Piero di Dante (II 101), a Gasp. Barzizza (36-,^7). La Gigantomachia greca ci tu salvata da C. Lascari (68). Claudiano Mamerto. 7)e atatu animae. Trascritto nel cod. Vatic. Barb. lat. 1952 del sec. xv. Un lettore coevo notò sul f. 1 : Non est autcm Claudianus poeta, sed alius ad quem Si- donius scribit {Epist. IV 3) et de hoc libro facit celebrem men- tionem. CoLUMELLA. Noto al Pastrcugo (16). L'ebbero il Boccaccio (29), Dom. di Bandino (II 184). Copiato l'anno 1409 nel cod. Parig. 6830 A (82). Scoperto da Poggio nel 1417 (82), che ne vendè copia a Gio. de' Medici (lòO). Lo possedette il Corvini (74); P. C. Decembrio lo promise a Umfredo dì Glocester (206). Due codici presso i Medici: l'uno nella libreria pubblica (S. Marco), donde ne trasse copia il Niccoli (87), l'altro nella privata ' lìteris langobardis' veduto dal Poliziano (151), che si crede essere il famoso Ambros. L 85 sup. di scrittura an- glosassone : in ogni modo questo codice stava in Italia gin dal sec. XV (151-52).' Commentarioli notarum. Trovati da Poggio (82). Comoedia antiqua. Scoperta sin dal 1412 e. dal Cor- vini, riperduta (74). Compiitus. Trovato dal Galbiate a Bobbio nel 1493, ri- ])erduto (160). Sarà stato affine a quello di liabano Mauro.* • K. Sabbaiiìniin Hivistadifiìolog. XXXIX. 1911,247-48. In fft^neiale cfr. R. Sabbadini in liendic. del r. Mit. Lomb. disc, e ìett. XXXVlll.lDO.'i, 781-83. '^ I*. eg. in Balozius Misceli. I 1. cap. IV) AUTORI LATINI 217 Concilia. Atti famosi dei concili, tra i quali di S. Fa- condo, possedeva e possiede la Capitolare di Verona, veduti dal mansionario Giovanni (11.89), dal Pastrengo (10) e prima, nel 1317, dal Gui, che li elenca (II 33); egli vide anche le raccolte conciliari dei Domenicani bolognesi.^ Più tardi nel 1433 rivide le bolognesi il Traversari (94, e le ravennati 95). Con-iolat io ad Liviam (attribuita a Ovidio). Venuta alla luce verso il 1470 (125-20). Constant ino (de) ci Helena. Copiato nel sec. xv di su un cod. del xiv (130). Constantinopolitanae urbis descript io. Sco- perta a Spira da P. Donato nel 1436 (119). Consulto, v. Fortunaziano. Cornelio Nepote. Possedeva le biografie di Catone e At- tico il Polenton, che per il primo attribuì a Cornelio anche le vite dei capitani greci. Più tardi dimostrò la paternità cor- neliana il Parrasio (ISti). Forse dal Polenton ebbe le vite E. Barbaro, presso cui le vide, come una novità, nel 1433 a Pa dova il Traversari (95). ps. Cornelio Nepote. Presunto traduttore di Darete (13). CoRNiFicio. Fino almeno dal sec. xin e poi dal Petrarca e dal Salutati si parlava di un Cornificio, poeta, autore di una Ristoria romana, rivale e detrattore di Vergilio (38, 39, 217). ps. CoR.NUTO. Sotto questo nome andavano già nel sec. xii scolii marginali a Persio, riuniti in volume nel sec. xv (131). Una copia a Poitiers Cornutus super Persium (139) e a Ur- bino (16i1).2 Anche scolii marginali a Giovenale portavano un tal nome. Il cod. Gud. lat. 4.° 53 di Wolfenbiittel (Giovenale con scolii) reca la sottoscrizione (del 1384): Expliciunt glosule luvenalis excerptedecornuto. Hoc opusluniiluvenalissatirici fuitGrego- rii notarli de Clericatis de Vincentia quod scribi fecit per dom- uum Andream ecclesie de Marano. In millesimo trecentesimo ' L. «elisie in Notiees et extraiis XXVn, il 183, ao3. 2 Sulla questione in generale vedi C. Marchesi Gli scoliasti di Persio in Hivisla di filol. XXXIX. 1911, r,64 ss. 218 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV octuagesiiiio quarto septime indictionis- Nel 1444 lo cercava Guarino (131). Una copia in Urbino (169). P. C. Decembrìo in un cànone di scrittori latini segna: lunii luvenalis libri satyra- rum in uno volumine cuin coniento Cornuti. ' Il Fasi metteva in dubbio l'autenticità di Cornuto (169). Lettere a Persio dello ps. Cornuto presso il Polenton (176>. Ckesconio (vescovo). Concordia canonum. Nella Capitolare di Verona e nella Vallicellana (15, 215). Cresconio Corippo. lohanm's. Consultata nella Capitolare veronese dal florilegista del 1329 (2; II 93) e dal Pastrengo (15). Un cod. nella Corvina (35). L'unico esemplare pervenu- toci fu copiato dal De Bonis (35). Curzio Rufo. Noto a Benzo (II 142), al florilegista del 1329 (II 94), al Pastrengo (12), al Colonna (II 56). al Petrarca (24), a Dom. di Bandino (II 189), al Cusano (111; II 27), al Sas- setti (165). ps. Curzio. Epistolae. Falsificate nel sec. xv (176). Dama so. I)e gestis pontifìciim. Noto al Pastrengo (9). . Darete. Noto a S. Hesdin (II 34), al Pastrengo (13). al Pe- trarca (24), a Benzo (II 135), a Piero di Dante (II 102). Benzo credeva con altri frammentario il testo, ch'egli conosceva anche nella riduzione francese di Benoit (II 143). Batiana hi stori a. Nota a Benzo (II 138). 'DESll^ERlo. Dialogus. L'ebbe il Traversar! da Montecassino (88, 89). DicuiL. De mensura orhis terrae. Scoperto da P. Donato a Spira nel 1436 (119). Differcntiae. Le sillogi 'Inter polliceri et promittcre ' e ' Inter habundare et superfluere " furono copiate il 1432 a Basilea da Lucio spoletino nel cod. Trivulziano 771.* L" Inter polliceri et promittere ' fu molto diffusa nel sec. xv col nome di Isidoro (135). Una silloge scoperta a Bobbio (102). ' Inter auxilium et praesidium et subsidium ' presso F. Barbaro nel cod. Parig. 6842 D ; vedi ps. Palemone. " cod. Ambros. R. 88 stip. f. 172.' 2 R. Sabbadini in Kendic. della r. Accad. dei Lincei XX, 1911, 30. cap. IV) AUTORI LATINI 219 Digestum. Molto noto: in Inghilterra (II 7), in Germania (II 14), in Italia (6, 7, 13, 220; II 44, 50, 94, 98, 108). La Pandeda Pisana nota al Dominici nel 1405 (II 177-8) e al Poliziano (155, 169). JDimensuratio provincìarum. Scoperta da P. Donato nel 1436 a Spira. Da taluni è attribuita a Hieronymus presbi- ter (120). Diomede. Scoperto dal Cusano (112). Noto al Tortelli; tra- scritto in più codici del sec. xv (112), p. e. nel Laur. Aedil. 168 f. 126 e. dal Leto nel cod. Vatic. 1491. ^ DioNYSius, V. ps. Catone. Ditti (Dictys). Noto a Benzo (II 135, 143), al florilegista del 1329 (II 94), al Pastrengo (13), al Petrarca (24), a Piero di Dante (II 102). Scoperto come nuovo da Poggio con l'attri- buzione a L. Settimio il presunto traduttore (81). Donato (Elio). Ars. Assai nota: in Inghilterra (II 9), in Francia (II 32, 82), in Germania (19; II 15, 30), in Italia (14, 24, 203; II 98). Piero di Parente e il Petrarca avevano un te- sto corredato di due commenti (37-38; II 166). A. Decembrio possedeva VArs minor nella riduzione medievale detta lamia, tradotta in greco dal Planude (137). — Commentum Bucolic. Vergili. L'aveva il Petrarca (25, 26, 38-39); ora perduto. — Vita Vergili. Nel cod. Vatic. 1575 (217). La conoscevano Pier« di Parente e il Petrarca (39; II 167), il Nelli (II 174), Dom. di Bandino (II 183), il Polenton (186).^ — Epistula ad Mu- natium (39, 132).* — Commentum Terenti. Scoperto dal Clc- niangis prima del 1397 (II 85-86); di quel testo perduto portò un frammento in Italia il Pizolpasso (121; II 86). lii- scoperto dall'Aurispa a Magonza nel 1433 (116): di quest'ar- chetipo s' impadroni il Cusano (113; II 27). Un terzo esemplare scoperto a Chartres nel 1447 (132). ' V. Zabngliin Giulio Pomponio Leto II 213. - Sulle varie redazioni di questa Vita cfr. R. Sabbadini Le biografie di Vergilio antiche medievali umanistiche in Studi ital. di filai, class. XV, 1907, 202-214, 2:!7-r)6. ■' Ripubblicata da I. Brumnier Vitae Vergilianac, Lipsiae 1912, p. VII ; e cfr. sulla luedesinia R. Sabbadini in liiristn di filol. XLI, 191S, 425-6. 220 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV Falsa notizia di un commento trovato in Francia a tre commedie di Plauto (194). ps. Donato, v. Breviatio fab. Donato (Tiberio Claudio). Interprctationes vergilianae. La prima jìarte, cod. Laur. 45, 1-5 coi libri 1-V, fu portata di Francia dallo Jouffroy nel 1438 (194-95, 20G) ed entrò nella collezione di Piero de' Medici (!206): l'adoperarono il Poliziano (169-70), il Landino, il Crinito (lOG). La seconda parte, ora cod. Vatic. 1512, coi libri VI-XII, era j^innta in Italia sin dal 1466 (132). Entrambi i codici furono scritti in Francia nel sec. IX. Ne esisteva un esemplare in Svizzera nel monastero di S. Marco in lieichennu, dove lo vide Poggio durante il con- cilio di Costanza (1415-1417). Leggiamo infatti nel Commen- tarium del Niccoli (li .192): In monaAtfrio Sancti Marci quod est in lacu Cons^an^/e (cioè Reichenau) sunt Commen' tarla Donati grammatici in litteris vetustiss/'mis in libros odo Eneidos Virgilii. La prima edizione in- tegra usci ' Neapoli MDXXXV ', condotta sull'esemplare di Scip. Capece ' cuius in manus ex Fontani bibliotheca deve- nerat '. ^ Do.VAZiANO (Attilio). Ars. Scoperta dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (162). Presso Hartmann Schedel (II 30). DosiTEO. Un frammento scoperto da Hartmann Schedel (134; II 30). Drvconzio. Romulea. Nota al florilegista veronese del 1329 (2; II 93). — Laudes dei. Scoperte, sotto il nome di Agostino, dal Cusano (112-13; II 21). La redazione di Eugenio da To- ledo venuta in luce nel sec. xv (113). — Carmi scoperti dal Corio a Milano (146), dal Galbiate e dal Parrasio a Bobbio (159, 160. 161). ps. Dkaconzjo. Due carmi copiati dal Poliziano a Venezia (155).* ' Tib. Claudi Donati Jnterpreldtiones Vergil. ed. H. (ieorsii, I.ipsiac 1905, I p. XVII-XXIII, XXXVIII; P. Wessner in Berlin, philol. ìVochenschr. 1906, 303-5, dove son citati i miei scritti, rimasti ignoti al «eorgii. « Anthoìogiu Ultimi. Riese 2' ediz. n. S66-867. cap. IV) AUTORI LATINI 221 Egesippo. Noto al florilegista del 1329 (II 91), a Benzo (li 137), al Pastrengo (11), al Cavallini (II 50), ad A. Decembrio (138). Ennodio. Scrive il Pastrengo {I)e origin. f. 29): Ennodius episcopus Ticinensis epistolarum librum ad diversos directa- rum eleganti et arduo stilo composuit. Epigrafi. Portate di Germania da Poggio; raccolte da lui (82), da P. Donato (120), dal Mainenti, da Ciriaco (118). Epigr animata (LXX). Scoperti a Bobbio e .riperduti (160). Epistiilae ad Caesarem senem. Trasmesse dal cod. Vatic. 3864 (già Veronese? 216), donde furono copiate nel Va- tic. Urbin. 411. Erennio Modestino. Nel cod. Monac. lat. 807 (autografo del Poliziano) f. 63-66 sono trascritti col nome di Herennius Modestinus i carmi vergiliani decastici e tetrastici, ^ che fino dal sec. ix vengono erroneamente attribuiti a Ovidio. Il co- dice doveva essere di scrittura visigotica del sec. vii; appar- teneva al patrizio veneto Gio. Gabriel. ^ Ethicus, V. Aethicus. Eustachio da Venosa (medievale). Flanctusnaturae. Noto a Dionigi (II 39, 42). ' Biihrens P. L. M. IV I62-16S; 173-176. - Scrive il Poliziano, f. 6S: Coepi liora XX die VII iulii 1491 Veneti!» ex codice vetustissimo lohannis «abrielis patricii veneti, quod licuit opera Albertucii Oeorgii patricii veneti; f. 66'' absolvi die VIII iunii (leggi »M?n) U91 kng. poi.; f. 67 Die VII iulii hora X. 1491 Venetiis in aedibus ferra- riensis dncis ex antiqui.ssimo codice...: Est antera liber litteris vix legibi- libus et implicatis maxijne: cuius libri doniinus erat Johannes Gabriel pa- tricius venetus. Mihi eius facta est copia opera Albertucii Georgii veneti patricii, Antonii Chronici Vinciguerrae. Un altro carme di Modestino in Biih- rens P. L. M. IV 360. Per tutto questo vedi A. Sabatucci Dai codici monacensi latini, Venezia, tipogr. Emiliana, 1911. I carmi tetrastici alle Georg, furono trasmessi col nome di Modestino anche in codici del sec. xr. Cosi nel Catalogne des livres de la l/ibliothèque de feu M. le due de la Vallière, al n. 2431 (un ms. del sec. xv scritto in Italia, contenente VAppendi.T Vergi!., le Ed. e le Geo.) leggiamo: ' Chaque livre des Géor- gìques est precède de r argunient en quatre vers de Herennius Mode- stinus'. 222 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV EuSTRACHio (medievale). Ettjmologiae. Citate da Dionigi (Il 42). EuTiCHE. Scoperto da Poggio (81, li 192); dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (162, 163). Noto al Leto, i Eutropio. Di solito s'adoperava la redazione ampliata di Paolo Diacono. Abbastanza noto in Italia (12, 24; li 45, 50, 57, 89, 94, 142-3, 155, 176). Expositiones vocahulorum. Opera medica copiata a Basilea nel 1433 (118). ExupERANTiusIulius. ^^)«7ome. Scoperta dal Pizol passo (121); posseduta dal Perotto (148), che la copiò di sua mano nel cod. Vatic. Urbin, 1180 f. 139' col titolo ' lulii grammatici '. Fabius historicus. Citato da Dionigi (II 41). Facondo, v. Concilia. ps. Faone. Finte risposte di Faone a Saffo (176). ps. Favinius (Kemius), v. de Ponderibus. FEriRO. Il Perotto scoi)ri 64 favole, ciie trascrisse di suo pugno, trenta delle quali non compariscono in altra fonte (147). ^ Fe- dro venne in luce alla fine del sec. xvi nel cod. Pithoeanus, ora in Francia (Mantes) presso il marchese de Rosanbo; il cod. Reniensis, scoperto nel sec. xvii, peri in un incendio. ^ ps. Fexestella. Il De liomanorwn magistratihus di A. Fiocchi fu erroneamente o maliziosamente attribuito a Fene- stella (177), sino almeno dal 1469. Nel cod. Anibros. I 118 sup. f 76 porta il titolo Fenestclla de magistratihus Roma- norum, con la sottoscrizione: Anno 1469. die ultimo iunii Gre- gorius hyadertinus de Pasinis propria niann scripsit Phani. Festo Pompeo. Pesto Farnesiano. Noto al Rallo e al Leto (145) prima del 1484, * Copiato nel 1484 dal Poliziano a Roma (154). — Compendio di Paolo. Copiato in Italia nel sec. xiv (80). Un ' exemplar reverendae vetustatis ' incompleto (A-N) venuto in luce a Firenze nel 1427 (135). Scoperto prima del 1 V. Zabiijthin Giulio Pomponio Leto II .380 n. 103. ' G. Thiele in Hermes XLVI, 1911, 633-37. » Teuffel Scliwabe Gesch. der ròm. Liter. § 284, 4 ; .Sclianz § 866. < V. Zabughìn Giulio Pomponio Leto, Roma 1909, I 193-96, II 122; S. Pompei Pesti De rerbnr. signif. ed. Liuditay, I.ipsiae 1913, p. III-XVIII. cap. IV) AUTORI LATINI 223 1432 dal Cusano (II 28): da esso forse deriva la copia fatta a Basilea nel 1433 (134). Scoperto da Poggio a S. Gallo (80), da T. Ugoleto (143). Altri possessori (103, 206, 218). FiLARGiRio. Scoperto dal Sassetti in Francia, ora cod. Laur. 45, 14 (139). Lo adoperò il Poliziano (150). i FiRMico Materno. Mathesis. Abbastanza noto il testo mu- tilo (libri I-IV): in Francia (II m\ in Italia (25, 26, 85, 94). Ne scopri un testo integro (libri I-VIII) verso la fine del sec XV il Negri in Germania, dove era venuto in luce sin dal 1468 (145).- Il cod. Harleian 2766 del sec. xv (testo mutilo) sotto- scrive: Nil deficit sccundum esemplar Montiscasinense. '^ Floro (L. Anneo). Epitoma. Il Salutati la assegna a Se- neca, Dom. di Bandino a Giulio Floro (II 185). Assai nota : in Francia (II 68), in Germania (113), in Italia (12, 16, 24, 37; II 44, 45, 102, 142, 155). Floro (P. Annio). Vergilius orator an poeta. Frammento scoperto dal Cusano prima del 1432 (II 21). Stampato la prima volta dal Ritschl in Rhein. Mus. I, 1842, 303. Foca e ps. Foca. Ars. Nota al Bury (II 9), ad Amplonio (II 15), a L. Valla (133-4). La vide il Poliziano a Venezia presso Gio. Gabriel nel 1491 * e Poggio a Fulda nel 1417, come si rileva dal Commentarium del Niccoli (II 192) : In monasterio fuldensL... Phocas grammatictis. — De nomine et verbo. De aspiratione. Copiati e stampati nel sec. xv (133). — Orthographia. Presso Amplonio (II 15). Stampata la prima volta nel 1900 (134; II 15). FoRTCNAZiANO (Attillo). Ars. Scoperta a Bobbio dal Gal- ' Cfr. C. Barwick De lunio Filargirio VergiUi interprete in Comment. philol. len. vili, II 1909, 59s8, dove si dimostra clie il cod. Laur. col Pa- ri};. 7960 formano una classe contrapposta al Parig. 11308. - Del 1468 è appunto il cod. Norimberghese V 60; e press'a poco dello stesso tempo l'esemplare di Giovanni .Marcanova, ora Marc. lat. VI l/JH. Sulla scoperta e divulgazione del testo integro vedi lulii Firmici Ma- terni Mathes. ed. Kroll et Skutscli, Lipsìae 1913, II p. XV-XXXIII. •* L'esemplare di Montocassino, trovato da Poggio nel 1429, non esiste pili (ib. p. IX-X). Sarà stato copiato nel cod. Harleian? o questo sarà stato collazionato con quello? * Cod. Monac. lat. 807 f. 67 Ara Focoe. 224 RIASSUNTO FILOLOGICO («ap. IV biate nel 1493. I primi editori attribuirono a Fortunaziano anche il De metris di Cesio Basso (158, 162j. Fortunaziano (Chirio Consulto). Ars rhetorica. Scoperta dal Capra nel 1423 (101-102, 104) e dall'Aurispa nel 14.33 a Co- lonia (116), nella cui cattedrale il codice è tuttora, i Nota al Polenton (186). Copiata nel cod. Laur. Aedil. 168 sec. xv f. 189. ps. Fortunaziano. Coìnputtis. In un cod. Ambros. del 1462 (130). Fragmentum Arati, v. Germanico. Frontino (S. Giulio). Strategemata, (chiamati anche De arte belli, Il 154). Assai noti : in Francia (II 34, 81), in Ger- mania (113), in Italia (14, 25, 78, 101, 104, 207, 209; II 44, 50, 126, 143, 154). — De aquaeductihus. Scoperto da Pogijio nel 1429 a Montecassino (85, 88). Un altro esemplare esisteva a Hersfeld nel 1425 (108), cosi descritto nel Commentarium del Niccoli (II 192): In monasterio hersfeldensi... lui ti Frontini de afjueductis que in tirhem inducunf liher I. Incipit sic: Persecutus ea que de modulis dici fuit necessartum.... (§ 64). Continet hic liber XIII (fblia). Item eiusdem Frontini liber. Incipit sic: Cum onmis res ab im- peratore delegata interiorem... (§ 1). Continet XI folia: donde vediamo che l'ordine dei due libri era invertito. Presso il Pon- tano copiato da esso.*^ — Estratti gromatici. A Firenze (150). — Epistulae. A Ferrara nel 1436 (128): ma erano estratti gromatici. '■'■ V. Gromatici. ps. Frontone. Gli fu falsamente attribuito l'anonimo De nomintim verborumque differentiis scoperto a Bol)bio (158, 162). Fulgenzio (Planciade). Mithologiae. Abbastanza note; in Francia (II 76), in Germania (II 14), in Italia (9, 130. 220; II 50, 89, 188). — Continentia Vergiliana. Presso il Petrarca ' Al n. Cl.XVI, P. Lehmann Franciscus Modiws ah Handschriftenforscher, Miinclien 1908, ?5. 2 P. Fil.ìngierì Documenti ecc. Ili .IT. s R. Sabbadini in Rivista di filol. XXXIX, 1011, 242. cap. IV) AUTORI LATINI 225 (25), Amplonio (II 14). Copiata a Basilea nel 1433 (135). — Expositio antiquorum sermonum. Scoperta dal Boccaccio (31, 33, 41) ; scritta di mano del Salutati nel cod. Laur. Conv. soppr. 79 f. 109. Fulgenzio (vescovo di Kuspe). Scambiato col initografo (9, 211). ps. Gallo. Le elegie di Massimiano fino dalla prima metà del sec. xv furono (per errore?) attribuite a Gallo e col suo nome stampate nel 1501. Ma già nel sec. xv erano state stam- pate col nome vero (179, 181). A Gallo fu anche attribuito il carme ' Lydia bella ', scoperto o forse contraffatto dall'Alle- gretti nel 1372 (179). Cod. Malatestiano XXIX sin. 19, del 1475: Galli poete carnieri in Lydiam puellam ; indi: Eiiisdem in Gallam ' 0 mei procul ite nunc amores ' (45 falecei, tutti col trocheo in prima sede). Il nome di Gallo servi ad altre falsificazioni nel sec. xvi (181). Gelasio. Opere vedute dal Pastrengo nella Capitolare di Verona (10, 215). Gellio (nel medio evo Agellio per À. Gellio 92; II 118). 11 testo s'era diviso in due parti : l'una coi libri I-VII, l'altra coi 1. IX-XX; il 1. VIII è irreparabilmente perduto (92). ^ Le notizie di un Gellio integro, p. e. presso Gio. Calderini e Al- fonso vescovo di Burgos (92; II 157) devono intendersi di vo- lumi che portavano riunite le due parti : perché non tutti le possedevano entrambe. Noto al Bury (II 9), al Montreuil (II 68), al Clémangis (II 82), al Cusano (111; II 24), al florile- gista del 1329 (II 95), al Pastrengo (6, 8-9, 13, 19, 20), al redattore del cod. di Troyes (II 118), al Petrarca (25, 92), a Benzo (II 143), a Lapo (II 172), a Gasp. Barzizza (36), al Do- minici (II 177), a Domenico di Bandino (II 183), al Corvini (74), al Cantelli (97), ai Decembri (138, 205). Il Niccoli trovò un testo con quattordici libri: VI-VII; IX-XX (92). Un ' vetu- stissimum esemplar ' adoperato dal Niccoli (92). Nel 1432 ne allestì un' edizione coi passi greci Guarino (97). Nei codici la ' II Gellio posseduto dal Pistoiese Zoinino, ora cod. Parig. 18528 del sec. XV, al posto del libro Vili ha alcuni fogli vuoti, con la nota in mar- gine: Iste liber deficit et adhuc meis temporibus non reperitiir. R. Sabbadini. Le scoperte dei codici, 15 226 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV l)refazione (mutila) ora si trovava al principio, ora stava ac- codata al libro XX (II 24-25, 183). Nel codice trovato dal Cusano stava al principio (II 24). Gencciae. Trovate dal Laniola a Milano nel 1427 (103). Gennadio. De viris illustribus. Noto ad Amplonio (li 16), .1 Gio. Hesdin (II 35), al Clémangis (Il 80), al Colonna (li 54). Il testo della Capitolare veronese veduto dal Pastrengo alla vita d'Agostino accoda l'elenco delle opere compilato da Possidio (i\ 9, 10, 20, 215). Germanico. Aratea. Il Fragmentum Arati trovato in Si- cilia comprendeva i v. 1-430 e il fragm. IV 52-163; sin dal 1429 lo possedeva Poggio (85, 203), più tardi il Panetti (188). ITna collezione più completa era in mano del Salutati, di cui si conserva il codice (35, 85). Le due collezioni furono stam- pate da G. Valla nel 1488 (149). Giovanni da Salisburt (104 ; II 2) (Saresberiensis, ni 1180). Adoperava fonti antiche, poi perdute. Era citato come Poli- cratus (Policraticus), che è il titolo della sua opera princi- pale (6, 20, 219; II 7, 39, 43, 103). II Calderini ne stese l'indice (II 157). Giovenale. Note biografiche presso il Pastrengo (11-12), il Colonna (II 55). Testo con glosse posseduto da Gio. Hesdin (II 35), da Benzo (II 141). Notissimo: in Francia (II 32, 67, 76, 80), in Germania (II 13, 28), in Italia (11, 23, 105, 150, 153, 220; II 4, 44, 50, 55, 62, 92, 101, 106, 114, 141, 152, 153, 168, 174). Un esemplare ' langobardis literis ' ebbe il Poliziano dal Gaddi (152). Cinzio da Ceneda lo commentò (107). Ug. Pi- sani lo escludeva dalle lezioni pubbliche (201). GiovEN'CO, v. luvencus. Girolamo. Assai adoperato: in Inghilterra (II 8), in Ger- mania (19; II 16, 27), in Francia (II 63, 66, 80, 102), in Ita- lia (6, 8, 9, 11, 20, 27, 85, 89, 119, 122, 219; II 44, 50, 54, 88, 96, 99, 119, 138, 154). Il più appassionato raccoglitore di scritti di Girolamo fu Gio. d'Andrea, che ne dà un elenco si- stematico nel leronimianus (II 159-163). ps. Girolamo, v. Aethicus. Giulio Celso, v. Cesare. cap. IV) AUTORI LATINI 227 Giulio Paolo. Sententiae (nella Lex romana Visigothorum). Scoperte a Strasburgo nel 14:^3 (117). ^ Giustiniano. Institutiones. Presso Amplonio (li 14). Giustino, compendiatore di Pompeo Trogo. C'era chi lo identificava al martire (9; II 186). Qualcuno s'era illuso di aver trovato l'originario Trogo, come l'Adimari in Spagna nel 1418 (8(i); Andrea Giuliano l'andò a cercare in Germania.* Spesso vien citato come Trogo o coi due nomi insieme: lu- stinus ex Trogo (II 142). Assai noto: in Francia (II 34, 68), in Italia (9, 24, 31, 138, 139; II 44, 50, 57, 89, 102, 142, 155, 172, 177, 186). Glosa de partibus orai ionis. Scoperta a Bobbio nel 1493 (163). Glossarla graeco-latina. Presso Amplonio (II 15). Il famoso Harlcian 5792 scoperto dal Cusano prima del 1437 (110, 112; II 26). Altri presso altri (53, 138). Uno ' persimilis Polluci • trovato a Bobbio nel 1493 (162).Glossarum libcr. Lo adoperavano il Salutati e Dom. di Bandino, che giustamente lo reputavano fonte di Papia (II 190). Il Liher vocabulorum, che il Cremona aspettava nel 1430 e. dal- l'assistente dell'arcivescovo di Milano (103), era con ogni pro- babilità il Liber glossarum, ora cod. Ambros. B 36 inf., il quale proviene dalla sacristia del duomo e si trovava in Milano sin dal principio del sec. xiv. ^ GoDFREY DI WiNCESTER (m. 1107). Veniva spesso citato col nome di Marziale, di cui fu imitatore (220; II 76, 92). Goffredo da Viterbo (medievale). Pantheon. Noto a Dio- nigi (II 43). Gradibus (de) cognationum. Scoperto da P. Donato a Spira nel 1436 (119). Graphia aureae urbis iìowae. Nota a Benzo (II 136) e al Cavallini (II 50). ' Il cod. è ora il Berneng. 263 del sec. ix. L'ebbe da Strasburgo Oio. Sìchart (Sichardas), che l' adoperò per la sua edizione della Lex Visig. ' Basileae 1628 ' (P. Lehinann Johannes Sichardus und die von ihm benuteten Biblioth. und Handschriften, Miinchen 1912, 55, 77-S, 188-4). 2 Cod. di Oxford Canon, lat. 281, Coxe III 231. 3 Archiv. star. Lombardo XXXVII, 1910, 219-21. 228 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV Grazio. Cynegeticon. Scoperto in Francia dal Sannazaro nel 1502 e; il suo codice è fonte unica del testo (140, 165, 212). Gregorio Magno. Molto noto: in Inghilterra (II 8), in Ger- mania (II 16), in Francia (II 66), in Italia (7, 89, 119; li 44, 50, 55, 88, 99, 138). Gregorio di Touks. Hisforia Francorum. Nota al Pastrengo (10), al Clémangis (II 80). Gkillio. Super Topicam M. Tullii Ciceronis. Super pri- mam Rhetoricam (De inv.) Tullii. Super libris quinque Boc- thii de consol. philos. Scoperti tutt' e tre da Amplonio (II 14). — Rhetorica. Scoperta da Dionigi (II 41). Gr ornatici. Frammenti scoperti dal Cusano fll 21). Co- dice gromatico, col falso nome di Varrone, presso il Petrarca (25). Verso la metà del sec. xv pervenne a Firenze il cod. Laur. 29, 32: lo adoperarono il Della Fonte e il Poliziano (150, 151, 1.56, 170). Un codice più completo, ora a Wolfen- btittel, fu scoperto dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (159, 160). Il codice gromatico, ora Vatic. Palat. 1564, fu veduto nel 1417 da Poggio a Fulda. Ecco com' è descritto nel Commentar ium del Niccoli (II 192): In monasterio fuldensi... Julius Fron- tinus Celso de agrorum qu alitate, qui liher est multis figiiris pictus. Incipit sic: Notum est omnibus Gelse... Siculi Flacci de conditionibus agrorum. Opus etiam figuris pictum. ^ V. ps. Cesare, ps. Frontino. He r bis (De). Trascritto a Basilea nel 14.33 (117). Historia Augusta. Questo titolo complessivo apparisce già nell'ed. pr. ' Mediolani 1475': Historiae augustae scrip- tores, curata da Bono Accorso. Fu desunto dal testo stesso: Cornelium Tacitum scriptorem historiae augustae.* Nel 1385 il Rambaldi aveva intitolato Libellus augustalis il suo compendio degli imperatori romani (Il 156). Il cod. Vatic. Palat. 899 del sec. ix, il capostipite di tutti gli altri (147), nel sec .\iv era a Verona: ivi lo videro Benzo • Cfr. P. Lehinann Johannes Sichardus 1 15-17. * Histor. aug. il 178 Peter. cap. IV) AUTORI LATINI 229 prima del 1310(11 144-5), il nian8Ìonario Giovanni (che s'accorse del disordine nell'impaginatura 3; II 89), il florilegista del 1329 (2; II 94), il Pastrengo (15, 21). Da Milano ' VII cai. augusti ' (1354) ne chiese al Pastrengo una copia il Petrarca: ' Libro ilio valde egeo in viroruni illustrium congerie, cui hos humeros qualescumque subieci. Gli bisognava per il De viris illustrihus. Duo anni dopo gliene fu tratto a Verona un apo- grafo (15-16, 22, 25, 26) da Gio. di Campagnola, l' apografo che è ora il cod. Parig. 5816, con la nota di mano del Pe- trarca: ' hunc feci scribi Verone 1356 '. ^ Se il codice veronese fosse stato in mano di privati, probabilmente il Pastrengo glielo mandava a Milano; ma doveva appartenere al capitolo. Più tardi esso archetipo venne in possesso, non sappiamo per qual via, del Petrarca che lo postillò: una di quelle postille è posteriore al 1367 (22). Dopo del Petrarca passò, nemmeno qui sappiamo come, al Manetti (147), da lui alla Palatina di Heidelberg e finalmente alla Vaticana. Conobbero 1' Hist. aug. Lapo (II 173), il Rambaldi (II 155-6), il Colonna (II 57), Te- daldo (II 176), Gasp. Barzizza (36), il Bruni (173), il Poliziano (153). Ne scopri estratti il Cusano (21; II 25). lanua, v. Donato. Igino. Poeticon astronomicon. Noto ad Amplonio (II 13), al Boccaccio,^ a Dom. di Bandino (II 189), al Costantini, al Poliziano (155).' Lo vide Poggio a Fulda nel 1417; infatti nel Commentar ium del Niccoli (II 192) leggiamo: In monasterio fuldensi: Hyginus de astrologia, qui incipit sic: ' Hygi- nus M. Fabio pi. sai. dicit. Etsi te studio gramniatice artis inductum '. Ignazio. Epistulae. Erano a Nonantola (89). Le ebbe il Pa- rentucelli dalla Cartusia Gallicana (91).3 Ii-ARio DI Akles. Noto al Clémangis (Il 80). ' Petrarc. Fata. IX 15 p. 55 Fracass. 2 P. de Nolhac Pétrarque et l'humanisme I 117, Il 48. 3 Boccacc. De geneal. ,deor . VJI e. 41. * Sulla sua diffusione nel periodo del rinascimento cfr. B. Soldati La poesia astrologica nel quattrocento, Firenze 1906, 75. = Forse invece di Gallicana va letto Garegnana (presso Milano). 230 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV Ilario di Poitiers. Opere note al florilegista del 1329 (II 97), al Clémangis (II 80), al Cusano (Il 22), a Greg. Correr (Ufi), vedure dal Ferrantini a Pomposa nel 1424 (89). Super aliquot ■ psalmos trovato a Pomposa dal Parentucelli nel 1427 (91). Ilias latina. Nel medio evo quando citano Omero si deve intendere di questo compendio latino, che ora i filologi vo- gliono attribuire a Silio Italico o a Bebio Italico, i Nota a Benzo (II 141), al Petrarca (24), in Francia (II 76), ad Am- plonio (II 13), al Sassetti (165). Il testo scoperto da T. Ugoleto fu pubblicato nel 1492 e nel volume Ilomeri opera e graeco traducta ' Venetiis MCCCCCXVI ' f. AAI - BBII con la sot- toscrizione: Findari Illias emendcttissimi explicit ex exem- plari Thadaei Ugoleti. losEPH IscANUs (sec. XII), traduttore in versi di Darete. Noto a Verona (13; II 192). Isidoro. Divulgatissime le £'<«/woZo^«ae: in Francia (Il 66, 80), in Germania (II 16), in Italia (6, 9, 2S, 104, 122, 211 ; Il 39, 40, 44, 50, 54, 89, 97, 99, 138, 155, 172). ps. Isidoro, v. Differentiae. luLius Obsequens. Scoperto da Giocondo (171). luvENCUs. Copiato in codici del sec. xv (p. «. Brit. Mus. Add. 19744 del 1467-68 e Querin. di Brescia C VII 15 f. 1 anepigrafo). Lattanzio Firmiamo (il ciceroniano II QQ). Institutiones. Notissime: in Inghilterra (II 8), in Germania (II 15, 28), in Francia (II 66, 80), in Italia (27, 88, 119, 122, 295; II 44, 50, 96, 172, 186). Ne scopri un esemplare ' vetustatis pene de- crepite ' il Mainenti al concilio di Basilea (118). — De ira dei. De opificio hominis. Meno divulgati. Li ebbero Ampio- nio (II 16), il Montreuil (II <ò6), F. Barbaro fin dal 1416 (73). De opif. scoperto a S. Gallo (79). Nel 1426 il Parentucelli trasse da Nonantola il celeberrimo codice, ora Universit. di Bologna 701 (già S. Salvatore), c'ie oltre alle tre opere note, contiene V Epitome, allora nuova (90, 218). 1 Poetae latini minores ree. Vollmer. II. Ili, Homerus Latinus idest Baebii Italici Ilìaa latina, Lipsiae 1913. Il nome Baebius è degnato dal cod. Vindobon. lat. 8609 del sec. x». cap. IV) AUTORI LATINI 231 ps. Lattanzio. Phoenix. Scoperta dal Cusano i)rima del 1432 (II 21) e poi trovata a Strasburgo nel 1433 (116-17). — De passione domini (' Quisqnis ades ', in 80 esametri). Tra- scritto in più codici del sec. xv : il Classense 297 (124), l'Uni- versit. di Bologna 401 e il Querin. di Brescia G IV 10, que- st' ultimo col titolo : Liber de cruce domini feliciter incipit secundum Franciscum patriarcham (124),^ dove sarà da leg- gere : Franciscum Fetrarcham. Lattanzio Placido. Commento a Stazio. Noto al Boccaccio (28-29, 33). Fu confuso con Lattanzio Firmiano, ma Doni, di Bandino li distinse (II 18(3). — Glossae. Copiate a Basilea nel 1433 (134-35). Note all'Orsini (135), al Parrasio (170) e a Ma- riangelo Accorsi che ne cita una: Gnarurem dici gnarum scientemque invenimus apud Placidum grammaticnm nescio quem).2 Sui codici Vaticani del sec. xv cfr. Cori). Gloss. Lat. V, p. VIL ps. Lattanzio, v. Breviatio fab. Laus Fisonis. Nota al Pastrengo col titolo Lucanus in Catalecton (17). E forse la Laus correva anche sotto il nome di Lucanus minor, perché la Pharsalia in un cod. di Pavia s' intitolava Lucanus maior? Legenda S. Benedicti longa. Ottenuta a Firenze da Montecassino (89). Leone papa. Sermones. Portati di Francia dal Parentucelli (107). Noti a Gr. Correr (119). ps. Lepido. Sotto questo nome L. B. Alberti pubblicò nel 1426 la sua Fhilodoxeos (171). Lessici, V. Glossario. LiBERiL'S poeta. Nel catalogo di Niccolò V (125). Livio. Negli anni 1318-24 a Padova, sotto Iacopo I da Carrara, si scopri la presunta tomba di Livio (Il 56). Il medio evo conobbe tre sole deche: la I, III e IV, e nemmeno com- plete, perché mancava il libro XXXIII. Nella copia di Benzo poi il libro XL giungeva press' a poco al e. 15 (II 142). Cosi 1 Cfr. Studi ital. di filol class. XIV 37-38, 87. 2 M. Accursii Biatribae, Romae 1624 f. 12'' ; cfr. C. G. L. V 24, 17. 3 R. Sabbadini in Rivista di filol. XXXIX, 1911, 242. 232 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. iv nella copia del Petrarca il XL resta tronco al e. 37 (li 46). Nell'edizione ' Mediolani 1495 ' il Minuziano con l'aiuto di ' vetustissima exemplaria ' supplì i e. 41, 18-43, 8 del libro XXVI, che si trovano solo in codici recenti. Il libro XXXIII fu scoperto nel 1015 da Giovanni Horrion nel cod. Baniberg. M IV 9 del sec. xi e venne per la prima volta stampato in- tegralmente nell'anno successivo 1616 in tre città: Roma, Ve- nezia e Parigi.i Una leggenda faceva risalire a Caligola la distruzione delle deche (II 56). Di tanto in tanto si spargevano notizie dell'esi- stenza di un Livio intiero (107). La II deca fu ripetutamente cercata, ma invano (Il 37, 142); Andrea Giuliano intraprese a questo scopo un viaggio in Germania.* Fu nn' illusione del Ca- vallini che essa si conservasse a Montecassino (II 49), come s'illuse il Colonna d'aver veduta la V a Chartres (II 56), mentre forse era la IV. I primi cinque libri della V vennero alla luce solo nel 1527 per opera del Grynaeus (164, 171, 212). In un codice del Pizolpasso (perduto) pare si trovassero frammenti nuovi, poiché scrive P. C. Decembrio: Cum vetustissimnm co- dicem nuperrime nactus studiose lectitarem et eo maxime quod plurima e Livio sumpta animadverteram, ex bis potis- simum libris qui iampridem periere.* Nelle citazioni alcuni ponevano il numero successivo de'sin- goli libri (da uno a quaranta, II 94), altri designavano la I deca con ab urbe condita, la III con bellum punicum, la IV con bellum macedonicum (II 44, 156). Coloro che adoperavano Livio, conoscevano, meno poche eccezioni, le tre deche. Notissimo: in Francia (II 34, 63, 68, 76, 81), in Inghilterra (II 8), in Italia (12, 25, 36, 103, 116, 139, 151, 165; II 45, 49, 56, 89. 94, 102, 107, 123, 142, 153, 156, 172, 177, 180-1). Il Bruni ebbe la III deca ' ex vetnstissi- < Cfr. l'ediz. dì Livio del Lemalre, Paris. 1825, XII, I p. 137, 342. Il libro XXXIII era anche nel cod. Mag-ontino, ora perduto, che comprendeva la IV deca da XXXI 17 a XL e fu adoperato per l'edizione dì Hagonza del 1519 e quella di Basilea, curata dal Gelenius, del 15-35. 2 Cod. di Oxford Canon, lat. 281, Coxe III 281. 3 R. Sabbadìni in Studi ital di filol. class. XI 268. cap. IV) AUTORI LATINI 233 ma scriptura ' (75). 11 Fregoso s' impadroni dell'esemplare pe- trarchesco (184). I tre volumi di Cosimo de' Medici, ora a Be- sanQon, furono tratti ' ex vetustissimo exemplari ' (183). — Pe- riochae. Erano rare ; le possedevano Piero di Dante (? II 102), Dom. di Bandino (II 181) e il Petrarca (25); l'esemplare petrar- chesco passò nelle mani de' Barzizza e del Parrasio (25). Le tre deche furono volgarizzate in francese dal Bersuire II 84). Lucano. ' Poeta historicus ' (II 100, 155, 156). Curioso l'equi- voco, tradizionale, di Ugo di Trimberg e di Amplonio, che asse- riscono cantata da Lucano la guerra punica (II 13). Notissimo: in Germania (II 13), in Francia (II 32, 34, 67, 81), in Italia (11, 17, 23, 203, 220; II 44, 50, 55, 67, 92, 100, 113, 118, 140, 151, 152, 155, 156, 167, 177). A. Decembrio ebbe un codice ' an- tiquissimus ' (138). Alcuni luoghi palinsesti in un cod. di Bob- bio (163). ps. Lucano, v. Laus Pisonis. Lucrezio. Scoperto nel 1417 (a Fulda? II 192) da Poggio, il quale credeva mutilo il suo testo (80, 82).^ Il ' codex oblon- gus ' del sec. ix. proveniente dal duomo di Magonza, era già noto nel 1479.* Ltra (de) Niccolò. Triglossum. Presso Amplonio e il Pe- trarca (II 15). Macrobio. Saturnalia. In somnium Scipionis. Molto noti: in Inghilterra (II 9), in Germania (II 14, 27), in Francia (II 68, 79, 82), in Italia (6, 13, 16, 24, 102, 219 ; II 39, 44, 50, 94, 103, 119, 144, 172. 177). Un codice ' vetustissimus ' ricevette il Poliziano dal Michelozzo (152). II Capra e il Corvini possede- vano esemplari coi passi greci (74, 101, 104). — Estratti gram- maticali. Scoperti a Bobbio (163). Volgarizzamenti (195). ' Il codice trovato da Poggio derivava dallo stesso archetipo di 0 Q, piegando più verso 0. Dall'apografo poggiano, perduto, discendono più o meno direttamente i codici umanistici, tra i quali il più fedele è il Lanr. 35, 30, copiato dal Niccoli. 11 Laur 35, 81 rappresenta una vera edizione umanistica (C. Hosius in Mhein. Mus. LXIX, 1914, 109-122). ' T. Lucreti Cari De rer. nat. ree. C. I.achmannus, Berol. 1863, II, p. 6. 234 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV Maluo Teodoro. De mefris. Copiato e stampato nel sec. xv (133). Posseduto da A. Trebisonda nel cod. di Wolfenbuttel 2876 (Heinemann). Manilio (o Manlto). Astronomicon. Scoperto da Poggio fa Fulda? II 192) nel 1417 (80). Ne scopri un esemplare indipen- dente, sotto il nome di Arato, il Cusano (113; II 2I).Un terzo esem- plare provenne da Montecassino al Panormita e da costui a Lo- renzo Bonincontri (146), il quale nel commento a Manilio, f. 3,' cosi lo descrive: Sed tamen multa de ipsius (Manilii) nomine perscruptando, accepi ab Antonio Panormita... cura Alfonsi (m. 1458) temporibus Neapoli essem, quosdani quinterniones valde perturbatos vetustissimosque, quos ex bibliotheca cassinensi se accepisse dicebat quosque mihi tradidit dirigendos (cioè dige- rendos), in quibus in onini librorum principio talis inscriptio erat: L. Manilii poete illustris Astronomicon incipit. In ceteris libris numerus cum eadeni inscriptione: quos ego quinterniones transcripsi una cum Gallina siculo, in quibus etiam quosdam versus pluribus locis inveni, quos in exem- piaribus Poggii aut impressorum deesse cognovi. Un quarto esemplare, col nome ' Manlio ' e probabilmente in lettera maiuscola, ne possedeva a Padova Pietro Leoni, da cui l'ebbe nel 1491 per la collazione il Poliziano (1-54-55, 169-70).' Marcello Empirico. Medicamenta. Forse scoperti dal Pa- normita (99). Li vide Poggio a Fulda nel 1417; leggiamo in- fatti nel Commentarium del Niccoli (II 192): In monasterio fuldensi: Marcellus vir illustris ex magno officio Theodosio seu filiis sai. d. Incipit sic: ' Secutus opera studiosorum virorum qui licet alieni fuerint ab institutione medicine '. Opus egregium. V. ps. Celso. ps. Mario Rustico. D. Calderini finse d'averlo trovato in Francia (179, 180). Martino di Braga. De formula vitae honestae (o anche De copia verborum), in due parti, delle quali la prima tratta De quafuor virtutihus, la seconda De tnoribus. Quest'opera » Cfr. e. Di Pierre in Giorn. star, della lett. ital. 55, 1910, 9, 11. cap. IV) AUTORI LATINI 236 ora intiera ora in estratto girava nel medio evo sotto il nome di Seneca (185), a cui però il Colonna contesta la paternità (II 57).i La citano p. e. Amplonio (II 14), il Polenton (185). Martirio, v. Adamanxio. Marziale. Noto al Bury (II 9), in Parigi (II 76), al flo- rilegista del 1329 (II 92), al Pastrengo (8), al Petrarca (? II 178),2 al Montagnone (220), al Boccaccio (29), a Dom. di Ban- dino (II 184-5), a Gasp. Barzizza nel 1407 (73), al Capra nel 1423 (101, 104 da un cod. antichissimo), ad A. Decembrio (138 da un cod. ' antiquissimus '), a B. Valla (147 da un cod. ' langobar- dis characteribus ')• H Poliziano ne vide uno in S. Marco ' lan- gobardis literis ' (152) e uno in Vaticana (154). Il Sannazaro scopri estratti in Francia (140, 165). E di Francia era forse stato portato dal Sassetti il cod. Vatic. 3294, venuto poi verso il 1485 in potere di T. Ugoleto (143), che lo acquistò per conto del re Mattia.^ Gli Spectaculn uscirono alla luce nel sec. xiv per mezzo di un codice ' vetustissimus ', nel quale essi erano segniti dai primi nove libri degli epigrammi e da porzione del X. Questo esemplare fu copiato dal Boccaccio ; dal medesimo esemplare trasse i soli Spedacula il cod. Universit. di Bolo- gna 2221.^ Altri codici degli Spectac. furono scoperti dopo il sec. XV (29, 33, 216-17). Nel cod. Malatestiano I sin. 6 Pier Cennini l'anno 1463 accodò al libro XIV gli Spectac. con que- sta nota: Hec que secuntnr Epigrammata Martiali falso attri- buta snnt ; vetustissimi enim codices non habent, quanquam nonnulli ex recentioribus in prima totius voluminis fronte Labeant. Ug. Pisani escludeva Marziale dalle lezioni pubbliche (201). ps. Marziale (197). Nel cod. di Ivrea LUI sec. xi esisteva Marfialis poeie profetia.^ V. Godfrey di Wincester. ' Cfr. E. Bickel in Bhein. Mus. LX, 1905, 505-551. ^ R. Sabba dini in Rendic. del r. Istit. Lomb. di se. e lett. XXXIX, 1906, 885. 3 A. del Prato Librai « biblioteche parmensi del sec. XV, Parma 1905, 12. * R. Sabbadini in Rivista di filol. XXXIS, 1911, 248-9. 3 Mazzatinti Inventari IV 9. 236 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. iv Marziano Capella. Molto noto: in Francia (139; II 32, 82), in Inghiterra (II 9), in Germania (II 14), in Italia (14, 24, 217; II 102, 143). Ne ebbe un testo ' vetustissimus ' il Poliziano (152). Il codice ' admirandae vetnstatis ' noto a T. Ugoleto stava nel 1482 nella sacristia di Parma; poi fu venduto al padre di Ugo Grozio e da costui adoperato per l'edizione del 1599.' Massimiano. Noto al Montagnone (220), al Petrarca (?24), al Salutati (3ò), ad Amplonio (II 13). V. ps. Gallo. Maximinus. Be ratione metrorum. Be caesuris. Copiati e stampati nel sec. xv (133). Maximl's ViCTOKiNUs, V. MetroHus. * Melitto. Noto a Benzo (II 138). Mensihus (de). Trascritto in codici del sec. xv (126). Metrokius (pili che nome di autore, è titolo che designa la materia). Be finalibus syllabis. Copiato e stampato nel sec. XV e scoperto a Bobbio nel 1493 (159, 162, 163). Mirabilia urbis liomae. Noti a Benzo (II 136). MoDESTiNo, V. Erennio ps. Modesto, v. ps. Vegezio. Montibus (de) portis et viis urbis Romae. Scoperto da P. Donato nel 1436 a Spira (119). Musa Antonio. Virtutes herbe vettonice. Presso lo Zerbi nel 1474 (147). MusciONE. Genecia. Trovata dal Lamola a Milano nel 1427 (103). Nemesiano. Bucolica. Probabilmente nel cod. di Rinaldo da Villafranca (16, 22) alle egloghe di Caipuruio seguivano anonime quelle di Nemesiano. I due autori erano invece no- minati nel cod. del Boccaccio (33-34). La conferma che il Boc- caccio citasse Nemesiano si ha dal Crinito, che scrive: loan- nes Boccacius... citat Nemesiani poetae versiculos.* Ter il cod. di T. Ugoleto vedi Calpurnio Siculo. — Cynegetica. Scoperta in Francia dal Sannazaro nel 1502 e. (140, 165). * Del Prato op. cit. 15, 16 ; A. Pczzana Storia di Parma IV App. p. 74. ' Ediz. di Nemesiano di Aldo, ' Venetiis 1634 ' f. 26. cap. IV) AUTORI LATINI 237 Nipso Giunio, gromatico. Presso Geroud (II 33). V. Gromatici. domina VII montium Romae. In un cod. Bobbiense scoperto il 1493 (163). Nominibus (de) gallicis. Al Corvini fu noto il fram- mento (74), clie ricorre in molti altri codici. Il testo com- pleto è dato dal solo Vindob. 89 del sec. viii. Pubblicato da T. Mommsen in Monum. Germ. histor. Auct, antiquis-. IX 613. Nonio Mahcei.lo. Presso il Petrarca (25, 26),^ Guido da Pie- trasanta nel 1402 (86). Nel 1409 il Capra ebbe dalla biblio- teca di Pavia il cod. petrarchesco e lo passò al Bruni e al Niccoli (73). Nel 1415 P. Barbaro lo portò da Firenze e lo di- vulgò a Venezia e a Padova.* Poggio ne mandò più tardi da Parigi un esemplare a Firenze (83). Lo possedevano a Fer- rara nel 1436 (198). Notitia dignitatum. Scoperta da P. Donato a Spira nel 1436 (119-20). Presso P. C. Decenibrio (206). Notitia Galliarum. La cita il Salutati ^ con erronea attribuzione: Vibius Sequester sub metropoli Viennensi con- numerat civitatem Genuensium, Gratianopolim et alias plures civitates (cfr. Notit. Gali. § 11). La possedeva Gio. Corvini (74). Scoperta a Spira nel 1436 da P. Donato (119). ps. OcTAviDS Oratianus. Gli fu attribuito per errore VEu- poriston di Teodoro Prisciano (129). Orazio. Nel medio evo le Odi e gli Epodi erano meno apprezzati e poco letti. Ugo di Trimberg scrive nel suo Begi- strum del 1280: Horatius... Qui tres libros etiam feeit prin- cipales [Sat , Epist., A. P.). Duosque dictaverat niinus usua- les, Epodon videlicet et librum Odarum, Quos nostris tem- poribus credo valere parum."* — Satirae. Epistulae. Notis- sime : in Inghiterra (Il 9), in Germania (II 13), in Francia ' R. Sabbadini iu Kend. del r. Istit. Lomb. di se. e ìett. XXXIX, 1906, 381-82. 2 R. Sabbadini I codici Trivuhiani del De off. di Cicer., Milano 1908, 12-14; Id. in Misceli, di studi in onore di A. Aorte, Trieste 1910, 618. 3 Epistol. IV, 1, p. 97. < I. Hiimer in Sitzungsber. der k. Akad. der Wiss. in Wien 116, 1888, p. 161 V. 66. 238 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV (II 32, 34 67, 79, 81), in Italia (11, 23, 74, 79, 103, 138, 220; II 44, 50, 92, 101, 106, 113, 140, 152, 153, 154, 166, 167, 174, 177). Possedevano o conoscevano certamente anche le Odi : Amplonio (II 13), il Montreuil (II 67), il Clémangis (II 81), il florilegista del 1329 (II 92), il Pastrengo (11), Piero di Dante (II 101), il Petrarca (23), Piero di Parente (li 166), Dionigi (II 44), Benzo (li 140). Avevano testi glossati il Cavallini (II 50), Benzo (II 140). Un codice ' vetustissimus ' donato dal Vespucci al Poliziano (152). — Liber proverbio rum Oracii. Presso Atnplonio (II 13). Sarà stata una silloge di sentenze? — VA. P. commentata dal Buti (II 175). ps. Ok.\zio. Versus elegi epistoleqtie prosa oratione. Citati, forse per equivoco, dal Polenton (176). Orestis tragoedia. Scoperta da Enoch (140, 142). Origo gentis Romanae, v. Aurelio Vittore. Orosio. Historiae. Citate di solito col titolo enimmatico di Ormesta (104; II 66). Notissime: in Francia (II 34, 65, 76, 80), in Italia (9, 24, 122, 211; II 44, 45, 55, 94, 102, 119. 138, 155, 156). Ovidio. Divulgatissimo : in Germania (II 13, 27), in Inghil- terra (II 9), in Francia (li 32, 67, 76, 81), in Italia (8, 23, 31, 41, 152, 170, 218, 220; II 44, 62, 89, 92, 100, 106, 112, 140, 152, 153, 167, 174, 177, 189). Conobbero anche 1' Jbis il Montagnone (220), il Boccaccio (41), Dom. di Bandino ai 189). — Halieutica. Scoperti in Francia dal Sannazaro, il cui co- dice è unica fonte (140, 165). — Sappho Phaoni. Scoi)erta nel sec. xv. Sta già in un cod. del 1423; la conosceva il Panormita nel 1426 (99). Bono Accorso nell'ediz. delle Me- tani. ' Mediolani 1475 ' f. 5 scrive: Tradnxit elegiam illam a Saphone graeca compositam ; quod facillime persnaderi \)o- test cuni hic versus: l^st iti te facies sunt apti lu- sibns anni et in praedicta elegia (v. 21) et in libro Amo- rum (II 3, 13) reperiatnr. — Complementi alle Heroid. XVI e XXI venuti in luce nel sec. xv (125). — Le Metam. com- mentate da Dionigi (II 38). Tradotte in greco dal Planude (60). Ug. Pisani escludeva l' A. A. e il Remed. dalle lezioni pubbliche (167). cap. IV) AUTORI LATINI 239 ps. Ovidio. Molte contraffazioni ovidiane furono composte nel medio evo, che sin da allora erano sospettate (177). — Risposte umanistiche di A. Sani alle Heroides (176). V. Consolatio ; Breviatio fab. Palemone. Ars. Scoperta dal Fontano (148) prima della morte del Panormita (1471), a cni ne mandò un esemplare. Copiata dal Leto nel cod. Vatic 1491 e da Lelio Antonio Au- gusto nel cod. Vatic. 5337 l'anno 1500.1 Scambiato con Vit- torino (163). ps. Pale.mone. Differentiae ' Iram et iracundiam ', acefale. Esistevano complete in un cod. di Montecassiuo, ora perduto, e cominciavano: ' Adipiscitur et acquirit'.^ Palladio Rutilio. De agricultiira. Noto ad Amplonio (II 14), al Montagnone (219), al Pastrengo (14), al Petrarca (25, II 126j, nel cod. Vatic. 2193, al Dominici (II 177), al Corvini (74), a F. Barbaro (nel cod. Parig. 6842 D). Pandette, v. Digest um. Panegyrici. Scoperti dall'Aurispa a Magonza nel 1433 in- sieme con quello di Plinio il giovane. V. Plinio il giovane. Paolino vescovo di Nola. Opere presso Angelo Catone ar- civ. di Benevento in un ' antiquissimus codex ' consultato dal Poliziano a Firenze nel 1494.^ Paolo Diacono, v. Eutropio, Pesto. Paolo Emilio, v. Giulio Paolo. Papi a. Esemplare antico nella cattedrale di Reggio, cer- cato da Guarino (98) e veduto da Ciriaco (123). ps. Pafiriano. De orthographia libri deceni. Inventato do- losamente dal Tortelli (179). Papirio. Nel 1491 il Poliziano lesse a Venezia in un co- dice del patrizio Gio. Gabriel Artificialis Papirti etymologia^ p.s. Papikio. De situ Reatino. Falsificazione (178). 1 V. Zabaghin Giulio Pomponio Leto, I 209. i R. Sabbadinì in Rivista di filol. XXXIX, 1911, 243-4. 3 C. Dì Pierro In Giorn. star. d. lett. ital. 55, 1910, 8. * Cod. Monac. lat. 807 f. 67; forse è il frammento pubblicato in Gram- mat. latini K. VII 216. 240 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV Pelagio. In Epist. Paulì. Noto al mansionario Giovanni (II 88). Pelagonio. Ars veterinaria. Scoperta dal Poliziano (156). Alcuni fogli palinsesti trovati a Bobbio nel 1493 (156, 163). Persio. Il poeta dal ' tragicum os' (li 114). Notissimo: in Germania (II 13), in Francia (II 67, 81), in Italia (23, 41, 145, 151, 165, 167, 220; II 44, 101, 106, 114, 152, 168, 174, 177). Ma era meno popolare di Giovenale. Il Poliziano ne pos- sedeva un 'commentarium literis langobardis' (153). Commen- tato dal Buti (II 175). Ug. Pisani lo escludeva dalle lezioni pubbliche (201). Petronio. Il Carmen de bello civili (e altri frammenti) presso il Montreuil sotto il nome di Afranius (II 68-9); copiato in un cod. di Monaco il 1408. ^ — Una 'particula' scoperta da Poggio in Inghilterra (83), il libro XV trovato dal medesimo a Colonia (83, 84). Posseduto dal Niccoli (86), da F. Barbaro (nel cod. Parig. 6842 D). — Cena Trùnalchionis. Scoperta nel 1423 (128): certamente in Italia, perché la scrittura è ita- liana. ^ ps. Petronio. Glosse che vanno sotto il suo nome (134). Philomela. Presso il Salutati'' nel 1400 con attribuzione ovidiana. Trascritta in codici del sec xv (126). Physiognomonia. Trascritta in un cod. del sec. xv (128). Pier Damiano. Suo presunto autografo a Faenza (95). Placidi Glossae; Placido, v. Lattanzio Placido. Plauto : da alcuni chiamato Plautus Asinius (II 67). Le prime otto commedie (112) : note al Montreuil (II 67, le cercò a Cluni), al Petrarca (24), a Bartol. del Regno (li 152), al Panormita (103), al Polenton (184), a P. da Montagnana (187), a Pietro Tommasi. * Ne ebbe estratti Amplonio (li 12). — Le ' Cfr. l'edìz. del Biiclieler, Berolini 1862, XXXIV. ' Intorno alle varie ipotesi escogitate sull'ignoto scopritore cfr. K. Sab- badini in Bivista di filol. XXXIX, 1911, 249-51. 11 codice era andato a finire in Traù; e non è improbabile che qualcuno dei prelati dalmati, che presero parte al concilio di Basilea, l'abbia di là portato in patria. ■> Epistol. Ili 590. * A. Segarizzi La corrispondema familiare ecc. In Atti dell'i, r. Accad. degli Agiati in Rovereto Xlll, 1907, p. 28 (dell'estratto). cap. IV) AUTORI LATINI 241 nuove dodici commedie: scoperte nel 1425 a Colonia dal Cu- sano per conto di Giord. Orsini (111. 112; II 17, 26); ^ il Cu- sano ne trovò poi anche degli estratti (II 25). Possedute da A. Decembrio (138), da Albrecht von Eyb (II 28), dal Fontano nel cod. Vatic. Barb. lat. 146.* Gasp. Barzizza estrusse \e sententiae dalle prime otto (37); da tutte Bono Accorso, che le stampò 'Tarvisii 1475': Plautina dieta memoratu digna a Bono Accursio Pisano collecta. Plinio. Il medio evo confondeva i due Plini in una per- sona sola (3; Il 68, 89-90). Primo distinse le due persone il mansionario veronese Giovanni, il quale fu anche il primo ad assegnare a entrambi per patria Verona (3; II 90): seguito in ciò da Piero di Dante (II 103), da Gio. da Verona (II 193), dal redattore del cod. di Troyes (II 118, 120) e da Domenico di Bandino (li 186). Plinio il vecchio. Naturalis historia. Nota al Bury (II 9), al Montreuil (II 68), al mansionario Giovanni (3; II 90), al ilorile- gista del 1329 (II 95), a Gio. da Verona (li 194), al Pastrengo (14), al redattore del cod. di Troyes (II 118), a Gio. d'Andrea (Il 157), a Dionigi (II 44), a Domenico di Bandino (II 186), al Do- minici (II 177), al Montagnone (219), a Gasp. Barzizza (36), a T. Ugoleto (143), a Ferdinando d'Aragona (153). Il codice del Petrarca (25) passò a T. Fregoso (184), quello del Salutati al Bruni (75). La copia del Perotto è nel cod. Vatic. 1952, di Paolo li nel Vatic. 1593, la copia del Becchi fu scritta a Ba- silea nel 1433 (117, 118). Il cod. Laur. 82. 1 e 2 fu forse fatto venire di Lnbecca dal Niccoli (118): lo adoperò il Poliziano (152\ La redazione di Guarino del 1433 è nel cod. Ambros. D 531 inf. — Physica (o Medicina) in cinque libri. Scoperta dall'Anrispa nel 1433 e copiata in quell'anno a Basilea nel cod. del Becchi (116, 117, 118). L'ebbe P. C. Decembrio (205) e in un testo di tre libri suo fratello Angelo (138). — Sino- nime. Copiati a Basilea nel 1433 (117). — Bella Germaniae. Li cercò invano Dom. di Bandino (II 180). Credè d'averli sco- 1 Cfr. K. Konig Kardinaì Giord. Orsini, Freiburg in Br. 1906, 89-96. 2 R. Sabbadlni in Rivista di filol. XXXIX, 1911, 246. • U. Sabbadini, Le scoperte dei eodici, 16 242 RIASSUNTO FILOLOGICO (caj,. iv perti il Cusano (111 ; Il 24). Si diceva fossero ad Augsbnrg (li 24). Plinio il giovane. Epùtulae. — a) Il corpo delle cento let- tere. Noto a Vincenzo di Beauvais e al Burlaeus (3), a G. Col (li 59), al Montreuil (II 63), al Clémangis (li 81), al re- dattore del cod. di Troyes (li 118), a Gio. d'Andrea (Il 157), al Nelli (lì 174), a Dora, di Bandino (li 180 j. — b) 11 corpo degli otto libri: I-VII, IX. Era nella Capitolare di Verona, dove lo lesse nel sec. ix Raterio (Il 88). Nel sec. xiv l'ado- perarono il mansionario Giovanni (3; Il 90), il florilegista del 1329 (2; II 95), il Pastreugo (lo). Lo riscoperse Guarino nel 1419 (96). Posseduto da A. Decembrio (138) e dal Pizol- passo (Il 23). Il cod. di otto libri del Cusano è di altra fa- miglia (II 2ii). — e) 11 corpo di nove libri. Stampato dallo Schurener a Koma nel 1474 e. (128). Non si conosce il suo esemplare manoscritto. 11 cod. Vatic. 3864 coi libri I IV fu del Leto (145, 167) — d) Il corpo dei nove libri con le epi- stole a Traiano. Scoperto da fra' Giocondo a Parigi (164, 212). Il codice di Giocondo fu in parte copiato, in parte collazio- nato nel volume Bodleiano di OxConl Auct. L. 4, 3. Ed ecco come. Questo volume contiene: 1) redizione dei nove libri di Plinio del Beroaldo ' Bononiae H;8'; 2) l'edizione dell'A- vanzi del 1502 con le Epistolae 4(i nujier repertae della cor- rispondenza con Traiano. Le 46 lettore nuove (a Traiano, cioò le 41-121 della nostra numerazione) |)eivennero all'Avanzi ' Petri Leandri industria ex Gallia '. Ora nel testo del Be- roaldo, al libro Vili, furono intercjiliiti otto fogli, sui quali una mano coeva, /, scrisse le leiteie Vili 8, 3-18, 11, man- cauti al Beroaldo. La stessa mano J nel testo dell'Avanzi in- tercalò dieci fogli (il primo di qurlli aiicsso è caduto), sui quali scrisse le lettere a Traian > niiincanti : le 1-40 della nostra numerazione. Un' altra mano, /, di [ìoco posteriore, in- trodusse numerose correzioni margiuMli e interlineari, tanto sul testo stampato, quanto sulle gini.te manoscritte; copiò la lettera IX 16 mancante al Beroaldo e alla fine dell'Avanzi segnò questa importante nota: 'bue p.iuii iunioris epistolae ex vetustissimo exemplari parisiensi et restitutae et emen- cap. IV) AUTORI LATINI 243 datae sunt opera et industria ioannis iucundi prestantissimi architecti hominis impriinis antiquarii '. La mano i è del fa- moso umanista francese Guglielmo Bude, il quale perciò ebbe tra mano l'archetipo di Giocondo. L'archetipo fu poi portato dall'ambasciatore veneto Mocenigo ad Aldo, che se ne servi per la sua edizione del 1508, la prima che reca intiero il corpo delle epistole a Traiano e degli altri nove libri. Da allora l'archetipo spari. ^ — Fanegyricus. Scoperto insieme col corpo dei Panegyrici veteres dall'Aurispa a Magonza nel 1133 (IIG). L'archetipo restò a Alagonza, dove fra gli anni 1458 e 1460 lo copiò e fece copiare Gio. Hergot nel codice Ui)8alicnsis [A), che è con H (Harleian 2480) uno dei due apografi diretti. 11 Magontino è perduto. ^ Ne ebbe copia P. C. Decembrio (205) per mezzo del Pizolpasso, che stava al concilio di Basilea. Scrive il Decembrio al Pizolpasso:^ Per- legi Panegiricum Plinii nostri... Gratias itaque uberrimas re- fero dignitati tuae, cuius opera eifectum est ut Orpheus noster ex inferis rediret denuo. ps. Plinio. De viris illustrihus. Lo adoperarono il Petrarca (24), Piero di Dante (li 102), A. Decembrio (138); lo copiò Gio. da Verona (II 193). Il mansionario Giovanni ne conobbe un testo completo (II 80), forse nella Capitolare Veronese. — Orntiones. Falsa notizia della scoperta di venti orazioni (174). Plozio (Mario o M. Claudio) '&\C¥.YiV>mE. Artium grammat. libri. Frammenti del libro III scoperti dal Cusano (113; lì 25). I libri I e II scoperti dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (1(32). PoLEMio Silvio. Laterculus. Posseduto da Gio. Corvini (74) e da Gio. JouftVoy (nel cod. Vatic. 630 del sec. x). Scoperto da P. Donato n Spira nel 1436 (119). Pompeo (grammatico). Commentum Artis Donati. Posse- duto anonimo dal Salutati (34-35). • Per tutto questo vedi E. Truesdell Merrill On a Bodleian copy of Pliny's letters in Classical philolmjy II, 1907, 129156; e con ciò restano iiimiillate le conclusioni del Hardy da me riferiti^: Scoperte 170-71. Sulla trasmissione delle lettere a Traiano cfr. lo stesso Merrill in Wiener Studien XXXI, 1909, 250-58. ^ Xll Panegyrici latini ree. G. Bàbrens, Lipsiae 1911, XII, XVI. 3 Cod. Eiccardiano 827 f. 2 v. 244 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV Pompeo Trogo, v. Giustino. Pomponio Mela. Noto al Clémangis (II 82), al Pastrengo (14), al Petrarca (25), a Doni, di Bandino (II 189), a P. C. De- cembrio (206). Copiato a Basilea nel 1433 (135). Ponderibiis (de) carmen. I v. 1-163 copiati in codici del sec. xv (135). Il testo intero scoperto a Bobbio dal Gal- biate nel 1493 (163). In taluni codici porta il nome di Remìns Pavinius. ^ ps. PoRCiTJS Latro, presunto autore di una Catilinaria, v. ps. Cicerone. PoRFiRiONE. Commentum Horati. Estratti scoperti dal Cu- sano prima del 1432 (II 25). Scoperto da Enoch nel 1454 e. nella cattedrale di Augsburg (140, 142).* Un altro codice, Va- tic. 3314, rinvenuto da Ag. Patrizi (148). Raffaele Regio, nel suo Porfirione, stampato ' Venetiis 1481 ' afferma : unicum enim ex antiquis (exemplaribus) duntaxat invenitur. Sarà stato l'e- semplare di Enoch? Il Minuziano nella sua ediz. di Orazio con commenti ' Mediolani 1486 ' ha fatto uso di un ' Porpbyrio quidam antiquissimus '. PoRTUNiANO. Citato da Gio. Saresberiense (20). Possidio. Catalogo delle opere di Agostino. Noto al Pa- strengo (215). Prccatio terre. Precat io Ae r 6 arwm. Scoperte dallo Zerbi nel 1474 (147, 148). Priapea (ottanta). Scoperti dal Boccaccio, che li aveva attribuiti a Vergilio (31, 32-33; 41): tale attribuzione divenne poi comune. Noti al Polenton. ^ Una scelta di quaranta stam- pati dal Bussi nell'ediz. romana di Vergilio del 1469, la rac- colta intera, più ' Rusticus aerari' e ' Quid hoc novi est ' nella 2* ediz. del 1471. Ug. Pisani li escludeva dalle lezioni pub- bliche (201). Prisciano. Institutiones. Molto note: in Germania (19; II 15), in Inghilterra (II 9), in Francia (II 32, 76), in Italia (8, 1 A. Riese Anthol. lat. 2* ediz. n. 486. 2 Cfr. P. loai'liimsohn Die ìmmanist. Geschichtsschreib. in Deutschìand- Sigismund Meisterlin, Bonn 1895, 33, donde sì rileva che Enocli mostrò in Augsburpf al Meisterlin il Porfirione trovato ivi. ' K. Sabbadini in Studi itaì. di fllol. class. XV 260. cap. IV) AUTORI LATINI 246 14, 2i, 104, 165, 219; II 4, 44, 89, 98, 176). — Ve numero et pondere. Presso Aniplouio (Il 15). — Partitiones XII ver- suum Aeneidis. Presso Amplonio (II 15). Scoperte a S. Gallo (79). — In carmina Tercntii. Presso Amplonio (II 15), il Can- telli e Guarino (98). — De noni, pronom. et verbo. Posseduto da L. Valla (123). — De laude Anastasii. Scoperto a Bobbio dal Galbiate nel 1493 (163). — Periegesis. Trovata a Fulda nel 1417 da Poggio, come risulta dal Commentarium del Nic- coli (II 192): In monasterio fuldensi: Prisciani (Tramma- tici opus quod dicitur Perigesis hoc est descriptio orbis terre. Veduto a Padova presso P. Leoni nel 1491 dal Poliziano, il quale scrive (cod. Monac. lat. 807 f. 60): Die XI iulii 1491, hora 10 Patavi, contuli Priscianum De situ orbis anti- quissimum, qui erat Petri Leonis medici excellentissimi. ps. Pkisciano. De accentibus. Noto ad Amplonio (II 15), al Pastrengo (14), al Tortelli ecc. (133). v. Dionigi Periegeta ; Ermogene, (autori greci). Pkobo. Instituta artiiim. Scoperti da Poggio a Fulda nel 1417 (81; II 192-3). Presso Hartmann Schedel (II 30) e nella biblioteca di Pio II (81). — Catholica. Scoperto dal Galbiate e dal Parrasio a Bobbio (158, 159, 102). — De nomine. Sco- perto a Bobbio (102). — Notae iuris. Scoi)erte, pare, da Ci- riaco;! il codice più antico appartenne al Pizolpasso (121). ^ Può sorgere il sospetto che non il Pizolpasso derivi il testo da Ciriaco, ma viceversa. Ciriaco nomina molti illustri perso- naggi veduti in quell'occasione (novembre 1442) a Milano: perché tace dell'arciv. Pizolpasso? ps. Probo. De ultimis syllabis. Scoperto a Bobbio (162). — Commento a Giovenale. Scoperto da G. Valla (149, 212) ; so- spettato dal Poliziano e dal Pasi (169). Scrive il Filelfo in una lettera autografa a Cicco Simonetta del 6 (?) settembre 1472:^ ' Commentariorum Cyriaci nova f'ragmenta, Pisauri 1763 (pubblicati ila A. degli Abati Olivieri) 1 n. ' Valerii Probi notas iuris'. '' Il Pizolpasso mori nel febbraio 1443 fcfr. Archiv. storie. Lomb. XXXVII, 1910, 221). ■i Archiv. di Stato di Milano. Autografi, lettera di P. Filelfo e (?) sett. 1472. Pubblicata malamente dal Benadduci in Atti e memor. r. deputai, ttor. per le Marche, Y, 1901, 192. 246 RIASSUNTO FILOLOGICO (jap. iv Magnifice compater... Praeterea ve pregho me mandate quelli tre 0 vero doi quaderni che sono di Probo in Giovenale, li quali, secondo me ha dicto messer .Io. .Tacomo, è dietro al luvenale. S[ub]ito li farro transscrivere o vero li transscrivero io medesemo. Vale. Ex Mediolano (Y?) I septembris 1472. Plii- lelfus. Maffnifico militi et sapientissimo ducali secretano d. Ciccho compatri honorandissimo. Papiae. A Pavia, dove il Filelfo s'indirizza, insegnava allora Giorgio Valla, che vi tenne cattedra dal 1466 al 1476. ^ — Commento a Persio. In Urbino (169). Noto al Pasi (149, 169) e a Hartmann Schede! (II 30). — Commento alle Bucoliche e Georgiche di Vergilio. Noto nella seconda metà del sec. xv a Cinzio da Ceneda, al Leto e al Poliziano (133, 168). Ce Io conferma l'esemplare Pa- rigino dell'incunabulo di Vergilio postillato dal Poliziano, il quale col nome di Probo reca molte note corrispondenti al commento probiano.* Nuovamente scoperto a Bobbio dal Gal- biate nel 1493 (133, 161Ì. Properzio. Noto in Francia nel sec. xiii a Kiccardo da Fonrnival e dalla Francia l'ebbe il Petrarca (23; II 184). » Il cod. Laur. 36,49 appartenne al Salutati (11 184). In Pavia nel 1360 (? II 121). Noto al Loschi (II 123), a Dom. di Ban- dino (II 184), al Panormita (103). Copiato dal Fontano. * Il ' cod. Neapolitanus ' (iV) fu posseduto da B. Valla (147, 153), collazionato dal Poliziano (153, 154). N non è di origine ita- liana, ma proviene forse da Metz o da quelle vicinanze. ^ \]g. Pisani lo escludeva dalle lezioni pubbliche (201). Proprietatibus (de) liher (medievale). Adoperato da Benzo col nome di Isidoro (II 130'i. Prospero d'Aquitania. Noto ad Amplonio (II 15), al Co- lonna (II 55), al Clémangis (II 80). ' F. Gabolto Giorgio Valla e il suo processo a Veneiia, estratto dal N. Archiv. Veneto I, 1891, 3-4. « I. Aistermann De M. Valerii Probi Beriitii vita et aeriptis, Diss. Bonn. 1909, 78. 3 Cfr. K. Sabbadini in Uendic. del r. Istit. Lomb. di se. e lett. XXXIX, 1906, 884 e M. Manìtius in Rhein. Mus. XLVII Erg. heft. 8. * G. Filangieri Documenti ecc. IH 55. 5 B. L. llllnian in (Jlassical philology VI. 1911. 288. cap. IV) AUTORI LATINI 247 Proverbia Graecorum. Scoperti dal Cusano (II 25). Prudenzio. Noto ad Amplonio (Il 15), al Colonna (li 55), al Clémangis (Il 80), al Dominici (Il 177), a Dom. di Ban- dino (II 185). Pochi carmi presso il Petrarca (28) ; frammenti mandati dal Bossi al Poliziano (154). Copiato dal Sinibaldi nel 1481 (170). Scoperto dal Galbiate a Bobbio (160, 161), dal Parrasio altrove (170). PuBLiuo (nel medio evo Publio) Siro. Sententiae. Note al florilegista del 1329 (2; II 93) e forse al Pastrengo (8, 9): il cod. Veronese aveva una collezione più ricca d'ogni altra (II 93). Estratti scoperti dal Cusano (113; II 25). Andavano comunemente sotto il nome di Seneca col titolo di Proverbia (113, 220; Il 14, 178); ma il Petrarca i s'era già accorto che alcune sentenze dei Proverbia Senecae ricorrevano in Macro- bio 2 col nome di Piibiilio (Publio). Il Colonna contesta la pa- ternità di Seneca (II 57). Quaestiuncula inter Hadrianum et Epictetum. Scoperta da P. Donato a Spira nel 1486 (120). Querolus (riduzione tardiva AqW Aultil. di Plauto). Noto al florilegista del 1329 (II 92), al Petrarca (24), a Gio. Cor- vini (86, 74), a Gio. Conversino e a F. Barbaro (36). QuiLiCHiNUS (Vilichinus) da Spoleto. Compose nel 1236 in distici la storia di Alessandro Magno. Noto a Dionigi (II 43). Quintiliano. Institutio oratoria. Il testo mutilo, ridotto ap- prossimativamente alla proporzione di otto o nove libri (13; II 57), fu noto al Bury (II 9), al Montreuil (II 68), al fiori- legista del 1329 (II 05), al Pastrengo (13j, a Dionigi (II 40), al Colonna (II 57), a Lapo e per suo mezzo al Petrarca (25, 26; II 168). a Dom. di Bandino (II 185), al Dominici (II 177), al Panoriiiita (99). 11 fragmentum di Gio. Conversino (36) forse era del libro X, come nei codd. Parig. 7231 f. 60, 7696 f. 123 v. (II 85). — Testo integro. Scoperto dal Clémangis in Francia nel sec. tu (II 84-85): da lui l'ebbe l'Arese (? 36; II 60). Lo riscoperse Poggio nel 1416 a S. Gallo (78). L'anno dopo Poggio venne in possesso di un secondo esemplare (82). Il primo 1 Rer. memorami., Basìleae 1554, III 511. - Saturn. Il 7. 248 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV scoperto è l'attuale Turicensis, che restò a S. Gallo fino al sec xviii : apografi di esso sono il Vatic. Urbin. 327, l' Ambros. B 153 sup. (mandato a Gio. Corvini), il Harleian 4829 (di mano di Zomino), il Vindobon. 3135/ e il Vatic. Basii. H 11, 12 (?). Il secondo esemplare scoperto se lo portò seco; ora è perduto, ma ne rimangono apografi, p. e. il Laur. 4(5, 9 del 1418 e il Monac. lat. 23473. Poggio si servi del secondo esemplare per emendare l'antigrafo del Vatic. Urbin. 327. * Un terzo esem- plare integro scoperse il Capra nel 1423 (101, 104). Possedet- tero copie integre Cosimo de' Medici (183), io Jouffroy (195), il Pizolpasso. ^ Integro era in origine il famosissimo Ambros. E 153 sup., che fu posseduto da Gio. Barbavara (146). Il Laur. 46, 7 di Piero de' Medici viene da Strasburgo (117). ps. Quintiliano. Declamationes (maiorea) o Causae civiles. Molto note: in Germania (II 14, 23), in Francia (II 76), in Italia (13, 24, 37, 138, 170, 195, 220; II 23, 50, 57, 95, 154, 185). Furono volgarizzate dal Loschi. ' — Declamationes (mi- nore»). Scoperte pro'oabilinente dal Cusano prima del 1432 (II 23) e note ad A. Decembrio (138). Verso il 1471 le fece venire di Germania il Todescliini (142, 143). Di questo codice germanico abbiamo due apografi : il Cliigiano H VIII 261 e il Monac. lat. 309, sul quale fu condotta l'edizione dell' Ugoleto. Più antico e più completo è il cod. Mcntepessnl. 126 del sec. ix-x. Uebus (de) bellicis. Scoperto da P. Donato a Spira nel 1436 (119). Regiones urbis lìomae. Scoperte a Spira da P. Do- nato nel 1436 (119). Il Biondo ne trovò un esemplare nel 1455 a Montecassino col nome di Sextus Rnffus : ■' seppure un tal nome non lo congetturò lui. 1 Con la sottoscrizione: M. F. Q. institutionum oratoriarum ad Vic- torinum Marcellium liber ultimus (XII) expUcit. Quem feci scribi ego Antonius Bartholomei Franchi de Pisis Constantie a. d. M. CCCC. X VI: 2 A. Beltrami De Quintil. Insili, orat. codicibus in Memorie del r. Istit. Lomb. di se. e lett. XXII, 1911, 185-6. ■1 Scrivo P. C. Decembrio al Pizolpasigo: Hactenus Qiiintilinni tui libro» vidìsse ineminerani, nane me illos leRisse profiteor (cod. Riccanl. 827 f. 28 v.). < C. Marchesi II volgarizzamento italico delle Declamai, ps. Quintil. in Miscellanea di studi critici in onore di G. Mazzoni I 279-303. 5 Cfr. CugDoni in Atti della r. Aecad. dei Lincei Vlir, 1888, 687. cap. IV} AUTORI LATINI 249 ps. RuFFUS Sextus, V. Regiones. IluFiNjANO (Giulio). Scoperto da B. Renano (171). Rufino (d'Antiochia). In metra terentiana. Noto ad Am- plonio (II 15) e al Cantelli (97, 98). Rufino (d'Aquileia). In Hieronymum. Presso il redattore del cod. di Troyes (II 119). RuFio Festo Ayieno, V. Avieno. Rufo Festo. Noto al Pastrengo (12). RuTiLio Lupo. Schemata. Presso il Niccoli sin dal 1-121 (86, 87). RuTiLio Namaziano. Scoperto dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (160, 161). Ne possedè una copia '}\ Sannazaro (161, 165-66). Saceudote (M. Claudio), v. Plozio. Sallustio. Cenni biografici del Colonna (II 56). Bella. No- tissimi : in Germania (19 ; li 13), in Inghilterra (II 9), in Francia (II 34, 68, 81), in Italia (16, 24, 139, 165, 219 ; II 3, 44, 50, 56, 94, 102, 118, 155, 174, 177). — Epistulae et ora- tiones (tratte dalle Historiae). Forse le vide il Pastrengo a Verona nel cod. ora Vatic. 3864 (17, 216). Questo codice, ado- perato prima del 1455 da P. C. Decembrlo (17) e pia tardi dal Leto (145), venne copiato nel cod. Vatic. Urbin. 411 (17). L'Episfula Pompei stava anche in un codice ' antiquissimus et famosissimus ' del Pizolpasso, donde la trasse P. C. De- cembrio (17, 121). V. ps. Cicerone. Salomonis glossar ium . Stampato nel sec. xv (134). Salviano. De providentia (guhernatione) dei. Scoperto dal Cusano prima del 1432 (II 21) e da Greg. Correr in Ger- mania (119). La stessa opera posseduta dal Pizolpasso (122) nel cod. Ambro^. D 35 sup. ScAURo, V. Terenzio Scauro. Sedulio. Posseduto da Amplonio (II 15), dal Salutati, ^ da Dionigi (Il 44), dal Dominici (II 177). Carmen paschale e Hymni scoperti dal Parrasio (160, 170). 1 Epistol. II 145 del 138C. 250 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IT Seneca. Il Colonna lo credeva cristiano (II 57). Tutto il medio evo confuse in una persona sola i due Seneca, padre e figlio.^ Un primo sospetto s'affacciò al Petrarca, clie pensò a due Seneca sulla testimonianza, pare, di Marziale (II 178); tosto dopo si convinsero dell'esistenza di due Seneca il Salu- tati e il Boccaccio sulla testimonianza di Sidonio (Il 178). L'opinione del Salutati, talora modificata nei nomi, fu accolta da mólti altri. Ma dividevano, tra due Seneca o tra Seneca e un altro autore, le opere filosofiche dall' un canto, le tra- gedie dall'altro ; le Declaniationes continuarono a essere at- tribuite a Seneca figlio; solo in Eafifaele Volterrano leggiamo che alcuni le attribuivano al padre (II 178). Seneca padre. Declamationes. Cosi chiamavano gli estratti delle Controversiae. Molto note: in Germania (II 13), in Fran- cia (II 82), in Italia (13, 21, 37, 142, 184, 218, 220; II 50, 56-7, 94, 154, 178). — Suasoriae et Controversiae. Il testo in- tero scoperto dal Cusano e quasi a un tempo dal Bussi (112). Noto al Poliziano (156). Seneca figlio. Opere filosofiche. Notissime: in Germania (19; II 14), in Inghilterra (II 9), in Francia (II 32, 68, 82), in Italia (13, 24, 25, 26, 36, 41, 74, 184, 207, 220; II 3, 44, 50, 57, 60, 62. 94, 102, 122, 144, 154, 172, 178). Il famoso cod. Ambros. C 90 inf. dei Dialogi, sec. xi-xii, venne adoperato nel sec. xv, come mostrano postille marginali di più mani. — Tragoediae. Abbastanza note: in Francia (II 6/, 76, 82), in Italia (23, 184, 220; li 57, 62, 102, 122, 176, 178). Dionigi le commentò (II 38); Lovato ne dichiarò i metri (II 106); il Mus- sato ne scrisse gli argomenti e ne imitò la materia e i metri n&WEcerinis (II 112). Tutti seguivano il testo volgalo; il Po- liziano adoperò il cod. J]trnscus (152). ps. Seneca. T)e remediis fortuitornm. Presso il Montagnone (220), Amplonio (II 14) e altri. — Epistole a Paolo. Note al Montagnone (220), al Colonna (II 57), al Polenton (185). V. Martino da Braga; Publilio Siro. • Ciò imbarazzava i biografi per la cronologia ; P. P. Vergerlo ad os. asiiegnava a Seneca 118 anni di vita (Archeoprafo Triestino XXX, 1906. 3.55-56). cap. IV) AUTORI LATINI 251 Septem mira. Presso Qio. Corvini (74). Septem montes Romae. Nel cod. di Spira scoperto dà P. Donato il 1436 (119). Sereno Sammonico. Medicina. Copiata il 9 febbr. 1457 nel cod. Malatest. XXV sin. 6 da Francesco da Figline per uso di Malatesta Novello. Stampata da G. Valla (149). Sergio. Explanatio in TJonatum. Non ancora stampata integralmente (37). — De liitera. Copiato e stampato nel sec. XV (133; II 30). Veduto dal Poliziano a Venezia nel 1491 in un ' antiquissiraus codex ' di Gio. Gabriel: Commenta- rium Sergii grammatici de littera.^ Scoperto a Bobbio nel 1493 (163). ps. Sergio. De arte grammatica. Scoperto dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (163). Servio. Spesso scambiato con Sergio. Commentarii in Ver- gilium. Abbastanza noti: in Germania (II 14), in Francia (II 68, 82), in Italia (14, 32, 33, 104, 138, 168, 206; li 103, 139, 183). Il testo allestito da Piero di Parente (II 166) è nel Ver- gilio petrarchesco dell'Ambrosiana (25, 38, 40). 11 Poliziano adoperò il famoso cod. Vatic. 3:Jl7 (154). La redazione danie- lina fu nota per le Bucci, e le Geor. al Leto.^ — Centime- ter. Noto ad Amplonio (II 15), al Salutati (34). Veduto dal Po' liziano a Venezia nel 1491 in un ' antiquissimus codex ' di Gio. Gabriel : Marii Servii grammatici de generihus metro- rum.^ — De finalihus littcris. Copiato e stampato nel sec. xv (133). Scoperto a Bobbio (162, 163). — Comment. Donati. Noto al Pastrengo (14), ad Amplonio (II 15). L. Valla ne trovò a Benevento un testo più copioso di quello a noi conosciuto (123). — Glossae. Scoperte dal Cusano (112). Settimio, v. Ditti. Severiano Giulio. Principia artis rhetoricae. Trascritto nei codici Ambros. A 36 inf. e D 17 inf. del sec. xv (130). • Cod. Monac. lat. 807 f. 67. Nota quindi il Poliziano: Item conìatio de ratione metrorum euius principium : ' Quot sant genera metrorum '. Non conosco qnest' opera. 2 V. Zabiighin Giulio Pomponio Leto, Grottaferrsta 1910. II 71. ^ Cod. Monac. lat. S07 f. 67. 262 RIASSUNTO FILOLOGICO (tap. IV Sextus Platonicus. I)e bestiis (opera medica). Scoperto dallo Zerbi (147, 148). SiDONio Apollinare. Epistulae. Note al Bnry (II 8), al liorilegista del 1329 (II 97), al Cavallini (II 50), al Colonna (II 55), al Pizolpasso (122). Il Petrarca ^ cosi ne giudica lo stile : Sales eius seu tarditatis meae scii illius stili obice non satis intelligo. — Carmina. Noti al Salatati (li 178). Siuo Italico. Scoperto nel 1417 da Poggio o a Fulda (Il 192) o a Costanza. ^ Se ne trassero copia tanto lui quanto Bar- tolomeo da Montepulciano (80). Dalla copia di Bartolomeo de- riva il cod. Vatie. Ottob. 1258.^ Un altro esemplare, riperduto, fu trovato il 1564 nel duomo di Colonia da Lud. Carrio. •• -- Gli 82 versi spuri (VITI 144-225) furono interpolati da Batt. Guarino o più probabilmente da Giacomo Costanzo (180, 181-2). Simmaco. Epistulae. Note al Colonna (II 57) e al Pastrengo, il quale confondeva l' epistolografo col nipote, suocero di Boe- zio (13). SiNFOSio. Aenigmata. Trascritti in codici del sec. xv (126). Solino. Assai noto: in Germania (II 14), in Francia (II 68), in Italia (12, 13, 24, 157, 170; II 4, 44,50, 102, 142, 154, 176, 177). Ne scopri uno il Capra nel 1423 col titolo Onnesta mundi (101, 104): ma avrà equivocato con Orosio. L'esemplare por- tato di Francia dal Sannazaro aveva nel titolo: 'ab ipso edi- tus et recognitus': donde l'illusione che fosse autografo (139, 165). Stazio. Il Colonna gli dava per madre Agilia e lo credeva cristiano (II 55). Nel medio evo facevano una persona sola di Stazio il poeta napoletano e di Stazio il retore tolosano; Stazio ' Fam. praef. p. 21 Fracass. • ' In quapiani turri ' scrive L. Gyraldus Diaì. de poet. hist. IV, Ba- 8ileae 16S0, II 177, il clie farebbe pensare alla torre di S. liallo, nella ijuale Poggio e compagni trovarono tanti codici. Ma «iova notare che l'unica menzione di Siilo trasmessaci dal medio evo occorre in un catalogo per l'appunto di Costanza del sec. ix : Sili volutnen (M. Manitius in Rhein Mus, XLVII Erg. heft 60). 3 R. Sabb.idini in Mivista di fìlol. X.X.\IX, 1911, 241-2. * P. Lehmann Franciscus Modius ah Handschriflenf'orsclier, Miincbea 1908, 89. cap. IV) AUTORI LATINI 263 fn da taluni confuso anche con Cecilio Stazio comico (li 140, 159). Nella Thebais si voleva vedere un' allusione alle gelosie fraterne di Tito e Domiziano (II 55). L'Aehilleis chi stimava incompiuta, come Ugo di Trimberg (II 187), Dante (II 100, 141), Benzo (II 141), il Mussato (II 113), Piero di Dante (li 100), chi compiuta, come il Petrarca, il Nelli, Dom. di Bandino, il Eambaldi (Il 187). Per farla credere compiuta un interpola- tore divise il moncone in cinque libri e vi aggiunse alla fine- un verso di chiusa (II 100, 141, 166, 187). i II Filelfo dimostrò filologicamente che è incompiuta (II 187-8). — Thebais; Achiì- leis. Entrambi i poemi notissimi: in Germania (II 18, 187), in Francia (li 32, 67, 81), in Italia (11, 23, 220; 1144,55,92, 100, 106, 113, 151, 152, 166, 174, 176, 186-8). I testi di Benzo (II 141) e di Piero di Parente (II 166) erano chiosati. — SU-, vae. Scoperte da Poggio nel 1416 o 1417 (82). Sono copiate, insieme con Manilio, da un amanuense tedesco nel cod. Ma- trìt. M 31, che una volta comprendeva anche Silio. ^ Il cod. Laur. 29, 32, adoperato dal Ponzio e dal Poliziano, reca la Silva II 7 tratta da un esemplare diverso dal Poggiano (150). Famoso l'incunabulo Corsiniano deUe Silvae collazionato dal Poliziano (153).» Sdlpicia. Heroicum carmen. Scoperto dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (158, 160, 161). SuLPicio Severo. Vita b. Martini. Nota al Pastrengo (9, 10), al Clémangis (II 80), a Greg. Correr (119). Sui.picio Vittore. Instit. oratoriae. Scoperte da B. Re- nano (171). SvETONio. Caesares. Notissimi: in Inghilterra (II 9), in Francia (II 34, 68), in Italia (12, 24, 74, 87, 122, 152, 153; II ' SI veda p. e. questa sottoscrizione del cod. Vindobon. 267 (Endlicher CCLV) f. 31: F.xplicit liber Statii Achilleydos cuius libri sunt quiiiqne et per consequens totuni eius opus. Scriptum est inanu mei loliannis ser Antonii Pauli de Gualteiiis de Gualdo sub anno domini MCCCCXXXI die XX mensis augusti. 2 P. Tliielscher De Statii Silvarum Silii Manilii scripta memoria, Diss. Tubing. 1906, 11. 3 A. Klotz nella seconda edizione delle Silvae, Lipsiae 1911, p. LXXXII- XC sostinne che il Poliziano non ebbe tra mano il codice antico, ma il Ma- trit. M 81. 2B4 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. ly 39, 44, 50, 89, 102, 142, 155, 172, 177). Il Poliziano vide un ' vetustissiraum exemplar' in Vaticana (154). — De grammor ticis et rhetoribtis. Scoperto a Hersfekl da un monaco ano- nimo (108) e un po' più tardi dal Cusano (II 25-26): portato di là in Italia da Enoch nel 1455 (141). In quello stesso anno vide a Koma il codice e lo descrisse P. C. Decembrio (141, 16G). Posseduto dal Pontano (148), da Hartmann Schedel (II 30). ps. SvETONio. Versus de XTI ventis ' Quatuor a quadris venti flant partibus orbis': riduzione poetica di materia trat- tata da Svetonio.Scoperti dal Cusano (II 21). Pubblicati la prima volta dal Kitschl in Ehein. Mus. I, 1842, 131. — Opu- scolo scoperto da Gentile da Urbino e attribuito a Svetonio (148). Finta scoperta di un'orazione (174). , Tacito. Il Pastrengo non lo conosce, ma afferma che fu bi- bliotecario di Tito {8). AnnalesXI-XV 1, Historiae I-V: nel cod. Laur. 68, 2. Il codice proviene da Montecassino, donde lo sottrasse il Boccaccio (29-30, 31, 33, 212, 213). Lo conob- bero il Kambaldi (II 15*3), Dom, di Bandino (II 184), P. C. Decembrio (105). — Annales I-VI: nel cod. Laur. 68, 1. Questo codice fu portato di Korvei a Koma nel 1508 (161, 171, 212, 213). — Agricola, Germania, Dialogus. Scoperti nel 1425 da un monaco anonimo a Hersfehl (108-109), donde poco dopo il Cusano si copiò l'Agricola (II 25-26). Portò le tre opere a Roma Enoch nel 1455 (109, 140-41) e ivi le vide in quell'anno stesso e le de8cri.sse P. C Decembrio (141, 166). Il cod. Leid. col Dialogus e la Germania è autografo del Pontano (148).^ La Oermania presso Hartmann Schedel (li 30). Otto fogli àeWAgncola del cod. originario di Hcrsfcld (del sec. x) sono ritornati recentis- simamente in luce a Iesi (141-42).* Teodoro Pkisciaxo. Genecia. Trovata a Milano dal Lamola 1 G. Wissowa Zur Biurteiìung der Leidener Germania-Us, Miinchen 1906, 2 Io crede apografo del cod. Hont.nniano; in.T io sono di contrario av- viso; cfr. l'Ile american Journil of philul. XXXIV, 1913, 13 n. 1. ' Vedi L'Agrieoht e la Germania di Cokii. Tacito a cura di C. Anni- baldi, Città di Castello 1^07; p. 87 102 il testo de»;!) otto fogli antichi. Dello stesso; La Germania di Corkeiio Tacito, Leipzig 1910; a p. 5-15 è tentata la ricostruzione dell' intero codice primitivo hersfeldese. eap. IV) AUTORI LATINI 256 (103). — Euporiston. Copiato in un cod. del sec. xv (129) col falso nome di Octavius Oratianiis. Nell'inventario di Ferdi- nando I d'Aragona del 1481 porta il titolo Prisiani Medicina.^ Terenziano Mauro. Scoperto dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (158, 168, 212). Terenzio. Nel medio evo fu comunemente confuso con Te- renzio Culleone, dietro l'errore di Orosio (II 55, 67, 101), er- rore rilevato e corretto dal Petrarca. ^ Notissimo: in Germania (19; II 12, 27, 28), in Inghilterra (II 9), in Francia (II 63, 67, 76, 80), in Italia (11, 23, 36, 88, 165, 220; II 55, 62, 92, 101, 114, 152, 159, 172, 174, 177). Il cod. Ambros. H 75 inf. con le figure fu adoperato nel sec. xv (126); il Laur. 38, 24 entrò nella collezione di Lorenzo il Magnifico (12i3). Il cod. Bembino fu venduto da Porcellio a Beni. Bembo (146): lo vide a Venezia il Poliziano (155). Gasp. Barzizza estrasse le sententiae (37). Terenzio Scauko. Testo integro trascritto in un cod. del sec. XV (133-34). Tertulliano. Apologeticus. Presso il Bury (II 8), Amplonio (II 15). Lo leggeva il Dominici nel 1405 (II 177). Lo scoperse Poggio nel 1417 (80) a Fulda con un'altra opera. Leggiamo infatti nel Commentar ium del Niccoli (II 192): In monasferio fuldensi: Septimi Tertulliani Apologeticuw,, preda- rum opus. Eiusdem Tertulliani adversus iudaeos: liber magnus ut Boetius de consolatione. ' L'aveva nel 1424 il Niccoli che aspettava altre opere da Cluni (87) e più tardi T. Ugoieto.* — Opera. Il Clémangis vide ' aliquot vohunina ' (II 80). Le fece copiare in Germania, a Pforzheim, nel 1426 Giordano Orsini in due volumi, i quali formano ora il cod. Magliabech. Conv. * H. Omont in Bibliothcque de Vécole des Charles LXX, 1909, 456 ss. * R. Sabbadìni in Studi ital. di fiìol. cìass. II 28, V 310-12. 3 I due Tertulliani furono riscoperti dal Modius (P. Lehniann Franci- scus Modius, Mtinchen 1908, 80), le cui collazioni vennero comunicate da F. Innius nella sua edizione di Franecker 1597. Si son salvati 10 fofjll del- l'ar/u. Iudaeos nel cod. Parig. lat. 13047 (E. Kroyniann in Rhein. Mus. LXVllI, 1913, 1:M). < A. del Prato Librai e biblioteche parmensi del sec. X V, Parma 1905, 40. 256 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV soppr. VI 10. I due. volumi furono copiati dal Niccoli nel cod. Magliab. Conv. sopp. VI 11 e poi entrarono in suo possesso. A questa silloge manca VApologeticus.^ Il Parentucelli nel 1433 scopri in Germania ' tucte le opere ' in due volumi (115), che for- mano ora il cod. Magliabech. Conv. soppr. VI 9, di mano tran- salpina: anche di esso s'impadroni il Niccoli.* Questa silloge contiene V Apologeticus. Da una famiglia diversa deriva il te- sto del Parrasio, in due volumi, uno il Vindob. 4194, l'altro il Napolet. Nazion. VI C 36: anche qui c'è V Apologe- ticus. ^ Testamentuni Porcelli. Nel cod. Malatest. XXVI sin. 1, appartenuto a Malatesta Novello, morto il 1465. Veduto da me in un codice del pistoiese Ganucci, contenente la raccolta epigrafica di Gio. Marcanova con la dedica al medesimo Ma- latesta in data M.CCCC.LXV. Presso il Ponzio (150). TiBERiANO. Trascritto in codici del sec. xv (126). Tibullo. Conoscevano il testo intero in Francia nel sec. xiii Geroud (II 33), Kiccardo di Fournival,'' Vincenzo di BeauvaiS,^ il Clémangis (II 80). E a un testo integro anziché ad estratti attingevano in Verona il florilegista del 1329 (2, 16; II 93) e il Pastrengo (16, 19. 22). Da quel codice della Cajìitolare veronese si staccò probabilmente il 'fragmentum Cuiacianum', da III 4, 65 e. alla fine, passato poi nelle mani dello Scali- gero e indi riperduto. È certo infatti che quel 'fragmentum' fu adoperato in Italia durante il sec. xv." Il Salutati possedè il cod. Ambros. K 26 sup. (35), venuto poi in possesso de' Me- dici (183). Ebbe Tibullo il Panormita (103); il Fontano ne pos- sedè una copia membranacea. " Collazionato dal Poliziano sul- l'ediz. del 1472 (153). Ug. Pisani lo escludeva dalle lezioni pubbliche (201). • E. Kroymann Die Tertullian-Ueberlieferunf/ in Italien in Sitmngsber. der k. Akad. der wiss. in in'«n 138, 1898. 3 Ahh. 13-u. • Kroymann 12. ^ Kroymann 26-27. < M. Manitius in Khein. Mus. XLVIl Krg. lieft 3. 5 Spec. doctr. V 14, 73 ecc. '■ Albii Tibulli Elegiae ed. E. Hiller, Lipgiae 1886, p. v. " 0. Filnn^ìeri Documenti ecc. Ili 54. cap. ivr*- ;- AUTORI LATINI 257 ps. Tibullo. Gli s'attribuì l'epistola ovidiana di Saffo a Faone (176). Tiziano, commentatore di Vergilio, citato da Servio: nomi- nato abusivamente dal Leto e da Cinzio (168). Traiano. Epistalae, v. Plinio il giovane. Triglossum, v. Lyra. Vacca. Commento a Lucano. Posseduto dal Petrarca (25, 39-40). Valeriands. Citato da Piero di Dante (II 103). Valerio Placco. Argonaut. I-IV 317. Questo frammento fu scoperto nel 1416 a S. Gallo da Poggio, che se lo copiò nel cod. Matrit. X 81 (78, 79). L'apografo del Montepulciano; in data S. Gallo 16 luglio 1416, s'è perduto, ma ne conserva co- pia il cod. Vatic. Ottob. 1258.1 II cod. Vatic. 3277 (sec. ix) col testo integro fu venduto in Firenze verso il 1485 dal Sassetti a T. Ugoleto, presso cui lo videro il Ponzio e il Poliziano (151, 156, 170). Il Sassetti l'aveva portato forse di Francia. L' Ugo- leto l'acquistò per conto del re Mattia. ^ N'ebbe un apografo il Fontano (148), ora cod. Monac. lat. 802. Valerio Massimo: l'autore dallo 'stile tragico' (Il 152), il ' principe dei moralisti ' (II 158). Notissimo : in Inghilterra (II 9), in Francia (II 68, 76, 81), in Italia (12, 24, 36, 219; II 3, 4, 47, 56, 94, 102, 118, 152, 155, 172, 177, 193). Com- mentato da Dionigi (II 38) e dal Cavallini (II 47). Gio. d'Andrea ne compilò i sommari (II 158). Volgarizzato in francese da S. Hesdin (II 34). Valerii (Marci) Maximi. Liber 5 bucoUcorum (?). Presso Amplonio (II 12). Varrone. De re rustica. Noto al Montreuil (II 68), al flo- rilegista del 1329 (2; II 94), al Pastrengo (15), che forse ne aveva una copia di suo (22), al Polenton (184). Lo possedet- > R. Sabbadini in Rivista di filol. XXXIX, 1911, 241-42. 2 A. del Prato Librai e biblioteche parmensi 12. Prima che il Vatic. 3277 fosse portato in Italia, ne dovette giungere d'oltr'alpe qualche copia, perché ad es. l'apografo Vatic. Reg. ISSI porta la data del 1468: Finis, Pomponio praeceptore. Luce XX V iulii 1468 saliUis christianae, aetatis meae 21. Sul detto Vatic. e suoi apografi vedi C. Valeri Flacci Argon. ed. 0. Kranier, Lipsiae 1913, p. XI ss. K. Saiìbadini. 17 258 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV teio il Petrarca (25), Dom, di Bandino (II 184), Gio. Corvini (74), il Sassetti (165). Il famoso ' Florentinns ', perduto, fu noto forse al Niccoli (87), certo al Poliziano (152). i— T)e lingua latina. Scoperto a Montecassino dal Boccaccio, che lo asportò di là (30-31, 33, 213). II Petrarca conobbe il libro V (25, 30) e il VI;2 il Salutati il lib. V;» Lapo il V (II 173); Dom. di Ban- dino un 'volumen magnum ' (II 184, 188). Noto al Panormita (103), al Polenton (184). Lo possedette Gio. dal Moiin (218). — De rebus divinis et humanis. Il Petrarca s'era illuso d'averlo posseduto (27). ps. Vakrone. Un'opera aromatica presso il Petrarca (25). — Sententiae Varronis.* Note al florilegista del 1329 (II 94-5) e al Petrarca (II 46). Vegezio Kenato. T)e re militari. Abbastanza noto: in Ger- mania (II 14), in Francia (II 68), in Italia (14, 25, 207, 219 ; II 3, 44, 50, 94, 126, 154, 177). Trovato da Poggio a S. Gallo (80). — Mulomedicina (o De mascalcia, coni' è chiamato nel cod. Magliabech. XV 39 del sec. xv). Posseduta da Piero de' Medici, da Giord. Orsini (?), dal Platina (129). Volgarizzata (129). V. ps. Cicerone De re militari. Velio Longo. De ortìiograpìiia. Scoperto dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (158, 162). Velleio Patercolo. Scoperto da B. Renano nel 1515 a Mur- bach (164, 171, 212). Venanzio Fortunato. Scoperto dal Cusano (II 26). Lo pos- sedeva Angelo Catone arciv. di Benevento in un codice ' ve- tnstus' consultato dal Poliziano a Firenze nel 1494.'' Ventis (de). Carme trascritto in codici del sec. xv (126). ' Si ritiene comunemente che tutti gli apografi recenti derivino dal Florentinus; m:i II. .bollóri (in I'7ener SUtdien XXXV. 1913, 7.">-l]-2i pare abbia dimostrato obe il Viiidoboii. :5:) ne è indipendente. « R. Sabbadini in Kendic. del li. Istit. I.omh. di se. e hit. XXXIX, 1906, 38 <. •' Salutati Kpistol. IV, I p. 162 del 1406 * pretium quasi peritinm ', cfr. Varr. L. L. V 177. ' Ripubbliratu dì su codici dei sec. xiii, xiv e xv da P. Oermann Die sog. Sententiae Varronix, Paderborn 1910. ^ C. di Pierre in Giorn. utor. della ìetter. Hai. 55, 1910, 8. cap. IV) AUTORI LATINI 259 Vergilio. Etimologie del suo nome (155-56). ^ Racconti fa- volosi sulla sua vita e sulle opere (II 2, 8, 55).* Pietole suo paese natale (II 132, 190). Alcuni collocavano la sua moite a Taranto (lì 167).^ — Bucolica, Georgica, Aeneis. Notissime: in Inghilterra (II 8, 9), in Germania (II 12, 27), in Francia (II 32, 34, 67, 76, 80), in Italia (11, 23, 103, 122, 165, 184, 206, 220; II 3, 4, 38, 44, 50, 55, 92, 100, 106, 111, 123, 139, 151, 1.52, 154, 166, 174, 177). Il famoso esemplare del Petrarca è nella bibliot. Ambrosiana (37-40). Codici insigni: F (Vatic. 3225) posseduto dal Fontano (148), poi da P. Bembo, indi da F. Orsini, che nel 1602 lo cede alla Vaticana.'' — R (Vatic. 3864) veduto il 1484 dal Poliziano nella Vaticana (154, 155, 169). — M (Mediceo). Fino al 1461 almeno appartenne alla badia di Bobbio, donde verso il 1470 venne trasportato nella chiesa di S. Paolo a Roma. Nel 1471 l'ebbe tra mano il Leto e da lui lo ricevette il Bussi, che se ne giovò fuggevolmente per la seconda edizione vergiliana del 1471. Da esso il Leto trasse gli scolii col nome di Aproniano. Per qualche tempo (1500-1507 e.) pare sia stato ricoverato nella Vaticana, donde fu sottratto e passò in mano di possessori privati, finché trovò dimora fissa nella Laurenziana (145, 167).^ ps. V?;RaiLio. Aetna. Adoperato nella scuola d'Orléans del sec. XIII. •' Secondo il Giraldi il Petrarca lo possedè: extat item de Aetna monte... ex antiquissimo certe et castigato codice, qui Francisci Petrarchae fuisse creditur. " Stampato dal Bussi nel 1471 su copia del Leto. — Catalcpton. Scoperti dal Cusano prima del 1432 (II 21). Sono trascritti in codici italiani del sec. XV (126). Stampati dal Bussi nel 1471 sull'esemplare del 1 R. Sabbadiiii Le biografie di Vergilio antiéìie medievali umanistiche in Studi ital. di filol. class. XV, 1907, 238-40. ' Sabbadini op. cit. 244, 260. ■* Sabbadini 236-7. * Fragmenta et pictur. Vergiì. cod. Vatic. 3335 phototyp. expressa Romae 1899, 8-12. ' 5 R. Sabbadini Zur Ueherlieferungsgeschichte des Codex Mediceus in Rhein. Mus. LXV, 1909, 475-80. '■ Sabbadini Le biografie 242. ■ Aetna Carmen Vergilio adscriptum ree. M. Lenchantin de Guberna- tis, Angust. Taur. 191 1, 13-16. 260 RIASSUNTO FILOLOGICO (^ap. IV Leto. — Giris. Gli ultimi 88 versi scoperti dal Ciisjino prima del 1432 (II 21). Dalle storpiature del nome {Cirina, Stirino, Osiotim) con cui il Pastreugo, il Boccaccio e altri la citarono (11, 32) argomentiamo che non la conoscessero. 1 Stampata dal Bussi nel 1471 su copia del Leto. — Copa. Presso Amplonio (II 12). Nel cod. Universit. di Bologna 2221 del sec xiv f. 160. Stampata dal Bussi nel 1469 e nel 1471. — Culex. Ado- perato nella scuola d'Orléans del sec. xiii. '^ Noto al Petrarca (24), a Gio. Hesdin (li 3.5), al Boccaccio (31, 41). Stamjìato dal Bussi nel 1469 e nel 1471. — Dirae (e Li/dia). Scoperte dal Boccaccio (31, 41). Stampate dal Bussi nel 1469 e nel 1471. — Elegiae in Maecenatem . Scoperte da Enocli in Danimarca (140, 142). Stampate dal Bussi nel 1469 e nel 1471. — 'Est et non' (di Ausonio).^ Noto ad Amplonio (IL 12), al l'olen- ton. * Stampato dal Bussi nel 1469 e nel 1471. — Moretuni. Noto a Ugo di Trimberg, '' ad Amplonio (II 12), al Pastrengo (11, 38) e forse al Boccaccio (32). Copiato nel cod. Parig. 7989 del 1423. Guarino ne mandò una copia al medico Bernardo (97). Nel cod. di Abshurg 4." CCXVII al carme dcdicatorio di Guarino segue il testo del Moretum. Stampato dal Bussi nel 1469 e nel 1471. — Rosae (Ver erat, di Ausonio). Note ad Amplonio (Il 12). al Pastrengo (11), al Petrarca (24), al Polenton." Stampate dal Bussi nel 1469 e nel 1471. — ' Speme lucrum'. Noto al Polenton." — 'Vir bonus' (di Auso- nio). Noto ad Amplonio (II 12), al Polenton.** Stampato dal Bussi nel 1469 e nel 1471. Il famoso codice Vatic. 32-52 coi Septem ioca iuvenalia fu scoperto da B. JBembo (147). — De ' Sabbadini Le biografìe 243. 2 Ib. 242. 3 Già dal principio del .sec. xvi Marianjfelo Accorsi (Diatribae, Koiiiae 1624 f. 6.5') aveva avvertito clie i compoiiinienti ' Est et non ', ' Ter bino» de- ciesque', 'Ver erat', ' V'ir bonns' in alcuni codici erano attribuiti ad An- .<<onio. » Sabbadini Le biografie 2G0. 5 I. Hiimer in Siteunr/sher. der k. Akad. der ll'isx. in ìl'ien 116, 1888, p. 161 V. 60. " Sabbadini 260. ; Ibid. •< Ibid. cap. IV) AUTORI LATINI 261 hello nautico Augusti cum Antonio et Cleopatra. Posseduto da A. Decerabrio e poi riperduto (138-39). — Epistola a Me- cenate. Pinta da P. C. Decenibrio (176). V. Priapea. ViBio Se(ìuestre. Noto al Pastreugo (14). Lo jìossedettero il Petrarca (25), Dom. di Bandino (II 189), Gio. Corvini (74). Martino Salio uell'ediz. di Vibio 'Taurini 1500' scrive: Dura crranens gallicas bibliothecas i)ercurrereni, oecurrit milii Vibii Sequestris libellus magna quideni ex parte corrosus... ViNDiciANo. Genecia. Scoperta dal Lamola a Milano nel U27 (103). Trascritta a Basilea nel 1433 (117). — Epistula Pentadio. Copiata a Basilea nel 1433 (118). Nota al Poliziano (118, 156). Virici (de) illustribus, v. Aurelio Vittore e Plinio il giovane. ViTRuvio. Posseduto da Nic. Acciaioli di 4), dal Mon- treuil (II 68), dal Petrarca (25, 26), dal Boccaccio (30), dal Sassetti (165). Scoperto a S. Gallo da Poggio (79). Noto a P. C. Decembrio (206). Vittorino (Mario). Commento al De inv. di Cicerone. Presso Amplonio (II 14), Geroud (II 32), il Petrarca (25, 26i, Dom. di Bandino (II 183). — De ortìiographia (un frammento del- VArs). Noto a Gasp- Barzizza (36). — Ars grammatica (Keil VI 1). Scoperta dal Cusano (? II 22). Nota al Tortelli (179). — Un'altra Ars grammatica (Keil VI 187). Scoperta a Bobbio col nome di Palemone (163). Vittorino Massimo, v. Metrorius. Zknone. Sermones. Raccolti dal mansionario Giovanni (3; II 89) e da Leonardo da Quinto (4). Scoperti nella Capitolare di Verona da Guarino (97). Fatti copiare da E. Barbaro (197). Li possedeva Gregorio Corraro (Correr). ' ' Il Corralo in una lettera l'autografa) a Giovanni Tortelli scrive: Lae- tor librum Sanct! Zenonis placniaae Sanctissimo domino nostro, in quo scire vellem que opera Basylii et Gregorii Nazanzeni inserta sint... Veronae V marti! 14r,l (cod. Vatic. 3908 f. m). 262 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV iutori greci tradotti. Ai.EssANiJKO ÌIagno, V. ps. Callistcne. ps. Ammonio. Vita Aristotelis, tradotta nel medio evo. Nota al Waleys e a Benzo (II 13(3). Akato, V. Cicerone e Germanico. ps. Arato. Involutio sphaerae. Ea quae videntur. Reda- zioni latine scoperte dal Cusano (II 20). Aristotelis vita, v. ps. Ammonio. Aristotile. Le opere elencate dal Pastrengo (215-6). L'elenco fu pubblicato di sui codici Vaticani e illustrato da C. Cipolla in Miscellanea Ceriani 773-88. Le traduzioni latine antiche e medievali furono molto note: in Inghilterra II 8), in Ger- mania (II 12 copiosissima collezione), in Francia (II 32 copio- .sissima collezione, II 66, 70, 79), in Italia (9,62, 201, 203, 219; II 38, 43, 50, 54, 91, 100, 136, 165, 182). — Meteora. Tradotta dall'Aristippo (II 1;. — Volgarizzamenti francesi (II 34). ps. Aristotile. Oeconomica. Tradotti nel 1294 (219; II 91). Basilio. Traduzioni presso Amplonio (II 12), il Colonna (Il 54), trovate dal Pareutucelli nel 1427 (91). ps. Callistene. Le traduzioni e le riduzioni latine della storia di Alessandro Magno e della presunta lettera di costui erano molto comuni nel medio evo. Note a Benzo (II 137), a Dionigi (II 43). P. C. Decembrio le scopri nel sec. *xv come una novità (42, 102). Cirillo Alessandrino. Traduzioni possedute dal Pizolpasso (122). Clemente Alessandrino. Traduzioni note a Benzo, (II 137). Diogene Laerzio. Riduzione latina medievale col titolo De dictis philosophorum o J)e vita et moribus philosophorum o Cronica de nugis philosophorum. Esisteva sin dal sec. x; in parte fu ritradotta più tardi, nel sec. xii, dall'Aristippo (219). Il testo latino s'è perduto, ma fu spessissimo adoperato, con successive alterazioni e interpolazioni, dagli scrittori medie- eap. IV) AUTORI GRECI TRADOTTI 263 vali. Noto al Buriey (II 10), a Benzo (II 137), al tìorilegista del 1329 (II 91), a Dionigi (H 41), al Clémangis (II 79). Dionigi Akeopagita. Tradotto presso il Bury (II 8), Am- plonio (II 12), il Parentucelli nel cod. Vatic. 175. Dionigi Periegeta. Periegesis, tradotta da Prisciano. Nota a Ugo di Trimberg nel 1280. ' Scoperta dal Capra nel 1423 (102, 104). 11 Polenton l'attribuiva a Lattanzio Placido (185). DioscoRiDE. De herbarnm notione. Tradotto presso Benzo (II 137), Doni, di Bandino (II 182), a Pavia del 1426 (129). Riduzione alfabetica stampata nel 1478 (129). Ermogene. Praeexercitationes tradotte da Prisciano. Presso Amplonio (II 15) e fin dal 1421 presso il Niccoli (87). Esopo. Divulgatissima la riduzione medievale che va sotto il nome di liomulus. Nota a Benzo (li 137), al fiorilegista del 1329 (Il 91), al Cavallini (II 50), al Colonna (II 54), al Clé- mangis (II 79), a Doni, di Bandino (Il 182) ecc. II Pastrengo De origin. f. 25': Esopus poeta graecus ex attica urbe fa- bularum condidit librum, qnem Romulus quidam ex graeco transtnlit in latìnum. Eusebio. Historia ecclesiastica. Assai nota la traduzione antica: al mansionario Giovanni (II 89), al fiorilegista del 1329 (II 91), al Pastrengo (6), a Benzo (II 187), al Pizolpasso (122). — Be temporibus. La copia di Gregorio Corraro fu ri- chiesta da Niccolò V. Scrive infatti il Corraro a Gio. Tortelli in data Verone XXVIII octobris là'jl: Faciam quod iubet Sanctissimus d. noster. ut veniens Eusebinm de temporibus mecum ferani vel mittam, si qua me causa remorabitur.'* Galeno. Opere tradotte dal regino Nicola Deoprepio (71: II 3). Note a Ugo di Trimberg (19), al Bury (II 8), ad Am- |)lonio (II 12), a Guido da Bagnolo (II 165), al Cavallini (li 50), a Dom. di Bandino (II 188). — Dynamidia. Presso il Cusano (112). — Anffibalumtna. Copiati a Basilea nel 1433 (117, 118). ' Prisciu» (= Priseiamis) Sed librum perieiresis iiietrice gcribebat (I. Hiimer in SiUungsber. der k. Akad. der ìViss. in ìrien 116, 1888, p. 164 V. 174). •' Cod. Vatic. 3908 f. 118V (autografo). '264 RIASSUNTO FILOLOGICO (ca|>. IV Giovanni Damasceno. Tradotto da Bnrgandio. Citato dal Pastrengo (11). Presso Guido da Bagnolo (II 16.o) e il Paren- tucelli nel cod. Vatic. 175. Giovanni Grisostojio. Traduzioni note ad Aniplonio di 12), al Montreuil (II 66), al Clóniangis (II 79), al mansionario Giovanni (II 88), al florilegista del 1329 (II 91j, a Branda Castiglione (76). Poggio a Londra nel 1420 lesse ' XXXV lio- meliae stiper epistola Pauli ad Hebraeos ', ' VII homeliae in laudem Pauli apostoli' tradotte da Àniano e 'LXXXVIII homeliae in evanf/elium Ioannis ' tradotte da Burgundio.^ — Commentarius in actus apostoloruni. Tradotto da Burgun- dio (?). Noto al Colonna (II 54). Giuseppe Flavio. Noto nella traduzione latina al Bury(ll 8), al Montreuil (II 66), a S. Hesdin (II 34), a Benzo (II 187), al ilorilegista del 1329 (II 91), al Pastrengo (11), a Dionigi (II 43), al Colonna (II 54), a Piero di Dante (II 99). Presso A. Decembrio in un esemplare ' antiquissiraum in littera lon- gubarda ' (138). La copia del Petrarca (28) jìassò nelle mani di T. Fregoso (184). Gregorio Nazianzeno. Traduzioni presso il Montreuil (II 66), il Cusano (II 22), Greg. Corraro (II 261 n. 1). Gregorio Nisseno. De anima. Tradotto da Burgundio. Noto al mansionario Giovanni (II 89) e al Pastrengo (11). Hermas. Pastor- Scoperto dal Niccoli nel 1430 (91). Hermes Trismegistos. Traduzioni note al Cavallini (II 50). Ippocrate. Traduzioni note a Ugo di Trimberg (19), ad Amplonio (Il 12), a Dionigi (II 40), a Guido da Bagnolo (lì 165). — Dynamidia. Scoperti dal Cusano (112). — Epistola ad Antiochum. Copiata a Basilea nel 1433 (118). Ireneo. Coutra haereses. Il Parentucelli ne rintracciò un esemplare in Lombardia (91) e uno ne riportò di Francia (107). Isocrate. Exhortationes ad Deinonicum tradotte nel medio evo. Note al Biirley, al Montagnone, al Pastrengo (219), al florilegista del 1829 (II 91), a Piero di Dante (II 100\ a Doni, di Bandino (II 182). ' Poggii Kpist. coli. Tonelli l p. SO. Ciip. IV) AUTORI GRECI TRADOTTI 265 Okigene. Traduzioni note ad Aniplonio (II 12), a Benzo (II 137), al Traversali (93), al Pizolpasso (122j. Platone. Timaeus, tradotto da Calcidio. Noto ad Amplouio (II 12), al Montagnone (219), al florile^'ista del 1329 (II 91), a Lapo (Il 172), al Colonna (Il 54), a Piero di Dante (II 99), a Doni, di Bandino (II 188). — Menon e Phaedon tradotti dall'Aristippo. Noti al Monta^none (219), ad Aniplonio (II 12). — Phaedon noto al Bury (li 8), a Doni, di Bandino (II 188). Plutarco. Vitae. Tradotte nel sec. xiv in ^reco moderno e dal De Heredia fatte ritradurre in aragonese (II 59, 182). ps. Plutakcg. Institutio ad Traianum. Trasmessa da Gio- vanni di Salisbury (175). PoKFiRio. Traduzioni presso Aniplonio (II 12). Pkisciano Lidio. Quaestiones. Nella redazione latina note al Pastrengo (14). In Urbino (135). Proclo. Traduzioni note al Montagnone (219). — Elemen- tatio theologica tradotta dal Moerbeke. Presso Aniplonio (II 12). Simplicio. Super praedicam. Aristotelis. Noto nella tradu- zione a Dionigi (Il 40). Teofkasto. T)e nuptiis. Transuntato da Girolamo adv. Io- rinianum I 47. Noto al Montagnone (219) e a tutti gli stu- diosi di Girolamo. Tolomeo. Traduzioni note a Geroud (II 32), al Bury (Il 8), ad Ani])lonio (II 12), al Montagnone (219), a Piero di Dante (II 100), a Guido da Bagnolo (II 165), a Doni, di Bandino (II 188). — Almagestum tradotto dal greco in Sicilia nel sec. xu (II 1). ERRATA-CORRIGE ERRATA CORRIDE p- 7 linea 16: Roberto Riccardo p- 23 nota 120: Merril Merrill p- •24 n. 122 l. 9: Ann. I-V Ann. 1-Vl p- 27 ?. 21: Trithermius Trithemius p- 32 l U: Jeroiid Geroud p- 63 l. 20: Coiirtemisse Courtecuisa p- 106 n. 1 l. 2: 1341 1241 p- 187 n. 47 Z. 9 : 1888 Wien 1888 p- 192 n. 8 ?. 1 : O'ermania Germanie GIUNTE p. 3 n. 9. Aifgiungi : F. Lo Parco Niccolò da Ueggio antesignano del risorgimento dell'antichità ellenica nel sec. XIV, Napoli 1913 (estratto da- gli Atti della r. Accad. arch. leti. art. di Napoli, N. S. II, 1910), donde rileviamo che non si cono.scono traduzioni aristoteliche di Nicola. p. 35. l. 9. A Orléans studiò anche Gino da Pistoia (L. Chiappellì in Bollettino stor. pistoiese XII, 1910, 129-33). p. 47 l. 6. La PoUstoria del Cavallini esiste nel cod. Gudiano lat. 2° 47 (Wolfenbiittel), nienibr. sec. xrv, di fogli 85 a due colonne, col titolo : In- cipit pì'Ologus Polistorie lohannis Caballini de Cerronibus de Urbe, apo- Ktolice sedis scriptoris, de virtutibus et dotibus Romanorum libri X. Me- riterebbe di essere studiato. p. •')3 l. 31. Le parole di Agostino sono nel De doctr. christ. 11 4, 60. p. S.") l. 22. Sulla cristianità di Stazio reco l'importante notizia di Fran- cesco da Fiano nella sua difesa dei poeti, tramandataci dal cod. Vatìc. Ot- tob. 1438 del principio del sec. xv, f. 132 : Francisci de Fiano ad M.mim pattern d. cardinalein Bononienaem contra ridiculos oblocutores et fellitos 268 GIUNTE detractores poetarum. 'l'Biiiiiiia al f. 147 con la lìnna : Tuus siquid est ¥. de fiano. La difesa fu scritta, se non erriamo, nell'iiltiiiio decennio del Tre- cento. Ecco il passo su Stazio, f. 141 : Quid Statius natione Tolosanus, queni aliqiii Narbonensem voinnt? Siquidem Domitìano, Titi Vespasiani germano fratre imperante, qui christiaiiorinn inexorabilis perseciitor fuit, eiini elam, metu principis in ebristianos omnium snppliciorum seneribus scvientis. Cbristi tenentein fidein et, si non aque vel sanguinis, baptismoqui- deni flamìnis legimus fuisse respersum. Flaminia sarà jnw/taro,-, lo Spirito Santo? 11 verbo legimus attesta una tradizione scritta. Curioso il cenno alla doppia patria di stazio natione Tolosanus , qaem aliqui Narbonensem volunt, che non mi risulta da altra fonte. Lo stesso Francesco (ibid.) crede alla cristianità di Clandiano, al pari del Colonna (p. -jS). Anche Ovidio fu ritenuto cristiano, come si legge in un commento ano- nimo delle Metam. del sec. xi. Secondo il commentatore, Ovidio visse ai tempi di Domiziano, di cui temendo le persecuzioni fìnse di onorare gli dèi pagani (Jleiser Ueber einen Commentar zìi den Metam. des Ovid, in Sitzungsber. des Akad. d. Wiss. zu Munclien, 188.5, .'il). Probabilmente qui Ovidio fu confuso con Stazio; e la confusione attesterebbe che la leg- genda della cristianità di Stazio risale molto addietro. p. 80 l. 11. Il gioco di parola ferus, ferreus è anche in Cicer. ad Q. f'r. I 3, 3 ego ferus ac ferreus; ma reputo più probabile l'abbia letto in Tibullo, se pure non era tradizionale. p. 166 l. 26. Va però notato che l'Acliilleide in alcune collezioni di te- sti scolastici è disgiunta dalla Tebaide (cfr. M. Boas in Mnemosyne XLII, 1914, 17, 38). p. 18] H. 11. Nel cod. Casanat. (Roma) 1369, sec. xiv, f. 79 ho trovato che la sigla 1II>" rappresenta il numero XIII, in modo cioè che a i» veng.i attribuito il valore del numero X. Con tale indizio le cifre di Domenico si potrebbero interpretare cosi: X'" = XX; 8™ = 18. p. 205 /. 8. Della Breviatio fabularum Ovidii fu pubblicata un'edi- zione critica in P. Ovidi Nasonis Metamorph. libri XV. Narraiiones fa- bui. Ovidianarum ree. H. Magnus, Berolini MDCCCCXIV, p. 631 .ss. L'at- tribuzione a Lattanzio Placido si incontra anche in un codice, il Laur. 90, 99 della fine del sec. xv (ib. p. 627, 629). p. 206 l. 16. Più volte ho espresso il dubbio (p. 41, 91, 137) se l'opera del Burlaeus fosse o non fosse ancora uscita; poiché se cono.seessimo l'anno precìso della pubblicazione, ce ne gioveremmo per stabilire altre date. Viene opportuno a questo proposito il cod. (indiano lat. 4". 200 di Wolfen- biittel (n. 4504 del recentissimo catalogo di Kóhler e Milchsack), che con- tiene ai f. 150-52 e.r.cerpta tratti in Bologna dal Libelhis de vita philoso- phorum (anonimo), con la sottoscrizione: Hoc opus e.ref/i sub annis d. M. evo. XXVI. die Galli et Lulli (16 ottobre). Sicclié il Libellus, arrivat« già a Bologna, e. per giunta anonimo, nel 1326, jiotrebb'essere uscito verso il 1320, se non prima. Ma è veramente l'opera del Burlaeus o un'altra re- dazione? Anche questo è un argomento degno di studio. p. 219 l. 16. In una lettera (autografa) di Niccolò Volpe a ùiovanni Tor- telli (cod. Vatic. 8908 f. 96) son da rilevare le seguenti parole : ' Scribe mihi quomodo incipit ìlle Donatus, quem legens invenisti Scipionem Na- GIUNTK 269 siciim dictum a naso ; nani in libraria Saucti Petri (in Bologna) est quod- dani volumen quod inscribitur Donati ; tanien multa ibi repperi quae Do- iiatum non redolent... Bononiae (*) marti! (1447). ...Tro creatione huius pa- llai (ciot; Niccolò V) urbs Bononiensis laetata est.' L'anno è certamente il 1447, per l'elezione di Niccolò V, avvenuta il 6 marzo. Non conosco nes- sun'opera di lionato che contenga l'etimologia di Nasica a naso; e non so die sia accaduto del Donato bolognese visto dal \olpe. 11 Tortelli stava allora a Roma. p. 230 l. h. Una recensione umanistica dell'Jh'as latina intrapresa per eccitamento di Niccolò V è nel cod. Vatic. 2756 niembr. sec. xv. La dedica al papa comincia: f. Iv Rex reguin patrumque pater Nicolae sacrorum, Ma- gna inbes magnis eflicienda viris. p. 237 l. 25. II primo in Italia ad apprezzare Orazio lirico fu il snlmo- nese Giovanni Quatrario (1336-1402), il quale nella seconda metà del sec. XV compose 19 carmi nei vari metri delle Odi e degli Epodi oraziani. Si leggono nel volume di G. Pansa Giovanni Quatrario da Snhnona, Sul- mona 1912, 268-93. NB. Molti argomenti toccati solo di passaggio in questi due volumi sono ampiamente sviluppati in un terzo, che si trova in corso di stampa ;i Catania, presso l'editore Francesco Battiato, col titolo: Storia e critica di testi latini. INDICE DELLE PERSONE Acciaioli Nicola 3-4, 173, 174. Ailly (d') Pietro 76. Alano 101, 161. Albornoz Gomez 154. Alessandro V, v. Filargo. Alighieri Dante 54, 97, 101, 141, 153, 167-68, 186-87, 190. Alighieri Piero di Dante 88, 97-105, 196. Amelii Pietro 69. Amplonio, v. Ratinck. Andrea (d') Giovanni 63, 157-63. Andronico 3. Angerville (di), t. Bury. Aragona (d') Ferdinando I 56. Arese Andreolo 59-61, 64, 85. Aristippo Enrico (Everico ?) 1. Anrispa Giovanni 23, 78. Averroe 39. Avicenna 39. Bacone Ruggero 2, 8. Bagnolo (da) Guido 164 65. Bandino Bianco 180. Bandino (di) Domenico 178, 179-90. Barbaro Francesco 74, 192. Bardi (da') Roberto 35-36. Bartolomeo di Iacopo 125. Bartolomeo da Messina 2. Bartolomeo del Regno 152. Barzizza Gasparino 122, 178, 181. Beauvais, v. Vincenzo. Sellaste Cione 131. Bellino 106, 109. Benedetto XII 48. Benedetto XIII, v. Luna. Benedetto da Piglio 152-54. Benincasa Bertolino 150. Benoit de Sainte-More 143. Benzo da Alessandria 37, 99, 107, 128-50, 159, 181, 187, 190, 197. Berry (duca di) Giovanni 34, 64. Bersuire Pietro 34. Bertrando de Montefaventio 48. Boccaccio Giovanni 62, 151, 178,182, 184, 185. Bonandrea Giovanni 150. Bosius Simeone 189. Bosso Matteo 149. Bourgogne (de) Antoine 34. Bracciolini, v. Poggio. Brancacci Niccolò 69. Brocardo 129. Bruni Leonardo 182, 189. Bruno di Casino 173. Bury (da) Riccardo 3, 4-9, 197. Bussi Giovanni Andrea 25. Enti (da) Francesco 175. Caecilius Balbus 92, 103. Calcidio 12. Calderini Giovanni 157. Cambiatore Tommaso di Guido 126. Capelli Pasquino 122, 125. * Da quest'indice é escluso il Capitolo IV. 272 INDICE DELLE PERSONE Capra Bartolomeo 20. Carlo II 38. Carlo IV 52. Carlo V 34, 64. Carrara (da) Francesco 181. Carrara (da) Iacopo I 56. Caruso Domenico 35, 163 64. Casa (della) Tedaldo 175 76. Carallini Giovanni 45, 47-50, 267. Cavallini Pietro 47. Cecco d'Ascoli 1.50, 151. Cennini 167. Ceparelli, v. Prato. Cesare (medico) 42. Cesarini Giuliano 18, 19, 26. Ciceri (Cicereius) Francesco 127. Clémangis (di) Nicola 58, 59, 66, 71, 72, 74-87, 197. Clemente V 7. Clemente VI 63. Clemente VII 58. Col Gontier 59, 61, 63, 64, 77. . Cola dì Rienzo 45. Colonna Bartolomeo 51. Colonna Giacomo 158. Colonna Giovanni 38, 45. Colonna Giovanni 45, 51-58. Colonna Landolfo 51, 5G. Colonna Oddone .52. Colonna Stefano 48. Conti Giovanni 51, 52. Convenevole da Prato 46. Coti Giovanni 63, 162, 163. Conrtecuisse Giovanni 63. Crisolora Manuele 122. Cusano (o da Cnsa) Niccolò 16-27, 31, 197. Dandolo Fantino 17. Decembrìo Pier Candido 31, 124. Deeerabrio Uberto 11, (W, 122, 124, 126. Deoprepio (di) Nicola 3. Dionigi da S. Sepolcro 36-44 Dionisio da Modena 163-64. Dominici Giovanni 176-79. Donizone 8. Dulcinìo Stefano 148. Edoardo III 4. Elinando 39, 43. Enoch da Ascoli 29. Enrico VII 107, 132, 1.33. Enrico di Berka 11. Enrico di Prussia 169, 171. Eyb (von) Alberto 28 29. Federico III 11. Ferrari Giulio Emilio 148. "Fiauo (da) Francesco 267-8. Filargo Pietro 122, 125, ISJi. Filelfo Francesco 187-88. Flameng (iiacomo 64. Floriano da S. Pietro 153. Florilegista (il) veronese 8», 90-97. Forestiere Ovidio 150. Fournival (di) Riccardo 33, 197. Fredo di Parioni 48. Francbi (de) Michele 188. Fngger Gian Giacomo 29. Gaetano Niccolò 154. Galeotto di Pìetramala, v. Tarlati. Geroud d'Abbeville 32-33, '^0, 87, 197. Gervasio di Tilbnry 55. Giacomo di Venezia 1. Giovanni I 34. Giovanni XXII 7, 51. Giovanni XXIII 61, 153. Giovanni (duca) di Berry, v. Berry. Giovanni da Firenze 173. Giovanni (de Matociis) mansionario 88-90, 186, 193. Giovanni da Verona 193-95. Giovanni da Vigonza 10'.'. Giovanni di Wasia 11. Giovannino da Mantova 109. Graziano 39, 43, 98, 99. Gregorio XII 176. Grosthead (Grosseteste) Roberto 2,8. Guarino Veronese 152. Guglielmo I 1. Gui Bernardo 33. Guigone 162. Quizzardo 111, 173. Heredia (de) .luan Fernaudez 59. Hesdin (de) Giovanni 34-35. Hesdin (de) Simone 34. Inghirami Gemignano 180. Isolella (da) Pietro 42. Kosbien Enrico 2. Ladislao 153. INDICE DELLE PERSONE 273 Lambertrtziti Giovanni Lodovico 109, 170. Lainbeiteiiglii Leone 129. Lanibertucci .Soraiizo 161. Lapo da Castiglioiichio 124, 168-73. Lejjrant (jiacomo (53. JJlier glossarum UU, 190. ]..oddovici8 (de) Giovanni 152. Lodovico il Bavaro 48, 107. Loschi Antonio 113, 122-24, 125. Lovato 105, 106, 109, 113. Lucio da ^Spoleto 20. Luna (de) Pietro (Benedetto XIII) 58-59, 75, 78. Lupten (von) Giovanni 27. Manfredi 2. .Manzini Giovanni 125. Marcanova Giovanni 151, 158, 189. Marinoni Astolflno 123, 125. Marsili Luigi 175. Marsuppini Carlo 20. Martino V 1,53, 188. Matociis, V. Giovanni mansionario. .Morula Giorgio 133, 148./ Metodio 99. Milìis (de) Ambrogio 61 63, 04. Miliis (de) Filippo 61. Mirabilia urbis Jiomae 120, 136. Moerbeke (di) Guglielmo 2. Montagnone (da) GeremialOS, 114, 196. Monte (del) 91. Montepulciano (da) Bartolomeo 191. Montreuil (di) Giovanni 60, 61, 62, 64-74, 75, 76, 83, 87, 164. Muglio (da) Giovanni 151. Muglio (da) Niccolò 46, 151. Muglio (da) Pietro 151. .Murimuth Adamo 5. Mussato Albertino 105, 106-114,173, 196. Musselini Giovanni e Guglielmo 157. Musso (dal) Viviano 106. Nelli Francesco 165, 174, 187. Niccoli Niccolò 20, 192. Niccolò V 17. Nicola da Reggio, v. Deoprepio. Oresine Nicola 34. Orleans (d') Carlo 31. Orlt'aus (d'j Luigi 61. Orsini Giordano 17. Orsini Giovanni 47. Panormita (il) Antonio 152. Paolo diacono 39, 43, 143. Papia 39, 43, 98, 190. Parente, v. Piero. Pastrengo (ila) Guglielmo 53, 88, 129, 184, 196. Petrarca Francesco, 4, 6-7, 9, 15, 34, 35, 45, 46, 58, 62, 63, 65, 73, 74, 76, 78, 115, 121, 122, 123, 12.5, 126, 128, 149, 1.50, 151, 158 60, 105, 168, 170, 171, 174, 178, 181, 182, 1S3, 184, 197. Pfullendorf Michele 27. Piccolomini Enea Silvio 27. Piero di Parente 165-67, 168. Pietro di Brussella 17. Pietro Comestore 39, 43, 98, 99. Fingono (da) Pietro 188. Pinoti Bonvicino di Gabriele 126. Pinoti Pinoto 125-26. Pìzolpasso Francesco 18-19, 22, 23, 24, 25, 26, 31, 86, 191. Poggio Bracciolini 21, 24, 25,27, 62, 63, 73, 74, 78, 79, 128, 150, 153, 191-93. Poillevillain, v. Clémangis. Polenton Sicco 178. Poliziano Angelo 149. Prato (da) Giovanni 20. Precida (da) Giovanni 3. Quatrario Giovanni 269. Radolfo 47. Rafanelli iRav -) Marco 127. Raineri da Reggio 150. Rambaldi Benvenuto 154-56, 157, 178, 187. Raterio 88. Ratinck Aniplonio 10-16, 29, 197. Rinaldo d'Avella 38. Roberto (re dì Napoli) 3, 36, 48. Ruggero li 1, 2. Sale (de la) Antonio 34. Salutati Coluccio 59, 60, 64, 72, 74^ 125, 151, 152, 157, 164, 177, 178, 179, 182, 183, 184, 18.5, 186, 190, 195, 196. Scala fdella) Antonio 125. 274 INDICE DELLE PERSONE Scala (della) Cangrande 107, 108, 111, 113. Scaligero Giuseppe 189. Schedel Hartmann 2>, 29-30. Schedel Hermann 29, 30. Schindel Giovanni 27. Seta (della) Lombardo 184. Soprano (Soranzo ?) Raimondo 45-46. Stabilì Francesco, v. Cecco. Stanislao dì Ermanno 157. Stefanesco Pietro degli AnnibaldilòS. Strabo 99. Syon 160. Tarlati Galeotto 58, 69, 77, 78, 84. Tebaldo da S. Eustachio 48. Thomasius Godofredus 30. Tommaso (san) 99. Tortelli Giovanni 268, 269. Traversar! Ambrogio 18, 19, 23, 26. Trithemiiis Giovanni 27-28. Triveth Nicola 87, lOG. ;;go di Trimberg 13, 187. Ugo da S. Vittore 39, 43. Uguccione 39, 43, 98. Umfredo di Glocester 10. Urbano VI 58. Valeriane 103. Valla Lorenzo 62, 63. VallensÌH. v. Waleys. Vetula (de) 100, 118. Vincenzo di Beauvais (Bellovacense) 33, 54, 58, 102, 134, 1.S9, 143,150, 197. Vinet Elia 189. Virgilio (del) Giovanni 151. Visconti Bianca 125. Visconti Filippo Maria 59. Visconti Galeazzo 121, 122, 125. Visconti Galeazzo Maria 59. Visconti Gian Galeazzo 59, 61, 121, 123, 125. Visconti Giovanni (arcivescovo) 121, 122. Visconti Valentina 61. Vitn (de) philosophorum 39, 41, 137. Viterbo (da) Pietro 40, 43. Vittorino da Feltre 23, 152. Volpe Niccolò 268. Volterrano Raffaele 178. Waleys Giovanni 2, 37, 136, 137. Wasia, T. Giovanni. Wijssen Giovanni 11. Zabarella Francesco 194. Zanobi (Mazzuoli) da Strada 173-74. Zone (Zono, Clone) dì Firenze 104, 173. PA Sabbadini, Remigio 57 Le scoperte dei codici S33 latini e greci ne' secoli XIV V.2 E XV PLEASE DO NOT REMOVE CARDS OR SLIPS FROM THIS POCKET :m h ■:^'^^. :.m. Remigio Sabbadni. Sabbadini. Keywords: CICERONE. Speranza, “Grice e Sabbadini”.

Luigi Speranza -- Grice e Sabellio: la ragione conversazionale e l’escatologia -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He struggles with the problem brought by the Galileans – from Galilea, not followers of the Florentine astronomer -- about the trinità. He argues that the three dimensions of the so-called ‘trinità’ should be understood as three modes of one single being, rather than as three separate persons. The theory, which he dubs ‘modalism,’ is soon condemned as heretical, as is he.

 

Luigi Speranza -- Grice e Sabinillio: la ragione conversazionale dell’accademia romana – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. A senator, who counts Plotino as his tutor, and whose doctrines he follows.

 

Luigi Speranza -- Grice e Sacchi: la ragione conversazionale dei lombardi e la filosofia – filosofia lombarda – la scuola di Cassa Matta di Siziano -- filosofia longobarda – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Casa Matta di Siziano). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Casa Matta di Siziano, Pavia, Lombardia. La sua saggistica e molto abbondante e abbraccia i campi più diversi della filosofia. A differenza di altri poligrafi del tempo la sua filosofia si basa su una solida formazione e un sapere quasi enciclopedico, per cui i suoi saggi, pur influenzati -soprattutto nella forma- dalle mode culturali del tempo, mantengono anche oggi un indubbio valore. A Pavia conduce i suoi studi, che dapprincipio si indirizzarono alla filosofia. Tra i suoi maestri vi e Romagnosi. Corrispondente di Fauriel e Gioia. Si trasfere a Milano. Collabora a varie riviste. Dirige «Cosmorama pittorico». Socio della Reale Accademia delle Scienze di Torino. Saggi:  “La Storia della filosofia greca” (Pavia, Capelli) La Collezione dei Classici Metafisici, Mascheroni” (Pavia, Bizzoni);  “I Lambertazzi e i Geremei, o le fazione di Bologna – cronaca di un trovatore” (Milano, Stella); “La pianta dei sospiri” (Milano, Silvestri);  Le Antichità romaniiche d'Italia, Diritto pubblico universale, o sia Diritto di Natura e delle Genti, Biblioteca Scelta di opere dal latino); “Uomini Utili e Benefattori del Genere Umano” (Milano, Silvestri);  I voti dell'Italia. I. Cesare,  "L'Omnibus Pittoresco", La mia vita (Pavia, Bizzoni); Filosofia (Milano, Cisalpino); Elogio del sensismo, Pavia, Bizzoni, Della filosofia di Socrate” Pavia, Bizzoni,  I trovatori e le galanterie nel Medio evo, Milano, Ripamonti Carpano, Oriele o Lettere di due amanti” (Pavia, Bizzoni); “Lodi Orcesi, Milano, Silvestri, Biblioteca Braidense  Marcellina, C. Béchet, Geltrude. Romanzo italiano con note storiche, Milano, Bettoni, Diritto pubblico universale di Gio. Maria Lampredi volgarizzato, Milano, Silvestri); “I fregi simbolici di San Michele in Pavia", Antichita romantiche [romaniche] d'Italia, e Giu Milano, Stella); “Della condizione economica, morale e politica degli italiani nei bassi tempi”; “Saggio intorno all'architettura simbolica, civile e militare in Italia”’ “Saggio intorno all'origine de' Longobardi, alla loro dominazione in Italia, alla divisione dei due popoli ed ai loro usi, culto e costume” (Milano, Stella); “Della condizione economica, morale e politica degli Italiani ne' tempi municipali”; “Sulle feste, e sull'origine, stato e decadenza de' municipii italiani nel Medioevo” (Milano, Stella); “Annali universali di statistica economia pubblica, storia, viaggi e commercio; “Sull’'indole della letteratura italiana; ossia della letteratura civile, con un'appendice intorno alla poesia eroica, sacra e alle belle arti” (Pavia, Landoni); “ Intorno alle dighe marmoree o murazzi alla laguna di Venezia ed alla istituzione del porto franco” (Milano, Editori degli Annali Universali delle Scienze e dell'Industria, Miscellanea di lettere ed arti, Pavia, Bizzoni); “L'arca di Sant'Agostino: monumento in marmoora esistente nella chiesa cattedrale di Pavia, colle illustrazionii” (Pavia, Fusi); “Intorno alle costumanze, alle arti, agli uomini e alle donne illustri d'Italia” (Milano, Stella); “Intorno alla pasta, alla smania musicale del secolo, a Volta e a' progetti pel monumento da erigersegli in Como ed a qualche buona o cattiva moda della capitale: lettera inutile” (Milano, Stella); “Cose inutile” (Milano, Visaj); “Teodote: storia” (Milano, Nervetti); “Le belle arti in Milano, Nuovo Raccoglitore, Questioni sull'architettura rituale in relazione alle opinioni del conte Cordero di San Quintino e dell'avvocato Robolini", in Annali Universali di Statistica”; “Le arti e l'industria in Lombardia” (Milano, Visaj); “Del bello” (Milano, Silvestri); Instituti di beneficenza a Torino (relazione), Milano, a Società degli editori degli annali universali delle scienze e dell'industria, Lezioni d'un parroco sul cholera” (Milano, Bravetta, Gli asili dell'infanzia: loro utilità ed ordinamento. Memorie popolari italiane” (Milano, Manini); “Novelle e racconti, Milano, Manini); “L' Arco della Pace a Milano descritto e illustrato e pubblicato per la fausta inaugurazione fatta da S.M.I.R.A. Ferdinando 1, Milano, Manini; B. Luino, Cosmorama pittorico, Le streghe. Dono del folletto alle signore, Milano, Manini); “Amori e vicende dei quattro sommi poeti italiani: Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso. Studi storici-biografici” (Milano, Vallardi). Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Defendente Sacchi. Sacchi. Keywords: Lombardi, longobardi, filosofia lombarda – pagenismo Lombardo – lingua lombarda – simbolo Lombardo --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sacchi” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Sacchi: la ragione conversazionale della gastro-filosofia – la scuola di Piadena – filosofia cremonese -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Piadena). Filosofo lombardo. Filosofo italiano Piadena, Cremona, Lombardia. Il Platina. Garin.  Detto il Plàtina. Muore a Roma. Umanista e gastronomo italiano.  Nacque a questo paese vicino a Cremona chiamato, in latino, Platina, da cui prese il soprannome. Della sua giovinezza si conosce poco: intraprese la carriera delle armi militando al servizio di Sforza e Piccinino come mercenario, ma presto si trasferì a Mantova per avviarsi agli studi umanistici. Nella città dei Gonzaga e discepolo di Ognibene da Lonigo, che aveva assunto la guida della Casa Gioiosa dopo Iacopo da San Cassiano, succeduto a Vittorino da Feltre morto. Cominciò la sua carriera come precettore del figlio di Ludovico III Gonzaga. Al marchese dedicò il primo scritto di cui abbiamo notizia: il Bartholomaei Platinensis Divi Ludovici marchionis Mantuae somnium, un'operetta sotto forma di dialogo in lode delle cure prestate da Ludovico nella trascrizione delle opere di Virgilio.  Secondo l'uso umanistico Sacchi scelse come nom de plume quello della propria città natale, cambiandolo presto da Platinensis a Platina. Per quanto ottenesse dal duca di Milano Francesco Sforza – tramite l'intercessione della moglie di Ludovico Barbara di Brandeburgo – un salvacondotto per andare in Grecia a perfezionare le proprie conoscenze del greco antico e dell'antichità classica, mutò parere quando seppe che Giovanni Argiropulo, celebre umanista di orientamento platonico, sarebbe venuto a Firenze in qualità di docente di filosofia, preferendo stabilirsi nella città medicea. Si recò quindi a Firenze per ascoltare le lezioni dell'Argiropulo, entrando a far parte dell'ambiente culturale locale e stringendo amicizia con celebri umanisti quali FICINO, Bracciolini, Filelfo, LANDINO, ALBERTI (si veda), PICO (si veda), e molti altri. Divenne inoltre precettore presso la famiglia Medici pur legandosi alla famiglia Capponi, di parte repubblicana. Di Neri Capponi tradusse i Commentari aggiungendo una nota biografica probabilmente più tarda.  Degli autori antichi predilesse in particolare Virgilio, che studiò molto approfonditamente, curando tra l'altro una raccolta, perduta, dei modi di dire greci presenti nei testi dell'autore mantovano. A Ludovico III Gonzaga spedì un codice delle Georgiche e una copia miniata delle opere virgiliane, incitandolo a far erigere in città un monumento al suo poeta più noto.[4] Il Platina tenne l'orazione funebre di Gonzaga. Non fu solo educatore, ma anche umanista, studioso di letteratura e tradizioni popolari. Si trasferì a Roma al servizio del giovane cardinale Francesco Gonzaga, in qualità di suo segretario; divenne abbreviatore dei papi Pio II e Paolo II con alterne fortune. Venne infatti IMPRIGIONATO e sottoposto a tortura, con l'accusa di congiura contro il papa, e, assieme ad altri abbreviatori, di avere idee pagane. Per vendetta ritrasse in modo sfavorevole la personalità di Paolo II nella biografia scritta un decennio dopo.  Uscito prosciolto dal processo, vide salire le proprie fortune sotto il papato di Sisto IV, che lo nominò direttore della Biblioteca Vaticana dove scrive il Liber de vita Christi ac omnium pontificum, una raccolta delle biografie dei pontefici vissuti sino ad allora. Negli stessi anni pubblicò il De principe, il De vera nobilitate e il De falso et vero et bono.   De honesta voluptate et valetudine Il suo lavoro principale resta tuttavia un breve trattato di gastronomia, il De honesta voluptate et valetudine. Il De honesta voluptate et valetudine fu stampato una prima volta a Roma da Han, anonimo e senza note tipografiche, e subito dopo a Venezia (Platine de honesta voluptate et valetudine, Venetiis: Laurentius de Aquila, con indicazione di autore e note tipografiche. L'edizione più corretta, fra le antiche, secondo l'italianista Faccioli, rimane quella pubblicata a Cividale del Friuli, stampata da Gerardo da Fiandra. In quest'opera, S. trascrive in latino tutte le ricette - originariamente scritte in lingua volgare - di Maestro Martino, celebre, di cui S. loda l'inventiva, il talento, la cultura. La forza iconoclasta di Martino, spinge S. su inedite, quanto avveniristiche, analisi sulla gastronomia, sulla dieta, sul valore del cosiddetto "cibo del territorio" e persino sull'utilità di una regolare attività fisica. Morì a Roma, forse a causa della peste. Fu sepolto nella basilica di Santa Maria Maggiore. Altri sagi: Divi Ludovici Marchionis Mantovae somnium, cura di Portioli, Mantova, Oratio de laudibus illustris ac divi Ludovici Marchionis Mantovae, in F. Amadei, Cronaca universale della città di Mantova, cur. Amadei, Marani, Praticò, Mantova, Vita Nerii Capponi, in Rerum Italicarum scriptores, Milano, Commentariolus de vita Victorini Feltrensis, in Il pensiero pedagogico dello Umanesimo, a cura di E. Garin, Firenze, Oratio de laudibus bonarum artium, in Vairani, Cremonensium monumenta Romae extantia, vol. I, Roma, Vita Pii Pontificis Maximi, cur. Zimolo, in Rerum Italicarum scriptores, Bologna, Dialogus de flosculis quibusdam linguae Latinae, cur. Filelfo, Milano, De honesta voluptate e valitudine, De honesta voluptate et valetudine, Venezia, Benali, Il piacere onesto e la buona cucina, cur. Faccioli, Collana NUE, Einaudi, Torino, I a De honesta voluptate et valitudine. Un trattato sui piaceri della tavola e la buona salute. Nuova edizione commentata con testo latino a fronte, cur. Schianca, B.A.R. Olschki, Firenze, Historia urbis Mantovae Gonziacaeque familiae, cur. Lambeck, Rerum Italicarum scriptores, Milano, Tractatus de laudibus pacis, in Benziger, Zur Theorie von Krieg und Frieden in der italienischen Renaissance, Frankfurt, Oratio de pace Italiae confirmanda et bello Thurcis indicendo, cur. Benziger, Panegyricus in laudem amplissimi patris Bessarionis, in Patrologia Graeca, De principe, cur. Ferraù, Palermo, De falso et vero bono, dedicato a Sisto IV, Collana Edizione nazionale testi umanistici, Storia e Letteratura, Roma, Liber de vita Christi ac omnium pontificum, prima edizione Venezia; edizione critica: Gaida, in Rerum Italicarum, scriptores, Castello; in latino, Lives of the Popes, cur. Elia, Cambridge, Mass.; edizione in latino della vita di Paolo II:  S., Paul II. An Intermediate Reader of Renaissance Latin, cur. Hendrickson et al. Oxford (OH) De optimo cive, cur. Battaglia, Bologna; Un trattato o lettera polemica contro Giudici; perduto, ma parzialmente citato in una replica successiva in Giudici, Apologia Iudaeorum; Invectiva contra S., cur. Quaglioni, Roma, Plutarco, De ira sedanda, tradotto da S., in Vairani, Cremonensium monumenta. Vita amplissimi patris Ioannis Melini, cur. Blasio, Roma, Lettere: S. custodia detenti epistulae, a cura di Vairani, Cremonensium monumenta; edizione critica: Lettere, cur. Vecchia, Roma, cur. di S.:  Flavio, Historiarum libri numero VII, Roma, Practica, traduzione e commento di Capparoni, Istituto di Storia della Medicina, Roma, Manoscritti  Libri Tres de Principe, manoscritto, Milano, Biblioteca Ambrosiana, Fondo manoscritti Vocabula Bucolicorum, Vocabula Georgicorum, MS Berlin, Staatsbibliothek, Lat. Liber privilegiorum, MS Archivio segreto Vaticano, A.A. Arm. Epitome ex primo, PINIO De naturali historia, e. g. MS Siena, Biblioteca comunale, De vera nobilitate, in S., Hystoria de vitis pontificum, Venezia, foll. C5v-D3v. Dialogus de falso ac vero bono, dedicato a Paolo II, e.g. Milan, Biblioteca Trivulziana, Mss., Dialogus contra amores, de amore, in S., Hystoria de vitis pontificum, Venezia, cur. Mitarotondo, Messina, Libri Tres de Principe, Milano, Biblioteca Ambrosiana, Fondo manoscritti. Per una biografia dettagliata cfr. Bauer, The Censorship and Fortuna of S.’s Lives of the Popes, Turnhout, Brepols, Su Iacopo vedi Alessandro e Napolitani, Archimede Latino. Iacopo da San Cassiano e il corpus archimedeo, Paris, Les Belles Lettres, Faccioli, Notizie biobibliografiche, in S., Il piacere onesto e la buona salute, Torino, Einaudi, Faccioli, Simon, Gonzaga. Storia e segreti, Ariccia,  Di questa edizione è stata presentata una bella riproduzione in facsimile a cura dalla Società filologica friulana. Voci correlate Sisto IV nomina S. prefetto della biblioteca Vaticana. Plàtina, Il, su Treccani – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, S., detto il-, su sapere.it, Agostini. Bauer, S., Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, S. u open MLOL, Horizons Unlimited srl., S., su Open Library, Internet Archive. su S., su Les Archives de littérature du Moyen Âge. S., in Catholic Encyclopedia, Appleton, S. - Relations with Leto, Repertorium Pomponianum, Roma nel Rinascimento Bauer, Quod adhuc extat. Le relazioni tra testo e monumento nella biografia papale del Rinascimento, QFIAB, Bauer, The Censorship and Fortuna of S.'s "Lives of the Popes,” Turnhout, Brepols, Predecessore Bibliotecario della Biblioteca Apostolica Vaticana Successore Emblem Holy See.svg Giovanni Andrea Bussi Zanobi Acciaiuoli. Portale Biografie Portale Letteratura Categorie: Umanisti italiani Gastronomi italiani Italiani Nati a PiadenaMorti a Roma Storia della cucinaUmanisti alla corte dei Gonzaga Scrittori di gastronomia italiani[altre]. Grice: “Wikipedia doesn’t have it as FILOSOFI ITALIANI, but gastronomist – so one has to be careful. We include him here just as a nod to Garin. There are gaps about FILOSOFI ROMANI, too, which has to be taken into account. Bartolomeo Sacchi. Keywords: guerra/pace, Plinio. Sacchi.

 

Luigi Speranza -- Grice e Sacheli: all’isola -- la ragione conversazionale all’isola -- implicatura axio-fenomenista dei parnasesi – la scuola di Canicatti -- filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Canicattì). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Canicatti, Girgenti, Sicilia. Studia a Caltanissetta. Iniziato in massoneria nella loggia Cavallotti di Girgenti. Si laurea a Palermo sotto Colozza e Guastella. Insegna a Bologna, Girgenti, Caltanissetta, Bressanone, Genova, Cagliari e Messina. Con i suoi saggi da un apporto all'approfondimento all'interpretazione della filosofia di AQUINO. "La carità del natio loco" lo spinge a scrivere sulle tradizioni, i miti e le leggende di Canicattì, collaborando con Sicania e pubblicando i risultati delle sue ricerche nelle Linee di folklore canicattinese, Acireale, Popolare. Altri saggi: Indagini etiche: i criteri, il problema dell'etica, Milano, Sandron; Atto e valore, Firenze, Sansoni – cf. H. P. GRICE, THE CONCEPTION OF VALUE, ACTIONS AND EVENTS --; Ragion pratica: preliminari critici, Firenze, Sansoni; Crisi della pedagogia, Roma, Perrella; Concetto di didattica, Messina, Anna; Ottaviano, Sophia: rassegna critica di filosofia e storia della filosofia, MILANI,  Gnocchini, “L'Italia dei Liberi Muratori”. Erasmo, Ferrante, Calogero. Angelo Sacheli. Sacheli. Keywords: membro dei parnasensi, parnaso di canicatti, massoneria, liberi muratori, folklore canicattinese, filosofia siciliana, loggia felice cavallotti di Girgenti, implicatura fenomenista, fenomenismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sacheli” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Saitta: FILOSOFO SICILIANO, NON ITALIANO -- all’isola -- la ragione conversazionale all’isola -- l’animo – filosofia fascista – la romanitas di Tertuliano -- il ventennio fascista – la scuola di Castelferrato -- filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Castelferrato). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Castelferrato, Enna, Sicilia. Allievo di GENTILE, seguace e interprete del suo idealismo attuale. Studia a Nicosia, Monreale, e Palermo. Frequentando le lezioni di GENTILE, si accosta al suo idealismo. Si laurea in filosofia. Insegna a Terranova, Lucera, Cagliari, Sassari, Fano, Faenza, Bologna, Firenze, e Pisa. Dirigge “Vita Nuova” a Bologna, cura la rubrica Noi e gl’altri Spunto polemico, firmando i suoi interventi con lo pseudonimo di "Rustico", distinguendosi per i toni accesi e le posizioni anti-clericali e anti-concordatarie, che lo portarono a scontrarsi con cattolici. Adere infatti a una concezione movimentistica e rivoluzionaria del regime fascista, che interpreta come il compimento del valore romantico del risorgimento, intendendo la nazione italiana in senso hegeliano quale sintesi tra cittadino italiano individuale e l’universale della romanita. Col suo attivismo riusce a esercitare una forte capacità d’attrazione. Così si sviluppa quella tendenza a preferire la sua scuola di storia della filosofia dove la preparazione di tipo scolastico e le esigenze tecniche sono minori, ma dove si sente un calore ideale, una passione filosofica, un fervore per la italianita, e una forza di convinzione spesso dura, e più che dura, ma più vicina a quei sentimenti e a quelle esigenze fasciste, una decisione innovatrice suggestiva e che sembra offrire un orientamento vitale per la soluzione di quei problemi. Accogliendo la concezione gentiliana dell'atto come perenne auto-creazione dello spirito italiano che tutto comprende, sviluppa una visione attualistica dell'idealismo non riducibile a una teoria statica, bensì intesa come azione e continuo dinamismo. Questo lo porta a esaltare la libertà creativa della ragione umana contro ogni forma di oggettività e di dogmatismo. Da qui la sua accentuazione della polemica anti-religiosa, e la riscoperta, nel solco delle tesi formulate da SPAVENTA e dallo stesso GENTILE, della corrente immanentistica della filosofia rinascimentale italiana che egli pone a fondamento della genesi dell'idealismo moderno. Questo immanentismo, per il quale il divino si esprime nell'attività dello spirito umano, è un reale umanismo che rende possibile la libertà dell'individuo, nella quale consiste la coscienza illuministica, da lui contrapposta a quella tradizionale, oppressiva e decadente, della trascendenza.  Per difendere la libertà del soggetto da ogni autoritarismo e sopraffazione, si è schierato tuttavia non solo contro il dualismo dell’accademia, la teologia di impianto aquinistico e la neo-scolastica, ma in parte anche contro lo stesso idealismo di Hegel che finisce per oggettivare la ragione facendone un sistema assoluto da lui ritenuto all'origine dello schiavismo. Persino nell'attualismo di GENTILE e rimasto un retaggio del trascendente, quando esso attribuisce lo spirito ad un io assoluto anziché ai singoli individui. Sono costoro i veri creatori di valori spirituali, coloro cioè in cui va identificato il soggetto trascendentale. In tal modo intende preservare la portata stessa dell'atto creativo dello spirito dell'idealismo gentiliano, rivestendolo di significati empirici, positivistici, contigenti. Altre saggi: Lo spirito come eticità, (Bologna, Zanichelli; La coscienza illuministica, Genova, Orfini; Libertà ed esistenza, Firenze, Sansoni; L’immanenza, Bologna, Zuffi; La scolastica e la politica dei gesuiti, Torino, Bocca; Le origini dell’aquinismo, Bari, Laterza; Gioberti, Messina, Principato); Ficino (Messina, Principato); “L'educazione dell'umanesimo in Italia (Venezia, La Nuova Italia); “Filosofia italiana ed umanesimo (Venezia, La Nuova Italia); “AQUINO” (Firenze, Sansoni); “La teoria dell'amore e l'educazione del Rinascimento (Bologna, U.P.E.B.); “L'illuminismo della sofistica” (Milano, Bocca) Il pensiero italiano nell'Umanesimo e nel Rinascimento (Bologna, Zuffi); “L’Umanesimo italiano” (Bologna, Tamari). Centineo, Ricordo, Giornale critico della filosofia italiana, Firenze, Sansoni,  Sorbelli, L'Archi-ginnasio: bollettino della Biblioteca comunale di Bologna,  direzione di F. Bergonzoni, Regia tipografia dei fratelli Merlani, Università degli studi di Firenze, S. Salustri, L'Università fascista di Bologna: un modello di Accademia per il regime?, in Accademie e scuole: istituzioni, luoghi, personaggi, immagini della cultura e del potere” (Milano, Giuffrè); Pisani, Paideia, Casa Paideia, Pertici, Storia della storiografia,  Jaca, Mangoni, “L'interventismo della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo” (Bari, Laterza). Cantimori ricorda con commozione l'irrequietezza spirituale della sua scuola e la sua attenzione volta ad argomenti quasi ignorati dalla cultura Italiana – Bandini, Storia e storiografia: studi su Cantimori. Atti del convegno tenuto a Russi, Riuniti).  Cit. in Pertici, Storia della storiografia, “Forse meglio di ogni altro, intese dell'attualismo l'istanza realmente umanistica, e di un "reale umanismo” “E questa appunto volle sotto-lineare e difendere contro ogni mistificazione. Così lo vediamo ridurre tutta la dialettica gentiliana a lotta sempre risorgente fra ragione umana liberatrice e costruttrice di una società di uomini liberi, e la coscienza tradizionale cristallizzata nelle oppressioni di strutture portatrici di una filosofia di morte. Ricordo.  La filosofia come celebrazione della soggettività è quasi tutta sbozzata con Ficino. Con lui, anziché col Campanella, come da altri è stato frequentemente ripetuto, s'inizia la conoscenza illuministica, Centineo, Ricordo, Giornale critico della filosofia italiana», Firenze, Sansoni, Morra, L'immanentismo assoluto, Giornale critico della filosofia italiana», Garin, “Cronache di filosofia italiana” (Bari, Laterza); Melchiorre, Storiografi italiani (Villalba di Guidonia, Aletti). Attualismo, Filosofia rinascimentale, Idealismo italiano, Cantimori, Gentile  Ricordo.  Giuseppe Saitta. Saitta. Keywords: romanitas -- filosofia fascista, l’universita fascista di Bologna, le reviste filosofiche fasciste, Vita Nuova, immanenza e non trascendenza, lo spirito italiano, l’universale dell’italianita, l’universale della romanita, l’amore di Ficino, Campanella, Cantimori, contro la scolastica, animo, l’animo, vita nuova, contratto sociale, Rousseau, Firenze. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Saitta” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Saliceto: la ragione conversazionale del diritto bellico – la guerra è la guerra – scuola milanese – la scuola di Milano -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Balsamo). Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Balsamo, Cinisello Calsamo, Milano, Lombardia. Grice: “Since Sua Eccellenza Verri-Visconti calls himself a hyphenated philosopher, I who amn’t, shall list him under Visconti!” Esential Italian philosopher. Like Grice, he wrote on ‘happiness.’ Like Grice, he writes on ‘pleasure.’ Like Grice, he was a very clubbable man. Ritratto tagliato Barone di Rho. Consorte Marietta Castiglioni Vincenza Melzi d'Eril. Figli Teresa, Alessandro (da Marietta Castiglioni). Filosofo. Considerato tra i massimi esponenti dell'illuminismo, è altresì ritenuto il fondatore della scuola illuministica milanese. Nasce dal conte Gabriele Verri-Visconti, magistrato e politico conservatore, della nobiltà milanese. Avviati gli studi nel collegio dei gesuiti di Brera, e uno dei trasformati. Si arruola nell'esercito e prende parte alla Guerra dei VII Anni. Fermatosi a Vienna, intraprende la redazione delle Considerazioni sul commercio nello Stato di Milano, che gli varranno il primo incarico di funzionario. Pubblica le Meditazioni sulla felicità. Devienne a Milano uno dei pugni, nucleo redazionale del caffè, destinato a diventare il punto di riferimento del riformismo illuministico. Tra i suoi saggi più importanti per Il Caffè si  ricordano Elementi del commercio; Commedia; “Medicina”; “I parolai”. Ha rapporto epistolari anche con gl’enciclopedisti. d'Alembert visita i pugni. Parallelamente all'impresa editoriale, intraprende la scalata del governo d’Austria allo scopo di mettere in prattica le riforme propugnate nel “Caffe”.Membro della Giunta per la revisione della "ferma" (appalto delle imposte ai privati) del Supremo Consiglio dell'Economia. Fonda la Società patriottica. “Meditazioni sull'economia politica”. Il discorso sull'indole del piacere -- e del dolore”; “i Ricordi” e le “Osservazioni sulla tortura”. Il suo è uno stile asciutto e libero, pieno di trattenuto vigore. Con Giuseppe II al trono d'Austria, gli spazi per i riformisti milanesi si riducono, e lascia ogni incarico pubblico, assumendo un atteggiamento sempre più critico. Pubblica la “Storia di Milano.” All'arrivo di Napoleone, prende parte alla fondazione della Repubblica Cisalpina, culla del tricolore italiano. Muore durante una seduta notturna della municipalità. Grazie a lui Milano divenne il più importante centro degl’illuministi. L'ipotesi di civiltà che scature da lui e forse troppo avanzata per poter essere adeguatamente raccolta dalla nostra cultura; e comunque lo colloca a pieno titolo tra le espressioni più alte degl’illuministi. Il suo grande merito e aver creato in Lombardia un centro di aggregazione illuminista: Il Caffè dei pugni, Ciò che desta curiosità rimane il titolo con cui lui scelse di intitolare la sua testata, dovuta al rilevante fenomeno della diffusione di caffè (bar), come luoghi dove poter intraprendere un libero e attuale dibattito culturale, politico e sociale. Con i suoi articoli sul dolore e il piacere, sottoscrive la dottrina di Helvétius, nonché il sensismo di Condillac, fondando sulla ricerca della felicità e del piacere l'attività degl’uomini. Gl’uomini tendeno a sé stessi al piacere e sono pervasi dal dolore. I suoi piaceri non sono altro che momentanee interruzioni del dolore. La felicità degl’uomini non è quella personale o soggetiva, ma quella a cui partecipa il “collettivo,” quasi eutimia o atarassia. Per quanto riguarda la politica e l'economia, lui è controverso. Per quanto riguarda l'ambito economico, negli Elementi del Commercio e nella sua più grande opera economica Meditazioni sull'economia politica, enuncia (anche, per primo, in forma matematica) la legge di domanda e offerta, spiega il ruolo della moneta come merce universale, appoggia il libero scambio e sostenne che l'equilibrio nella bilancia dei pagamenti è assicurato da aggiustamenti del prodotto interno lordo (quantità) e non del tasso di cambio (prezzo). Di conseguenza, può essere visto come un marginalista. Si nota, però, come assuma atteggiamenti di difesa del concetto di proprietà privata e del mercantilismo. S. ritiene che solo la libera concorrenza tra eguali possa distribuire la proprietà private. Tuttavia pare favorevole principalmente alla piccola proprietà, per evitare il risorgere delle disuguaglianze. S. con le Osservazioni sulla tortura esprime la sua contrarietà all'uso della tortura. Define ingiusto e antistorico un modello così efferato di giurisprudenza e auspicando l'abolizione di questi metodi. Non pubblica l’opuscolo per non inimicarsi, con le pesanti critiche alla magistratura in esso contenute, il senato di Milano (tribunale) presso cui si sta decidendo dell'eredità del padre. “Dei delitti e delle pene” di Beccaria prende in gran parte le mosse proprio dalle bozze delle osservazioni sulla tortura, oltre che dagli articoli de Il Caffè. E proprio a causa di questo furto di idee che i due pugni arrivano al più acceso scontro. Nella versione definitiva e aggiornata dell’Osservazioni, che sono in conclusione un invito ai magistrati a seguire la dottrina illuminista invece di irrigidirsi sulle posizioni conservatrici, la sua dialettica è cruda e basilare. La tortura è una crudeltà. Se la vittima è innocente, subisce sofferenze non necessarie. Se la vittima e colpisce un colpevole presumibile rischia di martoriare il corpo di un possibile innocente. L’accusato rinuncia nella tortura alla sua difesa naturale istintiva. Viola la legge di natura. Apre il suo saggio con la ricostruzione del processo agl’untori, presentandolo sia come documento dell'ignoranza di un secolo non guidato dai lumi, sia come emblema del modo in cui una legge sbagliata porta a una evidente ingiustizia. Questa ricostruzione forne la base per la Storia della colonna infame di Manzoni, che però la presenta come testimonianza di ciò che accade quando uomini ingiusti detenneno un grande potere, come all'epoca era quello del senato milanese. Il saggio non arrivea mai ad avere il successo che invece ebbe Dei delitti e delle pene, vuoi perché la maggior parte delle osservazioni in essa sviluppate erano già contenute nell'opera di Beccaria, vuoi per via del  suo stile, dotto e di difficile comprensione, che rendeva di per sé ardua la diffusione della sua filosofia, che pure conteneva molti ulteriori spunti rispetto all'opera del collega. La Borlanda impasticciata con la concia, e trappola de sorci composta per estro, e dedicata per bizzaria alla nobile curiosita di teste salate dall'incognito d'Eritrea Pedsol riconosciuto, festosamente raccolta, e fatta dare in luce dall'abitatore disabitato accademico bontempista, Adorna di varii poetici encomii, ed accresciuta di opportune annotazioni per opera di varii suoi co-accademici amici; “Il Gran Zoroastro ossia Astrologiche Predizioni”; “Il Mal di Milza, Diario militare,” Elementi del commercio”; “Sul tributo del sale nello Stato di Milano”; “Sulla grandezza e decadenza del commercio di Milano”; “Fronimo e Simplicio; ovvero, sul disordine delle monete nello Stato di Milano”; Considerazioni sul commercio nello Stato di Milano”; “Orazione panegirica sula giurisprudenza Milanese”; “Meditazioni sulla felicità colletiva” – cfr. Grice, Notes on happiness –; “Bilancio del commercio dello stato di Milano, Il Caffè, Sull’innesto del vajuolo, Memorie storiche sulla economia pubblica dello stato di Milano, Riflessioni sulle leggi vincolanti il commercio dei grani, Meditazioni sulla economia politica con annotazioni, Consulta su la riforma delle monete dello Stato di Milano, Osservazioni sulla tortura, Ricordi a mia figlia, Considerazioni sul commercio nello Stato di Milano – “Sull'indole del piacere e del dolore” -- Manoscritto da leggersi dalla mia cara figlia Teresa Verri per cui sola lo scrissi, Storia di Milano, Piano di organizzazione del Consiglio governativo ed istruzioni per il medesimo, “Precetti di Caligola e Claudio”; “Memoria cronologica dei cambiamenti pubblici dello stato di Milano”; “Delle nozioni tendenti alla pubblica felicità” – felicita pubblica – felicita private --; “Pensieri di un buon vecchio che non è letterato, Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri;  L'Edizione Nazionale delle Opere, Ministero per i beni e le attività culturali ha deciso di avallare un'Edizione nazionale delle sui saggi. Il comitato, finanziato pubblicamente, dalla Fondazione Cariplo e da Banca Intesa Sanpaolo, è presieduto da C. Capra e composto da una ventina di studiosi e si basa sull'Archivio donato da S. alla Fondazione Per La Storia Del Pensiero Economico. Bartolo, Gli Scritti di argomento familiare e autobiografico; Rivista di storia della filosofia. (Firenze: Nuova Italia). Carteggio di Pietro e Alessandro Verri  Cfr. Ricuperati, Il genere della biografia, Società e storia. (Milano: F. Angeli,  "Il Caffè", Introduzione. Giordanetti, Piero, a cura di, “Sul piacere e sul dolore”. Kant discute Visconti (Milano, Unicopli); “Giordanetti, “Le arti belle. Sulla fortuna di Visconti, Visconti e il suo tempo, Capra, Bologna, Cisalpino); Renzo Villata, Gigliola, Il processo agli untori di manzioniana memoria e la testimonianza (ovvero... due volti dell'umana giustizia), Acta Histriae Storia di Milano, Cronologia della vita di S., su storiadimilano. S., Enciclopedia Treccani, su treccani. Ricordi a mia figlia, su classicitaliani. Catalogo Sellerio, su Sellerio. Salerno editrice. Scheda del libro: Delle nozioni tendenti alla pubblica felicita, su salerno editrice. Pensieri di un buon vecchio che non è letterato, su classic italiani. Capra, Risultati e prospettive, in Rivista di storia della filosofia, Scritti di economia, finanza e amministrazione, I Discorsi e altri scritti degli, Storia di Milano, Scritti di argomento familiare e autobiografico, Scritti politici, Carteggio di Pietro e Alessandro. Caffè. In Venezia, Pizzolato); “Mediazioni sulla economia politica con annotazioni, Venezia, Giovanni Battista Pasquali); “Meditazioni sulla economia politica” (Livorno, Stamperia dell'Enciclopedia Livorno); “Sull'indole del piacere e del dolore” (Milano, Marelli); “Storia di Milano” (Milano, Società tipografica de' classici italiani); “Carteggio di  Novati, Giulini, Greppi, Seregni, Milano, Cogliati, Milesi e figli, Giuffrè); “Viaggio a Parigi e Londra. Carteggio di Pietro ed Alessandro Verri, Gianmarco Gaspari, Milano, Adelphi); “Appunti di diritto bellico” (Benvenuti, Roma, Benedetto, “Visconti repubblicano: gl’articoli, Poesia, letteratura e politica, Alessandria, Edizioni dell'Orso, A. Cavanna, Da Maria Teresa a Bonaparte: il lungo viaggio, Capra, I progressi della ragione” (Bologna, Il Mulino); “Meditazioni sulla felicità, Pavia-Como, Ibis); “Discorso sull'indole del piacere e del dolore, Spada, Londra, Traettiana, Diario Militar, Milano, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Filosofico. Storia di Milano. Sua Eccellenza il conte Pietro Verri Visconti di Saliceto. Keywords: diritto bellico. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Saliceto – “Grice e Visconti: il piacere” per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. #visconti. Saliceto.

 

Luigi Speranza -- Grice e Sallustio: la ragione conversazionale EMPEDOCLEA – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He assembles a collection of materials by and about Empedocle di Girgenti. Empedoclea.

 

Luigi Speranza -- Grice e Sallustio: la ragione conversazionale a Roma – la storia della filosofia romana come fonte d’essempli morali – chè cosa fa un saggio ‘romano’? -- filosofia italiana – Luigi Speranza. (Amiterno). Filosofo italiano. Amiterno, L’Aquila, Abruzzo. Storico. Può anche darsi che adere la setta dei crotonesi. Tribuno della plebe e senatore, espulso dal senato per motivi morali, e probabilmente perchè fautore di GIULIO Cesare, che lo nomina questore, pretore nella guerra africana e pro-console della Numidia. Dopo la morte di GIULIO Cesare abbandona la vita pubblica per dedicarsi completamente agli studi -- La congiura di Catilina, La guerra giugurtina, Le Storie. A lui venne rivolta l’accusa di essere stato complice dei sacrilegi di NIGIDIO (si veda) Figulo. Certamente lui spesso insiste nei suoi saggi sulla opposizione di anima e corpo. Parla di un nume divino che veglia sulla condotta dei mortali e accenna a sanzioni nell’oltretomba. È quindi probabile che allo storico debba essere identificato quel Sallustio che scrive un "Empedoclea" per esporre le dottrine del filosofo da Girgenti, tutte colorate di Pitagorismo. Cicero's letter to his brother Quintus is best known for containing the sole explicit contemporary reference to Lucretius's “De rerum natura.” But it is also notable as the source of the only extant reference of any kind to another presumably philosophical didactic poem, Sallustius's “Empedoclea” (Q. fr. 2.10(9).3= SB 14): “Lucretii poemata, ut scribis, ita sunt: multis luminibus ingenii, multae tamen artis. sed, cum ueneris. uirum te putabo, si Sallusti “Empedoclea” legeris; hominem non putabo.” “Lucretius' poems are just as you write: they show many flashes of inspiration, but many of skill too. But more of that when you come. I shall think you a man, if you read Sallustius' Empedoclea; I shan't think you a human being.” In addition to the vexed but separate question as to whether the Sallustius in question is to be identified with the historian, with Cicero's friend Cn. Sallustius, or some other figure bearing that nomen, the meaning of the barbed comment on his poem has been almost as fiercely debated.The antithesis between “uir” and “homo” has been thought problematic, a difficulty formulated with characteristic brusqueness by Housman. “If one is not a human being, one cannot be a stout-hearted man nor a man of any sort; one is either above or below humanity, a god or a beast; and “uir” is not Latin for a stout-hearted god nor for a stout-hearted beast.” Housman's proposal of a lacuna following “uirum te putabo”, where a different protasis corresponding to that apodosis has dropped out, earned a place in Bailey's apparatus and a 'fort. rect.' in Watt's, but has otherwise found little favour. Most critics have been more or less satisfied that the strict illogicality should not stand in the way of the joke, though several share Housman's related feeling that “homo” would stand in more natural antithesis with god or beast. It is worth stressing that Housman is, on the question of Latinity at least, quite right that one cannot be a “uir” if one is not a “homo” (though the reverse is of course quite possible). Even the vast resources provided by concordances, the TLL, and now searchable electronic databases such as the PHI CD-Rom or the Bibliotheca Teubneriana Latina merely corroborate the accuracy of his Latinity. The juxtaposition of “uir” and “homo” is indeed a common one, and particularly so in Cicero. In many instances, the same person is (usually) praised using both nouns, each qualified with an adjective which in some cases may partially reflect the distinction between qualities appropriate to a Roman male and the more humane attributes of a Mensch (e.g. hominem honestissimum, uirum fortissimum, Font. 41; forti uiro et sapienti homini, Leg. Man.), but in others (the majority) the contrast is often so hard to draw that the words feel almost like synonymous doublets (e.g. consulari homini clarissimo uiro, Verr.). When the two words are set in antithesis, it is always clear, and indeed the point of the antithesis or a fortiori argument generally depends on the fact, that to be a “homo” is a lesser attainment than to be a “uir.” Thus the gold ring which Verres gave to a scriba proved not that the latter was a brave man, but merely that he was a rich fellow (“neque ... uirum fortem, sed hominem locupletem esse declarat, Verr.), the diminution of a proconsul's province should be guarded against not only in the case of a man of the highest standing, but even in that of a middling fellow (“neque solum summo in uiro, sed etiam mediocri in homine <ne> accidat prouidendum, Prov. cons.), and Lucius' and Patron's proto-Hobbesian philosophy describes not a good man but a cunning fellow (“se de callido homine loqui, non de bono uiro -- Att. 7.2.4 = SB 125). Taking the opposite trajectory, from mere “homo” up to “uir,” Cicero often self-consciously corrects himself, promoting his subject from the former to the latter category, as with Cato at Brut. 293 (magnum mercule hominem uel potius summum et singularem uirum) or Epicurus at Tusc.  (homo minime malus uel potius uir opti-mus). From this it is at least implicit that to be a homo is a necessary but not sufficient condition for being a uir, but that uiri are a subset of homines is absolutely clear when Cicero writes of injustices which would seem intolerable not only to a good man but more broadly to a free human being (ut non modo uiro bono, uerum omnino homini lib-ero ideatur non fuisse toleranda. Inv. rhet. 2.84).? Perhaps the closest Cicero comes to a clear distinction is in his consolatio to the exiled Sittius, where he urges him to remember that he is both things (et hominem te et uirum esse, Fam. 5.17.3 = SB 23), a homo because he is subject to the vicissitudes of all humanity, a uir because he ought to bear those vicissitudes with fortitude. Here there is no fusion or explicit overlapping of the categories; each has its specific and discrete associations. However, neither is there anything here to contradict the evidence of all the other instances or to suggest that even Sittius could be a uir but not a homo. Even with the benefit of searchable databases, it can be seen that Housman's judgement on Latinity and logic is sound. It may be, however, that the confounding of logic (and perhaps of Latinity) is the essence of humour, and so we must ask ourselves whether Cicero's transmitted judgement on Sallustius, since it isn't quite Latin, is actually funny. Even those who defend the paradosis seem vaguely apologetic about the joke which they are determined to preserve. Shackleton Bailey, in refuting Housman, writes that 'Cicero says these two things in the same breath ... because he thought it mildly amusing', and in his shorter commentary remarks, almost shame-facedly, that 'the juxtaposition is mildly funny' Of course, whether the reason lies in cultural contingency or in transhistorical unfunniness, no one who has read any quantity of Ciceronian 'jokes' would consider a failure to provoke uproarious laughter as grounds for emendation. Yet the problem with this joke is not so much that it is at best 'mildly amusing', but rather that it seems oddly arbitrary and lacking the pointedness or relevance to its context which we might expect in even the feeblest witticism. '° It is certainly possible for humour to be generated from the antithesis of uir and homo. At Terence, Hecyra 523-4, Phidippus calls to his wife Myrrina, and when she responds with an interrogative mihine, mi uir? ('Is it me you're talking to, my husband?'), he replies in turn uir ego tuos sim? tu uirum me aut hominem deputas adeo esse? ('Is it your husband I am? Do you consider me to be a husband/man or even a human being?') This is, if anything, an even clearer proof that uiri are a subset of homines, as the adeo shows, and it is on this normative relationship of the two words (in contrast to the anomalous one at Q. fr. 2.10(9).3) that the joke partly depends: if Myrrina does not consider Phidippus a homo, then a fortiori she cannot consider him a uir. However, the reference to this standard notion that one must be a homo to be a uir would have no particular point were it not wittily combined with the context-specific wordplay on uir as 'husband' (as Myrrina uses it) and 'man' ('Man? I'm not even treated like a human being!')"' To turn from the humorous potential of the uir/homo antithesis to Cicero's comedic practice elsewhere in his correspondence, it can be seen that he does make literary jokes which, however amusing or otherwise we might subjectively find them, are unquestionably pointed and tailored to the specifics of their context and subject-matter. One example is his witty and context-specific use of the poeta auctor conceit to depict Tigellius as being actually 'sold at auction' (addictum) by Calvus' mimetic lampoon, in the act of doing which he picks up and even elaborates Calvus' own conceit 'of writing a poem in the form of an auction announcement ... in which he himself took the part of the auctioneer and offered Tigellius for sale'. 2 Equally witty and pointed, and with an added touch of doctrina, is his play on the double status of Quintus' Erigona as bothtragedy and woman, mock-lamenting that she was lost on the road through Gaul despite owning a fine dog, a learned allusion to the faithful Mera who led her mistress to Icarius' body, as well as a jibe at the ineffectual Oppius. 3 The letters are also full of witty and pointed philosophical jokes and allusions, as Miriam Griffin has shown. 14 To cite but one example, Griffin argues that Cicero's ironic concern to come to see Trebatius 'before [he] flows completely from [his] mind' (antequam plane ex animo tuo effluo) subtly alludes to the Epicurean doctrine of sense-perception by means of eisha. 5 In our passage, on the other hand, we might wonder why the (dubious) antithesis of “uir” and “homo” even arises when discussing Sallustius' “Empedoclea.” There is no obvious reason why such a poem, whether as a poem or as an instantiation of Empedoclean philosophy, would suggest a play on the antithesis of 'man' and "human', let alone one which is unparalleled in extant Latin, where, as has been shown, one cannot be a “uir” without also being a “homo.” If an emendation could provide an antithesis which preserved and perhaps even enhanced the humour, but removed Housman's illogicality, and had a clear connection with the topic under discussion, it would have a good deal to recommend it. We have already noted how one of the more obvious antitheses of homo is 'god'. Among the most famous, or notorious, aspects of Empedocles's doctrine was his claim to be a god and no longer a mortal. The claim is most clearly preserved in the proem to the Katharmoi (DK B112.4-6): ¿ya et juv BEos duBpoTos, ouKéTI OUnTóS MOREQUAL MET TOOI TETILÉVOS, GTEP ¿OLKA, TOIVIOIS TE TEPIOTETTOS OTÉPEGiV TE DaREiOIS. “I come to you as an immortal god, no longer a mortal, honoured among all, as is fitting, garlanded with fillets and festive garlands”. That this doctrine was familiar in Rome is clear from Horace's explicit comment and partial translation at the climax of the “Ars Poetica” -- while Empedocles wanted to be considered an immortal god', deus immortalis haberi dum cupit Empedocles) and Lucretius's all-but-explicit reference to the poems of Empedocles "divine breast' (diuini pectoris) so that he 'seemed created from scarcely human stock' (“uix humana ideatur stirpe creates”). Noting this connection, Murley suggests 'a jest at the expense of Empedocles as well as Sallust and unpacks the implications of “homo” as ""But if, in the few days before your return, you shall have read Sallust's “Empedoclea”, I shall regard you as a hero – but, like Empedocles, *not* a human being.” Murley's interpretation is attractive, but the secondary, implicit antithesis between 'human' and 'god' sits uneasily with the explicit and problematic antithesis between 'human' and 'man'. The most economical solution would be to remove the latter antithesis and the make the former explicit. One solution which would satisfy all the requirements which we have set so far would be to emend the paradosis irum to a word meaning god, most probably either “deum” or “dium.” The juxtaposition of forms of “deus” and “homo” is extremely common in Latin, and occurs eighteen times in Cicero, albeit more frequently in the plural. Of course, for a double entendre to work, there must be a primary as well as a secondary meaning. The playful allusion to Empedocleian doctrine would be clear. But there must still be an independently comprehensible way in which Marcus can call Quintus a 'god', even if the allusion grants him a degree of licence to stretch common usage a little. Curiously, “dius” does not seem to have been used metaphorically of mortals with superhuman qualities, despite, or perhaps because of, its specific connotations of a deified mortal or an intermediate being between god and mortal, and of course its later use as the designation par excellence of apotheosised principes. There is far more evidence for the use of “deus” in this way, 'de homine ... virtute aliqua praedito', including numerous examples in Cicero's speeches, letters, rhetorical and philosophical works. Of particular relevance to our passage is the assertion by Cicero's Crassus that the godlike orator is one who does not merely use correct Latin but speaks ornate (De or.). “Si est aliter, irrident, neque eum oratorem tantummodo sed hominem non putant; quem deum, ut ita dicam, inter homines putant?” -- But if it is otherwise [than that he speaks correct Latin], they laugh at him and think him not only not an orator but not even a human being; who do they think, so to speak, a god among mortals?') Even with the qualifying ut ita dicam, it is clear from this passage (and others where there is no such qualification) that Cicero could use deus to designate a human who excels in some field or other, and did so on occasion in antithesis with homo.? As suggested above, the allusion to Empedocles (and to Sallustius) and the humorous context would help to justify a slight extension of the usage whereby the act of reading a poem ironically reflects superhuman qualities, whether of endurance or discernment. It might even be possible that a rare use of “diuus” in this metaphorical sense could be justified by a verbal echo of S., but Ciceronian and other Republican usage would tend to point towards “deus”. As for how such a corruption could have come about, a misreading of “dium” as “uirum” might seem easier than that of “deum”, but forms of “d” and “u” are not normally alike, and the cause here is far more likely to be psychological. The form could have been assimilated to the nearby “hominem”, or we might see the metamorphosis of god into man as an instance of polar error, where a scribe writes the opposite of the word he is copying. This type of corruption is not uncommon in Ciceronian manuscripts. Cicero's plea at Rosc. Am. 12 that the presiding praetor Fannius 'avenge the misdeeds with all zeal' (ut quam acerrime maleficia indecetis) became, in Naples IV B 17, a paradoxical desire that no good deed should go unpunished., as the scribe wrote beneficia for maleficia. Likewise at Mur. 73, according to the copyist of Venice, Marc. lat., the public attributes Sulpicius laying of charges against Murena for having escorts and giving voters meals and spectacles, not to his excessive zeal (in tuam nimiam diligentiam) but to his lack thereof (neglegentiam). That a copyist could likewise write “uirum” for “deum” is entirely feasible. Alternatively, with either “deus” or “dius”, a devout Christian scribe might - consciously or unconsciously - have baulked at Cicero's apotheosis of his brother in such a context and - again consciously or unconsciously - emended the offence away. There remains the question of whether Cicero is alluding to Empedocles alone or to Sallustius poetic depiction of him. As noted above, Murley sees the joke as being 'at the expense of Empedocles as well as Sallust'. It is certainly possible that the play on god and man is an allusion directly back to the “Katharmoi”. Sedley has convincingly argued that the proem of Lucretius's De rerum natura not only imitates Empedocles's proem but is meant to be recognised as so doing, and thus assumes familiarity with the latter among late Republican litterati. Even Sedley, however (incidentally using the letter as his principal evidence), allows that such familiarity could come either through direct acquaintance or through Latin translations and imitations’s -- including S.. None of Cicero's allusions to Empedocles in the philosophical works are noticeably oblique or seem to assume much prior knowledge, though the reference of his Laelius to “a certain learned man of Agrigentum” (“Agrigentinum doctum quendam uirum”) could conceivably be taken as allusive as well as faux naif. In considering Cicero's allusive practice in the letters, we might compare the witty allusion to Quintus's Erigona which cannot possibly have referred directly to the text of a tragedy which Marcus never had the chance to read, and hence must look to the original myth (and possibly the wrong myth at that), perhaps as narrated in Eratosthenes' epyllion. However, in the case of the letter, where we are dealing not with a lost text but one with which both correspondents have some familiarity, it is surely more likely that Cicero is alluding not - or not only - to Empedocles directly, but to S.’s poetic rendering of his doctrines and perhaps even his poetry. If S.’s “Empedoclea” included a Latin version of DK B1 12.4-6, it is not improbable that it might have occurred as early in the poem as those lines are in the “Katharmoi,” and hence be recognizable even by those who had not read it in its entirety. It is also quite likely that “evntos” would have been translated as “homo” (though “mortalis” is an obvious alternative possibility) and theós by either deus or dius. In favour of diuus, we might note its strict distinction from deus as referring to a minor deity (equivalent to the Soiucv which Empedocles elsewhere claimed to be) or even more specifically to a deified mortal. On the other hand, the phrase deus immortalis is not only an obvious way to render “0eos außpotos,” and far easier to fit into hexameters than diuus immortalis, with its initial cretic in the nominative and tendency to elision or hiatus in other cases, but nicely corresponds to the existing common Latin unctura, “di immortalis”, of which incidentally Cicero is particularly fond. “deus immortalis” is also the phrase used at Ars P. to render “0eos äußpotos” and it is tempting to speculate that Horace too is alluding not only to Empedocles, but to S.’s Empedocleian poem. This, of course, can only be speculation in the absence of any other trace of the poem. But it is far from improbable. Corte arguez for the influence of S.’s “Empedoclea” on the speech of Pythagoras in Metamorphoses. If OVIDIO could integrate such allusions into his depiction of a different philosopher, albeit one with some doctrines in common, it is hardly less likely that ORAZIO could allude to S. when referring to Empedocles himself. If Horace is indeed alluding to S., this might constitute one further argument in favour of Cicero's writing deum when also alluding to the Empedoclea. However, the argument does not stand or fall on the issue of Horatian allusion. To sum up, one may suggest that Cicero wrote to Quintus deum (or possibly diuum) te putabo, si Sallusti Empedoclea legeris; hominem non putabo. In doing so, he would certainly have alluded – via implicature -- wittily to Empedocles's claim to be a god and no longer a mortal at DK B112.4-6, and probably to S.'s own Latin rendering of that claim. Emended thus, the antithesis does not require the special pleading which has been made for uir/ homo and it has specific and pointed relevance to the poem under discussion. It is a matter of taste, of course, but it might also be a little more than mildly amusing. The dominant quality of S.'s moral philosophy as articulated in the preface to the Bellum Catilinae is gloria: this preoccupies much of S.’s discussion, particularly in the opening two chapters of the monograph. The text begins with an emphatic statement of the goal of life, which according to S.  is to avoid passing through life without leaving a record of one's existence: omnis homines qui sese student praestare ceteris animalibus summa ope niti decet ne vitam silentio transeant veluti pecora, quae natura prona atque ventri oboedientia finxit: "for all men who set themselves to exceed the other animals, it is right to struggle with the highest effort, lest they pass through life in silence like beasts, whom nature has made supine and subject to their appetites. To this end, S. continues, man is comprised of a dual nature, body (held in common with the beasts) and mind (in common with the gods); we should make use of the resources of the mind (animus) to seek gloria. For", S. continues "the gloria of riches and beauty is variable and fragile; virtus is held to be splendid and lasting", nam divitiarum et formae gloria fluxa atque fragilis est, virtus clara aeterna habetur. The separation between mind and body, according to S., is not absolute: each requires the assistance of the other, because the mind is required to plan actions, and the body to carry them out. Gaio Sallustio Crispo, Empedoclea. Sallustio.

 

Luigi Speranza --Grice e Salustio: la ragione conversazionale del divino e dei divini – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. The author, according to some, of Salutio’s ‘On the gods and the world order,’ dedicated to Giuliano. Accademia. Flavio Salustio.

 

Luigi Speranza -- Grice e Salustio: la ragione conversazionale del pitagorico che corresponde con Giuliano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Ricerca (latino: Saturninus Secundus Salustius o Salutius. Politico e filosofo romano di età imperiale appartenente ai neoplatonici. Epigrafe in latino trovata ad Amorgos e riproducente una lettera (CIL III, 459) dell'imperatore romano Giuliano a S. (Museo epigrafico di Atene) Amico dell'imperatore romano Giuliano, ne condivise il programma di restaurazione della religione romana, ma fu così equilibrato che fu prefetto del pretoriod'Oriente sotto quattro imperatori. Di una famiglia della Gallia, forse dell'Aquitania, è probabilmente un homo novus, in quanto i suoi due primi incarichi furono non senatoriali; S. è infatti, probabilmente sotto l'imperatore Costante, praeses provinciae Aquitanicae, magister memoriae, comes ordinis primi, proconsole d'Africa e comes ordinis primi intra consistorium et quaestor, come attesta l'iscrizione posta sotta la sua statua d'oro eretta nel Foro di Traiano. È inviato dall'imperatore Costanzo II, fratello del defunto Costante, al cugino e cesare d'Occidente Giuliano, come consigliere, quando era ormai già avanti con gli anni. Costanzo si insospettì dei successi di Giuliano e, attribuendoli a S., lo richiama, separandolo dal cesare di cui era divenuto amico.  Giuliano venne acclamato imperatore e l'anno successivo Costanzo II morì. Giuliano, giunto a Costantinopoli, nominò S.  prefetto del pretoriod'Oriente e presidente del tribunale che a Calcedonia processò i funzionari di Costanzo. Lascia Costantinopoli per raggiungere Giuliano ad Antiochia, da dove l'imperatore aveva intenzione di far partire la sua campagna sasanide. Qui Salustio sconsigliò a Giuliano di perseguitare i cristiani: per dargli un esempio, torturò un certo Teodoro per tutto un giorno, dimostrandogli che ne avrebbe fatto un martire. Da rifugio al vescovo di Aretusa, Marco, che aveva suscitato la rabbia di Giuliano e, pare, torturò dei pagani per vedere se la loro resistenza era comparabile a quella dei cristiani. Fu poi incaricato di preparare le forniture per l'esercito e la flotta; quando un ufficiale non riuscì a portare gli approvvigionamenti dovuti a Circesium lo fece giustiziare. Giuliano morì durante la campagna, in uno scontro con i Sasanidi (363), durante il quale anche Salustio rischiò la vita. In seguito fu scelto dai generali romani come successore del suo amico, ma declinò l'offerta, adducendo la cattiva salute e l'età avanzata, e al suo posto venne eletto il cristiano Gioviano. Sotto Gioviano rimase in carica come prefetto: il nuovo imperatore lo inviò a trattare con i Sasanidi.  Dopo la morte di Gioviano sostenne l'elezione di Valentiniano I. Quando Valentiniano cadde ammalato, S. nega che la malattia fosse stata provocata da un maleficio preparato dai sostenitori di Giuliano. Venne deposto dall'imperatore, che invitò chiunque a presentargli accuse contro Salustio, ma fu poi rimesso al suo posto dopo poco tempo.  Continua al suo posto sotto l'imperatore Valente, che il fratello Valentiniano associò all'impero; ha Callisto come assessor (assistente), e Eanzio. Venne sostituito da Nebridio, principalmente a causa dell'azione del patricius e suocero dell'imperatore Petronio, ma quando, sempre quell'anno, Nebridio venne catturato dall'usurpatore Procopio, S. venne re-integrato. Venne definitivamente congedato comunque a causa degli intrighi di Clearco. Riceve il titolo di patricius dopo il congedo. Giuliano e amico di S., cui dedica la Consolazione a sé stesso, scritta dopo la forzata separazione in Gallia da S., e il suo inno al Re Helios. S. legge e approva anche un'altra opera dell'imperatore, I Cesari. Libanio lo loda come funzionario incorruttibile, Imerio gli indirizza un'orazione in cui lo definiva vero reggitore dello stato, mentre persino i galilei ne lodavano l'equilibrio. S. è uno studioso di letteratura e FILOSOFIA, che addirittura trascura talvolta i propri uffici per coltivare i propri studi. A S. è attribuita il saggio “Περὶ θεῶν καὶ κόσμου”, una sorta di manuale di religione romana voluta dal Giuliano. La maggior parte delle idee esposte nel saggio non sono originali ma sono derivate da altri filosofi dell’accademia, come pure dalle orazioni di Giuliano, anche se S. sembra avere meno dimestichezza con Giamblico, considerando la sua demonologia meno sviluppata. In alcuni punti, tuttavia, l'autore sostiene alcune tesi inconsuete. Per esempio riguardo all'origine del male, S. afferma che nulla è male per sua natura, ma diviene male per le azioni degl’ uomini, o meglio, di alcuni uomini. Inoltre, il male non è commesso dagl’uomini per sé, ma perché si presenta falsamente sotto l'apparenza di un BENE – cf. H. P. GRICE, INCONTINENZA --, come ha già esposto in certa misura Socrate. Il male – ill-will, H. P. GRICE -- nasce sempre e solo a causa di una falsa valutazione del bene, in quanto, alla fine, è mancanza di esso. Ma come si spiega il male nel mondo se il divino e buono e compi ogni cosa? In primo luogo bisogna precisare che, se il divino e buono e compi ogni cosa, il male non ha una esistenza effettiva ma nasce per assenza di bene, come l'ombra non ha esistenza ma ha origine dall'assenza di luce. -- S. Gli dei e il mondo. Il suo nome è riportato come Saturnino Secondo nelle iscrizioni, Secondus Salutius in Ammiano Marcellino, Secondo in Libanio (Lettere), Filostorgio e Sozomeno, e infine Salutius, Salustius o Sallustius altrove. Sivan, Hagith, Ausonius of Bordeaux: Genesis of a Gallic Aristocracy, Routledge, Costanzo dubita della lealtà di Giuliano, in quanto ne uccide il padre Giulio Costanzo e il fratellastro Costanzo Gallo. Ammiano Marcellino. Lungo la strada, ad Ancira (moderna Ankara) fa incidere l'iscrizione CIL. Socrate Scolastico; Sozomeno, Ammiano Marcellino, che però lo chiama semplicemente "prefetto". Socrate Scolastico. Passio SS. Bonosii et Maximiliani, Libanio, Orazioni Ammiano Marcellino Ammiano Marcellino. Zosimo. Ammiano Marcellino; Zosimo riporta anche l'offerta della porpora al figlio di S., respinta sulla base della sua giovane età. Libanio, Orazioni, Imerio, Orazioni, Gregorio Nazianzeno, Orazioni, Azize, The Phoenician Solar Theology, Smith, Rowland, Julian's Gods: Religion and Philosophy in the Thought and Action of Julian the Apostate, Routledge, Ammiano Marcellino, Res gestae Filostorgio, Storia ecclesiastica Libanio, Lettere e Orazioni Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica Sozomeno, Storia ecclesiastica Zosimo, Storia nuova Fonti secondarie modifica Jones, Arnold Hugh Martin, John Robert Martindale, John Morris, The Prosopography of the Later Roman Empire, Cambridge University Press, Edizioni delle sue opere; Salustio, Sugli dèi e il mondo, cur. Giuseppe, Adelphi, Salustio, Gli Dei e il Mondo, cur. Vacanti, Il Leone Verde, S. neoplatonico, su Treccani, Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Calogero, S. neoplatonico, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,  Portale Antica Roma  Portale Biografie  Portale Filosofia Arinteo generale romano Nebridio generale romano Eusebio (praepositus sacri cubiculi) alto funzionario dell'Impero roman. Saturnino Secondo Salustio. Saluzio. Secondo Sallustio. Salustio. Keywords: il divino, i divini, l’ordine del mondo. Salustio.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Salutati: la ragione conversazionale d’Ercole al bivio – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Stignano). Filosofo italiano. Stignano, Reggio Calabria, Calabria. Vedo che ignori quanto sia dolce l'amor di patria. Se ciò fosse utile alla difesa e all'ampliamento della patria, non ti sembrerebbe un crimine penoso, nè un delitto scellerato, il fracassare con la scure il capo del proprio padre, o ammazzare i fratelli, o cavare con la spada dal grembo della moglie il figlio prematuro. Ad Andrea di Conte. Cancelliere di Firenze, figura culturale di riferimento dell'umanesimo a Firenze, in qualità di discepolo del BOCCACCIO e precettore di BRACCIOLINI  e BRUNI.  Considerato uno dei più importanti uomini di governo, S. come cancelliere della repubblica di Firenze, svolge un importantissimo ruolo diplomatico nel frenare le ambizioni del duca di Milano VISCONTI, intenzionato a creare uno stato comprendente l'Italia centro-settentrionale. Nel contesto di questa lotta elabora la sua dottrina della “libertas fiorentina”. Oltre all'impegno politico, svolge un importante ruolo nella diffusione dell'umanesimo petrarchesco (PETRARCA – si veda) e boccacciano, divenendone l'esponente più importante e il praeceptor della prima generazione degl’umanisti. Il suo lascito più importante presso i posteri è la codificazione civile dell'umanesimo, cioè l'uso dello spirito e dei valori dell'antichità classica all'interno dell'agone politico internazionale. Grazie a S. -- autore tra l'altro di un vastissimo epistolario e di trattati politici, filosofici e letterari -- difatti, il mito della florentina libertas, cioè di quel complesso di valori ispirati alla libertà promosso dall'ordinamento politico fiorentino, si rafforza enormemente sotto il suo cancellierato, ed e utilizzato quale strumento diplomatico per accrescere il prestigio di Firenze presso gl’altri stati d’Italia. Costretto, a pochi mesi dalla sua nascita, ad abbandonare il luogo natìo per raggiungere il padre Piero (detto dal Villani di buoni costumi e di prudenzia laudabile) a Bologna, ove il genitore serve il signore della città Pepoli, che a sua volta garantiva protezione alla famiglia. Nella città felsinea compe per volontà paterna -- ma più probabilmente di Pepoli che, morto Piero, prende sotto la sua protezione la famiglia e il giovane Coluccio in particolare --, studi, benché fosse maggiormente interessato alle discipline letterarie, e segue le lezioni di logica e di grammatica di Moglio. Lascia Bologna a causa anche della caduta di Pepoli e ritorna a Stignano, dove un rogito testimonia la sua presenza. Gl’anni successivi all'allontanamento da Bologna,  gli videro esercitare il mestiere di notaio in vari centri toscani -- specialmente in Valdinievole – coltivando lo studio dei classici, come dimostra la lettera a Gianfigliazzi, colto politico fiorentino col quale discute su Valerio Massimo e altri autori antichi. Nel frattempo, la sua carriera amministrativa lo spinse ad intraprendere anche la carriera politica: cancelliere del Comune di Todi prima, della Repubblica di Lucca poi, ed infine, dopo essere giunto a Firenze ed avervi esercitato per breve periodo l'incarico di scriba omnium scrutinorum, Cancelliere di quella città, tenne, pertanto, nelle sue mani la carica più importante della diplomazia della repubblica fiorentina, divenendo un personaggio di spicco della politica italiana. Costantemente rieletto e confermato con le stesse ingerenze, lo stesso stipendio e i soliti privilegi, lascia nell'ufficio un numero grande di minutari e registri, di lettere e istruzioni, per lo più di sua mano, e solo in parte de' suoi coadiutori, che non sembrano molti. Da questi libri e da altri della cancelleria, apparisce com'egli fosse costantemente in palazzo, presente a innumerevoli atti del comune, dei consigli, degli uffici più svariati. La frattura in seno alla chiesa cattolica spinse Urbano VI a firmare la pace coi fiorentini. Le relazioni tra santa sede all'epoca ad Avignone e la repubblica fiorentina degenerarono rapidamente a causa della volontà di Gregorio XI di ritornare a Roma e ripristinarvi l'autorità della chiesa. La paura che si formasse, nel centro Italia, un forte stato ecclesiastico allarma sia Firenze (intimorita di essere inglobata nel nuovo stato) che le città degli Stati Pontifici, che a causa della lontananza del Papato avevano acquisito una grande forza ed indipendenza. La guerra finì frettolosamente a causa della scissione interna alla Chiesa stessa tra cardinali, fatto che porta alla nascita del gravoso Scisma d'Occidente. Urbano VI assolve Firenze dalla scomunica per avere alleati contro Clemente VII.  Tra gli scomunicati, c'e anche lui, in quanto figura chiave della politica dell'epoca. Coluccium Pieri de Florentia, excellentissimum cancellarium comuni Florentie, riceve l'assoluzione da parte del Papa tramite i legati S. Pagani, vescovo di Volterra, e F. d'Orvieto, frate appartenente all'ordine degli Eremitani. Firenze, mentre stava stipulando la pace con Urbano VI, fu sconvolta dalla rivolta del popolo minuto che, già soggiogato e perseguitato dalla prepotenza politico-economica del popolo grasso, fu sobillato dagli operai salariati (i ciompi) a rivoltarsi. Si ebbero i primi scontri e i ciompi, risultati vincitori, imposero Lando quale gonfaloniere di Giustizia e riformatore della Signoria in senso democratico. L'animosità degli sconfitti si fece sentire molto presto: dopo aver chiuso gli opifici riducendo alla fame gli operai, la grande borghesia e l'aristocrazia riuscirono a trarre dalla loro parte Lando che, dopo aver disperso i capi dei ciompi, si dimise dalla carica di gonfaloniere e ridando il potere ai magnati, tra i quali primeggiarono gli Albizi che instaureranno un regime oligarchico durato fino alla venuta di Cosimo de' Medici. Dall'epistolario di Coluccio, sappiamo che egli informò D. Bandini di Arezzo dei tumulti avvenuti in città e stimando gli uomini assurti al potere quali degni e pieni di considerazione. L'atteggiamento emerso in quest'epistola, datata il mese d'agosto, si rivelerà contrario a quanto Coluccio in realtà pensasse del nuovo governo. Cirillo ci descrive lo stato d'animo del Cancelliere e la sua scelta di rimanere in tale carica nonostante l'avversione per i Ciompi. Dalle lettere di S. si evince come il cancelliere non fosse soddisfatto del governo instaurato dal Popolo Minuto, ed è probabile che il cancelliere conoscesse anche i “piani politici” di chi voleva ritornare al potere. Questo ci permette di ipotizzare che, la decisione di ritornare al proprio ufficio si legava sia alle necessità familiari dell'umanista, sia all'amore che egli nutriva per il proprio lavoro ma anche, alla conoscenza dell'imminente ritorno del Popolo Grasso al potere, unito alla convinzione della mancanza di conoscenze politiche adeguate per governare una città come Firenze da parte dei Ciompi stessi (Cirillo)  Ha un ruolo decisamente più attivo ed importante nell'animare Firenze perché si difendesse dalle ambizioni di conquista di Visconti, duca di Milano, desideroso di sottomettere l'intera Penisola al suo controllo schiacciando le resistenze delle Signorie dell'Italia Settentrionale. Visconti sposta infatti le sue attenzioni sulla Repubblica di Firenze, e S. giocò un ruolo importante in questa situazione spronando il popolo fiorentino a difendere la sua tradizionale libertà (la florentina libertas) e rispondendo egli stesso dalle accuse dei nemici attraverso l'opera Invectiva in Antonium Loscum. La situazione per i fiorentini, all'inizio del conflitto, era alquanto drammatica, in quanto si ritrovarono praticamente circondati dai domini di Visconti e solo l'ausilio di bande mercenarie, guidate da Acuto, riuscirono a frenare i piani di dominio del Visconti. La guerra, che riprese dopo una momentanea tregua, vide la formazione di una vasta coalizione antiviscontea di cui fecero parte tutti gli stati italiani del centro-nord, tenuti assieme dalla politica estera fiorentina e da quella veneziana. Nonostante gli alleati fossero stati gravemente surclassati dalle forze milanesi, i fiorentini riuscirono a salvare la loro indipendenza resistendo a dodici anni di guerra, cioè fino alla morte improvvisa di Visconti a causa della peste, lasciando Firenze in una posizione di potenza nell'Italia centro-settentrionale.  S. trascorse gli ultimi anni della sua vita terrena celebrato sia per la sua posizione di guida dell'umanesimo, sia per l'abilità politica dimostrata contro il Visconti, ma anche in grandi amarezze a causa dei lutti (morte della seconda moglie e la morte di alcuni dei suoi figli in occasione della pestilenza). Quando poi morì, la Signoria, il giorno successive, gli fece celebrare funerali solenni in Santa Maria del Fiore, ponendo sulla sua bara una ghirlanda d'alloro per le sue virtù poetiche. I suoi discepoli Bruni suo successore, Bracciolini, futuro cancelliere e Vergerio lo piansero amaramente, ricordandolo come un padre e come il più grande decoro di Firenze. Coluccio umanista La guida dell'umanesimo italiano e per trent'anni, dopo la morte del Petrarca e del Boccaccio, il più autorevole umanista italiano, unico erede di quei grandi (Dionisotti)  Miniatura che ritrae proveniente da un codice della Biblioteca Laurenziana a Firenze. Alla morte del Boccaccio, sia per ragioni anagrafiche (era di una generazione sita tra quella di Petrarca e Boccaccio e la successiva degli umanisti), sia per la propria grandezza letteraria e filosofica, fu il principale esponente dell'umanesimo italiano, come ricorda infatti Dionisotti e altri studiosi, quel «trait d'union tra la generazione che aveva vissuto in prima linea il rinnovamento petrarchesco e quella dei nuovi umanisti già pienamente quattrocenteschi» Salutati ebbe, sia per il ruolo istituzionale sia per quello culturale, rapporti anche con i Paesi europei: tenne corrispondenza con un colto cortigiano di Carlo VI di Francia, Montreuil, e con l'arcivescovo di Canterbury Arundel, conosciuto mentre il presule inglese si trovava a Firenze. Fecondo scrittore, apologeta "diplomatico" della classicità contro gli attacchi degli aristotelici e di alcuni ecclesiastici ostili all'antropologia umanista, S. alterna il suo magistero culturale con quello politico, difendendo la libertà repubblicana di Firenze adottando lo stile e il genere degli antichi trattatisti.  Nonostante Lino avesse preso definitivamente l'attività notarile, come testimonia il suo primo rogito effettuato nella nativa Stignano, l'amore per la cultura e la letteratura non venne meno. Anzi, a partire dalla fine degli anni sessanta, S. divenne il segretario di Bruni, amico a sua volta di Petrarca; inizia, come esposto dalla Senile un rapporto epistolare a distanza, che permise a S. di avvicinarsi alle proposte umanistiche di Aretino. Nel periodo che intercorse tra questa prima epistola e la morte del Petrarca, S. entra sempre più nella mentalità classicista del maestro, grazie anche ai contatti che egli ha con l'altro grande umanista e allievo del Petrarca stesso, Boccaccio, quest'ultimo animatore del circolo umanista di Santo Spirito a Firenze. Seguendo la scia del maestro Boccaccio, sinceramente pianto da S. al momento del trapasso, il Cancelliere della Repubblica continua il suo magistero a Santo Spirito, tenendovi lezioni cui partecipavano umanisti non solo fiorentini -- si ricordano, tra i più importanti, Niccoli, Bruni e Bracciolini -- ma anche di altre regioni italiane -- quali il vicentino Loschi e Vergerio. Nel convento degli agostiniani S., aiutato nel suo magistero culturale dal coltissimo frate Marsili, non si fa soltanto portavoce degli ideali dell'umanesimo classicista petrarchesco, ma continua a tenere in alta considerazione ALIGHIERI (si veda), deprecato da una cerchia dei umanisti in quanto filosofo volgare e pessimo latinista. Oltre al suo compito di formazione dei umanisti che andranno a diffondere la filosofia presso gli altri centri italiani, S. ha il merito non solo di affidare le cattedre tradizionali dello studium fiorentino ad umanisti discepoli di Petrarca, quali Malpaghini, ma soprattutto quello di far rifiorire in Italia il greco. Grazie all'incontro avvenuto a Venezia tra i umanisti Rossi e Scarperia e i due colti bizantini Crisolora e Cidone, inizia, usufruendo dei poteri di Cancelliere, ad intessere rapporti con Crisolora per invitarlo ufficialmente a Firenze quale docente di greco nello studio. Questi, giunto nell'Europa Occidentale per conto dell'imperatore Manuele II Paleologo per cercare alleanze contro i turchi ottomani, cerca di instaurare rapporti di amicizia con gli stati che visita trasmettendo la conoscenza del greco ai circoli umanistici, edotti di latino ma non della lingua di Omero. Crisolora accetta l'offerta di S., rimanendo nella città toscana e lasciando in eredità ai suoi discepoli e amici fiorentini gl’Erotematà, compendi linguistici di greco caratterizzati da una sinossi COLLA GRAMMATICA LATINA. L'umanesimo incontra durante la sua diffusione, il sospetto e l'ostilità di alcuni ambienti a causa della libertà e responsabilità etica del singolo uomo che S. anda insegnando, e del suo progetto di conciliare la natura della cultura classica colle dottrine dei galilei.. I principali antagonisti dell'umanesimo fiorentino, il camaldolese Giovanni di San Miniato e il domenicano Giovanni Dominici -- quest'ultimo poi cardinale -- intendevano sostanzialmente mantenere l'istruzione e la morale rigidamente nelle mani della gerarchia, rifiutando la ventilata autonomia spirituale dei pagani e riaffermando la loro interpretazione allegorica. Le humanae litterae – litterae humaniores -- non sono anti-tetiche agli studia divinitatis (littera divinae), S., davanti a questi attacchi, sostenne la necessità, anche da parte dei laici, di avere coscienza di ciò che dicono e professano nella vita attiva, ribadendo il valore positivo di questo modello di vita e combattendo il vuoto nominalismo tomista che la cultura ecclesiastica ufficiale difende strenuamente quest'ultimo visto come nocivo perché, avendo ormai intriso la stessa Bibbia di sillogismi filosofici, allontana dalla verità gl’uomini. Senza la capacità di intendere in fondo i termini, la lingua, non si dà conoscenza della scrittura, della parola del divino. Ogni conoscenza seria è comunicazione. In tal modo, gli studia humanitatis come mezzo per ritrovare nella lettera l'inseparabile spirto, nel corpo l'anima indisgiungibile, sono strettamente connessi con gli studia divinitatis. La disputa sulla verità teologica della poesia, genere privilegiato nella conoscenza del divino, è quello che gli impegna maggiormente. Seguendo il tracciato delle Genealogie deorum gentilium del maestro Boccaccio, risponde alle accuse dell'immoralità della poesia a G. di San Miniato, in una lettera affermando non solo che ogni verità proviene da Dio stesso, ma anche che Dio ha usufruito della poesia attraverso i salmisti, Giobbe e Geremia: per cui la poesia è il genere letterario più vicino a Dio. Tale tesi verrà poi ulteriormente rinforzata nell'incompiuto De laboribus Herculis, in cui si arriva a sostenere una vera e propria poesia teologica, per cui anche gl’antichi poeti pagani, con le loro opere, si avvicinavano al divino. Il poema epico di Petrarca, per la sua incompletezza e il latino ancora un po' rozzo, suscita delusione nei simpatizzanti dell'umanesimo. Forma, impiegando gran parte delle sue retribuzioni, una biblioteca di più di 100 volumi, collezione molto grande per l'epoca e simbolo del suo fervore culturale. Possedetun manoscritto delle tragedie di Seneca ricopiato ottimamente di suo pugno con l'aggiunta dell'Ecerinide del pre-umanista padovano Mussato, ma anche esemplari di autori quali Tibullo e Catullo ed una rarissima copia delle Ad familiares di CICERONE, coperta dall'amico e cancelliere milanese Capelli a Vercelli. A questa scoperta in terra di Lombardia, si aggiunse anche le Epistole ad Atticum, rendendolo il primo dopo secoli a possedere entrambe le raccolte di lettere di Cicerone. Sabbadini riporta che, nella sua biblioteca, e il primo a possedere il “De agricultura di CATONE, il Centimeter di SERVIO, il commento di POMPEO all'Ars maior di DONATO, le Elegie di Massimiano e le DIFFERENTIAE pseudo-ciceroniane, mentre Tateo continua elencando i Dialoghi di Gregorio Magno e l'esame dei vari manoscritti di Cicerone, di Lattanzio, di Agostino, di Seneca, di OVIDIO e di STAZIO in suo possesso. Nonostante questa passione da bibliofilo, che rese la sua biblioteca la più significativa dopo quella di Petrarca, non sfoggia mai eccellenti doti filologiche, al contrario di Petrarca stesso o del suo discepolo Bruni. Cerca, inoltre, di avere da parte di Lombardo della Seta, fedele discepolo di Petrarca, una copia dell'Africa perché fosse poi pubblicata. I suoi sforzi e dei umanisti risultarono sempre più insistenti. Lombardo ha timore a pubblicare un'opera rimasta in un testo incompiuto ed incerto, rischiando così di oscurare la gloria di Petrarca. Quando poi giunge a Firenze il sospirato poema epico d’Aretino, è afflitto dalle sospensioni, dalle lacune e certamente anche dalla pesantezza d'ala del poema tanto vantato e sognato. La delusione, trasmessa in una lettera a Brossano, spinselo a non farsi più editore e commentatore dell'opera. Intervenne anche nel campo della paleografia. Nel vivo studio dei classici, fa un'introduzione fondamentale: dopo aver adottato, per gran parte della sua vita, una scrittura cancelleresca e una libraria semi-gotica, legge e trascrive un codice delle Lettere di PLINIO MINORE contenente nessi e legature che si erano persi. L’uso di -s diritta in fine di parola, i nessi e le legature ae, ę e &, di cui si e persa memoria. Con questo esperimento inizia la storia della scrittura umanistica. L’epistolario di S., documento fondamentale di questa lunga ed efficace opera di rinnovamento culturale, tratta dei temi più disparati. Organicamente, la raccolta si divide in due filoni: le lettere private, indirizzate ad amici e conoscenti, e quelle pubbliche, scritte a nome della Repubblica di Firenze. Stilisticamente, l'epistolario di S. spicca per l'uso di uno stile che si allontana da quello delle lettere medioevali, fitte della retorica della ars dictandi, per lasciare il posto ad una serenità cordiale e del Portico che si richiama alle Familiares di CICERONE e al repertorio lessicale degl’altri autori classici, determinando così quello che è stato definito latino misto. Nella prima categoria, le lettere scritte a nome dell'umanista S. mettono in mostra le tendenze socio-culturali dell’umanesimo. Da un lato, la percezione del divario cronologico tra i contemporanei e gl’antichi, eredità diretta della sensibilità petrarchesca; dall'altro, l'esposizione in più punti del suo pensiero, dalla rivendicazione del valore della vita attiva contro i monaci e quegli ecclesiastici che sottolineano invece l'eccellenza della vita claustrale al valore della poesia. Immancabile è la tematica politica, esposta nella lunga lettera a Durazzo e ritenuta essere il sunto del pensiero politico dell’umanesimo. Le lettere dell’Epistoloario pubblico, scritte in qualità di cancelliere della Repubblica, sono di carattere puramente politico, in quanto rivolte a contrastare l'azione egemonica di Visconti. Riprendendo i modelli dei classici latini -- Seneca, SALLUSTIO, CICERONE --, S. addita Visconti quale tiranno in contrasto con la florentina libertas. Il tono di queste lettere dove essere così grave e tagliente che, secondo la tradizione, il duca di Milano risponde che un'epistola di S. e più deleteria di una sconfitta militare di Milano in campo aperto. Dal punto di vista più tecnico, il saggio  svolto presso la cancelleria di Firenze ha reso S. uno dei più noti cancellieri. Tale notorietà si deve al metodo di lavoro che egli adotta nel tempo in cui ha ricoperto tale carica. Effettivamente, i cambiamenti che S. apporta, soprattutto nel campo dell'epistolografia politica, pur non essendo certo radicali, ha una notevole influenza su molte corti. La letteratura sull'argomento è unanime nell'affermare che, S., pur utilizzando la formula prevista dall'epistolografia cancelleresca, che prevede: la “Salutatio”, il Proverbium, la Narratio, la Petitio e la Conclusio; ha modo di personalizzare ogni fase dell'epistola in base alle proprie esigenze narrative. È frequente perciò trovare nelle sue lettere una “salutatio” piuttosto breve ed un Proverbium soprattutto quando egli esprime teorie politiche piuttosto lungo. Epistola a Zabarella, filosofo padovano, il “De Tyranno” basato sull'omonimo trattato di Bartolo da Sassoferrato e sul “Polycraticus” di Giovanni di Salisbury, riflette sulla nascita della tirannide e sulla liceità dell'assassinio del tiranno stesso. Indotto a fare questa riflessione su spunto di A. dell'Aquila, che gli chiede la liceità dell'assassinio di GIULIO CESARE e dalla volontà di difendere la scelta dantesca di porre Bruto e Cassio nelle fauci di Lucifero, ammette la liceità di un tale gesto nei confronti di un despota, ma negandola però al generale romano, in quanto e un benemerito capo di stato, che e tradito dagli stessi uomini che sono stati da lui beneficiate. L’Invectiva contro Loschi, cancelliere dell'ormai defunto Visconti e autore di una “Invectiva in florentinos”, ha un tono più concreto rispetto al teorico “De Tyranno”. Nell'”Invectiva”, mostra la partigianeria repubblicana sostenitrice della “florentina libertas”, emula dell'Atene di Pericle fautrice della concordia partium tra lei e i suoi alleati. Gli ricorda come Firenze sia nel giusto perché è sottoposta alle leggi, che non possono essere violate, MENTRE A MILANO IL DIRITTO E STRUMENTO ARBITRARIO NELLE MANI DI UN VERO E PROPRIO TIRANNO, CHE STA AL DI SOPRA DELLA LEGGE. “De seculo et religione”, epistola all’amico Lapo si articola in due parti. Gl’invia una lettera d'accompagnamento insieme al testo da lui realizzato. Tratta di una esortazione assai fervida alla vita claustrale. Rivendica anche la validità della vita quale laico, in quanto strada valida nell'ambito gerarchico delle occupazioni umane, a cui egli rimane ancora legato. L'opera, esaltante la vita ritirata prendendo spunto anche da CICERONE, LIVIO, MACROBIO, e Omero, tratta anche della condanna morale di cui è afflitta Roma, dai papi fino ai predicatori. Nell’epistola “De fato et fortuna” espone l'argomento del libero arbitrio e del rapporto che esiste tra quest'ultimo e gli avvenimenti che possono ostacolarne i progetti. La tematica, assai complessa ed erede di una lunga tradizione filosofica -- i modelli sono Alberto Magno, AQUINO e il “De bona fortuna” di Aristotele -- si sviluppa nel tentativo di dimostrare come l'esistenza umana si inquadri in una causa prima, il divino la quale opera in comunione, talvolta incontrandosi, talvolta scontrandosi, con la volontà dell'uomo. In “De Nobilitate legum et medicine” propone una gerarchia del sapere, proponendo la legge come valore supremo sulla medicina, intesa come mera tecnica. Come l'anima è superiore al corpo, così la legge (che si rifanno al campo della volonta dello spirito) e superiori alla medicina, che fa parte della meccanica. La legge, infatti, regola la vita sociale, determina il con-vivere civile, stabilisce l'ordine e deve essere ottima perché puo produrre uomini migliori. Continua affermando che la legge, dal momento che appartengono alla sfera dello spiritualo e quindi celeste, e legate direttamente al divino. Gl’uomini, perciò, possono collaborare con Dio nella costruzione perfetta della società grazie al fatto che ogni uomo e ispirato dalla divinità medesima. Il “De Laboribus Herculis,” opera di grande impegno intellettuale, e un vasto saggio di poesia. Intende continuare il progetto culturale di Boccaccio della genealogia, vale a dire una difesa della poesia a livello universale basata sulle vicende terrene dell'eroe mitologico Ercole, re-interpretate in senso allegorico e indirizzate verso la via della virtù. Si basa su Ercole per la radice etimologica del nome greco, risalente ad “ερος κλερος”, cioè uomo forte e glorioso. Come già scrive a Giovanni di San Miniato, infatti, la poesia ha un valore universale in quanto il senso interpretativo supera la dimensione culturale in cui è stato scritto. Per cui la opera di un pagano, se piene di valori positivi, non devono essere rigettate, ma accolte in quanto provenienti dal divino stesso. “Carmen de morte Francisci Petrarce” e un carme commemorativo del Petrarca e accennato in varie epistole al conte di Battifolle, a Imola e a Brossano, del quale è quasi dubbio il completamento. “De verecundia” e un trattarello in forma epistolare indirizzato a Baruffaldi sulla natura positiva o negativa della verecundia, cioè il rispetto. Grazie agli studi genealogici di Novati, si puo ricostruire l'ascendenza e la discendenza del cancelliere fiorentino. Coluccio Ignota, figlia di un tal Lino Piero Lino Coluccio; Piera di Simone Riccomi, A.Corrado, Giovanni Sorella ignota, sposata a uno dei Giovannini di Stignano sposata ad uno dei Dreucci di Pistoia  Piero morto di peste, Andrea morto di peste, Bonifazio - Monna Checca de' Baldovinetti Arrigo  Margherita d'Andrea de' Medici Antonio, Duccia di Guernieri de' Rossi; Filippo, Lionardo, chierico Salutato, chierico Lorenzo. A lungo si è ritenuta corretta la data, Campana  Martelli, Nuzzo, e altri studiosi dimostrano che la data corretta è Villani, S. XXVII racconta l'ascesa politica ad una delle più prestigiose cariche politiche fiorentine. Nominato segretario grazie all'influenza del Gonfaloniere Serragli, e eletto Cancelliere in sostituzione di N. Monaci, uomo politico con cui il Serragli fu in disputa.  Si veda Epistolario per le addolorate missive inviate dal Bruni e da Poggio all'amico in comune N. Niccoli, ‘tali parente’ nell'epistola di Bruni; ‘patris nostri’ in quella di Poggio). In Ivi,  l'istriano P. Vergerio, in una lettera a F. Zabarella, lo descrive come il primo e straordinario decoro di Firenze -- urbis illius primum atque precipuum decus, Linum Colucium Salutatum -- Della stessa opinione anche: Cappelli, in cui si ricorda, al momento dei funerali, il commosso addio dell'allievo Vergerio, che lo chiama  communis omnium magister -- maestro comune di tutti noi. Luogo significativo per continuare le riunioni dei nuovi umanisti, in quanto vi viveva quel fra' Martino da Signa erede universale degli scritti del Boccaccio. Boccaccio dispose per testamento di lasciare la sua biblioteca all'agostiniano Signa con l'indicazione che alla morte del frate i volumi fossero negli armaria del convento fiorentino di Santo Spirito. Così avvenne. La grandezza di Alighieri, ma anche di Petrarca e dello stesso Boccaccio, sono messi in discussione dal più acceso degl’umanisti classicisti, Niccoli, all'interno dei Dialogi ad Petrum Histrum di Bruni. L'accusa principale consiste nella barbaria del loro latino e nel, caso di Alighieri, nel FRA-INTENDIMENTO DEL SENSO di alcuni passi di VIRGILIO. Solamente il suo intervento riesce a capovolgere la situazione, salvando Alighieri dalle accuse feroci del Niccoli. Come anche risulta da un dialogo del Bruni, che di quella polemica anti-dantesca è il documento principe, il suo intervento riusce ad assicurare la continuità, proporzionata all'età nuova, della tradizione dantesca a Firenze. I contatti tra Costantinopoli e Firenze sono facilitati dalla presenza, nella capitale bizantina, di G. da Scarperia, che decide di riaccompagnare Crisolora in patria per apprendere greco da lui stesso. La visione laica dell'umanesimo non si deve confondere con la proposta laicista, dal punto di vista etico e antropologico. Mantenendo sempre un'attenzione ossequiosa verso la Roma e una sincera devozione verso le verità romana, intende nel contempo esaltare e rivendicare la responsabilità umana al di fuori di qualsiasi determinismo meccanicista e ponendo in valore la libertà personale del singolo (Cappelli). Abbagnano sintetizza in modo più stringente il rapporto tra libero arbitrio e volontà divina, affermando che il primo e conciliabile con l'infallibile ordine del mondo stabilito dal divino.  Si è condensato, in questi due punti, l'attacco generale del mondo contro l'umanesimo. La questione sul valore della poesia riguarda la disputa con Giovanni di San Miniato (cfr. Epistolario, Fratri Johanni de Angelis; quella con Dominici riguarda il valore positivo dell'umanesimo (cfr. Epistolario, Il codice fa parte della sua biblioteca entra nelle mani del cancelliere fiorentino igrazie alle pressioni che esercita su G. de Broaspini. Della stessa opinione anche Francesco Novati che, in Epistolario, giunge alla stessa conclusione del Sabbadini in quanto vi trova delle suoi postille autografe del Salutati. L'epistola è importante perché, dopo l'elogio di Carlo per la fortunata impresa militare della conquista del Regno di Napoli e il paragone con gl’eroi antichi, enumera i doveri di un buon sovrano: cercare l'unità sacra; gestire con moderazione il potere e imparare a gestire le proprie emozioni -- incipe prius tibi quam aliis imperare; rege te ipsum, noli regendorum subditorum studium tuimet derelinquere moderamen -- per evitare di cadere nei vizi e di essere classificato come un tiranno. Esaltandolo alla virtù, alla temperanza e alla giustizia, insomma tratteggia il modello del sovrano ideale, cavalleresco, formato sull'esempio dei classici -- continua è la comparazione con gli antichi statisti e sovrani) e timorato del divino. Le informazioni, ricavate attraverso una minuziosissima ricerca d'archivio da parte del Novati, sono prese in ordine sparso da; Epistolario, Tavole genealogiche ove vengono fornite indicazioni biografiche sui nonni, genitori e figli. Per consultare le informazioni sui fratelli del cancelliere, si consulti sempre Epistolario, Riferimenti  Dionisotti. Villani. E avviato agli studî giuridici, inameni a lui che era pierius -- così foggia il suo patronimico: figlio di Pietro, e devoto alle pieridi, le muse. Eloquentissimo legum doctori domino Loygio de Gianfigliaziis. Reverendo patri et domino domino Bruni de Florentia summi pontificis secretario, domino suo, si lamenta della sua mansione di cancelliere nella cittadina umbra. Vero è che invalse l'uso di chiamare Cancelleria Fiorentina l'ufficio del quale era capo il Dettatore, che aveva la particolare ingerenza di scrivere le lettere e di trattare le faccende della politica esterna.  Unum dicam, quod emerserunt et ad tante sunt reipublice gubernacula sublimati, quos oportuit pro salute cunctorum. Dirò una cosa, cioè che al governo di una così grande repubblica emersero e vi sono uomini, i quali bisognò vi sono per la salvezza di tutti. E così favorevole al governo in quanto fu uno dei pochissimi a non essere proscritto dalle cariche istituzionali.  Siena si sottomise a Visconti in funzione anti-fiorentina, mentre il signore di Milano, duca per investitura imperiale, si allea con Lucca e altre città umbro-marchigiane. La prima epistola riportata dal Novati in cui S. risponde ad una missiva del Certaldese cfr. Epistolario Facundissimo domino Iohanni Boccacci de Certaldo ma i toni sono troppo famigliari per essere la prima epistola scambiata tra i due. Inclyte cur vates, humili sermone locutus, de te pertransis? te vulgo mille labores percelebrem faciunt: etas te nulla silebit. Perché, o celebre poeta, che hai cantato nel volgare idioma, avanzi nel corso del tempo? Mille fatiche ti rendono celebre presso il volgo: nessuna epoca tacerà sul tuo conto. Egrigio viro Franciscolo de Brossano domini Francisci Petrarce genero, Ep. ove piange sia la scomparsa del Petrarca, ma annuncia anche quella del Boccaccio. Fallebar enim, et dum Franciscum fleo, dum suis laudibus intentus decantantes, novo commento, veterum pene dimissa sententia, depingo Camenas, ecce nove lacrime nobis merore novi funeris occurrerunt, incepti cursum operis reprimentes. Vigesima quidem prima die decembris Boccaccius noster interiit. Infatti ero ingannato, e mentre piango Francesco e mentre, attento alle sue lodi, adorno le Camene con un nuovo commento, quasi tralasciata la sentenza degl’antichi, ecco che nuove lacrime si aggiunsero a noi con il dolore di una nuova morte, frenando il corso di un'opera che inizia. Il nostro Boccaccio spira. Tateo. Cappelli,  ricorda anche che e solito mettere a disposizione dei suoi allievi la sua stessa biblioteca personale. Pertanto, i luoghi di incontro erano due: Santo Spirito e l'abitazione del Cancelliere. Gl’animatori di questi incontri, il Salutati e il Marsili, l'uno nella propria casa, l'altro nella sua cella di Santo Spirito, ricevano i nobili fiorentini, e li iniziavano al gusto delle lettere antiche. Sabbadini riporta che l'erudito greco era già a Firenze. Garin sintetizza, prendendo spunto dal De saeculo et religione e dall'Epistolario, l'ideale di vita attiva propria dell'essere umano inteso come cittadino del mondo. Terrestre è la vocazione umana. L'impegno nostro è nella costruzione della città terrena, nella società. Insiste sul valore della educazione. Essa insegna a ritrovare sub corticem il valore intenzionale dei termini, smarrito nella consuetudo, penetrando l'espressione nel suo significato intimo come direzione spirituale. Parola e cosa non possono disgiungersi. Noli, venerabilis in Christo frater, sic austere me ab honestis studiis revocare. Noli putare quod, cum vel in poetis vel aliis Gentilium libris veritas queritur, in vias Domini non eatur. Omnis enim veritas a Deo est, imo, quo rectius loquar, aliquid est Dei. Non volere, o venerabile fratello in Cristo, allontanarmi in modo così austero da studi degni di ammirazione. Non voler ritenere che, quando si cerca la verità o nei poeti o in altri libri degli scrittori pagani, non si cammini lungo le vie del Signore. Ogni verità, infatti, proviene da Dio e, per parlare fino in fondo rettamente, alcuna cosa è propria di Dio. Nullum enim dicendi genus maius habet cum divinis eloquiis et ipsa divinitate commertium quam eloquium poetarum. Nessun genere letterario, infatti, ha un maggior legame con le parole divine e con la stessa divinità quanto la parola dei poeti. Il manoscritto di Vercelli fu alla fine portato a Firenze, ove rimane, unica copia carolingia esistente delle Epistole di CICERONE. Gargan ritiene che la sua filologia non fu di altissima classe. Billanovica. Fitta la corrispondenza con Seta, come testimonia la prima lettera inviata dal cancelliere fiorentino. Insigni viri Lombardo...optimo civi patavino, Cappelli Cesareo. Epistola Coluci Salutati florentina ad Carolum regem Neapolitanum. Villani riporta la veemenza con cui fulmina Gian Galeazzo con le sue lettere, riportando tra l'altro la testimonianza di E.  Piccolomini cui quest'aneddoto è attribuita la paternità. Sia la citazione che il contesto in cui fu scritto il De Tyranno sono esposti in Canfora. In altri termini, se Cesare, pur giunto al potere in modo tirannico o violento, seppe poi legittimare tale potere attraverso un esercizio virtuoso di esso (ex parte exercitii) in grado di suscitare l'approvazione popolare, la sua uccisione non fu legittima. Lo e quella di un tiranno che esercita come tale. Per la figura di Loschi, si rimanda alla voce biografica Viti.  Canfora ipotizza l'aiuto di Bruni nello sviluppare il paragone Firenze-Atene, in quanto non e  molto esperto di quella lingua e di quella cultura. Così rivolgendosi al cancelliere milanese A. Loschi, nella Invectiva in Antonium Luschum, dopo aver contrapposto i guasti del regime tirannico milanese ai vantaggi di quello libero e repubblicano di Firenze, glorifica la sua città come "fiore d'Italia" e come esempio di vita serena e armoniosa. Si riporta interamente il breve messaggio d'accompagnamento. Mitto tibi munusculum istis paucis noctibus correctionis studio lucubratum. In quo si quid proficies tu vel alii, laus sit omnium conditori Deo, cui placeat me in tuis sanctis orationibus commendare. Vale felix et diu. S. tuus. Ti mando un piccolo pensiero composto in queste poche notti dopo un'opera di revisione. Attraverso questo trattato, se tu o altri ne trarrete giovamento, la lode di tutti voi sia per lodare Dio, al quale è piaciuto che io mi affidi alle tue sante orazioni. Sta felice a lungo. Il tuo Coluccio. Nel De Nobilitate ribade, attraverso un discorso più ampio e articolato, la distinzione della medicina, designate come arte meccanica, ossia tecnica, dalla giurisprudenza, considerata scienza della vita spirituale e quindi superiore all'altra. La legge e veramente un sigillo divino, con cui dopo il primo peccato Dio ha offerto alle comunità degl’uomini la vita per riconquistare il bene. Ispirate dal divino agli uomini, inscritte nell'anima umana, la legge ha un'altra superiorità, rispetto alla legge meccanica naturale. La legge inter-soggetiva puo essere conosciuta nella sua pienezza integrale, con una certezza che non si trova mai nella scienze della natura. Si riporta, come testimonianza, quanto scritto nell'epistolario in cui annuncia a B. Imola il suo Progetto. Sed ut ad Franciscum nostrum redeam, opusculum metricum de ipsius funere iam incepi. Ma per ritornare al nostro Francesco, inizio a stendere un opuscolo metrico sulla cerimonia funeraria dello stesso. Antiche Filippo Villani, Le vite d'uomini illustri fiorentini, Mazzuchelli, Venezia, Pasquali, Moderne; Abbagnano, “La filosofia del Rinascimento” in Abbagnano, Storia della filosofia, Milano, TEA); Billanovich, Gl’inizi della fortuna di Petrarca” (Roma, Storia e Letteratura); Bischoff, “Paleografia latina. Antichità e Medioevo, Stefano Zamponi, Padova, Antenore, Bosisio, Il Basso Medioevo, in Curato, Storia Universale,  Novara, Istituto geografico De Agostini, Branca, Boccaccio: profilo biografico, Firenze, Sansoni, Campana, Lettera del cardinale padovano (Bartolomeo Uliari). Canfora, Prima di Machiavelli. Politica e cultura in età umanistica, Roma, Laterza, Cappelli, “L'Umanesimo italiano da Petrarca a Valla” (Roma, Carocci); Cesareo, “L'Epistolario ed il carteggio con Francesco Petrarca come esempio di latino umanistico: una ricerca filologico-letteraria, G. Contini, Letteratura italiana delle origini” (Firenze, Sansoni); Carrara, Lino Coluccio di Piero, in Enciclopedia Italiana,  Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Rosa, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell' Enciclopedia Italiana, Chines, Forni, G. Ledda, Dalle Origini al Cinquecento, in Ezio Raimondi, La letteratura italiana” (Milano, Mondadori); Dionisotti, Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell' Enciclopedia Italiana, Luciano Gargan, Gli umanisti e la biblioteca pubblica, in Guglielmo Cavallo, Le biblioteche, Bari, Laterza, Eugenio Garin, L'umanesimo italiano, Roma-Bari, Laterza,Martelli, Schede per S. in Interpres, Demetrio Marzi, La cancelleria della repubblica fiorentina, Rocca San Casciano, Cappelli,  Nuzzo, Coluccio Salutati. Epistole di Stato. Primo contributo all’edizione: Epistole in Letteratura Italiana Antica, Manlio Pastore Stocchi, Pagine di storia dell'Umanesimo, Milano, Angeli; Petoletti, “Boccaccio e i classici latini” in Teresa De Robertis, C. Monti, Marco Petoletti et alii, Boccaccio autore e copista, Firenze, Mandragora, Petrarca, Lettere Senili, Fracassetti,  Firenze, Le Monnier, S., Epistolario, Novati, Roma, Forzani e C. tipografi del Senato, Si sono consultati: Epistolario,. Epistolario,  Epistolario,  Epistolario, Epistolario, Sabbadini, “Le scoperte dei codici latini”, Firenze, G.C. Sansoni, Achille Tartaro e Francesco Tateo, Il Quattrocento. L'età dell'umanesimo, in Muscetta, La letteratura italiana, Bari, Laterza, Si sono presi in considerazione: Tateo, La cultura umanistica e i suoi centri, Wilkins, Vita di Petrarca, Rossi e Ceserani, Milano, Feltrinelli,  Life of Petrarch, Chicago; Vasoli, Le filosofie del Rinascimento, Pissavino, Milano, Mondadori, Viti, Loschi, Antonio, in Dizionario Biografico degl’italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, Palazzo Salutati Petrarca Boccaccio Umanesimo Repubblica di Bruni. Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Cirillo,  “Il tiranno in S., umanista,” Biblioteca dei Classici italiani di Bonghi. Lino Coluccio Salutati. Coluccio Salutati. Salutati. Keywords: i duodici fatiche d’Ercole, gl’antichi, la legge non-naturale, la legge naturale, della buona fortuna, libero arbitrio, la vita sociale, la con-vivenza, Bruto e Cassio nell’inferno, la morte di Cesare, l’assassinio di Cesare, tirano, la libertas fiorentina, stato fiorentino, la repubblica fiorentina, la fiore d’Italia, Boccaccio, Petrarca, Aligheri, I primi umanisti, l’umanesimo laico, basato contro il determinismo ecclesiastico, la biblioteca di Salutati, Livio, Cicerone, autori latini, la lingua Latina, difesa della lingua Latina, l’interpretazione di Virgilio da Aligheri, difesa della filosofia pagana, il valore permanente della filosofia degl’antichi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Salutati” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Salutio: la ragione conversazionale del divino e dei divini – l’ordine el mondo -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A close fiend of Giuliano. He is offered the emperorship on Giuliano’s death, but he declines on account of his ‘rather poor health.’ He leads an active political life and is regarded as morally incorruptible. Known to have been well-versed in philosophy, he is the author of ‘On the gods and the world order’ – which some however attribute to Salustio. The treatise is, unsurprisingly, dedicated to Giuliano. Those who argue that it us not written by Salutio claim it is the work of one contemporary of Giuliano, a Flavio Salustio. Accademia. Saturnino Secondo Salutio.

 

Luigi Speranza -- Grice e Salviano: la ragione conversazionale al portico – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He moves from Rome to what is now known as The Galliae – and writes a ‘saggio’ in which he tries to explain why there is so much suffering in that area of the world. He takes an approach that is not only philosophical – along the lines of the Porch – but historical as well.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sanctis: la grammatica ragionata e  la ragione conversazionale dello stile filosofico – scuola napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo Italiano. Napoli, Campania. Essential philosopher. He considers philosophy as a branch of the belles lettres and his field of expertise is when stylists stop using an artificial Roman, and turned to ‘Italian.’ Grice: “I really do not like de Sanctis; when an author becomes philosophical, he says that he has been infested of the philosophical pest!” – Disambiguazione – Se stai cercando l'omonimo architetto, vedi Francesco De Sanctis (architetto). Francesco de Sanctis  Ministro della pubblica istruzione del Regno d'Italia MonarcaVittorio Emanuele II di Savoia Capo del governoCamillo Benso di Cavour PredecessoreTerenzio Mamiani, Regno di Sardegna Capo del governoBettino Ricasoli SuccessorePasquale Stanislao Mancini Durata mandato24 marzo 1878 – 19 dicembre 1878 MonarcaUmberto I di Savoia Capo del governoBenedetto Cairoli PredecessoreMichele Coppino SuccessoreMichele Coppino Capo del governo Benedetto Cairoli PredecessoreFrancesco Paolo Perez SuccessoreGuido Baccelli Governatore della Provincia di Avellino SuccessoreNicola De Luca Deputato del Regno d'Italia Legislatura Gruppo parlamentare Sinistra Coalizioneconnubio, opposizione, governo della Sinistra storica Incarichi parlamentari Ministro dell'Istruzione del Regno d'Italia Sito istituzionale Dati generali Partito politicoDestra storica (1861-1862) Sinistra storica (1862-1883) Titolo di studiolaurea ProfessioneDocente universitario FirmaFirma di Francesco de Sanctis Francesco Saverio de Sanctis (Morra Irpina, 28 marzo 1817 – Napoli, 29 dicembre 1883) è stato un critico letterario, saggista e politico italiano, tra i maggiori critici e storici della letteratura italiana nel XIX secolo e più volte ministro della pubblica istruzione. Francesco Saverio de Sanctis nacque nel 1817[1] a Morra Irpina (Avellino) da una famiglia di piccoli proprietari terrieri, figlio di Alessandro De Sanctis  e Maria Agnese Manzi (1785-1847).  Il padre era dottore in diritto e due zii paterni, Giuseppe e Carlo, uno sacerdote e l'altro medico, vennero esiliati per aver preso parte ai moti carbonari.  Celebre è la sua frase: "Se Morra è il mio paese, Sant'Angelo è la mia città" (Sant'Angelo dei Lombardi, che si trova vicino a Morra e che, al tempo di S., era il punto di riferimento per i paesi vicini).  I critici pedanti si contentano d'una semplice esposizione e si ostinano sulle frasi, sui concetti, sulle allegorie, su questo e su quel particolare come uccelli di rapina su un cadavere… Essi si accostano ad una poesia con idee preconcette: chi di essi pensa ad Aristotele e chi ad Hegel.  Prima di contemplare il mondo poetico lo hanno giudicato: gl'impongono le loro leggi in luogo di studiar quelle che il poeta gli ha date. […] Critica perfetta è quella in cui i diversi momenti (per i quali è passata l'anima del poeta) si conciliano in una sintesi di armonia.  Il critico deve presentare il mondo poetico rifatto ed illuminato da lui con piena coscienza, di modo che la scienza vi presti, sì, la sua forma dottrinale, ma sia però come l'occhio che vede gli oggetti senza però vedere se stesso. La scienza, come scienza, è, forse, filosofia, ma non è critica.»  (Francesco De Sanctis, Saggi critici, Morano, Napoli)  Formazione scolastica Nel 1826 lasciò la provincia per recarsi a Napoli, dove frequentò il ginnasio privato di uno zio paterno, Carlo Maria de Sanctis.  Nel 1831 passò ai corsi liceali, dapprima presso la scuola dell'abate Lorenzo Fazzini, dove compì le prime letture filosofiche, e nel 1833 presso quella dell'abate Garzia.  Completati gli studi liceali, intraprese gli studi giuridici, presto però trascurati per seguire, già dal 1836, la scuola del purista Basilio Puoti sul Trecento e sul Cinquecento, lezioni che il marchese teneva gratuitamente presso il suo palazzo, dove il De Sanctis avrà modo di conoscere il Leopardi e dove avvenne la sua vera formazione.  Insegnamento Trascorso un breve soggiorno a Morra, ritornò a Napoli dove iniziò ad insegnare nella scuola dello zio Carlo che si era ammalato, per interessamento dello stesso Puoti, venne nominato professore alla scuola militare preparatoria di San Giovanni a Carbonara (1839-1841) e in seguito al Collegio militare della Nunziatella (1841-1848), dove ebbe come allievo tra gli altri Nicola Marselli.  Contemporaneamente egli teneva in una sala del Vico Bisi, per gli allievi del Puoti, corsi privati di grammatica e letteratura, avendo tra i suoi allievi alcuni di quelli che sarebbero poi diventati tra i principali nomi della cultura italiana: i meridionalisti Giustino Fortunato e Pasquale Villari, il filosofo Angelo Camillo De Meis, il giurista Diomede Marvasi, il pittore Giacomo Di Chirico, il letterato Francesco Torraca e il poeta Luigi La Vista, suo allievo prediletto, che avrebbe trovato la morte durante l'insurrezione del 1848.  Le lezioni di quella che fu chiamata la "prima scuola napoletana" (1838/39-1848) furono raccolte ed edite solamente nel 1926 da Benedetto Croce con il titolo Teoria e storia della letteratura.  Distanze dal purismo Alla Nunziatella il De Sanctis iniziò a trattare problematiche di carattere letterario, estetico, stilistico, linguistico, storico e di filosofia della storia, prendendo le distanze dal purismo di Puoti dopo aver scoperto alcuni testi dell'Illuminismo francese (d'Alembert, Diderot, Hélvetius, Montesquieu, Rousseau e Voltaire) e di quello italiano (Beccaria, Cesarotti, Filangieri, Genovesi, Pagano).  De Sanctis passò così da una prima fase intrisa di sensibilità romantica e leopardiana, di forte polemica anti-illuministica e di convinta adesione a un programma cattolico-liberale, giobertiano, di restaurazione civile e morale, ad una seconda fase, nel costituire la quale ebbero grande parte la lettura di Hegel e le esperienze drammatiche del 1848.  Partecipazione ai moti del 1848 «Napoletani, siamo fieri di questo nome che abbiamo fatto risonare dovunque alto e rispettato. Vogliamo l'unità, ma non l'unità arida e meccanica che esclude le differenze ed è immobile uniformità. Diventando italiani non abbiamo cessato d'essere napoletani.[2]»  ([senza fonte] Francesco De Sanctis)  Nel maggio del 1848, come membro dell'associazione "Unità Italiana[3]" diretta dal Settembrini, partecipò con alcuni dei suoi allievi ai moti insurrezionali e, in seguito a questa sua iniziativa, nel novembre del 1848 venne sospeso dall'insegnamento.  Prigionia Nel novembre del 1848 egli preferì allontanarsi da Napoli, recandosi nell'entroterra calabrese, ospite prima nella città del Guiscardo di San Marco Argentano (CS) presso il seminario vescovile, poi nel vicino borgo di Cervicati (CS) dove aveva accettato un incarico di precettore propostogli dal barone Francesco Guzolini. Qui scrisse i suoi primi "Saggi critici", cioè le prefazioni all'Epistolario leopardiano e alle "Opere drammatiche" di Schiller, ma nel 1850 venne arrestato e recluso a Napoli nelle prigioni di Castel dell'Ovo, dove rimase fino al 1853 quando, espulso dal Regno dalle autorità borboniche e fatto imbarcare per l'America, riuscì a fermarsi a Malta e quindi a rifugiarsi a Torino.  Durante il periodo di prigionia il De Sanctis si diede allo studio approfondito di Hegel, facendo lo sforzo di apprendere il tedesco e compiere così la traduzione del "Manuale di una storia generale della poesia e della logica" di Hegel, oltre a cercare di approfondire i motivi mazziniani della propria ideologia, come testimonia il carme in endecasillabi con auto-commento intitolato "La prigione".  Dal carcere uscì indubbiamente un De Sanctis diverso, al quale la realtà aveva distrutto le illusioni e al pessimismo e misticismo giovanile era subentrata una moralità più eroica e alfieriana e che, grazie alla lettura di Hegel, aveva maturato una diversa concezione del divenire della storia e della struttura dialettica della realtà.  Attività letteraria a Torino A Torino la cultura moderata gli negò una cattedra, ma De Sanctis riuscì comunque a svolgere un'intensa attività letteraria. Trovò un incarico di insegnante presso una scuola privata femminile dove insegnò lingua italiana, diede lezioni private, collaborò a vari giornali dell'epoca come "Il Cimento", divenuto in seguito "Rivista Contemporanea", "Lo Spettatore", "Il Piemonte", "Il Diritto" e iniziò a tenere conferenze e lezioni, tra le quali quelle famose su Dante che, per la loro originale impostazione e per l'analisi storica e poetica, gli fecero ottenere, nel 1856, una cattedra di letteratura italiana presso il Politecnico federale di Zurigo.  Anni di Zurigo  Francesco De Sanctis nel periodo zurighese (1856-1859) A Zurigo, dove insegnò dal 1856 al 1860, il De Sanctis tenne lezioni su Dante, sui poemi cavallereschi italiani e su Petrarca. Zurigo, che in quegli anni era sede di grande confronto intellettuale, diede a De Sanctis l'occasione di elaborare meglio il proprio metodo critico, di approfondire le proprie meditazioni filosofiche e di raccogliere il materiale documentario, tra il quale assai importante risultano essere le conferenze petrarchesche del 1858-1859 che saranno la base del saggio pubblicato nel 1869 a Napoli dall'editore Morano. Ebbe anche l’occasione di diventare membro attivo del Circolo degli Scacchi della Città: “Ieri sono stato eletto membro della società degli scacchi, pagando il diploma quattro franchi. È la prima società tedesca di cui faccio parte. Qui tutto si risolve in società” [4]  Ritorno in patria Intanto, con l'unione nel 1860 del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna per la costituzione del Regno d'Italia, il De Sanctis poté tornare in patria, dove portò avanti, contemporaneamente alla sempre fervida attività letteraria, anche l'attività politica.  Nel 1860 conobbe Giuseppe Mazzini e, dopo aver interrotto il ciclo di lezioni sulla poesia cavalleresca, sottoscrisse il manifesto del Partito d'Azione per caldeggiare l'unificazione e per combattere le idee estremiste dei repubblicani.  Da quel momento egli si immerse di slancio nella nuova realtà politica italiana, ritrovando nell'azione la possibilità di rendere concreto l'ideale appreso da Machiavelli, Hegel e Manzoni e cioè quello dell'uomo totalmente impegnato nella realtà.  Attività letteraria e attività politica Si dedicò pertanto ininterrottamente, ora all'attività di politico e ministro, ora a quella di giornalista, ora a quella di critico e storico della letteratura e infine a quella di professore.  Cariche politiche In seguito alla conquista di Garibaldi, il De Sanctis venne nominato governatore della provincia di Avellino e per un brevissimo periodo fu ministro nel governo Pallavicino, collaborando per il rinnovamento del corpo accademico napoletano.  Nel 1861 venne eletto deputato al parlamento nazionale, aderendo alla prospettiva di una collaborazione liberal-democratica, e accettò il ministero della pubblica istruzione nei gabinetti Cavour e Ricasoli per cercare di attuare la difficile opera di fusione tra le amministrazioni scolastiche degli antichi stati.  Nel 1862 passò però all'opposizione e, in collaborazione con il Settembrini, promosse una "Associazione unitaria costituzionale" di sinistra moderata, che ebbe come voce il quotidiano "Italia", diretto dallo stesso De Sanctis dal 1863 al 1865. In questo ambito espose la sua visione politica nello scritto Un viaggio elettorale.  Intenso impegno di studi «Come critico e storico della letteratura, [De Sanctis] non ha pari.»  (Benedetto Croce, Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale, II, 15[6])  Il fallimento nelle elezioni del 1865 coincise con il ritorno del De Sanctis a un grande impegno di studi concentrato sulla struttura di una storiografia letteraria che fosse di respiro nazionale, questione che affronterà nei saggi sulle Storie letterarie del Cantù in Rendiconti della R. Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli del 1865, e sul Settembrini, Settembrini e i suoi critici, in Nuova Antologia (marzo 1869).  Nel frattempo De Sanctis stava già lavorando a una Storia della letteratura italiana che, nata come testo scolastico, si sviluppò assai presto in un'opera di ampia e complessa portata.  Dal 1872 De Sanctis insegnò letteratura comparata presso l'Università di Napoli e quell'anno accademico iniziò con il discorso su "La scienza e la vita". I corsi da lui tenuti in quegli anni si intitolano a Manzoni (1872), la scuola cattolico-liberale (1872-'74), la scuola democratica (1873-'74), Leopardi (1875-1876). Questi scritti, che svolgono tutti quei temi di letteratura contemporanea che nella storia della letteratura non ebbero spazio per esigenze editoriali, furono raccolti da Francesco Torraca e solo in parte rivisti dal De Sanctis.  Ultima fase della vita Nel 1876, prevalendo la Sinistra, De Sanctis si dimise da professore e accettò da Benedetto Cairoli un nuovo incarico ministeriale (1878-1880), mentre il suo interesse critico si rivolgeva al naturalismo francese, come testimonia lo Studio sopra Emilio Zola che apparve a puntate sul "Roma" nel 1878 e lo scritto "Zola e l'assommoir" pubblicato nel 1879 a Milano.  Intervenne in Parlamento dopo il tentativo di attentato al re Umberto I da parte dell'anarchico Giovanni Passannante, manifestando la sua contrarietà di sincero democratico ad ogni tipo di repressione:  «Io, signori, non credo alla reazione; ma badiamo che le reazioni non si presentano con la loro faccia; e quando la prima volta la reazione ci viene a far visita, non dice: io sono la reazione. Consultatemi un poco le storie; tutte le reazioni sono venute con questo linguaggio: che è necessaria la vera libertà, che bisogna ricostituir l'ordine morale, che bisogna difendere la monarchia dalle minoranze. Sono questi i luoghi comuni, ormai la storia la sappiamo tutti, sono questi i luoghi comuni, coi quali si affaccia la reazione.  Ritornato a Napoli, si dedicò alla rielaborazione del materiale leopardiano, che fu pubblicato postumo nel 1885 con il titolo Studio su G. Leopardi, e alla dettatura di ricordi autobiografici che arrivano fino al 1844, pubblicati da Villari con il titolo La giovinezza: frammento autobiografico.  Colpito da una grave malattia agli occhi, De Sanctis morì a Napoli nel 1883. In suo onore la città natale, Morra Irpina, è stata ribattezzata Morra De Sanctis.  De Sanctis fu membro della Massoneria[8][9].  Post mortem Nel 2007, in suo nome, viene istituita la Fondazione De Sanctis, ente che dal 2009 organizza annualmente il Premio De Sanctis per la saggistica ed altri eventi di carattere culturale. Opere S. enunciò i suoi principi critici in diversi scritti di carattere non esclusivamente teorico e il suo pensiero non è esposto in opere autonome e organiche di poetica e di estetica. Il problema dell'arte non divenne mai per De Sanctis oggetto di un discorso rigorosamente filosofico, tuttavia le sue sparse meditazioni su di esso contengono i principi fondamentali dell'estetica moderna e rivelano quanto fossero solide le fondamenta del suo pensiero critico.  Storia della letteratura italiana  Storia della letteratura italiana, volume I, riedizione del 1912 (testo completo)  Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura italiana (Francesco De Sanctis). La Storia della letteratura italiana deve considerarsi il capolavoro critico del De Sanctis. In essa l'autore ricostruisce in modo mirabile lo sfondo storico critico-civile dal quale nacquero i capolavori della letteratura italiana. In quest'opera compare la frase "il fine giustifica i mezzi" che De Sanctis usa come esempio errato di come riassumere il pensiero di Niccolò Machiavelli, e che è stata successivamente attribuita erroneamente proprio al pensatore fiorentino.  Altre opere Tra gli studi del de Sanctis spicca il Saggio critico sul Petrarca mentre tra i lavori inclusi nei Saggi critici e nei Nuovi Saggi critici meritano di essere menzionati quelli su episodi della Divina Commedia, su L'uomo del Guicciardini, su Schopenhauer e Leopardi oltre Il darwinismo nell'arte e quelli su Emilio Zola.  Da ricordare ancora è il discorso La scienza e la vita del 1872 nel quale egli, sostenendo la necessità di non separare la scienza dalla vita, prese posizione nei riguardi dell'allora dilagante positivismo.  Scrittore vivace e singolare in una "prosa parlata che ha la spontaneità del discorso vivo", il De Sanctis si rivela un piacevole narratore nel frammento autobiografico La giovinezza  e nelle quindici lettere che costituiscono il resoconto di Un viaggio elettorale scritto nel 1876.  Pensiero In un periodo in cui l'entusiasmo per lo storicismo idealistico era scomparso e la critica, sia europea che italiana si era spenta e si orientava verso la ricerca filologico-erudita, si trovano ancora nel pensiero di De Sanctis i motivi più significativi e vitali della cultura romantica.  De Sanctis stabilì nella sua Storia della letteratura italiana il legame tra il contenuto e la forma con lo scopo di ricostruire quel mondo culturale e morale dal quale sarebbero nate in seguito le grandi opere.  Egli considera l'arte come il "vivente", cioè la "forma", ritenendo che tra forma e contenuto non esista dissociazione perché esse sono l'una nell'altra.  Nelle pagine di De Sanctis vi è una felice vena di scrittore. Egli infatti scrive con una prosa antiletteraria, fervida e mirabile per l'immediatezza del pensiero.  Il pensiero del De Sanctis venne contrastato dal positivismo della scuola storica. Sarà solamente con Croce che avrà inizio la rivalutazione del pensiero desanctisiano che troverà, attraverso Gramsci, importanti sviluppi nella critica di ispirazione marxista. Galasso ha scritto, citando tra gli altri Delio Cantimori, che De Sanctis, esprimendo un giudizio negativo sul Cinquecento in relazione al Rinascimento, vede un rapporto di continuità tra il Quattrocento e il Cinquecento. Nel Quattrocento è compiuta la separazione tra borghesia e popolo rispetto al «blocco compatto dell’intuizione, delle concezioni, della fede, della moralità proprie del Medioevo», ma, mentre il Quattrocento è un secolo vivo, creativo, aperto, dove c’è «ancora un magistero reale rispetto all’Europa», nel Cinquecento non si può che constatare, parole di De Sanctis, «la separazione da tutti i grandi interessi morali, politici e sociali che allora commuovevano e ringiovanivano molta parte dell’Europa».[11]  Metodo Il metodo della critica desanctisiana nasce, oltre che da una geniale elaborazione intellettuale, da una forte esigenza di intraprendere una battaglia culturale.  La critica di De Sanctis fu quindi una critica militante, il tentativo di superare per sempre il distacco tra l'artista e l'uomo, tra la cultura e la vita nazionale, tra la scienza e la vita.  Lo scrittore non è mai per De Sanctis un uomo isolato e chiuso in sé stesso, ma inquadrato nel contesto che lo circonda, cioè la sua civiltà e la sua cultura.  Estetica Discepolo del Puoti, De Sanctis inizia fin dalla sua prima scuola  la critica del formalismo puristico e retorico e si pone sia contro la poetica del Cinquecento sia contro quella del Settecento, accademica e neoclassica.  In quegli anni a Napoli iniziò a penetrare la filosofia di Hegel e il De Sanctis agli inizi studiò e aderì all'estetica del grande filosofo tedesco anche se era in lui già latente la ribellione che divenne esplicita in occasione della pubblicazione del suo "Saggio sul Petrarca".  Hegel sosteneva infatti che l'arte fosse "l'apparenza sensibile dell'Idea" e quindi che l'opera d'arte fosse simbolo del concetto filosofico e quasi una forma provvisoria di esso. Una simile dottrina conferiva carattere teoretico all'arte, ma ne comprometteva l'autonomia, tant'è vero che Hegel prevedeva alla fine dell'epoca romantica la morte dell'arte. S. contrappose all'estetica hegeliana, l'estetica della forma intesa come un'attività originaria e autonoma dello spirito, per mezzo della quale la materia sentimentale si realizza in figurazione artistica. In questo modo essa non è un'elaborazione di un contenuto astratto, ma unità di contenuto e forma.  Su questi fondamenti si basa la critica del De Sanctis che fu una vera rivoluzione nella tradizione letteraria italiana.  Specchietto cronologico  - Nasce a Morra Irpina. Frequenta la scuola privata dello zio Carlo. Passa nel liceo dell'abate Fazzini, poi nello "Studio" del Garzini.  - Nella scuola superiore di Basilio Puoti. 1839 - Fonda la scuola privata superiore al vico Bisi, mentre sostituisce lo zio Carlo nella sua. Viene nominato insegnante nel Collegio militare della Nunziatella. Combatte alle barricate. Viene sospeso dal Collegio della Nunziatella. Si ritira in Calabria, a Cosenza. È arrestato e incarcerato in Castel dell'Ovo. Viene liberato ma deve andare in esilio: in Piemonte, a Torino. È a Zurigo, insegnante di letteratura italiana al politecnico. Ritorna a Napoli. Eletto Governatore della provincia di Avellino. Nel settembre è nominato da Garibaldi Direttore dell'Istruzione pubblica. Provvedimenti per rinnovare l'Università. Deputato del Regno d'Italia e ministro dell'Istruzione. Torna agli studi: è il periodo della sua più intensa attività letteraria.  - Ministro dell'Istruzione.  - Di nuovo Ministro dell'Istruzione  - Muore a Napoli. L'atto di nascita è disponibile sul Portale Antenati  Da notare che all'epoca con "napoletani" (o "napolitani") sovente non si intendevano solo gli abitanti della città di Napoli e dintorni, ma più ampiamente gli abitanti dell'intero Regno di Napoli, consistente nell'attuale Sud Italia continentale. ^ Unita italiana, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. . ^ Francesco Saverio De Sanctis, lettera inviata all’amico Camillo De Meis, Zurigo .Barra, Aspettando De Sanctis: le origini del Viaggio elettorale e il collegio di Lacedonia nel 1874-75, in "Le Carte e la Storia, Rivista di storia delle istituzioni" Croce, Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale, a cura di Audisio, Napoli, Bibliopolis E, come critico e storico della letteratura, egli non ha pari» ^ Francesco De Sanctis, Scritti politici - raccolta di discorsi e scritti, su books.google.it. ^ Scrittori, poeti e letterati massoni  in Internet Archive. sul sito della Gran Loggia d'Italia degli Alam. ^ Paolo Mariani - Massoneria e letteratura italiana (PDF), su centroculturaleilfaro.it. ^ Premio De Sanctis per la saggistica, su beniculturali.it. ^ Giuseppe Galasso, De Sanctis e i problemi della storia d'Italia, sta in Archivio di storia della cultura, a. II - , Morano Editore, Napoli 1989. Bibliografia Opere Saggi critici, Rondinella, Napoli . La prigione, Benedetto, Torino 1851. Saggi critici, Morano, Napoli, . Storia della letteratura italiana, Morano, . Nuovi saggi critici, Morano, Napoli, . Un viaggio elettorale, Morano, Napoli. Studio sopra Zola, Roma. Zola e l'assommoir, Treves, Milano . Saggio critico sul Petrarca, Morano, Napoli . Studio su Giacomo Leopardi, a c. di R. Bonari, Morano, Napoli 1885. La giovinezza: frammento autobiografico, a cura di Pasquale Villari, Morano, Napoli 1889. Purismo illuminismo storicismo, scritti giovanili e frammenti di scuola, lezioni, a cura di A. Marinari, 3 voll., Einaudi, Torino La crisi del romanticismo, scritti dal carcere e primi saggi critici, a cura di M. T. Lanza, introd. di G. Nicastro, Einaudi, Torino . Lezioni e saggi su Dante, corsi torinesi, zurighesi e saggi critici, a cura di S. Romagnoli, Einaudi, Torino 1955, 1967. Saggio critico sul Petrarca, a cura di N. Gallo, introduzione di N. Sapegno, Einaudi, Torino. Verso il realismo, prolusioni e lezioni zurighesi sulla poesia cavalleresca, frammenti di estetica e saggi di metodo critico, a cura di N. Borsellino, Einaudi, Torino . Storia della letteratura italiana, a cura di N. Gallo, introd. di N. Sapegno, Einaudi, Torino 1958. Manzoni, a c. di C. Muscetta e D. Puccini, Einaudi, Torino 1955. La scuola cattolica-liberale e il romanticismo a Napoli, a cura di C. Muscetta e G. Candeloro, Einaudi, Torino 1953. Mazzini e la scuola democratica, a cura degli stessi, Einaudi, Torino . Leopardi, a cura di C. Muscetta e A. Perna, Einaudi, Torino 1961. L'arte, la scienza e la vita, nuovi saggi critici, conferenze e scritti vari, a c. di M. T. Lanza, Einaudi, Torino 1972. Il Mezzogiorno e lo Stato unitario, scritti e discorsi politici, a c. di F. Ferri, Einaudi, Torino 1960. I partiti e l'educazione della nuova Italia, a c. di N. Cortese, Einaudi, Torino . Un viaggio elettorale, seguito da discorsi biografici, dal taccuino elettorale e da scritti politici vari, a cura di N. Cortese, Einaudi, Torino . Un viaggio elettorale, Edizione critica a cura di Toni Iermano, Cava de' Tirreni, Avagliano, Epistolario, a c. di G. Ferretti, M. Mazzocchi Alemanni e G. Talamo. Lettere a Pasquale Villari, a c. di Felice Battaglia, Einaudi, Torino. Lettere politiche, a c. di A. Croce e G. B. Gifuni, Ricciardi, Milano-Napoli Lettere a Teresa, a cura di A. Croce, Ricciardi, Milano-Napoli 1954. Lettere a Virginia, a cura di Benedetto Croce, Laterza, Bari Mazzini, a cura di Vincenzo Gueglio, Genova, Fratelli Frilli, . Scritti e discorsi sull'educazione, La Nuova Italia, Firenze 1967. Edizioni in linea Saggio critico sul Petrarca, Napoli, Morano, . Saggi critici, Napoli, Morano, Storia della letteratura italiana, Scrittori d'Italia 31, vol. 1, Bari, Laterza, 1912. Storia della letteratura italiana, Scrittori d'Italia 32, vol. 2, Bari, Laterza. Saggi critici, Scrittori d'Italia 203, vol. 1, Bari, Laterza. Saggi critici, Scrittori d'Italia , vol. 2, Bari, Laterza, 1952. Saggi critici, Scrittori d'Italia 205, vol. 3, Bari, Laterza, 1952. Letteratura italiana del secolo XIX, Scrittori d'Italia  Bari, Laterza, 1953. Letteratura italiana del secolo XIX, Scrittori d'Italia 210, vol. 2, Bari, Laterza, 1953. Letteratura italiana del secolo XIX, Scrittori d'Italia Bari, Laterza, 1961. Poesia cavalleresca, Scrittori d'Italia 212, Bari, Laterza,. Lezioni sulla Divina Commedia, Scrittori d'Italia 214, Bari, Laterza, 1955. Memorie, lezioni e scritti giovanili, Scrittori d'Italia 223, Bari, Laterza, s.d.. Saggi critici su Francesco De Sanctis Emiliano Alessandroni, L'anima e il mondo. S. tra filosofia, critica letteraria e teoria della letteratura, introduzione di Marcello Mustè e postfazione di Romano Luperini, Quodlibet, Macerata 2017. Ettore Bonora, L'interpretazione del Petrarca e la poetica del realismo in De Sanctis. 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Voci correlate Storia della letteratura italiana (Francesco De Sanctis) Schopenhauer e Leopardi, dialogo composto da De Sanctis Francesco Muscogiuri, letterato minore che fu allievo di De Sanctis Giovanni Lanzalone, letterato minore che fu allievo di De Sanctis Antonio Fogazzaro Attilio Marinari Fondazione De Sanctis Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina dedicata a Francesco de Sanctis Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su Francesco de Sanctis Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Francesco de Sanctis Collegamenti esterni De Sànctis, Francesco, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Walter Maturi e Francesco Formigari -, DE SANCTIS, Francesco, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana S., Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010. 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Modifica su Wikidata Francesco De Sanctis, su storia.camera.it, Camera dei deputati. Modifica su Wikidata Mario Fubini, De Sanctis, Francesco, in Enciclopedia dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1970. URL consultato il 14 novembre 2018. Andrea Battistini, De Sanctis, Francesco, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012. URL consultato il 14 novembre 2018. Critica:De Sanctis, su spazioinwind.libero.it. Concordanze della Storia della letteratura italiana, su valeriodistefano.com. URL consultato il 14 aprile 2007 (archiviato dall'url originale l'8 ottobre 2007). Opere di Francesco De Sanctis PDF - TXT - RTF V · D · M Idealismo V · D · M Romanticismo V · D · M Dante Alighieri V · D · M Alessandro Manzoni Controllo di autorità       VIAF (EN) 29550332 · ISNI (EN) 0000 0001 2125 8789 · SBN MILV041882 · BAV 495/85309 · CERL cnp00397977 · LCCN (EN) n80040587 · GND (DE) 11867790X · BNE (ES) XX1041520 (data) · BNF (FR) cb12035617n (data) · J9U (EN, HE) 987007271889705171 · NSK (HR) 000033336 · NDL (EN, JA) 00746422 · CONOR.SI (SL) 9781859   Portale Biografie   Portale Filosofia   Portale Letteratura   Portale Politica   Portale Storia   Portale Storia d'Italia Categorie: Deputati dell'VIII legislatura del Regno d'ItaliaDeputati della IX legislatura del Regno d'ItaliaDeputati della X legislatura del Regno d'ItaliaDeputati dell'XI legislatura del Regno d'ItaliaDeputati della XII legislatura del Regno d'ItaliaDeputati della XIII legislatura del Regno d'ItaliaDeputati della XIV legislatura del Regno d'ItaliaDeputati della XV legislatura del Regno d'ItaliaCritici letterari italiani del XIX secoloSaggisti italiani del XIX secoloPolitici italiani del XIX secoloNati nel 1817Morti nel 1883Nati il 28 marzoMorti il 29 dicembreNati a Morra De SanctisMorti a NapoliPolitici del Partito d'AzioneMinistri della pubblica istruzione del Regno d'ItaliaInsegnanti della NunziatellaGoverno Cavour IVGoverno Ricasoli IGoverno Cairoli IGoverno Cairoli IIIIdealismo italianoMassoniProfessori dell'Università degli Studi di Napoli Federico II Professori del Politecnico federale di Zurigo[altre] La crisi della GRAMMATICA RAGIONATA IN ITALIA non puo mancare : ed è veramente risolutiva. Di GRAMMATICA RAGIONATA si finisce, dopo una colluvie d’aride o elementari produzioni di epigoni ritardatari, col non parlarne più, e d’essa non restano tracce che nell’esercitazioni scolastiche di analisi logiche e grammaticali ancora in uso nelle nostre scuole e sulle quali talvolta rispunta come fungo qualche compendio di grammatica logica rivestito di pompa scientifica. La crisi è determinata da un duplice ordine di fatti, tra i quali non so se veramente corra un'intima relazione. L’uno che riguarda direttamente il corpo, dirò così, della GRAMMATICA RAGIONATA, ed è il non difficile né tardivo avvertire in esso un vuoto sostanziale e perciò tutta la sua infecondità sotto ogni rispetto, scientifico e didattico. L’altro che si riferisce allo stato in che venne a trovarsi la lingua italiana sotto la bufera dell'enciclopedismo, ed è la naturale quanto però anti-filosofica reazione al gallicismo, che doveva richia- [Borsa, nella Dissertazione del decadimento della lingua in Italia, Mantova, l'anno in cui è pubbl. il Saggio di Cesarotti) già incolpa appunto di quel decadimento il neologismo gallico e il FILOSOFISMO enciclopedico.] mare, come facile conseguenza di una premessa sbagliata, alla religiosa osservanza, alla maniaca adorazione degl’antichi i puristi inorriditi al novissimo strazio d'Italia. Le vicende di questa crisi si possono molto chiaramente osservare, da una parte, in quel che accadde a SANCTIS (si veda) scolaro e co-operatore di Puoti, e che egli narra non senza il lume d'una critica sempre nuova e originale e acuta, anche se, come in questo caso, non definitivamente superatrice. Dall'altra, nella critica e nella pratica di Manzoni, che con stringenti argomenti colpi a morte LA GRAMMATICA RAGIONATA, sebbene non muove da un punto di vista estetico. SANCTIS (si veda), quando accorse alla scuola di Puoti, ha già compiuto gli studi di grammatica, rettorica e FILOSOFIA, che oggi corrispondono al ginnasio e al liceo, i primi (ginnasio) sotto suo zio Carlo, i secondi (liceo) sotto Fazzini, non avendolo voluto ricevere i Gesuiti per la sua impreparazione. Un grand 'esercizio di memoria era in quella scuola dello zio, dovendo ficcarci in mente i versetti del Portoreale che s'impara in certi suoi manoscritti, come le antichità e la cronologia, la grammatica di Soave, la rettorica di Falconieri, le storie di Goldsmith, la Gerusalemme di Tasso, le ariette di Metastasio. Alla fine del corso scrive l'italiano con uno stile pomposo e rettorico, un italiano corrente, mezzo gallico, a modo di Beccaria e di Cesarotti, ch'erano i suoi favoriti. La scuola di Fazzini è quello che oggi si dice un liceo. Vi s' insegna FILOSOFIA, fisica e matematica. Il corso si puo fare in due anni. Quell'è l'età dell'oro del libero insegnamento. Un uomo di qualche dottrina comincia la sua carriera aprendo una scuola. La scuola di Puoti, su cui è stata scritta recentemente una degna monografia da un discepolo di Salvadori (Caraffa, Puoti e la sua scuola, Girgenti), si svolge in tre periodi, l’ultimo dopo due anni d'interruzione causata dalla pestilenza scoppiata a Napoli. SANCTIS (si veda) - Frammento autobio- grafico pubblicato «fo Villari ; Napoli. I seminari sono scuole di LATINO e di FILOSOFIA, le scuole del governo erano affidate a frati, la forma dell' insegnamento era ancora scolastica. Rettorica e FILOSOFIA sono scritte in quel LATINO convenzionale ch’è proprio degli scolastici. Le scienze vi erano trascurate, e anche LA LINGUA NAZIONALE. Nondimeno un po’di secolo decimottavo è pur penetrato fra quelle tenebre teologiche, e con curioso innesto, vedevi andare a braccetto il sensismo e lo scolasticismo. Nelle scuole della capitale v'è maggior progresso negli studi. IL LATINO PASSA DI MODA. Si scrive di cose scolastiche in un italiano scorretto, ma chiaro e facile. Gl’autori erano quasi tutti abati, come l'abate GENOVESI (si veda), il padre SOAVE (si veda), l'abate TROISE (si veda). Allora è in molta voga l'abate FAZZINI (si veda). Questo prete elegante, che ha smesso sottana e collare, veste in abito e cravatta nera, è un sensista; ma pretende conciliare quelle dottrine coi principii religiosi. Accanto alla scuola, per chi ha voglia d' imparare, c’è naturalmente la biblioteca. Corsi alla biblioteca e mi ci seppellii. Passano dinanzi a me come una fantasmagoria Locke, Condillac, Tracy, Elvezio, Bonnet, La Mettrie... Mi ricordo ancora quella STATUA di Bonnet, che a poco a poco, per mezzo dei sensi acquista tutte le conoscenze. Il professore dice che il sensismo è una cosa buona sino a Condillac, ma non bisogna andare sino a La Mettrie e ad Elvezio. Ragione per cui ci anda SANCTIS (si veda) con l'amara voluttà della cosa proibita. Compiuti così gli studi filosofici, avvezzo a una vita interiore, avevo pochissimo gusto per i fatti materiali, e badavo più alle relazioni tra le cose, che alla conoscenza delle cose. La scuola ci ha non piccola parte, perchè è scuola di forme e non di cose, e si attende più ad imparare le parole e le argomentazioni, che le cose a cui si riferivano. Ma si avvicina il [Ha già conosciuti altri filosofi, naturalmente. «Il professore fa una brillante lezione sull'armonia prestabilita di Leibnizio. E questo Leibnizio divenne il mio filosofo E come l'una cosa tira l'altra, Leibnizio mi fu occasione a leggere Cartesio, Spinoza, Malebranche, Pascal, libri divorati tutti e poco digeriti. Questo è il mio corredo d’erudizione filosofica verso la fine dell'anno scolastico, quando zio ci dice. Ora bisogna cercarvi un maestro di legge. Si batte già alle porte dell'Università.] tempo in cui il sensismo, male accordato col movimento religioso, doveva cedere il passo a nuova filosofia. Si annunziava al mio spirito un nuovo orizzonte filosofico; mi bollivano in capo nuovi libri e nuovi studi. Si apparecchiavano i tempi di Galluppi e dall'abate Colecchi, de' quali l'uno volgarizzava Hume e Smith, e l'altro, ch'era per giunta un gran matematico, volgarizza Kant. Fazzini è caduto di moda. Per questi insegnamenti e in queste condizioni intellettuali il De Sanctis, invano iniziati gli studi di legge, passava alla scuola del marchese. È proprio di questi tempi che la grammatica del sensismo condillachiano, che vedemmo trionfare concentrata in estratti per gli stomachi degli scolaretti italiani, si vienne a trovare a fronte di due ben forti e agguerriti avversari, il kantismo e il purismo. Questo, dalla restaurazione linguistica di Cesari, iniziata con la famosa dissertazione coronata dall'Accademia livornese, era venuto sempre più guadagnando terreno nelle forme in cui l'aveva circoscritto Cesari, nonostante gli attacchi della Proposta monti-perticariana e dell’anti-purismo tortiano, e nonostante l'esempio pratico del romanzo manzoniano in cui fin dalla prima sua edizione s' era voluta incarnare tut- t'un'altra dottrina linguistica. La reazione al gallicismo è tanto più vasta e tenace della tesi temperata del classicista Monti e del modernismo del romantico Manzoni, quanto più compromessa sembrava la gloria d'Italia nella dilagante corruzione dell'aurea favella un dì sì onorata. Ne furono rocche meno facilmente espugnabili la Romagna e Napoli e organi di gran voce alcuni giornali, come la Biblioteca di Milano, il Giornale Arcadico di Roma e la Rivista enciclopedica di Napoli. Ma tra i puristi, non per sola virtù di dottrina, sì bene anche per le qualità della persona e i modi dell'insegnamento, il più autorevole, quegli che veramente esercitò una più vasta e duratura efficacia sulle menti, sulle scuole, sui metodi, sui (') Op. cit., pp. 51-2. ("} V. Tkahai.za, Della vita e delle opere di /•'. Torti cit., p. 79 sgg. L'ha dimostrato Morandi ne' suoi noti saggi sull'unità della liaeua.] libri, è il marchese Puoti, maestro, autore di grammatiche e di arti del dire, annotatore di testi di lingua, pedagogista. Alla scuola del Puoti, dice SANCTIS (si veda), « lasciai studi di FILOSOFIA e di legge, e letture di commedie, di tragedie e di romanzi e di poesie, e mi gittai perdutamente tra gli scrittori dell' aureo Trecento»^). M'era venuta la frenesia degli studi grammaticali. Avevo spesso tra mano Corticelli, Buonmattei, Cinonio, Salviati, Bartoli, Salvini, Sanzio, e non so quanti altri dei più ignorati. M'ero gittato anche sui Cinquecentisti, sempre avendo l'occhio alla lingua. Si trova in quel tempo a dover sostener sulle proprie spalle il peso della scuola dello zio. La sera anda sempre alla scuola di Puoti. Ma tutta la giornata è spesa a spiegar grammatiche e rettoriche e autori latini, a dettar temi, a correggere errori. Ma quei cari studi mi riuscivano acerbi, non solo per la fatica, ma perche non sono più d'accordo con la mia coscienza. Quel Soave, quel Falconieri li fanno pietà. Nelle classi superiori puo elevarsi un po' più. Cominciai a fare osservazioni sopra i sensi delle parole, sul nesso logico delle idee, sulla espressione del sentimento, sulle INTENZIONI e sulle malizie dello scrittore. Momenti più deliziosi passa alla scuola del marchese, dove egli ben presto si distinse specie nelle cose della grammatica, tanto da meritarsi l'appellativo di grammatico, ed è sollevato all'onore di coadiuvare il maestro nell'insegnamento, quando, dopo l'interruzione cagionata dal colera, Puoti, cominciatosi a stancare dei novizi, ne lascia tutta la cura a SANCTIS (si veda). Il marchese che lavora a una grammatica, attende pure alla pubblicazione di alcuni testi di lingua più a lui cari, come i Fatti d' Enea, i Fioretti di S. Fra?icesco, le Vite dei Santi Padri. Questi studi [Sulla scuola del De Sanctis, v. le belle pagine del Cenno biografico di Nicola Gaetani-Tamburini in De-Sanctis, Scritti vari, li, ed. Croce, già cit. nell' Introduz. Di quella che è stata chiamata la seconda scuola di SANCTIS (si veda) si sono occupati degnamente, come è noto, Torraca e Mandalari.] di lingua si sono già divulgati nelle scuole, e si sente il bisogno di grammatica e di libri di lettura pei giovanetti. Anche in questi lavori l'allievo aiuta il maestro. Di questo tempo fa intima amicizia con Amante, che è un infatuato di VICO (si veda). In una visita onde Leopardi onora la scuola del Puoti, — che cita spesso con lodi l'abate Greco, autore di una grammatica, il marchese di Montrone, Gargallo, Cesari e sopra tutti essi Giordani, si sentì dire dal Poeta che aveva molta disposizione alla critica. In quell'occasione Leopardi, cui non poteva sfuggire la rigidezza di Puoti, dice che nelle cose della lingua si vuole andare molto a rilento, e cita in prova Torto e Diritto di Bartoli. Leopardi dice anche che l'onde coli' infinito non gli pareva un peccato mortale, a gran maraviglia o scandalo di tutti noi. Il Marchese era affermativo, imperatorio, non pativa contraddizioni. Se alcuno di noi si è arrischiato a dir cosa simile, anda in tempesta; ma il conte parla così dolce e modesto, ch'egli non dice verbo. Gli è anche che ormai quel rigido, implacabile purismo comincia a dover piegare o almeno ad ammollirsi . Alla ripresa della scuola dopo il colera il marchese se n'era venuto d’Arienzo, con certi grossi quaderni scritti di suo pugno. È una specie di nuova rettorica immaginata da lui, e che egli battezza Arte dello scrivere. C'è una divisione dei generi dello scrivere, accompagnata da regole e da precetti. Aristotile, CICERONE (si veda), Quintiliano, Seneca sono la decorazione. O mi metteranno alla berlina, o questo è assolutamente un capolavoro, così dice, narrando per quali vie era giunto alla grande scoperta. A quel tempo sono in gran voga gli STUDI FILOSOFICI, e il marchese, seguendo la moda, vuole filosofare anche lui, e da alle sue ricerche un aspetto e un rigore di logica, ch'è veste e non sostanza. E non gli è mancata la berlina. Ma lo salva un certo suo naturai buon senso. Ma chi dai bassi fondi [deep berths – Grice] della grammatica prende il volo filosofico, è SANCTIS (si veda), specie quando, trovandosi al sicuro dallo sguardo del marchese nella scuola preparatoria, puo lasciarsi trascinar dal suo genio a quell'onda di ribellione, che fa naufragare il senno del Maestro. Ed è nella scuola preparatoria, che nelle lezioni private o nell'insegnamento del Collegio militare, al quale è assunto per la stima che godeva presso Puoti, che n'è ispettore, il Maestro intede soprattutto a rinnovare l'insegnamento grammaticale. Ne uscirono, con la liquidazione della GRAMMATICA RAGIONATA, un abbozzo di GRAMMATICA FILOSOFICA e storica e un saggio di una storia dei grammatici. Quelle maledette regole grammaticali io le ridussi in poche, moltiplicando le applicazioni e gl’esempi, e sempre lì sulla lavagna. Mi persuasi che quello resta chiaro e saldo nella memoria, che è ordinato sotto categorie e schemi, logicamente. Così nasceno i suoi quadri grammaticali. Si sbriga della grammatica, e capii che lo studio della grammatica così come si suol fare, per regole, per eccezioni e per casi singoli, è una bestialità piena di fastidio Posi da banda le analisi grammaticali e l'analisi logica, noiosissime, e fa l'analisi delle cose, a loro gustosissime. Questo al Collegio. Nella scola al Vico Bisi, il lunedì e il venerdì, quand'è solo, l'insegnamento grammaticale si eleva ancora di più. Parecchi anni è a leggicchiar grammatiche, lavorando intorno a quella di Puoti. Così si mette in corpo i Dialoghi della volgar lingua di BEMPO (si veda)... m'inghiottii VARCHI (si veda), FORTUNIO (si veda) e i sottili avvertimenti di SALVIATI (si veda) e la prosa dottorale di CASTELVETRO (si veda) e BARTOLI (si veda) e CINONIO (si veda) ed AMENTA (si veda) e SANZIO (si veda) e non so quanti altri autori, con approvazione del marchese Puoti, il quale mi vanta sopra tutti gli altri Corticelli e Buonmattei. Seccatosi presto della parte riguardante le origini della lingua e delle forme grammaticali, perchè non ha, fondamento sodo, infastidito di quel pullular perpetuo di regole e d’eccezioni, stordito da tutte quelle DISSERTAZIONE SOTTILI E CAVILLOSE SULLE PARTI DEL DISCORSO e sulle forme grammaticali, ritorna ai suoi antichi studi di FILOSOFIA. Quei Salviati e quei Castelvetri le pareno addirittura pigmei dirimpetto a quei grandi, mia delizia un giorno e mio amore. Perciò si getta con avidità sopra i retori e i grammatici con un segreto che li cresce l'appetito, vedendosi sempre addosso gli occhi del marchese. Lessi tutto il corso che Condillac compila a uso di non sa qual principe ereditario. Studia molto Tracy e Du Marsais. Il Marchese, sapido dei miei studi MI perdona, a patto che non valica i confini della grammatica, e m'indica un tale, che SANCTIS (si veda) non ricorda, come un buon scrittore di grammatica generale. Il buon Marchese fa anche di più: rivide le prolusioni del professore mettendoci quello stampo tutto suo di classicità ideale. Le prime lezioni sono una storia della grammatica. In quei discorsi prende 1’aria di un novatore, e trova che tutto va male, che tutto è a rifare. Ecco qui un ritratto, come mi venne in quei giorni sotto la penna. Niuna pratica dell'arte dello scrivere; niuna cognizione de' nobili scrittori; malvagio gusto; pensieri non italiani; un predicar continuo purità, correzione; esempli contrari di barbarismi ed errori. Così la grammatica moderna ricca di stranieri trovati splendidi in astratto, ma nella pratica o falsi o di poco profitto, per difetto della parte storica molto è discapitata di quella perfezione in che è al cinquecento. In malvagio stato trovasi LA SINTASSI: squallida e incerta è l'ortografia; le regole del ben pronunziare dubbiose e mal ferme. Niente di certo. Niente di determinato intorno alla dipendenza de’tempi, al reggimento delle congiunzioni. Principii opposti. Opinioni contrarie. Nelle lezioni vuole fare una storia delle forme grammaticali – cf. Grice, ‘or’, ‘other, ‘not, ‘ne aught’. Ma al pensiero gigantesco mal risponde la cultura, attesa la sua scarsa grecità e l'ignoranza delle cose orientali. Perciò quella ideata storia delle forme grammaticali, dopo vani tentativi appresso a VICO (si veda) e Schlegel, si riduce nei modesti confini di una storia dei grammatici da se letti. Parla dei grammatici che TUTTO DERIVANO DAL LATINO. Poi venni a quelli che sono studiosi della [Alcuni brani di essi furono pubblicati ne' Nuovi saggi critici, col titolo Frammenti discuoia, dell'ed. di Napoli. Il periodo tra parentesi quadre, che qui è sostituito dai puntini, l'ho tratto da un brano integro de' Nuovi saggi critici.] lingua, copiosi di regole e d’esempli, che moltiplicano in infinito. Molto s’intrattenni su Corticelli, Buonmattei, Salviati e Bartoli. Censura quel moltiplicare infinito di casi -- cf. Grice, the search for principle of generality -- e di regole che si riduceno in pochi principii. Quella tanta varietà di forme e di significati (massime nel Cinonio), che era facile ricondurre ad unità. Facevo ridere, pigliando ad esempio Va, il per-, il da, irti di sensi e che pur non avevano che un senso solo. La mia attenzione andava dalle forme al contenuto, dalle parole alle idee; sicché, sotto a quelle apparenze grammaticali, variabili e contraddittorie, io vedeva una logica animata, e tutto metteva a posto, in tutto discerneva il regolare e il ragionevole, non ammettendo eccezioni e non ripieni e non casi arbitrari. Con questa tendenza filosofica, corroborata da studi vecchi e nuovi, io conciavo pel di delle feste i Cinquecentisti, e facevo lucere innanzi alla gioventù uno schema di grammatica filosofica e metodica, quale appariva negli scrittori francesi. Dicevo che costoro erano eccellenti nell'analisi delle forme grammaticali, risalendo alle forme semplici e primitive : così amo vuol dire io sono amante. La ellissi era posta da loro come base di tutte le forme di una grammatica generale. Questo non mi contentava che a mezzo. Io sosteneva che quella decomposizione di amo in sono amante m'incadaveriva la parola, le sottraeva tutto quel moto che veniva dalla volontà in atto. I giovani sentivano quei giudizi acuti con raccoglimento, e mi credevano in tutta buona fede quell'uno che doveva oscurare i francesi e irradiare l' Italia di una scienza nuova. E in verità io sosteneva che la grammatica non era solo un'arte, ma ch'era principalmente una scienza: era e doveva essere. Questa scienza della grammatica, malgrado le tante grammatiche ragionate e filosofiche, era per me ancora un di là da venire. Quel ragionato appiccicato alle grammatiche era una protesta contro la pedanteria passata, e voleva dire che non bastava dare le regole ma che di ciascuna regola bisognava dare i motivi e le ragioni. Paragonavo i grammatici o accozzatori di regole agli articolisti, che credevano di sapere il Codice, perchè si ficcavano in capo gli articoli, parola per parola, e numero per numero. Ma quel ragionare la grammatica non era ancora la scienza. Così il De Sanctis, erudito primamente sul Soave in un'atmosfera filosofica, passato poi per il purismo del Puoti, ritornato con maggior maturità alla scienza, veniva a una generale liquidazione di tutti i grajnmatici antichi e moderni, cioè della grammatica ragionata in ispecie, e della grammatica precettiva in genere, ma non della grammatica come scienza. Che nella sua critica negativa superasse la grammatica ragionata e creasse veramente la scienza non si può dire: interamente, come s'è visto, non si appagò dei migliori grammatici filosofici di Francia, come il Du Marsais ; ma egli, almeno nel periodo del suo primo insegnamento, secondo quanto narra lui stesso, rimase sempre sotto la loro influenza. Anche nella parte pratica, nel metodo, egli arieggia molto davvicino il Du Marsais ('), superandolo nella abilità di trasformar la grammatica in critica concreta dell'opera d'arte. La sua concezione della grammatica, o meglio del linguaggio, pur avendo egli concepito una grammatica scientifica o estetica, è la medesima. Va però subito detto a lode del De Sanctis, che egli stesso ebbe coscienza, negli anni maturi, della manchevolezza del sistema. Racconta infatti : « così trovavo nella logica il fondamento scientifico della grammatica ; e finché mi tenevo nei termini generalissimi di una grammatica unica, come la concepiva Leibnitz, il mio favorito, la mia corsa andava bene. Ma mi cascava l'asino, quando veniva alle differenze tra le grammatiche, spesso in urto con la logica, e originate da una storia naturale o sociale, piena di varietà e poco riducibile a principi fissi. Per trovare in quella storia la scienza, si richiedeva altra cultura e altra preparazione. Nella mia ricerca dell'assoluto, avrei voluto ridurre tutto a fil di logica, e concordare insieme derivazioni, scrittori e popolo; ma, non potendo sopprimere le differenze e guastare la storia, ponevo 1'ingegno a dimostrare la conformità del fatto grammaticale colla logica, della storia colla scienza. Quell'avvertita irrudicibilità delle differenze tra le varie grammatiche e principi fissi dimostra chiaramente che SANCTIS (si veda) intuiva dov'era la soluzione del problema : e a lui non filosofo di professione ciò non è scarso titolo d'onore; il dissidio egli lo compose, e in grado eccellente, insuperato, nella critica, nella quale la parola viva, la grammatica parlata dall'arte, fu da lui illustrata in tutta la sua forza espressiva : scientificamente toccò, in quegli stessi anni, il risolverlo a Guglielmo di Humboldt, col quale e col suo seguace e correttore Steinthal si può veramente affermare che la grammatica sia esclusa dall'orbita della filosofìa, sebbene non avvenisse ancora l' identificazione della linguistica generale con l'estetica, che è stata fatta solo recentemente. Nelle difficoltà in cui si dibattè il De Sanctis di conciliare la grammatica generale con le grammatiche particolari, si trovarono impigliati quanti, anche per impulso della Critica della ragioyi ptira del Kant, intesero « alla ricerca delle relazioni fra pensiero e parola, fra V unicità logica e la molteplicità dei linguaggi » (l)j ricerca che, per altro, non era nuova, ma che aveva già dato origine in Francia alla grammatica generale. Il primo tentativo « di applicare le categorie kantiane, dell' intuizione (spazio e tempo) e dell'intelletto» al linguaggio (") (riassumo, non potendolo qui integralmente riferire, dal paragrafo XII della parte storica de\V Estetica di Croce), fu compiuto dal Roth, mentre sullo stesso argomento, verso il primo decennio del secolo, avevano speculato il Vater, il Bernhardi, il Reinbeck, il Koch : pensiero dominante de' quali era la differenza « tra lingua e lingue, tra la lingua universale, corrispondente alla logica, e le lingue storiche ed effettive, che son turbate dal sentimento, dalla fantasia, o come altro si chiami l'elemento psicologico della differenziazione ». Si distingueva una linguistica generale da una linguistica comparata (Vater) ; la lingua, allegoria dell'intelletto, •si considerava organo della poesia o organo della scienza (Bernhardi) ; si ammetteva una. grammatica estetica e una grammatica logica (Reinbeck) ; si proclamò persino che l' indole della lingua si deve desumere dalla psicologia, non dalla logica (Koch). Residui intellettualistici s'avvertono ancora nell'Humboldt pel quale logica e linguaggio sembrerebbero identificarsi sostanzialmente e diversificare solo storicamente, e il linguaggio stesso (') Croce, Estetica. Recentemente G. Piazza ha tentato dimostrare che La teoria kantiana del giudizio era stata già intuita e fissata nella sintassi de' Greci (Roma. 1907); ma è stato confutato da CROCE (vedasi), in La Critica. parrebbe un qualcosa fuori dell'uomo che l'uomo fa rivivere con l'uso. Ma il grande filosofo trovò il vero concetto del linguaggio. La lingua — egli pensò — nella sua realtà è un prodursi e un divenire, non un prodotto ; è un'attività (èvegyeia), non un'opera (ègyov). « La lingua propria consiste nell'atto stesso del produrla nel discorso legato: questo soltanto bisogna pensare come primo e vero nelle ricerche che vogliono penetrare l'essenza vivente della lingua. Lo spezzettamento in parole e regole è il morto artificio dell'analisi scientifica»^). Il linguaggio nasce spontaneo da un bisogno interno. Esiste perciò — ed ecco la vera scoperta dell'Humboldt di fronte ai grammatici logici universali, una forma interna del linguaggio (innere Sprachform), che non è il concetto logico, né il suono fisico, ma la veduta soggettiva che l'ìiomo si fa delle cose. Questa forma interna « è il principio di diversità proprio del linguaggio, oltre il suono fisico: è l'opera della fantasia e del sentimento, è l'individualizzazione del concetto. Congiunger la forma interna del linguaggio col suono fisico, è l'opera di una sintesi interna : e qui, più che in altro, la lingua ricorda, nelle più profonde ed inesplicabili parti del suo procedere, l'arte. Anche lo scultore e il pittore sposano l'idea alla materia, e anche la loro opera si giudica secondo che quest'unione, quest' intima compenetrazione sia opera del genio vero, o che l' idea separata sia stata penosamente e stentamente trascritta nella materia con lo scalpello e col pennello. Ma linguaggio ed arte nell'Humboldt non s' identificano : e questo è il difetto della sua dottrina, che tirò seco non tenui contraddizioni, come quella circa il carattere differenziale della poesia e della prosa. L'Humboldt non vide esattamente « che il linguaggio è sempre poesia, e che la prosa (scienza) non è distinzione di forma estetica, ma di contenuto, sebbene intorno a questi due concetti, compresi in senso filosofico, abbia manifestato profonde vedute. La teoria linguistica dell'Humboldt fu integrata dal suo maggior seguace, lo Steinthal il quale, nella polemica sostenuta (M Ueb. d. Verschiendenheit d. menschl. Sprachbaucs, opera postuma (2M ed. a cura di A. F. Pott, Berlino), in Croce. Croce. Croce. coll'hegeliano Becker, «autore degli Organismi del linguaggio, uno degli ultimi logici della grammatica », dimostrò, pur tra affermazioni talvolta eccessive, « che concetto e parola, giudizio logico e proposizione sono incomparabili. La proposizione non è il giudizio; ma è la rappresentazione ( Darstellung) di un giudizio: e non tutte le proposizioni rappresentano giudizi logici. Parecchi giudizi possono esprimersi in una proposizione unica. Le divisioni logiche dei giudizi (i rapporti dai concetti 1 non hanno corrispondenza nella divisione grammaticale delle proposizioni. " Parlar di una forma logica della proposizione è una contraddizione non minore che se si parlasse àttW angolo di un cerchio o della periferìa di un tria?igolo ". Chi parla, in quanto parla, non ha pensieri, ma lingua. Senza entrar ora nel merito degli altri problemi trattati dallo Steinthal, come quello circa l'identità deWorigine e della natura del linguaggio che esattamente risolvette, e l'altro delle relazioni tra poetica, rettorica e linguistica, cioè tra linguaggio e arte che interessa propriamente l'estetica, e che purtroppo Steinthal lascia insoluto, perchè non arriva mai ad affermare che parlare è parlar bene e bellamente, o non è punto parlare, a noi basta l'osservar, qui, conchiudendo, il nostro discorso che con Humboldt e Steinthal, in quanto l'uno integra l'altro e lo rende coerente nella parte linguistica, si ha un primo notevole superamento della grammatica, non essendo questa soluzione pregiudicata dalla mancata identificazione di arte e linguaggio: la liberazione del linguaggio dalla logica, la riconosciuta completa autonomia del linguaggio da categorie di qualsiasi altra specie che non siano la sua forma interna essenziale, rappresentano la prima vera vittoria della critica negativa della grammatica. La dissoluzione della quale viene così a coincidere perfettamente con l'avvento della scienza. La ribellione e la reazione alla GRAMMATICA RAGIONATA quale si è venuta sistemando in Italia, se non assunsero dovunque quel grado e quel tono che ebbero in S., seguirono, [Croce] però, su per giù, il medesimo sviluppo e i medesimi motivi: da una parte riusce difficile specie a letterati di più largo ingegno, come vedremo accadere, p. es., a Giordani (Puoti stesso abbiamo visto concedere a Sanctis uno studio discreto di quella grammatica), il chiuder gl’occhi a quelle ELEVATE E SCINTILLANTI (alla Grice) INVESTIGAZIONI logiche che sulle lingue avevan condotto i galli, incomparabilmente più geniali e profondi dei loro epigoni italiani. L’aria è impregnata di logicismo, tutto suona FILOSOFIA, il secolo era chiamato dei lumi: chi può sottrarsi alla forza delle cose e del tempo? dall'altra, la vacuità di quel nuovo formalismo, pel fine pedagogico che ora s'impone, non richiede tanto un troppo ELEVATO SPIRITO FILOSOFICO per essere avvertita, quanto il fatto stesso dell'esperienza dello studio linguistico. Si puo credere, ancora, nella grammatica generale, raccomandarne l'utilità (e come si potesse fare anco per ispirito d' imitazione e per servilismo verso la moda corrente, non occorre dire); ma, già, anche a tacer d'altro, con la grammatica generale eravamo già fuori del campo de’bisogni pratici. La grammatica generale è come un'estetica logica della lingua, quindi FILOSOFIA, e noi sappiamo che la scienza non è espediente didattico, mentre il motivo principale dell'interesse linguistico è ora in Italia più pratico che teorico. L'assoluta inefficacia inoltre della GRAMMATICA logica a dirigere l'apprendimento della lingua e l'esercizio dello scrivere dove essere tanto più fortemente sentita, quanto più dilaga il gallicismo nella lingua e nello stile: il ritorno alla vecchia pratica grammaticale e all' osservazione dei lodati scrittori, dove apparire come una urgente necessità; e vi si ritorna infatti con fede rinnovellata e sotto la bandiera del più rigoroso purismo inalberata dal Bembo dell'Ottocento, Cesari, coronato alfiere dall'Accademia livornese, qual s'è mostrato degno d'essere con la nota Dissertazione sopra lo stato della lingua}; e, in ogni modo, con o contro Cesari per gli scrittori o pel popolo, la pratica dove prevalere sulla teoria astratta; perfin nella grammatica em- [In Opuscoli linguistici e letterari di Cesari, raccolti, ordinati e illustra/i ora la prima rolla da Guidetti, Reggio d'Emilia, Collezione storico-letteraria presso il compilatore.] pirica, normativa, tradizionale, presso non gli scapigliati ma i pedanti, la vecchia fede se non scossa, certo fu illanguidita. La tradizione puristica, peraltro, non era stata interrotta nella seconda metà del Settecento, neppur quando più imperversò la bufera del filosofismo francese. Già prima che il rappresentante più autorevole di esso in Italia, il Cesarotti, fosse stato, appunto in nome della vecchia grammatica, contraddetto — ricordammo già, tra gli altri, l'ab. Velo — « con uno stile forbito e piccante », come dicono i suoi editori, si sforza Rosasco « di rivendicare ai Fiorentini il tanto contrastato primato intorno all'origine ed al governo della favella », introducendo nei suoi Dialoghi sette della Lingua toscana a pontificare il Corticelli su lesecolari questioni, sull'autorità dei grammatici, sulla necessità imprescindibile dello studio della grammatica, di contrastare al nuovo sistema de' letterati propugnanti l'uso d'un'altra lingua diversa dalla fiorentina, con tutto il bagaglio de' vecchi argomenti grammaticali e rettorici in favore della purità, della armonia e dolcezza della pronunzia fiorentina, dell'elegante stile, e con le vecchissime distinzioni di discorso impensato e di discorso pensato. « Eh via, la legge che ne obbliga a studiare la grammatica, è giustissima, e chiunque brama riportar gloria dal materiale della scrittura, dovrà o bere o affogare, siesi chi egli si vuole ». E cita in sostegno il Salviati, Quintiliano e altri. Va notato peraltro che il Rosasco non solo propugna la necessità di uniformarsi anche all'uso moderno, ma giudica ancora, sebbene coi soliti argomenti estrinseci, che « non dobbiamo per conto alcuno desiderare la perfezione delle grammatiche, si perchè non si può questo desiderio avere, senza desiderare insieme la estinzione della lingua ; sì perchè quando siamo obbligati a scriver solo secondo le regole e' precetti dell'arte prescritti, non è mai possibile rendere le nostre scritture eccellenti »(') : residui, come ognun vede, delle dottrine estetiche prevalenti nel senso che volevano conciliare il rigore grammaticale col criterio della libertà individuale : temperato purismo, che, mentre per un lato moveva dall'antica tra Ed. della Bibl. scelta, Milano, Silvestri] dizione grammaticale del classicismo, per l'altro era reso possibile dal non essersi ancora la lingua italiana inoltrata pel declivio della cosiddetta corruzione francesistica. Quando questa si accentuò maggiormente, era naturale che l'iniziativa del riparo partisse dalla Crusca custode gelosa del patrimonio linguistico: e già il ricordato Borsa nel 1785 prote- stava contro il decadimento della lingua, e nel 1798 da Losanna un suo Accademico, Federico Haupt, scriveva la Lettera dun tedesco stili' infranciosamento dello stile, com'è naturale che la rifioritura linguistica fosse più di vocabolario che di gramma- tica ; lo stesso lavorìo grammaticale, il più notevole dei primordi del secolo XIX, s'aggirò, come vedemmo, intorno a quella parte della grammatica che è più intimamente connessa col vo- cabolario, i verbi, di cui sorsero parecchi prospetti e teoriche. E a studi di lingua, ossia di vocabolario, si era volto nel 1806 l'Istituto lombardo, fondato dal Bonaparte e convocato a Bologna, di cui era segretario quel Muzzi che già incontrammo quale autore del curioso libro sulle Permutazioni dell' italiana orazione, e che, dopo essersi divertito e gingillato intorno a problemi filosofici secondo la moda d'allora pe' quali non era affatto portato, si immerse talmente negli studi gram- maticali e lessicali e con si vero spirito di devozione alla Crusca, che il Monti doveva titolarlo più tardi « il più fatuo pedantuzzo che mai facesse imbratti d'inchiostro » (l). Partecipò nel 1809 al concorso dell'Accademia livornese con un lavoro Dello siato e del bisogno di nostra lingua, ma il manoscritto, per ragioni regolamentari, non fu accettato. Come sappiamo, di quel concorso il trionfatore fu Antonio Cesari, odiatore quanto il Giordani, delle dottrine del Cesarotti, che, se avevano ancora seguaci dal Romani al Nardo, andavano però perdendo terreno sempre più : quegli stessi che le propu- gnavano — si avverta inoltre — erano assai più temperati del maestro e si guardarono meglio di lui dall'esser accusati di gal- lofilia : verso l' italianità era un desiderio e un moto generale, cui favoriva la ridesta coscienza nazionale: cesariani e pertica- riani o mondani, neopuristi della prima maniera (cioè anteriore) e della seconda, tutti concordavano non solamente nel- In Mazzoni, L'Otl.] l'avversare i criteri troppo licenziosi de' cesarottiani, ma ne! volere — auspice la Crusca per la quinta volta rimessosi nel 1813 alla ricompilazione del Vocabolario — che alle sottili fantasti- cherie sulle ragioni delle lingue si sostituisse il lavoro concreto e modesto del raccogliere e del vagliare voci e locuzioni del buon uso e a riprendere l'osservazione grammaticale secondo le migliori tradizioni del Cinquecento. Balbo scrive al Vidua una lettera sulla lingua italiana per muover lamenti intorno le tante esagerazioni e confusioni pratiche e teoriche del filosofismo che non giovavano punto alla causa della lingua: e Vidua raccomandava a un compatriotta che, an- dando a Firenze come avevan fatto già l'Alfieri e il Goldoni, e avrebbe fatto il Manzoni e avrebbero consigliato al Cavour, non trascurasse di recarsi la mattina in Mercato Vecchio ad ascoltar il pizzicagnolo e le contadine. E alla Crusca stendeva la mano l'Istituto lombardo per proseguire concordi all'opera d'amplia- mento del Vocabolario: né le ripulse dell'Accademia orgogliosa e gelosa delle sue secolari tradizioni né i risentimenti e le irri- tazioni, causa di tante guerre anche personali, che esse provo- carono nel Monti, poterono mai dividere gli animi concordi nella comune avversione al logicismo, alle metafisicherie di provenienza franco-cesarottiana, nonostante che, per quanto riguarda i criteri particolari dell'uso linguistico italiano (pratica, dunque, non scienza), facilmente potessero incontrarsi col Cesarotti in un vivo desiderio di libertà, e spesso inconsciamente (come sarà av- venuto al Leopardi) (' ), non soltanto gli antipuristi come il ce- sarottiano Torti di Bevagna, ma letterati meno bollenti nella se- colare battaglia. N'è prova l'atteggiamento assunto dal capo riconosciuto de' classicisti, il Giordani, nelle contese tra il Cesari, Monti e Perticari : « richiesto del vero valore di alcune voci tolte dal greco, rispose [al Monti] e colse quell'occasione per lodare l'opera e il suocero e il genero, ma anche per addimostrare al- cune sviste di essi due correttori degli altri, e per augurare che gli avversari si riconoscessero invece compagni, come quelli che insomma avevan un fine medesimo e uno stesso desiderio. Cfr. F. Colagrosso, La teoria leopardiana della lingua, Na- poli, 1905 (Estr. d. Rend. Accad. Arch. Lett. e B. A. in Napoli. Mazzoni. Pure, il Giordani è appunto uno di quei puristi che racco- mandavano ai giovanetti il Du Marsais e il Beauzée. « I volumi della Enciclopedia Metodica ne' quali è trattata la grammatica e l' eloquenza ti possono essere utili. Gli articoli rettorici di Marmontel non mi paiono più che mediocri ; quelli di Jancourt assai meno che mediocri. Ma bellissimi i grammatici di Du Marsais, e di La-Beauzée. E il conoscere e adoperare filosofi- camente la lingua è gran virtù di eccellente scrittore. E pron- tamente si applica alla nostra quel che è notato della francese. Ma che cosa significa adoperare filosoficamente mia lingua ? specie quando la si consideri, come fa il Giordani, cosa diversa dallo stile? Interrompi, consiglia, con la lettura di quegli arti- coli, « lo studio che devi far della lingua, e preparati a quello che poi farai dello stile. Perchè io giudico che quello della lingua debba precedere. Non si dee prima sapere qual sia la materia de' colori ; poi imparare ad impastarli e mescolarli ; poi esercitarsi a collocarli, e accordarli ? » (io). Tutto lo scrivere sta nella lingua e nello stile; due cose diversissime egualmente necessarie.... I vocaboli e le frasi sono i colori di questa pittura; lo stile è il colorito. — Ora persuaditi, caro Eugenio, che l'ac- quisto de' colori sia fatica della memoria : l'uso del colorito sia esercizio d'ingegno, disciplina di buoni esempi, di pochi pre- cetti, di moltissima osservazione, di molta pratica. Ho letto molti antichi e moderni che vollero esser maestri : ho perduto tempo e acquistato noia, senza profitto. Veri maestri ho trovato gli esempi de' grandi scrittori. Tra i mo- derni consiglia, tuttavia « il breve trattato del Condillac, Art d'écrire. Di tutto quel libro abbastanza buono, m' è rimasto in mente questo solo principio, molto raccomandato da lui = de la plus grande liaison des idées .... Vero è che quel legame delle idee non deve esser sempre logico ; ma secondo la materia che si tratta, dev'esser pittorico o affettuoso; di che i moderni intendon pochissimo : gli antichi vi furono meravigliosi » (pa- gine 153-4). In questo guazzabuglio di vedute, d'idee e di prin- cipi, c'è tutto, meno lo spirito filosofico : dal che si vede quanto (') A un giovane italiano - Istruzione per l'arte di scrivere, in Scritti di Giordani, ed. Chiarini, in Firenze.] poco fosse compresa e con quanto poca convinzione raccoman- data la grammatica generale del Du Marsais e del Beauzée. Il nume che agitava interiormente il Giordani e i degni suoi com- pagni d'arme non era la filosofia, ma lo spirito italiano che si rinnovava, rinnovamento che alla coscienza di molti si presen- tava come un problema di lingua : donde il calore con cui si davano a questi studi. Il Giordani, mosso dall'invito dell' Acca- demia italiana, « non per rispondere » ad essa, per ciò che « questa materia non sia d'ozio letterario .... ma importi non poco all'onore d'Italia », si dà ad abbozzare una Storia dello spirito pubblico d' Italia per 600 considerato nelle vicende della lingua e alcuni anni più tardi, discorrendo in una lunga lettera al Capponi di una raccolta in trenta volumi che intendeva fare delle migliori e men note prose della nostra letteratura, allargando e colorendo le linee di quel primitivo ab- bozzo, esprimeva l'opinione che l'ordine escogitato lo menerebbe « quasi per una storia della nazione e della lingua, e che dalla somma dei particolari discorsi introduttivi ne sarebbe de- rivato « quasi un ritratto filosofico delle menti italiane per quat- tro secoli ». « Perciocché io considerando la lingua come uno specchio, nel quale cadano tutti i concetti da tutti i pensanti della nazione, e dal quale nella mente di ciascuno si riflettano i pensieri di tutti ; volli con diligenza di storico e sagacità di filosofo esaminare il vario corso del pensare italiano per le ve- stigia che di mano in mano lasciò impresse nel variare delle lingua; della quale i vocaboli e le frasi, o nuovamente intro- dotte, o dall'antico mutate, fanno certissimo testimonio (a chi '1 sa interrogare) d'ogni mutamento nella vita intellettiva del po- polo. Così il Giordani si riallaccia al Napione. Tra il Napione e il Giordani spicca anche per questo ri- guardo il Foscolo, che nella celebre orazione, recitata a Pavia Opere, t. IX: « Scritti editi e postumi pubbl. da Antonio Gus- salli », Milano. f;) Scritti, ed. Chiarini. Per l'eccellente posizione che occupa il Foscolo nella storia della critica, oltre che le note pagine del De Sanctis, vedi Croce, Per la storia della critica ecc., già cit., p. 9 e 27, Trabalza, Studi sul Boccaccio, e Borgese, Storia della critica romantica, libro — è superfluo avvertirlo — per l'inaugurazione degli studi, Dell' origine e dell'uf- ficio della letteratura e nelle Lezioni di eloquenza che le tennero dietro, e particolarmente in quella del 3 febbraio 1809 su la Lingua italiana considerata storicamente e letterariamente, e ne' sei Discorsi sulla lingua italiana parlava della nostra lingua coi medesimi spiriti e intendimenti d'italianità, in modo vera- mente vivace. « Nella sua Prolusione », ripeteremo col De San- ctis, « tenta una storia della parola sulle orme del Vico, censu- rata da parecchi in questo o quel particolare, ma da' più am- mirata, come nuova e profonda speculazione. Il suo valore, anzi che nelle sue idee, è nel suo spirito, perchè non è infine che una calda requisitoria contro quella letteratura arcadica e acca- demica, combattuta da tutte le parti e resistente ancora, contro quella prosa vuota e parolaia, e contro quella poesia che suona e che non crea. Nessuno ha considerato, » scriveva il Fo- scolo, « filosoficamente le origini, le epoche e la formazione di essa [lingua italiana], affine di conoscere per via d'analogia i principi, i progressi oscurissimi delle formazioni e trasformazioni di tante altre lingue. La storia d'una lingua, ecco il suo preciso punto di vista, non può tracciarsi se non nella storia letteraria della nazione ; né la storia può somministrare fatti certi e fondamentali a trovare in materie intricatissime il vero, se non per mezzo di epoche distinte, in guisa che le cause non diventino effetti, e gli effetti non sieno pigliati per cause »('). che dev'esser tenuto sempre presente per tutto questo periodo, perchè, se le idee sulla lingua de' vari critici che vi sono criticati poca luce diffondono sulle loro teorie poetiche, utilissimo è invece conoscere la portata critica di esse per chi fa la storia della lingua. In Opere edite e postume di Ugo Foscolo, Firenze, Le Monnier. In T.. È evidente l'affinità tra il metodo del Foscolo e quello del Napione; ma com'è più profonda la visione del Fo- scolo, così essa in certo senso precorre ancor meglio il principio moderno onde si vorrebbe indagata la storia della cultura nella lingua, special- mente in quanto si serve del metodo monografico per periodi di af- finità spirituali. Notevolissima sotto questo rispetto è una pagina della Lez. II di Eoa. (è la 82 del voi. II) dove illustra il principio: La let- teratura è annessa alla lingua. Capitolo quindicesimo 485 Nel fatto, il Foscolo intravvede così in confuso l'identità di lingua e pensiero, e nell'evoluzione linguistica uno svolgimento spirituale, mostra cioè una vaga coscienza del problema lingui- stico, e il suo sforzo di risolverlo, anche se non felice, è già un progresso. Particolarmente notevoli, anche per la ragione pedagogica, in cui però, come sappiamo, ben si riflette la scienza teorica, son le pagine che scrive sulla dottrina dantesca del Volgare illustre. Ne riferiamo volentieri un brano che ci tocca davvicino. « Su ciò che Dante previde con occhio sicuro egli fondava pochi principi generali intorno alla legislazione gram- maticale. Erano inerenti alla condizione e alla natura della lingua, onde operarono sempre e quando vennero applicati da parecchi scrittori, e quando vennero trascurati da altri, o negati ostinatamente da molti ; ed operarono fin anche negli scritti di chi li negava ed oggimai l'esperienza ha convinto la più gran parte degl'Italiani, che la loro lingua letteraria non può pro- sperare senza l'applicazione dei principj di Dante»: principi metafisici, dice Foscolo, annunziati in tempi ne' quali la filosofia, l'arte dialettica, e la teologia erano tutt' uno, e tali da intricarsi a vicenda, e perciò un po' oscuri forse allo stesso ALIGHIERI (si veda). Al qual punto il pensiero di Foscolo corre a Locke che facilita lo studio delle analisi delle idee, e quindi della natura delle lingue – Grice: way of things, way of ideas, way of words -- e a Condillac che illustrò questa difficilissima parte della metafisica. Francesco Saverio de Sanctis. De Sanctis. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e de Sanctis," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Sanctis. Keywords: storia della filosofia, il saggio filosofico, il poema filosofico, il tema filosofico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sanctis” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sanseverino: la ragione conversazionale del segno naturale -- la logica scolastica --  filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Considerato uno fra i massimi precursori del neo-tomismo (AQUINO, si veda). Si trasfere a Nola per frequentare la scuola dove suo zio è rettore. Studia filosofia con l'intento di confrontare i vari sistemi filosofici, fra cui gode particolare credito in Italia, all'epoca, quello razionalista. Lo studio comparato dei vari sistemi gli permite una conoscenza più approfondita della scolastica, soprattutto d’AQUINO, e del legame intimo tra la scolastica e la [atristica. Restaura la filosofia scolastica. Insegna a Napoli. Venne incaricato da Ferdinando II di preparare un manuale ufficiale per le scuole del regno delle due Sicilie. Scrive allo scopo il manuale "I principali sistemi della filosofia del criterio”. Profondo conoscitore di AQUINO da alle stampe interessanti saggi sui filosofi moderni. Inizia ad occuparsi più specificamente di AQUINO con “L’origine del potere e il diritto di resistenza, cui fa seguito “In difesa dell'angeologia contro i sofismi”. Esce il ponderoso “I principali sistemi della filosofia del criterio” un'ampia e dottissima disquisizione sulla filosofia illuminista e su quella a lui contemporanea -- fra cui quella dello stesso GIOBERTI -- confutata sulla base della logica. Il suo capolavoro. Si tratta del celebre saggio, “Philosophia antiqua” che ha per oggetto la storia della logica. “In compendium redacta ad usum scholarum clericalium. Venne pubblicata a Napoli “Elementa”, “Antropologia”, “Teologia. Altre saggi: “Sopra alcune questioni le più importanti della filosofia” (Napoli); “Il razionalismo” (Napoli); “I razionalisti” (Napoli); “L'origine del potere e il diritto di resistenza, (Napoli, Giannini); “In difesa dell'angeologia contro i sofismi” (Napoli, Manfredi); “Elementa philosophiae theoreticae” (Napoli, Manfredi); “Philosophia antiqua” (Napoli, Manfredi); “Institutiones seu Elementa philosophiae antiquae” (Napoli, Manfredi); “In compendium redacta ad usum scholarum” (Napoli, Manfredi); “Le dottrine de' filosofi antichi” (Napoli); Dovere, Tentativo di ricostruzione, in Doctor communis, P. Naddeo, Le origini del aquinismo” (Società italiana, Torino); Orlando, Aquino a Napoli e S., in Asprenas, Orlando, Vita e opere di S. secondo i documenti, in Aquinas, Orlando, L'Accademia d’Aquino a Napoli, storia e filosofia, in Saggi sulla rinascita d’Aquino, Roma, Ed. Pontificia Accademia teologica romana, Matarazzo, Per una rivoluzione del cuore. La visione dell'umano in Leopardi nella lettura critica di S. tra antropologia e istanze pastorali (Polidoro, Napoli). Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. PHILOSOPHIÆ COMPENDIVM OPERA ET STVDIO NVNTII CAN. SIGNORIELLO LVCVBRATVM ad usum scholarum clericalium Consentaneum est, ut ancillæ quætlam Reginæ serviant. Hanc igitur assumere doctrinam non pigeat, quæ veritati famulatur. S. Ioann. Damasc. Dialect. c.LOCVPLETIOR ATQVE EMENDATIOR NEAPOLI APVD OFFICINAM BIBLIOTHECÆ CATHOLICÆ SCRIPTORVM in Via TuIgO SAH-GlOTA.NNI-MAGGIORE-Pttl"ATEt.I.I ædibus Fibrenianis 1 Huius Operis ius proprietatis in Leguni tutela est NEAPOLI TTPIS FRATR. MANFREDI in Yia yulgo Sannicandro PHILOSOPHIÆ ALVMNIS EDITORES Christianæ philosophiæ compendium hisce duobus voluminibus inclusum idem est, quod, episcopis et quamplurimis doctis viris suasoribus, S. principis ecclesiæ neapolitanæ canonicus, perficiendum susceperat. Sane, postquam is edidit priora volumina percelebris illius operis, cui titulus: Philosophia christiana cum amtiqua et nova comparata, ac in studiosorum adolescentium utilitatem, in quam revera omne suum otium contulit, elementa seu institutiones philosophiæ condere aggressus est, omnes ferme Neapolis atque Siciliæ sacrorum Antistites hortatores habuit, ut quamprimum, et, qua pollebat, diligentia, philosophicas institutiones tam docte ac eleganter exarari susceptas in compendium redigeret. Elementa quidem ampla et erudita forma, qua nunc gaudent, haud illi brevitati consulunt, quæ necessaria est, ut unius anni curriculo adolescentibus tradantur. At iuvenes in sortem domini vocati, nisi e fontibus sanctorum patrum et scholasticorum doctorum prima philosophiæ rudimenta hauriant, impares prorsus sunt, qui naviter studeant dogmaticæ theologiæ ceterisque sacris disciplinis, tali amico foedere philosophicis consociatis, ut philosophia theologiæ ancilla iure meritoque appelletur et sit. Accedit, quod iis, qui ecclesiasticæ militiæ nomen dederunt, opus est philosophandi norma latine exarata, præambula ad sacras scientias, hac præsertim tempestate, qua protestantium placita, per studiorum universitates, lycea, scholas pervadentia, latinum sermonem ab omni, etiam sacræ, disciplinæ institutione cogunt exsulare. Hæc omnia animo reputans amantissimus ille studiosæ iuventutis S., Nuntio Signoriello, tunc in archiepiscopali neapolitano lyceo logicæ et metaphysicæ antecessori suorumque studiorum ac elucubrationum constantissimo conlegæ, ac postea Ganonicatu in eadem metropolitana ecclesia adaucto, provinciam demandavit eiusmodi compendium exscribendi ex his, quæ fusius in inchoatis voluminibus ab iis pertractabantur. Utinam potuisset opus suum, tam bene inceptum, absolutum conspicere! Verum, ex quo tempore deus solertem sui administrum e terra sustulit, fidissimus eius adiutor, Nuntius Signoriello, nec labori, nec industriæ parcens, philosophiæ institutionis compendium eo perfectionisj adducere nisus est, ut non modo famæ consuleret primi sui auctoris, verum etiam esset philosophiæ alumnis perquam accommodatum. Totum igitur opus in duo volumina dispescitur, quorum unum subiectivas philosophiæ theoreticæ partes, alterum obiectivas refert. Quæ secundum scholasticorum, in primisque AQUINO argumentationes e rolvuntur, ita tamen ut hæ ex iis, quæ a patribus disputata fuere, obfirmentur, atque inde recentium philosophorum errores refellantur. Iam in scholæ doctrina pertractanda, consulto nulla ilicuius momenti theoria tacita præteritur, tum quia disciplinas, maxime philosophicas, ea tantum lege in compendium colligere licet, ut in levem non desinant sermonem, tum quia, si philosophiæ scholasticæ insrtauratio idcirco hac nostra ætate maximopere comnendatur, ut contra insolentem, lubricamque philosophandi rationem veluti aggerem struat, integra pro ecto, et absoluta perspiciatur oportet. Neque inde in difllcultatum laqueos iuvenes inducuntur, immo vero atior eis ad scientiæ adeptionem via sternitur; siquilem ea est philosophiæ scholasticæ indoles, ut unum ius pronuntiatum alterius explicationi inserviat, et vere nullum existat, quod metaphysicis, et theologicis dogmatibus explanandis magno usui non sit. Porro philosophiæ compendium hac digestum ratione iuvenibus edocendis apprime idoneum lestimatum fuisse illud minime obscurum indicium est, luod in plerisque non solum Italiæ, sed etiam Gernaniæ, Galliæ, et Belgii Schois adhibitum iam fuerit, adeo ut eius sex, brevi temporis intervallo interiecto, satis copiosæ editiones exlaustæ sint. At vero compendium istud, philosophiæ tantum theoreticæ partes complectens, tractationem philosophiæ moralis, quæ hac præsertim ætate maximi motienti est, adhuc desiderandam relinquebat. Hinc ut institutiones, quæ philosophicam scientiam ex toto exhiberent, proderemus, scholarum clericalium præceptores nobis institerunt. Ad iuvenum igitur commodum, atque religionis et scientiæ augmentum contendentes, bac septima editione, quæ tum ob varias emendationes, tum ob quædam additamenta, tum ob clariorem, qua nonnulli articuli explicantur, methodum superioribus præstat, compendium nitidis typis excudendum iterum curavimus. Quod procul dubio, ob ethicæ elementa ei adnexa, ab eodem peritissimo antecessore Nuntio Signoriello elaborata ac tomis duobus comprehensa, quæque tertia iam editione gaudent, et eamdem, ac in illo, disciplinæ rationem præseferunt, nostrique AQUINO doctrinam adversus veteres, recentioresque errores evol\unty Philosophiæ lnstitutiones ad fastigium perducere nobis videtur, et communi expectationi satisfacere. Neapoli die Sancto Hieronymo Doctori dicato M0NITVM Utatim ac, quæ diu ab omnibus concupita, et exortata fuere, tum philosophia cum antiqua et nova comparata, tum elementa seu institutiones, et compendium eiusdem philosophiæ S. ac Nuntii Signoriello nominibus inscripta, in publicum prodiere, omnes qui scientiarum periti habentur et sunt, et auctorum in illis conficiendis diligentiam, et summum iuvenes veras disciplinas docendi studium mirari coepere. Exinde gratulationes factæ, laudes tributæ; quarum quanta ad ipsum S., cum adhuc in vivis ageret, nec non Signoriello conlegæ, copia pervenerit, vel ex una ephemeride neapolitana La Scienza e la Fede abunde colligi potest. At licet hæc magni facienda sint, laus enim fuit quæ ab iis proficiscitur, qui in magna laude vixerunt; maximi tamen ducenda illa, quæ nulli unquam fuitsecunda, utpote a prima Sede tributa, quaque revera summa immortalis PIUS IX P. M., literis losepho S. datis, volumina Philosophiæ Sanctitati Suæ offerenti, Caietani S., quem S. S. magno aureo numismate iam donaverat, atque Nuntii Signoriello memoriam cumulabat. Ambigere itaque haud fas est lectores hanc non esse commendationem vulgarem, si literas a Pontifice Maximo datas hic, post nuncupatoriam epistolam, exscribimus: SANCTISSIMO DOMINO NOSTRO PIO PAPÆ IX BEATISSIME PATER Homam Vuæ ad sanctos Pedes Tuos sisto volumina, multis abhinc annis Tibiperquam humillime offerre cupiebat Caietanus Sanseverino, Metropolitanac Neapolitanæ Ecclesiæ Canonicus, ac mei amatissimus patruus. Ille scilicet sacerdotio vix initiatus, cum philosophicas disciphnas ad suos puriores fontes revocandas esse intelligeret, nec labori nec industriæ pepercit, ut qua voce, qua scriptis iuvenes præsertim in sortem Domini vocatos christianæ philosophiæ placitis imbueret. Hinc neapolitani Archiepiscopalis Lycei antesessor renuntiatus in cathedra Logicæ et Metaphysicæ, et postea Ethices professor suffectus in regia studiorum Universitate Neapoli constitutus, ac regalis Bibliothecæ Borbonicæ Scriptor adscitus, totus in eo fuit, ut experimento probaret Sanctorum Ecclesiæ Patrum, et Scholæ Doctorum, præcipue autem Divi Thomæ Aquinatis, philosophiam omni veteri novoque philosophorum systemati longe præstare. Mitto labores ab eo exantlatos ad opus conscribendum, cui nomen Philosophia Christiana, quod prodiit nondum absolutum, ceterosque libros ad rectam huius scientiæ instaurationem, quos ipse composuit. Unum ipsi in votis erat, totis viribus doctrinam propugnare, quam Apostolica Sedes semper tradidit, hominis rationem in philosophicis disquisitionibus ancillam fidei esse; necnon seipsum suaque omnia scripta Tibi, BEATISSIME PATEB, Tuoque irreformabili iudicio prompte libenterque subiicere. Verum quod patruus morte inopinata præventus absolvere nequivit, eius fratris filius, minimus inter Neapolitani Cleri Presbyteros, audet implere, Tua summa benignitate confisus. Quæ autem in opere Philosophia Christiana inscripto desiderabantur, magna ex parte præstitit Nuntius Signoriello, presbyter, et Gaietani Sanseverino in cathedra Logicæ ac Metaphysicæ Neapolitani Archiepiscopalis Lycei successor, eiusque fidissimus interpres. Qui vestigia magistri premens, ipsam Philosophiam Christianam in compendium redegit, omnium huius scientiæ cultorum, cum intra, tum extra Italiam, suf fragio probatum. Munusculum, qualecumque demum sit, Tu, BEATISSIME PATEB, dignanter excipe, atque Apostolicam Tuam Benedictionem quam in suffragium animæ mei Patrui etiam atque etiam imploro, ipsi Nuntio Signoriello, mihi ac toti meæ familiæ paterna Tua charitate largire, dum ad Tuos sanctos Pedes provolutus, eos omni cordis affectu deo SCUl0r BEATITVDINIS TVÆ Neapoli in Festo Immaculatæ Conceptionis B. M. V. Humilhmus m Christo filius losepn S. Presb. Neap. Cui studiose admodum et animo paterno SANCTITASSVA rescripsit: Dilecto Filio Presbytero Iosepho S. Neapolim PIVS PP. IX. Dilecte Fili, salutem et Apostolicam Benedictionem . Quan tum adlaboraverit doclissimus patruus tuus veræ philosophiæ restituendæ, quantasque curas impenderit iuveni Clero fingendo ad sanæ religiosæque scientiæ principia, sicuti ceteris, sic Nobis adeo exploratum erat, ut eum plurimi faceremus, et doleamus adhuc, ipsum Nobis et severiorum disciplinarum incrementis fuisse subreptum. Eo tamen solatio recreamur, quod, cum solidæ doctrinæ accuratoque iuventutis excolendæ studio iungeret eam mentis aciem et prudentiam, qua variam ingeniorum indolem facile discerneret; non huius tantum aut illius peculiaris partis, sed universæ philosophicæ ac theologicæ scientiæ provectui per alumnos suos prospicere potuerit, uti patet ex illorum lucubrationibus, qui ab ipso instituti, Neapolitanum Clerum in præsentiarum exornant. Qua de re, etsi ille, dum in humanis agebat, pleraque sua scripta Nobis obtulerit, acceptissimam habuimus omnium collectioncm a tc Nobis nuper cxhibitam; eo vel magis, quod amplissima de christiana philosophia tractatio ab auctoris obitu intercepta nunc absoluta profcratur, opera discipidi olim cius, hodic vero meritissimi de scientia profcssoris sacerdotis Nuntii Signoriello. De quo sanc obscquii ct amoris officio crgapracstantissimitm pracccptorem dum illi gratulamur, pergratum tibi profitemur animum ob munus, cum pretio suo, tum præclari auctoris memoria Nobis carissimum. Omnia vero tibi fausta adprecantes, cælestium donorum auspicem, et paternæ benevolentiæ Nostræ pignus Apostolicam Benedictionem tibi peramanter impertimus. Datum Romæ apud S. Petrum. Pontificalus Nostri Anno XXI V PIVS PP. IX. Verum non minori laude dignatus est loqui de operibus hisce, PU IX Successor, LEO XIII, feliciter regnans. Ipse enim pro summa sollicitudine, ex qua extimulatur, ut Clerus Catholicus ad studia philosophica et theologica recte informetur, quo facilius contra hodiernos Fidei Christianæ hostes possit depugnare, nullam dimittit occasionem Episcopis insinuandi et commendandi AQUINO doctrinam. In suis vero familiaribus sermonibus Institutiones philosophicas nostri Canonici pluries laudibus cohonestavit; Episcopo Lyciensi aliisque viris ecclesiasticis illius Dioecesis aiebat: Bramo che sieno introdotte ne' Seminari le Istitu zioni filosofiche del Canonico Sanseverino. L' e questa una gloria del Clero Napolitano che cercd efficacemente di ridurre e richiama re le scienze filosofiche alla vera e sicura norma, alla loro forma e satta ch' e appunto la Tomistica. Ci compiacciamo che nel Semina rio di Lecce se ne sieno introdotte le Istituzioni, come e Nostro de siderio, che in tutt' i Seminari si segua il metodo stesso e la stessa dottrina dell' Angelico. Fu certo una sventura che il Sanseverino morisse cosi presto, ma egli lasci6 buoni e zelanti discepoli che seguiron 1' opera sua. Quæ verba satis superque sunt, ut Compendium Philosophiæ Christianæ, ac Ethicæ elementa ei adnexa, magno laudum præconio digna per omnes habeantur. Philosophiæ elementa scribere aggredientes tria in primis investigemus necesse est quænam sit huius scientiæ natura, et qua in re a reliquis scientiis differat; quot in partes dividatur; quænam sit eius præstantia et utilitas. Quod attinet ad primum, naturam philosophiæ perspicere idem est, ac eius definilionem tradere. Philosophia ex vi nominis studium vel AMOREM SAPIENTIÆ SIGNIFICAT – H. P. Grice: “Not to Heidegger. To Heidegger, it means the wisom (sophia) of love (philos) -- , id enim innuunt illa verha yiXog, et o-ccp/a ex quibus constat. Iam antiqui definiebant philosophiam, scientiam rerum divinarum, atque humanarum, causarumque, quibus hæ res continentur. Ipsi enim nomine philosophiæ omnium scientiarum complexionem designabant, sive universam humanam sapientiam, et philosophos appellabant eos qui omnium rerum rationes reddere callebant. At vero apud recentiores philosophiæ nomine non universa cognitio humana, sed peculiare quoddam genus cognitionis denotatur. Etenim ipsi philosophiam pro prima scientia habent, sive, quod idem est, pro scientia, quæ finem sibi præstiluit tradendi ea, quæ scitu necessaria sunt, ut mens humana cognitionem perfectam rorum in diversis scientiis assequalur. Hæc autem sunt ultimæ rationes quæ ad explicandum valent lum ipsam cognitionem, qua mens verum in scientiis speculatur, tum obiectorum, circa quæ scientiæ versantur. Iam ultimæ rationes sunt suprema principia, seu causæ, siquidem causæ, quatenus a nobis cognoscuntur, rationes appellantur, et causæ supremæ, quippc quac poslremo a nobis 1 Hoc nomen a Pythagora, qni D cireitcr ante Christam nafnni obiit, invectum fuit. Antc illum philosophia appeliabatur sophia, et philosophi dicebantur sophi. cognoscuntur, rationes ultimæ vocantur. Quæ cura ita sint, philosophia prout hodie accipitur, definiri potest hoc modo: Scientia, quæ agit de supremis principiis tum cogniiionis humanæ, tum rerum, quæ humana ratione co gnosci possunt f. 111 a verba, agit de supremis principiis cognitionis humanæ, significant philosophiam de iis omni bus tractare, quæ ad cognitionem humanam, prout hæc in cæteris scientiis assequendis evolvitur, pertinent. Hu iusmodi sunt leges, quibus mens humana actiones cogno scendi exercet, facultates, quibus ipsas peragit, vis, quæ ipsis ad certitudinem in nobis gignendam inest, et notio nes universales, quibus celeræ scientiæ innituntur. Illa autem verba, quæ sequuntur, nempe agit de supremis principiis rerum, denotant philosophiam tractare de Deo, de mundo universe spectato, et de homine ; nam hæc sunt suprema obiecta, ad quæ reliquarum scientiarum obiecta referuntur, et ideo eiusmodi sunt, ut sine ipso rum notitia nullius rei perfecta scientia existere possit. Reliqua verba, quibus definitio clauditur, nempe, quæ humana ratione cognosci possunt, eo consilio in definitione posuimus, ut philosophia a scientiis theologicis, quæ Divinæ revelationi innituntur, distingueretur. Ex his facile intelligitur philosophiam a ceteris scientiis in eo differre, quod in ceteris scientiis aliquod obiectorum genus cognoscendum suscipitur, philosophia autem statuit suprema principia, quibus omnes speciales scientiæ innituntur, quia, ut diximus, inquirit ipsa cognitionis humanæ principia, et supremas causas rerum in omnibus scientiis cognitarum. Quod spectat ad divisionem philosophiæ, monendum Hæc definitio ab etymologia Philosophiæ minime discedit; nam, aiente s. Thoma, ille sapiens dicitur in unoquoque genere, qui considerat causam altissimam illius generis ; I, q. I, a. 6 c: quocirca scientia illa, quæ cognitionem humanam, et res, quæ humana ratione cognosci possunt, secundum suprema principia, investigat, philosophia, sive amor sapientiæ recte appellaturest nos hic agerc de philosophia theoretica, in qua tradunlur ea, quæ in conlemplatione rerura versantur, non vero de philosophia practica, quæ appellari solet ethica, et tractat de iis, quæ ad operalionem pertinent, sive de legibus universalihus morum, ad quas homo actiones suas accommodare dehet,ut finem ultimum sihi a Deo præstitutum assequatur. 6. Iam philosophia theoretica complectitur logicam, dynamilogiam, ontologiam, cosmologiam, anthropologiam, et theologiam naturalcm. Logica exponit naturam aclionum nostræ mentis, leges, quihus ipsæ exercendæ sunt, et ordinem, quo sunt adhibendæ in inquisilione veritatis. Dynamilogia tractat de facultatibus animæ, atque in primis expendit ipsarum naturam, obieclum singulis earurn proprium, et modura, quo suas actiones exercent; deinde ex horum investigalione viam sibi sternit ad duas maximi momenti tractationcs, in quarum prima, quæ dicitur ldealogia, inquirit quomodo facullatum subsidio primas cognitiones rerum nobis comparemus, in altera aulem, quæ dicitur Criteriologia, disputat de vi, quam ipsæ habent ad veritalcm rcrum nobis patefaciendam. Ontologia versatur circa illas universales noliones, quibus ceteræ scientiæ innituntur. Cosmologia de mundo universe spectato disseril. Anthropologia naturam hominis expendit. Thcologia naturahs de Deo, Eiusque attribulis ex naturali lumine rationis disputat, quantum infirmitas ræntis huraanæ sinit. 7. Dcnique præstanlia, et ulililas huius scientiæ ex ipsa, quam explicavimus, eius natura perspicitur. Eniinvero illa scientia ceteris hurnanis scienliis præstat, ct raaximain ulililatem in eas confert, quæ de iis agil, quibus mens noslra opus habet, ut perfectam cognitionem in ceteris scienliis adipiscatur. Atqui huiusmodi, ut diximus, cst philosophia. Ergo inaxima est philosophiæ pracstanlia, ct utililas. Neque scientiæ dumtaxat, scd eliam artes ingenuæ, ut, c. g., rcthorica, poesis, graramalica, subsidio philosopbiæ indigent. Nam regulac, quæ in qualibct arte traduntur, ut quoddara opus rccle pcrficiatur, tutæ, et reclæ csse non possunt, nisi deriventur ex principiis rerum, ad quas referuntur. Atqui huiusmodi principia non nisi philosophus cognoscere potest. Ergo non nisi philosophus ingenuis artibus perfeclissime uti potest. Immo philosophia, etsi longe inferior Theologia revelata sit l, tamen talibus famulatus officiis erga istam fungitur, ut ipsi quodammodo necessaria sit. Has famulatus partes s. Thomas exposuit his paucis: In sacra doctrina philosophia possumus tripliciter uli. Primo ad demonstrandum ea, quæ sunt præambula Fidei, quæ necessaria sunt in Fidei scientia, ut ea, quæ naturalibus rationibus de Deo probantur, ut Deum esse, Deum esse unum, et huiusmodi de Deo, vel de creaturis in philosophia probata, quæ Fides supponit. Secundo ad notificandum per aliquas similitudines ea, quæ sunt Fidei, sicut Augustinus in libris de Trinitate utitur multis siroilitudinibus ex doctnms philosophicis sumtis ad manifestandam Trinitatem. Tertio ad resislendum his, quæ contra Fidem dicuntur, sive ostendendo esse falsa, sive ostendendo non esse necessaria. i Potiora capita, quorum gratia Theologia philosophiæ, ceterisque scientiis humanis antecellit, secundum s. Thomam, hæc sunt. Theo logia humanis scientiis antecellit primo ob præstantiam sui obiecti, quia ipsa est principaliter de his, qua sua altitudine rationem transcendunt. Aliæ vero scientiæ considerant ea taritum, quæ ra tioni subduntur. Secundo, ob effectum, quem in animis discentium producit, quia aliæ scientiæ certitudinem habent ex naturali lu mine rationis humanæ, quæ potest errare, hæc autem certitudinem habet ex lumine Divinæ Scientiæ, quæ decipi non potest. Tertio, ob nobilitatem finis, ad quem homines ducit, prout practica scientia est; nam finis huius doctrinæ, in quantum practica, est beatitudo æterna, ad quam, sicut ad ultimum finem, ordinantur alii fines scientiarum practicarum ; I, q. I, a. 5 c. Hæc adnotavimus, ut in ipso vestibulo adolescentulos ab errore Rationalistarum amove remus, qui putantes dogmata Theologiæ non esse aliud, quam præ cipuas veritates philosophiæ rudium captui accommodatas, philoso phiam ipsi Theologiæ anteferre non dubitant; unde illam cum Cou sinio (Introd. d Vhist. de laphilos.; Oeuvr. t. I, p. 10, Bruxelles) fontem omnis lucis, ac auctoritatem omnium auctoritatum salutant. Super BOEZIO (vedasi) de Trinitate, Prooem. Logica definiri potest cum AQUINO (vedasi). Scientia, quæ cst directiva ipsius actus rationis, per quam scilicet homo in ipso actu rationis ordinate, et faciliter, e( sine errore procedat . Hæc definitio in logicam adquisitam quadrat, quæ prohe distinguenda est a Jogica, quarn mturalem vocant. Est autem logica naluralis quædam dispositio animis insita, pcr quam facullatihus ad cognoscendum destinatis recte utimur. Circa hanc scientiac logicæ definitionem explicare oportet quinam sit ille actus rationis, in quo eius obiectum consistit. Porro mens nostra per tres diversas actioncs ad rerum cognitionem pervenit. Hæ sunt notio, qua mens res simpliciter apprchendit; iudicium, quo mens aliquam notionem de alia aflirmat, vel negat; ratiocinium, (juo cx duohus iudiciis alterum eruit, atque ita ex notis ad ignotorum notitiam progreditur. Huiusmodi actiones ita inler se comparantur, ut prior posteriori contineatur, eique inserviat; nam iudicium ex notionihus, et ratiocinium ex iudiciis conflatur. 3. lamvero cx his nostræ mentis actionihus tcrtia cst proprium ohiectum logicæ. Re quidem vera, fiuis logicæ est mentem dirigere, ut ipsa in scienliis assequatur verum sine errore, facilc, et certo ordine. Atqui mens noslra in scientiis assequitur verum ope ratiociuationis. Ergo linis logicæ est mentcm in ratiocinando dirigere, ac proinde ratiocinatio est proprium ohicclum logicæ2. Quod si in logica eliam dc notionihus, et iudiciis tractatur, hæc ad examen revocanlur, non prout per se, scd prout elemenla ratiocinationis sunt. Etenim ratiocinatio, ut diximus, ex notionihus, et iudiciis constat; quapropter logicus 1 ln lib. l Poster., Jcct. I. Hanc ob rationem logica a nonnullis definitur scientia ratiocinaaonts; ctabipsoD.Thoma, rationalis scicnUa; In lib.l Anal., lcct. I. perfectam notitiam ratiocinationis acquirere non potest, nisi seorsum intelligat hæc elementa, ex quibus ipsa conflatur. Diximus autem logicam esse scientiam, non vero artem, quemadmodum visum est Auctori Artis cogitandi , aliisque. Et sane, scientiæ, ut suo loco dicemus, proprium est colligere naturam, et affectiones rei ex principiis internis eiusdem. Atqui logica ex principiis, quæ ratiocinationem constituunt, colligit, quomodo ratiocinationes componendæ sint, ut liceat progredi ex noto ad ignotum. Ergo Logica est scientia2. 5. Sunt alii philosophi, qui logicam non esse specialem scientiam, sed cum aliis scientiis confundendam esse docent. Nimirum ipsi considerant logicam velut instrumentum scientiarum, quia tractat de ratiocinatione, quæ est instrumenlum, per quod scientiæ acquiruntur. At isti philosophi a vero aberrant. Et sane, scientiæ, ut suo loco explicabimus, inter se distinguuntur ratione obiectorum, circa quæ versantur. Atqui obiectum logicæ ab obiectis reliquarum scientiarum distinguitur; nam logica modum conficiendi ratiocinationes generatim tradit, non vero conficit syllogismos, seu ratiocinationes, quarum ope quælibet scientia circa propriam materiam assequitur verum. Ergo logica a reliquis scientiis distinguenda est. Ex his perspicitur logicam, etsi agat de ratiocinalione, qua ceteræ scientiæ utuntur, tamen ipsam potius scientiam instrumenti scientiarumj, quam instrumenlum scientiarum dicendam esse. 6. Cum hæc sit logicæ natura, ipsa immane quantum utilitatis in reliquas scientias confert Etenim, quemadmodum artifex eo perfectiora opera concinnare valet, quo i Ars cogitandi, p. 1, Lugduni 1703. ^ Hlud vero tacendum non est, logicam, quemadmodum s. Thomas monuit {Super Boet. De Trin., lect.), ad artem quodammodo accedere, quippe quod, cum ipsa modos conficiendi enunciationem, syllogismum, aliasque, quæ ab his oriuntur, et pendent, cogitationis formas, secus ac ceteræ scientiæ, tradat, quodammodo circa opus versatur. Etiam in ipsis speculabilibus, alibi ait, est aliquid per modum cuiusdam operis; puta constructio syllogismi, aut orationis congruæ, aut opus numerandi, vel mensurandi. Et ideo quicumque ad huiusmodi opera rationis habitus speculatrvi ordinantur, dicuntur per quamdam similitudinem artes ; la 2, q, LVII, a. 3 ad 3. molius instrumenla artis suæ novit; ita quisque eo faciJius, et rectius scientias assequitur, quo penitiorem habet notitiam instrumentorum, quibus illæ utuntur. Atqui logica suppeditat perfectam notitiam huiusmodi instrumentorum. Ergo Logica ad scientiarum perfectionem magno adiumento est '. Tractationem huius scientiæ trcs in partes dividemus. In prima de iis, quæ ad formamt seu structuram ratiocinationis pertinent, agemus ; quare primum exponemus elementa, quæ syllogismum efticiunt, nempe notiones, et iudicia, sive enunciaiiones ; deinde investigabimus leges, secundum quas ratiocinatio conficienda est, ut per illam ignotum ex noto inferri queat. In altera parte explicabimus quidquid spectat ad diversas species syllogismi ex divcrsitate materiæt sive enuncialionum, ex quibus conclusio eruitur. Denique in tertia partc, quæ Melhodologia dicitur, inquiremus, a quibusnam principiis studioso cuiusque scientiac proficiscendum sit, et quonam ordine in suis argumcntationibus progrediendum, ut obiectum suæ scienliæ consequi possit. 1 Hanc ob rationem Logica diseiplina disciplinarum a s. Augu stino appellatur; De Ord.t rrior Logicæ pars, ut innuimus, tres investigaliones complectitur, quarum una circa notiones, altera circa enunciationem, et tertia circa ratiocinationem formaliter sumtam versatur. Quapropter ipsam tribus capitibus comprehendemus. De notionum speciebus, quæ ad Logicam spectant NOTIO – cf. NOTA (Grice) -- est mentis actus, quo ipsa aliquid simpliciter apprehendit, quin de eo ullam proprietatem affirmet, aut neget1. Variis modis ipsa accipi potest2, sed in præsentiarum explicandum dumtaxat nobis est, quid sit notio universalis, quidque a particulari, atque a singulari differant. 2. Notio universalis ea esl, quæ exhibet aliquid unum, quod mullis attribui potest; e. g., notio animalis, homi i Apud recehtes nomen ideæ, aut conceptus etiam habet. At non satis accurate. Nam idea significat vel exemplar in mente existens, cuius instar artifex opus conficit {Qq. dispp,, De Ver., q. III, a. 1 c); vel forma seu species aut imago rei apprehensæ in mente existens, ex qua mens ad rem cognoscendam determinatur (I, q. XV, a. 1 c). Conceptus autem est ipsum obiectum apprehensum, prout a mente et in mente exprimitur. Quæ tamen magis perspicua fient ex dicendis in Dynamilog. Præcipue maior, vel minor perfectio consideratur, qua mens nostra res sibi obiectas apprehendit. Secundum hanc rationem notio esse potest clara, vel obscura, prout mens rem percipit vel ita, ut illam ab aliis quibuslibet distinguat, vel non. Rursus notio clara in distinctam et confusam dividitur. Confuse aliquid cognoscitur, cum omnium proprietatum, quæ eius essentiam constituunt, propria notitia non habetur: e contrario, distincta est notio, quæ proprietates eius essentiam constituentes singillatim exhibet. Denique notio distincta, qua naturam ipsarum proprietatum rei cognoscimus, cum totam rem omnimocle exhibeat, dicitur adæguata, secus, inadæquata. Vid. s. Thom., In lib. 1 Post., lect. nis ctc. Cum notione universali confundenda non est notio collecliva. Notio collectiva illa vocatur, quæ exhibet plures res singulares aliquo ordine comprehensas. Huiusmodi est notio exercitus, quæ pluribus hominibus belli socns convenit. Iam notio collectiva ab universali differt 1 quia universalis atlribuitur omnibus rebus sin^ulanbus, quac ad aliquod genus, vel ad aliquam speciem pertinent ; collectiva autem pluribus, sed non omnibus; l quia illa unicuique rei singulari seorsum sumtæ convenit ; hæc vero nonnisi omnibus simul sumlis tribui potest. E. g., de unoquoque homine dici potest esse hominern, sed non item de unoquoque milite esse exercitum. d. Nolio autem smgularis est ea, quæ repræsentat aliquod individuum. Jam individuum est id, quod ex proprielatibus ita determinatis constat, ut hæ omnes eædem alu convenire non possint , puta Socrates. 4. Noho universalis dicitur abstracta, quia mens apprelicndit ahquid commune multis rebus ex co quod illud cons.dcrat seiunctim a proprielalibus, ex quibus in ipsis rebus deteraunatur. E. g., nolio hominis repræsentat humanitatem absquc proprielatibus, quibus hacc in Socrate, naione elc. determmatur. E contrario, notio singularis Ucitur concreta, quia ipsa exhihct rem, prout in se deterV,l>i existit; pata notio Socralis denotat humnnitatem 'omunctam cum omnibus proprietatibus, quihus hæc deerminatur m Sucrate., -> Denique particularis aliqua notio dicitur, prout reertur ad universale, cui subiieitur, quia notio consideala, prout alicui universali subiicitur, deootat ipsum uniersale non universe, sed ex parte. Ouocirca particularis st lum notio, e. g., aliquorum hominum relata ad nol0?em homxms, tum notio hominis relata ad notionem ntmalis. j). Ex nolionihus universalibus aliæ ad aliqua genera ei ahquas species rerum referuntur, puta uotiones ontWxtatis, et humanitatis, aliæ, quæ dicunlur supremæ, ei generahssimæ, referuntur ad illud, quod diversis irenemis rerum est commune, cuiusmodi est nolio substan di V.e/uit individuum ' '• in plura talia, qaale ipsmn est, ditiæ. Iara dumtaxat notiones universales supremæ ad Logicam spectant. Etenim Logica non est sc.cntia huius, vel illius generis rerum, sed est scientia, quæ tradit modum generalem, quo scientia cuiuslibet gener.s rerura acqu.ri potest; quanropter ipsa exphcare non debet not.ones, quæ Swersaruni scientiarum obiecta sunt, sed dumtaxat notiones, ad quas diversæ notiones d.versorum obiectorum scientiarum revocanlur. Atqui humsmodi notiones, aa nnas notiones pertinentes a"d diversas scienUas revocanSr, illæ sunt, quæ supremæ dicuntur. Ergo dumtaxat notiones supremæ ad Logicam spectant. •j^.-j 7. Advertendum aulem%st in Log.ca non cons.derar. notiones supremas, prout repræsentant has, aut illas res, sed prout habent ordinem cum alus nof.on.bus, hoc est, nrout attribui possunt aliis notiombus, quas s.bi sub.ectTs habent. E.Pg., Logicus tractat de not.one J non ut consideret res, ad quas hæc referlur, sed ut co gnoscat modura, quo illa notio alns noUorabus attrlbu Ltest . Exinde fit, ut notiones supremæ, prout consuleLntur in Logica, appellentur categoriæ, teH nam attribulre aliquid ahcui in Schohs dicitur prædi CCLTB • 8.' Sed advertendum præterea est log.cum ; non posse cognoscere, quomodo notiones supremæ de aliis ^Wn bu"s prædicentur, nisi iam cognoscat coramunes modos quibus aliquid de aliquo præd.car. potest. N .tiones, qua. exhibent communes prædicand. modos, "™ca?™^ f tegoremata, seu prædicabiha. Quarc tractation. de præ dicamentis tractatio de præd.cab.l.bus præm.ttatur ne cesse est. Itaque notiones, circa quas Log.ca præp.pu versatur, sunt prædicabilia, et prædicamenta. t Hanc ob rationem notiones, prout considerantur in Logica a, pellantur secundæ. Ad quam rem scicndumcstnot.onesd.nd.inpr mas, elsecundæ. Notio prima est not.o rei specUMe n se e. g notio homims, prout hæc ipsum esse hom.n. repra es ta t. Not .o s cunda cst notio rei non spectatæ m se, sed relate d ™od ab intelleeto cognoscitur, puta notio hormms, prout horno cog.tat velut quædam species, ad quam Plato, Socrates et ah. reIerunW Vocantur secundæ, quia notiones primas lam formatas expostula. Definiuntur notiones, quæ prædicabilia dicuntur 9. Prædicabilia, ut diximus, sunt illac notiones universales, quæ exhibcnt communes modos, quibus aliquid de aliquo enunciari potest. Hæ notiones sunt quinque, nempe genus, differentia specifica, species, proprium et accidens. 10. Species est notio universalis, quæ de pluribus individuis secundum essentiam completam prædicalur. E. g., homo de Socrale, de Piatone, aliisque singulis hominibus prædicatur, ct denotat eorum essentiam non inchoatam, et imperfectam, scd determinatam. et perfectam. 11. Gcnus est notio universalis, quæ de pluribus speciebus sccundum cssentiam incomplctam prædicatur. E. g., animal de hominc, de equo, aliisque animalium speciebus prædicatur, et eorum essentiam non quidem determinatam, et perfectam, sed inchoatam, atque imperfectam denotat. DIFFERENTIA SPECIFICA est illa notio universalis, quæ repræsentat qualis sit essentia rei ; nempe per differentiam essentia rei non indeterminatc, uti per gcnus, exhibetur, sed qualis ipsa sit, dcterminatur. Huiusmodi est esse ratione præditum. Ita interroganli, quid sit homo, primo rcspondetur esse animal, dcinde pergenti interrogare, quale animal sit, respondetur esse ratione præditum. Dicitur autem dilTcrcntia specifica, quia pcr ipsam u na spccics ab altera differt. Q13. Iamvero proprietatcs diflerentiæ specificæ hæ sunt: 1 Ipsa dividit genus in plures spccies, seu istud aptum reddit ad plurcs species efliciendas. E. g., sine illa differentia, quac dicilur ratio, animal, in rationale ct irrationale dividi non possct. 2° Differentia actu addita generi ipsum dcterminat. E. g., animal, quatenus genus est, hominem, atque belluam indeterminate significat ; at cum antmah ratio adiicitur, inde nalura hominis dumtaxat significatur. 3 Differentia cx hoc ipso, quod dclcrminat genus, ahquam dctcrminatam specicm constituit. E. • species homo constituitur ex ratione addita generi animalis'. Uuapropter spccics cx gcnere, et diffci;entia constare EssenHa ut suo Ioco dicemus, significat id, quo res est, atque a cetcns rebus distinguitur. dicitur, seu essentia uniuscuiusque speciei est ipsa essentia generis curn detenninatione, quara habet per differentiam. 14. Proprium est notio universalis, quæ de pluribus rebus singularibus prædicatur, et denotat illam qualitatem > quæ est extra essentiam rei, sed tamen necessario illi advenil. Huiusmodi est esse risibile in homine '. 15. Denique accidens est notio universalis,' quæ de pluribus rebus singularibus prædicatur, et denotat illam qualitatem, quæ non solum extra essentiam rei est, sed etiam contingenter ab ea fluit, ita ut sive de re affirmetur, sive negetur, essentia rei non destruatur. Huiusmodi est esse philosophum in homine2. 16. Itaque notiones universales, per quas, veluti per quasdam notas, cognoscimus quomodo aliquid de aliquo prædicari potest, repræsenlant vel proprietates, quæ essentiam rei constituunt, et sunt genus, species, et differentia; vel proprietates, quæ essentiam rei non ingrediuntur, sed ab ea promanant, et sunt proprium, et accidens. Inter genus, speciem, et differentiam hoc extat discrimen, quod species lotam essentiam complectitur, genus autem, et differentia partem eius tanlum exprimunt, et quidem genus exprimit partem communiorem, et universaliorem, qua res ipsa cum aliis convenit; differentia autem partem minus communem, per quam res ab aliis omnibus distinguitur. Inter proprium autem, et accidens discrimen est, quod illud cura essentia necessario coniungitur, hoc vero essentiæ contingenter advenit 3. Hoc proprium, cum necessario consequatur essentiam rei, dicitur convenire omni speciei, hoc est omnibus individuis, quæ ad illam speciem pertinent, soli, et semper. Quocirca distinguitur tum a proprio, quod soli speciei inest, sed non omni, ut in homine Geometram esse, tum ab illo, quod omni quidem speciei inest, sed non soli, ut bipedem esse, tum denique ab illo, quod omni et soli inest, sed non semper, ut canescere. 2 Sunt aliquæ qualitates, quæ, etsi actu a subiecto separari nequeant, tamen inter accidentia numerantur. Huiusmodi est nigredo in corvo. Cum enim hæ qualitates ab essentia rei contingenter promanent, intellectus potest illas qualitates negare, quin essentia rei destruatur. Hinc hæ qualitates actu quidem inseparabiles, sed cogitatione separabiles a subiecto sunt. ;} Adnotandum est nomen accidentis etiam proprio attribui posse. De gcnerum et specierum distinctione. Differenliæ, ut diximus, determinant genus. Hinc, prout plures, vel pauciores differentiæ adduntur generi' ipsum magis, ve! minus determinatur. Pula, si generi' substantia, quod indifferens est ad substanliam sive corpoream, sive incorpoream signiftcandam, differentia corporis addatur, ipsum coarctatur ad genus substantiæ corporeæ. Præterea genus substantiæ corporeæ amplectitur lum corpora viventia, tum corpora non viventia ; at si diffcrentia viventis ipsi addatur, cfficitur genus substantiæ viventis. Item substantia vivens, quæ ampleclitur tum viventia sensu prædila, nempe animalia, tum sensu carentia, ncmpe vcgetabilia, per differentiam sensus ad genus animal dctcrminatur. Denique genus animal, in quo species hominis, et belluæ continentur, per differenliam rationis spcciem hominis dumtaxat repræsentat. Exinde orilur distinctio gencrum, et specierum in suprema, media, atque infima. Gcnus supremum est illud, quod omnibus pracest, et nulli alii generi subiicitur. Genera mcdia sunt illa, quæ subiiciuntur superiori, et simul præsunt inferioribus. Denique genus infimum est illud, quod nullt generi, sed solis speciebus præcst. Ita in allato excmplo subslantiu est genus supremum; animal vero est genus mlimum; (I(mikjuc corpus, ct vivcns sunt genera intermedia. quia mtcr supremum, et inlimum intercedunt. 18. Genus supremum numquam efficitur species, quia nul h subiicitur; sed genus medium, ct infimum sunt simul genus, si comparentur cum speciebus sibi subiectis, et species, si ad genus superius rcferantur. E. g.,corpus respectu substantiæ est species, et respectu viventis est genus, (jiua corpus potest esse vivens, aut non vivens. Item ammal relatum ad vivens est species; rclatum autem ao uctluam et honuncm est genus. 19. Ad bæc genus dicitur proximum, si refertur ad species, quæ sub eo immediate ponuntur, et rcmotum, si reiertur ad species mediate, hoc est, per alias species. qnatenus proprium significat aliquid, quod advcnit essentiæ rci. (Juia vero propnum necessario advenil csscntiac rei ita dicitur æcidens speciei, et hoc modo distingnitnr ab accidente, qaod cst quintum pracdicabilc, quodque accidcns individm appellatur. Ita genus proximum hominis, et belluæ est animal, quia homo, et bellua animali immediate subiiciuntur: remotum vero vivens, quia homo, et bellua vivenli mediate subn ciuntur. 20. Quod attinet ad species, suprema est, quæ supra se aliam speciem non habet, ut corpus ; media aulem, quæ tam supra se, quam infra se habet aliam speciem, ut animal; infima denique, quæ sub se non habet ullam speciem, scd tantummodo res singulares, Quocirca species infima eiusmodi est, ut numquam sit genus. Art# iv. De nolionuua coraplexione, et arabilu 21 In qualibet notione invenitur quidam complexus, et nuidam ambitus. Complexus consistit in iis elementis, ex quibus notio efficitur. E. g., in notione homims complexus consislit in eo, quod homo est substantia vita, sensu et ratione prædita. Ambitus est numerus subiectorum, ad'quæ notio porrigitur1. Iam complexus, et ambitus sunt in ratione inversa, nempe, quo maior est alicuius notionis complexus, eo minor est ambitus; et quo maior est ambitus, eo minor est complexus. E. g., complexus hominis maior est, quam animalis, qu.a ln ammah non continetur ratio, sed minor est ambitus, quia homo dumtaxat ad animalia ratione prædita, animal vero ad homines, et ad belluas porrigitur. 2 2. Ex quibus facile est hæc colligere: 1 In sene universalium genus supremum habet maximum ambitum, sed minimum complexum; e contrario, species infinia minimum ambitum, et maximum complexum continet. 2 Uuidquid in notione superiori continetur, m notione intenon etiam invenitur, sed non vicissim, quia m notione superiori minor, et in notione inferiori maior est complexus. E i? quidquid in genere animalis contmetur, mvenitur etiam' in homine, et quidquid invenitur in homme, cuilibet individuo homini etiam inest; sed non omnia, quæ sunt in homine, sunt etiam in animali, neque quidquid est in bo-. crate, est etiam in homine. Quocirca a gencre ad speciem, atque a specie ad individua, sed non item ab mdividuo ad speciem, atque a specie ad genus concludi potest. i Cartesiani, et Woltiani pro complexu comprehensionem, et pro ambitu extensionem dixerunt. Quinara sint terraini univoci, æquivoci, et analogi, explicatur 23. Mos in Scholis est ante tractationem prædicamentorum quædam explicandi, quorum cognilio ad illorum cognitionem valde conferl,quæque idcirco Ante-prædicamenta vocanlur. Ex his ea, quæ ad terminos univocos, æquivocos, et analogos spectant, præsertim nola esse volumus. 24. Univocum dicitur illud nomen, quod plurihus communiter altrihuitur, secundum eamdem suam significationem. Huinsmodi est nomen animal, quod homini, et hruto convcnit. Æquivocum est illud nomen, quod de plurihus secundum diversam significationem cnunciatur; e. g., canis, quo et canis terrestris, et canis marinus denolantur. Iam nomina æquivoca in duo genera distinguuntur, nempe vel sunt pure æquivoca, vel analoga. Nomen pure æquivocum dicilur illud, quod plurihus atlrihuitur, quin sit in eis aliquod fundamentum, per quod illud nomen commune sortiuntur. Huiusmodi est nomen canis, cum animali, et sideri trihuitur. Analogum autem appellatur illud nomcn, quod datur plurihus, quia in eis est aliqua ratio, ex qua illud communc nomen accipiunt. Huiusmodi est nomen sanitas, quod cum corpori, tum medicinac, tum pulsui trihuitur oh ordincm, quem ad sanitalem hahent; corpus enim dicitur sanum, quia sanitas ei, tamquam suhiecto, inhæret, medicina dicitur sana, quia in causa est, cur corpus sit sanum, et pulsus vocatur sanus, quia corpus esse sanum patefacit. 25. Ratio, oh quam horum terminorum explicatio hic redditur, ea est, ut inlelligatur 1° quamlihet caleroriæ specicm prædieari univoce de iis, quæ sihi suhiiciuntur; e. g., suhstomtia tum suhslantiæ incorporeæ, lum corporeæ eadem ratione allrihuilur, utraque enim, quatenus suhstanlia esl, aliquid significat, quod hahet csse non in aho ; 2° cns dc singulis categoriis prædicari analoge; siquidem unaquælihet earum, ut infra dicemus, peeuliarem modum entis significat •: Ita nomine suhstantiæ exprimitur quidam spccialis modus esscndi, scilicet per se ens 2'; ^ Ua de aliis generihus ; 3° ens ipsum comparatum ad J Cf S. Thom., In Ub. I Sent., Dist. XXII, q. I, a. 3 ad 2. b rationem quantitas continua dicitur dimensiva. lam, ctsi hæ tres dimensiones simul iunclæ in corpore semper existant, tamen licot nobis cogitare longitudinem sine hitituaine, et profunditate, atque longitudinem ct latitudinem smc protunditate. Longitudo sinc latitudine, et profunditate est ea guantitas, uuæ dicitur linea; longitudo autem, et latitudo sme prolundilatc efficiunt illam quantitatem, quæ Nocatur superfictesi quanlitas vero, quæ longitudinem, lantudinem et profunditalem habet, rrancupatur corpus . '''"'ft nomi,u> M intelligitur non corpus physicum, oempe prai est substant.a composita ei materia ei forma, æ proinde qaod ">n soiam quantitate, sed etiam qualitatibus sensUibas esl præditam seacorpus mathematicum, quod est guantum præcise samtam, hoc Quantitas ob tres dimensiones, quas in ea esse vidimus, non nisi subsiantiæ corporeæ, quæ ex partibus contlatur,propria est.At sensu translato tribui potest etiam substantiis spiritualibus, quæ sunt expertes partium; et prout ipsis tribuitur,non dicitur dimensiva, sed virtuahs, quia denotat aliquam illarum perfectionum, quæ ad earum vel naturam, vel esse, vel durationem, vel vim agendi pertinent. RELATIO in universum sumta illud proprie denotat, per quod unum ad aliud quemdam ordinem habet. Quare in relatione tria distinguuntur, scilicet subiectum, nempe illud, quod habet ordinem ad aliud; termxnus, seu lllud, ad quod subiectum habet ordinem, et fundamentum, seu princinium, cuius ratione subiectum ad terminum comparatur. Ita si cycnus similis columbæ propter albedinem dicatur, cycnus erit subiectum, columba terminus, albedo autem fundamentum huius relationis. Subiectum, et terminus vocantur etiam extrema. . 36. Relatio autem esse potest ve\propne, et strxcte realis, vel loqica, vel mixta. Relatio realis est ea, quam intellectus deprehendit inter res vere existentes, quæ naturalem ordinem habent ad invicem. Huiusmodi, e. g., est re atio, quæ inter patrem, et filium intercedit. Hæc relatio vocatur mutua, quia eius fundamentum m ambobus extremis realiter existit. Puta, mutua est relatio, quæ inter patrem, et filium intercedit, quia pater ad nlium, et tilius ad patrem ordinem naturalem habet. 37. Relatio autem logica exurgit ex eo, quod intellectus ordinem ponit inter suos conceptus, atque ita unum ad alterum refert. Quocirca est ea, qua aliquid ad aliud refertur, non secundum rationem existendi, sed secundum rationem intelligendi 4. E. g., intellectus, si comparat conceptum lapidis, quem actu in se considerat, cum conceptu lapidis, quem antea sibi confecit, et unum esse eumdem cum alio advertit, relationem identitatis inter utrumque ponit. 38 Denique relatio dicitur mixta, quoties ordo mter eiusextremahuiusmodi est, ut in uno eorum fundamen est, quantum, in quo dimensiones quantitatis a natura et essentil cor'poris, atque a qualitatibus sensilibus seiunctæ mtelliguntur. i S. Bonav., /n lib. I Sent., Dist. XXVIII, dub. tum sit naturale, in altcro autem ab intellectu ponatur Hæc relationis species dicitur etiam non mutua, quia iii ea unum extremorum dumtaxat ordinem ad aliud reipsa habet. Id genus est relatio creationis, quæ intercedit inter Deum, et res ab Eo creatas; nam relatio crealionis in rebus creat.s realiter invenitur, quia ipsæ, quidquid sunt a Deo per actum creationis accipiunt; in Deo autem invenitur tantum secundum rationem, quia Deus a rebus creatis nullo modo perficitur. 39. Termini, seu extrema relationis mutuæ sunt simul nalura; siquidem non potest eorum unus poni, quin et alter ponatur, ncc unus tolli, quin et alter tollatur! E g est qui dicitur pater, oportet etiam esse, qui dicatur fiIius; et s. esl, qui dicitur filius, necesse est patrem aliquem esse; pariterque, si pater non est, non erit filius, et si non est filius, nec erit patcr. Hoc autem intelliffendum est de esse ipsarum relationum, quæ in subiectis sunt, non vero de esse subiectorum, in quibus sunt relationes E. g., esse patris, et esse filii, prout homines sunt, non sunl simul natura. 40. Rursus termini relationis mutuæ, si spectentur prout sunt relati, sunt simul cognitione, quippe quod conceptus unius conccptum alterius, et vicissim, expostulat fc. g., pater jntelligi non potest, quatenus est pater, nisi et falius simul mtelligatur. Quod si spectentur non prout sunt quædam res rclatæ, sed prout simpliciter sunt quæaam ros, cognitio unius non expostulat cognitionem alterius. l g., s. Petrus, pater Pauli, specletur non prout pater est, sed prout bomo est, potest intelligi, qu n simul mtelligatur Paulus. 6 H 41. In relatione autem non mutua termini non sunt simul naura nam illud extremum, in quo fundamenlum Donitnr k • f i1. n?quit ?ine Ill in fIU() ^ndamentum pon.lin ab mtellectu, sed non vicissim. E. g., existentia S^Snto^nU™.hab?S ne quæinmundosunt, mentem nostram V ]n),U'qn,,,n Dei; Sed conceP^ Dei nos baud Ki s s L ?oncePtum rerum, quæ in mundo sunt, quia I ionis o,S. °X,S,,MT P°te,st At ™r°> >j terminiV 10" mutue> Pwut relali sunt, spectentur, simul '"" sil poni scientiam, tamen non po^u.d JHffarK1 eM cXrfef sqec m SK^ '? : "erum^creatarum, tLen Deus -teih^uou potest, tamquam creator, msi ad res extra se reie.atur. IX. De qualitate 42. (Mto est accidens quod per se induc in^substantiam, spec.aleu, moduu essenj' e. ^ ^, tiam ?W W^^^IXa.V indcerein ahus modi subsidio moalc^ ", reddunt non per ^SnonK^ ex eo quod partes, quas minatur, ut bene yel ™le ^ ^ DoperanduID. E. g., sa ant SgL-t. ^ocatur habitus s. e.usmod. e t „t d .ffi sksekw sa e., bPS0SrnifqnSSrspecieS afficit ^J^Jg" qna substantia pollet, atque cons.stit in P™cl,v ale/ J Xecilli.ate, quæ ipsi inest ad æ"d™ VliuTee1 obiectnm snnt, et ad res.ste ndum ., quæ II, us ex tationem impedire possunt. • Proclw.ta, vocatur po imbecillitas autem impotenlia. E. g., N>cr al es P" V mTm potenliæ naturaliter comparatus erat ad ph.losoph.a morum addiscendam. Tertia qualitatis species est illud accidens, quod in substantia transmutationera sensibilem producit, vel a transmutatione sensibili producitur. Huiusmodi est metus, qui statum hominis perturbat, vel pallor, qui ex metu efficitur in vultu hominis. Hæc tertia qualilatis species vocalur passio, si est levis, et fugax, e. g., pallor, qui ex metu ^ignitur; vocatur nutem passibilis qualitas, si est constans, E?t diuturna, e. g., pallor ex longa ægritudine ortus. 46. Denique quarta qualitatis species dicitur illud acciJens, quod rcsultat ex dispositione partium quantitatis. Hacc postrema species qualitatis vocatur figura, prout deaotal id, quod claudit quanlitatem, vel forma, prout denotat id, quo una quantitas ab alia discriminatur. X. Dc definitione, et divisione 47. Definitio est oratio, quæ quasi involutum evolvit id, ie quo quæritur1. Duplicis autcm cst generis, nominis lempe, et rei. Definitio nominis ea est, quæ explicat, quid icr aliquod nomen significetur; puta, cura aliqua vox ex)lanatur per dictiones, a quibus oritur, seu per eius etynologiam ; vel cum disputantes patefaciunt, quo sensu oces usurpare velint 3. Definitio aulem rei ea est, quæ issentiam rei per aliquam vocem significatæ delerminat; [uare ipsa conficitur, cum proprietates, quæ essentiam ei exhibent, recensentur, e. g., cum homo definitur, aumal ratione præditum; vcl cum assignantur causæ inernæ, scilicet maierialis, et formalis, quæ rem constiuunt, e. g., cum homo definitur, substantia constans ex orporc, et anima rationali 4. 1 De his hoc loco agimns, quatenus ad notionum perfectionem iol>is comparandam ipsæ inserviunt. Cic, Topie., c. 2. Dc dcfinitione cf Alb. M., Topic, lib. VI, r. 1, c. 1, et passiin. 3 Qq> dispp., De Per., q. II, a. 1 ad 9. 4 Definitiones a descriptionibus distinguendæ sunt. Etenini in his on solum proprietates recensentnr, quæ essentiam rei constituunt, ''ii etiam illæ, quæ ab essentia necessario, vcl contingenter fluunt. • J., descriptio lit hominis, cum dicitur esse animal providum, sa"r, multiplex, acutum, plenum rationis ct consilii. Item, non defiitur, sed potius describitur res aliqua, cum eius causæ eiternat, empe efficiens, exemplaris, el finalis, assignantur; puta si dicatur: romo cst a Deo in sui similitudinem creatus propter beatitudinem. LOGICÆ 48. Ut definitiones rite conficiantur, hæc observanda sunt : 1° Definitio debet neque pauciores, neque plures notas enumerare, quam quæ necessariæ sunt ad rem definitam ab omnibus aliis discernendam. Perperam faceret, e. g., qui hominem animal bipes, vel, animal bipes ratione præditum definiret . 2° In definitione genus proximum, et differentia specifica adhibeantur oportet: hoc enim pacto tota rei natura quam brevissime exhibetur, atque a ceteris omnibus secernitur. Ideo autem genus proximum, non vero remotum adhibendum est, quia genus remotum non complectitur omnia, quæ generis inferioris notione continentur 2; ac proinde si definilio fiat per genus superius, aliqua, quæ spectant ad genus proximum, differentiam ingrediuntur. Ita, si triangulum rectiangulum definiatur per figuram planam tribus lineis circumscriptam, cuius unus angulus est rectus, non apparet, utrum ternarius numerus laterum spectet ad genus, an ad differentiam. At si definiatur per triangulum, cuius unus angulus est rectus, luculenter cognoscitur ternarium numerum laterum esse omnibus triangulorum speciebus communem, et differentiam trianguh rectianguli in eo positam esse, quod angulorum unum rectum habeat. 3° Oportet ut definilio sit clara, nempe fiat per notiora, quam res definita, siquidem ignotum per ignotum manifestari nequit. Atque ob eamdem rationem docent Logici, cavendum esse a definitione in orbem, quam circulum vitiosum appellant, scilicet quando in definienda ahqua re adhibetur vocabulum, in cuius definilione occurnl illud ipsum, quod priori definitione explicandum erat. Hoc vitium peccaret, si quis diceret, horam esse vicesi; mam quartam partem diei, diem autem tempus vigmti qualuor horarum 3. i Id s. Thomas docuit, cum inquit oportere, ut definitio denote aliquam formam de re, quæ per omnia ipsi respondet. Hinc lntelli gis cur Logici doceant, definitionem, si recta sit, cum re defimta re ciprocari. Revera æque dici potest: Quisquis est homo, est ammc ratione præditum, et, Quidquid est animal ratione præditum, ei homo. Vid. s. Aug., De quantitate animæ, c. 25. 2 Cf p. 13. s Hæc autem regula in relatis locum non habet, siquidem natui cuiusque relati a natura termini, ad quem refertur, efficitur. Deiinitio verbis neganlibus fieri nequit, quippe quod ipsa non (am quid res non sil, quam quid res sit, cxplicare dcbet '. 49. Divisio autem est totius in partes distribulio. Totum, quod in partcs dividitur, divisum audit, et partes, in quas tolum dividitur, membra dividentia dicuntur. Si qua divisionis pars complexa sit, suasquc in partcs et ipsa solvalur, subdivisio existil. Denique plures divisiones eiusdcm rei, quæ diversis modis consideratur, condivisiones a logicis dici solent. 50. Totum, quod dividitur, triplicis generis csl, nempc intcgrale, universale, et potcntiale 2. Tolum intcgrak iilud est, quod ex partibus coalescit, quac re ipsa ab se invicem abscindi possunt, cuiusmodi est domus, quac ex fundamcnto, pariele, tecto exurgit 3. Totum vero universale illud audit, cui partes, lamquam species, subiiciuntur, veluti animal, quod in hominem, et belluam dividitur. Denique totum potentialc nominatur illud, cui plures potentiæ, seu facullates inter sc distinclæ insunt, vcluti anima humana, quæ, ctsi una el simplex sit, tamen in intellectivam, sensitivam et vegetativam dividi solet. 51. Regulac reclæ divisionis sunt præcipuac tres. Prima vetat, quin divisio fiat in partcs pauciorcs, aut plurcs, quam oporlcl, quia partes tolum æquare debent. Contr.i hanc rcgulam pcccaret lam qui angulum in reclilineum, ct curvilincum, quam qui lincam in rectam, curvam, et mixtam divideret. Secunda præcipit, ut pars una allam non includal; sccus enim eadcm pars bis sumeretur. E. m quo ipsa proprietas significatur. E. g., idcm esl cere, convalescit, ac est convalescens. Unde verbum esse mncupan solet primitivum. 1 I, l UI, a. 4 ad 2. Iam verbum in enunciatione modi indicativi, et temporis præsentis sit oportet. Et primo, verbum modi indicativi esse oportere probalur hoc brevi argumento : Enunciatio est oratio indicativa, quia verum, aut ialsum significat. Atqui enunciatio sumit ex verbo vim sigmncandi verum, aut falsum. Ergo verbum in enunciatione non nisi modi indicativi esse potest. Secundo, verbum esse oportere temporis præsentis evincitur hoc aho argumento: Verbum in enunciatione significat actum intellectus, quo aliquam proprietatem cum subieclo coniungit, aut ab illo separat. Atqui huiusmodi actus m tempore præsenti efficitur. Ergo verbum in enunciatione tempons præsentis esse debet. Quod si multæ enunciationes occurrunt, in quibus præteritum, vel futurum tempus adnibetur, præteritum, et futurum non referuntur ad verbum, sive ad copulam, sed ad statum, in quo subiectum repræsentatur fuisse, vel futurum. E. g., si dicatur, lapis \uxt, vel erit calidus, perinde est, ac si diceremus: lapis, quem nunc cogitamus, is est, qui fuit, vel erit cahdus. II. De nominis, et verbi natura 58. Duo, ut diximus, sunt elemenla enuncialionis logice spectalæ, scilicet nomen, et verbum. Horum natura hic exp plicanda nobis est. . Grammatici definiunt nomen, icl quocl substantiam, aut qualilatem rei significat. Secundum Logicos autem nomen est vox simplex, ad aliquid sine varietate lempons sigmjicandum instituta. Quarum definitionum differentia ex eo oritur, quod grammaticus considerat voces, non prout denotant conceptiones intellectus, sed prout denotant ipsas res; logicus autem considerat voces, prout signihcant non ipsas res, sed conceptiones intellectus. 59. lam nomen logice spectatum dicitur vox ad aliquid significandum instituta, sive adhibita ad aliquem conceptum intellectus denotandum ; nam nomen est una ex præcipuis partibus orationis, quæ ad conceptiones mtellectus patefaciendas spectat . Præterea nomen dicitur vo5 simplex, quia destinatur ad significandum conceptun i Oratio, secundum Aristotelem (De Interpr., c. 4, § 1), aliqui significat ex consensu. unius rei, illius nempe, de qua aliquid enuntiatur. Denique dicitur nomine aliquid significari sive varietate temporis. Re quidem vera lempus, ut suo loco explicabimus, sine mutatione prioris et posterioris inlelligi nequit, ac promde illud, quod cum tempore significatur, tamquam ahquid fixum et permanens significari non potest. Atqui nomen, cum significet subiectum, aliquid tamquam fixum, et permanens significat. Ergo nomen est vox, quæ aliquid sine lempore significat 2. 60. Nomen ex eo, quod significat aliquid sine tempore, a verbo differt. Etenim verbum non solum rem, sed etiam tempus, m quo res existit, significat. Quocirca verbum definitur: vox simplex, quæ id, quod significat, cum aliqua differentia temporis significat. E. g., vox valetudo est nomen, quia quidquam aliud, præter valetudinem, non significat; contra, vox valet est verbum, quia non modo valetudinem, sed etiam tempus, quo valetudo alicui mest, significat. 61. Nonnulli Philosophi, inter quos Galluppius 3, contendunt, essentiam verbi in eo positam esse, quod aliquid affirmat. Ast hæc sententia falsa esse ex eo perspicitur, quod affirmatio, cum significet aliquid alicui inesse, non ex solo verbo, sed cx verbo, et nomine efficitur; siquidem lpsa expostulat illud, quod affirmatur, ncmpe verbum, alque lllud, de quo aliquid affirmatur, nempe nomen. Alii autem opinantur verbum a nomine discriminari ex eo quod actionem, et passionem significat. At hæc etiam sententia reiicienda est. Etenim est quidem proprium verbi, quatenus ad subiectum refertur, significare aliquid pcr modum actionis et passionis, siquidem verbo significatur proprietalem aliquam subiecto inesse, vol quia ipsum subiectum illam in se producit, vel quia ab aliqua causa in subiecto producitur; e. g., in hac enuncialione tetrus amat Paulum, amor de Petro pracdicatur, quia, VOX. stimPlex distinguitnp a voce complexa, quæ plures conceptus mter se colligatos significat, e. g., homo iustus. Advertito lllis etiam nominihus, quæ nomina temporis dicun X^ l>ora, (ies, mensis, aliquid sine tempore significaH; si pnuu Vt ten^ms tCmPUS' Pr°Ut CSt qUaCdam rCS' non ™ 5 Lezz., lez. XLH, t. I, p. 222, Napoli in ipso producitur per principium sibi naturaliter insitum, in hac altera enunciatione, paries est albus, albedo de pariete enunciatur, quia ab aliqua causa extenori in pariete producitur . At vero non est propr.um verbi siJrnificare ipsam actionem, aut passionem, actio enim, et passio per se, seu, ut s. Thomas inquil, in abstracto sicut quædam res\ significantur per nomina, ut cum dicitur, actio, passio, cursus, amor etc. ^RT UI. De diversis speciebus enanciationum ex parle forraæ 63 Enunciationis divisio ex duplici capite repetenda est scilicet a materia, sive ah elementis, ex quibus jpsa constat, atque a forma, sive a modo, quo hæc elementa concurrunt ad efficiendam enunciationem . 64 Si forraæ ratio habeatur, spectan m prirais potest ipsa convenientia, vel discrepantia attributi cum sub.ecto, atque inde oritur divisio enuncialionis m affirmantem, atque neqantem 4. Enunciatio affirmans ea est, quæ ahquid alicui inesse significat, e. g., homo est raiione præditus, negans autem, quæ significat aliquid alicui non inesse, e z, bellua non est ralione prædita. 6d Ab enunciationibus tum affirmantibus, tum negantibus distineuendæ sunt illæ, quæ infinitæ appellantur. Huiusmodi enunciationes illæ sunt, in quibus quodcumque aliud subiecto tribuitur, quam quod significatur præcticato E. g., brutum est non homo. Vocanlur intinitæ, quia in eis aliquid indeterminatum subiecto tribuitur. "T^oc secus ac sensit Arnaldus (Grammaire gentrale, et raison \ n6e, parl 2, c. 8), locura quoque habet in ^ y^"U^. ' a grammaticis dicuntur. E. g., in hac en7unc^at,0°e;rft7^u^. mit, in qua verbum neutrum invemtur, dormire Socrati per quam dam actionem inhærere intelligitur, quia ex aliquo pnncipio, quod est in Socrate, efficitur, ut ipse dormiat. 2 In lib. I Perhierm., lect. IV. 5 De enunciationis veritale et falsitate, quippe quæ non : speeta ad ea, e quibus enunciatio constituttur, sed po us cogmno nem, quæ per ipsam eihibetur, prout nempe illa eonsentaneo est naturæ rei eognitæ, aut ab hæ dissentit, opportun.or. loeo m Criteriologia sermonem habebunus. •„„:_ „„rtinet Hæc divisio ad qualitatem essent.alem enunc.at .onis Pe^nrt, quia essentia enunciationis in coniunctione præd.cat. cum subie cto, aut separatione unius ab altero consist.t. Iamvcro enunciatio infinita differt aJb affirmante, quia affirmans denotat aliquid determinatum inesse subiecto, sed infinita significat aliquid indeterminatum subiecto inesse. Præterea, diffcrt a negante, quia negans significal aliquid determinatum non inesse subiecto, infinita autem dum significat aliquid determinatum in subiecto non inesse, simul significat ei aliquid indeterminatum inesse, atque ideo in ea negatio e copula verbaii, nempe ex verbo est, transfertur ad vocem, quæ rem prædicatam significat. At si enunciatio infinita proprie non est aiens, aut negans, ipsa utriusque est particeps. ld cx dictis facile intelligitur; nam enunciatio infinita est quodammodo asserens ex ea parte, quatenus aliquid indeterminatum de subiecto prædicat; et est quodammodo negans ex ea parte, quatenus aliquid detcrminatum a subiecto removet. E. g., si quis dicat brutum est non homo, negat quidem brutum esse hominem, sed simul asserit aliquid aliud bruto convenire. 67. Circa enunciationes afiirmantes et negantes hæc notatu digna sunt: 1° In enunciatione aflirmante prædicatum accipitur secundum totum suum complexum, nequit enim aliquid cum subiecto coniungi, nisi omncs eius proprietates subiecto conveniant. E. g., dici non posset triangulum esse figuram, nisi omnes liguræ proprietates triangulo convenirent. 2° In eadem enunciatione aflirmante prædicatum non accipitur secundum totum suum ambitum, qnia prædicatum magis universale, quam subiectum, plerumque est ', ac proinde non solum illi subiecto, sed etiam aliis convenire potest. 3° In enunciatione negante prædicalum accipitur secundum totum suum ambilum. E. g., in hac enunciatione, trtangulum non est quadratum, denotatur nullum possc esse quadratum, quod sit triangulum, alioquin triangulum non^essc quadratum absolule dici nequit. 4 In eadem enunciatione negante prædicatum non ac 1 Divimus plerumque, quia aliquando prædicatum æque universale s(, ac subiectum, ncmpe quando dcclarat notionem subiecti, Vel est aliquid ita ei proprium, ut cetera excludat. E. g., Tlomo est anunal ratione præditum, aut homo est animal capax ridendi . 30 LOGICÆ cipitur secundum totum suum complexum. E. g., illa enunciatio, triangulum non est quadratum, haud signincat omnes proprietates quadrati triangu lo repugnare; nam ad removendum aliquod prædicatum a subiecto satis est, ut unum eorum, quæ prædicatum constituunt, subiecto non conveniat. In forma enunciationis spectan etiam potest Hle snecialis modus, quo convenientia, vel discrepantia inter attributum, et subiectum determinatur Ex hoc capite enunciationes constituuntur, quæ modales appeliari solent. 69 Itaque enunciationes modales sunt lllæ, m quinus modus quidem specialis significatur, quo prædicatum ad subiectum refertur. Harum enunciationum quatuor species recensentur, nempe, possibilis, contingens, necessana, %mvossibilis. Enunciatio possibilis ea dicitur, m qua sigmlcatur prædicatum actu in subiecto non esse, sed esse uosse e alis accepta universe, hoc est secundum totum suum ambitum, c. g., Omnes homines sunt ratione præditi. Deni^ue dicitur particularis, si cius subiectum est notio uni^ersalis accepta ex parte, nempe ita ut non complectatur minia, quæ eius ambitum constituunt, e. g., AUqui homines sunt philosophi. 73. Ut patescat utrum subiectum universe, an ex partc iccipiatur, ac proinde utrum enunciationes sint univcrsæs, au parliculares, aliquæ notæ subiecto adiiciuntur. 9æ sunt pro cnunciatione universali omnis, nullus ; pro larticulari autem aliquis, vel quidam. Cum huiusmodi lota nun proferlur, enunciatio indeterminata vocatur, quip)e quod ipsa, prout exprimitur, non commonstrat utrum imverse, an ex parle accipienda sit, sed ut hoc cognoscatur, expendendum est, utrum atlributum ad subiectum Jssentiahler, an contjngenter referatur. Si primum, enuniiatio est univcrsalis, e. g., homo est ratione præditus; an alterum, est parlicularis, e. g., homo est sapiens. 74. Ratione autem illius, quod termini enunciationis Mgnifacant, ipsa dividiturin unam, et multiplicem. Enunciauo multxpUx ea est, quæ ex narte subiecti, aut præOicati, aut utrmsque plura signifieat, quæ nullum ordiMW inter se habent, ita ut ad unicum conceptum subieBU, aut prædicali reduci nequeant. E. g., Socrates, ct Plato ambulant, vel, Socrates ambulat, et philosophatur, vel, Socrates et Plato ambulant, et philosophantur . Hinc videshuiusmodi enunciationem multiplicem appellari, quia non est unica enunciatio, quæ ex pluribus, quasi ex partibus suis, conflatur, sed est enunciatio, quæ diversas enunciationes exhibet. 75. Enunciatio autem una duplicis generis esse potesl; nempe vel est una simpliciter, vel est una per coniunctionem. Una simpliciter dicitur ea, quæ unum de uno absolute significat, e. g., homo est ratione præditus. Una autem per coniunctionem vel est ea, quæ ex parte subiecti, aut prædicati, aut utriusque plura significat, quæ ad unicum conceptum subiecti, aul prædicati reducuntur, e. g., Animal rationale mortale currit; vel est ea, qua significatur coniunctio plurium enuncialionum, quæ ita inter se referuntur, ut unam enunciationem constituant; e. g., Si dies est, lux est. Enunciationes, quæ sunt unæ hoc altero modo, nempe per connexionem plurium enunciationum, dicunlur hypotheticæ, atque hoc nomine a ceteris omnibus, quæ vocantur categoricæ, distinguuntur. Præstat earum naturam clarius exponere, variasque species numerare. 76. Itaque enunciatio hypothetica differt a categorica, quod huius partes sunt nomen, et verbum, iliius autem sunt enunciationes categoricæ, quarum secunda per aliquam coniuuctionem ad primam refertur. E. g., hypothetica est illa enunciatio, Si dies est, lux est, quia cius partes sunt duæ enunciationes, dies est, lux est, atque hæ coniunguntur per narticulam n, quæ officio copulæ fungitur. Hinc perspicitur enunciationem hypotheticam re ipsa esse unam, quia non significat ea, quæ enunciationes categoricæ ipsam componentes denotant, sed dependentiam, quæ inter categoricas intercedit; hæcautem dependentia non nisi tamquam unum intelligitur. E. g., illa enunciatio, Si dies est, lux est, non significat diem esse, et lucem esse, sed lantum connexionem harum dua-. rum enunciationum. Tres autem sunt species enunciationis hypotheticæ, scilicet connexa, coniuncta, et disiuncta. Enunciatio connexa ea est, in qua enunciationes categoricæ coniunguntur per particulam si, e. g., Si dies est, lux est. Ex duabus partibus, ex quibus enunciatio connexa constat, ea, quæ collocatur post coniunctionem si, antecedens; ea vero, quæ sine coniunctione est, consequens dicitur, quia illa rationem huius complectilur. Ex ipsa huius enunciationis natura patet eius veritatem non pendere a veritate partium, sed ex ipsarum connexione. Hinc enunciatio connexa potest esse vera etiamsi enunciationes, ex quibus constat, sint falsæ, et esse falsa, etiamsi enunciationes sint veræ. E. g., vera est hæc enunciatio connexa, Si cerebrum tuum cogitat, aliqua materia cogitat, eliamsi et cerebrum cogitare, et matenam cogitare sit falsum ; e contrario, quamvis verum sit hominem esse tum animal, tum ratione præditum, tamen falsa est hæc enunciatio connexa, Si homo est animal, ratione pollet. Ratio est, quia in priori enunciatione adest connexio inter antecedens, et consequens, in altera autem hæc connexio deest. Porro ut cognoscatur utrum extet conncxio consequentis cum antecedenti, inspiciendum est, utrum contrarium consequentis repugnet antecedenti, necne. Si primum, connexio inter utrumque existit; e. g., in illa enunciatione, Si dies est, lux est, adest conncxio, quia tenebræ, quæ luci opponuntur, diei etiam adversantur. Sin alterum, connexio deest, uti in hoc exemplo, Si dies est, Socrates ambulat, quia oppositum consequcntis, ncmpe Socratem non ambulare, antccedenti, nem\mjsscdiem, non adversatur. 79. Enuncialio coniuncta illa cst, in qua enunciationes catcgoncac connectuntur per particulam Non, atque ita unam enunciationem efliciunt; c. g., non dies est, et nox est vel, Nonest mortuus Plato, et vivit Plato. Ut vera sit hacc enunciatio, oportet ut enunciationes, ex quibus constat, sibi invicem opponantur, ita ut simul exislere nequeant. Hinc falsa est hæc enuncialio, Non kgit Plato, et ambulat Plato, quia, cum legere, et ambularc sibi invicem non opponantur, nihil prohibet, quin Plato simul legat, et ambulet. 80. Deni(|ue enunciatio disiuncta cst illa, in qua enunciationes calcgoricæ efficiunt unam cnunciationem per particiilam aul; c. g., Aut dies est, aut nox cst. Ad verilatem huios cnunciationis duo cxposlulantur; nempe 1° oppositio inter partcs, quia hacc enunciatio innuit ut, posila una parte, aliac excludendæ sint, quod profecto non msi in ns, quæ sibi inviccm adversantur, locum habere Philos. Curist. Compend. L0 GICÆ potest; 2° integra partium enumeratio, alioquin statui non posset, ut una præter alias admittenda sit. Hinc falsa est hæc enunciatio, Triangulum est aut rectangulum, aul acutangulum, nam potest etiam esse obtusangulum !. Ex iis, quæ diximus circa enunciationem unam, et multiplicem, perspicitur quid re vera sint illæ enunciationes, quas recentes Philosophi complexas vocant. Enunciationes complexæ, eorum sententia, sunt eæ, in quibus vel subiecto, vel prædicato, vel utrique alia enunciatio adnectitur ; e. g., Homo, qui est iustus, laude dignus est ; vel, Homo est animal, quod rationem habet; vei, Animal, quod rationem habet, actiones exerit quæ præmium xel poenam merentur. Enunciatio, cuius vel subiecto, vel prædicato, vei utrique alia assuitur, principalis ab eis dicitur; enunciationes vero, quæ eius terminis adiunguntur, incidentes appellantur. Hæ enunciationes incidenles in explicativas, et restrictivas, seu determinativas dividuntur. E. g., in illa complexa, Homo est animal, quod rationem habet, incidens esl restrictiva, quia delerminat subiectum enunciationis principalis. In hac autem complexa, Socrates, qui est philosophus, disputat, incidens est explicativa, quia hæc tantummodo declarat, sive explicat subiectum. Iamvero ex dictis facile perspicitur 1° enunciationem complexam, in qua incidentes sunt restriclivæ, esse unam ; e. g., unaj est hæc enunciatio, Homo est animal, quod capax scientiæ est, incidens enim, quæ adnectitur attributo, cum determinet essentiam ipsius attributi, illud multiplex non efficit; 2° omnem enunciationem complexam, in qua incidentes sunt explicativæ, 1 Plerique recentes Logici unam enunciationem, quam vocavimus connexam, appellant hypotheticam. At perperam, nam enunciationes coniuncta, et disiuncta sunt, non secus ac connexa, hypotheticæ. Etenim ipsæ nihil affirmant, aut negant, sed tantum quamdam hy| pothesim, seu suppositionem statuunt. Ita non solum cum inquimus, Si dies est, non est nox, sed etiam cum inquimus, Non dies est, et nox est, atque, Aut dies est, aut nox est, nec asserimus, nec negamus esse diem, vel noctem, sed dumtaxat alterutrum esse statuimus. Inde fit, ut enunciationes coniuncta, et disiuncta ad formam enunciationis connexæ, quæ secundum recentes hypothetica est, nullo negotio revocentur. Revera hæ enunciationes, Non dies, est, et nox est, et, Aut dies est, aut nox est, efferri possunt hunc in modum. Si dies non est, nox est, et, Si nox est, dies non est. csse multiplicem; e. g., multiplex est illa enunciatio, Socrates, qux est philosophus, disputat, quia incidens, quæ addilur subieclo, non pertinet ad essentiam subiecti, ac proinde lpsum multiplex efficit. V. De opposilione, et conversione enunciationum 82. Oppositio consistit in affirmatione, et negatione eiusdem prædicati de eodem subiecto secundum eamdem rationem. Hinc oppositæ sunt duæ enunciationes, quæ habent ldem subiectum, et idem prædicatum, et qualitate inter se diflerunt, ita ut una sit affirmans, altera negans. 83. Iam enunciationes oppositæ dicuntur contradictoriæ, si una earum est universalis, altera particulnris, e. g., Umnis homo est iustus, Aliquis homo non est iustus, vel contrariæ, si ambæ sint universales, e. g., Omnis homo est tustus, Nullus homo est iustus. Quod si enunciationes quarum una est affirmans, altera negans, sint ambæ particulares, ipsæ dicuntur subcontrariæ; e. g., Aliquis homo est tustus, Ahquis homo non est iustus. At eiusmodi enunciationes, quemadmodum monuit s. Thomas \ si proprie, et stricte considerenlur, non sunt oppositæ, quia subiectum cum m ambabus ex parte sumatur, non estidem, sed divcrsum 2. 84. lam quod spectat ad enunciationes contradictorias, Dihil medii mter ipsas est, sed si una ipsarum est vera, ailera ialsa esse debet. E. g., harum duarum enunciationum, Omnis homo est animal, Aliquis homo non est animal, 'um prmia sit vera, altera falsa esse debet. E eontrario, tiarum duarum, Nullus homo est iustus, aliquis homo est >ustus, quoniam sccunda est vera, prima pro falsa habenda 1 In lib. I Perhierm., lect. XI. JL?,0" PaUd rccentes inter enunciationes oppositas enumerant etiam ™"™as, eas nempe, quæ qualitate secum conveniunt, et diffeZ !!|lv?li[ftC' e' 8.,Omni8 homo est iustus. Aliquis homo est minri.Vi, l h°moest iust> Ali(mh homo non cst iustus. At d nn w! subaltcrnæ ^uILa ratione oppositæ dici possunt. Nam •enth Zl\ ZTn cnunciationnn constituendam expostulatur diffeir e f.,r .,,1M! (]ua,ltatcin> l nt in na ipsarum de subiecto af atnriSii m q,l°d dC e0dem Subiect0 in a,tera cnunciatione man ;.,.' I1 ™nnationcs subalternæ qualitate secum haud pu>nant, crgo ipsæ sibi oppositæ minime dicendæ sunt. LOGICÆ est. Ratio est, quia si quoddam attributum vere de toto universe affirmatur, non potest negari de parte, quæ in toto continetur; et, si quoddam attribntum vere de parte affirmatur, non potest in universum de toto negari, alioquin idem de eodem simul affirmaretur, et negaretur. 85. Enunciationes contrariæ simul veræ esse non possunt ; nam, cum in una illarum attributum de subiecto universe affirmetur, in altera universe negetur, non nisi alterutra potest esse vera, quia idem de eodcm aut affirmetur, aut negetur oportet. Eæ autem vel sunt ambæ falsæ, si nempe attributum sit contingens, uti in hoc exemplo, Omnis homo est iustus, Nullas homo est iustus; vel, si attributum sit essentiale, una illarum est vera, altera falsa, uti in hoc alio exemplo, Omnis homo est ratione præditus, Nullus homo est ralione præditus. 86. Denique, quod ad snbcontrarias attinet, hæ simul falsæ esse non possunt, nam vel sunt ambæ veræ, idque evenit, si attributum est contingens, e. g., Ahqui homines sunt sapientes, Aliqui homines non sunt sapientes;\e\ una earum est vera, et altera falsa, idque evenit, si prædicatum est necessarium, e. g., Aliquis homo est ratione præditus, Aliquis homo non est ratione præditus. 87. Conversio autem enunciationis est eius mutaiio effecta per transpositionem terminorum, nempe subiecti m locum prædicati, et prædicati in locum subiecti. E. g., hæc enunciatio, Nullus homo est lapis, convertitur ln hanc, Nullus lapis est homo. Perspicuum autem est m conversione enunciationis qualitatem mutandam non esse, alioquin non conversio, sed oppositiohaberetur. Ahquando autem, ut enunciationis veritas maneat, quantitas mutanda est, idque evenit, cum prædicatum latius patet, quam subiectum. Inde oritur duplex species conversionis, nempe simplex, et per accidens. Conversio simplex ea est, m qua eadem quanlitas relinetur, e. g., Nullus circulus est quadratum, Nullum quadratum est circulus, vel Ahqua votuptas est bonum, aliquod bonum est voluptas. E contrano, conversio per accidens illa est, in qua quantitas mutatur e. g., Omnis homo est animal, Aliquod ammal est homo RATIOCINATIO, sive græca voce ‘syllogismus,’ est illa actio nostræ mentis, qua ex duobus iudiciis tertium elicit. Ipsa motus, et discursus, sive progressio quoque nominatur, quia in ea mens nostra a notis ad ignota progredilur. 89. Discrimen inler iudicium, cl ratiocinationem hoc est: In iudicio mens nostra perspicit convenientiam, aut discrepantiam alicuius prædicati cum aliquo subiecto immcdiale, nempe ex sola comparatione terminorum. In ratiocinatione autem illam perspicit mediate, nempe per aliquam tertiam notionem. Id autem fit hunc in modum: Inlellectus adnilens cognoscere convenientiam, aut discrepantiam duarum notionum, sumit aliquam tertiam notionem; deinde cum hac comparat duas priores. Si comperit has cum illa tertia convenirc, concludit eas inler se etiam convenire. E. g., cognoscit convenientiam notionis esse immortale, cum nolione, anima humana, per lertiam nolionem, esse immateriale, cuius ope ita ratiocinalur : Substantia immatcrialis est immortalis ; atqui anima humana cst substantia immaterialis ; ergo anima humana est immortalis. Huiusmodi ratiocinalio vocalur aiens. Sin COmperit unam duarum notionum cum tertia convenire, alleram ab ea dissentire, inde concludit ipsas secum non [•onvcnire. E. g., cognoscit discrepantiam inter has duas noliones, substantia materialis, ct anima humana, per terLiam nolionem, substantia cogitans, cuius opc ita ratiocinaLur: Substantia cogitans non cst materialis', alqui anima humana est substantia cogitans; ergo anitna humana non est materialis l. Ratiocinatio, quæ fit hoc modo, vocalur negans. 90. Ex iis, quæ circa naturam ratiocinalionis diximus, Facile intelligitur quodnam sit fundamentum, quo ipsa 1 Pieri potest ut intellectus confercns duas notioncs cuin tertia, >erspiciat neutram eum illa tcrtia convcnire. Iam, si hoc cvcnit, ntellectus nihil inde colligit, quia intclligit tcrtiam notionon non ^ssc communem mensuram duarum priorum. quocirca nullam ra;iocinationcm conficit. superstruitur, et quænam elementa, ex quibus compo nitur. Sane, fundamentum ratiocinationis aientis est il lud axioma : Quæ conveniunt uni tertio, ea sibi quoque conveniunt; negantis vero illud: Quorum unum cum tertio convenity alterum ab eo discrepat, ea inter se etiam discrepant. Quod autem spectat ad elementa raliocinationis, com pertum est nullam ratiocinationem sine tribus notionibus fieri posse. Hæ sunt notio alicuius subiecti, notio præ dicali, de quo quæritur, utrum illi subiecto insit, an non; et tertia, cum qua notiones subiecti, et prædicati com parantur. Terminus, qui tertiam notionem significat, di citur medius ; terminus, qui exhibet notionem subiecti, minor, atque ille, qui notionem prædicati, maior dicitur, quia nolio prædicati plerumque latior est notione subie cti '. Perspicuum aulem est, terminum maiorem, et mi norem cum medio ita connecti oportere, ut inde tria iu dicia existant, duo nempe, in quibus notiones attributi, et subiecti cum medio conferuntur, et tertium, in quo earum convenientia, aut repugnanlia colligitur. Quapropter, si ratiocinatio verbis exprimatur, tres in ea enunciationes inveniuntur. Harum illa, in qua terminus maior cum me dio confertur, vocatur propositio, vel propositio maior; alj tera, in qua terminus minor cum medio comparatur, di citur assumptio, vel propositio minor; tertia autem enun ciatio, in qua staluitur relatio inter terminum maiorem, i et terminum minorem, complexio, vel connexio, vel con clusio nuncupatur. Ita in hoc exemplo : Omne metallum j est ductile; atqui aurum est metallum; ergo aurum est du~ ctile, prima enunciatio est propositio, quia continet pro nunciatum universale, omne metallum esse ductile; secunda est assumptio, quia pronunciatum universale assumit, sive ad se trahit, et declarat aurum sub metallo contineri; tertia est conclusio, quia in ea concluditur: Si ductile omni me tallo convenit, etiam auro convenit. Duæ priores enuncia tiones præmissæ, vel antecedens etiam vocitantur, quia conclusioni præmittuntur, et conclusio 2 designatur etiam 1 Cf p. 29. Terminus maior et minor vocantur etiam extrema. 2 Monendum est conclusionem, antequam ex præmissis eliciatur, vocari quæstionem; nos enim primum quærimus, an aliquod prædicatum insit alicui subiecto; deinde, postquam novimus in præmissis relationem illius prædicati, et subiecti cum quodam tertio, unum alteri inesse, aut non inesse concludimus. nomine consequentis, quia consequitur ex præmissis. Antecedens, et consequens, hoc est tres enunciationes seorsum consideratæ, constituunt materiam ratiocinationis. Nexus, qui inter antecedens, et consequens existit, et cuius graliahoc ab illo infertur, consequentiæ nomen habel, et efficit formam ratiocinationis, quæ, si desit, ratiocinatio prorsus evanescit, etiamsi enunciationes sintveræ. Duæ sunt ratiocinationis species, syllogismus et inductio. Quod si vox ratiocinatio secundum vim nominis græci adhibeatur, prior syllogismus deductivus, posterior sylloqismus inductivus dici potest. Syllogismus est illa ratiocinatio, qua mens nostra a toto ad partes, sive a genere ad speciem, vel a specie ad individua progr^ditur. E. o\, Omne animal præditum est sensibus; atqui equus est animai; ergo equus præditus est sensibus. Inductio autem est illa ratiocinatio, in qua mens progreditur a partibus ad totum, nempe ab mdividuis ad specicm, aut a speciebus ad genus. E. g.,Bos, equus, canis, leo, ceteraque bruta prædita sunt sensibus; atqui bos, equus, canis, /eo, cetcraque bruta sunt omne animans brutum ; ergo omne animans brutum præditum est sensibus. 93. Porro inductio, acque ac syllogismus, constat ex tribus terminis, et ex tribus enunciationibus; ast illa ab isto ex utroque capite discriminatur, ita ut harum argumentationum forma sit diversa. Enimvero, quod ad terminos attinet, ille, qui est terminus medius in inductione, ut in allato exemplo, bos; equus, etc, est terminus minor, sive subieetum in syllogismo; etcontra, terminus, qui est minor in llla, ut in eodem exemplo, omne animal, est medius in syllogismo. Ratio est, quia inductio a particularibus ad umversale progreditur, idest in eius consequenti enunciatur de toto, nempe de genere, vel de specie, illud.quod m antecedenti smgulis cius partibus, idest speciebas, vel individuis, convenire compertum esl; ac proinde singulæ partes sunt terminus medius, et totum est subiectum, sive terminus m.nor. E contrario, syllogismus ab universali aa particulare descendit, hoc est, in eius consequenti de auqua specie, vel de aiiquo individuo enunciatur a!i(|iod a i ri bn inn ex eo, quod compertum est in anleeedenti istud aitriDutum convenire generi, vel speciei, cui subiectum refertur; ac proinde in syllogismo terminus medius consistit in toto, idest in genere, vel specie, et terminus minor, sive subiectum, in parte, idest in specie, vel mindividuo. Præterea, terminus medius in syllogismo a termino minori luculenter distinguitur, quia genus a specie, et species reipsa distinguitur ab individuo. In inductione autem terminus medius, etsi diverso modo concipiatur, ac terminus minor, tamen reipsa ab eo non distinguitur, quia partes unum idemque sunt, ac totum, quod ex iis conflatur. Quod autem pertinet ad enunciationes, harum ordo quodammodo immutatur; nam, ut ex allatis exemplis constat, ea, quæ est conclusio in inductione, fit maior in syllogismo. Præterea minor, etsi in utraque specie ratiocinationis iisdem vocabulis exprimatur, tamen diversam vim habel; nam in inductione significat terminum medium efficere terminum minorem, e. g., homo, canis, leo etc. efficiunt omne animal; sed in syllogismo significat lerminum minorem contineri in medio, e. g.,homo, canis, leo etc. continentur in animali. 95. Cum syllogismus, et inductio sint diversæ formæ ratiocinationis, sequitur ipsas, præter principium commune, quo, ut diximus , ratiocinatio universe spectata innititur, habere proprium principium, ex quo veritas formæ unicuique propriæ enascitur. Hoc principiurn in syllogismo est: ld, quod subiecto universe sumto, seu toti convenit, aut repugnat, cunctis partibus notione eius comprehensis convenit, aut repugnat. In inductione autem: ld, quod cunctis notione subiecti comprehensis convenit, aut repugnat, toti, sive subiecto universe sumto convenit, aut repugnat. III. De regulis in syllogismo servandis 96. Ad syllogismum rite condendum oclo traduntur regulæ, quæ omnes illuc speclant, ut inter conclusionem, et præmissas ea servetur connexio, sine qua syllogismus existere non potest 2. 97. Prima regula prohibet, quin plures tribus terminis in syllogismo sint. Nam omnis ratiocinalio in eo sita est, Hæc connexio in eo consistit, quod una præmissarum conclusionem contineat, altera conclusionem in ea contineri declaret. quod duæ notiones subiecti, et prædicali cum una quadam terlia m præmissis comparentur, ut earum convenienlia, aut discrepantia in conclusione coJligalur. Atqui si qualuor termini essent in syllogismo notiones subiecti' et prædicali non compararentur in præmissis cum eadem notione. Lrgo in syllogismo non plures, quam tres termini sint oportet \ 98. Secunda vetat, quominus quidam terminus in con;Jusione Jalius sumatur, quam in præmissis. Nam id quod 3St magis umversale, in eo, quod est minus universale xmtinen nequ.t; quapropter, si terminus in conclusione nagis universahter, quam in præmissis, acciperetur illa n lstis non contineretur, ac proinde illa ab istis coIlice acci • • Huiusmodi cst Ule syllogismus: Mus est syllaL; atqui stjl\oa non rodit caseum; crgo mus caseum non rodit ™™™ rela™ Peccat ille syllogismus: Quod ego,m, tunon es atqm ego sum homo; ergo tu non es homo; nam homo mmdo accpitur particulariter, quia esf ttributum enundattonls -""^ir„;^n[;ronc amcm lati,,s pMet' quu mus'efi flzLw Sy,,0Ssmo: Aliauod ratione poUet; atqui n s uSL"mTl; er9°.eauu> raHo sunt qiatuor, " n,0!1,l,s tcrminos, animal, in propositione maiori ♦ In I ; ';,;,,,0tl CSt h°TK m minoH an,'ma1' nod esl bi u.um. 'uui t ; LJZ v V0Vt"'U hlC Alexander fuit dux; /' Alexandei fuU parvus; ergo Ahxander fuit parvus dux ctum, neque prædicatum cum termino medio convenire, | et, quoties hoc evenit, nihil inde, ut iam adnotavimus, de convenientia, aut discrepantia subiecti et prædicati colligi potest1. 102. Sexta prohibet, quominus ex duabus aientibus conclusio negans colligatur. Nam præmissæ sunt aientes, si tam subiectum, quam prædicatum cum termino medio consentiunt. Atqui, quoties subiectum, et prædicatum cum termino medio consentiunt, conclusio enunciare debet convenientiam subiecti, et prædicati inter se. Ergo ex duabus aientibus conclusio non negans, sed aiens elicienda est. 103. Septima ita se habet: Conclusio partem debiliorem semper sequitur, hoc est, si præmissarum altera fuerit vel negans, vel particularis, conclusionem negantem, aut particularem esse oportet. Et sane, 1° si una præmissarum est negans, et altera affirmans, id argumento est unum extremum convenire cum medio, alterum minime; ergo, secundum principium iam statutum2, in conclusione deducendum est extrema inter se non consentire. 2° Si una præmissa est particularis, id argumento est unum extremorum ex parte convenire cum medio termino; ergo, secundum illam regulam, qua statuitur conclusionem magis universalem, quam præmissæ, esse non posse, extrema in conclusione non universe, sed ex parte secum coniungenda sunt. 104. Octava regula prohibet, quominus ex duabus particularibus aliquid concludatur. Et sane, illæ præmissæ particulares vel sunt aientes, vel illarum una est aiens, altera negans. In prima hypothesi ipsæ nullum terminum universalem exhibent, quia, cum enunciationes sint particulares, subiecta nequeunt esse termini universaliter sumti s, et, cum sint enunciationes aientes, prædicata ex parte suæ extensionis sumuntur. Inde fit ut medius terminus in illis præmissis, sive subiecti, sive prædicati munere fungatur s, numquam universaliter accipi possit; 1 Hinc perperam quis ratiocinaretur hoc modo : Homo non es æternus; atqui animal non est æternum\ ergo homo non est animal 2 P. 37-38. 3 Cf p. 31-32. Cf p. 28-29. s Terminus medius in præmissis diversimode cum extremis ro ligari potest. Scilicet, vel est subiectum in propositione maiori, cnm SS sarum allera sit affirmans, altera negans, conclusio n regula scpHma negans sit oportet, et proinde a Ur hutum m ea universaliter est accipicndum. At vero lerS™ particuhns"- T mSS!S TT™ ^^ deno™ °e t „,' "r,mn dUal,Uf Præmiis particularihus, quarum una cst aflirmans, altera negans, unus lerminus auifs^hic ZTT'' SCi'iCCt arihugtu præm sæ ne\T!ULZrZlermm^ "0n e? ttributun. conclusiorcffuhterih tCr,Tl'nuS. me,dlus1uia terminus medius, ex debet C rTi '" allCrUtr-a enun'ione uniyersalis .ffirminle aK Jl ^ Prænnssis Prticularibus, allera uiirmante, altera neganle, conclus o e iceretur hær lilinr præmissis foret. r' næc lauor IV.De sjllogismo hypothetico •£?."• Q°e]na.d1m°duni cnunciationes in calecoricas ef bv SS tl'dlTl !ta syll0^ismus ettegSsM fc 'e catejtoricam ^Tk q", tC"US Primam e™ncialionem IUO. Uuoniam enunciationis hvpolhcticac tros,nf;„c t, nempe eonnexa, coniuneta, l\ disiSa, s^Fsmus nbiectum n utroone ['" t''1>es; "9° "u""s cete™e sunt falsæ, et Akt. V. De arguræntationibus, quæ ad syllogismum accedunt 10. Sunt quædam argumentaliones, quæ ad syllo$; ergo est nox. n i „„"," ""' r1"80 /" conclnsion0 non nisi „„ '; r.o Ml est ZZl, ', "' er90 quodlibet corpus est mobih1 Xismor SrTatZ ^ ess7'uamdam ^adSneni /omfcctUur Sos Vres L?sm™ •' 7S'1, aUulimuS> mest esse in alio spafio, fotest mutZspali^Tatali iod tstZZJTs^z t iz^r°ri&^ nobilc ataui SS" ( P^e5' mw'are ^, es iX8. Ut sontes nte concludat, illud sedulo cavere onnr æc °Z„r:Cla,i0 amb!&ua' a,,,! ™r,„i . ""ecl", ttributodi ' 0"'"' ia 0 P o„°,' n0"Se:,taneU,n CSl '1Uid illi, "''•. rorpori °io, ° essc LZ? ""? Sna"U'"' idc0'lc e 2 Plutarch.,„ mZS ln°b,,e C°nVen,re dcoc!ltsmns, seu apparens syllogismus, quia, ut alibi adnotamnus , forma essentiam ratiocinationis constituit, adeo nt, si ipsa dcsit, nulla existat ratiocinatio. 5. Possunt autem sophismala extrui vel a vocibus, quæ ffl argumentatione adhibcntur, vel a rebus significalis per 'occs; unde dislinguuntur in sophismata, sive fallacias in lichone, et extra dictionem. Illa fundamenlum habent in ipparenti identitate vocis, aut orationis, nempe in eo, |Uod vox, aut plures voces, quæ diversas res denotant, rtHnbentur, quasi unam rem significent; ista in apparenti 1 Acad., lib. II, c. 32. 2 Quare sophista omne confert studium, ad hoc quod videatur sci^ quamvis neseiat\ S. Thom., In lib. IV Met., lect. IV. 3 Hanc ol) rationem argumentatio sophistica dicitur elenchus, sive eaargutto, quia thcsim ab adversario defensam redarguit. Vid. A.ag., Contra Crescon., lib. I, c. XV, n. 19. Cf p. 39-40. 52 L 0 G I C A E identitate rerum, nempe in eo, quod res significata ab aliqua voce eadem ratione accipitur, dum diversa ratione accipienda est. 6. Cum sophisma spectet ad falsum sub specie veri insinuandum, duo ad eius effectionem concurrant oportet, quæ causæ sophismatum dicuntur, nempe causa apparentiæ, et causa non existentiæ. Causa apparentiæ est aliquid, ex quo id, quod falsum est, quamdam speciem veri mutuatur. Causa autem non existentiæ est aliquid, quo id. quod speciem veri præ se fert, re ipsa falsum est. Patet autem diversas species sophismatum constitui ex diversitatc causarum apparentiæ, non vero ex diversitate causaruw non existentiæ, quia sophisma non eo spectat, ut ostendaJ falsum esse id, quod speciem veri habet, sed ut sub spe cie veri exhibeat id, quod est falsum l. II.— De sophismatis in dictione 7. Sophismata, quæ in dictione versantur, hæc sunt Figura dictionis, homonymia, sive æquivocatio, accentus amphibolia, compositio, et divisio. 8. Sophisma figuræ dictionis existit, quoties duæ di ctiones, quæ diversam significationem habent, propter si militudinem desinentiæ sumuntur, quasi idem significent E. g., ex eo, quod operari, et amari similiter desinunt hoc sophisma construi potest: Amari est pati; ergo etian operari est pati; vel, Vapulare est pati; ergo amari est patt 9. Sophisma æquivocationis committitur, cum una, ea demque vox, quæ sine ulla variatione plura significat tamquam univoca in argumentatione adhibetur. E. g., sc phista eum, qui nullum sidus lalrare asserit, redarguer potest hac fallacia : Quoddam sidus est canis; sed canis Iti trat; ergo quoddam sidus latrat. 10. Fallacia accentus habetur, cum aliqua vox, quæ o variationem accentuum plura significat, tamquam unur significans in argumentatione accipitur. Hoc genus sophii matum præsertim apud Græcos obtinuit, usus enim are hoc sophisma: Duo, et tria sunt paria et imparia: qui quinque sunt duo, et tria ; ergo quinquc sunt paria, imparia. AriyIH. De sopliismatis oxtia dictionem 14. Sophismata in re, sive extra dictioncm, sunt: Fallacia eidentisy transitus a dicto secundum quid ad dictum sim | Blenchorum libri duo, lib. I, tract. I, c. 3. Hoc genere constructionis Apollo, ut fertur, Pyrrhuni uVlusit 9eitantem, num bellum Romanis ioferre deberet; sic enini ei reind.it: Aio te, Æacida, Romanos vincere posse. LOGICÆ pliciter, ignorationis elenchi, petitionis principii, consequeni tis, non causæ pro causa, plurium interrogationum. 15. Fallacia accidentis existit, quoties ex eo solum, quod individuum alicui speciei subiicitur, deducitur ipsum præditum esse aliqua proprietate, quæ ad speciem per accidens perlinet. E. g., Homo currit; atqui Socrates est homo; ergo Socrates currit. 16. Fallacia transitus a dicto secundum quid ad dictum simpliciter committitur, cum ex eo, quod aliquid convenit alicui secundum aliquam rationem, ipsum ei secundum omnem rationem convenire colligitur; e. g., Anabaptistæ ex eo quod Paulus vetus Testamentum abrogatum fuisse scripsit, conficiebant ipsum omnino non valere. Quo modo a dicto secundum aliquam rationem ad dictum simpliciter progrediebantur; Paulus enim non sibi voluit vetus Testamentum abrogatum fuisse omnino, sed aiiqua ex parte, sive non in iis, quæ ad substantiam, sed in iis, quæ ad accidentia spectant. 17. Fallacia ignorationis elenchi, seu redargutionis, ex eo originem habet, quod sophista obiicit adyersario aliquam contradictionem, quæ reipsa non existit1; unde sophista adversarium redarguere videtur, sed reyera non redarguit. E. g., hoc sophisma commiltunt hæretici, cum ita argumentantur : Christus est æternus ; atqui Christus natus est in tempore; ergo Christus est æternus, et non æternus. Hæc contradictio, quam ipsi obtrudunt, non existit, nam esse æternum, et esse natum in tempore non pertinent ad Christum secundum eamdem, sed secundum diversam naturam. 18. Petitio principii habetur, quoties idem assumitui ad probationem sui ipsius sub alio vocabulo 2 . In ho( sophisma incurreret quisquis probaturus animam huma nam esse immortalem argumentaretur hoc modo: Anim humana est superstes corpori; ergo est immortalis. Fallacia consequentis duos modos habere potest. Pri mus est, cum, posito consequenti alicuius enunciationi connexæ, ponitur et antecedens. E. g., Si homo est, ani i Inde intelligis hoc sophisma ignorationem elenchi, seu redai gutionis vocari, quia sophista, qui illo utitur, patefacit se ignoran quomodo adversarius redarguendus sit. 2 S. Thom., Opusc. XXXIX, De Fallaciis, c. 12. se Ba, quam sophista uppomt ncmpe animas in suo esse a corporibus pendere. iterroYa tionlt ^T Merro9a'ionum cxistit, cuni plures ™7 fuJ componuntur, ut sive responsio sit ens sue negans, respondens semper falsilatis redareua el .rnm 'T J° PJSta' "' aPu,1Gellium est, te inter m '.ipnT' ^1^"'0 wore prtiiutt, habeas, sive negando, iTe : aiendo responder.s,„ captionem incides. tfam si M modnn^ereSa0d no" ?•, ipse te redarguet "ft verd^. qmd ^, Perd%di>ti' non haoes> "tquiocllos uod nnn, VaT0™/os™ ; n dixeris te habere m Z/ 7 a 'f'' l° r,HlarSuet hoc alio modo: Qmdquid 7a hab ' atqm COrnua non Perdidis'i\ ergocor VI. De sophismaluin solulionibus 22Modi, quibus sophismata verc solvuntur 3, sunt vel ' Cf quæ diiimus p. 44. 2 jy generales, vel speciales. Quod ad modos generales spectat, memoria revocandum nobis esl syllogismum posse esse falsum vel quod in materiam, vel quod in formam peccat. Si peccat in maleriam, utraque, vel alterutra præmissarum neganda est, siquidem syllogismus nequit falsus esse quoad materiam, nisi utraque, vel alterutra præmissarum sit falsa. Si peccat in formam, distinctione, aut divisione opus est. Etenim syllogismus in formam peccat, vel quia aliqua propositio æquivocam, ac proinde multiplicem significationem habet, vel quia præmissæ debitum ordinem cum conclusione non habent. Iam, si primo vitio formæ laborat, distinguenda est illa propositio æquivoca ; ^sin altero, dividendæ sunt præmissæ a conclusione, sive ostendendum est conclusionem cum præmissis non con necti. 23. Quoad autem modos speciales, quibus sophismata vere solvi possunt, eos singulos exponere ratio huius operis haud sinit. Quare unum, aut alterum, exempli instar, dumtaxat innuemus. Fallacia compositionis, et divisionis, quæ est in dictione, solvitur, si ea, quæ sophista sensu composito accipit, a nobis sensu diviso, et quæ ille sensu divis o, a nobis sensu composito explicentur Ita si quis cavilletur hoc modo : Apostoli sunt duodecim atqui Petrus, et Ioannes sunt Apostoli ; ergo Petrus, e, loannes sunt duodecim, neganda est conclusio, quia ess( duodecim, quod de Apostolis simul coniunctis dumtaxa verum est, de iis etiam separatis prædicatur. Si sophisfc fallaciam ignorationis elenchi adhibens, ita arguit : Dut sunt duplum unius; atqui non sunt duplum trium; ergo sun duplum, et non duplum; respondendum est conclusionen a præmissis haud fluere, quia in præmissis non dicitu idem esse duplum, et non duplum, prout ad idem, sesæntia, in qua quæstio, quid sit, consistit, complectitur principia, ex quibus res constituitur, sive causas, propter juas ipsa ad hanc, et non ad aliam spcciem pertincl: quapropter qui novit causas rei, nempe propter quid, is es>entiam rei, nempc quid res sit, simul discit; et vicissim. E. g., si quis cognoscit causam, per quam luna dcficit, sse interpositionem terrac inter lunam, et solem, simul pognoscit defectionem lunæ esse privalionem luminis ex interpositione terrac inter lunam, et solem effectam; quocirca essentiam cclipsis una cum causa eius cognoscit. 3 Quacstiones, an res sit, et quaJis res sit, cum rcspicitnt existentiam rei, cognitionem vulgarcm; quæstionrs, juid res sit, et propter quid sit, cum inquirant causam. et essentiam rei, cognilionem scientificam in nobis progignunt; siquidem cognitio vulgaris a scientifica in eo differt, quod illa tantum rem esse, hæc autem, cur ita esse debeat, exhibet. At vero, quæstio, an res sit, ad scientificam cognitionem rei efficiendam plurimum confert, quia mens nostra, cum apprehendit existentiam rei, cuius causam ignorat, naturaliter trahitur ad ipsam causam investigandam, ut quid res sit, cognoscat. Idem dicatur de quæstione, qualis res sit, nam, perspectis affectionibus, quæ rei msunt, haud difficulter cognoscitur, qua ex causa ipsæ rei insint. Aax. II. Quænam sint quæstiones dialecticæ, exponitur 27. Quæstionum theoria in universum explicata, exponere e re est, quænam sint quæstiones dialecticæ. In primis manifestum est quæstiones quid res sit, et curA et unde sit, ad dialecticam non pertinere, quia illæ, ut diximus, certam, et scientificam cognitionem rei pariunt, dum e contrario dialectica probabilem cognitionem dumtaxat sectatur. Hinc, quando rem esse innotescit, quæstio dialectica alia esse non potest, quam quæstio, qualis res sit, nempe, num aliquid rei insit. 28. lam circa quæstionem, num aliquid rei insit, dialectice institutam non pertinet quidem ad Logicam tradere, num hæc, vel illa proprietas huic vel illi rerum speciei msit, sed tantum modum, quo insit, argumentis probabilibus1 investigare. Hic autem modus quadruplex esse potest, nempe investigari potest, utrum aliquid insit rei uti genus\ e. g., num hominis genus sit esse animal, vel uti proprium, e. g., utrum proprium hominis sit esse rir sibile', yel uti definitio, e. g., utrum hominis definitio sit esse animal rationale ; vel uti accidens e. g., utrum accidens hominis sit esse album. Hanc ob rationem quatuor numerantur quæstiones dialecticæ, nempe de genere, de proprio, de definitione, ct de accidente"1. 1 Syllogisrni, qui in dialectica adhibentur, sunt enthymema, et epichirema; nam hi syllogismi, ut in prima parte diximus, cum ex probabilibus præmissis proficiscantur, probabiles conclusiones habent, ac proinde ad solvendas quæstiones dialecticas, quæ circa probabilia versantur, pertinent. 2 Quæstiones, num aliquid alicui insit uti differentia, e. g., num Ex his conficitur etsi genus, et definitio, quid res sit, empe definitio essentiarn totam, et genus ex parte deno21U, tamen quæstiones dialecticas de genere, et de definilone ad quæstionem, qualis res sit, spectare; in iis enim ayestigatur argumentis probabilibus, num aliquid, quod ei inesse constat, insit ipsi uti genus, vel uti definitio. 30. Jllud autem animadverlendum est, quæstiones non sse instituendas, quæ vel impiæ vel manifestæ sensui, el nimis faciles, aut nimis dijjiciles sunt. Impiæ, e. g., um Deus sit colendus, quia qui huiusmodi quæstiones intituunt, potius sunt poena coercendi, quam argumentis efutandi. Tum manifestæ sensui, c. g., sitne nix alba, an on, nam quisquis de his dubitat, sensu carere dicendus st. Demuin nimis faciles, aut nimis difficiles, quia nimia acilitas omnern locum dubitationi eripit, et nimia diftiultas exercitationcm, quæ assecutioni scientiæ valde tilis est, insuavem, ac infructuosam reddit. Aut. III. — De usu dubitdtionis, et historiæ ad investigationem veri Dialectica, uti diximus, viam ad verum inveniendum adicare debet. lam investigatio veri a dubitatione, eiusque olutione initium suinere debet. Sane, qui aliquam quætionem instituit, de eo, quod quacrit, dubitat. Etenim [uacstio circa aliquam rem institui non potest, nisi ab o, qui illam ita sc haberc, vel ita se non habere certo on cognoscit, sed inter utramque partem contradictionis acillat. Atqui slalus menlis inter utramque contradictiois partem vacillantis dubitatio vocatur. Ergo qui aliquam [uæstionem instituit, de eo, quod quærit, dubitat. 32. [am ista dubitatio oritur ex eo, quod contrariæ philosophorum opiniones circa rem, quam quærimus, e istunt, vcl ex eo, quod præiudicatas opiniones circa psam temere imbibimus. Quapropter quæstionem solvenlam suscipimus, ut certam inter contrarias sententias co[noscamus, vel ut animum nostrum præiudicatis opinionbus expohemus. Quod cum ita sit, manifestum est ei, omo ratione polleat, vel uti species, e. g., utrum bucephalm sit Mua, inter quæstiones dialecticas non numerantur, quia ipsæ naiectice consideratæ aliquid, quod de pluribus prædicatur, delotant, ac proindc ad quæstionem de genere revocantur. qui rite, utiliterque quæstionem dirimere vult, a solutione dubilalionis initium sumendum esse. Enimvero quænam inter contrarias sententias cerla sit, statuere non possumus, nisi illas hinc inde excutiamus, et quid de his admittendum, quidve reiiciendum sit, perspiciamus; item animum nostrum præiudicatis opinionibus expoliare non possumus, nisi, harum examine instituto, veras a falsis discriminemus. Atqui in his solutio dubitationis consistit. Ergo quæstio rite solvi nequit, nisi dubitatio in primis solvatur. Td s. Thomas sequenti exemplo declaravit. Quemadmodum ligatus non potest ambulare, nisi vinculum solvat, quo constringitur, ita, cum homo, rem ignotam quærens, a dubitatione, yeluti quodam vinculo mentis detineatur, in cognitione rei progredi non potest, nisi dubitalionem solvat '. 33. At vero hæc non ita accipienda sunt, ut de omnibus dubitetur. Etenim, si de omnibus dubitetur, nulla dubitatio exsolvi potest, quia dubitatio nonnisi per ea, ! quæ omnino certa sunt, ac proinde nulli dubitationi obnoxia, excluditur. Hinc sapienter Aristoteles monuit 2, dubilationem instituendam esse vel de iis, quæ a sapientibus nondum investigata sunt, vel de iis, circa quæ plures, ab seque discrepantes sapientum opiniones extant 3. 34. Hæc, quam commendavimus, dubitatio, appellatur methodica, atque a dubitatione sceptica maxime differt, 1 quia is, qui dubitationem, methodi gralia, inslituit, eo usque dubitat, donec ad dubitationis solutionem perveniat, dum scepticus ea mente dubitat, ut in dubitatione maneat; 2 quia sceptica dubitatio circa omnia versatur, nihilque esse ex se perspicuum statuit, dum in dubitatione methodica multa ex se perspicua admittuntur, de quibus ne possibile quidem est dubitare, et quorum ope dubitationes exsolvere licet. 35. Quæstionem dirimere aggredienti valde etiam utile est illius historiam, seu sapientum, qui præcesserunt, opiniones nosse. Namque ea, quæ circa rem a nobis quæsitam maiores nostri invenerunt, vel vera esse a nobis perspiciuntur, vel falsa. Si primum, mens nostra nova In lib. III Met., Iect. I. 2 Met., lib. II, c. I, § 1. 5 Inde patet Gartesium hanc dubitationem longius, quam par, æquumque est, provexisse, siquidem ipse de omnibus, præter existentiam sui ipsius, dubitare instituit; De methodo, cognitione veritatum locupletatur, quin in iis ex se ipsa nquirendis tempus frustra terat. Sin alterum, efllcitur ut rrores, in quos alii ante nos inciderunt, vitemus, alias|ue vias ad verum inveniendum ingrediamur f. IV. De locis, ex quibus argumenta dialectica hauriuntur 36. Locus a Teophrasto, discipulo Aristotelis, ita definiur: Propositio omnium maxime universalis, quæ per diwrsa genera rerum determinata solutioni quæstionum dia~ ecticarum inservire potest3. E. g., si quæratur, utrum anitas melior potione sit, solutio peti potest ab hac pro>ositione: Finis est melior iis, quæ ad finem destinantur; lam ex vi huius pronunciati licet ita argumentari: Finis st melior iis, quæ ad finem destinantur; atqui sanilas esl inis, ob quem potio desideratur ; ergo sanitas melior poione est. 37. Quoniam quæstionos dialecticæ sunt, ut diximus el generis, vel defmitionis, vel proprii, vel accidentis, fuadripartita est divisio locorum, quia alii eorum a generef ln a definitione, alii a proprio, alii denique ab accidente urnuntur. Ex plurimis locis, qui ab his singulis sumi K)8Sunt, unum, et alterum, exempli instar, exponemus. 38. Ad loca, quæ ab accidente sumuntur, pertinent hæ )ropositiones : 1° Contrariorum contraria sunt attributa, i cmns Ha arguitur: lustus est laudandus; ergo iniustus st vituperandus. 2° Eidem subiecto contraria attributa ines non demonstrentur in ea scientia, cuius sunt principiH possunt tamen demonstrari in alia scientia superiori. I xemplo sit illud principium, a puncto ad punctum lineai rectam ducere; hoc enim principium, ut AQUINO (vedasi) inquii supponit Geometra, et probat Naturalis, ostendens quo inter quælibet duo puncta sit linea recta media s . II. De termino medio syllogismi demonstrativi 50. Terminus medius syllogismi demonstrativi est caus rei, quæ demonstranda suscipitur. Et sane, syllogismu i demonstrativus gignit in nobis scientiam rei. Atqui sciei tia, uti mox dicemus, est cognitio rei per causam 6. Erg causa rei est medius terminus in syllogismo demonstratix 51. Iam quælibet causa, nempe sive efficiens, sive m; terialis, sive formalis, sive finalis % medii termini munei fungi potest. E. g., quandocumque, ut ait s. Thoina aliquid demonstratur de toto per partes, videtur esse d monstratio per causam materialem; partes enim se habei ad totum secundum rationem materiæ 8 . Si demonstr Vulgo axiomata, sive dignitates nuncupantur. 2 Ad hæc principia propria revocantur prænotiones circa subi ctum, quæ, ut paulo ante diximus, sunt definitio nominalis, suppositio. s Cf s. Thom., In lib. I Poster., lect. XIX. lbid. 5 Op. cit., lect. V. 6 Cf interim p. 57. 1 De his causarum speciebus in Ontologia disseremus. 3 In lib. II Poster. Anal., lect. ^eris hominem esse capacem scientiæ ex eo, quod est •ationalis, causam formalem pro argumento sumes Ex :ausa efficienle in mundo esse ordinem demonstratur mia Deus, qui mundum condidit, non potuit, quin orlinem inter omnes eius partes adhiberet. Denique ex :ausa iina i Anstoteles demonstravit post coenam utile sse ambulare, quia deambulatio, cum ciborum diffestioni nservial, valetudini prodest. 52. Duo autem de hac re monere par est: I.° Causa, quæ amquam medium adhibetur in syllogismo demonslrativo, iebet esse 1 per se, et necessaria, 2° propria, non vero ommunis, 6 proxima sive immediata. Enimvero in sylloismo demonstralivo conclusio cognitionem gignit necesariam, ita ut oppositum eius haud sit possibile; omnino erlam, et adæquatam, nempe eiusmodi, ut nulla alia atione ad iliam cognoscendam opus sit. Elenim si quid orum deesset, scientiam rei pcr syllogismum demontrativum non assequeremur. lam si conclusio probatur er causam, a qua illa non per se, sive necessario, vel aturaliter, sed per accidens promanat, ipsa non esset ecessana, quia id, quod per accidens oritur a causa on semper orilur ab ea, ac proinde oppositum eius' uod probatur, non erit impossibile. E. g., aliquem pro' um csse ex eo, quod cum probis frequenlissime affit JUd necessano demonstralur. Jnsuper causa communis jn solum ad rem, cuius scientia quæritur, sed etiam i al.as spectat; ac proinde si conclusio probaretur non .r causam propriam, quæ rem constituit, sed per caum communem, ipsa probabilis, non vero omnino certa se Hinc eruditionem aliquid honum esse ex eo, quod ao.lis est, apodictice non demonstratur. Denique com.o adæquata rei non obtineretur, si eius probatio mn Peri CaUSam remot.am i non proximam ; nam causa mota adæquatam rationem rei haud exprimit E ff minem respirare adæquate non cognoscitur, si ex causa niota, nempe exeo, quod est animal, non vero ex causa ox.ma, nempe ex eo, quod habet pulmones, colligitur; int i.nini ammaha, quæ non respirant, sicut pisces. Ex L2™T-h8 PersP,cllur. (luam recte syllogismus demonraiivus illc dicatur, cu.us præmissæ sunt necessariæ, In Ub. I Poster., lect. XXIV. Philos. Christ. Compend. 1.3 66 LOGICÆ ce rtæ, atque evidentes, sive syllogismus mcessitalem in ducens, in quo non est possibile esse veritatis defectum. II.0 Medius terminus in syllogismo scientifico ad defini tionem rei reducitur. Porro definitio rei, sicuti adnotavi mus1, est illa brevis oratio, quæ essentiam alicuius re determinat, seu, ut s. Thomas scribil, quæ denotal aliquan formam de ipsa re, quæ per omnia ipsi respondet 2. E. g. definitur homo, cum dicitur esse animal ratione prædituml Hoc præstituto, quatuor causæ, quas recensuimus, a unicam, nempe ad causam formalem, quæ essentiam re efficit, tandem redeunt. Enimvero munus fini s est causai efficientem ad formam gignendam movere, unde ipse no nisi in forma iam perspecta conspicitur; causa autem et fectrix id agit, ut materia a forma determinetur; materi denique per formam suam habet esse, et actionem; qu(| circa finis, vis effectrix, et materia ad formam referuntui t Ex quibus consequitur causam, sive medium terminui 1 in syllogismo apodictico consistere in eo, quod essentiai rei denotat. Atqui definilio, uti vidimus, est oralio, qu£ essentiam rei significat. Igitur medius terminus in syll rem per eiusrlem causas roprias, necessanas, et proximas evidenter nrobat uuioue enc nlii Z ° demonslrall° cum penes Arislolelem, lum enes alios antiquos, et recentes non solum illo slriclissi lSismoSUaT,,,fUU' SCd ime,;dl,ra au0('Ue " P-i s ncceTs^ ''f f Umq,Ue m°a°">clUsionem cX præmis'" eC4!S s" 10 lnfert> vel pro cuiuscumque generis nrobaone,,ta ut demonstrare idem sil, ac probare. Ex his inlelol U;'JUr/rætCr i,"am dro-ra.?onem, quæ ab ArL ma dieM fmFl!fl a e'US dlscl.Pnlis Principalis, vel potisma dicla luii, aliæ demonstrat.onis species recenseantur. 54 Itaque in pr.m.s demonstratio dislineuitur in de onstrat.onem propter quid, et demonslration°em quia De DfeicCnSins!,n„0Pe/r "TCaUSa' CUr affeCtio ln fPS0 insit> est,7c 0 ni" ionf . qU P'am P°SUum eXlra iPsumIta frustra uui s ca dc.i. itron d J Unæ,CaUSam ?•"' cur luna deflciat, atque rem defl „nrf /c, US 1UUa° C°n,icerc studcrctCUUI eausa, quam 0 1,MV ™' SCd,nteriectns 'erræ inter solen. et lu sam,ui h.hPn, He'n°nS rat,oncm aTectionum, qoæ in subiecto edicn „tCnt' mCdlUm •"•io est delinitio subiccli, aliquando c.usa nroZ CaUSa' qUaC CSt medium syllogismi scientifici, iiecto o, !, ' D°n re'"°ta' prima affecti0> > nnmediate e i c°„,1r!,Percrde',n't,0nem suMccti "etnonstritur, unaquæque s causr„ " " affcct,onum P°r delinilionem illius affeetionis, quæ io subicc P „,,,C,"nmCa ata CStAt ^er.enduro est, cum dcfi r! SUmr'tUr.' ipsam non I,er se' scu q Jer.nitio co aincr,, L CaUSa affcction,'ssumiNam i„ syllogismo scien nect, V,,, ?' PCr qUam affccti0 subiect0 incst. non per quam i n, f „ „CSi '" qU°C,rCa dcr'niti0 Subiccti Pro mcdi0 •'"•'• i,s S^ qp unæadcmquc est simul cssentia subiecti, et emncr ^no int" qU° coll,S,tur eflnitlonem prædicati cssc rea pe paucis i„ " ' ' SJ„llc°"!smo scicutieo, proptcrea quod ctiam in nonaUC S','" Iu bus defin.tio subiecti pro mcdio sumitur, adhibe ioZZs !\t 1,"„° SUb,eCrti' Scd ouia cst causa nffeetionis, uti dinsa Itt CSt '°"nn.,s Jforn,a' ""ibetu, tamqnam ter.n nus Vid T Cl,! r "'S d°°ilitat™, qu'a l.uius causa proxin.a fnl loleuo' Comment. cit.-m co. ril lib. II Post r 291 r-t ftM;r- in 0,°- ad m- n L °--" "tv^ monslratio propter quid est illa, quæ propriam, proxij mam, et adæqualam ralionem rei demonstratæ continet; I uti habere pulmones, quemadmodum paulo ante dictum I est, causa est respirandi ; quocirca hæc demonstratio ad i syllogismum apodicticum reducitur. Demonstratio quia diI citur illa, quæ remotam, et minus adæquatam rei de-1 monstratæ causam, seu rationem affert, scilicet, quæ determinatam radicem, propter quam res est, haud præsefert ; uti esse animal est causa minus adæquata respirandi; vel illa, quæ sumit effectum ad probandam causam; e. g., demonstraiio existenliæ Dei, quæ ex rerum contingentium existentia conficitur, est demonstratio quia. cum ipsa per effectus fial. 55. Ad has duas demonstrationis species illæ facile re vocari possunt, quæ vulgo demonstrationes a priori, atque a posteriori dicuntur ', Demonstratio a priori ea est, quæ fit per causam, et demonstratio a posteriori est ea, quat fit per effectus, et proprietates. Hinc patet demonstratio nem a posteriori esse demonstrationem quia, et demonstrationem a priori, si fiat per causam propriam, proximair et adæquatam, eamdem esse, ac demonslrationem proptei quid; sin per causam remotam, vel inadæquatam, ad de monstrationem quia revocari. 56. Distinguenda etiam est demonstratio directa a de monstratione indirecta, quæ dicitur etiam deductio ad ab surdum. Demonstratio directa ea est, in qua aliquod ve rum deducitur ex alio vero, cum quo connectitur. Indi recta autem demonstratio ea est, in qua aliquid verun esse evincitur, ex eo quod, illo negato, aliquod absurdun oboriretur; vel falsum redarguitur, quia, si esset verum aliquod absurdum existeret. Ita animam esse immortalen demonstralur directe ex eo, quod spiritualis est; indirect ex eo, quod si immorlalis non esset, nulla poena vitium nulloque præmio virtus afficeretur. 1 Origo duplicis huius generis demonstrationis, nempe a priori, e a posteriori, ex eo repetenda est, quod interdum causa effectu, inter dum effectus causa notior est. Cum enim demonstratio a noto ad i gnotum progredi debeat, liquet demonstrationem vel a causa ad ei fectum, vel ab effectu ad causam progredi oportere, prout vel caus notior nobis est, vel effectus notior causa. Si primum fiat, demot stratio dicitur a priori, sin alterum, a posteriori. Cf s. Thom., / lib. I Poster., lect. Magnam vim ad refellendum adversarium habet illa lemonstratio, quæ ex datis, vel ad hominem dicitur. Hæc irincipiis ab adversario concessit nititur, nempe in eo onsistit, quod adversarius, si verum quodpiam faleri reuset, admitterc cogitur alia, quæ ipsemet falsa esse non iffitetur. Exemplo sit argumentum illud, quo Paulus adersarios resurrectionis mortuorum redarguit. Si verum lon esset mortuos resurrecturos, consequeretur 1° Ghrilum non resurrexisse, 2° inanem esse suam prædicatioem, 3° inanem esse illorum fidem; atqui hæc tria ipsiæt falsa esse fatentur ; ergo necesse est, ut fateantur uoque veram esse mortuorum resurrectionem . 58. Denique tacendum non est de demonstratione, quæ egressiva nuncupatur. Ea est, in qua primum per ar^ulentationem a posteriori a cognitione effectus ad co Dist XLV, q. I, a. 3 ad 5. Ille scit, inqmt Aristotcles, proprie, ac sirapliciter, qui causara mr T S fc> Ct/1,i"S CaUSam CSSe' et alitese habfrc n £, S. ii, ?.n?! „;. i98 Poster- m- h c- 7- cf s- opposito dubitare possit. Opinio, AQUINO (vedasi) inquit, significat actum intellectus, qui fertur in unam partem contradictionis cum formidine alterius '. Quapropter scientia j ex demonstratione efiicitur, opinio autem ex syllogismo | dialectico; ex quo fit, ut illa firma, hæc infirma sit. Iam i ex demonstralione ideo res certitudine firma, et absoluta cognoscitur, quia per causam, quæ eius essentiam con stituit, probatur. Ex syllogismo diaiectico infirma rei cognitio obtinetur, quia rationibus extra rei essentiam sumtis probatur 2. Inde exurgit aliud caput differentiæ inter scientiam, et opinionem, nempe, scientia circa necessarium, et immutabile versatur, quia essentiæ rerum, ul suo loco dicemus, sunt necessariæ, et immutabiles; opinio vero circa contingens, et mutabile. 61. Fides autem definitur: Mentis adhæsio alicui rei, quam quis non videt, sed alteri dicenti credit 3. Ex hac definitione patet præcipuum discrimen inter scientiam, et fidem ex eo repetendum esse, quod certitudo scientiæ; ut s. Thomas ait, consistit in duobus, scilicet in evidentia, et firmitate adhæsionis; certitudo autem fidei consi stit in uno tantum, scilicet in firmitate adhæsionis . Etenim in iis, quæ scientia cognovimus, nos ipsi conclusio nem ex principiis fluere perspicimus ; id quod non con tingit in iis, quæ fide tenemus. Fides autem in divinam et humanam distinguitur, quia ad assentiendum rebus quas ex nobis ipsis non cognoscimus, movemur ab au ctoritate divina, vel humana. V. De scientia latiori sensu accepta 62. Scientia, de qua in præcedenti articulo locuti su mus, significat perfectam notitiam alicuius rei, quæ pe eius causam adquiritur. At vero nomine scientiæ vulg 9uæ Proprietates genericas alicuius m ?nvpjJ l'afCle iaS subiectas habn' g"' PersPectiva> i'" qualitatem praioicato signihcatam inesse ; unde ipsæ, si relatc ad naturan,, considerenlur, hypothelicæ dicunlur. E. g hæc enunc.at.o, Omnes radii circuli sunt æauales. minfme de lcs sed ?dUeMn,i,lreUlUm-Cxifere' cuius?radii snnt Tequa esse £nSlif ir Sl.,clrcul"s vere est, omnes eius radios r m !•' 'dcaC an,mac innatæ cum non ab n nositum T™ '" an!m. foducanlur, aliquid in ex it m.n?ff'.~n Ver°. oaUld ' OUod extra animan> tum Pr ncini /. ^T^ H°C Præmiss> ™ argumencmco3 ";.?AmbuSi SCCUndM melhodum idealisti ionis mere ahs,^nt,,fiCa C,duJC'lUr' neraPe P™nuntiata raon s me.e abstracta, vel ideæ innatæ, obiectivam exi cr 3S„? Pnnc'P'a. vim habere nequcunt. Ergo •tivam r 1,1 ?,, qUa° SUnt C0&"itiunes scien ificæ, obie ;am assen rCrUm' secundum methodum idealisti arn, assequi non possumus. Qoænam sit melhodus psychologico-rationalis exponitur 15. Methodus psychologico-rationalis medium Jocum tenef m rhi°ndUm emPirT™> el melhodum ideJSm;ell Aim ea, m qua scentia tum ex faclorum observatione um ex pronuntiatis rationalibus conficitur. Scil cc undum hanc methodum mens nostra co^ni tionem scien ficam a,icuius • adipiscitur hoc ^. ^ ^g hencfit Z9 n qUam ref-^æsita pertinet, sensibu a™ oSne^ ITr,a rCtmet; al(ue ita ^ comparat ^n.t.onem scnsitivam, quæ cxperientiam eonstituit . I Experientia circa facta interna fit per vim reflexivam inteUo "e m^SPcXtdiUstem faCta TrDa °PUS £SJ^ ef.one auæ nnn ?n ' exa,n,nand,sa.ue ^nsistit, atque eaper! int eiaTnin^ Ja u 6° SG cont,net> ut "s, prout sibi occur nt, examinet, sed substantias substantiis subdit easque inter sese. Deinde illud, quod per experientiam cognovit, ope in ductionis reddit universale, atque ita ad propositiones universales progreditur, quas tamquam principia demon strationis adhibet. Denique ex his principiis ila compa ratis conclusionem scientificam ope syllogismi deducit1. Exemplo rem declaremus : Si quis cognitionem scienlifi cam huius veritatis, Homines libertate gaudent, adipisci velit, ita secundum leges methodi psychologico-rationalis progredi debet. Primo Socratem, Plalonem, Aristotelem, aliosque observans, deprehendit eos libere agere, et statuit hanc experientiam: Plures homines libertate gaudent. Quia autem in cunctis hominibus, qui sibi occurrunt, idem constanter perspicit, ex propositione particulari progre ditur ad hanc universalem: Omnes homines libertate gau dent. Eadem ratione sibi comparat hanc alteram proposi tionem universalem: Omnes homines sunt intelligentia præ diti. Deinde expendens, unde in hominibus libertas oria tur, facile perspicit causam, cur homines libertate fruan tur, in eo positam esse, quod intelligentia sunt præditi Hac causa, tamquam medio termino, utitur, ut syllogismurr conficiat, unde cognitionem scientiikam libertatis homi num eruit, ratiocinando hunc in modum : Omnia, qum intelligentia sunt prædita, libertate fruuntur; atqui homine. sunt intelligentia præditi; ergo homines libertate frui debent Aliud exemplum affert s. Thomas his verbis: Puta diu medicus consideravit hanc herbam sanasse Socralen febrientem 4 et Platonem, et multos alios singulares ho mines : cum autem sua consideratio ad hoc ascendit quod talis species herbæ sanat febrientem simpliciter, ho ''" qibus oflicio fungitur 3 Etsi experientia non sit pronrie caiisn rinf;.. ^da scientiam ducit. Etenim scientia ex principiis \ In lib. II Post., loc. cit. ™g. 39 et 48. De regressu. gignitur, principia autem, seu pronuntiata universalia al intellectu per inductionem efformantur, atque inductic i nonnisi ope experientiæ institui potest. Experientia igitu est, quæ materiam præbet, unde scientia efformari potest a Dicitur acquiri per sensum, quantum ad distinctionen j principiorum, non quantum ad lumen, quo principia co i gnoscuntur . Ad scientiam efficiendam secundum hanc metbodur inductione, et syllogismo opus est; siquidem inductio pe experientiam principia parat, syllogismus autem ex prin cipiis inductione comparatis conclusiones scienlificas dc ducit. Nibilominus mens humana scientiam proprie syllc gismo, non inductione assequitur; siquidem scientia no in eo consistit, quod principia cognoscuntur, sed in ec quod ex principiis iam cognitis res quæsita deducitui Quapropter secundum hanc methodum scientiam non adi piscimur, cum ab effectu ad causam, sive a sensilibus a intelligibilia ascendimus, sed cum a causa acl effectun sive ab inlelligibilibus ad sensibilia descendimus. Quo ut accuratius explicetur, advertendum est mentem nostrai in comparanda sibi scientia duplex terere iter, nemp progressus, et regressus, quippe quod ipsa in initio sciei tiæ ab effectu ad causam progreditur ; in complemenl autem scientiæ a causa ad effectum regredilur, ut ipsii effectus cognitionem scientificam acquirat. 5° Exinde consequitur in methodo psychol ogico-ratn nali scientiam per analysim, et synthesim acquin, H quidem ut analysis sit eius inilium, synthesis autem pe fectio. Etenim secundum illam methodum mens nostr ut paulo ante diximus, primum ab effectibus, vel a con positis ad causas, vel ad simplicia ascendit, deinde simplicibus, vel a causis profecta ad composita, et effecti descendit. Quapropter methodus psychologico-rational analitico-synthetica vocari solet. IV. Utrum hæc methodus ad scientiæ adeptionem opportuna sit, investigalur 17. In methodo, uti diximus2, ratio habenda est tu i In lib. III Sent., Dist. XXIII, q. III, a. 2 ad 1. Et /n lib. i Dist. XXIV, q. II, a. 3 c. Qui (habitus intellectus, seu pnn piorum) ad determinationem eorum (principiorum) sensu et n moria indiget. principiorum ex quibus mens proficiscitur, tum modi |uo procedi,n investigatione rerum. lam melhodum psv^hologico-rat.onalem ex utroque capile spectatam un 11 .pportunam esse ad scientiæ adeptionem his duabus nro(OSitiombus a^nobis demonstratur: P 18. Prop. la. Principiu, ex quibus mens in comparanda th sctenUa proficuci debet, nonaliæsse possunl, ITauæ n melhodo psychologico-ralionali adhibentur. ° Probalur. Pr.ncipia, ex quibus mens scientiam rerum £' / JP81"8 men,,s na,ura consentire debenf nam o,SdUnisid„"'en^aC adePliouem PPonuna nonalia es„ otest, n.s quæ cum natura menlis humanæ consenlit . tu ment.s natura, ut suo loco demonstrabilur expoulal, ut sænt.a a sensibus, quemadmodum s. Augustinus ^hoelr, atque ab in.ellectu perficialur '. Ergo prin P"seqdeben(m„C:: n°S-ra ^ ""V™ rerum P°™S mTaranfnr \,auæ J,rlmum cxperientia, deinde ralione 1P,1 } |,V huiusmofl' principia ea sunt, auæ ; me.hodo psychologico-rational! adhil enlur; nam m ea e usdem sancf Doctoris verbis u.amur, mens humana .mmuue 'Sr f"Cta ^ per SenSUS eorPoris peritur inde qaLl "am Pr° •nfi-imilatis suæ modulo capit, et u "i0;™ causas' Ergoprincipia, cx quibu ens I umana in comparanda s.bi scienlia proficisci debel Inlr essePossuut> nisi quæ in methooo psycholoeicolionali adhibeiilur. l=j^uuiogito ™,„/P/°P;'28-. Modus> ?" procedere debet in comranda slb, scientia rerum, ille est, gui adhibetur inme'rfo Psychologico-rationali. rrobatur. Ad scientiæ adeptionem tum analysi, tum ^rixdi diximus' prLdii me'ho°nsS 'i!iii|Psr0lnllrl"i. mai°r qU°ad |)n'mam par,ftmScienlia, uti " us, pcr cogn.lionem causarum, ex quibus res est 'i lsc;rH!,r°P,er ad SCienliæ adcptionem "ccesse esi,noscere et causam esse, et connexionem rei eum illa peTnnVU° ab TSa CnaSci,UrAl'lui ana•, c. 4, „. 2. _ 2 De Gen. ad Htt. tur causam esse ; synthesi autem cognoscitur quomodf ilUus phænomeni causam, quam quæ sumta est. lum, sive a scientiæ natura pelitis inniti debet. Ataui llis moment.s rationum quæ Ontologi ad suæ methodi ationem reddendam a logica hauriunt, nulla vis inest,rgo methodus onto og.ca esse ad scientiæ adeplionem nice opportuna nullo mre dicitur 25. Minorem probamus refellendo argumenta ab Onto>gis obiecta. Ilaque Ontologistæ conflciunt hoc anrumenjm. Si scientia rerum efficitur ex cognitione causarum cr quas ipsæ res fiunt, consequitur illam methodumesse d ipsius adeplionem unice opportunam, quæ a causis cffectus, sive ab intelligibilibus ad sensihV progreditur tqui Deus est pnma Causa, et primum IntelligibFle. Er-o la melhodus est unice opportuna ad scientiæ adeptionem jæ a Deo ad res creatas progreditur. 26. At huiusmodi argumentum nihil præsidii ad Ontogismi tutamen affert, quippe quod eius maior æquivo.tionc laborat. Emmvero ipsa ita dislinguenda esl: I||a ethodus ad scientiæ adeptionem unice opportuna est iæ progred.tur a causis ad effectus in via regressus ^descensus, conc mau ; in via progressus, sive ascen, neg. mai. Psychologislæ concedunt mentem humanam m. 7' sc'e.n!|am assequi, cum a causis ad effectus, sive ' mtelligibilibus ad sensibilia descendit, hac enim via ra Der causam cognoseit . At vero mens nostra, secun" ipsos, immediata cognitione causæ haud potitur, sed cam per effectus ascendit, neque Deum, PrimamCaum omnium rerum, potest aliter, quam per res ipsas, ueuectus suæ Omnipotentiæ, cognoscere. Ex co hntur scienlia est cognitio rei per causam, sequitur scienira a hcuiua > rei confici non posse, nisi huius causa cooscatur; sed quia cognitio causæ per effectus obtinetur, SUnf scient!ac a cognilione effeclus sumendum est. . iistant 1 Onlologislæ: llla melhodus ad scientiæ •und,,mmi.},mCe °PPorluna est' (iua res cognoscuntur du I, -lum ordræm, quem ipsæ inter se habent. ' uinsmodi ordo ex eo constituilur, quod prirao sit (US, et dein res ab Eo creatæ, hoc est, primo Intelli if~ret dGinde Sensibi,ia' Ergo^Lusid emiæ adeptionem opportuna illa est, quæ ab intelli ^Mibus ad sens.biha etiam in m progressus procedU Resp., Dist. mai. ; si cognitio rerum consideretur relata ad ipsas res, quæ cognoscuntur, conc. mai. ; sin consideretur relata ad modum, quo mens in rerum co gnitione progreditur, neg. mai.; conc. min. Neg. cons. Et sane, si cognitio rerum priori modo spectelur, procul dubio cognitio vera esse non potest, nisi mens rem in eo ordine esse cognoscat, quem in rerum universitate habet, quia cognitio tunc vera est, cum conformitatem habet cum re, prout hæc in se est. E. g., cum causa sit j natura sua prior effectu, cognitio causæ vera non est, nisi tamquam prior effectu cognoscatur. Item Deum, et res ab Eo creatas vere non scimus, nisi intelligamus Deum esse Primam Rem, et Primum Intelligibile. At si cognitio rerum posteriori modo consideretur, maior est falsa. Nam ordo, quo mens in rerum cognitione procedit, consenta neus esse debet naturæ ipsius cognoscentis, non vero naturæ ipsarum rerum cognitarum, quia cognitio non est affectio rerum cognitarum, sed mentis cognoscentis. Atqui mens nostra ita natura sua comparata est, ut non possit cognoscere id, quod est prius natura, nisi ex eo; quod est natura posterius, quia hoc magis notum ipsi est, quam illud. Ergo ordo, quo mens in cognitione rerurr progreditur, contrarius esse debet ordini, quem ipsæ res tenent. Ex quo consequitur mentem nostram primum eo gnoscere effectus, et ex horum cognitione ad cognitioneir causæ pervenire, et proinde ad Dei notitiam non nisi pei res ab Eo creatas assurgere. Neque dici potest hanc in versionem ordinis impedire, quominus mens cognosca verum ordinem, quem res inter sese habent. Namquc mens, postquam ex cognitione effectus ad cognilionen causæ progressa est, potest intelligere causam esse natun sua aliquid prius, quam effeclum, et postquam mens pei creaturas ad Dei cognitionem pervenit, facile intelligi Deum esse Primam Rem, et res reliquas esse Eo poste riores; atque ita verum ordinem, quo res inter sese col ligantur, cognoscere potest. 29. Inst. 2°: Res sunt intelligibiles ex eo, per quo £$&£%& arf" sunl nnn^r 1 Ur rcS 6SSe "lelligibiles ex eo quod auam inMMo ' •" S1&nificat &ms Abt. I. _ Dc methodo cclectica 31. Methodus eclectica, quæ eclelismus quooue dicitur ;" ' m et e.peditam viam ad scienLe^consecu o ^^ '^^?,eUsrw' onæ in SK '''' scientia conBcih r H~BeBM!_ -tqUe I,ldo Perfecta msinium usu,^rl ? °C methodus> noslra ælale, 'ius sta ui 1 LL,, _|,Ul0S pr.°Puatmus pro falso habetur, non quod materiam esse adslruit, ed quod ullos spiritus esse ncgat; et idealismus in errore ^ersatur, non quod spiritus esse asserit, sed quod corpora isse negat. Hinc, si idealismi, et materialismi pronuntiata unxens, non efficietur systema, quod utrumque complectiur, sed quod ipsum sibi repugnat, ncmpe, quidquid exnstit, est spirituale, et materiale. II. De ræthodo auctoritatis 34. Methodus auctoritatis, si in universum spectetur, in ;o posita est, quod scientia confici dicitur non ex notiiis ab ipsa mente comparatis, sed extrinsecus, hoc est a ievelalione acceplis. 35Prop. Methodus auctoritatis absurda est. rrobatur Inter methodi auctoritalivæ defensores non•uili uti liotemus1, contendunt scientiarum principia ex ievelat.one sumenda esse; alii, inter quos Lamennaisius % ocent nos ipsas veritates, de quibus agitur in scientiis, Kcvelatione accipere. Alii dcnique, uti p. Ventura 3, enliunt philosophi munus non esse veritates intellectua-5, et morales invenire, quia hæ ab educatione domestica, a tradilionibus generis humani apprehenduntur, sed Wiam illas demonstrarc, hoc est ab erroribus discernere, oiwmv, ac contra illarum adversarios, aut corruptores æri. Hinc sanciunt veram philosophandi melhodum esse '-monstrativam, non inventivam, sive inquisitivam. De v enseignement de la phil. au XIX siecle. s Zssai sur V indifference en matidre de religion, c. 12. Ve methodo philosophandi, Dissert. prelim. Iam contra illos, qui primam sententiam tenent, hoc adstruimus argumentum: Scientiæ naturam suam sumunt ex principiis, quæ in eis adhibentur. Atqui principia omnium scientiarum secundum eos Philosophos sunt revelata. Ergo omnes scientiæ revelatæ dicendæ sunt; ac proinde, admissa illa sententia, omnis scientia humana destruitur. 37. Illos autem, qui alterum docent, perstringere licet hoc dilemmate: Vel mens nostra cognoscit propriis viribus principia, ex quibus veritates, de quibus in scientiis agitur, promanant, vel non cognoscit. Si hoc alterum admittunt, sese scepticos esse profitentur, seu fa teri coguntur nullam veritatum cognitionem scientificam menti nostræ suppetere, siquidem cognitio, quæ ex rei principiis non deducitur, vulgaris, non autem scientifica est . Sin primum, ipsi sibi contradicunt, nam cum mens nostra principia ex se perspicere possit, et polleat ratione, qua ex principiis conclusiones deducere valet, certe cognitio veritatum est naturalis, proindeque ex Revelatione repetenda non est. 38. Denique contra sententiam p. Venturæ ita arguimus: 1° Mens nostra, ut ipse p. Ventura fatetur, verum a falso discernere valet; quod idem est, ac cognoscere quid verum, quidve falsum sit. Atqui cognoscere quid verum, quidve falsum sit, idem est ac invenire verum. Ergo, secundum eiusdem p. Venturæ principia, mens nostra verum invenire posse dicenda est. 2° Per demonstrationem illud, quod ignotum erat, deprehenditur, vel iliud, quod erat minus notum, notius efficitur. Atqui cum id, quod ignotum erat, deprehenditur, aut id, quod est minus notum, notius efficitur, certe aliquid invenitur. Ergo ipsa natura demonstrationis expostulat, ut per illam verum inquiratur; ac proinde discrimen illud, quod Ventura invexit inter methodum inquisitivam, sive inventivam, et demonstrativam, prorsus absurdum est. IV. Utrum diversæ scientiæ diversis methodis tractandæ sint 39. Jam demonstravimus mentem nostram primas cogniliones scientificas rerum nonnisi methodo analytico-synthegj 'teoacquirere posse. At scientia, utdiximus', potest etiam lation significatione accipi, ita ut denotet quodcumque syste.na cogni .onum, quæ ad certum quemdam ordinem rerum att.nent, atque scientiæ, si hoc sensu accipiantur sunt, ut quoque diximus \ inter se diversæ. prout sont d.versa genera rerum, de quibus ipsæ tractan. Quapropter nquiramus oportet, utrum cunctæ diversæ scientiæ un.ca methodo, an d.versis melhodis tractandæ sint. I. Vera sententia adslruilur 40. Nos s Thomam 3 secuti, scientias omnes eadem me Prnn0n,VCtan MB P°SSG lUemUP" Statuimus hTnc rroposilionem: "^ Scientiæ aliæ aliis methodis tractandæ sunt. Jil '!', Me"S ^versis viis in cognitione rerum proced, prout insæ,n se d.versæ sunt, et diverso modo ad ilhus facullates cognoscentes referuntur. At.iui res in quibus sc.enfæ versantur, sive considerentur n sui na" lura, sivc prout referuntur ad vires cognoscentes animæ l^LtriT ?r°jil? diversis viis mens eog, oscZe: cesse est. Atqui melhodus via est, qua mens in cognitione entatis progrednur. Ergo illas dlversis methodis mens nfre°St.n ^T T ^l1 id a,ifluo emplo confirinarc. In scientns physics alia sane methodus, ',nm,n, .• V,tlca llac">ndæ dicunlur, id non esse de sinulis . r z r;T,r^en"r' cv n,,ib,,s ^ ssfisffl : -,, °„°-' q °,'a SCnCS d>onslrationum incipit, et nrol-rcditur 21 esoe,;u0tC,,1nniCæ' ^ fJ'ntUesi innft™r, >%££ ium rcsolutione non raro analysi utunlur. Eudides, cl vetcres Defensores adversæ sententiæ refutantur. Philosophi, qui unicam methodum in cunctis scientiis adhibendam esse pugnarunt, ex diversis momentis ad doctrinam suam excogitandam permoti sunt. Nonnulli, ut Cartesiani, in cunctis scientiis methodum geometricam commendant, quia arbitrantur certitudinem, quæ scientiarum mathemalicarum propria est, perinde quærendam esse. Alii, ut Lockiani, et Gondillachiani, unicam methodum inductivam probant, quia orar.es scientias nonnisi eodem instrumento, nempe inductione, acquiri putant. Denique alii, inter quos Germaniæ Philosophi Transcendentales præcipue recensentur, unicam methodum in cunctis scientiis tenendam esse docent ex eo, quod unicum esse principium omnium scientiarum sibi persuadent. Hæc omnia falsa esse evincemus sequentibus propositionibus. llla certitudo, quæ propria Mathematicæ est, in omnibus scientiis quærenda non est. Probatur. Gertitudo cognitionis respondeat oportet naturæ rei, circa quam versatur. Ad hominem bene instructum, ait s. Thomas, pertinet, ut tantum certitudinis quærat in unaquaque materia, quantum natura rei patitur. Atqui res, circa quas scientiæ versantur, sunt diversæ. Ergo certitudo diversi generis in diversis scientiis sit oportel; ac proinde eadem cerlitudo, quæ propria mathematicæ est, quærenda non est in omnibus scientiis. Et sane in Mathematicis, ut idem sanctus Doctor inquit, certissima ratio requirenda est, quia versantur in iis, quæ sunt abstracta a materia, et tamen non sunt excedentiaintellectum nostrum. Ast eadem cerlitudo in iis disciplinis quærenda non est, quæ circa materiam sensilem versantur, materia enim sensilis mutationis est obnoxia; neque in illis, quarum obiecta humanas vires cognoscendi prætergrediuntur, cuiusmodi sunt substantiæ mere intellectuales ; illa enim, quæ omnino immaterialia sunt, non sunt certa nobis propter defectum intellectus nostri 2. Geometræ in universum methodo synthetica demonstrationes conficiunt; recentes methodum analyticam syntheticæ anteferre solent. 1 In lib. I Ethic, lect. III. 2 In lib. II Met., lect. 2a. Inductio unicum instrumentum omnium scientiarum esse non poiest. Probalur. In quolibet genere rerum, ut iam ostendimus, ad cognilionem scientificam alicuius rei assequendam induclione, et syllogismo opus est. Atqui, si sola inductio nullam alicmus rei scientificam cognitionem ner se nobis lag.ri potest, multo minus omnium scientiarum unicum mstrumentum esse potest. Ergo. U. Unicum esse nequit principium omnium scientiarum. Probatur . Mens nostra cognilionem veram tunc assequitur, quum hæc cum re, quam repræsentat, adamussim consenlil; quapropter scientiæ, quippe quæ derivantur a cognitione pnncipiorum, ex quibus res existunt, non possunl veram cognitionem rerum nobis præbere, nisi oarum pnncipia cum principiis ipsarum rerum omnino cohæreant. Quæ cum ita se habeant, argumentamur hunc m modum: Pnncipia scientiarum consentanea sint oportet pnncipns obiectivis, et realibus ipsarum rerum. Atqui species rerum, quæ sunt obicctum cognilionis humanæ, d.vorsæ sunl. Ergo diversa sint oportet principia coffniUonis humanæ Non tamen, ait s. Thomas, est possibile, quori ex sohs al.quibus taliter communibus possint omnia svUogizan, quia genera enlium sunl diversa 2 . Ex quo nrgumento colhgitur unitatem principii omnium scientiarum cum pantheismo, in quo unitas entis adslruitur, conærere; siquidcm, cum principia scientiarum rebus, de quibus in scienlns agitur, consentire debeant, necesse est \ Cf p. 78, ct 81-82. /.. / Poster., lect. XLIII. Monere hic præstat ab unico, nnC1p,o contradictionis, nempe, Non potest idem simul esse, et m esse, omnes scientias derivari non posse. Et sane, principium ontrad.ct.on.s procul dubio est supremum principium logicum, inippe quod rationcm reddit, cur principia communia omnium scienlarum vera s.nt; si quis enim invcstigare velit, cur de illis prinipns ne m.nimum quidem dubitari possit, statim deprchendit id x eo (•vcnire, quod, si falsa essent, idem simul affirmaretur, et rorctur. At vcro inde haud fluit illud principium esse huiusmodi •r ncipium suprcmum, ut ex ipso, velut ab unica causa, universa wenua promanet. Etenim principium contradictionis cst principium mmunc; ex pr.ncipio autem communi, utpole quod circa nullam peualcn, matenam versatur, nullius obiecti cognitio erui potest. -i s. Tnom., in cit. lib. I Poster., ibid., et lect. ut, si unicum esset principium omnium scientiarum, unicum ens re ipsa existeret. De methodo docendi Quid sit docere, declaratur Docere, secundum AQUINO (vedasi), non aliud est, quam causare scientiam in alio operatione rationis naturalis illius ' . Sane mentes humanæ sunl in potentia activa ad scientiam, quia ipsæ per lumen naturale intellectus co"noscunt principia, quæ sunt quædam semina scientiarum; proindeque docenlis non aliud munus est, quam mentem discipuli per signa exteriora adiuvare, ut hic ex principiis ei notis conclusiones, quæ principiis continentur, ratione sua eliciat. Ex his vides a magistro, non tamquam causa principali, sed tamquam causa adiutrice, scientiam in discipulo progigni; quia quantavis mediaad discipulum erudiendum magister adhibeat, semper discipulus ratione sua scientiam in se efficit, et tum vere scientiam addiscere dicitur, cum considerat utrum ea, quæ a magistro explicata sunt, vera sint, necne. Exemplo hanc rem idem sanctus Doctor illustrat, et confirmat. Quemadmodum medicus corpus ægrum ad sanitatem revocat, non quod ipse per se ægritudinem a corpore repellit, sed quod cibos, et medicamenta corpori suppeditat, quibus natura corporis ad ægritudinem expellendam adiuvatur; ita magister scientiam in discipulo gignit, non quia eandem scientiam suam ei tradit, sed quia per signa quædam mentem eius revocat ad considerationem principiorum, quæ naturaliter cognoscit, et conclusionum, quæ principiis continentur 2. II. Quacnam sit ræthodus, qua scientiæ tradendæ sunt 46. Non pauci philosophi, inler quos nuperrime A. Garnierius 3, non aliud discriminis inter methodum analyticam, et syntheticam ponunt, quam quod illa inventionem, Qq. dispp., De Ver., q. XI, a. 1 c. Ibid. 3 TraiU des famlUs, lib. VIII, c. 2, § 3. SlausCsec:iPu0enl(iOI,em " PM ^ SCntentiam " traLZZs?atnt{aS meth°d°> 0Ua inventæ . Probatur. Magisler, ut iam diximus, non aliter docet fe U„mmeqnU,aimnq„"0d """• ni])usuam. nempetrl ' niam argumenlalionem, qua ipse verum coffnosci, rW! pulo manifes.at; ct discipulus non sermone?sed ar.im atione, quam, ope illius sermonis, menle sua rS scienliam adquirii. Atqui, si discipuhu acientfam^non ioncma Zgh!ro diSCi'-' q"am 1o eamdem argumcnTalionem, qua hic scientiam invenit, mente sua rcnclii li qncl scentias non alia me.bodo radendas csse^ab illa qua mventæ sunt. Ergo. Id ipsum s. Thomas ' hoc fa Hi Kri °æCO„onPr0,bar^ d™ '-.hoZ invemion u uocinnæ non aliud interest, quam inter naturam m locinnæ autem est artificiosa. Atqui artis nronrinm ^t r clr^metfj0 met^di >^mK •£ .ioccssus, ac melhodi invendonis. cicn,i"m CU18S aUtCm',('U.aC VU'S° "reditur, addiscendi iui scienti lr°° ""enlionis, nu||a est. E(e„im ivereasaue v.pa " P /eJ,C 'nvenit' Pkrumque plures, wram nrinilnS,ngred' • CDCt ' Ut quænam llarum ad lud inieres „„^ )n,etn0d0'(|Ua "'venluni ab co csl, iaorem „, 'i „T ',ntCr v'alorem' ? sine ullo duce, e ' mih^vl' UCCal,qU0 ltCr KRrcdilup. Hic cnim, cum lu pech ne^i, gT'at' .qaat ad me,am oputam ducil, onec viamP ngI ; 'Jle autcm hac illac wcurrere debef igpedia tu ' qUa° ad mCtam Perducit' dtegt. -Ilamque 1 Loc. cit. gg Prænotiones de arte critica 49 Ouoniam ad alicuius scientiæ adeptionem veros !ibrorum auctores cognoscere, eorumque loca obscura m"erpretari plurimum confert, nonnullas de Arte crihca no iones ad calcem huius Logicæ exponere visum nob.s est. Criticæ, nempe iudicatricis nomen habu.t ars de aho rum scriptis iudicandi, eiusque pars, quæ de .nterpreta lione librorum regulas tradit, pecul.are nomen Hermeneu ticæ sive Interpretativæ habet. 50 Atque ut a definitionihus verborum ord.amur, genuinus est liber, qui eum habe. auctorem c.s,ej nræsefert, suppositus vero, s.ve spurius, si alium quam cu.? trihui ur, auctorem habet. Porro xnteger aud.t l.ber, nu non aliud continet, quam quod auctor scr.ps.t; s, quui quam illi additum, aut demtum sit, corruptuseU spec.at.u nlerpolalus, si quidquam add.tum, muHlus, s> demtum 51 Ut genuini a spuriis, atque mtegr. a corrupt.s li bris secernantur, tria' præ oculis taWa ^ 1 styte, nam certe spur.us est liber. si stjlus dij ersu sit a slvlo auctoris, cuius nomen præs efert; 2 eesi aclus essent.æ, agere autem est actualilas potentiæ. go si esse et actio realiter distinguuntur, necesse quoque > ut essentia, et potentia, a quibus, tamquam a princi- Mi actus promanant, inter se realiter distinguantur 3. iiismodiCn0nPOribl!S an.i,nantium dicuntur principium vitæ ; ast msmodi non sunt, nisi per animam. Esspntia animæ illud est, secundum quod per eam et in ea habet nadirZ aUlem s,SmT,cat ipsam essentiam, quatenus habet ordi \ op.t iTbmiiTTnew' cf s Thom'' De ente etessentia> c- S^ sa tonsutuuntur, prius cognoscat. Ms fil^M nabi!USp0teSt alia signincatione dici natudis, scihcet prout v.m facultatis, et modum onerandi 1 naturalem non excedit. Si habitus hac raTione nntu ;;.eie:[urab illa specie babitus • srx± 29. Habitus infitsus ille est, qui vel facultatern humanæ esienCail,CU,USmr,i S,Unt FideS' SPeS' et ^riK i, etsi naturah virtute aliqua rat one aconiri nnscii men ex .mmediata Divina actione sine natura K ' rip0, irare„m' efom" : ^T " Ap°St0'iS " ripiurarum, et omn.um I.nguarum, quam homines ner t Srfecto,8COnSUetudinem cquirere^possunt, licet nl 30. Quod si hahitus considerentur relati ad notentia Mbus insun,, i„ intellectuales et morales dividunlur pro„'t rt.nent vel ad inlellectum, uti scientia, velad volunta . uU temperanlia. Cuius divisionis ral o hæc es° Ilhe eiitiæ ind.gent habitu, quæ diversimodepossUnlor!t njl agendum; quia, cum huiusmodi potentiæ ex sui • ad dotcrm.natam, sive complelam opera ionem or Seta"baA,ri,„rnniSi Per babitUS evadnnt ToZtiL J.'etæ . Alqui potentiæ, quæ diversimode ordinantur $, TlC t^T^" V°CatUr '•"" prinapionan; vid. ^o^ir^ S£s£s^f ^s^^~ ^v^^r A.si.r^,, atque definitur,Ulud principiZ Z .orpus vivens per animam nutritur, augetur, et propaqatur 3uare tres ut diximus \ complectilur facuItfteT tt rum, nutntivam, augmentativam, et gcnerativam. Vegetaivum, inqu.t Doctor noster, habet pro obiecto ipsum corms v,vens per an.mam; ad quod quidem corpus triplex mimæ operatio est necessaria. Una quidem, per ouam sse acqu.rat : ct ad hoc ordinatur potentia genem"™ lVe.r°; P.er. 1uam forpus vivum acquirit debitam quanitatcm; ct ad hoc ordinatur vis augmlntativa. Alia vero r quam corpus viventis salvatur et in esse, et in quanitate debita: et ad hoc ordinalur vis nutritiva 3 ' t; 1?,?,asnutritiva est M"vu,qua vivens alimentum uisi nu iæ duæ desfrviunt generat,° est ul"ma °Peratio, cui ' se comnlecliiur n ..'. ^0'^ 'PSaS °Uodam modo ntimnc P Quare nos a Gregorio Cuvierio dis i" ^ esVprirn/one 7 nUtrit,'°ne defini1 • &™ "U" •inde ; iL™ °Peratl° > qnæ in vivenle annaret \t ni attrhni nmtaSat consequitr, vilam a noTs nulri n am CSSe-'si0niLer0 6X "Utritione notm"em vitæ tra ffimperfeXr m, l|Utr,„,°' CUm sitoPeralio vilalis wneriecuor, nullam harum complectitur. • I. Invetigator otroni opera.iones vi.ales in horoine smt rationa.es, an nalura.es od nI?i'lVjIUti exPloratum. certumque sumentes illud rion de70nstrauimus, nempe prineipium a „, 0 01 usmodi „ a,e°r,UnlUr' esse animam. a q-e n hominc Si r,nC,P,um esse eamdem animam rationalem -st.gamus utrum, nec ne admitli possit Perrahullii', Uectum, imo in ivia intn/,> • ?.em lIIo> Vul est secundum erfecior,i, 5&X£^fZ2Z7 ""^ T o, et ultima perfeetio vitæZLi' qu' |" "o. // /)e ^lntm., Ject VI ' L"Iy,;C V„~' reV8 ""'""'•. pnysique, Des sens exterieurs. DYNAMILOGIA Sthalii , aliorumque sententiam, qui, Scaligeri vesti giis insistentes, animam rationalem per rationem, et vo luntatem cunctas operationes vitales corpons producer opinati sunt. Operationes vitales hominis non sunkanationa les, sed naturales, hoc est, similes operationibus rerum o mnis coqnilionis expertium. Probatur. Etsi, ut suo loco videbimus, amma, quæ irr formatcorpus humanum, sit rationalis, tamen non largi tur corpori esse suum, prout est rationalis 3, sed esse ns turæ vegetaniis, quam in se continet. Atqui operationei quas anima in corpore edit, consentaneæ esse debent m turæ roO esse, quod ipsa anima corpori largitur. Ergo illa operationes debent esse tales, quales sunt operat.ones v modo spectant. i Theor. medica vera, Physiol. Exoticarum exercitationum liber de subtilitate ad Hieron. L danum, Exercit. 307, n. 3. i nn rliinr) a un. De Anim., a. M aa n. O c it ibid. ad 6. Hoc certe sibi voluit s. Basilius, cum it anTmam corpoH vitam impertiri suapte natura, non vero vA te; vid. Constitutiones Monasticæ, c. 2, n. 2. 's i q. LXXVII, a. 1 ad 3. e Gf s. Thom., 2a 2æ, , a. 3 ad 1. De facnltate sentiendi I. Qaædam notiones præslituuntur 42. Facultas sentiendi illa est, per quam anima unita orpori res mater.a Ies, quatenus materiales sunt, percipit læc facultas complect.tur sensus externos, et internos -xlern., quorum actus sensatio nuncupatur, ex eo nomen nmunt, quod versantur circa res exteriores, hoc est circa es quæ ips.s extnnsecus obiiciunlur. Sensus autem in n7lrn°mlne donantur.> 1uia spectant res sensiles, quæ n.mam per sensus exteriores ingressæ sunt. > til"? •enS.US utriusque generis non in anima sola, sed > amma s.mul, et corpore existunt, ac proinde ad actioessuasexerccndas.nd.gent quibusdam partibus corporis cuhar. quadam structura donatis. Hæ^ partes oraam, Zl'nStrUmenta d,c,a suntqia inserviunt animæ ad '' '„ sens '"es exercendas. Organa sensuum internorum r i Z,l °S Cc0r.P0rA,'. et orana externorum in di 2rJ US suPe-fic.ei illius resident. Sensuum autem lCr,°.rUm organum; quod odoratui inservit, nares, quod od heinT0' qU° aud'tU'' aures' quod visioni id> qnd eognoscitur, non „°si rporeun, esse possit. Atqui facuUas°sentiendi non nis s riffn na corP°rea exercetur ; omnes enim experimur n!„T unquam sent.re, n.si ope alicuius organi, ita ut quod organum corpori desit, aut vitio aliquo aboret i.oSZætar'bvUeSr qUaCPer ir'Ud ^™ fiun ^ EitaiU J,,-' P.crPeram aic.atur. Ergo obiectum ^in.iitatis est ahquid corporeum. '."'™ Pfoprie est organum tactus activi, tota autem nellis e Paaos. Christ. Compend. I. ? o 45. 2a. Anima per sensus una cum qualitatibus sensilibus eliam substantiam percipit. Hæc propositio demons tratur contra Reidium, Rosminium, Giobertium, aliosque, qui docuerunt animam per sensus percipere dumtaxat qualitates sensiles, e. g., colorem, saporem, odorem etc, non vero ipsam substantiam corporum. 46. Probatur. Nos per sensus percipimus qualitates non in universum, sed determinatas, et concretas. E. g. nos non percipimus colorem in universum spectatum, sed determinatum, hoc est, aliquid coloratum, e. g., album, aut nigrum. Atqui qualitates non sunt concretæ, et determinatæ, nisi prout huic, vel illi subiecto inhærent. Ergo nos non solum qualitates sensiles, sed etiam subiectum, cui inhærent, hoc ' est, substantiam sentire pro certo habendum est. 47. Illud autem concedendum est, quod substantia, cui qualitates sensiles inhærent, confuse, non vero distincU per sensus percipitur, quia illa ad sensus non nisi per accidens refertur. 48. Ut id facile intelligatur, explicanda nobis sunt diversa sensilium genera. Hæc sunt propria, communia et per accidens. Sensilia propria sunt qualitates, quæ ad sensus referunlur eo quod ipsæ determinant sensum ad sentiendum. Hæc dicuntur sensilia per se, etprimo, quia reducunt sensus ad actus suos. Sensilia per accidens sunt, quæ per se nihil agunt in sensus, sed ab ipso apprehenduntur ex eo quod cum sensilibus propriis coniunguntur. E. g., in lacte albedo est sensibile proprium visus, quia visus ex ipsa albedine ad eius visionem determinatur; dulcedo autem est sensibile per accidens ipsius visus, quia refertur ad visum ex eo quod cum albedine in eodem lacte coniungitur. Item, substantia corporum est sensibile per accidens cuiuscumque sensus, quia refertur ad sensus ex eo quod est subiectum sensilium propriorum. Denique sensilia communia sunt, quæ per se, sed non primo agunt in sensus. Per se, quatenus actiones sensilium propriorum quibusdam modis afficiunt, sive, ut aiunt, modificant. Non autem p rimo, quia nihil in sensus seorsum a sensilihus propriis agunt f. Hæc sensilia sunt qualitates Cf s. Aug., De lib. arb., lib. II, c. 3, et s. Thom., I, q. LXXVIH a. 3 ad 2. U5 quæ ex quantitate exislunl, e. g., magnitudo, figura motus. Sane hu.usmodi qualilates, etsi non agant in senTuS scorsum a sens.li bus propriis, tamen ad "producendam sensat.onem al.quid agunt, quia modificant ip am actionem sens.l.um propnorum. E. g. oculus aliler a ZkmZX. n.vis, al.ter a parva afflci.Sr. [am sensu sens™ Tprop • a et commuma d.sl.ncte cognoscil, sensilia aatem per accl iens confuse, qma j||, per se senlit hæc au7em ex eo solum, quod cum illis coniungunlur. Abt. Iir.— De nnmero sensuum externorum 49. Lockius dubilavit an præter aspeclum, auditum aulum odoratum, et tactum alii sensus in homine laTa/t Jod.ern. fautores magnetismi animalis contendunt ani-' nam .n sommo magnetico sensationes, ac alias a" iones ognoscenles exerere, quæ ad nullas am comnerL fa ultates revocari possunt. Denique BnlmesTuT? a| iaue -n t fien posse, ut homo novul sensum temp'o^ .ect^r,o( po Ha,r!S',qUæ ad se"^bilitatem externam iones aU10 Tr M ' ^0' SUU' SpeCi"Ce diversæ a",.°,nr qj P,llas exercentur, et actiones sentientes •ec.fice diversæ sunt, prout specifice diversa sunt ob e . ad quæ referuntur e int. hnm., lib. H, c. 2, § 3. 'nk°rC„Srle'na n°'nCn mai>^tismi animalis habet, guia pr0 cert0 nes„,,srPr°rC,CSSe cognitio sensitiva efflcilur ^•^SSi.1"' ^^ SenSati0 haberisineorganoproProbalur. 1 Obiecta sensilia sunt coroora Ainni ™ cxcipiendas SSffiSSr ftS^SSL?^!?!^ ST " B C r P/iu™/^"Pecia"1 eCsseqUe ""^ losonhn°'"r COnt,ra Rei dium '• et fere omnes recentes phiosophos. Cogn.lio est actio immanens, sive aclio trm.num habet .n ipso suhieclo cognoscenTe auba' nH t,(0sci° K°tUm' '|U°d cenoscitUrfsed 8ub ieciuu,,^ ofse nUi^hqU,° conse(luitor cognitionem haher '"on •osse, n.s. ob.ectum cognitum cur£ facuKale cognosceTte s.^ismi ^W P^nSrr eMe Senlentiam fantornn> idere non per ocu los sed „ 'n S°mn° ma8ne'ieo animum S f.caltatem laten.em fn ,v, PartCS COrporis> vel d, in. es eo „,„,'' U tates,alentes in anima esse neoueiint . Wal^.TO.r? vi-,lere per aiias partes e": •eclat, si vis viden, i„ T eenferant. Quod autem ad alterum structuraVt it VXK" 2??transfe"e'n'', s,,u,,u mP m „mmTlTi „Crn°,r StætranSfcrri diennt. Pæ" "> Possc fieri „ „ " m, U ! T CV,ncit hanc 'nutationem iorpus hnm„, 1 II" strnct,,ra ad "turam corporis hnm.ni faZt£zmZ TZXlUr 1836; Caro,i ™ echerches sur V entend. hum., c. 2. quodammodo coniungatur l. Atqui obiectum sensibile noB potest coniungi cum sensu, nisi per suam speciem, sive simililudinem. Ergo cognitio sensitiva fit per species rerum sensilium. 56. Minor demonslratur hunc in modum: Obiectum sensibile, ut cum facultate sentiente coniungatur, atque ita notitiam sui in animo gignat, debet in ipsam facullatem sentientem, sive in ipsam animam ingredi. Hoc posito, obiectum vel per seipsum, hoc est, per eadem prineipia, ex quibus constituitur, animam ingredi dicitur, vel per sui speciem, sive similitudinem. Atqui obiectum non potest per seipsum ingredi in animam, alioquin unum, idemque cum hac fieret ; id, quod proprium panlheistarum commentum est. Resiat igitur, ut per speciem, seu similitudinem sui in animam ingrediatur 2. 57. 3a. Species efficiuntur ab ipsis obiectis, non tamen ex eo quod aliquid substantiale, vel accidentale a cor poribus distrahitur, sed ex actione obiectorum sensilium it animam. Probatur. 1° Species ab ipsis obiectis efficiuntur. Ete nim experientia nobis testatur obiectum ipsum, quod sen timus, e. g., solem, esse simul causam cognitionis sensi tivæ. Si ergo cognitio sensitiva non fit nisi per specien obiecti sensilis, hoc ad illius productionem tamquam cau sa concurrere debet 3. 2° Nihil substantiale a corporibus avulsum in animar illabi potest. Et sane, anima est incorporea. Atqui fiei non potest, aiente s. Augustino, ut incorporeus animu I adventu, atque contactu corporearum imaginum cogitet ) Ergo. 3° Neque aliquid accidentale a corponbus distractnr in animam ingredi potest. Revera si id fieret, acciden in actu migrationis sine subiecto, ac proinde per se ex steret. Alqui accidens per se existere nequit. Ergo. i Cognitio contingit secundum quod cognitum est in cognosce; te ; I, q. XII, a. 4 c. Cf s. Aug., Soliloq., lib. I, c. 6. 2 Cf s. Bonav., In lib. IV Sent., Dist. XLIX, p. 2, a. 3, qresol., et De reduct. art. ad Theol. 3 Sensus, ait s. Augustinus, accipit speciem ab eo corpor quod sentitur ; De Trin., lib. XI, c. . Epist. CXVIN, c. 3. 4° Quod ! si species non est aliquid neque substanthlp inTeediatCurdei' T°t , °biec!o -Sffi JffSSi r ucl F l 0b,ectum aclione sua illam in anima producat. fct sane, sensus est intrinsecus indifferens ad pemp.endum hoc aut illud obiectum, ac proinde ali cS inlrin^00' et n0n aliud obiectum. Inm hoc prinecus sensn neCUm, non Potest esse res, quatenus exlrinecti a\Z^ TT Erg° Satis non es P™ducat in eo rTtefarSJl U "^" semitiva a'' rei efficialur, ensum f^Z ' ?"" ° v^To eXUrius Peciem suam ™ s;rsjr:v? mscipiendo in ? a 'specie rtpraZZit' MW ^™ ^™ ctus1enTuslaADarS SuscePtio sPeciei est quidam vitalis ronri,, pc • ^qU' aC,US Vltal,s non nisi earum rerum otes. !. ' q Se'pSaS .movent ad agendum ', et nihil SieJo in .m°Vere' n,S',0Vid cius species similitudo est: •d Tum^T n°U .eS.1 terminns. in quem cognitio fertur, ereipffim PrinCT'Um' CX q-U0 Sensus detcrminatur ad tis non pT, ' ab,pSa specie repræsentatam . Ergo K IibXI> c2 sThoi-> Quodlib.Ym, ii 'odar9;' s' av' /w m' 7 SenL> Distrn. • "! ; Cf B Alb. M., In Eth.f tract. II, c. 18. sThom., I, q. xil, a. 9 c, et q. XIV, a. 5 c. 1 analogiam secundum naturam, conc. ant., non habent analogiam secundum repræsentationem, neg. ant. Neg. cons. Et sane, ut aliquid repræsentet aliud, non requiritur convenientia inter ea secundum naturam, sed sufficit convenientia secundum repræsentationem. E. g., statua Herculis Herculem optime repræsentat, etsi forma Herculii non habeat tale esse in statua, quale esse habet in carnibui et ossibus %. Iam, etsi species immateriales nullam habean convenienliam secundum naluram cum rebus sensilibus, ta men habent cum eis convenientiam secundum repræsenta tionem 2, quia nihil prohibet quominus aliquid incorpo reum contineat in se repræsentative illud ipsum, quod ii re corporea est realiter. Igitur per species incorporea possunt res corporeæ a nobis percipi. 65. Inst. Simile simili cognoscitur. Ergo per species in corporeas res corporeæ percipi non possunt. 66. Resp., Dist. ant., ita ut medium cognitionis simi litudinem naturæ habeat cum subiecto cognoscente, conc ant., cum ipso obiecto cognito, neg. ant. Neg. cons. E sane, cum cognitio sit affeclio subiecti cognoscenlis, no vero obiecti cogniti, medium, quo aliquid cognoscitui simile sit oportet non iam obiecto, quod cognoscitur, se subiecto cognoscenti. Quocirca, cum anima sit immat( rialis, nonnisi per species immaleriales potest res coi poreas cognoscere. Illud igitur effatum, simile simili c ne operaliones suas i°nes '.. cqU enSUS commu's non cognoscit opera;,,'n °Perat'ones sensuum exle°rnorum. Ergo •^quam sensus commun.s exercct, est directa, non ?'i.Hi1rC;V,,;niUS facul,atis ohfactam, nataram, et modum, 1° Sens.aC In SUaS eXC.rCet' hæc adnotanda sunt: Sensus com.nun.s eo,pso, quod scnsaliones sensuum propriorura, sive externorum, earumque differentias sen tit, ipsa obiecta sensilia percipit, quia sensationes ab ob iectis suis seiunclæ esse nequeunt, et ipsæ sunt diversæ prout ad diversa obiecla referuntur; si ergo sensus com munis percipit sensationes, earumque diversitalem, diver sa etiam sensationum obiecta sentire debet. Quapropte duplex obiectum sensus communis distinguitur, unur proprium et directum, nempe sensationes, quæ per sensu externos habentur, et earum differentiæ ; alterum ind\ rectum, et secundarium, nempe obiecta sensuum propric rum 2° Cum sensus communis sit facultas senliens, organur sui proprium in corpore habere debet. Hoc organum vc catur sensorium commune, et est encephalum, sive, u aiunt, systema cerebro-spinale, quod cum organis sensuur propriorum per systema nerveum coniungitur ; unde fil ut sensus communis, qui illi alligatur, affectiones sensuur propriorum excipiat, et cognoscat. 3° Hæc facultas dicitur sensus communis, eiusque or ganum sensorium commune, quia est velut centrum sensuur propriorum 2. Scilicet, sicut centrum est principium, quo proficiscuntur, et terminus, ad quem lineæ deferun tur; ita sensus communis est principium, sive radix, v( fons, a quo vis sentiendi transfunditur in organa sensuui propriorum, et est terminus, ad quem affectiones sensuui propriorum deferuntur 3. Quocirca diversæ sensilium sp..„j ."a&V,ls 'cimere, et sibi repræsenlare 'tcst . Quod si amma per phantasiam percipit Z? rei, non rem ipsam, opus ei non estSenlh ?f ' . na!„u'rag:?etUrI.; qUare PerPhantasiara ?ef um etiam laginamur, cum hæ a sensibus remotæ sunt dnm ZX: VenS'buSPr.°Priis • et sensn communi 'res non prehend.mus, nisi hæ nobis adsint, quh per istls fa llales res ipsas cognoscimus. 4 P l,a~ ^roL^' i"' Phantasia "t ficultas sentiens. fett,".FaCU,ta-8-'('uæci'rca res sensiles versatur £ non est in,X,e?erCetUr' 6tauæ '" bel,uis e'iara si, non est intellectnx, sed sentiens: quh res sensilo t ob.ectum sensus; in statu somnii autem intellec tus 5 TJZSZT be"uæ denia-ue hSfc-KST ari nnr "i enS','.a,raaS'nari, præterea res ima s doninnn cura1v'g'laraas. sed etiam cum dorrni aVin-,nd? nnll. m°d° uh°minC.S ' Sed eliara belluas vi ac°sen "nH;P C ' U,am hæ ' nisi vi Pollerent sibi re cscntandi rcs sensiles a sensibus su.s remotas zl ?Li:qize-' quaita'robatur. Non possumus aliquid imaginari, nisi qua Cf !" ll°°y' ComP^d. theol. vtr.. lib. II c 3fi tenus aliqua figura induitur: quod quidem conslat tum ab experientia, tura ab ipsa significatione vocum phantasma1 tis, ac imaginis. Atqui figura ad quantitatem corporis pertinet. Ergo res sensiles ad phantasiam per quantitatem proprie, et per se referuntur. Diximus autem proprie, et per se, nam qualitates rerum sensilium etiam ad phanlasiam pertinent, ex consequenti tamen, et per accidens. Etenim, cum qualitates sensiles a quantitate seiungi nequeant, sequitur phantasiam eo ipso, quod fertur in quan-, titatem, ferri etiam in qualitates rerum sensilium. 81. 3a. Phantasia sine sensibus propriis, et sensu ' communi exerceri nequit. Probatur. Phantasia versatur circa obiectum, non prout in se est, sed prout in anima existit, quia phantasma, sive obiectum phantasiæ est repræsentatio obiecti sensilis facta in anima. Atqui obiectum sensile existit in anima, prout sensibus apprehensum est. Ergo actio phantasiæ sine actione sensuum existere nequit f. Expenentia idem confirmat; compertum enim est quemquam sensu aliquo carentem nihil posse imaginari de sensilibus, quæ illius sensus propria sunt; e. g., nec cæcus colorum, nec surdus sonorum ullas imagines habent. 82 Quod si cura Garnierio 2 obiiciatur nos multa imaginari quæ nuilo sensu fuerunt a nobis apprehensa, e. ff., montem aureum, in promptu s. Thomæ responsio est: Etsi phantasma rei, quam ante non percepimus, sit novum secundum speciem totius, tamen non est novum secundum partes, ex quibus componitur. Ita species montis aurei est nobis nova, sed non sunt novæ duæ species montis, et auri, ex quibus unica illa montis aurei spe cies existit 3. . k;£ 83. Duo denique circa phantasiam explicanda nobu sunt: 1° Quid sit, quod interdum per phantasiam non imaginem obiecti, sed ipsum obiectum repræsenlare no bis videamur; 2° quomodo fiat, ut phantasia ex imagini bus rerum, quas e sensibus hausit, novas imagines et formet., . . j 84. Quod attinet ad primum, præmonendum est iuar i Cf s. Aug., De vera Relig., c. 10. 2 Op. cit., c. 3, sect. 4, et c. 8, sect. 1. s Qq. dispp., De Malo, q. XVI, a. 11 ad 9. bio intellectus opus esse, ut cognoscamus utrum, necne •es, quas .mag.namur, reales sint. Quare quidquid impe IU, quom.nus intellectus iudicium illud exerceat, in™au a est, quamobrem non imagines rerum, sed res insas >ob,s repræsenlare videamur. lam huiu modi 1mpPedi nentum even.re qu.t lum ex parte animæ, lum ex p^arte orpons. Ex parte animæ evenit, quoties ipsa in nhan asma.e confingendo omnem vim suaTr, intendft; siqufdem" l . alibi d.ximus ', anima, quoties omnem vim suam Tn l.cuius facultatis exercitalionem inlendit, reliquas fecri ftes exercere non potest. Qnapropter, quotiesYnTma "b ehementem al.quam affectionem, totam vim sua.n inf baginem ob.ect, convertit, inlellectus non potest iudicTum Nhibere, ut d.stinguere valeat imaginem al "psa T nam repræsen.at. Ex parle corporis° autem dem evel l, quia vel ob soporem sensuum, uli fit in somniU !| I morbum a liquem corporis, uti'in ægr" et phreneti S ætio inlellectus impeditur 2. S pnreneti &>.Quod ad altcrum spectal, phantasia, ut diximn "umSrSeeduc,U.l-retinet: '^ aUtem' e,si non p"d . mota Z \ , Se"SU TVe,atUr',amen> Postquam ab . mola est, polesl ex se sola aliquid agere, auia in nm a ™™eTr>dZoym ^^.cesLnt^se^uMr se rc.in! „•• Quoc,rca' " Phantasia imagines rerum se ret net, eiusque actio cum aclione sensuum non ces ere^ur a?r'e ""^, •' aUOminns fPsa ""p" imagine s nihi h,°Ue ex. mnl,,s> variisque novas conflet/quls n.h.l hu.usmodi m rerum natura respondet. IX,— De Æslimaliya, seu Cogilativa S6. Æstimativa est,11, facullas, qua in rebus sensili s apprehend.mus aliquas qualitatcs, quæ ner sen s ZTl0^ v" innotescnnt. cg, illasessePnobsuti ^ aUt • X'aSVoCa,.ur au,em Mstimativa, quia per il eTmardS'JeUI,U(IiCamUS ali1ui0 in -2us sPensi ' esse quod sensibus non apprchendimus. tiens P' Æsttmatlm non t faultas intellectiva, sed •,10fbrxH,Cfe.%2AUg' °e THn> IibIX• ^, et De ctThom.,',,,. (,. 4 c. e, q v> ^ ^ ^ ^ Gen. DYNAMILOGIA Probatur. Facultates, quæ homini, atque belluis communes sunt, nonnisi sentientes esse possunt. Atqui æstimativa communis est etiam brutis; certum enim est ipsis inesse facultatem quædam de rebus sensilibus iudicia conficiendi, quibus ad vitæ conservationem opus illis est; e, g., ovis lupum inimicum et canem amicum iudicat, atque inter plures foetus, qui obviam ipsi fiunt, erga proprios tenero matris affectu trahitur; avis paleas ad nidificandum accommodatas a ceteris discriminat '. Ergo æstimativa est facultas sentiens. 88. Ut huius propositionis veritas magis perspiciatur. advertendum est aiiædam iudicia particularia circa re et rccognoscendi I robatur. Proprium obieclum memoriæ esl nræteritnm rout prælerilum est. Hoc posito, præteri um nronr t rac,er„um, est obiectum sensile, non vero intXibil1 p-Vd etlrZZT dPraCteritUm " •^SSftSl,j ' "s ?elerm'natum, dum e contrario intellieibile est "lclcrminatum, ac universale, proindeque ex n om„ ',vl;,mmdnS,dera,,UrAtaui natura faoJtads ex obieX ';' quod yersatur, sumenda est. Erjro memoria enm hifrod r C VerSCt,,r> fæ"^ senTicnse . Acce s cJmunif CU t8S cog"osee"f!i' M"e bomini cum belis communis es, non msi sentiens esse quit. Atqui bel .™™ pollere colligitur ex iis, quæ ipsaTagun . Habent, s. Auguslinus ait, memoriam et pecora et, al oqn.n non cubilia, nidosque repeterenf, non alfa "e "S„;fDCSC""t; neaue enim assuescer; valeW ™fisZ;Zl PCr memorian'2 • Memoria igitur est Si "n^Mi,fn Pr0P\fr°Ul esl 1™tdam specialis faW, nam eliam ad mtellcctum memoria pcrlinet sed craLl0C° eXP',Cabimus' du">. 4 c. • Om/W., lib. X, c. !7. iiLos. Christ. Compend. I. : (| æstimativæ, quæ imaginem rei antea apprehensæ ii phantasmate deprehendit; siquidem anima cognoscere noi potest phantasma, prout imago huius rei, et non alteriu esl, nisi similitudinem eius cum ipsa recognoscat, han autem similitudinem non nisi æstimativæ subsidio co gnoscere potest . Insuper, cum memoria sit facultas sen tiens, ac proinde sine organo corporis exerceri nequeat illud etiam ad eius actum expostulatur, in organo corpo ris, per quod anima vim suam ræmorandi exercet, aliquoi vestigium rei produci, cum res primum percipitur2. 94. Ad explicandum progrediamur ea, quæ ad reraini scentiam spectant. Aliquando rem antea perceptam cognoscere non possu mus; aliquando vero aliquam eius partem agnoscimus, € ex hac integram præteritæ cognitionis recordationem es suscitare nitimur. Si prius fit, oblivisci rei antea perc( ptæ; sin posterius, reminisci dicimur. Hinc s. Thoma reminiscentiam definivit, et explicuit hunc in modun Reminiscentia nil aliud est, quam inquisitio alicuiui quod meraoria excidit. Et ideo reminiscendo venamui idest inquirimus id, quod consequenter est ah aliqu priori, quod in memoria teneraus, puta si quærit mem ac memoria, sed tanim ut s.t quædam dos, quæ memoriara perficit, earaie belluina præstantiorem reddit. Re quidem vera £it.cog. tativa propter virtutem comparativan qna ob a ?en oJ, i ^™ ^1' n°" tamen facu,ta diverab ea cst, ita remimscentia excellit super memoriam fluarum, sed eiusdem naturæ, ac in ipsis, est. CAPVT IV. De facultate intelligendi Aw.I.-Cuiusnam naturæ sit intellectus, et quanam ratione res ad ipsum referanlur 97. Intellectus est illa facultas, cuius est apprehendere h Prout sunt immaleriales. Quaproptcr incoritioM Wlecfva secus accidit, ac in cogoWoe seositiRqai! imm.i! '• r sPec,es.' Per n"1 obiectum percipitur, mmatenalis, tamen ipsum obieclum a specic renr™ 'la>.n cst aliqoid materiale; in illa anjpc albmid,,r ," ,Tes' Prout ad •nlellectum referunlur di Ssa?t.i.br ra,io "' £-4 -W # ' '"'e,lectus esl facultas inorganica. Walur duobus argumentis ex ipsa natura animæ Cf"\^ '"^" i"m-' part2c. „a(ra rfawe, quia, postquam eogaovimn. ua DYNAMILOGIA 1° Anima humana supremum locum inter substantia sensitivas, et infimum inter substantias intellectuales tenet ; quamobrem tum facultates propriæ substanliarun sensitivarum, tum facultates propriæ substantiarum in tellectualium, quæ sunt intellectus, et voluntas, ei iness ?"xls::"one materiali Snecies a S reSete,:utratnh ab, inte"eCtU " Der ^em,.,,: txercet super phantasma, in uuo essenlia rpi ,,.. ciniUS mafef' b^oblegitur.' Hæ'c spec es TteZZ Ts 2Zhb,ntellectu PO^ibili, qui et ea specie ro esentT ' S'Ve 'PSe Sibi elTorulat similituainem1 rei Præsentatæ a specie inlelligibili, et sic rem ipsam in spcciem intelliaihilem J,?„, • \ El8:0 Potest cognoscere "e"'™ sibi propriam Lt^hLtf. pnnc,Pium • 9-0 cognoscit '•. 1. I., C,S,.' i,„? V '•>". ~ P„J ',. "£,",, ct • '-.... q. ii, .. i u ..telligit. Hæc omnia in præsenti, et sequentibus articulis singillatim explicabimus. Atque in primis, sicuti species sensibiles ad sensilivam cognitionem, ita species inlelligibiles ad mtellectionem efficiendam expostulantur. Dicuntur species intelliqibiles, quia repræsentant essentiam rei a qualitatibus materialibus seiunctam, in qua, ut diximus, ob.ectum in tellectus consistit. Intellectus sine speciebus mtelhgibihbus res intelliqere non potest1. . . Probatur. Cognitio, ut ahbi demonstravimus, sine coniunctione obiecti cum facullate cognoscenle effici nequit, atque hæc coniunclio, nisi fieri dicatur secundum simihtudinem obiecti, certe secundum ipsam eius naturam tien deberet2. Atqui prorsus absurdum est obiectum secundum suam naluram coniungi cum intellectu, quia per huiusmodi coniunctionem obiectum fieret unum, idemqu cum intellectu, omnisque realis distinctio inter utrumqu. tolleretur, id quod et per se absurdum est, et pantheismt adfine est. Ergo omnino repugnat intellectum intelliger res sine speciebus inteiligibilibus. 112 Circa naturam harum specierum lntelligibihum næ duo pro certis, exploratisque habenda sn>- .Prl^ " quod species intelligibiles a speciebus sensilibus differnnl nam species intelligibilis est immateriahs non solum proi in intellectu est, sed etiam prout refertur ad obiectum rc præsentatum, quia ipsa repræsentat obiectum condjnou^ bus materiæ exutum; species autem sensibihs est mm J> q. LXVII a 1 r s P' ', 2' q re°' a c' 3 h q. LXXXV, a. 1 ad 4 obiectum non iam in potentia, sed actu intelligibile, nempe essentiam rerum sine conditiombus matenalibus 118. Circa huiusmodi actionem inteliectus agentis hæc tria adnotanda sunt:, 1° Species, quas intellectus agens abstrahit ex phantasmatis rerum, exbibent obiectivas, sive reales essentias rerum. Nam res, quæ eodem genere, aut eadem specie continentur, reipsa consentiunt in essentia omni conditione materiali exuta, ita tamen, ut hæc essentia diversis modis determinala existat in rebus smgularibus. h g., natura humana, abstracta a conditiombus individualibus, ea est, quæ reipsa omnibus hommibus convenit, atque in unoquoque eorum secundum diversas determinationes existit exisiit . •• 2° Distinguenda est duplex abstractionis spec.es, nem pe abstractio per modum simplicitatis, et abstractio per mo Vdum composilioms, et divisionis. Pnma abstractio eadi citur, quæ efficit ut inlelligamus unum sine aho, sive s cob sideremus essentiam seiunctam ab acc.dentibus. Alter. consistit in eo, quod intelligimus aliqmd non esse xn aho vel esse separatum ab eo \ lam vero pr.ma, non vero al tera abslractio est ea, quæ f.t per intellectum agenlem Quæ quidem abstractio per modum simphcitatis, ut e. eius definitione patet, non expostulat, quemadmodum fa so ponit Rosminius', cognilionem, et col laUonem terw norum circa quos ipsa fiat, sed dumtaxat expostulat, u fpsi præcedat^phantasma, in quo intellectus agens essen tiam rei a conditionibus material.bus expoliet. 3 Ex eo quod notiones per abslract.onem .ntellectu agentis' efformatæ exhibent essenliam rerum exutam cot dftionibus materiæ, quibuscum revera coniung.tur,, sæ falsæ dicendæ non sunt. Re sane vera, potesl es. fa sitatt locns in abstractione per modum componU^ et divisionis, e. g., cum intellectus ncga mesM - essenti rei aliquod accidens, quod e. reapse inesl, at non in aD tractione per modum simplicilatis, qua considerajur e sentia ab aliquo, aut ab omnjbus ac cntibæ Miunet nam essentia rei, elsi cum accident.bus re ipsa conun tur, tamen ab his re ipsa quoque dist.ngu.lur, quapr 1 Cf s. Thom., De ente et essentia, c. 4. I, q. LXXXV, a. 1 ad 1.-3 2V. S., sez. X, c. 1, a. l/. J4J pter nihil prohihet, quominus intelleclus ad illam sine his His, quæ circa notioncm intellectus agenlis, eiusoue actionem a Scholast.cis staluuntur, explica.is, duo S denda nobis sunt: "ien 1° hanc facul.alem, quæ nomine intellectus aqenlis desig a.ur, reinsa ex.stere; 2 ipsum intellectum agen.em n„„ esse ahquid extra animam. 6 on 119. la. Admittendus est intellectus aqens Frobalur Essenliæ rerum materialium, quæ sunt ob •eetum mtellectu humano proportiona.um, non ex" tunt exlra animam, n.si in materia concrelæ, et in phanta mæ, a quo, ut diximus, cognitio intellec i a fni him .umit non nisi prout in maleria concretæ sunt kIx^,. ipsias phantasma.is maret, qu.a corporeum in incorporeum converterel. At m absurdum est naluram alicuius rei mulari. Ergo bSmS. ™£ T'; r°nCmin-'^9cons. Etenim Mr,,ctio illa non est realis, seu materialis, sed est inlen JgJ. s.ve logica, scilicet intellectus agens spe em n MeJui, nhf, Phantasmate ^"rmat, non qualenus re li . di J )nantasma eondit.onibus materiæ, sed quatenus ' l.t ad nudam essentiam rei sine conditionibus ma se uonm .im „"f '" Phantasmate obvolvitur. Quocirca wam Zd iffirf f"™? corPoream Pha"tasmatis in incor>ream, sed efficit umversale, et mtelligibile illud ouod phantasmate est singulare, et sensibife ' ° oTreVin^r :,!"letleetus a9ens> sivelumen intelligibile, ^res xntelhgibihs efficit, extra animam esse nonpotest. \ Cf s. Thom., loc. cit. Vid. p. 132. U s. Thom., I, q. LIV) a. 4 c, et q. LXXIX, a. 3 c. Hanc propositionem demonstramus tum contra Neoplatonicos, Averroem, Cousinium, qui contendunt lumen illud esse aliquam facultatem in se subsistentem separatam ab anima1, tum contra Ontologos, qui asserunt lumen lllud esse ipsum lumen intelligibile Dei. Probatur. Actio, qua species intelligibilis a phantasmate abstrahitur, est actio propria uniuscuiusque homims. Atqui non potest aliqua actio esse propria cuiquam, nisi a principio ipsi intrinseco proficiscatur ; nam prmcipium extrinsecum potest movere aliquid ad operandum, sed numquam efficere potest, ut illud, cui nullum agendi principium intrinsecus inhæret, actionem sibi propnam exerat. Ergo intellectus agens, quo species intelhgibihs a phantasmatis abstrahitur, aliquid intrinsecum animæ esse debet a. 123. Contra Ontologos præstat etiam hoc adnotare: DeuPler anima noslr. 3 po est ier um. 'nte"'f "d.! ProSrediturAtqui anima mimnm illfus a tffi fapCU,tatena.> UUæ est P"ncipium •eSE nuncupatur. fcrgo intellectus possibilis re ipsa aoimæ S^-S-iJSsxjsr^ esl facultas' mrSemffi1hn}e,leCtUS agens sua actione eBcit obiectum u intclhgibile, quia species ntelligibilis nuie nhi :STlal' 6l' efrCC,US actiO" quami;, dle0 us" ^Mffartaav $?£? ver° possibi,is fert pa snva fi!!"',:: r,qT, Potcntia "• reipsa iatelfectus pofsinilis ' aCU'US CSt In,e,,ectus A W "lad autem advertendum est, actionem abs.racti '. qLXXIX, . 2 c. _ 2 Cf p 9g ^ SK-Tci, J . "ft m,,.,, „. 9. CfP-^-t,,a:a^d'/:q';Sia.4eio^ vam intellectus agentis, et actionem receptricem intellectus possibilis eodem tempore fieri, quia ipsæ concur runt ad productionem eiusdem actus intellectivi ; causat autem, quæ ad eiusdem effectus productionem concur runt, simultaneæ esse debent, VII. De verbo intellectus 128. Verbum, sive conceptio a s. Thoma , post s. Au gustinum 2, nuncupatur repræsentatio obiecti, quam m telleclus possibilis in se efformat, et qua veluti m speculo cernit obiectum a specie intelligibih repræ8enUtam.y catur conceptio, quia est illud, quod in te llectus inj eip est a,iquiu '1'i'is, ut obiectumTmaua mT ^, Species inte,li Præsens intellectui lt s?t COenosciblle. Slt intrinse"vcat ad intellectionem' ;,, pr,nciP,Ium ' qaod iHum M cfformet sibi almm sp'ec em P°StUlatUr,' Ut intelletn cognitum sibi repraCat V.m.^fc ob,ecIt.um ve,uti cst quæ dicilur wi sw Atqui bæc a,la species tu cogni.um, "in rinsecus nf, "' obiectnm' tamquam •latur verbum. lntrlnsecus Præsens intellectui, espo SfintlllectTo e^iUSctPsr°vSi0niS-eXe0 connrmatur, is 3: quapropter obt nerl „on VZ 'nte"eCtUS possil , q^æ efflcitur aMnXcKLF" Tctm 8'm • W, quæ produnSrCtab%?ii^ JE 33. Haclenus de illa infn, '• qna ipse obiectum !?' peratione disputavi " materialiu„rcond,UonmhP.r0pr,r' "empe essentias "^cdiate apprehendit A ;US i?"?"".6 eXUtas' Primo ltus alias exerit operatio^ " CCtUS 'am in actu concosnitiones, ind°caT ',;?,,• ' T^6 coSnoscit suas ipationes exnlirw ' ra(l0ci,natur, recordatur. Ad has Consckn fci"8 Progreniai?ur necesse est 0 ^quæS æ?n?nt,buS aCC,pitur' est co" os> lum in.^llectivosUsatur MCa°gn,t V°S' tUm Sen scnsu, est cogniiio S , Cpta proPrio' et '• suasque inte Ilec°inn ° t?ras scire dicitur, etiamsi de litteris actu non cogitef ( Mens sui notitiam habitualem habet, qua poss, perc uere se esse 3 . Conscientia autem actua .s ea est, qn aHquis considerat se in actu animam habere , vel,, s Tugust"nus inquit, ea, qua anima adse cogxtandam qu dammodo 'red.V.ltque se aote conspectum suuu, se pomt 136 Iamvero hæc conscentia actua is lta ab Aquina nosfro explicatur. ln primis anima obiectum intell.g.b: sibi proprium, nempe quidditatem in mater.a corpor, existentem apprehendit ; deinde actum cognosc.t, quo lud ob iec™um apprehendit; et in illo actu se.psam cogn Icit In hoc aliquis percipit se esse,quod perc.p.t se in teU eere1 . Inde esplicatur, cur an.ma setpsam per Smcognoscere dicatur, seu per ipsam sui pr^sentm STdem ex ipsa mente est ei, unde poss.t .n actu Zdire quo se^actualiter cognoscat, perop.endo se, L° et alibi: Ad primam cognitionem (?a nempe liauis vercipit se habere animam) de mente habendam ficU ipsa mentis præsentia, quæ est pr.ncip.um æU „ 'Uo mens percipit se ipsam; et ideo d.ctur se cog, scerqe pefsuailn præsentiam . Sane anima, ope c, . Cf p. 123. Cf s. Aug., De Trin., lib. XIV, c. 6, n. 8. Qq. dispp., De Yer., qX, a. 8 ad 1. Ibid. c. s Op. cit., lib. X, c. 5, n. 7. 6 Ibid., lib. XIV, c. 6, n. 8. 1 . Qq. disPP.,De Ver., q. X a^ • ^ • ?• H, M 3 Ibid. ad 1 in contr. 9 I, q LXXXVli, d. Gent., l ^7 cientfæ actualis, se non in alia M n.i™ • # ssentiam suam mediaTst Vd Vse 1~ J?.2S onvers.onem supra seipsam inspicit smiplicem H.s præstitutis in primis definienrlum nobis est ., •um consc.ent.a sit specialis facultas dislincU at i Intei-" UnlellZ. C°mcimtia non esl °P° J... • V? a an,ma> ?"s.;;:,';;,j-f ••••• .-•. . Q de re Aquinas noster statuit animam mtelbgere cc se i i Intellectus cognoscit seipsum, et suum intelligere ; veniLet ouod "i ., -j,ICUI rel ' Per accide>^ ei e esse sem ner ' "fn acc,denS' a'enle sThoma, non °Per, nec oZYum '?, °mni,,US " Er?0 iulc'leclus non W . omn.um acluum suorum conscientia actuali Perceptio haKi:?E, ' P d,r,menda est hoo modo: "I an ma habetnr nh T °T,am PerccPti°num scm positionh attS,.', eamdem> ooam in prima parle 'lis e,°rum on" um'hXrem/PpC,'CePti0 auf"m a •es a nohis perdnTunh, " COdem temP°ris omento, dub2"', HI). II, c. 34 5 Gf eodem temporis momento, quo res percipimus, rerum ^epS appercipimus. It vero non habemus actua [em apperceptionem omnium percepUonum seos.tivarum iuw &m adepti sumus. Nam ut habeatur hæc apperce Suo, °Pus cst phantasiam reproducere spec.es, qu n t retinet, et memoriam reproductas recognoscere; atqu. uhantasia non semper, et continuo percept.ones reprodu, S nec semper mcmoria illas reproduc.as recognoscU ergo anima non semper habet appcrcept.oneu, ac tualen omnium perceptionum sensitivarum, quas lam adepta est 145 Prop 3\ lntellectus per illum actum, qui concten tiadicitur^non solum actus suos, sed etiam aclus volunla US pZaTui l\M, quod est in votanUte, etiam .quodarn modo in intellectu est, sive intelhgibthter est in amm ^uU intellectus in eodem subiecto, ac voluntas, mhærel ^t nteUectus uti suo loco demonstrabitur, est pr.nc.p.un, ?e quod vountas aliquid vnlt. Atqui illud, quod,ntel Sibiliter est in intellectu, sive in sutæcto intell.gente, a lo inteUigi potest Ergo inleUectus non ^ sotam ^ se.psu et actus suos, sed etiam voluntatem, et eius actus,nu ligU6 PProp V Anima habilualem corporis sui cognitione habet et ver tactum passivum etiam cogmlionem acluale, Probalur T pars. frabituali cognitione an.ma compar tufad seipsam"non aliter, quam,n se est, cognoscenda. itqui antaTcuidam corpori copulatur, cum quo comnv i^Le habet. Ergo anima seipsam corpor, copu atam bitualiter cognoscit, ac pro.nde cogn.tione hab.tual, . rnrnoris frui concludendum est. C \W Probatur V pars. Corpus per lactum pass.vum mutatur tum a rebus exterioribus, tum ab intenor.t T^ his intelligitur teneri non posse opinionem Leibnitii, qui K eepttones sine apperceptione existere poe doco. H • ^ > 1), neqæ opinionera Galluppn qu, oontend.t nullam he n p I centionem sine apperceptione (Lezz. etc, lez., fi'.J, niuio Leibniui vera est, si de apperceptione actual •n^Ugatur, sa si de apperceptione habituali. E contrano, op.mo GUePPgnit.onem su. corporis habet ex eo, quod corooH in mus, per tactum passivum actu experitur „"muta iones ' atio^ibu0, Cv°3r "Unt-At(|Ul h-æ ^ESR ratiombus vitalibus max.ræ consislunt. Ergo anima Der ctum pass.vum quamdam coguitionem experimenAlem •erationum vilalium act.u etiam habet. P Abt.IX. — De actu iudicandi 150I„tellectus humanus natura sua ita comparatus est, I JBi- 'Principe vital, et V ame pensante, c. 23 pf.xz:t j^^cff-- -. s\ I T VPf itUr vUam in "Peribus vitæ •' 1 2æ a CYU ">•>, lua aniu a r„r n. f "S"m """ tam1'"" specialem V >odi enim ??",.. T"6 0Derali°nes vi.alcs cognoscat; en.m co„n.Uo, ut. ostend.mus, per taclum passivum ob ut unico, et primo actu nequeat cognoscere qualitates simul cum essentia rei. Quare ipse primum notiones rei, et qualitatum adipiscitur, dein convenientiam, aut discrepantiam uniuscuiusque qualitatis cum essentia rei cognoscit . Hoc modo ipse de rebus iudicat. Quid sit iudicium, explicavimus in Logica 2. Quæstiones autem dynamilogicæ, quæ circa naturam iudicii versantur, hæ præcipuæ sunt: 1° Utrum iudicium intellectui, an voluntati tribuendum sit; 2° utrum omnia iudicia fiant per comparationem terminorum, an aliqua iudicia fiant ex instinctu; 3° utrum essentia iudicii in comparatione, an in affirmatione, aut negatione consistat. 151. la. Iudicium non est actus voluntatis, sedintellectus. Probatur contra Cartesianos. Actiones, quæ sunt specifice diversæ, reduci non possunt ad eamdem facultatem 3. Atqui iudicium, et volitio, nempe actus voluntatis, sunt actiones specifice diversæ, quia iudicium refertur ad verum, volitio autem ad bonum. Ergo si yolitio pertinet ad voluntatem, iudicium non potest pertinere ad ipsam, sed debet pertinere ad illam facultatem, cuius obiectum est verum, nempe ad intellectum. 152. Obiic. In quolibet iudicio mens vel assentitur alicui verilati, vel dissentit ab aliqua falsitate, quod idem est ac dicere mentem in iudicio aliquid amplecti, vel respuere. Atqui amplecti, et respuere sunt actus voluntatis. Ergo iudicium est actus voluntatis. 153. Resp. Conc. mai.; dist. min., amplecti, et respuere sunt actus voluntatis tantum, neg. min., sunt actus cum Yoluntalis, tum intellectus, licet diverso modo, conc. mm. Neg. cons. Et sane amplecti, et respuere non solura ad voluntatem, sed etiam ad intellectum pertinent, quia sicut voluntas amplectitur bonum, et respuit malum, lta intellectus, cum iudicium conficit, amplectitur verum, et respuit falsum. At ex eo, quod amplecti, et respuere mveniuntur non solum in iudicio, sed etiam in voluntate, inde inferendum non est iudicium ad voluntatem revocari posse; nam amplecti, et respuere diverso modo locum habent in iudicio, quam in volitione. Elenim anima Cf s. Thom., I, q. LVIII, a. 4 c. 2 24. 3 cf p. 103. in iudicio aliquid asserit, aut negat, quia cognoscit nræ dicalum cum sub,ecto convenire, vef ab eo discrenaro in vol.t.one autem aliquid vult, aut non vul°, qu ffi ^PZ°lPCr lnte"eCtUm PP-hendit/elesibibt 154. 2a. ludieia ab intellectu per comvaratinnem ; ermtwum, „0„ vero per instinetum fiunt, ne2e ea sTmul mstmctiva, et eomparativa esse possunt. ? .fc??rjma parS Contra Reidim. qia iudicia „•M^to, e. g ejro SMW corpora existunt etc, non ner com puta vi°nemiuddUi:-Um te.™™. seu per Sffi Puavt ludicia instinct.va, cuiusmodi illa sunt onæ con^nte^ri eXerU.ntUr' qU,> c^scatur' ZTo autem su„ 1' ;" rTgRant,æ te™inorum; comparativa "catum cu ' ' h; et a. 9. ' M. // 5., Dist. I, q. i, 'a. s ad 11. parare non possuraus, nisi eos iam cognoscamus. Ergo simplex apprehensio terminorum iudicio præcedat neces se est. 157. 3a. Essentia iudicii non in comparatione terminorum, sed in affirmatione, aut negatione proprie con ^isttt Demonstratur contra Lockianos, qui iudicium proprie in comparatione terminorum situm esse autumant: Intel lectus per comparationem ponit unum terminum ante al terum, sed eorum convenientiam, aut repugnantiam non cognoscit. Atqui sine huiusmodi cognitione nullum iudi cium efficitur. Ergo iudicium non in comparatione ter minorum situm est, sed in actione, qua intellectus termi norum comparatorum convenientiam, aut discrepanliam perspicit. Atqui intellectus cum perspicit aliquarn pro prietatem subiecto convenire, tunc affirmat, atque e con trario, cum cognoscit aliquam proprietatem subiecto re pu gnare, tunc negat. Iudicium igitur ex affirmatione, aut negatione proprie constituitur, et comparatio terminorum est dumtaxat medium, quod ad illud constituendum con currit. X. De ratione 158. Anima humana, quippe quæ infimum locum inter substantias intellectuales tenet, ad perfectam rerum cognilionem assequendam, præter simplicem apprenen sionem, non modo actione complexa mdicn, sed etian: actione magis complexa, nempe ratiocmatione lndigcf; quapropter ipsa pollere ratione dicitur. 159. De natura ratiocinationis in Logica disseruimus Hic tria circa rationem investigemus oportet : scilicet 1 utrum intellectus, et ratio sint una, an duæ facultatc intelligendi; 2° utrum ratio speculativa a ratione practia differat; 3° quid de ratione superion et inferion dicen dum sit. . . D, • 160. Ad primum quod spectat, non pauci nuperi FW losophi post Kantium 3 admiserunt specificam distinctio nem inter intellectum, et rationem. Contra eos demon stramus sequentem Qq. dispp., De Ver., q. I, a. 3 c. % I, q. LXXVI, a. 5 c 3 Critique etc, Introd. 161. lntellectus, et ratio non sunt duæ facultates mtelligendi, sed duæ denominationes eiusdem facultalis Probatur. Ratio tamquam facultas distincta ab intelie | ctu habenda esset, si obiectum, et actus eius ad obiectum et actum intellectus reduci non possent, sive specifice in ter se d.fferrent \ Atqui obiectum, et actus rationis ad lob.ectum, et ad actum intellectus reducuntur. Ergo non eSLai'arfa?ltaS lnt.eI,iSendi ratio, aiia autem intellectus. • ;ra?r Prima Pars minoris. Obiectum rationis est intelligibile, æque ac intelligibile est obiectum intel lectus. Ratiocinari, inquit s. fhomas, est procedere de uno mtellecto-ad aliud, ad veritatem intelligibilem coffno scendam3. Atqui intelligibile, sub ratione intelligibilis spectatum, est specie unicum, quia intelligibile refertur ad nostram virtulem intellectivam sub unica ralione im matcr.al.tatis. Ergo obiectum intellectus, et rationis est specifice unicum. 163. Altera pars minoris ita demonstratur : Differentia mooi, quo intellectus, et ratio verum intelligunt, in eo consistit, quod intelleclus immediate, sive intuitive, ratio autem mediate, sive dtscursive verum cognoscunt4; ex quo lluit inter modum, quo intellectus, et modum, quo ratio verum cognoscunt, eamdem esse differentiam, ac inter jquietem et motum, quia intelligere per intuitum est quætlam quies menlis humanac, et intelligere per discursum est qu.dam molus eius. Atqui quiescere, et moveri ad uiem prmc.p.um pertinent ; quia per eamdem naturam aliquid quiescit, et movetur. Ergo actio intellectus, et raUon.s ad idem prmcipium reducuntur, sive specifice inter se non differunt6. 164. Itaque intellectus, et ratio non sunt potentiæ ve.sæ sed sunt eadem intelligendi facultas, quæ luabus voc.bus des.gnatur, quia intellectus nomen de>umitur ab mtima penetratione veritatis, nomen autem | Cf s. Aug De lib. arb., lib. II, c. 6, n. 13. " U quæ diximus p. 103. I !,' ™. a8 V. 4 I, qUX, a. 1 ad 1. r .dElocumeri'U2: ^ST,!; l0C.P^™ -oba &J?pp-' De Ver-' 9xv>'1 c.' > 2, q. LXXXIII, a. 10 ad 2. rationis ab inquisitione, et discursu . Nihilominus hæc unica facultas, per quarn mens humana res intelligit, polius ratio, quam intellectus dicenda est, quia mens humana scientiam rerum non nisi per ratiocinationem assequi potest. 165. Quod attinet ad secundam quæstionem, explicandum in primis est, quænam dicatur cognitio theoretica, quænam practica. Theoretica vocatur illa cognitio, quæ yersatur circa verum, prout verum est, sive considerat in rebus rationem veritatis, non rationem operabilitatis. Practica autem est cognitio, quæ versatur circa verum, accommodatum ad operationem, nempe circa verum, prout norma operationum est, ita ut potius rationem operabilitatis, quam veritatis consideret 2. Ex duplici hac cognitione oritur distinctio intellectus, sive rationis, in theoreticarn, et practicam. Ratio theoretica, sive speculativa dicitur, cum in simplici apprehensione veri se continet; practica autem, cum porrigit ad operationem verum iam apprehensum. 166. Iamvero intellectus practicus applicans principia universalia ad operationes, iudicia particularia conficit, quibus decernit aliquid agendum esse, aut aliquid recte, vel secus actum esse. S. Thomas explicans modum, quo anima conficiat hæc iudicia particularia circa suas actiones, docet eam adhibere quemdam syllogismum, cuius maior est principium universale ; minor est apprehensio proprietalis singularis alicuius obiecti, in qua, ope cogitativæ, deprehendit quamdam simililudinem cum principio universali ; conclusio denique est iudicium particulare, quo intellectus applicat principium uniyersale ad cognitionem illius proprietatis singularis, sive illam proprietatem singularem ad principium universale redacit, atque ila aliquid agendum esse decernit. E. g., Filius tenetur patrem honore prosequi; at ego sum filius, Petrus est pater; ergo ego Petrum honore prosequi teneor. Quo in exemplo, maior exhibet principium universale ; minor complectitur apprehensiones proprietatum concretarum filiationis in me, et paternitatis in Petro, quæ per cogitativam fiunt ; denique conclusio est iudicium particulare, quo i Ibid., q. XLIX, a. 5 ad 3. 2 Qq. dispp., De Ver., q. III, a. 3 c. irincipium universale applicatur proprietatibus concretis ipprehcnsis in me, et in Petro . 167. His præmissis, contra Kantium, qui rationem spe:ulativam et rat.onem praclicam, taraquam duas diver;as facultates habuit \ hanc demonstramus Prop. Baho theoretica, et ratio practica non sunt duæ aadtates speafice diversæ. Probatur. Differentia, quæ accidentaliter advenit obieto non constiluit facultatem diversam ab illa, ad quam lud obiectum refertur. Atqui applicare ad opus coSnilonem ventatis, quod est proprium intellectus pracfic on pert.net essentiahter ad cognitionem veri, circa quam ersalur,„ ellcctus speculalivus, sed est aliquid accidenta"e isi cogn, t,on, Ergo intellectus practicus non est facuUas itell.gend, d.st.ncta ab intellectu 'speculalivo, sed est quæZ-XT° 'n.tellec'^. speculativif nempe i psam faculU:m inlelhgcndi extendit, sive applicat ad opus 3. 108. Kcstat, ut distinctionem rationis in superiorem et ifenorem, qnarum penes celcbriores Scholasticos pos s ugustmum ment.o occurrit, explicemus Katio infenor est quæ considerat veritates rerum, prout i rebus temporabbus, mulabilibus, et contingentibus^ex"unt, supenor, quæ considerat veritates rerum, prout re1 I-i-h '? veri.ta.tes æl,crnas, necessarias, et immutabis Intcllcclus D,v,n, ad quarum exemplar naturæ re ?at2?Z ?" COnd"æ •SU"tE rati0 inferior ''cH.i0 fj ? w6 re?' ex eo ' auod incolumitas so ctat.s id expostulat; ratio autem superior ex eo uod cus soc.etat.s auctor, et custos, hoc iubet. Illa appella. Henor qu.a res intelligit, et diiudicat secundum a|um, quod est ea lnfenus, nempe per principia nuæ ^ntemplatione rerum sibi eJrJ, ; Lec dicUur1 su° w,, quia res .ntell.g.t, et diiudicat secundum aliquid, n ut 1 ilh SUrnUS ' nemPe- Per DrinciPia æterna et dWntur qUæ Pnnc,p'a ex 'P8'8 rcbus CHormata 169. Illud autem cum s. Thoma advertendum est, ra J I, q. LXXXVI . 1 ad 2. 2 0p. cit., sect. II, § 1. Cf s. Thom., /„ l,b. III Sent., Dist. XXIII o II a 3 iol 1 t s. Bonav., Centil., tionera superiorem, etsi ob dignitatem sit prior ratione inferiori, tamen ob operationem esse posteriorem ; nam mens humana ex sensilium cognitione proficiscitur, ac proinde æterna intelligere nequit, nisi prius intellexerit temporalia, quæ sensibus hausit '. 170. His præstitutis, demonstrandæ nobis sunt propositiones sequentes: la. Ratio superior, et ratio inferior non sunt duæ facultates speciflce diversæ. Probatur. Obiectum rationis superioris, et obiectum rationis inferioris spectata materialiter, hoc est in sua natura, specie ab se differunt; nam ratio superior versatur circa illud, quod est necessarium, immutabile, et æternum ; ratio autem inferior suam cognitionem ex rebus contingentibus, mutabilibus, et temporaneis attingit. At vero spectala formaliter, hoc est, prout ad facultatem mtelligendi referuntur, inter sese conveniunt, quia in aliquo intelligibili consistunt, cum res illæ contingentes, mutabiles, et temporaneæ a ratione inferiori cognoscantur non secundum earum conditiones materiales, sed in suis essentns, quæ sunt quodammodo necessariæ, æternæ, et immutabiles. Atqui obiecta, quæ formaliter considerata inter sese conveniunt, ad earndem facultatem spectant. Ergo ratio superior est eadem facultas, ac inferior 2. 171. Præterea, quemadmodum mens nostra ex cognitione effectus ad cognitionem causæ progreditur, et ex causa iam cognita ad effectum regreditur, ut penitiorem huius cognitionem sibi comparet ; ita ex veritatibus cognitis per principia, quæ ex contemplatione rerum temporalium, et mutabilium sibi efformavit, ad causam earum extollitur, nempe ad veritates cognitas per principia æterna, et immutabilia ; et ex his regreditur ad ventates, quas cognovit in rebus temporalibus, et mutabilibus, ut de ipsisrectum iudicium pronuntiet. Quapropter in exercitatione rationis inferioris, et superioris non nisi quidam progressus, et regressus obtinet. Atqui progressus et re i Qq. dispp., De Yer., q. X, a. 6 ad 6. 2 Cf s. Aug., De Trin., lib. II, c 4, n. 4; et s. Thom., I, qLXXIX, a. 9 ad 2. gressus, quibus cognitio noslra perficilur, ad eamdem ral.onem spectant. Ergo ratio superior, et inferior unam facultatem conshtuunt. 172. 2a. Ratio superior non est extra. vel supra ommam \ r Probatur contra Cousinium, qui contendit rationem super.orem esse medium, per quod Ratio Divina se cum ratione humana communicat 2, et contra Ontologos, secunJum quos rat.o superior est ratio absoluta, nempe ipsa Ra.0 D.v.na. In pr.mis, ratio superior eadem est facultas, ac •atio inter.or ; ergo sicut ista, ita etiam illa non est extra, el supra an.mam. 173. Practerea, Philosophi, quos hic refutamus, ideo :ontendunt rat.onem superiorem esse extra, aut supra aiimara, qu.a op.nantur immutabile non posse coLnosci >er ral.onem humanam, quæ est mutabilis. Atqui nedum epugnat, necesse est animam humanam per facultatem nutab.Iem cognoscere immutabile. Ergo horum philoso'horum senteut.a falso, et absurdo fundamento super 174. Probatur mmor. 1 Non repugnat animam humaam cognosccre immutabile per medium mutabile, nuia psa, cum res cognoscit, earum proprietates, et relalioes non creat, sed dumtaxal investigat, et dete P' 36 ct 37. Ci p. 137.-4 Cfs. Aug., De Trin., lib. XII, c. 7, n. 12, et alibi. sa non modo res intelligit, sed etiam illarum intellectiones revocat, et agnoscit. S. Bonaventura distinxit duplicem actum memoriæ intellectivæ, unum, quo anima speciem rei intellectæ in se retinet, alterum, quo reminiscitur rei per speciem repræsentatæ. Primus, aiente eodem sancto Doctore, est in anima instar habitus, quia potius statum, quam actionem significat, alter instar usus, quia per ipsum anima habitu memoriæ utitur. Præterea ille sine voluntatis nutu efficitur, hic fit ope reflexionis, et a voluntate pendet1. 176. Memoria intellectiva non est facultas, quæ ab intellectu specie differt, sed est quædam ipsius intellectus affectio 2. Probatur contra fere omnes recentes philosophos. Memoria intellectiva non est facultas ab ipso intellectu distincta, si duo, quos innuimus, eius actus ab ipso intellectu repeli possunt. Atqui illi duo actus memoriæ intellectivæ ab ipso intellectu suam repetunt originem. Ergo. 177. Probatur minor. 1° Retentio specierum intelligibilium, uti ab Aquinate observatum fuit, intellectui maxime convenit, quia, cum intellectus possibilis sit stabilioris naturæ, quam sensus, oportet, quod species in eo recepta stabilius recipiatur ; unde magis in eo possunt servari species, quam in parte sensitiva 3 . 2° Intellectus vi supra se suasque actiones reflectendi pollet ; hæ autem actiones in aliquo tempore existunt; ergo sicut cognoscere potest se in præsenti aliquid intelligere; ita cognoscere potest se atttea aliquid intellexisse 4. 178. Ex his perspicitur, cur memoria sensitiva sit quædam specialis facultas s, et non item memoria intellectiva. Nam specialis facultas constituitur ex obiecto, quod per se, et non ex obieclo, quod per accidens ad illam refertur. Atqui præteritum, prout est præteritum, cum sit particulare, et determinatum, refertur per se ad facultatem sentiendi ; ad facultatem autem intelligendi, cuius obiectum est indeterminatum, et universale, refertur dumtaxat per accidens, nempe quatenus ipsa supra suas actio i ln lib. II Sent. Dist. VII, part. 2, a. 1, q. 2 resol. 2 I, q. LXXIX, a. 7 c. 3 Qq. dispp., De Ver., q. X, a. 2 c. I, q. LXXIX, a. 6 ad. 2. 1A, zs^ivj&rs? sensiii? sit jnem ete „„„ es'se, ^S&S^S01^ ioSufoUsæSnCdei^!ematiS abn°rmitas 1-SS proposij JS" ^ ^^ • sensus, est facuhas inor ^z^r^t^T^ aræ ne aturas omnium rerna ma eriaM nTT,nte,,ieere posset !ectus est inlellisere „.;, m' £,taui Proprium in e in materi _rgo i„ ellectnm"^ l^ ''' qUæ habet sse pro ccrto habenflum est facuitatem rnorganicam 181. Probalur maior. Facultas m.a no~ „ •um exercetur, ad onnm „ reram^m,? ?a?-Uln T00" "natur, e. jr., visus aH ™i7, £ materialium deter '•Itasorganiea adc„„n„-^' ug°' S' in,el|ectus esset rnm matSun et Ce"e t? hanC ^ illain na'nram Rprrorr2.^ri^ ehet t nisHoafc8 " rT\Tl a,ind Per se ap^2S%SffZtt ei corpor™, ',-. eos d,.pB„Tit s. ThomaSj præcipue PP131-182. Cf p.,33-136. _ Cf p 4 p">.os. CnwsT. Compend. l .1 P" sensus non nisi singulare, et corporeum apprehendere potest1 E contrario, intellectus cognoscit essentiam qualita tibus sensilibus exutam 2, et ideo obiectum eius est im materiale 3, et universale4; quinimmo ex notiombus cssen tiarum rerum, quæ habent esse in materia ad not.one: rerum, quæ supra materiam sunt, assurgit \ Ergo obie ctum intellectus ab obiecto sensus ommno ditlert. 183 Probatur 2a pars. Anima res intelligere non, po test, nisi ope alicuius vis activæ, qua$ res actu intelhgi biles efficit, quia essentia, qualitatibus sensilibus exuta non actu, sed dumtaxat potentia in rebus est6; e contra rio anima ad res sentiendas non indiget ulla vi sentiend activa quæ res actu sensibiles efficiat1. Præterea, intel lectus,' cum aliquid intelligit, pati dicitur dumtaxat qui ab obiecto intelligibili reducitur a potentia ad actum; ser sus autem, cum aliquid sentit, pati dicitur etiam quia lrr mutatur organum, in quo facullas sentiens est. Insupe vehementia obiecti sensibilis sensum corrumpit; at veh - tigemas. exP°siulat, ut facultates appelendi in ABT.I.-De appetitu in universum spcclato £ sub r^JfaT'^""^0 appeti malum> "O" PPe, Ut n?Ta Sed '^, sive^,acwoW, iOBBitur mJV. L ^35' fIualenus "onum, cum quo W? J rramilunraraag,E"Tt,|Ur' "T bouum' ouod "lil cihnm 7, fc\ &• leo occidens cervum in ;88 I ann t?tuiU°nCOn,,UnSi,l,r °Ccisi0 a"ima " >peciraiumPfaCI?l,a,.nqUatT constitu't quoddam ge rinRuilur b "S,„ ;• d,C,,tUr " ' V "omfue an appetatu simphnter naturali. Appelitus elicitus est ille, quo anima ex cognitione sibi propria se movet, sive inclinat ad bonum1. Hinc, aiente s. Ihoma, desiderium in rebus cognoscentibus sequitur cogmtionem 2 . Appetitus simpliciter naturalis est, quo res, quæ cognitione destituuntur, tendunt ad finem suum 3 per inclinationem sibi propriam, quam Deus, auctor naturæ, unicuique illarum indidit ; ita ut cognitio obiecti, quod appetunt, non sit in ipsis, sed in Deo, qui ipsas m proprium finem ordinavit . Hic appetitus naturalis non est in anima quædam specialis facultas, sed, ut alibi diximus5, est communis omnibus animæ potentiis, prout hæ sunt quædam res naturales, et efficit, ut ipsæ ad exercitium actionum sibi propriarum naturaliter lnchnent. 189. Appetitus eliciti duæ species sunt, scihcet sensi tivus et intellectivus, quia cognitio obiecti, ex qua appe titus elicitus exoritur, nonnisi sensitiva, vel intellectiva esse polest. Appelitus sensitivus est, quo res obiectum lta appetunt, ut ipsum percipiant, nec tamen rationem, pro pter quam appetibile sit, cognoscant. Appetitus autem tn tellectivus, sive rationalis dicitur, quo res in obiectuu ideo inclinant, quod apprehendunt non solum ipsum, sec etiam convenientiam eius cum sui natura6. Ex his colli gitur 1° appetitum sensitivum esse proprium ammalium. quia ipsa appetunt illud, quod apprehendunt sibi utile; et delectabile, ita tamen, ut minime cognoscant rationem ob quam ipsum appetunt ; 2° appetitum rationalem ess( proprium naturarum, quæ ratione pollent, quia hæ co enoscunt non solum id, quod appetunt, sed etiam ratio nem, ob quam illud appetunt ; 3° in homine utrumqu aut turbatur. MM. Ex his, quæ diximus circa naturam appetitus iracibil.s, consequ.tur illum spectare ad defendendum ea, m quæ appetitu concupiscibili trahimur. Etenim, uti ex am dictis patet, cum concupiscimus aliquam rem dele ;">lem, cuius assecutio ardua est, exurgit appetitus rasc.bil.s ad ea amovenda, quæ illius conseculioni impe\ mento sunt, idque eo vehementiori præstat impetu, uo ma.or est cupiditas, qua in illam rem rapimur! Ea ropter appetitio irascibilis originem ducit ab eo, quod ppetitu concupiscibili expetimus, et desinit in tranquil loo11 m adePtionem, vel fruitionem 3. iJd. Appetitus sensitivus, sive concupiscibilis, sive ira ^1 Qq. dispp., De Ver., q. XXV, a. 2 ad 2. " /q/';LX^XI1' a' 5 C> Cf s' AuSEPadNebrid., Ep. IX n. 4 / Itb. III Sent., Dist. XXVI, q. I, a. 2 sol. l scibilis, brutis, atque hominibus, ut iam diximus , communis est. Attamen, prout in hominibus est, rationis imperio subditur; siquidem quilibet in seipso experitur, e. g., iram ex diversis rationis momentis concitari, vel augeri, vel comprimi2. Quapropter huiusmodi appetitus, prout in homine est, obediens rationi, atque participare aliqualiter libertatem voluntatis dicitur3. Illud autem advertendum est, rationem non omnino pro suo arbitratu appetitum sensitivum moderari posse, tnm quia in illius actum influit organum corporeum, cuius conslitutio, atque habiludo non pendent a ratione, tum quia interdum actus huiusce appetitus ex apprehensione sensitiva subito concitatur, ac proinde antevertit regimen rationis . III. De appetitu rationali, sive de voluntate, et primum de eius obiecto 194. Appetitus rationalis est, uti diximus, inclinatio ad prosequendum bonum ratione apprehensum. Iam hæc facultas ea est, quæ voluntas nuncupatur. Voluntas, inquit s. Thomas, est appetitus quidam rationalis5 . 195. Girca obiectum voluntatis, nempe bonum rationt apprehensum, hæc adnotanda sunt : 1° Obiectum proprium voluntatis est bonum absolute 6 , nempe universe acceptum, quia universale est illud, quod proprie a ratione apprehenditur. Hinc voluntas non inclinat ad hoc, vel ad illud determinatum bo num, sed ad quodlibet ens inclinare potest, quia omne ens ex eo, quod est, parliceps estcommunis rationis boni 2° Gum dicitur obiectum voluntatis esse bonum rationt apprehensum, illud etiam significatur, quod bonum, cui voluntas adhæret, ita percipitur, ut in eo deprehendatui i . I, q. LXXXI, a. 3 c. 3 In lib. III Sent., Dist. XII, q. I, a. 1 sol. la 2æ, q. XVII, a. 7 c. 3 Ibid., q. VIII, a. 1 c. Hæc definitio voluntatis a plerisque nu peris Philosophis reiicitur, quia putant omnem appetitum esse neces sarium, ac proinde voluntatem, si cum appetitu rationali confur-da tur, necessariam, non liheram dicendam fore. At nos omnino nega mus omnem appetitum esse necessarium, quia appetitus rationalis e. eo, quod est rationalis, liber est, cum ratio, ut mox oste ndemus, si radix libertatis, sive in causa sit, cur voluntas libertate gaudeat 6 Qq. dispp., De Ver., q. XXV, a. 1 ad 6. M jipsa ratio bonitatis, sive convenientiæ, quam habet cum propria natura. cc Si aliquod bonum, inquit s. Thomas, Iproponatur, quod apprehendatur in ratione bonl, nonau|lem in rat.one convenientis, non movebit voluntatem . 6 Uonum, in quod volnntas fertur, reale, vel adparens psse potesl, volunlas enim interdum fertur in aliquid veliiit. bonum quod revera malum est, quia intellectus illud veluti bonum ipsi exhibet. Quare dicendum non est pum Saisselo 3, voluntatem interdum ferri versus malum, forout rnalum est, sed potius voluntatem interdum fcrri taftos malum, quod sub ratione boni apprehenditur. 4 Voluntatis obiectum non solum in fine \ sed etiam n medns ad finem consistit; e. g., possumus non solum elle samtatem, sed et.am deambulationem, tamquam me lum ad assequendam sanitatem. Medium autem dicitur yoktum secundarium, et finis volitum principale, et causa ytendt, qu.a finis est causa, cur media velimus. Rursus ! ausa quæri potcst, cur ipsos fines veiimus, e. ff., cur elimus sanUatem; quocirca, ne infinitus progressus cau arum sine principio existere dicatur, admittendus est fi is,, qui ad alium referri non potest, sed simpliciter, et bso ule propter se appetitur, et rationem continet, cur etera omn.a appetantur. Hic finis ultimus nuncupatur 6. Art. IV. De aclu voluntatis \}^'nt^\S volun!atis> .nemPe voluntarium, ita definitur: ictto ab mterno pnnapio procedens cum cognitione finis ' 13 c'b mterm Pnneipio procedens significant actum ?m vppK. CX Pr°Pr,a vo,untatis inclinatione. Illa au n erba cum cognitione finis denotant actionem volun i vol. ?i"Vn ?b,ectum> 9uod apprehenditur veluti finis, V/, l qUOd aCt,° SDectat' et cuius gratia fit8 W. Voluntano oppon.tur involuntarium et £on ™/tm. Involuntar.um dicilur illud, quod non solum non Met a voluntate, sed etiam huius inclinationi repuguat 5 $'J!SPP\?° mal0> VI> • unic. c. l" 2æ, q. XIII, a. 5 ad 2. 1K&^J& "a Tll'Z' l ad 3' Gt C°ntr' • Iib' • ' a., c Huiusmodi, e. g., est actio, quæ fit per violentiam, sive coactionem, hoc est, ab exteriori principio oritur, obsistente voluntate, cuiusmodi est motus illius, qui ab equo rapitur, ut in vincula coniiciatur. Non voluntarium autem dicitur illud, quod a voluntate non proficiscitur, sed tamen voluntas ei non adversatur; e. g., non voluntarii sunt actus facultatum vegetanlium ; hi enim, cum sine ulla prævia cognitione fiant, a voluntate non proficiscuntur, nec tamen voluntas ipsis adversatur. Voluntas, prout refertur ad involuntarium, dicitur nolle, idest velle non aliquid. Nolo hoc, idest, volo hoc non esse l ; prout autem refertur ad non voluntarium, dicitur non velle, nam non voluntarium in mera negatione voluntarii consistit. 198. Ex definitione, quam tradidimus, actus voluntarii facile est intelligere, quid inter voluntarium, et spontaneum intersit. Spontanea dicitur actio, quæ ab interno quidem principio proficiscitur, prævia cognitione, qua apprehenditur obiectum, ita tamen, ut non cognoscatur relatio inter obiectum, atque actionem, quæ ad illud ordinem habet. Voluntaria autem, si prævia cognitio eiusmodi est, ut non solum apprehendatur res, quæ est finis, sed etiam cognoscatur ratio finis, et proportio eius, quod ordinatur ad finem 2 . Ex his colligitur 1° discrimen inter voluntarium, et spontaneum ex eo oriri, quod cognitio, quæ actui præcedit, perfecta, aut imperfecta est; 2° Spontaneitatem in actibus quoque appetitus sensitivi sine concursu voluntatis locum habere, et actionibus quoque brutorum attribui, e. g., canis, audita heri voce, sua sponte ad eum accedere dicitur; 3° turpiter errasse Cousinium, qui actiones spontaneas non solum liberas, sed maxime iiberas esse contendit3; cum enim acdones spontaneæ etiam brutis conveniant, ipsæ perfecfe voluntariæ esse non possunl; tantum abest, ut omnium maxime liberæ sint. 199. Denique actus voluntarius in elicitum, atque imperatum distinguitur. Actus eliciti sunt, qui per se ad volunlatem pertinent, ab eaque tamquam actiones eius pro 1 In lib. I Sent., Dist. VI, Exposit. text. 2 4a 2æ} q VI a> 2 c# 3 Vid. Fragm., Pref. et la lre edit. Cousinio adstipulatus est Saissetus, Diction. phil., art. Libertd. Jgg ; priæ immediate producuntur ; e. s., velle eliære m sentire. Imperati dicuntur illi qui%'er alias Sates a' voluntate motas perficiuntur, 'ita ut%d volunUtem SDe: ctent non prout ab ipsa producuntur, sed prouT psa movet al,as potent.as ad exerendos aclus sibi proprios ' V. De causis, quæ Toluntatem ad suum actum raovent 200. lllud moveri dicitur, quod cum sit in potentia ad plura, reduc.tur .n actum p\r aliquid, quod est ac tf larn voluntas, æque ac quælibet animæ flcultas es in potenna tum quoad exercitationem actus, scilicet prout es" n potenha ad agere, vel non agere, tum quoad mrtfe itionem, s.ve determinationem aclus, nemp^e prouTe 1 "„" -potenha ad agere hoc, vel illud. Quare volunUs ind t ahquo, quod eam moveat tum ad exercitationem, umad determinat.onem actus2. ™ eS?mJdr7niS,',°bieCtUm ab intdleet apprehensum illud I Probatur Appetitus non est nisi boni, ouod sibi ner preS mTstPr°POnitUr3 >>! W™° et bonEm Tneinm,; m°u?"S aPP,e"(m ; alqui aclus, ut æpe nnu.mus ex obiecto, ad quod fertur, speciem suam sum.t, ergo ob.ectum, sive bonum cognitum est fflo? imoiTaflr|Tna.,Ur,.actus voluntatis,8sive voTun. tem i 209 p deter,m'nat.onera actus. nr^„L0i)'.,2a' Volunlas in quibusdam suis actibus ab appetilu sensilivo movetur ex parte obiecti. Ilnnr°a'"[' Voluntas movetur ab apprehensione obiecti, TTnyZtTi Cl eonvenien.tisA.qui apprenhensio bon ivi VZ v ' P.°teSt mUlari CX motibus PPCtitus sensiPclUu senshS ' ^" m°VCri Potest ab P" loS" fxtTrn,miTC°gni,i0 boni' ct onvenicn.is non 1i ."..d V° ble,Ctl natu,ra' auam intelleclus deprehen, sed et.am ex d.versa habitudine hominis pendet. Al 1 i," 2M' '• '• • 1 ad 2. 1 2æ n IX a 1 c, V qp., />e F.r., q. XX.V, a. 2 c. Cf 'p. 163. Wpp. cu., q. XXII, a. 2 c. qui motus appetitus sensitivi habitudinem hominis variant. Ergo ex ipsis efficitur, ut cognitio boni, et convenientis mutetur. E. g., illud, quod videtur conveniens ei, qui ira flagrat, huiusmodi non iudicatur ab eo, qui pacato est animo 1. 204. Diximus 1° in quibusdam actibus; nam sunt multi actus voluntatis, in quibus appetitus sensitivus nullam habet partem. Huiusmodi sunt, e. g., amor iustitiæ, amor veritatis, aliique id genus. Diximus 2° ex parte obiecti, ut intelligatur appetitum sensitivum nihil in voluntatem directe agere, quia ipse est potentia voluntate inferior2. 205. 3a. Voluntas ad exercitationem actus tum a seipsa, tum a Deo movetur 3. Probatur la pars. In volitionibus finis est illud, in quod voluntas primo intendit; quapropter in volitionibus finis merito comparatur cum eo, quod in iis, quæ ab intellectu cognoscuntur, dicitur principium. Atqui intellectus ex assensu principiorum seipsum movet ad assentiendum conclusionibus. Ergo voluntas ex volitione finis seipsam movet ad volitionem eorum,quibus finem consequi potest4. 206. Ex qua argumentatione deducitur nullam repugnantiam in eo agnoscendam esse, quod voluntas seipsam movet, quasi sit simul in actu, prout se movet, atque in potentia, prout movetur; nam, ut inquit s. Thomas, cc non secundum idem voluntas est in actu, et in potentia, sed in quantum actu vult finem, reducit se de potentia in actum respectu eorum, quæ sunt ad finem, ut scilicet actu ea velit 5 . 207. Quod si quæratur, quid sit, quo voluntas, in aliquem finem intendens, seipsam moveat circa ea, quæ sunt ad finem, respondetur illud consistere in eo, quod voluntas inlendens in aliquem finem, vult, ut intellectus institttat consultationem, sive illam actionem, qua intelleetus media investigat, eorumque utilitatem ponderat. Et sane, cum voluntas aliquem finem sibi præstituit, e. g., sanitatem, opus ei est eligere medium ad illius consecutionem opportunum, e. g., potionem; et hæc electio, ut postea di la 2æ, q. LXXVII, a. 1. 2 i, q. CXI, a. 2 ad 3. 3 ia 2æ, q. LXXX, a. 1 c. 4 Qq. dispp., De malo, q. VI, a. unic. c. s ia 2æ, q. IX, a. 3 ad 1.cemus, haberi non potest sine præcedenti consullalione intellectus. Alqu. hæc consultatio intellectus a voluntate imperatur. Ergo voluntas est, ex qua aclio circa electionem med.orum exordium habet, ac proinde seipsam ad ea, quæ suntad finem, movere iure fticilur. Voluntatem acc.p.end. pol.onem præccdit consilium, quod quidem proced, ex voluntate volentis consiliari .sl ^luntas ad primum actum seipsam mnverel, hæc vol.t.o præviam consultationem intellectus lT alia0nvoU H tl0.?liam ^T"^ ^iuia^, et . ursu nliM? . v,a'!am consultationem, ct hæc alia con ^o ie consail|ni(?J,t,0nem1' et sic, iv, '., Qldispp., De malo clinatio naturalis. Solus autem Deus est, qui potentiam volendi tribuit creaturæ: quia ipse solus est auctor intellectualis naturæ. Libertalis nomine hic venit illa voluntatis proprietas, per quam ipsa in suis actibus exerendis a necessitate est immunis. Duplex autem, cum de libertate voluntatis humanæ quæstio est, necessitas distinguitur, scilicet externa, atque interna. Necessilas externa, sive coactio, est quæ ab externo principio infertur alicui contra propriam ipsius inclinationem. Necessitas autem interna consistit in quadam propensione,,qua agens impellitur ex propria sua natura ad aliquid prosequendum, unde necessitas naturæ etiam appellari solet. Hinc duplex libertas dislinguitur, nempe libertas a coactione, et libertas a necessitate naturæ. Illa tantummodo externam vim excludit, qua voluntas hominis invita, ac reluctans contra propensionem suam ad actus impelli possit. Hæc autem excludit quamcumque vim tum externam, tum internam, ita ut voluntas prorsus domina sit actuum suorum; unde etiam libertas arbitrii, vel liberum arbitrium appellari solet. His præstitutis, inquirendum in primis est, utrum voluntas libertate a coactione gaudeat. Voluntas in singulis actibus sui propriis, et intrinsecis libera est a coactione. Probatur. Si actus proprius voluntatis fieret per coactionem, nempe a vi extrinseca cogeretur, ipse secundum, et contra inclinationem voluntatis simul esset ; scilicet esset secundum inclinationem voluntatis, quia actus proprius volunlatis in eo consistit, quod voluntas in aliquid inclinat, perinde ac quidquam naturale alicui rei esse dicitur, si inclinationi naturæ eius sit consentaneum; esset autem contra inclinationem voluntatis, quia id, quod per coactionem fieri dicitur, inclinationi voluntatis adversatur 2. Atqui aliquid secundum, et contra inclinationem volunlalis fieri repugnat. Ergo actusproprius voluntatis a quadam vi extrinseca cogi repugnat, ac proinde voluntas in actibus sui propriis libera est a coactione 3. 1 I, q. CVI, a. 2 c Cf p. 167.— 3 Cf s. Anselm., De lib. arb. c. 6. 212. Hanc veritatem intima cuiusque experientia conl firmat; siquidem quisquis vel plebeius conscius sibi est se I a nulla vi extrinseca impelli posse, ut velit quod non vult aut noht quod vult. Diximus in actibus sui propriis, et intrinsecis; nam violentia mferri potest in actus, qui a voluntate imperantur, et sme membris corporis perfici nequeunt. At vero violentia in hos actus infertur, non quatenus ipsi actus, qui a voluntate promanant, efficiuntur per coactionem, sed quatenus membra corporis impediuntur, ne voluntatis lmpenum exequantur. E. g., sume aliquem ad supplicium trahi; certe tota vis, et coactio trahentis numquam etticiet, ut ille velit ad supplicium trahi, aut nolit id, ' quo opus est, ut ad supplicium non trahatur2. Quod si reus ahquando suppliciorum immanilate defatigatus conhtetur crimen ab se patratum, voluntas eius revera non cogitur, quia ipse reipsa vult hanc confessionem, quum lllam mstar boni apprehendat, nempe tamquam opportunam fmiendis tormentis. Hinc fit, ut reus, etiamsi permulta, et exquisita tormenta patiatur, tamen possit numquam suum animum inducere ad illam confessionem, si nullam boni rationem in ea deprehendit 3. VII.— Declaratur nalura libeitatis arbitrii 214. Libertas arbitrii, ut s. Thomas inquit, eonsistit in potcstate ahquid eligendi ; nam libertas arbitrii, ut diximus, reddit voluntatem immunem a quavis naturali neccssitate, ac proinde cfficit, ut ipsa dominetur suis actiuus ; voluntas autem suis actibus dominari diciturex eo quod potest hoc, vel illud eligere0. 215. Ex eo autem, quod libertas arbitrii consistit in electione, sive, ut idem s. Thomas inquit, in præacceptione unius respectu alterius\ deducitur contra Waddigtonumtvastum, ahosque, libertatem arbitrii, prout homini conven,^c potest, expostulare momentorum consultationem, seu deliberationem, quæ constituitur exeo, quod volun 1 l!.fe' q' VI' a' 4 c' 2 Ibid; loc cit. iW., q. cit., a. 6 ad 1. I, q. , a. 3 c. ) ia &e172' 6 !^LXXXII, a. i ad 3. 1 ^, q. XIII, a. 2 c— De V ame humaine, c. 5, sect. 2. tas, cum intendit in aliquem finem, investigat naturam mediorum, eorumque utilitatem ad illum finem assequendum. Et sane, non potest unum præ alio medio eligi, nisi natura mediorum, eorumque utilitas ad finem assequendum agnoscantur. Atqui homines hæc nonnisi per ratiocinationem, ac proinde per deliberationem cognoscere possunt. Ergo deliberatio est accidens necessarium libertatis humanæ . 216. Libertas arbitrii vocatur etiam libertas indifferentiæ, quo nomine significatur eum, qui agit libertate arbitrii, non esse delerminatum ad unum, sed dum unum agit, aliud quoque agere posse. 217. Hæc autem indifferentia versari potest vel circa actum, quatenus voluntas potest velle, vel non velle; vel circa obiectum, quatenus voluntas velle potest hoc, vel eius oppositum, vel aliud quidpiam2. Hinc exurgit distinctio libertatis indifferentiæ in libertatem contradictionis, contrarietatis, et specificationis. Libertas contradictionis, vel exercitii consistit in eo, quod in potestate voluntatis est elicere, vel non elicere aliquem actum, e. g., amare vel non amare aliquid ; libertas contrarietatis consistit in eo, quod voluntas potest velle aliquod obiectum, aut eius oppositum; libertas specificationis consistit in eo, quod voluntas potest velie hoc, aut quidpiam aliud. 218. At vero, indifferentia, quæ contradictionis dicitur, ad libertatis essentiam constituendam sufficit ; nam, etsi voluntas non possit agere contrarium, vel quidpiam aliud, tamen, dummodo possit actiones suas elicere, vel ab eis abstinere, sui iuris est, et dominium in actiones ipsas exercet 3 219. Præterea, indifferentia considerari potest etiam ex illa parte, quatenus actiones ad ultimum finem spectant, nempe in quantum voluntas potest appetere id, quod secundum veritatem in debitum finem ordinatur, vel secundum apparentiam tantum 4 . Si indifferentia ex hac 4 ln lib. I Sent.y Dist. XI, q. I, a. 2 sol. Exinde magis patescit error Cousinii, qui, ut diximus (p. 168), actiones spontaneas cum liberis confundit. 2 Qq. dispp., De Ver., q. , a. 6 c. 3 Contr. Gent., lib. II, c. 47. Qq. dispp., De Ver., loc. cit. parte considerctur, inde illa liberlas cxurgit, quæ in n0testate rccte, aut prave agendi consislit. h 9 P 220. Hæc autem indifferentia recte, vel nrave asendi p' :::,,beri arbitrii,?°n n™il™ -•• VS£ sP. nnLr^dnYii 've peccandi a fine, ad quem liber.as debertatl''pH Lt? |,r,°lnde n°" SPectal ad senliam li "t 0,n'rP Lr,-,amT(l"am Vl.t,um libertatis habenda esi . yuare lpsa, uti s. Thomas inqu (, non nisi aliauod Hgnum hbcnatis est, sicut acgriludo esl signum vilal" Abt. Vlll.-lnquirilur, an sit in hominc libertas indifferenliæ Declarata natura liberlalis indifferenliæ, inquirendum esl, ntrum ea voluntali humanæ concedenda si. i&y frop. 1 . Vohmlas non est libera liberlate indiffi ezf bonum universate' et ^oizT^tat pr1till!rnmC,U nonbet.natUraC PrJ°prium eSt au -clo ?o,a S 1 .possibihtas, sive eapacitas subditur >. Ergo voluntas . .1 m;rm.U,mnerSa,e' Ct Perfec,um nnNun^domi um ^r^^ff„s3£ po,est- ac proiude I "> Ub. II Sent. Dist. XXV, q. I, a. i ad 2. Cf s. Anseln,., ]>e lib. arb., c. 1. ' CfSs TAu"Inf1' m' "v8 ad,n-4 Q(lWDe ^">. 2a. Voluntas circa bona particularia gaudet libertate indifferentiæ. Probatur. lllud obiectum ex necessitate voluntatem movet, quod est ipsi adæquatum, nempe in quo nulla ratio mali apprehendi potest . Atqui huiusmodi non sunt bona particularia, quia in omnibus particularibus bonis potest [intellectus) considerare rationem boni alicuius, et defectum alicuius boni, quod habet rationem mali . Ergo bona particularia voluntatem ex necessitate movere non possunt ; ac proinde voluntas ita ea vult, ut potestatem ea non volendi habeat 2. 224. Præterea, voluntas tendit ad bona particularia non per modum naturæ 3. Atqui voluntatem tendere ad aliquid non per modum naturæ, idem est, ac ipsam non esse determinatam ad illud, eo modo, quo causæ naturales sunt determinatæ ad unum. Ergo voluntas circa bona particularia gaudet vi electionisf seu libertate indifferentiæ. 225. Maior ita demonstratur. Voluntas per modum naturæ tendit ad beatitatem, et ad media, quæ cum illa necessario coiligantur. Atqui bona particularia non constituunt beatitudinem, ipsaque vel non sunt media, quæ cum illa necessario colligantur, vel, etsi quædam eorum ad illam necessario referantur, tamen hæc relatio evidens nobis non est, quia omnes quidem norunt beatitudinem esse perfectum bonum, sed nemo, dum in hac vita versatur, naturaliter apprehendere potest obiectum illud reale, quod beatitudinem reipsa constituit, nempe Deum, uti in seipso est, perfectum bonum. Ergo voluntas ad bona particularia non tendit per modum naturæ . i la 2æ, q. XIII, a. 6 c. Ibid., q. X, a. 2 c. 3 Qq. dispp. De Ver., q. , a. 4 c. I, q. LXXXII, a. 2 c. Exinde intelligitur, cur voluntas hominis, dum homo in hac vita versatur, non ex naturæ necessitate, sed ex propria determinatione ad Dei amorem feratur. Etenim Deus, ut inquit Caietanus (in cit. 2 q. 82), etsi sit in se maius, et eminentius universale bonum, quam beatitudo in communi tamen non est evidens, et apparens nobis sub tali ratione, sicu beatitudo . Ex quo fit, ut iudicium, quo ratio decernit Deum a mandum esse, fiat cum indifferentia, scilicet ita ut aliter etian fieri possit ; quocirca volitio, quæ consequitur hoc iudicium, noi determinatur ex necessitate naturæ. Deus, inquit s. Thomas, du pliciter potest considerari, vel in se, vel in effectibus suis. In s quidem, cum sit ipsa essentia bonitatis, non potest non diligi; un Argumenta, quibus voluntatem liberlale indifferen mæsCUn.Ca, ;°"a particularia Pudere oslendimus, adeo fi"ma sunt, ut rem plane definiant ; ipsa enim a pronria ac inl.ma e.us natura petita sunt. Sed quoniam omnibus AVll, et XVI I, puta Hobbesio, Collinsio, Bavleo Helve tm, Lamelno nihil magis cordi fuit, quam iit hoc Capita e dogma e.hicæ, et Theologiæ tollerent, a ia argu.mena ad..cere luvabit, quæ non quidem solidius sed Inculent.us I.bertatis existenliam patefaciunt. fJ..i,.?S a,expeJrientia J"culenter edocemur nobis inesse tacultalem el.gend. unum præ alio. E. g., interna exnenent.a compertum mibi est! me ila velle tleambulafionem ut possim eam non vellc, brachium ita movere TZl i du|S:erere'.n {? '° ^ ? ' \J^™ sit otio iiduigcre Jn hls, sexcentisque aliis volitionibus tanta e aaue Zt n°Stra eli?endi P°tCSlate couscii snmus? tanomfnio lh;:,a expen,nur 'Psas Ple° uustræ voluntatis omuuo sub.ic, ut .n antecessum eas disponere, et nræ fe-wn".?^ F,qUi in, haC eligendl' P°teState libertas roimi cons.stit. Lrgo voluntatem noslram liberlate ar iusdern0?^." Cer'° CCr,iuSest Accedit 'luod 'eslimonio ins em inl.mæ exper.ent.æ novimus animam noslram ob benc gestas gaudio perfundi, et si quando fiaSitium lu, dam patrar.t, acu.is slimulis tangi,' tædioque8 labe Mlari. Alqui an.ma has aflcctiones voluptalis, aut lædii ;,::nceee.per,reu,r' nisi sfipsam prorsus ^ en,u i i ',' ' reip,S-a nU}]T tædii affectionem cxpe'mur s. pai,.amus .,|lquoc, flagitium ex ignoranlia, aut CDroin0! ' ^,0,03"1 ctl° "on fit cum deliberalione, } „P0'ulnde uon est l.bcra. Ergo. L>ctaHis cmmVlern/,S,eX ai>SUrdis °PP°sitæ sententiæ con 1 s comprobatur. Eten.m, ut s. Augustinus argu '" .tur, sublata libertate, doctrina morum ruil; si enim _necess,late fac.mus quidquid facimus, nullum rema ab 1 omnibus videntibus Eum per cssentiam diligitur et ibi ooan æcent m' 'T8''" vol"ntati. ^ut poenæ iUatæ, vel . Aug., De actis cum Felice Manichæo, lib. II, c. 8. Philos. Ciirist. Compend. I.i jg net discrimen inter virtutem, et vitium ; neque legibus, obiurgationibus, laudibus, poenis, et præmiis ullus restaret locus 2, quia his omnibus locus esse nequit, nisi actus ita in nostra potestate sint, ut illos pro arbitratu nostro ponere, vel non ponere possimus. Insuper ruunt cuiuslibet civitatis fundamenta, quippe quod, ut modo diximus, nullius momenti evadunt leges, præmia, et poenæ, quorum præsidiis civitas munitur; necnon contractus, et foedera, quibus cives inter sese vinciuntur; hæc enim eadem necessitate violarentur, qua fuissent instituta. Demqua ruit quævis religio ; nam si homines libertate carent, nullis officiis erga Deum obstringuntur, nullumque illi culjum exhibere tenentur. Quamobrem qui hominem libertate expoliat, eum simul domo, civitate, religione destituit, belluisque prorsus exæquat. 3° Denique eidem veritati non parum robons additur ex universali hominum consensione. Re quidem vera, omnes homines cum docti, tum indocti in asserenda hbertate indifferentiæ mirifice consentiunt; nam omnes solent consultationes instituere de rebus agendis, ineunt pacta, agnoscunt difFerentiam inter honestas, et pravas actiones, aliaque huiusmodi, quibus, sublata libertate, locus esse non posset 3. Quod si nonnulli libertatem voluntati denegant, hi admodum perpauci sunt, atque ipsi, licet hbertatem verbis denegent, tamen eam opere docent. Nam, ut Eusebius iam advertit \ ipsi libertatis osores de rebu s faciendis deliberant, aliorum facinora aut laudant, aut vituperant, filios admonent, poenis afficiunt, et ad bonam frugem revocare conantur. Quare ipsi suam sententiam operibus destruunt, et sibimetipsis contradicunt. IX. Quomodo liberi actus voluntatis ab intelleclu pendeant 227 . Tres sunt circa hanc quæstionem Philosophorum sententiæ. Sunt, qui cum Kingio,archiepiscopo Dublinensi, contendunt voluntatem eligere aliquod obiectum sine ullo motivo, nempe sine prævio iudicio, quo intellectus bom 1 Lib. De duab. Anim., c. 12, n. 17. 2 De Civ. Dei, lib. V, c. 9. 5 Cf eumdem s. Aug., Lib. De duab. Anim., c. 11, n. 13. De præp. evang., lib. VII, c. 7. tatem et convenientiam illius obiecti pronuntief quinimmo a.oJ udicum „„„ p„e,|„;,„d,„M „|„™UZ, „b ffl!9. lertia senlenlia eorum esf nni ^..m . tl .nt e,eClio„em voluntatis iE",Ar. idico feta u ab hoc omnmo determinetnr i™,,1 ™i„ J1,^necius, a s^treliei Ut^auif^1"'6' qU°d C^: minatur, es"]i£nlqU,a 'Ud,C1Um' a 0U0 vo,u"^ e 230. la. Voluntas humana non potest artv h. ffir:oXfderm?e ^ w/o ^ ~rj fiuuaiur contra detensores pnmæ senfpnfiio Vr,i.. prehenderet i i oWecto I'1^' q.u,n inte,,^tus rra n,,u ! or),ecto "Ham speciem bonitatis in rca nullum ob.ectum versaretur Afnui hZ Y i P •U " in W 5£" versar i. Ergo fieri "eqaif^ dicio,le boni,ie e n „ mome,.Uo> ™Pe sive pracvio lerminetur ° convement.a ob.ecti ad actus suos . 2a. Posito iudicio, quo intellectus aliquid faciendum vel non faciendum esse decrevit, voluntas non potest manere indifferens ad agendum secundum, vel contra illud. Probatur contra propugnatores secundæ sententiæ. Si postquam intellectus decrevit aliquid esse faciendum, vel non faciendum, voluntas se determinare posset ad oppositum, huiusmodi determinatio destitueretur omni rationis momento, sive motivo, quia nulla ratio foret, cur voluntas se ad oppositum determinaret. Neque dici potest hoc motivum agnoscendum esse in eo, quod voluntasita vult: nam, quemadmodum s. Thomas apposite advertit, velle est quidam motus tendens in aliquid, ac proinde stultum est dicere quod aliquis appetat propter appetere S nempe voluntatem velle propter ipsum velle. Atqui, uti in præcedenti propositione ostensum est, voluntas non potest se ad aliquid determinare sine motivo. Ergo, posito iudicio, quo intellectus aliquid faciendum, vel non faciendum esse decrevit, voluntas non potest se determinare ad oppositum. 233. Refutatis duabus prioribus sententiis, (.ertiam propugnandam suscipimus. Ut autem perspicuitati consulamus, nonnulla præmonenda esse censemus, 1° Certum est voluntatem non posse eligere quidpiam sine prævio iudicio rationis, quia ipsa est appetilus rationalis, eiusque obiectum est quoddam bonum, quod intellectus iudicat consentaneum esse nostræ naturæ 2. 2° ludicium, ex quo voluntas ad electionem movetur, est iudicium practicum, non vero speculativum; nam iudicium speculativum consistit in apprehensione veri, ac proinde non potest movere voluntatem, cuius obiectum est bonum, ad operationem eligendam 3. 3° Huiusmodi iudicium practicum nequit esse universale, et indeterminatum, quia operatio, sive electio voluntatis est aliquid determinatum, et particulare, ideoque ex iudicio indeterminato, et universali oriri non potest . larum actionum absoluta, et obiectiva bonitas, aut pravitas esset agnoscenda : id, quod philosophiæ morali prorsus adversatur. In lib. III De Anim., lect. XV. -' Cf p. 166. 8 la 2æ, q. XIX, a. 1 ad 2. In lib. III De Anim., lect. Quapropter iudicium, quod, tamquam motivum, ad actum electionis concurrit, est iudicium particulare, quod intellectus practicus, ut antea diximus, efficit ex applicatione principn universalis ad proprietatem concretam, et particularem ahcuius obiecti '. 4° Electioni voluntatis plura iudicia præcedere solent. Iam ex hisce iilud, quo intellectus, cunctis libratis, atque expensis, decernit hoc tandem eligendum esse, ad electionem voluntatis immediate concurrit, ac proinde ullimum vocatur 2. 5 Radix, sive subiectum libertatis est quidem ipsa voluntas ; nam voluntas naturaliter non determinatur, nisi ad bonum commune, ac proinde potest ex sua natura, nempe, ut inquit s. Thomas, nulla determinatione naturali in contranum prohibente 4 , ad diversa particularia bona iern. 6 At radix, sive causa libertatis est ratio ; ex hoc enim voluntas potest in diversa ferri, quia ratio potest naberc diversas conceptiones boni b ; nempe ideo voluntas circa bona particularia est libera, quia intellectus porest cre, sive hoc, vel illo modo, de bonis particularinus njdicare. Hinc homo non nisi ex eo, quod rationalis est, hbertale pollere dicitur 6, et discrimen inter eius operationes, et operationes brutorum, atque rerum naturalium non nisi in eo consistit, quod res naturales agunt absquc ludicio, bruta ex iudicio naturali, at non libero, bomines ex iudicio libero \ Præstat dilucidius hanc rem expheare, nempe iudicia, quæ ratio circa operabilia eflormat, esse libera. Operabilia sunt quidem contingentia. Atqui mtellectus libere cxerit iudicia, quæ versantur circa contmgentia; nam intellectus, ut diximus, ex terminorum comparatione de rebus iudicat, unde cum deprebefldit prædicatum ad essentiam subiecti perlinere, cogitur hoc, et non alio modo iudicare ; e contrario, cum æprehendit prædicatum cum subieclo haud necessario connecli, uti evenil in iis, quorum maleria est contingens, ad utramvis parlem inclinare polest. Ergo iudicia Circa operabilia sunt libera 8. Fatemur ultimum iudicium o gie156" ~2 Q De yi q XVI, a. 1 ad 15. K ^a oæ' q.[ a ad 2~ ContrGent-> h'bIH, c-48, n. 5. la 2e, lbld. _ c lf q. lxxxIII, a. 1 c. 7 lbid. i ibid. practicum esse determinalum, alioquin, ut paulo ante diximus, nulla voluntatis actio ipsum consequi posset; sed contendimus non esse absolute necessarium, quia intellectus ita iudicat, ut potuisset secus iudicare, quemadmodum in enunciationihus probabilibus mens ita inhæret uni parti, ut alteri etiam adhærere potuisset. 234. His præstitutis, demonstramus sequentem Voluntas non potest quidqnam agere contra illud, quod intellectus ultimo iudicio practico decernit '; neque id eius libertati obest. Probatur prima pars. Motivum, quo voluntas aliquid eligit, non nisi ultimum iudicium practicum intellectus, uti iam ostendimus, esse potest; quapropter, si voluntas posset eligere aliud ac illud, quod per huiusmodi iudicinm ab intellectu sibi proponitur, electio voluntatis sine motivo existeret. Atqui, uti etiam demonstravimus 2, absurdum est electionem voluntatis absque motivo existere. Ergo. Probatur altera pars. Radix libertatis, sicut causa, invenitur in prævio iudicio intellectus; quapropter, etiamsi voluntas contra ultimum iudicium practicum sese deter. minare non possit, tamen eius actus sunt liberi, dummodo consequantur iudicium liberum, nempe eiusmodi, ut aliter fieri potuisset. Atqui, ut iam ostensum nobis est, actus voluntatis consequuntur iudicium, quod aliter fieri potuisset. Ergo ex eo, quod voluntas non potest quidquam agere contra illud, quod intellectus ultimo suo iudicio practico decernit, nihil, quod eius libertati obest, elici potest. ld ex eo confirmatur, quod voluntas, ut s. Bonaventura inquit 3, non sequitur principaliter actum alienum {nempe intellectus), imo potius actum alienum trahit ad proprium ; videlicet, ipsa voluntas in consilium adhibet intellectum, eiusque attentionem ad hoc potius, quam ad aliud contemplandum convertit; atque ita efficit, ut intellectus hoc potius, quam aliud iudicium practicum pronuntiet. Si igitur ex voluntatis imperio in Qq. dispp., De Ver., q. XXIV, a. 2 c. Sanctus Doctor hoc ii loco quoque observavit electiones illas, quæ fieri videntur contre illud, quod intellectus iudicat, contrarias esse iudicio practico uni versali, at non illi, quod ultimum dicitur. 2 179. 3 In lib. II Sent., Dist. , p. I, a. un., q. 6 ad arg. tellectus ultimum iudicium practicum pronuntiat, dicendum cst actum voluntatis, qui illud iudicium conscquitur, non esse necessarium, nisi necessitate consequenti, illa scilicet, qua eo ipso, quo voluntas aliquid vult, non potest simul ipsum non velle '. X. Obiectiones Fatalistarum 2 exsufflantur 235. Obiic. 1° Voluntas non potest incipere velle quod antea non volebat, nisi ab aliquo agente extrinseco moveatur, quia nihil a semetipso incipere potesl. Atqui, si voluntas ab aliquo agente extrinseco movetur, cius actiones liberæ dici nequeunt. Ergo. 236. Resp. Dist. min. ; si agens extrinsecum moveret voluntatem necessario, conc. min., secus, neg. min. Neg. cons. Et sane, nomine agentis extrinseci, a quo voluntas movctur, vel intelliguntur obiecta extrinseca, quæ incurrunt in sensus, vel Deus ipse prima omnium motuum cau 1 Ii, qui huic circa libertatis originem sententiæ adversantur, progressum consultationum, et volitionum in infinitum in ea admitti arbitrantur, quia omni volitioni aliqua consultatio, et omni consultationi, quippe quæ voluntaria est, aliqua voJitio præcedere deberet. At ipsi crrore decipiuntur. Etenim probe distinguere oportet ætum, cuius vi consultatio suscipitur, ab actibus, qui ipsam constituunt. Si primum spectetur, consultatio procul dubio a voluntatc pendet, quippe quod hæc intellectum determinat ad ea media inquirenda, quæ ad finem sibi propositum assequendum idonea sunt. Ast hac in re progressus in infinitum pertimescendus non est, quia id, quod primo movet voluntatem, et intellectum ad exercitium actus, est Deus. (Cf p. 171 ; cf etiam I, q. , a. 4 ad 3, et la 2æ, q. XVII, a. 5 ad 3.) Quod si actus, qui consultationom constituunt, considerentur, hi consistunt in variis iudiciis, quæ circa media opportuna ad aliquem finem assequendum efliciuntur, et quoniam versantur circa media, quæ non præseferunt necessariam cum fine connexionem, ex sui natura non vero ex voluntatis motione sunt libera, seu indifferentia (la 2æ, q. cit., a. 6 c); voluntas autem, movens intellectum ad istam potius, quam ad illam conditionem perpendendam, aliquod ex iis iudiciis determinatum reddit. Neque voluntas prævia consultatione indiget, ut intellectum ad rem sub illo potius, quam sub isto respectu ' considerandam moveat, sed id efficit ex aliqua occasione, e. g., ex eo, quod ad ld ab appetitu sensitivo movetur. Cf p. 169. 2 Omnes, qui liberum arbitrium homini denegant, Fatalistæ nuncupantur, quia ipsis commune est illud antiquorum Stoicorum pronuntiatum : omnia fato /ieri. sa. Si priraum, illa obiecla numquam possunt raovere voluntatem, nisi intellectus rationem bonitatis, et convenientiæ in ipsis deprehendat '. At bona particularia ab intellectu apprehensa non movent necessario voluntatem, quia non tamquam universaliter, et secundum omnem considerationem bona apprehenduntur 2. Ergo, etiamsi voluntas ab obiecto moveatur, eius acliones non sunt necessariæ. Quod si nomine agentis extrinseci ipse Deus intelligatur, Deus quidem voluntatem quoad exercitationem actus, quemadmodum ostendimus 3, movet; at nihil exinde conlra libertatem inferri potest. Etenim proprium Dei est, ut alibi dicemus, res eo modo movere, qui earum naturis congruit. Atqui voluntas humana eiusmodi est naturæ, ut sit libera. Ergo potius necessitas, quam libertas actuum voluntatis cum Divina motione repugnat . 237. Obiic. 2° Voluntas ad aliquid volendum movetur ab appetitu sensitivo. Atqui actus appetitus sensitivi su necessarii. Ergo idem de actibus voluntatis dicamus o portet. 238. Resp. Dist. mai., semper, neg. mai., interdum, subd. mai., ita ut appetitus sensitivus inclinet voluntatem ad aliquid volendum, conc, mai., ita ut ad se necessario trahat actum voluntatis, neg. mai. Item dist. min., actus appetitus sensitivi sunt necessarii, ita ut voluntas eis dominari possil, conc. min., secus, ncg. min. Neg. cons. Re vera nos iam antea ostendimus voluntatem non in cuncti sed in quibusdam suis actibus ab appetitu sensitivo moveri, et hanc motionem in eo dumtaxat consistere, quod actus appetitus sensitivi inclinant voluntatem ad hoc, ut moveat intellectum ad considerandam rem potius sub isto, quam sub illo respectu, et proinde ad pronuntiandum potius istud, quam illud iudicium practicum 5. At vero tantum abest, ut voluntas ab eis necessario moveatur, ut potius eis, sicut alibi diximus 6, dominetur; ex quo fit, ut in eius arbitrio sit prosequi, aut respuere id, ad quod ab appetitu sensitivo allicitur '. 239. Obiic. 3° Voluntas ex natura sua fertur ad bonum. Ergo libertate indifferentiæ non gaudet. Cf p. 166.—'Cf p. 175.— 3 165. la 2æ, q. X, a. 4 ad 1. Cf p. 169. 6 160. Cf la 2æ, q. X, a. 2 c. I, ^' RcP\P{s,L ?'; ad nonum in universum, conc. ant ad bona particularia, n^. a 4 ns. Re quidem vera, cognitiones boni, el mali e iamsf ' lermUnm Sente,ntiam sThomæ> qnai nos s^cu isumus '' oduTn6."',/0 'Untatem' non tamen necessario eius actus roducunt, qu.ppe quod non sunt causac necessariænam " antea ostendimus , inlellec.us ita iudicat Te bonka e' SnIc^a Zo7c°bieCti' Ut Potnisse'diveersonmodeo' c. Accedit quod causa, cuius effectus imnediri nnl nctbiPtSaniV0,IUntv 'aCKtUm V°luntatis "eceSum non ZntoJS ' co8nlt,onl hon'> vel mah potest per ipsam ^ntatem impedimentum præstari, vel' removendo T j^Cf 8. Thoill., Qq. dispp.y De mal^ lQc c.t ^ ^ ^ ^ ^ ^^ 2 > qL XXXII, a. 2 ad 1 —3 rr n ~o aa l lem considerationem, quæ inducit eam ad ™iendum, vel considerando oppositum, scilicet quod hoc, quod proponitur ut bonum, secundum aliquid non est bonum ' >. Ergo actus voluntatis ex cognit.one boni et mah, a qua Dpndent, necessitatem non accipiunt. . . P 247 Obiic. 6° Admissa vera sententia c.rca ong.nem libertatis, nempe voluntatem ex iudicio i?t'°n£ ^ ?rmf nari, voluntas ex duobus bon.s, uno ma.ori altero m.non, non potest non amplecti bonum maius ; et, si e ' PoP?" nantur duo bona æqualia, neutrum ehgere posset, qma Sulta foret ratio sumciens, ob quam voluntas m.nus,j£ num maiori, aut inter duo æquaha unum allen præier ret Ergo voluntas facultate ehgendi dest.tu.tur, ac pro inde libertate indifferentiæ non gaudet. 248 Resn Neq. ant. Sane, voluntat. .ntegrum non esi ehgtre Sid Juod intellcctus ultimo suo md.c.o pra c c nmkavit^se minus bonum, ac P~ide miuus ehgibile, quam aliud; at vero potest .psa efficere, ut iUud quod in se est deterius alio, tamquam mel.us hoc ab in tellectu iudicetur, quatenus magis conduc.t ad finem quem spectamus. Ita ii, qui peccant, prosequuutur ^unum quod est deterius alio, sed iudicaut hoc esse mel us, quan Hlud, quia videtur eis opportunius ad oJ>'inendnmdbnAm quem sibi constituunt. Potest etiam voluntas es duobo gonis æquahbus unum velut præstant.us altero el.ger nam, aiente s. Thoma, nihil prohibet, si al qua ^duoa quaha proponantur secundum unam considerauonem, qu Srca aWum consideretur aliqua cond.Uo, per quam mineat, et magis flectatur voluntas .n .psum quam aliud . Quod si post istam inqu.s.t.onem in . neuti inveuiat novam aliquam bonitatem, potest volunta, ad num bonum alteri præferendum moven ex eo, quod 1 . tellectus exhibet ei, tamquam bonum, exercitat.onem pr priæ libertatis. CAPVT VI. De facultate locomotiva 249. Facultas locomotrix est quædam specialis faculi • Qq. dispp., De malo, loc. cit. ad 18. s ia 2æ, q. XIII, a. 6 ad 3. Jg7 organica, qua aniraa movet de loco in Iocum corpus cum quo ipsa comunghur. "us' Lum Anr. I.-Quodnam sit principium moluum localium 250. Facultatis locomotricis existentia demonstrari „„„ potest n.s, pr.ns definiatur, undenam prmcTnium (1otio num local.um > repetendum sit. P™ noUo P^L/1"' M0'WSlocaUs soli corpori atlribui non posmnt Probatur pracc.pue contra Cartesium, et LeibniM m Motus locales sunt operationes vitales, et viv en\, csse debei dlud pnnc.p.um, a quo ipsi promanant. AlquTcon)uS prout est corpus esse non potest principiuu i WvensXro toOtus locales sol, corpori attribui non possuT g° S ita eTerceri d1T0nstra[ur: Compertum est motus lonovea tur auh in ir lai'a "$". moveant' non ab aii° afi ^iprrve0.:!3™ ^ ^ tiElEfi lecesse^st "„;'"' Prlnc'P'um. sui molus in se habeant are potest'n\s i fi? 0Peral!°.ab liquo subiecto maal'i if, per Princ,P'um . quod in ipso ope um moiuf glnW'.Ut an-lmal in Se na'>eatPprinPcium motus, quo se de loco m bcum transfert Afm.; z i:^u::t re ? per ^t^^ti iiS. e ilkid nrincinPeraU° VlUl,S ;,deoaue vivcns dcbet inl opeTionoTvTl " q1° promaJna'^rgo motus locales tfp^^™""81 eSSe PrinciPium> Wus l?Z lTm demonstra'io"e non indigel; quia, si X' P ?Ut est corPus, esset vivens, nullum jrenus cor 3POpreDe2æ epXpCrS V-itæ : id uuod Perle eft falsura. ProbatZvriS nCtptUm moHo™m localium est anima. robalur. Pnncip.um mot.onum localium, uti in præ Wtru.qdisuLuSr 11 'r 'n l0CU'," P-"ditur, tocates wt, cuiismod sun, m. . ' ln au,bus cor',us Iocu' > J est vcgctans, eveni,!„t m°l,0neS ' qUæ in cornore ™">-^> 5 Cf p ?8°m" /"r ^ V" Ph!ls lcctVU. P8. I, q. LXXV, a. 1 c. cedenti propositione ostensum est, debet esse illud, per quod animal est vivens. Atqui huiusmodi pnncipium est anima. Ergo anima est fons, et pnncipium omnis motus in rebus animatis ! . Ex qua argumentatione mfertur contra Malebranchium, animam esse causam non occasionalem, sed vere effectricem localium motionum. Etenim anima est principium huiusmodi motionum ex eo, quod vitam animali impartilur. Atqui ea vivunt, quæ i operantur ex seipsis2 . Ergo anima est causa vere et-, fectrix localium motionum. 254. 3a. Anima per aliquam facultatem organicam movel corpus, ac proinde non ipsa per se, sed simul cum corpore est principium motuum localium. Probatur conlra Platonem 3. 1° Anima nihil agere potest, nisi alicuius facultatis ope. Atqui mter actiones animæ occurrit eliam illa, qua corpus suum de loco m locum movet. Ergo anima pollere debet facultate movendi corpus suum de loco in locum. Præterea, anima non potest movere corpus, nisi ipsum tangat. Atqui anima, cum sit partium expers, non potest tangere corpus contactu physico, nempe prout partes suas partibus corpons apponit, sed dumtaxat contactu virtutis 4, nempe prout aliquid in illud agit. Ergo oportet in anima ahquam tacultatem inesse, cuius virtute corpus suum movet. 2° Facultas, per quam anima movet corpus, debet esse organica. Nam anima per facultatem movendi corpus, dc loco in locum aliquid extra se agit. Atqui spintus hu mani, ut s. Thomas ait, cum sint corponbus uniti, H exteriora operari non possunt, nisi medio corpore, ac quod sunt quodammodo naturaliter colhgati . Lrg( facultas movendi corpus nequit ab anima exercen sim aiiquo organo corporeo. 3° Quod si anima per aliquam facultatem organican corpus movet, ipsa non per se, sed simul cum corpor est principium motuum localium, quia ad exercitationer facultatis organicæ anima simul, et corpus quidquaL conferunt6. i In lib. I De Anim., lect. 1. -2 I, q. XVIII, a. 3 c. 3 Plato (Cratyl, p. 400, a; Alcib., p. 150 a, ed. H. S.), ali que motus locales uni animæ tnbuerunt.- I, q. LXXV, a. l s Qq. dispp., De Pot., q. VI, a. 4 c. Cf p. JCQ A)o. Kesp. JSeg. ant. et cons Vt wno c; GSt Dud omnes Philosophos me er 4 JuZ n-mSI corP°ribus coMvenire. Ergo motn local ! aturæ animæ prorsus repuffnat 3 Hinr oi rt otus exequitur, est, „t ait s. Thomas, ea,™'pei auam embra redduntur habilia ad obediendum appelUuf' " æc antem potentia, quæ exequitur motus ea esl n„ p como r,x appellatur, Hq„ia potentia dicUur immedia^tum uTTtL^T™' PtCipiUm ^ i™™ZZe?l sæ am " vero il.ud, a quo IDEALOGIA. Ad Dynamilogiam, ut diximus in Introduct. ad Philosophiom ', IDEALOGIA, et Criteriologia etiam spectant. bx ns enim, quæ circa naturam, obiectum, et operationes tacultatum animæ humanæ statuta sunt, nullo negotio colligitur, 1° quomodo cognitio humana per lllas tacultates evolvatur, sive quomodo cognitionis humanæ ongo explicanda sit; 2° quidnam roboris ad veritatem nobis patefaciendam ipsis insit. Harum tractationum pnma oicitur ldealogia, quia originem idearum ad examen revocat, altera autem vocatur Criteriologia, quia critena, sive motiva, ob quæ de vera cognitione rerum certi sumus, ex ponit. . c i_fl 2. Quod attinet ad Idealogiam, nos quæstionem soivemus de idearum origine in universum spectata, sive cie modo, quo intellectus noster primo assequitur cognitionem rerum 2 ; atque 1° præcipua Philosophorum systemata excutiemus ; 2° illorum Philosophorum sententiam expendemus, qui humanam cognitionem sine sermonis ope evolvi non posse pertendunt; 3° quoniam quæstio de ongine idearum ad notiones universales spectat, de celenri illa controversia, quæ circa vim notionum universalium penes Philosophos exagitatur, verba faciemus. Excutiuntur Philosophorum systemata circa originem idearum Art.I.— De Sensismo 3 Sensismus est illud systema, in quo origo totius cognitionis humanæ ex sensibus, tamquam ex unica tonte; repetitur. 1 Degsp3ecialibus modis, quibus anima res materiales P^tsitf gulares sunt, vel ea, quæ materialium rerum ?™VT'™& diuntur, vel seipsam cognoscit, iam a nobis exphcatnm est ( d p. 136 sqq, et p. 145 sqq). Modum autem, quo ad Dei co8niti nem perveniraus, in Theologia naturali investigabimus. Sensismus est systema in se absurdum, et ad absurda consectaria ducens. Probatur prima pars. Sensistac ideo docent sensus esse unicam lontem cognitionis humanæ, quia cum Condillacho unicam sentiendi facultatem animæ attribuunt, et contcndunt ceteras facultates, quæ a Philosophis numerantur, non aliud esse, quam diversas sensibilitatis formas, earumque actiones non aliud esse, nisi sensationes transformatas \ Atqui nos iam evidenter demonstravimus opcrationes mtellectus tum ex obiecto, circa quod versantur, et ex modo, quo exercentur, tum ex ipsis Condillachi pnncipns non posse reduci ad sensationes. Ergo absurdum est assignare sensus, tamquam unicam nostræ cognitionis fontem. 5. Probatur altera pars. 1° Homo, ex cognitione intellechva, qua pollet, discriminatur a belJuis, quibus non nisi cogmtio sensitiva inesse potest. Atqui, si sensus essent unica fons cognitionis humanæ, et cognitio intellectiva ad sensationes reduceretur, nullum extaret discrimcn inter cognitionem propriam hominis, et illam, quæ pertmet ad belluas. Ergo, posito sensismo, homo ex di§nitat .e sua' W belluis maxime præstat, excideret. ^cientiarum principia absoluta, universalia atque immutabiha sint oportet. Atqui sensus non nisi concretum, contmgens, et mutabile referre possunt. Ergo, posito sensismo, scientia prorsus evanesceret. 6. Hæc autem absurda consectaria sensismi haud vitantnr, si origo idearum eo, quo docuit Lockius, modo ['xpi.cctur. Nimirum anglus hic philosophus duas facullates ad rcrum cognitionem assequendam in anima admisu, nempe sensahoncm, per quam anima res, quæ sive ijxtra se, sive m se fiunt, apprehendit, et reflexionem, per laam ad res sensibus apprehensas vim suam intendit2. &Zu? jC reflex10' auam Lockiusprætersensationem n tt.t ad sensationem, ut merito Condillachus obser ^ayt, reducitur. Nam huiusmodi reflexio non exercetur, m . circa ea, quæ sensibus percepta sunt, ac proinde ipsa ?r,I°rrS r.eddlt scnsationes, atque ad summum eas in nes dissolvit, aut vario modo componit, sed numquam Cf p. 161. 2 Essais etc, lib. II, c. 2, § 1. efficere potest, ut mens ad intelligibilia, quæ ab ipsis sensationibus specie differunt, adsurgere possit. 7. Obiic. Vulgatum est illud effatum Scholasticorum : Nihil est in intellectu, quod prius non fuerit in sensu. Ergo cognitio nostra non nisi a sensibus repetenda est. 8. Resp. Dist. ant., quatenus cognitio intellectiva evolvi non potest sine phantasmatis, quæ per sensus hauriuntur, conc. ant., quatenus intellectus apprehendit illud ipsum, quod a sensu percipitur, neg. ant. Neg. cons. Et sane, ex illo Scholasticorum effato coliigi quidem potest cognitionem inteiiectivam aliquo modo a sensibus oriri, quatenus hi præbent intellectui phantasma, in quod inteliectus actionem suam exercet l; numquam vero sensitivam cognitionem esse tolam causam cognitionis intellectivæ 2; quia intellectus ex vi sua sine ope sensuum ex phantasmate obiectum sibi proprium, nempe intelligibile, omnino diyersum ab obiecto sensuum efficit, illudque apprehendit immo multa cognoscit, quæ per sensus nullo modo cognosci possunt 4. II.— De systemite idearurn innataruoi in uniyersuui 9. Systema idearum innatarum illorum Philosophorum est, qui originem idearum ex eo explicant, quod anima cognitionem rerum saltem initialem per ideas sibi naturaliter insitas habeat. #, 10. Systema idearum innatarum est reiiciendum . Probatur. 1° Si idearura innatarum hypolhesis admitta tur, consequitur animam intelligere res per medium absolute immateriale, ita nempe, ut ope phantasmatis non indigeat. Atqui id, ut iam demonstratum est b, naturæ animæ humanæ repugnat, et experientiæ contradicit. Ergo hypothesis idearum innatarum reiicienda est, Hoc argumentum ex eo magis confirmatur, quod intelligere res per earum species acceptas a Deo simul cum intellectuali natura est proprium substantiarum intellectualium, quæ sunt a corporibus totaliter absolutæ 6, ac proinde proprium i Cf p. 133-134.— ^ I, q. LXXXIV, a. 6 c. 3 Cf p. 135 sqq. Ibid. ad 3, et q., a. 4 ad 4. Cf p. 136. Vid. s. Bo nav., In lib. II Sent., Dist. XXIV, p. 2, a. 11, q. 1 ad arg. Pp. 133-134. 6 I, q. LV, a. 2 c. ;n ivnVii.' -j i""b'.LU|iur . Atqui id exp hcart ncanif,in hypothesi idearum innatarum. Ergo idcas rerum Z i mnalas esse dici nequit. Huic eliaml.rgumento mTtas ro i m itac' am in sevoSV^T' quodammnu° sit yinPutis, indtc sirr;„t tf ftis n3an?mamUn1',|i|dne"C !.nnatæ, qU,'pPe auæ al> actio"e rerum L in m^r InZ ° pendenti aliouid mere •'', £a^ rnlVr^Srerur^.e^i0,'. ? ^^JZ clnm fnM( r • fealitate nostræ cognitionis dvemendum S' M argUme,nti vis ut clariu perspidatur S rerum tccitT 'nnataS vim repræsentanui reali^ •eesse dUm.nh,r-Pn? n°"P°sse ex jPsa anima> cui ;™warum rcpræsen."?^ an'ma' CUmnon sit causa rerum, lis ideis rel i X 6SSC neau" Nec iu™t asserere ^ru, lur nim rJ°l,rPra,eSentari'.auod a Deo aniraæ '"">ctum nataMlJ • taS,.noSiræ eognitionis, cum sit aliquod -liarSe^ei •;epeUtænCdaUSeastnatUra,i' ^ ^ V .III.-De variis rnodis, quibus sysleroa idearuu, innalarun, a rnilosophls propugnatur iam d^lve0s°sPmon-aUieiaCaS ^,^ admittunt. senlentiam "lamm svslcmT, 1 ex.Ponunt> unue diversa idearum in "t Plato in(mr J, nU" Ur' quorum Precipui auctores !! o mlenelcres, et ex recentibus Carlesius Lcib s, ct Rosm.nius. Secundum Plalonem anima , an, corpon uniretur, exlilit, atque rerum ideTs' nuæ" n ubSn" reP,ra.f eutant etlunt aliquid e^, j! suosistens, mtuila est; deinde in corpus, tamquam 'Wp. .42-143.-2 Cfp. 133. _J 1 2æ, q. XXX, a. 4 ad 2. in carcerem, ob quædain crimina detrusa, omnium, quat ante intuebatur, est oblita. ltaque anima in hac vita se cum fert obliteratas ideas, quas in anteacta vita contem plata est ; sed quoniam res externæ ad illarum idearun exemplar conditæ sunt, efficitur, ut anima per sensationes quibus res externas percipit, illas ideas in se exsuscitet atque in præsentia contempletur. Hinc scientia rerum quam in dies adipisci videmur, non nisi rerniniscentia est ad quam rem Plato affert exemplum pueri, qui etsi nihi umquam didicisset, ordine tamen, et sensim interrogatus etiam de difficillimis problematibus protinus, et rect P™ eins ciuMuid nauq^tat. IJIud enim non al ud innuif nisi n.lfl jL^ |um na.urali Kcdtate intelligendi præditnm fnisse Pua i3r'r,offgan-on0il|I„,rainUS ^4™. respondere potes? inl erroganonibus, quæ gradatim, et ordine fiunt '. Lliri! distinguunt in adventitias, factitias, blZ\,Z' Anvent,t,a> e°rum sententia, sunt quæ animæ .rnaZ in r'°n-m0tUUm' aui ex aPPuls rero, ex! oTideT '? °p,S.°.-gan,S excitantur ; cuiusmodi, e. ^tar ntt (f-°tltaæ sunt 1uæ ab 'Psa mente eflf: ET.T. " un'one diversarum idearum, e. ., idea hin XU,ide^,qnC,nn!Uæ SUUt' aUæ eim anim^S. canur, idest a Deo,n aclu crealionis in anima infun !m M°nira .nanC Cartes''anorum opinionem adnotamus am h.s duobus pronunlialis inniti, quorum nrimum^sf undnm anlma° in aCtUali C°Snitione eonmi sPterm Ham' mem%lThJT rma essentia-> ''ta etiam 'cog"& nlbm \° Ct; alterum est> auod 'dearum intelle onu„ma,0"g0faDf SenSUS CXP'icari neaQitAst P™" onun atum faisum est; nam, ut suo loco ostendemus rti n araniCm0Sn,,,° ' -SCa eliam facu,tas eognoscendræs: e n nfc "] Const!tuere "equit. Ex altcrS pronunliato lem inlern non potest .deas esse innatas, sed polius Vsihi\.,:rama1reatgn0SCendam e faCultatCm ' C 15. Præterea, Cartesius hac in re ambiiruns est nm aodo pro ideis innatis uaturalem cognCend facuN n inn ! f/r- 7^ Ur. • At si Cartes,'us nomine ideana arum intelhgit ipsam naturalem cognoscendi fa cisdtar? CUm C°n-SenmNihilomioui liccat nobis ab lin, e c ' n°mneS,. et '"diviso aclu, qU0 relalio inter subcctum, et prædicatum perspicitur ; et hæc relatio hoc nodo persp.c. non potest, nisi una, eademque sit faculM. quæ sub.ectum, et prædicatum cognoscit. Alqui in d,l! ',\°JUf C'?, rosminiano subiectum et prædicatum t dnc.sas facultates perlinent, quia subiectum est id, uod per sensat.onem exlrinsecus animæ advenit, præ M anTm" "I e.Sl-,"Iea intellieinilis entis, quæ int/inseus an.mæ est. Ig.tur lud.cu.m primitivum eo modo, quo uod Ju^,0^CXf)llcatllr' na,luræ i,ulicii Pnnat. Accedit, uod hoc .ud.cium, secundum Rosminium, est simul com nm,!"'' ' !nsl",c.tlvm; comparalivum, quia fit per o .unctionem .deæ ...natæ enlis cum elementis scnsili 1'taDem !. T ',quia iMa coniuneti !'• actionem und "mnTi' -et naturalem ratio"is ctlicitur. At nos iam 2 repugnaJe comParati™m simul, et instinc.i 1 ' et originem cognitionis hu si cJu monstrare student Priori, nempe ab ipsa ana'si cogitat.oms remotæ ab omni experientia sive inlera, sive externa. 21 Ilorum Philosophorum systemata ortum habuerunt iatfn,?,' W°t materiam et formam in quavis cognitione 3 • fater,a est mutabilis, et contingens, atque ex ns.libus ob.ect.s sive internis, sive externis advcnit; forUnrl ne,Ccssar,a > et universalis, atque exurgit ex ipsa nciLr" •!?CU coSnoscentisIam cogitare, seu aliquid ncipere idem est, ac ludicium de aliqua rc proferre; (icinrn?æC-g,Utl°nis t0tidem esse debent, quot sun 1 ; ' n epecies. H.nc intellectui nostro insitæ sunt tn m;\ormæ> se categoriac,quac sunt Unitas, multitutio iU! r ral,0n° amntitas iudiciorum, prout uempe rifo? lll rUi IT™' aut P,ura' aut totum complectitur; TuumaTa"' citmitat" ratione qualitatis, nempe reoit i 7 iL]!r aflu'mantia> negatio quoad iudicia negan h \s c 7JT?11 1Udic,a indefinita> Substantia e ac s, causa et cffectus, atquc reciprocatio, sive actio et passio ratione relationis, idest ralione nexus inter subie ctum, et attributum, nempe, categoria substantiæ et acci dentis quoad illa iudicia, in quibus attributum absolute convenit subiecto ; categoria causæ et effectus quoad illa iudicia, in quibus attributum sub aliqua conditione enun ciatur de subiecto; categoria actionis et passionis quoad illa, in quibus plura attributa ita de subiecto enunciantur, ut, uno eorum posito, cetera tollantur, et, cetens omni bus sublatis, unum reliquum ponatur. Denique forma pos sibilitatis et impossibilitatis, existentiæ et non-exxsientiæ, necessitatis et contingentiæ ratione modalitatis, sive ratione modi, quo subiectum, et attributum ad mentem nostram referuntur, nempe prout consensus inter subiectum, et at tributum a nobis concipitur vel ut possibilis, vel ut rea lis; et rursus realis vel contingens, vel necessarius. Itaque intellectus, applicans has formas sibi inhærentes elemen tis sensilibus, obiecta suæ cognitionis sibi efformat. Quarc res a nobis cognoscuntur ope iudiciorum syntheticorum c priori l. Hoc nomine ea iudicia designantur, m quibus anima neque per experientiam cognoscit prædicatum, ne que in notione subiecti illud detegit, sed haunt lpsum e? subiectivis formis, quæ sibi inhærent, et quas ex quo dam instinctu materiæ suæ cogitationis, sive elementi sensilibus applicat. 22. Philosophi, qui Kantium secuti sunt, eius system; evolventes, docuerunt elementa cognitionis ab obiectis ex tra mentem positis derivanda non esse. Quamvis auten ipsi sententiam suam diversis modis explicent, tamen 11 eo consentiunt, quod animam esse suæ cognitionis uni cam causam, immo suæ cognitionis obiecta sibi construe re statuunt. Inter eos Fictheus eo devenit, ut animam e. vi sibi insita obiectum intelligibile, immo seipsam crear putaret. i ludicium, cuius prædicatum pertinet ad essentiam subiecti, ii ut resolventi notionem subiecti notio prædicati occurrat, diciti analyticum. E contrario dicitur syntheticum illud iudicium, cuius a tributum non pertinet ad essentiam subiecti, sed ei superaduii Istud dicitur aposteriori, quia in eo adiungitur prædicatum subiec post cognitionem, quam nobis experientia præbet. Illud dicitur priori, quia relatio inter prædicatum, et subiectum ex ipsa W rum collatione patescit. Ut systematis Kantiani, aliorumque Germaniæ Philosophorum, quatenus ad rem hanc spectant, abnormitas evincatur^demonstramus sequentes propositiones 1\ Formæ, quas Kantius nativas affectiones intellectus esse asserit, repugnantiam in se includunt, eiusque doclrvna de xudicas syntheticis a priori naturæ mentis humanæ aperte adversatur. Probatur prima pars. Huiusmodi formæ, Kantii iudicio, sunt notioncs inanes, et omni obiecto expcrtes, ac proinde sunt notiones, pcr quas nihil cognoscitur. Atqui nolio, qua nihil cognoscitur, non est notio, sed potius negalio notionis, seu cognitionis. Ergo illæ formæ sunt notiones non notiones. Præterea, singulæ illæ formæ, seu notioncs, una cum notionibus sibi e diametro oppositis ponuntur, e. g., forma necessitatis, et contingentiæ, possibihtatis, et impossibilitatis etc. Ergo si illac essent internæ .p.tellectus affectiones, affcctiones secum pugnantes intellectui convenirent, id quod valde absurdum est li. Irobatur secunda pars. Quodlibet iudicium a priori lest analyticum, md.cium enim a priori efformari dicitur, cum altributum detegitur ex subiecti analysi vel imme nale, vcl med.ate, nempe per ratiocinationem. Synthetica autem mdicia sunt natura sua a posteriori, quia in iudi cnssyntheticismensnonperspicit intrinsecum nexum in er prædicatum, et subiectum, ac proinde statuit rela lonem inter utrumque subsidio experientiæ. Quare si uoicia synthctica a priori existere possent, in iis mens eque per analysim subiecti, neque per experientiam iu icaret, hoc est ex coeco instinctu iudicia efformarel. At jui .(I naturæ mentis humanac adversatur \ Ergo doctri unvnnlll^e,Ud/C,is syntheticis Priori naturæ mentis uimanæ adversatur. ionis l>r°P' tja' NequU mima esse unica causa suæ C09ni ^objitur. Si anima esset unica causa effectrix suarum liea mThUi,n'-t(M,C.nClUm f°ret sVitudines rerum in eam equc a I,pbIS robUs, neque ab alia causa exteriori in ausV r,! VU,; T' CUmolu? "tellectus Divinus sit ^sa reium, Ipse solus simihtudines omnium rerum in x Cf p. 153. 204 IDEALOGIA se essentialiter habet. Ergo nequit dici animam esse unicum principium efficiens suarum intellectionum, nisi ipsa unum, idemque cum Intellectu Divino esse dicatur, id quod purus, putusque pantheismus est. 26. 3a. Absurdum est animam cognoscere res ex eo, quod illas producit. Probatur. Si mens res cognosceret ex eo, quod illas producit, sane produceret res, quas non cognosceret se producere. Atqui hoc falsum est; nam, cum quodlibet ens quidquid agit, agat secundum modum suæ naturæ, anima, utpote quæ ratione pollet, nequit aliquid agere, nisi cognoscat illud, quod agit, eiusque notitia, tamquam exemplari, ad agendum utatur. Ergo ipsa non novit res, quia illas producit, sed res producit, quia illas novit. 27. 4a. Cognitio non potest dicit ut ait Fichteus, creatio. Probatur. Anima non cognoscit res ex eo, quod illas producit. Ergo cognitio non potest dici creatio. Præterea, omnis actio cognitrix est perfectio subiecti cognoscentis, non vero obiecti, quod cognoscitur ; e contrario, actio creatrix transit in aliquid posilum extra subiectum creans, quia ipsa non est perfectio subiecti creantis, sed obiecti quod creatur. 28. 5a. Maximum absurdum est id, quod ait Fichteusy animam eo ipso, quod se cognoscit, seipsam creare. Probatur. Si anima ex eo, quod se cognoscit, sibimetipsi existentiam largitur, sequitur ipsam se cognoscere, ac proinde operari, antequam existat. lam si res ita se haberet, cognitio sine subiecto cognoscente, et operatio sine subiecto operante admittenda foret ; quæ profecto manifeste absurda sunt '. V. De Ontologismo, et priuium quid hoc systema sit, exponitur 29. Ontologismus, ut alibi diximus 2, est illud systema, in quo statuitur mentem nostram intueri, sive immediate cognoscere Deum, et ab hac intuitione repetendam esse cognitionum nostrarum originem. i Cf s. Aug., De immort., c. 8, n. 14. 2 Log.j 9q ! beisHhua'bu:„sr sær"t . •> !L ! cnm intimior Deo Tauam "riM™,ebrancb,l"n> mens nostra, quid in Deo est ^e, e 5 'f .s"> De™> et quidl sive exemplaria omnium rJ,U° aM '" De0 sunt eæ, lclligat ex eo auoS „"?' setIu'lur' u' ipsa res in. luit Deum s° „£ ess &?&",D De° vide' Hinc stæssc inteH.gibifa, " si "„ ifo 17' ce,era1ue omn tum quia bufus ew non potest.neque vcr teE [„'% 0n'm Deum mens Per Eum'cognoscere potest Cm rerUm in Eo> ^ SirtSf^? r''4a'e' Præsertim '"•• • lib. II, t. II. tn Dyna., c.' IV),. „_ p ^^ ^ ^ ^ ? ^ Declaratur, quid sibi velit cognitio immediata, seu intuilio Dei 34 Goo-nitio immediata, et directa, prout hic accipitur, est ea qua res cognoscitur in seipsa. Cognoscitur autem aliqua res in seipsa, cum cognoscitur vel per suam essentiam, quæ, prout cognoscibilis est, præsens est potentiæ co^n tnci, vel per eius propriam simihtudinem, a qua facultas cognitrix informatur \ E. g., immed.ata est cognitio lucis, quæ præsens est oculo 3; ltem lapis a visu immediate cognosci dicitur, quia hæc cognitio nt per similitudinem lapidis in oculo immediate denvatam ab ipso laoide ila ut ipsa species lapidis resultet tn ocuto . 35 Huiusmodi cognitio ab ea distinguitur, qua res non in se ipsa, sed in suo sirnili, sive in sua imagine cognoscitur 6, ita ut cc similitudo rei cognitæ non accipiatur immediate ab ipsa re cognita, sed a re aliqaa, in qua remiltat ^ E g., huiusmodi est cogmtio ahcuius homims, qui iu aliquo speculo videtur, quia in hac visione cc non s\milituaoqhominis immediate est in oculc, sed .m^tudo hominis resultantis in speculo 8 ; quapropter imme diata est cognitio imaginis hominis, at non cognitio ipsius hominis, quem illa repræsentat. m 36 Iam, cum intellectus aliquam rem immediate co^noscit ipsam intueri, idest videre dicitur, atque ipsa lmmediata cognitio intellectiva a visione sensitiva nomen accipiens, intuitus, seu visio nuncupatur . 37 Ex his plane colligitur ad visionem intellectivam duo potissimum expostulari : 1°, ut principium per quo res cognoscitur, sit proprium ipsius rei, ahoquin, resnor in se ipsa, ac proinde non immed.ate cognosceretur, l, ui habeafcum re perfectam similitudinem, et conven.entiair "T^f s. Thom., I, q. XII, a. 9 c. Ibid., q. LVI, a. 3 c. 3 Jn Epist. I ad Cor. e. XIII, lect. IV. 4 Jhid s I a. LVI, loc. cit. T.TTT o llid q. XII, a. 9 c. Cf etiam Qq. dispp., De Ver., q. VIII a. 3 ad 17, et in lib. II Sent. Dist. XXIII, q. II, a. 1 sol. "' I, q. lVi, loc. cit. 3 in Ep. I ad Cor., loc. cit. Allff„ctinus o Contr. Gent., lib. III, c. 83. Visus, inqmt s AugustiDnj ad utrumque referendus est, idest et ad oculos et d mentem Lib De videndo Deo, seu Epist. GXLVII ad Pauhnam, c IX, n. lin esse cognoscibili, alioquin non diceretur, ut fnquit |4qmnas, res illa immediate videri, sed quædam umbra 38. lamvero, cum de visione Dei agitur, huiusmodi prinpium nequ.t esse al.quid exlra Deum, nam quidquid st extra Deum, mfin.te distat a Deo, ac proinde esse ne[fuit princ.p.um, ex quo Deus in seipso intelliffilur. Oua)ropter princ.pmm, ex quo visio intellectiva Dei obtineri ►otest non aliud esse quit, nisi aliquid, quod in ipso Deo •t, et quoniam quidquid in Deo est, unum, idemque cum im essenlia re ipsa est, principium, ex quo visio intel;ct.va Dei efiic.tur, est ipsa Eius Essentia, quæ, ut ila camus, yices gerit formæ intelligibilis, ex qua intelleim fit actu mtelligens . Deus, inquit s. Thomas, non nmediate v.deretur, nisi Essentia sua coniungeretur in'lleclu. • . Itaque visio intellectiva Dei est illa aua eus per principium, quod non sit aliud ab ipso Deo, inlligitur uti est in seipso. ! 39. Ontologi pertendunt principium immediatæ visios Dc. non esse ipsam Divinam essentiam, sed vel Esse ^ri,; U! aiU,U, U,baghs ' eius(ue asscc,æ t ^eas ne ssar.as, atque absolutas, prout concretæ, et reales sunt ueo, quæ non al.ud sunl, nisi ipsa Attributa Dei. At Du^US,l!nrSe,,DS0SrP^CissiniUS est> EiuS(lue natnræ pugnat distmclio mter Essentiam, el Esse, vel Atlri ila. Quare si Deus cognosci dicatur ex rerum finitarum tari F?n,0nHe' P?'CSt V^ per divisos conceptus coan Eius Lssent.a, vel Esse vel Altributa; at sl imme L Tr1^ 'iCqU,t co^nosci Ess^ vel aliquod Attri• :!" E™Esscntia simul cognoscatur. Itaque vel lo,, t° m?d.° m Se,PS0 el immediate cognoscitur, vel •m n r1 CS\n SC' ac secundu™ ipsam Essenliam. Ceum etiamsi d.st.nct.o, quam Ontologi comminiscuntur, ei D i Essent.am atque Esse, vel Attributa admitta > tornen, uti cx d.cend.s patebit, semper impossibile .ti ^r&rnnatUrahtCr iaSSCqui >'isionemDei,sive EstVibuta i Dei. Pnnc,p,um hu,us vis,'onis, sive Esse, vel Quodlib. VII, q. i, a. 1 c. !bidlbi IV.Sent:>,Dist XLI> qII, a. 1 sol. " hæc. non potestXd „a_ iral, er cognoscere, ut. est in seipso, seu vidcre Alnni ama enin"ar De • eSCedit im!?'nalitatem cuiuslibef ubant.æ inlell.gentis, nam a Deo, cuius proprium est esse m esse subnstens, quaccumque compositio, et /'as removenda est ; creaturæ auten/inlelligentfs tam mpos tio,nenm,rn,aleS' T ^•'.?S.S ™ seThahZZ COnip!eCtUnlUr> 1u'' • "ntel,ig-e, sivc vidcre llfct,fm°tter SeCUU^a parS: ?emDe sPeciatim quoad i„"eclum bumanum. Jam a nobis ostensum est coenitinm m.ellcct.vam,n homine effici non posse, nM W. ndTm Trn-6^1' ^T ^™0 COnfcrat an ^ "ffi^dam, proindeque ob,cclum proprium intellectui hu m esse non possc intelligibil/purum, sed in.el ligibiL Mraclum a phanlasmatibus 2. Hinc, cum de substan-,.vePrU,'daln,hUSaliauid inteIliSimu> necesse babcmus I mi? TnTla COrPorum' licct ipsarum non sint masmata . Hoc præmisso, e„ argumentum • Intel ner"mrS "n °ei COSnitionem assurgere Z po, sDC,ri 0UaS sPcclessve simililudines, quas ex re d Sbrr'PUit /tqUi C°Snoscere De™ Pcr huiusn ufi nu -P SUS dlversum est, ac lllum per se ipræsen,! " sc> cnSnoscere; nam nulla specics creata -, eM,,°'CStJ)eUm ' Uti est in seEW° ''npo^i", P '" el,cct>"n.humanum naturali.er Deum videre . a. iræterca, anima huraana ad Divinam visionem e Cf s. Thom., I, q. XII, a. 4 c. J- Dynam., c. iV, a. 2, p. 132-135. IqLXXXIV, a. 7 ad 3. I, q. XII, a. li c. rnuos. Curist. Compend. I.' .. levari non potest, nisi toto conamine intcllectus in Deurr intendens a ceteris potentiis, ac proinde a potentiis sen sitivis omnino se abstrahat ; nam, cum Deus sit intelh gibile vehementissimum, non potest noster intellectus Eun videre, nisi tota eius intentio in hanc visionem colligatur et, quemadmodum alibi ostendimus 3, quoties anima to tam vim suam in exercitatione alicuius potentiæ mtendit nullam aliam potentiam exercere valet. Atqui in hoc stati vitæ, in quo anima cum corpore coniungitur, naturahte: ' fieri nequit, ut anima a potentiis sensitivis omnino se abs trahat. Ergo fieri non potest, ut anima naturaliter Deuu videat4. 46. Denique, si anima humana gauderet llja perenni vi sione, quam Ontologi comminiscuntur, destitui non pos set conscientia huius facti interni. Atqui nemo consciu sibi est se hac visione gaudere. Ergo hæc, quam Ontc logi comminiscuntur, visio inter calentis suæ phantasia figmenta amandanda est. Cui argumento maius robur ac cedit ex eo, quod, secundum Ontologos, perennis visi Dei est principium, ex quo cognitionem rerum mens nc stra adipiscitur. lamvero illa visio principium nostrarui cognitionum esse non posset, nisi mens eius conscia e set, quia origo cognitionis per principium menti ignotui explicari non potest. VIII. Nonnulla consectaria Ontologisuii exponuntur 47. Ontologismus ex eo etiam reiiciendus est, quod r; tionalismo, et pantheismo latissimam viam sternit. Atque in primis, rationalismus est illud systema, m qi dogmata Religionis Christianæ ita explicantur, ut nc aliud exhibeant, quam quod intra rationis hmites mcli ditur. lam ex principio visionis Dei facile inferri pote Deum in se videri non posse, nisi videatur eo modo, qi reapse subsistit, ac proinde veritates, quæ mysteria d cuntur, e. g., Trinitas Divinarum Personarum, huiusmoesse, ut in Deo, æque ac veritates naturales, a mente n stra naturaliter cognoscantur 5. i Qq. dispp., De Ver., q. XIII, a. 3 c. 2 Ibid. ^ Dynam., c. I, a. 9, p. 10o. Cf s. Aug., De Gen. ad litt., lib. XII, c. 27, n. 55. 5 Summa Bonitas Dei, inquit s. Thomas, secundum modura, q • 4£,Prat'.lerea ' naluralem ordinem cum supernalurali m Onlologismo confundi ostendi.ur eliam eTeo ouod l T s.o De. natural.s est inlelleclui creato, ipsi opus^non ->sset lumtne glonæ, ut ad bealificam visionem per/en at • riiTft . I'S'° b^lifica "°n esset Pernaluralis. Nos c.mus Onlologos, hunc errorem eflWere volontes staucre discnmen inter visionen, beatificam, e visionem laluralem De.,n eo, quod per hanc obscure, per illam bus Z illf °SC,lUr; lei '" e°' ouod Per anc m ino il)us, per illam maionbus gradibus Deus videlur • vel SE5 'ne°' flU0(1 in visione beatifica Essentia Dei .(lctur, in v.sione autem naturali limites intellectus creati causa sunt, cur Esse, vel Atlributa Dei, non autem ius Essonlia videalur. 49. At ipsi ludunl vcrbis. Etenim quoad primum, vio ahcuius obiecti consislit in immediata eius cognitio Vrir^ '" S'" • n S.nt., Dist. X.XIII, Ql. Hspp., De Ver., q. XVIII, a. 1 c.- intellectus creati impedirent, quominus ipse in visione naturali Dei essentiam videret, intellectus creatus ne per visionem quidem beatificam Essentiam Dei videre posset, quia ipse, cum ad visionem beatificam extollitur, limitibus circumscribi non desinit. 50. Præterea, ontologismum cum pantheismo arcte colligari evincitur hoc argumento1: Res sunt intelligibiles, quatenus sunt; quapropter quidquid habet esse m se, intelligibile etiam in se est, et quidquid non est lntelhgibile in se, non habet esse in se. Atqui secundum Ontologos res non sunt intelligibiles in se, sed dumtaxat in Deo. Ergo earum esse non est ipsis proprium, sed, uti Pantheistæ dicunt, est quædam derivatio ipsius Esse Dei. Quod argumentum ut clarius perspiciatur, advertendum est res creatas, etsi a Deo pendeant, tamen propria realitate gaudere; quapropter illæ, si considerentur prout creatæ sunt, ab Eoque pendent, nonnisi per actum creativum Dei intelligi possunt; sed si considerentur in realitate sui propria, et distincta a Deo, dicendæ sunt intelligibiles ln se, et non in Deo; quod si negetur, uti revera ab Ontologis negatur, ipsas propria realitate destitui dicendum est, ac proinde pantheismus ab Ontologis vitari nequit. IX. Argumenta Ontologorum disiiciuntur 51. Obiic. 1° Intelligibile est obiectum proprium intel Giobertius in sua epistola, cuius titulus, Demofilo alla giovine Italia, sine ulla ambage professus est pantheismum esse unicam solidam philosophiam. 2 Gum hæc sint ontologismi consectaria, Sanctæ Romanæ, et Universalis Inquisitionis Congregatio (die 18 sept. 1861) declaravit tuto tradi non posse hanc propositionem, Immediata Dei cognitio, habitualis saltem, intellectui humano essentialis est, ita ut sine ea nihil cognoscerepossit;siquidemestipsumlumenintellectuale;etNea\)o\itMi&e Regionis Episcopi in Epistola collectiva ad Clerum sæcularem, et regularem suarum Dioecesium (die 29 iun. 1862), illius definitionis mentione facta, inter absurda philosophica systemata Ontologismum numerarunt, atque ab hoc cavendum præceperunt. Cf La Scienza e La Fede, vol. XLVI in Append. p. XXXII. Nullum autem esse dubium, quin illud S. Congregationis decretum ad ontologismum spectet,ostendit P. Thomas Zigliara, 0. P. (a Leone PP. XIII S. R. E. Cardinaliurn in Collegio adlectus), Della luce intellettuale e dell' ontologismo, t. II, lib. III, Della luce oggettiva, part. II, c. XI, p. 148 sqq, Roma leclus humani. Atqui Deus est sumræ intelligibilis. Ergo Dcus est obiectum maxime proprium intellectus, ac prol inde immediate ab eo cognoscitur. 52. Resp. Dist. min., Dous est summe intelligibilis in | se, conc. mm., quoad nos, neg. min. Neg. cons. Et sane, res sunt intelligibiles in se, quatenus sunt immateriales , ac proinde Deus, quippe qui est maxime immaterialis, t est etiam in se maxime intelligibilis. At vero intelligibii litas rerum, si referatur ad intellectum, qui eas intelli git, spectanda est non ex natura rerum, sed ex natura, ipsius intellectus; nam, ut sæpe diximus, modus cogno scendi sequitur naturam cognoscentis. Atqui immaterialitas jDei est extra genus cuiuscumque intellectus creati. Ergo, etsi Deus sit in se maxime intelligibilis, tamen huiusmodi |non est, si ad intellectum nostrum referatur2. 53. Obiic. 2° Deus arctissimo vinculo cum mente hujmana coniungitur. Atqui hæc coniunctio necessario effijcere debet, ut mens humana Deum immediate cognoscat. ! Ergo. 54. Resp. Dist. mai., ut causa cum effectu, nempe, ut sustinens eam in esse3, conc. mai.; ut obiectum immediatum polentiæ cognoscitivæ, neg. mai, neg. min. Neg. cons. Re sane vera, satis non est rem esse menti humanæ præsentem, ut illam cognoscat, sed oportet illam esse præsentem tamquam obiectum cognoscibile, quod mentcm ad sui cognitionem determinat. Hoc autem modo Deum esse naturaliter præsenlem nostræ menti haud possibile est, quia Jpse vires intellectus creati infinite supergredilur4. 55. Obiic. 3° Deus est illa Veritas, per quam ceteræ vcritates cognoscuntur. Atqui veritas huiusmodi irametliate cognoscitur. Ergo. 56. Resp. Dist. mai., ita ut sit causa, propter quam alia cognoscimus, conc. mai., ita ut sit obiectum, quo co£ito, aha cognoscimus, neg. mai.; sub eadem distinctioe conc. et neg. min. Neg. cons. 5 Enimvero res per Deum | Cf Dynam., c. IV, a. I, p. 131. Cf s. Bonav., /n lib. I Sent., Dist. III, p. I, a. 1, q. 1 resol. ^ Qq. dispp., De Ver., q. VIII, a. 3 ad 7. Cf s. Bonav., In lib. II Sent., Dist. III, p. 2, a. 11, q. 2 ad 3 ; iJist. x, a. I, q. 1 ad arg. Propter Deum, ad rem inquit s. Thomas, alia cognoscuntur, IDEALOGIA a nobis intelliguntur, turn quia Deus res ita condidit, ut sint potentia intelligibiles, tum quia nobis largitur, et in nobis conservat lumen, quo res intelligimus f. At vero inde haud inferri potest nihil a nobis cognosci posse, nisi primo Deum cognoscamus. Etenim, sicut res a nobis cognoscuntur, quin prius cognoscamus lumen ipsius nostri intellectus, quod est causa proxima nostræ cognitionis, ita necesse non est primo cognosei Deum, qui est causa prima nostræ cognitionis, ut ceteræ res cognosci possint2. 57. Inst. Secundum s. Augustinum, omnia in luce Primæ Veritatis cognoscimus et per Eam de omnibus iudicamus. Ergo. 58. Resp. Hunc s. Augustini locum iam s. Thomas explicavit. Dicendum, ait, quod omnia dicimur in Deo videre, et secundum Ipsum de omnibus iudicare; in quantum per participationem sui luminis omnia cognoscimus, et diiudicamus. Nam et ipsum lumen naturale rationis participatio quædam est Divini Luminis; sicut etiam omnia sensibilia dicimus videre, et iudicare in sole, idest per lumen solis. Sicut ergo ad videndum aliquid sensibiliter non est necesse, quod videatur substantia solis, ita ad videndum aliquid intelligibiliter, non est necessarium, quod videatur Essentia Dei 3 . 59. Obiic. 4° Plerique illorum, qui denegant menli nostræ immediatam cognitionem Dei, docent notionem Dei ex rebus crealis in nobis gigni. Atqui haud fieri potest, ut notio Dei a rebus creatis suppeditetur. Ergo immediata cognitio Dei admittenda est. 60. Resp. Neg. min. Et sane, non solum omnes Scholæ Doctores, sed etiam omnes Patres aperte docuerunt non sicut propter primum cognitum, sed propter primam cognoscitivæ virtutis causam ; I, q. LXXXVIII, a. 3 ad 2. t Cf Dynam., c. IV, a. 5, p. 142. 2 I, q. LXXXVIII, a. 3 ad 1. — 3 I, q. XII, a. 11 ad 3. 4 Nos, ait s. Thomas, aliter Deum notum habere non possumus, nisi ex creaturis ad Eius notitiam veniamus (Qq. dispp., De Ver., q. XVIII, a. 2 c; cf. ibid., a. 1 ad 1, et I, q. LXXXVIII, a. 3 c). Atque FIDANZA : Cognoscere Deum per creaturam est elevari a cognitione creaturæ ad cognitionem Dei, quasi per scalam mediam. et hoc est proprie Yiatorum ; In lib. I Sent., Dist. III, p. I, a. 1, jmentem nostram a rebus creatis ad cognitionem Dei ascenjtJerc. Satis sit hæc pauca s. Augustini afferre: In simijlitudine sua Deum quæramus, in imagine sua Creatorem agnoscamus . Quomodo autem ex creaturis in cognitiofæm Dei deveniamus, in Theodicea explicabimus. X. De Psychologismo rationali 61. Hoc nomine appellatur illud systema, quo statuitur Dngincm nostræ cognitionis ita progredi, ut primo in:ipiat in sensu, secundo perficiatur in intellectu 2 . 62. Hoc systema ab Aristotele profectum omnes Schoastici post s. Augustinum 3 propugnarunt . Quomodo au:em nostra cognitio oriatur a sensibus, et perficiatur in ntellectu, lam explicatum, et ostensum a nobis est in Pynamilogia 5. Hic dumtaxat in memoriam revocantes ea, jjuæ ibi statuimus, demonstramus cognitionis nostræ raliionem non nisi in hoc systemate reddi posse. ^ 63. Origo nostræ cognitionis non nisi secundum ^cholaslicorum systema explicari potest. Probatur. \\\u& solum systema ad explicandam originem jognitionis intellectivæ est accommodatum, quod responlet naturæ nostri intellcctus; nam oportet, quod cogniio fiat secundum modum cognoscentis 6 . Atqui intelectus humanus est eius naturæ, ut ad primas cognitioics rerum pervenire non possit, nisi dicalur ipsas oriri i sensu, et per vim intellectivam perfici. Ergo origo inellectivæ cognitionis non nisi secundum systema psychoogicum rationale explicari potest. . 5 resol. Quam ob rationem Concilium Vaticanum hanc edidit d§nitionem: Si quis dixerit, Deum unum, et verum, Creatorem et lominum nostrum, per ea, quæ facta sunt, naturali rationis humtæ lumine certo cognosci non posse, anathema sit ; Const. doqmat. e bide cathol., Sess. III, Canones, n. I, S I. IJn loan. Evang. c. F, tract. 23, n. 10. Cf De Civ. Dei, lib. VIII, .; Confest.. lib. VII, c. 17, n. 23 et alibi passim. Qq. dispp., De Ver., q. I, a. 11 c. Cf Enchir. ad Laurent., c. IV, n. 1; De vid. Deo, c. 17, n. 42, 4; ^ Genad litt-> ljl>V, c. 12, n. 28; De Imm. an., c. 10, n. 17. M, præ ceteris, s. Bonav., De septem itin. æt., Itin. 3, d. 4, />c septem donis Spiritus S., De dono intell., c. I. Cf c. IV, passim. 8 I>i Ub. I Sent., Dist. XXVIII, q. I, a. 2 sol. 216 IDEALOGIA 64. Minor huius argumenti probatur hoc modo: 1° Na-\ tura nostri intellectus expostulat, ut eius cognitio a sen-j sibus oriatur . Enimvero unicum est in homine princi-j pium, quod res sentit, atque intelligit, quia, ut in A/U/iro-l pologia ostendemus, una, eademque est anima, quæ si-l mul sentiens est, atque intelligens, idest, quæ est sub-l iectum intellectus, et simul cum corpore subiectum fa- 1 cultatum sentientium. Ex hac coniunctione facultatum intelligentium cum senlientibus efficitur, ut obiectum nostro intellectui proportionatum non sit intelligibile purum. sed essentia rerum, quæ esse suum in materia habent5. Atqui res, quæ habent esse suum in materia, non nisi per potentias sentientes apprehendi possunt. Ergo nalura intellectus humani expostulat, ut nequeat assequi obiectuno sibi proprium, nisi cognitioni eius cognitio sensitiva præcedat . 2° Natura intellectus etiam expostulat, ut eius cognitio, quæ a sensu initium sumit, ab ipsa vi intellectiva perficiatur. Re quidem vera, etsi intellectus cum corpore coniungatur, tamen ipse actiones suas sine ullo corporeo organo exercet 5. Ex hoc consequitur proportionem intei intellectum, atque obiectum eius proprium intercederf non posse, nisi statuatur, essentiam rerum apprehendi afc intellectu, non prout est in hac, vel in illa re singulari. quemadmodum apprehenditur a sensibus, sed altiori modo, nempe prout abstrahitur a quavis conditione materiali; ac proinde sub universali ratione consideratur 6. Atqui. si res ita se habet, agnoscenda est in mente aliqua virtus superioris ordinis, quam sensus, ut per ipsam cognitic sibi propria perficiatur, eaque est, quæ nomine intellectus agentis designatur 7. Ergo. 65. Obiic. 1° Intellectus, antequam efformet speciem iatelligibilem, aut cognoscit rem, quam species repræsentat, aut non cognoscit. Atqui primum dici nequit, quia Naturale est homini, ut per sensibilia ad intelligibilia veniat quia omnis nostra cognitio a sensu initium sumit ; I, q. I, a. 9 c 2 Cf Dynam., c. IV, a. 2, p. 134. 5 Ibid. Cf ibid., p. 132-135, ubi idipsum ex testimonio experientiæ etiarr comprobavimus. s Cf ibid., a. 1, p. 131-132, et a. 12, p. 161-163. ispecies rerum haberet, antequam ipsas efformaret ; nec secundum, quia intellectus nequit in seipso effingere species lllarum rerum, quas non cognoscit. Ergo origo nostræ cogmtionis secundum systema Scholasticorum exniicari nequit f. ' 66. Resp. Dist. secundam partem maioris, aut non co~ \gnoscit, ita tamen, ut obiectum polentia intelligibile sit ipsi præsens, conc, secus, neg. Dist. item secundam partem minoris, nequit effingere etc, si obiectum potentia inteiiigibile non sit lpsi præsens, conc, secus, neg. Neg cons IKe qu.dem vera intellectus agens efformat speciem intelJligibilem per abstractionem, quam naturaliter exercet sujper phantasma, et hæc abstractio non est ea, quæ dici\tur per modum compositionis, et divisionis, sed ea, quæ lieitur per modum simplicitatis z ; quapropter, uti' alibi idnotavimus 3, intellectus agens ad efformandam speciem mtelhgibilem expostulat, ut phantasma, quod est obiectum Mentia intelligibile, præsens ipsi sit, sed non ut ideam 'ius lam in se habeat. Nemini autem negotium facessat, Jbanlasma, quod ad facultatem sensitivam pertinet, esse iræsens intellectui. Nam, quamvis animæ facultates in-' er sese dislinguantur; tamen una est earum radix, unum-' [ue eo, quo explicavimus, modo, est ipsarum subiectum •empc essentia anime 4; ita ut non facultas, sed anima er lacultatem aliquid agere proprie dicatur \ Hinc fit, il anima, cum per facultatem sensitivam phantasma perPit, per intellectum agentem exerit actionem abstractiam m phantasma. 67. Obiic. 2° Intellectus essentiam communem ab indiiau,s abstrahere non potest, nisi prius nota communi, e idea gcnerah potiatur. Ergo lantum abest, ut abstra"o^eilormet ideam universalem, ut potius. ipsam expo 68. Resp. Neg. ant. Etenim abstractio non expostulat, mCnAdir r/T phil'f usum Semin' Lu^ MetP™ ™ b e "' a'JFere eodem argumento usus est ctiam Rosmi • w ; ' sczIv e- ! a16' et ?. MDynam., c. IV, a. 5, p. 140.-3 lhid p. 140 >id. Dynam., c. I, a. 4, p. 101. Cf s. Thom. Qq. dispp., De Ver., q. X, a. 9 c. 6 Cf Rosmin., loc. cit. ut anima præviam cognitionem notæ communis, sive no| lam communem cognitam tamquam communem habeat; \ sed tantum ut animæ obviam fiat obiectum, ex quo inj teliectus aliquid, quod pluribus commune sit, seiungere i potest. Hoc obiectum est phantasma, in quo essentia, quæ i pluribus communis sit, latet. Quocirca abstractioni, ut j diximus, præcedit cognitio concreta, quæ essentiam una i cum conditionibus individuantibus exhibet. Intellectus autem ope abstractionis sibi conficit notionem illius essen| tiæ exemptæ a conditionibus individuantibus; deinde re1 flectens super hanc notionem apponit illi notara communem, sive rationem universalitatis . Cognitio igitur notæ communis efficitur ex reflexione super notionem, quam intellectus ope abstraclionis adipiscitur; tantum abest, ut \ abstractioni præcedat 2. CAPVT II. De connexione sermonis cum cogitatione I. De signis in universum 69. Antequam controversias, quæ circa connexionem sermonis cum cogitatione agitatæ sunt, dirimamus, nonnihil de signis in universum, et maxime de natura signorum, quæ verba appellantur, in antecessum dicamus o portet. Signum, ut s. Augustini verbis utamur, a est res, præter speciem, quam ingerjt, sensibus, aliqu^MjEaciens \ in cogitationem venire^/Ex quo intellrgifur trm m quo libet signo nobis occurrere, scilicet unum, quod aliquic significat, aiterum, quod per ipsum significatur, et quod dam principium, cuius vi e cognitione unius ad cogm tionem alterius progredimur. E. g., in fumo, prout es signum ignis, tria occurrunt, nempe fumus, qui lgnen significat, ignis, qui a fumo significatur, et relatio intei utrumque, quatenus fumus ab igne producitur. 70. Si signum non ex voluntate hominum, sed natur; sua ad rem, quam significat, refertur, dicitur natwrale e. g., fumus est signum naturale ignis; sin ad rem signi i Cf s. Thom., I, q. LXXXV, a. 2 ad 2. ^ Alias obiectiones exsolvimus p. 141-142. 5 De Doctr. Christ., lib. II, c. 2, n. 1. icatam referatur ex hominum instituto, dicitur arbitratium; e. g., oliva est signum arbitrarium pacis 71. lam homo quibusdam signis, seu mediis sensilibus |.pushabct, ut conceptiones suas extrinsecus proferre posjit.Wam 1 lpse est animal naturaliter politicum et ociale, ac proinde necesse est quod conceptiones unius fominis mnotescerent aliis . 2 Mcdia, quibus homines -pus nabent ad cogmtiones sibi invicem manifestandas, ensibiha esse debent, quia ipsi non ex spiritu tantum ed ex corpore etiam constant 2. 72. lam signa, quibus homines cogitationes suas cum ttns communicarc valent, sunt gestus, voces, et scriptura. fcestus sunt motus corporis ad animi cogitationes patefaktndas comparati^Sl ex instinctu naturæ fiant, sunt naUrales; sin ex conventione inter homines facta confWan\ ar, artificiosi. E. g., oculi torvi naturaliter significant r^^nem, et motus corporis, quibus surdo-muti deW h....,0(ue,æ supplcnt, cogitationes ipsorum artificiose 73. Gcslibus longe præstantiora sunt verba. Verbum ;lZX,'f S /?"S a?ticulatus ad animi cogitalioncs expriScoS, Z L0CUtl° au'em.in verboru,, seu vocum 8 Thom^'n Si bel1^. unt Z " ^er,-U ' "• '• . WSCSSn.C^dr.e didtUr Ctiam ". 1ia deno.a, rongUur?a s,TiZ"a ?r ' "T V°CibuS "P'entanlur. Uinc diees quæ i I \Z,.„,deoral>htm> a™ significantur ideæ, non voro N verlrdrbcu7uPirnS,Cntant-.HaCC ScriD,ura inogr.phic. potcst a.quainnoce^rner?0 f ' '"'"Z"' VcI sm6°ea, cuiusmodi est,uuainnocentiapercolumbam,velferacitasperspicamsi,-ni.icatur. Utrum yoces sint SIGNA NATVRALIA, AN ARBITRARIA [sive NON-NATVRALIA (Grice)]. Nonnulli veteres, inter quos Heraclitus , docuerunt verbis sive ore prolatis, sive scriptis ex natura sua, non ex instituto hominum res significari. Aristoteles 2 oppositam sententiam tradidit, quam Scholastici 3 post Ecclesiæ Scriptores tuiti sunt. Scilicet nomina, secundum ipsos. conceptionibus nostræ mentis oportet quidem ut respondeant. Elenim, quoniam ratio, quam significat nomen. est conceptio intellectus de re significata per nomen 4 . illud consequitur, quod intellectus . . ., secundum quod apprehendit res, ita significat per nomina 5 . At vero. quoniam ex variis nominibus iliud eligere nobis licet quod cum ea ratione, qua rem apprehendimus, magi Lu&d- Batav. 2 ; . I \ tr' Chrtst- Iibn, c. 2, n. 3. alesc 2 Phtl°8' "" U$ premiers ohJets ds connaissances mo adhibetur, nisi ad significandum verbura interius, quod ræns, rem concipiendo, efformat f, et non donatur nomine verbi, nisi propter relationem, quam cum verbo in teriori habet2. 79. 2° Nomina, uti iam a nobis ostensum est, non significant res ex natura sua, sed ex arbitrio hominum : unde nominibus præcedere debet cognitio rerum cum ir. illis, qui nomina rebus imponunt, tum in iis, qui ea audiunt; in illis quidem, quia homines, nomina rebus imponere volentes, non aliter possunt denominare res, quair prout ipsas cognoscunt; in istis autem, quia ii, qui no minarebus iam imposita audiunt, non possunt scire, quasnam res ipsa significent, nisi cognoscant conceptus, quoi eorum auctores significare voluerunt. Apposite s. Augu stinus: Magis signum, re cognita, quam, signo dato ipsa res discitur3 . Atqui si cognitio rerum, quas no mina significant, expostulatur cum in illis, qui nomini instituunt, tum in illis, qui ea audiunt, profecto ea noi sunt necessaria ad cognitionem rerum adquirendam, alio quin dicendum foret causam, sive conditionem sine qui non, posteriorem esse effectu ; quod perabsurdum est Ergo. . Mens humana ad cognitionem reflexam e/ ficiendam non indiget sermone, aut alio quovis societati subsidio . Hæc propositio statuitur contra Rosminium 5, Giober tium 6, P. Romanura e S. I. \ et Scriptores Lovanienses Hi docent mentem nostram non posse reflecti super co gnitionem rerum iam sibi comparatam, nisi a sermon ne,0"g^ quidem, ac exquisitæ lstitutioms sociahs præsidio, sed ope Divinæ Revelationis consequi otest Annales de phil. chret., Ser. 4, t. VII, et t. VIII. La tradizione, e i Semipelagiani della Filosofia, c. I, ret \ r " IV. De origine sermonis 84. Coronidis loco quæstionem de origine sermonis inuere par est \ 1° Sententia Rationalistarum, qui contendunt sermonem ijiomine sponte sua exsurrexisse 6, omnino absurda est, on d,parUiSs T^l™' Sw V °Pinion dli Dr Stuard etc, RefuIkI:-, 5 • Non Dauca exer"pla surdo-mutorum hoc com m s VX^ Tdt Deerandum {De V °duc°™ • Pars v> linxviu. "æc °uæst,Vum altera> auam antea eicussimus, logieam Z riT nT' ETim hæC duo' nemPe hominum TnTeK • hominP quodammodo sine sermonis auxilio evolvi, simulum on ?°n P°SSe viribus Suis conficere illuu imi egre Hanc in,pT Serm°niS inventione™> secumnon pugnant. ten^, c! xT nUpernme ProPu?u^it Renan, m V origine primo, quia si sermo sponte sua in nobis oriretur, noil tantum unius labii omnes homines essent, sed ne ulla qui } dein disciplina indigerent ad sermocinandum, qua reaps indisere nemo diffitetur; secundo, quia firmurn ratumqu est hominem non Ioqui, priusquam alioS loquentes audiat 2° Non desunt Philosophi catholici, qui docenl homine sermocinandi virtute a Deo donatos et ratione utentes potuisse per se invenire sermonem. Ipsi autem sententiaii suam adstruunt hoc modo: In primis dubitari nequit, qui aliquis homo rem sensibus occurrentem quodam signo alii communicare potuerit. Gum autem innata vi loquendi præ ditus esset, nihil repugnat eum protulisse sonum syllabi quibusdam distinctum : iam ipse, cum ratione polleret potuit determinare illum sonum ad rem commonstratar significandam, idque eo consilio præstare potuit, ut a aliis intelligeretur; et hi, cum etiam ratione fruerentur potuerunt intelligere, qua mente alter sono illo usus sii Nec quidquam difficultatis in significandis rebus spiritu; libus nancisci potuit; nam sicut, aiente s. Thoma, sens bilia intellecta manu^lucunt in mtelligibilia Divinorum !) ita ex nominibus significantibtfs res materiales proceder potuit ad nomina, quibus res spirituales denotantur, prac sertim propter quamdam analogiam, quam homo inte utrasque res percipit. 3° Quod si historia consulatur, una cum loquela ipsur sermonem primo homini a Deo infusum fuisse dicimus tum quod ex pluribus Sacræ Scripturæ locis id sat colligitur; tum quod primus homo, utpote non solum ai ctor, sed etiam institutor totius generis humani, a De constitui debuit ætate perfecta ; iisque omnibus instn ctus, quæ ad aliorum instructionem, et gubernationei pertinent 2, ideoque etiam sermone, cuius longe maic necessitas ingruebat 3., i Qq. dispp., De Ver., q. X, a. 6 ad 2. 2 Cf s. Thom., I, q. XCIV, a. 3 c. 3 Non desunt pauci inter ipsos Catholicos, qui sermonem a pi mo homine excogitatum fuisse opinantur, atque hanc sententiam s. Gregorio Nysseno in Orat. XII Contr. Eunom. traditam esse p tant. At de huius sancti Doctoris sententia vid. Al. Coletta in gregio op. SuW origine del linguaggio, § III, p. 44 sqq, Napoli De vi, et potestate notionum universalium Aitr. I. Diversæ Philosophorum opiniones recensentur 85. Tres sunt circa vim universalium Philosophorum p.mones quæ vocari solent Nominalismus, ColceZt hsmus et Reahsmm. Nominalismus in eo consLtUauod enegat rænt. humanæ conceptiones universales c stmuU mversaha vel esse pura noraina, seu flatus vocs/tI eSSe '.oces aut conceptiones, quæ, si spectenlur in sc s„„ ;.ngulares, sed un versales dici possunt ex eo quo d plSres Hto nf, Tl d.es,n.ant' Hæc ^ntentia prior raodo tvl kam s Jc xivTS ;,,°ISteri0ri modo a Guilielmo OMmo sæc. XV, el, securulum verisimiliorera sententiara tiam a Roscelhno, aliisque Nominalibus sæc XI os Ar.stoteles, et post eum præcipui Scholæ Doclores",nnn,linIS;Jf"m'ni significatione racare. inte e,,„ '° if6"' US 'deaS existere eitra •"•. ™ in Deo, eruduos nulio non tempore fuit, eaque adhuc sub iudice est docuerunt illas habere fundamentum in re, sive esse actu in intellectu, sed fundamentaliter, et potentialiter in rebus1. 88. Ex recentibus Nominalismum secuti sunt omncs Sensistæ; Realismum omnes Pantheistæ, ex eo quod ipsi blaterant universalia esse emanationes Dei; Conceptualismum autem primo modo acceptum, omnes, qui originem idearum vel per ideas innatas, vel per formas ipsius subiecti cogitantis explicarunt; altero autem modo acceptum, omnes, qui s. Thomæ placita in explicanda origine idearum sectantur. Nominalismus et Realismus refelluntur. Nominalium sententiam a veritate aberrare ostenditur sequenti Universalia neque sunt voces, cuiuslibet conceptionis expertes, neque sunt voces, aut conceptiones singulares, quibus non aliquid universale, sed plura individua designantur. Probatur prima pars. Signum, prout signum est, ad aliquid, quod significat, necessario refertur ; ac proinde absurdum est esse signum, quod nihil significet. Atqui yoces nihil aliud sunt, quam signa, quæ conceptiones animi significant. Ergo absurdum est universalia esse voces, quæ nullam conceptionem significant. 90. Probatur altera pars. Singula individua proprios conceptus habent, quia singula individua qualitatibus sui propriis gaudent, per quas alia ab aliis discriminantur, Atqui ea, quæ proprios conceptus habent, propriis no minibus designanda sunt. Ergo fieri non polest, ut no mine, et conceptione singulari plura individua designen tur. Attamen, quoniam omnibus individuis quædam qua litates communes sunt, unica conceptio potest repræsen tare eorum qualitates communes, atque unicum nomei potest illas significare. Itaque vox, sive conceptus com munis non designat plura individua, sed quidquarn plu rium individuorum commune. 91. Utraque propositionis pars confirmatur ex eo, quod ut Leibnitius ait, admissa sententia Nominalium, eyer tuntur scientiæ, et Sceptici vicere 2 ; siquidem scien i Gonceptualismus, hac altera ratione explicatus, realismus ten peratus etiam vocari solet. 2 Præf. ad JSiz., tiæ, ut sæpe innuimus, sine enunciationibus universalibus cxistere non possunt. 92. Sententiam Realium, quocumque modo explicelur, absurdam esse h.s duabus propositionibus evincitur 1 rop. 1 . Umversaha nequeunt esse aliquid actu existens, et ab ipsis rebus singularibus omnino separatum. Irobatur Universalia, e. g., humanitas, essentias rerum conslituunt, al.oquin non possent prædicari de rebus seicundum essentiam. Atqui repugnat essentiam actu esse bitra rem, cuius essentia est, quia res sine essentia esse iiequ.t. Ergo fieri non potest, ut universalia omnino a rebus discreta, et seiuncta actu existant. 93. 2a. Universalia non existunt actu in rebus sinfulanbus. Probatur. Quoniam universalia, uti diximus, essentias •crum constituunt, si ipsa actu existerent in rebus sinjulanbus, consequeretur rebus singularibus essenliam in.versalem inesse ; et quoniam quælibet res per essenlam suam eflicitur id, quod est, res singulares, quippe [uæ essentia umversali gauderenl, simul singulares, et in.yersales dicendæ forent. Atqui id repugnat. Ergo. I ^4. ltaque, etsi essentia universalis non sil, uti antea Hemonstravimus, omnino seiuncta a rebus; tamen ipsa in jebus singulanbus actu non invenitur, prout est univerlaiis, sed prout a qualitatibus singularibus in unaquaque e determ.natur. Exemplo rem declaremus. Si humana !>atura, prout est universalis, esset actu in individuo, puta p .aocrate, Socrates esset species humana. Ex quo illud uam ttuit, quod S1 tota species humana esset in Socrale, ocrates simul experirelur affectiones omnium individuouni nominum. Ita, si tota species humana esset in So aie consequitur, ubicumque est humanitas, esse etiam ocratem, ideoque Socratem esse simul Romæ, Athenis, in omnibus locis, in quibus singuli homines versantur; iuæ omma sunt manifeste absurda. Aut. III. De Conceptualismo 9o. Sententiam Conceptualium non quidem priori modo secundo inodo acccptam veritati esse consentaneam Pm,0?a 'rr °,ie sequeutium propositionum colligiiur: lUlbtL: ' U™vers?}™ ™n sunt universales conccptiones ucllectus, quibus nihil obiectivi respondct. Probatur. Si universalibus conceptionibus nihil obiectivi, et realis responderet, dicendum esset conceptiones universales ex ipsa rerum natura haud depromi. Atqui id repugnat. Ergo. 96. Minor ita demonstratur. Si conceptiones universales ex ipsa rerum singularium natura haud depromeren-i tur, impossibile foret cunctas res singulares in quasdam species, et genera digerere, e. g., Socratem ad speciem humanam, non vero ad belluinam, et contra ea bucephalum ad belluinam, non vero ad humanam referre, atque utrumque generi animantium accensere. Si nihil est in Socrate, quod eum a bucephalo distinguat, eccur vel quilibet e plebe in Socratem incidens eum pro homine, el non pro bellua habet ? Non certe ex conventione, tum quod experimur in eo etiam illos consentire, inter quos nulla conventio facta est, tum quod conventio circa quædam dumtaxat individua, non vero circa omnia existere posset. Necesse igitur est aliquid esse in rebus singularibus, cuius gratia homines sine ulla conventione res ac easdem species, eademque genera reducunt. 97. Gonfirmatur propositio ex eo, quod, posita horun Conceptualium sententia, nulla scientia obiectiva existerr potest. Etenim, cum scientiæ sine universalibus conceptio nibus existere nequeant, vis cuiuslibet scientiæ vi con ceptionum universalium respondere debet. Ergo, si uni versalibus conceptionibus nihil realis, et obiectivi respon det, scientiæ quoque nihil exhibere possunt, quod in re rum natura sit, ac proinde intra idearum ambilum con cludantur necesse est. 98. Prop, 2a. Universalia actu sunt in intellectu, sed [m damentaliter in rebus. Probatur la pars. Natura rerum, ut s. Thomas argi mentatur \ vel dicitur habere rationem universalitatis i se, nempe absolute spectata, vel in rebus singularibui vel in intellectu. Atqui non primum, nam quidquid cor venit naturæ rerum absolute spectatæ, e. g., homin prout homo est, convenit omnibus individuis illa corr prehensis ; quocirca si natura humana, prout est natur bumana, haberet rationem universalitatis, universaiiU i De ente et essentia. mveniret cuilibet individuo homini, id quod absurdum ;t. Non alterum, quia quidquid est in individuo, deterinationes individuales habet, ac proinde non invenitur co communitas aliqua, scd quidquid est in eo, indivijalum est !. Restat igitur ut universalia actu in intelctu existant. 99. Confirmatur. Notiones universales, ut in scholis tratiir, fiunt per abstractionem, et intentionem universalita; . Per abstractionem, quatcnus intellectus avocat cogitionem ab individuis, in quibus aliqua natura invenitur, it invenm potest, et non aliud cogitat, nisi ea, quæ sentiahter lpsam constituunt. Per intentionem universaatis, quatenus mtellectus reflectitur super abstractam itioncm lllius naturæ, et cogitat ipsam ad plura indidua mdeterminate referri posse. Atqui abstractio, et intitio univcrsalitatis non nisi opus intellectus sunt. Ergo nversal.a actu non alibi, quam in intcllectu, esse cenndum est 3. 100. Probatur 2a pars. Natura, quam intellectus abstrami a conditionibus singularibus, atque universalem coat, eadem est, ac illa, quæ determinata conditionibus igulanbus m rebus invenitur, adeo ut illa vere præditur de singulis mdividuis, puta cum dicimus, Petrus Jiomo Atqui si ita se res habet, liquet intellectum in >is rebus tundamentum invenire, ex quo naturam ipsis mmunem velut universalem considerat. Ergo universa fundamentaliter sunt in rebus P^T.Vn,"."0™-' '' q' LXXXVI' " ' cel vel H?o ne sul quod bu.namtas apprebendatur sine individualibus con s T,! r?VPSam abStrahi' ad uod 8euitur unio n dU humanitati . secundum quod percipitur ab in CRITERIOLOGIA Ad Dynamilogiam illa etiam, uti diximus ', tractatio spectat, qua inquiritur, quid roboris nostræ animæ facultatibus insit ad certam veritatis cognitionem gignendam. Hæc, maximi quidem momenti, tractatio CRITERIOLOGIA nuncupatur, quia facultates cognoscendi, ut mox dicemus, prout veritatem rerum nobis patef aciunt, criteria veri appellantur. Philosophi, qui mentem humanam illis, quibus prædita est, cognoscendi instrumentis, veritatem sine ulla erroris formidine assequi posse negarunt, aut nondum assecutam esse contenderunt, Sceptici, sive, ut latine dicitur, Observatores vocati sunt, eorumque sententia Scepticismus audiit. 2. Itaque in huiusmodi controversia hunc ordinem adhibebimus. Primo, statutis quibusdam notionibus circa criteria veri in universum, singulorum criteriorum vim tuebimur. Deinde universam scepticismi rationem refellemus. Denique, quoniam facuitates cognoscendi inspici possunt non solum in se, seu absolute, sed etiam moraliter, idest una cum illis adiunctis, quæ illarum usum perturbare solent, inquiremus, quænam vis ipsis moraliter inspectis insit. De criteriis veri in universum spectatis I. De reritate, ac variis animi circa illana statibus 3. Investigaturis instrumenla, quibus veritatis certam cognitionem assequimur, opus nobis est in ant ecessum definire, quid sit veritas, et quotuplici in statu circa eam mens humana versari queat. Veritas, prout refertur ad mentem, quæ illam cognoscit, dicitur logica, et posita est in eo, quod mens cum re cognita, prout hæc in se est, consentit. Quare a s. Thoma definitur: Adæquatio intellectus, et rei, secundum quod intellectus dicit esse, quod est, et non esse, quod 1 3.non est . Iam veritas logica distinguitur tum a veritate metaphysica, quæ, uti in Ontologia dicemus, est convenientia rei cum intellectu, a quo producitur ; tum a veritate morali, quæ est convenientia vocum cum rebus, quæ per illas significantur z . 4. Iam homines aliquarum veritatum notitia carent, aliarum autem notitia potiuntur. Circa res, quarum cognitione destituimur, in ignorantiæ statu versari dicimur ; in i iis vero, quas cognoscimus, animus noster vel hæret dubius, vel opinatur, vel certus est. 5. In dubitationis statu animus versatur, cum non magis ad assensum, quam ad dissensum inclinat 3. Quod quidem, ut advertit s. Thomas, contingit vel quia animus neutra ex parte aliquam rationem advertit, vel propter apparcntem æqualitatem eorum, quæ movent ad utramque par ytem. Hinc animus in statu dubitationis instar libræ esl; f|uemadmodum enim hæc, si aut nullum, aut æqualia rn utraque lance momenta habet, nullam in partem declinat, sed in æquilibrio perstaf, ita animus, si aut neutra ex parte, aut æquales ex utraque parte rationes advertit, nec alicui enunciationi assentitur, nec ab ea dissentit. Cum animus dubius hæret, quia neutra ex parte rationes advertit, dubitatio dicitur negativa; sin æquales utraque ex parte rationes habet, posiliva vocatur. 6. Opinio, sive probabilitas, prout certitudini opponilur5, est ut sThomas inquit, ille stalus mentis, io quo ipsa cc adhæret uni parti cum formidine alterius0 . Adhæret quidem um parti, vel quia pro aliqua ipsarum dumtaxat Contr. Gent., lib. I, c. 59. Hæc definitio quadrat in veritatem moralem spectatam secunaum sui rationem obiectivam. Quod si secundum rationem subiectivam consideretur, in consensu vocum cum conceptibus, qui res repræsentant, posita est; non autem in consensu vocum cum remis, quas conceptus repræsentant. Veritas moralis secundum rationein subiectivam veracitas, et falsitas moralis mendacium proprns vocibus designantur. Dubitatio, inquit s. Bonaventura, proprie dicit indifferentiam maicii rationis respectu utriusque partis contradictionis, ita quod neutriim præcligat alteri ; In lib. 111 Sent., Dist. XVII, dub. 3. • Qq. dispp., De Ver., q. XVI, a. 1 c. J De opmione, prout opponitur scientiæ, locuti sumus in Logica. p Ja0;?1, a4> p- 69cf etiam ihidp30 not3 6 2a 2æ, q. II a. 1 c. raliones, vel quia pro una graviores, quam pro alia, rationes ei occurrunt. Cum formidine alterius, quia rationes iilæ non sufpcienter ipsam movent ad assentiendum illi propositioni . Ex quo fit, ut probabilitas minor, vel maior esse possit, prout paucioribus, aut levioribus, vel pluribus, aut gravioribus momeniis innititur. Quod si hæc momenta tenuissima sint, probabilitas proprie appellatur suspicio. 7. Denique certitudo est ille animi status, in quo ipsi alicui enunciationi sine ulla sollicitudine adhæret . Certitudo autem potest esse vera, aut falsa, prout iudicium, cui animus fidenter adhæret, est rei veritati consentaneum, aut dissentaneum. Falsa cerlitudo error vulgo au dit; quare error definiri potest: animi stalus, in quo ipsi certo pronunciat aliquod iudicium rei veritati minime consentaneum. 8. Distinguitur autem certitudo in metaphysicam, pk sicam, etmoralem. Metaphysica certitudo existit, cum meu tis assensus in rerum essentia fundatur. Ita metaphysice certum est radios circuli a centro ad peripheriam ductos esse æquales, quia intellectus perspicit hanc proprietatem circuli ab eius essentia fluere. Physica vero certitudo habetur, cum assensus mentis innititur constantia legum naturæ, vel simplici facti observatione. E. g., physice certum est omnia corpora ad centrum terræ ferri, quia id colligitur, ope inductionis, ex constantia legum naturæ, itemque certum est corpora existere, quia ipsa per immediatam experientiam percipiuntur. Denique moralis certitudo obtinetur, cum assensus menlis fundatur in hominum testimonio, ac proinde in legibus, quibus i 2a 2æ, q. I, a. 4 c. 2 In lib. III Sent., Dist. XXVI, q. II, a. 4 sol. Advertito contra assertores Calculi probabilitatum, posse probabilitatem ad certitudinem magis minusve accedere, sed numquam illam assequi. Etenim totum quodpiam confici nequit ex partibus, quæ diversæ, ac ipsum, naturæ sunt; siquidem collectio efficere non potest, ut partes natura sua expolientur. At certitudinem, et probabilitatem diversæ naturæ esse manifestum est, namque certitudo omnem dubitationem tollit, probabilitatem autem aliqua dubitatio semper comitatur. Quæcumque igitur sit probabilitas, et quousque eius gradus augeantur, numquam in certitudinem evadere potest, nisi naturam suam exuat. Cf s. Thom., In lib. I Poster., lect. I. mores hominum temperantur. E. g., moraliter certum est Persas ab Alexandro fuisse debellatos. Iam perspicuum est cerliiudinem metaphysicam eiusmodi esse, ut illius oppositum sit absolute impossibile, quia res essentiis suis expohari nequeunt ; certitudinis vero physicæ, et moralis propnum est, ut earum oppositum sit impossibile hypothetice, ncmpe salvis legibus physicis et moralibus f. N.— Quænam siut veritatis criteria 9. fnstrumenla, quibus assequi possumus certas de ver.tat.bus cogn.t.ones, post græcos criteria, scu verorum wdiciorum regulæ in Scholis vocitantur \ propterea auod )orum ope, quid verum sit in unaquaque re, diiudicaur, atque ipsorum vis rationem, ob quam de nostroom .udiciorum ventate certi sumus, exhibet. z rwpssrr eti sd recwm' prudenlmquc p^ 2 Cf Sext. Emp., Hypoth. Pyrrh. libri tres, passim. • In i hac cnterii notionc tradenda veteres politiores philosophi fa hmur convenerunt. Sextus enim Empiricus (HypoL PyTh.] \t'J: ' ?' ' CUm Ph,losoPhorum opiniones de criterio ve e nrorn' ^ ^T^ ^ C°S ™™ vel Pl™ cri er a ad s.sse, prout unum, vel plures eertarum cognitionum fontes ho mi suppetere arbitrabantur. Ast non pauci inter recentes med?a r.tat.s cognoscendæ a criterio veritatis distinguunt ataue hoc erumaue statuunt i„ evidentia, sive quadam nota ?psi obiecto °n ricam 1 o? rnS ^ aSSeDSUm C°gilUrAt non dri nobis yWetar to tum a^ rmTneiCnteriUm' qU°d coSno^ndi mediis adiunUtes llq '• S' facuItates cognoscendi huiusmodi sunt, ut vetates certo arr.pere possint, nuJlo alio criterio ad verum ifakn oTulde^Tunt °aPtUnoerit;HtUm non P-cac "nitio^s in illæ comnnUonI0 ? evidentes. E. g., evidentes nobis haud 1 ;, cognit.ones, quibus obiectum non in seipso sed ner sne rehen i urr.e,ifræ T U1° qUamdam habet iffidtaJ£ Tpl l r 'qUe lI]æ ' quæ circa veritates contingentes et '• t. qu us'TnnteVl^nC % Th0maS GVidCntCS -rilues esse Derfec m vl ^llec u videntur, nempe quarum cognitio -iiri Pi prim ^°nauæn:Urg,t '• SiCUt per,Umen natura,c ^emua us etia.no' q C cP^noscimiIS tatim, ut terminos...: et ulte £ m d UuturqUvWeri T F™" rGSOlVerC P0SMm P" ' (/" lm III Zit £ ™l qUaC SCimUS dc'°nstrative proUn Uo. m sent., Dist. XXIV, q. I, a. 2, sol. 1 c). Præ Ut, quænam sint huiusmodi criteria, patescat, necesse est diversa veritatum genera præ oculis habere. Veritates, quæ a nobis cognosci possunt, sunt aut contingentes, nempe quæ versantur circa facta nobis com perta per experientiam internam, aut externam ; vel ne cessariæ, nempe quæ spectant rerum connexiones, et idea rum relationes1. Tum veritates contingentes, tum neces sariæ sunt aut primitivæ, aul deductæ. Primitivæ sun illæ, quæ nullo medio demonstrantur; deductæ sunt illæ in quibus convenientia attributi cum subiecto ope ratioci nationis perspicitur. E. g., existentia ?ov ego, et mund huius adspectabilis sunt veritates primitivæ contingentes corpus est grave, eclypsis fit per interpositionem terræ in ter lunam, et solem, aliæque huiusmodi enunciationes sun veritates contingentes deductæ; totum maius est sua parte est veritas necessaria primitiva ; substantia spiritualis li bertate gaudet, est veritas necessaria deducta 2. 11. Iam 1° veritates primitivæ contingentes cognoscun tur experientia immediala; nempe illæ, quæ circa fact interna versantur, conscientia; illæ autem, quæ ad fact externa spectant, sensibus externis nobis innotescunt; 2° vc ritates primitivæ necessariæ cognoscuntur per intelli gentiam; 3° verilates deductæ, si sint contingentes, a nc bis adquiruntur per inductionem ; et sive sint contingen tes, sive sint necessariæ, per syllogismum 3. Intelligentic inductio, et syllogismus unico nomine rationis appellai solent. At vero his, quæ enumeravimus, instrumentis co gnoscendi veritates duo alia adiicienda sunt, nempe me terea in iis ipsis, quæ evidenter cognoscimus, realitas, quæ, u aiunt, se nobis manifestat, et intellectum ad assensum rapit, e quidem causa, cur intellectus necessario illis assentiatur, seu, i idem sanctus Doctor inquit, cogatur (Qq. dispp., De Ver., q. XXVII a. 3 ad 6); sed non est proprie causa, cur ea certo cognoscat. A cedit, quod si quemquam e vulgo interrogaveris, e. g., cur certi sit, se revera existere, illico tibi respondebit, quia id mihi conscie tia testatur ; et si pergas interrogare, quanam ex ratione corpo existere pro certo habeat, haud hæsitans reponet, quia sensus e terni id renunciant. 1 Veritates contingentes a posteriori, vel syntheticæ ; veritat autem necessariæ a priori, vel analyticæ etiam appellantur. Ideal., c. I, a. 4, p. 202, not. 1. 2 Cf Scot., In lib. I Sent., Dist. III, q. 4, n. 6-11. 3 Cf Scot. noria, quæ, elsi nihil novi nobis afferat, tamen co ratio> memoria, et au „i2,^-.hii-Criteriisawctoritas dicilur momenlum exlerium certuudmis, quia per eam cerli sumus de veritate dicu.us rei, quatenus alii illam perspexisse nobis testanur. Celera cnteria dicuntur momenta interna certitudi"s, quia sunl inslrumenta animo nostro insita, ita ut •er ca cert, efliciamur de verilate alicuius pronun tiat" osSmus5. 'PS1 COnvenientiara attrib"' cum subiecto 13. Porro crileria interna, quemadmodum ex dictis perpicitur, nonnis. ipsæ facultales cognoscendi sunt mins amma prædita est. Aucloritas vero, quamquam s t ocair;Urmn?,XrnUm ',amC" ad interna nodam„q,odm r" ocatur, qu,a s,ne moment.s intcrnis, idesl sine cognitriibu an.mac iacultatibus cxislere non potest. Et sane os momentis e ralione petilis opus habemus, ut cerHefcamur eum, qui aliquid nobisnarral, aut edoce d osrcc,CdiSeKC,U;,a1SCntiamUrUaLque critcria suntTpsæeoCl,ii "av!' quatenus hæ motiva suflicicltia exM8umuqs " Ur cert,tudo> 1ua v^ilates cognoscere De criterio, quod dicitur Conscientia Aut. I. — De vi huius crilerii us4' MZSfntia CSt i"-ud crilerium, quo anima sui ip "mi;,msuiqSeiqdur,n ca actu sunt s affectionura e la. Conscicntiæ vis ad intema facta nobis patefa1^2UT1TU SUnt> quia ca> " fuerunt i„ nobis, obie un memoriæ sunt. cienda adeo ex se est perspicua, ut neque demonstrationem admittat, neque demonstrationis egeat. Probatur la pars, nempe non admittit ullam demonstra tionem. Nulla est demonstratio, in qua id, quod in quæ stionem adducitur, pro certo sumitur . Atqui infallibili tas conscientiæ demonstrari nequit, nisi iam pro cert; sumatur. Ergo. 16. Minor ita demonstratur : Si quis veracitatem con scientiæ demonstrandam aggreditur, iam percipere debe quæcumque demonstrationem constituunt, et certum ips esse debet se ea percipere. Atqui id non aliter constan ei potest, quam ex testimonio conscientiæ. Ergo vera citas conscientiæ demonstrari nequit, quin iam pro cert sumatur. 17. Probatur 2a pars, nempe demonstrationis non egel Non eget demonstrationis illa veritas, quæ admittitur a eo ipso, qui eam negat, aut de ea dubitat. Atqui huius modi est infallibilitas conscientiæ circa nostri, nostrarum que affectionum existentiam. Ergo. 18. Minor demonstratur hoc modo: Qui se existere ne gat, sane affirmat se existere in statu negationis, et s dubitat, utrum sit, se existere in statu dubitationis affii mat, et si dicat se nescire, an sit, iam pro certo sumi se existere in statu ignorantiæ. Quod si addat se dubi tare etiain, utrum dubitel, et nescire, utrum nesciat, uti que affirmat se dubitare, ac nescire, ac proinde se exi stere in statu dubitationis, aut ignorantiæ 2. Quin imm si quis obiiciat vitam nostram esse perpetuum somnium quemadmodum hac postrema ætate Fichteus autumavil iam fatetur nos vivere in statu somnii, ideoque existere ', i Gf Logic, p. II, c. I, a. 3, p. 53 sq. 2 Si fallor, inquit ad hanc rem s. Augustinus, sum; nam qi non est, utique nec falli potest ; De Civ. Dei, lib. XI, c. 26. tem s. Thom. (Qq. dispp., De Ver., q. X, a. 12 ad 7): Nulli potest cogitare, se non esse, cum assensu; in hoc enim, quod o gitat aliquid, percipit se esse ; Cf ibid., a. 8 ad 2. Idem dicati de internis animi affectionibus. Nam qui ponit dubium testimoniui conscientiæ aliquam internam affectionem referentis, simul ponei cogitur yeracitatem conscientiæ circa illam animi affectionem, qu tum actua(i esse imus PSa ' $lVe reale ' ac ohiectivum cogno IntZ Pa"C?nscientla habilualis, sicuti vidiraus', ræsen... "? '?nUur' Pmli esseJaum rca"e cognoscendum habilis est. maauatr.-M ^v " prlmis • anima Per conseienm hahlfnX 'Um Cl,C,t actum' in ; scd ut evincatur eam nullis scepticorum cavillationibus latactan posse. Ita s. Augustinus primum statuit nos existere tamam factum per se notum, proindeque certum: Sine ulla phansiarum, vel phantasmatum imaginatione ludificatoria mihi esse \e\ ~que.nosse et amare certissimum est (De Civ. Dei, lib. XI, -C). Deinde adversus Scepticos, obstrepentes quemquam posse oc falli, ostendit, uti antea adnotavimus, illud factum ipso erre asseri: si fallor, sum ; nam qui non est, utique nec falli jest, ac per hoc sum, si fallor ; Cf p. 238, not. 2. 1 237, not. 1. Pnaos. Ciirist. Compend. 1. 1 j[6 sæpe testatur se niulta videre, et audire, quæ omnioc nulla sunt. Ergo conscientia re ipsa fallitur. 29. Resp. Dist. ant., quæ nulla sunt extra animam conc. ant., quæ nulla sunt in ipsa anima, neg. ant. Neg cons. Et sane, illa, quæ amentes, et somniantes putant sn posse percipere corpora autumant, his duabus ratio rc dX!tUn!Ur' Tmpe: r Simililud° naturæ interce.i,,,„ " • sul),ectum cognoscens, et obieclum co.,' Pr°,nd.e an'ma' quæ esl spiritualis, non potKnoscerT ^T?05 commTicare> at'quc hacc'in seijs s £?! .?.. a uuldfIuam cxtra se positum per pere extra se opcraretur, quod certe numqaam fieripot • Atqui hæ rationes nullius ponderis sunl. Ergo nihil pJr,Sall0neS esscnaluia sa obiectivas negatur. oLn oTLTm°r Simi itudo in,cr sobiectum cot no,' v™ T conn.oscen(l' obiectum intercedere denilnm .Vn c lntCr. sub,ectum cognoscens, et obicctum n tf0M \J S.DeCtata; qUlan0U 0l,iectum cognitum, sed m tcrhl U,0.C0Sn0SCen,isQuapropter anlma, et i sit nm Mhs, potest tamen res materiales pereipere, dum Ge a„mraaleria1' m0d0 P^ipiaf. 2 Falsum omjO es aoimam non posse res exlernas percipere, nisi Sr ^" ?C aat' Nam c°gu,'>io est ex'eo g n re "onum, quac in anima manent, non quæ extra ani '}'/ omnes alii sensus fundantur\ exploretur; nam, ut advertit Nemesius, sensus arcta quadam communione inter se continentur, ac Pr2n a/l errorern aIterius facile manifestat1. Jrt). Ad hanc rem præstat adnotare vim criterii sensuum mernorum haud imminui illis falsis iudiciis, quæ alijuando mlellectus ope sensuum, de rebus sensilibus con ino ff"-"1' in h,SC(' iudiciis vel intellectus iudicat de Mpsa atleclione sensuum, nempe sensus hoc, vel illo mo °ea rebus aff,ci; ve> iudicat res eo modo in se esse, quo a sensibus repræsentantur 8. Si de prima iudiciorum spe ie agitur, sensus intellectui comparatus semper facit reram exist.mationem in intellectu de dispositione proa , nam secundum quod sensus disponitur, secunium iioc dispositionem suam intellectui demonstrat 10 l lect." niUg'' De vem Relig' ' c 33' "' 61 ; et s" Thom' ' °P' \ cTni GenL> "? nc 13> n' 2-3 Op. cit., lib. III, c. 108. r Cf Dynam., c. III, a. 2, p. 113-114. ^ I, q XVII, a. 2 c. 6 i, q. LXXVI, a. 5 c. • lbidaL irSfc C8' l! Qq' >" De Ver' . h a11 c. Hinc s. Augustinus aiebat : Ne ipsi quidem oculi fallunt, non enim renuntiare possunt animo, nisi aflectionem suam . Sin de altera, dicendum est illa mdicia esse vera, quoties facultates sentiendi rite adhibentur, quia cum ipsæ rite adhibentur, perceptio sensitiva rem, uti in se est, manifestat. Quod si facultates sentiendi nte non adhibentur, illa iudicia sunt falsa. At vero error non ab ipsa sensuum natura, sed a temeritate nostra prohciscitur; intellectus enim minime expendens, utrum ea omnia sensibus suppetant, quibus ad rite fungendum ofticio suo opus habent, illorum testimonium excipit, falsumque de rebus iudicium pronuntiat 2. Si quis, inquit s. Augustinus, remum frangi in aqua opinatur, et, cum mde aufertur, integrari, non malum habet internuncium, sed malus est iudex; nam ille pro sui natura non potuit aliter in aqua sentire, nec aliter debuit, si enim ahud est ær, aliud aqua, iustum est, ut ahter in ære, ahter m aqua sentiatur. De criterio rationis 51. Ratio, prout est quoddam criterium triplici nomine appellatur, nempe intuitiva, inductiva, et deductiva, quia, ut iam diximus 4, tria complectitur, nempe intelligentiam, sive intuitionem, inductionem, et syllogismum. I. — De ratione intuitiva 52. Ratio intuitiva pro criterio veritatum primitivarum, quæ necessariæ sunt, habetur. Hæ veritates immediato evidentia gaudent, ita ut quisque statim probet audita b. atque axiomata, vel dignitates passim appellantur. 53. Veritas iudiciorum immediata evidentia fruentium adeo manifesta est, ut non solum demonstrationis nor> egeat, sed ne demonstrari quidem possit; potest tamen ahquo modo declarari. Probatur la pars. Demonstratione opus est, ut convenientia, aut discrepantia cuiusdam attributi cum subiectc i De vera Relig., c. 33, n. 62. 2 Cf s. Thom., ibid. 3 Op. cit., c. 33, n. 62. 23b. /n lib. III Sent., Dist. XXXV, q. II, a. 2 sol. 1 c. 1 detegatur. Atqui in enunciation ibus immediate evidentibus illa convenientia, aut discrepantia adeo manifesta est ut non solum ipsam detegi necesse non sit, sed etiam contranum h.s, inter quæ illa convenientia, aut discrepantia perspicilur, cogitare nemo umquam possit . Ergo 54. Probatur2a pars. Quælibet demonstratio principiis per se evident.bus innilitur; acproinde qui auctoritatem .immediatæ evidentiæ demonstrare vult, iam tamquam cerla sumere debet principia per se evidentia, ex quibus hæc demonstratio proficiscitur. Atqui demonstratio, in qua pro certo sumitur id, quod vult demonstrari, nulla 3St. Ergo. 55. Probatur 3a pars. Error ex eo in mentem cadere potesl, quod ipsa ml erdum medio opportuno non utitur id rei ventatem diiudicandam ; hinc, quoties mens rem ine ullo medio, sed ipsa per se cognoscit, nullus errori locus esse potest. Alqui in enunciationibus, de quibus hic jgimus, mens connexionem inter terminos sine ullo me- tio cognoscit. Ergo in huiusmodi enunciationibus nullus :rron locus esse potest 2. II. — De ratione inductiva 56. Ratio, prout ex verilatibus particularibus aliquam eritatem generalem per inductionem colligit, inducliva di- -itur,et habetur pro criterio veritatum^ductarum con- ingentium. Hic autem loquimur de inductFone incompleta, iam lnductionem completam nobis largiri cerliludinem crspicuum ex se est ; siquidem tota eius vis in eo po- ita est, ut toti generi tribuatur id quod compertum est mgulis spec.ebus illo genere comprehensis convenire s. >;i",°V' lnduct%° wcompleta, quæ sufficientem partium uumerationem exhibet, certitudinem nobis largitur Irobaiur. Inductio incompleta, quæ suflicientem par- ium enumerationem exhibet, ut alibi diximus in fir- mate ordims mundani innititur. Atqui dubitari non Pot- st de hrmitate ordinis mundani. Ergo. 08. M xnor demonstratur ex ipsa rerum mundanarum na- Cf s. Thom., In lib. J Post. Analyt., lect. XIX. s p llCnr" Gandav-, Summa, q. II, a. 3, n. 8. Cf Log., part. I, c. III, a. 6, p. 48. Log., ioc. cit., p. 49. •• „VA tura. Et sane, eo modo, inquit s. Thomas, aliquid ope- ratur, quo est ', sive similiter unumquodque habet esse, et operationem2 . Atqui causæ naturales huiusmodi sunt, ut electionis vi destituantur. Ergo oportet, ut in ipsis sit virtus operativa determinata ad unum ; ac proinde quoties causa naturalis in eadem rerum conditione ver- satur, toties eumdem effectum producit, msi causa aliqua exterior eius actioni obicem opponat 4. Atqui ex uno, eo- demque modo,quo causarum naturalium operationes fluunt, firmitas ordinis mundani exurgit. Ergo de firraitate ordims mundani dubitari non potest. g 59. Huius argumenti vis haud mmuitur ex eo, quod aliquando causæ naturales, ut diximus, ab aliqua causs exteriori impediuntur, quominus effectum suum produ- cants. Etenim ad inductionem spectat non eventus parti- culares, sed leges universales naturæ nobis mamtestare quia eius conclusio, ut diximus 6, est semper umversahs Atqui causæ naturales etiam quando impediuntur, quo minus effectum suum producanl, virtute producendi illim effeclum haud destituuntur ; ac proinde universalis U naturæ, quod nempe quædam causa ad quemdam elte ctum producendum determinata est, firma, immotaque ma net. E. g., etsi aqua ob morbum, quo corpus hydropic laborat, eius sitim non restinguat, sed augeat; tamen ipsi vim restinguendi sitim non amittit, ita ut semper certun nobis sit aquam vi restinguendi sitim pollere. Ergo ei eo, quod impedimentum actioni causarum naturaliun obiici possit, nihil contra veritatem enunciationum, qua inductione comparantur, inde conficere licet. 60. Diximus, quæ sufftcientem partium enumerationen exhibet ; nam, ut constat ex iis, quæ in Logica diximus si quamdam qualitatem in paucis, non vero in plensqu i I, q. LXXV, a. 2 c. 2 Ibid., a. 3 c. - - I, q. XXII, a. 2 ad 4. Pertinet ad agens naturale, ut suum effectum producat,qui natura uno, et eodem modo operatur, nisi impediatur ; I, q- XO a. 4 c. Cf s. Aug., De Gen. ad litt., lib. IX, c. 17, n. 32. s Huiusmodi impedimentum acciderc potest vel secundurn lege: quibus mutuæ actiones causarum naturalium reguntur, vel pote: oriri ab immediata Dei actione, et tunc, ut alias videbimus ( stunt facta supernaturalia.— Log., loc. cit., a. 2, p. 3J-4U. jndividuis experti sumus, illam esse ipsis naturalem, proindeque in ceteris eiusdem naturæ quoque inveniri magis, vel minus probabile, scd non certum esse nobis polest. 61. Ex his colligitur falsum esse id, quod Humius au- tumavil; nempe vim inductionis incompletæ nullo firmo principio inniti f. Etenim, quemadmodum Scotus monuit2, atque a nobis iam ostensum est, veritas inductionis ab expcrientia, et a ratione vim suam sumit. Experientia bnim ostendit quamdam qualitatem constanter in aliqua re inventam esse; ratio autem suggerit illam qualitatem, 30 quod constanter in illa re invenitur, ad eius naturam pertmere; ex quo consequitur fore ut illa qualitas in omni- bus similibus subiectis conslanter inveniatur. 62. Obiic. Leibnitius 3, Genuensis 4, Rosminius J: Cer- titudo perfecta non invenitur, nisi in iis, quorum oppo- jsitum est impossibile. Atqui fieri potest, ut id, quod le- ^ibus naturæ adversatur, eveniat. Ergo certkudo indu- :tionis, quæ a constantia Iegum naturalium pendet, non ist perfecta. 63. Resp. Dist. mai.9 est impossibile vel absolute, vel naturaliter, conc. mai., absolute tantum, neg. mai. Dist. lariter min.9 fieri potest absolute9 conc. min.9 naturaliter 9 ieg. min. Neg. cons. Re quidem vera, certitudo, quemad- nodum ex s. Thoma monuimus G, diversa ratione dicitur >erfecta9 prout diversæ speciei est; nam certitudo meta- bhysica pcrfccta dicitur, quia oppositum est absolute im- possibile; certitudo autem physica est perfecta, quia op- bositum est impossibile hypolhetice9 seu inspecto naturæ prdine 7. Iam certitudo, quam inductio nobis largilur, est bbysica, ac proindc est perfecta ; nam etsi id, quod lekibus naturæ opponitur, non sit absolute impossibile, taben omnino certum est rem naturaliter secus evenire fion posse. 1 Essais sur V entendement humain, Ess. IV, part. II, Oeuvr. 'hil., trad. de 1' angl., t. I, p. 121-138, Lond. 1788. 2 In lib. 1 Sent., Dist. III, q. IV, Schol. 3 Dissert. De stylo philos. Marii Nizolii, § 32. Artis Logico-crit. lib. V, c. 6. 1 Trattato della coscicnza morale, lib. III, sez. 2, c. 2, a. 3. c Cf Log., part. III, c. IV, a. 2, p. 92. " Cf p. 234-233. De ralione deductiva 64. Ratio, prout ex veritatibus generalibus alias minus generales, aut particulares per syllogismum elicit, deductiva dicitur, et ideo habetur pro criterio veritatum deductarum, sive hæ necessariæ, sive contingentes sint. Circa huiusmodi criterium duo nobis demonstranda sunt, nempe syllogismi veritas, et utilitas. 65. la. Veritas sijllogismi sine contradictione negari non potest. Probalur. Non potest sine contradictione concedi aliqua enunciatio, et simul negari alia, quæ cum illa necessario connectitur. Atqui inter præmissas, et conclusionem syllogismi necessaria connexio existit, siquidem conclusio cuiuscumque syllogismi tunc dicitur secundum logicæ regulas derivari ex præmissis, cum illa his continetur. Ergo si quis præmissas concederet, et conclusionem negaret, eanidem enunciationem simul assereret, et negaret, ac proinde in contradictionem impingeret. E. g., in hoc syllogismo: Omne animal habet vitam sensitivam; atqui homo est animal; ergo homo habet vitam sensitivam; si quis concedat hæc duo, nempe, omne animal vita sensitiva frui, atque hominem esse animalium speciem, iam exinde concedit hominem vi sentiendi pollere ; quocirca si eani negarel, a se ipso dissideref. 66. 2a. Syllogismus ad inveniendam veritatem imt^ mane quantum utilitatis confert. Probatur contra Van-Helmontium , aliosque philosophiæ peripateticæ osores. Mens cum progreditur ad cognoscendum actu illud, quod antea virtute, seu potentia cognoscebat, novam cognitionem adipiscitur. Atqui mens ope syllogismi sibi comparat actu illam cognitionem, cuius adquirendæ virtute dumtaxat pollebat. Ergo syllogismus ad veri cognitionern valde ulilis est. 67. Probatur minor. Mens, cum præmissas in se co gnoscit, conclusionem, quæ in illis potentia continetur, potentia, non actu cognoscit, quia satis non est aliquid altero contineri, ut mens unum videns, videat et alterum; sed necesse est, ut aliud alio contineri perspiciat. Atqui mens nonnisi ope syllogismi conclusionem præmissis con Log. inutilis, tract. VIII, Opp., p. 27, Lugduni. tineri actu cognoscit. Ergo mens ope syllogismi progreditur ad agnosccndum actu illud, quod antea potentia dumtuXiii cou nosceoa t. 68. Ut hæc clariora fiant, memoria revocandum est cognitionem, quam per syllogismum nobis comparamus, non esse intuilivam, per quam aliquid in alio cognoscitur, sed esse deduchvam, per quam aliquid ex alio coqnoscitur ' ; unde conclusio ex præmissis elici 2 dicitur. Atqui ratio non potest conclusionem ex præmissis elicere, nisi duas exerat ætiones, quarum una veritatem præmissarum, altera venlatem conclusionis cognoscit 3. Ergo nos ratiocinando conclusionem cognoscimus non eodem actu, ac præm.ssas, sed novo actu, qui illi succedit; unde primum myest.gamus, utrum extrema cum medio conveniant, oeinde ex hac investigatione relationem ipsorum extremorum coguoscimus. De criterio memoriæ Veracitas huius criterii osteDditur I 69. Etsi memoria, uti diximus , nihil novi nos doceat Umen,psa cognitiones ante adeptas revocat, Tproinde conditio est, sine qua scientia humana constare non potest lam prætentas cognitiones, quas memoria, cum recte adhihetur, nob.s suggeril, re vera olim in nobis exUUsse demonstratur sequenti exuusse, Memoriæ veracitas negari non potest auin simul ipsa memoria animo denegetur P ' q mul lm^-tUr' ^mneS in his duobus consentiunt: 1° quod Stea h?h£?8,la e5 in vi ™~Ko^ndi perccptione, ^aas notest mV V 2 qU°d memoria non [iter nos decipere C '„?' 9uJle.nus ante nentem sislit perceptiones, quas antea non habuit. Atqui horum unum altero des?rui 2 rf l' lh°m'' Qq' di$Pp-> De Ver'> a c. 5 rin ?"' lH Ub' U1 Sent'> Dist XVIII> a . q. 3 ad ara tu nl " dlCU.U/' SUbdit sThomas> aHquid ex al q2o co-nosct Pp 236-237 m°VetUr iU aHud >); °p•'• ibid" L tur, Ergo oportet memoriam aut tamquam per se veracem habere, aut animo denegare . 70. Præterea, nos potestate pollemus discernendi perceptiones, quas re ipsa habuimus, ab iis, quæ fictitiæ sunt; nam quoties conamur aiiquid, cuius obliti sumus, recordari, species rerum, quæ nobis sese offerunt, respuimus, donec illa, quam quærimus, nobis occurrent. Atqui potestas, qua reaie a fictitio discernitur, est verax. Memoria igitur, quæ est huiusmodi potestas, verax est 2. II.— Nonnallæ obiectiones diluuntur 71. Obiic. Nihil frequentius auditur, quam memoria nos decipi. Ergo memoria non est criterium veri. 72. Resp. Dist. ant., eo quod sæpe obliviscimur eorum, quæ antea cognovimus, conc. ant., eo quod revera non habuimus cognitiones, quas memoria perspicue revocat, neg. ant. Neg. cons. Si res diligenter expendatur, facile perspicietur homines huius rei potissimum conqueri, quod nonnisi pauca eorum, quæ didicerunt, in memoriam revocare possunt, non quod perceptiones noyas pro præteritis accipiunt. Iamvero illud nonex memonæ vitio, sed ex limitibus ipsius oritur, qui in causa sunt, cur non recordemur omnium, quæ didicimus. 73. Inst. Atqui re ipsa homines quandoque putant ngmenta suæ phantasiæ esse imagines factorum, quæ olim perceperunt. Ergo., 74. Resp. Dist. ant.; hoc evenit penes homines haud sui compotes, conc. ant., apud homines sui compotes, rce ^mplices apprehensiones ntellcctus essenl.as rerum, prout in rebus sunt, rcpræ•ent.int. Atqu., s. essenl.as ren.m, prout in rcbus sunl epræsentant, consenlaneæ rebus apprehensis esse denvonih,^0'." S'mp C' aPPrchensione veritas logica etiam nvenuur. At, quon.am mtclleclus convenienliam sui cum eus por s.mphcem apprehensionem non cognoscil, veitas log.ca propr.e et perfecte ad illam pertinere nequit2 a S. quodammodo veritas logica in simplici apprehen ^iJmilT^,n.ea falsUaS Per Se num,uam se polKV? Slml,llces.c°nceptus intelleclus ex eo, quod ri,nl nm' T"' '" Se,S,,nt' cepræsentant, omncs " ve" fak? lTm' U' m,ullis W0lfianis visum est™ tollectus " mX ' '"^"f re" est proprie obiectum Uus . nulla autem facullas cognitrix, uti antea vi '• 0..,4p1' m! Ti2Qc"ofpp',De Ym:> h aa- 3- ct 12 c nr;,tt. '7 '. T. ',l l2 cob eamtlein rat onem ntellectus ppp ' c riee:iP„'n,Ull° m;d? dCCipUur " ^" >n.e.lec u se,p YZ" ': " "" m'od ""'clleclus est principiorum circa auæ " decpuur ex eade.n causa, qua non dec.pitur circa quod quid dimus1, circa obiectum sibi proprium decipi potest. Di ximus per se ; nam falsitas per accidens m pnma opera tione intellectus inveniri potest, scihcet ralione attir mationis, vel negationis annexæ , e. g. cum mtellectus definitionem unius attribuit alteri, ut si animal ratio nale mortale conciperet quasi definitionem asim; vel in quantum coniungit partes definitionis ad inv.cem, quæ coniungi non possunt, ut si conciperet quasi denmtionem asini animal irrationale immortale; bæc emm est talsa, aliquod animal irrationale est immortale 2 • Ast, si pri mum, intellectus asinum pro homine, respectu cuius ille conceptus verus est, apprehenderet : sin alterum, ninil intelligeret. Hinc idem sanctus Doctor : In operatione intellectus, qua cognoscit quod quid est, potest esse tat sitas, in quantum ibi compositio intellectus adm.scetur. Quod potest esse dupliciter. Uno modo, secundum quod iniellectus definitionem unius attnbuit alteri, ut si den nitionem circuli attribuat homini : unde defanitio unius rei est falsa de altera. Alio modo secundum quod parles definitionis componit ad invicem, quæ simul sociari non possunt ; sic enim definitio non solum est falsa respectu alicuius rei, sed est falsa in se, ut si formet ta em defr nitionem, animal rationale quadrupes, falsus est intelle ctus sic definiendo, propterea quod falsus est in torman do hanc compositionem, aliquod animal rationale est qua drupes. Et propter hoc in cognoscendo quidditates sim plices non potest esse inlellectus falsus, sed vel est verus vel totaliter nihil intelligit 3 . U.— Utruai verilas sit mutationis, et progressus capax 96. Recentes propugnatores progressus, seu perfectibili tatis generis humani, inter quos Lerm6"nier, Lamennais Jouffroy, Sansimoniani, aliique quamplunmi recensentur est. Nam principia per se nota sunt illa, quæ statim, intellecU terminis, cognoscuntur, ex eo quod prædicatum ponitar in diff nitione subiecti (I, q. XVII, a. 3 ad 2 ; cf p. 250 sq). Quar secundæ operationi admiscetur falsitas etiam per se; non qmde quantum ad primas affirmationes, quas naturaliter intellectus C( cnoscit, ut sunt dignitates, sed quantum ad consequentes, quia r; tionem inducendo contingit errare per applicationem unius aa liud ; In lib. I Sent., Dist. XIX, q. V, a. 1 ad 7.- ^ 2 Qq. dispp., loc cit. 5 I, q. XVII, a. 3 c. yeritatcm numquam immotam, et fixam existere, sed pro jualibet ætate variare, et perfici arbitrati sunt. Hanc ab~ lormem sententiam refellimus sequenti Verilas, quæ est obiectum intellectus humani, capax nutationis, et progressus esse nequit l. Probatur. Veritas nostrarum cognitionum posita est in ;arum convenientia cum rebus, quas repræsentant 2 ac )romde m ipsa realilate rerum fundamentum habet^At(ui reahtas, s.ve essenlia rerum, cum in exemplaribus Jivim intellectus fundamentum habeat, immutabilis est (uemadmodum immutabilis est Divinus Intellectus En?o eritas, quæ est obiectum intellectus, seu illud, quod veitatis cognitionem constituit, mutationis, et pnWessus :apax non est 3. et 97. Obiic. 1° Quod in aliqua re existit, ab ea re necesano pendet. Atqui veritas, quæ a nobis coffnoscitur st m nostro intellectu. Ergo veritas, quæ a nobis co^nocitur, pcndet ab æstimatione nostri intellectus, ac proine niutalionis, et progressus capax est. 98. Rcsp. Dist. min.; si oritur ex principiis rei, in qua st, conc. min.; secus, neg. min. Neg. cons. Huic difficulUi lam obviam iverat s. Thomas hisce verbis : Illud uod est in aliquo, non sequitur illud, in quo est, nisi uando causetur ex principiis eius: unde lux, quæ caultur in ære ab extrinseco, scilicet ex sole, sequitur moim sol.s magis quam ærem; similiter veritas, quæ in rnma causatur a rebus, non sequitur existimationem aimæ, sed existentiam rerum; ex eo enim quod res est BLno"e.st> oratio ve™> vel falsa dicitur >>. i J9. Obi.c. 2° Veritas logica sita est in adæquatione in Ueclus cum rebus. Atqui experientia quotidiana constat cont.nuo mutari. Ergo veritas logica continuo mutatur. JU. Kesp. Dist. min.; si per res intelli non autem de intellectu, qui Uatem cognoscit; mtellectus cnim potest mutari, et progredi a ex errore ad veritatis cognitionem, vel ex Ieviori ad penitio Jl eius cognitionem gradum facit. _i Cf p. 233 losofia Controversia consSanseverino, / principali sistemi della Wdtspp., De Ver., q. I, a. 2 ad 3. rium, et leges, quibus continentur, neg. min. Etsi res singulares sint assiduis mutalionibus obnoxiæ, tamen earum raliones, ut s. Thomæ verbis utamur, sunt immobiles^ et necessariæ, quippe quæ ab immutabili lntellectu Diyino originem habenl ; proindeque scientiæ, cum non circa qualitates singulares, sed circa immobiles rationes versentur, sunt etiam immutabiles . Quonam pacto autem necessilas ac immutabilitas naturis, et legibus rerum conveniant, alias explicabimus. III.— Utrum certitudo diversos gradus admittat 101. Certitudo, quam per criteria veri nobis comparamus, iam, ut alibi diclum est2, in melaphysicam, physicam, et moralem distinguitur. Ex notionibus, quas tradidimus, harum diversarum certiludinis specierum, patet certitudinem metaphysicam ad veritates necessarias spectare, physicam ad veritates contingentes, moralem ad ea, quæ ex aliorum auctoritate addiscimus. 102. Disputatur autem a Philosophis, utrum his generibus certitudinis æquale pondus insit, an una certitudo sit altera præstantior. Ut hæc quæstio facile solvatur, animo reputandum est certitudinem duo complecti, nempe omnimodam dubii exclusionem, et momenta, ex quibus perfectio actus adhærentis alicui rei exurgit. Si primum consideretur, omnia genera certitudinis in eo conveniunt, quod omnem formidinem erroris ab animo expeilunt. Hanc ob rationem cerlitudo in puncto quodam indivisibih posita esse dicitur, propterea quod si mensin dubitationem vel minimam incidit, illico certitudinem amittit, neque certitudinem iterum adipiscitur, nisi illam vel minimam dubitationem expellat. Sin alterum, genera certitudinum non æqualis ponderis sunt; siquidem non æquale inest pondus momentis, ex quibusea enascunlur, ac proinde, pro diversitate huiusmodi momentorum, alterum genus certitudinis allero præstantius esse debet3. In universum autem certitudo metapbysica, ut quisquis ex se mtelligit, physicæ, et morali, et physica morali antecelht. i ln lib. IV Ethic, lect. III; I, q. LXXXIV, a. 1 ad 3.-J 234. • In lib. III Sent., Dist. XXIII, q. II, a. 2 sol. 3. Gf etiam Qq. dispp., De Virtut., q. II, a. 9 ad 1. Certitudinem moralem interdum vi certitudinis metapnysicæ Quod si cum his generibus certitudinis certitudo, quæ ex Fide Divina efficitur, comparetur, hæc certiludine naturali, quæcumque sit, longe superior existimanda est f. Elenim, quamvis, ut iam diximus 2, evidentia, quæ m scientia obtinetur, desit in iis, quæ ex Fide accipimus8, tamen Fides Divina est longe certior quacumque naturali cognitione, nempe firmius iis adhæremus, quæ ex Divina Auctoritate excipimus, quam iis, quæ ipsi ex nobis cognoscimus, quia Divinam Auctoritatem, qua ad credendum movemur, vi, et ponderi cuiuslibet naturalis criterii antecellere nobis certum est. IV.— Utrum verilates rationales decretis Fitlei adversari possint 104. Pompanatius Mantuanus docuit rationem, tametsi recte adhibeatur, ea decreta quandoquc fundere, quæ decretis Fidei Christianæ adversantur b. Ad hunc errorem explodendum statuimus hanc Numquam fieri potest, ut ratiorecte adhibita decretis Fidei adversetur. Probatur. Ea, quæ ratio recte adhibita docet, adeo vera sunt, ut nec ea esse falsa sit possibile cogitare ; nec id, quod Fide tenetur, cum tam evidenter divinitus con gaudere, Gerdil (Saggio d' istr. teolog., Della storia umana) aliique non immerito docuerunt, quia cum homines ingenio, opinionibus, moribus dissidentes nequeant in idem mendacium conspirare, lllorum consensio esset eirectus sine causa, quod metaphvsice impossibile est. 1 Cf p. 2o7. 2 Log., p. II, c. III, a. 4, p. 69. ! Qua in re monendum est, evidentiam, qua Fides destituitur. lllam esse, quæ intrinseca dicitur, nempe quæ circa ipsam veri i tatcm creditam, ac proinde in se non visam versatur ; non autem quæ motiva credibilitatis attingit, et extrinseca appellatur; siqui dem potest intellectus evidenter cognoscere rationes, ob quas ali ^quid dignum sit, cui tides adhibeatur. Sane, Fides non habet in qnisitionem rationis naturalis demonstrantis id, quod creditur: ha ;bet tamen inquisitionem quamdam eorum, per quæ inducitur ho imo ad credendum (2a 2æ, q. II, a. 1 ad 1). Quocirca moliva ioredtbxhtatis sunt visa ab eo, qui credit: non enim crederet, nisi videret ea esse credenda propter evidentiam signorum, vel propter aliquid huiusmodi ; Ibid., q. I, a. i c. Cf Conc. Vatic, Sess. III, touf. Dogm. DeFide, c. III De Fide.- Cf s. Thom. loc. cit. De tmniortalitate animæ, Bononiæ, BOLOGNA. firmatum sit, fas est credere esse falsum '. Itaque tum decreta rationis recte adhibitæ, tum decreta Fidei vera sunt. Atqui solum falsum vero contrarium est, ut ex eorum definitionibus manifeste apparet 2. Ergo impossibile est decreta rationis decretis Fidei adversari. Præterea unicus est auclor rationis, et Fidei, nempe Deus. Ergo si ratio recte adhibita ea decernat, quæ Fidei adversantur, Deus nos ea docere, quæ secum pugnant, dicendus eril; id quod impossibile esse omnibus compertum est 3. Denique tantum abest, ut ratio, et Fides adversis committantur cornibus, ut rectus, et sobrius usus rationis ad Fidei dogmata iilustranda, et tuenda multum utilitatis conferat; philosophia enim, ut iam in lntroductione diximus, multis famutatus officiis erga Theologiam fungitur. De scepticismo Postquam singulis instrumentis, quibus certam veritatum notitiam assequi possumus, vim, auctoritatemque suam vindicavimus, propositi nostri ratio expostulat, ul in præsentia scepticismum in universum spectemus, diligentique examini subiiciamus. Breyis Scepticismi historia describitur 106. Postquam Socrates Sophistas profligavit, philosophia copiosius, perfectiusque tractari coepit, et ad beali tatis adeptionem semper spectavit. At quoniam Socratei potius philosophandi methodum, et finem, quam aliquaa philosophiam tradidit, factum est, ut Philosophi, qui e successerunt, e. g., Plato, Aristoteles, Epicurus, dum So cratem ducem sequi gloriabantur, in multas, secumqus nobis urgere licet. Exempli instar sit David Humius, qui statuit •', nisi phoenomena nobis comperta esse posse; quare dum om-, '"certa esse sancivit, aliquid pro certo sumpsit. W s. Aug., De Trin., Iib. X, c. i, n. 3. Pbilos. Cbrist. Compend. I. ? j[§ demonstrationes secundum Scepticos sunt legitimæ, et veræ auia ipsi putant illas vim habere evincendi omnia esse' incerta. Atqui omnis ratiocinatio expostulat certitudinem principiorum, ex quibus proficisci debet, et legunt Wicarum. Ergo Sceptici, dum vim ration.s oppugnant ea utuntur, et dum omnia incerta esse demonstrant, mul ta certa sumunt . Obiic. 1° Gonsuetudines populorum, et opinione: sanientum sæpe sibi invicem adversantur. Atqui hu.usmo di oppositio argumento est certam ventat.s cognitionem ; nobis comnarari haud posse. Ergo. 114 Resp. Nea. min Neg. cons. Emmvero, si consue tudines Gentium,et opiniones Philosophorum non raro m ter se dissident, indubium etiam est Gentes in multis in stitutis, etlegibusconcordare, multaque decreta de rebus et offic is esse omnium Philosophorum communia E. g. omnes Gentes, et Philosophi concorditer tenent ahquaD DeUatem existere, eamque cultu quodam nolns proseque dam esse; animos esse immortales, ob idque rel.g.osai seTuIcrorum curam habendam; alias. actiones esse : natur bonas, alias malas, atque illas præmium, has poenam m reri aliaque id genus quampiurima. Quapropter s. Scc ptic illa ob dissidentiam inter incerta reiic.unt, hæc o Snsenaionem certa fateri debent. Præterea ^sidenU Philosophorum, si Scepticos ipsos exceper.s, non spec | neque prima, atque immediata pronunt.ata cum tact., tu rationis, neque ea, quæ ex his proxime eliciuntur, sed Ltummodo1, quæ aut sine longa ratiocina ^num ser.e gnosci nequeunt, aut circa quasdam abditas rerum na ras, et causas versantur. Ex his autem postremis pronu, tiatis plura sunt, quæ aliquæ ph.losophorum sectæ p tius ob libidinem disputandi, quam ob eorum obscunt, T^0n minus, quam Pyrrhonici, Academici sibimetipsis adverH tur. Re quidem vera, eo ipso, quod Academici docebant nu asc tas nobis^esse rerum notitias, sed tantum probabiles c erUtud n se sequi profitebantur. Nam pro certis hæc sumebant 1 notottquas habemus, de rebus esse neque omnino incertas, ™V™™ no certas, sed'tantum probabiles; 2° diversa esse P^f^^ nera; 3° certis regulis nos potiri, quibus probabihtatis m omen, et gr^adus metiri possumus ; 4° argumentationes W™™^ conabantur mentem nostram numquam consequi posse cert.ti nem, sed dumtaxat probabilitatem, certitudine gaudere. , a nobis cognosci non potest. In Se Jto. Kesp. DtV. om., si spectetur, prout est affpnin laiem ipsam, quæ cognoscitur, wca. ant. Nea con F nt non.ab æstimalione inlellectus pendeat sed ab,n ' pnncpns rei oriatur . Quamobren? ex eo, quod co" 1,110 ventatis relationem ad subiectum hnlw i,„ entcm nuilius certæ cognitioSr^cS^st-Sct iEh?bAta ^0/"'1' °St evide,,S' et certum si" demonatione. Atqui demonstrat.o non polest confici sine a a enunciatione, quæ est ex se evideni pi L™ . . uon eget Ergo nibil cert? cognosci J&E2T 118. Resp. JVey. „-., conc, minNca. cons Lni, ' inn.s 3, quædam veritates. quæ ea luce menti effuhUn? demonstrationis neque indi'geant, nequ™ c" paces %Z ' U insd,arenl 'nqUlt S' Tb°mas' uuæ aturalTterrationi teles, ore profern, sed uullo pacto mente re,H,tari Cttide%T'.C'• a4P202. not. 1. £J7g Cum igitur sint aliqua pronuntiata adeo ex se ipsis persoicua, ut ea in dubium revocare nob.s non liceat, liquet non solum non oportere illorum demonstrationem exhibere sed ne ullam quidem controversiam de illorum veritate posse institui Hinc illud Scholasticorum effatura, Contendenti principia respondere nefas. Scepticismus criticus speciatim refutalur lis, quæ adversus Rantium alibi observavimus , hanc adiicimus propositionem, quæ ad refellendum eius sceplicismum propius spectat: Prop Criticismus tum in exorsu, tum in methodo, tum in conclusione systema sibi repugnans se prodit. Probatur la pars; nempe, Kantius cum in smecriUcæ exorsu investigare nititur, utrum cognilio sit possibilis, absurdam qualstionem solvendam susc.p.t. Re qu.dera vera, qui inquirit, utrum aliquid sc.re possit, necne, is certe tenet se nihil scire. Atqui ille, qu. mh.l sot nulam inquisitionem instituere potest, nam necesse est, ul qui aliquid inquirit, instrumenta, per quæ inqumt.o fit c^ognoscV Ergo absurda est illa, quam Kant.us solven dam suscipit, quæstio, an coamlio sit possibilis. 120 Probatur 2a pars; nempe absurdus est modus, qu( Kantius criticam suam conficere studu.t. Enimvero .psc contendit vim cognitionis a priort mvestigandam esse.lt. u „1 ipsam experientiam existentiæ su, a.se abi. ciat Atqui id haud possibile est, tum quod fien omn.n. nequit ut homo se ipsum aliquo modo affectum not. ex penatur tum quod qui se esse non sc.t, ut.que ratioc. nari non notest, quia nisi sciremus nos esse, qu. pr.nc.pi; cognosc?mPus con^lusionem ex iis haud inferre possemj. Er|o modus, quo Kantius crilicam conficendam esse con, fendit nluribus scatet absurdis. 121 Probatur 3 pars; nempe nullam v.m messe posa conclusioni critices Kantianæ. Etsane cnUca ratioim c,o nisi insa ratione fieri potest, idque exemplo ips.us Kan tfi declaratur, qui ope^ationis evertere conatur cerht dinem obiectivam ratioms, et facultatum quæ ra o antecedunt Atqui rat o, cum sui lpsius naturam, et v res^nvestigat, procul dubio nequit invest.gat.on.hu. sm i Cf p. 239, et Idealog., c. I, a. 4, p. 202 sq vim maiorem ea, qua ipsa pollet, largiri. Ergo si ratio, Kantu ludicio, obiectivam certitudinem haud parit, necesse est, ut critica, quæ eius ope instituitur, certitudine obiectiva careat; ac proinde conclusioni huius critices, qua statuitur naturas rerum nobis prorsus iatere, nulla vis messc potest. Præterea, abnorme est illud criticismi pronuntiatum, quo statuitur rationem practicam nobis largiri illam obicctivam cognilionem rerum, quam ralio theoretica suppeditare haud valet. Namque imperativum absolutum ex Kantio est factum, quod conscientiæ testimonio nobis patescit. Si igitur Kantius consentire sibi velit, imperativum absolutum phænomenicum, ideoque minime accommodatum ad obiectivam cognitionem rerum producendam fateri debet. Accedit, quod ratio theoretica, et ratio practica sunt una, eademque facultas ', et ratio practica nobis non largitur rerum cognitionem, sed cognitionem comparatam per rationem theoreticam extendit ad opus%. Quare absurdum est rationi practicæ illam vim >roducendi obiectivam certitudinem attribuere, quæ raioni theorcticæ denegatur. Utrum mens humana moraliter considerata verum semper assequatur Aht. I. — Stalus quæstionis exponitur, et vera sententia demonstratur 122. Haclenus investigavimus, quid vires humanæ menis, in seipsis, sive absolute consideratæ, ad rerum co.nitionem nobis comparandam valeant. Sed recolendum nimo est, menti humanæ multa et intrinsecus et extrinecus occurrere, quæ illarum virium usum neque sem>er tutum, neque satis expeditum efficiunt3. Etenim præadicatæ opiniones, quas cum lacte combibimus, vehelentes affectiones animi, coecum erga magistros obseuuim, ahaque id genus haud raro iudicium rationis præertunt; et msuper cum ratiocinationes alias cx aliis conectimus, evemre potest ut sive ob attentionis defectum, tve ob aham quamcumque causam error formæ, aut \ Cf Dynam., c. IV, a. 10, p. 156-157.- Ibid. • U s. Thom., Contr. Gent., lib. I, c. 4. materiæ in illarum seriem obrepat. Hinc, postquam novimus quid vires humanæ mentis absolute sumlæ valeant, opus nobis est inquirere, quænam ad verum assequendum vis insit ipsis moraliter sumtis, sive una cum iis, quæ illarum usum perturbare solent. 123. Ad hanc quæstionem solvendam sequentes propositiones demonstramus : Prop la. Animus noster neque in usu sensuum circa sensilia propria fallitur, neque in simplici apprehensione essentiæ rerum, quæ est obiectum proprium inteltectus . Probatur. Facultates, quæ circa obiecta sibi propria decipiuntur, absurdæ sunt. Ergo neque sensus falli pot est circa sensilia sibi propria, e. g., visus circa colores; neque intellectus in simplici apprehensione essentiæ re rum, quæ est proprium eius obiectum, æque ac exter na rerum facies est obiectum proprium sensuum. Ante cedens ita demonstratur: Omnes potentiæ naturam suam sumunt ab obiecto, ad quod referuntur 2, ac proinde na turalem ordinem ad proprium obiectum habent, et natu raliter ad illud assequendum operantur 3. Ergo si quæ dam facultas cognitrix circa obiectum sibi propnum de ciperetur, nempe obiectum suum non assequeretur, ips aut formæir niJ^iT^fn?^18' q,bUS ^6"8 humana mora,iter spectala in veri myestigatione adiuvanda est, et primuni de Divina Reveiatione \JuIr ™ iaim dict,S PersPicitU1' nostram rationem moalitcr constderatam cognoscere non posse sine ullo erro LS?nCt AtVentate8 ' etiamsi hæ ad ordinem Mturalem pectent. At vero externa præsidia ad illas tuto cogno J}' 2°— fI, q. XVII, a. 3 ad 2. tt Dt/nam., c. IV, a. 10, p. 154. ChnniTa 9li?"' 39.-sJn Kft. jj SenLi Joc cifc enna ni 'r,?Uæ in tn'bUS ProPositionik"s demonstravimus, exped omn 11 confir,nat Etenim non solum omnes PhiJosophiL ?? qUe h0l,nncs Perfectnm usum rationis adepti con S aiT?0! Prim^ CXUC'ient-e> tuue ratiLs',^ r I h oJnh Iucu,enter Profluunt. Multæ vero lites, quæ ind ^ ^^f rSerUnt' m^æque præiudicatæ opinionls, quæ inLln Perva?atæ sunt, versabantur circa ea, quæ ex prociatis per se notis non sine difficili demonstrationededucmUur. scendas homini non desunt. Horum præcipuum est Di Tipro^lSUT..°TeS,n fa,sitate tradenda conspirent. Ercro : 161. lllud autem advertendum est, veritatum cognitio nem, quam ex sensu communi sapientum nobis compara mus, esse dumtaxat vulgarem, non scientificam, quia, ut s. Ihomas mquit, in scientia ^locus ab auctoritate, quæ Unootu£ suPer ratl°ne humana, est infirmissimus 3 . 166. lertium auxilium rationis nostræ est consensio omn.um gentium. Consensio omnium gentium est certum veritatis inuicium. 1 J. qI, a. 6 c.-s Dispp. Tuscul., lib. I, c. 15. J qI, a. 8 ad 1. Probatur. Notæ, quibus opiniones a consensione omnium gentium petitæ gaudent, hæ duæ sunt, nempe, nuod sint perpetuæ, et universales, ita ut ostendi non possit tempus, in quo non viguerint, aut natio, quæ illis :unquam caruerit. Atqui opinio perpetua, et umversahs talsa ^lU^inor his D. Thomæ verbis luculenter demonstratur cc Ouod ab omnibus communiter dicitur, impossibile est'totaliter esse falsum; falsa enim opinio infirmitas quædam intellectus est, sicut et falsum iudicium de sensibih Droorio ex infirmitate sensus accidit. Defectus autem per accidens sunt, quia præter naturæ intentionem; quod autem est per accidens, non potest esse semper, et in omnibus; sicut iudicium de saporibus, quod ab omni gustu datur non potest esse falsum; ita iudicmm, quod ab omnibus' de veritate datur, non potest esse erroneum . 135 Præterea, fontes, ex quibus consensio omnium ffentium promanat, alii esse non possunt, quam evidentia, et facilis demonstratio pro iis veritatibus, quæ perspicuæ sunt atque primæva traditio pro iis, quæ cognitu sunt difficiles Atqui, si de veritatibus primi generis agitur, illæ ex ipsa humana natura fluunt, proindeque sunt homini naturales; id autem, quod est homini naturale, verum esse necesse est; siquidem, cum natura uniuscuiusque rei vera sit, id, quod naturale est, consentaneum ve ~Tcontr. Gent., lib. II, c. 34. Hac autera in re caveamus oportet ab errore Lamennaisii, qui contendit hominem individuæ suæ rationi relictum nullius veritatis certitudinem assequi posse, statuitaue consensionem oraniura hominura esse unicum ven cnterium ?loc cit ) Ad quam sententiam refellendam satis sit mente reputare consinsionem omniura horainura circa aliquara veritatera ads"ni non posse, nisi iam tamquara firma sumantur critena qmbus singuli homines pollent, nempe conscientia sensus exterm et ratio Neraini enim exploratum esse potest, quid de ahqua re totura genus huraanura opinetur, nisi antea ope conscientiæ, et sensuum externorum cognoscat se, et alios existere; et nisi ope rationl Tognosca°trfieri non posse, ut omnes homines decipiantur e menianturnisi testimoniura horainura probe intelhgat ; nisi ps cTstet nDenm primos humani generis parentes V""™™& nisi alia multa noverit, quæ recensere longum foret. Quare sini metins rrPugnat qui dura statuit criteriura veri in genens humam ronsensione cunct^a instrumenta menti huraanæ adirait, per quæ illam consensionem cognoscere potest. ritati sit oportet. Nec de veritatibus alterius generis du monstSus ^dT™' ^0' Uti Pau'° ante de" m°t jfrgoT M Revela',one originem suam su IV. Corollarinm ex theoriis iam demonstratis deducitur contra Rationalistas, et Traditionalislas 136. Ratiomlistarum nomine hic a nobis intelliguntur Ui, qu. contendunt rationem, etiamsi moraliter specte"ur s.b.,psi omnmo sufficere, qnin u||a RevelalioneTndiceat ad assequenda s.ne ullo errore omnia dogmata quæ ad rel.gion.s cultum, et ad mores pertinent. q ld7. At ex ns, quæ iam ostendimus, pronum est in dnS 1PA°S Ver° vehementer aberrare. Etenim, quemadmodum demonstralum a nobis est, facultates bomuWs lnd.v.duæ, s. considerentur una cum iis adiunctis n,-,P fiæ etefir1maati0n,;,n ^T^" ^uZZ\TdTo re sint' „A l' ut.oranbus verilatibus assequendis,,a™" Z,bnU!,h0m,n.1 °PUS est ad intellectus institu ionem'ni„t,S-reg,men' 0are confecimus Revelatio suiT in„nna,m °mn,n0 consu|endam esse philosopho, u °n p 1? u0nlhus Slne errore Progrediatur. uui> '"consulta, con.Sr V l 0,ICæ F,de' doc"-'"a, scientias rerum lerroriri vo,uerunt > modo paganicæ philosophia^ illis for.,rVaVer,nt-' Sed ' haC P^ertim noslra ætate? .U.s tortasse mag.s,mpios, et absurdos protulerint \ lin\li„,,n 6° aUtem' Uuod nullus ({sil Pbilosophus, qui I; s Crr°re,S n0-n nelde--'t, Traditionalistæ conclu 'nul L, em ade°,mbecil'am, et infirmam esse, ut vel fCT ventatem, vel nullas veritates abs raclls el^altem nullas ver.tates metaphysicas, et morales sine obHdunrsi^.H'"'5'"'.' qUaSdam falsas PP'"" opiniones nobis proindeo;, ' ? ' dCm ha° DeqUe ^"e, neque universales sun ' S Bonav," ,T,T'Um genti"m min"ne ". Cf ?,"/ V' ; ' Se"L> Dist XVI", • , q 1 "d ara Pii £' ' n i._.-- :„. r, nnhie r.nnn.n xCWitur De modo, quo facultates animæ a nobis cognoscuntur De modo, quo facultates inter se distinguendæ sunt Quot sint animæ facultates De potentiarum distinclione in activas et passivas, ei ^ de potentia obedientiali De conalu potentiis insito g De habitibus potenliarum animæ De facultate vegetativa I. De natura, et operationibus huius facultatis Vitæ veqetativæ definitio tradilur Invesligalur, utrum operaliones vitales in homme sinl ^ rationales, an naturales De facultale sentiendi Quædam notiones præstituunlur De obiecto sensibilitatis De numero sensuum externorum De modo, quo actus sentiendi, sive cogmtio sensilxva ^ efficitur D 12( V. Quædam circa species sensiles adnotantur Obiectiones contra specierum theoriam dissolvuntur De sensu communi De Phantasia De Æstimativa, seu Cogitativa De Memoria, et Reminiscentia JAll I DYNAMILOGIA De facultate intelligendi I. Cuiusnam naluræ sil intelleclus, et quanam ralione res ad ipsum referanlur PAG |gj II. Cuiusnam generis sil immaterialitas rerum, quæ ab inteUectu humano, prout cum corpore coniungilur, cognoscuntur 139 III. Quodnam sit obiectum intelleclus ex iam dictis dedu CttWf • 1 QM De modo, quo intellectus obiectum sibi proporiionatum intelligit, et primum de speciebus intelligibilibus. De intellectu agente De intellectu possibili De verbo intellectus De aliis aclibus intelleclus, et primum de conscientia De actu iudicandi,1^1 \.De ratione L n 26rens bidei adversari pos. -Dc Scen, UL ^cepticismo Rt' Ji £^ " historia describitur t' r' Refutatur Scepticismus. scrwtt'^ 270 lRT I. S/ato quæstionis exnonitur ot, stratur. fxP°nttur> et vera sententia demon lRTII. Deauxiliis, quibus'men, 'humn^ '' fliwna Revelatione. ' ^r^nw de • • et nemPe Prot est ens, disputat '; unl\UuZ,nt',alaue ex.P?nit n°n iam iHas notiones, quæ hquem modum spec.alem entis repræsentant, sed auæ otionesU?.lr?al',ter aCCeptUm SpeCtant 5Iam huiusmodi UDn.nnS,SU,,t' qU/e cak9°riæ dicuntur, hoc est, illæ eZn ur T°^' ad, qUaS cetera™™ rerum uotiones reeruntur. Quocirca obiectum, in quo Ontologitatur. Iam ens hac rati?ne spectatum toitur ideale, et duphcis generis cst, vel nempe huiLmodi, ut ex kX^ln^t^T^l SiVG Pr°dUCi P°SSU' VCYta ab intclue sino / ab Xll°. S0,° Producatur> in eoque re^aneat, neZS,ntel,ectu cogitante ullibi esse possit. Si ens ideale hoc bus,nennSU f Clp,atUF' ms rationis vocari solet, atque illis notio mndTl" i.qUaS m L°9ica (part' ' C-J' a' J> P- 10> noti. vol. I) undas appellavimus. E. g, notio generis ens rationis exhibet Mpitur. rCrUm UatUra P°teSt rcsP°ndere Seneri, prout genus ipariCsColPerSi]),litaS n0mine Potenti'æ ^cæ vel obiectivæ nun g ONTOLOGIA mini se ipsos invicem destruunt, e. g., circulus quadraZ lllud autem, quod inlrinsecus est possibile, dicitur ^Weu r& possibile., si ieralnr ad^ hm cau sam Der quam ad actum reduci potest, a que extnnsecus, eu VKe impossibile, si referatur ad illam causam, per nuam ad actum reduci nequit. Ita intellectui humano posS est essentias rerumVitarum ™fi™?^^ res eius naturales spectentur, impossibile est cognoscere Essentiam Dei, prout in se est. :„,r:„cpriis im 10 Ex his facile intelligitur id, quod est intrinsecus im nn^ihile esse quoque extrinsecus lmpossinile, quia, ui, Lo o o'os endemus, ne Deus quidem efficere potest, ut ea nuæ secum invicem pugnant, in eodem sub.ecto m nian ur; Xd, quod e t Winsecns poss.b.le esse exIrinsecus possibile, si est intra vires causæ, ad quam re StoTrS extrinsecus impossibile, si eius v.res supergreditur '. II.-De notione nihili 11. Nihilum est negatio, sive absentia " /' "n Sc h£ lastici illud simpliciter non ens vocare olent De hoc m t.ilo lnnuen s. Augustinus perbelle ait. JNitni nec corpus commun.ss.me accepto oppomt ur d et m etiam solet ld, quod oppoiuiur euu alirnius momodum determinato, ita ut denotet f^^SS^fa rli onlis Nihilum hac rat one spectatum distingunur ... tia alicuius modi entis cons.derata m s ipsa, e^ g., no videre, non habere rationem ; n.h.lum pr.va t.vuro esl .M sentia alicuius modi entis cons.derata in al.quo sub.ecto, quod ad illam habendam naturaliter comparatum est, e. g., absentia visus in animali. j;0„„;m„„ inler S 13. Ex his in promptuest.ntel.gere ™™eP 'T negationem, et privationem. Negatio en.m non al.ud de "onnullas circa possibile, et impossibile quæstiooes in T..loto orK attingemus. • Cf Anst., Me t l.b. III, c. 2, f 3 0j). imperf. cont. Iulian., hb. V, n. al. notat, nisi simpliciter aliquid non esse, qu w denotet uilum subiectum, cui illud aliquid inesse nuturale est Privatio autem denotat aliquid non esse in subiecto, cuius natura illud expostulat1. Quædara adnotantur circa originem notionum entis, et non entis 14. Præcipuas theorias, quæ ad originem notionum entis, et non entis spectant, sequentes propositiones complectuntur: la. JSotio entis prima est cum in ordine cronolopco, seu temports, quo intellectus notiones rerum adquirit lum %n, ordme logico, quo notiones inter se continentur. Pnma pars huius propositionis illud^sibi vult, quod intellectus, essentiam rerum materialium, quæ est ipsius >mectum, primo, prout est ens, concipit2. Altera pars ngnincat m conceptum entis omnes reliquos resolvi 3 lo. Probatur la pars. Mens humana ita comparata est, na notionibus magis communibus ad notionesminus comnunes progrediatur. Atqui nihil in rebus communius, [uam ens, intell.gi potest. Ergo mens humana obiectum idi proportionatum, nempe essentiam rerum materialium, •rmcipio, prout est ens, intelligit. 17. Minor huius argumenti facile ex se perspicitur, quia [uidquid in singulis rebus invenitur, sive substantiale, sie accidentale, est quoddam ens . Maior autem ita denonstratur: Mens humana ita comparata esse debet, ut nncipio cognitionem rerum imperfectam adquirat, deine lpsam gradatim perficiat, quia non in actu cognitionis, ea in potentia ad cognoscendum a Deo creatur. Atqui ogmtio, quo magis communis est, eo minus est percu, quia quo magis communis est, eo pauciores notas ropnas obiecti, quod repræsentat, complectitur 5. Enro ens humana ita comparata est, ut notiones rerum maiscommunes prius, quam minus communes, assequatur6. Cf s. Thom In hb I Sent., Dist. XIII, q. 1, a. 4 sol. V\ VrAr F' dizpr-> De Ver-> a c t nrim, i, • a# C' Exinde intclligitur notionem entis, prout 'lOTiZnl^r cronoIoSico> e^ e imperfectam, ac proinde in S ToL 6 confusa,nPræ^at autem hic adnot.re ens com mstme acceptum tamquam indeterminatum intelligi, quatenus g Itaque intellectus, essentiara rei exploraturus, ex variis rationibus, quibus illam concipere potest, rationem entis primo in ea cogitat. E. g., ex variis conceptibus, quos intellectus circa hominem, qui pnmo ei occurnt, elformare potest, puta animalis, corporis, substantiæ, pnmus est conceptus, quo illum velut ens cogitat. 19 Probatur 2a pars. Notio in aliam resolvitur, quoties hæc' illam continet. Atqui notio entis reliquas omnes notiones continet. Ergo in notionem entis omnes rehquæ notiones resolvuntur. Hinc si ab omnibus notionibus removeantur cunctæ differentiæ, quibus ab se invicem determinantur, remanet ens, quod omnibus commune est. 20. Ex hac propositione tria corollana consequuntur: 1° Notio entis, quæ est prima omnium, est abstracta, non vero concreta. Etenim intellectus non potest inteihgere essentiam rerum materialium dumtaxat prout est ens, nisi in ea consideret rationem entis, non^qnsiderando aliquid ex iis, quibus ens in ipsa determinatur. Atqui considerare in aliqua re unum, quin cetera considerentur, constituit illam actionem intellectus, quæ abstractio nuncupatur. Ergo notio entis, de qua disputamus, ope abstractionis conficitur, ac proinde est abstracta . et Entis notio, quam omnium pnmam mtellectus aaquirit cum sit omnium communissima, tneque essentiam, neque' existentiam repræsentat, sed actum essendi, sive actualitatem communem essentiæ et existentiæ. non est hoc, aut illud ens, et tamen natura sua ita comparatmr est ut plures determinationes accipere, ac proinde ad hoc vel ad aliud determinari queat. Quare abnormis est sententia Hegheln, qu ex eo quod Ens, sive ut ipse ait, Ens-Idea, est indeterminatum ipsum esse purum putumque nihilum confecit. Nam nihilum ca nax non est ullius determinationis, dum e contrano ens huiusmod est ut in singulis naturis rerum diversis modis determinan possintelligatur. Ceterum nihil est negatio entis; ac proinde si ens, si ve Ens-Idea, est nihil, dicendum erit ipsum esse ens, quod noi est ens, sive ens, et non ens. m i Hinc vides quam turpiter errent Pantheistæ, qui ut res, quot quot sunt, esse unum ens conficiant, contendunt ens concretum et reale in rebus esse ipsum ens universale, cuius ideam inteiie ctus habet, et quod velut unum cogitatur. Item mtelhgis valde d cipi Ontologos, cum autumant ens, quod mens humana pnncip. apprehendit, esse ens realissimum, et concretum, nempe ens, quo Deus est. Ens, cuius notionem omnium primam inlellectus sii contac.t, est illud, quod actum essendi realem, non ve 0 possibilem denotat. Et sane, ut intelligatur aliquid esse oss.b.le, intelligere oportet primum elementa, ex quibus psum constat, et deinde hæc eiusmodi esse, ut secum i>mponi poss.nl; ac proinde notio entis possibilis nequit sse pnma omn.um, quas intellectus adquirit. Contra ea, us,quod intellectus primum omnium cognoscit, est reale, uia essentia rerum materialium, quam ipse sub ratione ntis pr.mo intell.g.t, est, ut alibi diximus, realis. Hic fltem advertendum est, ens, quod primum omnium intelictus intell.git, etsi sit reale; tamen ipsum non co^nosci t> intellectu, tamquam reale ; nam cognitio entis tanaam real.s, est reflexa et distincta, quia intellectus neii cognoscere aliquid tamquam reale, nisi super se re3Ctatur, naturamqæ entis, quod apprehendit, expendat2; Jm e contrano notio entis, quam intellectus primam omum adquiril, est directa, et confusa. 21. Prop 2a. Nihilum ab intellectu cognoscitur non per ipsum, sed per eius oppositum, nempe per ens communisme sumtum. Probatur la pars. Non potest per seipsum intelligi il a, quod esse sui proprium non habet. Atqui nihilum non M m se al.quod esse. Ergo nihilum per seipsum ab tellectu cognosci non potest 3. 22. Probatur 2a pars. Intellectus non potest intelhVere entiam cuiusdam specialis determinationis entis, °nisi telligat ahquod obiectum, in quo illa determinatio en[mvenilur. E. g., nobis non licet intelligere absentiam lionis in bellua, msi ex eo, quod rationem homini inse novimus. Atqui non ens, seu nihilum denotat absenim cnt.s communissime sumti. Ergo inlcllectus non po t mtell.gcre nihilum, nisi per ens communissime sumna, cui nih.Iurn opponitur. Quare s. Thomas statuit inicctum notionem nihili sibi conficere ex eo, quod abntiam ent.s concipit 4. 1 Ex his illud magis confirmatur, quod antca ostendimus (Idea iimti.J ' ' P' 19-7 Sqq' voL !)' nemPe fa,sam esse Rosminii tentia,, qua statult ens? quod primo ft nobis cognoscitur5 esse I Zihf 7 3 Cf S Th0m'' '• 1XYI • 3 ad 2. ioia. Ex hac argumentatione facile perspicitur error Ad. Fran ^RT> IV.— Principium, quod ex notione entis dimanat, exponitur 23. Mens humana, postcjuam assecuia est notiones' entis, et non entis, illud iudicium conficit: Non est possibile ens esse simul, et non essef sive: Non est possibile idemsimul esse, et non esse. Hoc iudicium vocatur principium contradictionis, quia essey et non esse, quæ sunt eius termini, contradictoria sunt '. Iam circa hoc principium duo investiganda a nobis sunt: 1° utrum sit primum principium; 2° utrum, præter ipsum, aliud primum principium admittendum sit. 24. Primam quæstionem solvimus sequenti Principium contradictionis est omniurn primum. Probatur. Quin hoc iudicium, idem non potest simul esse, et non esse, inter principia, seu inter iudicia ex sef perspicua recensendum sit, nulli dubium esse potest. Nanl non ens tollit ens, ac proinde nullo medio opus est intel-i lectui, ut intelligat id, quod est ens, non posse esse id, quod est non ens, sed hoc immediate intelligit ex compaJj ratione notionum entis, et non entis2. Quod autem sif principium omnium primum, ita demonslratur: Ut aliquor,nc(>. rfe,„ „„,., g ? „ g illud, propter quod res ad certo quodam modo existendum determinatur, est ratio sufficiens existentiæ eius. Ergo nihil sine aliqua ratione sufficiente existit. 29 Probatur 2a pars. Omnes res creatæ non solum contingentes, sed etiam necessariæ, puta non posse existere hominem, nisi ratione polleat, ordinatæ sunt a Mente Divina cum Deus infinite sapiens sit. Alqui ubi est ordo ratio quoque est. Ergo non sohim rerum conlingentium sed etiam necessariarum rationes sufficientes sunt. 30' Probatur 3a pars. Omnes veritaies tam necessanæ, auam contingentes in effaturn rationis sufjicientis resoivi possunt. Atqui illa veritas, in qnam aliæ resolvuntur, est principium earum. Ergo effatum rationis suflicientis est principium veritatum tum necessariarum, tum contin gentium. Maior ita demonstratur: Si cuiusque rei sive contin^entis, sive necessariæ aliquid esse debet, per quod ad °certo modo existendum determinatur, consequens est in resolutione cuiusque veritatis cum contingentis, tum necessariæ posse tandem perveniri ad aliquid, ex quo, cur potius uno, quam alio modo existat, mtelligatur. Alqui id est, quod ratio sufficiens dicitur. Ergo omnes veritates tum contingentes, tum necessanæ m eilatum ra tionis sufficientis resolvi possunt. 32. Probatur 4a pars. Illud principium omnium primnm dici nequit, quod in aliud se supenus resolvitur. Atqui effatum rationis sufjicientis in principium contradictio ?iis resolvitur. Ergo effatum rationis sufficienhs pnmun] principium dici nequit. Minor probatur hoc modo: Si mhil m re est, pei quod ipsa ad certum modum existendi potius determinatur, quam non determinatur, consequens est posse eani dem rem certo quodam modo simul esse, et non esse. Atqui id contradictionem involvit. Ergo effatum rahoms suj ficientis in principium contradictionis resolvitur. Deus, inquit Tertullianus, omnium conditor, nihil non ratu ne tractari,' intelligique voluit ; l)e Poenit., c. I. Resolvi possunt, inquimus, non debent, quia, quamvis ceriu sit nihil esse sine ratione sufficienti, tamen non semper rationeniam est id, quod est, efficitur, quemadmodum s. Thomas inimt ut ipsa per essentiam, et in essentia habeat esse: De Ente et ssentia, c. i. »;I,HanCr°b ?ausam dicitur etiam definitio rei, quia definitio, ut diumus m Logic. (part. I, c. I, a. 10, p. 21 vol. I) denotat quid res sit. stituunt; nominales vero, quæ a rerum constitutione haud pendent, sed opus sunt nostræ mentis, quæ revocat varias res ad nonnullas species, et confingit generaha quædam nomina ad illarum discrimen designandum. Uocuit præterea nominales quidem essentias, numquam vero reales a nobis cognosci l. Eamdem sententiam tuitus est Lriobertius ; hic enim essentias, quas Lockius nominales appellavit, rationales vocavit, atque essentias reales non solum impervias nostro intellectui, sed in seipsis inintelUqibiles, sive inexcogitabiles esse pertendit. 38. Huiusmodi sententiæ absurditas hac evincitur Multarum rerum essentiæ reales a nobis cogno cpiiYitur Probatur. Dubitari nequit, quin multis in rebus quasdam differentias coneipiamus, quæ lllas constituunt m deterrainato entium gradu a ceteris distincto, suntque veluti fontes, unde earum attributa pullulant. E. g., quisquis admittit bruta differre a plantis, et plantas a lap.dibus, eo quod bruta sentiunt, non vero plantæ, et plantæ vegetant, non autem lapides. Atqui huiusmodi difterentiæ sunt reales, ipsamque rerum constitutionem, noc est, essentiam ingrediuntur; nam sive cogitentur, sive non codtentur, sive his, sive aliis nominibus iSlæ appellentur sive ad has, sive ad illas species a nobis revocentur, sem per verum est bruta sentire, ob idque a plantis difterre Ratum igitur, firmumque sit reales essentias rerum a no bis cognosci 3. . 39 Præterea, res, aiente Aqumate, per suam essen tiam cognoscibilis est, et in specie ordmatur, vel in ge nere»rqapropter, si realis cuiuslibet rei essentia noi lateret, baud possibile foret nos scientiam rerum adqui l Essai sur V entend. hum., lib. III, c. 3, § 15-17. Introd., lib. II, c. 8, not. 2. Advertito essentias rerum non raro non a pnori, sed a posi riori a nobis cognosci, ita nempe ut non ex seipsis eas comp " mus sed ex earum proprietatibus, et accidentibus detegamus ^c rThomV^. displ le Pot., q. IX, a. 2 ad 5). Qaod ao e, cognitione distincta essentiarum rerum intelligendum est, si cnii de cognitione coofusa agatur, essentia rerum matenalium ut sæp diximus, est primum obiectum intellectus nostri, ac proind $ iHa primo, et non ex eius proprietatibus, et accidentibus apprehendimu. De Ente, et essentia, c. 2. ONTOLOGIA 15 rere, quia omnis nostra cognitio non circa ea, ex quibus res const.tuuntur, sed circa ea, quæ de rebus nobis anparent, versarctur Atqui id nonnisi a Scepticis asseri potj est . Ergo, si nulhus rei essentia realis comperta nobis esset, purus, putusque Scepticismus obtinerel 40. Illud contra Giobertium speciatim adnotandum est, quod ex eius sententia hoc maximum absurdum etiam lluit, nempe ne Deum quidem esscntias rerum cognosce-, re posse. Etenim essentiæ rerum, ipsius Giobertii iudicio, sunt immutab.Ies. Ergo s. ipsæ obiective in se inexcozitabiles sint, numquam potest fieri, ut intelligibiles evadant. III.-Nonnullac quæstiones ad notionera essentiæ mæis magisque declarandara valde uliles solvuntur ; 41. Trcs quæstiones in hoc articulo investkandas suscp.mus, nempe 1° utrum essentiæ rerum s nSnlices an compos.tæ; 2° utrum esse essentiæ ab esse existenliæ rum s.nt æternæ, necessanæ, et immutabiles. Ouid cir i ion l^Uæ. 10neS/enl,endum sit' ex sequentibus propo(sit.on.I)us planum fiet. l l Li2'Jr°P-' ia' °mn6S essentiæ sunt compositæ ex quibus}dam pincipiis: quæ tamen ita inter se cohærent, ut, aliquo ilbrum sublato, essentia illico pereat Irobalur la pars contra Cartesianos 2. Quælibet essena e.usmod. esse debet, ut babeat tum aliqufd per qZ riminln C°nSent,t>. tUm aliUJd' Der 1uod a ceterisqdis 'i"T„t n X' S1 PnrnUm deeSSel' res> auæ in monlo sunt, nullo nexu continerentur ; sin alterum, omnes s unum, xdemque forent. Quapropter, cum res deffi ZximZ ^"T CSSe?t,a. slSnifi™tr i adhibetur genus 7tTcZ\T'f ?m.PieCtltUr a,i0Uid eommune rei defiuo rp"m r ' 6t dlITerent^ qa exhibetur aliquid, ex cntia? rt fin,ta a Cet.enS rebus "iscriminatur ". Ergo esenhæ rerum ex varns principiis sunt compositæ. i! 5w1S2,M t TUyiS rerUm creatarum> esse -+-> MLogic, part. I, loc. cit, p. 22 vol. I. Probatur 2a pars. Essentia rei constituitur ex om L nibus iis, quibus res est id, quod est. Ergo, subtracj vel minimo eorum, quibus res est id, quod est, essenti rei preat necesse est. Hinc. Scholastici sap.enter decr ;. verunt essentias rerum consistere %n indtvisibih, et nume rorum instar se babere, quia si ex numer o eel umU y tantum subtrahatur, non manet idem specie numeru . u 44. 2a. Inter essentiam, atque existenliam realis a stinctio admittenda esl . i>i,,-|nnnlios necessariæ et immutabiles. „/'., P' ' jfessen'oe r ad ætum reduTLanZ T6"1abS°lute neccssar™, et immutabiles , Z ITuh, parS' nempe non esse aoso/M nempe esse hypolhelice necessa1 m£ !>?„, entT suam sunt iu. qnod sunt. Ergo, 'n creD,inn.P ° SSet r6S n0n creare> tamen. Posita eaaueTdn°,vL,i,Sæ1eSSent,,S.Suis nequeunt deslitui, no ^Vro&fa a',oqy,,,ni,Tl,essent' et non essent .„;„' ";"r °, Pa,s"lud absolute necessarium dici 'p inctiiPPd°es Z repUgnan' AtQUi repUgnat essentiam f esse P It „„„ ' . q-U.,buS constat' quiPPe quod si' sTmnlnL „„ 6SSet',SC,l'.Cet esset' quate,,us suuiitur bn co„sqii,ui"on T. qn,a non, haberet rinciPia' e bus t L ! g,'-' tr,anguIuni, quod qualuor la •t n„fi 7? angul,s c,onstaret, esset simul, et non anlulos hanf,UlU,m-' qU°d plus' quam tria IaUra, et si"Ud L; • ' tr,anSulum dici nequit. Ergo essen tur absoP,ZC'P,a pr°X,ma' ex quibus conslant, refeSram di™ necessanæ suntQuod de necessitate esrum demonstralum est, ad earum immutabilitatem ZlltTse „ T,ibU[æternitas ™9°tiva, quatenus nempe ad 2 deerm,nenur ad aKjuod em/ms; I, q. XVII, nTnnU h'iCU!US rei P°teSt esse vel ', hoc est, eiusmo s, eiMmodr^n' Se" C°ndUi0nC PCndea Vel Z 3f s. Thl Vn,', "T "?' S.ttUta aliqua eonditione, exista, inom., Contr. Gent., l,b. II, c. 30, n. 4. Pbros. Curist. Compend. II. 7 g 18 ONTOLOGTA quoque spectat, quia illud, quod est riecessarium, essel nequit aliter, ac est, et ideo immutabile est . De proprietatibus omnium entium communibus, et primum de unitate 51 Tres a Philosophis maxime generales proprietates I entis dMinguuntur, unitas nempe, veritas, et bonitas, cuaj qua pulcritudo arcte coniungitur. Hæ vocantur transcen-% dentales, ut distinguantur ab attributis categonas, ns nempe, quæ certo quodam genere, sive categona continentur I I.— Ea exponuntur, quæ proprie ad nnitatem spectant 52 Unum, ut s. Thomas advertit, nihil aliud signifi 1 Cat quam ens indivisum 2 ; unde hæc est vera defamtu i unius? Unum est ens, quod non dividitur \ Exinde intel i ligitur unum non addere enti aliquid reale, sed tantun aliquam negationem, quia ipsum, cum non aliud signin cet, nisi ens indivisum, divisionem entis negat . Lav tamen ne inde inferas conceptum unius esse negativum Nam unum, cum significet ens, quod est mdivisum, si snificat principaliter ens, sive substantiam, et secundan fc negationem divisionis, ac proinde eius conceptus non es negativus, sed affirmativus 5. 53. His præstitutis, demonstrandum nobis est unitater esse proprietatem omni enti communem. Omne ens est unum. Probatur. Omne ens per suam essentiam est id, quo est. Atqui essentia est id, quo unumquodque ens ab aii distinguitur, et ens ex hoc ipso, quod ab alns distingu i Ex his, quæ deraonstravimus, facile est redarguere errore Cartesii, qui sensit (Repons. aux sixiim. object., § 6) essentias rum a libera voluntate Dei pendere, ita ut essentiæ rerum qu Deus condidit, possent aliter se habere, quam se habent. bea his in Theologia naturali. Hic tantura adnotatum voluraus, n Cartesii sententiara, ut ipse Baylius (Dict., art. Spinoza)scn^ ad interitum metaphysicæ viam sternere. Nam scientiaruni q circa rerum essentias versantur, obiectum non lam necS?sa"^!° immutabile foret, sed mutabile et contingens; huiusmodi enin id quod a libera voluntate Dei pendet. d 2 1 q XI a. 1 c.-8 In lib. I Sent., Dist. XXIV, q. I, a. ^ i) q.' XI,' loc. cit.-s Qq. dispp., De Pot.% q. IX, a. 7 in i se sunt indivisa, dividi possunt. Ita hoSo est u; un.tate compositionis, quia anima, et corpus ex u" ipse comppnitur aliquid in se actu indTv um £E,7 II !.°d e,,usmoJdi Sl|nt, ut ab sc dividi queam? onl ad3, hmfln,dVertendUm eSt'-hanC un,tatem ™mpartbus 1, Ua pr°Pr,e,Pert,nere > quæ constant rperficit'„q „,Um MUna ab a'tera ' LVeluti P°tentia J, perlic.tur, quæ idc.rco unicam substantiam comple Cf s. Thom., Quodlib. VI, a. 1 c.- I,, vr ]n. „;, [m-. /., Dis, „,,. 2. Cf, ££•£; l,in, £^ssPe^ern:^. sffi-at supra cns "^ 1 PPelLPurm"m Uni,a'em ""^'8. Posteriorem pftj, tam constituunt, unamque existentiam habent. Quare huiusmodi entibus, æque ac iis, quæ compositionis partium sunt expertia, unitas per se convenire dicitur. E. g., homo est unus per se, quia ex anima et corpore in unicam substantiam perfectam coalescit. E contrario, illud ens, quod ex partibus componitur, quarum una ab alia non perficitur, sed distinctam existentiam habent, dicitur unum per accidens. Hoc modo unus dicitur exercitus, quia unusquisque militum, ex quibus componitur, est per se substantia completa, atque existentiam a ceteris militibus distinctam habet. II. — Dc identitate, et distinctione 58. Identitas in eo consistit, quod ens cum seipso con sentit. Ipsa oritur ex unitate entis, nempe ex eo, quo( omne ens est indivisum in se, sequitur omne ens cun se ipso consentire, ac proinde esse idem sibi . 59. Quod si identitas indivisionem, nempe, ut Aristo teles subdit2, unitatem ipsius esse, in sui conceptu inclu dit, patet identitaiem proprie eam esse, quæ considera tur in aliqua re, prout est in se ipsa, seu respectu su ipsius. Quocirca illa identitas, quæ consideratur in aliqu; re, prout cum alia comparatur, e. g., cum cogitamus Pe trum idem specie esse cum aliis hominibus, et idem ge nere cum brutis, non est proprie, et stricte identitas, senam, et Banonam, seu filium lonæ distinguit. Interdum ero plura inter se distinguit, quæ unum re ipsa sunt ed noc unum intellectui præbet fundamentum plura in pso distmguendi. E. g., si intellectus distinguit in anima lumana tna pnncipia, sci licet rationale, sensitivum, et veetativum, fundamentum huius distinctionis in ipsa anima nycnit, quia anima humana, quamvis sit re ipsa unicum inncipium, tamen triplicem virtutem exercet, scilicet ralonalem, sens.tivam, et vegelalivam. Hæc altera distin !Lio rationis appellatur etiam virlualis, quia obiectum, in uo mlellectus plura distinguit, etsi unum revera sit, taien virtule multis æquivalet, ideoque intellectui fundalentum ad efformandos plures conceptus obiectivos illius pacbet. 63. Præter has distinctionis species Scolus distinctio^ em formalem invexit. Hæc, secundum Doctorem Subti>m, intercedit mter eas entitates, seu, ut ipse ait, for 1 Hic non loquimur de distinctione reali, qua Tres Personæ Dinæ inter se djstinguuntur; ea enim, ut Theologi docent, non nisi opposmone relationis oriri potest, quatenus nempe Pater relative 'Pomtur Fiho, et Pater Filiusquc relative opponuntur Spiritui S., iub unicum principium sunt. mas, quarum una concipitur ab intellectu sine altera, ita tamen, ut ipsæ neque realiter, neque dumtaxat rationt ab individuo, in quo sunt, atque inter se distinguantur. Non realiter, quia ipsæ una res cum individuo sunt. Non ratione dumlaxat, quia anle omnem actionem intellectus ab individuo, atque a seipsis invicem distinguuntur. E g., esse hominem, et esse animal in Petro, non distinguun tur realiier, quia neque ab ipso Petro, neque a se mutu SGU exemP'ar^s Intellectus Diviexem nhrfl n qU' ? natura,es accuratissime respondent auiZil !n ' Secunduin uuæ De" iHas condidit. Ergo quidquid in natura rerum est, est verum. accunUssil1,a aC1^ de,nostr^r-Si res naturales non accuratissime responderent cxemplaribus, secundum quæ ^^ziczxTr iiiud s- Augustini: f™ > ' ^ripUoInsl t!uT™ ""? Cr,amPIeus Wittenbachius, Brevis de Deus illas condidit, dicendum foret Deum aut nescivisse, aut non potuisse res condere, quales in se intelligit. Atqui illud infinitæ sapientiæ, hoc infinitæ potentiæ Dei repugnat. Ergo repugnat res naturales non accuratissime respondere exemplaribus, quæ in Intellectu Divino reperiuntur. 83. Hinc scite a Scholasticis sancitum fuit verum cum ente converli ; scilicet omne verum est ens, quia veritas rei, ut diximus, in entitate rei fundatur, et omne ens est verum, quia omne ens ordinem ad Inteliectum Divinum necessario habet '. . 84. Ex his intelligitur nullam falsitatem metaphvsicam in rebus inveniri posse, et, si quæ res falsæ dicuntur, id veluti improprie dictum accipiendum esse, nempe, ut AQUINO (vedasi) inquit, in ordine ad intellectum nostrum, ad quem res per accidens referuntur 2. Scilicet si res referantur ad intellectum humanum, quodammodo falsæ dici possunt, quia sunt quædam, quæ etsi vera in se sint, tamen ita natura sua comparata sunt, ut scnsibus nostns quæ non sunt, aut qualia non sunt , apparere queant. Ita auncalcum per se, perinde ac aurum, est verum, quia natura eius, non secus ac auri, exemplari Mentis Divinæ consentanea est; at quia speciem, seu similitudinem aun habet proindeque occasionem præbet intellectui nostro, ut lllud esse aurum iudicet, falsum quodammodo dici potest . III.— Utrum uua sit tantum veritas, an plures 4 85. Ontologi docent unam esse veritatem, nempe Deum, ceterasque res non nisi veritate Eius esse veras; ex quo colligunt, ut alibi dictum est, mentem humanam non posse ullum verum cognoscere, nisi Deum intueatur, quia, cum Deus sit unica, eaque summa Veritas, nulla res vera, alibi, quam in Deo, apprehendi potest. i Cf s. Thom., Qq. dispp., De Ver., q. I, a. 2 ad 1. 2 Op. cit., q. I, a. 1 c— 3 I, q. XIV, a. 1 c. Aliam quæstionem, quæ circa veritatem versatur, utrum nempe dentur veritates, quæ sint necessariæ, immutabiles, et æternæ, nic omittimus; nam paulo ante ostendimus contra Cartesianos ventates, quæ ad essentias rerum spectant, esse necessarias, æternas, et lmmutabiles; et in Criteriologia refutavimusProgressistas,qui ventatem ab una ad aliam ætatem progredi obganniunt. .•„,8h' ^r°P' Sin?ulæ res nalurahs, singulægue conceptiones tnleUectus propria veritate gaudent. r,nZ vr' n S' esse, cuiusue rei sit quædam participa™ A.sse De'>.et limen intelligibile inlellectus humani SU quædam part.c.pat.o luminis inlelligibilis Dei ', tamen nemo, nisi qui pantheismum profitetur, negare potest esse cuiuslibet rei creatæ re ipsa distingui ab isse Uei, ct lumen intelligibile intellectus humani in se reip a d.stingu. ab intelligibili lumine Dei. Atqui esse proprium rerum est fundamentum veritatis ipsarum, ac concepl.ones nostr. mtellectus sunt veræ, eo quod per pro! !!"Un!lUme-n m^'MC veritatem, quæ fLdalu^r JrefeS TT Eng°' S' \m cuiuslibet rei reipsa dih ff • / Dei'et lumen intelligibile inlellectus ; humani re ipsa d.stmgu.tur ab intelligibili lumine Dei ! consequens est quam ibet rem, et quamlibet conceptionem propr.a ver.late gaudere \ Audiatur D. Thomas: Dicen dum, quod rat.o ventatis in duobus consistit, in esse rei, r™Pr^"SIOnC v.rtulis cognoscitivæ proportionata ad htlZ : Urumc"ue autem horum quamvis reducatur in mS!m,' ! '" CaU.Slm efl1cientem> et exemplarem; nihil"7,ST auæhbet res Parjicipat suum esse crcatum, fiUlI r l CS,t; et unusauisque intellectus participa cxmmnh.P, qUP°d r6Cte de re iudical > uuod quiueest Lam^nmV U,1',ne,nCrCat° Habet etiamHintellectus El Vnl 1°nKm '? Se' ex aua completur ratio veritanmniVT d,C°' q.UOd S-Cut cst unum esse Divinum, quo "' Sun l> s,cut Pnncipio efTcctivo exemplari; nit.il formnl,,n, reDUS d'VerS,S est diversunf esse, quo formal ter res est;,ta et.am est una verilas, scilicet 'di l "rf. ru'?.omnia vera sunt> sicutprincipio effectivo exem K,', H{I TUS sunt P,ures veritates in rebus creatis, qu.bus dicuntur veræ formaliler ' . talHlCrnT„°ninCS rCS' et vis inMlnCS rCS naluralcs> omnesque conceptiones nostri intel SOW., lS >\, VlXs eSSC auoda,nmod° ' Ub Sent., capite%sse%I'thæ'ism„0'adteqm0 0ntoloismum v et lKt aoptt bile, es bonum. Ergo omne ens est bonum. Hanc ob rationem bonum, æque ac unum, et verum, cum ente cmverh dicitur, quia omne bonum est ens, e™omne ens quænus ad appetitum refertur, est bonum •. ' 4. kxindc perspicilur bonitatem, prout est transrm lcntalis proprietas rerum, in eo consistere, quod res prout „rn|;naDpet'tl"'P0ni,as' sl hac "tioneVclet ur T i ". ekitnr, '"ellfgenl 102. Ut hæc notio luculentior fiat, menle reputandum est tria,n pulcnludine distingui oportere, nempe raZ IZlTrtT S,Tf e-SS-mtiam' (fectum ^fundZentm. Katio formal.s pulcn in convenientia partium, seu svm mcr.a ob.ect, consistit. Effectus est delectatio quam y™. mctr.a ob.ecl,, lacultati cognilrici in sua claritale aff,™ IZl ZlcZ0 „ Hi"C -'^.hominum'^ ffij vocat pulcrum n.si id, cuius cognilione delectatur Fundamentum,n bomtate ipsius obiecti situm esf nam an" mum nostrum illa rerum cognitio seu "dspeclus dele" ctare potest, .n qua appetilus%uiescil; id au n appet.tus qu.escit, non est, nisi id, quod tamquam boimm apprehenditur. Quapropler si ralio formalinSer, 2? pulcrum definir, potcst, id, qnod debitam proporlionemha>bet £% S \6onum. Al, quon.am pulcrom a celeris proprietatibus en-,s propter proportionem obtecti, et del'clationem co„no scentis, llam discriminatur, ipsum definiri pc tes( id Zod cum mulMudinem partium sibi cohæreniiumpra ese tat mamfestatione sui cognoscentem delectat P ' ' 106 Porro P'rum in naturale, arlificiosum, et morale hVC!:tlfi EP"L XVI" ai C°eleSt' »• 2, et s. Thom., I, 2 2a 2, q. CXLV, a. 2 c. •ensistis autumant aliquid csse Dulcrum ! n J ' ™? CUm us quac endam LPnmam Ca"Sam' ori^^mque pulcri in ipsis re dividitur. Pulcrum artificiosum est illud, quod iu operibus artificiosis humani ingenii splendet ; hæc enim, ut omnibus experientia compertum est, si proportionem inter partes, ex quibus constant, præ se ferunt, animum cognoscentis voluptate afficiunt. Pulcrum morale m actionibus humanis invenitur, quatenus hæ cum æterms, ac immutabilibus regulis morum proportionem habent . Pulcrum autem naturale, ad quod hæc tractalio maxime spectat, illud est, quod tum in singulis naturis rerum, tum m mundo, qui ex illis componitur, effulget. Etemm unaquæque natura ex pluribus principiis constat, quæ unitatem eius efficiunt, omnesque naturæ ita inter se colligantur, ut unus mundus ex ipsis existat. Hinc pulcræ dicuntur singulæ species rerum, et pulcher mundus, qui ex ilhs com ponitur. 104. Diximus singulas species rerum; nam si res non m notis suis singularibus, sed in sui essentia spectentur, dubitandum non est, quin pulcritudo sit omnium rerum proprietas. Re quidem vera, cum Deus sit naturarum auctor, fieri non potest, ut in ulla natura vel aliquod principium, quod ad ipsam efficiendam requintur, vel mter principia, quæ ipsam efficiunt, ordo desideretur. Quamobrem ne fieri quidem potest ut, quispiam naturam rei penitus cognoscat, nec tamen e coguitione eius ullam voluptatem sentiat. At si in rebus essentiæ non considerentur per se, sed prout per notas singulares mdividuantur, ipsæ vel pulcræ, vel deformes esse possunt. Etenim causæ proximæ, ac immediatæ rerum singulanum sunt aliæ res singuiares, sive causæ naturales. Atqui causæ naturales ita secum colligantur, ut actio unius ab actione alterius impediri, aut saltem turbari possit \ Ergo neri potest, ut res singulares aliqua notarum careant, quæ aa pulcritudinem constituendam requiruntur 3. Hinc s. Thomas de hoc pulcro loquens, inquit: In hoc consistit, quod conversatio hominis, sive actio eius, sit bene proportionata secundum spiritualem rationis claritatem. Hoc autem pertinet ad rationem honesti, quod diximus idem esse vinuti quæ secundum rationemmoderatur omnes res humanas; 2 l, q.iiL,AT, a. 2 c. 2 Cf Criteriol, c. IV, a. 2, p. 251-252, vol. I. a Mnrme 3 Circa opera artificiosa, atque actioneshumanas patet opus acionne evadere, si artifex illud non conficiat secundum leges artis, quæ Iam pulcrum naturalc in corporeum, et spiriluale dividitur. Etcnim nos et cum in re corporea multas partes aflabre concinnatas, et cum in subslantia spirifuali plura pnncipia, quæ ordine inter se continentur, contemplamur, quamdam voluptatem persentiscimus. Pulcritudo corporea vocatur sensibilis, quia ad res spectat, quæ ope sensuum cognoscuntur: spiritualis vero dicitur inlelligibihs, quia rerum propria est, quæ intellectu anprenenduntur f. tl 106. Deus autem, a quo, ut s. Augustinus scribit, omne pulcrum est \ et qui, sicuti s. Thomas subdit, est universorum consonantiæ et claritatis causa 3 , pulcherrimus aicitur. Neque negotium alicui facessat, quod mulliludo ad unitatem redacta, quæ est essentialis nota pulcritudinis, in Deo, qui simplicissimus est, a nobis cogitetur. Ham, cum nobis certum sit nullam compositionem in Deo esse, lntelhgimus infinitas pcrfectiones, quæ in Eo sunt, esse lpsu„ x Esse Dei, atque absolutam unitatem Eius constiluere. Hinc nos Deum veluti pulcherrimum intellmmus, Eumque pulcherrimum nominamus, quia infinitam multitudmem attributorum cum absoluta unitate coniunctam m Eo mtelligimus 4. De categoriis in universum spectatis 107. Hactenus de iis, quæ ad ens gcneratim consideratum pertment, disseruimus. Antequam de singulis decem categorns sermonem aggrediamur, hæc duo circa ipsas universum mvestigare oportet: 1° quomodo ens sit prin manas, quæ a pronuntiatis rationis practicæ discedunt crun nisir a!,Cnl|n-da 0mnin° CSt °pin,° i,,0rum',' a,US d,°o tnna n°n Va,d0 ab,usit Giobertius, Saggio "„ h(ll0> c 1, P39 sqq, Napoli 184. JJ ^"^liX'1'c0: 1S> et 1 Cf I, ([. XIII, a. 4 ad 3, ct Contr. GcnC, lib. I, c. 31. cipium, ex quo categoriæ promanant ; 2° quomodo ens per categorias dividatur. Art. I. — Quomodo ens sit principium categoriarum 108. Iam innuimus ens esse principium, a quo categoriæ promanant; siquidem ipsæ ens pluribus, diyersisque modis determinatum exhibent. Id magis perspicuum fit hoc argumento: Categoriæ sunt supremæ notiones, ad quas diversa rerum genera referuntur, proindeque supremæ notiones, quæ de diversis rebus prædicari possunt 2. Atqui quidquid de aliqua re prædicatur, ad eius esse pertinet, quippe quod non potest aliquid cum aliquo coniungi, nisi ipsi inesse, scilicet in eo esse intelligatur. Ergo categoriæ, cum sint suprema prædicandi genera, diversos modos essendi significant, ac proinde esse est principium, a quo ipsæ promanant. .-'..; 109. At vox ens tribus diversis significalionibus accipi potest . Ipsa enim quandoque illud esse significat, quod copulæ officio in enunciatione fungitur; e. g., cum dicimus, Socrates est philosophus; quandoque autem essentxam rei, nempe id, per quod quælibet res in sua specie constituitur, e. g., humanitatem in Socrate, quia per humanitatem Socrates est homo; quandoque tandem actualitatem, sive actualem existentiam rei, nempe id, quo res actu est in natura. Ens hoc tertio modo acceptum, dicitur ens actuale. 110. His præstitutis, demonstramus sequentem Ens, quod tamquam principium categoriarum po nitur, non est illud, quod copulam enunciationis constituit, neque illud, quod essentiam rei simpliciter significat, sed est ens actuale. . . Probatur prima pars contra Kantium % et Rosmmium . Categoriis non quæritur, an sit res, sed cuiusmodi sit. Atqui esse, quod in enunciatione munus copulæ obit, significat quidem aliquid entis inesse subiecto, sed cuiusmodi illud sit, utrum substantia, an qualitas, an alius quidam modus entis, non patefacit. E. g., in hac enunciatione, i 4._ 2 Gf Logic, par. I, c. I, a. 6, p. 16 vol. I. s ln lib. II Sent., Dist. XXXIII, q. I, a. 1 ad 1. Critiaue de la raison pure; Log. transcend., lib. I, sect. 6, % i" s Logil, lib. II, sez. I, c. 9-11, p. 116-122, Napoli. Socrates est philosophus, verbum est significat esse philosophum Socrati inesse, sed ulrum esse philosophum sit substantia Socratis, an qualitas, quæ substantiæ inhæret minime innu.t. Ergo ens, quod per categorias dividilur' n°444Sin Ur ' quod C0Pu,am enunciationis significat 111. Irobatur altera pars contra Heghelium , et Giobertium . Lategoriæ non significant diversas essentias rerum, nempe illud, per quod res in certo genere, vel certa specie constituuntur, sed diversos modos, quibus essentiæ rerum determinatæ exislunt; e. g., categoria substantiæ non denotat essentiam hominis, sed modum, quo essentia hominis in rerum natura existit. Modi autem, auibus essentia rerum creatarum determinala in rerum natura existit, ab ipsa essentia reipsa distinguuntur. Hisce adnotaUs, lta argumentamur: Si categoriæ ab ente, quod essentiam s.mpliciter sumtam significat, derivare dicunlur, lunc vel ipsis dumtaxat essentias rerum exhiberi vel essent.am, et modum, quo ipsa in rerum natura existit, unum, idemque esse dicatur oportet. Atqui utrumque est la sum. Ergo ens, ex quo categoriæ derivant, illud non Vi3n essenl,am simpliciter sumtam significat tJlj: Frobatur tertia pars, quæ ex iam dictis facile intellig.tur. Categonæ sunt notiones supremæ, ad quas rerum, quæ in natura sunt, notiones revocantur. Atqui not.ones quæ referuntur ad res, prout in natura sunt, exh.bcnt ahquem modum entis actualis, sive aliquem moaum, quo res actu sunt in natura. Ergo cateoxmæ repracsentare debent communissimos modos entis actualisy s.vc communissimos modos, quibus res actu esse possunt ac Proinde non n.s. ens actuale, sive illud, quo res actu tsi in natura, illarum pnncipium esse potest. H. Quoraodo ens per categorias dividatur ou1!?.' Ad JianC. I"30^00^ exsolvendam in primis nobis est uemonstranda sequens pr3' tEm ™lUo m?do ta^quam genus assignari potest. mi u h r T GeUUS eius'nodi est > "t a ciifTerentiis delerminetur, hæ autem differentiæ, etsi potestate in genere 5 pf/;,Th°m;' l0P' cit—% E^yclop.y § 86 sqq. Protohg., Saggio I, et III. n contineantur , tamen extra essentiam generis sunt; si enim differentiæ ad essentiam generis pertinent, notio generis cum notione speciei permisceretur, quia species ex genere, et differentia conflatur 8. Hoc posito, en argumentum : Si ens esset genus, eius differentias aliquid reale extra ens esse oporteret. Atqui impossibile est turn dan . aliquid reale extra ens, quia extra ens non est nisi non ens, seu nihil, tum aliquid mente concipi, cuius conceptus ad conceptum entis non reducitur, quia extra notionem entis non est alia notio, nisi non-entis, seu nihili. Ergo ens tamquam genus nullo modo assignari potest . 114. Hac theoria præstituta, facile est perspicere veritatem huius secundæ Ens per categorias dividitur non tamquam genus per species, sed tamquam per diversos modos essendi. Probatur prima pars. Ens nullo modo tamquam genus assignari potest. Ergo ens per categorias non dividitur tamquam genus per species. Quapropter categonæ non addunt enti aliquid, quod est præter essentiam eius, eo modo, quo species addunt aliquid generi, quod extra ipsius essentiam est, nihil enim esse potest, quod sit extra essentiam entis. 115. Hoc idem alia ratione confirmari potest : Illud, quod pertinet ad genus, univoce, nempe eadem sigmficatione singulis speciebus est attribuendum ; e. g., animal univoce de homine, et de brutis prædicatur: quaproptei si ens genus categoriarum esset, ipsum de iis singulis univoce prædicandum f oret. Atqui ens de singuhs categorni univoce non prædicatur ; nam in singulis categoms c diversis modis exhibetur, unde unicuique [categoriæ) de betur proprius modus prædicandi 5; e g., in pnma ca i Dicitur differentia potestate in genere contineri, quippe quo eenus a differentia perfici non potest, nisi sit ita dispositum, u ab hac determinari queat.-2 Cf Logic, par. I, c. I, a. 2, p. 11 vol. 1 3 Cf s. Thom., I, q. IH, a. 5 c. Nemo vero existimet ens ess genus, quia ipsum in ens, quod est per se, nempe substantiam, e in ens quod est in alio, nempe accidens, dividitur; hæc enim, ui Boetius (Prædic, c. 4) monuit, non est divisio stricte sumta sci licet quæ per species fit, sed potius quædam enumeratio. Ct . Damascen., Dialect., c. 10. Cf Loqic, par. I, c. I, a. 5, p. 15 vol. I. In lib. I Sent., Dist. XXI, q. I, a. 3 ad 2. Ens autem no tegoria, quæ est substantia, significatur esse per se, in reiquis novem, quæ sunt accidentia, significatur esse in alio, 3t in smgulis harum specialis modus essendi in alio inTenitur. iLrgo ens per catcgorias tamquam genus per spe3ies non dividitur. b l l 116. Probatur altera pars. Unaquæque categoria certum, 3t pecu.arem modum entis significat. Ergo ens per cate-,'or.as d.viditur tamquam per diversos modos, secundum juos ens et esse, et intelligi potest. De categoriis speciatim consideratis 2 I. Notio subslantiæ declaratur 117. Substantia, prout categoria est 3, describitur, ut am m Logica dix.mus \ res cui convenit esse in se, et non n alio, sive non m subiecto. Ad hanc subslantiæ notionem leclarandam, exphcandum nobis est 1° cur substanlia diatur.noP;J^en.s> quod est in se, sed res, cui convenit ss.e.Qin,f' f (lu,d Slbl veht esse in se, et non in alioA^ 118. Uuod attinet ad pnmum, in memoriam revocanjlum nobis est substantiam, æque ac quamlibet cate-oliam, esse quemdam specialem modum, quo aliqua ves fctuest in natura, ac proinde ipsam intelligi non posse, | iisi l iii ea et al.qu.d, quod quodam modo est, et quidam aodus, quo ipsa aclu est, distinguantur. Hanc ob ratioiem substantia dicenda non est ens, quod est in se, aut cr se, scd res, cui convenit esse in se, aut per se, ut igmncetur discnmen inter ipsam rem, et modum, quo raantiaCatUprf t Categ0riis a%^ocey sed analogice, quia ens de sub.antia et dc diversis acc.dentibus non sine aliquo ordine unius L ZJ^T^ siuuidera> cu™ ecidens substantiæ inhæe suh, ntLUSH -/5Se/Ub!tantiæ pendet' ac Proindc " Primo vZ n r CU,Ur' d°lnde de diversis ccidentibus. Cf quæ dijmus in Logica, loc. cit. p. 15 vol. I. ' Cf s. Thom., Qq. dispp., De Vcr., q. XXI, a. 1 c. M Vof.°TrUm nUmerUm exP0S™s in Logic, loc. cit., a. 6, m^Z^ZZ^ categoria est: vo substantiæ aliquando nidetur ad significandam essentiam, vel naturam rci vel formam Uma^tenam, aut quidquid ex utraque quasi confectum esj actu est in rerum natura, sive inter esse essentiæ, et ess existentiæ f. 119. Quod ad alterum speclat, in notione substantiat illa verba esse per se, sive esse in se excludunt inhæren tiam in subiecto, sive denotant illud, quod dicitur sub stantia, non habere esse suum in alio, tamquam in sub iecto, sed non removent a substantia causam effectncen suæ existentiæ, sive non denotant ad notionem substan tiæ pertinere, ut esse suum ab alio non recipiat, nan substantiæ creatæ esse suum a Deo accipiunt. ! 120. Iamvero res, cui convenit esse in se, non xn aho substantia ex eo præcipue nuncupatur, quod est accidec tium subiectum, ac proinde sub accidentibus stare, ho est, accidentibus subesse intelligitur. Substantiam autet esse subiectum accidentium ita demonstratur: Si subiec tum accidentium non esset substantia, oporteret esse aliu accidens, et quoniam hoc accidens, non secus ac omn aliud accidens, expostulat subiectum, in quo insit, pr( gressus in infinitum admittendus esset. Atqui huiusmoc progressus, omnibus fatentibus, est absurdus 3. Ergo sul iectum accidentium est substantia. Art.II, — Definitiones substantiæ a nonnullis Philosopis traditæ exploduntur 121. Ex principiis, quæ in præcedenti articulo exp nire per substantiam, cuius est accidens ; In lib. I Sent., Dist. q. IV, a. 3 ad 2. . Op. cit., lib. II, c. 23, § 1 sqq. Hanc Lockii opimonem, pn ter omnes sensistas, David Humius, utpote scepticismo suo la\ Neapoli 1881. Nouveau systeme de la nature etc, p. 124-127, ed. Erdm. 2 Elementa metaphysica scientiæ naturæ (germ.),p.42,Riga 17 • 3 Cf s. Thom., Qq. dispp., De Por., q. X, a. 1 ad 8. Protol., Saggio. Notio substantiac uli paulo ante ostendimus, alia t a notione causac. Ergo substantia in eo consislere nent, quod sit causa, sive principium operationis, per lam ipsa nihilum negat. Accedit quod s/ subslantia conituitur ex eo, quod est princip?u_ operalionis? per lam ipsa n.hilum negat, diccndum est substantiam e^se uisam creatncem sui; nam, cum productio rei ex nih o creatio, subslant.a, si se ipsan/ex eo constiluit, " uod f alttsMmS. SC ipSam " ^ 2S III _ Scnlenlia s. Thomao circa principium, ex „ao subsla„l,a lit individua, exponitur, et probatur |127 • In primis, in quo quæstio circa principium indi Juationis vcrsatur, declarandum nobis est. NoUo perfectæ substantiæ, ut in Logica diximus \ non gu eribus, et speciebus, sed in individuo invenitur. 'ft1™seu s.ngu are, secundum s. Thomam, diurillud, quod esttn se tndistinctum, ita ut in plura di !„T,P°SS.'t' Pr0lnde e> seeusac universale, lamquam 3_£__ _" Commuue,u(elli neqneal;aft aliis vero hnctum S,ta ut s.t hoc, et non illud, aut aliud. LlVJ1-'! •rnentUm,seu radix' ex p- 16 sq vo1- '— ' '. xx, o. i c. ___.Pinrf J. Uæst,one,n vcrsari circa principium formale, seu ScDmV "at,°mS' -n°n Vero circa P""cipium eflicens, m • _nTm ' -? Per SpiCUam est PrinciPi'>'n _ectivam esse •T ni.rZ' • cu",s v,rtnte ali(I"a natnra c(nci'"">', M • n m Z.I,ntCr utru,t"luc Principiam iam adnotavit s. ThoZ, ", dlssercns dc 'ndividuatione animæ, inquit: Princinium t_liP„^'r i-Tinsecum, sed impossiMle „t, ^od mpossibilr e "" m rlnsecnm ani,næ, vel alterius creatu ac.et inlr „trn .' ^ „_? ' lndivins, falsitas sentcnS.I _rPL ^ ?. ' qU' Huetium ^^rches historiaues, 'ionis i„ 'iw !,„'• Gand 1838) Sec,ttus> asscruit radiccm indivil !?V___1_. r8S.0.Cat, '""""'• Vid' ^0" etc' hæc est, quid sit, ex quo substantia singularitatem sumit, sive eius unitas indivisibilis in plura, et a quocunv que alio divisa oritur. Eadem quæstio huc redit ; quid sit, quo substantiæ intra eamdem speciem solo numerc differant, et multiplicenlur ; nam unumquodque individuum a quocumque alio eiusdem speciei divisum mtelliffi nequit, quin individuorum multiplicatio, quæ numerica dicitur, intelligatur, ac proinde eo ipso, quod prmcipium individuationis exponitur, principium pateht, e^ quo multiplicatio numerica existit. 129. Hisce præmonitis, nos s. Thomæ doctrmæ ad hærentes, hanc oslendimus, ln substantiis materialibus prinapium individua tionis est materia, signata quantilate. '— Probalur la pars/Etsi principium mdividuationis ne queat esse aliquid, quod ad essentiam rei spectat, qui; individuatio non pertinet ad essentiam rerum creatarum tamen esse debet aliquid substantiale, seu quod ad lpsun esse substantiæ refertur ; nam individuatio substantiæ cum pertineat ad prædicamentum substantiæ, ad ahqui ° £• -ndividua 1 Contr. Gent., lib. II c 93 2 j i ^d:e/raatumesir,;0rav„pear rcm forma -^5^ 4 HI, q. LXXVII, a. 2 c. • 7n (£" f nt-' D,StXII> 1a • 3 ad 3. . In hb. II Sent., Dist. II, q. i, a. 4 s0,. ar. IUac"T 07', "%. ^"titatis plicavimus i„ £o^0, idivlrtL'," " dU° ln,0nere PræslatPrimum est, quod princioium 1 ^ vTroeSDSreoud'c"ur """. Proat ordinem\d S •, p"o„t malrPiaP LT U8S aC'U el inhæret; tum u'a 1uane inAwl™ inhæret, iam individuata est, proinde k"r .r es^SLrr"' Mm qUia auantitas. u'iæ cta inhit Fam indiwVn.. ° ccidens, ac proinde per ipsam princi Wte^' "•' d'lim"uS' aIiunid Intile esse 'WdUP1 s distne?(Un; ITT 'n,er h0C> et aliud individuum no„ icubitum J InC t,0'/ed 1,la> uuæ> e ; inter bicubitum, et atis a? CS ',,n,ercederetAUerUm est1uod dimensiones quan W .b. ™t °riaI prout Pr'"oipium individuationis est, or H vero prout '2£ """ SU°, r , prout termm^n:"hnihl?Pff l0n!m,C,Um^ua coniuncta compositum sub-anUæ efformat; vel ea, quæ existere non potest, nisi \nZ I COexistat^ nou quiem uti subiecto inhærentiæ, CruLn •aCC,denV Sed U,i Subicct0 coexistentiæ. rrioris genens exemplum est anima humana, ut in 4 uXipTm Cem!lS' qU3e ^61 Per se existere Possit> naurahter tamen ordmatur ad physicam compositionem cum jorpore, cum quo constituit illud compositum subslanlianL?^/v.ocatur ^0 : quocirca anima humana dicitur uostanha mcomplela in ratione speciei, licet integra sit nratione substantiæ. Alterius generis exemplum est ania brulorum, quæ proinde substantiæ incompletæ dicunK°^,80,umtnraa^V^8ed etiam tn roturoe 6 34. lam subslantiæ incompletæ sunt quidem per se, &Ui„JXrU8,^°n.inhæ1rent a,teri> vc,uti subiecto, iroindeque ab accidenlibus distinguuntur; sed, prout to .Hiv'^111, .9 2 ad,3^ Quoniain substantiæ Angelicæ per seipsas d,v duantur, s Thomas inde confecit ipsas specie inter se differre! 4 rAngeh1e,usde,n sPcciei inveniri nequeant (ibid., q. L ni ? qmde.,n' nt ideni sanctus Doctor advertit, non iit ex , qnod I natura cuiusque Angeli per se spectata in pluribus esse q ii, nam forma, quantum est de se, nisi aliquid aliud im ouorl ?n P°tCSt a Pl"ribus {ihid'> q' ni, loc. cit.); sed ex, quod, cnm omnis materiæ sit expers, non inveniuntur sub i a Tad? ipliCCt',r >>; Cf Q9' dispP'> q" UU De ' f f 1 ^ C?USi' l6Ct' IX" Sed hac re in Theologia nalurali. ^i nostrum Lexicon peripateticum etc. ed. cit., p. 340. Pnn,os. Christ. Compend. II. 7 ^ ONTOLOGIA tum substanliale compositum efformant, non nisi in ipso substanliali composito perficiuntur. Substantiæ autem completæ non sunt in aliquo, tamquain in subiecto, neque in aliquo, ut totum quoddam constituant ; proindeque iure dicunlur esse sui ipsius, nempe absolula ratione per se, et non in alio existere. 135. Quod si substantia completa est sui ipsius, consequitur proprium quoque illius esse, quod quidquid agit, sibi agil. E contrario substantiæ incompletæ, quippe quæ non sunt sui ipsius, quidquid agunt, non sibi, sed subiecto, a quo perficiuntur, agunt. E. g., quidquid Angelus operatur, operatio ei tribuitur, at, cum manus hominis percutit instrumentum, non proprie raanus, sed homo per manum agere dicitur. 136. Actus, sive perfectio, per quam substantia completa exislit, subsistentia appellatur. Quare subsistentia Ua definiri solet : Actuaiitas, seu perfectio, per quam natura fit sui ipsius, et non alterius; vel etiam, perfectio, per quam natura ultimo completur, et terminatur, ita ut sit, et operetur, quin cum altera se communicet. V. Notiones suppositi, et personæ declarantur 137. Subsistenlia concrete sumta dicitur >suppositum ; quocirca supposilum est substantia individua. et completa incommunicabiliter subsistens. Quod si suppositum intelligentia perfruatur, digniori nomine personae, ve! hijposthasi? nuncupatur, eaque secundum Boetium vulgo defimtnr : Naturae rationalis individua subslantia. 138. Haec personae definitio ita explicatur: 1° Persona debet esse substantia; accidens enim, cum nullo modo in se existat, sed in subiecto insit, nequit esse aliquid subsistens, ac proinde nequit esse persona l. 2° Gum persona dicitur individua, tria significantur. Scilicet primo, persona debet esse quaedam substantia singularis, ac proinde non potest, quemadmodum natura universalis, esse communis pluribus 2; unde personalis tessera in tali modo existendi consistere dicitur 3. Secundo debet esse substantia completa; ita ut non possit communicari alteri substantiae, cum qua compositum substan Cf s. Thom., Qq. dispp., De Pot., q. TX, a. 2 c. 2 /n lib. I Sent., Dist. XXV, q. I, a. 4 ad 7.— 3 Qq. dispp., ibid. ad ONTOLOGIA tiale efficiat . E g. anima separata est pars rationalis naturae, hnmanae ? et ^ ^ P ona s hominiS et ideo non est pergooa 2 . Tertio, debet habere ubs.slent.am propnam sibi , ita „1 persona dici nequeat ilh nalura, qoae etsi singularis, et completa sit, tamen quia assumitur a persona excellentiori, propriam hyTosthas.m am.ttit, alque in illa excellentior hyposthasf P a qunQ assumilur, subsistit 4. jpusmas., a 3 Illa vox rationalis adclitur, ut subsistentia cuiuslibel naturae singulans completae ab illa, quæ propria iuiel jqo naturac est> distinguatur \ H liam „n"?0ne Personæ> uu' tradidimus, illud c am peisp.citur, personam esse inlegrum operalionum ^nm pr.ncip.um, quippe quod nulla natura^aliquid £ 1m>^!nrm su,)SlslatHi.nc i,,ud effatum, Actiones sunt teer^1' 'T^ GlS1 natUra f°nS Sit' et Principium I mtegrum, et completum pnnc.pium, quod operatur. VI. Nonnullæ absurdæ opiniones cuca nolionem pcrsonæ refelluntur 140. Aliqui ex hodiernis Germaniæ Theologis personam iciniuiit,naturam sui consciam \ Horum scntentia valde Uinis ; viflelur opioiom Lockii, qui identitatem personæ in onscient.tvrpropr.arum actionum, seu in actu, quo ouis e.LitPr 10mim SUarUm °St COnscius> Ponendam esse ontcia Pr°P" ^' PerSOm PerPeram drfnitur, natura sui |J/n lib. I sent., loc. cit. l/in^r'' D& P0L'.qIX' a' 2 ad J4— 3 /n »• ' ••. loc. cit. Vcrbo „„ L? rnat,on,s 'ystcrio evenit, quia, cum humana nntura ipediJh np hP ' ( sua »ni°ne IV i >,m,nana natura propriam personalitatem haberct (III aaUtaq nl, 3'urndc naturac assumptæ non deest propria per pc t n^i ? æCtUm a,,'C,UJUS' aUOd ad P^fectionem bumanac rac per tineat, sed propter additionem alicuius, quod est supra hu itVtti? qU°d CSt uni0 ad div'nan pcrsonam »; ibid!, ad 2 ( J> LCetfriS Zucri^> Defensio scientifica theoriæ christia5 inmtatis (germ.), Viennæ 184. °P©., lib. II, c. 27, $ 9. Probalur. 1° Conscientia est actus, quo natura intelle 'ctrix se, suasque operationes cognoscit. Atqui, aiente s. Thoma, actus omnis cst rei subsistentis, et perfectæ , nernpe suppositi, et personæ. Ergo conseientia personam iam conslitutam expostulat, tantum abest, ut lllam con stituat. 2° Si persona in conscientia posita csset, anima etiam sine corpore persona esse posset, quippe quod ipsa eorpore non eget, ut sui conscientiam habeat. Alqui sola anima, utpole substanlia incomplela, persona esse nequit Ergo persona ex conscientia sui ipsius exurgere non potest 3° li, qui hanc novam definitionem personæ tradunt, s sibi constare velint, doceant necesse cst homines, cum si ne conscientia sui ipsius nascantur, minime nasci ut personas, sed annorum cursu fieri personas, proindequminis persona, sive eædem, sive diversæ eius operationes sint. Diximus naturam singularem, nam quæstio circa naturam out essentiam rei significat, non versatur; si enim, uti iam osten M (P lb), existentia in rebus creatis ab essentia distinguitur iDitari non potest, quin subsistentia quoque ab ipsa distinguatur 18. Uiom., Quodlib. II, a. 4 c). Diximus etiam in rebus creatis rium enim est Divinas Personalitates a natura ratione tantum sungui . 2 Unde s. Thomas monet singularitatem naturæ efficere, ut ipsa næc natura, non vero hoc subsistens. In tib. III Sent.. Dist. quemadmodum de nalura humana Christi a Verbo assumpta factum esse docet Fides. Ergo in rebus creatis natura a subsistentia reaiiter distinguitur. 144. 2a. Subsistentia est aliquid positivum, non mera negatio. Probatur contra nonnullos Scotistas, qui putant subsistentiam idcirco in mera negatione consistere, quia ipsa id dumlaxat efficit, ut natura cum altero communicari nequeat. Natura ex subsistentia valde perficitur, quippe quod per ipsam ita sui iuris fit, ut ei non solum non sit opus, sed ne possibile quidem sit se cum allera communicare. Atqui aliquid perfici non potest, nisi per id, quod est positivum, et reale. Ergo subsistentia in mera negatione posita non est f. i VIM. De accidente 145. Sicut substantia est res, cui esse^ n^nJj^aHo convenit; ita accidens est res, cui convenit esse "in alio, tamquam in subiecto; siquidem accidens nuncopaTuTTlle specialis modus essendi, qui modo, quo substantia est, opponitur 2. 146. Accidentia in absoluta, et modalia distinguuntur; nempe ipsa accidenlia, quæ substantiam afficiunt, absoluta appellantur; modi autem, secundum quos accidentia substantiam afficiunt, accidentia modalia dicuntur. E. g., motus est accidens absolutum, segnities autem, vel velocitas motus est accidens modale ; item, calor aquæ est accidens absolutum, intensio autem caloris est accidens modale. Ut notio accidentis penitus intelligatur, veritatem harum propositionum, quas Scholastici docuerunt, et plerique philosophi recentes inficiantur, demonstremus oportet. Cf s. Thom., I, q. XXX, a. 3 c. Quod si quæratur, quodnam sit hoc positivum, quod subsistentia supra naturam addit, responderi potest esse quemdam modum, quo natura ultimo completur. sive terminatur, fitque sui iuris. Hic agimus de accidente physico, seH prædicamentali, non vero de accidente logico, seu prædicabili. Discrimen inter utramque accidentis speciem eiplicavimus in Logica par, I, c. I, a. 6, p. 16, jiot. 1. yoI. I. j la. Esse accidentis, etsi ab esse substantiæ dependeat, tamen ab hoc reapse distinguilur. Probatur. Accidens est aliquid, quod substantiæ addijtur, aut ab ea demitur, unde ex accidentibus fit, ut subjStanlia aliquem modum, sive statum accipiat, vel amiltat jAtqui impossibile est unam, eamdemque rem sibi ipsi addi (aut a seipsa separari. Ergo esse accidentis unum, idemque cum esse substantiæ dici non polest, ac proinde esse accidentis ab esse substantiæ reapse distingualur oous est K 14. Irop. 2 . Accidentia absoluta 2 ex virtute Divina 3 fxislere possunt, quin actu inhæreant substantiæ. Irobatur. Omnia, quæ intrinsecus non repugnant, a Deo e Iici possunt. Atqui mtrinsecus non repugnat, accidens ;absolulum aclu existere seorsum a substantia, a qua naluraliter pendet. Ergo. 4 149. Minor probalur hunc in modum: Accidens, etiamsi ictu non inbæreat suæ substantiæ, tamen propriam ac3ident.s essentiam non amittit ; nam ad essentiam accilentis pcrlinet quidem necessario habere ordinem ad sub.tantiam, ila nempe ut exigat esse in subiecto, quia esse iccjdentis ab esse substanliæ pendet, sed non pertinet actu nessa substanliæ, quia esse accidentis ab esse substan-,iæ d.slinctum est. Accidens, inquit s. Bonaventura,|uamy,s non sit in subiecto, non tamen separalur a sua liflin.t.one imo ei convenit, quia aptum est esse in subecto . Atqu. illud, quo rei essentia non destruitur, ntrinsecus non repugnat. Ergo intrinsecus non repusnat ccidcns absolutum actu existere seorsum a subslantia, a ua naturahter pendet s. Lt.l Sb.A?#;-efi/rt^ ™> ' ' " 2' Ct S' nV 2 Ide.n de modis dici nequit. Etenim, etsi modns revera distin 8tBn!/l' C;UUS est rnodus' tamen sinc neutiqam esse po8t qu.a modus, aiente s. Augustino (De Gen. ad litt lib IV • J, n. i) cst quædam mensura, quæ rei præfiaitur ac nroinde pugnat ahquid esse modum alicuius rei, quamVevera non men! irat. a s. Ihom., In Ub. IV Sent., Dist. XVI, q. III, a. 1, sol. •ci£nHnn!, M rirtUtC DlYina; °mnes enim in eo consentiunt, quod cident naturahter convenit inesse suæ snbstantiæ, ac proinde i vfrtnte naturali non potest seiunctum ab illa evistcre ' OocVV6^" ^ XI1' Par' ' a" f' i °9Quod si al.qua accidentia sint, quæ sine suis subiectis actu. Si accidentia existerent sine subiecto, re ipsa existerent per se, unde essent veræ substantiæ. Atqui repuffnat accidens cxistere per se. Ergo accidens ne virtute quidem Divina seiunctum a subiecto existere potest. 151. Resp. Neg. mai., conc. min. Neg. cons. Et sane nccidenlia, quamdiu seiuncta a subiecto existunt, sustentantur a Deo, ita tamen, ut eo, quo diximus, modo ordinem servent ad substantiam. Quocirca, cum sustententur a Deo, non subsistunt per se, quod est proprium substantiæ, et cum ordinem servent ad subieclum, naturam accidentium non amiltunt . Quin autem accidentia possint a Deo sustentari, dubitandum non est; nam, ut optime s. Thomas observat, sicut Deus potest effectus causarum naturalium producere sine naturalibus causis, sic potest tenere in esse accidentia, sublracta substantia, per quam conservabantur in esse z. esse haud concipi possunt, huius ratio non ei eo, quod sunt accidentia, sed ex eo, quod talia accidentia sunt, desumenda est. E. g., intellectio humana non nisi in intellectu humano esse potest, non prout accidens est, sed prout actio humana est. Gomparatio, inquit idem Seraphicus Doctor, accidentis, ad subiectum secundum aptitsidinem est essentialis, et hæc numquam privatur ab accidente ; Op. et loc. cit. in resol. III, q. LXX.VII, a. 1 c. et ad 2. Hac de accidentibus absolutis theoria Scholastici facile explicant, quomodo in venerabili Eucharistiæ Sacramento, peracta consecratione, species panis, et vini permanere non repugnet (Cf s. Thom., Quodlib. IX, a. 5 c, |et s. Bonav., Jn lib. IV Sent., loc. cit.). Nonnulli recentes Theologi, cum doceant omnia accidentia esse modos, ac proinde fieri non posse, ut accidentia a substantia unquam separentur, contendunt accidentia in illo Sacramento non remanere, sed eorum sensationes a Deo in nobis excitari ; Deus enim afficit organa sensoria eodem prorsus modo, quo a pane, et vino naturaliter affici solent. Litem istam dirimere nostrum non est. Dumtaxat iis recentibus in memoriam revocamus receptam a tota Ecclesia doctrinam Gatechismi Romani, Tridentinæ Synodi interpretis, quæ hæc est: Quoniam ea accideniia Ghristi Gorpori, et Sanguini inhærere non possunt, relinquitur ut supra omnem naturæ ordinem ipsa se, nulla alia re nisa, sustentent. Hæc perpetua, et constans fuit Ecclesiæ doctrina ; Pars II, c. 4, n. 44. De secunda, tertia, et quarta categoria mScw !; ;:crSiSa a est vel subsria> tia, re.iquæ novem cnt^HaS Sl "££ quæ acl quantitatem, relationem, et auaLlem ZVtli ' n.co capite complectemur, qiiff'W u" • lojfca disputatum nobisV/lH' pau^a „ L'^ earum nouones ontologice consideralas Lx me LSnt modo aduciamus necesse est. peruncnt, Anr. I. Dc qu.intitale 153. Circa quantitatem in primis illhH nnnrl -nnmmus, uherius explicandum UK-Wi^ srjasr si aa-aa 'w i~ ' ~ e />„,., q,,x a 7 c_ extensione partium ad se comparatarum posita esse non potest. 154. Probatur 2a pars contra Cartesium , eiusque seclatores. Extensio partium quantitatis ad focum est aliquid, quod essentiæ quantitatis iam constitulæ advenire intelligitur. Ergo essentia quantitatis in extensione partium in ordine ad locum ponenda non est. Antecedens probatur ex eo, quod partes quantitatis ad partes loci extenduntur, quatenus metiuntur partes loci, ita ut pars quantilatis sit in parte loci, et totum quanlum in toto loco ; id quod intelligi non potest, nisi iam quantitas cum suis dimensionibus intelligatur. 155. Probatur 3a pars. Cunctæ proprietates quantitatis, omnibus concedentibus, in extensione partium, sive prout ad se, sive prout ad locum referuntur, fundamentum habent. Atqui extensio partium multiludinem ipsarum subintelligit, multitudo autem parlium nec esse, nec intelligi potest sine divisione. Ergo divisibilitas est prima radix omnium proprietatum quantitatis. Atqui illud, quod est prima radix omnium, quæ in re sunt, essentiam rei constituit. Ergo essentia quantitatis in divisibilitate ponenda est. 156. Notione quantitatis iam perspecta, ad mquirendum progrediamur, utrum quantitas in infinitum augeri possit. la. Quantitatem conlinuam 3 mathematice sumtam infinitam in potentia esse haud repugnat. Probalur. Quantitas continua mathematice sumpta est, uti in Logica diximus, abstracta a qualibet forma sensibili, ita ut in ea nonnisi quantitas consideretur. Atqui ex parte quantitatis continuæ non est aliquid, quod repugnet additioni 5 ; nihil enim prohibet, quominus successivum augmentum partium sine ullo termino cogitemus : id autem sibi vult quantitatem mathematice sumtam esse infinitam in potentia. Ergo quantitatem conlinuam mathematice sumtam velut infinitam in polentia esse non repugnat. i Les principes de la phil., par. 2, § 9-13. 2 In lib. IV Sent., Dist. X, q. I, a. 1 ad 5. 3 Quænam sit quantitas continua, et discreta, explicavimus ip Logica, par. I, c. I, a. 7, p. 17 vol. I. Loc. cit., p. 17, not. 1. - b III, q. VII, a. 12 ad 1. J. '££ StSL"!,SSS.'SSS 'ssfr fferi non notP^f pv™ ? naDet> In mfinitum au LnET^; S1^ a>i?ue a.iam - ==: ssssst-s polsft neaa?addlPnarSSinBmerB' • in°''"" esse L4 "Lfii Z no laTl^riaT^ m in !".?•• QUOd est An...; rt„n y "u . ia0u> neqne mmws iritel cri nofpsf fitum esse rep^gnat2 '0rErg0nUmerUm ac'" infi" II. De categoria relationis sse?diReSecunn,Prn°Ut CateS°ria est>°enotat illm moclum br rs laxle -sr in e° ?f?Vodaa no kcidentia sed etUam Pffi,;, sub,?ct0>,nes'> sicutcetera P ilind referatnr' ' Ut substantia> in 1™ ineat, pomerari; „an! in'sola reJeiotr.iVCi^°a J Cf s. Thora., loc. dt.~2 Quodlib. IX a 1 c Qq. dispp., De Pot. a VII uui ad nu"u'u alium modum Fr.rn J ' sI,ecialem eategoriam referenda sunt. trgo ahquem modum qualitatis esse specialem calegoriam pro cerlo hahcndum est. lu.'iJ^"s vcritas cn"Stal cx iis, quæ in Logica inImZL San°' (luanlUas' ^elatio, et alia actidentia non, TZ i ' °d,c"nse1ueler qualificant subieelum ; siquiJtm n 1IS quaftficaho substantiæ consequitur modum enl'n,l,°,,!V,'1 'am ""lucu"t 3- At e contrario, sunt quæ'is inehH ?' m'æ/,?r s. ue ert, quin alium modum L n j"11' simPl)nler 7/ efficiunl. E. g., scientia, mu albedo, rcchtudo, curvitas, aliaquc huiusmodi acww, sul)lec""n scientia, aut virtute præditum, aibum, hS ! ™™um, ut aliis id genus modis ?n/C sim>nciter elhciunt. J Cf s. Bonav., ln lib. l Sent.t Dist. XXX, a. i, q. 3 resol. Par. I, c. I, a. 9, p. 20-21 vol. I.-' Loc cit. De actione, et passione I.— Explicatur modus, quo ACTIO – cf. Grice, Actions and events-- , et passio inter calegorias rccensentur 167. Aclio denotat illud, per quod aliquid ab aliquo originem habet. Id, quod ex alio producitur, effectus;\a, a quo effectus producitur, agens, vel causa efficicns; ld denique, in quod actio terminatur, sive a quo aclio recipitur, patiens, et receptio actionis passio nuncupatur. 168. lam certum est actionem ab ipso esse substantiæ creatæ distingui, et hanc non semper agere id, quod agere potest: quapropter aclio, quatenus est quoddam accidens, quo substantia actu aliquid producens constituitur, inter categorias recensetur, quia indicat specialem modum, quo ens determinatur. 169. In actione autem considerare possumus quemdam motum, quatenus incipit ab aliquo, et ad aliquem terminum tendit . lam, etsi actio, et passio conveniant m uno motu, cuius origo est in aclione, et terminus m passione, tamen actio, ct passio ab se invicem dislinguuntur, quia diversa est ratio, qua agens, et paliens ad eumdem motum se habent, nempe in actione lmportatur respectus, ut a quo est motus in mobili, in passione vero, ut qui est ab alio 2 . Hoc discrimen inter actionem, et passionem luculentius manifestatur in iis actionibus, quarum terminus, ut mox dicemus, est extra ipsum agens. btenim, monente Aquinate, si actio est in agente, et passio in aliquo extra ipsum aojens, actio, et passio non potest esse idem numero accidens,^ cum unum accidens nor possit esse in diversis subiectis 3 . De disciimine inter actionera immanenlem ct transeuntem 170. Actio immanens ea est, cuius effectus in ipso agenu locum habet, ita ut idem subiectum sit pnncipium, e terminus actionis; actio autem transtens est ea, cuius i i S. Thom., In Ub. 1 Sent., Dist. VIII, q. IV, a. 3 ad 3. 2 I, q. XXVIII, a. 2 ad 1. 3 in lib. II Sent., Dist. XL, q. I, a. 4 ad 1. ao ipsius ?geP„tis tSrnsPamemtpaS,VeS ? £? ... -hquid intel.igit, perficil sSJ^ ^it exlnde^"^^/^0."15 l™'' Xntius ii acti^r ^oT si bani rad„°ccuurLans sa!hurmo iransicns, non proul esi \r i t • 2• acl'° d,c,tur hoc modo spectata in fjn ','Ve affecl'° aSentis> nam lini, sive C '"r, aen(.e mane!> s' raUone ter lislinclum extra S1',h "m., ' h'C S" aliq-uid ab actio"e ia non poicst uidem il '?1agenS eSSe D0,csl2° Substa".ccidens' roppiun 1 1™ &'?' aualenus ali'luod •on potest ePpcd"esXpr .commun>cet ; nam accidens cctum vo iiare nf alind i°i • ",q"° CSt'"enue ext,a sub" ri,,;,?; tem un,us entis in Itera. non alin/re -2 "^.^TsirdSS .tj-rtar' sive ut towctim, mi evenit in „ : ' ' ve per conlactum 'i per con,actur,,ttV £•.. vel spiritnsT corpt ? ™ ^10"6,'ritM in S^adL^elrnp8.6 ^^' ^'^ ProPositioiS jcho transiens nihil absurdi præsefert U& "ffi TSst /ibnitA' acti0 ua, qU,a, si substantw in alteram agerel, aliquod --•), • . n P. 261, upt"'^^';;'"'0' M r-~' Tæ potissimum tribuitur, de hac speciatim disserendum nobis est. Alque anle omnia explicemus oportet, qua ratione causa efliciens prior suo effectu dicatur, ne cum JEnosidemo notio causæ efficientis veluti absurda traducatur. Elenim antiquus iste Scepticus, ut notionem huius causæ e medio tollercl, ipsam duo secum pugnantia com 1 Finis dicitur primus in ordine intentionis, postremus in ordine executionis, nempe finis, quatenus causam efficientem ad aliquid operandum movet, est primus in ordine intentionis; quatenus vero non nis. postquam acdo completa sit, obtinetur, est postremus in ordine executioms. Ex his vides futile essc id, quod post Epicureos a Spinosa, BufTono, ct Laplaceo obiicitur, nempe theoriani de Hne absurdam csse ex eo, quod statuit aliquid esse prius, et posterius Eten.m, quamvis finis sit prior, ct posterior, tamen id ex 'iiHMs.tate respcctuum, qua omnis repugnantia tollitur, contingit. bxinde etiam aliud argumentum pro causis finalibus petitur. EteBm in ordine causarum, quarum una alii subiicitur, una sublata, ræ tolluntur (1. 2-, q. j, a. 2 c.}. At(]lli causa ^ imnm> t .luu.us, inter causas locum tcnet. Ergo, si nullæ causæ finaies essent, ne ullæ quidem causæ efficientes darentur. ~ Qq> dispp., De Vcr., q. XXII, a. 2 c. plecti putavit, nempe, quod causa existit ante effectum, secus non posset illum producere, et quod non existit, nisi cum effectus existit, quia causa non potest esse causa, nisi cum existit effectus '. 181. lam distinguendæ sunt causæ, quæ actione successiva, nempeper motum producunt effectum, ab iis, quæ agunt sine motu, idest actione instantanea. Præterea, causa spectanda est prout est causa, et prout est in se, idest sine relatione ad effectum. Denique adnotandnm est discrimen inter prioritatem temporis, et prioritatem naturæ. Prioritas naturæ illa dicitur, qua aliquid, etsi simul cum alio existat, tamen eiusmodi est, ut alterum ab ipso quoad existentiam pendeat. Prioritas temporis vocatur illa, qua unum alteri præcedit duratione, ipsoque nondum existente, existit. 182. His præmissis, si prioritas naturæ spectetur, indubium est omnem causam esse natura semper priorem suo effectu, quia omnis effectus a sua causa necessario pendet. At si prioritas temporis consideretur, causa, secundum diversos respectus, vel prior effectu, vel simul cum effectu esse potest. Etenim id, quod aliquid efficit, si consideretur sud ratione causæ, certe non potest esse prius, quam effectus, quia, antequam aliquid effecerit, causa dici nequit; sed si spectetur in se, nempe sine ulla relatione ad effectum, interdum simul cum effectu existit, interdum ipsi præcedit, quippe quod causa, quæ effectum successive producit, effectui tempore præcedit, ut pater filium; sed causa, quæ subito actionem suam exerit, simul cum effectu existit, e. g., sol cum luce. Quæ cum ita sint, liquet commentitiam esse illam repugnantiam, quam ^Enesidemus in notione causæ delitescere putavit. De vi obiectiva causæ efficientis, et de principio causalitatis 183. Principium causalitatis est illud, quo ab existentia effectus existentis causæ arguitur, atque boc modo enunciatur: quidquid fit, sui causam habet, vel, omnis effectus subaudit causam. Iam, secundum David Humium, experientia, quæ, ut ipse opinatur, est unica cognitionis nostræ causa, vinculum consecutionis, non vero conne Cf Sext. Empir., Hypoth. Pyrrh., lib. III, c. 3, sect. 25, et 26. xionis inter facta naturalia palefacit; hinc ipse vim obiectivam notionis causæ e medio sustulit, atque principium causahtatis, quo dependentia inter causam, et effectum statuitur, inter præiudicia nostræ mentis amandavit . 184. la. Notio causæ est obiectiva. Probatur. Mens nostra ad notionem universalem causæ assurgit ex iis, quæ ope experientiæ comperit. Atqui notio, quam hoc modo mens sibi comparat, realitate obiectiva gaudere dicenda est. Ergo notio causæ est obiectiva. 185. Mawr probatur hunc in modum : Animam nostram novos modos in se ipsa efficere intima, iugique expenentia edocemur. Vivere se, inquit s. Augustinus, et meminisse, et intelligere, et velle, et cogitare, et scire auis dubitet ? Insuper, cum factum sensalionis expendimus, animam in se ipsa passivam, atque ab obiecti exterions actione affectam experiri facile agnoscimus 3. Iam lntcllectus, si in hæc primitivæ experientiæ facta vim suam mtendit, facile advertit quasdam esse entitates, quæ ex lnlluxu alicuius vis activæ originem habent, atque hoc pacto notionem alicuius, quod fit, et alicuius, a quo nt, hoc est, effectus, et causæ adipiscitur, quas notiones universales reddit, quatenus ab ipsis quamcumque determinalionem, e. g., hanc, vel illam entitatem, quæ producitur, alque hanc, vel illam producendi rationem, abslraiit. Ergo mens noslra ex iis, quæ ope experientiæ compcrit, ad universalem notionem causæ assurgit. 186. 2a. Principium causalitatis desumit suam vitn ''X ipso principio contradictionis. Probatur. Principium causalitatis, nempe, quidquid fit, m causam habet, est verum iudicium analyticum 4, in quo )rædicatum ita cum subiecto connectitur, ut si habere cau'am de effectu negetur, ipse cffectus evancsceret, ac pro"de simul esset, ct non esset effeclus. Ergo principium 'ausahtatis ab ipso principio contradictionis vim suam 'Uniit. Tract. de nat hum (ang]#j f Iib IV ^ c 6 m ipsum me Humium asseruerat Glanwilleus, Scepsis scientifica adversus ogmaticorum vanitates, Lond. 1605. \ De Trin., lib. X, c. 10, n. 14. Cf Dynam., c. III, a. 4, p. 117-120 vol. I. De his mdiciis analyticis cf Idealog. c. I, a. 4, p. 202, not.l, . Antecedens ita demonstratur: Effectus, fatente ipso Humio, est aliquid, quod incipit existcre, dum antea non existebat, seu quod a statu possibilitatis ad statum existentiæ progreditur. Atqui aliquid de potenlia non potest reduci in actum, nisi per aliquod ens actu ! . Ergo, ut effectus existentiam accipiat, aliquid iam in actu esse oporlet, quod hanc existentiam ei largitur. Atqui id, quod effectui existentiam largitur, non potest esse idem effectus, sed debet esse aliquid ab eo distinclum 2. Ergo notio effeclus expostulat notionem alterius rei, quæ sua virtute existentiam effectui largilur. Alqui res, quæ existentiam alteri largitur, causa illius cst. Ergo notio effectus est eiusmodi, ut notionem causæ necessario expostulet, ac proinde si hæc causæ exigentia ab effectu auferatur, ipsa notio effectus evanescit 3. 188. Obiicit Humius: Experientia successionem, non vero connexionem factorum naturalium nobis patefacit. Ergo alterum alterius esse causam colligere nobis non licet. 189. Rcsp. Neg. ant. Perperam Humius contendit nos ex præiudicata nostra opinione dependentiam inter res statuere, quia ipsas nonnisi sibi invicem succedere experimur. Etenim distinguenda est cognitio dependentiæ unius rei ab alia, atque cogniti o necessitatis huiusmodi dependentiæ . lam, quod ad primam cognitionem spectat, experientia sæpe nobis patefacit non simplicem successionem, sed actionem unius in aliud, ac proinde dependentiam unius ab altero, a quo producilur. E. g., ipsa nos edocet sensationes in anima a corporibus, sensum doloris ex suscepto vulnere, extinctionem famis, et sitis ex sumptione cibi, et potus, combustionem ligni ex eius proiectione in ignem effici. Hoc adeo verum est, ut ea, quæ sibi invicem succedunt, ab iis, quorum unum ab altero i i, q. II, a. 3 c., Nec est possibile, quod aliquid sit causa efflciens suis ipsius, quia sic esset prius seipso, quod est impossibile ; Ibid. 3 Inde Kantius etiam refellitur, qui principium causalitatis intei sua principia synthetica a priori (cf Ideal., loc. cit.), recensuitNam in principio causalitatis, quemadmodum ostendimus, ex notione subiecti notio prædicati evolvitur, id quod, secundum ipsum Kantium, analyticorum iudiciorum proprium est. Cf Scot., ln lib. I Sent., Dist. III, q. IV, schol. producitur, discernamus. E. g., nos dicimus ignem esse causam fumi ; at non dicimus diem esse causam noctis, aut unam tempestatem esse causam altcrius. Quod si de cognitione necessitatis huiusmodi dependentiæ sermo haheatur, sane eam experientia non commonstrat, sed intellectus perficit, ope illius pronuntiati, quod Scotus ita enunciavit. Quidquid evenit ut in plurihus ah aliqua causa non lihera, est effectus naturalis illius causæ. Refutatur Occasionalismua 190. Non pauci Cartesiani post Malehranchium 2 autumant Deum esse unicam causam agentem, res autem creatas orani activitate destilui, nihilque aliud præstare, quam quod Deo occasionem agendi præhent. Hæc sententia Occasionalismus appellatur. Ipsa autem, quam etiam hac nostra ætate ab. Dehreyneus 3, Buchezius , aliiquc propugnant, auctores habuit quosdam veteres 5, ex quorum opinione Deus, dum res in quibusdam circumstantiis positas intuetur, secundum leges, quas ad mundi conservationcm sihi præscripsit, effectus producit, qui ab ipsis rehus produci videntur. 191. Vim agendi rebus creatis inesse haud repugmit G. Probatur. Nulla ratio, cur rebus creatis vis agendi repugnet, sumi potest neque ex natura rerum creatarum, m quihus illa concipitur, neque ex natura Dei, qui illam cum ipsis communicat. Ergo vis agendi rebus creatis haud repugnat. 192. Antecedens ita demonstratur: 1° Si res ipsæ considerentur, vim effectricem eis inesse absurdum non est. Etenim vis agendi, quæ a causa Prima pendet, limitibusque definitur, et pro diversa creaturarum indole di 1 Loc. cit. Cf Criteriol., c. IV, a. 2, p. 254 vol. I. De inquir. ver., lib. VI, pars II, c. 3. 1 Theorie biblique de la cosmogonie, et de la gtiologie, Paris 1848. Introd. d V dtude des sciences mddicales, lec. II, p. 67 sqq, Paris Joo8. Mlorum mentio occurrit apud B. Alb. M. (Phys., lib. II, tract. II, C 8), ct apud s. Thomam, Qq. dispp., De Pot., q. III, a. 7. Id tantum, ne Ontologiæ fines egrcdiamur, demonstrandum obis hic est. Utrum autem, necnc vis quædam actuosa insit re^us creatis, in Cosmologia investigabimus. versa est, naturæ rerum non modo non adversatur, sed etiam omnino convenit. Atqui huiusmodi esl vis effectrix, quam nos creaturis adversus Malebranchianos vindicamus; non enim nobis volumus huiusmodi vim rebus creatis convenire, ut ipsæ quidquam ex nihilo efficere valeant; sed solum contendimus res creatas posse a Deo eiusmodi vi ornari, ut, ipso Deo ad illarum actiones concurrente, aliquid ex præexistente materia efficiant. Ergo vim effectricem rebus creatis inesse, si res ipsæ considerentur, absurdum non est. 2° Nec, si consideretur Deus, qui vim agendi cum rebus creatis communicat. Et sane, Deus potest communicare aliis similitudinem suam, quantum ad esse, in quantum res in esse produxit . Ergo potest communicare eis similitudinem suam quantum ad agere, ut etiam res creatæ habeant proprias actiones . 193. Secundum Occasionalistas, creaturas quidquam operari repugnat, 1° quia, cum Deus sit causa perfectissima, aliæ causæ, præter Deum, admitti non possunt; 2° quia si Deus dumtaxat omnia, quæ in mundo fiunt, operari dicatur, iidem effectus in mundo existerent, ac proinde Deus, si vim agendi cum rebus a se creatis communicaret, frustra aiiquid moliretur, id quod Divinæ Sapientiæ refragatur. 194. Ast ipsi longe opinione falluntur. Etenim quod spectat ad primum, nos tuemur alias causas, præter Deum, admitti posse non ex insufficientia, ut s. Thomas ait, Divinæ virtutis, sed ex immensitate Bonitatis ipsius, per quam suam similitudinem rebus communicare voluit, non solum quantum ad hoc, quod essent, sed etiam quantum ad hoc, quod aliorum causæ essent 2 . Iamvero, quemadmodum infinita perfectio Dei non impedit, quominus plurima alia imperfecta existant, cuiusmodi sunt contingentia, et finita; ita non vetat admittere alias causas, quæ per virtutem a Causa Prima, nempe a Deo acceptam, agant, ab Eaque in operationibus suis pendeant. Quin etiam sicut perfectio Divina non esset dicenda infinita, si Deus non posset aliis extra se rebus existentiam largiri, 1 Ita argumentatus est AQUINO, Contr. Gent., lib. III, c. 69. 2 Op. cit., c. j ila ne infinila quidem ipsa dicenda essef n. jrebus a, se creatis vira a^endiToLn are^os^ i 195. Quodaumet ad alterura, si Deus dumtax-n>nn jeCus T^J^oL^^ P^88 lffi ue cura Deo iilos^roXS t^t vero sTeSf qU°; ART.VIII.-De diversis causæ efficientis speciebus ;>rincipalis oncris arliSi 1'. art,fex est causa litur ad opus cfficfen^ °n '. T6,nstrumeu quibus 197 NatuVcSts^ Lr^RSlL cion™^ on in vir ute „r f™' secuuum quam operatur sl u mentaV m £,£? n,nm -artls ! nou aute>n perfici WedicuZr rLæCtUS Prod?conem concurrU, icuntur . Circa quas species causarum s. Tho m "' riif "f\Disii' ' ' a' 4 ad "i q LAII, a. 1 ad 2 ?inSSateCSSaliaP„- r,CaU!aS Pr01,'maS ' Si ad Prodnetionem Jus asponant Tur raaf„ " ' C' 8-' P'Ures baiuli' "" ""icu"' ' d e umdem cffc 1, nLP K, MUSæ Proli"' '"^om or uem ellectuni produccndum rcquiruntur, cum ipsæ mas adnotavit naturam effectus ex conditione causæ proximæ, non vero remotæ pendere, quia a causa proxima cffectus immediate promanat. E. g., ex causis proximis aliqui effectus dicuntur necessarii, vel contmgentes, non autem ex remotis causis ; nam fructificatio pJantæ est effectus contingens propter causam proximam, quæ est vis germinativa, quæ potest impedin, et dehcere; quamvis causa remota, scilicet sol, sit causa ex necessitate agens. Insuper causa potest esse vel per se, siv epropna, vel per accidens. Causa per se appellatur, quæ lllum producit effectum, ad quem naturaliter comparata est. Lausa autem per accidens duobus modis præcipue dici potest. nempe vel ex eo quod præler intentionem llle etteclm a tali causa sequitur sicut fodiens sepulcrum ad sepe liendum, invenit thesaurum præter lntentionem ; ye ex eo, quod est removens prohibens, sicut qui extinguit candelam, vel exportat ex domo, dicitur causare tenebras3 , quia actione sua id removet, a quo teneora dispelluntur. 200. Explicandum etiam est, quænam sit causa sm qua non. Hæc, monente s. Thoma , quandoque est eius modi, ut nihil agat, quandoque eiusmodi, ut aliquid aga ad productionem effeclus. Ita admotio lgms ad stupan sine qua ipsa stupa non comburitur, nihil per se conter ad stupæ combustionem, quantum ad rationem causandi e contrario, respiratio, sine qua animal non vivit, aliqui' ad vitam eius servandam per se agit. Iam, si primum tiat causa sine qua non est causa per acadens 5; sin alterum est vera concausa. incorapletæ sunt, quia, si completæ essent, iam aliorum consoi tium excluderent. Cf s. Thom., I, q. LII, a. 4 c. i Contr. Gent., lib. III, c. 72. Gf I, q. XIV, a. 13 ad 1, et I lib. I Sent.y Dist. XXXVIII, q. I, a. o sol. Oq. dispp., De Pot., q. III, a. 6 ad 6. Cave tamen, ne in colligas aliquid fortuitum in hac rerum universitate evenire. Jii nim, ea, quæ hic per accidens aguntur, sive in rebus naturdi bus, sive in humanis, reducuntur in aliquam causam præoruina tem', quæ est providentia divina ; I, q. CXVI, a. 1 c. 3 In lib. I Sent., Dist. XLVI, q. I, a. 2 ad 3. In lib. V Met., lect. VI. s Cf Clem. Alex., Strom., |s.mil.s ost ipsi causæ sccundum camdcmra^oZmlccTfl,cam uli bomo est eausa univoca hominis, ZZZnfffi \Æqiiivoca dicitur a nino r„m „fr™ præseferunl f ' ° ' ^™ " \)2. Porro quælibet causa præstantior est cffecin o, quod v.rtute acliva illum produccndi pollet" I" ve 'Linuum esse qu.sque ex se perspicil s. •ostde" tH uCniV0Ca° n°nnisi ••• speciei suæ eonsen.a ; Quanam ratione efTectus a Deo creati in Vn Mn.i icabimus in TÆo^ia naft.roK. contmeantur, cx De septima categoria, quæ dicitur ubi Art.I. Noliones ubi, et loci declarantur 203. Illud accidens, quod substantiæ corporeæ adiacet, atque efficit, ut ipsa quodam loco contineatur, et circumscribatur, nomine ubi designatur. Hinc, secundum B. Albertum M., ubi est circumscriptio corpons a loci circumscriptione procedens. Ex qua notione ubi perspicitur locum, ut idem Doctor inquit, esse lllud, a quo, sicut a causa, fit ipsum ubi . Quare notio ubi ex notione loci magis declaratur. 204 lam locus secundum Anstotelem defanitur: lmmobilis superficies corporis, quæ aliud corpuspnmo ambit.i et circumscribit, ita ut æqualem cum huius superhcie proportionem partium, sive mensuram habeat . >oxpnmo significat locum proprie esse illam superficiem, quæ corpori contigua est; ipsumque immediate continet; unde nos non dicimus hominem in toto ære existere, sed solum in ea parte, qua circumscribitur. Superucies autem, quæ corpus immediate ambit, etsi secundum se moveri possit, tamen non habet rationem loci, sive continentis, nisi tamquam immobilis concipiatur. E. g., etsi, tlante vento, superficies talis corporis, puta æns, mutetur, tamen illa, quæ priori succedit, eamdem, quam præcedens, capacitatem intra sua latera habere debet; quapropter ill^a superficiest prout aliud corpus ambit, lmmobilis dicitur . 205. Porro ubi categoricum significat ahquid esse ln loco per modum proprium loci 5. Exinde intelhgitur pri 1 De sex principiis, tract. V, c. 1. Ubi, inquit etiam, non est ]ocus, sed in loco aliqualiter esse ; De Prædicam., tract. VI, c l. 2 De sex principiis, tract. IV, c. 2. s Nat. ausc, lib. IV, c. 4, § 12. Aliud exemplum affert s. Thomas hunc m modum: Est acc ipere locum navis in aqua fluente, non secnndum hanc aquam, auæ fluit, sed secundum ordinem, vel situm, quem habet hæc aqua fluens ad totum fluvium: qui quidem ordo vel situs idem rernanet in aqua succedente. Et ideo licet aqua materialiter præterfluat, tamen secundum quod habet rationem loci, prout scihcet consnieratur in tali ordine et situ ad totum fluvium, non mutatur , m lib. IV Physic, lect. VI. ^j^y^ s I, q. VIII, a. 2 c. iTlud C Z hm %t °-riCWm aPPel!etur '!™_m>_; nam in to,o socundum comm^l^ nem J",^ %££ hoc J, nonmsi substantiis corporeis con^enirc D0Ssi( ' nam nonn,SI mediis quantitaliLs dimens™ auZ Lj WB-.^. diS^i^jrf. w ;erue in cumqne modo . Hac e rai .. „K . ? "S ^0" aa e mc0ura"sttVOfiCa[,,r -•"•. nia cnLluræ TpU ncorporeæ no„ Psun „ lTJr ?,sl,m?kx> qia substantiæ '(SM& i, „, h, a''to sunt, s Cf s. Thom., (feotfHo. vil,,. 8 c - I loc cit b.H,c non loquimur dc præsentin nei „.„„;, ? • 1 in Theologia naturali einli^MM, °™nibus '° ai'ocinmd.it?n?nr "'^ quæst,'ones' q°00 circa corpora i„ '• esse possin '"JT > utrum du0 "rpora i„ Peodc,„ esse,pi„ coiZ"z:s::1 unum corpus iu p,uribus De spatio, et primura sententiæ Philosophorum, qui vacuum admittunt, refutantur 207 Nos ex eo, quod conspicimus res corporeas secundum locum ferri, et quem locum una deserit, alteram occupare, quoddam excogitamus receptaculum, in cmo corpora sibi succedunt. Hoc receptaculum illud est, quod vulgus nomine spatii intelligit. Inquirendum igitur nobis est, quidnam reipsa hoc spatium sit. 208 Ex Philosophis nonnulli tuentur non ahua spatium esse admittendum, quam externum, atque hi sunt, qui spatium esse vacuum, nempe aliquid a corponbus distinctum, omnisque corporis expers putant. Hanc opmionem inter veteres post Democritum, et Leucippum Lpicurus vehementer defendit, quippe qui putavit nihil aliud esse in rerum natura præter inane, seu vacuum, et corpora quæ in eo moventur . Inter recentes Gassendus, notionem vacui declarare volens, dixit spatium esse ens æternum, independens, non productum, quod non est substantia, nec accidens, sed quidquam incorporeum sui generis, nemyt incorporeum, quod dimensiones longitudims, lalituclinis, et profunditatis habet, sed a dimensionibus corporeis longe diversas 2. Denique Newtonus, post Morum 3, docuit spatium non aliud esse, nisi ipsam immensitatem, JJei, quia Deus, ex eo quod existit ubique, spatium constituit eoque usque progressus est, ut spatium sensonum De\ nuncuparet4., . 209. At doctrinam vacui, quocumque modo exponatur reiiciendam esse scquentes propositiones evincunt. la. Vacuum, sive secundum Epicurum, sive secun dum Gassendum intelligatur, absurdum est. m Probatur la pars. Yacuum, si secundum Lpicurum ln tellieatur, est purum, putumque nihil; namque quidquK est, aliquid vel incorporeum, ve! corporeum sit oporte Atqui Epicurus spatium admittere non potuit velu U m corporeum, quia quidquam incorporeum esse negat, ne i Lucret., De nat. rerum, lib. I, p. 420 sqq. 2 Phys., lib. II, sect. 2, c. 1. 3 Enchirid. metaph., pars I. Londini 1671. ffpnpral 4 Principia rnathematica philosophiæ naturalis, bcnoi. Deuei et Optic, nq que uti corporcnm, qnia corpus ab inani, seu vacuo rii lensioms expers; corpora vero rnm p,.on, ? mnis e.xT a rcccpiacu/o, quod Unlum' e^ SS^Ty? jcuum,ff,iur nequit esse spatium. P SUtU' a' U3L £lT J^Z W Vacuum > ^cnndum Gas h Ataui nihll l^U?>S-a.nt,am' UCaue -acddeiu referi.ur. Aiqui nihil medii inter ulrumiiiie ari potest !. Ergo vacuum a fi3n fj •' l excoS'" hino abSurdum.°Pra2~ auiE , a?m,ssum est m &Tmx^ U eSxlteent;Ualc it^l^K^ilT orporcum m ^, Gassendus excoSitav" nemnf n orporcum, qnod (rinas dimensiones hfbet notionZ de" otal, quæ se ipsam destruit. Denique Gassendus vnlnl, KhniusmodTr.' ™ ^™1™' SBS-SJ b-S^V?5^ Erg0 i,k,d baVutcmme;Si n°" Mt ihi1'" ^ fflS.^SfStt praTtauiCD:on0nutPD0otatn.ri id'-UUOd-eX PC£. iqui i/eo, utpote qui omnino simplex est, non ' of„S',AuS•, fle Gen00ntrMan., lib. I c i j 0?. ..., q. un. De spir. creat. a ll'c msi,^s^:iLTvaacuiltncstorceusi1X7icj,lud • W" uuod e" tiguurn, inde taiuen T, ul Llr °'pon aUnd corPus ^sset -voii, nisi omnia^u?^;^,"^'-0 ft °™ eorpus ''/•', lect. X) docet nersni,!,. h ! ' T1>omas / H*. /r ndensatione cornon.,'n • Z t Ct pni"° " rai'^ctione, et W. nemo nou vid™ 'nosi" •:"P"a rarcflcri > ct conde„'sari kentur: sccundo cv P,,Ua Corum "10veri * partes antcriorcs fluid, P^ t0tUm fl"iuum movcri sc'' !-. m iocum *::";tri^;z:mbit' ad Iatcra rc solum partium, sed cuiuslibet etiam generis compositio repugnat. Ergo repugnat spatium esse attnbutum Dei. Præterea, quodlibet attributum Dei est ipsamet Essentia Dei. Ergo, si spatium est attributum Dei, dicendum toret Essentiam Dei esse quoddam corporum receptaculum; et si addatur cum eodem Newtono spatium esse sensorium Dei dicendum etiam foret mundum esse Divmum Animal, et hoc animal esse Deum. Atqui hæc nonnisi a Pantheistis asseri possunt . Ergo opinio Newtoni de natura spatii omnino absurda est. Art.III. Refelluntur aliæ Philosophorum opiniones circa naturam spatii 212. Cartesius vacuum non solum reiecit, sed etiam spatium a corporibus non distinguens, ipsa corpora spatium constituere dixit \ Leibnitius autcm spatium m ordine, quo coexistunt res materiales, posuit . Quocirca, secundum has opiniones, spatium non est aliquid extermm corporibus, sed internum; nam vel ab ipsis corponbus, vel ab aliqua relatione, quæ inter ipsa existit, emcitur. Denique Kantius spatium esse visionem a priori sensibilv tatis externæ docuit4. 213. la. Spatium non est idem ac corpus. Probatur. Spatium non est aliud, nec ahter lntelhg i Hinc inter nuperos Bouillierius ( Thtorie de la raison imper sonelle, c. 5, p. 83 sqq, Paris 1844) sibi constitit, quod sententian Newtoni, quam amplexatus est, e pantheismi placitis denvavit. 2 Princip. de la phil., part. II, § 9-12. 3 Recueil de divers. dcrits etc. passim. 4 Critique de la raison pure, trad. par Tissot, Estetique trar. scend t. I. Ut hæc sententia Kantii intelligatur, sciendum e. Kantium sicut quasdam ingenitas generales formas in intellect (cf Idealog., c. I, a. 4, p. 201-202, vol. I), ita quasdam, form. sensibilitatis agnovisse, sive quasdam repræsentationes, quæ a experientia non pendent, et manent in nobis, etiamsi cogitationei, ab obiectis avocemus. Hæ ab eo vocantur visiones puræ, ut a stinguantur a visionibus empiricis, quæ sunt elementa sensilia p experientiam nobis manifestata; reducuntur autem ad visiones 1 ras spatii, et temporis, quarum illa ad sensibihtatem externan ista ad sensibilitatem internam spectat; quia res externæ nonn prout in quodam spatio existunt, et affectiones rou ego nonnw pro sibi invicem succedentes, ac proinde prout in quodam tempoi existunt, nobis necessario repræsentantur. ONTOLOGIA 1 ! potest, quam id, quod corpora continct. Atqui repusrnat id, quod corpora continet, cum eo, quod con inetur Tm . t-ræterea, Lartesius in suam senlentiam ex eo adductus LeaS!i,qU°d eSSe"lam CorPoris in extensionc consistere pu tav.t, ac proinde spatium, cum sit extcnsum iJem ar corpus esse d.xit. Atqui hæc ratio futilis "" ' ( uia ex Iteoi? EUr°gol0CO °StCnd— > -entiam 2poS"kS l!nt alZli%StatiUm ^ ^™' U° ~ ~ \JSZf' - n°" P,ossumus ''ntelligere duo corpora ^fflere msi ea in diversis punctis spatii existerJ Vi nol,„ elligamos ; nam corpora, quæ /oex stun procul fon.nr n " T^ ^^ ' corPora tem disla? d"t.8eh?hif erSa, SpatU Puncta occupant. Atqui" si ta ed cLosinh. TX,Sten -a corP°ru™ ^patium non effici? itum C tt g° ^™ '" co"" corporum po \ici%PuT' SpaHUm ViSi° pUra sensibi'ittis extemæ ia^cttniVcrsalis Tt^ ?eCwdam K™li™> est nccessa hli., j -l AU|U1 necessanum.et uoiversale sen I at, adscr.bi nequit. Ergo spatium visio pura sensl i oicm drenoæoitue, "7 PotestP™eterea, KaSsuTuS i n.onem ideo lu.tus est, qu.a putavit nos non posse per afam r C°rpU,S' " si. "o"onem spatii animo præfor• am habeamus. Atqu. id falsum est, quia nos reaose po a pcrc.p.mus, anlequam nolionem sJatH habeamus He not.o spat.i est poslerior perceptione corporls .Tgo A,u. IV.-Vera senlentia circa oa.uram spatii adslrui.ur t redDif^AZi iNud °f ° intelliSimus' qod corpora I recipit. Atqui receptaculum cuiuslibet corporis, SSlS?.KP' ^oncePtus,emPons in nobis exurgit ex eo KLtfT PnUS' .et.P°sle™ 'n motu8 seuflu ?S™\: mxpurcicd,pTi"æ numeramr prius Uo Aristoteles declaravit ^cS^^STSSS ^ uo 1mommlrs;nnon-adver,ere' uuia cum 'Huu Xs; " lo4° 72 ^TmUr> exPe.r^facti coniungamus cum imu ;u„ ° " Sfl°mn0 exci'a'">-. nullumrdum dor •n frantii'/^e0pini0nes circa sPatium et '>Pus Plos Kleut o(La fiosofia antica esposta e difeea-ttei. vol II %,,, rv MtaSlrt id „c.30(Sq°' ?°ma 1867) S0lidc -f"'a„!u "' lra"IV' m es aa» HT!" faCCSSa'' nam> ut a sAugustmo observat imellil ! „""-) • C,,npUS CSSC Dr° ccrt0 hbont. valde difliefle s Hin,. ;n„/ y^L XVII.— iVaf. auscu/f., lib. IV c 11 8 4 r " " e i„Ud„„S; Ihn°maC •"'•'» Prios et posteri s pounnl 'g„Uu "e „o„P "u^"'ur i„ motu eI K» ' VA;^"0n SCCUnd,,m,ro(d n>ensra„t„r ei tempore »; .negnit„di„e Ci;„riH„ ',CCt pr""J Ct P0"r'»' ntea sunt uiotue. !!,' spat'°. 1uod corP'»s decurrit auam mensu a,?æ'n m°tU' °Uam in t0-"Pre ; siqnidem empus nicnsuralur tempore, cum idem non sit mensura sui ipsius . Circa temporis notionem, quam tradidimus, hæc mente reputanda nobis sunt: 1° Tempus cum sit mensura motus, ad modum entis successivi intelligitur, quippe quod non habet in rebus esse fixum, sed fluens. Quare partes tempons lta secum copulantur, ut una alteri succedat. Ulud, quo partes temporis secum copulantur, aliquod indivisibile esse mtelligitur, atque est id, quod vocatur, nunc, sive instans; hoc enim, cum sit finis præteriti, ac initium futuri, veluti utriusque extremum intelligitur, ideoque, perinde ac punctum, quod est extremum lineæ, indivisibile est . 2° Quoniam ens successivum plures partes simul habere repugnat, ideo illud, quod est reale in tempore, consistit in instanti. Hoc autem instans, ut s. Thomas monuit2, non est intelligendum veluti nunc, quod mvariabiiiter manet, sed veluti nunc, quod variabiliter de prion in posterius fluit, seu veluti aliquid, quod, dum ldem quoad substantiam manet, in toto decursu tempons secundum modum variat. Hinc tempus ab eodem sanctc Doctore dicitur etiam fluxus ipsius nunc, secundum quoa alternatur ratione \ Hanc ob rationem tempus m prac senti etiam invenitur. Scilicet in præsenti, si in se spectetur, tempus per se non invenitur, quia in eo prius, el posterius non numerantur 4, sed invenitur ex eo, quoc præteritum, et futurum in ipso copulantur ratione mstantis, quod, cum sit finis præteriti, atque initium futurr i Eiusdem rationis, inquit s. Thomas, est tempus componi e> nunc, et lineam ex punctis ; In lib. I Sent., Dist. XXXVII, qIII a. 3 sol. 2 Opusc. XLIV. 3 lbid. Dicitur secundum quod alternatur ratione, quia connexn instantis cum præterito, et cum futuro ab intellectu ponitur ; s quidem inter id, quod in rerum natura est, nempe instans, et ea quæ in ipsa non sunt, scilicet jiræteritum et futurum, reahs, at que obiectiva connexio existere non potest. Hinc idem sanctus Docto monet mensurationem prioris, et posterioris esse actionem, qua completur in operatione animæ numerantis (In Ub. I Sent. Dist. XIX, q. II, a. 1 sol). Cave tamen ne inde inferas notioneD temporis esse mere subiectivam, nam res, quas nos in tempor esse intelligimus, in mundo ita sunt dispositæ, ut una alteri suc Id sibi voluit s. Augustinus, cum ait: Præsens, si sernpc esset præsens, iam non esset tempus, sed æternitas ; Confess. loc. cit. §7 utruinque coniungit, atque continuum successivum ef C A P V T XII. De duabus postremis categoriis, nempe de situ et habitu I. De s itu 228. Quoniam res corporeæ propter suam quantitatem locum occupant, huius partes quemdam ordinem habeaat jnecessc est. E g corpus hominis in loco est sedendo vel stando, vel cubando. Iam illud accidens, quod ex orJinc partium ad locum exislit, appeilatur situsX Diximus w ordme parhum quantitatis ad locum, nam ordo oar lum quantitatis ad totum, e. g., ordo, qucm caput, pedes t! 7Vn!mal'? habent' ^amvis "omine situs les.gnetur, ad categonam situs non pertinet, et nomine oositionis magis proprie denotatur. Ex hac notione situs perspicilur ipsum non esse ontundendum cum ubi; nam corpus dicitur locatum, prout VT Drout hoc> vel i110 hio5o in oco est. lioc s Thomas ex eo præcipue demonstrat, quod W mutato situ, potest mutari ubi; e. g., si homo sedens .ermanente sessione, ab alio moveretu?, ipse ubi ^quidem ed non situm mutaret 5. P 4 uem' .edlarlrceaditSUCCeSSiVa " UnU'" a,te" ^ 1 Præstat hic adnotare, tempus Iato sensu acceptum in onera a vif et crrerurarum inte,,i nossQod ^21: erus nnLV6rb,S: ((rIntCll6CtUS CSt SUDra temPus > T[°nei aCCCpt0,0CUti SU,nus P 47> "ot. 7. • (to. /i Phys., lect. VII. 230. Nolionem silus e rebus materialibus ad spirituales transferre solemus, atque his quoque situm metaphorice accommodamus . Hinc Deus, aiente Aquinate, dicitur sedens propler suam immobilitatem et auctoritatem, et stans propter suam fortitudinem ad debellandum omne, quod aversatur 2 . Art.II.— De habitu 231. Inter accidentia, quæ substantiæ corporeæ adiacent, ea recensenda sunt, quæ dumtaxat instar vestimenti, vel ornamenli ipsi accommodantur. Huiusmodi, e. g., illa sunt, ex quibus Socratem tunicatum, vel loricatum denominamus 3. Iam supremum genus, ad quod hæc accidentia referuntur, illam categoriam conslituit, quæ nomine habitus designalur . 232. Hæc categoria a B. Alberto M. definitur, Corporum, et eorum, quæ circa corpus sunt, adiacentia. Qua in definitione vox corporum id denotat, ad cuius commodum habitus spectat, e. g., esse togatum est hominis commodum. Voces eorum, quæ eirca corpus sunt, sigmfican! materiam, ex qua habilus constat, e. g., toga est materia illius habitus, qui esse togatum dicitur. Denique vox adia centia denotat ordinem, qui est circa corpus, nempe inter habentem, et quod habetur, atque illud accidens constituit, quod habitus vocatur. 233. Ex his pronum est duo intelligere. Pnmum est quod ad efficiendam categoriam habitus duæ substantiat requiruntur, quarum una circa aliam versatur; quaprop ter ex nullo accidente, quod substantiam afficit, e. g., e^ scientia, et sciente, categoria habitus constitui potest 8. Al terum est, quod essentia habitus non consistit in alteru i Quod est, ait s. Thomas, in corporalibus situs, est in spi ritualibus ordo ; nam situs est quidam ordo partium corporaliur secundum locum ; Quodlib. III, loc. cit. 2 I q. III, a. 1-4. 3 Gf s. Aug., Qq. LXXXIIl, q. 73. Perspicuum est habitum, prout hic accipitur, omnino diflerr ab habitu, quem in Logica (part. I, c. I, 9, p. 20 vol. I. esse quamdam speciem qualitatis diximus. s Des sex principiis, tract. VII, c. 1. e Cf s. Damascen., Dialect., c. LXI. tra, aut utraque substanlia, sed, ut s. Bonaventura inquit, ln adiacentia unius substantiæ respectu alterius ' ifcxinde etiam perspicitur habitum, etsi inter duas substantias sit, tamen esse accidens categoricum, quia posi10 un.us substantiæ circa alteram, in qua natura habitus consistit, est accidens 2. L£tl'dU Sent" Dist' VI' a> f q3 resoL Hinc sThom^ ^cnpsit labitum neque mdumentum, neque habentem indumentum esse, sed aliquid medium inter utrumque (la 2æ q XLIX a 1 c ) Ei quo vides Suaresium (Dispp. mett., Dist. LIII, sect. I n 3) aliosque vim huius categoriæ haud probe intellexisse, cum eius :sentiam vestem esse decreverunt; nam vestis est materia, ei qua aabitus constat, sed essentiam habitus haud constituit. Cf s. Thom., In lib. III Sent., Dist. VI, q. III, a. 2 soU COSMOLOGIA idem valet, ac sermo de mundo; quem enim, ut Plinius ait, Græci Kq(J(j,ov nomine ornamenti ap^ pellavere, eum et nos a perfecta, absolutaque elegantia mundum dicimus ' . Iam mundi nomine designatur unimrsitas rerum creatarum, quæ coelo, terraque continentur. Ex quo intelligitur, si nomen Cosmologiæ, qua late patet, sumatur, scientiam hominis illius ambitu contineri, quia homo inter res, quæ coelo, terraque continentur, invenitur. At vero scientia de homine a Cosmologia segregari solet, atque speciali nomine Anthropologiæ appellatur. Neque Cosmologia cum scientiis physicis est confundenda, sed potius ipsa est velut illarum vestibulum, sive, ut aiunt, propedeutica, quia principia scientiarum physicarum communia, earuinque studio inservientia exponit. Quocirca ipsa definiri potest : Scienlia, quæ suprema principia, supremasque rationes mundi sensilis exponit. 2. In ea autem tractanda hunc ordinem persequemur, ut primo diversa genera rerum munduin constituenlia, excepto homine, qui est anlhropologiæ obiectum, explicemus ; deinde nexum, quo ipsa inter sese continentur, mundique systema efficiunt, exponamus; denique de mundi origine, et perfectione disseramus. 3. Ad primam partem quod spectat, distinguenda sunt corpora viventia a non viventibus. Viventia, uti iam alibi diximus 2, sunt quæ sese ab aliquo principio intrinseco ad motum, sive operationem determinant ; et non mventia illa, quæ ab aliquo principio extrinseco ad motum determinantur. Illa dicuntur etiam animata, quia principium vitale, nempe illud, ex quo corpora inter viventia numerantur, anima vocatur; ista autem inanimata. Insuper illa dicuntur etiam organica, ista inorganica, quia illa organis, seu instrumentis pollent, quorum subsidio opera i Hist. nat., lib. II, c. 4. Dynam., c. I, a. 1, p. 98 vol. I. 9J tiones vitales naturæ suæ consentaneas eliciunt, hæc autem nullis organis instruuntur. 4. Hoc djscrimen ex multiplici causa ostenditur • sed præc.pue 1 ex origine, et perpetuitate. Nam corporum viventium aha ab aliis sibi similibus procreantur et successiva sui generis propagatione perpetuanlur; no'n viventia autem, quia omni semine carent, ideo sui sirnile corpus gignere non valent; quare nec per generationem orijginem habent, nec per successionem generationum perpetuanlur, sed ex fortu.to causarum diversi generis concursu emciunlur, assiduasque vices subeunt. 2° Ab exvlicatione, et modo se conservandi. Nam viventia ex vi sibi msita gradatim succrescunt, donec perfectionem sui nropriam assequantur, iacturas suas per assimilationem eiementorum, quæ in substantiam suarn convertunt, resarcmnt vitamque tandem naturali cursu amiltunt; at non viventia ex se stalum suum mutare non possunt, atque taon i nisi accessu novæ materiæ augentur, aut recessu matenæ, quam habent, minuuntur, et non nisi aclione .causæ extenons corrumpuntur. 5. Quæ cum ita se habeant, nos de diversis rerum -e leribus, quæ mundum constituunt, ita agemus, ut pri num de natura, et proprietatibus corporum non viven iurn,n universum, deinde de natura et proprietatibus !>mguIorum generum viventium disseramus. Quænam sint principia constitutiva corporis, investigatur 6 Prima principia intrinseca, quæ cuiuscumque cor•or s si.bstant.am efficiunt, vulgo elementa corporum voantur . fca autem pnncipia, ut Aristoteles ait 3, onor t nec ex se invicem esse, nec ex aliis, et ex ipsis esse ninia . Lt sane, si non omnia ex ipsis constituerentur, ve Acdn4U tdTnnh°^eS ! C°nn-a ^TrT ^^pologie specula3rihC; V' ' P" 5 Sqq' D,JOn 1843^' alisque, qui cunctis corJnbus, ahquam vitam inesse autumarunt. isUnguenda Tunt.' ^" ^™" ab eIementis> ut Post dicemus, 3 iVof. auscult., lib. I, c. 3; cf Plat. Parmenid. et Phædr. non forent prima omnium principia ; si essent ex aliis, ne ullius quidem rei prima principia essent, quia principia illis priora darentur; si demum ex se mutuo essent, nullum eorum esset primurn principium. Quare naturam substantiæ corporis nosse volentibus in eo adlaborandum nobis est, ut quænam hæc principia sint, investigemus. I. — Systema atomicnra, seu mechanicum de elemenlis corporum exponitur, et refellitur 7. De natura elementorum, ex quibus corpora componuntur, diversæ sunt Philosophorum opiniones. Atque in primis systema atomicum, seu atomismus dicitur illorum philosophorum doctrina, qui omne corpus ab aliis exiguis corporibus, quæ atomos vocarunt, dumtaxat componi decernunt '. 8. Atomismum inter veteres post Leucippum, et Democritum Epicurus propugnavit, cuius hæc fuit sententia: Principia corporum sunt corpuscula atoma, nempe insecabilia, quæ, quamvis partes habeant, in illas tamen dividi nequeunt, eaque ita exigua sunt, ut omnem oculorum aciem effugiant, figuraque, magnitudine, gravitate, aliisque qualitatibus, quæ quantitatem consequuntur, sunt prædita. lam corpora gignuntur ex eo quod atomi, quæ per vacuum vagantur, similes cum similibus cohærent, atque ita secum commiscentur; corrumpuntur vero, cum atomi, ex quarum coniunctione effecta sunt, dissociantur; alterantur denique, si dispositio atomorum in ipsis quodammodo turbetur. 9. Epicuri doctrinam omnino emortuam inter recentcs Gassendus, duo, quæ ille admittebat, reiiciens, nempe æternilatem atomorum, atque ex illarum fortuita concursione mundi productionem, exsuscitavit 2, eamque magna ex parte Cartesius , et post eum diversa ratione Newtonus longe celebriorem reddiderunt. Nostra etiam ætate Hi philosophi ad hanc sententiam ei eo pervenerunt, quod investigationem circa elementa corporum sola experientia instituendam esse sibi persuaserunt. 2 Syntagma phil., pars II, Phys., sect. I, lib. III, c. 8. 3 Les princip. de la phil., part. 3, § 44 sqq; et Traitd du monde, § 8-10.— Optices, lib. III, q. 31. theoriæ atomorom illi Physici suffrajrantur, qui omnem vanetatem corporum non ab aliis principiis repelunt, quam ab atom.s, et a motu, quo atomi pelluntur '. ° 10. A tomismus dicitur etiam systema mechanicum ex aliuS, mofnnien,eS e'US f3"!0^ V post Gassendum, non alium motum, nisi mechanicum \ atomis concedunt! Lu i,UurLi ™™m' ouocum quibus coUmpon : u i'va corDornn? T fU"?i ^0 repUg',at PrinciPia consti" SuamPeP .eX part,UUS co^3^ æqoo ac repugnat luioquam esse s.mul ynncyuwm, et principiatumt eql.e\ruie|aUmaat°p,iiCprrUm,Senlent,'a' m°tUS eSt nalnraiis a'omis, ?Motus a Phvstofs dicitur™,!" '^ " CiC> C Fa(0> c" 10 ^20' roducitur ct vh, „>„ 1L " " n,psi corPori insita Profieiscitur. >os cssc ver.enS°er;m\nt0m'Smi' non ?. ouippe qai tradunl ato ' Uinc re^ : „ ' P" 21 vo)'— e Cf P 91-92. sc in .i^rt^'' !,C- 2',§ 24> obscrvavi,, atomos admitt Wredila r verum in " '""'If' nlt". ",0 analvsis !• "o" r, verum .n metaphjsica vcluti principia coustitutiva cor- Probatur 2a pars: nempe non posse ab Alomicis ra- tionem reddi, quomodo atomi corpora constituant. Et sa- ne, omne corpus quadam unitate per se, et proprie di- cta gaudere debet, ita ut, dum ipsum in partes divisibile est, actu sit indivisum, nempe per se unum. Atqui huius- modi unitas ex contactu atomorum effici non potest, quia contactus congeriem, seu multitudinem atomorum efformare quidem valet, sed efficere nequit, ut illa mul- titudo atomorum unicum individuum constituat, siquidem congeries multarum rerum constituit unum per accidens, non vero per se, cuiusmodi est corpus. Ergo ab Atomicis ratio reddi non potest, quomodo atomi corpora consti- tuant. 14. Præterea intelligi non potest, quomodo ex atomis diversæ naturæ rerum existant, et quomodo generatione perpetuentur '. Et sane, dubitari non potest, quin res na- turales secundum substantiam differant, e. g., homo a bel- lua, bellua a planta, plantaque a lapide, et secundum sub- stantialem generationem perpetuentur. Atqui ex fortuita atomorum coitione, sive conglobatione nulla in rebus sub- stantialis diversitas produci, nullaque nova substantia ge- nerari potest. Ergo, si ex atomis omnia efficerentur, haud possibile foret explicare, unde diversæ naturæ rerum existerent, et quomodo generatione perpetuentur. 15. Minor ex eo evincitur, quod atomi, antiquorum, recentiumque Atomicorum iudicio, eædem secundum sub- stantiam sunt, nec nisi motu, figura, situ, aliisque huius- modi differunt, quæ sunt mera accidentia ; manifestum autem est accidentia nec diversitatem substantialem in re- bus, nec ullam novam substantiam efficere posse, quia in effectu nequit plus contineri, quam in perfecta et com- pleta eius causa continetur2. porum haberi non posse, quia, cum ipsæ quoque ex partibus com- ponantur, in metaphysica adhuc quærendum est, quo modo for- mentur, et usque eo quoad intellectu resolvi possint. 1 Id a Lactantio [De ira Dei, c. 10) veteribus Atomicis iam obie- ctum fuit. His argumentis dedimus Atomicis atomos posse inter se co- hærere. At vero ne id quidem ab eis explicari potest. Etenim cum Epicurus, aliique veteres Atomici, tum Gassendus, eiusque secta- tores docent atomos inter se coire ex eo, quod duplici motu, sci- licet perpendiculari et declinatorio, pollent, Non aliud inter vete- De systemate chymico 16. Fautores systematis chymici hæc docent: Corpora sensihilia in simplicia, et mixta, seu composita distin- guuntur. Simplicia sunt, quæ in alia corpora heterogenea, seu diversæ naturæ adhuc resoluta non sunt, e. g., hy- drogenium, et ferrum ; mixta autem ea, quæ in corpora heterogenea resolvuntur, e. g., aqua, aut lignum. At vero et corpora simplicia, et mixta in partes, seu moleculas dividuntur, ita tamen ut in corpore simplici non aliæ moleculæ inveniantur, nisi quæ sunt homogeneæ, nempe eiusdem naturæ, et dicunlur integrantes, quia corpus ab ipsis integrum efficitur; in corpore autem mixto non so- lum moleculæ integrantes, sed etiam constituentes, quæ sunt heterogeneæ, et ita dicuntur, quia ex ipsis natura corporis mixti constituitur. E. g., in aqua inveniuntur moleculæ integrantes ex quibus nempe massa visibilis aquæ constat, et moleculæ constituentes, quæ sunt hydro- genium, et oxygenium, ex quorum copulatione natura a- quæ efficitur. In hydrogenio autem non alias moleculas, quam partes ipsius hydrogenii, nanciscimur. Tum molecu- læ integrantes, tum constituentes ex quadam vi sibi insita coniunguntur, quæ attractio molecularis appellatur, et pro- prie vis, qua .moleculæ integrantes uniuntur, cohæsio, et vis, qua moleculæ constituentes coniunguntur, affinitas chymica audit. Iam ultimæ particulæ, ad quas in divisio- ne molecularum integrantium pervenitur, quæque humana arte insecabiles sunt, moleculæ, seu atomi primitivæ di- cuntur, corporumque elementa sunt. 17. Hoc systema, præter multos chymiæ cultores, duo res, et recentes Atomicos intercedit, quam quod illi duplicem hunc motuiu atomis per se inesse, hi vero ipsis a Deo inditum esse ar- bitrnntur. At duplici illo motu explicari non potest, quomodo ato- mi inter se ad corpora constituenda eoire queant. Non motu per- pendiculari ; nam si atomi gravitate feruntur ad perpendiculum, evenit profecto, ut una alteram perpetuo insectetur, sed fieri num' quam potest, ut una alteram contingat, quia omnes eadem vi deor- sum feruntur. Nec motu declinatorio; nam declinatio atomorum non aliter iicri posset, quam si una atomus ab alia depelleretur; id au- tem haud possibile est, quia atomi, ut moto diximus, ob motum "• ^™ ^" fo™aH onus esse, ut ex us corpus mixtum constiluatur Ereo efementa constKuentia corpus in systemate chymico pJE peram explicantur. "j""" pcr AnT. III.— De syslemate djnamico 21. Hoc svstema in recenli ætate Leibnitius ex indus ria exposuit, et propugnavit. Ipse staluit principia, seu elemenla corporum esse subslantias simplices, et proinde corpora non aliter esse substantias compositas, quam quod "as si?„mn? lXe'°neS Substantiarui11 ^-Plicium. kls subs\annoLi,P •? . ' .CX qU!bus. corDOra efficiunlur, monades, tibTn.r t6S aPpel,avit.1uia ex iis, velut ex unital res monnTrSH 7"S 5°^ti luilur. Quomodo autem plu- hoc rild efficendum corpus concurrant, explicuit 1,nm°i„m Monades' ex Ulb^ quodlibet corpus constat, tensfonom p,° r 0CCupant cu°> ^int simplices, ex^ rma T2' • fiSuramrn0n habent ; 2° in qualibet partiSS" |Unt lnfinitæ ' .uuia matcria est divisibilis m lntinitum, 3 repræsentatione tolius mundi gaudent bscura tamen, et confusa, hoc est sine conscienUa; 4 ppetitu, nempe pnncipio inlrinseco activitatis pollent, x quo omncs mutationes in ipsis fiunt; 5° desliluunlur >mc0enndnn,US ln aIteram2' Unde non Possunrad corJSs 2 TotZ Teg>m eX mutua in se PS™ actio". cd Pus eis est aliqua causa exteriori, ex qua congreffentur iæc autem causa est Deus, quia Deuslonades Tta "iHer" comunxit, ut internæ mutationes unius cum mutatio ontinct. (Vid. Ferrariensem, In lib. III Contr. Genl., c. 56). Ouam i.d ir °"Bm°C r,,nT 7nUnerrime C°ntra ^versariorum obiectlne™ VII n M . W Z'ghara' De mente Cone ? n V1 secundum Boschoviummodo occupanl, ita scse conlmil, i',,,PUnCtuni s° Eran L n unicum ium punctum coalescant necesse p^ ^go ne phoenomenica quidem extensin L J, twf monadcs, 's tse (Canl at!UnloccuPe'Vecesse est. -e4£^ antiam/ct ord?„em inJftnSS. BoX0-!?1™ Di" v" ex vi altrahendi 7!, oschovichius repe W -PB-at in eadelr „Pf "t.rricculf ^0"-'vcniri unicam vim,..,. j.! molccula corpons ri. qoia ?tlrTtioq el rr 1° attractri?> ™odo repul•posiu eq E%o non ' 'ips in? 'S'° SUnt V-Ires "atnrafiter fe?u\Ss\netU"li.teS' SeCUndum Dr»mlco., ita dicuntur i„ . s tcrminus ™ „„i „, ', UJ,,",.nu">'. to tf.^ J&?J£1&»£ • Præterea, etiamsi sumatur illa »tensa dirtantiam inter se servare, tamen ipsa m unicum punctum protecto non coalescerent, sed phoenomenon conUnu.teUs efficere numquam possent. Et sane, cum nec partes seu . extensa quæ corpus componere d>cuntur, cont.nuæ sm, nec totom seu corpus, quod ab eis compon. d.c.tur, sit continuum, omne fundamentum phoenomeno contmu.ta tis deest ART IV Quomodo secundum Scholasticos quæstio circa pnncipia corpu. constituentia spectanda s,t, expl.catur 27. Ut theoria AristoteHco-Scholastica circa Fincjia' ex quibus corpus constituitur, probe intell.gatur, hæc iti antecessum scienda sunt: ... nflm rr.r 1° Scholastici, post Aristotelem, ut compos.Uonem cor porum explicarent, causas intnnsecas umversales eorun rParticularibus accurate distmxerun . Atque id qu.den sapienter. Nam quælibet res mater.ahs cons.derari potes etPin universum, prout est corpus et s.ng.l at.rc, p.ou est corpus determinatum, nempe hoc corpus non ver aliud E e, ferrum, si in un.versum specte ur, est cor p„s, non mi er ac aurum, argentum, aut al.ud e.usjno Si -\ed si sc-ectetur, prout esl ns omnibus præd.tuu popter quat omnes 'illud vocitant ferrum, atque ab aurc "Tllii dynanusmi propugnatores conlendunt cum Wol|io phær,. nenum exLsionis repetendum ss. con us perc P_ £_e _ ( dum, ex quibus corpus conflatur . nam ex eo qu r quibus corpus constat, confuse perc.p.mus, fi t, n t .ps. T elu continuum efficientia nobis W>™"-J£^T æte q ua s. q nades, uti ostendimu, . copnlsn non possnnt, qu,^ confuse ctum coalescant, Wolnus pro LUI1^C3 absurdum, q nobis percipi, sen sentir, lam hoe es P™ » 1 est,q„ obiectum facultatum sent.end. ut ^ suo loc '™m0, qn „isi aliquid corporeum esse potest ; monades _"1 ^n'J_e ^sjb sunt substantiæ simpliees, shqi..d corporeum ac promd esse nequeunt. Neque aud.endus est Ga oPp.us_, qu • l s. LXXXIII) docet nihil proh.bere, qu.n plura s mplrn», q _ gula scorsum sunt insens.l.a, s.mul con uncta totu m ciant. Nam, si repugnat naturæ facul aM »enuen t.se esse aliqnid simp.ex eerte repugna, ; . ™Pl ^J^ 'nla sinon seorsum, sed cum alns muius tom romI)0Sjt0 non per plicia, cum, ipso Galluppio consentiente in composno sceantur, naturam suam amittere non possunt. 101 et argento discriminant, est corpus determinatum, nemne ferrum non vero aurum, aut argentum, aut aliud simile lam J5Cholastici causas universales rerum principia et causas particulares elementa appellarunt. E. £., hydroæmum, et oxygemum sunt elementa, ex quibus corpus quod dicitur aqua, exurgit. Quare tum principia, tum elementa sunt causæ intnnsecæ corporum, sed illa sunt causæ univcrsales, hæc autem particulares, propterea quod ex lllis natura omnium corporum communis constituitur atque ex his illa natura singularibus proprietatibus determmata gignitur. l 2° Elementa, cum conflentur ex principiis, ex auibus jcorpus .n universum constituitur , sunt corpora. Unde s. Thomas elementa definivit: corpora, in quæ alia replvuntur, lpsa vero non resolvuntur in alia 3 3 i Cum quæstio metaphysica de constitulione corporum instituitur, causæ universales eorum, non vero particuares quæruntur, quia harum investigatio ad speciales >cient»as physicas, non vero ad Gosmologiarn, quæ est inetaphys.ca physicæ, spectat. Qua de re theoriaSchola.iticorum, quam exposiluri sumus, non de elementis, sed le pnncipiis corporum versatur. Quoniam autem ipsa eementa, ut diximus, sunt corpora, hæc quæstio non soum corpora mixta, sed etiam simplicia, ex quibus illa iomponuutur, complectitur. ' Aht.V. Systema Aristotelico-scholasticura exponitur ^ 28. Systemalis aristotelico-scholaslici summa hæc esf Horpus, seu compositum naturale considerari potest vei in se, nempe prout intelligitur seiunctum ab esse, quod P accipiL " m fierh nCmpe Dr°Ut 6SSe in ™rum na" &pmSdnniPUS Primo '11,°do ?pectetur, ad eius constitufonem duplex substantiale pnncipium concurrere intellipuw oportet, eorumque unum est passivum, ex quo, ceu •t\in'![rm?r'nin(IUi,nU^Ut iMaS distinSuaiuus a causis agente, rnus auo dnr " in^ed,lintur compositiooera corporis, sed extra »rpus, quou producunt, exislunt. InI,(:iC"r!/rinCip/a' Ut P°Stea dic"»us» sunt materia, et forraa. mælc0nTT;V,ni^irT? T\l0mdS> CSt ^mpositioraateriæ,et rmæ», Contr. Gcnt., hb. III, c.23.- In lib.III De Coelo, lect.VIII. radice, extensio corporis exurgit, alterum vero activum, ex quo eius activitas emergit. Primum vocatur matena, et alterum forma l. ' . 30. Hæc theoria ita explicatur: 1° Materia pro diversis modis, quibus ipsa consideratur, \nprimam, et secundam dividitur. Vocatur prima, cum consideratur m se, nempe prout nullam ex se habet formam, ob ldque ad quamlibet formam in se recipiendam indifferens est; secunda autem, cum consideratur, prout iam formam in se recepit, et, ipsam retinendo, ad alias determinationes non quidem substantiales, sed accidentales, quas nalura, vel ars in ipsam inducere possunt, in se recipiendas apta est. E. g., fignum, si consideretur prout scamnum ex eo etfici&potest> materia secunda appellatur. Quapropter materia, quæ, tamquam principium substantiale, ad corpus efficiendum concurrit, est materia, prout est pnma; siquidem materia, prout est secunda, iam quoddam corpus est, quia ipsa copulationem formæ cum matena prima expostulat. Definiri autem potest materxa pnma: Altquid, quod cum pcr se ab omni essentia, et proprietate vacet, in potentia est ad recipiendam in se quamlibet essentiam, aut proprietatem 2. Id exemplo e rebus artificiosis Petlt de_ clarari potest. Etenim materia prima ita se habet ad ens naturale, ut lignum se habet ad rem artificiosam ; quia sicut li^num, cum nullam figuram artificiosam habeat, m potentia ad omnes recipiendas est, ita materia prima, cum i Theoria de materia, et forma dicitur Aristotelico-scholastica, quia ipsam a Platone inchoatam Aristoteles ad umbihcum perdnxit atque Scholastici perpoliverunt, et illustrarunt. At ante Doctores mediæ ætatis ingentem, ut Moshemius ait, Doctorum numerum in primisque s. Augustinum illa theoria fautores habuit. In recenti autem ætate Leibnitius primum a systemate atomico ad dynamr cum gradum fecit, deinde, hoc etiam relicto, ad matenam et lor mam confugit. Denique hodie non pauci hoc systema sectantur inter quos commemoratione digni sunt Barth. Saint-Hilaire, ei ItalisBrentazzolius, Gontius, Thommasius, Santius, Liveramus,trai ceschius, et præcipue P. Liberatore, S. I. 2 Cf s. Aug., Confess., lib. XII, c. 6, n. 6, et De nat. bon. eontr Manich., lib. I, c. 18. Hinc s. Thomas ait: Materia propne lo quendo non habet essentiam, sed est pars essentiæ totius M dispp., De Ver., q. III, a. 5 ad ult.) Et s. B0^1.11^"^? r ria est indistincta, et passibilis ad distinctionem per formam , / lib. I Sent., Dist. XIX, p. II, a. 1, q. 3 resol. nullam quidditatem, proprietatemque per se habeat, ad (juamlibet quidditalem, proprietatemque in se reciniendam m potentia est. ' 2° Maleria, cum per se sit indifferens ad hoc, vel illud corpus constituendum, indiget aliquo principio, ex quo determ.natur ad hanc, et non aliam corporis speciem cfficendam. Hoc pr.ncpium dicitur forma' substantialis. Mater.a inquit s. Thomas, per formam contrahitur ad ifiterminatam speciem • . Hinc forma subslantialis defi ii linrrnif" F""" mat^ePrim° cum dicitur ætus, lislingu.tur torma a materia, quia materia, ut diximus in potentia cst ad quamlibet essentiam in se recipiendam orma autem est quæ reducit materiam ad actL, nemi .e ad constituendam actu hanc, aut illam speciem, sire ma er£ COmDOS,tl naturajisQapropter essenlia rei non i materia, quæ per se ad omnia indifferens est, sed a orma repetenda est. Exinde eliam intelligitur materiam e uti pr.ncipium passivum, et formam veluti principium c tivum ad corporis effectionem concurrere ; nam forma pnncp.um, quo efllcilur id, quod res est, et mateda t pr.ncpium quo eff.citur id, quod res est. Secundo uin iorma substantialis dicitur actus primus, distin"uiur cum ab aclu exislentiæ, quo res non iam essentiam, 1 suuul. acc'P't> tum a formis accidentalibus, quTe ssent.am rei lam constitutam quibusdam modis afiiciunt ertio, cum diclur actus maleriæ, distineuitur a uh^'nsseparatis, sive Angclis ; hi 'enim JTulLu co ia aJpelklrT deSt",antur' ac nroiude ' rnate ' I, qXLIV, a. 2 c. Et ibid. (q. L, a. 2 c.): Materia rcrinit nna.n, ut secundum ipsam constituat'ur i„ esse ai.cu „ spec e 1 æris, vei .gn.s, vel cuiuscumque alterius,, spec.ei, For.na accidentalis a substantiali diffcrt, quia forma substan . .s fact hoc aliquid, forma autem accidcntalis advenU rei am . a l.qu.d .stcnt,,,; Qq. dispp., q. un. De s „ ™ J ;> Al.quando potentia ad esse, nomine materiæ, ct actttesse nt n formæ des.gnantur. Quocirca, cum formæ creatæ nUac,„ "!> Ttu^af^V1 "°le'"iaus aqua conflatur; quapropter, si substantia corporis, ex pio ahud ontur, eadem ac substantia illius, quod oritur, jnaneret, una eademque substantia proprietatum, quæ ibi lnviccm opponuntur, principium, et subiectum esset; d quod fieri non potest '. Atqui, si corpora per mutatioicm substantialem oriuntur, tria illa principia expostuantur, quæ materiam, formam, et privationem a Schoaslicis dicta fuisse vidimus. Ergo. 34. Minor quoad singulas partes probatur hunc in moom: 1 Si ex uno corpore aliud oritur per mutationem ubslantialem, dicendum est in corpore, quod generatur, emanere aliquid eius, quod veterem formam in se reci•lebat, quia secus vetus corpus non transmutaretur, sed a nihilum reduceretur: hoc autem, quod de vetere cor'Ore in novo remanet, intelligendum est tamquam pura otentia, nempe aliquid, quod, cum nullam peculiarem )rmam habeat, est per se indifferens ad omnes formas scipiendas, alioquin plures formas, unam post aliam, in J recipere non posset ; rursus, cx hoc, quod de vetere )rrupto in novo remanet, quodque ad quamlibet formam i se recipiendam indifferens est, substantia novi corpos educitur, quia si non educeretur ex hoc, educi debe5t ex nihilo, seu, quod idem valet, non generaretur, sed •earetur2. Atqui illud, quod de vetere corpore in novo (imanet; ex quo substantia novi corporis educitur; et quod omnes formas in se recipiendas est per se indifferens, lua cst, quod materia a Scholasticis post Aristotelem nun Cf s. Bonav., In lib. IV Sent., Dist. XLIII, a. 1, q. 4 resol. s. Thom., In lib. IV Sent., Dist. XI, q. I, a. 1, sol. 3 c. Id iam vulgo hominum persuasum est; omnes enim, e. g., putant iter ceram, aut lignum mutari, cum novam induunt figuram, ær vero lignum cum in ignem convertitur, quippe quod in cera t Ligno nova accidentia producuntur, quin ipsa substantia cormpatur, sed substantia ligni perit, cum ignis ex illo efficitur. Necesse est, inquit s. Bonaventura, aliquo modo formas nartfes esse in materia, antequam producantur ; In lib. IV Sent st. XLIII, a. I, q. 4 resol. 10g COSMOLOGIA cupatum est. Ergo, si corpus per generationem oritur, unum principiorum, ex quibus ipsum efficitur, illud est, auod materia a Scholasticis dictum iuit1. H 2° In generatione corporis præter pnncipium, quod dicitur materia, aliud, quod dicitur forma, admittendum est Et sane, ad cuiuslibet rei generationem oportet con currere aliquod principium, quo res ad certam speciem entis determinatur, quo a ceteris speciebus entis distingui tur et ex quo eius proprietates emanant, sive, ut aiunt, resultant. Atqui hocce principium aliud, ac matenale, esse debet. Nam materia, si in se, et seiuncta ab omni alio principio consideretur, neque principmm esse potest, auo res ad certam speciem entis determinatur, quia ipsa intelligitur veluti mera potentia ; neque pnncipium, quc una res ab altera secundum speciem distinguitur, quis conceptus materiæ aliquid, quod cunctis speciebus com positorum naturalium commune est, denotat'; neque prm cipium, ex quo proprietates rei emanant, quia, aientt s Bonaventura, (( est principium passivum s . Ergo ac o-enerationem rei, præter materiam, aliud pnncipium con currere debet, ex quo illa tria, quæ diximus, in corpor( efliciuntnr: huiusmodi autem principium illud est, quoc a Scholasticis forma, sive actus materiæ appellatur. 3° Generatio sine privatione intelligi nequit. Etenin intelliffi nequit, quomodo subiectum possit aliquod no vum esse adquirere, nisi intelligatur illud actuahter no! habere, hoc est, eo privari; quocirca transitus de non esj ad esse sine privatione intelligi nequit. Atqui generatr est ille iransitus de non esseadesse. Ergo generatio cor poris sine privatione intelligi nequit. % 35 Exinde etiam intelligitur in corpore lam generatoris existit secundum realitatem jiotentiæ, sive per modum inhoationis entis. s Quare materia, ut s. Thomas ait, participat aliquid dc bono, >cihcet ipsum ordinem, vel aptitudinem ad bonum ; I, q. V, a. 3 ad 3. ma est tantum in potentia, in quantum huiusmodi ) noi ostendit, quod materia non sit creata, sed quod non si creata sine forma. Licet enim omne creatum sit in actu non tamen est actus purus. Unde oportet, quod etiam ii lud, quod se habet ex parte potentiæ, sit creatum, si to tum, quod ad esse ipsius pertinet, creatum est f . 41. Neque repugnat alterum. Etenim, etsi materia si in potentia, tamen ad totum substantiale concurrere pot est ratione aptitudinis ad formam recipiendam. Ut auten causa materialis ad totum substantiale constituendum con currat, non requiritur, ut actu ante ipsum existat, se^; satis est, ut concomitanter, atque in eodem instanti cun forma substantiali existat ; siquidem materia cum noi det esse formæ, sed recipiat esse a forma, non expostu lat esse in se, sed solum capacitatem ad illud, quod pe; formam recipit 3. 42. Obiic. 2° Repugnat in materia, quæ nullam essen tiam habet, formas contineri. Atqui si formæ in materi non continentur, profecto ab ea educi non possunt. Erg eductio formæ a materia, quæ in systemate Scholasticc rum admittitur, absurda est. 43. Resp. Dist. mai.: repugnat contineri actu, Conc. mai. in potentia, Neg. mai. Item Dist. min., si non continentu neque in actu, neque in potentia, conc. min., si continen tur in potentia, neg. min. Neg. cons. Et sane, illud, quo educitur, debet esse in eo, a quo educitur, non actu, se i I, q. XLIV, a. 2 ad 3. Id iam s. Augustinus monuit, aiei materiam esse a Deo concreatam; Confess., lib. XIII, c 33, n. 41 I Et ibid., c. 29, docet materiam præcedere formam non tempor 4 sed origine, eo modo, quo sonus cantum: Cum enim cantatu I auditur sonus eius. Non prius informiter sonat, et deinde form tur in cantum . Cf p. 104, not. 4. 2 Secus res se habet de causa materiali, in qua, tamquam subiecto, forma accidentalis inest, e. g., albedo non potest adv nire homini, nisi homo iam actu eiistat. 3 Hic etiam cum Origene advertere præstat materiam m gen ratione corporis numquam ita in potentia manere, ut non sit act quippe quod cum non sit corruptio sine generatione, materia ser per alicui formæ subiiciatur oportet; De principiis, lib. II, c. Et vicissim, cum non sit generatio sine corruptione, materia, el ad generationem corporis concurrat, prout est aliquid in potenti nempe prout capacitatem habet ad novam formam, qua privatu tamen est aliquid in actu, habet enim formam corrumpendam. \\\ poOntia nam educlio transitum de potentia in actum deS? L ?• mæ n°" quidem aclu latitant in mateTia licIuet ma.nam ad productioncm formæ concurrere ex eo nnnfl sa adiuval agens naturale ad productionem formTe • !uod quidem, monente s. Thoma , non est intelli JXm' Ximaitenfa a'iqUid agat' Sed nt diximus 2S M n.ad f°oomr'".> cipiendain apta est. 4 44. Obuc. 3° Privaho denotat defeclum realitatis Fr .nonePotest quidquam conferre ad gcnerationem' ali • Cf s. Thom., I, q. XLV, a. 8 c. H.nc s Bonaventura secundum s. Augustinum (De Trin., lib. III iL,,}', ?n,": " Rat'°nes seminales omnium formarum sunt .psa (mater.a) ; /„ Ub. IV Sent., Dist. XLIII, i „ 4 "° uftta a ^lV,h°maS m°net f0rmaS' secundm lud^uttin ten lia, a Deo materxa concreari (cf etiam s. Aug. ibid c 0 16), ct, secundum quod sunt in actu, de potcnHamateriacedu In ipsa matcria, inquit s. Bonaventura, aliquid est concreaSen qmstagVH n"™ a^j" 'T' e SUnt imn'eoia'e a Deo pro Ilnl, ad nutum obed" "aleria, tamqnan. propriac cau "DW DeusTat7ni,iCand".m,M0ySeS SingU"'S P^Tpr.e"?,. n P e "rbnm Dei"^ ' 9"° significatnr formatio rc forin If" Cla' a ouo' seeundum Augustinum, est om tnik et, c°rap.-"go, et concordia partium ; L q. L\V a 4r ' W. /f vel mitmm generatioms est privatio formæ inducendæ 4 . De essentia corporis 46 In rebus compositis ex materia, et forma, ait s Thomas, essentia signiBcat non solum formam, nec soluu nTateriam, sed compositum matena t^ na\Tan i prout sunt principia speciei . Quare ad naturan corooris intelligendam satis non est cognoscere, quid s forma et quid sit materia, sed cognoscere etiam oportet quid sit corpus, quod ex utraque conflatur, sive ir i qoc consistat essentia,seu esse essentiale coroons, quod ex co pulatione formæ cum materia constituitur. Aliquorum Philosophorura sentenliæ de corporis essentia reiiciuntur 47. Lockius ratus essentiam corporis positam esse i: collectione omnium eius proprietatum, statuit ™™ cornoris nobis latere, quippe quod non omnes eius prc Sates exploratas habemus . Cartesius, cui, præter tqui, si extensio a substantia reipsa distinguitur, sequi | Cf Ontol., c. VII, a. 1, p. 42.-2 Ibid c> n a „ De corpore physico hic agimus, nempe spectato cum qualita•us sensilibus quibus i„ rerum natura existit; essentia enlm corns mathemaUci, nempe abstracti ab omni qualitate sensibTli (Cf fac p. I, c. I, a. 7, p. 17, not. 1 vol. I) non nisi in trina di| nsione posita esse potest, quia nihil aliud in eo præter tres di|!nsiones mvenitur. F l fj[Ontol:, c. X, a. 3, p. 80-81. Hoc inde etiam confirmatur I d s. spatium et locus essent corpora, cum locus et locatum I S Tln lTeivUll duV0rp0ra GSSe Simu,5 °-uodest inconveRns , in lib. IV Phys., lect. II. Hima^nHtr08 aU: po „3' Ut h.°C ar,Kumenlura magis perspicuum fia(, observandum est ex plunbus non posse aliqu d, quod est unum per se, effic, sine a iquo principio, quod Ipsa ita pervadT ut unum cx ns existat, divisibile quidemV^7n plu res partes, sed mdivisum actu. Quapropter partes corporis non possunt constiluere corpus sine aliqua vi aua ron Unentur, alque unum efficiunt. Iam, si præto paVles £ quibus corpus coalescit, opus est ad co^rpu effic[endum a liqua vi, seu pnncipio activo, ex quo ipsæ cobæren? ; alque,n unum coalescunt, liquet essentiam corporjs ex, eo constilu, non posse, quod corpus ex pluribus substanI lns compositis, ceu sui parlibus, conflatur. At. Il.-Vera sentenlia circa csscntiam corporis adstraitur .J^ Doctores mediæ ælatis, si Ockamum exceperis concorditer docuerunt corpus tribus dimensionibus W pe exlcnsione, nalura sua præditum esse, corpor, -,„. ! em essent.am non esse positam in acluali o 0,scd m exigentia exlensionis, sive, ul nonnulli a unt in ext ennone radtcali. Quocirca dimensiones, ex eorum sentontia, a corpore virtutc Divina separari queunl.Ted si :ex0£;icZuslil,as semP"¥ t^S corPn,ro,J • ' |U'Ppe quod' S1,lcet nobis substamiam corpoream sine actuali extensione intelli^ere necesse KæmSusUt illam Ve'UU a",am °d hanc ^piendTmin! p4rnnVC£latCm UUlUS sententiæ demonstramus sequenti tajomposita ad tnnam dunensionem recipicndam apta. Brafes ' r°J'"n f°rma CSt °rd° ' VCl comP^i"o "on snnt res p! lTb. IVf c. 05Um UnUaS P°SSU °iCi U"UaS naturac : Contr. •t/.(ro0'uri;CiS hac,. adquirat. H "ucnsiones quantitatis 57. At vero fautores Dvnamismi nli fcl.hi „,1 . • extensionem nonnisi phæ^nomeTc \^ ostendimus contra ipsos sequentem dammunt Qure Prop . Extensio corporum esl realis. Use obieclivas in DynamilogtaVicTZTTrl ^0^ tas, s.ve cxtensio co/poris i ^™ B'£da -2? Vnf"'1titas est fundamentum ceteroru.n nroiA^,yuan" quia quantitas est VrirntToTnS^™ XCiaT '' pons advenire intelliffimiis m „,,-V -5 sunstanl'æ cor E iutelligimus, non S^rou0' Pqe ' (lUt'eds eXditufst prout est jikwKmot, intell.frere Dossumn ' n ' seH fxteosio, seu quan itas coSS^ >,;,?Uapr°'.ter si Comenic., .omnes qualitatef corpo s no„ a liid Vis PU°e' mectio ammi . vel momm ^kJ anud, nisi mera .. jiivdd qaid,„,,r;„ P r,: jk&^a '°r R-sxrar^~s£si •.. i. ricxv^rc4rxr^;re J 4ad. GWC, lib. I, c. 6.-2 Vid. p. 99 F £?xr dt, drm.rAT •' . • > . Ug IMPENETRABILITAS [Grice: Cf. Humpty Dumpty -- ] est illa proprietas, qua omne corpus cetera expellit ab ipso loco, quem occupat. 60 Omne corpus est impenetrahite. Probatur. Substantia corporea ratione quantitatis m par tes, quarum una est extra aliam, distnbuitur, sive exten ditur; quod quidem possibile non est, nisi quælibet par tium a liud, ac ceteræ, spatium occupet; atque a spatio, quod occupat, ceteras expellat '. Atqui sicut se habet pars corporis ad partem loci, quem corpus occupat, i ta se ha bet totum corpus ad totum locum; nam quodl.bet corpus est ab omni alio divisum. Ergo quemadmodum quæhbet pars corporis expeliit alias partes eius a parte spatn, quocl occupat ; ita quodlibet corpus debet certum spatium sui proprium occupare, ab eoque reliqua corpora expellere . Confirmatur hæc propositio ab expenentia, ex qua com pertum est nullum corpus posse altenus locum occupare, nisi ab eo ipsum expellat. . 61. Ut autem notio impenetrabilitatis clanor fiat, hæ( ^l^VmpenltVabilitas explicari non potest, nisi quædarr vis resistendi in corpore esse dicatur Namque unum cor pus impedire non potest, quominus ahud corpus occupe Focum ei proprium; nisi quidquam agat. Atqui hæc actirrooaiur. Magniludo cuiuslibet corporis determina.a esse debet, quia quidquid in rerum natura existft e de ermmatum. Atqui magnitudo non aliter delerm nata in lellig. potest, quam si uno, pluribusve LnSSb^S^ hensa concip.atur; id qnod experientia confi"^ uam itaui in h; T firne C°rpUS tenninis eomprehenditur. v„T,. . r figura corP°ris posita est . Ergo omne c? ™ qua figura Peædilum est. 8 auæ' nM?nife8lu,n est fi>'™ esse proprielatem corporis, quæ a for promanaL Nam lnaleria' . P,s KndamnSi.ad ^3"1'1"6' substau^' corporeaS const EE™?',ta qU00Ue e-st Per se "'differens ad quamlibet I m na reM qUant"atiSHinc' Sicut mate" a forma iam itl .h -!j Tam Certamsubsta"tiam constituenjam,,ta ab eadem forma quantitas eius ad unum nli. que term.nos in se recipiendos, ac proinde adK "am figuram determ.natur. Quod si figura corooris a fnr t&TT' Consequitur %-as esseSrScundum verSas corpomm species, quia forma est principium ne" |uod corpora ab se specie differunt. Id, si in corpoHbus Ita prædU.s, nempe plantis, atque animalibus S us ouoaue X" "S V'tæ cxPertibus> hoc est mineraHus quoque observatur, cum a statu æriformi, vel linuido wSifi. prantQ/are diTer?.itaS firæ nonqn,odo -centibus Physicis, sed et.am a Peripateticis tutius in !n„'„„?U' in similitudfne corporea illos Sanctos repræsentabant t Log., part. I, c. I, a. 9, p. 20-21 vol. I. e 'rJLT11' a ad 2' Sensu autcm improprio hoc nomen fi-U andum T T qU0Hbet sino' ^uod ad aliquid si fnl andum secundurn ass^imilationem ad aliud •; / lih. ?// £., 8-cif.^a^Tc': ^11"6 termin°' VGl terminis comPrehenditur ; I, 1 scd m^ f'">e ub fTectn m T T' "" 'nstra'n^', quo eausa prineipalis ad 'cTnatLPel CeDdT T"' "°n e° Spcctatnt cfrcctu"> simi!em Wr^f ' J natUraC Cansæ P™eJPS, q„ia ab hac om B \Z nctaT „!!",?• ^, EI,ectUS non ••1 ins.rumenm, >eu prmc ipali agenti; sicut lectus non assimilatur securi sed ni luæ est in mente arlificis ; III, q. LXII, a. 1 c primarias, et secundarias vulgo distinguunt. Illæ sunt, queniadmodum Lockius ait, soliditas, extensio, figura, motus, quies, et numerus !; istæ autem consistunt in quadam vi, qua primariæ pollent, producendi in animo sensationes, e. g., colores, sapores, odores etc. Iam in definiendo, utrum hæ proprietates re ipsa inveniantur in corporibus, ipsi valde inter se dissident. Nonnulli, inter quos idem Lockius, docent qualitates primarias esse obiectivas ^ secundarws autem esse subiectivas, nerape animi nostri affectiones, quibus nihil simile in corpore respondet. Alii, inter quos Berkeleyus, omnes qualitates primarias, non secus ac secundarias, esse subiectivas contendunt, atque inde idealismum eliciunt . Leibnitius denique 3, Garnierius , aliique non solum qualitates primarias, sed etiam secundarias esse reales voluerunt, atque istis, perinde ac illis, aliquid simile in corpore respondere arbitrati sunt. 73. Quid de hac controversia sentiendum sit, ita breviter declaramus: 1° Certum est proprietates, quæ a recentibus primariæ appellantur, esse reales, sive tales in corporibus, quales a nobis cognoscuntur. Etenim proprietates primanæ aliquid denotant, quo extensio in corpore determinatur, quia cum quantitas, tum figura, tum situs, tum denique motus extcnsionem exhibent diversis modis determinatam. Atqui extensio in corpore, uti ostendimus, est realis, hoc est, talis, qualis a nobis cognoscitur. Ergo qualitates primariæ quoque sunt reales, nempe tales, quales a nobis cognoscuntur. i Essai pkil., etc, lib. II, c. 8, § 9-21. Diximus secundum Lockium, quia alii diversis modis illas enumerant. 2 Galluppius {Saggi o fil., lib. IV, c. 4, § 44), cuius sententiam Saissetus (vid. Dict. phil. art. Matiere) nuper defendit, Berkeleyo concessit omnes proprietates, quas nos corpori tribuimus, non aliud esse, nisi sensationes nostras, quibus res extrinsecus obiectas mduimus, sed idealismum inde concludi posse negavit. Ast perperam. Nam, corporum naturam nonnisi ex eorum proprietatibus cognoscere possumus; quapropter, si cunctæ proprietates corporum non sunt tales, quales in corporibus a nobis cognoscuntur; concluiendum est nos naturam corporum ignorare, ac proindei dealismus Berkeleyi, sive scepticismus circa scientias rerum naturalium admittendus est. 5 N. E., lib. II. c. 8. Qua in re Leibnitius monadologiæ suæ placitis parum cohæsit Precis de Psycologief lib. I, c. 1, sect. 2, § 4, Paris 1831. cosmologu 125 sensilSUsunf SnneCUndariæ' Si sPec'entur relative, prout u., idcmqwquc°umpe;coprSu ?l per spec,em sensi,em ;cst%onu7s„UUnalseeSipSsTsUndat^ abS0,Ute> hoc • s>eipsis, atque lmpressionem anm ; Ssti " Fgana SGnSOria Producnnt^uædariiffido existtt . Emmvero compertum est qualitates se mi 1;, a corpore animnli pvrmi ™ j 4ua"i secunaanas dcrc. ur m,l n C°rp0re animaIi esse> si aterial ter cons derelur,,d ipSum, quod es, in quo|ibe, co " "™ Ke vera, cnm manun, igni admovcmus nrorn? ?l • I SSfcdHr" SCn"'mUS' ;Psamie "' aft L S^an6 fejjfc s asrts ™ ca S& mter aualilates Secundarias absolute snerinfr.c „, m apprehensiones sensibiles • non exirtfffl M ''" be'mes-tan?r, Simili,ud° repraZZfon i KoTeM 1 ro m SMn'tUd0 -atUra^ a"ia 1ualita'es sccunda,æ 'Toris, seu abim csst„ '„„,! II d,s .ngu.tur ab innnutatione 4 Cf Dynam., c.PI p^ voh ? "^" " °rSan° Producit pore animali '; 2° sensationes, quamvis affec Uones animi nostri sint, tamen non esse dumtaxat ahquid sub.ec . rum, uti Berkeleyus, et Humius voluere, sed etam ob.ect.ram, quia in rebus obiectis aliqu.d rerera est, quod e.s re spondet, et quod ipsarum causa est. De vegetabilibus 75 Postquam corporum vita carentium naturam, et proprielates exploravimus, propositi nostr. ral.o eiposlulat, ut de corporibus viventibus, seu animatis d.sseramus. Ab Hs in quibus infimus gradus vitæ viget, hoc est a yegeabil bul" eu plantis ordiamur. Quænam s.nt operat.one vege ativæ, e quomodo vita vegetat.va defimatur, al.b expHcuimus ; quare. hic dumlaxat quære n J™ nobis es, utrum principium vitale, seu an.ma .ns.t plant.s, et, s. v Um ™lanti inesse invenerimus, cuiusnam specie, illa sit. ABT. I. Vitam plantis inesse demonstratur 76 Aliqui veteres, secundum Epicureos, et Stoicos, alque non pauci recenlcs, secundum Cartestum, nul um, principium vitale plantis inesse pugnant, alque ex . s al.i mo tus ct effectus plantarum ex sola part.um extura t repetunt, ita ut non alio discrimine plantæ a ceter.s corpori bus quam mcliori, et nobiliori partium ord.ne distmguan tur \ rel per vires physicas, et chym.cas fier. arb.tran tur Horum sententiam refellimus sequent. 77 Prop Principium vitale, seu aliqua ammaplanhs tnest Probatur. Planlæ, uti s. Augustious inqu.l, non tantun ex vi exlrinsecus impellente, velutt cum ventis agttantur sed ex principio sibi intrinseco moventur, e. g., cnmsu cum attrabunt, quo nutriuntur, et augescunt,e t fol a fructus, aliasque planlas sib. s.m.les edunt . Atqui prw cipium vivens, seu anima iis conven.t, quæ se .psa ad ( ~7"cf s. Thom., In lib. IV Sent., Dist. XLIV, q. H, a. 2 sol. c et a. 4. sol. 1 ad 3. C \ cfVam., c. II, a. 1, et 2, P: 109-111 vol. I. i Præsertim Lamarck, Philosophie zoologique, t. I, p. JS, ris 1809, et Histoire naturelle des animaux sans vertebres, Inlrod. p. 85, ed. 2, Paris 1835. 4 De Gen. ad litt. pcrandum movent . Ergo vila, seu quædam anima plan ; 78. Prælerea, plantæ sunt corpora, quæ ex pluribus, IVTTT6 °rgan,S ^nflwtur, siquidem in eis, aienle B Aberto M., sunt radices ori similes, et stinites " tram, et cetera d.versa officia habentia >,.' Atq Pp rincfpinm substant.ale corporum organicorum debe e.sse anima qu.a ipsum efficere debet, ut corpora se ex se ipsis moi veant, alioquin organa frustranea essent. Ergo nrincipium substanliale, quod plantis inest, est anima 79. JJenique admissa adversariorum sententia, princimum, per quod plantæ constituuntur, et operantur deberet esse idem, ac illud, a quo corpora non viventia essentian,, et operationes suas sumunt/ nempe, ut ipsi contendunt, leges mechanicæ, sive vires chymicæ. Atqui hoc conseclanum cst absurdum. Ergo 4 J!!hi\fJZJu dem°nS(ratur: LeSes> ^ecundum quas veMtabiha constituunlur, et operantur, ut alibi diiimus ' ib ns d.flerunt, quæ constitutionem, operationesuue corlorum haud viventinm moderantur. Atqui diver has °e 5T„'. IT r" con1s.tituti.°nem.. et operationes entium perincnt, specificam divers.tatem principiorum arguunt Er 'hiueunaturSl prmCnip,Um' 6X ^^orporanonvivlntiaconhaniri e,'rhl peranlUr \consi?tat' quemadmodum Me-hanici, et Chym.ci contendunt, in legibus mechanicis, vel iribus chym.cis, tamen principium" ex quo vesre tabifia ^nst.tuunlur, et operantur, diversum esseTebet ' ri ?'".';?•• C ' a • P 98 vo1 '•, q LXXVm; aM'l ? "> ^ '• " > "' °> "• "•. • f oTuf/ £ Tbom°9dispp-> • unD •• •• entia' e ?" ',bl esPos"!mus. ddi potest corpora non vi-,,,n'„i g'' Uum' lapu' 'oms' sub qualibet figura, et vcl exi d n fi"arTT' VirSqUe SUaS retine'e: sed viventi; sinc ccru • Neouc Ur,V °i6 ",eC C."Sterc' nec °Perari Possunt. Neque d.cas cum P. Tongiorgio (Instit. phil., Psyeh.,lib. I c. imt.if'^ • P,antarum naturam dcrivari ex viribus unæ ex s P vs'cT,e irT PnVSieari"net °"5micarum rcsuHant. N m " is,7„, ' C' ehy|mcao, quocumquc modo coniungontur et ncrseeantur, supra condilionem naluræ mor, J™?£ ner. ", qtbus ZT VeSetabiliu'usi'e borum opcratioues sivc^le 'rP0qu n7norPSæieiCrUntU; ' sP.ee,averis • valdc pracs.a't oaturæ P rum inorganicornm. Ergo s. non per vires physicas, et chy Ut hoc magis perspicuum fiat, mente repetendum est plantas non posse nutriri, augescere, aut simile s.bi jrienere' nisi aliquid in novam substantiam transmutent . Atcui partes plantæ, quoad variæ sint, et exqu.s.ta slructura ornentur, hanc transmutationem per vires phys.cas, et chvmicas efficere nequeunt; nam hæ possunl quidem partes alimenti aliter, aliterve disponere, sed nequeunt illas corrumpere, seu, ut aiunt, alterare, ut inde nova substantia producatur. Ergo, ex adversar.orum sententia, operationes1 plantarum nullo modo fien possnnt H.nc nobiliores Physici, et maxime nuper. mgenue fatentur nerennem circuitum humorum, assimilalionem succorum, uuibus plantæ nutriuntur, et augescunt, et maxime reJroauctionem per vires pbysicas, et chym.cas nullo modo eX89CItraqueSpro certo habendum in vegetabilibus, nræ ter vires physicas, et chymicas, exislere pr.ncipium h.sc. mulm præslantius, quod' illisveluti inslrument.s ut.tu ad producendas operationes, quæ v.lales vocantur Hoc autem principium nos non latet, quemadmodum Cuv.erkis" aliique contendunt. Nam ex i.s, quæ de principiM constitutivis corporum statuimus, patet prmc.p.um .llud esTe formam illam substanlialem, quæ mater.am ad veffetabilium speciem de terminat, fonsque est omn.um operationum, quas in ipsis observavimus . mira, uti ostensum est, ne per harum quidem combinationem na Sr. ve"ettW Ham eiplicari potest. Accedit, quod chym.c, concor duer SeDntiun non posse fieri ullum vegetabile per comb.nat.one v rium nhvskarum, et chymicarum, immo nc unam qu.dem moleculaT orglnkam; cf Ber/elins, Traiti de ckimu, or,.m ^Hæ" tf dS-n. (Dynam. c. II, a. 1, p. 109 vol. I), suutpra. cipue^ vegeUbiUum^opcrat.one, ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ±> ^, § 1;3etzftt'neDani,n"', l.lkLV^ lon oraannation, in.ro '" ^Ex^hofclnUn^Uquod ^l™ i"ividnum sit eorpas inan |29 AaT.n.-Cuiusnau, speciei vita plantarum sit, inquiritur Quoniam vegetabilia vivere norsnptimnc : bportet, num iJlorum vifn u Pf.rsPex,mus > mvestigare 83. Plantas vim sentiendi habere docuit PJafo • m.n i Si£S?' Clmtat SmsibuS hadPollent \ > re mtileASf fMt,træ "' saPientissi'us, Eum um est Ain ; rUStra eg,sse Pro cert0 haben iH^L q -VSenSUS,n Planlis frastraoei forent Plan s ig.tur sensibus carere certum esse debet., ™;!TC'tUr h0C modoSensus viveutibus datur LStnr exterioribus, quæ ea destruere adnitun ur' Kr vRent^n C0USerVent> hoc est > t quæ sibi no"fa Entar Atnn; ?afqUe ad v.,tam necessaria eis sun" se quide? 6S im oCX nC:PUe P,antæ S6nSUS exP°s'Iau • W immnhilJf0r P^i. ' nam' cum 'Psæ ob radicem telideS„ adbæreant, et facultate e loco se moven asibu uaapns„d j : ips:s/r ^' quæ noxia sibTs^ allerofZ' '• qU a effugei"e non possent. Nec ' ia Cf Clem Alex.( 5(roOT) j.b ^ senpni. h-IpiniumVæ pZ ' ^e^S h,b; '• C' ^ • iir^ VCT, Jvmacip6 8;At 1818 1 .. Thom., 2 2-,. CLXVn7. ^'c?' ^' " a"b' :„; XCI- a- 3 ad 3.- i, „. x'vni> æ3 e. fHuos. Cbbist. Compend. II. 7 q 130 cosMOLoaiA bare possumus. Re vera, plantæ nobis haud præbent in se ulia illorum indiciorum, ex quibus nos an.maha sensibus pollere colligimus. Primo enim in lpsis non invenimus^organa ad sensationes apta, sed organa tantum, quæ nutritioni, augmentationi ..et.reprod^ ^ mserviunt: secundo, non observamus in ipsis illos motus ex miibus arguere solemus ammal.a sensationes, et anecuo ne quælpsas concomilantur, in se expennN.hil.gito in plantis nobis occurrit, ex quo sensus in ip.s arguere possumus . CApvT y De brutis Hactenus de infimo genere viventium, nempe planlarum nunc ad genus, quod iilo proxime super.us est, nemp. brutorum, explicandum accedamus. Abi. I.— Bruta non esse au.oinata demonstratur 87 Cartesius post Pereiram aliquorum veterum sen tentiamTnstaurans, contendit belluam esse merum matum, seu machinam affabre ™^WJ gium, ita ut omnes eius operat.ones^ non al.ud s.nt, ni. mntns aui leeibus mechanicis fiunt ". 88 Pron Selluæ non sunt automata, sed mla gauden Pwbatur prima pars. Si bruta essent automata secu. dum certas/immotasque naturæ leges moveren tun Atq belluæ non moventur secundum has leges. Belluæ ig.t. non sunt automata. . 89. M inor demonstratur ex præcipua lege ruotus, qu, huiusmodi est: Corpus in motu posilum V^sevem eadt vploritate ataue in eadem direchone, msi ab ahqua extt tclusa^ aut in alias partes deterrmnetu TTf Alb. M., Op. cit., lib. cit., c. 3. Qua in re adyertend, est contra Robinetum motus herbæ, quæ a manu ipsam att ecta>; M auæaue idcirco casta vocatur, et motus herbæ, quæ v, iXlTY^T^^ ° causara nomen heliotropn^h S„ullumTndidum sensationis præseferre, sed ex pmcipio >nt ib ^ petendos esse, quod varias leges, propnetatesque in varns motum, yel vicissim transeant; Xpe enuus aTlffl"1 ' v.is determinatus, ut ad hordeum acceda,, TmediL K" sam mvenerit, cursum skfii &J ' ai.meuiam los vens in brutis agnoscendum est g Pr'ncipmm vi T„STi.\C"^'" ".' "'io.ib.. "ffici,S "d" '•, qas,n bcllu.s compicimu,. E,go belluæ M ntr.;!. ' s' et Principim est operationum eius E" au.lem> 9.as in belluis obse/vamus Tmodo :stend.mus, e.usmod. sunt, ut naturæ automati cartesiani 1 Vid Dynam c. I, a. 1, p. 98 vol. I. 3 Cap ^'n,Ua?2 p. % iUqab^ contr; • 4, n. 4. • omnino repugnent. Ergo Deus automata, qualia Cartesius belluas esse contendit, condere non potuit. Il.-Cuiusnam speciei vila brutorum sit, investigatur Q4 Inter illos, qui animam inesse brutis tuentur, nemo contendit ipsam esse dumtaxat vegetativam, sed cum ^mnes animam^belluinam esse pnnc.p.um yegetat.vum faTantur, acriter disputant, utrum s.t pr.nc.p.um dumtaxat vegetativum, et sensitivum, an et.am .ntelleclivum. Q^ Pron la. Anima brutorum est sensitiva . Probatur Brutorum anatome nos edocet bruta nsdem exfernis internisque organis instructa esse, quæ y.tæ tnsitWæ hominis cum externæ, tum mternæ inserv.unt. Aau Torgana, ut scite advertit s. Thomas,.sunt propter noTnlias ' t Ergo in belluis facultates sent.end. sunt P % Præterea, bruta actiones exerunt, quæ facultates sentiendi expos tulant. Ergo anima brutorum est sens.U™ Anlecedel expositkWoperationum brutorum demonsiratur 3 Et sane de sensationibus, quæ referuntur ad res Sraas, dubTtandum non est ; belluæ enim .Uas.operatfones edunt, quæ visui, auditui, gustu., odoralu., et tactuTtribuun ur '. Quod autem belluæ sensat.ones suas, earumque differentias sentiant, ex eo ev.ncitur, quod .psae Ttilia a noxiis discriminant s. Phantast.cas vero operaUones a brutis exerceri vel sola illorum somnia ostendnT- '. Actiones autem memoriae sensitivae valde persp cuae in ipsis sunt. Memoriam, s. August.nus inqu.t, non i Ex huius propositionis demonstratione sententiae Cartesiana. abnormitas magis, magisque confirmatur. I i„ ',2 Ms ^erationibus • ^J^gj,„ m,ihns vis sentiendi, quantum illarum natura fert, tota evo.yi ur^ Sunt enim qnemauldum inferius dicemus, quaedam sp.c. I,!!! nuTe cum ad plantas proxime accedant, proindeque t fimo 0r,M.ViU. gradu polle.5., perpaucas operation.s v.ta TcfT TuTTloann. c. II, tract. VIII, n. 2. Quin etian, . exercendo hominibus longe exccllnnt. Irerum intelligibilium, sed harum corporearum et besliao !c£rCbSennulrlUr rNCC fac". e ..-Lira d"! citur, belluae expcrles sunl, quippe quod insae ut Ge deUreenSprreSdicUan1rr,CmUS' ?". 1oae 3S nam sfS f,? 'w ?Se am,Ca' aut inimica P™esciunt; nam, s, amica fuermt, tolae se comparant, ut blande a & exaCsepaeULt„Cr,P;ant; T" T° ' ™-ca praesagian^ S" sfrl, V q,UC ad\.Proellnm veluti accingunl, °in au leva Pt f ' Prod,turae,2 • enique non sunt mi6"cia I&nim reqUe" H? ln belluis aPPetilns S3nsitivi infcra' So'™ 'PSae,C,b°S' el ea' auae vilae snnt "ecesfSnl, q i 'U,ntur; e.a' uuae sibi noxia snnt, cavent; Cio imnPqH?,bUS,,0n' sibi,.couve„ientiS adeptio,'aut p" .essio 'mpeditur, a se amoliri conantur. ' w r°P' ' AmJna brutorum rationis est expers 3 tfontir oCOU!ra Codillachu rationis investigatione el nstUutione soc.ah, perinde ac homines, adquirerent At j ConL Epist. Fundam., c. 17. Cf Dynam., ib id. a 10 n 123 I „0lT;Uam bCS"æ; obse"'a„te s Basiiio BelaZ '/llom • mJri mZ Sn°abcrrantc. luandoque iter eommonstr.m ionemleMuk^rfr' T^ VetCrUm ". qul hacreticos ra m VI n /£i S vcbcmcntC1' redargucront. Cf s. Basil., . ""• V11 w Juexæm., n. 2s Orno TVvcc n„ ^ •/? • i .' , c. 30; s. Aug., De W,' Mfcf^^f -.^5^D' ^0 W 5 QZaniLaiiaTU^ C' ' 2 C' paSSim' Amsterdan. 1753. ' £ ^, HeTmstad/ms^6 ra"'0'!e ^1"' melius "." • Montaigne, ,„, ilb. n, c. 12, Paris 1725. I er b commcmo dus est Malcbranchius, De inauir. ve • V..J-11 llbVI> Pars ". c. 7. :• obtln tC'crlPaUCi aI" SCC,,ti sunlintcr na ?sitione , et sine hoc, quod ab alas doceantur, ut lia a noxiis discriminant, qu.a, statim ac in lucem eduntur, ea nuæ sibi consentanea sunt, sectantur, atque ea, quæ sunt rontraria, vitant. Ergo bruta ratione non pollent. 98 Præterea, si belluæ ratione pollerent, nec seroper onerarentur idem, nec omnes operarentur s.mi i mouo. K non operarentur idem, quia obiectum rat.on.s non est aliquod particulare determinatum, sed universal, et ?udeterqminatum, ac proinde ratio non ™^™AjT? determinatum, sed circa multa, atque oppo 't.a vrsatu^ Neque omnes eodem modo semper operarentur, quia,, cum ratlnem libertas consequatur, ipsæ pro l.bero ntellectus sui iudicio operationes suas diverso modo exererent. Id n animalibus" quæ ratione pollent, nempe,n homin.bu, conspicimus; hi enim multa, d.versaque agunt, neque- a, quæ agunt, simili modo agunt. Atqut belluæ, n cu que exnerientia compertum est, idem semper operantur, e quæ unius speclei sunt, cunctas suas operat.ones s.m.h ter exerunt f Ergo belluæ ration.s experles sunt. 99 Exinde hoc aliud argumentum conficere lubet. Illu. nronrium est aniroalium, quæ ratione pollent, quod s.ngu ?a cum a noto ad ignotum discurrant, operat.ones suas i di'es P^rfidunt, et tota species ex singulorum progress. sensim perficitur. Atqui belluæ nec singulæ suas opera tiones in dies perficere valent, nec unaquæque spec. ex variarum ætatum success.one progredi potest, qui •psæ, ut diximus, ad quasdam operat.ones e™nndasJg ural iter determinantur, et quæ un.us spec.e. sunt, illa s"militer exercent . Ergo belluæ, cum nulhus progre ssu peTfectionisque capaces sint.ralione carere d.cendæ sum 1 Qq. dispp., De Yer., q. XVIII, a. 7 ad 7. 2 /„ lib. II Sent., Dist. XX, q. II, • 2 ad 5. 3 Qq. dispp., De Ver., q. XXIV, . 1 c. tæ fuTricX "esdem ope^stiones edere, emde=e modou £Jj edendis tenere, atque ex historns animabum de nt dem c on ^ discimus species brutorum, quse in prsetentis se a obus o tæ sunt, easdem operationes, eodem modo, ac illas, qua Ttti.Trth.8; dimcultate se e.pediret, contendit be.lu 100. Accedit quod, concessa brutis ratione, nihil certe :etat, qu,„ loquela, quæ, aienle s. Thoma, e t proi.r.um opus rat.on.s • eis concedatur, quia pleraque Z um organ.s ad voces edendas opporlunii instruuntur At .ruta habent qmdem signa naturalia, quorum one afft Uones suas secum invicem communicant '; sed ea a ner t aliniens,tirinn,Snnl0nge( d,Stant' qUia a brut's dnturP„aliis manifes.Pn. "T, ^T n ^,' u t affectiones suas ttis man.testent '. Itaque belluæ nulla vi intelligendi nolnt. An.mæ best.arum, subdit s. Augustinul, vivun ftd non mtelligunt . ' ' I 101. Obiic. Sunt aliquæ brutorum operationes anw '"lO™ Xr J"1611^6"^-" ^ commoP„strann Ergo .102. Resp. Neg. ant. Et sane operationes illæ i„ ioclamTlu^us3,"009 ^^ ^ nerilicelle" loc lam s.August.nus observaverat scribens: Multa mira nte oculos nostros de apibus vera sunt, longe tamen ab u.usmod, .rrationabilium animantium, quamffs m?rabili ensu d.stare rationem, quæ non hominibus et uecor ' us, sed hom.nibus, ange^lisque commum's es^ PQuod nonnullac brutomm operationes quamdam rat onis st aUur,nrdiP[rShCfe|rUnt' id ab Aauinate hac ra S ex" icatur lud.cia brutorum, cum sint instinctiva ac Drn ide naturaha , operationibus rerum naturalium sinfilia, tate reneetendi carent, ratio ipsis inesse 'nequu!' ^11"6 f' i, q. Xtl, a. 3 ad 3. 2 Cf s. Aug., De Doctr. Christ., lib. II c 2 n ? „ p-„, • .. Thomas, habent valde paucos concep'tus' Jos pauc ' na~ rahbus signis exprimunt ; Qq. dispp. De Ver „ iy f"l !i "n~ ; Etsi bruta animantia al^uid mnniE^ ^tionem intendunt; sed naturali instinctu aliquid agu™t ad auod amtestationem sequitur ; 2a 2æ a CX a 1 ° c' a quoa J >e Tnn., lib. X, c. 4, n. 5. ' ' J />o gestis Pelagii, c. VI n 18 Pf c Racn ct •/ •,,, Attende tibi ipsi n 2 lL' HomiL ln llIud: sunt. Quare bruta . . . sequuntur iudicium sibi a Deo inditum ; et proinde (( habent motus interiores, et exteriores similes motibus rationis % , ita ut (( habeant principium ordinatum de aliquibus s . Aht. III.— Utrum anima brutoruua materiaiis, an immaterialis dicenda sit, inquiritur 103. Animam, eamque sentientem, belluis inesse novimus. Iam anima, quæ in belluis vegetat, et sentit, una, et eadem esse debet. Re quidem vera, pnncipium, quod in brutis vegetat, et sentit, eorum forma substantialis esse debet, quia est illud, ex quo bruta in sua specie constituuntur, et ex quo effectus sibi propnos producunt. Atqui, ut alibi innuimus 4, in quolibet composito naturali forma substantialis non nisi una esse potest. Ergo unum, et idem est principium, quod in brutis vegetat, et sentit 5. Quia vero brutum naturam suam speciiicam sumit non ex eo, quod vegetat, sed ex eo, quod sentit G, con ~T~Op. Cit.a q. cit., a. 1 c.- la 2æ, q. XLVI, a. 4 ad 2. 5 Qq. dispp., ibid. a. 2 c. Exinde sanctus Doctor rationem expo nit, qua bruta quamdam prudentiam participare, et futura præ coqnoscere dicuntur. Quod ad prudentiam attinet, ita inquit: ti hoc contingit, quod in operibus brutorum animalium apparent quæ dam sagacitates, in quantum habent inclinationem naturalem ad quosdam ordinatissimos processus, utpote a summa arte ordinatos. Et propter hoc etiam quædam animalia dicuntur prudentia, vei sagacia; non quod in eis sit aliqua ratio, vel electio: quod ex hoc apparet, quod omnia, quæ sunt unius naturæ, simihter operan tur • la 2æ q. XIII, a. 2 ad 3. Quoad autem futurorum præ coqnitionem: Ex instinctu naturali movetur animal ad aliquid tu turum, ac si futurum prævideret : huiusmodi enim instinctus es eis inditus ab intellectu Divino ; Ibid.f q. XL, a. 3 ad 1. rræ stat etiam cum eodem sancto Doctore illud advertere quod nullus habitus proprie acceptus in brutis inveniri potest, quia habitus pro prie sumti, ut diximus in Dynam. (c. I, a. 40, p. 108 vol. I), ra tione comparantur, vires autem sensitivæ in brutis anmialibas non operantur ex imperio rationis (la 2æ, q. L, a. 3 ad 2). At quoniam bruta animalia a ratione hominis per quamdam con suetudinem disponuntur ad aliquid operandum sic, vel ater;n^ modo in brutis animalibus habitus quodammodo poni possunt Ibid.—t Pp. 105-106. . f s Hoc magis perspicuum fiet in Anthropologia, ubi de unnaie animæ in homine disseremus. „-mQi;c • e In hoc, quod est sensitivum esse, consistit ratio animalis , De sensus et sensato [Grice: Cf. Austen, SENSE AND SENSIBILITY, Austin, SENSE AND SENSIBILIA] isequens est illud unicum principium, quod forma subistantiahsdicitur, esse principium sentiens, seu principium vegetativum, quod ad altiorem ordinem principii sensitivi assurgit. Et sane, nulli dubium esse potest, quin principium sentiens pnncipio, quod mere vegetativum est, nalura sua excellat. Atqui forma perfectior virtute continet quidquid est inferiorum formarum ! . Ergo in brutis una eteadem anima, nempe sentiens, per diversas potcntias, quæ ab eius essentia fluunt % non solum operationes sensitivas, sed etiam quidquid anima vegetans in planlis præstat, exequitur. Quænam sit natura huius principii, cruod vesretat et sentit, inter Philosophos non convenit; ipsi enim pro suorum systematum varietate in diversas sententias dis3esserunt. At nos secundum theoriam peripatetico-scholasticam de pnncipns, quæ compositum naturale constiuunt, naturam animæ belluinæ explicamus. Atque in inm,s nonnullas notiones, quæ illius systematis veluti con.ectaria sunt, in memonam revocemus oportet 1 hsse materiale diversa ratione prædicatur de subtantns completis, ac de forma, quæ, uti ex diclis in ^apite pnmo colligitur, est substantia incompleta. Eteiim substantiæ completæ materiales dicuntur corpora pæ, cum actu lam constituta sint, extensione, divisibiitaie, alnsque corporum proprietatibus pollenl. Formæ utem matenales dicuntur illæ formæ, quarum esse, ut j. lnomas ait, est per hoc, quod insunt materiæ 4 , icrnpe tormæ, quæ habent esse concretum in materia la ut a materia in esse, et operari pendeant 5. E contraio, lormæ immatenales, vel spirituales dicuntur illæ for™, quæ a materia in suo esse non pendent, proindee abea separatæ subsistere possunt. Hinc formæ imlatenales, secus ac materiales, subsistentes nuncupantur. j^Jnterme matenale priori significatione acceptum, et I, q. LXXVI, a. 6 c. iuV^T 9b 6SS? tia animæ • in brutis ' • • Potentiæ non soim a„!latlVæA Seletiam sensibi^s; a quibus dcterminatur eo U Qq. dtspp., q. un. De Sp. cr., a. 3 c. • c Contr. Gent., lib. II, c. 30.-3 lhid^,ib> Jy^ c 81 6 PoLa æ lmma'eriaIes sunt Per se subsistentcs ; Qq. dispp., esse immateriale, sive inter corpus, et spiritum, nihil i medium esse potest. At vero si materiale altera signincatione sumatur, diversæ eius species esse possunt. Nam, cum formæ sint materiales ex eo quod a materia in esse, et operari pendent, ipsæ ob diversam rationem, qua ad roateriam deprimuntur , magis, vel minus matenales sunt, ac proinde minus, vel magis ad immatenalitatem acce "lOo. His præstitutis, sequentes propositiones demonstrandas aggredimur:, la. Anima brutorum non est materiahs eo moao, auo materiale est corpus. m j„. Probatur. Corpus est aliquid ex materia, et torma compositum . Atqui anima brutorum est forma.non^ tem ipsum compositum ex materia, et forma. brgo lpsa aliquod corpus esse non potest. Præterea, anima brutorum est principium, per quod ipsa vivunt, et sentium. Atqui principium huiusmodi non potest esse corpus, secus omne corpus viveret, et sentiret. Ergo . 106 Prop 2a. Anima belluina non est forma immatenalis seu quæ per se subsistit, sed ad genus formarum roaterialium pertinet, ita tamen, ut ad immateriahtatem pro xime accedat. . • __ Probatur prima pars. Natura uniuscumsque rei ex Cius operatione ostenditur s . Atqui brutorum operationes huiusmodi sunt, ut nonnisi m corpore, et per corpn. exerceri possint, quia operationes animæ sensitivæ, iiod complentur sine corporalibus instrumentis 6 . Ergo amma belluina etiam in suo esse a corpore pendet. Atqui tor ma, quæ a materia pendet, non est forma J"!e,"_ "f est forma, quæ esse suum concretum in materia nabc ac nroinde genus formarum materialium non supergrem tur \ Ergo anima belluina ad genus formarum matenalium pertinet. iQq. dispp., De Virtut., q.I, a. 1 ad4.-2 Contr.Gent lib. II, c.68 s I q III, a. 2 sed contr.—1 Contr. Gent., hb. II, c. 08. s i' (j LXXVI a. 1 c— 6 Contr. Gent., lib. IV, c. 11. i Forma, quæ uon est per se subsistens, non habet alium m dnm a modo subiecti, quia non habet esse, nisi in q™ntnm e. actus talis subiecti, et ideo mensura compositi ; In hb. IV deni. Dist. XLIX, q. II, a. 3 sol. Idem argumentum hac alia ratione exhiberi pojest: Omnis res secundum suam formam, sive secundum uam speciem agere debet, quia forma est principium, x quo acliones oriuntur; (juapropter, si anima belluina sset torma subsistens, proindeque immaterialis, actiones ognitrices eius circa immateriale versari deberent. Atui consequens est falsum, quia cognitio brutorum, uti stendimus, supra sensilia non assurgit. Ergo anima beluina genus formarum materialium non supergreditur 2. 108. Altera pars ex cognitione sensitiva, quæ bellua;um propria est, facile colligitur. Enimvero ratio comtionis ex opposito se habet ad rationem materialitais . Atqui sensus species rerum sensibilium accipit quiem cum earum conditionibus materialibus, sed tamen sine xaterxa . Ergo, sicut anima intellectiva ex eo, quod abstrahit speciem non solum a materia, sed etiam a laterialibus conditionibus individuantibus 5 , est immænalis; ita anima sensitiva, in qua sunt species rerum ensibilium, sine propriis materiis, sed tamen secundum mgulantatem, et conditiones individuales, quæ conseuuntur materiam 6 , non esse quidem forma immateialis, sed ad lmmaterialitatem proxime accedere dicena est 7. IV.— Qua ratione anima belluina indiyisibilis sit, explicatur 109. Brutorum anima spectari potest vel dumtaxat prout [ Id iam Gennadius {De Eccles. Dogmatibus, c. 17, App. ad Opp. i Aug. t. VIII) docuerat hisce paucis : Solum hominem credijius habere animam substantivam . . ., animalium vero animæ non iiint substantivæ .—2 T) q# LXXXIV, a. 2 c. lbid.—>> Ibid.—s Qq. dispp., q. un. De Anim., a. 13 c. Exinde perspicitur animarn belJuinam non esse materialem, peride ac formæ rerum animæ expertium, atque animæ vegetabium. Etenim cognitio sensitiva supergreditur non solum operatioes rerum vita expertium, quia hæ sunt a principio extrinseco, ia autem a pnncipio intrinseco ; sed etiam operationem animæ egetabihs. Nam operatio vegetabilis fit per organum corporeum t virtute corporeæ qualitatis ; verum cognitio sensitiva expostuit quidem quasdam qualitates corporeas, non tamen ita quod lediante virtute tahum qualitatum operatio animæ sensibilis proeaat; sed requiruntur solum ad debitara dispositionera organi • i q. LXXVIII, a. 1 c. est in se aliqua forma, abstracta a corpore, quod infor mat, vel prout actu corpus informat. Iam, si priori modc consideretur, nonnisi veluti indivisibilis cogitan potest Etenim divisibilitas est proprietas quantitatis, atque hætelligi potesl IZnTTJi v f,m-' vel P-er eorruptionem in destructio dumtax. W „2^?' " F huiusmodi rum,'redigit ;,„m q^innoneTrjSZ^ '" "ihilura tan potesl, qu0'd esse sibi, onr um ha w ^•tUm ^ .Lelluina non habel alinrf „ P" et.' -an,ma autem Per se corrurnpi dicf nol,. ^ n,M comPositiNeque ipsa p alibi diximPus ' noPn fo mCa°errUP^° enira> et e\o, [tiali proprie conveni, Bni^ ' -ed comPos'l° substan animam Uufoam" ex "E Tunli Ve Pot-' • V, a. 4. •.C;t"aoS' caorr0unC,PuAnnt„m T a0'1","130' COrruPto corPn" ear„m ..tX^K."^ "Jum "^ T PCr h°C' •" "on potest „; Qq. 7W., Oe PolP'' V ". T-iT" Pdilos. Cdrist. Compend. II. ' gnitione sensitiva pollet, est corpus, yel qnælibet forma I forporea. Atqui ex sentenlia Scholaslicorum neque corI PuTneque quælibet forma corporea cogn.t.one sens.t.va pollet ; nam anima bellnina, cui cogmt.o sens.t.va altr uitur, non est corpus, imo indivis.bilis est, atque ets. forma materialis sit, tamen ipsa a celer.s form.s matenalibus differt. Ergo illam sententiam mater.al.smo v.am s ernere summa iniuria asseritur. Neque dicas; n.mam bellu.nam, etsi ceteris formis mater.ahbus anteeellat, l ™n,£ iis non differre, tum quia est, per.nde ac f%'^%e.r^' tum quia per virtutem corpoream produc.tur Eten.m quod spectat ad primum, formæ mater.ales.ex Scholast^o rum sententia ',' non pollent eaden, \.V^lf^™\\Z. III, c. 97. -•- Paf; 5 I a CXVIII a. 2 ad 3. Cf ln lib. II Sent., D,st. XVIII, q, • d 8 circf" uto um animam præstat legere noviss mum opus £ tecriTnue- V inirnortalit, de V ame de, W' " m Thoma, d' Aquin, par 1' abbe J. Beney, Autun. Igj ARr.I.-Rerura raundanarum colligatio exponitur Anol' ^ili^nl P°r NenJesium S Auctorem Librorum £ :$£: „p ';TkS^iv^'^-z lium infimn,Mo^ quoniam vita vegetativa est om SiftSs:; fs fiecnu„r^r!su,nuDv ct •" unt belluan nnL -i d,cu.nlur Supra plantas assur 121 d15/ ?• eo infusas cognoscunt. F lt ffii.™ erent,as>. nemPe qualitates essentialos, „uæ 1 cgui sabTicfuXr^ lamen SeCU-m consentiunt^er 1 #e naf. Aom., c. 1. : SSSSH'it • Deus ellunt,consideran/æs„„ veZn^!!'' " "S0 hæ' Pr^'i"e alii "a, qa.nt.im ein fmb cil ilas 1° £^5 S S' PCr q"°S menS h Comm.,„ .. m/ceB^^-^^^^-onen.Deiascendit. j£g rent tamen in eo conveniunt, quod utraque suiit substan tiæ.' Animalia a vegetabilibus dissident, quod ipsa sen sum habent, quo plantæ carent; at in eo consenliunt, quod ambo vivunt. Homiues a brutis discriminantur quod ra tfone præditi sunt; sed, pcrinde ac bruta, sent.unt. Cum s int Angeli snbstantiæ mere intellectuales, d.fferun ab hominibus; secl hi cum illis conven.unt, eo quod,„ eH, gunt. Insuper ex diversis speciebus una est altera perfe ctior', immo in eadem specie sunt diversi essenl.ales gra dus perfectionis, indeque diversæ, ut recentes, a.unt, clas ses existunt Ex hoc fit, ut nobilior natura per spec.enr vel clasem inferiorem, quam complectitur, cum ea, qua et homiue" Juiumquc sit gradus perfcctioms vel n planta, vel in brnln st connexioUsSmfillOS ^ ^ ££££& si connexio, sed non continuatio. At vero non nv.fi r Mtes,,nter quos Bonnetus , Leibnitium secmi K et gat.onem per legem continuitatis explicarc co > cndun " mnes speces rerum, secundum ipsos, Ha intr se ve" .continuam Imeam efforment, quæ a reeno minerali nd etabile, a vegetabili ad animale, et ab°ani aiadho mem progred.tur. Hæc autem continuat o f per ste' cs ac^nvocas, nempe species, quæ intcr duas quasJue" 'op^smu.01 Part,C,'PeS W™™™, qæ ær 120 Lex continuitatis absurda esl. £ ner ^T^T et Leibnitius fassus est nullam speciem mediam inter hominem et D( luam in nostro terrarum orbe inveniri, sed contendit nihil Prohlb^ quin illam in alio orbe existere putetur {N. E., lib. IV, c. 16, § U Denique impius Buchnerus hodie pertendit Æthiopes esse speciem a quivocam, per quam species belluina cum humana continuatur, qu ipsi in sua structura organica præ se ferunt multa, quibus ad simia proxime accedunt {Force et matiere, p. 75, et 76, ed. cit.). Sed na commenta Lockii, Leibnitii et Buchneri sunt adeo futilia, ut vix co futatione egeant. Et sane, quod ad Lockium attinet, sicut, aiente s. A gustino, videmus infantilem animam nondum coepisse uti ratior et tamen eam rationalem dicimus {De Gen. ad litt.,\ib. VII, • n. 10); ita homines, qui imbecilles a nativitate sunt, etsi ratio quivocam inler belluam, et vegetabile. At id omnino falium est . Nam polypus, etsi, ob structuræ or^anicæ sim)Iicjtatem, propius, quam celeræ belluæ, ad plantam iccedat, tamen est animal, et non aliud, nisi animal; quia >ennde ac an.mal, sentit, se ipsum movet, et nutrit, manucat et digerit 2. Art.III.— De ncxibus djnamico, ct teleologico rerum raundanarum 130. Ncxus rerum mundanarum non solum ex eo exur 9n utantur tamen rationales, ac proinde homines, dicendi sunt uod ad Le.bnitium spectat, quidquid sit de aliis mundis uos m hngit, procul dubio entia, ei quibus hic mundus constat ita ) se irmcem pendere debent, ut inde unicum systema eiurgat TVlTv rGrUm svstemate> Leibnitii iudicio, nullus hiatus se debet. Ergo, si qua species æquivoca inter hominem, et belam daretur hæc m nostro hoc mundo inveniri deberet. Denigue ichnerus dehrat, non philosophatur. Nam, quæcumque sit simi;udo quæ, structura organica spectata, inter simias, et Æthiopes tercedit, certum est Æthiopes ratione pollere, qua simiæ, perinde rel.quæ best.æ, carent, eorumque aliquos ipsam adeo eicoluisse viri in primis eruditi, atque acuti evaderent. Gf Flourens, Histoire des travaux, et des idees de BufTon et ivier, Histoire des travaux, etc. ' 2 Magis autem absurda est opinio illorum, qui cum Robineto (Conlcrauon phil. sur la gradation naturelle des formes de V ttre ou Les wis de la nature, qui apprehende d faire Vhomme, Amsterdam 1768) otquot sunt in mundo, diversas naturas, non esse aliud, nisi diversa iimenta unius naturæ, nempe humanæ, et diversas ætates, quas ica illa natura percurrit, usque dum formam omnium perfectissim nempe humanam, assequatur. Sane, si omnes species sunt trans tationes unius speciei, conscquitur unicam esse omnium rerum, æ sunt essentiam seu substantiam, et dumtaiat accidentia diver Atqui hoc absurdum est, quia diversæ naturæ, seu species ren,U iU,SffSCala mUndi constituitr, secundum essentiam, ut viuas 1 r"' Ergo absurda est opinio eorum, qui 'omnes ^uras rerum ab un.us speciei evolutione repetunt. Accedit 1° quod a, quicumque gradus eius sit, ei evolutione naturæ, quæ in pri ei cvolutione materia bruta est, secundum hanc sententiam, eiurU d quod de vita vegetativa et sensitiva abnorme esse ostendis, ct mag.s absurdum esse quoad vitam rationalem hominis suo de.nonstrabimus. 2 Quod si mundus, uti philosophi isti conten \ Ura "ZZTT ^^,n-tti ^GCiUS fuisset> Deus OIUoil" > r o nP SUCt0r n°n CSSet; id auod "laximeimpium est w Z . UinnTT aUtCm I,UiC VaIdc allini' oua'u Lamarckiu wm, aluque hodie propugnant, in Anthropologia dicemus git, quod ipsæ, eo, quo exposuimus, modo, inter sese collio-antur, sed etiam ex eo, quod muluam in sese actionem exercent, atque ex eo, quod una alteri inservit. Hinc duo modi connexionis rerum, nempe per causarum efftæntium, et per causarum finalium colligationem existunt; quornm primus nexus dynamicus f, alter teleologicus 2 ap peilari solet. . Nexus dynamicus in mundo invenilur probatur. Nexus dynamicus in mutua rerum in se actione consistit. Atqui res, ex quibus mundus constat, vim actuosam in sese invicem exercent. Ergo. 132. Minor ex ipsa contemplalione rerum evincitur. htenim certum est res corporeas aliquid in organa sensoria corporis nostri agere, quippe quod, nisi quidquam m ea agerent, illarum sensationes in nobis fieri non possent. Certum quoque est nos in res corporeas, quibus circumdamur, multa agere, ut illas ad nostræ vitæ utilitatem, oblectationemque accommodemus. Certum denique est res corporeas in se ipsas aliquid invicem agere; constat emrc inter omnes terram, et corpora coeSestia se mutuo attrahere vi gravitationis, unde regularis ille motus planetarum exoritur, corporaque, quæ in terra sunt, sive sim plicia, sive mixta, mutuas actiones in se exerere ob vim attrabendi, et repellendi, qua poiient 3. 133. 2a. Nexus, qui per causas finales eflicitur, ii mundo existit . i Ita dicitur a vi, seu energia {Svvapis), quam res naturales ii se exercent. . . . 2 Ita appellatnr a /me {rekos), cuius gratia una res alten inservit 5 Hanc propositionem demonstrantes pro certo sumsimus, omne res, quæ in mundo sunt, vi actuosa pollere. Id enim tura ex us quæ de viventibus, immo de ipsis corporibus manimis lam dict sunt, aperte coliigitur, tum ex theoria de principns constitutivi rerum, materiali nempe, et formali; principium enim formaJe, i suo loco vidimus, est principium activum, quia quælibet res ex e ipso, quo constituitur, vim operandi accipit. Hinc s. Damascenu! Actus est vis, motioque cuiusque substantiæ, qua caret lllud . lum, quod non est ; De fide orthod., lib. II, c. 23. Argument autem, quibus cum Malebranchio omnem activitatem, vel cum LeiJ nitio activitatem transeuntem substantiis creatis repugnare pro tur, nullum pondus inesse iam alibi {Ontol., c. IX, a. 2, p. e et a. 7, p. 71, sq) ostensum a nobis est. Philosophis, quos causis finalibus infensos esse mnuimus m unu Probalur Partes nniversi, ut s. Tbomas inqnit, ita ordmanlur admvicem, sicut el partes exercitus adinvicem' Atqu, ex.nde nexus teleologicus exurgit. Ergo ' 134. Mawr cx phænomenis, quæ in tota hac rerum an.versUa c cernunlur, ea cvidentia probatur, qua nnl™ ma.or des.derar, potest. Enimvero sive in coclum sive m lerram s.ve in mare oculos coniiciamus, in phænonena ...c.d.mus, quac rerum alias aliarum finibus.comnodisque ...scrv.re luculenler commonstrant. E. g. ex v i/ent.bus plantæ ad nutrimenlum belluarum, ct bominum cdum RoLClJellUæ 'n USUm' commodumque hominum nodf J LV|fe exPertes> P'a aqua, acr, aliaque huiusnri ;; :, l A,rUm' telluarum> e' hominum bonum comrfhn! • AtmosPhera. resp.rationi, et sustenlandis vawnbus, qu. ex aqu.s or.untur, deservit ; venti vanores n nubcs cogunt, ct noxias exhalaliones dissipant; aPqnæ x mont.bus decurrunt, ut planlæ, brnta, et nomines ad c s„,(„,„nem lpsls utantur. To(a ter corpora. afconcenumTl|SeSe ""'T gravitant ' et 8™^°™ U' n! V m.' s,ve hi,rmoniam efficiunl, quæ a ronomos incred.bili stupore percellit. Hic vero concen is non modo inter diversas naturas rerum, ex cfuibus rial,', r ? h.°die 'U0ntUr> necnon Bttchnerus, ajiique Ma ".„,, uuntA' contra> cognilio causarum finalium ad lese phæ : u0, ZZZTeZT r110 præsidi0 est' lr,ntu,n bes' nt '" ' not : auæsun, „r CU'"S,!U0 "'' facile cst operationes ; 1'" 'ees phænomcnorum non sunt r. Co eo/„u'. fi„UKdUm qUaS feS corPorc0° neeesssrio operan-es „1, 'n,r S lbus rerl"n • n""° nc?olio Possunt cognosci .uui "on id, quod absolute, sed id ber ti iS ? suPernaturaIe est> admittunt. Ut de uno Gio bertiu dicamus, hic pertendit quamlibet naturam esse naturalem si h,s iiZ7 1PSa SnPeriore'n' supernaturalem, siri aliam natuTam 384 et ^TrT Jafe:atUF ^eoHea del ^vrannaturale, not. XLV, p seriPsi' quoqu/ pJrsuasione m de ex C rc DrotnSre?atUraliS ab ^noratione ™™ profuisci;quonitnr^Hc f casarum progreditur, ambitus ordinis super. naturahs coarctatur. Yid.Filo,. della Rivel., § 3, p. 13, Torino 18o( dine morali, qui circa humanas actiones versatur, prout hæ ad finem hominis spectant; denique, ne cunctos enumeremus, ab ordine politico, in quo gubernatio civitatis fundatur. . 139. Normæ, secundum quas ordo physicus eincitur, leges naturæ, vel pkysicæ vocantur f; et consecutio eventuum secundum ordinem physicum, nomine cursus naturæ designatur. Art.V.— Ordinis naturalis existentia, et ordinis supernaturalis possibilitas adstruuntur His notionibus praestitutis, inquirendum nobis est, an ordo naturalis in mundo exislat, atque an ordo supernaturalis sit possibilis. Ordo naturalis in mundo existit. Probatur. Deus mundum ita debuit, et scivit creare, ut fini, ad quem ipsum destinavit, adamussim respondeat. Atqui mundus non potest finem assequi, ad quem Deus illum destinavit, nisi ordo in ipso existat, quia ordo, ut diximus, est apta partium ad finem assequendum dispositio. Ergo, si Deus est auctor mundi, ordinem m mundo esse pro certo habendum est 3. 141. Quod si res ista cum iis agatur, qui Deum esse auclorem mundi negant, argumentari adversus lpsos licet hoc modo : Ea, quae in mundo sunt, ipsis Atheis non diffitentibus, unicum systema efficiunt. Atqui ex pluribus, diversisque rebus, cuiusmodi sunt mundanae, aliquod unicum systema exurgere non potest, nisi speciales, aiversique earum fines ad finem unicum totius systematis con i Secundum s. Thomara hae leges sunt quaedam impressiones a Deo factae in rebus ratione carentibus, ut hae in certum finem mclinentur, atque determinentur ab uno prae alio modo operandum: Sicut homo imprimit denuntiando quoddam interius principmm actuum homini sibi subiecto, ita etiam Deus imprimit toti naturae Drincipia propriorum actuum; et ideo per hunc modum Deus dicimr praecipere toti naturae ; la 2ae, q. XG, a. 4 c. Sed de hac re fusior sermo erit in Philos. morali, p. I, c. IV, a. 3, ubi de lege aeterna verba faciemus. 2 Possibilitatem dumtaxat ordinis supernaturahs PMlosopnus 10vestigare debet, nam Theologorum est inquirere, utrum, nec ne aliquis ordo supernaturalis a Deo in mundo constitutus sit. 3 Gf s. Thom., la 2ae, q. CII, a. 2 c. Ciirrant; concurrere autem ad hunc unicum finem non possunt, nisi res ipsae inter se colligatae sint, nempe nisi ord.ne inter se contineantur. Ergo si cunctae res, ex quibus muridus conllatur, unicum svstema efformant ordo, procul dubio in mundo existit1. 142. Advertendum etiam est ordinem universalem quo, res omnes un.cum mundi systema constituunt, ex multis ordinibus particulanbus inter se connexis efformari Id a s. Fhoma sequenti comparatione declaratur: Oportet quod omnes particulares ordines sub illo universali orchne contineantur, et ab illo descendant, qui inveniuntur 10 rebus, secundum quod a prima causa dependent Humsmodi exemplurn in politicis considerari potest Nam omnes domestici unius patrisfamilias ordinem quemdam ad invicern habent, secundum quod ei subduntur. Rursus autem lam ipse paterfamilias, quam omnes alii, qui sunt suæ civitatis, ordmem quemdam ad invicem habent, et ad pnncipem civitatis, qui iferum cum omnibus, qui sunt m re^no, aliquem ordinem habet ad regem2 . 143. 2a. Nihil prohibet quominus ordo naturalis in mundo cum supernaturali coniungatur. Probatur. Ordo supernaturalis neque ex parte Dei ne•que ex parte rerum creatarum, neque ex parte ordinis a Weo creah aliquam repugnantiam exhibet. Ergo. Et sane non repugnat a parte Dei; nam sapientia, et potentia Dei creal.onc naturæ non exhauriuntur, ac proinde Deus rebus a se crealis perfectionem Iargiri polest maiorem ea iquarn earum natura expostulat, ita ut actiones naivis suis |vinbus super.ores exercere queant. Nec mpugnat a parte \rerum creatarnm; hæ enim, ut alibi diximus 3, potentiam obedientiæ a Dco acceperunt, ut valeant ea in se recipere, vcl agere, quæ facultates suas naturales præterorejfliuntur. Nec demum ex parte ordinis a Deo creati; nam ordo supernaturahs ordinem naturalem distinctum servat et lpsum, qu.n perturbet, perficit, quia naturas rerum ad ctiones supenons ordinis exerendas aptas reddit •antInme„dUl,°S' 1ul.mala.. 1æ in mundo conspiciuntur, csagge Zia IJL v'-s 0f: 'I q. CV, a. 7 ad 3). Rousseavius (Rousseau, Lettres de la montagne. Lett. III), aliique contendunt nos numquam posse cognoscere, an aliquod opus sit miraculosum; quia, cum non sint nobis omnes leges naturæ perspectæ, cognoscere haud possumus, utrum, necne aliquis effectus vires naturæ prætergrediatur. Ast ii omnino falluntur. Ei sane, qnamvis non omnes leges naturæ nobis sint exploratæ, ind( inferri nequit nobis exploratum esse non posse, utrum, necne aliquis effectus vires naturæ prætergrediatur. Nam nos miracula dicimusilb opera, quæ exploratis naturæ legibus adversantur. Atqui si non om nes, certe plures naturæ leges, eodem Rousseavio, eiusque asseclis fatentibus, compertæ nobis sunt. Ergo cognoscere nobis licet, nurr aliqua opera sint miraculosa. Frustra regereres posse fieri, ut aliqii: effectus, qui cum legibus notis non concordat, legibus nondum explo ratis sit consentaneus; repugnat enim dari in rerum natura leges du plicis generis secum pugnantes; ideoque duos ordines, quorum unun alterum tollit. Cf Bergier, Traite historique, et dogmatique de U vraie rdligion, part. V, c. I, a. 1, Paris 1784. 2 De falsis definitionibus miraculi verba non facimus, nam e theoria s. Thomæ, quam hic exponimus, quisque veram a fals definitione miraculi dignoscere potest. > Contr. Gent., lib. III, c. 401. e. g., est compenetratio duorum corporum, quæ in resurrectione I. Chnsti ex sepulcro non aperlo alque in Eius ingressu ad d.sc.pulos suos, clausis ianuis, Ivenil quippe quod, cum omne corpus sit naturaliler impenetrab.le, compenelrationem duorum corporum omnis creala visnullo modo efficere polest. .151 Miraculum vero quoad subieclum diciluropus, ciuod vires tolius naluræ crealæ superal non essentia sua sed [propler conditionem subiecti, in quo /it ; ila ut causæ fcrcaiac sim.l.a, il . efficere valeant, sed non in subiecto? W quo illud eflicitur. Ila certum nobis esl causas crea a Pd vilam, el vis.onem in rebus producendam concurrere qma v.vens a v.venle gignilnr, alque visio in animali pc.feclo per generat.onem oblinelur. At cerle vilam in jmortno cxsusc.lare, aut visionem cæco reslituere nulla d.a causa po.esl, sed solus Deus, 2. Uenique m.raculum quoad modum esl opus, ouod ec propler essentiam, ncc propler subieclum, sed pro iredimr hT'qU° v' y,res,tolil,s namræ creatac superTCdHur. Huiusmod. m.racula exislunt, cum ægrolus sine rævi.s remed.is, et sine olla crisi cimvalescil, viresque lorpons sub.lo resum.i, vel cum tempeslas in ranqu "iiatem subilo mulalur '. h-"" 153. Ex iis, quæ de notione, et diversis speciebus mi-,lo Vffal,,:MU,S' /aci'e ™\em&™> qid mirabileTuZ m !Aatmhh?yem> .iucu'enAue theoriam s. Tho iæ . Ad efliciendum mirabile duo requiruntur : 1° ut a præter naturam cum codem Aquinate dici possinl Mirarnlnm Cao~c nceo'' oo.d"' °Um Patet il,Ud "P-' "esM,o™ •odi.,-i n ' . ° °d. fl,,acv,s na'" illiim cffcclum vel omnino oduccre non potest, vel illum producere non polest in co subio: ",fluo. P;.od"C.um conspicitur. Miraculum ero coJa al m patrar, d.cHor, si in rcbus, in quibus fit,,, rcmanet. „t s. Tho ;:i,'r": cvntraria2 :d„ TT' qnT Deus fadt • Cr n0tUni est i,,,,d esse eff"tnm, qucm na odnH qU,dCm Produeere s^d non in illo modo, quo revera oduc.tur e. g., Ægyplum repente ranis scatere , q. CX, a. 4 ad 2; cf s. Aug., De Trin., lib. III, c. 7, 8, et 10. Fhilos. Crrist. Compend. II.? ^ causa eius sit occulta; 2 ut in re in qua fit, aliquid i insi repugnans esse putetur. lam utrumque duobus mod.s conlinge?e potest. Etenim causa eventus, quem admiramur, vel est occulla secundum se, hoc est, eiusmodi, u omnes lateat, vel occulta quoad nos, hoc est, eius modi, ut nuosdam solum lateat. Item in eventu, quem adm.ramur vel vere est aliquid repugnans in re, ad quam eventus pertinet, vel apparet esse, dum vere non est. Si cansa eventus, quem admiramur, est secundum se occulta, atque in re, circa quam ipsa versatur, est contrar.a d.spositto ad ipsum producendum, eventus est illud, quod miraculum vocatur; quia Deus, quippe qui in rebus omnib cretissime operatur, est causa occullissima, eiremotissima a nostris sensibus, atque Ipse tantum in rebus operari potest aliquid, ad quod res non sunt comparatæ. b causa eventus non omnibus, sed qu.busdam dumtasat s t occulta, neque in se sit aliquid, quod e. vere repugna sed solum secundum opinionem, seu apparenter, ellectus mirabilis vocatur '. VIII. — De miraculorum possibilitate 154 Miraculorum possibilitatem negant omnes ii, qui ob diversam, ut diximus \ rationem leges naturæ absolute necessarias, et immutabiles esse tenent. Nec al.a est opinio Rationalistarum ; nam ipsi comm.n.scuntur haud possibile esse ut facta, quæ leg.bus exper.ent.a umversim exploratis adversantur, cont.ngant, et ideo omn.a nuracula, quæ Sacræ Litteræ narraut, veluti mythos interpretantur 3. T^ou desunt notæ, quibus miracula ri nomiuis a mirabmbus diseeruantur. Eteuim illa ab istis dist.ngu. poss nnt on solom comparatione eventuum cum explorat.s nstnrse leg bus sed e t. m 1° ex inenio, indoleque eius, qui miraculum operatur num su pie tate nimique demiskne insignis, necne ; 2 ex modc, opersnd scilicet uum omnia, quæ miraculum concom.tantur, "dolean ^rel gionem, gravitatem, et modestiam, n.h.Ique snpemtauosi, etndaml præ se ferant; 3 ex fine cum operis, tum operant.s, hoc est numopu \i cultnm Dei promovendum, hominumque corda amore De. mua". manda spectet, et num operans glor.am De. un.ce quærat a pro priam gloriam et Iucrum aucupetur; 4° ex .-^.'^ effectus, quia opera Dei sunt firma, præst.g.aque c.to evanescu Cf Bened XIV, Op. cit., lib. IV, c. 4. 1 58 sq. 5 Horum commenta in unum collegit Strauss, F.e de Jdsut, trac ^5 1 P.roV-Deus eflicere potest miracula. n£c°L ri M,ra?ulu'"> t.ex dictis patet, existit ve! cam ootes, vJl a'T'.d "0vi facil' (Iuod natura efficere non potest, vel cum efTectum impedit, qui ab actione alicuius causæ natura ., consequi deberet '. E. g„ si Deus coeco I mraTr ™lt' ^^ n°vi in coeco efficit, quod „a: tara efficere „o„ potest, quia coecus visionem quam a effic ' ut "n" ^ rUrSUS aCWirer% non notest; si autem ! tTlffol, 8 "0n con,l,urat> '"'Pedit combustionem, quæ n,l5m,US pr°pnUS 'Sn,sAtuui "eum i„ rebus utrum • q !,?. d,w De Pot „ vi, a. 1 c et a 2 a,I t ua Wv?nr°ad ali,a hUiUSm°di fta'dlendum est-;'namsi Dcus om 1 v.vent.a ereav.t nonne potest vitam largiri vel plantac, ul rursus 2 ' frciusquo ed, vel cadaveri, ut homo reviviscat V Si Deus otes" L """' h°m™1™ tem conficiendi panis edocuit; nonne oranum„?,rPa,neS,tamultiplieare' ut non nl0d quinque muna mCf rw,",nt'Se,let'am mu,U illoru,n >gment. supcrsint? Cf Cruerwl, c. IV, a. 2, p. 232, not. 8, vol. I. nere, ut illud vel quiescat, vel alio cursum convertat. At si homo hæc, aliaque huiusmodi præstare potest, nemo cerle negabit Deum, qui ubique est, et operatur, cuiusque virtus humanam infinite excedit, potuisse hominem e tecto præcipitem in ære suspendere, ut eum a mortis periculo liberaret. Illud quidem inter actiones rerum creatarum, et actiones Dei, a quibus effectus causarum naturalium impediuntur, interest, quod illæ ordine naturali continentur, hæ autem vel quoad substanham, vel quoad modum \ires naturæ prætergrediuntur, prout effectus causæ naturalis vel a nulla re creata absolute lmpediri potest, vel impediri absolute potest, sed non in iis adiunctis, in quibus a Deo miraculum efficitur. 158. Confirmalur propositio ex eo, quod Deus, ut iam innuimus1, non ex necessitate, sed ex liberrima voluntate ordinem, qui in mundo conspicitur, constituit. Nam, si ordo mundi non ex necessitate, sed ex liberrima Dei voluntate existit, nihil prohibet, quin Deus aliquid præter ordinem naturæ operari, seu, quod ldem valet, miracula patrare possit2. 159. Obiic. Si miracula fierent, leges naturæ essent mutabiles. Atqui leges naturæ esse mutabiles repugnat tum ex parte Dei, quia repugnat voluntatem Dei, qui illas constituit, esse mutabilem, tum ex parte ipsius naturæ, quia, cum naturæ rerum sint fixæ, et determinatæ, determinatæ etiam, proindeque immutabiles esse debent leges, quibus ipsæ gubernantur. Ergo miracula fieri haud possibile est. . 160. Resp. Conc. mai. ; neg. min. Neg. cons. ht sane, neque ex parte Dei, neque ex parte ipsius naturæ quidquam prohibet, quin ieges particulares aliquando mutentur. Non quidem ex parte Dei. Etenim Deus, cum leges naturæ liberrime statuisset, illas eadem voluntate, qua constituit, mutare, aut suspender e potest, quoties ordo Providentiæ id expostulat. Neque idcirco mutan Deus dicendus est. Nara Deus, ait s. Thomas, ab æterno prævidit, et voluit se facturum, quod in tempore tacit. bic ergo constituit naturæ cursum, ut tamen preordinaretur in æterna sua voluntate, quod præter cursum istum quan i 158 sq. Cf s. Aug., De Gen. ad litt., lib. VI, c. 43, n. 23 et s. Thom., Contr. Gent., lib. III, c. 99. Jg5 (loque facturus esset '. Neque ex parte ipsius naluræ Nam rebus, quæ a Deo crealæ sunt, ab Eoque conser' z °:;;i?r' r°n. repus,,at' --:: . est ipsas nutui Dei obedire. Alqui, cum le-es mundi ob immediatam actionem Dei mutantur, re frea æ nutui De, ipsascreant,s,conServantis,gubernandiSque obediant" mnfarP Nkf ^T™ T rePaS™1 leges eius aliquando Hri^Lmn (l"0SCum leSes "aluræ per miracu a mutari dicuntur, putandum non eSt miraculo lædi ullam le I Srffen".eralem ',at,Uræ' 1uia' Ul e all"tis exempt col t I gitur, Oeus miracula palrat non quia leeem ire, er-ilem • se statutam destrui. s'euia iu atura,duci" sensibilem per se, et immediate pro CAPVT VII. De mundi origine I.— Ulrum mundus a Deo sit crealus L..!61' Crefim\S n0mine intelligitur productio rei in ksc secundum totam suam substantian, >, ita ut causaNilas creant.s se extendat ad omne illud, quod i re in E uV ?naClldefini,Ur : Productio tot?uBr™eX jHimio, i ta, ut mhil antea exlet, ex quo res ednratnr iHinc valde distat creatio ab illa 'actione quæ simplkl' Qq. dispp., De Pot., q. III, a. i ad 6. Cf s. Bonav., In lib. I Sent., Dist. XLII, a. 1, q. 3 ad ara. ' Vid. etiam quæ adnotavimus p. 159 not 2 is if^i C"m.1,niracula ™nt™ nataram fieri dicuntur, id de natuw particulanbus tantum intelligendum est ; neuue ita ut earuin .atun/aji?e;tTe|Ur;,meC enim i,,Ud tantu" Postulat qu d 0 ^ i?P,7e/etUr' n°n niS/. °Pc™tiones sibi consentaneas exerere 01 Jes rwum,Vn nilraCUllS eiFeCtUS Hant COntra ordines PartiinrpVovirn;Semper secuudl" ordinem universalein Di aventurfoif,ff"'"' ^,'.1 '' "' 2 so' Creali. inqt.it s. BoSl:; t i 2,Sq "! SeCUndUm t0lUm "; ter effectio dicitur, nempe per quam subiectum, quod iam existit, immutatur. Duplex modus est caussandi. Unus quidem, quo aliquid fit, præsupposito altero. Alio modo caussatur aliquid, nullo præsupposito. Et boc modo dicitur aliquid fieri per creationem l . 162. Mundus a Deo esse suum habet per crea tionem 2 Probatur prima pars, nempe mundum habere esse suum a Deo. Omnes res, ex quibus mundus constat, non sunt ex se ipsis, sive, ut Scholæ aiunt, non habent esse ex se.± Atqui id, quod non est ex se, oportet ut sit ex alio, seu, ut babeat esse ex alio, quippe quod nihil medii est inter esse a se ipso, et esse ab alio. Quotquot igitur res sunt, ex quibus mundus componitur, esse suum ab aho habent. Atqui boc aliud, a quo res mundanæ esse suum repetunt, nonnisi Deus esse potest; nam ea, quæ non sunt a seipsis, cum habeant esse participatum, causam sui esse m eo agnoscunt, cui esse essentialiter convenit; Deus autem i dumtaxat est Ens, cui esse essentialiter convenit. Ergo omnes res mundanæ a Deo esse suum habent 3. 163. Probatur altcra pars, nempe modum, quo mundus esse suum a Deo habet, in creaiione consistere. Nequit Deus dare esse rebus ex materia præexistente. Ergo res a Deo efficiuntur ex nihilo, seu esse suum a Deo accipiunt per creationem. Antecedens ita demonstratur: A Deo, quemadmodum ostendimus, esse omnium entium onginem habet, proindeque esse ipsius materiæ, quæ et ipsa quoddam ens est, ita ut haud possibile sit esse matenæ existere, antequam a Deo efficiatur. Atqui, si res lta se habet, compertum est Deum res non producere ex aliqua materia præexistente, sed eas ex non ente, sive ex nihilo educere . Ergo. i In lib. De Causis, lect. XVIII. 2 Si quis, ita a Concilio Vaticano definitum fuit, non conntea tur mundum', resque omnes, quæ in eo continentur, et spmtua les' et materiales, secundum totam suam substantiam a Deo e: nihilo esse productas... anathema sit ; Sess. III Const. dogm. D Fide Cathol., Can. I, n. 5. I q XLIV a 1 c. Vid. etiam Contr. Gent., \\b. II, c. 13. Cf s. Aug.,' De Vera Relig., c. 18, n. 36; s. Ansel., Monol . 6, et AQUINO (vedasi). Demonstrationi directæ indirectam, quæ maiorem perspicuitatem habet, adiicimus. Ut origo mundi explicetur, hæ hypotheses fingi possunt. Nam vel mundus semper extitit, qualis nunc est, seu est æternus tum ratione matenæ, tum ratione formæ f; vel ingenita, et æterna est matena informis, et ex ea mundus effectus est per ordinem, seu formam, quam Deus materiæ in tempore largilus est 2; vel æternæ sunt atomi, et ex iis per inQnitum mane vagantibus, atque in diversas combinationes lemere coalescentibus, mundus, quem videmus, ortus lest3; vel mundus ornnino cst emanatio, aut evolutio substantiæ Divinæ, ita ut ab ipso Deo non distinguatur, ac promde sit, qualis Deus est, æternus ; vel denique a Deo e nihilo eductus, seu creatus fuit, ab eoque ordinem, quem præ se fert, accepit. Atqui ex his hypothesibus quatuor priores sunt absurdæ. Ergo, secundum leges syllogismi disiuncti, restat, ut quinta, quæ creationem mundi staluit, sit vera. 165. Minor probatione eget. In hac, relicta quarta hypothesi, de qua in Theodicea disseremus, trium priorum rlumtaxat ratio habenda nobis est. Iam abnormitas primæ, et secundæ hypothesis hoc ar^umcnto evincitur. Si materia, quocumque modo conci 1 Præcipuus auctor huius sententiæ fuit Aristoteles. Cf Jul. Sinon, de Deo Aristotelis, Paris 1839. 2 Hæc fuit Platonis doctrina, de qua dignus est, qui legatur H. tfarlin, Etudes sur le Tim. etc, Argum., § 7, t. I, c. 27, et not. .XIV; t. II, p. 179 sqq. 1 Ita opinati fuere Leucippus, Democritus, aliique veteres defen•ores atornorum. ' Hæc omnium veterum, recentiumque Pantheistarum sententia est. )piniones aliorum recentium, qui creationem impugnant, ad primam, |t tertiam revocantur. Etenim ipsi cum atheismum vel manifeste deendant, vel occulte insinuare adnitantur, mundum, vel qualis nunc st, semper exlitisse, vel ex vi ipsi materiæ insita evolutum, sensim[ue efformatum esse autumant. Prima harum opinionum defensa fuit i multis Incredulis sæculi proxime elapsi. Altera valde probatur Juchnero, aliisque materialistis Germaniæ. Ipsi enim, cum teneant lullam aham vim existere, quam quæ matcriæ inhæret, eamque tonnisi in materia existere posse, inde colligunt mundum ex vi ipsi natenæ insita evolutum, sensimque efformatum fuisse, ac proinde totionem creationis esse prorsus absurdam, quia creatio vim extra nundum positam, ab omnique materia seiunctam expostulat. piatur, nempe vel sua forma iam prædita, qualis est mundus, vel omnis formæ expers, esset infecta, ac proinde stricto sensu æterna, ipsa procul dubio existeret ex necessitate suæ naturæ, ideoque immutabilis, atque ab omni successione immunis foret; siquidem id, quod non est factum, ex se ipso esse debet ; id vero, quod ex se ipso est, existit necessitate suæ naturæ, et quod necessftate naturæ suæ existit, mutationi, et successiom obnoxium esse nequit, alioquin esset necessanum, et non necessarium, nempe necessarium, et contingens Atqui repugnat, docentibus ipsis adversariis, quosbic retelhmus, maleriam esse necessariam, immutabilem, atque ab o-i mni successione immunem. Ergo repugnat matenam, quocumque modo ipsa concipiatur, esse mfectam, seu stncto sensu æternam. Secunda autem hypothesis alns, nsque validissimis argumentis oppugnatur. Et sane, Deus non poterat materiæ ingenitæ largiri formam, quam habet, nisi ipsa ab Eo penderet, Eique subiiceretur. Atqui repugnat materiam, quæ est ingenita, atque infecta, ab ahqua causa anteriori pendere, ullique causæ extenon subnci. Ergu, si materia informis esse infecta, atque ingemta dicatur, Deum ex ipsa mundum, quem modo conspicimus, eftecisse dici nequit2. Præterea id, quod est ingemtum, nullam mutationem admittit. Atqui nihil ex eo, quod est immutabile, fieri potest, quia perspicuum est hoc lpso,, quod ex aliquo aliquid fit, mutari id, ex quo ht. Matcn? ergo, ita concludit Lactantius, si facta non est, ne tieri ex ea quicquam potest 3 . Accedit, quod Deus inhmt? potentia pollet, ac proinde putandum non est Eum, nor secus ac homines, non posse efficere quidquam, nisi e^ i Ex quo vides antiquos Patres philosophis, hæreticisque æter nitatis materiæ defensoribus iure, meritoque obiecisse, quod lps materiam Deo æqualem facerent, proindeque duos Deos commini scerentur; siquidem esse ei se ipso, seu necessitate suæ naturæ immutabile, et stricto sensu æternum, est proprium solius natura summæ, et perfectæ, scilicet Dei. Inter eos, secus ac Auctor Syst natur. (Systeme de la nature, part. 2, c. 2, Lond. 1770), impuden ter asseruit, recensendus est Tertullianus, qui æternitatem mund adversus Hermogenem ex industria impugnavit. Cf s. Iustin., Ad Gentes cohortatio, c. 23. 3 De ira Dei, lateria iam existente; sed tenendum est Eura, sicut nullo rtifice, ita nulla materia eguisse, ut mundum conderet ! 167. Absurdior est tertia hypothesis. Enimvero, atomi bsis Atomicis fatentibus, etsi insecabiles sint 2, tamen laites habent, materialesque sunt ; quocirca si repu^nat jiatenam esse ingenitam, repugnat etiam ingenitas esse .tomos. Atqui atomi, ex quarum fortuita concursione munSum ellectum esse Epicurus, recentesque Increduli comUiniscuntur, sunt ingenitæ. Repugnat i^itur mundum ex ftomis per æra temere convolantibus effectum fuisse. ' 108. Præterea, etiamsi demus posse dari alomos, certe •ullo modo evenire potuit, ut ex ipsis et singulæ res c quibus mundus conllalur, et ipsa mundi compages eflcerentur. Hoc m primis ex eo demonstralur, quod illæ omi tamquam ingenitæ adstruuntur. Etenim plures a!;mi non possunt ad aliquam rem efficiendam coalescere Mi quodammodo lmmulentur, quia necesse est ut ipsæ Jiquid in sese invicem agant. Atqui id, quod est in.Alteraai tem ratione asseritur rem creatam ordinem habere ad nih lum, quatenus ipsa est natura sua post nihnum, æqi ac si dicatur c, mtel hgenda est de duratione æternitalis, non vero pons, vel de æternitale temporis imaginati non ve° •eal.s, quatenus durationem ælernam Entis increati e sme successione est, sine aliqua successione imari nequ.mns. H.nc commode dici polesl Deum fnigM | mundum, qu.n vel Dcum in tempore esse, vel tem ante mundum fu.sse staluatur. Prius vero, ItmJu, seu ante, ct post si considerentur in ipso tcmCore 1 dub.o quædam e.us differentiæ sunt ; vcrum si' udcrentur relata ad æternilalem, non aliud den™ant rclat.onem temporis ad ipsam ; siquidem nos q i ess.on, assuet, sumus, concipimus esse immoTunA mslanhs, quod est proprium ælernilatis, fu?sse anam success.o temporis inceperit, et futu^um si'suc•o tempor.s desmeret. Quare dicimus Dcum fuisse ante ndeV' mUudum esse P°s eum, non quod Deum! nde ac mundum, tempore conlineri intel igimus sed . cum Deum extra omne tempus esse intfSus udum reqUC De-Um fuiSSe aule muudi oKem lundum esse incep.sse, cum iam Deus esset . i ¥• cit.t ibid., c. 23, n. 3. • q. XLVI, . i ad 8.- Cf s. Aug,D0 Civ.DH, ]ib. xh,c. 17, nl Si Deus mundum in tempore creasse ( catur, illud quoque dicendum est, fuisse tempus,inqmnium possibihum optimus, non quod optimæ sunt sinplæ eius naturæ, sed quod ipse, totus quantus est, a oono ad mehus in infinitum progreditur. Præter Platonem inter veteres, Abælardum in media ætate, minHJ m W uhJecni[\ ætatis initium, sententia de optimismo nundi MaJebranchio probata est. lifflr^WK desciene: !-. art Optimisme. Leibnitius etiam, a .nmcuitatibus adversanorum pressus, eo tandem devenit, ut theo rW par n"1 g n202OPtimO ' C°ntinU° Pr0greSSU derivaret5 vid' • Optiraismus raundi refellitur 192. Doctrinani de mundo oplimo, quocumque modo accipiatur, admilti non posse sequentibus propositionibus evincitur: la. Optimismus Leibnitianorum et per se absurdus est, et ad exitiales errores ducit. Probatur prima pars. Finis, ob quem Deus mundum creavit, ut in Theodicea videbimus, est manifestatio perfectionum Dei; qua de re mundus optimus ilie dicendus foret, qui perfectiones Dei ita manifestet, ut nihil supra. Atqui mundus, quilibet ipse sit, utpote finitus perfectiones Dei nequit ita manifestare, ut ipsæ magis, ampliusque manifestari non possint. Ergo hunc mundum, vel alium quemlibet possibilem esse omnium optimum absurdum est . Probatur altera pars. Doctrina de mundo optimo potentiam Dei, quæ omnem limitem respuit, limitibus cogit; atque Deum, qui in productione rerum extra se maxima libertate gaudet, necessitati obnoxium facit. Ergo ad exitiales errores ducit. 194. Antecedens ita demonstratur. Et sane : 1° Si Deus mundum omnium possibilium optimum creavit, Eius potentia iam exhausta est; quia, cum mundo optimo nullus alius præstantior dari queat, Deus iam effecit quidquid efficere potest. Atqui potentia, cuius obiectum exhauriri potest, imo iam exhaustum est, non est infinita. Ergo theoria, quæ mundum omnium possibilium optimum a Deo creatum esse statuit, infinitam potentiam Dei tollit2. 2° Si Deus mundum creare volens, debuit optimum omnium possibilium creare, non potuit ex infinitis mundis possibilibus 3 potius unum, quam alium ad existen Cf s. Thom., Qq. dispp., De Pot., q. I, a. 5 c. Adeo verum est optimismo mundi omnipotentiam Dei lædi, ut Abælardus, et Wiclefus, cum docuerint Deum non posse alia facere, quam quæ fecit, id quod omnipotentiæ Dei profecto adversatur, autumarunt quoque, uti paulo ante adnotavimus, illum mundum a Deo creatum esse, qui est omnium possibilium optimus. 3 Series mundorum possibilium, non diffitente eodem Leibnitio (Lettres d Borguet, Lettr. I), est infinita. Et sane mundi, qui esse possunt, tot sunt, quot sunt modi, quibus Deus esse suum cum rebos extra se communicare potest. Atqui series horum modorum est inn tiam vocare, sed eum, quem creavit, scilicet omnium optimum creare coactus est. Alqui ubi non est eleclio, ibi est necessitas. Ergo Deus hunc mundum præ reliquis posjsibilibus non ex suæ volunlatis consilio, sed necessilate coactus creavit. Quinimmo ex theoria optimismi illud etiam sequitur, quod Deus mundum, quicumque sit, creare cogitur. Etenim, Leibnitianorum iudicio, Deus mundum lomnium oplimum creare debet, ut perfecliones suas, quoad fieri potest, manifestel; ergo eo magis ad mundum creandum cogitur, alioquin perfcctiones suas non modo non quoad fieri potest, sed omnino non manifeslasset . Optimismus cliam eo modo, quo a Bouillierio, aliisque explicatur, reiiciendus est. Probatur. Ralio, ob quam repugnat ullam particularem creaturam esse omnium possibilium optimam, in eo, his •Optimistis non diffilenlibus, sita est, quod quælibet par ticularis creatura infinitum Esse Dei modo finito repræ sentat, ac proinde aliæ sunt possibiles, quæ Divinum >Esse magis, magisque manifestant; siquidem finito aliquid jsemper addi potesl. Atqui, etiamsi detur mundum esse in continuo progrcssu, ipse, cum nonnisi finitæ progres isionis capax sit, Esse infinilum Dei modo finilo semper manifestat, ac proinde alii multi eo præstantiores fieri jpossunt. Ergo eadem ratione, qua probalur, nuperorum jOptimistarum iudicio, nullam singularem creaturam esse iomnium possibilium optimam, probalur simul ne totum iquidem mundum, quicumque tandem sit, omnium pos •sibtlium optimum esse. 196. Adde his, quod continuus progressus in infinilum, nita; quia, cum singuli modi finitam entitatem, seu realitatem a Deo accipiant, horum series, quantumvis maxima dicatur, vel cogitetur, Esse Divinum, utpote infinitum, exhaurire numquam potest. Ergo series mundorum possibilium est intinita (cf s. Thom., In lib. III Sent., Dist. XIV, q. I, a. 4 ad 3). Exinde aliud argumentum, quo mundus optimus veluti in se absurdus redarguitur, confici potest; siquidem, posita doctrina de mundo optimo, series mundorum possibilium non esset infinita; quippe quod, postquam series a mundo minus perfccto -ad mundum magis perfectum progrediens, mundum omnium optimum lassecuta est, supra ipsum assurgere nequit. 1 Cf Fenelon, Rtfutation du systdme du p. Malebranchc sur la nature, ct la grace, c. 6, et Bonifas, ttude sur la Thtodicee de Leibniz, part. 3, c. 4. quem hi philosophi mundo, prout totus est, considerato tribuunt, prorsus commenlitius est. Etenim, cum mundus in tota rerum, ex quibus conflatur, universitate consideratus non sit aliquid abstractum, sed ex diversis naturis rerum compositum, non potest aliter ^inteiligi ipsum esse in conlinuo progressu, quam si ipsas naturas rerum in naturas præstantiores continuo transmutari admittatur, alioquin progressus non esset substantialis, sed accidentalis. Atqui repugnat naturas rerum ita progredi, ut aliæ in alias continuo transmutentur . Ergo repugnat in mundo inveniri illum progressum, quem nuperi Optimistæ commenti sunt. 197. Obiic. 1° Leibnitius, eiusque sectatores: Si Deus inter mundos possibiles optimo alium prætulisset, mundum sine ulla ratione sufficiente creasset. Atqui quidquain ne in Dei quidem operibus sine ratione sufficiente esse potest. Ergo Deus mundum omnium possibilium optimum creasse dicendus est. 198. Resp. Dist. mai., sine ratione extra Deum posita, conc. mai.y sine ratione, quæ est in ipso Deo, neg. mai.; eadem dist. neg. et conc. min. Neg. cons. Sane admittenda est aliqua ratio, ob quam Deus mundum creavit, quia Deus, utpote sapientissimus, nihil sine ratione moliri potest. At, cum Deus, ens sibi ipsi sufficientissimum, a causa extranea delerminari non possit, illa ratio non in perfectione mundi, sed in ipso Deo invenienda est ; nempe, ut s. Thomas inquit, est ipsa stia Bonitas z. Quod si ratio, ob quam Deus mundum creavit, non est perfectio ipsius mundi, sed bonitas Creatoris, consequitur rationem, ob quam Deus hunc mundum, non vero alium ipso perfectiorem, aut imperfectiorem condidit, non in perfectione ipsius mundi, sed in ipso Deo etiam quærendam esse. Hæc autem inquisitio supervacanea, imo temeraria est, cum de re agatur, quæ ad arcana Divinæ Sapientiæ pertinet. Talis quæstio, ad rem ait s. Bonaventura, est irrationalis, et solutio non potest dari, nisi hæc, quia voluit, et rationem Ipse novit 3 . 199. Obiic. 2° Si Deus crearet mundum 'omnium possi Cf Ontol., c. II, a. 3, p. 17. 2 Contr. Gent., lib. I, c. 86. 3 In lib. I Sent., Dist XLIV, a. 1, q. I ad arg. Cf s. Aug., Epist. III ad Nebridium, n. 2. COSMOLOGIA 183 hilium minime optimum, Sapientiæ, Bonitatique suæ flerogaret, quia minus honum est quoddam malum, æ![uc ac minus malum est quoddam bonum. Atqui conseimens est absurdum. Ergo et antecedens. | 200. Resp. Neg. mai> ; conc. min. Neg. cons. Sane Sajnentia, Bonitasque Dei non expostulant, ut Deus efficiat jnundum omnium possibilium optimum, sive absolute op lmum, sed tantum ut quemcumque mundum ex omnidus possibilibus efficere velit, ipsum efficiat relative, nemf>e m genere suo optimum, quatenus ei omnia largiri debet, per quæ et omnem illam perfectionem, cuius natura ;ius capax est, assequatur, et ad ultimum eius finem, qui bst manifestatio Bonitatis Dei, perfectum ordinem habeat. llud autem omittendum non est, perabsurdam esse ra jfionem, qua Leibnitius propositionem maiorem sui argujnenti probavit, quia bonum, et malum privative sibi opponuntur, ac proinde prorsus repugnat ullum bonum, >rout est bonum, esse malum, aut ullum malum, prout j:st malum, esse bonum. 1 Cf s. Bonay. loc. cit., q. II ad arg. Homo omnia, quæ in reliquis naturis rerum adhuc observavimus, in se exquisitiori modo continet1, atque ob suam facultatem intelligendi particeps est proprietatum, Eer quas substantiæ intellectuales, sive Angeli cæteris reus creatis excellunt2 ; quocirca ipse annulus est, quo natura visibilis cum invisibili copulatur, ut unica inde universitas rerum creatarum efficiatur $. Hinc tractatio de homine a Cosmologia, uti diximus , segregatur, atque peculiarem Philosophiæ partem, quæ ANTHROPOLOGIA vocatur, sibi propriam habet. In hac tractatione primo explicabimus quidquid ad unionem animæ, et corporis in homine spectat; deinde inquiremus 1° in quo essentia animæ humanæ consistat; 2° utrum, necne anima sit immaterialis; 3° quænam sit origo animæ; 4° utrum, dissoluto corpore, anima superstes sit, an cum corpore pereat. Quænam sit animæ et corporis uuio in homine inquiritur I. — Substantialis animæ, et corporis unio in homine adstruitur 2. Communis vulgo hominum persuasio est hominem non esse solam animam, aut solum corpus, sed aliquid, quod ex anima, et corpore conflatur 5 ; siquidem nemo, quantumvis plebeius, cadaver, aut animam a corpore separatam hominem appellat, latumque discrimen inter ca Hinc homo fjVY.poY.ovfjLog, parvus mundus, dictus est, quia, ut AQUINO (vedasi) advertit, omnes creaturæ mundi quodammodo inreniuntur in eo ; I, q. X.GI, a. 1 c. 2 Cf s. Aug., De Civ. Dei, lib. IX, c. 13, n. 3. 8 Cf Nemes., De natura hominis, c. i. 4 90. s De Dicearcho, aliisque paucis antiquis, et recentibus Materialistis, qui in homine corpus tantum admiserunt, alias disseremus. daver, animam, ct hominem non agnoscit. Verum quoniam unitas, ut in Ontologia vidimus , cst vel substantialis, vel accidentalis, non convenit inter omnes Philosophos, utrum unilas hominis, sive, ut aiunt, compositi humam sit subslantialis, an accidentalis. Et sane non pauci inter antiquos, recentesque vel aperte professi sunt animam per acadens cum corpore coniungi, vcl hominem ita dennivere, ut nullam rationem corporis haberent. Nos primum substant.alem, seu naturalem unionem animæ cum corpore in homine adslruemus, deinde quædam contra oppositas sententias adnotabimus. 3. S. Thomas, de unione anitnæ cumfcorpore disserens ait: (( fcx anima, et corpore constituitur in unoquoque noslrum duplex unitas naturæ, et personæ 2 . Yentas huius theoriæ, quæ in tota media ætate viguit, et iam a ss. latr.bus, al.isque antiquis Scriploribus 3, post Aristotelem, trad.ta fuerat, sequentibus propositionibus a nobis demonstratur: 4. la. Corpus, atque anima in homine adeo inter se comunguntur, ul ex ipsis una natura, seu una substantia completa constituatur . Probatur.Ea, quæ sunt diversæ naluræ, unam, eamuemque actioncm exerere non possunt. Atqui anima et corpus quæ m se seorsum consideratæ sunt diversæ res, nabent in hom.ne operaliones utrique communes Er^o corpus, et amma in hornine adeo inter se coniunubstanUa completa, sive una natura constituatur Minor probatur præcipue ex sensationibus, quæ non sunt >ohus an.mæ, aut solius corporis, sed ulriusque. Re uuiIdm,Veransensat,0.nes non.sunt solius corporis, quia cum psa s.t operat.o immalerial.s, a solo principio materiali, sr;lest r:pus' proficisci -w •>^ 3 ri6Ptia comprobatur, quia corpus, poslquam anima ab eo Cap. III, a. 1, p. 19.-2 in? q. rij a. j ad 2 W præ cetens s. Iustinum (Fragm. libri De resurr. carnis • 8) A henagoram (De resurr., c. 12, 13, 18, et 21) s Irenacum yeirid.^: l\ t't t^}De CtvDei> libXIX> ; ™° \ Contr. Gent., lib. II, c. 57. ° Cf DtJnam., c. III, a. 4, p. 119-120 vol. I. seiuncta est, nihil sentire experimur. Neque sunt solius animæ, quippe quod, cum anima sit immaterialis, res materiales nihil in ipsam per se, sive immediate agere possunt *. 5. Itaque neutrum (neque corpus, neque anima) habet speciem completam, sed utrumque est pars unius naturæ 2 . Quapropter homo nec corpus, nec anima est, sed aliquid tertium, quod ex utroque componitur 3. ld ex ipsa notione corporis animati clare intelligitur ; siquidem corpus animatum non est solum corpus, quia corpus per se est expers animæ, seu vitæ, nec sola anima, quia anima est naturaliter incorporea, "sed aliquid tertium ex eo exurgens, nempe corpus, quod anima informat. 6. 2a. Ex anima, et corpore unica persona in homine efjicitur. Probatur. Operationes in qualibet natura tribuuntur supposito, seu personæ, secundum illud Scholæ, quod in Ontologia statuimus, Actiones sunt suppositorum *. Atqui in unoquoque nostrum unum, idemque est illud, cui operationes animæ, et corporis tribuuntur. Ergo ex anima, el corpore una persona in homine constituitur. Veritas minoris ex interna experientia constat. Et sane nos iu nobis ipsis experimur, illud, quod in nobis intelligit, ei vult, essc idem ac illud, quod sentit, nutritur, deambu lat: unde unusquisque nostrum sicut dicit, ego volo, el ego intelligo. ita dicit quoque, ego patior, ego deambulo aut aliud huiusmodi. Atqui illæ operationes sunt sohuf animæ; hæ autem animæ, et corporis, quod anima m format. Ergo unum, idemque esse in homine illud, cu operationes animæ, et corporis tribuuntur, experientu interna constat. 7. Præterea, hæc personæ unitas, quæ ex anima, e corpore efficitur, ex iis, quæ in præcedenti proposition, nihil diciIfius; nam conlra istam opinionem eadem valent argumenta mhm personam non posse definiri naturam sui consciam stendimus 2; quippe quod rb ego secundum Kantium, alios>ue nuperos re ipsa non aliud, nisi personam, denotat 14. Denique Kosminius docuit rb ego non esse solam immam, uli Gartesius opinatus est, neque solam conscienHam, uu Kantius contendit, sed esse animam, prout conpa sui ipsius esl; nam subiectum humanum tum evant ego, cum per diversas operationes internas suarum fa;ultatum conscientiam sui assequitur3 . At Rosminius DefinXIII, § 55. Modus, ait, quo corporibus adhærent spiritus, et animalia Nihilominus Scholastici, Aristotelis, ipsiusque s. Augu stini doctrinis adiuti, de modo, quo anima, et corpus u nicum compositum subslantiale efficiunt, theoriam concin narunt, quæ cuilibet solidæ, et cuiusdam momenti diffi cultati aditum præcludit. Quæ theoria huc redit, quoartem formæ, non autem materiæ in homine expleret psum iorct principium, quo homo vivit; at hoc fieri ne[uit, quia corpon per se inspcclo nec vivere, nec esse inncipium vivendi convenirc polest, alioquin omne corius oporteret esse vivens, vel principium vitæ * 19. Alterum argumentum ex ipsa notione formæ subtant.al.s pet.tur: Re quidem vera, formæ subslantialis, oonenle Aquinate \ duo sunt propria. Primum in eo conistit, quod ipsa rei, cuius est forma, esse substantiale *rgilur, veluti pr.ncipium inlrinsecum, ex quo res in ua specie constituitur 2; alterum, quod a primo fluil, est, |UOd ex forma substantiali, et ex materia, quæ ab illa eterminatur ad aliquam rem constituendam, unicum esse jubstant.ale efficitur *. Atqui dubium non est, quin anima rga corpus hacc duo munia obeat ; namque 1° anima, i ante vid.mus 5, esse corpori largitur veluti principium, uo res cst id, quod cst; unde corpus, antequam ab anima tormetur, non est corpus humanum, et staiim ac anima o eo separatur, corpus humanum esse desinit. 2° Anima um corpore unum esse substantiale constituit; namque si )sa intnnsece esse corporis constituit, necesse est ut una um corpore unicum esse substantiale efficiat 6. Er^o nenm dub.um esse potest, quin anima cum corpore*, veiti iorma substantialis cum materia, copuletur. £J. Frop. 2 . Amma, quæ est forma substantialis cor7' /*on est> msi amma intellectiva, sive rationalis. rrobalur contra non paucos, eosque præsertim recen§, qu. ut intra videbimus, pugnant animam, qua corus vivit, non esse animam intellectivam, sed animam ab Jc d.versam, quam principium vitale vocant. Forma, ut \ r'fqr LXXV' a* * ? 2 Con*r. Gent., lib. II, c. 68, n. 2. * Cf Cosmol., loc. cit., p. 102-103. ninn!df^P* i104" •Pr°pter hæC duo forma sbstantialis, quæ prin E? ani n ? rei.ctaV°CatUr' a Princiui0 efficiente discrimitur, quia pnncipium efliciens largitur esse rei non ex eo aunrf a produc.t, atque esse eius non est idem ac esse rei productæ est etiam ipsius animæ ; I, q. LXXVI sæpe diximus, speciem, seu naturam cuiusque rei determinat. Atqui natura cuiusque rei ab eius operationibus dignoscitur. Ergo in composito substantiali, quod dicitur homo, forma ea esse debet, quæ illius operationibus respondet. Atqui operationes propriæ hominis sunt intellectivæ, quia per has a ceteris rebus discriminatur. Ergo anima intellectiva est propria hominis forma. Nonnulla circa eamdem theoriam adnotantur 21. Ad eius, quam exposuimus, theoriæ maiorem explanationem, hæc tria mente recolemus oportet: Horum primum est, animam rationalem non posse informare corpus, prout est rationalis, quia ipsa, prout est rationalis, naturam materiæ longe supergreditur. Hinc, cum dicitur animam rationalem esse formam substantialem corporis, hoc intelligendum est, secundum essentiam animæ intellectualis, non tamen secundum operationem intellectualem 2 , quapropter unio animæ ad corpus uon pertingit usque ad operationem intellectus 8 . 22. Alterum est, animam humanam, secus ac animam belluinam, ita informare corpus, ut per se, et sine corpore existere valeat, sive, ut Scholæ aiunt, esse formarr substantialem subsistentem . Et sane, si anima humana. secundum quidem suum esse, sed non secundum suam virtutem intelligendi est forma corporis, sequitur aliquas operationes ab ea exerceri sine organis corporeis 5. Atqui anima humana non posset ullas operationes sine organu corporeis exercere, si esse eius a corpore omnino penderet. Ergo anima humana ita informat corpus, ut per se; et sine corpore existere valeat. 23. Tertium est, quod anima, etsi sit forma corpons. tamen operationes intelligendi exercere potest. Secundum essentiam quidem suam [anima intellectiva) dat esse 1 I, q. et a. citt. c. „ Qq. dispp.&xm. De Anim.,a.7 ad 11. Cf Contr. Gent.,lib.IV,c.S& s Qq. dispp., De Fer., q. XIII, a. 4 c. . Quænam sit forma substantialis subsistens, exphcavimus n Cosmologia, c. V, a. 3, p. 137-138. s Quamvis esse animæ sit quodammodo corpons, non tamei corpus attingit ad esse animæ participandum secundum totam suan nobilitatem, et virtutem: et ideo est aliqua operatio animæ, m qm non communicat corpus ; Op. cit., De Anirn., a. 1 ad 18. GESm' • Secundum Potemiam vero proprias operationes ^fficil'; nam ipsa cum corpore ila coniungilur, ut per •at.onem vires eius superet, eiusque dominelur . Vicissim tsi anima natura sua sit intelligens, tamen ad opcra,V,es corporis concurrere potest. Etenim ipsa es? forma erleclior form.s sensitiva, e( vegetaliva. Atqui quæ! bet uTcontST/ formarum> uæ Psa inferio^es u„ se conhnet. Ergo an.ma humana, cum maleriam inforoat, e. largitur esse, quod corpori inanimato convenit Wetare, quo planla super corpus inanimatum exlolli tur Asentxre, quo brutum plantæ excellit; nihilque al u I ibi kopnum retinet, nisi vim intelligendi, quam cum mabria commun.care non potest . Itaque anima huma. a loæ seeundum essentiam suam est rationalis, ad oS lones corpor.s concurrit non quatenus est rational? sed "t C„eVlil|U'rn SCr. fTU,tateS Ve^tativas in ' conS '.inn ' ' • 0m'llenu"m est, animam producere one Uiones corpons, non prout sunt mere materiales et cororeæ, secl prout vilales, ac proinde aliquid simplex sunt. Abt. HI.-Argumenta, qaibus Scholasticorum theoria impugnatur, solvuntur L% ^bi'C- °Si anima ratinalis csset fbrma substaniJi.s corpons, ipsa cum corpore sese commisceret, ita ut 'ni eo exteuderelur, et divideretur. Atqui id, quod est 1 fni!,' .Ct d,visibilc> est materiale. Ergo Scholasticoim sententia animam humanam materialem facit. i I n,n7P.' \eg"""':> concminNe9consEt sanc il".',?.,• abadversar"s ob.icitur, quod nempe anima foret le nnn', V CUm .corPorc commiscerclur, iam ab Aquiicen !u T f0lt Quæ miscen'r> ait, oportel ad m IZ tt ? eSSe.; qux°d non onling'. "''! uis, quoWcr8 n °na eadem • At ex eo> 1uod ^ima i"for« corpus, ipsam cum corpore commisceri haud seuui Un> De PircreaL' a2 ad 10. ' hb. III Sent., Dist. I, a. 1, q. I ad arg. - 192 expostulat, ut ad coniunctionem cum corpore ordinem semper retineat, non vero ut sine actuali cum corpore coniunctione in suo esse perdurare nequeat l. IV.— Scotistaruni sentenlia expenditur 31. In superioribus articulis diximus animam humanam, cum materiam informat, utpote forma ceteris perfectior, quæ harum virtutes in se continet, ei largiri non solura esse vegetans et sentiens, sed etiam esse corporis'-; ac proinde informare materiam omni forma dcnudatam, ita ul ipsa sit illa forma, qua corpus in suo esse corporis constituitur 3; neque id animæ simplicitati obesse . Qua ir re silentio prætereunda non est sententia Scoti. Ipse enim, post Henr. Gandavensem, etsi animam esse formam qua corpus vivit, seu, ut aiunt, animatur, propugnaverit tamen, secus ac B. Albertus M., s. Thomas, et pleriquc Scholæ Doctores docuerunt, contendit agnoscendam præ terea esse in corpore « formam, qua corpus est corpus aliam ab illa, qua est animatum s. Hanc formam, qu et du cor^' RdP°nse « • P Bottalla, •in «I i ! / «l8.? qUæ adversus Tongiorgium disseruimus in Ne^fs^r^'^"^'' V°!HI' -ParS Prima' C' H ubl etiam solutas invenies obiectiones Henrici und,,mSIS: U' neCn°n ill0rum receutiuu> qui horum throriam unoum atomismi placita propugnant. ANTHROPOLOGIA corporis humani per se, et essentialiter. Id Leo X confirroavit in synodo Lateranensi, cum definivit, quod anima intellectiva « vere, per se, et essentialiter humanr corporis forma existat 2 . Secundum utriusque synodi den nitionem, Pius IX in suis ad Episcopum Coloniensen Lilteris questus est Giintherum, eiusque discipulos lædere in suis libris « catholieam sententiam ac doctrinarr de homine, qui corpore, et anima ita absolvatur, ut am nra eaque rationalis sit vera per se, atque immediata cor poris forma 3 . . ., 35 Iam hisce definitionibus, utr constat ex Eprstola, quan de mandato Pii Pp. IX D. Wladimirus Czacki, nunc S. RE Cardinalis, D. Eduardo Hautcoeur, Rectori Universitatn Cathol. Insulensis inscripsit 4, docetur unitas substantiafr humanæ naturæ, quæ duabus constat substantns partxali bus, corpore nempe, et anima rationali. Et hoc quidem a doctrinam theologicam spectat. Quod autem attinet ad con troversias, quæ non ita pridem ab aliquibus Philosophis rt suscitatæ sunt, scilicet circa principia constituentia corpc rum, unde unitas illa substantialis diversa ratrone ab ei explicalurs, ipsæ doctrinas mere philosophicas respiaum super quibus catholicæ Scholæ diversas sententias sequm tur ac sequi possunt; quoniam suprema Ecclesiæ auctorxto numquam pro altera iudicium tulit, quod alteram excludi ret. At vero, id non impedit, quominus philosophrca argi mentatione demonstrari possit, sententiam Thomrstarun quam nos amplexi sumus6, quoad unitatem substantralei humanæ naturæ, cum laudatis Romanorum Pontrhcui definitionrbus potius, quam alias, consentire; scilrcet, ut præfatam definitionem non nisi hoc sensu Doctois Scholarum semper acceperint6. 1 Vid. pp. citt. 2 Aliam formam diximus, non vero aliam nimam; nam de unite animæ in homine controversia inter Catholicos, quemadmodum Lapite IV ostendemus, cxistere haud potest. Cf Cosmol., c. I, a. 5, p. 101-102. Qq. dispp., q. un. De Anim., a. 9 ad 11. ibid. ad 18. Hoc argumentum fuse evolvit Em. Card. Zighara, Op. cit., Pars explicav.t, quod hæc media natura suggerit animæ ndquid rerum fit in corpore, et in corpore exequitur ndquid amma ei præscribit, quin causas suarum opetionum cognoscat 4. l 44. Systema mediatoris plastici absurdum est Vrobatur.Si inter animam, et corpus natura media, iæ s.tutnusque parliceps, existeret, oporteret ipsam se simul corporearn, cognilione præditam, et cogitatio5 cxpertem, celer.sque oppositis proprietalibus pollen 1 Qq. dispp., De Ver., q. XXVI, a. 10 c. In Ioann. Evang. c. V, tract. XXIII, n. 5. " Saggio su' temperamenti, Bologna 1864. Bibliothbque choisie, t. II, p. 113 sqq. 202 tem, quibus anima, et corpus ab se discriminantur. Atqui notio huius naturæ est absurda. Ergo. 45.Præterea, hæc natura media officio administræ inter animam et corpus in homine ita fungi dicitur, ut conscientiam operationum suarum non habeat. Atqui natura, quæ se, suasque operationes non cognoscit, profecto non potest fungi officio administræ inter animam, et corpus in homine; nam haud possibile est aliquam naturam officio administræ fungi, nisi dominium in suas operationes habeat, alioquin ipsa, ut advertit s. Thomas1, non agit, sed potius agitur. Ergo naturam plasticam, quam Clericus effinxit, ex eo etiam absurdam esse patet, quod ipsa officiis fungi nequit, quæ in homine ei assignantur. 46. Obiic. Multæ operationes, e. g., respiratio, molus cordis, in homine conspiciuntur, quæ nec a corpore, neque ab anima repeti possunt. Ergo admittenda est in homine tertia natura, quæ sit illarum operationum principium. 47. Resp. Dist. ant., non possunt repeti a solo corpore, aut a sola anima, conc. ant., non possunt repeti ab anima simul, et a corpore, neg. ant. Neg. cons. Re quidem vera, corpus, uti iam ostendimns, esse suum ab anima accipit, unamque substantiam completam cum ipsa effieit, ac proinde anima cum corpore est unicum principium respirationis, motuum cordis, aliorumque, quibus corpus vegetat. Frustra Clericus contendit operationes respirandi, aliasque id genus non posse animæ adscribi, cum quod nihil convenientiæ inter ipsas, et intellectiones existit, tum quod anima nescit, quomodo agantur in corpore ea, quæ ipsa peragi in illo vult. Etenim, quod ad primum attinet, nihil vetat respirationem, aliasque einsmodi operationes, atque intellectiones, quamvis sint diversi generis, ab anima tamen perinde proficisci ; siquidem anima per alias facultates est principium intellectionum, et per alias facultatcs est principium yegetandi, et sentiendi. Alterum autem ex eo fit, quod alia est in anima facultas, qua illas operationes vult, alia autem, qua illas in corpore exequitur. i De unione Verbi Incarnati, a. 5 c. De systcmate causarura occasionalium 48. Malebranchius, uli antea diximus , ratus est Deum dumtaxat esse causam efficientem, atque cum corpora tum animas omni vi agendi destitui ; ex quo confecit Deum esse unicam, et immediatam causam omnium motuum, qui in corpore fiunt, omniumque operationum, quas anima exerit; atque consensum, quem experimur inter certos motus corporis, et certas operationes animæ, et vicissim, nonnisi a Deo esse repetendum. Itaque ipse statuit Deum ob suum generale decretum, quod totum mundi ordinem complectitur, ita motus corporis, actionesque animæ moderari, ut, quoties certi motus in corpore fiunt, sensationes ipsis consentaneas, et quoties certæ operationes in anima fiunt, motus ipsis consentaneos in corpore producat. Ex quo patescit nec ullos motus corpons esse veras causas actionum animæ, nec ullas actiones animæ esse veras causas motuum corporis, sed dumtaxat dici posse causas occasionales, quia nonnulli motus corporis Deo occasionem præbent producendi in anima actiones illis consentaneas, et vicissim 2. Hoc systema oczasionalismus, vel systema adsistentiæ dictum est, quia animam, et corpus vcluti causas dumtaxat occasionales ignoscit, Deumque animæ, et corpori conlinuo adsistentem ponit. Hanc theoriam, eodem fere ac Malebranchii tempore, Sylvanus Regius 3, et deinceps non pauci propurnarunt usque in hanc diem, in qua, uti ante vidimus 4, heonam caussarum occasionalium a nonnullis Philosophis )ræsertim in Gallia exsuscitata est. 50. Systema causarum occasionalium falso fundanento innilitur ; falsam philosophandi methodum sectatur ; mnem umonem mter animam, et corpus tollit; impias con'lusiones parxt. Probatur prima pars. Malebranchius, ceterique Occalonahstæ consensum inter certas operationes animæ, crtosque motus corpons omnibus obvium ab immediata ictione Dei repetunt, quia omnem vim activam rebus 1 Ontol., c. IX, a. 7, p. 71. 2 De inquirm V9r^,ib yI c 5 Cours entier de phil., M4t., par. 2, c. 1-5. 1 Ontol., loc. cit. creatis repugnare arbitrantur. Atqui, ut in Ontologia ! vidimus, nihil repugnat vim quamdam actuosam rebus creatis inesse, immo, si ea ipsis negetur, multa absurda inde profluunt. Ergo nulla, immo absurda est ratio, ob quam occasionalismus ab eius auctoribus excogitatus fuit. 51. Probatur altera pars. Occasionalistæ non inficiantur nobis videri animam, et corpus aliquid in sese invicem agere, sed causam huius phænomeni ex ipsa natura hominis non expostulant, sed ad Deum omnium rerum auctorem, et conservatorem, confugiunt. Atqui hoc, ut s. Thomas iamdiu observavit 2, indignum est viro philosopho ; Deus enim procul dubio est causa universalis omnium phænomenorum naturæ ; sed philosopho quærendæ sunt causæ phænomenorum particulares, seu proximæ, quia in harum cognitione, quemadmodum in Logica vidimus, scientia consistit. Occasionalismus igitur methodum philosophandi sectatur, quæ scientiam gignere non potest. 52. Probatur tertia pars. Secundum Occasionalistas anima cum corpore neque secundum esse, ita ut ex ipsis unica completa substantia exurgat, neque secundum operationem, ita ut anima, et corpus aliquid in sese inyicem agant, unitur. Ergo occasionalismus non modo unionem substantialem, quam ante demonstravimus, sed quamlibet unionem animæ cum corpore tollit. 53. Probatur quarta pars. Si anima non est cum corpore principium omnium operationum corporis, sed Deus est harum unica causa, certe non ei, sed Deo tribuenda sunt, quæ anima per corpus bene, aut male operari videtur. Item, si anima non est principium activum suarum cogitationum, sed has Deus occasione motuum corporeorum in ipsa producit, liquet cogitationes, quæcumque sint, sive bonæ, sive perversæ, neutiquam possc animæ imputari. Quocirca, posito occasionalismo, homini Loc. cit., p. 171-172; cf etiam Cosmol, c. III, a. 4, p. 122-123, ei c. VI, a. 3, p. lol sq. 2 Si quis, ait sanctus Doctor, quærenti, quare lignum est calefactum, respondet, quia Deus voluit, convenienter quidem respondet, si intendit quæstionem reducere in primam causam; inconvenienler vero, si intendit omnes alias eicludere causas ; In Ub. De Causis, lect. neque actiones interiores animi, neque exteriores corpons imputari queunt. Atqui hoc infinitæ perfectioni Dei maxime mdignum est, atque omncm moralitatem actio|num humanarum destruit. Ergo systema causarum occaswnahum lmpias conclusiones parit. 54. Obiic. 1° Anima nescit, quid sit, quo membra coripons moventur. Ergo ipsa non est causa motuum corporis. 5o. Resp. Neg. cons. Etenim anima motuum corporis causa est, quatenus eos præscribit, eosque per organa corpons exercet '. Quocirca ipsa cognoscere quidem de bet motus, quos producere vult, non vero modum, quo lorgana corporis illos exequuntur. oG. Obiic. 2° Nulla est connexio inter voliliones anifcmæ, et motus corporis. Ergo. 57. Resp. Neg. ant. Nam si anima, uti ostendimus, est !imul cum corpore principium omnium operationum, quas |in corpore conspicimus, maxima connexio inter volitiojfies, ahasque operationes proprias animæ, atque inter ouerationes corporis existere dicenda est 2. III. — Doctrina harmoniæ præstabilitæ confutatur 58. Leibnitius, cum, ut alibi diximus 3, possibilitatem >ciionis transeuntis, ac proinde actionis, qua anima, et cor>us m sese mvicem agunt, inficiatus sil, consensum inter jperationes animæ, et corporis ex eo repetendum esse do;'uit, quod Deus animam, et corpus in singulis hominibus ta constituit, ut, dum anima, et corpus nihil in sese mu|uo agunt, utriusque operationes mirifice sibi consentiant. lanc theonam systema harmoniæ præstabilitæ vocavit, ||uia lpsa harmoniam inter operationes animæ, motusque orporis a Deo præstabilitam cognoscit . Modum autem, ||uo in singulis hominibus hæc harmonia a Deo præstabiatur, ita exphcavit: Unaquælibet anima, prout schema, eu typus totius universi evolvitur b, continuatam seriem J Cf Dynam., c. VI, a. 3, p. 190 vol. I. Cf s. Thom., Qq. dispp., q. Un. De spir. creat., a. 3 ad 4. Alias mectiones, ci quibus Malebranchius Deum non possc vim actuosam uin rebus creatis communicare arguit, refutavimus in Onro/.,loc.cit Ontol., c. IX, a. 2, p. 63. Systeme nouveau de la nat. etc, § 14. Cf Ideal., perceptionum, appetitionumque in se ex vi sibi insita pro-1 ducit, adeo ut ratio posterioris perceptionis, et ratio poste-i rioris appetitionis in præcedenti perceptione, et appetitio- 1 ne contineatur; item, unumquodlibet corpus per se solum I ex legibus motus continuatam seriem mutationum in sel producit, ita ut ratio posterioris mutationis semper existal in præcedenti mutatione '. Quandoquidem autem infini-j tæ sunt animæ possibiles, infinitaque corpora possibilia/ i liquet infinitas quoque esse cum possibiles series perceptionum, tum possibiles series mutationum; ideoque, quæi cumque anima sumatur, semper inveniri aliquod corpus in quo series mutationum cum serie perceptionum illiu! animæ mirifice consentit. Quamobrem Deus harmonian inter operationes animæ, motusque corporis præstabilini dicendus est, quatenus cum anima coniungit illud corl pus, cuius mutationes curn perceptionihus illius animac adamussim, et constanter concordant 2. 59. Systema harmoniæ præstabilitæ falso funda mento superstruitur; effato rationis sufficientis, quod Leib nitius adeo inculcavit, manifeste adversatur; unitatem sub stantialem hominis, quam Leibnitius admittendam esse de crevit, tollit; impiis, absurdisque theoriis latissimam vian sternit. Probatur la pars. Leibnitius systema harmoniæ præ stabilitæ excogitavit ob illam rationem, quod substantia' nihil in sese invicem agere possunt. Atqui hoc pronun tiatum, quemadmodum ostendimus ', omnino falsum est Ergo. 60. Probatur2 pars. Perceptiones,appetitionesque, quai in anima sibi succedunt, sæpe secum pugnant. Atqui fier non potest, ut posterioris perceptionis, et appetitionis ra tio sufficiens in opposita præcedenti perceptione, et ap petitione existat. Ergo systema harmoniæ præstabilita effato illi rationis sufficientisy quod Leibnitius maximope re exaggerat, manifeste adversatur. 61. Probatur 3a pars. Leibnitius aperte asseruit, incul cavitque existere inter animam, et corpus veram unio Lettre d Mr Arnauld, § 107, et 108. Thdodic, par. I, § 62-67; par. II, § 188; par. III, § 291. 3 Ontol., loc. cit., et Cosmol., c. VI, a. 3, p. 152. nem, cx qua fit suppositum ', atque to ego in nobis unitatc gaudere vera, non collectiva, qualis ea est, quam horologium habet 2 . Iamvero unitas substantialis hominis m systemate harmoniæ præstabilitæ non modo non jadslruitur, sed manifeste tollitur. Etenim ipsa expostulat, ut unicum sit in homine esse animæ, et corporis. Atqui anima, et corpus secundum harmoniæ præstabilitæ placita, non solum non uniuntur secundum esse, sed ne secundum operari quidem, quia anima omnes suas affectiones experirelur, etiamsi nullum esset corpus, et vicissim. Ergo unitas substantialis hominis in systemale harmoniæ præslabilitæ non modo non adstruitur, sed etiam manifeste tollitur. Quin etiam in homine secundum placita harmoniæ præstabilitæ ne unitas quidem collectiva admittitur, qua horologium gaudet. Etenim unitas collectiva in horologio ex mulua partium in se actione constiluitur, ita ut, hac perturbata, horologium destruatur; at Leibnitius sua harmonia non solum animam, et corpus ab se secundum esse omnino separat, sed etiam nullam animæ in corpus, corporisque in animam actionem cognoscit. io^h P™batur ^a pars. Systema harmoniæ præstabilitæ ldeahsmo favet. Nam si corpora ad sensationes, quas anima in se experitur, nihil prorsus conferunt, pronum ent Idcalistis inferre nullam rationem esse, cur corpora existant, aut saltem nobis comperlum esse non posse, num re lpsa existant. 2° Libertatem voluntatis humanæ destruit. Etenim actiones, quas anima per se exercet, liberæ esse nequeunt, quia ipsæ hac lege in anima evolvunlur, ut posterior in præcedenti rationem sufficientem mi habeat, et ipsæ aliæ esse non pessunt, quam quæ motionibus corporis, quocum unitur, adamussim respon1ent. Neque ullæ motiones corporis liberæ dici possunt, jmppe quod omnes motus corporis non solum fiunt per ^es mechanicas, eoque nexu, ut posterior rationem suficientem sui in præcedenti habeat, sed etiam ab omni lctione, concursuque animæ adeo remoti sunt, ut, etiamsi mlla anima existat, eodem modo fierent, ac nunc fiunt. Thdod., Discours de la conformitd d la foi avec la raison, § 55, Eclairciss. du nouveau systdme. 3° Si illud systema admitteretur, nonnisi Deo cuncta peccata lam interna, quam externa tribuenda forent. Cuius rei hæc manifesta ratio est, quod omnes perceptiones, appetitionesque animæ sunt naturalis, necessariaque sequela evolutionis schematis, quod, secundum Leibnitium essentiam anima constituit, omnesque motiones corporis secundum leges mechanicas fiunt, quin anima quidquam ad illas conferat. Atqui Deus et unamquamque animami cum schemate creavit, quod necessario in ipsa evolviturJ et leges mechanicas statuit, secundum quas omnes motus j corporis fiunt. Ergo et quæcumque anima cogitat, acJ vult, et quæcumque corpus exequitur, Deo, secundum harmoniæ præstabilitæ placita, tribuenda sunt. Hinc, si| quid anima cogitat, ac vult, aut si quid per corpus, exequitur contra legem naturalem, aut positivam, omne id i Deo dumtaxat imputandum foret. Igitur systema harmo-l niæ præstabilitæ impiis, absurdisque theoriis latissimam viam sternit. IV.— Systetna physici influxus, seu causarum efficientium expenditur 63. Systema influxus physici, seu causarum efncientium i unionem anirnæ, et corporis ex mutua utriusque actione deriyat. En quomodo P. Makus illud exponat: Docenl nimirum eius [physici influxus) defensores, naturas has [animam et corpus) plurimum dissimiles ita sibi strictas esse, ac devinctas, ut altera in alteram vere, atque eflicienter influat, neque tamen ea actione ex una in alterarn quidquam transferri: sed, impressis in sensu motionibus, et nervorum ope ad cerebrum usque propagatis, mentem ad informandas rerum notiones determinari; et vicissim, suborta in animo voluntate membri cuiuspiam commovendi, nervos continuo impelli, motusque in eo membro voluntarios consequi . 64. Systema influxus physici, seu causarum efficientium est reiiciendum. Probatur. Secundum assertores physici influxus mutua 1 Compendiaria metaphysicæ Institutio, Psychol.. c. II, § 450. Hoc systema, quod iam Newtonus, Clarkeus, omnesque Angli barmoniæ præstabilitæ adversarii in primis adornarunt, post Makum Storchenavius, aliique e S. I. tuiti sunt. A actio animæ, et corporis repetenda est non ex eo, quod anima corpon esse, et operari largilur, sed ex eo, qubd mima, et corpus, dum distinctum esse habent, vim suam jperandi in sese invicem exercent; quapropter hæc actio jon consequitur unionem animæ, et corporis, sed notius Ham constituit. Atqui duarum substantiarum unio quac x eo dumtaxat exurgit, quod illæ vim agendi in sese nvicem exercent, est accidentalis, quia actio esse rei iam onstitutum sequitur, quidquid autem rei adiungitur, postuam esse eius constitutum est, accidens est C Ennf seundum assertores physici influxus unio substantialis in3r animam, et corpus adstrui non potest, ac proinde hoc fstema procul vero est. 65. Adhæc assertores physici influxus rationem, qua corus in animam agit, reddere haud possunt. Et sane, si adiittatur corpus unicam substantiam completam cum ani constituere, dicendum est corpus in animam agere on qua ratione est corpus, sed quatenus ab anima vitam! .virtutem agendi accipit, ita ut non tam corpus, quam nma per potentias, quarum organa sunt membra corpos, agat . E contrano, secundum assertores physici inixus, quoniam corpus non constituit cum anima unicam iDstantiam completam, ipsum in animam agere dicendum I, prout corpus cst. Atqui corpus, prout corpus est, non )test agere, nisi per contactum physicum, qui ab anima, læ immatenalis est, excipi non potest. Ergo in systeate phys.ci influxus actio corporis in animam explicari V.— Mutua animæ, corporisque in sese actio secundum Scholasticos explicatur 66. Si theoria aristotelico-scholastica de unione animæ corporis admittatur, nullo negotio intelligere licet muam ammæ, corporisque in sese actionem ex eo esse relenciam, quod anima se ad corpus, velut forma ad mariam, habet. Quod explanatur scquenti ^rop. Si anima est principium formale corporis,necesse est, [ /n lib. II Sent., Dist. XXVI, q. I, a. 2 sol. Anuna, et corpus conveniunt in unam personam, et in unam 21 / Ct liC0,didtur una actio humana ; De unione Verbi '(iinati, a. 5 ad 11. Philos. Christ. Compend. II.? j£ ut anima aliquid agat in corpus, motusque corporis in ani\ mam redundent. Probatur. Quandoquidem anima est forma substantialis corporis, ideo unum est esse utriusque, quia forma, ut sæ | pe diximus, est actus rei, seu id, quod dat esse rei . Atquij operari, ut Scholæ effatum est, sequitur esse. Ergo, quoniam unum est esse commune animæ, et corporis, inde necessario efficitur, ut anima, et corpus in sese invicem effluant, atque ex suis operationibus sese invicem immuj tent. Præterea, cum anima sit forma substantialis corpoj ris, ipsa debet esse intrinsecum principium, a quo cor pus virtutem operandi accipit, ac proinde simul cum cor I pore subiectum potentiarum, propter quas corpus opera tur 2. Atqui si anima est principium, a quo corpus vir i tutem operandi accipii; et non cornus tantum, sed totuni coniunctum, scilicet corpus cum anima, a qua constitui tur, est subiectum potentiarum, propter quas corpus ope ratur, necesse est non modo ut anima membra corpori: ad operandum movere possit, sed etiam operationes corj poris in animam quodammodo redundent. Ergo, admiss; theoria, quam Scholastici de principiis constitutivis homi nis tradidere, admittendum quoque est et animam in cor pus, et corpus in animam aliquid agere posse. Deniqu ob eamdem rationem, quod nempe anima est forma sub stantialis corporis, consequitur in una essentia animæ : tamquam in radice, facultates tum superiores, tum infei riores colligari 3. Atqui mutua facultatum colligatio in un radice expostulat, ut earum actiones sint mutuæ. Ergo 4 Necesse est, si anima est forma corporis, quod animæ, n est,mo pperæ pretium esse arbitramur rem tanU wi^declarare, firmiusque stabilire, quia æstio de pnncipio vitali in homine magna contentione ter recentes agitatur. b w"lc"one 'D' [.— Refulalur organicismus,S"fil . ^ T mechan.ca Cartesii, qui quidquid in corire fit, secundum leges motus, seu mechanicas in eo fieri rd.cus contendit, eorumque, qui hodie in Anglia e •Hia, maximeque in Germania ad leges mechanicas,'ve yires chymicas in explicanda vita corporis confugiunt «il h,c dicimus. Nam, quoniam leges mechanicæ et -es chvmicæ, uli vidimus, non mod^o brulorum, sed em infimi genens viventium, nempe plantarum onera;nes elbcere nequcunt «, liquido patet ipsas eo S icerc posse opcrationes vitales corpVis hu^mani quæ T un longe exqu.s.t.ores. Itaquc, hac sentenlia præterssa, systema, quod organkismus vocalur, in primis exadcndum nobis cst. t ""Jis ex >9. Defensores organicismi fatentur non posse sola phya, aut cbymica expl.car. omnia phænomena vitæ, quac eUtu et c ZT' V0""Ua"f,nlensum qnitnr passio in sensuali sa ;,„'," '"T con'e'"P^"one retrahuntur, vel impediuntur edund"'' 1 ' JT aCUbUS; " " COnVerSO ei viribus 'nferioribus Zu,,. suPer'orssi°ncm afficitur, •>•, De Ver., q. XXVI, a. 10 c. Cf Cosmol., c. IV, a. 1, p. 126-128, ct c. V, a. 1, p. 130 et 131. in corpore conspiciuntur, ac proinde admittunt proprietates vitales in corpore a physicis et chymicis diversas; sed cum pro certo habeant nulium phænomenum vitæ posse ab anima repeti, tuentur harum proprietatum vitalium principium, et subiectum esse ipsam materiam corporis. j Quare, secundum ipsos, principium vitale non distinguitur ab ipsa materia organorum ', sed est quædam vis insita, propriaque materiæ, et mera eius affectio 2. Hoc systema a Sociis Academiæ Parisiensis, quibus Bordeus præcessit, hodie propugnatur. Illud inter Bordeum, atque hodiernos organicistas Academiæ Parisiensis interest, j quod ille cuique organo corporis propriam vitam tnbuit s, hi vero, ut unitatem corporis, viventis sartam, tectamque faciant, unicum esse principium vitale matenæ organorum insitum pugnant. 70. la. Principium, ex quo actiones vitales promanant, est distinctum a materia corporis. Probatur. 1° Corpus humanum, perinde ac quodhbet aliud corpus, non posset ex quibusdam molecuhs, veluti partibus, constitui, nisi sit aliquod principium, quo ipsa£ congregantur, atque ad unitatem substantiæ reducuntur. alioquin corpus non esset unum per se, quale reipsa est, sed unum per accidens. Hoc præmisso, en argumentum: Illud principium, ex quo corpus constituitur, seu ex quc moleculæ in unitatem corporis coalescunt, a materia ipsius corporis distinguitur; quippe quod ipsum efficit, u moleculæ, quæ potentia corpus sunt, actu corpus fiant; asUrenS' 6 la W6> 6t de V itltelli9ence, p. I, sect. I, c. 5, irisf1862.iIlier' DU prinCl'pe Vitale' et de '• pensante, c. 3, 3 Bordeum secutus cst Fouquet, Discours surla clinique, Paris. in quolibet corpore animato inesse non solum vitam to ti corpori communem, sed etiam tot speciales vitas, quot sunt organa corporis. 1° Operationum principia, quæ ad unicum principium, tamquam sui subiectum, non redu cuntur, diversa operationum subiecta expostulant ; nam cuiuslibet generis operationum aliquod subiectum esse de bet. Quare, si tot principia vitalia in corpore animato e xisterent, quot sunt organa corporis, tot distincta, diver saque subiecta vitæ existere quoque in ipso deberent, quot sunt organa corporis; ita ut quodlibet organum es set subiectum alicuius specialis generis vitæ. Atqui quis quis noslrum experitur unicum esse in se subiectum di versarum operationum, quæ per diversa organa exercen tur. Quis enim non videt unum, idemque esse in se ipsc subiectum, quod quinque species diversas sensationum ir, se excipit, earumque differentias sentit, quod imagiua-, tur, quod corpus movet, quod, ne plura dicamus, respi rat, alimenta digerit, aliaque opera vitæ exercet? f Fal sum igitur est tot esse in corpore nostro principia opera tionum vilalium, quot sunt organa eiusdem corporis J 2° Inter plura principia, quorum unumquodque pro prias operationes habet, in iisque exerendis ab alio prin cipio non pendet, non alia unio, quam accidentalis, ess potest. Quare, si singula organa non tantum exerceren quasdam speciales functiones eiusdem principii vitalis quo ipsa informantur, sed unumquodque ipsorum pro prium principium vitæ haberet, corpus, quod ex ipsi componitur, esset totum per accidens, non vero per se Atqui, secundum omnes et philosophos, et physiologos, e iusmodi consensus, sive harmonia inter cuncta corpori organa existit, ut ex ipsis corpus unum totum per se, e quodammodo unum organum efficiatur. Ergo pro cert Cf s. Aug., Conf., lib. X, c. 7, n. 11. 2 S. Thomas hoc argumentum ex natura zoophytorum perbellei lustravit. Constat enim inter omnes, cum zoophytum in partes div ditur, quamlibet partem diversas exercere operationes animæ, se principii sentientis, et vegetantis, quo corpus zoophyti animatur. A qui hoc evenire non posset, si quodlibet organum animalis propric operationes per principium vitale diversum a principiis vitalibi reliquorum organorum exerceret. Ergo in corpore animato unui principium vitale cunctis organis commune, non vero diversa pi diversis organis admittenda sunt. Cf I, q. LXXVI, a. 3 c. babendum cst singula organa corporis non gaudere proprio pnncipio vitæ, sed dumtaxat exercere speciales fun:tiones umus eiusdemque principii vitalis, quod totum corpus mformat. Vitalismu3 irapugaatur, siraulqje animismus asseritur 72. Postquam vidimus vitam corporis non esse repetenlam a legibus mechanicis, et cbymicis, sed a quodam prin•ipio actuoso speciali, quod vitale dicitur; atque hoc prin:ipium vitale non esse vim insitam, propriamque materiæ, 5t meram eius aflectionem, sed esse principium, quod ab >rganorum materia distinguitur; inquirere debemus, utrum stud principium vitale distinctum a materia organorum sit psa anima rationalis, an tertium principium, a corpore, )ennde ac ab anima rationali, diversum. 73. Iam inter Philosophos antiquos disputatum est, urum in homine sit unica anima, (qua ipse intelligit, senit, et vegetat, an duæ, quarum una intelligit, altera auem sentit, et vegetat, an tres, quarum una intelligit, alera sentit, tertia denique vegetat. In philosophia recenti thalius acriter vehementerque reprehendit diversas eoum theonas, qui, præter animam intelligentem, alias T ^m?/1!?1^ et seniientem n homine posuerunt2. Sæulus XVIII Buffonus, Gassendi 3 vestigiis insistens, ex puna, quæ mter sensum, et rationem existit, unicum utriusue pnncip.um, et subiectum esse non posse contendit, t ideo in unoquoque individuo humano veluti duplicem ominem agnoscendum esse decrevit . At, exeunte sæcu t Bordeus etiam in eo erravit, quod unumquodque principium itæ sive unumquodque corporis organum propria sensibilitate gauere decrevit. Hunc errorem iam s. Augustinus reprobavit, qui aif Vun sent.endi non habet vita quælibet (De Gen. ad litt. Lib. V,''' c' V n-/4) Sane non omnes operationes animalis, ut ^Thonias advert.t salvantur in qualibet parte eius, maiime in nimal.bus perfect.s (Qq. dispp., q. un. De Anim., a. 10 ad 7) uare, ets. quidquid est sensibile, sit vitale, tamen vera non est ropos.t.o conversa, quidquid est vitale, est sensibile. edJaZta TdiclZra^PhyS'> paSsim; P^ænesii ad aliena a re edica arcendum, § 39; Disquis. de mechan., et organ. etc, § 69 sqq. 3 Physic, sect. III, Membr. poster., lib. III c 4 Discours sur la nature des animaux. Hominem duplicem Buf A lo XVIII, et ineunte sæculo XIX, controversia de uni tate principii in homine vehementer exarsit, atque in u tramque partem maximo animorum æstu inter Philoso phos, Medicos, ipsosque Theologos adhuc agitatur. Omnet ii, qui cum Aristotele, Ecclesiæ Scriptoribus, Scholasti cis !, et Sthalio tuentur animam rationalem esse princi pium omnium phænomenorum vitæ, ita ut nullum aliuc principium vitæ, præter ipsam, in homine sit agnoscen du m, Animistæ vocantur. li autem, qui duce Barthezio sentiunt, præter animam rationalem, et corpus, esse ii homine principium vitæ ab ipsis distinctum, quod es omnium phænomenorum vitalium corporis principium vocantur Vitalistæ. 74. Una in homine est animd, nempe rationalis quæ est principium cunctarum eius operationum. Prohatur. 1° Ab eodem, ut verba s. Thomæ usurpemus res habet, quod sit ensy et quod sit una, nam ens, et unun convertuntur 3. Hinc, cum quælibet res per formam ha' beat, quod sit ens, per formam quoque habet, quod si una. Itaque res non potest esse per se, seu simplicita una, nisi per unam formam ; ac proinde si in homim non esset unum principium formale, quod intelligit, sen tit, et vegetat, sed vel tria, nempe intellectivum, sensiti vum, et vegetativum, vel duo, ut ii volunt, qui vim sen tiendi principio intellectivo, aut vegetativo adscribunt homo non simpliciter unus, sed multiplex esset. Atqu quilibet homo est per se unus . Ergo unum debet esse ii homine principium formale, proindeque una anima, sei unum principium vitæ b. foni non sine aliqua laude Condillachus ( Traitt des animaux part. I, c. 3) confutavit. Ab iis excipiendus est Guil. Ockamus, qui, sicut multa alia ita hoc quoque philosophiæ Scholasticæ caput impugnavit, duaJ que in homine animas admisit. Cf Quodlib. II, q. 10, et 11. 2 Nouveaux tUmens de la science de Vhomme, 2e ed. Paris 1806 3 Cf OntoL, c. III, a. i, p. 18. 4 Id omnes Vitalistæ, si fortasse perpaucos exceperis, saltem verb fatentur. Nec aliter sentire illi dicendi sunt, qui hominem cum Bui fono duplicant; hi enim unitatem hominis non negant, sed durata xat duplex esse in eo principium operationum sibi volunt. s I, q. LXXVI, a. 3 c. Ex quo vides hominem, si essent in e plures animæ, non unum vivens, sed coacervationem viventium ft 2° Quæ attribuuntur alicui eidem secundum diversas formas, prædicantur de se invicem per accidens . E. g., esse musicum, et esse album, quæ sunt diversæ formæ in Socrate, de se nonnisi per accidens possunt invicem prædicari; quia quandoque re ipsa evenit, ut ille, qui est musicus, sit etiam albus, et ille, qui est albus, sit etiam musicus ; at simpliciter, seu per se non potest unum de altero prædicari, quia essentia, sive, ut aiunt, notio unius alia est, ac notio alterius. Quapropter, si esse vivens^ animal, homo, tamquam diversæ formæ cuilibet bomini inessent, esse vivens in homine non posset prædi:ari per se de animali, nec animal posset prædicari per le dc homine. Atqui consequens cst absurdum; quia ho110, secundum quod est homo, est animal, et secundum juod est animal, est vivum . Ergo ab eodem principio iliquid est animal, homo et vivum 2 . 3° Anima rationalis, ut diximus, est in homine huiusnodi forma, ut perfectiones ceterarum rerum mundi adpeclabilis adunatas in uno principio contineat, ac proinle ipsa sola per se præslat ea omnia, quæ tum forma prporis inanimati, tum animæ vegetabilis, et belluina iræstant 3. Ergo unica est in homine anima, sive unicum •rincipium intelligendi, sentiendi, ac vegetandi. Ad hoc llustrandum excmpla numerorum, et figurarum optimo onsilio afferuntur 4. Etenim numeri variantur per addi }. Neque dicas cum Jouffroyo plures animas, quippe quæ ab se inicem pendent, inter se consociari, atque inde unitatem hominis efci. Nam consociatio principiorum substantialium, quocumque modo en dicatur, hominem per se, et simpliciter unum efficere nequit. Et ine, consociatio plurium principiorum substantialium, seu formaim, non aliam, quam ordinis unitatem, producit, quia plura prinpia substantialia non aliter inter se consociari possunt, quam quod Qum habet ordinem ad alterum. Atqui unitas ordinis, ut s. Thoas scite advertit, est minima unitatum (Contr. Gent., lib. H, c. 58, . 2). Ergo si plures animæ in homine esse dicantur, unitas hoinis ex illarum consociatione ellici nequit. Contr. Gent., ibid., n. 1.-2 ] q. LXXV, a. 3 c. ' Cf p. 192-193, Cf s. Thom., Qq. dispp.,q. un. De Sp. cr.,a. 3 c. Aliud argumenim s{inctus Doctor conficit ex eo, quod facultates hominis in suis :tioml)usimpedimento sunt, ita ut quo magis una intcnditur, altera mittatur, id quod explicari non posset, nisi dicatur unam esse aniam,quæ sitillarum facultatum principium; Contr. Gent., ibid.,n.7. tionem, aut subtractionem unitatis, ita quidem, ut numerus superior numerum inferiorem contineat. Diversæ quoque species figurarum ita inter se comparantur, ut una alteram contineat, e. g., pentagonum continet tetragonum, et tetragonum trigonum. Iam sicut numerus superior, e. g. denarius, non per alium numerum est novenarius, auli octavus, et per alium denarius; atque pentagonus non pei aliam figuram est tetragonus, per aliam trigonus, et pei aliam pentagonus; ita homo non habet per aliam animaur esse rationale, per aliam esse sensitivum, per aliam esse vegetativum, sed his omnibus per unicam animam gaudet. Neque dicas operationes vegetativas, sensitivas, et ifl tellectivas, quippe quæ ab se natura differunt, ab una, eademque anima produci non posse. Nam anima humana a causis naturalibus in eo potissimum discriminatur, quod istæ, cum unica vi operandi polleant, nonnisi eiusderc naturæ effectus producere possunt; illa autem, cum habeai plures facultates, quæ sunt principia proxima operationum, diversos effectus per eas producere potest. 4° Accedit communis hominum consensio. Sane nos au dimus quemlibet e plebe dicentem non solum: Ego intel ligo, sed etiam, Ego sentio ; et non solum, Ego intelligo et sentio, sed etiam, Ego nulrior, Ego augesco, Ego prolem generOj necnon, Ego deambulo l. Atqui hæ, aliæquc communes locutiones, quæ communis modi cogitand signa sunt, persuasionem hominum vel plebeiorum dt unitate principii vitalis denotant; nam si aliud esset prin cipium substantiale, quod intelligit, aliud vero, quoc sentit, et vegetat, unumquodque illorum principiorun substantialium operationes proprias, alterique haud com munes haberet, proindeque non possent eidem subiectc omnes illæ operationes adscribi. Ergo ex communi homr num persuasione confirmatur unum esse principium substantiale, quod intelligit, vult, sentit, de loco in locun se movet, operationesque vegetandi exercet. 5° Denique si principium vitale, præter animam rationalem, in homine admilteretur, ipsum aut materiale, aul immateriale esse deberet. Atqui neutrius generis esse potest. Nam si materiale esse dicitur 2, illud absurdum con * Cf Gerdy, Physiologie des sensations, et de V intelligence, p. 8 Paris 1846. 2 Ita sentiuDt Gassendius, Buffoous, et Martinus. ;equitur, quod nempe materia, cum sit vilæ expers, viilam corpori ln homine largiatur. Sin immateriale ', illud ijuod etiam ialsum est, consequitur, nempe principium /itale, dissoluto corpore, manere, ipsumque non esse corfuptioni obnoxium. Etenim, secundum Vitalistas, principium vitale est diversum a principio, quo corpus homiiis, vel cuiuslibetanimahs in specie corporis constituitur. |rgo corpus hominis, vel cuiuscumque animalis posset Iissolvi, qum pnncipium vitale dissolvatur ; immo non >osset pnncipium vitale cum dissolutione corporis dissolvi, luia esse unius ab esse alterius non pendet, atque illud >perationes habet, quæ huic, prout corpus est, non coneniunt. 75. Illud autem omittendum non est, Philosophum Chritianum dubitare non posse, quin anima rationalis sit uni:um pnncipium omnmm operationum hominis. Nam in )nmis, hæc theoria est merum corollarium illius doctrilæ, qua traditur, animam rationalem esse formam subtantialem corporis; siquidem, cum forma sit in qualibet •e non modo pnncipium rol esse, sed etiam 7oz> operari, dem est dicere, Antma rationalis est forma substantialis orporis, ac Anima rationalis est principium cunctarum oyatxonum corporis. Insuper, Ecclesia in Concilio Constaninopohlano IV duas animas in homine ponentes anatheoate confec.t 2; atque Pius Pp. IX ipsam animam ratiolalem esse pnncipium operationum vegetativarum adverus 15altzerum aperte declaravit 3. Pro immaterialitate principii vitalis stant Arhens, Ubaghs, Ma alhæns, alnque non pauci. ° ' J Veteri et novo Testamento unam animam, rationalem, et intel ctivam, habere hominem docente, et omnibus deiloquiis Patribns et agistns EccJesiæ eamdem opinionem asseverantibus, in tantum im etat.s qu,dam malorum inventionibus dantes operam devenerunt, t duas eum habere ammas impudenter dogmatizare, et quibusdam rat.onalibus conatibus per sapientiam, quæ stulta facta est, pro r lain hæres.m confirmare prætendant. Itaque hæc sancta et uni ersai.s Synodus, veluti quoddam pessimum zizanium, nunc germi anten, nequam opinioncm evelJere fcstinans. . ., talis imp"etatis ventores et patratores, et his similia sentientes magna voce ana lematizat ; Act. VIII, can. II. G ' Nototum præterea est, inquit Summus Pontifex, Baltzerum in nrnnl0 1,.fc,,0.tu!n10mncm controversiam ad hoc revocasset, sitne Prpor, vitæ pnncipium proprium ab anima rationali re ipsa discre Vitalistarum argumenta refutantur 76. Obiic. 1° Nihil sibi polest adversari. Atqui in homine appetitus rationalis curii appetitu sensitivo pugnat. Ergo in homine non est admittendum unum principiucc operationum, sed duplex, sive, ut Buffonus ait, duplea homo. 77. Resp. Dist. mai. Nihil sibi adversari potest secundum idem, conc. mai., secundum diversa, neg. mai., sul eadem dist. conc, et neg. min. Neg. cons. Sane, primo pugna, quæ inter actus appetitus sensitivi et intellectiv in homine quandoque existit, animismo non opponitur Etenim opposita, s. Thomas ait, prædicari de eoden secundum idem est impossibile, sed secundum diversj. nihil prohibet ; quippe quod ratio veræ oppositionis ut sæpe diximus, expostulat ut non solum idem de eo dem, sed etiam secundum idem prædicetur. Atqui actu appetitus rationalis, et actus appetitus sensitivi sibi noi opponuntur secundum idem, sed secundum diversa, nempt secundum diversos modos, quibus obiectum apprehendi tur ; siquidem experientia compertum cuique est actu appetitus sensitivi cum actibus appetitus rationalis pu gnare, quoties aut sensus apprehendit velut delectabile jl lud, quod ratio vetat, vel apprehendit velut triste illud quod ratio præcipit. Nihil igitur vetat, quominus appe titus sensitivus, et rationalis eidem subiecto inhæreant eorumque actus eidem subiecto, nempe animæ, tribuan tur. Accedit quod hæc ipsa oppositio, quam inter actu appetilus sensitivi, et actus appetitus rationalis exister diximus, nonnisi accidentalis est; nam ipsa ex eo oritur tum, eo temeritatis progressum esse, ut oppositam sententiam e appellaret hæreticam et pro tali habendam esse multis verbis ar gueret. Quod quidem non possumus non vehementer improbare considerantes, hanc sententiam, quæ unum in homine ponit vita principium, animam scilicet rationalem, a qua corpus quoque et mo' tum et vitam omnem et sensum accipiat, in Dei Ecclesia esse com munissimam, atque Doctoribus plerisque, et probatissimis quidei maxime, cum Ecclesiæ dogmate ita videri coniunctam, ut huiu sit legitima solaque vera interpretatio, nec proinde sine errore i fide possit negari . Videsis Ephem. La Scienza e La Fede, vol. XI. p. 378 sq; nec non voll. XXXIII, p. 186 sqq, 284 sqq, 399; XXXIV 263 sqq, Napoli 1857, 1860. III, q. XVI, a. 4 ad 1. uod interdum actus appetitus sensitivi sunt adeo vehelientes, ut rationem ad se trahere conentur '. At ipsi naira sua ad actus appetitus rationalis ordinem habent, ac 'roinde non solum rationi subduntur, sed etiam libertais voluntatis quodammodo participes sunt2. I 78. Secundo, pugna inter actus appetitus sensitivi, atue actus appetitus rationalis animismo favet. Revera, um appetitus sensitivus in homine contra rationem inurgit, homo sive secundum ipsum, sive contra ipsum a!at, unum actum humanum exerit, qui principium ha[et in ipso appetitu, et terminum in ratione 3 ; isque 'ctus dicitur vitiosus, si fit contra rationem, honestus, l fit secundum rationem. Atqui non posset unus actus umanus ex utroque appetitu exurgere, nisi unicum esset triusque subiectum ; quippe quod si aliud esset subrctum appetitus sensitivi, aliud subicctum appetitus raonalis, unus appetitus posset quidem in alterum agere, ;d ambo appetitus unum actum exerere non possent. Ergo ugna, quæ inter actus utriusque appetitus in homine )nspicitur, unitatem principii vitalis in homine arguit; ntum abest, ut ipsi adversetur. 79. Obiic. 2° Homo potest usu intelligentiæ carere, quin tam amittat. Atqui id demonstrat aliud in homine esse rincipium intelligentiæ, aliud principium vitæ. Ergo. 80. Resp. Conc. mai.; neg. min. Neg. cons. Re quidem ^ra, homo vivit, quamdiu anima cum corpore coniunitur, quia, uti ostensum est, anima ex eo, quod corpus itbrmat, vitam ipsi largitur. Atqui anima, aiente Aquiate, non unitur corpori ut forma mediantibus suis potenis, sed per essentiam suam . Ergo nihil vetat, quomias anima cum corpore unialur, atque homo ob hanc u onem vivat, quin usum alicuius suæ facultatis habeat5. Dicendum, quod potentiæ animæ non se habcnt con irtibiliter cum essentia: quamvis enim nulla potentia 4 Cf Dynam., c. V, a. 2, p. 165-166, vol. I. Cf ibid. 3 l 2æ, q. LIX, a. 2 c. Qq. dispp., De Ver., q. XIII, a. 4 c. J Alicuius facultatis, inquimus, non vero omnium, quia, cum vi'Otia non sint, nisi quæ se agunt ad operationem, homo, quamdiu vivit, usu omnium suarum facultatum irere nequit. animæ possit esse sine essentia, tamen essentia animæ potest esse sine quibusdam potentiis, puta sine visu, et auditu, propter corruptionem organorum, quorum huiusmodi potentiæ proprie sunt actus . Quomodo autem possit homo usu intelligentiæ carere, quin vitam amittat, facile explicatur. Gerte, homo usum intelligentiæ amittere potest; nam, cum intellectus sine phantasmatis in hac vita nihil intelligere possit, imaginatione, aliisque facultatibus, quæ intelligentiæ inserviunt, turbatis, usus intelligentiæ, vel minuitur, vel omnino cessat2. At, cessante usu intelligentiæ, non idcirco cessat vita, quia cessatio intelligentiæ secum non fert cessationem facultatum vegetandi, per quas vita animalis existit. Et sane, perturbato, vel prorsus cessante usu alicuius facultatis, non aliæ facultates inde perturbantur, aut cessant, quam quæ sine illa actiones suas exerere nequeunt. Atqui facultates vegetandi, quæ ad vitam animalis pertinent, sine usu facultatis intelligendi operationes suas exerere possunt. Ergo, cessante usu intelligentiæ, necesse non est, ut vita quoque cesset. 81. Obiic 3° Notum omnibus est in cadavere animalis. si qua scintilla electrica extremas partes nervorum percellit, motus contractilitatis in musculis produci ; ac in capitibus recisis, vel membris amputatis motus contractilitatis aliquandiu perdurare. Atqui huiusmodi motus in cadavere, et in membris corporis amputatis evenire non possent, si anima esset principium vitæ corporis; quippe quod illi motus sunt vitales: in membris autem amputatis, et in cadavere anima non est. Ergo anima non esl principium vitæ corporis. 82. Resp. Conc. mai.; neg. min. Neg. cons. Falsum esl motus contractilitatis, qui in cadavere, et in membris corporis recisis, aut amputatis observantur, esse actus vitales. Primo, nihil vetat, quin aliquod principium actuosum physicum, aut chymicum in musculis corporis nonnullos motus producat Illis similes, quos, dum animal vivit, anima in ipsis producit; propterea quod organa in cadavere non corrumpuntur illico, sed integra aliquandiu perdurant. Verum illi motus non sunt actus vitæ, sed operationee i Qq. dispp., De Virtut., q. V, a. 2 ad 17. 2 Cf s. Thom., Contr. Gent. ocre physicæ, quia non proficiscuntur a principio ipsi adaveri insito, sed in cadavere a principio, quod positum xtra ipsum est, excitantur. Secundo, motus contractiliatis, qui in membris corporis recisis, aut in cadavere nimalis yiolenta, subitaque morte perculsi observantur, on ab alia causa repetendi sunt, nisi ab actione, quam irincipium vitac ante mortem animalis in musculis exeuit. Nam, quoties animal morte violenta afficitur, aut liquo membro per violentiam privatur, necesse est in adavere, aut in membro reciso motus, quos anima iam i musculis produxerat, non illico cessare, perinde ac horda pollice icta, digito amoto, non continuo vibrare esistit. Quapropter ne hi quidem motus contractilitatis unt veri actus vitæ. CAPVT V. De sede animæ I. — Philosophorurn diversæ opiniones recensentur 83. Mirum quot circa sedem animæ veleres Philosophi rotulerint sententias 1. Ut præcipuas innuamus, Plato nimæ sedem in capite locavit. Aristoteles, cum animam >rmam substantialem corporis esse docuerit, eam singus partibus arcto nexu coniunxit. Sloici animam rationam in corde præcipuum locum obtinere, alque inde per ;Iiquas corporis partes se protendere opinati sunt 2. De Cf Plut., De plac. PhiL, lib. IV, c. 5. 2 Hic abs re non erit adnotare testimoniis ss. Scripturarum, et Paom cos maxime abuti, qui sententiam Ghristianorum huic stoicæ millimam probant. Nam aliquam affinitatem inter hanc de sede aniæ opinionem, et illa verba sive quæ leguntur ad Rom., c. X, v. 10, •rde creditur ad iustitiam, sive quæ Act., c. I, v. 24, et c. XV, v. 8, ; Deo cordium scrutatore, et quæ alibi similia sunt, nemo umlam Scripturarum interpres vidit, nec videre poterat; quoniam lec, aliaque ad internos animi sensus, afFectionesque significanis dicta fuisse cuique perlegenti faciliter occurrit. Item, ss. Pæs, si cor aliquando veluti animi sedem constituunt, id docuent, ut cor principium alFectuum esse innuerent, atque Platoni obam irent, qui omnes animi affectus a cerebro oriri senserat. Satis t verba profcrre, quæ s. Hieronymus adhibet, nempe: Est prinpale non secundum Platonera in cercbro, sed iuxta Christum in •rde ; Comm. in Ev. Matth., lib. II, c. 15. nique nemo est, qui negat Epicurum animam posuisse ii pectore, seu, ut Tertullianus inquit, in tota lorica pectoris1 84. Quod spectat ad Ecclesiæ Patres, ferme omnes A ristotelem hac in re sequuntur. Audiatur præ ceteris s. Au gustinus. Anima, inquit, non modo universæ moli cor poris sui, sed etiam unicuique particulæ illius tota simu adest2 . Hanc s. Augustini, aliorumque Patrum senten tiam Doctores Scholastici pro virili parte defenderunt. Si quidem cum anima iuxta sapientes illos forma substan tialis corporis sit, nec nisi una forma substantialis in cor pore uno esse queat, profecto illam in toto corpore, e in singulis eius partibus esse necessario consequitur. Quo niam vero anima una est essentia, multiplex virtute, Scho lastici illam in toto corpore, et in singulis eius partibu reperiri totalitate essentiæ, non totalitate virtutis conten dunt; nam anima in singulis corporis partibus non eas dem operationes peragit, sed in aliquibus vegetat, senti in aliis. 85. Quod si hæc theoria de sede animæ alteram dit, ac proinde ita immediale forma subslantialis cum mæria coniungitur, ut nihil magis . Ergo, si anima est clus tolius corporis, et non unius partis tantum, ipsa imoediate in toto corpore, et non in aliqua eius parte tanum esse debet. Ex quo argumento illud consequitur, quod i anima in una parte corporis ponerelur, non esset actus olius corporis organici, sed unius organi tantum, puta ordis, aut alicuius alterius, et reliquæ partes essent per[ectæ per alias formas 5; unde una anima in uno corpore on esset. 89. Probatur altera pars. 1° Principium illud, quod percit totum, et non partes, forma accidentalis esl, uti se es habet in forma domus, quæ est forma tolius, et non lngularum parlium. Atqui anima est corporis forma non ccidentalis, sed substantialis. Ergo (( sic anima est forna totius corporis, quod est eliam forma singularum par Antropol. in serv. della scienza morale, lib. II c. 7 a. 1 S S oroll. II. "> 1 Anirna, inquit s. Augustinus, totum corpus nostrum anirnat, t vivificat ; De agone christiano, c. XX, n. 22. 5 Cont. Gent., lib. II, c. 72. - Cf Cosmol., c. I, a. 5, p. 104. Qq. dispp., q. un., De Anim., a. 10 c. Philos. Curist. Compend. II." 15 a tium, ac proinde singulis partibus corporis adesse debet f 2° lioc argamentum ex eo amplius declaratur, quod si gulæ partes corporis ab anima speciem sortiuntur, hum næque appellantur, ita ut anima sit actus singularum pa tium corporis. Atqui actus, seu forma est in eo, cuius c actus. Ergo anima in qualibet corporis parle est 2. Exi de etiam intelligitur ab iis philosophis, qui animam in c pite, vel corde collocant, explicari non posse, quomodo nima, ibi suam sedem habens, singulis partibus sui co poris speciem communicet; nam anima principium spec ficum partium corporis esse non posset, nisi ipsis ita intri sece præsens sit, ut una cum illis completam substa tiam constituat. 3° Nobis non licet spiritibus locum præfinire, nisi ; illorum operationibus 3. Atqui anima operatur in singul corporis partibus, et quiclem immediate. Ergo anima singulis corporis partibus esse dicenda est. Minor proba potest ex eo quod in sensationibus evenit. Et sane, unu quisque experitur sensationes in illo puncto corporis fi ri, cui revera accidunt ab obiectis sensilibus. E. g., quis manum igni admoveal, profecto caloris sensatione in manu sentit, quin totum brachium, vel cerebrum v alia corporis pars sit adusta . Atqui hoc esset falsum, concipiatur anima uni parti præesse, ab iilaque motus corpore ciere. Ergo anima immediate in singulis corpre, ut continens, et non ut contenta 3 . Ergo ex eo, lod anima est simplex, ac proinde non est circumscripta co, pronum est intelligere eam esse lotam in singulis rporis partibus \ 91. ld magis perspicuum ex eo fit, quod anima est simex, quatenus extra genus quantitatis constituitur, non ro ad modum simplicitatis puncti \ Sane, ea, quæ sunt 1 illud tota sentit anima, quod in particula fit pedis, et ibi tann sentit, ubi fit ; De immort. anim., loc. cit. ! Cap. X, a. 1, p. 7(>-77. 2 I, q. LH, a. 1 c. 1 Ibid. Cf s. Damasc, De Fide orth., lib. I, c. 13. J Has rationes, quibus explicavimus quomodo anima tota in sinlis corporis partibus esse possit, nos docuit Nemesius his paucis: inima, quod corporis est expers, ncque loco definitur, tota per um et Iumen suum, et corpus permeat ; De nat. hom., c. III. c spectat etiam illud FIDANZA: Quia simplex, non est undum partcm et partem sui. non habet situm, et idco nec in puncto, nec in parte determinata ; In lib. I Sent., Dist. VIII, 2, a. 1, q. 3 in resol. ' Qq. dispp., q. un. De Anim., a. 10 ad 18. simplicia ad modum simplicitatis puncti, cum habeant e| terminatum silum in continuo, non possunt esse simul diversis partibus continui: e contrario, substantiæ, qu sunt simplices, quatenus extra genus quantitatis cons luuntur, non sunt in loco per contactum proprie diclui^ quippe quia hoc genus tactus nonnisi corporum est1, s per contactum, quem vocant virtutisz. Hoc posito, tacl virtutis ab uno, vel pluribus locis non discriminati prout hæc quantitative differunt; sed ab ipsa virlule, q subslantiæ simplices in corpora agunt, fit ut ipsæ I uno, vel pluribus locis simul sint 3, dummodo earum v tus ad hæc porrigatur. Atqui, cum anima sit simple tactus, quo ea cum corpore coniungitur, est tactus virt tis. Ergo ex simplieitate animæ explicatur, quomodo ip in pluribus partibus corporis tota simul esse possit. 92. Ex his, quæ demonstravimus, plane consequitur ai mam non esse totam in toto corpore secundum quantit tem, sed secundum essentiæ perfectionem. Sane totalitas s cundum quantitatem nonnisi quibusdam formis imperf ctis, atque insuper his nonnisi per accidens, ratione extem quod informant, convenit 5; id quod de anima, quæ a cc Sunt enim tangentia, quorum ultima sunt simul, et punc, vel lineæ, aut superficies, quæ sunt corporum ultima ; Con Gent., lib. II, c. 56. z Agunt enim substantiæ intellectuales in corpora, et mov( ea, cum sint immateriales, et magis in actu existentes; hic auttam suam essentiam sunt in qualibet parte materiæ, )tiori iure id de anima tenendum est . 93. 3a. Anima in singulis partibus corporis non t tota secundum totam suam virtutem. Probatur. Operationes sensitivæ, et vegetativæ per diirsa organa corporis exercentur, ita ut diversæ partes >rporis conveniant diversis operationibus animæ. Ergo lima secundum illam potentiam tantum est io aliqua par-, quæ respicit ad operationem, quæ per illam partem ►rporis exercetur. E. g., anima est, secundum visum oculo, secundum audilum in aurc, et sic de aliis 3 . III. — AdYersariorum obiectiones diluuntur 94. Obiic. 1° Compressa, vel putrefacta medulla cere•i, atque laborante cerebro, vel nervo inter organum nsorium, et cerebrum, sensationes omnino deficiunt. tqui hæc demonstrant sensationes exerceri in cerebro, ; proinde animam non nisi in cerebro esse. Ergo. 95. Resp. Neg. min. quoad utramque partem. Re qui;m vera, in primis, ex allatis experimentis illud, quod m oslendimus, sensationes nempe in singulis organis ;ri, haud evertitur. Etenim opportuna eorum phænome>rum ratio ex eo reddilur, quod cum cerebrum sit veti centrum totius systematis nervei, quin immo princium, a quo omnes nascuntur ncrvi, qui sensationi inserunt, profecto nervi sensifici tunc propriam naturam re(icbunl, si et suam cerebrum retinuerit; ac proinde si nnprimitur, aut putrefit medulla cerebri, vel cerebrum borat, nervi naturam sensiferam amittunt, atque funcliotm referendi impressionem sensilem obire nequeunt. Ce visione continui,sicut albcdo perdivisionem superficiei; Qq.dispp., un. De Anim., a. 4 c. Cf Cosmol., c. V, a. 4, p. 139 sqq. 1 Cf s. Bonav., In lib. I Sent., Dist. VIII, p. 2, a. 1, q. 3 ad arg. 1 Quod spectat ad virtutes intellectivas, has, utpote nullo organo entes, nusquam corporis esse diccndum est. Potcntiarum aniæ quædam sunt in ea, secundum quod eicedit totam capacitam corporis, scilicet intellectus et voluntas; unde buiusmodi poten>e in nulla parte corporis esse dicuntur ; I, q. LXXVI, a. 8 ad 4. 8 I, q. LXXVI, a. 8 c. terum, allata obiectio in ipsos adversarios retorqueri potest. Nam, quemadmodum, corrupto cerebro, sensatio deficit, ita hanc, corruptis organis, deficere eadem experienlia testalur. Quocirca, si ex adversariorum obiectione sequitur sensationes in cerebro perfici, pari ratione ab hac ultima testata experientia inferre nobis licet sensationes in organis fieri. 96. Secundo, præter vim sentiendi anima aliis virtutibus pollet, quas per alias corporis partes exercel. Quapropter si experimenta ab adversariis in medium prolata quid valerent,' animam in cerebro secundum totam virtutem sensilivam esse demonstrarent , sed inibi tanlum ipsam residere numquam probabunt. 97. Obiic. 2° Anima est in eo corpore, cuius est actus, hoc est in corpore organico. Atqui quælibet pars corporis non est corpus organicum. Ergo. 98. Resp. Dist. mai., ita ut non sit in parlibus corporis organici primo, et per se, conc. mai., ita ut non sit in eis, prout ad tolum referuntur, neg. mai. Eadem ratione dist. min., quælibet pars corporis non est corpus organicum, sed tamen ad illud ordinatur, conc. min., secus, neg. min. Neg. cons. Anima humana, quippe quæ ceteris formis superior est, ea virtutis perfectione pollet, ut diversas exerere possit operationes; et ideo corpus, quod anima informat, diversis organis inslructum esse debet, ut per hæc ad diversas operationes exercendas idoneum efficiatur2. Quapropter nonnisi totum corpus, quod nempe ex diversis organis constiluitur, est proprie, sive prtncipaliter el per se illud, quod ab anima informatur. At vero, quia partes habent ordinem ad lotum, consequilur mimam, quæ est forma totius corporis, ac proinde est in toto corpore, esse etiam formam singularum partium, ideoque in his singulis residere 3. 1 Alienum a veritate prorsus non est animam in cerebro esse secundum totam virtutem sensitivam, non quod in cerebro omnia sensilium genere sentiat, sed quia, ut in Dynam. (c. III, a. 7, p. 124 vol. I) diximus, encephalum, sive systema cerebro-spinale est organum sensus communis, qui velut aliquis fons totam virtutem sensitivam continet, ab eoque reliqui sensus, tamquam rivuli, deducuntur 2 Qq. dispp., q. un. De spir. creat., a. 4 c. 3 Corpus organicum est perfectibile ab anima primo, et per se, singula autem organa, et organorum partes in ordine ad totum ; 99. Obiic. 3° Si anima in qualibet parte corporis est, crescentibus partibus corporis, anima, ut esse possit ubi jprius non erat, iterum creetur oportet ; et, a blata qua cunique corporis parte, vel illinc excedit anima, vel com>migrat ex illa parle in alias. Atqui falsum consequens. ! Ergo et antecedens. 100. Resp. Neg. mai. Et sane, quod spectat ad primum, illa iterala creatio non exposlulatur ; nam, crescentibus parlibus corporis, anima non proprie incipit esse, ubi prius non erat, sed, ciim sit forma corporis secundum cssenliam, crescentibus huius partibus, anima eas vivificare incipit !. Quod attinet ad alterum, dicendum, s. Thomas inquit, quod, præcisa parte, non requiritur quod auferalur anima, vel quod ad aliam partem transmutetur, Jnisi poneretur, quod in illa sola parte anima esset, sed sequilur quod illa pars desinat perfici ab anima totius 2. 101. Obiic. 4° Nihil eius, quod est totum in aliquo loco, ipotest esse ultra locum illum. Atqui in una parte cor:poris anima est tota. Ergo nihil animac in ceteris corpo ris partibus esse polest. 102. Resp. Dist. mai., si agatur de toto secundum quantitatem, conc. mai., si de toto secundum essentiam, neg. \mai.\ dist. ctiam min.: est tota secundum essentiam, conc. min., secundum quantilatem, neg. min. Neg. cons. Equidem illud, quod habet parles extra partes, ita est in aliquo, ut quælibet pars eius respondeat parti eius, in quo est; proindeque si sit totum in aliquo, nequit esse in alio. j At e contrario, anima, ut diximus, ideo est tota in qualibet parte corporis, quia simplex est, et loco non circumscri Op. cit., loc. cit. ad 13. Exinde duo facile intelliguntur. Primum est, quod etsi anima sit in qualibet parte corporis, tamen non singulæ partes corporis sunt animal. Anima non est in qualibet parte corporis primo, et per se, sed in ordine ad totum, et ideo non quælibet pars animalis est animal {Ibid. ad 2). Alterum est, quod anima, cum sit in singulis corpons partibus, in pluribus locis non est. Etenim eo modo anima est in singulis corporis partibus, quo ad eas veluti forma comparatur. Atqui forma comparatur ad partes per posterius, secundum quod partes habent ordinem ad totum (I, q. LXXVI, a. 8 c). Ergo ex eo, quod anima in singulis partibus est, in pluribus locis eam esse perperam infertur. Gf p. 228, not. 4. 1 Qq. dispp., q. un. De Anitn., a. 10 ad 17. 2 Op. cit., q. un. De spir. creat., a. 4 ad 15. bitur; proindeque est tota non secundum quantitatem, seu aliquam totalitatem partium, sed secundum essentiam, seu perfectionem guæ naturæ '. lam, cum anima sit secundum essenliam tota in una parte corporis, profecto nihil animæ est extra animam, quæ est in hac parte corporis; non tamen sequitur, quod animæ nihil sit extra hanc partem corporis; sed quod nihil sit extra totum corpus, quod principaliter perficit 2. De essentia animæ humanæ Discrimen inter animam, et corpus in præsenti pro certo sumentes, hæc circa animæ humanæ essentiam inquirimus: 1° an ad genus substanliæ pertineat; 2° quænam eius definitio sit ; 3° quid de illorum sententia dicendum, qui essentiam animæ humanæ in cogitatione, vel in cogitandi vi constituunt. I. — Subslantialilas aniraæ eonlra Sensistas yindicatur 103. Humius 8, et Condillachus , secundum Lockii placita 5, animam non substantiam, sed quamdam affectionum complexionem esse contendunt. Qua in re Protagoram, veteresque Sensistas secuti sunt, qui animam non aliud esse, quam sensaliones asseruerunt. 104. Anima humana est quædam substantia. Probatur. Anima in re viventi contrarias qualitates ad concentum redactas conservat, et pugnantes organorum affectiones, ne se mutuo perimant, rata lege cohibet, et denique tam diversa munia tanto ordine, et consensu administrat ]. Atqui ea forma, cuius merito, ac beneficio hæc omnia perficiuntur, accidentalis esse non polest, sed 1 In lib. I Sent., Dist. VIII, q. V, a. 3 ad 7. Qq. dispp., q. un. De Anim., a. 10 ad 3. 3 Tract. hum. nat. (angl.), lib. II, part. IV, c. 6. Traiti des sensations, part. I, c. I, 2. s Cf Ontol., c. VII, a. 2, p. 42. Paucis abhinc annis H. Janeus {La phiiosoph. Franc. du XIX siecle, p. 16, et 245, 2e ed. Paris 1860) Condillachi doctrinam ad vitam revocavit. 6 Cf Lært., lib. IX, segm. 51. 7 Cf s. Aug., De quant. anim.t c. 10, n. 17. ^substantialis; cum alicuius accidentis tanta efficacia esse nequeat, tantumque imperium in membrorum rei viven Itis, el contrariarum qualitatum quasi rempublicam. Er^o 10o. Adhæc, viventia sunt quidem substantiæ Si igi tur ea, quæ vivunt, per animam vivunt, hæc profecto non accidens, sed substantia est. Id ex eo confirmatur, quod est commune omni accidenti, quod non sit de es I sentia rei ! ; dum e contrario, anima ad essentiam viventis ita pertinet, ut vivens idem prorsus ac animatum sit. 106. Denique quantum Lockii, eiusque asseclarum placita a yentate abhorreant, ostendimus in Ontologia 2. Argumenlis, quæ ibi retulimus, adiicere præstat, 1° quod attecliones, sive qualilates varias, et sibi succedentes, a jnimam vero lmmotam in nobis experimur ; quapropter anima exjpsis affectionibus, sive qualitatibus constitui Mneq.uK; 2 quod permultæ ex hisce affectionibus ab ipsa anima in se gignuntur; ac ideo anima a suis affectionibus, perinde ac causa ab effeclu, distinguenda est. II.— Quomodo subslanliæ animac humanæ deQnienda sit, explicatur Postquam vidimus animam humanam in genere substantiæ collocandam esse, quænam huius substanliæ essentia sit, explicandum nobis est. Essentia animæ humanæ in eo consistit, quod nt jprxnapxum intellectivum, et simul forma substaniialis "orporis. j Probatur. Essentia rei illud significare debet, quod res j:um al.is commune habel, atque illud, quo ipsa ab aliis liscnm.natur Atqui anima humana ex eo quod est forma substantiahs corporis, ac proinde substantia incom^leta, quæ per se, et naturaliler ad coniunctionem cum orpore ordinem habet, cum aliis animarum speciebus ^onsenl.l; siquidem ipsa, æque ac istæ, suum esse cor>or. commun.cat, .lludque vivificat, et informat : atque ^ eo, quod est pnncipium intellectivum, ab iis distinZ rrsusLe,x eo quod ad coniunctionem cum cor ; ore ord.nem habet, differt a substantiis intellectualibus, Piæ^ separatæ, sive Angeli dicuntur: et ex eo, quod est 1 Qq. dispp., q. un. De Anim., a. 12 ad 7. Loc. cit. principium intellectivum, cum eis consentit; nam animæ hurnanæ ex eo, quod intellectiva est, illud, ut mox ostendemus, convenit, non habere esse concrelum in materia ', ac proinde a corpore separatam subsistere posse. Ergo essentia animæ humanæ in eo consistit, quod est principium intellectivum, et simul forma substantialis corporis. 108. Ex his colligitur, quomodo anima humana sit definienda. Porro animæ communiter acceptæ definilio est: Actus primus corporis physici organici potentia vitam habentis2. Voces illæ, actus primus, animam esse formam substantialem, ac proinde a formis accidentalibus distingui designant 3. Dicitur autem actus corporis physici organici, quia anima facit ipsum corpus organicum, sicut lumen facil aliquid esse lucidum 4 . lis verbis, potentia vitam habentis, significatur animam, cum sit actus primus corporis organici, efficere, ut ipsum ad vitales operationes edendas potenliam habeat 5. Iam prout huius 1 Gf p. 192. Ex hoc, quod anima humana non habet esse concretum in materia, consequitur quod ipsa, etsi sit substantia incompleta, quia, cum sit pars humanæ naturæ, non habet perfectionem suæ naturæ, nisi in unione ad corpus [Qq. disj)p.,q. un. De Anim.,&. 2 ad 5); tamen est in genere substantiæ non solum sicut principium, quod nempe totum substantiale constituit, sed etiam sicut species. Guius rei ratio hæc est: Substantia dicitur ens, cui convenit esse in se. Atqui esse in se non ipsarum formarum, si materiales sint, nempe a materia pendeant, sed totius compositi substantialis proprium est; e contrario animæ humanæ, quippe quæ est forma a materia non dependens, proprium est esse in se, quod ipsa corpoii communicat. Ergo ceteræ formæ non sunt in genere substantiæ, sicut species, seo solum sicut principia; anima autem humana estin genere substantiæ non solum sicut principium, in quantum est forma huius corporis, sec etiam sicut species, quia habet esse absolutum, non dependens a ma teria. In lib. 11 Sent., Dist. III, q. I, a. 6 sol. 2 I, q. LXXVI, a. 4 ad 1. 5 Cf Cosmol., c. I, a. S, p. 101-102. 4 Qq. dispp., q. un. De Anim., a. 1 ad 15. b I, loc. cit. Profecto vivens substantia constituitur in suo esse, a q' XV' a c ~x hoc> ° pi7-z '• LIV> a. 1 c. -3 lhid, Dynam., c. I, a. 4, p. 101 ToI. I. s Ibily a. „, p^™. q-lta. • oil. tennios foret, atqTSbC SCnSUm nroduccrct. q er.„TraaCrra„tt0uraarennrd,U„m " "'"""'l prtoC",l° "•. cmPe colara colligebenj . ' " C'USUC'" principii act"°s' elapso Helvelius, Auctor systematis naturæ, DiderotuH Lammetrie, multique alii Galliæ, Hollandiæ, et Anglia scriptores recensentur. His sæculo XVII viam slraver Spinosa, Tolandus, et Hobbes. Ineunte hoc sæculo, pra observation exacte De hominis creatione,et de substantia ammæ( ejmO.Gottmg.l { s Gf Janet, Le maUrialisme contemporam, c.I,p.!4sqq, farib 117. Itaque in immalerialilate animæ humanæ vindinda nos primum abnormitatem materialismi generatira .tefaciemus; de.nde quædam contra materialismum Xjolog,cum,et dynam.cum speciatim adnotabimus; lum amam sp.nlaalem esse ostendemus; denique de phrenogismo pauca adnciemus. pureuu Il.-Animam hnmanam simplicem esse demonslratur 118. Si anima humana forma substantialis corporis adittatur, ipsa neque aliquod corpus, neque ulla ratione v.sib.l.s d.ci potest;nam neque^corpus potes es,e for a, neque forma potest esse aliquod corporeum ma humana s.t huiusmodi forma, ut animal perfeCum Z ITrllZn a mJe: "; seVliara per $%?%£ >nem respuit At vero materialismum argumentis alinn ! pet.t.s refe llere ndbis lubet sequenti ? '"" Pmh P,roPJiAntma humana ^quit esse corporea. Probatur . Præcipuum argumenti genus ex natura illam operationum ammæ, quæ cogitationes dicuntur e nmur atque,ta se habet: Cogilationes, quæ ad \\ni m spectant, nempe noliones rerura sens Iran, vel slmcium, .ud.c.a rat.ocnationes, conscienlia, a substa™ corporea profic.sci nequeunt. Alqui operari seauiTv 20 if an'ma humana neauit ess corporea ? 1^0. Hoc argumentum evolvitur hunc in modum • Pri "sfbi' coamn0ara°tneSu[enr ^'T' ™ ^osUarJra ;,,' ' comparat, ut per iinam formam, sive sneciem us omnes partes rci compositæ, prou sunt in toln 'co actu percpat. lam substant a corporea ac nroin' xtensa, et divisibilis, huiusmodi notioCm numlam ectæ now tmm veI s,nSulæ eius partes singulal re, ectæ porliones per diversas harum snecies Dereinf.rnf s.ngulæ partes per speciem totiusC eam tofam s ' I complecterentur Atqui neutrum sumi po, N ' ™peVPe,ræn,tu,ndiVerSæ Par,eS a'icuius ^Smi^ maP to, Fus N„„ \n,UraqUanl Vero simul iutegr n sub na tot.us . ]\on alterum, qu.a tunc quot partibus ani Cf Cosmol., c. V, a. 3 n 117)1 2 n. -i-j 'Cf s. Thom., I, q. LXXXV, a 4 adl " ""^ ' ' P' " "il' natura cognitionis species oportere esse immateriales adstruim, ut animæ simplicitas inde patescat. Cf s. Aug., De quant. anim., c 13, n. 22. 9iq quid compositum, non nosspf iH et Pr,nc'P'um, a quo tantia corporea^imW,?, """" -SSOt 1uæda™ subleretur iosa non„ 2i, 'US coSn'trlx convenire po io inter 7U0 fr n Ul, C°nS,St.at ; siqoidem compa >ec duo percipS VmTi P°! ' ' """ ab, 6° ' uul simu' 'dicium eonfi ' ifiimsk „• V7 mtellcclus conclusioncm ex 26 Ouarm0 1 US fleducitur> "uerc cognoscil '. IS s„i ?' An,ma' q"e"ia''modum sæpc observavi S c'ieenttiSamre7enT^irUm f' consc'a e" C _,cient,am ex eo habet, quod ipsa se, tamquam Op. cit., lib. XV, c. 22. Ws. Thom. Contr. G.„,., Iifc, „ c. 49 "|æA"-Vm "'-rt-. !"•,. 8, n. 22. . n n b esse rem, quæ omnes operationes ehct. Atqu, nullu. horum explicari posset, si substanUa. cogitans ; e teus,, divisibilis in partes poneretur. Eten.m 1 ill > depende tia operationum haberi nequ.l, n.s. n i bis, quæ secu dum ordinem naturalem procedunt ab uno •; 2 cm cur operatio unius potentiæ operat.on. altenus,mpeens ei vitam, quod nullum corpus præstat corpori 3 . ^ræterea. Quemadmodum ipsi physiologi docent, corpus >er leges assimilationis, et excretionis quoad particulas, x quibus constat, sensim sine sensu commutatur, adeo ut :emporis fluxu prorsus renovelur. Si igitur anima sive trincipium vivendi non nisi ipsum corpus esset, princi•ium vivendi in dies variare, ac tandem in aliud renoari deberet. Atqui unusquisque nostrum experitur prinipium cogitandi conslanter manere idem; ita ut nos, qui unc vivimus, eosdem esse, qui antea viximus, consciaaus. Ergo. 134. Quod si anima a corpore distinguitur, ipsam neue ln temperamento, neque in harmonia corporis conistere consequitur. Non quidem in temperamento. Nam mma corpus sibi subdit, atque haud raro reluctatur iis ppehtionibus, quæ ex corporis temperatione oriuntur; iquidem multi homines appetiliones illas sedanl, et effilunt ut rectæ rationi pareant. Anima igitur non est ip temperatio corporis; secus idem effectus simul ab eæm causa oriretur, atque destrueretur . 135. Neque est harmonia, seu ipsa compositio partium orpons, vel ralio, qua partes corporis secum invicem onnectuntur. Etenim in diversis partibus corporis sunt lversæ compositionis rationes; ac proinde si in hac corons partium compositione anima consisteret, singulæ artes corpons haberent singulas animas, nempe aliam nimam haberet os, aliam caro, aliam nervus, utpote quæ ttundum diversam proportionem sunt composita. Alqui 'oc manifcsle falsum est. Ergo 8. 136. Advcrsus materialismum dynamicum observasse iuerit, quod, ctsi portenlum illud assumatur, maleriæ espntiam ln vi activa quadam positam esse ; hæc tamen ^tiones illas, quæ vilales dicuntur, numquam efficere post : 1 quia effectus aliquis non subest potentiæ aliJius agentis.... per hoc, quod non habet cum agente af 1 Cf Cosmol, c. V, a. 3, p. 137-138. I, q. LXXV, a. 1 c. s Conf., Iib. X, c. 6, n. 10. Contr. Gent., lib. II, c. 63. -5 ibid c. 64> finitatera, vel similitudinem ; atqui actiones vitales nullam curn materia similitudinem habent ; viventia enim quemadmodum alibi a nobis ostensum est % a non vivea tibus multum distant; 2° quia si actiones vitales, uti etian demonstravimus, per principium vitale organis corpori insitum explicari nequeunt s, ipsas materiæ vi longiu præstare dicendum est; 3° quia subiectum, in quo per ficiuntur actiones vitales, est ipsum vivens, siquidem a( genus actionum immanentium illæ spectant; dum e con trario materia non in seipsam, sed in aliud extra se dum taxat vim suam exercere potest. 137. Ad cuius rei maiorem explanationem mente recola mus oportet materiam ad aliquam speciem actionum deter minari: Res corporales habent determinatas actiones >} siquidem corpora non operantur, nisi naturaliter 5; natu ra autem est determinata ad unum. Quocirca, si activa ma teriæ vis ita evolvi sumatur, ut sicut naturæ mortuæ ita naturæ viventis actiones exerat, illud admittendum fo ret absurdum, utrasque illas actiones eiusdem esse spe ciei. Itaque, etiamsi concedatur materiam nihil aliud esse quam vim per seipsam, seu sponte sua activam, illa ta men ex essentia sua et differt ab anima, et aniraæ actu cfficere nequit. IV. — Materialistarum obiectionibus satisfit 138. Obiic. 1° Substantia corporea afficitur qualitatibuj quæ non sunt divisibiles, e. g., gravitate, vi motrice, e aliis eiusmodi. Ergo ex eo, quod cogitatio est aliquid iii divisibile, inferri nequit ipsam ad substantiam corporear pertinere non posse. 139. Resp. Dist. ant., et illæ qualitates sunt indivisi biles, si in seipsis considerentur, conc. ant., sin relata ad corpus, cui insunt, neg. ant. Neg. cons. Sane, sicu formæ corporum dicuntur inextensæ, seu simplices, i considerentur abstractæ a materia 6, ita illæ qualitates nempe gravitas, vis motrix, aliæque huiusmodi, si abs tractæ a corpore, cui insunt, in se spectentur, nihil, nif i Contr. Gent., lib. II, c. 22, n. 5. 2 Cosmol., Introd. p. 90. Cf etiam c. IV, a. 1, p. 126 sqq. 3 Cf quæ diximus p. 211-214. I, q. CX, a. 1 ad 1. * Contr. Gent.j lib. III, c. 102. Cf Cosmol., c. V, a. 4, p. 139-140. llimplex, atque uniusmodi exhibent. At prout corporeæ fiubstantiæ insunt, non sunt indivisibiles; gravitas enim luxta divisionem massæ corporis dividitur; item, vis mo|nx in omnes partes corporis dispergitur, ita ut si vis [aotrix in corpore est, ut duo, in dimidio sit, ut unum. Wj contrano quævis cogitatio lum in se, tum in subiecto ogilante prorsus indivisibilis est. 140. Obiic. 2° Nullatenus fieri potest, ut extensi obie ti imaginem anima indivisibiiis in se contineat. Ergo si inima res extensas percipit, ipsa indivisibilis esse nequit. |. . -L .rp# Neg' anL et cons' Nam anima non est ini ivisibihs, ut punctum habens situm in continuo, sed er abstractionem a toto genere continui * . Sane indi jisibile habens positionem, cuiusmodi est punctum 2, i laginem extensi obiecti totam, quanta re ipsa est, in se 'Ontinere non potest. At virtus integram extensionem ob |>cti percipiendi non indivisibili, instar puncti, sed sub Itantiæ omnino indivisibili, quæ nempe nullum ad par s;s ordinem habet, et ad genus continui nullo modo per net, propria est. Quod si ad obiectum extensum perci lendum extensio in subiecto percipiente requiritur, i j.ud tantam, et tam variam reipsa habere debet dimen jonem, quanta est dimensio diversorum, quæ ab ipso ercipiuntur, obiectorum; id tjuod est aperte falsum 3. Ac ;?dit, quod integra rei extensio sub una simplicissima, pe itusque indivisibili ratione formali percipitur; ergo hu lismodi pcrceptio non nisi ad principium omnino indi sibile pertinere potest. 142. Obiic. 3° Vulgatum est illud effatum: Quidquid repitur, per modum recipientis recipitur. Atqui anima repilur in corpore. Ergo est corporea. 143. Resp. Dist. mai., ita ut nequeat unum ab altero Cipi, nisi sit inter utrumque quædam proportio habitunis, conc. mai., nisi sit inter ea naturac convenientia, Qq. dispp., q. un. De sp. cr., a. 4 ad 16. De hoc indivisibilitatis genere cf /n lib. I Met., lcct. II. 5 Tam multas, ad rem inquit s. Augustinus, et tam magnas corrum imagmes, si anima corpus esset, capere cogitando, vel memoi continendo non posset.... Qua igitur magnitudine, quæ nulla illi, miagines tam magnorum corporum, et spatiorum, atque re>num capit? De anim. et eins orig., lib. IV, c. 17 n 25 neg. mai. Dist. etiam min., anima recipitur in corpore, ut perfectum in perfectibili, conc. min., ita ut in corpo-, re contineatur, ncg. min. Neg. cons. Sane anima non recipitur in corpore, ita ut contineatur, nam, ut s. Augu stinus inquit, anima continet corpus * . Quapropter cor pus recipit animam eo modo, quo materia recipit formam scilicet ita ut per ipsam perficiatur: seu ut secunduu ipsam constituatur in esse alicuius speciei * . Utauten corpus hoc modo in se recipiat animam, non requiritui ut huius natura cum natura illius conveniat, ita ut animj extensa, æque ac corpus, sit 8, sed solum quædam inte illud, et istam proportio, quæ in eo consistit, ut corpu, habeat ordinem ad animam, et capacitatem, ut ab ea in formetur *. Iam simplicitatem animæ haud impedire, quo minus hæc talem cum corpore proportionem habeat, an tea a nobis ostensum est . Ex eo igitur, quo.d anima re cipitur in corpore, nihil contra eius immaterialitatem in ferri potest. . |j 144. Obiic. 4° Anima non potest movere corpus, ms illud tangat. Atqui tactus non est, nisi corporum. Ergc 145. Resp. Dist. mai.: nisi illud tangat contactu virtu tis, conc. mai., contactu corporeo, neg. mai. Sub eader dist. neg. et conc. min. Neg. cons. In primis, cum movet sit actus existentis inpotentia* , producere motum ms gis ad substantias immateriales, quam ad materiales, pei, tinet. Etenim nihil potest transire de potentia in actun nisi per id, quod est actu. Atqui substantiæ mtellectu! les magis actu sunt, quam corpora. Ergo ad illas magii quam ad substantias corporeas pertinet aliquid moven Agunt substantiæ intellectuales in corpora, et movei ea, cum sint immateriales, et magis in actu existentes \ Ut vero quomodo substantia immaterialis corpus tanga et moveat, intelligatur, distinguendus est contactus qim titatis} qui proprius corporum est, a contactu virtutis i Contr. Epist. Man., c. 16, n. 20. Cf p. 227. 2 I, q. L, a. 2 c. -3 Cf p. 193-195. 4 Debita proportio materiæ ad formam est duphciter, scihc per ordinem naturalem materiæ ad formam, et per remotione impedimenti ; In lib. IV Sent., Dist. XVII, q. I, a. 2 sol. 1 Loc. cit. 6 In Ub. I Sent., Dist. VIII, q. I, a. 3 sol. 7 Contr. Gent.,\ib. II, c. 56.— Cf Dynam., c. VI, a. 1, p. 188 vol. j rimo contactu langenlia dicuntur ca quæ uniuntur lcundum ulfma quanlitatis ; unde in corporibos ono" t mutuum esse tactum ' >,. Contactus virtutis pert net ? 1 ea quæ etsi i„ quantitatis ultimis ncn tanganf bcuntur mhilominus tangere, in quantum agunlV^Hoc,tem tactu substanfa immaterialis, quæ est indivisibi fcff' %[ mT? C°rpUS' quod est auædam quantitas div i bil.s.Nam lactu corporeo id, quod est indivisibile puta inctum, non potesl langere, nisi aliquod indivis b^ile • tac u vtrtutts substanlia immaterialis potest langere JTnT •d-,,V!f.lb,lem Substantia intell/ctualis qufm! | nt ind.vis.bihs, potest tangere quantitalem divisibifc,.n quanlum ag.t in ipsan,8 Alio enim modo est inni.bile punctum, et substantia intellectualis. Punctum .dem est S1cut quantitatis lerminus, et ideo habet s™ a, determmalum m continuo, ullra quem porrigi no„ l|,lest ; subslanf a autem intelicctualis est indivisibihs itur tt irnr.i8veinUKS,f|Ua,ntil?!iS eX,SlenS' Unde U°" ^'e Itur ei indmsibile al.quid quantitatis ad agendum In animam non n,s. tactu virtutis movere \st. XIX in arguendo. I, q. LXXXV, a. i Diximus sæpe, non semper, interdnm enim operationes meni in iuvenibus languidiores sunt, et e contrario intelligentia in qu busdam hominibus usque ad ultimam senectam in dies magis, m. sisque viget. Guius ratio, aiente Aquinate, ex parte ipsius tnze ;rescentis animæ argumentum est, vires in maiori ætale ;naiorcs . Exinde etiam perspicitur, quomodo organorum perturbatio exercitium intellectus perturbet: Debiitatur intellectus ex læsione alicuius organi corporalis 'ndirecte, in quantum ad eius operationem requiritur operatio sensus habentis organum . Ob eamdem rationem i causis, quæ in corpus agunt, intelligentiæ evolutio penderc dicenda est. Hæc omnia ila s. Thomas paucis complectitur: Cum anima sit forma corporis, consequens est, quod unum sit esse animæ, et corporis; et ideo, corpore perturbato per aliquam corpoream passionem, necesse est quod anima per accidens perturbetur, scilicet quantum ad SSSe, quod habet in corpore 3 . V. — Lockii error ex iam ostensis refellitur 150. Lockius etsi animam simplicem esse fassus sit, tamen ea permotns ratione, quod non omnes materiæ proprietates perspectas habemus, in dubium revocavit, utrum, necne cogitandi vis inter proprietates materiæ, quæ nobis compcrlæ non sunt, revera sit, aut saltem divinitus 3ssc possit4, Lockii dubitatio a Voltairio 5, aliis;(ue malimo plausu excepta fuit. 151. Dubitatio Lockii futilis est. Probatur. Ut certo asserere possimus aliquod attributum substantiac cuipiam repugnare, non requiritur ut omnia huius attribula perspecta nobis sint, sed sufficit, ut aliquod unum in ca certo dignoscamus, quod cum dato atlribulo evidenter pugnat; nam una, eademque substantia constare nequit cx attribulis, quæ se mutuo destruunt. lla, etsi geometræ nondum omnes circuli proprielates calleant, tamen pro rc certa cxplorala habent, quadraturam inter eius proprietates nondum cognilas minime contineri, (juippe illa rotunditalis proprietati in circulo iam perspcctæ evidcnter opponitur. Alqui cogitatio curn notis proprielatibus materiæ, nempc extensione, divisibilitate, so lectus, qui est perfectior, repetenda est, quatenus nempe hi cum babeant corpus mclius dispositum, sortiuntur animam maioris virtutis in intelligendo »; loc. cit. 1 Op. cit., c. 22. 2 In lib. II De Anim., lect. VII. 8 III, q. XV, a. 4 c. Op. cit., Iib. IV, c. 3, § 6. s tUm. de la phil. de Newton, part. I, c. 6. liditate, figura, inertia, adversa fronte pugnat; quæ auU secum pugnant,Divina Omnipotentia non continenlur.Erj vis cogitandi nec divinitus materiæ convenire potest. 152. Iam cogitationem cum illis maleriæ proprietatibuj pugnare comperlum cuique est. Sane 1° pugnat cogitatic cum extcnsione, et divisibilitate ; nam, quemadmodurr. satis, superque a nobis ostensum est, cogitatio est quidquam unicum, et indivisibile. 2° Pugnat cum soliditate; neque enim integrum obiectum cum omnibus eius partibus percipi a nobis posset, nisi species singularum partium in unam confluerent; neque in iudiciis et ratiocinationibus plures notiones secum comparari possent, nisi illæ in unum compenetrarentur . Accedit quod cogilatic seipsam reflexione permeat, el insuperduo subiecta percipientia possunt se invicem comprehendere: si vero es-j sent solida, unum non posset alterum penetrare, ideoquc unum non comprehenderet alterum, comprehensio enim rei habetur, cum ipsa tota cognoscitur. Pugnat cum inertia, materia enim, utpote iners, ab extrinseca causa determinatur; unde consequitur lex illa Newtoni, mutalionem motus proportionalem esse vi motrici impressæ, ei, fieri secundum lineam rectam, qua vis illa imprimitur. Al nos de multis rebus cogitamus, quin ulla actione externa agitemur, atque insuper seriem unius demonstrationis interrumpimus, aliamque prorsus diversam aggredimur, ac præterea ab imaginatione ad intellectionem, atque ab hac ad illam rursus pro lubitu transimus. 4° Pugnat denique cum figura; quod enim est figura præditum, habet terminum, cum figura sit quæ lerminis continetur : at potentia cogitandi est quodammodo infinila; in infinituni enim inlelligit species numerorum augendo; et similiter species figurarum, et proportionum: cognoscit etiam universale, quod est virtute infinitum secundum suum ambitum, continet enim individua, quæ sunt polentia infinita 2 ». 153. Itaque cogitatio præcipuis, ct valde notis mate 1 « Impossibile est duo corpora se invicem continere, cum continens excedat contentum. Duo autem intellectus se invicem continent, et comprehendunt, dum unus alium intelligit »; Contr. Gent., lib. II, c. 49, n. 6. « Ibid., n. 5. iæ proprielatibus adversatur; quapropter si materia pos•et cogitare, ex proprietatibus secum pugnantibus conlaret. VI.— De animæ huraanæ spiritualitate 154. Animam humanam non esse aliquid extensum, sed p una simplici, et indivisibili realitate consistere contra mnes materialistarum classes demonstravimus. At aliquid obilius ipsi est tribuendum; etsi enim corpus informet, amen huiusmodi est, ut a corpore haud pendeat ; unde,on solum simplex, sed etiam spiritualis appellatur. j 155. Anima hurnana est spiritualis. i Probatur. Operationes propriæ animæ humanæ, eæ iempe, quæ ad intellectum, et ad voluntatem spectant, |me organis corporis exercenlur ; ac proinde a maleria on pendenl. Atqui similiter unumquodque habet esse, et oerationem. Ergo esse animæ humanæ huiusmodi est, ut \ materia non pendeat, ac proinde ipsa spiritualis di3nda est. 156. Ad maioris veritatem perspiciendam satis est mente Jcolere ea quæ in Dynamilogia statuimus. Sane operaones cognilrices, quæ corporeis organis indigent, ad iquod genus rerum materialium percipiendum determianlur: neque aliud, nisi quod maleriale est, atque prout )nditionibus materialibus adstringitur, apprehendere posint; unde obiectum illarum proprium non nisi singulare 'Se potest : super seipsas denique converti nequeunt '. tqui operationes intellectrices circa quodlibet rerum mainalium genus versari possunt, easque cognitione immanah, umversali, et necessaria attingunt2; lum super sesas reflectuntur 3; atque ad ea se porrigunt, quæ rerum latenaliumordinem transiliunt 4; intellectusque in eorum 'iHemplalione quam maxime delectatur 5 ; atque, secus 1 Cf Dynam., c. IV, a. 12, p. 161-162 vol. I. \ I, q. LXXXIV, a. 1 ad 4; Cf Dynam., loc. cit. et a. 3, p. 136. J Cf ibid., p. 162. 4 Ibid., p. 161. Hinc Lactantius aiebat: « Nullum est animal, præ • hominem, quod habeat notitiam aliquam Dei. Solus enim sapientia structus est, ut religionem solus intelligat; et hæc est hominis, jue brutorum vel præcipua, vel sola distantia ; De ira Dei c. 7 b Cf s. Aug., De lib. arb. ac facultas organica, quæ quoties ab obiecto sensili vehementer impellitur, ad aliud eiusdem generis obiectum sentiendum inepta evadit, ipse ex obiecto valde intelligibili ad intelligendum obiecta minus intelligibilia validior fit f. Ergo operationes intellectrices supra corporeum omnem ambitum sic evebuntur,ut materiæ determinationes omnino transcendant, ac proinde a materia non pendent. 157. Idem de actibus voluntatis est dicendum. Etenim voluntas bonum intellectivum, nempe incorporeum appetit 2; neque ad hoc, vel ad illud bonum determinatur, sed in quodcumque obiectum,in quo ratio boni deprehenditur, libere ferri potest 3; super suos ipsos actus reflectitur, quia vult se velle, et diligit se diligere 4; denique corpus sibi subdit, illisque cupiditatibus, quæ ab appetitu sensitivo proficiscuntur, adversatur. 158. Obiic. Anima nihil potest intelligere sine ope sensuum, qui per organa corporea exercentur. Ergo in ipsa operatione intellectiva ab organis corporis pendet, ac proinde non est spiritualis. 159. Resp. Dist. ant.f quatenus sensus ad actionem intellectricem intrinsece concurrunt, neg. ant., quatenus sensus præbent intellectui phantasma, in quod ipse snarrj actionem, quin a sensibus pendeat, exerit, conc. ant. Neg. cons. Responsionem istam, quæ ex theoriis in Dynamilogia statutis satis superque declaratur, Aquinas noster hh verbis tradidit: Dicendum, quod corpus requiritur ad actionem intellectus, non sicut organum, quo talis actic exerceatur, sed ratione obiecti; phantasma enim comparatur ad intellectum, sicut color ad visum s. Et alibi : Intelligere est propria operatio animæ, et non egreditur ab anima mediante organo corporali, sicut visio me Cf s. Bonav., In lib. I Sent., Dist. I, a. 3, q. I ad arg., e Alb. M., De Anim., lib. III, tract. II, c. 15. Cf Dynam., c. V, a. 3, p, 166-167 vol. I. 3 Cf Dynam., ibid., a. 8, p. 175 sqq. In lib. I Sent., Dist. XVII, q. I, a. 6 ad 4. Noli ergo mi rari, inquit ad hanc rem s. Augustinus, si ceteris per liberam vo luntatem utimur, etiam ipsa libera voluntate per eam ipsam ut nos posse, ut quodammodo se ipsa utatur voluntas, quæ utitur ce teris, sicut se ipsam cognoscit ratio, quæ cognoscit et cetera De lib. arb., lib. II, c. 19, n. 51. I, q. LXXV, a. 2 ad 3. iante oculo. Communicat tamen in ea operatione corpus x parte obiecti; nam phantasmata sine organis corporeis >se non possunt . VII.— Refutatur phrenologismus 160. Ut quid hoc systcma sit, facilius explicemus, ilid in pnmis memoramus, a diligentioribus, et peritis ituræ scrutatoribus, propter intimum nexum, qui inr animam, et corpus intercedit, ex huius eonformatio!, et habitudine nonnulla non quidem certa, sed probalia indicia de illius interiori statu perspecla fuisse. Exde ortum habuit physiognomia. Quæ inler veteres haut cultores Empedoclem, Platonem, Aristotelem, Galcim, ahosque; medio ævo præ ceteris Avicennam, et AIrtum Magnum ; in recenti ætate magnopere adaucta it a nostro Ioanne Baptisla Porta, Lavater, Camper, asque pluribus. 161. At, ineunte hoc sæculo, Gall, ciusque discipulus urzheim usque adeo processerunt, ut systema phrenopcum, seu cranioscopiam invexerint, hæc præcipue ituentes : 1° Cerebrum non est unicum organum, sed multis organis inter sese distinctis constat. 2° Hæc gana, prout magis, minusve explicantur, et evolvun', maiores, aut minores circumvolutiones in cerebro, ldemque in calvaria protuberantias istis circumvolutio)us respondentes efficiunt. 3° Singula hæcorgana, ideoe smgulæ calvariæ protuberantiæ sunt primilivarum imi facultatum sedes, imo ipsæ facultates organorum mme appellari possunt. 4° Nomine facultatum primitium non veniunt iilæ, quæ a Psychoiogis vulgo reiscntur, nempe facultas sentiendi, imaginandi, volun-, et aliæ huiusmodi, sed potius naturales propensio' > quas quisque sortitur, uti propensio in poesim, in lCitiam, in malhcmaticam. Unde Phrenologi in cerebro (inguunl organum matheseos, amicitiæ, iracundiæ, mcidn etc. Facultates vero a Metaphysicis recensitæ sunt, nisl secundariæ, sive subieclæ facultatibus nnlivis, harumque veluli atlributa generalia. 5° Hæ ultales secundariæ tot vicibus in eodem homine repee mveniuntur, quot facultalibus primitivis iste pollet. Qq. dispp., q. un. De Anim., a. 1 ad 11. Philos. Christ. Compend. II. 7 47 Iamvero non omnia organa, ideoque non omnes facultates ipsis propriæ in singulis hominibus extant, nequt organa, quæ in eis extant, eodem modo explicantur, ei evolvuntur; proindeque neque æqualis est protuberantiarum numerus in singulis calvariis, neque quælibet protuberantia eiusdem est magniludinis. Hinc fit, ut si qui L rnaterialisme et la phrdnologie rtnlr a seos/0ndement°, Paris 1840; Flourens, Examen dela rm i ; 2/ atqUG interSer'nan°s,Friedreich, Arch. psychol. mLk £ 131;194' Heidelbergæ 1824, et Reichlin-Meldegg., Psyeh. m"s (germ.), sect. I, p. 358, Heidelbergæ. nibus hominibus communes, tamquam facultatum specia lium proprietates, spectare. 2° Absurdius etiam est ratio nem, et voluntatem e facultatum numero extrudere, curr ipsæ ceteris omnibus facultatibus præstent. 3° Si una quæque facultas primitiva propriam sibi percipiendi, re miniscendi, ratiocinandi facultates habet, tunc illud vald. yuod si physiologice hæc theoria spectetur, multis ctiam ab Probatur. 1° Exemplaris, aiente s. Thoma, propriurr est eo spectare, ut illa, quæ ad normam sui eftingantur similia sibi reddat . Atqui id de homine cum reliquh animalibus comparato dici nequit. Namque homo ob ra tionem, qua solus inter animalia poliet, a reliquis ani malibus essentialiter differt. Ergo homo exemplar, seii typus totius vitæ animalis esse nequit2. 2° Si homo esset ultimus terminus, ad quem evoluti embrionis pervenit, facultates cognoscendi, appetendiqu in homine a principio quodam maleriali producerentur quippe quod embrio, horum Physicorum senlentia, ex v sibi insila seipsum evolvit. Atqui hoc, ut ex dictis II Dynamilogia patet, perabsurdum est. Nam facultates ratic nales, cum sint inorganicæ, principium alius naturæ, a animas a Deo creari) opinionem elegerit, vel adhuc dubitandum putaverit ; In lib. II, Dist. XVII, § 15. Cf etiam Melchior Ganus, vc locis theol.,hb. 12, c 13). Hoc adnotatum voluimus, quia Casimirus Ubaghs (Anthrop. Philos. Elementa, Pars synthetica, c I) asserit opinionem, animas a parentibus generando propagari, probabilibus n rationibus minime spernendis, edimque cumnullo catholicæ Fidei dogmate pugnare, dummodo generatio illa non velut ma'erialis divisio, Obiic. 1° Parentes hominem generare dicuntur. Atqui homo constat ex anima, et corpore. Ergo non solum corpus, sed etiam anima per generationem oritur. 177. Resp. Dist. mai.: quatenus operantur ad unionem corporis, et animæ, ex qua unione homo est homo, conc. lmai,; quatenus gencrant quamlibet partem hominis, neg. mai.; conc. min. Neg. cons. Et sane, licet anima rationalis non sit a generante, unio tamen corporis ad eam est quodammodo a generante f ; nam generans disponit corpus, ut coniunclionem cum anima secundum leges naturæ expostulet, et acquirat2. Quoniam vero ex unionc animæ ad corpus homo est homo, oplimo, meritoque iure parenles hominem generare dicunlur, quia generatioiis finis, ut sæpe monuimus, non est forma, sed compoitum ex materia, et forma. 178. Obiic. 2° Si corpus per generationem, et anima per creationem oritur, unum non est esse hominis. Atqui :onscquens est absurdum. Ergo anima per ipsam gene'ationem corporis oritur. 179. Resp. Neg. mai.; conc. min. Neg. cons. Ex eo, quod jorpus per generationcm, et anima per creationem prolucitur, esse corporis ab esse animæ minime separatur; lam creans dat esse animæ in corpore, et generans dis)Onit corpus ad hoc, quod huius esse sit particeps per inimam unitam s . 180. Inst. Unum esse hominis produci non potest a cauW diversis. Ergo. 181. Resp. Dist. ant., si illæ diversæ causæ non sint nter se ordinatæ, conc. ant., sccus, neg. ant. Neg. cons. ausæ, inter quas nullus ordo existit, eumdem effectum Mf diffusio quædam concipiatur. S. 0. Congregatio tum ob traduciani'iww, tum ob aliquas doctrinas, quas prof. Lovaniens, propugnabat, f quac sunt similes aliquot ex septem propositionibus, quas eadem -ongregatio die 18 sepf. 1861 haud tuto tradi posse iudicavit (cf quac ixi.nus in Ideal., c. I, a. 8, p. 212, not. 2, vol. I), tum ob alias opilones, quas cautc minus, quam fas est, ille exponebat, decrevit in bns philosophicis a Gerardo Casimiro Ubaghs hactenus in lucem litis, et præsertim in Logica, et Theodicea invcniri doctrinas, seu pmiones, qure absque periculo tradi non possunt . Cf La Scienza La lede, vol. LXII, p. 390-391, Napoli 1866. 1 Q(f. dispp., De Pot., q. III, a. 9 ad 19. Ibxd. ad 2.-3 n,^ ad 2Q. producere nequeunt. At vero in productione hominis generans cum operetur usque ad ullimam dispositionem, qua corpus exigit informari anima rationali, eum ordinem habet ad Deum, qui animam creat, ut ad Ipsum, veluti causa instrumentalis, referatur. Etsi igitur Deus creans, et homo generans sint causæ diversæ, tamen unum esse hominis ex iis producitur. . Natura est sicul instrumentum Divinæ virtutis; unde non est inconveniens si Virlus Divina sola faciat animam rationalem, actionc naturæ se extendente solum ad disponendum corpus f 182. Obiic. 3° Filii similantur parenlibus non solum secundum physicas qualitates corporis, sed etiam secundunc qualitales animæ. Atqui hoc demonstrat, sicut corpora. Falsum est animam sensitivam hominis iroduci per generationem. Probatur. Unum est esse animæ humanæ, quæ simul ensiliya est, et rationalis. Atqui anima humana, prout :st rationalis, quemadmodum ostendimus, per generatio Tcpn°u °ritUrEr^° necue Prout est sensitiva. lSb. Hoc argumentum, quod ab unitate animæ huma-,æ depromitur a s. Bonaventura his duobus modis exiibe ur: 1 Philosophus dicit quod sensitivum est in ntellectivo, sicut tetragonus in pentagono; et vegetativum n sensilivo, sicut tngonus in tetragono. Si ergo ab eoem pnncipio est tetragonus, a quo est pentagonus, ab odem erit anima intellectiva, et sensitiva; sed intellectia non est a generante, ut demonstratum fuit supra Er 0 nec sensitiva . 2° Quæcumque sunt idcm in subtantia, ab eodcm principio educuntur in esse. Sed aniia sensitiva, et intellectiva in eodem homine sunt idem B substant.a, qma unius perfectibilis una est perfectio -rgo si rationalis non est per generationem, videtur, uod nec sensibihs 3 . 187. Præterea idem Seraphicus Doctor ita etiam argulentatur: Quæ simul corrumpuntur, simul etiam projucuntur; ergo, pan ratione, quæ simul separantur, si-,iul et mtunduntur. Sed, recedente in homine anima raonah, nullo modo remanet potentia sentiendi in corpop. fcrgo sicut amittitur polenlia sentiendi in recessu amæ, ila infunditur in adventu. Non est igitur a geneitione, sed a creatione . ° et 1 I, q. CXVIII, a. 2 ad 2. 2 cf . n 1,6. II Sent., Dist. XXXI, a. 1, q. I, £ opp. Ex his argu n perspictur, quare anima sensitiva in brulis, non vero in im r,Prr Seneratlonem Producatur. Etenim ex hoc, quod ipsa Thol r/n c°rp0ri 6SSe sensiti^^equitu'r;monente nl itiv n/fn 1 U Sen^ DiStXVI11' "• a3 ad an™'n nsitiyam in homine, et brutorum ad eamdem speciem non referri rt;,^^ ori*inis modnm- c' . Obiic. Embrio, antequam anima rationali infor metur, vivit, et animam habet. Ergo anima, prout es vegetativa, et sensitiva in homine, diversam ac prout es rationalis, originem habet. 189. Resp. Dist. ant., ita ut, adveniente anima ratio nali, maneat anima vegetativa et sensitiva, neg. ant., it; ut hæc abiicialur, conc. anl. Neg. cons. Hic memoria re colendum est rem a prima forma substantiali in sua es sentia constitui, et quidquid essenliæ rei iam constitutat advenit, esse accidentale. Quocirca, si, manente anima ve getabili, vel sensitiva, ei adiungeretur anima intellectiva, hæc inveniret subiectum iam in sua essentia constitutum; ac proinde anima intellectiva hominis essentiarc non constitueret, sed accidentaliter animæ sensitivæ velut quædam eius perfectio adveniret; id quod absurdun: est1. Hinc s. Thomas hæc docet: 1° In generatione ani i malis, et hominis plures sibi succedunt formæ, ac proin de plures generationes 2. 2° Quoniam generatio unius es corruptio alterius, adveniente forma perfectiori, 6t cor ruptio prioris, ita tamen, quod sequens forma habet quic quid habebat prima, et adhuc amplius 3 . 3° Quare ii fine generationis humanæ abiicitur anima vegetativa, e sensitiva, atque creatur a Deo anima intellectiva, quæ si mul est et sensitiva et vegetativa. Primo inducitur a nima vegetabilis; deinde, ea abiecta, inducitur anima sen sibilis et vegetabilis simul ; qua abiecta, inducitur noi per virtutem prædictam (nempe virtutem formativam, quw a principio est in semine), sed a creante, anima, quæ si mul est rationalis, sensibilis, et vegetabilis. Et sic embrio antequam habeat animam rationalem, vivit, et habet ani mam, qua abiecta, inducitur anima rationalis * . Qq. dispp., De Pot., loc. cit. 2 Cuius rei hanc rationem assignat: Quanto aliqua forma est nc bilior et magis distans a forma elemehti, tanto oportet esse plures foi mas intermedias, quibus gradatim ad formam ultimam veniatur, etpe consequens plures generationes medias ; Contr. Gent., loc. cit. s I, loc. cit. Cf p. 217. * Qq. dispp., De Pot., ibid. ad 9. Hæc D, Thomæ theon hisce postremis annis probata est inter alios doctissimos physiologo a Vincentio Santi, Della forma, genesi, corso naturale e modi c viventi, Perugia 1855. Cf etiam Liveranum, Su principii del mi derno Ippocratismo, Fano. 190. 2a. Repugnat animam sensitivam transmitti p parentibus, cl postea fieri intelkctivam pcr manifestatiolem ideæ cntis. Probatur. Abnormis est illa opinio, ex qua vel plures inimas, sive formas substanliales in bomine esse, vel inimam intelleclivam veluti corruptioni obnoxiam, et tam|uam quamdam perfectionem accidcntalem animæ sensilvæ advemre consequitur. Atqui alterutrum admiltenlum essct, sj anima sensitiva transmitti a parenlibus, et jostea heri intellecliva per manifestationem ideæ entis llicatur. Ergo. 191. Minor ex D. Thoma ita demonstratur : Tcrminus jictionis Divinæ revelantis ideam cntis aut est aliquid ubsislens, aut non subsistens. Atqui si primum, anima, [uac per huiusmodi manifestationem fit intellectiva, diersa secundum essentiam est ab anima præexistente, icmpe sensiliva, quæ non est subsistens, ac proinde non ina est m homine anima. Sin alterum, anima intellectiva b anima sensitiva secundum essentiam non differret, sed uædam esset eius perfectio, et sic ex necessitate seuilur, quod anima intellectiva corrumpatur, corruoto orpore f . 192. Accedit 1° quod manifestatio ideæ entis nonnisi nimac lntellcclivæ fieri potest, ac proinde animam innllcctivam, nedum constituit, expostulat; 2° quod ex dotnna Ecclesiæ Catholicæ anima intellectiva ex nihilo reatur 2, non \ero per aliquam perfectionem animæ seuHivæ adiunctam producitur. V.— Animas anle corporis formationem non existeic demonstratur 193. Plato post Pjthagoram 3, et Empedoclem * censuit nimas ante hanc vitam terrestrem vixisse aliam coeletem, atque ob ahquod crimen, aliamve causam nobis motam, in terrena hæc corpora detrusas fuisse s. Hanc * I, Ioc. cit. 1^2-133, Romæ 1876. 3 Cf Meiners, Histoire des sciences dans la Cr^cfl,etc.,lib. III, c.4. U Karstcn, Empedociis Agrigent. carminum reliquiæ etc. ihædr., p. I. Non convenit autem inter Platonis interpretos, Piiilos. Cbrist. Compend. II. 7 j o Platonis doctrinam, quam secundum emanatismi sui ph cila Plotinus* evolvit, amplexi sunt Origeniani 4. 194. Animarum præexistentiam alia ratione docuit Leil nitius. Eius sentenlia fuit, omnes animas simul cum mund a Deo conditas, cum propriorum corporum germinibu quæ in Adamo continebantur, coniungi, atque ex illi, ubi lapsu temporum cuiusvis corporis germen evolvitu: singulos homines constitui V 195. Gommunis autem est Philosophorum, ac Theok gorum opinio, humanas animas tunc a Deo creari, cm humano corpori coniunguntur, novusque homo genitt existimatur. Ut huius postremæ sententiæ veritas patc scat, scquentes propositiones slatuimus : 196. la. Animæ humanæ creatæ non fuere an\ corpora. Probatur. In anima naturalis ordo ad coniunctionei cum corpore agnoscendus est 4: quapropter, si anima, ai tequam cum corpore coniungatur, creatur, dicendum e ipsam a Deo creari, ita ut perfectione sibi naturali d nam animæ, corpor ™ iæ con.uncfo, quæ neque ex nalura, neque ex volun>ate .ps.us an.mæ, sed a causa extrinseca proficisci tur *r v.olent.am an.raæ illatara fieri dicenda est ; et auobam omne violentum est conlra naturam, coniunctio ilh amquam ahqu.d naturæ conlrariura babenda foret -2 Weo homo, qux ex utrogue componilur, est quid innaturah quod palet esse falsum 3. "a'ra 198. Eamdem ob rationem, animam in corpus ad sni upphc.um delrudi falsissirnum est. Et san Pf u Sf rgumentatur Angelicus Doctor, poena bono naturæ dversalur, et ex hoc dicitur mala.Si igitur unio an; >æ, et corporis est qnoddam poenale, C est bonura aturæ; quod esl .mpossibile: est enim ntentum per „? .ram, nam ad hoc naturalis generatio terminatur Fr erura sequerelur quod esse horainera non eTset bonum icundum naturam ; cum taræn Geneseos 1,31, fa™ p^XWT" vm Deus cuncta t^PS, .2° Animæ coniunctionera cum corpore poenalem esse Hmitt. nequ.t, qum graviora scelera l.aud iuste a Dr * jp.bus ull.mo supplicio puniri su.natur. U enim Lre ie d.spmav.t s. Cyrillus Alexandrinus : Si aUe cor" ex.stens an.ma peccavit, et idcirco innexa es carni an, ob causam lex graviora quidem peccata mo rto lc ^rf Ver° Vivere ^^ Præstaret quippc ^rmutere turp.ss.morum criminum reos diu in coVoon! s hærere, u hoc paclo gravius punirentur innTen rium esse recepit a Deo, ita quoque ab Eo naturalem suam immoralitatem recepit; camque cum dependentia ab Ipso retinet. 2 Incredibilia prorsus videntur, quæ his postremis annis, præserim ab Heghelianis, contra animorum immortalitatem disputata sunt, idlaborantibus, duce Ruge, Annalium germanorum scriptoribus. .itrauss aperte professus est animorum immortalitatem esse postremum ;iostcm in scientiæ speculativæ campo prolligandum. Eorum oinnium [ma ferme, eademque sententia, quæ ex pantheismi principiis fluit, læc est: Unica est omnium, quæ sunt, vita, eaque infinita, universa tinui progressus *, qui immortalitatem animarum per metempsychosin explicanles contendunt hominem modo sub ista, modo sub illa forma in hac rerum universilate apparere, atque cum moritur, formam, sub qua seipsum in præsentia manifestat, amittere, et post mortem superstitem esse, quatenus novam induit formam 2. Aut. II.— Aniinam huuianam intrinsece immortalem esse dciuonslralur 204. Quoniam immortalitas in continuatione vitæ consistit, ut anima humana intrinsece immortalis dici possit, requiritur eam huiusmodi esse naturæ, ut 1° a corporis yinculis soluta existentiam perpetuo continuet; 2° ut acliones sibi consentaneas exercere pergat, secus haud proprie vivere diceretur; 3° ut sui conscientiam, et præteritarum affectionum memoriam retineat, secus, ut iam innuimus, \itam non continuaret, sed potius novam inchoaret, et præmii, aut poenæ capax non esset. Iam hæc in animam humanam quadrare sequentibus propositionibus a nobis demonstralur : 205. la. Anima humana est nalura sua incorruptibilis, ita ut separata a corpore perpetuo suum esse retineat. Probatur. Anima humana est immaterialis ; ergo natura sua est incorruptibilis, ac proinde nalura sua corpori post mortem superest. Consequens his s. Gregorii Neocæsariensis, sive Auctoris Disp. De Anima, verbis demonstratur: Consequens mihi videtur, ut quod est simplex, etiam sit immortale. Nam omne, quod corrumpitur, dissolvitur; quod dissolvitur, compositum est; compositum multarum est partium.... Quamobrem cum simplex sit anima, neque ex pluribus partibus constet, quia lis, divina; homines huius vitæ unicæ partieulam hahent; post corporis corruptionem hæc particula in vitam universalem illico transfunditur; ex quo fit, ut homines sui conscientiam, rerumque præteritarum memoriam amittant, hoc est personalitate expolientur. Inter hos præcipue commemorandus est Petrus Leroux, infensissimus Ghristianæ Religionis hostis (De V humanite, de son principe et de son avenir, Paris 1840). 2 Non alia ratione de animi humani immortalitate alius eontinui progressus defensor Lamennais sentire \idetur (Esquisse d' une phU losophie, Paris. nec composita esl, neque dissolvi potest, sequitur eam incorruplibilem, et immortalem esse . 206. Hoc argumentum ex Aquinate nostro ila explicatur : Rei corruptio duplici ratione contingere potest, nempe vel per se, vel per accidens. Priori corruptionis generi obnoxia sunt ea, quæ ex materia, et forma constituuntur; ipsa enim suum esse amittunt, si forma a materia separelur ; alteri subiiciuntur omnes formæ illæ, quæ m se non subsistunt, sed quoad sui exislentiam a subiecto corruptibili pendent, ita ut illo, cui insunt, dissolulo, et ipsæ desinant necesse est \ Alqui anima humana eius naturæ est, ut neutro modo interire possit ; non quidem priori modo, quia est subslantia intellectuans: (( nulla autem substanlia intellectualis est composita ex materia, et forma 3; neque altero, quia est forma, quæ habet essc non dependens ab eo, cuius est forma . Ergo. 207. Confirmatur eadem proposilio tum ex operatione, quæ intellectio appellatur, tum ex ingenito illo desiderio, quo anima appetit semper esse. Et sane 1° intellectio exeritur eo quod inlellectus agcns eificit speciem rei actu intelligibilem, nempe immaterialem, et idco incorruptibilem, atque intelleclus possibilis illam, prout huiusmodi est, m se recipit 5. lam faciens est honorabilius facto ; quocirca si intellcctus agens facit actu intelligibilia, quæ, tn quantum huiusmodi, sunt incorruptibilia, multo fortius ipse erit incorruptibilis, ac proinde et anima humana, cuius lumen est intellectus agens \ Item, unum J In Maxima Bibliotheca Patrum, t. III, p. 320, Lujrduni 1677 2 Cf Cosmol., c. V, a. 5, p. 145. Contr. Gent., ]ib. II, c. 55. « Qq. dispp.,q. un. De Anim., a. 14 ad 9. Sanctus Doctor fibid. c.) Hac aha ratione argumcntatur: Esse est aliquid, quod per se consequitur formam. Ergo si forma sit subsistens, nempe talis, ut ipsa sit Uliid, quod habet esse, nequit profecto privari esse; esse enim ab hulusmodi forma separari idem foret, ac formam separari a seipsa id quod impossibile est. Atqui anima humana est forma subsistens. Ergo non potest desinere esse, nempe est incorruptibilis. Cf Dynam., c. IV, a. 4, p. 137 vol. I. « Oportet facientem melius aliquid habere ad faciendum, quam cst id quod facit ; s. Aug., De imm. anim., c. 8, n. 14. 1 Contr. Gent., lib. II, c. 79. quodque, quod recipitur in aliquo, recipitur in eo secunduni modum eius, in quo est . Igitur intellectus possibilis, cum in se recipiat formas rerum, prout sunt incorruptibiles, incorruptibilis sit oportet; ex quo conficitur ipsam animam natura sua incorruptibilem esse, nam intelleclus possibilis est aliquid animæ . 2° Unumquodque naturaliter suo modo esse desiderat; hinc animantia bruta, cum non percipiant esse, nisi hic, et nunc, desiderant quidem esse nunc, non vero semper, quod non apprehendunt; e contrario, cum anima humana vi suæ intelligentiæ apprehendat esse absolute, et secundum omne lempus, naturaliter desiderat esse perpetuum. Atqui impossibile est naturæ desiderium esse inane. Ergo impossibile est, ut vi suæ naturæ anima humana ab existentia desistat 2. 208. 2a. Anima humana a corpore separata intelligere, et velle pergit. Probatur 1° Operatio cuiuslibet rei est quasi finis eius 3. Ergo si anima post corporis fatum est superstes, operationibus sibi consentaneis, quæ sunt intelligere, et velle, expoliari nequit. 2° Intellectus, et voluntas sine organis corporeis exercentur. Ergo remanent in anima a corpore separata . 3° Experimento constat animam, quo magis a sensuum impulsionibus seipsam avocat, eo melius actiones suas i tellectuales exercere 5. Ergo a corporis impedimentis soluta expeditius actiones illas excrcebit. 4° Quamvis eadem sit natura animæ ante mortem, et post morlem quantum ad rationem speciei; tamen non est idem modus essendi, et per consequens nec idem modus operandi fi . Ergo, animæ, secundum illum modum essendi, quo corpori est unita, competit modus intelligendi per conversionem ad phantasmata corporum, 1 Contr. Gent., lib. II, c. 79. 2 Ibid. Qq. dispp., De Ver.% q. XIX, a. 1 c. Contr. Gent., lib. II, c. 81. 5 Anima nostra quanto magis a corporalibus abstrahitur, tanto abstractorum intelligibilium fit capacior (I, q. XII, a. 11 c.) Idem observavit s. Augustinus: Quis bene se inspiciens, non expertus est tanto se aliquid intelleiisse sincerius, quanto removere, atque subducere intentionem mentis a corporis sensibus potuit ; De imm. anim., c. 10, n. 17. 6 De Ver., loc. cit. ad 5. quæ in corporeis organis sunt. Cum autem fuerit a corpore separata, competit ei modus intelligendi per conversionem ad ea, quæ sunt inteiligibilia simpliciter ; sicut et alns subslantns separatis ! . 209. Hæc postremi argumenti conclusio, nempe modum, quo anima a corpore separata intelligit, cum illo qui substant.arum separatarum proprius est, similitudinem nabere, sequenti argumento comprobatur. Anima numana, ut sæpe diximus, medium locum lenet inter substantias intellectuales, et substantias corporeas; quia insa per intellectum attingit ad substantias intelligibiles, in quantum vero est aclus corporis, contingit res corporaJes . Atqui omne medium quanto magis appropinquat -uni exlremorum, lanto magis recedit ab alio; et quanto magis recedit ab uno, tanto magis alteri appropinquat. Lrgo amma quando tolaliter crit a corpore separata, perlecte assimilabilur substantiis separatis, quantum ad modum mtelligendi 3 . ' 210. 3a. Anima separata a corpore perqit habere conscientiam sui, et præteritarum affectwnum. 1 I, q., a. 1 c. ; 2 Rationem, ob quam anima in sui creatione non ita a Deo in stituta est, ut modus intelligendi substantiarum separatarum pro pnus ei conveniat, explicavit s. Thomas, I, q. cit. a. 4 Cf d 234 (et Idealog., c. I, a. 2, p. 194 vol. I. ' Cf In lib. IV Sent., Dist. L, q. I, a. 1,ol., et Contr. Gent., iib. II c. 81. Quinam autem sit hic intelligendi modus, ab eodem sancto Doctore ita breviter explicatur: Dicendurn, quod anima jseparata non intelligit per species innatas, nec per species, quas tunc abstralm, nec solum per species conservatas; sed per species ex influentia Divini Luminis participatas, quarum anima fit particeps, s,cut et aliæ substantiæ separatæ, quamvis inferiori modo. tnde tam cito cessante conversione ad corpus, ad superiora convertitur. Nec tamen propter hoc cognitio, vel potentia non est natural.s: qu,a Deus est auctor non solum influentiæ gratuiti lumi|Jis, sed et.am naturalis (I, q. cit. ad 3). Exinde etiam patet -nunus intellcctus agentis, et possibilis, qui, ut paulo ante adnotanmus, rcmanent in anima separata a corpore, diflerre ab illo quod in præscnti vita obcunt. Audiatur idem Aquinas : Operatio inie lectus agent.s, ct possibilis respicit phantasmata, secundum quod 3St annna corpori unita; sed cum erit a corpore separata, per in-euectum possibilem recipiet species effluentes a substantiis supe(ionbus, et per intellectum agentem habebit virtutem ad intelngcndum ; Qq. dispp., q. un. De Anim. Probatur prima pars. Ab immaterialitalc animæ, ut in Dynamilogia diximus1, repetendum est quod ipsa conscientiam sui hahct. Atqui, si ita res est, animæ separatæ a corpore potiori iure, quam coniunctæ cum corpore, coguitio sui tribuenda est. Ergo. Probatur allera pars. Anima præsenti vita affectionum intelleclivarum recordatur, quatenus pollet intellectu, in quo species rerum, quas antea intellexit, conservantur, et per quem se supra se convertit, ut actu istas species consideret. Atqui, cum anima a corpore separatur, remanent tum intellectus, tum species intelligibiles antea acquisitæ, quia hæ, ut diximus 2, stabiliter in intellectu recipiuntur: tum vis convertendi se supra seipsam. Ergo 3. III. — Utrum anima ab aliqua causa in nihilura redigi possit Hactenus demonstravimus animam humanam eius esse naturæ, ut nullum in se habeat destructionis principium. Jnvestigandum modo est, utrum ipsa ab aliqua causa possit suo esse privari, ita ut in nihilum redigatur. 211. la. Nulla causa creata virtutem habet animam in nihilum rcdigendi. Probatur. Quæcumque, aiente s. Thoma, incipiunt e-sse, et desinunt, per eamdem polentiam habent utrumque . Atqui animæ humanæ, quippe quæ per creationem originem suam habent, ex virtute causæ finitæ incipere esse non possunt. Ergo s. 212. 2a. Deus, si Eius potentia absolute spectetur, 1 Cap. IV, a. 8, p. 147 sq vol. I. Reflectere se super se, inquit s. Bonaventura, hoc est virtutis cognitivæ subliraatæ a materia ; In lib. II Sent., Dist. XXV, p. I, a. 1, q. 3 resol. 2 Dynam., c. cit., a. 11, p. 160 vol. I. 3 a Reminisci, cum sit actus per corporeum organum exercituf, non poterit post corpus in anima remanere; nisi reminiscentia æquivoce sumatur pro intelligentia eorum, quæ quis prius novit; quam oportet animæ separatæ adesse etiam eorum, quæ novit in vita, cum species intelligibiles in intellectu possibili indelebiliter recipiantur ; Contr. Gent., Ioc. cit. Op. cit., lib. II, c. 55. s In nulla creatura est virtus, quæ possit vel de nihilo aliquid facere, vel aliquid in nihilum redigere ; Qq. dispp., DePot., q. V, a. 3 ad 15. polest animam in nihilum redicere; sed hoc, si Eius poHntfacum alns atlribulis consideretur, velle non potesl Probatur 1 pars. Hoc, quod Deus creaturæ esse commun.cat, ex Dei yolunlate dependet ; ncc aliter res in esse conservat nisi in quantum eis conlinuc influit esse. Sicut crgo anlequam res essent, potuit eis non commun.care csse, et sic eas non facere; ita postquam iam factæ sunt, potest eis non inlluere esse: et sic esse desinercnl; quod est eas in nihilum redigere 2 213. Probatur 2" pars. Deus ea velle non potest, quue cum suis attnbut.s pugnant. Alqui destructio animæ Sap.entiæ, Bon.lati, et lustitiæ Dei adversatur. Ergo.," In,Pnm,s> destructio animæ Dei Sapientiæ adversatur. Quod ut mlelligatur, memoria repetendum est destructionem animæ Deo, ut auctor naturæ est, attribui non posse. Lten.m, ut s. Thomas argumentalur: Sic Deus unamquamque naluram instituil, ut ei non auferat SOam naluralem propnetatem. Rerum autem immateria!ium...proprietas naluralis est earum sempiternitas, quia Z rinT •,P?le-"a ad "r0n esse • ul suPra osten um It ?n,.f . J?" •DOn a,,fert tralem inclinationem, E!,„?i,. ™ nd"; !la "°n, auferl rebus P'ædictis semp.tern tatem, ut eas in n.h.lum redigat '. Quocirca animæ destructio præter ordinem naturalem creaturis indi!um even.ret Iam ea, quæ hoc modo fiunt, a Divina Sapientia ord.nantur ad gral.æ manifestalionem... ; redi?ere autcm aliqu.d m nihilum non perlinet ad graliæ firit 1T6?' CUm magis, per hoc Divina Polentia, et B;r"1 ord.ne ur seu ostendatur, quod rcs in esse con versa nr DeSlruct,°,8,tur anlmæ Dei Sapicnliæ ad 21o. Insupcr destructionem animæ Sapientiæ simul ct Bon.lat. Dei repugnare hoc alio argumento conlicilur Hon.num ammis inest vehemens perfectæ bealitatis cupidiM, quac, cum nccessana sit, et constans, a Dco auctore -aturæ ips.s indita est, proindeque inanis esse nejuit' ' Dc hac diversa rationc, qua Potenlia Dei considcrari noipsf l!, Civ!"' 3ftcK" "' Se"'-' D!St'' q" ' 3 "'• ' Qq. dispp'., De Pot., q. cit., a. i c. 4 I, qcil., a. 4 c. 1 Beate certe, inquits. Augus.inus, on.ncs vivere volumus; neque Atqui nemo diffitetur nullam hac in vila esse veram, et perfectam felicitatem, quæ scilicet expleat omnes animæ facullates. Ergo, si Deus animam in nihiium redigeret, ac proinde altera post præsentem vita non superesset, fruslra hunc appetilum ab Ipso singuiis hominibus insitum esse consequeretur, atque Eum admodum crudelem, et homini inimicum fingere deberemus, quia hanc cupiditatem hominum animis inserendo, eos maximopere excruciaret, efficerelque brutis animanlibus deteriores, quorum appetitiones hac in vita plenissime satiantur. Iam horum alterum Bonitati, alterum Sapientiæ Dei repugnat; nam contra rationem sapientiæ esl, ut sit aliquid frnstra in operibus sapientis j. Ergo destructio animæ cum Divina Sapienlia, et Bonitate stare non potest. 216. Hæc autem altera vita perpetua sit oportet; tum quia, ut inquit Auctor libri de Spiritu, et Anima, nullum bonum, præter summum, homini sufficere potest2; tum quia, observante s. Augustino, bonum, quod perfectæ beatitalis cupiditatem explere potest, tale esse debet quod ( homo) non amittat invitus. Quippe nemo potest confidere de tali bono, quod sibi eripi posse sentit, etiamsi retinere id, amplectique voluerit. Quisquis autem de bono, quo fruitur, non confidit, in tanlo timore amiltcndi beatus esse qui potest ? 3 217. Huic argumento respondet Auctor Systematis na~ turæ, homines desiderare vitam corporis, itemque esse divites, etc., nec tamen semper vivunt, nec omnes sunt divites. At reponimus distinguendam esse cupiditatem^nmitivam, et universalem a cupiditatibus secundariis, et particularibus. Illa, cum omnium animis insit, a Deo auctore naturæ originem ducit, proindeque non potest non expleri; hæ autem illi subiiciuntur ; et quoniam ad illam contingenter referuntur, neque in omnibus inveniuntur, neque semper expleri possunt. quisquam est in hominum genere, qui non huic sententiæ, antequams plene sit emissa, consentiat ; De morib. Eccl., lib. I, c. 3, n. 4. i Contr. Gent., lib. III, c. 69. 2 Cap. 14. 5 De morib. Eccl. lib. I, c. 3, n. 5. * Omnis homo naturaliter vult beatitudinem. Et ex hac naturali voluntate causantur omnes aliæ voluntates, cum quidquid homo vult, velit propter finem »; I, q. LX, a. 2 c. anthropologia 287 218. Quod aulem ad iuslitiam Dei atlinet, certum est neque .mprobi.atem sua poena, ncque virtutem suo nræ S flffl„ræSe,nt' VL'a aflici; nam ^gitiosos homines bon,s afflucre, el probos toto ætalis suæ curriculo multis ; bem; at:^us oppressos sæp° videmus0°°° ^ SS Si np„l cums,Ioanne Chrysostomo argumenlamur: non f?teh t.^ a!CUI- feVera CSl ' Eum iustum esse nemo,n°n„an •;• tqU,Ls',ustus est> et his> e0 Zll'T nræm,um '» Præse"ti vita retribui. 'm£ii aTnlemU?: ^ Aut peCCa,um est sulliciens P°ena oeccati, aul non. S primum; ergo in hoc mundo iniuste olunU,S,if^n,n,Ur 'mpii,' S6d reh"qnendisunt omnes ut oluptal.bus hbcre indulgeanl suis; quod quam iniquum, t urpe sit, nemo non videt. Sin allcrum ; ergo aliam os corpor.s morlem, admit.amus vitam oporle,, ne sc,n:et,ns,gn,s improbitas sine poena maneat'. 2° Neque mpn,n hac v,(a scelerum suorum stimulis exagitantur! e ?„ 2i'mPaCe rUUnt,Ur' "iS! aU,'a Utriuue eert0 sciun sse mdicem, qu,,n altera vila singulos præmio vel VZ^TT^1 3° SæPe venit? t"um im ii in qui latis fastigium atdgerint, non amplius conscienæ i slimuli eos mordeanl ; atque e conlrario, ut iusli ravionbus anxielahbus torquoanlur. Proderit ergo per 1 De Lazaro, Concio IV. AmSi;nqUiSi MiCer,et P°enarn peccali in eo consistere, quod Deus aniam in mhil rcdigat, ita a nobis cum s. Thoma redar-ueretur m" ^i I°n ntaS r°nt,a DeUm H ; ^^1"; pessima quacque flagitia vitam ducere, cum virtus in iusto sine præmio maneat. 4° Probi homines quandoque, ne sua violent officia, mortem ipsam oppeterc debent. Ergo nulla huic præslantissimæ illorum virtuti merces rependeretur, si hæc dumtaxat esset recte facti conscientia, atque nulla post præsentem vita animarn maneret1. 221. Rursus contra vim eiusdem argumenti ex iustitia Dei depromptum obiicitur, ex ipso probari quidem animam corporis fato superesse, non vero in æternum esse duraturam. At contra res se habet. Et sane, quod ad præmium spectat, numquam vera forent præmia, nisi huiusmodi sint, ut naturali desiderio perfeclæ felicitatis satisfiat. Aqui perfecta felicilas non est, nisi æterna, ut superius probatum est. Ergo. 222. Quod ad poenam attinet, eius æternitas cum ratione non pugnat, imo consentit. Non pugnat, quia poena peccato proportionatur secundum acerbitatem, atque in nullo iudicio requiritur, ut poena adæquetur culpæ secundum durationem 2. Cum ratione consentit. Etenim 1° eaderri iustitiæ ratione poena peccatis infligitur, et bonis acti Cf Lact., Div. Inst. Epit.y lib. III, c. 12. 2 1 2æ, q., a. 2 ad 1. Hanc rationem adhibuit s. Augustinus, ubi eos refutavit, qui iniustum putabant, utpro peccatis quamlibet magnis, parvo scilicet tempore perpetratis,poena quisque damne tur æterna. Quoniam idem, ac illi veteres, Rationalistæ, inter quos Reynaud [Terre et Ciel, le ed., p. 371-391), hodie repetunt, præsta hæc pauca sancti Doctoris verba proferre: Damnum, ignominia exilium, servitus, cum plerumque sic infliguntur, ut nulla venia re laxentur, nonne pro huius vitæ modo similia poenis videntur æter nis? Ideo quippe æterna esse non possunt, quia nec ipsa vita, quaax est, quia semper defcctus, quo subtrahitur princi)ium, lrrcparabilis est...; sicut si corrumpatur principium isivum, non potest fieri visionis reparatio, nisi sola virute divina.... Et ideo, si per peccatum corrumpatur prinipium ordmis, quo voluntas hominis subditur Deo, erit nordmatio, quantum est de se, irreparabilis, etsi renaan possit virlute divina 2 . Quod cum ita se habeat,'ita rguimus: Ideo peccato poena irrogatur, quia ordo 'per psum evertitur; et sicut, manente causa, manet effectus a quamdiu pcrturbatio ordinis durat, nccesse est ut tiam pocna duret. Atqui perturbatio ordinis ex parte realuræ, uti paulo ante ostendimus, semper durat ac roinde peccatum est quoddam malum æternum. Er"o oena mterminata erit 3. et 3° Apud Divinum ludicium voluntas pro facto comutatur: quia, sicut homincs vident ea, quæ exterius gnntur, ita Deus mspicit hominum corda. Qui autem proter ahquod temporale bonum aversus est ab ullimo fine ui jn ælernum possidetur, præposuit fruitionem temoralem illius boni temporalis ætcrnæ fruitioni ultimi rus; unde patet quod mullo magis voluisset in æternum lo bono temporali frui. Ergo, secundum Divinum Iudium, ita punin debet, ac si æternaliter peccasset. Nulli Jjcm dubium est, quin pro æterno peccato æterna poena fceatur. Debetur igitur ei, qui ab ultimo fine avertitur, >ena æteiVia . 4° Habet quodlibet peccatum contra Deum commisim quamdam infinitatem cx partc Dei, contra quem comUtitur. Manifeslum est enim quod quanto maior per>na cst, contra quam peccatur, tanto peccatum est graus; sicut qui dat alapam militi, gravius reputatur, quam oaret rustico, et adhuc multo gravius, si daret Prinpi, vel Regi. Et sic, cum Deus sit infinite magnus, ofnsa contra Ipsum commissa est quodammodo infinita; \ %??' Gent-> Uh' ni c W-2 la 2æ, q. cit., a. 3 c. f Ibld— Contr. Gent., loc. cit. Philos. Ciirist. Compend. II. ? |Q unde et aliqualiter poena infinita ei debetur. Non autet potest esse poena infinita intensive, quia nihil creatuc infinitum esse potest. Unde relinquitur, quod peccato moi, tali debeatur poena infinita duratione 4 . IV.— Refutantur argumenta contra animæ immorialitatem 223. Obiic. 1° Forma non habet esse, nisi in eo, in qu est. Atqui anima humana est forma corporis. Ergo no potest esse, nisi in corpore, ac proinde perit, perempt corpore. 224. Resp. Dist. mai.: si sit forma, quæ dependet al eo, in quo est, conc. mai., secus, neg. mai. ; sub eadei dist. neg., et conc. min. Neg. cons. Anima, ut sæpe d: ximus, est talis forma, quæ habet esse non dependens a eo, cuius est forma; ac proinde, corrupto corpore, in su esse perseverat. Exinde etiam patet, quod etsi anima, tj corpus in uno esse hominis conveniant, tamen, corrupt corpore, adhuc remanet anima, quia, ut etiam alibi d ximus2, illud unum esse est ab anima, ita quod anim, humana esse suum, in quo subsistit, corpori commun cat 3 . 225. Obiic. 2° Naturalis est animæ unio cum corpon Atqui hæc naturalis coniunctio expostulat, ut anima no nisi cum corpore existere possit. Ergo anima separata corpore in existentia perdurare nequit. 226. Resp. Dist. min.: si nihil obstaret ex parte corpc ris, conc. min., secus, neg. min. Neg. cons. Sane, cum m turale sit animæ esse corpori unitam, ipsa ex sui natur 1 Opusc. III, c. 183. Aliud pro æternitate præmiorum, et po narum argumentum desumi solet ex eo, quod efficacia sanctionis 1 gis moralis illam exigit. Cum enim Deus hominibus leges simul, libertatem largitus sit, consentaneum fuit, ut eos aptissimis incit mentis, salva tamen eorum libertate, ad legibus obsequendum mov ret. Præmia autem, et poenæ temporaneæ ad id obtinendum inep sunt; siquidem ista, utpote et adhuc multum remota, et non perp tuo duratura, homines facile posthaberent. Quapropter necesse fui ut Deus præmia, et poenas numquam desituras humanis animabi statueret, easque proinde immortales efficeret. Cf Nicolas, Z^wdes ph los. sur le Christianisme. t. II, c. 8. 2 Cf p. 191, not. 6. 5 Qq. dispp., q. un. De Anim., a. 14 ad 11. xigit esse cum corpore. At, quoniam corpus est corrutibile, ipsum recedit a dispositione, per quam est apim ad recipiendum vitam ; atque ita fit, ut anima a Drpore separetur2. Quocirca propler corruptionem corons evenit, ut ipsa persevcret essc sine corpore. Illud Btem monendum est, statum, in quo anima sine corpore ustit, esse quidem præter naturam ipsius 3, quia anima t.sacpe diximus, ex se exigit esse cum corpore, sed non nusmodi, ut animæ naturæ adversetur ; nam anima lamsi separata sit a corpore, tamen naturalem inclina^nem ad ipsum retmet 4. 227 Obiic. 3° Id, quod est ex nihilo, in nihilum redijri ooq ^,U1 anima humana ex nihiJo est. Ergo. J2H. Ilesp. Dist. mai.y ita ut natura sua in nihilum tent, neg. mai., ita ut nisi a Deo conservetur, in nihilum digatur, conc. mai. Neg. cons. Re quidem vera tenre in nihilum non est proprie motus naturæ, qui semr est in bonum b . Quoniam vero creatura a seipsa non istit, neque idcirco ex vi suæ naturæ in existcntia rseverat, in n.hilum redigi non potest, nisi quatenus sisut virtus, quæ illam in esse conservat6. Hæc au Qq. dispp., loc. cit. ad 20. Hinc mors, per quam anima a corpore separatur, est, docente em Aqmnate, naturalis homini ratione corporis, non vero animæ: orma nominis est anima rationalis, qoæ est de se immortalis: et ) mors non est naturalis homini ex parte suæ formæ. Materia em hom.nis est corpus tale, quod est ex contrariis compositum, quod sequitur ex necessitate corruptibilitas, et quantum ad hoc s est hornini naturalis ; 2a 2æ, q. GLXIV, a. 1 ad 1 CUm fuerit a corP°re separata, habcns aYvvm' C 4mc\mllonc™ naturalem ad corporis unionem ; I • tem virtus solius Dei propria est. lam vero satis a nobis demonstratum est animi annihilalionem cum Dei altributis contradicere. Refutalur metempsychosis Metempsijchosis, sive transanimatio, vel transcorpo nj ratio vulgo dicta est illa theoria, qua animarum ab un^ in aliud corpus transmigratio adstruitur !. lam, teste D Thoma, cc omnes, qui posuerunt animas extra corpora crea ri, posuerunt transcorporationem animarum, ut sic anim exuta a corpore uno, alteri corpori unirelur, sicut honn r exutus uno vestimento linduit alterum2 . Sane Plato, qui ut iam diximus3, censuit animos ex astris in humana coi pora immissos fuisse, docuit etiam illos, qui recte vitai, egerint, ad astra reversos vitam beatam potituros essq contra, eos, qui immoderate vixerint, in corpora deteric, ra, et, si ne tum quidem finem yitiorum fecerint, in bru, torum figuras suis moribus sirnillimas mutatum iri, n6; que ante ab huiusmodi mutationibus cessaturos, quarr affectibus sedatis, ad primum, optimumque sui habitui redierint4. Hac nostra ætate a Petro Leroux, et a ceti ris continui progressus assertoribus metempsychosis, i in primo articulo diximus 3, ad vitam revocata est. E adstipulati sunt Remy 6, Michelet1, Reynaud 8, et Andi Pezzani9. lh i Palingenesia, idest regeneralio appellari quoque solet, quia priori corpore vivere desinit anima, et in alio, quod de novo sumi vitam auspicatur. 2 Qq. dispp., De Pot., q. III, a. 10 c. — 3 273 sq. 4 Ante Platonem a Pythagora, eiusque discipuiis metempsycnos decretum in Græcia ubique propagatum fuit Pythagoram vero h decretum ab Ægyptiis, aliisque Orientis populis didicisse comper res est. Sane metempsychosi Ægyptios, et Chaldæos adhæsisse v teres passim tradidere, eaque in omnibus Indicæ philosophiæ ScboL æque inveniebatur. 3 278-279. 6 J)e la vie, et de la mort, par le Dr Remy, Paris 1847. i Ipse in libro Le peuple eo impudentiæ devenit, ut ob hanc ai marum transmigrationem inter bruta, et homines cognationem agn yerit, et bruta fratres sæpe appellaverit. 8 Terre et Ciel, PariS 1854. 9 La pluralite' des existences de Vame, lib. IV, c. I, p. 38b sq Paris. Ficri nequit ut unius hominis anima de suo n aliud corpus commigret. Probatur. Animarum numerica differentia ex ordine d ^diversa corpora, quorum sunt formæ, inspicienda st2; quapropter si corpora sunt numero diversa, necesse st, ut animæ sint numero diversæ. Atqui, si animæ unt numero diversæ, prout sunt diversa corpora, fieri lequit, ut una, eademque anima, quæ aliquod corpus nformat, in aliud corpus commigret. Ergo . 2° Si una anima diversa corpora generata informaret, dem numero homo per novam generationem ilerum exiteret, sive, secundum Platonem, homo non nisi anima orpore indula esse dicatur, sive anima tamquam sublantialis forma corporis agnoscatur; sicut enim esse, ita t unitas formam rei consequitur, et ideo illa, quorum orma est numero una, sunt idem numero. Atqui fieri equit, ut per novam generationem idem numero iterum xistat homo; na m, cc cum generalio, et corruptio sit mojs in subslantiam, in his, quæ generantur, et corrumuntur, non manet substantia eadem, sicut manet in his, uæ secundum locum moventur. Ergo absurdum est nimam, quæ hoc corpus informat, in aliud corpus com)!grare. Quod si anima ex uno in aliud corpus humanum ansmilti nequit, ipsius in corpus belluinum transmi^rao inter humana deliramenta adnumeranda esl. Etenim nima est forma corporis et motor eius. Atqui determinate formæ determinata materia debetur, et determinato mo)ri determinatum organum, sicut quælibet ars in agenle titur propriis instrumentis. Ergo anima humana nonisi cum corpore humano coniungi potest. Præterea, si nimæ humanæ ad corpora brulorum informanda transent, seu brutorum formæ fierent, operationes horum roprias exercerent, suamque naturam amitterent. Iam Metempsychosis, ut s. Thomas advertit, Fidei contradicit, hæc um animam in re>urrectione idem corpus resumere prædicat quod jponit ; Contr. Gent., lib. II, c. 44. 2 Cf Ontol., c. VII, a. 3, p. 48. Ex corpore recipit esse indiduatum; quod quia non dependet ex corpore, remanet individuatio, iam destructo corpore ; In lib. II Sent., Dist. III, q. I a 4 ad 1 s Contr. Gent., lib. II, c. 83. i In lib. II Sent., Dist. XIX, q. I, a. 1 sol. hoc in primis absurdum est, cum rerum naturæ sint immotæ; deinde, si admitteretur, finis, ob quem anima ad huiusmodi corpora deprimi dicitur, ut nempe scelerum poenam luat, et beatitudinem assequi possit, inanis foret ; nam si animæ sint formæ brutorum, poenarum capaces non sunt, neque mereri possunt, ut ad vitam meliorem revertantur. Quin immo ipsa metempsychosis rueret; non enim eadem anima, quæ antea corpus humanum informabat, sed anima diversæ naturæ corpus belluinum informaret. Si demutationem capit, ita arguebat Tertullianus, amittens quod fuit, non erit quæ fuit; et si quæ fuit, non erit, soluta est metemsomatosis, non adscribenda scilicet ei animæ, quæ si demutabitur, non erit. IIlius enim metemsomatosis dicetur, quæcumque eam in suo statu permanendo pateretur. Mirum itaque non est, si nonnulli Ecclesiæ Patres hanc sententiam seria refutatione indignam habuerint Abiiciamus hæc, s. Augustinus aiebat, et vel rideamus quia falsa sunt, vel doleamus, quia magna existimantur Sunt ista, Fratres mei, magna magnorum deliramentf Doctorum. Modus, quo ab hodiernis Pantheistis immortalitas animæ explicatur, refellitur. lam Plotinus putavit mentem humanam ita natura sua comparatam esse, ut paullatim ad simplificationen pervenire queat, scilicet ad illum statum, in quo, destru cta dualitate subiecti, atque obiecti, se unum, idemquc cum Uno, sive Absoluto agnoscat 3. Hæc doctrina, quam Plotinus magna ex parte £ Stoicis accepit, palingenesia, sive regeneratio dicta est, eam que omnes Pantheistæ, in primisque hodierni heghelia ni , licet diversis modis et sub diversis nominibus, illan amplexati sunt. Hinc, ipsi, ut antea diximus s, animai^ ex eo immortalem esse docuerunt, quod post corruptio nem corporis in Divina substantia, sive, ut aiunt, Abso luto absorbetur. Iam, omissis vitiis pantheismi, ex qu que. Ceterum, etsi Essentiam Dei non comprehendamus, seu non cognoscamus, quantum in se cognoscibilis est, tamea aliqua imperfecta ratione, ut mox dicemus, Eam atting 1 Cf Criteriol., loc. cit., p. 284 vol. I. Cf etiam definitionem Con cilii Vaticani,quam exscripsimusin JeZeaZ.,c. I,a.9,p.214, not. 4, vol.I z I, q. III, a. 4 ad 2. Nec hoc, idem sanctus Doctor inquit,! debet movere, quod in Deo idem est Essentia, et Esse, ut primi ratio proponebat. Nam hoc intelligitur de Esse, quo Deus in seips> subsistit, quod nobis quale sit, ignotum est, sicut Eius essentia; noi autem intelligitur de esse, quod significat compositionem intellectus sic enim esse Deum, sub demonstratione cadit, dum ex rationibu demonstrativis mens nostra inducitur huiusmodi propositionem deDe formare, quæ exprimat Deum esse ; Contr. Gent. THEOLOGIA NATVRALIS nus; et quoniam inter existentiam Dei, et Eius essentiam listinctio rationis admittenda est, optime possumus illam,:ognoscere, quin hanc adæquale cognoscamus. > 6. 2a. Deum existere etsi sit veritas per se nota, ta~ \nen est per se nota tantum secundum se, non vero etiam nons, acproinde indiget demonstratione, ut anobis cognoscatur. Probatur. Quælibet propositio, cuius prædicatum est q ratione subiecti, per se nota dicitur. Iam propositiones ;er se notæ vel huiusmodi sunt, ut constent terminis imiQediate notis apud omnes, e. g., omne totum est maius ]ua parte; vel huiusmodi, ut carum termini non sint apud j-mnes noti; unde licet prædicatum ad rationem, sive esjentiam subiecti pertineat; tamen, quia definitio subiecti on est omnibus nola, necesse non est tales propositiojes ab omnibus concedi, e. g., omnes recti anguli sunt {equales. Islæ per se notæ appellantur tantum secundum b, et non quoad nos; illæ per se notæ dicuntur non so>jm secundum se, sed etiam quoad nos. Hoc posito, ita arpmentamur: Propositio per se nota secundum se est, cu-,us prædicatum includitur in ratione subiecti, atque projositio per se nota quoad nos est, cuius prædicatum injolvitur in ratione subiecti, et nobis innotescit ratio sub-,^cti, et prædicati. Atqui in hac proposilione, Deus exiit, prædicatum includitur in ratione subiecti ; cum nim Dcus sit suum esse, existentia ad ipsam Eius essen-,am spectat; nobis tamen nota non est ratio subiecti, et rædicati ; nam terminos secundum propriam rationem on apprehendimus, atque illos invicem necessario conecti, sive esse ad ipsam Dei essentiam pertinere, simplii mcntis obtutu non cognoscimus. Ergo hæc propositio, }eus existit, est per se nota secundum se, nobis tamen iOn est per se nota, sed demonstrativo discursu indiget1. 1 I, q. II, a. 1 c. Existentiam Dei sine ulla demonstratione admitndam esse Kantius, Fridericus lacobi, atque Lamennaisius alia ra ^ne^tuentur. Kantius enim, uti alibi diximus {Criteriol., c. III, a. 1, 271 vol. I), Dei cxistentiam ratione theoretica probari non posse, d tamquam rationis practicæ postulatum fide morali illi vcritati edendum nobis esse autumat. Iacobi autem, hodiernæ scholæ seninentalisticæ auctor, Deum a nobis cognosci contenditnon ratione, d instinctu, nempe sensu interiori invincibili, qui tum existcntiam ;3i, tum alia dogmata ad mundum intelligibilem spectantia, ncc non undi sensilis existentiam nobis revelat (vid. Sermones de Religione 7. Obiic. 1° Veritatem esse, est per se notum etiar quoad nos. Atqui Deus est ipsa Veritas, Ergo Deum esse, e; per se notum non solum secundum se, sed etiam quoadno, 8. Resp. Dist. mai.: si agatur de veritate communitc accepta, conc. mai., si de veritate per se subsistente, neu mai.; item dist. min. Detis est ipsa veritas per se subs stens, conc. min.; est verilas communiter accepta, neg. mir Neg. cons. Sane veritatem esse in communi ita est per gj nolum, ut nulla demonstratione a nobis cognoscatur; qi enim veritatem esse inficiatur, iam aliquam verilatem æi cognitionem pervenire nobis liceat, mox explicabiius. Satis sit hic observare nullam ex eiusdem Carlesii rincipiis rationem esse, cur idea Dei nobis innata dicen De Fide orthod., lib. I, c. 1. 2 Ideal., loc. cit., p. 214-215 vol. I. Idipsum ex mox dicendis mplius dcclarabitur. 3 ln lib. I Sent., Dist. III, q. I, a. 2 ad 1. 4 I, q. II, a. 1 ad 1. 5 Contr. Gent., lib. I, c. 11. Yid. Kleutgen, La Filos. antica cspofa e difcsa, t. III, tratt. V, c. 3, § I, p. 134 sqq; § II, p. 149 sqq, oma 1867. da sit. Etenim Cartesius hæc docet: In infinito duo spei ctanda esse, rem ipsam, quæ infinita est, et infinitioneml quæ in re illa infinita est: rem infinitam nos posse per cipere positive quidem, sed non adæquate; siquidem cunj finiti simus, infinitum comprehendere non possumus : in finitionem vero a nobis cognosci negative, quatenus ab in finito omnes limites per mentis actionem removemus1 Ex quibus ipsius Cartesii principiis colligitur ideam re infinitæ finitam esse et quoad ipsam rem infinitam, quiil eam perfecte non comprehendimus, et quoad infinitioneml cjuia quod negative cognoscitur, sane non cognoscitu: infinite. Quod si idea rei infinitæ, quam in mente habe mus, non est infinita, patet eam aliunde proficisci posse quam a re itidem infinita; atque ideo nulla est ratio, ol quam illa debeat esse innata. Accedit 1° quod mens irj cognitione rerum eas non producit, sed detegit 2, aosse. Quocirca argumentatione a posteriori adhuius ve•itatis cognitioncm nos pervenire dicendum est: Per cfeclus de Deo cognoscimus quod est, et quod causa alioum est ; cum enim res coeperint esse, oportct, ut ab iliqua causa sint, quæ dat omnibus esse. Ecquis, ait )amascenus, hoc nobis non assentiatur, omnia, quac sunt, nulabilia esse? Cum ergo mutabilia sint, sane etiam creata 5>se oportet. Si vero creata, haud dubium, quin ab aliuo opifice sint condita. Alqui Creatorem increatum esse ecessum est; nam si Ipse quoque creatus est, aquodam rotecto crealus erit, sicque donec ad aliquod increatum enenmus2 . 20. Ex his autem argumcmis a posteriori illud, quod x eilecluum, sivc mundi existentia, et natura depromiir, metaphysicum; iliud autem, quod admirabilis mundi rdo nobis suppctit,^%52^m, seu physico-theologicum apeilatur. His argumentorum generibus addi solet argulentum morale, quod nempe ab omnium populorum conmsione petitur. Argumentum metaphysicum iis quinque, fo-iD Tho™ proponilur3, rationibus hic exhibemus: l\. Frima ratio ex motu, seu mutatione rerum mundaarum ducitur: Existit motus in rerum natura. Atqui hic \ n°nZ'fent'S Hb' m c 49' Cf s' Bonav Lum&l; Serm. V. De Fide orth.y lib. II, c. 3. Unde scio, inquit s. Augustinus, na vivis, cmus animam non video? unde scio? Respondebis: Quia quor, quia ambulo, quia operor. Stulte! ex operibus corporis agnoo viventem; ei operibus creaturæ non potes agnoscere Creatorem ? wrr.in Ps.LXXIIT, n. 25. Cf De Civ. Dei,\\h. VIII, c. 6; Conf., lib. ij, c. 17 n. 23; De Gen. ad litt.y Jib. IV, c. 32, et alibi passim. "i ' " ac toas ,,?£ Er r^^-8-^ entibus ^o^Str^ffi-et tos rj„° bi .nutuo ca,sa simu, et X',1:110 f""0' ' I,od dno enti° sin mstare entibus i T C ^0^8. Silne.,Pona'n^ circulum istum ..,„ entis B, et remoum ;„n n °S' ""V >j la 2o, q. I, a. 2 c. Cf Ontol., e. IX, a. 4, p. 66. Hoc argumentum, cum in illud recidat, quod pht/sico-theolonieum passim appellatur, fusius in quinto articulo proscquemur. rium existit, profecto ab existentia entis contingeniis pcndere haud potesl. Atqui in argumento melaphysico existentia Dei ab existentia mundi pendere adstruitur. Ergo. 33. Resp. Conc. mai.; neg. min. Neg. cons. Sane, cum arguitur, Mundus existit ; atqui mundus existere nequit, quin existat Deus : ergo existit Deus ; mundum esse causam, cur Deus existat, minime adstruitur, sed mundus habetur, uli principium cognoscendi, seu uti signum, quo cognosci possit Deum existere, et Deus uti principium essendi, seu uti ratio, cur mundus existat. 34. Obiic. 3° nlii passim: Nulla inter creaturas, et Deum est proportio. Ergo ex crealuris ad Deum assurgere nobis non licet. 35. Resp. Dist. ant.: nulla est proportio entitatis, sive naturæ, conc. ant.; nulla est proportio connexionis, et dependentiæ, neg. ant. Neg. cons. Etenim, etsi creatura qiioad sui naluram infinite distet a Deo, lamen potest esse proportio creaturæ ad Deum, inquantum se habet ad ipsum, ut effectus ad causam, et ut potentia ad actum ! . Iam ob hanc connexionem inter effecturn, el causam, non vero ob identitatem naturæ, ab existentia creaturæ existentia Dei infertur. Hæc autem illatio rite, recteque concluditur; nam per effectus non proportionatos causæ non potest perfecta cognilio de causa haberi, sed tamen ex quocumque effectu polest manifesle nobis demonstrari causam esse ; et sic ex effectibus Dei polest dernonstrari Deum esse; licet per eos non perfecte possimus Eum cognoscere secundum suam essentiam2 . 36. Inst. Eorum, quæ sunt relativa, et connexa, eadem ratio est. Alqui ab Enlis necessarii existenlia nequit entis contingentis existentia inferri. Ergo a pari ne ab existentia quidem huius potest illius existentia argui. 37. Resp. Dist. mai., si connexionis relatio est mutua, conc. mai.,s\non est mutua, neg. mai.\ conc. min. Neg. cons. Relatio inter contingens, et necessarium non est mutua ; ens enim contingens postulat, ut sit Ens necessarium, a quo in suo esse delerminetur, secus absque causa existeret ; e contrario, Ens necessarium, sibi soli suffi 1 I, q. XII, a. 1 ad 4. Cf s. Bonav., In lib. III Sent., Dist. XIV, a. 1, q. 3 ad arg. 2 Ibid., q. II, a. 2 ad 3. cicns, nihil in sui nalura includit, quod productionem contingentis exigat. Quod si relatio inter Deum, et creaturas non est mutua, paritas illa, quæ obiectione institui| tur, consistere non potest !. 38. Obiic. 4° Effeclus finilus a causa finita potest produci. Ergo ab existentia mundi, qui est effectus finitus, existentia Dei, qui cst infinitus, perperam colligitur. 39. Resp. Dist. anl.i supposita causa infinila, conc. ant., secus, neg. ant. Neg. cons. Sane effectum finilum causa finila gignere potest, ita tamen, ut Causa prima, sive infinita subaudiatur. Etenim 1° quælibet causa finita, et contingens cum a se neque existere, neque agere valeat. Causam, quæ a se existit, et a qua pcndet, exigit, ut ahqucm operetur effectum. 2° Causa finita, cum non producat ex nihilo substanliam alicuius rei, sed tantum quemdam modum essendi in substantia iam existente inducat, causam, ex qua substanlia rei, super quam agit, e nihilo producitur, expostulat. Iam causa, quæ a se existit, et quæ virtute producendi substanliam rei ex nihilo pollet, infinita est. Ergo intelligi non polest, quomodo a causa finita effectus finitus proficiscalur, nisi existentia Causæ infinilæ adstruatur. Exinde illud etiam perspicitur, quod eisi mundus sit effectus finilus, tamen, cum eius origo nonnisi per productionem cx nihilo explicari possit, causam postulat infinitam. 40. Obiic. 5° A sensu distributivo, ut aiunt, ad collectivum non valet illalio. Ergo, etsi singula entia contingentia nequeant ex sui natura in exislentiam prodire, idem de tota serie non licet colligcre. 41. Resp. Dist. ant.: si de proprietatibus accidentalibus senno habeatur, conc. ant., si de proprietalibus essenlialibus, neg. ant. Neg. cons. Cum de proprietatibus accidentahbus agitur, non licet argumentari a singulis ad totam collectionem, quia id, quod convenit loti collectioni, potest noii convenire singulis. At vero, si de proprietatibus cs>enlialibus, valet argumentatio a singulis ad lotam collectionem, illæ enim æque singulis, ac toti collectioni conveniunt. Iam esse ab alio essentiale est entibus contin (pntibus. Ergo neque ea singula, nequc lola ipsorum coljlectio, etiamsi infinita supponatur, possunt esse a seipsis. 1 Cf Logic, p. I, c. I, a. 8, p. 19-20 vol. I. Declarari id potest exemplo collectionis lapidum, quæ, etsi infinita ponatur, nihil continere potest, quod lapidis ad ratiocinandum impotentiam excludat. V. — De argumento physico-theologico 42. Argumentum physico-theologicum ex mundi specie, et apta partium dispositione sumitur. Iam hoc argumentum, ut Hoockius ait, qui copiosius velit pertractare, illi tota Physiologia est percurrenda . At nobis, qui compendio studemus, satis est existentiam Dei ex ordine mundi generatim spectato comprobare. 43. Itaque argumentum hoc modo conficimus: Mirificus in hoc mundo ordo existit. Atqui, nisi Ens infinita intelligentia præditum, nempe Deus, auctor huiusmodi ordinis assignetur, admirandi illius effectus causa sufficiensj tollitur. Ergo 2. Quod spectat ad maiorem, res mundanæ, quemadmodum alibi a nobis ostensum est 3, etsi variarum specierum sint, tamen ita inter se colligantur, ut unicum, mundi systema efforment; alque non obstantibus innumeris, variis, et partim contrariis, quibus præditæ sunt, viribus, per causas efficienles, et finales secum invicem connectuntur, et per constantem harum, quas inter se ha-l( 1 Theol. nat. et rev. principia, t. I, pars I, sect. I. Sane, quælibet' res in natura attente consideretur, nos ad agnitionem Dei ducere pot-' est. Hinc quamplurimi fuerunt, atque sunt, qui ex uno tantum entium>i genere, e. g., ex oculi dumtaxat, aut auris, aut manus artificio, aut| ex pluviæ, vel grandinis, aliarumque meteorarum generatione, vel, ex sola dispositione, et cursu astrorum, vel etiam ex insectis, etj vegetabilibus Sapientissimi Conditoris existentiam demonstrarunt. ' Atque quo rerum naturalium studium magis perficitur, eo plura huiusmodi argumenta a sapientibus explicantur. Gf \ Ubaghs, Inst. phil.y pars IV, Theod., Appendix notarum, nota A. 2 Huius argumenti vim senserunt, et prædicarunt viri omnium ætatum sapientissimi. Ex antiquis satis erit memorare Platonem,!i Aristotelem, Ciceronem. Ex Ecclesiæ Patribus laudari inter omnes debent s. Iustinus, s. Gregorius Nazianzenus, s. Gregorius Nyssenus, s. Basilius, et s. Augustinus, quorum præclaram expositionem protulimus in Op. Elem. seu Inst. phil. christ., vol. III, Theol. natur., c. I, a. 4, p. 36 sqq (vel 367 sqq alt. edit. Neapol. 1873). Ex recentioribus meminisse iuvat rerum naturalium peritissimos Keplerum, Copernicum, Newtonum, Eulerum, Leibnitium etc. 5 Cosmol., c. VI, a. 1, p. 147 sqq, et a. 3, p. 151 sqq. bent, rclationum harmoniam, et consensum ad unicum filem concurrunt. Atqui ex his ordo Universi exurgit. Ergo le ordinis mundani existentia nulla occurrere potest dubitatio. 45. Quod autcm ad minorem attinet, in primis, cum >rdo sit apta dispositio mediorum ad finem, liquido palet •ausam mundani ordinis non nisi intelligentem esse posse; !iam intelligenlis est finem præfigere, atque apta media iccommodare. Deinde huiusmodi causa infinite intelligens, lempe Deus, sit oportet. Re quidem vera, constantia orlinis m rebus mulationi obnoxiis subsistere haud posset me fixis legibus, quæ nec per mutuam collisionem, nec er vicissiludincs, contrariosque eventus umquam labeactarentur. Qui igitur ordinem constantem instituit, deNiit omnes possibiles legum collationes prævidere, easue dumtaxat seligere, quæ numquam ad collisionem perenirent, et nullo adverso eventu subverterentur, aut sal2m per oppositam rerum vicissiludinem ad pristinam dipositionem redirent; hinc debuit etiam omnes possibiles ventus, qui ex causarum activitate provenirent, omnesue eorum concursus perspectos habere; quinimmo cum t homines partem huius ordinis phjsici constituant, ab orumque hbera cooperatione constantia ordinis ex parte ependeat, plurimaque entia libero eorum usui subiilantur, debuit futuras eorum Hberas actiones prævidei Atqui prævisio omnium possibilium eventuum, atue actionum libcrarum infinitam intelligentiam necessao expostulat. Ergo '. 46. Obiic. Multa sunt in mundo impcrfecta, immo inuha, et noxia. Ergo ordo mundanus Causæ Sapientissiæ attnbui nequit. 47. Uesp. Neg. ant. In primis, eoruni, quæ in hoc undo occurrunt, si in seipsis spectcntur, nihil imperfeum dici putest. Etenim quænam non est vel in vilissio cuhce ordinata constructio parlium ? quinam vel in Cf Suarez Met., tom. II, dispp. 29, scct. 2. Imprudcnter noniili philosoplu catholici nullam vim argumento physico-theologico esse docuerunt, nisi metaphysico fulciatur. Sane huiusmodi arguJntum ea, quæ a nohis propositum fuit, ratione, non cuiuslihet usæ ordinantis existentiam, sed causac infinitæ, ncmpe Dei, per evincit. 'x 7 r minima plantula fibrarum contextus ? Quod si aliqua res cum aliis nobilioribus conferantur, minus perfecta quidem sunt; at vero hæc diversa partium perfectio a, compositionem totius plurimum confert; aiente enim s. Ai gustino, cc ita ordinantur omnes (res) officiis, et finibi suis in pulcritudinem universitatis, ut quod horremus i parte, si cum toto consideremus, plurimum placeat2, 48. Insuper, monente eodem sancto Doctore, de singi, larum rerum utilitate recte non potest iudicari, nisi earui relatio ad totum universum perspiciatur 3. At vero nr tot, tantarumque rerum, quæ in mundo sunt, nesjUm variorumque finium subiectionem, eorumque ad ultimun finem relationem mente assequi non valemus. Si igitu totus ordo, singularumque rerum nexus perspectus nobr non est, inutile, vel noxium dicere nihil possumus. i inlrares forte, ad rem ait s. Augustinus, in officinam fij bri ferrarii, non auderes reprehendere folles, incude malleos. Et da imperitum hominem nescientem quidj quare sit, et omnia reprehendit. Sed si non habeat per tiam artificis, et habeat saltem considerationem homini quid sibi dicit? Non sine causa hoc loco folles positi sun artifex novit quare, elsi ego non novi. In officina non av det vituperare fabrum; et audet reprehendere in hoc mui do Deum ? Ceterum, ut aliqua ratione apprehendi po, sit, quantum in iis, quæ videnlur noxia, Divina Sapieii tia eluceat, audiendus est D. Chrysostomus, sic inquien c Pcrv'gata est illa sententia Tullii: [Nulla est gens tam immansueta, tamque fera, quæ •n, etiamsi lgnoret, qualem Deum hahere debcat, tamcn bcndum esse sciats . Accedunt historici veterum popurum. Nulli enim sunt, qui non sui populi, et aliorum, lorum historiam scribunt, religionem referant; in assenda Dei exislentia unanimes, licel in reliquis sæpe disntiant. Quoad autem nationes rccentioribus temporiis detectas, pariter nulla est, quæ in admittendo Nuine non consentiat, testibus ipsis historicis religionis stræ inimicis. Fuere quidem, qui linguæ aliquorum pulorum haud satis gnari spcciem quamdam atheismi ler cos detexisse putabant; verum viatores posteriores, rn magis lnstructi, eadem loca pcragrantes, non obscura hgionis indicia invenerunt . Nec quemquam moveat fuisse quosdam, et esse etm modo, qui nullum extare Deum putent. Etsi enim admittalur b, tamcn argumenti vis nullo modo minui 1 Vid. Ginoulhiac, Histoire du dogme catholique, t. I, par. I, . I, c. V, p. 21 sqq, Paris 1852. i Strom., lib. V, n. 260. s De Legibus., lib. I, c. 8. Vid. Feller, Catdchisme philosophique, t.I, c.l, etBrenna,Z)e gene humani consensu in cognoscenda Divinitate, par.l, lib.I, c.II et III. 1 Qui Deum esse inficiantur, athei, uti iam diximus, ' vocantur. loniam autem diversis modis Deus negari potcst, multiplex extat leorum genus. Si qui essent, qui ob mcntis tarditatem omni pror5 Dei cognitionc destituantur, athei negativi dicerentur. Qui vero um ab aliis agnosci, ct adorari non ignorant, ipsi tamen summa ellectus excæcationeEum agnoscere detractant, aut cavillationibus lerc nituntur, athei positivi, vel dogmatici audiunt. Ii autem, qui n verbis Deum negant, sed tarn pravis moribus vitam suam instimt, quasi nullum timeant Deum, athei practici vocitantur. Iam •o multos osse practicos atheos, et qui simulate, et fallaciter perisioncm de Deo in suis, et aliorum mentibus, conquisitis undique nunculis, labefactare, et delere conantur, lugenda experientia docti mus. Utrum autem veri athei negativi, atque dogmatici extiterint. extent, decertatur inter Scriptores. Quæstio hæc ita enunciari tur, quippe sicut non a raonstris forma humana, ita nec a paucis, brutorum instar depravalis, natura rationalis inquirenda est. 54. Obiic. Opinio de Deo ortum ducere potuit ex igno potest: 1° Sunt ne homines aliqui tam ignari, ut Deum esse omnin( nesciant ? 2° Num homo quisquam ratiocinando ad eam opinionun perversitatem pervenire possit, ut re ipsa sibi persuadeat, non ess#nita corriguntur. E contrario, opinio de existentia Dei er totum orbem diffusa, sæculorum progressu magis, 1 Vid. p. 312, not. J, ct 2. magisque innotuit, eamque ipsi quoque sapientes, quorurr est præiudicia corrigere, constanter lenuerunt. CAPVT II. De natura Dei I. — Dei naluram infinitc perfectam esse oslenditur 56. Ex ipsa existentiæ Dei demonstratione colligitui Ipsum esse Causam Primam, quæ ab aiia non pendet et ideo a se ex necessitate suæ naturæ existit. lam e: hoc, quod Deus est Causa Prima, quæ a seipsa est, Ip sum infinite perfectum esse oportere planis argumenti conficitur. Quod cum ita se habeat, nostrum est primt illud enucleare, quod Deus ex necessitate suæ naturæ se existit, deinde infinitam Eius perfectionem evincere 57. la. Dens est ex necessitate naturæ a seipso. Probatur. 1° Deus ex necessitate suæ naturæ existit Etenim : Omne, quod est possibile esse, et non esse" indiget aliquo alio, quod faciat ipsum esse, quia quan tum est in se, se habet ad utrumque. Quod autem faci aliquid esse, est prius eo. Ergo omni, quod est possibil esse, et non esse, est aliquid prius. Deo aulem non es aliquid prius. Ergo non est possibile Ipsum cssc, et no esse, sed necesse est Eum esse l . 2° Existit a se. Ei sane, in iis, quæ ita sunt necessaria, ut causam suæ nt( cessitatis habeant, hanc causam priorem eis esse oportel Atqui nihil prius Deo esse potest. Ergo Deus non habi causam suæ necessitatis, ac proinde ita necessario est, i a se, et non ab alio sit2. 58. Ex hac propositione illud, veluti corollarium, ir fertur, quod Esse Dei sit ipsa Eius Essentia. Etenim i lud, cuius esse est aliud ab essentia, aliquarn sui esse cai sam agnoscit. Cum igitur Deus habeat esse a se, et no ab aliqua causa, dicendum est Eius Esse esse ipsam Eiu essentiam 3. Hinc Deus dicitur ipsum esse per se subsistem ila nempe, ut per ipsam suam essentiam existat. 59. 2a. Divina Natura omnes possibiles perfectit nes complectitur. Probatur. 1° Deus est rerum omnium, quæ sunt, sterc dcbent. 2° Cum Deus sit ipsum e, ",ubs>stcns, nihil dc pcrfectionc essendi Ei deessc potest lic pro.nde habet esse secundum perfectam rationem ' A ui haberc esse ; secundum perfcctam rationem, idem est,c ommbus pollere perfectionibus ; nam, cura pcrfecrto;es esse denotent, c. g iustitia esse iustura, sapientia e te'l"nm1elC-'l-ub,.erU tota Pleniludo essendi, ct totTus -m d do'olb' ent oranis Pcrfectio.Ergo. I W. i rop. 3 . Deus est simpliciter inplnitus, ita ut nul plk, %S6A et V^rfectionibus limes assignari possit. IProbatur. 1° Deus uli antea diximus, esse secnndum .. rfcctara rationem habet. Atqui limitcs non aliud°quam I quem defcc ura essendi denotant. Ergo in Esse, hpT lciombus Dci nullus potest limes præstitui. 2 Omnis gtus, ct perfectio lerminis definitur vel intrinsece ex sub cio, in quo recip.tur, quidquid enim recipitur, per mo m recipienhs recipitur, vcl extrinsece a causa, a uua oducjtur Atqu, Esse, ct Perfectioncs Dci neque in T Mio sub.ccto rccipiuntur, quia Deus, quemadmodum a • juis ostensum est, est ipsum suum esse subsistens ne ie ab aliqua causa pendent. Ergo 3. |Art. II.— Heghelianorum error circa Dei inGuitatem refellitur i61. Secundum Heghelium, aliosque Transccndentales Irmamæ, quibus in Gallia Vacherotus, Benanus, ali? I auoTdhs,!naaHiiHXem,?!0 Cal°riSl Ct calidi decIarat: Manifestum i 'deo es „ T i, dUm "°n habcat totam Vd"m calidi, Ised • ',?.", °r n°n Partlc'Patur secundum perfectam ratio irtil 1, '°r.CSSC,t pCr SC subsists. nn posset ei aliquid deesse r ute calor s: unde, cum Deus sit ipsum csse per se subsistens •i I de perfect.onc essendi potest Ei dcesse ; I, qP IV, a. 2 c ' tl s. fliom., I, q. VII, a. 1 c. toruT IT.J^J™?™ Pcrfcctissi'"'>' i communi etiam tam torum, quam mdoctorum sensu manifcstum cst. Omncs in m MTS ' CCrtatin' Lpro eeentia Dei dimicanl; ncc quis N e t It „'„r,tCSt' qU1 h0c Dcum crcdat cssc. qo meliusV us om„ h„,C n °mnCS DC„Um C0nscntil"'t csse, quod ccteris m omn.bus anteponunt ; De Doctr. Christ., lib. I, c. 7. n. 7. ' Philos. CnRisr. Compend. It.' qj que se adiunxerunt , Absolutum, sive Deus ea ratione in finitus, seu indeterminatus est, ut aliquid reale, seu, ij aiunt, personale esse non possit. 62. Absurdum est Deum esse infinitum ea rationt qua ab Heghelianis explicatur. Probatur. Sciendum in primis est indeterminationem ess vel privativam, vel negativam. Privativa ea est, qua enf cum actu non sit hoc, vel illud ens, seu ens individuui i et singulare, natura sua ita comparalum est, ut hoc, ai I illud ens esse, sive per hoc, aut illud ens determina; j queat. Negativa vero ea est, qua aliquid est simplicite I eos, quod per se subsistit, quodque idcirco, cum sit i] 5. Obuc. Jnfinitum totum esse in se complectitur. Ereo i nulla re, quæ extra Ipsum sit, distingui potest. M>. Kesp. Neg. cons. Et sane, summa perfeclio, quæ otum esse continet, minime prohibet, quominus Deus ab llns ex ralpsum distinctus dicalur; siquidem Deus totum sse continet, non quatenus Eius esse cum esse, quod pror.um rebus extra Ipsum est, confunditur, eas enim perxtiones, ex quibus hæ constituuntur, ut mox dicemus iversa prorsus ratione Deus complectitur; sed quia eius 1 Quodlib., VII, a. 1 ad 1. Ibid. Hinc alibi (In lib. I Sent., Dist. VIII, q. IV a. 1 ad 2) ise Z2Per Tm ESS1 absolutum n™ ^tum esse,\ed aliquid ise Unde monet cavendum esse ab illorum errore, qui Deum Z eniemlIUd GSSe "nniVerSa,e' qU° UUælibet res fomaSe™ ki ?hSv 7 "' qU°d DeuS est> huius conditionis est, ut nulla tinctu TJGri P°SSiL UndG Per iDSam Suam Puritatcm' est esse tionis mJ,°T e^j.P.roPter uuod in Commento nonæ Propo loms Hbn de Causis dicitur, quod individuatio Primæ Causæ E c l l? enlatn ^Vr? Pero pUram Bonitate Iicet >gitctur absque additione, Ua dXenr reH;eCCptlblIitate additionis est-' nam si animali um vZ n tddl P°SLet' genuS non esset E contrario, Di rJSnm n.. SqUC additione non solu™ cogitatione, sed ctiam,eptl h\vZTaaLel n°n S°lum absque additione, sed etiam absque -eptibilitate additionis ; Contr. Gent., lib I c 26 modi est, ut nihil addi Ipsi queat, per quod ad aliqueu modum entis determinetur; ex hoc ipso autem, quod noi recipit aliquam adolitionem, individuatury et a cunctis alii dividitur l. Quanam ratione perfectiones creaturarum Dco sint attribuendæ 67. Perfectionum aliæ dicuntur absolute, vel simplicitei simplicesy aliæ secundum quid. Priores sunt, quæ secun dum propriam notionem consideratæ nullam includun imperfectionem, neque cum meliori perfectione pugnant e. g., vita, sapientia. Posteriores vero sunt, quae licet in tra genus suum perfectae sint, tamen in ipso sui concepti aliquem complectuntur defectum, et cum aliis excellen tioribus pugnant; e. g., esse corpus1. 68. Iam perfectiones, quae purae, et simplices sunt, s|| spectentur secundum illud, quod in sui conceptu deno tant, formaliter, hoc est, aiente s. Thoma, secundum ve\ rissimam sui rationem 3, in Deo continentur, secus Deui infinite perfectus non esset. E. g., sapientia, si considel retur in sui conceplu, prout nempe est cognitio per al tissimas causas attingens simul unico actu principia, e conclusiones, formaliter in Deo reperitur, quia nihil im perfectionis in se claudit. Hinc Deus absolute bonus, iu stus, sapiens appellatur. Ob eamdem rationem perfectio nes secundum quid, cum in ipso sui conceptu defectun aliquem includant, non formaliter, sed dumtaxat eminen tery excellentiori nempe ratione, Deo sunt attribuendae 69. Diximus perfectiones absolute simplices in Deo for maliter contineri, si considerentur secundum illud, quodi'. sui conceptu denotant. Nam si spectentur secundum ean rationem, qua in creaturis sunt, plures complectuntur im perfectiones; e. g., sunt qualitates, quae intendi, et re mitti possunt, limitibusque circumscribuntur; ac proind non secundum eam formam, qua in creaturis existunt sed modo eminentiori in Deo continentur. Quapropter sta tuendum est perfectiones creaturarum, cuiuscumque ge neris sint, eminentiori ratione Deo esse attribuendas i Qq. dispp., De Ver., q. XXI, a. 4 ad 9. 2 Cf s. Anselm., Monol., c. 15. 3 In lib. I Sent., Dist. II, q. I, a. 2 sol. U Oportet quod omnes nobililatcs omnium creaturarum invemantur in Deo nobilissimo modo, et sine aliqua imperfectione . 70. Ex his intelliges, quod sicut tempus additum aeernitati durationem ipsius non auget, quia omnes duralones llli inferiores in ea eminentissimo modo continenur; ita Dcus, et creaturac non sunt aliquid perfectius, !|uam solus Deus, quia lota creaturarum perfectio in Deo >erfectissimc continetur2. Audiatur Aquinas noster: Boium creatum addilum bono increalo non facit aliquid naius ; quia si duo participantia coniungantur, augeri >otest ln eis quod participatur, sed si participans addatur i, quod per essentiam est tale, non facit aliquid maius; icut duo calida adiuncta ad invicem possunt facere mais calidum; sed si esset aliquid, quod esset calor per essntiam subsislens, ex nullius calidi additione intendereir. Cum ergo Deus sit ipsa cssenlia Bonilatis, omnia au;m aha bona per participationem, ex nullius boni addione fit Deus magis bonus, quia cuiuslibet rei alterius onitas continctur in Jpso 3 . IV. — Modus oxponitur, quo Dei nalura a nobis cogaoscilur 71. Ex iis, quae adhuc de Divinis Perfeclionibus deliivimus, quonam modo ad illarum cognitionem perveniaus, facile est coniicere. Sane ex ipsa existentiae Dei de klbid. Hinc Arcopagita docet omnia de Deo affirmari quodam)do, et negari, Illumque vocat omnium positionem, et omnium latto)iem; quia cminenter ponit omnia, tamquam omnia continens formaliter omnia aufert, quia omnem rationem formalem crean, ct finitam a se cxcludit ; De Div. Nom., c. 13. Et s. Au^unus: Omnia possunt dici de Dco, et nihil digne dicitur de Deo. tiil latius hac inopia. Quaeris congruum nomen, non invenis; aeris quoquo modo dicere, omnia invenis : In Ioan. Ev. c Ili ct. XIII, num. 5. '• Adnotandum hic cst cum s. Thoma eminentiorcm illum modum, 3 Dcus crcaturarum perfectioncs in se complectitur, non solum conimunihus. et gcnericis, sed etiam individualibus earum ratio iUS esse intelligcndum. Omnia in Deo praeexistunt, non solum linium ad id, quod commune est omnibus, sed ctiam quantum Bi, sccunilmn quae res distinguuntur ; I, q, XIV, a. 6 c. Qq. dispp., De malo, q. V, a. 1 ad 4. monstratione colligimus, Ipsum esse Causam Primam,quamnia, quae sunt in mari, quae volant per aerem; non ;;st hoc Deus: quidquid lucet iu coelo,..., ipsum coelum, lon est hoc Deus: Angelos cogitas..., non est hoc Deus. pt quid est ? Hoc solum potui dicere, quid non sit . 73. Verum, quamvis notitia, quae negatione constat, [fnagis congrua, quam quae affirmatione, dicenda sit, non ideo tamen cum Iul. Simon 2, aliisque inferendum est ni^il de Dei natura a nobis sciri posse. Etenim cum ea, quæ Ireaturis insunt, de Deo negantur, Ipsi excellentia perlectionis quovis defectu immunis adscribitur, ac proinde Uæ negationes abundantiam, et excessum præseferunt. | ipposite sanctus Damascenus, postquam enuntiavit conjenientius esse ita de Deo aliquid prædicari, ut Ei jmnia detrahantur, quippe nihil est eorum, quæ sunt »; jubdit, non ut nihil sit, sed ut sit supra omnia, quæ •unt, lmmo vero supra ipsum esse 3 ». 74. Nisi quod, ut ex iam dictis patescit, hæc, quam Je summa Natura Divina per rationem naturalem nobis aomparamus, cognitio nonnisi admodum manca, et rudis st; siquidem mens nostra ad naturalem cognitionem Dei jonnisi per similitudines a rebus creatis arreptas assurlere potest ; per effectus autem non proportionatos causæ m potest perfecta cognitio de causa haberi . Quapropter ukimum, et perfectissimum nostræ cognitionis in hac Mta in hoc consistit, quod de Deo cognoscimus quia Ht, et quod causa aliorum est, et aliis supereminens, et p omnibus remotus 5 ». V.— Quænara ex Divinis Perfectionibus veluti Essentiara Dei constituens a nobis intelligatur 7o. Perfectio illa, quam primam in unaquaque re esse imcipitur, ac veluti radicem ceterarum ipsius perfectioim, atque per quam res a ceteris distinguitur, essentia 1 Enarr. in Ps. LXXXV, n. 12. 3 LZ ^onnatureile, par. 1, c. 2, p. 34 sqq, Paris 1857. . iJG Fide orthod., hb. I, c. 4. Cf p. 310 8 Contr. Gent., Ub. III, c. 49. appellatur. Iam etsi perfectiones omnes in Deo, uti mos demonstrabimus, Eius Essentiam constituant, tamen no bis, qui non possumus Eas uno mentis intuitu comple cti, inquirere licet, quænam ex ipsis tamquam Divinan Essentiam constituens spectari possit. 76. Aseitas, sive esse a se tamquam Essentiæ Di vinæ constitutivum assignari potest. Probatur. Aseitatem tamquam aliquid primum in Dec esse concipimus; nam si aliud prius aseitate in Deo ess\ ideo autem nihil Deo addi potest, quia est Ipsum esse, e] proinde Ens a se. Denique Aseitas, ut ex primo articul constat, tamquam ratio intelligitur, ex qua omnes per fectiones in Deo esse debeant. Ex hoc, ait idem Aqui nas, quod Deus est ipsum esse per se subsistens,...opor tet, quod totam perfectionem essendi in se contineat 2 Ergo. 77. Accedit, quod, docente s. Hilario, « nobis loquen dum non aliter de Deo, quam ut Ipse ad intelligentian nostram de se locutus est 3». Iam Moysi interroganti, qui esset, respondet: Ego sum, qui sum. Sic dices filiis Isræl Qui est, misit me ad vos 4. Quibus verbis lamquam pro prium Naturæ suæ characterem, ens per essentiam, a, alio independens, nempe aseitatem a nobis concipiendan esse designavit 5. CAPVT III. De attributis Dei, et primum de iis, quæ absoluta dicuntur 78. Perfectiones, quas ab Essentia Dei secundurn no strum concipiendi modum manare intelligimus, Attribut Dei nominamus. Ex iis quædam dicuntur absoluta, uf Sapientia, Bonitas, atque hoc nomine ab iis distinguun Contr. Gent., lib. I, c. 26. °I, q. IV, a. 2 c. De Trin., lib. V. 4 Exod. III, 14. s Gf s. Damasc, De Fide orthod., lib. I, c. 12. tur, quæ appellantur relativa, quia aliquam Dei perfe;tionern sigmficant cum relatione ad creaturas, vel nojus cum relatione creaturarum ad Deum, siquidem uti ihln adnotavimus «, creaturæ realem ad Deum habent realionem, non Deus ad illas. De his pauca attingemus, ieteraque Iheologis disputanda relinquimns. I.— De Simplicitate Dei 79. Nomine simplicitatis illud attributum intelligimus, juo a Deo quæcumque compositio sive physica, sive meaphysica, sive logica removetur. Gompositio physica ea Wt, quæ ex parlibus re ipsa distinctis exur-it. Metaphvtca pertinet ad ea omnia, in quibus potentia et actus, ubstantia et acadentia, essentia et existentia, atque attrimta dislinguuntur. Denique compositio logica dicitur de ebus, quatenus hæ sub aliquo genere continentur, ita ut !X«nCnprC' d,fferentia constent. j 80. Quodvis compositionis genus a Deo removeniUtn est . Probatur ex eo, quod Deus summe perfectus est. Sane,in quohbet genere tanto aliquid est nobilius, quanto imphc.us; sicut, iq genere calidi, ignis, qui non habet ali uam pcrm.xlionem fngidi. Quod igitur est in fine noilitatis omnium entium, oporlet esse in fine simplicitatis. E?ma„0.n ' qU°d eStxrnnfine nobili^tis omnium entium, otest" ' a igitUr comP°sitio Ei accidere (.81. Speciatim autem quoad singulas compositionis spepes, tres sequcntes propositiones demonstramus : Frop. 1. Quævis physica compositio Deo repuqnat. Probatur ex eo, quod Deus est primum Ens. Re quijem vera, (« amm., a. 6 c. 3 Cf Op. cit.f q. un. De sp. cr., a. l c. ab essentia realiter distinguitur, non exislunt per ipsan suam essentiam, sed habent esse per participationem. At qui Deus per ipsam suam essentiam existit. Ergo. Præ terea, cum existentia sit actus essentiæ \ si essentia De ab Eius existentia distinguerelur, illa ad istam se habe ret ut potentia ad actum, ac proinde Deus realiter e: actu, et potentia componeretur; id quod, uti osteedimus absurdum est 2. 86. Tertio. Attributa Divina neque ab Essentia, nequ ab se invicem realiter distinguuntur. Re quidem vera Deus per ipsam suam Essentiam perfectionem essendi, a proinde omnes perfectiones, sive attributa habel. Erg Attributa Dei ab Eius Essentia non distinguuntur. Adhæcl si Attribula ab Essentia Dei distinguerentur, hæc illairi perficerent, novumque esse ipsi adderent: quod sane Di' vinæ Naturæ prorsus repugnat 3. 87. Quod si attributa Dei ab Essentia non distinguun^ tur, ea ne inter se quidem distingui consequitur 4. Ih Deo est sapientia, bonitas, et huiusmodi, quorum quod1 libet est ipsa Divina Essentia, et ita omnia sunt uiiud re 5 . Idipsum ex eo amplius declaratur, quod altribut H inler se distincta diversos modos essendi significant, quo! profecto in Deo, qui est ipsum Esse, ponere absurdum est6 Cf Ontol., c. II, a. 1, p. 13. 2 Cf s. Thom., I, q. III, a. 4 c. 3 Perfectio Divini Esse non attenditur secundum aliquid addi tum supra ipsum, sed quia ipsum secundum se ipsum perfectun ^t. Bonitas igitur Dei non est aliquid additum suæ substantiæ sed sua substantia est sua bonitas ; Contr. Gent., lib. I, c. 38. Nos hic non loquimur de attributis, quæ relativa ab intra api pellantur, nempe Paternitas, et Filiatio, Spiratio activa, et Spiratl passiva; Paternitas enim et Filiatio, item Spiratio activa et passiv; inter se invicem opponuntur, atque ideo inter ipsas realem distin ctionem intercedere Fides docet. 5 In lib. I Sent., Dist. II, q. I, a. 2 sol. p Deus, egregie ad hanc rem s. Augustinus inquit, multiplicite quidem dicitur magnus, bonus, sapiens, beatus, verus, et quidqui aliud non indigne dici videtur; sed eadem magnitudo Eius est, qua, non sunt ; Conf., lib. VII, c. 11, n. 17. 3 I, q. XII, a. 4 c. inhæret, esse, et intelligi potest. Nomen substantiæ, ait s. Thomas, imponitur a substando ; Deus autem nulli substat1. Quare, cum categoria substantiæ e rebus finitis in Deum transfertur, duo, uti Henricus Gandavensis advertit, in ea mutantur, quæ aliquam imperfectionem habent, et tertium manet, quod perfectionem denotat. Ea, quæ mutantur, sunt, primo, quod substantia Divina, secus ac substantia creata, esse ab alio non accipit; secundo, quod non est, uti substantia creata, subiectuni accidentium. Illud vero manet, quod esse in alio non habet, seu quod in se subsistit 2. Quare Scholastici post Dionysium Areopagitam 3, et Boetium 4, ut hunc perfectum, quo Deus substantia est, modum designarent, lpsum non tam substantiam, quam supra omnem substantiam dicendum esse sanxerunt 5. 93. Ex hac, quam demonstravimus, tertia propositione, tamquam corollarium, deducitur haud posse Deum defi niri: Omnis enim diffinitio ex genere, et differentia constat . . . ; ostensum est autem quod Divina Essentia non concluditur sub aliquo genere. . . Unde non potest esse Eius aliqua diffinitio G . II. — De immutabilitate, atque æternitate Dei 94. Nomen mutationis, aiente s. Thoma, ostendit esse aliquid aliter se habens nunc, quam prius a . Iam ex summa Dei simplicitate, et infinita perfectione mutatio 1 In lib. I Sent., Dist. VIII, q. IV, a. 2 sol. 2 Op. cit., a. XXXII, q. V, n. 19. Cum hæc ita se habeant, liquet ss. Patres, et Scholasticos pugnantia secum haud composuisse eo quod Deum esse substantiam modo asseruerunt, modo negarunt. Etenim, cum ipsi substantiam, prout denotat esse, quod essentiæ subest, et quod subiectum accidentium est, considerarunt, Deum non posse dici substantiam docuerunt. At cum consideraverunt substantiam, prout non esse in alio denotat, non modo Deum esse substantiam, sed etiam quidquid in Deo est, nonnisi substantiam esse statuerunt (ef s. Aug., I)e Trin., lib. VII, c. 4, n. 9, et De Fide, et Symb., c 9, n. 20); immo Deum potiori iure, quam ullas res creatas, substantiam dicendum esse, quippe quod Ipsi perfectus actus subsistendi convenit. Cf s. Bonav., ln lib. I Sent., Dist. XXIII, a. 1, q. 2 resol. 3 De Divin. Nomin., c. 1. — De Trin., lib. I. 5 Cf s. Thom., Qq. dispp., De Pot., q. VII, a. 3 ad 4. 6 Comp. TheoL, c. 26. ' Contr. Gent., lib. II, c. 17. iem cuiuscumque generis ab Ipso amovendam esse nromm est mtelligcre. ! 95. Neque in natura Dei, neque in Eius decretis vla mntatio adstrui potest. Probatur prima pars. 1° Deus, cum sit primum Ens, st ipsum esse absquc alicuius potentiæ permixtione. Atiii ipsa notio mutationis aliquam præsefert potentialitæm; nam omne, quod quocumque modo mulalur, est liquo modo m potentia . Ergo. 2° Subiectum, quod lutatur quantum ad aliquid manet, et quantum ad aliuid transit, sicut quod movetur de albedine in nigrediem, manet secundum substantiam 2 ; ac proinde quamam composilionem saltem ex substantia, et accidente in ) admittit. Atqui Deus, utpote simplicissimus, quamcumue respuit compositioncm. Ergo. 3° Illud, quod mutatur, 31 ahquam formam acquirit, vel amittit. Atqui nulla )va pcrlectio Deo acccclere polest, et nulla demi, cum eus sit simphciter infinitus, et omnes perfectiones esnlia sua m se continet. Ergo 3. 9G. Probatur altera pars. Mulatur decretum voluntatis, latenus cognoscitur eius mutandi ratio, quæ anlea ignoibatur; quocirca innovatio consilii voluntatis ex eo orir, quod intellectus ab initio non omnia diligcnter per'iidit, nec omnia singillatim novit. Atqui Divino Intelctui omncs rerum connexiones in qualibet temporis cirimslantia pos^sibiles innotescunt. Ergo. 97. Obnc. 1° Deus poenitere, et irasci dicitur. Atqui Qft "lax,mum mutationis argumentum sunt. Ergo. J. Kesp. Dist. mai. : extrinsece, et quoad effectum, ic. mai., mtrinsece, et quoad affectum, neg. mai.) sub fiem dist. neg. ct conc. min. Neg. cons. Neque enim, egrogie monet s. Ambrosius, Deus cogilat sicut homih ut ahqua Ei nova succedat sententia ; neque irasci I, q. IX, a. 1 c. ^ lhid. Hoc Dei attributum s. Bernardus præclaris his verbis declara Deus hanc sibi vindicat meram singularemque suæ Essen'Bimplicitatem, ut non aliud, et aliud, non alibi quoque, et a!ibi, ne modo quidcm et modo inveniatur in Ea. Nempc in semet æns, quod babet, est; et quod est, semper et uno modo est. In multa in unum, ct diversa in idem rediguntur, ut nec de wositate rerum sumat pluralitatem, nec alteraiionem de rarie sentiat ; /n Cant., Serm. 80, n. o. Pbilos. Ciirist. Compend. II.' 10 tur quasi mutabilis: sed ideo hæc leguntur, ut exprima tur peccatorum nostrorum acerbitas, quæ Divinam mej ruit offensam, tamquam eo usque increvit culpa, ut etiar Deus, qui naturaliter non movetur aut ira, aut odio, arj passione ulla, provocalus videatur ad iracundiam l . 99. Obiic. 2° Deus alternis vicibus diversa, imo oppc sita vult. Ergo mutabilis est. 100. Resp. Dist. ant., ita ut successio illa, et varieta; spectet effectus Divinæ Voluntatis, conc. ant., ipsum actui^ Voluntatis Dei, neg. ant. Neg. cons. Sane, etsi ea, quai Deus decernit, sibi succedant, et interdum cum mutui oppositione eveniant, tamen Voluntas Divina, quippe qusj æternitate, et unico actu voluntatis illa decernit, imnu bilis permanet. Aliud est, scite ad hanc rem mon: s, Thomas, mutare voluntatem, et aliud est velle aliqui rum rerum mutationem. Potest enim aliquis eadem vi, fuit et erit; quia et quod fuil, iam non esl; et quod rit, nondum est: sed quidquid ibi est, nonnisi esl2. 107. Deus est ælernus. Probatur. Dei existentia, ac vita nec i nitium, nec finem, ec successionem ullam in se admittere potest. Alqui id 3ternilatis notionem præbet. Ergo. Et sane in primis, eus, cum ita natura sua necessario existat, ut non exiere non possit, semper extitisse debet; alioquin, si aliaaiido incepisset esse, cum prius non existcret, tunc non isentia sua, et necessario, sed contingenter solum exieret, atque illud esse, quod habet, ab alio recepissel. 108. Ila quoque perspicue apparet, quod Deus ipse scmJr existere debebit; alioquin si aliquando desinere post, non essentia sua, ac nccessario, sed conlingenter exieret, ac illud esse, quod habct, ab alio ipsi auferri post, Eiusque duratio ab alio penderet; id, quod ab Entis scessarii natura manifestissime abhorret. 109. Denique Dei aeternitas quamcumque successionem spuil. Nam 1° ubi nulla cst mutatio, ibi nulla est sucssio ; in Deo autem nulla mutatio est. 2° Id ipsum ex nnimoda perfectione Dei cvidenlissime consequitur. Etim ens, cuius duralio, ac vila successive evolvitur, per tales aclus, quos successive promit, successive ad se rljciendum tendil, siquidem vivens per vitales acfus seStipsum perficit. Atqui Deus est ens absolute perieim. Ergo ab Eius duratione, ac vita successio quaevis lovenda est. Quocirca Dei aeternitas dififerentias omncs cludil, quae in tempore dislingui solent, alque ideo I, q. X, a. 1 ad 2. Enarr. in ps. C/, Scrm. II, n. 10. 342 THEOLOGIA NATVRALTS neque prius, neque posterius in ea admitti possunt, seIum rerum compagi actu praesens sit ; Divina tamen tomensitas, quemadmodum paulo ante innuimus, aliorum tttributorum instar, infinita esl; nam omnibus rebus posbilious praesentiam suam exhibendi virlutem habet 3 Exfcde quoque intelligitur Deum ab aeterno immensum esi, quamvis effectum nullum extra se produxisset, nulque promde rci extrinsecae praesens esset ; quia nimiim ab aeterno res produccre, ipsisque adesse poterat. eque ex eo, quod Deus incipit, vel desinit csse in re, iquarn mutat.onem Deo advenire argui potesl; nam hoc, ente Seraphyco Doctore, solum est secundum rei muitionem, non secundum mutationem Eius, ut pula si >re illuminato, inlelligatur creari cryslallus, radius inpit esse m eo, et, crystallo amoto, desinit esse, nnlla cta mutalione m radio. Deus extra mundum eodem modo est, quo fuit, an Moral., Iib. XVI, c. 5. 2 De Fide orthod., lib. I, c. 8. 0 lllud, monet s. Bonaventura, cogitandum est, quod Divinum •se sicut non potest cogitari habere terminum in duratione; sic non tfest cogitari, nec debet habere terminum in existentia, et praentiahtate. Et sicut non potest cogitari habere intercisionem in duttone sic nec in praesentialitate ; ibid., c. 1, q. 3 ad arg. ' Ibtd., a. 1, q. 2 resol. Item, quemadmodum subdit ipse sanctus •ctor, (( cum res movetur, Deum non dimittit, nec ad Deum acait, nec Deus cum re venit; quia sic est in re, ut sit extra rem 3in; ; ideo nec res Eum dimittil, ncc novum invcnit. Et hoc est inligilMJe, si quis potcst intelligcrc, quod Deus sit immensus,simplcx m imtus. Quia enim est immensus, ita est intra, quod extraquia jplex, secundum unum, et idem est intra. et extra; quia infinitus 0 nec dim.ttitur, nec acquiritur aliud in re, nec ab ipso itur ad 'Um cum dimittitur, ut alibi, et alibi inrenialur ; Ibid. ad arg. tequam ipsum mundum crearet. Antequam, ait s. Au gustinus, Deus faceret coelum et terram, ubi habitabat In se, et apud se habitabat !. Et s. Bernardus : Ut erat Deus, antequam mundus fieret ? Ubi nunc est. No est, quod quaeras ullra, ubi erat ; praeter Ipsum nih eral: ergo in seipso erat 2 . IV. — De scientia Dei 115. Tria circa Divinam Scientiam enucleanda suscip mus, nempe illius existentiam, obiectum, et proprietate in quorum tractatione illud s. Augustini memorare pra lbid., a. 9 c. " Ibid. ad 2. ' Ibid. 8 Ibid. c. Quoad animi cogitaliones, ait etiam: Sicut Deus cognocendo suum esse. . ., cognoscit esse cuiuslibet rei; ita cognoscendo uum intelligcre, et Yelle, cognoscit omnem cogitationem, et voluniatem ; Contr. Gent., lib. I, c. 68. Iamvero, licet scientia Dei, ut nox dicemus, sit in se simplicissima, et maximc una, nihilominus secundum divcrsam babitudinem, quam concipimus habere ad sua Ex his consequitur 1° Deum cognoscere infinita. Etenim Deus suarn virtutem perfecte cognoscit. Virtuc autem non potest cognosci perfecte, nisi cognoscantur om-| nia, quae potest; cum secundum ea quantitas virtutis attendatur. Sua autem virtus, cum sitjinfinita, ad infinita se extendit. Est igitur Deus infinitorum cognitor . 2° Co-J gnoscere etiam futura contingentia, et libera; cum eninii ut cum Aquinate ioquamur, cum a Deo, prout actu est in sua praesentialitate, cognoscatur, sic necessarium erit esse', sicut necessarium est Sortem sedere ex hoc, quod Sortes sedere videtur. Iam baec necessitas contingentiam rerum haud toiiit, siquidem non est necessitas absoluta, sed consequens, qua nempe omne quod est, dum est, necesse est esse, Quare, sicut haec enunciatio, Quod videtur sedere, necessi est sedere, accipienda est in sensu composito, non autenc in sensu diviso, ita hæc enunciatio, Quod Deus scit faciendum, illud necessario fiet l. 124. Exinde etiam illa, quæ in medium affertur, diffi cultas extricatur, nempe qui fieri potest, ut creaturarurr actiones, dum a Deo iam futuræ prævidentur, sint libe ræ2. Sane futura a Deo prævisa, ut iam diximus,et certo et infallibiliter, non tamen necessario fient. cc Sicut tu, u s.Augustini verba adhibeamus,memoria tua non cogis factt esse, quæ præterierunt ; sic Deus præscientia sua nor cogit facienda, quæ futura sunt s . Quin immo tantun: abest, ut præscienda Dei imponat causis liberis necessi •! tatem, ut potius ab ipsa Dei præscientia conservetur li Deus successive cognoscit contingentia, prout sunt in suo esse, si cut nos, sed simul: quia sua cognitio mensuratur æternitate, sicu etiam suum esse: Æternitas autem tota simul existens ambit to tum tempus. Unde omnia, quæ sunt in tempore, sunt Deo ab æ terno præsentia, non solum ea ratione, qua habet rationes rerun apud se præsentes, ut quidam dicunt, sed quia Eius intuitus fer tur ab æterno supra omnia, prout sunt in sua præsentialitate. Undbiecto suo pendet, et a rebus ipsis hauritur; 3° quod deaonslratiombus conficitur; 4° quod est multiplex, et pro arietatc obiectorum cognitorum variatur. Atqui scientia |i est subslantialis; non hauritur a rebus, quas cognocit, sed ipse Deus omnia in sese, et in natura sua conoscil; est intuitiva, ncra discursiva; est unica, ac sim iorS1 o3'^0,n Se omnino immutabilis. Ergo. llb. Probatur minor quoad singulas partes: 1° Nulla in eo compositio esse potest, nihilque in Eo est, nisi simncissima, et perfectissima substantia. Ergo scientia Dei on est ahud, quam ipsa Dei substantia. J Deus, ut diximus, perfecte comprehendit suam Esentiam, quæ prima omnium rerum causa est. Atqui ad errectam comprehensionem alicuius causæ requiritur ut i ea sic cognita omnes eius effectus cognoscantur. Er"o eus non haurit scientiam a rebus, sed omnia in ipsa sSa latura cognoscit 2. F ilnn^fp L?' J°' 8-( nihil præscivit. Porro si illc, niiPc.i 1 ?uld futurum csset n nostra voluntate, non utique noJrl lq Præscivit, profecto, et illo præsciente, cst aliquid nost a volnntate ; De Civ. Dei, Ioc. cit. Eiinde concludit: Quo J(™V! cogiinur, aut, retenta pracscientia Dei, tollere vo Sl?.n am' 3Ut' rCtCnt° vo,ulitatis arbitrio, Deum (quod 1 nc?are Pracscfum futurorum; scd utrumque amplectimur, rumque fidehter, et veraciter confitemur »; Ibid., c. 10. Licet, s. Ambrosius inquit, omnia coelestia ct tcrrcstria ac THEOLOGIA NATVRALIS 3° In cognitione discursiva, quæ, ut diximus !, quidarc motus est, intellectus ex potentiali ad actualem conclusionis cognitionem progredilur, atque hanc non eoden actu, ac præmissas, sed novo actu, qui illi succedit, cognoij scit 2. Atqui neque aiiquid in potentia, neque actuum plu ralitas in Deo admitti potest. Ergo scientia Dei non es discursiva. Præstat verba D. Thomæ proferre : « Scienj tia, quæ in nobis invenitur, habet aliqnid perfectionis i et aliquid imperfectionis. Ad perfectionem eius pertinei certitudo ipsius, quia quod scstur, certitudinaliler cogno! scilur ; sed ad imperfectionem pertinet discursus intellej ctus a principiis in conclusiones, quarum est scientia; hi vina Essentia, cointellectis diversis proportionibus rerum ad eam, q idea uniuscuiusque rei. Unde, cum sint diversæ rerum proportiom. necesse est esse plures ideas; et est quidem una ex parte Essentia sed pluralitas invenitur ex parte diversarum proportionum creatui rum ad Ipsam »; Qq. dispp., De Ver., q. III, a. 2 c. * I, q. XIV, a. 8c. Cf s. August., Tract. llnloann. Ev.cap.I,n.l 2 « Quæ sunt, inquit s. Gregorius M., non ab æternitate Eius ' scienliam nostram, ct scientiam Divinam ex eo etiam assignat, quod c quac nobis videtur, non oniungitur. E g., cum Deus præccpit Abrahamo, ut iilium suum .aacurn immolaret, putabat ille Deum velle huiusuodi sacr ficium bnanan^ scd ut inanifcsta «s. prahami fides, et obedicntia. Ita ctiam Deus permittit neccatum ius tamcn voluntas beneplaciti non est peccatum, S, i pSSSfc Jmus, bonum, quod ex peccato eruit. * P ie lfJmU\' cUb:IitTS-Th°maS' pronric est rci nond™ "*bie in hb. I Sent., Dist. XLV, q. I, a. 1 ad i. j Loc. cit., in resol. 8 « Diccndum, scribit s. Thomas, quod voluntas in nobis pertinet Obiectum primarium Divinæ Voluntath est ipsa Divina Essentia; secundarium sunt res extra Deum. Probatur prima pars. 1° « Bonum intellectum est obiectum voluntatis. ld autem, quod a Deo principaliter intelligitur, est Divina Essentia. Divina igitur Essentia est id, de quo principaliter est Divina Voluntas * ». 2° « Unicuique volenti principale volitum est suus ultimus finis ; nam finis est per se volitus, et per quem alia fiunt volita. Ultimus autem finis est ipse Deus, quia Ipse est summum bonum. Ipse igitur est principale volitum suæ Voluntatis. Probatur altera pars. Voluntas consequitur intellectum. Sed Deus suo intellectu intelligit se principaliter, et in se intelligit omnia alia. Igitur similiter principaliter vult se, et volendo se, vult omnia alia 3. 137. 3a. Divina Bonitas est Deo sola ratio volend\ quæcumque extra se vult. Probatur. lllud, quod voluntas propter seipsum vult : est unica ratio, qua cetera velit; hinc ultimus finis, cuir propter se appetatur, ratio est, cur cetera appetantur Atqui illud, quod Dei voluntas propter seipsum vult, es Eius Bonitas. Ergo 4. Præterea, si Divina Voluntas aliqua ratione a bo nitate creata moveretur, amor, quo diligeret creaturas non tantum effectivus, sed etiam affectivus esset ; siqui dem amor effectivus bonitatis obiecti, cum ipse sit, a c{U( illa oriatur, nequit ab ipsa allici, seu moveri. Atqui a mor, quo Deus diligit creaturam, non est affectivus, se I, q. XIX, a. 1 ad 2. Contr. Gent., lib. I, c. 74. Ibid. 3 Ibid., c. 73. 4 I, q. cit., a. 1 ad 3. Exinde etiam sanctus Doctor infert obiect( rum multitudinem, quæ Deus vult, Eius infinitæ simplicitati minim obstare. Nam sicut intelligere Divinum est unum, quia multa no videt, nisi in uno; ita velle Divinum est unum, etsimplex; quia mult non vult, nisi per unum, quod est Bonitas sua ; ibid., a. 2 ad 4. s Quia voluntas nostra non est causa bonitatis rerum, sed ab i format amantem in amatum; dum e contrario Deus omnia trahit ad seipsum, repugnatque lpsum in creaturam transformari. Ergo Divina Voluntas nullo modo a bonitate creata movetur. 139. 4a. Dens necessario seipsum, libere autem res extra se vult. Probatur prima pars. Voluntas necessario inhæret ultimo fini, ita ut opposilum nequeat velle. Atqui Divinæ Voluntatis non est alius finis, quam ipse Deus. Ergo Deus inecessario vult se ipsum. 140. Praclerea, omnis perfectio, et bonitas, quæ in creaturis est, Deo convenit essentialiter. Diligere autem Deum, est summa perfectio rationalis creaturæ, cum per hoc quodammodo Deo uniatur Ergo in Deo essentialiter esl; ergo ex necessitate diligit se, et sic vult se esse. Probalur altera pars. Voluntas necessario vult ea, sine quibus finis esse non polesl; non autem ex necessitate, sed libere vult ea, sine quibus finis esse potest. Atqui Deus vult alia a se, in quantum ordinantur ad suam bonitatem, ut in finem. Bonitas autem Dei est perfecta, et esse polest sine aliis, cum nihil Ei perfectionis ex aliis accrescat. Ergo Deus res extra se non necessario, sed libere vult . 142. Porro perspicuum est tum potestatem faciendi malum, tum deliberationem, tum mutationem a Divina libertale amovendas esse. Sane 1° ad rationem liberi arbitrii non pertinet, ut indeterminate se habeat ad bonum, vel malum ; sed hoc ad libertatem arbitrii pertinet, ut actionem aliquam facere, vel non facere possit. Et hoc Deo convenit; bona enim, quæ facit, potest non facere, nec tamen malum facere potest 8. 2° Deliberatio, seu inquisitio rationum ex deieetu cognitionis oritur ; quocirca, movetur sicut ab obiccto; amor noster, quo bonum alicui volumus, Qon est causa bonitatis ipsius, sed e converso, bonitas eius vel vera, vel æstimata provocat amorem, quo ei volumus et bonum conservari, quod habet, et addi, quod non habet, et ad hoc operamur. 5ed amor Dei est infundens, et creans bonitatem in rebus ; I, q. XX, a. 2 c. 1 Contr. Gcnt. Cf Cosmol., c. VII, a. 2, p. 172. 3 In lib. II Sent., Dist. XXV, q. I, a. 1 ad 2. cum in Deo cognitio sine discursu sit, etiam electio in Ipso est sine deliberatione. 3° Item libertas electionis in eo consislit, ut eligens illo, quo eligit, momento possit, prout mavult, eligere, vel non eligere. At, iam posita illal electione, cum Enti omniscio nulla deinceps innotescere possit prudens ratio mutandi sententiam, electio illa immota manet. Quocirca ratio, cur Deus sententiam non mutet, non defectus liberæ electionis, sed plcnitudo perfectionis est, qua fit, ut nihil novi umquam possit addi-t scere. lllud etiam observandum est, liberam volitionem Dei spectari posse aut ratione entitatis Divinæ, quatenus nempe est in Deo, autratione terminationis ad creaturas. Sfr priori modo considerelur, est quidem necessaria, sin alteroi modo, est libera. Quare illud, quod actus Dei liber addit supra necessarium, non est aliud, nisi relatio buius actus ad creaturas, scilicet habitudo, seu respectus, et terminatm ad creaturas. Rursus hæc terminatio potest ex parle Dei, et ex parte creaturarum spectari. Si ex parte Dei consideretur, quatenus est actio vitalis, et intrinseca, non distinguitur ab ipsa substantia Dei; si vero ex parte creaturarum, est aliquid defectibile, seu, quod deesse possibile sit. 144. Ex his, quantum tenuitas nostræ mentis patitur,i illa expeditur difficultas, quomodo nempe actus liber sit Deo internus, et tamen, cum liber sit, possit esse, vel non> esse. Sane, cum in relatione Divini actus ad creaturas,: duplex respectus sit distinguendus, alter ex parte Dei, sub qua ratione intrinsecus est, ita tamen ut ordinem ad creaturas habeat, alter ex parte creaturæ, sub qua ratione est mere extrinsecus, dicendum est actum liberum Deo internum posse esse, vel non esse, non quidem ratione entitatis, nec ratione solius meræ terminationis extrinsecæ, quia hæc actum intrinsece liberum constituere non po- test, sed ratione terminationis intrinsecæ ad aliquid extrinsecum 2. Quare Divina libertas consistit in intrinseca in- Dicendum quod Voluntas Divina se habet ad opposita, non quidem ut aliquid velit, et postea nolit, quod Eius immutabilitati repugnaret, nec ut possit velle bonum, et malum, quia defectibi-. litatem in Deo poneret, sed quia potest hoc velle, et non velle ; Qq. dispp., De Ver., q. XXIV, a. 3 ad 3. 4 Circa hanc quæstionem cf Gonet, Op. cit., tract. IV, c. 2. lifferentia relationis Divini actus ad obiecla extrinseca. 145. Obiic. 1° Deus vult alia a se propter Bonitatera uam. Atqui Deus Bonitatem suam necessario vult. Ergo )eus necessario vult alia a se. 146. Resp. Disl. mai., ita tamen, ut sine illis Bonitas ua esse possit, conc. mai., ita ut sine illis esse non pos- it, neg. mai.; conc. min. Neg. cons. Licet Deus ex ne- essitate velit Bonitatem suam, non tamen ex necessitate ult ea, quæ vult propter Bonitatem suam; quia Bonitas lius potcst esse sine aliis . Id ex eo magis perspicuum t, quod Deus non agit propter suam Bonitatem, quasi ppetens quod non habet, sed quasi volens communicare uod habet; quia agit non ex appetitu finis, sed ex amore nis . 147. Obiic. 2° In Deo intellectus, et voluntas non diinguuntur. Ergo sicut Deus quidquid intelligit, necesirio intelligit, ita quidquid vult, necessario vult. 148. Resp. Dist. ant., si considerentur in ipso Deo, mc.ant.y si considerentur relata ad res, neg.ant. Neg. cons., paritatem. Hanc obiectionem s. Thomas iam sibi pro)suit, et iuculenter confutavit. Porro sanctus Doctor adMftit, intelligere, et velle non distingui inler se, si conderentur in Deo, quippe quod, prout in Deo sunt, unum, emquc sunt cum Essentia Divina; sed si relata ad res msiderentur, unum ab allero distingui. Etenim, quoniam >gnitio, ut sæpe diximus, in ipso subiecto cognoscente ta perficitur, pcrspicuum est res a Deo sciri, prout ipsæ Eo sunt; atqui quidquid in Deo est, ab Eius Essentia aliter non distinguitur; crgo res, prout a Deo sciuntur, i Essentia Dei non discriminantur. Unde Divinum scire em est, ac Divinum Esse. E contrario, res, prout a Deo litæ sunt, idem non sunt, ac Divinum Esse; nam volun s Dei ad res refertur, prout hæ sunt in seipsis; res autera, out sunt in seipsis, ab Essentia Dei realiter distinguun r. Ex quo facile conficilur Deum non velle res, quæ tra se sunt, eadem necessitate, cjua illas scit, quia quid jiid est unum cum Essentia Dei, est absolule necessa |iim, sed quidquid existit extra Deum, non est absolule 'cessarium 3. :! S. Thom., I, q. XIX, a. 3 ad 2. 2 Qq. dispp., De Pot., q. III, a. 15 ad 14. Dicendum, quod sicut Divinum Esse in se est necessarium, ita . Obiic. 3° Cousinus: Deus est causa absoluta. Erg non potest non producere res extra se. 150. Resp. Neg. cons. Re quidem vera ex notione causær actio Dei non est aliud ab Eius potentia, sed utrumjue est Essentia Divina '. Ex quo illud etiam consequiur, Divinam Potentiam esse quidem principium effectuum, fui per ipsam producuntur, non vero principium actiolis, qua res producuntur; nam actionis, quæ ipsa Divina ISssentia est, nullum principium esse potest . Potentia Dei est infinita. Probatur. Unumquodque, secundum quod est actu, et erfectum, secundum hoc cst principium activum aliuius 8. Quapropter unumquodque tantum abundat in irtute agendi, quantum est in actu . Atqui Deus est ctus infinitus. Ergo. 154. Præterea, in omnibus agentibus hoc invenitur, uod, quanlo aliquod agens perfectius habet formam, qua git, tanto est maior eius potentia in agendo. Sicut quanto st aliquid magis calidum, tanto habet maiorem potentiam d caIefaciendum...Unde, cum ipsa essentia Divina, per uam Deus agit, sit infinita; sequitur, quod Eius potentia it infinita b . Exinde sequitur Dei Potentiam ad omnia, uæ sunt absolute possibilia, producenda parem esse. iuilibet enim potentiæ aclivæ respondet velut obiectum roprium quoddam possibilis genus; sicut potentia calefahva refertur^ ut ad proprium obiectum, ad esse calefactiile; Divinæ igitur potentiæ, quæ est infinita, respondeat ecesse est obieclum, quod omne genus excedit, seu quiduid ralionem entis habere potest. Atqui huiusmodi est uodcumque est absolute possibile. Ergo Divina Potentia d omnia, quæ sunt absolute possibilia, extenditur8. 1 Ibid. ad 2. Cf locum s. Ansclmi cit. p. 343, not. 3. Qua in 5 s. Thomas monet non oportere quod potentia Dei semper sit conmcta effectui, sicut nec quod creaturæ fuerint ab æterno; siquim Potentia Dci semper est coniuncta actui, idest operationi: m operatio est Divina Essentia: sed effectus sequuntor secundum nperiiun voluntatis, et ordinem Sapientiæ ; Qq. dispv. De Pot. • I, a. 1 ad 8. I, loc. cit. ad 3. 3 I, q. cit., a. 1 c. Qq. dispp., loc. cit., a. 2 c. I, q. cit., a. 2 c. 6 Ibid., a. 3 c. Exinde perspicitur magno in errore versari Abælar um, ahosque, qui, ut in Cosmologia (c. VIII, a. 1, p. 179, not. 1, et • 180, not. 2) adnotavimus, Deum non potuisse alia eflicere, quam uæ fecit, nec plura his, quæ fecit, blaterant. Sane omnis virtus errecta ad ea omnia porrigitur, circa quæ proprius eius effectus . Diximus ad ea, quæ sunt absolute possibilia; na ea, quæ sunt absolute, sive intrinsecus impossibilia, ad D vinæ Omnipotentiæ obiectum non pertinent. En quomod ad hanc rem s. Thomas argumentatur : Hoc, quod e affirmationem, et negationem esse simul, rationem ent habere non potest, nec etiam non entis; quia esse toil non esse, et non esse tollit esse: unde nec principalite nec ex consequenti potest esse terminus alicuius potenth activæ .... Cum Deus sit actus maxime, et principa 1 versatur; sicut perfectus artifex ea omnia potest efficere, quæ su, artis propria sunt Est autem Virtus Divina infinite perfecta, atqi proprius Eius effectus est quidquid habet rationem entis. Igitur dictis (p. 353 not. 4), non est aliud, quam ipsa Essentia Divn De attributis Dei relativis 157. Iam diximus ' allributa Dei relativa ea esse, quæ iliquam relationem ad crcaturas involvunt, ita nempe, ut reaturæ referantur ad ipsum Deum, sed in Deo non sit diqua relatio Eius ad creaturas, sed secundum rationem antum, in quanlum creaturæ referuntur ad lpsum2. Ea, [uac ad buiusmodi attribula scitu necessaria sunt, ad reationem, conservationem, concursum, et Providenliam ediguntur. I. Quomodo Deus causa mundi sit, explicatur 158. Causa, qucmadmodum in Ontologia statuimus, in fficienlcm, materialem, cxemplarem, et finalem distinguiur. Iam Deum csse causam effcctricem mundi, atque illi ier crcationcm cxistcntiam largitum esse iam planum in ^osmologia b fecimus. 159. Deum aulem neque esse, nequc unquam concipi ossc causam materialem, aut formalem mundi cx eo, uod Ipse est causa effectrix mundi, manifeste evincitur! iara causa effectrix saltera numero a re, quam efficit, ditinguatur oportet ., quia aliquid esse causam efficientem in lpsius repugnat5. Ex. gr., si bomo gignit bominem, erte alius est homo, qui gignit, alius vero, qui gignitur. >ncepta a Divino Intellectu, ut imitabilis ad extra; 3° Interna reim possibilitas, præcisa rcali existentia, habet esse ideale, et in oc ordinc habet esse obiective verum: atqui esse ideale est'ab inillcctu, ct in intellectu; atque res denominantur veræ a veritate itellectus, unde si nullus intellectus esset æternus, nulla veritas itet æterna (I, q. XVI, a. 7 c). 4° Si possibilium fundamentum, • ratio a Divina Natura nullo modo penderet, Deus in possibilium )gnitione a re sibi extrinscca, ct a sc prorsus independente pcr^eretur; id quod maxime repugnat. 328 sq. -^Cfl, q. XIII, a. 7 c. a Cap. VII, a. 1, p. 165 sqq. David de Dinando, ut est apud s. Thomam, stultissime di\it: Deum csse materiam primam (I, q. III, a. 8 c), seu causam atenalcm mundi. Almaricus autcm Carnotensis, Dcum, ut est ?ud euindem s. Thomam (ibid.), esse principium formale omum rerum effutivit. 5 Cf Ontol., c. IX, a. 6, p. 70, not. 2. Atqui causa materialis, et formalis, quippe quæ essentiam rei effectæ constituunt, unum, idemque cum ipsa sunt Ergo Deus, cum sit causa effectrix mundi, causa materialis, aut formalis eius esse nequit . Contra ea, quoniam Deus est causa cffectrix mundi, consequitur Eum essei quoque causam exemplarem1; quippe quod, cum Deus sit causa effectrix mundi infinite intelligens, res mundanas e nihilo condere non potuit, nisi secundum ideas, seu exemplaria illarum, quæ in se habuit 3. Itaque explicanduncj superest, quomodo Deus causa finalis mundi dicendus sit.i 160. Deus, cum infinita Sapientia polleat, finem aliqueirj in mundi creatione operi suo præstituere debuit; secusi illud temere, et insipienter confecissct 4. Porro quæstionis huius, cur Deus voluit mundum creare? duplex sensus esse potest: 1° quænam fucrit ratio ipsius actionis Dei;i 2° ad quem finem Deus suum ordinaverit opus s. Vid. s. Thom., I, loc. cit., Contr. Gent., lib. II, c. 17, et 26 Pluribus afferendis abstinemus; errores enim Davidis de Dinando et Almarici Carnotensis pantheismum omnino redolent, de quo in postremo capite agendum nobis erit. 2 I, q. XLIV, a. 3 c. s Hino antiqui Patres discrimen inter mundum intelligibilem, qu in Intellectu Dei ab æterno est, et mundum aspectabilem, seu sen\ sibilem, quem Deus ad mundi intelligibilis instar in tempore conJ didit, accurate adnotarunt. Vid. præ ceteris Clem. Alex., Strom. lib. IV, c. 14 ; s. Iustin., Cohort. ad Gent, n. 30; Origen., Ho mil. III in Cantic; Euseb., Fræp. Evang., c. 23-25. Quis, s. Augustinus inquit, audeat dicere Deum irrationabi liter omnia condidisse ? Qq. LXXXIII, q. 46. Investigatio finis, ol quem mundus a Deo creatus sit, temeraria, quemadmodum Iul Simon (La religion naturelle, part. 2, c. I, p. 128, ed. cit.) con tendit, haud est. Etenim, docente Aquinate, cum finis respondea principio, non potest fieri ut, principio cognito, quid sit rerun finis ignoretur ; I, q. CIII, a. 2 c. 3 In harum quæstionum solutione hæc præ oculis habenda sunt 1° Cum actio Divina sit Essentia Eius, non quæritur ex hac parte fi nis eius,sedex parte illa, qua effectum creaturæ communicat{Inlib. Sent., Dist. I, q. II, a. 1 ad 4). 2° Ex eo, quod Voluntatem Dei J causa extranea determinari repugnat, negandum non est cum Clar keo (Lettres etc, 3e Repl., § 2), Deum ex aliqua ratione res extr; se producere; siquidem Voluntas Dei rationabilis est, non quo uuæ suntadfinem,ordinariin !'•,m Crg0^0C. CSSC propter hoc' sed non ProPter uoe vult c , Ibid., c. Cf Contr. Gtmt., lih. I, c. 87. Ex cuius (Divinæ Bonitatis) amore est, quod Deus Eam com "pagr.e3V58. ^ Qq' diSPP'' D§ P°L' q Il}' a' 1B ad U' IDe(;lT'r^^Gen^ lib h C' 93 Ihidem ^' m> c' 18) ait etia^,"'.qnU1 est Pnmum agens omnium rerum, non sic agit quasi . act.one ahquid acquirat, sed quasi sua actione aliquid largia n ?n,a n°n C9rl ^ P°tentia' ut aliu-Uid acquirere possit, sed so|Q In actu perfecto, ex quo potest aliquid elargiri . Philob. Cbrist. Compend. II.7 q Deum esse demonstrat: Finis non nisi in bono consistenj potest; et sicuti finis particularis rei est quoddam bonunl particulare,ita finis universalis rerum omnium est quoal dam bonum universale. Atqui bonum umversale est, quni est per se, et per suam essentiam bonum; huiusmodi autenl bonum aliquid ex iis, quæ mundum constituunt, ess>| nequit; siquidem in tota universitate creaturarum nuUur.l est bonum, quod non sil particulare, sive partxcxpatiye bcl num Ergo illud bonum, quod est finis totius umversj oportet, quod sit extrinsecum a toto universo , nempj Deus Insuper finis inter alias causas primatumobtinet atque finis posterior est causa, quod præcedens finis interi datur, ut finis; non enim movetur aliquid in finem prox\ mum, nisi propter finem postremum. Exinde consequitiil ultimum finem esse primam omnium causam. Atqui pnmi omnium causa est Deus. Ergo Deus est ultimus ominuii 163! lamvero creaturæ irrationates ad Deum ordinantxl ut in finem per viam assimilationis tantum, nempe, I auantum participant aliquid de Dei simihtudine ; creaturai autem rationales super hoc habent, ut ad ipsum Deumci qnoscendum, et amandum sua operatione pertingant . Hii intellieitur cur finis huic rerum universitati prætixus esi dicatur Divinarum Perfectionum manifestatio, ex qua e.j trinseca gloria Dei exurgit 5. Etenim res mundanæ, cu in eo, quod sunt, et in eo, quod agunt, aliquam, simi.1 tudinem Dei pro modulo suo participent, præstantiam s Opificis veluti impresso vestigio naturahter exhibent, I mnesque simul sua varietate, et apta dispositione bapiel tiam, Pulcritudinem, Bonitatem, ahasque Divinas pern i I q. GIII, a. 2 c. Gf Cosmol., c. VI, a. 3, p. 156. etor.Tood Sr Pronrl e 16, v 4: Universa ^ H ipsum operatus est Deus; et Apocayp., c. ult. v.ld 9° alpha, et omega, primus, et novisstmus P™"P1™"^ : t rtn rf.:o De Ver.. q. V, a. 6 ad 4, el q. XX, a. ; Contr. Gent. lib. III, c. "• Dicitur gloria externa, ut a gloria tnterna Dei distingua quæ in notitia, et dilectione sui ipsius consistit. btiones pandunt. Creaturæ autem rationales non solum in ] ;ui excellcntia et pulcritudine excellentiam pulcritudilemque Gonditoris manifestant, sed etiam, cum facultalbus cognoscendi, et amandi Deum polleant, Eius perfe:tiones laudare, Eiusque potentiæ se Iibere subiicere telentur, atque ita pertingunt ad lpsum per suam operatiolem, bealitudinemquc asscquuntur 4. 164. Atque hinc patet quantopere sit a vero aliena senfi entia Kantu, Arhensii, aliorumque asserentium Deum ®\\reasse hominem propter hominem, cetera omnia non nisi " Topter hominem facta esse. Creaturæ enim homine infelores, etsi ad eius utililatem quadam ratione ordinatæ mt, tamen ad Dei gloriam manifestandam tendunt, tamuam ad ultimum suum finem, quem tum immediatey tum %ediate attmgunt. lmmediate quidem, quia ex ipsa sui atura sapicntiam, bonitatem etc. Divini Opificis palam aciunt, et in semetipsis, tamquam in speculo, quædam Hvinorum atlnbulorum veluti vestigia expressa gerunt; lediate, quia homini inserviendo concurrunt ad eamdem hvinorum attnbulorum manifestationem, quam homo raone, et Iibertate præditus peculiariter præstare debet . Aht. II. — De Divina rerum conservatione 165. Actio Divina, qua fit, ut creaturæ in existentia erdurcnt, Lonservatio Divina nuncupatur. Qq. dispp., De Ver., q. y, loc. cit. Audiatur s. Bonaventura: Est notandum, quod finis, ad quem s ordmantur, duplex est. Quidam enim est finis principalis, et ulmus; qmdam est finis sub tine. Si primo modo loquimur de fine sic noium creaturarum tam rationalium, quam irrationalium finis' est eus, qU,a omnia propter semetipsum creavit Altissimus, omnia enim cit ad laudem suæ Bonitatis. Si autem loquamur de fine non prinpali, qui est finis quodammodo, et finis sub fine, omnia sensibilia latacta sunt propter hominem. Et hoc insinuat Philosophus, cum cit: Sumus finis nos quodammodo omnium eorum, quæ sunt. Insiiat et.am Scr.ptura multo excellentius, cum dicit: Faciamus homim ad imaginem, et similitudinem nostram, et præsit piscibus ma etc. Qu.a ennn homo rationis capax est, ideo habct libertatem nurii, et natus est piscibus dominari. Quia vero pcr similitudim _natus est in Dcum tendere immediate, ideo o.nnes creaturæ ^ationales ad .psum ordinantur, ut mcdiante ipso in finem ultium perducantur,>; In lib. II Sent., Dist. XV, a. 11 q. I resol. etiam s. Thom., 2^ 2, Crealuræ omnes Divina conservatione indigent j ut esse pergant. Probatur. Si ponas ens quodpiam a Deo non con servari, hoc ipso ponis non omnia omnino pendere a Deo Atqui id cum Dei perfectione aperte pugnat. Ergo. 2 iam ad ipsa entia finita mentem convertas, ultro hoc yi debis. Ipsa enim sunt contingentia : quod autem contin gens est, huiusmodi est pro quocumque momento tem poris. Ergo, quemadmodum creaturæ, ulpote continger tes, non vi naturæ suæ existere coeperunt, aut mciper potuerunt, sed vi actionis Divinæ ; lta nec vi natura suæ permanent, aut permanere possunt m existentia, se vi ipsius Divinæ actionis. 167. At quamquam philosophi in hoc conveniant, quo nempe creaturæ Divina ope servantur, dissentiunt tame in explicanda ratione, qua eiusmodi conservatio perficii tur Alii enim conservationcm directam, et positivam; ali inter quos Crousatius , Bayleus z, et Galluppius 3, ind> rectam tantum, et negativam propugnant. Conservatio rf. recta, et positiva ita explicatur, ut Deus lugi quodam 1 fluxu res conditas in existentia retineat. Conservatio aii tem indirecta, et negaliva in eo tantum consistit, quod re postquam e nihilo conditæ sunt, propna virtute sua continuant existentiam, atque a Deo eatenus pendent, qu' tenus Ipse eas non destruit. Quapropter, posita consei vatione directa, res in nihilum abirent, statim ac ab e. influxus Divinæ actionis cessaret. E contrario, si tantu indirecta conservatio agnosci velit, ad rerum annihilati nem positivus actus Divinæ Voluntatis requintur. 168. Admittenda est conservatio dirtcta, et posihv Probatur. 1° Argumenta, qua creaturas, ut existere pe gant, Divina conservatione indigere demonstrant, conse °luo quidem nil absurdius effingi potest |i Denique omnes Ecclesiæ Patres, atque Theoloffi in iii ostram sententiam concedunt. Satis sint hæc s. Auffutini verba: Creatoris potentia, et omnipotentis, ataue mnitenentis virtus causa subsistendi est omni creaturæ uæ virtus ab eis, quæ creata sunt, regendis si aliquando essaret, simul et illorum cessaret species, omnisque nalra concideret 2 . Immo s. Anselmus adeo hanc veritaim persp.cuam esse docet, ut nullum de ea dubium ocurrere queat. Dubium, ait, non nisi irrationabili menti ise potest, quod cuncta, quæ facta sunt, eodem ipso suinente, vigent, et perseverant esse, quamdiu sunt, quo iciente, de nihilo habent esse, quod sunt 3 . • I, q. CIV, a. 1 c. Gf Ibid., q. , a. 1 c. Fusius s. Bona^ntura: Quia creatura est, et accipit esse ab alio, qui eam fecit se, cum pnus non esset, ex hoc non est suum esse, et ideo non t purus actus; quia habet possibilitatem, et ratione huius habet ixibilitatem, et variabilitatem, ideo caret stabilitate, et ideo non •test esse, nisi per præsentiam Eius, qui dedit ei esse. Et exemam huius apertum est in impressione formæ sigilli in aaua ^æ non conservatur ad momentum, nisi præsente sigillo. Et item, quia creatura de nihilo producta est ideo habet vanitatem qu.a nihil vanum in seipso fulcitur, necesse est, quod omnis satura sustentetur per præsentiam virtutis; et est simile, si quis [neret corpus ponderosum in ære, quod est quasi vanum, si non stentaretur; sic et in proposito ; In lib. I Sent., Dist. I, a. 1, q. 1 resol. 1 De Gen. ad litt., lib. IV, c. 12, n. 22. Gf ibid., lib. VIII c. 12 De Civ. Dei, Iib. XXII, c. 44. ' ' Monol., c. 13. Doctrinam hanc sic tradit Gatechismus Goncilii Ad maiorem rei perspicuitatem duo hic sunt ad notanda1° Conservatio rerum a Deo non est per ali quam novam actionem, sed per continuationem actionw, q-ua dat esse . Eadem nempe actione, qua Deus dedif 2reaturis esse, cum eas produxit, conservat illas in ess quod causæ secundæ non ipsum esse, sed tantum qut Tridentini : Quemadmodum omnia, ut essent\ Creatoris sxaM potestate, sapientia et bonitate eflfectum est; ita etiam, nisi, con tis rebus perpetua Eius Providentia adesset, atque eadem >i, q ab initio constitutæ sunt, illas conservaret, statim a [™™u™ ciderent; atque id Scriptura declarat, curo inquit: Quomodoaw posset aliquid permanere, nisi Tu volmsses ? Pars 1, n. 2 Deus eadem virtute, qua esse rebus tribuit, eas in i esse p prio conservat. Unde non magis ostendit Divinam Potentiam i ductio creaturarum, quam earum conservatio ; ln no. Dist. XV, q. III, a. 3 ad 5. iam modos producunt ; Deus autem ipsum esse largitur :reaturis, quæ proinde a Deo dependent, non solum ut aant, sed ut permancant in esse, quod acceperunt. In ioc autem Deus est causa perfectissima, et efficacissima, juia Ipse solus est a se; cetera vero sine Ipso esse non 30ssunt. Quælibet res naturalis tendit ad esse. Ergo potest naturaliter conservari in esse, ideoque Divilæ actionis influxu non indiget. | 173. Paucis sic respondet s. Thomas: Licet quælibet pes naturaliter appetat sui conservationem, non tamen quod l se conservetur, sed a sua causa 2 . De concursu Divino, dependentia creaturarum in agendo ab actu Divilæ Voluntatis concursum Divinum constituit, qui pronde definiri potest : Aclus Divinæ voluntatis efficienter 3 nfluens in creaturarum actiones, quæ acl ordinem naturæm 4 spectant. 175. Distinguitur autem hic concursus in mediatum, atue immediatum. Mediatus in eo tantum consistit, quod )eus vires, quibus creaturæ agunt, conservet; immediaus in eo, quod Deus, ut causa prima, cum ipsa creatura operante, ut causa secunda, operetur, atque eumdem efectum cum illa producat; sive existentiam effectus sua t ipse Deus actione immediatc attingit ; ex quo fit, ut oncursus immediatus etiam simultaneus in scholis dici oleat. P Cf s. Thom., In lib. I Sent.t Dist, q. I, a. 1 sol. et ad 3. (inc s. Augustinus aiebat: Neque enim, sicut structor ædium cum labricaverit, abscedit, atque illo cessante, atque abscedente, stat opus ius; ita mundus vel ictu oculi stare poterit, si ei Deus regimen sui |ubtraxerit ; De Gen. ad litt., lib. IV, c. 12, n. 22. Qq. dispp., De Pot., q. V, a. 1 ad 13. 3 Diximus efficienter, ut intelligatur concursum, de quo hic Jouimur, esse physicum, seu huiusmodi, ut Deus per modum agentis i actiones creaturarum influat. Qui quidem concursus ab illo, qui lcitur moralis, et in alliciendo, consulendo, adhortando, terrendo onsistit, apprime distinguitur. Diximus ad ordinem naturalem, quia supernaturales actus creaararum speciali, et supcrnaturali auxilio, quod qratia dicitur, exostulant. u i Quoad concursum mediatum, quin sit creaturis ad singulos actus necessarius, nemo est, qui dubitet. Quare inquirendum nobis est, utrum, nec ne concursu simultaneo creaturæ, ut agant, indigeant. Immediato Dei concursu creaturæ indigent ad singulas suas actiones. Probatur contra Durandum,qui Deum existimavit non nisi mediate cum creaturis agere, quatenus scilicet operandi facultatem iis a primo ortu concessit, et iugiteii conservat : 1° Quidquid babet rationem entis, Deum habet immediatum auctorem; cum enim Deus sit primum Ensi Ipse est, qui omnibus principaliter dat esse. Atqui quihbet effectus creaturarum habet rationem entis. Ergo oportetJ ut creaturarum effectus immediate pendeant a Deo. Præ ctus est. Ergo creaturæ, dum agunt, effectum propriuir Dei aliquo modo attingunt. Atqui causa, quæ effecturr proprium alterius excellentioris causæ producit, non nis: per eius influxum agit. Ergo . 2° Effectus immediate dependet ab eo, per cuius actio-i nem existit; quapropter si effectus causæ creatæ imme^ diate ab ipsa creatura, et tantum mediate a Deo pendereti ipse magis a creatura, quæ est causa secunda, quam i Deo, qui est Causa Prima, penderet. Atqui id absurduir est. Ergo. Hoc argumentum ex eo maius accipit robur • quod ceum agere cum creatura, ita ut eam adiuvando comiitur dumtaxat, non præveniat. Isti autem arbitrantur 'eum non solum adiuvare creaturara inter agendum, sed tiam ipsam ad actum efjicienter præmovere . Quare se cercet operationom; constat tunc quod C exercet operationem per ^rtutem suam; et quod per virtutem suam hoc possit, hoc est per rtutem B, et ulterius, per virtutem A. Unde si quæratur, quare C Jeratur, respondetur per virtutem suam, et quare per virtutem lam ? propter virtutem B; et sic quousque reducatur in virtutem ausæ Primæ . Cf etiam Con(r. Gent., lib. III, o. 70. Et alibi: Si consideremus supposita agentia, quodlibet agens particulare est imediatum ad suum effectum. Si autem consideremus virtutem, ia fit actio, sic virtus superioris causæ erit immediatior effectui, iam virtus inferioris; nam virtus inferior non coniungitur effectui, si per virtutem superioris ; Qq. dispp., De Pot., loc. cit. J Contr. Gent., Jib. III, c. 70 cit. 2 r, q. IV, a. 5 ad 2. 1 Contr. Gent., ibid. Cf Ontol., c. IX, a. 7, p. 71 sqq. Hinc concursus prævius nomine promotionis physicæ etiam apJllari solet. Eius notionem perspicuis his verbis tradidit Goudinus: Pnysica pracmotio, sive prædeterminatio est induxus Causæ Pri cundum hos Philosophos Deus non solum dedit, et conservat activas virtutes causarum secundarum, et simultanee cum illis concurrit ad producendos effectus, sed etiam eas ad agendum physice applicat, seu movet. Quæstionem huiusmodi hic pertractare nequaquam va cat. lllud tantum ostendendum nobis est, concursu Di vino, quacumque ratione explicetur, libertatem nostrarun actionum nequaquam adimi, sed potius confirmari. Sane admisso concursu dumtaxat simultaneo, res manifesta est Etenim, secundum huius concursus propugnatores, Deui causis liberis concursum indifferentem exhibet, quo nemp narum distributionem non admiltere, æternitatemque mundi, et. qui ab ipsa oritur, fatalismum traderet. Cf de Margerie, Essai su„ la philosophie de saint Bonav., c. 2, p. 40-49, Paris 1855. Sed donum ordinis in rebus creatis existens a Deo creatum est. ktqui Deus est causa rerum per suum intellectum, ac >roinde oportet in Ipso rationem cuiuslibet sui effectus •ræexistere. Ergo necesse est, ut ratio ordinis rerum in nem in Mente Divina præexistat B. 181. 2a. Admittenda est Divina Providentia, prout æc rerum gubernationem significat. Probalur. Quicumque facit aliquid propter finem, litur illo ad fincm. Oslensum est autem quod omnia, uæ babent esse quocumque modo, sunt effectus Dei; et uod Deus omnia facit propter finem, qui est ipse. Ipse ^itur utitur omnibus, dirigendo ea in finem. Hoc autem st gubernare. Est igitur Deus per suam Providentiam mnium gubernalor 6 . 182. Aliud argumentum ex Bonitate, et Sapientia Dei etitur, atque ita a s. Damasceno exhibetur: Natura bous est ct sapiens (Deus). Igilur, quatenus est bonus, proidet. Qui enim non providet, non esfc bonus. Nam et ho)ines,ctbcstiæ propriorum foetuum providentiam habent, se in mundo quamdam genetricem, seu procreatricem naturam, aæ Deo ad singulas res corporeas efficiendas, gubernandasque, mquam instrumentum, inservit. Cf Dissert. ad cap. II System. tell., De natura genetrice, 1-4. 1 Ili in quorumdam veterum, quorum meminit s. Thomas (I, q. XXII, 2), sententiam iverunt. 2 Deistæ dicuntur qui omnem Religionem supernaturalem, veluti Smentum Pontificum, aut Principum respuunt, aliaque capitalia sius Religionis naturalis dogmata impugnant. Varias deismi foras exposuit Samuel Clarke in suo opere, Traite" da V existence des attributs de Dieu. Cf Cosmol., c. VI, a. 6, p. 152, not. 1. Cf ibid., not. 4. 5 Cf I, q. XXII, a. 1 c. e Contr. Gent., lib. III, c 64. naturali quodam instinctu ; et qui non providet, vituperari solet. Quatenus autem sapiens est, optime prospicit . Id, quod ex ipsa Dei natura demonstravimus, es constanti rerum ordine, earumque stahili in suis agendij motibus harmonia, atque consensu confirmatur. Profectc omnes res ad suos ordinantur fines, atque inter eas extai nexus plane mirabilis, ita ut una alteri inserviat, et es omnibus apte connexis consurgat Universi pulcritudo. At qui ex hac rerum ordinatione, sive dispositione Divim Providentia ostenditur \ Ergo 8. 184. Idipsum ex perpetua, atque manifesta omnium gen tium consensione evincitur. Homines, ait Nemesius, ne cessitate aliqua compulsi statim ad Numen divinum, i preces confugiunt, velut natura eos ad Dei opem perduj cente. In repentinis perturbationibus, et timoribusj sine electione, neque deliberate, Dei Numen invocamus Quidquid autem naturaliter quamque rem insequitur, 1 eo tanta vis est ad demonstrandum, ut contradici nihi possit. Denique, sublata Dei Providentia, omnis rehgii est reiicienda. Quis bonos, ait Lactantius, deberi pc test nihil curanti, et ingrato ? An aliqua ratione obstricl esse possumus Ei, qui nihil habeat commune nobiscum? b i De Fide orth., lib. II, c. 29. Eadem ratione argumentatur s. Th( mas: Non convenit summæDei Bonitati, quod res productas ad pei fectum non perducat. Ultima autem perfectio est uniuscuiusque in cor secutionefinis. Unde ad divinam Bonitatem pertinet, ut, sicut prodi xit res in esse, ita etiam eas ad finem perducat, quod est gubernare > I, q. CIII, a. 1 c. Hinc Lactantius contra Epicurum rem agens, ii quit: Si est Deus, utique providens est, ut Deus; nec aliter Ei potei Divinitas attribui, nisi et præterita teneat, et præsentia sciat, et fi tura prospiciat. Cum igitur Providentiam sustulit {L’ORTO), etiai Deum negavit esse. Cum autem Deum esse professus est, et Prov dentiam simul esse concessit. Alterum enim sine altero nec ess prorsus, nec intelligi potest ; De ira Dei, c. 9. Ipse ordo certus rerum manifeste demonstrat gubernationei mundi; sicut, si quis intraret domum bene ordinatam, ex ipsa dotest; aut providendo fatigatur ? Nihil profecto minus; )eus enim est infinite omnipotens, atque simplici volunatis nutu omnia peragit. Neque dici potest, nolle Eum es gubernare, aut res creatas incapaces esse gubernatiojs. Nam Dei voluntas est omnis boni, cum sit ipsa boltas; bonum autem eorum, quæ gubernantur, in orine gubernationis maxime consistit 3 . Non sunt aulem es creatæ incapaces gubernationis; reipsa enim ordinanur ad invicem, earumque multæ gubernantur etiam huiianæ rationis induslria. Nulla igitur, concludimus cum ^usebio, mundi Particula Dei Providentiam effugit . 188. Observandum autem est singulas res diversimode us, non præsidet rebus humanis, nihil cst dc rcIii?ione satagenum . (De util. credendi, c. 16, n. 34). Enimvero, si, inquit Sallanus, negligit Deus in hoc sæculo genus humanum, cur ad Coeim quotidic manus tendimus ? Cur ad altaria supplicamus ? De ubern. Dei, lib. I. i Ibid., c. 8, et 12. 1 I, q. CIII, a. 5 c. Eadem ratione ita argumentatur s. Ambrous: Quis operator negligat operis sui curam? Quis deserat et deituat, quod ipse condendum putavit ? Si iniuria est regere, non est '( iaior iniuria fecisse ? cum aiiquid non fccisse nulla iniustitia sit, non Iprare quod feceris, summa inclementia ; De ofRc. lib. I, c. 13. 8 Contr. Gent., Iib. III, c. 75. ! De præp. Ev., lib. XII, c, 28.gubernari a Deo, secundum earum diversitatem. Hinc crealuræ rationales, cum sint per se agentes, tamquam habentes dominium sui actus, peculiari quodam modo a Dec gubernantur, nempe ab Eo inducuntur ad bonum, e retrahuntur a malo per præcepta, et prohibitiones, præ mia, et poenas. Hoc autem modo non gubernantur a Dec, creaturæ irrationales, quæ tantum aguntur, et non a gunt . 189. Obiic. 2 1° Manifestum experientia est impios pro speram in hoc mundo vitam agere, e contrario iustos in^ numeris affligi calamitatibus. Atqui id repugnat Divina Providentiæ, quæ profecto iusta esse deberel. Ergo • 190. Resp. Transeat maior; neg. min. Neg. cons. Dixi mus, transeat maior; tum quia non semper fit, ut boni ii^ ærumnis, impii vero in prosperitate versentur; tum qui1 falsum est lætos florere impios, dum suis deliciis, a corporeis voluptatibus fruuntur, et vexari pios, dum mi seriis affliguntur; potius enim illi perpetuis conscientia stimulis, et curis dilacerantur ; hi vero in suis miserii, maxima voluptate perfruuntur. Ceterum ex eo, quod mal in bonos, et bona in malos proveniant, tantum abest, u vel iniustitiæ accusari Deus possit, vel lUius negari Pro( videntia, quin potius et summe iustus, et maxime prc vidus hinc Deus ipse appareat . Exinde enim ostenditu Providentiam Divinam etiam ultra huius vitæ termino protendi, ita ut Deus utrisque, sive bunis, sive malis, i vita altera pro meritis vel præmia vel poenas imperti? tur 5. Quoniam vero nullus est tam bonus, qui non ali quando delinquat, neque tam malus, qui aliquod bonur i I, q. CIII, a. 5 ad 2. Hac significatione, ut idem sanctus Dt nfi. 'ec omittendum f.uod Do Tmnin n! 'S •bc?set '•' s bonorum a Deo receDt0r„™ ?™.M ? Permmi° t ^emplo ad meCm t^Zrtnwtor -T^ ^0? m ios, ut in virlutum exerrllin fw r' Vexan autem |m.xt,0 semper ordinatur ad id, ouod est nrr \o h mis bonum Muuu est per se ho iDf.NonTrefer.lnr .",(£,' "! 1U"V'' .' 1 cn ^'^.?tfsr.issa°rs Humiliter cogitantes, quamvis ]onp ihsin. . f • osis atque impiis tamen nn„ . aDsnu a facinoros s, /la os, ntq nec tem or a pro e.s 2' "de° " " UC,ictis •! !-.c. 9. Et c. 8, !.TarT. ni ^ '"a P,CrDetl se iudint dignos ; lrum bona 'ustis ou >,,, 'n„ 'rnaC ProTd> præparare i„ non excrSbuStnr b„M " frUCntUr inius,i'et ""'• "! ^''"riVo^"^^; °mnibus eas ("• -) P„aos r '°C C"~ ' '• qCI"' a7 8d • rHaos. Chuist. Compend. II 7 2o duorum servorum, si ad ipsos servos referatur, casuali est,quia accidit præter utriusque intentionem; si auten referatur ad dominum, qui hoc præordinavit, non es casuale, sed per se intentum '. lamvero ita se res babe circa ea, quæ fortuito evenire in mundo dicuntur; nemp, præter ordinem alicuius particularis causæ aliquis ei fectus evenire potest, non autem præter ordinem Causa universalis. Guius ratio est, quia præter ordinem part cularis causæ nihil provenit, nisi ex aliqua alia caus, impediente; quam quidem causam necesse est reducere i primam causam universalem. Sicut indigestio conting præter ordinem virtutis nutritivæ ex aliquo impedimcatc puta ex grossitie cibi, quam necesse est reducere in i liam causam;et sic usque ad Causam primam univers^ lem. Cum igitur Deus sit prima Causa universahs nq unius generis tantum, sed totius entis, impossibile est quod aliquid contingat præter ordinem Divinæ gubern^ tionis. Sed ex hoc ipso, quod aliquid ex una parte vid. tur exire ab ordine Divinæ Providentiæ, qui consider, tur secundum aliquam particularem causam, necesse es quod in eumdem ordinem relabatur secundum aliam cai sam Itaque nihil fortuiti in hac rerum universitate venit, quippe quod ea, quæ hic per accidens agunh sive in rebus naturalibus, sive in humanis, reducunti, in aliquarn causam præordinantem, quæ est Provident Divina 3 . . Obiic. Si Providentia Dei ad omnes, et singul etYectus pertineat, Divinæ Yoluntati iniunosus est, q in gerendis negotiis et suam, et aliorum curam mterp nit; qui morbo laborans sanitatem in remedns quæn, hæc enim omnia Deo summe provido committenda sut Atqui falsum consequens. Ergo et anlecedens. 194. Resp. Neg. mai. Et sane « Divina operatio to excludit causas secundas4; atque « Deus unicuique \\ ordinavit actiones secundum proprietatem suæ naturæ; quapropter « expectare a Deo subsidium, in quibus i I, q. CXVI, a. 1 c. 2 Ibid., q. CIII, a. 7 c. ^ Ibid., q. CXVI, a. 1 c Cf s. Aug., Dq Civ Dei lib V c. 1. Contr. Gent., lib. III, c. 77. Quare Divina Providentia etsi ' tingat a fine usque ad finem fortiter, tamen dispomt omma suavu diquis potest per propriam actionem iuvare, prælermissa .ropria, aclione.est insipientis, et Deum tentantis Hoc n.m ad Div.nam Bon.latem pertinet, ut rebus provideat lon immed.ate omn.a faciendo, sed alia movendo ad I nromas actiones. Non est igilur expectandum a Deo ut onm act.one propria, qua sibi aliquis subvenire potest ræterm.ssa, Dcus ei subveniat; hoc enim Divinæ ordiationi repugnat, et Bonitali Ipsius «. Id unum noslulag ab co, qu Divinam Providentiam agnosci™ ut sci t et lotum soi labons evenlum Deo commitlat, et refcra ft.nsque voluntatera Jn omnibus animo submisso veneHur. « Hoc, subd.t idem sanctus Doclor, disposilioni Dinæ sub.acel, qu.d cuique ex actione sua proveniat Præp. ergo Dom.nus nos non debere esse ollicitos de eo od ad nos non pcrtinet, scilicet de eventibus nostrarum t.onum; non aulem prohibuit nos esse solicitos d o To-anlnOS $& scilicet de nost™ opere ». ' rte3fru '.rni-i n.A ut Pe" nos I re bant ». Idera d.cendum de contingentil us • Deus m ipse prov.d.t, ut quacdam necessarioD, quædara con fenter even.rent. « Quibusdam effectibus præp«av"t assas necessar.as, ut necessario evenirent, ouibusdam ro caussas contingentes, ut cvenirent cont »S« s£ dum cond.t.onem ; proxiraarum caussarum ^Nm, cAo urura hoD'i:n(a dCHCrC-ta; namc72 « 73. > q. XXII, a. 4 c. genter: sequilur ergo infallibiliter quod erit contingenter. non necessano. De unitate Dei. Refutatnr Polytheisrnus. Ex ipsa Dei nalura, huc usque secundum intelli gentiæ noslræ angustias explicata, Ipsius unitas manife stissimc demonstralur. Turpissimus ille error, quo plure admittuntur Dii, appellatur Polytheismus. Deus ita unus est, ut plures esse Deos absolule r% pugnet., j Probatur primo ex summa Eius simplicitate. Sane « u lud, unde aliquid singulare est hoc aliquid, nullo mo& est multis cornmunicabile. E. g., illud, unde Socrate, est homo, multis communicari potest; sed id, unde est Ai homo, non potest communicari, nisi uni tantum ». Atqui cum Deus ex sui natura sit ipsum Esse subsistens, « ips Deus est sua natura », ac proinde « secundum idem m Deus, et hic Deus ». Ergo, sicut si Socrates per id esst homo, per quod est hic homo, non possent esse plurt homines, æque ac non possent esse plures Socrates; it impossibile est plures esse Deos. Contr. Gent. Hinc sanctus doctor monet admit, posse fatum, si eius nomine intelligatur ipsa divina providentu, omnia, quæ fiunt in mundo, iuxta naturam et conditionem causi rum, a quibus proveniunt, idest libera libere, et necessaria necessario disponens. Divina providentia per causas medias suos e fectus exequitur. Potest ergo ipsa ordinatio effectuum dupliciU considerari. Uno modo, secundum quod est in ipso Deo; et sic ip£ ordinatio effectuum vocatur Providentia. Secundum vero quod pra dicta ordinatio consideratur in mediis causis a Deo ordinatis aliquos effectus producendos, sic habet rationem fati. Sic er£ est manifestum, quod fatum est in ipsis causis creatis, in quantu sunt ordinatæ a Deo ad aliquos effectus producendos. Nihilominus, monente eodem sancto Doctore, non deberm hoc nomine uti, quia non convenit Catholicos habere nomina cu paganis communia {Quodlib.). Prorsus, inquit etia. Augustinus, divina providentia regna constituuntur humana; qui si propterea quisquam fato tribuit, quia ipsam Dei voluntatem, t potestatem fati nomine appellat, sententiam teneat, linguam corr gat; De Civ. Dei. Secundo demonslralur ex infinita Dei perfectione Ens enim summe perfectum non nisi unum esse S fcqmdem si plura essent, certo quodam discrimine inter .e d.stmguerentur; ahoquin, si eadem prorsus natura s n rohs .Ihs communis csset, non multiplex, sed unicam ens sumræ pcrfectum admitteretur. Iam vero illud ifferrent, imperfectio esse non polest, quippe Tepu-naUn inte summe perfecto imperfectionem iliqwm esse Dif errent gltur a|i &,,„ J. ™fg- ^Df Iter, non conveniret: ideo nullum ex entibus illis nfinhe •erfeclum er.l. Itaque Ens summe perfectum num esse potest. Deus ergo ita est sumræ unus ut om jino repugnet plures esse Deos ZZ ST.T ^,lem 0rd,'n,ata rerum °™ uis" Mtio, et apla (ot.us mund, per leges constantes eober o supremæ Causæ intelligentis' uni.atem man feste h.bct. S. cnira plures hæ causæ essent, et ta.nen in 'tatem ordmis, et dispositionis convenirent, una abal I, q. XI, a. 3 c. cit. « Neque artificem, ad rem inquit s. Athanasius, inter homines olutum dueni sed imbecillem, si non soius, «de.mmn.Js im opus expcdiat ; Adv. Genl., a. 38. tera penderet, nec proinde essent Dii; si vero non con-l venirent, non existeret ordo . Errore autem tenentur, qui polytheismum ubiquectonbus erumpit. Refutatur Manichæismus Refellendus hic venit error turpissimus de duobus rincipns, bono altero, altero malo; quorum illud omnium ' ? noc orbe bonorum, alterum malorum caussa sit. OpiH ionis huius absurdæ originem eruditi a Zoroastro vetutissimo Persarum doctore repetunt. Persarum vestieiis istitere hæretici Manichæi, ita dicti a Manete, insanisJ imæ huius sectæ auctore. In recenti ætate Manichæoer um patrocinium Petrus Bayleus suscepit, nullumque non i lovit lapidem, ut eam lmpietatem tot prostratam vicibus ?novaret. Statuit nempe Manichæorum hypothesim ratiof ibus apriori absurdam demonstrari, sed a posteriori con| deratam approbatione esse dignam 2. III! i qi ei existentiam.Hoc adnotandum est adversus Buchnerum, qui (Force matidre, Leipzig) ex superstitioso populorum cultu msensum pro Dei existentia non realem Entis supremi notionem, i aliquid ab ipsis hominibus excogitatum præseferre hlaspheat. bane, intellectus noster, apposite inquit s. Bonaventura, de:it in cogitatione Divinæ Veritatis quantum ad cognitionem, quid t tamen non deficit quantum ad cognitionem, si est. Ouia ergo tellectus noster numquam deficit in cognitione Dei, si est, id?o !c potest ignorare Ipsum esse, similiter non cogitare non esse. Jia vero dcficit in cognitione, quid est, ideo frequenter cogitat .um esse, quod non est, sicut idolum, vel non esse, quod est, cut Deum non lustum: et quia qui cogitat Deum non esse, quod, ut nori lustum, per consequens cogitat Ipsum non esse, ideo Hione defectus intellectus Deus potest cogitari non esse, non men simpliciter, sive generaliter, sed ex consequenti, sicut qui gat heatitudinem esse in Deo, negat eam esse (In lib. I Sent., isi. viu p. I, a. 1, q. 2 resol.). Quocirca ii, qui falsam divinitem profitentur, se nullum Deum profiteri haud putant. Unde nparLhaCtarUn,n" ?e°rU,n cultores ^ligiosos se putant, cum sint perstitiosi ; Div. Inst.y lib. IV, c. 28. 1 Op. cit., lib. II, c. 1. l',fiCt' J\iSt' icrit'> artL ManicMens, Marcionites, Paulicient, gene, Xdnophon, et in Dialogis, et in Rep. d un Provincial Ut commentum istud reiiciatur, tres propositione: demonstrandas suscipimus : la. Dualitas principiorum a Manichæis admissc a ratione prorsus abhorret. Probatur. Per principium summe malum vel intelligi tur ens infinite contrarium principio bono in omni re, u tenebræ opponuntur luci; vel intelligitur principium con sors earumdem perfectionum, excepta sola benevolentia ita ut sit quædam natura Divinarum perfectionum par1 ticeps, sed ad malum maxime propensa. Atqui utroquf sensu repugnat principium summe malum. Ergo. 204. Prima pars minoris ita demonstratur: 1° Cum ma lum opponatur bono , summum malum, si re ipsa dare tur, omne bonum tolleret. Atqui bonum convertitur cun ente. Ergo si summum malum daretur, hoc tolleret omm ens, sive esset non ens absolute sumtum; et ideo summuir malum non aliter concipi potest, quam veluti Nihil ab solutum. Atqui notio Nihili absoluti se ipsam destruit, qui esset simul omne ens, et nullum ens. Ergo notio mal summi est notio, quæ se ipsam destruit. 2° Malum, u alibi ostendimus2, in bono fundatur, ac proinde non pot est esse omnino separatum a bono. Atqui summum ma lum oportet esse absque consortio omnis boni. Ergo nih\ est summum malum 3. 3° Nihil intelligi potest veluti sum mum malum, nisi quod per suam essentiam malum est quemadmodum non aliud summum Bonum, nisi quod pel suam essentiam est bonum. Atqui repugnat aliquid ess per essentiam suam malum, quia omne ens, prout et' ens, est bonum. Ergo summum malum esse repugnat. 205. Altera minoris pars demonstratur hunc in modunc Gf Ontol., c. V, a. 2, p. 32. s Contr. Gent., lib. III, c. 15. Cf Ontol., loc. cit., p. 34. Quæ ut magis perspicua fiant, illu monendum censemus, quod nullum est argumentum, quo inferti^ mala, quæ in mundo sunt, ad aliquid, quod est per essentiam sua malum, reduci, æque ac bona ad aliquid, quod est per essentiai suam bonum. Enimvero, bona, quæ in mundo sunt, ad aliquid, quc est per suam essentiam bonum, reducuntur, quia omnes res bom sunt ex eo, quod participes sunt infinitæ Bonitatis Dei. At nullu ens, ut s. Thomas ait, dicitur malum per participationem, sed p> privationem participationis. Unde non oportet fieri reductionem s aliquid, quod sit per essentiam malum ; I, q. XLIX, a. 3 ad • j Ens infinite perfectum nonnisi unura esse potest Enro lT n9oq^Una]l(IUa natura Pivinarumpcrfectionumparti.eps. 2 JNulla natura attributis secum pugnanlibus contare potest. Alqui hæc duo, naturam aliquam esse Diji.marum perJcctionum participem, et esse simul ad ma„ um maxime propensam, sibi adversantur. Ergo. 3° Inelligi nequit, quomodo Ens infinite perfectum possit ma?ra Pr°sequi. Etenim ens intelligens capere mala consi-,ia non potest, nisi ex ignoratione recti, vel utilitatis ali|ius spe Atqui ens, quod æternum, et independens, atue innnile lntelligens adstruitur, rectum ignorare nequit l sibi suinciens nullius utilitatis consideratione a recto re V9nrni P°lCSt' Erg0 ma,um prosequi nequit. Mj zub. Jlaque evidentibus rationibus a priori repuffnantia .uahsmt ev.ncitur. Quod cum ita sit, illud systema nullo joao potcst demonstrari verum a posteriori ; sic enim iem esset, et non esset repugnans. Fallitur igitur Bayleus, -que ral.ocinandi Ieges ipsis tyronibus perspeclas ignou, cum dualismum falsum a priori fatetur, sed verum posteriori demonstrari contendit.,207 Prop, 2a. Manichæorum hypothesis fini, ob quem vcogitala fuit, adversatur, seu inepta est ad bonorum et \atorum quæ in mundo sunt, originem explicandam. rrobatur. Duo principia, quæ Manichæi fingunt, vel >qualis sunt virtutis, vel inæqualis. Atqui si prius, tunc que Donum, neque malum erit in mundo, quia vires quales, el oppositæ sese mutuo eJidunt. Si vero posteus, tunc vel unice bonum, vel unice malum obtinebit; mpe, si prævaleat principium bonum, malum bacchari I >n sinct, nec sinere poterit; si principium malum viri Contr. Gcnt. Cf Cosmol. Græcarum affectionum curatio, Serm. V De natura hominh \\ 3 Ad malum morale quod attinet, ipsum inest in actione, quæ a morum regula deficit. Causa igitur huius mali in voluntate tantum creaturæ rationalis sita est, quæ, cum Jibera sit, et limitibus circumscripta, deficiendi capacitatem habet, atque iibertate uti ad bonum, vel abuti ad malum potest. Malum culpæ, quod privat ordinem ad bonum Divinum, Deus nullo modo vult ' . Et sane, malum, quod in defectu actionis consistit, seraper causatur ex defectu agentis. In Deo autem nullus defectus est, sed summa perfectio. Unde malum, quod in defeclu actionis consistit, vel quod ex defectu agentis causatur, non reducitur in Deum, sicut in causam. Quin immo malum moraie prorsus a Deo reprobari ostenditur ex eo, quod severissime illud prohibet, et insuper notiones iusti, el iniusti hominum cordibus inscripsit, et valida media, quibus ad bonum incitamur, et a malo abducimur, nobis largitur. Quare neutiquam Deura velle malum morale, sed illud permittere tantum dici debet, quatenus nempe illud non impedit, sed sinit, ut agentia ratione, ac proinde libertate prædita pro lubitu operentur. lud autem prætermissum nolumus, quod mala, quæ nostram vitam, comitantur, atque ipsa mors locum non habuissent, nisi a primævo innocentiæ statu natura humana deturbata fuisset. Quare illorum malorum origo ex peccato originali repetenda est. Deum vero hunc generis humani lapsum permittere potuisse, ex dicendis constabit. Hæ voces nullo modo significant Deum ne; per accidens quidem posse velle malum morale. Etenim aliquodj malum appetitur per accidens, in quantum consequitur ad aliquod bonum... Malum autem, quod coniungitur alicui bono, est privatio alterius boni. Numquam igitur appeteretur malum...per accidens, nisi bonum, cui coniungitur malum, magis appeteretur, quam bonum, quod privatur per malum. Ntillum autem bonum Deus magis vult, quam suam bonitatem... Unde malum culpæ, quod privat ordinem ad bonum Divinum, Deus nullo modo vult ; Ibid. I, q. XLIX, a. 2 c. Cf p. 378-379. AOSTA (vedasi), ut ostendaf Deum nullo modo velle malum culpæ, hoc utitur argumento: Iusta voluntas hominis est ea, qua vult id, quod Deus vult eam velle, iniusta vero e contrario est ea, qua vult id, quod non vult Deus eam velle. Unde sequitur, quod si Deus vellet hominem peccare,: homo peccando non peccaret, simulque voluntas eius iusta, et iniusta foret: iusta, quatenus conformis esset Divinæ voluntati, qua Deus vellet illam peccare; iniusta, quatenus eidem Voluntati repngnaret, quæ prohibet peccare ; De lib. arb. Iamvero hæc mali moralis permissio Divinæ perfectioni haud repugnat. Etenim 1° ita Deus permittit peccatum, ut hoc ex iis, quæ Deus intendit, necessario non :onsequatur; Deus enim hoc unum intendit, ut creatura rationalis hbertale sua recte utatur, atque ita felicitatem, id quam lllam destinavit, assequatur. 2° Adminislratio universitatis, uti post s. Augustinum nquit FIDANZA (vedasi), est ut Deus sic res conditas admiustret, ut eas agere proprio motu sinat 2. Deus autem Jermittendo malum morale, naturam rationalem modo, qui lli consentaneus est, gubernal; eam enim validis auxiliis nstruit, ut peccatum cavere possit; sed si ipsa ad peccaum libere se determinet, non impedit, quominus pro suo ubitu se determinet. Deus neque ex sua sanclitate, neque ex sua benigniate, neque ex sua sapientia peccalum impedire tenetur. \on quidem ex sua sanctitate; siquidem sanctitas Dei e:igit, ut Deus peccatum odio interno infinito improbet mn vero ut tenealur omne peccatum depellere, quemadnodum ex eo, quod Deus virtutem necessario amat, non icet concludere Eum teneri efficere, ut omnia virtutis, et uetahs opera existant 3. Neque ex sua benignitate; Deus nim non tenetur omnibus donis possibilibus hominem cunulare, nec proinde privilegium non peccandi ei conceere. Neque ex sua sapientia ; tum quia, ut paulo ante lximus, sapientis est removere hoc modo impedimenum, quod natura non lollatur ; tum quia sapientia Dei aud postulat, ut Deus illa mala permittere nequeat, quæ b Ipso ad maximum bonum, et ad finem sibi præstituum ordman possunt 5. lam mala morali a Deo ad boium, et ad fines suos ordinantur, non quidem quatenus >eus velil illa mala, ut bonum consequalur, sed quatekus vertit malum m bonum, et ex ipso malo elicit bo 1 De Civ. Dei, Jib. VII, c. 30. ln lib. I Sent., Dist. XLVII, a. 1, q. 3 resol. Cf s. Bonav., ibid., ad arg. ln lib. II Sent., Dist. XXIII, q. I, a. 2 ad 3. Quamvis malum, secundum quod exit ab agente proprio sit ordinatum, et ex hoc per privationem ordinis definiatur: tamen nn pronibet, quin a superiori agente ordinetur ; Qq. disnu. Tr., q. V, a. 4 ad 3. ^ lF num. Vult bonum consequens, ex quo malum ordinatur; ex quo sequitur, quod velit mala facta ordinare, non autem, quod velit ea fieri !; nimirum, si homo sua pravitate bonum in malum convertit, Deus, e contrario, sua Sapientia efncit, ut bonum ex malo nascatur. Hinc s. Augustinus aiebat: Neque Deus. . . ullo modo sineret mali aliquid esse in operibus suis, nisi usque adeo esset omnipotens, et bonus, ut bene faceret et de malo 2 . Ex. gr.J ut advertit s. Thomas, non esset patientia Martyrum, si non esset persecutio tyrannorum 3 ; atque ex scelere omnium atrocissimo in Christum Filium Dei patrato Deus bonum omnium maximum, nempe opus nostræ redemptionis eduxit, et, ne plura consectemur, Divinæ iustitiæ, clementiæ, aliorumque attributorum manifestalio, quæ mun-i di ordinem maximopere commendat, absque mali moralis permissione nuilum haberet locum . 216. Itaque Deus non vult, sed dumtaxat permittit ma]um morale. Atqui hæc permissio Divinis Perfectionibus nihil obest. Ergo mala moralia sub unico Ente infinite perfecto locum habere possunt. 217. Rem totam ita perstringimus: Ex malis nihil Divinæ Perfectioni detrahitur. Ergo frustra, præter priricipium summe bonum, aliud principium summe malum Manichæi comminiscuntur 5. i In lib. I Sent., Dist. XLVI, q. I, a. 4 sol. 2 Enchir., c. 11, n. 3. Unde Deus non eis [creaturis liberis) ademit hanc potestatem {peccandi), potentius, et melius esse iudicans etiam de malis bene facere, quam mala esse non sinere ;' De Civ. Dei, lib. XXII, c. 1. 3 I, q. XXII, a. 2 ad 2. Perbelle ad hanc rem inquit s. Bonaventura: Vis divina, eliciens bonum ex malo, præpotens est malo, et ideo bonum, quod inde elicit, prævalet bono, quod malum corrumpit; et ideo plus valet Universum nunc, quam valuisset tunc, in quod nunc modo commendatur Sapientia Creatoris. Unde Gregorius in benedictione cærei paschalis, Ofelix culpa, quæ talem meruit habere Redemptorem. Et exeraplum est de scypho sano, qui frangitur, et religatur filo argenteo vel aureo, quia melior est post, quam ante, non ratione fractionis, sed ratione religationis ; In lib. I Sent., Dist. XLVI, a. 1, q. 6 resol. 5 Ex iis, quæ adhuc demonstravimus, excluditur etiam, ut s. Thomas advertit, quorumdam error, qui propter hoc, quod mala in muodo evenire videbant, dicebant Deum non esse... Esset autem e contrario arguendum: Si malum est, Deus est. Non enim esset malum, sublato Effcctuum oppositorum oppositæ sunt causæ. Atqui bonum, et malum sunt effectus sibi invicem oppositi. Ergo sicut summum Bonum est causa boni ita summum malum admittendum est, quod sit causa rnali. 2W. Kesp. Dist. mai. Si sermo habeatur de causis proximis, et particulanbus, conc. mai., si de causa remota, et umversali neg. mai. Dist. etiam min.; ita tamen, ut ad 3umdem finem ordinari possint, conc. min., secus, neq mn. J\eg cons. Llramque distinctionem ex D. Thoma ac;epimus. Quod ad primam attinet, contraria, inquit ;anctus Doctor, conveniunt in genere uno, et etiam con/eniunt in ratione essendi. Et ideo, licet habeant causas larticulares contranas, tamen oportet devenire ad unam arimam causam communem . Atque id generatim circa tfectus contranos intelligendum est ; nam cum de malo, uod oppositum bono est, sermo est, illud etiam observanlum est, malumproprie effectum dici non posse siquidem nalum cst mcidens effectibus, sed non est factum per se oquendo. Alteram distinctionem ex his sancti Doctoris erbis confecimus : Res habent contrarietatem ad inviem, quantum ad proximos effectus ; sed tamen concorlant etiam contraria in ultimo fine, ad quem ordinantur ecundum harmoniam, quam constituunt ; sicut etiam pæi in mixto, quod componitur etiam ex contrariis ; et ex oc sequilur quod agentia proxima sunt contraria, licet gens pr.mum sit unum ; quia iudicium de agente, et fine oon^, CUmaohtn duæ causac in idem incidant. Obnc. 2° Dcus aut vult tollere mala, et non pots, aut potest, et non vult ; aut neque vult, neque pot ^ . VUiU'^J01^' Si vull. non potest, imbelllis est, quod in Deum non cadit. Si potest, et non vult, ividus, quod æque est alienum a Deo. Si neque vult, equc potest, et invidus, et imbecillis est. Si vu t, et potst, unde ergo sunt mala ? [ Responsio ex dictis constat. Deus enim potcst utiueomn.a mala tollere, non vult tamen, ne impediatur onum Un.versi. Neque propterea est imbecillis, aut mi rdine boni, cuius privatio est malum: hic autem ordo non esset si eus non esset ; Contr. Gent., lib. III, c. 71. ' Ib.d. ad 3. - In lib. II Sent., Dist. I, q. I, a. 1 ad 4. nus bonus, quia omnipotentiam, et bonitatem suam patefacit, cum ex ipsis malis bona eliciat. 222. Obiic. 3° Secundum illud effatum, Quidquid est causa causæ, est causa effectus, peccatum, cuius causa est liberum arbitrium, reducitur, tamquam in causam, ad Deum, qui est causa liberi arbitrii. Atqui id sanctitati Dei repugnat. Et sane illud effatum ad rem non facit ; nam effectus causæ mediæ procedens ab ea, secundum quod subditur ordini causæ primæ, reducitur etiam in causam primam ; sed si procedat a causa media, secundum quod exit ordinem causæ primæ, non reducitur in causam primam ; sicut si minister faciat aliquid contra mandatum domini, hoc non reducitur in dominum, sicut in causam. Et similiter pec| catum, quod liberum arbitrium committit contra præc©r ptum Dei, non reducitur in Deum, sicut in causam l . Obiic. 4° Prævidit Deus hominem male usurun: libero arbitrio. Ergo, cum sit infinite bonus, debuisse id impedire. Quod si bonitas finita patrisfamilias necessario exigit, ut impediat, quominus sui filii bonis, qua( accepturi snnt, abutantur, multo magis bonitas infinita i( præstare debuit. Equidem, cum homo essentialitei sit rationis particeps, atque libertas sit essentialis ratio nis proprietas, idem fuisset condere hominem libertafc carentem, ac non hominem, quod intrinsecus repugnat Nec libertas est de se matorum scaturigo, sed solum ilj lius abusus, cum mala non fataliter, ac necessario, sec contingenter ab illa deriventur. Neque ullum tam fatuun hominem esse putamus, quem libertatis a Deo sibi con, cessæ poenitere possit, cum illa sit etiam innumerabiliuq bonorum fons. Potuisset utique Deus absolute impedire ne homo peccaret, retenta nihilorninus libertate; ast, cu id noluit, tantum abest, ut malorum permissio Eius infi nitæ bonitati obsit, quin potius illam mirifice manifester uti iam demonstratum est.i 4a 2æ? Peccatum, alibi ait, jefertu in voluntatem, sicut in causam; et quamvis voluntas sit creata Deo, in quantum est quoddam ens, non tamen quantum ad ho( quod defectus ex ipsa incidere potest; In lib.II Sent., Dist. Exemplum autem patrisfamilias, qui bonus non sset, msi prospiceret, ne fiiius abuteretur bonis ei traitis, nullam vim habet; nam pater est provisor particulris; Deus vero est provisor universalis. Aliter autem ocente AQUINO (vedasi), de eo est, qui habet curam alicuius articular.s, et de provisore universali; quia provisor parcularis excludit defectum ab eo, quod eius curæ subdiir, quantum potest; sed provisor universalis permittit iquem defectum in aliquo particulari accidere, ne imediatur bonum totius. Accedit quod pater naturali officio impedire teneir quæcumque filii mala impedire potest; Deus autem ti demonstravimus, non tenetur omnia impedire mala læ potest. Quocirca Deus peccati causa etiam indirecta ci non potest nec debct: quia tametsi non præbeat frxi Iium, quod si præberet, homines non peccarent >c totum facit secundum ordinem suæ sapientiæ et iuitiæ, cum Ipse sit sapientia, et iuslitia; unde non imputar Jii, quod a ius peccet, sicut causæ peccati; sicut ibernator non d.citur causa submersionis navis, ex hoc lod non gubernat navem, nisi quando subtrahit -uberitionem, potens, et dcbens gubernare. Pantheistarum placita recensentur Ex iis, quæ superius de infinita Perfectione Dei cta sunt, non solum eorum error, qui nonnisi unam esse )sse Divinam Naturam inficiantur, sed etiam commenm illorum, qu, Deum cnm hac rerum universitate conndunt, refellitur. Illud philosophiæ systema, in quo nnia, quæ sunt, unicam substantiam constitucre dicun cl,HJfl(IfnrXI,I,I n°tanda ^st vox illa aliquem, i,t c udatur Baylci sopinsma, quo Deum mala permiuentcm assimilat ?i, qui smeret crescere seditiones, et perturbationes iti toto renoVL9JVam acouireretPr°™rati remedii. Nam l.ac agendi ra"n al loua reSm mala Particularia rex permitteret, sed age r Zlr Um commune re^N qod ipse curare debet. Quoca ineptissimum est Baylei exemplum. V la 2, q. Philos. Cerist. Compend. IJ.7 9/? tur quæ Deus appellatur, panlheismi nomine designatur • Iam insania hæc, etsi antiquissima sit, tamen hac nostra ætate late longeque pervagata est, ac veluti culmen atti gisse videtur. Ut veteres2, atque aliquos mediæ ætatis prætermiUamus 3, pessimi huius erroris origo in philosophia re i Hoc ipsa pantheismi vox, a verbis tcat et 0eog effecta, lucu ^Omnes fernie indorum philosophorum Scholæ pantheismum ma eis minusve redolent, sed eum, omni remota ambage, docuit philo soohia Vedanta, quæ cum libris sacris, Vedas appellatis, consentane sitorthodoxa putatur. Vedantici philosophi contendunt unicum extari ens infinitum nomine Brahma, resque multiplices, et compositas, qua. nræter illud existere dicuntur, esse calentis phantasiæ ludibna. Ind se in s° £%%;, |c promde se,n sub.ectum, atquc obiectum reflexionis distinLit J" Z '3° Per reflcx.onem limitcs sibi imponit, scquc in eoosSbl '';."" e9° 0l?,eCt,,,,n Uividit, oniam a, om subicctun/ rcflex ornsob.ecto oppomtur, liquet ego obiectum, comparatum cun eoosul l um'^sum T Ca°QaarVt°r ^punLper reflexion^, po°iviUh purum' hoc est' cum conscientt sui ipsius |r;: z::^sT:zrcicntia sui ipsius - est sk xitramque rem cum cogitatione unum idemque esse contendit, illud pronuntiatum staluens: Quidqnid est reale, est ideale, et quidquid est ideale, est reale. Quare, ex eius sententia, illud, quod cetera omnia complectitur, non est neque subiectum, neque obiectum, verum cogitatio, seu idea, \el Idea-Ens, quæ quidem in se est absoluta, et indeterminata, sed cum seipsam secundum quasdam leges, quæ ab Hegbelio momenia appellantur, evolvit, egoy mundum et Deum producit. Pantbeismus opera Cousini e Germania in Galliam transmigravit. Hic eclecticorum Galliæ dux se panlbeistam esse præfracte inficiatur; sed quod yerbo negat, re fatetur. Revera ipse docet Deum esse unicum, et multiplicem, æternitatem, et tempus, summum, et infimum gradum entis, finitum, et infinitum, simul Deuny naturam, et humanitatem; Deum, cum mundum creat, non quidem e nihilo, sed e seipso illum educere, ldeoque creationem aliud non esse, quam evolutionem, et apparitionem Dei in mundo; creationem esse necessanam, quippe quod Deus, cum sit caussa absoluta, non potest non creare, hoc est, seipsum manifestare, et cum sit causa infinita, huiusmodi manifestatio erit constans, et infinita; Deum idcirco necessario, et semper creare. Exinde intelligitur, cur Heghelius unam esse reruni, et seientiæ rerum originem, et in scientia formam, et id, quod forma continetur, unum, idemque esse decreverit. Quamobrem ipse totam philosophiam intra logicæ cancellos coegit; ex quo sequebatur rationenr philosophandi esse ipsam philosophiam; siquidem logica, ut ab initn diximus, non est aliud, quam communis ratio philosophandi, siy ctitati detrimentum affert. Vid. Allocut. Pii PP. IX, Maxima quidem, in 0.; cit. Atti Pontificii. onc. min. Neg. cons. Distinctionis, quam attulimus, ratio x iis, quæ alihi docuimus, evidenter perspicitur. Obiic. Substantia infinita cum substantiis finiis comuncta est quidquam maius unica substantia infinifc Atqui hoc est absurdum, siquidem illud, quo quiduam maius esse potest, non est infinitum. Ergo absurum est esse substantias finitas præter infinitam. Resp. Dist. mai., quidquam maius quoad nume^m, conc. mai., quoad perfectionem, neg, mai.; conc. in. Neg. cons. Iis, quæ ad huius rei explicationem abi tradidimus % hunc alium D. AQUINO (vedasi) locum adiicius: Finitum infinito additum non facit maius, sed fat plus; quia infinitum et finitum sunt duo. Deus dicitur esse omnium; et omnia dimtur esse in Deo, atque esse participationes divinæ esmtiæ. Atqui hæ loquendi rationes significant res extra eum ab ipso Deo reipsa non distingui. Ergo. Resp. Neg. min. Et sane, (( Deiias dicitur esse mmum eiTective, et exemplariter, non autem per essenam. Creaturæ in Deo esse dicuntur dupliciter. no modo, in quantum continentur, et conservantur virite divina; sicut dicimus ea esse in nobis, quæ sunt in islra potestate. Et hoc modo intelligendum est verum Aposloli dicentis: ln lpso vivimus, movemur, et su~ us, quia etiam nostrum vivere, et nostrum esse, et nostrum moveri causanlur a Deo. Alio modo dicuntur res ise m Deo, sicut in cognoscente. Creaturæ non cuntur divinam bonitatem participare, quasi partem ln lib. IV Sent., Dist. q. sol. ad i. Præclara sunt hæc D. Bernardi verba : Sane esse omnium dixerim Deum, non quia illa sunt, quod est Ule, d quia ex Ipso, et per Ipsum, et in Ipso sunt omnia. Esse est er omnium, quæ facta sunt, Ipse factor eorum, sed causale, non itenale; Serm. IV in Cant. Cf s. Aug., Solil, lil. I, c. 1, ct Damasc, De Fide orthod., lib. I, c. 12. 5 I, q. XVIII, a. 4 ad 1. Cf Qq. dispp., De Pot. Ex his, et aliis, quæ antea passim exposuimus, intelligis facere fundamentum Pantheismi Krausii, eiusque discipuli Arhensii; inidem eoruni sententia in illa verborum æquivocatione superstruir, qua omnia, et proinde etiam mundi essentiam in Dei Essentia sentur contineri. essentiæ suæ, sed quia similitudine Divinæ Bonitatis i esse constituuntur, secundum quam non perfecte Divinai Bonitatem imitantur, sed ex parte. Obiic. Nolio essendi in se, sive subsistendi, i alibi dictum est 2, dumtaxat Deo plenissime convenit. Erg nulla substantia, præter Deum, dari potest. 248. Resp. Neg. cons. Sane aliquid, ut s. Thomas doce? potest dici proprium alicui, vel quia ipsi ita convenit ut nulli alii subiecto convenire queat, ut cum dicituJ proprium hominis esse risibile, quia nulli extraneo a ne tura hominis convenit ; vel quia i!lud,quod de subiect prædicatur, etsi aliis subiectis quoque conveniat, tame eo modo, quo ipsi convenit, nulli alii subiecto convenir1 queat; ut cum dicitur hoc proprie esse aurum, qui non habet admixtionem alterius metalli 3 . Hoc præstf tuto, de substantia Dei idem, ac de esse Eius dicendur est; nempe quemadmodum esse est proprium Deo non e quod res creatæ non sunt entia, sed eo quod esse illo md do, (juo convenit Deo, nempe, prout est purum, seu sin> admixtione ullius privationis, aut potentiæ, nuili natura oreatæ convenit; ita Deus proprie substantia est, nof quia nulla res creata substantia est, sed quia substantia prout perfectum actum subsistendi denotat, nulli rei crea tæ, sed Deo dumlaxat convenit. Itaque ex eo, quod Deu proprie substantia est, non fluit res creatas non esse, ne^ dici posse substantias, non secus ac ex eo, quod esse pro; priissime de Deo prædicatur, non sequitur ipsum noi posse prædicari de rebus creatis s. i In lib. II Sent., Dist. Et alibi: Essei tia Divina non secundum se augmentabilis et multiplicabilis est; se solum multiplicabilis estse^undum similitudinem, quæ a multis par ticipatur ; Contr. Gent.. Sent., Dist. Id luculenter s. Thomas docuit; siquidem, postquam monuit Deun dici substantiam, quantum ad id, quod est perfectionis in substantia" adiecit: Et ideo non sequitur, quod omne, quod est substantia, si Deus; quia nihil ab Ipso recipit prædicationem substantiæ sic acce ptæ, secundum quod dicitur de Ipso; et ita propter diversum mo dum prædicandi non dicitur substantia de Deo; et creaturis univoce sed analogioe. Quædam adversus Spinosam, aliosque Panlheislas adnotanlur n Totum, quanlum est, spinoziani systematis ædifir?(,cium ambigua substantiæ notione innititur, qua explicala, funditus illud corruit. Sane Spinosa Deum unicam e(2sse substantiam ex eo deduxit, quod cum dixerit subit stantiam csse id, quod per se, seu in se est, iliud per se tmjita accepit, ul non solum inhærenliam in aiio subiecto, na>ed etiam causam effectricem a substantia distinctam excKPluderel, unde nonnisi unicam substantiam Divinam exilenitere posse collegit. At hoc falsum est, quia in definitionjbe subslantiæ esse per se, sive in se non denotat eam hu^usmodi esse debere, ut non recipiat esse suum ab alio itj,ed denotat eam non habere esse suum in alio, tamquam jn|n subiecto1. Quamobrem s. Thomas scite advertit sube( tantiam dici posse rem, quæ non habet esse suum per mjihud, si pcr 7 ahud intelligatur causa formalis, quippe i[uod causa formahs est intrinseca cuique rei; non vero, faiii per To ahud causa effectrix intelligalur, quia res creaioi æ esse suum a Deo accipiunt. Spinosa subslantiam ila definivil, ut in ea essentiam M|l> esse non distingueret, quia non dixit substantiam esse )U|Ssentiam, seu rem, cui convenit esse in se, sed ens, quod ie i se est, seu ipsum esse in se; unde pronum ei fuit omnem miausam ab ipsa subslantia diversam excludere; siquidem 0i m subslanlia essentia ab csse non distinguitur, necesse st, ul ipsa per essentiam suam exislat. At vero,' ut idem lhomas scite advertit substantiæ nomen non siffni cat hoc solum, quod est per sc esse, quia hoc, quod est sse, non potest per sc esse genus, sed significat esscn am, cu. compet.t sic esse, idest per se esse, quod la ien^essc non est ipsa eius essentia 3 . Et sane, subslan Ontol.. Esse creatum non est per aliquid aliud, si ly per dicat caum formalem intrmsecam ; immo ipso formaliter est creaturasi tem d.cat causam formalem extra rem, vcl causam effectivam '^c IPC,F ^Tr^ Gt n°n Per SC,); /n 7 S'nt-> >t. Ferranensem,, In lib. I Contr. Gent. Le rePræstatVGatti,Ord.Præd.,/nSr/r.a/,o^fl-co-;,o/e,r^^ )• I, tract. I, Djss. Roma. tia, cum sit quædam categoria, rem secundum aliquem modum essendi determinatam significare debet; ac proinde intelligi non potest, nisi in ea et aliquid, quod quodam modo est, et quidam modus, quo ipsum est, distin guantur. Illud prætermissum nolumus, duo vitia quoque la tere in demonstratione, qua Spinosa unicam substantiam Divinam existere statuit. Primum est, quod huiusmodi demonstratio in seipsam incurrit. Philosophus hebræus primo suhstantiam ita definivit, ut nonnisi esse Dei re vera significaret; deinde ex notione substantiæ, quam sua definitione tradidit, Deum dumtaxat esse substantiam de duxit. Alterum est, quod Spinosa ex solo conceptu sub stantiæ argumentum ad existentiam eius petivit. Enim vero, cum notio substantiæ dicitur esse res, cui conve nit non esse in alio, vel secundum Spinosam, ens, quod per se est, et per se concipitur, procul dubio non affir-' matur esse revera in natura rem, cui convenit non esse in alio, sive ens, quod per se est, sed illud tantummodo decernitur, si quid est, cui convenit esse non in alio, hoc esse substantiam. Quocirca ex notione, quæ definitione suhstantiæ continetur, illud minime licet absolute inferre^ quod substantia re vera existit, sed illud dumtaxat, quod re vera existit substantia, si res, cui convenit non esse in alio, existat. Ad Pantheistas transcendentales quod attinet, 1 iam demonstratum a nobis fuit absurdam esse tum illan. methodum, qua ipsi cognitionem nostram a priori inve stigare conantur2 ; tum illam sententiam, qua animan obiecta suæ cognitionis sibi construere tenent 3. # 2° A vero longe abest pronuntiatum illud, quod ipsi r Neoplatonicis acceperunt, ideas nostras a rebus non dis tingui, atque subiectnm cogitans, et obiectum, quod cogi tatur, unum, idemque esse. Sane, quemadmodum s. Tho5 mas contra Neoplatonicos argumentatus est 5, in pnmil intellectio non est eadem cum re intellecta, quia mens noi Hinc, ut alibi adnotavimus (p. 335-336), substantia, prout cate goria est, in Deum cadere nequit, quia in Deo essentia ab esse dis tlngui haud potest. 2 not. 2. Contr. Gent. solum intelljgit rcm sed per lacultatem in seipsam redeundi, qua pollet, inlclligit intellcctionem rei; L quo, non solum scent.æ rcrum cxislant, sed etiam scienth, cogn.fon.s rerum confici possit. Secundo, intefiecUo d ! stingui ur al> intclleclu, sive a subieclo cognoscenle, quia si intellectus idem esset cum inlellectione, ipse numquam in potcnlia, sed semper in actu foret, hoc cst semner ™ fZT% ^'^«W cogposcit, neque unquam novas^gni." rimin1turU,rnrCtTerU°J inlC!'eC'US a re intC,,ccta u" criminatur, qu.ppe quod res intellccta est princinium per^qiiod anima eam intelligit '. '"cipmm, >t iJn E9\P" Fichlei, Identitas absoluta Schellingii, . enf nos trf FS"T ^™' SmL Re fluidem '« mH ronrnn.in Chlc° doJc?nle ' 0',e al>stractionis ad ego mri conceptionem ascendit. Atqiii nemo vel in logica 110 ' o USn!,goT illVhSlraCrti0nem n?n nosse confici sinc su-> en° 'Fqrm COnf!C"' Ct °,,ieCl° ' circa quod eonfici nhi^f T e9°x Puriconc?Pt« exurgere non potest, nisi '"('>. «qu obiect, rea,kas praoslUuatur At ept.o rcv egopun, secundum Fichleum, quamlibel lum ESf Vs "m TIUSSuh,e.CU repræsentationcm excludit. ^rgo Fictheus lurp.ter sibi contradicit, cum conceplioem „s C5,0 pun ve,ut| sui systematjs fundameiUulT1 niliii?! aUtem-' a-ouo Schellingius supremum co Te, s n... an?e Pr,nc,P,um derivat, est aliquid, quod io.cn,,. .0tTem omns rcalitat. nempc perabstra ules Lv >ieC{0' Ct Su,.,iect0 in sc eontemp latur, et si KL i, rea,,ss,mum • «u'a illud non solum reale, sed Mt 1^^. tat6m' °i f°ntem 0mnis rca,itatis cssc eonraroif n»Un '• ' qU.°d ex rcmolio"e subiecti et obiecti er«m „ " r rcal"?l'S sit, est prieotfo oftscbta, seu *rum mhil. Ergo (dent.tas absolota Schellingii manife terCsi b!hCt C,;"tr 'li,',i"",""• Deni1ucsi Sclu.lfi, g™ turter sibi conlradix.t, cum Absolutum, quod ment ner re ouonem omnis realitatis in se contemjlatur in Ens rea «qronufll",™0,,^ SKbieC,nm intelli8e"s.ot ren intcl.ccum »« 91 9S, m,™ observanlc B»lmesio(F«M. /«» et s°> »«wSr& A«g.; ^«rTm;.!,bi,b.,a^Ua8,;cStUb:CC10 oognosccnti, opnonil. Cf Puilos. Gurist. Compend. lissimum transmutavit, idem Heghelio obiiciendum est, auia ipse asseruit ldeam esse ultimam abstractipnem, ad duam mens, a rebus proprietates earum gradatim remoTendo, pervenit, et simul eam fontem omnis real.tatis, ac proinde cum idea omnium max.me concreta unum, idemque fecit. Accedit, quod, cum idea visionem, sive repraesentationem significet, admittere ideam, quae neque ad obiectum, neque ad subiectum uilo modo refertur, idem est, ac admittere visionem sine re, quae videtur, et sine subiecto, quod videt; id, quo nib.l absurd.m Quae^cum ita se habeant, nihil est, cur dicamus. quantum impia, et ahnormis sit notio De, quam, sti Phv fosophi obtrudunt. Sane, secundum Fichteum, Deus 1 est ro eqo vururn, quod seipsum tamquam purum ponit s ive! nt ipse blaterat, creat; 2° est nostrae ment.s figmen tum naro, quemadmodum Fichteus ingenue fassus esl tres illae positiones, non ego, ego nonpurum, et Deus pmn obiecliva realitate deslituuntur; est infinitum, et s.mt sihi limites assignat. Secundum Schel ing.um, 1 Absc uturo, sive Deus non tamquam illud, in quo omne act est sed tamquam illud, in quo aliqu.d potenhale est, n te igendnm Vet. Etenim evolutio Absoluti non pote concipi velut quaedam manifestat.o; s.qmdem repugn quXam manifesturo se facere, nisi sit al.ud cuisem nifestel; nihil autem omnino est, cu, Absp utum manif stare se potest, quia nihil, secundum Schellmg. um, rea esi!praeterquaro quod ipsum Absolutum, et qu.dqu.d ^pj ter Absolutum existere videtur, re ipsa non ex.stit .(Jua. "tiamsi demus ro ego purum, ut ut infinitum P°f ^Uquem ™i,»m «ihi nonere a Fichteo quaerere nobis hcet, utrum aU limn Sm sTgnandos psum se moveat, an a caussa externa impcllatt Shoc Postremum.agnoscercnecessc cst causam eyopurosupenore nuae in ipsum vim aliquam exercet, ob idque quandam passion coo tribucre quae duo Fichtei systemati adversantur; .pse emm uit qu1dquldqexistit ab ego puro originem habere atque^ uk, . scl* tari uobis liceat a Fichteanis, cur ego purum – H. P. Grice, THE PURE EGO -- Iim.tes s.b, ponat? S sane ex se siquidem nulla res ad imperfectionis statum spectat aue ex eo quod in quodpiam obstaculum incdit, nam ex F.ch S"hil extra ego, eiusque ideas existit. Cf Nicolas, Introd. a l r Bistoire de la Phil., Paris Cf Ancillon, Essai de phil. et de htterat., raris lla evolutio in ipso Absoluto ponenda esset. Atqui si in I ibsoluto omne actu esset, nulla evolutio in eo esse, et inm ell.gi posset, quia cum illud, quod evolvitur, a potenlia lti. id actum progredi debeat, repugnat in aliquo evolvi iim ud quod iam actu in eo est. Ergo, ut illa evolutio in sil knsoluto explican posset, aliquid potentiah in eo intellijendum esset. Iam Absolutum, in quo aliquid potentiale est, secum pugnarc manifestum est. 2° Immo Absolutum >cnellingianum non est, uti vidimus, nisi Privatio absouta, sive merum Nihil. Hinc Oken Schellingii discipulus o usque insannt, ut Absolutum, sive Deum Magnum NiU appellant. Denique, secundum Heghelium, 1° unium ens, sive absolutum, et Infinitum, quod ipse vocat aea-±,ns,Qstahquodprivative indeterminatum, seu omnis eterminationis expers2, unde collegit Ideam-Ens esse puum putumque nihil 3; et quoniam nihil est negatio enis, Idea-hns esset ens, quod non est ens, sive ens, et non ns; 1 fcxevolut.one ldeae-Entis, ut Heghelius ait, emer £ «Tnfr sP^tus> et »Pse Deus. Quare, cum Idea uu">ns cvolutioncm Absoluti S"f° bsnrdam cssc demonstravimus, absurdam etiam cv„Iun„c/ «^'^l.anac prcdunt. Insupcr pcsitiones Ideae He«helii po icncs, s.vc ad creationcs ?ou ego puri Vicblei rcducuntur! quo Uramcnu^rndaet,^8 °StCUSU,U U°biS CSt' VC'Ut "hantaSiaC seu devenit, etcausam, per quam fit, subaudiat: haud enim possibile est, ut aliquid de potentia in actum, nisi per ens iam actu, progrediatur. Adhaec, quis tam vehementer allucinari potest, ut Deum, cuius natura, ut AQUINO (vedasi) inquit, maxime et purissime est actus in aliquo, quod per continuas evolutiones fieri indigeat, ut realiter sit, seu potius quod semper fiat, et numquam sit, consistere effutiat? Denique in refellenda sententia Cousini nihil immorari nobis opus est. Etenim illa, quae docet, nempe res necessario a Deo creari, atque creationem in eo consistere, quod Deus mundum ex seipso educit, ex theoriis antea statutis 8 nullo negotio explodere licet. Unum, et alterum dumtaxat hic adiicimus. Sane, quoad creationis necessitatem, quam Cousinus ex absoluta Dei natura inducit, audiatur iterum AQUINO: Quidquid in Deo est, est sua essentia; et ideo totum est aeternum, et increatum, et necessarium; sed tamen effectus, qui ex Eius operatione procedit, non necessario procedit, quia procedit ab operatione, secundum quod est a voluntate, et idec producit effectum secundum libertatem voluntatis. Fal sam autem omnino esse cousinianam notionem creationis: a Augustino docemur. Creatura, sanctus Doctor ait ita esse dicitur ex Deo, ut non ex Eius natura facta sit Ex Illo enim propterea dicitur, quia Ipsum auctorem habet, ut sit: non ita, ut ab lllo nata sit, vel processerit sed ab Illo creata, condita, facta sit s. Atque inde iU 1 Qq. dispp., De Pot., q. II, a. 1 c. 2 Circa haec Transcendentalium commenta vid. etiam quae diximu: in cap. II, a. 2 Cosmol, c. VII, aa. 1 et 2. In lib. 1 Sent., Dist. XLIII, q. II, a. 1 ad 3. Et ibid. ad 2 Sicut voluntas, et essentia, et sapientia in Deo idem sunt re, se Optimismus mundi refellitur. Antonivs Can. D'Amelio Joseph Ca>\ Molinari Censor Theologus Depnt. cx-a, CZ-o-a 4Pf&}. Gaetano Sanseverino. Sanseverino. Keywords: segno naturale, Boezio, Aquino. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sanseverino” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Santilli: la ragione conversazionale -- dal soggettivo all’inter-soggettivo – la scuola di Sant’Elia Fiume Rapido -- filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sant’Elia Fiume Rapido). Filosofo italiano. Sant’Elia Fiume Rapido, Frosinone, Lazio.  Segue il corso liceale presso la Scuola di Murro a Napoli. Discepolo di GALLUPPI, e amico -- fra gli’altri – di SETTEMBRINI, FIORELLI, e SANCTIS. Si laurea in filosofia. Apre una scuola di diritto morale e costituzionale.  Fervente giobertiano – GIOBERTI (si veda), e attivo propugnatore, nei circoli culturali napoletani, di un'Italia federate. A frequenti rapporti epistolari con MAMIANI, GIZZI, e COUSIN. Quest'ultimo lo introduce nel giro culturale del socialismo utopistico ma modula il suo socialismo secondo i propri valori umanitari, rifiutando la logica della lotta di classe. Ha comunque a scrivere che nel regno di Napoli occorre una savia distribuzione della ricchezza. Presidente della società dantesca (ALIGHERI – si veda) -- e prolifico filosofo. Fonda "L'Enciclopedico" in cui vivacemente sostene che occorreva occuparsi della piaga della povertà. La nazione italiana vuole pane e lo dimanda incessantemente, lo chiede nel pianto dell'indigenza, tra le sciagure della desolazione, lo chiede non a titolo di preghiera, ma diritto necessario, assoluto. Il popolo italiano non capisce la speculativa astrazione di alcune verità filosofica, non sa i titoli di libertà, di costituzione, di uguaglianza. Una riforma che dimentica affatto la fisica prosperità del popolo italiano non è che riforma di solo nome. “Le idee" e testo di studio nelle scuole di Toscana; "Sul realizzamento del pensiero"; "Sviluppo filosofico dell'autorità"; "Cenno psicologico sull'attività dello spirito"; "Individuo e Società"; "Princìpi dell'imanità razionale"; "Il socialismo in economia" e "Lavoro, industria e capitale". Si batté politicamente per l'ottenimento della Costituzione da parte di re Ferdinando II. Malvisto e considerato individuo pericoloso dalla polizia e ucciso a baionettate da soldati che fanno irruzione nella sua abitazione in Largo Monte-Oliveto, accanto a Palazzo Gravina. Venne ucciso a seguito della delazione di una donna, che lo indica come il predicatore alla soldataglia. Lo ricordano due epigrafi: una sulla facciata della sua casa natia e una sulla facciata della sua palazzina in Largo Monteoliveto. Di lui scriveno SANCTIS, PEPE, SETTEMBRINI, VANNUCCI, MASSARI, GROSSI, GUZZARDELLA, e MANDALARI -- che volle raccogliere i suoi saggi in "Memorie e Saggi” (Roma). Peruta. “Il Giornalismo Italiano del Risorgimento”; Ghiron, Peruta, “Storia del quindici maggio in Napoli; Settembrini "Memorie e saggi”; Mandalari, Memorie, Roma. Guzzardella, “Martire del Risorgimento” Milano, Ghiron, Il valore italiano, Tip. nazionale degli editori Ghione e Lovesio, Peruta, Il Giornalismo Italiano del Risorgimento, Angeli, Mambro, in Sant'Elia Fiume Rapido, il Sannio, Casinum e dintorni Roccasecca, Settembrini, Ricordanze della mia vita, Morano. COMMEMORAZIONE DI ANGELO SANTILLI FILOSOFO E PATRIOTA SANTELIANO FU UCCISO A NAPOLILa cerimonia a Sant’Elia – ntensa cerimonia commemorativa, a Sant’Elia Fiumerapido martedì 20 maggio scorso, per la ricorrenza del 160° anniversario della tragica morte del filosofo e patriota risorgimentale santeliano, Angelo Santilli. Promossa dalla locale Pro Loco, la   commemorazione ha avuto il convinto sostegno e patrocinio dell’Amministrazione Comunale, per interessamento degli Assessori alla Cultura e al Turismo Antonio Trelle e Giancarlo Vacca, oltre a quello della scuola media statale, intitolata proprio al Santilli, tramite l’impegno del dirigente scolastico prof. Graziuccio Di Traglia. La cerimonia ha avuto inizio al mattino, con raduno di studenti, autorità civili, militari e religiose, degli eredi del Santilli e di un gran numero di cittadini, in Piazza Antonio Riga dove, all’imbocco di Via Angelo Santilli è stata scoperta una nuova targa toponomastica marmorea, con su scritto: “Via/Angelo Santilli/1822-1848/Filosofo e Patriota”. Nella Chiesa di Santa Maria la Nova è stata officiata da don Rosino Pontarelli una S. Messa in memoria di Angelo Santilli seguita da una orazione commemorativa dell’illustre santeliano a cura di Benedetto Di Mambro. Dopo la messa è stata deposta una corona di alloro presso la casa natale del Santilli al suono delle note de “Il Silenzio”, . Nel pomeriggio, presso la sede della scuola media, si è tenuto un approfondito convegno sulla figura e l’opera dell’illustre santeliano e sulla continuità tra il pensiero liberale dell’800 e la Carta Costituzionale italiana di cui proprio questa’nno ricorre il 60° anniversario della sua adozione. Al convegno, seguito da un folto ed interessato pubblico, hanno preso parte: il sindaco di Sant’Elia, dott. Fabio Violi che ha preannunciato, dietro donazione degli eredi Santilli, l’istituzione di una Biblioteca Comunale proprio nell’abitazione natale di Angelo Santilli e a lui intitolata; la professoressa Silvana Casmirri dell’Università di Cassino che ha sottolineato come il patriota risorgimentale santeliano fosse “un prototipo, un modello di una gioventù idealista durante la fase del Risorgimento italiano”; il Prefetto di Frosinone, dott. Piero Cesari che, rivolto ai giovani studenti, ha rimarcato come fosse importante, nel ricordo del Santilli, costruire insieme “il sentimento della cultura della legalità”; infine il giudice Tommaso Miele, primo consigliere della Corte dei Conti, che ha sottolineato l’attualità del pensiero di Angelo Santilli, rimarcando il concetto della Costituzione “come fonte di democrazia e di uguaglianza”. È stata quindi la volta dello studente Giacomo Vettraino della classe III A che ha chiuso il convegno illustrando la vita e il pensiero di Santilli.  Angelo Santilli, filosofo e patriota – Angelo Andrea Santilli era nato il 28 ottobre 1822 a Sant’Elia, Comune che all’epoca si trovava in Provincia di Terra di Lavoro ed in pieno Regno delle Due Sicilie su cui governava Re Ferdinando I di Borbone. Era figlio del giovane medico santeliano Silvestro Santilli, che sarebbe stato anche Sindaco di Sant’Elia dal 1827 al 1829 e della giovane Giuseppa Mancini, originaria di Castel Baronia, in Provincia di Avellino, ma residente a San Germano, l’odierna Cassino. Il nonno materno di Angelo era il medico Evangelista Mancini, bonapartista e fra i promotori della Repubblica Partenopea del 1799. Di odori libertari il piccolo Angelo ne respirò a pieni polmoni nella sua casa di S. Elia, nei pressi della chiesa di San Cataldo in cui, fra l’ altro, era stato battezzato. Compiuti i primi studi giovanili a S. Elia, nel 1835, a 13 anni, Angelo Santilli si trasferì a Napoli per proseguire gli studi, andando ad abitare in Largo Monteoliveto nei pressi di via Toledo. L’ingresso alla sua abitazione era il Vico Gravina 1. Con Angelo andarono a Napoli anche la madre Giuseppa, i fratelli Vincenzo, Giuseppe e Giovanni ed il giovane compaesano Filippo Picano. Angelo e Vincenzo entrarono nella scuola di Francesco Murro per l’apprendimento della grammatica, della retorica, della filosofia, della storia e delle scienze. Nel 1838, a soli 16 anni, il giovane Angelo si iscrisse alla Regia Università di Napoli avendo fra i suoi insegnanti il maggior filosofo italiano dell’epoca, il kantiano Pasquale Galluppi. Amici e compagni di studi del Santilli furono, fra gli altri, Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini, Silvio e Bernardo Spaventa, Antonio Scialoja, Giuseppe Fiorelli e Pasquale Stanislao Mancini, suo cugino per parte di madre, questi avrebbero tutti avuto ruoli politici, letterari e filosofici importanti nell’Italia postunitaria. Nel 1842, a soli 20 anni, Angelo Santilli si laureò in Filosofia ed in Legge, aprendo così uno Studio Legale e divenendo anche docente di Diritto. L’attività filosofica, giuridica, letteraria e politica del Santilli si sarebbe svolta, incessante e copiosa, nell’arco di sei anni. Sempre nel 1842, a soli 20 anni, dette alle stampe la sua prima opera filosofica “Le idee soggettive” che ebbe grande accoglienza negli ambienti intellettuali ed accademici dell’intera Penisola a tal punto da doverne fare una seconda ristampa per la vasta richiesta che ebbe quale testo di studio nelle scuole del Granducato di Toscana. Santilli non si fermò: continuò a scrivere di diritto, di filosofia, di critica letteraria e fu anche esperto verseggiatore in terza rima. Famosa la sua ode dedicata all’amata Margherita. La fama letteraria del Santilli ebbe grande risonanza a Napoli e nel 1846, su proposta del Ministro della Pubblica Istruzione del Regno Borbonico, fu nominato Presidente dell’Accademia Dantesca che però dopo qualche tempo fu fatta chiudere dalla Polizia Borbonica perché, ricorda Atto Vannucci, “sotto apparenze letterarie mirava ad intenti liberali ed umanitari”. Santilli ebbe anche una fitta corrispondenza epistolare con Terenzio Mamiani; con il Cardinale Gizzi, Segretario di Stato di papa Pio IX e con il filosofo eclettico francese Victor Cousin, professore di estetica presso l’Università La Sorbona di Parigi. Tramite gli scritti del Cousin entrò in contatto con il pensiero socialista del filosofo utopista francese Pierre Joseph Proudhon e nel 1846 lo stesso Santilli volle esporre le sue idee in proposito in tre pubblicazioni: “Il socialismo in economia”, “Individuo e società” e “Lavoro, industria e capitale”. Lo sviluppo filosofico e politico del Santilli partiva dal criticismo kantiano per approdare al positivismo sociale, attestandosi, alla ricerca di certezze e verità, allo spiritualismo neo-hegeliano che sarà l’espressione filosofica di Bernardo Spaventa e che si esplicherà nel socialismo meridionalista di Antonio Labriola e Gaetano Salvemini. Intanto in tutta Italia si andavano sempre più propagando idee libertarie. Santilli, non vedendo attuabile al momento l’istituzione di uno Stato Repubblicano, abbracciò il federalismo di Vincenzo Gioberti e scrisse al Cardinale Gizzi perché il Pontefice si facesse promotore e guida di un federalismo fra tutti gli Stati in cui l’Italia era divisa. Stava fiorendo il Risorgimento e da ogni parte si chiedeva la Costituzione. Santilli cominciò a dedicarsi alle pubbliche assemblee ed alle pubbliche predicazioni contro il governo assoluto di re Ferdinando II, assieme al popolano Michele Viscusi. Quando, il 29 gennaio del 1848 il Governo Borbonico concesse la Costituzione, Santilli non smise di parlare pubblicamente perché tramite la Costituzione si potessero migliorare le condizioni civili e sociali della popolazione e ci fosse “una savia distribuzione delle ricchezze”. Ma dopo qualche giorno, mentre lo stuolo degli ascoltatori del Santilli andava ingrossandosi sempre di più, la cosa cominciò a creare preoccupazioni e timori nella polizia borbonica che dopo un mese interruppe un discorso del Santilli in Largo del Castello e disperse gli ascoltatori. Santilli denunciò il fatto sul suo giornale “Critica e Verità” la qual cosa gli creò ancor più inimicizia e sospetti dalla parte della polizia. Intanto alla fine di febbraio del 1848 moriva la mamma di Angelo Santilli, Giuseppa Mancini, a soli 57 anni di età. Nell’aprile del 1848 Ferdinando II ritirò la Costituzione ed in tutto il Regno si diffusero ancor più le idee libertarie e di uguaglianza sociale del Santilli. A Napoli addirittura vi furono anche degli scioperi. Agli inizi di maggio Angelo Santilli iniziò a scagliarsi con violenza contro la monarchia assoluta. Il Re, temendo una insurrezione popolare, nei giorni dal 12 al 14 maggio fece disporre l’esercito nei punti strategici di Napoli. Angelo Santilli continuò incessante con le sue orazioni contro re Ferdinando. Nella serata del 14 maggio i napoletani iniziarono ad innalzare barricate contro l’ esercito. Barricate vennero erette anche in Largo Monteoliveto, vicino all’abitazione del Santilli. La mattina del 15 maggio 1848 iniziarono gli scontri tra i rivoltosi e l’esercito borbonico rafforzato da truppe austriache e svizzere. La battaglia si protrasse per tutta la giornata e man mano le barricate furono smantellate dai soldati con largo spargimento di sangue. Ai soldati svizzeri fu dato ordine di scovare ed uccidere il Santilli e nella tarda serata giunsero fin sotto la sua abitazione facendola oggetto di fucilate che uccisero il giovane Filippo Picano e la serva di casa Carmela Mega. Irruppero quindi nella casa e trucidarono a baionettate Angelo Santilli e suo fratello Vincenzo. Gli altri due fratelli, Giuseppe e Giovanni, erano riusciti in tempo a trovare riparo presso conoscenti. Molti degli scritti di Angelo Santilli furono dati alle fiamme ed il suo corpo martoriato assieme a quello del fratello; entrambi furono gettati in una fossa comune. Furono in molti a ricordare Angelo Santilli nelle loro memorie: Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini, Salvatore Di Giacomo, Marco Lanni, Mario Mandalari, Atto Vannucci e, più recentemente, Franco Della Peruta ed Alberto Guzzardella. Nel 1865 l’ antico Corso Dante che attraversava il centro storico di S. Elia fu intitolato ad Angelo Santilli ed ancora oggi porta il suo nome. Dal 1886 e dal 1889, per volere del maggiore medico Antonio Riga (1833-1918) e del pittore Enrico Risi (1855-1915), due lapidi lo ricordano, la prima sulla facciata della casa natale di S. Elia, in via Risorgimento, e la seconda a Napoli in Largo Monteoliveto sulla facciata della casa dell’eccidio. Dal 1981 anche la Scuola Media Statale di S. Elia Fiumerapido porta il suo nome. Ora è in animo dell’Amministrazione Comunale di S. Elia ristrutturare la casa natale del Santilli e farne sede della biblioteca comunale e di un centro studi.Angelo Santilli. Santilli. Keywords: dal soggettivo all’inter-soggetivo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Santilli” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Santorio: la ragione conversazionale del pendolo di Santorio -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Capodistria). Filosofo italiano. Capodistria, parte dell’Italia – attuale Slovenia. Padre della fisiologia sperimentale. Il primo a comprendere l'importanza dell'esperimento e dell'adozione dei parametri quantitativi per valutare i quali inventa alcuni dispositivi tra cui il termometro e il tachimetro. Studia sperimentalmente la struttura della materia, di cui descrisse la struttura corpusculare e meccanica, anticipando le ricerche di GALILEI. Studia a Padova. A Venezia fa amicizia con SARPI, SAGREDO e GALILEI. Adatta il pendolo alla pratica, precedendo gli esperimenti condotti da Galilei con i pendoli. Poniere nell'impiego delle misurazioni fisiche in medicina; il suo dispositivo più famoso fu una grande bilancia usata per studiare l'equilibrio omeostatico e le trasformazioni metaboliche Tra i soggetti che si prestarono alla sperimentazione vi fu anche GALILEI. Insegna a Padova. Pubblica descrizioni di congegni termo-metrici e di precisione che divennero di largo uso nella pratica medica. Pioniere nell'impiego delle misurazioni fisiche. Il suo dispositivo più famoso fu una grande bilancia – la stadera medica -- usata per studiare le trasformazioni meta-boliche in soggetti sperimentali tra i quali vi fu lo stesso GALILEI. Pioniere nell'uso del metodo sperimentale di cui comprese l'importanza e la necessità replicando i suoi esperimentil Considerato a torto il fondatore della iatro-meccanica, ne e uttavia ispiratore con i suoi importanti studi sul meta-bolismo e sulla termo-regolazione umana. È il primo a quantificare la perspiratio insensibilis e ad usare il termometro clinico che egli stesso idea.  S. inventa anche altri strumenti – il pulsilogio, l’igrometro, il "letto artificioso", l’"eolopila medica", ed il "termometro lunare" -- intesi a tradurre in numero e determinare con esattezza matematica i para-metri vitali umani. I suoi saggi hanno numerose edizioni, diffusione europea e ampia popolarità. Classico il “De statica medica” -- uno dei saggi più importanti della storia della fisiologia; “Methodi vitandorum errorum omnium qui in arte medica contingunt liNunc primum ccessit eiusdem authoris De inventione remediorum liber (Aubert); “Ars de statica” (Leida, Haro); “Commentaria in artem Galeni”; “Nova pulsuum praxis morborum omnium diagnosim prognosim et medendi aegrotis rationem statuens, sine eorum relatione”; “Commentaria in primam fen primi libri canonis Auicennae”; “Commentaria in primam sectionem aphorismorum Hippocratis”; “Societate si politica”. Galilei -- Storia della Scienza di Firenze. Castiglioni, “Storia della Medicina” (Mondadori, Milano); Pazzini, “Storia della Medicina” (Libraria, Milano); Premuda, “Storia della Medicina” (Milani, Padova); Premuda, “Storia della fisiologia” (Del Bianco, Udine). Treccani Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Santorio Santorio. Santorio. Keywords: il pendolo, il pulsi-logio, l’igro-metro, l’eolo-pila. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Santorio” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Santucci – Leech e la prammatica come rettorica conversazionale – simulazione, superlazione, e compagnia – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo italiano. Grice: “There was a time when Italians – indeed Romans – would NOT stand a hellenism like ‘eironia,’ ‘hyperbole,’ or ‘metaphora,’ and there you would have them – and Cicero, too – uttering Varronesque formations like, respectively, SIMVLATIO, SVPERLATIO, and TRANSLATIO! I simplify the vocabulary by calling them all ‘figures of speech,’ or IMPLICATURAE, that is!” -- Retorica. RHETORIC JEu PRÆCEPTA V E SELECTISSIMIS AUCTORIBUS COMPILATA EDIT PRIMO PETRUS ANTONIUS S. DE CORTONA, Unus ex Presbyteris Congregationis Oratorii DIVI PHILIPPI NERII ejufdem Civitatis. Excudebat Joannes Baptista Recurti. SUPERIORUM PERMISSU, AC PRIVILEGIO. Illujirifs. et Reverendifs. D. D, GABRIELI RICCARDIO Viro nobiliffimo, et Ampliflfimo, Patritio Florentino Marchioni eximio Metropolitanæ Ejcclefiæ Florentinæ Canonico PETRUS ANTONIUS SANTUCCI U JE magna Junt, eadem et tnagnis deberi iifque folii nuncupan da fore, nemo unquam inficias ivit, lllufiriffime, C9* Reverendtjfime Domine. Cum enim omnibus a natura comparatum fit, ut coeli faciem obviam fibi quifque contempletur; huic profetto totius Orbis fublimi /lima parti, O' non alii, ea quce Orbis ipfius fublimi /fima ornamenta fiunt, nempe fydera, ab eademmet natura merito donata fuiffe facile ipfe animadvertat, ne et 2 ceffe Cfjje eji % Quavem, et meritis, fi forte virum quem Confprxerc, filent, arreBifque auribus aflant: Ille regit diBis animos, et pcBora mulcet. At Eloquentix majefias, fe mavult, et admiratione coli, et filentio pradican;ejl enim admiratio prxeonium glorix, et filent tum fidus interpres majefiatis ‘, neque major illa commendatio effe potefi. quam omnis frujlra tentata laudatio. Denique Do&orum omnium Coryphæus, ac facile Princeps D. Augutt. fic de præcellenti hac Arte tertatus habetur: Hxc nobis cum Angelis, cum Deo ipfo quodammodo communis efi; In ea fe ille exercet; in ea deleBatur: in ea triumphat dum nos fine firepitu verbot'um intus alloquitur. Ejufdem Artis Utilitas. E Tfi non defuerunt aliquando, qui maximum hoc hominum adjumentum turpiter dctreXare non dubitaverint, quod ex illorum numero, qui Iiaia Propheta tefte 5. zo. malum bonum dicunt, et bonum malum, fallo judicio deceptionem fimplicium iiatuerint, quod deceptionum imo, fraudum, et doli cujufque infenfiflimus hodis eft; fiquidemvera benedicendi latio veritatem amat femper, illam tutatur, et cunXis Eloquentis nervis prsdicat, fubdinet, fovet, admifcendo quidem interdum Auxefes, hyperbolefque, fed fatis eas moderate, et eo tantum coniilio, ut veritatis ipfius magis affulgidus emicet nitor, auditorefque eleganti, ac faceta interdum varietate deieXet; Illud nihilominus pene Sapientes omnes firmiflimumed, jugiterque erit, quod veluti præfulgens hæc Ars dignitate, ac majeftate ceteris artibus prædat, atque antecellit, quemadmodum fuperius vidimus; Ita illas quoque plurimis in nos commodis, uberrimaque utilitate facile fuperat, evincitque. Nam quid ego dicam in primis, quod ipfa, quæ ex univerfis rebus condat, ut cum Cicerone loquar lib. 1. de Orat, quibus ia fingulis elaborare permagnum eft, quæque omni laude cumulatum Oratorem non efficit, ni/i erit ille omnium rerum magnarum, atque artium Scientiam confequutus; ipfa inquam prædiXis artibus qujbufcumque, earumdemque rerum omnium magnarum fcientia maximam opera fert, ut dignofeantur, amplexantur, amentur, teneantur, et in deliciis fint: iisetiam lumen, et decus impertitur: Clientes, amicos, defenfores conciliat: ab inimicis injude, impieque adverfantibus tuetur, &eripit: eas denique dicendi vi, et libertate magnanime fervat, ftrenue confirmat, et apud poderos omnes perpetuo, et immortaliter vivere mirifice facit? Addere dejude licet cum laudatiflimo perfeXi eloquii Patre lib. quod hac, et non 'alta facultas ejl, qua potuit, aut difperjos homines anum in locum congregare j aut a fera, agrrflique vita ad hunc humanum cultum, civilemque deducere; aut /aw conflitutis civitatibus leges, judicia, jura defribere. Hæc alibi cutn eodem, ceterifque omnibus in ea prædantibus viris tum antiquorum tum noftrorum temporum eft, qua: Urbibus jam conditum fidem colere; juftitiam retinere, labores communis caufa commodi fufeipere docuit: Hæc eft qua facinorofos homines invadimus, virtute præditos laudamus, nocentes condemnamus, innocentes abfolvnius, prudentes exornamus, imperitos docemus. Hæc eft quæ fola res honefias, atque ntiles perfuadere poteft: qua conlolamur afflidos, qua deducimus perterritos a timore, qua gelbentes comprimimus, qua cupiditates, iracundiafque reilinguimus, qua quidquid eft in omni vita redum, ac laudabile gubernamus. Hæc eft, quæ adoleicentes acriter a vitiis revocat, et ardenter ad virtutem cohortatur, quæ feniores languentes excitat, et ad Reipublicæ gubernationem attentiores efficit, qua Imperatores in bello milites fuos ad patriæ defenfionem, et vidoriam acquirendam alacriores reddunt; Quæ populos ad Religionem, et cultum Dei optimi maximi, ad patriæ pietatem, ad communem utilitatem tuendam inducit, quæ conciliatrix eft humanæ focietatis, quæ deniqur femper, vel in otio» vel in negotiis ma-xime commoda eft humanitati, fidei, Sapientiæ, fit hæc fatis dida fint, ut fi non tota, ex parte faltem aliqua attingatur Rhetoricæ utilitas. Quanta prarcipui Studii neceffitas fit ad hanc ipfam Artem acquirendam. E X iis, qux hu^ufque attulimus, facile conflat etiam nectffitas, de qua modo fermo. Nam quum qux pulcia, eadem et difficilia fmt ex, communi adagio; utique quanto ceteris artibus hxc antecellit, tanto quoque illis "difficultate prxller, ut acquiratur, neceffe eft. Sed rem hanc totam potius abfolvit, et ftatuit Magiftrorum omnium caput, ac Princeps prxcelUntiffimus Tullius, quum fupracit. lib. r. de Orat, camdem Rhetoricam lermone perfequens, cunftis illam artibus adeo eminere oflendit, ut in unaquaque ipfarum excellentes permultos homines fateatur, perpaucos autem omni tempore in hac benedicendi ratiore; et quidem fic ille: Ac mihi quidem fixpe numero in fummos homines, ac fummis ingeniis prxditos intuen ti, quxrcndum ejfie vifum eji, quid effiet, cur plures in omnibus artibus, quam in dicendo, admirabiles extitififent. Nam quocumque te animo, et cogitatione converteris, permultos in quocumque genere videbis, non msdiocnium artium, fied prope maximarum. Quis enim eji, quis, fi clarorum hominum fidentiam rerum geflarum, vel utilitate, vel magnitudine metire velit, non anteponat Oratori Imperatorem ? Quis autem dubitet, quin belli duces ex hac una Civitate prxflantififiimos pene innumerabiles, in dicendo autem excellentes vix paucos proferre poffimusl Jam vero, confilio, ac fiapientia qui regere, ac gubernare rempublicam poffent, multi nofira, plures patrum memoria, atque etiam majorum exti terunt: cum boni per quandiu nulli, vix autem Jingulis xtati bus finguli tolerabiles Oratores invenirentur. Ac nequis forte cum aliis Jludiis, qux reconditis in artibus, atque in quadam varietate litterarum verfentur, rmagts hanc dicendi rationem, quam cum Imperatoris laude,,nt cum boni Senatoris prudentia comparandum putet: Convertat animum, et ea ipfa artium genera circumfpiciat, qutque in iis jloruerunt, quamque multi: fic facillime, quanta Oratorum fit, femperque fuerit paucitas, fudtcabit. Neque enim te fugit, laudandarum artium omnium procreatricem quamdam, et quaft parentem, eam, quam ot-kaaopin* \ GV.cn vocant, ab hominibus doitilfimis judicari: in qua difficile ejl enumerare, quot vin, quanta /cientia, quantaque in fludtts tuis varietate et copia fuerint: qui non aliqua m re feperatim elaborarmt, Jed omnia, quacumque effient, vel flentia pervcjhgattone, vel differendi ratione comprehenderint, quis ignorat, 11, qui mathematici vocantur, quanta in obj curitate rerum, et quam recondita in arte, et multiplici, Jubttltque verfentur ? Quo tamen in genere ita multi perfetti homines extiterunt, ut nemo fere fluduiffie ei f cientia vehementius videatur, quin, quod voluerit, confequutus Jit. Quis mu ficis, quis huic Jtudio litterarum, quod profitentur it, qui grammatici vocantur, penitus fe dedidit, quia omnem illarum artium pene infinitam vim, et materiam f cientia, et cognitione comprehendent ? Iere mihi hoc video effie diElurus: ex omnibus iis, qui in harum artium ftudus Uber aU (fimis fint, doElnniJqu verfati, minimam copiam poetarum egregiorum extiffiljje; atque in hoc ipfo numero, in quo perraro exoritur aliquis excellens, fi diligenter et ex nofirorum et Grxcorum copia comparare voles, multo tamen pauciores oratores quam Poeta b| (C>> « )b7)fe7lfa>t«7|(. W7) V?> is faciliorem aperiam ab elocutione aufpicabor, &. ideo. ELOCVTIO tanti eft in arte dicendi, ut inter alias illius partes, primum fibi vindicet locum; artem enim, et artificem denominat, et a Dialeftica Oratoriam fecernit; dum enim prxtiofa fuppelle&ile argumenta contexit, fe gemmæ orationis parentem efle contendit. Definitionem elocutionis jam fuperius afiignavimus, cum eam elfe diximus: Idoneorum verborum, ac fententiarum ad inventionem accommodatio. Sed c\uia de Orat. Cic. inquit: Erit eloquens, qui ita dicat, ut probet, delcElet, et fleciat; probare neceffiratis eft, deieftare fuavitatis, fle&ere viftorise ;& cum de probatione agendum fit ininventione, de motibus in amplificatione, noverit hic orator candidatus fibi proponi delegationem per fuavitatem orationis comparandam; quod ut facilius attingamus, fecutil CICERONE (vedasi) elocutionem per divifionem traftabimus. Dividitur ergo elocutio in elegantiam, compofitionem, et dignitatem. Elegantia agit de puritate Termonis, compofitio de connexione verborum, de oratione numerofa, et de periodis, dignitas de tropis, et de figuris. De Elegantia. E Legantia, ut inquit Cicer. efi y qua facit ut unumquodque pure, et aperte dici videatur. Hxc diftribuitur in Latinitatem, et explanationem. Latinitas eji, qua fermonem purum confervat, et ab omni vitio remotum, ut grammatica docet. Explanatio efl, qua reddit apertam, et dilucidam orationem. Harc autem comparatur duobus verbis, fcilicet, et ufitatis, et propriis. Ufitata funt ea, quæ A 4 veriantur in fermone, et quotidiana confuetudinff. Propria vero, qua» ejus rei verba lunt, de qua loquimur; ita Cicero, et Quinftil. verba, inquiunt, tum propria funt, cum id Jigmficant, in quod primum denominata funt. Pro hac explanatione fervanda tradunt Rethores deleflum fimpliciutn verborum, ex quo rejicienda funt, quæ fcquenti diftico compleftuntur. Sordida, pri/ca, nova, antiquata, poetica, dura, Turpia, rara nimis, vel peregrina cave: Nam &faciuntorationem nimis lordidam, obfcænam, obfcuram, afperam, et nimis ampullolam. De novandis verbis inquit Fabius: Nova non fine quodam periculo fingimus, Ji tamen fingere audebimus, praceptum Horatii fervandum erit de arte Poetica. Dixeris egregie, notum fi callida verbum Reddiderit / untlura novum Hujufmodi effe poflent Verfutiloquor, ruricola, bandiloquens &c. Poetica non arcerem ab oratione, fi remotis ampullis, et quibufdam poetarum fabulis propriis verbis illuftrantur. Afperitas confurgit ex tribus, continuatione confonantium, aflidua ejufdem litterx repetitione, et heco in vocibus. Exemp:a elTe poflent i. O felix Xerfefque. 2. O Tite tute tati tibi tanta tiranna tuhfti. 3. Non cauponantes bellum, fed belligerantes. Contrarius afperitati eft ferino hiulcus, et hians, qui rafcirur e vocalium concurfu, ut Baccæ Eneæ an æniflimx pendebant. Sed hoc loco fervandum, quod aliquando non eft infuavis tum vocalium tum confonanrium concurfus, cujus ufus prudentis Oratoris relinquitur. De Compofitione. D Efinitur compofitio verborum flruSlura, qua facit omnes orationis partes aqualiter perpolitas. Compofitionis ergo officium eft, ita inter fe verba con nette-. p ne&ere, ut nihil in oratione fit, aut obfcurum, aut ptæpofterum,aut hiulcum, aut afperum, deinde omnia diftinguere in conci fa, membra, et periodos, ut verba ita conjun&a numerofe, et fonore cadant. Vis hujus ftru£urse tali fuavitate orationem concinnit, ut licet res de qua agitur, perquam levis fit, fapor tamen, et mira dele&atio fua fponte fluat, atque emanet. De Oratione numerofa D Uo orationis genera communiter traduntur a Rhetoricæ magiftris; alterum pendens, alterum convolutum. De oratione pendente inquit LIZIO dico pendentem j qux nullum per fe habet exitum, nift res, qux dicitur in exitum pervenerit; qux ejl infuavis, quoniam prifinita. Oratio convoluta ejl, qua circuitu effertur. Notandum ergo, quod fuavitatem orationis maxime curarunt poeta? i unde per eam adeo aflentati funt auribus, ut compofita fint commenta, quæ de Orpheo, Amphione, et aliis circumferuntur. Antiqui oratores cum animadvertiflent fe in oratione illa pendente, et in longum produ&a, quæ nullis inciditur membris, nullis clauditur periodis, ejufmodi fuaviiatem fruflra eonfe&ari, poetas imitari ftatuerunt, et in primis Trafimacusi, et Gorgias numerofam orationem in medium attulerunt, qux quia ambitu artificiofe comprehenfa, dimenfa membris, partibufque finita, mira fuavitate aures, animumque auditoris afficiebat, obviis ulnis ab omnibus fuit excepta. Sed quia circuitum orationis Arifloteles periodum appellavit, de hac nobis hoc loco agendum eft. De Periodo. Periodus definitur: Continuatio quadam commatum, et membrorum, ita apte inter /e, et rotunde connexorum, ut et plenam fententtam, O" conclufionem referant. Arift. vocat orationem 4 qua principium, et finem /c, licet paulo utilius attingam. Methaphorx igitur hauriri poliunt. A coelo, et a rebus divinis, ut fi princeps dicatur lumen majrjlatis, regni Sol. z. Ab clementis, ut flumen ingenii. 2. A quinque lenfibus, ut a vilu Jplcndor glori, e, claritas vita: ab auditu Sonus eloquentia, concentus orationis: ab olfattu odor San&itatis, fator vitiorum; a guflu dulcedo fermonis, morum acerbitas: a tatlu durities ingenii, afper it as orationis. Ab artibus, ut a re ruflica fruSus virtutis, colere tnge libet oric# Prcecepta. at ingenium: a militari certamen liter arum, dimicare cum vitiis: ab equeliri calcar honoris, frxnare cupiditates: a. medica vulnus animi, ulcera Rei publica: a nautica portus (alutis, difficultatum vortices: a elementaria, xdtficium orationis, panegeum orationis. Ab epithetis, vox ferrea, Ingenium plumbeum, cor lapideum. d. Si res animata pro alia animata aflumatur, ut Aquila pro ingeniolo, canis pro maledicente. Referuntur hqc omnes ilis translationes, cum dicimus hominem dentibus (cadere, rudere, rugire, pipdlare, volare, et fimilia, quæ cum fint irrationabilium animalium, ad rationabilia transferuntur. Si res inanimata pro inanimata, ut mentis caligo pro ignorantia. 8. Si res inanimata pro alia animata, ut flumen eloquentia pro viro eloquente. Si res animata pro inanimata; utrifus pratorum pro floridirate. Quatuor in Methaphoris vitanda funt, rerum diflimilitudo, turpitudo verborum, vocum afperitas, et diminutio fignificationis. De Synedoche. S Ynedoche latine intellectio, tropus eft ex parte totum fignificans ut Cic. Telia tpfa mi fera, qua difpari domino tenebantur j vel eft contra, ex toto partem, ut Virgilius. Ipfius ante oculos ingens a vertice Pontus In puppim ferit. Vel ex fpecie genus, ut Cic» Ne hic parricida civium-, vel ex genere fpeciem, ut idem Cic. Illud funejlum animal Clodius. Vel ex pluribus unum, ut Cicero de fe loquens. Nos, Nos oratores vifi fumus; vel ex uno plures ut Virg. Hoflis habet muros. Vel ex materie r#m ex ipfa confeCtam, ut Virg. B 3 Litore ah e na locant alii. Vel ex pra?c. dentibus fcquentia ut Cic. F«/>, fuit quondam ijla in Repubhca virtus. De Metonymia. M Etonymia five Hippallace, latjne tranfnominati>», tropus eft, qui fit Cum inventorem pro re inventa ponimus, ut Ter. Sine Cerere, et Bacco friget Penus. Cum ponitU' pratles pro re, cui praceft, utNcptunnus pro mare, Mars pro bello. Cum continens pro re contenta ufurpamus, ut Virg. Pateras libate &c. Cum res contenta pro continente fumitur; ut Virg. Crateres magnos Jlatuunt, et vina coronant. Cum ex effe&ibus caulas fignificantur ut Virg. Mejiumque timorem Mittite. Vel ex caufis efte&us ut Mart. Occubuit tandem cornuto ardore petitus. Cum nomina locorum proipfis incolis ufurpantur,fciUt Cic. Sicilia tota ft una voce loqueretur, hoc diceret. Cum ex adjun&is res lubjeftas inteliigimus, ut cum licet ex virtutibus, vel vitiis homines ipfos,feu bonos, feu malos fignficamus, ut Cicero: Quas res luxuries in flagitiis, crudelitas in juppltciis, avaritia in rapinis, fuptrbta in contumeliis efficere potui ffet. Cum lumimus ducem pro luis militibus, ut Tejlis Metaurum flumen, et Asdrubal dtv.Bus, vel auctorem pro opere, ut fi dicamus: Scmpcr habendus cjl prx manibus Cicero. De Antonomafia. A Ntor.omafia latine pronominatio ejl illa, qiue quodam externo cognomine demon flrat id, quod proprio non poffumus, aut nolumus dcmonjlrare. Fit autem tribus modis. Si ponatur nomen appellativum pro proprio, ut Philofophos pro Arillotele,latinus Orator pro Cicerone, Anpehcus Dottor pro Divo Thoma Aquinate. Proprium pro appellativo, ut Nero, pro crudeli, Sardanapalus pro luxuriolo, Irus p'o paupere. Patronimicum pro proprio, ut P elides, pro Achille, Anrhinades pro F.nea, Cytherea pro Venere. Tropus ille cum fit fumendo appellativum pro proprio, ita accommodari debet, ut Iit tantum proprium illius perfono, quam antonomadice explicamus; quod facile conlequemur, fi nomen appellativum limitetur aliqua circumdantia, quotantummodo conveniat eidem perfono, quam per Antonomafiam delcribimus, ut fi pro Scipione dicamus everforein Cartaginis. Hoc lemper obfervari debet, nifi aut paulum obfcure perfonam aliqua nominanda ellet in oratiooe, aut ex procedentibus antonomallicis nominibus fatis, fuperque incelligi eadem poffet, tunc etenim licet Oratotori ita Antonomafiam effingere, ut communis etiam fit aliis. Onomatopeja latine NOMINATIO ejl fiilio nominis; cum fcilicet nova verba condimus, et procipue cum in iis conciendis imitamur naturam rei, quam per ipla nomina de novo condita explicamus, ut Ennius; At tuba terribili fonitu taratantara dixit. Catacresis latine ABVSIO nominis efl licentior, et audacior Mcthaphora, in qua abutimur fignificatione ad aliu d fignificandum, ut Parrutda, pro Matricida, breves vires pro exiguo Armo parcus pro brevis. B 4 Huc pertinet acriologia, quse eit impropria locutio, ut fperare pro timere. Differt Catacrcfis a Methaphora, quia hscaccommooat vocabulum rebus proprium etiam non habentibus, quod fiepe non facit Catacrefis, ut G dicatur facies domus pro anteriore parte; infuper quia liberius, et audacius abutitur Ggnificatione alicu;us vocis, uc mox dicebam. Metalepsis latinc TRANSITIO tropus ejl ex alio in a liud gradati m conducens, ut Virg. Me quaterundenos fetat impleviffe Decembres et Ovidius. Ut fumus in Ponto ter frigore conflitit Ifier. Tropus orationis non in unius di&ionis mutatione, fed totius fermonis translatione fervatur; ita ut aliud ftnfu, aliud verbis Ggnificetur; Hujus generis primus eil, et facile omnium pulcherrimus. Allegoria larine inverfio, quje aliud verbis, aliud fenfu demonGrat, ut Horatius: Contrahes Vento nimium fecundo Turgida vela. Hoc eft, in rebus profperis re te infolenter efferas. Allegoria fecundum QuinCdilianum ornatur duobus, fimilitudine fcilicet, et translatione. Similitudinem adhibet Cic. pro Mil. Quod fatum, quem Euripum, tot motus, tantas, ac tam varias habere putatis agitationes fluBuum, quantas perturbationes, et quantos ccftus habet ratio comitiorum. Translatione utitur idem Cic. 7. in Verrem: Ipfc inflammatus Jcclere in forum venit, ardebant oculi, totoque ex ore crudelitas emicabat. Allegoria, vel eft pura, vel ed mixta. Pura ed, quæ condat perpetua methaphora, ut ORAZIO (vedasi). O navis referent in mare te novi FluElus. O quid agis ? fortiter occupa Portum, nonne videt ut Nudum remigio latus ? Et malus celeri faucius Africa Antennaque gemant, ac fine funibus Vix durare carina Poffmt imperiofus Equor &C. Mixta ed, quando methaphoricis verbis propria verba admifcemus, quæ methaphorica explicent, ut Cic. Ego meam Jalutem deferui, ne propter me civium r vulneribus Refpublica cruentaretur. Illi meum reditum non Pop. Rom. fuffragiis, fed fulmine fanguinis intercludendum putaverunt. Hic adnotandum opus eft, ut allegoria inhæreat afliimptæ methaphoræ, ne eum cæperit a tempedate, definat incendio. Ad allegoriam reduci poffunt æquivocus, ænigma, et ironia. Voces æquivocar illæ dicuntur, quæ duplicem habent fignificationem, ut Cic.: Jus Vertnum nequam; et hæc duplex fignifkatio dupliciter haberi poted in vocibus, vel cum eadem vox duplicem haber phyficam fignificationem, ut eam videre potuidis in exemplo aliato, vel cum idem vocabulum idem fignifieat, fed diverfo fenlu,hoced,idem in lenfu phyfico,& idem in fenfu morali, ut vita quæ fignificare poted, et vitam corporis, quæ cibo, et potu nutritur, et vitam animæ, quæ alitur Deo. Equivocus valet, tum ad copiofam, tum ad ornatam argumentationem in orationibus, et præcipue in heroum, feu in alterius laudibus, in quibus argumenta non egent tanta efficacia; fed fatis ed, ut habeant aliquam fpeciem veri. ENIGMA eft oblcurior allegoria, in qua duplici, fed paulo obicuriore verborum (enfu mentem audientium, (eu legentium decipimus. In componendo ænigmata aflTumi folet mahaphora, quæ fit fundamentum totius enigmaticæ textura?, eaque dum producitur, ornatur verbis, quæ faciant oppolitum fenfum, qux alio nomine dicuntur paradoxa, et mirabile quidquam prsfetertur. Hxc fundamentalis Metbaphora, quo obfcurior ed, eo venullius apparet ænigma. En vobis exemplum. Padre fon io di dodici figliali I quali ad un, ad un vado occidendo, Mentre l' un dopo C altro va najcendo, II ciel vuol poi che 1' ultimo m incoli. Ma non s) tofio fon di vita privo Che fon unato, e nova vita to vivo. Ironia latine SIMVLATIO – Grice: “He’s a fine friend” – “He’sa scoundrel” --, vel illufio deludit adverfarium, fuorumque argumentorum vim vertit in rifum Cic. pro Lig. Novum crimen C. Cxfar, et ante inauditum tulit, &c. Ligarium in Africa futjfe. Venufius ed hujus tropi contextus, cum pod ironica diida oratio gravis infurgit, vel prorumpit in inflammatas exclamationes. Cic. in Pif. At audijlis Philofophi vocem: negabit fe triumphi cupidum futjfe; O f celtis,* o pejlts ! o labet ! Hic tropus omnem vim habet in pronunciatione, qux debet ede amarulenta, et farpe adjuvatur iflis particulis, o, profe&o, equidem, fane, quidem &c. ex quo evenit, quod Ironia aliud verbis, aliud lienfu fignificat. Periphrafis latine circumlocutio tropus ejl, in quo, pluribus verbis explicatur, quod poterat uno, aut certe paucioribus; Fit autem pluribus modis. Primo pofito nomine Se&s, vel Patris loco proprio, ut voluptuaria Schola Princeps pro Epicuro: Venufimts Poeta pro Horatio. Secundo per definitionem dialeidicam, cum odenditur quod fit res per intrinfeca, et elTentialia rei, ut fi pro homine dicas animal rationis particeps. Tertio per ethimologiam, ut fi pro duce dicas: ille, qui prxejl Rei publica :, feu militibus. Quarto per definitionem rhetoricam, cum oftendi^ tur qualis fit res per extrinfeca, et accidentalia rei, vel quamcumque circumllantiam, ut fi pro homine dicas: animal ercElum, in plume, providum, plenum confilti &c. et fi pro ignaro dicas: ignorantia; tenebris obciccatus. Cavendum eft ne in perifologiam migret periphrafis, vertitur enim in vitium, quod eft virtus. Hiperbaton latine verbi tranfgrellio tropus ejl, quo tranfgredimur grammatici ordinis leges, ejus etenim ejl, nulla habita ratione grammatica: conftitutionis, ita vebra inter fe conne&ere, ut inde in oratione confonantia confurgat. Cic. pro L. Man. Fidem vero ejus inter joctos quantum exijhmari putatis, quam hoftes omnium gentium SanEiiflimam ejfe judicarint. Hinc nafcitur Tmefis, qua: ejufdem vocis compofitæ partes, interpofito vocabulo, feparat, ut per mihi gratum feceris, et Virg. Hac Tiojana tenus fuerit fortuna fequuta. Hiperbole latine SVPERLATIO – Grice: “Every nice girl loves a sailor” -- tropus eft excogitatus ad aliquid augendum, vel minuendum, ut Cic, Meile dulcior fluebat oratio; et Juvenalis de TigmeiS: Tota cohors pede non eft altior uno. Fit autem variis modis. Cum ponitur fubftantivum loco adje&ivi, ut peftis pro pefiilenti, fcelus pro fcelefto. Deducitur a fimilitudine, ut Caribid voracior, vitro fragilior. Ab exemplis, ut Sampfone fortior f Penelope caftior. De Verborum Luminibus, sunt quædam figuræ quæ habent fuum fplendorem, et lumen in verbis: ita ut verbis iis mutatis, quæ figuram effingunt, figura penitus deperdatur. Ea figuræ compreh.ndunt illis, quæ fiunt, vel ad/ettione, vel detratlione, vel fimilitudine.De Figuris, qua: fiunt per ' Adjectionem. Fiunt iftar figuræ repetitione alicujus vocabuli, quod ponitur in oratione, non ad necelfitatera, ied ad ornatum lermonis, qua: repetitio cum vocetur adjetlio, quia adjicit verbum non neceflarium; ideo ifix figuræ dicuntur figura adjectionis. Harum prima eft Epixeufis, latine duplicat o, qua: duplicat idem vocabulum, vel fiatim, ut Cic. Crux, crux, inquam, infelici, et xrumnofo parabatur j vel interpofita aliqua conjundione ad majorem vehementiam dicendi, ut idem Cic. Vivis, et vivis, non ad deponendam, Jed ad confirmandam audaciam; vel parenthefi, ut ditius Tullius 2. Phil. n. 64. Hajla pofita pro xde Jovis Statoris, bona ( me mi i erum, confumptis enim lacrimis infixus tamen animo h.tret dolor ) bona, inqi-am G. Pompei voci acerbiffimx præconis fubjcBa. Praterea non tantum verbum, fed etiam aliquando, fervefeente oratione, integrum fenfum congeminat, ut Cic. Nunc etiam audes in horum confpeSlum venire, proditor patrix, proditor, inquam, patrix nunc audes etiam tn horum confpeBum venire. Hæc figara fit tum ad vehementiam, tum ad dilucidationem orationis. Anaphora latine repetitio, in principio membrorum repetit idem vocabulum. Cic. 1. in Cat. Nihil ne te noBurnum prxfidium palatii: nihil urbis vtgilix; nihil timor populi; nihil confenfus bonorum omnium moverunt? Antiflrophe latine converfio, contraria ell anaphornt; nam repetit idem vocabulum in fine membrorum. Cic. Doletis tres exercitus P. R. ejfe tnterftBos} interfecit Antonius. Defideratis cives ? eos eripuit Antonius. Res affliBa cfl} afflixit Antonius. Com Audetque virn concurrere virgo. Hæc figura habet majorem venullatem, fi antithefis equilitate membrorum continuetur, e. g. Fatla juvenum, conjilia virorum, vota fenum; fi verba invertantur, e. g- Dum cogitas agenda, non agis cogitanda; vel fcmibovemque virum, femivnumque bovem; fi conjugatis ornetur, e. g. Divites odit, dividas amat\ aut ii idem fit agens, et patiens, c. g. Qj, omnibus repudiatis melius totum concluditur. Hæc maxime illufirat orationem, præcipue, cum aliquem interrogamus, et fubito nos ipfi per firmam fententiam refpondemus. Divus Hieronymus Epifi. xi. ad Ruffinum. J Quid agis, frater, in hoc feculo, qui major es mundo ? Paupertatem times ? beatos pauperes Chriftus appellat: pavore terreris ? j 4 t nemo Atbeleta fine fudore coronatur; de cibo cogitas ? fed fides famem non timet: fuper nudam metuis humum exafa jejuniis membra collidere ? Sed Dominus tecum f acet: Squali: di capitis horret inculta c a fanes? Sed caput tuum Chrijftus eft i te terret infinita eremi vafittas ? fed tu Pa radifum mente deambula: Delicatus es, fi et vis gaudere cum faculo, et regnare cum Chrifio. Fit etiam fine interrogatione. Div. Cyprianus Epifh, 77. Non fovetur in culcitris corpus molliter / fed refrigerio, et Chrifii folatio fovetur. Humi jacent feffa laboribus vi/cera ’, Jed pxna non ejl cum Chrifio jacere &c. Valet ad ornandum, h ortandum, dehortandum, docendum ac refellendum. Communicatio figura eft, qua caufx noftra confidentes, vel ipfos adverfarios confulimus, vel cum judicibus quid faciendum fit, quidve faBum oportuerit, deliberamus. Cic. 2. in Verrem. Nunc ego Vos confalo, judices, quid mihi faciendum putetis •, id erum confilti profeBo taciti dabitis, quod ego met mihi neceffario capiendum intelligo. Interdum communicationi conjun&a eft refponfio, et expeditio propofitæ dubitationis. Cic. pro Quin&il. Ego pro te nunc boc confulo, pofl tempus in aliena re, quod tu in tua, cum tempus erat confulere oblitus es. Qucero abs te C. Aquili,' L. Luculle, M. Marcelle, vadimonium mihi non oh jit quidam f ocius, et affinis meus, qui cum mihi neceffitudo vetus, controver/ia de re pecuniaria recens intercedit: Poftulante a Pratore, ut ejus bona mihi poffidere liceat ? an cum Roma domus ejus, uxor, liberi fint, domum potius denuncicml quid eft, quod hac tandem de re vobis poffit videri ? profetlo fi reBe vefiram bonitatem cognovi, non multum me fallit, fi confutamini, quid fiiis refponfuri: primum expeBarc: deinde Ji latitare, ac diutius ludificare videatur, amicos convenire, quarere, quis procurator fit, domum denunciare &c. Valet pjJ refellendum, efficax eft ad ftuporem, ad faciendam fidero, ad fedandam iracundiam, ad excitandam commiferationem &c. C 2 Con- :f a c•ctmufque, quid futurum fuiffet, fi fe res aliter habuiffet ». Sit e. g. demcnllranda infidelitas Hebræorum, qui negent in Chriitum credere, ex eo quod figna in Coelo viderint; fuppofitis fignis, ita eorum incredulita-' tem probabimus. Heja furfum dentur de coelo figna, quid inde? Fortajfc credent in Cbrijlum? Quid fecerint de iis, qua c alitus venerint ? Argumentum equidem fu ment pervicacioris incredulitatis, iifque refpondebunt, et Magos in JEgypto Signa multa de coelo feciffe. Partitio res plurimds i aut per fanas, aut negotia divU' dit, et quod fummatim dici poterat, accuratius, et fufius in fuas partes dijlribuit. Cic. pro Muren. commendans Catfaris clementiam: ut vero hujus gloria Ca rjar, quam es paulo ante adeptus, focium habeas neminem: totum hoc, quantumcumque eji, quod certe maximum ejl, totum efl, inquam, tuum. Nihil fibi eoe ifia laude Centurio: nihil prafeElus: nihil cohors: nihil' turma decerpit; quin etiam illa ipfa rerum humanarum domina fortuna, in ifiius fe focietatem gloria non offert; tibi cedit", tuam effe totam, et propriam fatetur. Huc refertur divifio, quæ difiribuit rem in fuas partes. Cic. pro Quin. Qua res in Civitate duce plurimum poffunt, ex contra nos ambx faciunt in hoc tempore fumma gea-’’ tia, et eloquentia, quarum alteram vereor, alteram metuo. Revocatur etiam fubdivtfio, qux divifa iterum di vidit. Cic. pro Quine. Juffit bona profer ibi ejus qui eum familiaritas fuerat, focietas erat, affinitas, liberis ijlius vivis, divelli nullo modo poterat j qua cx re ia telligi facile potuit, nullum effe officium tam fanEium, atque folemne, quod non avaritia comminuere, atque violare f oleat. Etenim fi veritate amicitia, fide focietas, pietate propinquitas colitur, ncccfie ejl ijle, qui amicum, foetum, affinem, /irma, ac fortunis fpoliare conatus ejl, vanum te, O' perfidiojum, impium ejfe fateatur. Subdivifioni additur redditio, qua finpulis divifionis, partibus fengula inferius rej pandent. Cic. pro Rab. Atqui videmus hac in rerum natura jutffe tria, ut aut cum Saturnino e[fet aut cum bonis, aut later: f y Latere mortis injlar erat turpiffima, cum Saturnino e[Je furoris, et [celeris, virtus, honejlas, et pudor cum confulibus effe cogebant. Placuit mihi huc referre expolitionem, qua commutatis verbis eadem fententia varie verfatur, et effertur quo gratior, clariorque fubjictatur oculis. Cic. pro S. R. Am. Vides Eruti, quantum di fiet argumentatio tua ab ipfa re, atque veritate: quod confuetudine patres faciunt, id quafi novum reprehendis: quod benevolentia fit, id odio facium criminaris: quod honoris cauf a Pater filio fuo conc effit, id eum fupplicii caufa feci ffe dicis. De Figuris aptis ad deleflandum, trita loquendi ratio perfsepe moleltiæ eft, et faftilio, unde confugiendum eft ad figuras, quoniam ex iis paritur delc&atio fermonis. Harum prima eft. Defcriptio, qua: definitur: perfpicua rerum, ac dilucida cum gravitate expofitio; fitque per colledf ionem proprietatum adjunctorum, et conlequentium rei ejufdem, qua: deferibitur. Varia: funt hujus fchematis fpecies, videlicet. Profographia latine nominatio, qua deferibit veram, vel falfam perfonam, expreffis animi, corporis, ac fortuna attributis. £thopa?ja dicitur h.rc figura, cum vitam, et indolem deferibit; ita ut in morum cognitionem aliquem adducant Cic. poli Red. in Sen. deferibit Gatinium mollem, et effæminatum hoc pa&o Primum proceffit, qua autloritate vir? Vini, fomni,/iupri plenus, madent i coma, cpmpcfito capillo, gravibus oculis, fluentibus buccis, prejja voce, temulenta. Defcriptio fiftæ perfonx, vel rei fit, fenfu, ac corpore carenti, fenjton, vel perfonam, € corpus affingimus j cujus rei exempla innumera apud poetas inveniuntur. Topographia e fi: veri loci defcriptio. Cic. 4. in Ver. defcribit urbem Syracufas hac methodo: Urbem Syra cujas, maximam ejfe gr ac arum Urbium, pulcherrimamque omnium Jape audijiis: ejl ita, ut dicitu r j nam et Jttu ejl communita, tum ex omni aditu, vel terra, vel mari praclaro ad afpeBum: et portus habet prope in xdijicatione, afpcbluque urbis inclufos; qui cum diverfos inter fe aditus habeant, in exitu conjunguntur, et confluunt. Ea tanta ejl Urbs, ut ex quatuor urbibus maximis conflare videatur, quarum una ea ejl, quam dixi, infula, qua duobus portubus cintta in utriufque portus oflium, aditumque projcfta ejl &c. Cronographia ejl defcriptio temporis qua fubjiciun tur, qua in tempore dicuntur, et accidunt. Vir. Cr. iEne. Nox erat, et terras animalia fejfa per omnes Alituum, pecudumque genus fopor altus habebat. Poflera Fhabea lujlrabat lampade terras, Hument emque Aurora polo dimunerat umbram. Hypotipofis deferiptionem rei ita exprimit, ut videri potius, quam audiri videatur, Cic. pro S. RofcioAn. Etiamne in tam perfpicuis rebus argumentatio quarenda, aut con/ftlura capienda fit ? Nonne vobis bac, qua audijiis, cernere oculis videmini? Non illum mi ferum ignarum caJus fui, redeuntem a cana videtis ? Nonpojitas infidi as? Non impetum repentinum? Non verfatur ante oculos vobis in cade Glaucia ? Non adefl i fle Rofcius ? Non fuis manibus in curru collocat Automedontem illum, qui&c.? Eft alia Hypotipofis, qux fit per Dialogifmum. Per hanc exprimuntur geftus perfonarum; quæ futura funt, tartique prsefentia exhibet, et tandem in maximis affe&ibus dominatur, fitque conglobatis affe&ibus rerumque adjungis; vel ex comparatione majorum, minorum, et parium. Hypotypofis quemadmodum, et reliquat defcriptionis fpecies, fimilitudine illuflratur non parum. CICERONE (vedasi) 6. lib-. in Verr. Jlrtagathum, et argentum in UElica cubans ad mare injra Oppidum expeSlabat. Quem concurfum fa flum in Oppido putatis ? Quem clamorem ? Quem porro fletum mulierum? Qui viderem, equum Trojanum introduclum, urbem captam effe dicerent. Profopoparja ejl perfonx fiblio, qua rebus mutis aut fenfu carentibus fermonem accomodamus; vel vita funblos, tamque fpir antes, et viventes loquentes inducimus: hæc tunc dicitur Hydolopatja. Profopopæja exemplum fuggerit Cic. i. in Cat. cum eo loquentem Rempublicam inducens his verbis. Qua tecum Catilina fic agit, et quodammodo tacita loqui tur. Nullum jam tot annos facinus extitit ni fi per tet nullum flagitium fine te: tibi uni multorum civium neces: tibi vexatio, direptioque f ociorum impunita fuit, ac libera. Tu non folum ad negligendas leges, et quxfiiones, verum etiam ad evertendas, perfringenda) que valui fit Hydolopæja facit idem Cic. pro Catcin. Exi fiat igitur ex ifia familia aliquis, ac potiffimum cæcus ille ? Nimium enim dolorem capiet, qui ifiam non videbit, qui profeblo fi extiterit fic aget, et fic loquetur. Mulier quid tibi cum Ccelio? Quid tibi cum homine adolefcentulo ? Qjiid cum alieno ? Cur, aut tam familiaris huic fuifli, ut aurum commodares ? fiut tam inimica ut venenum timeres ? Patrem tuum non videras ? Non patruum, non atavum audieras Confules fuiffe ? Non denique modo te Metelli matrimonium tenuiffe f ciebas, clariffimi, et fortijfimi Cfc. Huc fpeftat Pathopatja, qua* adhibetur ad exprimendos, majores motus, ut indignationis, doloris &c« Ethopteja vero utimur ad minores affe&us, iit pudoris, benevolentiæ &c. Alterum Profopopeja genus eft. DIALOGISMVS, qui definitur fitla perfonartm collocutio, et in hoc differt a Sermocinatione, quod per illam orator recitat verum fermonem, vel unius tantum, vel duorum inter fe, vel unius, qui inter alios quafi fequefter fit. Cic. pro Plan. At ego cum cafu diebus illis, itineris faciendi caufa, decedens e Provincia Puteolos forte veni Jf em, conci di pene, judices, cum ex me quidam quafijfct, quo die Roma exiffem, et numquid in ea effet novi ? cui cum refpondiffcm, me e Provincia decedere: etiam mehercules, inquit, ut opinor ex Affrica. Huic ego jam flomachans faffidiofe, immo ex Sicilia inquam, tum quidam, quafi qui omnia fciret, quid ? Tu nefeis, inquit, hunc Syracufis quæftorem fuiffe.^ Hæc figura movet, et delebat. Obfervandum eft, quod in hujufmodi collocutioni* bus confentanea perfonis vox, et oratio tribui debeat, effet etenim maximum vitium, fi a moribus perfonarum difereparet oratio. Quare ridiculum effet, orationem probi affingere improbo, ffultoque fapientis. Apoftrophe convertit fermonem, aut ad Deum, aut ad hominem, aut vero ad res inanimes, quas veluti per fonas quafdam compellat. Cic. in Cat. Tu, Tu, Juppiter qui iisdem, quibus hac Urbs, aufpiciis a Romulo es confiitutus, quem Statorem hujus Urbis, atque imperii vere nominamus, hunc, et hujus f ocios a tuis aris, ceterifque templis, ac teclis urbis, ac manibus, a vita, fortunifque civium omnium arcebis:& omnes inimicos bonorum, hofles patria, latrones Italia, fcelerum fadere inter fe, ac nefaria Jocietate conjunftos at emis fuppliciis vivos, mortuofque mælabis. Hæc figura urget, increpat, com- mendat, cohortatur, commiferatur, monet, vituperat. Obfervandum primo in reprehenfionibus, cum ad judices, vel auditores fermonem habemus, qui gravis fit auditu, ad alium quempiam orationem efle convertendam, ut ipfi in aliena perfona, quid peccent, intelligant, et quid faciendum, fentiendumque fit, in aliis edifeant. Notandum fecundo, hanc figuram tantam habere vim, quantam accipit ab aliis dicendi luminibus, ea vero nihil cfTe ineptius, fi vel immodice ufurpetur, vel fine dcleftu verborum, vel fine gravitate fententiarum. Servandum tertio, quod licet apud oratores non deljeat eflfe frequens ad res inanimes Sermo, qui fæpiflime poetis permittitor, valet tamen plurimum, tum in orationibus panegiricis, quando appellantur loca, in quibus aliquid infigne geftum fit; tum etiam in aliis, quibus concitandi tunt animi motas. Comparatio, vel fimilitudo ejl cognata quadam inter res dijfimiles affeftio; cum Icilicet duæ res inter fe ob quamdam fimiTitudinem componuntur. Hæc figura, et animum audientis fuavitate, et orationem dicentis gravitate perfundit, maximcque accommoda eft ad fuaves motus, tum ad exornationem, tum ad perfpicuam dicendi methodum. Fit autem tribus modis. x. Similitudo petitur ex rebus bere paribus, ut fi conferatur orator cum oratore, Philofophus cum Philofophos Sen. Epift. 44. Nec rejicit, nec elegit quamquam Pbilofophia. Patritius Socrates non fuit. Clot antes aquam traxit et rigando hortulo locavit manus. Platonem non accepit nobilem pbilofophia, fed fecit. Quid ejl, quare defperas, his te po ffe fieri parem, Deducitur ex re difpari, cum Icilicet res alioquin diverfas in aliqua re fimiles efle offendimus. Seneca de ira: Ut furentium certa indicia funt audax, minax vultus, triflis frons, torva facies &c. ita irafeentium eadem jigna funt flagrare et micare oculis, vultu et ore toto rubere. Trahitur ex rebus fi&is. Cic. pro leg. Man. Primum ex fuo regno fic Mitridates profugit, ut ex eodem Ponto Medea illa quondam profugi ff 'e dicitur, quam prxdicant in fuga fratris fui membrain bis locis, qua fe parens ptrfequeretur, diffipavtffe, ut eorum colleElio difperfa, mxrorque patrius celeritatem perfequendi retardaret. Sic Mitridates fugiens maximam vim auri, atque argenti, pulcherrimarumque rerum omnium, « majoribus acceperat, £?* ipfein ponto reliquit &c. e manibus effugit. Huc pertinent parabola?, Apologi, fabula;, et exempla. Comparationum duæ funt fpecies; aliæ enim funt fimplices, aliæ compofiræ. Simplices unam tantum complebuntur fimilitudinem. Compofitæ in duo genera dividuntur. Primum efi, cum res una pluribus fimilitudinibus illuftrarur,- alterum cum res multæ multis comparationibus exprimuntur. Primum variis modis fieri poteft. Cum fingulis membris fingulæ fimilitudines referuntur. Cum fimilitudines in modum definitionis colliguntur. 3. Cum frequentia adjunba, five epitheta congeruntur, quæ fimilitudinem contineant. Cum ex eadem re, fimilitudinis membra deducuntur, quod fit per defcriptionem. Alterum genus multas res fingillatim multis compararationibus illufirat. Obfervandum efi breves fimilitudines plurimum habere ornamentum, fi per totum orationis corpus fundantur: longiores aptas eflfe ad docendum, et probandum. Apologos, et fabulas infrequentes efle debere, fed plurimum recreare animum, et audientiam excitare. Dc Figuris aptis ad permovendum. T? rgura», qua; majorem vim habent ad permovenJL dum, funt qua; fequuntur. Exclamatio, quæ definitur a Cic. Schema conficiens SIGNIFICATIONEM DOLORIS, indignationis per compellationem hominis, aut rei cujufpiam quadam expre[fa, aut tacita inter jeSlione: inventaque e fi ad augendum re? magnitudinem, fitque per elationem fermonis; Cic. a. Philippica. 0 audaciam \immancm. Tu ingredi illam domum aufus es 1 Tu illud SanBiJJimum limen intrare ? &c. Sive per fignificationem iracundiæ. O pejlis. O labes. O tenebra. O lutum. O for des. O portentum in ultimas terras deportandum. Vel miferationis.Cic. pro Sylla: O miferum t et infelicem diem illum, quo conful omnibus centuriis P. Sylla tenunciatus erit'. o falfam fpem\ o volucrem fortunam ! « exeam cupiditatem', o prxpofleram gratulationem'. Vel admirationis .Cic. in Cat. O tempora, o mores, Senatus hoc intelligit: Conful videt; hic tamen vivit. Vel per ironiam gravitate temperatam. CICERONE (vedasi) in Pif. O finitos Camillos, Curios, Fabricios, o amentem Paulum ! Suaviflima efl hæc figura, cum poft fingulas fententias brevem exclamationem fubneflimus. Tertull. in Apol.: Empodocles totum fe fe at n ais incendiis donavit. O vigor mentis ! Aliqua Carhaginis conditrix rog o fe pojl fecundum matrimonium dedit. 0 praconium ca (litatis ? Regulus me unus pro multis hojlibus viveret, toto corpore, cruces patitur. 0 virum fortem, et in captivitate vittorem ! Huic fimilisefl ea figura, quæ licet exclamatione non fiat, in brevi interrogatione judicium de re pofita fubneflit e. g. Dominus Omnipotens templum efl cale/lis illius domicilii; quid San&ius? Hæc Civitas non eget Sole neque Luna; nam lucerna ejus efl agnus. Quid fplendidius? Utimur exclamatione, cum res maximas perfuaferimus, et grave aliquod fa&um propofucrinau, vel illatum, vel acceptum. Habet locum in amplificatione, et epilogis, fed in minimis controverfiis frigida efl, et puerilis. Acclamatio, sive epiphonema e/l oratio, qua rei narrata, aut probata fubjicitur gravis quadam diSlio ex fuperioribus rubus exprejfa. Cic.poflquam docuit oportere legibus, et judiciis vitam tueri; leeum'.vim vi repuifunda fubdit pro S. 'IulL Hoc fentire prudentia, facere re fortitudinis, fent ire vtrt, nones. 1. /''XUalis eft ifte finis, five bonus, five malus, talis eft res, qua: ad ijlud finem per fe ordinatur. Si honefta eft Icientia, honeftum erit et illius ftudium. Hoc tamen dicitur, cum res per fe mala non eft, tunc enim non honcftatur a fine bono, ut patet in furto, quod fiat ad ferendum fubfidium pauperibus. 2. Cujus finis bonus eft et id bonum: cujus optimus eft, et id optimum tft: Si eloquentiæ finis melior eft, quam juris prudentiæ, etiam eloquentia melior eft, quam juris prudentia. Qui finem expetit, eadem et ample&itur media, quæ ad ilium obtinendum conducunt, fi pace frui volumus, vel fcedus eft ineundum, vel bellum cum hoftibus eft conficiendum. A fine removenda funt contraria media. Ex negatione caufæ finalis, fequitur effedlus negatio. Si Milo occidit Clodium, his tantum occidit de caufis; vel quod eo adverfante non poterat effe conful, vel quod ipfe conful erat eligendus; neutrum verum fuit, ergo Milo Clodium non occidit. Sic Cic. defendit Rofc. de parricidio his verbis: Vita hominum cjt 1 ut ad maleficium nemo fine fipe, ac emolumento conetur accedere', oftendens deinceps nullum non foluro emolumentum evenifle Rof. exparentis nece, fed etiam graviflimum detrimentum ex ea reportafle. A fine non acquifito, varia infertur caufa; Dux non eit aflecutus viftoriam; ergo inepte; ergo incaute; ergo infeliciter pugnavit. De effectibus E Ffefta definduntur a CICERONE (vedasi) qute sunt orta de caufiu; quapropter ex omnibus causis educuntur, ii que causas qua ( cumque probamus. Princeps deleftum habet militum, confcribit legiones, duces convocat, ergo bellum meditatur. Eadem quoque fi negentur de aliquo, de eo pariter negatur caula, cujus funt effetfa. Adolefcens non vagatur otiofe per urbem; non obiter, ac perfundorie res fuas agit :non ad multam diem fternit mens; igitur eum male nominas negligentem. EfFt&a cum magna oieendi copia tra&ari poliunt in omn>bus caufarum generibus; in fuafionibus, et difluafionibus, in accufationibus, et defenfionibus: in laudibus, et vituperat ion bus. Habent etiam iocutn, cum aliqua obiefla funt ab adverfanis, tunc etenim ea refelluntur oppofitis effe6 Iibus, quod venulle fiet ab oratore, fi interrogationibus frequenter utatur, fubjettionibus, repetitionibus, apodrophe &c. Huc revocantur Metonymiæ, qux caufam per effatum declarant, et contra, valerque hic dicendi modus, tum ad varietatem locutionis, tum ad numerum orationis, circumfcrtprionemque periodi. Prxterea amplificant, et deferibunt, quod prædari debet per longam effe&uum congeriem, five laudemus, five vituperemus. F 4 Canones hujus duo funt. "C Xpofito effeSu, necefle eft prarfuiffe caufas ad JLj efferus neceftarias. Homo eft conditus, eft igitur ad sternam felicitatem corpore, et anima compofitus. 2. A bonitate, f«i pratftantia efferus, bonitas caufa: arguitur, et prsftantia. Sic Cic. pro Mur. demonftrat effetlibus ad confulatum adipifeendum plus valere virtutem militarem Murena: quam C. Sulpitii juris prudentiam. Comparatio ea efl, per quam duo, vel plura in aliquo tertio conferuntur quod illis commune fit e. g. Catoni licuit fequi bellum civile; ergo et Ciceroni licebit; ubi fequi bellum civile commune eft ambobus, Ciceroni fcilicet, et Catoni, qui in eo conferuntur. Quoniam vero in triplici genere res quatpiam conferri poteft, ideo triplex eft comparatio. Kes etenim alis majores funt, hoc eft verifimiliores, et quibus id, de quo agitur, potiori jure conveniat; aliæ insquali gradu veritatis funt pofitse, ut non fatis agnolci poftit, utrum res potius conveniat iis ne, quæ conferuntur; an iis, cum quibus conferuntur. Hinc nafeitur triplex comparationis genus, a majori fcilicet ad minus, a minori ad majus, et a pari. A majori ad minus argumentamur hoc pafto; cum fcilicet ex eo, quod verifimilius eft, et convenientius, et tamen nec convenit, nec verum eft; aliud, quod verifimile, minufque conveniens fit, nec convenire, nec verum efle colligimus. Cic. pro dom. fua docet Deos immortales domum fuam non concupiffe, quod ne Homines quidem fceleratiflimi illam expetiverint, Qua in re vobis eft advertendum, quod in comparatione id non eft majus, quod majus eft, fed quod verius, et convenientius eft. Præterea in hoc argumenti genere, tum id, fitione fidem conciliat; amplificatio fubtiliter enucleando fingula, lucem rebus addit. Illa ftilo concilo fua explicat argumenta: illa fententiarum pondere, orationis ubertate, ambitus magnitudine, et ingenti quadam vi comprehenfionis eadem impellit. Itaque tribus rebus ab argumentatione diferepat amplificatio: materia fcilicet, traflatime, &fine. Materia quidem: nam argumentatio adhibetur ad omnia quxftionum genera; amplificatio non nifi ad magnas, gravelque caufas, in quibus debeat oftendere orator aliquid effe calamitofum, indignum, lætum, trille, tnilerabile, amabile, deteflabile, formidandum, optandum, fugiendum. Tra&atione; nam argumentatio preffe, et argute proponit; amplificatio fule, et graviter exponit. Ilia ad pugnam le>iter procurrit, fa&aque plaga confefiitn fe fubducit; illa in apertum, ac patentem campum procedit, tela, et tormenta omnia excutit, donec fatigatus holtis, et pene fra&us concidat. Fine; nam finis argumentationis eft cognitio; amplificationis motus; quare hxc non adhibetur, nifi cum perlpefta rei veritare, dignitas, amplitudo, gravitas, aut contra indignitas, vel atrocitas per motum eft demonftranda fervit farrun et fidei faciendæ; quod ubi motus fuerit auditor, multo firmius rebus creditis adhærelcat, quam anrequam moveretur. Exemplum aliquod a Cic. petitum clarius illuftrabif, quee hucufque de amplificatione locuti fumus. Qui igi H ter tur diceret ejiciendum a Repubiica Antonium, ilium >er argumentationem patriæ diceret proditorem; Tulius vero ita eum per amplificationem urget, et confligit Phibppica 3. Hanc vero teterrimam Belluam quis fare poffet, aut quomodo? Quid ejl in Antonio prater libidinem y crudelitatem, petulantiam, audaciam, ex his totus conglutinatus eji; nihil apparet in eo ingenuum, nihil moderatum, nihil pudens, nihil pudicum. Quapropter 9 quoniam res in id diferimen addatta efi\ utrum ille poenas Reipublica luat, an nos ferviamus; aliquando per Deos immortales P.C. patrium animum y virtutemque capiamus y ut aut libatatem propriam Romani genatSy et nominis recupæmus, aut mortem fervituti anteponamus. Multa qua in Ubera Civitate ferenda non ejfent, tulimus, et perpeffi fumus, alii fape recuperanda libertatis y alii vivendi nimia cupiditate; fed fi illa tulimus, qua nos neceffitas ferre coegit j qua vis quadam pene fatalis; qua tamen ipfa non tulimus i e tum ne hujus impuri Patronis referemus teterrimum, crudelijfimumque dominatum ? Quid hic faciat; fi potuerit, iratus, qui cum fuccenfere nemini poffet, omnibus bonis fuerit inimicus l Quid hic viElor non audebit, qui nullam adeptus viElo riam, tanta fcelera pofi Cajaris interitum fecerit > refertam ejus domum exbauferit, hortos compilant, ad fc omnia ex his ornamenta trandulcrit, cadis, et incendiorum caufam quafierit ex funere. Et ea quam plurima, qua in hoc loto videre poteritis. Qu.t res amplificationem admittant, quæque fint ejus fedes in oratione. Rerum, quæ in fermonem cadere poffunt, aliæ graves funt, ali* exiles, aliæ mediæ; quod graves amplificationem admittant, ex di&is fatis colligi poteft. Quæ funt mediæ magnam oratoris ©peram re quirunf, ut amplificationem recipere poffmt; iri exilK bus vero nihil eft, cur allaboremus, ut amplificatione illuflrentur; oleum enim perdemus, et operam. Locus amplificationis in oratione proprius eft peroratio, in qua confertim opargit, quæ figillatim emiferat; et licet inter argumenta fingula fpargenda fint amplificationis femina; tamen ubi ad extremum orationis ventum fir, ea omnia recolligi folent; ut vehementioribus arfeftibus in fine motus auditor, palmam oratori cedat, ac vi&oriam. Unde fumantur amplificationes. D Uplici ex fonte profluit in oratione amplificatio, ex verbis fcilicet, et rebus. Verba, qua: amplificationi deferviunt ea funt, qua; illufiria dicuntur; de quibus multa fatis diximus in exordiis hujufce noftræ pratceptionis. Illuc vos remitto. Amplificandæ autem rei 4. fontes aperuit Quinft. Incrementum fcilicet, comparationem, rationem, conriem. Congeries duplex efl, una verborum, da que plura admodum diximus, altera fententiarum, in qua fentcntiæ plures ejufdem fignificationis componuntur; cujus ufus triplex efl; vel ut iis, qua; minus apta funt, lucis aliquid afferamus, priora pofterioribus explicando; vel ut orationem pleniorem, et modulatiorem, expleto numero, reddamus; vel ut inflandi, honorandi, vel exprobandi criminis caufa exagerationem aliquam faciamus. Qua in re cavendum maxime efl, ne multis verbis quamlibet fententiam pueriliter oneremus; videndumque, ut pofteriores fententiæ, vel aliquid lucis prioribus afferant, vel plus acrimonia: contineant, incendantque vehementius orationem. Quæ ufque diximus, non fatis explicarunt ad propofitum quid fit rerum congeries; ne igitur quidquam omittamus. Rerum congeries efl, cum ad inflandum, Ha augendumque, a nobis variæ adiones, refque enumerantur et io unum quafi acervum congeruntur, fublatis aliquando conjundionibus, ut acrins inflemus. Adhibetur, cum incalefcit oratio ad amplificandum, quæ bene, quæ male gefta funt. Multæ enim virtutes fimul collatoe admirationem, et amorem, plurima vero vitia faftidium et odium conciliant. Congeries adeft etiam definitionum, partium, caufarum, effedorum, concomitantium,&confequentium, contrariorum, et adjundorum. Quæ definitionum eft, naturam rei explicat, vel per partes, vel per caufas, vel per effeda, vel per adjunda, five accidentia, vel per fimilia, vel per negationem. Exempla omittuntur, ne paulo fufiores fimus, quam par eft. Incrementum alter vi amplificanda: modus fit, cum per gradus crefcit oratio, et ad furumum pervenit. Differt a congerie, quod hæc coacervat multas fententias, et voces; In incremento femper crefcit oratio. Hoc fit duobus modis. Primus eft, cum citra diftinftionem graduum, in ipfo contextu, et curfu orationis, femper aliquid priore majus infequitur. Cic. pro S. R. Am. Petimus a vobis Judices, ut quam acerrime maleficia vindicetis; ut quam fortijfimi hominibus audacijfimis refijlatis, ut hoc cogitetis, nifi in hac caufa, qui vefier animus fit, ofiendetis, eo prorumpere omnium cupiditatem, et ficelus, et audaciam / ut non modo clam; verum etiam hic in foro, ante tribunal tuum M. Fanni, ante pedes ve Jlros, judices, inter i pf a fiubfiellia cades futura fimt. Secundus, cum fingulos gradus dividimus, et infingulis commoramur; et tunc ea, quæ minora funt, magna facimus, ut quod ultimo loco ponitur' maximum effe videatur. Si velis ergo martyris alicujus fortitudinem efferre, per fingulos fortitudinis gradus ab imo ad fummum affurgas. Huc pertinet illud amplificandi genus, quod dicitur extenuatio, quæffiperiori oppofita, fif, cum procedentia, quo vere maxima funt, et videntur, omnibus elevamus; ut quod fequitur, minus appareat. Ratiocinatio fit cum ut aliud crefcat aliud augetur; unde ad id quod extolli volumus, ratio deducitur. Uc fi quis Annibalis virtutem amplificet, ut major gloria Scipionis, quicum debellavit, eluceat. Comparatio diverfa inter fc, et majora cum mi* noribus comparat,- non eo tantum, ut rem probet; fed ut exageret, et majorem vim faciat, ut fi quis obedientiam Chrifii cum illa Abrami conferat, ut alterius prxftantia magis emineat. Vel fi qui amplificandum alTumeret alterius calamitatem, eam comparare deberet cum priflina illius calamitate, vel cum aliis calamitatibus, ut offenderet hanc efle graviorem. Notandum in hujufmodi comparationibus, utriufqite partis circumftantias, quæ rem augere poffunt, diligenter efle excutiendas,, neque folum virum cum viro, faftum cum fa&o, rem cum re; fed partes etiam lingulas cum aliis partibus efle componendas. Cic. pro Dom. fua Caflium Cenforem cum Clodio comparat his verbis. Quuefo Pontifices, et hominem cum homine, et tempus cum tempore, O* rem cum re comparetis. Ille erat fumma modejiia, et gravitate Cenfor; hic tribunus plebis fcelere, et audacia fingulari: tempus illud erat tranquillum, et in libertate populi, et gubernatione pofitum Senatus: tuum porro tempus libertate populi Romani opprejfa, Senatus auEloritate deleta: res illa plena juflitis, fapienthe, dignitatis; Cenfor enim &c. et cetera quamplurima fequuntur &c. Quod di&um eft de exemplo, dicitur de illuftriqaadam fimilitudine, qua res interdum vilis multofit magnificentior. Qua in re advertendum eft, ne rempropofitam ita fuperet fimilitudo, ut convenire cum ea pulchre non poflit. Sed quoniam nihil in oratione erit decorum, quod fuis non illuftretur figuris, in eadem nonnullas fibi peculiares, et proprias expofcit amplificatio. iEdem funt hypotipofis, profopopæja, exclamatio, optatio, imprecatio, commonitio, et aliæ fim.^ qua» motum faciant. Affectus illi funt, quorum vi ftc auditorum animi, voluntate/que mutantur, ut aliud, quam ante de rebus propofitis judicium ferant. Secundum alios affettus efl animi quidam impetus, quo ad appetendum, averfandumque aliquid vehementius, quam pro quieto mentis flatu, impellimur, Alii vero ita definiunt: Effetius efl animi fentientis ex alicujus rei bona, vel mala opinione rata commotio. In his permovendis totus efle debet orator, ut enim ex definitionibus patet, auditorum animos, nunquam ille triumphabit, etfi validiflimas afferat probationes, nifi motum faciat. Unde inquit Fabius: Probationes efficiunt fane, ut caufam noflram meliorem effe Judices putent: affettus pr a flant, ut etiam velint. Sed id, quod volunt, credunt quoque j nam cum Judex fuerit occupatus affettibus, omnem inquirenda veritatis rationem amittit. Antequam vero numerum affefluumftatuamus, &de fingulis difTeramus, opportunum erit præmittere, qua: in hac re de fe ipfe prædare debet orator. Motum excitaturus ille debet efle, vel faltemfefingere, iifdem affe&ibus incitatum, quos parat in aliis movere. Prudens fit, ut tempori inferviat; in dicendo acer fit, nervofus, difertus, voce plenus. Præterea confideret, apud quos dicat, et quibus moribus informati auditores fint j qua educatione inflituti $ quibus opinionibus imbuti, et quibus rebus moveantur, an pietate, an ira, an odio, an amore, et hujufmodi, quarum rerum conje&uræ colligi poflunt ex qualibet cujufque natione, ex corporis drufiura, et temperie, et tandem ex iis, quæ de auditoribus prædicet fama. Cujus rei occafione obfervandum, quod dofli homines refpuunt molles affc&us, ac dolore incenfos, quos tamen admittunt fimplices. Apud feros, &agreftesopus eft lateribus firmis, voce truci, iracunda, et formidabili; in curia ritus fit vividus, et acer. Ut igitur ad pertra&andos dcfcendamus affcftus, omitlis variis illorum divifionibus, quas varias varii au&ores a dignant, hos tantum placuit enumerare, et funt, qui fequuntur. cn Amor. Defiderium Gaudium Spes Metus Ira Mifericordia Invidia Pudor Odium Fuga Dolor Defperatio Audacia Manfuetudo Indignatio Æmulatio Gratia. Amor definitur ab Arift. 20. Rhef. cap. 4. Affcttus, quo volumus alteri, qua bona funt, idque ejus, qui diligitur, »0» no (Iri caufa, et in illis rebus comparandis pro virili elaboramus. Amor multiplex est, Divinus, Angelicus, intelleftualis, animalis, et naturalis. Amor Divinus eft, quo Deus omnia creavit, tuetur et fubflentat, fine quo ntc ipft Angeli vitam habere poffunt. Angelicus eft, quo Angeli Deum amant, et illius imperio hominibus famulantur, t 9 “ creata fervant. Intellectualis eft, quo humana mens quaque bona, et honcfla defiderat, et inquirit. Animalis est, quo voluptuarii appetunt, et hic brutis quoque communis efl. Naturalis eft, quo res fe mutuo dilidunt, fibique naturalis dileUionis vinculo coharent,* et hic dicitur etiam Sympathia, cui opponitur Antypathia, qua res naturali odio fe fe expellunt. Hinc fiunt miranda illa natura arcana, ut magnes attrahat ferrum, Elitropium le vertat ad Solem, penna Aquilæ aliis admixta pennis, ab illis evolet, effugiatque. Quia vero in tra&andis affectibus oratoris eft, eos aliquando excifare, aliquando reprimere, aliqua de lingulis attingemus, quibus et ii excitentur, et ii reprimantur. Amorem igitur excitant honeftum, utile, jucundum. Ad Honeftum pertinent virtus, et probitas, vitæ æquitas, modefta pulchritudo, comitas, et manfuetudo, innocens, et fimplex urbanitas, conflantia, fidelitas. Ad utile fpeCtant beneficia, grati animi fignificatio, liberalitas, communicatio bonorum, et confiliorum. Ad jucundum revocantur amor ipfe, bonorum, et malorum communitas, morum, ftudiorum, et periculorum fimilitudo, fiducia, familiaris, et domeftica confuetudo, aliens virtutis commendatio, injuriarum oblivio. Præterea amorem in aliquem conciliabis,* fi eum oflenderis natura lenem, facilem, popularem, dignum, cui fe credant alii, cui arcana fua committant, apertum tandem, et candidum moribus. Adverte quod in amore intelleCluali excitando judicio, et prudentia opus eft,* quare eligendæ funt illas res, quæ maxime argumento fufeepto conveniant. Amor non folum excitatur illum commendando, fed etiam deferibendo; pro quo multiplices ejus vultus, variaque illius effe&a enarranda funt. Nos igitur ut aliquid de illis dicamus, turpi amore deje&o, divinum. educemus in medium, quem modo lacrymantem inducimus, modo extra fenfum raptum, modo fævientem in fefe, modo pauperem, modo divitem, modo flammarum inftar ardentem, modo liquidi fluminis inftar gaudio colliquefcentem, modo velat piftorem, modo velut oratorem. Non eft, cur reprimi debeat amor honeftus /"fi tamen reprimendum aliquando arbitremur, idonea funt ea quæ in contrariam partem fumi poliunt ex iis, quæ ilium excitant, et aliqua pariter, quæ amorem improbum reprimere poffe dicemus. Reprimemus igitur amorem improbum, fi offendemus vitia, et deformitatem rei, quæ male diligitur, fi infamia eX illa redundet, fi fufpicionem injiciamus amanti, aut perfidiæ, aut doli, aut frigidioris animi, aut injuriæ ex re amata profe&æ: fi adducamus amantem in defperationem rei exoptatæ; fi ponamus ob oculos nihil utilitatis, aut jucunditatis, fed damni plurimum, ac moleltiæ ineffe rei, quæ diligitur: fi affirmabimus puerilis efie naturæ, quem amamus, inqonftantem fcilicet, erraticum; faftidiofum: fi dicemus miferam fervire fer.vitutem, qui legibus amoris obfequitur; fi tandem infinuabimus peffime in rebus fædis collocari temporis illud quod aliqui majori cum fruftu voluptatis, et gloriæ confumere poffunt. Amor, five ille bonus fit, fi ve malus, multiformis exprimi potefl, five ut defcribatur, five ut excitetur, five ut reprimatur; et primo amatæ rei fibi femper reprehenfentat imaginem, habitum, incertum, motum; verba, geftus, vultum, femperque eft in peftore; et in rebus ipfis, qua: amantur; fecundo imitatur omnia, quæ in amico intuetur:’ idem cum eo lentit, idem loquitur: idem probat: dolet cum dolenfe, cum ridente ridet; negat cum negante; 3. focietate gaudet, ac præfentia amici, reditu gaudet, eoque abfente afpernatur omnia, cibum, fomnum &c. 4. in amicum liberaliter effundit omnia; 5. laudat, miratur, extollit fa£la, di£U, fpeciem, et dignitatem; 6. audet viribus, mente agitatur, doloribus, et curis anxius, et inquietus eft; 7. quæ fluita funt, et inepta facit, huc, et illuc volitat, has illafque ineptias facit; 8. vigil efl, et infomnis; 9. modo loquax eft, et garrulus, modo mutus; 10. timet non fua fed amici caufa; 11. nihil arduum, aut difficile reputat, fed pericula fubit intrepidus, fi quid forte aggrediendum fit, rei amatæ caufa 12. fufpicax eft, et carnifice cordium Zelotypia agitari folet 15. fui contemptor eft, proque re amata luperbus, et magnanimus mortem negligit, et pericula quantumvis formidanda, immo etiam te ipfum 14. conftans eft, ac firmus in amicitia 15. ftudia, exercitationefquc omnes oblivifeitur 16. fui oftentator eft 17. blandus eft erga amicum, contemptus vero ardet iracundia, exprobat vehementius, cbjicitque beneficia 18. ad lacrymas valde facilis eft 19. defperans eft, et ubi definit fperare, finem doloris eligit mortem. Quemadmodum amor animi motus eft, quo fertur in bonum, quatenus bonum eft; fic ODIVM eft animi affeElus, quo fe avertit ab eo, quod malum eji, vel certe malum exijiimatur. Odium inflammant, quæ amori, et benevolenti* adverfantur; quemadmodum virtutes, et eæ præcipuæ, quse fummam aliquam Reip. afferant cum utilitate dignitatem, vehemens funt incitamentum amoris; ita e contra ad inflammandum odium, admovent faces vitia omnia, et illa præfertim, ex quibus calamitates oriantur, tum in fingulos, tum in Rernp. uni erfam. Verum, ne omnia generatim dicamus, præcipua capita proponamus, per quæ vis odii gravioris in animis exardefeat. Odium igitur inflammabunt 1. incommoda, feu jaftnræ five futuræ fint in animi dotibus, five in bonis corporis, five in fortunæ donis 2. calumniæ, quibus maxime læditur nominis exiftimatio, atque hominum opinio 3. contemptus, quo non parva fit homini injuria, qui honoris retinens fit. Ex hoc capite odium vehementius incalefcet, fi perfonæ, quæ injuriam intulit, fpeciem indignam exprimemus; fi virtutem, et dignitatem ejus, qui læfus eft cum fcelerc, et indignitate comparemus ejus, qui Ixferit; fi tandem utemur comparatione minorum, et colligemus exempla magnæ cujufdam injuria:, qua: cum hac improbitate eollata, longe minor videatur. Quod etiam felicius prxftabit orator, fi fublimes quafdam adhibebit figuras, Hypotipofim prxfertim, qux injuriam ob oculos ponat, exclamationem, et Apoflrophen, quæ acrioreta faciant fermonem. Præterea ad inflammandum odium peridonea eft vitiorum expolitio, qua: in aliquo fint, ut libidinis, audaci*, et impudentia:, injuftitix, fuperbiæ, crudelitatis, avaritiæ, animi ingrati, nimia: potentiæ, et impietatis. Odium reflinguitur, fi in animo exulcerato lætitiæ fenfum aliquem ingeneremus, aut generofum quemdam impetum ad magna, et honorifica incitemus. Sed ad particularia remedia deveniamus. Odium igitur emollitur, fi res Ixtas, ac profpere fluentes proponas illi, quem ex hofle amicum habere volueris. Confert etiam plurimam ad fedandum odium, quod orator fciat, quibus de caufis fufeeptum fuerit, &quid fit illud, quod oderit hoftis in hofle. Quare fi vitiofum fibi perfuadeat, delenda eft hæc opinio ex ejus animo, fed occulte, et quali aliud agendo / ita ut in principio ei alfentiri videaris, et mox alterius laudes fubjicias/ Si odium proficifcatur ex injuria illata, tum ifta minuenda erit; vel fi qui læferit in repentinam aliquam calamitatem irrepferit, hæc erit deploranda, et fulis lacrymis profequenda. Poterit etiam ofiendi dolor, et pænitentia perfonx illius, qux lxferit. Denique quoties odii caufas fufluleris, toties et abfolveris odium. Dicas in alinm mutatum elfe, qui in odium venerat, vel propinquum efle, autneceflarium, ve) aliqua virtute nobilem fa&um, aut eruditione clariorem, et Reip. laboranti perquam utile, et neceffarium. Prxterea odium definiunt preces, et lacrytnx, quibus hominum animi facile emolliuntur. Rurfus fi dices, ipfum fibi nocere, qui alterum odit, levia effe illa, quas odii caufa fuerint, fapientem hominem do* Iere potius, quam odiffe fortem illius, qui cascus animo, et voluntate deerrans, caufam odii fecit; ad inclinatam, jacentemque fortunam, a florente, et erefta cecidiffe illum, qui odio dignus fit, odium facile remittes. Ut autem fciat Orator optime fe gerere, tum in concitando, tum in defcribendo odio, aliqua illius ef*. fefta enucleanda videmur. Odium igitur hofli malum imprecatur'; perniciem infert, et ulcifcitur; eam exprobat, quæ pudorem inferre poffunt, conviciis impetit, minatur; aperte fefe odiffe jprofitetur; ut crudelius noceat aliquando tegitur; ubi hofli perniciem attulit, plenum lætitia triumphat; ut hofli noceat, et fibi nocere non reformidat; adeo crudele efl, ut quafcumque pænas fumat, leves femper fibi videantur fempcrque acerbius aliquid excogitet; ita immortale,* ut ad nepotes tranfire peroptet; ita inflexibile, ut in bonam partem neminem velit, ita prasceps et furibundus, ut abeat in omnia fcelera,& veneficia; aliquando indignatur, queritur, gemit, defperat, fi decidat a fu is conatibus cum hofli perniciem expetit: aliquando folatur vindi&æ fpe; alterius confpe&um, confortiumque devitat, et exeeratur; importat denique omnia, quas amori contraria funt. DESIDERIVM efl appetitus boni dclcElabilis, fed abf entis. Affe&us ifte variis explicatur nominibus { >ro varietate rerum, quas defiderantur ? nam auri deiderium dicitur avaritia, honoris ambitio, voluptatis libido, inutilis fcientias curiofitas et fic de aliis. Cum autem tot, fere fint hominum defideria, quot homines, oratoris erit diligenter confiderare quo cujufque natura maxime feratur. Apud mercatores lucrum, et utitatem propones, apud imperatorem, et nobiles gloriam, et laudem, et apud alios alia, pro ut hominum, apud quos egeris, defideria mutantur. FVGA, qua: ex odio proficifcitur, quemadmodum ex amore defiderium, ajfeBus e/i, qui conatur recedere a malo illud fugiendo, Jeu dctcjiando. Orator in auditorum animis defiderium accendet, fi ea revolverit, qua: difta funt de amore, fugam excitabit, fi qua: de odio docuimus, mente recogitaverit. Ne autem omnino prattereamus, qua: ad exprimendos, reprimendofque afreftus hofce pertinent, aliqua, qua: defiderium tangunt, explicabimus, ut ex illis, qua: fuga: funt, facile colligere poflfis. Defiderium accendendum eft, cum aliquem excitare volueris, vel ad optimum flatum capiendum, vel ad ardua quxdam perficienda; et tunc ut affe&um iflum inflammes, rei præflantiam, ac magnitudinem exprimas oportet; laudem, ac gloriam commemorare poteris, vel illius, quem adhortaris, vel illam, qua: ex re optime perfe&a fibi certe proveniat, fpem eriges feliciter nancifcenda: rei; demum proponere tibi licebit difficultates, refque adverfas qua: obvia: efle poflunt in tanta re, fed adverte omittendum non efle majorem inde gloriam, et laudem fore nafeituram.' Ad coercendum defiderium ea omnia percommoda funt, quK de defperatione dicentur inferius, illud tamen facile reftringes, fi probes haberi non pofle illud, quod ab auditoribus expetitur; fi damnum multiplex, et varium, fi duram ex hoc defiderio nafeituram fervitutem defcripferis; fi in cohibitione defiderii pofitam efle vitæ felicitatem oflenderis, fi vilia efle, et inania, qua: appetantur, docueris; denique fi bonum non efle, fed tantum apparenter efle, quod defideratur edixeris. Qua: in defiderio poflunt defiderari ad deferiptionem illius, eadem funt qua: in amore; fed quia affeftus ifle ex bonitate rei defiderata: voluptatem habet, ex absentia vero dolorem, prxeipue illiu effefta ex i (lis nafcuntur: Qui igitur defiderio, ac frequenti angitur rei concupitæ cogitatione, (omnians habet ejusdem imaginem inter lomnum excitatam, cum re defiderata colloquitur, cum fylvis, et rupibus, iifque rebus omnibus, e quibus folatium fperat: erumpit inardentiora vota, querelas, et nuntios votorum fuorum zefiros optat: teftes quoque locos appellat; ad preces etiam humilis defcendit,& obteftatur; per quidquid rei amatæ gratum eft: dolet ex ablentia rei exoptatæ, in fufpiria erumpit, tetrofqfie gemitus fxdium rerum aliarum experitur quæ minus jucundæ funt, macie conficitur; narrare folet ambitiofius quid vldefideri i patiatur, ait fe diu, no&uque m illis cogitationibus effe, vias, &veftigia, et litora, et loca omnia relegere, ut aliquid dicere poffit et audire, unde cxpe&ationis fuæ fallat faftidium, afpirat, et anhelat in rem, quam expetit, mors impatiens eft, longiores fibi videntur dies, et breviflimum tempus annum putat; alas fibi addere vellet, ut ad rem amatam velocius accederet: vana, et impoffibilia interdum defiderat, nihil denique arduum, et difficile reputat, reperitque, dummodo optata re fibi liceat frui. De Gaudio, feu Lartitia. L iEtitia eft opinio recens boni prafentis, in quo efferri retium effe videatur: five fenfus boni prxfentis quatenus prxfens eji, cujus effetius ejl deletlatio\ boc efl tranquillitas animi in bono prxfenti Juavitcr acquiefeentis. Ad concitandam lætitiam duo fervare debet orator, fiilum fcilicet, et materiam. Stilus is effe debet, ut perpetuam quamdam feu occultam voluptatem ingeneret; quare utetur Orator argumentis exquifitis, novis, et ingeniolis; fermo occultus fit, et floridus, numerus fuavis,[& mollis i oratio tota figurata, plena acutis fententiis. Materia ea fit oportet, ut in ipfa habeatur ratio geniorum, quibus aguntur auditores; et quia aliis alia placent, ea funt afferenda, quæ cuique funt in delitiis. Sunt tamen quædam, quæ in nominum animis communem habent fenfum voluptatis, eaque funt commutatio malæ fortunæ in meliorem, comparatio propriæ cum aliena, bonum infperatum, novitas, et irrfolentia rei alicujus, confcientia virtutis, et innocentiæ, deferiptio rerum lætarum, ut viftoriæ, alicujus triumphi, ludorum, et hujufmodi; præterea locorum amznitas, florum, gemmarum, veftium, odorum. Infuper ipfa lætitiæ deferiptio animum excitat, fpeque fua oble&at; jdenique caufa lætitiæ calamitas eft improborum; cum fcilicet illos deprimi videmus, atque opibus, et honoribus fpoliari, quos przter jus, et æquitatem obtinuerunt. Ad reprimendam lætitiam reprehefentanda eft boni, unde oritur lætitia, aut turpitudo, aut brevitas: exponendi funt rerum futurarum incerti eventus, fortunæque dominantis arbitria, quæ nihil conftans, ac perpetuum pollicetur fuis; fed eos fallit afTiduis, et frequentibus mutationibus, afferendum videtur voluptati, et lætitiæ mærorem femper adhzrere, et triftitiam. Præterea coercebis lætitiam, fi in auditorum animis timorem ingerere fatages. Denique majoris boni fpc, aut cupiditate, voluptatem minoris imminues, vel potius abforbebis, et quibus dolorem excitare didiceris, iisdem lætitiam remittes. Ut autem lztitiam noveris pro rerum opportunita* ' te in aliquibus f aliquando reprehefentare: Hæc funt ejus effefta, et primo ciet lacrymas, deliquiis artus relaxat, mortem infert, corpori gratum colorem, floridamque venuftatem conciliat, ad choreas excitat, ad tripudia, et convivia, animum refolvit, et abjicit curas, timorem, et fenfum doloris; fucum detrahit, et Hmulationcm, Spem excitat, et amorem; facit, ut in gratulationes erumpamus, et alios ad hilaritatem in citemus, provocat defuieriutn earum ? rerum, quæ gSu* dium augere (olent, cietque nos, ut Optemus foles fulgeie melius, terram luxuriare floribus, mella fundere flumina, montes fudare balfama, præterea qui lætantur, cum aliqua delegatione præterita pericula enarrant, erumpuntque iit votaV optantque eamdem diem voluptatis caufam fa-pe redire, verlantur in cogitatione, ac delegatione boni, quo fruuntur, gaudentque libi prorogatam vitam, ut ea videant, ex quibus voluptatem capiunt. Affe&us ifte exprimi folet in epitalamis genetliacis, et orationibus, quæ fiunr in adventu virorum, et Principum in triumphis, feftis diebus, aliifque hujufmodi argumentis, quorum exemplis artificium exprimendæ lætitiæ nos docebit antiquitas. Dolor, feu trifiitia fenfus efl ex opinione preftntis mdlt. Affe&us ifte exprimitur iifdem fere rebus, quæ odium concitare foient, valentque plurimum hipotipofes, qux caulam doloris exprimant, oculifque fubjiciant; Sunt enim quædam præcipua, quæ dolorem vehementius acuunt, ut confanguineorutn vincula, irortds, funera, bonorum amiffio, vexatio rerum, quæ funt nobis invita charifiimæ, et jucundiflfimæ. Dblorem ler.iet Orator; fi naturam mrii (peftaverit, unde oritur dolor, alia quippe dicenda funt, fi de exilio agatur, alia, fi de morte, alia, fi de bonorum jacfura, ceteiilque fortunæ acerbis cafibus: funt autem communia hæc capita mitigandi doloris, innocentia affli&i, qua orator oftendat, innocentiam non pffnam fteleris fubire,fed ob facinus aliquod egregium, vita£ conditio, quæ patiendi neceflitatem affert inexplicabilem, fortunæ inconftantia, quæ fuos muneribus ampliffimis orna os flarim ex alto præcipites agit: exempla virorum illufirium, qui eadem immo, et «lamna multo graviora fortiter tolerarunt r gloriæ mef izp fis, quæ ex conftantia colligi poteft. Infuper triftitix lenimentum dabis; fi docueris fortis efie viri nec adverfis frangi, nec profperis infolefcere; fed ubique parem animi conftantiam retinere; fi dixeris præmeditatum fuifie malum, quo quis dolet; fi perfuaferis inutiles efie lacrymas, nec tales,, quæ malum repellere pofiint; fi animum itfbcaveris a rerum cogitatione, qua: horrorem excitant; fi monueris ex divinx voluntatis arbitrio femper et ubique vivendum; five lenitur, et blande nobifeum agat; five ad virtutis exercitationem, et præmium afpera, et dura nobis evenire permittat; fi animum ad ftudia litterarum convertas; fi earumdem miferiarum focios habere pronunciaveris; Sin autem de vita funbis agatur, dolorem de illis minueris, et ex fiatu melioris vitse quam funt confecuti, et ex commendatione rerum ab illis prxclare geftarum. Trifiitia prxoccupatus homo hos fentit fui doloris effebus .* effufus eft' in lacrymas; nullis delebatur, nifi trifti rerum imagine, fquallore corporis, vefte fordida, neglebo capillo, genarum, et capillorum laceratione, percuffione peboris, et foemoris, contrabione frontis, dejebione luminum, folutione membrorum, ac potifiimum brachiorum.* dolorem fecum oftendit: odit lucem, et confpebum hominum; in folitudinem, et fylvas fe abdit, et cum ipfa interdum loquitur folitudine; filens obllupefcit, et ad lacrymas impotens quafi lapideus torquet: in querimonias abit; calamitatem fuam, ut inopinatam, deplorat; fi dolor ingens fit, diuturnitas temporis dolorem confirmat, augetque, fi levis, imminuit.* mollis eft et viribus frabus, ac mericulofus: prxfentem calamitatem cum felici fuperiore fortuna componit; eumque dolet, et queritur; profitetur animum fibi præfagum fuifie calamitatis; læta omnia fpernit; velletque in focietatem lubus fui, non modo homines trahere, fed etiam fylvas, et bruta; invehitur acerbius in eos, qui fibi caufa fuerunt mæroris, et lubus, conliliumque omne refpuit: defperat ex impatientia mali; fuperos crudeli I tatis Deprimitur audacia propofitis periculis, et virium imbecillitate: commemorando nimiam virtutem plus fæpe nocere, quam prudeffe: fidendum non effe fortunæ, fi lemel faverit; fragile totum eflfe, quidquid in hominibus, aut in rebus, efi, robur, fanitatem, opes, dignitates, potentiam,* neque in iis reponendam fpem. Audax homo, fi quem defcribere occurrat, periculum nullum reformidat, aut rejicit; fed ad omnia paratus eft; periculum elevat, illudque ridet, et infultat; armorum afpe&um gaudet, atque equorum fremitus, bellique avidus hofiem ad pugnam iaceffit; materiam quærit exercendæ virtutis, qua; fi non adfit, ludicram pugnam fingit in animo, et in fomnis bella meditatur; fuperbia elatus in fe uno fpem omnem figit, nec ab incepto revocari fe patitur: gloriæ (limulis incitatus cupiditatem incendit, et ardorem mentis acuit ad ardua.- magnifice dc fe loquitur: Superiora facinora repetit,'doletque., parum fibi credi: fibi fpondet omnia ^ felicemque rerum exitum pollicetur; fc votis fuis potitum extfiimat, cum alii fpem nullam vident: Ii per ægritudinem, vel grave Senium, aut rem alum non poflit, quod antea, dolet ademptam fibi facultatem agendi, optatque redire vires priftinas in pefruantur optatis; fi eum, in quem iram accendere vultis» dolo, fraude, ac verborum integumentis uti dicatis. fi ingratum, ac beneficiorum immemorem efie: ii cum offenfione id beneficium negare, quod fibi deberi arbitrantur.* fi obtre&ationibus horum aures præbere, quos angi putant oportere; fi de illorum honore detrahere, vel apud eos, quibufeum de honore contendimus, vel apud eos, qui nos magni faciunt, vel apud eos, qui nos verentur, et obfervant. Nota ad amplificationem injuria: referenda efie verba, geftus, a&iones, omnia ad contumeliam compofita; lubjicicnda efie oculis per hypotipofim, et Ethoparjam; opus efie indignatione, et epiphonemate, et fimilibus figuris; virtutes ejus, qui læfus eft, cum vitiis ejus, qui lieferit, præferendas; variis exemplis exagerandum faftum; fifoli, fi primo evenerit; fubjiciendum damnum, quod inde fufpicatur.* dicendum turpe efic non ulcifci, et fine ultione æftimationem penitus perituram: deinde docendum fpem efleulcifcendi, eamque juxta præcepta incitandam: fiudiofe captandam temporum, et locorum occafionem, ut fi doleat animus; fi cupiat; fi corpus male affe&um fit; fi laboret aliqua fufpicione, tunc etenim promptiores fumus ad iram &c. Cavendum Oratori, ne crudelior appareat in puniendo; ne majores ex atquo pamas repofeat: ne denique intemperanter furere ipfe videatur. Sed decorum fervet, incenfus fit, et grandiori orationis genere utatur. Mitigatur ira iifdem ferme rebus, quibus mifericordia excitatur; orator vero amorem in dicendo præfeferat, et venerationem ejus, quem mitigare contendit, doceatque nullam illatam efie injuriam, vel culpam non fuifle voluntariam; moneat eum, in quem iræft, potentiorem efie, et dignum omni veneratione, et cultu, nec tutum efie cum illo habere inimicitias; abeo prius difceffiflfe injuriam; eum, qui lzferit, demitto anino mifericordiam Suppliciter implorare, jam depreffum, viftumque hortem efle; injuriam latam tuifle non per contemptum, fed per dolorem, et iram impotentem in eo, qui lzfus eft, eumdemefledefeftum, propter quem in alium irafeitur: proprium fortis animi cfle iram vincere; enumeret damna omnia, quæ ex ira accidunt irato: excufet perfonx lædentis conditionem; ut et imminuat contumelias: deferibat irati hominis turpitudinem; dicat iræ primum nafcenti e fle occurrendum, ne in perniciem noftram adolefcat; perfede enucleat, optimeque cognofcendam det illatam contumeliam; proponat, quæ illa fit, et quo animo fada, ne ira perturbatæ rationis major videatur; rurfus infinuet gloriofius cfle hortem fervare, quam perdere morte, ad vitam revocare, quam licet meritum ad mortem damnare; eam efle veram de horte viftoriam, quæ nulla venia, dignos clementia fuperat, ac bonitate; ad Deum propius accedere, qui dat falutem immeritis, dum vitia profligantur; denique ad fle&endum iratum exoptanda ert opportuna temporis ratio, expe&andumque tantifper dum fe fregerit impetus iræ, eligendumque potiflimum tempus illud cum honore, aut lucro aliquo recens affe&us fit .* cum judicio vel armis hortem vicit, cum ludis, vel conviviis, vel hujufmodi vacat. Ad deferiptionem hominis irati, irx effe&a funt hzc; rationem perturbat, et ob mentis inopiam cæco, ac przcipiti motu ad furorem inflammat; totum adeo corpus deformat, ut in alium mutatus homo videatur; oculos, et vultum in ignem accendit; hominemque præcipitem agit; ulcifcendi fefe flagrat cupiditate: inferendæ ultionis diligenter occafiones obfervat, eoque periculoflus, quo fimulatius; in defperationem abit, fi potertas ulcifcendi non detur.* prorumpit in contumelias, et imprecationes; excandefcit, et indignatur, quod Dii non ulcifcantur injuriam; terrere gaudet eos; in ipfos irafeitur, et minas addit maledi Rb et oriæ P recepta &is; voluptatem capit fi dc inimico ulcifeatur; eoo* temnit eos, in quos commovetur, et contemptu contemptum ulcifcitur,* contemni fe dolet, graviterque patitur fefe interdum fperni > dum minas fonat, et fupplicia; amplificat, quantum poteft, contemptum fui; commendat fe pluribus, ut ex eo capite augeatur contemptus, et ex contemptu ira .* eludit eorum refponfa, qui eum placare volunt: poli contumelias, et injurias incufat fe quod occafionem ultionis oblatam non arripuerit, eamque revocat defiderio multo gravius irafeitur, et (e magis excruciat, fi fpes ultionis adempta fit; pznaro non concupifcit, quam non fperet, fortunæque inconfiantiam ingerit, quæ pofitos in fupremo dignitatum faftigio, deturbet præcipites. Mansuetudo ab Arift. definitur deprejfio, atque fedatio ira. Ab ira ad Manfuetudinem animos traducet Orator, fi fufpicionem contemptus ab illis tollat, doceatque fentirc de ipfis, ac dici magnifica; fi moneat per impudentiam, vel aliquo alio cafu,non certo confilio lapfos effe, qui eos offenderunt, vel præter voluntatem deliquiffe humano errore deceptos, et necefiitate coaftos; fi oftendat culpam cum dolore fateri, qui eam admiferunt; fi afferat fupplices fedemittere, et puniendos ultro permittere, qui offenderunt, fi beneficia commemoret ab eo fufeepta, de quo eft contemptus fufpicio; fi fub orationis initium non pauca dicat, quibus qui læfus-fuit, intclligat fe diligi ab eo, qui læfitj fi pronunciet eos, a quibus læfus eft, graviores pænas pependiffe, quam ipfemet exegiffetjfi virtutes, et res pratclariffime geftas ab co prædicet, qui læferit; fi fenfim metum ei injiciat, in quem exardefeit; fi fupplicem, ac deprecantem, qui fecit injuriam, inducat; fi proponat cumdem femper effe cum omnibus i fi adferat, exemplifque probet, non exguam gloriæ mertem manere eos, qui iram manfuetudine vincunt, miferumque erte crudeliora meditari, ac facere: fi tandem affirmet, feveritatem cum lenitate mifcendam; licet enim iracundia inftrumentum fit virtutis; inclinandum tamen eft in mitiorem partem; et fi peccandum, remirtione quam crudelitate, melius, aut tutius peccandum. Manfuetudo defcribitur moderatione vultus, et Termonis; orationis illecebris, et fuavitate; modeffia totius habitus: et demum iis omnibus chara&eribus, quibus poetæ pacem adumbrant. Claud. omnia Martis infirumenta, fub Clementis pedibus fubjicit. Misericordia eji motus animi, [eu dolor quidam fufceptus ex cogitatione mali alterius, quo fe, vel fuos affici pojfe videt, qui miferetur. Hinc elt, ut ad miferationem moveatur; qui adduci poreff, ut ad femetipfum, vel ad res fuas revocet, quæ de altero deplorantur,- non autem ille, qui nihil tale fe pati poffc credit. Ad commovendam mifericordiam plurimum valet augere extra modum calamitates, et incommoda, ex qumus eam natam volumus, quod potirtimum fieri poteft comparatione intur prioris fortunæ felicitatem, et fequentis mi feriam.Movet etiam hunc affeSum affli&a, calamitate feneftus, et adolefcentia, fi recordatione fui fuorumque auditorum fenfus leviter pertentet Orator, ut prsffat Cic. in Pif. Mors præterea propinquorum, et orbitas, corporum vexatio, morbi inopia, exilium; quarum calamitatum comitem præ miferatione feipfum Orator offerat, ut mifericordiam vehementius accendat. Attingat Orator fingulas circumrtantias: perfona: quæ cruciatur, aut crucianda ert; videatur, fi fuerit innocens, fi præcellens aliqua virtute, fi litteris exculta; fi fortis an imbecillis in tormentis; fi florenti, an tenera xtate; fi tandem iis valeat, qua folent in generare fcnfum doloris molliorem ætatis; fi in adoleicentiæ flore, fi in cadente feneftute excrucietur; et hujufmodi; loci, fi coram iis patiatur quos calamitatis teflesminime vellet; temporis, fitum exitium patiatur, cum laborum mercedem fibi pollicebatur et præmia; caularum; fi aliorum injuriis non propria culpa calamitas fibi obvenerit; finis; fi virtutis caufa infelix repente extitit; modi: fi quis nobilis, fi quis fapiens, fi quis in dignitate conftitutus fubiturus fit idem fupplicium quo plebei homines folent animadverti; fi perpetuam quamdam malorum feriem patiatur; fi nihil unquam boni percipiat, fed unius mali finis gradus fit ad lubfequentia graviora. Præterea modefle petet Orator, quæ pro fuis vult ab auditoribus, oflendatque; occulte tamen leve efle, quod petit homini calaraitofo, ærumnas cum aliis comparet, dicatque calamitatem fuperiorem, tametfi graviflima fit, levem tamen etiam cum graviore præfenti comparatam; utatur obfecratione,depreceturque auditores per quidquid eis gratiflimum efl; fermocinatiojiem adhibeat, et per Dialogifmum loquentes inducat, tum eis qui acceperunt injuriam, tum qui intulerunt, figna doloris palam exhibeat: ita Erutum confodiam Lucretiæ corpus, Antonius interfe&i Cæfaris togam adhuc cruore flillantem P. R. produxit; videat tamen ut id prudenter, non frigide fiat. Rurfus fenlum hunc auditorum animis injiciat, quod nihil acerbum fit in vita, quod non ducant evenire pofle fibi, aut amicis, aut ceteris hominibus, doceatque nihil magis decere hommem, quam efle humanum: Denique caveat, ne muliebres unquam Nænias habeat, fed femper graviter doleat; cum procul abeftalacrymis, non dicat ab illis fe retinere non pofle, gemitufque vocem intercludere; hoc etenim puerile efl: non ambitiofe conferetur tropos, figuras, et periodos, fed ita orationem fuam contemperet, ut non videatur parata, fed dolore potius elicita. Mifericordia reprimitur; et iis, quibus inflammari diximus iram; et iis, quæ de invidia dicenda fuperfunt. Quod fl auditorum animos jam firmiter occupaverit mifericordia, fenfim, et quali aliud agendo, erit remittenda; quod femper obfervandum erit; cum vehemens aliquis affc&us erit extinguendus. Præterea mifericordiam infirmabit orator / fi rerum calamitate, qua quis premitur, dignum probet; fl doceat nulla miferatione dignum effe, qui judicesad mifericordiam deprecatur; fl dicat juflumefTe, utmalismaleveniat, fl offendat fe de eorum fupplicio gaudere / fl tandem efficiat, ut judices, aut invideant bonis adverfarii, aut de ejufdem malis lætentur, aut indignationem aliquam concipiant ob vitæ pravitatem. Qui miferatione tanguntur, faciunt, quæ fequuntur. In lurorem, et jnfaniam vertuntur, eaque admittunt omnia, quæ dolentis conveniunt/ triflitiam vultu, lacrymas oculis, gemitus ore præfefcrunt, fpiranti fimiles: funt taftis fæpius deliquiis: corpore, et corporis indumentis fquallidi funt, et fordidi; infortunia repetunt, etfi ea ab aliis audiant, fuis lacrymis, et fuo dolore pafcuntur: fenfum præferunt alieni doloris, ac profitentur; non minus aliorum infortuniis, quam fuis, tangi, optantur accidiffe flbi, ut faltem illorum aliquam partem cupiunt. Indignatio, quæ locum habet in genere deliberativo, J[ et judiciali dolor efi perceptus ob res fecundas alterius, qui illa fortuna judicetur indignus. Difcrepat ab invidia, quæ bona digni etiam hominis infeftatur; et quemadmodum mifericordia refpicit malum; fle indignatio bonum refpicit immerentis. Bona vero hoc loco non intelliguntur, quæ animi funt, nec quæ naturæ; feu fortunæ, ut funt divitiæ, opes, potentiæ, honores, amicorum copia, et hujufmodi. Indignatio concitatur; fi vita: prioris forditas, ac vilitas cum pra:fentis temporis opibus, ac potentia conferantur; fi quam dicamus per vim appetere ea, quæ illi minime competunt, ut abutatur iis ambitiofe prodigus, in aleis, conviviis, et commefTationibus; fi eumdem inferamur, quia infolens, et improbus alicujus bona effufis largitionibus diffiparit, vel in profundum libidinum fuarum gurgitem immerferit; fi inferiorem doceamus, cum fuperiore contendere in eodem ftudio, vel honoris æmulatione; fi divitias, fi honores alicui præter meritum contigifle adferamus; quod tamen cum diftin&ione agendum videtur, ut hæc apud eos dicantur, qui fibi eadem mereri videantur; fingula tamen apud fingulos juxta cujufque meritum. Sedatur indignatio, fi cui indignantur; cum dicas virtute, ac rebus præclare gefiis bona fibi comparaffe, non recens ascepiffe; fi probes ingeniofum, ac nobilem nunquam degenerem animum habuiffe, ac proinde naturam ei femper favifTe; fi moneas jampridem bona illa poffediffe, nec iis unquam ad fcelera, velinReipublicæ aliorumque perniciem abufum fuiffe; fi doceas non arrogantem, et fuperbum in meliori fortuna fc prsebuifle, fed modefium, et communem, eumque de aliis magnifice, de fe humiliter locutum fuiffe. Indignatio deferibitur admodum libera, quæ amplificet vitia, vel in malam partem virtutem detorqueat, nec fortem, fed temerarium, neque prudentem, fed ignarum eum dicat, in quem indignatur furens, et amens, quæ fibi interdum violentas afferat manus; irreligiofa, qua: in ccelefie numen obftre&etur; exprobrans, qua: recenfeat ea, qua: recenfeat ea, qua: ab ingrato fafta funr, et alterius improbitati cum aliqua eorum exageratione beneficia opponit. Denique indignationis cffe&a eadem pene funt, qux in iracundia. Invidia, quæ locum habet in genere judiciali poti (fimum, ejl dolor de profpera forte, qua alicui prope pari evenerit, non quod, qui invidet, commodum ex eo percipiat; fed quod nollet eos, quibus invidet, bona illa polfidere; quia fuam putat immunui dignitatem. Invidiam concitaveris; fi doceas homini improbo vel citra laboris, ac periculorum aleam turpi quadam gratia contigiffe bona, ut dignitates, opes, honorum titulos, quæ ceteris non nifi fummo diferimine cottfequi poliunt, li dicas eum ob divitias, fecundamque fortunam ita infolefeere, ut prx fe alios arrogantius contemnat; fi commemores eum celeriter aut nullo labore, vel parvo fumptu confecutum fuiffe, quod alii magnis fumptibus aut tarde, aut plane nunquam alfequuntur; fi ofiendas alienæ laudis æmulum, ambitiofum, multa molientem, nocentem, tum auditorum, tum aliorum glorix, cumdemque dedecus ex aliena fortuna quxrere: fi in auditorum animis laudis imprimas (ludium, et ardorem glorix retinendx; fi proponas antiqux familix decora, et ipforum proprias virtutes, vulgique honorificam de iis mentionem ;& contra, fi vulgi recites honorificam mentionem; de eo, in quem movere invidiam fatagis; fi exageres populi in illum animi voluntatem, et propenfionem; fi deferibas multitudinis voces, et prxeonia, modo tamen laus illa fuptrari facile poflit, et impediri. Prxterea ad concitandam invidiam profuerit nofle mores eorum in quibus excitare volueris; quare eam concipere folent, pares loco, gente, cognitione, xtate,lcientia, dignitate, fortunis, qui denique pufillo funt animo, ut opifices, foeminx, rullici. Reprimitur invidia capitibus contrariis, ac excitatur. Quare bouum minuas, cui invidetur .• merita illius ollen oftendas, qui illo potitur nullam tailam efte injuriam demonftres, ac doceas illum fortuna: bonis, atque honoribus, honefte, ac moderate uti: dicas non fuis, fed aliorum commodis bona illa adhibere, quæ invidis funt incitamenta; parta fuifie laboribus, ac mife* riis; adferas ingentis animi ede, fi magna in aliis quis fpedet, nec virtuti, nec felicitati invideat j aperias damna, qua: invidiam fequuutur; ipfa etenim partim lædit eos, ad quos intenditur, dirius vero, a quibus procedit, quippe qui fua fine fine fubllincnt fupplicia. Invidis delcriptio præclara eft apud OviJ. met. 2. fab. 12. at eadem fere habentur apud Scaliger. inAppend. Virg. Ceterum fsvit ipfa in parentem ejufque interiora in modum tineæ depafeitur: fimulat gaudium: non vult videri invidere: trillatur, fi invidis nota. afficiatur .• Unum expedat mali folatium, fi cui invidet, ex alto prscipitem datum adverterit Virtuti inimica eft olfentat fe magnifice, virtutifquefus prsco nobilis; alios facile contemnit 5 qua poteft animi vocifque contentione rivalem fuum infedatur et quantum poteft veteras commendat, et extollit, ut.recentes deprimat, cum rivali eod. timida femper, et querula veretur ne fi quis honorem confequatur, gloriam fuatn ille fplendore fuo obfcuret; aliens felicitatis inimica eft, in odium, et ultionem inflammatur, vitiorumque omnium radix eft. Enulatio eft dolor ex aliena bona fotte fufeeptus, / l i non quod id alteri contigerit, fed quod nos illa careamus. Differt ab invidia, qus fi pollet, aliqua ratione fpoliaret bono, quod in alia perfona animadvertit . Æmuiatio autem fieri talis defiderat, qualis dida perfona eft; &ficex amore, et ftudio virtutis hsc oritur: Illa e contra ex malevolentia, et odio. Concitatur smuiatio majorum virtute egregie fa K dis cum jam fatis multa di&a fint ubi de elocutione fuperius. N Rerum dilpofitio duplici modo fieri poteft, aut ex arte) aut ex tempore. Si ex arte ) eum ordinem habeat oratio, quem fibi præfcribit ars, ut fcilicet primam ejus partem complettatur exordium, fecundam narratio, tertiam confirmatio, quartam epilogus. De argumentorum dilpofitione paulo ante di&um eftj hic (atis erit annuere, quod ea præcedere debent, ex quoram intelligentia cetera pendent. Ceterum quid primum, quid poftremum effe debeat in oratione, quid adhibendum fit in fingulis caufis, non facile definitur. Unum, quoad fieri poteft, nafcatur ex alio, fitque mutua quædam inter orationis membra connexio, quod fiet, lilervetur ordo propofitus, et in divifione promiflus. Ad hanc rem commodæ funt tranfitiones, quibus ab uno vel argumento, vel orationis capite devolvimur ad aliud; in delenfionibus cum refpondendum eft adverfario, fequi illum ordinem debemus, quem ille tenuit. Ceterum hæc difpofitio tota pendet ex prudentiæ methodo, quæ quid locus, quid auditor, quid caufa pollulet, oratorem docebit. De difpofitione paflim difta funt multa inter has rhetoricæ præceptiones; unde nihil ultra progrediar, utfiatim agatur. Memoria adeo neceflaria eft oratori, ut ex Ciceronis mente omnia præclariffima in eo peritura fint, nifi inventis, et excogitatis adhibeatur memoria, ex qua tamquam ex thefauro, et pcenu dicenda promanant. Duplex eft, alia a natura, alia ab arte. Quæ eft a natura, exercitatione augetur adudua mentis agitatione, et frequenti rerum meditatione adjuvatur;, fi per partes edifcatur oratio; (i delicatis herbis vefcamur, fi optima ciborum digeftio; fi cibi 9 potufque parfimonia, et a crapulis abftinentia confervetur. Quæ eft ab arte parum prodeft, ni fuam vim accipiat a natura. Adjuvatur tamen quibufdam imaginibus, quibus reroinifcentia excitatur; quare proderit lingulas periodos lingulis a capite inlcriptis numeris apponere; rurfus quæ pars orationis e. g. de navigatione, ea connotari poterit anchora; quæ de bello armis; quæ de re ruftica, ltgone, et fic de aliis; tandem proderit, nullo affeilu vehementiori concitari, et cogitationum multitudine minimi diftrahi. Pronunciatio inter orationis partes ordine poftrema, fed prima poteftate, oratoria artis totius omnem in fe continet vim; omnis enim oratio languet, evanefcit, emoritur, nili eam aftio animet varietate vocis, motu corporis, mutatione vultus. Idcirco nemo inter oratores fummos adfcribendus, qui voce infuavi, et immoderato geftu oculos auditorum, et aures male afficiat. Patet igitur bona: pronunciationis elfe, vocem moderari et geftum. Vocis duplex eft proprietas, quantitas, et qualitas, e quibus tum vitia, tum virtutes illius eveniunt. Vitiofa igitur erit vox primo fi fit pufilla, qualis eft eorum, qui pipire magis, quam loqui videntur. Angufta quæ non implet auditorum animos. Si fubfurda, qua: non exprimit verba, fed in faucibus emoritur. Si confufa, qua: non diftinguit fonis, et articulis, quæ dicit. 5. Si rudis, et intra&abilis, qua: magno negotio fuum peragit curium. Si alpera, quje flrepitu aures offendit; fi difcer pta, quæ imparibus fpatiis, et fonis dilaniat orationem; fisenea, qua? vehementi Velut aris tinnitu, ferit aures; fi acuta, quæ fonantius quam par efi, eaidcm penetrat.Vox fuas habebit virtutes. Si erit alta, quæ firmis fparfa lateribus aures impleat pleniffime. Si eicelfa, quæ et plenios audiatur, et durabilis fit. Si clara, qua; clare perfonet. Si prægrandis, qua; admixta fuavitati laudatiflima efi. Si fuavis, flexibilis, culta, rotunda, traftabilis, volubilis, dulcis, canora, et plena. Advertite vocem accommodandam effe rei, de qua agitur; ficuti enim non convenit in frigidis exclamare; ita ridiculum foret in gravibus languefcere. Proferatur perpulfa animi motu, ut ex perpulfis fidibus profertur fonus. Lætitia lenem, hilarem, tenuem poflulat vocem; metus demiffam, abjeftam, timebundam, exhitantem, commiferatione plenam, flebilem, interruptam, ira acutam, incitatam, incidentem; mceftitia gravem, et fono depreffam y et demum tot fiant vocis mutationes quot erunt animi affe&iones. Illud infuper univerfis præcipitur, quod depreffa vox adhibeatur in exordiis y ita tamen ut poflit audiri, necnon verecunda, temperata, venufta, et lenis. In narratione aliquanto elatior, et quodammodo familiari fermoni proxima fit. In expofitione validiorum argumentorum vehementior, acrior, et levior, et juxta naturam rei nunc attollatur, nunc deprimatur, nunc arrideat, nunc abhorreat. In conclufione attenuata fit, et æquali fono probata, fi hortamur, fi conquerimur depreffa, et dillin&a crebris intervallis: fi enumeramus, quadam incitatione gravis. Geflus, quem mutam eloquentiam appellavit Tullius, tanti eft ut moderetur, ut quoniam per illum animi fenfus dignofeuntur, fatis inepta fe gereret, qui iis, qua: profert, geftum non accomodaret. De eo multa priecipiuntur/ en vobis magis neceflaria.Vitanda: funt leves, et hiftorica: gefticulationes, quæ fingulis verbis geftum efformant j quare Orator meminerit, fe faltatorem non efle, et ad fenfum magis, quam ad verba geftum accommodet. Componendus eft vultus decenti eompofitione, ita ut refla fit facies, non detorqueantur, non mordeantur labia, non corrugentur nares, non immodicus hiatus difiendat riftum, non fupinus fit vultus, non dejefti in terram oculi, non inclinata cervix, non elata, aut deprefla fupercilia, non rigidi, non extenti, non languidi, non torpentes, non lafcivi, non mobiles, non pofcentes, poUiccntefque aliquid oculi eife debebunt Peftus ad ventrem projicere indecorum eft, variare fupra modum extando, deforme j quibus, fi motus accedat, prope obfccenum. Vultus Sententiarum fenfum præjudicare debet j quare cum ridentibus rideat, cum triftibus mæreat, cum iratis itetur. Oculi, caput, facies tali geftu conformentur, ut fenfum exprimant j brachium, et manus aflionis potiorem partem fibi vindicant, habentque plures fignificationes: brachium tamen tanquam telum adhibetur in contentione potiflimum, in narratione non nimium, fed cum decore movetur. Manus hinc inde extentæ difponantur intra fuggeftum, dextra incipiat motum a medio peflore, tendatque in latum dexterum mediocri diftantia, aliquando reflo, alias flexuofo duftu, prout membrum uno, aut pluribus conftabit incifis j geftus enim uti cum voce inchoandus, ita protrahendus ad finem vocis, et fenfus. Si periodus conftabit tribus, vel quatuor membris, fecundum, vel tertium occupet finiftra, qua: cum dextera ultimam, totamque claudat fententiam, iterumque deponenda manus hinc inde intra fuggefti limbum, Rbetoric H iEC oratio habetur in natalitiis hominis alicu jus. Ejus exordium fumitur. Ab aliqua circumflantia loci, vel temporis, aut perfonarum. A publicis votis, precibus, et facrificiis, qus ante nativitatem, et poft illam fafta funt. Ab antiquorum ritibus. A fabulis. Ab aliqua hifloria, feu fa£lo infigni Ab exclamatione, et larto plaufu futurorum bonorum. Confirmatio multipliciter abfolvi potefl; nam fi nativitas fatis uberem fuggerat rerum copiam ad juflatn orationem, his poterit efle contentus laudator. Sin minus, incipiendum erit a Patria, parentibus, fplendore natalium, prodigiis, fiquæ præcefferunt; rurfus attingere poterit Orator nativitatis circumflandas, locum, tempus, antecedentia, confequentia, auguria, di£la, oracula, fomnia, concurfus rerum variarum in id tempus. Item auguria fiqus puer ipfe det futuræ virtutis, et fortunæ; quæ quidem divinatio peti potefl, vel ex iis, quæ nativitatem, aut puerum ipfum nafcentem attingunt, vel ex genere, facie, futuraque apud parentes infantis inflitutione. Peroratio vota continet, fauflafque precationes puero, et parentibus, ut ille ad multum tempus felix vivat, et fuis, et Patris ornamento aliquando futurus. Item provocabit ad lætitiam, defiderabitque, utcrefcat infans ad cos honores, apud quos patus efl; divos aliquando, feu virtutes producet contendentes inter fe, cui potiflimum fit ille puer primum natus. Oratio Genethliaca, quæ dicitur adulto, partim coalefcit ex fuperioribus præceptis, partim non jam tigna, et prsfagia futura: virtutis attingit, fed Virtutes N a ipfas recenfet, aut amplificat, dicitque aufpiciis, et ominibus jam fatis refpondiffe virtutes. In peroratione optandum, ut fxpe diem illum natalem celebrare contingat, utque lætior femper recurrat, illiufque ortu ita gaudeamus, ut nunquam audire velimus interitum. De Oratione Luftrica. H iEC oratio dicitur Lufirica, quod dies ille, quo nomen infantibus imponebatur luftricus apud veteres appellabatur, habeturque in nominum impofitione. Exordium ducitur, vel a circumfiantiis, vel ab aliquo ritu antiquo in imponendis nominibus, vel a lætitia communi, vel ab honoribus, quos ille prius retuliffet, cui nomen imponitur, vel certe dubitando exquirere poterit orator, quo præmio tam præclara: res geltte donari potuiffent, et ad nomen defeendens nulJum inventum docebit majus ipfo nomine, dequo breviter dicet præmium effe virtutis. Confirmatio, vel una, vel duabus contineri partibus poterit; fi una, eam inllituat Orator ab iis locis, quæ in commendationem nominis cadere poffunt; a compofitione fcilicet cum aliis præclaris nominibus; acaufis propter quas impofitum fuit, et ab ipfa nominis fignificatione; fi aut omnes virtutes ea complebatur, aut omnium maximam, aut omnia, quæ in omnibus nominibus effe poffunt. Si duabus, in prima ponantur tes gefiæ, ac virtutes, propter quas nomen fuit impolitum; in fecunda nominis excellentia laudetur, inftiruaturque collatio tum perfonarum, tum hominum, tum caularum, propter quas aliis etiam aliud nomen impofitum fuerit, five hoc fiat per fimplicem comparationem, qua paria omnia effe dicantur, five per contentionem, qua qui laudatur probetur effe fuperior. ^pilogus occupatur in votis, et faufiis precationibus, gratulationibus, et adhortationibus, ut tanti nominis gloriam fubfiineat, ac tueatur. De Epithalamio, feu Nuptiali Oratione, Epithalamium habetur in nuptiis. Ejus exGrdium inchoabitur, vela lætitia, fefiaque diei celebritate, vel ab argumenti difficultate; vel a caufis, curO* rator ad dicendum acceflerit, vel a commodis, optimaque conjugii æflimatione. Confirmatio i. per modum panegyris laudes fponforum continebit; five a Patria, parentibus, aliifque laudationis locis, five per comparationem unius cum altero, ut nullus alterutro dignior eft potuifTe offendatur, five per collationem nuptiarum hujufmodi cum felicibus antiquorum nuptiis, five per certamen aliquod, aut inter divos, aut inter homines, aut inter virtutes contendentes invicem in conferendis variis muneribus recenter nuptis. Juverit etiam comparationem inflituere inter genus utriufque fponfi, ut ex illa confiet fimilem fimili conjungi, quam quidem comparationem ornare aliquando poterunt fymbola quædam ab antiquorum ritibus accepta, puta a floribus, feu frondibus, quibus, nuptorum coronæ antiquitus intexebantur, ut fponfum uno fponfam altero exprimamus fymbolo. 2. Poft celebratam fponfi, fponfæque affinitatem, qua: ex illo matrimonio contrahitur, commendari nuptiæ poffunt ex iis, quæ inde creduntur proventura, aut ex aliis felicioribus matrimoniis, quæ inter eafdem familias olim intercefferunt; laudantur fponforum parentes, ad laudes quoque eorum excurritur qui ad nuptias celebrandas convenerunt, et ad commendandum thalamum, domum, urbem, ubi nuptiæ fatis funt. Finguntur liberi coram parentibus lufitantes, five a?ta N 3 te crelcente maxima meditantes. Ad nuptam, et virum cum laude convertitur fermo, utrumque ad lætitiæ fenfum excitando, et in fpem adducendo fobolis virtutis non imparis. Epilogus vota facit pro liberorum felici proventu, ut parentes thalami pignora cito confpiciant, diu felicem vitam degant, et diem videant, quo et ipfi liberorum nuptiis interfint. Itidem ad mutuum amorem, et fidelem concordiam conjuges adhortabitur .Legantur Claud. de Nupt. Honorii, et Maria», Statius lib. i. in Epithal. Stellæ Maxim, in Nupt. Conftantini. De Epinicio feii Oratione Gratulatoria. E Pinicium adhibetur in quovis eventu felici, ut iis gratulemur, quibus ille feliciter contigit. Exordium hujus maxima parte eflfe poteft rei obtentæ gravior amplificatio, et defumi potell, vel a communibus locis publicz lætitiæ, aliarumque circumftantiarum, vel ab ipfa mutatione, et incremento fortunæ melioris. Confirmatio variari poteft pro rerum varietate, qua: ad gratulationem nos excitant, fi etenim alicui vi&oriam gratulamur, dicendum erit non tam pares gratias, quam dignam gratulationem haberi polle illi, qui debellatis hoftibus tantis incommodis patriam liberavit. Hujui rei caufæ mox afferendæ; fubjicienda inde viftoriæ narratio, qua: explicetur ex adjunflis, et amplificabitur perHypotipolem, diftributiones, deferiptiones, et per comparationes præfentis fortunæ cum fuperiori. Licet nonnunquam vifforiam conferre cum ipfo duce, ejufdem merita amplificare, in quorum fidem aliqui nominandi erunt, quorum egregia facinora fuerit æmulatus. Si dignitatem acceptam gratulemur, illius magnitudo erit demonftranda: commemorandum adeptam meritis, et virtute, dicendumque dignitatem eam efle, ex qua immortalitatem confequi ille poflit, quxque a multis expetita, paucis admodum obtigerit. Obliqua oratione interdum alicui gratulamur, cum dicimus nolle nos amico, qui dignitatem obtinuit, fed Reipublicæ quæ tantum virum in ea dignitate (ibi adepta eft, gratulari; quod Reip. utilitas ab amici honore acceflerit; qui fi junior fit, dicendum hunc diuturniorem, et Reip. utiliorem fore; fi fenex, (pecimen virtutis amplum dediffe/ fi eruditione confpicuus, florentem, ac beatam fore Rempublicam. Epiiogus continet preces pro imperii diuturnitate, felicitate, gloria, incremento. [Optat, ut qui ad dignitatem afeendit, opinionem de fua virtute conceptam faftis fuperet, neque cum aliis, fed fecum ipfe certet, ut ad majores gradus poflit afeendere. Cohortatur ad amorem, et patriæ defenfionem, ut eam ita compenfet. Commemorat, qui reges, et præclari viri eam ornarint, et auxerint. Monet tandem, ut et Deo, et largitori Principi gratus fit. De Oratione Lamentatoria, H iEc oratio fuperiori contraria eft, majus tamen requirit artificium, ut dolore potius, quam arte videri debeat fa&a. Duabus omnino partibus abfolvi poteft. In prima fignificetur, quantum fit malum illud*, in quod incidimus, tum ad levandum dolorem, tum ad excitandam in amicis mifericordiam, et odium in inimicos, fi ex iis tantum matum obtinuerit. In feeunda metus aliis injicitur quafi et illis poflit idem contingere. Epiiogus fuperos orat, ut a cervicibus omnium tantam depellant tempeftatem. Postulatoria oratio adhibetur, cum quid debitum, aut tamquam debitum a Deo, vel ab homine peti oportet. Exordium, fi petitio oblique fiat, per infinuationem benevolentiam conciliet, ad excitandam nedum attentionem, fed etiam liberalitatem; quæ quidem infinuatio peti debet ab illius laude, a quo beneficium expetatur, maxime vero a laude liberalitatis. Quod fi res, qua: poftulatur, difficilior obtentu fit, majore infinuationis artificio, fin minus difficilis, minore opus habet i Si vero reta petitio fit, aperte exordiendum, non tamen procul ab arte. Confirmatio fi de liberalitate benefatoris nihil ditum fuerit in exordio, ab ea inchoari poterit. Petitio proponenda, explicanda,. exornanda erit, attenta perfona, a qua petitur, et re ipfa quæ petitur; nam fi petitur ab homine gloria: cupido, dicendum erit virtutem ineffe maximam in re conferenda; fi ab alio aliter agendum. Si qui petit, benemeritus fit, enumerare poterit, modefte tamen, fua beneficia. Si nullum habeat meritum, narret, quomodo immeritus tantum beneficium petere audeat, caufamque petendi afferat, dantis liberalitatem. Si res, qua: petitur magna fit, inque ea obtinenda laboreiur, recurrendum ad locos deliberativi generis, a poffibili fcilicet, ofiendendo nullo difpendio conferri poffe beneficium; ab utili probando, utile efTe Reip. ab honefio oftendendo honorem, et gloriam inde futuram. Proderit parentum laudes, et majorum utriufque rccenfere, qui fi in neceffirudine conjunfti fuerint, addendum erit eos, qui fubfequuntur, non tam paternarum opum, quam amicitia: harredes efle debere. Preces adhiberi poffunt, et obtefiationes per res, aut perfonas, quibus nihil charius haberi confiet. Docendum erit, petere nos rem honestam, piam, juftam, et nobis neceffariam, quam, ut obtineamus, ciendi funt mifericordiæ motus ab indigentia noftra. Epilogus promittit animum gratum, et deficiente facultate referendi gratias, fummam animi propenfionem, et voluntatem. De Oratione Enchariftica, feu in gratiarum aftione. E Xordium bene contextum, fplendidum, grave, ac ferium effis debet, fine ulla fufpicione fimulationis, feu affentationis, in quo amorem profiteatur Orator, magnifice beneficium acceptum enarret, cum rerum enumeratione} præterea exordiri potefi Orator, nunc ab ea virtute, quæ maxime lucet in, beneficio collato, modo a perfona largientis, et ab adjuntlis, (i Rex, fi Senatus fit, qui dedit, fi cito datum, ficum verborum ornatu, et vultus hilaris fignificatione ;nunc reddendo rationem, cur tot ante beneficiis acceptis, nunc tantum agere gratias incipiat. Confirmatio, vel inftitui poteft per panegyrim, ia qua infifiendum erit commendando virtutem a qua profeftum elt beneficium, vel tripartita effe debebit, quæ primo occupetur in laudibus bencfa&oris, mox in beneficii magnitudine amplificanda, et exornanda, ex adjun&is, et circumfiantiis, per multas comparationes, inquirens caufas beneficii, tempus, locum, et hujufmodi; demum in explicando modo, quo datum efi beneficium. Epilogus officii recordationem pollicetur, fpondet, memorem animum, rogatque Deum, ut cum nos ob virium imbecillitatem id minime poffimus, ipfe gratias beneficio pares rependat. Si gratiarum a&iones ob falutem fient, obfervandum erit, incolumitatem reftitutam, mala adverfa, miferias, et morbos procul amandatos, magnam dicendi copiam fuppeditare. Ideo exageranda tunc erit prxdi&otum maiorum gravitas, a quibus fuimus liberati > ut tanto majus beneficium collatum eluceat. De Oratione ad inaugurationem. H iEC oratio dici folet in un£Iione regum, aut creatione magiftratuum, vel Gubernatorum. Exordium fumitur a votis bonorum, qui optabant, a gratulatione populorum, a meritis iplius ele&i, a pompis, quibus elucent viæ, forum, templa, palatia, a reliquis denique circumflantiis, vel etiam condolere dignitatem novo Principi Orator poterit, quod eam fubeundo, novas caulas, laborefque fubire cogatur. Confirmatio fefe effundet in laudes novi Principis, a fontibus, quos fupra monuimus, a laboribus pro patria exantlatis, a clementia in cives. Differet de corona, de fceptro, de purpura, de ftemmate, deque ceteris omnibus, quæ peauliares fint illius pompæ; adhibebit defcriptionem iplius Principis, a quo effulgeat amor, et raajeftas; neque omittet oracula, prodigia, et fiquid aliud infigne evenerit, et honorificum, qua: omnia ad laudem Principis referenda funt. Epilogus erit idem, qui in gratulatoria oratione. Præclara eft Sidonis Panegyris ad Auguftum Romæ di&a, et optime etiam Claud. in Conful. Manlii Theodorcti etc. u I De Stemmate Praxin. S Temmata, quæ familiæ infignia efTe dicuntur, ad laudes heroum plurimum conferunt, quorum encomia inde petuntur, quod fint, et figna quadam ad ornamentum, et difcrimen familia; dedu&a, et præmia virtutis, ac poderis incitamenta laborum, et fuavis, et grata re£te fa&orum recordatio, et documentum aliquod artis, et officii, et amoris, ac infitæ virtutis argumentum. Rurfus ad laudem conlideratur materia, ut aurum, vel argentum; color ut cæruleus, rubeus; forma, vel figura, ut ancile, palma, clypeus; pi&ura, ut rofa, oliva, globuli, arma, cruces, Leo, Aquila, et hujufmodi, e quibus fiudeat Orator magnam copiam laudum haurire, &c. De Paranimphara; five in Creatione Doctoris. Exordium petitur a circumftantiis perfonarum, vel a ritibus veterum, cum laude illius fcientiz, ad quam initiatur Doftor. Confirmatio tres partes habet; prima rationes continet, ob quas mox promovendus, honore dignus videri poffit; altera rituum expolitionem; tertia ad dolorem panegyrim inftituit. Ritus effc folent, traditio libri ad legendum Quidquid officii fui fit; pileoli, infignia veritatis, ac fan&itatis; anulus, qui fidei, veritatis, et conflanti cft argumentum; Zona aurea, qua utatur, tanquam cingulo fidei, et fortitudinis, modeflixque vinculo, quo animi motus cohibere poffit • Epilogus multa libi promittit de inaugurando Dolore, clauditurque in ejufdcm gratulatione. Exordium inchoabitur ab ipfos juftitite templo, in quo Prarfes admittitur, vel ab ipfo tribunali, in quod afeendit, unde promant: oracula coelo digna, hominique metuenda, quod quid ornari poteft aliqua, fimilitudine deiumpta e Salomonis throno, autaliunde. Confirmatio vagabitur per locos communes laudis in Prsefidem, eleftum, et quserer, cur purpura induatur, an quta ea regiam induat au&oritatem, an quia in legum 'violatores infurgere debeat tanquam elephas, qui a rubro in bella accenditur; commendabit fapientiam præfidis, ex qua, velut ex trypode promentur oracula jufla, veneranda, et patriæ falutaria. Epilogus gratulatur, non tam præfidi, quam urbi, quæ fe regendam commifit tanto viro, cujus fapientia, vigilantia, prudentia quæque* optima fibi polliceri poffit. De Oratione in dedicatione, H iEC oratio contexitur, cum alteri opus aliquod nuncupandum occurrit: ejus artificium tribus veluti gradibus affiirgit, primo occafione dedicandi, qua: fumitur vel a dedicantis officio, vel a dignitate lilius, cui dedicatur, vel ab opportunitate aliqua, ut fi devi&is hoftibus tribmphet, et cetera quamplurima; fecundo rei dedicata: vel explicatione, vel excufatione. Tertio commendatione, et obfecrationc, addito fidei, arrernique obfequii Sacramento. De Oratione ad receptionem Principum, aut ma- f giftratuutiK O UI orationem hanc contexendam aggreditur prius animadvertere debet, quæ fuerit caufa regis adventus in urbem. Si ut eam per fe invifat, vel ut (i in ea Princeps exterus fit, luas celebret nuptias, et hujufmodi; et talis erit oratio, qualem, eam exigit caufa: adventus. Si caufa adventus fit, ut per fe Princeps urbem illam invifat tunc Exordium ducetur ab expedatione, et votis totius Civitatis, vel a defiderio communi videndi Principem, vel ab exukatione, qua geftieruot emnes, cum primum acceperunt- nuntium, vel ab ipfa regum providentia quorum eft, non per legatos tantum, fed per fe quoque fuis regnis confulere, a thefi ad Bypotefim mox defeendendo. Confirmatio per laudes regis excurrat, providentias præcipue per aliquas comparationes, et fymbola, poteritque recenfere antiqua ejus beneficia in urbem illam collata, ea conferendo, cum prxdeceflorum ipfius beneficiis. Immo differere etiam poterit multa de urbis Felicitate, et meritis, eaque omnia uni regi accepta referre. Neque erit inconveniens, fi ad publicum apparatum defeeudat, in quo deferibat, vel civium concurfum, vel regis ingreffum magnificum ad triumphum, aut modefium, ne gravis populis eflet. Oicet relida ab eo fuifle clementiæ, fortitudinis, liberalitatis, ceterarumque virtutum, quam ille tranfierit, veftigia. Epi logus ejus armori, et tutela: commendabit urbem, ipfuroque tutelaribus Diis; vota faciet pro ejus felicitate; vovebit, ac dedicabit animas, pedora, fortunas, opes. Populorum explicabit lætitiam, et amorem, et fi quid petendum erit, obfecrando id efficere poterit. Legatur Oratio Pacati ad Imperatorem Theodofium, in qua ille magnifice. Exordium tefiabitur non levem doloris fignifica* tionem ex illorum difceffu, quibus familiariter urebamur,• mox moderationem adhibebit aliquam ex honefia difceffus caufay et fi orator fit ille, qui difeedat, diuque a patria extorris abire debeat, mifericordix ciet affe&um» Confirmatio commendabit multi populi, apud quem vixit Orator, fidem, humanitatem, pietatem, et cetera, quibus conciliantur animi, tum urbem, a qua ille difcedit, dilaudabit, loci nimirum naturam, fitum falubrem, et amoenum, facra ejus fefia, facrafque ceremonias. Epilogus beneficiorum, qua; ifiic acceperit, memorem Oratorem pollicebitur, uxores, liberos, affines commendabit plurimis, iifque bene precabitur. Si alius fit qui difcedat, ifque vel mul&atus exilio, vel acerbiore coa&us fortuna, Exordium petendum erit ex querimonia, vel indignatione in fortunam ipfam. Confirmatio queratur quod abire parantem non retinuerint non frequens virorum illuftrium concurfus, non deambulationes, non amæna loca, non cetera, qux urbem exornant. Revocat promifta; quod alter ab altero nunquam effiet difceffiuruS, confert priorem felicitatem cum praffienti miferia, dicit, fe, qui jam in amico folatium, nunc prseter follicitudines, et curas, nihil in eo habere, conqueritur nimis longam futuram ejus abfentiam, commemorat pericula itineris.difficiles navigationes, et vita: infclicioris incommoda, eoque dolet abeunti. Modo tamen folatur Te, fpe expeftati felicioris reditus. Si vero qui difcedit, legatus vel imperator difcedit, Exordium illi gratulatur. Confirmatio dilaudabit, et cum ipfum, et collegas fuos, comitefque, a genere, virtutibus, fama nominis, ac rebus antea feliciter geftis: deprecabitur eundem quoque, ut memoriam noftri abfens non deponat, locorum amamitate delinitus, ac fociorum humanitate, urbiumque nobilitate, qua iter eft habiturus, quas ca occafione proderit laudare. Epi logus continet preces, et felicia omnia difcedenti defiderat. De Oratione poft reditum, Exordium vel fuperis gratias aget, quod incolumem patria, civefque omnes tantum virum receperint; vel defiderium exprimet, quo cives ejus re-‘ dit^im affe&abant, votifque, et precibus accelerabant; vel circumftantiam quamdam temporis continebit, uc ii Sol ferenior effullerit, quafi tanti hominis reditum fibi fuerit gratulatus. Confirmatio deferibet hominis indolem, dilaudabitque virtutes, eas potiffimum per enumerationem recenfendo, quibus acceptus fuerit iis, apud quos dum abefTet, eft commoratus, qua in re optima* erunt comparationes conglobata: hominum ilJuftrium, qui apud alias nationes magni habiti fuerint. Inducet exteras urbes, apud quas diutius fuerit, qua: partim invideant patria: illius, partim cives fuos cum eo conferant, minorefque eo arbitrentur, et partim fecum ipfc doleant, quod hofpitem non retinuerint abire cogitantem. Reditum amico gratulabitur, gratiamque referet, quod apud illum valuerit plus Patriæ charitas, quam ceterarum gentium benevolentia: teffificatio, oblati honores, locique amoenitas, et delicis. Exponet tandem quid commoditatis, et privatiTh, et publice tanti viri afferet reverfio. Epilogus hortabitur, ut diu cum fuis maneat, redibit ad preces, orabit coelites,• ut quemadmodum ia profe&ione, et reditu ita fofpitent in Patria. De Oratione in funere. Exordium occupabitur in deploratione, ac gemitibus, ordieturque vel ab indignatione pro eo, cujus mortem dolemus, quafi indignemur ereptum nobis effe, aut nos fupcrftitcs ad dolendum rtli&os; vel ab aliqua exclamatione, vel ab inve&iva, in mortem maxime, fi in ætatis flore ille obierit, vel a deploratione cum indignatione mixta, humanam conquerendo conditionem, quæ nos ad tantam miferiam vix natos dejecit, vel a circumflarttiis qaibufdam, ut funtoftenta, prodigia, alisrque quamplurimæ, quæ in hac re meffe poffunt, vel ab aliqua figura, dubitationem puta, quafi ambigat Orator loquine, an filerc debeat, ciere lacrymas, an confolari, et hujufmodi, autexcufationem quamdam, quafi non audeat vulneris memoriam refricare, et affligat domus fpeciemdefcribere; vel ab aliquo gravi difto præfertim, fidolorem lenire velimus, vel a lugubri exequiarum apparatu, vel ab aliquo lymbolo, vel a diverfis gentium ritibus, vel a luftus deferiptione, præfertim fi luftuofo cafu obierit ille, cujus mortem dolemus. Denique exordium dabunt affinitas, dignitas, et hujufmodi, quæ fubihneat ille, cui onus dicendi impofitum fuit, tamquam ea caufæ fuerint, cur loquendi partem fufeeperit Confirmatio duabus potiffimum partibus abfolvi poteft, laude fcilicet, et lamentatione*, ea demortui vitam commendamus . hac mortem dolemus; quare omnes .inveniendi funt fontes laudis, locaque omnia ciendi mæroris motus; quibus addi potefl et tertia, folatium fcilicet ad parentes, vel ad fuperflites documentum. Interdum tamen una pars tantum ponitur, eaque occupatur in laudatione; ita tamen conftru&a, ut referatur ad excitandum dolorem/ in crdum adhibe» tur et fecunda, quæ aut dolorem movet, aut confolatar, aut adhortatur ad mortui imitationem: melius autem ifla fparfim per totam orationem diffundentur, ita tamen ut in epilogo perficiantur. Epilogus æternam felicitatem mortuo deprecatur, vel lacrymas in auditoribus movet, vel„ad debitos honores deferendos, aut ad recordationem beneficiorum ab eo acceptorum, vel ad virtutum ejus imitationem, vel ad impendentis omnibus certe mortis memoriam hortatur. Si filius fuperfit paternæ virtutis hæres, auditores Colabitur, proponens iis, parentem in filiis fuperflitem efTe. Tandem claudi poterit celebri quodam epitaphio, quod concifutn efTe convenit i et paucis verfibus continere genus, vit® feriem, geftos honores, facta præcipua, mortis genus, et monitum aliquod viatori. Egregixfunt Orationes funebres Nyffeni in morte Pulcneriæ, D. Amb in Theodofii fenioris, Naziazeni in Athanatis etc. Exordium, quod quidem furoitur a perfona regis, et ejus, a quo mittitur, et ejus ad quem mittitur legatus, affinitates, foedera, amicitia, negotia inter illos ante id tempus habita, et cetera hujufmodi occupabunt; vel etiam fumi potellaritu, et jure gentium in mittendis legatis. Confirmationis nulla certa præcepta efTe poflfunt, cum enim tot, et tam vari® poffint efferes, quas legatus agere debeat, talem muituat confirmationem. Orator, qualem exiget res, de qua agitur. Quare cum legatus mittitur, vel ad gratulationem, et amicitiæ O offi- lio 'Rhetorica Pracepta. officia, vel ad excipiendum aliquem alterius nomine, vel ad aliud petendum, vel ad repetendum, et expofiulandum aliquid propter acceptam injuriam, vel ad (uadendum aliquid, recurrere ille debebit ad lingulares oraticfieS cuilibet caufat conformes. Epilogus pariter caufis, quæ traftantur, accomodabitur. Consecratio apud antiquos Idolatriat cultores ea dicebatur, qua vel aliquem hominem in numerum Deorum referebant, vel templum, aut aram numini alicui confecrabant. Sacrilegus ifte cultus cum ipfa fuperftitione jam exfolevit, eique fan&ior fucceffit, coefuetudo fcilicet piorum hominum in numerum, albumque Sanftorucn referendorum. Quare hæc oratio adhibetur a nobis in alium ufum abeo, in quem ab antiquis adhibebatur -, cum nempe non jam fceleftiflimis hominibus divorum nomen tribuitur, led cum homines vere pii maturis Ecclefia* Catholicæ fan&ionibus inter Beatos, Sao&ofque adferibuntur. Artificium hujus orationis idem eft, ac orationis in funere, præterquamquod exordium, et epilogus, ipfaque confirmatio ad hilaritatem penitus compafti cfFe debent. Poterunt et aliqua recenfcri de ritibus, qui in /Ethnicorum confecrationibus adhiberi folebant, vel eos afliimendo, vel rejiciendo. Etiam epilogus continebit exhortationem, qua excitentur auditores ad venerationem Sanfti hominis, et ad vota illi facienda; poterit pariter vel nobis, vel noftris a Divo illo aliquid jjoftulari. Si ha?c oratio habenda fit in confecratione templi cujufdam, ilia fota occupabitur in commendandis ritibus hujufmodi confecrationis, nec non templis iif dera ut dem fibi a Deo electis tanquam in propria sede ad habitandum in terris; curabitque, ut venerationem, religionemque, et cultum in illud ipfum in auditoribus excitet, quod ut melius prædet, ornanda erit aliquibus imaginibus ex Sacra Scriptura defumptis. Genus hoc nedum deliberativum, fed& fuaforium dicitur, et difluaforiura, difceptatorium, concionatorium, et confultorium. Ejus materies poflibilia funt, et non neceflaria, non tamen omnia, fed ea tantum, quæ ed in nodra potedate, ut aut dant, aut omittamur, et ad nos ipfos pertineant, hæc vero eadem publica funt, vel privata, de quibus difceptari poted. Finis utilitas ed, ac detrimentum i officium fuadere, et dififuadere. De Inventione Generis deliberativi, triplicem hujus generis fontem aperit Quintilianus, cum inquit: fuadendi partes quidem honedum, utile, necedarium. Neceditas tamen non ideo ed pars deliberationis, quod in deliberationem cadat, fed quod fi quid neceffarium probari poflit, fidem afferat deliberationi. Cum autem CICERONE (vedasi) in partition. &c. ha?c habeat: Suafori proponitur Jimplex ratio, fi et utile ejl t et fieri poteft, ut fiat: diffuafori duplex: una, fi non xjl utile, ne fiat: altera fi fieri non potefl, ne fufeipiaturj cumque idem dividat utile, inutile honedum, et utile commodum, condat tres eflfe fontes inventionis generis deliberativi; honedum fcilicet, utile, et poffibile. Ad honedum ea referuntur omnia, quæ proficifcnntur a virtutibus, quæque funt laudabilia ipfa per fe, qualia funi animi bona, quibus et additur materies fubjefla hon. flati, qua? maxime fpeflatur in amicitiis; amici autem charitate, et amore cernuntur. Quare cum nobis honedum proponimus materiem deliberationis, illud attinui potett. Si bonum, quod fuidemus, cum virtute conjunflum demondremus; tunc etenim honedum illud probaverimus; ideoque faciendum. Si offendamus cum re, quam fuademus, conjungas ede virtutes, ita ut qui, quod fuademus, fufceperit, prudens, juftus, clemens habeatur. Quod fi jam iile hifce virtutibus fuerit inflruftus, alia ratione erit impellendus, ut nempe fuis virtutibus opera refpondeant. 3.- Si metu dedecoris, et infamia? aliquid fufefpiendum ede fuadeamus, qui modus efficax ed, et dicitur cum contrario. Notandum oratori ed, quibus affeflibus auditores maxime ducantur, et quantum apud imperitos adhibendus ed ad fuafionem ignominia? metus, tantum apud Sapientes gloria? propofitio, et honedatis, apud quos nunquam illius jaflura. Ad utilitatem, ut inquit CICERONE (vedasi), ea revocantur, quæ funt in corporis, aut fortunæ bonis expetenda; quorum alia funt quafi quodammodo cum honedate conjunfla, ut honos, et gloria; alia diverfa, ut vires, forma, valetudo, nobilitas, divitiæ y clientelæ, de quibus fatis multa in genere demondrativo. Igitur multiplici ratione ea ad fuafionem deflefli pofiunt, et •» - rf» - k 1. Cum nobiles avidi funt honoris, et gloria?, di gnitatum, et fama?, divitiarum, dominationis, et imperii; fi probaverit orator in re, quam fuadet 3 ida contineri. Apud eos, qui aut lucri cupidi funt, aut fuffl*mum decus ponunt in reflo divitiarum ufu, ut hofce per- Peti orias Præcepta. at} perfuadeat, his liberalitatem divitiarum ornamentum, illis fpem lucri proponet.. ublica. Tertio ab auditorum perfona cognolcendo ilorum inditura, mores, Reipublicæ adminidrationem, ut omnia nodra accommodemus tpforum ingenio, ex eorum opinione ducamus argumema utilitatis, et honeflatis, declaremufque nos id perfefturos, quod ii maxime in votis habent. Quarto abi pfa re, magnitudinem, dignitatem, momentum, aut proprietatem auditoribus odendendo, ut eos ad audiendum excitemus. In diffuafionibus nonnunquam. longius principium requiritur præfertim, fi quæ diduadentur, utilia ede auditoribus videantur. Cavendum in hifce exordiis, ne abrupta fint, nec concitatam femper orationem, et in verbis effufionem, cultumque affe&ent. Narratio ut plurimum non ufuvenit in hoc genere; funt tamen duo tempora, quibus adhibere eam occurrit, yel cum aliqua habemus exempla rerum ante gedarum, quibus utamur tamquam argumenta ad fuadendum; vel cum auditor docilis fieri debet, fi nondum fatis præcepit, in quo fit tota controverfia, unde orta, quomodo terminari poflit, aut fi periculum rei, difficultatem, et magnitudinem ignorat. Quod fi nulla narratio occurrat, datim ab exordio fubjicienda erit propofitio, quam explicare copiofe, et fumma cum au&oritare conveniet. Contentio, leu confirmatio eo major effe debet, quo minor fuit narratio; itaque pod jam ditia probatio in certa qua?dam capita didribui debet ; qua: traftentur ab honedo, utili, podibili, neceflario, ut fupra monuimus. Ad majorem copiam poterit Orator per alia genera excurrere, vel eos accufando, qui funt contraria; opinionis, vel eos laudando, qui nobifeum confentiunt. Inventio generis judicialis tum ad accufationem, tum ad defenfionem, pendet ab affumptis locis faftorum, et rerum ; ii autem continentur omnes in adjunftis, antecedentibus &confequentibuscaufis,& in locis omnibus extrinfccis ; cum diilin&ione tamen, ut alii faciant ad flatum conje&urar, alii ad flatum definitionis, alii ad flatum qualitatis. De illis fatis diximus, cum de locis oratoriis, ea huc referatis. Exordium artificiofum effe debet quam maxime, inquo femper auditor docilis, attentus, et benevolus reddendus efl, et ea quidem ratione, ut flatim a principio, vel attentus, vel docilis, vel benevolus fieri debeat. Benevolentiam captabit orator primo a propria perfona, fi vel extenuet virtutes fuas, et eloquentiam, vel oflendat fe non leviter angi difficultate agendi, et officio ipfo accufandi; vel doceat fe quodammodo opprimi auftoritate, gratia, potentia partis oppofita; vel dicat fe ad dicendum veniffe, ut exiflimctur fufcepifle illam caufam duplus officio cognationis, et amicitiæ j aut alia ex caufa, feu honefla ratione, ux femper videtur neceffario afferenda, z. ab adverariorum perfona, feu eorum, qui eum illis conjun&t funt, quod ita tra&ari debet, ut in invidiam, et odium adducantur, detegendo eorum fraudes, crimina, corruptelas, et hujufmodi. A perfona Judicum, vel cos commendando vel declarando, quam fpem concepimus de ipforum integritate, vel obfequendo, vel mitigando eorum naturam, ad quod necefTe erit eorum mores cognofcere, vel liqua de eorum officio attingendo cum Iaude r leviter ramen ne tam doceri, quam exorari, et laudari videantur. 4. A caufa, vel ex ea defumendo aliquod grave di&um, feu fententiam maxime probaram a Judicibus, vel ejus magnitudinem exponendo, ut fi dicamus conjun&am habere ftbi Reipublicæ, aut civium falurem, vel aliqua confiderando de ipfius conditione, eumque affe&um movendo, quem ipfa poftulat, ut fi in ea gravi aliqua affefti injuria $ mifericordiam in nos, invidiam, et odium in adverfarios concitemus. Ab adjun&is, temporis fcilicet, loci, aliarumquecircumftantiarum. Attentio aptatur vel fi rem novam, atrocem, et magnam, atque ad exemplum pertinentem agere dicamus, vel fi jpauca nos di&uros, eaque tantum, quæ ad caufam pertinent, promittamus. Docilitas comparatur clara partitione, rerumque dicendarum divifione, tunc maxime cum caufa videtur involuta multis rebus \ at cum judex nimium adverfario attendit, ab illa nimia attentione avertendus erit, quædam imminuendo, vel elevando. Narratione non opus eft, ni forte accufator, cujus eft faftum exponere, minus fideliter illud narraverit, vel aliquid omiferit, quod reo favere poflit. Cum illam adhiberi oportuerit, fi quando perfpicua, et probabilis effe debuerit, maxime in hoc genere efle debebit. Præterea ita componenda eft, ut caufæ noftræ æquitatem, nequitiamque adverfariorum fubjiciat oculis, conformandaque judicum moribus, et auditorum, ut oftendamus adverfarios maxime in eo peccafte, a quo omnes potiffimum abhorrent, quod quidem ultimum pluribus modis præftare poteft; t. oftendendo propenfionem cujuslibet ad vitia, et virtutes, qua impulfus aliquis hoc vel illud prælegit. 2. expvmendo ea, quæ ab illis moribus oriuntur, ut incedat hoc, vel ilJo gradu, furens, anhelans, titubans, et hujufmodi. 3. Si res videatur incredibilis, caufas proferendo, quæ ad eam impulerunt, quod fi nulla legitima caufa inveniatur recurrendum erit ad primam illam libidinem, quæ cæco impetu huc, vel illuc homines proripit. Si res aliqua crudelis, et atrox apponatur, tunc concitandi funt motus animorum graviores per exclamationes, objurgationes, reprehenfiones, comminationes, increpationes, et hujufmodi. Sunt etiam narrationes quædam totæ flebiles, quibus atrox alicujus maleficium, naturæque immanitas, aut innocentium pæna exponitur. Quia duplex narratio, altera, quæ fumraas rerum colligit tantum, altera quæ lingula exponit: hæc fecunda adhibenda eft, quotiefcumque permovendi funt auditores, prima vero cum rei geflaf feries, aut nobis non multum favet, aut ingrata eft auditoribus, aut communis, et trita. Confirmatio, vel fimplex eft, quæ crimen unum, vel conjunfta, qux plura compleftitur. Si fimplex eft, qux firmiflima funt, partim in principio collocentur, partim ad finem referventur, quæ autem mediorra, in mediam turbam conjiciantur. Si conjun&a, et accufemus, quo ordine crimina reo commiffa funt, eo a nobis referantur, fi vero, quæ poftremo fafta funt, leviffima fint, ea nunquam in fine collocanda. Tunc etenim notanda tempora, dignitates, et officia', in quibus fefe reus exercuit, et crimina, qux quoquo tempore, aut officio fufceperit, quorum graviffima quxque primum, et poftremum locum obtineant, cetera vero medium. Notandum unumquodque crimen probandum cffe ex locis, qui pertinent ad llatum, in quo caufa verfatur, ut fingula argumenta vehementer proponantur, hoc eft, nt ftatim initio conglobatione criminum omnium utamur, qua reus obruatur, et judex obftupefcat. Ubi crimina conglobata fuerint, erunt comprobanda, et confirmanda tabulis, decretis, teftimoniis, accuratiufque in fingulis commorandum i quod certe fiet, fi vehementiori aliquo motu crimen augeaxqus. Aliquando inflandum eft, acriufque urgendum, interrogandum, minandum, blandiendum, et cgreftto1 nes Rbetoric* Prcecepta. 223 nes etiam adhibendas funt. Nonnunquam propofitis rationibus in amplificationem graviorem exardefcit Orator, laspe lenta gravitate pondus adjungendo iis, quas dicuntur. Si defendimus eodem ordine utemur, quo ufus eft advcrfarius, quem tamen mutare polfumus, et leviffima primo refutare, partim ad extremum remittere; firmiflima in medium locum conje6fa, aut obfcurare dicendo, aut digreffionibus obruere. Denique optimi oratoris erit, quid judices, quid res poftulcnt, iemper advertere. Peroratio fi accufemus, iras prascipuas, et indignationis motus, fi defendamus, conqucfiionis, fcu miferationis funt excitandi / tametfi cum defendimus, iram movere polfumus ininjuftos accufatores, dum accufamus, mifericordiam in alium. Praster hofcc affe&us alii etiam pro rerum opportunitate excitantur, ut odii, pudoris, amoris, miferationis, doloris, lenitatis, mjfericordias per frequentes hypotipofes, Apoftropbes, deferiptiones, profopopejas, contentiones, de quibus ad fatietatem luperius. Hasc funt generalia prascepta, quas pertinent ad artificium orationis in genere judiciali ; ea monenda lupe r funt, quas ad particulares quafdam orationes fpe6fant, et primo dicendum. De Oratione accufatoria. I N qua modefiiam prasfeferre debet Orator, et molliter, ac frigide profiteri necelfitatem a&i I Nvediva ad hominum mores ftringendos accommodata duplex eft, una in homines, quas non eft ufurpanda temere, nifi publica notentur infamia, vel nullum bonas fpei locum relinquant: Altera in hominum corruptos mores invehitur, et prima longe hasc melior eft. Quascumque ilia fint, cavendum, ne liberius frarna maledicentias laxemus. Exordium ducitur, vel ab admifto fcelere, quod explicari debet: vel a caufa magni momenti, et adftatum Reipublicæ pertinenti ; vel a perfona, in quam invehit, qua; defcribenda eft; vel a circumftantiis loci, temporis, et hujufmodi. Narratio, vel vitam omnem a Puero incipit, fingulaque momenta percurrit cum verborum apparatu, vel certa quædam capita defumit ex pluribus, quas fibi proponat exagitanda. Confirmatio vitii perniciofos effedus expendit, contraque pietatem, leges divinas, humanas, Patriæ mores, majorumque inftituta' efte, contendit. Per amplificationem recenfet incommoda, quas inde vel fequuntur quotidie, vel in pofterum fequi poftiint, nifi judices fasviant in audores. Per Comparationem multorum, qui ob fimilia, vel etiam minora crimina graviter affedifunt, urget hujufmodi hominem, dignum efte extremo fupplicio, exilia, et hujufmodi. Nonnunquam in invidiam, et odium perditum hominem vocat,- fi prsfertim beneficiorum immemor', quam tueri debuerat, Rempublicam everterit. Tradatur interdum per argumenta, et figuras, quæ ad intimos tenlus percellendos pius habeant virium. Epilogus graviores affe&us ciet, iræ, odii, invidiæ, pudoris, et aliorum effe&uum, quibus criminis atrocitas urgeatur, et judices ad pænas repetendas accendantur. Objurgatio, quæ eft fuperioris ad inferiorem reprehenfio, dicitur, quæ fibi proponit emendationem ejus, qui contra officium, et honeftos mores aliquid peccaverit. Quare cum duræ cervicis hominibus ea debet efle intonans, minax, intenranfque pænas, cum illis vero, qui mollis animi funt, pavidique ingenii, fruflra laboratur, fi feveritas induatur. Exordium peti poteft: vel a vituperatione perfonæ, feu facinoris admifli ; vel a rei turpitudine, criminis atrocitatem explicando, cui etiam adjungi debet tif moris motus, et oppofitio vehemens i vel ab admiratione, quæ et rei novitate, atque infplentia nafcatur, ubi et exprobari poterit ja&antia inanis, et fiducia, præfertim, fi ignaviæ fcelus reprehendatur ; vel a (pe virtutis ejus, cui tradita fuerat Reipublica (alus, quam tamen (ubftinere non potuit: vel a dubitatione, quando dubius erit Orator, quo nomine fcelus, quod arguitur, appellet. Interdum etiam caufam, cur queramur, expendit,- nempe quod res acerba contigerit ex fa£lis ejus, quem verbis emendamus; quod inapertum diferimen homines, et negotia per imprudentiam, aut animi demiffionem adduxerit. Narratio non tam objurgationi neceffaria eft, quam commoratio quadam in reponendo crimine, quod per hypotipofim fubjici oculis debet, ut ejus gravitate, vel feritate moveatur js, quem reprehendimus; Obfervandum tamen eft, ne alio nomine crimen vocemus, quam convenit. Confirmatio exagerationem criminis continet, qux et fit pene tota per adjun&a loci, temporis, perfooarum, et hujufmodi. Epilogus acrimoniam orationis verborum lenimento mitiget, quod facile fiet, fi noflram objurgationem ab amore proficifci viderit is, quem objurgamus. Proderit rejicere culpam in aliam, fciiicet in fubitum furorem, vel in alios, qui ad id excitaverint, quibus fubjici poterit vernæ- promiffio, totiufque injuriæ oblivio ; quod fi aliquid fupplicii fit imponendum, id fieri non tam ad repetendas pænas, quam ad eos in officio retinendos, et ad poenitentiam adducendos dicetur. Nonnunquam atrocior efle potefi Epilogus, et tunc ex ante ditiis exagerabitur turpitudo contradi dedecoris. Addi aliqua poterunt ad excitandos motus fpei, metus, amoris, præfertim ab honelto. Poflunt et minis admifeeri preces, ut ii fiedatur aut terreatur illis; ita tamen, ut omnia magis ad amorem, et lenitatem infledantur. Tandem ^propofitæ emendationis finem confequemur, fi eam quam concepimus, bonam de reo fpem aperiamus, et fateamur. EXPOSTULATIO dicitur gravis quædam quærimonia. Cavendum ne fiat ob leves caulas, et fi rem damnamus, voluntas cll excufanda. Infuper habenda efl ratio eorum, apud quos, et ob quas injurias fiat expoitulatio, ufendumque in Omnibus prudentia, ut non ulceremus plagam, quam fanare cupimus; præfertim fi a.pud fuoeuorem potelfatem conqueramur. Exordium duci poteft a laude, et commemoratione beneficiorum, quæ in eos contulimus, apud quos querimur; vel ab ipfis injuriis', quas patimur, præfertim cum noftro jure utimur, nec jam precari opem, et auxilium poftub mus ; vel a quadam excufatione, qua profiteatur Orator fe non fua caufa, fed honeliatis, aut alienæ voluntatis expofiulationem aggredi. Interdum libet oric ce Præcepta. zig dum etiam malevolentia suspicionem amovet, et per dubitationem eruditam nititur de amico queri; aliquando fimulat dolorem, ut gravior fiat conqueftio. Narratio exponit injurias, aliquando etiam prius venia petita, et conquerendi facultate. Confirmatio poft injuriarum expofitionem amplificat eorum magnitudinem, et cum læfar perfonæ patientia confert, cujus rei teftes nonnunquam producit ; Defcriptiones adhibet, profopopasjas, hypotipofes, et alia dicendi lumina, quas motum ammorum excitant. Epilogus precibus ad eos confugit, a quibus folis remedium expeftari porefi, quo in loco affeftus excitat mifericordiaj, clementiæ, ac metus. Si expoftulatio privata fit, nudam, et apertam narrationem poflulat, et nonnunquam excufationem potius, quam accufationcm adhibet. Tamen inexpofitione injuriarum amplificare poteft earum gravitatem, fi præter merita, atque adeo contra jus oilendantur acceptæ. Confirmatio, aut brevis, aut fere nulla efle potefi, in qua per præteritionem profiteri debet Orator, fe generofo filentio multa fupprimere. Qui tamen confirmatio tum eft adhibenda, cum tales funt injuriæ quæ ultra diffimulari nec poflint, nec debeant, pnefertim, dum majora timentur. Conclufio vehementem excitat dolorem cum interpofitis minis, quibus etiam • aliqua deprecatio adjungi potefi, habita femper dignitatis ratione. De Exprobatione, hoc genus orationis exprobat beneficia in alios collega j quod quidem fieri debet opportune, et e re illius, qui beneficium accepit. Exordium tefiatur et appellat confcientiam illius, qui labem ingrati animi contraxit, eamque grandibus fententiis ob oculos ponit, ut vitii turpitudi- nem primo afpedu cognofcat, et cum dolore conde- mnet. Narratio rem totam artificiofe proponit, in qua et noflra in illum beneficia, et ingratum illius in nos animum amplificamus. Confirmatio duas habet partes; in prima benificium commemorat, fed ex acceptarum injuriarum impulfu $ in altera exponit, et amplificat alienum maleficium, quod fiet, ex hypothefi defcendendo ad thefim. Epilogus timoris, et verecundis motus excitat. De Comminatione, In hac Oratione totus eflfe debet orator, ut timorem inferat ei, cui minitatur. Exordium abruptiflimum effe debet, ut velut ex ino- pinato feriat. Oratio tota concifa erit, concitata, minax, gravibus fenteotiis, et axiomatibus redundans, non tamen af- fe&ata, et puerilis. Adhiberi folet vehemens amplifi- catio fceleris, autfacinoris, cui fupplicium intentatur, in qua longiori verborum traftu fefe efferat Oratio. Fingere poteft orator, vel ipfam fceleris cogitationem, et memoriam adeo atrocem effe, ut ad eam vel gra- viffimi viri perhorrefeant. Interdum etiam ne motus langucfcat, utetur communicatione, et pedetentim progredietur. Præterea rem ipfam, ac futurum incommo- dum ita clare defaribet, ut jam non dici, fed cerni oculis videatur. Conclufio' optationem, et adhortationem continebit, ue orajtio cx odio, et malevolentia videatur profetta. DEPRECATIO similis est defensioni in hac tamen fupplex venit Orator, cujus erit, obfervare prudenter circumdantia temporis, ac perfonarum, ne incongrue deprecetur. Exordium fumi potefl, vel a qualitate criminis, cui veniam precamur, vel perfonx, pro qua petimus . t Narratio non efl, cur crimen exponere debeat, ni- fi forte occupemus eos, quos offendimus, et tunc om- nia funt narranda, ac verbis amplificauda, deinde fubjicienda deprecatio. Confirmatio in eo confumi debet, ut per vim argu- mentorum dandam effe veniam fuadeat, quod quidem prædari debet primo a perfona lxfa, vel lædentis, de quibus ea dicenda funt, quæ cuique convenient, fpe- ftata cujufque conditione . .Sciatis tamen prodeffe fem- per, ut dilaudetur, qui læfus eft, præcipue a laude clementis, et ut commendetur, qui Isferit, cum ab ante aifa vita nulla vitiorum labe refperfa meritifque ejus in Patriam, et alios, tum a fpe nempe eum fore perutilem Reipublicx; A crimine ipfo una cum fuis circumdandis, quæ crimen minuere poflfunt, ut fi di- catur errorem admilfum, vel aliorum fuafione, vel im- petu aliquo iracundis. Quod fi hac aftione nainus excufari poterit, odendendum nocere illum duntaxat Au£fori, et illi fatis effe fupplicii cogitaffe, aut fecifle crimen. Si vero crimen fit occultum, orator dicat non prodeundum illud in vulgus, quia ejus tupitudo ad vin- dicantem redibit; A fupplicio inferendo, de quo quaeri poteli, cur inferatur, et cum certum fit inferri illud, ne reus amplius peccet; polliceri debuerit Ora- tor ex illius bona indole fpem vits melioris, fuam- que au&oritatem interponat, et pro eo reconeiliando, fi opus fuerit, fpondeat, oftendat quoque jam odium eoncepiffe in fcjeius, ut fupplicii ad emendationem non opus videatur. Ad Clementiam excitandam dicateum, qui peccavit, fic affligi dolore, et concuti metu, ac timore, ut milericordia dignus videatur meminerit tandem fervandum eflfe decorem. Epilogus vehementiflimos motus contineat, et fi ad parentem agat, orabit, ut meminerit in filium agi, non in fervum, obfecretque, per majorum cineres, per clara facinora. Si vero ad fuperiorem agat, im* ploret ejus Clementiam aliis exhibitam in atrociori et- iam flagitio, proferat exempla majorum ejus in re fi- wili, fidem et obfequium perpetunm polliceatur, ca- ptet interdum benevolentiam, dicatque, quidquid ac- cidit, fc contentum fore ejus judicio etc. AdLaudem Dei, femperque Virginis Mariae, et Reliquorum Sanftorum. Santucci. Luigi Speranza, “Grice e Santucci.” Santucci.

 

Luigi Speranza -- Grice e Santucci: la ragione conversazionale dell’idealismo – scuola di Mira – filosofia veneta – filosofia veneziana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Mira). Mira, Venezia, Veneto. Filosofo italiano. (quarto da sinistra) con Pedrazzi, Battaglia, Matteucci e Contessi. Muore a Bologna. è stato un filosofo italiano. È stato docente di Storia della filosofia all'Università di Bologna.  Socio dell'Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna, è stato tra i fondatori della casa editrice il Mulino. Studioso di Hume, dell'illuminismo scozzese e del pragmatismo americano, ha indagato inoltre le varie forme in cui positivismo ed esistenzialismo e, più in generale, il rapporto con le scienze hanno orientato il pensiero italiano tra Ottocento e Novecento.  È sepolto alla Certosa di Bologna.[1]  Opere principali Esistenzialismo e filosofia italiana, Bologna, Il Mulino, 1959. Il pragmatismo in Italia, Bologna, il Mulino, 1963. Sistema e ricerca in David Hume, Bari, Laterza, 1969. Introduzione a Hume, Bari, Laterza, 1971. Storia del pragmatismo, Roma-Bari, Laterza, Empirismo, pragmatismo, filosofia italiana, Bologna, CLUEB, Eredi del positivismo. Ricerca sulla filosofia italiana fra '800 e '900, Bologna, il Mulino,, 1996. ISBN 88-15-05178-3. L'età dei Lumi. Saggi sulla cultura settecentesca, Bologna, il Mulino, 1998. ISBN 88-15-06712-4. Filosofia e cultura nel Settecento britannico, 2 voll., a cura di A. S., Bologna, il Mulino,, 2000. Comprende: Fonti e connessioni continentali, John Toland e il deismo. Hume e Hutcheson, Reid e la scuola del senso comune. ISBN 88-15-08098-8. Ricerche sul pensiero italiano fra Ottocento e Novecento, Bologna, CLUEB, 2004. ISBN 88-491-2232-2. Note ^ Fonte: totem informativo di Bologna Servizi Cimiteriali. Collegamenti esterni Santucci, Antonio, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Santucci, Antonio, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009. Modifica su Wikidata Antonio Santucci, «Pragmatismo» la voce nella Enciclopedia del Novecento, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1980. Addio al filosofo Antonio Santucci, da Il Mattino di Padova, Archivio.Portale Biografie   Portale Filosofia Categorie: Filosofi italiani del XX secoloNati nel 1926Morti nel 2006Nati il 26 settembreMorti il 20 gennaioNati a Mira (Italia)Morti a BolognaMembri dell'Accademia delle Scienze di TorinoSepolti nel cimitero monumentale della Certosa di Bologna. Antonio Santucci. Santucci. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Santucci”. Santucci.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sanzo: il deutero-esperanto e la ragione conversazional tra natura ed artificio – la filosofia lizia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo. Insegna a Brindisi, Milano, e Salento. Fonda “Apollo Licio” o Lizio. Sube il fascino dell’esistenzialismo e il orazionalismo. Rivolve la propria attenzione ai rapporti tra filosofia, scienza e società. Si occupa di filosofi quali Becquerel, Boutruox, Corbino, Couturate Curie, Enriques, Fermi, Frola, GEYMONAT, PEANO, VAILATI. Sui fondamenti della geometria” (Brescia,  La Scuola, Collana "Il Pensiero"); “L’artificio della lingua, -- Grice: “I like that: it’s my Gricese, a language I invent and which makes me the master; there’s the arbitrary and there’s the artificial, and Sanzo, reconstructing Peano’s project, fails to distinguish this” -- Milano, Angeli, Collana di Epistemologia, Cimino; Sava, Il nucleo filosofico della scienza, Galatina, Congedo, Collana di Filosofia, Scritti di fisica-matematica, Torino, POMBA, I Classici della Scienza, Poincaré e i filosofi” (Lecce, Milella); Corbino, Scienza e società, Saggi raccolti e commentati, Manduria, Barbieri, Collana di Filosofia Hermes/Hestia, Scritti di fisica-matematica” (Milano, Mondadori, "I Classici del pensiero", Unione Tipografico, Torino, Scientia, Rivista di sintesi scientifica, “Apollo Licio”, Museo Galilei, Firenze. 1. I PRODROMI  Il problema della comprensione internazionale nel campo della scienza inizia, come è noto, con i primi testi scientifici scritti in lingue nazionali. Il latino, che per secoli era stato lo strumento della cultura scientifica dell'Occidente, si era estinto nella parlata comune e si andava lentamente estinguendo anche nella sua funzione di unica lingua comune ai dotti. Trattati scientifici in lingue volgari appaiono già alla fine del Duecento e la matematica commerciale è sempre più frequentemente scritta in volgare; in italiano la prima trattazione di algebra è di Jacopo da Firenze e appare nel 1307; nel 1344 appare un vero trattato di algebra del Maestro Dardi da Pisa . Il Seicento è comunque il secolo di passaggio, nel quale i testi scientifici scritti originariamente in lingue nazionali cominciano ad essere molto numerosi, benché a qualsiasi pubblicazione scientifica in italiano, inglese o francese segua quasi immediatamente la traduzione in latino. Le menti più attente cercano di trovare uno strumento che possa sostituire il latino, che tuttavia vive ancora un lunghissimo tramonto: tesi di laurea o lavori scientifici di matematica o di filosofia saranno scritti in latino ancora nella seconda metà dell'Ottocento, ma si tratterà ormai di casi sporadici . Per ovviare a questo rischio di mancanza di comunicazione tra le persone colte, rischio che cominciava a diventare molto concreto, numerosi pensatori del Seicento, tra i quali Cartesio, Mersenne, Comenius, Leibniz, Kircher avevano dedicato tempo e sforzi all'idea di una lingua universale ; sulla storia di questi tentativi e di tutti quelli che li precedettero e li seguirono, la letteratura è vastissima . Difficile dire chi fu il primo ad ideare una lingua completa ed effettivamente usata al di là di qualche progetto e di qualche prova. Comenius presenta ampiamente e con molta lucidità la necessità di una lingua universale nella Via lucis . L'opera fu scritta in Inghilterra negli anni 1641-42 e circolò manoscritta per un quarto di secolo; fu poi pubblicata ad Amsterdam nel 1668. Lo scopo del grande pedagogista moravo è una riforma della scuola, la quale dovrà uniformarsi ad una luce universale. I quattro requisiti della "via universale alla luce" sono i libri universali, le scuole universali, il collegio universale e una lingua universale . A questi quattro requisiti Comenius dedica cinque dei ventidue capitoli della sua opera, e il più esteso è quello dedicato alla lingua universale. In superamento di Luis Vives, del quale egli cita la propensione all'adozione del latino come lingua universale dei dotti, Comenius propone con coraggio una lingua del tutto nuova, e cita a sostegno di questa idea varie ragioni: la prima è che   […] con la lingua universale si provvede a tutti nello stesso modo, mentre con la latina provvederemmo soprattutto a noi che già la conosciamo, non ugualmente, invece, ai popoli barbari (per i quali, in proposito, c'è una ragione in più, perché essi costituiscono la parte maggiore della Terra), ai quali la lingua latina, come le altre, anzi, ancor di più, è ignota e difficile.    Le complicazioni delle lingue sono opera degli uomini, e alle confusioni della comunicazione si deve ovviare tramite una lingua nuova:  Auspichiamo, quindi, una lingua assolutamente (1) razionale, che nella sua struttura materiale e formale non abbia nulla (nemmeno il più piccolo apice) di non significativo, analogica, che non contenga di fatto nessuna anomalia, armonica, che non inserisca discrepanza alcuna tra le cose e i loro concetti, così da esprimere con la stessa parola la natura e la differenza delle cose, divenendo così quasi un imbuto della sapienza.   Alla domanda su quale sia il modo migliore per costruire tale lingua, Comenius indica due possibilità: o perfezionare le lingue più note, o perfezionare le cose stesse. Questa seconda ipotesi è quella che Comenius preferisce, perché più realistica, "anche se talvolta, per esprimerle esattamente, sarà necessario riordinare tutto". Comenius cita le menti illuminate che già hanno pensato a questo: è noto l'interesse di Mersenne che scrive sia a Cartesio che a Comenius stesso sull'argomento. Comenius non costruisce una lingua universale, ma dice quali dovrebbero essere le sue caratteristiche; egli pensa che sia possibile costruire una lingua dove le singole parole stiano "al posto delle loro definizioni, perché composte secondo le esigenze delle cose stesse". Nella lettera che gli scrive Mersenne (22 dicembre 1640) viene citato un "carattere universale" elaborato per circa venti anni da Maire, un gentiluomo della corte di Luigi XIII. Il "carattere universale" è un sistema di segni che ognuno può leggere nella propria lingua, e che sono posti in corrispondenza delle cose stesse. Si tratta quindi di una specie di alfabeto piuttosto che di lingua, e certamente non usabile oralmente. Le Maire aveva anche inventato una nuova forma di notazione musicale. I tempi sembrano maturi per l'effettiva costruzione di un linguaggio universale .  Un altro scienziato che si dedicava in quel tempo al problema è Leibniz. Matematico, diplomatico, storico, egli ha armonizzato antiche idee con progetti nuovi al fine di creare una lingua universale. Tutti gli ideatori di lingue universali del XVIII e del XIX secolo sono stati sotto l'influsso di Leibniz, che a sua volta aveva studiato ed ereditato idee da Bacone, Cardano, Kircher, Raimondo Lullo e, soprattutto, da Dalgarno  e Wilkins . Leibniz, slavo di origine e tedesco-orientale di nascita, viaggiò molto; scrisse principalmente in francese e in latino, progettò una unione di cattolici e protestanti, studiò e incoraggiò a studiare lingue dell'Asia allora sconosciute, ebbe corrispondenza col re di Francia e con lo zar di Russia, e progettò di fondare una società mondiale di missionari. Scienziato universale ed enciclopedico, fu fondatore di una filosofia dell'armonia, secondo la quale "l'universo è regolato da un ordine perfetto" e "l'anima e il corpo si incontrano data l'armonia che c'è in tutte le sostanze, perché tutte sono rappresentazioni del medesimo universo". Nella matematica fu il fondatore nell'Europa continentale del calcolo differenziale, e ancora oggi si usano le sue notazioni; può considerarsi un precursore dell'informatica, in quanto fu l'ideatore del sistema binario. Da idee piuttosto diverse, come crittografia, ideografia, geroglifici, Leibniz concepì l'ispirazione di una lingua universale, o piuttosto di un complesso universale di segni che potesse esprimere il pensiero umano, espresso così nebulosamente con le parole. "Dio creò la lingua" era la credenza degli indiani antichi; "Adamo creò la lingua" credevano i saggi dell'Europa medievale. In entrambe le filosofie la lingua si presentava come un prodotto artificiale, in principio perfetto e unico, e in seguito degenerato, frantumato, rotto a causa dell'imperfezione e limitatezza umana. Già da adolescente Leibniz aveva sognato una lingua universale: la sua Ars combinatoria fu scritta quando non aveva ancora 19 anni, ma i suoi studi più intensi sul problema si pongono attorno al 1679 . Leibniz non scrisse un'opera specifica sulla lingua universale, ma le sue idee sono sparse in vari suoi scritti, dei quali molti ancora inediti: nella biblioteca di Hannover esistono ancora manoscritti non pubblicati, in francese, in latino, in tedesco. Per quanto finora è stato pubblicato, due sono stati i suoi progetti sull'argomento: uno è un sistema di calcolo logico sotto il nome Characteristica universalis, che ricalca la classificazione di Wilkins e che dovrebbe essere applicabile a tutte le idee e a tutti gli oggetti del pensiero:  Tutte le idee complesse sono combinazioni di idee semplici, come tutti i numeri non primi sono prodotti di numeri primi. La composizione delle idee tra loro è analoga alla moltiplicazione aritmetica, e la decomposizione di un'idea nei suoi elementi semplici è analoga alla decomposizione di un numero nei suoi fattori primi. Ammesso questo, è naturale rappresentare le idee semplici con i numeri primi e le idee composte di questi o quei numeri primi tramite il prodotto dei numeri primi corrispondenti.   Il secondo progetto è una vera lingua internazionale pratica su base latina con una grammatica semplice e regolare, nella quale Leibniz descrive dettagliatamente la derivazione dei verbi dai sostantivi. In un altro manoscritto Leibniz dice che in questa lingua universale verranno scritti poemi e inni da potersi cantare. Altrove Leibniz sogna un "Ordo caritatis” e una ”Societas Pacidianorum", una società di teofili che celebri le lodi di Dio e si opponga all’ateismo . Questa società di saggi raccoglierà tutto il sapere dell'uomo, elaborerà una lingua opportuna e organizzerà missioni tra i popoli selvaggi per diffondere tra questi l'idea della cultura. È dunque proposta una vera operazione culturale mondiale. E scrive ancora:   Questa lingua sarà il maggiore strumento della ragione. Oso dire che questa sarà l'ultima fatica dello spirito umano, e quando il progetto sarà realizzato, dipenderà solo dagli uomini la loro felicità, perché avranno uno strumento che servirà per entusiasmare la ragione non meno di quanto il telescopio serva per rendere più acuta la vista. Sono certo che nessuna invenzione sarà importante quanto questa, e nulla potrà rendere del pari famoso il nome del suo ideatore. Ma ho motivi ancora più forti per pensare ciò, perché la religione, che seguo fedelmente, mi assicura che l'amore di Dio consiste nell'ardente desiderio di raggiungere il bene comune e il mio intelletto mi dice che nulla contribuisce maggiormente al bene di tutti gli uomini quanto ciò che lo perfeziona.   Leibniz pensa di usare numeri per tradurre le lettere dell'alfabeto di qualsiasi lingua e costruisce una tavola di corrispondenze a questo scopo; egli annota sulla sua copia della Ars signorum di Dalgarno un commento relativo a suoi contatti con Robert Boyle ed Enrico Oldenburg riguardanti la scrittura universale, ed annuncia una propria relazione su tali tentativi ; tuttavia di questa relazione non si ha poi notizia.  La costruzione di un linguaggio universale si prospettava dunque principalmente sotto due aspetti, e con due proposte di soluzione: la scelta di una lingua basata sul latino, che pur sempre era conosciuto e studiato dalle classi colte, ma più facile, oppure la scelta di una lingua logica, senza, o quasi senza, connessioni con una lingua esistente; una lingua che potesse far riferimento a figure, o a suoni, o ad altri segni ritenuti universali. BELLAVITIS  Leibniz non fu mai professore all’Università di Padova, ma nel primo ventennio del 18° secolo ebbe una forte influenza sulle chiamate alla cattedra padovana di matematica. Tale influenza fu effettuata tramite lettere e colloqui e condusse alla chiamata di Jakob Hermann e quindi di Bernoulli, entrambi ginevrini . Tra i successori di Leibniz nell’idea di un linguaggio universale si colloca il matematico bassanese Bellavitis. Appare un suo lungo scritto, Pensieri sopra una lingua universale e su alcuni argomenti analoghi, nelle «Memorie dell'I. R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti» . Bellavitis è, all'epoca, professore ordinario di geometria descrittiva all'Università di Padova, cattedra assegnatagli nel 1845, dopo due anni di insegnamento di matematica elementare e meccanica al Liceo a Vicenza, dove era subentrato a Domenico Turazza, chiamato alla cattedra di Geometria Descrittiva all’Università di Pavia. Figlio unico, Bellavitis non aveva seguito corsi scolastici regolari perché la famiglia temeva che potesse frequentare cattive compagnie; era stato istruito in casa da un maestro e principalmente dal padre, ragioniere municipale del comune di Bassano. Estremamente desideroso di apprendere, aveva letto fin da ragazzo moltissimi libri, spesso presi in prestito, perché le finanze della famiglia, nobile ma decaduta, non consentivano molti acquisti. A quindici anni già conosceva ed usava il calcolo differenziale e integrale, aveva appreso il latino, il tedesco e il francese, e ancora giovanissimo aveva compilato un dizionario di tedesco organizzandolo non alfabeticamente, ma per radici fondamentali, attorno alle quali si raggruppavano le parole derivate; scriverà poi per il figlio quattro vocabolari di tedesco, dei quali il secondo è ordinato per consonanti, che costituiscono gli elementi immutabili della radice, mentre le vocali possono mutare. Successivamente si dedicherà anche ad altre lingue: inglese, spagnolo, portoghese (di cui scriverà un dizionario nel 1878), danese, russo. Nel 1825 fu per tre mesi a Padova, dove ascoltò alcuni corsi di matematica all'università. Nel 1826 tentò un inizio di carriera universitaria nell'ateneo patavino, ma la mancanza di titoli di studio gliela precluse. Quindi fu impiegato del comune del suo paese natale, Bassano, come "alunno" senza ricevere uno stipendio per buoni dieci anni, fin quando non fu nominato "cancellista", carica pagata che tenne per altri dieci anni fino al 1843. Veniva a Padova spesso, con viaggi a piedi che duravano una decina di ore. Di matematica è semplicemente un autodidatta, copia testi e impartisce lezioni private; costruisce la sua teoria delle equipollenze dal 1832 a casa dell'amica carissima Maria Tavelli, che sposerà appena avrà uno stipendio stabile, e dalla quale avrà l'unico figlio, Ernesto. Pubblica articoli di matematica, fisica e chimica e la sua fama comincia a diffondersi; nel 1832 viene nominato membro dell'Istituto Veneto; escono due suoi importanti lavori sulle equipollenze, che preludono allo sviluppo del calcolo vettoriale ; nel 1840 l'Istituto Veneto lo nomina membro pensionario, posizione alla quale è annesso un emolumento. Bellavitis partecipa ad un concorso per una cattedra all'Università di Corfù, per la quale viene invece scelto il fisico Mossotti; tre anni dopo è proposto come professore all'Università di Malta, ma rifiuta. Data la mancanza di laurea e di diplomi, all'assegnazione della cattedra all'Università di Padova una “sovrana risoluzione” dell'imperatore d'Austria del 4 luglio 1846 lo promuove “dottore in matematica” senza domanda e con dispensa dagli esami . All'Istituto Veneto dedica una non piccola parte della sua vastissima attività: negli «Atti» escono, in quarantadue dispense, delle rassegne commentate di giornali scientifici nazionali ed esteri dal 1859 al 1880. In tali commenti egli risolve ben 857 questioni matematiche: 228 proposte da 94 matematici italiani e 629 di 247 scienziati stranieri. Le pubblicazioni al termine della sua vita sono 223, e altre 24 sono ancora manoscritte. Nei suoi scritti usa abbreviazioni varie, mostrando una grande tendenza alla sintesi e all'organizzazione gerarchica di concetti e parole.  All'idea di una lingua universale Bellavitis aveva pensato fin da giovane. Già il 18 ottobre 1818, cioè a nemmeno quindici anni, egli scriveva in un libriccino legato in pergamena alcuni appunti sull’argomento sotto il titolo Principi di una lingua universale . Il libretto raccoglie suoi pensieri fino al 1826, e nelle prime quattro pagine vi è un compendio di grammatica. A pagina 6 sono esposti dei "principi di grammatica universale per tutti i filosofi", principi ispirati alla geniale nomenclatura degli elementi chimici dovuta al Lavoisier. Bellavitis è attratto da questi principi generali, nei quali vede una grande possibilità di semplificazione della conoscenza e della sua divulgazione. Alla teoria sono uniti due esempi completi. Vengono trattate lettere dell'alfabeto, sillabe, nomi, generi (viene introdotto il neutro), aggettivi, verbi; ma solo quando è già scienziato largamente affermato Bellavitis esce con una proposta, invero del tutto teorica. All'inizio della citata comunicazione del 1862 egli allude con rammarico alla decadenza della lingua latina:   È antico desiderio quello di una lingua universale, che almeno servisse pei dotti: si tentò di rendere tale la lingua latina; ma sia insufficienza di una lingua condannata a rimanere stazionaria in tanto progresso di idee, sia uso di trasposizioni poco conformi alla schietta esposizione di cose scientifiche, sia desiderio degli scrittori di rendere a tutti accessibili i loro pensieri, l'uso della lingua latina, anche nelle opere puramente scientifiche, fu quasi del tutto dismesso. I matematici s'intendono facilmente tra loro, e ben di rado hanno opinioni differenti; per lo contrario i filosofi difficilmente s'intendono, ed ancor più difficilmente si accordano nei loro sistemi; forse è precipua ragione il linguaggio preciso e chiaro di cui si servono i primi, mentre i secondi sono costretti a servirsi di una lingua che creata dal popolo è tutta basata sugli oggetti fisici, e soltanto mediante traslati giunge ad esprimere imperfettissimamente quelle idee astratte, quegli enti d'immaginazione, che formano l'oggetto della filosofia. […] Mi pare non infondata supposizione che l'uso di una lingua filosofica spargerebbe una luce affatto inattesa sulla filosofia e sulle scienze che hanno con essa qualche affinità; sicché quella lingua sarebbe di grande vantaggio, anche indipendentemente dall'universalità che essa potrebbe acquistare fra i dotti, e quindi del legame che stabilirebbe tra tutte le nazioni.   Il Bellavitis sembra non conoscere né gli scritti di Comenio né quelli di Leibniz e questo era certamente comprensibile all'epoca dei suoi primi appunti di ragazzo. La grande opera del Comenio - i sette libri della De rerum humanarum emendatione consultatio catholica (spesso abbreviata nelle citazioni in Consultatio) - non fu scoperta che nel 1935 ad Halle da Dimitri Cicevskij, però il Bellavitis maturo avrebbe dovuto conoscere l'articolo, di una certa ampiezza, sulla lingua universale apparso sulla Encyclopédie di D'Alembert e anche la citata lettera di Mersenne a Cartesio sullo stesso argomento. Invece egli menziona soltanto opere precedenti con parole vaghe e permeate di un certo scetticismo:  Parmi che alcuni lavori pubblicati al principio del presente secolo intorno ad una lingua filosofica tendessero piuttosto a complicare che a semplificare il meccanismo del linguaggio, il che sarebbe, io credo, tutt'altro che opportuno. I suggerimenti che il Bellavitis dà per la costruzione di una lingua filosofica sono divisi in paragrafi riguardanti sezioni diverse: etimologia, grammatica, pronuncia, scrittura. Nella sezione dedicata all'etimologia egli propone che un letterato faccia la scelta delle idee fondamentali e vi attribuisca un termine derivato dalle lingue più conosciute: egli vede nel sanscrito la madre "delle lingue di popoli, a cui noi riserbiamo il nome di civilizzati; così i materiali sono tutti pronti per la grande opera". È attento all'eufonia, prevedendo un alternarsi di vocali e consonanti, ma con un'indeterminazione delle vocali per poter poi utilizzarne una possibile modifica per esprimere parole derivate. La scelta dei concetti fondamentali sarà necessariamente una scelta di concetti materiali, ma dovranno anche considerarsi "i principali esseri od azioni morali", dato che la lingua è concepita come una "lingua filosofica". Attorno ad un concetto base si raccoglierebbero altre parole derivate che hanno somiglianza di significato, e queste verrebbero create con delle preposizioni (probabilmente si tratta di quanto attualmente si dice "affisso"); una tale idea era già presente nei suoi primi appunti, e ricalca, senza una esplicita citazione, le idee base di Wilkins. Una proposta interessante è che venga costituito subito un vocabolario con la corrispondenza delle principali lingue europee, "notando per ciascuna parola di più significati qual è quello in cui essa s'intende presa." Bellavitis suggerisce quindi un'uscita della lingua già come universale, mentre le altre lingue che concretamente verranno proposte dopo qualche decennio, come il Volapük o l'Esperanto, usciranno con dizionari, peraltro estremamente limitati, in una lingua europea per volta. Bellavitis è ben conscio della grandiosità dell'impresa, ma ha fiducia che anche solo una realizzazione parziale, come la traduzione in una sola lingua e la classificazione metodica di tanti concetti, possa essere utile indipendentemente dalla realizzazione dell'intero progetto. Egli suggerisce anche una riduzione del vocabolario, ritenendo tante parole ormai cadute in disuso. Una certa sua diffidenza si nota quando parla del lessico attinente alla filosofia: ritiene infatti che con l'obbligo di definire con precisione i concetti filosofici apparirà palese che i "pensamenti di alcuni filosofi sieno non solamente non dimostrati, ma eziandio senza un preciso significato." La terminologia matematica invece sarebbe facile ad idearsi data la sua limitatezza, in quanto si tratterebbe soltanto di quelle poche parole che accompagnano le formule.  Un interessante suggerimento è quello di derivare aggettivi da sostantivi o viceversa, o verbi da sostantivi o viceversa, e di costruire quindi parole riferentisi ad alcuni concetti centrali, attorno ai quali altre parole si aggregherebbero, distinte soltanto per una vocale o per una consonante di suono affine. Le "voci radicali", che dovrebbero essere costruite come somiglianti a quelle delle lingue viventi, sarebbero abbastanza poche, data l'ampia capacità di formare derivati tramite particelle prepositive (oggi si chiamerebbero preposizioni o affissi) e di comporre parole composte come in tedesco. L'Esperanto, il cui primo embrione è del 1878 e la cui uscita in pubblico si ha a Varsavia, seguirà molto da vicino questi principi, per quanto sia da escludersi che il suo iniziatore, il polacco Zamenhof, legge il lavoro di Bellavitis . A sua volta il Volapük da Schleyer, sembra una trasposizione concreta dei principi di Bellavitis, anche per quanto riguarda le parole composte e la presenza dell'aspirazione in principio di parola; ma anche in questo caso è da escludersi una conoscenza del lavoro del Bellavitis da parte di Schleyer. Il Bellavitis propone poi un singolare vocabolario in un ordine alfabetico che consideri soltanto le consonanti, dato che le vocali avrebbero valore diverso a seconda della loro posizione all'interno del vocabolo. Ogni parola che cominciasse per vocale sarebbe preceduta da un'aspirazione. Bellavitis si ispira al tedesco, dove l'apofonia vocalica interconsonantica indica funzioni diverse (ad esempio nel verbo, dove in voci come sprechen, sprichst, sprach, gesprochen il cambiamento di vocale indica un cambiamento di funzione della voce verbale). Egli dice di aver trovato molto comodo un dizionario tedesco basato solo sulle consonanti, dove la vocale della radice era sostituita da un punto, nonché un dizionario inverso limitato alle desinenze. La grammatica proposta dal Bellavitis è piuttosto astrusa e non basata su nessuna lingua esistente, e certamente di fruibilità concreta difficile, se non impossibile. Egli propone varie possibilità opzionali che renderebbero la lingua non rigida e sostiene che una lingua basata sui precetti, come la sua lingua a priori, piuttosto che sugli esempi, come sono le lingue etniche, avrebbe una maggior semplicità. È prevista una declinazione con quattro casi, ma anche le desinenze di questi non sarebbero fisse, ma variabili a seconda che la parola si legasse come significato al termine seguente o a quello precedente. Sugli articoli (nei quali il Bellavitis comprende anche gli aggettivi e pronomi dimostrativi) vi sarebbe un'ampia variabilità. Questa così vasta libertà, che davvero sembra sconfinare nell'anarchia, appare non tener conto della difficoltà di imparare una tale lingua: il rendere non obbligatorie certe forme o certe desinenze, o certe congiunzioni, non semplifica la lingua, in quanto la scelta tra tante forme non aiuta chi scrive, che si troverebbe senza un criterio di scelta, e ancor meno chi legge, che dovrebbe tenere a mente tutte le possibili varietà di espressione. Le opzioni che il Bellavitis dà per le successive evoluzioni della lingua sono tutte di possibili estensioni, che sembrano essere così vaste che ognuno sembra poter costruire la lingua a suo piacimento. Anche per i pronomi egli prevede una lista assai più ricca di quelli attuali: essi si diversificherebbero anche a seconda del caso del nome a cui si riferirebbero, e a seconda del fatto che si riferiscano ad un oggetto collocato vicino o lontano non già dal parlante, ma nella proposizione (un po’ come nell’italiano l’uso di “questo” e “quello”). Un suggerimento interessante riguarda i tempi dei verbi, che si potrebbero fissare una sola volta per ogni paragrafo: quando un racconto fosse al passato, basterebbe mettere il segno del passato all'inizio tramite un avverbio, e tutte le voci verbali assumerebbero nel seguito un significato passato.  Come esistono i pronomi, così esisterebbero i "proverbi", termine che va inteso come "parola al posto del verbo" per evitare una ripetizione di questo, così come il pronome evita la ripetizione del nome. In questo il Bellavitis dice di aver preso ispirazione dall'inglese, e infatti l'inglese a volte usa le voci del verbo to do al posto del verbo precedentemente espresso. Interessante è la proposta dei suffissi, per indicare il diminutivo o il peggiorativo, unitamente alla possibilità di usarli entrambi in successione, come se in italiano si potesse dire cavallinaccio; tale possibilità sarà codificata poi sia nel Volapük che nell'Esperanto. Si noti tuttavia che il succedersi di più suffissi, ancorché lecito in queste due lingue, rimane poi, nella pratica, estremamente limitato proprio perché non comune nelle lingue etniche, che sono comunque una buona immagine del pensiero umano, dove la sintesi che porta all'uso dei suffissi e alla loro combinazione è temperata dalla impossibilità di tenere a mente una serie troppo lunga di particelle. Bellavitis auspica nella lingua universale la possibilità di indicare con suffissi all'interno della stessa parola le varie età o le varie qualità della persona, riprendendo alcune possibilità della lingua araba. Sui verbi matura l'idea che numeri e persone non abbiano bisogno di distinguersi tramite una desinenza diversa, principio applicato poi nell’Esperanto, e tuttavia egli caldeggia un ulteriore pronome personale, oltre ai sei usuali, per indicare l'unione dell'io con il tu, e un altro per indicare l'unione del tu con una terza persona. Un atteggiamento singolare il Bellavitis lo ha nei confronti dei tempi verbali, che gli sembrano di poco vantaggio: nelle scienze e in moltissime altre circostanze ciò che si asserisce fu, è, sarà sempre vero, e la distinzione del tempo od è un imbarazzo o si adopera in significato alcun poco differente, come quando si pone in futuro la conseguenza delle asserzioni esposte in tempo presente. La distinzione dei tre tempi passato, presente e futuro è quasi sempre insufficiente, occorrono degli avverbi per indicare qual sia il tempo passato o futuro, e quanto ristretto sia il presente: ora dal momento che si pongono tali avverbi riesce affatto inutile modificare il verbo; così per esempio il dire: ieri lessi, oggi riposo, domani scriverò non è niente più chiaro di: ieri io leggere, oggi (il nominativo si sottintende) riposare, domani scrivere.   Altre semplificazioni il Bellavitis propone nei modi verbali, ricalcando un po' una lingua nella quale il verbo è sempre all'infinito e la forma morfologica diversa verrebbe sostituita da avverbi: se oggi tu venire, domani io partirebbe. E tuttavia ad una semplificazione dei modi indicativo, congiuntivo e condizionale si aggiungerebbe invece un arricchimento con i modi potenziale e dubitativo, mentre non si darebbe luogo all'ottativo. Del pari verrebbe abolito il passivo, dato che ogni frase passiva può essere volta all'attivo, e, se si vuole dare risalto a chi riceve l'azione ponendolo al primo posto nella frase, esso viene contrassegnato dall'accusativo che indica l'oggetto. La costruzione diventa così più libera e si presta ad una maggiore espressività rispetto alle lingue che non hanno declinazioni e che quindi sono costrette nella massima parte dei casi ad utilizzare la struttura soggetto-verbo-oggetto.  Una sistematica critica Bellavitis la rivolge ai grammatici, che vogliono studiare una lingua secondo i principi di un'altra, e quindi nell'italiano riconoscono forme e differenze che invece in italiano non esistono e sono proprie del latino. Sulla poesia il Bellavitis esprime posizioni contraddittorie. Da una parte egli sente che nessuna lingua può esistere senza poesia, e che la ricchezza di immagini si potrà trovare anche nella lingua filosofica; dall'altra egli dichiara:  Debbo però confessare che non so scorgere qual sia la vera cagione del diletto che recano nella poesia il metro e la rima: quelle artificiose canzoni, in cui si succedono a lungo periodo le stesse misure di versi e lo stesso concatenarsi di rime; quei sonetti architettati in alcune speciali maniere; quelle terzine che si seguono in modo sempre uniforme e terminano con un primo verso;… sono desse belle soltanto perché difficili?   La critica che egli successivamente muove alla rima, che ritiene stucchevole, menziona il fatto che la rima non è sempre stata una componente essenziale nella poesia, dato che la letteratura latina non la conosceva neppure e che lo spagnolo preferisce le assonanze. Nella pronuncia Bellavitis segnala la necessità di una grande attenzione, ma non cura l'importanza delle vocali, essendo state quelle le prime a trasformarsi con il passare dei secoli nella lingua greca stessa, che pure è rimasta fino ai giorni nostri abbastanza uguale come grafia a quella classica. Sulla scrittura egli propone come unica soluzione plausibile una scrittura fonetica, cosa che sia l'Esperanto che il Volapük applicheranno come ovvia base; le vocali sarebbero sette, cioè quelle italiane compresa la "o" aperta e la "e" aperta. Ma egli rifiuta i vari caratteri corsivo, tondo, o il tutto maiuscolo, nonché l'uso delle maiuscole per l'iniziale dei nomi propri, ritenendo che questi si possano rendere riconoscibili in altro modo. D'altra parte caldeggia un sistema che consenta di leggere con senso a prima vista, con dei segni particolari al principio del periodo, come il punto interrogativo rovesciato dello spagnolo, o dei segni che consentano di indicare il modo di recitazione, dove alzare e dove abbassare la voce, e pensa che anche le lingue etniche potrebbero introdurre questi segni, una volta che fossero stati studiati e decisi nella lingua universale. La parte didascalica di un colloquio orale è magnificata rispetto alla lettura di un testo scritto, perché appunto il tono della voce può far risaltare la parte fondamentale del discorso rispetto ad altri elementi inessenziali. La scrittura potrebbe anche effettuarsi tramite un sistema di segni corrispondenti a numeri e parole, così come avviene nell'alfabeto Morse. I segni fondamentali sarebbero tre: il punto, la lineetta e la linea (più lunga). Ogni lettera verrebbe espressa da tre di questi segni, che darebbero 27 combinazioni, e le cifre da 1 a 9 verrebbero indicate con due di questi segni. Si potrebbe inoltre costruire un dizionarietto di frasi già fatte e numerate, per cui sei segnali consecutivi potrebbero indicare il numero d'ordine di ciascuna di queste frasi, e si potrebbero riunire sotto lo stesso numero anche frasi diverse che avessero significato simile. Bellavitis propone quindi, pur senza menzionarlo esplicitamente, un frasario utilizzabile durante i viaggi, con frasi di prima necessità. A questi tre segni fondamentali si potrebbero sostituire tre gesti, la mano chiusa a pugno oppure stesa orizzontalmente o verticalmente: si potrebbe così comunicare, oltre che con le lettere, con le mani, e anche le mani potrebbero essere usate per indicare i numeri corrispondenti alle frasi del dizionarietto. Una significativa attenzione il Bellavitis la dedica alla possibilità di evoluzione della lingua filosofica proposta. In più punti egli indica come il lessico non debba restare ingessato, ma debba consentire un adeguamento che segua l'evolversi della scienza. Per la numerazione egli suggerisce di fissare un termine ogni due potenze di dieci, per cui dopo il cento come 102 verrebbe il miria come 104 e il milione come 106, e la potenza corrispondente al mille diventerebbe dieci centi. La giustificazione di questo modo di contare egli la vede nel fatto che spesso nella lingua parlata i numeri molto lunghi vengono letti a coppie di cifre: 30472308,02157 verrebbe letto trenta milioni quarantasette miria ventitré centi otto e due centesimi quindici miriesimi e sette decimi di miriesimo. Già CARDANO (vedasi), nel suo trattato De numeris, aveva proposto una nuova scansione della numerazione utilizzando le miriadi; singolarmente il Bellavitis propone "centi" come forma plurale di "cento", e rifiuta il "mille" che non si adatta alla scansione ogni due potenze di 10. La nota termina con la proposta di un alfabeto per le segnalazioni in mare, di fatto una semplificazione del semaforico, come pure di un alfabeto per ciechi, anch'esso basato su triadi di segni. Alla lingua universale il Bellavitis applica anche una stenografia. Giunti al termine della lunga nota del Bellavitis ci si chiede se una lingua così a priori, alla quale peraltro manca ancora tutto il lavoro riguardante il lessico, possa essere appresa facilmente. La risposta è fatalmente negativa. Altri progetti di lingue a priori proposti nello stesso periodo, come il solrésol del Sudre, non uscirono mai dalla fase di proposta. Il solrésol era un progetto di lingua universale basata sui "sette segni" della musica, cioè sulle sette sillabe che costituiscono i nomi delle note. Maturato da una prima idea del 1817, tale progetto fu presentato all'Accademia francese delle Scienze nel 1827; un testo completo vide però la luce soltanto nel 1866, dopo la morte dell'ideatore. I segni musicali, veramente universali, almeno nella musica del mondo occidentale dell'epoca, offrono varie possibilità di espressione: la lettura vocale dei segni stessi, la loro cantabilità, la scrittura su un pentagramma, la trascrizione in cifre arabe, la presentazione tattile toccandosi con l'indice della mano destra le falangi della sinistra. Il contrario di un'idea si indicava invertendo i segni: mi-sol = il bene, sol-mi = il male; do-mi-sol = Dio, sol-mi-do = Satana. I gradi di un aggettivo erano indicati con un aumento del sonoro, il femminile con la ripetizione (e quindi, foneticamente, con l'allungamento) della vocale finale. Il progetto incontrò anche consensi tra persone importanti, come Napoleone III, Victor Hugo, Humboldt, Lamartine. Probabilmente il Bellavitis aveva avuto notizia del solrésol, in particolare poteva aver apprezzato l'idea di una utilizzabilità e di una possibilità di forme di espressione così ampie, per quanto, come abbiamo visto, egli fosse piuttosto critico nei confronti di progetti precedenti. Ma la logica non è l'unica caratteristica della nostra mente, e un linguaggio puramente logico che non avesse agganci a lingue esistenti non ha mai avuto un benché minimo numero di parlanti. Il Bellavitis non propone nulla di concreto, non la scelta di una radice, non un esempio di applicazione. I suoi discorsi si mantengono teorici e non trattano minimamente della fatica necessaria per imparare una serie di corrispondenze tra le parole delle lingue etniche, a cui l'uomo è già abituato, e le parole, o le successioni di segni, della nuova lingua ancora del tutto sconosciute. La conclusione è un lungo elenco di cose che i costruttori di tale lingua filosofica dovrebbero fare, senza nessun suggerimento pratico. Il Vailati  vede in queste semplificazioni proposte dal Bellavitis un concetto di linguaggio "suscettibile di venir compreso indipendentemente dalla conoscenza di qualsiasi regola grammaticale" . In realtà è arduo aderire a questo giudizio: la mancanza di regole grammaticali fornisce una lingua estremamente povera dal punto di vista espressivo, il che fa dubitare della sua possibilità di funzionamento. La totale mancanza di scelte lessicali, che costituiscono pur sempre la parte più impegnativa di un qualsivoglia apprendimento di una lingua, rende non verificabile qualsiasi possibilità di applicazione pratica. Il Bellavitis spesso esprime i suoi concetti con una certa foga. Le recensioni che egli fa dei lavori che sistematicamente appaiono nelle riviste sono talvolta laudative, talvolta fortemente critiche; è abituato a dire il suo pensiero senza remore. Critica i cultori di geometrie non euclidee, considerandole "false". Uomo anche politico, Senatore del Regno dall'anno in cui il Veneto fu annesso al Regno d'Italia, nelle Utopie  egli disquisisce di politica e di rapporti sociali: propone una anagrafe elettorale con una tessera (cosa che in Italia ha trovato realizzazione solo da pochissimi anni), e dice, a proposito di elezioni indirette: "Io credo che le donne che sanno scrivere possano scegliere gli elettori più opportuni tanto bene quanto gli uomini" (in Italia il voto alle donne si è avuto ottant'anni dopo quello scritto). In tema di successione ereditaria propone considerazioni su figli legittimi e naturali che hanno trovato applicazione soltanto nel diritto di famiglia di oltre cento anni dopo. Nelle Reminiscenze della mia vita  ricorda le conquiste tecnologiche e sociali di cui è stato spettatore: la litografia, la distribuzione dell'elettricità, la decomposizione dello spettro luminoso, il magnetismo, la posta, il telegrafo; e non manca il patriottismo nel pieno senso risorgimentale nelle parole con le quali conclude le Reminiscenze: "Quando vidi entrare in Padova Vittorio Emanuele II liberatore, e quando in Roma udii proclamare dall'augusto labbro che l'unità Nazionale è compiuta potei dire: ho vissuto abbastanza."  Bellavitis si colloca quindi in una posizione con lo sguardo rivolto al futuro, ma con una corretta percezione del passato e dell'evoluzione della tecnica. Riguardo alla lingua universale aveva colto nel segno al tempo giusto: il problema da lui indicato stava esplodendo, e in varie altre parti del mondo si proponevano soluzioni. Nei primissimi anni del Novecento si andò costituendo un forte movimento di accademici, filosofi e matematici favorevole all'adozione di una lingua internazionale per la scienza.   3. GLI SVILUPPI SUCCESSIVI E LA PARTECIPAZIONE DEI PADOVANI  La recente uscita del carteggio tra i due logici Giuseppe Peano e Louis Couturat  offre un interessante spaccato sul problema della lingua internazionale come fu visto non solo dai due protagonisti, ma dalla comunità scientifica del primo Novecento. Purtroppo nel carteggio, che è di 101 lettere, abbiamo quasi soltanto le lettere di Couturat a Peano, ben novantasette, conservate nell'Archivio Giuseppe Peano di Cuneo; delle risposte sono conservate invece soltanto quattro minute del matematico torinese, ma non gli originali, di sicuro molto più numerosi, che, giunti a Couturat, sono poi andati perduti. Il volume termina con un'interessantissima Appendice che contiene altri 15 pezzi: lettere scambiate da Peano e Couturat con altri matematici e il necrologio di Couturat scritto da Peano. L'apparato critico, consistente di un'ampia introduzione, di una completa bibliografia di entrambi gli autori e di un vastissimo corpus di note colloca il volume tra le migliori pubblicazioni sull'argomento. Il carteggio fornisce tutta una serie di elementi finora poco noti sul pensiero e soprattutto sulle attività organizzative dei due scienziati. L'epistolario edito inizia già a scena aperta, in quanto la prima lettera registrata è del 30 ottobre 1896, e in essa Couturat ringrazia Peano dell'invio del suo Formulaire, che Couturat apprezza come raccolta sommaria di proposizioni e come repertorio bibliografico, riservandosi ancora un commento sull'utilità della logica matematica e del linguaggio simbolico di Peano.  A Padova era nata la geometria a più dimensioni di Veronese, con il quale Peano ha una feroce polemica. Infatti il Veronese nei suoi Fondamenti di Geometria  lamenta che Peano, nella «Rivista di Matematica» di cui è direttore, critichi gli iperspazi intesi nel senso di Veronese. La risposta di quest'ultimo è contenuta in una nota a p. 613 dell'opera citata:   Il sig. Peano ha torto nella forma e nella sostanza, ma per quanto non sia difficile rispondere alle sue affermazioni, siccome egli accusa di mancanza di buon senso quei geometri che non possono pensare come lui […] è resa così impossibile ogni amichevole e dignitosa discussione. Io sono convinto che le questioni sui principi della matematica e specialmente della geometria siano già di per sé abbastanza difficili senza che vi sia bisogno di aggiungervi nuove difficoltà di altra natura con polemiche appassionate e intolleranti, come sono altresì convinto che certe critiche pel modo con cui son fatte portano chiaramente in sé la loro condanna.   Il Peano continuerà la polemica nella sua recensione dei Fondamenti di Geometria del Veronese, che appare nella «Rivista di Matematica». La stroncatura è netta e addirittura Peano scende dalla confutazione scientifica all'ironia. Vengono menzionate "sgrammaticature, abituali all'autore", e viene fortemente evidenziata la poca chiarezza logica: successioni di insiemi che diventano sempre più grossi, tautologie evidenti presentate come postulati. Peano si lascia andare a frasi come: "Le conseguenze di questo principio assurdo sono evidenti", e conclude: "E si potrebbe lungamente continuare l'enumerazione degli assurdi che l'A. ha accatastato. Ma, questi errori, la mancanza di precisione e rigore in tutto il libro tolgono ad esso ogni valore."  In realtà i concetti del Veronese, in particolare quelli sugli infiniti e infinitesimi, avevano ricevuto critiche da più parti, e Veronese scriverà a difesa parecchi articoli, confutando le critiche, ma non quelle di Peano, con cui non ebbe più rapporti. Tuttavia nel carteggio tra Peano e Couturat, che riguarda un periodo posteriore, compare il nome di Veronese. Vediamo in quale contesto. Nel 1900 Léopold Leau, un matematico francese, compagno di studi di Couturat all'École Normale Supérieure, pubblica un opuscolo sulla necessità di una lingua internazionale a scopi puramente pratici, invitando gli uomini di scienza e di cultura ad aderire all'idea . Egli lancia anche la costituzione di un comitato che sensibilizzi al problema l'opinione pubblica; Couturat dal canto suo pone la questione al primo Congresso di Filosofia che si tiene a Parigi nella prima settimana di agosto del 1900. A questo congresso partecipano vari matematici italiani, in particolare i logici collaboratori di Peano: tra questi Alessandro Padoa, un veneziano che aveva studiato ingegneria a Padova e che venne poi attratto da argomenti più teorici, laureandosi infine in matematica a Torino. Padoa è un logico matematico: tiene molte conferenze in varie università, tra cui Padova, partecipa con relazioni a congressi, ma non ha un cattedra universitaria. Insegna nella scuola media, dapprima a Pinerolo, poi a Roma e a Cagliari, e infine in un Istituto Tecnico di Genova. Nel 1934 vincerà il premio dell'Accademia dei Lincei. È conosciuto tra i matematici e tra i filosofi: al congresso di Filosofia di Parigi tiene una conferenza sulla teoria algebrica dei numeri, preceduta da un'introduzione logica a una qualsiasi teoria deduttiva.  Il congresso di Filosofia approva l'idea di Couturat e all'unanimità lo nomina suo delegato al Comitato lanciato da Leau e in fase di costituzione. Il secondo congresso dei Matematici si tiene a Parigi immediatamente dopo quello di filosofia, e vi è quindi una parziale continuità di presenze. Ancora ci sono i collaboratori di Peano, e ancora figura Alessandro Padoa. Al congresso dei Matematici viene di nuovo proposta la questione della lingua internazionale, ma, a differenza di quanto era successo tra i filosofi, si fronteggiano due linee di azione: quella caldeggiata da Leau, che insiste per la formazione concreta del Comitato al quale partecipino i matematici con cinque delegati, e invece una mozione proposta da Vasilev, che demanda alle accademie il compito di esaminare il problema del proliferare delle lingue ed eventualmente di restringere soltanto ad alcune lingue la produzione scientifica. Padoa si dichiara esplicitamente a favore della mozione di Leau, ma la maggioranza si colloca sulle posizioni di Vasilev. I matematici quindi respingono l'idea di una lingua unica e in particolare una lingua artificiale, mentre Couturat e Leau sono fautori di una lingua unica, che non può essere altro che pianificata, ritenendo che nessuna lingua nazionale abbia la possibilità di essere imposta a scapito di altre: quale scienziato si sottoporrebbe a una simile diminutio? Peano dal canto suo sta elaborando una lingua internazionale artificiale basata sul latino, che verrà presentata nel 1903 nella «Revue de Mathématiques» sotto il nome di latino sine flexione. In realtà i matematici scelgono di non scegliere: il demandare la decisione ad un altro organismo è una tattica chiaramente dilatoria. L'Associazione Internazionale delle Accademie, che raccoglieva diciotto accademie tra cui quella italiana dei Lincei, si era creata nel 1900 e tenne la prima assemblea generale il 9 aprile 1901. Couturat e Leau ritengono la strada indicata dai matematici non percorribile e nel frattempo iniziano ad agire, raccogliendo, da diverse associazioni e congressi, un gruppo di delegati. Questi escono in pubblico con una dichiarazione sugli scopi e i metodi del loro lavoro: una lingua internazionale unica è necessaria; essa dovrà essere di facile apprendimento anche per persone di cultura elementare, non dovrà essere nessuna lingua nazionale, e dovrà essere usata in tutti i campi, dal commercio ai rapporti culturali. Nasce così La Délégation pour l'Adoption d'une Langue Auxiliaire Internationale, di cui Couturat è il tesoriere e Leau il segretario generale. La Delegazione dovrà pertanto scegliere la lingua artificiale più adatta e quindi sottoporla alle Accademie europee per un riconoscimento. Qualora l'Associazione delle Accademie dovesse ricusare tale compito, la DALAI avrebbe dovuto a sua volta costituire un apposito Comitato elettivo composto di personalità internazionali che perseguisse tale fine.  Nell'aprile 1901 si riunì dunque per la prima volta l'assemblea dell'Associazione delle Accademie, e qui Hippolyte Sebert  presentò una petizione per inserire la questione della lingua internazionale nella successiva assemblea dell'Associazione, che sarebbe stata nel 1904. I tempi iniziarono quindi ad allungarsi, anche perché l'elaborazione e l'approvazione dello statuto della DALAI non fu semplice: esso comunque prevedeva che la Delegazione si prodigasse affinché le singole accademie proponessero ai propri governi il riconoscimento della lingua e il suo insegnamento nelle scuole. Il tempo per queste azioni era definito in tre anni, in previsione del secondo congresso di filosofia. Il tempo tuttavia non è sufficiente perché si concludano i lavori e pertanto l'azione della DALAI si sgancia dal collegamento con il congresso di filosofia. Couturat nel frattempo pubblica un ponderoso saggio sulla logica di Leibniz, in cui riconosce una sostanziale unitarietà tra i progetti di Leibniz sulla lingua universale e la scienza universale. L'opera suscita l'approvazione incondizionata di Russell e, con qualche riserva, della scuola di PEANO (vedasi). La scuola francese invece espone alcune critiche di fondo. Ancora, nella sua intensa opera di studioso, Couturat, insieme a Leau, pubblica nel 1903 la già citata Histoire, che diventa l'opera fondamentale dell'epoca sulla questione. Tuttavia non conosce la nota del Bellavitis, e ne apprende l'esistenza soltanto da Peano: a lui domanda se si tratta dell'ideatore della teoria delle equipollenze . Couturat ha conosciuto e provato vari progetti di lingue universali, come il Volapük, creato dall'abate tedesco Schleyer, ma ne è rimasto deluso per l'estrema complicazione nella formazione delle parole, la cui riconoscibilità era fortemente ridotta. Couturat diventa quindi un appassionato fautore dell'Esperanto, che egli per il momento considera la migliore delle lingue artificiali, soprattutto per il numero già non piccolo di parlanti, che costituisce un'ottima dimostrazione della sua capacità di adempiere al compito di una lingua internazionale. Non vuole tuttavia che i giochi sembrino già fatti, e la Délégation si ripromette di prendere in considerazione anche altri progetti. I progetti di lingua internazionale hanno sempre oscillato tra il tentativo di una massima regolarità di formazione delle parole derivate da una radice, come proposto anche da Bellavitis, e il polo opposto, cioè la comprensibilità quasi immediata da parte degli europei colti: per ottenere questo secondo scopo una lingua internazionale avrebbe dovuto presentare parole formate con quelle irregolarità di derivazione che si trovano nelle lingue nazionali. Come emerge dal carteggio tra Peano e Couturat, il matematico torinese, pur fortemente interessato alla soluzione del problema tramite una lingua artificiale, non si fa coinvolgere dagli entusiasmi del filosofo francese: ritiene che l'apprendimento di una lingua a livello tale da poter essere parlata da tutti sia impresa ardua, e cita il fatto che anche dell'italiano stesso larghi strati della popolazione non sono sicuri padroni, nonostante che la lingua standard sia insegnata in tutte le scuole del Regno. Peano conosce l'Esperanto e Couturat lo incoraggia a partecipare ai congressi: lui stesso vi ha partecipato ed è rimasto sorpreso di come la lingua funzioni bene e metta in comunicazione senza nessuna difficoltà persone di provenienze e lingue molto diverse. Sulla stessa lunghezza d'onda è il matematico Charles Méray, dell'università di Digione. Tra Méray e Peano erano intercorse due lettere nel luglio del 1900: il giorno 14 Méray scrive una lunga lettera che magnifica le qualità e la semplicità dell'Esperanto, e Peano gli risponde il giorno 27 con un tono piuttosto scettico e facendo una critica puntuale all'Esperanto, pur riconoscendo che questo est plus scientifique que toutes les autres langues artificielles. Il nome di Peano figura tra i partecipanti al secondo congresso mondiale di Esperanto nel 1906 a Ginevra, ma non vi sono altre notizie sulla sua partecipazione.  La DALAI spinge perché il problema dell'adozione di una lingua internazionale venga posto all'ordine del giorno della terza assemblea generale dell'Associazione delle Accademie, da tenersi a Vienna nel maggio 1907, e cerca di acquisire consensi di accademie e associazioni scientifiche; pertanto Couturat chiede l'intervento di Peano per ottenere appoggi di scienziati italiani ad una petizione in tal senso. In particolare egli segnala come desiderabile il consenso della Association Géodésique Internationale e ne elenca i membri italiani: tra questi vi è Lorenzoni, astronomo e ingegnere, direttore dell'Osservatorio di Padova. Giuseppe Lorenzoni era entrato come assistente all'osservatorio astronomico nel 1863 ancora prima di laurearsi (si laureò in ingegneria nel 1864) e dieci anni dopo era professore. Nominato direttore dell'Osservatorio, contribuì a fare di Padova un centro di insegnamento dell'astronomia; si occupò di gravimetria, di spettroscopia, di stelle cadenti, di ottica. Autore di oltre un centinaio di pubblicazioni di astronomia e geodesia, fu membro dell'Accademia dei Lincei e dell'Istituto Veneto. Il suo appoggio era quindi da considerarsi di estremo prestigio. L'attività frenetica del Couturat raggiunge qualche risultato concreto: l'Accademia di Vienna proporrà una mozione a favore della lingua internazionale e l'Accademia di Copenaghen voterà a favore. Per tale mozione vengono raccolte firme di associazioni e di singoli, e il conteggio finale dà 307 associazioni e 1251 scienziati, tra i quali vari italiani. Nel dicembre 1906 Couturat e Leau inviano una circolare per definire l'azione dell'Associazione in vista dell'assemblea e la circolare riporta una decisone della DALAI che esclude dalla DALAI stessa gli inventori in prima persona di lingue artificiali. Couturat non si illude che le accademie si incaricheranno di risolvere la questione e comincia un'azione per costituire il Comitato elettivo di personalità scientifiche previsto dallo statuto della DALAI; infatti il 29 maggio 1907 l'Associazione delle Accademie respinge la mozione. Couturat ritiene quindi che non siano più differibili i tempi per la costituzione del Comitato, nel quale devono essere rappresentati tutti i paesi culturalmente avanzati, ciascuno con un singolo membro, e si adopera per invitare scienziati autorevoli ad entrare nel Comitato. La sua ricerca parte da quelli che avevano già firmato la mozione che chiedeva che l'Associazione delle Accademie si occupasse del problema della lingua internazionale. Peano è escluso a priori dalla DALAI e quindi dal Comitato, perché Peano è l'ideatore del latino sine flexione, ma in una lettera del 30 marzo 1907, scritta da Parigi, Couturat chiede a Peano di adoperarsi perché un italiano di prestigio entri a far parte del Comitato. Peano è membro dell'Accademia dei Lincei, e può parlare con altri membri. Couturat elenca alcuni nomi che gli appaiono adatti, tra i quali anche Giuseppe Veronese, professore di grande fama, deputato, senatore del Regno d'Italia dal 1904 per meriti scientifici, schierato tra i radicali. Veronese era succeduto a Bellavitis sulla cattedra padovana di geometria descrittiva. Siamo ormai nel 1907, le polemiche tra Peano e Veronese sono di un quindicennio prima, ma forse non del tutto sopite . Non ci sono testimonianze del coinvolgimento di Veronese nel costituendo Comitato, ma si può ragionevolmente supporre che Peano non gli abbia fatto nessuna proposta. Un rappresentante italiano che aderisse al Comitato non fu trovato: per acquisirne uno fu violato lo statuto, in quanto fu cooptato proprio il Peano, ancorché autore di un suo progetto di lingua internazionale. L'azione del Comitato fu certamente seria e minuziosa, ma la probabilità che ne conseguisse la scelta di una lingua con reale possibilità di essere accettata da accademie e governi andò rapidamente scemando.  Nel frattempo i sostenitori dell'Esperanto erano cresciuti di numero e nel 1905 avevano avuto il loro primo congresso internazionale a Boulogne-sur-Mer, dove avevano dichiarato immutabile la struttura della lingua, codificata nell'opera Fundamento, consistente nella Grammatica, in un Eserciziario e nel Vocabolario in cinque lingue. L'Esperanto dunque veniva sottratto alla tentazione di continue modifiche e miglioramenti: i suoi utenti ritenevano che la lingua andasse abbastanza bene così, e che qualsiasi tentativo di miglioramento avrebbe soltanto portato ad una destabilizzazione. Gli esperantisti avevano già rifiutato delle proposte di miglioramento nel 1894, e ormai, a venti anni dall'uscita della prima grammatica della lingua, erano diventati fortemente conservatori. Il Comitato scelse formalmente l'Esperanto, ma con una notevole quantità di proposte di cambiamento nell'alfabeto, nella fonetica, nella morfologia, nelle preposizioni: alcuni si illusero che questi miglioramenti sarebbero stati gli ultimi e definitivi, e quindi aderirono a questa nuova forma dell'Esperanto, che prese il nome di Ido (che in Esperanto significa "discendente"); ma la gran parte degli adepti restò fedele all'Esperanto già consolidato. La nuova lingua fu oggetto di successive modifiche e alcuni membri del Comitato produssero a loro volta altri progetti, nella supposizione che la mancata diffusione di una lingua internazionale dipendesse dalle qualità della lingua in sé, piuttosto che da motivi di sociopolitica, come le vicende successive dimostreranno ampiamente. Couturat aderì pienamente all'Ido, convinto che la scelta del Comitato fosse la migliore, e ne fu un propagandista entusiasta come prima lo era stato dell'Esperanto; Peano, che pure aveva partecipato ai lavori del Comitato, ma non all'ultima votazione perché era impegnato in esami a Torino, non rispettò le conclusioni del Comitato e continuò a usare e propagandare il latino sine flexione. Ciò causò un rapido raffreddamento dei rapporti con Couturat, che lo accusava di tradimento; seguì tosto un'interruzione definitiva: l'ultima lettera di Couturat. Il filosofo francese morirà in un incidente stradale: la sua automobile verrà investita da un camion militare che porta alle truppe francesi la notizia che la Germania aveva dichiarato guerra alla Francia. È il secondo giorno del primo conflitto mondiale. PEANO ne scriverà un commosso necrologio in latino sine flexione, pur ricordando anche i dissensi . La lingua caldeggiata da Peano assume nel 1909 il nome di Interlingua ; il matematico torinese fonda anche una Academia pro Interlingua, che rileva una precedente accademia volapükista, la Kadem Volapüka . Negli anni Peano scrive vari vocabolari di Interlingua e altre lingue; i suoi adepti si raccolgono intorno alla rivista «Schola et Vita», una rivista fondata e diretta a Milano da Nicola Mastropaolo; vi scrive anche, in Interlingua, un illustre docente dell'ateneo patavino, Tullio Levi-Civita . Peano viene contattato per redigere alcune voci dell'Enciclopedia Italiana, ed egli accetta di scrivere voci sulla logica matematica e sulla lingua internazionale; la voce “Esperanto” sarà invece scritte da Stefano La Colla sotto la direzione di Bruno Migliorini, entrambi partecipi per molti anni del movimento esperantista. Peano muore nel 1932 e la rivista cessa le pubblicazioni nel 1936.  Sia l’Ido che l’Interlingua avranno i loro adepti e le loro pubblicazioni ; tuttavia l’idea, originariamente unitaria, di una lingua pianificata si divide in rivoli che appoggiano l’una o l’altra delle varie soluzioni, spesso con polemiche molto accese. Il movimento esperantista, più forte per numero e per tradizione consolidata, subisce la scissione degli idisti, scissione sensibile più a livello di dirigenti che a livello di singoli fruitori; tuttavia l’Esperanto resta, ancora e certamente più oggi, la lingua pianificata con il maggior numero di adepti e di realizzazioni in tutti i campi . Ciò è dovuto anche allo spirito diverso con cui certe soluzioni al problema linguistico erano nate: il latino sine flexione, poi Interlingua, era iniziato come mezzo per gli scambi scientifici e per persone colte del mondo occidentale, e tale sempre rimase. L'Esperanto invece era stato pensato per una dimensione assai più vasta, si era già diffuso in ambienti di lavoratori, ed erano in piena vita parecchie associazioni di vario genere, da quelle cattoliche a quelle socialiste. All’Esperanto fu rimproverato dagli idisti e dagli adepti dell’Interlingua di avere gravi pecche dal punto di vista linguistico e di essere stato prodotto da un singolo dilettante, e a questi fatti veniva imputata la sua scarsa diffusione; ma l’Ido incorse nel difetto opposto. Esso nacque dal lavoro di un comitato di linguisti, che, andando alla ricerca della perfezione teorica, persero di vista un fatto fondamentale: l’affermarsi di una lingua ha bisogno di tempi lunghi, e per tali tempi è necessaria la stabilità. Stabilità che non significa immobilismo o fossilizzazione, bensì possibilità di evoluzione alla stessa stregua e con gli stessi tempi con i quali si evolvono le lingue etniche. A Padova fu un convinto assertore della necessità di una lingua internazionale il cristallografo Ruggero Panebianco, professore di mineralogia all'Università. La sua attività presso il nostro Ateneo durò oltre quarant'anni e segnò alcuni momenti importanti: nel 1883 si ebbe con lui la costituzione del Museo di Mineralogia come entità a sé stante, con la divisione amministrativa dei Gabinetti di Mineralogia e Geologia. Il Museo di Mineralogia andò poi rapidamente ingrandendosi dall'originaria collezione del Vallisneri che ne aveva costituito la base, acquisendo doni e lasciti di importanti collezionisti e studiosi del tempo. Nel 1923 Panebianco ne lascerà la direzione ad Angelo Bianchi. Ruggero Panebianco usa l'Esperanto in pratica e partecipa anche attivamente al movimento per la sua diffusione. Lo troviamo attivo dirigente nel Circolo Esperantista di Padova. Sulla «Rivista di Mineralogia e Cristallografia Italiana», che egli fondò e diresse troviamo alcuni articoli scientifici in Esperanto, ripubblicati poi come opuscoli a sé stanti dalla Società Cooperativa Tipografica di Padova. Il primo di questi è un opuscolo di 50 pagine e tratta di un problema al quale Panebianco dedicherà sempre grande attenzione: la validità dell’approssimazione numerica dei risultati quando si opera su dati aventi approssimazioni diverse. Il libretto, edito dapprima in Germania, ha un’interessante introduzione che termina con queste parole:  L’apparenza copre la scienza con un mistero, e il mistero scientifico è, come il mistero comune, una superstizione; ma la superstizione scientifica è forse peggiore della superstizione comune. Un altro lavoro è anch’esso piuttosto corposo e tratta di leggi della cristallografia verificate con i raggi X ; ad esso seguono alcune pagine sul problema che darà luogo ad una lunga polemica: se certi indici dei cristalli siano oppure no numeri razionali. Il Panebianco sostiene giustamente che tutti i numeri con cui si tratta praticamente sono razionali, anzi, decimali finiti, e sostiene che la legge fondamentale della cristallografia debba a ragione denominarsi "legge di Haüy", e non, come altri dicono, "legge degli indici razionali", come se altri indici non fossero razionali. Interessante per quanto riguarda la lingua è la prefazione a questo lavoro (scritta in Esperanto, inglese, francese, tedesco e italiano): in essa Panebianco cita Leone Tolstoj e il suo giudizio sull'Esperanto, sulla sua facilità e sull'opportunità di fare, almeno, lo sforzo di provare ad impararlo. Quindi menziona le basi essenziali dell'Esperanto, citando come particolare vantaggio l'esistenza dell'accusativo, in quanto consente libertà nella costruzione della frase; in nota, egli critica l'abolizione dell'accusativo, operata da altri linguisti che hanno voluto riformare l'Esperanto, e cita specificamente l'Ido, che, come abbiamo visto, era il risultato di una modifica dell'Esperanto effettuata dalla DALAI. La parte scientifica di questo lavoro è molto interessante perché Panebianco diventa anche un creatore in Esperanto della terminologia specialistica della cristallografia. Sulla precisione della determinazione di certi indici Panebianco obbietterà ancora una volta che non ha senso spingere il calcolo fino ad una certa cifra decimale quando i dati sono approssimati con un ordine di precisione minore, e ripeterà questa sua tesi in un lavoro, sempre in Esperanto, dell'anno successivo . Altri lavori sono rifacimenti di lavori in italiano. Panebianco fu un militante socialista fin dai suoi anni giovanili. Del 1893 è la sua traduzione dall’inglese in italiano di un capitolo di un'opera di William Morris, Un paese che non esiste; il capitolo appare sotto il titolo La futura rivoluzione sociale, ed è edito a Milano dall'Ufficio della Lotta di Classe, Tipografia degli operai . Si tratta della descrizione di un paese senza capi e senza leggi. Nella prefazione il traduttore critica gli anarchici, dicendo che la loro rivoluzione è quella stessa dei borghesi, e termina con queste parole:  Soltanto le generazioni dello Stato socialista - Stato che, occupandosi solamente della produzione e dello scambio dei beni, è la negazione di quello attuale - potranno forse realizzare quella negazione assoluta di organizzazioni, anche socialiste, che per ora è un sogno, un bellissimo sogno: quello descritto dal Morris.  E come socialista Panebianco interviene in maniera molto discreta in una polemica sulla lingua internazionale apparsa sull'«Avanti!» agli inizi del 1918. L'edizione del 24 gennaio riporta una lettera di Vezio Cassinelli che si inserisce in uno scambio di opinioni riguardante la fondazione di un Istituto di Cultura Socialista. Cassinelli si qualifica "umile operaio" e sostiene l'opportunità di tale istituto. Nei rami della sua futura attività Cassinelli propone di inserire anche l'insegnamento dell'Esperanto, come strumento funzionale a risolvere il problema dell'incomprensione tra i lavoratori che parlano lingue diverse. A commento redazionale di tale lettera appare, senza firma, un parere drasticamente contrario: "La lingua internazionale è uno sproposito, scientificamente. " Il commento continua con argomentazioni che oggi farebbero sorridere, ma che allora sembravano ancora avere qualche credito in alcune scuole di pensiero: le lingue sono fenomeni naturali e non possono essere create artificialmente, e "le nazioni si sono formate per le necessità economiche e politiche di una classe: la lingua è stata solo uno dei documenti visibili e atti alla propaganda di cui gli scrittori borghesi si sono giovati per suscitare consensi anche fra i sentimentali e gli ideologi." Due giorni dopo, il 26 gennaio, compare un trafiletto, anche questo senza firma, ma probabilmente del direttore Serrati, che comunica come il commento dell'anonimo redattore alla lettera di Cassinelli abbia sollecitato una quantità di proteste. Nel trafiletto si dice che l'Esperanto è utile anche se non è artistico, e che una guerra contro gli esperantisti da parte del partito socialista è proprio fuori luogo. Il giorno successivo esce una lettera di Ruggero Panebianco che approva la posizione equilibrata del direttore, ma garbatamente contesta che tale lingua non sia "artistica": quando non si conosce qualcosa non si ha diritto di giudicarla. Panebianco riporta un fatto accadutogli realmente e racconta di come un suo collega, che credeva a priori che l'Esperanto non fosse artistico, si fosse ricreduto quando gli fu fatta leggere, lentamente e spiegandogliela, una bella poesia tradotta in Esperanto. Sull'«Avanti!» seguì poi una replica ancora più insistita a firma del "Redattore torinese anti-esperantista", una nuova risposta del Direttore, e quindi la polemica si chiuse con un intervento di Angelo Filippetti, un medico che sarebbe diventato di lì a poco sindaco di Milano. Il Filippetti esponeva quanto la linguistica stava chiaramente elaborando allora, e cioè che "anche le attuali lingue ufficiali sono più o meno artificiali, imposte dalle convenienze consolidate dall'uso." E concludeva:  Noi sentiamo che lavoriamo, sia pure in un campo secondario e modesto, per l'attuazione dell'unione internazionale dei lavoratori; noi vogliamo rovesciare una barriera, e non delle minori, che dividono l'unica classe lavoratrice mondiale. Noi lavoriamo per il Socialismo.    La polemica sull'«Avanti!» terminò, ma il "redattore anti-esperantista" riprese le sue tesi in un lungo articolo sul settimanale socialista «Il grido del popolo», questa volta firmandosi con le iniziali: A. G.; si trattava di Antonio Gramsci . Qualche anno dopo troviamo che Panebianco non usa più l'Esperanto, bensì l'Interlingua di Peano, ma la sua passione politica è sempre il socialismo pacifista. Nel suo opuscolo, pubblicato nel 1921, Adoptione de lingua internationale es signo que evanesce contentione de classe et bello, egli esprime la convinzione che l’adozione di una lingua internazionale possa eliminare i conflitti di classe e la guerra. Panebianco usa l’Interlingua anche per alcuni suoi lavori scientifici, e il suo primo lavoro in tale lingua è del 1921, su un minerale della Valsesia . Nell'introduzione egli scrive: "Nostro Interlingua es etiam plus facile de sympathico lingua Esperanto que es plus facile de lingua de Schleyer, et, que, pro suo diffusione, substitue isto, jam mortuo." Dell'Interlingua è magnificata la facile comprensibilità "quasi de primo visu" per ogni persona dotta che conosca una lingua europea. Un altro suo lavoro scientifico tratta la legge di Haüy, mentre altri articoli trattano temi più generali . La funzione della lingua internazionale fu sempre intesa sotto due aspetti: da una parte, la comprensione a scopi esclusivamente pratici, senza nessuna componente ideale; dall'altra, la supposizione che una maggiore conoscenza reciproca avrebbe favorito la pace e la fratellanza tra i popoli. Un giudizio positivo, specie sulla possibilità di favorire questo secondo scopo, fu espresso nel 1914 da Roberto Ardigò, professore di filosofia nel nostro ateneo dal 1881 al 1920, che rispose ad una richiesta di parere rivoltagli dal Circolo Esperantista di Padova con il seguente messaggio:  Il sottoscritto ringrazia di gran cuore del dono prezioso delle pubblicazioni esperantiste fattegli tenere, onde ha occasione della riflessione, che soggiunge. I progressi, in modo mirabile sempre maggiori, nella facilitazione e nell'aumento delle comunicazioni, ognora più agevoli, più rapide, meno costose, per terra, per mare, per l'aria stessa, quanto hanno già giovato e in seguito viepiù gioveranno all'affratellamento delle genti più varie, più discoste, più riottose! Ma l'affratellamento verrebbe poi fino a formare dell'umanità intera proprio una sola famiglia quando si riuscisse (e giova sperarlo) a farvi diffondere e generalizzare, almeno pei commerci e la cultura scientifica, un semplice, facile, razionale linguaggio comune, come certamente è da ritenere l'Esperanto. Nobilissimo dunque e lodevolissimo è l'intento del Circolo Esperantista di Padova, al quale per ciò è da augurare, e auguro fiducioso, vita e seguito sempre maggiori. Dev.mo Prof. Roberto Ardigò   Negli anni immediatamente precedenti la prima guerra e nel periodo tra i due conflitti l'Esperanto fu insegnato in Padova e provincia in numerosissimi corsi presso istituti scolastici pubblici e privati (ad esempio l'Istituto Magistrale "Fuà Fusinato" e il Liceo "Tito Livio"), con centinaia di allievi; il provveditore agli studi di Venezia, RENDA (vedasi) diramò circolari in favore dell'istituzione di corsi nelle aule scolastiche, corsi che furono tenuti al liceo "Marco Polo", al liceo "Marco Foscarini", al Liceo Scientifico, all'Istituto Magistrale; si formarono gruppi esperantisti a Rovigo, Cittadella, Este, Venezia, Legnago, Piazzola. Alcuni corsi dovettero essere sdoppiati per il grande numero di allievi, altri dovettero essere rimandati essendo l'insegnante già troppo impegnato in altri corsi. Negli "anni del consenso" per il regime fascista l'Esperanto fu visto dalle autorità principalmente come strumento di italianità, in quanto simile all'italiano (ma non tanto quanto si voleva far credere) e in quanto mezzo per arginare la prepotenza delle cosiddette "grandi lingue". Una lingua internazionale che propagandasse all'estero le bellezze d'Italia per attirare il turismo e che facesse conoscere gli scopi e le realizzazioni del regime fu vista a lungo con occhio molto benevolo da parte delle istituzioni statali. In una situazione di apprezzamento reciproco, anche nel movimento esperantista, come in vari altri di ispirazione e aspirazione internazionale, divenne vincente la linea che proponeva di "esportare il fascismo". L'Esperanto fu quindi largamente utilizzato per pubblicazioni turistiche e di propaganda politica, come pure nelle trasmissioni radio a onda corta . I vari podestà figuravano come presidenti dei congressi nazionali di Esperanto, che si svolgevano ogni anno in una città diversa. Nel 1931 il congresso si svolse a Padova, alla Sala della Gran Guardia, e come presidente del Comitato Organizzatore figurava istituzionalmente il Podestà, dapprima il conte Francesco Giusti del Giardino e poi il suo successore, nob. Ing. Lorenzo Lonigo; tuttavia l'anima dell'organizzazione effettiva fu Giovanni Saggiori . Il congresso, tenutosi dal 26 al 28 luglio, ebbe una vasta risonanza sulla stampa e vi furono numerosi saluti e telegrammi di apprezzamento anche di alte autorità: il Re, il Principe di Piemonte, il Ministro per l'Educazione Nazionale, vari podestà, il Touring Club, la Croce Rossa Italiana, l'Università per stranieri di Perugia, l'Università di Trieste e numerose altre autorevoli istituzioni. È tuttavia da segnalare che, stranamente, l'Università di Padova non partecipò affatto, neanche con un semplice messaggio di saluto. L’Esperanto è presente alla Fiera di Padova. L’assise mondiale esperantista si svolge a Roma, "con l'alto assenso del Duce". Corsi di Esperanto vengono tenuti alla Scuola Superiore di Commercio a Venezia, dove insegna Gino Lupi, assistente di romeno e poi insegnante di lingue a Padova. Tuttavia presso l'Università di Padova non risultano essersi tenuti corsi. Con il montare del nazionalismo e l'allineamento alla politica nazista, che liquida le organizzazioni esperantiste – e deutero-esperantista -- in Germania, cominciano le difficoltà anche in Italia – Grice: “Mamma mia!”.  Il congresso a Roma è l'ultimo evento in cui il movimento esperantista e il regime fascista sono in sintonia. Il congresso nazionale si svolge a Vicenza ed ha come tema ‘L'Esperanto come strumento di propaganda turistica.’ Ma la stampa esperantista viene messa a tacere per risparmiare carta. Il fatto che l'iniziatore dell'esperanto – ma non del deutero-esperanto -- è un ebreo divenne un marchio di infamia, le aspirazioni internazionaliste divenneno un atto d'accusa. Alla via Zamenhof di Milano viene cambiato il nome. Il movimento esperantista, come tutte le attività internazionali, subisce un arresto. Di lì a poco lo scoppio del conflitto mette in secondo piano ogni idealismo e costringe ad urgenze e priorità diverse. Dopo la seconda guerra il fortissimo aumento delle relazioni internazionali rende sempre più acuto il problema linguistico. Si sviluppano i primi consistenti studi sulla traduzione automatica, in particolare quelli legati al progetto Eurotra, che coinvolge decine di ricercatori di quindici università di tutta Europa e produce parecchie pubblicazioni . C'è anche un interessantissimo studio portato avanti nel Distributed Language Translation (DLT), un progetto di traduzione automatica in rete in varie lingue, sostenuto dalla ditta olandese BSO e dallo stato olandese: il sistema è "a linguaggio intermedio", cioè la traduzione da una lingua all'altra si basa su una lingua ponte. Il DLT ha scelto come lingua ponte l'Esperanto. Tale progetto dura dieci anni, dal 1980 al 1990 e produce un prototipo di sistema di traduzione di ottime potenzialità, che viene illustrato all'Università di Padova il 31.8.1990 da Dan Maxwell, uno dei principali collaboratori. L'attività dei gruppi esperantisti è nuovamente vivace. Nel 1954 si svolge a Verona il congresso mondiale dei ferrovieri esperantisti, con oltre 500 partecipanti. A Padova il Gruppo è sempre sotto la guida di Giovanni Saggiori, e negli anni Sessanta il luogo istituzionale dove imparare la lingua diventa l'Università Popolare.  Il nostro Ateneo partecipa all'attività riguardante la lingua internazionale con i primi anni Settanta nella sua sede di Verona. Lì, in via dell'Artigliere, viene ospitata per oltre dieci anni la segreteria dell'Istituto Italiano di Esperanto, organizzazione che presiede ai corsi di insegnamento della lingua. Ancora presso la sede di Verona il nostro Ateneo ospita il congresso nazionale, con la partecipazione in prima persona del prof. Gino Barbieri, rappresentante a Verona del Rettore di Padova. Il prof. Barbieri è un vecchio esperantista, attratto alla lingua da MIGLIORINI (vedasi). FORMIZZI (vedasi), professore di pedagogia presso la sede di Verona, poi resasi ateneo autonomo, si avvicina all'Esperanto e lo insegna all'interno del suo corso di Storia della Pedagogia . Del pari un cultore di Esperanto è BERGAMASCHI (vedasi), professore di Pedagogia anch'egli nella sede veronese dell'Università di Padova e poi presso l'università autonoma di Verona. Questi due professori, insieme a chi scrive, sono stati oratori ufficiali della celebrazione del centenario dell'Esperanto nel 1987 da parte della Federazione Esperantista Italiana, celebrazione tenutasi alla Fondazione Cini a Venezia.  Nel 1983 nasce a San Marino, per volontà del Congresso di Stato e con decisione del Consiglio dei XII, l'Accademia Internazionale delle Scienze (AIS) San Marino, un'istituzione universitaria di insegnamento e di ricerca. Le lingue di insegnamento sono l'italiano, l'Esperanto, l'inglese, il francese, il tedesco, a cui si aggiungeranno successivamente altre lingue, data l'espansione dell'attività specialmente nei paesi dell'Europa orientale. L'Esperanto resterà comunque fino ad oggi, per statuto, la lingua privilegiata, in cui devono essere scritte, e difese oralmente, le tesi dei vari livelli, corrispondenti ai titoli italiani odierni di laurea, laurea magistrale, dottorato di ricerca, oltre a un titolo superiore corrispondente al "doctor habilitatus" tedesco. I primi sostenitori di questa iniziativa sono professori universitari tedeschi e italiani, e troviamo qui ancora dei docenti veneti: Fabrizio Pennacchietti, un orientalista torinese che ha insegnato a Ca' Foscari, Mario Grego, abitante a Padova e docente di inglese anch'egli a Ca' Foscari, il già citato Giordano Formizzi e due professori dell'università di Padova: Marino Nicolini, farmacologo di cittadinanza sammarinese, e, successivamente, l'autore di queste righe, matematico. In particolare il primo e l'ultimo dei docenti citati, oltre che tenere corsi in Esperanto, hanno ricoperto e ancora ricoprono incarichi organizzativi di alto livello. I professori dell'AIS vengono da molte università di tutto il mondo, creando un contesto internazionale estremamente proficuo per gli studenti; tra essi ci sono il premio Nobel per l'economia Reinhard Selten e membri di varie accademie nazionali . Tra le prime opere scientifiche edite sotto gli auspici dell’Accademia Internazionale delle Scienze San Marino vi è un interessante lavoro di biologia. Fino ai primi anni ’80 non esisteva un testo completo per il riconoscimento dei licheni europei, pur esistendo testi e cataloghi in varie lingue europee, italiano e latino compresi. I francesi G. Clauzade e C. Roux pubblicarono allora un testo illustrato in Esperanto per la determinazione dei licheni dell’Europa occidentale . Il testo fu dapprima considerato una stranezza, dato che il mondo scientifico non era portato a vedere testi in lingua diversa dall’inglese; tuttavia per il suo valore divenne indispensabile in ogni laboratorio che si occupasse di riconoscimento dei licheni. Il testo, che era corredato da un piccolo glossario esperanto-francese, fu utilizzato anche all’università di Padova dal prof. Giovanni Caniglia; con la collaborazione degli studenti interni il glossario originario fu elaborato ed arricchito fino a diventare un piccolo dizionario di esperanto, che fu in seguito diffuso presso i soci della Società Lichenologica Italiana . Il testo è attualmente un po’ superato, dato il progredire della scienza negli ultimi decenni, però fu un evento significativo nell’intento di trasmettere la scienza anche in una lingua internazionale non etnica.  Nel 1990 il nostro Ateneo è fortemente impegnato in alcuni eventi connessi alla lingua internazionale. Il Dipartimento di Matematica Pura ed Applicata pubblica, come suo rapporto interno, una ricerca sui contatti culturali tra l'Italia e l'Ucraina, originariamente redatta in Esperanto . Quindi alla fine di agosto viene ospitato al Liviano il 61° Congresso italiano di Esperanto. Si tratta della manifestazione più significativa della comunità esperantista mai svoltasi a Padova: precedentemente c'era stato, come già visto, il 16° congresso nazionale e quind si era svolta, alla Sala della Gran Guardia, una giornata esperantista che metteva insieme la celebrazione del centenario della nascita della lingua e quella dei 75 anni di vita del gruppo.  Il Congresso si giova del patrocinio della Regione Veneto, della Provincia di Padova, dell'Assessorato alla Cultura e ai Beni Culturali del Comune di Padova, dell'Azienda di Promozione Turistica della Provincia e della Sezione Ricerca e Istruzione del Consiglio d'Europa. Il Comitato d'Onore è imponente, come assai raramente succede per iniziative al di fuori degli organi istituzionali: vi figurano il Presidente della Repubblica Cossiga, il Presidente del Consiglio Andreotti, il Presidente del Senato Spadolini, il Presidente della Provincia Toscani, il Questore di Padova Romano, i Presidenti delle Regioni Valle d'Aosta e Trentino-Alto Adige, i sindaci di Padova, Firenze, Bologna e Reggio Emilia, i Rettori delle Università di Padova, Bologna e Ferrara, il Rettore dell'AIS San Marino, oltre a vari parlamentari e autorità locali. I congressisti sono oltre 300, dei quali un centinaio provenienti dall'estero. All'inaugurazione alla Sala dei Giganti, il 25 agosto, intervengono il sindaco Paolo Giaretta e il prof. Ezio Riondato in rappresentanza del Rettore Mario Bonsembiante. Il tema del congresso riguarda i problemi linguistici degli immigrati in Europa e il discorso inaugurale, tenuto dallo storico tedesco Ulrich Lins, ha titolo: Verso un'Europa multiculturale. Durante l'inaugurazione si celebra il gemellaggio dei gruppi esperantisti di Padova e Friburgo e la mattinata si conclude con un saluto di Marco Pannella; l'intero congresso viene messo in onda in diretta da Radio Radicale.  Le conferenze e i programmi musicali del congresso si svolgono nella Sala dei Giganti, gli spettacoli sono all'Antonianum; i corsi di Esperanto attivati per l'occasione si svolgono nelle aule della Facoltà di Lettere, poste cortesemente a disposizione dal preside Vincenzo Milanesi. All'inaugurazione e nelle serate si esibisce, insieme alla cantante Giusy Irienti, il pianista Aldo Fiorentin, allora giovane già affermato, oggi professore al Conservatorio di Adria, vincitore di vari premi nazionali e internazionali; i due solisti si alternano con una rappresentazione di pupi del Teatro di Stato di Budapest ed un recital del chitarrista polacco Jerzy Handzlik. La Sezione teatrale del Club Studentesco Esperantista dell'Università di Zagabria, porta in scena la versione in Esperanto della commedia ruzantiana Il Parlamento, e il testo ha la prefazione di Marisa Milani, anch'ella docente del nostro ateneo . In altra serata viene presentata un'antologia in Esperanto di poeti del Novecento  (per i contatti con i poeti collaborarono i professori padovani Armando Balduino e Silvio Ramat). Il congresso ha ampia risonanza sui giornali, dato che vari eventi del programma sono aperti al pubblico: la tavola rotonda sul tema "L'Europa e gli immigrati: il ruolo dell'Esperanto" viene effettuata all'aperto di fronte al Bo', mentre lungo il porticato di via Oberdan un maestro internazionale di scacchi, il cecoslovacco L. Fiala, effettua dieci partite in simultanea con appassionati locali. La serata "Musica in piazza" si svolge in Piazza dei Signori sotto la direzione artistica di Franco Serena e vi partecipano due complessi padovani ("The Beat Shop" e "Serena") e il complesso vocale "Eterna Muziko" di Leningrado.  In coda al congresso si ha, sempre ospitata al Liviano, una giornata di studio dell'Accademia Internazionale delle Scienze San Marino sulla modellizzazione matematica del linguaggio; gli atti, redatti in italiano, esperanto, deutero-esperanto, e inglese, escono come Rapporto Interno del Dipartimento di Matematica Pura ed Applicata . In concomitanza con il congresso e nello stesso periodo la galleria della Sala dei Giganti accoglie l'esposizione "Vita e cultura in lingua Esperanto", sponsorizzata dalla Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e curata da Giorgio Silfer, del Centro Italiano di Interlinguistica. La mostra è organizzata in varie parti: espositiva, recitativa, teatrale, musicale e vuole far conoscere come la comunità che parla la lingua internazionale abbia una forte autocoscienza e sia molto ricca culturalmente, pur partecipando ognuno anche alla cultura del proprio paese. Nel 1996 esce un dizionario italiano-Esperanto, presentato al pubblico padovano da Alberto Mioni, ordinario di glottologia, in una giornata alla Sala della Gran Guardia; a tale giornata partecipa anche, con un messaggio di saluto, Antonio Lepschy, ordinario di controlli automatici. Ha trascorso periodi di studio presso l'Università di Padova (come ricercatore e anche come correlatore di tesi di laurea in Psicologia) il chimico Luigi Garlaschelli dell'università di Pavia, tra i fondatori del gruppo esperantista di Pavia, il quale si occupa anche di indagini sui presunti fenomeni paranormali.  In varie università italiane vengono fatti studi sulla lingua internazionale; in particolare, all'Università di Torino opera un validissimo gruppo di storici della matematica che si occupa di Peano. Tesi di laurea su questi argomenti sono state discusse molto recentemente a Torino, Roma, Genova, Venezia; nell'ateneo torinese vi è un corso istituzionale di "Interlinguistica ed Esperantologia"; all'Università Statale di Milano una parte del corso di Storia della filosofia contemporanea è stata dedicata ai linguaggi artificiali ; la biblioteca della Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM a Milano ha una consistente sezione dedicata all'Esperanto. All'Università di Padova l'interesse per la lingua internazionale non riveste semplicemente un ruolo collaterale: presso il Dipartimento di Matematica Pura ed Applicata, come ricerca istituzionale nell'ambito del finanziamento ministeriale ex-60%, è stato elaborato un analizzatore morfologico dell'Esperanto ; nello stesso ambito sono stati pubblicati uno studio di statistica linguistica su un corpus in Esperanto, una traduzione dal latino in Esperanto di un brano del De numeris di Cardano  e, in collaborazione con l’Università Industriale Statale di Mosca, un testo in Esperanto di storia della scienza e della tecnica . In particolare Carlo Minnaja, professore a Padova dal 1965 e professore onorario all’Università statale “Lucian Blaga” di Sibiu (RO) dal 2002, ha svolto un'intensa attività nelle organizzazioni esperantiste ed è membro dell'Accademia di Esperanto; per la diffusione della cultura italiana tramite traduzioni gli è stato assegnato il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri . Non solo professori, ma anche studenti del nostro Ateneo usano nei loro studi lingue pianificate. È stata discussa una tesi di laurea in matematica sulle serie di Chebyshev, tesi tradotta poi in Interlingua . Opera di studenti o ex-studenti del nostro Ateneo è la traduzione in Esperanto dei Malavoglia, presentata al congresso mondiale a Firenze  : dei tre traduttori, Paola Tosato e Giancarlo Rinaldo sono stati studenti-lavoratori, mentre Anselmo Ruffatti si è laureato a Padova in medicina. Del pari allievo dell'Università di Padova per il conseguimento del titolo di Direttore Didattico è stato Filippo Franceschi, che, sotto lo pseudonimo di Sen Rodin, è un apprezzato autore di novelle in Esperanto. La nostra università quindi continua nella sua opera di produzione e diffusione della cultura anche attraverso la lingua internazionale.Un validissimo lavoro in italiano su lingue "universali" e poi "internazionali" proposte da matematici è: ROERO, I matematici e la lingua internazionale, «Bollettino Unione Matematica Italiana. Esso tuttavia, per quanto riguarda l'Italia, si focalizza quasi soltanto su Giuseppe Peano e la sua scuola, con particolare riguardo agli eventi del primo decennio del secolo scorso; si arresta quindi con l'estinguersi, nel 1936, della rivista ispirata dal Peano «Schola et Vita». Qualche informazione sulla matematica in Esperanto si trova in un sito dell'università svedese di Uppsala, math.uu.se/~kiselman/mathesp.html; numerosi articoli di matematica in Esperanto si trovano in «Scienca Revuo», rivista che esce ininterrottamente dal 1949; gli indici delle annate sono disponibili al sito ais-sanmarino.org/publik/sr/index.html. Sull'algebra medioevale, vd. FRANCI, Una traduzione in volgare dell'Al-Jabr di al-Kwarizmi, in FRANCI, PAGLI, SIMI (a cura di), Il sogno di Galois, Siena, Centro Studi della Matematica Medioevale - Università di Siena. In Francia ancora alla fine dell'Ottocento le tesi in filosofia erano obbligatoriamente in latino. In Italia l'obbligo di far lezione in italiano nelle università (con eccezione per Teologia ed Eloquenza latina) si ha con il Regio Decreto per il Regno di Sardegna, esteso poi con l'unificazione a tutto il Regno d'Italia; vd. ROERO, I matematici.   Nome latinizzato del pedagogista e riformatore moravo Jan Amos Komenský (1592-1670). Sui progetti di lingua internazionale di Comenius vd. FORMIZZI, La lingua pansofica di Comenio, L'Esperanto. Formizzi, professore di pedagogia all'Università di Padova e poi all'Università di Verona e all'Accademia Internazionale delle Scienze San Marino, ha tradotto in italiano altre opere di Comenius: la Panglottia, La via della luce e l'Angelus pacis, edite dalla Libreria Editrice di Verona, nonché la Panorthosia, edita a Verona da Gabrielli. In quest'ultima opera Comenius propone un progetto di riforma del mondo che include la proposta di una lingua universale.   La raccolta più completa di lingue immaginarie, inventate o pianificate, corredata di ampio commento, è: ALBANI, BUONARROTI, Aga Magéra Difura, Bologna, Zanichelli. Più recente è un'edizione francese: PAOLO ALBANI, ALIGHIERO BUONARROTI, Dictionnaire des langues imaginaires. Paris, Belles lettres. Di spirito diverso, quasi ludico, che si può leggere come un romanzo è: ALESSANDRO BAUSANI, Le lingue inventate, Roma, Ubaldini.  Con valore storico, ma di notevole completezza per l'epoca, è un'opera in Esperanto: PETER E. STOJAN, Bibliografio de internacia lingvo, Genève, Bibliografia Servo de Universala Esperanto-Asocio. Sulla storia delle lingue inventate, o pianificate in maggiore o minore misura, citiamo, a puro titolo di esempio, in italiano: UMBERTO ECO, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea, Roma-Bari, Laterza; il testo più recente è in Esperanto: ALEKSANDR DULIČENKO, En la serĉado de la mondolingvo, aŭ interlingvistiko por ĉiuj (Alla ricerca di una lingua mondiale, o interlinguistica per tutti), Kaliningrado, Sezonoj, traduzione dall'originale russo che ancora non è apparso a stampa. Di valore storico è COUTURAT, LEAU, Histoire de la langue universelle, Paris, Librairie Hachette, con il suo aggiornamento: COUTURAT, LEAU, Les nouvelles langues internationales, Paris, Hachette. Una edizione è uscita presso Olms, Hildesheim-New York.   Il titolo intero è Via lucis, Vestigata et Vestiganda, h. e. Rationabilis disquisitio, quibus modis intellectualis animorum LUX, SAPIENTIA, per omnes omnium hominum mentes et gentes iam tandem sub mundi vesperam feliciter spargi possit. Nempe ad intelligenda melius illa Oraculi verba Zachariae 14, v. 7: Et erit, ut vespere fiat lux. Il termine ‘universale’ attribuito ad un linguaggio per esprimere qualsiasi concetto in maniera comprensibile a popoli di lingue diverse muta poi in ‘inter-nazionale,’ quando sarà riferito soltanto ad espressioni linguistiche. Vives, filosofo e umanista, sostiene la necessità di una lingua unica e universale nella sua opera De tradendis disciplinis. Ne esiste una traduzione italiana commentata di GALLINARI (vedasi), uscita a Cassino, Ed. Sangermano. KOMENSKY, La via. Di Comenius non esiste ancora un'edizione completa delle opere; un progetto, affidato a Praga, la prevede in una trentina di volumi, ma l’edizione si è arrestata ben prima del completamento. L’ultimo volume edito è uscito in occasione del centenario della nascita di Comenius (comunicazione all'A. di FORMIZZI (vedasi). Dalgarno, pedagogista, è tra i primi ad occuparsi dell'istruzione dei sordo-muti, elaborando un sistema di segni, che espose nell'opera “Ars signorum: vulgo character universalis et lingua philosophica” e nel “Didascalocophus.” Wilkins, vescovo di Chester, tra i fondatori della "Royal Society" londinese, cognato di Cromwell. Pubblica l'opera An Essay Towards a Real Character and a Philosophical Language. In essa tutte le idee di natura più semplice sono classificate in un sistema gerarchico e collocate in una tabella. C'è un elenco primario di quaranta generi, ciascuno suddiviso in sei "differenze", e ciascuna differenza è poi suddivisa in specie. Vengono così raccolti e classificati 2030 concetti. Ad ogni genere corrisponde una coppia di lettere iniziali, ad ogni differenza una consonante maiuscola, ad ogni specie una vocale o gruppo di vocali minuscole. Vengono così ad essere costituite le radici, alle quali poi si aggiungono le derivazioni e la flessione pertinente alla morfologia. Le parole sono quindi costituite da successioni di lettere che corrispondono al posto del termine nella tabella. Questa lingua viene presentata da Wilkins alla Royal Society, che ne demanda lo studio ad una commissione di esperti, tra i quali gli scienziati Boyle, che diventerà famoso per una legge sui gas perfetti, e il suo assistente Hooke, che pure resterà famoso per una legge sull'elasticità dei corpi. Non si è trovata tuttavia una relazione sulla questione.   Così in COUTURAT, LEAU, Histoire; va detto tuttavia che al tempo dell'uscita di tale opera molti degli scritti di Leibniz erano ancora sconosciuti.   Così presentato in COUTURAT, LEAU, Histoire, p. 23 (trad. dal francese dell'A.).   Il nome è derivato da Pacidius, pseudonimo sotto il quale Leibniz voleva pubblicare la sua Encyclopedia; vd. LOUIS COUTURAT, Opuscules et fragments inédits de Leibniz, Paris, Felix Alcan.   Cfr. STOJAN (trad. dall'Esperanto dell'A.). LEIBNIZ, Scritti di logica, Roma-Bari, Laterza, Vd. ROBINET, L’empire leibnizien, Trieste, LINT, Per una biografia estesa vd. LEGNAZZI, Commemorazione di Bellavitis, Padova, Prosperini. Per una biografia più succinta vd. NICOLA VIRGOPIA, Bellavitis, Giusto, in Dizionario Biografico degli Italiani, 7, Roma, Ist. Enc. It., BELLAVITIS, Pensieri sopra una lingua universale, «Memorie dell'I. R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti; un'edizione a parte è apparsa presso la Segreteria del detto Istituto. BELLAVITIS, Saggio di applicazioni di un nuovo metodo di geometria analitica - calcolo delle equipollenze, «Annali delle Scienze del Regno Lombardo-Veneto»; BELLAVITIS, Memoria sul metodo delle equipollenze, «Annali delle Scienze del Regno Lombardo-Veneto», LEGNAZZI, Commemorazione. Il libretto citato fu esibito al pubblico durante al commemorazione citata. Attualmente non è noto il  luogo dove sia conservato.   BELLAVITIS, Pensieri. Zamenhof nacque nella cittadina polacca di Bjałystok, che per il trattato di Tilsit era allora sotto la Russia. Dalla fine della I guerra mondiale è in Polonia.   BELLAVITIS, Pensieri. BELLAVITIS, Pensieri, p. 57-58. Sudre, musicista, professore a Sorèze, un collegio dei benedettini, riorganizzato  dai domenicani. Sudre si dedicò anche alla telefonia, scrivendo un codice per la trasmissione a distanza di segnali fonici che fu adottato in Francia per impieghi militari.Vailati, laureato in ingegneria e quindi in matematica, si dedica successivamente alle lingue e alla filosofia, in particolare alla logica; assistente di Peano, insegnò poi in varie scuole medie e fu uno dei promotori dei primi congressi internazionali di filosofia, nei quali, come vedremo, fu posto il problema di una lingua internazionale per la comunicazione scientifica. A Crema, sua città natale, esiste il “Centro Studi Giovanni Vailati”.   La citazione proviene dalla recensione ad opera di Vailati del libro di Couturat e Leau Histoire, citato precedentemente, in Scritti di VAILATI (vedasi), Leipzig-Firenze, Johann-Ambrosius-B. Seeber, BELLAVITIS, Utopie del socio ordinario Giusto prof. Bellavitis, Padova, G. B. Randi. BELLAVITIS, Reminiscenze della mia vita: lettura accademica, Padova, G. B. Randi, LUCIANO, ROERO (a cura di), PEANO (vedasi) - Couturat: Carteggio, Firenze, Olschki. L’opera contiene una bibliografia molto estesa.   Padova, Tipografia del Seminario, Rivista di Matematica. Vd. il pregevole lavoro: GHEZZO, VERONESE (vedasi), Matematico dell'Università di Padova, Padova, Dip. Matematica Pura ed Appl., LEAU, Une langue universelle est-elle possible? Appel aux hommes des sciences et aux commerçants, Paris, Gauthier-Villars. Per la storia della lingua internazionale e in particolare delle vicende qui riportate si possono utilmente vedere: UBALDO SANZO, L'artificio della lingua, Milano, Angeli; ROERO, I matematici. Sebert, generale di artiglieria dell'esercito coloniale francese, fece numerosi studi di balistica; ritiratosi dall'esercito, fu consulente industriale e si occupò di impianti di distribuzione dell'elettricità. Le sue iniziative per rendere disponibile su larga scala la bibliografia scientifica lo portarono, negli ultimi anni dell'Ottocento, ad interessarsi di una lingua internazionale. Adepto dell'Esperanto, fu poi un grande organizzatore e finanziatore dell'attività esperantista. COUTURAT, La logique de Leibniz, Paris, Alcan; ripubblicato poi presso Olms, Hildesheim. Nella sua opera De l'Infini mathématique Couturat aveva utilizzato la memoria del Bellavitis sul calcolo delle equipollenze. Schleyer, parroco cattolico in una cittadina tedesca sul lago di Costanza, fu nominato "cameriere segreto" da Leone XIII. La lettera, già citata come inedita in SANZO, L’artificio, è ora comparsa nel citato carteggio tra Couturat e Peano. COUTURAT, LEAU, Conclusions du rapport sur l'état présent de la question de la langue internationale, Coulommiers, Brodard, PEANO, Prof. Louis Couturat, «Revista Universale. La «Revista Universale» era un periodico sulla lingua internazionale edito a Ventimiglia; per le collaborazioni di Peano a varie riviste vd. il cd-rom ROERO (a cura di), Le riviste di Giuseppe Peano, Torino, Dipartimento di Matematica. Con tale nome verranno poi indicati vari altri progetti di lingua internazionale, in particolare quello sostenuto dalla International Auxiliary Language Association (I.A.L.A.), fondata da Morris, la quale, entusiasmatasi dell'Esperanto per le sue idee filantropiche di fratellanza universale, fonda una specie di seconda Delegazione per l'adozione di una lingua ausiliaria internazionale. Dopo tentativi infruttuosi di diffondere l'Esperanto, ostacolati da alcuni linguisti, la I.A.L.A. propone una nuova lingua internazionale elaborata da Gode, che si chiama anch'essa Interlingua e che godrà per un periodo limitato di un certo successo nelle riviste scientifiche. Sulla sua diffusione attuale, vd. il sito della Union Mundial pro Interlingua: www.interlingua.com.   Couturat in una lettera a Bertrand Russell del 30 dicembre 1912 contesta la validità scientifica di tale accademia, poiché vi si entra con il semplice pagamento di una quota, e nega che essa sia la prosecuzione dell'Accademia volapükista. Per la citazione esatta vd. SCHMID, Bertrand Russell, Correspondance sur la philosophie, la logique et la politique avec Couturat, Paris, Kimé, riportata in LUCIANO, ROERO,  Peano. LEVI-CIVITA, Programma de cursu de Mathematica superiore in Universitates italiano, «Schola et Vita.   Vd. ad es., per l’Ido, LUSANA, Vocabolario moderno Ido-Italiano ed Italiano-Ido, Biella, Tip. Magliola. L’Ido, che continua a definirsi “Esperanto reformita”, ha tuttora adepti e un’organizzazione che ne promuove la diffusione; vd. http://idolinguo.org.uk. Per l’Interlingua vd. CASSINA, GLIOZZI, Interlingua, Milano, Villa, 1945.   Per l’attività del movimento esperantista e la pubblicistica in Esperanto vd. esperanto.it.   Attualmente il Gruppo Esperantista Padovano, erede del Circolo Esperantista, aderente alle Associazioni di base della Regione Veneto, è intitolato a Giovanni Saggiori, che ne è stato animatore per oltre sessant'anni, ed ha sede in Via Barbieri PANEBIANCO, Fizika proksimigo, verkita de Roĝero Panebianco, Profesoro de Mineralogio en la Universitato de Padovo (Approssimazione fisica, scritto da Ruggero Panebianco, Professore di Mineralogia nell'Università di Padova), Berlino, R. Friedland kaj filo (e figlio), 1914; è da notare anche l'esperantizzazione del nome in "Roĝero".   Trad. dall’Esperanto dell’A.  PANEBIANCO, Gravokristalaj X-radileĝoj kaj L' aserto ke la kristaledrindicoj estas racionalnombroj ne estas naturiste kaj ne difinas ilin (Importanti leggi cristallografiche basate sui raggi X e L'asserzione che gli indici di spigolo dei cristalli sono numeri razionali non è naturale e non li definisce), «Rivista di Mineralogia e Cristallografia Italiana», di Aldono post linio (Aggiunta dopo la riga). RUGGERO PANEBIANCO, Proksimigo de la refraktigindicoj (Approssimazione degli indici di rifrazione), Padova, Società Cooperativa Tipografica, Presso la Biblioteca Universitaria di Padova vi è una copia di tale opuscolo con la dedica autografa del traduttore a Roberto Ardigò; segnatura: Bibl. Ardigò, D. Ba 8/5.   I corsivi sono nell'originale. FILIPPETTI, Ancora sull’Esperanto, «Avanti!», 7 Gramsci, La lingua unica e l'Esperanto, Il grido del popolo. Gramsci riaffermò anche successivamente le sue posizioni, vd. ad es. GRAMSCI, Quaderni dal carcere, vol. II, Quaderni 6-11, Torino, Einaudi. Tali posizioni furono in seguito ritenute da rivedere anche all'interno del suo partito: vd. CARANNANTE, Gramsci e i problemi della lingua italiana, «Belfagor. Una replica riassuntiva si trova in GIORGIO SILFER, Gramsci e l'esperanto: storia di un malinteso, «Lombarda esperantisto». PANEBIANCO, Thulite de Varallo in Valsesia, Padova, Soc. Coop. Tip., 1921.   Si tratta del Volapük.   RUGGERO PANEBIANCO, Lege de Haüy et lege de Symmetria, Cuneo, Un. Tip. Ed. Prov. PANEBIANCO, Hypnotismo et Necromantia (spiritismo); nota de naturalista R. Panebianco, Torino, Acad. Pro Interlingua, 1923; RUGGERO PANEBIANCO, Regula de Camaro de longa et sana vita, «Schola et Vita, Revista in Interlingua; ripubblicato a Milano, Inst. Pro Interlingua, Riportato in «L'Esperanto», Le trasmissioni radio dell'EIAR in esperanto durarono; esse furono riprese a cura della Presidenza del Consiglio e durano tutt'ora. Saggiori, ufficiale del genio, radiotecnico, sindaco di Fossò, fu presidente del Gruppo padovano per oltre sessanta anni. Esperto di toponomastica padovana, fu autore del volume Padova nella storia delle sue strade, Padova, Piazzon.   Ancora oggi il Gruppo Esperantista è presente ogni anno alla fiera di Padova con un proprio stand.   Il progetto Eurotra si riprometteva di ottenere una "Fully Automatic High Quality Translation" da una all'altra delle lingue europee, che erano sette alla fine degli anni '70 per arrivare a nove quando il progetto fu dichiarato terminato. Per quanto fortemente finanziato dalla Commissione della Comunità Europea, esso fallì completamente nel suo intento, effettivamente troppo ambizioso, ma gli studi che stimolò servirono come base per un notevole numero di sistemi di traduzione automatica aventi scopi molto più limitati. Attualmente l'Unione Europea si giova del sistema SYSTRAN, che è disponibile per un certo numero di coppie linguistiche. Sono disponibili oltre una decina di moduli con l'inglese come lingua di partenza (L1) e di arrivo (L2); per l'italiano sono disponibili soltanto i traduttori automatici con il francese e l'inglese. Le prestazioni offerte da tale sistema sono tuttavia ancora parecchio lontane da quanto può offrire un traduttore umano, che però spesso non è disponibile. La comunicazione all'interno delle strutture dell'Unione Europea resta comunque deficitaria: sui suoi costi vd. SELTEN (red.), The Costs of European Linguistic (non) Communication, Roma, ERA.Formizzi è stato presidente della Federazione Esperantista Italiana. Sull’attività dell’ AIS San Marino vd. www.ais-sanmarino.org.. Successivamente nascerà anche l'Università della Repubblica di San Marino, istituita con la legge-quadro n. 127 del 31.10.1985, e che oggi ha come rettore Giorgio Petroni, professore di Tecnica e Gestione dei Sistemi Industriali alla Facoltà d'Ingegneria di Padova. CLAUZADE, ROUX, Likenoj de Okcidenta Eŭropo, «Bulletin de la Société Botanique du Centre-Ouest», CANIGLIA, Dizionario di esperanto, «Notiziario della Soc. Lichenologica Italiana», MATVIJIŜYN (a cura di Minnaja), La cultura e la scienza, con particolare riguardo alla matematica, nei rapporti tra Italia e Ucraina, Padova, Dip. Matematica Pura ed Appl. (Rapp. Int.BEOLCO, Interparolo (tr. C. Minnaja), Pisa, Edistudio. Milani, all'epoca professore di Letteratura delle tradizioni popolari all'Università di Padova, fu una apprezzata studiosa del Ruzante. MINNAJA, Enlumas min senlimo (M'illumino d'immenso), Prilly, LF-koop, MINNAJA (a cura di), Modellizzazioni Matematiche per le Scienze del Linguaggio, Padova, Dip. Matematica Pura ed Appl. (Rapp. Int.), MINNAJA, Vocabolario italiano-Esperanto, Milano, Cooperativa Editoriale Esperanto, 1996.   Vd.: VALORI, Materiali per lo studio dei linguaggi artificiali – incluso il deutero-esperanto di Grice --, Milano, CUEM, MINNAJA, L. G. PACCAGNELLA, A Part-of-Speech Tagger for Esperanto oriented to MT, International Conference MT Machine Translation and multilingual Applications in the new Millennium, Exeter, MINNAJA, Statistika analizo de la paroladoj de Ivo Lapenna (Statistical Analysis about Speeches by Ivo Lapenna), «Grundlagenstudien aus Kybernetik und Geisteswissenschaft CARDANO, Pri la noblo kaj utilo de ĉi arto kaj pri la malklaraj notacioj (Della nobiltà e utilità di quest'arte e delle notazioni oscure, da "De numeris", tr. C. Minnaja), «Literatura Foiro. MINNAJA, A. ŜEJPAK, Elektitaj lekcioj pri historio de scienco kaj tekniko - Избранные лекции по истории науки и техники (Lezioni scelte di storia della scienza e della tecnica), Mosca, Московский Государственный Индустриалъный Университет Tra le traduzioni si segnalano C. GOLDONI, La gastejestrino (La locandiera), Pisa, Edistudio; MACHIAVELLI, La princo (Il Principe), Pisa, Edistudio. Per l’attività e una bibliografia di Carlo Minnaja, vd. math.unipd.it/~minnaja.   Il laureando era Alberto Mardegan; vd.. http://www.interlingua.fi/marathe.htm   G. VERGA, La Malemuloj (I Malavoglia, tr. Giancarlo Rinaldo, Anselmo Ruffatti, Paola Tosato), Pisa, Edistudio. L’autore ringrazia Sassi e Caniglia di Padova e Formizzi di Verona, nonché Montagner, bibliotecario presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano, per le preziose notizie fornite. Ubaldo Sanzo. Sanzo. Keywords: apollo licio, trovato al ginnasio liceo di Atene, figgurante il dio in atto di riposo dopo un gran sforzo. natura ed artificio, l’artificio della lingua, convenzionalismo, filosofia della lingua.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sanzo” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Sarapione: la ragione conversazionale al portico romano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher of the Porch imprisoned by the Romans, Grice: “for no other reason than the Romans deeply detesting the Porch!" Sarapione

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sarlo: la ragione conversazionale dell’idealismo – la scuola di San Chirico Raparo – la scuola di Firenze – la scuola di Potenza – la scuola della Basilicata -- filosofia italiana – Luigi Speranza (San Chirico Raparo).  San Chirico Raparo, Potenza, Basilicata. Filosofo italiano. Muore a Firenze. Filosofo e psicologo italiano. Vince la cattedra di filosofia teoretica presso il Regio Istituto di studi superiori di Firenze. È in questa città che frequenta i seminari tenuti da Brentano presso la biblioteca filosofica. Nel 1903 fonda a Firenze il "Laboratorio di psicologia sperimentale" che fu inizialmente annesso alla Facoltà di Lettere e Filosofia del Regio Istituto di studi superiori. Allievi di S. sono, tra gli altri, Aliotta, Borgese, Bonaventura, Lamanna, che sposa sua figlia, Garin e Marzi. S. si trova in aperto contrasto con Croce e Gentile che ritenevano si dovesse separare il metodo della filosofia da quello della scienza. Per S., invece, il metodo conoscitivo doveva essere comune in quanto sia il filosofo che lo scienziato si occupano dello stesso campo d'indagine. Per questo considera come unico metodo quello rigorosamente sperimentale di Wilhelm Wundt e quello esperienziale di Brentano. Nello stesso anno pubblica, nel capoluogo toscano, il saggio: I dati dell'esperienza psichica. La novità introdotta da De Sarlo è il concetto che i fenomeni fisici esistono in quanto diventano fenomeni psichici, contenuto della nostra coscienza. Dunque, l'oggetto di studio della psicologia doveva essere l'esperienza intenzionale del soggetto. L'unica vera esperienza diretta è quella psichica. Esperienza interna ed esperienza esterna vanno così a configurarsi come due aspetti dello stesso fenomeno; non c'è un'esperienza più vera dell'altra poiché nessuna delle due è indipendente dall'altra. Per De Sarlo è imprescindibile studiare la coscienza: a suo avviso, gli "oggetti" arrivano necessariamente alla nostra coscienza attraverso gli organi sensoriali. Essi vengono ordinati, studiati, usati, catalogati sia dal singolo nella sua esperienza quotidiana sia dalle varie scienze che ne approfondiscono lo studio. Siccome tali "oggetti" sono complessi, cioè pieni di proprietà, attributi etc., S. si chiede come accada che si compongano nella coscienza dell'individuo e stabilisce che due sono le modalità: o l'oggetto equivale al contenuto della coscienza oppure che la percezione del soggetto dipende dalla relazione del soggetto stesso con l'oggetto percepito. Nel primo caso S. parla di "esperienza con carattere statico", nel secondo di "esperienza a carattere dinamico". In entrambi i casi non si può prescindere dal ruolo del soggetto. La differenza tra esperienza psichica ed esperienza pura è l'aggiunta del significato ai dati primitivi. Per De Sarlo sono possibili solo due modi di studiare tutto questo: il metodo sperimentale e il metodo introspettivo. Fonda il periodico La cultura filosofica, che darà spazio alla discussione di problemi psicologici e presterà attenzione a quanto avviene in campo psicologico ed epistemologico negli altri paesi. L'impostazione filosofica di questa rivista fu più volte criticata da Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Tra il 1912 e il 1915 è tra gli autori della rivista fiorentina Psiche, il cui redattore capo è Roberto Assagioli: altri redattori sono Agostino Gemelli, E. Bonaventura. Le teorie di S. sono influenzate molto dalla concezione della conoscenza scientifica e dalle teorie di Brentano. È tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali anti-fascisti redatto da Croce. Nello stesso anno pubblica, per i tipi Le Monnier, Gentile e Croce. Lettere filosofiche di un superato. Nel sagio S. prende atto della sconfitta culturale dell’idealismo italiano, ma al contempo rivendica le ragioni della sua prospettiva filosofica. L'obbiettivo polemico sono senza dubbio sia Croce che Gentile, ma a quest'ultimo sono dedicate le pagine più aspre. Infatti S. e Croce erano legati dal comune sentimento anti-fascista e convinti della necessità di misurarsi con ricerche concrete, quali quelle di Croce in ambito storico che S. aveva sempre apprezzato. Non a caso Croce fece passare sotto silenzio questo testo mentre sul Giornale critico della filosofia italiana, fondato e diretto da Gentile, apparvero varie recensioni critiche del volume. Opere S., I dati dell'esperienza psichica, Galletti e Cocci, Firenze, S. e Calò, Principi di scienza etica, Sandron, Palermo, S., Gentile e Croce. Lettere filosofiche di un «superato», Firenze, Le Monnier, . F. De Sarlo, Introduzione alla filosofia, Ed. Dante Alighieri, Milano . F. De Sarlo, Il metodo naturale nella ricerca scientifica, Ed. Dante Alighieri, Milano 1929. F. De Sarlo, L'uomo nella vita sociale, Laterza, Bari S., Vita e psiche: saggio di filosofia della biologia, Le Monnier, Firenze. V. Russo, Filosofia e psicologia nell'attività psichiatrica di Francesco De Sarlo, Il Mulino, Bologna . Studi per Luigi De Sarlo, Giuffrè, Milano . L. Albertazzi, G. Cimino, S. Gori-Savellini (ed.), Francesco De Sarlo e il laboratorio fiorentino di psicologia, Laterza, Bari 1999. G. Sava, Francesco De Sarlo e la psicologia filosofica, «Il Veltro», Guarnieri, fupress, Firenze University Press, Firenze S. su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. De Sarlo, Francesco, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana S. su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata Patrizia Guarnieri, DE SARLO, Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, . FS., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Modifica su Wikidata Opere di Francesco De Sarlo, su MLOL, Horizons Unlimited Portale Biografie Portale Filosofia Portale Psicologia Categorie: Filosofi italiani Psicologi italiani Nati a San Chirico RaparoMorti a Firenze [altre] Sarlo, nato in un paesello della Basilicata, San Chirico Raparo, venne alla filosofia dalla medicina filosofica. E ve Io condusse intima vocazione, oltre, e più, che esterna vicenda di casi. Già durante gli studi universitari, a Napoli, si compiace di frequentare, colle lezioni della facoltà cui era iscritto, quelle di filosofia: ed è, tra l’altro, uditore di SPAVENTA negli ultimi anni del suo insegnamento. La stessa sua prima pubblicazione — un volumetto di saggi su Darwin attesta la tendenza di lui a studiare, anche nel campo delle scienze biologiche, le questioni più generali, quelle che sono poi stimolo e offrono motivi alla speculazione filosofica. Questa tendenza divenne in lui sempre più consapevole durante gli anni che passa, come medico, nel manicomio di Reggio Emilia, dove compì ricerche psichiatriche che, mettendolo a contatto più diretto con i problemi dell’anima, determinarono il suo passaggio alla psicologia e alla filosofia. In questo campo non ha maestri. È un autodidatta: dove cercar da sè, come a tentoni, la sua strada, ed è naturale che la trova solo attraverso deviazioni, incertezze, ritorni. La sua educazione naturalistica e l’influenza dell’ambiente culturale del tempo, impregnato di positivismo, lo portano dapprima a seguire questo indirizzo di filosofia: e in uno degl’organi della filosofia positivistica, la rivista d’ANGIULLI (vedasi), SARLO fa le sue prime armi. Ma non tarda ad allontanarsi dal positivismo, a mano a mano che venne acquistando coscienza delle deficienze di quella dottrina cosi in ordine all’interpretazione del fatto conoscitivo come in ordine alla fondazione della moralità e religiosità umana: deficienze, che illustra poi in quelle Note sul positivismo in Italia, pubblicate in appendice ai saggi sulla filosofia, una delle critiche più penetranti e conclusive che della gnoseologia positivistica siano state fatte in Italia. La sua coscienza filosofica si venne formand. Concorsero a questa formazione lo studio di SERBATI, i rapporti personali o spirituali con alcuni dei più cospicui rappresentanti italiani dello spiritualismo e del criticismo, come FERRI (vedasi), MASCI (vedasi), e, in particolare, BONATELLI (vedasi), e, più specialmente, lo studio diretto delle correnti più significative della filosofia, alcune delle quali egli per primo, o tra i primi, fa conoscere in Italia. E di questa sua attività sono frutto due saggi su SERBATI: La logica di SERBATI e i problemi della logica e Le basi della psicologia e della biologia secondo SERBATI, considerate in rapporto ai risultati della scienza, Roma, poi rifusi in altri lavori; volumi di Saggi filosofici, Torino, Clausen, posteriormente anch’essi rielaborati e rifusi; studi su filosofi sparsi in varie riviste, alcuni dei quali furono poi, con altri di epoca posteriore, raccolti nel volume Filosofi, Firenze, La Cultura Filosofica; saggi di psicologia; il volume Metafisica, Scienza e Moralità, Roma, Balbi, e il volume già ricordato Studi sulla Filosofia : La filosofia scientifica, Roma, Loescher. L’esigenza che si rivela come fondamentale in questi studi di SARLO (vedasi), è quella di mostrare le vie per le quali le scienze positive, e più particolarmente quelle naturali, sboccano, per una necessità imposta dalla logica a loro immanente, in una concezione filosofica nella quale il naturalismo è superato, cosi per il riconoscimento dei poteri originari e irriducibili dello spirito quale soggetto conoscente e quale persona morale, come per il coronamento del sapere filosofico in un’interpretazione teistica della realtà universale; mentre, dall’altro lato, la filosofia stessa, come sistemazione e critica del sapere, riceve dalle scienze particolari continuo alimento e stimolo. E la necessità di questo connubio fecondo, nella loro reciproca azione, della scienza e della filosofia, è rimasta come uno dei motivi principali della filosofia di SARLO, anche quando, nel periodo di piena maturità della sua attività di studioso, tratta i principii del suo filosofare non più dal criticismo, di cui si sente l’influsso neghi scritti sinora citati, ma dallo sperimentalismo, da Locke a Mill; dall’intuizionismo, specie per il rilievo costantemente dato agl’assiomi così gnoseologici come etici, costitutivi dello spirito umano, e apprensibili con evidenza immediata nell’esperienza e infine dal realismo dell’Herbart e del Lotze. Conseguita la libera docenza in filosofia a Roma, insegna questa disciplina nei licei di Benevento, di Torino, di Roma, quando ottenne per concorso la cattedra di filosofia teoretica a Firenze, cattedra ch’egli ha tenuto e tiene ancor oggi con l’autorità e l’efficacia di un maestro. Fonda un gabinetto di psicologia sperimentale, il primo del genere in Italia, e che è rimasto anche oggi il più ricco di apparecchi. Molte e importanti ricerche vi sono state compiute sotto la sua direzione, sebbene, in questi ultimi anni, la potenzialità scientificamente produttiva del gabinetto sia stata assai ridotta per le condizioni materiali veramente miserevoli nelle quali si è venuto a trovare. Sarlo diretto la Cultura Filosofica, una Rivista che ebbe un programma ben definito e, specie nei primi anni, fu vivacemente battagliera cosi contro il positivismo ormai declinante, come, e più, contro il risorgente idealismo. La sua operosità di studioso ha dispiegato con assiduità e intensità instancabile nel campo della psicologia, dell’etica, della filosofia generale, pubblicando poderosi volumi, ai quali specialmente noi ci riferiremo nella esposizione e caratterizzazione della sua filosofia. Il valore della sua opera ha avuto riconoscimento ufficiale nel premio Reale per la filosofia, conferitogli nel 1920 dall’Accademia dei Lincei, della quale egli è, dal 1921, socio nazionale. Elenchiamo qui le opere principali del De Sarlo, escluse le prime già citate che poi sono state rifuse nelle successive: Metafisica Scienza e Moralità. Studi di Filosofia morale. Roma, Balbi, , 1 voi. di circa 250 pagg. in 8: [Contiene: Il naturalismo Il telismo L’idealismo e la moralità Il socialismo come concezione filosofica — Vita morale e vita sociale]. Studi sulla Filosofia contemporanea. — Prolegomeni : La « Filosofia scientifica ». — Roma, Loescher. Sarlo d’ordinario è presentato come un teista e uno spiritualista. Tale egli stesso ha sovente dichiarato esplicitamente [Contiene : Du Boys-Reymond, Helmholtz, Darwin, Il positivismo contemporaneo in Italia ]. I dati dell’esperienza psichica. Firenze, Pubblicazioni del R. Istituto di Studi Superiori, 1903, 1. voi. di pagg. 430 in-8. L’attività pratica e la coscienza morale. Firenze, Seeber, 1907, 1 voi. di pagg. in-16. Principii di Scienza etica, con un’Appendice su La patologia mentale in rap- perto all’etica e al diritto. Palermo, Sandron, [1907], 2 voi. di circa pagg. 500 in-16 (in collaborazione con Q. Calò). II Pensiero Moderno. Palermo, Sandron, [1915], 1 voi. di pagg. 410 in-8. [Contiene: a) Tre studi che possiamo dire introduttivi : La formazione della coscienza filosofica odierna — Uno sguardo alla filosofia. I compiti della filosofia. Altri tre studi che costituiscono come la parte centrale del volume, la più vasta per il contenuto che abbraccia e per l’estensione che ha: ! problemi gnoseologici nella filosofia contemporanea. Lo psicologismo nelle sue principali forme. I diritti della metafisica, nel quale ultimo specialmente sono sottoposti a un rapido e vigoroso esame critico i principali indirizzi della filosofia. Altri studi su particolari problemi o correnti filosofiche. Il significato filosofico dell'evoluzione. Filosofia e scienza dei valori. Stillo spiritualismo. Filosofi. Firenze, La cultura filosofica. Contiene saggi su Paulsen, Hodgson, Ward, OXONIAN Bradley, Reitike, Hartmann, Zeller, e BONATELLI – l’uniico italiano. Psicologia e filosofìa. Studi e ricerche. Firenze, La cultura filosofica. Contiene: Alcuni saggi di filosofia generale, importantissimi pella comprensione della posizione di SARLO nel campo filosofico, e della concezione dei rapporti tra filosofia e psicologia: Psicologia. La psicologia e le scienze normative. L’esperienza psichica. L’individuo dal punto di vita psicologico. Il soggetto. La causalità psichica. Sensazione e coscienza. Ampi saggi di psicologia metafisica – o psicologia filosofica, come la chiama Grice: il concetto dell'anima nella psicologia. Idee metafisiche intorno all’anima. Saggi contenenti la materia per un organico trattato sulle funzioni psichiche. La classificazione dei fatti psichici. L’attività conoscitiva. L’attività immaginativa. Vita affettiva ed attività pratica, con i quali saggi è strettamente connesso un amplissimq saggio intorno alle determinazioni formali della vita psichica, e più particolarmente all'azione dell’esercizio e dell'abitudine su tutte le funzioni fisiologiche e psichiche. Appartengono a questo gruppo altri saggi. Sulla teoria somatica delle emozioni. Sullo studio dei sentimenti nella psicologia. Sulla percezione delle forme. Saggi di psicologia fisiologica e patologica. Cervello ed attività psichica. L’attività psichica incosciente, Sulla psicologia della suggestione. Le alterazioni della vita psichica. La psicologia degl’animali. di essere. E tale, certo, egli si rivela nei suoi scritti, dai più antichi ai più recenti. Ma, è da aggiungere subito, non è data così la caratteristica più saliente della sua figura di pensatore: sfugge a quella designazione gran parte, e forse la più significativa, della sua opera filosofica; viene, comunque, lasciata cosi nell’ombra quella concezione della filosofia e del metodo di filosofare che, meglio d’ogni altro elemento, vale a individuare la sua posizione personale nel movimento filosofico italiano contemporaneo. Uno dei suoi primi lavori, anzi il primo veramente organico che l’ulteriore sviluppo del suo pensiero abbia lasciato immune da quelle rielaborazioni più o meno sostanziali cui, come abbiamo già detto, egli ha sottoposto altri suoi scritti di quel tempo, voglio dire il volume Metafìsica, Scienza e Moralità, è tutto una riaffermazione dei princìpi fondamentali della dottrina teistica cosi contro il naturalismo come contro l’idealismo assoluto. La concezione di Dio quale Ragione che si esprime continuamente ed eternamente nel mondo, e non come legge o ordinamento astratto, bensì come soggetto concreto e vivente, è in quel libro svolta e presentata come la sola concezione metafisico-religiosa, che, gravitando sulle esigenze morali più profonde della coscienza umana, sulla considerazione del valore assoluto della persona, contenga di queste esigenze il riconoscimento e la giustificazione più piena, e fornisca per ciò stesso il principio di quella sistematica unificazione di tutta la realtà, a cui la mente umana tende per sua natura, e in cui possono essere inverate le particolari connessioni di frammenti di realtà che le scienze della natura stabiliscono mediante le serie causali dei fenomeni. E tra gli scritti meno antichi, due saggi, dei più elaborati e ricchi d’idee, I diritti della Metafìsica (nel volume « Pensiero Moderno ») e Idee metafìsiche intorno all’anima (nel II voi. di « Psicologia e Filosofia »), giungono, attraverso l’analisi dei concetti di causa e di sostanza, alle medesime conclusioni teistico-spiritualistiche intorno a Dio e all’anima umana. Dio è la Causa prima, la causa che non è effetto, postulata qual condizione essenziale della comprensibilità di qualsiasi fatto particolare in quanto anello di una serie causale: causa la quale non può esser concepita, se non come analoga alla sola causa vera a noi nota, che è la nostra stessa volontà in quanto libera, in quanto costitutiva d’un cominciamento assoluto; non può quindi esser concepita se non come volere essa stessa, e quindi come causa finale. E Dio è la Sostanza Assoluta. l’Essere nel quale trova compiuto soddisfacimento l’esigenza del pensiero a cui risponde il concetto di sostanza: che è il concetto di essere che non è in altro nè per altro, ma è essere per sè, condizione e presupposto di ogni altra determinazione, principio e unità reale di ogni molteplicità. E anche per questo rispetto esso non può venir concepito se non in analogia con quella che è per noi l’espressione più immediata e genuina della sostanzialità, ossia la coscienza, che è appunto esistenza per sè, l’io che è immediatamente percepito come principio unico di una molteplicità di funzioni e di atti, in cui manifesta la sua realtà. E le sostanze finite possono anche esser considerate come pensieri di Dio, e quindi come atti di quest’Essere per sè per eccellenza, purché però l’atto e la funzione di Dio siano intesi come tali che il termine di essi abbia un essere almeno parzialmente indipendente e sia fornito della capacità di esistere per sè, di spontaneità e di libertà. Appunto queste proprietà degli esseri finiti rileva e illustra il De S. nel tentativo di determinare cosi l’origine come il destino delle anime. L’origine dell’anima la quale implica, per un lato, la produzione di qualcosa di nuovo e, per l’altro, la conformità a un ordine di leggi immutabile, può, secondo il De S., esser posta in rapporto con l’azione divina, purché questa s’intenda appunto come sostrato reale in cui ha il suo sostegno quell’ordinamento di leggi, per il quale, in date condizioni, nuovi fatti accadono o nuovi fini e valori vengono realizzati. E poiché quell’ordinamento è eterno, anche delle anime può dirsi che esistono ab aeterno, come principi potenziali, i quali aspettano che i destini si maturino per poter divenire attuali. E una volta divenuti attuali, i centri reali di vita e di coscienza sono, secondo il De S-, indistruttibili, appunto in forza del pregio intrinseco che essi posseggono come sostanze: onde l'affermazione dell’immortalità di tutte le anime. È innegabile, dunque, che del problema metafisico per eccellenza SARLO presenta costantemente una soluzione conforme, nei suoi principii fondamentali, al teismo e spiritualismo tradizionale. Ma bisogna subito aggiungere che nella trattazione di questo problema della realtà egli è sempre consapevole del carattere meramente congetturale di quella soluzione, quantunque questa gli sembri meno inadatta delle altre a dare dei fatti e della realtà conoscibile una certa quale interpretazione sistematica. Egli non si nasconde mai le oscurità che si oppongono alla piena intelligibilità dell’Assoluto: non dissimula le antinomie tra le quali la ragione umana si dibatte ogni volta che pretende di dare della realtà ultima una definizione esauriente. E’ troppo persuaso dello scarso valore dimostrativo che possono avere le analogie in base alle quali noi trasportiamo dal finito all’infinito o estendiamo da una ad altra sfera di realtà i nostri concetti, perchè si possa credere che egli s’illuda sulla portata effettiva di quelle ipotesi, anche se l’intimo convincimento suo della preferibilità di quelle ad altre ipotesi dia talora alla sua trattazione un tono che può parere alquanto dommatico. Le riserve prudenziali che spesso interrompono la sua trattazione di tali problemi potrebbero anzi indurre a ritenere ch’egli sia in fondo un agnostico in fatto di metafisica: ed egli non disdegnerebbe certo questo epiteto, se per agnosticismo s’intende la persuasione che il mistero dell’universo è e rimarrà ineluttabilmente un mistero per la mente umana. Agnosticismo, che ben si concilia in lui con la fede — questa, si, veramente dommatica nel senso migliore delia parola con la fede sulla validità assoluta dei princìpi razionali, con l’affermazione che nel fondo della realtà è la Ragione : si concilia, perchè, data appunto l’ind'pendenza relativa delle coscienze finite dall’Essere assoluto di Dio, possono da ognuna di quelle essere colti soltanto frammenti della razionalità in cui questo si rivela come immanente all'universo. È uno dei caconi della maniera di filosofare del De S. questo, che l’esigenza dell’unità, la quale è essenziale alla ragione e si esprime nel suo grado più alto nella posizione del problema metafisico, non può e non deve essere sodisfatta con l’eliminazione delle differenze che la realtà presenti e la ragione stessa riconosca come irriducibili, anche se non riesca poi facile o possibile alla mente umana stabilire come questa molteplicità irreduttibile possa esser ricondotta o comunque messa in relazione con quel principio reale di unità assoluta che è Dio. Cito due esempi caratteristici, relativi al concetto fondamentale di sostanza. Della sostanza, come s’è visto, noi abbiamo, secondo SARLO., una conoscenza immediata nell’apprensione del nostro io, in quanto questo è un essere per sè e si manifesta nei fatti psichici come in atti suoi, senza esaurirsi in nessuno di essi. Da ciò parrebbe lecito dedurre che il mondo sia costituito di sostanze omogenee, ossia di esseri che siano per sè come unità di coscienza, anche se tra le varie sostanze si debba stabilire una differenza di grado: parrebbe cioè giustificato il monismo spiritualistico. Invece il De S. dedica due saggi ad una critica stringente di questa soluzione del problema metafisico, che pur parrebbe la più conforme ai suoi supposti spiritualistici (// monismo psichico e Sullo spiritualismo odierno, nel volume « Pensiero Moderno »). È vero, egli dice, che tutto ciò che esiste, per il fatto che esiste, agisce in una data maniera, e noi non possiamo rappresentarci codesta attività che facendo uso di nozioni attinte alla nostra esperienza intima, e che quindi in ultimo siamo sempre spinti a identificare l’esistenza con una forma, per quanto attenuata, di psichicità. Ma l’analogia non deve far perdere di vista le profonde differenze esistenti se non altro tra il modo di comportarsi degli obietti e fatti costituenti la natura esterna e quello degli esseri e processi psichici. Anzi, per il De S., a rigore non basterebbe opporre al monismo, sia esso materialistico o immaterialistico, il dualismo : sarebbe più logico parlare di pluralismo senza aggettivi, esprimente una pluralità di energie e di attività tanto differenti tra loro,' che a rigore non possono essere accomunate nè sotto la rubrica spirito né sotto qualsiasi altra rubrica. Come e perchè esista quel dato numero di principii, cornee perchè esistano quelli e non altri, non è possibile dire: è un fatto che va constatato, e non si può e non si deve spiegare; come vanno indagate, constatate e descritte le varie maniere di agire e reagire reciprocamente di questi vari esseri, ma non si può presumere di spiegare, nel vero senso della parola, come e perchè si stabilisca la connessione reciproca di tali esseri che sono esistenti per sè, sebbene nelle maniere speciali di agire e reagire essi affermino e rivelino la loro esistenza. Ma vi ha di più: la sostanza vivente e, più in particolare, la sostanza psichica esiste ed agisce in quanto si sviluppa. Ora uno dei saggi più penetranti del De S. (Il significato filosofico dell'evoluzione, nel volume Il Pensiero) è dedicato all’analisi del concetto di evoluzione, ed è uno dei più significativi per dimostrare come nella concezione metafisica del De S. si conciliino un temperato razionalismo e un prudente agnosticismo. Il concetto di evoluzione, lungi dall’essere — come vuole, ad es., l’hegelismo — un principio esplicativo, e lungi dal dare un’espressione compiuta della realtà ultima, ha bisogno esso stesso di venir reso intelligibile. E l’analisi critica di tal concetto rivela la presenza in esso di vere e proprie contradizioni, che non possono essere eliminate se non considerando lo sviluppo non già come il prius della realtà, ma come qualcosa di accessorio e di secondario. Il processo evolutivo, mentre implica necessariamente il tempo, esige l’illusorietà del tempo; mentre vuol essere creazione, implica già la preesistenza del termine a cui arriva; si può leggere in esso, almeno post factum, la rispondenza a un ordine razionale, ma chi dice razionalità, dice estra- temporaneità. Ogni evoluzione implica dunque qualcosa di assoluto, di perfetto, di stabile, che rappresenta il principio vero dell’evoluzione. Ecco il risultato, positivo, certo, cui conduce l’analisi del concetto di evoluzione: ma è una certezza che fa sorgere nuovi interrogativi: allora, ci si domanda, come e perchè i reali concreti e finiti sono cosi fatti da dover attuare i fini solo mediante il processo evolutivo, come e perchè l’ordine si realizza per gradi e attraverso lo sviluppo? Il che equivale a domandarsi come e perchè esistano esseri finiti che si trovano con l’assoluto in quegli speciali rapporti. E a questi interrogativi non è possibile rispondere: ed ecco come, conclude il De S., l’evoluzione è un aspetto del « my- sterium magnurn » della realtà. Il problema dell’evoluzione reale conduce al problema del tempo, e come questo resulta dalla connessione del flusso con la permanenza, della successione con la durata, così l’evoluzione poggia sul rapporto del divenire o variare con ciò che è immutabile, permanente e eterno. Compito df;fa filosofia, dunque, di fronte al problema più propriamente metafisico sembrerebbe essere, per SARLO, quello di rendere chiare e in un certo senso acuire e dimostrare insuperabili, piuttosto che superare, le difficoltà che quel problema offre alla mente umana; di illuminare i limiti di essa, piuttosto che additarle un varco alla conoscenza piena dell’Assoluto. Ma non è questo, per il De S., l’unico compito della filosofia: o meglio, per assolvere questo stesso compito, per condurre la mer*e umana appunto a queste posizioni che sono al margine del mistero, a queste che possono dirsi frontiere della conoscenza umana, e per dimostrare che sono frontiere invalicabili, la filosofia deve, secondo il De S., percorrere il dominio stesso che innanzi alla conoscenza si stende, di qua da quelle frontiere: ed è il dominio dell’esperieza nel senso più pieno e più ampio di questa parola. Prima della dialettica trascendentale e quindi prima della critica della ragion pratica con i suoi postulati, vi è e vi deve essere una « Estetica » e una «Analitica», per servirci della terminologia usata da Kant, a designare un atteggiamento di pensiero analogo, per questo rispetto, a quello criticistico, anche se, come vedremo, muova da supposti e segua un. procedimento e giunga a risultati profondamente diversi. L’attività filosofica di SARLO ha avuto sempre, sin dalle sue prime manifestazioni, un’impronta di positività, disdegnosa di ogni audacia speculativa, derivante così dalla tempra del suo spirito come dalla sua educazione scientifica, oltre che dal convincimento del valore nullo di ogni concezione che non sia un portato necessario della critica della conoscenza positiva e non abbia quindi una larga base empirica. Ma questo convincimento, si può dire, si è venuto in lui sempre più radicando col maturarsi del suo pensiero, sino a divenire il motivo fondamentale sempre più insistente del suo filosofare; sì che con questa designazione appunto di filosofia dell'esperienza egli ama contrassegnare la sua dottrina e il suo metodo, in recisa opposizione alla speculazione idealistica dei neo hegeliani, che si è andata sempre più affermando in Italia. Si direbbe che il diffondersi di quell’antiempirismo dialettico ch’egli considera un vero « contagio » delle menti, l’abbia indotto ad accentuare sempre più la necessità di ricorrere a cautele immunizzatrici, in un contatto sempre più stretto, e più esclusivo, della filosofia col sapere empirico; di ricondurre la filosofia, come in rifugio sicuro, in quei confini entro i quali essa possa mantenere il carattere di scienza, essere, ai pari delle altre scienze, un prodotto dei processi logici comuni della mente umana, anziché l’espressione — mistica o lirica che sia, notevole quanto si voglia per novità e originalità, ma non suscettibile d’una dimostrazione razionale — l’espressione, dicevo, di una coscienza e quasi d’un temperamento individuale traverso il quale la realtà si rifranga. E inaugurando, nello scorso ottobre, l’ultimo Congresso italiano di filosofia a Firenze, giunse alle affermazioni estreme che le attuali condizioni della cultura filosofica in Italia esigono un più o meno lungo periodo di astinenza dall’alta speculazione, e che non il problema filosofico, quello metafisico intorno alla natura della realtà ultima e assoluta, ina / problemi filosofici particolari, o meglio questi prima e con più fiducia e anzi con più sicurezza di successo che quello, e come condizione per la stessa impostazione non che per ogni tentativo di soluzione di quello, meritano di essere oggetto dell’indagine filosofica. Ma con ciò, si può osservare, non è stato sacrificato proprio quello che è il carattere distintivo del sapere filosofico rispetto alle scienze particolari, e che è appunto la determinazione della relazione dei distinti, il riferimento della molteplicità delle distinzioni a un principio unitario? SARLO risponde che la filosofia è aspirazione alla unità dell’Essere, senza che perciò il filosofo debba trasformarsi in un allucinato dell’unità. La varietà e la inconciliabilità dei tentativi compiuti nella storia della filosofia per unificare i reali e-le conoscenze e per dedurre la complessità dei fatti da un unico principio, sta a dimostrare, secondo lui, che all’unificazione si giunge colmando con l’immaginazione le lacune della conoscenza certa e dimostrabile. Gli si può replicare con l’obiezione consueta, che la vanità di quei tentativi risulta dall’aver cercato la unità nell’oggetto invece che nel soggetto, nella natura (o in Dio, che è lo stesso) invece che nello Spirito. Ma il De S. ribatte che anzi appunto attraverso quel riferimento degli oggetti al soggetto conoscente, appunto attraverso quella unificazione, diremmo, metodologica e gnoseologica, di tutto il reale nell’io — che è propria del sapere filosofico —, si rivela la irriducibilità, diremo, ontologica degli oggetti e dei valori. Infatti, per il De S., se da un lato la filosofia non può non scindersi in una molteplicità di discipline, fondate su principii irriducibili (essere e valere, p. es.), dall’altro lato queste hanno caratteri comuni, che valgano a fare di esse appunto un unico gruppo, quello delle disciplini; filosofiche. E questi caratteri comuni sono: I) determinazione dei concetti universali, attraverso i quali la realtà può essere razionalizzata; 2) riferimento di tutta la realtà allo spirito del soggetto, in cui e per cui l’esperienza in ogni sua forma si costituisce. Due caratteri, questi, che sono per il De S. strettamente uniti e come interdipendenti: perchè le idee universali — ossia le nozioni metafisiche fondamentali — intanto assurgono a quel grado di fecondità per cui rappresentano i mezzi di razionalizzazione della realtà, in quanto o sono il risultato della giustii.jata estensione a tutta la realtà di concetti che abbiamo direttamente appreso nella coscienza (sostanza, fine, causa), ovvero sono il prodotto della riflessione sui modi in cui la realtà diviene intelligibile e acquista consistenza nella mente umana. Lo spirito, in quanto termine comune di riferimento di tutti gli elementi e fatti della realtà, viene ad occupare una posizione centrale nel mondo, e la psicologia, come scienza dello spirito, costituisce il terreno di incontro delle diverse discipline filosofiche. Si è detto, la psicologia come scienza dello spirito : e di questa determinazione v’è bisogno per non cadere nei facili equivoci cui può dar luogo la parola psicologia o psicologismo. Già nei 1903, nel suo poderoso volume I dati dell'esperienza psichica, il De S. insisteva sulla profonda differenza esistente tra la psicologia come scienza empirica e la psicologia coinè scienza filosofica. La prima, quale si è venuta costituendo negli ultimi decenni, studia l’anima umana come un « obietto» tra gli altri obietti della natura, ha aspetto e procedimento di una scienza naturale e non mira che alla spiegazione causale dei fenomeni. Per essa la vita psichica è un complesso di « stati » di coscienza: i quali, sì, implicano tutti una certa coscienza dell’io (in maniera che per il De S. non è possibile una psicologia « senz’anima », anche se sia psicologia empirica): ma il soggetto non è còlto, da questa, in funzione, ossia nella sua attività tendente a determinati scopi. Si tratta di una considerazione statico di dati, a cui il concetto di atto è necessariamente estraneo; di una considerazione che tende a fissare i rapporti condizionali dei vari ordini di stati psichici e a ridurre il complesso al semplice. La psicologia empirica deve quindi limitarsi all’«analisi morfologica» della coscienza, escludente qualunque funzionalità e quindi qualunque dinamismo. Ora « lo spirito — dice Sarlo — non è una cosa tra le altre cose, ma è il mezzo di rivelazione della realtà. Come tale lo spirito è universale: universalizza sè stesso nelle sue funzioni ed universalizza per ciò stesso l’obietto a cui è rivolta la sua attività ». Ecco perchè lo spirito può considerarsi come in una posizione centrale rispetto a tutte le cose: e la scienza che lo studia, ossia la psicologia come “ fisiologia „ dello spirito, è necessariamente scienza filosofica. Nella considerazione funzionale dello spirito s’impone il concetto di valore e quindi di fine. Le funzioni dello spirito mercè i loro atti oggettivano i dati e stati soggettivi; perchè sono determinazioni che qualificano, sì, il soggettò, ma lo qualificano in rapporto all’oggetto, e danno quindi luogo a ciò che è universalmente valido, a quelli che sono i valori oggettivi. La verità, il bene, il bello non sono dei dati o dei fatti: sono degl’ideali, sono appunto valori, distinti da ogni altro valore unicamente soggettivo per questo carattere, che sono forniti di una speciale necessità che è la necessitàdi diritto ben diversa dalla necessità di fatto degli stati psichici. Quest’ultima denota soltanto che uno stato è inevitabilmente determinato, nella sua insorgenza, da certe condizioni, una volta che queste siano date, cioè siano determinate da altre condizioni, e così via; denota cioè che uno stato o un fatto psichico ha sempre la sua ragione d’essere in altro. Ma è indifferente al valore di quello stesso stato o fatto, se per valore s’intende ciò che ha la ragion d’essere in sè e non in altro ossia un valore incondizionato e assoluto, ciò che deve essere anche se le condizioni dell’essere non sussistano e quindi la realtà non sia ad esso adeguata. La necessità psicologica abbraccia indifferentemente nella sua spiegazione così il valore come il disvalore, così il vero, il bello, il bene, come l’errore, il brutto, il male. Una tale distinzione di valore, come distinzione obiettiva e universale, non si può avere se non mediante il riferimento alle leggi costitutive delle funzioni originarie ed essenziali dello spirito, leggi non meccaniche, superiori anzi al meccanismo psichico, perchè essenzialmente teleologiche, indicanti cioè la maniera in cui quelle funzioni agiscono ogni volta che raggiungono il termine che è costitutivo della loro natura spirituale, leggi rivelanti la loro natura attraverso una forma di evidenza che è indizio della loro necessità e universalità. Le leggi logiche e gnoseologiche definiscono la natura del pensiero, le leggi etiche quelle della volontà, le leggi estetiche quelle della fantasia. Sono principii o assiomi i quali significano che il pensiero, il volere e la fantasia in tanto meritano veramente questo nome e in tanto raggiungiamo il termine che ad esse è proprio, in quanto si esplicano nel senso indicato da quelle leggi piuttosto che in altro senso. La distinzione tra psicologia empirica, come scienza dell’anima — morfologica, naturalistica e la psicologia come scienza dello spirito — funzionale e filosofica, così nettamente affermata dal De S. nell’opera su citata del 1903, è forse stata successivamente attenuata in altri scritti, nel senso che, a suo giudizio, la conoscenza del meccanismo psichico risulta utile alla determinazione dei modi in cui lo spirito si eleve al di sopra di esso r e reciprocamente la conoscenza dei fini dello spirito è indispensabile per l’apprensione esatta del meccanismo che serve di mezzo al raggiungimento di t'°i. Ma l’attenuazione si riferisce ai rapporti tra le due considerazioni dell’anima e non elimina con ciò la distinzione. E comunque il De S. non ha mai cessato di differenziare nettamente ed energicamente il suo psicologismo da quello naturalistico, che considera i valori dello spirito come « o applicazioni di leggi psicologiche già operative in altre direzioni, ovvero particolari, originarie manifestazioni dell’attività psichica, le quali però attingono il loro significato dall’essere effetti necessari di certe cause psichiche o risultati inevitabili di processi mentali naturali, e non già dal rispondere a certi fini od esigenze valide anche se non mai realizzate». Si leggano specialmente, in proposito, i saggi Lo psicologismo nelle sue principali forme (nel voi. < Pensiero Moderno »), Vecchia e nuova psicologia, La psicologia e le scienze normative, e La classificazione dei fatti psichici (nel I voi. di « Psicologia e Filosofia »). Lo psicologismo di SARLO . non è dunque naturalismo, ma non è neppure immanentismo: offre anzi a lui il mezzo per affermare e dimostrare, contro ogni forma d’idealismo immanentistico, il suo realismo gnoseologico. Se nella determinazione di ciò che è l’essere e, in genere, di ciò che è oggetto di conoscenza, il De S. ritiene di dovere attenersi ai criteri generali su esposti del suo psicologismo, non è già perchè egli ritenga che la psiche e i processi psichici costituiscano la stessa realtà, anzi lo stesso essere, ma è solo in considerazione delle prerogative che, in ordine alla conoscenza, sono proprie dell’esperienza psichica di fronte ad ogni altra forma di esperienza. E queste prerogative sono due: 1) innanzi tutto la così detta esperienza estèrna si rivela e acquista consistenza sempre attraverso l'interna, perchè ciò che è direttamente percepito, anche in quelli che sono comunemente detti oggetti esterni, è sempre il contenuto d’un atto psichico; l’esperienza interna presenta la nota dell’evidenza (evidenza di fatto) derivante dalla coincidenza del percepire col percepito; e perciò l’esperienza psichica rappresenta il vero fondamento per la constatazione di qualunque esistenza reale, e quindi di ogni sapere empirico. 2) In secondo luogo, l’esperienza psichica è il solo tramite attraverso il quale tutto ciò che è (reale o pensabile che sia), l’essere in generale ci si può rivelare. L’io distinguendosi da tutta la realtà traspare a sè medesimo, e insieme tutta la realtà diviene trasparente attraverso di esso. Nulla esiste che sia propriamente nell’io, tranne l’io stesso, e insieme, in un certo senso, nulla di cui si può discorrere esiste al di fuori dell’io, perchè la cosa, per essere affermata e riconosciuta, deve in qualche maniera esser presente alla coscienza. In questo consiste ciò che si può chiamare funzione rappresentativa della mente. Ma proprio da questo carattere essenziale alla mente il De S. deriva la necessità di affermare la trascendenza dell’oggetto rispetto alla mente che lo afferma e lo pone. Noi, egli dice, arriviamo, è vero, al concetto di essere e di obietto solo mediante la riflessione sull’atto di riconoscimento: ma questo in tanto è tale, in quanto è provocato da qualcosa di diverso da sè. La mente, non contenendo la realtà come tale, nè identificandosi con essa, non può giungervi se non attraverso qualcosa che rappresenti o sostituisca la realtà medesima. Le rappresentazioni mentali forniscono i segni in base a cui l’intelletto costituisce la realtà. La realtà, si può anche dire che sia « percipi « e « intelligi », purché con ciò non si voglia significare che l’essere si esaurisca nel fatto di essere percepito e inteso, ma solo che non si ha modo di definire quest’essere prescindendo dalle sue rivelazioni nella coscienza individuale. La conoscenza vale sempre per altro, si riferisce sempre ad altro. Non che si tratti di una specie di corrispondenza tra l’obietto trascendente e la rappresentazione mentale — come grossolanamente si ritiene da molti critici di tale concezione —, quasi fosse ammissibile un’apprensione dell’oggetto qual’è in sé al di fuori della coscienza e quindi un confronto tra la Cosa e 1 idea- L affermazione della trascendenza è imposta dal bisogno di dare un senso alla funzione conoscitiva qual’è còlta in atto, al fatto conoscitivo nel suo significato e nell’intendimento che lo anima. Certo, per il De S., non si deve con Jiò pregiudicare la soluzione del problema metafisico della costituzioile intima della realtà ultima. La metafisica può anche giungere alla conclusione che la realtà, divelta da qualsiasi rapporto con la coscienza, è un non senso, che tutto ciò che esiste, esiste in quanto è connesso con una coscienza. Ma questo rapporto metafisico non può essere identificato col rapporto gnoseologico tra obbietto e coscienza in quanto conoscente. La coscienza nel riferimento alla quale può farsi consistere la realtà di tutto ciò che è, non è certo la coscienza individuale del soggetto che conosce questa realtà e la conosce riferendola a sé come altro da sè: anche quando si sia ridotta metafisicamente la realtà a coscienza, tale coscienza rispetto al soggetto conoscente, a questo o quel soggetto, è sempre un reale, un oggetto, è sempre appresa da esso come altro da sè. Il quale ultimo punto non potrebbe essere negato se ì.'in dimostrando che la distinzione delle singole coscienze è illusoria e che i rapporti tra gli obietti costituenti l’universo sono identici ai rapporti tra i fatti psichici di ciascuno. Questa dimostrazione, per il De S., non può essere data: e ne vedremo il perchè, tra poco, a proposito della natura del soggetto come reale. E, comunque, allo stesso modo che la soluzione del problema gnoseologico non deve accogliersi come tale da contenere o assorbire in sè la soluzione del problema metafisico, cosi questa — che, d’altronde, può essere solo punto d’arrivo dell’indagine filosofica, e irta, come s’è già detto, di difficoltà e oscurità d’c^ni sorta —, non può e non deve pregiudicare la soluzione del problema gnoseologico, sino a eliminare ciò che è costitutivo del fatto della conoscenza, la dualità di soggetto e oggetto. L’esperienza psichica — l’abbiamo già detto — è, per il De S., costituita di atti : e perciò anche il pensiero è atto. Ma chi dice atto, dice qualcosa che accade nel tempo, qualcosa che sorge e si dilegua in un determinato punto della durata. E allora, secondo il De S., non si può sfuggire a questo quesito: se tutta l’esperienza psichica si risolve in un complesso di atti e se in conseguenza tutto ciò che può essere conosciuto non lo può che attraverso atti, come é possibile arrivare al concetto di ciò che non è atto, al concetto, poniamo, di una relazione universale e necessaria tra idee, com'è possibile arrivare al concetto del mondo della pensabilità, che esclude qualsiasi elemento di efficienza, di azione reale, e che non è nel tempo? Appunto per rispondere a questo quesito, occorre negare l’immanenza o l’inclusione dell’oggetto nell’atto psichico corrispondente. Mentre vi sono contenuti di coscienza i quali si moltiplicano come si moltiplicano i centri di coscienza, ve ne sono altri che, pur essendo in speciale rapporto con i primi, rimangono unici e anzi non sono concepibili che come unici. E anche quando agli obietti in quanto parvenze non è attribuibile nessuna consistenza reale, non è lecito affermare che essi si identifichino con gli atti stessi, giacché anche in tali casi è sempre necessario presupporre ddle condizioni indipendenti atte a provocare l’esplicazione dell’attività psichica riconosciuta poi come illusoria. L’esistenza di siffatte condizioni è un presupposto ineliminabile : o l’attività psichica ch’esse hanno provocata è adeguata alle condizioni medesime, e allora si è autorizzati a identificarle con obietti reali, aventi un’esistenza indipendente; o tale esplicazione è inadeguata, e allora s’impone la necessità di ricercare quale forma di realtà e di esistenza possa essere attribuita a quelle condizioni. Ma come si può decidere se vi sia o no adeguazione dell’atto all’oggetto? Qui il De S. insiste sulla distinzione tra i due ordini di oggetti conoscibili: gli obietti concreti e individuali (con le loro qualità) da una parte, e gli elementi ideali o intelligibili, dall’altra. L’esistenza è fornita sempre dall’esperienza: o è dato sensoriale, o è dato della coscienza, e non può non occupare tempo ; l’intelligibile, invece, è sempre formulabile per mezzo di un rapporto o di un complesso di rapporti, ed è estraneo alle vicende del tempo. E il fondamento della cognizione, in rapporto a questi due ordini di obietti, è da un lato la percezione dei fatti psichici e di ciò che è relativo ad essi, e dall’altro la conoscenza di certi principii e assiomi costituenti come l’ossatura della ragione; da un lato, cioè, l’evidenza di fatto, fornita, come si è già accennato, dalla diretta esperienza che abbiamo di noi stessi, e, dall’altro, la necessità razionale, qual’è còlta nei principii logici. Questa distinzipne, però, non è da intendere, secondo il De S., nel senso che l’apprensione dell’esistente e della sua qualità possa farsi indipendentemente dal pensiero logico. Il fatto individuale non è caratterizzabile che mediante nozioni universali; e 1 intelligibile, se può essere considerato per sè (astratto) solo per opera della mente, è tanto intimamente connesso (consubstanziale) con resistente, col puro fatto, che questo non può formare oggetto di conoscenza se non per ciò che contiene di inttj ligibile. È il pensiero che deve in certo modo investire di sè i dati'dell’esperienza psichica per og- gettivarli affermandoli, facendone cioè termini di atti giudicativi, e trasformarli così in reali conosciuti. Più in particolare, è il pensiero che fa di quella sfera dell’esperienza psichica che è la sensibilità, il tramite di una realtà trascendente la coscienza, e fa delle qualità sensoriali non soltanto contenuti psichici — aventi la realtà stessa di altri contenuti psichici, come sentimenti, volizioni ecc., aventi cioè resistenza che è propria degli stati o atti di quel prototipo di realtà individuale che è l’io —, ma fenomeni d’una realtà trascendente. Il pensiero pone e risolve il problema della realtà di un correlato obiettivo delle q alità sensoriali, in quanto da un Iato queste non sono meri contenuti di coscienza o creazione del soggetto — come dimostrano la coerenza e permanenza che presenta l’esperienza sensibile e le variazioni a cui questa può andar soggetta indipendentemente da qualsiasi rapporto con la coscienza individuale — ; e dall’altro lato non sono cose in sè — come dimostra la loro relatività alle condizioni subiettive, per cui è impossibile dire chiaramente in che cosa consistano, per sè prese. D’onde risulta che esse hanno una forma di esistenza speciale che è appunto l’essere proprio dei fenomeni. Ora questo correlato obiettivo delle qualità sensoriali può essere raggiunto solo per opera del pensiero e non è determinabile nei suoi tratti essenziali che in base ai principii razionali. Il pensiero rappresenta, pertanto, il solo mezzo per distinguere l’apparenza dalla realtà, anzi il solo mezzo per attribuire un significato a tale distinzione. Le parvenze sensoriali, i puri fenomeni e le forme intuitive dello spazio e del tempo non possono non essere constatati, e quindi come pseudo-esistenze, non possono non divenire obietti di conoscenze immediate, nella forma di giudizi percettivi (pensiero tetico, immediato, concreto). E quando i dati così affermati si trovino in contrasto col sistema delle conoscenze organizzate intorno ai principii razionali, il pensiero medesimo è chiamato a decidere in ultima istanza su ciò che va affermato come reale e ciò che va riguardato come apparenza, è chiamato a decidere intorno all’obbiettivo e al subbiettivo. Se già l’esistenza come tale esige, secondo il De S., l’intervento del pensiero logico, s’intende che anche l’essenza del reale non possa, e con più forte ragione, esser determinata che dal pensiero. Essa consiste in relazioni, nelle quali la mente traduce ciò che dapprima è soltanto sperimentato e vissuto (somiglianza e differenza, nesso di dipendenza, rapporti quantitativi, rapporti di azione e passione, rapporti spaziali e temporali atti a fornire le coordinate per l’individuazione). L’intelligibile, distrigato dal reale per mezzo dei processi intellettivi, finisce per assumere l’ufficio di segno rispetto a ciò che è posto come indipendente dal soggetto e come sussistente. E il progressivo sviluppo della conoscenza è determinato dal bisogno di fissare ciò che nella realtà vi ha di conforme alla ragione e quindi di assimilabile da essa mediante la traduzione della realtà stessa in rapporti razionali. La credenza che l’obietto sia sempre risolubile in elementi intellettuali è il presupposto e anzi l’anima di qualsiasi conoscenza. La realtà esistente, dunque, non può essere posta che dal pensiero in quanto giudizio tetico; e non può essere conosciuta nella sua struttura se non nella misura in cui il pensiero la traduce in un complesso di rapporti intelligibili. Ma — e con ciò Sarlo riafferma il carattere nettamente realistico del suo razionalismo — i termini di questi rapporti e il contenuto di quelle « tesi » non sono risolvibili in pensiero.Vi è sempre distinzione, secondo il De S., tra lo sperimentare e il pensare, nel senso che quello non è derivabile da questo, anche se non possa divenire sperimentare «obiettivo », e quindi conoscere, che per mezzo dell’attività del pensiero; vi è distinzione tra il pensiero come oggetto di conoscenza, come pensabile o pensato, e il pensiero come attività d’un soggetto, volta a raggiungere la verità — sia questa un dato di fatto o un’idea —, come pensiero pensante. È questa la natura dei rapporti, il cui complesso costituisce la pensabilità del reale: da un lato essi sono il risultato di atti (riferimento) compiuti dal soggetto, sì che, come tali, parrebbero immanenti a una mente e quindi il prodotto di un soggetto. Ma dall’altra parte non sono posti arbitrariamente; sono, più che suggeriti, imposti da esigenze obiettive. Nè l’inlelligibiiità dei rapporti viene ad essere facilitata dal riferimento di essi ad una Mente universale. Con ciò i rapporti vengono consideratifcome creazione arbitraria di tale Mente ? E allora ogni analogia di questa con la mente umana verrebbe ad essere cancellata, e il ricorso ad essa diverrebbe inutile allo scopo. Vengono, invece, i rapporti considerati come espressione di una necessità intrinseca alla natura delle cose? E allora la Mente universale non è che il nome per esprimere la coerenza logica, l'intelligibilità nel suo aspetto obiettivo; i»/telligibilità che può condurre la mente ad ammettere un’Intelligenz.l! assoluta, senza che però questa sia assunta a principio esplicativo della razionalità: la razionalità vale per sè, indipendentemente dall’essere insidente in una mente. Quel che noi possiamo dire, conclude in proposito il De S. t è che i rapporti, quali possono essere studiati dall’intelletto finito individuale, suppongono obietti (termini) nella cui proprietà hanno il loro fondamento, e che le relazioni, realizzate in questa o quella coscienza mediante gli atti di riferimento, sono il riflesso delle relazioni obiettive. Il problema gnoseologico, s’è visto, non può, secondo il De S., essere convenientemente trattato se non quando si tenga presente che il soggetto a cui, nel fatto conoscitiva, vien riferito l’oggetto, è il soggetto individuale; e la soluzione réalistica ch’egli ha dato al problema potrebbe essere compromessa esclusivamente nel caso che si fosse riusciti a dimostrare, in sede metafisica, non solo che la realtà non può esser resa intelligibile che quando sia considerata come il pensiero di una Mente Universale, ma anche che la distinzione delle coscienze individuali tra loro e dalla Mente Universale sia illusoria. La dimostrazione di questo secondo punto è per il De S. impossibile. Intanto l’aver riconosciuto che l’esperienza psichica è costituita essenzialmente di atti, non significa per il De S. affermare che il soggetto dell’esperienza psichica si risolve in null’altro che in un complesso di atti. È il concetto e l’esperienza stessa di atto che rinvia per necessità al concetto di soggetto come di un reale distinto da ogni altro reale e quindi da ogni altro soggetto. Certo, non è possibile determinare la natura del soggetto (unità reale) senza riferirsi agli atti ch’esso compie: ma alla variabilità degli atti non corrisponde la variabilità dell’unità del soggetto. L’individuo non può non aver coscienza di essere in rapporto con altro da sè per mezzo di atti da sè stesso compiuti; ma se esso non distinguesse sè (come principio degii atti) dagli atti stessi, e questi dagli obietti a cui gli atti sono rivolti, non potrebbe parlare di atti suoi numericamente distinti da quelli degli altri individui. Inoltre il soggetto si fa, si crea con i suoi atti, ma perchè possa farsi e crearsi, occorre che vi sia un principio reale, un dato iniziale e quindi qualcosa di già fatto. La creazione non è ex nihilo; e la stessa potenzialità o capacità è concepibile soltanto come inerente a qualcosa di attuale, come funzione possibile di un essere. Non può, dunque, la coscienza essere ridotta al mero complesso degli atti e fatti psichici. Ma non può neppure, d’altra parte, — sostiene il De S., confutando in svariatissime occasioni la tesi idealistica —, non può neppure essere ridotta a una mera equazione di pensante e pensato, alla pura relazione formale d’identità tra conoscente e conosciuto. L’idealismo afferma che la suicoscienza è il grado supremo dell’evoluzione d’un principio ideale, d’una legge, d’un universale; quello in cui la realtà, che negli stadi inferiori si presenta come scissa dall’idea, come essere distinto dal pensiero, come oggetto opposto al soggetto, rivela invece la sua più intima natura, che è appunto unità e identità di soggettivo e di oggettivo, di pensante e di pensato, di essere e di pensiero. Quest’affermazione è per il De S. risultato d’una confusione derivante dal significato equivoco EQUIVOCO GRICE della parola coscienza. Quando si parla di coscienza e di suicoscienza, egli dice, bisogna distinguere tra la suicoscienza vera e propria, fondata sulla capacità che ha l’io di ripiegarsi su se stesso e di percepire il complesso dei fatti psichici come incentrantisi in un punto; e la coscienza, in senso largo, come espressione dello speciale rapporto che può esistere tra l’oggetto e l’io come conoscente. Quanto alla prima, l’equazione di pensiero e di pensato non è che l’espressione, in termini intellettuali, d’una esperienza vissuta sui generis, di un fatto che può essere indicato ma non definito, perchè per sè preso oltrepassa il pensiero, e non può assumere carattere di necessità razionale. E quanto alla seconda, la identificazione dei due termini del rapporto conoscitivo non può ottenersi se non sostituendo all’io empirico il cosi detto io universale o coscienza in generale o io trascendentale. Ma osserva il De S., o con ciò s’intende quello che è comune alle menti individuali ; e allora non si vede come si possa distinguere il soggettivo psicologico dal soggettivo gnoseologico. 0 s’intende qualcosa che vale indipendentemente da questa o quella coscienza empirica, che esprime il modo come lo spirito deve operare perchè sia veramente tale, le esigenze dell’intelligibilità significanti veri e propri compiti impditi da ciò che è indipendente dal soggetto; e allora non v’è più ragione di parlare di io, di soggetto, quando la soggettività si è identificata/con la razionalità, con l’intelligibilità, che è anzi l 'oggetto della conoscenza e del pensiero pensante. Ma da tale concezione della coscienza come di categoria delle categorie, questo solo, secondo il De S., si ricava, che la realtà in tanto può essere conosciuta ed essere compenetrata dal pensiero, in quanto è concepita essa tessa come implicante pensiero. Il che poi significa che la realtà è fcosì fatta da imporre certe esigenze alla mente individuale, ossia che nell’obietto vi è qualcosa atto a provocare il riconoscimento. Ma il passaggio dalla intelligibilità in quanto esigenza del riconoscimento da parte del soggetto, alla riduzione della realtà a un processo di autocoscienza, all’affermazione che nella realtà stessa non si trovi niente di più di ciò che è in noi stessi quando giungiamo a identificarci e a riconoscerci, non è affatto giustificato. L’autocoscienza, piuttosto, è già nel fondo della realtà, indipendentemente da noi: non è dunque l’autocoscienza, quale si presenta negli individui singoli, l’espressione genuina e compiuta della realtà. Nè vale ammettere l’autocoscienza come potenzialmente esistente ab aeterno e attuantesi poi negli individui: si riaffaccia allora quella suprema difficoltà contro cui, come già si è accennato, urta sempre il pensiero umano, la difficoltà d’intendereA:ome da ciò che è puramente pensabile, ideale, estratemporaneo, uno, si passi a ciò che è reale, attuale, temporaneo, contingente, diverso, mutevole. Non è possibile considerare soggetti molteplici che sono nel tempo e hanno uno sviluppo e sono direttamente impenetrabili e incomunicabili, come determinazioni, differenziazioni o sezioni dell’Uno, sol perchè essi hanno il potere di superarci limiti del tempo idealmente e di elevarsi al mondo della pura razionalità. E una riprova di questo è l’esistenza dell’errore logico, etico, estetico che dimostra, come già si è visto, la possibilità d’una discrepanza fra le funzioni psichiche e le categorie o principii ideali, di qualunque ordine siano, tra la necessità psicologica e quella deontologica. Questa distinzione tra la necessità di fatto e la necessità di diritto, tra ciò che è ed è per opera di un soggetto reale e quel che dovrebbe essere in virtù di principii razionali, è il presupposto da cui, è naturale, muove più particolarmente il De S., nelle sue indagini di etica (per cui v. specialmente VAttività pratica e la coscienza morate e i Principii di scienza etica). Per lui tutta la vita morale ha il suo fondamento in certi principii valutativi che si rivelano alla coscienza come forniti d’evidenza immediata analoga a quella logica: veri e propri assiomi morali, la cui azione pervade le particolari contingenze della vita pratica. Compiti dell’Etica sono perciò questi: a) determinare la natura del- Vevidenza pratica (necessità e universalità) e- il contenuto di queste condizioni essenziali nella vita morale (e per il De S. tali principii si riducono a quelli della dignità e della perfezione personale, della giustizia e della benevolenza); — b) porre in luce lo svolgimento storico di tali principii, in quanto, pur essendo stati sempre operativi, hanno dispiegato variamente la loro efficacia in relazione con il variare delle condizioni della civiltà; — c) considerare tutte le istituzioni — per qualunque via primamente sorte — alla luce degl’ideali etici, come organi dell’attuazione di essi. II De S., nella trattazione di questi problemi, afferma l’autonomia dello spirito nel senso che il soggetto è tratto dalla sua stessa natura a dare l’assentimento a principii superiori al suo io empirico. Egli quindi ammette una forma di esperienza morale specifica e distinta da ogni altra forma di esperienza spirituale, scientifica, estetica, religiosa ecc. La specificità di questa esperienza è la condizione che rende possibile una scienza etica: della quale egli insiste nel rivendicare l’autonomia e la priorità rispetto a qualsiasi concezione propriamente metafisica. La Metafisica ha nell’etica una delle sue basi più solide — e a tal principio è ispirato, come abbiamo visto, tutto il volume del De Sarlo "Metafisica, Scienza e Moralità „ — ; ma nessuna teoria morale può, secondo lui, essere costruita alla luce di una determinata concezione generale dell’universo, piuttosto che sulla base dell’analisi dell’esperienza morale. Come si vede, di fronte al problema etico il De S. mantiene fermo quello stesso atteggiamento — che abbiamo più particolarmente illustrato a proposito del problema gnoseologico — di stretta aderenza all’esperienza, come tramite traverso il quale soltanto ci si rivela nella sua efficienza e nella pienezza del suo contenuto ciò è che universale e razionalmente necessario. A coloro che trovassero troppo modesto il compito cosi assegnato alla filosofia, il De S opporrebbe volentieri le parole che Kant scrisse all’indirizzo dei «metafisici» del suo tempo: «Il nostro disegno può mirare a costruire una torre alta fino al cielo: ma il materiale è appena sufficiente per una casa, spaziosa tuttavia abbastanza per le occupazioni nostre sul piano dell’esperienza e alta a sufficienza per abbracciare questa d’uno sguardo ». E comunque « le alte torri e i grandi metafisici simili ad esse, intorno a cui (sia le une che gli altri) generalmente spira molto vento, non sono fatti Der me. Il mio posto è la feconda bassura dell’esperienza. SAGGI DI FILOSOFIA La Vecchia e la Nuova Frenologia. La nozione di Legge L’origine delle tendenze immorali. Il senso muscolare. L’ohbietto della Psicologia fisiologica. La filosofia dell’attività : Paulsen. TORINO CLAUSEN Roma. Tipografia di G. Balbi Via Mercede. La vecchia e la mura Frenologia Fatto psichico e fatto fisiologico o fisico sono denoaminazioni esatte, precise e intelligibili, meglio che le parole spirito e corpo, le quali, come già ebbe a notare il Renouvier, peccano per la loro indeterminatezza e pre.suppongono già un’opinione formata sulla natura del sostrato dei fatti psichici e di quelli fisiologici. La distinzione tra detti fatti porta con sè la ricerca della relazione esistente tra loro: nè può essere altrimenti, data l’intima connessione di entrambi. Non deve quindi far meraviglia se da vari punti di vista, sia stata indagata tale relazione e mentre dapprima sì fissò l’attenzione sull'azione che lo spirito in genere può esercitare sul ‘corpo preso nel suo insieme e viceversa questo su quello, negli ultimi tempi in seguito al progresso delle scienze positive e della critica della conoscenza si è badato massimamente alla relazione tra singoli fatti psichici e de‘terminati fatti e processi fisici (1). In ogni modo la relazione esistente tra l’anima e il corpo può formare oggetto d'indagine da due diversi Chi voglia avere un esatto, comunque riassuntivo, ragguaglio .delle varie maniere con cui successivamente è stato considerato dai filosofi, il rapporto tra spirito e corpo, può consultare il volume del Bain L'esprit et le corps. Paris, Germer et Bailliére. LA VECCHIA E LA NUOVA FRENOLOGIA punti di vista: i° Si può considerare il rapporto esistente tra determinati stati di tutto il corpo coi suoi vari organi e dati fatti psichici, si può in altri termini considerare l'azione che il fisico esercita sul morale e viceversa il morale sul fisico: esempi di tale trattazione ci vengono forniti dai classici lavori del Cabanis e dell’Hack Tuke; 2° si può limitare l’indagiue al rapporto esistente tra il fatto psichico e la corrispondente variazione dell'organo rivelato dall'esperienza in precipna connessione colla psiche (sistema nervoso). La prima indagine non ha interesse. particolare e decisivo per la soluzione del problema filosofico concernente la natura dello spirito : ed infatti l’azione reciproca, come si dice, tra fisico e morale non è negata da nessuno in tesi generale, comunque: possa essere variamente interpretata, ed aggiungeremo che le descrizioni che di quella possediamo sono pressochè complete e definitive. Per l'opposto la seconda indagine riguardante il rapporto tra sistema nervoso e fatti spirituali non solo costituisce un elemento importante per poter risolvere il problema capitale della psicologia che è quello della natura e del modo di esplicarsi dell’attività spirituale, ma è causa delle maggiori discrepanze tra i vari filosofi. È nostro intento di fermarci appunto su questa seconda indagine per vedere se nello stato attuale della fisiologia e della psicologia sia possibile venire ad una soluzione definitiva e razionale. Bisogna risalire al secolo XVII per trovarele prime indagini fatte allo scopo di cogliere il rapporto esistente tra il cervello e l’anima: e ciò sì comprende dileggieri, se si pone mente al risveglio delle scienze naturali caratteristico di quel tempo: già il sistema copernicano aveva portato una trasformazione nelle idee generali riflettenti l'universo; la meccanica aveva ricevuto da Galilei ‘una base solida, donde la tendenza a ridurre i fenomeni fisici a fenomeni meccanici; e Harvey colla scoverta della -circolazione sanguigna aveva presentato il principale motore della vita, il cuore, come una pompa aspirante e premente. Non è quindi a far meraviglia se agli occhi di Cartesio, il quale cercò di formare un sistema completo delle cognizioni naturali del suo tempo, la natura .sî sia presentata sotto l'aspetto meccanico, il corpo animale come una macchina naturale e il cervello come un congegno atto a contenere in un dato punto l’anima -di natura semplice ed inestesa. Non bisogna però credere che prima del XVII secolo non fosse stata messa in alcun modo in chiaro la connessione esistente tra il cervello e l’anima: non poteva non fermare l’attenzione di chiunque il fatto per sé ovvio che animali sd uomini, dopo aver ricevuto una lesione al cervello, mostrano un mutamento notevole nelle loro condizioni psichiche, C’è stato chi è arrivato a Democrito, Eraclito, Areteo, Ippocrate, ecc., i quali avrebbero fissato in astratto che ad ogni manifestazione e modificazione della natura corrispondesse una pacticolare organizzazione cerebrale. Aristotele nel :onfrontare la intelligenza deli'uomo con quella degli animali, vedendo nell’uomo la testa più piccola che negli altri animali, ne inferì che fra gli uomini la intelligenza è in ragione del minor volume del capo. Gregorig Nisseno faceva il seguente paragone del cervello umano: È una città, in cui tante strade di andata e ritorno pegli abitanti non fanno confusione, perché ciascuna ha il suo punto di partenza e di arrivo determinato . È un antichissimo accenno alla divisione delle funzioni. Ma le prime ricerche sperimentali che si conosca essersi fatte sul cervello umano, sono di Galeno, il quale disse che la forma del cerebro era quale con‘viene, e quale sarebbe se, prendendo una palla di cera in forma rotonda perfetta, la si premesse leggermente ai lati per modo che rse-atasse la fronte e la calotta con un po’ di gobba. In conseguenza colui big isdihy SAGGI DI FILOSOFIA. La Vecchia e la Nuova Frenologia. La nozione di Legge. L’origine delle tendenze immorali. Il senso muscolare. L’ohbietto della Psicologia fisiologica. La filosofia dell’attività: Paulsen. TORINO CLAUSEN Roma, Tipogratia di G. Bulbi. Via Mercede La vecchia e Ta nova Freologa. Fatto psichico e fatto fisiologico o fisico sono denominazioni esatte, precise e intelligibili, meglio che le parole spirito e corpo, le quali, come già ebbe a notare il Renouvier, peccano per la loro indeterminatezza e pre.suppongono già un'opinione formata sulla natura del sostrato dei fatti psichici e di quelli fisiologici. La distinzione tra detti fatti porta con sè la ricerca della relazione esistente tra loro: nè può essere altrimenti, data l'intima connessione di entrambi. Non deve quindi far meraviglia se da vari punti di vista, sia stata indagata tale relazione e mentre dapprima sì fissò l’attenzione sull'azione che lo spirito in genere può esercitare sul corpo preso nel suo insieme e viceversa questo su quello, negli ultimi tempi in seguito al progresso delle scienze positive e della critica della conoscenza si è badato massimamente alla relazione tra singoli fatti psichici e determinati fatti e processi fisici. In ogni modo la relazione esistente tra l’anima e il -corpo può formare oggetto d'indagine da due diversi Chi voglia avere un esatto, comunque riassuntivo, ragguaglio delle varie maniere con cui successivamente è stato considerato dai filosofi, il rapporto tra spirito e corpo, può consultare il volume del Bain L'esprit et le corps. Paris, Germer et Baillière essere adempiute con scrupolo nei loro più minuti particolari. Se nou che tutto questo, a dire il vero, piuttosto che ai tempi primitivi dell'umanità si riferisce a quelli in cui gli uomini si sono già organizzati in gruppi più o meno vasti con capi politici e religiosi. Questi capi sì finsero o si credettero effettivamente ispirati da esseri sovrannaturali e legiferarono: e le loro leggi furono varie secondo le condizioni dei popoli e i criteri politici e religiosi, dai quali i detti capi furono guidati. Riassumendo, nell’inizio, in qualsiasi aggregazione umana non esiste dritto nè legge nel vero significato della parola’ ma bisogni umani che possono essere sentiti e riconosciuti di necessaria soddisfazione. Se per comune volontà la soddistazione di quei bisogni con talune modalità o limiti riconosciuta legittima, viene conseguita, si hanno allora alcune consuetudini che non possono a rigore dirsi giuridiche, perchè manca un potere tutelatore, ma preparano l’apparizione delle forme giuridiche, dei dritti, iniziando la trasformazione dei rapporti bio-etici in rapporti giuridici. Se poi quelle consuetudini si formano sotto la direzione di colui che sta a capo dell'associazione, allora esse meritano il nome dì giaridiche. E posto che il dritto, subbiettivamente inteso, sia la facoltà di operare in una maniera determinata, riconosciuta legittima e necessaria dall'autorità sociale, obbiettivamente sì presenta sotto questi due aspetti: 1° sotto quello della garentia o protezione che ha vita appunto con le disposizioni legislative, con leleggi; 2° sotto quello di un insieme di azioni umane, svolgeutisi nei limiti e con le modalità stabilite da queste leggi. Di guisa che il dritto è il complesso delle norme generali dell'operare umano necessarie al conseguimento dei fini sociali ed individuali dell'uomo. Se non che qui giova notare che non è perfettamente conforme al vero affermare sic et simpliciter che le consuetudiri sì fissino nelle leggi giuridiche, ma invece occorre dire che dopo la separazione delle consuetudini propriamente dette dal dritto, quest’ultimo si vale dei mezzi di obbligazione esterna, mentre le prime adottano i mezzi più blandi dell’imitazione e del ri. spetto dell'opinione pubblica. Le consuetudini ed il diritto hanno però per lungo tempo questo di comune che il valore delle loro norme è fondato tutto sull'uso e sull’abitudine. La /egge (lex) espressamente ‘formulata e quindi letta e quella scritta (Vorschrift, prescrizione) sono di origine molto più tardiva ed anche dopo che sono sorte, abbracciano in modo molto incompleto il diritto che vige nella società: dritto che si differenzia dalle pure consuetudini per la costrizione fisica di cui effettivamente si serve. Presso i Romani queste leggi non scritte, da cui però attingeva la legislazione scritta, queste consuetudini si dissero 120res per accennare all'assenza in esse di ogni forma di promulgazione esterna reputata caratteristica della legge vera e propria (lex da legere). Presso di noì moderni la differenza tra consuetudini e leggi s'è andata sempre più accentuando per il fatto che le prime sono andate perdendo di valore a misura che si è lasciato maggior campo alla esplicazione della libertà ed iniziativa individuale e che in riguardo ad esse è venuto meno ogni mezzo di costrizione. Per contrario è divenuto molto più sensibile il carattere obbligatorio delle norme giuridiche basato appunto sui mezzi di costrizione esterna. Come si vede, nel concetto originario di legge non era incluso per niente il significato che oggi si dà alle leggi naturali, quali rapporti costanti esistenti tra dati termini, ma bensi, quello di norme o regole dirigenti l’attività umana. In questo senso Empedocle considera il divieto di uccidere gli esseri viventi quale legge applicabile fin dove si estende la luce del sole e lo spazio infinito e Sofocle fa dire ad Antigone che i comandi divini non scritti, ma imprescindibili, hanno valore non da ieri o da oggi, ma ab aeferno e nessuno sa da quando sono stati rivelati. In Eraclito troviamo solo un accenno a concepire la legge divina quasi come una legge naturale, quando dice, che tutte le leggi umane tendono ad avvicinarsi a quella divina, in quanto questa è onnipotente e forte abbastanza per dominare tutte le altre leggi ; qui la legge divina non solo è considerata come una norma dello svolgimento dell’attività umana, ma come fattore essenziale dell’ armonia universale chiamata anche da Eraclito col nome di Dike. Decorse però molto altro tempo prima che la nozione di legge fosse libera dagli elementi ad essa inerenti nel suo significato originario: basta pensare che i sofisti riguardavano il Nomos ela Fise, la legge e la natura delle cose come antitesi inconciliabili, per convincersi che in quel tempo il concetto di legge (intesa questa quale forma dell'ordinamento naturale) non poteva in alcun modo prendere consistenza ed acquistar valore ed anzi va notato che gli autori di quel tempo ponevano ogni cura a differenziare la legge dalla natura, osservando che la legge era stata data dagli nomini, mentre la natura di tutte le cose era stata ordinata dagli Dei. E quei filosofi che riconoscevano le leggi naturali nel senso moderno si guardavano bene dal chiamarle con tal nome: Democrito, per esempio, chiaramente espresse il concetto che niente di casuale avviene nel mondo, ma tutto ha la sua ragione necessaria; se non che egli non parlò mai di leggi naturali, bensi d ella necessità di ogni evento, anzi fu egli che pose la legge di rincontro alla natura delle cose. Del pari Platone ed Aristotele parlarono della necessità a cui sottostanno tutti i fatti della natura, comunque la subordinassero poi all’ attività finale di questa, ma non ci fu caso che essi considerassero tale necessità quale legge della natura. Questo nome fu da essi conservato esclusivamente per designare le norme dell’operare umano, distinguendo le leggi particolari dei singoli stati, suddivise poi alla lor volta in leggi scritte e non scritte, dalla legge morale universale per cui gli uomini son tratti istintivamente a giudicare (uivtevovta:) del giusto e dell’ingiusto. Teofrasto più precisamente disse che per tale via tutti gli uomini, in forza dell'unità della loro natura, sono spinti a considerarsi come affini o aventi una medesima origine. Tale legge, diciamo così, naturale però sta a significare soltanto un'esigenza pratica della natura umana, non una necessità incorabente al modo di agire delle forze naturali: e se Aristotele una volta si avvicina ad un tale concetto, non tralascia di osservare che è solamente in senso improprio che si può parlare di legge naturale (1). Bisogna arrivare a Zenone per trovare adoperata la (1) V.a tal proposito, Zeller: Philosophie, der Griechen, Vol. I, pag. 1005 e segg., Vol. II pag.865 e segg.; V. inoltre Zeller: Vortrige u. Abhandlungen. Dritte Sammlung. Leipzig prima volta la nozione di legge ad esprimere l' ordinamento della natura, il che parrà logico a chiunque conosce la struttara del sistema stoico. Dagli stoici infatti fu affermata la necessità di ogni evento, l'inviolabilità dell’ordine naturale tanto più decisamente in quanto Epicuro aveva ammesso l’arbitraria declinazione negli atomi e il libero arbitrio nell'uomo. Se Democrito ed Epicuro rifuggirono dal designare il corso necessario degli eventi naturali col nome di legge, perchè ciò poteva far considerare l'ordinamento della natura quale opera di un volere superiore e di un'intelligenza plasmatrice dell’universo, gli stoici avendo ricondotte tutte le cose ad una sola causa riguardata non soltanto come sostanza materiale, ma come Forza creatrice o Ragione, furono spinti a considerare il concatenamento delle cause naturali e il necessario svolgimento dei fatti come mezzi per cni la Ragione universale potesse attuare i suol fini. Da tai punto di vista tutto l’ordinamento dell'universo sì presentò come un prodotto del volere di detta ragione, in altre parole come la legge che essa aveva dato ; ed anzi essa stessa fu chiamata legge naturale, e se qualche volta la natura piuttosto che la ragione figurò come legislatrice, | se sì parlò di leggi della natura a cui tutto doveva sottostare, compreso l’uomo, ciò avvenne perchè la natura nella sua intima essenza era fatta coincidere colla ragione universale (divinità) (1). In tal guisa è giustificato il detto di Zenone che la legge naturale è una legge divina. Quid enim aliud est natura quam Dcus et divina ratio toti mundo ct partibus cius inserta ? Seneca, De Benef. La legge universale fu riposta nella Ragione somma, la quale penetra da per tutto, onde Cleanto nel suo inno, dopo aver detto che Giove tutto regola in conformità di una legge, chiama le esigenze morali egualmente leggi. Qui non troviamo differenza notevole tra la legge naturale e la legge morale. Del resto tutta la dottrina morale stoica è fondata appunto sul principio di dover vivere in conformità della natura, principio, il quale non dice altro. che la legge morale è legge naturale dell'’operare umano. La nozione di legye naturale qui nor appare delimitata in modo netto da non poter essere confusa per l’origine e per la forma colla legislazione positiva e per il contenuto colla legge morale, essendo guidato il volere divino dal fine di procacciare il maggior bene agli esseri ragionevoli. Sembra adunque che fosse dalla scuola stoica che l'espressione di legge naturale passasse nell'ordinario linguaggio, tanto più che l’indeterminatezza del suo significato rimase immutata per il resto dell'evo antico e medio. Le leggi governanti la natura al pari di quelle obbligatoriamente regolanti le azioni umane figurarono come comandi divini : e senza badare se tutti gli enti avessero la capacità propria dell'uomo di dare ascolto ai detti comandi, le leggi naturali furono presentate quali ordini positivi provenienti necessariamente da una Volontà superiore. A questo punto giova notare che il sentimento mitico della natura per cui i fenomeni di questa furono riguardati espressioni di impulsì e di tendenze interne, trovò il suo appoggio nell’analogia esistente tra il corso invariabile dei fatti naturali e l’indirizzo, regolato da norme fisse, degli atti della vita umana; indirizzo alla sua volta fondamentato almeno in parte sul succedersi ritmico dei bisogni fisici. Alla costrizione esterna si sostitni l'esigenza interiore emotiva per cui si fu tratti a conformare il proprio modo di operare all’operare della natura. Il divino dall’uomo posto nella natura si riverberò sull'uomo stesso quando gli atti divini (fatti naturali) furono posti come modelli della condotta umana; cosi l'ordine della natura divenne esemplare dell'ordinato svolgersi delle consuetudini umane e la nozione di legge che ricevette la sua prima determinazione nella società umana e che fu trasportata allo studio della natura in seguito ad una tardiva riflessione, appare derivata nei suoi fondamenti primitivi ed originarii dalla natura stessa (natura fisica dell’uomo). Del resto il nesso esistente tra l’ordine naturale e quello delle consvetudini si rende manifesto nelle intuizioni religiose degl'indiani. Negli atti simbolici religiosi di questi è espresso il sentimento di regolarità fissa e immutabile dominante dapertutto nell'universo. In alcuni sacrifici sono ‘simboleggiati i fenomeni celesti svolgentisi con regolarità costante. I sacrifici fatti ad Agni corrispondono ai fenomeni naturali (dappriina adorati essi stessi come divinità) in cui per così dire, quel Dio s’incorpora. E i detti fenomeni son reputati atti religiosi compiuti dalla divinità. Di qui il rispetto pauroso per la natura che raggiunge il massimo grado presso i Greci, come provano i miti di Prometeo, di Icaro, di Fetonte, e il riguardo usato agli animali, i quali rappresentano un elemento dell'ordine e del sistema della natura. | In tal guisa, dallo stadio mitico primitivo in cui sono confusamente rappresentati l'ordinamento naturale e morale dell'universo si passa allo stadio estetico in cuì l’ordinamento esterno delle cose è presentato come simbolo o manifestazione dell'ordinamento morale interiore, stadio che coincide colla trasformazione degli dei della natura in potenze morali. La natura è sempre riguardata come qualche cosa di divino, ma i singoli obbietti naturali cessano di essere considerati come dèi, simili agli uomini (V. il Timeo di Platone). Col suddetto stadio coincide l’inizio della conoscenza delle leggi fisiche dell'universo, in quanto la contemplazione estetica non considera più i fatti naturali come prodotti puri e semplici del capriccio e dell’arbitrio di esseri divini simili in tutto all'uomo, ma bensi come segni, accenni a qualcosa d'elevato, di razionale, di assoluto, di necessario e quindi di permanente che è degno di essere conosciuto ed indagato, per quanto si celi all’occhio volgare. Di qui l’inizio e l'avviamento alla comprensione razionale dell’universo, la quale giunta al suo completo svolgimento menò allo sconoscimento di ogni valore etico obbiettivo nella natura, sia perchè questa non fu più contemplata nel suo insieme, data l'esigenza della divisione del lavoro, sia perchè gli effetti emotivi suscitati dalla detta contemplazione essendosi rivelati variabili e incostanti, furono riguardati un prodotto del soggetto, da questo trasportati nella natura. Bisugna arrivare ai secoli XVI e XVII per trovare delimitato nell’ultimo modo anzidetto il contenuto della nozione di legge naturale, per la quale s’intese appunto il rapporto costante di dati termini, la relazione fatalmente necessaria esistente tra condizionato e condizione. Talchè la nota caratteristica della legge naturale fu allora riposta nel suo valore assoluto, universale, privo d’eccezioni. E la conoscenza di essa si rivelò tanto più perfetta quanto più chiara appariva la conoscenza degli eventi e delle loro condizioni determinanti, raggiungendo il massimo grado di perfezione colla possibilità di esprimere matematicamente il rapporto implicato nella legge in modo da poter senza fallo prevedere un dato evento, una volta note le rispettive condizioni. Che si riuscisse per la via induttiva o per quella deduttiva a fissare e ad enunciare determinate leggi, ciò che sopratutto si ebbe di mira fu che la legge avesse ‘n valore assoluto e incondizionato ; il che poteva avvenire solo - nel caso che tra le circostanze accompagnanti un dato evento e quest'ultimo fosse riconosciuto un nesso causale, comunque la conoscenza di una legge naturale potesse essere indipendente da quella delle cause determinanti il nesso espresso nella legge stessa. Molte leggi empiriche furono infatti fondate su ipotesi scientifiche. Il modo di comprendere la causalità in genere esercitò però sempre una grande azione sulla maniera d'intendere l’assolutezza delle leggi naturali. Fu notato poi che per poter ammettere la possibilità di strappi alle sudette leggi, per poter ammettere in alcun modo delle deviazioni dal corso naturale delle cose, per poter accettare in altri termini i miracoli, occorreva implicitamente od esplicitamente tornare a considerare le leggi naturali quali leggi positive derivanti dall'arbitrio di una forza saperiore. Una volta infatti affermato che intanto si può parlare del corso regolare degli eventi naturali, in quanto sotto date condizioni sempre si presentano fatti identici non è più possibile risguardare come naturali eventi, i quali si sottraggono ad ogni spiegazione naturale. Le leggi naturali interpretate secondo i concetti dominanti nella scienza in stato di progresso e di svolgimento, appaiono assolutamente inconciliabili e irriducibili a quelle precettive o normative, in quanto le prime hanno il carattere precipuo di essere necessarie in sè stesse e prive di eccezioni, mentre le altre esprimono delle regole, dei precetti a cui si può sempre derogare. ]ua necessità nell’ultimo caso è sempre relativa ad un dato scopo da conseguire. Dicemmo di sopra che lo svolgimento della nozione di legge e la sna formale enunciazione e introduzione nel dominio della scienza andavano differenziate dal fatto reale ed obbiettivo formulato ed espresso in un periodo tardivo nella legge stessa. Invero fin da quando fu riconosciuto un rapporto ‘costante e necessario tra due fatti (Matematica e Astronomia), fin da quando sì cominciò ad enunciare un giudizio universale ed a ricavare da date premesse date illazioni ordinando il tutto in modo chiaro e preciso, fin da quando fu riposta la ragione dei vari eventi in un processo matematico-meccanico svolgentesi in modo incondizionatamente necessario, fin da quando il mondo in tutte le sue manifestazioni anche le più esigue, fu considerato come wn organismo governato da un concatenamento di cause, fin da quando pose radici Ia convinzione che conoscere equivale a determinare e che pertanto conoscere un oggetto equivale a ricercare in che modo questo nella sua essenza ed esistenza dipende da un altro, fin da quando adunque la scienza intesa in senso lato ebbe la sua prima origine, il contenuto .reale della nozione di legge s'imponeva alla considerazione dello spirito. Dal momento che lo spirito senti il bisogno di distinguere il permanente e l'essenziale dal contingente e dall’accidentale, attribuendo al primo maggior valore e significato, dal momento che andò in traccia dell'unità al disotto della varietà, pose perciò stesso la necessità della ricerca della legge. Questa ha radice in una necessità del concepire umano, in quanto nel fondo del nostrointelletto, è insita la tendenza ad andare in cerca di qualcosa di assoluto, d'immutabile e d'identico : ond'è che dagli antichi filosofi Ionici, o meglio dagli antichi matematici ed astronomi dell’oriente fino a noi fu un continuo affaticarsi del pensiero umano per fissare gli elementi invariabili di tutte le cose e per sostituire alla concezione mitica, e antropomorfica quella della connessione necessaria e incondizionalmente regolare dei vari eventi. Ed è cosa degna di nota che parallelamente all’interpretazione teleologica della natura si conservi con un numero maggiore o minore di variazioni e di ondeggiamenti la tendenza a ricercare i puri rapporti causali tra le cose e gli eventi. Chi segue lo svolgimento storico della scienza in genere constata subito che la corrente che potremmo dire materialistica decorre parallela a quella idealistica, attraverso tutto il mondo antico e tutto l’evo medio fino a che nel rinascimento s’iniziò quel movimento che ebbe per esito l'abbandono di qualsiasi veduta teleologica nel dominio della scienza vera e propria. Se non che qui si presenta la questione: Se il fatto reale espresso mediante la legge è antico quanto la scienza, perchè la nozione di legge vera e propria sorse così tardi ? Al concetto di necessità naturale che cosa si deve aggiungere perchè si abbia il concetto di legge ? Finchè la conoscenza umana sì portò, per così dire, in modo diretto ed immediato verso il suo obbietto che d'ordinario era la natura, senza curarsi di determinare l'essenza generale, il concetto dei fenomeni, senza ferinare l’attenzione sulle relazioni stabilite mediante l’intelletto umano, era impossibile che sorgesse la nozione di legge, la quale è resa possibile piuttostochè dalla considerazione delle cose per sè stesse, da una veduta esatta in ordine alla natura della nostra conoscenza. Finchè i principii delle cose furono riposti nelle cose e non nei concetti, ognun vede che di leggi non era possibile parlare. Ma tostochè per opera segnatamente della filosofia stoica, la ragione fu reputata immanente al mondo e fine a sè stessa, e il mondo nel suo progressivo svolgimento fu reputato la manifestazione di una logica che sta nella sua stessa essenza, anzi fu reputato la ragione stessa che si determina, per ciò stesso fu posta la base del principio fondamentale delle leggi della natura. Queste, infatti, esistono, sono necessarie e sono intangibili, perchè sono la natura stessa; non possono esser tolte alla natura, perchè non furono poste alla natura. Se fossero tolte, sarebbe tolta la natura, il mondo. L'esistenza è la giustificazione di quello che esiste; esiste perchè non può non esistere. Ora è questa idea la garanzia della scienza, la quale non può reggersi quando si ammetta la possibilità dell’arbitrio: l’azione di una volontà esterna al mondo. Senza il concetto o palesamente affermato o inscientemente ammesso di una logica immanente, il pensiero brancola nel vago e nel buio e la nozione di legge, che implica ordine, regolarità, e fissità, non può prendere origine. In conclusione perchè si arrivi a concepire la legge, all'idea della necessità naturale si deve aggiungere quella della logica immanente: la nozione della necessità interiore o logica, ecco il presupposto dell'insorgenza della nozione di legge. Una volta entrata nella mente degli scienziati la persuasione che pensare è fissare in forme costanti la cangiante materia delle rappresentazioni, è cercare, come il saggio di Schiller, den ruhenden Pol in de Erscheinungen Flucht, una volta ammesso che, giusta l’espressione dell’Helmholtz, das erste Product des denkenden Begreifens ist das Gesetsliche, è chiaro che i filosofi dovettero essere spinti a penetrare per vie differenti la natura intima della legge la quale appariva come il risultato ultimo delle varie forme d'indagine scientifica, come l’espressione pi esatta e completa del lavoriointellettuale intorno ad un dato contenuto. Noi crediamo chetutte le idee emesse dai filosofi su tale argomento possano essere raggruppate in tre principali categorie, contrassegnate coi seguenti tre nomi: concezione intellettualistica, concezione animistica e concezione dualistica delle leggi in genere. Se non che qui si potrebbe obbiettare: stando a tale divisione, parrebbe che le leggi, le quali in sostanza non sono che il risultato ultimo della conoscenza umana e quindi un prodotto dell’intelligenza, possano essere inter pretate anche non ricorrendo all’attività intellettuale; a fianco alla concezione intellettualistica, infatti, si pone quella animistica ; ora, non racchiude tale affermazione una contradizione? A ciò si risponde che senz’alcun dubbio la semplice determinazione ed enunciazione di una legge è già un fatto intellettuale; il quale però può essere valutato e interpretato diversamente a seconda che esso vien rapportato alle funzioni semplicemente intellettive e quindi ricondotto sotto il dominio esclusivo dei principii supremi del pensiero puro (principio d'identità, ecc.), ov| vero viene considerato come implicante un elemento che non ha a che fare coll’intelligenza pura e semplice. A. tal proposito giova far distinzione tra la natura propria delle leggi (il loro significato reale ed obbiettivo) e la conoscenza di esse. Riguardo a quest’ ultimo punto tutte le leggi a qualunque categoria appartengano figurano, si, comes trascrizioni in termini intellettuali (in giudizi universali) di rapporti reali, figurano cioè come il risultato dell’applicazione dei processi intellettivi agli obbietti reali; ma a seconda che i detti giudizi universali enuncianti le leggi sono ridotti tutti a giudizi d'identità o analitici, ovvero (almeno in gran parte) a giudizi di dipendenza o sintetici, irriducibili ai primi, si avranno due forme fondamentali d’'interpretazione delle leggi. Riguardo al primo punio a seconda che l'essenza delle leggi è riposta tutta in un processo di equazione obbiettiva tra ì due termini della coppia legge, ovvero in una determinazione dell’attività propria delle cose e nell'azione reciproca delle stesse, si avranno del pari due forme principali di concezione della legge. Va notato qui che d'ordinario le dette quattro forme si corrispondono in modo che l’interpretazione, diciamo così, analitica coincide con quello dell'equazione obbiettiva e la sintetica con quella dell'attività. Sicchè noi ci siamo creduti autorizzati a partire per prima in due grandi categorie le concezioni circa la natura delle leggi in genere, dando loro i nomi di concesione intellettualistica, e di concezione animistica, nomi che filologicamente considerati non hanno alcun valore e sono delle semplici denominazioni atte a contrassegnare due forme di concepire le leggi. Siccome poi si hanno delle concezioni miste in cui le leggi sono interpetrate, per una parte intellettualisticamente e per un'altra parte animisticamente, così noi abbiamo creduto di ammettere una terza forma di concezione detta dualistica. Aggiungiamo infine che in questa terza categoria vanno compresi quei casi in cui tra le leggi esplicative e quelle normative viene ammessa, una differenza essenziale e fondamentale. A seconda che è ammesso adunque il concorso di uno piuttosto che di un altro elemento per la genesi della nozione di legge, a seconda che il valore di questa si fa o no dipendere esclusivamente da un fatto di conoscenza e a seconda che la causalità è riposta semplicente nell'essere, ovvero nell’identità dell'essere e dell'agire, si avrà un vario modo di concepire l’essenza delle leggi. E la concezione meriterà il nome di intellettualistica ogni qualvolta le leggi o sono considerate come legami per così dire estrinseci alle cose (veduta meccanica), ovvero come enunciazioni di rapporti d’identità. Meriterà invece il nome di animistica ogni qualvolta le leggi vengono considerate come determinazioni primitive e originarie dell’attività delle cose, o come espressioni di ciò che vi ha d’interno in queste ultime. Meriterà infine il nome di dualistica ogni qualvolta la natura delle leggi viene interpretata per una parte intellettualisticamente e per un'altra parte animisticamente. Sui particolari concernenti queste tre concezioni c'intratterremo in seguito, quando tratteremo partitamente di ciascuna di esse. Secondo la concezione intellettualistica, o meglio secondo la forma predominante di essa, chi dice legge dice rapporto, dice, cioè, legame esistente tra due caraiteri generali, i quali non sono mai staccati l'uno dall'altro in natura e si richiamano, o tendono a richiamarsi a vicenda; ed anzi si può dire che i due caratteri, dei quali ora il primo richiama il secondo, ora il secondo richiama il primo, formano una coppia, che è poi una legge. Pensare, formulare una legge equivale a legare insieme due idee generali; e formare un giudizio generale, è enunciare mentalmente una proposizione generale. Ogni pezzo di ferro esposto all'umidità si arrugginisce : tutti i corpi immersi in un liquido perdono una parte del loro peso eguale al peso del liquido spostato ; ecco delle leggi, ciascuna delle quali consiste in una coppia di caratteri generali ed astratti collegati tra loro: da una parte la proprietà del ferro d’essere esposto all'umidità, dall’ altra l'origine del composto chimico detto ruggine, da una parte la quantità del peso perduta dal corpo immerso e dall'altra la quantità eguale del peso di liquido spostato. Niente di più utile allo spirito umano di questa struttura delle cose, giacchè una volta scoverta la legge, il primo carattere appare l’indice del secondo. Prima però di considerare le leggi in sè stesse e nelle loro applicazioni, giova ricercare la natura di detti caratteri generali o astratti, sempre secondo i detti intellettualisti. Lungi dall’essere creazioni della nostra mente, semplici mezzi di classificazione o strumenti di mnemotecnica, quelli esistono di fatto al difuori dì noi, al di là della portata dei nostri sensi e delle nostre congetture; sono efficaci, anzi sono gli agenti più importanti della natura, in quanto ciascuno di essi trae seco uno o più altri, sono la porzione fissa ed uniforme dell’esistenza per sè frammentariamente dispersa e successiva, giacchè allo stesso modo che vi sono dei caratteri comuni la cuì presenza continua collega tra loro i diversi momenti dell’esistenza individuale, così vi sono dei caratteri comuni la cui presenza moltiplicata e ripetuta collega tra loro i vari individui della classe. Senza i caratteri comuni e le idee generali ed astratte che loro corrispondono nell’intelligenza umana non solo non sarebbe a parlare di scienza (cosa già notata da Aristotile), ma non esisterebbero nemmeno individui, i quali in sostanza sono come obbietti particolari che durano, che serbano nel tempo e nello spazio qualcosa di comune e di permanente, una data forma, cioè a dire un gruppo di caratteri fissi aventi importanza capitale e costituenti la parte essenziale. Abbiamo detto che ai caratteri comuni obb'ettivamente esistenti fanno riscontro nell’intelligenza le idee o i concetti, 1 quali lungi dal confondersi colle rappresentazioni sensoriali o cogli schemi fantastici o rappresentazioni generali che sono un fatto semplicemente concomitante, vanno riguardati come nomi di classe, nomi significativi ed atti ad essere compresi, in modo che essendu questi uditi, svegliano la rappresentazione sensibile più o meno chiara e circoscritta d'un individuo della classe e esistendo invece la rappresentazione sensibile di un individuo della classe, appare subito sull’orizzonte psichico l'imagine del suono del nome di questa e la tendenza a pronunziarlo. Talchè i caratteri astratti delle cose sono pensati per mezz di nomi astratti (idee astratte) che sono specie di sostitutivi dell'esperienza sensibile che noi non abbiamo, nè possiamo avere del carattere astratto presente in tutti gli individui simili. Essi lo sostituiscono, adempiendo al medesimo ufficio. L'origine di tali nomi astratti e generali va ricercata in una forma particolare di associazione tra un dato suono e la rappresentazione o l’immagine non solo di individui assolutamente simili, ma anche di individui a volte differenti in tutto, trannechè in un carattere. Il potere di trovare analogie tra le cose più o meno disparate, il potere di cogliere dei rapporti è appunto la caratteristica dell’intelligenza umana e insieme ciò che rende possibile la formazione di nomi astratti e generali. L'idea nasce col segno, ma perchè sia adattata in modo completo all'oggetto, perchè risponda al carattere comune, è necessario che sia rettificata a gradi, giacchè nel linguaggio ordinario e nella esperienza volgare è incompleta e vaga: è soltanto per mezzo dell'osservazione attenta, dell'esperienza variata ed estesa e della comparazione ripetuta, che noi riusciamo, tralasciando tutti i caratteri inutili e accidentali, a conservare quelli essenziali e permanenti. Non tutte le idee generali vengono formate con detto processo: vi sono, infatti, quelle che agiscono come modelli, perchè hanno per obbietto non il reale, ma il possibile, ed esse piuttostochè adattate all'oggetto, vengono costruitte, E il carattere comune di tutte le idee che noi costruiamo è che esse si riducono a schemi, a cornici in cui può venire inquadrata la realtà, comunque esse siano formate senza tener presenti determinati oggetti reali. La conformità delle costruzioni mentali colla realtà può e non può aver luogo: in ogni caso essa non è lo scopo a cui si mira. Lo adattamento non è sempre esatto e vi sono dei casi in cui è soltanto approssimativo; e ciò perchè il fatto reale è molto complicato, mentre la costruzione mentale relativamente semplice: sbarazzato dei suoi suoi elementi accessori e ridotto a quelli principali il primo si presenta come una copia della seconda e tanto più entrambi coincidono quanto più o mediante l’astrazione praticata sulla realtà tutto ciò che è accessorio vien tralasciato, rimanendo conservato ciò che è primitivo ed essenziale, ovvero mediante il processo contrario, la determinazione, tutto ciò che manca agli schemi mentali vien loro attribuito dall'immaginazione. Tre condizioni sono richieste perchè le costruzioni mentali abbiano un certo valore obbiettivo : 1° bisogna che gl’elementi mentali di esse siano calcati esattamente su quelli delle cose reali: 2° che gli stessi elementi siano generali e possibilmente universali: 3° che le combinazioni mentali siano le più semplici possibili. Tale processo costruttivo si può applicare alle varie classi di obbietti, giacchè in tutti noi possiamo riscontrare e isolare i caratteri generali atti ad essere combinati tra loro. Tra i tipi mentali per tale via costruiti ve ne sono di quelli che c’interessano in modo particolare e aì quali noi vivamente desideriamo che le cose si conformino, tanto che il bisogno e l'esigenza di tale conformità diviene stimolo all’azione. Noi costruiamo l'utile, il bello e il bene e operiamo in modo da far coincidere, per quanto è possibile, le cose colle nostre costruzioni. Avendo noi scorto ora in uno, ora in un altro degli individui che vivono in società con noi e con cui noi siamo in continuo rapporto dei segni esterni che sono l'espressione di qualità interiori atte a svegliare la nostra attenzione, perchè benefiche all'individuo o alla specie, quali l'agilità, il vigore, la alute, l’energia ecc., siamo tratti a mettere insieme i detti segni, affine di potere contemplare un corpo umano in cui siano appunto manifestati i caratteri da noi giudicati i più importanti e pregevoli: ond'è che se un artista giunge ad avere la visione interiore, la immagine viva e intensa dell’insieme di queste note, egli prende un blocco di marino e v'imprime la forma ideale che la natura non era riuscita a mostrarci per l’innanzi. Del pari essendo dati i vari motivi del volere umano, noi constatiamo che l’individuo opera più di frequente in vista del suo bene personale e quindi per interesse, molte volte per il bene di un individuo da lui amato e quindi per simpatia e rarissimamente in vista del bene generale senza altra intenzione che di essere utile alla società presente o futura di tutti gli esseri forniti di sensibilità e d'intelligenza. Noi isoliamo quest'ultimo motivo e desideriamo vederlo preponderante in ogni deliberazione umana, lo lodiamo tanto da raccomandarlo a tutti gli altri e da fare ogni sforzo per dargli il predominio in noi medesimi. Formatosi così l’ideale del carattere morale, noi cerchiamo ogni mezzo per adattare a tale modello il nostro carattere effettivo. Di guisa che le opere d’industria, d’arte e di virtù sorgono allo scopo di colmare o discemare l'intervallo che separa le cose dalle nostre concezioni. Vediamo ora in che consistono, sempre stando alla concezione intellettualistica, i rapporti o i legami esistenti tra due caratteri comuni (leggi). Notiamo subito che essi sono di varie specie: a volte i due caratteri collegati insieme sono simultanei e allora due casi si possono presentare o il primo carattere trae seco il secondo senza che l’ultimo tragga seco il primo: così ogni animale fornito di mammelle ha vertebre, ma non ogni vertebrato è fornito di mammelle (legame unilaterale o semplice): ovvero la presenza del primo carattere trae s eco quella del secondo e alla sua volta la presenza del secondo trae seco la presenza del primo; in ogni mammifero i denti incisivi accompagnano sempre un tubo digestivo breve e lo svolgimento di istinti carnivori e reciprocamente (legame bilaterale e doppio). Altre volte dei due caratteri collegati, l'uno, chiamato antecedente, precede e l’altro detto conseguente segue; al primo si dà il nome di causa ed all’altro quello di effetto. E anche qui due casi si possono presentare o il primo carattere provoca colla sua presenza l'insorgenza del secondo e alla sua volta il secondo per prodursi, esige la presenza del primo : ogni mobile al quale s'applicano due forze divergenti di cui l’una è continna, descriverà una curva; ed ogni mobile per descrivere una curva richiede l'applicazione di due forze divergenti di cui l'una è continua (legame bilaterale o doppio): ovvero il primo provoca colla sua presenza il secon:lo senza che il secondo per prodursi esiga la presenza del primo le vibrazioni di una certa celerità trasmesse al nervo acustico provocano la sensazione di suono, ma quest’ultima può prodursì in noi spontaneamente nei centri sensitivi (legame umilaterale o semplice, nesso di causa ed effetto) (1) Ma in che consiste il legame esistente tra due caratteri ? Vi è qualche virtù o ragione segreta che risiedendo in uno di essi, trae, provoca l'altro? Su questo punto i filosofi fautori della concezione intellettualistica non sono d'accordo, come si dirà in seguito; per ora basterà notare che per la più parte dei filosofi e scienziati moderni intellettualisti le parole provocazione, legame, produzione, esigenza non sono che metafore abbreviative. La sola nozione dice Stuart Mill sulla traccia di Hume, di cui a tal proposito noi abbiamo bisogno può esserci fornita dall'esperienza, la quale c’insegna che nella natura regna un ordine di successione invariabile, e che ogni fatto vi è sempre preceduto da un altro fatto. Noi chiamiamo causa l’antecedente invariabile, effetto il conseguente invariabile. La causa reale è la serie delle condizioni, l’inTAINE -- De VPIntelligence. sieme degli antecedenti, senza i quali l'effetto non può aver luogo. Sicchè la causa è la somma delle condizioni positive e negative prese insieme, la totalità delle circostanze e contingenze di ogni specie che una volta date, sono invariabilmente seguite dal conseguente. E la volontà produce i nostri atti corporei come il freddo produce il ghiaccio o come una scintilla produce un'esplosione di polvere da cannone; vi è li del pari un antecedente, la risoluzione, che è un carattere momentaneo del nostro spirito, e un conseguente, la contrazione muscolare che è un carattere momentaneo di uno o più dei nostri organi; l’esperienza collega insieme i due fatti in modo da render possibile la previsione che la contrazione terrà dietro alla risoluzione, non altrimenti che l'esplosione della polvere segue il contatto della scintilla - In modo più preciso si può dire che qualunque siano i due caratteri, simultanei o successivi, momentanei o permanenti, la forza colla quale il primo trae, provoca o suppone il secondo come contemporaneo, conseguente o antecedente, si riduce ad una particolarità del primo considerato solo e separatamente. S'intende dire con ciò che esso ha per sè la proprietà di essere accompagnato, seguito o preceduto dall'altro. Del resto niente di meraviglioso in tale costituzione delle cose, se si riflette che non è più strano trovare delle concomitanze, dei precedenti e dei conseguenti rispetto ed un carattere generale di quello che sia il trovarne rispetto ad un individuo particolare o ad un fatto attuale. Non alrimenti che gl’individui e i fatti particolari, i caratteri generali sono forme dell’esistenza non ditferenti dai primi, se non perchè sono più stabili e più diffusi. La difficolta è tutta nel poter osservare separatamente un tale carattere che si riscontra sempre frammisto a molti altri c-ratteri. Due metodi ci conducono allo scopo, a seconda che si tratta di caratteri generali reali o possibili. 1 primi essendo formati per estrazione vera e propria vengono stabiliti con processo graduale: e i rapporti intercedenti tra loro sono scoverti per via induttiva e formano l’obbietto delle scienze sperimentali. I secondi essendo costruiti per combinazione, sono come a dire delle forme, degli schemi in cui possono essere inquadrate le cose reali. I rapporti esistenti tra loro sono rintracciati mediante il processo deduttivo e formano l'oggetto delle cosidette scienze costruttive. Il metodo induttivo nelle sue varie forme è un processo molto lungo, perchè suppone la raccolta, la scelta e la comparazione di più casi. Va notato poi che più una legge è generale e più richiede del tempo per essere scoverta, presupponendo essa l'acquisto di diverse leggi parziali : come anche che al di fuori della cerchia ristretta dell’esperienza compiuta, una data legge ha soltanto un valore di probabi lità. Le proposizioni delle scienze costruttive, o deduttive invece sono contrassegnate da caratteri di natura opposta. In ciascuna di queste scienze, infatti, vi sono certe idee primitive che una volta presenti allo spirito si collegano istantaneamente tra loro e con un vincolo necessario ed universale. Tali giudizii primitivi, fondamentali, irreducibili si dicono assiomi,la cui validità può essere dimostrata mediante un processo lento, approssimativo, sperimentale (induttivo), ma d’ordinario la è mediante un processo breve, esatto ed analitico (deduttivo). Qnesta seconda specie di prova è resa possibile per questo, che i cosidetti assiomi sono in fondo delle proposizioni ANALITICHE – cf. Grice, Method in philosophical psychology --, in cui il soggetto contiene l'attributo o in modo molto appariscente, il che rende l’analisi inutile (1), o in modo molto implicito, il che rende l’analisi pressochè impraticabile. In ogni istante noi sentiamo l’efficacia di dette proposizioni analitiche (idee latenti regolatrici): cosi affermiamo che una data persona non ha potuto agire così, ovvero che tale condotta non mena allo scopo, che tale atto è lodevole o biasimevole, senza che il più delle volte noi possiamo assegnare la ragione di tuttociò, comunque questa giaccia nascosta nel fondo del nostro animo. Tali sono per taluni (Mill, Taine ecc.) i principii d’identità e di contradizione “ Le premier, dice il Taine (De l’Intelligence, Vol. 2°, Lib. 1V, pag. 336), peut s’exprimer ainsi: si dans un objet telle donnée est présente, elle y est présente. Le second peut recevoir cette formule; si dans un objet telle donnée est pr':sente, elle n’en est point absente: si dans un objet telle donneé est absente, elle n°’y est point présente. Comme les mots présent et non absent, absent et non présent sont synonymes, il est clair que dans l’axiome de contradiction aussi bien que dans l’axiome d’identité, le second membre de la phrase repète une portion du premier; c'est une redite; on a piétiné en place. De là un troisibme axiome metaphysique, celui d’alternative moins vide que les précedents, car il faut une courte analyse pour le prouver; on peut l’enoncer en ces termes: dans tout objet telle donnée est présente on absente. En effet supposons le contraire, c'est à dire que dans l’objet la donnèe ne soit ni absente, ni présente. Non absente cela signifie qu’elle est présente, non présente cela signifie qu'elle est absente: les deux ensembles signifient donc que dans l’ohjet la donnée est à la fois présente et absente, ce qui est contraire aux deux branches de l’axiome de contradiction, l’une par laquelle il est dit que si dans un objet telle donnée est présente elle n’en est pas absente et l’autre par laquelle il est dit que si dans un objet telle donne est absente elle n’y est pas présente. Maintenant, reprenons l’axiome d’alternative et observons l’attitude de l’esprit qui le rencontre pour la première fois. Il est sousentendu dans une fonle de propositions; c'est parce qu'on l’admet implicitement qu’on l’admet explicitement. Par cxemple quelqu’un vous dit: Tout triangle est équilateral ou non; tout vertebré est quadrupede ou non, Sars examiner aucun triangle ni aucun vertebré vous réconsono tali che il primo racchiude il secondo, e questo è come parte di quello, noi stabiliamo per ciò stesso la necessità della loro connessione. EÉ=si non sono che una cosa sola considerata sotto due aspetti, onde l’ universalità assoluta del loro legame. Le proposizioni che esprimono quest'ultimo, comunque in fondo ipotetiche in quanto aftermano soltanto che data l'esistenza della prima idea ne consegue l’esistenza dell'altra, non sono passibili di dubbi, di limiti, o di restrizioni. E qual'è l’ essenza delle leggi scientifiche che formano l'oggetto delle scienze sperimentali? qual'è la ragione dei rapporti esistenti tra le cose e tra le corrispondenti idee del nostro spirito ? La ragione di ogni legge è riposta in quel qualcosa che essendo comune ad entrambi i dati (intermediario esplicativo di Taine), forma il loro legame vero ed essenziale. Tale intermediario o mezzo termine esplicativo in qualunque modo si presenti, semplice o multiplo composto alla sua volta d’intermezzi successivi o simultanei, di mezzi termini differenti o d-llo stesso mezzo termine ripetuto con elementi dissimili, sì mostra sempre come carattere o insieme di caratteri più generali (e considerati separatamente) racchiusi nel primo elemento della coppia detta legge. S'intende che i detti caratteri sono separabili coi nostri processi ordinari di isolamento e d' estrazione Allo stesso modo che nelle scienze costruttive, ogni teorema enunciante una legge è una proposizione analitica; e dei due dati collegati insieme, il secondo è in rapporto col primo in modo oscuro o chiaro, diretto o indiretto per mezzo di un terzo dato detto ragione, o mezzo termine esplicativo che contenuto nel primo elemento, contiene esso stesso una serie d’intermediari racchiusi gli uni negli altri; per modo che se si cerca la ragione ultima della legge, il perchè ultimo dopo di che la dimostrazione è completa, si trova che esso si riduce ad un carattere compreso nella determinazione dei fattori o elementi primitivi, il cuì insieme forma il primo dato della legge, così in ogni legge sperimentale il primo dato è, come a dire, un contenente più grande che attraverso una serie di contenenti sempre più piccoli racchiude come contenuto ultimo il secondo dato. Va notato però che nella legge sperimentale non basta, come nel teorema matematico, metter la mano ogni volta sul contenente per trovar ciò che si cerca (intermezzo esplicativo), ma è necessario uscir fuori dal proprio spirito e andare a ricercare il detto intermedio nella natura e trarnelo fuori a furia di reiterati esperimenti ed induzioni. Anche le scienze sperimentali a forza di generalizzare arrivano a formulare delle leggi fondamentali che fanno riscontro agli assiomi delle scienze deduttive, ma vi è questa ditferenza che nelle ultime gli assiomi essendo ottenuti per costruzione, possono, mediante l’ analisi, sempre essere ridotti a qualcosa di più semplice e di più generale fino ad arrivare al principio d'identità che è la loro sorgente comune, mentrechè nelle prime, essendo le luggi fondamentali ottenute per mezzo dell'induzione, non si può risalire più in alto che col seguire un metodo analogo, fino ad arrivare anche per questa via ad un assioma ultimo o principio supremo; cosa che potrà verificarsi solo in un avvenire più o meno lontano. Tanto nelle scienze di esperienza quanto in quelle di costruzione l' intermediario esplicativo e dimostrativo è un carattere o un insieme di caratteri differenti o simili inerenti agli elementi del fatto complesso. Qualunque siano le proprietà di questo, è sempre sulle particolarità dei suoi fattori.che devono vertere le nostre osservazioni e congetture. È chiaro pertanto che ogni nostro sforzo deve tendere a trovare gli elementi generatori di ogni fatto, per poterne considerare i loro caratteri e dedurre da questi le proprietà di ciò che ne risulta. Ed anche per risolvere le questioni di origine occorre andare in traccia del mezzo termine esplicativo e dimostrativo, in quanto la maniera di riunirsi degli elementi ha anche la sua ragione di essere. Quella non è che un risultato e trattandosi di un fatto storico, racchiude un elemento dippiù, cioè l'influenza del momento storico, ovvero delle circostanze e dello stato antecedente.. Si domanda: Vi è una legge universale e d'ordine superiore che, per così dire, regola ogni altra legge? Dopo tutto quello che precede, la risposta non può esser dubbia: essa esiste ed è il principio d'identità che non è un semplice prodotto della struttura del nostro spirito, ma è valido in sè, avendo il suo fondamento nelle cose: proseguita l'analisi fino all'estremo limite, si trova che il composto (effetto) non è che l'insieme dei suoi elementi ultimi disposti in un dato modo, onde è evidente che ogni efficacia ed attività appartiene ai detti elementi o alla loro disposizione. Il detto principio può ricevere i nomi di principio di ragione esplicativa (ragione sufficiente) e di causalità a seconda che si considera come principio e regolatore supremo della conoscenza ovvero della realtà. Ammesso (e non si può non ammetterlo, perchè equivarrebbe a negare il principio d'identità) che la presenza delle condizioni genetiche di un dato fatto trae seco il fatto stesso, è chiaro che ogni alterazione, nel fatto presuppone un mutamento nelle condizioni: di qui il principio che ogni evento ha una causa, la quale è alla sua volta un altro evento. Tale è il modo di concepire la natura delle leggi in genere da parte di quei filosofi che non essendo disposti ad accordare alcun potere originario, alcuna spontaneità all’intelligenza umana, fanno coincidere la realtà coll’intelligenza, l'essere col pensiero, in modo che il principio d’ identità figura come il principio supremo della conoscenza e dell'’esistenza. Ora, si domanda: Tale veduta intellettualistica è atta a soddisfarci in modo completo? Nel caso negativo, dove è manchevole e per che via si può rimediare al suo difetto? (l’intellettualisti considerando Je leggi come nessi di caratteri o proprietà comuni ad oggetti molteplici, ai quali nessi corrispondono poi nello spirito coppie di idee generali, mostrano di attribuire maggior valore alle astrazioni che alla realtà concreta : e infatti essì a più riprese ripetono che i caratteri comuni, e quindi astratti, costituiscono ciò che vi ha di più stabile e di più solido nelle cose: ciò mostra che essi confondono l’universale coll’ astratto. L'universale è per sna natura obbiettivo in quanto la validità obbiettiva di un determinato contenuto della coscienza è data dal fatto che esso si rivela identico a qualsivoglia coscienza simile; ed è per mezzo dell’evidenza della percezione o del pensiero che l’universale si stabilisce. L'universale riguarda la forma, non il contenuto delle idee e dei giudizi, il quale riducendosi ad un complesso di proprietà, esistenti solo nella mente del soggetto per mezzo delle nozioni corrispondenti, figura effettivamente come qualcosa d’astratto. Dal che consegue che trovare il carattere ola proprietà comune ad una serie di oggetti non equivale ad acquistare cognizione perfetta della natura stesa degli oggetti, come classificare le cose non equivale a determinare le leggi che le regolano. Se noi in seguito alla comparazione di molti caratteri e di molte nozioni riusciamo a significare con un'espressione astratta ciò che essi presentano di comune, non possiano dire di aver formato con ciò un nuovo concetto nello stretto. senso della parola. Per mezzo della comparazione delle leggi naturali fra loro e dell’astrazione logica di ciò che esse offrono di comune, noi non scovriamo nessuna legge naturale nuova, ma abbiamo semplicemente un nuovo nome generico, un segno mnemonico riassuntivo delle leggi che noi già per altra via conoscevamo. Pertanto va distinta la interpretazione induttiva dei fenomeni dalla generalizzazione della interpretazione stessa; e la definizione data dal Mill e dai suoi seguaci dell'induzione, che questa si riduca ad un processo per cui sì conchiude da ciò he è vero di alcuni individui di una classe ciò che è vero di tutta intera la classe, o da ciò che avviene in un dato tempo ciò che avviene sotto circostanze eguali in tutti i tempi, non può non rivelarsi assolutamente insufficiente. Il metodo induttivo nelle sue varie forme si fonda da una parte sul principio di ragione sufficiente che sarebbe vero ancorchè nella natura non sì presentassero neanche due casi eguali, e dall’altra sul principio dell’eguaglianza della causalità o dell’uniformità della natura che, come il primo, da una parte esprime un'esigenza del nostro pensiero e dall’altra nn dato di fatto fornito dall'esperienza; dato di fatto che non sarebbe mai stato constatato se la natura propria del nostro pensiero non avesse per tale via indirizzato il processo sperimentale. I caratteri comuni e le idee generali corrispondenti non possono dunque costituire la struttura della realtà, giusta l’atfermazione ‘egli intellettualisti. Già i caratteri o proprietà comuni e le idee generali vanno profondamente differenziate tra loro; i primi riguardano il contenuto delle nostre rappresentazioni e sono null'altro che astrazioni del nostro spirito: le altre non sono che dei giudizi potenziali e quindi implicano in sè le leggi, anzi sono le leggi espresse e riassunte in un segno o simbolo che è la parola. Il nome significativo pertanto lungi dall’essere un semplice prodotto l'associazione tra date rappresentazioni e moti corrispondenti (associazione che non si saprebbe dire come e perchè nata) è un prodotto della collettività, i cui membri sono legati tra loro dai vincoli della simpatia e dell'attività comune. Le prime parole espressero atti compiuti în società, e 1 primi nomi i prodotti di detti atti quali furono percepitt e rappresentati dai vari individui. Onde consegue che le parole non sono da considerare quali semplici SEGNI O SEMBOLI d’associazioni di rappresentazioni, ma bensi come SEGNI O SIMBOLI del modo di prodursi di una data cosa, delle maniere di operare di una data forma di attività; è chiaro quindi il nesso esistente tra concetto, legge e parola: il primo è una legge o giudizio potenziale in quanto è il centro delle relazioni che congiungono una data cosa colle altre che agiscono su di essa, la seconda è il concetto esplicato in forma di giudizio e la parola il simbolo esterno del concetto e insieme della legge. E qui giova notare che al di fuori della mente che concepisce e ragiona non è lecito parlare nè di proprietà, nè di loro legami: è nel soggetto che hanno la loro radice questi fatti. Nell’unità della nostra coscienza noi abbiamo il tipo e il presupposto di ogni unità empirica, sia questa dell'universo nella sua totalità, sia di una cosa singola. Ogni forma particolare di esperienza, ogni legge dei fenomeni porta in sè l'impronta della natura sintetica del nostro pensiero. A parlare propriamente le leggi della natura esistono soltanto per la ragione che pensa la natura stessa. É la ragione che per prima riduce la stabilità e l'uniformità dei fenomeni a premesse generali e quindi a leggi da cui conseguono ì tatti singoli. Parlare di leggi naturali al di fuori. dell’intalletto equivale a cadere in un antropomorfismo logico che non è meno irrazionale di quello teleologico. Certamente il concetto dell’universalità delle leggi naturali é occasionato e rafforzato dall'esperienza in quanto senza il corso regolare dei fatti constatabile empiricamente non sarebbe stato mai possibile applicare la nozione di legge alla natura e la ragione sarebbe rimasta una potenza vuota, ignota a sè stessa; ma d'altra parte la medesima nozione di legge non sarebbe mai potuta provenire dalla semplice osservazione esterna, giacchè la natura accanto aì fatti succedentisi regolarmente ne presenta di quelli che in apparenza non seguono nel loro accadere alcuna regola. La nozione di legge è un portato del riflettersi del nostro stesso pensiero, applicato di poi alla natura. Gli antichi infatti chiamavano /ogos della natura ciò che noi diciamo legge. E per convincersi come la struttura della realtà quale viene presentata dalla scienza, sia una elaborazione del nostro spirito, basta pensare che a seconda del predominio che in un'età viene assegnato ad una facoltà psichica piuttosto che ad un'altra, si ha un concetto diverso del corso naturele dei fatti e della costituzione intima della realtà. A ciò si aggiunga che noi in fondo in fondo scovriamo nella natura quelle leggi che in certa guisa vi abbiamo poste: nelle interpretazioni scientifiche le leggi da principio assumono la forma di anticipazioni che vengono soltanto appoggiate dai fatti piuttosto che esserne addirittura derivate o, come si dice, estratte. La percezione non ci mostra mai casi perfettamente eguali e noi passiamo dall'esperienza sensibile a quella intellettuale, riducendo eguali i casì col pensiero e coll’esperimento allo scopo di trovare una conferma ai postulati logici riflettenti l'universalità delle leggi regolanti il corso dei fatti, e l'uniformità della natura. Un altro errore della concezione intellettualistica è quello ‘diaver fatt o delle leggi tante ipostasi. Gl’intellettualisti, infatti, presentano le leggi come premesse a cui, a guisa di conclusione, sono subordinati i fatti particolari, dando a quelle più o meno celatamente una sussistenza, ed una priorità rispetto ai fenomeni che assolutamente non hanno. Quando si dice che il rapporto di causalità si riduce alla proprietà che ha un carattere di essere preceduto, accom pagnato o seguito da un altro, in fondo si atterma appunto che una legge esistente per sè possa dominare e regolare le cose. L’ espressione differente non deve porre ostacolo alla giusta valutazione delle cose, giacchè dire che un carattere è fornito della proprietà di essere in un dato rapporto con un altro carattere equivale a dire che la legge determina il corso dei fatti. Soggiungiamo che per quel che concerne i rapporti delle cose, l’azione reciproca che e=se esercitano tra loro (dati di fatto innegabili), o noi ci contentiamo di constatarli semplicemente, di descriverli e allora non è lecito parlare d’ interpretazione dei fatti, giacchè in tal caso l’esigenza propria del pensiero d’indagare il perchè delle cose rimane insoddisfatta, ovvero si procede alla ricerca delle cause ed allora la semplice constatazione del modo di operare delle cose si rivela insufficiente ed occorre trovare un nuovo termine in cui sia riposta la ragione del detto modo d’agire. E chiaro poi che la concezione intellettualistica presentandoci la realtà come un mosaico di caratteri e proprietà comuni cuì l'intelligenza sì deve contentare di riprodurre e di descrivere, è nell'assoluta impossibilità di spiegare il cangiamento, il divenire, il moto delle cose e l’azione che queste reciprocamente esercitano fra loro : è vero che parecchi di talì filosofi negano l'esistenza di questi fatti o li dichiarano prodotti illusori della mente, errori di prospettiva mentale ; ma chi vorrà appagarsi di simili affermazioni sfornite come sono di qualsiasi fondamento ? Inoltre tali filosofi che, come si è visto, dànno un'importanza ed un valore speciale ai caratteri astratti, non dicono donde verrebbe a questi la proprietà di presentarsi moltiplicati e ripetuti nei fatti particolari. Se si vuol negare loro qualsiasì attività, se non si vogliono essi considerare come energie, e ciò facendo, si ritornerebbe a qualcosa di simile alle idee platoniche, non è giocoforza confessare che una simile struttura della realtà, non ci spiega la realtà stessa? Le interpretazioni scientifiche, affinchè siano esatte, devono essere contrassegnate dalle note dell’universalità e della necessità; ora l’universale, non l’'astratto, in tanto ci può dar ragione del particolare in quanto contiene le condizioni genetiche dei reali (es.: l'attività rispetto agli atti singolì); l’astratto invece può essere un indizio, una manifestazione dell’universale, ma non mai la stessa cosa di questo. I filosofi intellettualisti per dar ragione dei rapporti delle cose espressi nelle leggi non hanno saputo far di meglio che ridurre queste a giudizi analitici o d'identità più o meno manifesti; in tanto il secondo termine della coppia legge, essi hanno detto, è connesso col primo, in quanto più o meno direttamente, più o meno implicitamente vi è contenuto. Allo stesso modo che la realtà non fa che ripetersi continuamente esplicando in una data forma ciò che era implicito in una forma antecedente, così le leggi non fanno per cosi dire, che distendere ciò che era involuto in uno dei caratteri del primo termine della legge. È ciò ammissibile ? Noi sappiamo che i rapporti fondamentali che possono intercedere tra i concetti sono due, quello di identità e quello di dipendenza (spaziale, temporale, condizionale): ora essi sono irriducibili l’uno all’altro e se a taluni logici è sembrato facile riguardare la dipendenza come un'espressione diversa dell’identità, ciò è avvenuto perchè in virtù di una interpretazione speciale data alle formole matematiche e logiche si sono considerati come equivalenti i rapporti d'identità e di dipendenza: ma è chiaro che il mutamento di una espressione simbolica quale A F (funzione) B in A f B non può avere la virtù di rendere identici i concetti di A e B. Nella seconda formola il simbolo della funzione cela il rapporto di dipendenza. Non è lecito considerare il rapporto di dipendenza intercedente tra A e B come equivalente all'affermazione di una identità parziale di A e B, giacchè il simbolo dell’eguaglianza in tal caso piuttosto che voler significare che una parte di A coincide con B vuol dire che una parte dei casi in cui A si presenta è uguale all'insieme dei casi in cui si presenta B. Ciò che noi effettivamente poniamo come parzialmente eguali non sono A e B, ma i casì del loro apparire. Ed ogni eguaglianza matematica che pone come identiche due relazioni funzionali è valida soltanto sotto la condizione di un analoga interpretazione logica. È solamente l’attività sintetica del nostro pensiero che può generare in noi le convizione della verità della tesi che gli angoli di un triangolo equilatero sono eguali e che due grandezze eguali ad una terza sono eguali tra loro: in tutti questi rapporti noi abbiamo a che fare con dati irriducibili ad identità, sia questa parziale che totale: l'eguaglianza degli angoli di un triangolo è la condizione dell’eguaglianza dei lati, ma si può dire che i due fatti siano identici? Il giudizio condizionale o ipotetico Se À è B è , può indicare una dipendenza unilaterale, onde può venire espresso in termini di sussunzione – cf. Grice, reductive/reducctionist -- e d'identità parziale; tutti i casì in cui À si presenta sono eguali ad alcuni dei casi in cui B sì presenta : come può indicare nna dipendenza reciproca ed in tal caso il suddetto. giudizio condizionale può essere trasformato in un giudizio d'identità totale del seguente tenore: tutti i casì in cui A si presenta sono eguali a tutti i casi in cui si presenta B : dal che si desume che tutt’ e due le volte non si tratta dell’ identità propriamente di A e B, ma bensi dell'identità dei casi del loro presentarsi. Appenachè A e B sitoccano nello spazio, nel tempo o nel nostro intendimento è lecito affermare che il loro apparire coincide, con che sì esprime soltanto la dipendenza nella sua forma locale, temporale o condizionale. La dipendenza lungi dall’essere distrutta, ha assunto un’atra forma. D'altra parte il giudizio d'identità parziale A è una parte di B si può trasformare nel giudizio ipotetico Se A è questo è B come quello d’ identità totale Ax-B nell’ipotetico Se A è, questo è Be se Bè questo è A: in entrambi i casì l'identità espressa già nel collegamento dei due membri del giudizio di identità, è passata nel conseguente del giudizio ipotetico, nel quale il soggetto è sostitituito dal pronome dimostrativo. L'identità parziale diviene così una semplice sussunzione e quella totale una sussunzione doppia, che è poi equivalente nel fatto. In ciascuna comparazione di A e di B l'esistenza di questi è già presupposta e mediante la trasformazione del giudizio d’idenità in giudizio condizionale ciò che era sottinteso viene messo in evidenza: invero a fianco ad ogni identità è da ammettere il pensiero implicito di una condizione come a fianco ad ogni condizionalità un'identità totale o parziale. Nell’un caso è l’esistenza o la posizione dei concetti sottintesa come condizione del loro rapporto, mentre nell'altro ad ogni rapporto di condizionalità -corrisponde la frequenza della coesistenza dei dati condizionantisì, frequenza che può essere significata soltanto con un giudizio d'identità totale o parziale Una delle caratteristiche principali della concezione intellettualistica è data dalla maniera con cui essa dà ragione delle leggi normative e quindi delle costruzioni ideali che ne sono l’espressione. Noi conosciamo perfettamente per che via siè giunti a all’enunciazione delle principali leggi normative logiche, estetiche e morali e in base a ciò possiamo affermare con tutta sicurezza che come esce non ebbero la loro radice nell'adattamento dell’intelligenza,del senso estetico e della volontà a determinati rapporti esteriori, cosi non furono prodotte dalla semplice combinazione e costruzione di elementi ricavati dal di fuori; tanto è cio vero che i fatti esterni sono giudicati alla stregua delle dette norme, le quali quindi devono essere considerate come aventi un’ esistenza propria indipendente. D'altra parte i principii della Logica, dell’ Estetica e dell’Etica non sono innati, ma vengono appresi, e richiedono uno sforzo per esser seguiti e ciò perchè essi non sono l’espressione di leggi naturali dello spirito, come sarà più am. piamente svolto in seguito, ma di leggi normative. E lo stesso va detto delle nozioni fondamentali della matematica, la quale ha questo di comune colle scienze normative, che non ha per oggetto ciò che è, ma ciò che ha da essere, che quindi può o deve essere: così il concetto della retta è un prodotto puro dell’attività del nostro pensiero che invece di esser derivato da molteplici rappresentazioni particolari, serve come norma per valutare le intuizioni sensibili. Gl'ideali di qualunque genere siano, a qualsivoglia dominio appartengano, non vanno considerati quali estratti dalla realtà, giacchè servono all'opposto per misurare, regolare, apprezzare questa. Per formarsi un chiaro concetto della natura delle leggi normative o precettive, giova tener presenti i caratteri che contradistinguono le regole estetiche, in cui salta dippiù agli occhi da una parte la differenza esistente tra le leggi naturali e le precettive in genere, e dall'altra quella esistente tra le precettive ricavate da un complesso di fatti (regole dietetiche, igieniche, ecc.), e le leggi che hanno la loro origine in una determinazione primitiva della volontà e dell’emotività dell'anima umana. Una regola estetica ancorchè ricavata, mediante l’astrazione, da tutte le opere artistiche esistenti non è valida in modo incondizionato : un’opera sola che si mostri felicemente superiore ai dettami della detta regola può limitare il valore di questa: non è il numero di date produzioni artistiche, non è la frequenza con cui esse si presentano che le rende belle : ogni opera artistica porta con sè la regola, la stregua con cuì deve essere giudicata. Sicchè ogni valutazione estetica presuppone qualcos'altro che non siano le regole astratte, e questo qualcosa è il gusto estetico (che corrisponde al senso morale nella valutazione morale). Se non che non bisogna credere che l'opera d’arte vada giudicata alla stregua pura e semplice del gusto individuale, il quale per contrario dev'essere basato sulle norme richieste dalla natura propria di una data produzione artistica, natura propria che non è in rapporto coll’attività spirituale di questo o quell'individuo, ma dell’uomo in genere. Il gusto estetico non è la fonte, ma l'indice della bellezza, la quale emerge dalla concordanza dell’opera d’arte coll’ideale estetico, che, come tutti gl'ideali, è un prodotto della collettività e varia al variare delle circostanze. . Der wahre Kunstrichter , diceva Lessing, folgert keine Regeln aus seinem Geschmack, sondern hat seinen Geschmack nach den Regeln gebildet, welche die Natur der Sache fordert . Ogni creazione artistica, come ogni prodotto spirituale è un fatto originale che va considerato per sè e che in opposizione all’uniformità del corso della natura ha motivi e fini propri. Ond'è che essa non può essere valutata in modo giusto che rapportandosi ai detti motivi e fini. Sicché il giudizio estetico come quello morale non può limitarsi a considerare semplicemente il prodotto spirituale opera d'arte o azione morale , ma deve tenere il dovuto conto della natura propria dello spirito umano, delle sue tendenze ed esigenze. La valutazione estetica e morale non può essere fondata soltanto sugli effetti degli atti spirituali, ma segnatamente sulle determinazioni primitive della volontà e dell'emotività che diedero loro origine. E qui occorre fare un'altra osservazione della più alta importanza. Se i risultati delle costruzioni compiute dalle scienze che hanno per obbietto il possibile, possono essere presentate in forma di giudizi, nel cui soggetto è già implicito il predicato, si può sempre domandare, a quali esigenze risponda (e con quali norme e criteri) la formazione originaria di tali costruzioni ideali, quali appaiono nel soggetto dei sumentovati giudizi. Se il principio d'identità può essere valido a farci scomporre sussecutivamente e secondariamente ciò che è già composto, non può mai valere a darci la chiave per intendere la costruzione degl'ideali, per spiegare i processi sintetici primitivi. Per convincersi della differenza esistente tra i prodotti della conoscenza e le costruzioni ideali basta riflettere che mentre ì primi sono veri o falsi, reali o non reali, le altre sono rispondenti o pur no ad un dato scopo, onde includono un apprezzamento, possibile soltanto col riferirsi ad un ideale che funge da pietra di paragone. Si dicono vere o false bensi anche le costruzioni matematiche, come d'altra parte le costruzioni logiche, ma la verità o falsità in tal caso non sta a significare la rispondenza di un dato processo mentale a qualche cosa di già esistente come accade nella conoscenza della realtà, ma esprime la rispondenza di una data costruzione alle norme generali del pensiero. La caratteristica della concezione animistica è riposta nella tendenza a penetrare nel cuore delle cose: mentre la concezione intellettualistica nella sua forma più diftusa si arrestava alla classificazione degli obbietti, andando in traccia del carattere generale, astratto e comune a più individui, mentre essa quindi cercava di presentare delle ‘ormule, degli schemi in cui potessero essere compresi molteplici fatti concreti, mentre faceva giungere la sua analisi tanto in alto da arrivare al principio d'identità, senza curarsi della genesi dei fatti diversificati e particolari, mentre essa poneva all'origine delle cose l’ universale senza darsi pensiero del principio del movimento, mentre insomma essa si contentava di catalogare la realtà, la concezione animistica ha l'intento di esaminare i vari presupposti delle nozioni tanto adoperate nella scienza, di legge, di rapporto, di necessità, ecc. ha di mira di non fermarsi alla considerazione della superficie delle cose, ma dì spingere lo sguardo nella loro interiorità per arrivare alla conchiusione che le leggi sono niente altro che determinazioni di questa. Nel linguaggio ordinario, quando si vuol dar ragione di una cosa se ne formula la legge, mostrando di considerare questa come una potenza, una forza, la quale posta al di fuori o tra le cose costringa queste ultime a presentarsi in un dato modo; ora nulla di più falso; come possono le leggi, come può qualsiasi forma di necessità atta a regolare il corso delle cose, esistere per sè ? Niente è concepibile al di fuori o tra gli esseri, non una forza costruttrice, non una potenza ordinatrice antecedente o staccata dalle cose da ordinare. Si crede di poter dar ragione delle azioni che le cose esercitano tra loro, considerandole coie effetti di determinate proprietà esprimenti la loro natura, colla cooperazione di determinate circostanze: ma, se ben si riflette, vi è ragione a convincersi che vuoi il rapporto reciproco delle cose, vuoi gli effetti particolari che in ogni singolo caso sì notano in seguito alla coincidenza di varie cause rimangono misteri inesplicabili senza la presnpposizione di un potere sostanzialmente unico, il quale in luogo di una legge o formula (che, si noti, non può non essere inattiva data l’impossibilità di spiegare la maniera in cui agisce sui fatti ad essa sottoposti e da essa regolati), colleghi le varie cose in modo che la modificazione di una possa riflettersi sulle altre. L'attività unica del principio supremo, fondo dell’ universo, svolgentesi in maniere e con tendenze determinate, dà ragione della corrispondenza e delle molteplici relazioni esistenti tra le cose. L'unità della vita del Tutto spiega il nesso delle sue varie parti costitutive. I fatti reali e le leggi che non sono separabili tra loro, essendo la medesima cosa considerata sotto due punti di vista, non sono chè determinazioni interiori, momenti dalla vita universale. Non è più a parlare quindi di necessità estrinseca alle cose, ma bensi di spontaneità interiore, non di leggi costrittive, o di rapporti o di legami congiungenti le cose, esistenti per sè, ma bensi di modi di operare o di processi aventi origine nell’interiorità del Tutto. Non si tratta più di moti o di urti trasmessi dall'esterno, ma d’impulsi, di tendenze interne, di forme dell’attività interiore. Per formarsi un chiaro concetto della veduta animistica, giova tener presente che essa non fa distinzione tra leggi fisichè è leggi precettive o normative, riguardando le prime come riducibili alle ultime. Allo stesso modo chele leggi regolanti i rapporti sociali, dicono gli animisti, non vanno considerate come esistenti in modo indipendente, al di fuori o tra gli uomini, come potenze atte a costringere e a guidare questi in date maniere, ma cone esistenti solo nella coscienza degl’ individui, come aventi valore e forza solo per mezzo degli atti degli esseri umani, così le leggi naturali vanno risguardate quali particolari direzioni della vita interiore dell’universo. In entrambi i casì le leggi sì riducono all’ indirizzo assunto in modo concorde dall'attività dei vari esseri, indirizzo che all'osservazione esterna e posteriore appare come effetto di un potere superiore regolante estrinsecamente i fatti singoli. A convincersi della necessità di riguardare le leggi in genere quali determinazioni o forme dell’ attività interiore degli esseri, è bene (sempre secondo i fautori della concezione auimistica) tenere a mente che ogni specie di rapporto in tanto realmente esiste in quanto ha radice nell'unità della coscienza che l’apprende, o meglio, che lo stabilisce, formu landolo, la quale coscienza passando appunto da un termine all’altro li abbraccia insieme entrambi, e li congiunge intimamente colla sua attività sintetizzatrice : onde consegue che ogni ordinamento, ogni disposizione, ogni legge che noi poniamo nelle cose indipendentemente dalla nostra conoscenza, non ha la sua origine e base che nell’ Unità del Reale, che tutte cose comprende, e che per tale via si presenta come il vero mezzo termine esplicativo di tutte lc leggi, di tutti i rapporti e legami esistenti nell'universo. Come nell'anima individuale la relazione reciproca dei vari stati interni dipende dalla base comune in cui tutti hanno la loro radice, cosi l’' azione reciproca delle cose è fondata sulla loro comune natura : ciò che fa e produce ogni singolo elemento non lo fa e produce in quanto è questo e non altro, in quanto é formato così è non diversamente, in quanto è fornito di queste note e proprietà e non di altre, ma in quanto è parvenza, simbolo, espressione dell’ Uno-Tutto. Ogni forza e attitudine ad agire emerge non da determinate proprietà delle cose che non si sa donde provengano e su che poggino, ma dal fondo interno che per loro mezzo si manifesta, 1’ intima verità, ragionevolezza e salda struttura del Reale, si esprime nella concatenazione, nella coerenza e costanza dei fenomeni richiesta dal significato che la serie fenomenica ha appunto come momento della vita interiore universale. E molti di quegli assiomi, di quei giudizi universali reputati per sè evidenti, lungi dall’ essere delle necessità del pensiero, lungi dall'essere fondati sull'intima organizzazione dello spirito, sono un prodotto dell’ esperienza, la quale col presentare in modo costante dati rapporti finisce coll’ ingenerare nella mente la convinzione che si tratti di rapporti logici: così il principio dell’indistruttibilità della materia sì crede a torto fondato sulla categoria mentale della permanenza della sostanza. I dati dell'esperienza però stanno ad indicare le particolari direzioni in cuil’attività dell’Uno-Tutto tende a svolgersi per rispondere alle esigenze inerenti alla sua natura. E chi crede di poter stabilire le leggi regolanti il corso dei fatti naturali, basandosi esclusivamente sull a imperfetta cognizione del finito, senza considerare questo quale espressione della Realtà universale, somiglia a colui che volesse formare una teoria dei movimenti delle ombre, facendo astrazione dal moto dei torpi, da cui quelle son proiettate. Se gli animisti. pongono l’esseuza della legge in genere nel diverso modo di determinarsi dell’attività interiore del Tutto nei suoi vari momenti, non è a oredere che essi intendano di affermare che le leggi singole quali vengono formulate ed enunciate dalle scienze particolari vadano senz'altro considerate come espressioni complete, esclusive ed immediate dell’interiorità dell’ Uno-Tutto. È da tenere a mente che le le leggi generali, le classificazioni, gli schemi della scienza se servono come mezzi di riproduzione e di richiamo delle cose concrete, non valgono ad esaurire la natura del reale, tanto è ciò vero che a seconda del vario punto di vista degli scienziati, un medesimo gruppo di fenomeni può dar origine a leggi ed a classificazioni di ordine diverso. Nessuna delle forme e delle leggi presentate dalla scienza può essere considerata come perfettamente corrispondente al reale ordinamento delle cose, le quali si rivelano come una totalità atta ad essere rappresentata nei modi più diversi a seconda del punto di vista da cui la si considera. Spetta alla filosofia di riguardare l'insieme valendosi delle vedute parziali offerte dalle scienze particolari. (1) Secondo una delle forme della concezione animistica, le leggi in genere vanno considerate come funzioni dei principii reali ed insieme come norme, come tipi, come modelli a cui i fenomeni tendono a conformarsi; beninteso che tali norme non sono al di- fuori, ma immanenti nei reali stessi. In altri termini ogni cosa deve avere un dato ufficio, deve rispondere ad una data esigenza nel sistema universale, deve essere in un dato rapporto col Tutto : ora CITAZIONE IN TEDESCO DA SARLO: DER WANDERER, der einen Berg umgeht,, nota molto 2a propoSito il Lotze (Microcosmus, dritt. b. 217), “ sieht, wenn er wiederholt vor-und zuciick, auf-und abwirts gcht, eine Anzahl verschiedener Profile des Berges in voraussagbarer Ordnung wiederkehren. Keines von ihnen ist die wahre Gestalt des Berges, aber alle sind giltige Projectionen derselben. Die wahre Gestalt selbst aber wilrde eben so wie alle jene scheinbaren, in irgend einer Lagerung aller seiner Punkte zu einander bestehen. Diese eigene Gestalt, der wirkliche innere Zusammenhang der Dinge lisst sich vielleicht auch finden, und gewiss wirrde man dieses wahre objective Gesetz der Wirklichkeit allen abgeleiteten und nur giltigen Ausdriicken desselben vorziehen. .in questo legame dell’elemento singolo del Tutto consiste appunto la legge, la quale considerata per sè assume la forma di una regola astratta e quindi di qualcosa di universale, di eterno, d'immutabile, capace d'avere un'attuazione ed una concretizzazione più o meno complete (1). Di leggi o di forme se ne possono poi distinguere tre diversi gruppi: 1° quelle che hanno la loro piena ed Teichmiiller, Philosophie u. Daricinismus, Dopart. Qu sorge spontaneo un quesito della più alta importanza : le leggi o norme considerate nella loro universalità hanno la prima origine nell’ intelligenza umana, ovvero presuprongono un’altra intelligenza d’ordine superiore ? Se le leggi sono un prodotto dell’ intelligenza umana, non si vede come possano essere considerate quali norme, tipi, modelli a cui i fatti particolari e concreti tendano a conformarsi. D'altronde se la legge vien considerata obbiettivamente come una funzione del reale, non può essere più riguardata come norma o tipo, a meno che non si vogliano identificare tutti i reali collo spirito umano quale si presenta in un grado avanzato di svolgimento, quando cioè ha acquistato l’attitudine ad operare secondo principii o rappresentazioni di leggi. Non si vede poi come le leggi normative concepite quali funzioni, quali disposizioni specifiche, possano essere considerate modelli o tipi dei fatti reali. Un fatto può essere modello rispetto ad un altro fatto, ma non lo può mai una funzione o un’esigenza che in tanto è reale in quanto è in azione, in quanto riceve la sua completa esplicazione dal concorso di svariati fattori. Eppoi come si fa a conciliare l’assolutezza, l’eternità, l’ immobilità delle leggi normative col fatto che esse vengono riguardate quali modelli atti ad avere un’attuazione più o meno completa? La concretizzazione di un tipo, la realizzazione di un ideale racchiude necessariamente un processo reale nel tempo, tanto più se si considera la norma, il tipo come un’esigenza immanente nella realtà concreta; diversamente bisognerà ammettere la disgiunzione dell’ idea dal fatto: concetto codesto che implica una quantità di problemi insolubili: p. es. l’idea come, dove e perchè esiste disgiunta dall’esistenza concreta ? Il fatto è che le leggi nel loro significato reale sono funzioni dei reali e come tali non avendo alcuna esistenza separata da questi, non sono modelli o norme determinanti i fenomeni: è solamente il pensiero umano che riesce a separarli dall’esistenza e a riguardarli per sè come elementi intelligibili e quindi nenessari, universali, eterni (su) specie aeternitatis) della realtà, assoluta attuazione nei fenomeni (leggi fisiche e chimiche), perchè non sono che funzioni semplici dei reali; 2° quelle che si presentano solo come regole che non hanno un'applicazione necessaria (leggi biologiche, etiche, ecc.), in quanto presuppongono la co-operazione di molteplici reali determinantisi vicendevolmente in svariate funzioni rispondenti ad uno scopo in rapporto alla loro dipendenza da un principio unico, centro della sintesi; 3° quelle forme della realtà che d'ordinario si chiamano accidentali risultanti dalla cooperazione. di molteplici fattori non sottoposti però ad alcuna regola o norma. Onde sì hanno forme necessarie, normative ed accidentali. Da tuttociò consegue che la legge presupponendo l’azione reciproca dei reali, presuppone per ciò stesso il loro nesso, la loro unità reale che è concepibile soltanto come sistema, e quindi come coordinazione di elementi diversi in vista del conseguimento di un fine unico. Accennavamo già disopra al modo di considerare il rapporto esistente tra leggi naturali e normative da parte degli animisti: giova ora insistere su ciò, notando che il modo di concepire l'essenza della legge in genere ha spesso il suo riflesso nella maniera di valutare la differenza esistente tra ì vari ordini di leggi. La concezione animistica pone su una stesssa linea le leggi fisiche e quelle morali o precettive dando ad entrambe uno stesso valore. Il rapporto di causalità (sempre secondo tali filosofi) è il fondamento delle regole pratiche nella Morale, nel Dritto, come lo è delle leggi sperimentali: rapporto di causalità che nelle sue modalità sta ad esprimere la natura propria delle cose. Le leggi non devi rubare; non devi mentire (leggi morali): ovvero: chi ruba, chi mentisce è punito (leggi giuridiche) poggiano sul seguente rapporto causale che non differisce in nulla da qualsiasi legge naturale : il rubare, IL MENTIRE, ecc. RENDONO IMPOSSIBILE LA CONVIVENZA SOCIALE E CIVILE [argomentazione trascendentale debole]. Si dice d’ordinario che le leggi precettive o normative a differenza di quelle naturali esprimono il DOVER [Grice on the dullness of the IS versus the rationalist interestin of OUGHT] e non l'essere e possono soffrire eccezioni – CAETERIS PARIBUS -- GRICE. Se non che, rispondono i fautori della concezione animistica, approfondendo l'analisi delle leggi pratiche o precettive – o MASSIME O DESIDERATA – GRICE -- , seguendone Jo svolgimento storico, è agevole persuadersi che il dovere, il precetto è in ultimo fondato sulla cognizione anteriore di dati rapporti tra le cose, sugli insegnamenti forniti dall'esperienza in antecedenza compiuta. Infatti, nota Paulsen, si pensi a ciò che accade nelle regole grammaticali – cf. Austin/Grice, rule, SYMBOLO -- , il cui carattere normativo attuale si presenta come l’espressione dell'evoluzione storica del pensiero e della lingua. Il grammatico considera le forme grammaticali antiquate (le quali un tempo erano anche normative), non in modo diverso da quello in cui il paleontologo studia le forme fossili. Quanto alle eccezioni, queste si presentano nelle leggi precettive con una frequenza maggiore che non nelle fisiche, perchè le prime esprimendo rapporti senza confronto più complessi, lasciano adito all'intervento di numerose condizioni pertarbatrici; il che si può constatare anche nelle leggi biologiche, rispetto a quelle fisiche o chimiche. Non va dimenticato che, anche queste soffrono degli strappi dovuti a condizioni atte a neutralizzare l’azione di date cause; si pensi al modo di comportarsi dei corpi più leggieri dell'aria rispetto alla gravità. La ragione ultima per cui la concezione auimistica non ammette differenza di sorta tra le leggi esplicative e quelle precettive va ricercata in ciò che per essa tanto i fatti naturali quanto gli atti umani non rappresentano che forme dell’attività o spontaneità interiore, e mentre il fondamento prossimo di entrambe le specie di leggi va riposto nell' esperienza, quello ultimo risiede nel significato che hanno per lo Spirito universale date forme di attività. L’imperativo delle leggi precettive è dovuto al fatto che esse si rapportano in modo immediato e diretto all'attività pratica umana e solo in quella forma apportano vantaggio allo sviluppo umano, mentre le leggi dichiarative esprimono dei rapporti estrinseci a noi ed hanno l’obbiettivo di constatare semplicemente dati di fatto. Le prime insomma considerano gli eventi dal punto di vista del valore pratico, lasciando nell'ombra le basi di questo; le altre si fermano sulle premesse, trascurando ciò che ne consegue; le prime mirano a porre sott'occhio i mezzi senza curarsi dello scopo ultimo, le altre invece fondate segnatamente sulla conoscenza, esaminano la ragione e la base di quei mezzi. Trattando della concezione animistica merita una particolare menzione l'opinione sostenuta dal Trendlenburg Citeremo tra i fautori della concezione animistica, Lotze, Fechner, Teichmiller Paulsen. La discussione critica di essa sarà fatta in seguito, trattando della concezione dualistica che è la più completa e comprensiva, comunque non risponda a tutte le esigenze, come vedremo. È qui notiamo che non bisogna aspettarsi di trovare in ciascun autore l’interpretazione della natura dei vari ordini di legge nel modo tipico e quindi schematico da noi tratteggiato, giacchè è facile comprendere come ciascun filosofo abbia un modo proprio di considerare e di risolvere i problemi. Si tratta solo di cogliere il concetto dominante e il principio direttivo. Trendlenburg, Logische Studien. Leipzig che sia soltanto per via della nozione di movimento che s’intendono le varie forme di rapporto esistente tra le cose, l’azione reciproca che queste esercitano tra loro e sopratutto il nesso dicausalità in cui propriamente è riposta l'essenza della legge. Il movimento per il filosofo tedesco è per sè stesso attività creatrice, tanto è ciò vero che da esso provengono lo spazio, il tempo, la figura e il numero : ora nel rapporto dell'attività produttrice colla grandezza prodotta consiste appunto il nesso di causalità ; il movimento genera delle forme e in tale azione si rivela primitivamente causalità. E la necessità del rapporto causale trae la sua prima origine dalla coscienza dell’ identità e continuità della nostra attività produttrice. Il nesso causale estendendosi poi fin dove arriva il movimento, e un certo movimento trovandosi in ogni forma di pensiero, non è a meravigliarsi che la causalità appaia una legge del pensiero a cui fa riscontro il moto di generazione e di attività che si lascia constatare nella realtà esterna. Del resto la Fisica riduce l'essenza della causalità a movimento, il quale colle sue molteplici trasformazioni può dar ragione delle più svariate potenze della natura: ed è mediante il movimento che noi intendiamo la formazione di qualcosa a sè che è considerata come effetto: questo invero è concepito quale moto arrestato, quale prodotto esistente per sè e a parte dal flusso dei fenomeni da cui ésso proviene e che d’altro canto ad esso fa seguito. Riassumendo, per il Trendelenburg l'essenza della legge va ricercata nel moto del farsi o di prodursi di una cosa, quasi diremmo nel cammino che percorre l’attività generatrice del reale e per lui la conoscenza delle leggi in tanto è possibile in quanto l'intelligenza rifà mediante i giudizi il medesimo movimento, dando origine ad un prodotto intellettuale esprimente l'essenza o ciò che val lo stesso la legge della cosa: tale prodotto logico è il concetto vero e proprio o universale concreto. Nulla vi ha di dato nel mondo, ma tutto si fa, tutto si costruisce in vista di un fine: ond’'è che tale movimento di costruzione nel cui fondo giace sempre un pensiero, è la legge obbiettivamente considerata, mentre che il medesimo moto o attività costruttrice formulata in un giudizio ci dà la legge quale viene enunciata dal soggetto pensante. E il concetto è un sistema di giudizi mediante i quali lo spirito pensa fuse e compenetrate tra di loro tutte quelle condizioni che rendono necessaria l’attuazione del processo. Se una di quelle condizioni si pensa in sè e come capace ad unirsi con condizioni diverse di gruppi diversi, cioè capace d'intrecciarsi in altri processi egualmente necessari, si ha, secondo il Trendelenburg, l'universale della reale condizione. Ciò che non va dimenticato è che lo spirito non giunge alla vera conoscenza scientifica, al regno della necessità, prima di esser pervenuto al concetto (legge); stantechè in esso non solamente egli informa l'essere della sua universalità, ma scorge il processo necessario per cui questa universalità si pone, si attua e sì svolge. Ond’è che non basta avere la rappreseniazione, la percezione o anche la nozione astratta di una cosa qualsiasi per dire che se ne ha una notizia scientifica, ma occorre averne il concetto, vale a dire occorre conoscerne la legge o l’essenza. Così io dopo aver percepito la rugiada posso averne la nozione, pensando la rugiada quale è da sè a prescindere dalle determinazioni accidentali di spazio o di tempo: in tal caso nel puro pensiero non ci sarà quella data rugiada, ma la rugiada in generale di cui posso dare una definizione nominale, buona per tutte le specie di rugiada: ma me ne manca ancora la notizia scientifica, il concetto: per il che devo ridurre quel fenomeno particolare alla categoria dei fenomeni affini e che provengono da un disquilibrio di temperatura, conoscere il limite della quantità di vapore acqueo che può contenersi nell'atmosfera, e come esso limite vada restringendosi a misura che la temperatura vada abbassandosi; come dallo intrecciarsi di queste condizioni con l’altra della gravità per la quale i corpi non sostenuti cadono, riceva il fenomeno della rugiada compiuta spiegazione. Ciò che vi ha di vero, secondo noi, nell'opinione del Trendelenburg è che se si vuo] dar ragione del divenire delle cose, del loro modo di farsi e di generarsi non è possibile astrarre dal fattore dell'attività, la quale si può estrinsecare in vari modi e tra gli altri per mezzo del movimento. Questo anzi si può considerare come l’estrinsecazione per eccellenza, la forina intuitiva dell’attività stessa. Noi però non possiamo per nessuna via considerare col Trendelenburg il movimento come qual cosa di primitivo e di originario, giacchè esso non è che una rappresentazione complessa derivata dai rapporti di spazio e di tempo delle nostre sensazioni, onde non è lecito invertire i termini at‘tribuendo a ciò che è sussecutivo e derivato l’ufficio di principio atto a dar ragione di ciò che almeno relativamente è originario. Per poter considerare il movimento in sè © per sè, bisognerebbe poterlo osservare o sperimentare, senza ricorrere all’azione dei sensi, il che è assurdo: ed anzi vi ha dippiù: a seconda delle varie formé di sensibilità si ha di esso una notizia diversa: p. es. al senso tattile esso si rivela con proprietà diverse da quelle con cui si rivela al senso della vista. E ciò che noi percepiamo mediante l’azione di uno, o di un altro senso non è il modo con cui un oggetto in moto inizia e prosegue il passaggio da un sito all’altro dello spazio, ma bensi il fatto che l'oggetto stesso è già passato in un altro posto: percezione codesta che ci vien fornita dalla constatazione dei nuovi rapporti in cui l'oggetto si trova. In tanto è possibile considerare il moto come qualcosa di primitivo e di originario in quanto ad esso vengono meta foricamente e simbolicamente attribuiti i caratteri propri della nostra attività interiore. I caratteri che contradistinguono la concezione dualistica sono due: 1° stando ad essa le leggi sono una elaborazione anzi sì potrebbe dire addirittura una produzione dello spirito sulla base dei dati provenienti dall'esperienza, dati che son sempre qualcosa di profondamente diverso dall'attività intellettuale capace di apprenderli, trasformandoli ed enunciandoli in forma di leggi. E qui va notato che a seconda che si ammette o pur no affinità o identità tra le forme del pensiero e quelle della realtà si avranno, come si vedrà più tardi, delle suddivisioni nel seno stesso della concezione dualistica. Ciò che in ogni caso forma il tratto caratteristico di detta concezione è che secondo essa il contenuto dell’esperienza, la costituzione intima del reale essendo inaccessibile all'intelletto, non può per ciò stesso essere espresso ed intrinsecato nelle leggi, le quali ci danno così nelle loro enunciazioni la forma del reale, ma non mai la sostanza. Così mentre per la concezione intellettualistica e per quella animistica le leggi figurano come dei semplici riflessi di fatti e nessi reali nell’intelligenza umana, perla concezione dualistica le stesse si presentano come vere costruzioni e creazioni dello spirito. 2° Stando alla medesima concezione, vi sono due categorie fondamentali di leggi irriducibili l’una all'altra, le leggi esplicative (leggi naturali) e le leggi normative (leggi pratiche): le prime esprimono l'essere, le altre il dovere, e mentre quelle sono delle formule, degli schemi che ci aiutano a richiamare in mente i casì concreti e a catalogare la realtà, il cui contenuto è impenetrabile, le ultime indicano le direzioni, o meglio, le esigenze della nostra attività. É naturale che se il contenuto obbiettivo delle leggi esplicative rappresenta un'incognita per lo spirito, non sì può dir lo stesso del contenuto delle leggi normative, le quali riferendosi alla nostra attività figurano come l’espressione di ciò che è intimo a noi ed ha la maggiore realtà. Il primo sostenitore della veduta dualistica, la quale, come si è veduto, implica in fondo il distacco del dominio dell'intelletto da quello dell'attività e il riconoscimento della spontaneità interiore che appropriandosi dei dati dell'esperienza, li elabora e li trasforma in determinate guise, fu E..Kant. Ogni cosa, disse Kant, è regolata dalle leggi che nell'apprenderla e nel conoscerla vi ha impresse l'intelletto umano, ma solainente un essere ragionevole opera secondo rappresentazioni di leggi, ossia secondo principii ed ha quindi un volere. Ora il volere può essere deterininato d_lla ragione in modo assoluto e imprescindibile, ovvero no: nel primo caso le azioni riconosciute come obbiettivamente necessarie, diventano pur tali subbiettivamente, perchè allora il volere sta nella sola facoltà di eleggere ciò che la ragione riconosce come buono, nel secondo caso, il quale ha luogo quando il volere può esser mosso da impulsi soggettivi e quindi non è interamente conforme a ragione, le azioni sono obbiettivamente necessarie e subbiettivamente contingenti; cioè la legge obbliga e rivolgendosi al volere di un Essere ragionevole gli prescrive una determinazione conforme a ragione, ma senza costringervelo. Però i precetti che la ragione porge al volere e quindi le formole che li esprimono e che vengono da Kant chiamati Imperativi, possono essere di due maniere. La ragione cioè può prescrivere un'azione come buona per se s‘essa, e quindi come obbiettivamente necessaria senza aver riguardo ad alcun fine e allora l'imperativo che formola questo precetto è un imperativo categorico; oppure la ragione può prescrivere un'azione come praticamente necessaria ad ottenere un fine reale o possibile e allora gl'imperativi che ne formulano i precetti si dicono Iporetici; (potetici problematici, se il fine è possibile, cioè può soltanto avvenire che l’uomo se lo proponga, ipotetici assertori, se il fine è senz'altro e sempre voluto. È facile il vedere come, secondo il pensiero di Kant, sebbene non sempre chiaramente espresso, al solo Imperativo categorico debba propriamente attribuirsi la facoltà di obbligare, di prescrivere un dovere, mentre gli altri non ci dànno propriamente che delle regole e dei consigli. Gl’imperativi ipotetici assertori prescrivono i mezzi ai fini svariatissimi (moralmente buoni o cattivi) che un Essere ragionevole può proporsi: questi imperativi non sono propriamente che regole e potrebbero chiamarsi gli imperativi dell’abilità (Geschicklichkeit). Se non che tale veduta kantiana fu fatta segno ad obbiezioni di varie sorta. I)a una parte Schleiermacher, Paulsen e in genere i fautori della concezione animistica, opposero che tra legge naturale e legge normativa non esistono differenze apprezzabili, ma a ciò fu risposto che l’affermare una tal cosa equivaleva a confessare di non aver un’idea chiara di ciò che sia nè una legge naturale, nè una legge precettiva. Una legge naturale infatti esprime solamentu ciò che sotto date condizioni accade sempre senza che sia possibile il presentarsi di una eccezione : è naturale che le condizioni divengano complesse a misura che dalle leggi naturali di ordine generale si scende a' quelle speciali: ma non vi è caso che un dato fenomeno enunciato in una legge naturale si presenti immutato o costante se le condizioni corrispondenti o non si presentano del tutto, ovvero sl presentano in modo variato o imperfetto. Ora è lecito porre sopra una medesima linea le deviazioni degli obbietti singoli dal loro tipo generico (ammesso pure che le dette deviazioni possano essere identificate colle deviazioni dalle leggi naturali, il che non è) e gli strappi fatti dalla volontà individuale ad una legge precettiva ? O nella nozione generica s’introduce una forma di valutazione, intendendo per quella l'ideale verso cui gl'individui di una data specie tendono, date le condizioni favorevoli, e reputando o gni allontanamento dall’ideale come qualcosa che non doveva essere, come una imperfezione, e in tal caso si avrà il perfetto riscontro colle deviazioni della volontà individuale dalla legge normativa, ma ci si troverà agli antipodi della legge naturale: ovvero si considera il tipo generico come l’insieme di quelle proprietà che in una pluralità d’individui, data l’uniformità e la relativa immutabilità delle loro condizioni d’origine e d'esistenza, sì presentano in modo costante, ed in tal caso le variazioni del tipo generico prodotte dall'azione di date cause hanno un certo riscontro colle apparenti modificazioni delle leggi naturali, ma sono agli antipodi delle deviazioni della volontà della legge precettiva. Per considerare le leggi naturali come identiche in fondo a quelle morali, bisogna ridurre queste ultime a pure descrizioni del modo come gli uomini si conducono sotto date condizioni, ma con ciò il concetto vero del dovere viene ad essere tolto via, giacchè le azioni umane in tal caso come i fatti naturali vengono ad essere sottratte al giudizio valutativo vero e proprio. Il difetto della concezione animistica sta tutto qui: nell’aver creduto di poter cancellare qualsiasi differenza tra le leggi esplicative e quelle norinative che invece sono controdistinte da caratteri diversissimi: le prime esprimono le condizioni sotto cui la realtà diviene pensabile e intelligibile, stanno a significare le peculiari maniere in cui la ragione umana reagisce di fronte all’apprensione del reale, nulla dicendo della natura intima e del significato del reale, mentre le altre sono esigenze proprie dello spirito rivelantisi immediatamente alla coscienza ed esprimenti la natura propria di quello ; le prime pur accennando necessariamente a qualcosa d'interno, non l’estrinsecano in alcun modo, arrestandosi alla considerazione della parte formale della realtà, le altre invece esprimono le direzioni dell’attività umana: le prime infine possono far pensare ad una forma di attività che è il riflesso di quella interiore, mentre le altre sono le determinazioni immediate di tale attività. Confondere le leggi dichiarative colle precettive è come confondere la causalità esterna (trasmissione di movimento) con quella interiore (motivazione dell’attività). Dall'altra parte fu obbiettato a Kant: se la necessità obbiettiva si differenzia da quella puramente subbiettiva per questo che la prima fondata com'è sulla natura delle cose, é valida egualmente per tutti gli esseri, mentre l’altra fondata su particolarità individuali e subbiettive è valida soltanto per i soggetti che son forniti di queste, come mai può avvenire che tutto ciò che è necessario per gli esseri forniti di ragione, non è poi più necessario per una parte di essi? Ciò accade, risponde Kant, perchè l’uomo risulta di varî elementi per modo che ciò che è necessario per l’uno di questi, può benissimo essere accidentale per l'altro. È necessario così l'adempimento della legge morale per l’uomo considerato come essere ragionevole, il quale colla ragione appunto conosce la necessità della legge stessa ; ma all'opposto non è necessario per l’uomo considerato solo come essere fornito di volere, perchè come tale non è spinto all’azione solo dalla ragione, ma anche da altri impulsi. E la legge morale è appunto una legge della volontà, in quanto pone come necessario che l’uomo segua col suo volere una determinata direzione. Riconoscere questa necessità e insieme affermare che la volontà umana non concorda necessariamente con la legge morale non include nient'affatto contradizione, se sì pensa che nel primo caso si tratta di una necessità diversa da quella del secondo caso: donde la distinzione della necessità obbiettiva della esigenza morale da quella subbiettiva basata sul rapporto della volontà con la detta esigenza. Se non che tale distinzione, si è notato dagli oppositori, non regge in quanto la neeessità obbiettiva si riferisce appunto alla voloutà e quindi abbraccia la necessità subbiettiva. In seguito a ciò, pure ammettendo che il concetto li legge sia suscettibile di due interpretazioni diverse a seconda che si tratti di leggi esplicative o precettive, si è cercato altrove il fondamento della detta distinzione. Si è cominciato col notare come non soltanto nel campo della morale, rua in tutti i dominii dell'attività umana, nessuno escluso, accada che gl’individui in casi numerosissimi non seguono leggi, che pure si presentano col carattere più accentuato dell’universalità. Così per quanto incondizionatamente valide si presentino le leggi logiche e matematiche, ciò non impedisce che conclusioni false ed errori di cali colo abbiano luogo : e lo stesso si può dire delle leggestetiche, grammaticali, ecc. V'ha dippiù : ciò che si rileva in opposizione alle leggi normative generali, non solo è possibile e reale, ma è in un certo senso necessario : come al fisiologo sembra naturale la sanità allo stesso grado che la malattia, così al psicologo l’errore e il male sembrano naturali come il vero e il bene. Del resto le leggi precettive non esprimono tutto ciò che è possibile, ma bensi ciò che è giusto o rispondente ad un dato scopo. È evidente che la parola neccesità non ha un valore eguale trattando di leggi esplicative o di leggi normative: nel primo caso la necessità implica che un dato fenomeno risulta necessariamente dal complesso delle sue cendizioni, nel secondo caso invece indica ciò che si deve fare perchè l'obbiettivo di una data forma d'attività, la conoscenza del vero, la produzione del bello o la pratica del bene, sia raggiunto. Dall’un canto la necessità serve a contrassegnare il nesso del conseguente colle sue condizioni quale sì presenta partendo da queste ultime come da ciò che è dato; dall'altro canto la necessità serve a contrassegnare lo stesso nesso quale si presenta dal punto di vista del conseguente, partendo cioè come da ciò che è dato dalla rappresentazione dell’intento da conseguire, per mostrare sotto quali condizioni, con quali mezzi ciò è reso possibile. Ora mentre colle cause son dati sempre e necessariamente anche gli effetti, non si può dire che col fine o meglio colla rappresentazione del fine sia dato sempre e necessariamente l’impiego di dati mezzi e le modalità dell’impiego stesso, onde consegue che le leggi naturali hanno un valore universale, mentre quelle pratiche dicono, sì, che incondizionatamente certi scopi possono essere raggianti solo con un dato ordine di mezzi, e in tale rapporto, se esse sono giuste, non temono smentita dai fatti; ma dell'applicazione effettiva dei detti mezzi nulla ci dicono, per modo che non è esclusa la possibilità che i mezzi non siano applicati e che per conseguenza lo scopo non sia neanche lontanamente raggiunto. Le leggi dichiarative dicono: date queste condizioni deve necessariamente conseguire questo effetto: quelle pratiche invece: se un dato scopo deve essere raggiunto, bisogna operare in tale maniera e non diver samente. Se poi nei casi particolari si procederà effettivamente così e se quindi l’obbiettivo corrispondente sarà aggiunto non è certo appunto perchè ciò dipende dal modo in cui sì determina l’attività individuale ed è tale incertezza che trasforma la legge in una forma di esigenza umanae. la necessità che l’esprime in dovere. Qui si presenta une questione: É giusto mettere tutte in un fascio le leggi normative o precettive? Noi crediamo di no, in quanto alcune di esse si presentano come regole dedotte da determinati rapporti offerti dall’esperienza, mentre altre figurano come l’espressione della natura propria del soggetto e quindi vanno considerate come funziori di esso : così le leggi precettive igieniche, dietetiche ecc. in tanto sono valide in quanto sono fondate su determinati nessi causali constatabili per mezzo dell'esperienza e quindi contingenti, per contrario le norme logiche e morali sono anteriori a qualsiasi esperienza, s0no esigenze dell’attività umana e stanno a significare ciò che vi ha di proprio nella natura del soggetto pensante sia dal punto di vista teoretico che pratico. Ma di ciò sarà trattato più diffusamente in seguito. Dicemmo di sopra che Emmanuele Kant va considerato come il vero fondatore della concezione dualistira, avendo egli ammesso, dopo aver profondamente differenziato le leggi normative da quelle esplicative, che ì giudizi necessari ed universali intorno alla realtà occasionati dall’esperienza, in tanto sono possibili, in quanto lo spirito umano è fornito della capacità di apprendere i fatti concreti per mezzo di forme a priori o appercettive, le quali servono ad universalizzarli e ad obbiettivarli. Sono queste nozioni appercettive, o predicati universalissimi o categorie, o forme a priori, o funzioni dell’intendimento umano che unite, mediante giudizi di ordine speciale (giudizi sintetici a priori) coi dati percettivi concreti, rendono possibile .la scienza, cioè a dire la trasformazione del fatto subbiettivo del sentire in qualche cosa di obbiettivo esistente in modo ordinato nello spazio e nel tempo e insieme l'enunciazione in formule universali delle varie sorta di azioni e di relazioni esistenti tra le cose. Non è nostro intendimento ora fare la storia e la critica delle vedute kantiane intorno alla possibilità dei giudizi sintetici a priori, in quanto ciò ha formato oggettò di svariatissime e importantissime ricerche il cui risultato è stato la trasformazione del primitivo kantismo. I mutamenti che ha subito il pensiero kantiano, passando attraverso ia mente dei vari Logici moderni sono stati molteplici e non sempre si fu d'accordo intorno al modo d’interpretare, di completare e di svolgere il pensiero del maestro: tuttavia non è impossibile collegare insieme le varie opinioni emesse, considerandole da un punto di vista superiore. Per quanto numerose e rilevanti siano le discrepanze tra i filosofi criticisti intorno alla estensione ed al significato dall’a priori kantiano, vi sono dei dati ammessi da tutti e su cui non cade alcun dubbio o disparere. Così tutti concordano nell’ammettere il corrispettivo obbiettivo dell'elemento formale di ogni conoscenza, vale a dire la cooperazione della realtà nella genesi delle forime appercettive, in modo che questo lungi dall’esser considerate come semplici funzioni o obbiettiva trai zioni dello spirito umano, sono ritenute il risultato della cooperazione di due fattori, del fattore subbiettivo e di quello obbiettivo. D'altra parte si è d'accordo nel riguardare le forme appercettive (le nozioni di uguaglianza e di differenza, di tutto e parti, di grandezza, di rapporto causale tra i fatti successivi e di connessione reciproca tra fatti coesistenti e di fine) come acquisti dello spirito umano avvenuti sotto la guida di alcuni principî supremi comuni al pensiero ed all'essere, quali il principio d'identità, quello di contradizione e quello di ragione, ecc. E qui va notato che non tutti i filosofi son disposti ad attribuire un egual valore ai suddetti principii, giacchè per taluno, come per il Riehl, il principio regolatore supremo è quello d'identità, mentre per altri è quello di contradizione colla cooperazione però più o meno valida degli altri principii : questione codesta che a noi non compete di esaminare. Conchiudendo, possiamo dire che il neo-kantismo non considera più le varie leggi scientifiche quali giudizii sintetici aventi il loro fondamento ultimo nei giudizii sintetitici a priori, costituenti poi i veri principii delle scienze, ma come il risultato della trasformazione dei nessi e rapporti puramente sperimentali in nessi e rapporti logici. Non è dunque riposta l’essenza della legge nell’applicazione di determinate categorie ai fatti concreti, ma nella trascrizione dei fatti o processi sperimentali in fatti e processi aventi organismo e struttura logica. Tra i filosofi criticisti quegli che più e meglio di tutti ha trattato la quistione della natura e delle forme della conoscenza scientifica è certamente il Riehl], il quale nella sua pregevole opera // Criticismo filosofico, ha emesso delle vedute degne di essere conosciute. Egli comincia coll'’ammettere una profonda differenza tra le leggi normative e quelle esplicative in quanto le prime esprimono il dovere in rapporto al conseguimento di un dato scopo, mentre le altre esprimono l’essere; in base alle prime giudichiamo del valore, dell'importanza di una data cosa, mentre in base alie altre della realtà o della verità : le prime denotano tendenze e s’indirizzano all’avvenire, le altre dati di fatto e vertono su ciò che è ed accade: le prime infine sono una determinazione del gusto, del sentimento e della volontà umana, mentre le altre sono emanazione della ragione e dell’attività coroscitiva. Dal che consegue che la scienza, la quale si può considerare come l'ordinamento razionale delle leggi esplicative, presenta l’uomo quale un prodotto della natura, quale risultato delle leggi generali di essa, mentrechè la filosofia pratica riferendosi al possibile e all’ideale, risguarda l’uomo nella natura come causa, come un essere cioè che in base alla conoscenza delle leggi natarali può proporsi dei fini e mettere in opera tutta la sua attività per raggiungerli. Ma se la filosofia pratica può avere il suo punto di partenza nella conoscenza della natura umana fornita dalla scienza (Antropologia, Pisicologia, Storia ecc.), rapportandosi poi a ciò che deve essere, esplica la sua azione, ponendo sempre nuove esigenze al sentimento, al volere ed alla coscienza umana. Nell’approfondire la natura della conoscenza scientifica il Riehl nota che la legge esplicativa che è sinonimo di rapporto necessario, esprime l’azione esercitata sulla ragione dalla stabilità ed uniformità del corso dei fenomeni. La relazione esistente tra la realtà e il pensiero costituisce l'esperienza propriamente detta: e le leggi scientifiche sono il prodotto da una parte della regolarità con cui sotto condizioni eguali si presentano fenomeni identici, o della stabilità delle proprietà fondamentali delle cose, e dall’ altra dell’ attività concscitiva del soggetto. Onde la legge è per l'intelligenza ciò che è il fine per il volere e il bello per il senso estetico : in tutti e tre i casi i due termini s'implicano a vicenda; tanto é ciò vero che le cosidette leggi naturali lungi dall'essere in rapporto, come a dire, accidentale colle leggi del pensiero, sono il risultato, quanto alla loro forma, di queste ultime. Pertanto l’affermazione che in natura tutto av. venga in modo meccanico è falsa, se s'intende dire che per tale via si riesce a comprendere la natura propria, e le qualità intime del processo naturale; il meccanismo delle cose lungi dal manifestare l'essenza di un qualsiasi fatto naturale, rappresenta la forma di questo; e la meccanica ricercando l'equivalente dei cangiamenti svolgentisi nella natura, non svela nient’affatto la natura propria delle cause dei detti cangiamenti. É per questo che le leggi esp imenti i rapporti delle cose devono presentare i termini connessi in modo continuo e immediato nel tempo e in maniera intelligibile per l'intendimento, vale a dire congiunti secondo il rapporto dell'uguaglianza quantitativa, riducibile al principio d'identità. E a che ai riducono le leggi del pensiero, le categorie logiche, che applicate alla realtà, rendono possibile la formazione delle leggi scientifiche ? Le condizioni logiche dell'esperienza, dice il Riehl (1), le categorie della Rienc, Der philosophiscrie Kriticismus. Zw. B. Leipzig. sostanza, della causalità e dell’unità sistematica della natura, non sono, come insegnò Kant, forme primitive diverse e irriducibili del nostro intelletto, ma derivano da un unico principio saperiore, da quello dell'unità e conservazione della coscienza in genere, il quale dà loro origine quando viene applicato ai rapporti generali presentati dall'intuizione. L'Io è cosciente della suna unità e della sua identità con sè stesso, condizione prima di ogni altra conoscenzà, sia che scompone una molteplicità simultanea di impressioni (la cui forma intuitiva è lo spazio), sia che connette una serie successiva di impressioni, sia finalmente che scompone e congiunge insieme, vale a dire che unisce i due atti precedenti, affinchè emerga il concetto dell’unità sistematica del tutto. Noi possiamo quindi distinguere tre diverse funzioni pertinenti alla coscienza (una ed identica con sè stessa), una funzione analitica (che ci dà la categoria di sostanza), una sintetica (che ci dà la categoria di causalità) ed una sintetica ed analitica insieme (che ci dà la categoria dell'unità sistematica); mediante la prima è differenziato il permanente dal mutevole, mediante la seconda è collegato il cangiamento colla sua causa, mediante la terza finalmente tutto il reale, cose e processi, viene considerato come un sistema organico composto di varie parti. È questa l’espressione più completa e più perfetta della concezione dualistica; e non si può non convenire che essa segna un notevole progresso rispetto agli altri modi d’interpretare la natura delle leggi; ma possiamo noi dichiararci soddisfatti appieno ? Notiamo subito che il difetto di tale veduta sta tutto nel ritenere che la natura propria della legge si riduca all’affermazione di un rapporto di natura quantitativa; ora la legge oltreché l’espressione di una equivalenza, è l’espressione dell'attività di una cosa sull'altra. L'ideale verso cui tende la scienza nel fomulare le sue leggi non è l'affermazione esclusiva dei rapporti quantitativi, ma l'indagine delle condizioni determinanti dati fenomeni, condizioni che diventano spesso visibii all'intendimento e vengono fissate per mezzo dei rapporti quantitativi non altrimenti che in un quadro è pel colore che diventano visibili le linee, i punti e fino la mancanza perfetta di linee, il nero, la tenebra. É evidente però che l'essenza della legge non può essere riposta in un momento subordinato ed ausiliario, per quanto necessario. Con le sole leggi della meccanica, con le sole ridistribuzioni della materia e del movimento non s’in'ende come si possano produrre forme così diver:e della realtà. La concezione meccanica, come quella che è solamente quantitiva, non soddisfa al bisogno che la conoscenza ha del sistema, non rende ragione della Zinitazione e direzione delle forze. Con la materia e col movimento soltanto noi abbiamo una possibilità affatto indeterminata, la possibilità di mondi innumerevoli diversi: che cosa determina la genesi del mondo della nostra esperienza ? Ciò posto, come mai si può affermare che la scienza abbia per compito essenziale d' indagare la costituzione meccanica del Reale? La scienza tende invece a conoscere la natura propria delle cose quale sì manifesta per mezzo delle loro azioni o funzioni e per mezzo del numero maggiore o minore di attinenze (delle quali le quantitative sono una sorta soltanto) che esse hanno col rimanente della realtà. L'essenziale della conoscenza scientifica non sta nel delineare semplicemente le variazioni spaziali e temporali di una cosa, ma nel cercare di studiare le proprietà, le qualità e le relazioni di essa, tanto è ciò vero che la scienza seria ed esatta lungi dall’abbandonarsi a ricercare la spiegazione e la ragione di tutti i fatti nei semplici spostamenti spaziali e temporali, studia ciascuna categoria di fenomeni separatamente senza lasciarsi fuorviare dalle analogie o somiglianze astratte e va in traccia sempre delle condizioni peculiari concorrenti a determinare una data classe di fenomeni. E tutte le ipotesi scientifiche non hanno la loro ragione di essere nella esigenza imperiosa della scienza di approfondire la natura propria delle cose, prescindendo dalla esclusiva considerazione della grandezza e della quantità ? L'errore del Riehl è di aver identificato ogni forma di cansalità con quella esterna o meccanica (1), chiudendosi cosi la via di interpretare i fatti di cristallizzazione, di coesione, ecc. ecc,, buona parte dei fatti chimici e biologici e tutti i fatti spirituali, ove vige in modo evidentissimo ‘0 principio dell’ aumento dell’ energia ; ora si (1) La causalità fisica è profondamente diversa da quella psichica, in quanto ciò che è causa nella prima e quindi fa essere una cosa diviene motivo nella seconda, cioè, giustifica la cosa, ciò che in quella è azione meccanica proveniente dall’esterno (causa ed effetto son considerati come l’una fuori dell’altro) ed è quindi accessibile alla osservazione esterna e alla comparazione quantitativa, nell’altra è azione interiore proveniente, anzi da ciò che vi ha di più profondo nell'essere ed è accessibile soltanto all'osservazione interiore. La causa agisce per ciò che è in sè, mentre il motive per il valore che gli vien dato dall'insieme della vita spirituale, valore che può variare moltissimo, donde la varietà delle determinazioni volontarie nei varii individui e le reazioni subbiettive diverse ad un medesimo fatto, Da tutto ciò consegue che è una conpuò affermare che in tutti questi casi non è a parlare di leggi, vale a dire di maniere costanti ritmiche di operare, di rapporti necessari e universali, di funzioni determinate, quindi di scienza? Aggiungiamo che se il principio di identità fosse l'esclusivo principio supremo della intelligenza e se quello di ragione non fosse inerente alla natura propria dell'intelletto, non si vede come e perchè la cosidetta identità sintetica potrebbe entrare in azione. Secondo il Riehl, infatti, noi siamo tratti a identificare sempre ciò che è straordinario o inusitato con ciò che già sappiamo: ora in questo caso l’identificazione non rappresenta che il messo di poter rispondere all’esigenza di ricercare la ragione di ciò che ci sì rivela come nuovo e irriducibile al resto. Il fatto prinitivo è sempre il principio di ragione e l'identificazione non è che un mezzo, nè necessario, nè universale. Noi potremmo riferire numerosissimi esempi per provare come la essenza della legge non vada riposta nell’enunciazione di un rapporto quantitativo. Citeremo qualche fatto soltanto tolto dalla Biologia, Così è noto che il ricambio materiale se può ra ppresentare una delle condizioni indispensabili al funzionamento degli organi, non ne è la causa determinante ed essenziale, la quale deve essere ricercata nell’ organizzazione, tradizione parlare di leggi naturali della volontà in quanto questa opera, trasformando le cause in motivi, rendendole cioè un fatto interno. L’operare in seguito a motivi non rende possibile l’operare secendo leggi, m a l’operare secondo norme e regole, dal seguire le quali è agevole sottrarsi una volta ammesso che la forza dei motivi dipende dal valore che vien loro dato dal complesso della vita psichica, la quale essendo diversa per ciascuno individuo, produrrà diversità anche nel modo di operare dei motivi e quindi nella maniera di attenersi alle dette norme, nella morfologia dei tessuti: quand’anche conoscessimo e sapessimo determinare quantitativamente tutte le innumerevoli reazioni chimiche che si svolgono nel nostro organismo, ci resterebbe a conoscere come l’ energia che esse sviluppano si trasformi in funzione, come nei complicati ingranaggi dei nostri tessuti la stessa possa estrinsecarsi sotto forma di calore, di elettricità, di moto, di secrezione, di attività nervosa, ecc. Nell’atto chimico si deve riconoscere la causa dell’energia disponibile, ma la funzione si determina trasformando quell’energia, plasmandola in mille modi, presentandola sotto diversissime manifestazioni. E qui giova notare che non selo i risultati delle reazioni chimiche che avvengono in un organismo, ma anche le condizioni che le determinano hanno qualche cosa di speciale e di e clusivo agli esseri viventi, all’organizzazione, cioè ed ai suoi prodotti. Noi possiamo infatti riprodurre alcuni di quei processi chimici che si svolgono nella trama dei nostri tessuti, ma per ottenere gli stessi risultati dobbiamo impiegare delle altissime temperature, delle enormi pressioni, delle correnti elettriche assai potenti o l’azione di reattivi di tale violenza da distruggere qualunque organismo, Negli esseri organizzati invece si hanno gli stessi effetti ad una temperatura egnale o di poco superiore a quella del''ambiente, alla pressione atmosferica ordinaria, sotto l'influenza di correnti appena dimostrabili ed approfittando di debolissime affinità. Ora forse dal fatto che la vita non può ridursi al ricambio materiale puro e semplice, determinabile quantitativamente, deriva l'impossibilità di pailare di leggi fisiologiche o biologiche ? Tali leggi saranno indeterminate dal punto di vista quantitativo, ma sono determinatissime dal punto di vista qualitativo. L'essenziale non è la fissazione quantitativa, ma quella qualitativa delle condizioni genetiche di un fenomeno. L'opinione di Kant che si possa parlare di scienza soltanto nei casi in cuì sia applicabile il calcolo ha ormai fatto il suo tempo, perchè anche i rapporti qualitativi formando obbietto d'indagine, possono essere formulati in leggi. Le leggi intese in largo senso non rappresentano soltanto il prodotto della fusione del fattore subbiettivo dell’ unità ed identità della coscienza (e categorie logiche che ne derivano) con quello obbiettivo dell’ uniformità e rego larità dei fatti esterni, ma figurano anche come il rifiesso o meglio l'applicazione delle varie forme di attività psichica (tra le quali merita particolare attenzione l'esigenza della ragione e del fondamento delle cose e la tendenza a rintracciare la loro reciproca dipendenza) all’azione reciproca che presentano le cose. La scienza naturale, è vero, s'arresta alla valutazione dei rapporti quantitativi, che sono quelli accessibili alla misura, perchè i suoi obbietti quali determinazioni spaziali e temporali e quali limitazioni di qualche cosa d’identico e di continuo sono paragonabili quantitativamente, ma ciò non toglie che una forma di conoscenza superiore e più completa debba tener conto delle varie forme di azione esercitate dalle cose tra loro. Ed anche nelle scienze che hanno per obbietto la natura, le leggi puramente descrittive e basate esclusivamente su rapporti quantitativi tendono a divenire genetiche e condizionali, segno che l'esigenza della scienza non è quella di trovare semplicemente dei rapporti di equivavalenza, ma di mostrare come le cose sussistenti solo in quanto sono attive, operino nelle varie contingenze. Ciò che ha il maggior interesse per l’intelletto umano non è la pura fissazione di rapporti quantita‘ivi, ma la determinazione dei rapporti di condizionalità e di causalità, rapporti che se sono resi visibili per mezzo delle variazioni concomitanti quantitative, non implicano nient'affatto l'equivalenza dei termini dei detti rapporti. D'altra parte le varie funzioni di analisi, di sintesi, e di analisi e sintesi insieme non s'intende come possano esser ascritte all'unità della coscienza che è sempre un concetto puramente formale e quindi vuoto : è necessario la sostituzione di qual cosa che dia ragione della possibilità di differenziare e diidentificare i vari fatti psichici e insieme della possibilità di scomporre e successivamente comporre i singoli fatti per poter fondere in ultimo i due processi in uno. Ora il concetto che risponde a tali requisiti per noi è quello dell’altività, la quale può divenire sorgente di atti molteplici; atti che mentre da una parte si differenziano tra loro, sono però congiunti per questo chehanno un'origine comune. Di guisa che la funzione analitica della (1) RieuL: Op. cit. Fr. B. Schluss Qui è bene riferire un passo del medesimo Riehl: “ Es kinnte in der Natur nichts auch nur relativ Selbstindiges geben wenn es in ihr nicht wahre, sondern immer nur ùbertragene, mithin scheinbare Thàitigkcit gàbe. Nicht bloss im Moralischen, auch im Physischen wurzelt die Selbststindigkeit in der Selbsthiitigkeit Obgleich wir uns die Elemente nicht auf psychische Art wirkend zu denken haben, also nicht als Monaden vorstellen, so weist doch, “ie FErscheinung der physischen Thiitigkeit auf eine wahre von den Elemznten ausgehende, nicht blos denselben 4usserlich eingeprigte Action zuriick. Nur was fàhig ist zu wirken ist und heisst wirklich. In d r Empfindung, die nicht blosse Receptivitàt ist. sondern Reaction gegen den empfangenen Reiz haben wir den Typus der Wechselwirkung auck in der nicht empfindenden Natur vor uns, coscienza è resa possibile dall'avvertimento dei molteplici atti emergenti dall'attività psichica, quella sintetica dall'’avvertimento della loro identità d'origine e quella sintetico-analitica dalla fusione dei due processi o dal congiungimento dei due momenti del medesimo fatto. Da tal punto di vista l'essenza della legge in genere è riposta nel tentativo d’interpretare l'azione reciproca delle cose presentateci dall'esperienza, basandosi sul modo d'operare della nostra attività interiore. Del resto ciascun individuo nell'’enunciare una legge, per quanto non l’esprima, sottintende tale concetto fondamentale dell'attività. Ed è questo il sulo mode di poter comprendere l’unità delle cose. Il detto fattore dell’attività non trova espressione adequata, perchè ciò che è qualitativo e interno non può essere obbiettivato e insieme universalizzato come i rapporti quantitativi, spaziali e temporali che rappresentano il contenuto della coscienza intesa in senso universale e non di quella individuale soltanto. Al di fuori del Criticismo, la concezione dualistica della legge assunse una forma particolare nel Wundt, la quale merita di essere mentovata (1). Il filosofo di Lipsia dopo aver messo in sodo che il concetto di legge in genere originariamente derivò da quello di norma, riconobbe che esso sì andò sempre più allontanando da questo a misura che i fatti costituenti l'oggetto delle scienze esplicative non furono più considerati quali estrinsecazioni d’ impulsi interiori, a misura cioè che furono presi in considerazione dalla scienza le relazioni formali delle cose e non Wundt. Etk:k, Stuttgart, Id. Logik. il loro contenuto e significato obbiettivo. Pertanto la nozione di legge-norma divenne estranea da un pezzo alle scienze naturali, contrariamente a ciò che accadde nelle scienze psicologiche e storiche. Il processo delle scienze esplicative, nota il Wundt, s’intreccia spesso con quello delle scienze normative, per modo che in queste si hanno delle leggi dichiarative a fianco alle normative e viceversa: ciò che non va dimenticato è che spesso il punto di vista esplicativo è anteriore e quindi presupposto da quello normativo, il quale ha soltanto in esso la sua base. In ogni caso le scienze normative si differenziano profondamente da quelle dichiarative e descrittive per questo che nelle prime predominando le leggi-norme, alcuni fatti sono differenziati da altri per mezzo del momento valutativo, in base al quale i dati sono riguardati come conformi o contrari alla norma. La contrapposizione del normale all’anormale mena alla differenziazione del dovere dall'essere. Ora il punto di vista esplicativo conosce semplicemente l'essere, onde le scienze che hanno per obbietto la natura considerano ciò che è già dato e se esse accolgono anche la nozione di norma e di dovere, l'essere in tal caso coincide col dovere per modo che non vi può essere contradizione tra i due: il so/len diviene mdassen. Col toglier via adunque ogni forma di valutazione viene ad essere tolta ogni possibilità di differenziare i fatti in regolari e irregolari, in normali e anormali. Ma la valutazione in tanto è possibile in quanto gli atti singoli che sono obbietto della valutazione, sono considerati come un prodotto del volere umano, ond'è che essi vengono distinti in atti conformi o non conformi alle esigenze (norme), alle direzioni fondamentali del volere stesso. Ed è su ciò che è fondata anche la distinzione del dovere dall’ essere. D'altra parte la norma di fronte alla volontà può assumere la forma di comando, di regola riferentesi non soltanto alla valutazione di atti già compiuti, ma alla produzione di fatti avvenire. Però ogni uorma è originariameate una forma d’attività, una determinazione, una regola del volere, e come tale, una prescrizione; è solo secondariamente che può divenire una specie di stregua, di misura indispensabile all’apprezzamento di a'ti già compiuti. Qui va notato che il carattere normativo non sì rivela identico e costante in tutte le così dette scienze normative : così di tutte le norme o regole grammaticali, una sola conserva il suo carattere obbligatorio ed è che le forme grammaticali delle varie lingue devono esser conformi alle leggi logiche del pensiero. Tutte le altre regole grammaticali figurano coine il risultato di svariate condizioni psicologiche e fisiologiche. In modo analogo, mentre la più parte delle norme giuridiche hanno la loro origine nelle mutevoli e particolari condizioni storiche della società, alcune soltanto indipendentemente da queste cause posseggono forza obbligatoria dovuta alla natura morale dell'uomo. Anche nelle norme estetiche va distinto l'elemento transitorio prodotto dalle influenze storiche della moda e delle consuetudini da quello permanente, a cui noì siamo disposti ad attribuire il massimo valore. Dalle molteplici radici del sentimento estetico emergono le norme estetiche che prendono due direzioni diverse : da una parte quella riferentesi ai principii della regolarità, della simmetria, dell'armonia, dell'ordine che sono un prodotto del pensiero logico: e dall'altra quella relativa alle bela Li et e i e "e _m..{i-_ b-°’’ _ieccosieliani esigenze ed emozioni etiche, per il cui mezzo il bello parla al. cuore, assumendo le forme più elevate. Logica ed Etica, ecco le due scienze normative vere e proprie: formando la prima la base normativa delle scienze teoretiche, la seconda quella delle pratiche (1). Le norme della Logica possono estendersi a tutto ciò che ci è dato dalla intuizione e dalle nozioni da questa derivate ; ma nella loro applicazione non involgono un giudizio valutativo intorno agli oggetti del pensiero logico ; può solo tanto il soggetto considerato in rapporto alla sua attività cogitativa costituire la base di un apprezzamento valutativo; le norme dell'Etica si riferiscono immediatamente agli atti volitivi dei soggetti pensanti ed agli oggetti solo inquanto questi debbono la loro origine agli stessi atti volitivi: come si vede, in tal caso è il soggetto agente che nello stesso tempo forma oggetto della nostra valutazione. Onde è chiaro che il subbietto del pensiero logico in tanto può essere in qualche modo apprezzato in quanto è insieme obbietto etico : il pensiero logico infatti come libero atto volontario può essere subordinato all'attività morale. E la Logica avendo fra gli agli altri compiti anche quello di trattare e di esaminare i criterî del pensiero vero e il valore dello stesso, può benissimo essere chiamata Etica del pensiero. Di guisa che il concetto del dovere non ha un significato eguale nella Logica e nell’ Etica, giacchè per questa il dovere emerge dall'obbietto stesso della sua considera (1) Teoretica è la ricerca scientifica vertente sul nesso reale dei dati di fatto; pratica quella che ha per obbietto le produzioni della volontà umana e le creazioni dello spirito. zione, mentre che nella Logica il dovere nasce soltanto quando il processo logico è sottoposto ad un giudizio valutativo, vale a dire quando è annoverato tra le azioni etiche. In tal guisa per il Wundt la sorgente ultima della nozione di norma è nella moralità, e la scienza normativa per eccellenza è l'Etica. Dipoi l’idea di norma prende due direzioni, da una parte è applicata a quei dominii scientifici che per le loro condizioni d'origine subbiettiva (atti volontarii) sono più affini ai fatti morali, dall’ altra parte è applicata a tutti gli oggetti dell’esperienza esterna ed interna, i quali sono apparsi sottoposti ad una costante regolarità riguardo al loro modo di presentarsi, di svolgersìi ecc. Si comprende agevolmente che la prima trasformazione ed applicazione dell'idea di norma ha preparata la seconda, giacchè il pensiero logico, è stato tratto con molta facilità a trasportare il suo proprio carattere normativo agli obbietti ad esso sottoposti. D'altra parte il carattere normativo del pensiero logico non avrebbe mai potuto svolgersi completamente senza la corrispondente costanza e regolarità degli obbietti, la quale però, giova tenerlo a mente, non sarebbe mai stata appresa senza il concorso dell'attività del pensiero sottoposta a date norme: sicchè possiamo ben dire che i due indirizzi presi dall'idea di norma, intrecciandosi, sì sono aiutati a vicenda nel loro svolgimento, l’azione preponderante pur essendo esercitata dal carattere normativo del pensiero logico. E qui si potrebbe osservare che considerando la norna quale regola della volontà, quale determinazione primitiva di questa, non si spiega come essa possa assumere la forma di comando, senza implicare costrizione, necessità subbiettiva. Se la norma rappresenta una determinazione della volontà, perchè si può e uon si può seguirla? Donde la scissione, lo sdoppiamento del dovere dall'essere, dell'ideale dal reale ? Ogni difficoltà sul riguardo viene a sparire, se si tien conto del fattore sociale nella genesi della norma. Questa è, sì, una determinazione della volontà, una forma d'attività, ma una determinazione della volontà sociale, una forma dell'attività collettiva, rispetto alla quale la volonta individuale si può benissimo trovare in antitesi per svariatissime ragioni. Il carattere normativo ha la sua sorgente nell’intima relazione esistente tra i varii individui (soggetti pensanti e volenti) componenti una società, i quali sono come parti organiche di un Tutto d’ordire superiore. È il volere e la coscienza sociale che si può imporre al volere dei singoli individui (1). Tutte le norme e regole che hanno un valore obbligatorio sono da considerare quale prodotto della coscienza e della volontà sociale. Invero le varie forme di società (1) Recentissimamente taluno ha affermato che i prodotti della collettività sono inferiori alle opere compiute dagli individui isolati: riunite insieme, si è detto, i più grandi ingegni, in modo che tutti cooperino alla produzione di un’opera collettiva, e vedrete che ne verrà fuori qualcosa d’ imperfetto. Se ciò sia vero o no, non importa discutere qui: ciò che voglia no mettere in evidenza è che le produzioni collettive naturali non vanno identificate colle produzioni artificiali, arbitrarie di una qualsiasi riunione d'’ individui, giacchè in quest’ultimo caso la collettività lungi dal presentare i caratteri dell'organismo assume l’aspetto di qualcosa di meccanico. È per questo che le note antagonistiche presentato dai vari individui invece di essere armonizzate in un’unità superiore, si elidono a vicenda. umana, costituiscono delle vere e proprie .unità organiche, le quali hanno delle funzioni determinate, superiori a quelle degl'individui, adempiono ad uffici più elevati e rispondono ad esigenze, per cui sarebbe inefficace l’attività individuale. La connessione degli spiriti, l’azione reciproca, la solidarietà vera, perché fondata su rapporti spirituali, dei varìl membri delle società è un fatto che ci dà la chiave per spiegare taluni prodotti psichici complessi, che altrimenti rimarrebbero un mistero. Così il lavorio intellettuale dei diversi individui componenti la società umana ha avuto per effetto di fissare lo scopo ultimo, l'ideale della conoscenza, togliendo dalle direzioni particolari dell’ attività spirituale tutto ciò che vi era dì accidentale, di subbiettivo, d’incoerente, d’inefficace e determinando una direzione unica e consistente, atta cioè a connettere insieme i varii momenti del processo cogitativo e a stabilire il rapporto del pensiero individuale con quello universale. La volontà e la coscienza sociale hanno universalizzato il pensiero, fissando l'ideale e quindi le norme a cui si deve conformare il prodotto psicologico individuale, affinchè possa adempiere al suo vero ufficio. Tutto ciò che non può essere messo in rapporto col sistema di relazioni stabilite dalla vita storica e sociale dell'umanità non ha consistenza, e quindi non è reale nello stretto senso della parola, nè vero: e le norme o le leggi del pensiero non rappresentano che il modo, la via da tenere per poter connettere il fatto singolare col sistema universale; sistema che d'altra parte alla conoscenza riflessa si rivela come generato appunto da quei postulati della conoscenza. Ciò non toglie che si possa presentare un fatto psichico il quale, pure essendo un prodotto naturale e quindi fornito di una certa realtà, non possa però essere messo in connessione col sistema di relazioni fissato dallo spirito sociale, cnde proviene che esso è rigettato come erroneo, come falso, come non rispondente all' ideale della realtà e verità. Con questo, intendiamoci, non sì vuole escludere la parte che la costituzione psichica individuale ha nel determinar: le norme logiche ; così l’unità e l'identità della coscienza rispetto alla molteplicità e diversità dei suoi atti e del suo contenuto, la cos‘anza della sua attività rispetto alle varie direzioni di essa concorrono a far considerare come norma e legge dell’attività psichica un determinato modo di operare che sembra sottratto a variazioni arbitrarie e accidentali. Onde consegue che ammesso il caso che l’unità e l'identità della coscienza non sia conservata o che il sistema di relazioni tra i varii fatti psichici, costituente la continuità di tutta la vita mentale non siasi peranco formato (bambini, stati particolari dello spirito, sogni, ecc.), sì potrà avere un prodotto psichico naturale si, ma non logico, e quindi una violazione delle leggi che furono dette costituire l'ossatura del nostro essere spirituale. Ma la nozione completa di norma coi caratteri che la controdistinguono, tra i quali primeggia l'obbligatorietà, non si sarebbe potuta avere senza la cooperazione del fattore sociale. Da qualunque punto di vista si voglia considerare la natura dello spirito umano, lo si faccia pure identico nella sua origine all’assoluto e al divino, il certo è che a questo spirito il sapere costa sforzo e fatica e che sulle cose a noi bisogna pensarci e ripensarci su, prima di intenderle, La cosa fuori di noi, se reale, diversa essenzialmente da noi, se ideale sta da una bande, il pensiero nostro sta dall'altra. Questa opposizione, almeno immediatamente nella esperienza ordinaria, è innegabile, quando pure si accordi che la speculazione possa perimerla ed annientarla. Ora in un tal distacco della cosa dal pensiero, a questo non riesce d'’acquistare tutta la cognizione della cosa per un atto d'intuito o per una deduzione continua da un intuito primigenio o da una qualunque astrazione ultima. Il pensiero tenta e ritenta, cerca e ritorna a cercare, prova e riprova. La cosa sta lì come a dire immobile; il pensiero, come nota un arguto filosofo contemporaneo, le si agita intorno per ghermirla e farla sua: il che vuol dire per pensarla tutta e rendersela intima. Il prodotto di questo moto del pensiero intorno all'oggetto è la scienza. Un fatto si complesso non è a meravigliarsi che dia origine a problemi diversi. Infatti, si può ricercare : Quali sono i presupposti psicologici e logici di tale movimento del pensiero ; Che cosa nell'oggetto occasiona il detto moto del pensiero ; 3° Come il pensiero riesce a rendersi suo l'oggetto e a pensarlo qual'è; 4° Che cosa è il pensato: che cosa, cioè a dire, è in sè il prodotto mentale di questo moto del pensiero intorno all'oggetto. E dalla soluzione di questi problemi che dipende la de terminazione dell'essenza della legge, Cominciamo dalla discussione del primo. È evidente che il primo presupposto psicologico della scienza è l’esistenza dell'intelletto o facoltà di pensare esplicantesi nel riunire o separare mentalmente i fenomeni secondo certi rapporti (potere di sintesi o di analisi). Come il senso ci presenta il risultato di operazioni aritmetiche e geometriche inconsapevoli sui movimenti esterni, così il pensiero, il quale fu detto la facoltà di confrontare le cose e di vederne i rapporti, con un secondo lavoro ordina ed elabora le sensazioni; la qual cosa fu espressa metaforicamente dicendo che il senso fornisce la trama con cni l'intelletto tesse la stoffa del pensiero. I rapporti stabiliti dall’intelletto sono stati distinti in semplici e composti: come l’analisi chimica ha mostrato che il numero infinito dei corpi naturali si riduce a combinazioni di una sessantina di corpi semplici, i quali potranno forse ancora ridursi ad un numero minore, così l’ analisi psicologica ha trovato che le nostre idee possono ridursi a poche idee elementari. Talchè se i rapporti composti sono in numero infinito, quelli semplici sono pochi: si riducono ai seguenti: rapporto di spazio e tempo (forme dell’intuizione), rapporti di numero (unità e pluralità), di qualità (identità e differenza, di sostanza e di causalità. Come si vede, i detti rapporti si riducono in parte alle categorie. A noi ora non compete di passare a rassegna ì tentativi fatti dai vari filosofi per ridurre il numero di essi e per dare a ciascuno un valore determinato in rapporto alla sua genesi; a noi basta di aver messo in sodo che il pensiero non potrebbe intendere la realtà, se non avesse l’attitudine a stabilire dei rapporti fonda:nentali tra gli oggetti e ad ordinare e classificare questi in date maniere. Un secondo presupposto psicologico della conoscenza scientifica è l’esistenza della ragione propriamente detta, dell’attitudine cioè del pensiero a riflettere, a ripiegarsi su sè stesso, è l'esistenza della coscienza di secondo grado per cuì il fatto psichico concreto viene idealizzato. Mentre gli animali non riescono a distingnere il caldo dalla sensazione del caldo, l’uo.no distingue la parola dal pensiero e il pensiero dalla cosa pensata. Ora ognuno comprende che l’astrazione e la generalizzazione che sono i due principali istrumenti di cui lo spirito umano si serve per fissare l’essenziale e il permanente in mezzo agli accidenti, in tanto sono possibili in quanto esiste la coscienza di $econdo grado. Cosi facciamo un’astrazione quando separiamo mental nente le cose dalle loro qualità : p. es. pensiamo al tringolo facendo astrazione dal corpo triangolare e pensiamo al corpo (cioè ed una estensione tangibile), facendo astrazione dalla sua figura e dalla materia di cui è composto : e facciano una generalizzazione quando riuniano mentalmente in un'idea sola delle cose che hanno delle somiglianze, ossia delle qualità comuni: coll'idea di corpo ci rappresentiamo in qualche modo tutti i corpi nello stesso tempo. Ora è evidente che queste operazioni non si possono fare sulle cose sensibili, ma bensi sulle idee delle cose, sui pensieri; per compiere queste operazioni dunque bisogna sapere che pensiamo. Si aggiunga che è mediante l’astrazione e la generalizzazione che noi possiamo pensare le cose per via di concetti veri e propri, i quali sono come a dire delle presentazioni di cose non imaginabili; infatti sì può immaginare un dato color rosso, ma ciò che pensiamo colla parola colore non è imaginabile, perchè non è nè bianco, nè nero, nè di alcuno dei colori dello spettro. Un terzo presupposto di pertinenza della psicologia e insieme della logica è quello riflettente il criterio dell'evidenza e della verità obbiettiva. Se lo spirito umano non avesse la capacità di far distinzione tra il pensare obbiettivamente necessario e quello non necessario mediante la coscienza immediata dell’evidenza, se esso non potesse differenziare in modo sicuro un giudizio necessariamente ed universalmente valido da uno subbiettivo ed individuale, se insomma il pensiero umano non potesse elevarsìi al disopra dell'esperienza e in base alla permanenza, alla unità e identità della coscienza e in base alle norme che da queste derivano andare in traccia del concatenamento logico delle varie leggi regolanti lo svolgersi dei fenomeni dell’universo, la scienza non avrebbe mai potuto esistere. Ora un tale criterio si trova in ultima analisi nel peculiare sentimento di evidenza che accompagna un dato modo di pensare, nella necessità subbiettivamente sperimentata, nella coscienza che noi abbiamo di non poter pensare diversamente in date circostanze. La fede nella giustezza e nella validità di una determinata maniera di pensare è la base di ogni certezza, onde chi non ha una tal fede non può ammettere veruna scienza, ma solamente un npinare. Sicchè l'universalità del nostro pensiero poggia in ultimo sulla coscienza della necessità, e non viceversa. È evidente quindi che solo il pensiero possiede da una parte la capacità di conoscere e dall'altra la regola per valutare la realtà di ciò che non è prodotto dal soggetto, ma figura come esistenza extramentale. La validità obbiettiva del contenuto del nostro pensiero scientifico è l'effetto della concordanza criticamente stabilita tra le forme del pensiero e quelle della realtà, la quale non è prodotta dall’ attività dello spirito (realtà esterna): da tal punto di vista la verità non figura come concordanza iniziale, primigenia del pensiero coll'essere, sopratutto non figura come armonia tra un atto del soggetto ed una qualità dell’ oggetto, ma bensi come concordanza criticamente giustificata del contenuto del nostro pensiero, reso subbiettivamente certo, con una realtà che almeno in parfe oltrepassa l'attività puramente subbiettiva. Non dalla molteplicità accidentale, dice il Sigwart, del contenuto su cui si affatica il nostro pensiero, ma dall’attività del pensiero stesso deve emergere il criterio della verità . Dall'esame critico che il pensiero fa di sè stesso emerge la convinzione della verità di ciò che è posto necessariamente come reale dal pensiero, la fede nella verità obbiettiva, e invero quale fatto psichico particolare potrebbe condurci al concetto della realtà se non il pensiero che pone sè stesso? L'identità e l’immutabilità delle determinazioni logiche foudamentali rispondono all'unità della coscienza, la quale unità sparirebbe, se le funzioni nelle quali sì esplica non si compissero sempre nello stesso modo. Dopo aver parlato dei presupposti psicologici passiamo a quelli prettamente logici. Questi son dati da quei postulati, da quei principii indimostrabili che se possono essere violati di fatto non lo sono mai di dritto nella coscienza e nella riflessione umana, da quei principii riconosciuti anche dalla logica veri per una forza intima, per un sentimento. Se rifiutiamo infatti i detti principii noi rinneghiamo il nostro stesso pensiero, struggiamo noi stessi come esseri pensanti. Essi fanno la loro comparsa nel pensiero, allorchè questo di fronte al prodotto delle leggi psicologiche (meccanismo interiore) s'accorge che l’ultimo è manchevole, incompleto, non quale dovrebbe essere in rapporto sempre all’ideale dell'attività cogitativa. Ond'è che essi si mostrano dapprima sotto forma negativa e relativa, ossia come esigenze di ciò che manca al prodotto psicologico, di ciò che è ne. cessario per renderlo accettabile. Il processo psicologico, poniaino, ha addotto nel nostro pensiero una contraddizione ? Noi non possiamo accettarla e in questo rifiuto di riconoscerla apparisce la legge logica dell'identità. Tra i detti postulati merita anzitutto menzione quello dell'unità razionale del tutto. Noi nello svolgere le nostre cognizioni procediamo come se tutti gli oggetti si potessero e si dovessero ridurre ad una sistematica unità, comunque non sia lecito asserire dogmaticamente che tutte le cose stiano realmente sotto principii comuni ed abbiano una ragionevole unità. Questa non è richiesta dagli oggetti come condizione assolutamente necessaria e determinata, ma vi è solo presupposta da noi. Però se con un principio trascendentale, come Kant lo chiama, noi non presupponessimo questa unità sistematica come esistente negli oggetti stessi, allora questa non sarebbe nemmeno più possibile, o almeno perderebbe ogni valore anche come principio logico. Nè tale principio trascendentale si può derivare dall'esperienza, poichè la ricerca di quell’unità è per la ragione una legge necessaria: e senza di questa non vi sarebbe più ragione, senza ragione nessuna attività connessiva dell'intelletto, e senza quest'unità niun criterio sufficiente della stessa verità empirica. Per il che noi dobbiamo rispetto a questa considerare quell’unità sistematica come obbiettamente valida e come necessaria. Questa presupposizione dell'unità della natura si trova, notò già Kant, nascosta in molti principii dei filosofi senza che essi talora se ne siano accorti. Cosi il principio logico che ci fa ridurre la varietà degli oggetti a generi determinati, si fonda naturalmente sopra un principio trascendentale, in forza del quale noi presupponiamo sempre una certa uniformità nei variì oggetti dell’esperienza, perchè senza di quell’uniformità non sarebbe possibile nessun concetto e quindi nessuna esperienza. E qui è necessario accennare al postulato dell’ uniformità della natura, il quale si può formulare cosi: in circostanze uguali gli stessi antecedenti sono seguiti dagli stessi conseguenti e reciprocamente. In fondo esso afferma che tutta la natura è soggetta a leggi. Passiamo ora a dire degli altri principali postulati della conoscenza, quali quello d'identità, di contradizione, del mezzo escluso e di ragione sufficiente. La legge d'identità significa in ultima analisi che è possibile fare dei giudizi, i quali abbiano un significato e siano veri : essa quindi, nonostante le differenze riscontrabili nel contenuto di un giudizio, enuncia l’identità o l’unità reale di questo : stabilisce, in altre parole, che l'affermazione sintesi delle differenze riferita alla realtà, è vera. La legge d' identità esprime l’ unità della realtà, in quanto ogni affermazione esclude la discontinuità nel mondo reale, per modo che un giudizio non può essere vero da un lato e falso dall'altro, ciò che è una volta vero è sempre vero senza riserva; la quale può però sempre rapportarsi al contenuto del giudizio. L'affermazione come tale è incondizi onata, cioè non è limitata da condizioni differenti dalla determinazione del proprio contenuto (in relazione al tempo, p. es.), il quale se è vero, è vero senza riserva. Non vi è una realtà di cui una data affermazione sia vera, ed un'’altra di cuì sia falsa. La legge di contradizione è il complemento di quella d'identità, giacchè essa pone la realtà come unità consistente, vale a dire come unità che poggia su sè stessa e le cui parti od elementi si mantengono a vicenda. Ciò che è vero non solo rimane sempre vero applicato alla realtà, ma ha una sfera d'azione estesa, giacchè produce effetti attì a limitare cose che sono prima facie al di fuori della verità enunciata. Inferire dall’affermazione A è B che A non è nox B equivale a dire che A è determinato da B rispetto a C e D. . La legge del terzo escluso è il principio essenziale della disgiunzione, la quale implica l'alternativa assoluta tra due O più membri positivi e significativi. Un dato giudizio e la sua negazione non solo non possono esserè entrambi veri, ma o l’uno o l’altro dev'essere vero e quindi significativo; dunque la negazione implica conseguenze affermative. In tal guisa il principio del medio escluso afferma che la realtà non solo è unità consistente, ma è un sistema le cui parti si determinano reciprocamente. Dicendo che una negazione può menare ad una conseguenza determinata ed esplicitamente positiva, e non soltanto, come afferma la legge di contradizione, che una verità può trar seco conseguenze definite negative, la legge del medio escluso presenta la realtà come un tutto avente la sua ragione in sè stesso. La legge di ragione sufficiente emerge, per così dire, dal punto di vista da cui è stata considerata la realtà mediante le sudette leggi negative del pensiero. Essendo, infatti, la realtà un sistema di parti determinantisi reciprocamente, è chiaro che ogni elemento può essere considerato come conseguenza, effetto, prodotto di uno o di più altri elementi e in ultimo del tutto preso nel suo complesso. Ogni fatto, dice la legge di ragione sufficiente, ha un fondamento o ragione da cuì necessariamente deriva. La necessità però non significa altro che una volta dato l’antecedente, la causa, la ragione è perciò stesso dato il conseguente o l’effetto. Qui è bene notare che l’assoluta necessità è una contradizione în adjecto, perchè ogni necessità è condizionata ex hypothesi all'esistenza del fatto. La necessità di cui si vuol parlare qui è quella reale, che ha il suo fondamento ultimo nel dato di fatto elaborato. dal pensiero, elaborazione che si riduce a porre in relazione un fatto particolare col tutto. Che cosa nell'oggetto occasiona quel moto del pensiero che costituisce la scienza? ecco il problema che ci tocca ora di esaminare dopo aver rapidamente passato a rassegna le varie condizioni subbiettive. É necessario che noì qui facciamo una distinzione tra le scienze che hanno per obbietto il reale, e quelle che hanno per obbietto ciò che può essere o che deve essere, le prime costituendo le scienze esatte o sperimentali, le altre le scienze normative o costruttive, quali la Logica e la Matematica, l' Etica e l'Estetica;e ciò perché il suddetto moto del pensiero è occasionato in modo differente nei due casi : nel primo è in funzione la variazione successiva in qual cosa di unico, il modo costante e regolare di operare di determinate cause, il ritorno ritmico di dati fenomeni sotto date circostanze, nel secondo la constatazione di fatti interiori presentantisi con una forma di necessità che manca ai dati sperimentali. Come si vede, il fatto obbiettivo che agisce, quasi diremmo da stimolo del processo scientifico è diverso a seconda che si tratta di scienze puramente esplicative, ovvero di scienze normative; nè può essere diversamente se si pensa al profondo divario esistente tra i due ordinidi sapere. Il primo ha la sua base nella costanza e regolarità dei fenomeni ed esprime il rapporto di causalità quale si offre all'osservazione e alla sperimentazione esterna, rapporto giustificabile unicamente coi fatti e non significante altro che il modo costante con cui i medesimi fatti avvengono: ed a tal proposito notiamo che anche le cosidette scienze pratiche in quanto prescrivono i mezzi necessari, perchè un dato scopo sia raggiunto, hanno la loro base obbiettiva nella costanza e regolarità dei fatti, giacchè esse in fin dei conti enunciano le regole con cui certi fatti si debbono compiere, regole fondate sopra un ordine particolare di fatti; tale è il caso dei precetti dell’ Igiene, della Dietetica, ecc. L'altro ordine di sapere, che lungi dal rappresentare la semplice generalizzazione. ricavata da un complesso di fatti empirici, esprime l'ideale verso cui tende la conoscenza e l’attività umana, deve necessariamente avere il suo punto di partenza obbiettivo da una parte nelle tendenze, nelle aspirazioni, nelle esigenze primitive dell'anima umana e dall'altra nell’ esperienza scientifica, artistica, storica e sociale dell’ uman genere tutto quanto. Cosi, ad esempio, il carattere proprio dell'obbligazione morale non può esser derivato dalla pura esperienza, dal fatto p. es., che taluni uomini e siano anche molti, si son prefissi questo o quello scopo, ma da una necessità interna indipendente da qualsiasi esperienza e risiedente nella natura propria del soggetto volente, 1n altri termini va derivato da leggi o funzioni a priori dell'essere umano, la interpretazione delle quali può essere ricercata dalla psicologia, ma il cui valore ne dipende così poco come quello delle leggi matematiche o logiche. È vero che recentemente si è cercato di derivare tutte le determinazioni etiche e giuridiche dai cosidetti rapporti bio-etici, dai bisogni sociali e quindi dall'esperienza e non dalla nozione formale della volontà; e non v'ha dubbio che in realtà ogni determinazione giuridica concreta risponde ad uno scopo particolare e che ogni forma di dritto piuttesto che esser sorta originariamente da riflessione filosofica, è sorta dalla necessità di regolare le azioni di una parte grande o piccola della società umana: ma la trasformazione di tale necessità in fatto di dritto, il riconoscere come cosa conforme al dritto e come necessariamente giusto ciò che l’esperienza mostrò rispondente ad uno scopo, e ciò che l’abitudine, mediante le consuetudini, fissò, è cosa che può essere compresa soltanto, tenendo presente la natura morale dell'uomo in genere e non dell'individuo singolo. Il contenuto delle leggi giuridiche e morali, lo scopo a cui esse servono è determinato dai bisogni dell'individuo e della società, ma la loro forza obbligatoria può essere fondata solo sopra una necessità interiore ed universale risiedente nella costituzione propria dalla ragione umana:ragione umana che non si può ridurre ad una funzione dell’individuo, ma va considerata come l'espressione dello spirito umano inteso nella sua universalità, come il riflesso della connessione intima delle anime umane. Le esigenze morali sono una emanazione di quell’elemento della nostra natara che c’innalza al disopra della sfera individuale o subbiettiva. Tale elemento è appunto ciò che chiamiamo spirito, in quanto con questo nome vogliamo ntendere ciò che ci rende atti a riflettere sulle cause e natura delle cose, a godere del bello per sè, e a porci davanti dei fini diversi da quelli riguardanti il nostro benessere individuale. E il sentimento di obbligatorietà, non può sorgere insino a tanto che il ben operare non è stimato qualcosa di necessario all'uomo come uomo, qualche cosa di richiesto dalla sua propria natura e d’implicito in essa, qualcosa che, trascurato, mette in contraddizione l’uomo con sè stesso, insino a tanto cioè che non prende origine in qualsivoglia forma la coscienza della necessità morale. Quello che abbiamo detto delle leggi normative morali può esser ripetuto, mufatis mutandis di tutte le altre leggi normative (logiche, estetiche, matematiche, ecc.) : ond' é che crediamo più opportuno passare al fattore obbiettivo delle leggi esplicative. Queste in quanto causali hanno principalmente il loro fondamento obbiettivo nell’ azione che una cosa esercita sull'altra; azione che in principio è ammessa soltanto quando si osserva continuità spaziale e femporale di movimenti o di altri cangiamenti. La semplice successione di due fatti non esaurisce il significato del concetto di azione, il quale implica il passaggio dell'atto, dell'agire da una cosa in un'altra, producendo in quest'ultima un cangiamento che senza di ciò non si sarebbe mai prodotto. L’idea primitiva vaga e indeterminata che vi possa essere qualche cosa come causa, atta cioè a produrre qualcos'altro ha il suo fondamento in tale concetto dell'agire. Se noi esaminiamo con attenzione le particolarità dei fatti fra i quali intercede in modo chiaro una reciproca azione, noi troviamo che la continuità spaziale e temporale dei cangiamenti svolgentisi nelle cose porge la prima occasione a considerare queste come parti di un unico fatto o processo. Se la vanga penetrando nella terra rimuove le parti ad essa vicine, se la scure divide un pezzo di legno, se la mano, premendo, spinge un corpo innanzi, nol non possiamo rappresentarci l'uno dei movimenti senza l'altro, giacchè per l'assioma che dice che in uno stesso luogo non possono trovarsi simultaneamente due cose, ogni movimento di un corpo richiede lo spostamento dell'altro: e poichè l'impulso e lo spostamento si presentano in intima connessione, è chiaro che l’imagine complessiva del processo è ciò che primitivamente si rende evidente Di esso poi vengono separatamente considerati, in rapporto alla duplicità delle cosein movimento, due fatti, il moto del corpo che spinge e quello del corpo spostato. Emerge chiara così l'idea che l’atto del primo corpo va considerato come continuantesi nel cangiamento del secondo attraverso lo spazio e il tempo insino a che tutto il continuo dei cangiamenti sì arresti. Nell'’azione va ricercato adunque il fondamento reale delle connessioni che la nostra coscienza continua nel tempo e comprensiva nello spazio stabilisce tra due fatti che si congiungono spazialmente e temporalmemente. E allo stesso modo che rispetto ai cangiamenti delle cose singole, noi troviamo che la continuità del cangiamento non permette di considerare cessata d'un tratto l'esistenza di una cosa e iniziatane un'altra, l’avvicendarsi continuo delle sensazioni presupponendo anzi un fondo unico, così la continuazione ininterrotta delcangiamento di una cosa in quella di un'altra è indizio sufficiente che l'atto della prima passa nella seconda, e che quindi in quella risiede il punto di partenza dell’azione. Oltre l’azione reciproca delle cose, in seguito alla continuità spaziale e temporale, fanno parte del fondamento reale ed obbiettivo della legge naturale esplicativa il corso mutevole delle cose, il presentarsi ritmico di un fenomeno, specialmente se questo, non potendo essere riferito all'attività interna della cosa che sì muta e si muove in modo ritmico, deve essere riguardato come prodotto da qualcosa d'esterno ; il cangiamento insomma nelle sue varie forme e colle sue molteplici caratteristiche da una parte e la regolarità e costanza dall'altra. Si aggiunga infine la necessità esistente nella concatenazione dei mutamenti, la quale nell’ inizio si presenta sotto la forma di costringimento esterno subito dall'obbietto dell’azione e poi come necessità interiore proveniente dalla natura propria delle cose. 3° Il terzo problema verte sulla maniera in cui il pensiero riesce a rendersi suo l’ oggetto e a pensarlo qual’ è.. Se l’uomo fosse fornito di una coscienza di infimo ordine i cui atti non avessero continuità psichica nel tempo, ma fossero come chiusi nell'istante nel quale accadono, è chiaro che il pensiero vero e propriò sarebbe impossibile. L'intelletto in tanto può impadronirsi dell'oggetto che gli sta davanti in quanto, distaccato il fatto psichico dalla sua matrice reale, che è poi l’atto del sentire e del percepire, lo trasporta nel campo dell’idealità, vale a dire lo pensa nella” sua essenza o possibilità o quiddità: ora come può avvenire ciò? Quale è il processo per cui un fatto psichico concreto diviene pensabile ? Se l’oggetto è semplice, irriducibile, esso viene afferrato con un atto elementare, e tutto è finito ; non si potrà tutt' al più che ripetere un numero di volte quella medesima percezione; ma se l'oggetto sopra un fondo identico presenta una molteplicità di aspetti, se le variazioni successive di qualcosa di unico si presentano in modo ritmico o in guisa da descrivere un ciclo ripetentesi necessaria- ‘ mente, occorrerà che anche la coscienza né percorra a cosi dire il contorno e lo segua nei suoi scompartimenti e mutamenti. Questa operazione che il Trendelenburg, come si vide a suo luogo, figura come un movimento del pensiero il quale riproduce il movimento generatore dell’ oggetto, rappresenta appunto il processo con cui il pensiero fa suo l'obbietto : processo che da una parte suppone l’azione delle leggi fondamentali del pensiero che sono le forme primitive della coscienza, e dall'altra l'esame dei vari caratteri costituenti il contenuto dell'obbietto stesso. Sicchè il pensare un oggetto equivale a fissarne e a connetterne i caratteri per mezzo delle leggi del pensiero, dal che risulta la determinazione della forma o della legge dell'oggetto stesso, giacchè la legge non è che la forma considerata come mezzo di riproduzione della cosa che ha quella data forma. In altri termini, noi per pensare una cosa, di cui abbiamo avuto una percezione, dobbiamo obbiettivarla, universalizzarla, tra. sformarla in idea, il che può avvenire soltanto, se noi la facciamo divenire centro di un sistema di relazioni fisse e determinate, cioè a dire di relazioni logiche e non puramente empiriche e psicologiche. È per questo che è stato detto che la conoscenza è data dall’appercepire un dato contenuto per mezzo di date forme, dette categorie. La conoscenza in tanto è possibile in quanto una data rappresentazione è messa in rapporto (e di qui la necessità dell'unità della coscienza) con qualcos’ altro, che vale come misura, regola, stregua. Così noi volendo pensare un oggetto, cominceremo dello studiarne i vari caratteri e proprietà, azioni e relazioni, per vedere se attraverso la varietà delle circostanze, la molteplicità dei mntamenti, ci vien fatto di cogliere qualcosa di identico, di stabile e di permanente che valga appunto come misura delle apparenze fenomeniche e che in tal guisa renda possibile la pensabilità dell'oggetto stesso, giacchè non va dimenticato che obbietto dell'intelletto è appunto il fissare l'unoe il permanente attraverso il molteplice e l’ accidentale. Se le cose non presentassero nulla di uniforme, se il modo di aggrupparsi di dati caratteri non fosse costante, se la maniera di succedersi di dati eventi giammai si ripetesse, se insomma le funzioni e le relazioni di ciascuna cosa sì mostrassero dipendenti soltanto da contingenze empiriche e casuae il permanente attraverso il molteplice e l’ accidentale. Se le cose non presentassero nulla di uniforme, se il modo di aggrupparsi di dati caratteri non fosse costante, se la maniera di succedersi di dati eventi giammai si ripetesse, se insomma le funzioni e le relazioni di ciascuna cosa sì mostrassero dipendenti soltanto da contingenze empiriche e casua li, non sarebbe a parlare nè di pensiero nè di scienza. Noi dunque possiamo rappresentarci il processo con cui il pensiero s' appropria l’ oggetto come un moto tendente a determinare ciò che vi ha di fisso in un complesso di fenomeni; per il che i mezzi che devono esser posti in opera saranno quelli di scomporre o analizzare il complesso fenomenico per differenziare l'essenziale dall’ accidentale, unendo insieme l’identico e il simile e sceverando il diverso. È chiaro poi che ciò che agisce come nozione appercettrice (che è sempre una funzione della coscienza variamente eccitata da dati empirici) può divenire in una ricerca posteriore essa stessa obbietto d'indagine, per cuì avrà bisogno di una forma appercettiva di ordine superiore, fino ad arrivare alle forme logiche supreme, oltre le quali il pensiero non può andare. Anche queste però possono formare oggetto di riflessione, tanto è ciò vero che sono considerate quali regole o norme logiche e ciò per il ripiegarsi perpetuo che il pensiero fa sopra di sè medesimo, sicchè al sopravvenise di ogni nuova riflessione pare che quello che ne forma l’oggetio entri allora per la prima volta nel dominio della coscienza. È naturalè che a seconda dell’obbietto verso cui l’intelletto si volge varierà il processo con cui vien conseguito lo scopo che è l’intellezione delle cose. Cusi mentre nelle cosidette scienze normative lo spirito tenderà ad isolare, mettendoli in forma di giudizi, gli elementi intelligibili che sono a così dire incorporati nelle tendenze primitive dell'attività logica, etica ed estetica, nelle scienze esplicative si cercherà di mettere in evidenza sotto forma di giudizi universali i rapporti costanti e regolari in cui si trovano gli oggetti. Nel primo caso si avrà di mira di obbiettivare, di universalizzare, di idealizzare le direzioni fondamentali dell'attività umana, il che può avvenire staccando mediante la riflessione dal fatto concreto la rappresentazione o la forma dell'attività stessa, mentre nel secondo caso si tenderà ad idealizzare, ad obbiettivare ciò che le cose presentano d’identico e di permanente (le loro azioni e relazioni), considerando questo come la causa generatrice dei vari fenomèni appartenenti ad una data categoria. Cone si vede, nel primo caso si universalizza effettivamente il modo di farsi delle cose, mentre nel secondo caso solamente il modo di presentarsi a noi delle cose stesse. Vi è stato chi ha sostenuto che il processo per cui il pensiero può effettivamente far suoi gli oggetti, segnatamente nelle scienze naturali, sia da ridurre al processo con cui vengono stabiliti dei rapporti di eguaglianza, per modo che, stando a tale opinione, allora soltanto si può dire di comprendere una cosa quando può essere stabilito un rapporto di equazione tra quella cosa e qualcos'altro di già noto. A noi sembra che non soltanto per mezzo del rapporto d'identità, ma anche, e sopratutto per mezzo del rapporto di dipendenza si riesca a riconoscere le forme e ì caratteri che valgono a fissare le leggi di dati fenomenf, Riassumendo, noi diremo che il processo con cui il pensiero riesce a far suo un obbietto è quello di andare in traccia delle condizioni genetiche dell'oggetto stesso, mediante la determinazione delle relazioni essenziali (logiche) che esso ha cogli altri obbietti. Pensare un oggetto equivale a considerarne la sua possibilità, la quale è data dalla rappresentazione od obbiettivazione non didati caratteri o di date funzioni, ma dall’obbiettivazione del modo costante di presentarsi dei medesimi caratteri, dall’obbiettivazione della forma regolare permanente che essi presentano. Dal che consegue che effettivamente ogni conoscenza è puramente formale : solamente va tenuto presente che la forma della conoscenza non può ridursi a quella esclusiva dell'equazione. La conoscenza di un obbietto, giova ripeterlo, è data dalla conservazione ed obbiettivazione, mediante la riflessione di tutti i rapporti logici fondamentali considerati a sè, a preferenza dei fatti particolari tra cui intercedono, giusta la determinazione fattane dall'intelletto. Lo spirito umano iu tanto può compenetrare e far sua la realtà in quanto fissa gli elementi costanti e regolari (vale a dire ripetentisi in modo ritmico) in essa contenuti come quelli che valgono a misurare e a valutare gli elementi variabili e accidentali. Quanto più di costanza e di regolarità si riscontra in una cosa tanto più vi ha di essenziale e di razionale, onde si è tratti a considerare l’elemento fisso ed immutabile come ciò che rende possibile, condiziona, genera la realtà concreta e varia nelle sue manifestazioni ed estrinsecazioni. Se non che va notato che se l'intelletto nmano si arrestasse qui non potrebbe dire d’essersi veramente impadronito dell'oggetto, giacchè mancherebbe ancora la prova della necessità dell'elemento costante quale generatore della realtà, prova che si può ottenere soltanto ricorrendo all'esperimento come mezzo appropriato a mettere in evidenza le condizioni essenziali della produzione di un dato fenomeno. Co:ne sì vede, la mente umana per conoscere una cosa deve determinare la natura propria di questa mediante le relazioni d'identità e di condizionalità ; deve dunque cercare nelle cose il corrispettivo delle relazioni logiche, il che può avvenire soltanto determinando e fissando le azioni reciproche delle cose in funzione di quei dati obbiettivi che presentano delle proprietà logiche evidenti, quali lo spazio, il tempo, la quaatità, ond'è che la scienza enuncia le relazioni delle cose da essa rintracciate in funzione di spazio, di tempo, di numero che contengono insieme i due momenti della identità e della differenziazione, dell’attività continua e degli atti per sè esistenti. S'intende che il suddetto processo è proprio delle scienze esplicative, giacchè quelle normative non fanno che estrinsecare, anzi trascrivere in forma di giudizi (massime) le determinazioni dell’attività ed emotività umana, obbiettivando mediante la riflessione e la parola ciò che dapprima è soltanto sentito. È naturale che si possano ricercare i fondamenti e le ragioni delle determinazioni primitive della volontà ed attività umana e in tale indagine le scienze normative non si allontanano dalle altre scienze esatte, in quanto non fanno che dedurre conseguenze da dati di fatto o da principii. Il risultato del moto del pensiero intorno all’obbietto costituisce la scienza propriamente detta, la quale è un sistema logico di leggi, ossia di verità generali. La legge, ecco il prodotto del pensiero riflesso, ecco il mezzo con cui l’uomo pensa e ragiona.Che cosa è la legge? La legge può essere definita nna forma logica, atta a fare appercepire nna data categoria di oggetti non da questo o da quell’individuo, ma dalla coscienza in genere. La legge rappresenta ciò che vi ha d'intelligibile nell'universo, in quanto si considera la possibilità per sè e nonl'esistenza, il was e non il dass. Il rapporto del fatto concreto colla sua legge può essere schematizzato mediante un giudizio il cui soggetto è il fatto concreto e il cui predicato esprime il sistema di relazioni o di condizioni genetiche atte a spiegare e a dare ragione del fatto concreto stesso. Una ragione nota poi è nello stesso tempo una spiegazione ed una premessa, o piuttosto prima una spiegazione e poi una premessa; trovar per induzione la spiegazione di un fatto è trovare quella premessa dalla quale si poteva dedurre il fatto, se non l’avessimo saputo prima. Così la causa del movimento d'un pianeta è nella sua posizione rispetto al sole; la legge del suo movimento è il modo costante con cui si muove; la ragione del suo movimento è una legge generale scoperta da Keplero, mediante la quale (come premessa maggiore) si può argomentare dalla posizione del pianeta rispetto al sole (come da premessa minore) in che modo esso si muove, anche se non lo sappiamo dal telescopio. Le leggi formulano i rapporti esistenti tra le cose, espri mendo le modalità dell'azione di queste e la maniera di connettersi tra loro. Esse però in tanto hannc valore (contrariamente a ciò che gli scienziati specialisti e i dilettanti credono) in quanto simboleggiano, accennano alla natura propria, all'essenza delle cose. Le leggi insomma hanno bisogno di un fondamento reale che le giustifichi e le renda valide, e quanto più esse riescono a manifestare in qualche modo e a far intravedere tale base, che è riposta in fin dei conti nell’interiorità delle cose, tanto più rispondono alle esigenze dello spirito umano, che tende a comprendere e a compenetrare la realtà. Le leggi adunque sono nient'altro che mezzi di espressione dell’intimità dell'essere, ed hanno l’ufficio da una parte di farci orientare in mezzo al continuo divenire ed alla instabilità delle cose facendoci classificare, ordinare e prevedere gli eventi, e dall’altra hanno l’ufficio di rendere possibile la comunicazione e l’intendersi reciproco degli uomini nella ricerca del vero. E quanto più le leggi figurano come segni delle determinazioni primitive dell'attività interiore delle cose come nel caso delle norme logiche, etiche ed estetiche, tanto più esse perdono il carattere di puri schemi per divenire mezzi acconci a farci penetrare nel fondo della realtà. Le leggi naturali, infatti, che d'ordinario s'arrestano a formulare i rapporti esistenti tra le cose senza curarsi dei presupposti di tali rapporti e senza quindi curarsi di penetrare nell’interiorità di quelle, sì presentano come qualcosa di estraneo allo spirito, come qualcosa di manchevole e di provvisorio che esige un completamento. Pertanto le leggi normative appagano il nostro spirito, perchè fondate in modo diretto sull’intimità dell'essere, mentre che quelle esplicative non avendo -un legame evidente coll’ interiorità delle cose, ci lasciano insoddisfatti. Non intendiamo con ciò di scemare il valore o l’importanza delle leggi naturali, giacchè queste hanno sempre l’afficio di schematizzare il corso degli eventi, ma vogliamo soltanto affermare che esse per sè sono insufficienti, onde presuppongono qualcosaltro, un certo concetto intorno alla natura propria del reale. Affermare che accumular fatti e formular leggi debbano costituire gli obbiettivi esclusivi dell'attività dello spirito umano equivale a confessare di non avere un'idea chiara nè della realtà, nè dello spirito e insieme di non aver mai riflettuto sulla natura della legge in genere. I giudizi leggi, costituendo i soli punti fissi in mezzo al fluttuare continuo ed ai cangiamenti molteplici e svariati delle cese, sono i veri legami per cui è resa possibile la solidarietà intellettuale umana, e sono in intima relazione non soltanto colla condotta dell’individuo, ma eziandio colla vita sociale dell'umanità. Per darsi ragione del fascino che le leggi in genere esercitano sulla mente dell’uomo, ‘nonostante la loro manchevolezza nell’esaurire e nel manifestare il contenuto del reale, è bene tenere a mente la profonda analogia e l'intimo legame che esiste tra legge e linguaggio, in quanto questo serve ad esprimere gli elementi della realtà, mentre quella i rapporti tra i detti elementi. Le legge è come a dire una formazione (naturale collettiva, possiamo dire) simbolica, schematica della realtà di second’ordine che completa il linguaggio, formazione di prim'ordine. A tale uopo giova ricordare l'ufficio della denominazione e della parola che trovano il più perfetto riscontro nella determinazione e fissazione delle leggi. La denominazione invero è il mezzo più acconcio affinchè lo spirito passi dalla sfera del particolare a quella dell’universale, stantechè quando la cosa è determinata pel suo nome, essa si colloca per lo spirito nel luogo assegnatole nel gerarchico conserto degli esseri, cioè si subordina alla categoria in cui è inchiusa e si rivela per le attinenze che la collegano agli altri esseri, in una parola apparisce nella sua universalità. Riproduciamo sul proposito le seguenti parole del Lotze: Anche dopo avere osservato un oggetto e le sua proprietà sotto tutti gli aspetti, dopo essercene formata dentro di noi una imagine completa non ci pare ancora di conoscerlo perfettamente, finchè non ne sappiamo il nome. Il suono di questo, (come il semplice formulare una legge a proposito di un fatto, soggiungiamo noi) sembra dissipare tutto a un tratto quell’oscurità E donde mai questa meravigliosa virtù della parola? Non ci basta che la cosa sia obbietto della nostra percezione, essa esiste a buon diritto solo quando fa parte di un ordinato sistema di cose, il quale ha un proprio valore e significato indipendentemente affatto dall’averne noi contezza o no. Se noi non siamo in grado di determinare effettivamente il posto che un avvenimento occupa nel tutt’insieme della natura, il nome (come la legge) ci accheta. Esso è almeno un indizio che l’attenzione di molti altri nomini si è fermata su quell'oggetto che ora viene a colpire i nostri sguardi. Esso ci assicura almeno che la intelligenza universale si è occupata di assegnare anche a questo oggetto il suo luogo determinato in un tutto maggiore. Perciò un nome imposto da noi a capriccio non è un nome: non basta che la cosa sia stata denominata da noi comechessia, bisogna che essa sì chiami proprio così. Lotze, Mikrokosmus. Il linguaggio supplisce in parte all’inevitabile limite dell'’umana attività, stantechè ci agevola a maneggiare e ad adoperare come fossero compiuti e perfetti certi prodotti del pensiero ancora incompiuti ed imperfetti e che non possono giammai uscire da tale incompiutezza e imperfezione. Avvegnachè gli è certo, nota il Bonatelli, da un canto che noi si pensa e si ragiona assai volte con perfetta dirittura e sicurezza per mezzo dei vocaboli senza che ci occorra di svolgere nei loro elementi, ossia di pensare esplicitamente i concetti che a quelli corrispondono e dall'altro è pure un fatto innegabile che il più delle volte non son quei con| cetti, per così dire, se non abbozzati in noi. Il che se è un vantaggio inestimabile per l’uorao, rendendogli agevole e breve un'operazione che altrimenti tornerebbe lentissima e penosa, non è men vero che può essere eziandio fonte di superficialità, di sofismi, di errori e sopratutto di quella vacuità di pensare che è vizio funesto non meno dei filosotanti che dei saccenti volgari che si atteggiano a dottori dei popoli. E qui è il luogo di domandare : Che cosa corrisponde nella realtà alle leggi? In altre parole, le leggi in genere sono un prodotto esclusivo dello spirito umano, ovvero il riflesso di qualcosa di obbiettivo? L'universo è realmente razionale, come lo mostra la scienza, ovvero quest’ultima è da considerare come una fantasmagoria del cervello umano ? È evidente che se le leggi fossero interamente soggettive, mancherebbe ogni criterio della loro applicazione all’esperienza e ogni delimitazione del loro dominio ; non resta dunque che ammettere le leggi quali segni, trascrizioni di: qualcosa d’obbiettivo. E questo non può consistere che nel nesso essenziale esistente tra le varie parti costituenti la realtà, la quale va concepita come qualcosa di organico nel senso che gli elementi costitutivi sono mezzi e fine nello stesso tempo. Dal che consegue che l’intima ragionevolezza che anima il tutto non soltanto tiene connesse le varie parti, ma le fa agire in modo determinato, costante e regolare. Le leggi obbiettivamente considerate si presentano come funzioni di vari ordini di reali aventi un’ estensione maggiore o minore. Non altrimenti che accanto allo spirito individuale si ammette lo spirito collettivo, il quale ultimo senza alcun dubbio determina l'altro, così si devono ammettere nella realtà tutta quanta diversi ordini di unità collettive le cui funzioni costituiscono poi il corrispettivo obbiettivo delle varie leggi, a cominciare da quelle particolari ad andare a quelle universalissime che contengono in sè tutte le altre come loro casi concreti o momenti di differenziazione. Le leggi infatti sì mostrano tra loro in ordine logico, per modo che quando fossero trovate tutte, si potrebbero disporre in tale maniera che partendo dalle più generali si dimostrerebbero deduttivamente tutte le altre. É naturale poi che le varie forme di relazione in tanto sono possibili in quanto in ultimo sono per così dire assorbite in una unità suprema armonica e insieme comprensiva. A misura che le dette unità collettive crescono in complessità e che la vita psichica mediante la coscienza e la riflessione diviene predominante, le dette funzioni perdono i loro caratteri di necessità e d'immutabilità per acquistare quella spontaneità e quello sdoppiamento dell’essere e del dovere che caratterizza le forme dell’attività umana. Sicchè possiamo conchiudere che la legge-essenza ha il corrispettivo obbiettivo nella funzione; ma si potrebbe domandare : nella funzione di chi ? giacchè la funzione, come l'atto, l’azione e la qualità suppongono qualcosa a cui ineriscono o di cui sono una produzione : ebbene, noi rispondiamo che le essenze delle cose vanno appunto considerate come funzioni, atti di un reale d'ordine diverso (d’ ordine più elevato) e questo va alla sua volta considerato come funzione di un reale di ordine ancora più elevato fino a giungere al Reale che tutto in sè contiene e di cui l'universo è funzione. Obbiettivamente l' elemento intelligibile è una cosa sola coll’ elemento esistenziale, il was è inseparabile dal dass, l'ideale è nel reale, sicchè legge e funzione, pensiero ed azioue (se possiamo cosi dire) coincidono; ma mediante l'intelletto umano avviene la disgiunzione, onde è resa possibile la formazione delle leggi esistenti per sè nella mente umana. Dopo aver esaminato i fattori che concorrono alla formazione della nozione di legge, ci sembra opportuno porre sott'occhio un tentativo di classificazione delle varie sorta di legge che nello svolgimento del sapere umano ci si presentano. Noi già per lo innanzi accennammo alla divisione fondamentale delle cosi dette leggi esplicative o dichiarative da quelle normative; ora scenderemo a maggiori particolari, ricercando le principali forme che le suddette categorie alla lor volta possono assumere. E per prima è necessario chiarire il significato logico delle parole osservazione ed induzione, giacchè pare che quando sì dice osservazione si dica esperienza, che tutto quello che è obbietto dell'una sia anche obbietto dell'altra, dal che deriverebbe l'esistenza di una sola specie di leggi qualunque fosse l’obbietto della conoscenza umana. Ora ciò non è nient’affatto esatto, in quanto vi sono delle osservazioni alle quali non è possibile attribuire la qualità di essere empiriche nel senso in cui questa qualità si considera come opposta all'essere 4 priori. Empiriche sono senza dubbio tutte le osservazioni che ci rivelano le proprietà e leggi delle cose esteriori, empiriche quelle che ci mostrano il nascere lo sviluppo e l'intreccio dei fenomeni psichici, empiriche quelle dalle quali apprendiamo la realtà dei fatti storici: epperò la scienza della natura esteriore, la psicologia e la storia sono scienze a posteriori o empiriche, comunque i metodi di dette scienze variino in rapporto alle particolarità presentate dagli obbietti e in rapporto alle difficoltà di esaminare questi ultimi. Ma non sarebbe giusto qualificare come empiriche quelle scienze delle quali sono oggetto o il pensiero, o l'intuizione, o la volontà o l’emotività, diremmo così, in azione, La dimostrazione e l'induzione scientifica in casi siffatti è l'esplicazione della stessa attività di queste funzioni e le conoscenze particolari coincidono coi prodotti particolari di queste funzioni. In tali scienze ha certamente luogo l'osservazione, ma nou si esercita sopra un obbietto estraneo, il quale sia bell'e fatto indipendentemente dall’ attività del soggetto: ogni osservazione in esse non è passiva, ma attiva; è una nuova produzione del fatto osservato che non è diversa dalla dimostrazione e dalla spiegazione scientifica. Ciò accade in quelle scienze che hanno il pensiero come oggetto, cioè nella logica e nel calcolo, in quelle che studiano le funzioni dell'intuizione costruttiva, cioè in quelle che hanno il tempo, le spazio, il movimento come oggetto e in quelle infine che hanno per oggetto le funzioni etica ed estetica dell'anima umana, in quanto ogni fatto etico ed estetico può essere studiato in modo esatto soltanto salendo alla categoria dall'effetto, mediante cioè l’analisi del fenomeno psicologico in cui quell’ effetto consiste. I fatti estetici ed etici non sono, come i fenomeni della natura esterna, indipendenti dal soggetto, ma accadono in esso, sono imaginì obbiettive si, ma passate attraverso il mezzo della coscienza, della fantasia e del sentimento umano. L' induzione etica ed estetica deve analizzare prima di tutto il fenomeno psicologico, perchè esso è il solo criterio sicuro, la sola base positiva per determinare e definire il concetto, In secondo luogo è bene intendersi sul significato della parola induzione. L'induzione scientifica è una sola : quella che da n casi sperimentati conchiude a tutti i casi omogenei possibili, in virtù del postulato della uniformità delle leggi naturali e del principio di causa. L' induzione scientifica non può dunque aver luogo se non per leggi causali, epperò è affatto estranea alla logica, alla atematicam, all’ etica, all’estetica ecc., le cui leggi non sono punto causali. Resterebbero l'induzione per semplice enumerazione e l’induzione descrittiva, ma la prima non ha valore al di là dei casi osservati e quindi è perfettamente inutile nelle summentovate scienze (matematica, etica, estetica ecc.),0 se è adoperabile, vale soltanto ad apparecchiare la materia delle costruzioni scientifiche, può talvolta indicare la via, ma è destituita di qualunque valore di prova. Per ciò che riguarda l’induzione descrittiva, essa è adoperata nella geometria elementare, allorchè la somiglianza di due figure si dimostra dalla loro congruenza; ma in geometria ha un valore diverso da quello della prova empirica; perchè la dimostrazione dell’ uguaglianza suppone la invariabilità e la congruenza dello spazio con sè stesso (come del resto i casi d' applicazione dell’ induzione descrittiva in etica, estetica ecc., suppongono una determinata natura dell'animo umano e la sua identità con sè stesso) che non potrebbero essere dimostrate empiricamente A ciò si aggiunga che le verità matematiche, logiche, etiche, estetiche non sono leggi della natura in quanto sarebbero vere anche se una natura hon esistesse e la loro certezza è indipendente dal numero delle esperienze, onde tutti si terrebbero autorizzati a correggere l’esperienza, se questa paresse in qualche mado loro contraddire. Infine va ricordato che l'induzione non è ritenuta mai prova sufficiente nelle scienze normative: così un teorema che si trovi vero praticamente per una serie di numeri non si ritiene per ciò solo dimostrato e non si estende al di là dei casi osservati. Non si può, come vuole il Mill, il Taine ecc. spiegare la certezza assoluta che hanno le verità del calcolo, col carattere ipotetico di questa scienza; perchè la perfetta eguaglianza delle unità elementi dei numeri non è un'ipotesi, ma una proprietà della natura puramente logica del numero, la quale rende possibile di riferirlo ad uua unità di misura che non è quella di nessuna grandezza reale avente questa o quella qualità, ma l'unità in senso puramente logico. Sicchè noi in base a ciò che precede siamo autorizzati a partire per prima le leggi in due grandi classi: Leggi funzionali (Leggi logiche, matematiche, etiche, estetiche). Leggi causali (Leggi naturali, psicologiche, storiche ecc.). Per formarsi un concetto chiaro delle differenze che controdistinguono le sudette due classi di leggi basta comparare le leggi logiche e matematiche con quelle naturali. L'oggetto della conoscenza, dagli elementi sensitivi in fuori, è una costruzione della quale le idee di sostanza, di causa, di numero sono gli artefici e il principio di contraddizione è la regola e la garenzia di verità: i sudetti principii costituiscono appunto le leggi logiche fondamentali o le categorie dell’intelletto umano. Diconsi infatti categorie quei concetti che sono determinazioni dell'essere perchè sono determinazioni del pensiero, e vieevecsa, che sono impliciti nel pensiero di qualunque ente reale perchè reale e non perchè è questo o quell’ente, cioè perchè sono le maniere necessarie di concepire la realtà. Tali forme del pensiero o categorie sono concetti, da differenziare però da quelli che vengono studiati dalla logica ordinaria e che hanno il loro corrispettivo nelle leggi empiriche o causali. Invero gli altimi sono essenzialmente concetti rappresentativi, mentrechè quelli sono giudicativi; e i concetti rappresentativi sono formati mediante la comparazione o l’analisi dei dati oggettivi delle percezioni e mediante l’astrazione, i giudicativi per contrario sono l'elemento soggettivo della percezione e delle forme così statiche che dinamiche del pensare. I primi sono concetti di oggetti, di classi di oggetti e di rapporti indifferentemente, i secondi sono concetti di rapporti intelligibili ; gli uni hanno un'estensione determinata, gli altri un'estensione indeterminata. L’universalità e necessità dei concetti rappresentativi è condizionata e limitata all’esistenza dei loro oggetti: quella delle categorie si estende quanto si estende l'essere e il pensare; quelli funzionano da soggetti e da predicati dei giudizi : questi possono funzionare soltanto da predicati. L'originalità poi delle leggi o funzioni logiche sì appoggia a ragioni logiche, non psicologiche. Noi conosciamo mediante i concetti, i giudizi e i raziocinii : la materia è data; ma il concepire, il giudicare, il ragionare sono funzioni. E queste funzioni debbono pure avere una forma, perchè una funzione senza una forma determinata è impossibile. Ora quali sono le forme di queste funzioni, cioè quali sono queste funzioni in loro stesse, prescindendo dalla forma logica che rivestono ? Evidentemente se pensare è porre una relazione, le funzioni saranno i pensieri di quelle relazioni, di.natura intelligibile, nelle quali e mediante le quali il pensiero sa e si muove, cioè le categorie. Ora sono questi da repntare daccapo concetti empirici? Se sono, qual'è la funzione mediante la quale sono formati? In breve, se il pensare suppone una materia e una forma, come si può intendere che la forma sia presa da fuori, cioè sia materia essa stessa? Non saremmo da cupo nella necessità di supporre una forma per la funzione di concepirla e così in infinito? Passando alle leggi matematiche, noteremo anzitutto che l’ idea di numero non sorge, come i concetti generali per un procedimento conscio e riflesso del pensiero, ma per un procedimento spontaneo ed inconscio. I teoremi sui numeri ed anche un sistema di numerazione sono, è vero, prodotti, riflessi, ma l'idea di numero pur nascendo all’occasione delle sensazioni e percezioni d'ogni maniera e non perdendo mai il suo significato oggettivo, non esprime mai, neppure per la coscienza più comune, una classe di oggetti reali, un genere sommo, ovvero una proprietà delle cose dello stesso genere di quelle che diciamo qualità. Ed è per questo suo isolarsi dalle cose in virtù di un procedimento non artificiale, bensì spontaneo, pur conservando un valore oggettivo, che si rende possibile alla riflessione scientifica di studiare il numero come un' entità a sè non solo separabile dalle cose, ma completamente indipendente da queste, come un' entità di tal natura che le sue proprietà e leggi si possono trovare e verificare indipendentemente da ogni constatazione che non sia quella stessa di pensarle e di produrre, pensando, tutte quelle analisi e sintesi in cui consistono lo studio che ne facciamo e la scienza che per essa veniamo ad avere. E qui va notato che il fondamento del calcolo aritmetico, che è il sistema di numerazione, ha la sua radice nella funzione sintetica del pensiero formale, senza contenuto qualitativo. Il primo modo di formazione da esso espresso è una sintesi successiva indefinita ; il secondo è una sintesi con una certa norma, per gruppi uguali di unità; ma la norma è puramente arbitraria, perchè non c’è nell'esperienza niente che determini la composizione di un gruppo, per esempio la serie binaria o la decimale. Stabilita nel sistema di numerazione la maniera uniforme di formazione dei numeri, si possono deduttivamente trovare tutti gli altri. I modi composti sono innumerevoli, ma poichè essi sono combinazioni di più modi semplici, suse Pra A o ripetizioni dello stesso modo semplice, l'importante è di determinare questi ultimi. I quali rispetto ad un numero qualunque x sono riducibili alle forme segnenti : a zta,x- a, cr X_ a, x:x,2, Vi, 108.2 (alla base a). Difatti un numero è o somma o ditferenza di un altro numero, quindi le maniere semplici di formazione sono tante quante sono le maniere del sommare e del differenziare. Tutte le maniere di sommare si riducono a tre: addizionare numeri diversi (addizione), lo stesso numero un numero qualunque di volte (moltiplicazione), lo stesso numero un numero qualunque di volte, ma sempre ad esso uguale (elevazione a potenza). Similmente tre sono le possibili forme del differenziere: togliere da un numero un altro numero qualunque (sottrarre), togliere da un numero quel numero di volte che è possibile lo stesso numero dividere (divisione), togliere da un numero uno stesso numero un numero di volte a questo uguale e che lo misuri esattamente (estrazione di radice). Però l'elevazione a potenza e l'estrazione di radice non sono i soli modi possibili del calcolo delle potenze. Il primo risolve il problema di trovare la potenza, data la base e l'esponente; il secondo di trovare la base dato l'esponente e la potenza; resta un terzo problema; date la base e la potenza, trovare l'esponente (logaritmo), cioè dato il prodotto di un numero indeterminato di fattori uguali, e dato il loro valore, determinare il numero dei fattori. È evidente che ognuna di queste operazioni è una funzione e non un'esperienza. Ai sostenitori della teoria empirica si potrebhe chiedere con ragione d’indicare la testimonianza o base sensibile delle idee di radice e di logaritmo. Ma senza dubbio una prova anche più concludente della teoria del numero-funzione ci è data dalle estensioni dell'idea di numero, alle quali conducono le operazioni inverse. Giacchè taluni dei problemi che queste ci propongono si mostrano insolubili col concetto primitivo di numero reale. Cosi, allorchè il numero delle unità sottratte è eguale al numero delle unità dalle quali si sottrae, si ha lo zero, e se è maggiore, il numer negativo. Similmente, nella divisione, il quoziente può essere non un numero intero, ma corrispondere al concetto di un numero posto tra due numeri contigui. E poichè questo può non corrispondere nè a un numero intero, nè a un numero frazionario, nè a un intero unito ad un fratto, cosi rende necessaria un'altra estensione del concetto di numero, il numero irrazionale, il quale non esprime propriamente un numeco, ma il rapporto di due operazioni; la radice di 2 non corrisponde a un numero, ma indica un rapporto di due specie di calcolo, quello di formazione del numero 2, e quello di estrazione della radice. E questa può condurre in casì speciali ad una terza estensione del concetto di numero, perchè se il numero di cui si cerca la radice è negativo, sorge la nozione di numero imaginario, cioè di un numero che diventa reale mediante l'elevazione a potenza. Ora come potrebbero i numeri negativi, irrazionali, imaginari derivare da rappresentazioni empiriche? É chiaro che essi sono funzioni, o più propriamente rapporti di funzioni e che il loro concetto implica che la funzione è materia a sè stessa. Sicchè nel: calcolo il pensiero lavora su dati che sono suoi, come nella logica formale: per modo che il calcolo si potrebbe ben dire, la logica formale della quantità. Il còmpito del calcolo è di concepire la quantità, come abbiamo già visto, ma appunto perchè è rivolto soltanto alla quantità, il calcolo è un pensare estrinseco e meccanico. Hobbes ebbe dunque torto di ridurre il pensare a nume. rare; ed èillogico attribuire alle matematiche una illimitata potenza educatrice della mente. Esse servono soltanto per una parte alla educazione e disciplina della mente, perchè la quantità è la realtà nella sua parvenza esteriore, non nella sua essenza. Ora se noi consideriamo le leggi matematiche in rapporto a quelle propriamente naturali noi troviamo che i due ordini di leggi si presentano intimamente connessi tra loro; e ciò per parecchie ragioni: 1° perchè essendo la quantità una proprietà essenziale della realtà e il numero l'espressione logica della quantità, è naturale che quello che l'intelletto matematico determina col semplice discorso si trovi vero nella realtà; 2° le leggi indagate dalle scienze che hanno per obbietto la realtà essendo leggi causali e le stesse operando secondo leggi matematiche, è chiaro che il calcolo debba essere, astrattamente parlando, applicabile a tutta la scienza del reale. La proporzionalità dell'effetto alla causa, un corollario dell'assioma di causalità, importa che l’effetto è sempre una funzione della quantità della causa e per la realtà spaziale, anche della sua posizione, ond'è che se possiamo determinare con precisione gli elementi numerici dei fenomeni, il calcolo vale come mezzo potentissimo per discendere dalle cause agli effetti o per risalire da questi a quelle. Esso non solo formula Je leggi naturali, ma le connette altresi e non solo sintetizza le altre parti della matematica, ma anche le scienze della natura e non appena si può adoperarlo completamente cangia il carattere di queste, trasformandole di induttive in deduttive. Se non che qui va notato che in tale funzione sintetica si trovano due limiti, uno nella possibilità molto limitata finora di determinare gli elementi numerici dei fenomenìi; un altro nella piccola potenza sua rispetto alla crescente complessità dei medesimi. Non basta. Le leggi matematiche non possono essere identificate con quelle naturali anche per altre ragioni. Le leggi numeriche, essendo puramente formali, sono le più remote che si possano imaginare da ciò che diciamo natura ed essenza Per es. le leggi: la forza viva è uguale al prodotto della massa per la velocità; il momento statico della leva è uguale al prodotto del peso per la lunghezza del braccio di leva; la grandezza del moto uniforme è uguale al quoziente dello spazio per il tempo; nel moto accelerato gli spazi sono come i quadrati dei tempi, ecc., sono leggi di rapporto geometrico le prime, di rapporto di potenze l’ultima: ma in nessuna di esse la legge aritmetica vale a dare ragione del fatto, ma soltanto a formularlo nel modo più esatto. Non basta che il calcolo formuli e connetta le leggi della natura per dimostrare che la natura ha essenza numerica; la dipendenza che il calcolo dimostra trala egge di Coulomb sull’attrazione e repulsione dell'elettricità positiva e negativa, e la legge elettrostatica, secondo cui l’ elettricità nei corpi conduttori come i metalli si raccoglie tutta alla superficie : la splendida applicazione della teoria delle funzioni ellittiche nella meccanica e tutta la fisica matematica provano bensi che la natura obbedisce a leggi numeriche, e che conosciute queste, la scienza della natura si può cangiare da induttiva in deduttiva, ma non provano punto che le leggi della natura sono conseguenza delle leggi dei numeri. Se anche fosse realizzato quell’ideale di conoscenza scientifica che il Du Bois Reymond chiama astronomica, se cioè tutto quello che è e accade nell’universo fosse completamente rappresentato da uno sterminato sistema di equazioni differenziali simultanee, questo sistema sarebbe uno dei sistemi possibili e non avrebbe altra realtà che la realtà di fatto; sarebbe impossibile dedurlo dalla essenza numerica della realtà, epperò non ne darebbe la prova. La metafisica numerica non potrebbe trovare la sua prova sufficiente nella funzione sintetica che il calcolo esercita o può esercitare in ogni dominio di scienza se non quando il sistema delle idee numeriche e il sistema della realtà fossero affatto coincidenti, ovvero quest'eltimo fosse parte di quello e trovasse nel tutto considerato come sistema di entità numeriche, la ragione del suo essere non solo cume parte della scienza del calcolo, ma come realtà e natura. Ora è vero perfettamente il contrario : il calcolo spazia e può spaziare molto più largamente della natura; questa, ad esempio, non conosce né il sistema di numerazione dell’ aritmetica elementare, nè gli spazi ad ” dimensioni della geometria superiore. Verifica bensi sempre delle leggi numeriche, ma la ragione di verificarle non è nelle stesse leggi dei numeri, ma nelle proprietà e nell'intreccio delle cause del reale. Neppure una Raqione matematica assoluta alla quale tutte le proprietà e le leggi dei numeri, tutt il sistema compiuto delle verità numeriche fosse presente, potrebbe dedurre da questo assoluto sapere non diciamo il sistema della realtà, ma una sola legge reale. A. ciò si aggiunga che leipotesi ultime nelle scienze naturali hanno in sè sempre dell'arbitrario, del non ispiegato e che il carattere scientifico nella spiegazione dei fenomeni della natura consiste appunto nella riduzione e limitazione dell’arbitrario e del non ispiegato. Così l'inerzia e l’attrazione, le due propietà fondamentali della materia nella fisica moderna, sono esse stesse inesplicabili. Per ispiegarle e in generale per fondare una teoria fisica su principii che non solo non siano ipotetici, ma reali e necessari, bisognerebbe ricorrere ai principii e teoremi della logica e matematica ; se non che dedurre da principii puramente formali, come son questi, una dottrina fisica sarebbe come se un architetto intendesse innalzare un edificio con le sue cognizioni di meccanica pratica, senza il materiale occorrente. Di contro alle leggi logiche e matematiche sono quelle naturali o causali. Queste sono generalizzazioni esatte, non approssimative. appuntoin quanto hanno il loro fondamento in un rapporto causale. Fu detto che bisogna distinguere tra la necessità di una legge causale empirica e la necessità della legge causale in genere, la prima non essendo mai assoluta come la seconda: ora è vero bensi che di una legge empirica di casualità si può pensare che avrebbe potuto anche non essere o essere altra, ma solo in un altro ordinamento della natura. Poichè questa è intessuta e dominata nel tutto e nelle singole parti della legge di causa, tutto è in essa dipendente e determinato; onde per pensare che qualche cosa possa accadere diversamente, bisogna pensare che tutto l'ordine di natura muti. Se non si pensa questo e nondimeno si pensa come possibile un fatto contrario ad una legge, non è negata soltanto una legge empirica, ma la stessa legge causale logica che può essere appunto enunciata anche cosi: che cause simili producono in condizioni identiche effetti simili. Del resto l’éssenza della legge naturale viene abbastanza bene lumeggiata dal concetto del caso, il quale implica la negazione della legge vera e propria e non della causa. Il concetto della caso, infatti, non è in realtà così opposto al concetto di causa, come pare a prima vista. Nel pensiero comune pare che sia, perchè diciamo casuale quello che non possiamo ridurre ad una legge e ad una causa; nascendo dall’ ignoranza della causa, il caso sembra tutta un’ altra cosa da essu. Ma se si riflette, si vede che invece di essere una negazione, è una conferma della funzione necessaria dell’ idea di causa nella conoscenza: il principio ignoto sì sostituisce al principio noto che manca. In logica poi il casnale è definito come un fatto di coincidenza di fenomeni, che non si può elevare a legge. Taluno esce di casa e incontra un amico o gli casca una tegola sul capo, sono queste coincidenze casuali, perchè non si può dire che cosi avverrà anche pel futuro La teoria del caso come incidenza delle serie risale ad À ristotile che primo lo defini a quel modo. È infatti se una sola serie causale esistesse, il casuale non sarebbe possi bile; ma perchè le serie causali sono innumerevoli e sì svolgono contemporaneamente, è possibile che ue coincidano due o più. Così definito, il caso non è in contraddizione con la causa, perchè non soltanto ciascuna delle serie in: cidenti è determinata in ogni sua parte, ma è determinata anche la loro coincidenza. Difatti, perchè coincidano, le loro direzioni debbono formare un angolo, e perchè coincidano piuttosto in questo che in quel punto debbono formare determinati angoli. Dunque il casuale é effetto di un doppio rapporto causale, di quello che determina i fenomeni coincidenti ciascuno nella sua serie e di quello che determina la loro coincidenza. Questa seconda determinazione causale non è per lo più una costante e nonè mai una legge, non dipende cioè dalla natura e qualità delle serie, ma dal loro essere insieme. Adunque il casuale può definirsi: una coincidenza che non autorizza l’inferenza d'una uniformità che sia una legge causale . La definizione è dello Stuart Mill, il quale la spiega e chiarisce cosi. La coincidenza si dice casuale quando i fenomeni che coincidono non sono effetti l’uno dell'altro, nè effetti della stessa causa, nè effetti di cause collegate da una legge di coesistenza, (cosi le leggi di Keplero non sono casuali, perchè dipendono dall’azione combinata della forza contripeta e della tangenziale necessariamente coesistenti nel sistema solare); nè effetti di una determinata proporzione delle cause che i logici inglesi dicono collocazione (p. es. non è casuale la varia velocità dei pianeti per ciascun punto delle loro orbite, perchè dipende dalla varia collocazione o rapporto delle forze contripeta e tangenziale). È necessario aggiungere poi che vi possono essere delle coincidenze uniformi e prevedibili, le quali nondimeno sono casuali appunto perchè l’uniformità in tal caso non è l’espressione di una legge causale: es. i fatti umani coincidono l1 4 16 12 12 ©” 10 19 13 7 838 7 141 10 19 5 In ordine alle cause che determinarono la loro chiusura in Casa di custodia vanno distribuiti nel modo seguente: Per assassinio 1. Per incendio (10 volte) 1 individuo di 141 anni. Per ferimento 2 (uno involontario), Per atti contro il buon costume 1. Per furto 30, dei quali uno dell'età di 11 anni, recidivo per .7 volte. Per ozio e vagabondaggio 16. Per discolaggine 38. Gli 89 giovinetti ricoverati nell’Istituto di Beneficienza vanno distribuiti per età nel modo che segue: Di anni 10 11 bambini Di ann i15 10 bambini lil 8 16 13 12 14 17 7 13-- 7 18 5 2a 14-12 19 2 Di essi, 34 andavano a scuola e 55 passavano le ore del giorno in diversi opifici della città per apprendere ciascuno il mestiere che gli garbava. Per ciò che riguarda i caratteri fisici od antropologici diremo che quelli raccolti non ci autorizzano a trarre alcuna conclusione definitiva. C'è stato chi un pò affrettatamente ha negato ogni valore all'esistenza dei caratteri esteriori; e certamente il limitarsi all'esame di soli tali caratteri è un difetto, giacchè essi non sono che l’espressione, l'estrinsecazione delle anomalie interiori. La loro esistenza rappresenta un éulizio più 0 meno sicuro e non altro, di un disturbo nell’euritmia morfologica e fisiologica dell’organismo preso nel suo insieme e la loro mancanza certamente non autorizza ad affermare sane le condizioni morali e mentali dell'individuo; onde non è lecito destituire d'ogni valore la ricerca di detti caratteri esterni. Nei 178 giovanetti esaminati non riscontrai in alcun modo caratteri degenerativi speciali per numero, qualità o grado; non posso dire, in altr? parole, di aver trovato che la curva dei caratteri anormali morali e psichici in genere coincidesse perfettamente con quella dei caratteri fisici anormali, ma posso però asseverare con convinzione che l’esistenza di questi ultimi caratteri deponeva, accennava quasi sempre a particolari condizioni ereditarie, siano queste morbose semplicemente (pazzia, alcoolismo, turbecolosi, ecc.), o anormali dal punto di vista sociale (tendenze antisociali dei genitori p. es.) e per conseguenza ad una predisposizione generica allo sviluppo di uno stato psichico anormale. Passando all'esposizione dei risultati forniti dall'esame psichico diremo che la più parte di tali giovanetti pur essendo andati per parecchi anni a scuola, a mala pena sapevano leggere e scrivere. Pochi giungevano a fare una moltiplicazione. L'attività dell'attenzione era debole in quasi tutti. La debolezza della memoria del tempo era quella che sì constatava più frequentemente ; pochi, cioè, sapevano ripetere l'ordine di successione di avvenimenti loro occorsi da poco tempo. Il pudore difettava nella più parte di essi. Rarissimamente si trovava quel senso di soggezione che molti bambini bene educati mostrano al truvarsi per la prima volta dinanzi a persone di età maggiore. La più parte mancavano di volontà ferma e persistente. Una tendenza molto diffusa era quella di negare ogni cosa: il no era il monosillabo che più prontamente e più frequentemente veniva da loro pronunziato. Molti s'emozionavano facilmente, ma passavano con pari facilità dal pianto al riso come da qualunque emozione alla sua contraria. Il contegno appariva ordinariamente scomposto, prendevano le pose più strane e nei movimenti erano per lo più goffi e sgarbati. Erano in genere noncuranti della persona e della pulizia. Parlavano soventi in modo laido: spesso si lanciavano a vicenda delle amare invettive e si davano dei sopranomi. C'era una certa gerarchia fra di loro; ci erano i capi, i potenti e i seguaci, i deboli. Predominava lo spirito di ribellione a qualunque obbedienza. Il carattere però che spiccava sopra gli altri era indubbiamente l'egoismo inteso nel senso più stretto. Pur di fare il loro comodo, pur di fare paghe le loro brame erano pronti a tutto osare. Per loro l'io era il centro dell’universo: al di fuori del proprio io nulla poteva destare il loro interesse. Non solo non mostravano di sentire affetti oltre l'inclinazione al soddisfacimento delle loro basse voglie, ma rimanevano sordi a qualsiasi lamento, freddi a qualunque soffererenza degli altri. Avevano quindi ciò che d'ordinario si dice istinto della malevolenza, godendu dei dolori degli aitri, e mostrando di provare un intenso piacere a far dispetti ai compagni ed a martirizzare i più innocui. Appar.va, è vero, in loro, un certo spirito d’associazione, in quanto parecchi tandevano ad unirsi per forinare combriccole : ma il cemento di tali unioni non era l’ aftetto reciproco, disinteressato, non lo scambio di idee e di emozioni, non il sentimento dell'unità di natura su cuì soltanto può essere fondata qualsiasi forma di vera solidarietà, bensi la tendenza ad appagare le proprie voglie, il bisogno di dominare, la smania di usare prepotenze. Erano, infatti, i grandi, i forti che cercavano di circondarsi dei piccoli per poterli fare loro istrumenti e per potersene servire a loro agio. I piccoli e i deboli d’altra parte li subivano, perchè non avevano l'energia di reagire e di ribellarsi e perchè trovavano il loro tornaconto ad essere protetti, ed a rimanere sotto l'egida dei capi. E tale asserzione vien comprovata dal fatto significantismo che non fu mai possibile osservare un segno di generosità o di abnegazione. Erano capacissimi di accusarsi a vicenda presso il Direttore, sempre però di nascosto e in segreto, il che depone della loro vigliaccheria. E se si presentava il caso che per un fatto qualunque fosse minacciata di punizione una classe intera, dato che non si riescisse a conoscere il colpevole, non accadeva mai che questi si svelasse confessandosi reo, non fosse altro per non far soffrire i suoi compagni. Era sempre una massima quella che dominava : ciascuno per sè. Per ciò che riguarda i sentimenti estetici sì può dire, per quanto le condizioni miserrime in cui tali ragazzi sono ordinariamente mantenuti autorizzano a dirlo, che questi mentre presentavano poca attitudine per il disegne, con una certa frequenza mostravano invece attrattiva per la musica. Giova osservare che lo svegliarsi in essi delle tendenze estetiche, fossero pure elementarissime, coincideva col miglioramento del loro carattere morale. Dove si potè avere propriaraente il riflesso della loro anima fu nelle corrispondenze reciproche, avendo essi una straordinaria tendenza a scrivere delle lettere, dei biglietti che per mezzi svariati giungono a destinazione. Circa le caratteristiche della loro scrittura non fu possibile pronunziarsi in modo positivo, giacchè le ripetizioni, i tremori, ecc. provenivano da ignoranza. Qualche rara volta poì si notò la somiglianza della loro scrittura con quella dei vecchi. Si osservaruno molte cancellature, molti errori dipendenti da disattenzione. Erano rare le asteggiature dritte e decise, abbondavano le curvature e le paraffe; sopra uno stesso pezzo di carta spesso si notava la tendenza a scrivere la medesima cosa in diverse guise, prima in lungo, poi di traverso, prima con una specie di caratteri e poi con un'altra; e di frequente le parole, specie i nomi propri, erano circondati da ghirigori e nella scrittura erano imitate le lettere a stampa. Si notò pronunziata la tendenza a servirsi di simboli più o meno strani per non essere intesi, come anche di altabeti convenzionali. Qual’era il contenuto di quelle lettere? L’amore. Si è già di sopra fatto cenno della loro tendenza all’o. scenità, ma i casi di una degenerazione sessuale vera e propria sono in genere rari. Si direbbe a prima giunta che l'inversione sessuale formi uno dei caratteri che contradistingue i corrigendi, ma, per giudicare rettamente, bisogna tener presenti le condizioni strane, stranissime in cui sì trovano agglomerati tali giovinetti, proprio negli albori della loro vita sessuale. Se per un momento pensiamo a ciò che accade non raramente in taluni dei nostri collegi, ci convinceremo che non si può parlare nel maggior numero dei casi di una degenerazione sessuale congenita, ma di un vizio acquisito, transitorio, dipendente dalle condizioni di antigiene sociale in cui quei ragazzi sono allevati. I grandi vivono coi piccoli, i buoni coi cattivi: che cosa c'è da aspettarsi? La dilatazione della macchia del vizio. Del resto a questo proposito è bene notare che sulla natura e caratteri dei così detti vizii od appetiti congeniti bisogna intendersi bene, giacchè non sì deve credere (toltine i casi di malattia mentale e di degenerazione vera e propria) che l'individuo nasca con un determinato vizio : ciò che in realtà si eredita è la predisposizione, vale a dire il bisogno vago ed indeterminato di procurarsi un dato ordine di piaceri: ora tutto ciò non implica nulla di fatale e di necessario : fornite Je condizioni opportune, vale a dire un’educazione morale intesa a spingere l’individuo coll’esempio, coll’abitudine, colle suggestioni appropriate, a cercare l’appagamento di quel tale bisogno in modo lecito e voi avrete trasformato una tendenza al vizio in una tendenza alla virtù o almeno avrete arrestato lo svolgimento di quel germe che o dall’eredità o da altra influenza malefica era stato deposto nella psiche di un giovinetto. Citerò un esempio concreto per essere più chiaro. Un fanciullo, poniamo, perchè discendente da individui affetti da quel vizio funesto che è l'inversione sessuale, viene al mondo con una certa tendenza vaga ed indeterminata a compiacersi (nient'altro che compiacersi) della compagnia di dati individui del suo sesso: se verrà educato in modo che da una parte i suoi bisogni sessuali trovino la loro soddisfazione in maniera normale e che dall'altra l’azione del volere sociale su lui abbia per risultato di farlo rifuggire dal solo pensiero di ciò che è meno che conveniente in rapporto alla condotta verso i suoi compagni, come fatto oltremodo abbominevole, cosa accadrà? Che la primitiva attrattiva verso gl’individui del proprio sesso piuttosto che dar luogo al vizio, si trasformerà in un sentimento nobile ed elevato qual: quello dell'’abnegazione, dell'amicizia vera e profonda, della generosità e via di seguito. Lo stesso dicasi di tutti i vizi, di tutte le abitudini malsane: esse non vengono ereditate bell'e sviluppate, fisse e rigidamente conformate, ma quali predisposizioni, quali esigenze, quali tendenze che possono essere dirette al bene come al male. Come si vede, tutto ciò è da tenere a mente per formarsi un concetto esatto non solo della genesi dell’immoralità, ma anche della portata dell'educazione morale nei bambini. Notiamo fin da ora, comunque avremo agio diritornarvi sopra più tardi, che l'insorgenza e la fissazione delle tendenze immorali in tantosono possibili in quanto il volere sociale o non agisce o agisce in modo non appropriato sul volere individuale : il segreto dell'educazione morale sta tutto qui, nello stabilire la necessaria comunione dello spirito individuale con quello della società. E naturale poi che i caratteri psichici antisociuli in genere sì trovino riuniti nei cosi detti cattivi soggetti (pochi per fortuna, una diecina su 150), nei quali i germi dell’immoralità sono abbastanza sviluppati. Questi hanno tutti i vizi, son bugiardi, ipocriti, testardi, prepotenti, irruenti, maneschi, svogliati e formano la disperazione dei superiori. Uno di questi p. es. ha solamente 10 anni, ma già fin dall’età di 8 anni ne faceva di tutti i colori; non è buono a imparar nulla; va a scuola da 2 anni ed a mala pena sa leggere; non ha nozione dell'anno e del mese in cui siamo; passa da un'officina all'altra senza riescire a trovare un mestiere che gli garbi. Nè è a pensare che sia sfornito d'intelligenza, chè anzi si rivela abbastanza svegliato. Le punizioni e gli avvertimenti in qualunque maniera fatti non hanno presa sul suo animo. Un altro a 10 anni diede mentito nome alle guardie. Un terzo che presenta un aspetto di una dolcezza serafica ha percosso varie volte la madre. E mì fermo, perchè non vedo l'utilità di fare l’'enumerazione di tutte le deficienze morali che si possono riscontrare. Aggiungerò solo che tali tipi cattivi sì fanno conoscere fin dalla prima età. *# # * Esporrò ora i risultati ottenuti dall'esame psicologico praticato sugli 89 giovinetti chiusi nell'Istituto di Benificenza. Non mi fermerò molto sulle somiglianze che l'esame rivelò tra i caratteri psicologici dei corrigendi e quelli propri degli orfani per fissare l’attenzione massimamente sui caratteri differenti. Per ciò che riguarda le somiglianze dirò che negli 89 orfani riscontrai nelle medesime proporzioni e, direi anche, nel medesimo grado, se a ciò mi autorizzasse la circospezione di cui bisogna circondarsi ne'l'emettere giudizi circa l’intensità dei fenomeni morali, i caratteri della fisonomia, la tendenza al riso smodato e senza causa proporzionata, le tendenze all’oscenità, agli abusi del vino e del fumo, la frequenza nei disordini del l'attenzione e della memoria, l'indifferenza per la famiglia e la diminuzione dell’intelligenza. Con frequenza press'a poco eguale riscontrai la rapidità del passaggio da uno stato emotivo al suo contrario, la mancanza di pudore, la furberia, l'irascibilità, l'arroganza, la tendenza all’ipocrisia, ed a mostrare di comprendere più di quello che realmente comprendessero coll'apparire noncuranti della religione, degl'insegnamenti che venivano forniti dai preti, ecc. Accanto a questi caratteri simili sì possono porre dei caratteri differenziali, quali 1 seguenti: 1° il numero maggiore di quelli che coll’ età sogliono migliorare; molti che fino all’età di 15, 16, 17 anni erano giudicati cattivi, raggiunta tale età, divennero buoni: 2° la poca frequenza con cui sì nota il contegno scomposto e la trascuratezza nella pulizia della propria persona: 3° la mancanza di ogni tendenza alla ribellione, a fare delle combriccole, ecc.: 4° l’assenza di quell’egoismo ributtante che si notò nei corrigendi : tanto è ciò vero che non c'è caso di poter strappare una confidenza, una confessione ad uno di loro, sia pure il più semplice, a danno degli altri: 5° la tendenza meno pronunziata a cambiar mestiere, a mostrarsi svogliati ed a rimanere nell’ozio. Ora di questi caratteri dovendo ricercare l'origine, diremo che alcunì di essi evidentemente dipendono dall’organizzazione diversa del Ricovero di mendicità, rispetto alla Casa di custodia che pare costituita a posta per sviluppare le tendenze antisociali meno accentuate, ma altri dipendono dall’ indole propria dei corrigendi. Esistono adunque, sì può qui domandare, dei caratteri psicologici originari, primitivi, i quali controdistinguono il candidato all’immoralità ed alla delinquenza, facendone un tipo a parte, per modo che chi ha la sventura di sortire da natura caratteri psichici cosiffatti inesorabilmente, fatalmente è destinato alla delinquenza ? Per rispondere a tale domanda fa d’uopo tener presente l’enumerazione dei carat. teri psicologici già fatta, per vedere quali sono i più costanti, i.più universali ed anche i più importanti dal punto di vista cell’interesse della società. Ed in tale disamina fa d’uopo scegliere i caratteri anormali prettamente originari come quelli che sono del più alto significato : così gli atti di malevolenza per sè, senza tener conto dei motivi e della loro genesi psicologica non ci autorizzano a fare un tipo a parte dell’individuo che li compie. *% *% % Se noi ben riflettiamo sulla psicologia dei candidati, diciamo cosi, al vizio ed alla delinquenza e sulle cause che determinarono la loro chiusura in Casa di correzione, ci accorgiamo subito che le note psicologiche veramente caratteristiche si riducono alle seguenti : 1. Tendenze anormali (tendenza a rubare, a incendiare ecc. ). Deficienza dell’intelligenza. 2. Tendenza all’ozio. 3. Tendenza alla menzogna. 4. Deficienza della simpatia quale fondamento dello spisito sociale. | b. Assenza di spirito sociale. 6. Insubordinazione. Mancanza di disciplina e di rispetto e quindi impossibilità di apprendere. 7. Assenza di poteri inibitori e quindi debolezza della volontà. La discussione intorno all'origine di tali caratteri mostrerà fino a che punto possono essere considerati come congeniti o come acquisiti sotto condizioni determinate. Prima però di cominciare ad occuparci partitamente di cia scuno di essi notiamo che nei casi concreti lungi dal presentarsi isolati appaiono variamente intrecciati e fusì insieme; Non potendosi ridurre la psiche ad un fascio di facoltà e di attività giustaposte, non dobbiamo aspettarci di trovare l'alterazione isolata, poniamo, degli istinti o delle tendenze o dell’emotività e non dell’intendimento : gli stati e le modificazioni delle varie attitudini intimamente compenetrate tra loro si devono necessariamente influenzare reciprocamente, producendo soltanto un risultato complessivo differente a seconda della potenza psichica alterata in modo più accentuato. È indabitato che parecchi, molto precocemente e molto insistentemente, nonostante le punizioni loro inflitte, mostrano tendenze speciali al furto, all'incendio, al suicidio, all’assassinio : non altrimenti che molti altri mostrano una deficienza notevole nelle facoltà intellettuali. Individui di tal fatta sono certamente dei psicopatici e la ricerca accurata dell’ anamnesi individuale ed ereditaria, qui soprattuto necessaria ed indispensabile, ci darà dei lumi in proposito. Un individuo che all’età di 14 anni è già stato incendiario 10 volte, che interrogato sugli atti da lui commessi, risponde che ve lo spinse il diavolo, che si mostra impulsivo, dedito a tutti i vizii, svogliato, è giudicato molto presto uno psicopatico. Se non che individui siffatti, i quali si potrebbero dire candidati al manicomio, si presentano di raro: e le tendenze veramente morbose (cleptomania, piromania ecc.) non sì osservano con molta facilità nei bambini, ond'è che bisogna andare molto cauti nel pronunziare giudizi di tal fatta, tanto più se si pensa che i reati che più spesso vengono commessi dai bambini e per cui gran parte son chiusi in Casa di custodia, sono i furti. Ora, se la cleptomamia è indubbiamente morbosa e rientra nell’orbita della psichiatria, la tendenza ai furti ordinari (tra le due vi è un abisso, se si pensa ai caratteri differenziali esistenti, e basta accennare solo di passaggio all'assenza di qualsiasi veduta d'interesse nel caso della cleptomania) è in rapporto colla cattiva educazione e col cattivo esempio avuto nella propria casa e fuori o colla mancanza di qualsiasi forma di educazione, è in rapporto colla miseria e cogl’incitamenti a rubare che i bambini ricevono molte volte dai proprii genitori, dai compagni, ecc. Avendo io ricercato con molta cura le cause dei furti commessi dai minorenni corrigendi, mi son dovuto convincere che la più parte di quelli non sono imputabili ai minorenni stessi, ma alle loro famiglie ed alla società in cui sono nati ed educati. È indubitato che molte caratteristiche dei corrigendi trovano la loro origine e sono fondate sulla tendenza all’ozio e al vagabondaggio. Qual'è la base di questa ? Essa è una delle espressioni, uno dei segni di quella debolezza, di quella incoordinazione e di quel sussecutivo disgregamento dell’unità della vita psichica che costituisce il fondo su cui germogliano le varie tendenze immorali. Noi sappiamo che tutti gli organi normalmente costituiti sì trovano di solito, ma in modo senza confronto più accentuato prima della funzione, in uno stato di tensione che figura come l'esponente della forza ir essi accumulata; è chiaro che quanto maggiore e la energia in essi contenuta, tanto maggiore sarà la tensione in cui essi si troveranno, tensione che subbiettivamente si rivela come bisogno di mettere in opera le proprie risorse, come bisogno di lavorare. E tuttociò appare evidente non solo nel tono dei muscoli, ma eziandio in tutti gli apparecchi fisiologici e quindi anche nel sistema nervoso. Dato che questo si trovi in uno stato di debolezza dipendente da cause svariate, p. es. dalla insufficiente nutrizione, dal poco o inadatto esercizio ecc. : per modo che in esso sia di molto difficoltato l’accumulo delle forze da una parte e la possibilità dall'altra di dirigerle e di farle convergere tutte ad un dato scopo, si comprende agevolmente che in tali condizioni debba manifestarsi la tendenza all'ozio. La debolezza dell'organismo in gen ere e del sistema nervoso in ispecie si renderà palese massimamente call’impossibilità a persistere in un dato lavoro, coll’incapacità a fissare e a mantenere l’attenzione sopra nn dato obbietto. Gli oziosi sono distratti, svagati, disordinati, incostanti, perchè presto sì esauriscono. Volgarmente si ritiene che alcuni individui divengono presto stanchi perchè sono oziosi, ma è vero proprio l'opposto. La tendenza all’ozio adunque va riferita ad uno stato anormale dei centri nervosi per cai la loro capacità nutritiva non è tale da permettere l’accumulo di forza di tensione indispensabile al lavoro persistente e vantaggioso. Si può rimediare in qualche modo ad un tale stato di debolezza? Certo rafforzando l'organismo e segnatamente il sistema nervoso, e più di tutto, mettendo in opera i mezzi atti ad operare come potenti stimoli alla funzionalità intensa e insieme regolata dei centri nervosi stessi, si potranno ottenere dei vantaggi. Qui l'educazione bene intesa, l'esercizio, l'esempio, la rimunerazione equa, la messa in gioco dell’ amor proprio e il rendere le condizioni della vita tali che rendano possibile la nutrizione e lo sviluppo degli organi, produrranno senza dubbio il loro frutto. Se non che non bisogna troppo illudersi sui risultati che si possono ottenere, nè esagerare l’uso e la portata dei mezzi che si mettono in opera. Agire sui singoli individui puramente e semplicemente non basta: fa duopo ricorrere a mezzi di natura sociale, atti cioè a modificare l’ambiente sociale in genere e i rapporti sociali in ispecie, atti quindi ad esercitare l'influenza su tutti gl’individui componenti la società. Occorre cancellare dalla mente del comune degli uomini l’idea falsissima che il lavoro sia in sè un’infelicità o una maledizione e che quindi il minimo di lavoro coincida col massimo di felicità. Fa duopo per contrario ingenerare nell’anitno la convinzione che il lavoro è un elemento indispensabile e integrante del godimento umano e che senza alcun dubbio una vita tutta piaceri ed ozio renderebbe infelice l’esistenza che la parte più preziosa della vita umana è data dal lavoro stesso, il quale rende possibile lo svolgimento delle migliori facoltà umane in quanto ci è di sprone a sormontare gli ostacoli ed a sacrificarci, iniziandoci così alla vera moralità. Questa invero consiste appunto nel lavorare coroggiosamente per il bene di tutti, rinunziando, se ciò è necessario, volentieri e con piacere al proprio benessere e alla propria parte di felicità. Ma per che via si può ciò ottenere? Prima di tutto contribuendo coi precetti e coll’esempio a riformare i cattivi costumi esistenti nella società attuale e cercando soprattuto di colmare l’abisso artificiale che si è scavata tra le varie classi, donde la necessità di modificare i metodi educativi; si potrebbero citare una quantità di fatti validi a dimostrare che la tendenza all’ozio e l’abborrimento per il lavoro nella più parte dei casi riconoscono la loro origine nel dispregio che la gente altolocata in genere mostra per tutti i mestieri ed occupazioni ritenute d’ordine inferiore, circondandosi così di molte persone che potrebbero essere adibite alla produzione di lavoro più proficuo. Poi, facendo partecipare le classi lavoratrici alla vita intellettuale delle classi colte, il quale desiderato forse non rimarrà per sempre lettera morta, come ce ne fornisce l’esempio l'Inghilterra, dove si è iniziato un movimento tendente a colmare tale lacuna. Alludiamo al movimento di espansione delle università, allo sforzo compiuto da queste ultime per mettersi a contatto delle masse operaie, comunicar loro una parte del proprio patrimonio intellettuale, educarle moralmente e intellettualmente e spingerle ad acquistare il sentimento della dignità umana. A tal uopo anzi sono stati messi in opera due mezzi: da una parte vanno ad abitare dei giovani usciti dall'università nei quartieri operai delle grandi città manifatturiere, passando una parte del loro tempo in mezzo ai lavoratori e interessandosi dell’amministrazione e del miglioramento delle condizioni igieniche dei detti quartieri; dall’altra parte gli stessi professori d’università consacrano dei corsi speciali o delle lezioni agli operai, iniziandoli alla comprensione delle que=tioni che possono loro interessare. Infine ed è forse il mezzo più efficace e più importante mettendo in opera tutti i mezzi atti a dare all'operaio una cultura tecnica per modo che egli riesca a comprendere le condizioni generali della vita industriale e si renda conto della comunità sostanziale d'interessi esistente tra operai e padroni. A tale esigenza rispondono le associazioui sul tipo delle 7’rades - Unions, nelle quali il sentimento di solidarietà esistente nei membri dell’associazione, contribuisce a frenare l'egoismo e a tener desto il sentimento del dovere, dell'onore e della dignità. Le nostre conchiusioni sì possono ridurre alle seguenti. La tendenza all’ozio deriva massimamente, non esclusivamente dal poco valore attribuito al lavoro per sè, onde è necessario che gli sforzi della società siano intesi ad ovviare a tale inconveniente. A tal uopo sì richiede un sistema sociale d’educazione destinato a trasformare non soltanto ì padroni, ma anche gli operai, preparandoli ad una vita novella. Se è necessario combattere nei primi l’egoismo e lo spirito di dominazione, negli altri occorre fare scomparire la diffidenza, l'invidia, la cupidigia. A. proposito della menzogna è bene notare che molti dei caratteri psicologici riscontrati nei corrigendi, riconosciuti nocivi alla società, non sono loro patrimonio esclusivo. E già su questo fatto è stata richiamata l'attenzione da altri, specie da Lombroso. La tendenza alla menzogna p. es. è carattere che si trova con molta frequenze nei bambini; se non che nei corrigendì non solo raggiunge un grado massimo, ma può produrre gli effetti più disastrosi, trovandosi in connessione con condizioni che lungi dall’opporsi, ne favoriscano lo sviluppo, rivolgendola sempre a produrre del male. La tendenza alla menzogna, che certamente è favorita da un’educazione difettosa e non rispondente allo scopo e che per sè sola non costituisce un carattere distintivo del candidato al vizio, va tenuta in conto quale espressione di un'organizzazione mentale non perfetta. Donde proviene la tendenza alla menzogna, quale ne è il meccanismo di produzione? Che cosa sta essa a significare? Un giorno nel fare l’esame psichico di uno dei minorenni chiusi nella casa di custodia, intelligente abbastanza, invitai costui a leggere attentamente un periodo facilissimo ad intendersi, affinchè dopo potesse espormi a memoria ciò che ne aveva compreso. Ed egli pronto a leggere e dopo svelto a dirmene il senso. Nemmeno un’acca di ciò che effettivamente dice il libro: il suo discorso era del tutto differente. A domande improvvise riflettenti il contenuto vero del passo letto, a domande cioè intese a ricercare se effettivamente aveva compreso nella maniera in cui si esprimeva, rispose in modo da generàre in me la convinzione che in sostanza aveva interpetrato a dovere il senso generale, comunque l'esposizione dapprima fatta fosse totalmente diversa. Questo aneddoto mi pare significantissimo per l’interpretazione del meccanismo della menzogna, le cui essenza sta appunto nell'antagonismo, se così posso esprimermi, esistente tra ciò che è percepito e ciò che s'estrinseca : antagonismo che dipende originariamente dal perchè le vie e i modi di esprimersi non sono agevoli, data la mancanza di esperienza, ovvero dal perchè gli elementi mentali non sono ancora disciplinati per una regolare e coordinata funzione e questo è il caso dei bambini : e dipoi, da questo che la volontà individuale a ragion veduta, per un dato scopo cioè, fa da forza inibitrice, realizzando così le condizioni dell'impedita estrinsecazione di ciò che sé ha dentro. È la mancanza di corrispondenza tra il di dentro eil di fuori, è la difficoltà di esprimersi ciò che impedisce al bambino di dire quello che pensa, spingendolo a girare intorno alla verità. Una volta fatto il primo passo, una volta insorta quella tendenza, l’educazione e i motivi in genere che spingono a MENTIRE – Grice: “MENTARE, MENTIRE” --, come sarebbe quello di fuggire le punizioni e le minacce, fanno il resto. È indubitato però che, data un’organizzazione (sia fisica che psichica) debole, imperfetta a tal segno che le risorse, per quel che concerne l’estrinsecazione siano scarse, la tendenza alla menzogna dev'essere accentuata. È per questo che i degenerati, e i bambini in tesi generale sono oltremodo bugiardì; ed È TALMENTE FISSATA IN LORO L’ABITUDINE A MENTIRE – ‘cry wolf’ -- che molte volte è soltanto dopo che hanno detto la menzogna che ne acquistano la coscienza chiara. La tendenza alla menzogna a volte diviene un automatismo che funziona indipendentemente ed anche malgrado la volontà. In conclusione io credo che della tendenza alla menzogna oltremodo pronunciata nei giovanetti vada tenuto conto come d’un sintoma di debolezza dell'organizzazione mentale, in quanto in tal caso i fatti [Stando alle recenti indagini sull’origine del linguaggio, la parola e la rappresentazione, il SEGNO e l’imagine dell’oggetto si svolgono parallelamente, seguendo leggi proprie. Ia prima è un prodotto in via di formazione e di svolgimento, mutevole quindi, variabile in rapporto allo stato dell'animo individuale e sottoposto alla volcnià indivi. vali (‘n potestate nostra), mentre l'altra apparisce come qualcosa di già costituito e quindi di stabile e di rigido, È naturale che le due serie, quella delle parole e quella delle rappresentazioni non coincidano, essendo differenti la loro origine e le condizioni di loro svolgimento. Si aggiunga che la parola quale SEGNO è una semplice estrinsecazione dell’attività iteriore, estrinsecazione che si riferisce ad una sola forma di sensibilità (udito). La percezione sensibile invece rappresenta il prodotto di svariate forme di sensibilità, donde la sua maggiore stabilita e permanenza di fronte al flusso dei sunni vocali. V. a tal proposito l'opera di Noiré Log908 Ursprung und Wesen da Begriffe, Leipzi ig. interni non riescono a trovar la via per estrinsecarsi in modo giusto e deviano da una parte o dall’altra, provocando l'attività d’elementi che per condizioni particolari sono più disposti all’estrinsecazione. La tendenza alla menzogna intanto ha importanza in quanto accenna ad una coordinazione irregolare, o meglio ad una forma d’IN-co-ordinazione alla incompleta unità, identità e continuità di tutta la vita psichica, e quindi ad una forma d'incapacità a governare sè stesso. Non v'ha dubbio che l'educazione, l'esempio, specie se intesì a rimuovere qualsiasi forma di duplicità nella vita e i bambini hanno ben di sovente occasione di osservare due diverse maniere di condursi da parte dei GENITORI – cf. H. P. Grice, “The Genitorial Programme” -- e degli altri educatori a seconda che questi sono in famiglia, nel circolo degli amici, ecc., ovvero al di fuori della vita intima, nella società possono mettere un argine all’invadente tendenza alla menzogna. Vanno però sempre tenute d'occhio da una parte le condizioni che favoriscono lo svolgimento dell’energia individuale e del carattere e dall'altra i motivi che d’'ordinario spingono a mentire. Si è già detto che uno dei caratteri psichici dei corrigendi è il freddo egoismo, per cui essi non hanno altro di mira che il proprio utile. Non hanno amici nel vero senso della parola, nè sentono affetto pei pareuti. Ordinariamente sì dice che individui di tal fatta hanno il prepotente bisogno di far male agli altri e provano un intenso piacere a vederli soffrire. Ora per dar ragione di tali fenomeni, alcuni si sono arrestati all'affermazione che codesti individui sono sforniti del senso morale, quasichè questo fosse qualche cosa di semplice e d’irriducibile (press'a poco come qualsiasi senso percettivo, vista, udito, ecc.): ma, prima di tutto nei bambini in genere non si può parlare di esistenza di senso morale vero e propriu, ma di teudenze morali, presupponendo quello lo svolgimento completo della vita psichica sia dal lato della conoscenza che dell'attività, e poi esso è cosa tanto complessa che, per giustificarne e interpretarne la presenza o la mancanza, vanno prima considerati gli elementi di cui si compone. A me pare che le caratteristiche antisociali suesposte riconoscano almeno in parte la loro origine nella diminuzione della simpatia, intendendo per quest'ultima la proprietà che ha l’animo di un individuo di riflettere i sentimenti che sì rivelano nell'espressione del volto delle persone che lo circondano. Per essa, intesa in senso largo, la vista di un movimento. come l’assistere ad una sofferenza desta fenomeni analoghi nella psiche dell’ osservatore (1). Questa impressionabilità individuale che ha un fondo organico e corrispettivo fisiologico consistente nell’attitudine di taluni centri nervosi ad entrare in funzione anche se agisce da stimolo la percezione di date espressioni emotive (2), questa simpatia istintiva che (1) Maudsley ed altri notarono a tal proposito che l’uomo comincia il suo sviluppo colla sinergia (contagio dei movimenti, imitazione), poi arriva alla simpatia (contagio dei sentimenti) e infine raggiunge la sintess (comunione delle idee) Si è stabilita tale connessione intima tra determinate espressioni emotive e le emozioni che basta la semplice percezione delle prime come i1 altri casi la insorgenza delle stesse per richiamare le seconde, onde il proce-so nervoso espressivo che dapprima figura come conseguente o concomitante del processo nervoso costituente il corrispettivo fisiologico delle emozioni, diviene l’ antecedente. negli esseri forniti della medesima organizzazione provoca il simile col simile, fondata psicologicamente sull’associazione già stabilitasi in noi tra le manifestazioni espressive e il corrispondente sentimento altre volte provato per cui la percezione di quei segni provoca il fantasma del sentimento, fantasma che contiene già un iniziamento dsl processo reale di cui è l'immagine, questa disposizione che fa concentrare l'attenzione dei bambini sull’espressione del volto e perfeziona, come dice il Perez, il dono innato di leggere nelle fisonomie, è quanto vi ha di congenito, di originario e, diremo anche, di organico nelle tendenze sociali o antisociali che l'uomo presenta nel corso della sua vita. Noi possiamo simpatizzare con qualunque essere, il quale presenti qualche analogia con noi e tanto più quanto maggiore è lu rassomiglianza; quindi più facilmente e più fortemente cogli altri uomini e tra questi sopratutto coi parenti, coì connazionali, con quelli della medesima razza e cosi di seguito: poi via via in grado sempre decrescente cogli animali più simili all'uomo, scendendo fino a quelli in cui la differenza dell’organizzazione è tale che le loro manifestazioni ci riescono quasi affatto inintelligibili e cilasciano indifferenti. - Ora che i bambini in genere abbiano attitudine a simpatizzare non è a dubitare, come dimostrano i numerosi esempi riferiti dagli autori che si sono occupati della psicològia infantile e specialmente dal Galton, il quale ha soggiunto che i bambini sono più disposti a sentire la simpatia per gli animali che non gli adulti .(1). (1) Riferirò a tal proposito un esempio riportato dalla signora Mana. ceine, la quale racconta che mentre nel giardino zoologico di Pietroburgo una folla numerosa stava ad ammirare la destrezza e i giuochi eseguiti da un elefante e tra le altre cose una scena nella quale il guardiano si Vediamo qual'è l'origine di questa proprietà psichica congenita che abbiamo detto simpatia. Molti hanno messo in rapporto la simpatia collo sviluppo della riflessione individuale, ecc. : quasichè la simpatia nascesse nell'individuo dal semplice ricordo dei dolori provati e fosse quindi come il risultato di un calcolo egoistico o di un ragionamento. La vista di una data sofferenza in tanto desterebbe dolore in quanto provocherebbe il ricordo di una sofferenza analoga già provata dall’individuo o susciterebbe la paura di provarla. La simpatia sarebbe cosi un egoismo mascherato e poggerebbe tutta sulle emozioni già provate o imaginate o in qualche modo comprese. Ed è così che accade d'imbattersi non di raro in espressioni come queste: Noi non siamo veramente pietosi se non per le miserie che possiamo chiaramente comprendere. Le altre non cì ispirano che ribrezzo e dispregio. Per questo i fanciulli sono generalmente crudeli . Ora tutto ciò non è esatto; la più parte dei bambini nascono col dono della simpatia e non è necessario che comprendano in modo chiaro e cosciente i dolori, perchè in essi si desti la simpatia, e se con uua certa frequenza appaiono crudeli, è in grazia di un'educazione falsa loro impartita ed anche in grazia delle condizioni di debolezza in cui si trovano, per cui sono costretti a ricorrere necessariamente alla crudeltà per difendersi e vincere. Co ciò non s'intende negare l’azione che lo svolgimento dell'intelligenza e della coricava per terra e l’clefante si metteva a camminarvi per disopra, una bambina di due anni, seduta sulle braccia della balia cominciò a piangere tanto forte ed a protestare coi suoi gesti e col suo irregolare linguaggio infantile contro quella vista per lei ributtante, che non fu pos+Sibile renderla tranquiila pruma che il guardiano si levasse in piedi. riflessione può esercitare sulla simpatia, rendendola più fine, più squisita e più differenziata, ma si vuole affermare che la simpatia non è a considerare quale prodotto della ragione e dell'esperienza individuale. Finchè in psicologia dominò la veduta individualistica, finchè si credette di poter dare ragione di tutti i fatti spirituali per mezzo delle attitudini della psiche individuale e finchè questa fu considerata come qualcosa d’indipendente, di completo, di esistente per sè e di chiuso in sè stesso, non sì potè non considerare la simpatia come un prodotto sussecutivo e secondario. Da tal punto di vista il centro di ogni vita psichica essendo l'io individuale, questo non poteva figurare come momento e parte di una vita psichica superiore, nè la simpatia poteva esser riguardata come una attitudine originaria, In tale ordine di idee rimasero i psicologi darwiniani quando cercarono di determinare il tempo in cui la simpatia fa la sua coinparsa nell'anima umana (età di 5 mesi) e nella serie animale (/menotteri). Se non che qui è bene notare che gli scienziati su tale argomento non son punto d’accordo : così Sir John Lubbock ritiene le formiche da lui osservate sfornite di affezione e di simpatia almeno relativamente allo svolgimento delle emozioni di natura opposta, mentre altri naturalisti come Maggridge, Belt asseriscono di aver potuto constatare in talune specie di formiche un' attitudine particolare alla simpatia. Gli stessi dispareri s'incontrano a proposito delle api e di altri insetti (1). (1) Cfr. Romane8s, L'’intelligence des animaux, trad. fr., Paris, Alcan, 1887, Tom. I, pag. 41 e segg. e pag. 145. Cfr. anche Romanes, L’evolution mentale ches les animaux, trad. fr., Paris, Reinwald, 1884, pag. 352. Il s Il disaccordo esistente tra gli scienziati sta a provare la mancanza di consistenza del loro punto di partenza, avendo essi prese le mosse dal presupposto che la simpatia sia qualche cosa di secondario, di derivato e di accidentale che possa e non possa esistere, e che quindi possa sorgere in un dato momento piuttosto che in un altro; ora, nulla di più infondato. L'’attitudine alla simpatia è universale, primitiva, originaria in tutto il regno animale e sono soltanto le sue Romanes pone la benevolenza tra i sentimenti posseduti dagli animali, p. es. dal gatto, riferendo i seguenti esempi: “ Au sujet d’un chat domestique,, dice quest’autore, “ voici ce qu’écrit M. Oswald Fitch. Il dit que l’on vit ce chat “ prendre des arétes de poisson et les emporter de la maison an jardin: on le suivit et on le vit les déposer devant un chat étranger mistrablement maigre et évidemment affamé, qui les dévora; non satisfait encore, notre chat revint, prit une nouvelle provision et recommenca son offre charitable qui sembla étre acceptée avec autant de gratitude. Cet acte de bienveillance accompli, notre chat revint à l’endroit où il prenait d’habitude ses repas, près de l’évier où se lavent les assiettes, et mangea le reste des débris de poisson, (Nature, 19 avril 1883, pag. 580). Un cas presque identique m’a été communqué par le docteur Allen Thomson, membre de la Société royale de Londre. La seule différence est que le chat du docteur Thomson attira l’attention de la cuisinière sur un chat étranger affamé, en la tirant par la robe et en la menant à l’endroit cù se trouvait le chat. Quand la cuisinière donna è celui-ci quel jue nourriture l’autre se promena tout autur, tandis que le premier faisait son repas, en faisant gros dos e ronronnant bruyamment. Un autre exemple de bienveillance chez le chat suffira. H. A. Macpherson m'écrit qu’en 1876 il avait un vieux matou et un jeune chat de quelques mois. Le vieux chat qui avait longtemps été un favori, était jaloux du petit et lui témoignait une aversion notable. Un jour, on enleva en partie le plancher d’une chambre du sous-s0l pour réparer quelques tuyaux. Le jour qui suivit celui où le planches avaient été remises en place, le vieux “ entra dans la cuisine (il vivait presque entièrement è l’étage au dessus) se frotta contre la cuisinière et miaula sans tréve ni cesse jusqu’à qu'il eft attiré son attention. Alors courant de ci, de là il la conduisit dans la chambre où le travail avait été fait. La domestique fut très-intriguée jusqu'’ à ce qu'elle estrinsecazioni, le sue manifestazioni che variano a seconda delle circostanze e massimamente a seconda del maggiore o minore grado d’intensità dei sentimenti di natura opposta, dei sentimenti che potremo dire egoistici, i quali sono del pari originari e universali. È naturale che lo svolgimento diverso dei sentimenti dipende dalle differenti condizioni di vita: così s'intende da sè che negli animali in cuì l'ordine sociale è bene entendît un faible miaulement venant de sous ses pieds. On enleva une planche et le jeune chat sortit sain et sauf, mais è moitié mort de faim. Le vieux chat surveilla toute l’opération avec beaucoup d’interét jusju’à ce que le jeune fàt remis en liberté : mais s’étant assuré que celu-ci était sauf, il quitta la chambre aussitòt sans manifester la moindre satisfaction de le revoir. Ultérieurement, non plus, il ne devint nullement amical pour lui., Se il Rumanes e gli altri vogliono chiamare gli atti surriferiti atti di benevolenza, padronissimi, a patto però che tale banevolenza sia considerata come nient’altro che espressione di un sentimento di simpatia. Tra la benevolenza mostrata dai gatti e quella umana corre un abisso, giacchè la prima non include la coscienza dell’obbligatorietà del compimento degli atti di benevolenza, nè presuppone alcun principio o massima fondamentale come l’altra: gli atti provengono immediatamente, saremmo tentati di dire automaticamente da una tendenza, da un’esigenza, da un bisogno dell'organismo fisico-psichico e qui finisce tutto. Perchè gli atti compiuti dai gatti divengano identificabili coi corrispondenti compiuti dall'uomo, occorre che la coscienza dia loro le note di necessità e di universalità, occorre che l’individuo compiendoli sappia di compiere un'azione che deve essere compiuta, onde vi concorre con tutta la propria energia individuale. I gatti son tratti ad operare in tale o tale altro modo, mentre l’uomo opera così, perchè crede che così ss deve operare. L'’essersi i gatti adoperati a soccorrere i loro simili prima di appagare i loro appetiti lungi dal poter essere citato come una prova del loro rpirito di sacrificio s’interpreta benissimo al lume di quella nota legge psicologica, secondo cui i sentimenti e gli appetiti che si presentano fuori del consueto assumono un’insolita intensità e vivacità in confronto di quelli usuali, ordinari ed insorgenti ad intervalli fissi e determinati. Si aggiunga poi che dalla psicologia moderna gli animali non son più considerati come incapaci di qualsiasi iniziativa e sforpiti di qualsiasi forma di aitività individuale, organizzato, poggiando sul principio della cooperazione, i sentimenti di tenerezza e di affezione reciproca devono giungere ad un grado notevole di sviluppo, come quelli che stanno a significare l'accordo esistente tra l'interesse dell'individuo e quello della comunità. Del resto lo stretto e rigoroso individualismo non è più ammesso nemmeno in biologia, in quanto si è andata sempre più accentuando una reazione benefica alle vedute prettamente darwiniane colle ricerche compiute sulle varie forme di associazione presso gli animali. Basta ricordare qui le accurate indagini dell'Espinas, del Cattaneo e del Perrier, le quali tutte hanno mirato a porre in sodo che l'associazione, l'assistenza reciproca, la divisione del lavoro (la cui influenza fu dapprima in modo cosi evidente posta in luce da H. Milne Edwards) e la solidarietà che ne risulta hanno esercitato un'azione preponderante sulla formazione, sullo svolgimento e perfezionamento degli organismi. Se l'esistenza della simpatia nel regno animale quale fatto primitivo ed universale può formare oggetto di discussione trai naturalisti psicologi, ogni dibattito cessa di essere g'ustificato per quel che riguarda l'uomo. Noi conoscia:no questo soltanto come essere sociale e quindi come determinato nelle sue azioni ad uno stesso tempo dal suo proprio volere e dal volere della collettività a cui l’individuo appartiene: la relativa indipendenza e separazione del volere individuale appare solo come il risultato di uno svolgimento tardivo. Si pensi che il bambino diviene solo gradatamente cosciente della forza della propria volontà, mentre da principio a mala pena si distingue dall'ambiente da cui è come a dire trascinato. Del pari nello stato naturale I n= “© Redi a ee ; e e e i . @1’oo@-@ a e e il predominio e la preponderanza appartiene al sentire, volere e pensare collettivo. L’ uomo, per così dire, s' individualizza a poco per volta emergendo da uno stato d'indifferenza sociale, senza separarsi però mai completamente dalla sua comunità. Il dire che noi abbiamo bisogno della riflessione e del calcolo e dell'esperienza per poter agire a favore degli altri è tanto assurdo come voler dar ragione delle azioni egoistiche, ricorrendo agli stessi mezzi del calcolo, della riflessione, ecc. : in entrambi i casì la volontà agisce in modo immediato; ed anzi possiamo aggiungere che ogni complicazione avrebbe per effetto di paralizzare o di rendere meno pronto l'operare. Ogni forma di riflessione e di calcolo piuttosto che precedere segue gli atti. D'altra parte l'affermare che la simpatia nasce dal riflettersi dei sentimenti altrui nell'anima nostra in rapporto alla loro intensità, e in qualche maniera alla loro qualità, non . implica nient'affatto l'identità del sentimento originario e di quello riflesso. Tra la sofferenza o il dolore originario e la pietà, o la compassione vi è una profonda differenza dal punto di vista qualitativo : è lecito forse identificare rispettivamente l'angoscia di colui che sta per annegarsi o la sofferenza dell'operaio disoccupato che teme la fame coi sentimenti che producono in modo riflesso in chi osserva la coraggiosa risoluzione di salvare il primo e l 'atto di carità tendente ad alleviare la miseria del secondo ? Se così stesse la cosa, nota molto a proposito il Wundt (1), il sentimento riflesso perderebbe appunto quelle (1) Wundt Ethik, Stuttgart. proprietà che lo rendono un motivo di soccorso attivo. Insomma l’anima umana è cosiffatta che non rimane indifferente di fronte all'apprensione dei fatti psichici dei suoi simili, ma in certa guisa se li appropria, rendendoli parte del contenuto rappresentativo ed emotivo della sua propria psiche : i fatti psichici altrui però penetrando nella. nostra coscienza conservano qualcosa di proprio, come a dire un segno della loro provenienza estrinseca, per cui assumono uno speciale valore emotivo per il nostro spirito. Di guisa che da una parte i sentimenti altruistici sono originari allo stesso titolo degli egoistici e dall’altra ciascuna delle due categorie di sentimenti presenta delle qualità specifiche irriducibili per cui non può non fallire ogni tentativo di derivare gli uni dagli altri. Allo stesso modo che non v'è caso altro che nel sogno e in talune forme d'alienazione mentale che noi scambiamo la nostra propria personalità con quella di un altro, così non è possibile un'identità originaria dei sentimenti riferentisi a noi stessi e di quelli relativi ad altri soggetti. Da ciò consegue non solo che il conflitto degl’inpulsi egoistici con quelli altruistici è una delle forme più frequenti di contrasto tra i motivi della volontà, ma anche che in tale lotta vincono ora quelli di una specie, ed ora quelli di un' altra. Del resto se le tendenze sociali fossero qualcosa di secondario e di derivato non si vede come e perchè non sarebbero sempre vinte e superate dai sentimenti originari. Nessuna riflessione e calcolo avrebbe la virtù di produrre un tale effetto. Di maniera che l’ individualismo psicologico mena dritto all’ egoismo morale. Fortuna che la forza dei fatti è maggiore di quella delle teorie ! (Wundt). Il fondo dell’individualismo è una concezione meccanica del mondo morale ; esso isola l’uomo nel bene come nel male, facendo poggiar tutto sull’individuo e non vede in ogni associazione umana che un aggruppamento artificiale ed essenzialmente transitorio. La veduta collettivistica concepisce il mondo come un vero organismo, alla cui vitalità collabora l'individuo come membro e parte. La società in quanto produce e consuma non è più considerata come un aggregato d'atoii isolati, ma come un sistema organico nel quale la produzione e la distribuzione delle ricchezze rispondono alle funzioni di assimilazione e di circolazione proprie di ogni essere vivente. Onde la conservazione dell'organismo apparisce alla coscienza dell'individuo come il dovere più alto e imperioso, o alineno quest’ultimo dovere prende posto accanto al dovere di conservazione personale. È evidente che tale concezione dello spirito sociale racchiude l'idea più alta della moralità, la quale è una produzione della società di cui segue i progressi e le vicende. Del resto anche nell'individuo isolato la moralità non consiste soltanto nel verdetto interiore della coscienza (tanto è ciò vero che le buone intenzioni non bastano a sostituire una buona azione), bensi nella collaborazione reale all’organizzazione della natura secondo la ragione, o nella contribuzione al bene generale a cui l'individuo ha il dovere di sacrificare senza esitazione i suoi interessi ed anche la sua persona. La disfatta dell’individualismo e dell’egoismo per mezzo del principio morale, ecco adunque l’ideale: se non che vincere non equivale a distruggere completamente : l’io è l'io, e rimane tale necessariamente : e si trova da per tutto, anche, come sì è veduto, nei sentimenti di simpatia e di pietà che si provano per gli altri. Onde se si vuole che un individuo cooperi al benessere degli altri bisogna fargli occupare nella società il posto che gli compete; così egli potrà svolgersi interamente e spiegare liberamente, ma sempre legittimamente la propria attività. n'e Dopo aver determinato la natura e i caratteri della simpatia che va considerata come il fondamento organico dello spirito sociale e quindi della moralità, s'affacciano alla nostra mente parecchi quesiti: 1° E ammissibile l'assenza completa della simpatia o anche una deficienza notevolissima di essa, e nel caso affermativo, si possono porre in opera dei mezzi per accrescerla, o per produrla addirittura? Che significato ha la deficienza della simpatia e quali sono le cause determinanti di un tal fatto? In che rapporto si trova la simpatia colla morale vera e propria ? 4° La tendenza alla malevolenza è spiegabile solamente con l'assenza pura e semplice della simpatia, ovvero bisogna ammettere auche l'antipatia come determinazione originaria primitiva e positiva ? 1° Che l’attitudine a simpatizzare possa mancare del tutto non è ammissibile, almeno fino a tanto che non si esce dai confini del normale; è soltanto in stati morbosi o semplicemente anormali che si può riscontrare la preponderanza, e nemmeno allora assoluta, dell’egoismo. In casi determinati però sì può osservare una notevole diminuzione di detta attitudine, ed è impossibile negare che l'animo dei bambini alle volte non appare, giusta le parole di Heine, come lo specchio fedele dei sentimenti che si producono intorno a lui. Se non che qui occorre osservare che il contagio dei sentimenti può avvenire tanto nel s:nso buono quanto nel senso cattivo, onde da tal punto di vista tra i giovani chiusi in una Casa di custodia bisogna distinguere quelli che avendo attitudine alla simpatia e all’imitazione e che trovandosi a contatto dei tipi sfornitine completamente son divenuti malvagi anche loro, rotti al vizio e sordi alla voce di qualunque sentimento sociale, da coloro che effettivamente nacquero deficienti in fatto di simpatia e di attitudine ‘all’imitazione. Son questi ultimi i tipi che si potrebbero dire gli originali dal punto di vista antisociale. Essi non intendono conformarsi a nessun modello e a nessuna regola, il che non esclude che possano avere del talento. Sorge spontanea la domanda: Ci son dei caratteri differenziali tra chi è divenuto antisocievole in seguito all'esempio ed alla suggestione e chi è nato tale per deficienza di attitudine alla simpatia ? I dati anamnestici accuratamente raccolti possono fornire dei lumi a tal proposito, ma è l’esame psicologico fatto ripetute volte e l'osservazione diligente del soggetto fatto a sua insaputa che potranno fornire il bandolo della matassa. Un bambino che non ha nessuna tendenza ad imitare ciò che vede fare dinanzi a lui, un bambino che tende a starsene isolato in un canto e che non sente il bisogno di ripetere i giuochi e di trastullarsi, un bambino che rimane estraneo a tutti i sentimenti degli altri e che risponde alle osservazioni fattegli col silenzio o con frasi prive di senso, con repliche amare e con scuse false, un tale bambino deve destare sospetto, giacchè le note suesposte depongono per un carattere, il quale per natura ha poca attitudine alla simpatia. Bambini di questo genere, specie se in età precoce, nelle ore di allegrezza si gettano su di voi e magari vi stringono con furore, vi tirano le braccia con tutta la loro forza e vi tormentano in mille modi e sembrano d’ignorarlo ; se li avvertite si meravigliano . e se insistete perchè vi lascino in pace, continuano a molestarvi e nel caso che prolighiate loro delle carezze non sentono il bisogno di ricambiarvele. Del resto si può dire che il carattere persistentemente egoistico si riconosce da una quantità di nonnulla, dei quali ognuno preso per sè val poco, ma messi insieme difficilmente ingannano il pedagogo ed il psicologo sagace. Aggiungiamo che colui che è fornito del dono della simpatia naturale si mostra più passibile di miglioramento e di educazione. L'individuo, infatti, il quale in forza del contagio morale è divenuto cattivo, ma che ha l’attitudine alla simpatia e che perciò presenta un carattere modificabile può d'un tratto, date le condizioni opportune, presentare mutata la sua fisonomia morale, può divenir buono appunto perchè la sua psiche è organizzata in modo da sentire l’azione della suggestione e dell'esempio, mentrechè l'individuo in cuì predomina l'egoismo rimane sordo a qualsiasi stimolo, epperò si rivela incapace di notevole miglioramento, s'intende nelle ordinarie Case di correzione (1), giacchè la cosa muta sott A lui si possono rivolgere le parole di Mefistofele (GOtbc, Faust): Du b'st am Enda was du bist Setz dir Perruecken auf von Millionen Locken Setz deinen auf ellenhohe Locken Du bleibst doch immer, vas du hist . condizioni diverse, come vedremo in seguito, parlando del rapporto della simpatia colla moralità. S'intende da sè che di tipi siffatti fortunatamente se ne riscontrano pochissimi: ed è chiaro del pari che l’uducazione, l'esempio come tutti i mezzi atti a spiegare la loro azione sull'individuo si dimostrano inefficaci a produrre o ad accrescere quella disposizione psichica che, come abbiamo veduto disopra, ha una base organica e fisiologica molto manifesta ; non altrimenti che chi sorte da natura una qualsiasi deficienza organica, per quanti storzi faccia, non arriverà mai ad acquistare ciò di cui manca, così chi è nato manchevole in riguardo, diremmo quasi, del senso so.ciale, deve rassegnarsi a rimanere tale, senza sperare che in lui avvenga un radicale mutamento, s'intende sempre dal punto di vista della sensibilità sociale. Vediamo che significato vada attribuito alla deficienza della simpatia e quali ne siano le cause. Già Maudsle;- dichiarava che la posterità degli uomini le cui azioni durante la vita si ispirarono ad uno stretto egoismo manifesta maggior predisposizione alle malattie mentali che non la discendenza di uomini, i quali durante la loro vita ebbero degli ideali morali e sociali elevati. Stando allo psichiatra inglese, l'amore esclusivo del guadagno e per conseguenza una vita dedicata al conseguimento del proprio vantaggio esclusivo ha per effetto dapprima che le attidudini nobili ed elevate divengono rare e dipoi che i fenomeni della degenerazione cominciano a predominare. Ed il medesimo autore aggiunge che il cammino della degenerazione in certe famiglie attraversa le seguenti tappe: 1° sviluppo notevole, sotto l'influenza dell'ambiente sociale, delle passioni egoistiche ; 2° apparizione di qualche forma leggera di disturbo psichico che però può raggiungere anche il grado di una vera psicosi; 3° ulteriori passi della degenerazione che per lo più sono rapidi e funesti. Senza stare ora a ricercare la parte di verità contenuta in tale asserzione del Maudsley, noi ci crediamo autorizzati ad affermare che la deficienza della simpatia è indizio di un disordine abbastanza profondo dell'attività psichica e quindi anche del sistema nervoso o di tutto l'organismo addirittura. Essa rivela un'anomalia ancora più profonda che non le tendenze all’ozio ed alla menzogna, tanto più se si pensa che l'attitudine alla simpatia ed all'imitazione è un dono che noi abbiamo comune cogli animali superiori. Si comprende agevolmente che le cause, le quali hanno prodotto un tale effetto hanno dovuto essere persistenti ed oltremodo importanti. Per noi sono determinate condizioni d'esistenza sociale, le quali hanno imposto all’uomo civile di mettere in opera tutti i mezzi egoistici a sua disposizione per poter vincere nella lotta per la vita che accompagna l’individualismo. La scuola del successo non insegna altro che ad appuntare ed affilare le armi dell’egoismo. Non è in una forma determinata di degenerazione patologica del cervello, ma nelle condizioni d'’esistenza sociale, specie delle grandi città, che il delinquente può trovare la più forte, quantunque sempre incompleta, scusa. E le pene applicate nelle prigioni e nelle case di correzione sono, com'è noto, completa nente inefficaci a migliorare i colpevoli. E appunto perchè la miseria è la grande sorgente dell'immoralità e del vizio, la produttrice dei falli e dei delitti di ogni sorta, s'impone il dovere di combatterla e di farla scemare quanto più è possibile. La ricchezza, è vero, rende il cuore duro, si accompagna con l’'avarizia, la cupidigia, la lussuria, l’accidia e la superbia come d'altra parte la povertà ha le sue virtù proprie e la sua grandezza morale particolare, ma chi oserebbe negare che l'estrema povertà e la squallida miseria sono oltremodo favorevoli al rigoglio della delinquenza e che insieme costituiscono le più potenti cause per cui l'uomo si dà all'ubbriachezza, Ja donna alla prostituzione, onde il bambino, rimanendo privo d'educazione, d'istruzione, di assistenza, di buoni esempi, diviene precocemente ipocrita, mendico ed anche ladro? E chi oserà inoltre porre in dubbio che la cattiva azione compiuta nella prima generazione sotto l'impero della necessità e del bisogno passa con molta facilità sotto forma di tendenza nel sangue della seconda generazione, presso la quale si esplica anche spontaneamente e naturalmente ? E chi negherà infine che sopratutto nelle grandi città, date le orrende condizioni di abitazione, la perversità e il vizio entrano come elemento necessario e inevitabile della esistenza ? Da tutto ciò consegue che una ripartizione più equa della ricchezza, il miglioramento generale della vita di famiglia e dell’educazione infantile, l'aumento delle ore di libertà concesse all’ operaio e l'aumento del suo salario contribuiranno necessariamente a far decrescere il numero dei criminali e dei predisposti alla delinquenza ed al vizio. 3° Ma, si può qui domandare, chi non ha attitudine alla simpatia, è perciò stesso condannato alla immoralità, al vizio, è un candidato alla delinquenza ? A tal uopo prima di tutto bisogna ricordare quello che noi abbiamo detto di sopra, vale a dire che l’assoluta mancanza della simpatia è inammissibile, onde deriva che una delle basi naturali della moralità non viene mai a mancare del tutto e che la sua deficienza può essere compensata da una cooperazione maggiore degli altri fattori : poi è necessario intendersi snl significato esatto da dare alla parola simpatia: se questa è presa in senso lato, vale a dire come l'attitudine a ricevere qualsiasi influenza proveniente dal di fuori, di qualsivoglia natura questa sia, se essa è scelta a designare un rapporto qualsiasi, anzi la possibilità di ogni rapporto intercedente tra l'attività dell’individuo e quella della collettività in cui egli vive, opera e si muove, allora non vi è dubbio che il dominio della simpatia coincide perfettamente con quello della moralità, in quanto spirito sociale (simpatia) e spirito morale sono espressioni che si equivalgono. Ma la simpatia intesa così non può mai mancare: l’uomo sfornito di spirito sociale è un'astrazione bell'e buona, giacchè la caratteristica dell’uomo sta appunto nel suo essere intimamente collegato per natura coi suoi simili, come la caratteristica vera del folle è nell’essersi liberato dai vincoli che legano l'individuo alla società. Ed ancorchè lo spirito sociale si mostri alquanto affievolito, non mancano i mezzi per ratforzarlo, come si vedrà in seguito. Se invece la simpatia è presa in senzo stretto, vale a dire come l’attitudine dell'individuo a provare sentimenti analoghi a quelli dei suoi simili in seguito alla percezione dei segni o rlelle espressioni dei detti sentimenti, allora la debolezza della simpatia non trae seco l’immoralità : ed è la simpatia intesa così che se si sorte debole da natura, non può per nessuna via essere rafforzata con mezzi artificiali di qualunque genere questi siano. Insomma l’attività od il volere individuale può essere indirizzato al bene o perchè spintovi dalla percezione delle estrinsecazioni dei sentimenti esistenti negli altri, i quali per tale via si riflettono nell'anima dell'individuo, ovvero in virtù dell’azione esercitata sulla vita psichica individuale dal volere sociale. L'uomo più o meno consciamente, più o meno riflessivamente come più o meno intensamente si lascia influenzare dall'ideale umano, che rappresenta il prodotto della società presa nel suo insieme attraverso il corso della storia, anche quando l'attitudine a simpatizzare è deficiente nell'individuo. Nè può essere diversamente, se si pensa che ciascun individuo è legato all'umanità tutta quanta da comunità di natura, di vita, di bisogni, di tendenze, di principii. L'esistenza dell'individuo è così strettamente congiunta con quella della società che tuttociò che è favorevole ad essa torna a vantaggio dell’individuo, mentre soffrendo essa, una parte delle sue sofferenze ricade necessariamente su quest'ultimo. Interesse generale, maggior felicità per il più gran numero, bene supremo son tre espressioni diverse d'uno stesso principio. Ciascuno sente in modo più o meno vivo, più o meno chiaro che il bene supremo non ha la sua sede nell’individuo, ma al di fuori di lui nelle grandi opere collettive, nei grandi risultati sociali ai quali l'individuo deve collaborare, e su cui ha anche il dritto di prelevare la sua parte di benefici. Se non che il bene supremo non è per il genere umano una proprietà stabile, fissa e definitiva, un bene acquisito una volta per sempre, ma un ideale non mai totalmente attuato, che ciascun individuo, anche il più umile deve sforzarsi di far trionfare. Di qui la grande contradizione, l'eterna antinomia che, come dice lo Ziegler (1) nessun Dio, nessun miracolo faranno scomparire : l’antinomia dell'individuo e della collettività, della felicità individuale e della moralità. Da una parte l'individuo per sua propria natura tende alla felicità. dritto assoluto per lui e dall’altra il dovere sociale gli prescrive di sacrificare questa felicità al bene dei suoi simili. Ora ciò che va tenuto in considerazione è che il volere sociale ha efficacia sugli individui non solo in quanto havvi tra loro comunità di sentimenti per via della percezione reciproca delle manifestazioni di questi, ma anche e sopratutto perchè gl’individui son atti a sentire l’azione dell’ideale sociale per qualsiasi mezzo ciò intervenga. Da una parte adattare la propria vita individuale alle esigenze dell'esistenza sociale, compiere il proprio dovere equivale a salvaguardare nel miglior modo i proprii interessi e dall'altra separarsi dai suoi simili, voler brutalmente far trionfare la propria personalità a detrimento di quella degli altri (il che propriamente costituisce l'egoismo e la malvagità) equivale a non possedere nemmeno la felicità individuale, in quanto la vita di colui che si sente solo è necessariamente vuota e triste. Tale è l'ordine delle cose, quale risulta non da una legge esterna e trascendente, ma dail’essenza (1) Ziegler. La question sociale est une question morale trad. fr., Paris, stessa dell'uomo e della società umana. Tale è il fondamento sul quale poggia la fede ottimista nel trionfo del bene; trionfo che pur non essendo mai definitivo e completo, riceve sempre una conferma dalle lotte che si sostengono e dagli sforzi che si compiono in suo nome. È qui il luogo di accennare ai mezzi che devono essere messi in opera affinchè lo spirito sociale si svolga anche là dove il dono naturale della simpatia si presenta a mala pena accennato : e ognuno intende che il primo posto a tal riguardo tocca all’educazione, la quale deve essere tutta intesa a rafforzare i rapporti tra l'individuo e la società, per modo che questa agisca incessantemente e in modo preponderante su quello, deve essere intesa, cioè, a generare nell'animo individuale l’intima convinzione che al disopra del proprio volere havvi una volontà ed un potere d’ordine superiore a cui è impossibile sottrarsi, deve dunque mirare ad abituare l’individuo a sentire il proprio volere modificato e determinato da un altro volere superiore. À. tal uopo va ricordato che nella prima età è su tante piccole cose, su tante minuzie che si edifica spesso il carattere morale dell’individuo. Gli atti che si eseguono, le parole che si pronunciano in presenza dei bambini, tutto ha una importanza grandissima in un'età, nella quale propriamente avviene l’organizzazione della vita psichica e lo spirito acquista l'impronta propria (1). Magni interest, diceva Cicerone, quos quisque audiat quotidie domi, quibuscum loquatur a puero quemadmodum Bonfigli. Dei /attori sociali della pazzia in rapporto con l'educazione infantile. Roma 1894. Cicerone, De claris oratoribus. Id. De lege agraria od popul. VIN patres, paedagogi, matres etiam loquantur. Senza che l’intelligenza difetti, senza che vi sia la cosidetta anestesia morale, l'individuo, in virtù dell’ educazione si può rendere per abitudine moralmente insensibile, perchè nell'infanzia le di lui relazioni coi parenti e con la società non si son volute accompagnare con sentimenti piacevoli corrispondenti, nè sono state dirette a svegliare in lui interessamento per tutto ciò che varca il proprio io. Nei casi di mancanza di affetti, d’anestesia morale spesso l'organizzazione non ha coloa, ma si deve tutto a circostanze esteriori, delle quali tocca all’educatore tener conto. Von tngenerantur hominibus, diceva anche Cicerone, mores tam a stirpe generis et seminis, quam er its rebus, quae ab ipsa natura loci et a vitae consuetudine suppeditantur. La volontà, come tutte le funzioni psichiche, può essere coltivata e condotta a maggiore sviluppo mediante l’esercizio: onde nei bambini hanno un'importanza speciale gli esercizii di detta facoltà. Il Perez ha scritto pagine importantissime su tale argomento, insegnando al pedagogista come anche nelle più piccole circostanze questi possa trovare il modo di esercitare nel bambino questa nobile attività dello spirito. Noi non terremo dietro al citato autore nell’ indicare i varii mezzi con cui la volontà può essere ratforzata: diremo solo che egli molto opportunamente not a che le decisioni e ie convinzioni del bambino sono /ragilissime, non tanto per la sua inesperienza quanto per la sua impulsività (data la poca coordinazione, la diversità e il numero relativamente piccolo dei motivi che spingono all'azione) e per aL ansi rr iz _la debolezza relativa del cervello e dei muscoli, ond’è bene che gli esercizii della volontà siano fatti quando essa non è stanca e quando il bambino è fresco e vivace. Ciò sopra tutto riguarda gli esercizi della cosi detta volontà repressiva, in cuì si concentra la forza d'inibizione. Il fatto d'inibizione incosciente per cui i gridi di dolore di un bambino vengono arrestati da un rumore improvviso, c’insegna come si debba da noi esercitare nel miglior modo questa specie di volontà repressiva. Così potremo arrestare ì movimenti di collera in un bambino, producendo in lui un nuovo stato di coscienza, mercè una sgridata; e fra quei due stati si stabilisce un'associazione che rende più facile l'arresto nell’ avvenire. Nello stesso modo si può esercitare la volontà repressiva, facendo si che il bambino moderìi l’ istinto della fame e della sete col prestare attenzione ai preparativi che si stanno facendo pel desinare e così via dicendo. È cosi dice il Perez che la ‘ volontà comincia a poco a poco e dolcemente, a trionfare degli istinti più potenti ed a sopportare le punizioni più penose . Oltrechè con i mezzi che si possono dire derivatici e in certo modo preliminari, applicabili specialmente ai bambini di minore età, la volontà viene e rafforzata favorendo certi dati sentimenti, quali l’ amor proprio, l'amor dei parenti, l'orgoglio di far bene, ecc. e lo svolgimento di determinate facoltà quali l’attenzione e la riflessione. Il vivere nella famiglia, il conversare coi parenti e coi compagni, la società intera, le leggi civili ecc., debbono concorrere coll’esempio, coll’approvazione e disapprovazione, coi comandi, coi divieti, coi premi, coi castighi a produrre nel giovine la convinzione che la sua propria volontà è sotto l’azione di un'altra volontà d’ordine superiore. Importantissimo sotto questo rispetto è l’influsso della religione: perocchè il rappresentarsi certe azioni come approvate o disapprovate, prescritte o vietate, premiate o punite dal più alto e perfetto degli esseri, dal potere e dalla santità suprema, non può a meno d'imprimere nei sentimenti relativi una forza, una profondità, un carattere sacro ed inviolabile che senza questa credenza difficilmente a vrebbero. Se poi sì considera come la prima relazione morale che si presenta tra i genitori e il fanciullo è quella dell'autorità da un lato, della dipendenza, soggezione dall'altro, s'intende facilmente che il primo passo nella via di questo svolgimento è dato dall’obbedienza da parte dei bambini. Per ottenere tale virtù varî sono stati i metodi posti in opera dai filosofi. e pedagogisti. Così Locke aveva fiducia nell'amore e nella’ paura, Fénélon nell’ autorità, Rousseau nell’efficacia degli” ordini e delle proibizioni, fondati entrambi questi sulla necessità delle cose e sull’effetto morale prodotto dalla conseguenza naturale degli atti, Spencer parimenti nella teoria disciplinare delle conseguenze, Bain nella paura temperata dall’ affetto, nell’ autorità che s'impone persuadendo, e talora anche nella correzione e Perez ed altri nell'azione del piacere e del dolore adoperati insieme da chi presso il bambino gode di simpatica autorità. Noi crediamo che nessuno di questi mezzi sia sufficiente se adoperato in modo esclusivo; tutti devono esser messi in opera nei casì in cui la simpatia naturale si presenta debole; ma certamente la preferenza tocca a quello dell’autorità, purchè questa sappia mostrarsi fornita di pregio e di valore agli occhi del bambino. Il segreto sta tutto qui: nel sapersi imporre al bambino non con la semplice forza, ma con questa circondata da tutte le doti atte a suscitare l'ammirazione e l'interesse, ed anche la curiosità di lui. Sicchè nei casi suaccennati l’educazione morale ha bisogno del soccorso delle rudimentali tendenze estetiche ed intellettuali del bambino. È naturale che un individuo sfornito anche di queste non entra più nel dominio normale, ma in quello prettamente patologico. Chi pone una barriera insormontabile tra un individuo e l'altro dal punto di vista dello spirito e considera oghi forma di attività spirituale come esclusivamente legata al corpo dell'individuo ed anzi ad un punto dello stesso corpo si chiude la via per poter intendere la realtà dello spirito sopraindividuale che non riconosce la sua base negl'individui come tali, ma nelle associazioni di questi e insieme si chiude la via per intendere l’azione che può esercitare lo spirito collettivo nelle sue varie forme su quello individuale, Eppure è un fatto che dalla vita puramente organica si è svolta una vita sopra-organica, il cui primo grado è rappresentato dalla famiglia, composta di individui o membri che sono parti dello scopo a cui tende quella forma collettiva e insieme mezzi appropriati a raggiungere lo stesso. E questa associazione spirituale degli uomini non sì presenta come un‘ aggregato, nel quale l'individuo rimanga immutato nelle sue proprietà, ma come un sistema per cuì egli acquista caratteri che diversamente non avrebbe mai ottenuto. Le potenze superiori dello spirito della vecchia psicologia descrittiva (ragione, volere, ecc.) sono da riguardare appunto è quali facoltà psichiche acquisite solo per mezzo della vita sociale, a differenza di quelle inerenti propriamente all’individuo che sono di ordine inferiore (intendimento, appetito, ecc.). L'uomo pensa il suo istesso pensiero e lo sottopone a norme universali, come valuta il suo volere rapportandolo alle leggi morali; e ciò perchè egli ha, per così dire, una doppia vita interiore, una individuale ed una comune cogli altri uomini, la quale ultima è sopra-ordinata all'altra. Riassumendo, quando la simpatia (intesa in senso stretto) è debole, l'educazione morale può essere sempre compiuta a patto che il bambino venga abituato a sentire la sua propria volontà influenzata da una volontà d’ordine superiore. A ciò conseguire è necessario che sia lbene fissato un peculiare rapporto implicante autorità da una parte e soggezione dall'altra : rapporto che alla sua volta non può divenire stabile e regolare se non sotto la condizione essenziale che l’autorità, l'energia si circondi di una certa aureola atta a rispondere alle rudimentali esigenze este tiche ed intellettuali del bambino. È evidente però che l'educazione non potrebbe mai produrre simili etfetti, se non esistesse in ogni uomo (a prescindere dall’attitnnine alla simpatia affettiva) il germe della moralità, vale a dire l'attitudine ad avere ed a sentire la propria volontà in dipendenza di un'altra volontà : attitudine che, come si è visto, costituisce l'essenza propria dell’uomo qual’essere ragionevole e socievole. L'educazione non può creare la moralità allo stesso modo che l'educazione artistica non potrebbe creare il senso del bello e l'educazione del palato il senso del gusto in chi da natura ne fosse sprovvisto. Quello che noi abbiamo T Tr_r*0- T Da quando sì cominciò a riflettere sui vari poteri dell'anima umana, si notò che almeno due grandi categorie di attitudini passive o recettive le une, attive o appetitive le altre bisognava assolutamente distinguere. Nè poteva esser diversamente dato il fatto che ogni processo psichico realmente presenta due aspetti, quello recettivo da cui germogliano tutte le funzioni conoscitive e quello attivo da cui germogliano le varie fore dell’attività pratica. Lo spirito umano d'altra parte, spinto dalla tendenza a tutto unificare ed armonizzare, a misura che progredi nella riflessione e nella speculazione, cercò di isolare i caratteri e le proprietà comuni ad un complesso di fenomeni nella credenza che in questi prodotti della sua facoltà astrattiva potesse trovare i principii veri delle cose: nè si curò di vedere se i detti elementi comuni esprimessero altro che caratteri puramente formali. Onde avvenne che fin nella filosofia greca noì troviamo itentativi più audaci per porre il principio di tutti i principii in qualcosa di puramente formale : cosi per Aristotele il fondo dell’universo è il movimento, mentre per Platone, segnatamente nel Fedone, è il mondo delle idee concepite come forze, e in tutto il corso della storia della filosofia noi troviamo sempre ripe (1) Questo Saggio che ora rivede qui la luce con molte modificazioni ed aggiunte, fu pubblicato la prima volta col titolo “ Il fattore della motilità nelle dottrine gnoseologiche moderne, nei Rendiconti dell’ Accademia dei Lincei. tute queste due intuizioni in modo più o meno chiaro ed evidente. L'attività, ecco la formola atta ad esprimere la sostanza dell'universo. Ognuno vede che l’attività, la forza, il movimento essendo concetti puramente formali potettero essere applicati agli usi più disparati in rapporto al vario contenuto ad essi attribuibile. Da tal punto di vista gli assiomi logici furono considerati impulsi atti a muovere la mente in date direzioni, impulsi che se ostacolati producono un senso di disagio, il quale alla sua volta cessa coll'appagamento di quelli. Il pensiero adunque fu ridotto al tentativo di soddisfare ad un impulso speciale incitante ad una forma di movimento spirituale diretta a produrre appunto l'appagamento e quindi la quiete. È evidente che in tal caso le parole tendenza, movimento, impulso, ecc., hanno un significato differente da quello in cui sono ordinariamente adoperate per indicare mutamenti nelle relazioni spaziali, ovvero mutamenti nei rapporti della vita pratica. Ciò che va notato è che noi abbiamo degli impulsi, delle tendenze di natura differentissima, i quali vengono poi aggruppati in una sola categoria soltanto per mezzo di un carattere espresso dal nome, il che, è evidente, non basta per dichiarare identico e neanco affine il contenuto delle cose che si vogliono significare. Certamente voi potete esprimere il processo intellettuale per mezzo di una tendenza al movimento, ma in tal caso dovete ricordare che si tratta di un movimento di ordine speciale ; infatti l'imperativo logico può assumere la forma di opera così ma l’ opera così equivale in tal caso a pensa così e il pensa così significa è così >; l'imperativo pratico opera così invece non mira all'affermazione della realtà, ma solamente al raggiungimento dello seopo speciale prefissosi a cui è inerente l'appagamento. Se io non sono soddisfatto dal punto di vista teoretico, se io cioè non ho operato in conformità delle leggi logiche la cosa non sta in realtà come mi appare, ma se io non sono soddisfatto dal punto di vista pratico la stessa conchiusione è evidente che non è ammissibile ; in altri termini l'insoddisfacimento pratico non implica alcun giudizio sulla realtà, ma soltanto sul valore di essa. Quando adunque in filosofia si parla di attività, di forza, di energia, di movimento come di concetti atti a darci la chiave per risolvere i più ardui problemi, in sostanza non si dice nulla di concreto e di determinato; vi è sempre luogo a domandare in ogni singolo caso in cui una di tale parola è adoperata, di che sorta di attività, di che sorta di forza s'intenda parlare. E forse il fascino che spesso tali espressioni esercitano sui metafisici dipende appunto dal vago e dal nebuloso che esse contengono, onde ognuno vi può sottintendere ciò che vuole. In ogni modo l’analisi di dette nozioni, per quanto vaghe ed indeterminate, meritava di esser fatta; e in questi ultimi tempi la psicologia esatta, e la teoria della conoscenza hanno cercato di rispondere tale esigenza, col ricercare la loro origine e gli elementi concorrenti alla loro formazione. Il concetto che più degli altri ha attirato l'attenzione dei filosofi è stato quello di forza o di attività, la cui base psicologica è stata riposta nel cosidetto senso muscolare. Pertanto questo ha formato oggetto di studi accuratissimi da parte dei psicologi e dei fisiologi in modo che senza tema di esagerare si può affermare che tale ordine d’indagini forma una parte interessantissima della psico-fisiologia moderna. Noi ci proponiamo appunto di ricercare che valore abbia effettivamente il senso muscolare per sè considerato e in rapporto ai vari uffici che gli si vogliono attribuire per lo svolgimento della vita psichica in genere. Cominciamo dall’indagare la natura delle sensazioni muscolari. Le sensazioni muscolari. Esistono le sensazioni muscolari? Parrà strano, ma pur troppo è così; dopo tanto discutere sull'ufficio delle sensazioni muscolari nello sviluppo della psiche umana, ancora c' è bisogno di porre il problema circa l’esistenza di esse. È già da molto tempo che la questione delle sensazioni muscolari è dibattuta, sia in fisiologia che in psicologia ; e anche coloro che concordano nell’ammettere tali sensazioni sì scindono per quel che concerne la natura e la sede di esse: si ha così la teoria dell'innervazione centrale (Bain, Wundt, Ludwig ecc.) e quella dell’ innervazione periferica ovvero la teoria efferente o centrifuga e quella afferente o centripeta : secondo la prima, all'esecuzione del movimento precederebbe la coscienza dell'impulso dato e dello sforzo fatto per compiere il movimento stesso: e sostrato di tale coscienza sarebbero i centri e i nervi motori, la cui funzione precedente all’ esecuzione del movimento non potrebbe non rivelarsi alla coscienza. In favore di tale opinione parlerebbe massimamente la coscienza che si ha dello sforzo per muovere vn arto paralitico. Stando alla seconda opinione, il senso della forza sarebbe dato dai nervi sensitivi che dai muscoli e dalle placche esistenti tra i nervi e i muscoli trasmettono ai centri notizia delle varie condizioni in cui i muscoli si possono trovare prima e dopo la contrazione e dopo una fatica maggione o minore. In favore di tale opinione starebbero poi le osservazioni (Gley e Marillier) cliniche e sperimentali, le quali provano che con un arto paralitico non è possibile valutare nè il peso nè la direzione dei movimenti, nè la posizione degli arti, semprechè, bene inteso, gli occhi siano bendati. Qui dobbiamo notare che l'opinione del Wundt si è andata modificando ed ormai egli non ammette più la coscienza pura e semplice della innervazione centrale, ma per conciliare in certa maniera le due vedute, egli è d’avviso che il senso dello sforzo da principio fu di origine prevalentemente periferica, e come tale trasmesso e registrato nei centri cerebrali; ma poichè si trova connesso coll’immagine del movimento compiuto, è naturale che riproducendosi quest’ultima, si debba presentare anche l’imagine mnemonica delle sensazioni muscolari che l'hanno per l’innanzi accompagnata. In tal guisa sarebbe spiegabile come il senso dello sforzo e la misura della forza necessaria precedano l'esecuzione di un dato movimento. Del resto la questione non è definita in modo decisivo, ed anche oggi si pubblicano dei lavori in appoggio dell’ una e dell’ altra tesi. Parrebbe, ad esempio, dalle ricerche di Mosso e di Waller, che il senso della fatica non sia solamente di origine periferica, tanto più che volendo ridurre quella ad una forma di avvelenamento, è naturale che quel medesimo veleno, il quale agisce sulle terminazioni periferiche nervose, possa agire anche sui centri da cui deve partire l'impulso. Il Waller applica i risultati ottenuti dagli esperimenti fatti sul senso della fatica allo studio del senso dello sforzo, comunque questo sia una sensazione che accompagna l’ azione muscolare, mentre la fatica una sensazione chè segue l' azione muscolare : esse hanno però una causa ed una sede comune. La fatica, stando ai risultati offerti dal Mosso, si manifesta con segni tanto centrali che periferici : se l'attività volontaria di un muscolo è protratta fino al suo limite estremo, l'eccitazione diretta del muscolo può farlo agire ancora, il che prova che l’esaurimento centrale interviene prima dell’ incapacità ad agire da parte del muscolo : donde si è dedotto che se la fatica è dovuta ad ogni esaurimento tanto centrale che periferico, il senso dello sforzo del pari accompagnerà tanto l'attività centrale quanto quella periferica. Vi sarà un senso centrale d'innervazione motrice che aiuta e regola i movimenti muscolari. Al Waller però si è obbiettato che egli ammette come provati tre fatti, i quali effettivamente non lo sono: 1° i segni obbiettivi dell’esaurimento in un data parte non depongono sempre per il consumo di energia nella medesima parte: gli esperimenti del Mosso, infatti, provano che il lavoro intellettuale ol’ attività di alcuni muscoli fa scemare la forza dei muscoli in riposo ; 2° il senso subbiettivo della fatica non indica un previo sforzo nella stessa parte, come vien provato dal fatto che il senso di fatica e di peso nelle palpebre non è niente affatto proporzionato al lavoro che quest'organo ha compiuto, specie molte volte il mattino, dopo il completo riposo di quei muscoli; 3° i segni obbiettivi dell’ esaurimento non corrispondono per il sito della loro origine al senso subbiettivo della fatica, e lo stesso va detto dei segni obbiettivi dello sforzo rispetto al senso subbiettivo dello sforzo stesso. Il senso di fatica non accompagna necessariamente l'esaurimento obbiettivo, nè esso è localizzato dove questo ha luogo : lo stesso va detto del senso dello sforzo, il quale, sia mentale o fisico, non è localizzato negli organi centrali, ma in vari muscoli della testa e del corpo. Gli oppositori recisi alla teoria dell’ innervazione centrale vogliono che le sensazioni muscolari non siano per niente differenti dalle altre sensazioni speciali; il senso muscolare per loro è un sesto senso specifico proveniente dai muscoli che dà il sentimento dell’ attività, come l'’or| gano della vista dà il senso della luce e del colore. Non è ammissibile quindi che i centri e nervi motori entrino in simile meccanismo, come quelli che hanno una funzione diversa, ben definita da compiere. Il senso della forza e dello sforzo come precedente al movimento da eseguire, considerato come centrale, è un'illusione : è dai muscoli che quando già sta per incominciare il movimento, partono quelle eccitazioni, le quali danno il senso dello sforzo (1). Se non che molte obbiezioni sono state rivolte a coloro che hanno ammesso sen’altro le sensazioni muscolari periferiche. L'argomento che doveva presentarsi per il primo alla mente degli oppositori doveva essere quello dell’assen?a di ogni rivelazione della loro esistenza all’introspezione. Al che i sostenitori dell’esistenza delle dette sensazioni hanno risposto che essi ammettono solo la cooperazione, il concorso (1) V.atal proposito Bastian, “ L’Attention et la colonté,, Recue philosophique. di elementi muscolari nello svolgimento dei fatti mentali, in quanto i muscoli in contrazione (contrazione che accompagna i diversi stati psichici) agiscono come stimoli delle terminazioni nervose periferiche : la loro esistenza viene perciò mascherata dai molteplici fatti concomitanti. Allo stesso modo che, secondo James, la sensazione di rosso non si combina con quella di violetto per produrre il purpureo, ma i due stimoli agiscono nello stesso tempo in modo da dar luogo ad un processo cerebrale di una terza specie, il cui fatto concomitante è la sensazione purpurea, così noi possiamo benissimo avere una gran quantità di stati mentali, nei cuì processi organici concomitanti entrino degli elementi muscolari, mentre non possiamo dire di avere stati mentali che contengano sensazioni muscolari come parte della loro composizione. I processi nervosi derivati dagli stimoli della contrazione muscolare si uniscono coi processi nervosi provenienti da altra sorgente per produrre degli stati coscienti che sono irreducibili, come avviene della sensazione purpurea quando è considerata per sè. Gli atomi delle sensazioni, sempre secondo James, non possono combinarsi per produrre delle sensazioni più complesse, non altrimenti che gli atomi della materia non compogono i corpi fisici: è vero che quando essi sono aggruppati' in una certa maniera, n0: li chiamiamo questa o quella cosa, ma la cosa nominata non ha esistenza fuori della nostra mente . Qui si potrebbe obbiettare che noi possiamo otte. nere sensazioni separate del rosso e del violetto, e possiamo scovrire anche la somiglianza del purpureo con entrambi ì suol costituenti : ora come avviene che noi non percepiamo gli elementi muscolari come sensazioni separate ? Ma a ciò si risponde che uno stato mentale si può solamente analizzare e scomporre in quegli elementi che sotto condizioni diverse possono essere sperimentati come fenomeni separati; vi sono molte ragioni, perchè le sensazioni muscolari non possano essere sperimentate o solo con grande difficoltà. L' esplorazione colla vista e col tatto, che in altri casi aiuta e rende necessario il processo di localizzazione, qui appare impossibile. Noi impariamo, dice 1’ Hellemholtz, a dirigere l’' attenzione sopra quelle sensazioni separate, le quali servono come mezzi per stringere i rapporti col mondo esterno. Ora ognuno vede che non presenta alcun interesse pratico la distinzione delle sensazioni muscolari come tali, mentre è di grande importanza che le eccitazioni sensoriali provenienti dagli organi interni si combinino con quelle dei sensi specifici per formare quei processi nervosi complessi i cui concomitanti coscienti sono i sensi dello sforzo, della grandezza spaziale, ecc. D’ altra parte in casì speciali le sensazioni muscolari si rivelano all’introspezione : i crampi, la tensione muscolare giunta all'estremo, la fatica ecc. sono sensazioni localizzate nei muscoli. Infine Goldscheider ha mostrato che se lasciando passare per un muscolo anestesico una corrente elettrica, lo facciamo contrarre, abbiamo una certa sensazione somigliante a quella ottenuta colla pressione del muscolo, e localizzata non in tutto l’arto che si muove, ma solo nelle parti più profonde. Un secondo argomento degli oppositori è questo, che pur ammesso che nervi sensitivi esistano nei muscoli, questi serviranno solamente a darci notizia del grado di stanchezza dei muscoli stessi. Ma qui è facile rispondere che il senso di tensione è molto differente da quello di fatica e che taluni esperimenti fisiologici mostrano che l'attività muscolare diviene presso che impossibile senza la regolarizzazione apportata dalle sensazioni muscolari. Un'obbiezione fatta per prima da A. W. Volkmann dice che il senso muscolare può al più darci notizia dell’esistenza del movimento, ma difficilmente un’informazione diretta sulla estensione e direzione di questo. Noi non possiamo sapere se la contrazione del supinafor longus ha un'estensione maggiore di quella del supinator brevis ecc. Qui occorre ricordare che gli elementi muscolari essendo fusi con altre eccitazioni, non possono essere riconosciuti come tali e non possono essere localizzati nei muscoli, da cui traggono origine, ed è perfettamente vero che in molti casì è impossibile aver nozione dell'estensione e direzione del movimento muscolare; associati però con altri elementi sensoriali rappresentativi, possono essere di aiuto nella determinazione delle differenze esistenti tra i movimenti di varie parti del corpo. Miller e Schumann richiamarono l'attenzione sul fatto che ad un certo grado d'intensità dell’ eccitazione nervosa muscolare non sempre corrisponde una stessa posizione delle membra. Una stessa pressione sui nervi sensitivi dei muscoli può esistere nel caso di un grado notevole di contrazione, e di un grado leggero di tensione, come nel caso di un grado leggero di contrazione con: giunto con un grado notevole di tensione . A ciò si risponde che noi abbiamo imparato colla propria esperienza a distinguere esattamente tra una pura tensione muscolare non accompagnata da movimento ed un’ eccitazione capace di produrre il medesimo : e ciò perchè in ogni movimento le sensazioni sia mmnscolari, che tattili, visuali ecc. differiscono a seconda della resistenza incontrata da parte degli oggetti esterni o dei muscoli antagonisti; e tutte le combinazioni possibili di estensione, resistenza e rapidità sono associate con complessi di sensazioni differenti. Nel caso della semplice tensione la resistenza incontrata è minima, mentre è massima nel caso del movimento attuale: nei due casi le sensazioni concomitanti a quelle muscoluri devono per necessità essere differenti; e pur non considerando le sorgenti dei vari elementi sensoriali, l'impressione totale prodotta dalle loro differenti combinazioni è avvertita e differenziata Se moi avessimo solamente le sensazioni provenienti dai muscoli in contrazione l’obbiezione anzidetta reggerebbe, ma il nostro giudizio è sempre aiutato da elementi provenienti dai muscoli antagonisti e dalle parti connesse : pelle, tendini, ecc. Si è obbiettato che noi comparando i pesi paragoniamo in generale solamente la rapidità dei movimenti che ne risultano, e pensiamo che il peso leggero sia quello che più agevolmente sia stato alzato, come vien provato dal fatto che se un individuo è stato abituato per qualche tempo a sollevare alternativamente dei pesi di 600 e di 1200 grammi, solleverà con grande rapidità il peso di 800 grammi | sostituito a sua insaputa a quello di 1200 grammi, giudicandolo anzi più leggero di quello di 600 grammi. Tale fatto contraddice, a sentire. taluni, non solo alla teoria dell'innervazione centrale, ma anche a quella secondo cui le sensazioni muscolari c’informerebbero della resistenza, giacchè se così fosse, i pesi sollevati con impulso più energico dovrebbero essere maggiori. Se non che, come si è detto, é l’insieme delle sensazioni concomitanti che rende possibile la distinzione tra movimentoe resistenza: è la fissità di quelle associazioni che produce talune illusioni, quando le condizioni di esperimento non sono le abituali. Nel riferito esperimento il maggior adattamento all’ impulso può essere rivelato allo spettatore solamente per via della maggior rapidità che ne risulta, ma per la persona sottoposta all'esperimento la cosa essenziale non è la maggiore rapidità, nè l'impulso preparato, ma l’accomodamento maggiore dei muscoli nel momento di sollevare il peso minore. Si è notato ancora che la sensibilità muscolare non differisce nel caso che i movimenti siano prodotti attivamente da quando sono passivi. Bernhardt dapprima e poi Ferrier e Goldscheider stabilirono degli esperimenti facendo sollevare dei pesi per .mezzo della stimolazione elettrica dei nervi, e trovarono che la valutazione dei pesi è esatta ed accurata ogni volta che il movimento è prodotto da stimolazione elettrica o riflessa. Inoltre fu sperimentalmente provato che nel caso di movimenti passivi il minimum dell'escursione percettibile difficilmente differisce da quello dei movimenti attivi. Ma ciò non prova nulla contro la importanza delle impressioni muscolari nella percezione dei movimenti: pure ammesso che i movimenti attivi differiscano dai passivi non solo perchè l’immagine di essi precede e produce direttamente i movimenti, ma anche per molti fatti concomitanti periferici, in quanto nei movimenti attivi agiscono gruppi più estesi di muscoli, e vi è un maggior grado di tensione nei muscoli antagonistici e nei tendini, rimane sempre vero che nei movimenti passivi gli elementi essenziali per giudicare del grado e della direzione di quelli non mancano, ond’è che la ditferenza nei due casi non può essere grande. Si è cercato di spogliare quasi completamente di sensibilità i muscoli, attribuendola alle parti annesse, pelle, tendini, ecc., e Goldscheider sì è creduto autorizzato ad emettere formalmente una tale ipotesi, dopo aver constatato che nei casì di diminuita sensibilità delle parti an nesse la valutazione tanto dei movimenti attivi quanto di quulli passivi apparisce minore. Certamente la sensibilità delle parti annesse-è un fattore importante dell’accurata percezioné del movimento, ma non è il solo; e l’introspezione in dati casi ci rivela così l’esistenza di sensazioni localizzate puramente nelle parti annesse come delle sensazioni puramente muscolari. L'intervento delle impressioni provenienti dalle parti annesse può, secondo Delabarre, esser necessario per distinguere una pura tensione muscolare da un movimento attuale; ma taluni fatti provano che le medesime impressioni hanno poco o nulla a che tare con la valutazione dell’estensione del movimento: di due movimenti p. es. di eguale estensione è stimato più breve quello nel cui inizio i muscoli sono più attivamente contratti : ora le impressioni provenienti dalle parti annesse non possono spiegare questa illusione, giacchè esse non differiscono nei due casi, che il braccio sia più o meno contratto al principio del movimento. Miller e Schumann, essendo discesi ai particolari, hanno negato che le sensazioni muscolari provenienti dall'occhio possano spiegare le localizzazioni delicate ed. accurate che noi facciamo nel campo della vista. Noi certo non abbiamo coscienza dei movimenti oculari come tali, ma ciò era da aspettarsi riflettendo, che una tale notizia essendo di poco interesse per l'individuo non vale a svegliarne ed a fissarne l’attenzione. Le impressioni muscolari formano un insieme colle sensazioni della luce ; il che rende debole nella coscienza non solo la nozione dell'eccitamento di una data parte della retina, e la nozione della posizione o dei movimento del globo oculare, ma la nozione di una posizione particolare del punto di fissazione nello spazio a tre dimensioni. Altri autori finalmente per provare come le sensazioni muscolari non hanno niente a che fare colla nostra facoltà localizzatrice, riferirono il caso di un uomo, il quale era stato completamente cieco per sette anni: se a costui si volgeva la parola dalla parte destra, i suoi occhi si muovevano verso questa parte senza divergenza, ma se gli si parlava da sinistra, si notavano bensi degli accenni a movimenti associati in entrambi gli occhi, ma questi finivano poi col restar fissi nel mezzo delle orbite ; tuttavia il soggetto aveva l’idea che i suoi movimenti fossero della massima estensione verso sinistra. Ma i fautori delle sensazioni mascolari hanno interpretato tale fatto, dicendo che il citato individuo attribuiva il senso di tensione proveniente da altri muscoli a quelli oculari; cosa che può avvenire con molta facilità. Dopo aver mostrato per mezzo dell'esposizione e discussione delle principali obbiezioni fatte all'esistenza delle sensazioni muscolari, la possibilità teorica di ammetterle, è giusto ricercare se l’Istologia e la Fisiologia sul terreno dei fatti e degli esperimenti siano nel caso di dare una risposta decisiva, Nel tessuto connettivo superficiale che involge i muscoli furono scoverte delle fibre nervose sensitive, le quali terminano nei corpuscoli di Pacini; ma nella sostanza muscolare contrattile non sono state osservate finora fibre sensitive; ed ora nessuno crede più alla scoverta del Sachs. Golgi scovri un organo muscolo-tendineo situato nella zona di passaggio dul muscolo al tendine, connesso colle fibrille dell’uno e col tessuto dell’altro e fornito di nervi sensitivi. Il Cattaneo crede che questo sia l'organo della sensibilità muscolare. Anche le ricerche fisiologiche starebbero a provare l’esistenza di nervi sensitivi nei muscoli. Sachs afferma che molti dei nervi intramuscolari possono essere stimolati senza produrre contrazione, e che dopo la sezione dei tronchi motori solamente una parte dei nervi muscolari degenera. Francesco Franck avendo ripetuto i medesimi esperimenti, arrivò alla conchiusione che i muscoli contengono fibre centripete. Altri esperimenti mostrano che sì può aver paralisi tanto tagliando i nervi sensitivi che finiscono nella regione muscolare, quanto tagliando i nervi motori stessi ; il che prova che la sensibilità è indispensabile per regolare i movimenti. Bell, Magendie, ed ultimamente Exner arrivarono al medesimo risultato. Allo Chauveau però va attribuito il merito di aver provato in modo luminoso che le impressioni sensitive necessarie alla motilità provengono dal muscolo stesso ; egli infattì trovò nel cavallo due muscoli forniti di due branche nervose distinte, l'una sensitiva e l’altra motrice: A) un muscolo volontario striato, lo sterno mastoideo ; e B) un muscolo involontario striato, quello dell'esofago: ora la sezione della branca motrice produce paralisi in entrambe ; la sezione della branca sensoriale di A) non sospende la reazione agli stimoli volontari, essendo associata nella sua funzione motrice con altri muscoli forniti dei loro nervi sensoriali; la sezione delle fibre sensitive di B) produce disturbo delle funzioni motrici. La stimolazione elettrica delle fibre sensitive di A) e di B) produce tetanizzazione o contrazione. Da tutto ciò il Chauveau dedusse che i muscoli sono forniti di nervi motori e sensitivi, e che i filamenti terminali dei nervi sensitivi probabilmente non hanno relazione diretta cogli elementi muscolari, ma contribuiscono a formare le anastomosi preterminali o reti dei nervi motori, dove essi sono direttamente eccitati dalla corrente motrice: si verrebbe così a formare un completo circuito sensitivo motore necessario all'azione dei muscoli. Volendo riassumere, diremo che le questioni relative alle sensazioni muscolari si riducono principalmente a due, se esistano delle sensazioni muscolari e se esse vadano localizzate nella periferia o nei centri motori. Ora che esistano delle sensazioni muscolari capaci di farci valutare il peso, la pressione, la tensione, l'estensione e la direzione dei movimenti, ormai è fuori dubbio: una quantità di esperimenti lo provano, e d'altra parte è naturale supporre che la funzione muscolare si riveli in qualche maniera alla coscienza, come tutte le funzioni degli altri organi corporei in un modo più o meno vago e indeterminato. Certamente quando si parla di sensazioni muscolari non bisogna credere che esse provengano esclusivamente dai muscoli ; è più ragionevole pensare che secondo i casi, con esse si denoti un complesso di sensazioni provenienti da parti differenti. Già il Lewes notava che la sensibilità cutanea ha una parte importante nella coordinazione dei movimenti tanto che un'anestesia provocata nella pianta dei piedi può dar luogo (cosa notata anche dall'Heydt) a fenomeni d'incoordinazione muscolare. Ma anche senza seguire il Lewes, il quale ammetteva le sensazioni muscolari come provenienti: 1° dagli impulsi motori; 2° dalle intuizioni motrici; 3° dalle contrazioni muscolari vere e proprie; 4° dagli effetti di queste contrazioni sulla pelle; 5° dalle coordinazioni muscolari, cioè dalle sensazioni che suggeriscono o accompagnano i movimeuti ideali non eseguiti e quelli reali, è indubitato che quando si parla di sensazioni muscolari dobbiamo sempre intendere un insieme di sensazioni di origine diversa. D'altra parte è possibile ammettere senza alcuna riserva l'opinione di coloro che vogliono fare del senso della forza, come del senso della fatica un senso specifico proprio dei nervi centripeti muscolari? È ciò che vedremo orora passando ad esaminare i vari uffici attribuiti al senso muscolare. Per mezzo di questo infatti si è voluto dar ragione del senso peculare di energia interiore, della valutazione dell’intensità, della genesi psicologica delle rappresentazioni di movimento, di tempo, di spazio, e della percezione della realtà esterna. Si è tentato adunque per prima di derivare dalle sensazioni muscolari il senso di energia o la percezione dell'attività inferiore sotto qualunque forma si presenti. Si è detto: ad ogni sensazione e percezione segue in modo reflesso un movimento, ossia una contrazione muscolare, la quale di rimando trasmette al centro le notizie circa le modalità della sua contrazione, trasmette cioè le sensazioni muscolari afferenti o ceutripete: queste poi si associano intimamente colle sensazioni provocatrici dei movimenti conservandosi e registrandosi in appositi centri cerebrali. Da ciò consegue che al presentarsi di una sensazione o percezione identica o simile alla primitiva, per associazione si ridestano le immagini dei movimenti compiuti, immagini che, guidando i movimenti da ripetere, costituiscono l’essenza dello sforzo. Va notato qui che un tale schema ha subito molte variazioni da parte dei fisiologi e dei psicologi (1): recentemente, p. es., si è negato financo che nella corteccia cerebrale esistano dei centri psico-motori, la zona rolandica a cui era stato per lo innanzi attribuito tale ufficio, conterrebbe solamente i centri delle sensazioni muscolari. I centri motori, alla cui funzione è stato negato in modo assoluto (contro l'opinione segnatamente del Bain) la possibilità di divenire cosciente, sono posti nella base del cervello e Per una chiara e precisa esposizione dello stato attuale della questione v. Bastian, L’Attention et la Volonté, Revue philosophique. nel bulbo. C'è però chi (Ferrier), pur escludendo la coscienza (come tali scienziati dicono) dai centri motori, ammette nella corteccia l'esistenza di centri motori puri a fianco a quelli cinestesici. Questi ultimi poi per tutti non si troverebbero solamente in una determinata regione corticale del cervello ma frammisti ai vari centri sensoriali (1). Sicchè tali psicofisiologi credono di poter ridurre le funzioni psichiche fondamentali ai movimenti reflessi, senza punto dar importanza a taluni fatti che evidentemente contradicono alla loro opinione, come per es. l'insorgenza di taluni movimenti spontanei, che non si possono in alcun modo rapportare a stimoli esterni, e l'impossibilità di spiegare per via del puro meccanismo i movimenti reflessi rispondenti ad uno scopo, in mezzo ad una molteplicità di stimoli esteriori. A ciò sì aggiunga che voler dare ragione dell'attività psichica vera e propria, fondandosi sulla fisiologia, è impresa presso che disperata, giacchè senza l’osservazione interiore, quella sola del sistema nervoso non ci potrà mostrare che dei mutamenti molecolari, non mai psichici. Ma anche lasciando da parte tali considerazioni, il senso muscolare può dar ragione di quella forma di attività interiore che si esercita sul corso delle nostre idee ? Molti :1) L'origine della forza adoperata a produrre le contrazioni muscolari appropriate dovrebbe essere cercata, secondo tale teoria, nell’attività molecolare dei centri sensitivi e cinestesici. Ed in appoggio si riferisce il caso di persone, che volevano, ma non potevano eseguire con successo certi movimenti d’elocuzione in seguito alle impressioni visuali appropriate e tuttavia conservavano la facoltà di produrre questi movimenti in risposta ad eccitazioni uditive corrispondenti. D'altra parte si racconta di persone incapaci di effettuare i movimenti della scrittura quando lo stimolo era uditivo, mentre erano capaci di compiere immediatamente gli stessi movimenti in risposta alle impressioni visuali. tra i quali il Ribot, il Richet ed altri, non esitarono a rispondere in modo affermativo, ma altri più circospetti dovettero concedere che il senso muscolare non è un fattore costante dell’attività interiore, soggiungendo però che quest'ultima in tanto si rivela come tale alla coscienza, in quanto mediante la riflessione e la memoria è messa in rapporto con sensazioni muscolari in antecedenza provate. Ognuno' però vede l'errore che è in fondo a questa affermazione: la riflessione e la memoria non possono mutare qualitativamente nessun fatto psichico. Inoltre le sensazioni muscolari possono solamente essere un indice dell'intensità della volontà, allo stesso modo che in un atto di scelta la forza dei motivi in contrasto guida il nostro giudizio sull’intensità della volontà chiamata et scegliere : ma esse non possono mai dar ragione del caso semplicissimo in cui una rappresentazione per la prima volta ecciti l’attenzione. Coloro che hanno riposto l'essenza della volontà come di ogni attività psichica nelle sensazioni muscolari, non si sono mai domandati, perchè noi consideriamo (il che è un fatto) un'azione, un movimento, o una contrazione muscolare come voluta, ma non come parte essenziale della volontà, dal che sì deduce che le sensazioni che accompagnano la contrazione muscolare non possono essere comprese quali elementi della volontà : è ciò che precede ad esse che forma il nocciolo dell’attività. Non basta : Perchè alle rappresentazioni dei movimenti, si può domandare, non sempre tengono dietro i movimenti effettivi corrispondenti? È vero che Miinsterberg risponde che in tali casi un impulso più forte impedisce a quelle di effettuarsì : ma donde e in che consiste questo impulso più forte? E qui l'opinione del Miinsterberg si confonde con quella dello Spencer e dello Steinthal, i quali alla lor volta non possono dar ragione del disaccordo che si nota spesse volte tra la rappresentazione di un movimento e la sua esecuzione, del perchè anche nell’assenza delle condizioni di arresto, non sempre una rappresentazione di movimento produce un movimento reale, e del perchè fra molteplici rappresentazioni di movimento anche non contradicentisi fra loro, una sola riesca a produrre di preferenza un movimento effettivo. Senza dire poi che rimane sempre da spiegare in che propriamente consista l'arresto. Il senso di energia non rivela una qualità particolare del mondo esteriore come, poniamo, il suono, la luce, ecc., ma è essc stesso una qualità generale, applicabile a tutto il contenuto della vita psichica. E in ciò proprio, secondo noi, sta la ragione principale per cui il senso di forza non può avere un organo speciale, nè può appartenere alla proprietà della nostra mente che si chiama rappresentativa. Nessuno penserà mai di applicare una sensazione tattile o luminosa ad una sensazione sonora, ma tutti crederanno di poter applicare la nozione di forza ai vari elementi psichici: dal che si deduce che una tale nozione ha la sua base in una proprietà generale di tutta la psiche, la quale proprietà come la vita, si rivela immediatamente alla coscienza. Coloro che hanno creduto di poter ricondurre il senso di forza alle sensazioni muscolari, non hanno in alcun modo provato come queste possano ottenere il privilegio di divenire regola e misura di tutte le sensazioni. Se esse sono sensazioni come le altre, se esse hanno i medesimi caratteri, non potranno dare che effetti affini, vale a dire. una notizia più o meno precisa delle impressioni che si producono nelle parti periferiche, in cui vanno a finire le terminazioni nervose. Da ciò al poter salire al grado che occupa nella nostra coscienza e nel nostro sviluppo psichico il sentimento di energia molto ci corre: non basta che talune sensazioni variino in una certa maniera ed in minor grado rispetto ad altre con cui sono in stretta relazione, perchè le une diventino misura delle altre. Quelli che hanno attribuito alle sensazioni muscolari l'ufficio di divenire forma di tutto il contenuto psichico non hanno riflettuto che perciò stesso venivano implicitamente ad ammettere un'attività o spontaneità interiore, capace di ordinare e disporre in una certa guisa taluni fatti psichici rispetto agli altri. L'attività interiore non diviene cosciente solamente in seguito alle sensazioni muscolari, ma anche in seguito a tutti gli altri fatti psichici, dai più semplici ai più complessi, nei quali la contrazione muscolare non ha niente a che fare. La vivacità con cui irrompono nella fantasia di un artista le imagini di cui egli compone l’opera d'arte e le varie forme d'intensità con cui reagisce lo spirito agli stimoli esterni sono altrettante modalità con cui si rivela alla coscienza l’attività interiore. I’altronde la tendenza ormai accentuata a spiegare il senso dell'attività per mezzo delle sensazioni muscolari ha un fondamento solido, positivo, sperimentale, o non è piuttosto un'ipotesi comoda per velare la nostra ignoranza ? Oramai è notorio che taluni psicologi attribuiscono alle sensazioni muscolari tutto ciò che non è spiegabile per mezzo delle altre sensazioni periferiche e in ciò sono seguiti dagl'inesperti, i quali non si domandano se le sensazioni provenienti da organi come i muscoli possano dare tanti effetti strordinari. L'argumentum crucis di tali scienziati in fin dei conti è che se un individuo è reso privo della sensibilità nei muscoli di un arto, non’ può valutare nè il peso, nè l'estensione, nè la direzione dei suoi movimenti e nemmeno la forza necessaria per compiere questi ultimi. Ma, domandiamo noi, è lecito da un tal fatto dedurre che il senso della furza e dell'attività è dato dai muscoli senz'altro ? Un tal ragionamento non somiglia forse a quello per cui si considera il pensiero una funzione del cervello, sol perchè pensiero e cervello mostrano di essere in connessione fra loro ? Se ciò fosse esatto, si dovrebbe dire che l’idea è una funzione o un effetto della parola, sol perchè l’idea e la parola che l’esprime sono intimamente connesse fra loro. A noi sembra più positivo affermare che l’attività dello spirito, come la vita, lungi dall'essere riposte in una parie sola dell'organismo, compenetrano tutto quest’ultimo ed hanno bisogno di esso per attuarsi, deterininarsi e concretarsi, come l’idea dell’artista ha bisogno della materia (marmo, colore, ecc.) per tramutarsi in qualcosa di reale. Noi certo non possiamo dire, come credette Maine de Biran ed altri, di aver coscienza immediata dell’energia in quanto motrice, ma semplicemente in quanto mentale, cioè in quanto sforzo di volontà per produrre un mutamento di stato : sforzo mentale che si accompagna 1° con una scarica cerebrale di cui si ha un sentimento particolare (senso di sforzo cerebrale); con una corrente centrifuga attraverso l'organismo, della quale non abbiamo coscienza; 3° con movimenti muscolari che ci sono noti per via di sensazioni afferenti. E ciò che esiste nella coscienza non è il movimento come mutamento di relazione nello spazio, ma il principio reale del movimento, il suo fondo interno, cioè un'azione od una reazione che ha per conseguenza dei cambiamenti interiori e dei cambiamenti locali. Il movimento effettuato è una rappresentazione della memoria, la quale ha bisogno di essere interpetrata. Coloro che credono di poter fare a meno di ammettere una forma di attività originaria dello spirito, credono di poter spiegare l’azione che ha la volontà sul corso delle idee mediante le ordinarie leggi dell’associazione. Essi dicono p. es. : se noi intendiamo di modificare. o di mantenere o di sviluppare una serie di pensieri determinati, noi non dobbiamo far altro che richiamare per via di associazione quelle impressioni che ci sembrano utili al nostro scopo : impressioni di natura differente, se si tratta di cacciar via o d'interrompere un seguito di ricordi, della stessa natura quando noi desideriamo di fortificare e di sviluppare le associazioni, alle quali ci siamo fino allora applicati. Jl sentimento di sforzo per costoro è connesso col conflitto delle idee e dei motivi, il quale deve produrre la preponderanza di uno di essì. Tale sentimento di sforzo nou può che essere l’appannaggio dell'attività dei centri sensoriali e dei loro annessi concorrenti all'esercizio dei nostri processi intellettuali. Ognuno vede qual'è l'errore di ‘ coloro che ragionano nel modo sudetto ; essi elidono la difficoltà che è riposta appunto nel dover dar ragione della nostra capacità di richiamare in soccorso quelle impressioni che ci fanno comodo (1): essi ammettono come provato quello che era appunto da provare, la possibilità di dire io voglio , e quindi di interrompere un dato corso di idee e di cominciarne un altro o di sviluppare quello già esistente. Nel passaggio dallo stato di- distrazione a quello di attenzione vi è aumento di lavoro, vi è dunque trasformazione di forza di tensione in forza viva, di energia potenziale in energia attuale : ora è questo un momento iniziale molto differente dallo sforzo sentito che è un effetto. Il rapporto del desiderio colla sensazione piacevole o dolorosa costituisce la reazione della volontà ed in quanto noi riteniamo ciò che è piacere e respingiamo ciò che è dolore abbiamo un senso di sforzo volontario, di sforzo mentale che è ben altra cosa dello sforzo ordinariamente sentito. Tale momento iniziale è precisamente la volizione, la tensione del desiderio dominante, la vera attenzione : è qui la coscienza dell'attività; mentre il preteso sforso sentito non è che la sensazione della resistenza degli sforzi contrari al nostro e differenti da esso. La coscienza della passività o della resistenza subita risponde alle sensazioni venute dai muscoli. Cosi anche l’attenzione muscolare non è che quella, la quale, avendo incontrato una resistenza, è obbligata a riflettersi su sè stessa, divenendo più chiara, più distinta, come nota il Fouillée (2). Non ogni forma In tanto lo spirito, dice Emanuele Hermann Fi.:hte, può prenlere un dato in'lirizzo, in quanto può volgere il sorso dell: sue idse nel senso che maggiormente lo interessa ; ora l'interesse non è che una tendenza, una direzione dell'attività volitiva che se si trova in rapporto soltanto col g‘ado di chiarezza cosciente può essere chiamata attenzione volontaria dipendente dall’intenstà di dati fatti psichiri. Revue phlosoqhique. d'attività però si può ricondurre alla ripercussione dell'ostacolo. Non va dimenticato che l’attività di cui abbiamo coscienza in modo permanente in mezzo a’ tutti i mutamenti può essere rappresentata da noi solo dopo che è stata apapplicata a produrre determinati effetti, nel qual caso diviene tale o tal altro sforzo ; e di ciò si comprende la ra | gione: l’azione, rappresentando il fattore subbiettivo che concorre alla produzione di un fenomeno, è cosa soggettiva per sua natura e deve quiudi sfuggire alla rappresentazione propriamente detta. Volersi rappresentare obbiettivamente l'azione subbiettiva è come voler rappresentarsi l’attività sotto la forma della passività. Ferrier e Ward dissero già che non è esatto nemmeno affermare che noi ignoriamo i caratteri dell'attività, giacchè non vi può essere ignoranza se non di ciò di cui si può acquistare scienza: questo noi possiam dire, che abbiamo coscienza immediata del subbiettivo, dell’attività. Del resto valenti filosofi affermarono le mille volte che la critica della conoscenza riconosce due limiti, ciò che è troppo lontano da noi (Assoluto) e ciò che è troppo vicino a noi, troppo noi stessi per esser posto dinanzi a noi. Il soggetto è presente a sè stesso, ma non è rappresentato a sè stesso: noi siamo certi di esistere e di vivere, ma non possiamo rappresentarci in modo astratto e generale che cosa è esistere e molto meno che cosa è vivere. È Münsterberg, se non andiamo errati – Grice: “In fact, the first was Cicero!” -- , il primo ad emettere l'opinione che l’unico fondamento psichico delle nostre misure d’intensità è la sensazione mus colare, in quanto ogni misura riflettendo o la estensione, o la durata o la massa, la stessa non è possibile che sulla base della sensazione muscolare. Misurare è constatare l’esistenza in maggior quantità nel tutto, in minor quantità nelle parti di un elemento identico; ora in ogni percezione la sensazione muscolare è il solo elemento che quando si divide in parti l'oggetto della percezione stessa, sì ritrova in ciascuna parte, ma in minor quantità che nel tutto. Ciascun pezzo di carta rossa, p. es., dice il citato autore, resta tanto rosso quanto tutt’intera la carta, e però il rosso del tutto non può essere misurato per mezzo del rosso di un pezzo preso come unità. D'altra parte ogni sensazione provocando una reazione centrifuga muscolare, al solito s'associa con una sensazione determinata di tensione muscolare che vale a conferirle un dato grado d’intensità e nello stesso tempo a renderla misurabile. Solo la sensazione muscolare offre il carattere della sensazione debole contenuta nella forte, giacchè l’una e l'altra non sono qualitativamente differenti, ma differiscono solo per la durata ed estensione. C'è stato chi a tale teoria esclusiva e si può dire anche Minsterberg, Beitrige zur experimentellen Psychologie H. III.Freiburg. eccessiva del Miinsterberg ha rivolto delle obbiezioni, notando come anche per altre sensazioni si possa dire che la debole è contenuta nella forte (es. : gusto, odorato, senso terinico ecc.), tanto è vero che quando uno tocca l'acqua d'un bagno caldo con la mano prova una sensazione di calore molto meno forte che quando visi immerge tutto intero dentro. Inoltre, ed è questa l’obbiezione più seria, se veramente solo le sensazioni muscolari potessero essere misurate, ne conseguirebbe che le altre non lo potrebbero in alcun modo, il che non è; è innegabile, infatti, che vi è l’equivalente di una misura diretta del calore per mezzo del calore, come si verifiva quando noi paragoniamo diversi gradi di calore a cul ci troviamo sottoposti. Ora supponendo che nella pratica solamente le sensazioni muscolari associate alle altre potessero essere misurate, il principio che a ciù ci autorizzerebbe sarebbe il postulato che le variazioni delle sensazioni specifiche sono sottomesse alle medesime leggi delle variazioni muscolari a loro corrispondenti. In tal guisa si presuppone che gli aumenti di calore progrediscano secondo una legge identica a quella della progressione della dilatazione: si presuppone non solo la misura diretta delle dilatazioni, ma anche la misura diretta o la comparazione delle temperature fra loro. E poi, se i gradi d'intensità sono delle qualità, se le intensità delle sensanzioni muscolari si riducono a variazioni nella durata, se non vi è posto per le intensità delle sensazioni particolari, perchè anche nel linguaggio comune sono distinte nettamente le intensità, le qualità e le durate? Donde viene la nozione d’intensità e con qual diritto si può più parlare della intensità dello stimolo ? Si aggiunga che il Munsterberg non distingue sufficientemente l'intensità della sensanzione muscolare dalla percezione dell’ampiezza del movimento effettuato. Or tali divergenze non devono essere considerate come senplici opinioni contradittorie, atte a provare soltanto la difficoltà delle indagini psicologiche e la impossibilità di giungere a risultati positivi : esse per contrario di:nostrano come attualmente s’imponga alla mente del filosofo l'’esigenza di considerare e di valutare i rapporti esistenti tra i fatti psichici e l'a‘tività originaria dello spirito. Il Miinsterberg ha ragione fino a tanto che ricerca nella estrinsecazione della spontaneità dello spirito la misura comune di tutti i fenomeni psichici, i quali effettivamente in gran parte, com'è stato luminosamente provato dal Berg. son, presentano delle differenze di qualità più che d'intensità o di quantità. E se noi ci limitiamo a considerare la mente come una coordinazione di vari elementi psichici, di varie sensazioni rispondenti agli stimoli esterni, non ve. diamo realmente la possibilità di arrivare alla nozione del l'intensità di varie sensazioni appartenenti ad un medesima senso specifico e molto meno vediamo la possibilità di paragonare le intensità di sensazioni specifiche differenti. Ond'è che per noi il merito del Miinsterberg è di avere intraveduto due verità : 1° che la valutazione e la misura dei varî gradi d’intensità di una sensazione è possibile solamente ammettendo nel fondo un’unità coordinatrice che renda possibile il riferimento tra cose differenti; 2° che questa unità si rivela mediante la percezione immediata della propria attività. Ma il suo errore comineia quando crede di poter ridurre tutta l'attività psichica al movimento (senso muscolare), il quale non ne è che uno dei fenomeni concomitanti, ovvero consecutivi. Ciò non esclude però che qualche volta in via indiretta possa il senso muscolare esserci di valido aiuto nella comparazione dell'intensità di sensazioni provenienti da sensi diversi. Infatti, delle sensazioni di luce, di suono, di peso di un dato grado d'intensità sono state paragonate da una parte coi moviinenti del braccio e dall'altra coi movimenti degli occhi; e sì è ottenuto il risultato che l'aumento dei movimenti coincide con quello dell' intensità degli stimoli: vi è rapporto adunque tra l’accrescimento dell'intensità propriamente detta e quello della reazione muscolare concomitante. In ogni caso però non si può limitarsi a considerare le sensazioni muscolari come misura dell'intensità delle altre sensazioni, se non ponendo ‘ il postulato che ciò che è vero di esse sotto certi rapporti lo è anche delle altre sensazioni. La valutazione dell'intensità presuppone un'attività originaria differenziatrice e insieme assimilatrice la quale da una parte distingue qualitativamente gli effetti prodotti da varî stimoli sugli organi dei sensi e tutti i fatti psichici aventi come concomitanti fenomeni organici diversi, e dall'altra stabilisce, intuendoli, quei rapporti dati dall’identità o somiglianza della forma ed estensione della reazione psichica agli stimoli esteriori. Noi non potremmo valutare come gradi differenti d’intensità le sensazioni appartenenti ad un medesimo senso, nè potremmo stabilire dei rapporti tra le intensità di sensi differenti, se non fossimo in grado di avere una percezione immediata dell'attività psichica che pur essendo unica e identica nel fondo, spiega in guise differenti la sua azione a seconda delle numerose e variabili circostanze. Per la rappresentazione il movimento è fin da princinio un continuo cangiamento di luogo; quindi l'origine sur deve ricercarsi nelle sensazioni geometriche, visive e tattili, e specialmente in quelle che conferiscono ad esse la continuità, l’uniformità e la misura, cioè nelle sensazionmuscolari. Queste si dicono e sono sensazioni di movi mento; ma da ciò non si potrebbe conchiudere che il movimento sia una sensazione. Se esso è un'intuizione coordinata con quelle del tempo e dello spazio, che non sono sensazioni, se la sensazione muscolare per se stessa è una pura successione interna, il movimento non può essere il suo con tenuto immediato più di quello che possa essere il contenuto immediato delle sensazioni uditive, Le sensazioni muscolari diventano dunque sensazioni di movimento, come diventano sensazioni di spazio; e poiché esse sono anche il fattore psicologicn più importante delle percezioni di spazio, si vede come la coordinazione delle intuizioni dello spazio e del movimento risulti anche dalla loro origine psicologica. La quale, a volerla studiare più a fondo, si mostra dipendente da varie condizioni. Anzitutto, perchè ci sia percezione di movimento, occorre che il mobile e lo spazio (visivo o tattile) restino identici, almeno quanto è necessario, perchè sia conservato un punto di riferimento, dal quale si possa apprezzare il cangiamento di luogo. Se tutto mutasse nella stessa direzione, lo spazio e il mobile, non ci sarebbe percezione di movimento. Inoltre bisogna che il cangiamento di luogo sia insieme continuo e percettibile. Continuo, perchè se vedessimo una cosa ora in un luogo, ora in un altro, senza vedere il passaggio, non potremmo avere percezione di movimento, ma solo argomentarlo qualora avessimo già idea di quello che è il movimento. Percettibile, perchè se non ci riuscisse di vedere cangiar luogo, ma solo di vederlo cangiato, non ci potremmo formare la prima volta l'idea del movimento. Continuo e percettibile insieme, perchè la continuità senza la percettibilità sarebbe immobilità apparente, e la percettibilità senza la continuità sarebbe cangiamento di luogo senza transizione. E non basta, perchè nasca l’idea del movimento, il continuo e percettibile cangiamento di luogo d'un oggetto su un fondo invariabile; bisogna ancora che la coscienza ponga unità tra i luoghi, e tra essi e il mobile. Siccome il movimento è il rapporto di due o più collocazioni che si succedono con continuità, accade per esso quello che accade pel tempo, che la sua rappresentazione suppone la funzione unificatrice della coscienza o del sentimento dell'organismo. Queste sono le condizioni generali dell'origine della rappresentazione del movimento, ma ce n'è un'altra, costante anch'essa, ma che può subire piccolissime variazioni da individuo a individuo, ed anche nello stesso individuo per effetto dell’esercizio, e che possiamo designare col nome di limite della percettibilità. Cotesto limite dipende dalla misura individuale del movimento come rapporto del tempo e dello spazio, la quale è nna grandezza finita, che non può misurare qualunque movimento oggettivo, ma lascia senza misura, e quindi senza percezione corrispondente, tanto i movimenti estremamente lenti quanto gli eccessivamente rapidi. Non vediamo crescere il filo d'erba, nè volare il proiettile; e non avremmo nessuna percezione di movimento tanto se la nostra misura individuale fosse troppo grande quanto se fosse troppo piccola ; nel primo caso i tempi geologici ci parrebbero un istante, nel secondo qualunque successione ci parrebbe infinita. E poichè per apprezzare una successione, e quindi anche un movimento, è necessaria una certa continuità nella coscienza, così la nostra misura soggettiva deve avere una certa grandezza, che non corrisponde a nessuna misura che sia oggettivamente asso luta, ma che è rispettivamente somma o parte delle grandezze oggettive minori o maggiori. È facile intendere che quella che è un'unità di misura indivisibile per la sensibilità, non è tale oggettivamente o per l'intelligenza. In questa unità l'elettricità p. es., percorre uno spazio grandissimo, e l'accrescimento di una pianta secolare percorre uno spazio piccolissimo. Quindi noi giudichiamo che si è svolta nel primo caso una serie di unità obbiettive che sono parti dell'unità soggettiva, e che nel secondo caso questa è una frazione di quella. Di qui si vede che il movimento non solo non è una sensazione, ma non è neppure una conoscenza, una rappresentazione, la cui origine si possa riportare interamente all'esperienza. Certo la misura psicologica dipende dall'organismo, ed è impossibile che sia la stessa pel pachiderma 19ole e rmen = _r___ror _ rr m1r.rr E ::]5h5I:5D anch'esse il risultato di un processo in cui l'intelligenza e la cultura figurano come fattori determinanti. É notorio d'altra parte che le rivoluzioni compiute nel campo della scienza a lungo andare. finiscono per mutare anche il punto di vista morale e religioso. Il fatto è che in ogni religione va distinto l'elemento invariabile ed inalterabile da quello caduco e variabile, ma ì detti due elementi nello svolgimento della vita religiosa sono inseparabili e s'influenzano a vicenda: è soltanto la nostra facoltà di astrarre che viene a separarli ed a considerarli isolatamente. Così l'evangelo stesso, è vero, non involge alcun sistema cusmologico ; ma involge bene un giudizio intorno al valore della vita e dello spirito umano. L’ amore per il prossimo, lo spirito di sacrificio non son fondati forse sull’idea dell’eguaglianza degli uomini e sul concetto che l'io è nulla di fronte al Tutto ? Ora i concetti dell’eguaglianza degli uomini e della piccolezza dell'io non rappresentano per una parte un portato della Ragione e non poggiano sopra una base speculativa? Del pari chi vorrà più sostenere che la filosofia socratica non ha un fondamento metafisico, quando Socrate stesso ci parla della sua preparazione speculativa? Sicchè possiamo dire che è bensi vero che la religione ha la sua radice nel cuore uinano, ma ciò non implica che essa sia un prodotto esclusivo del sentimento: perchè il cuore abbia e riconosca in sè tracciate le vie da seguire, occorre bene l’azione dell'intelletto, in quanto quello non fornisce una specie di rivelazione immediata e prodigiosa, ma anch'esso si forma ed alla sua determinazione concorrono parecchi fattori, tra i quali l'intelligenza. Anche nel modo di concepire la finalità il Paulsen appare dominato dal preconcetto del sistema. Egli, infatti, afferma che la veduta teleologica è un prodotto del sentimento e della volontà e non dell’intelligenza : ora se egli intende dire con ciò che la concezione teleologica non è conoscenza nello stretto senso, ma contemplazione, ha ragione ; ma in tal caso, è necessario osservare che il bisogno del sistema della razionalità del reale, al quale risponde appunto la considerazione teleologica, è un bisogno eminentemente intellettuale, e non un bisugno puramente subbiettivo ed arbitrario. La veduta teleologica è la sola forma possibile di rappresentarsi il tutto e di superare l’infinità mostruosa del naturalismo meccanico che nega ogni natura ideale della realtà. Se l’esperienza ci presenta realmente un ordine di fenomeni che è un ordine di valori pel pen| siero, non c'è ragione di ritenere che quest'ordine non sia una cognizione, solo perchè non sappiamo determinatamente come l’ordine causale, effettuandolo, si subordini ad esso e gli serva. Possiamo noi forse pensare un'altra maniera di esistenza oltre quella che è soltanto, e quella che è e _ 8a di essere e vuole, e crea dal suo sapere e volere un mondo superiore a quello della semplice natura? Edè egli possibile di non scorgere un progresso dall'una all'altra forma d'esistenza, un progres;o che pone in ordine di valori razionali una serie di fatti e di forine naturali ? Questo valore dell'esistenza dipende forse dal modo di sentire di un individuo ? Non è piuttosto anch'esso un fatto, la cui constatazione (giacchè non è possibile la determinazione del modo d’operare della finalità) figura già per sè come una forma di cognizione ? Veramente qui le idee del Paulsen non sono chiare ed anzi in un certo senso sembrano contradittorie. Da una parte egli dice che la cone cezione teleologica è un prodotto delsentimento e del volere individuale (del volere e del sentimento del soggetto umano che si trova di fronte Dopo tutto quello ‘che precede non abbiamo bisogno di. spendere molte parole per discutere del rapporto posto dal Paulsen tra la filosofia e la religione, e tra la filosofia e le scienze particolari. Una volta che lo spirito umano è uno e che le sue funzioni non sono compiute maiisolatamente, quando si vuole determinare il compito della filosofia rispetto a quello della religione non basta affermare che quest'ultiina risponde alle esigenze dell’emotività, mentre la prima a quelle dell'intellisenza. Nella filosofia vi è il momento dell’emotività e del volere come nella religione vi è necessariamente il momento della conoscenza. Si tratta appunto di determinare fino a che punto ed in che senso il momento della conoscenza interviene nella religione e quello del sentimento nella filosofia. Ora noì di passaggio notiamo che mentre per la filosofia il fine ultimo è la conoscenza, ond’essa mira appunto a trascrivere in termini di conoscenza le esigenze emotive e le aspirazioni del volere, formando un tutto armonico intelligibile, per la religione lo scopo è di trovare un appagamento ai bisogni dell'animo per il che si serve della conoscenza come di mezzo appropriato a raggiungere il suo intento. Ciò che. all'universo) e dali’ltra crede di poter dare una certa idea del modo di operare del principio teleologi:0, riferendosi a ciò che ci presenta l’esperienza interna in quei casi in cui la nostra attività raggiunge un dato < risultato (fine), senza che esista alcuna rappresentazione dello scopo a cui inconsciamente essa tende (Zielstrebigkeit). Egli si riferisce ad una tale esperienza in forza del parallelismo psicofisico e dell’animazione universale da lui ammessa, Noi osserviamo che una volta ammesso che l’attività opera in modo cieco, non è possibile parlare di cognizione te leologica vera e propria, ma di contemplazione nel senso di Kant e di Lotze. in un caso vale come mezzo e come un momento subordi. nato, nell’altro diviene fine 0 momento essenziale. Quanto al rapporto poi della filosofia colle scienze particolari osserviamo che è impossibile confondere il compito della filosofia con quello delle scienze per due ragioni: 1° Non è vero che le singole scienze si possano e sì debbano occupare dei presupposti da cui le loro indagini prendono le mosse, che, p. es., la fisica si debba occupare della natura dello spazio e della materia. La filosofia bensi ha bisogno di fondarsi sulle leggi e propretà scoverte dalle scienze, ma elabora i detti risultati a suo modo, ed elaborandoli, li trasforma. Quel che è certo è, che si può essere . scienziati senza esser filosofi, ma non si può essere filosofi senza avere una base scientitica. 2° Il cultore di una scienza particolare non varca quasi mai i limiti della propria specialità e, se li varca, rimane sempre entro i limiti delle scienze vicine ; non mira mai a ricercare il nesso, il rapporto che esiste tra i vari ordini di sapere, sia di quelli che sono affini tra loro che di quelli che sono lontani; ora ciò fa appunto il filosoio. Ciò che vi ha di esatto nell'opinione del Paulsen è che il vero in ogni parte del nostro sapere sta in un processo di approssimazione indefinità ad un ultimo senso, ad un significato delle cose impossibile a conseguirsi da noi, e che i sistemi metafisici non sono, come direbbe il Barzellotti, che le cèntine immense su cui i grandi . architetti del pensiero voltano uno dopo l' altro l’ edificio ideale compiuto dal sapere del loro tempo. Notiamo infine che una volta ammessa quale parte della filosofia la metafisica, come si può dire che la biologia, la fisica e la chimica sono anche parti di quella? Ciò che LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 453 vi ha di filosofico in dette scienze è preso dalla metafisica. Il compito della filosofia è sciogliere il problema nella sua totalità. La filosofia pertanto ha un obbietto proprio e non è più lecito affermare che essa sia una semplice sintesi riassuntiva del lavoro compiuto dalle altre scienze. Dall'impossibilità di derivare il fenomeno fisico dal fatto psichico e questo da quello il Paulsen fu tratto ad ammettere il parallelismo psico-fisico e quindi l’ animazione universale, con cui egli volle esprimere evidentemente l’unità fondamentale della natura e dello spirito. Ora si domanda: Vi è una vita psichica superiore, più elevata, più comprensiva, come ve ne è una di grado inferiore a quella d'ordinario ammessa ? Il Paulsen risponde di sì ed è questo, a noi pare, uno dei punti importanti, o almeno caratteristici, della sua metafisica. Per risolvere una tale questione occorre tener presenti i criteri che noi abbiamo per giudicare della realtà psichica. Noi sappiamo che tanto più di realtà una cosa ha quanto più di valore possiede e quanto più di forza, di efficaciaè atta a spiegare: così noi siamo disposti ad ammettere un volere ed una coscienza collettiva, perchè noi siamo in grado di constatare gli effetti che essi producono sulla vita degl'individui e sullo svolgimento della società: per contrario le unità psichiche d'ordine superiore, quali vengono ammesse dal Paulsen, che effetti psichici producono ? Per quanto sappiamo noi, nessuno. I fenomeni esterni che noi osserviamo nella vita degli astri in genere, avranno anch'essi il corrispettivo interiore, ma questo sarà di natura semplice ed elementare, come sono i fenomeni esterni (movimenti più o meno complicati) da essi presentati. Quale ragione noi abbiamo per ammettere una vita psichica differenziata, complicata ed insieme armonica negli astri? Se per lo svolgimento dello spirito è richiesto un sostegno esterno così complesso, se in tutta la distesa dell'esperienza la natura è giunta a maturare in sè il frutto dell’esistenza spirituale quale a noi attualmente e nel processo storico si presenta, se la vita spirituale ha bisogno di svariati istrumenti complessi (tra 1 quali basta citare il linguaggio che rappresenta una delle condizioni di essenziali ogni forma di esistenza psichica d'ordine elevato), con che dritto attribuiamo noi una vita psichica superiore agli astri, iquali si presentano cosi monotoni e indifferenziati nel loro modo di operare ? Notiamo in ultimo che l'argomentazione a cui è ricorso il Paulsena tal proposito è quella per analogia; ma ognuno sa che questa in tanto ha valore in quanto i caratteri riscontrati simili in due serie di fatti sono essenziali; ora tra i fenomeni presentati dai pianeti e quelli presentati dagli esseri spirituali veri e propri non si può in alcun modo dire che vi sia corrispondenza essenziale. Passiamo alla teoria della conoscenza. Si è veduto che la parte essenziale della (inoseologia del Paulsen è che in un punto solo conoscenza e realtà coincidono, vale. a dire nella coscienza, giacchè i fatti interni noh possono essere fenomeni, ma sono la sola e vera realtà. I fatti psichici, infatti, in tanto esistono in quanto sì rivelano alla coscienza; la loro natura sta tutta appunto nell' apparire nella coscienza la natura del pensiero è tutt’ una collo sperimentare e coll’avvertire il pensare, come la natura del sentire è tutt'una collo sperimentare e coll’ avvertire il sentire. È impossibile, in altri termini, separare la vita psichica dall’avvertimento della stessa, come è impossibile separarla da ogni forma d’'interiorità : togliete questa ed avrete per ciò stesso annullato la vita psichica vera e propria. D'ultra parte per poter affermare chei fatti psichici suno fenomeni bisogna ben sapere in rapporto a chi possono essere essi feno meéni; e per tal via non sì viene ad ammettere come a3sodato ciòche è un problema, vale a dire l’esistenza dell'anima come sostanza semplice ? Ma da ciò consegue forse che di reale nella vita psichica non vi siano che i singoli fatti psichici, quali le rappresentazioni, i sentimenti, come mostra di credere il Paulsen? A noì non pare: invero, ciascun fatto psichico, esso sia una rappresentazione o un sentimento o qualsiasi altro elemento, lungi dal rivelarsi qualcosa di semplice, d’ irriducibile, di primitivo e d'indipeudente, si manifesta come qualcosa di derivato dalla cooperazione di parecchi fattori, tra i quali primeggia il soggetto, intendendo per questo ciò che costituisce il punto di appoggio, il punto di riferimento, e quindi il fondamento e il sostegno di ogni singolo fatto psichico. L'esistenza del soggetto figura ‘come la condizione essenziale del prodursi di un fatto psi. chico. Ciò è stato riconosciuto anche da coloro che negano la realtà del soggetto; ma essi hanno cercato di eludere la difficoltà, dicendo che il punto di riferimento del nuovo fatto psichico è dato dall’insieme della vita psichica svoltasi per lo innanzi: se non che va osservato che si vada indietro quanto si vuole, bisognerà bene arrivare al punto in cui il primo fatto psichico si presenta: ed in questo caso è evidente che è presupposta del pari l'esistenza del soggetto, l'esisteuza di qualcosa d'interno che non può più consistere nell’ insieme dei fatti psichici antecedentemente svoltisi. Da tuttociò emerge chiaro che non è possibile considerare i singoli fatti psichici come i soli elementi reali, giacchè presuppongono necessariamente qualcosaltro che concorra alla loro produzione; in caso contrario si rimane chiusi in un circolo; per dar ragione dei singoli fatti psichici si ricorre ail'esistenza di un soggetto, all’ esistenza di un punto di riferimento, e dall'altra parte per dar ragione di quest'ultimo si ricorre ai sentimenti, alle rappresentazioni. Aminessa come innegabile la realtà del soggetto, si può domandare quale concetto dobbiamo noi formarcene : ora noi crediamo che tale questione non si possa risolvere altrimenti che ricorrendo a similitudini, ad analogie atte a farci intendere che la realtà del soggetto non deve essere ri posta in una sostanza semplice, in una sostanzaatomo, in un'ipostasi insomma, ma in quel qualcosa che rende possibile l’esistenza delle parti che costituiscono la vita psichica. Noi per denotare questo qualcosa siamo costretti a ricorrere ad espressioni vaghe ed indeterminate, come la parola sostanza, le quali sono soltanto valide a celare la nostra ignoranza. Allo stesso modo che la lingua non è reale come semplice aggruppamento di suoni e di parole, le quali, anzi, in tanto esistono in quanto vi è la funzione del linguaggio, ailo stesso modo che un organismo non figura come il puro risultato dell’ aggruppamento delle sue parti, le quali anzi presuppongono l’attività del germe da cui si svilappano, così l’anima lungi dal risultare dall'insieme dei fatti psichici va considerata come ciò che rende possibile l’esistenza di questi. La realtà vera e piena non appartiene agli elementi ultimi acuisi perviene mediante l'analisi, ma al tutto, o meglio, all'universale concreto e individuale, il quale può essere considerato come funzione di un universale concreto più elevato e questo di un ultro universale più elevato an‘cora fino a giungere alla Totalità che tutto in sè comprende. L'anima, si dice, è null'altro che la sintesi delle forze o potenze psichiche, vale a dire dei fatti psichici possibili; d'accordo: ma chi dice sintesi dice perciò stesso attività sintetizzatrice, perchè altrimenticome avverrebbe tale sintesi? E forse da sè stessi, ez /eye che gli elementi dei tatti psichici si riunirebbervo 2? Non basta : si dice inoltre: L'unità dei fatti psichici riferentisi l'uno all’ altro, richiamautisi, implicautisi a vicenda, ecco che cosa è l’anima: ma tuttociò non trae seco la conseguenza che l’anima è più che un semplice aggruppamnento di tatti psichici ? Perchè un fatto psichico possa richiamarne un altro, bisogna che vi sia qualcosa che colleghi entrainbi, bisogna che un'identità tondamentale sia il sostrato di entrambi: e per convincersi di ciò basta pensare che anche i collegamenti spaziali e temporali in tanto sono possibili in quanto vi è un soggetto capace di ordinare le rappresentazioni appunto secondo l’ordine spaziale o temporale. Dall'inerire di a, 6, c, ad A, domanda il Paulsen, conse gue forse la coscienza delle loro unità ? Certamente, rispondiamo noi, posto che A abbia la coscienza, comunque il’ rapporto intercedente tra i fatti psichici e il soggetto non sia nient' affatto un rapporto d'inerenza. Dire che cosa. è la coscienza è impossibile, essendo essa un fatto nltimo e irriducibile: dire che è attività, forza, sintesi, riferimento e distinzione ecc. equivale a metterne in evidenza delle note, ma non a significare che cosa in realtà sia. Osserviamo infine che il Paulsen sembra quasi che riconosca il suo errore, quando a proposito dell'anima esce. in affermazioni come questa: Il tutto precede le parti, l’Anima non è un Compositum ecc. Ora in tal guisa evidentemente abbiamo due’ concezioni dell'anima chenon possono per nessuna via concordare insieme : se essa. non è un aggregato, un compositum , non è lecito affermare che la realtà competa soltanto ai singoli fatti psichici, quali le rappresentazioni, iî sentimenti, ecc. Se il tutto precede le parti, come si può negare la realtà del soggetto, come si può asserire che l’Anima è un' ipostasi a seconda potenza? Per ciò che concerne l'Etica del Paulsen, cominciamo dall’osservare che il principio fondamentale di essa si trova. in contraddizione con l'essenza della moralità quale è in-. tesa dall'Autore, Se, infatti, la morale è una produzione del volere e del sentimento e non della intelligenza umana, come mai si può affermare che la valutazione degli atti” si riferisce sempre agli effetti da questi prodotti ? In tal caso l'essenza della morale è intellettualistica in quanto la considerazione degli effetti delle azioni è un processo essenzialmente intellettuale. Nè vale il dire che occorre far distinzione tra vita morale e scienza della vita morale, giac-chè prima di tutto la base della valutazione degli atti è un elemento della vita morale nella coscienza umana, in cui la riflessione, non si disse, agisce sulla volontà ; poi una delle due, o la considerazione del fondamento obbiettivo dell'imperativo morale, vale a dire la considerazione del tine ultimo verso cui tende lo sviluppo della moralità obbiettivamenie considerata, è da riguardare sempre ed in ogni caso motivo pressochè esclusivo dell'operare morale (nel qual caso è giusto fondare il giudizio valutativo sui risultati etfettivamente raggiunti mediante le azioni morali), ed allora non è più lecito parlare dell’ esistenza della vita morale indipendente dalla conoscenza, chè anzi in tal caso la moralità è fondata sulla conoscenza e sulla riflessione ; ‘ovvero la vita morale si è in certa guisa svolta indipendentemente dalla considerazione degli effetti delle azioni, ‘considerazione, la quale si è rivelata soltanto a chi si è posto a riflettere sull'insieme della vita morale, ovvero cioè gl’ individui hanno cominciato coll'operare in un dato modo per seguire gl’ impulsi del loro animo, senza aver di mira ‘alcun risultato obbiettivo che è divenuto evidente solo posicziornente, e allora ia veduta teleologica non ha nell'Etica un ufficio differente da quello che ha nella scienza in genere. In questo caso non è ragionevole fondare la valutazione degli atti morali sugli effetti obbiettivi. Ed anche qui la considerazione teleologica non è una conoscenza nello stretto senso della parola, ma è una forma di ‘contemplazione. L'Etica del Paulsen rimane impigliata nel suddetto dilemma. Il Paulsen ha ragione di respingere il puro formalismo kantiano, in quanto l'analisi dello spirito umano. mostra che la volontà non può entrare in azione se non avendo in vista un fine determinato e concreto, ma ha torto di affermare che la valutazione morale debba essere fondata soltanto sulla considerazione degli effetti consecutivi all’azione, senza tener conto della natura propria del volere (ovvero tenendone conto in modo secondario e subordinato). La volontà non è qualcosa di accessorio alla moralità, nè questa è fuori della volontà, allo stesso modo che il bello non è al di fuori dell'anima che lo sente e lo gusta. E mentre il prodotto artistico va giudicato alla stregua dell’ emotività estetica umana (sensoestetico), il fatto morale senza cessare di essere tale, non può essere considerato a parte dalla determinazione del volere che gli diede origine: e ciò perchè l'essenza del fatto estetico è nell’emozione estetica, mentrechè l'essenza di quello morale è nel volere. Un fatto staccato dal volere che l’ha determinato non può mai essere obbietto di un giudizio morale, come un bello che non è sentito non può essere oggetto di un giudizio estetico. In tanto è lecito parlare di moralità in quanto è in causa il volere che è quanto di più intimo abbia l'uomo, in quanto è in causa l’uomo stesso: e la considerazione degli effetti di un'azione in tanto può entrare nel giudizio valutativo degli atti umani in quanto gli effetti spesso, ma non sempre, sono: l’espressione del volere, sono il volere umano obbiettivato. L’Etica non si può limitare ad esaminare semplicemente la forma del volere e dell’ operare umano, ma deve anche prendere in considerazione il contenuto di questa, vale a dire il fine da raggiungere mediante il volere e l’azione. Ora lo scopo dell'attività umana non può essere determinato che con la guida della necessità morale e non può essere valutato che in base alle norme morali stesse. Per il che occorre che all'attività umana venga proposto non un fine qualsiasi, ma uno che sia in armonia colla naiura propria dell’uomo. Onde è che l’esperienza, il fatto cioè che questo o quell’individuo in questa o quella circostanza sì è proposto un dato fine e l’ha raggiunto, non ci autorizza niente atfatto a considerare senz’ altro lo stesso fine come morale e come degno di essere ricercato; è necessario per contrario che il detto scopo sia fondato necessariamente sulla natura dello spirito umano e derivato dalle leggi priori dello stesso. La psicuiogia potrà fornirci un'interpretazione adeguata della natura di queste leggi, ma nulla potrà dirci del loro valore e della loro importanza. In sostanza noi possiamo dire che ogni precetto morale O giuridico contiene ad uno stesso tempo elementi empirici ed a priori. Il contenuto particolare e determinato non può esser fornito alle norme etiche che dai bisogni e dalle contingenze in cui l’uomo si può trovare, mentre i caratteri dell’universalità, della necessità e della obbligatorietà non possono ad esse venire se non da questo che le varie forme dell'attività umana vengono considerate come processi e stati aventi la loro origine e il loro svolgimento in esseri ragionevoli e liberi. Non altrimenti che noi consideriamo come logicamente necessario solu ciò che, seguendo le regole del pensiero logico, deriva da dati presupposti, così diciamo moralmente necessarie quelle maniere di operare che per necessità logica derivano dai seguenti presupposti: che l’uomo è un essere ragionevole e che la parte spirituale della sua natura paragonata con quella animale, non solo ha un valore maggiore, ma ne ha uno incondizionato. Quanto più l'individuo riconosce tale necessità, tanto più squisito è il suo senso morale e quanto più la condotta di una persona si lascia guidare dal sentimento della medesima necessità, tanto più moralmente puro sarà il suo operare. L'adempimento del proprio dovere produce la pace dell’anima appunto perchè in tal caso la condotta è in accordo con ciò che all'agente sembra necessario alla conservazione: cd elevazione del proprio vaiore personale, di guisa che le leggi morali non esprimono chele condizioni nelle quali la nostra volontà è veramente funzione dello spirito ed è degna dell’appellativo di volontà ragionevole. È evidente che a misura che si va svolgendo la nostra vita spirituale e il suo valore ci si rende manifesto, acquistiamo coscienza delle esigenze che in rapporto a ciò ci si impongono e quindi acquistiamo chiara cognizione delle leggi morali. Fintanto che in noi non mette radici la persuasione che il comportarsi in un dato modo è da considerare come esigenza universale della natura umana, non è lecito parlare di moralità: onde consegne che l'uomo trae la nozione di ciò che deve fare non dalla esperienza, ma dalla considerazione di ciò che trova di più nobile ed elevato nel suo animo e dalle esigenze che una tale considerazione trae seco. Non si vede poi su che base si potrebbe costituire una norma fis:a ed universale per giudicare del valore morale di un’ azione, una volta che la determinazione del volere fosse considerata come unelemento accessorio e subordinato, tanto più se si pensa che la valutazione degli effetti è pressochè impossibile ad effettuarsi in modo esatto, tenuto conto delle svariatissime circostanze che possono concorrere a far variare l’importonza di essi; vero è che si dice che il giudizio morale ha come punto di riferimento gli effetti .che normalmente derivano da determinate maniere di operare, ma non si vede che in tal caso sono le maniere di operare, vale -a dire ledeterminazioni della volontà, che costituiscono la base vera dei nostri giudizi, mentrechè gli effetti figurano come una semplice conseguenza, unaspecie di estrinsecazione di quelle? Si obbietta che il giudizio morale fondato sull’intenzione dell'agente, è pressochè impossibile, tenuto conto delle insuperabili difficoltà che si oppongono ad un esatto esame psicologico, ma in tale asserzione vi è molto dell'esagerato. In ogni caso, una volta che si fa dipendere il giudizio morale esclusivamente dagli effetti consecutivi alle azioni, bisogna poi dire secondo quale norma noi valutiamo i detti effetti. Le idee del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto non si sarebbero mai potute formare, se nella natura propria dell'uomo e segnatamente nella sua ragione, non avesse radice il bisogno e la capacità di paragonarsi cogli altri uomini, di valutare i loro stati analogamente ai propri, e di estrarre dalla esperienza propria e da quella degli altri leggi generali aventi l'ufficio di regolarlo nei vari suoi atti; se insomma l'attitudine morale non avesse il suo fondamento ultimo nella ragionevolezza umana. Senza di questa condizione sarebbe stato impossibile trarre regole universali dai vantaggi o danni derivati da determinate azioni: ciascuno avrebbe evitato ciò che gli recava nocumento ed apprezzato ciò che gli giovava. Ancorchè sì voglia ammettereche l'esperienza delle conseguenze di dati atti abbia dato il primo impulso alla formazione delle idee morali, riman sempre da spiegare il loro completo svolgimento, giacchè ogni progresso morale ha come base la ragionevolezza umana. Da ciò deriva che i precetti morali, se traggono il loro contenuto dall'esperienza, devono la loro forza di obbligatorietà a leggi universali dello spirito umano indipendenti da qualsiasi esperienza. Ond’è che la scienza morale o l’etica non può avere altro obbietto che quello di rintracciare gli elementi della natura unana, dai quali deriva la tendenza ad anteporre a tutto gl'interessi spirituali e il benessere della società, nel che propriamente consiste la moralità. Come si vede, ciò che reude assolutamente difettosa la concezione morale del Paulsen è l'asserzione che basti l'esperienza per determinare i precetti morali. Infatti, si può domandare: Perchè ciò che è utile alla società deve essere praticato ? Perchè lo svolgimento delle varie attività e funzioni dell'individuo e dei suoi simili costituisce il fine umano? Si risponde: Perchè la coscienza sociale, perchè lo spirito collettivo così comanda; ma, si può domandare ancora: E perchè lo spirito collettivo dà di tali comandi ? Perchè esso è fatto cosi? E che dritto ha esso di dare dei comandi ? E che prove abbiamo della esistenza e della superiorità ci un tale spirito? E le domande non sono finite ancora: Perchè esistono quei tali istinti sociali che sono la radice di taluni costumi e consuetudini ? Da qualunque. lato sì consideri la questione, emerge chiaro che non è possibile trarre esclusicamente dall'esperienza il contenuto della moralità senza tener conto delle direzioni primitive ed originarie del volere umano illuminato e conpenetrato dalla ragione. È curioso che il Paulsen ammette che il problema della determinazione del fine ultimo della vita non possa esser risoluto dall’intelletto e quindi dall'esperienza, mentre quello riguardante i mezzi per raggiungerlo (virtù e doveri) sì. Ora se le virtù e i doveri sono insieme parti del fine ultimo della vita e mezzi per raggiungerlo, come mai possono essere determinati con metodo diverso da quello con cui è determinato lo scopo finale della vita ? L'esperienza non ci può presentare che fatti concreti collegati insieme, ma non potrà :nai darci la necessità per cui i dati fatti si collegano, nè il perchè così si collegano, come non’ può darci mai alcuna norma o regola, che abbia valor necessario ed universale. È innegabile che per quanto sì osservino fatti e si notomizzino, non sì caverà mai da essi una norina assoluta ed universale di operare. Convien dunque riconoscere in noi una facoltà o una disposizione primitiva per la quale, sotto l'impulso di alcuni fatti, sì. sveglia in noi l’idea del dovere, l'idea di un qualche cosa che si deve assolutamente fare. Questa coscienza del dovere considerata nella sua generalità quale coscienza d’un fine obbligatorio, superiore al nostro benessere individuale è, come abbiamo veduto, il fondamento comune e generale della natura morale degli uomini: ma a questo fondamento meramente formale si aggiunge necessariamente, nella coscienza di tutti, una determinazione materiale, varia secondo i popoli, i tempi e gli individui. Per ciò che riguarda la superiorità attribuita allo spirito collettivo nelle sue varie forme rispetto allo spirito individuale, giova notare che non ogni forma di collettività. è superiore all'individuo, come non in ogni caso l’indivi duo deve seguire i più. È da questo punto di vista che le idee emesse dal Paulsen sulla natura del dovere meritano d’essere completate. Le unità collettive che hanno un valore più elevato sono quelle che condizionano l’individuo, quali la famiglia e la società presa in senso lato. È evidente che senza la famiglia e la società non vi sarebbe nè individuo, nè cittadino, il quale dapprima è per cosi dire una cosa con esse, e se ne distacca soltanto in un tempo posteriore, quando il volere individuale ha acquistato tanta forza da poter vivere e svolgersi in modo autonomo. Le dette unità collettive condizionando la vita individuale, sono universali, nel senso che non vi è uomo, il quale non appartenga ad una famiglia, o ad una società. È chiaro che le stesse collettività lungi dall'essere un prodotto . dell'astrazione, sono quanto vi può essere di concreto, e vivono ed operano negli individui ; è evidente del pari che iascun individuo sì sente intimamente legato ad esse, ri flette nel suo animo le loro tendenze ed aspirazioni, e le ri . conosce come qualcosa di superiore. Una volta che l'individuo ha nella collettività il suo punto d'origine, il suo fondamento, @ il suo sostegno, non può non attribuire ad essa un po tere ed una forza stragrande. Non basta. ciascun individuo come elemento isolato, sente prepo:ente il bisogiio di com. pletarsi, congiungendosi col Tutto, onde il suo volere quanto. più è compenetrato dalla ragione tanto più è tratto a compiere quelle azioni che lo fanno sentire uno col Tutto, e che, togliendo ogni restrizione, contribuiscono ad allargare l'Io. Le forme particolari ed artificiali di collettività non sempre hanno un valore superiore e più elevato, in quanto non contengono ciò che vi ha di essenziale negl'individui. Le unità collettive naturali lungi dall’eliminare le differenze individuali, le armonizzano e le elevano ad una . potenza maggiore. Gl'individui possono (ed è bene che avvenga) fare a meno dal seguire i dettami della collettività quando questi non si riferiscono a ciò che vi ha di universale nella natura umana È soltanto a questa condizione che l'individuo, seguendo la collettività, si sente’ più che sè stesso, si sente parte di ciò che vi ha di meglio nel mondo, in modo da trovare un appagamento calmo e completo alle più profonde aspirazioni del suo cuore, e. alle intime esigenze di tutto il suo essere. Prima di finire noterò che chi si fa a considerare l'insieme delle dottrine morali del Paulsen, s'accorge subito che in esse si ha come il riflesso della psicologia quale venne trattata dal nostro Autore. Vedemmo, infatti, che per lui il fatto psichico primitivo ed originario è dato dall’attività, dall’energia, mentre tutte le altre potenze non rappresentano . che dei mezzi adatti a far raggiungere all’attività il maggior dispiegamento. Da tal punto di vista ciò che è pura-mente subbiettivo, quale il sentimento, figura come il semlice riflesso o come l’intertoriszazione del fatto obbiettivo dell’operare, che è l'essenziale. Una tale dottrina psicologica fondamentale trasportata nel campo morale che cosa. doveva darci? La trasposizione della base della valutazione, diremo così, dall'interno all'esterno. Infatti, una volta che l'essenziale è l’ attività, e che questa nonsi può misurare che dal lavoro che compie, dagli effetti che produce, è naturale che il giudizio valutativo debba . riferirsi agli effetti consecutivi alle azioni, invece che alle- determinazioni subbiettive del volere e dell’emotività, i - quali rappresentano qualcosa di accessorio, di sussecutivo . © di incidentalmente concomitante. L'importante per il nostro Autore non è la genesi subbiettiva dell’atto, ma . l'attività, per così dire, obbiettivata. Ma non è questa, domandiamo noi, una maniera di snaturare la moralità ? Non è l'essenza di questa riposta nel processo per cui l'ideale si attua, per cui ciò che non è ancora tende a tramutarsi in fatto? Non ha essa la sua nota caratteri. stica nel procedimento per cuiil mondo veramente uinano siva formando ? Togliete l’ideale dal dominio morale ed avrete annullato la moraità : ora, non si viene a destituire d'ogni valore l'ideale, una volta che si pone come obbietto della ‘ valutazione morale l’effetto che consegue all’azione, cioè a dire quella parte dell'ideale che è stata già tramutata in fatto? Bisogna ben tenere a mente che l’ideale è un pro. dotto del soggetto, prodotto che ha valore ed efticacia per sè, a prescindere dalla sua attuazione, la quale può essere arrestata o di molto diminuita per cause svariatissime. E la scienza morale si differenzia da tutte le altre scienze appunto per questo, che essa non sì riferisce a fatti, ma ad ‘idee ed a sentimenti che tendono a tramutarsi in fatti : in caso contrario la scienza morale quasi quasi non ha ragione di esistere. La classificazione, l'ordinamento ed anche la valutazione degli effetti di date azioni sono di spettanza di altre scienze. Aggiungiamo in ultimo che, ammesso il teleologismo alla maniera di Paulsen, si viene a destituire d’ogni valore la volontà, la quale è quasi considerata come una forza, le cui determinazioni per sè possono essere trascurate, tanto è ciò vero che il giudizio morale principale si riferisce .agli etfetti consecutivi all’azione, iquali possono essere maggiori o minori in rapporto a numerose circostanze che non hanno niente a che fare colla volontà vera ‘@ propria; per contrario le determinazioni primitive di questa e i loro motivi vengono lasciati da parte come qualcosa di superflno e quindi d'insignificante. Non si ha cosi una nuova forma di fatalismo, una volta che più o meno manifestamente viene ad essere ammesso che la volontà presa per sè non è degna di considerazione ? È degno di nota il fatto che i sistemi filosofici, ì quali pongono il volere come fondo e sostanza dell’ universo, sono costretti dalla forza delle cose a negare ogni efficacia al volere vero e proprio: diciamo al volere vero e proprio, giacchè il volere aminesso dai filosofi pantelisti è qualcosa di così chimerico e di così inconsistente che non può esistere, se non nella fantasia di quelli che ne hau fatto il doro Dio. Chi si fa a considerare tutto il movimento della filosofia contemporanea non può a meno di notare che le varie direzioni di questa hanno i loro nuclei di origine nella filosotia kantiana. I germi delle varie forme che ha assunto l’attività del pensiero filosofico nel secolo nostro si trovano tutti nel Kantismo, tanto è ciò vero che ciascun filosofo prende come punto di partenza qualche veduta kantiana, e non fa che trarre da essa tutte le conseguenze possibili, svolgendola nelle varie sue parti. Nè ciò deve far meraviglia, se si pensa che Kant piuttosto che darci un sistema filosofico vero e proprio, ci diede una critica della conoscenza e della metafisica anteriore, ond'egli, qua e là potette emettere delle vedute forse non perfettamente atte ad esser coordinate in un tutto armonico non atte cioè a divenire elementi di un sistema unico, ma atte a divenire punti di riferimento di concezioni posteriori. Non è nostro intendimento ora di passare a rassegna i vari sistemi filosofici che presero le . mosse da Kant: notiamo soltanto che tra le varie direzioni del pensiero speculativo contemporaneo due si possono segnalare in modo spiccato come germinazioni dirette del Kantismo: alludiamo alla filosofia critica propriamente detta o al cri. ticismo e alla filosofia dell'attività o pantelismo nelle sue varie forme. Le dette due direzioni presentano dei caratteri netti e delle note speciali, per cui non sì può non: considerarle separatamente: il criticismo, infatti, ha, per cosi dire, il suo centro di gravità nella teoria della conoscenza. che costituisce per esso l’obbietto speciale dell'indagine filosofica ; il pantelismo invece è concezione essenzialmente metatìisica e lungi dal limitare le sue ricerche alle discussioni gnoseologiche, ha di mira di penetrare la natura intima della realtà sia fisica che psichica. Entrambe queste direzioni del pensiero filosofico, dicevamo, si rapportano a Kant; ma mentre il criticismo cerca di dare il più ampio svolgimento alle vedute d'ordine teoretico, il pantelismo ha l'intento di accentuare e di esagerare il pensiero fondamentale della filosofia pratica del grande filosofo di Kénigsberg. É noto che mentre nella critica della ragion pura Kant, dopo l'esame e l’analisi del potere della conoscenza umana,. affermò l'impossibilità di oltrepassare il fenomeno, nella critica della ragione pratica ammise una sola via di penetrare nel regno del Reale e questa per lui era il volere umano. È del pari noto che si volle trovare un’antitesi tra il pensiero e il metodo della ragione teoretica e il pensiero e il metodo della ragione pratica, onde avvenne che alcuni seguirono Kant nella teoria della conoscenza, mentre altri nella metafisica che poteva esser dedotta dai presupposti della sua Etica. Avendo il grande filosofo tedesco proclamato il primato della ragion pratica ed avendo ammesso nel volere umano una specie di accenno all’Assoluto, era da aspettarsi che i filosofi, i quali non si appagavano delle semplici discussioni gnoseologiche, dovessero cercare di costruire una metafisica, dando svolgimento e trasformando pressochè completamente i postulati della ragion pratica. Tale fu il caso dello Schopenhauer. Non abbiamo bisogno di esporre la metafisica di questo filosofo per mostrare come essa abbia una delle sue radici nel pensiero kantiano. È necessario piuttosto domandarsi a questo punto se il pantelismo abbia in realtà interpretato e svolto il pensiero . kantiano: fa d'uopo, cioè, ricercare se in fondo i presupposti della filosofia morale e religiosa di Kant siano proprio quelli che formano il caposaldo della metafisica pantelistica. Ora a tale questione non si può che rispondore negativamente : chi ben considera, infatti, l'insieme della filosofia kantiana nota subito come l’antitesi tra la filosofia teoretica e pratica in realtà non sussista; giacchè in entrambe domina quella che si potrebbe dire veduta formaliatica, nel senso che tanto nella conoscenza quanto nell'attività pratica si distingue l'elemento a priori o formale, che dà le note essenziali della necessità e dell'universalità dall’ elemento materiale, il quale è empirico e quindi contingente, vario e relativo. Se non che Kant, intendendo di costruire un sistema di morale pura ed elevata, volendo dare alla morale un fondamento assoluto, comprese che bisognava ridurre al minimum l'azione dell'elemento empirico per riporre ìil carattere normativo della legge morale in qualcosa di fermo e di stabile; solo cosi il dovere era fine a sè stesso. In tal guisa fu indotto a porre l'essenza dell’imperativo categorico in una determinazione primitiva del volere umano, la quale non poteva non esser formale. Sicchè mentre egli aveva considerato l’ elemento formale della conoscenza (forme dell’intuizione e categorie), una volta separato dall'elemento materiale, come vuoto, nella morale, per timore di contaminare in qualche modo la purissima concezione etica, attribui un valore assoluto all'elemento formale considerato per sè separatamente da ogni determinazione derivante dall'esperienza. Da tal punto di vista è innegabile il divario esistente tra la filosofia teoretica e quella pratica di Kant, ma chi ben riflette sul principio dell'Etica kantiana s'accorge che il detto principio formale implica in fondo un contenuto materiale, giacchè l'universalità della regola nun può contenere per sè forza obbligativa, ma solo perle conseguenze buone che ne derivano, cioè per l’accordo generale degli animi e per lo svolgimento dei sentimenti disinteressati. In ogni caso il detto divario autorizza forse a considerare giusta l'opinione di chi sostiene che il pantelismo è niente altro che la continuazione e lo svolgimento di ciò che vi ha di essenziale nella filosofia di Kant? Per risolvere una tale questione fa d’'uopo ricercare quale sia l'essenza del pantelismo, affinchè dopo si possa vedere se le vedute kantiane realmente coincidano con essa. Ora il pantelismo .&fferma che fondo e sostanza dell'universo è il volere, ma, si noti, non il volere umano, il volere cioè intimamente <compenetrato dall’intelligenza, bensi il volere-forza, l’azione, l'operare per l’operare: ed afferma inoltre l’assoluta supre.mazia della attività di fronte all'intelletto. La fanzione ‘conoscitiva, infatti, nelle sue varie forme e gradi non è per esso che qualcosa di sussecutivo e di secondario, una specie di istrumento creato dall'attività. É evidente che questa seconda affermazione è una conseguenza della prima, nella quale propriamente sta il principio fondamentale del pantelismo. Ciò posto, chi conosce lo spirito della filosofia kantiana non può far a meno di constatare la profonda differenza esistente tra essa e il pantelismo, in quanto Kant ammette, si, il primato del volere, ma del volere che è tutt'uno colla ragione, tanto è ciò vero che egli parla di ragione pratica, onde non è lecito considerare come propria della filusofia kantiana l’ affermazione della separazione assoluta del volere e del sentimento dall'attività conoscitiva. Per quanti sforzi si facciano non si riuscirà mai a togliere all'etica kantiana la caratteristica sua propria che è quella di essere un'etica trascendente; ora chi dice ‘etica trascendente dice etica che ha un fondamento speculativo ; il che alla sua volta include l'affermazione dell’indissolubilità della morale dalla metafisica. Non è giusto adunque riferirsi a Kant quando si afferma l'indipendenza assoluta dellu morale e della religione dalla metafisica; in fondo il pensiero kantiano è questo, che la conoscenza e la ragione per sè isolatamente considerate non bastano a darci il fondamento assoluto dell’etica e della religione, per il che si richiede la cooperazione di altre funzioni dello spirito o di altri momenti della vita psichica (sentimento e volontà). L'etica e la religione però non possono esistere senza che sia ammesso, sia pure in forma di postulato, un qualche fatto d’ordine speculativo. Ciò che Kant ha affermato quindi non è la supremazia o anche l'indipendenza assoluta del volere cieco di fronte alla ragione, ma l'insufficienza della ragione isolatamente presa a farci penetrare nel regno dell'assoluto e quindi la necessità della cooperazione del volere. Dire adunque che il pantelismo è una conseguenza necessaria e legittima della filosofia kantiana e dire che la concezione etica e religiosa propria del pantelismo è nel fondo quella kantiana equivale ad affermare cose non perfettamente conformi al vero. Noi ci siamo alquanto dilungati nell'esporre il rapporto esistente tra il pantelismo ela filosofia kantiana in quanto le idee del Paulsen, le quali, come ha potuto vedere chi ci ha seguito nella esposizione analitica fattane, si riducono ad una forma di pantelismo, non possono essere considerate come una vera e propria germinazione della filosofia kantiana, ma vanno riguardate piuttosto come il prodotto della fusione di svariati elementi, ai quali brevemente accenneremo. Per sintetizzare in brevi termini il nostro pensiero intorno alla genesi storica delle vedute del Paulsen diremo che i germi deposti nella sua mente dallo studio delle opere di Kant e di Schopenhauer maturarono e si svolsero in modo particolare per la cooperazione di molteplici altri fattori, quali i lavori compiuti dai neocritici, i progressi delle scienze particolari, specialmente di quelle biologiche, e l'allargamento della cultura in genere avvenuto negli ultimi anni. Secondo noi, il Paulsen, spirito fornito di una grande potenza assimilatrice, ha preso da Kant la purezza dell'intuizione morale, e la profondità del sentiment) religioso, dallo Schopenhauer il concetto del primato dell’ attività di fronte alla conoscenza e dalla cultura contemporanea la tendenza a considerare la filosofia come la sintesi delle scienze particolari. Qui, si può domandare : Ha il Paulsen fuso questi vari elementi in modo armonico da formare un'opera sotto qualche rispetto originale ? È riuscito il Paulsen a presentarci una sintesi vera dei vari tentativi fatti dallo spirito umano per dare una spiegazione dell’enigma dell’universo ? A noi pare .che l'opera del Paulsen, notevole per larghezza di vedute € per chiarezza e perspicuità nell'espressione, sia più che una semplice introduzione o guida al filosofare, ma sia d'altra parte meno che una concezione filosofica originale e. meno che una sintesi nuova e prcfonda di sistemi anteriori. Sul modo di filosofare del Paulsen oltrecchè gli elementi accennati disopra esercitarono una grande azione le speculazioni di Teodoro Fechner. Questo filosofo (1), il quale è massimamente noto per aver fondato in compagnia di Weber la Psicofisica, ebbe un modo proprio di considerare e di Fechner, professore deli0’Università di Lipsia. risolvere i problemi filosofici che merita di essere conosciuto.. Ed è notevole anzitutto che la Psicofisica lungi dall'essere qualche cosa di estraneo, come a prima vista si potrebbe supporre, alle sue idee speculative, non è che una parte integrante di queste: il che apparirà chiaro dopo che avremo esposto ì punti principali del sistema fechneriano. Secondoil detto filosofo adunque dal lato interno e psichico,. la realtà piena e vera si trova nell’Unità suprema della coscienza divina, mentre dal lato esterno o fisico vanno considerati gli atomi quali elementi ultimi reali. L'Unita suprema della coscienza che tutte le altre unità di ordine inferiore contiene in sè, si deve pensare analoga a quella umana; ed allo stesso modo che vi sono delle unità di coscienza inferiori alla umana, come quelle degli animali, delle piante, dei cristalli, ecc., così ve ne sono di ordine superiore, intermedie quindi tra l’umana e la divina. Tali sono quelle delle stelle, dei pianeti e degli astriin genere. L'Uno-Tutto abbraccia colla sua coscienza tutte le unità di ordine inferiore, mentre queste non sanno di essere comprese nell'unità superiore. La nostra vita terminata quaggiù, entra a far parte di uua vita superiore e più elevata; non altrimenti che nella nostra psiche una intuizione, quando sparisce come tale, sì conserva, o meglio rinasce come ricordo in una sfera superiore dell'anima, così tutto il nostro spirito perdura in un'esistenza spirituale superiore. Nel mondo di là gli spiriti non sono più collegati mediante determinazioni spaziali, ma sono in un rapporto reciproco più elevato, più intimo e insieme più libero. D'altra parte l’atomo vero e proprio non può essere percepito, ma soltanto dedotto od astratto dal complesso dei fenomeni corporei, e figura come il punto di riferimento di tutti i nostri calcoli nelle scienze esatte. La prova della realtà degli atomi risiede nella necessità di farne uso; e noi intanto arriviamo a concepirli, in quanto l’analisi dei fenomeni corporei, spinta agli ultimi limiti, pone davanti alla nostra mente questi elementi assolutamente semplici, i quali appaiono condizioni essenziali dell’ interpretazione e del calcolo dei vari fenomeni svolgentisi nell'universo. Il Fechner chiamala sua concezione idealistica in quanto per essa è ammessa l’esistenza di una coscienza universale o totale, la quale è come la condizione im:nanente dell’esistenza della materia ; la chiama matertalistica in quanto con essa viene ad essere riconosciuto che non vi è attività dello spirito, sia umano che divino, che non sia accompagnata da un fenomeno materiale o di movimento ; la chiama dualistica in quanto per essa anima e corpo appaiono irriducibili l’una all’altro; la chiama finalmente concezione dell'identità in quanto per essa spirito e natura sono due modi differenti d'apparire di uno stesso processo fondamentale. Ciò che vale a controdistinguere la veduta del Fechner di fronte alle concezioni di altri filosofi del nostro tempo, quali l'Herbart, il Lotze, è che egli non ammette in alcun modo l’esistenza di sostanze finite, di reali indipendenti, ovvero anche in connessione reciproca tra loro, ma aventi valore per sè. Per lui la realtà è nel processo, nella vita, nell'attività universale ; le sostanze finite, o le monadi non sono che fatti o processi di un ordine inferiore, i quali devono la loro esistenza ad un processo simile, ma di ordine superiore. Una volta poi ammessa così dal Fechner la dottrina dell'animazione universale e quella della continnità e accrescimento graduale e ininterrotto della vita psichica e una volta riposta l’essenza di quest'ultima non nella qualità semplice di un reale o nella reazione di una sostanza inpenetrabile, bensi nello svolgimento del processo universale attraverso a una quantità di momenti di vario ordine, è chiaro che s’' imponeva l'esigenza non solo di mostrare la possibilità della esistenza di una vita psichica latente, ma anche di rappresentarla, diremmo, graficamente, andando in traccia delle condizioni, per cuì si rendono possibili quei centri concreti di attività psichica che nella loro ordinaria funzione ricevono il nome di anime. In altri termini, in base ai suoi concetti speculativi, il Fechner fu spinto a ricercare una legge, poggiata possibilmente sul calcolo e sull'esperienza, atta a dar ragione della discontinuità rivelantesi nella ordinaria vita psichica. A tale esigenza risponde appunto la legge psicofisica, colla quale viene enunciato il fatto che la sensazione non comincia con uno stimolo infinitamente piccolo, ma solo con il valore limite dello stimolo e che l'accrescimento della stessa cessa del tutto quando lo stimolo ha raggiunto il limite clell’altezza che è il suo limite massimo. E qui va notato che se si fa crescere l’ intensità dello stimolo, rimanendo fra il limite minimo e quello massimo, non ad ogni accrescimento di stimolo tien dietro un accrescimento di sensazione; lo stimolo deve crescere di un certo grado, cioè del limite della differenza, perchè noi lo avvertiamo. Codesto limite di differenza però non è una grandezza costante, ma dipende dal grado d'intensità già raggiunto dallo stimolo e relativamente dalla sensazione, per il che si può dire che il limite di differenza dello stimolo è proporzionale all'intensità dello stimolo stesso. L' accrescimento della sensazione rimane indietro all’ accrescimento dello stimolo, in maniera che l’intensità della sensazione cresce solamente nel rapporto aritmetico (come 1, 2, 3, 4, ....); laddove l'intensità dello stimolo cresce nel rapporto geometrico (come 1, 2, 4, 8, 16.....). | È chiaro che l’esistenza del limite inferiore ci guarentisce una certa insensibilità, e perciò anche una certa indipendenza dai piccoli ed innumerevoli stimoli, i quali, per così dire, senza posa ci vanno ronzando attorno e che altrimenti ci sarebbero cagione di continue molestie. Dall’altra parte il limite di differenza assicura alle sensazioni che entrano nella nostra coscienza una certa durata, in quanto le preserva dalle variazioni degli stimoli. L'impressione piacevole che si prova all'udire un pezza di musica si fonda essenzialmente su questo fatto, che noi non percepiamo le leggiere deviazioni dei suoni dalla consonanza e dalla partitura, giacchè esse sono al di sotto del limite di differenza. I valori dei limiti inferiori sono l’espressione della sensibilità per gli stimoli e per la loro distinzione, e come tali, mutano non solamente da persona a persona, ma anche da tempo a tempo, secondo il grado di stanchezza, di esercizio, di eccitamento o di paralisi. La concezione fechneriana ha un'importanza superiore a quella che d'ordinario le viene attribuita in quanto rappresenta uno dei più audaci tentativi fatti in questi ultimi tempi per coordinare i risultati delle scienze particolari con una costruzione quasi totalmente fantastica della Realtà. Il Fechner in sostanza dice: il meccanismo da qualunque punto viene considerato, figura come qualcosa di relativo; tutto ciò che é esterno in tanto ha valore in quanto appare a qualcos'altro: pertanto l'essenziale va ricercato appunto in questo qualcos'altro, l’esteriorità essendo semplicemente come un elemento fenomenico concomitante. Ammesso: il principio che a tutto ciò che è tisico corrisponde un lato psichico, è agevole pensare che a tutte le varie formazioni fisiche (astri, pianeti, ecc.) debbano correre parallele delle corrispondenti formazioni psichiche fino a giungere alla Coscienza universale che tutto in sè contiene e comprende. Ora si domanda: Il fatto di dover ammettere un lato interno, corrispondente a tutto ciò che appare meccanico o esterno autorizza a porre senz'altro l’esistenza di determinate unità di coscienza intermedie tra l’uomo e Dio? Che dritto abbiamo noi di credere che la coscienza universale diffusa sì sia, acosì dire, differenziata in tali unità di coscienza particolari, quando pur sappiamo che la formazione della nostra coscienza richiede condizioni e processi speciali e di ordine complicato? Noi crediamo che si possa é si debba accettare uno stato di psichicità o di interiorità diffusa, 0scura, ma non crediamo che ciò tragga seco la necessità di ammettere dei centri di coscienza distinti, intermedi tra l'uomo e Dio, giacchè i fenomeni presentati dai vari sistemi di astri non possono essere risguardati quali manifestazioni di coscienze determinate. Anzitutto notiamo che qualunque speculazione a tal riguardo appare priva di valore, sia perchè essa siriduce a un modo soggettivo e arbitrario di rappresentarsi ciò di cui noi non possiamo avere che conoscenza astratta e incompleta, e sia perchè la conoscenza dell’interiorità in tanto può aver significato in quanto giova al conseguimento di fini pratici, agevolando il rapporto e il nesso reciproco degli esseri e il perfezionamento che ne consegue. Quando per contrario l’interiorità figura come qualcosa d’indifferente, come qualcosa di sfornito d'importanza, quando insomma per poter utilmente agire sulle cose basta la conoscenza esterna fenomenica che di esse abbiamo, la ricerca dell’interno va posta a livello di qualsiasi altro gioco della fantasia. Noì in tanto ricerchiamo ed apprezziamo la conoscenza dell'interno degli altri uomini in quanto da tale conoscenza ci ripromettiamo dei vantaggi d'ordine teoretico (cognizione della natura dello spirito umano e delle sue leggi) e d'ordine pratico. È per mezzo di essa che noi possiamo utilmente agire sui nostri simili e su noi stessi, indirizzandoci a vicenda verso il fine a cui crediamo che il genere umano tenda. Il Fechner poi crede che ogni sistema di forze, che ogni determinato aggruppamento di elementi possa essere considerato espressione di una distinta unità di coscienza; ora ciò evidentemente non è ammissibile, giacchè occorre far distinzione fra quelle coordinazioni di elementi che sono indizi o estrinsecazioni di unità di coscienza realmente esistenti (unità di coscienza tn sé) e quelle coordinazioni di elementi che hanno il loro fondamento nella coscienza del soggetto che contempla i detti elementi. Così i vari sistemi in cui la mente umana ha ordinato l'immensa molteplicità dei fenomeni, non depongono per l’esistenza di unità di coscienza corrispondenti, ma hanno per presupposto l’esistenza di una coscienza, diremo cosi, estrinseca, la -quale li ha formati, contemplando i fenomeni: invece le coordinazioni presentate dagli organismi in genere sono forme di estrinsecazione di unità di coscienza distinte. Il Fechner, avendo identificato le due sudette maniere di coordinazione, si è creduto autorizzato ad ammettere un'’unità di coscienza in ogni sistema. Ma si può qui domandare: Vi è un criterio per distinguere quei sistemi che hanno per fondamento una unità di coscienza estrinseca da quelli che ne hanno una intrinseca? Ognuno vede la grave difficoltà di un tale problema; noi però crediamo di poterlo risolvere, ponendo il carattere distintivo nella pro| prietà che ha l’unità di coscienza veramente distinta (obbiettiva e di ordine elevato) di poter non solo produrre | ed avere vari stati, ma di poter agire su questi. Noi solo allora siamo autorizzati ad ammettere come espressione di un’ unità di coscienza distinta un sistema di elementi, . quando abbiamo degli indizi sicuri non solo che in tale sistema domina un'unità armonica e coordinatrice, ma che questa . produce e modifica i vari stati in cui il detto sistema sì può ‘trovare. In ogni altro caso si può parlare di coscienza universale diffusa, ma non di coscienza distinta e molto meno . di coscienza di ordine superiore. Ciò posto, se noi esaminiamo i fatti presentati dagli . astri, dai pianeti e da tutti quegli oggetti che, stando a Fechner, sono manifestazioni di unità di coscienza intermedie tra l’umana e la divina, noi troviamo che essi non presentano alcun indizio dell'esistenza di qualcosa di superiore e di elevato capace di agire sui propri stati; onde non è lecito estendere la coscienza distinta al disopra dell'uomo che presenta in modo evidentissimo la caratteristica suaccennata. | Concludiamo coll’osse rvare che la metafisica del Fechner, come quella del Paulsen, non sfugge al rimprovero che si fa atutte quelle metafisiche che sforzano la realtà, preten.dendo che l’ordine ideale di questa si realizzi per una via diversa da quella che l’esatta ricerca scientifica dimostra vera. Tutte queste metafisiche hanno in comune di esser modi di rappresentazione dell’incondizionato, onde il meglio è di considerarle come mere ipotesi che nei loro concetti e nelle loro linee più generali è bene tener presenti senza lasciarsene dominare, affidandosi al progresso lento, ma sicuro dell’esatta ricerca scientifica, la quale mentre da una parte insieme con tutta la cultura, influisce sulla loro formazione, è dall’altra atta a decidere, con la cooperazione. di altri elementi, del loro valore. La Vecchia e la Nuova Frenologia La Nozione di “ Legge, L'origine delle tendenze immorali . Il senso muscolare . L’obbietto della Psicologia fisiologica . La Filosofia dell’attività F. Paulsen SAGGI FILOSOFIA SAGGI DI FILOSOFIA. LA MORFOLOGIA DELLA CONOSCENZA IL PROBLEMA ESTETICO. IL PROBLEMA FILOSOFICO SECONDO BRADLEY TORINO CLAUSEN Chl 4225:2,3) HARVARD COLLEGE LIBRARY OC JACKSON FUND (1,49 2 / ro Li te nn a A SI, io ae i Pa e - & &__cse-@hctemurrr nd TARA sr AIA CI I TTI AT E I O A I I ZI I O i = 1° r_r_ it (i 7 E | vB8 AA ANI TE RE IE lr LA NOZIONE DI LEGGE. La Classificazione delle Leggi o la Morfologia della conoscenza 0. Si è concordi nell’ammettere distinzione tra la cono‘ scenza in generale e la scienza, in quanto la prima implica semplice qualificazione della Realtà, mentre la seconda include qualcosaltro ancora, include cioè la connessione necessaria degli attributi caratterizzanti il Reale. Se la conoscenza in generale verte sul particolare e sul concreto, la scienza si muove nell’ universale, nel necessario, nel. Per ragioni che qui non è necessario esporre, fui costretto ad anticipare di molti mesi la pubblicazione del 1° volume di questi Saggi, nel quale è contenuta la Nozione di Legge La trattazione di questo importante e difficile argomento rimase come strozzata; difatti l’ultima parte, da pag. 123 a 139, dove si parla di una classificazione delle Leggi, non è bene coordinata col rimanente e, più che una discussione ampia sul detto argomento, è l'eco di una serie di note prese per la più parte dalle Lezioni di Filosofia fatte dal Masci all’ Università di Napoli negli anni accademici 1890-91-92. Riprendo ora l'argomento interrotto, coll’ intento di dargli quello svolgimento che a me pare che meriti. permanente, avendo per obbietto non il dato puro e semplice, ma i concetti elaborati sul dato. Parrebbe adunque che la conoscenza esprimesse un rapporto o un contatto più immediato colla realtà, essendo come l’ apprensione diretta di questa, mentrechè la scienza fosse come una forma di appercezione mediata, compiuta, cioè, attraverso i concetti della nostra mente; parrebbe di conseguenza che tra conoscenza e scienza vi fosse una differenza sostanziale in modo da essere pressochè impossibile rintracciare, diremmo, la morfologia, o la figliazione dei vari ordini di caratterizzazione della realtà. Ora per veder chiaro in tale questione a noi pare opportuno determinar bene anzitutto in che propriamente consista la conoscenza. Questa in tutte le sue forme, a cominciare dalla semplice percezione a venire al concetto più astratto, lungi dal presentarsi come un contatto, diremmo, mistico, di due sostanze - il reale e la mente - poste l'una di fronte all'altra, figura come un processo di appercezione, mediante il quale ogni elemento nuovo viene come assimilato dagli elementi affini già esistenti nella psiche, di guisa che la legge della relatività è la legge psichica fondamentale. Ciò posto, noi vediamo che tra conoscenza pura e semplice e conoscenza scientifica non vi è differenza sostanziale, essendo due stadii di un processo fondamentale identico: conoscere equivale appercepire, assimilare, riferire l’ elemento nuovo ai già preesistenti ; se questi ultimi, distaccati dal processo psicologico e sottoposti ad un' elaborazione speciale, vengono considerati come simboli, come segni per riconoscere ogni elemento affine che sopraggiunge, sì avrà la scienza, in quanto i detti simboli sono appunto i concetti, gli universali che rendono possibile l’ appercezione del singolo e del particolare: se per contrario la forma appercettiva è incorporata nel processo psicologico si avrà la semplice conoscenza. Onde consegue che qualsiasi forma di conoscenza implica la cooperazione di un elemento universale (forma appercettiva), di un elemento intelligibile, di qualcosa che trascende il fatto concreto particolare attualmente in rapporto immediato col soggetto e insieme che non vi è e non vi può essere una esclusiva conoscenza di fatti singoli e isolati: questi son sempre appresi attraverso qualcosaltro che in certo modo li rischiara e li illumina, che, in altre parole, li rende intelligibili. E che cosa è questo universale attraverso cui noi appercepiamo qualsiasi fatto singolo? Se la sua funzione è quella di rischiarare, di rendere intelligibile il dato, idealizzandolo e in certa guisa universalizzandolo, esso si confonde con ciò che propriamente si chiama legge. Questa infatti, come fu ampiamente discusso altrove, è ciò che rende intelligibili i fatti singoli e concreti, o, ciò che torna lo stesso, rappresenta ciò che vi ha d'’intelligibile negli ultimi, è la loro stessa intelligibilità. Eccoci condotti adunque al risultato finale che il dominio della legge si estende fin dove si estende quello della conoscenza e che pertanto una classificazione razionale ed esauriente delle varie forme di legge in tanto è possibile in quanto le varie specie di conoscenza sono intimamente connesse tra loro da formare un tutto organico. Nè sembrerà inutile estendere in tal modo la nozione di legge , se si pensa che in tal guisa soltanto s' intende la natura vera del processo conoscitivo ed è resa possibile una vera e propria morfologia della conoscenza. E poichè lo spirito umano non ha soltanto la funzione conoscitiva, ma ha anche quella emotiva e volitiva, non è priva d'interesse la ricerca dei rapporti esistenti tra queste ultime e la funzione conoscitiva, per vedere fin dove estende il suo dominio il fatto conoscitivo e per ciò stesso la legge. Ora vi sono dei prodotti dello spirito umano, quali l'Arte, la Morale, la Religione, i quali sono da parecchi considerati come estranei assolutamente alla conoscenza: l'Arte, la Morale, la Religione, si dice, sono un prodotto del sentimento e della volontà e non già dell’intelligenza umana; rella vita estetica, morale e religiosa proviamo delle emozioni ed operiamo, ma non conosciamo. È vera l’affermazione di caloro che pressochè escludono il momerto conoscitivo dai succitati prodotti dell'anima umana? Noi crediamo che pur non essendo riducibili a meri sillogismi i fatti estetici, morali e religiosi, non cessano però di contenere come lero momento essenziale quello conoscitivo. Ed invero l'Arte e la Religione, esprimendo e simboleggiando, ciascuna alla sua maniera, il Reale, che cos’altro fanno se non qualificare lo stesso Reale? E la vita morale che sì esplica, mirando all'attuazione di un certo Ideale di perfezione, che cos'altro fa se non caratterizzare come progressiva e perfettibile la realtà stessa? L'Arte, la Morale, la Religione non sono certo un prodotto esclusivo del ragionamento reflesso, come credevano ì razionalisti, ma non sono nemmeno un prodotto esclusivo del sentimento e della volontà, come vogliono gli avversari della conoscenza, giacchè per poter significare e simboleggiare il Reale n i i it .$. + nm ©" - _ >= .,.>-bisogna aver una certa idea del Reale stesso, altrimenti l'espressione manca di ogni punto di riferimento e quindi di ogni significato. Ammesso anche che l’idea artistica, l’idea morale e l’idea religiosa sia come il portato di date tendenze ed esigenze dell'anima umana, ciò non esclude che qualsiasi determinazione estetica, religiosa, ecc. sia come una maniera di conoscere e di sperimentare il Reale, giacchè le dette tendenze ed esigenze (sentimenti e volizioni) involgono sempre un elemento intellettivo o appercettivo. L'Arte, la Religione, ecc. sono poi come vari punti di vista, come varie posizioni di prospettiva per poter ap-. percepire la realtà, per modo che attraverso le differenti forme che esse assumono noi possiamo comprendere i singoli fatti riferentisi alle rispettive sfere estetica, religiosa, morale. D'ordinario si crede che un fatto estetico o religioso sia qualcosa d’ individuale, di concreto, di singolare, qualcosa di chiuso in sè stesso; ora ciò mal si concilia colla funzione universalizzatrice, tipificatrice e idealizzatrice attribuita alla funzione estetica, religiosa e morale. Lo spirito umano quando crea il bello e foggia il simbolo religioso o pone l'ideale morale, attua i mezzi attraverso cui può intendere la molteplicità dei fatti concreti e particolari riferentisi alla sfera dell’arte, della religione e della morale. Nei casi suddetti adunque la mente umana da una parte conosce, ha un certo concetto (comunque formatosi) del reale, e dall'altra porge i mezzi attraverso cuì possono essere appercepiti una quantità di fatti singoli e concreti che si presentano nella vita ordinaria. Allo stesso modo che, perchè sia scoverta una legge scientifica occorre il Genio scientifico, perchè sia scoverto un punto di vista: nuovo da cui appercepire la realtà in ordine alla morale, alla religione e all'arte - punto di vista che fissa l'orientamento in ciascuna di queste orbite sì richiede l'influenza del Genio. In entrambi i casi il processo è sempre quello di appercepire e di fare appercepire in un dato modo la realtà, di ordinare la molteplicità caotica dei fatti singoli, il che equivale a dire che lo scopo è sempre quello di caratterizzare e qualificare la realtà. In fondo ad ogni opera estetica, morale e religiosa si trova poi un giudizio in cui vengono enunciate le diverse manifestazioni o differenze di un’ identità fondamentale, un giudizio in cui vengono esposte le maniere di articolarsi tra loro delle parti componenti un tutto e in cui infine vengono enunciate le determinazioni possibili o ideali e non attualmente reali. Si dice che mentre l'ipotesi scientifica è formata per spiegare i fatti reali che da essa conseguono, le costruzioni ideali dell'Arte, della Religione e della Morale sono prodotti arbitrari dello spirito, i quali hanno la loro ragione in sè stessi; ora ciò è vero entro certi limiti per il fatto che scopo dell’Arte, della Morale e della Religione non è quello di spiegare il dato, bensì quello di presentare sotto nuova luce il Reale, di mostrare cioè le varie direzioni entro cui lo stesso è concepibile. Sarebbe erroneo però supporre che le costruzioni ideali summentovate siano destituite di qualsiasi fondamento reale: esse poggiano invece sulla natura propria dell’ anima umana; e se non sono costruite in vista degli effetti che da esse conseguono, stanno però sempre ad indicare le maniere in cui i dati della realtà possono essere armonizzati tra loro. Anche l'Arte più spontanea e immediata ha l’ufficio di sistematizzare, di portare un certo ordine nel caos della realtà empirica. L'Arte produce un godimento più o meno intenso per il fatto stesso che è espressione armonica di ciò che la vita contiene. La realtà passata attraverso l’anima dell’artista assume una certa forma , per cui vengono ad esser tolte le asperità dei dati reali e vengono ad essere come smussati gli angoli presentati dal decorso delle cose. Non temiamo di metter fuori un paradosso dicendo che le contradizioni più stridenti dell'universo espresse dall’artista si trasformano in qualcosa d'armonico e di sistematico. Sta in ciò il vero incanto dell'Arte, la quale per esprimere le dette contradizioni, deve per forza renderle in qualche modo intelligibili, trasfigurandole e facendone intravedere l’unità armonica, Si dice inoltre che la scienza prova e dimostra, mentre l'Arte, la Morale e la Religione semplicemente costruiscono : ciò è vero ed ha la sua ragione nel fatto che la scienza vive e si muove nel mondo delle astrazioni e delle formule, mentrechè le altre produzioni dello spirito umano si muovono nel mondo dei tipi concreti, delle individualità. Ciò che è astratto e formale è immutabile e necessario, mentrechè ciò che è concreto, ciò che vive, sfugge sempre per una parte alla misura ed all'analisi quantitativa. A tal proposito giova ricordare che ogni forma di prova e di dimostrazione in fondo è riducibile ad un rapporto di identificazione. Provare, dimostrare equivale a valutare quantitativamente, equivale a ridurre e ad identificare tra loro gli elementi formali (le forme) di due cose o eventi. Può essere identificato solo ciò che presenta una medesima qualità variabile quantitativamente, non già ciò che presenta qualità differenti e irriducibili. Riassumendo, noi diciamo che in fondo ad ogni fatto estetico, morale e religioso, non altrimenti che in fondo ad ogni fatto scientifico, si riscontra un’idea, un concetto, il quale per essere accompagnato nel primo caso da sentimento (interesse) non permane quale concetto, ma col calore del sentimento si tramuta in fantasma, in rappresentazione concreta, e ciò perchè il sentimento tende al concreto, al rappresentabile e rifugge dall’astratto. Onde è chiaro che la diversità tra l’appercezione del reale fornita dalla conoscenza scientifica e quella che ha luogo nel processo estetico, religioso, etico sta in questo, che la scienza sia che muova dai fatti singoli, o da concetti (ipotesi) o da principii generali, mira a spingere o a far rientrare il particolare nel generale, mentre l'Arte, la Morale e la Religione tendono sempre ad obbiettivare in forma di tipi o di sistemi concreti, i concetti o i principii generali: tipi e sistemi che operano come ideali, a cui si deve rapportare la realtà empirica ordinaria. Va notato qui che la vita morale, estetica e religiosa da una parte e la scienza dall'altra, pur seguendo una via diversa nel loro modo di procedere, concordano in questo che in fondo tutte idealizzano l’esperienza o il dato e per tal via simboleggiano il Reale; l'idealizza la Scienza riducendo i fatti a concetti e l’idealizza l'Arte, la Religione e la Morale col presentare i concetti non incorporati in una data rappresentazione singola, ma in una rappresentazione generale, in una rappresentazione tipo atta a raccogliere ed a sintetizzare in sè molteplici dati particolari. Giacchè a tal proposito non bisogna dimenticare che l’Arte, la Religione o la Morale, se da una parte non volgono su concetti, dall'altra non volgono su dati di fatto (come fa la storia e in generale le cosidette scienze descrittive come la geografia, la cosmografia, la geologia), ma su tipi, su ideali, su fatti dunque concreti universalizzati, considerati sub specie ceternitatis. Per noi insomma la scienza elabora concetti (universali astratti), le scienze narrative o descrittive riproducono fatti concreti determinati col maggior numero di particolari possibili in modo da richieder però sempre un ulteriore complemento, l’Arte, la Religione e la Morale. hanno a che fare con tipi (universali concreti), con individualità. Possiamo conchiudere col dire adunque che non vi ha funzione dello spirito umano che non implichi il momento della conoscenza e che quindi tutte le produzioni dello spirito- umano ci forniscono qualche maniera di appercepire la realtà nelle sue svariate e molteplici determinazioni singolari. Alle varie forme di appercezione corrispondono le varie specie di leggi. Dal fatto che il processo della conoscenza è fondamentalmente uno e che esso si estende per tutto il dominio dell’attività dello spirito non consegue che esso non presenti delle notevoli differenze in modo da giustificare l'esistenza di varie categorie di leggi. E invero, vi sono delle forme appercettive, le quali agiscono come leggi nel senso che rendono possibile la comprensione e l'intelligibilità dei dati singoli concreti, ma non possono essere distaccate dal processo psicologico in seno a cui operano e quindi non possono assumere la forma di giudizi, come le leggi vere e proprie, per modo che esse mentre agiscono inconsciamente ed organicamente nella mente degli individui, non si rendono appariscenti che ad uno stadio tardivo della riflessione. Di tal fatta sono le forme appercettive inerenti agli stadii iniziali della vita psichica ed ai prodotti elevati dello spirito quali l'Arte, la Morale e la Religione. Volendo però presentare una prima (1) classificazione completa delle forme appercettive o leggi, le divideremo in quattro grandi categorie, in forme o leggi di riferimento o assimilative, in forme o leggi rudimentali, in forme o leggi relazionali e in forme o leggi sistematiche. Queste non possono essere formulate per via di giudizi, perchè sono anteriori alla formazione delle idee quali segni del reale, anteriori al linguaggio significativo, anteriori al distacco cosciente e voluto del significato dal fatto. Parrebbe a prima vista che questa classe di leggi non avesse ragione di esistere una volta che esse non possono essere enunciate, ed una volta che l'essenza della legge è stata riposta appunto nel was, nel significato, nell’ elemento intelligibile distaccato dalla realtà; ma, se ben si Diciamo prima classificazione, perchè, come vedremo in seguito, sì può fare una seconda classificazione delle forme appercettive, tenendo conto delle varie maniere in cui la conoscenza è acquistata. + s- n ®* re i fi n e ca riflette, nel caso delle leggi assimilative il processo d’idealizzazione esiste sempre, il was, pur non avendo ancora trovato un'espressione decisa, e pur non essendo stato staccato dalla matrice psichica, è attivo, è sempre in funzione, tanto è ciò vero che la conoscenza di nuovi fatti è resa possibile appunto da tale modo di operare dell’attività psichica. Se per legge si deve intendere ciò che rende possibile l’appercezione di un nuovo elemento, perchè non dovrebbe meritare il nome di legge ciò che rende | possibile qualsiasi forma rudimentale di conoscenza ? Siffatte leggi concrete operano in tanti modi diversi in quanti si può esplicare l’attività tipificatrice e assimilatrice della psiche. Lo studio di queste forme è di esclusiva spettanza della Psicologia, la quale dà ragione del nesso o delle relazioni esistenti tra i vari elementi psichici e della ricognizione, fondandosi sulla funzione identificatrice della mente. Per esprimere nel modo più chiaro il nostro concetto in ordine alle dette leggi, diciamo che esse non sono propriamente leggi, ma funzionano come le leggi. 2. Leggi rudimentali. Se il dominio della conoscenza coincide con quello della legge, se cioè ogni forma di conoscenza implica una certa universalizzazione del dato, è evidente che anche i giudizi enuncianti fatti singoli vadano considerati come leggi rudidimentali o iniziali universalizzazioni dei fatti percettivi. Ed invero, per convincersi come qualsiasi giudizio racchiuda come a dire, in modo rudimentale una verità universale, giova tener presente in che propriamente consista il giudizio. Molto si è discusso a tal proposito e non intendiamo far qui la storia critica delle varie teorie emesse : a noi basta richiamare l’attenzione su questo, che il giudicare non può ridursi all'affermazione o al riconoscimento di una relazione tra due idee, come non può ridursi senz’ altro all'affermazione di un dato nesso tra due cose. In entrambi ì casi viene ad essere sformata la natura vera del giudizio, in quanto, se ben si riflette, in tali casi le nozioni di verità e di falsità inerenti alla funzione giudicatrice non ricevono alcuna spiegazione. Il giudizio nasce dal riferimento di un contenuto ideale alla realtà, contenuto ideale che può essere o non essere appropriato ad un dato fatto (verità o falsità di giudizio), per il che il giudizio da una parte si eleva al di sopra dell’esperienza attuale e dall’altra non è tutto nella sfera delle idee, avendo un punto di contatto colla realtà. Il giudizio consiste nell’idealizzazione del dato. Rendere intelligibile il reale, ecco l'ufficio del giudizio. Ora la legge che altro ufficio ha se non quello di rendere intelligibile l’esperienza, estendendola e rendendola continua nelle sue varie fasi o stadi? Se non che si potrebbero fare due osservazioni: 1° non è chiaro come il giudizio che è costituito di termini ideali, possa riferirsi al reale, al fatto obbiettivo che è sempre qualcosa posto al di fuori della mente che giudica: 2° se si riesce perfettamente a capire l’identificazione dello leggi coi giudizii universali e ipotetici i quali poi sono ì più lontani dalla realtà concreta, in quanto si riducono a connessioni di attributi o di qualità, d'idee e quindi di astratti , non si riesce nient’affatto a capire come i cosidetti giudizii categorici (giudizii singolari, impersonali, dimostrativi, ecc.) possano essere considerati come leggi rudimentali, come fatti, diremo così universalizzati, considerati sud specie aeternitatis. | Esaminiamo le due suesposte obbiezioni. 1° Come mai ogni giudizio, sia percettivo o universale, può essere schematizzato nel modo'seguente. Il reale è tale che... 0, Il mondo reale è così qualificato che... +, come mai il giudizio si può ridurre ad un riferimento al reale, al reale indeterminato in un caso e designato per mezzo di idee nell’altro? Certamente, se noi consideriamo lo spirito umano come un’ entità a sè posta al di fuori della realtà che gli sta di rincontro, se noi imaginiamo la psiche e l'universo come due mondi staccati, estranei l’ uno all’ altro, non arriviamo a concepire come possa stabilirsi il contatto dell’io col reale: ed oltrechè appare incomprensibile la conoscenza quale peculiare relazione tra due mondi separati, perchè si introduce il concetto di spazialità e di estensione e di uno fuori dell'altro, dove non vi è ragione d'introdurlo, si è costretti poi a considerare i fatti spirituali, i processi psicologici come una reduplicazione del reale. Da tal punto dì vista il mondo ideale della psiche, pur essendo in corrispondenza col mondo reale, è come qualcosa d’autonomo, di chiuso e completo in sè, per modo che l'atto giudicativo p. es., lungi dal rappresentare la qualificazione del reale, il prodotto del contatto del reale col subbietto, è un processo del tutto ideale, avente soltanto il suo corrispettivo nel reale. Ora tale veduta è del tutto erronea: lo spirito non è posto al di fuori del reale, ma è, vive ed opera in esso: allo stesso modo che il fiore non è fuori dell'albero, e questo non è fuori dal terreno e dall'ambiente esterno, da cui anzi riceve nutrimento e tutto ciò che gli è necessario per la vita, così la psiche non è fuori, anzi è intimamente collegata col reale, dal quale essa trae la vita vera. Occorre aggiungere però che la mente, avendo per sua natura l'ufficio di dare un significato, di obbiettivare il reale, il quale vive nel soggetto, da una parte è contenuta nel reale e dall'altra lo contiene, in quanto ciascuno costruisce il suo mondo coi materiali forniti dall'esperienza, diremo così, psicologica, subbiettiva. Da tutto ciò consegue che il contatto del reale col soggetto non è qualche cosa di accidentale, e di temporaneo, ma rappresenta la condizione essenziale della vita di quest’ ultimo. L'individuo sente continuamente tale contatto e per quanto mostri di allontanarsene col qualificarlo, col determinarlo e specificarlo in varie guise mediante segni, ipotesi, ecc., che sono sempre in ultima analisi astrazioni, .con tali processi non ha altro obbiettivo che di trovare un’cspressione intelligibile e schematica della realtà che vive, agisce ed opera in lui. Se noi seguiamo il processo graduale con cui si passa dal soggetto (reale), quale è espresso in modo indeterminato nei giudizi rudimentali (giudizi impersonali), al soggetto espressu mediante indicazioni, ma sempre privo di qualificazioni e di specificazioni (giudizi dimostrativi), per venire al soggetto designato da un'idea (giudizi universali ipotetici), noi troviamo che lo scopo ultimo a cui sì mira è di illuminare la realtà a cui noi ci sentiamo legati mediante la nostra stessa vita. Con ciò non si vuol dire che la realtà consiste esclusivamente nel contatto che noi abbiano con essa nella percezio..e sensoriale: la realtà si estende in modo continuo oltre tale. punto; ma vogliamo affermare che il reale così sentito è come il punto di ritrovo per formare la base di operazione ideale che ha per risultato la concezione generale o la costruzione dell’universo. Noi possiamo conchiudere che la realtà, essendo primitivamente la realtà quale è pusseduta da ciascun di noi, in ogni giudizio è rappresentata da una data percezione o idea atta a designare il fondo reale, che così viene ad essere in qualche modo determinato. Se ciò non avvenisse, il reale rimarrebbe qualcosa d'inesprimibile e d’innominabile. Quando ciascuno di noi formula un qualsiasi giudizio, certamente non ha coscienza di fare delle distinzioni nel reale per riconoscere la loro identità fondamentale: quando io dico la neve è bianca , certamente non penso che il processo logico vero è questo : quella cosa, quel reale che è neve è bianco , oppure -la realtà è qualificata anche dall’idea complessiva neve-bianca ; ma ciò avviene, perchè noi fondiamo il reale con quella parte di esso, che noi in un dato momento riesciamo a distaccare dal fondo totale in virtù dell’ interesse che la detta parte suscita in noì. Se il nostro potere appercettivo non fosse limitato, e se il processo mentale non si riducesse in fondo ad una simultanea sintesi ed analisi, noi non formuleremmo i giudizii nel modo in cui facciamo. Noi, in sostanza, da un complesso percettivo per ragioni di varia natura, separiamo una parte e questa qualifichiamo col riferirle un dato contenuto ideale: ma la parte anzidetta non è un semplice aggettivo, un'idea qualsiasi, un universale ‘astratto, ma è come il sostitutivo abbreviato della realtà, è come la realtà contratta in punto, perchè ciò agevola la nostra operazione. In qualsiasi giudizio adunque ciò che forma il nerbo dell'operazione logica è l’idea, onde sorge la necessità di determinare in che consiste l’idea o contenuto ideale, che mediante la funzione giudicatrice vien riferito alla realtà. La vita psichica fin dall'inizio è controdistinta dalla tendenza a tipificare. Dal momento che il contenuto della psiche dapprima indistinto e indeterminato, comincia ad essere differenziato, analizzato e riconosciuto suscettibile di determinazioni di vario genere, degli elementi vengono, per così dire, staccati dall'insieme: e son questi elementi astratti ed universali che rendono possibile l’ apprendimento di nuovi fatti particolari e concreti, in rapporto all'eguaglianza od all’ identità che taluni elementi di questi ultimi presentano coi primi. Come si vede, fin dall’inizio l'attività psichica si esplica universalizzando, fissando, cioè, l'elemento essenziale, e comune ad una serie di rappresentazioni concrete diverse, ripetentisi un certo numero di volte, per servirsi di esso come mezzo di intelligibilità di altri fatti particolari. Non è a credere però che tale elemento universale e identico sia da considerare come qualcosa di sostanziale, come un fatto avente sede in un sito della psiche: una tale concezione mitica deve essere assolutamente bandita: siffatto elemento universale si riduce ad una funzione della mente, ad una forma di attività più facilmente esercitata, ad una specie di abitudine, ad una facoltà, ad una potenza viemaggiormente disposta ad ‘entrare in azione in seguito a dati stimoli ed a particolarizzarsi variamente secondo le condizioni. Ma finchè l universale contenuto nella mente non si fissa e sì determina in un segno (nome), e fin che questo colla imagine psichica (rappresentazione particolare) concomitante, non è risguardato qual simbolo avente un significato relativo a qualcosa di permanente, per sè esistente al di fuori della mente, non è a parlare di idea nè di funzione giudicatrice. Per modo che noi possiamo affermare che, affinchè si abbia l’idea e il giudizio (i quali sono inseparabili fra loro, giacchè l’idea in tanto è idea in quanto, mediante il giudizio, viene considerata come segno, come | qualità, come attributo riferibile al reale, in quanto, cioè, mediante la funzione giudicatrice l'elemento ideale viene consciamente riconosciuto separabile dal fatto), è necessario che l' universale, che dapprima operava inconsciamente nella mente, essendo per così dire incorporato nel fatto o processo psichico concreto, venga ad essere riflessivamente distaccato da questo e considerato per sè, venga ad essere riconosciuto mezzo appropriato a rendere intelligibili i fatti concreti. Tale universale è particolarizzato e concretizzato in un'imagine psichica (nome e rappresentazione particolare), la quale è riguardata come sostituibile da qualsiasi altra omogenea e quindi fornita di valore vicariante. Riassumendo, noi possiamo dire che l'idea si riduce a quell’elemento universale, astratto ed addiettivo (qualità o relazione) che, particolarizzato in un segno (nome o imagine psichica sostituibile per mezzo di una qualsiasi altra), vien considerato come simbolo avente un significato obbiettivo. È evidente che le idee come idee non possono esistere al di fuori della mente del soggetto: se esse sono degli astratti universali (aggettivi), non è possibile che esse abbiano un'esistenza indipendente. Lo spirito umano, non potendo penetrare nel cuore della Realtà, non potendo ‘vivere la vita del Tutto, sì contenta di analizzare e di determinare il contenuto di essa mediante qualità e relazioni, le quali se si riferiscono, se accennano, se simbo leggiano il Reale, non vanno identificate con questo. Sicché le idee da una parte non sono semplici fatti psichici e dall'altra non sono realtà, ma sono segni del Reale. Il fatto psichico concreto diviene idea logica non appena esso è fissato e riferito, il che può avvenire soltanto mediante la denominazione, denominazione che indica obbiettivazione, e che è da considerare piuttosto un segno dell'atto intellettuale (giudizio) che l’atto stesso. Vien data così la forma esplicita del giudizio a ciò che prima era soltanto un fatto psichico concreto, una rappresentazione forse persistente, perchè identica in sè stessa attraverso i mutamenti e le differenze, ma sfornita di qualunque riferimento cosciente a qualche cosa di obbiettivo. Da tal punto di vista idea e giudizio sono coevi e proce dono di pari passo, giacchè il secondo lungi dall’essere una combinazione meccanica di parti esistenti l'una fuori dell'altra (impressioni, idee, concetti), è l’espressione, forse la sola vera espressione, come dice il Bosanquet, dell'unità della coscienza ed è il generatore di ogni idea o concetto. Il giudizio può contenere idee complesse, ma in quanto giudizio, presenta il contenuto di una sola idea, la quale esiste solo nell’atto del giudicare. É l’astrazione che separa i due elementi intimamente compenetrati tra loro. E qui cade in acconcio notare che quando noi abbiamo dei dubbi circa l’esistenza di un giudizio vero e proprio (negli animali p. es.), il miglior modo d'assicurarsi è di ricercare se in ciò che sì suppone attività giudicatrice vi sia qualche cosa che possa essere in modo intelligibile negata (di cui sia possibile la negazione e la falsità); invero ciò che rende possibile .il giudizio è il distacco dell'ideale dal reale, del vas dal dass, si è la formazione dell'idea quale esiste nella nostra mente, idea che è vera soltanto se effettivamente compete alla realtà. Fino a tanto che noi non abbiamo ragioni per credere che nell’ intelligenza degli animali esistano delle imagini aventi un dato significato obbiettivo, dei fatti psichici atti ad essere riferiti a qualche cosa che trascende l'attualità psichica, noi non possiamo parlare di attività giudicatrice: niente, infatti, in tali casi. può essere intelligibilmente negato, non l’esistenza dello idee adoperate nel giudizio, non l'affermazione del loro significato. | 2° Passiamo ora alla seconda obbiezione. Come è possibile considerare i giudizi categorici quali leggi rudimentali? L’obbiezione a prima vista presenta delle difficoltà insormontabili: da una parte abbiamo i giudizi universali ipotetici, i quali effettivamente enunciano dei principii, delle verità d’ordine generale e possono essere considerate delle vere e proprie leggi, e sono quanto di più lontano si possa immaginare dalla realtà determinata e concreta , dall'altra abbiamo i giudizi categorici, i quali sono realmente qualificazioni del reale, ma esprimono verità contingenti, particolari. Per convincersi se e fino a che punto i giudizi che asseriscono semplici fatti (giudizi categorici) siano da considerare come leggi rudimentali, è bene anzitutto enumerarli rapidamente, affinchè possano essere resi evidenti i caratteri che li contraddistinguono. Qui, prima di andare innanzi cominciamo col notare che non esistono giudizi enuncianti la semplice esistenza del dato, ma sempre giudizi enuncianti qualche maniera di presentarsi di esso, enuncianti quindi qualche qualificazione, qualche attributo o relazione: anche i cosidetti giudizi storici non esprimono puramente l’esistenza dei fatti, ma, se non altro la relazione dei fatti in ordine al tempo ed allo spazio, per modo che questi figurano come forme appercettive atte ad ordinare ed a caratterizzare in qualche modo l'insieme dei fatti accaduti. Questi ultimi vengono riprodotti in maniera particolare in rapporto allo spazio ed al tempo, i quali così vengono a dare una rudimentale universalizzazione ai dati concreti. Occorre notare chie il sapere di una cosa di fatto è vero nel momento in cui si formula il giudizio: in un altro momento potrebbe cessare di esser vero, ma in tal caso il sapere che se ze aveva prima non sarebbe divenuto falso, pevchè esso si riferiva allo stato di cose che aveva luogo nel primo di quei momenti e rispetto a tale stato di cose il sapere che se ne aveva e che se ne ha è sempre vero, esprime un nesso, rudimentalmente quanto si vuole, ma sempre necessario ed universale tra il soggetto e l’attributo in quel dato punto del tempo e dello spazio. Dicevamo adunque che non esistono g.udizi puramente esistenziali e ciò si comprende agevolmente se sì pensa che l’idea della realtà o dell'esistenza, come l’idea del dato, del questo, non è un'idea come le altre, non è riducibile ad un ordinario contenuto simbolico, il quale, distaccato da una determinazione attuale del reale, possa essere adoperato senza tener conto più di questa, ed essere riferito, diremo così, a qualcosaltro. Le idee d'’ordinario sono per così dire estratte da un dato fatto o da una serie di fatti e poi possono essere riferite ad un nuovo fatto (simile, analogo o identico) che sopraggiunga: ora ciò per l’idea del dato non può avvenire, appunto perchè in tal caso l'idea è inconcepibile per sè presa: l’idea del dato non può riferirsi che a ciò che è dato: ma, si domanda, a quale dato? al dato con cui il soggetto si trova attualmente in contatto? ma questo è un processo ozioso, inutile e insignificante, perchè non vi è alcun bisogno di asserire che la realtà è reale quando io mì trovo a contatto della realtà: si può sentir bisogno di qualificare in qualche molo la realtà presente nella percezione, ma non di affermare che è reale. E, se ben si riflette, tutto le volte che si ricorre all’ enunciazione grammaticale di un giudizio esistenziale è sempre per asserire in modo più o meno celato e inconscio qualche attributo o qualche relazione del dato. È inutile aggiungere che l’idea del dato non può essere riferita a ciò che non è dato, perchè in tal caso si cadrebbe in contradizione. Da ciò emerge chiaro che l’idea di esistenza non è mai un vero predicato. I In altre parole, l’esistenza non è una nota, una qualità, una determinazione che si possa aggiungere idealmente ad una cosa. La realtà, il dato, l’esistenza è sostantivo e non aggettivo, vale a dire, non è elemento astratto ed universale atto ad inerire,. a caratterizzara qualcosaltro. La nostra niente può - formare anche l’idea della realtà, ma questa è infeconda, non può estendere nè ampliare il nostro sapere: essa non ha consistenza come elemento isolato e per sè preso, essendo inseparabile dal fatto da cui la nostra mente l’ha per un istante disgiunta. Vi sono delle note, delle determinazioni, degli universali astratti, delle idee che noi possiamo o non possiamo attribuire ad una cosa, e ve ne sono anche di quelle che non possono essere negate senza sformare la cosa, ma non ve ne sono di quelle che qualificano la cosa come cosa, come reale. L'essere cosa (l’esser reule) non è una nota come un’altra: tolta essa non rimane più nulla, non già che rimanga qualcosaltro che non sia quella cosa. Essa può essere per un istante considerata come nota, ma come nota d’un ordiae speciale, come nota sostanza che trae seco per forza il dato. Reale non può essere che l'aggettivo della realtà: l'essere una cosa non può essere predicato che di una cosa; mentrechè una qualsiasi altra idea può essere predicato di questa o di quella cosa. Nell’enumerazione dei giudizii somme ai semplicì fatti seguiremo lo schema di BOSANQUET – citato da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which become the life and opinions of H. P. Grice” -Giudizio qualitativo propriamente detto, enunciante una qualità sensoriale: es. ‘COME’È CALDO’ -- sott’intendi l’acqua, la stanza, ecc.; giudizio interiettivo esprimente un'emozione, o meglio, l’idea di un’emozione, nei quali, dal fatto psichico emotivo è distaccata l’idea come SEGNO di esso: es. ‘Cattivo!,’ ‘Che dolore!’. Al giudizio propriamente interiettivo fa d’uopo aggiungere il giudizio o meglio, la proposizione imperativa, precativa, ammirativa, interrogativa, ottativa, ecc., con le quali espritiamo un comando, una pres -- Giudizio impersonale. Es. ‘Piove.’ Giudizio percettivo, enunciante un fatto presente che viene esteso per mezzo di idee, rappresentazioni, imaginì, ricordi riferentisi a ciò che non è attuale. Es. quando noi riconosciamo un individuo e lo chiamiamo per nome, not vediamo chi egli è , abbiamo la percezione di lui, Giudizio dimostrativo, il quale ha per soggetto questo ora qui . Es. ‘Questo è freddo’, ‘Ora piove’, ‘Quì è buio,’ Tutti questi giudizi presentano a prima vista la caratteristica comune di riferirsi direttamente al reale, qualificandolo variamente. Il loro soggetto esprime, in modo indeterminato, senza alcuna specificazione, cioè, per mezzo di idee, il contatto del reale col soggetto; dal che si sarebbe tratti a conchiudere che siffatto giudizo è agli antipodi di ciò che ordinariamente si chiama legge. Questa, infatti, è universale e astratta in quanto esprime la sintesi di attributi, di due aggettivi e viene formulata per mezzo di un giudizio ipotetico : il giudizio categorico della specie summentovata è invece individuale, concreto in quanto caratterizza, qualifica direttamente il dato e viene ad esser riferito a ciò che esiste per sè. Il giudiziolegge, come ordinariamente è inteso, non esprime che la ghiera, un sentimento di meraviglia e così via. Questi giudizi non vanno confusi con le espressioni emotive corrispondenti, giacchè essi sono resi possibili dal distacco dell'idea dal fatto psichico concreto. Il fatto psichico è individuale, soggettivo e affatto incomunicabile (è sentito), mentrechè l’idea formata mediante il giudizio, mediante il riferimento di una qualità od attributo comune ad un fatto psichico concreto sentito, è comubicabile, universale, obbiettiva (è intesa). conseguenza di una data supposizione senza dir nulla circa. la realtà dei suoi termini; che esista o no nella realtà un triangolo, che esista o no nel fatto in un dato momento e agisca o no nell'organismo un dato veleno, la legge matematica riferentesi al triangolo e la legge biologica relativa all’ azione di un veleno sull'organismo è sempre vera. Lo stesso non si può dire del giudizio categorico, il quale enuncia, qualificandolo, un fatto quale è attualmente, non nella sua possibilità, tanto è ciò vero che in esso il soggetto non può essere negato in modo intelligibile, vogliamo dire che il soggetto non essendo specificato e determinato in alcuna maniera, non può subire alcuna alterazione senza cessare di esistere del tutto, e non soltanto come tale e tale altro. A prima vista adunque si direbbe che tra i giudizi categorici summentovati e quelli ipotetici o leggi vi sia assolutamente un abisso: il che poi menerebbe alla conseguenza che mentre i giudizi, diremo così, rudimentali, esprimerebbero effettivamente delle qualificazioni del Reale, i giudizi ipotetici universali enuncierebbero soltanto delle relazioni tra idee. Ora è ciò vero? Prima di tutto richiamiamo alla mente qual’è l’essenza e l’ufficio della funzione giudicatrice. L'essenza e l’ufficio del giudizio è, per così dire, di simboleggiare il fatto, di trasformare il solido fatto (mi si passi la similitudine) nella volatile idea, di sostituire a ciò che non può essere oggetto di scambio un qualcosa che ha valore in quanto segno, e che è facilmente comunicabile : ora ognun vede che, affinchè ciò avvenga, è necessario che il fatto sia universalizzato : e che cos’ altro è mai la legge se non l’ universalizzazione e il processo ideale (astrazione) praticato sul fatto? Ciò non basta: noi abbiamo detto che il giudizio si riduce al riferimento di un contenuto ideale alla realtà, il che vuol dire che il giudizio non è la semplice espressione di una modificazione soggettiva sopravvenuta in seguito al contatto della realtà col soggetto, come sarebbe il grido erompente dalla bocca di chi sì trova in un stato emozionale, ma è un processo per cuì la modificazione del soggetto a contatto del Reale viene appercepita per mezzo di qualcosa di universale che mediante l’atto giudicativo stesso assume una certa configurazione per mezzo della parola, passando dallo stato di potenza o di funzione virtuale in atto funzionale. Ora l'importante è questo, che quando l'atto giudicativo più rudimentale si compie, non è a credere che il fatto rimanga, dopo che ad esso è stata riferita l’idea, sempre fatto inalterato: un tale modo meccanico di concepire il giudizio non è ammissibile, perchè non esiste il fatto da una parte e l’idea dall'altra : l’idea esiste in quanto si riferisce al fatto e questo messo in rapporto con l’idea, non è più un semplice fatto qualsiasi, ma è come a dire idealizzato, è alterato in rapporto al contenuto dell’ idea. Alcuni dei molteplici, innumerevoli elementi costituenti il dato vengono lasciati da parte ed altri vengono ad emergere, perchè armonici coll’idea. Insomma quando un qualsiasi giudizio si formula, il contenuto reale reagisce sul dato, trasformandolo in qualcosa di universale e di astratto, per modo che in ultima analisi si ha sempre una sintesi ideale di addiettivi. E del resto, se ben si riflette, si vede subito che, tolto al giudizio il carattere di universalità, esso non ha più ragiono di esistere, in quanto diviene un atto del tutto soggettivo, individuale e quindi qualcosa d'inesprimibile, d'incomunicabile e d’inintelligibile. Quando formulo un giudizio sensoriale qualitativo o interiettivo, quando io dico, ad esempio, ho dolore al dito , io in sostanza af-_ fermo un qualcosa d’universale, nè può esser diversamente, giacchè in caso contrario primamente non sarei inteso da nessuno e poi tale giudizio difficilmente potrebbe essere ripetuto, mentrechè è innegabile che esso viene enunciato innumerevoli volte nelle condizioni più diverse. Il mio dolore al dito non è quello di un altro: se ne differenzia per rapporti di tempo, di spazio e per una molteplicità di circostanze, per modo che io dall’ insieme della realtà quale mi è presente in un dato punto, astraggo un elemento per metterlo in rapporto con un'idea (segno). Tale elemento astratto è indeterminato; non è specificato o qualificato in alcun modo e quindi non è un’idea, ma d'altra parte non si può dire che sia senz'altro il fatto, il reale nella sua grande complessità di elementi; è piuttosto la configurazione della realtà quale è in me in un dato momento. Da ciò consegue che i cosidetti giudizi rudimentali in quanto sono manier e di rendere intelligibili i fatti concreti mediante idealizzazione ed astrazione, sono delle vere e proprie leggi. Con ciò non si vuol dire che il giudizio è fuori la realtà, giacchè esso anzi è impiantato in questa, ma, poichè al suo compimento è necessaria la determinazione e la configurazione del reale, esso, pur avendo le sue radici in questo, cresce, si ramifica, si svolge nell’ atmosfera dell’ ideale. In breve, noi crediamo che i giudizi categorici rudimentali siano delle leggi iniziali, perchè i loro soggetti pur indicando, per così dire, i punti in cui la realtà è presente all’individuo, non esprimono questi nella loro complessità e compiutezza, tanto è ciò vero che io adopero siftatti soggetti, anzi formulo gli stessi giudizi in condizioni diversissime: e non basta ; li adopero e li enuncio io come li adoperano e li enunciano gli altri uomini in circostanze disparatissime: il mio questo , il mio qui , il mio ora , non è quello di un altro, pur venendo denotati in modo identico. Ma da ciò si deve forse trarre la conseguenza che i giudizi categorici rudimentali e gli ipotetici universali siano perfettamente identici tra loro e che pertanto qualsiasi forma di giudizio sia una vera e propria legge scientifica? No certo: noì dicemmo che i giudizi concreti categorici sono da considerare come leggi rucimentali, val quanto dire come germi di leggi e non come leggi addirittura: ed infatti quando noi in tali giudizi poniamo in relazione un'idea con un soggetto indeterminato, siamo nell’impossibilità di indicare la natura, le condizioni e i limiti della sintesi del predicato col soggetto. E il compito della scienza è appunto quello di analizzare, di determinare e quindi di idealizzare il soggetto indeterminato, di andare in traccia e porre in evidenza quegli elementi di esso che formano un tutto indissolubile col contenuto ideale espresso nel predicato. Con tale processo è evidente che ci veniamo allontanando dal fatto concreto complesso, giacchè l’analisi, come la dissezione dell’organismo, mentre ci allontana dalla vita vera e propria, ci fa conoscere gli elementi dalla cui cooperazione la vita stessa risulta. Noi coi giudizi categorici di cui ci occupiamo, esprimiamo, si, una sintesi ideale fino ad un certo punto tra due universali, ma detta sintesi non è necessaria, non è permanente, non è generale, nè assoluta appunto perchè, essendo indeterminato il soggetto, questo può presentarsi sotto le forme e le condizioni più svariate, per modo che un medesimo contenuto ideale, una volta si trova connesso con un dato soggetto, ed un'alira volta con un soggetto molto differente. Un dato contenuto ideale una volta sì trova connesso con un questo , con un qui , con un ora >, ed un’altra volta con un questo , con un qui e con un ora , il cui contenuto è differente da quello del primo. Conchiusione: i giudizi qualitativi‘ in generale non sono leggi vere e proprie, non sono cioè giudizi universali astratti ed ipotetici, ma leggi rudimentali, giudizi implicitamente universali ipotetici, in quanto non volgono sulla realtà nel suo insieme, ma su alcuni elementi di essa che non hanno un'esistenza propria per sè considerati. La legge, come il giudizio, serve a qualificare ed a rendere intelligibile il reale: ora le leggi ed i giudizi di cui . ci siamo occupati finora hanno per compito di riferire, di attribuire una qualità al Reale: le leggi e i giudizi di cui c’ intratterremo al presente hanno l’ufficio di predicare del Reale una relazione. Una volta che il giudizio è tale un’ operazione logica che ha necessariamente per risultato l’azione reciproca del soggetto sul predicato e di questo su quello, è evidente che se i giudizi-leggi categorici sono intimamente connessi con i giudizi o leggi ipotetiche in quanto entrambe rendono intelligibile il dato, dall’altra si presentano con note distinte in quanto i primi attribuiscono al reale una qualità e gli altri una relazione di qualunque genere quest’ultima sia, sia, cioè, una relazione di quantità, di ragione o di causa. È in questa seconda categoria che vanno comprese tutte le leggi scientifiche propriamente dette, quelle connessioni necessarie ed universali che sono come la struttura di tutte le scienze speciali. | Prima di discorrere partitamente delle varie sottospecie delle leggi relazionali (leggi causali, leggi razionali e leggi puramente quantitative), analizziamole in ciò che hanno di comune, ponendole in rapporto con le leggi che potremmo dire ora qualitative, In queste ultime si attribuisce una semplice qualità al reale, per il che questo viene ad essere come limitato in un punto, viene ad assumere la configurazione del campo attuale della coscienza, del campo su cui è fissata l’attenzione in un dato momento: finchè noi non abbiamo che qualità da attribuire al reale non sentiamo il bisogno di fare distinzioni entro il contenuto della coscienza, e di stabilire in modo cosciente dei rapporti tra i termini distinti. Esso nella complessità ed indeterminatezza in cui appare al soggetto, è senz’ altro qualificato; e poichè nessuna distinzione, o determinazione sì è praticata, l'affermazione non può varcare ì limiti di tempo e di spazio in cui è fatta ed ha carattere prettamente categorico. Essa si rapporta in modo più diretto all'esistenza, perchè non compie alcun atto di astrazione su ciò che immediatamente si presenta al soggetto; il fatto, essendo semplicemente qualificato, non è per così dire allontanato dalla sua matrice reale, come avviene nel caso che molteplici operazioni logiche hanno contribuito ad idealizzare il dato, distaccandolo più o meno completamente dai rapporti di tempo, di spazio e dalle condizioni svariate che contribuiscono alla concretizzazione. Nelle leggi relazionali, al reale non è più riferita una qualità, qualcosa di semplice, un termine isolato, ma una relazione, val quanto dire un nesso di due termini, il che suppone che il dato sia stato obbietto di determinazioni e di distinzioni e quindi obbietto di un processo di astrazione ; per il che si è entrati nel dominio dell’universale, nel dominio di ciò che non si riferisce ad un punto determinato dello spazio e del tempo, ma ha valore sempre e dappertutto. E poichè l'attenzione è segnatamente fissata su ciò che ha il maggior interesse attualmente, vale a dire sulla relazione, sul nesso esistente tra i due termini in cui è stato distinto il contenuto ideale del dato, è chiaro che la detta relazione deve essere significata in modo da informare tutto l'atto giudicativo. Il centro di gravità della funzione giudicatrice si sposta, in quanto è una data forma di caratterizzazione, è la connessione che viene ad essere obbietto del giudizio : il dato, avendo perduto la sua concretezza, entra come nell’ ombra della coscienza, mentrechè il nesso, la relazione viene ad occupare il primo posto nella visione mentale. Il dato è come presupposto e la forza del giudizio si esplica nell’ affermazione del nesso, Se la legge dell’ economia non avesse vigore nelle funzioni spirituali e nelle espressioni del linguaggio, avremmo nel giudizio l’esplicazione chiara di tutto il processo nelle varie sue parti; si preferisce invece di tacere, di sottintendere ciò che non è assolutamente indispensabile di esprimere (il dato) e di significare in maniera completa il nesso in cui sta propriamente il nerbo del giudizio. Ma donde e come sorge tale relazione che vien riferita al reale? Perchè il contenuto ideale viéne analizzato e distinto in termini, tra cui è riscontrata una determinata relazione ? Il motivo per cui il contenuto ideale viene al essere analizzato nei suoi elementi o in termini tra cui poi intercede un rapporto fisso, è la percezione di un mutamento concomitante e coordinato nelle varie parti componenti il tutto qualitativo o il contenuto ideale. Finchè questo non presenta alcuna variabilità nei suoi fattori e finchè questi ultimi non variano in modo coordinato, in modo che la determinazione dell’ uno tragga seco quella dell’ altro, non ha luogo alcun processo di analisi, di distinzione di termini, nessuna relazione è riconosciuta e fissata, e quindi nessuna relazione può essere riferita al reale. In seguito a ciò sì comprende perfettamente come le leggi relazionali siano dei veri e propri giudizi ipotetici universali, coi quali si viene ad affermare la connessione del conseguente con l’ antecedente fondata sopra una qualità riconosciuta inerente al reale. E qui sorgono parecchie questioni degne di essere attentamente esaminate. Prima di tutto si nota: Siffatti giudizi ipotetici avendo per termini degli universali, sono lontani dalla realtà, sono come sospesi în aria e non asseriscono alcun fatio concreto: da tal punto di vista si sarebbe quasi tratti a dare il posto d’ onore ai giudizi categorici anche rudimentali, i quali esprimono il nostro immediato contatto con la realtà. Che i giudizi ipotetici non enuncino fatti è innegabile, ma da ciò forse consegue che siano più lontani dalla realtà di quei giudizi che vertono semplicemente su fatti? La realtà non è costituita da semplici fatti per quanto questi siano complessi e complicati, come non è costituita da termini isolati, per così dire, da elementi atomi o da qualità semplici, ma da qualità e da relazioni variamente intrecciate tra loro. Ogni qualità è riducibile a relazioni, come ogni relazione è fondata su qualità: dal che consegue che quando noì enunciamo delle relazioni lungi dal trovarci lontani, ci troviamo più vicini alla realtà in quantochè ciò che perdiamo in complessità, in concretezza, lo guadagniamo in estensione, in precisione. Con la determinazione delle relazioni necessarie ed universali vengono rimossi i particolari privi d'importanza e di significato. Noi siamo a contatto della realtà tanto se predichiamo di essa qualità, quanto se ne predichiamo relazioni, col vantaggio in quest'ultimo caso che le relazioni purgate di tutti gli elementi inutili, hanno un valore assolutò, perchè esprimono la struttura del reale quale può essere trascritta e delineata dalla mente umuna. Poi si osserva: i giudizi ipotetici esprimono delle semplici possibilità, non mai dei fatti reali. Con essi in sostanza si dice: supposto che una tale con:lizione si verifichi, l’ effetto ne conseguirà necessariamente, e di qui il carattere della relatività inerente a siffatti giudizi, ma nulla si dice intorno alla realtà della supposizione. Sono pertanto delle enunciazioni che non escono dal relativo e dall'arbitrario. Qui occorre fare due osservazioni. 1° La realtà della supposizione è presa, nor data nel giudizio ipotetico per questo che il processo di analisi ha sformato il dato, togliendone tutti gli elementi insignificanti. Con tale operazione la connessione affermata non viene ad esser più vera in un dato punto dello spazio e del tempo o in un dato complesso di condizioni, ma viene ad esser vera dovunque e dappertutto, per modo che la supposizione lungi dall’essera un prodotto arbitrario della mente, un qualcosa che viene ammesso senza nulla sapere se esso corrisponda alla realtà, figura quale elemento (si badi, diciamo elemento e non già fatto) eminentemente reale. Essa non si trova nella realtà come ‘elemento isolato e quindi non si trova in un dato punto dello spazio e del tempo, ma si trova commista con svariati altri elementi, si trova nei contesti più disparati a seconda delle circostanze. La supposizione non è una mera possibilità, ma è, per così dire, una possibilità reale, un elemento che è stato e che può divenire attuale ogni volta che noi ci mettiamo nelle condizioni di prospettiva necessarie alla percezione del detto elemento particolarizzato. Ognun vede del resto che il giudizio ipotetico se non avesse una base reale, se non esprimesse sub specie aeternitatit un nesso constatato e constatabile nell’ esperienza ogni volta che si vuole, verrebbe ad essere destituito di ogni valore. Una supposizione puramente arbitraria non val nulla: rappresenta un prodotto accidentale dello spirito individuale e null'altro. Il giudizio ipotetico lungi dall’ esprimere la possibilità come contrapposta alla realtà sta a significare la capacità, la facoltà che noi abbiamo di constatare il nesso, la rela zione esistente tra due termini semprechè lo vogliamo in condizioni determinate. Esso pertanto piuttostochè esprimere un qualchè di meno, esprime un qualchè di più del ‘reale attuale, un qualchè che è reale non ora e qui, ma ovunque e sempre. Allo stesso modo che l'idea che simboleggia il fatto, qualificandolo, non è un prodotto arbitrario e subbiettivo della mente, ma ha valore reale in quanto si riferisce al dato di cui esprime l’essenza e il significato, così il giudizio ipotetico è da riguardare come segno di un modo di essere del dato. L'idea e il nesso ipotetico non hanno valore per sè, ma in quanto si riferiscono al reale del quale sono simboli nella nostra mente. Il giudizio universale ipotetico pur non esprimendo alcun fatto particolare nella sua complessità concreta, è però sempre sostituibile da una molteplicità di fatti. Possiamo, è vero, fare delle supposizioni illegittime, come possiamo enunciare dei nessi necessari, ma non reali in quanto il supposto da cui muovono non è reale, ma i casi in cui ciò si verifica sono relativamente rari e son ben determinati. | L'antecedente dei giudizi ipotetici poi in tesi generali si rapporta più o meno direttamente ad un fatto: così una legge fisiologica o biologica che non enuncia nessun fatto reale esistente, ma semplicemente possibile, esprime però sempre un nesso constatato e constatabile nell’ esperienza. E mentre 11 giudizio ipotetico pone in vista le condizioni genetiche del fatto, il giudizio categorico enuncia semplicemente il fatto. L'enunciazione delle condizioni genetiche suppone già il fatto, anzi una seme di fatti dalla cui comparazione ed analisi esse sono state estratte. Riassumendo, diciamo che il nesso enunciato in una legge relazionale non soltanto esprime un nesso che è stato constatato nell’esperienza (leggi causali), ma esprime la coscienza della possibilità di constatarlo ogni qualvolta si vuole; dal che emerge che essa penetra nel cuore della realtà molto dippiù che la semplice enunciazione di un fatto isolato, 2® La connessione e relazione affermata per mezzo dei giudizi ipotetici non è, nè può essere una connessione arbitraria ed accidentale; il che vuol dire che essa deve avere una ragione, un fondamento: ora la coscienza di questa ragione e fondamento è necessariamente implicita nell’enunciazione di una legge razionale? È questo un problema della più alta importanza, ed è stato risoluto variamente dai filosofi: per non citare che i più recenti, mentre il Bradley ammette che la qualità del reale che rende possibile una legge di relazione può rimanere ignota, il Bosanquet è di parere che ogni giudizio ipotetico ha radici in un sistema, in un fatto, in qualcosa di categorico. Ora, tenendo conto della maniera in cui le leggi scientifiche sono state scoverte attraverso lo svolgimento del sapere umano ed insieme del modo come tuttora vengono rintracciate le condizioni genetiche dei fatti naturali, noi siamo autorizzati ad affermare | che effettivamente non solo un nesso, una relazione del genere di quelli enunciati nel giudizio ipotetico devono avere una base, devono cioè essere due elementi appartenenti ad un unico sistema, devono essere correlativi nel senso che emergano da un unità fondamentale (e altrimenti perchè sarebbero in rapporto di dipendenza reciproca? perchè l'uno varierebbe nella misura che varia l’altro, e perchè infine l'uno agirebbe sull’altro ?), ma tale base deve essere conosciuta o almeno in qualche modo intraveduta. Se ciò non avviene,le così dette leggi naturali lungi dall’ enunciare dei rapporti necessari ed universali, enunciano delle connessioni di fatto che hanno un valore empirico, provvisorio. Finchè non si arrivi a conoscere il perchè di una legge, finchè cioè una data relazione non sia considerata come prodotta da una qualità inerente al reale, per modo che la stessa entri in un dato sistema, essa non avrà niun valore assoluto. Ogni scienziato quando si pone a sperimentare e va in traccia di una legge muove sempre da un dato sistema, da un dato ordine d’idee che avrà un colore diverso a seconda dell’ obbietto di una data scienza - vi è un mondo chimico, come ve ne è uno fisiologico ecc.; e quando una nuova connessione constatata non si collega in modo chiaro col detto sistema, si possono presentare due casi: o il sistema fondato su basi solide e razionali, resiste e in tal caso la legge non è considerata come un principio universale e necessario, ma come l’ enunciazione di un fatto empirico che richiede ulteriore esame, ovvero il sistema cede e d allora è sostituito da un altro sistema consono alla nuova connessione osservata. Insomma noì crediamo che il punto di partenza sia sempre qualcosa di categorico, un sistema, un fatto, un dato ordine d'idee e che le connessioni che si vengono man mano mettendo in chiaro non siano che ulteriori determinazioni del detto sistema; e nel caso che ciò non avvenga è giocoforza costruire un nuovo sistema entro cui possano entrare le nuove connessioni. Dal sistema non possono e non devono essere dedotte a priori (dialetticamente) le leggi, giacchè esso è come un principio regolativo, nel senso che non vi può essere una vera e propria legge, la quale non faccia parte di un sistema. L'ufficio del giudizio ipotetico e della legge relazionale è appunto quello di mettere in evidenza alcune parti o differenze o determinazioni del sistema, lasciando da parte la considerazione dell'insieme, il che non toglie che l'insieme vi sia e operi attivamente attraverso le differenze; anzi si può aggiungere che se il sistema non esistesse non verrebbe nemmeno in mente di andare in traccia delle leggi. i ‘Ciò che sopratutto occorre ricordare è che non vi sono sistemi fissi ed immutabili, bensì progressivi nella misura in cui progredisce l’insieme delle nostre conoscenze, e che se da una parte la scoverta e il significato delle leggi di‘pende da vedute sistematiche, dall’ altra parte le leggi reagiscono sui sistemi, contribuendo alla formazione di questi e dando anche ad essi un'impronta ed un colore speciale. Concludendo, diremo che nell’opinione ordinaria le leggi vengono considerate come maniere di operare di date cause, maniere di operare che dipendono dalla natura delle stesse cause: ora, che altro è la natura di una causa, se non la sua posizione in un sistema? Pertanto nui possiamo affermare che ogni necessità e relatività è fondata in ultima analisi su qualche cosa di categorico, su qualche dato, sopra un fatto irriducibile. Aggiungiamo in ultimo che le leggi riguardanti un dato fatto esprimono sempre il ritmo della variabilità di una data cosa, il ciclo entro cui il fatto, la cosa, il dato si muove, esprimono, cioè, le parti o le articolazioni di un sistema. Le leggi appaiono in tal guisa comele funzioni di varie © forme d’individualità del reale: le leggi di gravità, le leggi di una data sostanza chimica vanno riguardate come le funzioni, le maniere di operare di quella data forma d'individualizzazione del reale che è il mondo della gravità, ecc. E le dette leggi esauriscono, per così dire, la natura, la essenza di una data cosa. Noi dicemmo che le leggi relazionali hanno l’ ufficio di qualificare il reale per mezzo di una relazione: ora si può domandare : Di che natura è questa relazione ? Per risolvere una tale questione è bene passare prima rapidamente a rassegna le varie forme di relazione che possono caratterizzare la realtà, per vedere quali sono le note differenziali di ciascuna di esse. La prima forma di relazione che viene attribuita al reale è quella che risulta dalla comparazione quantitativa, è quella intercedente tra le differenze, o gradi di una stessa qualità : noi formulando giudizi come questi: ora è meno chiaro d'allora , qui è più freddo di lì , questo è più rosso di quello , ovvero questo è più rosso ora che non fu antecedentemente , questo è più caldo in questa parte che in quella , questo è più chiaro qui che lì (nei quali ultimi giudizi, come nota il Bosanquet, i dimostrativi di altra specie assumono l'aspetto di condizioni), veniamo a qualificare il reale per mezzo del rapporto quantitativo (più o meno) esistente tra due termini, i quali pertanto si devono implicare a vicenda: dal momento che una data qualità è distinta nelle sue variazioni, nelle sue differenze S'intende agevolmente che un dato sistema può essere alla sua volta analizzato e scomposto in relazioni in modo da rientrare come parte in un sistema più vasto e comprensivo e così via. Ciò che in un caso figura come sostantivo può divenire aggettivo di un sostantivo d’ordine più elevato. o gradi, ciascuno di questi in tanto ha un significato in quanto è connesso con un altro, Come si vede, il giudizio comparativo qualifica il reale per mezzo della relazione esistente tra la parte e il tutto, il quale ultimo differisce dalla parte per mezzo di altre parti omogenee. Notiamo qui che secondo che l'attenzione è richiamata precipuamente sulla qualità variabile quantitativamente messa in rapporto coi vari punti dello spazio e del tempo variabili in modo continuo, ovvero è richiamata sulle variazioni quantitative delle qualità sensoriali (es. sensazioni muscolari) che determinano le costruzioni dello spazio è del tempo, il giudizio comparativo coopererà alla formazione della cosa e di una specie qualsiasi d’individualità, ovvero alla costituzione delle forme intuitive (spazio e tempo). La comparazione quantitativa precisata, resa esatta si trasforma in misura, la quale consiste nel considerare un oggetto come un tutto contenente un certo numero di unità : unità che viene fissata, riscontrandola identica nei vari aggregati in cui entra come parte. In tal modo dalle relazioni quantitative concrete si passa a quelle astratte e perciò stesso aventi significato generale e quando la misura degli oggetti è praticata, riferendosi ad unità di misura estrinseche ed è espressa per mezzo di giudizi generali, diviene una vera e propria proporzione in quanto essa è applicabile a casì in cui i terminì corrispondenti sono grandezze differenti. La proporzione, infatti, si riduce all'’eguaglianza di due rapporti. La semplice proporzione diviene poi una vera e propria legge proporzionale non appena viene introdotta nel soggetto una specificazione, un attributo (condizione), la cui esistenza sì mostra intimamente connessa con quella del predicato: es. questo pezzo di un metallo e questo pezzo di un altro metallo, che hanno lo stesso volume, stanno in rapporto al peso come 5 : 9 . Con la misura noi siamo entrati nel dominio della quan tità astratta; vediamo ora da tal punto di vista per via di quali relazioni il Reale è qualificato. In primo luogo vanno annoverate le relazioni numeriche. Il tutto riguardato dal punto di vista puramente quantitativo, è caratterizzato da ciò, che può essere costruito mediante la ripetizione ideale di unità o parti fisse. Tale ripetizione ideale costituisce l'enumerazione. Nella misura si muove dal tutto caratterizzato per mezzo delle sue differenze, mentre che nell’enumerazione si parte da un’ unità distinta, per arrivare a costruire una somma totale, o un aggregato. Nell’enumerazione il tutto, che è predicato, si presenta come una forma, diremo così, molto attenuata di quell’ individualità sistematica che nella misura fu da soggetto. Il tutto dell’ enumerazione poi è un vero aggregato; e la parte è ridotta al posto che, come unità, può occupare nella somma. È per questo che in un sistema numerico, la somma delle unità rimane la stessa, qualunque sia l’ordine in cui queste sono contate; due parti possono mutar di posto senza che consegua alcuna modificazione da parte del tutto. Va notato però che in ogni giudizio enumerativo sono impliciti i due elementi dell'unità e della comune natura o identità che fa da sostrato delle differenze rappresentate dalle parti enumerate. L'unità deve fornire la regola e insieme il limite dell'enumerazione, la quale si ridurrebbe ad un processo sfornito di significato, se fosse senza limite e sarebbe impossibile addirittura, se fosse senza regola. L'identità fondamentale d'altra parte è indispensabile in quanto, mancando essa, non si avrebbe uno degli elementi essenziali del giudizio; l'unità numerica, infatti, è nient'altro che la differenza o part: presa come distinta dall’identità fondamentale solo mediante un atto del giudizio. Ciò che noi contiamo nell’ enumerazione sono gli atti del giudizio, come atti di distinzione e di riferimento in una qualità continua, identica. Se il processo di enumerazione suppone necessariamente l’esistenza di una natura propria ben definita e jualitativamonte determinata nell’obbietto del detto processo, è innegabile d'altra parte che l'atto del contare tende ad assumere indipendenza, quasi che potesse avere un significato proprio a parte dalla qualità continua e identica delle unità componenti il tutto. É in forza di tale processo di astrazione che avviene ogni progresso nel calcolo. Lo svolgimento di questo, infatti, si compie col costruire totalità numeriche, mediante la sostituzione di relazioni di unità ideali a unità positivamente concrete; relazioni che formano un totale numericamente identico, ma generalizzato e ideale. L’unità quantitativa per sò, o piuttosto l’astrazione unilaterale dell’unità quantitativa, il solo posto numerico che non è collegato per mezzo di una qualità identica e continua (unità organica. o sistematica delle parti) cogli altri posti della serie, non può avere in sè alcun principio od esigenza di totalità, cioè a dire, non può avere alcuna ragione per finire in un punto più che in un altro. Vogliamo dire che l’'enumerazione delle unità come tali può esser continuata a piacere ed un tale processo ci conduce al concetto dell'infinito numerico. L'infinito numerico, trascurando il fattore della natura delle unità, omette l'elemento che può arrestare il computo ad un punto piuttosto che ad un altro. Chi può dunque trattenersi dal considerare l'infinito numerico come un prodotto soggettivo, a cui nulla di realmente obbiettivo corrisponde? Le relazioni numeriche e quantitative in genere sono controdistinte dalle seguenti note: 1° esse sono universali, necessarie o relative in quanto l'un termine in tanto ha valore in quanto è connesso con l’altro, per modo che rientrano nella formula del giudizio ipotetico. Se A è B allora è C ; 2° talì relazioni non sono unilaterali, ma reciproche, il Se A è B allora è C può divenire Sc 4 è C allora è B ; 3° la ragione di tali connessioni non si trova nell'esperienza, nel dato, comunque l’esperienza possa presentare delle applicazioni di tali connessioni: il valore di queste ultime però non .dipende dalla maggiore o minoreapplicabilità nell'esperienza. Ora tutte queste noto che cos'altro stanno a significare se non che la relazione attribuita in tal guisa alla realtà è un nesso o una relazione puramente razionale? Se il fondamento del nesso non fosse nella ragione, potrebbe il detto rapporto essere necessario, reciproco e valido indipendentemente dall’esperienza? Se non che dire che la relazione è puramente razionale, che il fondamento del nesso si trova nella ragione non è risolvere in modo completo il problema: rimane sempre da spiegare in che consista un nesso razionale e in che modo la razione possa essere fondamento di un nesso, Quando noi vediamo che tra due termini esiste un legame necessario, per modo che uno implica o trae seco l’altro, che cosa dobbiamo pensare? Qual'è il concetto che noi in tal caso ci dobbiamo formare della dipendenza o del nesso ecc.? Per rispondere a tali quesiti occorre tener presente che il nesso necessario, reciproco e indipendente dall'esperienza tra due elementi, non può esser dato che alternativamente da due condizioni principali: o dal fatto che i due termini sono perfettamente sostituibili in quanto | sono equipollenti, in quanto cioè sono espressioni diverse di una stessa cosa: in tal caso i due termini s' implicano a vicenda perchè sono termini di un’eguaglianza e di una identità: ovvero dal fatto che i due termini della connessione sono parti di un tutto organico o di un sistema: in tal caso gli elementi tra cui ha luogo il nesso non sono identici, ma si completano a vicenda quali fattori di una identità sistematica. Ora si domanda: il giudizio ipotetico tipico è espressione della prima specie di nesso, ovvero della seconda? Finchè non si esce dalla pura identità, da quella che si potrebbe chiamare identità formale, non è a parlare propriamente di giudizio ipotetico come non è a parlare propriamente di nesso, il quale involge sempre transizione da un contenuto ad un altro, rapporto di due. parti integrantisi a vicenda e non semplice tautologia: anche quando noi affermiamo 50 X 3 = 25 X 6, la ragione di tale connessione non va ricercata nella identità dei termini, ma nella costituzione propria del sistema numerico: è il sistema di numerazione che rende possibile la identificazione di 50 X 3 con 25 X 6: In fondo adunque ogni nesso razionale implica l'esistenza di un’ identità sistematica, di una totalità, le cui parti sono organicamente congiunte, perchè ciascuna di esse figura come differenziazione, come determinazione o come manifestazione dell’unità fondamentale. Qui però sorge il problema: Come è mai possibile la esistenza di una totalità le cui parti s’implicano a vicenda? Come è mai possibile l’esistenza di un sistema organico i cui elementi poi s’ implicano a vicenda? È evidente che ciò è possibile solo nel caso che il sistema figuri come un’individualità, come un fatto categorico fornito di un certo grado di assolutezza, avente quindi la sua ragione in sè stesso. Ora siffatte condizioni si riscontrano: 1° in quei prodotti dell'attività umana, i quali rispondono ad un fine cosciente. È in vista di questo che i vari elementi sono armonicamente coordinati tra loro. L'idea fine agisce come unità regolatrice ed organizzatrice dei vari elementi componenti il tutto; in tal caso le varie parti sono intimamente connesse tra loro, perchè si completano a vicenda e perchè sono funzioni determinantisi reciprocamente; 2° quindi anche in quelle costruzioni numeriche e geometriche che presentano uno spiccato carattere d’individualità in ragione della proporzionalità che si riscontra nelle loro relazioni interiori e in ragione della scelta arbitraria delle condizioni primitive e fondamentali determinanti poi l'andamento generale delle costruzioni stesse (1); e 3° in quei casi in cui dopo che è stata scomposta una totalità aggregato considerata quindi dal semplice punto di vista quantitativo nei suoi componenti, Vedi a tal proposito quello che noi, sulle tracce del Masci, scrivemmo intorno alle varie operazioni numeriche: Za mozione di Legge , vol. I di questi Saggi. ciascuno di questi si mostra dipendente dagli altri. Da tuttociò consegue che il nesso razionale qual'è espresso dal giudizio ipotetico tipico che non trae seco alcun rapporto di tempo, ha la sua base nel fatto che i due elementi tra cui intercede la relazione di dipendenza reciproca necessaria sono parti di un unico tutto, che questo sia considerato dal semplice punto di vista quantitativo, ovvero dal punto di vista sistematico o organico implicante un processo di differenziazione qualitativa. Ora chi uon vede che la totalità, il sistema, l’individualità vera, implicante una relazione necessaria tra le parti, non può essere che un effetto dell’attività costruttrice umana, giacchè è solamente ciò che è fatto, costruito dal soggetto umano che può da una parte essere completo in sè stesso e dall'altra avere una struttura prettamente razionale e quindi avere quel grado di assolutezza e di apriorità che guarentisce la necessità del nesso intercedente tra gli elementi contenuti nel sistema? Ma possiamo d’altronde affermare che tutti i caratteri suaccennati di un nesso razionale e necessario sì riscontrino nei prodotti umani? Come si vede, il punto essenziale da dilucidare sta qui: se il nesso razionale implica sistema, totalità e se questa non può aversi che da ciò che proviene dal soggetto umano, è necessario precisare se tutti e nel caso negativo quali i prodotti umani racchiudano una relazione necessaria tra i loro elementi o fattori. A ciò si risponde che una totalità, un sistema implica una relazione necessaria tra gli elementi solo in quei casi in cui questi elementi figurano come determinazioni essenziali del sistema o della totalità. I vari fattori o componenti di un tutto non hanno un valore eguale, in quanto alcuni di essi sono essenziali, indispensabili quasi si direbbe che in essi sotto varie forme è la natura stessa del sistema , mentrechè altri sono fino ad un certo punto indifferenti al sistema stesso: è evidente che tra i primi vi è una relazione necessaria entro il sistema dato, non già tra gli altri. Non basta. Non tutti i prodotti o le costruzioni sistematiche del soggetto umano hanno un valore ed un significato eguale: ve ne sono di quelle che si riferiscono ad una funzione primitiva, universale e costitutiva dell'anima umana in genere, e ve ne sono di quelle che si riferiscono a funzioni variabili ed arbitrarie della coscienza: ora è chiaro che i legami necessari si riscontrano in quei sistemi prodotti dall’esercizio delle funzioni inerenti propriamente alla natura umana. In questi ultimi casi il sistema a cuisi devono riferire i nessi necessari è sempre posto dallo spirito, mentrechè negli altri casi il sistema può e non può esser posto, può esser posto in un modoe può esser posto in un altro. La base dei giudizi ipotetici in quest’ultimo caso non viene ad esser fissa, ma mutevole in rapporto ad una quantità di circostanze. Concludendo, noi possiamo dire che ogni nesso razionale o necessario è fondato sopra l’esistenza di una totalità o di un sistema, per modo che i termini del nesso figurano come le parti o le differenze della totalità e del sistema. Due cose in tanto si possono implicare a vicenda in quanto sono parti di un tutto. Ora un tutto, una totalità non è mai data, giacchè tutto ciò che è dato è sempre relativo: il fatto stesso di esser dato fa sì che agli occhi del soggetto non possa apparire che come qualcosa che si riferisce a qualcos'altro, e ciò che è dato in tanto assume a volte l'aspetto di qualcosa d'individuale e di totale, in quanto noi proiettiamo, o riflettiamo in esso la nostra stessa attività, lo informiamo della nostra stessa vita. Solo ciò che è fatto, ciò che è costruito da nuvi è un tutto completo, è un vero sistema, ha la sua ragione in sè stesso. Sicchè il nesso razionale non si può trovare che tra gli elementi di un tutto, di un sistema costruito dal soggetto: il giudizio ipotetico tipico in tal guisa non soltanto ha una base categcrica, ma questa sua base è nell'attività del soggetto umano. Se non che va notato che non tutti i sistemi e le totalità prodotte dall'attività umana servono di fondamento a nessi universalmente necessari e quindi a giudizi ipotetici reciproci, ma soltanto quei sistemi derivati dallo esercizio delle sue funzioni costitutive. Tali sono i sistemi della quantità o della grandezza, dei numeri, dello spazio (1) che forniscono la base dei nessi razionali e dei giudizi ipotetici (leggi) di tutte le cosidette scienze esatte o formali. La realtà non è soltanto qualificata per mezzo di nessi razionali, ma è anche qualificata per mezzo dei rapporti causali. Quali sono i termini tra cui inteircedono siffatti rapporti? Sono qualità od attributi che vengono astratti dalle complicate relaziouii del reale, perchè sono invariabilmente ed universalmente congiunti tra loro in qualsiasi contesto o sistema essi si trovino. Prima di ricercare la natura del nesso causale e le note che lo controlistinguono dovremmo passare rapidamente in rassegna le varie forme in cui esso si presenta nei principali, rami del sapere: ma l’enumerare le leggi, sia Le relazioni del tempo e del movimento sono espresse sempre per mezzo di grandezze, di relazioni spaziali e numeriche, anche fondamentali di tutte le scienze sperimentali leggi fisiche, chimiche, biologiche, psicologiche, storiche, sociologiche e filologiche non ci sembra di alcun vantaggio, in quanto tutte presentano un’eguale struttura logica. Tutte si riducono a rapporti di attributi e quindi a legami astratti, a generalizzazioni ricavate da sistemi di fatti concreti: gli attributi connessi mediante l’indagine fisica sono incommensurabilmente differenti dagli attributi connessi mediante l’indagine chimica, e gli attributi connessi mediante l’indagine di siffatti due processi scientifici sono, lo ripetiamo, incommensurabilmente differenti dagli attributi connessi mediante le indagini biologiche in genere. Se gli attributi non fossero in ciascuna serie di scienze qualcosa a sè, qualcosa d’irriducibile, noi non saremmo propriamente autorizzati a parlare di scienze differenti, ma di una sola scienza, la quale, per comodo didattico o per l’esigenza della divisione del lavoro, potrebbe essere divisa, ma in sostanza le varie scienze non sarebbero che capitoli diversi di una sola scienza. Ora ciò non è, e chi ha qualche dimestichezza con le scienze speciali lo sa; del resto è per questo che i metodi delle varie scienze sperimentali, pur avendo dei caratteri comuni, variano profondamente tra loro. Gli attributi o qualità adunque connesse nei vari ordini di scienze sono irriducibili le une alle altre, ma esse per sè prese sono indeterminate e il sapere scientifico va in cerca di qualcosa di fisso, di stabile, di coerente e di necessario. Gli attributi son fatti, son dati, ecco tutto: onde è che essi sono materia di elaborazione scientifica, non sono scienza. Perchè ciò avvenga è necessario che gli attributi o le qualità ricevano delle determinazioni quantititive (numeriche), I nessi o le relazioni intercedenti tra le qualità possono essere fissati e posti in evidenza soltanto per mezzo delle determinazioni spaziali e temporali, le quali alla lor voita hanno bisogno di essere specificate per mezzo del numero. Nessi e qualità devono adunque esser prese in funzione, devono essere schematizzate per mezzo della quantità, e per mezzo dello spazio e del tempo quantitativamente presi. Come il colore è necessario a delimitare l'estensione, così il numero, lo spazio e il tempo sono necessari a delimitare le qualità e le relazioni. È per questo che l'esattezza e la precisione scientifica dipendono dal grado in cui è applicabile la matematica. Questa trasforma le scienze empiriche da induttive in deduttive, e quindi in razionali appunto perchè fa considerare le qualità sotto l'aspetto della quantità. © Da tutto ciò consegue che tutte le leggi delle scienze sperimentali si riducono a relazioni di qualità espresse nelle loro variazioni quantitative e spaziali e temporali le quali due ultime vengono espresse alla lor volta per mezzo della quantità. Vediamo ora in modo più particolareggiato quali sono i caratteri che controdistinguono i nessi sperimentali... Anzitutto si nota che essi sono necessari ed universali e poì che lungi dall'essere forniti dalla ragione indipendentemente dall'esperienza, sono tratti da quest'ultima, nei cui limiti sono validi. Ora che i nessì costituenti, diciamo così, la struttura delle scienze sperimentali debbano essere necessari ed universali, ognuno lo comprende, pensando all'obbietto proprio del sapere scientifico che è appunto quello di trasformare le semplici congiunzioni di fatto, per sè sfornite di qualsiasi valore, in connessioni di dritto, in coerenze fisse, stabili, aventi cioè un fondamento che le giustifichi: non è egualmente chiaro fino a che punto i nessi in questione siano un portato dell'esperienza : è oltremodo importante, infatti, mettere in chiaro entro quali limiti vada ristretta l'azione della ragione di fronte all’esperienza, se si riflette che la coerenza ela necessità non possono venire che dalla ragione. Qual'è la differenza essenziale tra i nessi puramente razionali e quelli sperimentali ? La differenza sta in questo, che i primi sono fondati sull’ esistenza di sistemi costruiti dall'arbitrio dell'uomo, e quando diciamo dall’arbitrio dell’uomo non vogliamo dire dall’arbitrio assoluto, vale a dire sfornito di qualsiasi riferimento a qualche proprietà o qualità inerente al reale, ma vogliamo dire che l’attività costruttiva dell’uomo è estremamente preponderante, come avviene nei sistemi numerici, nelle determinazioni spaziali ecc.; gli altri invece sono fondati su sistemi che hanno il loro principale punto di appoggio su qualche fatto o dato. Se si passano a rassegna ì vari ordini di leggi e di sistemi corrispondenti, si vede che essi vanno a metter capo in ciascuna serie in qualche dato, o fatto ultimo inesplicato e inesplicabile, il quale non è posto dall’arbitrio dell'uomo, ma è propriamente subito. Se anche questo sparisce, viene ad esser rotto ogni legame colla realtà e ci troviamo nel regno della pura forma, dell'astratto e del razionale. I nessi razionali presentano in tal guisa un grado di assolutezza, di compiutezza che invano si cerca nei nessi sperimentali, in cui domina sempre il riferimento a qualcos'altro. Il fondamento dei nessi sperimentali adunque si trova, sì, nell'esistenza di sistemi che contengono i termini in connessione, ma i Abbiamo detto che ogni opera d’arte figura come l’ espressione di due sorta di leggi sistematiche, di una riferentesi alle determinazioni del mondo estetico in genere (è quella di cui si è parlato), dell'altra riferentesi ad un dato fatto estetico, ad un dato prodotto artistico compiuto in un momento determinato. Ogni opera d’arte, infatti, incarna un'idea, sì presenta come un'individualità, come un sistema fornito di date parti o differenze: ora prima che essa sia eseguita, nella mente dell'artista esiste il concetto dell’ opera caratterizzata da date qualità suscettibili di determinazioni disgiunte o escludentisi a vicenda. Il processo della elaborazione artistica insomma si compie sempre particolarizzando, determinando, specificando un contenuto ideale di cui si hanno nettamente i limiti e il contorno; se ciò non avvenisse l’opera d' arte non avrebbe unità, nè armonia organica, nè individualità, perchè non avrebbe la sua ragione in sè stessa. Ciò che abbiamo detto della vita estetica si applica prefettamente alla vita morale. Ogni azione morale suppone la cooperazione di due leggi o giudizi sistematici, col primo dei quali il contenuto della vita psichica viene considerato dal punto di vista della moralità, viene cioè ordinato in guisa da costituire un tutto organico, un sistema armonico a cui si dà l’ appellativo di morale: sistema che ha questo di proprio, che per esso tutti gli clementi e fatti psichici acquistano valore e significato dal modo in cui contribuiscono al raggiungimento dell’ ideale morale, che è quello della comunione spirituale di tutti gli uomini. Il Genio morale, il Santo appercepisce il reale come sistema morale in genere di cui coglie tutte le differenze o determinazioni e le loro relazioni dì reciproca esclusione. D'altra parte ogni singola azione morale rappresenta l’espressione di un concetto etico, di un'idea morale determinata: difatti un'azione morale si presenta sempre come qualcosa di armonico, di organicamente uno, di individualizzato, avente la sua ragione in sò stessa : il che suppone nell'animo dell'agente l’esistenza di un concetto sistematico analizzato nelle sue determinazioni essenziali in ordine ad una data condotta. Ogni fatto morale presenta coerenza ed unità d'indirizzo, il che vuol dire che esso emerge dall’ analisi di una concezione sistematica determinata, proprio in quella maniera in cui le proprietà, i rapporti e le specie dei triangoli derivano dalla natura di quella particolare limitazione dello spazio che dicesi triangolo, limitazione dello spazio che è resa possibile dalla natura dello spazio in genere. Vogliamo dire insomma che come il mondo estetico così il mondo morale hanno come loro precipuo fattore una costruzione sistematica della realtà, caratterizzata e delimitata in guisa da presentare determinazioni esclusive e disgiunte. Varia il principio informatore, l'universaie concreto, la funzione, la forma appercettiva, ma permane il processo di sistemazione e di determinazione. È per questo che tanto il mondo estetico quanto quello morale presentano uno spiccato carattere categorico; le esigenze estetiche ed etiche piuttostochè essere ricavate dalla realtà, dai fatti, anticipano, regolano quella e questi. Anche la vita della conoscenza in generale si esplica per mezzo di leggi sistematiche. Ogni processo conoscitivo è fondato sull’esigenza di fissare, di qualificare e di determinare il reale per mezzo di simboli o segni variamente connessi tra loro (idee, giudizi, inferenze), in maniera da risultarne una forma di coerenza totale o di sistema. Sicchè appare chiaro che la conoscenza adempie a due uffici, a quello di rendere chiaro per mezzo di simboli la realtà (di costituire delle formole o degli schemi in relazione reciproca tra loro), e di connettere tali simboli in modo da formare un sistema. Ora ciò in tanto è possibile in quanto la mente agisce come potenza universalizzatrice, come potenza tipificatrice : essa infatti, opera idealizzando il fatto e l’esperienza (staccando cioè gli attributi e le relazioni dall’esistenza), andando in traccia del principio informatore di un dato ordine di reali per mettere poi in evidenza le determinazioni essenziali di questo. Ed ogni progresso nella conoscenza è contrassegnato dalla maggiore prevalenza della tendenza alla sistematizzazione : quanto più la mente riesce, cioè, a individualizzare il reale tanto meglio adempie al suo còmpito. Come si vede, la forma generale di ogni conoscenza è la forma sistematica e le varie categorie non sono che momenti, manifestazioni diverse di tale funzione o categoria fondamentale; la sostanza, infatti, implica l’individualità, la causalità implica la finalità o l’ ordine, il numero implica la totalità e l’unità: la finalità e la totalita non sono che espressioni diverse del sistema. D'altra parte è agevole intendere che in qualsiasi forma speciale di conoscenza è in azione l’idea sistematica con le sue varie determinazioni; se pensare è porre in relazione, e se la relazione non è possibile che tra termini, ì quali abbiano qualcosa di comune, tra parti di un medesimo tutto, tra differenze di un'identità sistematica fondamentale, è evidente che qualsiasi conoscenza implica determinazione di un sistema, val quanto dire riduzione dell'ignoto al noto, riferimento del non spiegato a ciò che è spiegato. Le leggi o giudizi sistematici formando come l'ossatura della vita estetica, morale e conoscitiva, operano quasi diremmo celatamente nelle produzioni artistiche e scientifiche, e nelle azioni morali; le scienze invece che hanno per obbietto appunto di tradurre in termini puramente intellettivi, di trasformare in concetti, ordinandoli in modo ‘ sistematico, di rendere insomma intelligibili i fatti estetici, morali e conoscitivi, mirano a presentare isolate, separate da tutti gli elementi con cui si trovano miste, le dette leggi o giudizi sistematici. L’Estetica, l’Etica e la Logica coincidono in questo che tutte e tre tendono a costruire il mondo estetico, etico e conoscitivo per mezzo di giudizi disgiuntivi completi. Invero qual'è l'obbietto dell’ Estetica ? È quello di stabilire, in base allo svolgimento storico dell’arte e della coscienza estetica e in base all'osservazione psicologica della funzione estetica sia produttiva che recettiva o contemplativa (genio e gusto), il retto concetto ‘dell’ ideale estetico. Fissando il concetto si viene per ciò stesso a determinarne le manifestazioni in maniera completa ed adequata. Le leggio norme estetiche sono le direzioni o le maniere secondo cui l’attività o funzione estetica dell’ anima umana, in genere, cerca di raggiungere l'ideale estetico. Ond'è che le norme o leggi estetiche avent i una base categorica nelle proprietà dello spirito umano (atte quindi ad anticipare ed a regolare l’ esperienza), non vanno confuse con quelle forme di leggi finali empiriche (aventi cioè il loro fondamento nei dati forniti dall’esperienza) che rispondono a problemi pratici del tenore seguente: Come ottenere un dato effetto estetico in una data circostanza ? Come condursi moralmente in una data situazione della vita? Qual è l’obbietto dell’Etica? È quello di stabilire in base alla osservazione psicologica della funzione etica, in base allo svolgimento della cultura e della civiltà, allo svolgimento storico della coscienza morale e della vita morale il retto concetto della moralità. Ed una volta fissato e delimitato tale concetto, è chiaro che vengono determinate le manifestazioni e le estrinsecazioni essenziali del principio informatore della vita etica; basta a tal uopo rapportarsi alle qualità fondamentali che contradistinguono il suddetto concetto o principio. In ultimo qual’è l’obbietto della Logica? È quello di stabilire in base all'osservazione psicologica della funzione conoscitiva, in base allo svolgimento storico della scienza e della dottrina della conoscenza il retto concetto della conoscenza stessa. Trovato il principio informatore di questa e caratterizzato per mezzo di date qualità, è facile precisarne le determinazioni, le manifestazioni ed i limiti di variazione. Le norme etiche, logiche ed estetiche stanno ad indicare le diverse maniere in cui è possibile rispondere alle esigenze etiche, logiche ed estetiche dello spirito umano; norme che hanno la loro ragione ed origine nell'ideale rispettivo, il quale alla sua volta non è tratto dall'esperienza, non figura come un dato, ma è posto da ciò che vi ha di più intimo nell'essere nostro. Sta in ciò appunto il carattere distintivo delle leggi normative suaccennate. Da tuttociò consegue che l’ Estetica, la Logica e l’Etica (1) sono fondate su giudizi sistematici o disgiuntivi tratti dalla vita estetica, logica ed etica dell'anima umana. Esse mirando a mettere in evidenza la struttura logica o intelligibile del mondo estetico, conoscitivo ed etico, ci pongono dinanzi agli occhi le diverse maniere in cui il principio informatore, l’universale concreto e individuale si presenta in ciascuna delle tre sfere più elevate dello spirito umano. Nessuno confonderà poi le norme con i giudizi disgiuntivi o sistematici, giacchè quelle non indicano le parti del sistema articolate tra loro, ma bensì le vie per cui l’attività umana attua il sistema ideale espresso nelle sue articolazioni per mezzo della legge sistematica. Le norme si riferiscono all’attuazione, al modo di procedere nella realizzazione dell'ideale e quindi sono leggi della volontà umana; le leggi sistematiche invece esplicano nelle loro determinazioni i sistemi ideali, per il che non escono dal mondo ideale. Stando ad alcuni (Bradley, Bosanquet), l’ultima e più perfetta fase della conoscenza è rappresentata dal giudizio disgiuntivo in generale, in quanto per mezzo di questo il principio informatore di un dato ordine di realtà viene ad essere proseguito nelle sue determinazioni essenziali o nelle sue manifestazioni, le quali poi si escludono a vicenda. Nè potrebbe essere diversamente; una volta che il princi (1) Quello che abbiamo detto dell’ Etica, dell’ Estetica e della Logica sì potrebbe dire della Matematica. pio informatore, attuandosi, assume una data forma, viene ad essere esclusa ogni altra forma in cui esso può anche presentarsi; e poichè tali forme sono definite ed enumerate invirtù della conoscenza che sì ha di tutto l'ambito del concetto, è chiaro che dal trovarsi attuata una data forma si deduce la non attuazione delle altre, e dalla non attuazione delle altre si deduce l’attuazione di quella sola che rimane. Col giudizio disgiuntivo si vengono ad enumerare tutte le possibilità, ond’esso è l’espressione di una certa onniscienza da parte dell’uomo, onniscienza fondata però sempre sulla cognizione di una data qualità o attributo, il quale per natura sua ngn può ammettere che un numero determinato di variazioni, oltrepassate le quali, esso stesso viene ad essere annientato. Possono variare le occasioni immediatamente determinanti la formazione dei giudizi disgiuntivi, ma le loro caratteristiche non variano. Un giudizio schiettamente disgiuntivo riflette sempre un contenuto o sistema completo in sè stesso, onde proviene che esso, come ogni giudizio generico, è quasi categorico. Il giudizio assume la realtà del soggetto ed enuncia nel predicato le varie forme sotto cui quello in condizioni diverse si può presentare; forme che esaurendo la natura del tutto posto come reale, si presentano articolate tra loro mediante giudizi ipotetici o negativi. Ciò che sopratutto è necessario e indispensabile si è che il contenuto-soggetto, l’individualità o l’ universale, entri come tutto in ciascuna delle, forme enumerate, per modo che ogni differenza figurando come determinazione essenziale dell’ universale viene ad escludere tutte le altre differenze; è soltanto sotto questa condizione che ogni congiunzione si trasforma in disgiunzione, La disgiunzione, sempre secondo tali filosofi, è la sola forma giudicativa che può stare da sè, giacchè ogni connessione è entro un sistema e si può dire completo solo quel giudizio che enuncia insieme un sistema e le relazioni o determinazioni contenutevi. Certamente non ogni disgiunzione è completa, indipendente ed assoluta nello stretto senso della parola, ma ciascuna presenta sempre un certo grado di assolutezza rispetto al numero dei giudizi ipotetici che in essa trovano il loro fondamento. Così la disgiunzione che enuncia la natura e le specie dei triangoli contiene la base di tutti i giudizi ipotetici esprimenti le proprietà di tale figura. Ciascuno di detti giudizi, se completato e fatto esplicito, metterebbe capo nella detta disgiuzione, la quale alla sua volta è compresa nel giudizio fondamentale che espone la natura e i caratteri dello spazio. | | Ora, possiamo noi ammettere che la forma disgiuntiva sia la forma giudicativa più completa e quella meritevole veramente del nome di sistematica per eccellenza? Noi crediamo che vada fatta una profonda distinzione tra il giudizio effettivamente sistematico, il quale qualifica il Reale per mezzo di una identità sistematica organicamente articolata nelle sue varie parti e il giudizio disgiuntivo vero e proprio, il quale lungi dal presentare un sistema attuato, presenta le forme o le manifestazioni possibili di un principio. Il giudizio sistematico ci mette sotto gli occhi un tutto organicamente costituito e reale, mentrechè il giudizio disgiuntivo ci mette sotto gli occhi le maniere in cui il tutto si può attuare. Ora da ciò consegue che dal punto di vista ideale, dal punto di vista dell’elaborazione mentale il giudizio disgiuntivo appare più perfetto, perchè da una parte ci dice che un dato sistema, se attuato, deve essere determinato in una data guisa e dall’altra ci fa sapere tutte le maniere in cui può essere attuato e determinato; dal punto di vista invece della conoscenza come qualificazione di ciò che è reale è il giudizio sistematico vero e proprio quello che appare più perfetto e completo; l’ultimo invero ci mette davanti l'attuazione di un tutto organico contenente in sè delle differenze non escludentisi, ma implicantisi a vicenda. È desso che costituisce la base di una parte importante di giudizi ipotetici, i quali enunciano la connessione delle differenze contenute entro un sistema e il rapporto necessario degli attributi o parti di un tutto. Lo schema del giudizio sistematico è : S è cosîffatto che a implica b; quello invece del giudizio disgiuntivo è: S è cosiffatto che si può attuare 0 determinare in a o in b o in c. È vidente che il giudizio sistematico e quello disgiuntivo non vanno identificati tra loro; sono due processi conoscitivi collaterali, i quali adempiono ad uffici differenti ; il giudizio disgiuntivo allarga e completa idealmente la conoscenza, in quanto esaurisce le possibilità della realizzazione; quello sistematico invece pone in evidenza la struttura organica e i rapporti interni di un sistema reale. Con'ciò non si vuol. negare che vi possano essere e vi siano anche molteplici interferenze tra i detti due processi e che il giudizio sistematico possa essere fondato o esser riferito a una disgiunzione resa possibile dalle variazioni di una qualità essenziale, ma quello che non va dimenticato si è che la disgiunzione non rappresenta qualcosa di reale, come la struttura sistematica, che essa è un processo perfettamente ideale e che il tutto o il sistema che fa da soggetto nei giudizi disgiuntivi è un prodotto dell’astrazione. Esso non esistendo per sè, non avendo la sua ragione in sè stesso, non essendo qualcosa di sussistente e di completo, non esce dal dominio del necessario e del relativo; esso si riferisce necessariamente ad una delle determinazioni enunciate nel predicato. Il contrario si verifica nei giudizi prettamente sistematici nei quali il soggetto è qualcosa di categorico, di completo e d’indipendente. | La verità di ciò che si è detto intorno al giudizio disgiuntivo viene provata anche da questo, che esso è attivo in tutti quei processi dello spirito relativi all'attuazione di ideali concepiti dalla mente umana ; prima questa, per ragioni su cui qui non importa insistere, forma un concetto e poi dello stesso vengono rintracciate le determinazioni principali, basandosi sopra una sua nota essenziale; il giudizio disgiuntivo in tal guisa è attivo soltanto ogni volta che si ha a che fare con costruzioni ideali, con costruzioni di possibilità fatte da noi (di cui conosciamo le qualità essenziali e le loro variazioni), mentrechè quello sistematico mette in luce la struttura organica di un sistema reale per via della vicendevole dipendenza delle parti di esso. Tuttociò che è organicamente costituito, tuttociò che, attuato, o risponde effettivamente perchè opera dell’intelligenza e dell’attività umana o sembra corrispondere (funziona come corrispondente) ad un fine, può formare oggetto di un giudizio sistematico vero e proprio, o finale o generico che si voglia dire. Il giudizio disgiuntivo lungi dal rendere più perfetta la nostra conoscenza della realtà della quale noi conosciamo soltanto dei frammenti non fa che rendere esplicito ciò che era implicito perchè nostra fattura , non fa che metterci sott'occhio sotto altra forma ciò che già sapevamo. Avendo noi costruito il concetto soggetto non possiamo non trovarvi dentro quello che noi stessi vi abbiamo posto. É soverchio aggiungere che il giudizio disgiuntivo non può avere alcuna applicazione seria nella conoscenza del reale, del dato, giacchè noi dei vari ordini di questo non conosciamo il principio informatore (la natura propria) in modo da poterne indicare tutte le manifestazioni possibili. Noi finora abbiamo classificato le leggi, tenendo conto della forma e della natura dei giudizi con cui esse vengono enunciate; è evidente che possono ancora essere classificate, tenendo conto della loro varia origine, della maniera cioè con cui vengono rintracciate. Esse invero assumono caratteri diversi secondo che variano i processi logici messi in opera per scovrirle. Da tal punto di vista le leggi possono essere classificate in leggi costrattive, leggi analogiche, leggi induttive è leggi deduttive. Cominciamo dal ricercare per quale via vengono messe in luce le leggi matematiche, vediamo cioè qual'è il processo logico che le rende possibili e che quindi le contradistingue. L'inferenza (1) di cui si fa uso in matematica, è una vera e propria inferenza sussuntiva? | Ogni calcolo aritmetico, e quindi ogni specie di calcolo, può essere ridotto ad enumerazione o ad enumerazione di enumerazioni. Tutto il processo poggia sulla concezione del tutto quale somma delle sue parti, dell’ universale come risultante da determinazioni e differenze eguali ed omogenee quantunque distinte e separabili tra loro. È evidente che in tali casi l’universale non si presenta come un sistema concreto, per modo che le inferenze da esso emergenti non sì sa se siano da considerare come correlative dei giudizi, Qui è bene intenderci sul concetto che ci dobbiamo formare dell’inferenza dipendentemente dal modo come venne interpretata la natura del giudizio, L'inferenza, come il giudizio, mira a qualificare la realtà, con questo di proprio che la detta qualificazione non è immediata, ma mediata nel senso che il contenuto ideale viene riferito alla realtà in modo indiretto, coll’intermezzo di un altro contenuto immediatamente qualificativo. Ora com'è mai possibile un tale processo ? Come è mai possibile il passaggio da un contenuto ideale ad un altro? È possibile, perchè entrambi questi sono differenzia zioni di un fondo identico, momenti diversi di un unico universale. E qui va notato che quando sì parla di universale non bisogna correre con la mente all'universale astratto, alla nota od alla proprietà comune e ripetentesi in un certo numero di casi, la quale non significa nulla, ma all’universale concreto, al carattere significativo che, implicando il modo con cui è connesso con altri caratteri o momenti sì presenta come fattore generatore della realtà concreta Un esempio dell’universale concepito in modo siffatto ci vien fornito da talune proprietà delle figure geometriche; dato, per es. un arco di cerchio, noi abbiamo il raggio, onde possiamo descrivere tutta la circonferenza; e perchè ciò? Perchè l’arco dato non è semplicemente ripetuto, ma è continuato secondo la natura propria (universale concreto) della ovvero come delle inferenze esplicite. Così l'equazione, poichè risulta da una comparazione di relazioni numeriche astrattamente considerate, pare che corrisponda al giudizio universale e più specialmente a quello ipotetico : il che è già sufficiente a porre in evidenza il carattere sintetico o inferenz ale di essa. Se non che l'equazione non presuppone, non implica nulla, ma distende, per così dire, in modo completo gli elementi su cui verte l’attività giudicatrice. Mentre l’ordinario giudizio ipotetico omette o presuppone l'esistenza di tutte quelle condizioni che o sono ovvie addirittura, o implicite o completamente inattive, l'equazione, il cui contenuto è omogeneo appare ipotetica sulla base di detta figura piana, natura propria che regola le parti e che, quantun que implicata gia nell'arco dato, è nondimeno distinta da questo. La cosa riuscirà forse più chiara ancora se invece di un cerchio noi consideriamo un’ellissi, in cui il frammento della curva dato non può essere soltanto ripetuto senza mutamento nel rimanente della costruzione: vuol dire che nella curva data vi è qualcosa che può dettare la modalità della continuazione e completamento di essa. Sicchè noi possiamo definire il giudizio mediato, o inferenza, come il riferimento alla realtà (entro la sfera di un dato universale) di determinazioni per l’intermezzo di altre determinazioni direttamente riferite alla Realtà, ed esprimenti la natura propria dell’universale; ovvero, come il riferimento di alcune parti alla realtà per mezzo. di altre parti esprimenti la natura propria di una totalità determinata. Perchè si abbia l’inferenza è necessario adunque che l’universale si presenti come un sistema le cui parti siano in necessaria connessione tra loro e che la semplice unità delle differenze, quale si manifesta nel giudizio, sia sostituita da una maggiore o minore complessità di determinazioni e da una congiunzione più o meno articolata di attributi e di relazioni (nelle quali vanno comprese le relazioni di spazio e di tempo). Cfr. BosanQuET [citato da H. P. Grice, “Prejudices and prediletions, which become, the life and opinions of H. P. Grice” --, Logic. un processo intellettuale, o di una sintesi di differenze esplicite. Noi nel giudizio ipotetico affermiamo la connessione necessaria esistente tra due termini senza mettere in chiaro la maniera in cui tale connessione si stabilisca e si generi, senza cioè rondero esplicito nel processo logico il fondamento o la ragione della connessione: nella equazione invece o nella combinazione delle equazioni i rapporti tra i varii termini, le loro proprietà e la loro derivazione vengono tutte messe sott'occhio per modo che appare evidente il fondamento del loro legame. È per questo che l'equazione presenta una connessione di ordine inferenziale in modo molto più chiaro che non l’ordinario giudizio ipotetico. | La combinazione delle equazioni messa in rapporto con una singola. equazione si presenta poi come la combinazione dei giudizi messa in rapporto con un singolo giudizio: in entrambi i casì è pressochè impossibile tirare una linea netta tra l’atto singolo e la combinazione degli atti. Il ragionamento matematico, stando al Bosanquet, può assumere varie forme, delle quali le principali sono: quella seriale (per cui è possibile l’apprensione delle connessioni spaziali e temporali), quella sostitutiva, quella costitutiva (equazioni costitutive) e quella proporzionale. Tutte le dette forme hanno questo di comune che non implicano un processo di vera e propria sussunzione, vale a dire che la conclusione, emergendo da una relazione quantitativa esistente tra le premesse, ovvero dalle modalità della funzione costruttrice espressa nelle stesse, non può essere considerata come un caso particolare compreso nella premessa maggiore, o come un elemento di un’ individualità concreta, ovvero come una determinazione della natura generica espressa nella detta premessa maggiore. Così nella cosidetta inferenza per sostituzione Premessa maggiore M = a + br tcr8. Premessa minore S =sMon Conelusione S =8 at be + cer8 noi abbiamo due connessioni equazionali riferite ad un identico tutto e quindi atte a dar origine ad un'ulteriore connessione. Ma M non è, nel caso sucitato, generico, nè S è specifico, nè infine Ja connessione di S con s (a +bx ecc.) è nota in grazia della connessione o della subordinazione dello stesso S all’ individualità concreta M. M, non v’ha dubbio, figura come il centro delle relazioni, come una forma dell’universale quantitativo che, per così dire, pervade tutta ‘l'equazione, ma da ciò non consegue punto che .S sia un caso di M piuttosto che M di $S. Insomma la sostituzione è una conseguenza derivante dall’ identità del tutto con sè stesso nelle sue varie forme (essendo obbietto del calcolo appunto il ritrovamento di detta identità), e non un principio di relazione inferenziale. Da tal punto di vista l’inferenza sostitutiva che merita propriamente il nome di inferenza per identificazione equazionale, costituisce il fondamento del computo aritmetico e algebrico. D'altra parte le inferenze esprimenti le connessioni spaziali e temporali: A è a dritta di B, Bè a drittadi C.-. A è a dritta di C: o A è anteriore a B nel tempo, B è anteriore a C.*. Aè anteriorea C, sono agli antipodi della vera sussunzione in quanto esse piuttostochè attribuire ad un fatto, al reale un contenuto ideale per mezzo della connessione di quest’ultimo con un altro contenuto ideale direttamente attribuito al reale, esprimono la maniera in cui si stabiliscono le relazioni spaziali e temporali, esprimono il modo di procedere della funzione costrpttrice. È se si vuol per forza fare in tal caso un’inferenza, si deve commettere l’errore di prendere il principio attivo, l’elemento generatore, o ciò che rende possibili tali inferenze, vale a dire la funzione mentale che ci dà l’ ordinamento costruttivo spaziale e temporale e considerarlo come parte del contenuto da cui è tratta la conclusione, nel qual caso sarebbe da porre come premessa maggiore delle argomentazioni costruttive un principio suî generis, un principio generale di costruzione che può essere espresso nel modo seguente: Ciò che è a dritta di una cosa qualsiasi B è a dritta di ciò, di cui alla sua volta la stessa cosa B è a dritta, e porre poi come premessa minore tutto il contenuto nell’inferenza suddetta; giacchè lo costruzioni e le connessioni astratte si riducono a relazioni sistematicamente necessarie, nelle quali si prescinde pressochè totalmente dalle qualità caratteristiche dei punti di riferimento assunti come perfettamente noti e indifferenti (se A è a dritta, ecc. vuol dire che A è un punto o un corpo nello spazio, altrimenti l’inferenza non avrebbe senso). Le stesse costruzioni tramutate in inferenze non possono presentare premesse fornite di prerogative speciali. | Come si vede, in tali casi non vi ha processo d’inferenza, perchè quella che dovrebbe essere premessa minore è la pura ripetizione, senza alcuna variazione, di quella che è posta come premessa maggiore; a ciò si aggiunga che la stessa premessa minore racchiude tutto, per modo che manca la conclusione. In siffatta inferenza le modificazioni reciproche delle relazioni sono costruite -nell’atto che si argomenta e non vengono presupposte nella natura del soggetto reale, a cui si riferisce l’inferenza. In altri termini l’argomentare non ha per scopo già di rendere esplicito, di distendere ciò che è già involuto nel soggetto esistente per sè, ma nell'atto stesso che l’argomentare ha luogo, si costruisce o si forma il soggetto dell’inferenza. I processi costruttivi spaziali e temporali adunque non sono dei processi d'argomentazione sussuntiva, ma esprimono in forma ideale il riferimento reciproco dei vari punti dello spazio e del tempo, riferimento che è basato sulla identità e continuità dello spazio e del tempo. I processi delle equazioni costitutive, delle equazioni, cioè, enuncianti i rapporti numerici esistenti tra le parti componenti determinate totalità presentano due aspetti. Da una parte figurano come sémplici calcoli o combinazioni di rapporti simili alle equazioni mediate, o sistemi di equazioni numeriche, le quali non hanno alcun significato all'infuori di un dato sistema numerico: infatti quando si stabilisce una proporzione tra due quantità variabili, dando a queste un valore determinato (coefficiente) per vedere quali modificazioni ne risultino, è evidente che non vi è premessa maggiore, ma bensì descrizione generalizzata di un identico tutto in due casi, i quali devono essere attuati rispettivamente con determinati fattori e l’inferenza consiste nel presentare la costruzione di un tale tutto appunto rispettivamente sulla base di tali fattori; dall’altra parte il calcolo, le combinazioni delle equazioni in taluni casi sono ° fatte in base a certi presupposti, e con regole determinate, onde esse figurano come mezzi per raggiungere uno scopo definito, il quale poi sì può ridurre alla determinazione delle proprietà di una data figura nello spazio: così p. es. la forma spaziale del tipo curvilineo (la curva poi può essere aperto o chiusa, simmetrica o asimmetrica ecc.) è come il contenuto quasi generico, secondo il linguaggio del Bosanquet, ovvero l’idea-in base a cui la costruzione di una particolare figura curva avente proporzioni numeriche, assume proprietà caratteristiche. L'unità organica o sistematica presentata dalle figure geometriche, per la quale esistono rapporti definiti tra i vari elementi che le compongono, è data appunto dal fatto che le dette figure non risultano da un semplice aggregato di parti, ma dalla coordinazione numericamente proporzionale di queste. E nell’atto stesso della costruzione di date forme spaziali si possono venir scovrendo le loro proprietà, ond’esse non figurano come qualcosa di dato, come un fatto, ma come qualcosa che si vien facendo. In ogni case il passaggio da una combinazione equazionale numerica alla costruzione (proporzionalmente corrispondente nelle sue parti) di una data figura fornita di date proprietà può esser fatto solo in base ad un principio racchiuso nella natura caratteristica della detta figura quale emerge dalle qualità fondamentali dello spazio . È chiaro che col fare entrare in campo l'elemento del tempo e quindi col rappresentare il movimento come una lunghezza e col riguardare le nozioni astratte di forza e di massa come elementi determinanti in modo correlativo il movimento, noi abbiamo tutti gli organi del puro meccanismo e della scienza costruttiva astratta. Fu detto dal Lotze che l’inferenza proporzionale costituisce l’ultimo limite della conoscenza e che presenta un carattere perfettamente sussuntivo: ora ciò non è esatto fin tanto che essa non esce dal campo del calcolo puro e semplice (2:4::3:%.0.x=6), poggiando in tale caso sopra un rapporto inerente ad un dato sistema numerico. Nè vale a provar. niente al di fuori di questo. Quando per contrario si applica alla determinazione di un contenuto concreto, di una individualità definita, allora essa non ha valore e significato per sè, ma l’acquista dal fine a cui serve o dall’obbietto a cui si riferisce, o infine dai presupposti su cui si eleva. La proporzione non definisce, ma mette in maggior evidenza, determina, fissandoli quantitativamente, misurandoli, i caratteri dell’individualità, le qualità del sistema o della totalità concreta dopo che ne è nota per altra via la loro natura, ovvero accenna ad esse perchè la conoscenza ne sia completata con mezzi più appropriati. Noi possiamo dire che la proporzione acquista tutto il suo valore dall’eterogeneità dei suoi termini, in quanto questa implica sempre l’esistenza di un sistema speciale di relazioni e di connessioni. La detta eterogeneità dei terminidella proporzione può essere di varie sorta, secondochè i due obbietti comparati sono o no misurabili con un’identica unità, ovvero uno dei due è misurabile e l’altro no, ovvero infine nessuno dei due è misurabile; nel quale ultimo caso non è più a parlare di proporzione, ma di analogia o di sussunzione, mentrechè nei casi antecedenti si hanno varie forme e combinazioni. di giudizi ipotetici, i quali rappresentano i veri punti di passaggio dalle forme astratte d’infevenza a quelle concrete (4). Le leggi costruttive hanno adunque questo di proprio che sono leggi funzionali in quanto esse non vengono estratte da ciò che esiste, da ciò che è dato, ma indicano le maniere in cui la mente opera in date circostanze. L'universale concreto in base a cui avvengono i nessi tra gli attributi espressi nelle leggi è attivo nella mente e viene attuato mentre si enunciano le dette leggi: non è qualcosa che esiste per sè di rincontro alla mente. Pertanto in esse vanno comprese tutte le leggi riguardanti il pensiero, la emotività e la volontà umana in azione. Le leggi logiche fondamentali, le leggi etiche, estetiche ecc. non esprimono il modo di comportarsi di cose esistenti al di fuori del soggetto, non sono ricavate da fatti, ma esprimono le maniere in cui i fatti vengono disposti, ordinati, appercepiti dal punto di vista logico, estetico ed etico. Siffatte leggi non possono essere ricavate da principii generali in cui siano come contenute, perchè questi principii non potrebbero essere che le funzioni dello spirito umano, le quali, messe in azione, determinano appunto le leggi logiche, estetiche ed etiche. Le dette funzioni dell'anima umana espresse o tradotte in termini intellettivi, separate dal fatto e idealizzate (guardate nella loro intelligibilità o possibilità, nel loro was) costituiscono appunto le leggi logiche, estetiche ed etiche. Onde consegue che questa prima classe di leggi leggi funzionali o costruttive da una parte non sono induttive, in quanto (1) Cfr. BosanQuET [citato da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which become the life and opinions of H. P. Grice” -- non vengono ricavate da fatti e dall’esperienza, e dall'altra non sono deduttive i in quanto non vengono ricavate da principii generali o da individualità, sistemi o totalità date. Ciò sarà più evidente in seguito quando avremo parlato delle varie forme di sussunzione. Qui notiamo che va fatta distinzione tra le leggi emergenti da un dato fatto estetico o da un dato sistema scientifico o da un complesso di fatti psicologici occupanti un determinato punto deilo spazio e del tempo le quali possono essere deduttive o induttive secondo che sono state ottenute prendendo le mosse dall’universale, ovvero dalle determinazioni particolari di questo e le leggi che indicano per così dire la via tenuta dalla | psiche nelle sue principali funzioni. Queste leggi sono stabilite ed enunciate nell’ atto stesso che vengono formati i principii da cui dovrebbero essere ricavate, principii che sono come l’espressione intellettuale delle PHAGIPLI funzioni dello spirito umano.Le leggi analogiche che si potrebbero anche chiamare leggi morfologiche o leggi classificative, sono quelle per mezzo di cui unoggetto o un caso particolare è reso intelligibile, facendolo rientrare in una data classe e quindi descrivendolo, caratterizzandolo. Descrivere e classificare sono atti che. s’'implicano e si completano a vicenda: io in tanto classifico in quanto descrivo e viceversa in tanto descrivo in quanto classifico, in quanto faccio rientrare il particolare nell’ universale, in quanto guardo il nuovo, l’ ignoto attraverso il noto. È vero che d’ordinario si fa distinzione tra i giudizi propriamente descrittivi (i quali, si dice, hanno per predicato un aggettivo esprimente una proprietà, un attributo del soggetto) e quelli esplicativi (i quali, si dice, hanno per predicato un sostantivo più generale, nella cui estensione è comprese il soggetto), ma in sostanza tale distinzione è soltanto grammaticale, giacchè nel secondo caso il predicato-sostantivo è adoperato in un certo senso aggettivamente come nel primo il predicato aggettivo è adoperato in un certo senso sostantivamente : in entrambi i casi, infatti, il predicato ha l'ufficio di far appercepire, di rendere intelligibile il soggetto, in entrambi i casi cioè il predicato è un contenuto ideale atto a qualificare il reale quale si presenta nel soggetto grammaticale. Del resto fu già notato da altri che tale processo classificativo del pensiero può presentare parecchi aspetti, pur conservandosi uno nel fondo: così esso può avere una doppia direzione, cioè o va dalla nuova (attuale e singolare) alla vecchia rappresentazione (generica, o schematica o classe) e in tal caso la seconda è riconosciuta e affermata come un carattere della prima (giudizio analitico); oppure va dalla vecchia alla nuova, e questa apparirà come una particolarità novella della prima (giudizio sintetico). Che il giudizio classificativo (assuma la forma propriamente classificativa o quella descrittiva o quella storica), sia sempre uno nel fondo viene provato anche da questo che le scienze così dette classificative sono descrittive e storiche insieme: così la così detta Storia naturale comprende la Zoologia, la Botanica, la Mineralogia, le quali sono eminentemente classificative e descrittive: non vogliamo con ciò affermare che tali scienze non siano anche esplicative, su che ebbe già a richiamare l’attenzione il Wundt, ma esse sono esplicative, perchè sono insieme genetiche e morfologiche, perchè, cioè, classificano e descrivono gli obbietti naturali, ricercandone la evoluzione. Le leggi analogiche adunque sono della più grande importanza in quanto rendono possibile l’apprensione ordinata delle cose, in quanto rendono intelligibili gli obbietti, facendoli rientrare in date classi e in quanto, ciò facendo, mettono in evidenza l'affinità, lo svolgimento e la genesi dei vari ordini di realtà. Vanno considerate come una categoria a parte di leggi in quanto uno è il processo di loro formazione processo logico detto dell’analogia e della verosimiglianza, il quale consiste nel conchiudere dacchè parecchi oggetti e fatti si somigliano in alcuni punti, che si somigliano probabilmente anche in altri punti, L’analogia ha questo di proprio’ che la sua conclusione non è fondata sul numero dei casi in cui i suoi termini (il soggetto e il predicato) si presentano connessi, ma è fondata sull'esame, sull’analisi e quindi sulla valutazione dei caratteri riscontrati connessi in un gran numero di casi; analisi e valutazione che è fatta col ricercare ciò che i detti oggetti e fatti presentano di comune, col ricercare le proprietà e gli attributi, i quali, qualificando entrambi, valgono a mettere in evidenza la loro vera natura. Ora se tutti i giudizi potessero essere considerati come reciproci l'analogia diverrebbe ipso facto un’ inferenza da condizione a condizionato, come è inferenza da condizionato a condizione: due antecelenti che hanno ùn medesimo conseguente devono essere intimamente connessi tra loro ecc. è la formola esprimente l'analogia qual'è realmente, mentrechè la formola due antecedenti che hanno un merlesimo conseguente devono essere conseguenti di un medesimo antecedente, per il che devono coincidere , rappresenta l'ideale a cui tende l’argomentazione, ma che essa per sè è impotente a raggiungere. Se il fatto di riscontrarsi i medesimi caratteri in A e B non basta a provare che A sia specie e B genere o viceversa, indica però sempre che tra loro vi deve essere una correlazione e una corrispondenza ; sicchè se non potremo attribuire a B il carattere M potremo attribuirgliene un analogo M'; si ha così la proporzione: A: B= B:M Il carattere M' figura come il prodotto di ciò per cui A coincide con B (appartenendo ad un medesimo genere) e di ciò per cui ne differisce. Ha ragione pertanto il Drobisch di considerare l’analogia come il mezzo con cui vengono messe in evidenza le corrispondenze, le umologie e le analogie esistenti tra specie congeneri, coordinate quindi tra loro e subordinate ad un genere superiore comune, come îl mezzo con cui viene posto in luce il differenziarsi di un'identità fondamentale sistematica, l’unità morfologica di un dato sistema e l'ordinamento esistente nei vari ordini di reali, i cui ritmi di attività mentre si corrispondono tra loro, sono d’altra parte contenuti in un ritmo superiore generale. Così un naturalista che ha scoperto in una specie animale o vegetale un dato carattere, p. es. un certo organo, non attribuisce ad un'altra specie congenere alla prima l’identico carattere, ma piuttosto uno analogo 0, come si dice, omologo, cioè tale che raccolga in sè la natura del genere e risponda insieme alla particolare natura della specie. Il valore del ragionamento per analogia dipende da due condizioni: 1° che tra i caratteri simili e il carattere che si tratta di attribuire ad una delle due cose comparate esista un rapporto naturale e non una semplice coincidenza fortuita : 2° che le due cose comparate non differiscano per caratteri tali che ogni analogia riguardante il carattere che si tratta di attribuire ad una di esse sia allontanata dal bel principio. Come si vede, la validità dell’analogia poggia tutta sull’importanza attribuita ai vari caratteri e sul rapporto esistente tra le note comuni e quelle differenti, sempre in ordine ad importanza: pertanto il nodo della questione sta tutto qui, sul fondamento e sui limiti di applicabilità del nostro giudizio apprezzativo circa l’importanza dei caratteri di dati oggetti. Vi fu chi affermò che il rapporto tra i caratteri simili e quelli differenti (base della validità dell’analogia) fosse rapporto puramente numerico : in tal caso l'analogia sarebbe stata più o meno valida secondochè fosse preponderante la somma dei caratteri comuni, ovvero quella dei caratteri differenti, tenuto conto della conoscenza totale che noi abbiamo delle proprietà degli oggetti in questione. Ma ognuno vede che la validità dell’ analogia non può dipendere dal numero, bensì dalla qualità dei punti di somiglianza, i quali derivano il loro significato dalla loro relazione col sistema totale di cui fanno parte. Ed il sistema non può essere ridotto ad un aggregato di parti indifferenti, giacchè queste, per l'opposto, hanno un valore differentissimo dipendentemente dai reciproci rapporti in cui si trovano. Chi è pratico dei processi analogici, i quali rendono possibile la classificazione morfologica degli obbietti naturali, sa benissimo che essi poggiano non sulla enumerazione, ma sulla valutazione dei caratteri: già non si avrebbe un’unità di misura per enumerare i caratteri, e poi che cosa vorrebbe dire un punto di identità o di somiglianza ? come si farebbe a circoscrivere i limiti dell'identità e della somiglianza ? | L'analogia non è fondata proprio sulla identità, ma sulla corrispondenza dei caratteri, e sulla importanza ad essi attribuita, corrispondenza ed importanza che possono essere scoverte, basandosi sopra un insieme di considerazioni di ordine diverso, le quali però mirano sempre a ricercare la connessione in cui si trovano i caratteri in questione con tutto il sistema degli organi che rendono possibile la vita dell'individuo, mirano cioè a ricercare l’ ufficio a cui gli stessi caratteri adempiono e a tracciarne la genesi e lo svolgimento. Chi dice analogia dice comparazione dei caratteri in owdine alla loro importanza ; e chi dice comparazione in tal senso dice ricerca del significato che i detti caratteri hanno per la vita dell'individuo. Dall'altra parte chi dice determinazione della corrispondenza csistente tra i caratteri di due specie, dice esame del molo di funzionare e di operare, esame dell’ ufficio degli stessi caratteri e insieme indagine della loro genesi e sviluppo. spaziale possono essere ridotti a sillogismi, il cui termine medio (il fine da raggiungere) determina il rapporto degli estremi. In ordine alle costruzioni meccaniche è stato notato che esse non acquistano la loro consistenza dall'ufficio a cui servono, giacchè questo è qualcosa di aggiunto, col che si vuol dire in sostanza che una costruzione meccanica è qualcosa d' indipendente dalla sua funzione, tanto è ciò vero che essa può e non può compiere la detta funzione, la può compiere più o meno bene, e può anche essere incapace di compierla affatto: tuttavia la macchina è sempre un prodotto necessario delle forze o leggi meccaniche che la rendono possibile ed esiste come tale in ogni caso. Da ciò conseguirebbe poi che i rapporti dei vari elementi componenti la macchina sarebbero qualcosa di necessario e di fatale ed andrebbero formulati per mezzo di leggi costruttive, piuttostochè sussuntive. Ora noi osserviamo che l'ufficio, la funzione della costruzione meccanica è tale elemento essenziale alla sua struttura che non può in alcun modo esser considerato come un epifenomeno : l’individualità, vale a dire la ragione d'essere della macchina non è riposta tutta nello scopo che essa deve raggiungere? Le forze o leggi meccaniche per sò prese sono un’astrazione, sono un prodotto dell'analisi scientifica; nella realtà sono sempre combinate dall’intelligenza “umana in vista di un fine, il quale non solo contribuisce ad accrescere la consistenza del fatto meccanico puro e semplice, ma gli dà realmente valore e significato. Del resto ognuno comprende che tra una macchina, la quale risponde ad uno scopo che questo poi sia o no raggiunto in modo completo, poco importa ed una composizione qualsiasi di forze meccaniche corre un divario essenziale in quanto quella forma un tutto, un sistema che ha la sua ragione determinante nella funzione, mentrechè la semplice composizione di forze nei suoi rapporti necessari si rivela completamente inorganica. Possiamo d'altra parte affermare che tutte le leggi teleologiche vadano confuse insieme, possiamo cioè dire che il procedimento per cui vengono enumerati i rapporti esistenti tra i termini di un sistema sia sempre uguale? Noi crediamo che a tal proposito vada fatta distinzione tra gli scopi e le maniere di raggiungerli dettati dall’ esperienza e dall’osservazione che col Masci si potrebbe chiamare passiva, e gli scopi e le maniere di raggiungerli dettati dalla osservazione attiva. Le prime si potrebbero chiamere leggi finali empiriche o a posteriori, perchè fondate su rapporti empirici; le altre si potrebbero chiamare leggi finali a priori, perchè fondate su determinazioni primitive della nostra attività spirituale. Quelle non implicano nessun grado di assolutezza nel senso che ì relativi sistemi sono fatti forniti solo dall'esperienza e quindi aventi un valore contingente: le altre invece sono assolute, perchè si riferiscono a sistemi inerenti alla natura umana. Le leggi finali empiriche sì riferiscono a sistemi che vengono costruiti da noi con materiali forniti dell’ esperienza e in virtù di scopi suggeriti del pari dalla pratica della vita: le leggi finali a priori si riferiscono per contrario a sistemi ideali formati da noi per rispondere ad esigenze interiori e profonde del nostro essere, indipendentemente dalla convalidazione dell'esperienza esterna. Tali leggi finali, anzi, lungi dall’ essere ricavate dall’ esperienza, servono a regolarla. I rapporti morali, logici, estetici e matematici sono inerenti a sistemi aventi il loro fondamento e la loro radice nella costituzione, nella natura propria dello spirito umano e non nell’ esperienza esterna, ond’è che il fine logico, morale, estetico e matematico non può esser raggiunto che nella maniera suggerita dalla stessa natura dello spirito, al di fuori della quale maniera non è più a parlare di funzione conoscitiva, morale ecc. Le suddette leggi teleologiche mostrano pertanto la loro base categorica a preferenza di tutte le altre. E a tale proposito giova notare che le costruzioni meccaniche in tanto appaiono in modo evidente sistematiche in quanto sono come a dire incorporazioni di leggi matematiche. Le leggi finali empiriche possono essere ridotte alla formula seguente : Dato un sistema cosiffatto, vi deve essere questo rapporto determinato tra i suoi elementi: ora in tal caso il sistema presentato è un dato dell’ esperienza, che potrebbe anche non esseré o essere differente, perchè non risponde a nessuna necessità intrinseca ; per contrario la formula delle leggi finali a priori è: L'anima umana è cosiffatta che non può non produrre il tale sistema (logico, etico, estetico e così via) con questi rapporti ecc.: è evidente che in questo caso non si ha a che fare con qualcosa che può e non può essere dato, e che può essere dato indifferentemente in un modo piuttosto che in un altro, ma si ha a che fare con ciò che è inerente all’anima umana in generale, tolta la quale non rimane più nulla. Conclusione: le leggi finali empiriche sono contingenti, perchè fondate su dati empirici, mentrechè le leggi finali a priori sono assolute, perchè fondate su funzioni del soggetto. Noi dicemmo che le leggi deduttive o sussuntive sono quelle derivate dall'analisi di un sistema. Ora è evidente che il cosìdetto sillogismo disgiuntivo non può non figurare come uno dei processi atti a darci le suddette leggi, secondo la formula: A è o B o C, A non è B, .-. A è C, ovvero A è B.'. A non è C. Recentemente però Bradley e Bosanquet hanno osservato che mentre la disgiunzione è l'espressione più completa e perfetta del grado di chiarezza e di determinatezza a cui può giungere la conoscenza umana, in quanto essa esaurisce il contenuto di un sistema, di una totalità, mostrandone le varie parti e il modo in cui queste si articolano tra loro (e a tal proposito va notato appunto che ogni congiunzione si può ridurre a disgiunzione, giacchè una volta che vengono assegnate con esattezza e precisione la condizioni sotto cui ciascuna determinazione è attribuibile al soggetto reale, rimane esclusa ogni altra determinazione che non possa essere compresa nella prima per la contradizione che nol consente), dall'altra parte la disgiunzione stessa è tutta racchiusa nella premessa maggiore del sillogismo disgiuntivo quale viene ammesso dalla logica tradizionale: quando, infatti, la detta premessa disgiuntiva è bene determinata nelle sue varie parti, e nelle relazioni intercedenti tra gli elementi, essa contiene tutto quello che verrebbe detto nella premessa minore e nella conclusione, le quali così sono ripetizioni superflue e quindi inutili. Il sillogismo disgiuntivo della logica formale è valido soltanto nelle disgiunzioni per ignorantiam o in quelle relative ad un punto del tempo, nei quali casi la premessa minore vale a risolvere un dubbio relativo ad un membro di un’alternativa o ad affermare l’esistenza di questo in un dato momento: ma dette disgiunzioni lungi dal significare l'organizzazione vera di un sistema, hanno la loro origine in una condizione accidentale riguardante l’attività conoscitiva di chi parla e ragiona in un dato . periodo di tempo. In sostanza il concetto del Bosanquet è questo : la conoscenza umana, specie la conoscenza scieatifica, non verte sui fatti, ma sui concetti dei fatti: ora che cosa vuol dire ciò? Che l'ideale della conoscenza è quello di apprendere le possibilità di fatti, val quanto dire le condizioni in cui gli eventi reali possono aver luogo, tanto è ciò vero che la legge, la quale enuncia il modo di agireti una data sostanza non afferma in alcun modo l’azione attuale della detta sostanza sopra un organismo ; e che cos'altro fa la disgiunzione se non porre, sott'occhio tutte le possibilità, tutte le determinazioni (con le loro condizioni) che può presentare un universale concreto? In vista di ciò appunto la disgiunzione rappresenta la forma più perfetta e completa della conoscenza. Ci sia lecito fare alcune osservazioni : Anzitutto non vediamo perchè si debba destituire di ogni valore il sillogismo disgiuntivo, secondo l’intende la logica tradizionale, il quale adempie ad uffici importanti nella conoscenza umana. La cognizione perfetta, la cognizione strettamente disgiuntiva rappresenta un ideale a cui l'intelletto tende ad avvicinarsi senza poterlo mai raggiungere, specie nelle conoscenze riflettenti la realtà esterna, il dato dell’esperienza; e la vita della conoscenza reale ed effettiva è riposta appunto in tale processo di approssimazione indefinita, giacchè ammesso pure che possa l’uomo giungere a racchiudere tutto in una disgiunzione completa, con ciò verrebbe a scomparire l’attività conoscitiva. Ma su ciò torneremo or ora: diciamo piuttosto che il sillogismo disgiuntivo quale viene ammesso dalla logica tradizionale esprime un momento interessante del processo conoscitivo, giacchè oltre la conoscenza per concetti vi è quella di fatti (conoscenza storica), in cui la determinazione del tempo ha un'importanza speciale. Ma il sillogismo disgiuntivo oltrechè esser valido a definire la realizzazione di un contenuto ideale nel tempo, vale anche a determinare quale di parecchie anticipazioni fantastiche, di parecchie possibilità ipoteticamente enunciate trovi il suo riscontro nella realtà. Che il dominio del possibile sia più vasto del reale nessuno vorrà negare: onde la necessità di limitare quello per mezzo di quest’ultimo. Nè vale il dire che la disgiunzione per ignorantiam rappresenta un fatto accidentale, ‘ transitorio, perchè d'origine subbiettiva, giacchè, non esistendo l’onniscienza, la suddetta disgiunzione per ignorantiam figura come un processo inerente essenzialmente ed organicamente alla funzione conoscitiva. Poi, il sillogismo disgiuntivo quale viene ammesso dai citati filosofi inglesi è ammissibile? Per rispondere a tale quesito occorre vedere quali siano ì presupposti su cui esso sì fonda; esso nientemeno presuppone che sia conosciuto il principio informatore con tutte le sue possibili determinazioni di un dato ordine di reali, presuppone la conoscenza completa di tutte le differenziazioni possibili di una qualità, il cui contenuto deve essere completamente esaurito. Ognuno vede che un tal genere di onniscienza che è la conditio sine qua non della disgiunzione se è conseguibile nelle conoscenze formali, nei processi razionali (logica, calcolo ecc.) e in tutti quei fatti che hanno la loro radice nella natura propria del nostro spirito, in quei fatti che sono prodotti da noi, appare un sogno nelle conoscenze riferentisi alla realtà empirica. Inoltre le differenziazioni del dato appaiono come fatti, i quali non possono essere derivati razionalmente l'uno dall’altro in forza di uno stesso principio, non possono cioè essere riguardati come variazioni necessarie di una stessa qualità: noi, infatti, possiamo ben dire che di triangoli non ve ne possono essere che di tre specie, equilateri, isosceli, e scaleni, ma non possiamo dire che di colori non ve ne possono essere necessariamente che sette, o cinque o tre. Il fatto è che la disgiunzione in tanto è applicabile alla conoscenza della realtà, in quanto è applicabile la matematica. E come questa è valida a formulare i fatti nel modo più esatto, senza dar la ragione di ciò che avviene, così la disgiunzione enuncia, illustra i fatti, ma non li spiega: e quand anche nel sillogismo disgiuntivo vengano espresse tutte le condizioni determinanti i vari termini dell’alternativa, le stesse condizioni non emergono mai dalla disgiunzione, non emergono cioè mai dalla necessità inerente al sistema di determinarsi assolutamente in una di quelle maniere esclusive tra loro. Perchè ciò avvenisse, bisognerebbe che noi fossimo al caso di dedurre in maniera razionalmente necessaria da una data qualità empirica le sue varie determinazioni, bisognerebbe non soltanto che l'universo fosse qualcosa di eminentemente razionale, ma che noi fossimo come a dire nel centro dell’universo da essere a parte del suo ritmo e processo evolutivo. Pertanto la disgiunzione più completa non può servire che a formnlare e ad illustrare in modo preciso ciò che noi per altra via già conosciamo. E che il processo disgiuntivo per sè sia insufficiente a darci una definizione reale o radicale, vien provato da questo che quando esso è praticato mena a definizioni imaginarie (non riferentisi a obbietti reali). Le divisioni stesse in tal caso o hanno il loro fondamento in preconcetti che già esistono nella mente di chi fa la divisione, ovvero appaiono puramente arbitrarie. Riassumendo, in ordine al sillogismo disgiuutivo pos-. siamo dire che esso quale viene inteso dal Bradley e dal Bosanquet, vale a dire come contenuto tutto nella premessa maggiore del sillogismo disgiuntivo della logica tradizionale, trova un'applicazione giustificata solo in quei casì in cui è il nostro spirito che dà origine a prodotti razionali compiuti, a costruzioni ideali, delle quali poniamo noi i principii informatori e noi stessi razionalmente (indipendentemente dall'esperienza) deduciamo le variazioni di cui i detti principii sono suscettibili. Bisogna tener fisso in mente che il giudizio-sillogismo disgiuntivo può essere adoperato solo quando è completamente nota la natura propria di un essere, di una qualità, per modo che si sa entro quali limiti la qualità, l'ente deve necessariamente variare, varcati i quali limiti, non si ha più quell’ ente, quella qualità. E non basta; occorre che ciascuna determinazione sia tale che, spe ha luogo, non lasci posto alle altre. Come si vede, siffatte condizioni si possono verificare solo in ciò che è opera nostra, in ciò che facciamo noi e di cui conosciamo, per così dire, l'intimo meccanismo. Il mondo della conoscenza in genere, ed un dato sistema di conoscenze circoscritto nello spazio e nel tempo, il mondo etico e una data condotta morale, il mondo estetico ed una data opera d’arte, il mondo religioso ed una data religione, l'ordine politico sociale in genere e un dato ordinamento politico-sociale, ecco i campi in cui può avere un uso fecondo il sillogismo-giudizio disgiuntivo: e perchè? Perchè in base alla conoscenza che abbiamo delle diverse funzioni della coscienza umana possiamo determinare le diverse maniere in cui ciascuna di esse si può, anzi sì deve estrinsecare e possiamo anche precisare i modi in cui ciascuna estrinsecazione può alla sua volta variare. Ma possiamo far ciò anche in modo completo? Il sillogismo-giudizio disgiuntivo può avere un uso illimitato nel campo dello spirito? A tale domanda dobbiamo subito rispondere negativamente, giacchè noi crediamo che la causalità psichica non implicando equivalenza dei termini causa ed effetto, sia regolata dalla legge generale detta dell’aumento progressivamente indefinito dall'energia spirituale: onde consegue che è assolutamente impossibile racchiudere nella formula disgiuntiva tutte le possibili manifestazioni dell'attività spirituale e tutte le possibili ulteriori determinazioni di ciascuna di dette manifestazioni. Perchè la coscienza umana potesse costruire intellettualmente il mondo per mezzo di una disgiunzione, bisognerebbe che essa fosse, come diceva Lotze, nel cuore della realtà, bisognerebbe che il dato non fosse dato, vale a dire che non fosse, o che fosse riducibile a pura forma, ma questo è un sogno: già per poter applicare la formula disgiuntiva occorre bene che vi sia qualcosa, che vi sia il reale a cui applicarla: e questo reale, questo qualcosa questo dato non potendo essere ottenuto mediante la disgiunzione da un sistema d’ ordine superiore, sfugge alla disgiunzione, per modo che quest’ultima viene a figurare in ultima analisi come qualcosa di formale che per sè altro non può fare che illustrare, enunciare ciò che già esiste: ma perchè ciò che esiste possa essere in tal guisa illustrato occorre che sia contenuto nella sua totalità (anche virtualmente) nella mente di chi pensa: ora la realtà, per la mente umana almeno, non è riposta in qualcosa di idealmente finito, di compiuto, ma in un processo in cui si notino solo dei punti di arresto o di concentramento, dei nodi di svolgimento che sono via via sempre sorpassati. Che la struttura logica dell’ universo non metta capo in ultima analisi in un giudizio-sillogismo disgiuntivo vien provato anche da questo, che non ogni concetto generale consta degli stessi elementi dei concetti specifici più vicini ai reali concreti e particolari (di attributi schematicamente rappresentati entro i limiti di loro variabilità); per contrario le astrazioni più generali si mostrano a volte sfornite completamente di note che esistono nelle specie subordinate, nel qual caso le dette astrazioni generali figurano piuttosto come un gruppo di leggi o di condizioni riferentisi ai fatti concreti, che come note inerenti ai sistemi od individualità d'ordine più esteso ed elevato. Ciò che sopratutto non va dimenticato è che va fatta distinzione tra la possibilità o l’idealità estratta dall’esperienza e la possibilità che si potrebbe chiamare capacità funzionale : la prima presuppone sempre l’esperienza e non è mai completa in modo da poter essere racchiusa in una formula disgiuntiva, mentre l’altra che esprime il nostro potere, la nostra facoltà, è indipendente dall'esperienza, è completa potenzialmente nelle sue parti e può all'occorrenza essere espressa per mezzo di una disgiunzione. La prima possibilità è rappresentativa o passiva, l’altra è facoltativa o attiva: la prima mentre è fondata sull'esperienza non è realmente attuale; è puramente ideale, proviene dal di stacco del was dal dass ed esiste nella intelligenza e per opera della stessa; l’altra che ha le sue radici nella nostra vita interiore e che implica l’ unione del was col dass, è sentita come capacità, come forza interna che può tramutarsi in atto dipendentemente dal nostro volere. Che concetto dobbiamo avere della conoscenza in genere considerata nel suo insieme? ecco il problema fondamentale a cuì sì cercò di preparare una soluzione per” mezzo dello studio evolutivo nelle varie forme di conoscenza. Il primitivo problema ne ha fatto subito sorgere degli altri e prima di tutto questo: È possibile una morfologia della conoscenza, è possibile cioè determinare l'affinità e lo sviluppo organico delle varie forme di conoscenza per modo che queste figurino come parti essenziali di un unico tutto, come vari rami svolgentisi da un unico tronco? L'espressione vita del pensiero ha soltanto un valore metaforico, o ne ha uno reale? E poi l’altro: In che si differenzia la morfologia della conoscenza o la unificazione organica delle sue varie forme dalla genesi psicologica di queste ultime? Ora a quest’ultima domanda si può rispondere subito coll’osservare che la genesi psicologica ha il suo fondamento nel corso dei fatti interni quale è determinato da contingenze subbiettive ed accidentali e quindi variabili da soggetto a soggetto, mentrechè la morfologia della conoscenza ha la sua base nelle tappe che attraversa e nel ciclo che descrive il pensiero in genere a contatto dei vari ordini di realtà, o, diremo meglio, ha la sua radice nelle diverse maniere in cui la realtà viene determinata non da questo o quel soggetto, ma da tutti i soggetti ben pensanti, onde è resa possibile la comunicazione reciproca tra gli uomini e la loro solidarietà intellettuale. La genesi psicologica rappresenta il mezzo, l’istrumento, la via che tiene l’anima per arrivare allo scopo finale, che è appunto la qualificazione del reale nelle sue varie modalità, quali vengono appuntodescritte dalla logica evolutiva o morfologia della conoscenza. Circa la questione se sia possibile la morfologia della conoscenza osserviamo che se, tenendo presenti i vari ordini di conoscenza, noi riusciamo a descrivere il passaggio evolutivo dall'uno all’altro, senza che alcuna discontinuità appaia, e se nello stesso tempo noi riusciamo a rintracciare un unico principio evolutivo fondamentale che figuri come il filo conduttore, o come il leitmotiv atto a guidarci attraverso le molteplici variazioni, considerate in tal caso quali emergenze di un fondo identico e permanente, allora non vi ha dubbio che noi siamo autorizzati ad ammettere una vera e pr opria scienza logica evolutiva. Ora l'escursione, comunque rapidamente fatta di sopra, attraverso i varii dominii della conoscenza ci ha messo da una parte nella condizione di osservare che le forme logiche sono intimamente connesse tra loro, in guisa che a volte riesce sommamente difficile delimitare in modo netto e preciso ciascuna di esse, e dall'altra ci autorizza a riconoscere ed a formulare il principio fondamentale che regola lo sviluppo della conoscenza. Questo invero può essere enunciato come la tendenza ad obbiettivare, ad esprimere in forme definite e insieme significative (atte, cioè, ad agire in modo identico ed a suscitare quindi una medesima reazione in tutti i soggetti), ciò che dapprima è percepito in modo vago ed indistinto, come il bisogno e l’esigenza adunque di qualificare, di caratterizzare, di definire ciò che a bella prima si rivela come qualcosa d’ indeterminato. La conoscenza adunque non è un epifenomeno, non è qualcosa di sopraggiunto o di secondario, ma un elemento essenziale ed integrale della realtà. Già non si arriva quasi nemmeno a immaginare che cosa mai diverrebbe la realtà sfornita della conoscenza e quindi del potere obbiettivante e determinante proprio del pensiero: il contenuto della vita non venendo in alcun modo fissato in forma stabile sarebbe come non esistente, perchè svanirebbe continuamente coll’attimo fuggente. Pertanto la conoscenza quale mezzo di fissazione del reale implica sempre universalizzazione e insieme determinazione, implica sempre il ritrovamento dell’essenza, ovvero della legge in genere, giacchè questa fu appunto da noi altrove definita come La nozione di legge nel 1° volume di questi Saggi. l'espressione di ciò che vi ha d' intelligibile nell’universo. Dal che sì deduce che il giudizio vero e proprio equivale alla legge presa in senso generale e che l’evoluzione della conoscenza deve coincidere con l’evoluzione della legge . Ed invero qualsiasi giudizio, in quanto giudizio, è necessario ed universale: ogni giudizio ha l'ufficio di comprendere il particolare nell’universale e di interpretare quello con questo. Una volta formulato un giudizio, esso è quello che è, e permane identico attraverso tutti i mutamenti del contenuto obbiettivo, del tempo ecc. È per mezzo della funzione giudicatrice che le cose vengono considerate sub specie ceternitatis. Il giudizio, è bene tenerlo a mente, non rappresenta una copia e forse nemmeno una semplice trascrizione ‘della realtà in termini ideali, ma un modo di fissare la realtà o il modo di avere una particolare visione di essa. Come si vede, la legge in genere non presenta caratteristiche fondamentalmente differenti da quelle del giudizio; e le note differenziali d’ ordinario ammesse (come l’immutabilità delle connessioni espresse dalla legge e quindi la prevedibilità del corso degli eventi) non valgono a caratterizzare la legge in genere, ma una specie di leggi, quelle che sono state dette leggi naturali, riducibili per la più parte a giudizi ipotetici. Ora è evidente che non vi è alcuna ragione di limitare la denominazione di legge alla sola legge naturale; nè d'altronde è possibile considerare, come si vide a suo luogo, la legge espressa dal giudizio ipotetico come qualcosa di completo in sè stesso e di per sè stante, giacchè essa trae sempre seco necessariamente la significazione o almeno l’accenno al sistema rispetto a cui i termini del giudizio ipotetico figurano come parti di un unico tutto e quindi in necessaria dipendenza ira loro. Non è lecito adunque staccare una forma della conoscenza dalle rimanenti, considerarla per sè, prescindendo dalle intime connessioni che presenta colle altre e dare ad essa anche un valore ed un significato caratteristicu o sui generis. In ogni caso se una differenza si vuol mantenere tra legge e giudizio occorre dire che la prima è il giudizio divenuto complicato nel senso che l'ordine o la sfera di realtà, avendo perduto la primitiva semplicità e indeterminatezza, può esser qualificata soltanto con molteplici riserve, per modo che il tutto primitivo è scomposto e analizzato nelle sue parti di cui vengono messi in evidenza i necessari rapporti. Non abbiamo bisogno di spendere’ molte parole per dimostrare ora che l’evoluzione dei giudizi coincide con quella della legge. Le varie classi di leggi da noi studiate possono essere aggruppate in tre categorie, leggi quantitative, leggi causali, leggi normative o funzionali; ora a tali tre categorie corrispondono appunto le forme di giudizii e d’inferenze dette rispettivamente enumerativa, ipotetica, concreta sistematica o disgiuntiva. Tutte le leggi in quanto sono la trascrizione in termini intellettuali del corso degli eventi o della natura e proprietà delle cose e delle nostre tendenze, presentano una forma comune che è quella di un giudizio universale ipotetico; per quanto diverso si presenti l’aspetto esteriore e la connessione verbale nelle varie leggi, queste dal più al meno son tutte riducibili a giudizi ipotetici. universali; tanto è ciò vero che non è mancato chi ha respinto qualsiasi differenza tra le così dette leggi esplicative o dichiarative e quelle normative o precettive. Ora se tuttociò è realmente giustificato dal fatto che la funzione intellettuale procede in modo uniforme nel suo esercizio e che non esiste un abisso tra le cosidetta necessità reale e quella finale (applicata al mondo umano, beninteso), in quanto quest’ultima non si presenta che come il risultato della fusione di due forme di necessità, di quella logica intercelente tra il pensiero del fine c quello dei mezzi (chi vuole il fine deve volere anche i mezzi, il volere un dato scopo rende necessario il volere i mezzi appropriati) e di quella causale intercedente tra i mezzi (causa) e il fin: (effetto), tuttociò non può essere sufficiente a rendere valida l'opinione di chi vorrebbe identificare tra loro le varie specie di leggi. Queste, infatti, pure emergendo da un tronco comune, figurano come le principali direzioni in cui la mente umana si può muovere per costruire il mondo dal punto di vista dell’intelligibilità. E le tre formo fondamentali di leggi sono determinate dai tre principii che ci servono essenzialmente di guida e di regola nell’ordinamento e nell’obbiettivazione dei nostri stati psichici, il principio d'identità, quello di condizionalità nelle due sue forme di ragione e di causalità e quello di finalità o di organizzazione o di sistematizzazione. Finchè noi qualifichiamo la realtà esclusivamente dal punto di vista della quantità e quindi finchè abbiamo di mira di stabilire dei rapporti di eguaglianza, di equazione o anche di propor. zione, non avremo che delle leggi quantitative, o numeriche, o di calcolo, o proporzionali; quando invece tendiamo a rintracciare i rapporti di condizionalità, di connessione reciproca tra gli elementi della realtà senza occuparci gran fatto della comparazione quantitativa o coll’occuparcene solo nei termini in cui essa ci può essere d'aiuto a fissare la natura propria delle cose ed a porre in evidenza il loro ritmo di attività, avremo le leggi causali, o esplicative o dichiarative che si vogliano dire; quando infine abbiano di mira di esaurire in modo completo la determinazione di un dato ordine di realtà, quando noi vogliamo porre in chiaro il sistema entro cui sono contenuti i rapporti sia di ordine quantitativo che causale, quando insomma noi oltrechè di descrivere, di spiegare intendiamo di specificare il valore ed il significato dei fatti, noi avremo le cosidette leggi normative o categoriche, o, forse meglio, categorico-disgiuntive. Il fatto che alcune di queste si riferiscono alla volontà individuale (onde il nome di normative) è secondario rispetto a quello che esse presentano un grado abbastanza pronunziato di assolutezza, di compiutezza e d’indipendenza in rapporto alla loro natura sistematica. Di tal fatta sono le leggi logiche, talune di quelle matematiche, quelle estetiche e quelle morali, le quali poi tutte sono controdistinte da forme di necessità affini tra loro. L’ordine morale p. es. come si presenta in un uomo morale che occupa debitamente il suo posto nella società, la necessità razionale che connette insieme le premesse e la conclusione di un raziocinio per cui l’ultima esiste per le prime come queste per essa, la coerenza e razionalità del prodotto estetico, il quale quantunque non analizzato dal punto di vista discorsivo (giacchè in quanto esteticamente attivo si rapporta direttamente ad una forma di sentimento spiritualizzato e non è costruito per via di combinazione di relazioni astratte, come non è apprezzato per mezzo di una costruzione intellettuale), implica sempre da entrambi i lati, dal lato dell’obbietto artistico e dal lato di chi contempla un processo fondamentale razionale e finalmente la costruzione sistematica di un tutto geometrico per cui l’universale colla sua pervadente natura determina le parti, hanno tutte la loro base nel particolare rapporto esistente tra gli elementi e la totalità, rapporto che trae seco le note dell’unità armonizzatrice, dell’individualità e quindi della correlazione reciproca delle parti fornite di funzioni ed uffici determinati per il raggiungimento di un risultato unico. La conoscenza poi, come qualunque fatto che presenti i caratteri dell'organismo o le note della vita e del sistema, può formare oggetto di studio da due punti di vista: 1° da un punto di vista puramente analitico nel caso che, essendo mediante l’ astrazione separatamente considerati i singoli fattori della totalità, gli stessi vengano distinti come elementi concorrenti all'unità del complesso, o al raggiungimento del risultato finale; 2° da un punto di vista genetico, fisiologico o, meglio, morfologico nel caso che vengano distiptamente considerati gli elementi soltanto per ravvisarvi la necessità obbiettiva della concorrenza loro al risultato e insieme per studiare le modalità della loro cooperazione al conseguimento dello scopo ultimo. Ora se lo studio della conoscenza da noi fatto altrove (1), fu compiuto dal primo punto di vista, la ricerca in ordine alla morfologia della conoscenza ne è stato come il complemento eseguito dal secondo punto di vista, col rintracciare lo sviluppo organico della legge nel suo insieme e nelle sue varie determinazioni. V. vol. 1° di questi Saggi: La nozione di legge. Noi siamo tratti ad enunciare la conclusione finale che l'essenza della conoscenza piuttostochè nell’applicazione di una data forma ad un corrispondente contenuto va riposta nell’obbiettivazione ed universilazzione dei fatti psichici; obbiettivazione che implica la fissazione in date forme e questa alla sua volta la connessione e la coerenza col sistema o colla totalità delle qualificazioni e caratterizzazioni della realtà. Tale sistema o totalità costituisce il mondo com’ è da noi conosciuto, vale a dire, il mondo qual'è nella sua reàltà intelligibile per noi (41). E per formarsi poi un chiaro concetto dell'origine, della natura e del significato del distacco della mente dal mondo per cui questi vengono d’ordinario consideratà come due mondi separati, posti l’ uno di contro all’ altro (onde poi la considerazione meccanica del processo della conoscenza) è bene richiamare l’attenzione sul fatto che bisogna arrivare alla filosofia stoica e epicurea per trovare le prime parole che accennino a tale distacco. La più tipica di tali parole è xoitrptov: furono gli stoici che per prima furono intenti a fissare il criterio della verità (1), segno che cominciava a mettere radice la veduta formalistica nella conoscenza. A misura che si andò innanzi crebbe la terminologia concettualistica quale espressione della scissione della mente dal mondo, e per mezzo degli scrittori latini essa passò nella nostra scienza mentale. Si tratta di termini indicanti per lo più l'atto di prendere, di afferrare l'oggetto e di penetrare in esso (mpodnt:s, ratdiniis, Evvota, Evvonua, pavtarua, dravora. DioG. LAER.). E mentre in antededenza si era adoperata la parola forma 0 genere (:dia, std0:, Yivos) quale designazione dei fatti intesi nel loro ordine sistematico e nella loro essenza (nella loro legge), in tale giro di tempo cominciò la fioritura dei vocaboli esprimenti sempre più il La detta parola s'incontra anche in Platone (Repubd.), ma non per denotare la pietra di paragone della verità, bensì per indicare la facoltà o le facoltà con cui la verità è appresa. contrasto tra pensiero e cosa: es. impressione mentale , la comparazione della mente alla tabula rasa , ecc.; tutte espressioni atte a presentare la conoscenza come una relazione meccanica. I termini latinizzati, impulso proveniente dal di fuori, assentire, comprensibile, comprensione, nozioni impresse nella mente, dichiarazione, o giudizio dichiarativo, declaratio, gr. tvacyeta), che sono divenuti comuni nella scienza odierna, si trovano riuniti la prima volta in quel passo di CICERONE, Acad. Post., in cui spiega la teoria stoica della percezione sensoriale. Ora, se noi ci rappresentiamo le condizioni storiche in cui la scuola stoica e quella epicurea fiorirono, non possiamo far a meno di notare che la contrapposizione della mente al mondo coincide colla contrapposizione dell’ individuo alla società. Quando la solidarietà civica fu rotta, quando le nuove condizioni politiche e sociali distrussero l’antica centralizzazione ateniese e quando in conseguenza sparve ogni corrispondenza tra la ragione interiore e quella esteriore, come tra l’organizzazione sociale e il volere sociale, l'individuo fu tratto a ripiegarsi su sè stesso e a farsi da una parte centro dell’ universo e a cercare dall’altra, in una sfera molto più vasta, nell'umanità, l’appagamento de’ suoi bisogni morali e sociali. Da ciò che cosa conseguì ? Che l'individuo cominciò a sentir vacillare la sua antica fede nella ragione e quindi nel bene, e, mentre dapprima il problema morale aveva avuto questa forma: Quale è il fine da raggiungere in un mondo che risponde alle esigenze del volere ragionevole? nel tempo in cui si si parla assunse l’altra forma: In che maniera può l’ individuo vivere in modo conveniente o felice in un mondo indifferente o anche ostile al volere individuale ? E del pari mentre il problema della conoscenza dapprima volse sulle forme di conoscenza (più perfetta o meno perfetta, più completa o meno completa, ecc.), dipoi mirò a rintracciare il valore e il significato della conoscenza individuale presa nella sua totalità di fronte alla realtà. Fu adunque il distacco dell'individuo dalla collettività che rese possibile il distacco della mente individuale dal mondo e l'accentuazione sempre maggiore dell’antitesi trail mondo quale viene rappre sentato nell'anima individuale e il mondo in sè; dal che poi provenne la riceca degli elementi o dei fattori subbiettivi e di quelli obbiettivi, della forma e della materia di ogni conoscenza: ricerca che mentre rappresenta una necessità per la trattazione analitica, richiede il complemento di una trattazione morfologica in quanto matoria e forma, fattori subbiettivi ed obbiettivi sono du? lati di uno stesso processo. È la nostra facoltà d'astrarre che li separa allo scopo di studiar ed ordinare meglio i dati; ma essi non esistono gli uni fuori degli altri. Il vederli isolati è effotto di prospettiva. Allo stesso modo che l' indagine esplicativa isolata va completata colla ricerca sistematica, così la considerazione dell'elemento formale trae seco quella dell’elemento materiale della conoscenza BosanQquET – citato da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which become the life and opinions of H. P. Grice” -- , History of .Esthetie, London, Swan Sonnenschein. La Filosofia che ha per obbietto precipuo di trascrivere in termini intellettuali l'insieme dei fatti della realtà e della coscienza umana, non può trascurare l'indagine dei fatti estetici, i quali costituiscono appunto dei tratti essenziali dell'anima umana. Il Bello accanto al Bene ed al Vero coi sentimenti e le idee che ad essi corrispondono, figurano come i fari che illuminano la vita umana mentre si trova immersa nella realtà sensibile. Ed allo stesso modo che la Logica e l’ Etica non vanno considerate come scienze pratiche, come guide al ben conoscere ed al ben fare, ma bensì come le scienze dei concetti a cui mette capo l’analisi dei fatti di conoscenza e di quelli dell’attività umana, così l’Estetica non ha per compito di fornire i precetti da seguire perchè il sentimento estetico e la produzione artistica divengano migliori, ma risponde al bisogno di conoscere la natura dei fatti estetici. Essa come le altre due non è scienza pratica, ma essenzialmente teoretica e speculativa: è una branca della Filosofia atta a far intendere il processo estetico e ad illuminare dal punto di vista intellettuale il mondo dell’ Arte. Da ciò consegue che il filosofo, pur non essendo artista, può benissimo essere atto ad assegnare un posto ai fatti estetici nel sistema delle sue concezioni e conoscenze, semprechè, s' intende, non sia assolutamente sfornito di qualsiasi forma di gusto estetico, nel qual caso egli non avrà poi nemmeno’ alcun interesse intellettuale per la comprensione del bello. Non avviene lo stesso per chi si occupa di Logica e di Etica? E*forse necessario che il primo sia uno scienziato specialista, uno sperimentatore, un conoscitore profondo di ogni ramo del sapere, e il secondo un santo, un martire del dovere ecc. ? Le scienze teoretiche non fanno che illuminare mediante la riflessione i fatti dello spirito umano; e basta la sola presenza di questi perchè l’ interesse speculativo sia svegliato, ancorchè s' ignori il processo genetico ed evolutivo dei fatti stessi, o meglio, ancorchè i fatti stessi non siano completamente vissuti: altro è vivere, altro è trascrivere in termini intellettuali, in formule, in schemi il vivere stesso, che può essere anche contemplato negli altri. Ad ogni scienza teoretica corrisponde poi una scienza d’ordine pratico che si potrebbe chiamare scienza pedagogica o metodologica in quanto ha per obbietto di rintracciare la via per cui possa essere ottenuto un perfezionamento in tutte le produzioni ed attributi dell'anima umana. E siffatte scienze pedagogiche hanno la loro base da una parte nelle conoscenze in ordine allo spirito umano (psicologia) e dall'altra nella conoscenza di tutte quelle condizioni che favoriscono la genesi e lo svolgimento dei fatti, poniamo, etici, estetici e logici: conoscenza che allora soltanto può essere completa quando i fatti in discorso non sono stati solamente contemplati e considerati ab extra, ma sono stati per così dire almeno parzialmente vissuti, e quando si sia rettamente stabilito il concetto dell’ ideale estetico, etico, logico ecc., e si abbia cognizione perfetta delle condizioni di fatto esistenti in un dato giro di tempo. È chiaro d'altra parte che l’ Estetica non va confusa colla Critica, giacchè questa per avere valore e significato deve essere anzitutto una ricreazione, una riproduzione riflessa e cosciente del fatto estetico dapprima compiutosi inconsciamente e quasi diremmo, istintivamente, e poscia deve assegnare al prodotto artistico il posto che gli compete nella coscienza estetica di un dato periodo di cultura. Talchè la Critica lungi dall'avere per obbietto l'applicazione delle regole o leggi estetiche ai casi concreti, ha per compito di ricercare sino a che punto e in che grado un-dato prodotto estetico è espressione della coscienza estetica di un dato periodo storico : l’Estetica per contrario determina il posto che la coscienza estetica in genere occupa nella coscienza umana e il fatto estetico nel sistema totale delle nostre concezioni e conoscenze. Le due indagini sono assolutamente indipendenti, in quanto la Critica poggia sopra una triplice base, cultura artistica, cultura psicologica e cultura storica, mentrechè l’Estetica poggia sopra una duplice base: da una parte sopra una data concezione filnsofica, una data intuizione dell'universo e dall'altra sopra l'elaborazione dei dati forniti dalla critica intesa nel modo anzidetto, dati che vengono messi in rapporto con la veduta generale intorno al mondo, vengono messi, cioè, in connessione con un determinato sistema filosofico, L’ Estetica adunque è una branca della Filosofia allo stesso titolo dell’Etica e della Logica: ma vi ha dippiù: essa merita di occupare un posto centrale tra le varie discipline filosofiche: e se finora la più parte dei filosofi non hanno veduto ciò, è stato perchè essi non hanno esaminato a fondo la natura specifica del problema estetico. Questo, infatti, ha la sua origine nel bisogno di spiegare come ciò che alla ragione, all'analisi compiuta mediante i processi logici si rivela fornito di dati caratteri (unità nella varietà, armonia, simmetria, individualità, rapporti numerici costanti, proporzione ecc.) all’emotività umana, all’apprensione immediata e diretta si rivela come rappresentazione concreta sensibile, accompagnata da un sentimento piacevole disinteressato, da ciò che si dice emozione estetica. Il problema estetico emerge da questo, che da una parte non vi ha bellezza al di fuori della percezione e dell’imaginazione, per modo che anche quando si distingue il bello della natura da quello dell’arte si viene ad implicare sempre l'esistenza di chi contempla, percepisce e valuta il bello stesso, la natura e l’arte in tal caso essendo entrambe nella percezione ed imaginazione umana e differendo tra loro solamente per grado le cose non sono fornite della proprietà della bellezza indipendentemente dalla percezione umana, come son fornite della proprietà della gravità, della solidità,e in generale delle forze, per cui agiscono reciprocamente tra loro ; e dall’altra parte l'essenziale nel fatto estetico non è il processo percettivo per sè considerato, ma ciò che la percezione o l’ imaginazione serve a richiamare alla mente e per cui essa sta, di cui essa è simbolo. Il bello insomma in tanto è percepito come tale in quanto significa, esprime qualcosa, in quanto è la manifestazione di tuttociò che la vita contiene: on:l’è che esso può essere definito come ciò che ha un significato caratteristico per la percezione o imaginazione umana, dopochè il contenuto ideale da significare ha assunto quella forma che può solamente essere espressiva attraverso la percezione o imaginazione. È evidente adunque che il problema estetico consiste nel ricercare come sia possibile che ciò che si presenta direttamente alla percezione ed all’ imaginazione sotto condizioni determinate, sia da considerare come espressione o manifestazione di ciò che si rivela in altro modo per altra via. Ma non basta: il problema estetico verte non solo sulla possibilità che un dato contenuto percettivo sorpassi per così dire l’attività percettiva el accenni a qualcos’ altro che non si manifesta per mezzo della percezione, ma volge ancora sulla possibilità e sulle condizioni che un dato contenuto espresso per mezzo della percezione dia luogo ad un sentimento speciale di godimento, dipendente, secondo alcuni, dal valore espressivo e significativo del contenuto della percezione. Finalmente il problema estetico può volgere sulle condizioni e sulla natura della produzione artistica per sè considerata allo scopo di mettere poi in evidenza i rapporti che essa ha colle varie formazioni di ordine naturale, siano o no queste capaci di suscitare l’emozione estetica,Ora il problema estetico sotto qualsiasi forma si presenti, si connette intimamente coi problemi fondamentali della Filosofia generale: invero, se esso sorge come ricerca intorno alla possibilità che ciò che all'analisi intellettiva si rivela con dati caratteri appaia alla percezione come bello, il problema estetico assume l’aspetto di un problema gnoseologico. Se invece sorge come indagine intorno ai caratteri propri dell’emozione estetica che è elemento essenziale del fatto estetico, il problema estetico figura come problema essenzialmente psicologico. E se infine esso sorge come ricerca intorno al processo genetico, intorno ai caratteri e alle proprietà e intorno al valore e significato dell’obbietto estetico per sè considerato, astrazione fatta dal soggetto che lo contempla, il problema estetico si presenta come problema essenzialmente metatisico ed ontologico. È evidente adunque che il problema estetico può essere considerato come il problema centrale della filosofia e che la soluzione di esso può riflettersi sui vari campi della filosofia stessa. E qui occorre notare che i rapporti esistenti tra problema estetico e problemi filosofici sono di un genere particolare, in quanto la storia dell’Estetica mostra che l’interpretazione del fatto estetico non è sempre in dipendenza semplice e diretta di una data concezione filosofica, ma viceversa la soluzione del problema estetico ottenuta | con la cooperazione di svariati fattori (fenomeni storici, scoverte archeologiche, filologiche, progressi nella critica ecc.), se non deter- | mina addirittura, contribuisce alla formazione di un dato sistema filosofico, o almeno vale a dare a questo un colore ed un tono speciale. Un tal caso si verificò in Schiller, in Schelling e quindi in Hegel. La storia dell'estetica poi ci mostra chiaramente che il problema estetico nelle varie età assunse differenti forme a seconda che fu considerato come problema essenzialmente e prevalentemente, se non esclusivamente, metafisico, come avvenne presso i Greci, i quali videro nell'Arte un’imitazione della natura e nel bello riconobbero il solo carattere formale dell'unità nella varietà, ovvero fu considerato un problema essenzialmente gnoseologico, come avvenne nella filosofia kantiana e postkantiana, nella quale si nota molto accentuata la tendenza a presentare il mondo estetico come espressione della Realtà coordinata alle altre manifestazioni dell'ordine razionale, di quello morale, ecc. ; ovvero infine fu considerato un problema essenzialmente psicologico, come è avvenuto presso gli estetici odierni da Herbart a Stumpf, da Zimmermann a Fechner, da Grant Allen a Sully, le cui ricerche ebbero per iscopo di risalire dagli effetti psicologici dei fatti estetici, e quindi dalla natura propria e dalle condizioni fisiologiche e psichiche del piacere estetico alle proprietà di tutto intero il processo estetico. E il difetto delle varie teorie estetiche che si sono succedute attraverso i secoli è appunto quello di non aver tenuto esatto conto della complessità del problema generale. Ciascuna delle forme sotto cui esso si può presentare non esaurisce tutto il suo contenuto. La considerazione di una sua forma non esclude la considerazione delle altre: e solo allora si può dire di avere approfondita la natura del problema estetico quando ciascuno dei suoi aspetti viene riguardato in relazione cogli altri, vale a dire quando il problema estetico viene ad essere trattato come un caso particolare del problema fondamentale di tutta la filosofia. Consideriamo. ora in molo particolareggiato le varie forme sotto cui sì può presentare il problema estetico per vedere sino a che punto sia vera la nostra asserzione che quelle corrispondono esattamente ai principali problemi della Filosofia generale, problema gnoseologico, problema psicogico e problema metafisico. E cominciamo dal vedere come il problema gnoseologico sia implicato in uno degli aspetti del problema estetico. Per la scienza estetica greca l'essenza del bello è riposta nell’armonia e nella regolarità: nè ciò deve recare meraviglia se si pensa che la scienza, la riflessione comincia sempre con ciò che in modo più facile ed ovvio si presenta all'osservazione. Quantunque l’ arte greca (decorazione scultura, poesia), contenesse ben altri elementi che non la semplice unità nella varietà, in modo da poter trovare in essa applicazione e convalidazione anche la più complicata teoria moderna estetica, tuttavia l’attenzione dei filosofi greci si fermò sulle qualità espressive più generali ed astratte. Quando però nel mondo moderno ebbe origine il senso della bellezza romantica, quando cioè in tutta la natura si videro riflessi i sentimenti più vivi e profondi dell'animo umano e insieme si sentì il bisogno dell'espressione libera delle più forti passioni, non fu più possibile consìderare il bello come una semplice espressione regolare ed armonica o come una semplice espressione dell'unità nella varietà. A ciò si aggiunga che tanto il sublime quanto il brutto ed il deforme cominciarono ad essere analizzati e messi in rapporti cogli altri elementi della coscienza estetica. Per il che il bello fu definito cume ciò che è individualmente caratteristico, come ciò che costituisce qualcosa d’indipendente fornito di dati caratteri, attributi o qualità significative, capaci di essere apprese per mezzo della percezione Ora è evidente che l'indagine estetica giunta a questo punto doveva dare origine al problema: Come è possibile che ciò che ha un significato e valore ideale può essere appreso per mezzo della percezione e del sentimento ? Come la sensibilità può apprendere cio che è razionale e ideale? E chi non vede che un tale problema risponde esattissimamente a quello gnosenlogico: Come ciò che è intelligibile o razionale può essere appreso per mezzo del senso, può rivelarsi alla coscienza come fatto di sensibilità? Come si possono conciliare tra loro il mondo sentito e sensibile e quello ideale? Come ciò che è razionale può agire sul senso e come è possibile la conoscenza, la quale risulta appunto dalla cooperazione -dei due elementi della intelligibilità e della sensibilità ? | La soluzione del problema presentata dall’ Estetica fu questa, che l'ideale in tanto si può estrinsecare per mezzo del sensibile in quanto ideale e reale non sono due mondi staccati, ma elementi di uno stesso processo. Elemento intelligibile ed elemento sensibile sono intimamente compenetrati tra loro, per modo che l’uno non esiste senza dell'altro : è solamente mediante l’astrazione che vengono considerati separatamente. L'obbietto estetico essendo nient'altro che l'attuazione, la concretizzazione, la particolarizzazione di un'idea, non può non svegliare un’altra idea nel soggetto che lo percepisce. Se l’ideale esistesse da una parte e il reale dall'altra, s la ragione e il senso fossero due facoltà staccate, non si arriverebbe a capire da una parte come l’idea potesse arrivare a divenire qualcosa di sensibile e dall'altra come la percezione potesse divenire significativa : ma il fatto è che il Reale è uno, sostantivo e insieme uggettivo, vita e insieme idealità, fatto e insieme idea, onde non è a meravigliarsi se l’ileale possa essere significato per mezzo del sensibile. L'unione intima del reale coll'ideale fu facilmente constatata nel processo estetico, giacchè quivi si coglie il tramutarsi dell’idea in fatto e quindi si coglie l'elemento intelligibile od universale contenuto nel fatto stesso. Nel caso del processo estetico si assiste per così dire alla genesi del fatto da una parte in chi produce e all'idealizzazione del dato concreto in chi percepisce. Il punto di partenza della creazione artistica è un'idea, vale a dire un universale che esiste soltanto nella mente dell'artista : poi quest’'universale si va concretizzando col diventare centro di numerosissime relazioni e col fissarsi e determinarsi completamente, prendendo posto in un dato contesto. L'elemento universale (idea artistica) divenuto qualcosa di concreto e di particolarizzato, si estrinseca in modo da generare nel soggetto che contempla un fatto di ordine speciale detto percezione estetica e non può non essere operativo nella mente dello stesso soggetto che percepisce l’obbietto estetico. Ed è appunto per l’attività di tale universale che la percezione e il sentimento divengno espressivi e significativi. Se la percezione e il sentimento non contenessero il lievito dell’universale non potrebbero mai avere alcun valore e significato. Comeil germe rende possibile l’individualità della pianta, così l’universale (ciò che determina la natura propria di una cosa, ciò che determina la formazione di una totalità) rende possibile la costituzione del prodotto estetico come qualcosa di compiuto, come un sistema le cui parti sono reciprocaniente coerenti e si svolgono in ordine necessario in guisa da formare una totalità. Se non che qui si potrebbero fare due domande: In che propriamente si differenziano le percezioni estetiche da quelle non estetiche? Quali sono le particolarità dell'espressione estetica ? In ordine alla prima domanda diremo che le percezioni estetiche (uditive e visive) si differenziano dalle altre per questo che presentano qualità nettamente determinate, che non sono attaccate al fatto subbiettivo del sentire attuale. Di tutte le sensazioni sono esse che possono essere conservate nella memoria e che insieme presentano delle determinazioni qualitative molteplici e nettamente distinte. D'altra parte gli elementi delle percezioni visive ed uditive possono essere ordinati e aggrup‘ pati variamente dall’ uomo, in modo che il potere intellettivo che questi può esercitare su di essi è senza confronto superiore a quello che può esercitare sugli elementi olfattivi e gustativi. Nella più parte dei casi i godimenti del gusto, dell’odorato e del tatto non escono fuori di sè stessi e quando sì accompagnano con idee e sentimenti, ciò accade per mezzo del ricordo di impressioni antecedenti di altra natura. Per contrario le sensazioni della vista e dell'udito si collegano direttamente e sponzaneamente con sentimenti e idee. Il carattere particolare degli organi dell'udito e della vista ha fatto di essi per mezzo della parola e della scrittura gli ausiliari indispensabili dello svolgimenlo umano e i depositari dei suoi successivi acquisti. Oltre a ciò vi è un certo numero di sentimenti e d'idee che appartengono esclusivamente ai così detti sensi estetici e che perciò si potrebbero chiamare idee e sentimenti estetici. Le nozioni di ordine, di armonia, di proporzione, di varietà, di unità, sono occasionate da sensazioni visive ed uditive : e se più tardi queste nozioni più o meno incoscienti si trasformano in idee capaci di regolare la produzione artistica, ciò è dovuto al. lavoro d'analisi che trova e distingue mediante l’astrazione ì detti elementi dalla impressione primitiva complessa. Se tutte le percezioni poi hanno un significato in quanto implicano qualcos'altro oltre il fatto psichico attuale della loro esistenza fatti esterni e contenuto della coscienza con cui esse vengono sempre messe in rapporto , quelle estetiche si riferiscono a ciò che ha maggior interesse per l’anima umana e traducono rapporti esternì di natura speciale. Si aggiunga che mentre noi abbiamo fino ad un certo segno coscienza della natura simbolica, significativa delle percezioni d'ordine estetico, non sappiamo nulla naturalmente del simbolismo delle ordinarie percezioni. È solamente dalla riflessione naturale e scientifica che impariamo a considerarle come segni, accenni a qualcos'altro. Va notato infine che le percezioni estetiche, oltre ad essere simboliche consciamente e liberamente, sono espressioni, per così dire, a seconda potenza, implicando già esse il simbolismo incosciente delle percezioni sensoriali VeRON, Esthetique, Paris. pure e semplici ed allo stesso sovrapponendo il sinbolismo estetico. In ordine alla seconda domanda diremo che la percezione di natura estetica ha di proprio che essa non è un semplice fatto o evento psichico esistente in un dato momento, ma contiene qualche qualità od attributo atto a universalizzarla, facendola assurgere al grado di segno o di simbolo del Reale, ed è per tale qualità od attributo (che viene distaccato dall’esistenza psichica attuale e che viene portata in un altro contesto) che la percezione estetica diviene suggestiva, espressiva ed atta a svegliare molteplici associazioni. | Conchiusione : l’opera d’arte si presenta come una speciale fusione del reale e dell’ ideale: ora tale fusione in tanto può avere luogo in quanto reale ed ideale sono elementi costitutivi di qualsiasi fatto. Ed il fatto estetico poi consiste in ciò che un dato elemento intelligibile diviene qualificazione di un'esistenza psichica (percezione sensoriale) che non corrisponde esattamente ad essa, donde il carattere di trascendenza inerente alla percezione estetica. Se contenuto ideale ed esistenza attuale fossero una stessa cosa, 0 se ciascun was non fosse mai disgiungibile dal proprio dass, il fatto estetico non avrebbe luogo. Ciò che è razionale e ideale può divenire oggetto di percezione e di sentimento estetico solamente perchè la mente umana è cosiffatta che può operare la separazione di un dato. contenuto intelligibile dalla sua propria esistenza e poscia operare la congiunzione del medesimo contenuto con una altra esistenza. L’ ideale, il razionale, l' intelligibile non può agire come tale direttamente sulla sensibilità umana: perchè ciò avvenga è necessario che l’ intelligibile, l'ideale divenga contenuto di qualcosa di sensibile. Prima d’andare innanzi però è bene discutere i seguenti quesiti. Come è possibile la disgiunzione del contenuto ideale dal dato reale? E che cosa è propriamente il primo distaccato dal secondo? Come è possibile d'altra parte l’incorporazione di un elemento ideale in una data esistenza particolare? Ed infine come è possibile il sentimento e la valutazione estetica ? Cominciamo dal primo. La disgiunzione del was dal dass in tanto è possibile in quanto vi è l'intelligenza, la quale ha appunto l'ufficio di qualificare, di caratterizzare la realtà simboleggiandola, traducendola, per così dire, in termini ideali. È evidente che una tale traduzione in tanto sì può fare in quanto la mente umana attraverso le differenze delle manifestazioni estrinseche, attraverso le differenze dei fatti coglie l'identità del contenuto. Per intendere bene il processo si richiami alla mente ciò che avviene quando noi traduciamo da una lingua in un’altra: noi allora tendiamo a stabilire l’ identità di significato tra espressioni differentissime. E come non è possibile tradurre da una lingua in un’altra se queste non sono entrambe note, così non sarebbe possibile qualificare la realtà in termini pschici, se mondo e psiche non avessero radici in un’ unità fondamentale. La mente umana riesce a simboleggiare il reale, perchè essa è capace di presentare sotto forma subbiettiva ciò che vi ha di indiscernibilmente identico tra la realtà ed il soggetto. Sicché noi possiamo conchiudere che la disgiunzione del contenuto ideale dal fatto avviene perchè vi è la mente, la quale, per così dire, coglie nel reale ciò che è identico a sé stessa e, sottopostolo ad una specie di elaborazione psicologica, lo presenta sotto forma di fatto psichico 6 quindi di fatto subbiettivo riferentesi però sempro a qualcosa di obbiettivo. Ma che cosa è tale contenuto ideale o significato per sè preso? Rispondere a questa domanda non è facile, giacchè l’idea separata dal fatto è un’astrazione, è un. aggettivo, come direbbe il Bradley, non un sostantivo, è un universale astratto e non un individuale concreto : ond’ è che essa, non potendo stare da sé, è costretta sempre ad appoggiarsi a qualcos' altro e questo qualcos’ altro per lo più è un'imagine o rappresentazione psichica particolare. Noi possiamo dire però che il carattere precipuo per cui il contenuto ideale, il significato, l'elemento puramente intelligibile si distingue da tutto il rimanente della vita dell'anima, è che esso ha la proprietà di essere ricordabile. Tuttociò che è ricordabile è intelligibile e per converso ciò che è intelligibile è ricordabile. È stato detto che gli attributi o le relazioni in cui la realtà concreta è analizzabile sono appunto elementi intelligibili: ora gli attributi e le relazioni non sono che la ricordabilità stessa guardata da un altro punto di vista, guardata cioè dal punto di vista logico, 0 gnoseologico, o obbiettivo (riferentesi alla” Realtà), mentrechè la ricordabilità si può considerare come l’ insieme degli attributi e delle relazioni guardate dal punto di vista psicologico o subbiettivo. Che cosa è ricordabile? Gli attributi e le relazioni : e che cosa sono gli attributi e le relazioni? Ciò che è ricordabile; non vi è attributo o relazione che non sia ricordabile: come non vi è elemento ricordabile che non sia un attributo, ‘una proprietà o una relazione. Ma onde siamo tratti a scomporre la realtà in attributi e relazioni ? Dal bisogno di fissare, di determinare la realtà. Noi viviamo ed operiamo nel reale, ma chi dice vita, attività, dice flusso continuo di fatti, dice continuo passare per il presente, senza che nessun punto stabile si possa precisare e senza che nessuna costruzione. ideale (riferentesi al passato o al futuro) si possa formare. La vita, l’azione per sè prese sono qualcosa d’ incomunicabile e quindi d'inesprimibile, sono un fatto, ecco tutto. Appenachè la vita della realtà raggiunge un grado notevole di forza e di complessità, il sentimento stesso della vita e dell’esistenza si fa più complesso ed eterogeneo, per modo che sorge il bisogno di specificare, di determinare, di fissare, di dare una forma alla realtà quale è sentita e rappresentata: bisogno che può essere soddisfatto solamente astraendo dalla realtà ciò che in essa vi ha l'ideale, e d’intelligibile, scomponendo quindi Ja realtà stessa in attributi e relazioni. Onde consegue che gli attributi e le relazioni non esistono come tali nella realtà (nella quale esistono delle individualità e delle funzioni), ma sono costruite da noi per simboleggiare, universalizzandola (considerandola dal punto di vista della coscienza universale o della coscienza in generale), la realtà quale viene percepita e rappresentata. Noi di sopra per dare un concetto della disgiunzione del ras dal dass siamo ricorsi al paragone della traduzione da una lingua in un’altra : ora è giunto il momento di osservare che quella non è e non può essere più che una semplice metafora, in quanto tra i due fatti corre un profondo divario. La traduzione da una lingua in un'altra implica la cognizione refiessa, cosciente dell'identità di significato esistente tra le espressioni appartenenti alle due lingue e in tal caso la cosa non può stare diversamente, tenuto conto che è già avvenuto il distacco del :cas dal duss per opera dell'attività intellettuale di molto progredita , mentrechè la disgiunzione dell’elemento intelligibile dal fatto attuale e la consecutiva idealizzazione o significazione della realtà implicano bensì l'identità di natura e di elementi tra il mondo e lo spirito, ‘ma non la chiara appercezione della stessa identità, e insieme implicano l’esistenza dell'identità attraverso le differenze, non l’identità delle differenze. Così gli attributi e le relazioni non esistono come tali nella realtà, ma sono una differenza di quella stessa identità che nella realtà - avrà una differenza corrispondente. Il contenuto ideale oltre ad avere la caratteristica della ricordabilità, ha quella di essere comunicabile, obbiettivo (riferentesi alla Realtà) ed esprimibile per mezzo del linguaggio. Ora che vuol dir ciò? Vuol'dire che ciò che è intelligi- Giova notare che quando si dice che solamente l’intelligibile è esprimibile per mezzo del linguaggio si vuole intendere csprimibile per mezzo di segni, i quali sono riconosciuti tali, riferentisi, cioè, ad una realtà obbiettiva. Anche i fatti di volonta e di sentimento sono esprimibili per mezzo del linguaggio, ma in tanto sono tali in quanto vengono intellettualizzati; non sono propriamente i sentimenti, e gli atti volitivi, sono le idee, le rappresentazioni di essi che vengono significato per mezzo del linguaggio. Le espressioni emotive (interiezioni, espressioni mimiche e fisiognomiche), i gesti e in generale i moti esterni sono qualcosa d' istintivo, che se vengono intesi e interpretati è perchè sono anch'essi intellettualizzati. Chi contempla i segni espressivi li interpreta in virtù dell'esperienza propria e dei legami associativi. bile non è patrimonio di questo o di quel soggetto, ma è patrimonio di tutti gli esseri pensanti, vuol dire che la mente è universale, non individuale. L’uomo, pensando, si universalizza, si accomuna con tutti gli altri uomini. E la solidarietà intellettuale umana è possibile, perchè in ordine al pensieru tutti gli uomini sono identici, sono, cioè, una cosa sola, sono come a dire, un solo essere. Ogni distinzione, ogni differenza è cancellata : è l'identità degl’ indiscernibili. La comunione delle anime, anzi l’unità, l’identità delle anime lungi dall'essere qualcosa di incomprensibile appare chiara : ciò che è oscuro piuttosto è l’anima individuale in ordine al pensiero. Tuttociò che è ideale e intelligibile adunque è identico in tutti gli uomini: o, a dirla altrimenti, tutti gli uomini sono una cosa sola in un certo punto, mentre si differenziano più o meno profondamente in tutto il rimanente. Il razionale, l’intelligibile, la forma permane identica sia che assuma differenti determinazioni (o che presenti manifestazioni o estrinsecazioni diverse), sia che appaia alle mente di singoli individui. È insomma l’unità del Reale, che rende possibile l'identità di ciò che è intelligibile e quindi la sua comunicabilità. Se tutta la realtà non formasse un tutto, un sistema, un'identità variamente differenziantesi, da una parte la mente non sarebbe universale e dall’altra l'intelligibilità delle cose sarebbe impossibile. Che cosa è invero l’ intelligibilità se non la forma distaccata dalla materia, la coerenza, il nesso, la relazione per sè presa? Ora la forma, la coerenza, il rapporto implicano unità e identità nel fondo. Noi quasi diremmo che ciascuna mente non si appropria che ciò che riconosce come inerente alla mente in generale. Il dato, come dato, il fatto le è estraneo ; esso è reale, e basta. Ciò che è intelligibile è uno, identico e quindi comunicabile, e in quanto comunicabile obbiettivo. Ciò che è subbiettivo (sentimento, azione) non è comunicabile (se non a patto di essere intellettualizzato), e per ciò stesso non è intelligibile. i D'altra parte il carattere della comunicabilità inerente a ciò che è intelligibile ha il suo fondamento ultimo nel fatto che la realtà non s’identifica e confonde con la vita subbiettiva. Il reale non è il soggettivo, ma è distinto da esso. Se l'essere o la realtà s’identificasse colla vita subbiettiva e individuale la cognizione si ridurrebbe al sentire, nel qual caso il vero starebbe tutto nella relazione col soggetto che sente: reale, non reale, vero, falso sa.rebbe quello che a ciascun di noi parrebbe tale; misura, giudice sarebbe ciascun di noi. Nulla fuori di noi sarebbe, o almeno nulla sarebbe senza di noì. Se non che la cognizione lungi dall'essere riducibile a sensazione sta agli an tipodi di questa in quanto, riferendosi a ciò che è obbiettivo, implica giudizio, apprendimento di ciò che non siamo noi, di ciò che non è la vita nostra, implica affermazione, mediante la qualificazione, di ciò che è. Dal che consegue poi anche che mentre ciò che è subbiettivo, ciò che vive, fluisce sempre, muta sempre, si muove sempre, si altera sempre, è fenomene mero, vario, continuo ; per contrario, ciò che è intelligibile e comunicabile, è immutabile, inalterabile, fisso e determinato (elemento astratto). L'ideale o l’intelligibile è universale, astratto, addiettivo; come può divenire fatto, vale a dire, come può divenire qualcosa di concreto e di sostanziale? Particolarizzandosi, individualizzandosi, vale a dire identificandosi con una dello sue differenze, o determinazioni, o manifestazioni. Allo stesso modo che il tipo si concretizza nel fatto singolo e che il significato si esprime per mezzo di un simbolo particolare, così l'attributo o la relazione ideale divengono fatto, incorporandosi in un’ imagine sensibile. La congiunzione di un was con un dass diverso dal proprio è resa possibile dacchè tanto il contenuto ideale e significativo quanto l'elemento della presenza attuale tostochè sono separati tra loro cercano di ricongiungersi n di trovare ciascuno il suo complemento in qualcosa di corrispondente. L’imagine psichica attuale, il fatto psichico isolatamente preso è un prodotto dell’astrazione : ciascun elemento psichico acquista valore dai nessi in cui si trova e dall'azione che su di esso esercita l’esperienza psichica antecedente. Non è stato le mille volte ripetuto dai psìcologi moderni che il fatto psichico riceve tutto il suo valore e la sua efficacia dal contesto in cui si trova, che la vita psichica non è posta nell’elemento singolo, ma nel corso, nel nesso, nella serie dei detti elementi ? Noi not abbiamo bisogno di richiamare l’attenzione sui processi di fusione, di identificazione delle rappresentazioni, i quali rendono possibile qualsiasi forma elementare di cognizione e di ricognizione (1), perchè si tratta di fatti ormai comunemente noti. Risulta evidente che la connessione di un was con con un dass diverso dal proprio è un processo che si verifica attraverso tutta la distesa della nostra esperienza conoscitiva : dietro ogni fatto psichico si trova il signi (1) V. Wunpr, Vorlesunyen ib2r Menschen n. Thierscele. Leipzig. ficato proveniente dal dispiegamento che l’attività psichica ha antecedentemente avuto: nel fatto estetico il processo non è essenzialmente differente, comunque appaia senza confronto più complicato. Il was in tal caso è rappresentato dal concetto artistico che figura come un tutto ideale coerente e il duss è dato dalla rappresentazione sensibile o simbolica del detto contenuto ideale. L'espressione rappresentativa o per via d'imagini (per opera della fantasia) di un contenuto idcale, ecco la migliore definizione dell’opera d'arte. Una costruzione razionale incorporata in imagini ed una ricostruzione del pari razionale rifatta in seguito alle suggestioni ricevute dalla percezione delle immagini, costruzione ce ricostruzione accompagnate da una forma peculiare di emotività, ecco il meccanismo di produzione e di contemplazione estetica. L'opera d’arte in tanto è espressiva e suggestiva in quanto ha la sua radice nella congiunzione di un ws più o meno esteso, più o meno complesso con un duss estraneo, ma corrispondente, e relativamente semplice tenuto conto della capacità percettiva dell’an'ma umana , in quanto ha la sua radice, possiamo anche dire, nell’ estrinsecazione di un sistema ideale per mezzo di dati sensibili. La proprietà che controdlistingue siffatta congiunzione od espressione è questa, che oltre al essere volontaria, libera e selettiva, è eminentemente suggestiva, il che dipende dalla concentrazione coerente degli elementi ideali avvenuta dictro l'espressione sensibile simbolica. © Possiamo conchiwlere questa parte col dire che l’uomo è capace di congiungere un was con un dess estraneo allo stesso modo che è CAPACE di parlare, vale a dire DI SIGNIFICARE E SIMBOLEGGIARE LA REALTÀ. La lingua d’ITALIA è una opera d'arte compiuta dalla COSCIENZA COLLETTIVA, mentrechè i capolavori estetici sono espressione dei genii individuali. Non è senza ragione che in origine lingua ed arte si trovano confuse tra loro. Passiamo ora a rispondere brevemente all'ultimo quesito. La valutazione e il sentimento estetico dipendono dalla funzione espressiva dell’arte. Quanto più in un’opera si trova espresso ciò che per noi come uomini, ha il maggiore interesse, quanto più in essa troviamo l'eco di ciò che ha radici più profonde nell'anima nostra, di ciò che ci attrae come di ciò che cì ripugna, di ciò che ci appassiona come di ciò che cì turba, quanto più vi troviamo. l'eco di ciò che è veramente umano, tanto più la valutazione estetica avrà luogo in senso positivo. L'arte espressiva che è l’arte veramente moderna, è fondata in grandissima parte sulla simpatia, manifestando in forma artistica l'interesse particolare che l’uomo prende per l’uomo. Il fine a cui si tende è l'uomo, quale microcosmo, è lo studio dei suoi sentimenti accidentali e permanenti, delle sue virtù o dei suoi vizi. É questo che distingue il teatro e il romanzo moderno, riannodando questi due generi alla più alta branca dell’arte. L’opera d'arte perchè sia debitamente apprezzata ed eserciti efficacia sugli animi nostri, deve esser valida a portare il nostro sguardo lontano, deve apparire come punto di concentramento di molteplici raggi suggestivi, deve essere come il riflesso di ciò che vi ha di più profondo nella realtà e nella coscienza. L'opera d’arte veramente grande deve raggiungere i più grandi effetti coi minimi mezzi possibili, facendoci intravedere ciò cho diversamente non vedlremmo. E l’intuito dell'artista sì rivela appunto nell’attitudine a scegliere ed a porre in evidenza quei tratti significativi che hanno la potenza di generare tutto un sistema d'imagini. Saper mostrare l’universale concreto, la legge, la natura propria, il ritmo d'attività di un ordine di reali per via di tratti, o li segni, o di imagini che mentre per sè non possono esaurire il contenuto dell’universale concreto, son tali da suggerirne con facilità il complemento, ecco in che consiste il magistero della creazione artistica. Ed ora è tempo di considerare il problema gnoscologico che risponde alla forma del problema estetico esaminata e discussa fin qui. Il problema gnoscologico fondamentale è ricercare come ciò che è pressochè esclusivamente intelligibile possa diventare oggetto delle varie forme di sensibilità : o tale problema, posto così, appare effettivamente insolubile: ma esso è fondato sopra il falso presupposto che l'elemento intelligibile preso per sè possa esistere come un fatto attuale. II processo per cuì si è giunti a tale concetto è il seguente : una volta bipartita la vita psichica primitiva, la coscienza complessa e indefinita iniziale nelle due serie rappresentative dell’io e del non io, è stato notato che le rappresentazioni, prese come qualcosa d’obbiettivo e d’in.lipendente dal soggetto, non solo non formavano un tutto coerente e completo in sè stesso, ma si rivelavano così piene di contradizioni da richiedere necessariamente un complemento, l’esistenza di qualcosaltro che desse ragione di ciò che al soggetto appariva come sensazione o come fatto psichico in genere. Di quì la necessità di andare in traccia dell’ universale, del necessario e del permanente che costituisse il punto di riferimeuto delle nostre rappresentazioni subbiettive proiettate all’ esterno e che insieme fusse il mezzo di stabilire la solidarietà intellettuale e la comunità spirituale degli uomini, Si andò in traccia così dell’essenza o dell’ elemento intelligibile delle nostre rappresentazioni, elemento che fu fatto consistere in qualità e rapporti inerenti ad elementi ult.mi sottratti al dominio diretto dell'esperienza sensibile, elementi ultimi che alla loro volta dovevano risultare di qualità e relazioni, procedendo così all’ infinito. Qui accadde che per evitarne una sula si ricadde in molteplici altre contradizioni, giacchè di questi elementi ultimi (atomi) bisognava pur dar ragione, determinandone la natura, bi‘ sognava, cioè, renderli intelligibili. Ora, ciò facendo, era necessario 0 dire che essi andavano ammessi come un fatto, come un dato ultimo il che era impossibile, perchè gli atomi sono concepiti dalla scienza come qualcosa di non percepibile, di non sperimentabile (e del resto se essi devono dar ragione delle rappresentazioni s :nsibili in genere, non possono essere appresi mediante la percezione) , nè è a parlare di centri di forza, perchè la forza per sè presa è un bel nulla, è anch'essa un uggettiro ; ovvero bisognava ridurre essi stessi a qualità e relazioni: ma le qualità e le relazioni (elementi intelligibili e quindi anch'essi aggettivi) hanno bisogno di qualcosa a cui inerire, onde la necessità di porre come postulato l'esistenza di reali ultimi, sostanze spirituali, le quali poi impiicano le medesime contradizioni degli atomi materiali. Atomi materiali ed atomi spirituali sono prodotti della nostra fantasia, ipostasi di concezioni mentali astratte. Gli atomi erano stati creati per spiegare i rapporti intelligibili determinanti i fenomeni subbiettivi, i fenomeni sensoriali : ora essi, non potendo essere considerati come fatti (e ancorchè potessero essere considerati come tali, si sarebbe daccapo, per chè sarebbero anch'essi fatti percettivi, fatti cioè dell’istessa . categoria di quelli, per spiegare i quali erano stati imaginati), è giuocoforza analizzarli in elementi d’ordine intelligibile (qualità e rapporti), in elementi cioè, per fondamentare i quali essi stessi sono stati proposti. È naturale che giunti a questo punto doveva sorgere il problema riguardante la trasformazione dell’ elemento intelligibile in elemento sensibile, riguardante la possibilità che l’ ideale diventasse obbietto della sensibilità. Ora è vero che l'elemento intelligibile esiste per sè ? No, perchè esso, preso a parte dal fatto, dall’ esistenza attuale, è un prodotto dell’astrazione. L'universale, l’idea non esiste al di fuori della mente. Sicchè noì vediamo qui che il problema gnoseologico è nato per un processo analogo a quello che diede origine al problema estetico, per un processo cioè di disgiunzione dell'elemento intelligibile dall’ elemento fattuale dell’esistenza. La realtà vera, la vita vera del reale è data dalla congiunzione ‘dell’ elemento ideale col reale, dall’incorporazione dell'ideale nel reale: ond’è che attribuire l’esistenza di fatto agli elementi intelligibili è un processo del tutto falso ed arbitrario. L’intelligibile o l'universale è un puro aggettivo che ha bisogno del suo sostantivo. E come sostantivo dovrebbe fungere l'immediatezza della percezione sensoriale, l’ immediatezza del fatto psichico quale si svolge nel soggetto umano, ma i due elementi, l’ universale e il fatto psichico individuale non sì corrispondono, non fanno una cosa sola, non sono, diciamo così, l’uno per l’altro. Il fatto psichico non è qualcosa di obbiettivo, d'ilentico e di comunicabile, ma varia da soggetto a soggetto; esso non può esser tutta la realtà. È stato a causa delle molteplici contradizioni, delle insufficienze e manchevolezze rivelantisi nella vita psichica e subbiettiva che si è ‘dovuto costruire ipoteticamente un mondo obbiettivo intelligibile di contro a quello subbiettivo. E poichè un tal ripiego, come si è veduto, non approda a nulla, sorge la necessità di trovare il complemento esistenziale dell'intelligibile in qualcosa che trascende il contenuto della coscienza individuale. Tale complemento non può esser trovato che nella vita del Tutto (Io epistomologico e ontologico o Bewusstseyn tiberhaupt di Kant) nella Coscienza universale in cui non vi è separazione di intelligibile e di sensibile (la quale separazione è compiuta dallo spirito individuale finito), d’ideale e di reale, di contenuto e di fatto, ma vi è fusione perfetta di entrambi. La questione sta tutta qui: la percezione appare dato concreto immediato e quindi reale, ma è dato subbiettivo e quindi pieno di contradizioni: l'intelligibile è obbiettivo nel senso che è inteso in un modo identico da tutti gli uomini, ma è ipotetico, astratto, non dato, ma posto dall’intelligenza umana : ciò posto, siffatti due termini si possono conciliare, si possono unire e formare una cosa sola completa, la realtà viva e vera ? Ciò non è possibile insino a tanto che non sì esce dalla coscienza individuale, perchè il reale subbiettivo che non è completo in sè stesso, che è solo un frammento della totalità, non può avere per contenuto adeguato l’universale, non può avere per essenza il tutto. Come nel processo estetico avevamo: 1° disgiunzione dell’intelligibile dal fatto, e poi, 2°, ricongiunzione dell’elemento intelligibile con un fatto che non gli corrisponde, e di qui la trascendenza, il significato, l'espressività della percezione o imaginazione estetica, cosi nel processo gnoseologico abbiamo la disgiunzione del was dal dass del fatto percettivo e l’ipostasi del was, la considerazione di questo come un fatto, come un dato. E poichè ciò si rivela impossibile e contradittorio, si tende a congiungere di nuovo l'elemento intelligibile universale (il quale per sè preso non è reale nel senso che non è concreto, non esistente per sè, non immediatamente appreso, bensì effetto di un’elaborazione psicologica e logica, una semplice concezione dello spirito, un'ipotesi formata in vista delle conseguenze che da essa, dato che esista, necessariamente derivano) col dato percettivo della coscienza individuale, il quale è reale, ma ha una realtà subbiettiva, non obbiettiva, non comune a tutti gli uomini. Se non che la detta coscienza non è capace di contenere di fatto l’ universale, ma solo virtualmente, cioè come esigenza, come aspirazione, come idea. Onde la necessità di trascendere incessantemente il fatto psichico subbiettivo e l'esigenza di una Realtà obbiettiva individuale e insieme universale, cioè sistematica. Vi ha però una differenza tra processo estetico e processo gnoseologico ed è, che la disgiunzione e la ricongiunzione dell'elemento intelligibile col fatto nel primo sono atti arbitrari, sono atti sottoposti al volere individuale, mentrechè nel secondo sono una conseguenza, diremo, necessaria delle contradizioni e delle insufficienze che si rivelano nella percezione sensoriale dei vari individui e nei fenomeni della vita subbiettiva. Le ricerche dell’Ottica e dell’Acustica fisiologica, della Psicologia fisiologica furono promosse dall'impossibilità di considerare le percezioni sensoriali come fatti per sè esistenti all’esterno. Uno degli aspetti sotto cui il problema estetico si può presentare è il seguente: Qual'è la natura e le condizioni dell’ emozione estetica? La soluzione di tale quesito ha formato e forma oggetto di tutta l’Estetica esatta coltivata ai giorni nostri in Germania ed in Inghilterra. Da tal punto di vista è evidente che il problema estetico assume un aspetto prevalentemente psicologico: esso, infatti, vale la domanda: Come e perchè talune percezioni sensoriali producono sentimenti di natura speciale (emozione estetica)? Il che alla sua volta vale domandare: In che rapporto stanno le varie forme dell'attività psichica? Ovvero: Tra le varie manifestazioni della vita psichica vi è una correlazione intima in modo da poter esse venire considerate come vari lati di uno stesso processo fondamentale, ovvero sono delle funzioni giustaposte che possono solo in date circostanze agire l’una sull'altra? Vediamo ora quali sono i risultati ultimi a cui l'indagine estetica esatta è pervenuta. E qui, prima d'andare innanzi, ci sembra opportuno notare che il problema estetico psico logicamente considerato è della più alta importanza in quanto dipende dalla sua soluzione il determinare per che via il significato può essere congiunto col dato attuale , (rappresentazione sensibile) con cui non è connaturato, per che via ciò che è universale ed astratto (l'elemento intelligibile) può concretizzarsi în modo da divenire obbietto piacevole. I risultati delle ricerche summenzionate furono di due sorta. Da una parte il sentimento estetico fu intellettualizzato nel senso che fu fatto dipendere dall’apprensione di determinati rapporti astratti: e invero, comunque lo spirito, diciamo così, dell'estetica psicologica e del formalismo vada riposto nella tendenza ad andare in traccia della causa attuale del piacere estetico, della causa inerente alla percezione sensoriale, tuttavia nel fatto essa indaga la ragione nella causa: una volta che siamo spinti ad oltrepassare la percezione sensoriale, noi troviamo l'elemento intelligibile, la ragione. Del resto se la percezione della bellezza presuppone l’esistenza di dati rapporti, questi da una parte non figurano che come ragioni , e dall'altra possono essere, se non sostituti, messi in connessioni con proprietà meno astratte, più vicine alla realtà che viviamo, e quindi più atte a suscitare il nostro interesse e la nostra simpatia. La maniera di operare delle relazioni è invero di natura così generale e così poco caratteristica, che non si vede come l’effetto estetico possa essere ottenuto, se un altro elemento non vi concorre (il significato cioè di tali relazioni astratte). Vogliamo dire che i suddetti rapporti formali non hanno per sè nulla di caratteristico che possa spiegare il fatto estetico, tanto è ciò vero che si presentano anche dove nessun effetto estetico si riscontra. D'altra parte l'origine del sentimento estetico fu posta in una specie di affinità latente (che non ha niente a che fare colla pura stimolazione sensoriale) esistente tra la semplice forma estetica e l’anima del soggetto percipiente (conformazione dello spirito individuale). Ed il famoso principio fechneriano dell’economia della forza quale fonte di piacere (il quale principio poi fu considerato in rapporto al contenuto delle nostre rappresentazioni come in rapporto al corso delle stesse) non è che l’espressione astratta di ciò che implica la detta armonia latente. L'economica distribuzione della forza considerata dal punto di vista dell’obbietto trae seco il principio dell’ unità organica e l'assenza di qualsiasi elemento superfluo: assenza di superfluità che equivale ad esigenza di significato e di valore, in quanto solo ciò che è insignificante è veramente superfluo. L'applicazione del principio dell'economia fatta all'attività del soggetto percipiente implica concentramento non faticoso dell'attenzione, in modo da riuscire agevole e quindi piacevole il fatto psichico stesso dell’apprensione. Avviene così che l’appercezione di un contenuto piacevole, perchè organicamente costituito, diviene essa stessa fonte di piacere. Se si considera che la rispondenza quanto più è possibile esatta ed adeguata dell’attività appercettiva al contenuto appercepito non è una accidentalità, ma costituisce un elemento essenziale della emozione estetica, tanto è vero che tutto ciò che richiede uno sforzo mentale è antiestetico, non sì può non trovare naturale la connessione esistente tra le modalità della nostra attenzione e le proprietà dell'oggetto estetico. Quando uno sforzo speciale è richiesto per l'appercezione di un contenuto estetico, vuol dire che l’espressione, la rappresentazione (forma) e l'obbietto significato, l’idea (materia) non sono in armonia, nel qual caso appunto non è più a parlare di bellezza. È stato notato poi che il principio dell'economia non è in contradizione con quello dell’ esuberanza, del lussureggiamento ecc., che sono inerenti ad ogni obbietto estetico e che contribuiscono a imprimergli la nota del disinteresse presa'in senso largo, giacchè ciò che è superfluo considerato da un certo punto di vista e in rapporto a dati scopi, a scopi di utilità pratica p. es., non lo è più, una volta che è riferito ad un dato sistema armonico o ad una data unità organica che ha valore per sè come esprimente il contenuto della vita nella sua complessità e la Realtà nelle sue molteplici e svariate determinazioni. L'origine e il fondamento dell'emozione estetica se non vanno posti adunque nell'apprensione di rapporti formali ed astratti (ma nel contenuto che gli stessi contribuiscono ad esprimere, nel loro significato), non vanno posti neanche nel principio formale e quindi vago ed indeterminato dell'economia della forza sia questa considerata obbiettivamente che subbiettivamente, il quale riceve gran parte del suo valore dal fatto che esso depone per l'esistenza di un'unità organica nell’obbietto estetico: ciò che è con parsimonia costituito e con facilità appercepito ha evidentemente i caratteri del sistema, della totalità, dell’individualità organica. Da qualunque punto si voglia considerare la cosa è chiavo pertanto che l'emozione estetica deriva la sua caratteristica propria dal contenuto (significato) espresso ed appercepito dal soggetto. Quando lo spirito appercepisce espresso in modo adeguato ciò che ha radici più profonde nell'intimo suo essere, quando lo spirito arriva a trovarsì a contatto con qualche cosa di completo, di individuale e di sistematico e quando arriva a riconoscere sé stesso, le sue aspirazioni, le sue esigenze, i suoi sentimenti, nella natura o nell’arte, quando vede raccolti per opera dei Genti in un punto solo e quindi intensificati tutti i raggi della sua attività, quando insomma vede rispecchiato in un’opera tutto il fondo della sua anima e quando si sente una cosa sola colla Realtà universale, non può non provare una intensa emozione, che è appunto l'emozione estetica. Dopo aver accennato alla soluzione del problema estetico nella sua forma psicologica, passiamo a trattare del problema psicologico fondamentale quale si presenta nella filosofia generale. L’ indagine intorno alle proprietà ed al rapporto esistente tra le varie funzioni psichiche (funzione rappre sentativa, funzione emotiva, funzione volitiva) è della più grande importanza e del più alto significato, in quanto da essa dipende il concetto che ci dobbiamo formare della vita psichica in genere e della costituzione dell’anima. La funzione emotiva in che rapporto sta con quella rappresentativa? il sentimento in che rapporto sta con la rappresentazione? Che cosa è il piacere o il dolore che accompagna qualsiasi elemento della coscienza ? Ecco il problema generale, a cui gencricamente si può riferire il problema speciale dell'origine e delle condizioni dell’emozione estetica, salvo poi a determinare le caratteristiche proprie del piacere estetico, tenuto conto che non tutti i piaceri sono di natura estetica. Ora noi vediamo che la Psicologia moderna tende a risolvere il problema circa la natura del sentimento in conformità della soluzione data dall’Estetica al problema corrispondente. Nessun psicologo crede più all'esistenza delle cosidette facoltà dell'anima: tutti concepiscono i fatti psichici come manifestazioni diverse della vita ad attività psichica prosa nel suo insieme. Ora questa attività spirituale si esplica in due forme principali irriducibili tra loro, in quella di modificarsi in modo indistinto in totalità e in quella di apprendere, di appercepire delle qualità distinte, degli attributi determinati e delle relazioni. Nella sua prima forma essa si rivela essenzialmente una, identica (senza che mostri alcuna differenziazione in sè stessa) ed intimamente connessa con tutto il reale, che essa per così dire, avverte indistintamente nella sua totalità: nella seconda forma invece essa appare variamente determinata in sè stessa e nelle maniere di apprendere la realtà : nella pritma forma è vita emotiva o sentimentale, nell’altra forma è vita wappresentativa o intellettiva. È un errore pertanto voler intellettualizzare il sentimento col farlo derivare da un qualsiasi rapporto : noi possiamo, sì, scomporre il sentimento e tradurlo in rapporti, ma in tal caso noi avremo trasformato il sentimento vero e proprio in un fatto. intellettuale. Il sentimento è un modo di essere dell’attività psichica che si origina ogni qualvolta il contenuto della coscienza è cosiffatto che, non potendo essere scomposto in qualità c relazioni determinate, figura come qualcosa d'’ indistinto. E qui giova notare che anche quando il sentimento stossos viene differenziato nelle sue principali determinazioni di piacere e dolore nel caso che queste vengano nettamente distinte ed appercepite cessa di essere puro sentimento per divenire un fatto d’oriline intellettivo. Un sentimento qualificato, caratterizzato e discriminato da tutto il complesso della vita psichica è la chiara appercezione di una qualità psichica, non un sentimento. L'appercezione di un piacere, di un dolore suppone l'atto della mente con cui una qualità viene separata, distinta dal rimanente, suppone quindi una funzione intellettiva sia anche d’ ordine rudimentale e l'atto o la funzione discriminatrice si confonde col suo prodotto per molo che ciò che prima non era un fatto intellettivo riesce ad essere, per così dire, trascritto in termini intellettivi, e quindi viene ad essere snaturato. Piacere e dolore sono due qualità sensoriali come il bianco e il nero, come il liscio e lo scabro, come il grave e l'acuto, come il caldo e il freddo. Che essi siano determinati dalla forma dello stimolo piuttosto che da proprietà inerenti (contenuto) allo stimolo come tale, che essi siano determinati dal modo come lo stesso agisce, o dal modo in cui la sua trasmissione avviene, o dalle condizioni in cuì l'organismo fisico e psichico si trova mentre ha luogo tale azione, poco o nulla importa : dal punto di vista psicologico il piacere e il dolore sono qualità, e come tali, appartengono alla funzione rappresentativa dell'anima umana. Sosgiungiamo che il piacere e il dolore, come il suono alto e quello basso e come il caldo e il freddo sono sensazioni relative e variabili linearmente in quanto presentano. duo sole determinazioni opposte. In altre parole : il sentimento per sua natura è indistinto, è stuto psichico totale : non sì tosto in esso vengono delimitate differenze, non sì tosto esso viene circoscritto e qualificato, non è più a parlare di sentimento vero e proprio : ma di funzione intellettiva e rappresentativa. Il sentimento in tal caso viene come ad essere intellettualizzato, viene ad essere compenetvato dall'attività discriminativa che è inerente all’ intellezione. Quando il sentimento stato psichico totale vien ad essere analizzato e scomposto in qualità diverse e quando queste vengono appercepite, il sentimento non esiste più, ma esistono le qualità sensoriali. La vita psichica non si presenta più come sentimento, ma come apprensione di qualità, l’attributi e di relazioni. Ma si può dire che il piacere e il dolore siano qualità del sentimento, come si dice p. es. che il suono alto e basso sono qualità del suono ? Noi crediamo di no, perchè parlare di qualità del sentimento è un parlare contradittorio; è come se si dicesse qualità di ciò che non può avere qualità, ovvero determinazioni di ciò che è per sua natura indeterminato. Il piacere e il dolore sono qualità che possono essere pro:lotte in parte dalla totalità della vita psichica, dallo stato in cui la stessa totalità si può trovare, ma non sono qualità della totalità La totalità è reale, ma non ha qualità, caratteri distintivi, differenze, le quali implicando sempre relatività, riferimento, possono essere differenziate entro la totalità. Uno stato di piacere o di dolore totale non significa nulla: un piacere o dulore suppone la distinzione, la differenziazione. Il sentimento o stato psichico totale può contribuire a generare uno stato di piacere o di dolore, ma non può presentarsi come piacere o come dolore: già un piacere o un dolore totale, assolutamente totale, non sarebbe nemmeno avvertito, perchè non potrebbe cs-ere distinto: distinto da che, invero? E il piacere e il dolore sono considerati d’ordinario come qualità del sentimento appunto perchè esse sono determinate in parte dalla totalità della vita psichica, Sorge la questione: Perchè una tinta di piacere o di dolore accompagna qualsiasi fatto psichico? Perchè ogni singolo fatto psichico è messo in rapporto si noti, è “messo in rapporto è appercepito quasi attraverso lo stato complessivo in cui l'organismo fisico e psichico si trova in un dato momento: è da questa appercezione che è un fatto d'ordine intellettivo è dal suddetto rapporto del fatto singolo coll’insieme che vengono fuori le due qualità di piacere e di dolore, le quali vengono a sovrapporsi 0, meglio, a fondersi cogli attributi propri dei singoli fatti psichici. Ed è avvertita la qualità di piacere ovvero quella di dolore, secondochè si ha l’appercezione di un rialzamento o di un abbassamento dell'energia psichica e delle condizioni da cui essa dipende. Come si vede, il sentimento non va ilentificato con le determinazioni qualitative del piacere e del dolore : il primo è uno stato totale dell’anima, le altre sono prodotte dal. l’appercezione (fatto intellettivo) delle differenze (qualità) osistenti nella detta totalità. E noto che l’apprensione di un dato contenuto psichico richiede il dispiegamento di una certa quantità di energia mentale (attenzione), la quale pui non è illimitata, ond’è che quando ha luogo un consumo di energia psichica superiore a quello di cui sì può disporre sarà avvertita una sensazione sgradevole, mentrechè quando lo stesso consumo è proporzionato alle risorse si avrà una sensazione piacevole. È il rapporto, la proporzione che deve esistere tra attenzione e area della coscienza che ci può dar la chiave per rendercì conto in gran parte delle determinazioni qualitative del piacere e del dolore. si Abbiamo detto che il sentimento è la vita psichica presa nella sua totalità : è evidente che a seconda che la detta totalità è più o meno ricca di contenuto, a seconda che è di ordine superiore o inferiore, che è complessa, ovvero semplice e rudimentale, si avrà o no un sentimento nobile ed elevato. Ma, si può qui domandare, se il sentimento è la stessa vita psichica presa nella sua totalità, come mai potrà essere avvertito? L° avvertire implica distinzione e questa riferimento e quindi esistenza di qualità diverse entro la totalità. A ciò si risponde che il sentimento non è avvertito come qualità ; il suo ufficio è quello di rendere reale, attuale, presente, immediato qualsiasi fatto psichico: esso rappresenta il coefficiente dell’ esistenza psichica. Il problema estetico nella sua forma psicologica e il problema psicologico fondamentale si: corrispondono, in quanto là soluzione data ad entrambi è questa, che il sentimento ha la sua origine nella vita psichica indistinta, nella quale non soltanto vengono ad essere fusi insieme i vari elementi costitutivi di.essa, ma viene ad essere tolta ogni contrapposizione del soggetto all’ oggetto. E qui sorge la necessità di andare in traccia del carattere differenziale per cui il sentimento estetico sì distingue da qualsiasi altro sentimento. Tale carattere si trova agevolmente, se si riflette agli attributi dell’obbietto estetico, il quale non solo è un sistema di parti (unità nella varietà) oltremodo complesso, ma ha un significato deri vante dal riflettersi in esso di tutte le aspirazioni ed esigenze più profonde dell'animo umano, per modo che nella contemplazione estctica il soggetto si trova come in rapporto con la parte migliore di sè stesso. Si aggiunga che l’unione del soggetto con l'oggetto è molto più intima nel caso dell'emozione estetica che nel caso di qualsiasi altro sentimento. L'attività del Reale, la Realtà come vita differenziantesi, spezzantesi e rivelantesi in modo immediato nelle coscienze individuali, ecco la radice comune delle varie sorta di sentimenti. Come vi sono varie forme od apparenze di totalità, come vi sono varii ordini d’incentramenti individuali così vi sono vari ordini di sentimenti più o meno definiti (ogni definizione proviene dall'elemento rappresentativo e relativo concomitante), più o meno complessi, più o meno interessati, perchè più o meno direttamente riferentisi all'attività pratica. Il carattere d'individualità che controdistingue il sentimento proviene dal fatto che la totalità è, per così dire, incentrata nella vita del soggetto, in ciò che differenzia l’io quale determinazione speciale del Reale, avente un posto proprio nello spazio, nel tempo e nella serie causale. Non ci sembra inopportuno, poichè servirà a-dilucidare le idee suesposte, richiamare qui, prima di finire, l’attenzione sul rapporto esistente tra sentimento e volontà, o meglio, tra sentimento e attività; rapporto che è diverso da quello che ordinariamente è ammesso. Il sentimento non produce l’azione allo stesso modo che non è prodotto da essa e che non ne è il riflesso subbiettivo. Un tale rapporto e A ii cir iii cdi ee n può esistere tra l’attività e le qualità sensoriali del piacere e del dolore, non gia tra l'attività e il sentimento, Questo come stato psichico totale è tutta la vita psichica senza alcuna determinazione speciale, ond’è che mentre da una parte esso contiene, trasformati e fusi insieme tutti gli elementi psichici, non è in rapporto particolare con nessuno di essi. Tutti però quando divengono reali, quando appaiono distinti sull'orizzonte psichico, emergono come dal fondo della vita psichica, che dal punto di vista soggettivo è appunto il sentimento stesso. Questo pertanto appare come il sostegno, ceme ciò che dà attività, consistenza ai vari fatti psichici. Al di fuori del presente, del momento attuale non vi ha sentimento, ma bensì rappresentazione : e vi ha una rappresentazione riferentesi al passato, come ve ne ha una riferentesi al futuro : ed è chiaro che è possibile avere una rappresentazione del sentimento, quando questo, distaccato dalla matrice reale, viene idealmente costruito e proiettato nel passato per mezzo della memoria e nel futuro per mezzo della immaginazione. Il sentimento però in tal caso viene snaturato, trasformandosi in un fatto d'ordine conoscitivo: un sentimento rappresentato è una rappresentazione e non un sentimento, o meglio, ò una nostra costruzione ideale che non si riferisce a nulla di reale e di attuale. La forma, diremo così, metafisica del problema estetico è: Qual'è la natura della proluzione artistica ? L'arte in che rapporto sta con la natura ? Si deve ritenere con gli antichi Greci che l'Arte è una imitazione pura e semplice della natura in modo da dover essere essa collocata al disotto di quest'ultima? Come si vede, un tale quesito non poteva ricevere un'adeguata risposta se non dopo che la coscienza estetica del genere umano cbbe raggiunto un grado notevole di svolgimento, dopo, cioè, che il gusto estetico si fu di molto raffinato c che la valutazione estetica fu molto progredita. La riflessione filosofica dovette giungere al punto da sentire il profondo divario esistente tra il mondo empirico e quello ideale, tra le esigenze del] intendimento e quelle della Ragione presa in senso stretto, vale a dire presa come la facoltà del Categorico, dell'Unità e della Totalità. E infatti il problema estetico nella sua forma metafisica non fu risoluto in maniera adequata prima che Emanuele Kant ponesse in evidenza l’antitesi esistente tra la relatività inevitabile della ragione teoretica e la assolutezza dell'imperativo morale implicante l’esistenza della liberta. Il problema circa la natura della produzione artistica non s'impose fino a tanto che gl’immensi progressi della Filologia classica, dell’Archeologia, della Critica non ebbero per effetto di produrre il rinnovamento di tutta la coscienza estetica e quindi di tutte le vedute anteriormente dominanti inordine alla valutazione estetica. Fu allora che non fu più possibile considerare il prodotto estetico come una semplice imitazione della natura. Vediamo ora come il problema estetico fu risoluto sotto tale forma metafisica per ricercare poscia le caratteristiche del corrispondente problema attinente alla filosofia generale, il quale può essere così enunciato : Che concetto dobbiamo formarci dell’ incessante produttività della natura? ovvero: Che cosa stanno a rappresentare le infinite * forme in cui l’attività della natura si esplica? La produzione artistica fu considerata come l’effetto del libero, ordinato ed armonico esercizio delle facoltà umane: ma si può qui domandare: di tutte le facoltà umane? No, bensì di quelle facoltà soltanto che possono dare origine a prodotti che hanno una data forma, intenlendo per quest’ ultima l'insieme delle proprietà per cui una data cosa è valutata, non per il suo uso, non per lo scopo determinato a cuì l’ oggetto avente quella data forma risponde, ma per ciò che la forma sta a rappresentare, in quanto in essa si riflette l’intendimento, il sentimento e la capacità in genere di chi l'ha concepita ed eseguita. La forma implica adunque l’esistenza dell’ elemento razionale: ed è lecito parlare di forma ogni volta che nell'oggetto o nel fatto vien messo in evidenza appunto l'elemento intelligibile. Ogni qualvolta nuvi ci troviamo di fronte ad un obbietto .che mentre figura come un prodotto dell’intelligenza dell'attività umana, dall'altra parte non pare serva ad uno scopo pratico, o a un uso determinato, pur non essendo scevro di significato noi siamo spinti a giudicare come estetico il detto obbietto. Sicchè l'essenza della produzione artistica fu posta in ciò, che l’anima umana è così fatta che sente il bisogno di estrinsecarsi, di esprimersi in fatti, i quali mentre portano l'impronta delle facoltà che loro diedero origine, non hanno l’ufficio nè di appagare un desiderio, nè di far raggiungere un fine estrinseco, nè di procurare un gudimento egoistico e interessato. La creazione artistica ha in sè stessa il suo scopo, che è quello di completare la realtà sensibile, dando l’esistenza ad un mondo di forme atte ad appagare le aspirazioni e le esigenze più profonde e più elevate dell'anima umana. Il bisogno del completo, del perfetto, dell’ individualità armonica, della totalità sistematica può solo esser soddisfatto per mezzo dell'Arte, la quale rende possibile la sovrapposizione di tutto un mondo supra il mondo della esperienza ordinaria. Il vero artista è quegli che crea per creare, è quegli che spinto dal bisogno di porre in opera il soprappiù delle sue esuberanti energie, produce spontaneamente e quasi istintivamente, senza aver dinanzi alla mente uno scopo estrinseco od interessato da conseguire. Egli crea per dar forma definita a ciò che gli si agita nel fonito dell'anima. L’opera d'arte è bella quando porta nettamente l'impronta della personalità dell'artista e quando esprime l'impressione in lui prodotta dalla vista dell'oggetto o del fatto che egli traduce. La Natura è bella quando noi in essa riconosciamo nol stessi con ciò clie abbiamo di veramente umano, come esseri felici e miseri ad un tempo. Ognun vede che il bello non può essere in alcun modo confuso nè col piacevole, nè col bene ; il piacevole infatti, risponde ad una esigenza subbiettiva ed interessata, implicando l’appagamento di un bisogno egoistico, e il bene involge il concetto di attuazione di un fine chiaro e cosciente, sia questo estrinseco all’obbietto come nel caso dell'utilità o immanente all’ oggetto stesso come nel caso della perfezione. L'espressione libera e spontanea in forme concrete, di un contenuto.ideale e la realizzazione irreflessa di ciò che vi ha di razionale nella nostra natura, ecco che cosa è invece la produzione artistica ; un’espressione necessaria el obbiettiva della vita umana nella sua complessità e dell'unità della natura, ecco che cosa è invece l’arte. Onde consegue poi che non vi è ragione di limitare la cerchia delle sue manifestazioni, le quali hanno tutte egual diritto alla nostra consilerazione, a patto che mettano in evidenza in modo completo un lato della vita umana con tutte le proprietà, siano pregi o difetti ad essa inerenti. E " x Il problema che in filosofia generale corrisponde a quello estetico or ora esaminato è il problema teleologico. Che significato ha l’inesauribile produttività della natura ? Che valore va attribuito alle svariatissime forme naturali? Ora la risposta lata dai filosofi almeno da taluni filosofi coincide con quella data dagli estetici in quanto viene ammessa l’intima razionalità della natura, a cui accennano già le leggi naturali. Tale razionalità può da una parte non esaurire il contenuto della natura, giacchè questa oltre ad essere compenetrata dalla ragione 'è qualcosaltro ancora, e dall’ altro non è tale da far considerare i fatti e gli obbietti naturali come prodotti da un’Intelligenza cosciente identica all’umana. In altri termini, la natura è, sì, espressione di qualcosa di razionale, ma non può essere considerata come il prodotto di un'attività intelligente che si esplichi come quella dell’ uomo. La natura esclude il dominio del caso e insieme una veduta antropomorfica qualsiasi. E poichè del rimanente la produttività della natura presenta i caratteri propri della produzione artistica (libertà, spontaneità, molteplicità di forme definite, unità organica delle parti costitutive di ciascuna forma, esuberanza di energia, apparente assenza di utilità, ecc.), è ragionevole pensare che il mondo ideale dell’arte e quello reale della natura siano prodotti da un'attività fondamentalmente identica: la quale però nel secondo caso si esplica in modo chiaramente incosciente e nel primo in modo, diremmo semicosciente o cosciente addirittura. In entrambi i casi la ragione è in azione, ma (ci sia lecito esprimerci così) senza averne Vl aria: in entrambi i casì l’idea di fine non è costitutiva dei fenomeni, ma puramente regolativa, giacchè come il fatto estetico non è prodotto, nè sentito in vista del raggiuugimento di un dato fine, in vista di. un vantaggio da ottenere, o di un risultato pratico da conseguire, così il fatto naturale non può essere interpretato o spiegato mediante il concetto di fine. Il fatto estetico e quello naturale però implicano, ciascuno alla sua mauiera, l’esistenza dell'elemento intelligibile e razionale atto a dar ragione della loro forma determinata: tanto l’ uno quanto l’altro pongono l’esigenza dell’unità sistematica atta a dar ragione delle relazioni esistenti tra le varie parti od elementi componenti il tutto, unità sistematica che include il concetto di fine intrinseco ed organizzatore, comunque incosciente. É evidente poi che tra natura ed arte, tra bello natu: rale e bello artistico non può esistere antitesi di sorta, ma soltanto differenza di grado, in quanto l’arte non fa che presentare come raccolti in un punto quei raggi che nella natura vanno dispersi qua e la, in quanto cioè l’arte concentra e rende continuo ciò che nella natura si presenta discontinuo, sconnesso e quindi pressochè sfornito di alto significato. Allo stesso modo che la scienza coordina, correggendo, modificando (sceverando l’ essenziale e il necessario dall’accidentale), i fatti dell’osservazione percettiva ordinaria e li presenta sotto nuova luce, così l’arte ha per intento di mettere in evidenza i tratti caratteristici della natura e della vita, ordinandoli, fissandoli e organizzandoli in modo che salti agli occhi di tutti quel sigrificeto che diversamente o non sarebbe avvertito addirittura, ovvero in modo incompleto e confuso. L'opera del genio si esplica appunto nell’idealizzare la natura, vale a dire nel rendere appariscente ciò che senza di Lui all'occhio volgare sarebbe per sempre rimasto nascosto. L’opera d'arte quale espressione di un contenuto ideale, di un universale concreto (natura propria di ciò che si vuol rappresentare) ha la sua ragione in sè stessa: e il suo valore sta tutto nell’ essere essa parvenza perfettamente distinta dalla realtà. Essa invero è apprezzata per sè; è un sistema, un'individualità, qualcosa di organico esprimente la Realtà sotto un punto di vista determinato. Qualsiasi altra cunsilerazione non riferentesi alla contemplazione di una rappresentazione concreta, compiuta di quella medesima Realtà, che alla Ragione appare come Vero ed al Volere come Bene, le è estranea. Onde con BOSANQUET [citato da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which become the life and opinions of H. P. Grice” --, Zistory of Esthetic. London. It is plain that nature in this relation differs from art principally in degree, both being in the medium of human perception or imagination, but the one consisting in the transient and ordinary presentation or idea of average ind, the other in the fixed and heigtened intuitions of the genius which can record and interpret . segue che l'appercezione estetica si riferisce al modo come è rappresentato, come è espresso, non come è costituito, nè come agisce il Reale per sè. E evidente che una medesima cosa è giudicata bella o brutta a seconda che è considerata o pure no espressione completa di un dato ordine di realtà: espressione che figurerà come completa o come incompleta secondo che un oggetto è guardato nella sua possibilità e in generale dall’uno o dall'altro punto di vista. Un esemplare di una specie di animali nota uno scrittore recente, sarà brutto p. es. se considerato come espressione dell’ animale in generale, perchè in quel dato esemplare (forma) la vita animale (contenuto) non si rispecchia nella sua pienezza: potrà esser bello se considerato come espressione tipica di una data specie di animale,. giacchè in tal caso esso è considerato come espressione o forma di un altro contenuto , dass di un altro was. Insomma un oggetto è bello o brutto secondo la categoria con la quale lo appercopiamo. Nell'arte tutta la realtà naturale ed umana che è bella o brutta secondo i punti di vista relativi diventa bella, perchè è appercepita come realtà in generale che si vuol vedere espressa completamente. Tutti i personaggi, tutte le azioni, tutti gli oggetti, entrando nel mondo dell’arte perdono (artisticamente parlando) le qualificazioni che sogliono avere per ragioni. diverse nella vita reale, e son giudicati sclo in quanto l’arte li ritrae più o meno perfettamente. Taluni dei Cesari sono giudicati mostri guardati nella vita reale, ma non sono mostri come figure d’arte. PERGEA PSR i ie ina Pr fa L'uomo nella vita ordinaria accetta il dato come immediatamente gli si presenta senza che faccia alcun tentativo per armonizzare tra loro gli elementi discordanti. Possiamo aggiungere che la discordanza non è neanco avvertita. In tale stadio l’uomo non conosce per conoscere, ma conosce per operare, per soddisfare cioè nel modo più appropriato i suoj/ istinti o le sue tendenze; onde avviene che le cognizioni, le quali meglio rispondono alle esigenze pratiche, appaiono complete, perfette. Se non che un tale stato non è duraturo; ben presto con lo svolgersi della cultura e della civiltà la funzione conoscitiva acquista un certo grado d'indipendenza, emancipanilosi dai bisogni pratici ed acquistando valore e significato per sè. È in tale stadio che cominciano ad essere avvertite le contradizioni esistenti tra i vari elementi dell’esperienza ordinaria, dapprima considerati come essenzialmente costitutivi della vera ed ultima Realtà. È in tale stadio che si formano le scienze, le quali per dar ragione dei vari fatti sperimentali e per eliminare le contradizioni dagli stessi presentate ricorrono a concetti d'ordine particolare. In tal guisa questi sono come il sostrato della realtà, mentrechè i fenomeni empiricì stanno ad indicare le varie maniere in cui il detto sostrato si può presentare al soggetto, stanno ad indicare le varie forme che esso può assumere. Ma siffatti concetti fondamentali delle scienze particolari sono in realtà qual-. cosa di ultimo e d’irriducibile e (ciò che sopratutto importa) sono privi assolutamente di elementi contradittori, sono cioè perfettamente intelligibili? Questo problema che sorpassa evidentemente i limiti di ciascuna scienza speciale, forma il punto di partenza del filosofare. Ora BRADLEY, il filosofo oxoniense, nel suo saggio di metafisica intitolato “Appearance and Reality” – Appearance and reality: a metaphysical essay. London, Swan Sonneschein. Tale opera di Bradley è accolta con molto favore nel mondo filosofico inglese. Mackenzie non si perita di affermare nella Rivista Mind che il saggio di metafisica di Bradley è una delle migliori opere filosofiche. Bradley del resto è autore di parecchie altre opere pregevolissime, quali i “Principles of Logic” (London), “Ethical Studies” e svariatissimi articoli per la più parte d’argomento psicologico pubblicati nella “Mind.” -- muove appunto dal quesito: La realtà quale ci viene presentata dalle scienze singole è consistente, ovvero è contradittoria e quindi non realtà vera, ma apparenza? Le scienze per costruire un mondo intelligibile sono ricorse a vari espe-. dienti o mezzi; che valore hanno questi? Sottoposti alla critica, esaminati alla luce del principio di contradizione appaiono consistenti? Ognuno vede che per risolvere tale problema occorre anzitutto passare a rassegna i materiali che compongono l’edifizio della scienza per potere di poi ricercare fino a che punto ciascuno di essi sia coerente con sè stesso e coi rimanenti. Si fa presto ad enumerare gli organi che renduno possibile alla scienza la costruzione della mechanica rerum; essi sono: divisione delle qualità sensoriali in primarie e secondarie, i concetti dì sostrato o sostantivo, di qualità, di relazione, di spazio, tempo, movimento, cangiamento, causalità, forza, attività. Tutto il mondo per la scienza è composto di cose , di qualità , di relazioni e, se si vuole, anche di forze . Le qualità possono essere divise poi in primarie (estensione, resistenza) e secondarie (colori, suoni ecc.). Dalle varie combinazioni di qualità e di relazioni di differente ordine risultano lo spazio, il tempo, il movimento, il cangiamento, la causazione. Possiamo dire che i concetti propriamente primitivi sì riducono a quelli di sostanza, di qualità, di relazione e di azione, mentrechè tutti gli altri concetti di cui si fa largo uso nella scienza, non sono che derivazioni e combinazioni diverse di quelli primitivi. Si domanda adunque: La Realtà è effettivamente costituita di sostanze, di qualità, di relazioni? Il Bradley risponde subito di no, perchè tutti questi elementi, implicando contradizioni, sono apparenza e non realtà. La sostanza , la cosa non è che l'insieme, l’unità di tutte le qualità che caratterizzano, 0 como altrimenti si dice, ineriscono ad essa: ma che cosa è mai questo rapporto d'inerenza? Da una parte la cosa non s'identifica con nessuna delle qualità per sè prese (così lo zucchero non è identico alla qualità del bianco, o a quella del dolce per sè presa), e dall'altra parte se si dice che la cosa rappresenta l’uni ficazione, l'aggruppamento delle varie qualità non s'intende in che cosa possa consistere questa unificazione od ordinamento che sia. Chi tiene unite le qualità? Perchè, come, dove queste si uniscono insieme? Qui sì tira in ballo il concetto di relazione e si dice che la sostanza, la cosa, è data da particolari rapporti esistenti tra le varie qualità, ma ciò non serve affatto a chiarire la questione, perchè che cosa mai vuol dire che una cosa è uguale al rapporto di una qualità: con un’altra qualità? Così se si dice lo zucchero è eguale ad un dato rapporto del bianco col dolce non si dice nulla di serio e di significante, non si sa che cosa voglia dire una qualità in rapporto con un'altra: la prima qualità non è identica alla seconda, e non è nemmeno identica alla relazione con la seconda . Come si vede, al problema concernente la sostanza, la cosa, sì connette intimamente quello riguardante la natura della qualità e della relazione, problema che esaminato a fondo, dice il Bradley, dà luogo ad un cumulo di contradizioni. Ed invero qualità e relazione anzitutto si presuppongono a vicenda in quanto con ogni qualità si connette intimamente un processo di distinzione, di differenziazione e quindi un rapporto (ogni qualità in tanto esiste in quanto emerge, distaccandosene, da un dato fondo), processo e rapporto che sono parti essenziali della qualità come tale e non qualcosa di sopraggiunto: chi dice qualità dice molteplicità e chi dice molteplicità dice con ciò stesso rapporto; e in quanto ogni rapportu d'altra parte implica la esistenza di termini e quindi di qualità tra cui esso intercede ; poi non c'è verso di poter intendere come qualità e relazione agiscano o si comportino reciprocamente. Noi, ricordiamolo bene, siamo a questo: la relazione è nulla senza la qualità e viceversa la qualità è nulla senza la relazione: da un canto sembra che la qualità consti di relazioni, e dall'altro che queste non siano che forme di qualità. Si direbbe che in ciascuna qualità siano da distinguere due elementi, uno che rende possibile una qualsiasi relazione e l’altro che risulta dalla relazione stessa, elementi che appartenendo ad una stessa cosa (qualità), bisogna che siano in relazione tra loro per modo che a’ proposito di ciascuno di essi si renda necessario il medesimo processo di distinzione dell'elemento che rende possibile la relazione da quello che ne risulta. Il che, come è chiaro, I mena ad un processo ad infinitum. Il fatto è che il Bradley non vede come la relazione salti fuori dalla qualità, nè come la qualità possa saltar fuori dalla relazione lasciata così sospesa per aria. Da una parte la relazione pare che non si distingua dalla qualità, e dall’altra la presuppone: e viceversa da una parte la qualità pare che s'identifichi con la relazione, e dall'altra ne derivi. | Come mai si può affermare adunque che la realtà è fatta di sostanze, di qualità e di relazioni, se tali tre elementi implicano contradizioni e sono affatto incomprensibili? Presi separatamente o in unione essi appaiono sempre impenetrabili all’intelligenza. La relazione non può essere considerata un addiettivo, una proprietà della qualità, giacchè viceversa questa appare qualcosa di inerente alla relazione. Oltrechè il rapporto di inerenza è quanto di più oscuro si possa immaginare, la relazione e la qualità non possono essere sostantivi ed addiettivi nello stesso tempo. Se non s'intende come le qualità possano unirsi per dare la cosa , non s'intende del pari come i rapporti siano proprietà, siano come a dire inerenti alle qualità. Si ode dire che la tale cosa ha la proprietà di essere in rapporto con la tale altra cosa, ma una tale espressione implica una quantità di controsensi. Che cosa è il rapporto per sè preso? Non sì può identificare con la cosa e d’altra parte per sè è nulla. Il nodo della questione è tutto qui: la relazione non essendo una cosa nè una qualità, non sì arriva a comprendere che cosa mai possa essere, giacchè essa infatti nell’ uso ordinario e scientifico è adoperata ora come sostantivo a cui ineriscono le qualità vere o proprie ed ora come addiettivo, come un derivato delle qualità stesse. Se non c'è modo di intendere l’unità delle qualità e degli attributi costituenti la cosa non c’è modo neanche d'intendere l’unione delle relazioni con le qualità. Da un canto il rapporto deve essere qualcosa per sè, qualcosa di distinto dalla qualità e dall’altra fuori la qualità esso appare nulla. Una volta dichiarati iniutelligibili perchè contradittori i concetti di sostanza, di qualità, di relazione, non potevano non apparire del pari incomprensibili lo spazio, il tempo, il movimento, l’attività, il cangiamento, la causazione, ecc. Tutti questi concetti invero non risultano che di qualità e di relazioni variamente combinate tra loro. In ciascuno di questi casi riappare l'impossibilità di considerare la relazione come qualcosa di esistente per sè in quanto essa presuppone delle qualità e insieme l’impossibilità di considerare le qualità come cause produttrici delle relazioni, perché le qualità si risolvono alla loro volta in relazioni. Da un canto le qualità sembrano constare di relazioni e queste di quelle e dall'altro non s'intende come in ogni caso le une possano emergere dalle altre. Ognuno vede quale sia la conclusione a cui perviene la critica del Bradley : i concetti fondamentali delle scienze particolari non sono che mere apparenze. Ora è giusta una tale affermazione, in base, s'intende, all'analisi da lui fatta delle qualità e relazioni in genere e poi del mutamento dello spazio, del tempo, della causazione, del cangiamento, ecc. ? In sostanza Bradley ragiona così: Poichè la sostanza o la cosa da una parte non può essere identica a ciascuna o anche a tutte le qualità per sè prese e dall'altra non può essere considerata come il sito d’unificazione, come l’ unità di tutti gli attributi, poichè in altre parole è incomprensibile il rapporto d'inerenza o il nesso del sostantivo con l'aggettivo bisogna dire che questi ultimi concetti non costituiscono la realtà. Poichè è inconcepibile la natura della qualità e della relazione come della loro unione, bisogna affermare che anche siffatti concetti non sono che apparenze, errori di prospettiva mentale, i quali vengono ad essere eliminati in un’ esperienza più elevata. Il filosofo inglese, come si vede, prende i concetti di sostanza, di qualità e di relazione come se fossero qualcosa di esistente per sè, come se fossero degli elementi indipendenti, delle vere e proprie entità: ora ciò è un errore. Non è lecito considerare la sostanza, la qualità e la relazione separatamente dal fattore della coscienza in generale (Bewusstsein iiberhaupt, direbbe Kant) che ne è il vero sostegno e fondamento. La sostanza, la qualità e la relazione in tanto appaiono concetti contradittori in quanto sono stati distaccati dalla loro matrice, da ciò per cui sono e a cui devono per conseguenza esser riferiti, la coscienza, il soggetto in genere. Considerati come obbietti non reggono alla critica sicuramente, ma considerati come fatti esistenti per un soggetto in generale e non per questo o quel soggetto particolare divengono comprensibilissimi. Ed invero l’ unificazione delle qualità costituenti la cosa non è un atto compiuto in un sito al di fuori del soggetto, ma ha la sua radice nell'unità della coscienza. Non esistono delle qualità per sè prese che poi in un bel momento si uniscano tra loro per formare la cosa , ma esistono degli elementi astratti (che dal punto di vista obbiettivo sono funzioni), i quali si concretizzano, completandosi a vicenda, per opera della soggettività in genere. La cosa, la sostanza insomma è ciò che è per la coscienza in genere. La cosa la sostanza adunque è una funzione del soggetto. Ricordiamo che una funzione è sempre una ancorchè gli atti di cui essa si compone siano molteplici. La cosa o la sostanza non è la semplice unità delle sue qualità, ma è questa unità più il soggetto : nè è a dire che la sostanza sia identica ad una sola qualità (come parrebbe quando si dice, ad esempio, che lo zucchero è dolce o al rapporto esistente tra le varie qualità : queste in tanto appaiono costitutive della cosa, in tanto possono essere attribuite separatamente o complessivamente alla cosa stessa in quanto sono presenti ad una coscienza. Il rapporto d'inerenza in tal guisa cessa di essere qualcosa d’impenetrabile e di misterioso, riducendosi ad una funzione della coscienza o della soggettività in genere per cui le varie modificazioni vengono ad essere riguardate come elementi di un unico processo. Parimenti la qualità e la relazione, come la sostanza, non sono delle entità, ma vivono, agiscono e si muovono nella e per la coscienza in generale: tolta la quale, non s'intende sicuramente nè la qualità, nè la relazione, nè la loro unione. La qualità non esiste che come determinazione, differenziazione della coscienza o soggettività in genere, e questa stessa mentre è attiva dà luogo a relazioni di vario ordine. Qualità e relazione adunque non sono due fatti distaccati, o meglio, l'uno di essi non è qualcosa di aggiunto all’altro: la relazione presa per sè, come la qualità presa per sè non esistono, ma vengono per così dire, generate ad uno stesso tempo dalla coscienza, la quale nell'atto che dà luogo alla qualità dà luogo anche alla relazione, per modo che qualità e relazione da una parte si appoggiano a vicenda e dall'altra hanno entrambe il loro fondamento ultimo nell'unità e attività della soggettività; tanto è vero che ciò che da un punto di vista figura come qualità, può presentarsi da un altro punto di vista come relazione e viceversa Se si fissa l’attenzione sull'atto o processo con cui la coscienza genera e costìtuisce la qualità si ha la relazione: se invece l'attenzione è fissata sulla modificazione generata nella coscienza dall'atto si ha la qualità. La relazione pertanto non è un addiettivo della qualità come questa non è un prodotto della relazione, ma sono due lati di uno stesso processo fondamentale compiuto dalla soggettività in generale. E si comprende ‘agevolmente come la relazione distaccata dalla -sua matrice che è la coscienza in generale presa quindi per sè, presupponga i termini o le qualità e viceversa queste considerate per sè traggano seco l’altro lato del processo, implichino cioè la relazione: esprimendo la qualità e la relazione due punti di vista differenti di uno stesso fatto, l'uno implica l’altro: ciascuno è vicendevolmente risultato e condizione, secondochè si muove per primo dall'atto della coscienza (relazione) con cui si produce una modificazione di essa qualità, ovvero da questa modificazione. I concetti di sostanza, di qualità e di relazione adunque in tanto implicano un cumulo di contradizioni in quanto vengono considerati separatamente dal fattore della coscienza, della soggettività in generale in cui hanno la loro radice e ragione di essere. Una qualità che non si riferisce ad un soggetto è nulla come una relazione che non esprime un’ azione di un soggetto è parimenti nulla. La scienza fa uso dei concetti di sostanza, di qualità, di relazione senza andare in traccia di ciò che siffatti concetti implicano: la filosofia per contrario trova che essi si riferiscono alla coscienza in generale con le sue note di unità, di attività e di modificabilità. La sostanza, la qualità, la relazione sono elementi costitutivi della realtà non nel senso che esistano per sè, ma nel senso che sono una produzione, anzi, meglio diremo, sono elementi costitutivi della coscienza o della soggettività in generale che è quanto di più reale possa esistere. E la sostanza, la qualità e la relazione in tanto s’implicano a vicenda in quanto come funzioni integrantisi a vicenda formano la struttura organica della coscienza. La sostanza non è identica ad un complesso di qualità o di rapporti tra qualità come la relazione non è un prodotto della qualità, come la qualità non risulta dalla relazione, e come infine la relazione non è un attributo della qualità e viceversa, ma sono tre differenti funzioni della coscienza, tre vie che la coscienza tiene nell'adempimento del suo ufficio che è quello di costruire l’esperienza intesa in senso largo. Per Bradley giudicare equivale semplicemente ad identificare stabilire un'identità formale ed astratta tra i termini del giudizio, facendo astrazione dal fattore della coscienza necessariamente supposto dall'atto giudicativo. Ora il giudizio non è la pura identità di due teriini, ma è l'identità più l’azione del soggetto che rende possibile e in cui si compie il riferimento espresso nel giudizio. Sicuramente l’un termine del giudizio non è identico sic et simpliciter all'altro, ma è identico a questo più il fattore del soggetto. Si è veduto come la difficoltà d’intenlere la natura propria delle qualità e delle relazioni derivi dal considerarle come dati invece che come funzioni della coscienza o del soggetto in genere, ond’ è che esse non figurano come attributi della realtà, ma bensì come atti della coscienza : qualità e relazioni avendo la loro ragione di essere nella e per la coscienza è chiaro che non sì tosto esse vengono distaccate da tale fonlo appaiono concetti contradittori. Del resto lu realtà presa nel suo insieme non è veramente tale che per una coscienza : tolta questa, la realtà stessa scompare. Una realtà posta al di fuori di qualsiasi forma di coscienza per noì è inconcepibile n almeno è come se non esistesse, è nulla. Ora la realtà riferita ad una coscienza è costituita di vari ordini di qualità e di relazioni, che rappresentano per così dire i materiali .con cui il soggetto fa o costituisce la realtà. Lungi dal poter essere le stesse considerate come apparenze costituiscono la realtà vera. Ciò posto, ognuno vede che le contradizioni riscontrate dal Bradley nello spazio, nel tempo, nel movimento, nel cangiamento, nell'attività, nella causazione che in fin dei conti rappresentano delle differenti combinazioni di qualità e di relazioni, scompaiono appenachè esse non vengono più considerate come dati, ma funzioni della coscienza in generale. Le contradizioni esposte dal Bradley poggiano per la più parte sulla difficoltà o impossibilità di intendere il continuo, il quale sotto differenti forme si presenta nello. spazio, nel tempo, nel movimento, nel cangiamento, nella causazione ecc. Ora il con/înuo effettivamente non è concepibile che armettendo una coscienza o soggettività che in certo qual modo sia come la forma permanente della Realtà, rispetto alla quale cioè la realtà venga costituita e uni‘ficata. Il continuo dello spazio, del tempo, del movimento, del cangiamento, è come a dire, il riflesso della continuità, della permanenza, e della identità dell'attività della coscienza, e, si badi, della continuità della coscienza in generale e non di quella individuale. A tal proposito giova ricordare che la conoscenza, la costruzione della realtà e l’esperienza in genere in tanto sono possibili in quanto la funzione o l’attività della coscienza individuale s' identifica con la funzione della coscienza in genere. Ma si può domandare: Che concetto dobbiamo e possiamo formarci di tale coscienza in generale ? 0 meglio,. che esperienza ne abbiamo noi? Siffatta coscienza in generale è quell'elemento subbiettivo che viene sottinteso in ogni esperienza e quindi in ogni realtà. L'esperienza divenga obbiettiva finchè si. vuole, si attenui fin che si A proposito del movimento rimandiamo il lettore a ciò che ne dicemmo sulle tracce del Masci nel I° volume di questi Saggi. vuole il fattore subbiettivo, non si riuscirà mai ad annullare, come già si fece notare disopra, il riferimento ad una coscienza qualsiasi: tolto il quale riferimento è annullata per ciò stesso l’esperienza e la realtà. Noi in tanto possiamo parlare di fatti obbiettivi in quanto ad una determinata coscienza individuale sostituiamo una forma differente di coscienza senza riuscire mai a far senza di una qualsiasi: così si parla dei fatti di movimento come di fatti essenzialmente obbiettivi: ora i detti fatti di movimento non sono fenomeni riferentisi ad una coscienza? L'uomo come essere pensante è cosiffatto che non può in nessuna maniera, semprechè non voglia annullare sè stesso, fare astrazione da una qualsiasi forma di coscienza. Ed è in ciò posta appunto la realtà dell’ io non già nel vario contenuto della coscienza individuale, il quale è qualcosa di mutevole e di accidentale. Il Bradley per mostrare come anche l'io sia apparenza e non realtà passò in rassegna i vari significati in cui l’ io può essere preso per dedurne che nessuno di tali significati è scevro di contradizioni; nessuno ci dà la realtà: ma egli non accenna al significato dell’ io quale condizione prima di ogni esperienza e quindi di ogni realtà : ora è appunto in tal senso che l'io è ciò che vi ha di veramente reale. Non è l'io empirico, l’io individuale per sè preso che ci dà il reale, ma è quell’elemento dell’ io individuale per cui questo identificandosi coll’io, e la coscienza in genere si presenta come elemento costitutivo e quindi come condizione di ogni realtà ed esperienza. Aggiungiamo infine che una volta che lo spazio, il tempo, il movimento, il cangiamento ecc. non vengono presentati come dati, ma come funzioni della coscienza in generale è chiaro che nelle loro parti costitutive appaiono come qualità o come relazioni a seconda che varia il punto di vista da cui vengono considerate: appaiono relazioni guardate dal punto di vista dell'atto costruttivo, mentrechè appalono qualità dal punto di vista delle modificazioni nell'atto stesso prodottesi sempre nella coscienza in generale. L'analisi del Bradley mena adunque a questo risultato, che i concetti fondamentali delle scienze particolari, involgendo contradizioni, non possono essere elementi costitutivi della realtà, ond’è che essi vanno considerati quali mere apparenze. Come si vede, il criterio per distinguere la realtà dall’apparenza è il principio di contradizione. Regola generale: ciò che si contradice non è reale, o, ciò che val lo stesso, la realtà ultima non può essere contradittoria. Tale criterio è assoluto e supremo, perchè tutti gli altri ne dipendono e perchè anche negandolo o dubitandone, se ne ammette tacitamente la validità. Il principio di contradizione però non va considerato come un criterio puramente formale in quanto chi pone l’ inconsistenza tra gl’ indizii della non realtà viene ad affermare la consistenza quale segno del reale : se ciò che Stimiamo opportuno riprodu-re, italianizzandole, le parole inglesi consistency e inconsistency per donotare l’ identità e la contradizione, in quanto esse esprimono bene i concetti della presenza 0 della mancanza dell’appoggio reciproco delle varie parti di un tutto, si rivela inconsistente e contraditturio non è reale, la Realtà dev'essere per forza consistente. Ma, si può qui domandare, se i concetti fondamentali di cui si fa uso nell’esperienza racchiudono contradizioni e se ciò che è contradittorio non è reale, tuttociò che ci circonda e noi stessi siamo come a dire al di fuori di ogni realtà, siamo non enti? No, risponde il Bradley, noì e tutto il resto siamo, e come tali siamo apparenze, vale a dire che abbiamo un certo grado di realtà. Il carattere fondamentale del reale è dato da ciò, che esso possiede ogni specie di apparenza, ma in forma armonica. Sicchè la Realtà è una nel senso che esclude qualsiasi contradizione e comprende tutte le svariate apparenze fino a tanto che non si contradicono. Per conseguenza il Reale non può essere che individuale e tale da abbracciare tutte le differenze in un’ armonia secondo che questo è o no reale. La consistency significa in modo chiaro il fatto che ciascun elemento esige la presenza degli altri per modo che è reale quel termine che si connette, che è in relazione con tutto il resto. Qui si può porre la questione: Ma i principii d'identità e di contradizione per sè considerati implicano la connessione reciproca delle varie parti di un tutto? Dal fatto che due termini non sono in contradizione è possibile dedurre che sono in relazione reciproca e che sì appoggiano a vicenda? L'assenza di contradizione può essere indizio di una connessione, di una relazione, ma perchè questa sia ammessa effettivamente, si richiede qualcos’ altro ; sì richiede una determinazicne positiva, la quale non ci può essere fornita che dalla esperienza. Ritorneremo su questo punto quando parleremo del rapporto esistente tra realtà e possibilità, tra l’esistenza e l’intelligibilità. Quì vogliamo solo notare che non va confusa la funzione dei principii supremi della ragione (identità ecc.) quali criteri per giudicare della realta e della verita col loro ufficio quali postulati, esigenze, norme della conoscenza. comprensiva d'ordine superiore. È a questo Uno-Tutto, a questo Sistema, a questa Unità che supera le differenze, che vien dato il nome di Assoluto. Prima di determinare la natura e i caratteri positivi e le manifestazioni dell’Assoluto è bene soffermarci un momento per indagare da quali ragioni sia stato indotto il Bradley ad ammetterne l’esistenza : ricerca della più alta importanza codesta in quanto per tale via noi penetreremo nel cuore della filosofia del nostro autore. Tuttociò che in qualche maniera racchiude contradizione non è reale, è apparenza che può divenire reale solo allontanando da sè l'elemento contradittorio, vale a dire cessando di essere determinatu in un dato modo e trasformandosi in qualcos'altro : onde consegue che la realtà dev'essere caratterizzata dall'assenza di contradizioni, dalla consistenza con sè stessa, il che può avvenire solo nel caso che essa sia unità individua e sistematica. Tuttociò però non implica che la Realtà effettivamente esista, ma soltanto che, se esiste, non può esistere che in tale maniera, sotto questa condizione, che sia una e consistente: condizione che determina la possibilità, non l'attualità. Ciò che è possibile è forse reale? Una possibilità asserita, risponde, ha sempre un significato e finchè non sia contradetta o non appaia contradittoria, qualifica il Reale, presentandosi sempre accompagnata con qualche idea attuale: quando voi non avete che un'idea e di essa non potete razionalmente dubitare, siete nell’obbligo di affermarla, giacchè, è bene tenerlo a mente, qualsiasi cosa serve a qualificare il Reale e finchè una idea non appare inconsistente seco stessa isolatamente considerata, o presa colle altre cose, è da riguardare vera e reale. A ciò sì aggiunga che la possibilità è sempre relativa e implica sempre un inizio di attualità, giacchè la possibilità assoluta o incondizionale equivale all’inconcepibilità o impossibilità. Essa è data appunto da ciò che contradice alla conoscenza positiva piuttosto che da ciò che appare insufficientemente connesso con la Realtà. Come si vede, occorre determinare bene il rapporto esistente tra pensiero e realtà, e insieme fissar bene il concetto che bisogna formarsi della realtà e verità in genere. Ora al Bradley sembra assolutamente inconcepibile un pensiero, per così dire, sospeso in aria, che non sia connesso con una qualsiasi forma del Reale, con uno de suoi aspetti o con una delle sue sfere. Per quanto ciò possa sembrare un paradosso, è inammissibile che la realtà sia circoscritta a ciò che esiste nello spazio e nel tempo: questa non è che una delle tante forme, delle tante manifestazioni od apparenze della realtà; tanto è vero che ciò che è reale da un dato punto di vista, non lo è da un punto di vista differente. Vi sono tanti mondi, tante realtà quante possono essere le prospettive da cui può essere guardato il tutto, 0 meglio, ciascuno dei suoi frammenti. Così vi è il mondo dell’arte, come vi è il mondo della religione, della moralità e via di seguito, e tutti questi mondi sono differenti tra loro per modo che ciò che è vero e reale in uno di essi non lo è del pari in un altro ed ogni idea appartenente a questi singoli mondi qualifica in qualche modo il Reale preso nel suo insieme. Il fatto immaginario qualifica la Realtà alla propria maniera. Ciascun elemento occupa un posto nel sistema totale. L'importante è determinare il vero posto che gli compete, L'oggetto del nostro desiderio certo non esiste attualmente, ma è sempre però riferito alla realtà ed è anzi tale riferimento che rende l’impedimento al soddisfacimento del desiderio incresciosissimo: ciò che io desidero non esiste per me attualmente, ma io sento vagamente che è in qualche parte, in una regione, per dir così, lontana, per il che il suo non attuarsi in un dato momento produge una tensione oltremodo spiacevole. Va notato però che se quilsiasi idea può essere riferita alla realtà, d'altra parte perchè ciò avvenga, è necessario che la stessa idea sia più o meno alterata (1), della necessità, del grado delle quali operazioni noi siamo d’ ordinario completamente all’ oscuro. In conseguenza di ciò il Bradley fu tratto a discutere della validità della celebre prova ontologica. Se s’identifica la realtà coll’esistenza spaziale e temporale è evidente che dal fatto che una cosa si presenta, per così dire, solo nella nostra testa non consegue che essa esista realmente; ma lo stesso non si può dire quando si ammette che qualsiasi idea qualifica in qualche modo la realtà; in questo EVERY IDEA CAN BE MADE THE TRUE ADJECTIVE OF REALITY, BUT ON THE OTHER HAND, AS WE HAVE SEEN, EVERY IDEA MUST BE ALTERED. MORE OR LESS THEY ALL REQUIRE A SUPPLEMENTATION AND RE-ARRANGEMENT. BUT OF THIS NECESSITY AND OF THE AMOUNT OF IT WE MAY BE TOTALLY UNAWARE. WE COMMONLY USE IDEAS WITH NO CLEAR NOTION AS TO HOW FAR THEY ARE CONDITIONAL, AND ARE INCAPABLE OF BEING PREDICATED DOWN RIGHT OF REALITY. TO THE SUPPOSITION IMPLIED IN OUR STATEMENTS WE USUALLY ARE BLIND, OR THE PRECISE EXTENT OF THEM IS, AT ALL EVENTS, NOT DISTINCTLY REALISED. TO THINK IS ALWAYS IN EFFECT TO JUDGE, AND ALL JUDGEMENTS WE HAVE FOUND TO BE MORE OR LESS TRUE, AND IN DIFFERENT DEGREES TO DEPART FROM, AND TO REALISE, THE STANDARD HARMONIOUSNESS SELF-CONSISTENTY, INCLUSIVENESS AND HARMONY. caso anche ciò che si presenta soltanto nella mia testa deve avere qualche punto di contatto col Reale. Giova ricordare a tal proposito che una pura idea separata da tutto il mondo reale è un’ astrazione, anzi vi ha dippiù: un'idea non riferita in qualche modo alla Realtà è una contradizione. Si tratta di vedere adunque in che maniera l’idea dell’assoluto possa esser riferita alla realtà. Perchè un’idea qualsiasi figuri come qualificazione della realtà occorre che essa sia armonica, completa, organicamente connessa col sistema totale, per il che deve essere priva di qualsiasi elemento contradittorio. Ora l’idea dell’assoluto che è l’idea dell’unità, della totalità, della coerenza del sistema, da una parte è inerente alla natura propria del pensiero, tanto che si può dire che ne costituisca l’essenza e dall’ altra è contradittoria solo nel caso che essa si consideri come non avente niente a che fare con la realtà ; invero aver l’idea dell’ unità, del sistema assoluto e non riferirla alla Realtà quando si è detto che il grado di realtà si misura dal grado di armonia, di comprensività ecc. è assolutamente contradittorio. Se chi dice pensiero dice sistematizzazione, e se d'altro canto il pensiero quale elemento integrante la realtà, è tanto più vero e reale quanto più è sistematico, armonico, completo, non si può non affermare che il pensiero o l’idea del sistema totale (Assoluto) è il più reale di tutti. In questo caso l’idea è cosiffatta che essa è spinta, per così dire, a completarsi nella esistenza : in caso contrario si rivela contradittoria. L'idea dell’ assoluto, dell’ unità ecc. non è un prodotto accidentale, arbitrario dello spirito subbiettivo, ma è qual. cosa di essenziale allo spirito come spirito, per il che sempre che non si voglia annullare il pensiero (e quindi in ultima analisi la realtà stessa), non si può non renderla consistente. In sostanza negare l’esistenza all'idea dello assoluto equivale a dire che il criterio per giudicare del grafo di verità e realtà che è quello appunto dell'armonia e della coerenza non è reale; o, in altre parole, negare la realtà dell’ assoluto equivale a dire che il pensiero non è reale, che esso brancola nel vuoto addirittura, non riferendosi e non completandosi nella realtà. Pensiero e realtà essendo parti di un tutto, si completano a vicenda per modo che partendo da un lata si è costretti a muoversi per forza verso il lato complementare, Da tal punta di vista la prova ontologica va considerata come l'inverso di quella cosmologica. Una volta che il Reale è per natura qualificato dal pensiero esso deve per qualche via possedere ciò che implica l'essenza propria del pensiero. Il principio della prova ontologica allora si rivela erroneo quando si crede di poter con esso dimostrare che a qualsiasi idea formantesi nello spirito individuale debba corrispondere senz’ altro un contenuto reale obbiettivo; nulla di più falso e inesatto; qualsiasi idea caratterizza la realtà a patto che essa venga profondamente mo lificata cou particolari processi (addition, qualification, rearrangement, supplementation ecc.). L'idea dell’Assoluto che isolatamente considerata è inconsistente, è tratta a completarsi per mezzo dell’ esistenza L'esistenza non è la realtà, conchiude il Bradley, comunque la realtà deve esistere ; l’esistenza è una delle forme di apparenza del reale. Raccogliendo le fila, noi possiamo dire che per il Bradley l'Assoluto in tanto è ammissibile in quanto è riconosciuto come possibile (giacchè la possibilità implica inizio di attualità) e insieme come pensabile. Ciò che è conforme alla natura propria del pensiero (armonia, comprensività) è sempre in qualche modo reale. Sicchè il criterio della realtà è in ultima analisi posto nel pensiero. Nulla è assolutamente erroneo o falso, ma si distinguono numerosi gradi di realtà e verità in rapporto alla maggiore o minore armonia e comprensività del contenuto ubbiettivo. Come si vede, la questione ora si riduce alla ricerca del rapporto esistente tra pensiero e realtà. Ogni pensiero, anzi ogni fatto psichico (imaginazione, desiderio ecc.) caratterizza in qualche modo la realtà vera e propria? Stando al Bradley stesso, il pensiero ha la sua radice nella disgiunzione del what o contenuto intel ligibile (predicato) dal that o esistenza, reale immediatezza sensoriale (soggetto), epperò nasce da un disperdimento dell’unità reale concreta, per raggiungere la quale il pensiero deve annullare sè stesso; dal che consegue che ogni predicato o contenu‘o intelligibile, ogni idealità, ogni what implica sempre una realtà, un that da cui è stato distaccato; e l'errore, la falsità sta solo in questo, nel congiungere un what ed un that che non si corrispondono. Nel Tutto, nell'Assoluto ogni what trovando il suo that cessa ogni possibilità di errare e tutto appare giustificato perfettamente. Non vi è caso duuque che un pensiero per quanto strano si riveli considerato da un dato punto di vista o in rapporto ad una data regione del Reale, non abbia un punto di contatto colla realtà una volta che, dopo opportune modificazioni e trasformazioni, è introdotto nel regno dell’ Assoluto. Solo ciò che è contradittorio è falso, tutto il resto è in qualche modo e in qualche grado reale. I cardini della concezione bradleyana in ordine alla natura della realtà sono: 1° qualsiasi idea qualifica il reale; 2° l’idea dell’assoluto quale sistema armonico, quale indivi dualità è cosiffatta che deve completarsi nell'esistenza. Ora tali affermazioni sono state rese inoppugnabili dall'autore? Qualsiasi idea e quindi qualsiasi giudizio noi facciamo, nota l’autore, deve avere un punto di riferimento nella realtà: e ciò perchè un pensiero che non serva a caratterizzare in qualche modo il reale è una contradizione; il pensiero in tanto è pensiero in quanto si rapporta alla realtà: dal che però non bisogna trarre la conseguenza che ogni singola idea si riferisca ad un corrispondente obbietto; l'idea bisogna che sia prima sottoposta a processi d'ordine speciale atti a trasformarla in modo da essere essa armonica col sistema totale. Si può dire pertanto che ogni idea contenga una parte di verità e di realtà, parte di verità e di realtà che sarà tanto maggiore quanto minore sarà la trasformazione a cui dovrà essere sottoposta | perchè armonizzi coll’insieme. Sorge spontanea pertanto qui la domanda: Quali sono e in che propriamente consistono ì processi atti a dare un contenuto obbiettivo a qualsiasi pensiero? Bradley si contenta di enumerarli, denominandoli; sono processi di rearrangement, di addition, di supplementation ecc.: il che certamente non equivale a risolvere la questione concernente l’obbiettività del pensiero. Ammesso che l’obbiettività non si possa ridurre all'esperienza ordinaria e immediata sorge la necessità di determinare entro quali limiti e fino a che punto possa essere ascritta l’obbiettività ad un qualsiasi contenuto psichico o ideale e tale necessità non è davvero tolta via dalla formola del Bradley. Kant In tal guisa si idealizza l’esperienza in modo da congiungere in una sola realtà il presente e il passato e da assegnare, per così esprimerci, alla detta esperienza un posto nell'ordine temporale fisso. Una volta che l’anima non è oggetto di esperienza, nè un dato (essendo costruita e consistendo nella trascendenza di ciò che è attuale e presente), ed una volta che il suo contenuto non è uno col suo essere, è evidente che non può venire considerata come qualcosa di reale, ma come una specie di astrazione e quindi come una forma dì apparenza. In altri termini la posizione del Bradley rispetto all'anima è la seguente. Egli muove dal principio che la Realtà vera e quindi l'Assoluto è controdistinto da questo che in esso e solo in esso l'ideale coincide coll’esistente, l’intelligibile col dato. Il mondo invece si presenta come il risultato della formazione di centri finiti di sentimento, per mezzo dei quali è resa possibile la scissione e la contrapposizione dell’ elemento intelligibile alla corrispondente esistenza, nel che propriamente consiste ogni apparenza. Idea e fatto non possono formare una cosa sola finchè non scompare ogni finitezza ; chi dice finitezza infatti, dice dipendenza e chi dice dipendenza dice possibilità che una data coscienza venga turbata da qualcosa d'estraneo, vale a dire possibilità che ad una esistenza si congiunga un contenuto diverso da essa. Finchè si rimane quindi nel dominio del relativo e del finito il processo di idealizzazione non può che crescere e svolgersi. Esso però si completa con delle costruzioni, le quali lungi dall’essere qual cosa di reale, figurano come le maniere di disporre o di aggruppare i fatti psichici o gli elementi ideali in cui propriamente consiste la vita psichica. Non esiste adunque l'anima o lo spirito, ma bensì fatti, anzi, meglio, fenomeni psichici i quali hanno la loro radice nel processo di idealizzazione, di distacco dell’idea dal fatto, al che si riduce tutto l'accadere nel tempo. I detti fatti psichici non sono la realtà, ma la sua apparenza. Agli occhi del Bradley non è a parlare di una vita dell'anima, e ciò che ordinariamente si battezza per tale è la legge di distinzione e di aggruppamento, sotto il cui dominio stanno gli elementi ideali. La vita del tutto si svolge attraverso le apparenze, vale a dire attraverso la disgiunzione dell'idea dal fatto operata da quei centri finiti di esperienza psichica, i quali appunto in forza della loro finitezza sono spinti a trascendere la loro esistenza attuale, appropriandosi un contenuto estraneo. Ora tale operazione non può durare indefinitamente, giacchè in tal caso sarebbe sfornita di ogni valore e mancherebbe di un punto di appoggio per la serie intera: pertanto cosa succede? che lo svolgimento della serie dei contenuti intelligibili viene arrestato ad un certo punto e con essi viene costruito un qualcosa che è designato come la causa da cui proviene tutta la serie. È evidente che tale costruzione è puramente ileale, tanto è ciò vero che le proprietà di continuità ed identità ad essa assegnate non soi0 che puramente prodotti del pensiero riflesso, idee quindi e non fatti. Delle due l'una; o l’anima va considerata come un fatto ed allora deve avere un posto nella serie del tempo, deve essere un obbietto tra gli altri obbietti e poichè, sempre secondo Bradley, il tempo e le cose in esso svolgentisì non sono che apparenze, anche l’anima è un fenomeno; ovvero l’anima è posta fuori della serie temporale ed allora si rivela sfornita di qualsiasi contenuto e quindi si riduce al nulla, Per formarsi poi un concetto per quanto è possibile chiaro della detta costruzione ideale forse è bene rappresentare la cosa con un esempio: si pensi un po’ a ciò che avviene nei sogni: il punto di partenza, poniamo, è un sentimento con tono piacevole o dispiacevole preponderante (a cui fa riscontro nella questione presente il sentimento fondamentale): è intorno a questo nucleo primìtivo che la fantasia dispone una quantità di rappresentazioni che finiscono col costituire una cosa o un evento atto a dar ragione appunto del sentimento primitivo. Il processo con cui viene costruito il corpo non differisce sostanzialmente da quello che ci dà l’anima: la differenza sta tutta qui, che nel primo caso la costruzione ideale è fatta con elementi più astratti, nei quali si prescinde da qualsiasi interiorità e che sono posti l’uno fuori dell'altro. Non bisogna dimenticare che la connessione, la sintesi dei fatti psichici in tanto è possibile in quanto è riconosciuta la loro identità interiore: essi cioè possono essere collegati in modo da formare un insieme, perchè sono identici, mentre la congiunzione di ciò che è corporeo e materiale è resa possibile dall'intervento di un universale estrinseco che sono le leggi naturali, le quali però sì applicano ai casi identici e simili. Anche qui adunque interviene il principio di identità, pur avendo un valore subordinato a quello delle leggi. E di qui l'impossibilità di penetrare l'essenza della natura. Anima e corpo sono entrambi fenomeni, entrambi modì di apparire della Realtà, colla differenza che la prima presenta un grado maggiore di verità che non l’altro. Entrambi sono (ci si passi l’espressione) eiezioni del foco centrale del Reale; ma la prima è più significativa, perchè più vicina al Reale stesso. Al Bradley non poteva sfuggire l’obbiezione che si può fare al suo modo di concepire l’anima e il corpo: la prima, infatti, è considerata come il risultato di una costruzione ideale; ma questa non presuppone alla sua volta l’anima? Allo stesso modo il corpo è considerato come un prodotto della natura, ma questa viceversa non può avere consistenza senza la cooperazione del corpo. Ora il nostro filosofo risponde che siffatti circoli viziosi che si presentano ad ogni pie’ sospinto alla mente del pensatore, sono appunto la miglior prova che siamo nel dominio delle apparenze e non della realtà. Dicemmo disopra che la vita del Reale si svolge attraverso le apparenze, le quali hanno in fondo la loro radice nell'esistenza di molteplici centri finiti di esperienza psichica: ora nulla di più legittimo che domandare il come e il perchè dell'apparenza in genere. A tali quesiti il Bradley confessa di non saper rispondere. E allora si possono fare altre domande: 41° se la Realtà è un sistema individuale comprendente tutto in sè, che concetto dobbiamo - formarci del questo (this) e del mio (mine)? 2° Da che cosa siamo autorizzati a trascendere il proprio io, il proprio centro di sentimento e ammettere quindi una realtà universale in cui il mio sia contenuto? | 1° Il questo qui e il mio esprimono il carattere immediato del sentimento che sî sente e non di quello che si può studiare idealizzandolo, separandolo, cioè, dalla sua esistenza attuale, e insieme esprimono il modo di presentarsi della immediatezza in un centro finito. Ammesso che nella realtà significato ed esistenza coincidono, il questo, possedendo lo stesso carattere, va considerato come un centro di realtà immediata. Senonchè qui va notato che l'immediatezza della Realtà totale non va identificata con quella del questo, giacchè nel primo caso l'immediatezza comprende in sè ed è superiore alla mediazione, in quanto sviluppa ed unifica le distinzioni e le relazioni già formate, mentrechè nel questo l'immediatezza nasce dacchè le distinzioni non sì sono ancora prodotte. Nel sentimento fondamentale i vari elementi sono congiunti, e non connessi, onde il suo contenuto si presenta instabile e tendente essenzialmente alla scomposizione (disruption), tendente quindi per propria natura a trascendere l’esistenza attuale. Ogni singolo centro però mostra una parte impenetrabile, un fondo individuale incomunicabile e indecomponibile per cui passando dal mondo ideale a quello del senso, si prova un non so che di vivo e di fresco. Il che prova ancora una volta che la Realtà non è un puro sistema intellettuale, un organismo di idee, ma bensì una individualità concreta Non è a credere che l’opposizione delle varie individualità, dei vari this e mine sia insuperabile, giacchè niente vieta che vari sentimenti possano fondersi in una cosa sola nell’Assoluto. E se la Realtà ultima non può consistere solo in un aggregato di qualità (predicato), d'altra parte è innegabile che Essa non presenta alcun aspetto che non possa essere in qualche modo distinto dal resto e qualificato o idealizzato. 2° Accanto al carattere di immediatezza si riscontra in ogni singolo centro di sentimento la tendenza a trascendere 216 IL PROBLEMA FILOSOFICO la propria esistenza, e ciò perchè, essendo cesso finitu e trovandosi in relazione con qualcosa di esterno, possiede contenuti che non sono consistenti col dato e che pertanto si riferiscono, accennauo ad altro. È la natura interiore del this che lo spinge a sorpassare sè stesso, estendendosi verso ‘una totalità più elevata e comprensiva. Il suo carattere di esclusività poi implica il riferimento a qualcosa di estrinseco ed è una prova del necessario assorbimento nell’Assoluto. E appenachè cominciano a delinearsi delle distinzioni nel sentimento è evidente che la sua assolutezza e immediatezza scompare. La caratteristica vera delle vedute del Bradley si riscontra indubbiamente nel valove da lui attribuito al Vero, al Bello, al Buono. La Realtà suprema è l'Assoluto, il quale vive, opera e si muove nelle apparenze; queste che costituiscono l'Universo vero e proprio, hanno la loro origine nella separazione dell'idea dal fatto: separazione che si può seguire attraverso le varic sfere e province del Reale. Ed è a seconda che l'unione dell’elemento intelligibile col dato, a seconda che l'assunzione dell'apparenza al dominio della Realtà richiede una trasformazione maggiore o minore, perchè possa dar luogo ad un sistema armonico e CITAZIONE DA S. DI BRADLEY IN INGLESE: I DENY THAT THE FELT REALITY IS SHUT UP AND CONFINED WITHIN MY FEELING. FOR THE LATTER MAY, BY ADDITION, BE EXTENDED BEYOND ITS OWN PROPER LIMITS. IT MAY REMAIN POSITIVELY ITSELF AND YET BE ABSORBED IN WHAT IS LARGER. THE MINE – Harrsison, I, me, mine -- DOES NOT EXCLUDE INCLUSION IN A FULLER TOTALITY. comprensivo insieme, che si è autorizzati a parlare di un grado maggiore o minore di realtà contenuta nelle apparenze. Son questi i canoni fondamentali della concezione bradleyana: è da aspettarsi che alla stregua di essi siano valutati il Vero, il Bello e il Buono. Che cosa è la verità? La verità è pura apparenza, risponde il nostro Autor:: essa implicando la conoscenza, e questa la funzione giudicatrice, e l’ultima alla sua volta necessariamente la disgiunzione del what (predicato) dal that (soggetto), è chiaro che non può non essere apparenza: tanto è ciò vero che raggiunta (col riunire l'elemento intelligibile coll’esistenza) la vera e propria realtà, raggiunta, per così dire, la vita del Reale, è più lecito parlare di verità, ha più senso tale espressione? L'inconsistenza essenziale della verità può essere stabilita così: fin tanto che vi è differenza tra il dato e il significato o contenuto ideale, la verità non è realizzata in medo chiaro e completo: e tostochè la detta differenza scompare, la verità ha per ciò stesso cessato di esistere. Ma qui si può osservare: Si è riletto innanzi a proposito della realtà dell’Assoluto che a tale affermazione si è per intima necessità condotti dalla idea che noi abbiamo dell’Assoluto stesso, dalla conoscenza assoluta che in certo modo condiziona e rende possi. bile ogni altra forma di conoscenza e di verità finita quest'ultima sempre ipotetica e condiziona‘a rispetto a qualcosa di relativamente ignoto , ora, come è possìbile accordare insieme l'affermazione dell’esistenza della conoscenza assoluta con l’altra che la verità e. quindi la conoscenza è apparenza, perchè essenzialmente inconsistente e contradittoria? Il Bradley risponde che quando si parla di conoscenza assoluta non bisogna correre col pensiero ad una forma di conoscenza in cui si abbia la perfetta e completa compenetrazione del reale, l’ identificazione della verità colla realtà, ma bensì ad una forma di conoscenza vaga, indeterminata, potenziale o virtuale intorno al Tutto, che vale come incitamento alla conoscenza particolareggiata. Nella conoscenza del Reale preso nel suo insieme permane la differenza tra il predicato (verità o conoscenza) e il soggetto (Realtà), per modo che quello figura sempre come condizionato da quel qualcosa di più, che è nel soggetto e non nel predicato, Il tipo e l'essenza in altri termini non possono giammai raggiungere ed esaurire la realtà, giacchè l'essenza realizzata è troppo per essere semplice verità o conoscenza e l'essenza non realizzata o astratta è troppo poco per essere reale. Sicchò anche l’assoluta verità in fin dei conti da un certo punto di vista può essere considerata come erronea. Va notato però qui che la verità assoluta intesa nel modo anzidetto non è intellettualmente correggibile, giacchè essa può esser corretta e svolta soltanto trascendendo l’intelletto, nessuna alterazione di questo potendoci dare la realtà ultima. Può essere modificata solo tenendo conto di tutti gli altri aspetti dell'esperienza, con che la natura propria della verità viene a scomparire. La verità finita per contrario è sempre modificabile intellettualmente, potendo sempre essere estesa, armonizzata e completata mediante l’attività del pensiero; la verità finita insomma si può presentare come condizionata da un'altra verità d'ordine superiore. Anche il Bello va considerato a senso del Bradley come apparenza, in quanto esso racchiude del pari contradizione e quindi separazione od opposizione addirittura tra l’idea e l’esistenza, tra il what e il that . Considerando il bello per sè indipendentemente dalla relazione che esso necessariamente implica con un soggetto che lo contempla” noi troviamo che esso racchiude contradizione per questo, che mentre da una parte esige la piena concordanza e l'unificazione del contenuto col dato, dall’altra parte ciò riesce impossibile, trattandosi di un oggetto finito in cui i due aspetti del criterio della realtà l’armonia e l’estensione o la comprensività sempre divergono almeno parzialmente. Invero nel bello o l’espressione è imperfetta e inadequata, ovvero il contenuto espresso è troppo ristretto, troppo meschino; in entrambi i casi vi è differenza di armonizzazione o di comprensività, vi è discrepanza interiore e quindi un grado minore di realtà. Il contenuto del bello che già in quanto determinato da ciò che è al di fuori, non ha la sua ragione di essere in sè da un canto tende a trascendere la sua estrinsicazione attuale e dall’altro in questa stessa nel maggior numero dei casi non può non rivelarsi di molto inferiore alla Realtà. Ma il bello non può essere considerato indipendentemente dal soggetto che lo contempla, onde si può dire che è determinato da una qualità subbiettiva e quindi estrinseca ad esso. Dovendo essere rappresentata e dovendo insieme produrre un sentimento nel subbietto, la bellezza viene al essere caratterizzata internamente da ciò che è posto al di fuori. Ciò posto, come non parlare di apparenza quando la vita del bello implica una relazione estrinseca ? Vero è che la relazione può sparire col parziale o totale assorbimento dell’io senziente e percipiente, ma per codesta via la bellezza come tale viene a svanire. Passiamo al Buono È anche questo un'apparenza? Il Bradley non esita a rispondere di sì; anch'esso, infatti, come la verità, implica disgiunzione e quindi sforzo per unificare l’esistenza con l’idea ; con questa differenza che nella verità noi partiamo dall’esistenza per completarla idealmente, rendendola intelligibite, mentrechè nel buono noi cominciamo dall'avere un'idea di ciò che è bene e dipoi ci sforziamo di attuarla o di trovarle attuata nell'esistenza. Pertanto il buono come il vero implicano separazione del what dal that e un processo nel tempo. Le contradizioni presentate dal buono in genere e dalla moralità in ispecie sono numerose. Tra le altre meritano di essere ricordate le seguenti: 1° l'essenza del buono è riposta nella disgiunzione dell'idea dal fatto, disgiunzione che nel corso del tempo non scompare che per riapparire di nuovo; ed anzi giova notare che scomparendo essa definitivamente, non si avrebbe più il buono nel vero senso della parola. 2° Da una parte il buono appare atto a qualificare ciò che non è sè stesso, in quanto la bellezza, la verità, il piacere, le sensazioni possono tutte essere considerate come cose buone, ma dall'altra parte il buono non è tale da esaurire la natura della totalità delle cose, ciascuna delle. quali contiene qualcosa di proprio ; onde consegue che il buono non è nel Tutto e che il Tutto come tale non è buono. 3° Inteso il buono come la realizzazione della perfezione, e riposta quest’ultima nell’attuazione dell'armonia e insieme della comprensività di un sistema, sì presenta la questione se tra perfezionamento dell’individuo o affermazione dell'io e perfezionamento della Collettività o sacrificio dell'individuo che rappresenta solo una parte del Tutto non vi sia mai contradizione, nel qual caso è necessario determinare se il buono sia riposto nell’affermazione dell'individuo o nel suo sacrificio. 4° Tanto i fini puramente egoistici quanto quelli altruistici suno inconseguibili ; giacchè l'individuo per sè non può divenire centro di un sistema armonico e l’attuazione dell'ideale sociale non può avvenire in modo completo fin tanto che persiste l'affermazione del proprio io; e nel caso che l'individuo venga assorbito nel Tutto, non è lecito più parlare di Buono. | La moralità stessa considerata come l’identificazione del volere individuale coll’idea formatasi dall’individuo della propria pertezione implica contradizione; il volere individuale infatti è sempre determinato da qualcosa di estrinseco, è spesso relativo a contingenze naturali e dipendenti da fatti che non sono sotto il dominio dell'attività conoscitiva individuale; dal che cousegue che la moralità stessa è spinta a trascendere sè stessa in qualcos'altro che non è più moralità; questo qualcos'altro è la religione, per la quale tutto è espressione di una volontà suprema e per la quale quindi tutte le cose sono buone. Se non che dal punto di vista religioso l’io finito deve perfezionarsi, deve cioè conformare il volere individuale al Bene supremo; in caso contrario il male permane ed è qui riposta la contradizione della religione, ord’essa si rivela anche apparenza e non realtà. Il punto centrale della religione infatti, è la fede non meramente teoretica, ma pratica; per il che essa da una parte implica il credere puro e semplice e dall'altra l’operare come se non si credesse. La sua massima è: Esser certi della vittoria finale del Bene e nondimeno operare come se tale certezza non esistesse. Tale discrepanza interiore pervade tutto il campo della religione. Giacchè la religione è anche apparenza si può sperare salvezza nella Filosofia ? Se la religione fosse nient’ altro che una forma di conoscenza, la risposta non potrebbe ese sere che affermativa e per quel tanto che la religione contiene di conoscenza essa passa e in certo modo si'completa, consumandosi, nella filosofia, ma l'essenza delta religione non è riposta nella conoscenza come d’altra parte non è riposta nel puro sentimento, ma piuttosto nel tentativo di esprimere la realtà del Bene per mezzo deile varie forme del nostro essere. Da tal punto di vista I religione è qualcosa di diverso e di più elevato della filosofia. Del resto la filosofia avendo per obbietto le verità ultime, e la verità in qualsiasi forma essendo apparenza, essa non può non essere risguardata anche come apparenza, La sua debolezza è posta in ciò, che essendo un prodotto dell’attività intellettuale, non può non presentarsi quale manifestazione unilaterale e quindi inconsistente dell’Assoluto. La Realtà deve necessariamente soddisfare tutto il nostro essere; le nostre esigenze fondamentali in ordine alla conoscenza ed alla vita, in ordine al bello ed al buono devono in essa trovare il loro completo appagamento. Il che non può accadere che per via di una esperienza immediata e concreta nella quale tutti gli elementi dell'universo, sensazione, tono emozionale, pensiero e volere siano fusi in un sentimento comprensivo. E qui va notato che per gli esseri finiti è certamente impossibile sperimentare l'Assoluto : in altri termini è impossibile costruire la vita dell'’Assoluto nei suoi particolari, avere un'esperienza specifica della sua costituzione: ciò non esclude però che si possa avere una certa idea astratta e incompleta della sua natura. E le sorgenti di tale conoscenza sono: 1° Il sentimento in cui noi sperimentiamo un tutto complessivo che da una parte accenna a differenziamenti, mentrechè dall’altra non presenta relazioni e qualità nettamente distinte. É questa esperienza primitiva che per quanto imperfetta, è sempre valida a suggerirci l'idea generale di un'esperienza. totale e complessiva in cui pensiero, volere e sentimento siano fusi insieme da formare una cosa sola. 2. Le differenziazioni e le relazioni di qualunque specie siano, una volta sorte nella coscienza, mostrano la loro tendenza accentuata ad essere assorbite nell’Unità, nel Sistema. 3. Le idee del buoro, del bello ecc., menano per vie differenti al medesimo risultato, in quanto più o meno chiaramente implicano l’esperienza di un Tutto che trascenda le relazioni e le differenziazìioni. Con questi mezzi noi possiamo formarci l’idea cenerale di una intuizione assoluta în cui, eliminate le distinzioni fenomenali, il tutto si presenta in molo immediato e cenerale. In conclusione, Ja conoscenza reale e positiva dell’Assoluto è fondata tutta sull'esperienza psichica, una volta che questa venga estesa, armonizzata e completata. CITAZIONE DA SARLO IN INGLESE: “MY WAY OF CONTACT WITH REALITY IS THROUGH A LIMITED APERTURE, FOR I CANNOT GET AT IT DIRECTLY EXCEPT THROUGH THE FELT THIS, AND OUR IMMEDIATE INTERCHANGE AND TRANFLUENCE TAKES PLACE THROUGH ONE SMALL OPENING. EVERYTHING BEYOND, THOUGH NOT LESS REAL, IS AN EXPANSION OF THE COMMON ESSENCE WHICH WE FEEL BURNINGLY IN THIS ONE FOCUS. AND SO, IN THE END, TO KNOW THE UNIVERSE, WE MUST FALL BACK UPON OUR PERSONA EXPERIENCE AND SENSATION. – GRICE, -- BRADLEY, citato da Grice – Studies in the way of words --. Tali sono le ilee fondamentali emesse dal Bradley circa la Realtà e l'Assoluto, idee che sono ben lontane dal formare un vero sistema. Nel sottoporle ad un rapido esame critico nvi non scenderemo ad. analisi minuto e partico-, lareggiate, ma mireremo a determinare il valore e il significato dei punti salienti della dottrina, volgendo uno sguardo sintetico all'insieme, Cominciamo dal fissare quale è il punto di vista e quale il procedimento del filosofare del Bradley. Il filosofo inglese non ha preso le mosse nè dall'esperienza volgare, nè da quella propriamente scientifica, non è partito, cioè, da alcun ordine di fatti, ma sì è, per così dire, chiuso nel suo pensiero ed alla stregua delle leggi di questo ha giudicato delle idee fondamentali, ordinariamente ammesse dagli scienziati e dai filosofi. Egli non fa che passare a rassegna e sottoporre ad esame i punti di arrivo e di fermata dei suoi predecessori e dovunque riscontra contradizione, pronuncia la sentenza : Tuttociò è apparenza, non realtà. Parrebbe che egli prima di tutto dovesse approfondire la nozione di apparenza e quella di realtà, una volta che egli pone come base del suo filosofare la distinzione appunto dell'apparenza dalla realtà. Che cosa è l'apparenza? Qual'è la sua origine? Quali i suoi presupposti ? sono questioni che non possono essere trascurate da chi voglia filosofare sul serio. Dire semplicemente : tuttociò che non ‘è consistente o non si mantiene identico con sè stesso, tuttociò che si rivela contradittorio è apparenza, è dire pressochè nulla. Che tuttociò che racchiude contradizione non sia reale, non v'è chi possa metterlo in dubbio: ma da dir ciò ad affermare che il contradittorio implichi apparenza molto vi corre. Egli, è vero, ha affermato che l'apparenza è controdistinta da questo carattere, che la contradizione in essa esistente può essere risoluta in un ordine superiore e più elevato di esperienza, ma ognuno comprende che finchè non sì aggiunge altro, non vi è ragione di dichiararsi soddisfatti. Si può ad esempio domandare: È lecito parlare di apparenza quando non si ammette un soggetto a cui la Realtà appare e quando l’unica via per cui la Realtà stessa appare centro di sentimento, esperienza psichica ecc. è pur essa apparenza ? Il movimento, il cangiamento, lo spazio, il tempo, l'attività, l'io, la cosa ecc., si dice sono apparenze: ma qual'è la loro origine? Perchè ci appaiono con tali e tali altre proprietà ? Ognuno intende che finchè non si sarà dato ragione di ciò, nulla di positivo e di determinato è lecito affermare. E qui è bene notare che la più parte delle contradizioni riscontrate dal Bradley hanno la loro origine nel fatto che egli sostantiva i processi e le attività, nel fatto che reputa una cosa fissa rigida, ciò che, essendo continuo, incessante scorre. Ora ciò che è continuo non può essere misurato completamente che mediante il calcolo infinitesimale, e l' infinitesimo non essendo una quantità finita, non è possibile cogliere l'istante in cui le condizioni del presentarsi della contradizione veramente si verifichino, in cui cioè la dimostrazione per contradictionem sia sul serio applicabile. Così il movimento tra due punti dello spazio infinitamente prossimi avviene sempre nell’intervallo tra due momenti infinitamente prossimi, cioè mai il mobile è in due luoghi nello stesso tempo, mai in due tempi nello stesso Bradley presenta la Realtà come un sistema o inoltre pone come criterio per decidere del grado di realtà l’armonia, la comprensività, la consistenza reciproca delle parti componenti un tutto. È evidente che chi dice sistema, armonia, consistenza ecc. dice organismo e chi dice organismo dice relazione, interdipendenza degli elementi; ora l'Autore avendo affermato che la relazione è qualcosa d'inintelligibile, come mai può porre la stessa relazione quale criterio della realtà e intelligibilità e insieme presentare la realtà stessa come costituita da un insieme di relazioni? Le relazioni certamente implicano l’esistenza di un sistema: ma da ciò non si può dedurre che esse in genere siano qualcosa d’inintelligibilie. Il fatto è che il Bradley considerando a parte ed isolatamente ciascun concetto fondamentale (qualità, relazione ecc.), fa presto a riscontrarvi degli elementi contradittori. Tale procedimento è erroneo; i vari concetti vanno messi in connessione tra loro in modo da integrarsi a vicenda. Che cosa è la Realtà ? È l’esperienza, risponde il filosofo inglese. Di qui la necessità di domandare: E che cosa é luogo, ma sempre la serie dei punti e dei momenti si svolge con perfetta corrisponlenza nella continuità del movimento, Masci, Un metafisica anti-evoluzionista. Napoli. Lo stesso ragionamento può esser valido a dimostrare la falsità dell’affermazione che la causazione non esiste per questo che non è ammissibile nè un azione causale continua nè una discontinua, data la divisibilità infinita del tempo. E la difficoltà che l'Autore prova ad ammettere il continuo dipende dacchè non pone come punto di riferimento la coscienza in generale, Di ciò fu discusso disopra. l'esperienza ? Dall’insieme dell’opera del Bradley pare si possa ricavare che per lui l’esperienza è data dal complesso, dalla totalità della nostra vita psichica, prima che in questa sia sopravvenuta alcuna distinzione e differenziazione. Noi sentiamo di esistere, sentiamo di vivere; è in questo sentimento primitivo che è riposta l’esperienza immediata, la quale poi è l’unica via per cui noi possiamo penetrare nel Reale. Prima di ricercare quale concetto dobbiamo formarci di tale sentimento notiamo una contradizione in cui è caduto l’autore; mentre egli afferma recisamente che la Realtà si riduce all’esperienza psichica, alla sentience , non meno recisamente e ripetutamente afferma che tutti i fatti psichici non sono che apparenze, perchè tutti involgono separazione del what dal that, tutti tendono a trascendere sè stessi. Non dice egli che la Realtà si riduce all’unificazione e fusione dei vari fatti psichici, unità e fusione che noi non conosciamo e non possiamo neanche imaginare, data la trasformazione che subiscono i vari elementi mediante l'unificazione? Ora, come si può ad un tempo dire che la Realtà è l’esperienza ? (1) Se l’io empirico che è poi Ja medesima cosa dell'esperienza psichica presa nel suo insieme non è reale, come mai si può affermare che la Realtà è l’esperienza psichica ? Inoltre come sì può mettere d’accordo l’asserzione che il contenuto della Realtà è la sentient experience (sentimento) con l’altra che la Realtà risulti dalle attinenze, dalle relazioni che una cosa ha con le altre in modo che quanto maggiori son queste tanto maggiore è il grado di realtà attribuibile alla cosa stessa, chè in sostanza il criterio della realtà posto nell'armonia e nella comprensività (inclusivness, harmony), non dice altro? Il sentimento poi inteso come l’insieme della vita psichica in cuì nessuna distinzione sia comparsa di io © non io, di soggetto ed oggetto si presenta come qualcosa di così vago ed indeterminato di subbiettivo e di individuale , che non si riesce a comprendere come possa valere a fornirci una certa idea di ciò che sia la Realtà ultima, la Realtà, diremmo, ontologica. Esso già implica sempre il rapporto del soggetto con qualcosaltro, rapporto che è condizione essenziale della sua origine, comunque siffatto rapporto non sia avvertito come tale e insieme implica l’ esistenza di rappresentazioni, di imagini poste di rincontro o almeno distinte dal soggetto. Inteso quale cenestesi, vale a dire qualche risultato finale di una quantità di sensazioni organiche provenienti dai vari organi, ovvero infine come il grado infimo di psichicità, come sensazione e impulso iniziale ed elementare, non può mai essere presentato quale oggetto di esperienza atta ad esprimere la Realtà. A volte si direbbe che il Bradley prenda il sentimento come quel qualcosa che rende attuale un determinato contenuto psichico, ma, come tale, essendo qualcosa di eminentemente Notiamo qui come per il nostro Rosmini il sentimento proviene dal rapporto del principio senziente (che può essere considerato dal punto di vista del Bradley una sostanzializzazione del that ), col termine esteso che alla sua volta può essere considerato una sostanzializzazione del what . Per il Rosmini, si noti bene, il principio senziente e il termine esteso per sè considerati, separati l'uno dall'altro, erano astrazioni non altrimenti che il what e Îl that. Vedi. DE SaRLO : Le basi della Piscoloyia secondo Rosmini, Roma. subbiettivo ed individuale (individuum ineffabile) e avendo un contenuto particolare non può essere considerato quale simbolo di quella unità totale in cui il what coincide col that e in cui consiste la Realtà ultima ed obbiettiva. Da tal punto di vista il sentimento presenta tutte le contradizioni dell’esperienza sensibile. Non vi è via d'uscita: se si vuol considerare la Realtà come null'altro che la sentience, occorre considerare come reale l'io empirico quale si rivela per via del sentimento; occorre però sempre determinare e precisare la natura del sentimento. Notiamo qui che l’indeterminatezza del significato, la variabilità e contradittorietà del valore attribuito all’ io dipese sempre da ciò che si confuse l'io empirico fenomenico con la coscienza in generale (Io nonmenico, se così piace), e dacchè si credette di poter riporre la natura dell'io nell’ una o nell'altra funzione psichica, considerando le altre come secondarie e derivate; ora nulla di più erroneo e falso. Passiamo ora a discutere della natura della conoscenza a senso del Bradley. La conoscenza per lui non ha altro obbietto che quello di qualificare la Realtà (soggetto), il che si può soltanto conseguire, idealizzando la Realtà stessa, disgiungendo il what (predicato) dal that . L'ideale verso cui tende la conoscenza è di far coincidere l' idea col fatto: tale ideale però non viene mai attuato in modo completo : e se ciò avvenisse, non vi sarebbe più ragione di parlare nè di conoscenza nè di verità: avvenuta l’unificazione del what col that si avrebbe la vita vera e reale dell’Assoluto. La verità e la conoscenza in conseguenza di ciò non può essere che apparenza come tutto quello che involge separazione dell’ idea dall’ esistenza. E tutto lo svolgimento della conoscenza e della vita psichica sì compie partendo dall'unità imperfetta e incompleta del sentimento, procedendo per via delle distinzioni e differenziazioni del contenuto psichico che implicano una quantità di relazioni e tendendo infine alla scomparsa e trasformazione di queste ultime in un sistema organico ed armonico che tutto comprende in sè, tendendo ad una forma di intuizione e di vita universale di cui noi a mala pena possiamo formarci un'idea generale’ ed astratta. Da tal punto di vista gl’individui sono forme della vita universale che in essi si divide e insieme si concentra ner modo che non solamente possono apprendere a conoscere sè stessi, ma anche l’Universale e il Tutto che in essi vive, opera è si muove. E la funzione conoscitiva e cogitativa consiste nel qualificare, nel caratterizzare, nell’ analizzare il detto universale che si presenta nei centri del sentimento individuale. Ora, anzitutto non si riesce a comprendere in che cosa possa consistere lo stadio finale della conoscenza detto intuitivo, lo stadio in cui la conoscenza vera e propria sì annulla in qualcosa di superiore e di più elevato ; in ogni caso se ciò si verificasse, si avrebbe un regresso e non un progresso: il pensare discorsivo (il giudicare) lungi dal rappresentare un’imperfezione rappresenta la via, l’unica via per cui la Realtà acquista valore, consistenza e significato. L'unione del what col that non è che un prodotto della fantasia individuale. Oltre la conoscenza vera e propria non è possibile quindi ammettere uno stato superiore e più clevato. Si dovrà forse ammettere una doppia vita nel reale, la vita quale sì esplica nei centri di sentimento (vita del pensiero) ed un’altra vita d'ordine superiore? Ed una tale opinione come si concilia con l’altra che il Reale non è nulla al di fuori delle apparenze ? Poi, è assolutamente contrario al vero affermare che il progresso e lo svolgimento della conoscenza sia in rapporto diretto colla trasformazione del processo discorsivo e successivo in processo intuitivo ed - estratemporaneo. L'intuizione stessa infatti allora solo acquista l’ evidenza necessaria quando interviene l’attività del pensiero, per così dire, a scorrere dall'uno all’altro elemento della rappresentazione totale per compararli, misurandoli. L'essenza del pensiero e della conoscenza è riposta nella proprietà di stabilire rapporti tra le cose: tolti i rapporti non si avrà conoscenza, c nemmeno vita psichica, giacchè la psiculogia moderna ha messo in sodo che la legge della relatività è legge psichica fondamentale. E l'intuizione è soltanto la causa occasionale dell’ evidenza immediata, mentreché il vero fondamento di questa si trova nella natura collegatrice e comparativa del pensiero. Si direbbe che per il Bradley la conoscenza cominci coll’ analisi, collo scumporre il dato che vive in ciascun centro di esperienza individuale, ma è ammissibile ciò ? L'esistenza di questo dato non deve essere considerata già come un primo stadio di conoscenza ? Se si vuol rimanere sul terreno dei fatti che ci vengono suggeriti dalle accurate analisi psicologiche e gnoseologiche non vi ha dubbio alcuno che la conoscenza debba essere considerata come una specie di successiva sostituzione di una forma di coscienza ad un’altra forma di coscienza, di un contenuto psichico ad un altro contenuto psichico, di una forma di relazione tra soggetto ed oggetto ad un’altra forma: sostituzione che ha lo scopo di porre in luogo del subbiettivo, dell’individuale e del contradittorio, l’obbiettivo, l’universale, il coerente. La conoscenza in tanto è possibile in quanto il Reale assume una particolare esistenza nel soggetto individuale e da tal punto di vista è veramente lecito affermare che ogni conoscenza implica la separazione di un dato contenuto dalla propria esistenza: la sensazione, l’imagine, la rappresentazione ed anche l’idea o il concetto sono fatti psichici che non vanno identificati col fatto. D'altronle tutta la conoscenza non va forse riguardata come una costruzione fatta coi detti materiali o elementi psichici (sensazione, rappresentazione, concetto) ? La realtà in quanto conosciuta è successivamente e sempre più perfettamente sensazione, percezione, imagine, concetto, o per dirla altrimenti, qualità sensibile, cosa, essenza. L'elemento della conoscenza scientifica è il concetto : sapere scientificamente vale sapere per concetti: ma il concetto obbiettivo, il concetto reale e concreto è la verità della sensazione e percezione, e non vi è senza di queste. E ciò che dal nostro punto dì vista importa massimamente di ricordare è che la funzione relativista o di riferimento che compone i singoli elementi della serie non è diversa da quella che li connette poi nelle formazioni e processi logici e finalmente nei sistemi più vasti che sono le scienze: per modo che la conoscenza risulta omogenea nelle parti e nel tutto. Chiamare la conoscenza un'apparenza è per lo meno assurdo : se tale espressione può avere un senso, questo è che la conoscenza falsifichi in qualche modo la realtà; ma per poter affermare ciò prima di tutto bisognerebbe aver potuto apprendere per altra via la natura vera della realtà e di tale apprensione immediata non parlò mai Bradley, e poi conoscere l'apparenza come apparenza equivale a conoscere la verità; un'apparenza conosciuta come tale non è più apparenza. E una conoscenza che apprende la realtà può essere più chiamata ragionevolmente apparenza ? E come mai è concepibile una realtà sfornita di quella relazione essenzialissima che è la conoscenza, che è poi il riferimento ad una coscienza o ad un soggetto in genere ? Anzi come maisi può affermare una tale realtà? Separare assolutamente il vivere dal sapere di vivere è impossibile. La vita, la realtà implica una forma qualsiasi di interiorità e questa alla sua volta una forma di unificazione del molteplice che è la caratteristica ultima della conoscenza (processo di analisi e sintesi insieme). E che altro è questo se non il primo germe dell’ indissolubile legame che tien uniti la realtà, l’attività, l’interiorità e la conoscenza? In conclusione diremo che affermare che la conoscenza è semplice apparenza e che come tutte le apparenze, è manchevole, imperfetta, insufficiente, equivale a scindere Cfr. a tale proposito Masci, Lezioni di Filosofia teoretica fatte nella R. Università di Napoli. arbitrariamente la realtà in due parti ed a rendere incerta la conoscenza stessa dell’apparenza. Tutte le apparenze che formano come a dire la struttura dell’ universo, sono spiegate dal Bradley per mezzo del processo di disgiunzione dell'idea dal fatto, del what dal that corrispondente. Una volta che l'Assoluto si è scisso in una quantità di centri finiti di sentimento, il processo di disgiunzione si è andato sempre più estendendo e complicando fino a dare le forme di apparenze più svariate e notevoli, quali il Buono, il Vero, e il Bello Prima di vedere se il modo di concepire questi ultimi sia giusto, vediamo se il processo di disgiunzione del contenuto intelligibile dall’esistenza possa essere ammesso quale processo diremmo quasi, cosmico, giacchè la scissione stessa dello Assoluto nei detti centri di sentimento deve essere considerata come espressione dell’ inconsistenza iniziatasi in seno al Tutto. Il processo di distinzione e di differenziazione implica sempre questo, che il dato non coincide coll’idea. Se ciò non fosse, perchè la vita universale dovrebbe spezzarsi in forme individuali ? Il Bradley veramente non dà alcuna dilucidazione in ordine a tale questione, che pure è importantissima dal suo punto di vista. Il processo di idealizzazione o di disgiunzione del what dal that in tanto è concepibile in quanto sì compie in un centro finito di sentimento; come mai può dunque esso venir riguardato quale processo universale ed obbiettivo? È vero che l'Autore ammette un Pensiero, una Volontà, un Sentimento obbiet - tivo, elementi della Realtà ultima da differenziare profondamente dalle corrispondenti funzioni spirituali subbiettive quali appaiono nel tempo e nella serie dei fatti psichici, ma noi non possiamo formarci alcun concetto positivo di una Ragione vbbiettiva assoluta per sè presa è posta di. rincontro a noi; l’idea dello spirito obbiettivo e del suo svolgimento storico è giusta, ma ha valore scientifico solo rel caso che è intesa nel senso di esistenza e di processo storico, di processo civè che si compia nel tempo e nello spazio per mezzo dello spirito subbiettivo e individuale. Una delle contradizioni di Bradley è questa, che egli mentre considera la conoscenza come pura apparenza e toglie ogni realtà al soggetto, risguarda i fatti più importanti dell’esperienza psichica, quali è senso di spontaneità nelle sue varie forme, come qualcosa di derivato, come un prodotto della nostra riflessione. La nozione di attività, secondo Bradley, implica l’idea dell’ Io che riesce a produrre un cingiamento, previa la rappresentazione del detto mutamento ; il che poi non è possibile se non coll’ interpretare in modo largo molteplici esperienze passate. Sicchè non si può attribuire al senso d’energia maggior realtà che al senso del nutrimento nel caso in cui si provi sollievo, mediante l'opportuno cibo, dai dolori della fame (1). L’ori (1) Notiamo qui che la realtà non compete al senso di nutrimento, ma al senso della fame, come la realta primitiva o l'immediatezza non compete a ciò che consegue all’espansività, che è poi in fondo nient'altro che un’espressione dell’attività, ma al senso di espansività. In ogni caso il senso di sollievo prodotto dal nutrimento figura come indice dell’appagamento di un bisogno, di una tendenza, di una forma di attività che è quindi qualcosa di primitivo e di fondamentale. gine, infatti, del senso dell'attività è posta dall’Autore nel senso di espansione, di allargamento, per così dire, dell’ Io, il quale formato com'è di un gruppo di elementi intimamente connessi tra loro, tende ad estendere i suoi legami ad altri elementi. Non bisogna però credere che l’espansione sia identica alla coscienza dell’attività, giacchè è solamente dopo che l’anima ha raggiunto un grado notevole di sviluppo che si può avere tale coscienza, mentre l'espansione è primitiva. Quando dopo ripetute esperienze | siamo venuti a cognizione che a taluni modi del nostro Io conseguono dei mutamenti, noi allora cominciamo ad acquistare Ja nozione dell'attività o del volere. Insomma noi diciamo di essere attivi ogni qual volta il Non-Io (consistente in sensazioni esterne o interne, in percezioni o idee) subisce dei mutamenti in seguito all'idea ed al desiderio formato dall’Io. Tale espansione della nostra area, come dice il Bradley, comincia dal darci un certo senso interpretato come qualcosa che dall’ Io passi al NonIo; è ih questo qualcosa che propriamente consiste l’energia, la forza, la volontà, ecc. Il Bradley prosegue ancora l’analisi dicendo che quando il gruppo dell’ Io è come a dire contratto dal Non-Io, mentre dall’altra parte un’ idea piacevole di espansione è suggerita, si prova un senso di oppressione ; e quando ì limiti di resistenza ordinaria son mossi e l'espansione ideale, progredendo sempre, è attuata solo in parte con varie oscillazioni si prova quel senso speciale detto di tensione e di sforzo. È naturale che da tal punto di vista l’attenzione nelle varie sue forme non possa essere più considerata né come una facoltà speciale, nè come funzione particolare della mente avente sede in un dato organo cerebrale ; l’attenzione al pari della memoria e dell'intensità viene ad essere riguardata come una qualità generale appartenente in vario grado a tutti gli elementi psichici: anzi si può dire che l’attenzione e l'intensità vengano pressochè a formare una cosa sola. Date certe condizioni che facilitino il predominio di un fatto psichico nella coscienza (in ciò sta il carattere essenziale dell'attenzione), deve avvenire che taluni elementi sensorali o ideali divengano prominenti ed emergenti rispetto al resto, e per ciò stesso appaia indebolita l’ intensità degli altri. Il Bradley poi non attribuisce un valore essenziale al fattore muscolare, prima perchè in molti casi in cui ha luogo l’attenzione quello è escluso, poi perchè anche quando è chiamata in esercizio l’attività muscolare o direttamente sopra un organo percipiente, ovvero indirettamente col movimento di tutto il corpo, la prima causa dell’azione muscolare va cercata in un’ idea o in un sentimento precedente. È l’idea, e più di tutto l'idea dell’ interesse che si può avere per un dato fatto psichico, che ci dà la chiave per intendere il meccanismo dell'attenzione dalla forma più semplice alla più complicata. E la coscienza dell’energia interiore è perfettamente riducibile al predominio nella coscienza dell'idea dell’ Io che attendè ad una data cosa. Che giudizio si può portare su tale veduta del Bradley? Certamente essa ha grande valore in quanto prova a sufficienza che l’attività psichica non va intesa come correlativo, per così dire, necessario dell’ attività motrice. Il Bain, il Miinsterberg ed altri avevano asserito che senza le sensazioni muscolari o almeno senza le sensazioni d’innervazione motrice lo spirito è incapace di sentirsi in alcun modo attivo ; per loro quindi la forza, l'energia psichica, base dell'individualità, non poteva avere che una sola origine, il movimento; il fatto interiore dell’attività era considerato come un semplice reflesso di un fenomeno esterno, quale è la mozione. Ora da tal punto di vista l’analisi psicologica del Bradley è stata utile, perchè ha mostrato che tutti i processi intellettuali sono per sè attivi, e, date certe condizioni, tutti indistintamente sono in grado di svolgere energia sotto le forme più differenti. Non soltanto nella forma in cui si rivela attivo alla coscienza, ma in molteplici altre forme lo spirito è causa agente. Cade così l’ ipotesi di un organo speciale dell’attenzione, o dell'attività psichica in genere: allo stesso modo che non vi è un organo particolare della vita, così non vi può essere un organo particolare dell'attività nelle varie sue modalità (sforzo, attenzione, volontà ecc.). L'attività psichica a dati stimoli e in determinate condizioni reagisce in vari modi e secondo che la percezione immediata di talo reazione si fonde con uno o coll’altro degli effetti che vengono prodotti nell'organismo (sensazione muscolare, p. cs.), assumerà un colore particolare. L'errore degli analizzatori superficiali fu quello di credere che i fatti organici, i quali servono in certo modo a fissare, a determinare e a dare un nome alle formé dell’attività psichica, costituissero il fatto essenziale ed ultimo. Il Bradley infatti mostrò che l’attenzione può assumere varie forme, da quella in cui si ha coscienza di un dispiegamento notevole di attività a quella in cui non se. ne ha alcuna coscienza; eppure l’attività psichica esiste sempre, ed è imprescindibile in tutte le funzioni mentali. Se non che due sono, secondo noi, i difetti dell’analisi del Bradley. Da una parte egli parla di idee e di rappresentazioni che possono avere il predominio nella coscienza, parla dell'interesse che si può avere per un dato obbietto o per una data operazione, parla della tendenza espansiva, ecc., senza porsi mai il problema se e fino a che punto tutto ciò sia compatibile col non ammettere la realtà del soggetto : egli infatti parla dell’ Io come di un composto, di un aggregato di elementi psichici; ora un tale concetto contradice necessariamente al concetto dell’ espansività come fondamento del sentimento : giacchè in forza di che ed a quale scopo quel gruppo di elementi psichici formanti l'Io tende ad espandersi ? E l’attività delle idee e delle rappresentazioni per cui esse emergono nella coscienza donde vien loro? E senza l’unità del soggetto come è spiegabile l'interesse che pure forma il caposaldo della teoria del Bradley? E qual'è il fondamento del legame esistente tra i vari fatti psichici? Non suppone forse agni nesso ed ogni rapporto un'unità ed identità fondamentale? Non basta ancora: egli ammette che si possa avere l’idea di un'idea in quanto l’idea pura e semplice di una cosa riguarda il suo contenuto logico, mentre l’idea d'una idea consiste in uno stato psichico che include un'altra esìstenza psichica attuale. Ora come mai sarebbe possibile un tal fenemeno senza la realtà ed attività od efficacia del soggetto capace di riflettere sul!e stesse sue operazioni e capace di rimanere identico a sè stesso attraverso: } cangiamenti Dall'altra parte il Bradley cade in errore quando tenta di ridurre l’origine del senso di attività ad un fatto meramente derivativo prodotto per mezzo dell’ interpretazione di esperienze passate, presentando così il senso di energia come un’appercezione del tutto illusoria. Niente di più falso. La percezione interna per cui noi giungiamo a cognizione di ciò che accade dentro di noi può avere un doppio senso, a seconda che noi vogliamo intendere con essa l’esperienza immediata, ovvero la riflessione su ciò che è offerto da quella. Dobbiamo distinguere per così dire il vivere dal sapere di vivere. L'esperienza immediata è la vera sorgente di tutti i dati di fatto, mentre la riflessione rappresenta il mezzo di generalizzare, riconoscendole, le no stre esperienze; e supponendo che nel corso dello sviluppo mentale siano state formate nozioni e parole per i singoli stati interni, la percezione interna intesa nel secondo modo, cioè come riflessione, consisterà nella sussunzione di un determinato fatto psichico sotto la nozione ad esso spettante; sussunzione che può esplicarsi in un giudizio vero e proprio, ma per lo più si riduce ad una semplice denominazione. La riflessione in ogni caso non può mutare il dato di fatto dell’esistenza di un fenomeno. Donde consegue che quando noi, mediante la riflessione, diamo un nome od anche giudichiamo un fatto immediato della coscienza, il quale offre dei caratteri distintivi da non poter essere confuso con altre sensazioni o sentimenti, noi non possiamo aggiungere nulla di nuovo. Il riflettere insomma non può creare nulla e quindi non può darci un sentimento quale fatto immediato della coscienza, ma solo può dare un nome e mettere in forma di proposizione ciò che già esisteva. nel co Ed in ciò sta la differenza tra l’esperienza immediata d e l’analisi, giacchè la prima ci mette in contatto con la realtà, mentre la seconda verte sulla scomposizione del fatto reale nei suoi vari elementi. Alla genesi del senso di i attività, concorrono, è vero, parecchi elementi, ma questi sE producono un qualcosa che si rivela alla coscienza in modo I semplice, immediato ed irreducibile; e, ciò che più imi porta, non è la ricognizione dei detti elementi quella che Ì ci fa provare il senso di attività: la riflessione o ricogni a zione è posteriore all’ insorgenza del fatto immediato della coscienza. Del resto si comprende agevolmente che tutte le interpretazioni, tutti i ragionamenti e tutte le riflessioni fatte sopra i dati psichici non potrebbero mai dare origine a nuovi dati. Pensare sopra le modalità dell’attività presuppone già la percezione immediata dell’attività stessa. Del resto il Bradley stesso, pur servendosi di altri nomi, non solo parla della coscienza e dell’io come di un'’attività, ma anche di un'attività che si propone dei fini e sceglie i mezzi per giungervi, di un'attività che può trovarsi in lotta con altre forze psichiche e resistervi e farle anzi concorrere al proprio intento. Nè poteva essere diversamente: la recettività e la reattività nella psiche non sono due fatti distinti, i quali possano venire studiati l'uno in disparte dall’altro, giacchè essi concorrono ad una sola operazione, per modo che l'uno rende valido l'altro, il quale da sè sarebbe nullo. Non si può concepire una forma qualsiasi di Attività, e sia anche l’espansività bradleyana, che non implichi un grado di coscienza: è parimenti la coscienza riesce impensabile separata dall'attività. Va notato infine che la percezione immediata si distingue dalla pura rappresentazione, da quella che potrebbe esser chiamata percezione mediata, derivata, reflessa per questo che la prima è più che semplice rappresentazione, è sopratutto sentimento derivante dalla cooperazione di tutto l'essere fisico e psichico: ora chi può negare che la percezione dell'attività lungi dal presentarsi coi caratteri di una semplice ilea o rappresentazione, di un contenuto distaccato dalla matrice reale, è invece in modo precipuo sentimento ? Dicemmo già disopra che il Vero, il Buono ed il Bello per il Bradley non sono che apparenze, le quali se accennano alla Realtà, non sono la Realtà. A noi sembra che tutto il ragionamento dell'autore poggi su presupposti falsi. Così egli muove dal principio che l'ideale verso cui tende la conoscenza è l’identificazione e l’uniticazione del pensiero con l'essere, ideale che, se raggiunto, mena dritto all'annientamento della conoscenza e quindi della verità stessa, giacchè in tal caso si avrà la Vita, il Reale, non più la scienza della Vita e del Reale, in altri termini sì vivrà il Reale e null'altro. In tal guisa la conoscenza è essenzialmente contradittoria : da una parte essa non è possibile che sotto la condizione che vi sia distinzione e differenziazione nella realtà (pensiero ed' essere) e dall’altra parte il suo svolgimento e la sua perfezione è riposta tutta nel togliere via qualsiasi distinzione e differenziazione, è riposta, cioè, nel suo annientamento. Ora è evidente che l’errore del Bradley è nell’aver creduto che la conoscenza miri all’ identificazione ed all’ unificazione completa del pensiero con l’ essere, mentre essa ha per intento di trasformare il contenuto subbiettivo e individuale della coscienza in contenuto obbiettivo ed universale; intento che può essere ottenuto non già annullando il fat-. tore della coscienza come dovrebbe avvenire se, giusta le idee del Bradley, l’ideale ultimo della conoscenza fosse l'identificazione e l'unificazione completa del pensiero con: l'essere, ma sostituendo, anzi aggiungendo al semplice ed esclusivo punto di vista della coscienza individuale il punto di vista della coscienza in genere. In tal guisa il fattore della coscienza persiste sempre, tanto è ciò vero che a misura che la conoscenza progredisce l’ individuo acquista coscienza della propria cooperazione all'edificio della verità. L'ideale verso cui tende la conoscenza adunque non è l'assorbimento di uno dei termini nell'altro, ma, diremo così, la maggior visione dell'uno per mezzo del predominio dell'altro. Il fatto è che io acquisto più coscienza di me stesso come essere finito, subbiettivo, individuale, quanto più mi pongo a considerare le cose dal punto di vista obbiettivo ed universale. La coscienza individuale quando guarda con l’occhio della coscienza universale non cessa di essere individuale, non si annulla nella coscienza universale. D'altronde la stessa coscienza universale non è fuori la coscienza individuale, ma concresce con questa non altrimenti che la vita generale di un qualsiasi essere organico cresce col crescere delle singole funzioni del medesimo essere. Il processo della conoscenza, a noi sembra, si compie proprio in senso inverso a quello indicato DAL FILOSOFO INGLESE – Grice: ‘inglese? I’d say, “dal filosofo oxoniense!” --: il punto di partenza infatti è il contenuto rappresentativo o percettivo primitivo in cui l’imagine psichica è identificata con l'oggetto, anzi è presa per la sola realtà, in cui insomma non vi ha distinzione fra oggetto e rappresentazione subbiettiva e si procede ponendo sempre più la realtà universale ed obbiettiva di fronte alla vita psichica subbiettiva ed individuale: ed a misura che l’edificio della realtà vien completato diviene più viva la coscienza dell'attività individuale. Ed invero chi, se non l’intelligenza dei singoli soggetti rende possibile la detta costruzione? È sempre l’individuo che opera anche universalizzandosi. E la mente umana lungi dal tendere a confondere insieme i due processi, il subbiettivo l’obbiettivo, l' indi. viduale e l’universale, tiene a tenerli distinti e distaccati: La conoscenza certamente implica una parziale identità del pensiero e dell'essere (del subbietto e dell’obbietto), ma insieme una parziale distinzione; nò ciò è in alcun modo contradittorio, giacchè l’ identità e la differenza sono condizioni della possibilità della conoscenza; non già condizioni contradittorie una della possibilità, l’altra dell'impossibilità. Se si bada che la conoscenza non s'intende per nulla se si prende come una mera rivelazione estrinseca, come una relazione meccanica (ed è questo l’errore principale, a noi pare, della filosofia del Lotze, il quale subordinò la relazione della conoscenza al rapporto causale) sì acquista la convinzione che la rivelazione della realtà alla coscienza, per essere soggettiva ed interna, non è meno oggettiva e vera. Dal fatto che la conoscenza implica due termini non deriva nient’affatto adunque che essa sia apparenza: tutt'altro: piuttosto la Realtà una, identica, immutabile che, secondo l’autore, dovrebbe assorbire tutte le apparenze, trasformandole, si presenta quale creazione della fantasia senza alcuna consistenza. Lo svolgimento e il progresso della conoscenza nun è nient'affatto in rapporto diretto della riduzione di uno dei fattori della conoscenza all’altro, essendo entrambi indispensabili, irriducibili o aventi uffici differenti. Nè si può imaginare o concepire cosa mai risulterebbe dall’ unificazione e identità totale dei due termini della conoscenza: il Bradley crede che ne risulterebbe la Realtà ultima: potrà essere: ma in tal caso bisogna dire che questa non solo è assolutamente inconoscibile, ma inconcepibile. Con che diritto adunque parla egli dell’Assoluto? La Realtà ultima si presenta come un grado inferiore di realtà, come qualchecosa sfornita per sè di valore e significato che le può venire solo da ciò che viceversa viene considerato come apparenza. Passiamo al Buono: anche questo, stando al Bradley, è apparenza e per ragioni affini a quelle per cui sono tali la verità e la conoscenza. Il Buono da una parte è condizionato dal distacco dell’ilea (che in tal caso riceve il nome d' ideale) dal reale, dal fatto, da ciò che esiste, e dall’altra ha l'obbiettivo di attuare l'ideale, di tramutare l’idea in fatto, vale a dire di annientare sè stesso. Ma oltre di questa il Buono implica una quantità di altre contradizioni dipendenti dalle sue varie determinazioni: così per quanti sforzi si facciano, il perfezionamento individuale non può sempre coincidere col bene della collettività, come d'altra parte il maggior perfezionamento dell'ordinamento sociale trarrà sempre seco degli svantaggi per l'individuo: la divisione del lavoro, per citarne uno, produce lo svolgimento parziale ed unilaterale delle facoltà umane: e via di seguito. Qui faremo due osservazioni: Bradley è spinto a considerare il buono come apparenza dal presupposto che la realtà sia solo da riporre nell'attuazione completa dell'ideale, attuazione che figura come l'annullamento del buono: ora ciò è falso, giacchè la realtà consiste iuvece nel processo continuo che tende all'attuazione di un ideale, senza che questo sia mai attuato completamente per la ragione che esso non essendo qualcosa di fisso, di s'abile e di permanente, assume sempre nuove forme, si eleva e si complica sempre dippiù. A misura che l’uomo s'avvicina ad un dato ideale, questo, trasformandosi e perfezionandosi, s' allontana ancora. E la realtà lungi dall'essere posta nell’attuazione completa dell'ideale che è irraggiungibile, risiede in tutto il processo : in caso contrario bisognerebbe confessare che la realtà è come se non esistesse. La vita è nel movimento, nel processo e non nell’equilibrio stabile che invece è la morte. La religione e anche l’arte cercano di dare una forma e di personificare l’illeale, ma tuttociò non entra nella considerazione del Buono dal punto di vista metafisico. Bradley considera il buuno preso per sè, astraendo dal fattore della coscienza in cui e per cui esiste. E certamente il Buono risguardato come una cosa invece che come un processo inerente all'anima umana cume tale, non può non apparire contradittorio. Non è il buono che tende all'annullemento li sè stesso, ma è lo spirito umano che ha tra le altre funzioni quella (che sostantivata costituisce il Buono) di proporsi incessantemente dei fini alla cui attuazione esso si adopera, è lo spirito umano che ha delle tendenze ed esigenze al cui soddisfacimento si affatica. E nessuno vorrà sostenere che nell’operare in tal guisa l’anima umana si contradica, ovvero tenda ad annullare sè stessa. È naturale invece che essa aspiri ad annullare, mediante l’appagamento, i suoi bisogni, che sono indizio di imperfezione e di manchevolezza. Se i detti bisogni rinascono sempresotto novelle forme, ciò avviene perchè la realtà vera non è in qualcosa di dato, ma nel farsi. Per quel che concerne l’ apparente contradizione e l'impossibilità apparente di derivare il bene individuale dal bene sociale e questo da quello, noteremo che tra le specie di cause c'è anche la causa reciproca, la quale è ammissibile purchè sia ben definita. La detta causa (che si riscontra in tuttociò che è organicamente costituito) non consiste in due cause di cui una produce l’altra ad ogni istante, ma di cui ciascuna ad ogni istante produce un effetto della specie della prima e così via. Così un perfezionamento nel sistema circolatorio può produrne uno in quello della respirazione e viceversa. Tra società e individuo esiste appunto un rapporto causale reciproco in quanto il perfezionamento individuale è condizionato da quello sociale e viceversa: i due si limitano, sì determinano a vicenda senza che a nessuno di essi possa essere attribuito un valore non diciamo assoluto, ma neanche preponderante. E lo sbaglio del Bradley è quello di aver pensato che potesse considerare un elemento facendo astrazione dall’ altro, dal che conseguì che egli trovò contradizioni dappertutto. La moralità poi presenta una natura contradittoria precipuamente per questo che essa è condizionata da qualcosa che non può csistere: tale è appunto la determinazione interna della volontà. Questa separata da qualunque elemento estrinseco è una pura astrazione : di qui la necessità nella moralità di trascendere sè stessa, passando in qualcos'altro che non è più moralità: questo qualcos'altro è per il Bradley la Religione, ove domina la fede che tutto sia ed accada come deve essere ed accadere. Ci asteniamo dal discutere se questi passaggi da una sfera di apparenze in un'altra siano comprensibili e se abbiano alcun significato, essendo passaggi verbali anzichè reali. Il nostro filosofo vede un complemento della moralità vera e propria nientemeno che nella rassegnazione fatalistica, la quale implica la separazione del volere dalla natura e l'affermazione che il volere stesso non può esercitare alcuna azione e produrre alcun effetto. Ognuno vede che in tal guisa il volere umano viene ad essere completamente snaturato, perchè viene ad esser distaccato dall'ordinamento sistematico delle cose. Ora non abbiamo bisogno di spendere molte parole per provare l'assurdità di una tale opinione e per mostrare le tristissime conseguenze che ne derivano: non solo non è lecito parlare in tal caso di progresso, di sviluppo e di perfezionamento, ma la storia stessa diviene un non senso. Tutta l’esperienza contradice ad una tale veduta. Dal fatto che il liberum arbitrium indifferentie è inammissibile non consegue l'annullamento dell’attività umana e di quell’energia personale che è un potente fattore di vita e di movimento nel mondo umano. La contradizione che Bradley trova nell'intima natura della religione si può eliminare con molta facilità ‘se si pensa che l'aver fede nel trionfo del bene non trae seco come logica conseguenza la paralisi della propria volontà, di ogni iniziativa individuale, l’annientamento di quella spontaneità che è la radice della personalità. Il trionfo finale del bene non è una quantità definita, fissa che, una volta ammessa, non è suscettibile di aumento, ma è invece una variabile che può sempre comportare l’azione di un nuovo fattore. Il trionfo del bene può essere assicurato per mezzo della cooperazione degli altri uomini; ma ciò forse trae seco l’inutilità della mia cooperazione? La coscienza della mia dignità non mi spingerà a concorrere al risultato finale? Perchè l'individuo dovrebbe forzare la volontà all’inazione e quindi all’annientamento? Anche qui il difetto appare nell’aver distaccato il volere dalla natura e nell’averlo riconosciuto incapace di produrre effetti. Quanto al Bello va notato che l'oggetto estetico considerato per sè indubbiamente è un'apparenza in quanto la sua essenza è riposta nella rappresentazione concreta e determinata di un’idea, ma un’apparenza che è avvertita, I, per ciò stesso l’apprensione della realtà? Considerato però l'oggetto bello sentita e riconosciuta come tale non inclu ed il soggetto senziente come parti di un tutto, come elementi di un unico processo, il fatto estetico non è più un’ apparenza, ma qualcosa di reale e di altamente reale. La realtà dell’arte e della bellezza così considerata va riposta appunto nel processo suggestivo o significativo che si voglia dire, per cui una data percezione o rappresentazione è il punto di partenza dello svolgimento di un corso di fatti psichici atti a riempire ed a rapire l'animo di chi contempla. La sproporzione tra l’' espressione e il suo contenuto lungi dall’essere un difetto da cui il Bello aspiri a liberarsi, forma la sua sostanza. Il Bello ha raggiunto il grado completo e perfetto di realtà quando una data espressione (parvenza), suggerendo un certo contenuto ideale, agisce in modo particolare sull’animo umano: onde consegue che non vi può essere tendenza a fare sparire o a trasformare in maniera più o meno completa quei rapporti e quei termini che costituiscono l’essenza del bello considerato come un tutto 0 come un processo sottoposto a parecchie condizioni variabili entro certi limiti di grado, ma non di natura o di qualità. Come non esiste un Vero e un Bene obbiettivo, così non è a parlare di un Bello obbiettivo: ed anzi possiamo aggiungere che tali espressioni non hanno nemmeno senso, L'errore del Bra:lley sta tutto nell’aver creduto di poter considerare per sè, sostantivandoli, il vero, il buono e il bello separatamente dal soggetto: quale meraviglia quindi se dopo aver ridotto le astrazioni ad ipostasi, s'è accorto che queste contengono numerose contradizioni? Sicuro; il Vero, il Buono, il Bello come sono costruiti dal filosofo inglese sono null'altro che apparenze, perchè sono astrazioni. Ed egli in fin dei conti non sa trarsi d’impaccio se non dicendo che le dette apparenze tendono a trascendere sè stesse, trasformandosi, completandosi, perfezionandosi e passando in qualcosaltro che è la Realtà ultima. Se non che questa non soltanto è un prodotto della fantasia, è una chimera, ma è essenzialmente contradittoria : infatti una. Realtà da cui viene esclusa la conoscenza, la tendenza a. porsi sempre dinanzi un ideale da raggiungere e la proprietà di sentirsi riempita l’anima da una rappresentazione concreta, atta a suggerire un processo ideale, una Realtà da cui è escluso ogni moto ed ogni vita, ogni esigenza di qualcosaltro, una Realtà che è pura immobilità e invariabilità, lungi dall’apparite allo spirito umano come la più alta e quindi come la Realtà ultima, si presenta come un grado infimo di realtà, se per giudicare di questa occorre fondarsi sul valore e sull’azione che è atta ad esercitare. Quello che ha valore è l’esistenza spirituale e il mondo che essa crea. Un mondo senza coscienza è come se non vi fosse (Lotze). La Realtà caratterizzata da ciò che dal comune degli uomini è riguardato come meno reale : ecco l’ultima espressione della filosofia del Bradley, il cui obbiettivo doveva esser quello di rimuovere le contradizioni di cui formicola il mondo delle apparenze. La Filosofia bradleyana in sostanza ha comune col naturalismo l’errore di considerare la vita dello spirito subbiettivo quale si presenta nella storia e nell’ esperienza umana, come un fenomeno secondario e passeggero. Così noi vediamo che la filosofia del Bradley, il quale finisce la sua opera con le seguenti parole: Outside of spirit there îs not, and there cannot be, any reality, and, the more that anything îs spiritual, so much the more is veritably real, portata alle sue ultime conseguenze e interpretata in modo completo mena alla negazione del soggetto e quindi dello spirito, dello spirito umano almeno che è quello chie noi conosciamo e che possiamo apprezzare. E la Realtà che doveva essere one experience, selfperviding and superior to mere relations, si mostra come trascendente ogni esperienza e quindi come una costruzione arbitraria e puramente fantastica. Una Metafisica che come questa del Bradley presenta molteplici elementi fusi insieme pone necessariamente l'e». sigenza della ricerca delle fonti. Notiamo anzitutto che le idee del filosofo inglese non si connettono con quelle della filosofia inglese tradizionale, la quale nelle sue indagini psicologiche e gnoseologiche segue un metodo prevalentemente empirico. La filosofia di Bradley è una emanazione diretta della speculazione tedesca svoltasi segnatamente nella prima metà di questo secolo. Se noi volessimo fare un'analisi minuta e. particolareggiata delle vedute bradleyane in rapporto alla loro origine potremmo agevolmente mostrare come lo studio di ciascun filosofo tedesco abbia lasciato delle tracce nella mente del nostro autore: così il suo concetto di riporre il fondamento e la caratteristica delle apparenze nella disgiunzione del what dal that ricorda evidentemente il corrispondente concetto dell’Hartmann per cui il distacco dell'idea dalla volontà segna l’ origine della fenomenologia dell’ Incosciente e insieme la condizione dello svolgimento della Coscienza ; il modo di considerare la realtà della natura ricorda evidentemente la concezione del Lotze per cui la conoscenza o la rappresentazione dell'universo non è un'aggiunta accessoria all'esistenza indipendente di esso, onde la luce e il suono lungi dall'essere copie delle ondulazioni e delle vibrazioni da cui derivano o dall’ essere pure parvenze o inganni o qualcosa di secondario e di sopraggiunto sono il fine che la natura si è proposta di conseguire coi movimenti e che non può conseguire da sola, ma mediante l’azione sua sopra esseri sensibili. Da tal punto di vista la magnificenza e la bellezza dei colori e dei suoni, la molteplicità e l’intensità delle emozioni suscitate dalla natura nell’ anima di chi la contempla sono il fine della sensibilità nel mondo. Racimolando qua e là potrei moltiplicare gli esempi atti a provare che lo spirito del Bradley si è, per così dire, modellato tutto sui grandi maestri della Metafisica alemanna: ma il mio compito è quello di ricercare piuttosto quali siano le fonti primarie e dirette del sistema, se così vogliamo chiamarlo, del nostro autore. Ora queste a me pare si riducano alle due correnti della filosofia dell’identità e della filosofia herbartiana : ho detto della filosofia dell’ identità e non dell'hegelismo, come a prima vista si potrebbe esser tratti a credere, giacchè egli pur avendo tratto molto del suo nutrimento vitale dal sistema dell’Assoluto hegeliano, ha cercato di porre insieme, se non di combinare e fondere in un tutto armonico, le vedute di Fichte, di Schelling e di Hegel, in quanto la Realtà per lui non è solamente pensiero, ma l’ unità del pensiero e dell’ altro (the Olher) l'identità del soggetto e dell'oggetto, del sapere e del volere (Fichte), della coscienza e dell’ inconscio, dello spirito e della natura (Schelling). Noi ci crediamo quindi autcrizzati ad affermare che le idee del Bradley sono state attinte dalla filosofia dell’identità in ordine ai seguenti punti: il passaggio o la trascendenza di un'idea in un'altra, di un grado di realtà in un grado più elevato fino a giungere alla Realtà assoluta, la cui vita armonica e comprensiva è considerata come una specie di esperienza intuitiva, di cui a mala pena possiamo formarci un'idea astratta e indeterminata; 2° la credenza nella più perfetta razionalità delle cose e quindi nell’ottimismo più completo per cui tutte le contradizioni che si presentano nel mondo delle apparenze quali 1’ esistenza del male, del brutto, dell'errore, dell’accidente vengono considerati come momenti transitori della Realtà, anzi, diremo meglio, come illusioni, le quali in un grado più elevato di esperienza scompaiono, perchè vengono radicalmente armonizzate col sistema totale ; il concetto che tutto, anche ciò che sembra più falso ed erroneo, possa avere un certo grado di realtà, che insomma tuttociò che è' possibile sia fino ad un certo punto reale; la concezione dello svolgimento della vita psichica come di una successiva posizione di limiti da parte dell'io, di una successiva e inin. terrotta trasformazione dell'io in non-io ; 5° il disperdimento della vita universale in una quantità di centri di esperienza | psichica limitati spazialmente e temporalmente per cui è resa possibile l’esistenza psichica subbiettiva o cosciente. Ma abbiamo detto che la filosofia del Bradley non è una derivazione pura e semplice della filosofia dell’ identità, ma bensì della fusione di questa colla filosofia herbartiana. Infatti se si pensa che il motivo del filosofare per l’Herbart è l'eliminazione delle contradizioni presentate dal pensare comune e che per lui il compito della filosofia sta nel passare dall’apparire all'essere e nell’intendere le ragioni ‘così della differenza come della relazione che passa tra l'uno e l’altro, nel ritrovar l'essere nello apparire e nel vedere perchè apparisca in quel modo; se si pensa che a senso del medesimo filosofo tedesco, la guida, la base e la norma essenziale per poter filosofare con vantaggio è fornita dal principio di contradizione, e che le apparenze contradittorie, le quali più richiamarono l’attenzione dell’ Herbart furono appunto lo spazio e il tempo, l'inerenza o la cosa e le sue proprietà, la causalità e il cangiamento, l'io e la relazione; se si pensa che per lo stesso filosofo il reale va risoluto in relazioni fisse, riducendosi l’accadere apparente ad effetto di prospettiva, non sì può non convenire che il sistema herbartiano non meno della filosofia dell'identità hanno determinato le concezioni metafisiche del filosofo inglese da noi studiato. Questi prese da Herbart il criterio per giudicare della realtà (principio di contradizione) e il concetto dell’immutabilità e inalterabilità dell’essere, mentre dall’'idealismo. assoluto prese il concetto dell'unità armonica e comprensiva, il concetto del sistema totale delle cose. Herbart, infatti, mirava a intendere ed a spiegare il singolare, l’in- dividuo e di qui il suo pluralismo delle sostanze, mentre l’'idealismo assoluto aveva per intento sopratutto d' intendere l’unità, il sistema, la finalità. Ora si domanda: La fusione compiuta dal Bradley in che modo propriamente avvenne? Perchè avvenne così e non diversamente ? É una fusione razionale ? Egli, appropriatosi il metodo dell’Herbart, non potè non giungere alla conclusione che l’ essere doveva essere inalterabile ed immutabile, ma d’ altra parte i concetti della zufallige Ansicht, il metodo delle relazioni, la ‘ perturbazione e la conservazione degli enti, il loro essere insieme, le loro mutevoli relazioni, il loro luogo nello spazio intelligibile rivelandoglisi idee oscure, inintelligibili e spesso contradittorie, lo spinsero verso l’Universale. Una delle analisi più accurate del Bradley fu infatti quella concer-. nente la qualità e la relazione per mostrare che esse si implicano a vicenda, ciascuna intendendosi soltanta per . mezzo dell’ altra. Respinti così come mere apparenze il pluralismo delle sostanze, le qualità semplici, il metodo delle relazioni, ecc., pose la realtà in un sistema individuale, in una specie di unità che tutte le apparenze comprende, ar- monizzandole e coordinandole tra loro. Una volta che le relazioni non sono delle essenze intermedie, nò vedute accidentali, riferimenti ausiliari che non importino punto alla natura della cosa, bisogna pensarle come stati delle cose stesse ed ogni cangiamento di relazioni come cangiamento di stati interni, ma perchè ciò sia possibile occorre che le cose siano concepite come modi o parti di un’unica essenza, di una sostanza ‘infinita; giacchè così ogni causalità non è causalità in altro, ma in sè stesso (Lotze). Il pensiero del Bradley determinatosi per così dire in contrapposizione al concetto dell'evoluzione ed alla ten- denza propria della scienza contemporanea a voler tutto ridurre a divenire senza fermare in alcun modo l’atten- zione su ciò che diviene e perchè diviene, e modellatosi d'altra parte sulle obbiezioni volte dalla critica herbartiana al concetto del mutamento e all’ assoluto predominio della categoria della causalità, non potè non considerare l'essere quale immutabile e inalterabile ed escludente quindi qualsiasi forma di divenire. Ma d’altra parte le obbiezioni rivolte da quegli stessi che originariamente appartennero alla scuola herbartiana (dal Lotze, p. es.) ai concetti fon- damentali del maestro, le analisi critiche fatte dai filosofi contemporanei in genere e segnatamente dai criticisti, delle nozioni di sostanza, di rapporto, di qualità, non pote- rono non influire sul nostro filosofo in modo da fargli respin- gere la pluralità delle sostanze e quel carattere disgregativo ed atomistico del realismo herbartiano per cui questo non riesce a dar ragione dell’unità e del sistema. E la difficoltà sta tutta nella 'possibilità di porre insieme, non diciamo di fondere, la concezione dell’immu- tabilità dell’ essere con quella dell’ unità armonica del sistema totale che tutto comprende in sè, del sistema orga- nico che sì fa e non può non farsi, giacchè il sistema, l’ unità armonica non è un dato. Il germe non si può dire che sia la pianta come non si può dire che sia la pianta questa stessa presa in uno stadio determinato. La realtà della pianta è posta nell’uniîtà e continuità del processo che la rende possibile. Ora come si fa a conciliare l’unità e la continuità del processo con l’immutabilità, l’immobilità e l’ inalterabilità dell’ essere? È evidente che questi sono concetti della nostra mente. Perchè le apparenze che come tali contengono già in sè un certo grado di realtà, possano assurgere al grado di realtà ultima, bisogna che trascendendo sè stesse, si trasformino in qualcosaltro: ora tuttociò non implica processo, non implica una forma di divenire? Nè vale il dire che detta trasformazione, detto processo è pura apparenza, è processo per quel centro finito di esperienza psichica che si trova in una data serie, ma non per l'insieme che è permanente, immutabile, inalterabile. Se l'Assoluto, come ripetutamente afferma il Bradley, non è fuori le apparenze, ma è le apparenze, se l'Assoluto è l'esperienza psichica interna, come mai può essere detto immutabile, inalterabile? In seguito a ciò è lecito affermare che nell’Assoluto non si compie alcun processo? Anzi pare che occorra dire che se ne compiono molteplici, infiniti for- s'anche. Che l’immutabilità riguardi le parti e non il tutto è un’altra questione; si varii, si muti pure una particella sola, ciò basta perchè vi sia processo e divenire vero, reale e non semplicemente apparente o effetto di prospettiva. É soltanto a chi contempla dal di fuori, a chi consi- dera, a chi medita sul Tutto, che questo preso nel suo insieme e quindi coi compensi reciproci che possono venire tra le varie parti, può apparire come qualcosa di immu- tabile: ma la realtà che vive, opera e si muove non può dichiararsi estranea al processo. L’immutabilità, la per- manenza sono concetti astratti, formati dalla mente, non fatti reali. L'uno e l'essere immutabile in tanto possono stare insieme in quanto sono considerati quali concetti logici astratti (a mo’ della scuola eleatica), ma nel fatto concreto l’ Unità sistematica comprendendo le differenze, non può non involgere processo, cangiamento e in conse- guenza moto e vita nelle parti. Delle due l'una; osi ferma l’' attenzione sull’ individuale e si avrà l’immutabi- lità, ma non si darà ragione del sistema e dell'unità totale, ovvero si ferma l’attenzione sull’ universale ed allora per poter dar ragione della differenziazione, dalla specificazione bisogna ricorrere al mutamento, al divenire, al processo. Aggiugiamo qui poi anche che posta la divisione della vita universale in particolari centri di sentimento o di esperienza, non è possibile non ammettere un modo qual- siasi in cui i letti centri siano ordinati e disposti: e non potrebbe consistere in questo appunto il corrispettivo reale ed obbiettivo della forma spaziale? Non s'impone così la esigenza dello spazio intelligibile? S Prima di finire, qualche osservazione ancora intorno all'azione esercitata sul pensiero del Bradley dai recenti . progressi della psicologia esatta, intesa questa come descri- zione ed analisi dei fatti interni. Il lettore che ha seguito con attenzione la nostra esposizione critica si sarà accorto che nei punti in cui si è allontanato dalla speculazione tedesca, presentando delle vedute originali, sì è mostrato appunto psicologo sagace e sopra tutto scevro di pregiu- dizi. Nelle pagine in cuì egli discute la questione se si possa ridurre la Realtà ultima e la sostanza dell’universo all'una od all'altra delle funzioni psichiche quali l’ intel- letto, la volontà ecc., egli dimostra a meraviglia che dai metafisici le dette funzioni psichiche vengono snaturate. Ed è in questa parte che si trova la sua originalità. Ora tutto ciò che è verissimo — al nostro autore è stato senza dubbio suggerito dalle analisi psicologiche accura- tamente fatte, ma possiamo noi dire che tali concetti concordano coll’ insieme delle dottrine da lui professate? Possiamo noi dire che la Realtà quale viene intesa da lui (Unità del pensiero, del volere, del sentimento estetico ecc., obbiettivamente considerati) concordi coi risultati della psicologia esatta? E la teoria della conoscenza fondata sui dati della stessa Psicologia può andar congiunta con la Metafisica bradleyana? (4) Forse non è inutile richiamare qui l’attenzione sopra una forma di Metafisica contemporanea che nacque anche come questa del Bradley in contrapposizione al movimento scientifico contemporaneo, inten- diamo parlare della Metafisica del Teichmiille», la quale se ha qualche punto di contatto con quella del Bradley, se ne differenzia essenzial- mente per il fatto che essa poggia sulla realtà del soggetto individuale Io sostanza. Non dobbiamo intrattenerci sulle ragioni di tale differenza : diremo soltanto che tra queste possono essere al diversa cultura psicologica dei due autori e l’azione che l'ambiente speculativo del proprio paese ha esercitato su ciascuno dei due metafisici. De Sarlo. Keywords: implicatura, Bradley, citato da Sarlo e Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sarlo”.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sarno: la ragione conversazionale del sentire – scuola napoletana -- filosofia campanese – la scuola di Napoli – filosofia naoletana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Interprete di BRUNO e CAMPANELLA. Collabora al “Giornale critico della filosofia italiana” con saggi su BRUNO, CAMPANELLA, e VICO. Medita sulla violenza. Si suicida con un colpo di rivoltella. Si interessa a BRUNO e CAMPANELLA. Il suo punto di partenza è l’opposizione tra un sentimento sempre identico a se stesso, essenzialmente interiore -- sensus sui -- ed un sentire esteriore, che si tramuta nelle cose di cui ha esperienza, che si presta e si dona tutt’intero alle cose, affinché esse vivano in lui. Atre saggi: Pensiero e poesia (Laterza, Bari); Filosofia poetica (Laterza, Bari); Filosofia del sentire (Pescara, Tracce); Sulla violenza (Bari, Laterza); M. Perniola, “L’enigma” (Costa,  Genova); A. Marroni, Filosofo del farsi altro. Angelo, L'estetica italiana” (Laterza, Bari); Marroni, La passione per il presente in “Filosofie dell'intensità. un maestro occulto della filosofia italiana” (Mimesis, Milano); Marroni, "I carmina in foliis volitantia" in Agalma, Giornale Critico di Filosofia Italiana. Antonio Sarno. Sarno. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sarno” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sarpi: la ragione conversazionale della meta-fisica del fenice, o l’arte del bien conversar – filosofia veneta – la scuola di Venezia – filosofia veneziana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Very important Italian philosopher. Definito d’Acquapendente come oracolo, autore della celebre Istoria del Concilio tridentino, subito messa all'indice. Fermo oppositore del centralismo monarchico di Roma, difendendo le prerogative della repubblica veneziana, colpita dall'interdetto emanato da Paolo V. Rifiuta di presentarsi di fronte all'inquisizione romana che intende processarlo e sube un grave attentato che si sospetta sta organizzato dalla curia romana, "agnosco stilum Curiae romanae", che nega tuttavia ogni responsabilità. L'infanzia e una ritiratezza in sé medesimo, un sembiante sempre penseroso, e più tosto malinconico che serio, un silenzio quasi continuato anco co' coetanei, una quiete totale, senza alcun di quei giuochi, a' quali pare che la natura stessa ineschi i fanciulli, acciò che col moto corroborino la complessione: cosa notabile che mai fosse veduto in alcuno. Poi, così serve in tutta la sua vita, et all'occasioni dice non poter capir il gusto e trattenimento di chi giuoca, se non fosse affetto d'avarizia. Un'alienazione da ogni gusto, nissuna avidità de' cibi, de' quali si nutre così poco, che restava meraviglia come stasse vivo. Nell'anno in cui proseguivano le sedute del Concilio di Trento, Carlo V e in guerra con i prìncipi protestanti tedeschi e il Parlamento inglese adotta un Libro di preghiere d'ispirazione luterana. Figlio di Francesco di Pietro S., di famiglia di lontane origini friulane -- precisamente di San Vito al Tagliamento -- e mercante a Venezia eppure, scrive Micanzio, per la sua indole violenta più dedito all'armi ch'alla mercatura. La madre, veneziana, d'aspetto umile e mite e Isabella Morelli. Rimasta vedova, fu accolta con il suo figlio e l'altra figlia Elisabetta nella casa del fratello A. Morelli, prete della collegiata di Sant'Ermagora. Con lo zio, uomo d'antica severità di costumi, molto erudito nelle lettere d'umanità addottrinando nella grammatica e retorica molti fanciulli della nobiltà, fa i primi studi, imparando presto e con facilità. A dodici anni, nell’anno dell'istituzione, dopo la chiusura del Concilio, dell'Indice dei libri proibititra i tanti, vi finirono il Talmud e il Corano, il De Monarchia di Dante e le opere di Rabelais, Folengo, TELESIO, MACHIAVELLI, ed Erasmo, passa alla scuola di Capella, dell'Ordine dei Servi di Maria, seguace delle dottrine di Scoto. Capella gli insegna logica, filosofia e teologia, finché il ragazzo fece così rapidi progressi che il maestro istesso confessa non aver più che insegnargli. Con altri maestri veneziani apprese la matematica, la lingua greca e l'ebraica. Con la familiarità e co' studii entra Panco in desiderio di ricevere l'abito de' servi, o perché gli paresse vita conforme alla sua inclinazione ritirata e contemplativa, o perché vi fosse allettato dal suo maestro, malgrado l'opposizione della madre e dello zio che lo voleva prete nella sua chiesa, entra nel monastero veneziano dei servi di Maria. Continua ancora a studiare con il Capella, rimanendo alieno dalle distrazioni proprie della sua età finché in occasione della riunione a Mantova del capitolo generale dell'Ordine servita, mandato in quella città «ad onorar il congresso e far vedere che gl'ordini non sono oziosi, ma spendono il tempo in sante e lodevoli operazioni, difendendo 318 delle più difficili proposizioni della filosofia naturale. Il qual carico con che felicità lo sostenesse e con che giubilo e stupore di quella venerabile corona, si può dall'evento argomentare. Essersi così distinto agli valse la nomina a teologo da parte del duca di Mantova. Prencipe di grandissimo ingegno, così profondamente erudito nello scienze, che difficilmente si discerne qual fosse maggiore, o la prudenza di governare, o l'erudizione di tutte le scienze et arti, sino nella musica, mentre il Boldrino gli affida la cattedra. Stabilito nel convento di San Barnaba, perfeziona la conoscenza della lingua ebraica e inizia, col puntiglio consueto, ad applicarsi agli studi storici. E certo a motivo di quest'interesse che a Mantova frequenta Olivo, già segretario di Gonzaga, cardinale e legato pontificio nelle ultime sessioni del concilio di Trento, la cui caduta in disgrazia presso Pio IV coinvolse anche l'Olivo che fu dagl’inquisitori molto travagliato, col tenerlo longamente in carcere dopo la morte del cardinale suo signore, ma che ora, dopo la morte del pontefice, vive privatamente in Mantova. Il gusto principale che riceva in conversare con lui e perché lo trovava d'una moderazione singolare, erudito, e che, per esser stato col cardinale a Trento, ha gran maneggio in quelle azioni e sa tutte le particolarità de' negozii più secreti, et ha anco molte memorie, nell'intendere le quali riceve molto piacere. Sono gli anni in cui in Italia continua con vigore la repressione inquisitoriale di Pio V. P. CARNESECCHI venne decapitato. Gl’ebrei sono espulsi dallo stato pontificio tranne che da Roma e da Ancona, nei ghetti delle quali vennero costretti a risiederee. E impiccato l'umanista A. Paleario. Il papa scomunica Elisabetta d'Inghilterra, oorganizzò la Lega contro i turchi, ottenendo la vittoria navale di Lepanto e a Parigi, a migliaia di ugonotti sono massacrati. Fa la sua professione, entrando ufficialmente nell'Ordine servita. Anche di lui l'Inquisizione si occupa seguito della denuncia di un confratello che lo accusa di sostenere che dal primo capitolo del Genesi non si può ricavare l'articolo di fede della trinità. Ma, poiché effettivamente di trinità divina non vi è traccia nel vecchio testamento, l'inquisizione gli diede ragione, archiviando il caso. Dopo aver ricevuto nel convento mantovano il titolo di baccelliere, e invitato a Milano da Borromeo il quale, dopo aver ottenuto dalle autorità contro la volontà del Senato, il riconoscimento del tribunale e della polizia diocesana, avvia un processo di riforma del clero. Ottenne di essere trasferito nel convento dell'Ordine servita di Venezia, dove e incaricato dell'insegnamento della FILOSOFIA e continua i suoi studi scientifici. Nella grande epidemia di peste, che imperversa a Venezia, facendo 50.000 vittime tra le quali Tiziano frimase immune dal contagio. Dopo essersi addottorato a Padova, e nominato reggente del convento di Venezia e priore della provincia veneta. Durante il Capitolo a Parma, nel quale venne rieletto priore G. Tavanti, tenne una dissertazione di fronte ai cardinali protettori dell'Ordine, Farnese e Santori. Uno dei tre saggi, insieme con Franco e Giani, incaricati di preparare una riforma della regola. Il carico suo speziale e d'accommodare quella parte che tocca i sacri canoni, le riforme del concilio di Trento, allora nuove, e la forma de' giudizii quella parte tutta ove si tratta de' giudizii accommodatamente allo stato claustrale. Lascia in questo carico in Roma fama di gran sapere e di molta prudenza, non solo nelle corti de' due cardinali suddetti, co' quali, per ordine contenuto in un breve apostolico di Gregorio XIII, conviene conferire ogni legge che si fa, ma anco e necessario molte volte trattar col pontefice medesimo. Sbrigato da quale peso ritorna al suo governo. Si tenne a Bologna il nuovo Capitolo dell'Ordine servita e viene eletto procuratore generale, la suprema dignità di quell'ordine dopo il generale il carico porta seco di difender in Roma tutte le liti e controversie che vengono promosse in tutta la religione. Dove pertanto trasferirsi a Roma dove conobbe e prende strettissima familiarità col padre Bellarmino poi cardinale, e dura l'amicizia sin al fine della vita, grazie al quale forse puo prendere visione di diversa documentazione relativa alle istruzioni date ai legati pontifici durante il Concilio di Trento. Conosce anche il dottor Navarro, teologo difensore dell'arcivescovo di Toledo, B. Carranza, accusato di eresia, il gesuita Bobadilla e il cardinale Castagna, poi Urbano VII. Ha occasione di passare a Napoli per presiedere Capitoli e conversare con quel famoso ingegno Porta, il quale, anco nelle sue opere mandate in luce, fa onorata menzione del padre Paolo come di non ordinario personaggio. Scaduto il periodo di carica a procuratore generale dell'Ordine servita, ritorna a Venezia, frequentandovi i circoli intellettuali che si riunivano nella bottega di Sechini e nella casa del nobile veneziano A. Morosini, dove conobbe anche BRUNO. A Padova frequenta la casa di Pinelli, il ricetto delle muse e l'academia di tutte le virtù in quei tempi, dove iincontrare Galileo e Bruno, il quale s'intrattenne a Padova più di tre mesi, poco prima di essere arrestato a Venezia. Si dove scegliere il generale dell'Ordine servita, e fra i due principali candidati, Baglioni e Dardano, si espresse a favore del primo. Il rancore spinse Dardano a denunciarlo al Sant'Uffizio, accusandolo di negare efficacia allo Spirito Santo, di avere rapporti sospetti con ebrei e allegando una lettera che fgli scrive da Roma, nella quale sono contenute alcune parole in discredito della corte, come che in quella si viene alle dignità con male arti, e di tenerne esso poco conto, anzi abominarla. Senza nemmeno essere chiamato a Roma per discolparsi, e subito prosciolto da ogni accusa. Ma il cardinale di Santa Severina, G. Santori, protettore dell'Ordine e capo del S. Uffizio, mostrò però implacabile indignazione autilizzando tutta la sua autorità per escludere gli amici dalli gradi et onori con maniere così strane e fini così bassi, ch'io non ardisco poner i casi che mi sono stati dati in nota, perché troppo gran scandalo arrecherebbono al mondo. Continua i suoi studi mentre non cessano le rivalità nell'Ordine servita, del quale venne eletto priore, Montorsoli, che morì tre anni dopo, succedendogli così, Dardano, accanito avversario del S.. Questi, deciso a uscire dall'Ordine per sottrarsi all'inimicizia dalla quale si sentiva circondato, cerca di ottenere un vescovato, prima a Caorle e poi a Nona, in Dalmazia, che però gli vengono rifiutati a causa delle negative informazioni che di lui il Dardano e Gagliardi, preposito della casa veneziana dei gesuiti, diedero al papa. Esse ssente mormorare alle volte che egli con alcuni facci una scoletta piena d'errori. Non solo: nel Capitolo, Dardano l’accusa di portare una berretta in capo contra una forma che sino sotto Gregorio XIV disse esser proscritta; che portasse le pianelle incavate alla francese, allegando falsamente esserci decreto contrario, con privazioni divote; che nel fine della messa non recita lo Salve Regina. E assolto anche da queste accuse. La Repubblica veneziana, stretta a nord dall'Impero, in Italia dalla prevalenza spagnola e papale, in Oriente dalla potenza turca, e ormai avviata a quel lungo declino politico ed economico che a la sua sanzione. Alla prudente politica dei patrizi, rasseglla compromissione con l'Impero e il papato, si sostituì quella degli innovatori, i cosiddetti «Giovani», decisi a sottrarre la Serenissima all'invadenza ecclesiastica nell'interno e a rilanciarne le fortune commerciali nell'Adriatico, compromesse dal controllo dei porti esercitato dallo Stato pontificio e dalle azioni degli Uscocchi, i pirati cristiani croati appoggiati dall'Impero. Iil Senato veneziano proibì la fondazione di ospedali gestiti da ecclesiastici, di monasteri, chiese e altri luoghi di culto senza autorizzazione preventiva della Signoria. Un'altra legge proibiva l'alienazione di beni immobili dai laici agli ecclesiastici, già proprietari, pur essendo solo un centesimo della popolazione, di quasi la metà dei beni fondiari della Repubblica, e limita le competenze del foro ecclesiastico, prevedendo il deferimento ai tribunali civili degli ecclesiastici responsabili di reati di particolare gravità. Avvenne che il canonico vicentino S. Saraceno, colpevole di molestie a una nobile parente, e l'aristocratico abate di Nervesa, Brandolini, reo di omicidi e di stupri, sono incarcerati. Paolo V emana due brevi richiedenti l'abrogazione delle due leggi e la consegna al nunzio pontificio dei due ecclesiastici, affinché secondo il diritto canonico fossero giudicati da un tribunale ecclesiastico. Il nuovo doge Donà fece esaminare i due brevi da giuristi e teologi, fra i quali S., affinché trovassero modo di controbattere alle richieste della Santa Sede. Venne nominato teologo canonista proprio S. e lo stesso giorno il suo scritto: Consiglio in difesa di due ordinazioni della Serenissima Repubblica, venne inviato al Papa. Difese le ragioni della Repubblica con numerosi saggi. Sono di questi mesi la scrittura sopra la forza e validità delle scomuniche, il consiglio sul giudicar le colpe di persone ecclesiastiche, la scrittura intorno all'appellazione al concilio, la scrittura sull'alienazione dei beni laici agli ecclesiastici e altri ancora, poi raccolti nella sua successiva “Istoria dell'interdetto”. In quell saggio è contenuta anche un saggio sulla validità della scomunica, attaccato da BELLARMINO, al quale rispose allora con l'Apologia per le opposizioni do Bellarmino. Mentre Micanziosuo inizia a collaborare dopo che Paolo V scomunica il consiglio veneziano e fulminato con l'interdetto lo Ssato veneto, pubblica il protesto del monitorio del pontefice, nel quale il breve papale Superioribus mensibus è definito nullo e di nessun valore, mentre impede la pubblicazione della bolla pontificia. Obbedendo alle disposizioni del papa, i gesuiti rifiutano di celebrare le messe a Venezia e la Repubblica reage espellendoli insieme con cappuccini e teatini. Parteno la sera alle doi di notte, ciascuno con un Cristo al collo, per mostrare che Cristo parte con loro. Concorse moltitudine di populo e quando il preposto, che ultimo entra in barca, dimanda la benedizione al vicario patriarcale si leva una voce in tutto il populo, che in lingua veneziana grida loro dicendo "Andé in malora!". A Roma si spera che l'interdetto provocasse una sollevazione contro i governanti veneziani ma i gesuiti scacciati, li cappuccini e teatini licenziati, nissun altro ordine parteno, li divini uffizi sono celebrati secondo il consueto il senato e unitissimo nelle deliberazioni e le città e populi si conservano quietissimi nell'obbedienza. Venezia era alleata, in funzione anti-spagnola, con la Francia, ed era in buoni rapporti con l'Inghilterra e con la Turchia. Fingendosi veneziani, soldati spagnoli, per provocare la rottura delle relazioni turco-veneziane, sbarcano Durazzo, saccheggiandola, ma la provocazione e facilmente scoperta e i turchi offreno a Venezia l'appoggio della loro flotta contro il papa. L'Inquisizione l’intima di presentarsi a Roma per giustificare le molte cose temerarie, calunniose, scandalose, sediziose, scismatiche, erronee ed eretiche contenute nei suoi saggi ma naturalmente si rifiuta. Invano il papa che scomunica Sarpi e Micanziosi dichiara favorevole a portare guerra a Venezia. La sua unica alleata, la Spagna, minacciata da Francia, Inghilterra e Turchia, non puo sostenerla in quest'impresa e si giunse così alle trattative diplomatiche, favorite dalla mediazione del cardinale Joyeuse. Venezia rilascia i due ecclesiastici incarcerati e ritira il suo protesto al papa in cambio della revoca dell'interdetto, mentre le leggi promulgate dal Senato veneziano restarono in vigore e i gesuiti non possono rientrare nella Repubblica. Riceve Schoppe, molto intimo dei segreti affari della curia romana, il quale gli confide che il papa, come gran prencipe, ha longhe le mani, e che per tenersi da lui gravemente offeso non puo succedergli se non male, e che se sino a quell'ora avesse voluto farlo ammazzare, non gli mancavano mezzi. Ma che il pensiero del papa e averlo vivo nelle mani e farlo levare sin a Venezia e condurlo a Roma, offerendosi egli, quando volesse, di trattare la sua riconciliazione, e con qual onore avesse saputo desiderare. Asserendo d'aver in carico anco molte trattazioni co' prencipi alemanni protestanti e la loro conversione». Schoppe, ambiguo provocatore, intende convincerlo a mettersi nelle mani dell'inquisizione come miglior partito che puo prendere, tanto parvero strane le due proposte di far ammazzare o prender vivo il padre. I disegni omicidi sono reali. Circa le 23 ore, ritornando al suo convento di San Marco a Santa Fosca, nel calare la parte del ponte verso le fondamenta, e assaltato da V assassini, parte facendo scorta e parte l'essecuzione, e resta l'innocente ferito di tre stilettate, due nel collo et una nella faccia, ch'entrava all'orecchia destra et usciva per apunto a quella vallicella ch'è tra il naso e la destra guancia, non avendo potuto l'assassino cavar fuori lo stillo per aver passato l'osso, il quale restò piantato e molto storto. I sicari, fuggendo, trovano rifugio nella casa del nunzio pontificio e la sera s'imbarcano per Ravenna, da dove proseguirono per Ancona e di qui raggiunsero Roma. Si conoscono i loro nomi: l'esecutore materiale dell'attentato e Poma, già mercante veneziano, poi trasferitosi a Napoli e di qui a Roma, dove divenne intimo del cardinale segretario di Stato S. Caffarelli-Borghese e dello stesso Paolo V. E co-adiuvato da tre uomini d'arme, tali A. Parrasio, Giovanni da Firenze e Bitonto, mentre «a spia, o guida e Viti, solito offiziare in S. Trinità di Venezia, che non lascia dubitare quanti mesi precedessero questo bel effetto prima che fosse mandato alla luce. Poi che Viti la quadragesima antecedente, sotto specie d'aver gusto delle predicazioni del padre maestro Fulgenzio, anda ogni mattina in convento de' servi alla porta del pulpito, che risponde alla parte di dentro, e cortesemente tratta con lui, ricercandolo anco di qualche dubbio di coscienza. E continua di poi sempre a salutarlo et anco andar in convento a visitarlo, parlandogli sempre di cose spettanti all'anima. Il pugnale non ha tuttavia leso organi vitali e riusce a sopravvivere. Il chirurgo Acquapendente, che l'opera, dice di non aver mai medicato una ferita più strana, rispondendo allora con la famosa espressione. Eppure il mondo vuole che sia data stilo Romanae Curiae. Le conseguenze furono la rottura della mascella e vistose cicatrici nel volto. Il Senato, dichiarandolo persona di prestante dottrina, di gran valore e virtù gli concede una casa in piazza San Marco ove possa risiedere con il Micanzio e altri frati, e una sovvenzione affinché possa acquistare una barca e provvedere alla sua sicurezza personale. Rifiuta la casa ma si servì da allora di una barca che gli evita si pericolosi tragitti a piedi per le calli veneziane. Poco più di un anno dopo, e sventato un secondo attentato, ordito, sembra su mandato di Margotti, d’Antonio da Viterbo, i quali, fatta una copia della chiave della sua camera vuoleno secretamente introdurre nel monasterio due o più sicarii e la notte trucidare l'innocente. Inizia a corrispondere con personalità soprattutto di fede calvinista o gallicana. Fra questi ultimi, Leschassier e Gillot, che pubblica gli Actes du concile de Trente, dimostrando le pressioni papali sui vescovi riuniti a concilio, e fra gli altri l'italiano Castrino, i francesi Villiers, Casaubon, Thou, Mornay, i tedeschi Achatius e Dohna. Attraverso il dialogo diretto con gli intellettuali acquiesce quella straordinaria ampiezza di orizzonti e di interessi, quella solida conoscenza dei problemi dello stato che gli permite di arricchire la sua cultura storica, giuridica e scientifica e lo conduce a incidere sulla sua posizione filosofica, ad approfondirne la crisi, risolvendola poi con l'accoglimento di nuove prospettive e di nuove idealità; spalancandogli un mondo nuovo, che gli fac sentire più soffocante, più viziata, la vita italiana. Incontra a Venezia Bedell, che rifere di lui e del Micanzio come essi sono completamente dalla nostra parte nella sostanza della religione e, Dohna inviato da Cristiano I di Anhalt-Bernburg, e Diodati, per valutare la possibilità di introdurre a Venezia la Riforma. La traduzione in lingua italiana del nuovo testamento, viene diffusa a Venezia proprio in questo periodo. Altre polemiche suscitano, le prediche quaresimali di Micanzio che vengono interpretate a Roma come un attacco alla fede cattolica. -- è anche preoccupato per la tregua stipulata tra la Spagna e i Paesi Bassi, perché vede in essa un indebolimento di questi ultimi che, o prima o dopo, resteranno sopraffatti dalle arti spagnole, mentre gli spagnoli ne potrebbero trarre beneficio anche in vista del loro dominio in Italia. Spera in un'alleanza generale di Francia, Inghilterra, principi protestanti, Paesi Bassi, Savoia e Venezia che portasse alla guerra contro l'Impero cattolico ispano-tedesco e cancellasse il dominio papale e spagnolo in Italia. Se sarà guerra in Italia, va bene per la religione; e questo Roma teme. L’inquisizione cessa e l'Evangelio ha corso. E ha bene anche per le libertà civili di Venezia: qui, anche se il giogo ecclesiastico è assai più mite che nel rimanente d'Italia, in quella parte nondimeno che tocca la stampa è l'istesso appunto che negli altri luoghi. Nessuna cosa si può stampare se non veduta e approvata dall'Inquisizione. Dove si ragiona di alcun papa, non permettono che si dica alcuna di disonore, se bene vera e notoria. Non permettono che alcuno separato dalla Chiesa romana sia lodato di qualsivoglia virtù, né nominato se non con vituperio. Secondo la versione ufficiale, sebbene sfinito, volle alzarsi per il mattutino, come al solito, e celebrare la Messa. Fatto chiamare il priore del convento, lo prega che lo raccomandasse alle preghiere dei confratelli e che gli portasse il Viatico. Gli consegna tutte le cose concesse a suo uso. Si fa vestire, si confessa e passò il resto del mattino facendosi leggere da fra Fulgenzio e da Fra Marco i Salmi e la Passione di Cristo narrata dagli Evangelisti. Gli e quindi amministrato dal priore, alla presenza della Comunità, il Viatico. E visitato dal medico che gli dice che ha poche ore di vita. Sorridendo, rispose: Sia benedetto Dio. A me piace ciò che a Lui piace. Col suo aiuto faremo bene anche quest'ultima azione -- quella di morire. E udito ripetere più volte, con soddisfazione: Orsù, andiamo dove Dio ci chiama. Secondo alcuni le sue ultime parole sarebbero state. Esto perpetua, riferendosi a Venezia (v. Bianchi-Giovini, Esistono tuttavia altre versioni della sua morte che lo fanno apparire più vicino al culto protestante. Figura assai complessa di filosofo, occupa indubbiamente un posto di primo piano nella storia della filosofia italiana. Fu uno dei più grandi filosofi. La sua prosa è una delle più maschie ed efficaci di tutta la filosofia nostra, che non conosce lenocini né fronzoli, che scolpisce le figure con raro risalto, che ha un magnifico potere ri-evocatore allorché descrive dispute e contrasti, ch'è impareggiabile nel sarcasmo, tutto contenuto in un'unica espressione, tre o quattro parole. G. Papini, parlando della Istoria del Concilio di Trento, la define un modello di lucidità narrative e di prosa semplice, esatta e rapida. Lascia orme indelebili nella filosofia, nella matematica, nell'ottica, nell'astronomia, nella medicina ecc. Galilei e suo grande amico, e non disdegna di appellarlo: Mio Maestro. Dinanzi al primo avvertimento a Galilei, lui, che non visse abbastanza a lungo per assistere alla condanna scrive. Verrà il giorno, e ne sono quasi certo, che gl’uomini, da studi resi migliori, deploreranno la disgrazia di Galileo e l'ingiustizia resa a sì grande uomo. Scopre la dilatabilità della pupilla sotto l'azione della luce e le valvole delle vene. I suoi biografi parlano anche di scoperte nel campo dell'anatomia, dell'ottica, ecc. L'invenzione del telescopio dice Bianchi-Giovini il Galilei la dovette per certo ai lumi somministratigli da lui, se pure questi non ne fu il primo inventore, come pensano alcuni. Sopra la sua sapienza matematica si cita l'autorevole giudizio di Galilei. Galilei non esita a dire della ‘fenice’: del quale posso senza iperbole alcuna affermare che niuno l'avanza in Italia in cognizione di queste scienze matematiche contro alle calunnie ed imposture diCapra, in ediz. naz., Firenze, La teoria di GALILEI delle maree, successivamente dimostratasi erronea, riprende le sue idee, esposte nei Pensieri naturali, metafisici e matematici. Porta, dopo aver dichiarato di avere appreso alcune cose da lui, lo proclama splendore ed ornamento non solo della città di Venezia e dell'Italia, ma di tutto il mondo. (Magia naturalis). Passionei gli define dottissimo oltre ogni espressione. In uno studio il cui intento era quello di misurare il Q.I. di 300 personaggi famosi. si posiziona al quinto posto, al pari del più noto matematico Pascal. Alla grande intelligenza unì anchecome riconosciutagli da tuttiun'esemplare integrità di vita. Jemolo, dopo essersi rivolto varie domande intorno alla sua ortodossia, da questa risposta. Gli elementi ci mancano per una risposta perentoria: noi non possiamo dissipare l'alone di mistero che lo circonda. Questo non c'impedisce di ammirare l'uomo e l'opera. Fondamentalmente lo scontro con la Curia romana e legato ad un progetto politico volto a contenere il potere di Roma in ambito esclusivamente spirituale e a pro-muovere un'alleanza tra Venezia e la Francia in un'ottica anti-imperiale. Per questo intrattenne contatti con i riformati. Inoltre la sua visione di Roma e un vago ritorno verso la chiesa primitive. Egli quindi e indotto a condannare il potere temporale, il processo di mondanizzazione del clero, la superiorità del papa sul Concilio. Stringe amicizia con Dominis, arcivescovo di Spalato, che tende all'apostasia. La sua Istoria del Concilio Tridentino costituisce il suo capolavoro storico ed offre la prima imponente ricostruzione del Concilio di Trento. L’opera e ondannata dalla Congregazione dell'Indice e quindi posta all'Indice dei libri proibiti. Sono intercettate dal nunzio pontificio a Parigi Ubaldini compromettenti carteggi di lui con l'ambasciatore veneziano Foscarini e con l'ugonotto Castrino; carteggi ben presto inviati a Roma per essere messi a disposizione del Sant'Uffizio, ma anche da utilizzare per far ammettere una buona volta al governo veneziano quanto da tempo da Roma si viene denunciando, che lui che si proclamava più cattolico del Papa e come tale difeso ufficialmente dai responsabili politici veneziani. Altri non era che un protestante, al servizio delle forze ereticali europee. Dunque infedele e ipocrita. Una taccia di ipocrisia che non da tregua alla sua figura lungo i secoli, come stanno a provare innumerevoli esempi, da Aleandro, che ricevuta da Peiresc la sua Istoria dell'Interdetto appena edita risponde all'illustre erudito francese con fare perentorio che lui e nero ministro del diavolo che si dice esser padre delle menzogna, se ben egli veramente non credeva né nel diavolo né in Dio, al prelato friulano G. Fontanini con la sua velenosa Storia arcana della sua vita a Passionei, che crede di avere le carte per dimostrare che l'idea del furfante e di introdurre il calvinismo in Venezia, come ancora ricorda A. Mercati. Un parere analogo si trova anche nella recente Storia della Chiesa di Hertling e Bulla, dove viene definite un ipocrita che fino all'ultimo fa la parte del religioso, sebbene nel suo intimo si fosse da tempo allontanato dalla Chiesa. Saggi: “Trattato dell'interdetto di Paolo V nel quale si dimostra che non è legittimamente pubblicato”; “Apologia per le opposizioni fatte da Bellarmino ai trattati et risolutioni di G. Gersone sopra la validità delle scomuniche; Considerationi sopra le censure della santità di Paolo V contra la Serenissima Repubblica di Venezia, Istoria del Concilio Tridentino, Il trattato dell'immunità delle chiese (De iure asylorum), Discorso dell'origine, forma, leggi ed uso dell'Uffizio dell'Inquisizione nella città e dominio di Venezia, Trattato delle materie beneficiarie, Opinione di Servita, come debba governarsi la Repubblica Veneziana per havere il perpetuo dominio, Venezia, La storiografia recente attribuisce lo scritto al patriziato veneziano medesimo. Scritti giurisdizionalistici, Istoria del Concilio Tridentino (Geneua, Aubert); Pagnoni Editore, Milano, Gambarin, Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, G. Gambarin, IScrittori d'Italia, Bari, Laterza, Gambarin, Scrittori d'Italia Bari, Laterza, Istoria del Concilio Tridentino, testo critico di Giovanni Gambarin, introduzione di Pecchioli, Collana Biblioteca, Sansoni, Firenze, Lettere a Simone Contarini ambasciatore veneto in Roma, pubblicate dagli autografi, Monumenti storici pubblicati dalla R. Deputazione veneta di storia patria. Miscellanea, Venezia, Fratelli Visentini, Pagine scelte, Arturo Carlo Jemolo, Vallecchi, Firenze, Lettere ai protestanti, Scrittori d'Italia, 1, Bari, Laterza, Lettere ai protestanti, Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, Antologia degli scritti politici e storici. Roffarè, MILANI, Padova, “Istoria dell'Interdetto e altri scritti editi e inedita” (Scrittori d'Italia Bari, Laterza); Amerio, “Scritti filosofici e teologici” (Scrittori d'Italia, Bari, Laterza); “Pensieri naturali, metafisici e matematici. anoscritto dell'iride e del calore; Arte di ben pensare, Pensieri medico-morali, Pensieri sulla religione, Fabula e Massime e altri scritti. Edizione integrale commentate, L. Sosio, Ricciardi, Milano-Napoli, Scritti giurisdizionalistici” (Scrittori d'Italia, Bari, Laterza); “Lettere ai Gallicani, B/ Ulianich, Wiesbaden, F. Steiner, La Repubblica di Venezia la casa d'Austria e gli Uscocchi, Bari, Laterza, Scritti scelti: Istoria dell'Interdetto, Consulti, Lettere, Pozzo, Collezione di Classici Italiani, POMBA, Torino); Storici, Politici, e Moralisti, G. Cozzi, Collana La Letteratura Italiana. Storia e Testi, Milano-Napoli, Ricciardi, Istoria del Concilio Tridentino seguita dalla Vita, Corrado Vivanti, Collana NUE Einaudi, Torino, Collana Piccola Biblioteca. Einaudi, Torino, “Pensieri” Gaetano e Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Torino, “Considerazioni sopra le censure di Paolo V contro la Repubblica di Venezia e altri scritti sull'Interdetto”, G. Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Einaudi, Torino, “Lettere a Gallicani e Protestanti, Relazione dello Stato della Relazione, Trattato delle Materie Beneficiarie. Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Einaudi, Torino, Gli ultimi consulti. G. Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Einaudi, Torino, Dai Consulti, il carteggio con l'ambasciatore inglese Carleston. Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Einaudi, Torino, Dal Trattato di pace et accomodamento e altri scritti sulla pace d'Italia. Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Einaudi, Torino, Consulti, Corrado Pin, Pisa, Poligrafici, Letteratura e vita civile. Collana I Classici del Pensiero Italiano; Della potestà de' prencipi; Collana I Giorni, Marsilio, Venezia, Scritti filosofici inedita, tratti da un manoscritto della Marciana”; Papini, Collana Cultura dell'anima, R. Carabba, Lanciano, Manoscritti Consulti: in Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, Fondo manoscritti, Ceretti, Cinque pugnali non bastano a troncare la sua parola, in Historia, Touring club italiano, F. Micanzio, Vita, in «Istoria del Concilio tridentino, Torino F. Micanzio. Scrive tra l'altro nella lettera. E che volete ch'io speri in Roma, ove li soli ruffiani, cenedi et altri ministri di piaceri o di guadagni hanno ventura? I cenedi sono gl’uomini che si prostituiscono. Micanzio, cit. G, Cozzi, Sarpi, F. Micanzio, Istoria dell'interdetto e altri scritti editi e inediti, F. Micanzio, dove stilo può significare sia stile che stiletto Ivi Cozzi, Lettere a Groslot de l'Isle, in «Lettere ai protestanti», Lettera a Francesco Castrino, Lettere ai protestanti, Citato in C. Rizza, Peiresc e l'Italia, Torino, Giappichelli, Pin, Senza maschera: l'avvio della lotta politica dopo l'Interdetto; L. Hertling e A. Bulla, Storia della seconda Roma La penetrazione dello spazio umano ad opera del cristianesimo” (Città Nuova, Borgna Romain, Lucien, Micanzio, Vita, dell'ordine de' Servi e theologo della serenissima republ. di Venetia, Leida, in “Istoria del Concilio tridentino” (Torino, Einaudi); Griselini, “Memorie anedote spettanti alla vita ed agli studj del sommo filosofo e giureconsulto” (Losanna, Bousquet); Griselini, “Del suo genio in ogni facolta scientifica e nelle dottrine ortodosse tendenti alla difesa dell'originario diritto de' sovrani né loro rispettivi dominj ad intento che colle leggi dell'ordine vi rifiorisca la pubblica prosperita” (Venezia, Basaglia); Zerletti, “Storia arcana della vita servita da Fontanini in partibus e documenti relative (Venezia); “Cassani, Le scienze matematiche naturali” (Venezia; Bianchi-Giovini, Basilea, Morghen, Getto, Firenze, Olschki; Gliozzi Relazioni scientifiche con Porta, Cozzi, Tra Venezia e l'Europa” (Collana Piccola Biblioteca, Torino, Einaudi); Frajese, “Scettico. Stato e Chiesa a Venezia, Bologna, Il Mulino); Cacciavillani, I consulti sulla Vangadizza, Padova, MILANI, Cacciavillani, Venezia, Fiore, Cacciavillani, S.. La guerre delle scritture de la nascita della nuova Europa, Venezia, Fiore, Cacciavillani, S. giurista, Padova, Pin, Ri-pensando S., Venezia, Ateneo veneto, Concilio di Trento, Micanzio. Dizionario di storia, Dizionario biografico degl’italiani. OPERE VARIE DEL MOLTO REVERENDO S. DELL’ORDINE DE’SERVI DI MARIA CONSULTORE DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA. 1 HELMSTAT Per Jacopo' Mulleri. Trattato delle Materie Benefiziarie cx)lle annotazioni del Signor D. Amelot, tradotte dalla lingua Francefe. De jure Afylorum. Storia degli Ufcocchi, Allegazione del Frangipane. Dominio del Mare Adriatica della Sereniflima Repubblica di Venezia. Dominio del Mare Adiiaticp, e fue ragioni pel Jus belli. Indice dei Libri proibiti dell’anno ijpd. Il Concordato. TRATTATO DELLE MATERIE BENEFICIARIE nel quale fi narra, col fondamento delle Storie come fi difpenfajfero le limofme de' Fedeli nella primitiva Chicfa. reddito il fervor antico della caritk, che non folo moveva i Principi, e a donar alle Chiefe copiofamentc ricmporali, ma ancora fnduceva i Mini(ìartici a difpenfarle faniamente in cam è-maraviglia, fc al prefente pare mancati i fedeli difpcnlatori, c fucluogo loro altri diligenti folo in ritcac almeno a tollerabile moderazione. I difetti che ci par di vedere al giorno d i oggi non fono entraci nell’ Ordine Chcricale tutti infieme, nè cos^ eccellivi in un ifteflb tratto di tempo ; ma da una fomma, anzi divina perfezione per gradi fono diIcefi air imperfezione che ora è manifcfta a tutti y c confeflara dagli fteffi Ecclefiaffici, e da alcuni tenuta per irremediabile. Con tutto ciò, piacendo a Dio N. Signore di donar a’ Fedeli fuoi tanta grazia,, quanta donò a’noftri Maggiori, non dobbiamo perdere lafperanza di vedetele medefime maraviglie anche ne’ noftrifecoli: è bennecef làrio che, ficcomepergradifiamopcrvenutiaqucftaprolbnditkdimifcria, Tomo . A cos^ coc\ per gli ilefì ci «ndumo ahEando | prr ritornare ve^o quella ioiQ' mit^ di perfezione nella quale fu la Chiefa Santa t- Il che non potendofi fare, fé non conofccndo qual folTe dapprincipio V amminiftrazione delle cofc temporali ; e come fia mancato quel buon governo ; a parte a parte è neceffario, innanzi ogni altra cola, dire come la Chiefa di tempo in tempo ha acquiftate le ricchezze temporali ; e come in ciafeuna mutazione deputaHc i Minidri per difpenfarle, o pofledcrie : il che ci Icoprirh gl’ impedimenti che in quelli tempi attraverfano una buona riformazione ; ^ moftrerli le maniere di lupefarli; c quello è il mio proponimento nel prefciue dilcorf^ delia ma-» teria Benefiziale tanto ampia. a I» Tu il printipio de beni Ecclelìallic! mentre ancora converfava in quello Mondo N. Signore Gesù Grillo ; ed il fondo loro non era altro, che le obblazioni delle perfone pie, c divote, le quali eranoconfervale da un Minillro, e diflribuite in due opere lolamente : Una per le nccelHth di N. Signore, c degli Appoftoii Predicatori del Vangelo; c l’altra per far limofina a poveri, Tutto ciò fi vede chiaro in San Giovanni, dove dice il Vangelilla, che Giuda era quello che portava la tafea, o borfa, (rf) dove erano ripolli i danari prclcntati al Signore; c che il medelìnio andava fpendendo, c comprando le cofe nccelTarie a loro, ovvero dillribucndo a’ poveri, (b) conforme a quanto il Signore alla giornata comandava Confiderà S. AgoUinoche, avendo Grillo il miniflero degli Angeli che lo fervivano, non era in nccelTith di confcrvar danari; con tutto ciò volle aver borfa, per dar ( ^efa di q uello ch’ella doveva fare; e per ciò Icmprc intefe la Cnicik fofle ìllituita la forma del danaro Ecclefìallìco dovclTe cavare, c in che cofa fi dovclic fpendere. È fc nc^em^roAri non veggiamo oflcrvato qucAo fanto iilituto, dobbiamo conlìdcrare che, per noftro ammaeAramemo, c per noHra conioiazione', racconta la Scrittura divina che all' ora anche Giuda era un ladro, (c) c ufurpava per sò i beni comuni al Collegio ApfpAoUco; e venne a tanto colmo d’avarizia, che, non parendogli aÙai quelle thè rubbava, per far maggior lomma di danari, pal^ li e elTcr comune della Chiefa, e de’ poveri, pafTì cosf innanzi, che venda anche, per far danari, le cole facre, c le grazie fpirituali, non dovremo riferir ciò a particolar mUeria dc’noAri,o d’ alcuni tempi y ma afcriverlo a pcrrailTione divina, per efcrcizio de’ buoni Loculo hibent, a qu« miuebintur por. ubit. cip. >>• LÌkuIo lubcbtc )o«ias, qnoJ auiflét ci jefus : Eme cu, opui &nt nohts sJ aiem Icllum, U( c^cnii ui tliqtiUi direi. (ip, ij. quM de egeo» pertinebut ad cum, cip. II. ftT(hi tr U funtìmi dtl fut m'mi Loculot > ti th fi tbismt Sftdsli il In0go -dovi (! rra«r dS d»’ (f> Fur erat. »p. u. ciuto. Digitized by GoogU MATER. BENEFIC. 3 buoni; ^nfìderando che il principio della Chiefa nafccnte fu fogget10 alle mcdefime imperfezioni: ben dovr^ ciafcuna fecondo il grado, e la vocazione Tua, proccurar il rimedio chi non può altrimenti, colle orazioni; e chi può impedire il male, con ovviare, e opporfi agli abuft ; confiderando che, febben Giuda non fu umanamente punito, pcrchò erano complici dcTuoi delitti quelli che dovevano,galligarlo; modrò nondimeno la divina Provvidenza qual pena meritalTe; c dil^le ch’egli ftelTo fofle Tefecutorc in sèmedefimo, per documento di quello che dovcflcro fare quelli che la Macftìi fua avrebbe netempi Icgucnti dati per tutori, c difenfori della fua Chiela. Dappoiché Crifto N. Signore Cili al Ciclo, i Santi Apposoli Icguirono nella Chiefa di Gerufalemme lo HelTo ìnituto, d'aver il daiuro Ecciefìaflico per Itdue effetti fopraddetti, cioè, perii bifogno deMiniftri del Vangelo, c per le limoline de’ poveri.- e il fondo di quello danaro era fìmilmente le obblazioni de’ Fedeli, i quali anche, mettendo ogni loro avere in comune, vendevano le loro polTelfioni, per far danari a quell’ effetto; ficchè non era dipinto il comune della Chiefa dai particolare di ciafeun fedele, {a) come fi ulà ancora in alcune Religioni che fervano i primi iHituci. Erano molto pronti i CriHiani in quei primi tempi a fpogliariì de’beni temporali, per impiegarli in limoGne, perche afpettavano prolTimo il fine del Mondo; avendoli Crillo N. Signor lafciati incerti.- e quantunque f(^c per durare quanto fi volcflc, non 1 ’ avevano per confiderabilc più, chefe fofle all’ora per finire; tenendo per fermo che la figura di quello mondo, cioè, lo fiato della vita prcfentc trapalfa; (c) per lo che ancora le obblazioni fempre più $’ aumentavano. Il cofiume però di non aver cofa alcuna di proprio, ma »l «utt© ùi comune, fioche non vi folfe alcuno povero, o ricco, ma tutti ugualmente vivefiero, non ufei fuori di Gerufalemme; anzi nelle altre Chiefe che i Santi Appofioli edificarono non fu ifiituico; nè in Gerufalemme durò molto lungamente: imperocché zò. anni dopo la morte di Crillo fi legge che il pubblico era didimo dal privato, conolcendo ciafeun il fuo, ra elTendovi anche il danaro fondato nelle obblazioni, le quali, polle in comune, fcrvivapo per li foli Minifiri, e perii poveri; nè era lecito viver di quel della Cliiefa a chi aveva del Tuo: laonde S. Paolo ordina che le vedove, le quali hanno parenti, fieno fpefate da’ loro proprj, acciocché i beni Ecclcfiafiici posano badar a quelle che fono veramente Vedove, c povere. ( ), III. La cura di quelli beni che N. Signore, mentre fu in vita mortale, diede a Giuda, dopo V Afeenfìone gli Apposoli per pochiiTimo tempo r ammtnìArarono eglino IfelTi; ma poi vedendo che, per la diAribuzione, nalccvano tra i fedeli mormorii, c fedizioni, ( ^ ) parendo ad alcuni di non participare quanto avrebbono voluto del comune, e credendo che altri avelTero più del dovere ; ficcome il male è comune in tutti i tempi nella diipenta de’ beni della Chiefa, conobbero gli Apposoli che non potevano attendere a quello perfettamente, ed inficme alla predicazione delta parola di Dio ; c determinarono di ritener ( c ) per se il minillero di predicare, e infegnare; ( ) ordinando per quelV uffizio di tener cura delle cofe temporali un altra Torta di Miniffri j ( ^ ) tutto al contrario di quello che veggiamo fare nc’ tempi noftri, quando al governo delle cofe temporali attendono i principali Prelati della Chiela; e l’uffizio del predicare, e infegnare la parola di pio, eia dottrina del Vangelo, è lafciato a Frati, o. ad alcuni poveri Preti iniimi nella Chiefa. Maque nuovi Miniffri che i fanti Appoffoli iffituirono per governo delle cofe temporali, fi chiamarono Diaconi; c cosi da tutto il corpo de Fedeli fu fatta elezione di d. a quell’ effetto, i quali gli Appoffoli ordinarono a tal minifferio; e dovunque effi fondarono Chiela, ordinarono anche Diaconi nellifteffa maniera, come anche ordinavano i Vcicovi, e Preti, e altri Miniffri Eccleliallici; cioè, precedendo digiuni, e orazioni, fulfeguendo f elezione comune de’ Fedeli; () fcrvando inviolabilmente quell’ ordine, di non deputare m al wiiwi -carica- Fxclcllallico perlAna, la quale prima non fofTe eletta dall’ univerlaie della Chiela, cioè, da tutti i Fedeli infteme. Quell' ufo continuò nella Chida in tal maniera circa zoo. anni, foftentandofi co’ beni pubblici i Miniffri Ecclcfiaftici, ci poveri ancora; nè eflendovi altro fondo, falvo che le ubbUztoni eh erano fatte da’ Fedeli nella Chiela, le quali però erano abbondantiflìme, perchè ciafeuno, per fervore di caritìi, offeriva tutto quello che poteva fecondo il proprio avere; ficchè, quando le facoltìi de’ Fedeli d’ una Cittk erano abbondanti per lupplire a bilogni della propria Chiela, fi facevano collette anche per 1’ altre Chicle povere : per lo che anche S. Jacopo, S. Pietro, e S. Giovanni, quando riconobbero per conforti e compagni nel Vangelo S. Paolo, e S. Barnaba, raccomandarono loro quell’ opera, di raccogliere qualche limofìna per la povera Cliiela di Gerufalemme, per la quale (g) anche narra $. Paolo aver fatte («) Per untm Sibòati, étt, unuf^utrqa \cltruni apiui (e fepuaAl, n«np4enf quoi ci bene plottiem. i.Cor. cap. ultimo. ( i ) faAum rft umrmur ijrccutuin adverfui Hehrjtoi, co cne s’ingannò quel Principe, credendo che i tefori folTero ammalTati, c confcrvati ; perche quel fanto Diacono, acconofi della rapacità del Tiranno, e prevedpndo la perfccuzione imminente, difpensò il tutto in ima volta, com’erano teliti di fare, foprafiando fimili pericoli. e la maggior parte delle perfecuzioni fatte alla Chiefa dopo la morte di C^ modo furono per quefia caufa, cioè, perchè i Principi, o i Prefetti, ritrovandofi in firettezza di danari, per quella via volevano impadronirfi di quelli della Chiefa Crìfiiana Dappoiché le Chiefe furono fatte ricche, anche i Cherici cominciarono a vivere con maggiori comodità; e alcuni, non contentandofi di quel vito comune della Chiefa quotidiano, vollero viver feparatamente nella propria caia, e dalla Chiefa aver la loro porzione feparatamente in danari ogni giorno, 0 per un mefe continuo, c ancora per un lunpo tempo : cola, che, febben declinava dalla prima perfezione, nondimeno era tollerata da’ Padri - Non fi fermò però in qucfto fiato il difordine;; ma incominciarono i Vefeovi a mancare delle folite Jimofine a poveri, c a ritener per se quello che doveva clTcr diftribuito,• e co’ beni della Chiefa comuni fatti ricchi, facendo anche delle ul'ure, per accrefcerli; e lafciando la cura dell’ infegnare la dottrina di Crifio, tatti fi occupavàno nell’ avarizia le quali cofe S. Cipriano (à) piange che nel fuo tempo folTero ufitate ; e conchiude che, per purgare la Tua . («1 rrnhitrrunr MAceJonia. Se Achij coll». iMMlcm sliqvtm licere in puiperei S^ndorum, qttt fuM m Jerufilem .... Cuoi confainnuvcrot Se iUtgiuvcm ei« fruótun hune, protit ikar in Roin. if. (A) De o(iauoiùs quxiluoCc nundinu sBcapari de Lapfis. U fua Chielii da qucfti errori, Dio permettefle quella gran pcrfccuzionc che fu fotto 1’ Imperio di Decio, perchè fempre la Maclli divina ha riformata la fua Chiefa, o foavemente col mezzo de' legittimi Magiftrati; o, quando gli eccefli fono paflaci troppo oltre, collo ftrumento delle pctfecuzioni. Ma febben la Chielà polTedeva tante ricchezze, non ebbe però in quelli tempi beni (labili ; prima, perchè non fe nc curavano per la ragione luddetta, che (limavano il fine prolCmo, e tutte le cofe mondane efler tranfìtorie, e di grave pefo a chi tende al Ciclo : poi ancora perche a neflun Collegio, o Comunità, (^) o corpo, fecondo le leggi Romane, poteva cfTcr donato, o lafciato per tedamenro ; nè quello per qualfìvoglia caufa poteva polfeder beni immobili, le non era approvato dal Senato, o dal Principe : nc ciò ft può metter in dubbio, febben vanno attorno alcune Pillole fotte nome di Papi vecchi, che rendono ragione perche gli Appodoli vendelTcro le pofTellioni in Giudea, c ìCridiani leguenti le conIcrvalTero, con dire che ciò fu, perchè prevedevano gli Appoftoli che la Chiefa Cridiana non doveva rimaner in Giudea, ma bensì fra le Genti; quafi che nel Vangelo la caufa del vendere non Qa mollrata efprdl'amentc, quando Grido dide alla fua Chiefa : Nom temete, 9 piccioU compagnia : vendete quello che pojfedere, e fatte limojìna’^ (è) e quafichè, febben Gerufalemme fu diltructa, alla fua riedificazione non avede una quantità di Cridiani, e anche non fieno date didrutte delle Città dove le Chicle fra Gentili avevano pofledìoni. Ma c fuperfluo travagliarfi a modrarc queda falfìtà, elTendo cofa certa che quelle Pidole iono fuppode ^ c date formate circa 1’ Soo. da quelli che aniepofcro, come fi fa anche al prefeme, le ricchezze, e le pompe alla moderazione Appodoiica, idiruita, e comandata da Grido: ma nella confiifionc che fu nell’ Imperio molto continuata dopo la prigionia di V ulw l wu poc o in olTervanza le leggi > madimc in Affrica, in Francia, c in Italia^ alcuni lafciarono, ovverodonarono anche degli Stabili alle Chiefe, i quali 1’ anno 302. furono tutti confifeati da Diocleziano, e MalTimiano; febbene in Francia, per la bontà di Codanzo Cloro Ccfarc che la governava, il decreto degl’ Impcradori non fi efegui ma avendo quedi Principi rinunziato Y Impcrb, Madenzio otto anni dopo reditul tutte le ponfedioni alla Chiefa Romana ; e poco dopo CoiUmino, (r) e Licinio, conceda la libertà di Religione a Cridiani, e approvati i CoUegj Ecclefìadici, che con voce Greca chiamavano Chicle, concelTe generalmente per tutto 1’ Imperio che potedero acquidare beni (labili, cos'i per donazione, come per tcdamenco, efentando ancora i Chcrici dalie fazioni' perfonali pubbliche, acciò poteiTero attendere più comodamente al lervizio della Religione. V. Cnl}e{iuni, fì nullo fpeciali pnviregio fiiboiKum (ìt, tùredirarciu capere non pofle dubiuai non ed. Lt.C.dc hzretiib. infiu leivlit. i bili r«, iu4, slh Chitfìi m.t farMi fiuti miglithi omnino nutneribuscxeurentur, ne iàerìle. tivtffe iiuutt mtnn ìmftrurhì ttglm» prt'r» Ro vigere efef, pr acmus boa non folum coritn Dco, feU etum corjm botninibuf. Ctr. i. c pnpillamm ilmuoi non aileiat, feti publicif ezeemunentar jadicm, ti coi i1>neemin. vel propinqui pirtimint deleren tot. Cenfèinu etùm ur mraiorari nthil ii« e|ui maliem, cui fe privituo l’ub prxtexru reJiRÌonu aJjunxcrinc, Uberxlince «ucuinque. vel cxircino judicio potlint adipiici leant aliquid vel donaiione, vel teAamento percipere. t. io. C. Thtid. de Seti. C 4 ) Ifli dite ehi ihEctlefixfiiti del fiulrm fi c«r«](Ì4t'4a a i ItUxmtrhi M«4Xir «i44« fattuali i a l'xtiéJI’axMna ìfia M artfmtxriara V «n«4Jerint inJigere prartìJio, erigunrur in fuperbinn i tn, t» «» I dalle fma lettere. ( 4 ) Ipli tanrum przdioratn riiaram redimi ronrequantr de quibua féi-vandi, abalienandi, dnaandt. dillrahendi, relinquendi, vcl quead fupereil. rei, cuin in ^ta conce.Ìit, 0e libera ei voluntat eft, inre^ Itt petelUt. Nihil de monilibuc, òc fiip«llev)ili i nihil de auro, argento, czietifque dare dotoui infignibui fab reJigiontt defciiHone contutrur ( fed anivtrra integra in libftòt, prazìnm, vel in quoteumque allo arbinii liii cziftiimrione mnfcrilMt. Ac et quando diem objerii. nullam Eeddìam, auU lun Cierkttm, nullum pauperem knbat hzredea. l- a- Cad. Thtad, Àmm. ( f ) TvCTid. in vita Au^A. taf. aq. Dìgitized by Google MATER. BENEFIC. 9 anche rifiuti delle ereditai lafcìate alla Chiefa Aia, dicendo apertamente che ’l miniAero Ecclcfiaflico non ifUva in diftribuire molto, ma in diilfibuire bene. Anzi riprendeva un nuovo modo d acquiftare alle Chicle trovato in que tempi AelTi; e queAo fu comperando (labili coll' avan 20 che fi faceva dell' entrate: il qual modo da quel Santo fu fcmpre abborrito ; nè mai egli io volle permettere nella fua Chiefa . anzi diceva nelle pubbliche prediche, eh' egli avrebbe piuttoflo voluto vivere delle obblazioni, e collette, come (i foleva lare ne’ primitempi della Chiefa, che aver cura di poflèlfioni il che gli era grave, e gl’ impediva 1 attendere interamente al carico principale del Vefeovo; cioè, delle cofe fpirituali; aggiungendo eh’ era preurato a rinunziare le poircffioni, purché a’ Servi di Dìo, e a' Miniftii folTe provveduto il vivere, come nel vecchio Teftamento, (a) per via di decime, o di altre obblazioni, fenza che dovelTero e(Ter foggecii alla didrazione che portava (eco 1' aver cura di cofe terrene. Ma con tutti i freni podi da fanti Padri colle buone efortazioni, e da’Principi colle buone leggi, non fi potè però fare che i beniEccledadici non crefccflero fopra il dovere redava pur il modo del governarli, e difpenfarli antico, il quale durò fino al 420. fenza notabile alterazione: ancora tutte le obblazioni, e altre entrate Ecclefiailiche fi cavavano da' Diaconi ; e in ajuco loro da’ Suddiaconi, e aU tri Economi ; ed erano didhbuite per mantenimento de' Minidri £cclefiadici, e de’ poveri: il Collegio de Preti, c il Vclcovo principalmente erano fopraintendenci ; e fi faceva in fomma ulta entrata, e una fpefa di tutto : ficchè il Vefeovo difponeva d' ogni cofa, i Diaconi efeguivano, e tutti iCherici vivevano di quel della Chiela, lebbene non tutti amminidravano. Fa menzione S. Gian Grifodomo che la Chiefa d’ Antiochia in que’ tempi a fpefe pubbliche nodriva più di 3000. perfonc t £an rk' i dtir MHH ftke fmt0’ mf$ n ititmtt ttmf» ^rim» éi hit. (^Lxtuer lutrm, tun de rtiiitu, qium de obtarione fideliom prout ruiuslibet Ercfelis ficoltiiei tdmotit, fin» diklBin »tioAaUliter cA decretum, ronvrmr fieri ponienes > quarum fii u . I. Cd.TW. d4 Mftt. ZuUJhsmm 9 Ué. Tarn SanfthuietB, quitn dudure in«r ruHle pcriiibetnim, et voa, et mancìpu vcllra nallut novia cotratioi^bus robiigavic, Ad Mrénone faiadebiài. pTJtiete neq«e horpitea pierii: de fialiqui de vobit alimoAÌc cauià natidaein cM»et ««luot, tmauRiMate pticiv tur. S. Ctrtlmme jrtd» ttntr» ffivtìttf, Negodatorem Ctenewn, dite, de ex innpe tflvi. tem, ex tgnobilt glorinfum, quali qmmdunpc iUm fiige Cui nundinxr, fiìt plicent, de plarex, ac Medicorans ubeteix. a. d (• )Vidt tre de’ Vcfcovi vicitii col confenfo di cflo, c degli altri alTenti : e dappoiché molte Provincie, per miglior forma di governo, furono po(le lotto un Primate, nell’ Ordinazione fu ricercato anche ti conlcnfo di quello. I Preti poi, c i Diaconi, c gli altri Cherici erano prclcntati dal popolo, e ordinati dal Velcovo ; ovvero nominati dal Vefeovo, e col confenfo della plebe ordinati da lui. Un incognU to mai non era ricevuto ; nc il Vefeovo mai ordinava chi non era approvato, e lodato, anzi propoOo dal popolo : e tanto era giudicato neceiTario il confenfo, c la prclcnz» ( »» ) del pispolo, che San Leone I., Pontefice, alla lunga tratta, non poter effcr valida, nè legittima 1’ ordinazione d‘ «« Velcovo che dal popolo non fofle richieflo, e approva il che anche dicono tutti i Santi di que’ tempi; e S. Gregorio riputò che non potclTc clTcr confccrato Velcovo di Milano Collanzo eletto da’ Cherici, (e non confentivano i Cittadini, i quali, fuggiti per le incurfioni, s’ erano ritirati a Genova ; e operò che fi mandaffe prima ad intender la loro volontà : cola degna da elTer notata per li tempi noftri, quando fi predica per illcgitima, e nulla quella elezione dove il popolo volelTc la parte fua : cosi le cole fono mutate, che lono palTatc in ufanza al tutto contraria , chiamandofi legittimo quello che all’ ora fi diceva empio; e iniquo quello che allora era riputato lanto. Alcune volte il Vefeovo, fatto vecchio, fi nominava egli il luccclfi>re : cosi S. Agofiino nominò Eradio : ma quella nominazione non era approvata dal popolo : le quali cofe tutte è neceiTario tener in memoria, per confrontarle co’ modi che,fi vedranno ulati nc tempi fulTegucnti. vili. Ora è neceirarlo lar tm pneo digjclTionc per una nuova caufa, la qual ha apportato aumento grandilfimo a’ beni Ecciefìaflici, e nacque in quelli fieflì tempi circa il 500. e quella fu un’altra Torta di Collegi Religiofi, chiamati Monalleri. 11 Monacato nacque inEgitto circa l'anno 300. fu formato nella maniera che ancora continua in que’ paefi. Ma in Italia circa il 350. fu portato a Roma da Atanafio, dove ebbe poco feguito, e appiaulo in quella Citt^, c neTomo II. B 2 luo ( « ) Cnm de Smnmi SeccrJwi» elezione treÀibimr, ille enmibut prxpnnitur quem Clerici, plcbildfle coafen&it roncoiditer poilulene, tu ut, (1 in eliam forte perfonam ur. tium divifonnc, Metropolitani fodicio it «iteti ptxforatur quim convenent, cui non licuent hati«re quem voluit. Ifjf oachorum namine ceniérenmr, qui ficut a beaTX meoiorùt Evangclilla Marco, quiprìmoa Ale nupdrìnx Urbi Pontife» prxtuie, nontvm foltepere «ivcndi, Atc M. a. dt mfiitMt. Cai- ^ c«p. ). N« nu Etclelia Olle mter ii’l' Fvenr.cUipnatipi! B. Marrum, B. Petti Apoiloli diinpulum. in omnibua ouque doftoris lui magitten» coivfontmem KiUm fondatoretn, o-c. Lt MégAAt tf. fT> f‘ 4- V- Mfiji- IO- d Viemn. fAf. 0. S. Anttni» « tl ftim eln fitt vivtrf i Uà»Ati in CcmnniiÀ s fnvs tht In Ctimfimiti Htn difirmffj In ftlituÀinei cmm t» di mcfitA d d' OffÀt A mn AiiAtt dt' Fé gliAAti, Vb Ktl^itft, die' igli, (ht inttrvitnt a’ inAttntini, ti Agli Altri n^t-firdiAAti, td imfiigA il TimAiuntt dii gitrim ndlt findu, t in Anslthr AltfA tmtfiA tttufAXi»A4, ) ftlUAtu «nxe. t'iftu Dtftrt» ì d CéNvento. Ql A»t$tht, tkìAmAnd« d Cenwnre Cxnobium, t i luch'», hAnn» fAita tbiAtAimAft vtdrrt tht m U fUMìs C«flMiii4rie. iz juoghi vicini fino al tempo ^1 500. quando S. Equizio, e S. Be« nedeitó gli diedero forma {labile, e lo diffufcro; {ebbene rillituzione di Sf Equizio poco fi flefe, e preflo mancò; e quella di S. Bencdctto fi allargò per tutta T Italia ^ e pafsò anche oltra i monti. 1 Monaci in que’ tempi, e per lungo fpazio dopo, non erano Cherici, ma fecolari, t ne’ Monaileh (i) che avevano fuori della Citili vivevano delle loro proprie fatiche d’ agricoltura, c di altri ariifizj, e inficme di alcune obbiazioni fatte loro da’Fedeli; il che tutto era governato dall’Abbate. ma nelle Citt^ vivevano delle loro opere; e oltra di ciò, di quello che loro era coilituito a fpefe pubbliche dalla Chicfa t Quelli ritennero la difciplina antica molto più lungamente.' i Cherici, dopo divifi i beni della Chiefa, percUttcro afiài duella divozione del Popolo; onde erano pochi che donalTero, o lafciafT«rd più beni a loro; 0 perciò farebbe fiato il fine degli acquifii della Chiefa; ma i Monaci, continuando il viver in comune, e le opere pie, furono caula che non fi efiinfe nel popolo la liberalità; ma, lafciati i Cherici, fi voltò Verfo di loro, i quali furono firumento grande di accrefcer le ricchezze Ecciefìafiiche ; e in progrelTo di tempo crebbero grandemente iri poflefiioni, e in entrate donate loro, e lafciate per tefiamento; effendo ben fpele all' ora da elfi in mantenimento di molto numero di Monaci, in ofpitalitH, in educazione, in Icuole di giovani, c inalcre opere pie^ Fa conto T Abbate Tritemio che i Monafteri de’ Monaci Benedettini erano fino al numero di 15000. oltra le Frepofiture, c i Conventi minori. I Monaci ftefli fi eleggevano 1 ’ Abbate, che gli governava fpiritualmente, e che reggeva anche i'beni, cosi gli offerti dalla carità de’ Fedeli, come anche quelli che fi guadagnavano colle opere, e coeI anifiizj dc’Monaci; c in progreflTo quelli ancora tho fi cavavano dagli fiabili. Ma i Vefeovi ne tempi che feguirono nel 500. clTendo fatti aflbluti difpcnfatori della quarta parte de beni della Chiefa, cominciarono anche a penlar un poco più alle cofe temporali, e a farli feguiio nelle Città; onde le elezioni fi trattavano non piùjcon fine di fervizio divino, ma con pratiche; paflando bene fpefib dalle pratiche alle violenze pubbliche : perlochè i Principi ^ che fino a quell’ ora non avevano avuto molto penfiero intorno a chi folTe eletto a quel Minifiero, incominciarono a penfarvi; effendo avvertiti da’ fanti uomini di quei tempi che IDDIO aveva commefià alla protezione loro la Chiefa, e però etano (l> jtltni tffn MtMsea, die» Mitra a^tra Cbtrua. Aiu Monacbonim eft cm(ì» ilii CTcnfonim. Carrieàfana fMjtari, ad Jda»ri fatta la pteara. Ctencip«&unt tivesi Ego paftor; rp. ad Hdiod. Ms « vie» idttamJheM faft •fatta deferratt dalia fiata SttUfiafika, alla ara fari mn grada fra faina al Claaruàta. Sk vìve, dir’igti ad «n Ùamaea, ut Cleritaj effe ire>t i»vtv dl frimnft, t‘ ffnffMmtmUMHalttterm di Déig»^rt9Ti(itit» ntlU mtd$fimts vie» di S. Drfidtn» tn enmiitii Juit» Civium peiitimem nortran» quoiju« concor nomine perfimiiir, Se Pontificali benKiifiinne fublimstu, peonobir, 8e prouniveritsOr«linibusBccleGx Jebeat exorare, ftaccepiabilesDeoholliM fiudeat otferre a. »d Brumule.Ui, f. tf. Il-, tom. I. Centi. GaU. ef. %r. md llttederit. (J. Tbtedtitrt, lei. 7 '• i>4 t« I, CAtil. CaII. ef. st. (« ) Siene iriiu me Pater, Se Ego mitco VOt. JtAA. IO, r>:.,;i; >ùz) che ras toccò loro niente, ma rutto iii divifo tra il Vefcovo, e i Cherici : anzi ancora dove la divifione fu fatta con dehtta proporzione, reflando tuttavia in mano d^li EcclefiaSici 1' ammioillrazione della fabbrica, e della parte de’ poveri, a poco a poco quelle fi diminuivano, accrelcendofi le altre due : e di quello ne lì fede il vedere che in pochiflìmi luoghi la fabbrica ha proprie entrate; e per li poveri non rollano, fe non gli Spedali; i quali però tutti fono di non antica illituzione. La parte de’ Cherici nel principio non fu tra loro divifa; anzi il Vefeovo aveva cura di tratiare ciafeuno fecondo i meriti: ma poi i Cherici alTunfero il carico di dividere, efclufo il Vefeovo : e poichò ebbero la loco parte, dove nò il Vefeovo, nè altri aveva che fare, cfli ancora fi divilèro fra loro, ficchè ogni particolare incominciò a conofeer il fuo, e fi lafciò di vivere in comune. Ma febbene le rendite erano cosi divile, rellavano però i fondi tutti in un corpo governati da’ Diaconi, e Suddiaconi, e le rendite rifcolTe da quelli, e confegnate al Vefeovo, e a ciafeuno de’ Cherici fecondo la pteporzione delie loro parti ; e in quelli tempi in Italia le polfelTioni delle Chiefe erano chiamate patrimonj.' il che ho voluto rammemorare qui, acciò nelTuno penG che quefto nome GgniGchi qualche dominio lupremo, o qualche giuriIdizione della Chiefa Romana, o del PonteGce. Le polfelTioni di qualunque famiglia, che venivano da’ loro Maggiori ne’ tempi de’ quali parliamo, fi chiamavano il patrimonio di quella ; e chiamavaG anche patrimonio del Principe A fondo eh’ egli pofledeva in proprieA; e per dillinguerlo da’ patrimonj de’ privati, G nominawa SarriM» Pturimoniiim, come in mtdte leggi del Itbro u- del Codjc» fi .lqg' ge; fi diede poi per le illefli ragioni il aeme di lèffioni di ciafeuna Chiefa : Gveggono nelle pilMe di S- Gregorio nominati noB foln i parrimcuii ChtcU n.uui.uia, ma anebe il patrimonio della Chiefa di Rimini, il patrimonio della Chiefa >dir Milano, il patrimonio della Chiefa di Ravenna. Alle Chiefe poGe in Citik di abitatori di fortune mediocri non erano lalcute pgfléirtqpi fuori del loro diflreiio; ma a quelle delle CitA Imperiali, ctmreRoma, Ravenna, Milano, dove abitavano Senatori, e altre fetloM.jir lullri, erano lafciaie in diverfe parti del Mondo. pa meniorc S. Gregorio del patrimoni» della Chiela di Ravenna in Sicilia, n d’,HP aluo patrimonio ùi Sicilia della Chiela di Milano.' la.jC|gì|fe:jf^|g%na avea patrimoni in più pani del^ando: fifa menaione^ì 'patri, monio, di Francia, d’ Affrica, di Sicilia^ delle AlpiCozie, e dimoiti altri luoghi : anzi in tempo dell' iftelTo S. Gregorip vi fu littitialui, e il Velavo di Ravenna perii patrimonj di amendqe le CMAèjiphe C accomodò anche per tranlazione. Per far anche rifpettare le poffcGioni della Chiefa maggiormente, folcvano dar loro il nome del Santo che quella Chiefa aveva in ifpcciale venerazione : coiì UChicfa di Kàvenoa nominava le poITcGloni fue di SantoApollinare; i^quella di Milano di Santo Ambrogio ; e la Romana diceva il patrimònio di San Pietro in Abruzzo ; il patrimonio di San Pietro di Sicilia, &c. al modo che a Venezia le pubbliche entrate G chiamano di S. Marco. Ne' patrimoni del Principe ( quando non erano alTcgnati a’ foldati) era pofto un Governatore (i) con giurifdizione nelle caufe che a queU la profe{Tione fpertavano. Alcuni Ecclefiailici della Chiefa Romana tentarono d’ nfurpare rimili ragioni ne’ patrimoni quella Chiefa, volendo far ragione da sè ftefii, e non ricorrere al pubblico giudizio; la qual introduzione S. Gregorio riprefe, e condannò, e proibì fotto pena di fcomunica che non fi faceife. Pagavano le poirelTioni Ecclefiafliche tributi a! Principe, come manifeltamente appare dal Canone 5# tribnt$tm, (#)ch’è di S. Ambrogio; ed è chiaro che Coflanlino, il barbuto, nel 6 %i. conceHè efenzione da' tributi che laChieia Romana pagava wl patrimonio di Sicilia, e Calabria ; e Giuflinìano il giovane (a) nel ^87. rimifc il tributo che pagavano i patrimonj di Abruzzo, e della Baniicata. Non riceveva la ChiefaRomana tanto grandi entrate da’ patrimoni Tuoi quanto alcuno crede ^ imperocché, narrando le Storie che Leone Ifaurico nel 732. confifcò i patrimoni di Calabria, e di Sicilia, fanno menzione che rendevano d’ entrata tra tutti tre talenti d’ argento, e mezzo d' oro, che fanno in nollra moneta, per non far m imito conto fopra la verith delle opinioni quanto precifameme rifponda ad un talento, fomma non maggiore di 1500. feudi; e il patrimonio di Sicilia molto ampio non pagava più di 2100. feudi. X Non è fuori del foggetto di cut parliamo faper quefli particolari che occorfero, mentre le poflefriont della Cht^a recarono tutte in un corpo, e fotto un governo fteflb, febbenc le rendite erano divife .il che non potè durare lungamente, per le contefe che nafeevanc tra quelli a’ quali appar teneva i’amminiftrazione, c gK altri che ftavanoalla loro difcrezione UmiCj; iì^duìon^., cìiftwi Minidro incominciò a ritener per sè le obblazioni eh' erano fatte nei fuo Tempio, le quali gtk fi folovano portar al Vefeovo, acciò le dividelTe; ma, per ricogniuone della fuperiortt^ Epifcopale, ciafeuno dava la terza parte al Vefeovo, e qualcne cofa di più per onore, che fu poi chiamato il Cattedratico (^), perchè era dato per riverenza della Cattedra Epifcopale. Divifero anche i fondi, e alfegnarono a ciafeunò la fua porzione. Quelle mutazioni però non furono fatte in tutti i luoghi infieme, nè con un pubblico decreto; ma, come avviene a tutti gli ufi, che principiano in qualche luogo, e fi comunicano fuccelTivamente agli altri, mafllmc i cattivi, che hanno corfo più veloce, e meno impedito. In que’ tempi, quando le cofe Eedefiafiiche furono ridotte a que ^ fio S tÌNtamMVM Cornei munì _MivÉnmm, ptt dihmmrtU dal Cornei Sucri Pimcnonii. Si fari di ammdmt A friwm Ut dt Ctditf. «de! frimt att fitti JJ. (iti fttfd »i titoU |r («) Si iribotum pem Impcritor, non ne(;imH., a^ri Eccktu( (olvant tributsmt $i egm« ilelìderit Imperator, poretUreoi hiMi Ten. t. if. (O traGi^^lm^aH, t»d[lmU 4 C^aafiH il iariat. ) Cathedratirumeriimnon i«ipIioi, quim venAi mr>tit effi conAitcrit ^ ab loci Pteibytcro norerit exigendum. Ctlafimi FaliaaMfiTtéf ama 4fii.Caa, i.f. Camfa lo.lUoJ te voUimurmodiianiùUiicuiiadirc^e^i EpiicofonitnSicilis de |»arochiis ad te pertinentibosno(Bìm Cathedratici aoiplius, quam duoi folidotj prvfunant accipere. aaa fto. Cam.i, Caafé I». Ud flato, erano dilribuiti Ja’ Principi agli uomini militari i fondi pubblici, con carico a chi di cuflodire i confini ; a chi di fcrvire il Principe ne’ governi civili ; a chi di feguirlo «dia milizia ; a chi di cullodire le Ci cù, o Fortezze; e quelli, che con vocabolo Franco, e Longobardo, fi chiamavano Feudi, nella lingua Latina, che ancora non era totalmente eilinta, fi chiamavano Beneficia, come donati per beneficenza dal Principe : ( 1 ) pel qual rifpetto anco alle porzioni de' fondi Ecclefiaftici, ovvero al ]us di poflèderli, fu dato il nome di benefizj > perchè erano donati dal Principe, come i Vefeovati; o dal Vefeoro di fuo comenlo, e concefiione, come gli altri ; e anche perchè i Cherici Ibno Soldati fpirituali,e fanno guardie, ed efcrciuno milizie facrc. Le Badie di Ik da’ monti erano ormai fatte molto ampi», e ricche ; per lo che i Maefiri di Palazzo alTunfero in sè T autorità di fare l’Abbate; e ciò con ragione affai apparente; perchè i Monaci all ora, come fi è detto, erano laici, lenza alcun ordine Ecclefiaflico Vero è che non Tempre lo davano elfi, ma anche alle volte concedevano per grazia a' Monaci che le lo elegelTero. Ma in Italia, non elTendovi Monafieri molto riguardevoii in ricchezze fino al fuddetto tempo del 750. i Re Goti, poi gl’lmperadori, ei Re Longobardi non ne fecero gran conto; onde la elezione refiò a Monaci colla fola fopraintendenza del Vefeovo. Ma i Vefeovi alle volte, intenti ad aggrandirfi, erano troppo molefii a Monafieri; perlochè gli Abbati, e i Monaci, dcfideroli di libejarfi da quella foggezione, trovarono il modo, ricorrendo al Pontefice Koiiiano, che li piglialTe fotto la fua immediata protezione, e gliefentalTe dair autorità de’ Vefeovi. Fu ciò lacilmente confemito da’ Papi ; fervendo loro, e per avere nelle Cittk d’ altri perfone immediatamente dipendenti da loro, e per amplificare la podeili loro fopra i Vefeovi ; importando molto che un membro cos^ notabile, come i Monaci, che in quei tempi quali foli attendevano alle lettere, dipendefiè toulmence dalia Sede Romana. XL Dato principio a quella efenzione, in brevilfimo tempo tutti i Monaficri reilarono congiunti colla Sede Romana, e feparati da’ loro Ve Icovi. ( 1 ) Timo IL cirearam, vel undenim. «pie ad prz#. ^rhfHtt Im f'ttnjtm di S. Pittri m mmunrm .tkt Mu ifrr» fiù fi mlUSMMtm Sidt. iit etm fii rwndMMM m vmutmffi» driU Certi di Ktmm, mtttf rie feeli rie •trrugtmi frivileif tmnu imurtjfedidiffudert F mmtirifm diihilitiu€idr. Ml il Pmf» mdff) Viirutieri mllm Urt fufflJtu, S- Btrnmrd, dettjfmud uevitm, fttt «edere fmfm Eufrm» HI. tb’ trm uu irmudeiiuu' Aibmti riemfmff d' ulhiim mi fmm Vtfavt, • Viftrvi mi fu» Mttrtfihtmn : rie tm Ciò m M«l^«iie devrvm rtiilmifi fui mmdilU detU trtemfmmti, dm ma' Au^tl tua bm mmi detti: Io C In Fran non voglio eflcrealdi ibeto deir Arcangelo. rè# mvreH mmi detti ifmifi trmm Smnt», fi ftfft vijfmti in mltmu d Settli fufijmtnii ì S. Birmmr. d», dice mvvtjmmril Meumei, e Ztlmm ej^«e ftr tm fmntm Stde, trmdmmmmvm mltmunutt ^ufJF iftHtitmi i M^«rri> ifturmri %U AUmti dmllm {lurifditient di' l^tftevi rie tefm ir», duevm iflt, fi meli emmmmdmrUri Im rìMliauì £ mm erm mmm difermiti A mifiiHtfm mi i»rf dilla Cbtifm r umirt mimdimtmimimti «« CafitiU, t mmm Mmdim mllm fmmtm Sedi, litm uil re^ «mm. m» l’MJiire mmdit mllm ttfim f Beli i hntefftrvmrt difmjfm^i ibi ^mijlm ifemùem ffiritmmU entri ftr Im fertm dell' tfim.iini dm'dirttu ttmfirmlì eHti. dmtm Itr» dm' mtdtfmi Vefetvi. Titnc cibi liciiuna cenlcat lùit Ecelefiat nmiilare raembrit. confundeK ordinem, perturbare termmoi, quoa poAieninc Pacm niif Monftrum £icii, G, manui (ùbmovendigitum, (uii pendere de cwite, fiiperiorem naaai, bciduo coilaKralcm.Taleed» fiiaChri,8 In Francia ì Vcfcovi fatti dal Re, c molto più i fatti da' Mac(Iri di Palazzo, iminuita ('autorità Regia, fì diedero tutti ade cole temporali; il che anche fecero gli Abbati, che coniributvAnu Suidati al Re, e andavano in periona alla guerra, non come Religiofi, per quivi far uHhzj di Minjllri di Grillo, ma armati, combattendo anche colle loro mani; perlochè(i) anche non furono contenti deU la quarta pane de’ beni, ma li tirarono timi a loro; onde i poveri Preti, che nelle Chicle amminiftravano a’Popoli la parola di Dio, e i Sacramenti, recavano lenza aver di che vivere; perlochè i popoli per loro divozione contribuivano loro parte dell’ aver proprio: il che facendoli in alcuni luoghi più largamente, in altri più parcamente, ne nafeevano alle volte querimonie; perlochè, irattandofì Ipeilo quanto folTc quello che fi dovellc dare al fuo Piovano, palsò in comune opinione, clTcr conveniente, ad efempio della legge divina nel vecchio tefiamento, il dare la decima ; la qual efiendo comandata da Dio a quel popolo, fu facil cola rappreientare (tf) come debita ancora folto il Vangelo di Grillo; febbene da efib N. Signore, c da San Paolo altro non è {b) detto, le non che al Mipifiro fi dee dal popolo il fofientamento (c) necclTario; che il MiniUro, o operajo, e degno della fua mercede; c chi ferve aU'Altare deve vivere deif Altare, (d) fenza prcfcriverc la quantità determinata; perchè in alcun calo la decima farebbe poco ; e in altro calo la cemefima bafterebbe ma perchè quella è cola chiara, e di lotto avremo bilogno di trattarla più diffufamente, non dirò altro per ora, le non che in quel tempo, e per qualche fecoio Icguentc, i Icrmoni che erano fatti nella Chiefa, iaiciate le materie della fede, non verlavano in altro, che in pruovc, cd elortazioni a pagare le decime: cola ch'erano sforzati i Gurati a fare, c pel bilogno, c per T utilità; c nell’ amplificare oratoriamente, come occorre, fpelTo palTavano tanto innanzi, che paicfa mtta.lu, perfezione nel paga re le decime (a); delle quali anche non contenti, nè parendo aliai le prediali, cominciarono a portare per necefiarie anche le pcrlonali, cioè, di quello che l’uomo guadagna colla lua fatica, e indullria, della faccia, di ogni artifizio, e anche dello lìipcndio militare. Di que C^l «luri delfrviuflt, cnm sicari fxriuù pane .... DotTM'iii tainivit iù, qui Evanj^rlium «onuncisnc, 4e Evsngelta vime i. Ctrmih. y. Vedi V drtttete (») U» PrtdMétfre mi f.mfe di Ctrl» fredù tst’St (bt mm fiUmmtt «r nueffMne d$ f-i.ir le Drtim «’ ^rrfi, m» njjiadi dt ftrtsr’.e ufft Un O». Nec e:ic «ptasre k Clerici «111 decun» vobu rtquusnt, leJ dtriti tbt prtdtcàiM ttif. siitfp, ttmtrs il fmlt Aln dentiiaruin elabori qu'S novetit tniina ApolUitrc pietaus lade nucneiwit efl, donec trtiiat, convalelcar, t roboretar ad Kceptionem lUltdi cibi. (^iii im. ponemlum eli fugum cervkibnt idiorrem, quod n«c|cie noi, nei]uc fratrea Uullri lufre-rr {vnuelune ? £^iyf. i.éfud ìdAlilleif tim. 4. Ai torpore membra sliter torta, cjutm ciirpoiuit fplc Sicuc Sc'tfhire, 0 c Cberubim, tc c^eri quiepe ufquead Annloj, et A’rhtngctoordinanrur lub uoo capite Deoi lu hic quoque fob uno fummo Pont ibee prinìatei, rei Parriirr hx, Arrhiepircopi, Epiicnpi, prabyicri, velAiibaici, et re'iipii in bone modum Quod lì dicat tp Cupui.'NQloellélubArrhiepircopui tur Abbtsi Nolo obedire Epifccqo, hoc de Cxlo 000 eAj ailìcurone Angciorum quempum dicenrem audiHi? Nell fui Artk»irt“ jf, ^. dt Ctnfid, hi. }. iini lUtum taluberriffiii fiaerK. a mcisbrM Ecdeitz ooini tempore (èpareior. Cnm. f. m fin». (o, (]), « fmrldT froftuurnnut, ajjnjara, tfdtftfHt, ) ttnfflMHldt». ilz veilrz falubrt debeamu dirpoGtionc fÌKcitrme t de ideo leiundiire deSdenum vefirum, fratrem, 8c Coepitropiun oodnim euju! Eceleiìa eli ab noAiaui occupata, Cardinelnn «eftrz Ecclcltz, ficutperiftia, lonAituimui Sacerdorena» quitenua vot de propitio, At ordinando, de vigilando (óllìeitc Audrai gubcrnarc. cui dedimuiinmandatif, nemu{U3m ordinationet przfuinac Uticiua. Uitr. Dinrnm Smmm. I^unif. tir. II. cp. 1 (c) Hzc vox, diti Ontpto Ptnifint mtUm fniattrprttdJtr dt' mnmu IrrltS^nfiti, (vrquent ed in tegiliro D. Otrgoni, et Epiftoiis PontiScum R'munoruin, et decrrtalUMU, qutbutÌ! Cardinali! dicitUT Preibyter, vel Oiaconua, qui certz aliciri Ecciti, vel Diaeoeuz propria!, de adcMrtiaJicujau tituli,Ave Eccieliz miniAeriunordinatu», inferiot, atuiexui, de, ut iplc loqaitur, meardtnatm cA. Naia S. Gregorio idem eA Cardìnalcm conAituere in allquorituio, vel ficclcAa, quod incardinare alleai Ec(Idìz, vel io altqua Ecckita cardinare. Idem rriam drEpilcopit dirà, quod de tua EecleAa ad alìani. ncccATratii caufa, tramUtni^ EpitcopeM etoidem ficcieiàc fijz, iUius vero ad quana uaatUùlìuiri zo tu, eh erano le principali, più ricclie, e con più carichi, e rainifteri, ricorrendo per lo più cjuelli eh’ erano fcacciati da’ propr) luoghi ; e quelle Chiefe, come più ricche, e abbondati, ricevevano più di quefti foreftieri, e però avevano più Cardinali: il che anche era ricevuto dalle fuddette Chide, perche con quella via acquiUavano da ogni luogo i più infigni uomini; ficcome al tempo preicnce fifa, e però poche volte ordinavano de’ loro, ma [penilTimo incardinavano foreftieri’, onde in quelle due Chicle rcllò che tutti fi chiamalfero Cardinali. In quella di Roma dura ancora il nome , in quella di Ravenna durò fino al 1543. quando Paolo III. con una lua Bolla annullò il nome de’ Cardinali nella Chiclà di Ravenna : cos'ì il nome di Cardinali, che moflrava infermiti, mutata fignificazione, è fatto nome di maggior digniù, e viene detto che fieno Cardinali, cioè, Cardines Orbis tcrtaTum\ Ti) e quello che non fu nc grado, nè ordine della Chiefa, ma indotto per accidente, è ialito alla grandezza, e dignità nella quale oggi fi trova. Ma chi guarderà i Concili fatti in Roma, dove fono intervenuti Vclcovi Italiani, e Preti Cardinali Romani, vedrù che Tempre i Cardinali hanno fottoicritto dopo i Vefeovi , nc alcun Vefeovo era fatto Prete Cardinale anche ne’ tempi polleriori. I primi Vefeovi fatti Cardinali furono alcuni principali fcacciati dalle loro Chicle, come Corrado Magontino, (cacciato per ribello da Federigo I. Imperadore, fu abbracciato da Aleflandro III., c fatto Cardinale Sabinenfe. Non avevano nemmeno i Cardinali Romani alcun abito, o infegna dìfiinta fino ad Innocenzio IV., che nel 1244. la Vigilia di Natale diede loro il Capello ( 2 ) rolTo, a cui Paolo 1 1. aggiunfe anche la Berretta rofla, (3) eccettuati i Regolari ma Gregorio XIV. nel noftro tempo la conche ancora loro. £’ fiata necefiaria quefia poca narrazione, poiché verrà Ji§nir\ che al prelcnic è primaria nella Chic fa, e alla quale pare non trovarfi titoli fufricicntf. (4) Il Pontefice prefente, Urbano Vili, ha per Bolla propria conceduta loro 1 ' Eminenza. (3) XIII. Suenlotes, Uve Pamificct Cardinal«y vac» t t»44. Iug^uni,.in Concitio gm«ra!i la. Csr i«v‘ ) fin ft' incarJifure aliqocm S. dioslibui virii ctcelIeneinÌRn^ cr n»ìi. Sft frtmv.du pur lìium, li opu efliet, prò I-ccJeiuilira libertà. ifU, i CHTMti dt Rimi riiJvtffiri dt freadiriit te tuenda, gladio ofiène deberej et prxfettint tinti di Cirdunii, fif I mm co rempore quo Romana Etdctu a federilo H. tkt «ttfMi d'iffm i fi" vHimi mtmijhi atfifi, Imperaeore vcheioenter oppugnabumr, « ÀI firtieifitt dtU Jm» iUimhiì tJtUitmm' fanvM. fifta i ijmali gita tattiilgl- ta d'efftn agginan alii nijtn aaniritiiai, par cnu ! due lagiait ly. ita Tapcr hot Sede Apo- grmmditi ni Un muta, fi lUnarima dalia Un jloliea, touuf Ecclefur oftium, quiciùl, Ac iiu. dipraienia. ilencatur, (J) ^tjh "Itimi panie feaa finn ageimn (a) Hic in vigilia lutai» Domini anno aiP OtfiaaU Jialiaai, a da' Cifijh, • dagli Dal principio fino poco innanzi il 500. come li è detto, ogni Chierico era ordinato a qualche uffizio, c viveva a fpcfc comuni; dopo fatti i Benefizi, l'idefla cofa era ordinarlo, e alTegnargli Tuffizio da efcrcitarc, e il benefìzio dove cavar il vivere; nè lenza Benefizio fi ordinava alcuno ; ma in progrcflb di tempo, comparendo qualche foggetto atto al Chcricato, febbcnc non vi era luogo, c benefizio vacuo, per non perdere quella pcrlòna, i Vefeovi T ordinavano fenza certo uffizio, 0 titolo; c però anche fenza benefizio, per afpettare che alcuno nc vacafle; « quelli ordinati fenza titolo aiutavano i Benefiziar), da quali loro era dato trattenimento : ma in progrefTo di tempo crebbe a cosi ecceffivo numero quella fona di Cherict ordinati lenza titolo, 0 benefizio, e fi diminuì tanto la cariik ne’ Benefiziar) a dar loro foftentamento, che, naicendone infinite indecenze, e Icandali, bilognò provvedervi con legge, c coftringere i Vefeovi, che ordinavano fenza titolo, a fomminillrar il vitto agli Ordinandi ; ( V» ) c quelle provvifioni nel principio che furono Itatuice fopirono alquanto il difordine; il quale però non flette molto a riforgcrc ; e più volte repreflb, è fempre ritornato : al che due cote hanno data caufa infieme : Tuna, il defiJerio di molti di farli £cclefiaflici, per goder Tefenzioni, e liberarfi dalla foggezione de’ Principi : T altra, T ambizione de’ Prelati, di aver loggctti molti a’ quali poter comandare ; nè ancora è provveduto bene a quello dilordine, ficchè per tal caufa non fuccedano in diverfi Regni molte indecenze, che fono cagioni dì far perder al popolo il rilpetto della Religione. Nemmeno è fiato efentc da quello inconveniente T Ordine Epifeopalc, ficchc non fieno fiati ordinati Vefeovi chiamati titolari, 0 con voce deriforia : Nulla tenenti : ( i ) non fono però così volgarmente trattati, come gli altri Cherici non benefiziati; imperocché, febbene fi ordinano Preti, Diaconi, e altri Minifiri inferiori fenza carico, nè in fatti, nc in nome, non fi è però collumato fino al prelcntc d’ordinar i fraintrtimfjlt h.t9H0 frtf» Hit' 0itatst.i9iit fatta nrl maf^iat ftr maa tamtianaueat dttnjft; tatfatttthì F.e.ttU framtrt» iHnaat.1 V tfaltauMl al di U^ ^«>1# Vili Epiifoput, fi alivnec { nifi lalit oraioamt de Tua paterna hzreditste, Val alta, boncitsMi caufa, fubruliutn polite habete. CauMt i dtl C»ntiii lattraHtHjì fm» AÌt^amdn III., t fi trava ntl taf. 4. tg. tra ir fréhtnda. (i> yJaVrft^' ntICmfilt dìTrta ta difia, ehf ti Vtftavata rtetrra una Diattfi, a tk ti Vifeava, a la Ckitfa fatta rarrtlattvt, tth wta il hiariia, a ta hlagiu ia maniera, tha f una Mb fu» fiat ftnta Faltra’. tbr dì ^ntfiaarà:nazJam man fi vedeva fata un vafiigia in tmitn F Antitiiktìk, in rati i Vtftavi, tha aiiandanavama i lata nftavatt, a (he n'arana frnau, ntn arana fià témfiderati ftr (alt i in fatila {aifa affante, thè Ma \Jemaa, al faale fia eeeana la JUtfir, fià ii tn viem rm fidarata »er Uarira, Refltti nn Vtftava Italiana, thè i Weftavi' titelari, avende félamtntt la fedtfia dtU'Ordine, uan era nettfiaTia che mvefitfa ana Chìtfa t ebe fa una valta nen fi erdméva altun Vefeapa, fanza afftinar{lirat nnai rA derivava, ferrhi ntm fi ardmavana ne' Preti, ne' Diatam fenta tuaia: thè feftia era fiata rieantfuuta ^tr t^aumfati ante al fervitia di Itia, thè vi fafitTa Preti fenta titeia, ed in tenfremenza Vtftavi fiuta Dtattfi. Fra Paaia hh.t. del CentUea di Trentat Ftdi FArtitala la. zx dinar Vefcovo fenza Dioccfi dalla quale (ì denomini ; perlochè fé gli aflegna una Ci[t^ poflcduta al nrdènte dagl' Infedeli, dalla quale prenda il nome; dove non cHcndo alcun Criftiano, TOrdinato refta col folo nome, fcnza popolo; e vive fervendo qualche Vclcovo grande, il quale non polla, o reputi cofa inferior a sè, 1' efercitarc per se Hcdò le funzioni Epifcopali. Di tali Vefeovi titolari ve n' era gran numero innanzi il Concilio di Trento ; ma al prclente è molto riflretto. Ma perche adeflb i Padri Gefuiti propongono queffioni, fc il Papa poflfa ordinar Vclcovi fenza titolo alcuno, nè vero, nè finto, Jìccome fi ordinano Preti, e Diaconi, e decidono che pofia; piaccia a Dio che quella potenza non fi riduca in atto, e fia perduta la riverenza anche a quell’ Ordine, la quale gi^ era grande vcrlb tutti ^li Ordini Ecclefiafiici, quando non era ordinato, Ì^e non chi era iniìeme defiinato ad un’Uffizio, come lì è detto. per la qual cagione tutti riledevano al loro carico, perchè non fi poteva latciar vacuo; c non vi era chi potefle fupplirc, clTendo tutti occupati nel proprio, onde era incognito il difordine di non rifedere . fimilmcmc era incognita la difiinzione di benefìzio che ricerca rcfidenza, e che non la ricerca, e, o ricco, o povero che fofle il benefizio; o di molto, o di legger carico, conveniva che il poirclTore fcrvifle perfonalmente : ma dappoiché s’ .incominciò ad ordinare feoza titolo, avendo i Titolari chi mettere in luogo loro, lalciavano il carico ad uno, che attendeva con qualche poca provvifione, ed elfi attendevano ad altro. Così i Vefeovi in Francia Icrvivano alla Corte % come pure i Parrochi, fofiituito qualche povero Prete. S’incominciò a provveder al dilordine, non con legge, o con collituzioni, ma con gafiighi di cenfure, e privazioni in maniera, che ne’ tempi de’ quali parliamo, cioè, ne’ prolfimi innanzi P 800. con quelli gallighi erano tenuti in freno: ma co^ >> a>MÌfìr>ge dc’bcnefizj, come anche rordinazionc di non titolari, e le provvifioni per la rclìdenza, non pafiavano fcnza qualche diverfit^ da un luogo all’ altro, c anche nella ficlTa Chiela non paflavano fcnza qualche variazione, caufata sì per li diverfi pcnfieri de’ Vefeovi che lucccdcvano, come anche per lo divcrfe provvifioni fatte di tempo in tempo da’Principi, per ovviare a dilòrdini cagionati dal troppo volere di qualche Ecclefiaflico, o dall’ impazienza di qualche popolare, che non fi poteva veder efclufo totalmente dalle cofe Ecclefialliehe, XV, Molta variazione pafsò fino a Carlo Magno, il quale, ridotta fotte la fua ubbidienza l’Italia, la Francia, e la Germania, riformò anche le cofe Ecclefialliche, riducendolc ad uniformità, le quali in diverfi luoghi erano divcrfamcntc illituite; rinnovando molti de’ vecchi Canoni Concitiarj andati in difluctudine, facendo egli divcrfe leggi Ecclefialliche per la dìRribuzionc de’ benefizj fecondo rdìgenze dt quei tempi : reftituì in parte a’ Parrochi le poflclfioni che i Vefeovi, come fi è detto, avevano tirate a sè, ordinando ad ogni Prete Curato ne fofle aflegnata una della quantità che in quel tempo chiamava. x3 mavafi Mcnfa. (i) Pafsò allora in Italia il coflume di dare la decima alla Ghiera Parrocchiale, che gili molto innanzi era introdotto in Francia. Aggiunlc però Carlo di nuovo, che il Vclcovo, come Sopraincendente, e Pallore generale, potefle dare quell' ordine lopra la didribuzione delle decime, (a) che parefle a lui; pcrlochè i Vcl'covi, dove erano molte, c graffe, ne dil^lero in diverte maniere: ne attribuirono parte a sè llcffi, parte a’Preti della loro Cattedrale; c ne aOegnarono anche qualche parte a’Monafteri, con carico che cfli mctteOcro un Vicario alla cura, dandogli la porzione conveniente: c, oltre airaffegnazione del Vefeovo, alle volte le Chiefe non Parrocchiali fc ne appropriavano qualche parte, che in progreffo dì tempo poi difendevano colla preferizione. I Princìpi ancora ne applicarono alle Chicle verfo le quali avevano maggior divozione. Rcllitui Carlo la libertà a’ Popoli di eleggere i Velcovi, concedendo che il Clero, e il popolo doveffe elegger uno della propria Diocefi, il quale folte prefentato al Principe; e quando da quello foffe approvato, e invertito, dandogli il Partorale> e TAncUo, doveffe efler conlccrato da’Vcfeovi vicini. Kcrtitui anche a’ Monaci la facoltà di elegger l’Abbate del loro proprio Monartero : {if) rtaiuì ancora che i Vefeovi doveffero ordinar Preti quelli che foffero prefentati da’ Popoli delle Parrocchie, Stabili anche Carlo 1' elezione del Pontefice Romano in fimil ma niera, ficcome era anche irtituita, quando gl’ Imperadori Orientali dominavano Roma; cioè, che foffe il Papa eletto dal Clero e dal Popolo, e il decreto della elezione foffe mandato all’ Imperadore, il quale fe approvaflc (c) l’Eletto, foffe conlccrato. Vero è che, motto Carlo, quando gl’ Imperadori della Tua porterità fono ffati deboli di forze, o di cervello, i Papi eletti dal popolo fi fono fatti confccrare fenza afpettar il decreto dell' Imperadore : cosà fece Pafqualc con Lodovico, figliuolo di Carlo; febbene manJà poi a Icufarfi con elfo lui, che non era ciò proceduto per Tua volontà, ma per forza del popolo, che cosà aveva voluto. Sono ben alcuni i quali dicono Lodovico aver rinunziata la facoltà di confermar il Papa ; e perciò allegano il C. Ego Ludovicui^ ( ) quale altri uomini di molta 0) fwL ri) HUfffMrié ftrvivtrt, t»mt ntr 5 .Cr^iav# nell» vit» dt S.Ltfstié dArili. Ouncc omnn «l> iffo eflènt redempri co tTgento mo AaterriW ejui Conici Eccirlìa Menfa rcin^ucnt. HitU nMrrw ftmdaU mn c| firviMm» munr» dtll» farti» Urnf». ( .« ) Uc Derimz in pcreJkste Epiftopi Hnt, qiuiibét a PresEycerìi dilpcnientur. t»f.i4i.lti. 1. CsfirmUr. (i; Monichorum (ìipiiiiein caufam, Deo ojmuUiite, « pane liilporueninui. Ac cuomodo ex (é ipfu libi eligendi Uccntiam deaeritcui, Ac qualiter cjuiete vivere, propolitunique indetefli cutVdire valerent ordinaxenmui, in •lu libcdula diligenter idnotari feamuit At ut Bpud Suceellorei nofkr» ratum fbret, Ac invioUbiliter coniervarctur, conErmavimui. tf, ltiii. t- CtfitmUr. (r) i U fimrmtiir» tir fm dal Clrrt, « dad fafaU XMMa» frràata « il traigli», •d a Lttaru fu» fi'UmtU 1’ »n»» «14. Proemno ego Uk per Deuni t^nmipotenreir, Ac per iUa qusruor Evangelia, Ac per bone Cnicem Domini aoliri Jrfu Chndi, Ac per corpus BearilTìmi Petti, prinuj'ii ApoAolonim, quoo ab hoc die in lidtlu ere Dorainis nollr» Imperato dot tri ribus, Hludovico,Ac Hloario, dicbui vitjrnie«, }usr4 vim, Ac imelleòum meum, fine fi^ude, atqae malo ingemo. Ulva fide, quam rrprninifi Domino Apo^iicoi Ac quod non conlentiam ut alitcr in hsc Sede Romana fisi elegie Pontili(is, nifi ciaonue, Se julle, fctundum virci, Se intclledum meum, Ac iile qui elechii fiierh, me conUatiente, conlécvirui Poimiex non fiar, priurqu.''in tale làrtan>er.tuni U^iar in prskmia milG Doaùnici Smperaions, Ac populi rum paramento, quale Dominus Eagcoiui Papa Ip nte, prò coniérvaiione «^nnitun, Uftutri bibet per firiptum: nmai. CafiimUr. fag. «47 yid» Tb»gaa. ad aaaam tiy. ferduravit hxc confiietudo, dir Onifri», ufque ad BenediAum II., cujui fanfìiraie petmorus ConUmcmus Iniperator, Heradii pronepm, et'.i&o tuo julTit ut deincepc, quem ui, pnpululque Rotnanua Pontificcm aekgiQent, », nulla ampliui Imperatom confitnucmrtc expéò-.ia, more vcmiiifiimo, Aatim ab Epilirop» orduuretur Aa»»t. ad mam frlaga Jf. l) D Jtiaff. éj. Vidr Tltrmm dr rltHitnitMi i» fm tfrram Agttardt. taf. 6, fag. i{t., rAi Balnuam. tdt ttiam Tbtran. ad oao.liO., et 17. f i I Z4 dottrina mf più ragioni meflrano fatfo, e 6nto : (i) nel che è fuper6uo aflaticarfì, perchè certo è che Lotario, Figliuolo di Lodovico, c Lodovico iecondo, tuo Nipote, confermarono tutti i Papi elctti nelle loro etli. In quelli tempi, ne precedenti, e fulTeguenti, quando, per afpctlare la confermazione del Principe affenre, alcune volte paOava qualche mele innanzi che l’Eletto foife confermato, e poi coniccraio, egli innanzi la conlecrazione non il portava da Papa, nè amminiilrava, lalvo che qualche cofa particolare, a cui urgente necclTit^ collringefle di provvedere fui fatto; nè vi fbflc altri che vi attcnddfe; come avvenne a San Gregorio; nè fi chiamava Epifeopus, ma EltBus, Anzi nemmeno teneva il primo luogo, ma lo teneva 1 Arciprete ; il quale anche fi dava quello titolo, cioè : Servaas locnm Seda Apojìol'tc^: ma dappoiché i Principi furono elcliifi, come al fuo luogo fi dir^, pafiava Icmpre poco tempo dall’ elezione alla confecrazione, nè per quello fi diceva che 1' elezione fola deffe il Papato, ma la conlecrazione : perlochc, le alcun Eletto moriva innanzi d’effere conkerato, non era pollo nel catalogo, e numero dePontefici, come avvenne ad un Stefano eletto dopo la morte di Zaccheria nel 752. che non fu conlccrato; c però non fu pollo nel catalogo. Papa Niccolò II., (nufei fTriru'-, Hi"C ob ri(creiu, quoi ab hti vi too^ui rflet ^Aiifioutn irunitt nbì'e. Acirpu bsc tàmfaéionf, Lalovicui ‘«'pò i.Ui Clero, Irta)u;uRi ipiìini», St pitia M«v8ne drinrrp ouieftiTnR laelc eni : tu xitu fuf.bulit miti»- ^U4nt» gli Auttri fbt b^mm ftriitt rbt Lut^i, il btn^u», uxtfit rmmuti dtrittt di rtufiruurt t t'ti»9t dt fuftfiuii rr’trr tbt uufft ftrft dli' uxtf ttufuft (bt Hutiu» Ttftnftt util» mtitfimu vii«| tbt il H bli0tHuru Aatfiugi», itti, il CuuctHurt drHm feere Wr, rutttmt» tb taduvii» dttdt M fuifiMU f tturr» fdtfià d' titfgm i |V fini, a f •« Ptmifi-tm ft^ului fiatim eriafiit, fNi tmia dir Ptaiiftatmi fm, dumrtt dtmtjhcas diffcnttt uttifit, mtrb» àfifitxt» rrrrrfiut tnttrmt.. ^5 Papa riceva tutta V autorità : e perciò i Scrittori mi fmt mi ntlU fmm Cnmìcm Jt’PMfi. F ftiammn mtmxMm Ji ni in itrmm. Ante qnein tioxn Siephtnut qui«U fdf»^ fidi» Sttfdm Ili. f» V dltr» ftfu fidi» fdfd iftttiv», I rietmfrtiu» t ìi rkt damjh» tln dUr» tfftr Elcàuf n»m trm ifiir Epilcopui, « fdfivd drvtntdr F.pili« nel fm Ltxitm, in Cenfitrohoiubiu Imperatorits, enniverlétiam pearitatiooem, colUuòaetii, de prcAeaooem fi ! i nefizj molto ricchi, fi creavano Vclcovi i principali della Cone, c della Cittì, a quali il Principe ancora commetteva molta parte del governo politico, prima llraordinariamente; cpoi, vendcndofi che riuIciva bene, anche ordinariainenie; non perh in tutte le Cittì a!!'iflef|b modo, ma lecondo le occorrenze del luogo, e il valore, o la boctì del Vefeovo; e anche Iccondo la poca attitudine del Conte alle volte, al quale fi luppiiva col rimetter ai Velcovo. il che fu caufa che poi, degenerando la poflcritì di Carlo, che bnalmente fi affogò nel prctondo dell’ignoranza, i Vefeovi penlarono cITer meglio per loro non rl.‘him (redo bsc oppertunif(ce Htdriinum. tjuod CftTOius, {quejh tr» C«rI it rnffirì Iinpcraeor, sb ImIU cum «nrcitu diicMtiu, in Noroujinot rebeliintn moverat. Stiu vftM d' AdrUn» U. dtl mrdtfimtt PUi$ms fi 4 i R»mMÌ, ftr mtier »» P»nt>firMt9 ftmx,' sffttfri l (»nftrmst.iem dilT féiU, >r« etti i vttifimiU tb AdrUtu IH, mìU i'tftUdtrt P ìmftrmd» r4 dtl P»f» (4) Vidi PVitKhmd fég. tt. mtam. to. Omnia, dtrr ii d‘ Agmtfy»»», &unini deben ror PantiKibiu, 8c non C'boi^ilcopir, nula f»rt» Cbtltiahrta rmane Ckmi, quod lum failTc. cum )Un eo devemJtent Ecriclialìici, «tuh> (ine perratonis t^ualtlet dMtunùc.rc tem- ut, non cnadi. ut aniea, Icd ffKjnte, ^ laigi. pori de Erciedx rmuiBcraAonr pofTederint cum nonibuarootifiiium nmnutobuent Rea (>ef '^aucioriuie Klonotìtlimi Ptincipia nollti, in |ui finii «xempli, cum pndea ('ere (einper ferrata bare propnctarium praeCciiptione tempotit non vncen. conliictud» (il, ut a^priorum Pontifimin fe.p(en. tur, dummodo pateac Ercidix rem fuifTe; Nevi, tea aut infrinf^erent, aut omnino inlleenr. R#. deaiuiu eiiam Eprfiupi admimaraitonu prtjlizx, Manal.rra éStcfsMaVl. rii thi Sttfan vav«ut precatortaa, cuni «rdinici funi, faceredcbotC fAtia a tarmafa. Steptuni PonitHch Jerreta, Ae le, aut diu lentit Ecclefie ficultaTei prnpristati «tU ibtim tmprobat. abro^acque. dire iV R«rin« fux polle tr»nfuiderat buie «tati ut hotninum indullru in rnitnonc inutilaiui turpuer, alupundia vitam Ju. quovU cenere vittutia (oafeodlertc, nuliii calca zie, cum ob inhoitelia vulnera i frababilmeata libui aunibim, quibu» hmuinuiu ingeniaad lau' ftr tfitr^ii fiata tafliata il nafa, a la erieibu ) dein eiuiirentur. piodire in puliblitum mibcKcrct. Plaiina in (JStimphaDUtVI.dirr il Flaiina malia fna vi. vita, ta, tanto odio pcrfecuttis cd Formoli Homcn, ut anni Giovanni XL ch’era figliuolo (4) baluardo d’ un altro Papa (h) morto 18. anni prima’, e tanti inconvenienti nacquero in quelli anni, che gli Scrittori dicono in qiie’ tempi non cflervi flati Pontefici, ma Mollri. 11 Cardinal (c) Baronio, non fapendo Icufar alcuno di que’dilordini, dice che la Chiefa allora per Io più (lette lenza Pontefice, non però lenza capo; rellando il fuo capo Ipiricuale Grillo in Cielo, che non T abbandona: ed ò ben cola certa che Grillo non ha mai ialciato, nè lalcierh mai la Chiela Tua, ne può mancare alla Tua divina promelfa, eh’ egli lar^ con lei fino al fine del Mondo: (d) e in quello ogni Crilliano dee ientire, e credere quello che il Baronio dice, penfando anche che quello, che all’ora avvenne, fia avvenuto altre volte; c ficcorac in que’ tempi la fola alTiflenza di Grillo confervò la Chiefa, cosi l’ha confervata, e la conferverh in tutti i fimili accidenti in quel medefimo modo, con tutto che non vi folTe minillero di Papa, (i) Può ciafeuno da sè fleffo giudicare come folTero trattate le altre Ghiefe d’Italia, confiderando qual’ è lo flato di tutte le membra nelle gravi indilpofizioni del capo. («) Non flavano però meglio fuori d' Italia, dove i Grandi davano i Vefeovati a’ioro foldati, e ancora a’ fanciulli in età fanciullefca. Eriberto, Conte, Zio di Ugo Capeto, fece il fuo Figliuolo di etk di anni 5. Arcivefeovo ( a ) di Rems ; Papa Giovanni X. confermò quella elezione. In que’ tempi nefTuno riccorreva a Roma per divozione; ma Tempre chi di&gnava alcuna cofa contra i Canoni, e ufi Ecclefiaflict, fe non trovava nel fuo paefe chi 1 ’ approvaife, ricorreva (m) ^ejl fini ) riftrif i» mtl lArè frutto mi t»p» i J. Onofrio ?mmvitto itti tbt Ìfio Psfn moH n» di Pof Srrgto IH. tomo mfierms PUtiM. (^) Di Sorgio III., c di Unroxj, figìiuolA dtlis Mtrfttitt ToodorA, Ia tfmAle profiimivA U f" ’. Joinnei XI. dir pAmvimi. S^gii l'apx. Se aIsickix notuUilimr inter Rmiunof fiéminx {tlU n vtdovA di 0»ido ÀtArrbfft d T^trtnA"^ filius, vutri, qux cune in urbepoteouirima erat, uiàoriuc?, et ttudio rucceflìt.;.. poli Leuneni VI. 9c Steptunum VII. Pltuiti» U tbìAms CiovMMMiXll. patria Romanui, pane Sergio Ponriike &c. (r) Wi fMin ifS tpAmt, «fìea PlacÌBa nelii vita di BeneJetio IV. tAfrivir ttfit EìcUSa Dti, vttfir tfM! cnitorAtu a ftutritAt d lAftivurm, ffprrit Atiu tAutA lirtHtiA fttcAAdi btportt»tA, A ATAiniitn, et UtguioAt, fAitOiJimA P^ $ri ftdti nrnfAtA tfi forimi. feffrffA. Bm~ voiu rbiAAtA imefii PAfi ftdu AfofioUt mvAfnri, itom AfofiAitoi, frd Af^Atirot, a 4 Aaitmm pot. Jta Pool (a muA pmdttjoffiiimA imior Ito 0I dtftrditu dtll'ttrtnmi ai ami itmfo. Sitfpu, dx' gli ìm kha dtlft fu Itttrrt, u h» irnAto Arfomtnfo fori it provi tbt Ia fioTÌA dtllÀ PofiffA CttVAAAA fA VTr«i tott iitmPHn bo ttovAto TàifioAi AblofiAntA hmont tbt n mtfiuAo Ia fAÌfitÀi tilde, pr pArUr fiaertAmtmtt, io fmdt a trmnlA ftr fAljA, pia non pi ftr firAVAtAntt i poirkh i» fMaa«i X.)ulutptitiin, in execnplmn cito rtanfiic aliorum, ut cumplures hujus Ixculi Princt. fibi tinguine con^nftm adolclcencutos ia unaaC-aUicdraituravaim ^nvinovendos ad aem. paf. a Roma, dove fi davano difpenfe d'ogni cofa e Fambìzione, o F avarizia fi copriva con dilpenlazione Appdlolica. 1 Papi, eifcndo quali abbiamo detto di lopra, non Facevano didinzione di quello che poteffero; iiimando aumento delia lorp grandezza ogni cola che folTe ibftenuca da qualche potente : quelli, per loro iinerefle, difendevano quello che impetravano. Il popolo, parte per la lua lemplicitk, parte pel terrore de’ potenti, approvava quello che non poteva impedire; onde fi fiabill un’opinione, che di qualunque cofa, lubito che aveflc la confermazione da Roma, ogni errore paflato folle coperto. XX, Alcuno crederebbe che la poca cura che aveva V ordine Ecclcfial^ico delle cofe Ipirituali avclTe fatto rafl'reddar il fervore de’lecolari a donar alle Chiefe, ed avelTc pollo line agli acquilU nuovi degli EcclefiaAici; nondimeno non fu cos'i, imperocché, quanto era diminuita ne’ Prelati la cura Fpirituale, tanto più erano intenti a confervare j beni temporali, e avevano convertite le armi Ipirituali della Icomunica, che fi ufava folo per la correzione de'peccarori, a difela delle poflelTioni temporali, e per ricuperarle anche, Fe per calo la poca cura de’ PreccF(bri le avelfe lalciate perdere. e nel popolo tanto era il terrore delle cenfure, che nefluna colà, metteva maggior (pavento; e colà mirabile era, che i foldati, e i Capitani, fenza alcun timor di Dio, che ufurpavano quello del prolTimo Fenza alcun riguardo d’ offendere S. D.M., gutrdavano con gran rilpetio, per timor delle cenfure, le cofe della Chiefa: da quello molB molti di poco potere, dclìderofi d'afltcurar il filo dalle violenze, ne facevano donazione alla Chtdà con condizione che ella ^lielo^ delTe in feudo con una leggiera ricognizione. Quello afHeurava i beni, che da Potenti non erano toccati, come quelli, il dominio diretto de’ quali era della Chiela. Mancando poi la luccefllone mafcolina de Feudarar)-, ctTmc- per iè Frequenti guerre, e fedizioni popolari, i beni cadevano nella ChieU. Poiché (ino al prefente abbiamo detto in qual maniera fieno fiati acqiiifiati i beni Ecclcfiafiici fiabili, c la ragione di decimare quelli de’ Laici, quello luogo perfuadc che fi tratti, c rifolva, prima chcpalfar innanzi, la quifiione trattata ne' nofiri tempi, cioè, le i beni £cclefiafiici fieno pofleduti urc divino^ o humano'^ echi ne abbia il dominio. la comune opinione difiingue le poireifioni lafciatc alle Chiefe per teftamento, o per donazione dc'Fedeli, o in altra maniera da elTe acquifiate, dallc{ decime, primizie, e alire obblazioni. £ quanto alle polFefiioni, tutti concordano che fi debbano chiamare beni temporali, e che fono polTcduti dalla Chiefa jura kumano : imperocché cena cofa è, come di Ibpra fi è narrato, che, elfendo proibito a qualfivoglia Collegio r acquifiare ft.ibili, la Chiefa, prima con permiflìonc degl’ Imperadori ebbe facoltà d’ acquiftarc, e apprefib vi c il Canone : j«r^. d.S., do . 31 d. 8., dove fi afferma che col folo Fondamento delle leggi umane fi dice: quella poffeflìone èrnia: quello Fervo è mio: c che, levate Je leggi de’ Principi, nè la ChieFa,nè altri potrebbe dire che cola alcuna Foffe lua. ( 4 ) Neffuno può dubitare che la divifione delle ponTcffioni non fia per legge civile, e parimente i modi di trasferire i dominj dall'uno allaltro, la donazione, il teflamento, e tutti i contratti, e tutte le diFpofizìonì non fieno leggi umane. Sono flati nel mondo Repubbuche, e Regni, dove il tellamento era incognito. Jure Romano al iolo Cittadino Romano era conccflb di far teflamento: non c pofiibile che il modo di acquiflare fia per ragione umana, e la continuazione dcU’acquiflo fia per divina.’ quando alcuna cofa è donata, o legata alla Chiela, effendovi difficoltà, fc quei titolo fia valido, fi giudica con leggi umane, c tenendo legittima ragione, fi mette al poffeffo fecondo quelle. adunque anche in virtò di quelle, e non altrimenti, continua nel dominio, e nella poffeffione : ma poiché in quello ogn'uno concorda, non pafferò piò innanzi: lolo aggiungerò, come per corollario, che da quello fi rifolvc chiaramente, e fenza difficoltà, fe T elenzioni, che hanno le poffeffioni Ecclefiailiche, fono de jwc diviHo, ovvero bumano , poiché il poffedere, ed il modo di poffedere, vengono femprc daU’ifleffa legge, e i Giureconfulti dicono che dall’ illeffa viene la fervitù, o libertà de’ fondi, daquali anche viene il dominio. Sarebbe gran contraddizione dire che la Chiefa aveffe una poffeffione jure Veneto, la qual aveffe una libertà alio jure. Ma quanto alle decime, fono due opinioni: una de Canonifli, 1altra de’ Teologi, e Canonifli, che flndiano infieme la facra Scrittura, e la legge. Dicono i Canoailli che le decime fono miv divino, () perchè nel Teflamento vecchio Dio diede a’ Levili la decima, come {b) la Scrittura divina racconta. e non è maraviglia che dicano cos), perchè non fono vcrlati nelle lezioni de’ Libri facri, non effendo la loro profcillone d’intendere i nìifieri della Religione Crifliana, cioè, che Dio per Mosè diede al popolo Ebreo la legge, la quale, quanto alle oofe cerimoniali, t giudiziali, fofse propria di quella nazione fino alla venuta di Criflo, il qual’ era per levarle la virtù obbligatoria.- (r) ficchè la legge delle decime è ben legge divina Mofaica, ma non legge divina naturale, nè Crifliana, ed obbligava quel popolo folo di allora, adeffo non obbliga alcuno. Può bene chi regge una Repubblica far leggi fimill a quelle , ma non obbligheranno come divine, nè fi dovranno chiamare uli, ma bens'i leggi civili del Principe che le coflicuifce. Fu una legge divina Mofaieache il beflemmiatore fofse uccifo. quella adeffo non ci obbliga; nè chi non l’uccide pecca; e potrebbe il Principe imporre per la ^flemmia pena capiule; e farebbe giuda, e fi dovrebbe fervale; non però fi direbbe legge divina. («) Jure Kumano dkitar i h»c vilU mea cft: hcc dofnus mea - bit fervut renu eà. )ura au«m hunana, jura Imperatoram (uDt. Tolte )ura Imperatorum, 9t quii aud« dicere : mea eft ì0a Tiili, auc mnu eli itie fervui, aut dounii h«c IRM cft} ) Ctv»rmvi» »a» J d» ftmimtnt». Vt il il it, iti Itkn frtmt variarum refolutioeuin. H ) Filiii Lavi dedi omnes devimas Kraelii in pofleftìoneTn t>ro ininlfteTio quo ftrviunt mihi in tabamaculo nderis.... Decimarum nblatiem contenti, qiaas in uiùi eonim, de nereftàna Tnnilato Saoerdotio, necefle eft ut et le. il rranilatio fiat. Reprobano fit prxcedentif manB(i proptet iofinnitaccm c;iti, et inuniitatoui. Htèr.7. vina, febben Dio gi^ la dicale al popolo Ebreo , (rf) ma legge del Principe politico. In quelle, c in molte altre occorrenze, dove allegano quelli uomini la Scrittura vecchia a loro interciTi, e loggiungono ch\ è de jure divino^ bilògna diflinguer loro l’equivocazione, che quei eh è de jure divini) naturale, o Cnltiano, d obliga; ma quello eh’ è de jure divino Molaico non ci obbliga; e fc chi ha un governo fa uno flaiuto fìmile a quello, egli è de jure bttmano. Non poflb relìar di dire che non, per ignoranza, cosi trattano qucfla materia; mt per ingannare gl’incauti, c per convalidare le cole loro col nome dinr divma, e mctterfi in credito: ma fi potranno convincere qui, e far tacere. In quell’ iltefib tefio della Scrittura Dio comanda eziandio che non pollano pofl’cder terreno, e fi contentino delle decime.- (^) fé per quello precetto il popolo è de jmre divino obbligato a dar loro le decime, efii laranno obbligati a non aver polTclIioni. Ma apprelTo : Dio comandò le decime foio de frutti della terra, (r) e le leggi canoniche dicono che fi paghino ancora della milizia, della caccia, e di qualunque opera umana per la quale fi guadagni. Se Dio comandò ai popolo Ebreo le loia decima prediale, lono sforzati a dire che la pcrlonale non fia comandata, le non per legge umana. 1 Teologi, de’ quali io non nomino alcuno in particolare, perchè ndfuno è cldufo ; e molti Canonilli con loro dicono concordemente, clTer precetto della legge divina naturale, che il minifiro della Religione viva del fuo uffizio che prefia, fervendo .al popolo nelle cofe divine; ed elTere Ipeaiai precetto di Grillo N. Sigli, nel Vangelo, che al mìnillro, il qual lerve al popolo nella predicazione della parola di Dio, e nel minillero Ecclefiatli-o, ila lomminillrato il vivere: in che quantità non è determinato, perchè lecondo il numero delle perlone, la condizione dc’luoghi» c dc'tempi quei eh era molto una volta farebbe poco un’airra; ficch.' il far parte al Minutro dt Cri^0 è de Jure divino Che quella parte fia una decima, o una ventèlima, o una maggiore, o c_llatutiro per legge moana « o per confuctudinc; che vagliono rilttflb. E quando fi legge in ai^unc Dep-ciah che Dio ha illituita la decima, o j^e U decima è de jure divi^ no^ $' intende (ff) la parte determinata per una indeterminata, intendendo decima, cioè, quella pane che è debita, c neceflaria, ovvero che i)io ha iitituiu la decima nel Vecchio Teftamemo, ca lua fimilitudine la Ugge ha i^ituiio lo (leflb nel nuovo. Pcrlochc generalmente poffiamo dire che i beni Ecclefullici, di qualunque Iona fieno, lono lotto il dominio di chi nè padrone, e poflèduti per leggi umane. Nè alcuno muova dubbio fopra quella parte indeterminata che è debita per legge divina naturale^ e Vangelica; perchè, come ben narrano i Leg gittij (;) Ortinem meJutlani atei, viui, frame I I iiln ileJi, '•fe Die d Ar$ tn uni>erÉi hu^utn imrUf ()iih EK'' ^ Dunituo deportintur, cedcni ii\ aAit iuta. (dy (ilitt Levi, étti T)i, deiì aman drcimn f€o uiiolUerio quo femiuit milu m uberoetulo IcJeri. Nnm. >1. («) Dominili ordiittvtt iù qui gfiofcliun tonuncumt de Eviitgelw vivere, i. Or. i, elt^ lipoe e^ritelii vettra iDerimu»? Uni beoe |n«iuoi VrotiyteTi duplici honore difini hsbeinnir, m». jMice qui loborant in verbo. Ac d''i£iiiu «U «periTMf mercede Tua- i-T-fUi.I. PI ler cuni |v>pu!ui univeut, de iJ liliov Ifnel loqueru ; Hntu», qui blalphemaiem D'imen !>>• mini, OMrte nii>riAtari UptUibui e^lprmiet cuui mrme muliHud'', Zrwr. a,. Dixit O’unjnu. sd Aaron: in te rt eorum mhi! p>(T> c' itii, iKc habebuis piriem inier co: fi sltnst r$ar dt Nihil «l'ud pnili.!ebtini, dcrtouium ^!«none (unteixi. A'ana.il. Nontubebuni Saeerd.ne», et Levirit psreem. de h«re ertem eem rrliqno Itraci, quia bcrifiria D'xtunt, et oblatuinet eMi corpc-’^nr. V uim! aliud aeri, pieat de pofldliooe Irinumliiorum. Unii. ra. il. gilli, altro i che una cofa Ca debita; altro i che fé ne abbia dominio : la cola di cui li ha dominio C pud dimandare drittamente in giudizio, come fi dice, Mont rei wneleesmnh ; ni fi foddisfa con dargli r equivalente ; ma il creditore pud folo per azione perlonale dimandar il debiiOt efièndo il debitore obbligato a dargli tanto, ma non pid quello, chequello. Da quella rifoluzione rella anche con faciliti decito, le i benefizi lono ite m Rivinti, e Je ere pofit 'mù ; imperocchi, elfendo i (labili, e le decime poflèduti ite ere èemme, anche i benefizj fondati (opra quelli avranno la forza deirilteiTa ragione: olirà che dalle cole iuddette fi potrb pid agevolmente certificarfi di ciò; perchè, fe la Chiela è (lata tanti anni con beni (labili goduti in comune, e non divili in benefizj, come di fopn è fiato narrato, chiara cola è che i benefici tono (lati creati dagli uomini in progrelTo; e perciò in quello tutti concordano- Non mi ellenderd pid in lungo.- folo dirò che, Icbbcn quelle conlìderazioni pajono aliai lottili, tono però neccOarie, come le cole feguenti mofircranno. Dalla rifoluzione della prima quifiione farebbe facile rifponder alla fr' conda, cbi abbia il dominio de' beni Ecclefiaftici ; ( degli (labili fi parla, poiché de'Irutti fati il fuo luogo nel quarto quefiio) (l) imperocché, fe tono polTeduti per legge umana, non iella le non vedere a chi la legge gli abbia conceSl. Alcuni dicono che quelli beni fono di Dio; e lenza dubbio dicono il vero; perché la Scrittura divina apertamente dice che della Maellh fua divina é tutta laterta, («) e qualunque colà é foilentata da quella: ma in quella maniera ogni cola é di Dio-, e non pid quelli beni, che tutti gli altri: una fona di dominio univerlàle é il divino un' altro dominio ha ogni Principe fupreno nel filo Stato, il quale, fecondo Seneca, fi può chiamare dominio d'imperio, (é^ ovvero, fecondo 1 dottrina de'Gìureconfiilii, dominio dì protezione, e di giurìfdizione : (r) Un'altro n'ha ciatcun privato, che é il dominio di proprietà, dei quale parliamo, e del quale cerchiamo adeflb: né fi pud dire che Dio abbia l'unìverlàle dominio di tutto, ma che abbia infieme la proprietà di que'beni come il Re ha l'univcrlale in ratto il Regno, e nondimeno poQiede in privato, e ha la proprietà di quella porzione che é di caufz fua. Imperciocché al dominio univcriàle del Principe fi pud far aggiunu col partfoolare della proprietà, per la quale crefoe, e fi aumenta; ma il divino di Dio ha una univeriàlità cosi eccellente, e infinita, cin non pud ricever aggiunta, e alb quale ripugna I’ «fière particolarizzat^ ficcome anche ripugna che £a comunicata a qualfivoglia creatura; p^oà^ neffuno pud dire, efCendo Dio padrone di quem beni, io, che ho J'iAalE> tribunale, T ifieffi) confifloto, e rifieflà Corte con lui, fon io ancun fi^lrone. Egllé non meno fervo di qualfivoglia Uomo minimo. Teme li. E Peid l«t mprkm. fMb r. Cbìm eli, ttm9, U ^aiA^oiaefl omflÌMif «un&nt ita t m 4- Domiu cft wm, picaitado oÀù (cncnun, li unià-edi qui htbiwBC ta co. ffttim, ( noi» iwMa funi f;ti». vi mini. poflc^Torii, i. %. 100. «rr. 1. rrff, «U UiS.7‘ tr) rtpv rwo fed ciilV«nrater p«iun.« ■' pt doiiiinus, feiJi. fpeaCitwr, (èquitui quod de p!e ipiii ed dominai quìa don^iortM a«ii «litnant. trvmfetur^ >»ra loft tu rapunf .aut Pr^.(v«n, fc.i i« Zccielìim Kctnananij ve 1 ialem. (tvj r ttitadio tttf «a 4 r 1 f sdraiti, t ftmnfrmt luu d far Ur Is frnsrrtm Ncc pum, il, ^ojnetaa quod IV Pi hibec plnuiudmcm pdtcftnl? Ecctettimcx,Db bóc podlt de SottuZiLldis dtipi^eic^ fMt pqoelk Érclelia; quoiM.ini ‘pleniiudo p|itelUlii EiMletitltit mcciligttur in fptriuiahbos Onmnt. a 4. y «rr. 4 J.. # unsCtafrÀteraits in i’mtgJ», d\ tmtt ir Cta^sitrait fi (iusmsm dra«l«. \.i)L'A»trt dutdt'Frsn, tk'i li uem ft» (ai S (ìtuum» .olare, o universale, a favore di cui la donazione, o il legato fu fatto. Perlochè dovrebbe anche ogni Rettore di Chiela veder con diligenza le obbligazioni lafciaregli, per eleguirle; e fe altritnenti fi fa, biiogna imputare all impertezione umana : nè può alcuno perluaderfì che, per la lunghezza del tempo, pofla clTervi prclcriziunc; imperocché quella lup-pone la buona fede, la quale non è mai m alcuno; lapcndo ognuno in lua colcienza che quei beni non lono Aati Jakiati, acciò li faceta quello che fi fa. Ma chi avrk il dominio di quei beni Ecclefiallici de' quali non fi fa rillituzionc? la legge naturale, c civile è, che in qucfli a’quali è mancato totalmente li padrone privato lucccda la Comunità: adunque di quelli rcllerìi padrona la Chiela. In modo cKc in poche parole i Bc-' nefiztarj lono dii penlatori de beni dei betttftzio, ma padrone ne è quello a favore di cui è Hata fatta la donazione^ ovvero il tefiamento t quando non fi lappia, relìa padrona la Ghiefa» Non olla a quello che vi fieno leggi de’ Principi, ed Ecclefiaftichc, che proibilciino Valienazione; imperocché il pupillo è vero padrone del fuo, c pur non può alienare : il dominio è un jus di fare della cola quello che fi vuole, quando la legge permette; la qual legge obbliga alcune Ione di perlonc che baono bilogno di governo alieno : tafè 1Univcrfitk, o Comuniii. Non fi dovr^ maravigliare alcuno, fe tanti moderni Scrittori in fimili quiltioni, come in quella, che fa il Pontefice padrone alToluto di Tomo IJ, £ 1 tutti i Btnefìzj, nini i beni EcclcGaRìci, difendendo opinioni contrarie ali’ Antichiù, c a quelle ittkuzioni che ebbero origine eia’ medcGmi Af>polioli, e uamku Appoltolici, perche, come con gran fentimento n doleva S. Opriano, è una dette umane imperfezioni che, dove i colHimi fi dovrebbono conformare alle buone dourine, eleggi, per lo contrario le dottrine degli uomini intereffati s' accomodano a’ cofiumi; e fi potrb offervare io tutto il corlo di tanti fecolt, non eflcrfi introdotte novith, eziandio concernenti alla Religione, che immediatamente non abbiano incontrati difcnlori, Che maraviglia fark che ciò avvenga in quelle noviù, e introduzioni che icrvono a ricchezze, comodi, e umani incerefiì a'quali molti poiTano afpirare? La confufione che fu ui Italia nelle cofe politiche, per tanti che furono in quei tempi fatti Ré, c Imperadon, cagionò anche nelle altre Cictà^ efiremo dilordme nelle cole Eccicfiafiichc; elTendo i Vefeovi, egli Abbati ora fatti da' Principi, ora imrufi dalla potenza propria; e gii altri Miniliri Ecclefialtici fìmilmente fatti, ora da quelli che dominavano nelle Citù, e ora da'Veicovi; e alcune votte i benefizj anche occupati da chi aveva- potenza, o favor popolare. Nell' anno p&i- venne in Italia Ottone di Safibnia coll’ armi, () e fc ne impadronì ; e per dar forma al governo, congregato un pio ck)l Concilio di Veicovi, privò Papa Giovanni XII., febben della maggior Nobiiù Romana, e di gran icguito in quella Citù, il quale, fatto Papa in ctk minore di anni diecioito^ viveva nel Pontificato con eicrcicar adulteri, Ipergiuri, e altre maniere poco rcligiofc : fi fece rimmatar Ottone: dal popolo, (a) e da Papa Leone Vili, creato da lui in luogo di Giovanni, ramonù di creare il Papa, (^) e gli altri Wfeovii in Italia^; la quale ritenne efib, c il Figliuolo, e il Nipote fuo, dello fiefib nonir, fino ai looi. per gd. anni; c del numero di dodeù Papi che furono in quei rompo, due ne furono creati dal Principe quietamente, gH «W ùk.£edizioni periochè anche li primo. Ottone(i) TìC menò uno prigione in Germania; e Ottone III. ne menò un’altro.' uno fu lUangolato ( 2 ) da quello che volle effer fatto in luogo fuo; uno fuggì, (r) rubbaio il telerò degli ornamenti della Chiefa; e un’altro fi rmiò a voionurio cliiia; (d) di modo che anche in quefii an ni in StfnjH tr^Omnr,, jSgUtuJv litiP ftpfrtMMmo i ÙcctUmcrt. flmrin inlutf dì XÌI. XÒmMMit- AloWK» pai^u f^atì aufuiB occu^tti ho» An« onsubus {tfoom, u turpnuOifM conMiintuti «cfritionibus maj.f, C (rapo ' 19 a Itàndiniliw ruprt-iv noni a mUm»» dtft i P tli^McutUuia lU. n ciritKfu. Con .1 ina inJitit, fid Cjt^. I •. D mt J mt» V. •ìfttt ft d in Mf ttm n H d»lU jùoat, d»l fMTMt»d» aOi^i««rXl( Cuiu li». peraor. du il fUun», haAc clcàioMin omui. IWam prol’tKt. UoBtA'x compulit, putto BrneJiixo, vel diiàum ipluni duiit, qui oon iptilto poi) dolore animi «pud HamUirgum rooricur, um (elcgitm e»t. rtdi ImitfrMndt II. (OJMVfiitrrrr. • fi» ttfit, ferendo Stntdffii y. f»i(bì fmtlU di »«mt, tkt f» tfrtt» dulU jAtJmt di Cnvuniii Xtll. rra A»:ijMf. p thttt Tivrodr Irm» Vili. Itfittimémtne lìttté. UcMciiifhic Vi- diti il fUtin», a CiJinoltooiaoocive pra-pote(M «aptiH. in Omfti iKon inctuditur, eoOaiuque in loco noo niuUo polt Araneulacur. (f> oonffeiui vii- diri UyUtim», rcUnqueie «rbem coodut. pwiolìiCnu qujcque e Balìlira Tetri (ubtrahent. ConAaRonopolitn ronfucic. ubi landw fubihm, quuad, diveoditu qu« ucriteio abitulerae. imgnain viin pecunùmim cooparallet. l'ontite Romanus Ijcrorum Picer, 9cKcx, Ocra iplii hirto abftuliti et qui vindicari Acrilegij deWerat, taiiu OtriUg)! fiOus eA au>%or. liAui, dit» ilPìnùn ntU fm» vite, Joaiinì Aiehipreihytero S. Vanim ad po i^m Laimam, qui polle» Gregoriui VI- appeitaius eli, Ponuficium irnnai, ut quidam a.lìrmant, vendiditi td nl(M »4 Tgt dtfn; Dunt »nnn «lecexn per infciraU» Sedein l'etn occu^'allet, tandem moritur. Nec vataflé rum fedet dici poteft, curoPootificafum vendiderit. (f) Vide Otbun Frifing. ad ann. 1040. lib. 6. C.3». (f) Hu ob rei, diet t Plmin ntU vitn di CriftritVl. Henrteo li. ni ranca difli Attmnwmi i fama III. nitrimtntt dnt» JitnVa il Nrrt, in lialtam tum magno exercim vemei», habii# Synodo, eum bencdidum IX. Silvrfimtn IIJ. Gregorium Vi tinquam tria ier«TÌin» monftra abd» Papa' (a) c fece c^li tre Papi fuccefTivamcnte, tutti Tedefchi di nazianc ; i quali, eletti, dall Impcradore afTunfero Tlnlegne, e l'abito Pontificale fenza altro : il terzo, che fu Brunonc, Vdcovo di Tul, avendo afTumo per la deputazione deli Imperadore l’abito in Frcefingen, (i) e fatto con quello viaggio fino a Ctugn’l, Ildebrando Monaco, allievo della Chiefa di San Pietro di Roma, uomo di fingolar accortezza, voile con arte reftituire reiezione a’ Romani, c configli^ Brunonc, che, vefiito d’abito Pontificale, fi chamava LconIX. a vcflirfi da pellegrino, centrar in Roma (^) cosi, che farebbe fiato piu grato al popolo Romano. Acconfenti Leone, cd entrò in Roma vefiito da Pellegrino, c dal Popolo, a fuggefiione d'ildcbrando, fu acclamato Pontefice Romano. ma quell’ arie non impedì che, morto Leone, Tlmpcrador in Magonza non cleggelTe Geberardo Elchfiat, che immediatementc mife l’abito, e fi chiamò Vettor II. (c) L’ Imperador allora non folo donava i benefizj, ma fece anche Cofiituzioni contra quelli che gli ottenevano perfimonia; perdonando gli errori commcflTi fino a quel tempo; ma imponendo pene per l’avvenire. XXIII. Mori Enrico, il Nero, ( 2 ) lafciato P Imperio al figliuolo Enrico IV,, che gli fuccefle in ctb puerile; durando la minoriiii del quale, febbene i Papi erano creati col conIcJìfo de’ Tutori dell’ Imperadore, c i Vc rtre Se maglAiaiu Ascgliìtt, SviJegenmi, Eim- >i»m fcfti, jifrfttafere ttt, Jtpolìro l^ontificsli orbr^«nrefi) fpifcopum, a due. ùu luii, Puotificcm trtat. rem Hcnnrum nuUatn (reandi pontifieu ootelU m amtrUVI. U ùtnt fntmf lem • Deu habere, fei ad acnim. populuinque Itfnitm, dktnd» thè wtH ft$ ilett», fe ut» ra4}iur. Al vero Ronuauì denat, futdenacHil. r« def» «wr fc»ttt»to Si'tf^reTn.. SiìmmW. auuiidruu IkunneiH in Pcuuàhrem eligir, itr» Tifitmn iiPuirefifMftx dite, probo- co hbenttua, «)us7 oinucfu aunuritaceia eltgendo rutn hommeni precibuf, fteerdtiitrum fuvrum jw- rum l’i ;uiAevin ab lmpara(jte ad CicTUin traa. rtcedcniibu^, aiaartui fiiAcébut cA Josnim Grecia- tUcliflec. flatiM i« \>its. jiui, An.hipre»bjrccr S.Joanni ami poiiam Lati- (r) Vjòor II. -iut Qmtfri» mila faa Crtmua barn, Grrgortut VI. \o ab Imp. Hentko IH. tele- Calbeniii. Epifcop. EicAatculU. Henrici III. lai. cacai fiicrat, nioftuui eA. Amttti ad vir4« Or». ucratom Confilianns pcop liiquu, creami ab j(«rH Vi. t fi [futa amara ftm rkiaramtatt mtla HemicoIII. Mogumlc, coronami Komx idib. fma Cramta dt'Pafì. Culti fponieabdicalTet, dèe' Aprii, loid. ajb farlanda dt BtmdttiaVlU. ehiaokUaìX. dal (») llPtatmadìet th'tta fiati tletiePfèftradtrt tlafiea, in ejui Jocum fa Vcccor 11 Ma Zana IV. m» fueieta Cutà dtl J4rrjiio»jH» di 4- htirt m Trft i- avtva lafìsaid'ifiir tinti da lidtiraada, ftrfmt114, ab Imp.Hcorcco 111. toogregjtn, abdicavit ttdtrt alVlmftm, d ^»al ita aUtra rrrd«r4rà» : anno 1046. et ad MoaaAeriuDi ClUDÌare»rc relè- Cxfam. diti tìtUafit m rtft. fr» Imfent, t. 1 . gatui, ibidéoi Mulo poli obiit, et lepulcus ciì. ulque sJ Heniitum V. legitinia fucteAluRe Im jr É«, fruna di aemaart Citmrmt U. P imferadtr E» jutiu Imperarorit id faccrv cogeremur. PUtiaaim na li. ftr dnaanta Cinte di Bamitrta, Orco. vita Clrmmtu il. HI. fobrina», hxreditario fibi Jure impenttm ( I ) Città di Baxitra fitti l' Artiytftnate di deberi coatta Coloncenlèin lonwndeta. Lamfad. Saltabiars. Jltif. Rtmam. Ctrinaaua p4rr.|.r.4. Z frr altri, (i) Cui Ronum Pontificio habitu petenti, Ab- « attaccarifì anche ad una parte de’ Tutori, che vennero, per loro, a diflerenza, e fecero fa«. zioni . onde Niccolò 1 1. fece una Cofhtuzione intorno ali’ elezione del Papa, ordinando che pairafTe prima per li Vefeovi Cardinali; in fecondo luogo per i Cardinali Chcrici ; in terzo luogo pel Clero, c Popolo, c in quarto luogo fi ricercalTe il confenfo dell’ Imperadorc : nel qual modo (4) eflendo fiato eletto Aleflantlro II., fuo Siicceflbrc, ITmperadore non volle confermarlo, nè accertare la feufa che i Cardinali mandarono a fare coirambafceria di uno di loro, dicendo che ciò foffe fatto, per fuggire un afpra diflenfionc civile , e il tutto con gran rifpctto deir Imperadorc, clTcndo TEletto fuo amico, ed clefle ITmperadorc per Papali Vclcovo di Parma (i) ad ifianza di Gerardo di (2) Parma, fuo Cancelliere. Ma tre anni dopo, mutate le cofe nella Corte Imperiale, c depofio Gerardo Cancelliere, fu infieme depofio il Vefeovo di Parma dal Papato, e accettato Alefiandro, (j) il quale nel 1071. eflendo fiata fatta in Germania congiura da’Bavari, e SalToni centra Tlmpcradore, fi congiunle con loro, e entrò nella lega; e P anno fèguente citò rimperadore a Roma, come imputato di nmonia, (^) per aver conferiri Vefeovati per danari. Fu fazione Pontificia molto maravigliola, non eflendo mai alcun Pontefice paflato taiit’ oltre; ma prefio andò in filenzio, per la morte del Papa, dopo il quale pervenne al Pontificato Gregorio VII., Scnefe, Monaco, che fu Ildebrando (4) di fopra nominato dall’lmperadore.' ma nel 107^. eflendo fiato 3. anni nel Pontificato, ritrovandofi f Imperadorc ancora giovine, e con molti moti in Germania, deliberò di voler efcluderlo in tutto dalf elezioni de’Vefcovi, e degli Abbati, e gli fece un monitorio, che non dovefle per favvenire ingerìrfene. (5) Fece gran refifienza l lRiperadore; onde il Papa Io fcomunicò, aflblfc i Ridditi dal giuramento di fcdclù, (r) c lo fo Jmferédrt, aufioriticc J.ecariooif, rsmt diti U, fluii ti Pmft mrdtfimo »viVé fédtfiài Muu rtlniaii él ff tiifmdn JaUs timftrmjitUBI étir In^eradirt J ( « ) Occeruioiut, arque H^tuìnH» ur, obeuote blinda Rornaiu; Bcclelìjr Poniificc, in f nmii Car. dinalea J^itcopi .limul iIcclecuoaerraCuiHet, mox ChniÙ Clerìcn Carelì, crtcr.iqtae Roaoiillii uiagfli cincndaiusee purgaiMìt, tiipcr qciibui Rotbc erat delstui. Krama, bili. Sixon. pg. lod. Ac Abbai Ur(a di Siaaa, fkeuia Citta di Tiftaaa fHta ì' Aietvi(•tiatt.di Sitma. regta Comi. uUu Pitiluiu. deSossK. Mon^chm tc prioreiua CluiuaccntU- la Chn-a.V»f. Rum. tc ) il ì'iatiaa Axt tht (irifarw gU pretvt fai, menti di veaairt i i'iftivati, i i itàffiu ftn fama della tmari kfiiijlajhilit, aiUa mila diliii gmi VII. (a) li Platina tifTftt la farmiAala fommnir» d'£mrifo IV..MI tjurjh marni. R«aie Petre, Apoiluloram Priiuiq>'', «mIjiu, atam itiaa, tc me lèrruni tuuiu callidi. n in te fde odetunt. Se peiiccuti funt. fateer ego imbt graiu, Aoa mertiit mcii. populi Cbriftuaicuram dnioodamn eCc. «oflceBiinque ligandi. Ac blvendi pocdUteni. Hac itaque fiducu Imi», omnipotentu Dei nomme. Pairii, l-iltit&Sptrttus Sanai, Hcnrìcua Rc|cm, Henna quoùdam Inpeutorii lilium, qui atiiaUei nimium et uinera Io rofpefe dairamminHlrazione del Regno d’Italia, t di Germania: fcomimicò anche i Velcovi Cuoi Mininh, fi coUegò co'fiioi ribeiU % concitò U Madre pcopria deirimperapre centra il Figliuolo, e nel tempo in cui pafsò fino al 1085., quando il Papa mori efuJe in Salerno, komunicò Tlmperadoic 4. volte, e fece un decreto generale, clic, ie alcun Cherico riceverà Vefeovato, o Badia da mano laica, non fia tenuto per ClierJco da alcuno, e fia privato dall'entrar in Chicla, c il fimile a chi riceverà altri bendìzj: alb qual pena foggiaccia anche T Imperadorc, Re, Duca, Marchelc, c Conte, c ogni Podcft^i, o perfona fccolare, che ardiri di dare invelliture di benefizj. (^) Solienne la fua catifa V Imperadore colf armi centra i Collegati col Pontefice e fu ff^uito dalla isaggior parte de’ Vefeovì; onde il Pontefice fu in grevifUmo pericolo: ma egli, che gi^ aveva fcomunicati i Normanni come ufurpatorì de’ Regni dì Sicilia, e Puglia, fi voltò allajuto loro; lor confenti tutto quello per cui li perfeguìtava; e gli affoUe dalU fiuimunica. e fe per quella caufa Roberto (i) Re di Napoli, e di Sicilia; che per innanzi era perlècutore del Papa, non fi fofic voltato a Tua dtfeia, per far contrappelo aU Imperadore, egli avrebbe iofientata la Tua caula con intera vittoria. (a) ma per gli ajuti di Roberto, il Pontefice, febben efiile, fi fomentò; e morto quello, porgli ajuti ifiellì. e di tre Rugìerì dell’ ifiefla famiglia, continuò l’ tficna contefa anche co’ due Succ^Ibri di Gregorio, amendue Monaci deli’ ifieffo Ordine: f ultimo de’ quali, che fu Urbano II., in premio de’ fervizj prdUti da’ Normanni, diede ad un di loro la Bolla della Monarchia di Sicilia, (3) concedendogli in iatco maggior maneggio nelle cofe Ecclefiaftiche di quello che voleva levar alf Imperadore . perlochò, olcf» le &omuniche che più volte replicò colf Imperadore, e le ribel rie m EccIrGam eaun «nsiius igjecit, tmperàiorié Kegitwe manim|'«rio fi ì jm m jn iiii n a n illi •VMiamu ftdeot vexii R^ibut prsftarc confueverunt. AMm ritti nut, tb t»» tfutjf» fttmmiMM i fdfi bsMit ttmautmlt ftmutrt it gm« dtii' imfirstUri, 4t’ fiuti tTAtn PsfftiUn t ti tb'i fi», md mfumtrt il diritti di tmar U Crru tfuillt tbi fttafrt tnHtm U féiifià di dtptrU, ftumd» àtlF timtiriià fntiifi th. ( 4 ) A«Aorita« omnipotenrii Dei decernttntu ut «ii« m’ùn, t m’l»n Hmpfr%'. nofinuhì i! din cb, fertbi i nftim tngmi no biìfimpaPimh, tbifpttPtmgmt^iuÀtni ffirittnh full Im rnti4, ! p#rr«M no mlli im diti, per mipiMn ilt b»Hi eimtrirti mirriminié tilÌ4 lin ebufm, porr ibt i iri»(ipi xigiimmi mgtttrfi di d»n U p^mi,MffiritMAltcii« »« b4n»4, > m»m mftrfrtt»t.ii9i fifPira, tkitmfmdiil firn’ pirati dal biaifitii, imdi il friatifi ba la diffifi arimi, eeim frani Prifrittérii, irifgnfmUanti la fuftma tir ffaH, reW» f funmatt, ib^_mim ì riavmti, fi Mia rWi’iH^i^MNr dilli mam di tiliri ibi tenfaeraac iVtfrivi. C«eorroaMe, fbt firiih imititi, I dtrfirii, fi l’imvejhtma dii fri»tifi naftrtfi P aaiiriià ffimmale. ^0 X>«e Caifrhard, ttii, l'ahiti, Cij MittbiivtUi all libri arrove drU faa Stmia di Ftrtmai diti rht dalli eiattfi di guifii tmievadiri n'Pafiaaffairi U fatiimi diCmtlp, • drCbibtUiaii i pròni di’ f mah temrvami il Pierri' ti dii Fifa, ifli altri faitU diU’ ìmf traditi. ijì ibi il dtrkiarava Ligati dell» Saura Sedi, I nmt tali, U ttpitaiva Gimiin dilli Ca^i Etilifiajlubi- Awigmaihi amtla nmet^imi fia afitrifa, t al riodrti'v dieltxjimim dmìafitti JaU fa, il Rt di Sfagma prH. f i Cali Jdàayf ri ia Sicitia mi» laftiami di primalirfimi tim rmrti W rigiri, fimi a (iimamifan i Prati, i Frati, gli Abbiti, i Viftimi,td taiaaàu i CardinaUtbi rifiadiai mi JUgmi, t ad attribmirfi il tifili di Samtifiim Padri. Kiiramai USb. ilCùmtglii distati di Sieilia, il fmalt frrmdi altrui ia fmahtà di Saffi Ciihgii, fabbliti mm libri imiitAati la Me. fiatrhia, ftr aimritjtan fmifiafnraaìrÀ ^ritmale. Il Cardimat Sarimii vi ma firitti tmira mili’ mnduiimi lami de fan Ammali : ma rami i hmtam tb'igli firn rimftiti «» ri) rbt frttimdema, tbt amrj i Vfit pi diKafili, i di Sieilia, i il Omarmalm di ttifami prri^rma fari Filmimi, mm af tiliandi imai i limt^ti ibi il Càrdmali mi fin eia Itti tre al Re d: Sft^am, Fìliffi IH y Digitized by Google f MATER. BENEFIC. 41 ribellioni che gli eccitò centra, gli fece anche ribellare il fiio Primogenito ,j(x) e col mezzo di quello efclufe T Imperadore quali d Italia: ma morto quello, il Pontefice che fuccelTe, (2) replicate le feomuniche concra l'imperadore, e fufeitate molte ribelliont, fece anche ribellare T altro Figliuolo , co! quale venuto il Padre a guerra, una volta vinto, e l'altra victoriofo, finalmente venne a condizioni d’accordo, nelle quali fu ingannato, e ridotto in vita privata, lafciato V Imperio al Figlio, che pur Enrico fi chiamava. (3) Morto Enrico IV., Palquale, che così fi chiamava il Pontefice (4) quarto era quelli che, incominciando da Gregorio VII., combatterono con Icomnniche, c armi fpirituali, per levare T invefiiturc de Vefeovati, e delle Badie all’ Imperadore •, fece Concilio in Guadalla, () e poi a Trojà di Francia, e rinnovò in ambiduc i Concilj i decreti di Gregorio VII., e di Urbano II., che neflun Laico fi potelTe ingerire nelle collazioni de benefìzj. (5) In Francia non fu accertato il decreto dal Re; anzi egli continuò fecondo il cofiume; e anche Tlmperador Enrico V. fi oppofe; il quale finalmente nei ino. venne in Italia armato per la Corona dell’ Imperio : al che elTcndofi il Papa oppofio per le controverfie vertenti tra loro, convennero che Enrico andalTe a Roma per la Corona, meffa in filenzio la coniroverfia delle invefiiturc, delle quali nè l'una, nè Taltra parte dovelTe prlare. Andò Enrico a Roma, dove il Pontefice Palquale, parendogli elfer fuperiore di forze, non fiando fermo alle condizioni, voleva che rinunziafie le invefiiturc; e Enrico, confidato nelle forze Aie, ardi, in contraccambio, di proporre che il Papa rivocafie il decreto; dicendo di non voler efiér inferiore a Carlo Magno, Lodovico il pio, e ad altri Impcradori, che quietamente, e pacificamente avevano date le invefiiturc: () onde, crelcendo le contefe, l’ Imperadore fece prigione il Papa, e la maggior parte de’Cardinali; e con loro fi allontanò dalla Citt^ : fi trattò l’accordo; e finalmente convenne al Papa incoronarlo, lafciargli la collazione dc’bencfizj, (tf) e non ifcomunìcarlo; c perciò fu giurata roflcrvazione dell’accordo : Tomo 11. f il Pon ti) Ctffti. tht frtft il tU$lt di Rj d ItMlim, t fi fttt €»Mp^r»rt indi ^ììa fyhi» Is d$ R«am titin Kpifcopii, Caruvabo. Et do veram pscem Caiifto. Cinftx Komaax £cclelìar. 0c ocnnibui (|ui in parte iptìuifiint, vet Eierunti flcini^ibas banfta Romana Enletla aaiiliam poftulavcrit tidclKer juiabo. Ur^ffnìi imCirM, «Jrna 1 1 ss. iium, elcAU. maelKmtatn virgx, Se annali cwnterati pni) invellitionem vero, canonice conferranonrm iccipianr ab Epifropo ad quem pertmuerii. ifremi is CirMÌia ». iiu. aifmt yrffrim~ fit f»im mmn». (a) ConErmaito parit inter ApoRotinim, et tmperarorem, dum in eelcbratiotie mittx iradem ei Corpus de Sanguinem D. N. lefii ChriDi: Domine Impentor, hoc Corpus Domini natum ex Maria Vitgine, paflum in truce, damus tih) in cuiibrmacionens vere pacit inter me Jx ce. Stgebertiu in Chron.anno cit. Vide Juret. in nodi si ep. %ì6. Yvonts Carnm. pag. ipf. ( ' ) §l""»i V limftrMÌTi fi lamini dilla i#muinita fulminata ràdi i Cmalta: al iti larù» ltevarniican thi^meila fumumitatra ma fattidtlla fiifa t'af^mali, pttrM Ta^vva tenfermatm teìta tivaatitni dilli imfitnihi itati fu ttndini ih gli 4r> Heiiritu», Dei grana dovrebbe tener per invalido i[ confenfo predato dall' Imperadore, per timore di tante fcomuniche, e anatemi, di tante ribellioni, e macchinazioni. Perchè caula è (bctopodo a redituzione quello eh’ è facto per timore di prigionia, e non quello eh’ è fatto per timore d’anatemi, e per paura di veder tutto il (uo Suto, e popolo in confufione, e guerra civile? Ufavano alcuni in Concilio alla prdenza di Paf lenendo il Re la fua autorità, e difendendo l’Arcivelcovo coU'(2 ) a;uto del Papa la fua oppofizione. Credette il Re di poter perfuadere quello che riputava giudo al Papa; e gli mandò perciò un’ Ambafeiadore, il qual ebbe dal Pontefice cosi dure riipode, e minacce, che, per rintuzzarle, r AmbalcUdore fu necediiaco a «Urglì che il Re non voleva cedere la fua autoriili, fe avefle dovuto perdere il Regno .• al che arditamente replicò il Papa, che non lo voleva permettere, fc dovefle perdere il capo. (^) Stette il Re collante, e ad Anlèlmo convenne Tomo IL Fi.. 1 parti» Abbt, UrpergctiJit in Chron. ftnioiii&. ( I ) Is ìtfft JrvmmHMtmralt fi 0 tf f» Ìmm, ti immutmMt, t tttMitis eftmmtntt metffarit sii» frrtti, jttsnis S. i irmsndsrmnti iìDit MItgsm sfl»xsmtHtti il rirt ss» smMo i etmsnismttti itil» Chirfs, i, nem »rii»»it rffr sffolutstmntt ttterff’sru sii» fàlttU, fsffitm» s\tri ^nsltbt imfi. titimst» tht difftsji islV ^trosrlt. () VHe OolTnxl Vindocin. rrift. 1. et 4. 4} Vide Ivoo. Ornot. ep. 60 \ Endcm anno ( oij. ^ Aaiétma Cintuayieofii Epirco,‘a- hibcre le rewuni opjKimmum, Epircopomm libi min L^alaiu, tu PsUiio Regu. prfluicnic Ar> relUtui invcAinirti, quw ib ejuCicm prcdecefloie chiipifirepo AuiÙmo, cui innuit Rei Hetukus» Inip.Hciuico per qvuiìdoi libom RmiuiuEccU6t lUiuit u{ ab co (emport mtciiqnum nunquam iU vnulicant. Exjpave&entibut Ratnanh Rcgii poper donationcBt bànlipuAoralia, vclaAsali, quiC nnnani, munim k oppniùit Abbai fanflui. Auquam de Epil'copMu, vel Abbaiia per Rcgem, dadei CQlm rclìiteni Regi, verbaoi oulignum mivel qutmlibcf Ijicam manuBi inTefliretur in An. ra libertace redarguii, min auftoruate cotnpercuii: glia, concedente Archieptkopo ut nullui ad pr«. iitil fuA vù» é» Aìm», Vtfen» d' A m» lattonem eteCiiu, prò nutntgiu «)ttad Regi lare- Ktrm, tMf.it. rei, conkcratMne lukrpti huootu privaretur .Afa (c) Mtltdù, din Tacito, ftr fuM rifmriirtt il Mtttfi» t il fttfn»- Am. y m$9t n«M »rs, cbt dirr>wj; im- (d) E0ij adbucvìfliaviresi ambiguta, fijelibera ftfteM làifrtlMMmMggié t diftMdtÀMt- nati aerei, (ì delperifleiu; vidoriiiu conEliu, de Im ftrffMM mìU ^»mU k prroi msiU vii» di tf- latione pcrEci. uìfi.i. iiffM AMt»ft». () Abbai Urlpergcniìt, anno usi. ( I ^ ri auslt, ftt»d OM^rta, f» ftiMit ml (a) Zn 9itg»U» »»n dar» ftiamtat» fiaa mlU jierna mtdifmiM i» i> f» rrana lamoteMtJi IJ, tuauMmi iti Satctfftrt, m» fa ti'ifli »Sh» fri# ttam U fidi» fiut »»•, a nava mtfi. J». fiali W ainrnaaana di ftitU» »l Xa, td mìAi» aeBMitmtM f» ilitt» d» >r) colla privazione del Re, e colla conceflione del Regno ad Alberto Imperadore, fe l’avcfTe acquillato, fu pollo in gran pericolo, (i) Nel principio, quando s’affenti da quelli a’quali tornò conto in conceflione Appollolica di confervarfi quello ch’era proprio del Principe, non fu ben penfato che i Pontefici pretendono poi di poter rivocare i privilegi concefli da’ Predeceffori, anche fenza caufa •, febben mai non mancano pretelli, Kr finger caule', e chiunque poflcde per titolo proprio, e fi contenta di riconofcere per grazia altrui, è come chi, lalciando il proprio fondo, va a làbbricare nell’alieno. Ma all’ incontro, quando alcun Principe, rotta la pazienza, conferiva qualche benefizio principale; il che i Re d'Inghilterra, e di Sicilia facevano Ipefle fiate; i Papi, per non attaccare contefe, non dicevano altro al Principe : ma, per non lafciarfi pregiudicare, colle pratiche per mezzo de’ Monaci operavano che 1 ’ Eletto rinunzialfe in mano del Papa ; (i) promettendogli che farebbe dal Papa invellito, e cosi avrebbe quietamente quello a cui, fe non fi fofle contentato, il Papa fi farebbe oppollo, e gli avrebbe meflb tutto in difficoltìi. Di quella pratica ufata all' ora frequentemente da’ Pontefici ne fanno lunga menzione Florenzio Wingerinenfe, e Ivone Camotenfe, Scrittori di que’tempi, () come di cofa ordinariamente fatta in Germania, e in Francia con quella forma di parole, che i Pontefici con una mano pigliavano, e coll'altra rendevano. Quello partito era facilmente accettato, come quello che faceva ufeire di travaglio; e il medefimo Re, fc lo veniva a rifapere dopo, lo tollerava, come cofa ehe non faceva mutazione in effetto, fenza confiderare quello che importalfe per l’avvenire: del qual modo fi vogliono anche adeffo contro i Vefeovi Cattolici di Germania che non ubbidifeono alle loro rifervazioni, come a fuo luogo fi dirh. (') In Spagna la natura quieta, e prudente della Nazione infieme col buon governo di quei Re furono caufa che in un moto cosi univerfitle efli («) Miflb io FnncilR Ar(bi 4 ixoAoNirbonen(ì, Philippum «me ( Booibciui ) qaid Ha( Tatiooe, atque ordine PoniificatDs Ca. (tiedruD feandere coadùa, qntdem, flc emn otuiu hzfitatione confralic, propter eontcntiostaa iUam qux «rae inter Regnum, Se SacerJerìum ’»care, Ebiqite vindicare plus zquo imebacur Impetialit auMritas. Rur^t autcoi vciebatur, flon iìne Diriaicatii Doeu, jun terno (ibi auteni Epiicopatum, «oinque, (i tertio repudiarci, pofle in ipfem competere ilU (cmentiam; Noluit bencdi&ooeni, Se elongabitur ab eo. (mcr hai igicQC aagultiis poiims, qued «iwm bluure eiilUinabat, ad SaudjtSe Apo(iolic« fedU auzilium eoit&ig«re decrevit. In ipro igitur Artieulo, adhuc in Aula Imperatoriieflet, wmm tmKmptvit DriRr#, mo. fuam ft im nifi tanfim. titntt, ^ ftflmlmnl Etdtfin f»n, Faniiieh Uxi»imétni, {^ftnftffari, ^ invtjUturnm enft^mi wnTtrttmr. Ananym. io viuS. Ottoo» anoo 1 ioa. (•> EpiRipo. ipt. Sca»}. t'»nni%'-\7- inno fìstmurn eli Rome i Dumino Papi, Ce frnribu, CiTdinilibcs, qui vigittnter flit letnp 'ralla prò. corant commoda, 9c emnluinen», slie.ia non ramei, ut qatlibet. qui la Abhaiem exem['4UiQ ex tUBc cligereiar, RgnuMmCurt'.in adirei coivSruundut, et bcneZiceudiu. in HmritiiM. TA dirpofizionc Epifcopak. Rcflava tl Pontificato Romano, che, efdulo il Principe, pareva doveffe ritornar alla libera eiezione del popolo: ma nel ii45> venuto Innocenzio li. a dilferenza co' Romani, ed dTeDdo da loro tcacciato dalla Citili, egli, in contraccambio, privò lorodella podeltk d'eleggere il Papa, (a) Nelle turbolenze che lucceltero, per le caule fuddeiie, molte Ciiik lollevate da'Velcovi confederati col Papa fi ribellarono dairimperadore, e i Vefcovi le ne fecero capi, onde ottennero anche le pubbliche entrate, e le ragioni Regie: e quando le differenze fi compolero, (i) avevano prefo cosi fermo- poflefiTo, che fu necefiìcato il Principe a concedere loro in feudo quello che di fatto avevano ulurpato, (z^ onde anche acquifiarono i titoli di Duchi, Marchefi, Conti, come molti ne lono in Germania, che reltano anche tali, e in nome, e in fatti, e in Italia di nome I0I0. il che fece EcclefiaRici gran quantitli di ^nifecoiari; e fu aumento molto notabile, non folo nelle turbolenze delie quali abbiamo parlato, ma in quelle ancora che feguirono folto gflmperadori Svevi. XXVI. I Monaci in queRo tempo s' erano imromefli grandemente a favorire rimprete de' Pontefici contra i Prìncipi; (3) perlochè anche perderono affai della riputazione di fantiù anzi fi perdette anche ia vehth molto della dilciplìna, e ofiervanza regolare ne' Monafieri, poiché s’tntromifiero ne’negoz) di Stato, e di guerra; onde anche celarono gliacquifii loro, le non in alcune picciole Congregazioni ifiituiie nuovamenmcnte in Tolcana, le quali non s' intromilero in quelli moti, e coiv fcrvarono la dilciplina ; (4) e però, continuando la divozione del popolo verlo loro, furono Itrumcnti per acquifiare nuovi beni, ma non molti parò, eflendo eifi pochi. XXVII. Ma un'altra occafione pafsò, la quale fece fare grandi acquifii ne’ fecoli de'quali fi è parlato, e fu la milizia di Terra lama. Fu allora cosi intenfo il fervore d'andar, c contribuire a quell' acquillo, che le pcrlo («) l»nMns.ì» tl.iUtOtufnt, quiptcfm, ^nìZì } eh U Karnma^ v$ltv» UutttT ii (Uff di’Prni, $ rifiékUiT$ f mu itvtrnt In qutbui rant'ovcr. fin po^lat Ronunot, quod pontifici rebelli tC (et, aimheinaie nttrinit, tunc primuni a rnntifitm comxiii onmjno ezclufineii, dca .1 (nIoaCarZiniles poaiilkn eleOio putlatim. Cleri etbm primoribua ooinine eac’utu, revlaUs. P’itrur porro, fine olio popoli inteircnru, Papa creanti eli. inutiuo Innoceniioll. Czlctlinui ( 1. A»n$t. aiwtém l»e. Tn€it» dUt tk'ì 1 ftlt» d^it mf»TfstwTÌ t MH lmai§, td tnpufi» fir mm ritWe ùgutumi Regi! Apioni>t|trr mialcrani. diiitjnic{ue luentia. Se mforia. ujli jore. ft Jc«fao nitebancur. en. 14. Gre». I '■«»« meu d ffrtfrutffi >»&» ir r» tht Ut ttr»» hn. A régUa dì futdi, melti Vtfervi, 0 AlfT"0>i»f, 0 FfSHfri, 07000 0t4hf0l f 0 rt»rfi a» mUm 0 U 0 ft 0. --Ve) Utxjray di(0 tbì, in rtc«i«»iN'4 d'ftrvìgi nel tempa dtUt ceaeV d0ll» fdnt» StJf etgf lr»ftrsd0TÌ, 1 f»f> Mer4.fiM f^i Akhati friniifaìi dtfb frnnmiali Efift 0 faU, (mÌ, dilln Uut». dIU ThuH», dignmnu, dt'SnndnUt 0 fH dt! f»fl 0 TmU ! nella nta Zi tiiippo Au.utló. (4) t- fa0l0 Ud» tMiismné POrdint mt'Str~ vi, U tni 0Ùit0 f0rrsvMi imffT0hqìulinrxli par tuum (e-ixerat.Quod ia laudibui D.Vir^inn raatandU adìdue occuparentur. .. . a vulgo tunc Stnd B. Mmti0 vocati, onde ad ooa fuccclTorea domen. perfonc, non tenendo conto delle robe, delle Mogli, e de Figliuoli, fi mettevano in nen> coueiUin«i>, et domot. et ftmiliaa, sti^ue orniti» bnn» enrunt 10 b. I^ri, Oh Romaix firdclic (ìroMOtOBC. lìcu( Ormino noAro Pipi Urb«no tUtuiutn hiit, tufitpimu. Ijuiiumque rrgo ciaulrahcfei veiigterre, qjeitidiu in vu ili» mor.-.rinir, prae&mplc. nnc, eKooMitunKiuoni» uluone pieitannir. Ctir. Csìixi» tl. 't»i. cxf. n. yrJt 11 fitand C«ai«« dtl di ChisrsxMtttt, t U 4$0iutsi.uMi del JjjMr di, ) 4 r (0, Ivemt di Chtrtra. ntlU fi. 4 'y. xÌMfMm» Artivtft» ve dt Tir# ntl Ore pum» e»p. «f (irnslulau di Sen^MfS nl IH.}. Knitfr» Utvvtdr» aìU Urtn fArti mill'Mnx» Oiiem di Fiijiagim di itfu Ffiàtrtri fep.Jf. IU pi fi»U \97. d' ÌHHoteatM III- »tl lil >4 15. S»0, pmfsmd», tht i'Auivtfttv» di Tir» dirt ebt mtlfi GtBliliiemuu fitte ftùmentt il Mitigi di Tter» $4040, per effAtéra dml ptfsre i Ite dtiii al th fi rifteifee U leils IX. Si S t vero pioStitrtiuiuai liluc, du' ^'VJVJR« 4 fna tipi d'smlMrfi { rirfmev4Bt il fiiprtm» » •fmtgU « i.iiiri wM dt'lM i t fi TtvdlX4. 44 I» tm» mule i Spatri di imiti iCrteimin 4»m fpjamtme ptrihi m'tfiirvAB» uUiduntA, rm ptriht h premdrvmmt felte Im lrt prtitKxhr fi»4 I Ur» eiier»:lt f»»ìi ttft era» ie»at Ittieri di Star, fbt jifptmdnan» pmalfifia tfumxttue tivtle, 4 tnmnaU. Nell» tiu ..i I tiippo Augulio. (^> TempUrionim tmlitbm Ordo inftiiutus anM Mi. Jernlblnmt ab Hugne de Pagana, Ac Gaafredo de S. Aldeniaro : n>irunim>e a.1 làlutein pe'cgtmoram contea Ucrnnufa et incurlàntiuni iRlidut prò viribuicoiktervarciu. Cumautem n >eot annit peli corum tniliiuitoneni in habiiu fuiflcnt lèculan, ini oncilio Trccenli data (iuit eia regub, Ac habitut alTignicus albut, vtdeliret, de mandato Hononi l'ipat. Ac Stcphani jctorulùiiita' m PatruTchx: poilmixiuin tetu fub Eugenio Pa. pa crucci de panno rubeo, ut intct ccieroi eflent noiabiliùrei, zlTuereccEperui't, tamEquiies, cjiunt eorum fiaim infcnotcì,,um militei, quacn al(er:iii condiiionit, ut in ea, relinu parcrtibut, Ac p-opriii patrimnfliii, regularicer tivereat .ncitavit, actraait. Ac illene I i;uorum qui.iiia Holpiuloiii, (ìvc {ratrei battere contra i Saraceni ; la qual cola, fcbbcn nuova ^ che folTero irtituite Religioni, per fpargcr fanguc, fu però ricevuta con tanto fervore, che in brevUTimo tempo acquiftarono ricchezze grandi : tutte quelle maniere portarono grande aumento alle ricchezze EcdefiaAiche. XXVIII. Fu anche un modo di dar accrcfcimento affai notabile a’ beni Ecclefiaffici il riveder bene la materia delle decime; c dove non erano pagate procedere con cenfure, che fi pagaffero non folo le prediali de frutti della terra, ma le mifte ancora, cioè, de’ frutti degli animali, e ancora le pcrfonali deirinduftria, c fatica umana. Alle decime aggiuofero le primizie ancora, le quali furono primieramente iftitnite da Aleffandro II.; iraiwndo in ciò là legge Mofaka, nella quale furono comandate a quel popolo. la quanriih di clic da Mosè non fu Aabilita, ma lafciata in arbitro deli’offerente: ì Rabbini pofeia, come S. Gerolamo teAifica, determinarono la quantità, che non folsc minore della fcfsagefima, nc maggiore della quarantèiima; il che fu ben imitato da'noilri nel piò profittevole modo, avendo Aatuito la quarantefima, che ne’tcmpi noAri fi chiama il quartefe. Determinò Alcllàndro III. circa il 1170. che fi procedefse con Icomuniche, per far pagar interamente le decime de’Mulini, Pefchicrc, fieno, lana, (i) e delle api ; cchc(2) la decima foffe d'ogni cola pagata prima che fofsero detratte le fpele fatte nel raccogliere i fruttile (?) CclcAinoIII. nel 1275. Aatu'tchc fi proccilefse con Icomuniche, per far pagar le decime non folo del Vino, dc’Grani, Frutti degli Alberi, Pecore, Orti, e Mercanzie, ma ancora dello Aipendio de’ l'oldati, della caccia, (4)6 ancora demulini a vento: (5) tutte qucAe cofe fono elprclw nelle E)ecrctali de Pontefici Romani: ma i CanoniAi fono ben pafsati più oltre, dicendo che il povero è obbligato a pagar decima di quello che trova per Umofìna, mendicando alle Porte; e che la meretrice è tenuta a pagar decima del guadagno meretricio; e altrettali cofe, che il mondo non ha mai potuto ricever in ufo. Le decime erano pagate a'Curati pel fervizio che preAavano al 'popolo nell’ infegnare la parola di Dio, amminiArare i Sacramenti, e fare le altre funzioni EcclefiaAicbe, onde per queAi miniAeh non fi paT om 9 IJ, G gava ItafpitAlU S.Ja3Anii ahi, frarrci nulitic templi^ «In, fratte» HoIpiiahfSar^ IttjrixTeutonicotam IO lerufUem nuntupoomr. Jm 0Ì dt Ktrist» tsf. l'Ordmt d'TtfMt»r'i, i Uro hmi fmrono doti ifU SptdsUtri : il tho ) ntritt diffitUmetni di CfUtUmolOTi Vrfftrjtnfii it. ( I ) Miniimus eaiitperte]JÌ. Volumut ergo, flcdiilrifte prxcipirnui.quatenu» dccimatEcclelìii CUOI iiKegntate ddbita pctiblvatti. tini. t. ta. (f ) Quia fidelii homo de ornnibui, quv Ikiie poieA ficquircre, dceimis erogare cenetur i MaivdamuN. (Maeenm H miJitem ad tblutionem decimaium de hit. qux de inokndiiio ad ventutn provemunt. (ine diminurioDcaliqua. comptUatii. UfJ.f.i. 5Q I ^ava cofa alcuna: qualche perfona pia, e ricca donava, fe le piaceva^ per la lepulrura de’luoi, o nei ricever i Sacramenti, qualche cofa, c palsò COSI innanr.i l’ulo, che la cortefia fu convertita in debito, e simrodufTc anche in conluctudine il quanto fi doveffe pagare, c fi venne alle controverfie, negando i S'ccolari di voler pagare cola alcuna pel miniftero de’ Sagramenti, pcr#hè per ciò pagavano le decime, c gli EcdcfiafUci negando di voler far le funzioni, le non fì dava loro qiieh 10 eh’ era in uiànza. Rimediò a quello dilordinc Innocenzio III. circa 11 1200. proibendo veramente a' Chetici di pattuire cola alcuna pel imnidero; e di negarlo a chi non voleva pagarli; c comandò che lenza altro faceflero le funzioni ma dopo quelle -lòflero i Secolari con cenlure sforzati a fcrvarc la lodevole conluctudine (così dice il Papa) di pagar quello eh era (olito; (i ) mettendo molta ditierenza tra lo sforzare innanzi per patto, e sforzare dopo con cenlure; approvando que« fto per cola legimraap proibendo quello come fimoniaco. (2) XXIX, Ifn altra novità ancora fo introdotta centra 1 Canoni vecchi, la quale fece molto per 1 ’ acquido : era proibito per i Canoni di ricever alcuna cofa per donazione, o per tedamemo, da diverlc forte di pubblici peccatorf; da fagrileghi ; da chi redava in diicordia col proprio Fratello; dalle meretrìci, e altrettali perfone: (4) furono levati affatto quedi rilpetti, c ricevuto indifferentemente da tutti. anzi appunto i maggiori, c piò frequenti legati, c donativi fono di meretrici, c diperlone, (3) che, per difgudi co lor parenti, lafciano, o donano alla Chtefà. Così i Pontefici Romani ufavano gran diligenza, per ajurare gli acquifti, quanto anche per confcrvarc la podeM di didribuire gf acquilli ; la quale, come fi c detto, era con tanta opera, e tanto fanguc cavata di mano de’Principi, c ridotta nel Clero. A ciò, per proprio intereffe, tutto r ordine Scctefìadìi» «Ma £olo acconfentì, ma fi ajutò colle predica fanftjin EtcleOun iDiroduàam niiumor idringere. Qut propter pr«vu «uàionn 6en prohibeniuj, de pis« confuetudinn pweipimut obfervvi, enefiziarfì nel loro Regno, iiebbcn erano beirignamehte ricevute, ed eleguite da’Vdcovi, i quali, attenti loio ad clciiidcre i Principi f non penlavano mai che altri, col privar clH, potelìe al trronim, ft pIftNinqftediKmttMi, ac benefirù it. tabiluarc perionit cuniciuaiiir iMWcutit.ft iran probdm, ia oifiicin b«ti«C(Jii uon fedìent i ticque aultui ftbi roauiuili nonaRooteuM. IjnRutm altquaod» a»» iaicfliauetr qmn tiimw. taiatram cura ncglcóa, \eiat mmaaarii»^ htxmiMiio TcmpoMla locra. Praevu Prarinancr Saad. p»g. $a. l’aaarm. av%»atk't tt altana, fi ìatatatm altra\ di qatfPéktlft. Effer, dù'aiti, vsidc boatHum, ft Intcauwrum, ut qoiT. qoc in Puria fua ben«fium me feci. Lon|;e-eft iflud a te. Nam par iniqòitsran filionm boAitDam, qaonuin ia t«c«npen tUa fu taamilata dal fua PmIm Mjar a f fLaimauéa di fmmaftrt, Oatutmtaaa, dd rfi b mitrati tkitm»t» 1 Caapilasiaa. di I vecchi Collettori dcCanoni, Graziano parricolarmcncc, raccolfe tutto quello che (limò proprio alla grandezza Pontifìcia^ eziandio non fenza mutazioni, alterazioni, e anche falfifìcazioni de'luoghi onde cavava le lentenze; (i) e credette d’aver innalzata qucirautoruh al fommo dove po tefTc afccndcre; e per quei tempi non s’ingannò.- ma, mutate le cole, quella compilazione non fu a propofito, ma al Tuo chiamato Decreto (uccefle quella Decretale, che poi anche non ha lodJisfatro : ma, fecondo che di tempo in tempo i Pontefici fi lono andati avanzando in autorità, fono (late formate nuove regole; onde nella materia benefiziale particolarmente non hanno più luogo, nè il Decreto, nè la Decretale, nè il Sedo, (3) ma altre regole, come fi dirk. XXXII. I! modo grande di beneficare della Corte Romana col donare tanti benefizi tirava Ih ogni lotta diChcrici; quelli che non avevano benefizi, per acquillarnc; quelli che' ne avevano, per afpirar a maggiori, o migliori; onde, oltre alle caule vecchie, s’ag^iiinfc anche quella a fare che molti non rilcdelTcro. La Corre non potè dilTimularlo, perchè ogni Diocefi fi doleva che le Chiefe fodero fenza governo ; c del male ne dava la caufa a chi veramente l’aveva. perlochè fu rifoluco di farvi qualche provvifionc. Non parve però a’Pontcfici di quelli fecoli che fofle bene procedere, come il dilordine era troppo comune; come anche perchè quello era un modo di mandare fuori di Roma tutti : il che quando fodc dato fatto, la Corte redava vota; c ogn’uno avrebbe atteib ad acquillare i benefizi dal fuo Vefeovo predo al quale perlonalmente fode dato, più todo che mandare ioidi, c medi a Roma, per acquidare alpcitativc : fi trovò per tanto un temperamento, che fu, far leggi che comandadero la refìdenza a quella lorta di Beneficiati che poco potevano afpcttare dalla Corte, non parlando niente degli altri: (4) cosi Alcdandro III. nel 1 i7p. coman^lò la rcrulenza a tutti i Benefiziati che avevano cura d’anime: () furono poi aggiunti anche tutti quelli che avevano dignith, amminidrazione, 0 Canonicato: d'altri Benefiziati inferiori non m mai detto che non fodero obbligati a rcfidcnza; non fu però nè meno comandato loro che riiededero; perlochè a poco a poco fi riputarono non obbligaci in modo, che anche nacque una didinzione di benefìzi che ricercano refideiua, e d’altri lemplici, che non obbli do. £’ thisimitM, Extra, m téfìtBt tk'tU l» i imi Dttrot tmnfilttù iaUrBttMB-, t leattcvtieaa, ftrrhi trntrrm4 Uiri tfrffi Am Aifiu$:Ti\idtx, Judiciarti, Cleriu, Spon. en : Harc tik>i ddìgnant quid quinqnc volumina li^nam. £llm md tffirt in nfr Bt ixji. Grti»i 0 IX. trm nifut d'InmmrwiiMUl. td nmtndmt deHm fmmijii» d'Cmnti, arffdì «n-t dtUt ifMmttn fbt ftrimn il nttlt di Uarooi Romani. ( I ) U» GìMTttmafnìtm Trmnttft diti (ht il IVttttg, it OttrtimU fuftt compiUtiOACt, ac larraginn tatn bunanini,, rum privarum r«'uni, incnitdite a‘trtt», tmmt mffrrv» tUrtÙ it PUtmm Mrl medrfim Imm^m liU > mn Mrm rari fhumfm, ftrfbi ftrva di fMffirmratt m’ nm^ut libri dtUt tìttritmii. Fm pmbblKAtm dm BmnifmtMWill. layH. de i deamminmtc Codrx BonilMiinitt. (4) iiUnttm, diublii.e cumplcinnir. ài ftmp U di RriiHàiu, jfmttrt iti itrtm» fm»U, mt! taf» mK. ItirafrimpàttlM (»• rstttlt» C$re r»r dciU Vetrmt —f f_ diti tbt n»n fmrpn »réiM»te, fi m kiU'akm loyi. Anno Di>mtni lopf. Urhanut Pa|M,tn OalliK venieaa, Gregom l^px d«crm rcnovat, ti confInnK. .. . Claromoa'c, in Arveraia Con cilium te^elnat, meofe Novembri hoc anno (écjaenu, in qno Ihmtum cil, ut Horx Beate Mane c^yotiilic Jicantur, otfitiumque eiut, diebui Sabbali fiat. Jm Ckrmui, taftt. tr. (ONt'^rinNeMipi, dieeF.Poolo, i ^radULnUfisfitti »étt iTMH» dignità, «e’Mvri, timi futa d uniti fettfi, m» tstubt, t mntfhn, tbt S. ì'nalt ehmtnn tftri, t fmntitai, i tìifi Grifi» Oftrni. Opus fac EvangelilUr. minillenuni tuuin imple. a. Tinvx, 4. Si (|uit bmU auinopus dtlìdctat. i. t. Wma quulem multa, operarli tuiem )«auei. Man- 9. et Luc.ie.> im m^niertbt U»rM »piiv pTomorcntut. il Parroco è impedito kgittimamente, egli può deputar un Vicario che lèrva per lui, dandogli conveniente mercede: fi ritrovò che fipotefle, coll'autorità del Papa però, crear un Vicario perpetuo, ( i ) alTegnatagU una porzione badante, e lafciando il rimanente al Rettore; obbligando quel Vicario alla refidenza, febben il Rettore tira la maggior parte deir entrate, redando libero; della porzione del quale è fatto un. Benefizio, come femplice, e quella del Vicario feda per la provvifionc del Curato. £ ficcome fu incognito alla Chiefa antica che alcun Benefìzio fode dato, falvo che per luffìzio, e affinchè ciafeuno fode obbligato a fervire nel Tuo carico perfonalmcnte; cos^ non fu mai deputato uno a due carichi, non folo per efler impodìbile, quando s’hanno da cfercitare in diverfi luoghi; ma anche perchè reputavano quei fanti uomini che non folTe poco il fame uno bene; e vi fono molti Canoni, dove fi riferifeono le idiruzioni antiche, che uno non pofla clTcr ordinato a titoli, nc fcrvirc in dueChiefe. (4) XXXIII. In quedt tempi, quando fi didtnfero i Benefìzj in quelli che hanno annefla la refidenza, ed in quelli che non l’hanno, confeguentemente fi pafsò a dire che di quelli, dove non era neceflarìo in perfona propria fervire, fi poteva averne ph't d’uno; () e nacque la didinzione de' Benefìzi compatibili, e incompatibili: quelli che vogliono refidenza fono tra loro incompatibili; non potendo l’uomo dividerfì in due luoghi; ma quedi cogli altri, e clTi tra loro, poiché non è neceflarìo fervire perfonalmcnte, fono compatibili. Nel principio però fu proceduto in queda materia con gran rìfpctto, e non fi paCÀ piò oltre, che a dire folamente, quando un Benefizio non fofle fufficicncq, per far vivere il Cherico, le ne potefle aver un'altro compatibile; ma non ardirono di paflàr al terzo mai; nè meno al fecondo, fc il primo foflc dato badarne. Al Vclcovo non fu dela mai rautoriù più oltre, ma al Papa fu aggiunto che avefle autorità di concederne anche più di due, quando i uuc non badaflero per vivere; e queda fufficienza per vivere da’ Canonidi è tagliata molTom» . H to lar ( I ) Ttimp n dtilji SttrUdì tt9 fjìrù, th Vmft di tjmrJH nesristi etmMcii dir iKfbUnrré p tfmnUht ttmfo frtmM dtl CtmedU LétttMMmf» f»it» jiltffMKdr» III. Ptrni i trtfti-, Extra de Officio Victrii, ft»o tmdiritiéti •'Vtfrnid'h^ftUttrrA. Vedi ritlwuadcip. I. bxira, de Odìcio Vicirii « Ttmméfi VvAlfiit^ 17^. in ilio titolo perfeTereat « d quem confetnii funt, ifìiut nulinm de altetiiu tmxlo I>rabiteniin, aot Diaconatn, &(ciperc przfliout. CotKil. Csichuicoié. ann.7>7. cjp, «. Coor. Retuenle aon.li}. up. te. Conr. Mctenfe, ann.sn. On.|. Cui. 1. peni;, t. difìiod. 10. ex Ceacilio Utbaiii li. (ubilo riicentijc finw lopf. 8c C&n. 1. CauE XI, qn. t. ex f, Syiiodo, cxp. if. ano. fi7> Prtffi m'titMhli »ntfA i Pnti trMa ti mUm Tj!dn$tA. QuorJsiB exilix, dk Srntt4 «juofdxm (xcerdotix uno loco tcnetu. Oc irxnouiUiute vite. Virus eft libi quis, iitt ma Itr» Gamtilt, xd firraunennun tempii Nepnini ruent ahigitos «fi;; £idui di CKerdfosNeptuAÌ: opottc. bit enito ipfiun infÓMnbiIen elTeCicerdoieni.'Ar. ttmidor. Iib.f. de tomnionim evcatibui, Ibmnio t. Vide Ulpianom in 1^. x. if de in jus recxndoi &tcg. pea.ir.de Vicit.dc excude. Muaer. ( ) Vide Caput, dudum. 54. exerx de eie. Alone, Se ibi glolT. et Girciam de Benef. pene underinu tip. (. p«rag.x. et y (O L’Autore coù rarcontt Torigine delle piurtlità de Benefizi nel libro fecondo delle fux Storia del Concilio di Tremo. Sktatm, dir' egli, aatv» gli ttniithi Cexani, t»(i u Citrita VM fatava ^rt dmt titaii, »> im ttafi[uant.» dtta Bttuft.)'. raminàmnda « iùeMiiMr-. fi la rtadiit, a ftr U firagi dtlU gmarra, a ftr linandatkaiti, fi taaftrivm »» BamfixJa tjasltUt Cherka il amala ma fafftdtva già mma, fmrtUì tifii atraadtrt ad amamdtta ; il tUt fi fraaki faf(ia, ma» già im favara dal Stn^Uàaia, «4 da!U Ckiafa, m^mtb^, ma» fattida fremdtrt m» iiimifira farikalara, far mamtant.» d'm»a raadù ta Jmffiaknta aumttmttla, alla m» laftuaffa d‘ afera firait» : ma tal fraifia, tha w inafiztm to larga, () perchè nc’femplìci Preti dicono «he comprenda il vivere non lolo del Benefiziato, ma per la iua famiglia, de’ Parenti, e per tre Servitori, e un Cavallo, ed anche per ricever fordlicri; (i) ma quando il benefiziato folTc nobile, o letterato, («) olcra quello, tanto più, che fi uguaglialTe alla lua nobiltà. Per un Vclcovo poi è maraviglia 3 ueIlo che dicono; (a) che de’ Cardinali () baili il detto comune ella Corte: JEquiparantur Regibtts. (3) Ma tutto quello procedendo co’ termini ordinar), e per dilpenla, ogni Canonilla tiene che il Papa polU conceder ad uno di tener Benefizj fino a che numero gli piace ; e in fatti le difpenle della pluralità de'Bencfìzj paflarono tanto oltre, che circa il 1310. le rivocò tutte, rillringendo le diipenlc a due ioli benefizj: {b) il che elTcndo fatto con rilcrvare a sè la dilpofizione degli altri, (come, parlando delle rilcrvc, () fi diri) non fu creduto allora che folle fatto, per levare l’abufo; ma pel guadagno, mafiimamente perchè quel Pontefice fu lottil inventore de’ modi, per accrelccr l’erario : e ne fece fede il tempo; imperocché fi tornò non lòlo alla pluraliti di prima, ma ancora a maggiore; e fino a’ tempi nofiri abbiamo veduto, e veggiamo dilpenfe lenza mifura Concordano tutti i Canonilli, e Cafifii, che tali dilpcnle debbano efier anche date per caulà legittima; e che pecchi il Papa, fc lenza quella le conceda ma fe chi fi vale della dilpenla lenza legittima caufa concefia fia feuiato, non fono d'accordo: () altri dicono che quella lulfraghi innanzi agli uomini; altri, che ferva, per fuggire le pene delle leggi Canoniche, e che in cofeienza, e prefib a Dio non vaglia punto. Quello parere ^ feguito dalle perlone pie. (r) li primo è più grato alla Corte, alla " quale nt» ftr, th nìum^ {Mrftm li t»TU0, fi fftfi il fsrtitQ di d^tnt nwti sd H» ftU, SMitrthì ti0 ara fnnta MnfSdrié fti ftrvmm dtiU Cbt^u 0 « f0 fafiaaa tffe re malti fia tara, e tagli altri. ()Cloflà td On. Ctericat. l. CmC ii. qu. I. (O i» tftimmavaaa in ^mefia rmada Ir taft, t»i fariHaaa al • d’mi fim freti, tbt Laùi ; td i ^imafi 0 fartilaaa, fa maa $ Caudatari dtfafi. Tatti ì Camaaifii frri Barn fiat dt qarjla fiwiimata. Vide Oomei de expe^t. num. 1&7. llioùn. I‘am de rdtgn. beneC lib.5. qu. 4. num. lj>. Asor. p. 1. Iil> 4. »p. le. qu. I. {fc PvMenoch. de Arbitrar, iìb. ». cafu N^rarr. Mi kellen. 61. de Orif. dt ClotH »d cap. 5. citi» de petulio Clericonim. (a) Vide cap. de molta al. ia fine, extra de prxbcadii. t a) fatila tha aaaQurmeatt farfrtndi ì il vrdart il fata eaaaa rha la Carta di Kaaaa fa da't'ifeavi italiaai dalla Stata Zalrfiajhtt, i ^ati nam falaaaaata fiamma ia fiadi alla frafaata da' Cardiaaii, aia aatara aaa fiiaaaaa difaaara il fatvirli a tavaUi (aait il Vaftava di Ciafaa Cbiaa, Atrafimfiiadart dalT iaftradara al Ciatilia di Trtmta, la rirpfrantra al Vefiava di Mirti ia piana Ca^r» faziaaa : fra Paolii, lib. tf. della Tua Sicria del Contili». Oleta di fki, i lata Viftavaii fama tairmnit taiuki dt ftnfiaai, tht fi npmtartbbaaafaliti^mì, fa il Papa valafia raaetder tara il rapar ‘ere, aha i Caatnifii afi^mana a'ampiuà Prati. () Vide Nicol, de Clemangit de comipteEc» cleux Uaiu cip.it. dt Pet. «ieAlliico de reliorni. tapiti», ieu ilatus I^palù, de lue Rooi. Cutis, dt Cardioalium. ( } ) Damdr atnthimiana, dìc’ egli ibidem, rbt aajfmaa ramdita i frappa grandi pir tara, fa naa ì faprahhaadamta ptr gli fit$ Rii 1 ptrtA il Papa ha tenetdata lata il frivilapia d' axar aa apemm ad omnia beneficiai dai, ìù pater gadtrt apti fatta di irnafiz), a fataUrt, a rtgaUri. (^4) fai>,parhfia dalla Diaetfe di Caari tnFriifl. tia. figitaala d'ma pevere Ciahattina. ih) Noi omnn, et lìngulu difpenlatiofld litper receptione, aut reteitnoAC plurium digniutvui, aut beneficierum, dee. quinis cura animaruna Ut annexa .... cuieuntpte perlóaz concellas, (Cardinaiibui ramen cxcepm J duiimuitahtcf moderando, qood per nttMeraioefl .noiìruin clinnatam nliuni beneficioruni nmltnudinem re. Irertemui. Siatuipiu itaque quod obuncntn piu raliMtnn hujurmodi beneficiorum unum tantum ex bencfliiii, quibui cura unmmcc animarucn, aim beneficio Itnecura, quod haberenuhiennc, polTint licite rcttaere. Zxtrav- tit. da prahtndU, tap. Emarrahtlit, () Fedi r attirala 37. a ramattazieaa terza. Vide OloQiun a.1 capii. pi' CÌoTanni di Verdun 1 Bencdinino, Franccfe. dille molto di?erÌBiDeiRe il (ùo parere. Ki leggi umnt, difiegli, fnt ft’Srtt U dif^nf, rafien dtir ìmnirfttMi del Ltfitlntirt, il mmU nin fui frevidm tutti i tufi frtitlrt t£ dimundn» mnìietn.ini ; m deve Oia 1 i7 Leiitlntin, tjlH ^ fent. eteiniimit ferrh tuffnnn tfs hm ftui» Im nnftmdrrfì. Chi difnenf n»m fu mi dtfUti(ri U firfin th'i eUligt, uà UftUr »Uligt» »ll foalt i ingiuUmunt l dtffenf : à un rrnr fefiinrt tl rrtdtri th il difftnfnr fi fnrt nn» gruu, pàthi U iiffmf i un tt di pmjliti» diJhUmtiv», ft tu n fu limmmeli feer thi nn U d IU ftrfini nlU quali ì dtvut. L» Cbi^u um ì un Jtrv, ni il Puf i il fmtPudran. Tet l Pf, ilqu‘ U nt» à, rii ri firvidtrt di thi th» frtfijl» sii» Tumigli Crifiiun», U drt tiufthtdun l» f» fr»fri mffur, eiii, quella th gh ì devut. Quem confliruirDoininiu &per familiam fitam, ut det illia in lempcte tritici mnifuram. Lnczia. L àfffeufm M tigliezza umana, volendo dare due Benefizj incompatibili ad una perlòna, unirne uno all’altro, durante la vita di quella ( i ) in maniera, che, dandole il principale, era dato in conleguenza anche Tunito; di modo che fi Ulva va benifiimo la legge di non aver pjù, che un Benefizio in apparenza; ma in efifienza non era, fe non oflcrvanza delle S arole con iralgrcnione del fenio; la chiamano i Giureconfulti fraudo ella legge, (a) Quello fervi ancora per poter dare un Benefizio Curato ad un fanciullo; o ad altra perlona fenza lettere, e lenza obbligo di ricevere gli Ordini facri : unendo il Benefizio Curato ad un lemplice, durante la vita; e coHlerendo il iemplice in titolo, rellava il Benefiziario padrone anche di quello Curato; e le parole della legge erano bcnilTimo olTcrvate. Ma il poter unire Benenzj ad vitam non fu mai concelTo a'Velcovi per caufa alcuna, anzi rilervaco ai folo Pontefice Romano. Alcuni Leggilti la chiamano unione in nome, ma in fatti è rilalfazione della legge; e l'hanno per dannabile: (3) perlochè anche in qualche Regno è Itata proibita. Fi; lungamente utata dalla Corte Romana. adelìb non è più in ulo ; (4) come nè anche molte altre cautele^ per non le chiamar fraudi, come quelle, che parlano troppo le? galmemc, per le caule che fi diranno, venendo a'noitri tempi. Anche la Commenda ebbe una buona ifiltuzione antica ; imperocché, vacando un Benefizio elettivo, un Velcovato, una Badia, ovvero un Benefizio che fofic julpatronato, al quale l’Ordinario per qualche rifpctto non poiclTe provvedere immediatcmente, la cura di quello era raccomandara «M- nnal r.hg losectto degno, () fintantoché la provyifionc fi facefle, il quale peri non ivéVa racoiift' dl valcrfi dell’ entrate, ma foto di governarle, c a quello fi pigliava perfona eccellente, e perciò d'ordinario era un Benefiziato, al quale la Cura commendata era di pelo, perchè |>ilognava che la prendefle per lolo lervizio delia Chiela. Quelli non fi poteva dir avere il Benefizio commendatogli, le non molto impropriamente; c perciò in realtà non aveva due benefizj: («) con tutto ciò, per non far diificolt^ di parlare, nacque una maflìma tra’Canonìlli, che uno poteva avere due Benefizj, uno in titolo, l’altro in commenda ()• Non durava la Commen etra ptionltt defit «noli. Yfl lUqaid deCt cq Ctrtt. Quid da aniooibaf bcflcficioniiii,4 tìcub t» fslioru. Immt.Wl. tf- fa. mk. a. unmi, tf, nt, dilicct, obAct iDa bent» fttxunfrm. fifiontm pleralitsa ad obnnenda lacompstìbilU d ftmf» dtfrmmdmt», fHthi ilCtmm9»dmtmti» isvi. (cm CommcDdim, ut przmtmtur, ntc (ifhinde tm n» trm diftrnut im vrrm» reati dmlTùmlmrt: cbrjBmt ultn femeAm temporit fpscium non da- tijlimnié mt Jm fa^a fmmmU dlU Mit dtUm rsrei lUtuenrct «juiccjaid iecui de Cotnmcadu Ec. Ctt mum dm i Curim mofMAern. tc tegicnen, de deiìanim {Mrceciilium adiun Aieht eiTe irrirum «dminillritìoDent libi m rpirtcualibus, de retnpoip(b jar«. CaÌA Ctmatrmis. Ma i fApt, fAttwiefi fuptrttri aUa U^ t, pr$luaiATAt%t i tirmiu itllt CAAvuatit, • AAmetdttrtr Mmtf it' frutti 0^1, ArnuumprAttrii ÌAÌi fAg Attua fini a itnurt — i it ia vi4 ttm tutti It lari rtuitlt | étp di tbt muturiut uUrtJÌ It Jlilt dtilt Un MU, iumdf ti rvconuiiduaio «yuclU Cbielà, uKachi tu poiTi (ulleanre ii tuo iUio ) DtlU FauuiIia Fiifeki, it’ Cauti ii LaVàfnA, liuti ««Ì114J ikiAmAti il pAifl uimifii. (i) Circe idein tempm milìc dommtu aovut Iepe quemdpRi nomm in Angliam pecunie eetorlotem. Megittrum, videlieec. Meninuin aaten. tkum pipale delìrteniem. de habentem poteiUtcìn eecommunicendi, fialpeBdeadi, de multipliciter vu. lunati fii2 refiilenrn punieadi. Idem. £' do ifferVAtfi, tké i Aoi priuàmua uum A grAuii autpriiA r«r «fbilrrrro i» virtù à'uu uutua diruti fiuuAti JulU d«e4e.i4«e di Cifiumiiui, par ttd tutti l’«lr, par nutUt tkt pritiuiavAut, uppurtiuavAui uliu Ckufu JUaioAo. Ad precei meu illoUn Regi Angloram Henneo II. cooeellit, da dedite Haarianui)Hiberniun fare bicrediterio poC (idendain. Nem omne» infiilx, de jgrc anoipw, tx dooecKine Confbnrini, qui eun bindevM • d( dotavit, dicuntur ad Rotneaun EcclefUm pettinere. Joaaods Surobcticniii |ib. 4. MetèlB|ici, ta del Re, cioè, doooo. marche. Propofe (i) il Re di ciò querele nel Concilio di Lione, lamentandofi de' fuddetti aggravj. al che rifpofe il Papa, che ij Concilio non era congregato per ciò, e non era tempo di attendervi. Nella flelTa Cirù di Lione, al tempo del Concilio, il Papa volle dar alcune prebende di quelle Chiefe a’iuoi Parenti; di, che fu moto grande nella Citt^, e fu il Papa avvertito che fareb^ro flati gettaci nel Rodano; (a) perlochè il Pontefice li fece occultamente partire. Non reftò per quello la Corte dalle fuc imprefe; () anzi nel 1153riftefib Papa comandò a Roberto Vefeovo Lincolienfe, uomo in quei tempi celebre in dottrina, e bonù, che confcriflc certo Benefìzio ad un Genovefe contra i Canoni.' il che parendo al Vefeovo inconveniente, c ingiuHo, rifpofe al Papa, che onorava i comandamenti AppolloUci, conforme alla dottrina Appoftolica; ma che quel abftam'tbu% era un diluvio d' incollanza, un mancamento di fede, una perturbazione della tranquilliti del Crifiianefimo, ch’era grave peccato defraudare le pecore del loro pafcolo, che la Sede AppoHolica aveva ogni podelli in edificazione, nelTuna in dillruzione. Ricevuta quella rifpolla, il Papa fi fdegnò grandemente.- (c) ma il Cardinal Egidio, Spagnuolo, uomo prudente, ten (i ) Il mdtfimt Sttrir» diti tfn Ì0 rtmdìtM dt' aràqiftMi UmUmì fi»ktlitt in dm» fii di 70. imt» manh d'rgtntii t tht tv. »vn» fi» imfmrrita l» Ckitf» di Jh$, dt tht »vtv »4 jfattp tufri $ V»fi d» S.fittn. Epifcoout Kobenus Liflcolnienl» ficit A io'u Clertcis ailigemer cooipumi Alienoram pmeann in An^lù, Bc invennim rft. Se vert caniibua qao£lam alicfugenas ronfàoguineoa, vel affìnea fiiM, inconEiho Capitulo, iocrudere, re. fiitcrunt « in brie Canonici Lagdunenfès. coot' ffitaaiiTcì, Se eum juramentoobteltintei, qood, iì tiki ipud LugduBucn apparerenr, non pòilét eoi velArchiepilcopuf, vel Canonici, pro(c|;^re, Mat. Vvtfiaaaafiar. Oroflet «ft. (S) Mandatu ApoAolicit, du'aili valla fa» tifpafla al Fapa, aSedioue filiali devou Se reveren. ter oMio : hit qno^ qiaae nuodatia ApoAoìiria adrcrtiintur, paternum xclani honorem, adverìor Scobftoi ad Drmmque enitn teneorei dirtnomn. dato.,» Non «là igitor Itterz renor Afoftolica fimAitati cxmibniu, r«l abionua pluràmutn Se di» icort. Priioo, luparbo animo aitr Quia eft ifte fenex delirua, furdua, St ablurdua, qui fii^ mudar, imo tetnerariua judiear} Chi atai di ^aafii daa vaatfriav», il Papa, akt walava i Caaaai, a Lineala, rlta li. difandtvaì Cki di ^aafii daa tra fardat tÀaaala, r« «». dava Jt iaat la vaca dal Sigaara, a laaartatia aUa aam vaiava aftaltar gatlla d'm» Variata Appa^aìtta, tkt rl'^agnava il far davart ì Per Petratti, Se PauTuma yi. giarava par Saa Piatta, a Saa Parla marre Listtain, tha gli fatava aliar» l» settdafim» eaTrtt.iaaa tha Sa» Patir avtva fatta a Saa Pittra, quia repreniibilii erat, Se non fede itnbulabn ad \erttatem Evangeliii Galat.x. la xsatt i' imitata le» PUtra, il qaala prtfiul sii grufi» earrttàaati nKì moveret noa innata ingenuitaa, iplàim in lanrain conliilìancm przcipitir«m, ut coti munds bbula loret Se exemplum. Ihtdtm. t«, tentò di mitigarlo, moflrandoglt che il procedere contri un uomo cosi riputato, per fiuia tanto abborrita dal mondo, non poteva partorir buon effetto. (4) Ma mentre il Papa penfava al modo di rilcmirn, s'ammalò Roberto; e in fine della vita tenne gli ftefli ragionamene ti: (^) Mori con opinione di fanritli, e fu fama che facelTe miracoli. Il Papa, udirà la morte, fece formar un proceffo al Re, che il morto fodè difotterrato , ma la notte feguente ebbe il Papa in vifione, o in fogno, Rcberto veflito in Pontificale, che lo ripreie della pcrlecuzione alla memoria fiia, e lo percolTe in un fianco col calcio dei pafiorale ; (c) fi dcflò il Papa con ccccflivo dolore in quel luogo che lo colpi fino alla mone; la quale {d) fcgul indi a pochi mefi nel 1^58. Alcffandro IV. fuo fucceifore, () fcomunicò TArcivefcovo di Jorck per una caulà fimilc; il quale, perfcverando nella fua deliberazione, fopportò la pcrlècuzionc con molta pazienza; () c avvicinato alla morte, IcrifTc • al Pa tti) Nt^n ctpcdim, Donrin, ut altqaid daruin contri i|>tum epifc(i«in ^'ini«rctna>{ utenim vera fateainur, vera Ciat cmx duit • noo poC fnntui cum condemam. CaiholKUi eft, nno Ik (mdiCriotiii, eol>U religiufìor, nobù (indlior, eice{Ìenùor, de ecccHeRnorti ritz ita, ut non credatur inter oenno l'rckioj inajorem, imo noe parem habert. NoTÌt bnc GiUicaiu, Se Anglicana CUn Univerlìiaij noan nou przvalem coniradiAio. Hojuftnodi epillslx vtritas, quzjam torte muUis innocuità muicoi centra no poterit cominovere. Kzc difcrunt Dominut iEgi-Uut • Hifpanut Cardinalif, dr atu. coniUium diucei Div mino Pape, ut oninu hzc conaivearibui oculit fub dilTimulatton ttontire pcrmitieret, ne fuper hoc tamuiiuf eiritamur. Ui^- ^t« « ir mtdtjimt Psris, tra m» fran ptrftaafs»' carCD. iu' t^U, coluntRa in Curia Komartn veriutn Se iuftiar. et muneTum aTperaaiar, qux ngernii «quirarh fleAere uL w r.T,! .. PrivilMia (kadonim pomibcuBi Romane. rum prxdKcIwum fuorum Pipa impudenter in. nulisrc per hoc rrpagulum, m« tSfiaatt, noo •rubefeit: qaod non b( line corum przudKÌe, et incuria rmniielia k cniru reprobat, et dirute quod unti) St tot (anAi xdificarunt. Nonne di. cu Papa de fu» plerilque PratJerclToribu, iìU, vai tUt fu rttirdaritai PraJtttftr ntfitr, tc fzp«: adhartam fanUi ^Tadtttfftrn aaht vtftuiis, Sei. (^are ergo, quz lecenint, duuant iundamenta qui lequuniur Nonne pluiti, divina grata klirati, majotet funt uno fi>lo adhuc perieli. tanK? Uode ergo hre injuriok lemeritss, prmlegia laiiquorum Sartftorum multcrrum in irrituni levonre ? Ciaè i il Pafa aaa ta rtfftri di aafart, a d’aaaaUar cmm Nonobtlance la Ce»atfiami, a {U atti dt'fmai fanti Aattctffari, fiata tta^trar il sarta, a‘l difaaara rlt'tfli fa alla lira mimaria. gaitaada a urta tutta tl lata tdtfetta fairianaU. jhj^amda ài Pafa farla nalla ftta Balla d' aitami ddjiai Aatrttffar$, ma dita il nolìro Aniccelotc N. di Dia memotia? volen do (egujr le TeftigM del oofiro Ciaio AnteccTortf Pttik!dma^naaaiuart i faadamemti fat dagl' altri ì ideili Pafi, i gmah, ftr la Dia gratta, fama arrivati ftUtamanta u» Mrre, nam iuamamaggiar tradita, t^a ama fata, il gnal ì mmtara im ftrirala dt far naafragiaì Damda maftt dmagaa tka Jmaatantia vaala tan una uaaaritd ftifmaliufa raimavart i friviltgi aamtadmti da tanti Saati Pamttfui Bamant t Paria nella BKdefima TÌri. (c) Hoc anno (ttf4-) D'tniinut Papa, dum, imut fnpra modum, vellrt oQa Epi£:ofH Lincotaicniis exua Ecclelìam mojkere..... Juint taleni litenm fcribi Domino Regi Angliz tranfinirrendam; fcieni quod ipr# Rex libentcr dcCrvirei in ipfucDtMiprracri&è, fir fatila tbiditi il aalra Starila fai, a futi fagina immamti, ila^rre tra Do. mini Papi, de Rzgii redargutor nuaifellui.)Seil no^ léqucnii appiruit CI idem Epilcoput LtiiroU nieotU, pontiScaitbua redimiti» i ac voce icrri. bili tpÉim Papam in ledo fìoe quiete quiekecu rem aggredUur, Se aAiiurt pungenv iplum in lateff iUu impetuofo cufpide bacuLi fi» palloialit: Et «liait et: Simbnldo, Papa miièrriiM, propoTui. iUoe oda mea extra E. mneni, 8c molclUin. J^d. (e) Ftrfa il fina diU'anna iaj4> awdrjCew Matita Pari nfcrua tha lanatiatia, travaadafi uà fama di marie, « vrdtada fugatri i faai f èrtati g iar Jiffa t Quid piangiti!, milen I Nonne voe otnnea divitrv relinquol quid ampliiia exigitia t id eli: faribf mai fiagaitt, a ftmfluiì ia vi taftia talli rtecbij tht vaia a di fitti ( ) J^l‘ ara di Cafa Canti, tama Xatatiatia III-, Urigaria IX () Anno ix{p. aggravxvic manum luam Dominus Papa in ArchicoikopQm Eboraccniètn, pif. fitqoc eum ijnoiriinioie nimii in tota Anglu exronunurucari. Ipk lauwn Archiep. excmplo B. TiMuz Durtim, nec non B. RoIkiu Epilc. Lin. colnienlis, fidelitata «rudkua, ^ lolatio csdcaa mirtendo minime dclpeiDvit, oennem ppalem ryrannideiB piuenier lullinendo: t atta fagut dtfai Remili genuaSeUere Baal, et indignis berbarii opima beneficia Eccidìc lux, quafi margaritai por. eia, imo rpurcia^ diHribueie. IbuUn, iero dichiararfì affoluti Padroni in tutte le collazioni de' benefìzj per tutto il mondo ; e levarG dal bifogno di trovar Tempre modi, e arti, per tirare le collazioni a Roma; e fece una Bolla la quale non conchiude altro, l'alvo che la .rifcrvazionc de’ vacanti in Curia; dicendo che le collazione di quelli per antica confuetudine è rìfervaca al Papa; e però ch'egli approva quella confuetudìitc, e vuole che Aa olTcrvata : ma, per conchiudere folo quello, intanto fa un proemio ipotetico, dicendo: benché la plenaria dilpoAzione di tutti i BeneAz) appartenga al PontcAce Romano, Acchè non folo può conferirli quando vacano; ma anche può, innanzi la vacanza, conceder ragione per acquillarli ; nondimeno lantica confuetudine più fpezialmenie ha rifervati i vacanti in Curia: perlochè noi approviamo tal confuetudine. (^) Se il Papa avelTe fatto un editto conchiudente che la difpoAzione di tutti i BeneAzj toccava a lui, il mondo A làrebbe melTo in moto; e, cosi gli Ecdenaflici, cornei Principi, e gli altri Patroni Laici avrebbero detto le loro ragioni ma quella propoAzione meffa in una condizionale, fenza conchiufìone, pafsò facilmente lenza che foflè avvertito quanto imporiaCTe. Anzi due anni dopo, cioè nel iz6$, fenza aver alcun rifpctto a quella Bolla, S.Lodovico. Re di Francia, vedendo che le provvifioni fatte dalla Regina fua Madre Reggente, mentre durò la fua minoriili, c TalTcnza in Terra (anta, non giovavano, per levar le confuAoni introdotte nella materia bencAziale, fece la fua celebre prammaticha, () dove comandò che ieChiefe CatteTomo Ih I dralt tri, 0 tinijMt P0tÌ0 dtf0t N« «enfi» prartereon. dum qaod B. Hdmandus, Le^r in TheologuOXODiali, t ^ Arrhrrfr»V0 i C»Mttrifty, et direre roofticeK i O Servale» fWjfd rr H rum di Artrvtfttx^ di erlc, nuttr ab hoc Ixotio tnnlinterabU| kao» vel làltem gravibut, St inCàperabilibut in muodo tribnietionibiu impemits, He trucidami. ì^itm »d et tifi. (4) In anurt(sdi.e amiu« fctipùtl'apz, esem. I loRobeni Liocolnientif Epiùopi pntvo.uua» do!M ioconlbUixliter quott camraauifirmicertplum fttigarat, co quod iacxpcrioi de ltngu« AaglKanx igxan» renate accepure» nane tulbentieoda, nane tb iiedetìa eliminando, nuoc Craeem aakrendn, dee. U pnii't 0I ftu frtm> Umùfi’ ntttr dt f 0 rt 4 rgU ù Crtrt po. teli de ^re mnrerre» Tcnim eium juj in ipTrt tnbuere vacatami colUrionem carnea Bccldia. tum» dignittnim» de beneficiontni «pud Sedem ApotlolKim vartunuin ^cialiin cxterii antiqua oon^uctudo Ronunii Poatititìbui rdervavu. itaque laudabilcm reputante hojuftnoii cojkòetadiiieiii, de eam auclònuie apoUolica approbanrei» ac niltilominiu volentet ipkin innolabiter obkr. vari, ead^ auAoritare ftaruimus ut beneficia qux apod Sedem iptàm dcinccpi vacare conrigrnt ali. quia» OTxter Romanutn Pcimifi^m, coninre aliOli. icu afiquibai, non prefunut. Sarti Owrar. m.j. tu. dt praitBdit. taf. a, () Si dmku» tmité tbt ^utta framxtatitx ffa di Sa» Ltd0vtt0, ma» m farUmda im eamta vtfitMt gli Sfrittari r«reiM#r«»n : altra di tha »t» fi vaia tkt il Pafa, il ^xalt Tignava alt», ra, aUia avuta altn» dtffartrt ea» fati Ut ; il tbt fariUi ttrtaaaatt» attadmta, fa da la» fafa vernata una tal ardatatiaat. diBamr itìlUt tht la rigHta «al ttxafa dt tadbanr# jdrali aveflero reiezioni libere, e i Monaderi fìmilmente, e che gli altri Ber neiizj tutti folTcro dati lecondo la dilpolizione della legge, c non potelTc eflèr levata alcuna impofìzione dalla Corte Romana Topra i Benefìzi fenr za confenfo fuo, e della Chiefa del Tuo Regno, (a) L’andata del Tanto Re in Affrica contea i Mori; la Tua morte, che TucceTTe nel iZ7o’, il biTogno che la CaTa d’ Angiò ebbe del lavare Pontifìcio, per idabilire il Tuo Regno in Napoli, e ricuperare quello di Sicilia, e la Tacoltb che il Papa concelTe al Re d' impor decime Torto pretedo della guerra di Terra Tanta, fecero che i Francefi facilmente lafciarono racquidare alla Corte 1 ' idefla autorità', onde nel 1398. Bonifazio Vili. poTe la Codituzione di Clemente nelle Decretali, e fece che quello ch’era ipotetico, e incidentemente detto, folle il principale: e, per darle maggior autorità, la poTe fotta nome di Clemente, lafciando in ambiguo. Te follé il quarto, o il terzo", onde adedb in alcuni cTemplari fi legge in altri quario-, () perlochè all’ora fu dato principio a creder queda prowjfizione, cioè, che la plenaria diTpofizione di tutti i Benefizi Ecdefiadici ap particne al Papa ", il che pretendefi intendere in TenTo non affatto perverto, cioè, che il Papa abbia piena podedb, ma regolata perb dalle leggi, p della ragione, (f) Clemente V. indi a poco fece ceflàre ogni buona intelligenza, con dire che 11 Papa abbia non fola piena podedb, ma anche libera Topra tutti i benefizi S W 1 ^ liberà ì intende da’ Canonidi piente da ogni legge e ragione: ficchè egli può, non odante la ragione, o l’interelfe di qual fi voglia ChieTa, o particolar perlona, eziandio Padrone Laico, farne tutto quello che gii piace. Queda propofizione con ogni occafione fi pone nelle Bolle", e non è Canonida che non la palli per cliiara, anzi per articolo di fede, dicendo che il Papa nella collazione di qualfivoglia Benefìzio può concorrere coirOrdinario, e anche prevenirlo ", e, piacendagli cosi, dar anche autoritli a chi gli piace di poter fimilmente concorrere coll’Ordinario, e prevenirlo, ficcome hanno poi data queda facoltà a' Legati con una Codituzione generale, NelTu te» »» Uhth iutìieUt» t Dc&n(brium CoiKortlAtoruffi iiucr Seitm ApoflolKun, et R«^ni tnncùr Ludovicum XI, tht Àu» th'^ di S. LnUviee, it ni psrli i» ttrmÌMi t Quod BUtsm etdem afcrioinir fecill« pragnurKAio, |«r qutiR quuiun juAi&cafe nituatur PraKiTuttcim per Scicaifi. Principem Ctroiiua Rc{[cni (VII.) donÌAi aoflri Lttduvici genKorem «ditam, Ot per «(undcin dominum naliruin Liidovkuin «• tboike aiiscr •bro^tMoi, nlhìl prtxietit cis, tie« qui prodenè fi tttendAnnir fingaU verbi ejufdeni benfli iùb tenore bnjas aferipue libi Prtgpunea bcani, et uoicuique faa jurildidio lérvetur .... Item prouMiioAca, MiUiionei, proTÌfiono, jlcdifpofìtionea prxlaturaxujB, digaitatam, St alioruin ouoraowiUDque bencficiontoi « et OtlUiorum fec(Wiaftk.aTuu Regni ootlri, (écutidum ddpofitiooetn, orduucioneis, Oc determinadtiacm juria (ooifuUAu, Sactorum Conci lionim ficclelùe Dei, ttqae infittutonia anitquorum Sarklnnitn rarruot, fieri ToJuatui, et ordinanu». Iretn eu^onct,& onera gravillìnu pccumarum per Cunam Roauoam Ecdefiat regni noflri impollta, tei impofirato quibu eiitcrabiltcer regnutn ooltrum depauperarum enitk; lìveeuam un^toneiub», vel inipocven. da, ievtfi. ast rolligi iwIIìucrui votiimut, nifi dumtucac prò rationabili, pia, &ura[e.’uiflìma cau li, il quale è con proibire ogni torta d’alienazione, cole per diame« tro contraria a quello che la primitiva Chiela olfervava. Imperocché, febben le Chiefe, quando fu lecito per le leggi de’Principi lacquiilare (labili, ritenevano quelli eh’ erano donati, o lalciati, era però in liber del Velcovo non lolo di valerfì dell’ entrate, ma di vendere anche i fondi fle(H, per fare le fpele necclTarie nel mantenere i Minillri, e i poveri, () c anche di donare, (ccondo l'efìgenza , e T autoritli di difpenfatore concelTa al Velcovo non fi llendcva lolo (opra i frutai, come adelTo, ma anche (opra i fondi llcin, e altri capitoli.' il che da principio era amminillrato con fìncertt^, lìcchè però non ne nafeevano inconvenienti, e durò anche lungamente nelle Chiefe povere, dove, per elTervi pochi beni, e i Vdcovt di non grande autoiritV ) non yi era materia di traigrellione : ma nelle Chicle ricche, e grandi, dove la riputazione dava ardire a Velcovi di tentare quello che ad ogn’uno non larebbe (lato permeflb; e l’abbondanza dava materia di poter vaicrfi di qualche parte ad arbitrio, i Velcovi cominciarono ad eccedere i termini della modedia, dal difpcnlarc pafTando al didìpare; onde fu neceffario provvedervi; nè la provviGonc venne dagli Écclefìadici, ma da’ Secolari, in pregiudizio de’ quali era : imperocché, diminuenJoG i beni pubblici della Chiela, non pativano t Cherìci, eh' erano i primi a cavare il loro vitto, ma i poveri, che fella vano nell’ ultimo luogo. () Nelle principalilTimc Chiefe, ch’erano Roma, e CoflantinopoU, la provviGonc fu anche primieramente ncceGaria; perloc he Leone Imperadore con una fua legge del 470. (i) proibì ogni-aliehazione alla Chiela di Codantinopoli e nel 4S31. PrAfetto Pretorio del Re Odoa ere in Ronta, (2) vacante la Sede di Simplicio, con un Decreto fatto nella Chiefa ordinò che non poteffero elTcr alienati i beni della Chiela llomana; il che da tre PonteGci Icguenti non fu trovato Urano: (3) nel 502. Simmaco Papa, effendo gili morto Odoacre, e Gnita ogni fua potenza, congregò (4) un Concilio di tutta Italia, dove propolc, come per grande ilravaganza, che un Laico avelTc fatte Colticuzioni nella Chiefa; e con affento del Concilio le dichiarò nulle: ma, per non parer che ciò facelTe per vbler feguire nel dilordine, fu nel Concilio fatto decreto, che il Ponte Gce Romano, e gli altri MiniGrì di quella Chiefa non potelTero alienare; (5) Ipccifi cando che il decreto non obbligalTe altra Chiefa, che la Romana lolamenre. 1 tempi feguenti moGrarono che vi era bifogno della GcHa legge in ^utee le Chiefe; perlochè AtutGagio Gele la legge di Leone a tutte le Chiefe (•) ViJe C»n- 1 }. ac I®. C4jt »• () Vidi Ititi r. $ 9. IO Sl»tfi i U Ufi 14. Co 4 Sact«CiD{^. £(Ueil»> tk'ì di Lttf, • di (») dio; iJ MuchÙTcHi. tmfmdrtnifé fi dtll' hmffTM, dtft mtmr mmm»tXJU0 Ortfi, t imff» in j"i» AngmJhU, fm, Ufti» il pH i'Jmftrsdtrt, fi fnt tbimpur JU di Ktau, Urna tamtiafft tù^, tMH Hb ». dtlU fnm Sttfi di Timtt. ( } ) F flirt IL ftrtndp altri III. Qtlafit I. « Jlnafiélit IL (4} ^ Jtivrm. O) Qmtdt CiiHtmt > riftritt dMGriMBCsMf. t ». f w. ». Cm. ut» M. Chiefe foggette al Patriarca Coilantinopolitano, (i) alle quali tutte proibì il poter alienare. Ma Giuftiniano Imperadore nel 535. fece una Coftituzione generale a tutte le Chicle di Oriente, di Occidente, c di Affrica, c anche a rutti ì luoghi pii, con proibizione che non pote(Tero alienare ; eccettuato Colo per nutrir poveri in cafo di fame RraordU naria, e di rifeattar (2) prigioni, gli concelfe ralienazione, confórme air antico coRume del quale S.Ambrogio fa menzione, che non lolo le polTenioni, ma anche i vaA fi vendevano per quelle caufe. (4) La legge di GiuRiniano fu olfervata ne tempi feguenti nell’Occidente, (3) lino che Roma rellò fotto l'Imperio Orientale; e vi fono molte pillole dì S. Gregorio che fanno menzione de' beni alienati per rifeatto degli Schiavi, Anzi da’tempi di Pdagio II. fino ad Adriano I. (4) per an ^ ni 200. fu incredibile la fpefa che faceva la Chiefa Romana, per ricomperarfi da’ longobardi, così acciò levalTero gli alfedj, come acciò non molefiafTero il Contado : e S. Gregorio ne rende buon tefiimonio del fuo tempo. Non aveva credito all’ora la dottrina che corre al prefente, che da’birogni comuni (5) fieno efenii ì beni Ecdefiafiici ; anzi tutto il contrario, quelli erano ì primi ad elTere fpefi, innanzi che fi venifle a porre contribuzioni fopra le cofe private. Nè meno farebbe venuto in penfiero di porre in controverfia lautorìt^ de’Principi nel fare le leggi, perchè, oltra la perpetua olfervanza, vi era il lodo fondamento, che quelli erano beni delle Chiefe, cioè, del comune, e della congregazione de' Fedeli; (d) onde toccava al Principe procurarne la confervazione • Dappoiché fu fiabilito l’ Imperio in Carlo Magno, reflando le leggi Romane fenza autorità, tornò l’abufo; onde furono fatte diverfe proibizioni da diverfi Concilj, (7) in Francia malfime, dove la dilfipazione era maggiore. (8) dappoiché ì Pontehei Romani aflunfcro piò parte nel governo dell’ altre Chiefe, vedendo che la proibizione untveriale faceva poco efiètto, non mancando preteRi a’ Prelati, per eccettuare 17. Cod. de Sacro&oftù Ecclcfiu. (t) la Unitila 7 .eaf.l. tir. l. telLi, Pro redemptione Capeirumui. Jut S.Ttat’ maft, Se aliis n«ceirir«cibus ptuperam, vaTa cuU nii divino dieau duinhunrai', it AinWoiìu» dieie >• l. itf. mrr.7. m rtff. a 4 J. Vtde Tur. itet iìGatiami JMn», r « Ramat CardriMU Rcgibut zquipirantuT ) duiimu taliter modenndit, qood per cnodenmen noftmm eftrcnatain riUum beseiictoniia muintudmem refreneoMis, ipdque impeiramet tru^ dif^nrationutnhuiulinodi toulittr non AuArentur. btatuiv.uu itaqueqaod obtinencet nunc ei di^nUtione leginma plurali tatem huiul'inodi beaeheionim unum tantum ex bencEcna, quibui cara imininet antnurum, culli dinirite, vei beacEcìo line cura, quod hbere nuluerint. poflìac licite rvtiurre: t mna (i«a dtf. Qac omnia ScEngula beneEcia vacamra. rei diiruUi, noArc, 3t Sedi Apoft. dirpofinom reCervaimu: inhibenen ne quia, prcrer Ram. l>ontifieem, de hu^finodi benefciii difponere, vel circa illa per viam permiiutionit. vel alias. innovare quoquomodo praduoiat. ZjcrraMg. tit. dt frtk. tf. ZxtttMhHt, (t'i a fHsU immidiMtsmmtf gli fnettff]) Speculiter fiurdcgaleniem Erclefuni. 8c Moniilrrm— Cni.i> Buidegalentìi, C>di. eie UnCìi Henedidi Et generaliur Patria^ ctulea. Archi^'^.tcopalei Epilcopale^ Ecclefias. MonaAeria, Priurttui nec non Cinonicicat, Przbendai. EcrIetUs nia cura, velgna cura. Se aUa quziibet beoetìcia BcrleSalìica, qu« apud Sedea ApoAolicim vacare a itoiaiur ad prz^cu. et que toto aoliri potniEranu tempore vacare conticerK in Eirurum, pravitiofii, collationi, li difpofitio. ni nollrR, 8c Sedia c)urjem, lue vice aucioriate Apollolica relèrviimui. Extrsvtg. CummiB. 3. rùdf f^éttmdit, mp 3 C 4 ) Adeo rcboi oorìi fluduit. ditt U ?Uth M tuli» fu» wtm, ut Se timpticea Epitcnpami bi« iàruin diTitèric, ac dtvìfoi in unum rcdcgcrti. et Abbaiiw in Epikowruv, 8t Epifeopami inAbbaciai vinflim mnihilenc. Novat quoque digoitatet, nova collegii in Eededìt cooiluuit, &c. tgU dìvtf gmtlU d$ T»Uf» i» rnifiw. rrgtmjUU M Artivtferauté, t duuJpgli ftr l§ ^»ttr$ Cirri eh’tgU fmtmh»v» dll» fu» ’>w»U»9f»mSu», L»vu»r, fUtug, Ltmii». Gli uSrgiù aai-tadie Eumett.. tkt BmifuMà» Vili. uvtv» mtft f»tt» NArhtnu, di euìAUt, «S fwird$-Tt">itrt divtmutr» fuffAtunù et» mw "utvu ttezitut. Stmmifi Cuftrtt i»l nfetvtt» d'AUi^ S»i»tf»»r d»lU Cbir nrts U ^rnspiitm dtlU ms, uuutftkt rht ptrtUtmtltilpàttfsisrt il v— ufism dtlls mdfint n) nrts ts msmitrs, ftrtki M dttrrtUt fi mtm mtl fmt itlV enne. K Paole nel iib.t. del uo CoocUio di Trcnte. na; e tanto più per grave, quanto quella opera è congiunta con fpeic di Bolle, difpenl'c, c prefenti precedenti; che tutte levano il danaro, eh’ è il nervo delle forze, il quale non torna mai, come fa per via dell’altre mercanzie. Quando quella novicù fu introdotta dal Pontefice, le perfone ordinarie non feppero vedere che differenza fofle tra quello pagamento, e quello che fu cosi biafimato ne’ tempi in cui i Principi davano i BeHzj. Ma gli uomini letterati in que’ primi renapi univerlalmente la dannavano come cofa fimoniaca. ( o ) In progreflb di tempo alcuni iludiarono modi di giuili6carla in maniera, che lì divifero ; altri riprendendola come cofa illegittima, fimoniaca, e proibita dalle leggi divine, e umane ; altri lodandola come cofa lecita, anzi necclTaria, e debiu al PontcBce Romano; pollando quelli innanzi lino al difendere che il Papa, non fulo polla dimandar un’annata, ma anche più, come quegli che c aflbluto padrone eziandio di tutti 1 frutti, Bon che d’ una parte . e dicono che per qualunque contratto che il Papa faccia nella collazione de Benenzj, non può commettere limonia ; e certamente, (^) fe egli folTe padrone, come dicono, la confeguenza rollerebbe chiara ; perchè ogni perfona può contrattar il filo in quella maniera che più le piace, fenza far torto ad alcuno : ma nè Dio, nò il mondo pare che vi acconfentano. Quello Pontefice fU cosi intento a cavar danari (fogni cofa, che in 20. anni di Pontiiicato congregò incredibile teforo . certo è che nello fpendcrc, c donare non fu più riftretto, che i fuoi PrcdecelTori ; e pule lafciò alla Tua morte 25. milioni. Racconta Giovanni Villano che ad un fuo Fratello dal Collegio de’Cardinali dopo la morte del Papa fu dato carico d’inventariar il danaro, e che trovò iS. milioni in monca coniata, e 7. milioni in vali, e verghe da lui pefati. (1^ L'annata nella fua illituzione da Papa Giovanni XXII. non fi Refe, falvo che a’ Benefìzi che fì conferivano, e pagavalt nella fpedizione (ielle Bolle : cofa, che continuò Ano a quel tempo ; ma pòfeia fu anche impoRo obbliga di pagar 1 annata ogni quindici Tomo Ut IC a pnj C«} Separ qiurlltum eft, diti md frs» tiufulté, ui iure poffit eirip, Ac l»c Icre Tiiralogarum eft opiiuo, Junlque lQncilicM Coatilca. THm, Roimnum Poniiticcin irge (imonitet bitiu, ut c«(erm Epiliopof, tencr^ fi prò Sicrit mimàeriis {KCriaum accipiat. Not. la »p. 1. de Simon. Nam, pnrter ònon«t. tbf U frimrifmU i iAtm fm mri. tpmt mfitna t Tmmtff MtU'Mrunl» iht ha diati. A jMrftm riftfimi ma MfimfMiri Mrrro m» Mitra, U ^umI i, tht l» Chitfa CslUtMMM mam ì miai fiata firn MfnMvatM, «> fiù ifif mi""” dtritri tire» la iU’kintfit.1, fmanta da'fafi Traati^ fii t nt famta tifiimmiMin.a h talli di CltMunte IV. Ciemtnra V. a Giavanni XXII. rifirita dallAmtara, a eit iitvarajf dui dì Cltmnta VII. ?«• fa d’AvknMM. Sm paffaaa, dk'cgH nella vita di Carle Vi. ratimtarfi fnta fdifaa tutta t rfati«' ni, a la vMimia tht fi tamattuavana [afra ilctara, J trantafn CardinaU d’Aìainmt nana tanti TirMiuat • Sfalla avtvana fer tutta Vraumratati eam natia ii abitativa, tha raffmxaaa tutti i hm^tU fi Claufirali, la Caumniide; ri ftuavana i mifliari far ù mtdtfimi, a vndavana gh altri, 0 gli mfatmvana. Cltmmta firfa, altre tha %'imfadranìva daile f^lu di tutu i V^eavi, a di tutti gli Attuti età luanvana, e fttndn.M iim' annata dalla nudità da' tanafit) ad agni wu. tMtjaui di Titalare, a futftdife ftr varauta, far nfegna, a far ftrmuta, .malmnava la Chiifa CalUtama tan Urna guantità iufmua d' tfinfiani, a di tanfi (traariinaria. t«) l'rofiTcrea quod bcaeficia Onira Iiujufnmdi «itipliue vacare noi» fpenretur, 6c eainde CauKra, et Oscilla Sedit Apoil. «lenuneAfum non modicum MieteiKur. () Vam il taf, 4. « $. de Aonam in de(rcrtl. (I ) Virfa 1470. (a) Jata^ fmaia, Mmata deirOrdima dfirrtienfa, uatiiia dalla iÙatifi àt Pamirt, in Linamadata. tUtta utU’anna 1334. addì la Ditemfn. (i) Genmiu in n'illrit dendenh, ut tlebni'us, ejand per QQl\ra diligentix iludium ad cjui un>iide klpnadenoTuin r^innna. alu beneficia eccleiuàira viri sllumantur ubmei. AoruiD, d( thclàurcriorum. .. . nane vacauiia, et in antea vacanira, nbicumquediSoiLcptot, vclNuo. riot, leu leclom, aui cheiàurariae, antec^uten ad Rncn.CuHam redierint« leu venenoc, rebus eiimi contipr’'i( ab hamanu. Nec non ouoriialibet prò quibuiiuincpic negorìit aJ Rom. Curiim veuientiom, léa cTiam rcteJentìun ab cadcm.fi in locii a dida Curia ultra d»as durus legulei non di&antibui, cio^ in InagUi tha uam fitaa piiir diina tuanagmaatalantam da Rane. jam |ir>i&n obierint. vel eu in antea tramite icuitigcrtr de hac lu.c ... Nec non enim Bituzione, che incomincia . Paftoralis ^ la quale al prefente non fi trova, ma di elTa fanno menzione motti celebri Canonici : e l’iBelTo è avvenuto di unte altre, per le quali farebbono palefi gli abuiì, e le ufurpazioni, come anche dalle etolfe fu levato nulo CIÒ che non favoriva la Corte : ma peggio rooftrano gl Indici fpurgatori ( 3 ) fatti daDotcorì, per accomowU agrimereOt di Roma, prima ai lafctarli iilcire alla Campa. Tom» II. acionua coliuorum, a toBfamdomm inp» Acram, Mine « flc in aneti vteamra, àiffofnom, provilìosi noftrs, dnaec aiiferatinan dtvìMt dcatntia noe nnimiali Eeckfic TtgMÙni prsAatre emeeSatir, nfinvanus, acc. émnt$ > irf mtfi di CesMje dtlFMUt (0) Qes fnvh, atijae tneoleranda, féd imccC Cui arrooniin eicu&ca, criam in pace nuBiere, étti T»eit« fitf. a. ria! : Vifttim «rane ftmfmtt Mm» tiffima; e i benefiz; {b) fi vendevano alla libera, e A levavano di mano degli Ordinar; quanto A poteva. Sino a queAo tempo non A era fcopcrta la Corte Romana apertamente, che non fi miralfe ad altro, che al foldo : di tutte le cole che A facevano A rendeva la canfa eoa qualche apparenza, o di provvedere alle Chiefe meglio che gli'-Ordinar; non facevano; ovvero di provveder di Benefizio qualche perlona meritevole, (e) Ma Urbano VI. A dichiarò, perchè s’ incromcctcflc nc' benefìzj, ordinando che non valeife r impetrazione, le non era fatta menzione del valore del benefi lào . £ i 4 coTTÌgendum occurrit, pagi donati,, au( addili), cmendari poHc \ideaiur, fd Corredueei tancndum curent> lilii Biinut, oninina deIciciir. Df ttrriài» Mtvfmm, fr mrt nrt Mi «Mttinua egli, ftutttt, ft ffh it jiÀ ftt AMiM fiUmt», t p», e da 70. ««nirj» fit«t Jt Sertttri Mn fi trivt r tuaM^ Jaitrum f»vrn»l Mmtafitm rsU, rèi l’b» Icvmt i (t fi trtvrtb jia vart>U >rr TfLtthfi^itA, rkrt' 0 n t 0 Tf^fis$ td i» f$mm» papmma ijir ttrH di «m fvtr itira sUwté fimttfa. M Mi dam «. ti k pnftfftS' f tmirlinwltfWTyèma^ mmauà, 0 U iimifd$tjm0 ; 0 elf fi AratnSUfà ;«# tkt «•;ar »4 f 0 Ìttt tirsMte», fi 0 lfi 4 mmt 0 thtrmmtM itiiualnu Rnrtfn di SUU0. Expurgiod (iiat propoiltiones quxUnc, deluntur. Sm %»0fi0 {0idMmimt0 miti 0 triMcifi wM tiraami, imfi'arcLì, ftr T 0 ~ hgiéfi ibf firma, tmrri bm a 4 |(éa« «1 r 4 fai rou dH> 0 at di Stait ««» vi fmrtb Ì0 fnr MB0 rht f0t0fi0 mamtamarfi i' fimat Ì0iitin dittiti. Onda F. fa0Ì0 ka tutta la raii0U0 di dira ut ma Imait dtl libra ftfia dii [ma Cmtiiia dt Tftnta, ibi U Carta di Ramm niu uàwmaimm ftinta ftr imiafiardirt, a futt ti,Ì0 ftr far Jivntmr brfitt ilt \J animi, tamtt amila di »fiV 4 rii dilla (ffBittama tba lata imifiaria ftr dtjtadtrfi dalia fut mfmrfa t Mm, Cbt fmtiadarÀ dmn^me, fa i mafin kUnfirati tt^muana a (affriri tha fu ZccìaJUfim fraibJtttfU i bmami Mrit il Drttata, ibi £a mafia U imi dii CameiUa di Trama da F- FaaU mal Catubga rde'Zi^ri perdi Mtl ibif, Ì 4 fira svmta «a li^ x««i ma i ri mvwdmti dii tk^ma di frMttié hamaa detta ebeit fma tala maa ara fitamda la frmata } t tba m» BibliatHétta davrtbbt mamlta tatandarfi i» matana di flint a malli amaaraduanaebt, frrfianda mm iman farvigia alla Cyte di Hama, ma ha fnfiéta «■ faffima a rjmtlla a» C) PViif Nauticr. in Cfiroiricn, voi. %, gener. 46,61 Albert. Knukta. in Hin^.Suon. Ub-iu. cap. 4. et ia Hill. Viiidal. lib. p. caf.6.& Gigum. li». f. capti, ilt CamUVl. (4> riverì ia Romano Pootifirani alter. cit|o mali» itKotiimefs Ap>!t!ic« debtri Komini cnniendunt. Ctaium. fed.g. eaf.i- la Caratavi- Vide Nie- de C^uMngis de comipto bcclclìe flnu, ctunÌ3n otTereniìbu. «la. tentur. ^k^uc|er. ia Cliron. voLu gener.4p.anu. IjSp. {t) Elli, diti Ctaaeata V. in temporaliiun di. Ifolitionc bonorupi hsbcaJa fit diIrreiicHi» cauteu, precipue ut ea digne, 5 c iuuiabiliter dirponantuti in btclclUftivli tunen rebus BiuUofornu» iovigthre iiotìra debet intamio, ut peHboirum conditionei de Aami, ad (ìm dequibes his fiisntpro>ifum, T«J coAcefliim, aut minittucn providerì, vct«s anaaitt valor» per mare» argenn, aut iter» lingonini, vel libra taroncniìam parvocuin, (m flonnoa «urf, ant ducara» vcl anicat aan, leu iliam monetam, fimindum communem arlbmad^ oem exprinacor, nifi porfoos przdidc beneficia, qiuB luoc obtinueriat i aut in tjaibur» vel adquc fui eii compeiit» juita ip&rum ohligarioiiei, aur tbaa diniitrere teneanrur : atioqmn entir prs4itìjt film ullz. Jtfrfflt d UrS«»a > di mm» CanttlUris, tdi !» dtU l» nifi» itUa Ca'ttl{nta fadUttutt d Imnoteniit V- Vulc RebuL ail Rubric. de Aonatii in ‘ConcsrJam, Se feitn. ad caper Ad amnt S. no. 4. barn de Refiriptii. (t) Ci) fifa tanpMiUi fer aiilìgar tbt 'MW rhanna fmdtrt dtUt frtvvi^ firn» firn tan dtilt ffènm, frr apeararfi ad ttméfiM tatfttrat». Ch dirM diMfw ag^i jutlSaikt» Vtfnv» di Tamr 'aai, il tfaaìa, tbitdtad» ad u» fa» amin dtl danat», ftt taaiftrart dtl fmatia, a$a di tafrir la fa» Qkitfa, ali fcrivrva is amajft uraUa I Rogamuf, Se peiimus, ui alit^id de bcaevoiU, ac benefica liberaliate vellra Dgbsinnc tiiU, quo plumbuin euumur, nonRomanutn» litd AdcUcuiii i quoniani Anglico pluu^ teguntur Ecclefìz, mJimur Romano. Ztrjkan. Twmattafit ad Valdtmxfam, ( ) le tatti i frnuipi Crifiiaai avtjfrra fatta U fitffa, ftata iadart a dumjlrart fartialitm far ama dilli farti, ^mifta frifam, tha dm^ ria^attatamai, nan avfMa a»aj fatata darart tiaaaaata frttitaaa ; im f mik tU fw fafi mtm tfartÙaaa afiiaati a Wrr £t\wiadm favata »> atiU, lù aaan. Ciàfrhtdaaa pt u kttfn tfett» tht kaan» fradatta la liittfa di fttfPkU^ tht il Ri di ka faHluatt t mnt HuMCCBtiiu Papa Legarnm fiiamEnCcopum CalnitfMn prò (ùoGdio Camerz.» Scaedir CI poiellacMi^tMMoCmdi cam ClerìcU ad beneficia ninti, vai Bnerura, ad dignitiiet, aot elTtcM» qux tniRut tanonicehaberenc» aur fuifliant aJq^i, cum fructibua inde perrept». Enne ibi ciitm Saltarne, et Bm'izDu ci, vocavjtque Io. pertror Icgatum, Se au Adde Paralipdincna rentoi nemoè^ liuffl CtatoBìi Mylii an. ti7f. Se Chxoaictui Gmv ( naiu Mtttu ao. 1 3S0. gualche parte alla Camera : ma dovendo per tal caufa ufeire molto danaro di Germania, Carlo IV. Imperadore H oppole, e proibì letiraF zione, dicendo che bilo^nava riformare i coflnmi del Clero, non le borie. Tutte queièe confufìoni crebbero maggiormente quando fi aggiunte il terzo Papa nel I407. al quale tebbene ì Trancefì aderiTono, e rendettero ubbidienza, nondimeno tennero fermo un editto del Re (t) fatto Tre anni innanzi, () con cui proibivano le rìfervazioni, e altre dazioni della Corte, Hnchò da un Concilio Generale legittimo foITe provveduto. Non era il Re molto capace del governo, ma Lodovico Uuca d’ Orleans, che lo governava, era autore di tutti gli editti : perlochè, occiio quello, (3) fu facile a Papa Giovanni XXIII. racquiflar l’autoritìi di conferire i Benebzj in Francia, dando nominazione al Re, e alla Regina, e al Delfino, (4) e alla Cala di Borgogna per tutti i loro Servitori ; valendoli poi egli del rimanente. il che U Corte conlervò fino alla mone dì quel Re; imperocché Carlo VII. Tuo Figliuolo, che gli fuccedecte, rinnovò gli editti, (j) In Italia ancora furono fatte varie provvifioni da diverfi Stati diverlamcme, le quali tutte tendevano a levare gii abufi. Teftifica BaU do, che fino i fiolognefi fecero provvifioni benefiziali ; e in particolare ordinarono che non folTcro conferite, lalvo che a’ nativi di quella Città, e fuo Contado; nè i Papi erano molto Rimati all' ora; anzi, clfcndo Giovanni XXIlI. in Firenze colla iua Corte, nacque certo uilordine nella collazione di un Benefizio, perlochè quella Repubblica lo privò della podellk di conferir Benefizj nello Stato per cinque an» ni. (i) In quelli tempi s' inventarono claufule ineflricabili da metter nelle Bolle, come mettendo difTerenja tra le fupplichc lottukiriiie per cmcejfnm, e quelle che fono lottofcritte ptr fita; ( 5 ) tra le (pCf (lite con cla^fot. Mmh proprio « e le altre con cLnilula tmrtftrri, ( 6 ) Ù 1 1 ^ V. tUnt 4» C 0 rÌi»Mfi, Cru tmrt dtp'éUri dmtt (• «ir» JtlU ftttrmuw tht U CrMrt>» di hi» irdim mÌ ffrmfit di tr» fi»t» fmttM I» TrMmti». lt> ÌlQ»rdm»t dtTmr), JkeM«nrtreI«, a«v re roAtemporine i, S Ètrri a 4 enfili», rUnivttfitk, rt» ftrmttttfftf» Jllrjf»»dr 0, d4 fftrr frt m»ff !$rt tf»j»»i f»il» Ckirf» TtéiKiff, I U fmpflK» »« lU f» ftrtii dtir VbìvìtÌi» éili'tPfMtrr# fT tmtt» l» dittsClHtl», •Utr»ttT0 M»' Mut» in » iti fierue d«'i}. Afd» 14- ». ed i ryVft# nella CeafeTmta delie ardtaatetmi lei. I. tu. f. pert. ». fataf.i. (il rtorc.inni, proDter uairiun akifitm • Ps ft loatmillBin in ronwrerkio unirp Abb:nun &• um iB eoninr ditione, privavcrunt loannem ZXIIL Wpun, in «orun civitaie tuoi dn;Mtati. pur«. fiate rAn^erervdi beiveficia io enrom dnioM fit» ulque ad oumquennium. fdeUaeui i» aatii adSét maiat teaf»ltmm r«fa mette fiat ut peiimr, ì, eàt fatila teatrdam fempre fualdet fratta, e feae feetefttitte dt marna prep'ta del Papa cella prima Uttera dtl fa» aaata di iatttfim» fra la fauhca, e le tlamfale i taddeve l'aitre ma» fame fettefeture, tkt dal metaiha dtl Coocefiufi r«« fatfia fermata • CooceiTun ue petitur in pecientia Damini noRri nap« taUa prima lettera dei fae aame, e del fna eefmeema fra la fapplua, e le Àmafale ^ e CuAuffitn a late della tlaafmU talir dae lettere raatiali ile' fmat aam • Vedi la rtfeia }- di CeaeilUria, 16 ) ratte furfie rndrjri# rNW»ri«r#w fette II Pentifitatr de Rea tfatte IX. Rapa di Amm, e fetta faellt di Stmtdut XtU. Pa*» d' Avìfmaat. Pe«c che (i migliore la condizione; dalle quali invènzioni nafceva ch^ più Bolle erano impetrate fopra T ìflefTo Benefìzio, e oltre alle maggiori annate pagate, nalccvano anche liti, che bifognava poi trattare a Roma con benefìzio della Corte. Si aggiunfe il cofHtuir un’altro licigantC) fe uno moriva, acciò col Tuo 6ne non foffe il fine della lite; ma dalla morte di quello fi cavava un'altra annata, e la continuazione della lite, la qual anche moltiplicando, furono trovate le claufuIe:S'fiiteri : Si neutri : Si nulli ; per le quali fi dava anche il Benefìzio ad un terzo, durante pure la lite tra i due primi : il che coftrinfe i Principi, per levare le confufìoni, il difordine, e le liti tra i loro fudditi, a ripigliare nel foro fecolare la cognizione del poflcflorio de* Benefizi.- cola, che, (ebbene legittima, era fiata per connivenza de’Principi levata da'Magifirati Secolari, e alTunta dal Foro Ecclefiafiico. (i) Dalle provvifioni eh’ erano fatte da qualche Principe, per ritener il corfo delle introduzioni nuove nella materia benefiziale ne’ loro Stati, pigliava la Corte occafione di trovarne dell'aftre, xosi per fare gli fief(i eliciti lotto altri preiefii, come per moltiplicare modi dove potevano; e con quelli lupplire a quanto non fi poteva lare, dove era gilt provveduto. XL. « In qucfti tempi fi trovarono le rifegnaziont, non le buone, e lodevoli, che quefte fono antichiflìme; ma cene altre, delle quali il Mondo al prefente non fi loda. Non fu mai lecito a chi era pofio in U14 carico Ecclefiafiico di lafciarlo di propria autorith; ed era ben conveniente che chi s’era dedicato ad un lervizio, e ne aveva ricevuta la mercede, ch’era il Benefizio, pcrlevcrafic fervendo: nondimeno, (2) perche qualche legittima caufa poteva occorrere, per la quale foffe ncceffàrio, o almeno utiliih pubblica, o privata, che alcuno fe ne fpogliaflc, fu introdotto per cofiume, che fi pocchc con autorith del Superiore, (3) per qualche caufa legittima, rinunziare.* e le caufe cheli praticavano erano, fe per infermirh di mente, o di corpo, o vecchiezza, foffe fatto inabile; (4) fe, per inimicizia d’uomini potenti nel luogo, non poteflè fenza pericolo fare la refidenza. Quando la rinunzia era ricevuu dal Vefeovo, il Benefizio era tenuto per vacante. XIII. ditt Csrlt M Htlim ntUt fui «»»»• fmU'HUtl» fmtn l’émm» 1 40*. r»ntrm zmm* MIm fil.a. Se (1 ) I f0rlMmt»t» difmrigi, tr»infari tt di Ctnfigliart Gnriei, malto mlU dimutmxjom* drlf aHtortti Àt'Qiuàui £rrfr^Jfjrt. Icem Junldidio tecnporali» per rpirimalem non debet impediti 1 &, u contralìat, Curiaprcìtni coDfuevit compellrre fpirìtaslem ad reatovendum impedinicnn talia per captionem Ttue temporaliram. Ita dinnm luit per Arteilum Co« ri« in l’irlantento anni i|tf. contra Epifcopuoi Khemenlnii prò Capiralo di^EccleCs. Cup.apw pMuitl. filli Cane farlsm. ( a ) Cari, fì nui vero ■ (l'an. li quii preibfter. Se Cau. E^ihrt>pani f. an. 1, Ctn. Cleticut ai.qo.i.Can.Sannonun^o. dift. Et YvoUe. «or. ep. i I. (}) Vide rap. 4. estri de renannsrione. ( 4 ) Vide cap. io. extra de rcauntutioac. So «€, (é) c 4 Collatore a cui apparteneva, Io conferiva cogli ftcIG modi, come fc fofle vacato per morte, S'imrodufTc in quefti tempi il riounziare, non per alcuna caufa urgente, ma folo ad effetto che il Benefìzio fofle ccnferico ad uno nominato dal Rinunziante: (ò) e come a cofa nuova convenne anche dar nome nuovo, e chiamarla : Rejignatio ad favorente imperocché è fatta fòlo per favorir il Rifegnatario, acciocché abbia il Benefizio : c bcns'i in liberà del Superiore ricever, 0 no, la rinunzia ma non la può ricevere, fc non dando il Benefizio al nominato. Quello,‘ febben fu un modo d’introdur fucceflìone ereditaria ne’Bcncfizj, c perciò dannolo alfOrdine Ecclefiallico, riufci utile alla Corte, in quanto più frequentemente fi conferiva il Benefizio, e ella ne riceveva maggiori annate. L’avarizia, e gli altri affetti mondani infegnarono anche a molti d'impetrare, e ricevere Benefiz;, non con animo di perfeverar in quelli, ma con penfiero di goderli finché nc orrcneffero di migliori, ovvero finche mettcflcro a fegno qualche dilegno di matrimonio, o d'altro genere di vita: o pur finché qualche fanciullo pcrvenilfe all'etk, al quale ppi potcfTcro rinunziare :coia, che dagli uomini pii non fu mai Icuiata; e fi tiene per comune opinione, che chiunque riceve un Benefizio con diiegno di rinunziarlo, non pofla con buona cofeienza ricevere i frutti : il che alcuni di più larga cofeienza non vogliono dire cos^ ecneralmenie di tutt^, ma di quelli foli che lo fanno con diiegno d'abbandonare l'Ordine Chericate. Per le rinunzie ad fawrem riulccndonc emolumenti a chi le riceve, la Corte, acciò il frutto fofle tutto Igo, proibì a’Vefeovi di ricevere tali rinunzie, e riferfiò che il lolp Pontefice BLpmano le poieffe fare (l). £ perché molti Benefiziarii, quando fi fentivano vicini a morte, per tal via rifacevano un lucceflore, fu ordinato per regola di Cancellerìa, che non vaiefle la rinunzia fatta dal Beneficiato infermo a favore d’uno, le il ripunziante non fopraviveva venti giorni dopo preflato il conlenlo. (r) XLI, In quelli tempi pareva feemato il fonte delle obblazioni de’ Fedeli : pa mentre durò U guerra in Terra Santa, e durò per qualche anno, mentre Zignooi, «cl quu> ie indignua rehttamio judjcsVII, conatur altendcre, hoc fraterniraa nir re^udeo, quia jullum eXl ui in judicio, quod de K judietvit, permaneat, 0c fpoaUm quam rrpudiavit, rivcnie iratre qui ei leeitime ipcardittaiia eli, adultemc nonprztumu. YvoCarnot.ep.iri. .Vide cap. ). ettr. de renuntiat. (t) Bmlftmotu fulCamtmt jb, Apf*Mi, diti thf avtnd» W*« «»• Vtftrvt amu* nftfnart il fmt l'rfttvat» ad ma fmt amira, V di’ Vtftavi »am valli aamuiiri la ma rifiraa, ^7 pafft nadiifi i» latim», U^maU(itama jUtafim diri iffm di malia tanfidrratiami. Tu autem dìcquod, etiamfi non ad Uun (i«oatum Eptfeopuj Epitcopanlm traormilèrii, iéd ad aiteuum, idcmCTÌT • F.piicopM enitnaSyRodii fiendecreium eft. Et ideo ctiom vita fun^i lile urhia Phihppi Me. iropoUtanui itujiùtuu ^ lìiz Metropoli iiib bar cop diiiotic renoRtians, fi cju Occenoainin nrtniPkilippi Metropolitaouin prò ie ipio iiiafta SyaodM comthiuerct, non edeiaudinui Mtiadiiiquod, fi rciquai polì cleàMnrin ea Ecelefi* «edinbiM acqeàrtt, non potrAdare, vel ed quo» volt tnnlinutere, inulto m^uEpilVopanun. VideCan. ja. Cotte. Caribag.Se aj. Antioih.di Can. i,. Cwt.y.qn.) ( I ) ìteamda é Camamih, am ifitadavi aditi, ehi il Vafa, tha fifa efimtari dalla fimimia ■ Ve' di la Ulàfa ai taf. 4. racra de pa^i, verbo iUt 8c poAea inlra vinnti din, a die per iptun reUfnamcm {n^vdandi (onknlut cocnpoiandoa, de tptii infima laie dcceflcTji, ac ipium beneficrain coolìrrarur per relìgoertoneiB fic fadam, coILmio hapifinodi nulla fil, iplumque brnrficiuni per obiiujn vacare ceofirrtur. Vidi Malia, ad hmnt tei. aa.h^ mentre vi fu fperanza, per quella caufa mole' oro perveniva all’Ordine Ecclefiaftico; ma, perduta ogni fperanza, fi fermarono le obblazioni ■' fu nondimeno prclo efempio da quell’ opera, e fu introdotto il dar rindulgcnze, remilHoni, e conceflioni a chi porgelTe, e conrribuillè per qualche opera pia; c cotidianamente s’ idituivano nuove opere per ciafeuna Citch, per le quali era data Indulgenza da Roma; partorendo quello molto frutto all’Ordine Chericale, e alla Corte, che ne partecipava ; e ciò tanto innanzi pafsò, che nel 1517- nacque in Germania la novith che ciafeuno fa. ( 1 ) Papa Pio V. all’etli noflra provvide con una codituzione, con cui annullò tutte l’ Indulgenze concede colla claufula delle mani adjutrici, (a) cioè, con obbligo d’ofierir danari ; cola che non ha ancora fermato il corfo di queda raccolu- Imperocché, febbene le Indulgenze ora fi danno fenaa quella condizione, indimene nelle Chiefe fono mefie fuori le cadette, e il popolo crede di non ottener il perdono, fe non offerifee. XLII. Ma tornando a quedi anni della feifma, per quanto tocca all’acquiftar di nuovo entrate, e beni dabili alle Chiefe, pareva che fède affatto perduta la fperanza. Giò i Monaci non avevano più credito di fantith ; il fervore della milizia facra era non folo intiepidito, ma edinto; i Frati mendicanti, che tutti furono idituiti dopo il 1200. perciò avevano credito, perche s’erano Ipogliati adatto della podeflò d’;acquidar dabili, e avevano fatto voto di vivere di fole oblazioni, e limofine ; onde pareva che qui dovcilc icrmarfi l’aumento de’ bòli dabili : Iti però trovata una buona via, la quale fu il concedere per privilegio della Sede Appodolica a' Frati mendicanti il poter acquidare dabili; il che per voto, e idituzione loto era proibito. Molte perfone loro devote erano prontidime ad arricchirli; nè redava fe non il modo ; quello trovato, lubiio i Conventi de’ Mendicanti furono in Italia, in Spagna, e in altri Regni, fatti in breve tempo affai comodi di dabili : lolo i Francefi s’oppolero alla novità, dicendo che Cccome erano entrati nel Regno con quelle idituzioni di povertà, conveniva che con quelle perfeveralfero : nè mai lino al prelénte hanno voluto permettere che at^uidino; ( 3 ) dove in alcuni altri luoghi gli acquilli loro fono dati affai notabili, madime ne’ tempi dello Icifma; quando tutto il rimandate dell’ Ordine Chericale era in poco credito. Tomt II. L Fu le iì") Li frifmd ZMtm. (») Omne* fc Tinnlai induT^ntiu, «tiamrer ftniM qu>HranufM Ko«um« Pootibc noAm, *c «um mm, fiib cHBMde tenoribui, tc Satmis, ac cum cUuiuIii, tt decrtfU, ac ex ^mbaTm mia or. {cnnOimia canfii, ctiaiR caufa radoi^ionis capti, xerem, 0c alùa qimnoiiolibct coaceflaai prò qui. bai coofaqutadit laac purrigendu sdfmtri. ttt. Oc quu quftuadi facatrarem qunmode libet coatiftcm.... auAarktit apoAoIka, teoert pr». fauiium, ptrpcao rwocaimu, eairooos, irUTsinas, 6c aanulbuRM, ae vtribaa facaàRHH. VII. Dtrtrif. tf. C|) fsrummtt di Parigi, Ì 4 ÌU fma St0ri* dei Ctntilié dì Tmu », um previTM il dterH0 eh* jtrmttit MgCOrdini mnUh. tmati di f*S*dwr h*m fmhtU, diend* eh *, tftmdpmi futi il netymti 1» Trsnei* t*m mm'ikime» etmrmtit, wu trm etfm gimfl* iln** ^trU »l*rim*»t*i * td« ^mlU trm mnmntfitii U Ctrl» di Btmm, per tirmrt m li i hni dt’fm» Urti im pi r t e ehì fmtilm Ctrtt Imftim primtrmmiemtt mt^Mìfimr trtdu» «'frati raa fura vtit f**^t di ftvrrtà, ^ li fà tnfdtrmr* emme ftrftni ebt Ma hm»m» «iru* ÌMttrtS», fmMmt tmit» per rudi t fri, fa wd * fi ftwt ftmhiUii n etmtttt, tUm li mifimfm imi Itrt vttt, per dtr Urt U mt~ dt d'mrrieet^fi. Vedi U Cmifernim deil* trdtnit^ Miti W. t. tif.j. pmrt.t. pmrmg.f. 8xFu levato lo fcifma nel Coacilio di Coflanza, avendo uno de* Papi rinunziato, (i) ed eifendo (lati gli altri due (a) privati; e nel 1417fu eletto in Concilio Martino V. (j) Speravano tutti che dal Concilio, e dal Papa fofle polla regola a tanti difordini della materia benehziale ; e di fatto il Concilio propofe al Papa gli articoli da riformar le riferve, annate, grazie, afpetrative, commende, e collazioni : ma ddìderando il nuovo Papa, e la Corte (4) di tornar a cala; ed eifendo anche rutti i Padri del Concilio Aanchi, per la lungha a 0 enza dalle cafe loro, fu facilmente rimelTo il trattar materia cosi ardua, e che ricercava tanto tempo, al futuro Concilio, ch’era intimato per celebrarfi in Pavia cinque anni dopo : il che molfe i Francefi a non voler alpettare nuovo Concilio; onde fu per arredo del Parlamento ordinato che non fi predaife ubbidienza al Papa, fe prima non fofle intimato, e accettato da lui Teditto regio, (5) che Jevava le riicrvazioni, e ledrazioni de* danari perlochc, avendo Martino mandato Nunzio, per dar conto al Re della lua elezione, rilpole il Re che l’avrebbe accettato con condizione che i Beneflzj elettivi fofsero conferiti per elezione, e le riferve, e afpertative levate. Il Papa fi contentò per all’ora; ma nel 1422», acquidati alcuni deirUniverfitlt a fuo favore, tentò di far ricevere le rilervazioni con tutto ciò non potè ottener rintcnto; anzi fu proceduto contra i luoi fautori con prigione, (d) 11 Pontehee mite l’ interdetto in LionC, e il Parlamento ordinò che noti folse Icrvato; (7) e durò la contela fino al 1424- quando il Re fi compofe col Papa, che Sua Samii^ avelTe per legittime le collazioni fatte fino all'ora, e per l’avvenire foflfero accettati tutti i iuoi comandamenti: ma il Proccuratore, e Avvocato Generale con molti Signori fi oppofero airefecuzione; e rapprelentato al Re il danno dei Regno, fecero andar in fumo l’accordo fatto col Re In quedo mentre fi fece il Concilio di Pavia, (8) il quale, appena principiato, fu trasferito a Siena, (p) e fpedito con gran celerità ; (10) non eifendo data in elfo trattata cofa di momento, ma iolo data jperanza che nel Concilio da celebrarfi indi a fette anni in Bafilea lì farebbe riformato il tutto : nel line de'quali lette anni mori Martino, e lègul nel Pontificato Eugenio IV. (11) lotto il quale nel Concilio ^filenfe J431. fu (12) fatta la provvifìone tanto neceflaria, e tanto defìderau a* difordini della materia benefiziale : furono CittMUiì XXIII. Jgf* tjfrr fili*, $ def* ijfrtii fi*t» ftttmiuta fjT (») Crum* Xll> • Btntd*tt*^f^h l}) 0r«M CéUmm^ ert*t* éUS.M**’ tm*i • tntii fftf* fm*l a«mi ( 4 ) t'I * l» f"* CM* tfit é lm n t* t*tk» M Ctluilt* f' m awif t 0 ft, m*m Itiftgrtii im* dimuHAia»» U. Il fm tkimf* *idi la. Afttlt dtlV *•• w l4i>. 4 wr àmtM* irt sm* * miM.9*. O) D*l ttrmà d*Uj. Wfdi UC*m ftnkt* étti* OrdiMSM**mi j (« ) JUrtr* dtU’ V»rvrrJj4t, 4)1. rono proibite le rifervazioni, eccetto de' vacanti in Curia*, furono anche proibite iafpettaiive, le annate, e tutte l'altre efaziont della Corte. 11 Pontefice, vedendo che gli fi riUringevano la podell^, e le ricchezze, non potè fopportarc; fi oppoiè al Concilio. Tentò prima di trasferirlo altrove, in luogo dove potefTc maneggiare i Prelati: (i) il che, ripugnando e(Ti, non gli potò riufeire, e palTarono molte contefe tra il Papa, c il Concilio; alle quali alla giornata gli uomini pii, inrerponendofi, trovarono temperamento: finalmente cITcndo il O)ncilio rilòluto di provvedere airellcrfioni de’ danari, e il Papa di confervarc Tautoriik, e comoditi fua, vennero a rottura irreconciliabile. Il Papa ( 2 ) annullò il Concilio; e il Concilio privò il Papa, e n* elelTe un’altro*, (3) onde nacque feifma nella Chiefa. Fu accettato quel Concilio in Francia, e in Germania*, e nel 143^. fu pubblicata in Francia la prammatica tanto famofa, (4) per cui fi refiituirono reiezioni a’ Capitoli, e le collazioni agli Ordinar) *, e fi proibirono le rifervaziont come nel Concilio Baftlienfe. XLIV, In Italia quel Concilio non fu ricevuto, e tutti aderirono al Papa., onde le rifervazioni prefero piede : anzi ciafeun Pontefice le rinnova lenza difficoltk, e introduce ancora nuovi aggravj nella collazione benefiziale*, nefiun de’ quali mai fi modera, fe non quando fi trova modo di fare lo (le 0 b effetto per via piò facile. IntrodulTero Giulio II., e Leon X. le rifervazioni mentali, che cos\ le chiamavano, e con un altro nome, rifervazioni in pecore *, ( 5 ) le quali non fi pubblicavano come le altre., nè fi facevano : fe non che, vacando un Benefizio, fe T Ordinario lo conferiva, o alcuno andava per impetrarlo, rifpondeva il Datario che il Papa l’aveva in fua mente rtfervato : modo, che { 6 ) durò qualche anno, ma poi fi difusò, (7) perchè tornava incomodo anche alla medefima Corre di Roma. ( 8 J Gli altri modi pa(Tar«no tutti in eccenb *, imperocché circa le rilegnaziont in favorem gik introdotte, e praticate, s* aggiunfe il rifegnare folo il titolo del Benefìzio, rifervando a sé tuctTomo li. La i frutti Ut» vi fu m»i, dice MeiCrjy, tM ftrfttf fr» imi, ! i fmdu di putita SmntAjtmèUMi imftrmtrki, ft d*i Un tmmtt i fmdti ftttr$ ftmferr» tét vltvsm» f*r frtm* stU fmmmtmtà, fthntmd$ hrnmtMtt pttirémtttm Is, tht 1 C*mciUt e ti { tfU ^rimtmtt Ritmai*, ftr farfi Frtmua, td abbamdn^ fmtt il fm» trema, ftr tffer f»f* • f" aitila mill'aan» 1 43^ « ruamaftimra dalia framtia, dall' Aitmaarma a dalia jiMQwr farle deli'Oftidemii fi»» aita maiitd’£mSiate ( dafa la ifmale efemdeS nvaiti i friatìfi dalla farle di SuiaU V., fm aUligat» fané tea frirkiere, fané tan mimane ad attaafemiiri mila rtmmtaae della Cbiefa, tiamaajaad» al Pamtifiiaief li tht feti nel 1447. nel Centiii» tb' ili tf^tjfameaie iratferita da BaSlaa alamfama aag'i Svttjari, IXifa da ibe i Padri lanfermaraa» l'eiaAtMf di HiteaU fatta dma anni utaamii a Rea» da'Cardtaali dal fartit* iT Smseait Amedea, eh» aveva fref» il marne di Feiin V. f4) Mexerty U cbiaau tl rifar» dalla Cbiefa Gallitama. (O Ciri ternate i* futa. (tf) Giavaaai Smarei., Veftava di Cambra ha fartiallt, fartamd» mel Camelli» di Tremi» mtaraa alla rifirve mentali, U tbiamb fmrn \ a dift tba fattUe fiata mnlta lafnart al Fafa U eaJlatiana di tatti i btaifiti, ì» vaeedi faffartart eb'ishdiffe fatta ad mm ftmfirr» mtm rammairala, maa faiHirai», a fatava fimfiaamte eredarfi aaa ejfrr veanta al Taf a, fa aa» defa la fmetefa vmeaata. faaU fiar. dtl Carne, iti. t. tri La riferva fkrtat frtibit» dal CtaeiUt di Trtat». Caf.t^ Itila Rifatma. feff'.%4, . {t) La faale davava faffartart egmttlara» eaairarietà, U effafiaitm dalla farle ae’CalUtari erdiaai ). ì frutti d’efTo; il che in eHIicnza non era altro, fé non reflar padrone del Benefizio appunto come prima che folTe rinunziato, ma colìituen' dofi loio un lucceiFore, il quale folTe ben in nome di titolare innanzi la morte del riminziante, ma in fatti non avdfe ragione alcun^.- c ao ciò il nuovo liiolare, volendo raccoglier egli i frutti, e aflfegnarli al Kinunziantc, non fi potdfe far padrone di qualche colà, fu aggiunto anche che a! Rinunziante non iole foTero niervati tutti i frutti, ma ancora egli porelTc efìgerli con propria autorità. Non reOava al Rilegnante altro che lo facelTe diHcrcnte dal total padrone, le non che, le il Titolare folTc morto prima di lui, egli beni! relbva con tutti i frutti del Benefizio, ma non poteva più crearli un fuccclTorc; c il titolo poteva elTer dal Collatore dato a chi piaceva a lui che dopo la morte del Rinunziante folfc liicceduto. Non mancò alla Corte ottimo rimedio anche per quello, il quale fu il regreflb. (i) XLV» Ne’ tempi primi della Chiefa era un fanto, e lodevol ufo, che chi era ordinato ad una Chicla, mai in lua vita non iat eiava il carico, per aver Benefizio di maggior rendita, o di maggior {a) onore : pareva a cialcuno aOai fare T uffizio fuo al meglio .* per ncccfUt^ alle volte il Superiore, che non aveva periona atta a qualche gran carico, ne pigliava una occupata in altro minore, (*) e per ubbidienza U trasferiva al maggiore: cola che poi fu per maggior comodo, ovvero utile, ricercata da alcuni; onde la traslazione (a) inufitata fi fece ufitatijfima: e tanta era la follecitudine di ciaicuno di crelcer in grado, che IpefTe volte, lafciato il pofleduto, e impetratone un altro, riufccn .. do r impetrazione viziola, rdlava privato d'ambidue ; il che cflèndo in conveniente, l’ufo ottenne che, fc rimpctrazioue del fecondo luogo non poteva aver ritornafl'c lenza altro al primo; (») c quello fi chiamava regrefio. À TTriUTitudlnc d1ci6tu inventato di conceder al Rifegname una facoltà, che qualunque volta il Riiegnatario morilTe, o rinunziaflè il titolo, egli poieffe lenza altro riiornar al benefizio rilegnato, e con propria automi prender di nuovo la pofTcffione, e farlo luo, come le mai favcirc rinunziato : e quando anche non avefic ricevuta la pofTcffione priiiia deda rinunzia, (nei qual calo il regrcHo non può aver luogo ) potefle per accclTo, c ingrelTo ( 3 ) prender la poflcllionc fimilmeiuc di propria autorità, lenza altro mini llero H) Intclkitmut, C.Caaonioo retereiK*, ouoj tuoi tpiè L n (MilTeDt Eccldùiltta bcncEcù pernuj» r, ut taoieo lii»p>icniti ve.tu tnbiunif, mandanuii a uaiciiu) coaUueiu prxiavium O. uUier ‘uilfe eicf^unit amotu a prtebeiula Tua crtnLingUineo ipliua L. vei qoijlibet alto illicito deientore, e-in ledicui &CUU1 eiticin. Cip. >. ulta de tctiun perimit. (j) Cit^, eiur allei a. IcJ oicbie et propria^ ut ncc iJp-ò che, quando fi faceffe che il Coadiutore anche fuccedeffc, ne nalccrebbc maggior bene: prima egli farebbe più diligente, maneggiando cola che doveva cfTcr fua; gli altri ramerebbero, e riputerebbero più come proprio, che come alieno; onde fi fece il Coadiutore con futura fucceffione : cofa eh’ ebbe difenfori, c oppugnatori. Si oppugnava con dire che ogni fuccelfione nel Benefìzio Écclefiallico è dannabile; porge occafione di proccurar, o defìderar la morte altrui. Si difendeva col celebre efempio di S. Agoflino, che da Valerio, fuo antecefsore, fu fatto Coadiutore con futura fucceffione: il qual efempio non ferve troppo bene, perchè S. Agoliino flefso poi lo biafimò, e non volle imitarlo; e non fi vergognò di dire che da lui, e dall’Antecefsorc ciò fu fatto per ignoranza. (^) Ma i tempi, de’ quali parliamo, non folo davano i Coadiutori con futura fucceffione a’ Prelati, z altri che tengono amminiflrazionc; ma ancora ne’ Benefizi fempHci, dove non vi è a chi ajutarfi, in maniera che il Coadiutore reila col puro nome, e non vi e di reale, fe non la futura fucceffione; ch'è la cola cosi abborrira da’ Canoni. ( Dsl Cémntit, C*uf.T- U > H rjfw Vtf{» r fi tirdt tki CÀtdiMttfi m*M *r*i*«, ft ptrfém* fiiftndiMtt, ttucr Ac Coc(4fro||'ut Joinnei. ab hoc, nt oectflkrù cumpeccaii «lirponeiuc IÌKÌinJuufuut ..... vien«iue prclenti vobtt juiTioflc prsi ipimut Uf, lervsn priuxi in loco KpttVopo mcBiutato revoren», quieti w» convenit inculpibilucr cobi, bere, prbext» obcJientum ConlLtufo coDipccentnn, in nullo dif)«fitionti)ui ejua rpiritu conninuci rrfulianteii immo commenti vq;ihtiti« veihr (luJio c(uie prò EcclclMllifa utilitste gerencU Conflitumt- otonueric adimplenin i ut, hit iia dirprrntia, At etmttttm vt^ìJ JfiftudÌA minifirtnimr. Ac qujtcuinque in pixfaccfectdùe patruuonio, vel Si ufa de rebus ad cani perrinenrtbut repeten.:» tunc necelTari* conipleaniur. i fermtifiMJM quMleht vtllq s' Vtfltvt. di dlflt»»ri fHtfli C*»tmiér* ftt Ut» fqutfftriì t. ntlPHlMìtt flA ^tAXiA n* AfutTA TértfitmA, Vidi tl \T. O.Ce».?. I. S.Vé»Un» dkt Ut ttrmini ftrptaVt, firn fon» di C*Ad)mt»ris rr» aSat firandinat»* i Noa auiein, da t»!i, ranmiu line icribitnm gratdbndvm, quod Epircnpatiim Augudinut acceper», (èJ qiod Kanc Dei turato uirruerìt AfricaiiT rrcleuc, ut verbe teleilu AiguRjni ore perciperenc, qui ad wiJortQi Ocunìniei muiient gramin ntvt mtrt pro«ftu*, ita ronfecracos eJ>, uc non futeedem in Cacbeiri Ei'ilc'ipo^ léd actéderrc. Nam incolumi Valerio Hipponedit Ecrtefìr Coepitcoput Auguìhnus cA.ep.s7. num. a. Ae Cin. t so. r. Si tifava in quelli tempi da qualunque Benefiziano, che voleva farfi un fuccelTore indifferentemente, fecondo il divcrfo gullo, o fare un Coadiutore con futura (ucccifione, o rilegnar in favore di quello, rifervandoli i frutti, e con regreffo : ma peri quello era rifervato al foto Pontefice, e per neffuna maniera conceffo ad altri Collatori. In Germania il Concilio di Bafilea fu da alcun ricevuto, e da altri no; e per ciò diverfamente erano intefe le caule benefiziali. Per provvedere alle diverlitk, e diffenfioni, nel 1448. fu concordato tra Niccolò V. e Federigo Imperadore in quella guila : (i) che i benefizj vacanti in Curia foffero rilervati al Papa, e nel rimanente degli elettivi fi procedeffe per elezione quanto a gli altri i vacanti, in lei mefi foffero del Papa, negli altri lei foffero dillribuiti dagli ordinar] Collatori; aggiunto anche, che, fe il Papa non aveffe in termine di tre inefi conferiti gli fpettanti a sè, ne cadeffe(z) la collazione negli Ordinar]. Non fu per tutta Germania ricevuto il concordato; e alcune Diocefi fino dal 1518. fervano il Concilio Balìlienfe, che annulla tutte le riferve. Ma in prc^reffo di tempo anche chi ricevette il concordato nel principio, reltò poi d'offervarlo, e G difendeva, dicendo che il concordato non fu ricevuto generalmente, ed ha perduto il vigore per la diffuetudine in maniera, che (non trattiamo di quelle Citth dove i Velcovi, e i Capitoli fi fono divifi dalla Chiefa Romana) anche nelle Chicle, che rellano l'otto l’ubbidienza, poco, o niente era olTervato. Clemente VII. nel 1534- fece una leverà Bolla,- ma ebbe poco effetto : un’altra ne fece Gregorio Vili, nel fenza miglior fuc ceffo. E»m» y»,ffj afart, farai d» gt.'efi* tr»r, fiver» jta aaert,,n iaefki d,fi*au feiameif' dm puaate àt tammiae, e\i f^ij?dtti»i»lala re mette f at» f.^e ti huge delia tén étdì^^^ tauame f t fartmm* tatii i Seiufiai firmari, • gelati, thè ufedatfamte^temf» delia Irte f rum ae ifmelii ebt tem ftema^ alte dignità ta I narrali, Artiefìfti^U, ed £fiftofali et» varan fi, > tilt vae^rénat per i* 4 Vtr»*er«. Utile ciiefe ìdetr^alitaat, e CattrdraU, aia feetette èm me diat umn it alla Sede Appidthea, i Mftdeaahri ebt vi f»»a imnt.haiameate fe^tut, i' eUtitai fi faranae Uitrameste, e fai feraitanpet' tate alla dell» sede, eUe Uiea^iemer», fe fataant i»itaicit. £ et' àù^jteri tif,ie» fine lev»» diatameaie faggettì, ed altri Benifia.] ngrUri, ftt h guai* nam fi fati! ruarrtre alla faataSede, gli Utili aa» branma aUligati avtmra a Raau perita lrra.tamftrmat.iana, a prev9tfiame\ aUrp ditpigiiii' fii lentjin ma» laderanni futa tafptuatne, nè» hinfit.f dilla Uanaebe mam efeati fati* l» difpafium ma éa» Umfm « Qgaata arti ahrilantfit.) feealari, arnatarinaa eamprefi niile uftrve effriffi di fefra, ma* imptdirtau eh* hitramemii aaa nt fi» Caliatati ardinarl, fmaada vailùraiiHa ae'mtfi a» febbrai», ^rile, Gimgae, Agafia, Qet^rt, at>ttimbri, t m*(i di Gaamapa, Mara.», idaeei», Lm» gtu, btiitmbii, e Nnembre, faraana rifttbaii al fapa ; ma fe fmteedarà tba i aim^ai, eba vatbm raaa» f» ^mefii mefi, man fiea» fiati tamfenti dal Vapa mi‘i**m*fi, eamiaeiaada dal giama della va^ r«u« fepma atl larga del itaefitua, U CallaKÌaai niaraarà, a ad igni altra al fma le fprttird la difpt'fieiomt. Ma awd» gaefia ahima lameifìaitt aperta Fadna a malte Ini tbe aafervama di giara» im gura» fra fatili elee UVapa avena ueirntdiuiimaaaet tl termnae ffirata di tre mefi, e ameilitbeav»’ vaa» alienata la tallagdaae dagUOrdiaarf, ipimU teaftrivaaa i bi»rjfz.t dal gura» im tm fpiravaaa 1 tre uefi, per ^r«vritir« leprattvifieaitìeeelP*' pa pattfie aver fatte verfa 1 fiat del termaan Or^ garie X(ll. fiee ama fiali» m data del prema di Ha vtm br* ij6. tea tm iuftiarì eie ìd Camtefieme di Papa Pftttal» V. aaa dava altmm Imàgf Oreiear), «> agli altri Cellatari di difparrt forati i tre mefi de' beaefiat ama vetta teweprep fette fmefià brttifa teneijiami ( m» attriti thè fn V awtnaire gutUì, tbe il Papa avrà prevnednti di tfnrfit benefi».}, faranm» ttnmti a a fifaifitatelm lira impetranene a'CelLiteri atti» fpazia di tre mefi, fimianaada dal riama dtllav*eamKa fepnt» nr! h"« dtl lr-'f%ìT, o n p^nil.ttrln im fuiiffi cefib. Nella Dieta di Ratisbona de! 1 ^ 94. il Cardinal Madruedo, fi) Legato di Papa Clemente Vili, fece gran querimonie per nome del Papa fopra di quello; nè apparve frutto. Al prefentc rella ridcfsa varietà 9 e confuftone. La Corte Romana non ba^ le non due rimedj .uno per mezzo delie ConfelTioni de’Gefuiti, i quali operano per termine di cofeienza che i Benefiziar) provveduti da gli Ordinar) lì contentino di pigliare le Bolle da Roma; e alcuni lo fanno: l'altro rimedio ufato dalla; Corte, ma ne’Benefiz) importanti, e con perfone in parte dipendenti da loro, è, che, fatta una eiezione, o collazione centra il concordato, la Corte l’ annulla, ma conferifee poi elìà il Benefizio alla llcfia perfona : rimedio in altre occalioni ancora gi^ molto ulato; non perchè giovi neiriHelTo tempo; ma perchè, fervando quelle Scritture, le ne vagliene poi a’tempi feguenti, per mollrare che avelTcro ubbidienza, come tante altre Decretali, che non ebbero effetto: lono però ne’ Libri Decfetali per lo ftelTo difegno. XLVII. In Francia la prammatica > ebbe rigidi combatrimgpti da Pio IL, (2) acquali s’oppolero collantemente il Clero Francele, c rUnivcrfii^ di Parigi ; perlochè il Papa fi voltò al Re Luigi XI,, e gli mollrò comò era dildicevole a lui che nel Tuo Regno fi lervalfero i Decreti del Concilio Bafilienie, contra il quale egli, eflendo primogenito regio, (*) c partito dal Padre per dilgulli, andò con arme, ricevuti danari da Papa Eugenio IV. per dillurbar il Concilio: alle quali ragioni il Re Luigi nel 14Ò1. cefie, e rivocò la prammatica: (3) ma feguendo oppofizioni deinjniverfitk, e rimollranze del Parlamento, le quali ancora fi ritrovano, nelle quali rapprclcntavano al Re gli aggravj del Regno, c deir Ordine Ecclellallico con conto fatto minutamente, che in tre anni erano andati (4) per caule benefiziali a Roma 4. milioni dopo tre anni la prammatica fu daU’illcilo Re rellituita. Se le oppofc poi Siilo IV- c fece un concordato per diftruggcrla, il quale fi ritrova ancora; ma quello non fu ricevuto, e la prammatica reftò. Innoccnzio Vili. Aicflindro VI., c. Giulio II. fecero ogni sforzo, per levarlafg) nè mai poterono ottenerlo,. fi» nt mtdfm Imfé di i di ihin*ndo mmlU, t di nimns frZM, t VMÌ*rt tuttt t* àifftjiùeni, • frvvifiiti fsit dn'fnddetii CfUdttn dif» t»l fmUlitntjdnt ; t fej^ndtndn U t«U*t»nt di tmtu i, ed mjftf s ftuii iCeildferi rht Mrdirdnned’infrsngere t* fi»* duki*rdti»ni fin (he ne Minae thitfie ftrdene *11* f*at* Sede, ^tufi* téli* di GrtftrU XIII. iimtjh* tbt $ taf* ertJenó femfrt di fétte annutUre j Ceneerd*U, e [li Mitéimdamenti (he fanne te' trintifi. fer non f**mdé le frtttmfitni dell» Carte di Atm*, (he fer fre^tSene, e ftt mm rertt temfe, fin (he féff*»* ferviefi del lare diritta ta» intia it rym. (t > Zadewa, Nifete di Crifitfera Madrnfria, C*rìn*lt yiftava di Trtnta, a fma fnettfiera tm Viftevata. (!) Etti [Tidmv* gmirr*, gntrr*, iil({ue ad «• filloa. xLvm. (*) toQuif**-’ 9 p«rtl(o dal Psdn per di%s. fti; it tha né* f* niente mt frefefite. L'nmma 1461. »« [matta narft dat fma iUima. (4> ?a»Ulì. U [H*U fmtttfit *Ha, mandi al ta Gìavanmi Gwfftdi ^ CmràirnaU, V^eave dAldi, fer fatili vtr^ara la riveeauamt dilla prmnmatka. Ha faffatm [mefia ri^aaitna nelCaklUtta, [nefia CardiaaU travi nel Parlamenta Giàvanni di S.Rammna, frattutatar lemaraU, thè vi fece e^fitàaae-, e ntermata a tafa, PVmnerfità,tha pi nnifiti U fna affaUmmiana al futura oÌM, t fai mudi m farla regihari maiCafitUeum Vtdi t'aediMag,tme di Ladevka XI. dtl parmii^itf Srtttmdre >464. mtUa Cemfemza dilla OadpeanJnmi bh.i. tit.f.far.i.farng.i. (S*) Imfiratfhi avevmma mm pamdigllmi limmei (belli altri Prtarifi Criiiami, ad delia Stantia, mm femfafftra m far fttm ali,' amteritd Pafata tam fimli frammatuht. Viir. Fiiulmente Leon X fece un concordato col Re Francefco I. per cui fu annullata la prammatica, e fu lUtuito che a’ Capitoli delle Chiefe Cattedrali, e Conventuali fofle affatto levau la podeflk d'elegger il Vefcovo, e l’Abbate; ma, vacando ì Vefcovati, e le Badie, il Re nominalTe perfona idonea, alla quale fofle dal Papa conferito il Benefizio. Che il Pontefice Romano non potefle dar alpettative, nè far riferve generali, o fpeziali ; ma che i Bcnefizj vacanti in quattro meli deU’anno foflero conferiti dagli Ordinar] a' Graduaci delle Univerfirìi; e i vacami negli altri otto mefi foflero da efli Ordinar] conferiti liberamente ; che folamence ogni Papa nella Tua vita potefle aggravar qualunque Collatore de’Benefiz], fe ne avefle a conferire tra io. e 50. a conferirne uno fecondo la dirpofizione di fua S^tith e fe ne avefle 50. o più, a conferirne due : ( i ) e febbene neU'accettare il concordato vi furono molte diffìcolth, e TUniverfith appellò al futuro Concilio legittimo, vinfc nondimeno Tautorità, e utiliih del Re Francefco; e il concordato fu pubblicato in Francia, e pollo in efecuzione. (a) In maniera che, dappoiché canti Pontefici dal 107^. fino al 1150. combatterono con fcomuniche d'infinite perfone, morte d’ innuraerabili, (3) per levar a’ Principi il conferire i Vefcovati, e dare reiezione a’ Capitoli ; per lo contrario Pio IL, e cinque de'fuoi Succeflbri (4) hanno combattuto, per levar a’CapitoU di Francia l'elezione, e darla al Re; e finalmente Leon X. l'ha ottenuto: cosi la mutazione degrinterefll porta feco mutazione, e contrarietà di dottrina. Hanno llimato gli Specolativi la ragione di ciò eflere, perchè l'efempio che il Vefeovo, e'I Clero conferilca, tiene viva la pratica, e dottrina univerfaliflìma della Chiefa, contraria alla moderna : altri perchè fia più facile levarla ancora d^e niMii d’ua Re, che fofle o di fpirito debole, 0 in bifogno del Pontefice, che da’Vefeovi, e dal Ocro. Il Re Francefco fece molte leggi ancora, per regolare il poflèlTorio de Benefiz]; e il concordato fu fervato da lui: ma dal Figliuolo Enrico IL quando fu in guerra con Papa Giulio III. per caufa di Parma, fu interrotta l’cfecuzionc per qualche anno; (5) imperocché nel i55 etere di Freéné, dice il medrlìmo ia un «Uro lu(^, le Umverfiie, i Pérlememet, e tétte ie ptreme dsHtee vi fi tfpefi'e tem iémté tif rèm^ééte, pretifietiemi, éffellét.'eéi el futmte Ceétilie. Tmttévié i« téfe e ime eent fm éK^érèe di tedtre siFéMerìti mfeimte, e di telifitéte 4 tenteedàte mel Fertééiemre. 1)1 Dm armerie VII. fime mi IheeeeniJe I V. ttei, rnelie fimeee di deigmte mméi feme flèti fette tmfermderi feemmmùmti, tiei, FétueW.Eérke V. Fedente I. FUiffe 1. Otteme IV. Fedetifell. e Cerrmde f, (4) P4«I*II. SiJhlV. léMettMàJe Vili. AJ^mmdreVl. e Gmliell, il Dme* di Fmréem ere ftifimee fette U frettfeeme deUm Ftétteim, fer fetet itfknierfi temtrm Fhmptrmdere, fme fmettre, 4 fémlt Vetevm imfédremttfi di fwi Dmtete, teme mvev* fette il Viettéà», Il fepm eite 4 Dmei e Reme, e fei l» dukimri riFnle, per mem tftrvifi prtfenimte. Lléepermdert, U f»«« 4vrtr« nfveelìet» le fé, prife i» lè le fmmfm rPii4, e'I EediTtméfirn fmèllé del Dite tentrm 4 Pepe, e F Impptpdere. 1550. il Re proibì che fi riccvcffe alcuna provvifione de’ Benefizi pjpa; e comandò che tutti folTero conferiti dagli Ordinar},• ma, fatta la pace, il tutto lì compofe, e tornò Tofiervanza del concordato. Ma nel 14Ò0. furono tenuti gli Stati in Orleans nella minoriti di Carlo IX. dove furono regolate le collazioni de' Benefizi, e levate molte delle cofe contenute nel Concordato. (2) Succeffero le gran confufiom, e guerre nel Regno; e fu mandato il Cardinal di Ferrara (3) Legato in Francia, il quale ottenne che fi foprafedefie nelle Ordinazioni d’Orlc.ins, ( 4 ) con promeffa, che il Papa avrebbe provveduto efib a gli abufi, per li quali le ordinazioni erano fatte : del che poi non fi fece altro; onde al prefente il concordato refla : cosi fono paiTate le cofe in Germania, ed m Francia. XLIX. Ma lo fiato d’Italia, che ultimamente abbiamo deferitto, fi è mutato in gran parte, per la celebrazione del Concilio di Trento, il quale fece molti decreti in quefia materia, per provvedere a gli abufi fopraddetti che dominavano e febbene dal Tuo principio, che fu nel 1547. incominciò ad attendere a quelle correzioni, e fece molti decreti, non furono però polli in efecuzione, falvo che dopo il fine, che fu nel 15^3. perloche fi può dire che tutte le provvifioni fi riferifeano a quello tempo. Fu intenzione di quel Concilio rimediare a tre cofe : prima alla pluralità de'Benefizj; Iccondo alla liicceflìone ereditaria; terzo all’ aflenza de’Benefiziati : c, per proibire ogni pluralità, ordinò che uno, eziandio che fofle Cardinale, non potelTe aver piò d'un Benefizio: e fe quello fofsc cosi tenue, che non ballafse per le Ipefe del Benefiziato, potefse averne anche un altro, che folsc però fenza cura d' anime.* (5) proibì le commende de'Benefizj di Curati advifam^ per efser un.i coperta di farne aver due : (rf) ordinò ancora che i Monafieri per l’avvenire non Tomo li. M folsc (i> dirns »*i fm$ eéifr», tktM*» fi» thr l* ftmminiftrrnfft dmnmr» si ftr fsrmt l» gmtTTM m'frtsetfi; eh» enfrf,Mt». t* fruhivM sjftlMtsme»» di f»rr»r »r», m* srM R»im», 9 m saslfifi» altr» lu»g« eh» fifi» fini» l'mdhiduatm d*l P.tfs, ftf dtfpenf», • altre grai.it, fette pna di t»mif{ai.ttni^ agL £ ) « ^aefit Stati il deputate del Cl»r» dìfie, eh' era fiat» èfitmat», eh» ' Eeefia di Lmter» era mata meli» fitf» ann» dii Ceuterdat». ig) tpfelii» fEfit della tafa de' Daehi di Ferrara, Ntpeet di Papa ^trfandreVl, (4) una delle guati prtthva di pagare le Aanate, e di mandare danare altane a Rema per htnefiny, e per difptnf». (f) Quoouin muUi «,r-chiilct ( rr eii.ts obtiitenc, tog:^n(ur ott-oinu, quibuftuitique frimnibut, c t>uin Icx u^nlium aimitrcre, A( line o.ltnlenuitic», ac in t)«iibu|ue iterfjnja, ct^oi C d'àiKai-tu^ Inm-i'e rulKentiuu>. Invitm h.leit ^ ]n 04 Ì)«.‘«>^iilqaoque eum futura,i‘W^ 14 *. rd frimi thè ritmmriareH» m r^veghart gii feriti la yreffitt fureae tÌMi D«mrr.iV4«i ifaruitali, BarulemmeeCaraKia, e Drmnue Sete, i ijttali frexarema feritmcai» eia l'all.' g» dt rtf diit è ór jure d vino. Ofi>iieHe tha il C.rediaal(jaetane, fariunate DemmUaHe, aravi ftfirnuia aleam mani frinai la ^nalt fi dna eh' egh mHie ^uande fi Vifteve, aeagieat thè a*» fi fa>t» atai a! fue f'.fravate. Nel teli" li'tro della (iia Storia del Con. tilni egli dite (he i L>‘ati Jeif'e lig-rre in mas lieagregatieee eea.rAle uà» fritte, aea fui i !*•dri tran» fregali a riCfeudtre teli* fila f*fela ptirtt, q phter, fi fi éerfirarafe la rf^ldtmjt,a de jiite ditiiia4 e fh'iffiade Jtarr raeedte U rati, 6(. f arena di pia ex, de aea phtct. ij. di plj«jii' ii». llro, c >7, di non pia et, iw.t p .us ccAt-ito SD.N. j' g.''n >7 dif’cr.ie-redt!. iT.ftr ^hA It ibe Ji’unr, ^avJH I* ai'L.i-atue'tt ce jjre devntef laJde-.t le i-, uja la l'.rvjw >a turte, me w Hirettiari^-tai, ft il T,ifa fi ei-'teiiuva, £ ex-vfg-iaial ‘jae.e d:!hax>eai •atrè afin metafifi'hr, le 1,t e le >j.nea lafiiava»* di ferieggiar egii.ilrmeate bear il Pafa. (6) l'soto Giov.c», diceoto il (uo pi-ere nel C««ipcFjff, »•»•« velia u, evale, teli « tVrew rr*e.’-J :'«• vrei-'eae nJ-ferata teme mae ffmd- temtra il fafa, quandi eie avrffe tinti a fti>vta, ftr rei,att leale delle lera atieai, e della Ì»re D.tiriaa, emme aveva fatta ma Arrivefiev* dii plana eeatra l'aele HI. th'tgh temeva aeelie thè aitaat Vefeard aea xe'.iffiit tei favere del )U» Divinuni fetttarfi dall' mhbtdientA del l'afa, da teu daiadevm Viemiaat della Chtefa, ma thè velevm aeae dir lare (he ^mefie fartiit ma tfamf'V thè dareidiina 4*C*rat!, fer fitmelrre ilgieg* l^iftefait 4 feribl, ejftade ì'ajlpri uamtdiatì, freUmdertLlmaa, thè U late greggia fftUafie fih ad rfì, ehi al lere Veftevei endt fai la Oer4ri.« atila i.htfa ira^nmerelrhe ta Aaattkia. Stcìia «.et ConciUo tmbe le parti foflenuta lopinione con grande ardire. Lacofapafsò alle pratiche; onde dopa 14. mefi fi comandò bensì la refidcnza, ma non fi dichiarò però quo jure il Curato folTc obbligato : folo furono aggiunte pene a* non refidenti; (i) nel rimanente furono le cote lafciate nello flato di prima. Quelli però che fi trovarono nel Concilio, e hanno lafciate opere fpezialmence di Teologia, hanno foficntata la refidcnza de jure Divlno^y pafiando tant’olrre, che raffermar il contrario l'hanno Rimato un deludere la facra Scrittura, e la ragione Refia naturale, (a) c tutta r Antichitk.’ ma, per non irritarli la Corte centra, hanno ritrovate delle eccezioni, per le quali il Papa polTa farvi delle difpenfe. Delle rifervazioni, punto principaliffimo, le quali erano crefeiu te fopra modo, il Concilio non parlò, perchè toccavano la pnmria perfona del Papa; perlochè anche rcRarono, anzi furono poi accrefeiure. (*) L. Pareva che con aver levate le unioni, e commende etdvìtamy ì regrefiì, e le Coadjutorie, folfe in gran parte provveduto, fe non al tutto, almeno a gran parte. 'Fu però trovato dubito un rimedio, che non folo fece lo RelTo, anzi ne fece un maggiore de’ quattro fuddetti ; e queRo fu la penfione. E’olTervazione delle perfone pie, che in queRi tempi mai la Corte non fi lalciafie indurre che venifie annullato, e corretto un abufo lucrolo, che non ne aveflc preparato un maggiore, e più utile ; ma in queRo è ben certo effere cosi : è però da fapere che non è cola folo di queRi noRri tempi il metter penfione fopra i Benefiz); folo è nuovo il modo, e la frequenza c propria de'noRri tempi. Quando i Beni EcclefiaRici erano in comune, il nome fu inaudito; dopo fatti in Benefizj,- la Regola, o il Canone praticato da tutti era, che i Benefizj fofTero interamente, e fenza diminuzione conferiti. Dappoiché i Chetici diedero principio a litigare, quando U caufa era dubbiofa, cedendo una parte fe ragioni (ue, le le concedeva una parte deir entrate con nome di penfione: ( *) ancora di due Benefizj quando l’entrace non erano uguali, fi rifarciva quello che lafciava il più ricco con una penfione* (T) Apprefib ancora, quando alcuno hlegnava IJ* M 2 con rut a (KroCinàx Sywlt meoee ahmo* trahancur. .. . Jalarat làcTolanàa SynoJua aannei Patrurchatibni, PrinwiaUbua, Meirofoliunii. ac Catheinlibua Bcdcfì» che lenza caufa alcuna il Papa può dare pendone lopra qualfivoglia benefizio a qualunque perfona che gli pare*, e colui che riceve eziandio fenza caufa veruna, ma !per fola volontà del Papa, in cofeienza è ficuro. Una volta fi teneva due benefìz) Curati*, uno in titolo, l’altro in Commenda*, ovvero fi univano ad vitam*, e il Benefiziato era co(fretto a ftipendiare chi ferviva in uno d' elh : al prefente il Benefiziato fa dare a quello il titolo, e a sè la pendone ch'egli ne cava*, la qual cofa è di maggior fuo vantaggiò*, perchè una volta era (oggetto a dar conto degli errori che il fuo Softituto faceva, e aveva pur qualche ncceftìtb di penfarci *, clic cosi niente ripofa fopra lui, e l'utilith è fifteffa. Similrnente chi faceva un Coadiutore, 0 rinunziava con regrelTo, doveva aver qualche penderò del bcncdzio di cui aveva parte*, e poteva tornare tutto fuo*, ma rinunziando, rifervaiafi una pendone, refta libero d’ogni cura, d'ogni penderò*, e fe il Rjfegnatario muore, o cede, a lui non importa, U quale la fua pendone Ubera, c lenza faftidio. Ancora è molto piu utile aver pendone, che benefizio. Prima molti Benefizi ricercano TOrdinc (acro, e l'ctb di poterlo ricevere; per la pendone bafta la prima tonlura, e Teth di fette anni. Anzi le pendoni fi danno a’ Laici* come per Tordìnario a’ Cavalieri di S. Pietro, iftituiti da Leone X. c a quelli di S. Paolo iftìtuiti da Paolo in. a’CavaUeri Pii, iftituiti da Pio IV. e a quelli di Loreto, iftituiti da Sifto V., i quali podono avere, chi 150., chi zoo. feudi di penfione; e a tutti quelli a’quaU vuoi darle il Pontefice. De’ Benefizi, anche ne’ tempi che fe ne teneva più d’uno, vi era fempre che dire : era necelTaria la difpenfa, che pur faceva fpcndere : con tutto ciò i Dottori mettevano in dubbio, ;le chi 1 * aveva ottenuta era ficuro in cofeienza. Delle pcnfioni fc ne poflbno avere fenza fcrupolo in ogni numero; e non vi è penfione incompatibile. Si può dare la pendone con autorità di trasferirla in un’altro a proprio beneplacito; cofa che non fi può fare ne’ Benefizi fenza paftare per li termini, e per le cerimonie delle rinunzie; c le rinunzie non vagliono, fc non fopravvive il Rifegnatario zo. giorni: la pendone fi può trasferire anche in punto di morte. Quello (•) vide C«p. ex parte it. ex»*, de ofCcio )udkit ileSeg. et ibi FcJio. oiim. i.Felin. ad Cip. »d audiemiam. num. i. extra de refenpe». (^) Vide RcbuC traó. de paciticu oudi. mo. DuareD. de Bene&c. Itb. 6. top. 4. Coni (acerd. paraph. i. cap.,. num. la. et Joau. Davean de penltooib. beuefic. psg. SI. Cap. per tu»i, «irra, de doiuitonibux. (* ) Cap. ce multa, in fine. extra, de prsbeodu. DÙveun de renfiunib. p.l^. Digitized by Google MATER. BENEFIC. 93 Quello che foprattuto importa è, che la penlione fi può ellingucre ; il che in Italiano vuol dire farne pecunia numerata; e ogni contratto fatto nel Benefizio fi reputa fimoniaco. Eftinguere la penfione non vuol dir altro, che ricever una quantità di danari, per lilxrar il Benefiziarlo dal pagarla; la qual quantità fi tafla per accordo, fecondo la maggiore, o minor età del Penfionario. Non vi era gfa innanzi 1 * età nolira modo di fare d’ un Benefizio danari con un ti ; ciò farebbe fiato con affefa infinita di Dio, e degli uomini: adelTo fi fa lecitamente, lo ho un Benefizia di aoo. feudi; lo rinunzio ad Antonio, rilervandomi una penfione di loo. la quale, immediate ricevuu, con 700. feudi io efiinguo', ciò è la rinunzia', e così ho del mio Benefizio fatti doo. feudi contanti lenza peccato. Sono alcuni poco penetranti, a' quali pare che quefto circuito non fia rifieflb, come fe vendefli il mio Benefizio per 700. feudi ma mofirano ben d’ avere groHb giudizio. Malte altre cole fono nelle quali i molto piò comoda la penfione, come fi ulà adefib nelle unioni. Commende, Coadjutorie, e regreflì. Alcuni, magnificando la comodità di far danari che il Papa ha per li bifogni della Sede Appofiolica, dicano che, fe aprifle i regreflì, caverebbe quanto voleflc; e mofirano di non intendere la materia benefiziale. Non avrebbe per quefto quattrino.- i molto piò utile, e comoda la penfione perciò fu facile efeguir il Concilio, perchi tornò anche comodo ; ma il levare le Commende da'Monafierj, (2) che parimente il Concilio comandò, non è fiato pollo in efecuzione fino al prelente ', (3) anzi molti, che erano in titolo, fono fiati di nuovo commendati', non elTendofi trovato modo di farlo con comodo. La penfione non può efser impofta da alcuno, falvo che dal Papa ; cofa di grande emolumento alla Corte Romana. Quella mutazione ha fatto in Italia il Concilia di Trento-, il quale, non avendo trattato delle nfeivazioni, ed eflendo quelle anche crefeiute', e ogni giorno crefeendo, reftano bene cinque felli de’ Benefizj d’ Italia alla dilpofizione del Papa, con buona fperanza che il fedo che rimane fia per compire l’intero. Per le regole di Cancelleria fono rifervati al Papa tutti i Benefizj che fi rifervarono (*) Giovanni XXII. e Benedetto XII.; e in appreflò fono rifervati tutti gli ottenuti da qualunque perfona, efsendo Minifiro di Corte, febben dopo folte ulcito dell' Uffizio. Sono ancora rifervati tutti i Patriarchati, Arcivelcovati, Vefeovati, e Monafieri di uomini, eh’ eccedono il valore di dugento fiorini d’oro-, (») e ancora tutti i Benefizi che fpettano alla collazione di chi fi fia, e vacano per la ceflione, privazione, o morte del Collatore, finché il Succeflore avrà pigliato pacifico poflelTo .- ancora le dignità maggiori dopo le Pontificali nelle Chiefe Canedrali -, e le dignità principali nelle Chiefe Collegiate-, (ò) i Prio (I ) In^trtffliì gufili, i jmì gli «frrrri^Mw, rt i» C*mmmd», fétrwuu tffrrxi BM t >t* fDtrtiitmt ftTMÌrt, M Imfttsti. Or» i* pi» à» ttnt' »m»i i dt'ytftivt, t dt’ i ftpTMttmttt im «vrvM* mtfi ì»tii j BtmtjUf iw i dm it FstUmiMt di t»rigi h* ftw^é C»mmtad», tth im tln «m impidit§ di ricrvrrti, »veff*rt «vari lid dmt, « tf» CtmmmdjttMr) i td (t) Ntt r»p.tt. d*lU rifttm* dt'Rr*»ÌMfÌ d*lU i» tpuft^unt* fi trmtv» €b'tr»»» XXV. fitétt »tlU MMttMfdnu dtU'srtuti* fritti »d tfftrt ta Ctamiad ». aattitdtiitt. (’*) Vidi l» R^ri» di,C»a€tUtria d’IaimtwaJà ( 3 ) Jmftréttti la Ciati di Rama, fiacri f*ltù Riitla i. le i» difiiaùaaì, di dhi^hinfa ibi fa ro; o perchè fieno partiti; o perchè il Cardinale fia morto: ancora tutti i BeneBzj de’ Collettori, e Sottocollettori; tutti i Benefìzj de’ Cortigiani Romani che muojono in viaggio, quando la Corte cammina; lutti i Benefizi dc’Camerieri, Curfori .* (a) olirà tatti quelli Benefìzj, che comprendono tutti i principali, e una gran parte degli altri, It riferva il Pontefice tutti i Benefìzj di qualunque lotta che vacano in otto meli (h) dclfanno, lafciandone a gli altri quattro raefi folamente; e ciò quanto a gli altri Benefìzj non nominati di fopra * Oltre a quelli ancora lòno rilérvati per Collituzione di Papa Pio V. tutti i Benefizi vacanti per caufa d’erefia (i), o per confidenza ; (2) c tutti quelli che non faranno conferiti fecondo il decreto del Concilio di (3) Trento. Chi metterà infieme tutte quelle rifervazioni, [ritroverà che almeno cinque felli fono del Papa, e un fello di tutti gli altri Collalori inlìeme. Per render le lodi a chi fono debite, non è da tralafciarc la diligenza ufata da’ Pontefici Romani, per non lafciare che i Vefeovi, e altri Collatori de’fienefìzj, delfero luogo ad alcun abufo. Mai non hanno permeflò loro il poter unire Benefìzj aà vham\ nè parimente il commendarne ad vitam : non hanno permelTo che potefièro difpenfare fopra la pluralità degl’incompatibili; nè concedere regrelli, o Coadjutoric con futura luccelfìone : e ufando l’ ideffa diligenza adelTo, non concedono che pollano imporre penfione, eziandio minima, fopra il Benefìzio : medefimamente non ammettono che poflano ricevere le ril'egnazioni ad favorem : anzi ancho nel ricevere le rifegnazioni aflblute, che (ono date antichildmamence nella Chiefa ufate. Papa Pio V. nel 1508. (a) Rigti» ••‘t».. (*) 9. (t)Omma Se iln^U beneiUia Eecl«(uftici. rum (Ora, et due tura, recularit, te qunnimvit Or(Ìmum, ctiam S. J niiraln ma)ore$, rulia, prioratus, pi», potininr, prcpofiunti, dignitites, euam ronvennMJo, vef oiHcia eciam ciaullralia. ac hafpttaha, le pr jcceptorLc, ordiiuuioni ScdilpeaiàuoQiAOllrjr, At lèdU Apoftui. bac perpetuo valicari(on0ituttone. audontaie apojtolica. tennre prarientium, reierramut s Dcclsranrei emnet Ac quafeamque impeCTitior.et de beneikiii, quomodocumque quabiic&m, in iumrutn iàcieudas Ac obnneiidat, beneli(ia buiufinodi, propier iurreiltn vacaniia, At in fufurtim vatitura. non eomprcheodere, niiì fpeeiaii. ter vacuionu mndui propter crmxn hsrelìt exprciTui fueric. Oteretul. iet,?. rir.ii. )U Ctfittut**»* ) dii mtft di (a> Ad siires noftru perventt ut nonnuliiaon vereanrur. .. . beneficia CècuUria, Ac regularia in cMijUrnMD». qaam liinonuciin pravitaccm fapere ignorant. accepure. Ac retinere. Nm ne • burnì,,vel potila deiiAum tupiftnodt ukenui pr ny Jiawi, ceUrì mneJio pfoviJere ro!eafrt $ ptooinunnn omnium cognkioi>nn oubiii Ai SueccfToribu» nnAra Rom. Pontificibut refervaDtef, omnn Ac iijiguJa r««>tdrfirijr«M bafulKiodìcauùs. per no» (ùmmarie. limplkiter. Ac de plano ad«tiendat. toguofcendis, decidendai. Ac totaiiter eaequendas, ad noi avocamuii decifìoniqucAc termifutinni per boi ftipcr illts fiactendx lUndum, accjutei'cendum, Ac odidÌdo porenduen et obedientium tbre. lUtuiinui, Ac otaiinamii. DKfit.7-tit. IO. cap.io. rj) Noe, ad quorum nonriara pervenir, noonnJlof ex venrr. Irarribui aoilrii, ArchiepiCcopis. Al F-pircoptt. oceurrenre racatione paroebialUuta Ectletianim. «s ouljo, aut djiaui rite (ervato. cxtmine, prcl'eniui lUÓ qood per coacurfoin fieri debet, CI OmciJio Trideitrifto. veUuam riceter^ veto, neribnii ininui dicnii. camilititis. aut ahum liuirunx palTìonif a^*'tuni. non rationiiiu. deciunt fequente», cuniitUAct volcntei bujurmodi^ flc rtiam iunuii periculU octurrere. auOoritate apofiolita, tenore orgifcniium. emnet Ac fingulai collaxtonct, proviuonct, inlliiunonei. Ac quafva dirpofitioneti parochieliam Ecclefiaram ab eirdem Epifcupii, Ac Archtcptlcopis, acquibufirìseliKCoU iuurilma, prarter, Àc contra iurnum ab eodem Concilio Tndemino ptjrkriptsm, iaOai, aat infiiturum fiictcnilaa, Bullai. irnrM, ac nulliua robori» {ore. Ac ei)«, dcternimut. Se detUramui. ealqiie crRines fix cecantn nortri;, Se Sedia Apc^ flohee dilpo^inni rctcrvaiuua. ì^idm re.a 15^8. proibì fotto gnviflìme pene a tutti gli Ordinar;, che, ricevuta la rilegua d*uu Benefizio, non potefTero conferirlo ad alcun confanguineo, alfine, o familiare del Rilegnanre* avvertendo che nè con parole, nè con cenni, o altri fegni folle loro dimoArata altra perfona a cui il Rifcgname defideralTe che foffe fatta la collazione del Benefìzio. LI. Si afferma coftantementc da tutti i Canon irti, c Cafifli, che ogni patto in materia benefiziaic è firooniaco, rjuando fu fatto fenza participazione del Papa; ma con Tuo conlenfo ogni cola lìa legittima; avendo per coffame quella univcrlale propufizione, cioè: il Papa in materia benefiziale non può commettere fimonia*, la quale non ai troppo buona edificazione al mondo*, Icbbene i più modelli Canonìffi la limitano, diffinguendo effere alcuna Iona di Emonia proibirà per legge divina, c altra per legge umana*, aggiungendo che il Pontefice è elente folo dal commettere la fimonia proibita per legge umana ( 2 ) ma con tutto ciò inciampano nelle medcfime difficoltà*, perchè quello che non è male di lua natura, nè proibito da Dio, non merita quello nome*, ed è fuperduo far una legge umana, per non offervarU*, e chi mirerà Tinterno, c non fi farà prcielio colle parole, vedrà che tutto è proibito da Dio.* c certamente non fi può dire che in quella parte, di tenere gli altri Vefeovi in Uffizio, il Pontefice abbia mancato*, cd è (lata grazia divina molto grande fatta a'Pontefici, che abbiano potuto tener fincero da fimonia il rimanente UeiU Chiela ^ Icbhcnc nofv hanno potuto Rendere quello bene a sè meciefimi, nè alU loro Corte: c le un giorno, come vi è Ipcranza, ( 3) entrerà penfiero in alcun buon Pontefice di riformare la Corte, larà cola facilillima il farlo, col Iole ricevere anche per sè quelle leggi che fono date agli altri Velicovi*, c potremmo afpettare in breve una coA utile nformazionc, quando f adii, azione non la tencP'e lontana, col metter innanzi a’PonccDci, che, effeado eglino in pofleffo, almeno in lulia, c in altri pochi luoghi, di non dar loggetti a regola alcuna, non è bene che le ne privino, e facciano quello pregiudìzio alla Sede AppoRolica; eh* è il contrario appun (O Cav«»nr tpire>'{ii, ìtecmjue o«tin« tffSam, PrxreiiMìgrci. Oc Ì*jirr CKiin.t, ne ip!ì bpfcoi'i, aut aUiCollatoce», de bcscfiuis, Se o;1iui« te^fnanJiv, sut fui», aurjdmtnentium enpUn^ineu, eilìmbat, vel fiUDÌlianbu», etùm per lillà. em riminum inuliiphrata» rum in eztrsneof cullatifìnum, auCcnt providete ..i(iijne, camdiu.fiili'cnfi remaiteant, dvMX *e*tii(liofle:n K(Hn.roDtittrit»U ì tn'dMim dii 4' itfriUlfòt, ( ») ) Is dtìUCUf» ptlrMfi rum p-idem 4. vetb», llltcns, e*»ni de pacrt, U i figiit* d.t tulli gi$ orr4XfM««i.Kt d$ F«ia.3(l eap.ea patte t». lum. 1. extra, de oC fino jaditi» dckg'ti. mini mn, td n fami marra ni Stimdi t Mibi Mufkiu» CruLilìzu» cA, MjiiJo, Gm Ut. m't. 14) tmfrriffht Im Carli di Kimm kt 0JÌiHt» ptr faad.imrmtmU, iln il mm i il hdriu, na fjUmtmie il Drffitmiii dt'.l'uHlirih tÀ Pnt-,ftm’i, ! lU im tinfi;"t’>t.i mam fmì, •Ittiimminti, me vilidmmmte ttdirmi ftr ^mmlf^ TUgiimt virmm diruti. àppunto d^Ia dottrina profdTata dagli antichi Santi Pontefici, e Dottori. Ma dalie cofe di lopra dette è molto ben chiaro, fé il Pontefice Romano abbia pieniflima autorìtk fopra i beni, e fìeneifizj EcclefiaUici^ ficchè non fu (oggetto ad alcuna regola nel maneggiarli; imperocché, procedendo con ragione, fe la Chiefa di ciafcun luogo è padrona debeni che poiTede, perchè il dominio è fiato trasferito in lei da chi nera padrone, prima colla permifllone del Principe, il quale colla legge le ha concedo T acquifiare; refia che i beni medefimt debbano edere nel governo, e nella aiuminifirazione di quelli che lono deputati a tal carico, prima fecondo la difpofìzione della legge; poi lecondo le condizioni che hanno preferitto il Donatore, e Tefiatore, anteriore padrone; e finalmente lecondo che la Chiela, latta padrona, ha concedo; non però contrariando alla difpofìzione di quelli da* quali ella ha cauia .* e quefio è tanto chiaro, ed evidente, che non può edere medb in dubbio, fe non da chi o non ha lenlo comune; ovvero nel trattare, e parlare, non fegua quello che interiormente fente. I Cherici fono fatti amminifiraiori di quefii beni per leggi che hanno concedo a'CoHegj Criftiani il poter acquifiare fiabili; e per lì tefiamenri, e per le donazioni di quelli che hanno lafciati i beni loro ; e per 1’ autorità che la Chiefa ha data ad efli Cherici ne* Canoni: adunque cfli fono .obbligati a governare, e dilpenlare que*beni fecondo le leggi, dilpofìzioni, donazioni, e dìlpofìzioni tefiamentarie, e fecondo i Canoni; e quello, che in contrario fofle fatto, non fi può chiamare, le non ingiufiizia, ingiuria, e ufurpazione. Dicono i Canonifit, che il Papa fopra i beni, e Benefizi Ecclefiafiici ha pienifiima autorità, ficchè può congiungerli, fminuirli, iltituime de' nuovi, darli ad ttutum^ conferirli innanzi che vachino, impor loro « fervitù, gravezza, e penfioni; (i) e univerfalmente che nelle cofe be nefiziati la volontà del Papa è in luogo di ragione. Non balla quefio, ma* aggiungono che il Papa può permutare in altre opere Ì ( 2 ) legati ài pitts Càufes ’ e *pnC) *kcorBr« le dtfpofizioni de' Tc datori, applicando ad altro quello eh’ elfi avranno ordinato ad un o(>era pia : e non (i può negare cW quefia fia la pratica che ha mutato tutto il governo, c tutti grifiituti vecchi: ma refia lempre in dubbio chi faccia male, e (e errino gli Antichi, o i Moderni, le pure vi cade dubbio. Martino Navarro con alcuni de'Canonifii piò moderati limita quefia propofizione, che il Papa po0*a commutare T ultime volontà, rifirìngen dolo, «•« tìft, $ 4»l t ft mtr*»t Jitt iW « Tfli iti* tht il Tuf* «»■ i, tk* il {fi* natmraU ) ibi dà ttt» \»Urt. fi ri» fruKtfU tifftitfélirf, 1 rè* U tiMiim ì mmm r*m th* ftr uffmm» fU vi diu»»* MfféimtAMnn rutmfiM *t difftifsrtrt ^ bc- ÌMa»* AVtf$ mt»» d' f«tikìn*» cletuliK''rum bonoruoì, dit'nli, fjrÌMnd» dr y*- vt b», fe »»» U \ emaft il rni, fr* i ^mslt ttmfmdt tl \mfm mtdefmt, dm ifutfiA Itfgt, ^tund» e%h aUia mwolw dt f*r» iuQt dir['cnÌs(Oiei. tei prof unrores.. .. aJ té. O^a, ftttnd» S Pé»l«, i Xliaifiri di (Jtii Cr S» fatnreni autem rcuuifkur bona iù'e,.. .. «m hsmM aUia AmmnAifiTAx»«i*4, f* mtm ^mAl ite. ATt 7 Or4 lA Umiià, f ad DUtuni. *«« Qfitfruru, Àit» tà ftf. qu In Ec clcfinnun mm. 44. Eim de ConiUcuctnmb. nipecht benc6cioriuii (U poteftu Pipar, mn reljpeftu bonoram ip6ruin ficdefiinun tecni. Unire non PO smttrs fìi èà$$, 4* €Ui k* uittt im, fhi mm nvr«M« «A tuaA tmnt tu mìl* lei», « fr'mn. u, ft Rj fU ftgtu tmfrriti r DitUtmrmmimé ì'h» U#*» tk* mmi ni dtlU t^im* tk(f.z ni Ji fmitim tkt hm mUmmémmrm, fff d*Bt»t,Ìx.ii * fht f'» fh mkn m$ uff. dt U4t ds Im si CtUsnu m mm ^cu» dt fkfktff». i,t ( 4 % l.Csmn^, mm ttmttmti di dmrt e pmfm •t*s ftfr» tutti fUUmmm, t'ìmn ^ M* sfU Amitit. Vtdi Ftitmt u quell’ autorith, qual’è la cagione per cui i fuoi Antcccflori di mille, e piò anni, non l'hanno mai efcrcitata; nè alcun antico Dottore, nè Concilio, nè Storico, nè Padre, nè Canone, ne ha pur fàtta menzione? Non fi può attribuir ciò all’ elfervi più bifogno adelTo, che in quei tempi, imperocché ne’fecoli che pacarono dall’Soo- fino al Iioo. per 30a anni i difordini furono cosi grandi per tutta Europa, che, in comparazione di quelli, i prcfenti Ibno tollerabili; e pure neffun Pontefice dintromife m^am daU’altre Chiefe, eli quali avevano tanto bifogno d’ rifere governati. E ancora dappoicHt i n cuml i icim ii w i Papi ad intrometterfi in qualche parte, ncfluno prcfe mai, fino a Clemente IV., cosi ampia,' e alToluta podefili anzi lo fielTo Clemente non ha direttamente pubblicata tanta podefiì; ma trattando altro, e quaC incidentemente.- (*) modo, che non fuole far intera pruova, poiché le cofe incidentemente dette in un modo, diretumente confiderate, ed efaminate, bene ipelTo fono in altra maniera efpreffe. Nè meno fi può dire che ^uefi’ autoritk ferva a bene; imperocché per quello pare che fieno fiati introdotti quali mtti gli abul!. Di qua fono venute le Commende, le penfioni, i regrelfi, le unioni, le rifegnazioni, le afpettative, le riferya I* tb* bmmtt9 imfitmt tutti iS*MÌ. Ma^eftì dù‘ tflt, ittàQritw Hfipa. (]utfn S*nA»nun. ftr vuétn (•fru fin «fmtd*t» Im prttmfitintht iu.it fufut éiijiltt UPudmt» ài tuttu • terr», l*fiir*UC«mm$ittMrmà'Ìm u ef m *M IV. ftfrm il Cuf t. kitn de voto, devoti rodempt.iM umtjl» ftttnfimt i ii mfi tm fmfmtmt» du Ftfmuuiu K»« futi libai. Cdotromf. iUHA.ctp.hi. « àuGfttJ» tut }. d$i fu» Mire iibcrum. («) Tibi date, dira O'aii- Cnjfc a S, Fittr», tUves regni csloruni i Et quodcunvjtie ligaveni tHper cctnsi, ern liganiai et in c«lu. Maer.ié. ($•1*. Quorum rcmlfentu peccata « ramituiiiar all et quonitn minuerina, menta lóm. Jaamd ao. ^tr U citavi dtt Eejor dt'CitIfa imtiadtrt a $ ^trrrr, eia mn gh dà fl mammut pmnfduàam ffiritmala, attafa ria il fa* Wagaa i C amamtt ffirttmak. Regnum memn non «A d« Mniido. Juan. 1 1. ti tata luipta MWi è MtitpCH ralc. C*) ArtiraUta. gmaft.ì. (*) Vedi Partitala jf. r taDHratata di tt malta ammatautai. lifervazioni, le annate, i quindennj, e altri modi, che nelTuno difende, fe non il'cufàndolì colla corruttela generale de’ tempi. Reità ancora una terza dubitazione non meno confìderabile in quC' ita materia, ed è, che di quella autorità cosi aifoluca, dappoiché i Pontefici hanno principiato a valcrfene, i Regni CriHiani Tempre ft Tono doluti, e loro hanno fatta qualche oppofizione, come nella Storia di Topra fì è narrato; ficchè i Pontefici lono (lati necelTitati a moderarli. £ la moderazione non è fiata condeTcendendo elll a laTciare d’eTcrcitare l'autorità prctelà, ma per modo di tranlazione, ufaro nelle raVioni non chiare; concordando co’ Regni, e per forma di contratto rk ìolvendo fino a che termine la podeflli loro fi flendeire : cola che non s aVrebbe potuta fare in pregiudizio de’Succeflbri, quando foflfe nel Pontificato oueU’aurorit^ cosi lil^ra. Papa Leone X., per levare la prammatica,» il concordato*, e cos'l egli fleiro Io chiama nella Bolla. Non concorda chi (i) ha una pienilTima autorità, ma tratta co’Sudditi come Superiore, e per modo di conceflìone. Non To forza fulla voce, ma Topra tutta la cola ftelTa. Non Iblo Leone la dimanda Concordia y (a) ma dice ancora ; Iliant veri contraHuSy Ù" obligaeìonis inter Nos, et Seder» Apojiolicam pradidant ex unoy Ò" prefatam Regem ex altera partibus legirime initi- Dimanderà alcuno che ciò fia dichiarato; Eflendo il Pontificato Romano in differenza col Regno di Francia, pretendendo il Pontefice d’avere affoluta autorità Topra i Benefizj, per rifcrvarfcgli &c., e pretendendo il Regno, che l'autorità ila de’ loro Prelati, foraiano due parti litiganti; e per impor fine alla controverfia, fanno un contratto legittimo di obbligazione, con cui dichiarano qual debba efTere 1’ autorità dell' una, e quale dell’ altra: come potrà dir alcuno che la pretenfione del Pontefice fia legittima, e chiara? Non pofTo dire di Taper riipondere ad alcuna di quelle difficoltà; e rimetto al giudizio de’Savj, fe vi fia qualche riljpofia: dirò bens^ che, lervando quello che per più di mille anni è flato lervato, che i beni Ecclefiallici fieno amminiflrati in ciateuna Diocefi da’Mintflri proprj, fi fugge ogni difficoltà; e Te gli elempj ci debbono iflruire, laranno meglio, e più fruttuoTamentc diTpenlaci, che ora non Tono. Nelle tre QuiTlioni (*) prime fi è trattato de' fondi, e beni ftabili Ecclcfiaftici : ora rcfla la quarta, dove fegue il trattare de’ frutti, o delle rendite, ed entrate di quelli. 1 Santi Padri, che hanno Icritto innanzi la divifione de’ beni in quattro parti, tutti concordemente hanno detto, ì beni Ecclcfiaftici efler beni de’ poveri; c il Miniftro Ecclefiaftico non aver altro potere in quelli, falvo che di governarli, c diTpenlarli fecondo i biiogni di quelli; dichiarando non Tolo per ladri, ma anche per lagrileghi quei Miniftri che fc ne vaìeirero per altri ufi, fuori della loro iilituzione. Non maneggiavano tutti gli Ecclefiallici i beT omo II- N z ni ; c (t> > ftfft M guita la divifione, S. Gregorio, che fu poco piu di 100. anni dopo, e S. Bernardo, che fu quali mille anni dopo, efclamano gravilTimamente centra quelli che fpcndono in mali ufi l’entrate de’ Benefìzi, come con. tra perfone ufurpatrict de'beni comuni, e uccifori de'poveri,i quali dovrebbero eflcr follcntati da quelli, {a) Cosi fcriflero tutti i Dottori fino al 1250., quando s'incominciarono a trattare le cofe piò fotcilmente: e tenendo per cofa ferma, come da tutti i Vecchi era fiato detto, ch’era peccato IpendcTC malamente quello che fopra vanza al moderato bifogno del Chcrico, fu ricercato fe i Benefiziaci, non fpendendo negli ufi debiti quello che fopra il bifogno loro avanza, pecchino folapiente come chi fpcnde male il fuo, o pure fe anche, oltra il peccato, fieno obbligati alla refiituzione, come chi malamente confuma quel d’altri: le efii fono padroni de'frutti de’Benefìzj, o, come le leggi dicono, ulufruttuarj, quantunque pecchino mal amminifirando, però non fanno ingiufiizia contra alcuno, nè fono tenuti a rifarcirc alcuno, poiché non hanno mal governato quel d’altri, ma il loro propria ma fe elfi fono dilpeufatori con fola podefik di ricevere i loro bìiogni, che la legge chiama ufuarj, (^) quando non «U^mioao.rettamente, refiano con ' obbli. ( I ) ijfraia U Ctitf* iivntut» riee» ìm CafitsUi ut fffradB i t i Vtfttvi dijtraiti ialU r«r4 dtlSt ttft f» •rimato dal CaBùlia Caittdantnft, ih* i Vtfttvi ifiitmjtr» a2t*nam», faniò tura dtllt rndiit dtUt laro Ckieft. Quomiin, diet in noBouli» Bccleiiii Eplfcopi abfque Occonora» tnéUfiT rn EtddladKU, pltcuit ooinctn Ecc(«Jìitn Epiftopum habeotem «x propjio CJero Of. conomum qut!eo ret cius liilfipemur. Se ptubruin, ac dedetuf Cucrdotio iniiramr: fi ameni hoc non fecerit, eom diviob niam Cononibua fiibiict. VideCan.ii*CnnctU Nit^ni u GU £ù traat thiamati VicediMnini, tono* fi vtdf dat Caaoiù Volonuii a. et Diaconum J. difi. *9. i ^uali ftnt tavati da $. Grtftria. KircdxMMi dt'nftovi, duo la V*rromiama, fi thiamavaaa tmt Stgmari è ituali tra»» Vftar) it'Vtfttvt ntUa ttmftraluà àPlara V^tavan, M Sknari dtll» ttrra. l*; Vide Nooiocan. rhotti, tit. la cap. i. 8t ibi fialzamon. (a) 0» thiama^afi il CWijò if'Prrti, r do' Dlatami. Tatti iFafari p fartavaao a f» C*f>' Uri», affiuilt} fU ijAmmaHf, t fei m jaeifit la [ma Ttlavtnt allaÌ,»afTr^aiMa* giatraU, tUì, a tutta la dt'Ftdtli. ( 4 ) Cuoi BOSf diti S.Gr»i»ri» A4, j. dtUa faa fafi. amm. aa. neced'arU indif^niib”'intnillraiMut, luailUireddiimu, jui'(jirqucp«iiitdd>itum, quatu miièriciRdÙE opta, implemot. Cm^ 94-:.^* mai dtaaté il ntdrimtnt» afmri, nei rrmdiam.* Ura tà dt Uro, i facriama fia tifi» ma' tptra di pmfiitia, fhr ma aftra di «i^r«riÌ4 ■ Perciò dietro Cantore dice rbc i Stmefiuau a*» [anma lata Uatefima, frfiamda lor» afifimta, arttfótbi rii ehi donamo »«a > di Itr», ma di Gita Crifi», il rmi fstrimamta aoamiffian» im 9 « 4 netur Epifcopui duan nuanai ad miniu diftrìbaere ia pau[ unomembro. fciijcer, Clero, a uli coaununiq^, quia jaai tubet propnas pr» bendat loro fux poninnii, reminem bona epifio« palla cooimunta reliquia trtbua tu, quod p;itiperitma remaneat debita quaru portio, de Eecldùeitbricc fimiliier lua quatta pórttn. Camamat. a. a. }«. ilf. art, 7. ia raff. ad qaafitanam l. Sì aurem, aU'tgii mila ttf^a alla fttanda faifi. redirua Epifeopi untureti, ut rationabilitcr amareat quod non quali prebenda fibi refpondetr, led quia pater di paupenim, iRÌnit ranta bona lux funi fi. dei romnimt, ut diflribuenda ..... ita quod £pi« (icopui taiU male dirpenfaiu, de illi od quot hxe perveniunt, teivei^tur ad reilituuonem orni urnil. In^m f)ti« puuicnbut, vcl Ectlefij* dcbemur.R*. tiotubiie lUtem videtur quud, fi abuitdanter redi, tut ex eccl«nafiici( dRÌm», aut poflcfitonibuiroR. ftant, «ommilla line Erilcopii, ut pitribut pauperum.... PofleSìoaei aurem lepre, aatdonatx Ec. clcfix caibedfìtU in ranu abundanria, proculoubio tTcdendum eli quoti ut patri piupermn Epifcopo treditx fiiDcideo enim Epilcop» datx funr, quia occutara fide perlpjciebiiiif eoi effit pitres uupe. (*) Neepum, dit’tfli, propterea quod Papa ha. bet picnitudincm oorellatit Ecclefiaftir*, ^boe poflit de bonia Ecclefix dirpqnerej quoniam plenitudo potcHatit Ecciefiailica; intelliKìmr in ^frinii, libi» uiitum .... Unde ita tcnentur ad reniiutio. nem qui a Papa bona Ectlefix fra lihita fafa ha. buerunt, ut ditcotur, exaltennir, de magnifircn. cur, Cià tarea fUramaatt il Iftfatifmta, ataadaama faraaalaatata la Dattriaa dt'Qaaanifii, i ^mati dira» uà eha il Fafa fai dart i Bemfit) ad nurum, « a. fu. a. dUa tba papa p«c. rat monaliter, fi vult rei Eeclefialticas confiimere in turpe* ufiu, vel dare Contàniuineii, ut eoa dìvttes prz aliit vel ut ipfi con&nuoc p Io erodo che lenza una Cottile difputazione fi poITano risolvere tutti I dubbj occorrenti in quclU materia: e primieramente, per parlar a parte di quell’ entrate che per li teflamenti, o altre loro originarie iHituzioni lòno dedicate, e ordinate a qualche opera pia, io credo che fieno cosi obbligate a quella, che lo appropriarle a sè, o ad altri ufi mondani, po0a efier chiamato liberamente ufurpazione di quel di altri : e Ce alcuno de'Bcncfiziati Ecclefiallici refia di efeguire le ifiituzioni delle quali ha cura, applicando a sè, o ad altri quell’entrare, non credo che pofTa Cotto pretelle " t,• di non elTcr in pari grado ad a se quello eh’ è laCciato dal il quale non ingannerà sè Ilei altro canto il debito vuole, che chi è Cervito paghi la mercede all’opcraio, il quale polla fame quello che a lui piace : nè può efler dubbio, che il Cantore, l' Organica, e altri uli che fervono la Chiefa» non fieno padroni della mercede che perciò hanno. Non è incovenientc dire che anche i Preti, c altri Chcrici, per li fcrvizj che preflano alla ChieCa, debbano avere la loro mercede, della quale fieno padroni: e quando un Benefizio e ifiiruito con un particolar obbligo di lervirc in determinata coCa alla ChieCa, come fono molti Canonicati, manfionarie, ( 4 ) Prebende Teologali, e altri tali Benefiz;, non è inconveniente dire che fia mercede di quell’ opera. Sono cos^ antichi i Benefiz), ch’è perduta la memoria della loro ifiituzione; e però non fi fa, Ce aveitero obbligo alcuno, ovvero no: ma anche l’uomo di coCcienza Car^ ben certificato, quando confiderei^ la quantità dell’ entrate, e il fcrvizio ch’egli prefta alla ChieCa; perchè, le quelli due fi bilanciano, può credere che il Benefizio fia un luo faJ.irio; ma Ce l’entrate avanzano di molto, non potrà mai in sè ftcITo fingerfi cosi lemplice, che creda tante entrate cllergli fiate Ufc late per fame quello che vuole; c non Cappia clCer nccclfario che riftituzione portalfe Veco qoftlche obbligo; non elTcndo veriCimile che per lui lolo tanto folTe aflcgnaio. (è) La conirovcrfla tra ì Donori; ch’è difficile, dilputando in univerfale, da riColvcrc; è faciliflìma, e Cenza difficoltà, dilcendendo a particolari; c la coCcienza, a chi non l’ha per propria malizia foffogata, (i) fui panicolare rilolvc facilmente tutte le difficoltà ; (e) imperocché Dio non ha lafciato incertezza ad alcuno che voglia camminare fecondo i luoÌ conundamcnci. (d) ì di quaiiivogua icuia, o colia, ictiiam ogni elecutore di tefiamento che applica Tefiatore ad altri : e reputo che ogn uno, [fo. avrà per collante quella verità. Dall LUI. (f ) Minfjonjnu», Ourfrit HtlU fus imttr}t*t*u*m* it'nmn titiffimpin, difilli tft orti». * (onterraior acdium EccUfiiftkanim, te»pl^ inni, «c »lf«riuin. l«»n. et domeftì tu» • mtnfinne. Hodi* in nmltii Etflcnis Mwnt. curitnquf pÉilmodi*, fi «luriuBi hsbene OmJil r»fi*m$[liM m»ii» *1. ) Iniqua, iùt il cHn In decima nm in novo TdUuicRto, fi ultra hooorabilc fiipcndiiun MiniArorum Dei, fuica lenun aEAaeflón uni depueirerur cam ditnno rotiiu populi. aifiae patri poupcnim CMMwu.a.a. «mr. M uff. »d ». (* ) Ck' > (!• tkt S. rirtmfft l vrnra nrrtMjmjfiun, ventoiem Dei in injulUiin detinent. X*». i (e) Intcllcfiai ben» ocnnibui fi^ientibui eum. Pu.tio. (d> Deui «nim iUit nuniieiUTÌc IUin.i. LUI. Quanto a gli acquifti nuovi, ogni perfona prudente avrebbe penfa. io che foflero al fine, ovvero almeno che poco più, e aflai lentamente fi potelic acquiftare. I Cherici, i Monaci, e le Milizie non hanno più petfona che porti loro divozione: i Mendicanti, che gii hanno avuta facoltli di acquiftare, non poflbno fperare d'efeguirla dove non 1 ’ hanno potato fare fin ora; e dove hanno acquiftato, fe infieme non hanno perduta la divozione, poflbno fMrar ancora qualche aumento, ma molto leggiero : quegli altri, che fi fono fatti deludere dal privilegio che il Concilio di Trento ha conceffo a tutti, dell’acquiftare, come 1 Cappuccini, coniérvano la buona opinione per caufa della loro povertà: laonde, fubito che mutaflèro in minima parte il loro iftituto, non acquifterebbeto ftabili, e perderebbero le limole. Adunque pare ebe non redi modo d’andar più innanzi. Chi vorrà iftimir Ordine con facoìtb di acquiftare, non avri credito: chi lo fari con vera mendicità, non può fperar acquifto, durante quella; nè 'credito, fe la muterà. Ma con tutto ciò non è mancato anche modo proprio, e fingolare al noftro fecolo, c non inferiore a tutti i paflàti; e quefto è fiato l'Iftitutp de’ Gefuiti, il quale, profeflando una miftura di poverrà, e di abbondanza, colla poverrà acquUla il credito, e la divozione ; .,e ha 1 altra mano capace di pofledere, la quale riceve quello che la Compagnia acquifta. Hanno iftituite le Cafe Profefle (l) con proibizione di poter poffedere ftabili; ma i Collegi con facoltà di acquiftare, e pofledere. (z) Dicono, e bene, che neflun governo femplice nel mondo è perfetto, ma che la miftura è utile ad ogni cofa: che lo flato di poverrà Evangelica pigliato da' Mendicanti ha quello mancamento, che npn fi pof-. fimo reggere con quello, fe non i giù incamminati il numero ' de quali non può effer grande : ma effi ne’ Collegi ricevono, e iftruiicono la Gioventù, e la rendono atta, dopo 1’ acquifto delle virtù, a vivere nella poverrà Vangelica ; pcrlochè U poverrà è bene lo (copo, e il fine loro effenziale, ma accidentalmente ricevono le pofleflloni : con tutto ciò è meglio fermare la credulitì fopra quello che Q ve. de in effetto, che iopra quanto lì predica in parole. Sino al prefente fcrivono elfi d’ aver Cafe Profefle zi. c Collegi zpj. dalla proporzione del qual numero ogn' uno potrb conchiudere, quello che ila loro effenziale, e accidentale. Certo è che gli acquifti fatti da loro fono grandilfimi, e che camminano ancora verfb l'aumento. Siccome il temporale tutto’, che la Chiefa poflede, viene da limofiae, e obblazioni de’ Fedeli, cosi parimente la fàbbrica dell’antico San• tuaiìo ( I ) NtlU fmali U Cm» JUmit. ttm éiktv* uG*mtrMlL*ì»*t. (s) Ifmdt fim$i ÌmàM% f«t «MMfwr* wutti fmdmm. l'htM tgtrvm fw MttUtmtélmtntt, tStt. tJuU ùdiév» mkt» i Gtfmùi, * e*mt imt» Vtmftrmtk'i un ftn» «Mi jf«ri »m*ti Vmnxi»t $ (tm ft (In il Urt IHttut,, fi» autmfmtkiìt etti MUMM. t f» MM itìU firn ftrti r»timù ìIh »U*ii il Ehi* 0 #M« mI C*ritM»l Jì Git)^0j il yiMr fMteitsv» il Ur» r 'utrm» um «M ttetfiv» frtmmrs mtir»m»* 1607. « (à eh* U b* fti ffirit*, « dtfitfni. mtMt di tkt fi \»»U I» mm G«v#pm, vt tute* fs tmief!, *d etti imftrt» per etrt» editai di Stmto, eii* i Ireti, i twtuif i ftfUi tuario nel vecchio Tellainento fu fatta di UmoGne, e di obblazioni. All'ora quando fu offerto dal popolo quanto ballava, e tuttavia le obblazioni continuavano, i Ibpraflanti alla fabbrica ebbero ricorfo a Mosè, dicendo : il popolo porta troppo per raperà che il Signore ha comandato.- e Mosd fece un bando, che neffuno faccffe pià offerta al Santuario, perchè era flato offerta quanto ballava, e di piùtonde (d) fi vede che Iddio non vuole il fuperduo nel fuo Tempio; e fe nel Tellamenco vecchio, ch'era mondano, non volle tutto per li fuoi Minillri, meno lo vuole nel nuovo. Ma dove hanno da terminare quelli acquilli’ Quando s'ha da dire tra noi; il popolo ha offerto più di quello che balla è Alf ora che i Minillri del Tempio erano la 13. pane del popolo avevano la decima, e non era lecito di paffare 1 (r) adefe lo, che non fono la centefima, hanno forfè più della quarta pane. Non è conveniente che Taumento de' beni Eccfefiallici fia inlìiiito, e lìa ridotto tutto il Mopdo ad effere afiìttuaie. Le leggi umane tra'Crillia. ni non hanno determinata la quantità de'beni ad alcuna, perchè chi oggi acquilla, dimani aliena : £' molto Cngolare uno flato perpetuo di perfone che fempre polfono acquillare fenza mai poter alienare. ( i ) A'Leviti nel Vecchio Tellamento erano date le decime, perchè erano l'eredità di Dio; (d) e per ciò era proibito loro aver altra parte; (e) cofa, che conviene a chi vuol valerli de' privilegi loto, pigliandoli tutti, e non quel fo|o che conviene al proprio profitto, (a) LIV. I E' flato abbondantemente detto come fieno flati aoquillati i beni Ecclefiallici a chi foffe commeffa là loro cura; e come foffero difpenfati. Non fi è parlato niente di quello che £ faceffe, quando alla morte del Benefiziano fi ritrovano alcuni de' frutti non ancora difpoili, fe egli per tellamenco ne difponeva, 0 fe «è inttfttn pafiàvano in altre -. petto. $ 4vvitif(tn» vhs lUtntiét, t BiW f rsmtM. (») Obt^tfnint meme prnffip*tffnu «qtte devota firimitÌA» Domino, ad facie^idum ofui ial>er. fàacuh ««ftimaiiit t ^ntcquel «id raltom neteditttim «rat «tri cun nialieribiif pr»buctrMa M mifmrs eh* il Ckr* fm\ KtddCsni fui Traicaco della Politica di Trao» eia. id) Ariff, dir* Di* ad Arem, da hù tfuar ànttiàuumir, ét oblau iunt Dotruno .... Ooioia obiniio, et ehi, dk'e^li, m mtdtjumt f*mt U trntft r utm, • U tmm nZlirÀ. It>l. emmf.tm. fw.i. con fiJcnuQ, lènza che vi folTe alcun ordine, o legge che ci& concedcfTe ; ma fempic con qualche mormorio, cosi degli eredi del Prete morto, come anche delle altre perfone, per le lèvere eftorTioni che ^cevano i Collettori, e $otiocollettori, i quali mettevano in conio di fpo^tie eziandio gli ornamenti delle Cbiefe, c davano molta molellia a gli eredi, anche fopra i beni acquillati con induftria, ocavati dal patrimonio; tentando di farli apparire come cavati da’ Bene6 zj; e io dubbio di qual qualità foflcro, fentenziando che apparteneffero alla Camera; e travagliando chi loro fi o^oneva con Icomuniche, e cenfure. In Francia l’ulb aveva introdotto che le fpoglie de’Vefcovi, e degli Abbati lì applicalTero al Papa : ma nell’ anno 1385. (*) Carlo VI. Iq proibì, ordinando che gli eredi fuccedcflèro, cosi in eflè, come ne’ beni patrimoniali > ( i J In molte Regioni fa l’ ufo introdotto, e continuato lino a quello lècolo ; quando per 1 ’ eUorfìoni de’ Collettori crebbe cosi la querimonia di molti, che alcuni ebbero ardire di opporfi apertamente, e negate che le fpoglie de’ Chetici morti toccaflèro alla Camera del Papa : Perlochi nel 1341. Paolo III. fu il ^rìmo che fopra quella maceria fece qpa Bolla, dicendo che alcum curìoli, ( a ) per ufurparfi 1 ; ragioni della Camera Appollolica, e defraudarla, mettevano in dubbio fe i beni de’ Prelati, e di alme perfone Ecclelìadiche, chiamati, Sfoglie, appartengano alla Camera, per non eRèrvi alcuna Coflituzione Appollolica che glieli applichi : febben dall’ aver mandati Collettori in diverli luoghi apparifee chiaramente cOcro fiata mente della Sede Appollolica di rìfervarli, e appropriarli alla fua Camera : per tanto dichiara, e ordina, e collituilce, che alla Camera Pontincia ( 3 ^ appartengano le 1 ^ glie é. Otltitt.. Ó.) OrJùisuétu > riftriis »IU iifiaf fart. ). luI.farlun'.TH. ar. tdm fittifm tlU t «»• fkMms, ft't ih^riu fmtln «• Jl éU4 Jtll* iJltrSni, $ d*lf4 tfif^fertsàUì rW TMifutmtt. ^od iptcwnabik, et irrauopabilc exiftit, Ikci deiure.ufa, Accoofuetu.dine, Ac rommunt obrervantia notorie obferritii. £piln>pÌ5 re^i noftri teftari iicest, Ae in IbU reftamentu ft^utore» ordinarv i qnt prediAi ex*cutorv*> kìtrm ipforuen EpidujB (afiu ereniunt, per iudicei i Ac ntEriarioi noilroe cocBpelluBiur, A( cocnpelli conl^aeruat. Et cam ita Est, zdiÉc», le poJTclKonea didonim adiEcieoim Epiftopaliiun in Qain non dcloniu pennanebuat onni ruins carvnen. Anatm. bboc> ^un Bpifeopum in recno noltro ab lufc migrare contingir, Cotleaaroi, sut ^bet^ledoret uumni Pontiiina tn provinciù, quibui iub&Qt hujnfiaodi Epiiropt, ipuiu fiimmt Ponriiitie auAonute, bona moWia, tnmobtlit, «x ^ceiTu talium ^iftoponun relìAa, ctiain illaoiij«r fuiot induQrum quaiìeraK • que aoipliiu ipfbnim EpiEopo un ncquecanfeanir, iéd ad (boa bereder, aiu comcn «aecutota rpcàaói, capiunt. Notum i|itur kcimut, Acc. Km i ^rfi titt» emrùfitm, *mmuU fi Lt « fart fM frntnpmi trttfivaf Carta di Sjms à* prattft tamta taft, rie fimsimtnta ì fimta tmtfisna dma»darU U rrrU. X# imtrapTifa da* «pi kmmffaffa ftfimui trimaipi « pmdar Taratj, r %U UanNor datti m fmndat la ptaaa, far liufiifitart l'armi. Cuoi a aonnuUir nimìum curìofìs, qui |u*•- OmiiiM Apafiilw uiiarpara, ac Caineium pr«fiuam illta detraudare vdleni, in dubiom reniga, tur, an rei. Ac bona, nur-ntpata. Prelatorum, catcraronqoe perióoarum Erclefiadica’ucu, iècuIariiLm, Ac rcgularìum, Mmpore obhua iptò-, rum rananentia, ex to quod Rom. Pontifici, Ac Camere prsteu rciervaii fore, aliqoa gencraJi i^ftolica cooftituriooc fbrfin non caveatur, a4 Camcnin predi Aam jure Iwititno tMftare Aeperlinerc debétne. Noi, età wu evidcatcr conibrc Ac appareat, prsdetsBonun noftronim Romao, ponnneum, Ac nollram indubiaro intentionem Ac voljtuatem faaper fuifle, ut haidaKiiti aa diebun Camerarn CpeAnreocAc ^rrinereiK, Acquod prò eadem Camera eiigcrcntur, Ac mqperaikm cur, mai Pnrrdeeenbm pnciiii divcrCa difiortim fpolioruu, ut ad Csmerapt rpcAanrìum Ac pertincimuin, Coltedom, Ac Exa&orci in variu pròvincili Ac loctt depataverint Ac rooiiituerinc, Ae noe depatavertmut Ac conlbnierinuis t ac (ftnper de tlUs diài PrndeceiTotei per picrai'que liter», lantnam de rebua adCanMram pemneoribut, dc^ naoM, vel craoilgendodifMAieriu, Ac noe di^ofaerioiga..,. dubrua huiolinodi enucleare, ac ia pt« que qatlitat», de ejaamitam exiftentu, aciaqnibufrii regionibui, de regnii, ae doenìniù, uni citta, quain oltra montei, de maria coadQeotia^ per quotTÙ Clericet, tam (ècatarei, qoatn tega, larei, dee. ex negonaiioae tlticita, aut aliai contra (icrot caooaei quomodoiibetacquifìta, ad eamdem CaiDcram, de non aliot, etom 10 quiboC vis CathedraJibiu, etiam Metropolicanif, de Collegiitit, ac aliii EetleGit, Monaftcriii, holpitaliboi, itvìIkì», dee. racceflbret fpeAare, ac fób no. mine rpeliorum veaire, ii!sqae oti ff^s ad Cameram pertinentia, perpetuo eolligi potuiffè, poC (tf oc debarc. tft vtm. 1560. iM. taf. mltim. o8 do, e pagato quanto fi h convenuto, ogguno dice che del rimanente fia aflbluto, e lo poflà lecitamente tener come fuo, perchè il Papa è, come fi è detto, o padrone, o amminiflratore univeifale e quello chiamano compo^ colla Camera Appoilolica : il che viene anche llefo molto ampiamente, ficchè quelli che o fanno in cofcienza, o dubittno almeno di avere cofa che loro non appartenga, onon fanno a chi reftituirb, fanno la compofizione i DE JURE ASYLORUM LIBER SINGULARIS RETRI SARPI J. c. AUGERIUS FRIKELBURGIUS I- G. GERARDO MALDECHEMIO S. D. I NcidIt tiuper iti manus neas Itali cnjufiam traSatus De Jure Ajylorum, quo cuuSa qua hoc de re in memem wnirt pojfum non perpenduntur, «Ir examinantur nodo ; fed et definiuntur ex legum prefcripto clara profe3o -, doSaque^ (y perfacili methodo. Oper^ me pretium faSurum exijlimavi, fi, utcunque pojfem, Latine facercm qua nagnus vir Italice confivipfit, tum ut ekgontijjimum opus ab iis etiom, qui Italico nefciunt, legi, dr intelligi pojjit ; tum etiam ut tu ipfi, mi Gerarde, tuique fimiles, pietate aliquanto plus quam aMSit cogmfiere pi^ tis quid Itali-, nationum omnium religiofijfim -, hoc de re fentiant-, dum Ecclefiarum quidem immunitatem non filum tuentur., atque fartam teSam conjervant; fed au&am, &• ampl'ficatam quam maxime volunt. JuJUtian vero qua delilla pleSuntur, ó" publica quies-, eb* tranquillitas maxime fufinetur-, tantum abeft ut opprimani, ut etiam ubique adniniftrari, atque exerceri decernant. Quo egregio umperamento non Ecclefia minus, quam Forum, dy Tribunalia, fitum jus retinere ptffint. Vale. INSTITUTUM OPERIS ET SUMMA. Criptorum in Jurifprudentia gregcs, atque adeo rem quamlibet facilem 8c cxpcdìtam obruunu et abfcondunt, ut per mihi mirum videri non poU iìt, fi EcdeGanim, quam vocanc, immunius,tot Poniificum dccrctis* ftatuiifquc legibus clara, Dodorum adverfis opinionibus acqua fcntcntils mirum quantum di(ba£la, ac dilaniata, vix fpeciem reterai fui; fitque fxpius in esula, ut intcr Eccle^ fiaUicos, dcLaicos Magiftratus, muli* et mago*, immo vero inexplicabiles coatcntìoncs oriamur. Quam ob rem frequenter in mcntem venit quam re£le, et ex ufu publico faccret is qui rem tanti ponderis ac momenti, dilputationibus qu« vcritatem bue Uluc trahcrc lolcnc omiflìs, fine fpe, Scambitionc, gravitcr, et accurate traftarct. Sed quo niagis id optabam- fieri, eo quoque impenfius a fcriptione abhorrebac animus. Modo vero, cum mas accepi licteras, Prsful fan{lUIime, quibus me diu repugnantem, et inviium ad fcribendum hac de re lumma qua poUes au^orliate compellis potius, quam invitas, et aU lids; tuo quidem imperio, prout maxime dccet, obtempcrarc decrevi; fcd brevi, ccrtaque methodo, ut 1. Quid leges Principum, Quid EcclcfislHo» iuca. Aatuant primo videamus: 3. Rationes deinde, e quibus tot Scriptorum opiniones incer fe repugnames originem traxerunt, afieramus in medium ; ut deroum 3. Quid in judiciis, 5 c praxi oiimìno Hatuendum fic a quolibet cognofei polTic; nec valeant in pofterum nonnulli e dupondio Turifconfulti, aut verius, numeris omnibus abloluti aHentatores, tam preclare imponere, et fucum facere judicantibus» CAP. r. De Princl^ ìegìbas^ EcdeJiaJÌkif(jue eonJlU iutìonihus, T Otis quingentis annis poti Chriilum Jefum natum, nujlus cft Ecclefialticus Canon qui de hac iromunitate decemat. Imperatorumi tantummodo legibus Gatuitur; quarum fex a JulUniano in Juris Civilis corpus rciat* mnt. Harum primam Arcadius et Honorius, Augufti, anno poli Chriftum natura CCGXCVII. ftatucninc, qui reatu de Ut, qui ad Eccitf. . Ili no» diqm), vel ieihù fotigéti, fimdant fe CImJHau legi vtHt nojMgi, M, ai Ecclefua (mfiàgientn, evitate fojftnt crimma ^vel paniera iebitanm, aneti debire; nec ante fafcipi, quam ieiita varuttfa reiiiieritit^ vel fnerint, innecentia iemoaftrata, purgati. Poli hanc iMem idem Honorius cum Theodofio anno CDXIV. generatiin fanxiCy Netnini licere ai facrefaaSas Ecciejias confugientas abin. cere, ea condjtìone ^ ut ^ Ji quifquam cantra barn legem venire tentajfet ^ fchet fe Majtjiatis ctirnine effe retinenium. At anno CDXXXII. Tbeodofius ipfe una cum Vaientiniano leg«m tuUt, ut ( A ) fermi, fi in Ecclefiatn, altariave armatut trruarit, exinia prMinns abfirabatur, vel caniinuo Damine iniicetur, eUtmque max abflraien. ài capia nan negetnr ; imrao vero, fi armerunt fiducia refifienii anhuum canceperit, abripienJi, extraeniique quibut ii parafi efficert viribut, atqua pugnanda impune accidendi, Eadem lege Domino fàcultatem facic. Marlianus vero Imperator anno COLI, edita tege, {c) feditianet amnes, canctamarianei, tumultum, et impetum in facrafanSii Ecclefiit, et aliisvenerabitibus lacis, in quibut vara campetit celebrati, omnino vetuii ; ultmù fupplicii poena propoliu. Et anno CDLXVI. Leo Imperator (d) lege decrevit per amnia laca valitura, excepta urbe Regia, in qua degem ipfe, quatiet ufiu exigeret, preUntanea eanftituta prafiaret ; nullas penitut de facrafandis Ecclefiit expelli, aut trabi, vel,panabi canfigat, nec pra bis Epifcapas exigi qua ab ipfis debeantur- iis, qui bec maìiri at^s juerint, capitali, et ultimi fupplicii animadverjtane pleStendis : fed, ipju Jervata lacis reverentia, vadati paffint^ r^uga, (5* Judicum, quibut fuojacent, feneentiit maneri, atque earum arbitria, fiate per fe, five infiruRa felemniter pracuratare, in ejus judicis, cujus pulfatur fententiit, examine refpandere ■. Multis conftitutis tuiflionibus, ut credilores folvi pofTint a debitoribus ad Ecclefiam confugicncibus : Servar autem, 0* Calanas, ftmiliaret, five libertas, 0* alias amtefiicat perfanes, vel canditiani fubditas, fi ad faerafanSa fe laca contulerint, uhi remijfiane, venia, et ftcramenti interventiane fecuri fine, ad lacum fiatumque praprium reverri aebere. ^ Juftinianus deniijue ipfe anno DXXXVI. vcluti non minus jullam et reélam, quam ufu receptam, fanaionem refert, et conftituit; (e) Nequa, bamicidis, ncque adulteris, ncque Virginum raptaribus delmquentibui terminaram caueelam cufiadiendam; imma extrabandas, et fupplicium tis in. ferendumt Cum templarum cautela, nan nacentibus, fed detur 4 lege'. ir nata fa pajfibile, utrumque neri cautela facrmum lacarum et 1^tem, et lafum. Fiuta fune notabilia, qua: ex hifee legibus manifefte conlUnt.' L Ecclefiallicos Prsefules iis tempo^fana ne cogitaffe quidem ad ofiicium iuum pertinere ut leges, aut conllitutioaes conderent de Eccle. Carum immunitate; immo vero, cum certo Isiceot Principis eflè id (latore, ab eo leges accepilTe. Huc accedit quod aiuto CCX^XCIX. Concilium, ut vocant, generate Africanum mifit &ugonium, i(. Viocen^m, Epifeopos, ad Honoriust Csdàsem, qui i^^liciter petetent ut m qui ad Ecclelias AIricanas confiigecent, licer deli^ pcrpettaOént ab iis non extraberentur. IL De ( a ) Sai. I. rUclH. { b ) Ead. t. Si fcrvut. (c) Eoi. I. Dauaàamai. (.a) Ead. LVrt^l. ( e ) .autx Ite nuui frinc. tal,, De hac Ecclefìarum immunitatc ne vcrbum quidem faflum fuiffC) non modo dum Romani Imperatorcs Idolorum culrores fuerunt; fed ctiam centum annos poflquam fibi Chriftianam religionem ìnduerunc, nuUam omnino ejufdem immunitatis mentionem effe fa6lam; cum nulla hac de re lex repcriatur ConlUntini, aut alionim Imperatorum, ufque ad Arcadmm. Hujus autem rei ccrtilTima caufTa haud longe quzrenda eli. Etcnim, fi Chrifli fideles ea temperare, prouc omnibus confpicuum ed) nulla ratione in Ecclefiis admictebant eos qui cujulvis generis deli ab Ecclejie 'Atriit, vel Pomo Epifcopi reos abfirahcre omnmo non liceat; JeUna alteri coalgnare, nifi, ad Evangelia datis facramentis, de morte, p- tlcvilitate, O- Omni panaram genere fint fecari: ita tamcn »f ri, coi «* f"niinlfttS fiterit, da fatitfaHione conveniat : Servas etiim qai ad Ecriejiam confugerit prò qualibet culpa, fi a B m im. odtnifia colpa facramentim Mcepertt,fiatim ad fervitiam Domini fai rcdirt cogatae. ' Hifce in Conftituiionibus mulu funt animadverCone dignillima." Primo non effe in iuris Canonici corpus redaflas, temporis habita ratinw VTearum primam effe llerdcnfis Concil.i, Anno DVII. ouam Hifpaniz a Romano Imperio le fubtraxerant : qw faaum eft ut Episcopi il, qui certo fciebant quantum lua fe extenderet auilorius, EccleCallicis tantum viris imperarent; citeris non iiem; ut ex iploitiet Canone clariflimum, et cuique obvium eft. (g) Sed cenwm annis ut Laicos etiam includerent, Reges rogarunt, ut ad EcclefiM confuEientes, ob lacrt loci revercntiam. Regi* lolum committerentur : tandemque anno DCLXXM. in ea Conftitutione qu« decima eff ex iis qu* fupta adduil* fuetunt, omnibus commune dwretum fanxemnt; fcd Regis coiffenlu ^hibito : qu^ in tpt Conulu libris particularitet expreffum eft hu ipfit verbtsr Confenttcnie glortofijfi. no Domino Nofiro Eringio Rege, hoc fanaam Ceuciliam defintwt ;^ce( (1.) yr.Eod. Co mctuentei. ( b ) ^. Eoi C- ifxar. ( c ) WA C. miUui. (d) JX. £-iit,C.fi (e^X.Sod.CoiÌefir.m]to ({) Xo'o £od. Co ccrfiitmmuf o (g) meeo6.caf.tio in corporc Concilionim fcriptum fit folummodo, DcJfjiww C»»«e ut, fcilicet, reo avulfo ab Ecclefia, fit Ulico qui eum dirà devotus, et Chrirti-fidclium commumone privatus. Sed lunt OMnes. ut vocant, ferendo e«eW; ut, poftquam reus exiraaus fiieAt (ùbeat Prxlatus monete; et nifi fuerit reftitutus, aut,ufta det.nendi caufa aliata, lune demum polfit ad cnemnmnicatmm fententiam le rendam accedere. .,,. i Quatto confiderandum eft, Epiftolam Auguftmi nomine aUatam, ep.ldero cene non effe; ficut etiam 15. alix qux Sanai Ulius nomine feruntnr ad Bonifacium Comitem conlctiptx, «c Bonifacii ad Auguftmum, eujulvis potius, quam eorum, effe poflunt. Id vero cum ipfa rauo latis fuperque demonfttat; tum multo magis verbo illa, SpeH.»fil et Magnifici, honoris caufa Corniti tributa, abepis tempeftatis confuetudine ionge remota, n« ab ipfomet Auguftmo uni^uam adhibita iis in literis quas ad eumdem Comitem ipfe Mrfctipfit ; m quibus etum quammaxima Divus ille vir agit cum modeftia, non autem fuperbe, et arroganter, atque imperiofe, prout Sycophanta, quifquis ille, fcribere voluti. Quod vero multo magis earura falfitatem yel coeco demonftrat, Bonifacius Comes nunquam Hipponam incoiali Divi Augiiftini V«*>» Ji- ^ (a)lii.i.tjifl.S. civitaiem; ut fieri omnino nor luti fucfiiJi;, tìullibct eorum, prout fibi, atquc fcgionibiis fuis conduccrc vìtuin Canones confijtuit. Cum iiaquc varias rcgion« diverfas ctiaui Icgcs itquirercot, prout homìncs plus, minufve ad dclffla propenfì crant,^ uftufquifque proprias leger ad regionis lux nores adaptavit. Hi vero Canones omnesante annum a Crìilo nato MCC> promuU. gati funf;^ deinceps vero Romanorum Pontificuin Decretales, quas vocant, rc. uregorim autem, ejufdem norninis {b) Nonus, Pontifex, declaravìt Ecclejia y in qua divina myjìeria celebrantuTy licet adéuc non extiterit con^ ftcraMy nullo jure priviiegium immxnhatis adhnii ' Idcmque addiditf cum nonnulliy tmpunitatem fuerum exceffman per deEccleU obtinerè f perente^ y bomtcidiay tT mutilationet menu Trm-m fpjU Etcfejih y vai amum atme^eriìs. coipmiteere non veremtm f quey njji fer Ecclcjìamy ad quam refugfunty crederent fe defendi y^ nutìtu tenui fuerent commiffufy rales non debere gaudere privilegio quo faehuie fe indfgnos» ^ \ Hifce' Joannes, 'ejus norninis XXII., Pontifex Romanus, adjunxit etiam, (d) Hereticos fefe Ecclejiis tueri non poffe,. Nec alic in medium afierri poflunc ieges quibus Ecclefiarum kÉmunitas inniratur. Hz vero omnes adco clarz lunt, adcoque faciles, ut., fi in judiciis, aique Eraxi fincere, et prout verba exprimunt, adhibe ^enfur,^^' nihii oranino difficulratis fupereircr. At cum Jurikonfultorum òpinionU)US, et interpretationibus ad diverfa protrahantur, de his etiam, capOrque unde tot Scriptonim fententiz originem duxere, fingillatiiii diccndum eli. CAP. hnmmìtatm. Exnavag.De variis Scripeertm epiniomika órca Eniefimm mmunitafem^ Ó" tanm caujk, .Tanta profeto eft fententiamm vxrietas intet Jurìrperitos qui de Ecclefìarum immunitate hai^cnus fcriprenuit, iildemque Ugìbus innituntur, ut line dubio lAirmarì poHlt nullam omnino hac de re quz(tk>ncm proponi, aut Cafum accidere, in quibus in utramque partem res terminari non valeat, atque adeo Doélorem aliquem tefiem, et aufìorem laudare. Ex iis tamen non pauci funt qui non modo fxcufationem promereri, fed commiferationera etiam tommovere debent librifque vulgatis, non Auftoribus, nota quzlibct inurcnda. Etenim ficuti 'in rebus aHis quz Ecdefiafticam, aut fccuiarcm juriididionem attingunt, fic etiam in hac ipla, nov^ims imprefliones cum antiquis non convenHint* led quscnnque Principum jus, et audoriutera {M'onxv verent, ablata fuerunt; et fzpius negativa particula, ut Grammatici lo^ qnuntur, addita, ve! delcta, mifcellos libros, vd invitos, et centra Seriptoris mentetn, prò ConTflem arbitrio loqui cocgcrunt. Id vero non modo ex librorum ipforum variis impreflxonibus invicem collarìs manifcfto deprehenditur; fed Wcifair folummodo £x>argarorw infpedis, quibus facile fingala quz immutau funt uno afpedu v:deri po^funt. Qiiate, ut in re tam dubia rc£lam, tutamque viam amplefli iiceac, Ilatuendum eft ante omnia, quafnam rcjicere dcbeamus,,quarve icqui Dodorum interpretationes, Id vero fàcillime cognoTci poteri^, li vcratn illam, 3c germaham caufam, ex qua opinionucn varietas exona c(^, animadvcrtcrimos. Hac vero eft, quia noluerunt Doélorcs intra iegum ipfarum, 3t canonum verba luas opiniones, et dida contincre; immo vero amplifìcationibus, 8n exceptianibus, quas fslkHtiat dicunt, eas adaptarunr, prom aquitati convenire exiftimaverunt. Qua de caufa in nuU lam debent reppehenlioném incurrere.* omnes enim nihil anciquius habuerunt, qu.im ut communem iUam, aique difpatatìonibus cundis neceftariam, Reguiam jurk fervatene, qua ftatuitur.* fi juris ipfm difpofitio bene finum alferius^ prsmiumve refpiaat, fififue favorMis^ l^um verba y lì. cet prejfa, atque Jìr 't^a, ampl'tjìejntda, atqut entcndenda ejje } fi vero ptznaruTrty atque rìaerU rationem babet y fitque invidio fa y quam odioam appef hm y voces eafdcm quanhìis latmty Ò" uberius loquanfuty prejfe ta mtn y firi^imquey quatet^us jus patituty expiicattdas effe». • Qj 2 certe regala nanira maxime conlona. coovenienfque apparet.Et enim, ficut rerum hitmanarum fapientes coofìderant,, adiones omnes flint fìngulares; nec ulla ratione fieri poteft ut due qualibet ex parte fine inter fe fimilcs, atque omnino pares.* quo fit ut fingufis propria indiecant regola: lex vero, quz mi segula quxdam univerfalis omoino conftituenda eft, necelario ob id ipfutn, quod untverialis eft» manca quodainmodo fint, et imperfeda, aut comprehendens quas excipere, auc CTcipiens quz comprehendere deberec. Qnamobrem neceflàrìa omnino videcur benigna quzdam interpreutb, quz legem.dirigat, et ad zqui. tatem reducar. Hinc vero prolìcifciiv ut, fi zquius amplior. videtur, quam legis verba, hzc debeanc amplificari quamum «quicas ipTa po ftulat. Digitizad by Google Ii8 D E y>U R E Enlat. Ae fi lex eadem verbis extra «quluris fines, 8c limites egredia» tur, aequunt maxime eA ut interprecationibus intra eos coerceatur: Ut n lege lata pana impofita fueric iis qui Dei optimi maxiroi nomea yanfiiflìmum maledif^is, probrifque prolcindant, cum res ìpfa de qua decernitur, pietas, fcilicec, in Deum, maxime favorabilis exìAat; juAa intcrpretatione a nomen etiam facratiiTima! Virginis, epis matris, at« que SanBorum omnium extendicur» Quod fi lex altera excipiat, qui motu quodam animi violento percitus, atque ira prsceps furens, verba promleric igoominiolà in^eum ipfum; hoc invidiolum eA, nec de quavis ira intelligendum fed juAa interprctafione ad eam tantummodo rcdigendura qua celeri, atque inevitabili impetu fenur, mentifque et ratiunis uium ita impcdit, ut quid homo Abi velit, quidve dicat» aut fadat, omnino nefcire poRit« Quod vero IpeBat ad EccleAarum immunitatem, NonnulIi,cum animadverterent eam non alia ratione conAitutam effe, quam ob revereiv riam in locum Deo facrum, et ex co ad ipfius Dei maximi honorem, et cultum pertinere; bu)us przcipue rationem babueruni; idque veluii zquitatis regulam lìatuentes, cui legum verba adaptari debeani, estera cunBa fulque, deque daxerunt. Cumque nullus omnino reperiri poffic honor quo multo major Deo tribui non debcai, interpretati lunt eamdem pariter rcvcrentiam tribuendam efle non folum Deo l'acris lock,*fed omnibus etiam qus iis adhsreant; iifque cunBif habendam efte quantam maximam animus capere poieA, vel jultiùa ipla Aias fibi res habete juAa; atque, ut ajimt, quibulcumque pravorum hominum oppreflionibas tokraiis, ut iramunitatts honos iis omnibus tocis religiole concedatur qus Ecclefiarum fpecicm aliquam quomodolibet referre poHìnc. Hifce vero, quafi fundamemis, pofìtis, leges, et Canones omnes de Ecclefiis decememes, ad ea cunBa protulemnt qus Coemccefia, MonaAeria, Oratoria, Sacella, Holpitalia vocam, feu quovis alio nomine cenfeamur, ea in quibus pictatis opus gliquod peragi videatur« Ubi vero leges i|^x, le Canones Ecclefiis immuniiatcm concdTerunc iis tantum in rebus qus vel comimfenMìoaem movere, ve! ^Aa defendi exculatione poAint; idque honeAis, ac tolerabilibus conditionibus ; Urdem amplìAcarc, atque dilatare rem totam ita voluerunt, ut cnormia quae. que, et graviffima facinora comprehenderent quod A, ragione coaBi, aliquid exccperini, jnlHiis tamen, atque judicibus ipAs eas impoluerunc condiriones, ut, iis obiervatis, Aeri nuaquam omnino poAìc ut debifum juAitia Anem obtinere, vixque nomen Atum, aut ne vix quidem rctincre poAit : quodque caput eA, non modo perpetrata facinora, atque 4Bi^, EeeltAaruffl immunitate inulta, impunitaque remanerenr ; Icd novis etiam, iifdemque enormibus criminibus aditus tuiìAimus ape» ritur; ut qui jam oommiAlTcnt, fecuri in utramvis aurem dormire £a» Cile podent; 3t qui admitterc vellent, facilitate aìleBi, et lecurirace in» vitati, nihil prorlus tutum, aut a crimine vacuum relinquerent, Id enini imcr estera DoBores aflìrmarc auA funt, Principes ncque fententia da» fonare, ncque habere ^tisAionem poAecontra eos qui ad EcclcAam con» fugeruAt, ncque dum tnibi pcrmaneanc, nec poAquam ab ca difeefle» hot quodque rifum nagis, 8c Aomachum moveat, flatoerunt Ecclc» fiam i^m teneri ad alimenta feeleAis homimbus prcAanda, dum ad eam cònfagientes ibi reAdent. Alii Do£lores contri ei^inurunt iuflitum, atque deIi£lonitn pcelum, publicarque tnnquulitatis confcrvationem magis cITc Dea maxima graiam, quam EccIcGarum immunitatem : idque velati zquitatis fundamentum inrpicientes, legum verbis, ut iplà rem quamquc nount, aeceptù, non petmittunt ut leges, et canone: ad alia loca pcrtrahantur przter ea quorum rigillatim mentio fa^ fuerity EcclePus, fcilicet, ipfas, quz reapfe, non autem nomine tantum, Ecclefiz funt. His enim temporibus tanta eli ubique locorum frequentia quz piotati alicui mancipata vìdentur, ut, C omnia comprehenderentur, jam quzcumque incolimus Ecclefiallicz immuniutis privilegio donau eflent. Et quoniam gravium deli£lorum exceptio, in quibus nulb conceditur imminitas, fpectare jullitiam videtur quam zquitatis regulam llatuenint, exceptiones illas aut ufdcm rationibus, aut etiam firmioribus, k validioribus ad alia facinorum genera extenderunt quz a legibus, Se canonibus minime nominantur: idque tam ampie, ut nihil immunitas meri polGt, nifi ea quz mifcricordiam merentur, prout etiam antiquorum fuilTe videtur fitntentia. FaSlum eli etiam ut Doflores aliqui, cum, velati juris. Se zquitatis regulam, modo hanc, modo illam ex iis quz diximus fumpfilTent, varie loquuti fint, atque a femetipfis non femel del'civerint; alii vero, nelcientes cuinam precipue ex iiliem regiilis adhzreicere debeant, adeo confule. Se obicure pcrfcrlprcrini, ut nihil omnino ex eorum fcriptis elici poflit ; alii vero do^rinam fibimet repugnanicm habere viC fuerint, ex eo quod ii qui eorum libros, prout ipfis conducere vifum eli, interpolarunr, non mutaverint omnia : quamobrem alibi Cncerz, atque germanz Scriptorum opùiionis vcftigia permanent ; alibi vero eorum verba, Se fenientiz dumtaxat apparent qui Auflomm mentem detorquere prave voluerunt ; ut Dollores fzpius fibimetipfis contrarii. Se inconflantes, atqde volubilcs aliorum culpa exillimentur. Igitur qui velie ex Do£lorum leflione fruSlum colligere, facileque ftatuere quid ipfe judicare debeat, atque adeo in praxi executioni mandare, nccefie eli ut ante omnia certo fcìat quznam ex iis duabus regulis norma effe debeat, qua opinione: examinare, Se afliones inllimere, ac dirigere valeat. Id vero cum tanti ponderi:, atque momenti exillat, quanti unulijuifque facillime cognolcere pote|l, operz prcr tium eli ut exafle de ipfo trailemus. C A P. III. ^asnam tqmtatis norma in juJicìù, tf prJxi equendn J!t, XTOmines cunflos ad honorem. Se gloriam Dei Optimi Maximi non orane: modo, fed etiam languinem, Se vium profundere debere, adeo notum, naturzquc legibus in omnium animi: infcriptum eli, ut nihil magis; nobis autem Chrillifidelibus ipb quoque fide, ac Religione certiflìmum; ficuti paritcr clarum eli nobii, ac minime anibigmim, duo effe honorum genera quz Deo tribuuntur : Alterum eadem ipfii ratione aibuitur quam Deus ipfe nobis conllituit, quam qu« a Digitized by Google I^o DE J U R E que a nobis fé cxìgere dedaravit : Airerum ^vero ea forma qua nos Ipfi honorem habendum exiftimamus. Scatuit igitur facrofanéla Ecclefìa linumquemque utrifque teneri ; fed primis, Àvinis, fcUicec, praxeptis, multo magis : quod fi aliquando evenirec, prout rerum humanarum conditi© fcrt, ut non poflemus utraque fimul integre praeftare, iis exa6le parere dcbemus quae Deus manda vit, omiiTis iis quz pendent a nofira voiuntate, fi impedimento fint quominus divina prxcepta exequi poflìmus. Cum enim divinura przceptum foret Mofaica lege fìrmatum, Parentibus opem ferendam; cumque ex hominum pietate fponte induAum fuiflet, Tempio maxima dona elargiri y Chrifius jefus y Deus nofler, reprehcndit acerrime Fharifxos qui tempio munera olferre, quam Genitoribus auxilium ferre, atque fubvenire, impenfius laudabant : eamque divino ilio, atque fanétilTimo ore caufam adduxit, quod, fcilicet, hoc divinum, illud vero humanum przceptum elTet ; luofque docuit fideles nulla efic ratione laudanda munera quz tempio tribuuntur, fi impedimento fint quominus Parentibus auxiliari pofiìmus, prout Deus ipfe przcepit. Id vero ad ea quz nunc agimus mirum in modum conducere, atque accommodari pofle manifefio confiat. Exploratum fiquidem efi jufiitiam diferte, atque exprefie a Deo przcipi, eaque Deum fummum honorem fibi haberi declarafle: quz fi jufiitia defit, Principibus ipfis, ob id, atque Regibus regna, et imperia auferenda, atque in alios transferenda docce : cujus doflrinz innumeros polTem facrarum litterarum locos tefies laudare. Cercum pariter efi Ecclefiarum immunitatem ob innocentium fecuritatem, et eorum qui jufiam aliquam erroris excufationem afierre poflent, infiìtutam fuiiTe Principum legibus, et Ecclefiafiicis confiitutionibus fancitam, ob reverentiam qua profequi decet locum illum Deo lacnim ', non ut Ecclefiz ex orarionis domihusy fcclerum omnium rcceptacula, et Utronum fpclunca fierent. Ex his omnibus confequens efi neceflario ut jufiitiz habenda ratio, eaque veluti norma, et regula fpeflanda fit, qua legum omnium de Écclefiafiica immunitate fententiz, et verba tanquam tratii»» ponderanda fint; legefque omnes, et conftitutiones ita interpretentur, ut nulla ratìone Jufiitiz obdTc, aut impedimento quomodolibec effe pofiint. Quoniam jufiitia, ut diximus, honor efi in Deum, ab ipfo Deo nobis przcepius, et procul dubio femper optimus ; Ecclefiarum vero immunitas honor efi quem homines Iponte, ac fine ulla divina przeeptione, Deo tribuunt ; quique, nifi, prout maxime decet adhibeacur, Ecclefiam ipfam non honore, (ed ignominia quam maxima afficit, la$ronumfuc fpcìuncam reddit, et feeleftorum homimim infiune Alylum. Hzc vero cun£U clarius oftendit quod ait jeremias Propheta, dum populura reprehcndit, qui externis hifee revcrentiz fignificatìonibus erga Dei templum plus zqu« fidebat ; eumque monet, ne hac fiducia niteretur, fed in Deo fpem poneret, qui in genus hominum quodlibec jufiitiam exercc•rct. Quam ob rem rationi maxime confentaneum, tutum, atque optimis innixum fundamentis efi eorum confilium, atque fentenria, qui lacrorum Jocorum immunitatem tuentur quidem, fed intra ccrtos limites, ne jufiitia pereat, adeo necefiaria ad publicam tranquillitatem confervandam, tolleifdafque injurìas, et dethmenu quz prìvatis infih ntntur. M. i«« ninnr. X( in quotilxt -«vtiini jiMcrk fanc ««i» fivi,* &ChrttùuHM j» dex, fr ccntrarias jaiit-^nfaliorani a^ioiM* 'àri^crit, M la frót iacMadnm ftaiiien quod Eccldlanim ihioMninwlavnt, n tanna ntione, B« jaftiiiam ap[irimn. • • J Quilitiet auKcn, t]u( aenm actem inwpdeK t ^ la arit, dare cogndcet hanc éfle rationem qua cunda tolii poICnt oftenfiones, 8c mala qtn riginem craxeruM aa ipia vilrittaia aon opniònant’ laaxn, gnem privatarum rationum. ut qaivis bcitios po8w ' palpicene y aiTeram quid hac in Te Jtirta..€oiaài(i ftatubadan cenloerinc, qaodqua kì opiiniz juTta, atque neceflanlB titilioncm ‘atiqaan »hrte pofiìa* Ubi^veia ciitiÀi in eamden opiaionem non cdavemcac, AuAarum noauaav qoi lentcntiam ^uioMni’ paobaverìnt « adfcnbam ; 'ta i am qae tantaamuàia rocncìanem. t'aciam qui jhxioria, Bc cclebriarir fait aMoina, fc exiAV marionù : Seplua ' SpH'capuan Covaiùviaai M(le«a kiidaba, nim quia Pnrfbl Hil'pahua eft, qui ThdencàtatCaacilio i an a ^ ; tuia eAam- quia dodrina, probiure, 8i pietaK minime datus ab omnibua, fi ctadpicuut habctur : Sapinc Prolpemm Faaaaciiaai, qili diu Rena *nit, Advoeatus prima, max Audiioris .untai m aaiw, ft'Fifoi deniquc PatnHit», etiam iiib hoc ipfo Patito V. Pontifiet. Ad atam-wero cairanaiB Itbri, Bt Doh Viri Traufetlpini tnlciìt, loca ad n a t a hr i, ur, fiqaia oGÓnliliariis tuis, 6c Jurii-CatiUiltis inWe^A^are cupiat, Àcilidi cuaVa &i». venire, Se imdtigere pqffit. -Otania autem hac dilqailìtio facilliiaa ad cria capita ledigi potorie : m,. Primum ; Qnzmun fiat ea (acni lata qua ad fr aonfugiema Meatitur. . • j Seenndum': Qinenaai pcf(ó«aMai toaditia, tt qaodnaoi deliéKi gcnus loco facro pr»tegi,^aut ma paoxegi pOSit. ', .1 Teraium ; Quanaan ratioae a (acria locis eatrahi dafaeaat ii qui eiliiA tagi idvctios jullitiam non poflìiat,..,'u. ^.i t .r .. Ul ..1 I - .1 { ftet* Ik 4 td'fi amfiipmm ntmuwr. ’ -comprehendi; Ecclcfiamj- fcilieótiQmdEcdefix adhkrent, leu folum fuarit adificiia omnibus vacuum, Mi domibus tedhtm; ^ Xlwpafiiium Ipatibm, fi Ecdeha MetropoliiaBa fiicrit ; XXX. vero, fi co tinllo iiifignita Mn fit; Et Epifeopi domum. Nfee alind eli de quo raen-tio iis in legibut, A Canonibtts ftfia fit. Ecclefix nomine Haiuunt unanimea Dodores omnes Oranriu non coraprehendi ^ quanv^m in où aliquando rct (aera fiat ; aut ea qnc in privatomm doatibos, et in GoU^iìs hicorum, quas vulgo confntcniitates vocant, zdilicantur, quafque domini diruere, atque mutare prò votnntatii arÙtrio fàcile pofTunt. Ncque omini debet, immo attenta cura animadverti, quod EpiTcopus Covaruvias hac de re diflerit, (a) Hifce, videlicet, temporibus occurrendum maxime effe eorum temcriuti qui, Ecdefiarum immunitate confili, quodeunqua ddiflum perpetrare Tom» il. Q audent. fovaiwiar . i. var. r. io. i I1LA .D ;r joU' H ?E WI(Ì 4 M« coin «M! wwtowi» M W f w i h B i itnaiftmum Buciwriaia itcrMMacMi lubcnt. Ubi umen Prxiutcs hac juiU modowioM "ooii Ec ci«(ì«r«M iMfnin* «Mtemir ^«uKuii^e ùim «erto, ac pxe|x:f«w divino «litui dÌMMC-A nen lintiv n. uiPt dM sui «dbatet Eukfia Xt> (tu XXXi pi£>un fp*tio« ajuUnn àmaanitatrm Ecairrisàii 91M1. (dnt Mua Ctviiaiia, vd^Catorun-moeOlia., iwuil convwirai^actifiiciaa Has enin 4 c.ie-.Ca«on ex frede-ftamia, D a ft a r ar oanianitcMH nec .atla pottft ho mi èaUaatio; iauMi aero noa daiuiu i)ui id oiaat cuoi Urboi oouiim Mteoi» CIMI diaMK.eàtl«Mdi^jus ni sudtiiani ulu obtiiuUfe, ^ dine amlucBidinv, ik^u» fuac, danagaiuiD dk. Cauta me, cur neiMiiaierconclitdaM'dnMM ipMMn iUiid niiUana. pradua habere immiuiMiam^ilicH al>rMaM«aM iaafoa- aautem, cum «lio Canone Muntimi il qui tacMÀ hao paecat, eum laatj’-cujaajibeci laca immufocaia dafopfore ie J«nd pafla,-ridM|. et XI^ fadaun tpatuM focnin afot, ifov-iàciatn aliqnad in co ^mpetrarant, éideai ouliifei, ab EcclaEarna». {requantiaoi, Jcl» imaH«MaiaMcn pi^r. Sad ^ ea «unqiie fuerit canfa, parvi rrfert, cune illud cxpfomuini omniao fic in Cdfoan'ihaif et Calw buUmh anpina hujniceMÉdi. ffatiii immuoitaKin concedi, i-Htac- etiaai cafoUftiur, qwid Manfoi)iiiir aadde», An.-fohcat liflorej polTmt cura qui ad Ba:OViPtm, dura de Ecclefiarara traaiiiniuie apiau-, foe àia ^c||À« tfoinm tvmo cft qux extra Civicirà, et Caltronn* m#. ma poCuit inHOUilitatcìii _adj^ pafUmm ipatium portiguiit^ . Quod qfro atcinet.ad.E^ra^i im>m, non canveniust iatfrtiDodfoe«s{ rasici pamqqt. ex aaroni uimmo animadvcrcuni alia Caaont Un^iu»>aflà.fo Bpfoopm doraaira hum .£c«lefic ( e > proeimatn, de adhxremem hibcat. Quare neceforio intra XC pafitwai t)uiium efltt k .jfto certo «ondiiuuoi Kpdcafo ’domnra, fi loogius ab E«laAi dtjcc, rauiiam qsiniuq iqimumtiiteni obtiaeM. Cura ncro EL. [foruum fo càviiaubua, et qaftria qqn babeat kicura, conlaqindls ed ut Jfifdcapi domila raiUóra panici Munamcaiera babera potEm. ---c - iV* ... -V De eie-, '.ìu*' - •••'• ‘ tajAx. fi) (pr»f ia. a,*.™’ ^Ux*rat\,ilr. f*. TW a i«. . ria K to.' iy# •- *>. ihyCmhmHr.ir.ttem de ìmm- a^e. (c) 0 i.r 4 rf.«*|C yy. Clnf.e. CUnf. jo. DC(Uk. lìb, 6. e.zy. 5. 14- Farfn. .jS. fetw. yauUue,ioit:»s» De coemeteriis vero, Hofpiulibus, 8c ConcUvibut, ubi Fiatres doimiun[,-ae verbum quidem lex ulla fedi. Canoniitz taniummodo, qu« ignoramia f»pe, aut ambitio tranfverlbs rapir, Ecclefiarum nomcn amplificare, acque ad hJK eiiam pcrtrahcre voluerunt; plurimis tan-.en condiiionibus, iifdemque adeo variis, ac itucr fe repagnaniibus, ut vix duo conventant. Ex corum auiem lenccntiis confuetudo diverfa induda eft, prone iUi plus, minufve audoritatis habuerunt, et hujuicemodi locorum,iaal etiam deliftorum numerus exigere videbatur. Quo fit ut, ficuti ddiit locis nihil omnmo legibus làncitum eft, led conliietudine tanium, atque interpretationc eorum immunitas inirodufla, ita ubi contraria eft confuetudo, eadem a quocumque judice fervati debeat, citta uUam ertandi formidinem. Perfbnarum condì fio ^ et quodnam deìi9i genus loco jnero frotegi, mt non • pniregi po£it. E st omnium certilCma fententia, qui in loco facro deliquerit, («) licei leve delidum, nec atrox fadnus fuerit, eum tamen facro eodem loco non defendi; iitimo vero et ibidem, et quocumque alio fatto loco fifti a lifloribus, k in carcerem trudi polfe Cum aquum nullo modo fit ut Ecclefia eos tueatur qui, in ea peccames, injurias eidem intnlcrant; (i) nec Ecclefia: ca:tera! defendant ejufmodi teum, cum omnes unum, ideraque fint, ob earum in Chrilluro. Jefum conjunflionem. Quod ita clarum, atque certum eft, ut fupetvacaneum omnino iiierit pluribus confirmare. Hinc etiam illud confequitur, ut eadem Ecclefiarum immunitas nullo modo protegat eum qui verità legibus arma in Ecclefiam detulerit,ea naroque deferre peccatum eft quique ca in Ecclefiam defert, in Ecclefia peccar: quo fit ut in ea a lifloribus vinciti poflit, 8c in quolibet alio facro loco. Quod ob publicam tranquiilitatem judicarunt Doaores fingillatim monendum, et animadvertendum effe. Fnres etiam, qui aut in Ecclefia furtum fecerint, aut cum re ablata in ipfam confugerint, ex eo quod in Ecclefia peccant, ab eadem divelli queunt. . Poffunt. itidem ii a facris locis abftrahi qui in Ecclefia crimina traaare audent, quz fponfionum vocant, aut quodvis aliud negotii genus legibus prohibitum, ex eo quod in ipfa delinquunt. De fponfionibus vero przeipue adeft etiam Xyfti V. Pont. Max. dcclaracio, buie rationi, veluti fundamento, innixa. Nec differt an deliflum totum in Ecclefia perpetratum fit, an quod extra Ecclefiam initium babuerit, in ipfa finem, vel etiam contra. Pariter namque Ecclefia nec eum tegit qui, Hans in acro loco, aut extra cum, bominem in Ecclefia exiftentem interficit.- nec eum qui. Tomo II. Q. * CUOI (a) C.imnuaUotem. De trnmmiìtate. (b) Olìltnf.c.fm. de Inm. Eecì. .Aldus ìbitU TeUf. dec.^is. Faróueap.iS. Jitait. 66. Cler. ept.jo.Coceriev. Fsr.Ub. i. cap.io. p. iS. Iunior. Deciso, i. 6. e. x6. 0.1. HÒflieo.infum. Jo- de Fìf ct.de m.p.6s. Coofer. Con.io.FoUer. prioe.e.mUe iut.jO. feuuc.e.iS. ««. 154. Cox’ar. Fsr.l.tA.io.f.tS.1X4 D E J U R E nim Ct ipfe in EccIcRa, auc bellico tomenta, aut fagitta, aut miflilìbus aliis alienim inceriicic qui extra lacrum locum fuerit. Hac igitur certa, atque clariflim^t enunciaiione, abllrahendi a qua vis Ecclciia, et iacro loco cu|u(vis generis reos, quamplurimse dubitaciones e medio ablacx videmur. Etenim qui diligentìus attendere voluerit, cogoofeet &• carios omnes, qui ad Ecclefias confugiunc, arma fecum ferre, atque hahere, legibus etiam vetita, ut adverl'us juOitiam iplàm, fi ras ita ferat, fefe tucri podìnt. Quare ii omnes EccIeCarum immuniute uà nequeunt, et in quolibet facro loco prachendi pofTunt, lieet alia ratioAes non concurrercnt in id ipfutn. Statutum etiam exprellìs verbis Canonis ed, eot immunitatis privilegio protegi minime pofle (a) qui delizia commiferint ca fpe, atque confilio, ut facro le loco tueantur. Siquidem Ecclcliarum auxilio uri debemus, ut peccatorum veniam confequamur qua jam admifimus; non ut nova facinora perpetrare turo valeamus: quod etiam nullam habet omnino difficultatem. Verum enim vero, cum hominum mentes, atque co nfilia fint ab oculis omnium remota, atque penitus abdiu, non polTumus, nifi conieéharis decernere, an reus deliflum admiferit (i) fpe excitatus ad Ecclefiam confugiendi. Doflores vero dicunt, qui, llatim ut làcinus perpetravit, ad Ècclefiam fugit, eumdem eo confilio perpetrallé, ut co confugeret, datuendum elle. Et certe qui jam datutum, atque decretum habet ut facinus committat, necelfario ftatuendum videtur, eumdem etiam cogitalfe, non folum quanam ratione ìllud polfit admittere; fed multo magis, quonam fugete debeat, ut lefe tueatur : Skut etiam qui de improvifo in errorem incidii, ficut nunquam antea de fàcinore cogitavit, ita quoque alfirmandum ed ne de refugio quidem cogitalfe. Quare, quotiefciimque confilium, atque deliberatio deliSum preverterit, et reus ad Ecclelìam confugerit, id coniulto iàdlum; ideoque loci lacri immuniate defendi non pulfe certiflimi juris ed. At quoniam de conjedluris agitur, uirum impeto quodxm, fc perrarbaiiiMie; an potiusconfulto, et cogiato perpetratum delidium fuerit, Judicem ipfum pnidenter, atque ex animi fententia cognofccre oportebit. Hac autem immuniatis exceptio, qua reum cxcludit, cogitato, et confulto ad Ecclelìas et facra loca confugientem, quodeumque delidit genus ampledlitur gencratim. Quod vero dngillatim ad homicidia pertinet, frequ entius deliAi geBUS, eum non tegi ab Ecclelìa qui alfadinium, ut vocant, commifit, ceniflimi juris ed; nec Scriptor ed qui didèntiat. Etenim juda Canonis leveriate in (r) Lugduncnfi generali Concilio idiplum fuit diferte decretum. Veritas tamen eli ance CCCLXXVI. circiter annos, cura Canon ille latus fuit, aflaflìnos extitilfe quoldam Mahomecana perluaIkmis populos qui fìcarios le ptolicebantur; atque eorum caufa Canoa datutus fuit. Podca vero, cum Dodlorum omnium interpretatioBe, tura etiam ufu, atque adeo communi omnium locorum praxi, AlfafGnorum nomine delignaacuT hodie quicunque, padlo pretio et mercede, (a > C. ÌMminiifate. lìe ìmm. EctUf. (b) .rlWar.prrff. B. i6. Meno. pra. IO.. iC. jliictf‘Ponf.Ocf.;4.Cltr.4H.io.far.c.r8.f.ti.C>' t. Far, f.io. J. i.j.(c)0*j'.f'inr.s4. l.i.CjJfM. TrrcI'Salde Jrclì.c.f. de inju$ y ìgncv.$ TiÀoj. Bc«Mlii.'fgHardb>>J«« dclicluia-inpiiàa elfet, aquuBl viikn «•« pottA W £celeCa cat lanMuf qui toM, iSc batta) >Raipuhlic»f cum nulla omniMLilea OivUib, mila •Canonica, Ucaaniin im>ima MBaluaiuM itafcaiH ^uui-^iom laatoKia cUmnavii; led eiK 'iamuBHiraio 9U«ii%julli«a iata|intaur| antc^ttn- Icntemum fwci Eaal :)« jam.ilaaMaoB «A, Jn-.d«ÌMa opeta, a«]ue nulki4c'i>i>) v*uiae éuesringradùiKainaMa, praaar ìAcuìib catffa «aiI» mnlftatm eli, gr i mH cóam ddifliia hunnari vero ad uiraaMi, C.- dh p wn tt.mqBcanapaaber pdeAacum iamnnicatt defendi, atque ledcam ad. .paaMmpianna ab e« qua. diaiOMa, «aaatfaai 4 >bhmu lb(riat;riS«abru vera non damnans qiudem, •Acd.aoi aaatummodc^ii^ «MliMa itàtem» laiiidum damnati faB, «aecàipofliH «ci«B>A||iwldlmMHà' ad,iaanAra pape («dilicia.-làraiacdMbdMutilPadcgibuci, aiyi'tcìinnBibus (id'aiui ad Ecclcfiam confugicnies non polTunc Domini imperiiim excuier«;.Al.di>tuna-' ibMnanKateni a lu piaa a aijuttaa, vitate ladùic.'ad iocviiio,. fau ci admodom bac de ae-BuflorcK^-diribuot, cmi id cara,. de «te eiifi nantiiai) in Civitatibuc, qua L&uinicai amiare tgteK, 'accidat.-;«a vara (Muadfime liint. m al i tewiua Gramaui naa ialam’ m ca tioni conteain in mediura attect; (mL Miim ali ufii caed^tuai y dbdege^in Luiitania làacitiim, qood.aaaoi prafaat Vinccaduc f'Multa cctub qiua lìngillatiin baqtMnicr. ialeai accidere, utaB -Juga. neratim colligi pottii laacoraa fa facorura r~r~iif) cardcfàBdte osa putte qui quzvìt alia gravia tc enonaia deliba comai^mf drente, aut iildem, aut mcfarfaiis oiiam dtv eaulis, quu liipra leeenfainiu», quodeunque alind gnve.delttea cotapfafbaitur. Hac autam coaclidip in univerlite prolataraaura, (cilieaf, cupifais atroeis facinacic, A èd facra loca oonfugerit, ULproicgi haud potte| ima» a fattitia liaeMBipli violatione extrahi fas «dày probatia a Jacate Ravamts-^ Cyte Piftonenic, Petra Bellapeitica, ) n am « Igneo, Antonio a Buariai,.|facro Ancarano, Alphonlb Aivarea, Petta.Cetgorio Tofatano, Tibatefi^tcit' ■» ...lu *■-. néy Ab ( b ) Cam, dcf.^6, Fratr. ctefai jo. OUra, (c) ytw..i.r.* O^.' « mr.c.U ver* Dt Imm. f. iS. yintàr. codem. ^Izdre^ I» thef, t.i j. «. jo. Syittaj. l. j j, c.\ x. DerÌ4E.. nut mOud omnino EcoMiam Rofliz hu ai» imouinma;* ied .pudica ip4n tÌMuiora rat» a ^iW»« Ecclefi» vi «Mtiahi ) nh cw p ywd a iW tiic«>Manmo perantaenr, ae jalMiia’ priauniwr iJ>«snim diòtac ncUTamiai jndicaluf. fa^-Quacc Pnip«r Faritiacnifran« ulìaa ftcBia recepcuai, afirmat Bcoiofearim ipa uma ii in oai, cun ftaiufa inen» ab ddiSs qua' aalto coa61ào,,fcd impaa» quodim fiant. Siti rdugam» milòranim, non dcbei» KccleCas latnauw tpolaaca& c^cK, et «ornai ricapnculaa qui aooaia facàtera pcrpsir«\ c>iac ; aieaqnO talk,’ tap^rqua efloy iì Judkies miinoria >bibl«llii, qui Itvidia 4elii^ juilkant eam ' obloroeiu led OM^roi jndicni in aarooocibai ;ba non lencri; prave oiiam Veneti 1 k» logr contUtueiam ilL Noa.> Aprili» Md>CX. Mii. . '•io»l. .W.Ì Qnanam vero dtliAa aeibcianm luxnÌM otnfeaanr, peatar ùlqaeil ipfum delifli gcnui prafefert, k ic^bn». impafita fack «dtipi poteA; dnbet JtiMck tiomemia oagnoKly baiiiu aaiioBe flatus, comlkioniique, BM «jus qui inpriam iirfiae, lam «jua ctiam qui cam paflia fuity aVaMniBi ^i^ oanla, ccrapork, qua, fciUctt, de caufa, «by et quando, onaamifluaa fueric delkluni ; roran etiam qua ob id evenarunt, perflirbaeionisi, kfleniionisy tt aliafwn, qas ém majos angeni pctpeinoim làciau», iacmnique ut mugn, inagil^t in odio kabeaur ab oauMbnt. •« ’uU leu i ribus de eaufis, qa« iingni* fluir pon eflent, in enormu atqueatrocia facHioca evadunt. Cun» ver» iannnlaaabiies rmt.aalas qui flepius accidoIV |Mnva» vas aliquot opiniones habeant, baptiffiiatis tamen chara^ere infigniti, Chrifium Jclum aliqua faltem ratione venerantur, quem infideics averfantur, atque execrantur. Teme . R CAP. STORIA DEGL’USCOCCHI SCRITTA DA MINUCIO MINUCCI, ARCIVESCOVO DI ZAKA, Co' progreJi di qoelU gty»o, rnirìiauta fino alt anno MDcxri. DA P. M. DE’SERVI» della Serenijpma Rept$bbiica Vènn^a, JON mi pongo a fcriverc la Stona degli Ufcocchi per far celebre il nome di gente tale preiTo a quelli ebe la leggeranno; nemmeno per foddisfar l'emplicemcnce alla curiofìt^ di chi fi perfuaderli forfè di aver a vedere in quelli fcritti varj accidenti feguiti in molti anni nelle fcorreric di terra, edi mare, colle quali quella razza di ladroni ha fpo' gliati ì mercanti innocenti, e dilettate le Provincie, turbato il commercio, e cimentati in pericolofe guerre i maggiori -Principi dei Mondo con dubbio di maggior turbolenza nella Cridianitk, fe raltrui prudenza, e autoritlt non avelTe fempre attefo a divertirle. Non è quello il mio fine, nè per quello vorrei io perdere il tempo, che polfo, e fono obbligato a fpendere in pili giovevoli eferciz) fecondo lo dato, e la condizione nella qual verfo, con obbligo piuttodo di operare, che di fcrìvere.* ma penfo che fta fervizio di Sua Divina Maed^, e utile a’ Principi Cridiani, che fi fappia onde fieno derivate le ragioni, *che in fettanta anni non fi fia mai, potuto rimediare alle rubberie degli Ufcocehi; e come fi fia ritrovato il modo di farlo in quedi ultimi tempi, quando Tinfolenza loro era arrivata a tale, che non erapih pofiibile il folferìrla; ma dinecelTitk fi aveva a reprimerla, o ad adpettare un'aperta guerra fuor di tempo, colla Cafa dAudria, e la Repubblica di Venezia. Il difeoprimemo di quede faccende cred* io che tanto pofia fervìre a* buoni Principi, per tener T occhio alla mano, e agrinterefii de* maTomo II, S li Mi ; li Mipiflri in qaefta, o in altre limili occorrenze^ biffine di non UfciarG ingannare in pregiudizio della fama, e dello llato proprio, quan fogliano tener celau la verità altrui, preferendo ringiufliOìnio guadagno alla riputazione, e al buon fervizio de’ loro Padroni; ficcome anche una tal notizia far^ atta a far conofcere al Mphdo (he, quan^p i Principi dicqno,' e fennò daddovero, e fi fervono di flrumChto fecale, c valoròG), non pnffono. aver tempo i ladroni che inquietano, e danneggiano i vicini; e fono fpeiTo cagione di pericolofìflìme guerre. Quefli lono adunque tutti gli (limoli che mi han tevano agli fpetracoli luUe Forche, cominciarono per vendetta, o per rapacità, ad ammazzare, depredare, e ipogliare anche i Valcelli, le Ville, c le Terre, e i fudditi Veneti; onde Gnalmente fu coflfetta la Repubblica anche di perfeguitarli non folo lui mare, come aveva fatto per innanzi, ma anche nelle Terre, Caflella, c Città ove fi ricoveravano, fenza mirare a’ padroni de' quali erano; e lenza altro riipecto, che di levar dal mondo gli affailini, che ogni giorno diventavano più fieri, più barbari, c più ianguinarj : il che minacciava una manifeila guerra tra’Principi Cnfliani, le Papa Clemente Vili,, vedendo il pericolo, non vi aveffe a tempo incerpolla la lua autorità con graviflìmi configli, acciò, mentre fi guerreggiava in Unghcru contra il Turco con tante difficoltà, quelli nuovi femi di comefe non rocrceGero i Crifliani in maggior rilchio .* onde ne feguà in fine il defidcrato accomodamento, che farà anche il termine al quale ha da arrivare con l’ajuio di Dio quefla delchzione per l’ordine divifaio. GLI USCOCCHI SONO GENTE Diltnatinà, dallo Stato di iln Principe, o. per delitti commeni, o per impazienza del giogo tirannico, fuggiti ai Dominj di Principe vicino; e ciò fi dimoftra dall' ilielTa voce fioco, che in latino fi direbbe transfuga. Quello nome, lenza titolo però d’infamia, cominciò ad acquillar grido, non fono ancora cento anni, in quel tempo in cui l’arme Turchelche, eflendofi dillefe per 1 ’ Ungheria, e per la Grecia, nella Bulghcria, nella Servia, e nella Rafcia, travagliavano i confini della Croazia, e delta Dalmazia; perchè all' ora molti Uomini valorofi, non potendo viver fotto la tirannide Turchefea, ricordandoli di elTer nati nella vera Fede dei Vangelo, partendo dal paefe gib foggiogato da’ nemici, fi ritiravano a qualche luogo forte de’ Criiliani ; e di Ib, flimolati dal dolore delle cofe perdute, e della patria foggiogau, con molta ferocia ajuuta dalla notizia de i palli, e dalle legrete intelligenze de’ parenti, e degli amici, corfeggiavano ogni gbmo, e portavano a’ Turchi molti danni. La prima, e piò faraofa piazza che fi cl^gelTero gli Ufcocclii, come piò opportuna a quelli loro furtivi alulti, fu quella di Clilfa, Fortezza polla fopra Spalatro, poco difcolla dalle antiche rovine di Salona, in fito fortillimo, ove fi apre un fenticro flretto, e pel quale foto fi cala dalle vicine montagne della Morlacca verfo il mare ; ove portandoli diverfe mercanzie, chi è padrone del luogo ne cava anche dazio importante. Era all’ora Signor di Clilfa Pietro Crofichio, come feudatario della Corona di Ungheria, il quale, fidandoli nella qualitb del fito, che pareva inefpugnabile, dava volentieri nccrto agli Ufcocchi, giudicando incautamente di poter colf opra loro render piò ficure le cole proprie, e forfè dilatare i confini, e arricchire di fpoglie. Ma gli fucccCfe tutto il contrario; perchè, prov9cati i Turchi da’ continui danni, voltarono il penfiero alla efpugnazione di Clilfa nell’anno 1537. al che forfè non avrebbero afpirato mai per la difficoltb dell’ imprefa, fe il Crofichio fi folfe contentato di mantenere le cofe fue lenza fluzzicare il verpajo, come fi dice : il efie può fervire di avvenimento ad altri piccloU Signori, di non provocar l’ira del maggiore, confidandofi, 0 in forze, o in appt^gio ^ altri Potentati; per^è Umili fperanze rìelbono per ordinario fallui. Vedendo adunque il Crofichio la rovina che gli veniva addoflb, fu af tempo d’invocare, c ricevere gli ajuti di Papa Paolo 111. e di Ferdinando Imperadore, co’ quali elfendofi pollo a dillruggere due forti che fi fabbricavano da’nemici, a fine di llrignere Clilfa con alfedio lungo, fu con improvrifo affalto rotto da’Turchi, e uccifo; onde, mollrando la fua tella a’Clilfani, mifero unto Ipavcnto, che tollo rilolfero di arrenderfi, diffidandoli di poterli piò mantenere. Nell’ alfedio di Clilfa, che durò piò di un anno, occorfe un fatto memorabile, del quale non cifendo (lata fatta menzione da altri, non mi è paruto fuor di propofito il riferirlo in quello luogo : pafiò egli dunque in quella maniera. Nel campo di fuori fi trovava un Turco nominato Bagora, di natura grande, e di forze tremende, il quale, come un nuovo Golia, sfidava ogni giorno quei di dentro a fingolar batuglia, rimproverando loro la viltb, e la chiufura della muraglia : arroflivano i CrilliaTomo !!• S z ni di 140 ’ STORIA fii di vergogna; nu ritenuti forfè dalla prudenza del Capitano, e for« fé anche da ragionevol timore, non ulcivano da* ripari : quando un giovinetto, nominato Miloflb, il quale ferviva al Crofìchio di paggio, (t fece innanzi al padrone, diman^ndo il combattimento contra Bagora : ma riprefo come troppo audace, e dilugaule à tanto nemico, f^giunle ch’egli confidava in Dio di doverlo vincere.- c (c pur rimancfle perditore, farebbe poco danno, c poco dilonore de’Criftiani, che un Turco di tanto creato foire recato fupcriore ad un garzone : in fomma queOo era (laro detto da Dio, come un nuovo David contra Golia, a- domare la luperbU orgogliola di Bagora. Ufei egli adunque accompagnato da divote orazioni dc’Fedeti CrifUani, c con un colpo di feimitarra, che fu forlc il primo, tagliò netta una gamba al nemico; il quale, f^ermatofi nondimeno falla colcia manca, tutto rabbiofo fi andava girando con tanta furia, che l’ardito giovane, febben gli laltellava intorno, per venire a fine della vittoria, non poteva però avvidnarfegli per far alcun colpo; ma aveva che fare alTai a fchifar quelli dellinfuriato nimico, il quale nemmeno con tanto empito, che, Icaniando 10 il CrilUano coll’ agilità della perfona, non potè il Turco reggerfx luila gamba tronca, o lulla lana, ma cadde boccone, c nel medeGmo tempo gli cadde di mano la feimitarra; febben altri riferifeono che U gittò via fpontaneameme, con dire a MilolTo, che lo feriva di lontano con-fain, che non lo volciTè uccider come cane, ma come Uomo di guerra; o ooù colf arma propria gli fu troncata la tefla, la quale fu portata con allegre grida dentro a ClifTa; ma eirendoll ei 11 poco dappoi perdura*, non potè eifer lunga Taltegrczza di cosi nobil fatto. Venuta* Cliilà> ia mano de' Turchi, rellò loro libero il pafTo, per fare feorrerk in tutta la Dalmazia, e Croazia, lenza impedimento; e lì ajirirono il primo adito nel Contado di Zara, dfendofi loro io quei medefìmi gioni renduto anclic per tradimento Nadino, Camello importanre, poAo nel bellico del medefimo territorio di Zara: ma gli Ufcocchi a^'anzati alla infelice battaglia lì ricovenron» tu Segna, Citch polla in un'intimo rcccflb del icno Flanonico, oggi detto corrotumente QuarnaTo, o Carnaro, da’ monti di Gamia che l’inquietano con tempere continue, di rincontro allTlola di Veglia; giudicandola opportuna a’ difegni loro, per; la fortezza del fìto naturale, ajutaio anche aìTai con'arteiperchè per la via di terra, rilpetto a’bolchi, c monti, non vi fi poteva accoftarc cfcrcito, ne condurvi la cavalleria, non che le vettovaglie, o i arriglieria; e per mare non vi era porto capace, nè anche di poca Armata; c il tenerfi fu quel canale era perìcolofo eziandio in mezzo alla State, pel vento di ^rea che vi lòffia fpelliflìmo, c che, per comune opinione, (febben par favola il dirlo) li può concitare a voglia Perciò gli Ufcocchi tanto piò volentieri fi ridulTcro in quel ricetto, condotti anche con onorati liipendj militari dalfimperadore, perchè, eflendo ellt uomini feroci, e ufi non folo a camminare, ma anche a correre con piedi faldi per bofehi, e per balze, pensò, mediante l’opera loro, di tener lontani t Turchi da tutti quei confini, c far difabicare la Lica, e la Corbavia, dalle quali Provincie foprallavano 1 piu vicini pericoli. Nè gli riufe^ all'ora male il difegno, mentre gli Ulcocchì attefero con gagliadi ftratageromi, e con repentine lòrtite a battere il nimico: ma tolto cominciarono a convertire le onorare imprefe militari in latrocini, e rubbamenti de'Criltiani, onde fi rendettero odiofi a tutti i vicini. Li medefìmo MilolTo, che fottoClilTa nell' ammazzamento di Bagora aveva acquifiato tanto onore, corrotto in Segna col mal’ ufo delle ingiufle depredazioni, dappoiché era diventato Uomo di maravigliofa fortezza di corpo, contaminò la lua fama, e fìnt poi la vita in Zara con un capefiro. Gli altri, valcndofi della comoditi del Mare, e de'recefll fallaci, ne’ quali difficilmente potevano elTer feguiri, avevano introdotto rcfercizio di alcune Barche vclociffime, colle quali coiteggiavano le marine, e afficuravano le prede che facevano in terra da qualunque improvvifa furia de’Turchi; coftumando di nafconderlc ne’cefpugli, c anche di fommergerlc fotto l’acqua, per cavarle poi negli urgenti bifogni. Colle medefime barche affairavano anche! Vaiceli! de’Mercanti, o dentro i poni, o in altri luoghi opportuni con infidie notturne ; profelfando però dapprincipio di non voler toccare nè le robe, nè le pcrlonc dc’Crilliani, ma Iblo de’ Giudei, e de’Turchi; Icbben fpeflb trattavano tutti ugualmente. Onde la navigazione veniva impedita, e il commercio interrotto; c in Coftantinopoli fi facevano lamentazioni, c minacce contra i Veneziani, come quelli, a’quali, per le condizioni^ della pace, toccava di tenere netto il golfo Adriatico, e libera la navigazione per i Mercanti, e Sudditi Turchefehi,* onde Solimano fi la-' feiava intendere liberamente di voler mandar l’Armata propria alla eftirpazione degli Ufcocchi, e afficurazione del Golfo; cfib nei capellri, e nelle catene. In quelli tempi l’Ilole di Veglia, d’Arbc, di Pago, cogli Scogli di ^ara patirono tanti danni, che ne fegui poco meno che la defolazione : molte Ville fi abbandonarono, i greggi, c gli armenti, che erano numerofi, fi dilpcricro; c le genri, per difperazione, ftavano per abbandonar il paeie : quelli che erano atti alle arme, e alle fatiche, corfero tanto più prontamente ad alcrivcrfi fu le barche lunghe, che fino al numero di trenta s'andavano armando dalia Repubblica, come piò atte d’ogni altro Valceilo a Icguitar i ladroni per li ftretti canali, e per le Ipiaggie di poco fondo, colle quali ft veniva anche a metter gli Ufcocchi in maggior, dilperazione, a’ quali in Segna non fi pagavano gli ilipend) dalla Corte Cefarca; anzi di Ib proccuravaoo di addolTar qualche carico all’ Arciduca di Grata, per eflTcr Segna Frontiera particolare de’ fuoi Stati, lébben apparteneza del Regno d’Ungheria : e dall’ altro canto il pacle non dava comodità alcuna di agricoltura, o di altra induftria; le Icorrcrie di terra rilucivano di molto pericolo, c di poco frutto; c quelle di ntare, per le caule accennate, conducevano ben fpeffo alla forca, e non fempre alla preda: onde di pura rabbia gli Ulcocchi, non potendo faziar la fame col cibo, la sfogavano col languc, e colle uccifionì piene di crudeltà. J)a tutte quelle infolenze degli Ufcocchi, oltra il danno che ricevev.ano i fudditi della ScrcnilTima Repubblica, e le continue lamentazioni che portavano a Venezia elli, e 1 Mercanti che fpcflb erano fvaligiati, venivano ad irriiarfi maggiormente (come fi è giU detto) i Turchi- onde il gran Signore, c i Batà ne facevano in Collantinopoli continui rifentimcnii con protellazioni che, non provvedendovi la Repubblica, «fiì vi. provvederebbono da sè llcfli. I Veneziani all’ incontro, procèdendo colla iblita loro propria ^denza, olt^ la iòllecitudine che ufavano fempre maggiore di pcricguitar i ladri, e gafiigarli, facevano anche continui uffizj colf Imperadore', che non tolleraffe né' fuoi Stati una uni tana ingiufiizia; nè permctteOè contri quello che apparteneva alla dignità fui, e alla perpetua fama dell’ integrità della Cafa d'Auftria, che ne gli Stati fuoi fi deOe ricetto ad Uomini fcelleratilfimi, e a pubblici corfari congiungevano gli ufhzj a quello medefimo fine i Papi, moOi parte dal pubblico fcrvizio della Crifiianità, e dal peticolo di qualche guerra tra’ Principi fedeli ; vedendofi bene che a lungo andare non avrebbono potuta i Veneziani dar faldi a tanta ingiuria ; parte anche fpintì da' proprii intetelC loro, perchè nè anche fi portava rifpetto a' Mercanti d’ Ancona, e di altre Città della Marca, e della Romagna ; e veniva ad impedirli il commerzio, e il traffico con danno delle gabelle, e con rovina de’ Sudditi, Le quali tagioni movevano anche i Re di Spagna a concorrere nel medeCmo defiderio, e nelle medefime illanze per quello che pativano gli abiranti del Regno di Napoli, foliti a portar vini, grani, mandole, e altre preziofe merci a Venezia ; le quali medefimamente erano mal licure dalla rapacità di quella canaglia : oltra che il Re Rimava fua vergogna grande, che il mondo vedeffe elTer ricettati, e alTicurati nelli Suti di Cafa d'Audria i pubblj^ ci ladroni, oramai infami per le loro infolenze in tuta Europa, ? luori d’ Europa. Ma un’altro detrimento confiderabile moveva il Papa, come il Re Cattolico, a defiderare che foflc melTo freno a tante rubberie,* perchè, impiegandoli le Galee Veneziane nella perfecuzione di quelli ribaldi, non potevano elle a'tempi debiti ( come erano folite) feorrere U marine Pontificie, e Regie, per aflicurarle da’Cotfari, i quali, fatti perciò più arditi, volavano ciafeun anno di Barbaria, e di Grecia nella llagione delle Fiere, e ne riportavano fempre ricchiffime prede con numera grande di Schiavi, quafi a mano falva, non potcndofi tener netti quei mari con altri Vafcclli, parte per non elTere frequentati i porti ; parte anche per antico Dominio fempre lafciato libero a’ Veneziani di tutto il Golfo ; fotto il qual nome fi comptende quello fpazio di mare che fi rinchiude tra Otranto, e la Vallona, feorrendo verfo Ponente fino a Venezia. Tutte (quelle conliderazioni, e inierelli rapprefentati a Cefare con anta autorità della Sede AppoRolica, e della Corona di Spagna, non facevano altro effetto, che di Ipeziofe promeffe, e apparente indignazione, dichiarandofi di volervi provvedere in ogni modo; ma nel fegreto li vedeva che a’ Minillri corrotti piaceva il diflurbo che fi dava a’ Veneziani ; e forfè più la parte che loro perveniva -• delle prede. Si mandarono però alcune volte a quello effetto Comnicffarj a Segna con ordine di regolare quella milizia, o mafnada di ladroni ; fe n’ impiccò ul vola qualch’ uno, forfè de’ meno colpevoli ; fi reflituirono alcuni Vafcelli, e alcune merci di minor prezzo ; fi diedero ordini divulgati al Capitano di Segna, di non lafciar ufeire gli Ufeocchi per mare, e di non ricettarli dopo le lubberie : dopo i quali rimedj fi procedeva per alcuni mefi con qualche maggior modellia.- ma indi a poco, come ave llerò a rifarC del tempo perduto, fi faceva peggio, che prima. E febben, arrivando i malandoni con qualche groffii preda, il Capitano, per mofirarfi efecutore degli ordini, tal volta usò di chiuder loro le porte in facTomo II, T eia, e eia, e di fparar anche loro ianiglieria contra, (ma fenza danno per&) molìrando di non ammetterli, acciocché di tal Tua rifoluzione natidafle ravvilo all’ Ifole Venete, e da quelle poi all’ armata, e a Venezia ; nondimeno di notte s' [introducevano gl' Uomini, e le prede la maggior parte delle quali era del Capitano > c i predatori ne riportavano lode, e ciò che badava a trionfare colie loro famiglie per alcuni pochi giorni ; dopo i quali conveniva trionfare alla buIca, o morire di fame ; perché tanto contribuivano i mefehini in faziare l’ ingordigia del loro Capitano, e di qualche altro che co» mandava al Capitano ; c in mantcnerfi i favori d' alcuni Miniftri nella Corte Celarca, c dell’ Arciduca di Gratz, (che dovevano effer di quelli i quali, per mancamento di fede, fi curavano poco delta Bolla in Cccna Domini, o d’ altre cenfure ) che picciola parte ne rimaneva loro, come fi può argomentar facilmente dalia povertà, e milcria colla quale fono fempre vifTuti ; né mai fi è intcTo che alcuno fia divenuto ricco. anzi fi è fentito dir di un Ulcocco vecchio, fìorpiato, che, dando lèmpre a giacere in Ietto dedituto ^ ogni ajuto, confedava di efrerft ritrovato ne* fuoi d'i a tante preac, che le porzioni toccate a lui per certi conti tenuti cos'i di grof*. fo pafiavano ottanta mila ducaci; nondimeno era miferabilc, e mendico, cosi permettendo la divina eiudizia. £ fu detto piu volte, che alcuni mercanti fvaligiati, efifendo ricorfi alle Corti Audriache, per lamcncarfi, c per ottenere qualche reintegrazione de’ loro danni, avevano riconolciute intorno alle mogli de’ principali Minidri i giojelli, c altre cole prcziolé tolte loro. Cosi i Principi ottimi, e d’ imegriii, e giudizia incomparabile, vengono fpelTo ingannaci da’ mali configli, abulando della bontk, c clemenza loro, con denigrazione della* fama • c nel mondo fi celebra per gran gloria della Cafa d’ AudrU, che, dominando gìH 300. c più anni, cost lungo Impero, c cosi potenti Regni, abbia però rariffime volte, o non mai gadigato per qualunque fallo minidro alcuno, o nella vita, o nella roba mal acquidata : ma forfè meritano maggior nome di prudenza quelli che, ficcome fono liberali nel premialo i meritevoli, cosi gadigano .con feverii^ i mancatori : nè farò alcuno che polTa biafimar Rodolfo Imperadore della ientenza che fece contra Giorgio Popel, per nobiliò, c ricchezza tra' principali Cavalieri di Boemia, fc furono vere le colpe fiie, privandolo della libertò, e della facoltò : piò todo fi poteva dedderare che al mcdefimo rigore arrivane la giudizia contra altri due minidri che ultimamente fi fcacciarono di Corte, i quali forfè predo alla Maedù Cefarea furono autori di piu dannofi configli.' non fi è però anco ra pubblicato, fe edì fieno veramente dati anche fomentatori derubbimcnti degli Ulcocchi.* ma fc un giorno fi pubblicheranno i procedi che s* intende eder fiati fatti da’ Generali Veneti, cavando da diverfi cofiituti di rei condannati a morte t nomi de’ loro particolari fautori ; e con quali, e con quanti prclenti le li lenedcro amici ; forfè fi feopriranBo cofe che daranno cagione di arroflire a molli ; e apriranno maggior lume a’ Principi di conolcere le fraudi colle quali è fiata per tanti anni tradita. la fama, e il fervizio loro. Con qncfti mezzi fi foftenevino adunque gli Ufcocchi ; e reftando fruftatori tutti gl’ufliz; che fi facevano, per reprimere le loro infolenze, foddisfacendofi folo agl’ intereflati in parte con certe apparenti dimoftrazioni nel redo fi adducevano per ilcole l’ordinaria natura de’ confini, che produce lempre uomini di mal’ affare; e che in quello di Segna, tanto importante, che difendeva lunghe frontiere contra il Turco, non fi potevano cos'l vedere tutte le cole per minuto, nè gaftigar con rigor di giuftizia ogni misfatto, per non diftruggere gli Uommi forti, Lceffari a quella difefa: fi allegava l’efempio de’Cofachi, i quali, abitando alcune ifole forti, e inacceflibili del Borillene; effendo effi collegati de’Pollachi, e Mofcoviti, e de’ Tartari, danneggiano per mare, e ìtr terra fpezialmente le Citt'a, e i Vafcelli de Turchi; ne bafta dili«nza alcuna ad eftirparli: e lebben efft dipendono particolarmente da Pollachi, e da quel Re fono loliti di ricevere il Capitano al quale ubbidifcono, nondimeno, quando da Coftantinopoli, o dalla T«taria Precopenfe vengono querele delle depredazioni, e degli incendjloro, che fanno affai fpeffo verfo Moncaftro, e l’altre marittime terre della Moldavia che fi tengono con prefidj dal gran Signore, e fono mercati celebri’ il Re di Pollonia luole Tempre Icufarfi, che non è in lua mano di raffrenarli, dando nel rello buone fperanze, e parole. I Colachi, per aggiungere quello, (poiché fiamo venuti in propcnto delle condizioni loro) abitano, come abbiamo detto di fopra, I itole del Boriitene, che, febben’è fiume ncchiffimo d acqua, non fi naviga però per effer rapidifiimo, e pieno di Icogli, e di falfi eminenti; ma i Cofachi lo paffano parte con picciole barchette, o d’un fol legno durilfimo Icavato, o di cuojo cotto, acciò, urtando impetuolamente negli fcogli, non fi Ipezzino; pane s’ajutano co ’l nuoto; neaqueUi, che non fono ben pratici, è ficuro accollarfi alle loro tane, dove provvilli che fono di vettovaglie, non temono furia, o potenza di qualunque nemico- neirilole cullodilcono le mogli, e i figliuoli in mal compolle capanne- e quando elfi efeono, lafciano lempre alla guardia qualche pane della milizia. Sogliono effere intorno a 5000. combattenti in eredito di tanta virtù militare, e di tanta giullizia nella dillribuzione delle prede che alcuni nobili Pollacchi hanno quella per buona Icuola, ove n’allevino i figliuoli loro nelle arti della militar difciplina. quelli daMi Scrittori Pollacchi fono chiamati Niforj; perchè il Borillene, che da’vicini popoli è chiamato Nieper, da efli è detto Nis ; e Niforj fi nominano, come abitatori del Borirtene, effendo il nome de’ Cofachi m Pollonia più generale, col quale intendono la cavalleria leggiera. Ora i Cofachi o Nilotj, in tempo di guerra crelcono maravigliolamente di numero, 'perchè molti s’accollano volentieri alle b^e loro, o per la fama del loro valore militare, o per la fperanza della preda; onde fi unifeono anche de’medefimi Sudditi Turchelchi, non lolo Moldavi, e Vallachi, ma anche Tartari; delU qual nazione lono in gran parte gli abitatori delle circonvicine riviere del mar maggiore, fpezialmente di Orzunia, e di Balograd.. Ma tornando al nollro propofito, Cccome gl Impenah moftravano coll’efempio de’ Cofachi che ne’ luoghi de’ confini era neceflario tollerare anche le genti rapaci, e predatrici ; e che efli coll opera degli Ufcocchi difendevano queUe importantilfime frontiere, arte qu^, per Tom. II. T a lafprez-, lUfprezza de’ monti, niun’ altra Torta di gente farebbe ftau egualmente jitta ; così promettevano nondimeno di azi ordine tale al Capitano di &gna, che ptpibifle, e gaftigaflc quelli che danneggiaflTero > confini Veneti, o in alerà modo deflero molelHa a’ Cridiani .* ma U Capitano (ì fculava poi di non poterlo fare, per la tardanza, e pel mancamento de gli fUpendj, fenza i quali era impolfibile trattener quei prefìdj, nequali ordinariamente fi fpendevano venti mila Ducati all'anno; e niuno rilblfe di metter qualche fermo aflegnamento per quella poca fomma, onde cenfalfero le querele, e le feufe: anzi quando l'Arciduca Carlo rìfiedeva in Gratz, e poi l’Arciduca Ferdinando, Tuo figliuolo, moffi, o dagli interein de'loro Sudditi, o dall'onor della cafa d'Aullria, o dalla propria cofeienza, (come fono itati quei Principi dotati dì una ingoiar virtù, e zelo) facevano iflaoza alla Corte Cefarea che non fi tplieraflero i latrocin) infami, e che fi mandafiero a tempo le paghe, per levar quella feufa a' ladroni, e per metter loro il freno; fi nlpondeva che elfi, come più vicini, pìglUfTero la cura di pagar detti ihpendj, e poi regolalTero le cofe a modo loro.* ma gli Arciduchi fi Iculavano, che Seg-na non era dello Stato loro, ma appartenenza del Regno d'Ungheria; e che a quella Corona toccava la cura,* die elTi però non potevano addofiarfi quella fpefa di più, avendo da guardar tante altre Piazze centra il comun nemico. Con quelli trattaci, e con quelli fviamenii s’andava prolungando il rimedio, che con onore non fi poteva negare; ma, per altri rirpétti, non li penfava di applicare. Sopportavano nondimeno i Veneziani con una prudente pazienza tanti aggravi, e tanti pregiudizi, rifoluti di tentare ogni cola primacchè venire ad una manilefla guerra, la quale abborrivano per tre cagioni.prima perchè vedevano che la rovina cafchercbbc Ibpra grinnoccnti Sudditi degli Arciduchi, alla maggior parte de’quali lapevano fermamente difpiacerc le fcelleraggini degli Ulcocchi, ormai abl^miuaii da tutto il mondo ; nè fi poteva andar contra Segna, che ì primi a fentire le miferie della guerra non folTcro i vicini Fiumani, quelli di Lovrana, e di Novi, e altri non principali nella colpa. La lècoada caul'a, e più importante, era, che, movendofì i Veneziani per mare contra di Segna, i Turchi fi offerivano di movcrfi liibito per terra; nè clTi volevano in quel modo aprire la porta a’ Turchi da penetrare nelle viteere d'Italia, per non effer rei dinanzi a Dio, e nel colpetto degli Uomini, di aver voluto vendicare le private ingiurie con damo uiiiverfale di tutta la Crillianitk. Moveva gli Uomini prudentilTimi una terza ragione piti profonda, fondata nel loro panicolar lervizio; perchè, elTendo loro rimafie in Dalmazia, dopo l’ultima guerra de’ Turchi, le fole Citta marittime colle gengive di pochilfimi territori, dubitavano che i Turchi, gih invaghiti della bellezza e fertilità del paele, non s’ annidalTcro con villaggi, e palazzi fin fugU occhi delle lor Cittì»; con che i Sudditi farebbono fiati elclufì da tutto l’efercizio dell’ agricoltura, e le Cittù (àrebbono fiate fogeettc a continue infidie della gente di quella regione barbara, prelTo alfa quale non viene fiimata ragione alcuna di pace, di patti, o di leggi. Quefie furono adunque le confiderazioni, c le ragioni, per le quali s’andò portando innanzi il negozio, e proccurando il rimedio con pazienza, fenza prorompere in una aperta guerra; perchè in fomroa fi defiderava di vedere moderate le feorrerie degli Ulcocchi, ma non di vedere t buoni eftinti ; e fì aveva riguardo di non facilitare la firada alle maggiori rovine d’ Italia, e della Criflianit^ ; nè It veniva volentieri a partito di far patir a gl’ innocenti la pena de’ falli altrui .* onde da’ Sommi Pontefici, che Capevano U fegreto, fu grandemente lodata la pieù, e la prudenza del Senato Veneto, colla quale veniva anche moderato l’ardir di quelli che avevano Tarme in mano, e reggevano Tarmata; i qu^li', fecondo la loro natura militare, i più impazienti non potevano lòpportar tanti oltraggi. Ma era necelTario che tanti peccati di gente ribalda, tanti faccheggiamenti, e ammazzamenti di poveri, tante lagrime di miferi affUcd movelTero Tira delT eterno Dio, acciò, fé in terra andavano impuniti si gran delitti, ne moflrafTe vendetta il Cielo.* onde venne in penfieroad AfOm Bafsh della Bellina, regno che confina colla Dalmazia, di npprefentare alla Porta le molefiie, i danni, e le rovine continue che pativano i Sudditi del Gran Signore da quello poco numero di ladroni; e che con grandifilma indegnità d’un si grande Imperio, e di una tal potenza era il tollerarlo : che egli, fé gli foflfe data autorità, colle forze del fuo governo avrebbe non folo dillrutti gli Ufcocchi, ma allargati i confini per le reliquie del r^no diCrovazia, e de’ vicini Stati Aullrìaci fino a Segna, e piò innanzi folto i felici aufpicj Ottomani. Era Affan per vigore di corpo, e prudenza d’animo affai inclinato alTarte della guerra; nè contento degli onori, a’ quali da debole principio cosi olirà il corfo di mondana profperic^ era arrivato, che afpirava di farli flrada celle fatiche militari a primi gradi di quel barbaro Imperio: però difcorlè del negozio in maniera, che eli fu facile il periuaderlo alla Porta, ove fi defiderava grandemente di galligare la temerità degli Ufcocchi, ed erano inalpriti gli animi dalle continue lamentazioni de' Sudditi, i quali deferivevano in modo la crudeltà dc’iadroni, ei flrazj che pativano i fchiavi i quali capitavano in mano loro, che ormai fino in Cbllantinopoli, e nelle vicine provincie Europee, quando fi voleva pregare ad alcuno che non cadeffe in cllrema mileria, fe gli diceva cosi.* Dìo ti guardi dalle mani de’Segnani. Però furono volentieri afcoltaci dai gran Signore, e da i Bafsh i configli, e le proferte di Afian; onde gli fu data commilfione, che rómpelTe la guerra, la quale per tal caufa cominciofii Tanno 15572. e durò fino a quello del 1602, con variati luccelTi, ne’quali hanno avute continue occafioni i Crifiiani di riconofeere la particolare protezione dell’onnipotente Dìo, il quale, febben mollrò dapprincipio di volerli gallìgare, non ha però permeiTo che fin ora fieno affatto caipcflaii da’ nemici del fuo tanto Nome. £ quantunque ad Affan vcniiì'cro profperi i principj della guerra, poiché lenza molta difiicoltH s’impadronì di Sifacn, eBichiach, quefio fui fiume Una, e l'altro sò la Cupa, come oggidì lo nominano i paeiani; ambi luoghi opportuni a’fuoi difegni, a’ quali fi credea poterli dilficilmenre far conveniente refiflcnza colle forze dell’Ungheria, che s’ erano debilitate, per eflerfi colla fperanza della lunga guerra che avevano avuta i Turchi in Perfia diimelTo nel regno Tufo dell' arme ; ed erano annichilati i prelidj di cavalleria, e di Isteria, che per djfela delle frontiere fi folevano ne’ confini mamene;*e nuracrofiinmì colle contribuzioni dclT Imperio; le quali, parendo che gih ceiralfero ì pericoli, fi coovertivano in alui ufi. Ma quando cominciò la guerra, fi accofTcro tutti quanto farebbe Ilato utUe l’aver in tal occafione alla mano un corpo di milizia tale, ve^ terana, ed cfercitata; c fi vedeva che lalpctcar foccorfo da’Principi dellImperio, o da altri Potentati più lontani, era colà lontana, e incerta; ORoc fi temeva ragionevolmente che non andafie la Crovazia, e TUnghcrìa tutta in poter del nimico t però fi maledicevano UÌcocchi,e fi (kfiinavano loro gli ultimi lupplizj, come ad Uomini icelleraiiffimi, c autori di tutte le rovine. Ma ne’ maggiori mancamenti di forze, c di configli, volle la divina miiericordia loccorere i Crifiiani in modo, che tutti conofeefiero efler ugualmente facile a lei il vincer con pochi, o con molti: perchè, circndofi l'anno leguente condotto Afian collcfcrcito vittoriofo, c invigorito da i profperi luccefiì, vcrioSifach, c paffata la Cupa con dilegno di calate poi verfo il fiume,^e per quella via farli la lirada alia prcla di Segna, c all’ertirpazione degli Ulcoccht, e ad altri più valli progrefii, fu Icopcrto da alcune compagnie di cavaili, che*^ fi erano meflc infiemc de’ vicini prefidj Audriaci, con fine d’offervare gli andamenti del nemico, c di fargli alcun contrado in qualche anguilia dc’paffi, o d' impedirgli le vettovaglie, più tofto che di far teda, e di combattere a bandiere fpiegate in tanta dtiugiiaglianza di numero, efiendo i Turchi più dÌ40ooo., e iCrilliani intorno 4000. ma edendo quelli tnafpettatamciue avvicinati alla Cupa, e avuto l’avvilo che il nemico giù cominciava a paiTare, fi leniirono infiammare da un’inlolito ardore, che fi vide poi cnere miracolofo dono del Cielo; perchè, ove alla prima nuova della vicinanza deli’cfcrcito Turchefeo, tutti gli animi fi vedevano volti alla fuga con dubbio che nè anche quella fervide allo Icampo; ad una loia parola pronunziata dal Capitano, che meglio era combattere con quella parte che era giù pacata il ponte, e che le ne poteva Ipcrare qualche gloriofa vittoria, il gridar di tutti, che fi vciiilfe alla battaglia, e il marciare in dretea ordinanza arditamente contra il nemico. Tu tutto uno; ove T affalto improvvilo miie a’ Turchi tanto tpavenco, che, lenza far un colpo di lancia, o d’archibufo, fi mifero m una dilperata fuga : c perchè giù erano padati quali tutti per un pome non molto largo, (edendo il fiume crclciuto d'acque, che non fi lalciava gu^zare ) pei medelimo ponte conveniva ritomariene; il qual non era capace dì più di due cavalli al paro; e perniile Dio, per maggior dragc de’ nemici del Tuo l'auto Nome, che nel mezzo del ponte cadellè un cavallo ferito, che chiule il padb a gli altri; nè riirovandofi in tanta fretta chi fi pigliad'e cura di farlo rilevare, o di farlo cader nel fiume, fu cagione della morte di molti.perchè inanimiti dalla jnalpetraia fdicitù, attendevano co archibufi, e colle Ipade a farne drage; onde i Turchi fi i>ittavano prccipirofamente nel fiume. Le rive erano alte; l’acqua groda; il tumulto grande; la mano di Dio Idegnata; onde di tanto numero pochidlmi fi lalvarono; poohì morirono di ferite rìlpctto a quelli che fi annegarono; fi penderono ìt bagaglio tutte, e i cavalli; rimale morto, tra gli altri, Adùn con un fuo Iraicllo; c i Cridiani, allegri d* una si memorabile vittoria fcAza pur una minima perdita, carichi di preda, ricuperarono indi a poco Silach, c cominciarono fperar meglio di tutta la guerra, la quale ha portato in quedo fpazio di dieci anni varj avvenimenti certo, mù nondimeno uli, che ciafeuno è tenuto di confelftre, edeili «iTer(I manifeftamente fcoperti fegni evidenti della protezione deironoipolente Dio verfo i Crìdiani, perchè fono date efpugnatc le Cità xeaii, rotti gli efercìti formati, meifo in fuga il proprio gran Signore : nò fi può che nella prelà di Cliffa confifleffe la diffruzione de’Turchi; nè credevano altro, fé non che il Papa foffe per pigliarla per sè, e per quella via mandar efercitt Crifliant nella Boffina, e far follevare tutte le Provincie con fperanza di liberti: ma i difegni del Papa erano quelli che fono llaii accenn.ui di fopra; nè fi giudicava conveniente fcoprìrli per fola Cliffa; nè meno il manìfeflare a gente mal cauta la caufa della tardanza .però s’andavano trattenendo, con induUria afcoltando in tanto le pretenfioni eforbicanti colle quali ogni giorno fi facevano innanzi e l'Arcidiacono di Spalatro, fratello di Giovanni Alberti, diceva che la nazione Schiavona non voleva mettere mano in quella faccenda, fe non fi faceva un Cardinale della lua lingua ; e penfava che doveffe toccar a lui, o ad un Aio fratello Dottore. Era anche venuto per quello effetto Gaudenzio Canonico; ma più importuno de gli altri era il Cavalier Bertucci, uomo arrogante, e di pochiffima levatura, il quale dimandava il governo perpetuo di Cliffa con groffi Hìpendj; e già fi faceva padrone lolo del negozio; parendogli di meritar molto, (ebbene ne aveva pochiflima parte, perchè nè a lui, nè a gli altri fi rivelava il fegretò; ma le generalità del trattato erano in bocca, per la poca avvertenza di coloro, di tutti i Dalmatini che fi trovavano in Roma; onde pareva impQfiìbile che non ne arrivaffe il fentore a'Turchi; e che non faceffero le debite provvifioni per afllcurar la Piazza. Tutta quella gente negoziava col Segretario Minuzio; il quale, mentre afpetrava la maturità degli altri più importanti difegni, loffriva quelle impertinenze al meglio che poteva.* ma infallidito dalie contìnue moIcllie del Cavalier Bertucci, come egli era tenuto per natura, per la moltitudine delle occupazioni, e per la poca laniià, collerico, e impaziente, fe lo levò dinanzi, accufandolo di prefuniuofo, e dicendogli che forte il governo di Cliffa fi darebbe ad uomo di più merito di uii ., c che non conveniva innanzi tempo pattuire della pelle deU’Orfo non ancor prefo. Il Bertucci, il cui camino s’empiva di fumo con poco fuoco, fi voltò fubito verfo il Barone diNorad, all’ora Ambafciadorc dellImperadore in Roma, e gli efpofe tutto l’ordine della trattazione, motirando che ella era già matura; ma che il Minuzio, come fuddito della Repubblica di Venezia, la impediva co’fuoi configli. L'Ambafciadore fenz altro predò fede a quello gli fi diceva ; matfime che, per altre cagioni, era fofpetta a gli Imperiali la perfona del Minuzio, cosà per effer egli nato fuddito de’ Veneziani, come per effer dipendente da' Duchi ai Baviera, tra i quali, e la Cafa d'Auflria correvano all' ora alcuni difpareri ; onde egli abbracciò il negozio, e fubito fupplicò il Papa, che fi conccntaffe di lafciar andar il Bertucci alla Corte Cefarea, e che 1' imprelà di ClUIà fi tentaffe a nome di fua Tome if. V Maeflà:, .* il che non fii diflidle da ottenere, eifendo ormai infìilìidict fua, Beatitudine della prefunzione del Bertucci, e delle impertinenze di altri partecipi di quel maneggio., Il Segretario Minuzio, quando vide dalla pazzia d un'Uomo impedirfi U pubblico fervizio, e i concerti ben ordinati, cercò di divertire il mal configiio; e trattandone con Tua Santità^ fi sforzò di perfuadere che fi defie il Bertucci al Commendator Pucci, Generale delle galee Pontificie, il quale all'ora fi trovava in Roma, acciò lo cufiodifie lopra la ^alea, ove non potefie metter lòtto fopra materia di tanta importanza : tutto fu indarno, perchè, follecitando TÀmbafciadore da una banda, e il Bertucci daH’altra, egli fu Tpediio fegretanaence in fretu verfo la Corte ; nè fi perde tempo, che indi a poco fu forprela Clifia in nome di Cefare, fenza aver prima penfato al modo di provvederla di vecovaglie, e di munirla contrale forze Turchefche. Vi entrò dentro Giovanni Alberti, fecon Qiiello fucceflb di Clifia elaccrbò gli animi de gli Aullriaci, e de’lo ro Miniliri contra j Veneziani, verlò i qualli non parevano nè anche ben difpolli, parte per grinierclfi de’ confini, e per lunghi contraili frù dt loro; parte ancora per la mala inclinazione naturale che, portano i Principi alle Repubbliche ; ora pareva loro che i Veneziani avrebbono potuto provvedere CUllà di vettovaglie, o chiuder gli occhi, mentre i ludditi loro, affezionati alla cauta, le provvedevano; ma chi fi trovava fuor d'interelfe, ben vedeva, fc era pofiibile farlo: oltracchè, la vicinanza degli Ufcocchi farebbe fiata loro incomparibilmcme più molefia, e pià travagliofa di quella de’Turchi, co quali in tempo di pace fi vivequietamente con libero commerzio. Nel medefimo tempo, per la ifteffa cauta, crebbe anche la rabbia*, e il numero degli Ulcocchi : la rabbia, per la tagliata ricevuta folto ClifTa, e per non eficre fiati favoriti, come forte pareva loro di meritare, da’ Veneziani : il numero, perchè i fudditi Turchetchi che avevano avuto mano nel trattato, alcuni de’ quali erano propriamente di Clifla, altri di Polizza, temendo di gaftigo, fc ne fuggirono a Segna: il che fecero ancora non pochi fudditi della Repubblica, che imprudentemente fi erano ingeriti in quel negozio, e dubitavano però de’ cafi loro. Le quali faccende la Veneta prudenza non giudicò però doverfi andar più Ibttilmentc inveftigando, per non moltiplicar diffidenza, e difpcrazioni, e non aumentar di vantaggio il feguito agli Ufcocchi, i quali, dopo quefii avvenimenti, parte per isfogar Tedio conceputo, parte per certa opinione di far cofa grata a’ loro Superiori, da’ quali forfè anche venivano infiigati, fenza alcun riguardo fi diedero a danneggiare i fudditi Veneziani, Ivaligiando i Vafcelli de’proprj Dalmatinì, ove non poteva effer pretefto dei Turchi, o dei Giudei; levando dall’ Itole gli ammali, i vini, e ciò che vi era, e ammazzando anche gli uomini per qualunque minima refifienza, per caprìccio: onde fi vedeva che avrebiMno in breve dilolata la Dalmazia rutta, fe fi differivano le neceffaric provvitioni, la cura delle quali fu comn^effa in Venezia ad Ermolao Ticpolo con titolo di provveditor Generale, e con libera podefi^. Il Tiepolo fino da fanciullo sera efercitato fui mare, e aveva in diverfi carichi fatte cote maravigtìote contra Cortari, ed era grandemente temuto dagli Ufcocchi, perche era folito di fame irremiffibilmente impiccare quanti gli nc capitavano in mano; onde fi giudicava che fofle ora per far molto peggio. Si tapeva in oltre che era di parere che fi dovelfcro aflalire con aperta guerra i nidi de’ malandrini, e difiruggerli con ferro, e fuoco, c ne aveva dato principio, battendo Scriffa, terriccivola che gli Auftrfaci chiamavano Carlo Iwgo, porta fui canale della Morlaca, dirimpetto all’ Itola di Pago, la quale poiché ebbe prefa a furia di artiglieria, fece lubito impiccare quanti nè trovò dentro, cominciando dal Capitano, e Luogotenente con venti altri di quella ftirpe; e moftrava di dover feguitar nell’ ifteffa maniera in tutti i ricetti de’mafnadieri, fe dalla Repubblica non folfcro fiate temperate le ritoluzloni fue troppo ardenti, la qual era moda, dalle ragioni toccate di fopra a non correre ancora, tirata dalla neceffitli, in una manifejla guerra: ma ora aveva una confiderazione di più, che, effendo gi^ acccla la guerra tt\ T Imperadorc, e il Turco, non pareva convc^ nire alla pietk, e prudenza della Repubblica, fe aveffe nel medefimo tempo moffe le armi contra la cafa d’Aufiria; la quale fe in tanto foffe fiata afirecta da altri rifpetti, come grandemente fi temeva, di conchiuder la pace co’Turchi, eziandio con patti difavvantaggiofì, la colpa ne farebbe fiata rovefeiata tutta fopra i Veneziani ; onde efll prudentifiimamente fi aftenevano dalTapcrta guerra, febbene le fpcte, e le forze erano tali, che avrebbono potuto bafiare a farla, mentre i più prudenti volevano Tonu , V 2 pur por vedere fe la dilìruzione dt Scrifla pofefta ballare a metter pende' fo kd altri d’ovviare a maggiori pericoli; al che adoperava Papa Clemente tutta T autorità de' Tuoi configli; c vi s'impiegava anche il Rè Cattolico per zelo di giulhzia, e per riputazione della Tua cafa. Ma mentre che i Minillri di Tua Samitk cosi prafifo a Celare > come prelTo agli Arciduchi accufavano le rapine, ed i misfatti degli Ufccochi, efTì, per difcotparfi in qualche parte, avevano mandato a Roma il Padre Cipriano Guidi, Lucchefe, deU'Ordine di S. Domenico, uomo di qualche dottrina, ma di più audacia, di molle ciancie, e di gran vaniti, il quale e in voce, e con lunghe fcritture pretendeva di giudificar nel Mondo le azioni degli Ulcocchi, efaltandoli come tanti Maccabei, e actrì.buendo loro la falute d'Italia, è la difefa di quei conhni .* diceva che le depredazioni dc’Vafcelli di Levante erano idituite per zelo della fede, Up meme in «iw.fan»di ladaa fawodo upuione, efapata» vano aaiaanafi l'im falò», ni aliai potevano avanzare alcim di b>M. qnelb ara la fada na’p n bW ir i maneggi, c Belle aaminillcaaiaat del pafa biKO danaro.- ad ok» owlbaRino tempre ebe pili ia^rafie laro l’uiil» dei^ Patria, che le paiefte comodià; e tàiltir vera la doiniaa di IVh cidide, efie era magli» efiàr poveao Cictadiae in rioca Repubblica, eh» rioco Ctnadino i» paàeca Rcpubblica^Médema» gnelli mediocri làaa)tb, baftami però a fafiamaM onoramaeme le Ifato cndkario da gU Antca»ei e cen «jnelle vivevano modaniamete, fanza aadar con ^ aafiatb ocrcaad» quegli avanzamenti di factuaa che ia qaeftì u lt i mi Ma» pi hanno rnarinnitn pah n dafiderarfi in Venezia, per eflére erdeàna pib il lafln', e la pampa aaaoa i lodevolil&iiii coftarai de gli Antiche. Oia non patendo, per altre ocanaaaiatil, sbrigaifi à «aA» li da Vnnezia,-ad cftD^ d ai m a n di Bembo dalte-fae iadi%ofaiaai a totaarvi fubiaa, fa per deetea» .dal 9bnaa» eommAà ia ttam tuo* 1» cute dèi nagazio ad Anma i o Gii iftin iaaa, Cavaliere, Capita a o dalMfo, che, dopo eflèrC pebaatfo di iepa anni eootiau» eletcicaia oaaa». lamcat» in diverfi «pNcfci maaMmi falle Galea, fa aa taraava allBP»tra eoa gialia Iptt ml aa di maggiati aneti. U ^ftiaiajro era gbviaa^ e nvMNio vaduie fn dbaa le pih canuta talk fona agella faerigMìCaao nagaaio degli Ufooaahà, pcoo atl av a .eaa aaolm ai r aalp ea ioae, ma aon ima inifafa- ddigenaa» latpmlagli letvt pai coahere fapta l' Itoli di Ikav» niM*,'pregtnlifa«atc dd bada,, iaeiaat al numero di t^, pofia ia hmgo pabhiioa, diadan gmm daime iMtiaceU a gli oocbi. di gidlli ebe taaaivana ogai giafaoir t*a vidi delle nefande opemzieai di qalblU mala gente nd iè ri 1 11 É mm tTavarna vedute in thrt tempi mma in una \ml(»r‘ onde ibtmata ‘dal Ghifiiniano veniva ia Venenia alnaw fa|>ta le IbcHe; e parmra abdfa Ibn Wioiib poteflè pnrmr anche gunkbe iMg^ bene, pafcbb‘b>ga4 gfarni a' era aperta la (bada a% nranaaiooe d’aaaomodanmmo di tuoa il negotio. Perebi, avendo i’Aicivtfoovo di Zara ptapofti ab Papa dhreti! modi di Ttrminaelov ^ Santnb.gli c o m m dt chce’abaceaflà oel VdcBvadbSa. gna ' che faa loro vedifaio dt i nri ma pn are H mgnaioa qnalcha via di«oiSellane, per poterla praporte a gTfamc eff aii aa« nRipn fandaaiadco. n Vcleovo di Segaa àMitai» daU'Areivetehvo pw n Zatay 1 fii fora fi maaciD dirwle coafarnuc per plbigforni, la gadfLdI maao in maao fi eomumeavano al fopeaddetto Gin fii aiana. Per nadir la facili* della fa» faba y- M fiaa 4 delibati eba II IMòafa anddfc afa Ora di 4fcua, «‘ dì'dPtaga, per panar di fa gaalahe «onuneCaM famm iella rtffai xieac di'partiti, fafamma de’-gadi tra» che ipMHa amltitadiat # aaafan rapaai non fi dfafadfe tataa-mMa in fiagna, aia fa maggia»-]*». « fi omiddaefie a gaaidia.fa mrnf e -^aal».pacevaaa afiàe pifi alili *1. U fifiefa de’ coafiai, a amna atfa afle eabbama fi an fama da emgofa XbtI. par bene de’tlbagulei, i oaif il gnale ricusH 4’andarvi, # fg privato deibilttpcudio: per kicbe lùarrtò a Segua, ove viveva luetavb, «a meidiiinos e carico di. iigliualà, fcnia credito, e mezzo fcenip. di ccVvella, Ma tornando ah ptopofiio noAio, à Vaibovo di Sogna, arrivato aGratz, tiDvò in quella Com agni cofa beo ddpoAa, e unedbecra incUnazione all' acoooodamenro,' perchè il Priocipe, ottinio, t gioMfimo, era modo aon lob dalla -diminnzioac delb proprie gabelb, a dal pctimemo de'ludditi, w gl'interrotti con f erai, e per rimpedna vettovagUa; ma moim più palla prapiia caicicnta, e dall' intcìelb datb ripotaziasie della Cala d'Au. liru, che, onorata nel mondo per «ami imperadori, e tanti Re, veni va ora htad'xtia di fi>mentare nc'&ioi Stati pubblici Itdroat, crudalUiaw, miai imbranati di langtie Criiinno : ma perghi aon dipendeva raccomodamento daU' AicidiKa, il Vebovo 111 canfigliaio da lui di trasferirli olla Corte Celareai c lìi aecoorpagna» a quaU'sBciio con lettere a ' peopolito. Ma in Praga la dtfiicolih ota'era all'ora di veder la bccia delllmporadofc, eoo che di negoziare Icco, c il mal animo d'alcuni principali Minifiri, i quali godevano di vedere cos'l travagliala la Repubblica di Venezia, o' perchè avevano altra canb di bvorir le rapine degli Ulcocchi, fece perdere il tempo al Vcliavo, chi noe ne e^rh, le non buone parale, c dilcoifi di rmieiici tutta lo biKenda. oli' Arcidnea. In tanto era nllr‘"T'‘‘ Venezia il Genezal Uooato, e datb una occhiala al pacb y coniidefamfa i ptlTi per. h quali gli Ulcocchi potevano ufeire dal-Caneb di Segnlbforrerc pop I» IMmatia, riloile con pruden;ifli«no «anfiglÌÉ di cisiuderne con Foni oppartnni, e muniii dt geme, e di oriiglierin, l'tmqnell'Udla «NVeglb el canafeiefelb MorUgea, ove è I «panguAa hoese,.per la quale erano tolih-gli Ufeooahi di patfaroìèrequcMe benu. Qnelli Rccoam erano t più coowdi pofli a chi voleva ulcira, ed eaiatie.&nmmcnce,-«aai erano piu Acili a temi* per l'anguOia del fieove fehhene rimanevano o'hdrooi alcune altre pocboutcMc kherc, nopdimtno, quandafi davo fero b caccio nei ritomoy grantliflinio rifchio : però fi vide daircffetco che quel pmdentiflimo con. figlio mife i ribaldi in efirema difpcrazionc, malTimc che col primo forte di S. Marco s’impedì a’Segnani il commerzio di Fiume, donde erano fo. liti cavare le vettovaglie, e provvederfi de gli altri bifogni : con che fi può dire che fi toglicirero loro gli alimenti; però fi riduflero tofio all’e. flrcma necediih di tut^c le cote.* e come un'impecuofo torrente, a cui fia pollo innanzi un gagliardo riparo, è forza che sbocchi colla fua furia in altra parte; così cofioro, (limolati dalla fame, ne potendo più ufeire per mare fenza manifeilo jsericolo; vedendo che quanti di loro venivano alle mani a' Veneziani ( c ne venivano molti ) tutti s’ impiccavano verfo i confini de' Turchi; (dfendo giìt, come fi è detto, dilettata la Licca, e Ja Corbavia) non rcllando loro ipcranza, fc non di mii'eric, e diffìciiilTime prede, fi voltarono temerariamente, e rabbiofillìmameme (non mirando quanto importava tirar una nuova guerra addoflb alla Caia d’Auilria, come ?rano fiati foli autori deli’ altra co’Turchi ) fopra rifiria, e con terrore dì manifefia guerra, non che di rubberic, e laccomani, entrarono ne'iuoghi murati, e anifièro fiendardi imperiali; iaccheggiarono le terre, c le Caftclla, c fecero fino de’ prigioni ; onde fu ammirata la difcrczione, c fapien za Veneta, di iaper divorar oltraggi tali, e non venire, per le cagioni narrate di fopra, a manifefia rottura., Provvide ella bensì con fubtti foccorfi alla ficurezza de'fuoi fuddici, inviando quel numero di cavalli, e fanti che pareva necclTario al bifogno.il governo della qual gente, e di tutto il maneggio deli'imprefa fu dato a Francefeo Cornare, Gentiluomo giovine, ma che nel carico di Provveditor della Cavalleria di Dalmazia aveva dati legni chiari di maturo giudizio, e di una incorrotta fede nel negozio de' danari pubblici*, le quali virtù l’avevano fenduto maravigliofamcnce grato al General Donato, il quale lo predicava con continue lodi, ovunque occorreva : c inficmc colia commelfionc di provvedere alla ficurezza delie terre dell’ Ififia, e di quei, popoli, gli fu dato il comando di non afialtar però i luoghi dcU’Arciduca iu s^uei confine, ma di gafitgar i malfattori, di vendicar ringiiirie, c di rifarcire i danni, 0 pubblici, o privati a mifura colma: Il che egli andò efeguendo con tanta vigilanza, c con sì accorta maniera, che, feJgU Ulcocchi trionfavano di qualche preda, tofio ne piangevano i fudditi Arciducali, c maledicevano chi n’era caufa*, accorgendofi dì dover in breve (fe non fi accelerava il rimedio) rimaner tutti diftrutti; perchè non indovinavano che Tarmi Venete s'aveflcro fempre ad adoperare con quella rilcrva, e quella dilcrczione la quale negli fieUì lagrimofi danni veniva lodata, c ammirata da chi non s’internava neli’iiìternc caule d’im tal procedere. Quelle faccende fi maneggiavano in Ifiria col configlioj e coir autoriih del Capitano di Ralpo, ch’era ^rnardo Contarini, Sonator gravifilroo d’anni, e di prudenza, folendofi dar quel carico, benché di luogo piccolo, ad uomini tali, e benemeriti della Repubblica, alfine di rilàrcirli delle fpefe fatte in fervizto della Patria coll' utile importante che fe ne cava*, onde s’ era trovato nei medefimo Magiftraro il Ticpolo, quando egli fu creato Generale contra gli Ufcocchi: ma il Contarmi, alla fomma degli affari,^ e delle fatiche mon potendo refificre Perù fua, che palTava giù 80. anni, chiamò Giulio, luo figliuolo, che ne lo follevalfe in qualche parte; il quale, elTcndo d’ ottimo giudizio, e molto rifoluto ne gl’ importantidìmi negozj, Tpjw* il X a c con i 64 storia f congiunrifTiino in amore col Cornaro, ebbe la mira Tempre a portar (juella nuova, e infolita forma di guerra a quei fini che lono flati deIcritti con maniera molto accorra, e lodata. Ora mentre che in Iflria cos^ s'andavano bilanciando le cofe, c fì temeva che non riufcilTcro finalmente in una manifcfla guerra, il Donato aveva gili fatto Taccheggiar da' Tuoi l'oldati la Terriciuola di Lourana, non lontana da Fiume, con maniera tale, che ben fi vedeva effer lua intenzione, piuttollo di pizzicare, che di ferire, a finche altri fi rilvcgliaflcro al rimedio, c dopo aver con diligenza finiti i due forti fuddetti, e dopo averli provveduti cos^ di milizia, come d’ogni altra cofa necelTaria, e vedendo andar a lungo raccomodamento, il quale tuttavia fi trattava, aveva in animo di palTar ^ qualche maggiore progreffo. Nondimeno il Papa, il quale aveva per quello accomodamento già molti mefi 'contuinui in Corte CeTarca Flaminio Delfino, che non cavava rifoluzione alcuna, bens'i Tempre fperanze buone, e promefTe, fui fondamento di quelle continuava a pregare i Veneziani a procedere co’ foliii riguardi, lenza venire a guerra aperta, con rutto che parelTe loro grave la fpda, c ormai foflcro infafliditi dalle lunghe, c vane fpcranze; poiché efTì confumavano teforo tale, che avrebbe potuto ballare per una giufta guerra, ove almeno avrebbono potuto pretendere non folo di render danno per danno, ma di ridorarfi con qualche acquido dc’gravi patimenti. Ma elTendofi in qiieda congiuntura accampato l’cfercito Ottomano guidato da Abram Bals^, Cognato del gran Signore, fotto CanilTa, Piazza non lontana dalle Frontiere della Crovazia, e dellIdria, parve piucchè mai necelTaria la pazienza, acciocché, fuccedendo qualche finidro accidente, il Mondo non nc dede la colpa alla Repubblica, che avede in tempo d’un tanto bifogno tenute occupate altrove le forze Aullriache; onde non farebbe mancato chi 1' avede calunniata d’hueiligenza co’ Turchi. Per quedo il Donato attefe a regolar le milizie, ordinandole in modo, che un numero minore potedè predar il medefimo fervizio, e cosi fi diminuiffero Icfpcfc. Erano neH'armata diftribuite parte lopra le Galee, parte fopra le barche lunghe quattro divcrle nazioni, unte valorole, c acccfc di una onorata emulazione di virtù, Italiani, Cord, Dalmatini, e Albancfi, co’quali era opinione dì molti Capitani pratici, che s’avrebbe potuto tentare, c condurre a fine ogni ardua imprcià; madimc comandando loro il Donato, che era mirabilmente ubbidito da tutti, perchè, oltracchè li pagava a’tempi debiti di moneta con vantaggio, ufava di trattenere i Capitani di tutte le dette nazioni, coridlemente ammettendoli di continuo alla fua tavola, nella quale, febbene non voleva il ludo, biafimato in quelle d’altri, fi vedeva però un’ordinaria fplendidczza; c Tcbbene nel volto, e nelle parole lue fi feorgeva natura inclinata anzi a fcvcric^, che a piacevolcza, nondimeno fapeva temperarla in modo, che riufeiva grato z tutti.* ma principalmente i popoli di Dalmazia lo benedivano, per l’incorotta fua giulìitia; c i Magillraii inferiori lo temevano, per Topinione d' inviolabile integriti. Dilpoflc adunque le cofe nel modo che fi è detto di fopra, il Donato con buona licenza del Senato fe ne tornò alla Patria, edendofi in fuo luogo (con un giudizio univcrìale, non di Venezia loia, che lo elede, ma deU’armata inficme, c di tutte le Cittì» marittime, che molto pri ro prima Io prcdifTcro) commclTa la fafHdiofa cura degli Ufcocchi a Filippo Pafqualigp, ch'era all'ora Provveditore dell’ armata, ed era palTato, fi può dire, per tutti i carichi che comandano fui mare, nel quale aveva menata la maggior parte della Tua vita fìno dal tempo in cui dall' armata CriOiana fu rotta la Turchefca a Curzolari ; ed era flato riputato Capitano valorofo, vigilante, e rifoluto, mafTÌBie contra i Corfari, de' quali fi faceva conto, cha avea prefo fìno a quell’ ora gran numero di Vafcelli armati; onde tutti andavano indovinando che per mano lua dovefTero anche reflare domati finalmente gli Ufcocchi, contrai quali egli, conforme all' ordine ricevuto, fe n'andò colla Tua Galea vecchia, e veloce: ove fi vide toflo ch’era per camminar dietro a gli antichi configli, col perfeguitar i ladri, e impiccarli ovunque gli avefse colti; e con rifarfì de’ danni de’fuddìti fopra chi gli inferivano, fofscro chi fì voleffero: nella qual imprefa entrò, oltra gli ordini pubblici, con gagliarda rifoluzione propria, con si fatto fpa vento de’ malfattori, e con tanta fperanza dc’popoli afflitti, che la Dalmazia, e Tlflria cominciò fubito a credere che fofTero toflo per finire i loro lunghi travagli. Tenne egli bene cufloditi ì luoghi fortificati dal Donato, e ordinò le guardie a gli altri paffì di mc^o, che ogni ufeita fo(Te agli UIcocchi pericolofa; e perchè il porto di S. Pietro di Nembo neH’llola dOflcro era ordinario ricetto di molti vafcelli, t quali o dalle oppofle rive d’Italia paffavano in Dalmazia, o di Dalmazia navigando verfo quelle parti, o verfo Venezia, quivi fì fermavano, per afpettare tempo opportuno al loro paflaggio, onde gli Ufcocchi erano ficuri di trovarvi lempre occafìone di preda, quando potevano tirarfi fin 1^; Ì1 che facevano tal volta cacciati dalla fame, e dalla difperazione ne’ tempi piò fortunevoli di borea, quando nè le galee, nè le barche armate potevano reggerfi alla furia del ventosi! Pafqualigo, per toglier a’Iadri quella comoditi, e per aflìcurare a naviganti quella danza, fì fervi prima d’ una Chiefa vecchia, e derelitta, per collocarvi dentro a quello fine un prefidio di foldati; c poi vi fabbricò un forte in fito opportuno, con comoditi anche d’alloggio per qualche pafTcggiero che vi capitafle ; c ridorò la Chidà, provedendola delle cole necelTarie, con ordine che vi rifiedenc fempre un Cappellano, acciò a quei foldati nè anche mancaffero le confolazioni fpirituali : il che tutto l’efpericnza fin qui modra clTerfi latto con prudcntifllmo configlio. Con quede diligenze redò, (i può dir, aflicurata tutta la Dalmazia; e i ladri, fuor di qualche ben repentina fortita fopra Tllola di Arbè, e di Pago, ove depredavano qualche animale, poco ardivano di folcare piò i canali di Dalmazia; e per ogni poco danno che facevano a' fudditi Veneti, ne pagavano U ho, o cfli, o altri fudditi Arciducali con ufura; perchè il Pafqualigo faccheggiò primieramente Ledenici, poi Mofehenizze, c Terzato, c Belai, tutte Cadella del Contado di àgna : fpogliò altri vicini luoghi di animali, e di abitatori di maniera, che ogni cofa era piena di pianto, e di fpavento, nè alcuno fi teneva ficuro, fe non ben lontano dalle marine, 0 in fortiflìmi ricetti: gfinnocenti maledicevano i malfattori, che erano cagione della rovina loro; e i colpevoli reflavano confufì, confiderando a quanto incendio avelTero elfi data occafione In quello mentre co’medefimi paffi camminavano le cofe d’iflria, ove i ladroni, vedendofi ormai chiufe le firade in Dalmazia, cercavano di rimediare alle loro neceflitìi : ma il Cornar© vigilamiffimo, ficcome roetteva cura di non clTer il primo all’ ingiurie, e a i danni, cosi non era pigro di vendicare ogni minima ini'olenza; e gi^ aveva empiute \ timo quelle frontiere* di terrore, c arricchiti i loldati colle prede, colle quali s' erano anche rUiorati molti danni de’ poveri ludditi, e quelli di Marc'Anionio Canale, che, mandando le lue bagaglie a Zara, ove era desinato Conte, ne era Oato ipogliato da’ maledetti Uicocchi nel cammino: Onde i ludditi Arciducali di quei contorni, afflitti da si fatti danni, e temendo lempre di peggio, dopo il primo ricorfo che fecero all’Arciduca Ferdinando, che gli liberafle da tante oppreflioni, c provvedelTe che gli Uicocchi nqn fon'cro cauia delta dillruzionc di tutto il paefe; nel qual tempo era flato loro rilpoflo con termini generali, che non fi prometteva fc nop tardo rimedio, c incerto; ma fi confortava alla pazienza ; rinnovarono poi Tinflanza con concetti piti veementi, moflrando che non era pu'i pofllbilc fofferir tante rovine per colpa di pochi Matpadìeri; e che elfi làrebbpno sforzati a metter alle cofe loro altro compenfo, fc fi differiva la provvifione: c pareva veramente che, andando le faccende più in lungo, fc ne potefle temere qualche rivolta; però, eflendofi già per le molnpiiqate iflanze del Papa, c per le replicate propofte dell' Ambafciadorc, deliberato in Corre Celarea di commettere con un'affoluta autorità tutto il negozio all'Arciduca, fpediti furono finalmente i difpacci, dappoiché Celare s'aveva levati d’ attorno quelli che erano creduti ^iflu^hatori di buon configlio. L’Arciduca, fenza perdervi più tempo, avendo fempre dcfidcrato di liberar la lua Cala da un tanto obbrobrio, volle fra tutti i Miniflri fnoi Giufeppe Kabatta fuo Configliere, e Vicedomino nel Ducato di Camicia, di cui fi fece menzione di Ibpra; c centra l'iflituto della Cafa d’Auftria, lo deputò folo, c unico Commeflario, con libera podeflH all’ accomodamento degl’ invecchiati contraili « ai gafligo degli aflaflìnì; con ordine di dar ioddisfazione tale alla Repubblica di Venezia, che z' ormai fi ccflafl'c da’danni, cos\ nciriflria, come nella Dalmazia; fi le ' vaffero gli affedj delle Citt'a marittime, e fi rcfliiuiflc il commerzio a’ fudditi con fìciira navigazione. S* induflc f Arciduca a preferir quello foggetto a gli altri, conofccndolo Cavaliere d’ottima fede verlo Dio, e verlò il Principe, come l’aveva efpcrimcntato nell’ eflirpazione dell’ erefie per la C.arniola; nel qual negozio aveva Ipcffo moltrato di flimar poco i pericoli della vita, putehe adempifle compitamente i’iiflìzio fùo: cos'i fi ipcrava ch'egli folle per far anche in quello, il quale importava alla buona fama de’ Principi, alla lalure de* ludditi, e alla gloria di Dio, in cui ditonore facevano uomini Icclteraiiffimi patir tanti poveri innocenti, e perir tante povere anime. Il Kabatta era di languc Italiano, e i progenitori lùoi con carichi di guerra erano di Tofeana veruni al lervizio dell Imperador Carlo V-, lotto il quale colla virtù acquiflarono onori, e ricchezze.* nè egli degenerava punto dal valore de ’luoi Maggiori: però, volendo corritpondere all'opinione dell’Arciduca, c al giudizio che fi faceva della pcrtona lua, fi mife con tutto lo fpirito al maneggio impoflogli; e prima dogai altra cola deliberò dì abboccarfl col Cornar©; c per allicurar di poter anche levar da quei confini alcuni foldaii, c che in tanto non fi avclfc a proceder in quella parte con termi icrmùù d'oAilitì, ove il Coriuro mollrò che, purché non iolTm cUnneggiati i luddiii della Repubblica, egli Aon fi moverebbe di ui pelio, eflèlido tali gli ordini fiioi, e avendo caiqoiioWb fin eli’ ore -con qiiella diicmione che i Minifiri Auftriaci dovevano lodare: poiohi, Éebbenc aveva forze confiderabili foliemue con molu ^la, colle queU avrebbe potuto far infiniti mali in pacié poco (am, e poco prowifto, nundlnneno non s'era mofirato nemico; k neo ^ade l’infialeBxn degli Ulcocchi, e la difela, o follevameiuo de’propr) fàddiii l’ avevano indotta! perb provvedeflc pur U Rabatia ^e dal canto fuo non fi rinnovaifero l'ingiurie, che egli, tenendo le vecchie per ben veadican, a'alicrrebbe v^eniien da ogni altra oStfa. Il Rabana redi conteonfiinKi della riletta deldCniMio; e fi aaarayi|li& di vedeee un giovine coti valorolo peli' armi, ooai pendente ae’ configli, e caci accorto nelle rifpo{le; nè dubitò che potowc elTergli maBcato da ijaeila parte, vedendo che fi ptycedeva finceraoMOte : potò, avendo abbaftanaa prawifto che con nuove rubberie non fodero provocate quell' acme, levò ficuramente la gente di quella perù «he parve neccllària a' Cuoi fini, e coadfii, e con altra raccolta' in altre pani, fé ne venne verib Segna armato in modo di jntet ilbrzar afi'ubbidieoza quelli che voloncariamence non vi c' inehinailero. Giunto adunque il Commeirano nella tetta di Fiume con ul apparecchio; e fapaado che, per le molte pnwve, i Veneziani. hvrebbono potalo afpetiare poco ^ttO| della fua commedieoe ; poiché tutti glà.altri venuti in altri tcn^d cbn .fimil calicò avevano avuto poco penfiero di medicale il male della radice, ma s' erano oonteneati di dame un'apparente loddbfazione, non accomodamanio ; non coaando che poco dopo la partenza loro le facceuda risadpITaaa :oef^adoCau dilbrdioi; elferiio nwluta 4 é-drizar la paaunn.alU.via d’un reale, e fodoaecomodamento, il quale conycoiva alMl. dignità db' fiioi Principi, e alla ficurezza de'fuddfti, pensò eder necedàrid di levar primieramenM fot»bw, e i fofpetti, che potedeio aver, contrarii, e poco iinceri dilegni i Veneziani ; onde procciwò con lenere coufidenia predo at Generale PaIqualigo; che, per piti facilitare la trattazione, fi era trasferito con paiv re dcH'aamaia lopn Pifida di Veglia,, ove db da -Calici- Mufebào mira con p04n anicrvallo le .-vicine riviere de gli Auflriacia i Qpivi dunque fi portò il Vèicnvfli di Segna per oediae del CommUfario al Generale, per alficuraria-che fi faceva da davero; e par precario a cornfjpoodere dal canto fuo olla buona vnloacb degli Autteqtci,dove il Vclcovo riferi che i punti dé^ corameflione erano veramciur di galligare i ladroni fecondo i merici;>(a non tutti, almaio i capi ; difcacciar di Segna, e da tacco quel cragta> IduUjpi Veu^i sbandici, fuggitivi, e fallili, dalle Galee con perpetua peoihnMa di ano ricettarli per r avvenire; e, quplU che piò importa, dà levar gli ilfigocchà da Segna, e da' vicini luoghi marittimi, tralporunduli mdi.ulcuni .CallvUi fn terra, non raeim oppornini ajla difela de' confiìfi^ -eha .-dtaie àcsunudati alle rapine del mare;, e in fine. di proibire a quelli che nmt.nefiÌHo in o in altri luoghi mnrireimi, -ogni ule di bauahat-aa onare (VàevaMo l'autofitli anche aà Capitnnla.di Segna di far limili Ipediniiaàp imi • voiwo rirolvu-e; * f>rii bene, poiché fiams vewKi ia pnipofld), che qui li ne difeorra bravcoienlc la caràne. ’MoAcaThno i MùùAri Imperiali d'aver gran geloCa delia &ctena di Segna, • KrI'uadcvano i Principi, che, levando gli Ulcocchi da quel pnlidio, (quafi che altri non olièra atti alla difcla) o i Turchi l’occuperebbene, q t Veneziani, che gik podèdevano tutte l'liòle, e le parti marittime della Daloizain, fi iatebbono tetto padroni anche di quel pone, e che alla digiiitè della Cala d'Auttria, c della Corona d' Ungheria, impoKaea rnelto conlcrvaz quelle picciole reliquie di dominio marittimo, si per dipender da quelle la conlcrvazione d'altri Suti, come mobe percÀè mi giomo avrehbono potuto eflèr oppoRimc alla ricupe-nuimte deU'altre coe preiqfè; poicÙ cop eA Ièlle fi imaeerrebbe l ' mo della navigaziom per (didnatiao .. Qwttì, erano gli argementi apparenti co'quali fi andava divenmdo ogni innmmiione ne gli affitti di Segna, c per coniegnenza lotteuendo’ l’ io^natih da’ delitti i^li Ulcocchi: imehè in iàtio non latebbe mancata altra nazione molto pih atta aUa dileià di quella Piazza, la quale in mano- de' ladroni era anzi maUfiimo ficum, 'panc .per la loro inlèdelih, e per elTere la maggior par. te amefii a'iiimiti de'Tnrebi, e qmlla cittadinanza lenza alcun riguardo; cade facilmeatt avrebbono potuto entrarvi de' traditori ; pane per. che fpeSe volte FaaKir della prùda, e delle rapine aceva iaiciac vota attimo la Piazza, ulcendo tutti, or per terra, or par mare, alla bnicaf Bai qual calò rìmaneTa la Eiaaaa cpotta a i repeatini allkiti, e all'ii^die de'aemici.' eitre a che, le mbberic continue degli Ufcocchi anzi acctclcevano i pqticoli, irrimado caci i Turchi, come i Venaai»ni a tcacaiarli filari .di qaa^ iofimii nidi.- onde più volte avevano i Turchi ièna iftaaea a'VeBeziani, O'cke etti •’ impadioiiilièro di Segna, e permeitclièio kno di venir coU’ armata per mate, e pon> eli mii i di «cin aU'cfiirpiuioBc de gli allèilHii, comuni Bo a n ci. Ma i Ycaevaot, coafideianrio ^ pmiòadamcBte t’ùàaarfaBaa'di tal neg eai b ^ avevaao (emprc aolla toro pradona dtvartM iHilt B*ni|^, taiaa pammiifi, bob fido alta Cafa d’Aufirià, ma n taro itieiiefimi,.c a tutta Italia ‘liifiema; aè per sè ttcttb potrebbe crcdeie alcun iwmo bivio eh’ alpirattèn mai i Veneziani al daininio di Sopra, jxrchè con etto t'addottèrebboaa una grotta Ipeta, -c ua centhuiO rame di contraili enza guadagno, o utile otauao, o cantbdiih Verona di roomeato per tempi di guerra, o di pace t nè è venfimilc che Minittri Aullnaci non fofe» affiti bea note tutte la rag ioni a ma con quei fimi lòlpatii coprivano altre loco imerac pattanr, le qnali in alcuni pochi derivavano da un vii intgrefi le detta pamnpaatataa delle prede; e in miti da ua comune mal-MHa vcrlo il Baine VÒSiano, geneedio dalie amiche guerre, nelle qiuuoaàcrano in oumo dc'Vcaeziani molte colè che pfi altri pracemkaaiio ttièr di loro ragiaae ; d ita Mei naturali ttimuli che rcndoiw fenipre adiidè le fteanbUiclatini^ £aó tetti da un iolo, e loipcRi i Principi Manarebi a' fa^Fcaai-dr tnplùtudiaè ; fé pure di quelle avverta inclinoaiou non vàgleBaro ^ ta alla divetfitb deUe naaioai, eba, doennfMiaaafiMM èowana, lotto ioliaa a aoo miraifi con basm ocebéa, ara m». lan fcmpae i còKibbì dillihna^d'qgttb. mipànoatovnimno piglia baabta. o« lag ta naw tai, «prtMÉtéMaU cfitatrtalim^ aiaii, ed attiaaa la voimnb; M che fivpofièbboao adthace tabetai efempj, cos'i dc’noftri, come di altri tempi.* ma non facendo più che tanto apropofìto, li tralafcieremo. Il Kabatta a quelle ragioni ne aggiungeva un'altra piena di malvagità, e di fellonia, la quale nondimeno egli teneva per la più reale, dicendo che i Miniftri eretici, Ipezialmente di Grata, impedivano lo accomodamento cogli Ulcocchi, pcnlandò che per quella via avefle il Principe loro ad intrigarfì in guerra anche co’ Veneziani; e che, immerfo in tante occupazioni, avclTc finalmente a defUIere dalla riforina della religione, nella quale con vero zelo di Principe Crìiliano, e Cattolico egli procedeva, non olUnte i pericoli della guerra Turchefea. Veggafi di qua quanto importi valerfi di Miniilri di mala fede verfo Dio, i quali fono anche per ordinario infedeli verfo i loro Principi. Ma torniamo ormai alla Storia nodra, per dire come finalmente i Princip i, adretti dalle accennate ncccHitH, e follecitati da’continui uffizj del Papa, c inficme del Re Cattolico, non oiando i Configlieri cattivi contrapporfi alle neceffarie riloliizioni, deliberarono di rimediare leveramente alla malvagità degl' Ulcocchi, e di dar ordine il Commilfario Rabatta, che dopo il gadtgo de' capi riformane gli altri alle Cadclla fraterra, nè UrcialTe alle marine, fé non quelli da'qujli p')ceire promeiterf» più moderate azioni j c a’ mcdefimi impedifle ogni elcrcizio di corto, acciò tutto il dellderio, che avdfcro di preda, andadè asfogarfi fopra 1 Turchi. Col ledimonio di quede commedioni avendo il Commeffario data fperanza al Generai Veneto che le cofe centra la prima credenza fodero per palfar felicemente, e che egli per la pane fua rincamminerebbe con t^ni finceriih, ottenne all'incontro ficurezza, che in tanto nè in Idria, nè in Dalmazia l’arme Venete ofiènderebbero i fudditi Audriaci, e che a lui, alle genti fue, e alle munizioni, e vettovaglie, che d condiiceflcro in Segna, farebbero liberi i partì lenza alcuna molcdia: e con queda Ambalciata ritornò il Vefeovo di Segna a Fiume, dove tiittavra lì tratteneva il Commeflàrio, actenJijndo anecertarl apparecchi, e a prender quelle nccelfarie informazioni elio pòlevano ertcrgli di bitogno nel progrelTo del negozio; follecitamio iopra tutto copia di vettovaglie, delle quali fapeva dfer in Segna grandifftma penuria; la qitale fi farebbe accrclciura colla gente d'arnie che fi doveva introdurvi, c-di gi^ aveva cominciato ad entrarvi: c con quefto mezzo fece anche fegretamente trattato 'con fua Eccellenza, che volefi fc con qualche deliro uffizio provvedere che gli Ulcocchi, che fuggiffero dagli Stati Arciducali per timor de’ iupplizj, non avclTero ricetto prelTo a'I'urchi; parendo che così convcnifse, non tolo acciò non fiiggilsero il meritato galtigo, ma anche acciò i medefimi rifuggili in quella occafione non fcrvificro poi colla pratica de’ fui, c colla notizia tic’ parti a’ medefimi Turchi nella guerra contra i Cridiani.* il qual uffizio confermò maggior opinione che il Commiflario forte per camminare di buon parto. Del qual animo fi videro indi a pochi giorni fegni più certi; perchè non folo a richicrta del Generale fece rertituir un grippo di Licfina che, carico di lardelle, era fiato prefo poco prima da’ ladri, e condotto a Terlato; ma avendo il medcftmo Generale fatta ifianza che fc gli dcfl'ero in mano alcuni luddui Veneti, fuggiti' per misfatti, c annidati in Segna; egli, vedendo efler nuovo rclempio, c inlolito tra’Principi, e die a tanto non arrivavano forfè le fuecommirtioni, prefe parcitodi fcrivcrc al General di Tomo il. Y Crovazia, mo(\rando che fcnza cjueflo farebbe come imponìbile Taccomoiiamcnto ; c che perciò egli andava penlando di dar a’ Veneziani una tale foddisfazionC) poiché in ogni modo pareva miglior condglio il darla coTudditi loro, riiparmiando quanto piu potelfe t proprj. Di queAa lettera mandò anche copia alla Corte di Gratz con penfiero che il filenzio gli icrvilTe per licenza, per cosi elèguire; lapendo bene che, chiedendola, mai non l'avrebbe ottenuta; e fu partito di accortilTimo minillro : e quando mafìàme s’ha da far con Principe di carda riioluzione perchè cosi dalla tacitumitk fi prefuppone conlènfo, nè fi mette in difputa quello che maggiormente importa alla conchiufione depili iunportanci negozj. Dopo quelle preparazioni, il Commeflario rilolle di trasferirli in Segna, dove aveva già fatto intimare che tutti gli uomini della Città, c delle milizie dovclTcro ritrovarfi prclcnti alla fua venuta fotto gravi pene; i quali, ricordandoli che gli altri Commillarj ancora avevano dato principio a* loro uliìzj con certa apparenza di terrore, e con molta vetnicnza; credendo che quefta volta dovclTe fucccdcre il mcJcfimo, e fidandofi de’buoni amici che avevano nelle Corti, non cominciavano ancora a dubitare de* cafi proprj ; e pare che peniafTero che fi avelie ad impiccarne alcuno in («^disfazione degli altri.* onde i meno fccllerati fi confòlavano colla fperanza, che fi dovelTe cominciare da’ più ribaldi: e quelli, avendo coi più grofll bottini avuta comodità di farfi maggiori amici, e di acquiUare più credito, credevano pur di poter fuggire in qualche modo il laccio, almeno colla fedirione, c col tumulto: pcrlochc ordivano trame di lìar tutti uniti alla comune difefa, e di tenerfi in piedi colle minacce, o d’abbandonar i conhni, o di tradirli: colè che in fimili cafi aveva loro altre volte giovato a feanfar pene capitali: con tutto ciò fcntcndofi avvicinare il tempo della venuta del CommclTario, e rilèrcndo quelli che avevano trattato feco in Fiume, c altrove, ch’egli era Cavaliere molto rtloluto, c fevcro, alcuni Himavano miglior partito TeiTcr uccelli di bolco, che di gabbia, e fi aflentarono fino a do. fpcrando di potere, palTate le prime furie, feufar poi in qualche modo la dilubbidienza.* fu creduto che Daniello Barbo, Capitano di Segna, fautor degli Ulcocchi, e poco affezionato al Rabatta, li configliaire ad «feire; almeno è chiara cofa, che, avendo potuto, e dovuto proibir la loro partenza, non Io fece: onde fi cavò certo argomento, come poi fc n’ebbero de’ più chiari, della ina mala volontà.- lebben in quello egli venne a facilitar i difegni del Commiffario. Quelli, elfcndo indi a poco entrato in Segna con 1500, archibuficri, trovò che la partenza di pochi aveva impauriti gli altri, che non erano più di 300.; i quali maggiormente fi sbigottirono, quando videro perduta ogni fperanza di fuggire dalla Città, per la cudodia llrcttiflima delle porte; e udirono i rigorofi bandi che commettevano, lutto pena della vita, che ciafeuno deponefie Tarmi, nè fi laicialTc trovar con eflé nè di giorno, né di notte: che quando alcuno folfe chiamato al Caflello, dovdfc pretcntarfi fubito: che in termine di due giorni doveflero tutti unirfì a darfi in nota dinanzi al Commiffario, fc volevano fedelmente, e modeflamente fcrvjre alla Cafa d’Auflria: e che quelli, che fi ritrovavano confape voli di gravi delitti, veniifero fpoouncameme a chiedere pentono de’loro falli, per efperimentar la clemenza, la quale non fi IhKbbc negata a chi con opdre valorofe avefle prima prellaco, o foflo dHpollo di predare nell’ avvenire ntil» fervizio alla Patria: ma chiunque arj^aAé che la giuftizia gli metteflè la mino, indarno griderebbe poi mifericotdia, perchè fi procederebbe concia tutti coneilremo rigore. Quefte cosi gagliarde determinazioni attcrirono gK animi affatto; nè cofa alcuna pareva più «rana, che il depor l’arme, non effendofi quello mai più veduto in Segna. M f-'*pùano della Cictù, che di gih fccmrfva più chiaramente idifegni del Commifiiario, cominciò a' diflUaderlo dall'imprefa con apparenza di gravi pericoli, e di mille fpaventi dicendo che rederebbono abbandonati i confini ; e che quella gente ardita, e pratica del paefe fi potrebbe unir co’Turchi, e apportar a’ Principi qualche nocabH danno: onde egli non foto biafimava il configlio, ma protedava di non volerne parte in modo aienno. II Commillìirio, come quello chd conofeeva 1’ umore interno, non fi mode però punto dal luo propofito; anzi veduto un’Ufcocco in Chiefa con nna accetta in mano, gli fece una gran paura di tagliarlo fubiio -in pezzi, fé non foli: dato il rifpetto del luogo' facro, onde tutti rimafero sbigottiti, e facevano idanza, che fi liominìdrero i delinquenti dedinati al gadigo, acciò gli altri poteflcro ufeir di tema, e viver ficuri. ' Ma dfcndofi quel me^imo giorno cominciato a fiir la deferizione, e dar in nota quelli che fi 4trivano di viver modedamence, e di fervir fedelmente alla Cafa d’Audria; pel qual effetto comparivano in Cadello difarnlati, e umili; il Commiffario fece ritener prigioni Martino Conce di Poflidaria, che sera' latto capo de gli afiàffini, per l’aviditi delle prede, centra quello che richiedeva la nobiltk dei fuo lingue, e la virtù de'fuoi Maggiori; e iniìeme Marco Marchetich, che era Vaivo. da, o Capitano di Ledenizze, Cadello delle appartenenze di Segna: aveva dUegnato d'imprigionare nel medelimo tempo anche Giorgio Maliarda, Ragufeo, più Icellerato, e facinorofo de gli altri: ma egli nel delcriverfi era pallàto con nome fuppodo; nÒ il Commdfario lo riconofeeva di faccia: ma quando feppe la ftaude, mandò a chiamarlo, effondo gik intorno a due ore dt notte, oèe egli, che fi l'entiva reo di mille inauditi misfatti ; fpezialmente d' avere dopo lo iValigiamento della fregata colle fuppellettili delCanale, Conte diZara, confinati i macinai lotto le coperte, e alzando la vela, fpinta la barca in mare lenza governo, e, fenza cudodia, a difcrezione dell’onde, e deVenti» latto veramente barbaro, e orribile a raccontare; s'apparecchiava colla feimitarra alla refidenza: ma fu prevenuto da Odoardo Locatello, Capitano delle' milizie di Gorizia, ohe gli cacciò uno docco ne’ fianchi col quale lo pafsò da banda' a banda, lafciando poi che i fuoi foldatt lo faceffero in pezzi. Era il Maslarda fra i capi de’ladroni uno de’più Rimati e di maggior fegnito: nè la fua mone farebbe per avventura dala lenza qualche tumulto del popolo, fe gii non fi foffero trùvau gli animi ingombrati da draordinario fpavento. ° Il che intendendo prudentemente il Commiffario, per acerefeer terrore fopra terrore, fece la medefima notte appiccar alle mura del Odello il Puffidaria, e il Marchetich; il qual fpetiacolo la mattina fini d’atterrire la Citti retta; nè alcuno fi teneva più ficuro della vita, herebè ninno era Twio . Y a che 17 ?- ‘S ’T O .^R I A I che in propri*, cofùcozz non. Q conotccIT^ reo di loone ; k porte Aavano chiufe, k (Inde goard 4 te d* miìi»k ibrelUcre, oy* niuno aveva ardire d( ufcii di cau, ni di dormir ia notte netta propria ftaqea r però il CommilTario, per lakiar ad alcuni quaUlK fpecanza di, vita., fece loro intendere cbq, quando gli fòdero dati in mano alcuni capi, e reRituito tutto il bottino che s en ultimamente fatto in alcuni va6cUi dello Stato Eccleftajlico; di che il Papa faceva grandURmo romoit,' atta fi farebbe a tutti chiufa la ftrada del perdono. Con tal artifiaio ebbe in mano il Moretto, (araolò*(iapo di ladri, con un fuo compagne,- che furono con inganno prefi' da gl» altri, « prefenuii con certa l'peranza che 1( tcRe loco poteficro Xalyar -da vita a atolli.' nondimeno co' medefimi che fi^o f impala fu tifato con tqolu (evecià, lafciaadoH piò toRo t'n dubbio della morte, che ficari della viu; con tanto rigpre fi procedeva al uRigo,. de’ ribaldi, Aveva il Commìflàrio al Rio piiaio arrivo a S^na ricercato il Cenerai Veneto a mandar qualche perfonaggki che rifiedefle preflò iR .iui, conte teRlmonio-, e Ipfttaiore di cjò $he fi faceva fincerameme, e rilbluiamente, per. àcconodamento RablWv-q reale del, negozio ; .e acciò proppnede ancora ili mano in mano quello che gli par efle opportuno a tal fine. II. Generale deputi a quello .carico Veitor Barbaro, fno Segretario, come ben pratico di tali afiàiri, è cosi pet natura, come per elperienza prudente, e atrifiìmo a fimili maneggi.' ma fu in ^i giorni, come Ipcflb interveniva in quei canali, dS S^an furia di Becca, che il Segrcurio non. potò accoRarfi cosi predo, come defiderava: onde arrivò quando appunto i era dato cosi notabil principio alla faccenda, e nel medefimo tempo in co», fi conducevano -alU forca il.'Mnrettq, e Niccolò. ivo compagno;.! quali furano gratillimo fpeuacolo a gli Albonefi, che- avevano condotta, colle loro Mtche armare il SegRtario; nò poterono contcnerfi, c)^ verio la fera non troncalTero k loro tede ; parte per faziar l'odio particolare della nazione; parte anche per portarle con dio loro, affine di JcndCr ad altri tedimonio reale di tal effetto. U Barbato s'abboccò la prima volta col CommilTario alla prefenza del -Vcrcovo di Segna, che aveva in quei giorni appunto pigliata il poflefTo della fuz Chielà, e col cui configlio s'indirizzavana tutte k co, fa, per efler Furiato ebe nelle Scuok -de' Padri della Compagnia di G*. sò aveva acquidaic feienze profónde, che, accompagnate còli' rio delk cefe del mondo, T avevano reoduio grato a' -Principi Audriaci, e al medefimo Rabatut; ficcome,, per elTer della Fam^ia de Oominis, nobile d'Arbò; ma piò p» euerfi modrato bene affetto al negozio, ed cfférC per ben pubblico, e della patria fua molta affaticato intorno; e per cOer anche confidente dc'Vcoeziaoi, In quel primo colloquio il Erbato, paflati i Coliti termini di cortefia, feuiau In la fortuna del mare la tarda venuta, rapprefentò la fpcranza che ^ en conceputa dai Generai Pafqualigo, c da. altri, di veder ormai gadigate k fceltcratezze degli VHcoccha, poiebf s' en dato cosi buon principio; e, oomiticiando a dire gli afTaffinamenii, k trucidazioni d* uomini innocenri, le crudeltà di fiir. drazio de'corpi morti, « rii fiere il liuigue, di icorricarli, per far dringhe deUe,priH, li dnpri,. k rapine di .donzelle, e k infinite rubberk colle. quadi.t' era turfiata la quiete del mare, e della terra, modrò con malta eloquenza^ ed efficacia, eh' era -bidono di rimedia • celere. cckfe, e gagliarcki; e eonchiufe, che Tperava di vederlo appiicito oppertQnameate da mano cosi perita, e valorola. Il Commiflarìo andh nella rilnlb' fcufando in parte gli eccedi aecennati t come aggranditi dalia paffione de gli uontini, o c^ionati dall armata Veneta, che, quando anche non fi ofièndevano I fini fiid£ti, ara foiia di cercar gb Uicoahi a morte, e di tiior loro le prede finte nella giiifta guerra conira i Turchi; « finalmente commelB da altri, e poiqutribuiii a gb Ulcocchi; à quali confiifaiva però degni di graviamo gal^, coma turbatori dalia pubblica pace; e che peiciò egli ne aveva 'gib- tolti di via cinque de' principali, che aveva potuto aver nelle nani; lenderido in tanto le rea a gli altri, che ('erano polti alle Iclwi, 0 davano nafcodi nella Citth : nel che aveva fatto chiaramenK-conoKerc la fua diligenza. £ qmndi, come Cavaliere'di natura libera', e apena, incominciò ad aprir 'il foglio delle Commiffioni; e de' difegai fnoi; dicendo che teneva ordine primieramente di edertninar aflàtto i .capi de'ladri, e i priocipaU mafitadieri avvezzi a corfeggiar nel mare ; foeondariamente difcacciar di Segna tutti t Dalmatini o altri fiiddiii della Repubblica, chiudendo loro per fempre le fperanze di ricovrarfi in quel alido : poi 'di lafciar Iblo in Segha cento di queib nazione de' pih quieti, condiicendo tutti gli ahji piò addentro fra terra in altre Piazze di frontieia per difela de' confini; e uliiiqamentc di ridringer r nlb delie barche armate, che non poflàno ufeire lènza clpredà licenza del General di Crdvazia-. Il precario, al quale erano piaciuti gli altri pttnti, còme quelb da i quaU veramente dipendeva ogni Ccurezza del defidemo componimento, ripigliando pih di propofiio l'ultimo delle barche armate, difse che iperava che l’uto loro firirebbe dato proibito affatto, poiché la Repubblica non era por confentim in modo alcuno che con l^nza del Generale di.Crovazia, né feaaa, tranriafsero limili valcelli ndte appartenenze della bre incera, e invaiata giurifdizione. Il CommilTario replicò che quedo 'era incerelse non folo del Regno d'Ungheria, e di Crovazia, ma anche della Sede Appofiolica, e del Re di Spagna; però che a lui fob non- toccava di decidere controrcrfia cosi imponame, né di za pubblici larrocin;, e abboipinevoli aflà0ÌMamenti, era hfoluco dì continiiare dctenninatameare il rimedio, i-.. .. Per quello il Barbaro, quaniQ più vcdci^ infervorato il CommiflTario, unto più Io ifqportuqava, nè ^ mai moflrava di conrenurft di quello che fi faccvai aè di vederlo liooiikorcere come fatto in eompiacimento della. Repubblica, ma come a lervizio di necelfaria giuiUzia, e gallico 4e‘ privati delitti; dicendo ^e il Moslarda era fiato facto morire, per opwfto coll'arme a .chi.lp chiamava; il Pofiidaria per concetti fedixiofi iparfi da lui, quando fi ricercava T opera della milita, per ritrovare i colpevoli nalcofii frale cafe^ e il Marchetick perchè aveva abbandonato Ledcmzze, dove egli era Capitano, c aveva data oecafiooe che il luogo foflfè laccheggiato dal General Pafqualigo: ficcome ellèndogli fiati confcgnaii nove Iùdditi Veneti, di molti, e molti che erano dimandati, parte nominatamente, c pane con termini Onerali di mrti i Iùdditi, fi doleva che fe gli defiero Iblapienre poveri artigiani, e che a' maUatcori fi laicialse Ipazio di fuggire: febea in vero il Commcirario alava ogni diligenza per poterli avere tutti in mano; ma elfi ic PC Ila vano alla montagna, provviftì fcgrctamcnte da’ parenti, amici, e da quei medefimi, che fi mandavano a pcrfeguiiarli, delle cole ncceiTarie; nè era poffibile a rimediare a quello difordine, le non fi voleva difirug-« fiere tutta quella milizia: il che certo farebbe fiato cantra il pubblico lervizio della Cafa d' Auftria, anzi di juiia la Crifiianiti. Dolevafi però il Commefiario di non poter loJdisfare con tutta la fua lollccitudine; e fi rararharicava principalmente che erano fuggiti dalla^ Citik cinque Dalmatini, de più crifti, c de’ più defiderati dal Generale; onde teneva che refiafle forpetta la fua fioceriib; c fu per far appiccar due Capitani, alla neglkenza, e edeienza da’ quali s' imputava quella foga: nè avreb^ lafciato aefiguirjo, fc i parenti non gii aveflcro promcITo di portargli ovivo, o morto 9 kuno di quelli che fiavano alla montagna; come fobiio fo facto: perchè un fratello d’ uno di quei Capitani, ufeito con altri alla caccia, prefe up famòib de’ richiefii dal PafqtMligo, e lo condulTe in Segna ferito d' archjbugiata nel capo,d 9 vefu fobico impiccato lemivivo, egli fu data la teila; come indi a poco gli forqno conlègnati vivi quattro altri, acciò vedefle pure che fi faceva, daddovero. In Venezia quelle operazioni erano intelé con. grandilTmio gufio; e molti Senatori, nc paalavaqo con dolcezza col Rofii Segretario refidepte in queli^ Cictb ^pcr la Maefi^ Cefarea, dando lodi al Commefiario, e grazie a’Prmciu, che finalmente avevano leriamente rilolto di gafiigar i ladroni., II Commefiario avvifato dì ciò dal Rofl» lo riferì al Barbaro, Umenìandofi che tutti gli altri mofiraflero d’ efler contemì ideile operazioni fue, fuor che egli folo; pregandolo a confidcrare la importanza delU difelà di quei confiti anche per particoiar intcrefie deila Repubblica di Venezia; onde non conveniva annichilare «mua quella milizia, la quale, ridotta orp^i a difperazione, avrebbe potuto prendere qualche danoofo configlio^ Giudicando i medefimi>Segiij|iii che per gli ufiìzj del Segretar io crefccfie il rigore dèi Rabatta,, A' almeno aìmpedìfie il miiigamento fpcrato, riTolfcro di placarlo con uafcamune ambalcerìa, facendo capo il Vcfcovo medefimOf il quale accomp^nato da* più vecchi entrò nelle fìanze di cHo Segretario, recando gii altri lu la piazza; e quivi con molta umiltà, e lolpiri lo pregarono a contenrarH del fangue fparib, e di tanti condotti alle galee, e d’intercedere per un pcidono generale, riduceodogli alia memoria i Icrvizj che nelle paHatc guerre avevano i medefimi Ulcocchi latti alla Repubblica, e offerendo in altre occafioni di fpendere per T ifleffa cauta le vite che ora fì confcrvaflcro loro: in fine del qual ragionamento gli offerirono in dono due tappeti fini, non teffuii gi^ in Segna, nè comperati. 11 Segretario con brevi parole mofirò che egli, come lemplice minifiro, non poteva preterire i termini della fua commellione : nondimeno che averebbe giovato loro in quello che aveffe potuto: fiimò che foife mezzo afironto r obblazione de' tappeti ; nè al Velcovo fu di lode T efiere fiato ilfromento; febbene Icusò l'ufo del paefe, che non tollera acceffo dell’ inferiore al fupcriore fenza prelènte: cofiuine appunto da barbari, e che fra’ Turchi rare volte A tralalcia, ma che agli Ufcocchi era forfè fiato inlcgnato altrove. IDopo ciò il Segretario rifolfe però di procedere con qualche più di foaviti, anche perchè in quei tempi fu avvertito da Venezia di dover COSI fare: onde piacevano molto gli andamenti del Commiffario; e fi giudicava che non mettelTe conto tanto aflbitigliamento, per non metcerfi a rifehio di romperla; e che egli anzi, procedendo cos^ chetamente, meritaffe corrifpondenza di uguale finccrìtli: dall’ altro canto tornavano gli Ulcocchi a liipplicare il Rabatta che li levatfe di fpavento, e fi dichiarane, fc altri di loro erano defiinati alla morte; o lo in fine avevano da rimaner tutti efiinci; perchè il vivere con tale angolcia era peggio, che la morte fieffa. Quelli uffizj, e i continui pianti delle donne, molTero a compafiione il CommilTario ; onde rallencandofi dall'alero canto, per le caufe accennare, l'ardore del Segretario Veneto, ne fece proclamar venti de’ più colpevoli, lafciando cos'i fperanza di perdono a gli altri, e afiègnando a quelli un 'breve termine; dopo il quale cadeffero in bando capitale con taglia, e con grazia di poterli aiutare l’uno colla tefia dell’ altro. Poi, per venire al rimedio più fodo, più ficuro, e più atto ad impedire i corfeggtamenti, e i lacrocinj di mare, deliberò il CommilTarìo, di tutta quella milizia non lafciare in Segna più di cento fiipendiati, e con loro cento molchettieri Alemanni, e di trasferire il rimanente ad altre Piazze più fra terra, volendo a quefio fine che ufeiflero non foJo gli fiipendiati, ma anche dei proprj Cittadini tutti quelli che foffero conofeiuti aderenti nelle prede, e volonterofi di continuarle: pel Icro oafcere ma che avrebbe ben egli colla Tua autorità dato ordine che n iaiciaifero pafTarc liberamente tutte le barche non armate, fen21 pih rìconolcerle, o cercar dove andalTero, nè d’onde vcniflero, 0 cib che portaikro: e ciò doveva ballare alia lil^nU della navigazione, e del commerzto amichevole tra 1 luddici dell' una, c dell' altra parte; tra' quali, e ara'Principi raedefimi pareva che doveffe Correre ndiawenire migliore intelligenza, perchè V accomodamento epa piaciuto unto ^ a’ Veneziani, quanto agli Arciduchi : di che può addurli quello cerco argomento, che, dopo ravvilo che n'ebbero i Principi AuHriaci; quantunque lìa trerifimile che il Barbo avefle rapprcfencaiò gli avvenimenti lecondo la Tua propria palTtone; nondimeno fu al CommiiTario rinnovata laucoriik.; ^giungendoli alTolucanientc il Capicaniaro di Segna, del quale era gih fpogliato il Barbo, acciò tanto piò comodamente egli potefte perfezionare il negozio, e levar affatto l' infamia di cosh nefandi latrocinj dadi Stati della Olla d'AuHria. Onde fu chiaro l’error di quelli che ardivaho d-impucar a Principi così religiofi, gialli, e benigni, il confeqtimtnto di sì fatte iceileracezze, le quali li dovevano piucuillo atfribuire a gli inganni de’ mali roinilln Eretici, che nò temevano Dio, nè miravano aU’ooor de’padroni, o all'onor prozio; i quali co’loro artiBzj davano ad ìmendere che foflè ùnpolhbile rimediare a quef diJbrdìni ; e li dipingevano dinanzi a’Prìncipi come trafgrefioniordinarie, e neccBarìcde’conbni. Ma ficcome quelli tali rimafero cqpfufi nella loro malizia, e privi degl’ ingiulli emolumenti che ne folevano cavare i così arfero maggiormente di Idegno^ « invidia contra la virtù del Rabatu, vedendolo in difpregio loro colmo di gloria, e di premj da ogni parte: perchè anche i Veneziani, conforme all’ordinario loro collume di corteCa, io avevano facto regalare d una grolla catena dì cinque, o fei miladucìiti; i quali egli però non volle accettare fenza dame prima conto a’ Padroni, con offerta d’ impiegarla in pubblico fervizio, come aveva fatto di fonitna maggiore de’ fuot proprj danari nella tardanza delle prowifìoni, feufabile, per le più gravi urgenze delia guerra Turchelca: oltra di ciò li fabbricava in Venezia una barca di piacere, e da viaggio, per donarla al medefimo Rabatu, fornica di dtverfe comoditi, che a lui nel governo di Segna farebbe Hata di molto (èrvizio nell’andare innanzi, e indietro per quei canali, e per le vicine IfoIc. Tutte quelle cortefio, benché Ic^icrc, c difuguah a’ meriti di sì buon. Cavaliere, tervivano di materia a gU emoli ftx>i, per lacerarlo, c aecterlo in dtlgrazia de’ Principi: perchè li Bvtp, irovando nella Corte dìGratz accefi i cuori di molti Miniltri, fpexialmcnk Eretici, illrumenii reali del Demonio, c Rimici della pubblica quiete, cominciò ad acculare l'opero del Eabatta, affermando che egli, corrotto da’Veaeaani, non aveva avuto altro fine, che di lóddisfàrU in pregiudizio di Ctfkte, della Corona d' Ungheria, e della Cala d'Auflria; onde a fola riebiefta loro avevai^'fttio a iccare uomini valorofi, c benemeriti, dandone altri contra ogni onotJtu ime de' Principi in mano loro; e raettendoU in neceffith di volaaifi a fervile- negli «ferciti Turchefehi, con manifello pericnio che, perla notizia che elh avevano paele, e delle Piazze, av^ a cader ratto quel confine in mano de' nemici. k n Di i,ueft II- Z intcn Digìtized by Google 173 s. ’tT or n': T A. ’ intenzione, vero imitatore della vinti di Carlo fuo Padre, c Ferdioando Impcradorc ììk) Avo, crede del nome; ma, per Tei^, non ancora cipaxto deile fraudi cortigiaoelche, c degl' intcrefìì de’ mali Miniftri, febbeo per Datura, e per religione, nemicillìmo de gJi Eretici. Movevafi ffdunqur con tali artifìzj inganneroli Tanitno del Principe, ma più queU io dfif ArciduchelTa Tua madre, la quale più veniva combattuta da quelli che lapevano come elTa poco prima era rimafla difguflaia, per aver egli cercato d’ impedire il maritaggio dell' Arciduca colla Figliuola del Duca, di baviera, la quale era nipote delia medeOma ArciducheOa; pel quale .iinpcdimcnto fì dice che il Rabatta divulgalTc m Venezia che la luddetia Spola fofle macchiata di lebbra; il che lì trovò poi falfo, c Icguirono le nozze; nè al Rabatta fu facile a purgarfi dell’ imputazione; c gli convenne adoprarvi molti intcrce0bri; lopra la qual cicatrice' ieppefo beo dimenar 1* unghie i luci cnuilt : ónde gli accefero contra i'aniiTib della Madre, e del, Figliuolo in male maniere^ appoggiando tutte le loro macchine alle maligne relazioni del Barbo. Fu il Commtflario avviìato da gli amici di rezze fi raccordafìfero delle lamentazioni, e de' gemiti dc'Ioro poveri ludditi deinUria, e della Libnrvia; i quali, per le colpe di pochi ladroni, venivano Taccheggiati, e rovinati, ed erano (lati a termine, per pura difperazione, di vacillar nella Fede, perchè i Veneziani avevano gik prefa una riloluta forma intorno a quelle feorrerie, ch’era, di non rompere in mamfella guerra, per non iirarfi addolTo la malà fama nel Mondo d’aver molli) le armi centra i Principi CriJUani, mentre gucrreggiavano contra i Turchi; ma rifarfi d’ogni oltraggio, o danno che rlccvelTero i loro fudditi fopra i ludditi della Cala d’ Aulirla a buona mìfura : onde il fomentar le rapine de' ribaldi non era altro, che dillruggcr, c dìfabitarc le proprie terre delle loro Altezze, e neccflltar i Varialli a pigliar altri partiti : che cosi s’ intefe il negozio, quando a lui ne fu data commiflionc; c ch’egli, nell’ averla fapiita efegutre in quella maniera, pretendeva anzi merito, e mercede: che non bilognava dar orecchie a gli Eretici, i quali, vedendo procederfi contra con si gagliarde, c pie rifoluzioni, c che i bilo^ni della guerra Turchefea non badavano ad impedir Panimo zelante del Principe per rellcrminazioiic loro, volevano anche vederlo intrigato di più in nuova guerra colla Repubblica di Venezia, acciò folTe necelTìtato ad abbandonare V imprcla contra di loro; c ch'era ormai conolciuta per tutta ‘Alcmagna, e per tutta Europa la malizia fcellerata de’fettarj, i quali, per mantenerli nelle falfe opinioni, non fi guardavano di tradire i proprj Principi, e la Patria; e che di qua era forfè derivata la perdita di Giavarino, c poi di Canilfa .* che le loro Altezze foiTero certe, o che bìTognava reprimere la rapacità degli Ufcocchi per la via cominciata, ovvero didruggere, e dcrolare tutti i luoghi di marina, e gli altri de’ confini; perchè egli aveva affai bene penetrato che i Veneziani erano rifoluti di vendicar in quel modo le ingiurie degli Ufcocchi ; ovvero, fc in fine bifognaffe, pigliar con effo lóro un aperta guerra: \ la qual cofa in niun tempo poteva metter conto alle cofe delle loro Altezze; ma ora meno che mai, per li travagli maggiori ne’ quali (ì trovavano col Turco.* che a quedo fine i Veneziani avevano giudificata la caula preffo al Papa, e predò agli altri Principi Crilllani, aquali tutti pareva drano che fi voleffero fomentare nc'proprj Stati pub- blici, c infami Corfari a danno de’ vicini.* che in cau> tale non s'a- vrebbe da far fondamento negli ajuti del Re di Spagna, il quale, ol- irà i’effcr occupato in tante altre parti, e altre molte difficolà di pò- ter mandar armata in quelle bande, dimerebbe fua vergogna, per la pict^, e giudizi! fua, il favorire caufa tale .'il che fi poteva anche ar- gomentare dairefiio deir uffìzio che a fuggedione del mcdefimo Rabat- ta fece in Venezia Don Inico di Mendozza, Ambafeiador Cattolico, mi- nacciando le arme del Tuo Re, fe non fi liberava dallo drccto affedio Tricde, c Fiume.- di che fi dimò affrontato il Re; e per fame chia- ra la Repubblica, e il Mondo, levò todo il Mendozza da quell’ Am- bafecria .* che quanto a t pericoli che gli Eretici malignamente met- levano innanzi di perderfi Segna, foffero certe le loro Altezze che Temo II. Z % meglio era afiìcurata quella con poche genti quiete, e fedeli, che col numero maggiore di ladri; i quali, olrra il continuo irraiamenIO de’ncmki, erano loHii rpcffiHimo di abbandonar la Cicih, per atten- der alle rubbcric; onde non vi rimanevano per molti giorni, fé non le donne, e le genti inutili; co’ quali mancamenti s’ èrano a’ Veneziani aperte mille occafioni di lorprcndcrla, le v’ alpiraflcro : ma cfler cofa iroppo notoria tri gli uomini prudenti, che i Veneziani Jafeieranno Icmpre volentieri a fpefe, e carico di altri la difefa di quelle frontiere, eh' en medeìmi, confinando con loro paciBcamente, ajuterebbono Tempre, pel proprio intcrelTe, almeno fotte mano a difenderle. Onde non potendo i Turchi per terra avvicinarli a Segna, ne condurre artiglie ria; nè clTendo mai i Veneziani per conl'cntire ch’ivi s’ accodino per mare, fi poteva tener fenz' altro la Piazza per ficura, purché gli U- fcocchi colle loro rapine non ncccfiiraTcro i Veneziani ad accorJarfi per la dillruzione di quel nido co’ Turchi, che oe avevano più volte promoisa la pnitica; o elfi llcffi non la tradiTcro in mano de’ Turchi, de' quali lòno per la maggior parte fudditi,e molti hanno fotto di loro i padri, le madri, i fratelli, le foreile, e altri parenti: che in quefto confillcva il pericolo di qualche gran perdita, non nelle vane inven- zioni de gli Eretici. Aggiunte il Kabatia, che, per maggiormente affi- curare quei confini, e per la ipcranza di poterli allargare a danno de' Turchi, larcbbe lato utilifTimo il compartimento latto da lui di quelle milizie a i luoghi (oprannominaii di Otiolfaz, Brigne, Profor, e Bortog, mediante i quali fi metterebbero in ficuro fpazio di terreni fruttiferi, onde la gente potrebbe con giufie fatiche iofientar la vita lenza illecite rapine; conchiudendo, ch'egli avrebbe poi mofirato il mo- do di ridurre ì detti quattro luoghi in lìcura difcla lenza che fé n'ag- gravaflTero le Oincrc di Sua Maefi^ Cefarea, o delle loro Altezze. Furono alcoltate quelle ragioni, portate con molta eloquenza, e grand’efficacia, attcntiffimameme; e tolo fi accoriero i Principi che fuor d’ ogni Tuo merito veniva loro mefso in diicredito un tanto Mini- erò, pieno di prudenza, e di fede; onde lo reintegrarono collo nella prilina grazia: e per darne fegno in faccia di quelli emuli fuoi, eief- ièro luì medefimo con amplilfinia autoritli che andalse a ricevere a'con- fini Gian Francefeo Aldobrandinì, Nipote di Papa Clemente, che in quei giorni doveva sbarcare alle marine di Tricitc, e di Fiume con dicci mila fanti Italiani pagati da fua Santitli, e D. Gian de’ Medici, che ne conduceva due mila, pagati dal Gran Duca, iuo fratello, in fervizio della guerra contra il Turco; la qual gente della marina doveva guidarli a Zagabria, defiinara per Piazza della mofira, donde poi per acqua aveva a trasferirfi, come fece felicemente, airafscdio di Onilsa. Amminiflrò quel carico il Rabatta con intera loddisfazione, e de’ Principi, e de' Capi della gente Italiana; e sbrigatofi di III, non vide l’ora di tornar a Segna, per dar compimento a quelle faccende; nelle quali non pareva che rimanelse più difikoltìi alcuna ; poiché daPrincipi Aullriaci erano fiate approvate tutte le fue azioni, e tutti i partiti prefi per rimedio del male; e pareva che f autorità Tolse accrcIciuta tanto, ch’egli dovcfsc lofio elscr elaltato a più lublimi carichi, defiinandotegU gib il Generalato di Crovazia. Ma dopo la lua partenza, la malizia diabolica de gli Eretici s' afsor ligliò figliò ranto più a* Janni di Ini, e fi sfoderarono nuove calunnie, le quali, fe pure non erano afcohate da* Principi, almeno non erano ribuitate con quella fermezza che pareva convenirfi a’ meriti di un tal Cavaliere. Le cole arrivarono ad un tale lUco, che giù fi mormorava per le Corti che fi formerebbero procefli contro di lui, fpezialmente per dimandargli conto della morte del Conte di Poflidaria nella quale $* interefiiavano forte con poco onor loro alcuni principali, mofirandofi parziali d' un pubblico alsalUno, indegno d' elsere ufeito di quella nobile famiglia. Sentivano quelle voci, e quelli grandi roraori gli Ulcocchi, che per cauta loro veriavano nelle Corti; ne mancava chi loro feminalfe nell' orecchie che il Rabatta era in difgrazia de'Priiicipi, a* quali non era piaciuto il fangue di tanti foldatt valorofi ipario da lui furiolamente a compiacenza di altri. Qitdli ragionamenti fi rapportavano poi in Segna, c fervivano a dimmuir l’ ubbidenza al Commifsario; il quale, rrovandofi fearfo di danari, era anche llato sforzato a fpogliarfi di quei prefidj che I* avevano fino all’ ora renduto tremendo in Segna. Accadde in quei giorni che da’ Principi ebbe il comando di mandar al campo fotto Oinitsa quel maggior numero di gente che potefse ; colla qual occafionc pensò anche di Icvarfi dinanzi il retlo de* più inquieti, e più ingordi, per lalciar poi gli afl’ari di Segna meglio regolati rac llrema cura le Galee, e le barche armate, lenza impedir però il corto delle vettovaglie a Segna, per non metter la geme in maggior difperazionc ma vedendo per alcuni mefi che niuno fi moveva, c che fi olTervavano i patti, e che piU in Segna fi rendeva agli Aufiriaci la folita ubbidienza, e che i Principi erano rifoluti di mantenere gli accordi, e d’impedir l' ingioile rapine, ottenuu la licenza dal Principe, fe, ne ritornò a Venezist, gloriofo, per aver mcllk T ultima mano a così collol'o travaglio coll’ autorità, e colla prudenza fua; e tutto il Mondo s’avvide che in mano de’Principi Aufiriaci flava il raffrenar quei la- droni, con tutto che i mali MiniUri gli aveffero per tanti anni dato a credere altrimenti: onde non pareva verifimile che doveflero acconicntire mai più ad una tale infamia ; malTime avendo anche imparato i Veneziani il modo di far ad altri celiar caro il danno che fi dii alloro fudditi. Cqn tutto ciò molti uomini pratici dubitavano che, llando gli UfcocqIiì in quel luogo fenza altro follentamento, folTe quali impofiìbtle che fi follentalTero fenza danno de’vicini; malTimc cficodo gli llipendj leggieri, e difiicilmcnte pagati; nè participando di elTi tutta la gente. Per li quali rifpetti fu prudentemente confidcrato che T unico rimedio confilleirc nella traslazione di quella gente a’ luoghi dilcofii dalle naarine, come Ibno i foprannominati, opportuni alle tcorreric comra i Turchi, e capaci di qualche agricoltura; ne' quali ancora fi dice elTcre alcune veo# di ferro, nelle quali potrebbono efcrcitarfi, e nodrire le loro famiglie con utile induima quelli che eleggedero di preferire un'onello, e legittimo modo di vivere alle maledette, e Icomunicate rapite, calle forche, nelle quali, o prefio, o tardi, inciampavano poi tutti. Ma perchè di fopra fi fece menzione d’ un partito propello dal Rabatta all''Arciduca, fU fortificare alcuni luoghi di Frontiera fenza dìfpendio delle camera Ai'Ctducali ; e perchè nel punto della traslazione delle milizie Segnine a’Cafielli fra terra, e in quello che fi accenna, gli uomini vertati nel negozio hanno creduto (cnipre che coniìfietTe la certa fperanza di reprimere i latrocin; degli Uicocchi, e ovviare a’ pericoli che ^ l^tteUi venivano minacciati, (àrX bene, prima di metter fine a quefU. anche quella materia fi dichiari qui co iiioi o^amentf. .j. ^ •1*" ^ da fapere che il Vefeovo ^ Segna, Prelato ornato di pro« 'dotjrma, pratico del paele, e pmidenre, propofe che fi facefle unappalto co’ Veneziani d’alcuni bokhi vicini a Segna, abbondami tanto di per arbori, e antenne di qualunque genere di VafcelU, quanto anebe di faggi, del qual folo legno fi fanno i remi per le galee; e cbn proccuraflc di avere da loro un’anticipato sborlb di 50000. ducati, i quali fervirebbono abbafianza al difegno di fortificar i luoghi dc^ confini nominati di fopra. Il configlio era molto opportuno, perche i boTchi veramente abbondano di materia attifllma a’ bilogni luddctii,e fono cos'i vicini al mare, che con poca fatica, o fpefa, per fenticri declivi, ufati anche in altri tempi, fi poflbno condurre all’ imbarco; la qual copia, e comoditi efagerandofi un giorno in Segna dal Commiflàrio col Segretario Barbaro, e dicendo egli che quello era veramente un teforo, l’altro rifpole cos\ eOcr in effetto; ma teloro di metallo, o di moneu tale, che non avrebbe mai fpaccio altrove, che in Venezia; la qual prudente rifpofta fe foffe Hata ben confiderata da gli Auftriaci, non fi farebbono frappoffe nella conchiufione di un utililfimo partito tante difficoltà; ma mentre l’Arciduca fu collretto di darne parte alllmperadore, primieramente fi dubitò che quel taglio poteffe agevolar la (Irada a’ Turchi d’ infeffare i confini: ma chiamato alla Corte Cefàrea, per queffo effetto, il Vefeovo di Segna, con ordine di portar feco ddegni reali di tutto il paefe, egli colla Ina prefeaza, e con vive ragioni levò quel dubbio; onde gl'imperiali cominciarono poi a pretendere piò grofla fomma, e dimandavano sborfo anticipato di joo. mila feum, lenza penfiero forfè di fpendeme parte alcuna in fortiheaziune di quel conGne; non ponderando effi che i Veneziani, febbene poffono ricever qualche comoditìt da que’ legnami, non hanno però piò che tanta neceffitò, perchi non mancano loro felve che fomminiflrano materia fufficiente per le loro ordinarie, e flraordinarie armate. £’ vero che la condotta de' remi, che ft ugliano principalmente ne’bofchi d’Alpago, e di Cancerio, fi fa con dil^ndio, e con gravezza de’fudditi, a' quali li aifparmierebbe volentieri quel travaglio; nel retto la materia i inefaufla, tanto per remi, quanto per ogni altro bifogno di piò numerofe armate: è però verifimile che anche per folo rilpetio della fortificazione de’ luoghi tante volte nominati i Veneziani farebbono condefcefi allo sborfo di qualche mediocre lumma a coojp di detti legnami, per interefle proprio di veder ordinato in que'jconfini piò mimeroft, e gagliardi ritegni contea i Barbari che penlaffitro mai per quella Brada d’infettar 1’ Italia, come hanno fatto in altri tempi. \Ma il maggiore, e piò certo lérvizip, che fi farebbe cavato da quell’ accordo, conullcva nell’ occupare la gente di quel paefe nei taglio, e nella condotta ; che cosò ella fi lardffie avvezzata a vivere delle lue fatiche, nè avrebbe avuta feufa, ohe la fame, e la neceffitò fpingelfe in torlo • perchè que'bolèbi avrebbono data póftetua materia, non folo di foltentarfi, ma anche di arricchirli; perchè, oltra i legnami opportuni per le armate, fe ne làidlbBno tagliati infiniti per ogni altro bifogno di fàbbriche; la comoditti portar le travi, e le tavole per mare verfo Venezia, o agli oppolti lidi della Romagna, e della Marca, ove fono cariffirae, avrebbe iltituito un traffico di molta ricchezza; ove ora i bofehi Hanno inutili, e la gente oziolà ; elfendofi, perle caule accennate, dilmeffa già la pratica; ed effendo infieme, come fi diffe di Copra, ritornati gli Ufcocchi alla vecchia tana di Segna. In quelli due punti gli uomini prudenti, e pratici giudicavano c& confilleffe la llabilità de gli accordi, e del ripofo. Però è molto da temere che in breve tempo non fi rinnovino le miferie (febben farà Tempre in p oter de’ Principi il rimediarvi) a 'maggior danno della Criflianità ; perchè febben anche gli Ufcocchi s’ alleneffero per Tempre di non toccare le terre, i Vafcelli, o i fudditi de’ Veneziani, nondimeno le continue fortite che fanno verfo Obruazzo, Teme II, Aa ove •V pvt tcrmin* il canale della Morlapa, far^ fina lmente aprir gli occhi a’ Turchi, ^rr provvedere a’ fatti loro con un cpnfiglio non diflkile da cfeguire, che ritornerà in notabii {iregiudizio, e della Cafa d'Aullria, e d’altri; il quale non infegnerò gih io in quella parte, ma egli era ben intcfo dal Rabatta ; che pereti fi mollrava rifoluto di proibite che quel canale con barche armate non fi navigale pib oltre, che da Se^a a Scrillà, accib l’ingordigia di picciola preda di pochi animali, o pochi fchiavi, non Tenifié una vola a pagarli con amare lagrime, e colla perdita d’ infinite anime Crifiiane ; il che piaccia a Dio che non fegua, e che i Principi CtiUiani cohofeano a tempo, e attendano a divertite i pericoli, acci^ ad altri non relli campo di fcriveie pih dolorofe, e lagrimevoli Storie; dove qnella finifee con un’ incera fperanaa di non ^ fondaa quicw; la quale piaccia a Sua Divina Maeltk di rendere (labile colla Aia lana grazia, p terpreuzionc a cola che li polTa ricever per buona; e fon licuro che, -leggendo quelli fncceffi, ogn'uno fi c#tificheri che nei diiordini civili, noQ aliripemi che nei morbi naturali, i rimqdj lenitivi, lcb|iÀ pare che di pRfen^ giovino, ènafpidlcono nondimepo il male, e lo' rendano a 1 remp feguetlti più fiero, è atroce; e che, quando coH'nfeldc'iwidi e appropriati rimedj, il male è guarito, conviene per lungo tempo aver loipttto di recidiva, e governare il cor^, non meno il civile, che il naturale f non colle regole de’lani, ma con quelle degl'infermi; e Ibprattuito appa^rù chiaro, che' il buon'ordine in maceria fluttuante non può elTcr incedono, le avA ì£ cura di proaurarlo thi dal dilofdinc cava profitto, E per bene incamAinare la narrazione, mi i neccirarioriferiFe tutti infieme gl'ntaieoli (iabilici tra il Rabat», -e il Palqnaligo, che'dall’Arcivclcoto furono commemorati Iporlamcncc, acciò fi vegga in che, e guanto Intono oRervaii, o inìmrediti; d'onde ebbero origine le qaeAte feguite. Conteneva quell' accori»to lei capitoli, »• Che gli Ufcocchi non poteflcro' navigare, fe non nel canale dell» Morlaca, tra Segna, e Serdfa, con altro nome detta Carlobago. Che non poteflono accoftatfi all' Ifole della Repubblica, nè sbarcar fopra i territori di quella, Che a gl’ altri luddiii Aollriaci folTe Ubera la navigazione con VafelU difarmati, e il commerzio per tutto aperto, come per l’innanzi. Che non foficro riconofciuii, paflàndo innanzi il Forte di San Marer cuardia, col fcguitarli, 'ioapodivano loro f efecoaióné de'dilegni, avevano però trovato un lociit modo di fatvar sé fteflì, e le barche .proprie, ion aver far&> nel fbruio-'di ÉÌaicu^ un forame, il quale 'renevanotucato eoa una grap fpina; e,vedth leo le pcffiÉie, indi, po0ato il pericolo, ricuperavano le barche» Il Denaro, che im quei tempi fu rimandato in Dalmazia Generale per diveric prowifioni, vedendo ripullulare i troncati inconvenienti, fece tracrar col Capitano di Segna, e fargli apertamente intendere che, ficcoerte concedeva molto cortefemente il libero t&mfito alle barche per vtage mercanzie, cos\ non era per confemire che gli Ulcocchi [tranfiralfcro armari, come pareva che s’aveflcro arrogala facoltà dì fare nc*cgh emergenti che nacquero da quefte occorrenze, e come ebbero fine, non fa hilogno dirne di più; non avendo altra conncflTione colle cofe degli Ulcocchi, fc non che efiì allora, come Cavalli lenza freno, corlcro come per gradì et maggiori latrocini, eofi'cfb; fi diedero prima a fvaligiare le Caravane de’Morlachi, che conducevano vettovaglie, t mercanzie alle Città della Repubblica. Per miglior Comodo, fi ridncevano colle barche ne i porti delia Repubblica, opportuni per Icvarfi di là, e andar al bditino ip Narerfta, Obroazzo, c altri luoghi de’ Turchi : irw troduflero di corleft'iar anche nel Canale di Cattare; cofa da loro non più tenrara, fervendoli* altresì per forza dcllè barche de’ luddici Veneri per caricar ^l’animali, -e gli khkvi predati nel parie de’Tuixhi fi fermavano nelle Ilole Venete a partir le prede, c a dar rifeatto a’ prigioni con tanta libertà, e ardire, come le le operazioni loro foflcro di Icrvizio alla Repubblica, c di benefizio a’iuddiii di lei, c ne ntcritaflero commendazione. Aggianfero a 'ciò il levar le mercanzie, c t dinari agli Ebrei, e à’Turchi naviganti per Venezia, e far prigioni anche le j«crlunc; nè fedivano d’inferir qualche danno ancora lopra le Ilole di Pago, c d' Arbi.’ c acciò non rìmanelTc alcuno de capitoli accordati al quale non contravvcnillero, ricettarono nel loro conlorzio i banditi Dalmatini, e i fuggitivi di Galea ; onde il numero degli Ufcoccht crebbe grandemente; e i nuovi aggiunti, o per dcGderio di vendetta, a per modrarfi non meno fcellerati, lervivano a gl' altri d'incitamento a moltiplicar le olTele. Non racconterò in particolare le rapine, e violenze in quefto tempo occorfe, cosi per effer troppo in eran numero, come per non infallidire chi leggeri colla fimilitudine degl’ accidenti ; il che oflerverò anche all' avvenire, fc non quand o qualche fingolare qualità mi collringerh a farne particolar menzione ; e febben io fo thè le leggi della Storia ricercherebbono che folTero tralafciati molti de i particolari che fono per narrare, e che i narrati anche folTero più fuccintamente riferiti, per non caufare fazieth, e tedio; con tutto ciò fcrivendo io non per la poderitù, ma principalmente per notizia di quei che al prefente defiderano minuta cognizione ancora per altri riIpetti, che pel frutto che fi cava dalla lezione ;delle Storie, ho giudicato di dover trapanare i termini dello Storico, e più rodo allargarmi a far T uffizio di chi informa in controverfia giudiziale, affinchè ila pronunziata lineerà, e giuda fentenza. Le tante temerità, e cos'i ingiuriofe, codrinfero Andrea Gabrielli, all'ora Provveditor Generale in Dalmazia, a rimandare fuificiente cudodia in quelle acque, per levar a'malandrini il comodo di corfeggiarc, con feguitarli dovunque s’ incamminavano, e impedire T alfaltar barche in Mare, e lo sbarcar in qual fi voglia luogo in terra: cofa che all’ ora a i ladri non fu difeara, valendolene per pretedo di prevenire predo l' loro Principi, figurando loro di non effer dati i primi ad’ offendere ; e qiierelandofi che folTero a corco perfeguicati, e mal trattati, mentre andavano per li fatti loro fenza far danno ad' altri, che a’ Turchi; e alcrivendo a necelTaria difefa, ovvero a giuda vendetta gli fpogli, e le altre tngiurie inferite a i naviganti, e fudditi della Repubblica in mare, e in terra. E per le confeffioni d' alcuni di loro, che pofeia capitarono in mano de' Veneziani; fi ebbe per cofa ceru, che defidetavano, e proccuravano di edere non folo impediti, e feguitaii, ma ancora provocati con qualche afsalto, per poter con più gindificato colore impetrarne da i loro Principi licenza, e darli liberamente a faziare le ingordifiime voglie in qualunque modo. Nè è da tralafciar di dire che alcuni Pugliefi colla iiberth del tranlito incrcdulsero di andar a Segna per comperare la cole predace, c a quedi vendevano i Morlachi, e le Morlache Cridiane, predati nel paefe de'Turchi, accertandoli che non erano battezzatti, de' quali era facu pubblica mercanzia, come fe fofsero dati infedeli. Al principio di quede predazioni non è certo che il Capitana predafse conlenfo efprefso; ma bensù, dappoiché Giovanni Vularco, famofo capo degli Ulcocchi, ritornato da una gro^ preda infieme con Pietro Rofantich, gli donarono 1500. Tolleri, e un Cavallo di prezzo, fornito, fi moltiò aperto protettore del corfo. Mandò in qualunque ufeita generale un fuo famigliare infieme con loro alla preda, al ritorno participando la fua porzione del bottino: e pafsò tanto innanzi, che fi mife egli defso capo nella compagnia loto: la qual cofa anche un giorno gli ebbe a fucceder male; perchè, avendo congregati non folo gli Ulcocchi di Segna, ma tutti quelli del Vinadoli, e aven Digilized by Google I9^ S’ TORI A e avendoli fatti fcorrete nella I.icca, non foto reflò defraudato del difegno, ma gli convenne anche fuggire con qualche pericolo,- perchè i Turchi, avvifati, lo perfeguitarono; altri coriero ad alTaltar Segna, la(ciata lenza guardia fuflìcienre, che con difficolih fi difefe. Di tante ingiurie, e inlolenze a’ tempi opportuni furono dall’ AmbaIciadore della Repubblica fatti lamenti alla Cone Imperiale, e furono riportale fempre gran dimollrazioni dall' Imperadore, e da quei MiniUri, di léntirne difpiacere, e promelse di rimedj.- ma efsendo occorfa nel idoj. la prefa di una Fregata della Brezza nel Porto Cigalz, fopra la quale erano diverfi Mercanti con alcuni groppi di Zecchini, e altra buona quantità nelle borie, e flati Ivaligiati tutti con mal trattamen- gralirt fmontati alfaltarono Scardona, Città de' Turchi, c riulci loro lenza alcuna difficoltli I’ imprefa, avendovi trovata quella gente lenza nefiuna guardia; e uccifi quelli che, eccitati, fi oppolero, depredarono la terra, fecero grolTo bottino di merci, e robe, e prefero 300. Ichiavi, e accelo il fuoco nelle cafe da piò parti, partirono, e all'aurora predo arrivarono al Canale,- e quello jiatTaro colle barche proprie, e con quelle dc’Sebcnzani, ( le quali poi adoperate forarono, e milero a fondo) inviati per terra quelli che non capivano nelle barche molto caricate, gli altri per mare fe ne ritornarono colla preda. I Turchi imputarono i Sebenzatii per complici, e fecero querele a Collantinopoli; perlochè fu anche mandato un CiTiaus, e con molte difficoltà la cola fi pofe in negozio; c con maggior opera, e fatica, e fon lunghezza di tempo fu fatto conolcere che gli b'cardonefi, per la loro negligenza in guardarfi, furono principaliOima caufa del danno; « che i Sel^Dzani non ebbero alcuna parte. Gl'Ufcocchi, e i Minidri Audriaci difendono queda forte di azioni con dire che i Turchi fono nemici della religione Cridiana, e de’ loro Principi, e giudamente polTono offenderli, nè con ragione da altri poffono effere impediti; e fi lamentano che fieno impediti da' Veneziani. Ma elfi dall’altra parte rifpondono, che non appartiene in alcun conto loro attendere, o doleifi, le i Turchi fono danneggiati da' nemici loro: e ficcome non attendono a quello che facciano i Perfiani, ovvero gli Ungheri centra i Turchi, cos'i non attenderebbono a quello che gli Ufcocchi tentaffero dove co' Turchi confinano : ma quello che loro tocca, e che loro importa, è il tranfito pff^li loro territori, o pct le loro acque; non tanto perchè cos'i vieiM jioiata la giurildizione, quanto perchè i Turchi pretendono di elfer rifatti, come queda volta ; ovvero pij;liano di fatto il rifacimento fopra i Ridditi Veneti, come in altri tempi è avvenuto; imputando loro che tengano mano, 0 fieno complici, o almeno che fieno tenuti ad ovviare, e nonlo facciano. Se vi e tanto zelo di religione, c di perfeguitar i nemici della fede, vadano per li loro confini, che fono larghi, e fpazioC, e là efercitino il loro zelo, e va ore. Che, per offendere i nemici della fede, entrar violentemente in cala dell'amico, violarla, e metter le cole di quello in pericolo, e in danno, non è uffizio, ma pretcflo di religione, contrario g i fanti precetti di queda. Il Ba Digitized by Google di Pifino per li» lìcdrciaii, promife con lue lettere al Genera! iRTo che avtehbe ifancenuca la fua roldaéelca in difciplifia, fìcdKc ncfIbno avrebbe occafibne di querelarli. Diedè -principifi ili’ informazlonè per mandar alla CArce, e delle cofe predate ricijperb tre mila 'zecchini dc'gropii, perchè quelli erano capitali in ftunò de' priocipali' ^r qdellh 'dhe Tbccava la robe',* ficcoma per li tempi palTati 11' mandaf per informazione ilon pdrrorl Inai ahrd efrecn>,~fe non tfllazione', accioccU il rubbaro poteffe eflTer trafugato con comoAj; e TIldfi, per non fSV la rHRtiizione, ne facelTero parte a chi poteflé'prdl^crli; cds’i nelTocc*finne preftnte refe la ricoperzzSsne impoflibile. Imped'i il Baronè agli Ufebethi Pufeir allS peda; e ^1 tempó'di fei raefi, che dimorò in Segòa, le cofe panarono afiài Quiete Parti all’ improwflb pr Spagna, per la ’lffórte di un fuo -fratello, e lalc^ le trfè in cdhMone; e de 1 tre mila ‘zecchini de’groppì Hcòperari non li lepp mai che cofa ivvenilTe. Von Mterono i pdroni'Vitrame parte alcuna, quantunque, ajutati dagli nmaj de’Minilirr della RepaWiea, JafèlRro continuate iHanze in Se^af e aXìratt pef rtlHtuzfShe jdeW Ih line, ftanchi, non tornardfr piò loro il cifnlò di profeguire, ihbandonarom 1è loro ragioni. Fu un’ arcano ufato in tutti i tefpi da chi comanda agli Ufcoccnl^ di deibdere gli uffizj de" Minillri * della Repubblica, e If private iltanze', llancaido gf in tereffati colle diUèfimi, e nhtrehdo 1 pubblici MiniDri di fpranze d*^tera rèWruzIonc dei tolto, e galligo de’ifelinquenti, fili tanl tq che, fitccedehdo uh altro rubbamento, e dopo Quello un’altro, il parlare de’liiècelli frefcfii faccia porre prima in lilenzto, e poi in obblivione i primi. e fi può ftire generalmente che fempre hanno pollo in fiknzio, e coperto ogni 'fiìblnmenro con un'altro nuovo. Per la partenza del Barone, gli Ufcocchi, reflati liberi, fi avanzarono nelle iniblenze con dtqni di ‘tutti i generi di fopi^ raccontati ; e intraprefero -di più tih tentativo chO ne'feguenti tempi ogn’anno tentarono di metter ih effciro. E’ pollo in ufo che da "Venezia parte una Ga. le,!, che chiamano della mercanzia, per Dalmazia, donde leva le merci che fono portate aquella fotta.’ Gii Ufixcbhi penfanno che, venendo loro iicto di poterla una volta fpoglldfe, foiebbe (lato un' grofiìlfimo boKìno per loro, c gran fervizio a’Ioto Governatori, fe quel commerziO' foffe ftatn'- imcirotto ; però ile’ tempi dell'andata, e del 'iitomq maraviglia è quante. infidie*s'ingegnarono''di porle; ma non hanno mai potuto colòrir il difegnb, perche h Galea, per fila ficureiza, fempre i fiata da Galee, o barche armate accompagnata ; ma quantunque la mi andaflè fallace, ^on rdlavano di (jdiptrè in altro, Icbben non di tanto fratto, perdiè,- mentre fi attendeva alla cullòdia ’ della Calcai, conveniva in qualche luogo rallentare l^'guardie; e reftava qualche parte del mare non cullodita, e loto aperto il luogo datwtcr far de'mali pari a i loprannominati.- A queili Igginnferu apprefliptn nuovo, e lirano ufo di violenza dove era ^nalche figliuola da marito di buon parentado neU’Ifole, 0 Terre marittime (tf -Dalmazia; andati improwifamente,‘o di notte, o in ^Itfi tempi più opportuni, con inforzar lecafe,Ia rapivano in matrimonio di alcuno di loro; e poi co’congiuuti .(che al male palfato non potevano rimediar^’) iratiando {bee, e feofando il fatloj pròecuravano d’ indurli a ficonoftérli per. parenti, e favorire le cofe Tomo li. Bb z loto loro eoa intelligenze, zvyifi, e zltri zjaii- Pochi ne poteyzno periiiadcrc, |>er le gran pene cb'cleguiva la giullizia contri chi era trovato aver parte con lofi; ma citi contra qoclli che liculàvano oftilmentc procedendo, valendoli di preteOo della dote della moglie, tenevano in continua venazione le perlbne, c gli averi loro fin tanto che lioflcco eoodotii a mileria efttcma. Alle violenze, arrapine ovviava,Giam • Battifia Conntii^, Generale Veneto, guanto «jr’foflibile a chi non voleva ulare i mezzi proprj di alidar a i nidi dp’iadroni, per non difpiacer a' Principi confinanti; ma Iblo* difendere le cole proprie: il che riufeiva difficile, avendo a guaruna Riviera di joo. miglia con unte Itole, e fcogli, cooira gente ardita, veloce, e temeraria, che, fingendo andare in un luogo, paflàva ad nn altro, e con ellrema preftezza fi Ipcdiva da quello, c ririravaC in licuro. Occorfe nel (idod. che, ritrovandoli .nel porto di Veftria, rreCò a Rovigno in Ifiria, una Fregata Catearina, la quale portava Icttere del Principe, c. lei mila ducati di danari pubblici, e altra fomma ge' privati di circa quatira mila, con mercanzie, e robe di valore, te barche di quelli fccilcraii raffidtarono, e In lQ|p>gÌiorona di tutte le robe, e de' danari j, e, quello che peggio di luitoifu, afponate k pubhliche Iettare, e partendo di li, con maggior crudeltà Ihccheggiarano altri navilj ritrovati in altri porti della Rcpubhbca, levando a' ^danti,,o a' Marinai ic camicie, e le fearpe; e 1 capi, dopo aver prefo per sd (Icifi una grofià porzione della preda, il rimanente del botiino divife, IO in i$o., che tanto era il numero. 11 Coniarini, che fin allora fi era contentato di ftar loia alla difela, ed impedire ilenuiivi, cqnofcendo che per tal via era impolfibile conseguirne il fine, vedendo giornalmen. te crefccrc gl’ inconvenienti, coofidcniado il danno per la preti della Fregata, e, quc|ia che più filmava, il pubblico altronio per le lettere interceite, giudicò neceifario lerrar i palli a Fiume, Bttcari, e Segna, e impedire rufdca, e andata di ogni t>ru di valceUb a quei luoghi, acciò quegli abitanti folfero cofiretti a defiftere dal ricettare, e fitvoriK i predoni, ovvero trovar modo di conrenerli m uffizio. la fola perle, dizione de'ladroni nel mzre non può aver rimerò cilctto di reprimerli; imperocché, riduceqtlofi elfi, per dividere le prede, fono là monta, gna della Morlaca, fito fortifiimo, e molto comodo, per la moUipUciib dclté valli, e. de' porci, e per la proffimiib dcircmiiunae, d'onde colle ^ardie fcuoprono da lontano, ktuvano la maggior parte de' pericolì. Per tanto i Veneziani, ammaeftrati dall' efpcrìenza, hanno fiabilica una mafiima, che fia di poco frutto, cosi il pcrfeguitarli, come impedir loro l'ufcua; ma folo giovi l' impedire il ricetto che hanno |nellc terre, fon gafligarle, levando loro il commerzio. I^r quella caiÀ il Generale pybhlicò un leverò bandAv ohe nefiqno de j fumiti poteffic avere commerzio con quelle terre; e neffun Vafcello di qualunque luogo vi fi potelTe aaA^are; e per aggiunger la forza a' precetti, accreboc il numero delle bapchp frmaie ; a&ldaia molta gente Albancfe, chiamò altre Galee, e fece cosi potente annata, ^che fuor della fua inlenzione diede gelofia agli Arciducali di aver animo di efpugnar le Fortezze, Per quello timore Gian Jacopo de Leo, Vice-capitano (che il Capù rane Francol era allèntc) per, nome proprio, e della Citth, fi purgò con lettere predò al Ceotarini, mollrando dirpiacere di quello che alcuni pochi ribaldi centra il voler fuo, e della Ciiih, avevano operato; o&rendo foddisfazinne.- e il Baron di Khisii, Gcncnl di Crovazia, calò a Segna in diligenza, per rimedinte : fubito fece imprigionar quattro, i ^ calpevoli, e con léveri bandi et diede a ricuperar quanto poteva del bottino, fiteendo intendere al Contarini di aver ricuperata gran parte de' danari, e delle robe; e che attenderebbe alla ricuperazione del rimanente ; che darebbe il gaftigo a' colpevoli ; reftituireìdie i danari pubblici a ehi folTe mandato per riceverli; e i privati a' padroni che andalTcro con iuficienii giultificaziooi : léce ìmjMCcare un Albanefe, e uno di Segna, i due più colpevoli de' quattro prigioni. Al Segretario del General Veneto, che a tal efictto fu mandato a Segna, rellitu'i 7500. ducati, e la porzione di robe allora ricuperate, oiTerendoli di ricuperare il rimanente; che quanto a' danari non arrivava a 3000. ducati; rellando però ancora buona quantità di roba ; il che per eSèttuare', fece intendete a 150. che s' erano ritirati, che perdonerebbe loro, tellicuendo cufcuoo compitainente la parte toccata toro ; avvertendoli che lenza quello non av^bbono trovato perdono ’, e f ece pubblicar un fevero bando da tutti gli Sud di S. M., e di S. A. in pena della vita, e con taglia contea lèi aifentad de' molto colpevoli, ordtnando cheli differilTe a procedere contea gl’ altri, fe però refiituHTero, Ciò fatto, il Baron ricercò per corrifpondenza la rilaflàzione delle barche trattenute, la livoeazionc de’bAidi pubblicati, e la liberazione del commerzio. Il Contarini, quantunque teneflè per impoflibile, più tolto che diAcile, che dopo 1' aOédio levato lì dovcBe parlar più di ricuperar il rimanente, reputò nondimeno di dover contenmrfi della promeflà; foggiuogendo che ferebbe reltato laddisbcto, quando gli foBno coiifesnati i due prigioni intervennti nel mitfatto, che orano ludditi Ve. neti banditi; e folientava la fua dimanda, per efler loro flato dato ri. certo contea i Capimli eoncordad col Rabatta. II Baron non-poteva fentir a parlare di quello. Diceva che il ferlo era cola da sbirro ; ohe pretendeva r accordo in quella parte nullo ; riprendeva il Rabatta, che in ciò non fi foflè portato da Cfavalicie : e replicando le iflanze il Contarmi, ed egli le teufe, i Cittadini, anfiofi per aver il commerzio Kliero, fecero iflanze cflìcaciflime, acciocchò per due fcellerati canti aferi noti patilTero ; e quei di Bucati, e di Fiume, intendendo la difficoltà, mandarono i principali de’ loro ad unire le preghiere cogl’ altri. Il Barone, prclQ un partito, di fare la giufliaia, e infieme di loddistàre sè fleflò, clevar il modo al Contarini di far maggiori iflanze, una 'mattina, nella quale fi afpeitava il Segretario Veneto, innanzi la fua venuta fece atuccar amendne ad una forca. Non piacque al Contarini rdfer defraudato della fila iflanza, la quale repuuva giufta, e neccITaria, -per contener i fuoi in uffizio; tuttavia, non eflendo alcun rimedio a colà làia, mollrò di contentarli. Fu dì nuovo confermalo da ambe le parti che farebbono fermati i Capitoli concordati dol Rabatta ; c promife il Barone che innanzi la fua panenza avrebbe lafciaii ali comandamenti, e ordini dì procedere col rigor della giuAizia, che più non fi feniirebhono inconvenienti. Quello fuocefib lUede maggior Iperanza di vederi nerpetuau la quipte, che l’opOTto dal Rabatta; perchè, edendo queffli flato uccdiP, pareva che gli oiduti da lui polli reflaflero fenza protettore, e che quell' el'empio dovclTa ipaventar ognuno mandato per p{ov vedere. Ma rcflando m vita, e nel carioo lòtto la. fede ad abboccarli eoa loro, conduccndo leco i prigioni; dove, avendo loro dato rilcaiio per quello che poterono avere, fiabilirono una fer«ni0ima amicizia co* Torchi, avendo mangiato, e bevuto con loro, e fatte aliegreize, e fefle lolcnniUime per la riconciliazipneé-il Il Radich alla Corte Cclarea avendo inoltrato, elfcr’ impoffibtle che gli Uioocc|ii^reflairero in Segna lenza le prede, quando loro non' folTc dato ahro.modo di vivere, e mameneiTi; e avendo ritrovato ncllTinpcradore, non maniunientodi volontà^ ma di forza per poter far aflcgnamenio pervie paghe, fu|^licò che gli folTero cence^Ko k eonthbuuoni che da molti Yiikiggi de MorUchi di quel pack tnaù rifeo^ dal Gecerale 41 Crovam; modrando non eire(e neod&ria la fopraimqntkRza di querGéoem fcv. le, che con quegli alfcgnamenti li faceva ricchiHìnio fenza predar alcun lervizio a Sua Maefth ; ma che quelle con )wca cofa apprcITo làrcbbono badate per pagare la Guarnigione dì Segna, e per mantener un Capitano (opra tutto il paefe : al che fu predato orecchio dal Configlio Cefareo, e trovato buono di alTegnare le contribuzioni al pagamento della milizia : dì che il Radich fu molto contento, fperando di cavare dagli affegnamenti tanto utile, che fi potelTe fodentar il prefidio. E oiienute diverfe efenzioni per tutto quello che portadèro fuori, o dentro della regione, parti molto foddisfatto, con deliberazione di far ogni sforza, per racquidare la grazia della Repubblica; avendolo per cofa facile, quando fode adìcurata di non fentire moledìc da quella gente; difegnando, tralafciato il corfo, e accomodate le didcrenze, far ben i fatti Tuoi con mercanzie di legnami, Quedo era certamente un ottimo, e perfetto penderò per benefizia di tutti quegli abitanti, molto più riufctbìle, che l' introdurre negozio di quella mercanzia tra’ Principi ; al quale, per li rifpetti, e fofpetti, è impedibile trovare forma che non abbia infiniti contrarj; che tra privati l'introdurlo non averebbe difficolti alcuna; s’incamminerebbe a poco a poco ; e da sè dedb per le vie che gl’ accidenti giornalmente fomniinidralfero ; non vi farebbe bifogno di Ipedizione di CommilTarj, n^ di altre lunghezze, e fpefe fuperdue ma il mal codume di tjuegli abitanti, e la maggior dolcezza che porta il viver di quello d’ altri più todo, che delle fatiche proprie, non lafciava loro metter in efecuzione un canto buon penderò. Partito codui dalla Corte, e rifaputafi la deliberazione Imperiale a Gratz, dal Generale di Crovazia fu podo impedimento all’ eiccuzione del deliberato, perchè veniva levato un grand’ emolumento al carico di quel Generalato, che fi dava per rimeritare un l'erviiorc di Sua Altezza; nè gli Ufeocchi di ciò fecero rifentimento, attefo che, dfendo interrotta la trattazione delle tregue co’Turchi, per aver clli dato titolo Regio a Valentino Umonaj in Ungheria; e per confeguenza cedata la cauli della proibizione di predare, gli Uicocchi (tanto può la mala inclinazione aggiunta ad una coniuetudìne pcrverfa ) ebbero più cara la liberti de i foliti ladronecci, che 1’ alTegnamcnto delle paghe; onde ritornati all’ infame corfo, e ad infedar la navigazione, e le Ilble, codrinfero i Veneziani a prefeguitarli in mare, e a metter impedimenti all’ufcita loro. Dalle quali provvifioni febben era prevenuta gran parte del male che lenza que’ rimedj (irebbe fucceduta, non erano però luffi.' cienci di fare che i ladroni non pizzicalTero le Ifole, e che qualche Vafcello non capitaffe loro in mano. Il Generale Veneto, per ovviare interamente al male, fi voltò a inidi, dove fi falvavano colla preda, e proibì il commerzio a tutte le terre Audriache dove fi ricoveravano ; onde, riufeendo maggiore il danno de gl’altri abitanti, che de i medefimi Uicocchi, concorrevano perciò continuamente in Gratz le querele, e le efclamazioni de’ Citadini contro di loro, eleidanze, che finalmente una volta folle daddovero rimediato in modo, che non patilfcro ogn’ anno un’ affedio : e mentre a quella Corte moltipicarono i lamenti dei fudditi, quei Minidri opportunamente ebbero indizio, che i principali Ùfcocchì, 0 difgudati per la proibizione di non ufeir alla preda, ovvero intimoriti che non folfe rinnovata, rifpetto al trattata di tregua, eh’ erg LOO ch’era rimenb in negozio; o per loro maligna, t inquieta natura, avevano contratta qualche i'egreca intelligenza coi Turchi, e iemintvano pernizion, e fcdizioG concetti negli Ufcocchi minuti: per le quali cau« le unite inficmc fu deliberato in quel Configlio di mandare CommUTarj di tutta la Crovazia Lodovico Baron Diatriliain, e Giorgio Andrea Khazian; i quali, fatta inquifizione de’ colpevoli, c ritrovato vero più Jore di quattro mila ducati, fi ritirarono in Campagna prelTo a Segna, dove divifero la preda; e le loro donne, ufeite di Segna, come per an» «Ur a veder i mariti, e parenti, la portarono in quella Città. Quei di Segna, per timore che il commerzio non folte loro levato, mandarono a far lamenti di quello fatto con Gian* Jacopo Zane, Generale, che poco innanzi era luccelTo al Contarini, e a mofirar d' cirer in quello lenza colpa; poic^^ t malfattori erano banditi, e ribelli. Dallaltra par» te Rimavano i Veneziani quelli tutti artifici; anzi avevano qualche dubbio che i bamii tufferò finti; poiché permettevano che le donne abitaflero io Segna, e i Fuorukiti praiicaficro vicino alla Città, ^ forte anche dciiiro occultamente; e fe non davano ricetto a’ Predatori, lo davano nondimeno alle prede : però giudicò il Generale che l’aver ricevuto le donne colla preda folse cai^ fuBìciente per rilentirfi centra di loro. Foie l’armata in guardia alle bocche di Segna, che dava loro grand'incomodità; dal che nafeendo mancamento di vettovaglie, gridarono centra gl’ Ulcocchi, e vennero anche alle mani i Cittadini co' glUtcocchi; e tra' SegnaniJ, e Fiumani nacquero grandiilime difeorde, perché que(K pativano effi ancora, e dicevaao «iiifr de’ Segnani. Il bilbgno fece ulcir furiivamenit in una barca ad. Ufcocchi, i t^uali temen£> il Capitano di Segna che col far nuovi danni foITcro caufa di far rillringere maggiamente la Cittb ; e avendo avute comandamento di guardare che non fofféro fatti danni a i Turchi, acciò non foHe dato impedimenm alla tregua, eh’ era tornata in trattazione ; fece Caper alle barche de’ Veneziani che fi guardafleco ; onde gl’Ulcocchi furono perfeguitati, e combattuti, e ne refiarono i(. morti, prigio-' ni, e 3. falvati. Di ciò gli Ufcocchi entrarono in gran contefa col Capitano, il quale fi feusò con dire di aveva avuto ordine dalla Corte di coc\ fare ; e che qualunque volta ufeiranno lenza Ina licenza, lo farh intendere o con avvilì, o con tiro d'aniglieria, ficchè non faranno ficuri. Il che fe fofle fiato olTervato, era una via di fnidare i malvagi, 0 contenerli nei debiti termini.- non feguì più efempio tale, o perchè i comandamenti foflero mandati per apparenza; o perchè a i Minifiri bafiaife mofirare di dar loro efecuzione con ofiervarÙ una volta, 0 quanto meno folTe poffibilc ; ' I Segnani, per liberarfi totalmente dagl’ incomodi che fofienet-ario per l’impedito commeizio, vennero in riloluzione di congregar quello che poterono avere del bottino, e far andar a Segna Girolamo Barbo, Cittadino di Fola, per convenire con lui della rellituzione. Il General Veneto fece rifolnzione di fiat a vedere fe quelle dimoftrazioni erano reali, o pur de’foliti artifizj, per addormentare; e l’evento dimolirò che tali erano; perchè al Barbo non fu renduta fe non una poca pane di quello ch’era fiato tolto di fua ragione; quanto al rimanente ricercavano tante ginftificazioni, che fi vedeva chiaro che non volevano far- altro .- il che fece anche dubitare fe aveflero qualche intelligenza con GiurilTa, fe ben bandito, la 1 1 1. ' Ma fe'i bandi fodero veri, o finti, non fi può affermare.- certo è bene, che innanzi il fine di fei mefi dalla pubblicazione d’eflì, Giuriffa', e Vulatee con tutta la compagnia furono ricevuti in grazia dal GetKrale di Crovazia, e rimefli le colpe, ritornarono in Segna ; e Giilrilla fu anche nel medefimo grado di comando. Ma non fi venne gih ad alcun’effetto della rellituzione.- anzi a quei di Fola, alcuno delqoali andò per ricuperar il fuo, rifpondevano di voler relhtuire a perfona pubblica ; fe il Generale diceva di mandare per ricevere, rifpondevano effere neccITarie le giufiificazioni de’ privati; anrochè i poveri Polani, fianchi, celfarono dalle ifianze. . -u Stettero quieti gl’ Ufcocchi alcuni pochi mefi, edendo conchiufe le tregue co’ Turchi, c pubblicate in Segna infierire con una proibizione in r na della vita, che nedu'no andade a’ioro danni, nè ufeide per qual voglia caufa in corfo per Mare, con ammonizione di contentarfi delle paghe; e a chi non paredero badanti, o non bafiade l’animo di vivere fenza predare, fode libertk di portirfi. Non fu alcuno di loro che reftade contento ; perchè, aOiiefetti a vivere con abbondanza di bottini, fi conofeevano inabili a poterli foAenure, malfime non feorrendj le paghe; ma, attefa la liberth conceda di partire, utM parte di loto diede orecchie a perfona capitau a Segna, che trattava di condurli al fcrvizio del Gran Duca di Tofeana. Un’altra parte, ch’era de’ foldati vecchi, a i qbali non piaceva mutar paefe, e ufeire di D.ilmazia, Temo . Cc tratta ^o^ tniMrono di condurfi ^ liprvizÌ9 delU Repubblic*. Mandi rano per ciì Viaccnzo Sp^derich o trattarne per nome loro col Generale, oiièrendolì di fervile o nelle barche, 0 nell? tene, o tutti tenuti, odiviC, come (’ Principi lòde piaciitto ; ed cflcndo ftau oppolU loro la profeffione del corfo tanto odiato dalla Repubblica, ritpofero cbiaraiDcnte |ch' erano andati in corfo (piando chi loro comandava voleva che così £icedèro; e ch'emendo in fervizio d’altro Signote che loro comandaliè il vivere quieto, e ftare ne’ loro termini, ubbidirebbeno puntualmente. Si offerivano che, quando ben abitaflèro divilì, avrebbono fatta licurtb 1’ uno per l'altro, e tutti per cialcuno di qualunque male follé flato commeffot I-e parole certo erano molto belle, e meriuvano che foffero loro aperte le orecchie,- ma le operazioni di chi le urtava le chiudevano aJffatto ; e farebbe flato moltq femplicc chi avelfe creduto che uomini, vifTuti Tempre fcellerati, in un momento potefleio farfi buoni,- però il Generale non diede loro fperanza alcuna nò meno li lafciò in difperazione, che non poteffero ai'pettare colla mutazione delle operazioni qualche grazia, La condotta dal gran Duca fu maneggiata quali un’anno, della quale qual foffe la conchiufione al fuo luogo fi diÀ afflìtti i fudditi della Repubblica per U frequenza de’danni, c intimoriti per rafpcttazione de’ peggiori, indufTero Marc’ Antonio Veniero, Generale Veneto, ch’era lucceflo al Zane, a farne querimonia col Capitano, che contra le promefTc tante volte replicate, agii Ulcocchi foflc permeiTo il dannificarc i vicini ; c che i proprj Governatori delle terre, in luogo di mortificare l’ardire loro, lo fomentaiTero con permetter loro di fabbricar barche contra la promelTa, c l'ordinazione dì Sua Macfl^. Qiìefli lamenti non riufeendo di alcun giovamento, perchè il Capitano foddisfaceva Tempre colla medefima rilpolla, che non iifcivano con lua laputa, ma contra gl’ ordini di Tua Altezza.* ehegli non aveva forze per far loro impedimento, ma bensì che a(ipetriva 500. Alemanni per regolare quella milizia, la quale confcUava ch'era trafcorla troppo, e pih che mai che per lo paflaco. 11 Generale, certificato che tutte erano parole, c lufinghc, ricorfe al folito rimedio dì otturare le bocche di Segna, e di altri luoghi Audriaci. Un calo avvenne, che codrinlc gl’ Arciducali a porgere rimedio; perchè VuUteo, ufeito di Segna con grofia mano d’ Ulcocchi, alTaltò un Galeoncino partito d’Ancona, per pafTar a Raglili, carico di panni di feta, e lana, di valore dì 15. mila feudi; la maggior parte roba di Crtdiani; la qual tutta depredarono, fatti prigioni quattro Turchi, e quattro Ebrei che erano (opra il Valcetlo; al rittiedio della qual cofa, pel f rave lamento del Nunzio di Gracz, da quella Corte furono fpediti raimo Dìatridain, e Feliciano Rogato Commiffar;; i quali, giunti, prefero informazione delle qualiù di cialcuno de capi, e delle male operazioni commenb da alcuni anni fino allora, e ritolfcro di tornar a Graiz, per dar conto del tutto, e trasferirii di nusvo a Segna con forzc, per poter clcguire quello che giudicavano neccllàrio; avendo ordinato al Capitano che fino al loro ritorno non latciafTe ufeir alcun Ufcoccho di Segna. Fecero anche ridurre inficme tutte le barche da corfo, per mandarle a Fiume; affinchè foffero in quella terra abbruciate. E’ fama, che all’ arrivo di quedi Signori in Segna foHc loro prclcntato in dono una porzione della preda, c che da effi foiìc riculata con mormorio dc’ladri, che l’alcrivcvano al voler coftringerli, quando ritornati fofTcro, a farne loro parte maggiore; aggiimgcndo effer co%\ avvenuto ne tempi pafTati ; e qualche volta aver convenuto donare tutto il bottino. Non cosi predo furono i Commiflarj partiti, che gli Ufcocchi, eccitata fedizione, contra la voiontk dei Capitano ( che dopo l’ aver tenuto le porte tre giorni ferrate, fu codretto, temendo della Tua vita, o fingendo di temere, ad aprirle) ulcirono di Segna, e andati a Fiume, levate violentemente le barche ch’erano ridotte in terra, per c0cr abbruciate, c occupatene molte altre dc’Dalmatinì, che fi trovarono in quel porto, fi pofero in mare ; c lenza alcuna didinzione de luoghi depredarono nell’ldria il Territorio di Barbana ; c poi rivolti veiv lo le Ifole, e fatti molti danni, in Bue diedero anche fupra il paefe dc’Turchi : non riufeirono però loro profpcramcntc tutti i tentativi, ficchc poceflcro gloriarli d’ aver piò avanzato, che perduto. Incontrarono a cafo tre delle loro barche ben armate il Capitano di Golfo, dal quale lèguiti, furono codretti a combattere, e morti buon numero di loro^ gl’ altri, dati in terra, fi ùtvarono, abbandonare le barche turche, che furono abbnitiate; e liberati quindici Vafcelli, che da loro erano flati arredati nelle acque di Premoniore: un'altra bacca fu incontrata dagli Albanefì, c combattuta, dalla quale fu rkuperan buona preda fatta fopra una Fregata de'Padrovicchi, Il ritorno de' Commiffar; fi differì quafi un' anno ; durante l' affenza de'quali, erano frequenti le ufeite degli Ufcocchi alla preda, e in groffo numero, fino di 400. Con molte barche faceva dimodrazionc il Capitano, quando era nella Ciitb, 0 il Tuo Vicecapitano, quando egli era fuori, di refidcre : ma non i cola facile da perluadcre che refidclfcro daddovcro all'ufcita di quelli che al ritorno ammettevano nella Cittb fcnxa difficolth alcuna : che le avedéro avuti per contumaci quelli che lontra il loro volere ufeivano, con facilicb avrebbono potuto tenerli fuori al ritorno; o almeno punirli nelle cafe, e nelle robe che lafciavano nella Citib; ovvero far avvUare le guardie Veneziane, e in quella maniera vendicare gli fprezzatori dell'ordine del Principe, e dell' autoritli loro. In molte ulcitc di quel tempo non fecero prede di gran momento, per gl' impedimenti che l'armata della Repubblica loro attraveriàva,' nè occorfero cafi memorandi, falvo che uno ridicolofo, e due elemplari. Il primo fu, phe, avendo prefb un valccUo da Lanciano carica per Venezia, penfando d'aver fatto graa bottino, fi ritirarono predo 4 Segna, per dividerlo; e trovarono il carica tutto di mele con molto numero di Icattole di manna, della quale, parte per fdegno di eifer ingannati dalla Iperanza, e parte per appetito, credendo che folfe confezione, ne dtvurarunu quantitli grande : il che inte fo dal loro Medico in Segna, ebbe opinione di doverli avete tutti ammalati di fluflo : redò nondimeno l'arte dclufa, e ncOun di loto ebbe pur minimo moto di ventre. Ma degli accidenti confiderabiii uno fu, che, avendo prefa una Fregata, ed effeudo dati lopraggiunti da tre Galee Veneziane, fi diedero alla fuga, e li ritirarono verlo Buccari, terra del Conte di Sdrino, dove dalla Fortezza fn tirato un pezzo di ficurczza alle Galee; di che quelle fidandofi, fmoniati, e gli Ufcocchi fuggendo, le Galee ancora pofero foldati in terra; e non mefcolandofi m conto alcuno quei 'della fortezza, redando folamente alla guardia delle fue mura, furono combattuli, e uccifi parte de'ladri; il redo fi falvb con difordinata fuga ne'bolchi; c dalle Galeefu condotta via la Fregata, e la barca de' ladri col bottino, che però non eccedeva il valore di 400. ducati, e fu venduto a' padroni. Se dalia Cittb di Segna, e dalle altre terre dove gli Ufcocchi fono dati ricevuti, e lai vati, foffe dato ulaio quello jnedcfimo debito, per edirjMakine de' ladronecci, che fu quella volta uiato da quei (li Buccari, u male non avrebbe fatto pragreflb, ma farebbe da^ rimedialo nella fu» origine. L'altro accidente fu, che, fatta un' ufciia generale, avendo penetrato nella Licca, per rubbare, furono adaiiti da'Turchi, c Morlachi in gran numero; e rimanendo uccifi molti di loro de' pih principali, e pili arditi, e numera maggiere feriti, rellarono gl'aliri aldini molto, e con gran penfiero di vendicarfi wr la morte de' compagni. Sarebbono lueceffi molti mali edetti, fc u ritorno de'Commilfarj non avelie coftretti i Malandrini di peulare ad altro : i quali Commeflàrj, giunti in Segna, avendo fan» impiccare ad un merlo del Caltello Purilfa, uno de’ Capi molto infolonte, pofero tanto leriore, che molti fi ritirarono fuori colle bmiglie, pane nelle altre terre del Vinadol, c i più colpevoli alla monugna> Alcuni di cffi entrarono nel Callell o di Malvicino, non guardato, con penfiero di fortificarn dentro, e tenerfi finché paflallé 1' impeto della giullizia; né lo poterono elèguire, perchè in quell' illeflo tempo pallando di Ci la Galea Morofina, gli alEtltò colla miliaia polla in terra; e da mare eoa l'aniglicria, e li cofirioTe a ritirarfi alla montagna, efiendo rellati morti alcuni di loro. Mandarono i Conamifiari oidinii, e bandi per tutte le terre, che ao. nominaci da loto foliero prefi vivi, o morti. Quelli principi diedero fperanza di qualche buona provvifione : ma durò poco, e non ebbe efietti dillimili dagli occoifi altre volte. Imperocché i Commelsarj, lalciaci feverì ordini, e proibiaùni del coriéggiare, e predare, e latta una compofizione per l e paghe decorfe, con promefsa che in breve làrebbono fiati mandaci i danari, e che per l' avvenire le paghe làrebbono fiate a' loro tempi sborùte, partirono. Ma lenza riTpecto di quelle provvifioni, indi a poco tutti gli Urcoechi tornarono in Segna, e a vivere lecondo rufato; c di paghe decorfe, o correnti non fi parlò più ; ma al coriéggiare fi actefe, coma fe mai non fofse fiata ratta proibizione; non Colo non vietandolo- il Capitano di Segna, ma dando anche molti légni che vi acconfentifse : anzi la terra di Fiume col Capitano Tuo non prefiava loro minori favo, ri, che Segna, ricettando le prede, e fmaitendole di là per diverfi luoghi ; e pareva appunto che la provvifione foibe lana momentanea di concerto; poiché, paniti i Commifsar;, le cofe peggiorarono con danni maggiori del folicq a' naviganti, e agli abitatori delle Ifole. MoU tiplicando le ingiurie, non falò 1' armata Veneta accrebbe [la diligenza, per impedir quanto fi poteva i ladri, c perfeguitarli, quando funivameme ulcivano ', ma il Veniero ancora ebbe in confidenzio. oc che, conforme a quanto da’fiioi Ancecebori era fiato più volte fatto in fimili occafioni, era necefsario levare il vivere a t luoghi dove fi ritrovavano, e che li fomentavano : per lo che pubblicò nn bando, che neiruno de’ fudditi avellé ardire di portar robe, vettovaglie, o merci, né di avere commerzio, trafiìco, o pratica colle terre Arciducali, dw fono da Fianoaa nell' Ifliia fino incontro allo filetto di Gliuba fafa il Canale della Moriaca; e ordinò che faflé ritenuto ogni Vafcello che partilTe da quelle rive, o che cranfitaffe da luogo a luogo, ovvero d' alcrondc folTe inviato a quelle terre. Per quelle prowifiom reilavano impediti i ladroni dal fare tutto il male che in animo avevano; ma non era che alcuno de i tentativi non riulcillé loro; imperocché il Maro è come un Bofeo, impofilbile ad elTer cufiodito rotto, mafiime in quella tenone abbondate di ante Ifole,. e feogU; né le bocche fono coti angufie, come I difegni le Ggumno. L’ ofcuriià della notte ancora, e i tempi cattivi, c bnrrafcofi, prefiano comodo di fcanlàre le guardie, aaaflime a chi Ila attenta, come gUUfizicchi, ad afpettarli con pazioaza: nu bei) al certo ne fegui che a molti nuli fu ovviato; c quei, che non fi poterono impedire, furono vendicati, quanto le occafioni comporurono: e chi leggerò, che tante volte fieno fiati i ladri peifeguiuti, e fia fiata loro impedita l'ufcita, e il commerzio alle terre proibite, e infieme vedrà narrato che, con tutto ciò, fàcefléro grandi, c freqoroti danni, pòn dovrò credere che fia eoa lepagnaiiza nda nar mio zoS SI T O R I A razk>ne, ma che la condizione di quei tempi, e luoghi pm-taflc che queflir rimcdj baftaflero per fminuire, non per oftirpare gi’ inoovenienti. Fra gl' incontri in quefto tempo avvenuti uno dee efler narrato, per aver data caula a molti inconvenienti feguiti poi, che al loro tempo faranno narrati. Le barche Albaneh raggtunfero due degli Ufcocchi, e fi azzufTarono infieme; nè potendo gli Ufcocchi Ibflenere il valore, e maggior numero degli Albanefi, di^ero io terra, e abbandonarono le barche, e reftò in queffa zuffa prigione Giorgio Miianficich, Capicanio del Caffeilo di Brigne, uomo fagace, e di teguito; uno de i pih vecehi, e meglio apparentati Ufcocchi di Segna; il quale, febtm, per gli innumerabili misfatti commeOì nel corJo, e per le molte ingiurie inferite, era meritevole di mille morti, nondimeno per molti degni rifpetti fu rifervato in vita, e lotto cullodia. Da quello uomo fopratcucto dcfiderolò di liberti, e comoditi, ch'era confapevole di tutte le cofe più fcgrcte, s’ebbero informazioni molto importanti per dilucidazione de’ dilegni e palTati, e futuri; e la prigionia lùa fu a glt Ufcocchi ora freno, ora ipronc al far male; imperocché, quando fperavano di poter con trattazione ricuperarla perfbna fua, in buona parte lì contenet^no in uffìzio, e sì allenevano dalle ingiurie; e quando la fperanza fi feemava, facevano alla peggio, acceft allo (degno, e alla vendeKa. Ne* quattro anni precedenti non fu parlato degli Ufcocchi alla Corte Cclarea, per caufa delle diffìcoitb che fi maneggiavano tra i Principi della Cala di Aulirla, che non lafciavano dilccrnere con chi convenille trattare; delle quali non è ncceflario al prelente propofito far relazione, poiché non evvt perfona che tanto poco ne fappia, alla quale non fìa notiflìmo che T importanza di quelle non permetteva che colla Maeltà Imperiale, o con alcuno de gl' Arciduchi fi pronaovefle altro negozio : nè merto entrato l’anno del idii. fi aprì congiuntura* di farlo: anzi’ che al contrario, elTendo nel principio d’eflb hiccefib il tranfito a miglior vita deirimperador Rodolfo, per caufa del qoale quei priacipi reliaioao molto più occupari nelle occoivcnao che quella Corce^porfh in cOnleguenza ; vi era poca probabilità che per* più mefi avofiero potuto prcliar orecchie ad altro negozio : perciò i Veneziani, non el^dovi Ipcranza di rimedio per via di trattazione, tanto prik giudicarono Dcceisaria quella dell' operazione. £ per la ilelsa caufa prelero anche animo ^KUfcocchi di far H peggio, non temendo che potofsero, lecondo il lolito, andar Gommefrar) ad impedir loro le ulcitc, ovvero ad alportar loro, come aitrt volte era luccelso,' la maggior parte della preda : e per ordinarfi a far imprefa, e fuperare gl' impedimenti oppolli da’ Veneziani, follecitmnente preparavano materia in Fiume per la firuttura di molte barche; e diedero principio alla fabbrica di una di grandezza inufitata, divulgando che Sua Altezza era fiata concci» licenza di fabbricarne fei, (btm ^hrt pretefii afsai lontani dalla verifimilitudine. Comunicato il oohfiglio infieme da quelli dr€egna ad altri di Novi, Ledenizxe, e Brì^e, e prefi in compagnia alcuni fiKlditi Turchi, chiamati Garpoti, ovolo Carpochéani, che, nuovamente partiti colle famiglie dal loro paefe, invican dalla dolcécfea del vivere di latrocinj, Crino pafsatt ad abimr in quella ^>Marinf; iiomhù allevati dalla fanciuUetza duramente, atti a i fopportare ogni diiagio ; facili ad efporfi a qualiìvoglia manifeiìo pericolo, e gran Iprezzatori della vita; fecero divcrfe uicìte. Nè le provvilìoni del Generale Veneziano furono badami ad impedir loro in tutto» perchè, eflendo molti ì pa(& da guardare, e t tempi molto contrarj al pocervifi fermar in guardia, e elTi in coù groITo numero, che potevano tentar in un tempo AelTo diverfi palTt, e con riioluzione, maflìme deGarpoci, di efporfi ad ogni 'pericolo; quello che un giorno loro non riufeiva, fuccedeva T altro; e T impedimento che rifeontravano in im luogo, non lo trovavano nell' altro. Si riducevano ora in uno, ora in un'altro de i porci Veneti, che trovavano non eulloditi, come in quelle Ifole ve ne fono molti (dlirarj; di Ik partendofi a far li bottini, paf-fando ora per lo drettodi Novegradi, ora per li territori della Dalmazia cos'i all* im|>rovviro, che non potevano eflère prevenuti: inferirono molti danni a -1 Turchi, e fudditi loro CriOiani, con rapir loro gli animali; e, aiceli 1’ odinaztone che li conduceva, avrebbono fatte gran cole, fe le nevi, che furono quell'anno altiflime, e gl’ impetuofìfnmi» e continui venti boreali non avelTero combattuto centra di loro. Certa cofa è, che nella feconda ufcica, quantunque fieno corpi atti, e afluefacti al patire. Tei di loro redarono morti per li dilagi; e nel ritorno quaranta furono condotti cosi dal freddo maltratuti, che poca fperanza avevano di ric^perarfi. Il maggior bottino fu nell* apertura de* tem« pi, quando, fmomati in terra nella giuhldizione di Selenico, od internatili in quella de' Turchi, depredarono la terra di Gracevaz, uccid dieci Turchi, fktti molti prigioni, e carichi di robe, conducendo ancora 400. animali grolTi, e aooo. minuti, parte per terra, e parte pel Canale della Morlaca, ritomarono a Segna» Alle rapine aggìunfero in quedo tempo un* altra offefa, che per tutti i luoghi dello Stato Veneto, dove tranhtarono, c dovunque in quei de* Turchi fecero preda, lafciarono infieme fama d* aver intelligenza co* Minidri Veneziani a* danni de* Turchi; facendo correr voce che con loro confenfo, anzi convenzione contratta, erano ufeiti a predare: e fomentando, e confermando la voce, modravano patenti falle col nome loro con fìnti fìgillt, 0 fotiofcrizioni. Il che da* Turchi fu facilmente creduto, cavandone argomento, per edere alcuni mefì prima, come fuol’ avvenire tra’ confinanti, luccefle divcrfe prede, c rifacimenti fra le parti a quei confini, per li quali anche s’ inlanguinarono gl* uni contra graltri, fenza però che i pubblici Minidri de i Principi ne aveffero dato conlènfo; i quali, febb^n fecero ogni sforzo, per reprimere ciafeuno de' fudditi loro, e riconciliarli; non rinlcl però fenza diflicoltk, e col rimanere gl’ animi alterati, e pronti ad eccitarfì per ogni minimo foljpetto. £ non tanto t Turchi, quanto anche il numero maggiore degl’ Ulcocchi lo credeva, ingannati da t capi, i quali, congregati nella pubblica Piazza di Segna in numero di circa mille, affermando loro di avere parola da* Veneziani di andar liberamente a* danni de* Turchi per Mare, cforundoli a corrifpondere verfo loro in corcefia; e portato in quel luogo un Crocifìflb, fecero loro predar un folenne giuramento, di non offender in parte alcuna i luoghi, e i fudditi Veneziani; nè meno in Mare i Turchi, e gli Ebrei che fopra vafcellì Veneti tranfitaffero con mercanzie ; e di perfeguitar i contrafìacicori, quantunque foffem congiunti di parentado, e con ogni altro vincolo. £ ^ tutto ciò fecero A Dd iludio Z IO liudioramcntc andar la nuova per la Licca, e per le altre regioni vici ne in modo, che anche il Baisi di quei confini ne prefe Ibfpetto, e ne fece acerbe querele col Generale Veneto con elprcffionc di concetti molto rifentiti; e ne diede conto alla Porta in Collantinopoli. Per le congiunture di quei tempi, quando era incerto dove fofiero per voltarfi quell'anno le arme de'Turchi, a i Veneziani pareva di dover tenere grandilTimo conto di quelli tentativi ; (limando la fama diffeminata, le falle patenti, e il finto giuramento, elfer inviati tutti ad un medefimo fine di provocare farmi dei Turchi contra la Repubblica; e fi perfuadevano che gli Ufcocchi, nè foli, nè principali follerò autori di quei configli, perchè il giuramento pubblico in Piazza, la fabbrica delle barche a Fiume, patrimonio di Sua Altezza, facevano palefe che il primo moto proveniva da chi aveva il governo in mano ; maflime per la fama fparfa, che tra gl' arcani de’ configli de' Miiiillri Aullriaci una maflima folle (labilità, di far ogni cofa, per inviluppare la Repubblica in guerra co’Turchi, per quei fini che ad ogn’ uno poflono clser molto ben noti. Ma gli Ufcocchi, fidatili che quelle apparenze ingannafsero i' Dalmaiini, e che da loro non dovefsero aver alcun impedimento, anzi diverlì favori, fecero come una ferma dazione ne i contorni d' Almilfa, di l!i frequentemente palfando a’ danni dei Turchi. Quelli avendo mandato prima a protcllarc a gli Almilfani vendetta, e danni fopra le vigne, terreni, cale, e anime loro, non tralafciando la prima occafione che fi porfe loro innanzi, prefero per ragione di rapprelàglia nella terra loro di Macarfea do. fudditi Veneti, andati fa per negozj della Brazza, Lefina, Almilfa, e Pago; laonde in fine avvenne .quello che più volte anche era accaduto nei palTati tempi, che il danno lellò, non a gf infedeli inferito, ma (òpra i Cridiani caduto. Partorì nondimeno quello di buono, che, giunti i comandamenti venuti da Codantinopoli, fi compofero interamente le differenze tra' confinanti : e gli Ufcocchi, Vedendo di non poter più peniate che i fudditi Veneti li unilfero con loro, nè fi rompelfe la guerra tra la Repubblica, e i Turchi, depofero la jnafchera; e, non odante il folenne giuramento, corfeggiando intorno all' nòie, Ipogliarono una barca che da Venezia conduceva mercanzia per la fiera di Cherfo, e un Grippo Ragufeo carico per Venezia di merci di ragione d' alcuni Armeni Cridiani ; a parte de^quali tagliarono la teda, e fecero altri prigioni; e ridotiifi con 14. barche all'Ifola di Onia, prima che Agodino Canale, luccelfo Generale in luogo del Veniero, avvifato, potelTe mandare per ifcacciarli, fpogliarono tutte le barche de’ viandanti, eziandio quelle dove non era da fare preda, fef non di vedimemi, e drumenti da navigare, non perdonando a'pefcatori, e Uomini dell'Ifole, che per loro affari tranfitavano. Scacciati di lù, e ora in uno, ora in un’altro luogo ritirati, non celfavano dalle moledie', le quali lungo, c tediolb larebbe raccontare: ficcomc, per la deffa caufa, è bene tralafciar di dire come, feguiti, più volte furoiv) codretli ad abbandonar la preda, e le barche, e falvarfi ne’ bofehi con difficoltli', e altri ribaldi ancora fono nome loro non mancavano di comjnetter ogni fona di fcelleraggine. Un certo Giovanni Uibich, nativo di Gliuba, commife in quei giorni in territorio della Repubblica un’importante, e violentinijna latrocinio con diverfe male qualità*,: peclocbè il I&OVVC Provveditor Generale giudici neccBario di averlo in mano; e intendendo ch'era nelia viila di Artina, appartenente a Gliuba, mandi a quella il Govemator Paolo Gbini con loo. Aibanefi per prenderlo, come gli fuccefle. Ma mentre perfeguitava quello, vedendo un altro fuggire, giudicando qualche male di lui, lo fece feguire, e fermare. Quelli notifici al Governatore d' eflcre Uicocco, e che con lui erano nella terra llefsa cinque altri Ufcocchi. Il Governatore, avendoli per complici, deliberi di pigliarli; ma elTi, ritiratifi in certe cafe, in iito avvantaggiofo, lì prepararono a combattere. Il Governatore, che poteva o col fuoco farli ufeire, o alTaltandoli con numero unto maggiore, eollringerli, perdonando ailc abitazioni, e al fangue loro, o per qual fi voglia altra cauta, gli accetti con quella condizione, che non riceverehbono offelà; e fe il Provveditore non avefse approvata la fua promefsa, gli avrebbe ritornati nel luogo ficfso, e nello llefso flato, per combatterli. Il Provveditore fece efeguir quello ch’era di giullizia contra il Libieh. Quanto a i cinque Ulcocchi, nè approvi, ni riprovi la promefsa del Governatore, ma diifer'i la Tifpolla'^ e ordinò che frattanto fufsero cu-, floditi. Per quello ac'id.itiv .citarono quel tU multo efacerbati e feb ben da loro erano fiati ufati per lo innanzi tutti gli artilizj, c fatte promefse, per liberar il Milanficich, e riporuta tempre o poca fperanza, o la negativa; aggiungendo quello alla prefe de’ cinque, mandarono a far ifianza per la rilalsazione di tutti fei,* e mifero in opera il Vicecapitano di Leo, e i Giudici della Cittb per Intercefsori, a’qtiali non fu nè data, nè levata la f^ranza ; fu folo uu intenzione di dovervi far confiderazione, e gratificare dove fofse fiato conveniente. Ma gli Ufcocchi, non definendo per tanto dalle rapine, e da i latrocinj, fe erano impediti loro i grolTi bottini, non s'allenevano da i leggieri, e dal moltiplicare Pofiefe, che, non porundo loro militi confidcrabile, caufava. no fofpctti di difegni piò dd folico pemiziofi. Quelli movevano il Canale a continuare con piò diligenza ne’rimedj, conducendo numero maggiore di foldati, e accrefeendo l’ armata de' Vafcelii con rinforzo di gente ; onde le terre, elsendo ferrate gii piò raefi, fenza commerzio, e con ftrettezza di vivere, allora maggiormente riftrerte, refiarono quali private totalmente. Mandarono perciò aH’Arciduca a rapprefentare i loro patimenti, a far cl'clamazioni, amplificandoli piò del vero, e richie. dendo protezione, e follevamento. Era in quello tempo felicemente fucceduta la nuova elezione di Re de' Romani; onde l’Arciduca, follevato da quel grave penlìero, porfe orecchie ai lamenti de’fuoi piò volte replicati. Pensò prima dimandarcome altre volte, Commifsarj a Segna, che facefsero qualche dimofirazione, e ponefsero qualche freno, tenendo che, ficcomc per lo pafsato, allora fimilmente da’Veneziani gli farebbe corrifpofio. Ma da’ fuoì fu fconfigliato, acciò non parefse che, cofiretto, per timor delle forze loro, facefse la provvifione ; laonde prefe partito di mandar a Venezia Stefano della Rovere, Capitano di Fiume; il quale fpedito, mentre faceva il fuo viaggio, quantunque fofse di mezza fiate, una tempellofa, e grave fortuna apri l’adito agli Ufcocchi di ufeire con i6, barche, e con rifoluzione di cfporfi ad ogni pericolo, non folo per bottinare tanTima li. Dd I to, che ila tP, che fi rifaccfsero del perduto per grirapedimenti pafsati; ma anco, ra per prendere qualche perfona infigne, col rifeatto della quale pocef. fero aver alcuno de’ prigioni. Loro fu dato in ifpia che Girolamo Mo. lino in una Fregata ritornava da Cataro, dove era fiato Rettore di quella Citth. Furono allegri lòprammodo, cosi per l’occafione del bottino delle robe, come per la perfona, penfaudo di dovere certamente riavere il Milanficicb, e tutti gl’ altri uol cambio di un Magifirato Veneto, Volarono per la via dove furono indrizzati; rifeontrarono la Fregata, e l’afialirono, Non vi trovarono altro, che le robe, elfendo il Provveditore per buona fortuna prima fraonuto in terra, NelTuna cofa affligge più l’animo, che il vederfi defraudata d’una fperanza tenuta per certa, Quei ribaldi tanto certamente credevano di dover far prigione quel perfonaggio, che, non avendola travato, pareva loro che piit torto folTe lor fuggito, che non dato loro in mano, E tanto fu l’aidore d’ aver nelle mani un pubblica Minifiro Veneziano, che eccitatili l’un l’altro come a furore, immediate voltati, palTarono verfo Rovigno ;iell’Iftria, per far prigione il Podefth di quella terra; il quale non po. tendo avere, perchè fi falvè, alTalirono i Valcelli che nel porto fiavano afptitando vento per Venezia, e li fpogliarono, uccifi i Mercanti, C i Marina] che Inm .wOa, rifpetto ad alcu no, nè a grandi, nè a piccoli.- e più infervorati, perchè anche il fecondo tentativo f©nè loro riulcìto vano, ritornati con celerità, palTarono fopra l’Ilola di Veglia, dove ritrovandofi Girolamo Marcello, Prov. veditore ^ell’lfola iq vifita di Befca, terra deU’Ilola medefima, lo fecero prigione infieme co’fuoi miniftri, e l'ervidoti, e lo conduflcro eoa vilipendio, e indigniti grande in certe grotte vicino a Segna, tramutandolo fpelTo da una all’ altra, Nè è da tralafciar quella particolare, che la barca, colla qual fu condotto prigione il Provveditore, fu quella fabbricata in Fiume, della quale è fiata fatta menzione, Infieme coll’awifo di quello misfatto il Capitano di Fiume arrivi wì Venezia. Non poteva giunger in peggioe congiuntura, attefo che le ot. fole degli incocchi mai non furono cosi frequenti, come in quell’ an. no-, né meno cosi rilevanti, e malTime l’ultima-, la qual, intefa dal Capitano, poi giunto, lo fece reftare molto prerpleffo, fe doveva dar immediate principio alla negoziazione, ovvero alpettare fe da Grata, pel nuovo accidente, gli foflero mutate le iftruzioni; e fe doveva fama menzione eflb, o tralafciare di parlarne. In line, prefa rifoluzione, diede principio coll’afliftenza dell’ Àmbafciadorc della Maefià Cattolica al fuQ negoziato, incominciando dalla buona mente del Sercnillimo Arciduca, dall’ottima difpofizionc fua verlò i Principi confinanti, e la Repubblica malfime ; loggiungendo che perciò 1’ aveva mandata con ampliflima autorità, per pigliare fpedientp di foddisfazione di ciafeuno, e tranquillità de’ludditi; e aggiunta un’ affettuofa condoglienza del fucceffo di Veglia, con afiicurare che nè l’Arciduca, nè alcuno de'luoi Mipiftri, nè maggiori, nè inferiori, vi avelTero conlenfo, e participazione ; ma forte fiato motivo di quei di Segna difubbidienti a Sua Altezza,- dilcefe al fuo negozio, e per nome dell’Arciduca fi dolfe di tre particolari ; Che certi Mercanti, andati alla fiera in Albona fotto la pubblica fede, fortero fiati fpogliati delle merci da loro portate.- Che pofeia fatto in Segna da tutti gli Ufcocchi un giuramento tanto folennf di non offender I* cofe della Repubblica, cinque di loro, fudditidiSui Aueaza, fodero (lati preG, e tenuti prigioni contra la fede loro data : Che un Frate foffe flato porto prigione, e gli foflè flato tolto l’abito per pagamento delle fpefe; c con lunghe ampliflcazioni aeeravati quefli tre accidenti, ne richiefe foddisfazione. Quella forma di trattare da alcuni fu tenuta prudente perchi, quantunque dall’atra parte vi folTero da contrapporre non tre querele, ma trecento, nelTuno però è in obbligo di dire, falvo che le ragioni proprie. Ad altri pareva che quello non avefle luogo, fe non quando le ragioni di ambe le parti folTero del pari ma in quella occorrenza pareva, attefe le molte male operazioni degli Ufeocebi, che lo flato delle cofe - comportalTe più d’ufare feufa per lo paffato, e promelTa di rimedio per 1 avvenire, paflando poi a richieda di corrifpondenza ne’parncolari deliderati, Ma lafciando di ciò il giudizio a gli uomini lavi, per intera cognizione di quella che fi trattava, è necelurio narrare i particolari di Albona, e del Frate, che non fono flati raccontati a’ loro tem- pi, come non appartenenti agli Ufcocchi, e in foftanza leggieri. 11 latto in Albona pa6ò in quello modo. Dovendofi fare la fiera in quella terra il penultimo di Giugno, fecondo il confueto, i Mercanti di j I o j ni'’ P'"'“tvi le loro mercanzie licore, ottennero patenn dal Podelti del luogo,- portate le merci in fiera, i Dazieri preiefero contrabbando, non per ragione deUe perfone de i Meicanti, ma peri» qua ta delle merci, e vi pofero mano fopra. Il Segretario Celareo in ' ®’'Vifato, ne fece querimonia, dimandando la reftimzioiic ; ed ebbe rdpolla, che s avrebl^ fcritto p«, e fatto quello, ncercafle il giullo. Cosi fu efeguito immediate, con aver dato ordino di più, che le mercanzie li confervaflero tutte interamente; e di tanta, Segretario per all'ora, afpettando giullizia, venuu cho foffe r informazione ; nè aluimenti fi doveva procedere in negozio cho non fu tentativo di oflèfa, ma pretenlìone d’ordine dì mercanzìa e folito tra’ confinanti avvenire giornalmente fenza turbazione della 'buona intelligenza; effendo frequentiljime, e cotidiane le differenze fra’ Dazieri, e mercanti non folo foggetti a diverfi Principi, ma ancora quando ambe le parti fono del medefimo Suto, c anche delU medelima Cicti. Il Segretario avrebbe voluto che, prima di replicare alcuna cofaia quello negozio, fi aveffe afpettato che ferviffe il tempo di venire lari, fpolla.- nondimeno al Capitano, o perchè avelie quello particolare in commiflione, o per proporre maggior numero di querele, o per altra caufa, parve di non afpettare. L’evento mofltò buono il parer del Segretario, perchè al fuo tempo la informazione tichiefla venne, e il ne, gozio ebbe fine con intera rertituzione delle mercanzie. Il cafo del Frate fu in quella maniera. Fra Antonio da Fiume, dellOrdine de i Minori Offervanti, fi pofe fopra una barca d i làrina caricata in quella terra per Segna.: quella fq feoperta dal Forte chiamato di San Marco, c arredata, in efecuzione de i bandi del Generale di fopra racomaii. Il Frate diffe la farina effer fua, e portarla al Convento di Ipitir Ordine in Segna ma i Barcaruoli parlarono dlveriàmente • nominarono il Mercante di cui la farina era, e che il Frate era imbarcato per paffar in paefe de’ Turchi. In quel tempo s’era feoperta certa macchinazione di quelle alle quali viene preflato orecchie folto pretcfto di pieiV, (he terminano in fine calla morte dc’poveri Criftiani che fi lafciano follevare : perlochè il Frate, non rendendo buon conto del iuo viaggio, trovato in varie contraddizioni, fu filmato fpia, e trattenuto in quel Caftello, dove mentre dimorò, leggendo con quei foldati ne i libri fciolti che elfi fono foliti a fiudiare, vi lafciò qualche danaro, ed alcune robiccivole che aveva. Non fi trovarono fermi rifeontri per convincerlo, o per la fua fagaciii, o perchè non fofle fpia: fu rifafeiato, e condotto da una Fregata in Venezia, yeftito da frate; e cocomparve innanzi al Principe, richiedendo refiituzione del perduto nella Fortezza; allegando che. come Religiofo, non fe gli poteva guadagnate. Fu rimefib ad attender alla fua profelfione, e altro non fuccene in quello cafo, ». . La querimonia de i prigioni fu ftudiofamente dagli Aufiriact pubblicata per tutto, e la foflentavano con quelle ragioni : Che quelli erano fudditi di Sua Altezza, e fotto la protezione fua; ebe non poteva con fua riputazione abbandonare la loro dlfefa: eh’ erano fiati ritenuti contra la fede, fiante la quale, fi dovevano lafciare liberi; e fe quel Go. vernatore la diede, non avendo facoltà, eflervi obbligo, fecondo la ragione delle genti, di mettere lui in mano di Sua Altezza. Per lo contrario fi difeorreva, che gii tra il Rabatta, e il Pafqualigo fi era convenuto che gli U fiocchi ufiiti in corfo non folfero licuri, nè protetti: che Matteo Tomiz, fervitorc di Giurifla, nativo di Zara vecchia, uno de' cinque, fu bandito l'anno innanzi da tutto il dominio per omicidio commeflb nella perfona di Tommafii Malfiifich; però nè come bandito,' tiè come fuddito fuggitivo ooteva capitare nello Stato : che gli altri due èrano di nuovo venuti dal paefe de’ Turchi ad abiur in Segna; gl’altri t>cn nativi di quella Cittì, ma eSi ancora Ufcocchi, ufati al corfo : E quando, neffuna di quelle cofe fofiè, che la fede non fu loro data, fe non di ritornarli neinfielfo luogo, e fiato, e combatterli, fe il Generale non avefic voluto lafciarli liberi.- adunque non fi poteva per quella ragione pretendere che folfero rilafeùti allblutamente, ma ritornati, e combattuti.' E chi può dubitare che, ritornati con t oo. Albanefi attorno, non folfero refiati motti, anche fenza alcun danno degli alTalitori coll’ufo del fuoco; e non elfcre però alfolutamente, e univerfalmente vero, che il Principe fia protettore di tutti i luci fudditi che fi ritrovano nel paefe del vicino, ma filo di quelli che vanno in cafa dell’ amico per negozj, o per altro bene; non gii per far male, o per accompagnar banditi, o dare fofpetto: che in quelli cafi, per ragione de’ delitti, fono foggetti alla giuftizia del luogo; altrimenti per la ragione loro i Magillrati Arciducali non potrebbono mai giudicar alcun faddito Veneto colpevole, o indiziato di delitto, fe quelli colpevoli, e indiziati non erano foggetti alla giufiizia Veneta. Altri fi maravigliavano della nuova forma di trattare, poiché gii molto tempo era divulgato che negli uffiz) fatti a i tempi palfati, per la refiituzione del commerzio levato alle terre percaufa degli Ufcocchi, i Principi, e i Miniftri Aullriaci erano foliti a colorire la richiefia con dire che, fe la Repubblica era oftefa da quella gente, la facelfe perfeguitare in mare, la prendelfc, e la impiccalfe; ma non delfe molefiia alle terre per loro calila' il che pareva molto repugnantc a querelarli all’ora, perchè fof. feto prefi nelle 'erre deUa Repubblica, Ma ri Mi ritonundo alla ferie delle cofc, T Arciduca, immediate imefa U prigionia del Provveditore di Veglia, mandò Gian Jacopo Ccfglin Commidàrio EipreiTo a' Segnani, il quale con un leverò editto, pubblicato in quella Citth, comandò che il Provveditore folTc condotto innanzi, a lui; al quale ubbidirono gli Ufcocchi; c levatolo dalle Grotte, lo condulicro in Segna al CommiTario; ed egli, ricevutolo co rtefemente, lo liberò immediate, dicendogli che il Scrcniffimo Arciduca, intclà la fua pattivitli, aveva Ipedito immediate lui in pulU lolo per metterlo in libertb, e che larebbe feguitaio da altri CommilTarj, che venivano per punire i colpevoli. La preflezza, c prontezza di Sua Altezza a rimediar immediate alla tralgrclTione de* Tuoi; la diligenza, e rifoluzlone del Commiirario nell’ elecuzione; c l* ubbidienza pronta preiUra da gli Ufcocchi, eziandio ritirati nelle Caverne delle montagne, ad uno che fenza arme, e fenza alcuna forza andò a Segna col folo nome di ComlniffariQ Arciducale, ficcomc fono indizio della buona mente di quel principe, e che Sua Alrezza ha Minidri che, fe vogliono, fanno efeguirla; c che gli Ulcocchi, Icbbcn nodriti in tutte le fccllcratczze, non fono però ribelli, c cotumaci alloro Principe, quando cificaccmenle vuole circr ubbidito, o non modra contcntarfi d* effer difubbidito; cosi dimodrano che colia medcfima faciUù con cui fu provveduto a quel difordine, fi potrebbe, e ft avrebbe potuto provvedere a qualunque altro, quando gli interedì non avcflcro pr eponderato, c preponderadcro tuttavia al debito Cridiano, di lafciar ad ognuno il fuo, cd effere buon vicino. Nò da alcun’avvenimento più, che da quedo, fi può meglio penetrare nel fondo del negozio, c veder al chiaro le caufc de i mali padati; e conqfccrc con fondamento quale fu il vero, c proprio rimedio di queda pede Dopo la prigionia del Provveditore, i Minidri Veneti non fì contennero, come prima, nella fola difefa delle cofe della Repubblica, e nelcudodia de f paiTi; ma cercarono per ogni via, e modo il rifacimento : ma (eguita la liberazione, fi farebbono contentati di dare fu le loro guardie, come prima facevano, fe le cofc fuccede, mentre quella durò, non avedero tirato dietro altri accidenti; accadendo in quede occorrenze come avviene nel moto delle bilance, che, levate dall’ equilitrio, trapadano pivi volte dall’uno, c dall’ altro canto, prima che pof{ano ritornarvi. Elfendo ancora il Provveditore ritenuto nelle Grotte, alcuni foldati Veneti Imontarono otto miglia vicino a Segna, e diedero il fuoco a certi Mulini di ufo di quella Cittù, per fare danno fpe^ialmenie a Giorgio Danicich, padrone di parte di elTi, che fu principale nell’infulto di Veglia, e cuilodiva il Provveditore nelle grotte» Dall’altro canto gli Ulcocchi, non potendo vcndicarft, e far male iti 2 uei contorni, per le grandi, e diligenti guardie, padaco con viaggio i terra il Monte maggiore, ed entrati in Idria nelle Ville di Bergodai, e Lanilchie, abbruciarono gran numero di Calali con fieni, e imjnenti, conducendo via molta preda di robe, animali grodì, e minuti: dal qual accidente eccitate, e irritate le milizie Venete, che in Idria erano, deliberarono di non camminare più per via di ripetizione, tenendo che dalla fperienza di tanti anni fode abbadanza dichiarata fuperdua; ma fecero rapprefaglie nel Cadello di Bugliou, e in altri luoghi del Contado di Pidno; e dUendevanQ la loro azione, perché in quedo occor zi6 STORIA occorrenze la ripetizione caufa pemizie colla interpofizione del tempo, aicefochè, fe poi, quando l'ofTclo fì vede delulo colla lunghezza delnegozio, viene al rifarcimcnto di rapprel'aglia, valendoli gli offenditori di ogni vantaggio, e come le Toifela folTc dimenticata dal tempo interpollo, danno al tifacimento nome di provocazione: la onde, atteft quelli rifpetti, era commendata la celeriA nel rifarcitri, per evitare le moleItie di dovere, oltra il danno, far anche una ditela. Ma giunto a Venezia ravvilo della liberazione del Provveditore, come le con quella loderò emendati tutti i lalli degli Ulcocchi, e loderò cedate tutte le caule de i padati dilpareri, e i rilpetti di dare lulle guardie, il Capitano di Fiume colla medelima adiuenza dell’AmbaIciadore Cattolico, magnificata, come meritava, l’azione di Sua Altezza nel liberarlo, lece illanza che le lode corrilpodo colla liberazione de gli Ulcocchi prigioni, e coll’apertura del commerzio; cosi meritando la buona volontfi dell’Arciduca, e le azioni latte gi^ tanti anni in foddislazione della Repubblica. D’Albona, e del Fiate più non parlò. IMon è da tralalciare la narrazione de i concetti ulati da quedo Minidro per tre meli che dimorò in Venezia, potendo da quelli prenderli grande idruzione de i penfieri che nodrilcono quelli che hanno il governo degli Ulcocchi, e delle mallime colle quali li reggono. Egli diceva di richiedere i prigioni, e la redituzione del commerzio lolo per riputazione del luo Signore, figurandolo defiderolo di rimediare alle male operazioni degli Ulcocchi; ma impedito dal larlo, per non modrare di elferne codretto per la prigionia de i luoi, e pel commerzio levato alle terre; colla rediluzione dc’quali gli larebbe aperta la via, ptomettendo per nome di Sua Altezza, che all’ora fi rimedierebbe si fattamente, che mai più non fi femirebbe moledia alcuna. D^Ii Ulcocchi diceva, che fono gente fiera, e indomita; che non fi podono gadigate ; che, non fi polTono aver in mano, perchè fi ritirano a i Monti; onde ellere di bil^no con dolcezza mitigarli più, che reggerli con leveritll : chs colla rilaOazione de i compagni, e r^tuaione del commerzio, fi lareb-bono addolciti ; dove colle durezze fi larcbbono renduti più contumaci.- eh’ erano zooo. in numero, nati, allevati, e fortificati in qnei fili; che a sforzarli vi larebbe bilogno di ze. mila foldati; che non larebbe decoro di Sua Altezza, per leggiera caufa, far cos'i gran moto; nè me-i no poterlo fare, non effendo Segna lua, ma del! Imperadore : e quan-^ do folle fui, r avrebbe fpianata, non cllendole le non di Ipela col mandare fpello Commiflarj, che le codavano dooo. feudi alla volta; e tan-i te volte, che con quel danaro Segna farebbe due volte comperata ; che farebbe la provvifione conveniente aU'autoritk che teneva di Governatore.- ma volendo un rimedio totale, e durevole, fi doveva trattare C09 fua Maedù, eh’ era lupremo Signore. Che non però fi poteva cogli Vfcocchi tutto quello die fi voleva; nè conveniva metterli in difperaz ione, ellendo buoni Cridiani, e difendendo quella Citth, e quel paele da’ Turchi: che vi era bilogno di tempo, e opportunith; e conveniva fopportar qualche difetto, e alpettar quella provvifione che Sua Altezza farebbe, tubilo redimiti i prigioni, e il commerzio; e poi negoziar il di più con Sua Maedìi. Colle quali forme di parole dava ceru fperanza d’ intera provvifione ; prometteva gran cofe ; ma infieme inferiva che non ^rebbono cdctcuatc, mettendo al pari la caule, che fitrebbono ulate P" per prerelti ad ifcufarc il ttuncamento delle promeflè : pareva ehe diinandane un puariglio, e tuttavia dimand-ava quello ch’era il tutto nel negozio, cioè il commerzio; perchè col folo impedimento di quello era pollo qualche freno alle operazioni nefande. Ma, olita il modo di trattare luhrico, e in sè delio difeordante, la perfona ancora di quedo Minidro non era ad alcuni molto accetta, per edere cob certa che gran parte de' bottini li fmaltivano in Fiume, andando quei della Terra a pigliarli in Segna, per non lafciare che gli Ufcocchi medefimi vi eompatilTero; e il meglio fi riponeva in Cadello, dove il rafo, e’I damafeo era pagato mezzo tallero il braccio. Ed era anche fama, febben non tanto certa, quanto quedo, che i panni alti, de' quali la cab fua era fornita, fodero deUo Ipoglio fatto alb Fregata gb tre anni nel porto di Torcola, del quale s’ c parbto a fuo luogo. Ma avendo quedo Minidro prefo per ragione di feufare la tolleranza, per non dir approvazione, di tanto male, il numero grande, e le forze degl’ Ufcocchi, e il pericolo di perdere Segna, privandola delb loro cudodia; argomento ubto altre volte con maggior amplificazione, fino ad adermare che. fono un propugnacolo della CrilUanith ; e che altra milizb non brebbe atta a difendete quei confini, e quella regione da’ Turchi; predicandoli per buoni, e veri Cridiani, partiti dalU loggezione degl’ infedeli folo per blvare 1’ anima, e per educare b Poderità neUa l^ta religione,* che non è giudo fcaccbrli contra la lede data, con pericolo che rinneghino, c altretuli fciocchezze; quedo luogo ricerca che da narrata il numero, la qualitli, e k imprefe loro in queda etli; non potendofi trarne cognirione dalla notizia dello dato loro nelle eb (uperiori, edèndo geme che, per b mobiliti, cosi dell’ animo, come del corpo, è foggetta a |varie mutazioni,* nè Colltnte in altro, che in non voler guadagnar il vivere colb fatica, ma col l'angue; e da quedo apparirà chiaro che nè per numero, nè per valore fimo da brfi temere^ nè la cofeienza loro meritevole di dfere favorita, ovvero dimata Cridiana; nè il loro fervuto utile alb oonferyaziooe di quelle marine,. : Sono tre forte d' Ufcocchi in Segna, cos'i didimi, e nominati nelb Corte Arciducale.' Stipcndbti, Cafalini, e Venturieri. Caiàlini fon» ? ueUi che, nativi, o gik abituati nella Citb, hanno da pih. fucceSioiu èrmo domicilio in quella; i quali anche fi chiamano Ckadini, e fon» al numero di loo. Altri zoo. fono con titolo, e narae pih rodo, che in realb, di dipendiati, divill in quattro compagnie, a yx per cbfcuna, con quattro Capitani, da loro chbmati Vaivodi. Ma olm quelli quattro (vi fono altri Capi di Ufcocchi, col qual nome tòno chiamati tutti quelli che hanno ii modo di armar barche, per andar in corfo. A quedi aderifeono, e fono compartiti, come in comitive,! vagabondi, c quelli che, nuovamente partiti di Turchb, o banditi, di Dalmazb, 0 di Fuglb, non hanno fermo domicilio in ^na; e tutti li Chiamano Venturieri, e danno all’ ubbidieaza di quei Capi mentre fon» applicati alle barche codeqaali vanno, oca in poco, oca in maggior numero, rubbando, e predando fopra i vicini. Ix oidiuarie bacche degli Ufcoeahi bno capaci di 30. per una- Alb volte ne hanno bbbricata alcuna maggiore, capace lino 50. come quell’anno in Fiume. Fanno più fiate aie anno, fe non fono impediti, ulciu generab,* ma due Tomo II. E e bno fono piCt ordinarie.- per PaTqua, e per Natale, aggregandoli loro anche ^eUi che fono fparh nelle terre di Vinadol; e all' ora quei di Segna votano cosi la Gitth, che reità culladita d>' pochilTimi vecchi, infermi, dalle donne, e da’ fanciulli. Per le fpefe delle fpedizioni generali contribuifcono i Vaivodi, i foldati ricchi, anzi le'donnc ricche ancora, le V edove, e i Preti, e Frati, facendo la loro parte delle fpefe, c participando parimente la parte de' bottini. £' cofa notoria, che in quelli ultimi anni le loro ufcite fono Hate con 15. in 10. barche al pih, in modo che il numero, il quale ora è maggiore, ora è minore, fecondo che i Venturieri più, e meno concorrono ; più; quando il Mare i aperto; meno quando è chiufo, e ferrato, è di doo. in 700. uomini da fazione : ma volendo metter in conto i vecchi, fanciulli, e donne, fi potrìi dire che afcendano a aooo. Il numero crebbe quando lì congiunfero con loro i Carampotani, altra gente ufcita di Turchia. Crelcerebbono fenza dubbio giornalmente, fe il corfo non fofle loro contefo, e impedite; perchè molti Morlachi, allcttati dalla dolcezza del vivere di quello ed gli altri, fi adunerebbono con loro; e può, ben ciafcuno penlare, fe, accrefciuti di numero, farebbono darmi maggiori. I Veneziani fono flati coliretti a perfcguitarli, non tanto per li grandi, e frequenti danni inferiti da loro, cosi a'naviganti in mare, come a'fudditi loro in terra; quanto per li maggiori imminenti che avrebbono inferito, quando, tollerata quella licenza, folTero crefciuti a numero fpavcnievole, come farebbono: c non v’ha dubbio, che, quando la R^bblica non avclTe rimedia-' to giornalmente, come ha fatto, rillringendoli, e incomodandoli, le forze loro fi farebbono fatte filmabili; i Turchi; farebbono fiati cofiretti a rimediarvi da dovere, e per femore, come fogliono fare quando rifolvono : e fccome i ladronecci, eie incurfioni, che quella fona di gente ofava giù 80. anni, abitando in maggior numero nella Licca lotta il Conte Pietro Cmfiob vecchio, firono caofa che la Licca, e la Corbavia follerò occupate da’ Turchi; e quella medeCma caufa fece perdere Clifia al Conte Pietro Crufich giovine; cosi a quell' iflelTa fine farebbono ormai giunti i Contadi di Segna, Vinadol, e Fiumeancora, fe la Repubblica non fi folte colle forze oppofta al libero corfo degl’ Ulcocchi. 11 che febben da lei è fiato fatto per difefa delle cote proprie, è nondimeno feguka da quello la confervazione di quei Contadi alla Cala d’ Auftria, che da' Turchi fenza dubbio farebbono fiati occupati. Sa ognuno, che per caula degli Ufcocchi fu mollà da’ Turchi la guerra nel 1593. che durò 14, anni, nella quale, oltre alla perdita d' innumerabili foldati Crilliani, la CrillianiA con tanto detrimento refiò privata d’Agria con gran pane dell’Ungheria fuperìon, e di Canifla coi meglio della Grovazia ; e quelli tono i bàiefizj che dagli Ufcocchi riceve. Hanno aflài leggiera cognizione di quel paefe, e di quella gente, quelli che dicono eOere vadorola, c tener a freno i Turchi, e cufiodire quelle marine, che fenza loro fi perderebbono ; non elìéndo veto che mai dopo il 1540. abbiano tentato di fiu- ineurfione nel paefe Turco, nè depredare le loro Terre, ovvero combattere con loro a i confini del Contado di Segna, dove i Turchi fi guardano; ma contra di loro fono fempte andati paflàndo funivamente per mare, e per li tetritoi) Veneti, a i confini de' quali non compottandofi Icorrerie nè dall’una. runa, nè daU’altra parte, gli abitanti fbmno per rordinario non cnllodici. Se hanno cosi gran defiderio, che fieno predati, e pròvocati i Turchi, hanno comodo di farlo aMoro proprj confini, e non debbono palare pel paefe del vicino con pericolo, e danno dell' amico contra ogni legge divina, e umana, fervendofi del territorio di quello con detrimento di lui, avendo il proprio, e i proprii confini, per dove più da vicino polTono fare lo fteflb. Ma gli U. fcocchi non fono buoni di far imprefa fenza foperchiaria, nè per aU tro fine, che per alTaiTinare; e i Minifiri Arciducali non riceverebbono benefizio alcuno, fe combatteflcro a’ loro confini, dove trove« rebbono la refiftenza, e non comodo di rubbare. 11 valore degli Ufcocchi è infidiare i deboli; uccidere, e fpogitare chi non fi d^ fende. Non fi potr^ mofirar mai un* azione fatta in campagna da loro; nè che mai abbiano difefo un luogo afialito: ognun la con qual vigliaccheria voltarono le fpalle neirafialco di Petrina; e qual danno causò neirefercico Crifiiano la lor infame fuga. Non potrh alcun dire che abbiano mai fatto una fcaramuccia ; non fanno che cola fia fcaramucciare ; fe fono molto fiiperiori, danno la caccia; o fe non fuperano di molto, la ricevono : mai non hanno impedita una tncurfione de'Turchi: anzi è cofa meritevole da efiere laputa,' che molt e volte i Turchi hanno fatte delle feorrerie fino a Segna, e fatti de’ prigioni a villa della Cittb; e fempre in tempo, che gli Ufcocchi erano fuori alle prede, avendo i Turchi a bello fiu. dio elette fempre tali occafionì, che avrebbono dovuto indurre i Govematori di quella Citth a ritenere la guardia dentro, c levare r opportunità a* Turchi di feorrere fenza rifpetto, quando loro fofic fiata più cara la difefadel paefe, che la porzione delle nibberìe. Mai loro protettori, quando trattano con perfone non informate, dicono che gl’ Ufcocchi di Segna fono un propugnacolo della Crillia» nit^; che difende la Caxintia, ITllxia, e Vltalia ancora da’Turchi; febben la verith è incontrario, non facendo elfi fe non tirare i Turchi in quelle regioni .* i quali molte volte fono corfi fino a Gorbonich; nè pofiboo eflèr impediti che non corrano anche nella Cla« na, e Piuca, e più oltre ancora, fenza che da Segna pofla efiér loro Jimpedito. reftano i Turchi per li pericoU nel ritirarfi ^ eflendo aflaliti dall’unione che in quelle occafioni fznoo le genti dì Carlillot, e altri Crovacini del paefe; da’ quali alle volte fono flati rotti con grande uccifione: nè gli Ufcocchi fi fono mai trovati a quelU latti, occupati foto nelle rapine, in modo, che fenza gli Ufcocchi il paefe è ben cullodito : e da loro non fi^ha altro, che provocazioni. Ciò è raccontato affine di moflrare che, per difendere quei luoghi a fervizio della Crillianith, non vi è bifogno di loro; anzi dii^ ficulcano efiì la difefa; febbene i fautori loro, come feci racconta A fero favole d’india, dicono ch’efli difertano per fei giornate di paefe Turco; che da quegl’ infedeli non può efler abitato; che, quando effi non fodero, i Turchi abiterebbono quei terreni; e, fatti più vicini, fi darebbono alle incurfioni : però il mendacio non è facile da follenure in cofe permanenti, e vicine, che fi pofibno ogni giorno vedere. La Licca, e la Corbavla, regioni de’ Turchi a quei confini, fono pienC) e abiiaciffime. DaOttoiàz, ultima terra apTttno IL £e 2 parte lio parteiiente al Regno d’Ungheria, e lunghi 40. miglia da Segna, ad entrar in Corbavia ncU'abitato da’Turchi fono io. miglia; c quelle poche miglia lòno delle appartenenze d'Ottofaz; e non gl’Ufcocchi le rendono inabitabili a’Turchi, ma i Turchi a' Criftianj, a’ confini de’ quali appartengono; che il proprio de’Turchi è tutto abitato', e pur mai gli Ufcocchi non hanno ardito d’ entrare da quella parte in quello de^Turchi, ovvero far abitare il proprio confine, non che far a’ Turchi danno, falvo che paflando pel territorio Veneto, che non vogliono urtare, le non i dilarraati. Viene rapprefentata per cofa prelente quella che una volta avvenne innanzi il 1 540. nel tempo in cui gli Ufcocchi profelTavano la milizia, non i ladronecci, quando per tre anni diedero molta raoleftia a’Turchi confinanti; ma convertita la virtù in vizio, hanno pofeia foftenuto,e foflengono al prelente gli ftefii incomodi da’Turchi eh’ elTt inferivano loro, quando profelTavano di eflcre foldati, e non ladroni. Il corfo da loro è fiato efercitato con qualche profpcritù, non per valore, ma per la comoditi di tante Ifole, Icogli, e porti folitarj, de’ quali abbonda quel mare, opportuni a tender infidie; nel che foUmente gli Ulcocchi vagliono. E il folo confiderare le armi che portano, farà certezza che non fono foldati, nè abili per combattere. NefTuno di loro porta fona alcuna di armi difcnfivc non mortone, 0 celata, non arme in alla: portano folamente lin Archibufo a ruou, ben picciolo, debole, e leggiero, come bifogna a chi confida più ne' piedi, ehe nelle mani; c una picciola manna^. Alcuni di loro hanno di più uno fiiletto, tutte armi, ficcome proprie per la profelTione del rubbare, cos'i inette alla milizia, e per difendere nc'prcfidj, e per otfendere in campagna. Quelli particolari fono fiati efplicati cosi diffufamente, per levare la malchera a quelli che feufano colla impoflibilirà del remedio quel male eh' elfi fpontaheamente fomentano a proprio profitto. Se 1 ’ eferopio del Rabatta non fofle recente, folto gl' occhi di tutti fi potrebbe fingere, e palliare la verità; ma egli fenza ventimila jwrfone con una guardia di Tedcfchi, fece morire alquanti Capi di loro' diede in mano a i Miniftri Veneti i banditi dal loro dominio; fcacciò molti indifciplinabili ; trafportò ad Ottofaz due terzi de i rimanenti* ed era per mettere fine al tutto. Non fu uccifo quando molti Ufcocchi erano in Segna, ma quando erano ridotti al fuddetto poco numero; e le quei non folfero fiati fomentati da chi non poteva vederfi privato dell’utile, con molta lode del Sereniffimo Arciduca fiabiliva quel negozio in modo, che con quiete de’fudditi la buona intelligenza tra’ Principi non farebbe mai fiata feemata. Ma poiché fono anche lodati gl’ Ufcocchi di buoni Crifiùni, C ha da dire la verità. Non fono Luterani ; nè in Segna vi fono altre Chiefe, che della Cattolica religione; ne fi può dire ch’efii fieno miferedenti in alcuno di quegli articoli che fono controverfi co’ Protefianti. Però la purità della nofira Religione non comporta che fi pollano chiamare buoni Crifiiani quelli che non credono il furto, le rapine, i latrocini elfcre peccati ; nè fi ha da dire che lo credano quelli che, non per fragilità, non per ignoranza, non per qualche tempo, ma per tutta la vita loro, e come per profclTionc, c di padre in figliuolo, e con pubblico cortame di tutta h nazione, perle verano nel corfo, e latrocinio, non rertandone alcuno elclufo; poiché quelli, che non vanno in mare, vedove, vecchi, c Religiofi, come s’ è detto, fono alla parte; c le maritate fono d* incitamento a gli uomini di provvedere le cafe di quello d’altri a concorrenza: e, quello cb’c notabile, ciò fi efercita piò ordinariamente al tempo delia Fafqua, e del Natale, per diroortrare ben chiaro, ch'efìfL tengono i iatrocinj, e le rapine nel luogo che i Criftiani tengono le opere di penitenza. Nè fi polTono dir gPUfcocchi più buoni Crirtiani, che i Zingani, che profertano il furto: fe non che gl’Ufcocchi in tanto fono peggiori, che paffano alle rapine, c alle uccifioni, dalle quali i Zingani s’artengono. Ma tornando all’ordine della Storia, da cui il tertimonio della verità mi ha divertito, il Configlio di Gratz, vedendo che col negozio di Venezia non fi poteva ottenere la refiituzìone del commerzio, fe non fatta prima una provvifione durevole, che IcvalTe per fempre le molertic; la quale, o non potevano fare, per mancamento de’danari da pagare la milizia; o non volevano, per le private comoditìi, e forfè anche per mantenere la prctenfionc di poter corfeggiarc per l’ Adriatico; deliberò di voliarfi alla Corre Cefarea, e indurre quella Maertk a congiungerfi allo rtclTo fine. Perciò mandarono a Vienna a far querela degli aH^cidenti in Ifiria occorfi, e di fopra narrati, come fc i luoghi di fua Altezza fofiero fiati non folo i primi, ma anche foli afialiti; c foli aveffero fortenuto danno; eccitando fua Maefib ad afiirterli, così pel rifacimento, come per liberare i luoghi tuoi patrimoniali, e gli appartenenti alla Corona d’Ungheria, tenuti rirtretti, c privati del commerzio con indigniti di fua Altezza, e di fua Macllk, che n’è fupremo Signore. Ma dall’ altra parte efiènJo fiata fua Maefiì i-iforv mata dell’intiero; ed eflcndolc fiato mofirato Toriginc del male cflcrc provenuta dalla pertinacia del prefidio fuo di Segna, ofiinato a volerli arricchire colle facoliò de’ Mercanti, e popoli; c dalle terre così dcIP Ungheria, come patrimoniali d’Aufiria, c da' Governatori di effe, che fono fiati a parte della colpa; e che la Repubblica, non avendo altre modo d’ovviare a i danni de’fudditi fuoi, operava a necciraria difefa; che la cufiodia tenuta in quelle acque non era per pregiudicare alla dignitìi di lua Macftò, ne di fua Altezza, ma per proteggere le cofe proprie; c quanto alle cofe ultimamente feguite in Ifiria, che gl’ UIcocchi, non potendo ulcirc per mare a far danni, erano prima pafiati in quella Provincia, e avevano abbruciati, faccheggiati, e dclolati molti Calali; onde i foldati Veneti^, dopo i danni ricevuti, erano fiad cofirctti,pcr kidcnniù dc’popoli, a rifarcirli con rapprelaglie; Sua MaefPa refiò con loddisfazione, e fn molto bene conolciuto a quella Corte che non era poflìbile far cefiare il moto, fe non fermando la prima caufa d’eflb: e fu rifoluio in quel Configlio, che fi trovafiè rimedio per via di trattazione; c che Cefare pigltafie in sè i’aiTunto di fare le convenienti provvifioni; c che non fi doveva incominciar a parlare della reiUtuzione delcommerzio, ma folo fare che fi cefiaflc dalle ofiilitk da ambe le parti, defifiendo da nuovi danni. Deliberò Tlmperadore di mandar a Segna il Traumefiorf, perfonaggio di valore e riputazione, con danari, per rimediare fui fatto. Quefta deliberazione^ che farebl^ (tata un* ottimo principio, non fi mife in effetto^ perchè, eOendo ciò fìgnificato all* Arciduca, per farlo dì fuo confenfo, non vi alTenti ; ma fi offerì elfo di provvedere di perfona di comando, pra« tica dei paefe, e del governo degli Ufcocchi, che farebbe ogni necefiaria provvifione.* il che fu appunto il contrario di quello che il buon cfito del negozio ricercava, cioè, che gli Ulcocchi foffero per Tavvenire governati, non lecondo le pratiche, e i modi fino alfora ulati.ma ben fece chiaro in poded^ di chi foffe il rimedio; poiché immediate dopo la rifpol^a dì lua Altezza, la rifoluzione dì quelb quantunque pubblicata, e lodata, non ebbe luogo; anzi fi raffreddò anche l'ardore col quale il Configlio Celareo prele penOero di rcmedia^ re; e non fu più parlato che flmperadore affumeffe a sè il carico, ma che l’Arciduca deffe principio all’ora per mezzo di perfona mandau efpreiramente; e l’ultima mano s’avrebbe applicau, quando fu» Altezza foffe andata alla Corte. Fu in un’iffcffo tempo pubblicato neU'armata Veneta, per comandamento del Prìncipe, che, reffando i Vafcelli alle loro guardie, fenza punto rallentarle, s’affeneffero da metter in terra, e fare danno ia luogo alcuno.* e nelle terre Auffriache per nome dcU’Arciduca fu comandato che da'fuoi non folle inferito alcun danno a’fudditi della Repubblica. Deputò anche Tua Altezza due Commidarj, come per lo più nelle occorrenze paflate s’ era fatto. Non affermerò gii, a quello fine; ma dirò bene, cho dal numero di effi ne feguiva che Tefecuzione, per la varietà delle opinioni, era divertirà, o almeno allungata tanto, che idannificatì, Ranchi, deffiReffero dalle iRanze. Si fpedirono anche i Commiffarj lentamente pure, fecondo l'ufo ordinario, dal quale era fempre leguica una pretenfione di tralafciare il mal paffato, come troppo vecchio, e che mcrìtalfe effere poAo-in obblivìone. Ma ne* tre mefi che feorfero, pubblicata la fofpenfione delle offefe,’ fino al line dell' anno, eziandio dappoiché i Commiflarj di fua Altezza giunfero in paefe, non ceffarono grUfcocchi, per quanto poterono, fcanfate le guardie, d’ ufeire di Segna in picciol numero a far danni, riportata fempre la preda nella Citiù; poi paffarono con più groffe incurfioni fopra l’ilola di Pago^ ; e dappoiché fu provveduto col ritirar ne i luoghi fìcuri le robe, e gli animali, ritor narono all’ Ifola d' Arbe, Veglia, molcllando, e rubbando in più volte in divcrfi luoghi quantità d' animali, e di vini. Nel Mare ancora preffo a Zara vecchia facheggiarono una Marciliana; e nel Canale della Morlaca fpogliarono un Grippo, e una Fregata con robe, e danari, levando loro anche gli finimenti nautici. £cofa degna di fpezial relazione, che, ritornando col bottino dt una barca Chiozzou, e feguitati da una Galea, effendofi falvati nel porto della Cittù, non furono ricevuti dentro per la porta del mare, per dove era il folito entrare; ma., lafciate le barche in porto, c circuita la Cittù, entrarono per la porta oppoRa di terra, e poi partita la Galea, con comodo ricevettero b preda bfeiata nelle barche, e b porurono nelb Citti, In tante rubberle ebbero fortuna di non incontrar, (alvo che due volte, nelle guardie, che li conRrinfero a lafciare la preda e le barche, e falvarlì né’bofchi: e forfè maggiori incontri avrebono avuti, fe, caiifa della infermitìi, e morte del General Canale, non foffe Hata rallentata r riatta diligenza da lui ufata. I Commilfarj Arciducali, giunti, fi fermarono in Fiume lungamente^ dove attelero a far procefli, per verificare la quantità de’danni da'fudditi Aullriaci patiti in Kiria i quali, fecondo il loro conto, facevano afcendere a loo. mila feudi. Non farebbe alcuno che non fi molirafle creditore di molto, quando non mettefle in bilancio i debiti fuoi. Se i danni di quelli pochi anni inferiti dagli Ufcocchi, e non rifarciti, foffero contrappolli, fi troverebbono afcendere al decuplo di quella fommat ma i Comminàrj aggrandirono i danni ricevuti, e degli inferiti ne lafciarono la cura ad altri. Quello fatto, chiamarono a sì il Ca^ tono di Segna, i Vaivodi degli Ufcocchi, e altri principali di quella Città; intimarono loro comandamenti di fua Maellà, e di fua Altezza, che non doveflèro ufeire a' danni della Repubblica, fono pena della vita, con grandi, e feveri minacciamenti : levarono il Capitano dal carico, per aver avuta parte nelle turbazioni; quelle parole appunto tifarono. ferivendo a Venezia al Capitano di Fiume, e dandogli conto dell'operato, conchiudenda che i capi degf Ufcocchi, e i primi Cittadini avevano promelTo religiofamente di ollervare quei comandamenti; e ch'elTi Gommiflàrj avrebbono ufau ogni cura, che folTero ubbiditi ; aggiungendo che lellava fola il galtìgare feveramente i malfattori per li delitti pallàti; ma lo differivano a quando folfero compolle le differenze colla Repubblica,- che cosi fua Altezza aveva loro comandato; e parimente farebbe flato all’ora punita il Capitano; che avevano mandato a richiedere danari per pagar il preudio; e le cofe eflere tanto ben ordinate, che fenza dubbio gli Ufcocchi non farebbono pih danni. Perì la dilazione ad efeguire quelle deliberazioni fu cosi lunga, che mai fe ne vide effetto e poIcia fu rifaputo che il Capitano fu levato non fenza fuo confenfo, e pollo ad altro carico. II Capitano di Fiume, fatta quella relazione in Venezia, e ottehuto che Ibfle dato in commiflìone a Filippo Pafqualigo, che doveva andar Generale in Dalmazia, che, quando avelfe veduto chiaramente provvifioni che ballalfero per renderla ficuro di non poter ricevere danno, potelfe rallentare le flrettezze delcommerzio, o auolutamente, o quanto gli parefle potere con ficurezza; e vedendo ch'era irimeflb a Vienna il dar perfezione al negozio, fi parti ; e giunto in Fiume, riferì a i Commiliarj eflcrgli flato detto in Venezia nel licenziarli, che la mente delia Repubblica era, e farebbe fempre, d' eflér buona vicina di fua Altezza, mentre folfe rimediato a gl' inconvenienti degli Ufcocchi ; cafo che no, avrebbe anche fuperata quells difficoltà, come aveva (atto d'altre maggiori. Ma il Pafqualigo, giunto al fuo carico, pratico del modo, come doveva procedete in ul’aSue, volendo ular tutti i termini convenienti, in una lettera, ferita a i Commiflàr] a Fiume, fece intera narrazione di tatti i danai inferiti cantra la parola daa alla Corte Cefitrea, e in Venezia; e fece efficace ìllanza di provvifione per mantenimento dell» ripuazione loro. Rifpolero cortefemente i Commiflàr;, aver intele con difpiacarc le male operazioni degl’ Ufcocchi, non fapu te da ft»4 ' te ^ Jbrp finp > quel tempo ; p che fr» quattro giorni farébbono mdati ;> Segna, pee gaftigue i colpevoli, e (arrendere le cole depredate; inaOlme ie andalTerip neU’illeflp luogo grinterelTati per dar piiV chiara, e minuta informazione. Ma lenza andar a Segna, il Baron Aufpergct; principal GomraeKario, ritornb alla Corte, dato compimento a quello, perchè era venuto, cioè, di prender informazione de' danni inicciti, e in luogo fuo fi) mandato Daniello Gallo, il quale colf altro Commeilàtio Ghetlin andarono a Segna accompagnati da t50. (bldati; d’onde alla fama della loro andau erano gdi partiti Viccnzo Cragliaoovich, e Giorgio Danifich con circa altri 40. Fecero i Commel^j pubblicar un bando, che i Fugliefì, Dalmatini, e altri foreSierì, che avevano prelb domicilio in. Segna, dovefero partire in termine di otto giorni colle mogli, c famiglie; e crearono Capitano della Terra Niccoli Frangipane, Conte di Terlàtz, chiamato dagli Vfeocchi Micleo; Terfatzi, Orppierc diijba Altezza. La mutazione de’Capitani per li tempi addietro non causi fe non peggiori efietii; non avendo portato i nuovi minare difpofizione, che I rimuiS, a pariicipare de’ latrocini di quella gente ; ma bensì. fempre entrati in governo meno (limati dc’preceflbri, e pii avidi di arricchire,' con tutto cii di quella vi fu quiebe buona Ipetanza, clTendo giovane ben nato, c Signore di Novi, Caftello poco da Segna difcofto, che come inierclTato nella giurifdiziooe, faceva credere che dovefle regoUte il tutto bene; maflìme intendendofi che aveva penfìcri di far bene il fatto iuo con alcuni bofehi; quantunque refler naturale del paefe, e la maniera iua molto limile a quella degl’ altri Ulcucchi, rendelTe il giudizio iorpelo, £ egli )cr la prima fua azione, congregati tutti nella' Piazza, lue un pubblico ragionamento, preferivendo i modi del governo che voleva ulare; particolarmente afi'ermando di non dover permettere .l’andar a bottinare, nè far colà diverfa dall’ obbligo di buoni, Crilliani; giurando di voler ehim ubbidienza, quando ben credefle d’ aver perciò a perdere la tclla; promettendo che all’avvenire farebbono pagati ; olfereudufi, che, le non trevalTc danari da follentarli, fi lamemallero folo di |ui. In efecuzione del bando de’CommiUàrj mandò fiuiri di Segna too. Ufeocchi Venturieri colle mogli, e co’ figliuoli, i quali fi riduficro nelle marine di Selze, e Cerquinizza, tra Buccari,e Nuovi; che fu un cavar Colonie di ladroni dalla Metropoli de’ predatori, e di ua nido fame molti, c dar maggior comodo al mal operare. Poi egli infieme col Gallo, partito gih il Cheslin, congregati tutti gl’Uloocchi ftipendiati nella Piazza a luono di tamburo, fecero in loro pretensi pubblicare un lungo editto, o più tofto una diceria, con molli capitali, che in lolianza proibivano le prede contra i Crifiiani, e comra i 'Turchi, Efclamarono all’ora tumultuariamente, dolendoli come avrebbonn potuto colla poca paga, che loro era data, vivere; eh’ «ano coàilaiti colla facoltà di poterli procacciare ; t che quella fofle loco mantenuta, ovvero la paga accrefeiuta ad onefta qnantiih, Acquicuto alquanto il tumulto; rifpofe il Capitano, ehe la paga farebbe badante, c d’avvamaggio, quando s’aSenelIm dal. giuoco, e dall’imbriapirfi: che Totcndo l&e in Segna, conveniva che fi contentafleio; e chi pon fentiva di poterlo fare, £ n’andaOè, che la porta era aperta. Il tumulto fi fece maggiore, dicendo eh’ erano creditori di molte pagbe, che i^he volte corrono; e anche quelle poche fono defraudate, e diminuite; raccordarono che anche nel idod. fu fatto £mil editto, che non fi andalTe alla preda, con proroeflà, e giuramento di dar loro le paghe intere', nè però t'era mai elèguito. Bifognò, per la gran conhjfione, dar 6ne a queU’azione, acciò non terminaffe in qualche finidro; e quella difciolta, i tumulmanti furono facilmente acquetaci da iCapi, principalmente da Giorgio Danilìch più volte di fopra nominato, il qual inCeme co’ compagni effendo ritornato in S^na, ottenuto generai, perdono di tutti i falli commeflì, a' adoperò più degl’ altri nel dar loro buona fperanza. Compolle le cofe in quelli termini, parfi anche il Commillàrio Gallo, lafciata fama che altri Commilur) farebbono venuti per raa^iori provvilioni; nè della rellituzione, nè del galligo de i colpevoli ptomeflo in lettere al Pafqualigo fu detta altra colà. Quello fu il fucceffo della cosi lungamente preparata, e canto bramerà venuta de' Commifl'arj in Segna ; elTendoli tutta l’ opera loro rilblia in proibizioni, e minacce di gaftigo, e cSétti £ perdono ; non avendo efeguito una minima pena centra alcuno ( che pur molti furono, e manifelli ) de’.Concrafacicorì a i loro tanto Teveri bandi; ma folo, col tenere le porte della Ciiib ferrate tre giorni, tentata d’ aver prigione Andrea Ferletich, famofo Capo, e molto fceleraco, in maniera, che rellò quali chiaro che aveffe avuto lo fcampo da chi ordinò la cattura. Quelle cole lafciarono nell' animo delle perfone prudenti dubbio di vedere ridotto nell’ avvenire il negozio in peggion termini, come per li tempi pollàci fecero le altre azioni «’Commillàrj, offendo il collume de’ malfattori, che innanzi le proibizioni, e prima de' tentativi inefficaci di galligarìi, per timor di quelli, non làpendo i modi, come efentarfi traila giullizia, camminano cautamente, e riienutamente nel mal fare; ma dopo avere fpecimentato_che la giullizia non può, o non vuole raffrenarli da dovere, rimoffo ogni rifpetto, e certi dell’ impuniti, ardifeono quello a cui prima non avrebbono penfato; è tanto più confidentemente, quanto più volte la giullizia tenta fimulaiamente di proibirli, o galligarìi. In quello fiato di cofe nel principio dell’anno idi;, arrivò il Sereniffimo Arciduca Ferdinando in Vienna alla Corte, accompagnato dal Capitano di Fiume, daU’Echemberg, e da altri luoi C^nli^eri, rifoluti ttb loro di non raffare più innanzi, che quanto fin all’ora era fiato fatto da i Commiuàri in Segna, per dovere poi lafciargli avere quel corfo che altre volte ebbe, quando fu ridotto nel termine fteffo; a quello effetto vennero con due propofizioni non più- ptemeffe nelle trattazioni di quell’affare; l’una, CM i danni fatti dalle milizie Venete in Ifiria alle tene Arciducali foffeto pagati, e che degl’inferiti a i territor) della Repubblica non fi pariafiè; I’ altra, che a’fudditi loro folle concellà libera la navigazione. Quella feconda era ballante, per portare la tratazione, non folo in lunghezza, ma anche in diuturnità; poiché era pretenfione ritrovata dall’Impcradore Ferdinando, e a fua richiella trattau, e fatta conolcere poco fondata | e poi rinnovata dall’ Arciduca Carlo, e maneggiata alla Corte di Maffimigliano, e di Rodolfo collo fieffo fucceflò, Quanto alla priTanw i. Ff ma, ax(5 .ognuno avrebbe per inverifimile che foffe (tata fatta propofla -di hf^imemo per ima parte, elTcndovi parùK di ragioni da amcndue; però non è da tacere qual foiìe la differenza che pretendevano. Dicevano i danni dati a ludditi della Repubblica effere venuti da private pcribne contri la pubblica volontà; ma gl’ inferiti da loro agl’Ar. cidiicali, eflcrc con confcnlo de’ pubblici Miniffri; però qucfti dover effère rifarci dal Pubblico immediate ; c (opra quelli dovcrfi prima intendere le ragioni dcgl’interelTaii, Ma nel Confìglio Imperiale, mafflme negli aTunti a quel carico da fua Maeffk, non era riffeflo pcnOero; anzi una gran dilpofìzione dia(lopcrarG per compito affetramento; perchè, conbderando quante querelè erano (bee portate a fua Macff^, dappoiché a lua contemplazione fu pubblicato da ambe le pani che fi fofpendeffero le offde, e gli Ufcocchi mai non ceffarono dalle rapine, e da i latrocinj, facendofi fentire moleffiffimi, e infolentiinmi ogni giorno; e raccordandofi quante ne udirono gflroperadori, Padre, e Fratello fuoì, giudicavano effere bene libcrarla in tutto delle moleffie con un compito affettamento. In quello principio s'applicò fua Macffk, e il £uo Confìglicx per alcurii giorni ad intendere le ragioni di Sua Altezza, querelandufi i Tuoi Configlicri degl’ Ufcocchi ritenuti nella villa d’Arctina, che, pretendendo offela dagli Ufcocchi, aveffero penfato i Veneziani di rilarcirfì Ibpra altri fudditi fiioi particolari, e aveffero invafi gli Stati proprj d’efla, non appancnemi alla luogotenenza fuprema di Crovati, alla qual ^gna appartiene; che per danni fatti da private peribne folTero tenute afi'ediatc le terre. I^olcvanfi anche molto, che, avendo mandato a Venezia il Capitano di Fiume, non aveffe ricevuta foJdiffazione alcuna, con tutto che fua Altezza molte ne aveffe date ^ e tenendo perciò J' onore d’efla intereflàto, conchiudevano non poter fare di più, fe la riputazione fua non folTe reintegrata, e perciò richiedevano prima quattro cofe: che foffero riialciati i prigioni t che foflc liberato il comracrzio alle terre; che a’ luoi ludditi fbffc lafciaia libera la navigazione : che foffero rifarciti de’ danni ; le quali cole elcquire; Sua Altezza avrebbe compito quello che rimaneva per rimedio totale. Veramente è degna di maraviglia Y aflbluta promeffa di total rimedio, lenza parlar più, che foffe bifogno della regia autorità dell’ Imperadore; nè che alcuna parte del rimedio Ibfle rifervata alla Maeft^ fua, come Principe lupremo di Segna; il che tutto l’anno innanzi era flato jl colore, col quale il Capitano di Fiume dtpinfc le provvifioni fatte da’Commcffarj tutto quello che fua Altezza poteffe fare, effendo rilervato il foprappiù alla Maelb Cclarea, Dopo lunghe confultazioni, fua Maeffù fece intendere aU’AmbafctadorVeneto la buona volonb iua, che tutte le dilBcolb foffero accomodate, e la prontezza d'imerporG come mediatore, e amichevole compoGtore, e metter Gne a tutte le differenze: che le erano flati elpoffi tutti gli aggravj, e le richiede di fua Altezza; però defiderava d'intendere anche la volontà della Repubblica. L’ Ambalciadore non voile fare alcuna particolare querela di cofe paflaic, forfè perche, avendole per manifede, la giudicalTe fuperdua; ma G riffrinfe alle richiede. Della navigazione diffe, che quello cran^ozio altre volte trattato, del quale la Repubblica non avrebbe rkufato di trattare di nuovo; ma non avendo alcuna 5 connefTione cogli Ufcocchi, non era giuHo confondere infìeme materie diverfc ; del rifacimento rifpofe che conveniva fofle reciproco; fi conofce0e chi aveva participato nei danni, e a refHtuire incominciaffe chi prima aveva inferito danno. Dimandò egli in fofianza che di Segna folTero fcacciati affatto tutti i ladri, e la mala gente, che inquietavano i vicini; e gli fcacciati non foffero più ricevuti, nè foffe dato ricapito a' banditi dalla Repubblica, e a* ribaldi; che in Segna folTe pollo prefidio d'altra nazione, e pagato ordinariamente; che fofle provveduta per Governatore di perfona d’onore, e difintereflàta; che foffero abbruciate tutte le barche dacorfo, e airavvcnire nè in Segna nè altrove in quei contorni ne foflero fabbricate, poiché non poflbno averne bifogno perdifefa, non avendo moleflia alcuna in mare; e non fono più utù li, anzi molto meno delle comuni, per portar vettovaglie, e mercanzie. Dopo diverfe conferenze colf una, e coll’altra parte, lafciati i particolari che non era opportuno di trattare, parve alla Maelfù Cefarea che le difficoltà poieflero eflere compofie nella forma in cut di fotta fi dirh; e mandò il Vicecancelliere a darne conto all’ Ambafeiadore con dirgli, che r Arciduca aveva accecuci quafi tutti i Capitoli da lui propofli, « aveva data parola a fua Maeflh Cefarea, che la Repubblica non avrebbe più dtflurbo immaginabile, e che Tlmperadore era rifolutiflimo che ciò reflafle efeguÀo; il quale dava parola che rutto paflarebbe con quiete.* che mai non il era parlato cosi chiaramente; e che poteva ilare ficuro che il negozio farebbe ben accomodato; foggiungendo che anche dal canto della Repubblica conveniva corrifpondere con rimovere TafTedio, e con rendere i prigioni. Gli efib^ il Vicecancelliere una fcrittura, che conteneva le promefle di fua M. e di fua Altezza flela in lingua Italiana, la forma della quale è qui polla in copia. L'IlUflr. Sig. Vicecancelliere ha detto, per ordine di fua Maeflh Cefarea, che il Sereniflìmo Arciduca Ferdinando si ha dichiarato fopra i punti che cflb Illuflrils. Sig. Vicecancelliere fcrifle nel Configlio di Stato; che fua Altezza promette a fua Maeflà, che il mare reflerh netto, e libero da’ Pirati di Segna, e altri luoghi fotto il fuo coinando; e che non nfeiranno di Segna, nè di quei contorni perfone per danneggiare la navigazione, ne i vicini fotto pena dellaviu. I ribaldi faranno aflblutamente fcacciati di Segna. II Governatore gib è mutato, cd è perfona di valore, e difintereflata .* che avendo fua Altezza dato principio a rimettere in Segna prefidio Tedefeo aflbldato, ovvero pagato, continuerb anche ad ampliarlo; e che non lo fa ora puntualmente, perchè non vuole moflrare di efleme affretta. Ma fua Maefli Cefarea procurerb aflblutamente che ciò fegua, e che tutte le fopraddette cofe fieno interamente efeguite, quando la Serenifllma Repubblica rilafcierb i prigioni, e leverb 1' aflraio da lei meffo, dovendo reflare la navigazione de’ commerci nel folito termine, e mantenuta la buona vicinanza. Quanto alla libera navigazione del mare, fua Altezza non meno, che TAmbafeiadore l'ha rimefle ad altra trattazione. La ccnchiufione prefa in Vienna fu fenza alcuna difficoltb ricevuta in Venezia, e attendendo Toitìma volomh di fua Maeflh Cefarea, e la buona rifbluzione alia provvifione, per corrifponder a lei, e al Sereniflimo Arciduca, e dimoflrare la (lima verfo laCafad’Auflria, fu ordinato al Fafqualigo di ritirare le guardie da Segna, e da Fiume, e altri luoghi, Tèmo II. Ff a c la e lafcìar il conmerzio libero a’fuddici Aufbiaci, come era. innanzi gli accidenti occorfi; e di far coniegnare a chi Tua Maeilh comanderebbe i prigioni: fu anche commeflb airAinbafciadore, di darne conto del autto alla Maeflk Imperiale. Arrivò l’ordine al Pafqualigo il fecondo di Marzo, e quell’ iiìelTo giorno fu ei'eguito con molta allegrezza defuddiri Arciducali, e rilcontrò, per buon accidente > che il medefimo fu fatta Tambafciara alia MaeA^ Cefarea; alla quale rìufc^ tanto più grata, qtiando alla Corte non fi fpctava che doveflero le condizioni cilere accettate per iutheienci in Venezia, elTcndo in altre occafioni pm volte Hate oflerte, nè mai vi era (lato acconfemito. Della grati’ rudine ne fece fua MacfUi dimodrazione non folamente con lodare la deliberazione, e i’elècuzionc immediate data, ma con alTicurare fopra la parola Celarea che da quella parte non si avrebbe avuto per l'avvenire difgiido immaginabile. Fece del tutto dare avvifo a fua Altezza, ch’era già partita di Vienna, con una buona eforcazione all’ ofkrvanza delie cole promelTe. Comandò anche la Maefl^ fua al Conte di Sdrin, (otto pena di perdere il feudo, che ne’luoghi fuoì del Vina« dol non folle dato ricetto a’Piratì, o ladroni, e all' Ambaiciàdore fece dire che intorno a’ prigioni s’era fcritto a Gratz, e che sì avrebbe prefo ordine come riceverli, quando fofle venuta la rilpoda In confeguenza di ciò il Segretario Cefareo in Venezia per ordine efprelìb dell' Arciduca diede conto delle provvifìoni gih fatte ^ e degl’ ordini dati in Segna, per rimediare a’ mali palTaii; e della rifoluzione fua deliberata a dare perfezione al rimanente per. intera oifervazione delie cole promelTe in Vienna; e dell' ottima volontk fua a perfervcrarc in buona vicinanza; c del piacere, che fentiva, per clTcrc le palTatc differenze accomodate. Non farebbe facile diilinguere, fe i popoli di Dalmazia, gl’lfolani malTime di quella regione, o pure t fudditi Auflrìacì confinanti fentiffero maggior piacere di un’accomodamento così facilmente fucceifo dopo le molte diflìculTa, dalle quali furono ambe le parti per tanti anni travagliate, k non che dagli Aullriaci il frutto era goduto in realt^, i quali con l’apertura del commerzio recarono liberati delle ìncomoditk che lentivano ma i fudditi Veneti non godevano fc non la loia fperanza di quiete, la quale nè men ardivano di ben abbracciare, e tenere per ferm a, afpertando di vedere prima qualche principio di efecuzione che la confcrmalTe, o colTabbruciamento delle barche da corfo; o collo (cacciare gli Ulcocchi Venturieri non folo fuori di Selozione di non voler abbandonare il corfo. In poco tempo ancora vide pian piano ritornare i fuggitivi a Segna, ed elTere ricevuti in modo, che in termine di un mele furono ritornati tutti.- del che non intendendo la vera caufa, ni penetrando, fe fofle con ordine di fua Altezza per adunarli, e fervirfì di loro in altro luogo, rimafe in molta ambiguità dove il negozio dovefle terminare t ma predo redò chiaro a tutti che l' accomodamento -fatto non poteva fortir fine migliore degli altri in altri tempi conchiufi. Imperocché, avendo gli Ulcocchi la fettimana Tanta fatta deliberazione di far un ufcita generale, e avendo, Iccondo il lolita, contribuito anche i vecchi, le vedove, e i religiofi, a metter infieme una munizione di polvere, e viveri, e danari per comperarne, quando quella mancafle- ufeirono il di de' fette Aprile, giorno della Santidìma Refurrezione di nodro Signore, in numero di quattrocento in dieci barche; e avendo navigata per ito. miglia, fmontarono a Crepano, giurifdizione di Sebenico, e per quel territorio padarono nel paefe deTurchi, facendo preda di uomini, animali, e robe;c ritornati pel medefimo ter. ritorio, nelle marine di quello imbarcarono la preda, e la ridulfero in Segna; avendo lafciata fparfa voce, ch’erano accordati co’Veneziani di poter andar a' danni de’Turchi pel territorio Veneto, mentre non oifendedero le perfone, e i luoghi per li quali palfadcro, e ne’ giorni feguenti, palTando piu innanzi, all’ improvvifo fecero molti danni in Macarfea, e Narenta ; e internatili piò oltre per le terre de'Ragufei, depredarono la Villa di Trebigne, la migliore, e piò ricca che fia ne’ contorni di Gadel Nuovo, con grodo bottino d’ animali, e prigionia di uomini ; e nelle molto andate, e ritorni, fi ricoveravano ora in una, ora in un altra delle Ifole Venete dove intendevano non effervi armata; cosi per ripofare, come per provvedere i viveri; i quali ora pigliavano con violenza, ora pagavano. Durò per alquanti giorni quella imprefa, che tiufcf loro felicemente; perchè la fama All’accordo llabìlìto, e la credenza certa di non avere piò moledie dagli Ufcocchi, fecero redar i Turchi lènza guardarli, c quei dell’ Ifole Venete fenza la diligenza eh’ erano foliti ufare ne’ tempi de' pericoli. Ma i Turchi, podit in arme, e fatta calare moltitudine grande in ajuto, minacciavano di vendicarfi centra le terre del Dominio Veneto confinanti ; e mandarono a protedare a’ Rettori delle terre della Repubblica; e il Bafslt di Bodina, nuovamente venuto a quel governo, ne fece rifentimento gagliardo col Generale, ufando quedo concetto alla Turchefea, che la complicità non fi poteva negare, valendofi gli Ufcocchi della cafa della Repubblica, come della propria ; minacciando di avvifar la Porca in Codantinopoli ; e che farebbe mandata armata; per guardare quelle marine. Nel principio di quelli mfulci il Generale, non con fperanza di provvifione, ma affine che i Minidri Audriaci non poteUcro negare di averla faputo, mandò a Segna a dolerfi che centra la parola daa, non elfendo ancora afeiutto finchiodro del decreto Cefareo, e delle promilfioDi Arciducali, fi contravveailT* cosi manifedamente alle promede tanto confermate, violando le giurifdizioni col tranCto di gente tnnau; provocando con quede azioni, e con falfe didènunazioni, la flndctta de’Turchi fopra i fudditi innocenti. A quedi lamenti Gioan Deleo, Vicecapitano di Segna, rifpofe, fentire Tal»» . Gg gran 154STORIA graiì difpiacerc di cos'i finlftri avvcnìmemi, c che il vale era provenuto da perfone bandite da quella Cittk, alle quali egli non poteva comandare. Si fdegnò grandemente il Generale della rifpoda, come che foffe riputato tanto femplice, che fi potefTe fargli credere, quattrocento banditi eflèr entrati in una Cittlt; e valendoli delle barche proprie di quella, elTcr ufeiti dal porto, e ritornati colla preda più volte ; clTere i^aii Tempre ricevuti, e il tutto contra il volere di chi governa* Più fi riputava offelo per le vettovaglie pagate nelVlfolc, che per le rubbate, tenendo che foife cos"! latto, per metterlo alle mani co'Turchi* £ lebbcne in quella occorrenza era più urgente bifogno jl guardarfi di non ricevere danno da'Turchi, che r ovviare all’infolenze degli Ufcocchi, deliberò nondimeno di attendere all’uno, e alfaltroy e a quciìo effetto ordinò che dodici barche Albancfi fotto il Governatore Giovanni Dobracuich bene rinforzate di uomini trafeorreflero per tutto, con ordine erpreflb di non offendere i luoghi, nè meno i fudditi Aaffriaci che foffero ritrovati in barche da viaggio, o difarmate* irà folo ovviare alle rubberie degli Ufcocchi, e perfcguitarli, ritrovandoli ne’ mari, o altri diff retti della Repubblica. Ma gli Ufcocchi, che avevano fatti grpffiffimi bottini, tnaffime di fchiavi, fra i quali vi erano anche perfone ricche, e di conto, per cavare il frutto, levarono bandiera di rifeatto in Sabioncello, territorio de‘Ragufet,> dove andando i Turchi per contrattare con loro, effi ancora fpeffe volte tranfitavano trh Segna, e Sabioncello per le occorrenze che quella negoziazione portava, Avvenne che la lèra del giorno degli otto Maggio ritrovandofi con dodici barche armate da corfo, incontrarono a S, Giorgio, a capo di Tielina,'ialtrettante barche di Albanefi, e combatterono ferocemente inficme, attaccata una fanguinofa fazione, die durò Cnp alla notte, la quale li divife; e in quel combattimento reffarono prete due barche dt Ufcocchi con morte di feflanta perfone; e trh queffi Niccolò Craglianovich, capo principale di loro, t dal canto degli Albanefi reffarono uccifi otto loldati ‘con dicianovc feriti, tra* quali il figliuolo del Governatore le altre dicci barche prefero la fuga, falvandofi a Segna. Queffo conflitto fu dagli Ufcocchi, e dagl' Albanefi divetfamenic riferito. Quelli differo di efferc fiati aflìcuraiì dagli Albanefi di poter entrar in porto; e dopo entrata due barche, queU le efferc fiate affalitc, che le altre non potevano focorrerJe, e però fi ritirarono * Quelli affermarono di aver combattuto con tutte le dodici barche da buoni loldati, e di averne a buona guerra prefe due, adduccndo, per confermazione, che fc dodici barche di loro con cinquecento uomini eh’ erano, aveffero affali to a tradimento due fole, non larebbe refiaro morto, c ferito tanto numero di loro, Ma comunque quello fi foffe, certo è bene che il conflitto non fucceffe in porto, ma nel mare aperto tr^ ITlola diLiefcna, eia terra ferma* Gli Ufcocchi fuggiti per la vergogna, e per li compagni perduti, refiarono pieni di rabbia, e di appetito di vendicarli; e più di tutti Vincenzo, fi-atello di Niccolò Craglianovich, uccifo nella fazione. La mala ventura s'accoi^ò colla rabbiofa maligniti loro a far fuccedcrc un altro accidente di peffima confeguenza. In quel tempo fitffo parfi d’Ififia, per andar all’ubbidienza del Generale, la Galea di Cristoforo Veniero, ilquile, non avendo alcuna notizia del fucceflb occorfo a San Giorgio, lenza alcun Ibrpetto facendo il fuo viaggio, cri giorni dopo quel conflitto, capitò la fera nelportodi Mandre dell’Ifola di Pago. Gli Ufcocchi, avutone l’avvifo da una fpia,in gran numero fmontarono in terra, e fipofero occultamente fopra il monte che circonda il porto, in aguato,- e la mattina fet barche d' elli, entrate in quello, aflaltarono la Galea, e quelli eh' erano in terra, in molto numero con archibufate, e fafli uccidendo, e ferendo dalla parte fuperiore, levarono il modo di pocerfi metter in difefa, fene impadronirono; e preti ifoldati, e grUlBziali della Galea, ad unò ad uno, facendoli palfar alla fcaletta, gli accopparono crudelmente, e gettarono i corpi in mare. Fucofadi gran compaflione, chea fangue freddo folTero cosi barbaramente uccife quaranta perfone innocenti ; fecero vogare la Galea pel Canale verfo Segna, e nel viaggio cagliarono la teda colle mannaje a Lugrezio Gravile, Cavaliere, gentiluomo di Capo d’Idria, e al fratello, e nipote, ch’erano fo. pra la Galea per paflTaggio ; e fpogliarono delle perle, monili, anelli, e vedi Paola Stralbldo, moglie del Cavaliere, colle fue donne, ch’erano in compagnia del marito. Servarono vivo il Veniero folamente- Si conduflero lotto la Morlaca, pocolonunoda Segna, e quivi difcefi in terra, per flgillo della barbarie, fecero fmontare lui ancora, e gli troncarono il capo colla mannaia, c fpogliato il corpo. Io gettarono in mare, e apparecchiato il deCnare, poterò il capo deir infelice Ibpra la menfa, dove dette mentre durò il convito. Quede cofe tutte furono vedute dalle donne, e da'Galeotti redati fopra il Vaf. cello; alcuni de quali afiermarono ancora che dimandò con molta pieth la confelUone, e gli fu negata. Altri diOero che gli mangialfero il cuore; altri che folotingeflero il pane nel fangue, per certa fuperdizionetrìi lororadicau, che il gudar inficme del fangue del nemico Ga un'arcano, e una Gretta obbligazione di non abbandonarG mai, e correre la medefima fortuna. Finito il delinars, condulTcro la Galea a Segna, dove divifero le robe, e le munizioni di quella; rilafciarono i Galeotti con minaccia, e obbligazione di non ritornare nello Stato della Repubblica; e didefero l’artiglierìa fopra lemura della Cittk. Andati gli avvifi di cosi atroci fatti a Gratz, da’ fautori degli Ufcocchi fu perl'uafo l'Arciduca che tutto fatto dalarofofle con ragione; e alla provvifione fatta da’ Minidri della Repubblica fu data Anidra interpretazione, incitando fua Altezza alla rottum, e guerra; cofa da loro glh molto tempo defiderata, per una vecchia Iperanza di facilitò conceputa, che fua Altezza acquidezebbe, e aggrandirebbe, sò, e loro con quel mezzo : il che fu anche caufa, che fcrilTelua Altezza a tutte le terre fue diconGne, che delTero fopra le guardie, e A fortìAcadcro, dal qual comandamento nacque che a Segna con gran follecitudine portarono terra, e prepararono legname, per munire laFortezza. Il Capitano di Fiume ancora fece fpianare gli orti, le vigne, e gli uliri attorno le mura di quella terra, e in tutte le terre a’ conAni eziandio in iflria A dava qualche fegno di preparazioni militari, il che diede gran fofpetto a’ Veneziani che iblfe un’ apertura di guerra ; perchè, non parenw loro di vedere che, pel conflitto di S. Giorgio, caufato e riufeito in qual modo A iblle, i Miniftri Arciducali avefléro caufa alcuna di dolerA, non putendo, nè dovendo loro importare, fei violatori della giurìAUzione Veneta, e contumaci del Principe loro proprio, che centra la volonth, di quella erano andati in corfo, folfero flati ucciA fuori della fua giurifdizione in qual A Aa modo, tenevano d aver ragione di credere che quei preparamenti folfero, non peraflieurarfL, non cflendo preceduta occaGone da generar fofpetto, ma perdilegnodi mettetele cole loro in Acuro, e aflalure Io Stato della Repubblica. Toma 11. Gg ^ Ricevettero un gran difgafto, avendo intefo per la confeDìone d’ un Ufcoeco prefo vivo nel combattimenioa capo S. Giorgio, e di quattro altri prefi dopo in Arbe, chel’urcita fu con partecipazione del Vicecapitano, il quale centribui anche la fua parte; mcfirando chiaro l'evidenza del fatto che non potevano elTere ufciti alla preda in tanto numero fenza Caputa de'Minillri Aullriaci ; e i’alfalto, eia crudeltà commeflà contra la Galea, febben poteva eflère fatu fenza confenfo loro, per rabbia e vendetta propria di que' ìcelerati, nondimeno non fu fenza precedente caula, dau dalla pubbHca Autorità, col permettere l’ufcita al predare contra la promelTa del fuo Principe, tanto recente, e con fuccedente approvazione, dimollrata nell'avere ricettati i malfattori, Se gli Ufcocchi, per vendicare la morte de’ compagni, hanno ufata la crudeltà contra i foldati, e padrone della Galea, quando bene ciò valeffe per feufa loro, non farebbe buono per ifeufar il governo di Segna dal conceder loro la facoltà di predare; dal riceverli colla Galea; dal portare le robe, e munizioni nella Città; dal difiendere le artiglierie Culle muraglie. Quelle opere non pofTono aver il primo mo. to dagli Ufcocchi, ma da chi governa Segna; i quali, oltradi ciò, anche nella prela della Galea, e morte de’foldati, e del ^praccomito, non fi polTono feufare, di non aver parte, almeno in quanto hanno alficurato, e partecipato con chi hà commelTe le fceleratezze. Ma Niccolò Frangipane, Capitano di Segna, ch'era allora alla Corte, per aver danari da pagare i foldati, pafsò immediate a Novi, fua terra, e raccolti cinquanta buoni uomini, con quelli accompagnato andò a Segna. Chiamò a fé in Cafiello Cotto la fede i principali intervenuti alla prefit della Galea c da loro pigliò informazione del (ucceffo, e ne formò procelTo, il quale mandò alla Corte di Gratz in diligenza. Vifitò anche l'artiglieria polla Còpra le muraglie, non facendo dimofirazione alcuna di approvare, o non approvare il fau to. Il Generale Veneto, per bene certificarli le il Colo Vicecapitano Dcleo trà i Miniftri Coffe in colpa, udito l’arrivo del Frangipane, mandò in Segna perfona efpreffa con lettere lue, dimandando la refiituzione della Galea, e delle robe, e CfKcialmente delle artiglierie, anela la buona intelligenza, e amicizia tràiFrincipi,eraccordoultimamentcfeguito. Dal Capitano|fii rilpollo pel medefimo Meffo con lettere, le quali fono ancora in effere, dolcndofi del male fucceffo con molte parole di cortefia; e quanto alla refiituzione della Galea rifpondendo che già l’Arciduca fuo Padrone aveva ordinato che la Galea Coffe tenuta cosi; però egli non poteva far altra dilix>fizione;maavrebbeavvifaio fua Altezza della riebiefia fattagli, per efeguire ciò che da quella gli foffefiato comandato. Dopo molti giorni il Capitano, per qual caufa fi Coffe, mandò al Generale una caffetta colla tefiadel Venicro inclufa; egli feriffedi mandarla, per mofirare di non cffergli nemico; einfiemefoggiunfe che in materia dalla Galea nonaveva avuta riipofia alcuna; ma però mandò uno de'pczzi dell’ artiglieriadella Galea a Novi, Fortezza propria lua ; dalle quali azioni fi certificò il Pafqualigodell’animo fermoanonrefiituire; e giunto quello indizio alle frequenti ufcite,e a’paffaggi degli Ufcocchi pel Canale della Morlaca con maggior numero di barche fornite, di fuochiartifiziati,eaItri apprefiamenti, e provvifioni non piò da loro ufate, ebbe dubbio che vi poteffe effere qualche penfiero di fare un’occulu guerra alla Repubblica Cotto nome degli Ufcocchi.- laonde giudicò neceffario aflieurarfidi non ricevere qualche affronto maggiore; congregò le fue forze, per ferrar i palli, je impedirei foccorfi di munizioni, e vettovaglie a Segna, afienendofi però di sbarcare,o d'inferire alcun danno alla terra ifolo proibii ad ogni Corta di Vafcelli,chenon ufeiffero, ni entrafTero;e a'fudditi ogni fona di commerzio con Segna, ealtre Terre di quel Capitanato. La provvifisnenon fu di quel efficacia, come altre volte era rìufcia ; percbi, eirendò Fiume Ubero, di IV andava per terra vettovaglia, febben v’interveniva pib fpefa. Ma il Generale Veneto non giudicò condecente operaralcuna cofacontra Fiume, perché dopo raccordato di Vienna non l'aveva trovato in alcuna complicitV cogÙ Ufcocchi. Arrivò il Generale di Crovazia a Fiume, e raunò deToldati in quella Terra con difegno di paflàr a Segna, diceva egli, per dare rimedio a quegl' inconvenienti febbene poi non relegut, Mr la urettezza del vivere cbe in quella CittV era, la quale non comportava ette accrefcelTe numerodi gente; mV Tdegnatopel commerzio impedito, che la teneva in Urettezza, fece correr voce per tutto il paefe che Sua Altezza aveva deliberato di non accommodarle differenze co'Veneziani, fe non avendo libera la navigazione del Golfo, per andar a danni de’ Turchi: cofa della quale gli Ufcocchi furono molto contenti, e pieni di fperanza di dover vivere in felicitU. Da quello moflb il Ferletich, andò a Fiume, per divilare fopra il modo d'idiluire un corfo formato per l'Adriatico. Ma dopo diverfe trattazioni fu dal Capitano di Fiume, o di legreto ordine del Generale, o di proprio moto, pollo prigione. Corfe Tubilo la moglie del carcerato a Fiume ; portò in dono al Generale due pezze di panno d’oro, e un padiglione di prezzo ; donò anche a Volfango Frangipane, fratello del Capitano di Segna, una littiera di valore; i quali prefenti, uniti allalperanza d’averne de'maggiori, ebbero forza di conciliar l'animo del Generale in tal maniera, cbe tentava diverfe vie per levarlo di prigione.- al che non conlentendo il Capitano, oper zelo di giuflizia, o perchè gli pareffe Urano che il Generale godclTc il frutto dell’ opera Tua, palfarono uh loro gravi parole, e in 6ne il Capitano condannò il prigione a morte, e il Generale lofpele la fentenza. Scrilfero ambidue alla Corte, e venne rifpolla che foOc giudicato fecondo le leggidi Ungheria onde nefeguiva,chc non fi poteva far il giudizio in Fiume, non appartenente a quel Regno; e per non tornar a parlar piò né del prigione, né del Generale, dirò folamente che, elfcndo quelli dimorato in Fiume fino alla partenza dalla Corte Cefarea de'Commilfarj, de’ quali fi dirò a Tuo luogo, fenza far altro di piò, che udir piò volte la moglie del prigione, fe ne parti, menandolo leco in Crovazia. Mh nel mcdefimo tempo alla Corte Cclarea, fecondo chei difordini luccef(èro, furono rapprefentati a Sua Maellh dall’Ambafciadore Veneto con illanza di provvifione ; e fi dolle Cefare degl’ inconvenienti occorfi, e maflìme della morte crudele de’lóldati, eSopraccomiio della Galea con tanta atrocith epromife di dare fodddUfazione, e rimediare daddovero. Fece dire per nome fuo all’Ambafciadore da principale Minillro, che la Repubblica era in illatodi ragione e cbe Sua Maellh aveva inclinazione a levar quella gente dalle marine nel tempo delle palfate differenze ; ma incontrò divede opinioni de’Minillri, che non la lafciaronofpuntare: cheDioaveva permeflbpolcia queigrandifeandali, per porvi quell’ ultima mano cheli doveva porre all'ora. Alle illanze dell’ Ambafeiador Veneto s’aggiunfero quelle del Nunzio Pontificio,Mrché il P gior amplifìcaztonelc querele contri il commerzio interdetto a Segna, conrap. prefentarlo come una dimunizione di riputazione, e di ofiefa della dignità Im« penale, e di tutta la Cafa d’Aullria, acciò l'uà MaelU fi dichiarane congiunta ne« gl'intereni loro : ealcunide’ConfìglieriCerarei, da quelle propodc molli, entraTono in alcuni pareri marziali, per compiacere ai defìderio degli Arciducali. altri di loro ebbero per inverifimile che il Generale Veneto avelTe conceduta licenza agli Ulcocchi di ufeire contri iTurchi, acciò elll aveflèrole prede, ei fudditi le rovine; e pareva gran llravaganza, chegliaveire fatti combattere per quelloche gli avclTe ali ora conceduto. Ma quei di loro, che fi raccordavano che per ottanta anni continui i Veneziani s’ erano dichiarati di ricevere ugual danno, e offefa, quando gli Ufcocchi paflavano a predar altri per li diUrctci della Repubblica, come quando bottinavano i fudditi loro proprj; Tebberoper un’invenzione molto fctocca; e non pareva loro conveniente nè alla dignità, nèalla religione di tanto Principe, che movefle una guerra, per mantenimento di ladri infami. S. M., alla rapprefentazione del commerzio levato a Segna, H commoffe alquanto, come che foflc airediata una.fua Terra; ma, certiheato che non iì pretendeva di far offefa alla Citt^, ma folo di afncurarfi che nonfoflcro inferiti nuovidanni, comegrufcocchi giornalmente tentavano, reilòquieta; eavendo colla prudenza fua penetrato il vero, preflo conobbe che tutto il male era nato per rinolTcrvanza delle cofe prom effe ; e nel ConHglto fu conchìufo di mandare CommifTarlpernomediCefarechc con fuprema autoritli metceflero la mano,eapplicaflcro il rimedio proporzionato al bifogoo corrente ; e furono nominati il Conte Altani,il Baron Bech, e il Sig. fiuonomo, a’quali furono date commiifioni molto ampie, e chiare, di levare da Segna gli Ufcocchi, e mettervi prefìdioTedefeo, egafligare pofeia i colpevoli degli ecceflì commeflì. Il Sig. Buonomo fu fpedho immediate a Gratz, per conferire la rifoluzione prefa, e ricevere iflruzione anche da fua Altezza. Ma avvenne quello che piò volte eraoccorfo, c regnante ITmp. Rodolfo, che nel Confìglio Cefareo fu prefa rifoluzione, per rimediare al male, la quale in Gratz fu convertita fempre in quella forta di medicina che lo fa peggiorare : cosi occorfe nell’occafìone prefente, che gli Arciducali diflero eflfere cofa giuda il gadigare, e rimediare; ma, per farlo in modo che metta fine, efrerneceflarìocheiCommiirarjs'informaffero, cractafleroco’Minidri Veneti, e riferifTero a’ Serenifs. Imperadore, e Arciduca ; e non efeguiffero, fe prima da fua Maed^ eda fua Altez. non foffe deliberato quello che fi dovede mettere in effetto. In Venezia comeladeliberazionedegr Imperiali fu commendata di giudizia e finceriik, cos'i fu immediate intefo dove mir^e f aggiunta degl’ Arciducali, cioè, che, non potendo trovare pretedo di difobbligarfi dall’accordato di Vienna con allegare eccezione alcuna contra di quello, penlalTero difobbligarfi con idi mire una nuova tratuzione,nella quale obbliquamente fodero introdotte le medcfime cofe, e con qualche maniera, o hdrette, o glofate, fìcchè rimanedero fenza effetto: imperocché in altra maniera non vedevano pretedo, per dipartirfi dalle cole promeffc; poiché dall’altra parte era efeguito quello che le toccava, e in quelbche re^ dava far loro non potevano pretendere aggravio; non eflendo cola piò giuda, quanto proibirci! corfo, e nelle guarnigioni tenere mfidio pagato ; ch’era la fodanza delia promefTa;né avendo probabilità,perinodrare d'edere dati in pane alcuna gabbati; poiché lafcritturafufonnata,e defa non, come è folito, da ambo le parti, ma dallaloro folamente, fenza che v'imervcnilfero i Veneziani, da' quali poi fu accettato. Non fi venne in Senato a deliberazione di mandare perlona alcuna a trattare con quei Comminar], 0 per la ragione fopraddeita, o perchè era noto che il motivo non veniva dagl' Imperiali, ma da'medefimi Arciducali; o forfè anche perchè volellero alpettare di vedere le prime operazioni de'Commifiarj in efecuzioae delle cole promclTe, per regolarfi poi come quelle aveffero infegnato« Mentre i Commiflar) erano in viaggio, occorfe all’ Arciduca, per li Tuoi negozj, vifitare la Maefi^ Imperiale in Lintz, dove, conforme a quanto prima da Gratz era fiato fcritto, furono replicate le feufazioni degli Ulcocclii, e rinnovate le querele pel commerzio,levato alla Giuli; e propofio il progreflb che potrebbono fare le armi Imperiali in Ita^a colla fponda deirefercito che fi trovava ammafiàto in Milano; e furono anche fatti diverfi ulBzj, acciocché non foife difarmaco prima che fi vedelTc l’efito delle cole di Segna. Ma 1 CommilTarj, giunti a Fiume, chiamarono a sè i Capi degli Ufcocchi da Segna, i quali ricufarono di andarvi fenza falvocondotto. Furono i Commiflar] cofiretei a concederlo, parendo loro ciò minore Indignitk, che fe i chiamati foflero refiati contumaci. Col falvocondouo andarono a Terfau, e di 111 mandarono a richiederne un piò ampio, diffidando del primo; e ottenutolo, andarono a Fiume, dove furono ricevuti con termini amorevoli, e correli. I Comfniflàri prefero da loro informazione del conflitto cogli Albanefi a Liefina, 6 della prelà della Galea, e delle altre cole occorfe dopo il concordato, e fubito li licenziarono, per ritornar a cafa ; o perchè da loro altro non volelTero, o perchè, fiance il faivocondotto, non potelfera efeguire altro difegno. Dopo alcuni giorni mandarono il Segretario loro a Segna a comandare che folfero confcgnaii i Turchi fatti prigioni in Trebigne; e il Segretario non folo non fu ubbidito, ma git convenne partire fenza veder efletio alcuno degli ordini de' Commiflar]: e quantunque ufafie minacce di feveriffimo gafiigo contra i contumaci, nè meno gli fu data rifpofia per riportare a' Padroni.* le quali cofe dimofirarono in fatti quanto ditferente foflè la filma che da quei ribaldi era fatta de Minifiri di Celare fupremo Signore, dal rifpetto, e dalla ubbidienza che fu da' medefimt prefiata un' anno prima al Cheslin Commiffario Arciducale; e diedero materia agli fpecolativi di credere che, quando alcuna cofa da quei di Gratz èrimefla a quella Maefià, come eccedente la podefià concefTa, ciò fia per forma di apparenza, e coperta di Icufa Mentre che furono i Commiflar] in quel luogo, altro non fucceffe di conftderabile, fe non che i Kagufei Ipedirono Achille Pozza a richiedere loro rimedio, per li danni degli Ulcocchi, e per li perìcoli Turchefobi, ne' quali li gettavano, il quale non ottenne provvifione alcuna. Avvenne anche che la Galea, o per fortuna, o per malizia, andò a traverfo, efidifllpò in tal maniera, che fe ne vedevano le parti nuotare per la riviera; e finalmente il corpo fi ruppe Cotto la torre Saba : c quello eh' è di maggior confiderazione, fu gli occhi de medefimi Commiflar] fette barche di Ufcocchi ufeirono di Segna, camminando dietro terra lotto la Morlaca, e pizzicandt» le Ifole quanto poterono ; il che fu poco, per la fquifita guardia Ttmù IL Gg g, eh x3« STORIA ch’era in quelle, rirtirono i Commiflari nn dopo l' altro, mandata a Grata l’ informazione fenea aver fatta altra cofa che ibfle veduta, o faputa; non mancando gli Arciducali in Fiume di luggerire, e imprimere, eflère paflàto con loro dilbnorc che non fóllè ttato mandato a trattare foco ; e aggravando, con dire che altre volte fi era mandato a trattare cogli Commiliari Arciducali tanto inferiori degl'imperiali. Della dimora, e opera infruttuofa di tre perfone infigni fpiccate dalla Corte Imperiale era attribuitala colpa diverfamente. Altri l'afcrivcvano a mancamento del Senato Veneto, che non aveflc mandato alcuno per fu» nome, allegando che, quamfe fi tratta caufa comune, come fono tutte quelle di (Ubilire una buona vicinanza, conviene che fia per Miniftri da ambe le parte maneggiata, acciò riefea con reciproca fodditfazione: che i Cefarei non avellerò fatto colà alcuna, per elTere mandati, non ad operare foli, ma uniumente co' Veneziani : e quando bene avelièro veduto foli applicare qualche rimedio, non avrebbero potuto lark>, per eflèr incerti fe quello folTe poi piaciuto a'Veneziani, e gli aveflè renduti contenti; e però che con ragione dovevano eflèie feufati gli Aoftriaci di ogni inconveniente che fol^ potuto fuccedere. Altri dicevano che alfora fi tratta per comuni Minillri, quando vi ò bifogno di concordare diffèrenze; ma per efeguire le cofe concordate, ognuno dee fare la fua parte da fe fteBb: che quando il Generale Veneto refiàtul il comerzk), lo fece da sò, lènza alTiflenza di altri; che i prigioni erano fiati liberamente offèrti a chi fua Mael& avelTe comandato fenza tratare del modo di darli: che, quelle cofe fatte, i Veneziani non avevano altro che fare, fe non afpettare corrifpondenza coll'oirervanza delle cofe pròmeffe ; che il mandare la Repubblica Commiflàri, per trattare accomodamemo, non farebbe fiato altro, che rinunziare l'accordato di Vienna, nel quale, poiché la parte Arciducale era fiata tanto avvantaggiata, ed era efeevito interamente tutto il vantaggio di quella, nel nuovo congrelfo non n poteva propone, ni rilbivcre fe non qualche cofa di più per gl’Arv ciducali, e qualche maggiore difavvantagio per la Repubblica.- lenza, che fi poteva con cenezza prevedere che, non avendo avuto luogo qoello che fi era fermato colla Maeftà Imperiale, e coll’Altezza dell’ Arciduca, molto meno fi avrebbe potuto fperare della trattazione de’ Minillri, i quali fe erano andati per efeguire le cofe concordate, neflìin impedimento fi può diré che aveflèro ritrovato, il quale colla prefenza de’ Veneti poteficro fupetare.- ma fe con altro dife^ gno, che daU’alTenza de’ Veneti, folTe fiato difiurbato, non poteva quello eflère fe non pregiudiziale alla Repubblica. Gl’intendenti delle cofe di governo dicevano di più, che occorre fpeflb trà i Principi mandare Minillri per negoziare, ni mai quella fi fii altramente, che avendo prima rifoluto l’uno, e l’altro, che il bifogno vi fia, e concerrato quello che s’abbia a trattare, il luogo, e bene fpefia anche il modo a tenere. Ma che uno fpedifea Minillri dove, e con quelle commiflìoni che a lui piace, e fenz’altro dire, afpetri che l’ altro mandi a tratura con quelli, ficcome i cofa non mai ufata, cosi, quando avveniflè, più rollo avrebbe ragràoe di dolerli rinvinro lenza precedente concerto, che l’ invitante a cui non folTe corrifpofio.' non poterfi però aferivere a mancamento di fapienta, e prudenza in Cefare, che non fu autore di ut configlio, ma di chi T inventò, e aggiunfe in Gratz oltra le commiflìoni Imperiali. Partiti i Commiflkn, refta^oBo i kdfi alTicurati deli'impuiiiik per le cole facte^ e inanimiti a tenere ritafiTa (lile alPavvenire. Non racconterò le pertico lari prede di barche, o re(celli, e le incurfioni fatte l'opra le Ifole con una, ò due barche, perchè moh te furono; e futbbetedio, perl'uniibrmitb, commemorarle tutte.* narretò folo una generai ufeita fatta mentre il rigor del vento doofteinfe rallentar le guardie, nella quale prefero quante barche incontmroRò alle riviere d’illria; e in Dalmazia i due grippi con mercanzie, e da» nari; e alii fcogli di Zara tré marciliane cariche di pannina, renft, c fpczicric; e una Nave che poruva drappi di feta, lana, zuccheri, e altre merci di valore v Paflkrono dopo quelli Ipogii ad offefe non più da loro ternate. Si ritrova in faccia di Zara uno Scoglio, nominato di San Michiele, con un CalUllctto nella lòmmith, dove ne i tempi de’fofpetti 0 tengono guardie, e lentinelle, per ilcoprir il mare; ne i tempi tranquilli reità il luogo, come di leggier momento, lenza guardia 4 Quelli uomini, con molto ardire ivi montaci, e munito il luogo per quello che poterono repentinamente, pofero dentro guardia della loro gente, per ben ifcoprire il mare, e non folo ìnGdiare la navigazione, dando legni accompagni de* Valcelli di viaggio, ma ancora per awifarli di ichivar Tarmata chetrandea per guardia di quelle riviere; e ciò fatto, con incredibile audacia fi mifefo ìoGeme in forma digtulla guerra, e in numero dÌ 40 o.con lèi iiilègnc sbarcarono a Ro» iiaoze, vaia della medefìmaCitth, e predato in qirella quanto vi 0 ri» trovò, pailatt innanzi ad Islan, luogode’Turchi, preferoanimali, donne, e nnciudt; ritornali per la via Aefla, portarono tutto a Segna, linfbrzata prima la guardia, e la munizione di S. Michele ;donde per dilcac’ciarli, eflèndo lo fcoglio forte di Geo, fu bifogno di congregare la foldate» ica, e adunare molta gente, per paflare nello fcoglio, e alTaltarii : di che elfi avvedutifi, la notte fuggirono. A tanti inconvenienti avendo con0dcrazione, il Generale Veneziano riputò neceflàrio ufare più potente ri» medio, che T impedimento del commerzio a Segna, per confolazione dc’fudditi, che, ritrovandofi danneggiati e afflitti, erano vicini alla difperazione, e a gettarfi lotto la volontà degTUfcocchi. Era debole il rimedio ufato contra Segna folamente, poiché quella gente, con ar« rifchìarh ad ogni pericolo, luperava parte delle difficoltà; e col riee» vere per via di terra fbccorfo da altri luoghi Arciducali, rendeva io» fruttuola Topera impiegata nell’ incomodarli. Sino a qucRo tempo i’ era alìenuto di levar il commerzio all’ altre terre, per non diipiacere a fua MaeOà, c a fua Altezza: all' ora, vinto dalla ncccffità, pensò che quei (Principi colla prudenza avrebbono bene conofeimo che, quando fi foflè riientico con tutte le terre loro polle a quella marina pel favore preparo a cosà fceleraci ladri, non doveva cflère hcevuco per ofièfa da chi fi difendeva da cosà gravi olt^gi, mà da chi lì cotnmetteva fono T ombra loro; e perciò proibì ad ogni fona di perfone di poter andare cofi vafcelli, .0 barche di mercanzie, vettovaglie, e di ogn’ altra Ibrta diprovvifìoni a qualunque terra polla fopra il Quar. ner, c fopra il Canale della Morfaca dì Bcfezfino a ScriUà. Ancorché 0no al tempo prefente non fia mai (lato applicato rimedio proprio, che abbia potuto ovviare pienamente alle fcorreriedegrufcoccni, que00 nondimeno é Rato in tutti i tempi il più efficace ; perché, oltre al x 38 storia al levar a' ladri la comoditi di Ilare rutti uniti in uni uogo, pel mancamento delle vettovaglie, gli altri ludditi Audriaci, che per cauli loro pativano, fi Iòno concitati centra i ladri, ed efclamando alle orecchie della Corte Arciducale, hanno collretti quei Miniftri a fare qualche provvifione, per cllcre liberati dall’ incomodo per all’ora. Cosi in quella occafionc le querele, e i lamenti de’fudditi andati a Grata, giunti cogli lifliz) dall’ altro canto fatti da i Miniflri della Repubblica alla Corte Cclarea, indulTero gl’ Imperiali apenlàr di levare quella molellia a lua Maellb con rimedio perpetuo; e gli Arciducali a peniate di portar il tempo innanzi, con dare qualche apparente, 0 almeno leggiera loddisfazione : e communicati i configli infieme, rimilèro a trattarne unitamente al leguente Agollo, pei qual tempo avevano i Principi di Cala d’ Aulirla intimato un congrelTo dì tutti loro, e de’ deputati delle Provincie foggette in Lintz, dove l’Imperadore fi ritrovava, per rilolvere negoz) importanti de’ loro Principati. E per dar ingreflb a quella trattazione, fecero gl’Aullriaci per nome di lua Altezza querela coll’ Ambalciadore della Repubblica, Refidentc prcITo a lua Maellb, che il Generale in Dalmazia avelTe pubblicato un bando, proibendo il commercio alle terre, c a’ ludditi tuoi di quelle riviere; e con effetti avelie trattenuto diverfi valcelli che navigavano a quei luoghi, per fomminillrar vettovaglie ; e ne avelie anche gettati a fondo parte di elfi ; e che ciò folle non tanto con fua offefa, e danno dc’fudditi, quanto ( il che piò loto importava ) a pregiudizio della libera navigazione che pretendeva nel Mare.- al ch'era flato giullo, e neceflario rimediare; che gib in Vienna fi erano ptomoHe parole di quell’ ìflellà materia, e concordemente era fiata rimeflz ad altra trattazione: che quello era il tempo, e luogo opportuniflimo di trattarla, che facilmente non fi prelenterebbe una congiuntura ule, quando foffero prefenti in una raunanza tanto frequente tutti i Principi di Cala d’Aullria, e anche i Deputati degli Stati loro; deU’inicrelle de’quali tutti fi trattava: e che, decifo quello capo, infieme fi avrebbe trovato rimedio alle cofe degli Ulcocchi. A quella propofizione fu dall’ Ambafciadorc rifpollo in follanza.- che in quella materia dì navigazione non era fncceduta novitk alcuna; ma era fiata femjrfe libera ad ogni torta di perlonc lotto le leggi della Repubblica, che fono neccllaric per conlervarla; e tale cllece la men-, te di lei che fia mantenuta tempre. Elfere flato proibito nuovamente^ il commerzio alle terre, dove gli Ulcocchi erano ricettati, foccorfi, e favoriti, appunto per ovviare alle infellazioni loro maritime principalmento, e mantenere libera la navigazione, e a’ danni, e alle ollefe che inferifeono in terra.- che mentre gli Ulcocchi avellerò ricetto in quelle terre, nè elfi potrebbono allenerli da’ ladronecci, nè la Repubblica lafciare di perfeguitarli, e ribattere le offelc. Raccordò le promelfe fatte in Vienna con parola di fua Maellk, c di fua Altezza in ifcritto, e replicate molte volte in voce, che il Mare rollerebbe netto, e liberato da’Pirati di Segna; e che nè di la, nè da quei contorni ufeirebbono perfone a danneggiare la navigazione, nè i vicini: e recitate tutte le molcllie, e offelc dagli Ulcocchi inferite dopo il tratuto di Vienna fino a quel tempo, loggiunfe che per religione, ginftizia, e riputazione de i Principi, erano obbligati ad efeguire le pro melfe; melTe, con che anche per corrifpondenz» farebbe retiduto il commerzio alle terre, ficcome fu renduio l'anno innanzi per rifpetco, e offervanza verfo fua Maedb finceramcnte, fenza aver altra fìcurezza, che la fola fua promcfsa, quantunque le ingiurie ricevute dagli Ufcocchi fin’ all’ ora folTero da non fcordarfi facilmente; e che gli at;ticoU da fua Maeflli, e da fua Altezza promefli all’ara non conteheiTero, il total rimedio, e folTero flati conglciuti per molte fpertenze paflàte infufficienti ; laonde, per debita corrjfpondenza, fe la ragione, l’oneflb, e roITervanza della fede debbano aver luogo, fi dovrebbe ormai vedere Teffetto delle promelTe: ch’egli afpettava che da quella raunanza, fecondo la intenzione datagli, da Configlieli di Cefarc folfc pollo fine a tjucllo fpinolb negozio. E perciò riulcirgli cofa molto inafpettata l'udire in luogo di qnello, che fi trattafie d’ implicarvi altri negozj di lunga digeflione, che non potevano fervire ad altro, che a portar in lungo Tefecuzione delle cole promelTe; che il negozio degli Ufcocchi gik era in piedi, e fi ritrovava in tale flato, che non fi vedeva adito, nè apertura di ravvilupparlo con pretenfione di libera navigazione, ovvero con alcun’ altra fomigliante; ma bensì, terminato quella, che non aveva bifogno di trattazione, ma di efecuzione della parola, e fede data, la Republica non farebbe fiata aliena di trattare ogni altra difficoltb : anzi il metter fine alle moleflie degl’ Ufcocchi farebbe flato un facilitare la tratuzione di navigazione; che la Republica aveva fempre ricevute, e incontrate tutte le occafioni, per metter fine a qualunque differenza colla Cala d’Aullria,- e che in Vienna erano fiate conofeiute le urgenti ragioni, per le quali non fi poteva trattare, nè di libera navigazione, nè d’altro negozio prima che a quello degl’ Ufcocchi folTe rimediato; e perciò di comune confenlo era Hata rimelTa ad altra occafione: e rellando le caule le medefime, conveniva tener per decifo, che nelTuna opportunità di trattar altro poteva venire, (e non era levato di mezzo quello impedimento, che non concedeva T unire altra cola con lui. I Configlieri di Gratz per quello non fi molTero dalla loro rifoluzione; ma fi fermarono collantemente in quello, che non occorreva parlare degli Ufcocchi, fe infieme non fi parlava di quell’ altro punto; il quale tanto premeva a fua Altezza, che fenza quello non avrebbe potuto afcoltare ragionamento di altro; febben gl’imperiali non fecero fopra illanza alcuna. Quelli che fludiano, per indagare i fini delle deliberazioni, credettero lo feopo degli Arciducali non eflcre flato altro, che di fcanfare il parlare degli Ufcocchi; cofa molto abborrita da loro in ogni tempo; e la mira de’Celarei elTere fiata di vedere prima rifoluto un altro punto, che fu propollo, e rellò iniecifo nella raunanza, cioè, fe fi doveva attender alla guerra, o alla pace co’ Turchi, forfè a fine di cavar alcuna fomma di danari, quando fofle llau la guerra rifoluta, con negoziare qualche cola d; Segna. Quello che in ciò fólTe di vero non fi può affermare. Ma poiché il negozio della libera navigazione Tanno precedente in Vienna fu difgiumo da quello degli Ufcocchi, e rimelTo ad altra trattazione, e a quello tempo in Lintz fu promollb dagli Auflriaci, per riunirlo a quello degli Ufcocchi, e non fu trattato, avendo i Veneziani perfeverato m tenerlo difgiunto; quello luogo ricerca un poco di digreflione, per efplicarc che cofa fi pretendeva colla richief^a dì libera navigazione, e in che tempo ebbe origine la pretenfione; e qua^ li ragioni aironi ^fTero ufate da ambe le parti. Dopo una lunghiflìma pace trli i progenitori di Mafllmigliano I. Imperadore, e la {Repubblica dì Venezia nel 1508. ebbero principio leggiere perturbazioni, le quali fecero progrclTo a notabili, e memorande guerre ; e fu la Repubblica per zz. anni feguenti con quel Prin« cipe, c colla pofteriib lua per varj rifpetriora in guerra, ora in pace, e ora in tregua; nel fine de quali, l'anno 1528. furono compolle tut“ te le differenze, e conchiufa in Bologna una pace, la quale durò oltra tutto quel fecolo con Carlo V. Imperadore, infìeme con Ferdinando fuo fratello, Rè d’ Ungheria > e Arciduca d’AuRria, Perchè nella divìlìonc tra loro fratelli lette anni hmanzi fatta, tutte le Terre AuRriache conhnanti co' Veneziani erano toccate al Rè Ferdinando; \ confini delle quali colle Terre della Repubblica erano molto intrigati ; perlochè molte difHcolt^ erano da decidere, parte per le ragioni pubbliche de' Principi, e parte per quelle de’fudditi privati, che non poterono, per la moltiplicitb, e per la lunghezza della cognizione che ricercavano, elTere terminate in quel trattato di pace. Fu aU'ora il tut« to pollo in quiete con un capitolo, che dovefle elfer iRituito un tri. banale arbitrario, per deciderle. II tribunale fu eretto in Tremo, dal quale fu la Icntenza pronunziata nel 1535*) c tutte le differenze ( eh' eccedevano il numero centenario ) difHnitivamente furono terminate. Qui però non ebbero fine le diihcoltky imperocché, neU'eleguìre la Temenza, altre si attraverfarono, e col progrclTo di tempo ebbero origine da ambe le parti nuove querele; pretendendo ciafeuna che dalTaltra folTcro fatte varie innovazioni. Laonde, per metter fine a tutte le differenze, fu da Ferdinando, fuccelfo all’ Imperio per la cefllone del fratello, e della Repubblica dì concerto comune iRituiu in Friuli nel 1503. una raunanza di cinque Commìflàri, un Proccuratorc, c tre Avvocati per parte, i quali trattalTcro le dilhcoltli, cosi antiche, come nuove; e da’ Commilfarj folle poRo fine lotto la ratiheazione de’ Principi. QucRo cosi gran numero di giudici fu dall’ Imperadorè richieflo, per loddisfare a’fudditi fuoi di varie Provincie intcreffati in quelle caule. Per la parte Imperiale i Commillàrj furono, Andrea Pcghcl, Barone in AiiRria, MalTimigliano Dorimbergli, EIcngero da Gorizia, Stefano Sourz, Antonio Statemberg ; Procuratore Jacopo Campana Cancellier di Gorizia.* Dottori, Andrea Rapizio, Qervafìo Alberti, Gian-Maria Grazia-Dei « Per la Veneta CommiRàrj furono SebaRian Veniero, Marino de'Cavalli, Pietro Sanudo, Gian BattiRa Centanni, AgoRio Barbarigo: Procuratore Gian Antonio Novellò Segretario.* Dottori, Marquardo Sufanna, Francefeo Graziano, Jacopo Chizzola. Nella Radunanza furono da ambe le parti efprefle IcrichieRe; e dopo aver difputato, e parte compoRo, parte decifo le altre differenze pubbliche, fu prefa in mano una richicRa del Procurator AuRriaco in qucRa forma .* Ejufdem ÌIajejlatis nomine re^uiritur ut poft bac illm fubditisy atque ei'tis in Jìnu Adriatico tuth navigare ^ ac negotiari liceat» Jtem ut damna Tergejìitth Mcrcatoribus, atque aliis illata rejlituantw\ c accompagnò il Rapizio Avvocato la dimanda con dire che quella non era caufa da trattare fotttlmente : effer cofa notininia, che la navigazione doveva efler libera: con tutto ciò i Navilj de'fudditi di Tua Maefìò erano alle volte fatti andar a Venezia, a pagar dazj; che di queAo fua MaeA^ A doleva, e faceva idanza, che vi fì rimediafle. A ciò rifpofe il Chizzola, Avvocato della Repubblica, elTer coÌk chiara che la navigazione dee eflfer libera; ma a queAa libertà non eflere ripugnante quello di cui fi dolevano; poiché ne i paefi liberìflU mi chi domina rifcuote dazj, e ordina per qual via debbano tranfitare le mercanzie; e nelTuno fi può dolere, Tela Repubblica per li fuoi rifpetti ufa quoAa facoltà nel Mare Adriatico, eh’ è fotto il fuo Dominio: e foggiunfe che, fe intendevano di difputar la loro richieda, gli avvertiva che non poteva elfer introdotta tal caufa in quel giudizio, idituito folo per elecuzione delle cofe fentenziate; elTendo cofa notidima che la Repubblica, come Signora del Mare Adriatico, efercitava appunto c^uel dominio che da immemorabile tempo aveva fenza neffuna interruzione el'erciuto, cos^ nel rilcuoter dazj, come neU’adegnar luogo per la efazione.* e che la protenfione propoda era nuova, e mai piò da nedun antecefsore delflmperadore, nè come Rè d Ungheria, nè come Arciduca d'Audria,e delle Provincie adiacenti, nè da fua Maedà in tanti anni mai per innanzi permefsa. Interrogò ì Cefarei che diceffcro quando mai piò era data pretefa tal cofa.* che non fu pretefa innanzi la pace di Bologna, perchè la differenza farebbe data terminata all' era, ovvero nmefsa al giudizio arbitrario: che in Trento furono traratte piò di izo. controverfie, e di queda non fu fatta menzione: adunque fino a quel tempo non fu in piedi una tale pretenGone.* Mà s’era nata all’ora per innovazione fuccefsa dopo la fentenza di Trento, diceffero quale, e quando ebbe principio; perchè egli era pronto a modrare ogni cofa efsere di aniichidimo ufo, fenza una minima novità: però non doveva elser udito chi veniva con dimando non originate, o dalla fentenza, o dall* innovazione. A ciò il Rapizio rifpofe che non intendeva far il fuo principale fondamento fopra quello che a rutti è notiflìmo, cioè, che il Mare è comune, e libero; e che però a nefsuno poteva proibirfi il navigare per qualunque luogo gli parelse, e febbene alcuni Dottori dicono che la Repubblica hà preferitto il Dominio dell’ Adriatico col lungo pofsefso, però non Io provano; e a* Dottori che affermano una cofa di fatto non fì crede lenza pruova ; e perciò non voleva dimorar in quedo, ma venir al principale, cioè, che, quando anche la Repubblica folse padrona del Mare, i fudditi Imperiali potevano navigare Uberamente per le capitolazioni che trà i Principi tono dabilìre; e però cfser appartenente a quella Radunanza la richieda proMda; alla quale, poiché cosi era da' Veneti richiedo, aggiungeva per fondamento: ^ra libera navigaM mmris Adriatici cum Majejìatis fu€ Cefarex, tur» fttbditorum damno^ Ò" incommodo ab Jllujhijpmi Dominii Veneti triremimn PrxfeBis impedita ftmit cantra capttula Vorma^ tixy Bononix^ Andeeaviy et Venetiis inita, £ qui portò U pafso della capitolazione dì ^logna, la quale cosi dice: comune% fuhdito tiberey tutOy et featre pojjjint in utriuftpue StatibuSy et Domi niis, tam terra, tjuam mari moran, negotimi non bonis fuh ; be neqke (T umamter tradenìur y ac Ji cjjcnt imoUy tT fnbditi iUius Prit^ Tomo li. Hh r^ù, X Domlali, mui fratrias et imùaia rJihuu; pnvUexur^ ni va, auf alitfua iajuria ulta de caufa iis inferatur > celeriterque fvt adannijintar, Recitò anche i capitoli delle tregue d‘ Afigiers, e de Vomies, e della pace di Venezia, che fu regidrata a’fuoi tetnpi, benché non folTe bifogno, per elTere dello fteflb tenore. Ponderò la parola libere, confìderando che libere è aggiunto al verbo navigare ; perlochè fi dee intendere fecondo la legge comune, per cui ognuno può navigar liberamente: e non farebbe libero chi follie corretto andar a Venezia. Aggiunfe di più che la parola libere conveniva che non folfe fuperflua, ma bifognava che operalfe alcuna cola di più, che le due parole iati, et fecare ; nè altro poteva importare, falvo che, fenza impedimento, o molellia, o pagamento di dazio : a ciò aggiunfe che vi erano più di 400. ijucrele de’fudditi con vafcelli fatti andar a Venezia, e fatti pagar dazj, per elTere capiuti ne i Porti per fortuna, o per altro. Leflc una fentenza d’un Rettore di LieCna, che liberò una Nave capitata a quell' Ifola per fortuna; e narrò che alcune barche di fale erano Rate lafciate andare dall’armata Veneu al loto viaggio fenza mandarle a Venezia. Conchiufe che la fua richicRa fi Rendeva a quelli tre ponti.- Che i Ridditi AuRriaci poteflero navigare per tutto dove loro piaceva.- Che per andare ne i Porti della Repubblica per tranCto non pagaRero; E andando per mercantare in quelli non pagaflcro più, che i ludditi del Dominio. Replicò il Chizzola promettendo di rifolvere chiaramente le obbjezioni dall'altro introdotte, ficchè non rcRcrebbe luogo a replica; e di moRrare con ragioni vere, ed elhcaci, che quanto veniva operato da’MiniRri della Repubblica nel Golfo era fatto con legittima autorith. £ rifervandoR a parlare dei Dominio del mare dopo, ma prcfupponendolo, nel prmcipio incommeiò dalle Capitolazioni, e difse prima che la parola libere non Rava appoggiata, come il Rapizio diceva, al verbo Navigare; ma a' verbi .- marari, tS" negaeiari tàm terra, qudm mari ; e però conveniva intendere libere come la legge comune intende, quando fi dimora, o negozia in cala d'altri; ch'è olfervando le leggi, e pagando i diritti del paefe. So^iunfe poi che quelle capitolazioni trh la Cafa d’AuRria e la Repub^ca erano ugualmente reciproche, e che non vi ora convenzione più a favore degli AuRriaci nello Stato di Venezia, che de’ Veneziani nello Stato degli AuRriac^ nè cRer paniita maggiore liherth nel mare, che nella terra; ed edere chiare le parole colle quali fi dice che i Ridditi di ciafeuna delle due parti poRano (limo, rare, negoziare e mercantare negli Stati dell’ altro, cosi in terra, come in mare, e fieno ben trattati. In modo che i Ridditi Veneti non hanno d’avere minore liberih nelle terre AuRriache, che i Ridditi AuRriaci ne’ mari di Venezia; e per virtù di quelle parole, quello che Sua MaelHi vuole avere nello Stato della Repubblica, conviene che lo conceda a lei nel Rio.- e fe Sua MaeRù Cefarea nello Sato Rio di terra non concede a’fudditi della Repubblica fare la Rrada che loro piace, ma li coRringe paRare per quei luoghi dove fono pagati i dazj, non può dimandare che i fuoi poflàno andare pel mare della Repubblica per tutto dove l»r» piace, ma ded contentarli ohe vadano dovei rifpetti diRuelU che ne bù il dominio comportano. Se Sua Maeft^ fa pagar dazj nella Aia terra, la Repubblica faccia pagar nel Tuo mare. Gl'interrogò, fe pel capitolo volevano che foC» ie levata, 0 riAretta la facoltà all’ Imperadore di efigere dazj? le nò, perchè volevano che folTe levata, 0 rìAretta alla Repubblica per un capitolo che parla di ambi i Potentati colle Aefle parole? MoArò con narrazione particolare, che dalla pace Veneta del 1523. fino allora V Imperaaore aveva crefeiuto dazio con aggravio de’ ludditi Veneti alle vettovaglie, e mercanzie che palTano dall’ uno all* altro Stato in maniera, che ciò che pagava uno era aumentato in alcune a 16. in altre a 20. In particolare narrò che il ferro già a quel tempo aveva libero tranfito,| e non pagava cofa alcuna: che di nuovo Sua Mae Ah aveva impoAo per dazio lire 18. per miglia)o, e aveva ordinati i luoghi per dove fi paAalTc a pagarlo; fuori de’quali foAe contrabr bando, dove prima il mercante poteva fare che Arada gli piaceva; che fi pagava un carantano per manzo che fi conduceva per Venezia e l’aveva accrclciuto ad un ducato con danno delli Beccati di quella Città: e fe Sua Maellà Aima lecito nello Stato Tuo fare quello che le piace, fenza repugnar alle convenzioni, non può penfare che la Repubblica, facendo quello che le torna bene nel proprio, le contravvenga: aggiunfe che in ogni pace Aabilita trà due Principi dopo una guerra, h conviene che i fudditi poflano dimorare, e negoziare liberamente, non ad efclufione de’daz), ma bensì sì efcludono le violenze le oAiliià, e impedimenti ch’erano ulatt prima, durante la guerra, e non fi leva, o rìAringe l’autorità, nè dall’uno nè daU’altro Principe, nè in terra, ne in mare. Alla clùarezza, e forza di queAo dilcorld rcAarono così lotpefi gli AuAriaci mirandofi Tun Taltro, che il Chìzzola giudicando non elsere ncccfsario fermarfi più in ciò, pafsò alla pruova del capo prefuppofio che la Repubblica abbia il dominio del mare, e dìise; Efsere veriffima la propofizione che il mare è comune, e libero, ma non altrimenti di quello che fi dice ie vie pubbliche elsere comuni, e libere: il che s’intende, che non polsono etscr ufurpate da alcuni privati per loro proprio fervizio, ma rcAino alfulo di cialcuno;non però libere sì, che flon fieno lòtto la protezione, e l’ imperio del Principe; che ognuno pofià far in quelle liberamente tutto quello che gli piace, a dritto, e a torto; che tal licenza, e anarchia è abborrita da Dio, c dalla Natura, così in Mare, come in terra: che la vera libertà del Mare non el'clude la protezione, c fupcriorità di chi lo nunticne in libertà; nè la foggezione alle leggi di chi ne ha l’imperio; anzi ncccAariamenic le include; che tanto U Mare, quato la terra è foggetto ad elser divifo trà gl' uomini, e appropriato alle Città, a’ Potentati ; il che, già ordinato da Dio nel principio del genere umano come cola naturale, fu anche molto ben conofciuio da AriAotile quando diAc che alle Città marittime il mare è territorio, perchè da quello cavano l' alimento, e la difcla: cofa che non potrebbe elTere, fe non fofle loro appropriata parte di effo, non altrimcnte che al modo, come fi appropria la terra, la quale è divila trà le Città, non in partì uguali, nè proporzionate alla loro grandezza, ma quanto hanno potuto dominare, e guardare. Berna non è la maggior Città deU’Elvczia, e pure hà tanto territorio, quanto le altre dodici inficme, c la Città di Norimberga, molto grande, appena efee col territorio fuori delle mura. La Città di Venezia molti anni è vifiìuta lènza punto dipofiènìone in T0mo II, Hh 2 terra ferma. In mane parimente alcune Citt^ di molta fona, e vitti hanno occupato molto mare; altre di poche forze fi fono contentate delle proflime acque; nè Inno mancate di quelle che, (ebben marittime, avendo alle fpalle terra fertile, fi lono contentate di quella, fenza ulcir in mare; altre che, impedite da pii potenti, fono fiate coftrette ad afienerlene,- per le quali due caule una Cittì, febben marittima, può Aare fenza poOédcr mare. Aggiunfe che Dio ha ifiituiti i Principati per mantenere la giufiizia ad militi del genere umano : che quelli fono nccelfarj cosi in terra, come in mare. Che San Paolo dille per quella cauta eflère debite a’Principi le gabellee contribuzioni.- che larebbc una gran firavat ganza lodare le terre guardate, regolate, e difefe, e biafimaie ciò nei mari. Che fe qualche mare ^r la fua ampiezza, ed ellrema lontananza dalla terra, non può eflere protetto, e governato, quella è pena del genere umano, Cccome è anche, che vi fieno difetti cosi grandi in terra, che neflimo pollà proteggerli, come nei fabbioni di Affrica, e in molti luoghi immenfi dell' Atlante. E ficcome è dono di Dio che una terra fia colle leggi, e colla forza pubblica retu, protetta, e governata, cosi il medefimo avviene in mare ; che furono ingannati danna grolla equivocazione quelli che diisero, la terra per la fua llabilià poter elser dominata, ma non il mare, per efser elemento inconllante, ficcome nè anche l’aria; imperocché, fe pel mare, e per l’aria intendono tutte le parti di quegli elementi fluidi, certa cofa è che non polsooo eÈere dominate, perxJtè, mentre fi fervono gli uomini di una parte, l’altra fcorre.- ma quello avviene anche a’Fiumi, che non poflono elsere ritenuti. Quando fi dice dominar il mare, overo il fiume, non s'intende l'elemento, ma il fito dove quelli fono polli. Scorre ben l’acqua dell’Adriatico, e non può efsere ritenuta tutta,- ma il mare è l’illefso, ficcome il fiume; e quello è quello che flhfoggetto alla proiezione de' Principi. Interrogò gli Aullriaci, fc la pretenlione loro era che il mare fot fe lafciaio fenza protezione, ficchè ognuno potelse lare in elso, e bene, e male, corteggiarlo, depredarlo, e renderlo innavigabile? quello efser tanto firavagante, ch’egli voleva per loro rifpondere che nò.- adunque conchiufe che per necefsaria confeguenza la Maellh fua voleva che fofse guardato, protetto, e 'governato da quelli a’ quali toccava per dilpofizione divina: ma le cosi era, ricercò, fc loro pareva ginfta cofa che quelli tali lo facelsero con fola loro fatica, loro fangue, e loro fpefe; o pure che vi coniribuifsero quelli che ne godevano frutto? A quello anche rifpofe per loro, eh’ è troppo chiara la dottrina di San Paolo, per non alleare la Gmrifprudcnza, che tutti i governali, e protetti fono obbligati alle contribuzioni, e gabelle. Adunque conchiufe che, fe la Repubblica è quel Principe a cui appartenga dominare, e prot^ere l’Adriatico, fegue neccefsariamcnie che chi le navin debba Ilare foggetto alle fuc leggi, non altrimenti che a quelle «Ila rcgioiie ttrrellre chi tranCta per quella. Pafsò allora a moflrare che quefio dominio da immemorabil tempo era della Repubblica, e fece leggete da una raccolta i luoghi di trenta Giureconfàlti, che dal ijoo. fino all’eth fua parlarono del dominio della Repubblica fopia U mare, tome di cofa notilIima,e imme morabile ne' loro tempi, difcendendo alcuni fino a dire che la Repubblica hb dominio di eflb non meno che della Citth di Venezia; dicendo altri che l’Adriatico i il territorio, d il diftretto di quella Cittb, facendo menzione della legittima podeltti fua di lUtuire leggi alla navigazione, e d’imporre dazj a’ naviganti; e foggiunlè ch'egli non fi raccordava di aver veduta alcuno che diceflè in contrario; e rivoltoG al Rapizio, dilTe che, s’egli non voleva credere a quegli Scrittori i quali attcllavano, che il mare foOé de' Veneziani, poffeduto da immemorabile tempo, precedente la loro eth, perche non lo provavano, non però poteva negare di riceverli per telUmonj di quello che nel loro tempo vedevano; e averli per fuperiori ad ogni eccezione, efièndo uomini famofi, e che, da tanto tempo morti, non fono interelTati nelle cofe prefenti, e per 150. e più anni corrono dal più vecchio degli allegati all'ultimo, teda per l’attellazione. loro provato che giù più di unti anni la Repubblica hh dominato il mare, e per ciò non poterli negare l’immemorabile poflelTo al prefente. Indi rivolto a’ Giudici, li pregù che fopra le autorith allegate afcoltalTera una fua breve coqfiderazione, la quale lafcierebbe Toro compiutamente impreflà la verith. Ponderò prima, che febbene alcuni de’ recluti luoghi parlano con parole generali, dicendo, il mare de’ Veneziani, non efprimendo quale, e quanto quello fia, altri però lo Ijpecificano, ufando il nome di Golfo, e altri con termine più erpreluvo, dicendo l’Adriatico, che fpecifica non loia il fito, ma anche la quantità del mare poffeduto; e con quelli che parlano più cfprellàmente modrò doverfi dichiarare quelli che in termini più generali fcrivono, conforme al comune precetto, che co’luoghi chiari conviene illuminare gli ambigui. Confiderò apprefib che il varùi parlare di quei Dottori, facendo derivare il dominio della Repubblica in mare, chi da preferizione, altri da fervitù indotta, e alcuni da privilegio, è nato, perchè, ficcome erano inrormaiiRlmi del poOeflb, ed efercizio di quello che vedevano, e udivano ellèrc dato l’ideflb da tempo immemorabile; cosi, fcrivendo in quella materia, non ad idanza d’ alcuno, ma di proprio moto, e per forma di dottrina, ciafeuno giudicò erprimcre meglio il titolo, chi con un termine, chi coll’altro, fenza curarli di ufare il foln, vero, e proprio, come avrebbono fatto, dove fofl’ero dati condotti a fcrivcre per interede di alcuno; nel qual cafo i Confultori fono fempre conformi, ricevendo daU’intereffato la medefima idruzione. Soggiunfc che però quella varictb non diminuifee punto la fede, anzi faccrefee, come Sant’Agodino dice, parlando della diverfitli che trù i Santi Vangelidi s’odcrva; perchè dal modo diverfo, ufato da que’ Scrittori, può redare ognuno certificato che nefliino di elfi ha fcritto nè pagato, nè pregato; ne’ quali cafi non lì farebbono partiti dall’tinico modo, dall’ interede loro preferitto.- anzi da chi ben efitmina, vcderfi tiù quei Dottori una mirabile concordia in queda unica, e lineerà veritù; e che dopo la declinazione dell’ Imperio Codaniinopolitano, ritrovandoli 1 ’ Adriatico per più anni abbandonato ( come anche molte Ifole, e Cittù di quello Stato ) in modo, che redava non cudodito, c lenza protezione, e governo di Principe alcuno, c fodit la giurifdizione di neduno, fu dalla Repubblica, per ricevere il fuo vitto da quello, codretta a mantenerla netto, prelò fotta fua protezione, acquiilatone governo, e dominio nel modo in cui per diritto naturale, e delle genti le terre, i mari, e le altre cole che non fono lotto il dominio di alcuno, diventano di quello che prima le occupa; colla qual ragione furono fondati i primi Imperj, COSI in terra, come in mare; e alla giornata le ne formano de’nuovi, quando alcuno, per la vecchiezza, e per li vizj, indebolito, manca di forze, e cade. £ in quella cudodia, e in quel governo del mare cos'i acquidato, la Repubblica s"è andata avanzando con potenti e fempre maggiori armate; con fpefa di molti teforì, e con profufìone di molto languc de’ tuoi Cittadini, e fudditi, continuando lenza interruzione in colpetto di tutto il Mondo rincominciato domìnio, e cudodia, e fuperando, e rimovendo tutti gl' impedimenti che in prògrelTo, o da Pirati, o da Potentati, cos\ d’Italia, come dalfoproda riviera, le furono in diverfi tempi eccitati. Soggiunfc che ì Profcflbri del parlare con erquifui termini di gìurifprudcnza non codumano dire acquidato per conluetudine, falvo che il poter valerfi di quello che de jtrrc civili è pubblico ad alcun ufo privato, fenza impedimento dcirunivcrlàle, come di pefcarc nel fiume fenza impedire la navigazione; con tuttociò nem impropriamente fi dar^ anche titolo di confiietudine, dove lark acquidato, e continuamente tenuto in protezione e dominio, un didretto, o terredre, o marittimo, abbandonato, c da neduno pofleduto, come Bartolo, Baldo, Cadrò, e altri alTegnano. Ma bensì per virtù di prclcrizionc non poterfi dire propriamente pofTcduto, fé non quello di cui colf ufo fia dato un’altro IpogUato; il qua) titolo non cade in quedo luogo, poiché la Repubblica non hù ipogliato alcun poflcflbre del mare, ma l’ha acquidato, ritrovandolo abbandonato, e lenza Padrone, o podeffore; poterfi però dire in certo modo prefcrizionc, come fe un Falcone, abbandonato dal Padrone, e inlelvatichito, poi da un'altro prefo, fofle addomedicato, e per lungo tempo nodrito; lebbene non propriaaittnce, però non inconvenicntemente d*rebbc codui d’ averlo prelcritto. Similmente la proprietà di parlare non ammettere Tufo della voce, Servitù, fe non quando al proprio territorio è acquidato alcun particolar ufo in quello del vicino, il quale però redi Padrone del fuo: in quedo fenfo U Repubblica non ha indotta fervitù nel mare alla lua Cittù, perche non vi ha acquidato foio un ufo l'peztale, redando il dominio ad altro Padrone; ma vi ha aflunto l’intero, c totale dominio di quello ch’era abbandonato, nè da alcuno governato, o dominato.* poterfi nondimeno, per certa projxirzionc, chiamare lervitù, in quanto la Repubblica è data codrctta ad adlimcrc quel totale dominio, e governo per fervizio della fua Citr\, che nè aveva bifogno. Qiianio a privilegio, ceru cofa edere che qui non può avere luogo alcuno, poiché non vi era all’ ora chi lo potefTe concedere. L’imperador Occidentale in nedun tempo mai vi ha avuta podedk, nè autorità alcuna; nè i Principi in Occidente vi hanno avuta alcuna giurildizionc, o lupcriorith, tanto meno potevano darla ad altri. In Oriente queirimperadorc, per non avere forze da tenerlo, gii l’aveva abbandonato, e perciò fpogliatofi di ogni forta di podedi, c di quella podèdìone, che avvede potuto ritenere coir animo, ne fece cedione nelle paci, etranfazioni fuccede pofeia tri queir Imperio', c la Repubblica. Con tutto ciò i Giureconfulti Italia oi, come profeflbrì del jus CefareO) e giurati nelle parok di qudloi dcvotiflìmi della Maedà Imperiale^ come fc ancora regnafle Augudo) overo Antonino, G fono sforzati con ogni eftorGonc di verificar neUImperador Occidentale quel detto.* Imperata tft Dimtinm Mtindi^ il quale fino in quel tempo, quando Ga pronunziato, non era vero in, una centefima parte del Mondo, e al prefente non è in alcuna confiderabile proporzione e mentre vogliono far onore alflmpecidore, e dargli con parole quello che nè bk, nè può avere, non fi guardano dalla firavaganza di parlare: e ficcome diflero che neflun Rè pofiede Stato alcuno legittimamente, fé non per concefiione Imperiale, diflero ancora che la Repubblica pofledeva il mare per privilegio deirimperadore. Mli ben apparifee in che fcnlb fu da loro detto, poiché nefluno di elfi vuole che vi fia intervenuta mai conceflìone; ma chi lo figura privilegio prefunto dalla immemorabile pofleflìone; chi interpretativo dalla feienza, e pazienza deiflmperadore, che vuol dire tanto, che fe diceflero che i Rè Crifiiani pofleggono i loro Regni, e la Repubblica poQ'ede TAdriatico cosi legittimamente pel titolo del loro acquifio, come fe que' Regni, e quel mare foflero fiati deirimperadore, e da lui a quei Principi, c ad efla Repubblica conceduto. Cosi fi dilatò il Chizzola rpaziofamence in parlare de'Giureconfulti, per eflèrc campo di Tua proteflione; e conchiufe poter ognuno refiar certificato, che cosi in fatto, come in ragione) coll' autorità di quei Dottori erano pofii fodi fondamenti alia caufa che difendeva. Indi al tefiimonio de’Giureconfulti aggiunte gli Storici, i quali nar« rano che la Repubblica già più di 300. anni rifcuoceva dazj da’ naviganti, e teneva barche armate in guardia con ordine di far andar i NavUj a Venezia; tefiificando che continuamente dopo fino al tempo loro fi fcrvò i’ificflb; ma fopra le loro attefiazioni non fi fermò molto, dicendo che ficcome fono buoni tefiimonj de i fucceflì occorrenti, cosi, quando fi tratta di provare le ragioni de'Principi, o de’privatt, convien valerfi di fcritture autentiche, e ufar gli Storici con gran diicrezione; eflendone alcuni mofli, chi da amore, chi da odio, e da fperanze ancora, che li cofiringono ad ufare adulazione, ovvero iperMi, fopra le quali non fi può fare fodo fondamento. Portò ancora l’atto del Concilio generale di Lione nel 1274. dove l’Abbate di Nervefa, delegato dal Pontefice in una pretenfione degli Anconiuni, d« avere libera navigazione, fencenziò che la dimanda fofle rigettata, e che i Veneziani non foflèro molefiati nella difefa, e protezione dellAdriatico da’ Saraceni, e Pirati, ne foflero turbati nella pofleflìone loro d’efigere i diritti delle gabelle, e de’noli. Aggiunfe il Chizzola, non eflervi memoria quando primieramente fbfle fiata creato in Venezia un Capiuno di Golfo, perchè nel 1230. fi abbruciò la Cancellerìa colle memorie di tali elezioni: mà da quel temp o fino al fuo fi poteva mofirare da’regifiri pubblici la continua fucceflìone degl’ eletti fenza alcuna interruzione. Similmente aggiunfe ancou che refiano i regifiri da quel tempo fino all’ora delle licenze di tranfitare pel mare con legni armati, o con perfone, o con robe per loro ufo, da diverfi Principi poflelfi}ri di riviere fopra l’Adriatico xichieftc, da Pontefici Romani, Legati, Vicari, e Governatori, c Comunità delie terre di Romagna, e della Marca, da’ Rè di Napoli per la Ph 2.48 STORIA ti Puglia; delle quali molte furono concefle, alcune negate, e alcune anche in parte folamente concedute; mk elTere fuperfluo allegare i fatti di quelli, i fuccefibri de'quali non promuovono dillìcoltk. Difcenderebbe allo ipeziale folo de’ PrecelTori di Sua Maeftk, come de’ Rè d’ Ungheria, e dell’Arciduca d’Auftria. Recitò un breve di Papa Urbano Sello diretto al Doge Antonio Veniero folto la data in Lucca 14. Giugno I j88. in cui gli rende grazie che colle fue Galee deputate alla cuRodia del Golfo fia Rata liberata Maria Regina d’Ungeria, ritenuta in prigione a CaRel nuovo; e due altri congratulatorj; uno alla Regina fuddctta ; l'altrp al Rè Sigifmondo, che poi fu Imperadore, marito di quella, rallegrandofi parimente con loro deiriRcffa liberazione fatta per opera del Capiuno, c delle Galee Veneziane deputate alla cuRodia del Golfo. Indi fece leggere un falvo condotto conceflb a richicRa di Rodolfo Conte di Sala per nome di Ladislao Rè di Napoli, e di Guglielmo d’ AuRria del iì 99 - ta. Dicembre, che la forella del predetta Rè, fpofata al foprannominato Arciduca, fi poteflc condurre per Mare dalla Puglia alle riviere dello Spofo con Galee, e altri legni in tutto in numero circa di dodici, con condizione che, fopra quelli non folfe ricevuto alcan bandito da Venezia, o che avelfe operato contra il dominio cofa per la quale meritalfe la mone ; del qual làlvocon^otto fi valfcro gli AuRriaci, che a TrieRe s’imbarcarono per Puglia a quel fine COSI nell'andare, come nel ritorno. Non fu però la Spofa condotta, perchè avendo il Rè differito alquanto tempo la partenza della forella, in quel mentre ella s’infermò, e pafsò all’altra vita. Ancora portò due lettere dell’ Imperador Federigo al Doge Giovanni Mocenigo, la prima in dau di Gratz l’anno 1478. 24. Settembre, la feconda nel 147?. a. Aprile dal medefime luogo, nelle quali narra d’aver ordinato che fia portato di Puglia, e Abruzzo a’ fuoi CaRelli del Carfo, e dell’lRr», «srta quantitk di frumento, e richiedendo permiflione che fia portata liberamente; chegli fark unpiacere il quale riconofeerk colle maggiori grazie. Soggiunfe una lettera di Beatrice Regina d’Ungheria a Giovanni Mocenigo Doge nel 1.^1. ultimo Gennajo, dove narrato il fuo defiderio d’avere per ufo proprio diverfe cole da’ luoghi d’Italia; le quali non potendoli portare fenza permiflione della Repubblica, dimanda che per li^ralitk, e amicizia le fia conceflb, che loriceverk percola grau, e corrifponderk. E un altra del Rè Mattia d’ Ungheria alTiReflb Doge nel 1482. atf. Febbrajo, in cui dopo aver narrato che la Repubblica era folita a concedere licenza ogn’anno a’Conti Frangipanni, padroni di Segna, c altri luoghi marittimi, di portare dalla Puglia, c dalla Marca una quantitk di vettovaglia, e dappoiché erano paflàti quei luoghi in mano fua, s’era tralalciaio il farlo; pregava che folfe conceflb l’iReflb a lui, e fofsero fpedite le lettere fopra di ciò, e date alla perfona mandata efprefsamente per riceverle, che lo riconolccrcbbe in grazia e corrifponderebbe. E un’altra del medefimo Rè ad AgoRino Barbarigo Doge 1487. 18. Ottobre, nella quale, dopo aver narrato di avere bifogno di legname, per riftaurar una Fortezza nella bocca di Narenu; prega di poterlo condurre da Segna per mare, e che gli fieno fatte le lettere patenti, ofierendofi a gratificarne anche incofe maggiore. Aggiunfe aquefie una lettera di Anna, Regina d'Ungheria, nel 1502 30. Agofto, nella quale narrata la fterilith del paefe di Segna, pregat dipoter farcondurre inquella Citth cerca vettovaglia di Puglia, e della Marca, dando al portatore mandato erpreOamente la lettera della licenza, offerendo di riceverlo in gran piacere. Per ultimo portò una lettera del 1504. 3. Settembre, di Giovanni da Dura, Capitano di Pifino, Minilfro deU’Imperador Maflìmigliano, il quale ferivo al Doge Leonardo Lotedano, che Jacopo Croato, fiiddito di SuaMaefih, partito da Fianona, entrò, nel mare il qual i fàttopollo al dominio della Repubblica, per andar a Segna, e fu aflalito da una barca armata di violatori del Mare in vilipendio della Signoria; e fupplica che fia fatta qualche provvifione., Sopra tutti quelli particolari ponderò quello che meritava di elfere confidcraco, rifpetto a i tempi, alle pecione, e qnalich de’Principi: e per maggior confermazione deU’aflcnfo loro, raccordò, l’anniverlària cerimonia di fpofare il Mare in prefenza degli Ambafeiadori, e particolarmente di quello di fua Maeflh, e de’ tuoi Antecefibri, coile parale tifate : Dcfpmfamia te Mere in Jigman veri, et perpetui àominii. La qual cerimonia febben dagli Serheori è detto che avefle principia alfendo Alelfandro III. in Venezia; dagli llefli nondimeno ò aggiunto che folfe illituita in legno del dominio acquillato innanzi jme te! li. Alle 400. querele, e alla fentenza di Liefìna rìfpofe, ringraziando come di cofe portate a favor fuo, perché le querele prefiippongono la proibizione; e le fentenze, o condennatorie, o alfolutorie, provano la giurifdizione : e intorno alle barche di tale diffe che non furono fatte andar a Venezia, come non fi fa mai andar alcuna, per elfere proibito ch’entri in quella CitA l'ale forclliero; e fe non lu gettata in Mare, fu cortefìa, che non dee effer imputata a pregiudizio. Conchiufe di avere dato il vero fenfo alle capitolazioni, eprovata la poffelfione immemorabile dell'Adriatico; che avrebbe potuto dire più cole; ma gli pareva fuperlluo, rollando chiaro per quelli due punti che la pretenfione era nuova, e la richiella non poteva aver luogo. I Cefarei, dopo aver trattato infieme, vennero in rifoluzione di non. perfeverare nella dimanda per giullizia; e il Barone del Suora apertamente differo la Repubblica elfere Padrona del Golfo, e potere metter i dac) che le piace; • che cos'i fentivano in loro cofeienza: ma infieme aa 'be erano di opinione che, per l’onellh, e per l’amicizia della Cala H' Aulirla, dovefle farlo col minor incomode de’fudditi di quella che fjf. ;ogibile. DilTero gli altri tre, che non era tempo di approvare, nc «il contrailare il dominio del mare, ma bensì di ritrovare per curtefia qualche temperamento: che la Repubblica riceveflé i fuoi diritti da'UiJditi Aullriaci naviganti, e folfero levate quelle condizioni che lOno d’ iiieomodo loro, e di nelfun utile a lei. Furono efaminari diverfi partili, e fi conchiufe di riferire a’ Principi, ficcome convenivjTf^erire ogni altra cof.v determinata; eflendo lacommilCone fotta )aratilicaziomdiefli,elaraunanza ebbe fine. Ma la relazione arrivò in tempo T om, It ‘ li che rherimperadore,pcr gi«veinfennid,nonpoMviati«a animali, e grofli, e minuti. Quefto accidente difpiacque molto a fua Altezaa, per le circoftanze di efler occorfo nello Stato proprio, ej contra la fede daa da’fuoi Miniftri; e con indizio anche molto violenta di complicithcosl attefo il lungo viaggio fetto dagli Ufcocchi per la giurifdizione Arciducale feima elTer mai fiati impediti, n- divertiti; come anche attefa la refiituzione btu per ordine de’Magifttatia’fudditi.loro folaiqente, reftando tutto il danno agli altri. 1 Miniftri della Repubblica riputarono che per li danni inferiti non baftafle rifentirfi cantra gli Ufcocchi fojamente ; ma convenire appref lo in tal accidente, per debito delia protezione dovuu a’fuoditi, che si adoperalfeto per zilàrcirli con appreiaglie : opera, che fu fata da una, Galei che sbarcò veriò Fianona,emcoòvia, febben non uguale numero di animali, quanti gli Ufcocchi avevano predato, quei perù che fi poterono aver ne i luoghi vicini, i quali furono ìmmediate diftrihuiti a proporzione a dannificati per rifacimento. Per quefto fetto gli Ardwali rimaUi alla Corte. Ceferea, dopo la jarienza del lor» padrone, fecero grave lamento, che fua Altezza foT(e fiata provocata da’Veneti nelle terre fue patrimoniali lenza nelTuna olTela precedente dal canto fuo e de’fuoi fudditi; e rifpondendo a chi loro opponeva la prenarrala, che non era con violazione della giurifdizione Veneta; che toccava a liiaAlteaza rifentirlì come di malecommellb nello Stato Tuo proprio ; e che prima del partir fuo da Lintz aveva rifolnto di volerlo fare ; quefia rirpolla fece maravigliare ciafcun intendente delle leggi, e del diritto delle rapprefaglie, che appunto fi concedono,, perche quegli, cui tocca fare riTeniimento contra i malfattori colla giuflizia ordinaria, non lo là. Ma la Maefh Cefarea, acciò, moltiplicando le offeCe^ non nafceflè qualche grave fcandalo, fcrifle lettere all’ Aroiduca, cfonandolo efficacemente a mettere la mano, e provvedere. Mentre a Gtatz fi configlia come foddisfare alla volonà della Maeflk fua, accollatofi il verno, quando alle guardie riefce dannofo lo Ilare lungamente in mare, fecero gli Ufcoahi diverfe furtive,] e improwife ufcite. Diedero fopra l'Ifoh d'Ofléro con generale preda delle due Ville di Luffin, fpogliatt delle proprie vedi fino i fanciulli, e le donne ; baflonati, e feriti quelli che fi dolevano, e pregavano di mifericordia ; e fopra Pago fvaligiarono la Villa di 0>lune, e poi lo Scoglio di Proveechio appartinente all’ Ifola di Veglia. In mare non perdonarono a Valbello di qualGvoglia fora, non fo!u rubbando ; ma ritenendo i marinai più principali, e dando loro rl'-rtco. Tanti inconvenienti, e le lettere della Maellh Cefarea m..ro.o finalmente il Seteniffimo Arciduca a mandar a Segna il Signor Ha’:, Baron di Echembeig, General di Crovazia, accompagnato i! a buon numero di faldati, parte Tedefchi, parte del Contado di Gorizia, acciò potelTe sforzare i contumaci, e regolare quella Cittb. Qucito Signore, giunto in Segna, con fcvero comandamento fece adunare il bottino^ delle teire di Luffin, e altre del dominio Veneto ultimamente fatto, e fece pagar lire quaranta per tclla a cinquanutrè Ufcocchi che intervennero a quella preda, pel mancamento che fi poicffe trovar in efla • Fece un bando, che io termine di quindici giorni tutti i Venturieri fi prefentaflero a lui, altrimenti reflaflero banditi colle loro famiglie; de’ quali una parte ubbidì, e un altra fi ritirò alle montagne. Dopo aver fata più volte la moflra, e rafiegna di tutti, improwifamentc ne imprigionò noi CalleUo trenunove, nel qual numero furono i C^pi tutti, e alcuni anche di baffa lega, e degl’ infimi ; a’ quali tutti fece immediate fvaligiare le cafe da’ Tedefchi condotti ficco ; e per sé pigliò l'oro gli argenti, le fete, e altre cofe di prezzo ; immediate fece tagliare il capo a quattro Ufcocchi, ladri, ma uomini lenza feguito, di baffa condizione e de’ più miicrabili. Fu anche Autore che in Bucati foffero imprigionati da quel Governatore due Ufcocchi fuggitivi da Segna ; e ne| giorni feguenti imprigionò, e fvaligiò la cafà ad alquanti altri ad uno ad uno ; fece correr voce di volere lafciar in Segna pez guarnigione cento Tedefchi, e cento nativi di quella Citih lolamentc, e trafponar* gli altri in Ottofàz ; ma indi a pochi giorni gl' intTom, II. ' li I prt prigioiuti, eh’ erano al numero di trentarei, avendo dalle lorofacohì, e dagli amici, trovato modo di ricompetarfi, pagando tutto quello che poterono, furono liberati T Non ardf peri egli di liberare apertamente Vincenzo Carlinovicli, capo, e autore d'innumcrabili mali, particolarmente del barbaro trucidamento di tutti i faldati, e pafleggicrì della Galea, e dell’atroce, e hera uccifìone del Sapraccomito, febben donò grolTamentc per cjuefla caula; ma lolo gli diede modo di fi'^ire. Fatte queue elecuzioni, mandò il Conte Cefana a parlare col Generale Veneto, e dargli parte delle caufe della fua miflìone, e richiedere che foITcro aperti i palli,- folTe reflituito il commerzio, offerendogli, quando dcfiderafle alcuna foddisfazione particolare, far tutto il poflìbile, acciò la ricevelTc. A quell' uffizio il Generale corrifpofe, nar. rande la mente della Repubblica elfer tutta volta alla quiete, nò altro efla defiderare, fe non l'cfecuzinne delie promelfe fattele.- che i Venturieri toffero tutti fcacciati; non folfe dato ricetta a’banditi; e foOero levati i ribaldi dal nido dove ricevono comodo di offender il vicino: che, quelle cole fatte, egli troverebbe in tutti iMiniflri della Repubblica una perfetta corrifpondenza di buona vicinanza.- mi non fapeva gik come perfuaderfi di vedere melfo in opera quello debito, men. tre le reliquie della Galea erano nel porto di Segna, c Icartigliericfopra le muraglie, e gl' imprigionati gittflamente per quello, e per altri midatti, liberati, ^uell’ uflizio non ponò in confeguenza alcun buon'effetto; anzi i Capi gl'; tmtti di prigione Aitoiio onorati, e favoriti, particolarmente Vincenzo Carlinovich Ji fopra nominato; il quale, dopo effer fuggito, gli donò, oltra le cole dette, un prigion Turco, a cut era fiata impolia una taglia di quattro mila ducati. Non loto egli fu richiamato in Segna, ma gli fu dato uno de' quattro Capitanati, e fu pigliato tn protezione di- fua Altezza Fu. pgfta m -filenzio la traslazione in Òttolaz ; i rifuggiti alla a poco prefero annuo di ritornare e il Generale, dopo tfere idtlBoylftin quella Cittk circa cinquanta- giorni, parti ioicp ^ conto a fua Altezza delie cofe fatte, e ricever ordme mnllielle che doveva fare, lafciata parte dei prefidio de’ Tedcldtt che feco aveva condotto, e Iparla fama, che Ira due mefi farebbe ritornato. Pigliò in compaoM fua Vincenzo Carlinovich, per condarlo alla Corte, e fargli comennare il Capitanato. Candulfe feco dodici cavalli da foma, due carichi tra danari, e argenti,- dicci carichi dipanni; e altri lavori di leta, tappeti prcziolì, e cùmbelioti cavati, parte da’ prigioni che liberò, e ^rte dagl’altri cbe.^ «menda il medefuno, prevennero la mata .ortuna, avendo .reBdutaiquclla gente piò avida alle prede coll'inpoveiirla, aggtula impalilo di chi, ellratto dalle giumente tutto il latte, le manda. a PUtdo altrui, acc^ fi riempiano delle foflumze di altri'. S' ceno che in danari portò via cento cinqoanta mila fiorini: di quanto prezzo iblfcro le altre cofe afporiate li parlò variamente; c, quello eh' c notabile, appropriò anche a sè quello che,, raccolto aveva de’boitini fatti ultimamente a Lufiìn, e a Collane. ( Immediate dopo la fua partenza ritornò in Segna il rimanente di quelli «h’ èrano fuggiti alla. montagna, e iodi a pochi giorni parti la Campagoiade’Teddchi, da lui lafciata^ per mancamento di viveri ; fe però ciò non fu piuttonopretefto, cheveritli; e quello fu il fine limile in tutto a quello che le altre milfioni Je’ CommilTar j hanno cotifeguito; fe non che quello eccede, avendo non participato, come gl’ altri, ma prefo il tutto, e lafciati gli Ufcocchi dirguflatilTimi, che fi querelavano al Cielo dell’ ellorlioni fatte all’aperta, e fenza alcun riguardo; e a bocca aperta dicevano ch’egli aveva potuto operare con confidenza tutto quello che gli tornava meglio, confidato nella potenza del fratello, uno de’ piò favoriti Minillri di fua Altezza. Il medefiliao Capitano Frangipane rellò tanto difgullato, che rinunziò il Capitanato, e fi ritirò alla fua terra di Novi, feben la rinunzia alla Corte non fu accettata. Ma i Minillrà Ifeaeti, dopo il facco generale delle terre di LulTin, di Collane, c di Porpecchio, gih preparati al rifacimento de’ danni de’ fudditi, intefo l’ordine dato da fua’ Maefiò, e poi la rllbluzione di fua Altezza coll’attuale milfione deU’Echemberg, giudicarono bene fopralTedere, e afpeturo le provvilioni che folTero da lui fatte: e quando intefero ch’era raccolta quella preda per ordine fuo, tanto piò lì confermarono che convenifle veder feCto. Ma udita la fua partenza da Segna nel modo deferitto, irritati, maICme dall’ aver applicato a sò il bottino fatto io quelle terre, vennero in rifoluzione di rilarcire ì fudditi colle rapprefaglie, cosi per conlolazione loro, che, veduti i finillri andamenti, s’alìliggevano, difperati di poter vedere folievamento ; come ancora per gaitigo, e per metter freno a’ misfatti; e il Ca S itano del Golfo, pollato nella riviera di Valofca, e Lovrana, depreò quelle urre. Ritrovò tra le altre cofe alcuni maggazzini con molta quamitò di frumento, biada, e farina, che raccolta dal Contado di Pifino, era ivi polla in rilerva, per ellòre condotta a Segna; della quale riputaudo necelTario privarne quella terra, ricatto de' ladri, nè potendo afportarla, ordinò che felTe abbruciata; e palsò l’ incendio oltra quello che fu creduta, parte per la vicinanza degli edifizj, e parte per gli eccein de’lolJati, in modo che rellarono molte cale abbrociate; e fu maggiore il danno del fuoco, che delle robe tolte,* le quali elfendodillribuite a' danneggiati, non ballarono per rifarcirti iKlIa meth. Non rellò oifefo alcuno nella perfona, e leChiefc rellarano intatte per efpreflo comandamento del Capitano; e quantunque la principale li rìtrovalfe piena di frumento, quello rimale lalvo per rìverenaa del luogo. Un’altro accidente fuccelTe nella fortezza di ScrilTa, con altra nome chiamato Carlobago, eh' è uno dc'fcUi degli Ufcocchi dirin^petto, e tre miglia Iblamente lontana da Bagof Ctuata in luogo eminente della Morlaca, che domina tutta quell' Ifoia, la quale dagli Ufcocchi di quel prcfidio viene dannificata, non come gli altri luoghi, alle volte, c con intervallo, ma perpetuamente; avendo quelli della Fortnza comoditb, come da luogo* fuperiore, di veder dove li facciano le adunanze dì animali, andando appoftatamente a' luoghi, e fenza fallóe. Gli Ufcocchi che guardavano quella Fortezza, ben confapevoli deV^difperazione degl' iTblani, e quanto fitrrebbono Rati pronti ad attentaW|,ogm cola, per lìberarfi, penfando di ulare la miferia e femplicitò dt poveri uomini per mezzo di acquilbr premj da i loro Padroni, ouMuoaiono un trattata doppio. Negoziarono Con ogni for ta Digilized by Google Z54 STORIA u di apparai u di rcaltii, e promirero al Conte di Pago, che ad ua legno ravrcbbono introdotta nel Callello. Dall'altro canto mandarono a Segna ad avvilàre il trattato, donde fu immediate fpedito fegretamente Paolo Dianifi vich con 30. Ufcocchi. Al giorno deilinato il Conte, prefa una parte di una Compagnia di foldati, ch’era alla guardia ordinaria dell'Ifola, e buon numero d’ifolani, al fegno dato andò; ed elTendogii aperte le porte, lenza ufare le canzioni debite, e folite in fimili occorrenze, molto fcmplicemente entrò il primo, e fu feguito da tutu la gente con molta confufione: furono immediate colle archibulate alTaliti dagli Ufcocchi, che ulcirono dalle infidie, onde renarono morti il Conte, e il Capitano de' foldati, e alquanti de' primi; e degl' altri parte fuggirono, e altri circondati furono tagliati in pezzi, e reliarono morti quaranta foldati, e altrettanti uomini dellIlola, perduta la bandiera cosi degl’lfolani, come della compagnia de' faldati, le quali dagli Autori del doppio trattato furano portate prima a Gratz alla Corte Arciducale, e poi anche aH'Imperiale, per ricevere premio. Quello fecondo accidente fu fentito in Segna con piacere; nè è maraviglia, poiché fu operazione degli Ul.occhi; ma è ben maraviglia che fentUfera con gudo il fatto di Lovrana, quantunque folTero reftati privi della vettovaglia, (perando che per quello foffe loro concefla aperta liberà di Icorrerie dal loro Principe, 1 Miniftri di fua Altezza fecero gran lamento alla Corte CeOirea per tutti due quelli fuccelD, ehtgerando il primo per l'importanza del unno, e il fecondo pel rilpetto della Fonezza; e aggravando, che, per elTere terra della Corona di Ungheria, era flato tentato un’atta odile contra la Maelà Cefarea principalmente. Ma quanto al fatto di ScrilTa tre cofe dicevano i Veneziani.- Prima, per quello, che tocca gli Autori del doppio trattato, che le infidie tele a quei poveri innocenti furono effetto della perfida di quella gente, che tempre da nell' inventare modi di feminare dilcordie tra i Principi, per confervarfi nella licenza del far male : poi per quello che appartiene al Conte, e a gl'lfolani di Pago, che il loro hne di liberarli dalle molcdie degli Ufcocchi m qualunque modo fu buono, elfendo per necctfaria di^; ma il difetto di prudenza, in non faper dtfeernere un trattato finto, fu alfai pagato da loto colla vita. Ma per quanto tocca i Principi; che il tentativo, quando fofTe anche riulcito, non avrebbe avuto fine con ofiela della Maedi Celarea : e per fede di qtu-do, nartavano che nel I5pz, avendo gli Ulcocchi di Scnlfa fatti danni notabili in Pago, il General Veneto aflaitò la Fortezza, e la prefe; e pochi giorni dopo mandò a lignificare a’Commcflài; Celarci, che allora erano in Segna, non aver avuto altro fine, che di gailigare gli Ufcocchi con ogni rilpetto allaMaedli deU’Imperadore ; però mandafléro altri Soldati, che Ulcocchi, per guardarla, che l’avrebbe confegnata: il che quando non aveffero fatto, egli però non intendeva di tenerla, ma l'avrebbe fpianata, acciò i Turchi non fc ne impadroniffero,I CommelTarj mandarono nn Capitano Tedclco che con loro era, al quale fu coniegnaca immediate ; ficchè l’Imperadore non udì prima la piefa, che la confegnazione, e cosi fua Maellk, come 1 ' Arciduca Ernello, che allora governava per la minor eih di Ferdinanda, iniele le caute dd fuccelTo,nan riputarono che loffe coatta la buona intelligenza. Ma tm, cucilo che m yiieuQ» er* coavci^ito : e w u ui i»»** m fe cob impofllbile^' e «he le «ofe opecue ae',mfnifto Veneti so» Mfero i>er neceflitìi di fjcurexza, o per ^ullo riiarcu^to de duni dp fudditi, ccene predicaveng poifhe non era proceduto al,cim dannolgro dagli Ufcocchi, ma eia uea pigvof^iaM, e dUwne di oneUcw intacco della riputaaiooe di fua AIuim^ la |luaU> quando non joDe reintegrata colla relUtuzione, e con laftiare libero il naceva effer falvan, fe non colla guerra; non manundo chi loltenelle la parte de’ Veneziani, rifpondendo, non eflere biu^lp> di dilcono, ma d’infpezioae g dimollrare, fe Taccordaito fofc (lato adempiuto, vedeodofi tutti gli Ufcoecbi ritorngti in ^ nazioni, e incurlioni non pib per intervalli di Wpu, continua ferie di oSéfe; non i Qipi, ma alcuni miferi, S'“' lÙzìati per fola apparenza, eflere de’meno colpevoli ; che niente eia dato operato dai Miniftti Veneti, fe no" 8^*" prvocazione : u ìucccflo delle barche ptefe efler originato dalle prede, e da altre mgiuM precedentemente latte : quello di tovrana elfete dato una giuda corrifpendenza per li gravi danni di Lufm^ C Collane; eia dilazione ^r a(pettare, le TCctiemberg avefle provveduto, non dover pregiudic^.; ft il tempo ÙKcrpofto ildanno, e'J riiarcimento, che non amvòa tje meli, poteva date nome d’ illazione d’inporia a quello che tu ^ bcimento differito; mentre vi ea mgione d’afpettar® 1 *• • andava pubblicamente lettera del Vedovo m "S"*» fu-itm ad un'altro Prelato alla CorteCeiàrea, la quale attribuiva all Eehembere la caufa di ogn’ iuconvcnience,. • i. la Maedh Cebrea, eccitata dalle moltiplicate querimonie ^ ambe k P*^ti, oosi precedenti b mildone deU'Echemberg, come fmeguenti la partenza dì gnello, deMftnla di metter fine a cmi moleuo oMOaio comandà m fuo Gonfiglio c!« vi applicaffe 1' apirao con maggior ac^ratczza- e fu tifiJuto di tenere una confiiltazione, nella qi^ veniflè ancora l’Ambafcbdor Veneta, accib con difculjone di ambe If parti più beilmente foffe trovato lo fpediente. Furònoanclie rn^rnu in ConfinUo l’ Ambafciador Cattolico, e il Fiorentino, Minidti di Prìncipi cerumente colmi di bonth, e giudizb, c cosi «ingiunti cm SereiiiBimo Arciduca Ferdinando, che per fangue, e ^nith, umpoifeno effer più prollimi. Non è certo fc foffero inv.tar^ per «Viatori non parendo che nè delluna, nè dell’altra gualuh Vi toffe bilb to. In^lU Raunaiua, dopo tango dihaKimento di tag^, fio», fu conchiulbche, affermando una Wtte di condii, e negando 1’ altra, hifognava vederne U venb ; e perù cho l’impcradorc fpeditehbe immediate Comminino a Segna, P« •j?’’ cuziow aUe cofe concordate, quando nttovaffe ™ efeeuita msiù fi eSèttuerebbe in termine di un mef; Che la EepabWica pm irebbe manèbr Miniftti ivi, non per trattare, maperap^e >.f afficutarfi cha in acfiun conto fofte .mancato; nmeirouJo P*” mandar, u non ^uUlfcre, come' meglio le foITe parato ; e fn tanto da ambe le pari? fi fofpendcflero le oflefe. Fecero iftanea gli ArciducaU. che folfe dichiarato dovcrfi imendcrc lotto nome di fofpendeofTcfe, il celTare di tenere le terre rifirctte ; inretelTando qtiiden^ tn f-tmpenidqre con dire, non elTere dignità di Celare operare cola U'Rnubblica teneva la Ipada in mano minacciando, tóme fe per foni .'\^i^e. cnftringete foa Maefià ; e tanto maggior, mente, quanto elm ipcótnIiilMfva a far fatti colla milTione di CommilTario. Ma daU'ahta ^He era confiderato non potcrfi fperare che 'la Repubblica condifcendelTe ad allargar comodo a' ladri di faredam ni ma^iori, avendo tante volte veduto che mainon erano flati aperti i pam fenza quella confegnenza; e che larebbe difficile farla venir a fatto cosi importante, non dando in cambio altro che. parole: imperoccl)^ la miluone innanzi che il Commiflàrio aveffie eleguito con-, fiflcva in parole, e non i fatti; e che non teneva la Repubblica le arme in mano per minacciar Principe alcuno, non che fua Maeflh, fcmpre olTervata, come metiu tanu dignità ; ma folo per difendere lì flelTa, e i luoi fudditi.- che le continuate dimoflrazioni diperpetua olTervanza della Repubblica verfo quella Maeflà non lalcierebtono entrare Cmili conce tti ; e la virtù dell’ Imperadore renderebbe certo ognuno che farebbe molto folo dal fuo religiolo animo, e per puro zelo di giuflizia: anzi,pinttoflo che potelse el'ser alcritto a timore di quello ch'era per debito di religione, e di promelsa, potrebbe dar a molti maraviglia la dilazione neU’eleguirlo - I Celarci con^ chiufero che alla Repubblica fofsc rimelso il levare, o non levare le guardie ; e folo ballar loro che operalse in tal maniera, che il Commilsario potelse ftar in quelle terre con dignità di Sua Maeflà. Di quella riloluzione fu data parte all’ Arciduca con lettere Impe. riali; c lua Maeflà ordinù al luo Segretario refidente in Venezia, il quale accompagnò con fua fpezial lettera credenziale per quello particolare, d’ efporre, come anche, dopo aver prclentata Inietterà, efpofe,cbe Sua Maeflà aveva rifoluto di mandare Commilsario a Segna, per vedere, intender, e regolare tutto quel negozio, e fare quanto conviene alla buona vicinanza: che pregava Sua Serenità a dare que. gli ordini le parefsero concernenti pel .buon fuccefso, ed effetto, di quella fptdizione- A quello uffizio, degno della religione, e giuflizia di tanto Principe, iu corrifpofto con lignificare al Segreurio quanto fof.fe grata la comunicazione di mandare Commilsario a Segna; e con quanto maggior contento si avrebbono intefi gli effetti; aggiungendo, obblazionc di non tralalciarc cofa alcuna, per foddUlàre Sua Maeflà, e per far ogni dichiarazione co’ fatti dell’animo fempre diipoflo. a continuare in buona vicinanza: e con lettera di fpeziale creanza peri’ Ambafeiadore le fece dire lo fleflb- Fu gratiflìina a’Veneziani quella deliberazione dell' Imperadore, cosi per defiderio di veder il fine delle moleftie; come per efsere chiaro teftimonio che Sua Maeflà medcfima non feiuiva efsere flato mancato ad alcun debito di csnvenicnzaquaqdo non fu maudato alcuno a trattar col Conte Aluni, e coi CoUeghi a Fiume. Diedero immediate ordine al Generale di Dabnazia che fofse fatto ogni onore, edita ogni comodità a quello che per nome di Sua Maeflàandafse aSegna, einqualunquealtro luogo di quelle marine. Deliberò Su* Maeft^ mandare per CommiBario Giovanni Prainer, Governator di Giavarino, pcrfonaggio di gran qualità, reputato giu(lo, di valore, e con riroluzione; il quale lebben fi ritrovava allora in Ternavia per negoziazione importante (opra le cofe diTranfilvania, lo fece andar alla. Corte, e lo fpedi con iftruaione, dcU* if capo principale fu di vedere fe il trattato di V^nn* *t* eieguito; c fare quello che fofle neceflarip per total efie^uaione; con ordine che andaflc prima a Gratz, conferifle l’iftruzione coll’ Arciduca, e immediate paflàlTe a Segna per l’ cfecuzione ; tenendo per fermo che avelTe Sua Altezza lo lleflb fine, e defiderio di una buona provvifiione ; e folfe per coadiuvare ; aggiungendo alle iftruzioni imperiali le fue maggiori faciliti, e la lua fermezza. Andò il Prainer a Gratz, e dall’ Arciduca non gli fu ^rmeflò il palTare piò oltre; ma rifpedito indietro nel fine di Luglio con rifpolla in ifcritto alle cofe da Sua Maefti ordinate; la (oftanza della quale fu ; che non poteva aifentire al levate gli Ufcocchi, e fare le altre cofe ricercate dalla Repubblica, mentre quella (lava armata, per non dare fegno che lo facefie fer forza, e violentato; ma, levate le armi, (irebbe pronto a far il tutto: anzi che gii aveva incamminate le cofe ad ottima difpofizione, avendo ridotto quel prefidio, che richiedeva due cento mila fiorini per le paghe (corfe, fe doveva partire, a cento mila, con ifp«anM di ridurlo a molto meno : onde, levato lo fcrupolo di apparir violentato, metterebbe mano all' opera - Siccome il veder partire dalla. Corte Celar ea cjucl perfonaggio con tanta rifoluzione di Ccfare, del ConCglio. Imperiale, e fua propria, di metter fine all’ imprefa, fece tenere quello travggliofo negozio, per ridotto a buon yalTo; cosi la canfa, perchè fu rimandato indietro, diede gran maraviglia; poiché avendo confideratamente rifoluto la Maefti Celare*, Principe fupremo, e Padrone della regione, che la miffione d’ un CommiOàrio fuo non derogava alla fua dignità Imperiale, non pareva eOervi coperta di pretendere che derogane alla riputazione Arciducale. Non mancava chi artribuilfe il male a’Miniftri, che, non volendo il rimedio, nè per termine di buona vicinanza, nè di amicizia, nè di colcienza, nè in qualunque altro modo, non potendo addutrefcule apparenti, nonaveftèro rifpetto di dare nelle ftravaganti, purché in qualche modo impedilfero l’effetto. Il ritorno del Prainer non fu di gufto alla Corte Ccfarea, parendo che folfe con poca dignità di quella Maeftà, che una riloiuzione prefa da lei confideratamente, con aflìftenza, e approvazione ancora di Ambalciadori di altri Principi, e di uno 'cosi grande, come il Re Cattolico, c fignificata anche elprcltamente a Venezia, folfe attraverfata fenza ufar almeno qualohe colore di riverenza; e con chi ne parlava con loro non fapevano fcufarla, fe non con riftringere le fpalle, o divertire il ragionamento.- e ficcome a Venezia riufcl molefta, privando della fperanza conceputa, cosi certificò che, quando i Miniftri Arciducali rimettono qualche cola all‘ Impcradore, ‘lo fanno per futterfugio, ma tutto proviene da loro. In quello mentre gli Ufcocchi, che fono temerarj in ogni imprefa, e inconfiderati del fine che ne polla feguire, fecero molti Tom.'JJ Kk tenta x 58 storia tentativi; che, per la grande oppofizione, non poterono mandar ad effetto, le non in cofe leggiere, che non meritano di edere memorate particolarmente; ma ben occorlc quello che luole partorire la lunghezza de i negozj, quando ogni minima preparazione di arme fìa in edere; imperocché le lòfpezioni che nalcono, e la inquietudine defoldati, le minacce che alle volte imprudentemente cleono di bocca, aumentano le diffidenze ; e il lungo negoziare caula motivi di ofiefe,, e le nuove offde aUungano il negozio. Avvenne che Niccolò Frangipane, gih nominato per Capitano di Segna, e Signor di Novi, adunò in queffa lua terra, quindici miglia lontana da Segna, molte vettovaglie, e altre provvidoni; condulTe quivi le armi, e le munizioni, e tre pezzi di Artiglieria della Galea Veniera; e li fece mettere fopra le muraglie; e vi condufle numero maggiore di Uicocchì, che diede veemente lolpetto al Generale Veneto che avelfe in trattato qualche importante imprela; e fì accrebbe Ve fbfpezione, perché, dopo efler (iato rimandato il Prainer da Gratz, e pubblicato che fua Altezza non alTeniiva all' accomodamento, andò a Segna Groffredo Stodler, al quale davano titolo di Prendente, con numero di foldati, e aveva in compagnia il Frangipane. Quefh mandò a vedere la Fortezza di Scriffa; icorfe a Fiume, e a Buccari, trartenendofi in quelle regioni quindici giorni; ne ì quali furono molte andate, e ritorni di Ulcocchi da Segna, così verfo Scrifla, come anche a Novi, che milèro in gran timore glilolani di Veglia, {limando effì ciò cfTere fatto, o per qualche imprefa iopra di loro;o perfermarvi dentro per ordinario una cosi numeroLa guarnigione di Ufcocchijchefc^effata unacontimiadiftruzione deU'UoU. Ne fecero gran lamenti col Generale, pregandolo di liberarli da quel pericolo. A quello fi aggiunfe che 1* armata Veneziana, la quale (pedo tranntava di là, vedendoli quell' artiglieria dinanzi agli occhi, fi commofle talmente a fdegno, a vendetta, c a defidcrio di racquìflarla, che i Opitani, confìderata la facilità della ricuperazione, lo efqftarono all’ imprefa. Egli, per prevenire i mali desìi nolani, non fenza cauià temuti*, e per rilarcimento della pubblica dignità, le cui armi erano tenute come trofei degli Ulcocchi, venne in rifoluzione di alTaltar quella terra, e Imantellarla *, e diede gli ordini necelTarj, non loto per effettuare 1* imprela con ficurez21, ma ancora per farlo fenza danno degli abitanti Fu la terra, che é iìtuata lopra il mare, affaiita una mattina con pettardo, e Icalata così ordinatamente, che non morirono in quell* adalto di quei dentro le non venti che fecero olìinacamente refillcnza colle arme in mano ; rellarono intatte le Chicle, e 1’ onore delle donne *, fu ricuperata rartiglicria, e abbattuto il Torrione ; e le mura furono in divede parti aperte : ciò facto, il luogo fu abbandonato, e iafeiato in podelVà degli abitanti • La fama del lucceffo, come fpeffo avviene, paffò a Gratz amplificata, effendovi flato aggiunto, che foffe fiata ulata crudeltà contragli abitanti, conculcazione di reliquie, incendj, e diffruzione di Qiiele : rumore che predo Ivaì\\, cflinto dalla verità ; poiché fi videro reflatc le Chicle cogli ornamenti loro nell’ effer iftcflb ; c nella terra non vi fu veftigio di abbruciamento alcuno, Ma da quella Corte, immediate doporavvifo, fu fpedito un Corriera all'Imperadore, aggravando il fucceflb; e furono aggiunte alle querele, per qucDo accidente, altre ancora, per un'ordine dato antecedentemente dal Generale Veneto, col proibire il commerzio anche per terra; e una fama dagli Ufcocchi liudiofamente dilfeminata, che Segna dovelTe eOere aOaliu. Ulàrono ogni arte, affine di perfuadera che la demolizione di Novi folTe una rottura di aperta guerra. Alla Cone Cefarea non la tennero per tale ; piuttolio ebbero opinione che a Venezia, veduta la milTione del Frainer con ampie commillioni di rimediare, e come a mezzo viaggio era (lato rimandato indietro, fofle (lato giudicato necefsario fare qualche motivo, non per rompere, ma per eccitar al rimedio che (i andava procra(linando; non parendo che l'aver aperta la Fortezza, e 1' averla ab-, bandonata, mentre ft avrebbe potuto ritenere fenza timore che fofse ricuperau, folfe indizia di volere pafsare pid oltre.- anzi dicevano i Veneziani quello efsere chiaro indizio che lei mcC prima il Conte di Pago non ebbe penliero d' occupare Scrifsa, ma di levare folo a quella il poter offendere la fua Ifola. Ma lo Stodler, e il Frangipani, quelli, peldanno della fua terra, e ambedue forfè perchi folte prevenuto qualche loro difegno, fecero uffizi cos'i efficaci, che fu da Grata daa libera licenza agli Ufeocchi di far tutto quel male che potefsero; e a loro data facoltà di levare parte della milizia di Crovazia, per fare rifentimento : per lo che immediate in Segna rilarcirooo, e armarono tutte le b arche al numero di venticinque; unirono tutti gli Ufcocchi fparfi per I» altre terre della regione fecero diverte ù^e, ora in. molto, ora in poco numero.- non perb riulcl loro di poter metter in efietto dìfegno alcaao, perchi i Veneziani ancora erano beo preparaci, e avevano accrefeiute le lOTOforze; e quandonon potevano impedire gli incocchi daH'ufcire; ufeici. Li perlcguitavano fenza lafciarli fermar in luogo alcuno., Di tempo in tempo cha gli avvili degl' accidenti giunfero zGrat^ furono anche di Ut fpedite IlaRctte, per dar coniu all' Imperadore de'fucceffi, con interpretazione che fofscro oifele priucipalmence inferite a fua Maella; e che a lei coccalse mentirli colle armi; portando diverfe perfuafioni, per indurla alla guerra. Con tutto ciò a quella Corte non fi defilleva dal trattare negozio di accomodamento; • tutta la differenza era da qual capo cominciare; iltando i Celare!, conforme alla volonih dell'Àrciduca, che s' mcomincialse dall' apertura de'paffi; e i Veneziani dal levar gli Uliocchi dalle marine: quelli, comendando le opere fatte dall' Imperadore me la concordia, che farebbe (eguiu ; fe da altri non foire fiata impedita ; e la buona volontà di far il di piò che fi poiefse con lua dignità ; efortavano a corrifpondergli con quella dimoflrazione di onore ; confidando oeUa fua parola, acciò potelse proleguir innanzi, fenza far credete al Mondo che lo tacelie sforzato ; e dall' altra pane a' Veneziani pareva «(tc nefsuno fi potcfse dolete e di quello ch’era (lato fatto per difela, ei;blicarc il bando contra 41 Peuzzo co’medefimi termini da lui ulàti. Ma mentre era olirà il Itorrente della RoCanda, confine tra i territorj Arciducale di TricRe, e Veneto di Muglia, in dalle genti di quei luoghi avvertito «he in quelle marine erano certe faline del Pcuzzo fabbi icate, e che alla bocca della Rofanda erano fiate da chi fi fofie riedificate alcune, uhc già circa quarant’ anni di nuovo erette, furono in quel medeCnoi tempo tUfirutie come quelle che fpingevano il torentc lopra «onfiui del vicino con gravilfimo danno. Per quelle caule il Prov.veditort, non -parendogli avere iàttoalfai per reintegrazione dell’onorefuo cqiKra. if Petazzo ; e per levar le novità fitte a’ danni di quei «onfioi, deliberò di andare alla devafiazionc : e mentre chiamava in •jnio una Galea,, e congregava le barche che per l'opera erano necedàrie; difcele in quelle parti b geme che col Terlatz,e col Franco! veniva alla quale s’erano aggiunti altri ancora per viaggio, moffi dalb fperanza di rubbare : Andò il Frovvediiote con buon numeio di padani, per far l’opera, e co’foldaci, per guardarli, e difenderli. Il Petazzo s'aflaiieò per far loro impedimento,- ma non gli riufcl. Mentre però quelli fi trattenevano nelb difiruzione degli argini, b gente di ’Tcrfatz venne in loccorfo del Pcuzzo in numero di 3000. dalb -quale allaltato il Provveditore nel ritornarfi, eflèndo fopr^tto il numero tanto maggiore, non eOendo -con lui fe non 800. perfo' ne tra a piedi, e a cavallo, dopo aver combattuto, e fatto rcnUen. za a (juella milizia, gli convenne cedere alla forza maggiore, e ritirarfi in Muglia. Durò il conflitto due ore, nel quale intervenne la morte di 12». de’ tuoi con alcuni feriti, e dalla contraria con perdiu di alquanti mentre il combattimento durò dal qual lucceflb inanimiti gli Arciducali, eflendo loro anche fopraggiunto qualche numero maggiore di Cavalleria di Crovazia, fcorfero tutta l'illria ; mettendo ogni cofa a fèrro, e fuoco, e depredando, e fvaligiando tutto il paefe. Reitarono tutte abbruciate le Ville di Ofpo', Abrovizza, Bettovizza, e Lonchi; e in quella, ch’era aflai ben abitata, fpogliarono le Chiefe, guallarono le Immagini de’Santi, gettarono in terra il Santilfimo Sagramento, per afportare la pillide d’argento. Fecero l’illcfl'o ancora nella terra di Marceniglia, e ne’territor; di Barbane, e San Vicenzo ; Poche delle Ville non murate rellarono eienti dall’ incurfione di quella gente, c maflime dagli Ufcocchi, che ufarono ogn’ immanità contra le perfone, e ogni rapacità comra le cofe divine, e umane: il che loro fu ^cile, effondo la Provincia tutta aperta, ed efpolla alle fcorrerie. Per dodici giorni durarono gl’incendj, ne’ quali rellarono abbruciate, oltre alle terre nominate di fopra, Xafe, Grimalda, Rofarolo, Figarolo, Recatovi, Valmorola, Craficchia, Sacemo,Cerncza, e Barato, le Ville del territorio di Dignano, c molte di quello di Rovigno; e pareva quafi che tutto folle fatto affine di devaftare tutta la regione, acciò, combattuti poi i luoghi alquanto minuti, fblTe loro facile occuparli, e fortificali dentro. Tenurono a quello effetto l’oppugnazione del GaQello di Dra f uch, donde furono ributtati, e colli etti a ritirarfi, abbruciato il orgoj. Avvenne l’IlelTo alCaflello diColmo. Indi in maggior numero, con maggior ordine a bandiere fpiegate affaltarcno Ducallelli, come luogo- di confeguenza, dove diedero fcalata,e con tutte le forze tentarono l’oppugnazione; la quale durò quattro ore con. morte di molti degli aflaliiori, i quali in fine, coflretti a ritirarfi, polero fuoco in tutte le Ville del contorno per dove palfarano: Ma etTendo giunta milizia di Corfi, e AibaneG, fpediti immediate che capitò l’avvito delle prime devallazioni, furono coflretti gli Arciducali ad abbandonar l’imprefa difegnata di occupar l’I Uria; la quale i Veneziani, ai efa 1’ univerfale devaflazione del paefe tutto, e gli affalti de' luoghi forti, tennero per principio di guerra formale; e fi coiw fermarono poi per quello che legul pofeia immediate : imperocchi i Capi Aiiflriaci, perduta la Iperanza d’ impradronirfi d’ alcun luogo munito, lafciati in quella Provincia i Villani di PiCno, e ZiminofoDto Aianagij Callioti da Sogliaco, e alquanti Ufcocchi, e Tedefchi per dilcia delie cofe proprie, col rimanente della gente paflàrono le montagm del Carlo; epe! vallone di Vermigliano entrati nel territorio di .Monfalcone, che folo i nel Dominio della Repubblica oltre al Ulonzo, tra quel Fiume, e le radici del Carlo, e fvaligiace nuove Ville; e a fette di quelle dato il fuoco, colla llellà impieth verfo le chiefe, non perdonando alle donne, a’ fanciulli, e alle altre perfone innocenti; alTaltarono la Rocca per impadronirfene, e fermarfi quivi; fecero ogni sforzo per occuparla: il che veduto non effero STORIA riufcibile, e fopravvenuti foldati dì Palma per foccorfo, fi ritirarono nel Cario. Quelli motivi, non più di rubberie degli Ufcocchi, ma di eccelli militari dc'Capitani, e foldati Arciducali, collrinfcro i Minillri della RepubbUca, per ficurezza de i confini loro, fare camminar a Faima le milizie del paefe, c quei numero di altri foldati che fi potè raccogliere all' improvvifo quando ogni altra colà era afpettata, falvo che fentirc guerra in iftria, e molto meno in Friuli. Ma capitato l'awifo a Grata, eccitò maggior allegrezza della foUta in quella Corte; la quale qualunque volta ne’ tempi palTati ha udito avvifo che gl’ Ufcocchi avelTcro ufato qualche notabil infolenza, danno, o ingiuria, non fi è allenuta con parole, e con altri modi di moltrarne la giocondità interna, cosi pel benefizio che le veniva in parte ; come per l' invidia verfo il nome Veneto ; e pel defiderio di veder che fuccedeflero mali maggiori ; eccitando ì loro Principi a’medefimi aifetti, e a tutto quello che potelTe caufar rottura. Ma nella prefente occorrenza, parendo loro avere ottenuto colà da tanto tempo defiderata, l’allegrezza fu fomma, divifàndofi vana- ‘ mente vittorie, e aumento di Stato, e ricchezze immenfe. Rivolti però a’ configli della guerra, fu dato ordine alle genti del Contado di Gorizia, e della giurisdizione di Gradifca, che fi mettelTero in arme nelle cale proprie: Al Conce di Terfatz, e al Francol, che paflaifero ad alloggiar in quelle parti: Alle milizie paefane di Carintia, e di Stiria, che difeendefiero ne i luoghi medefimi. Conlìgliarono ancora di levar fei mila Aiduchi, che fono Villani Ungheri, con una paga fola, che non farebbe coflau -più di dicci milla fiorini; e pel Contado di Gorizia, e territorio di Aquilefa fpingerli in Friuli, nel paefe della Repubblica, e farli vivere in quello; penfando far anche cofa grata aH’Imperadore, al quale la partenza di Ungheria di quella geme fenza dtfciplina avrebbe fervito a levare gl’ impedimenti, per metter in efecuzione le cole convenute co’Turchi; e liberarlo da molti pericoli di fedizione; e a Sua Altezza farebbe flato di mollo utile, facendo la guerra fenza fpefa. Furono Icritte lettere all’ Imperadore con difcollarfi maggiormente dal modo del componimento trattato, e con avvifo eh era feguiio conflitto tra ambe le parti; nel quale ■ fuoi erano reflati fuperiori; amplificando molto il valore della fua milizia, e pregando S. M. di prendere la difefa di S. A. colle armi; mollnndo facilità di aver una preda, e intera vittoria. Ma a’Capitani, e Minillri della Repubblica ridotti in Palma, per prendere configlio fopra la difefa dc'fuoi confini, era data molta materia di conlultazione, e difficile, avuta la debita confiderazione fopra il tentativo delle genti Arciducali di foriificarfi in Monfalcone; e avvertiti del numero di milizia di Cariniia che già era giunto a Tolmino; che il Conte di Terfatz, alloggiato a Profeto colle fuq genti di Crovazia, e 'cogli Ulcocchi, fi ordinava per palfar innanzi; e intendendo che quei di Gorizia offerivano laro contribuzione con condizione che pafTaReco il Lifonzo; e che l’Arciduca aveva fpedite patenti per far joo. Cavalli in Audriay e ne i confini di quella Provincia fi congregavano di foldati a piedi i vagabondi', eponderato an- cora ancon il difegne di levare ì lei mila Aiduchi^ molto facile da efTertuare, e molto pericolofo, pofto in opera; e attefi i molti configli di guerra tenuti in Grata, e che il Conte di Sdrin s'era offerto di condurre Coliuhi, Cavalleria Unghera, lolita pure alle incurfìoni, c per queOo erano ordinate preparazioni di alloggiamenti nel Contado di Pifino; e che in Gorizia fi erano ridotti i Capitani Imperiali a configlio, correndo da più parti voci, che, quando foffero accrcfciuti du^nto Cavalli Valloni, ùtti dal Ferino in Vienna, e alcuni fanti raccolti a Gratz, che tutti erano in viaggio, larebbono palfati nel Friuli; e che eli abitami nel contado di Gorizia fi preparavano, per coadjjuvare; b videro in necelTith di prevenire tanti pericoli, e tanto certamente} imminenti perlocbè,coDchiudendodienereiniHato di necefìTaria difeia da una imminente, e certa incurfione, che, pereifereil Friuli paelc piano, c aperto, farebbe liau dannofìflVma; perù deliberarono di farfì innanzi ad occupare i podi Gtuati ne’confìni di quel Contado ac» ciò qualunque geme venifTe fode codrecta a femurfi in quello, e non potede far incurfìone nel Friuli; e il d\ xp. Dicembre fpinte le geiK ti raccolte a Palma, che fino alfora erano date tenute folo per foccorrere, e proibire le feorrerie dell' altra parte, furono occupati Medea, Sagra, Cervignan, Cormon&, Merian, Porpeto, ed altri luoghi aperti lenza violenza, nè ingiuria di perfona alcuna, mandati paciRcameme ad abitare in altri luoghi que foli che fii modravano mal contenti di quella mutazione; c furono quei luoghi trincerati, e vi fu pollo (dentro, prefidio fufiìciente per difenderli, e man^ tenerli. Alcuni giorni dopo eflendo partita quella poca guardia Arciducale ch'era in Maranuto, gli uomini della terra andarono fpontaneamcntei a darli ; e i^j^uìleja col terrkoiio. ^o fi diede, da lè ali’ubbìdìenza ien*^ za contraddizione di alcuno.. La Corte di Gratz, avuto avvifo che le miliziè della Repubblica la arano alloggiate nel Contado di Gorizia, prete di qui occafionc dà dichiarare la guerra elTer aperta; e di ciò darne conto^ a tutti i fudditi Aullhaci, e a* Principi di Germania amici, cosi Ecclefiallici, ce» me fecolari, con lettere contenenti in foRania, che avendo la Repub» blica. di Venezia inferìte diverfe ingiurie, a danni- alle terre, e lud» diti della Cafa d'AuHria fotto colore di rifarcirfi de danni dati dagl» Dlcoccht, quantunque gli efagerafiè oltre al dovere, fua Altezza, per levar ogni occafìone di difparere, aveva tempre ofata intera diligono za, per dar ogni IbdJisfazione, cosi galtiganck) i colpevoli, come meftendo buoni ordini, per impedire nuovi danni; ma che i Veneziana non crauo fiati di alcuna cola concenti.* anzi, proleguendo nelle offeie, uliMiainente avevano invaio il Contado- di Gorizia, e gliene ave» vano occupata pane lenza alcun fondamento di ragione; ma con dk fegno, e dcRderio di ulurpare Palmiì, com'era tuo ordinano cotlu» me, e icacciare la Caia d’Aufirja d'Italia; onde tua Altezza era ilata coltretu a pigliare Tarmi per confervazione del luo Stato e della riputazione propria.* Ricercava però da cialcuno alTillcnza, e ajuto, per onore della nazione, e favore della Giultizia. 1 Miniftrì prelcntatori delle lettere a^iunlero il loro uffizio, e{ponendo in panicoiare tutte le miffioni w Commifluj a Segna, e a Tom^ II LI Fuk 1 Fiume òz alquanti anni in qtia ; narrando fpezialmeote ì gaflighi, e gii ordini poAi da loro moUrando che da' Veneziani dovevano ciTer nimati baiUnti, perchè lenza quelli avrebbono gli Uifeocchi fatti danni maggiori, pretendendo di elTere provocati da loro.* maebequei Si J mori non fi erano contentati degli onelU rioicdj, infillendo in quel olo, che tutti gli Ulcocchi foflero levati da Segna; rimedio inumano, imponibile, e contrario al bene della Criftianith ; propplto non peraltro, a hne di trovar apparente preteso, per ect^iur una guerra contra la Cala d’Auflria; gii Stati, e le giurildizioni della. quale han no leinpre proccurato d’intaccare, com’ è manifedo per tante Citth» e Terre che tengono, levate a quella Sereniflìma Caia, Qhe Ugitti-, inamente le poiTedeva prima: e quantunque, per confervare la buona vicinanza, deno date dabilite da cento anni in qua diverfe capitolazioni in BrulTeUcs,in Vonnes, in Venezia, in Bologna, c in Trento, non fono mai date da’Veneziani olTervate ; e Xpezialmente, iebbene da ambe le parti fu promcITo che i fudditi dovdTero avere per terra, e per cotnmerzio libero, come le fodero di un’tdedo dominio, edi avevano aggravati i luddiii della C^la d'Àudria che negoziavano nel loro Stato con ogni iorta di novìth, con inufiuti da^ z): avevano impedito loro Tulo dei mare conira quel)’autoriilt che pretendeva iua Altezza di avere, che i iuddixi Audriacipoiedero navigare, contrattare, e corleggiare per TAdriacico con ogni li^rik, lenza che alcuno potede loro contraddire; e che i Veneziani non potedero adìcurare lopra i loro valceUi, nè in loro cau, Turchi, Giudei, e Mori dalle forze di fua Altezza, per li diritti, e ragioni che aveva in quel mare. £ in terra ancora, violando le convenzioni, avevaBo con falle pratiche, e aduzie ridotto lotto il loro dominio la For^ uzza di Marano*, e dnalmence edificata la Fortezza di Palma nel Territorio altrui centra le protedazioni del le|ittimo Signore dH Territorio t Fu anche mandato Gian Criftkao Smidlino Amhafctadore agli Sviz« zeri, per dar loro conto della guerra co* Veneziani aperta*, e richiedere a quella viaorola nazione il non permettere che alcuno fì conducede al lervizio della Repubblica : dal quale Ambalciadorc fu prefentaca in ileritto un'elpofizione, che per tutto fu pubblicata colle querele, e precenfioni di lopra narrate. E per pubblicar, e imprimere ì concetti delfi anche nelle menti de i )K>poU, fu dampata in lingua Tedefca una relazione contenente U mededme fcule de'Principi Audriaci, querele, e imputazioni nuo« ve, e vecchie contra la Repubblica, con difefa delle azioni degli Ulcocchi*, con particolare narrativa di divcrfi accidenti occorfi, accomodata però a’medenmi lenG con molta amplificazione. £ polcia ancora m lingua Spagnuola fu da pedona nominata con pubblica participazione di quel Governo mandata in luce una arttfìziola narrazione dclieiitcde cole, e ragioni co’medcdmi concetti del dominio del mare, della facoltà di corleggiarlo, della fabbrica di Palma, e in difela degli Ulcocchi. Ma i Minidri Veneziani, uditi grufiìz) eh’ erano fatti contra i lo ro Signori, elG ancora informarono i Principi prelTo a’ quali rifìdevano, e altri amei delia loro Repubblica, di quei lolo che alle co fc l DEQLI USCOCCHI z6^ fe allora profenti apparteneva*, giudicando che pienamente rcItafTe giuftificata la lua caula, quando folTe dimollrato ch'ella avefle prefe le armi per neceffaria ^fefà. Erpofero in foftanza che gli Ufcocchi hanno per un corfo di molte decine di anni diliurbato il commerzio, inquietata la navigazione, depredate le terre de’ vicini con cftrema inlolenza, e con ofTefa delle pcrione, fenza rifpetto diqualfivoglia qualità, fcnza rifguardoa’piibblici Rapprefentanti, e alle pubbliche lettere: Che oltra le ingiurie pubbliche, e i danni inferiti a’fudditi col palTareper li Territor) della Rpubblica a bottinare, hanno molTi i Turchi a rifarfi centra i Sudditi di quella, e le hanno eccitate diverfe difficolth alla Porta di Collantinopoli : die da’ Miniltri Aulliaci fono flati ricettati, confentendo loro dividere le cofe rubbate, e venderle, e donarle a' loro Fautori.- che non fi i veduto contra i colpevoli dimoflrazione alcuna, nè provvilione effettiva, per ovviare a nuove offele, quantunque piii volte l’uno, e l’altro rimedio fieno flati richiefli, e promeffi già dagflmperadari defunti, e ultimamente nel trattato di Vienna ; anzi tutte le miffioy de’ Commiffarj aver partorito contrario effetto, avendo coll’ efempio alGcurati i ladri, che mai i bottini non farebbono reflituiti, nè i depredatori gafligati,- anzi avendoli fpogliati, e refili piCi bifognofi, e avidi alle prede: ch’è colà indegna, contra ogni ragione divina, e umana, il foftentare gente cosà perverfa, e nimica della pace, e quiete: che da alquanti anni è flata fatta alla Repubblica una occulta guerra col mezzo di quei ladri nelle fue acque, Ifole, e marine del Quamer, e della Dalmazia; nelb quale, oltral’effere fiata difertau la regione, e diflurbati i commerzj, il Pubblico ha fpefo ogni anno non meno di quello che fi farebbe fitto in una manifefla guerra.- e che finalmente, veduu la rifoluzione deUa Repubblica a volerfene liberare, U guerra occulta fi è convertita in una iQoffa di arme manifefla con molte provocazioni, e oflilith inferite prima nell’Iflrb, e poi nel Friuli: per le quali, e per rifpetto delle molte prowiConi di arme ridotte in quei confini, i fuoi Capi di guerra fono flati coftretii, per ficurezza dello Stato, e per difefa dalle rubberie, e ìncurConi che loro erano minaccbte, e preparate, fpingerfi innanzi, e alloggiarfi in polli Ccuri pih prefló al Lifonzo. Non aver avuto la Repubblica in tutte le azioni fiie paflà^ te altra intenzione, fe non che le promeffe le faffero olfervatc; e k foffe finalmente corrlfpofto nell’ offervare una buona vicinanza co'fatti, e non con iole parole, per tanti anni efperimentate lenza effetti; e le cofe fue reltaffero alficurate: il che quando foffe efà fettuato in modo, che poteffe avere certezza di buona vicinanza, corrifponderebbe interamente, ritornando le cofe nello flato di prima con ogni fincerità. Fu anche divulgala una fcritimra in forma di manif» fio con fuccinta relazione delle frequenti rubberie', ingiurie, e crudeità degli Ufcocchi, e del conlcnlo., anzi della participazione de’ Mìnillrl Arciducali, e del mancamenia de’ Principi a porgere i debiti, e ptomeffi rimed); e gli artifizj co’ quali tòno fiate delufe, anzi derife le querimonie delU Repubblica e fu traitenuia dal provvedere all' indenti^ fua colb forza. Per quelli mezzi reflarone divulgati per r Europa iffi folo i motivi di guerra, ma lecaufe loro ancora colle ragioni, e prcmtCpai delle pani; onde cufeono fecondo ' b pror Ttm. Ù. LI a pria pcrfuiftoné, è inclinazione afpetrava Tcfito, c difcorreva dell^ èiuftìzia, ' >. A favore d’Auftrra, poiché gli Ufcocchi nòh potevano cITcr ftufati, le cólpe loro erano alleggerite con dire, che clTetido in padc ftcrilc, e fenza paghe, non potevano altrimenti vivere, che dclìotuni; non peri di quello poteva efler attribuito colpa a fua Altezza, che Icmpre gli ave^ va proibiti centra ’Criftuni; e che non poteva fare di piu, quando non tveflè voluto tentare di fcacciarli tutti colle mogli, c co’figUuoli, e vec-, chi ; che (arebbe (fato cola inumana: oltra che farebbe (lata impoifibile mandare ad eflèito, clTendo quella gente fiera, c indomita, c in pae(e di accélTo difficile: e quando bene folTc riufeito lo fcacciarli, farebbe (lato con difervigio della Crillianit^, alla quale era utile che fi conlcrvafTe queirantemurale contra gl’infedeli. Che a* Governato*, ri, o Capitani di Segna non potevano effer imputate a colpa le ufeite pcrmclTc loro nel mare, pferchè un capo della commilfione che fua Altezza dava ad ognun Capitano era formato con oueffe precife parole: Non pèrmetrfraì che JM fatto alcun pregiudezio alia ^iurtfdÌT^iohe nojha nelin naitigaifone ai quel tnare. E poiché altri non cranq che poteflero mantenere quella giurifdiziorie, fc non gli Ufcocchi, fi poteva dire elTere in facoltà del Capitano proibir Tulcita.* fe jpox ttfeendòv facevano dei (naie, la colpa era della rtiala confuctudi«e loro, non di chi fe ne valeva a bene : cosi avvenire in ogni luodóve i foldati dannificaho i popoli; nè però aferiverfi a colpa del Plihcipc, o del Capirano, collretti a valerfi dell* opera loro. Ma ^chè parevano tjuéfle giuflificazioni aver bifogno di c(Ter appoggia «d altre di maggior apparènza 1 acciò folTcro portate s’i, enepoteffero ^effer approvate, le accompagnavano per loftcniatnento colle prc\enfiohi vcctÀic delle convenzioni non fcrvate, de* (udditi aggravati contra i mpatti, della navigazione libera non concelfa, delle tette póflèdute dalla Re^bbUca^. ite erano d’Aultria, nominan do parte del Contado di *^Gorizia’,* C *Màftino, uliimamchte dopo le convenzioni (òttoihd!^, e Palma nel diltreito Auffriaco edificata ;còi\ Quelle fortificando le proprie nella caula degli Ufcocchi, e che (ola fi trattava, ' Ma per dìfefa de’ Veneziani difcorreva, che nel panicolate degli yicocchi ti poteva dire Iquanto ognuno voleva per iteufa dc’Govcrtetori, c di altri, che fìnalm ente rutto fi rilolveva con urta fola paòhe la caufa era di ladroni abbominevoli a Dio, e agl* nomi*%ii; ^He flon folo il proteggerli, ma anche il fopportarli, c il parlar % faVófe Cosi di loro, come di chi li fomentava, è tollerava, era \co(a it^egna ; e che la vcriA fi poteva tene palliare con àp|Ktrenza di parole -, ina in lóffanza fi vedeva ben chiaro la differenza elTcre, che unà parie dimandava di viver in pace, Taltra voleva foffentare ladroni a fpefe altrui. Che al rimediare alle (celleraggini loro coti levagli da quelle ma'rine non fi poteva dare titolo d’inumaflirti, eflèndo ufhanità grande verfb, ì miferi vicini, e i navigami, Kht da lóro 'erano (pogliati, uccifi, e coh ogni barbara fierezza trarrti. Che il levar lóro la comodici, e l’occifiohe di rubbarc eralervizio divino, c benefizio loro, cóftiii|gertdoti ad iftenerfi dall’ offende^ lua divina Maeffb: bendt^ «fipckhb de’ loro figliuoli, togliendo^ |()rq il comodo di allevarli nella itieddima {imfelinotie efccrandt; ^ levandogli dallo (lato di dannazione in cui fi Mantenevano effi, i 8, gli, e le mogli, e ogni altro abitante di quella regione. Che non fi poteva lenza ingiuria della verità dire che le donne, 0 glcuno dt loro foirero fenza colpa, poiché quelle hon fapevanti che cofa fbTe ago, o conocchia, ed ergqo incitamento a' mariti di fornire cafa col fangue alimi. Che gl’iftefli Religiofi nelle pubbiiche prediche efertavanq alle mbberie ; che del rubbatq le Chiel'e ricevevano la decima. Che in Segna, e iq rutta quella regione le pib onorate famiglie erano quelle che da pid difcoda eù traevamo Argine dg una continuata dircenden-; za d’impiccati, ovvero uccifi nell’eferciziq del ladroneccio. Che alti-' tolo d’ impoRìbilith era nuovamente inventato, e troppo' apparentemen-. te alieno dalle cole vedute; perchè, fe iólse impolfibile,' non farebbe flato tante volte promelTo. da due Tmperadori defunti ultimamen-, te .• perchè nella fcrittura del trattato di Vienna' non fi feusè Ina Altezza, della dilazione di rimoverli tutti per impqflìbiHth, nè tampoco per. difficoltà, ma diSè per non parere di farlo, coll retto. Chela pot fibilith, e fàcilith, t r utilità anche fu, mofhata dal Habatta; il che elTendo (lato da lui feoperto contra rintereffe di chi voleva mollrare impoffibilith, gli coflò la vita. Se il levarli di Ih folTe di danno al Crillianefimo, badava dire che, per cauta loro, veniva ogni giono minacciato da’Turchi di fare cofa che avrebbe meda in pericolo., non foto la Dalmazia, ma la Puglia, la Romagna, e tutta l'Italia. Che il confervare le pretenfioni del proprio Principato non era cbfa riprenfibile, quando non fofliiro volontarie, avelièro, qualche aj^taiea^ za di giudizia; ma il volerne acquidarè, e mantenere le inmagiim. rie a fpefe, e con danno del vicino amico, era cofa di chi reputava i propr; appetiti regola della ragione, e della Giudizia. Che del male fatto da^oldaci a'proprj, liidditi il Principe aveva da rendere conto a Dio folo; ma di quello ch’era dato a’iudditi del vicino, era in debito di renderne conto al danoificato; che poteva anche, feconlo il diritto delle gemi, rifare con rapprefaglie. Che l’attribuire a diicem di cacciare la Cala d’Audria d’Italia le azioni della Repùbblica, Smte per Uberarfi dalle inginrie, e moledie di quei ladri renduti incorrigibili, e intollerabili, era contrario a tutto quello che aveva vedalo il Mondo da'fucceflt di più centinaja d’anni, in qua; neflano de’ quali aveva modrato nella Repubblica avidità di dominare; ma bea rdbluto animo di mantenere quello che Dio le aveva donato. Non mancavano ancora di quelli che difendevano le azioni de’- Veneziani ne’ tempi palTati, fodentando che mai la Repi^lica non aveva mofla guerra ad alcun Principe Auftriaco, ma' folo. provocata prima, era data codretta a difenderli. Che farebbe molto difficile da mantenere. che il Contado di Gorizia, apperfcnentelalla Repùbblica per 1» motte dell’ ultimo di quella Cala, non fofre dato occupato lenza bu». na ragione. Che Marano particolarmente, foprail quale facevano, rame parole, era dato dal Re Francefeo Primo di Fnncia con ragione g>uda guerra occupato, e per più anni difelò. comra le forae di Culo Imperadcd^, e di Ferdinardo Re de'Romani unite, nnici anche i favori della Hh^nbUma. Ma quando l' elpugnazione parve impoffibile, e fucceflè pcrìedftelie cadeflc in mano di Principe, la cui vicinatnn in Digilized by Google DEGLI USCOCCHI gazione h reciproca, e debbono eflér trattati gli Aunriaci nello Stato di Venezia come i fudditi Veneti negli Stati Auftriaci; ma ben vedcrìì in quelli tempi in fatto, per non andare troppo lontano, che nel fola dillretto di Trieile fono aggravati i Negozianti Veneti pib de'fudditi AuHriaci incomparabilmente; poiché quelli per alcune merci 15. volte più, e per altre fino a ì 6. volte tanto come quelli pagano, cosi nell’ afportarle, come nell' introdurle nel paefe. Ma eh’ era ul'cir del cafo, e confelTare mancamento di ragione nella caufa degli Ufcocchi, il paflàr in altre materie; e tanto più, quanto in quelle non fi poteva dimandar efecuzionc di cofa decila, dove quella degli incocchi era ponchiula con accordato, e promilTioni. Ili quelle conirarietV di gSltri, e di dilcorfi a me non conviene il dare fentenza, né da qual parte abbiano origine i motivi di guera, ni quale d> effe fomenti caufa giulla; ovvero nelle antiche occorrenze fi fia portata con mancamento, ma bensì, come aggiunto, e lupplito alla Storia dell’ Arcivelcovo di Zara, affine di lomminiftrare materia, per ibrmaro (ano giudizio -fopra gl’ accidentu moderni, oiiginaii dagli Ufcocchi; cosi mi .vedrei invitato dall’oppartanith, anzi dalla neceOìtì dèi mio Atie coftreito a-telTerc una: bitve, e vera relazione delle guerre, e convenzioni, oflervanze, ed inolservanze delle capitolazioni per li tempi palsati occorfe tra quelli duePotentati; e in quella occafione rammemorarle, e rawiluppatle a colle prefenii, fe la Iperanza di vedere ben prello rinnovata la pace, c miona intelligenza tra i Principi, e la uanquilliih de'fudditi, non pii fàceite credere che làrebbe opera fuperflua, e importuna. ALLEGAZIONE, OVVERO, CONSIGLIO l'N IURE di Gl. Corndio Frangipane J. C. ftr la 'uiueria navale contro Federigo J. Im^adire, eJ Alto di Papa Alejfatidro III. PROPOSTA DA aRILLO MICHELE per Dominio i^Ia„Screniflìma Repub» blica di Venèzia fopra il fuo GOLFO, CONTEA ALCUNE SCRFITURE DE'NAPOUIANI. 1 TNtcnzion deirAutore di difender l’attcftazione che della StoX ria di Papa Alcflandro fa la Sedia Appoltolica nella Sala Regia, e la Repubblica in quella del maggior Coafiglio. 2 Autoritli che hanno gl’inferiori di buon zelo neirerror de’ Mag giori • 3 Dilcordia degli Storici circa la venuta di Papa Alcflandro a Ve nezia in che confìfla. 4 Modi Averli di provar una Storia I. ISCRIZIONE DE’ MARMI. 5 Stilografla deferive le Vittorie nelle colonne, e in altri marmi pubblici. Efempio di quelle di Augufto, di Irajano, ejdi Antonino, num.17. 4 Vittoria navale de Veneziani contra Federigodeferitta in un marino antico pubblico dove è intravenuta. Opere pubbliche fondano le Storie. 7 Colonne, c pietre pubbliche fanno fede certa di quel che è fcritro in elle. 8 Ifcrizioni pubbliche inducono il notorio, non eflendo contraddet te, num. 25. 5) Ifcrizioni pubbliche contraddette, num. i6. rp Pratica di contraddir alle memorie pubbliche pregiudiziali imparata da’Greci. ti llcrizioni nc’fepolcri non s’intendono pubbliche^ ma private nè fono affine di memoria pubblica y quando vi fono denuo 1 cadaveri. 12 Ifcrizioni deTepolai, fe non fanno prova certa, fono adminicolo di pruova*. (3 Maraviglia vana del Sabellico, perchè nel fepolcro del Doge Ziani non fia fatta menzione delia vittoria navale contra Federigo. Ragioni che ne’fepolcri de’ Principi, e Capitani non lì fuol far, menzione delle lor vittorie. Sepolcro del Doge Andrea Dandolo fenza narrazion delle fue imprefe. 14 Ulo de Dogi antichi, di non aver iferizione ne’lor fepolcri « 15 Sepolcro del Doge Andrea Contarini lènza menzion delle fue imprele, cos^ di fuo ordine. 16 Mctid.'icio di Giorgio Merula neU'Epitaflo del Doge Ziam a S. Giorgio maggiore. H. PITTURE. 17 Stilografla che fa fede pubblica delle vittorie è anche la pittixra. Vittorie degli Antichi ordinariamente defcriite in pittura. 18 Pittura è orazion che tace, ed è di maggior efficacia nel ri cordar, che la orazione. Tomo il. Mm 19 Pit 1 \ 2-74 ip Pitture pubbliche della Storia di Papa Aleflandro in Venezia, in Siena, in Germania, in Roma nclLatcrano, nella Sala Regia del Vaticano di quanu efficace fede fieno da per loro. (P^'Ilcrizione (otto la pittura del Vaticano. IO Congrcgazion de' Cardinali ifiiinita da Pio IV, per canonizzar la veriib di detta Storia avanti che fì dipingeflc nella Sala Regia da Giiileppe Salviati, at A’ Principi liberi fi dee creder, ne’ quali non cade mendacio, aa Dio non lalcia, che la Chiefa s'inganni per le male confeguenze, che luccedercbbono. a3 Repubblica di Venezia, che dica falfith affermano i Giureconfulti, che fia bellcmmia a peniate, non che a dire. Z4 Conluetudine di creder alle fcritture della Repubblica dove fi tratta anche del luo comodo, Autorità del Cardinal Tofco. 2 $ Pitture non contraddette dagl' intereffati inducono il notorio. a 5 Contraddizione di Federigo alle pitture fatte far da Innoc. II. nel Laterano. 27 Intelligenza del verfo d' Orazio fopra la licenza de' Pittori. 28 Effetto mirabile che operano le pitture a’ lifguardanti, autorità del Conc. Nic. II. ‘ III. C R O N I e H 2p Croniche fanno fede di quel che narrano quando è folito, che lor fi pretta fede. 30 Croniche che narrano la Storia di Papa AlelTandro conformi al le fuddette ttilografie. Cronica Delfina, e Sanuta. Cronica del Doge Dandolo allegata dal Cardinal Baronio. Cronica Alexandri/ fuo Sommario a S. Ciriaco^ in Ancona, ed a Parenzo, Cronica amica ritrovara nel Monatterio delle Vergini, num. 33. de' Ginonici di San Salvator, num. 75. Generale dell' ordine de’ Canonici Regolari, num. 32. 3 1 Epittola del Vefeovo Capitenfe fcritta al Doge Giovanni Delfino già anni 300. in circa, che fa '1 tranfunto di detta Storia da un libr 100 Libri fenza nome d’ Autore non ancora ricevuti fi chiamano apocrifi, e non fi debbono leggere. 101 Libro fenza titolo è come uno Strumento, lenza nome del Noe tajo, che lo ha fcritto, però non ha credito. tea Autor quando non vuol fodentar le cole, che dice nel libro lafciato fenza titolo, non può un altro fondarli sò detto libra per foficntarle efib. 103 Vangeli co’l nome d’ alcuni difcepoli, che furono prefenti agli atti di Grido rigettati come Apocrifi. 104 Libro di Romualdo prodotto dall’ Avyerfario ha molte, e gravi oppofizioni. 105 Stnanenti imperfetti non hanno nome di Strumenti, e non fi rilevano in pubblica forma. lei Volumi del Cardinal Baronio quando fodero imperfetti non fi potrebbono legger per le cofe, che dipoi tante volte muta, e rimuta. 107 Romualdo Autor allegato dall’ Avverfario facendo menaion d’ ecclide del Sole nel legno della Vergine, che accadede ai tempo della pace con Federigo prende grave errore, che lo dóno Ara poderior al Belluacenfc. log Regola legale per accordar gli Storici quando difeordano in un atto iterabile. Autorith, e precetto di Sant’Agodino fopra i Vangelj quando pajo. no dilcordi. lep Storie che parlano della venuta di Papa AleOTandro a Venezia incognito fcrivono, che ciò folfe avanti la vittoria fuccellà nel ii7d. Storici che fcrivono della venuta di Papa Aledandro trionfante, per quanto allega lo deflb Avvcrlario, dicono, che folfe nel 1177. L’ Avverfario per la regola legale aveva obbligo credendo a’ fuoi Storici di dire, che due fodero date le venute di Papa Aleffandro. Regola legale fopra gli atti iterabili in altre controverfie Pontificie gl. in cap. fi Petrus 8. q. i. 1. j. C. de fum. Trin. Card. Bellarm. 2-79 ^Ilarm. de Romano Pontifice lib. a. c. 6, verf. non (amen ral. dij. XIII. VERISIMILEI. fio. Argomento dal verilimile della venuta di Papa Aleflàndro a Venezia per rifugio. Ili Luoghi diverfi ricercati dal Papa per falvarfi. Ili Venezia fatta da Dio Cittì di rifugia per ialvezza dell’Italia ' contri ’l furor de' Barbari. 1 1 3 Venezia Paradifo di delizie dove i Papi ed altri Principi rifug' giti non hanno piii defìderato ni il Principato perduto, nè 4 Patria. 114 Auioritì de’Giureconfulti fonllieri. Autoritì del Petrarca, e d’altri. ilj Veneziani difendono Papa Gregorio II. e la venerazion delle facre Immagini contri Leon Imperador Iconomaco. 116 Cardinal Baronio in lode de’ Veneziani per la difefa del Papa, ' e delle Immagini, e per la lor religione. 117 Chiefa di San Marco carica di fante Immagini come trionfante contri rimperadore. 118 Certezza della Storia di Papa Gregario fa argomento verifmile di quella di Papa Aleffandro. VERISIMILE E SEGNO IL, lip Papa Onorio onora i Veneziani con titolo di Repnbblica CriftianilTima per difender la Religione, per la qual fempre crebbe. Trionfo della Chiefa per opera de’ Veneziani fopra Federigo la vigilia di San Jacopo a’ 24. Luglio 1177. Dall' ora in poi i Veneziani nel mefe di Luglio ebbero da Dio fingolari grazie. 111 Mele di Luglio per avanti infaulio a’ Romani, ed all’Italia per diverfi infortuni ^be occorrevano. Circuito d’armonia di Platone, che in certi tempi altera le Repubbliche come ne’ giorni decretar], ed anni climaterici i cotw pi umani. Ili Romani rotti due volte nel di XVII., di Luglio; nel XIX. due volte Roma abbruciata; oflervazione di Cornelio Tacito. 113 Due volte il Tempio di Getulalemme abbruciato nello ftelTo giorno di Luglio, che ora cade nel d’i di San Jacopo; ofler-, vazione de'facri Canoni, e di Giufeppe, 114 Chiefa di San Jacopo prima fondazion di Venezia per occafion di voto per cflinguer un’incendio. 113 Allegrezze, e felici avvenimenti alla Repubblica dal 11-7. in qui nel mefe di Luglio, nei quale indi ad anni 24. ella fece il primo acquifio di Coliantinopoli. (id Argomento della vendetta della morte di Crifio dal tempo mcdefimo, che intravenne f eccidio di Gerufalemme dopo anni quaranta, ed altri efempj. 117 Primo di Luglio celebrato da’ Veneziani per la fella di San Marziale, nel qual ebbero diverfe vittorie. 128 Fella della Maddalena per Tacquiflo fatto nel concluder la Capitolazione di pace co’ Genovefì ; della qual Angelo Aretino nel conf. 2Sp. I2p Fano d'arme del Taro adi 6. di Luglio, nei qual fi ccuninciÀ a ricuperar T Italia dalla man de'Francefi, e la preda che da efla gloriofi portavano via. 130 Prefa di Colfantinopoli la prima volta adì XVII. Luglio nel giorno di Santa Marina. 131 Feda di Santa Marina celebrata, nel qiul giorno la Repubblica acquidò due volte Padova, e diè principio ad acquidar il redo dello Stato occupatole dalla Lega di Gambrai. Parole della parte di celebrar detta fedivith. Prefa di Cadiglione, e Lodi dopo Tettava di Santa Marina, che cade nella vigilia di San Jacopo. 133 Capitolazion tra Collegati dove fi conferrnano gli Stati diTcrra ferma alla Repubblica fatta adi 2p. Luglio 1523. 234 La Serenidima Signoria vifita folennemente la Chiefa del Redentor la III. Domenica di Luglio, nella qual la Citt^ fu lù berata da una orribile, ed inaudita pede. Repubblica riceve vittorie, cd altre allegrezze da Dio nel mefé di Luglio in fegno di remunerazione d^l fetvizio predato a fanta Chiefa in detto mele. 1^6 Domenico Memmo, Procurator di S. Marcp, uno de’Capitani di galea che combattè nella giornata contra Federigo. 137 Filippo Memmo, Dottor, guidò Otton prefo nella giornata navale al Padre, che lo fè venir 3 Venezia ad umiliarfi la vigilia di San Jacopo, 138 Dio non ceda di dar premj a’difcendcnti difeendendo in edi S er ragion ereditaria la virrii, e meriti de’Maggiori. Sercnldimo M. Anronìo Mommo rapprcfcntantc,i fuoi Maggiori col merito, e colle virtù cfercitate ne’ fupremi carichi della Repubblica. 140 Creato Principe la vigilia di San Jacopo miracoloramente, nella quale per opera de’ fuoi maggiori Papa Aleffandro pofe il piè fui collo di Federigo. 141 Portato fuora il dì feguente dal luogo dove Papa AlefTandra fece il detto atto trionfante a Ipargcr oro e argento con /ingoiar applaufo di tutti gli ordini della Cittk. 142 Dio ha voluto dar fegno di raccordarfi del merito pel fervigio di Santa Chiefa. Efempio che di quanto ben fi opera fi crafmecta il merito an-^ che 3 i poderi ben lontani. // del Sommario^ PER LA storia DI PAPA ALESSANDRO IIL Pubblica nella Sala Regia a Roma, e nel maggior Configlio a Venezia, ALLEGAZIONE DI CL. CORNELIO FRANGIPANE J. C. Contrd h narraj^one contenuta nel Duodecimo Tomo degli Annali Ecclejiaftici. Deus aferiat labia mea ad veritateìi. Leu NI penfano fottrarre alla Sereni/Tima Rcpubblica di Venezia il fondamento delle Tue prerogative ) fé impugnano la veritk delia Storia di Papa Aleflandro III. venuto qui profu*. go dalla perfecuzion di Federigo I. Imperatore, rimeflTo in Sedia, dopp la vittoria navale centra quello ottenuta dal Doge Ziani. Nel che quanto s*ingannino ognun potrb veder, c coaolcer dalla noiira Allegazione del Mar Ubero fcritta centra il Valquio, e Ugon Grotto, Autore del libro intitolato : Mare liherum * e centra altri : tanto ancora s'ingannano, negando quella Storia, dove, in vece dì acutezza d’ingegno, cortezza, e ^arlitb ne mollrano • Alcuni con femplicc narrazione diverfa, altri con alTai poco penetrar di penna, ma a guila di Scorpione, la pungono; altri fcrivendo, non mano, ma calcio par che adoprino, cosV l^n calpedano. Aperto morte la impugna 1* Autor degli Annali Ecclefìadici, collantemente, intrepidamente tanto, che egli, come foldato gloriolb, avanti che combatta, Tuona la tromba, vantandoli di doverla far conofeer una impodura ; quafì, per ingannar il mondo, Te l’abbia fìnta; e dice di proporre una pietra Lidia da paragone, per conoicer la veritb dal mendacio. Ma fe fìa tale, o elitropia del mugnone, efamineremo nella prelente Allegazione. Non redo però di compianger PAutor in molte parti de’ Tuoi volumi, che, ùtrovatafi una teda come di acciajo a tanta fatica di Icrittura, Opera già grandemente defìderata ( come riferifee il Cario ) da’ Padri nel (acro Concilio di Trento; dovendofi impiega^v re in avvivar' le memorie di fanu Chiela, e de' Tuoi Fedeli, e Tomo IL Nn devoti, col raccontarle cofcfucccfle, come è oggetto de gli Scrit» tori delle Storie; fi è affaticato in alcune fcriver contra il co appiglia alla narrazione di due Autori uovati da nuovo, contemporanei ( com' egli dice ) del fucceflb ; 'uno i lenza nome, che [crive i fatti di Papa Aleflàndro ; l'altro i un Romnaldo Arcivefcovo di Salerno, che fcrive le Cconicke del Mondo; i quali Autori dice anche elfer Dati prefenti.- parò gli elàlta come tedimonj maggiori di ogni eccezione, che lor non G pofla dir in contrario; da’ quali cava che Federigo I. Impeindore l’anno precedente, che fu del tipd., vinto con gran (Irage da’Milanefi, non Papa Alelfandro, ma eUQ era che fuggiva ; e ili quel che mandò a dimandar pace al Papa in Anania; e che il Papa, aifcntendo, non profugo, .ma trionfante venifle a Venezia accompagnato da tredici galee dd Rè di Sicilia, che lo conduBcro pel mar Adriatico in lllria, e poi a San Niccolò del Udo, dove il Doge Ziani io andò a le-, ^ar, e io condulTe dentro a Venezia: indi che andalfe a Ferrara, e poi tornalTe, q che trattalTe coi Minillri Imperiali la pace ; vi venifle l’ Imperadore, e che la vigilia di San Jacopo andafle alla Chiefa di San Marco a baciar il piede al Papa; il quale il di feguente a richieda dell’ Imperadore cantalfe la Meda, e fermoneggiade in un pulpito ; e le parole che Latine diceva, acciò, r imperadore le intendede, un Prelato gli replicava in Tedefeo ; e vi narra di mofebe, e zanzare, e di altri liroili particolari accaduti, e la dimora, e la partita de’ detti Principi. Quedi due libri vuol che fieno una pietra Lidia da conofeer la verich dal mendacio delle cofe che narrano le Storie Veneziane. Ma quelle per principale, e in fodanza, dicono.- che Papa Alcdan-. dro fuggidc incognito per fua compiuta ficurth a Venezia che per lui, divotamente ricevuto, la Repubblica mandade AmMfeiadori all’ Imperadore per uffizio di Pace : che non folo non la conccdcde, ma che m andade un’ armata verfo Venezia, perchè gli fi dede nelle mani il Papa ■* che la Repubblica armalTc, c gli mandade il Poge Ziani contra : che combattede, che vincede, c che menade cattiva l’armata con Otton Figliuolo dell' Imperadore, che ne era Capitano, prigion a Venezia : e che egli, mandata con compagnia di Senatori al Padre, fodc mezzo di coochiuder la Pace : che 1’ Imperador venide a Venezia a geitarfi a’ piedi del Pontefice, il quale gli mettede il piede fui collo, dicendo le parole del Salmo Super afpidem &c. che l’impeiadore gli Tomo II, Nn z rifpon. f irppndefTe che ’l Papa gli replicafle, per la qual azione folTe iHituita la folennick di Spofar ogn’anno il Mare. Narrano anche la conccITtoD delie infegne che in cerimonia la Sereninima Signoria porta, e delle Indulgenze: ma il lodo che vorrebbono elpugnar è la vittoria ottenuta centra l’Imperadore; chelaltre circoHanze poco rilevano, fe non in quanto che Ibno adminicolo della prova principale. 4 £ perché a provar le vittorie li fbgliono allegar opere pubbliche de’marmi, o delle pitture, dove, lucccfle, dcfcriverfi fogliono, o Croniche, o Storie, o felle pubbliche, ofatna, che, correndo, e Tuonando, a guila di fiume, nella poHerith fi diffonde, e ne perpetua la fede, e la memoria loro; benché una di quelle at*. tellazioni ci ballerebbe, le addurremo tutte; così ben e fondata la verità di quello iucceiro; e mollreremo che gli Autori i quali pare che ferivano fin in contrario, ne prellano il confenfo, dato anche che fufTcro legali, e degni di tffer creduti. 5 La prima pruova fi chiamava iStilograha, che é, quando, fuccelfa la vittoria, fi delcrive in colonna, o altra pietra che fi mette in pubblico. Quello titolo predò a'Settanu Interpreti ha •1 quinto decimo Salmo, dove Teodoreto dice: Columna Vincen „ TiBUS quoque nigitur ceeUta Uttem nefcìentibus, viCiorism^ indi-,, ctmtibus • Come anche ordinò Augullo, che le fue imprefe fece fcriver in colonne di mecalb avanti il Tuo Sacrario. Se ne veg^ gono anche di altri Impcradori, e Re per tutto il mondo. La vittoria contra Federigo l'abbiamo dcfcriira in una pietra a Salbore affida alla Chiefa avanti la quale fucceffe la giornata: le lettere fono antiche ; e quando fu polla, 1 ’ Iflria era nel temporale fotto il Patriarca d' Aquile)a .* in ella i feguenti verfì leggono: Hbus, porut. 1, celebrate locum cìuem Tertius olim Factor alexander donis coelbstibus auxit. Hoc ETENIM PELAGO VENRTAE VICTORIA CLASSI DbSUPER ELUXIT, CECIDITQUB SVPBRBIA MACNf Indvpbratoris Federici, rbddita sanctab ECCLESIAB pax; TVMQVB FVIT IAM TEMPORA MILLE Septvaginta dabat centvii, sbptemqve supernvs Pacifbr advbniens ab origine carms amictab, Quella pietra, a ragion di Scoglio, l’Autor degli Annali ha fuggito di toccare, perchè certo, le ci avede ben penfato fopra, non farebbe andato ramo oltre a fcriver come h^ prclunto; perché quello folo ballerebbe per piena fede, c tcflimonio, quando anche altro non ci fode: al che tutti gli uomini ragionevoli, e legali fon tenuti a prcfiir compita fede, perché quelle fono vere pietre Lidie da far conofeer laverith dal mendacio, fenza le quali è ncceflaiia alcuna Storia ^ per atiellarci la verità, fecondo „ Ciuleppe ad Apirne, che dice. Eo quod ab initio non fuerat jìud'tum apud Gr^cos publicas de bis qua femper agunttsr proferre con-,, fcriptioneSy bec etenim praeiput (T erroremy poteflatem merendi ^y pojìsris vetus aliquod volentibus fcfiptitare cencefpt\ però dicono le „ Glofe, c ì Dottori.* Sì in aliquo Lapide, vel columna inveniatu „fcripn. Jqriptyra ejì éàbihenéa, in c. fané in vcrb. dijiich 24^ q, 2, et in c, cum cavjja de probat. et ibi omnes Scribenres» Speatl. de prober. •ùidendumy num. 12. taf. in l. fané, num. 26, ff. fi cert. petat. Aret, infi. de eHion, §. psneles^ num. 2. H/ppol^r. in l. prenatn, §, in rationibus. C. de felfisy Ù" de probar. num. 191. Hier. de Monte de finib. cap. 61. per totum. Mefeard. de pròbar. conci. 105. pofieaquam, nu. IO. Ù" conci. ^99. confineSy num. 5. et allegata per Cagnol. in I. 2. num. 6y. ff. de orig. jur. Ò*pcr Potjfdorum Ripam obfervar. 6%, Craver.de antiq. tempor.par, l. verf. oB/rva daruTy man. 13. traB. ro, vj. fol. 141. ) dove dicono U 8 ragion dcllcfficacia di tal prova. Talis fcriprura in Lapidibus^ aut ^y cofumnis publice apparet y (T inducit nororium: ob id impuratfdum yy viderur et de cujut jnajudicio agiruTy cùr non contradixerir y come . fece lo ReiTo Fedengo, il qual contraddìlTe alla memoria, e iferi 9 zione che fì trovava nel palazzo Laterancnlè ; tenendo egli, roa centra ragione, che foffe pregiudiziale alllmperio.* di che lì ragionerà più ^ ^Hb; e come è il cafo che narra il Coppola. ( de fervir. urb. prted. c. 70. nu. 9. ) Quella pratica forfè fh apio prefa da' Greci, come da quelli da^ quali fì hanno, imparate le altre leggi; (A a. ^ de orig. /ur. T. Uvius dee. \. lib. 3. Dio. Halicarnas. lib. io. } perciocché i Mantinei, avendo fatta giornata con i Tegeati preifo Laodicea convittoria incerta; ìTegeari, a che chi leggeva le ifcrìziont de'fepolcri pcrdefse la memoria.* di che ne artefta Cicerone: ( de feneBurv in princip. ) „ fepulcbra legens vereoTy quod ajunty ne perdam memoriam: onde di certa forta di memorie ne'lalfi vicn detto ap prdfo Digilized by Google ^86 ALLEGAZIONE preflb Tacito* prò fcpulcèrh fpcmuntur ( lìb. 4. ) Con tutto ciò non fono tanto prive di fede, che non diano adminicoio di pruova; come, per provar il buon fucceflb del fano di arme delTaro, dei qual fi parlerà infra al num. jip, il Guicciardini addace la infcrizione del fepolcro di Melchiqr Trivifano qui nella Chicfa de’Frati Minori: per i’acquillo di Ceneda facto dalla Repub" blica, oltra altre pruove, fi adduce i’epicafìo nella fcpoìcura de! Doge Tommafo Mocenigo t S.S. Giovanni e Paolo. ( Mafcard, (ie probat. con. conpnes aum.n. Guicciard. bijì. lib. z. Onde, fe non li cava fe non tal qual pruova delle cofe dalle ifcrizioni de’lepolcri, non doveva il Sabellico, contrario a sé llcf^ fo di quanto ha ferite* nella Storia Veneziana, nella univerfai che fcrive ( lib. 5. Eneadc p. ) maravigliarn che nel fepolcro del Doge Ziani non li facefle alcuna menzione dì tal vittoria; perché loimlTione in fimilì luoghi può venir da diverfe caule; o da umiltà, o da grandezza, che balli a dir il nome del perlonaggio che fì rinchiude, come quel che, dettoli nome, dice carera norunr Ù" Tagus, et Cnages, Scrive il Guicciardini che Gian Jacopo Triulzio, tanto celebre Capitano, non avelTe altro Icritto nel fuo fepolcro, le non, in quello eflb ripofTarfì chi innanzi non s’era mai ripofato. (lib. pag.^po.) Può ancora avvenir una tal ommilTione per non render ingrati i fepolcri a’vinti, ed efporli alla loro ingiuria, col commemorar le vittorie oi'« tenute: perlochè Ciro, Rè de'Per/l, nel fuo (epolcro, dove loit „ narrate le fue gtandezze, vi fe in 6n aggionger : Jra^uc ne miI, hi ob hoc monurnentum invideas rogo. A quello fin nel fepolero del Doge Andrea Dandolo, che è nella cappella del BattiHerk> di S. Marco, fu tralafciato l'Elogio fattogli dal Petrarca, che £ l^ge nella pillola 25. foritia al Bcnimendi, Canccllier grande, che ne lo aveva richiello dove commemorandoli le fue im' prefe di Candia, del Tirolo, dciridrìa, di Zara, della rotta data a'Gcnovclì a Sardegna, fu tralalciato, e poHovi quel che al prefente fi legge, dove non fì Hi menzione veruna di quelle im14 prefe. Oltreachò, è flato ufo de Dogi antichi ne’ lor fepolcri non metter nè ornamento Ducale, nè anche il nome proprio, come neirillefsa cappella fì vede quel del Dcge Soranzo. Il Doge Andrea Concarini fepolto a San Stefano nel claullro non vi aveva ornamento Ducale, nè veruna lettera; e pur fu quello che liberò la Patria daÌi’alTedÌQ con vittoria cost fìneolaro, e al tutto "^ifognofa centra i GenovefìaChioggia. Scritte da me le fuddetee cofe, mi è venuto a mano il Libro della Repubblica del Cardinal Contarini, il quale nel Libro primo in quello propofìto cosi fcrive: „ Mk gli Antichi nollri tutti di uno in uno confenti-,, rono dì aggrandire la Repubblica fenza aver rifpetto dell' utilità pri-,, vata, e deironore. Da quello cialcun può far conghiettura, che,, nclTuna, o molto poche memorie di Antichi fono a Venezia, di „ uomini per altro chiarilTimi in cafa, e fuori: dirò un’efempio fo„ lo, tra molli, di Andrea Contarini Doge, mio parente, Al lem-,, pQ della guerra Genovefe, importantilfìma, e pericolofìfìima di „ tutte, con incredibU fapienza, e (ingoiar grandezza di animo, „ lalvò. z 87,) falvò la Repubblica; e data loro un^ grandifllma rotta, fracafsò yy i nemici gii vitioriofi, tutti, o ammazzati, o fatti prigioni. Confervata la Patria, ordinò nel Tuo tcllamenio che alla IcpoU yy tura fua, la qual ancora al «fi d* oggi fi vede a San Stefano, yy non fi mctteffero alcune infegne, nè armi della famiglia noUra; yy ma che pur ivi non vedrai fcritto il nome di $j gran Doge. Il nome, e adornamento, che ora fi vede, è per opera di Jacopo Contarmi, Senator di riverente memoria ^ il qual, tutte le buone arti, e ogni virtù amando, ravvivarle fi affaticava : Egli fù il promotor, coadjmor, e mantenitor del Bardi, che le la raccolta della Storia di Papa Aleffandro, alla qual però TAvverfajdrio non fi ha fapuio acquetare. Qu'i non debbo ommettere lo sfacciato mendacio che contra le predette cale dice Giorgio Menila ( Uh, 6, Ccograpb, Jivc anriq. Vicheom. ) che nell’ Epitafio del Doge Ziani, dopo aver numerate le vittorie ottenute da altri, di queffo fatto di Papa Aleffandro. non dica altro, fe non : kinos conjunxir gladios : fc quello folle vero, forfè avrebbe qualche ragion effo., e il Sabellico di dubitare. Ma la Icrittura è molto diverfa; la qual, avanti che fi. perdeffe nella nuova falbrica della Chiefa di S. Gregorio Maggiore, il Sanfovino, tanto benemerito di quella Citt^, nel dar conto delle fuc preclare cole memorande, l’ha regifirata nel libro quinto della fua Venezia; non mi difpiacerb, qui fcrivendola, farla legger, per convincer di tanto mendacio l’Autore, qualunque i verfi fiano, f/ic Dhx egregiwr, fapicnSy dives cenerefeity Vivir cum CbnJÌOy Mundo. fua famrn_ nhefeity Sebafìianus vochatus in orbe ZianuSy Cum Papay PrincepSy CleruSy ^tebs Jbunc rccolebaty JnJìut^ purusy cajìusy mìfisy cutque placcbap. Confitto poilcns, bona planrans, et mala tollens, Robur amicorumy patria luxy fpei mìferorum Et flos cun^orumy Duk eteClus Venetorum ', Binos eon/unxìt gtadioSy O' more rcfulfty Etoquìum fenfus, bonitas. degnila cenfus, liti parebanty nulla •virtute cartbat. Dove le parole : mundo fua fama nitefeh, cum Papa Prineeps Jbunc rccokbat \ bona planrans y et mala tollens, robur amteorum, fpes miferàrumy binos conjunxit gladios y non venendo a nomi particolari, per li rifpetti gi^ detti, ma applicate al fatto tanto notorio, come era allora, ed è al preleme, pur troppo ballano : maflime che fotte di Ini non vi è da raccontar altre vittorie, nè fatti notabili, come afferifee i! Merula.. II. Seconda fiilografia è la pittura roeffa ne’ luoghi pubblici, dove 17 fi deferivono le vittorie ottenute ; come quelle marittime di Agrippa, che le fè dipinger nel portico di Nettuno ; quella di Gracco nel tempio della Concordia .• ne’ pubblici, trionfi ancora fi poruvano .• di quella di Meffala, di L. Scipion, di Ollilio Mancino Ch menzion Plinio ( lib. 30. cap. 4. ) : quelle di Tramano, e di Antonino, lono defericte nelle loro colonne a Roina, ma con figure di mezzo rilievo in marmo, che ancora fi V veggo x vedono : quefla fk fede, come le lettere feoipire neTaHì, non efl^do altro la pittura, che orazion che tace, c Torazion pittura che parla* onde i Greci, non facendo differenza da Pittura a Scrittura, come confìdera il Cardinal Paleotto, ambe le chiamano yp^m : anzi per memoria ^ piu efficace la Pittura, che la narrazione in iferitto, come fi vede nell' uio della memoria sSartifiziale, che per via d’immagini lì fupplilce alla naturale .fopra che dice Qiiintilliano : ( Uh. ii. cap, 3. ) pidura taccns,, aÙus y Ù" babhui femper cofdem Jic ìntemos penarat affehius, uf „ ipjam vim dicendi nonnunquam fuperare videatur : „ dove i Padri nel Concilio Niceno fecondo differo : „ major tft intano, quam „ orario ; atque hoc providentia Dei conttgu propter idiotas bomiftes, perche fervono per lettere degli ignoranti. ( j^dion. 5. Concilior, rom, 3. foi, 501. c. ptriatum de confecr. dijì. 3. D. Tbom. %. a. q. P4. arr. 1. primum. CapcHa Tbolofan. q. 303. Ct* allegata per Cardinalem Paleottum de Jacris imaginihusy et profan. lHt*l. cap.^» Frane. Curt. de feud. par, j. in princ. num. i6. (T per Cepollpm de fero. urh. prsd, c. in f. ( 5 * per Dod. in c, l. in prin. ae pace Ijtenend. ) Dove l’Alvarotto, volendo addur teffimon; della verith di detta Storia, dopo aver allegate fopra ciò le croniche, e gli annali de' Pontefici, allega le pitture che la deferivono in Venezia, e in Siena.* „ Ut de prxdidis pa/ee in aula folemni Civitatit,, Venetiarunìy uhi bac bifiorta mirabÙiter pida ejl. Fraterea dieta,, bijioria fatU diffufa in aula Civitatis Senarum, ex eo quoà àidut „ Papa jilexander fuit nationc Senenfis. Così anche altri, come teffimonio degno di fede, allegano dette pitture; Ermano Schedel nella cronica ffampata in Norimberga, Giovanni Stella nelle vite de'Pontebci fotto AlefTandro; Erancefeo Modello nel libro z. della fua Venezia di Pietro McfTia nella vita di Federigo ; Remigio Pofliilator di Giovanni Villani, per fuppiir quel che ivi manca { Uh. 5. c. 3. ): ma Francefeo Sanfovino nella Ina Venezia vi aggiunge quelle di Roma coq le fue inlcrizioni : dice eh; ve ne era una nel Palazzo Laterancnfe con alcuni verfi ; gli ultimi de’qnali dicevano: Naw pRorucus Latet in VenetJs tandem manifejlus Regi Romano pacifeatus abit. La ifcrizione fotto la pittura del Vaticano nella Sala Regia così dice: „ Alexander Papa III. Federici I. Imp. iram, bt,, IMPBTUM FUGIENS, ABDIDIT SE VeNETIAS J COGNITOM, BT A,, SENATO I’ERHONORIFICE SUSCEPTUM, OtHONE ImP. Fìtto NA-,, VALI PROBLIO A VeNBTIS VICTO, CAPTOti. FeOERICUS PACB „ FACTA SUPPLEX ADORAT, FlDfeM,ET 0BE9IENTIAM POLLICITUS. 5, ITA Pontifici sua dignitas Venet* Reip. beneficio re„ STITUTA. MCLXXVII. ■2.0 B perchè non fi creda che ciò Ila flato capriccio del Pittore, come vuol inferir T Autor degli Annali, è da laper, prima che detta Storia foffe dipinta, c col predetto Elogio fottofcritia, fu da Pio IV. ordinata una congregazione di Cardinali, tr^ i quali entrava 1 ' Illuflriflìmo Cardinal Sirletio di veneranda xnemotia .di che me ne diede conto Marc’ Antonio Gadaldino, luo fapula m, c Digitized by Google DEL FRANGIPANE. z8p re, e gentil* uomo letteratiflimo : quefli fecero dìIigentUTimo proceffo degli Scrittori, e delle fcritture, come de’tcHimonj degni di fede, in guifa che fi dovefle far una canonizzacione, e in quella maniera che Dio non lafci fallar la Chiela nelle liie.aP ferzioni : pervenuto il Pontefice in fondatiilima cognizione di verità, ordinò la pittura a Giufeppe Salviati, Maeflro celebre, e ringoiare, che da Venezia fb chiamato, e di tal lavoro mi dilTe aver avuto mille ducati, che non fi fpendono cosi in meri caprieej de’ pittori* £ .perchè la pittura cosi ordinata dee far pniova, e piena fede; Aleffandro VI. fè dipingere in una loggia dì Cafiel Santo Angiolo rofTequio, e la riverenza di Carlo VIU. fervente alla fua Meflà Pontificale, acciò tal cerimonia fi confervafle nella memoria de'pofleri. ( Guicciard. lib. i. car. 35» ) 21 Quelli fono lenimenti pubblici rogati db Principi iit^ri, e che non co(^ofcono fuperiore; che la lor gloria, e grandezza è la liberti/ ne’ quali quando cadeffe mendacio, imbrattar il lo ro fplendore; perchè è qualitb quidditativa di chi è libero non dir, fe non verità; come è qualità fervile dir il mendacio. 12 Però dicono t facri Canoni che Pio non lafci mentir la Chiefa Romana, (e.srcHm, gi. m Z4. 1.) alla qual anche fi convien quel che fi dice delle perfone pefate, e. gravi; Nm éiirJ il fsljo effetti il fntdtntt. Qui corre la fleffà ragione che cade, fe occorrefTe feoprir un mendace nelle làcre Icttercj delle quali dice Sant’ Agollino {inEpifl, MdHi lamente, non fuggitivo, non è da tralalciarc il tdlimonio di Pietro dalle Vigne, il quale 6or'i in que’ tempi,, nè maneggi, c negozi dell’Impcradore con Sanca Chidà ; nel principio delle Tue piitolc, dove intieramente è regiArato il c. ad apojìoiico de te jud. in 4. dice!,, fece ( Federico ) uri altro Papa ^ e pìife altri „ Vejcovi nelle Chieje dell Imperio^ ma alla fine andh a ({inedia y ove,, il diritto Papa era FuciTO, e li fece fuo comandamento : “ la qual autorità (i può -aggiunger a quello che di quello dice di aver villo il Bardi; cioè, nella vita deU’Imperador che fcrive, fa menzion della prefa di Ottone. Con quella AclTa regola rela^'tum cenfttur in referente fi poObno legger i Commentatori di Dante, luoi fcolari, che furono gih trecento anni, nel commento del I^ndino al canto i8. del purgatorio, i quali egli afferma aver veduti, c ad unguem ferivo la detta Storia come i Venc. ziani la narrano e dipingono ; parte de' quali regìAra il Bardi con molto numero di altri Storici che in conformità fcrivono ; ^ al quale aggiungerò i feguenti da lui tralalciati colle confidera2Ìoni fopra alcuni che egli fimplicemente nomina : quanto agli ^paltri, che egli allega, intendo, per corroborazione della verità, che qui lì abbiano per rcpetiti. Benvenuto de’ Rambaldi, Autor di trecento anni, nel iuo AuguAal, che irà le opere latine del Petrarca fi legge lotto Federigo, Icgue detta Storia / e in fine dice: „ Alexandram Papam perfecutuSy apud Veneros vitlusy “ (?*r. 40 che è (guanto piò difiiiiamente fcrive il beato Antonino nella ivia 'Storia; ( p. 2. tit, 17. c. i. io. in fi, fot, 214. ) „ Cum Friyy deritut Imper, veniret ad Urbemy Alexander y timens ejus potentiamy „ Fernet ias refugity ut manut e/us evaderet : fuper quo indignatus Jm~ „ perator y armavit cantra Venetot claffem, cui prafeùt Otbenem fi»,, iium fuum ; 0 “ ad repofeendum AlexandrurH Pontifkem mijit. Fe~ rum Otbo fUius Imper. primo concurfu navali prodio fuper atw J yy Clajfc Fenetorum, qui juvabant partem E(cUf$te .SanSìx, Ù" Aleyy xanàri, captus, duéius ejì Fenetias. Anno autem fcqueuti, procurante Otbone filio Imp. qui captus erat, ablata e(l dijjeafto inter yy Papam, Imperatorem ; et faHa afì pax, indeque magnus ■ bonor,, et gloria fecuta funt Fenetos, quibus ad ptrpatuam tei memoriam „ Pomifex Jummus quadam injignia perpetuò ferendo donavd, Miror „ autem quhd nec Fincentìus in fpeculo bijìorialiy nec Joannes de Co. yy li faciane mentionem. “ Dove è da notar che fcrive la fuga di Papa Alclìàndro a Venezia; la vittoria avuta contra l'imperadore; e la prefa di Ottone fuo figliuolo. Si attenda ancora che la battaglia fu un’anno avanti la pace fatta ; e che in quello luogo non vi metta il calcar del piede del Papa fui collo dell’ Impcradorc; il che riferilcc poi in altra fcritiura, come diremo ai luo luogo, ai num. 55. Oltra ciò, la maraviglia che fa, che Vincenzo, nè Giovanni di Coli, non abbiano tocca queAa Storia. Confidcrafi poi la gravità dello Storico, che è Teologo, e verfati 01 ino in tutte le Storie, avendole fcrìtte dal principio del Mondo fino a i fuói tempi. 41 Nello fiefib tempo Laonico Calcondila, Areniefe, nella fiia Storia Greca al lib. 4. fcrive dello fiefiò fatto, come i Veneziani hanno meno in Sedia Papa Alefiandro dopo la vittoria ottenuta centra Federigo, il quale chiama Re barbaro, infinuando il fuo cognome di BarbaroUa. 42 £ perchè gli Scrittori delle Storie dicono : lUud veritash „ bijìoria Jifftum eertum effe y fi de iifdem tebus wmes confentiant : „ ( Jofepk. cMtTM Apptenem lib. j. ) emnes fcilicer y ^ued a pluribus yy dignieribus ( gl. in eap, de quibus. difiin. 20. r. in eanonicis. ^ fui dem de conjecr. difi. 1. Barbai, cmjtl. 12. illum num. 21. W. 4.) Reciterò alcuni, olirà i predetti, che feguono la detta Storia forelheri, e alfai interefiati per l'altra parte, che, non elTendo vera, dovrebbono piò lofio contraddire; e fono di tal graviti, che il Mondo lor crMer fuole ; anzi alcuni dì efll come tali fovente fono allegati dall’ Avveriario. Raffaello Volaterrano in due luoghi ne fcrive, ( Urbanor. •commentar, lib, ^ et 27, ) il quale è da attender, come quel che aveva alle mani, e verlava i libri della libreria Vaticana, come egli attefia nel lib. 3. nè fi è ptinto moflb dagli firaccioni de* libri, come ha fatto rAvverfario, fe pur vi eianoi al luo tempo : ha dedicata l’opera a Papa Giulio li. in faccia del quale, e di tutto il Mondo nell’ arringo di Roma fcrive detta Storia eOer fuccefia come la narrano i nofiri 43 Scrittori : così fono lo fieffo Giulio II. ha fatto Giovanni Stella nelle vite di 230. Pontefici che fcrive. ]acopo Spigellio, Tedefeo, parlando di Ottone dice : „ fttem cateri Scripteres y et e»*,, temi y ò" nofiri, ■ vi&um navali praiio a Venetis ajunt in caafit „ fuijfe fuibd fiater ex diutina difeordia in Alexandri Papa gratiam „ redierit. ^ ( >« Scbolm ad Gumermm lib. 1. de gefiU Fnderici ) Ertemano Schedel) Tedefeo, nel fuo volume De biflortis atatum mtmdi fol,t%i. Rampato in Norimberga, fcrive parimente la prefa di Ottone, e la pace feguita per opera de’ Veneziani. Alberto Cranzio, Autor diligemiffimo delle cole idi Germania, che Icrive, fpefib allegato dall’ Avverfario, fegue la detta Storia, e dice ( Metrop, Saxon. lib, 6. cap, 37. „ Annui erat feptuagefimus fe„ ptimnSy Ò" Eufebii contìnuator tradir, oSavus, ut AH nonni pofl „ mille eentumy cum- Imperaror y capto Otbone fiUo, quem rlajfi prg*. yy fecity Veneta classe intercefto, Vbnbtias, ubi erat fummus yy Pontifex Alexander y ebeoucto, de pace, Ò" reeonciliatione tffira*,, citer cogitavit. Il Contìnuator di Eufebio dice lo fieffo tutto di diretto contra quanto vuol affermar rAvverlario; come Martin Cromero nella Storia di Pollonia, ( lib, ii, p, 2. ) e gli al44legati dal Genebrardo nella Cronolt^ia. ( lib» 4. foL dii. ) Vi fi aggiungono altri forefiieri, Giovacchimo Becichemo, Scodrenfe, nel fuo panegirico; Gregorio Oldovino, Cremonefe, nella fua Venezia al lib. 3. Orlando Malavolta nella Storia di Siena p. i, lib. 3. car. 34. tien quefia narrazione per maggior verirh. Modernamente Giofeppe Bonfiglio, Cofianzo, Cavalier Meffinefe, nella Storia Siciliana p. i. lib. d. e p. 3. lib. 2. e per ultimo i Padri Digiti. by Googlc DEL FRANGIPANE. Padri Gefniti, nel cui feno ora unico refugio hanno tutte le fcienze, dottrine, e buone arti ( minalecito, quando allego uno di cflt che Icriva, allegarlo così in plurale; poiché i loro Icritti non cleono, le non purgati, ed approvati dagli altri) dicono per cola chiara, lenza veruna dubbierà, parlaiido de* Veneziani : „ licere Fi-,, itum F edntci Aembarbi Otbonem^ captumque ohulere AUx. Ul.Pon„ tifici^ ijui Vertetias Profug&rat. “ Marrmus del Rio diftfuijitio. Ultimo, lalciando altri moderni, non lafeierò di allegar anche i noltri Giureconfulti, i quali léguono la detta Storia, effendo Autori di profcHione, dove fi tratta di roba, e di vita, che gli uomini pih cauti, ed accurati; e Mrò degni di efler leguiti in quel che Icguono. Pietro Ancarano, IX}Cror antico, nelle lue letture canoniche {in c.i, nu.io. de conjìit.) facendo mcnzion di Papa AlelTandro, dice tanto, quanto balla per confcrmazion della Storia : „ prò quo Vr.NBTi arma fumpfere,, contro Imperatorem Federirum y Ò" ohinuerunt in beilo. ^ M. Antonio Pellegrini de ;wre fijci nel tib.Z. ai titolo de mari num. i8. fìt la iìefla narrazione. Camillo Borello nel volume fuo de RegisCa tboltci praftentiay al cap. ^6. num. a^4. allega, e iiegue Angelo Mattiaccio de vta jurisy nel lib. i. cap. ^6. e gli allegati dal Dottor Marta, i quali fìegue parimente (ri» Jlar.de /urifdiBione p.t. cap. i8. num. 21. ) : i Dottori Francefi parimente la feguono : Stefano Forcatulo J. C. { deCalUr.Jmper, fib. pag.q.ij.) yy Planb ^ Duch {Venetiarwn) ematus didici non parum aMÌàilfe Alexandrum „ III. Pontificem renmutrantem fcilicee Venetos y quiy SebapianoZia» „ noy Federkum AemAarbum Imp. navali pralio profiigarunt. Guglielmo Sodino nel luogo contra il quale fcriveremo infra al num. 67- fegue la detta Storia, come egli dice : „ qua omnibus,, omnium feri biftoricorum fctiptis eonsinetur : e da alcune paro le ivi molila di non creder sì facilmente certe cole ; e pur crede queOa. Crifioforo Sturcio, Dottor di legge, Tcdcico, nel luo libro de Imperio Gtrmanorum cap. 4p. num. 17. inerendo alla detta Storia, conferma la rotta dell' armata* di Federigo da' Veneziani; e giuda la dottrina legale di accordar la dilcordia de* tedimonj in quel che dicono alcuni, che non Ottone, ma Arrigo, phmogeniio di Federico, folle Capitano ; alTcrendo altri che Ottone non avelTc et^ abile a quel carico, egli Icnve che vi 45folTcio due hgliudi. Ma io non mi contento di quello accordo, perché non c é bilogno ; che punto non olla Tardilo argomento del Sigonio centra la detta Storia, il qual ha tralatuaca di narrare .* die* egli che Arrigo dei 117^. aveva anni undici ; onde Otton terzo fratello allora non poteva aver ec^ abile a trattar negoz;, pruova che Arrigo m quell* anno avvflc anni undici, perché di lopra ha riferito che ave/Tc anni cinque, quando fh fatto Ré di Germania, che fb del 1170. le lue parole così dicono .* ( de Oicident. Imper. lib.ì^ fub anno iiyó. fol. ^43.) „ Hcnricus fuit Rex Germania y ut fupra diximus y qui cum annis zi. „ ejfet natusy fatili quam atatem agere Federicus, Ù" Otbo pofì eum,, nati pofuerint, ìdefì, quam minhnè rebus agendis idoneam, „ vidersnt li, qui Otbonem ante bac tempora pralio navali eum Tom IL Pp,, Fade ipS ALLEGAZIONE „ Faderatìs nnflixijfe fmpfcrmt, con quii pruova poi di fopn abbia detto che Arrigo avelTe cinque anni quando fu latto Re, Dio ve lo dica; perchè egli non dice altro, che cosi. „ Henricum fi„ /ivi» Minmim gu'mquc punm Refem Ccrrnmit legi, tvmdem^uc „ per PhUippum CoUmieaJem jtrehiepifcepim Aqws currnit, “ Quello e quanto il libro del Battefmo adduce, per provar la fua etìiy con che intende aver a fcriver contri quella Storia contri le atte4$ dazioni di Roma, e di Venezia, e tante altre. £’ da notar ancora, che egli non vuol che Otton, il qual, elTendo terzogenito, poteva aver otto, o nove anni, ( al fuo conto ) non potefle effer Capitano, ma fh che Arrigo di cinque anni Ca dato fatto Re : al che non fi può rifponder altro, che un Regno può aver un fanciullino per Rè, e poi elTer governato da fapienti perfonaggi : perchè adunque un' elèrcito non può aver un fanciullo per Capitano per infegna, per dover poi efler retto col confìglio dei Veterani ; Mrlochè Caligola confidava ( come aveva in mente di fare ) di crear Confolo un fuo cavallo prediletta, ( Suet. in Calig. pag. ioa. Die. Ut, 6p. ptg, 830. ) Pofeia chè anche egli cosi era dato condotto nell' elercito Romano ; cosi anche i Rè di francia fono dati portati bambini. Non odan te la eth tenera di Corradino, i Guelfi di Tofeana non mancarono di far idanza per via di Ambafeiaduri in Alemagna di farlo venir contri Manfredo fuo Zio, che gli occupava il Regno di Sicilia, e di Paglia .■ al che non acconfentendo la madre, forfè impauriu dal cafo di Ottone, fi fecero dar un fuo mantellino, e lo portarono a’ Tuoi, che gran feda ne fecero; follmente ^ aver pegno, ed infegna da moQrar contri i nemici ; acciò fapelTero che fotto l' ombra dell' imperio combattevano ; venuto poi Corradino a maggior eth, ma pur ancora fanciullo, non redò d'andar contri Carlo. (PsuJns AemUius tifi. Sut. Edutrrdo.Jo, Pii. luna! Ut. 6. cup.8ì. ' M.p. eup.%ì. ) C «1 Otton non farò dato „ il primo, ut quem vet imperare jujjilìis., is Jiti Imperuterem etium „ queret, fimut eliqutm i pepulo meniterem effitii fui; SaJluJi. de teliJugureb. pag. no. } jdclla qual colà i nodri Giureconfulti dicono: htfant petejl effe miteif Ò" Rex, (Bar. ini, l. in prine. C.de muner.&bener.fii.io.O' allegat.per Hippet.de MarJU.in l. infans. nu.p.ff.ad l.Cem, de Jicar.iT S/lvan. de feudi recegnieienem q. jd. ma». 7. ) Ma che Ottone non poflà elTer dato abue a quel carico, fe cosi poca età avelfe di otto, o nove anni, l'argomento è da retorquer con• tra '1 Sigonio, che, eflendo dato Capitano in quella fazione, foflc dato di età abile; da ehe fi potrebbe argomentare che Arrigo avelfe molto piò anni, dopa che fi vuol argomentar la età di un fratello all'altro,' maflime di Arrigo fi potrebbe, non avendo altra pruova, che quella di fopra, la qual oltra che è leggeriffima, ha congettura che mollra certezza in contrario ; perchè nella Cronica ai Otton Frigingenfe, (lit.j.cap.fi.) ed in altri autori fi trova, che ad Arrigo nell'anno 1170. quando fìl coro47 nato il Padre, diede moglie Codanza, figliuola del Rè di Sicilia, di modo che in quellàmto, elfendo uomo da moglie, non poteva aver anni cinque. £fe il Sigonio fi feufa d’aver ieguito Gottifreddo Viterbienfe, ilqual ferivo che tal matrimonio foguifTe del tiSò. fi rilponde colle lue proprie parole ( lib, 15. de reg. haiyy f to meno lo doveva fare, quanto che il numero di quegli anni con corrilponde aU'indizione che vi mette i hcchè ragionevolmente li può fofpettar effeme errore ; però del tempo di detto matrimonio non h fidando il Nauclero, per la varietà degli Scrittoti, dice ; yy Vides bic qubd Scriptotts fantpji non folum diverfa, fed adverfa ferh yy pferunt. Utruu verius s(t Qbus novit. Qlcra ciò, fi lu un48 altro argomento contra ilSigonio, che Arrigo in quell’anno tiy6folfe molto maggior di età ; perciocché vi Hende l' illrumento della pace (atta da Federigo col Pap a, e della triegua col Ke di Sicilia, e co’ Lombardi/ dove il Padre, e Arrigo Tuo figliuolo giurano la manutenzion di dettò frumento: fe Arrigo adunque del 1176, • folfe (lato minor in quella maniera di undici anni, non avrebbe potuto giurar dante i capitoli dei Lombardi tranfunti ne’facri Canoni, e feguiti dalla Chicla, e oflèrvati ne’ comuni giudicj; (r, vuli. e, pu^i* 22. ^.5. S. Thomas, 2.2. 8p. arhc. 10. in, corpotc, (T allegata per AffitH. in cap> i. §• hem facramenta* mtnu 7, 8. de pace ptranu firmand. Socin, conjil, j 3. vtfis copJUiis, num, 3. voium, I. ) perchè fpccialmente i Lombardi non avrebbero accettato il Sagramento di un fanciullo di undici anni, fe fecero querimonia contra la legge promulgata da elfo Federigo, che i minori codituiti in pubertà di anni quattordici potedero giurar, per validar i contratti ; per la qual querin^nia Arrigo era rifoluto rivocarla; e non io avendo fatrq, ( percioochè 1^ da morte foprapprefo) molte Città di Lombardia le hanno derogato efpreflamente ne'lor Statuti, come le predette cofe attedano. ( Jifjlt8us in d, §. jin, nu, 8. Àtber. Fuìgof Paul, relat. per Igneum tn autben» Sjtcram. pub. C. fi adver. ven* d'u* Qumer. ltb.%, de uftisFridersci fot. 127. ) Avendo adunque i Lombardi accettato u giurameni» di Arrigo, è conghicttura fondata, che egli non avelTe quella età di undici anni; ma per aver fottoferitto, e giurato, fi dee creder, e tener che folfe molto maggiore di quattordici anni. ( per glo. in c. prttfentia de probat, allegat. per Alciat. de prxfumpt, reg. 2. prsfumpt. 14. nunu d. traS^. som* 4. foL 313. et per Mcnach. ^^prtefumpt. 50. nitnu 22. Uh. 2, ) Onde il Sigonio, fondandoli in cofa si dubbia, non folo non prova quel che intendeva di provare, ma s’incende aver provato tutto il contrario per r^ion legale, che dice : „ Dubia prchatio facn cantra prodttcentem. „ ( f. in prafemia de probat. Ò* ibi Card, col, 2. Abb. num. 34. „ Bero. nu. 138. Mafcard. concluf. ^71. Dubia res- num. 2. Sytag*com.,, mu». opin, Cod, fit, eod, num. et sìlegat. per Vincent, Annibat.,, m nddit. ad Albam confil. 244. dedu^um in fi. et per Cardin„ Ti^. pnabL conclufi in verbo probatio dubia conctuf. 766. num. 8. voi. 6, fai' 5P4. ) Però, tornando ad Ottone, e recorqueodo, come dicemmo, l’argomento, cheOccone, cflendo dato Capitano deirarmaia^ave> va età abile a qoel carico: quedo fi conferma, perchè egli reggeva Tomo II. Pp 2 la Borgogna, e tutto quello Stato, fuccelTovi per eredik mater-i na, del qual fcrive Guntero, Autor che feguiva la Corte di Fedcrigo. ( lih* I. de gcfìis Friderici /. ) „ Òubium puer incfyte dici,, Resene y Come/ne veln\ vererum nant Rcgné PoTBNTER,, AUobregutn materna R e G I s, regntque decore „ Dignns ab encelfo nomen deducit Otbone, 51 Dice, dnbittm, &c. perchè fi legge eh? il Ducato di Borgot gna per avanti folTc Regno, ma de’popoli fieri: ebbe Re piu di cento trenta anni fin a Rodolfo ; il qual, non potendo pih lopportar le continue fedizioni di qucTudditi, rinanziò il Regno a Corrado Impcradorc, che fh ridotto in Provincia, come era di prima • ora è Ducato, ma con potenza, e prerogativa regia. ^ r* vùìumvs. li. l* cap, cum Captila de privil. Cencil. Tridente cap. II. fejf. 24. de reformar. Abb. conf. 62, in controverjia p. 2. Cbejfan in princ. Juper confuet. Burgand, Ò" in catalog. p. l. conJider. 44. Sigibert. in cbronico fub anno 1032. lare Frane. Gnì/ìman. de reb. Heluet.^ lib. 2. c. 8, (Sr 13, Jac. de Ardi?^n. l. f. i. quibus mod. feud. amir. Petrus. Caiefat. de equeflr. dignitar, mmu 120. rraH. tom. 18. fot. 31. ) Ma il Sigonio dice che Ottone non aveva ek abile a maneggiar negozio tale di combatter coVeneziani; e ciò dice, come gli Storici diceflero, che fi abbia portato bene, e vinto ; c poteva penfare che quefia fofle fiata fa caufa, che egli non avendo eth di fperienza forte rotto, c prefo quafi dalla mek meno di numero di galee; fcrivendo Obon Ravennate : pars Otbonem increpare, qui inesplorato es IJÌriee ora foìvtjfer. Or lafciamo d’inveir piu oltre, come fi potrebbe, centra quell’ uomo in altro cosV benemerito delle buone lettere. 5iManco crror è quefto del Sigonio, che la sfacciataggine di Gior* gio Menila; il qual, icrivendo d# ansiquieare Viceeomitum al lib. ò. per tirar ancor erto che la concilìazion con Papa Alelfandro fia fiata per U vittoria de’ Milancfi, nega la vittoria navale de’ Veneziani, c la preCa di Ottone ; procura diverfi argomenti vaniffimi, c frivolìflimi; fpccialmente nega che Federigo averte alcun figliuolo nomato Ottone; e dice non aver letto che ne averte i'e non due, Arrigo, e Filippo : adunque le la Storia non è vera per lui, che non ha letto che averte altri, che i predetti due figliuoli ; farà vera per gli altri che avranno letto, c tutuvia leggono, che ne averte cinque, tra’quali il terzo genito era Ottone, come abbiam veduto di fopra jper Guntero, Corti^ano dì Federigo. L'Abbate Urlpergcnfc, viciniflSmo a quc'tempi, e for-, fe contemporaneo, nella lua Cronica fotte l’anno nytf.dice : „ Jm„ pcrator quinque jam gcnucrar filioSy Enricum^ videlicet y quem defu „ ^avir fieri Jmperatorem y Friderkum y quem effecir Ducem Sitevo^,, rum, ér Otbonem, qui poji modum babuir terram matris fine : “ poi tratta di Corrado, e Filippo : qui fi leggano tutti i l’edeIchi, la Cronica di Suevia, la fpofizion, la Cofmografia della Germania, il Teforo delle GeneaU^ie. Il Nauclero generat. 40. fot. 2^6. ) oltre ciò nega che pqtcrtc aver annata, perche non aveva erre marittime ; fopra di che dilcorreremo nella fecondi^ parte di quefb allegazione : il Bardi fopra ciò dice tanto che ba vi è quello connunaerato, che dice. „ Ante prin„ Cipem portam templi y inter angiporti ojìiay lapis ma^nus rubeus qua„ dratus tjìy in quo aris quadrata itidem lamina infixa foliis vefiitOy „ in qua Alexander IH. Federici Imperatoris Collo pedem imponi „ /wr; ubi propterea litterx incifas leguntur : Super Aspidem &c.I ( Itinerarium Ital. p. i. pag, 34. F. Sanfovinus in deferìptione Venet. lib. 1. pag. 34. Jofepb Bonfìl'tus Conjìantius in bijìoria SicuU p. I. lib. 6. pag. 241. ) Egidio Bellamera, Prefule di Avignone, vicino molto a quei tempi {in c. faerk de bis y qua vi metufque) dice:,, Alexander Papa y ponens pedem fuum fuper Cervi CEM j, Imperatori, ipfum cenando (iixie : Super ofpìdejn, Ò“ Bajilifeum 0'c. 11 Cardinal Giacobazio nel fuo libro de Concilio ( lib. i. art. 18. fol. ì6. col. I. ) „ Alexander III. pojìquam apud Claramontem ( Federicitm ) Imperatorem damnaverat, et Venetik ante fores S. Mor ii 3o^ ALLEGAZIONE ^ S, Marci frQjhatttm collo caUover^, QucfH fono PrcUti gn^i^ e Canoiiifli dotcilTimi, e por lo credono, e rifcrifcono, come fanno gli allegati dal Dottor Marta ( frsB, de /»« fifàid. p. a. e, antichi Qommentacori di Dance» che fi leggono rifioriti dal X^ndino, nel iS. canto dei Purgato» rio, per quel che dicemmo fopra al num. jS. riferifcono Io ftcRb atto. Lo riferifce Giovan Villani» tutti quelli vicini aquetempi, ( hb» i* bifi* ^»p* 3^ ) Gennadio, Patriarca di Collanti' nopoli ( de primatu Petri cap, i. fe 3. 6. ) COs!i dice.,» Romano^ »» rum Jmpcrator Aioxandrc Papa inclinata cerwe coUum ejus pedi „ fubmijit^ arm dteeret'. SupiR afpidem ^ tT bajilifeum, &€. et ille j» re/pondif : non (ibi fed peno obediemiam exbibeo : (Sr Pontifen : ^ Cjr mibi, et peno, “ Il B, Giovan Gerfone, fehben non loda quello atto, non rella però di crederlo.- de ponft, pcclejiaft. p.U conjiderat.^f» ) Il B. Antonino nell* orazion a Pio II. ( bi/ì.par,^, fif. 11. cap, 17. §. I. col, 4. foL 185. ) dice: „ Alexander III, „ ut juhar emicuit^ fridericum J, Imperatorem ut afpidcm ^ 0 ! baJUh, „ feum perfecuforem Ecclefie proprio pedo concjtlcam» “ Quello è lànto, e iettcratilQmo Teologo, e CanoniUa, e ciò riferilce per 5d trionfo della Chiefa, tanto è lontano che fi fcandalezzì, corno fa TAvverlario. Non fi fcandalezza manco l’Abbate Tritemio diligentifiimo io tutto quel che fcrive : dice che Chiliano, Arcicancellier di Federigo, ilqual dalla Storia di Obon, e da altri è mentovato eOer fiato prefente, abbia icricta un opera che intitola : Friderici Imper. gejia^ 0 vita ^ riferifce ( de feriptor. Ecclejié^. fub anflo xiòo- fol, p, ),, Alexander Papa IIL fedir in „ Cattedra Peni annis uno, et viginti .• multas in/urias d Friderieo », Imperatore fuftinuh ; ipfunufue Imperatorem tandem fuperans, in „ SiGNUM suBtECT(ON(s e/US COLLUM pcde eonculcovìf, dieens : I, fcriptum eft » Suptr a^idem, 0 e, Non fi fcandaleziano manca i Greci, i quali, aderendo a quanto è fiato conchiufo nel Concilio Fiorentino, che 1 Primato di Pietro continui ne’ Romani ^7 Pontefici che di tempo in tempo fuccedono, nella cenfura Orienule recitano la detta Storia per le parole che difle Federigo al Pontefice : non tibiyfed Petroy efiendogli mefib il piede fui collo ; unendo quelle a quelle di Cofiantino dette a S. Silvefiro : ( Cenfura Orientai, cap. 13. pag. 334. ) Però i Moderni che Icrivono le Vite de i Pontefici recitano la detta Storia in quella di Papa AlelTaodro^ ( Alpbonfus Ciaeonius fol, 470. } Lo recita medefimamente Lodovico DomenicKi nella Storia de’detti, e fatti de’ Principi. ( lib, 6, ear. 287. ) Non lo ha manco faputo negar Giorgio Menila, dove nega il refio della veritb di quella Stona; ( de antiq, Vkeeom,) il qual atto febben non è efpreflb cosi ben dagli Autori, che dice rÀvverfario efier fiati prefenti, non va la confeguenza, che non fia fiato vero : come non va la confeguenza di fopra al num. 48. il B. Antonino ^non lo riferilce, adunque non io ha faputo, nè creduto ; perchè lo riferifce por ( come abbiam mefirato ) in un’altro libro : ma i detti Au» 5Stori rlferifcono la umiltazion dell’ Inperadore con certe circoAaoze che non danno a creder che non fia vero il redo. L’Avverfarto riferifce che Romualdo Icriva: „ Cumque ad Papam apn y traBus divino fphiiu y D E U w in Akxandro vcne~ „ ransy Imperiali dignitate poftpojua ^ rejeBo pallio y ad pedes Papa,, rotum fe extenfo torpore iaclinavir. “ ( fol, 450. ) Recita parimente che l'Aucor degli atti d’Aleifandro dica : yy Depofito da-,, m/dcy proflrmjàt fe in terram y et deofculasis PontificiSy Tamquam „ Principis Apostolorum, pedibus'y *•*" che è ^uei che gli altri Storici raccontano elTer dato detto dall’ Imperadore : Hon eibi, fed Petto y di modo che quelle parole, tamquam, verranno ad eder dell’Impcrador, e non dello Storico. Provata con tanti te5pflimonj quell’azione, fi prova la vittoria antecedente; perchè metter il piè fui collo, 0 il giogo a i nemici, è ngiUo, e confermazion delle vittorie : onde i Grammatici dicono dare yy CoLLUM ejl BELLO viCTUM effe “ ( ejp Propertio ),• come fecero i Milanefì, che, vinti da Federigo, fi gettarono a’ Tuoi piedi co* coltelli al collo. ( Abbas Urfpergenjis in Chronieo fol, ipp. ) Scrivono di Marzian Imperadore, per modrar che vinfe i fuoi nemici,, omninmque inimicorum fuorum colla Domini virtute yy CALCANS, fex annis y me^e y regnans y in pace quievit, “ ( /ornandes de Re^torum fuctejpone fd, 78. ) perchè il vinto, jnre belli redando di ragion del vincitore con quell’atto fe ne toglieva il poflelTo; giuda quel che è fcritto nell’xi. del Deuteronomio :,, quem calcaverit Pet vqfter, erit : dal qual calcar de yy piedi è propriamente detta pjfejfioy quafi pedum pofirio,yy ( /. r. et ibi ff. ff, de acqtùr, fo^ef, Ù" Axp* nnm, Pad, de Caftr, nunu 5. Jaf. nwn. z, AffitB, decif. zpq, Rex nnm, 7. Facon, de^ dar. lib, 2. cap.^ 6. poft medium. Tbolofanus in Jj/ntag. /uris Itb.Xy cap. i3« num. q. ) In contrario di quede pruove 1 * Avverfario dice che Papa Aieflandro non puè aver fatto qued’ atto, edendo vergognofo, arrogante, e totalmente infoUto : cosi appunto egli dice. „ Magie indeeorumy qno ajferitury Factum iliud arrocans,,, Cr FENiTUs iNSUETUM, quhd bumiliatmn ad pedes Pontificit caput,, Imperatorie pedo ipfe prefferity acque infultaverit verbis ilìit e Super,, afpidem Ù'c. Come arrogane tT injuetum ?" Si legge nelle lacre di lettere che Giol'uè fì lece condur avanti i cinque Rè amili, e tremanti, i quali, rotto il lor elercico, fi aveano nafeodi in una fpelonca; ed ordinò a’fuoi Capitani: „ ItOy et ponite Pedes „ SUPER colla Rbguu ijlorwn, " ( Jofue io. ) Virgilio induce Turno a far qued* atto fopra Eumede vinto a mone. ( Aeneid. lib.io.) yy Semìanimie lapjoque fupervenity Pedb Collo iMtR&ESO£* da creder qued' ulo eder continuato, e fe non fe ne fa menzion nelle Storie tal volta, fia per efler dato tanto ordinario, che, fenza dirlo, s’intenda; perchè fi legge a’ tempi piò moderni queda dd& cerimonia col verfo del Salmo ; Super afpidem ( ferivo .Otcon Friimingeilfe, il qual dicono edèr dato Nipote di Federigo ) che fede mta da Giudiniano, ilqual, preib Tiberio Apfimaro, avendofi concia lui fatto Imperadore infieme con Leonzio, dice : „ Trberinm, Cr Leomium captat y ae in cateni^ „ pfuos pojttos per platees trabìy (JT pofiy univcrfo pepalo adamante y Suyy PER ASPiD^M et hejiiifcum y Ù'c. Ò*Pedibus COLLA corum CaLCANS. ( Cbronic* tib» 5. cop. 174 ) La ftefla cerimonia ferivo Zonara di Diogene Imperadore, quando fu prefo in battaglia da A(Tan Soldano, condotto alia fua prefenza: „ Sdtanusy nomine Axan y gayy vifus efi y ut natura fere, neque tamen fuperbia elatus y de cupu yy moderetione y Ù" jujìitia multa memorantury addudus ( Diogene! ) „ ad pedet fiens fe projìravif* Tum ( Ananas ) quafi numine j> ^ exiìtìt\ (T de MORE bumi jacentem calcavit : „ deinde erexity atque amplexus ejl eum bujufmodi verbis: Noli maeyy rerCy hnperator'y ita enirn fune res bumantr. Ego verh te y non ut yy captivumy fed ut hnperatoremy traSabo, Et Jtarhn ei tabernacula,, Imperatoria, menfafque adbibitum Juxta fe collocar y captivi! quot~ yy quot redditi!, ^ Qui è da notar che il metter il piè fui collo del vinto, per umile che fi apprefenti y è de more, Jtem che quefto è atto di poflefTo debito, non di Àiperbia ; perchè dice, ncque fuperbia elatus, Jtem che Alhm y avendo l’animo moderato, e volendo trattar Diogene da Imperadore, non reflò di calcarlo. Item che ciò fece come tnfpiraco da Dio, che dice : quafi numine affata!, da Lo fieno fecero i Romani, perchè T. Quinzio Cincinnato, volendo rilafciar gli Equicoli da lui vinti, volle però che fottometteffero il collo al giogo.*,, ut exprimatur tandem confe/fio fub^ „ oHam domìtamque gentem fub jugum abituro! ) come fecero anche I Sanniti a’ Romani : quoniam vidi, et y forrunam fate^ yy ri feirent. " ( T. Uvius lib, 3. Cf Itb. p, dee, i, ) In vece di piè, con che dovevan calcar il collo a* vinti, era il giogo dirizzato con tre afte in forma del Fi Greco, che forca, come ora, djfi chiamava. Era fatta quefta cerimonia, acciò non fi mettefle in contefa, cerne fpeflb fi fa, la vittoria ; dicendo Ennio ( ex Prifehmo hbro 4. ) vkit non eft viUory nifi vtdus fatetur, Dionifio AUcarnaffeo nel libro io. vi aggiunge che quefta era meda in cerimonia dì religione, dove, cosi pafl'andovi i nemici, toccando l’afta, di fopra, chiamata tigillo, era far confeffione, come di fopra, e reftavano Uberi, ed aflbiri; forì'e fu ombra di quel che, venuta la luce, fi vede nella Chiefa adoperato; come tante altre cofe fimiU fi veggono. Nè manco quella è fpiegata fempre dagli Scrittori, quando fanno menzion della confelTion devinti. Efleodo vinte le navi diAntioco avanti il porto di Efefo, non iferivono, fe non „ pofieaquam conftjjionem vidh fatti expref, yy ferum, “ f T. Livius dee. 4. lib. 6. inf, ) Vifto adunque che quell’ atto è ordinario, che il vincitor, per modello che fia, fuol ufar,. togliendo il poirelTo del vinto, ne vk confeguenza^ che fia preceda vittoria contra Federigo ; che non può elfer fiata, come fi dirV a baflb al nom. y 6,, fe non la Navale de’ Veneziani, dove fii prefo Ottone fuo figliuolo, Duca, anzi Rè' di d4 Borgogna. Ora veggiamo fe era lecito a Papa AleflTandro di pre. icrmctterlo : troveremo che no, dicendo i Giureconfulri : „ ij „ quod confuetum eft fitti non dicitur aréitrariumy fed neeeffarium, ( Bai Bill* if 9 /« qutatm^ue netnh, 4* Everard, in Topica /vrh y loco facit gl, in c, ad yipojìolicie in vcrò. fadtfoHionemy de re /ttd.iné, vide Novar. in terminis in c, inter verba, un. 47. 11. g. opewum ìom,u fol,io. Late Cenehardus Cronaleg, lib,^, fot, 50^.) Ma PaAieflandro bilognavache lo facelTe in efecuzion del precetto di Dio, per quel che è icritto nel 33. del Deuteronomio i „ Nega^ bunt te mimiri tui, (27* tu eorum Colla calcasis : ^ a nei Sai'1 roo 17. Cadent fubtus pedes meos, conforme al vedo che egli difTe : Juper ajp 'idem, dove dice Eufebio : „ Dig^atem propbetiyy ci fpirhus contemplare, qua pronùjjionem ArosTOLiS Salvator fe»,, citi Ecce^ da vobis porejlatem oalCaNdi fuper ferpentes > et fior»,, piones y (y [uper omnem virtuten» inimici, ( Catena Barbati fuperPfal.ty,) Ónde anche A può conghietturar che forfè per pre» 66 rogativi di quelU promiOione i piedi del Pontefìce fi dicono beati. Non far^ fuor della mia profelfion legale dir quello/ perchè i nofirì Dottori prendono argomento, come lor torna bene, non (blo dalle voci delta lingua Ebrea, e Greca, ma anche dalla Caldea v gl. in rubr. ff, fol, matrhn, Efièndo adunque quello un trionfo preordinato, • pronunaiato da Dio agli Apposoli, e alia dignità loro, Papa Aleflandro non lo doveva pretermeeeere lotto pretello di modefiia, per mio parere ; perchè avrebbe mancato, come Saul, il ^ual credè far meglio laJvar le pruniaie della preda pel lacrìfizio, e non le uccider, come Dio aveva comandato, (i.ileg. 15. r. fiiendumZ.q. i.) Gli Atcniefi, daquali i Romani, come dicemmo, hanno imparate le leggi, par che anche eifi decidano quello punto come riferifee Tucidide. y, Gli uomini, dice egli, dalla naturai ncceflìth fon modi a figno„ reggiare, ciafeun a colui il qual è fiato vinto da eflb. ^ Però Papa Alelfandro, trovandoli in quello fiato, gli conveniva dir, e ollcrvarquel chefegue: „ itane autem hgem ncs ncque tuUmusy „ nequCy ea latay primi ufi fumm\ fed jam reeeptam à Matoribui oc„ cepimus y O" ufarpemus, perpetuarti funtram reliHuri. ( T bweyd^ Itb.é, inf ) Onde fi v^ qual ragione abbia il Cerione nella fua Cronica, il Bodino, e altri, benché Cattolici, a dannar quello atto; tra’ quali danno maraviglia ilGerfon, quello Autor degli annali, e Francefeo Duareno ; {de beneficih lib. i. cap, 3.) uomini di caiua letteratura, a‘ quali lono da rii'ponder anche le coie (critte da Giuiep)>e Stevano, leguace anche egli di quefia Storia: (deAdoration. pedum Roman. Pont, cap. 5. col. 3« tr^^. tom, 1 3. p. 2. fot, 53.) „ Alcitandri III, fa&umy quoé tantopsrCy ut tjvannicum ^ elevat Fran„ cifius Duarenus, commendare pottfì cum jure, meritoque in religia„ nisy Ù’ Ezclejue infenfiffimum bofìem Federicum Barbarujfam, non „ ut in falem infatuatum^ quem jubet Cbriftus pedibus protereri, fed „ potius in borrendam belbtam calcibus infultaverit, ^ Però Papa Alcffandro non doveva mancar (h eiercitar il luo )u^, per la vittoria conceifagli da Dio colle felici arme di quella SerenilTima Repubblica; col qual atto ora ne vien a far foie al mondo a confufion de’luoi contraddittori. VI. L*Avvelario col Tuo argomento ci dk materia di far un'altra dppruova di detta Storia. Se il calcar del piede è atto unto infoTomo II. Qq lente) come egli dice „ uf gàb^ tanto hherc inàu^um Imperatortm y yy- Jttfifiim to modo exnfperfitum faHis y et di^is iwtrban 'n tnnJU „ taùsy dkrisy efptrisy ptr Pontificcm enacerbatum y cum a panìtentiee yy tempio procul abfgcm. “ ( eod, fol. 456. ) Se adunque, facendo detto atto, flmperador fe ne farebbe tornato addietro, e ritrat^ tata la penitenza di che era compunto, come egli fuppone, conflando chiaro per tanti tefUmon) che Papa Aleflandro lo fece ;ed avendolo tollerato i’imperadpre luperbiHìmo, bifogna che la cau(a fta prima, perché il Pontefice efercitava quel che gli competeva jure belli; fecondo, per ricuperar il figliuolo, il qual, non feguendo la pace, (lava ne’ patti di refiar prigione. Cos\ allegano i Dottori. „ ImperatOT FtdericMsBarbatubeay ut Kecupbraret ejus „ jìitumy pajjus cjì Paptm Aiexandmm JIJ, calcajfe ptdìbus ejui ca„ fmt, ‘‘ ( allegata per DoU, Martam d. C4p.l8. nu.2l,) Nè fi per7ofuada rAvveriario, come facciamo ancor noi, che ri' umiliazione deU’Imperador folle atto di vera interna penitenza, perciocché non lo inoltrano tale le parole dette al Pontefice: „ non tibiyfedPe„ tro ; Itantechc petnitemU cogit pcecatorem omnia libenter fufferre ; yy in tarde ejus conttitio, in ore ejus confejffo, in o^ere tota bwmlu „ “ ( r. perfeiia dìft, de panie. ) comC: ne (ù 1 efempio il Van gelo nella Cananea, che, più che era fprezzata, ed ingiuriata, più s’accendeva a dimandar la grazia della fanii^ per la figliuola a Crifto. ( Mattè» 15. ) Si accorda ancora che non vi folle 7icontrizion nella lettera rhe poco avanti i’imperador fcrilTe al Papa-, piena di accufe, e di iir^properj, fenza ninna confcfnon del iuo peaato ; della qual lettera, trovata a Roma nella Badia di S. Gregorio, ne regiftra parte U Bardi a car. 151. dove tra le altre dice.* yy Et quod manimwn eji y novijfme Vbnetos, 0“ Veneti a„ RUM ’Dmqs.vl adverfui nos dhrexijìi quorum ope y (T auxilio terre„ firn, Ù" maritimas noflfài copias in unum conera Mauros congregayy tot y Uffa cum F I LIO. /^fito. y qmm vi y Ù" dolo Coepf.runt, „ difperdere volutjìiy \. 55. Candinus in traila. moUf. fub ruèr^ qualiter Jit jidett, tortur, Ò" at^ togat, per lo. Baptifi, Bo/ard, in addition. ad Clar. ji, 64» nu, pi. Ó" per Tiraq. in Jnrtef. icgis Ji mnquam. C. de revoc. donat, nu, 7. Ò' fequen, Bernaràm Scardonius. de motejiiis conjugatorum. lib. 4. eap. 14. ubi.,, ^ippe nulla re parentet afficiuntur atrociui, „ qudm ntàloy et incommodis jilionmy ut qui /ape etiam ftviffimosfui „ corporU cruciatui neglexerinty eorum tormenta nequiverint iene: re„ pertìque Junt quiy ut feryarent viram filiisy fe ipfos perdiderunty vh „ ta ìaHura ìltis fuccunere non verentes. ) I Canoni Ai, da i caA feguentt confermando.* Che Bater diligit ma^s filiumy qudm feipfumy recitano un cafo imravenuto in Puglia fotto Carlo li. d’ un omicidio, dove il Padre, dopo efler Aato coAamiflimo ne* tormenti, trattandoA di liberare il figliuolo, confefsò aver egli commefib il delitto, e cos^ ne andò all'ultimo fupplizio • ( Aod. Barbat, i" c. atm in prefentia nu. 8l. de probat. alias eafus vide apud Dh.bifi. tìb. 15. de Àqudio fioro pag. 88d. Valer. Maxim, li. 5. cap. 7. Kavijiui Textor in officina, p.i. tit. amor parentum) Appreuo gli efemp) che add&cono i predetti Autori A da aggiunger queAo di Federigo, al qual non avendo potuto ammollir la ferocia dciraniroo tlpfut ricuperar il figliùolo, abbia ceffo, e A abbia umiliato a ricever gl* infoiti ordinar) che fanno i vincitori a i vinti, ma ordinati da Dio a i fommi Pontifici. Vili. Si dice per argomento^ legale :• La ciofa limitata produce effetto limitato; on^ da tal efietto A conofee la caufa, dr è con 77 verjo da tal caufa, l’ effetto. ( Bai. in rubr. ff, fi eert. pet. ver/Cr dÌBo de caufa,. Card, in 'c. cvm dilcBi verf. et nota argumentum de accifat, Thatml. trBat. ctjfante caufa §. z.nu. 147. et alleg. per Affi, in confit. fi quìs ahquem q. 5. in fi. allég. Card. Tufebum praB, concluf. in verb. effcBus regulatur conci. 47. et per Menoc. confi ^16. hi eadem. nvm. 6. Capo, confi. 133. multa, nu. 31* ) Se la rotta data da*MilaneA a Federigo aveffe caufaca la 78 pace, e la umiliazione a’piedi del Pontefice, ciò avrebbe caufato prima a’MilaneA.* e fe cAi ebbero appena fei annidi triegua, bifognava che il Papa aveffe triegua di altrcttantitonde, effendoque ' Ai effetti diverfi, bifogna che nonfia una la caufa, ma dìverfa.Oltra di ciò, non può Aar che chi ha vinto acquiAi manco beneficio di quel 77 che ha acqulAato chi non ha vinto; nafeerebbe una Aravaganza, dicendo i Giureconfolti:,,^! vicit ahum tnneit propter ficy non propter,, aliumy ( jBtf/d. in l, fi d^un^us nu. 4. C. de fiuis Ò* le^thn. liP^- • ' ••vvr „ Atfr. et in A y? ^uis vtt Jt que, »«.i, C. Tertul, Cam. conf, vjx „ ie ha nnltjiom m. 5. iW. 4. ) Altra era la conterà de’Milane.. fi, conte aUtiam deno, che era, per liberarli dal giogo de'niioifiri imperiali; altra era quella di Papa Alcflandro, che era, di eflér me&> in Sedia, erduii gli Antipapi ; però, combattendo i hdilanefi,pcr fe dovevano vincer, ed ottenere il fine per cui combattevano; non erano come i Veneziani, che combatterono, c vinfero, per metter in Sedia Papa AlelTandro. Però fe i Milanefi per la detta rotta aveflèro aftretto l’imperadore alla pace, ed alla umiliazione a' piedi del Pontefice, e a conceder la triegua di anni quindici ai Rè di Sicilia, avrebbono vinto per altri, e non per fe, che non ebbero, fe non i fei anni di triegua : blfognava ben dir loro ; per altri, e non per voi, avete arato, o buoi.Onde bea fi adagia la rotta che dietro con la triegua che ottennero, e la rou dell’armata, e prela del figliuola con la umiliazione, e pace col Pontefice. E fe fi vorrS trovar caufa, perchè, gonel trattar la pace con Papa Alcflandro, fi trattaflè la triegua co'Milanefi, e col Rè di Sicilia, fi trove^ che il Papa, favorendo i Milanclì, e le altre Citth confederate, e, vice verfa, cflè favorendo il Papa, ma non per ragion di Lega, non doveva coneluder pace fenza la ficurth di elfi: il che è arto proprio della Chiefa Romana, come ne fcrive Papa Innocenzio ( in diSo c, jfpi^nlicn, n». 3. Cr Hi Jom, Monah. nu. 3. de re jude. in d.) „ Nera fdeluetem Ecclefu Remmie, numjatm voluit hn-,, bere faem^ na pais /raèfanrm, niji prius exprimeret de pae ytfi „ ndhnreniium, 6 " de perpetue feenritate emtm. “ Oltra di ciò, fe i Veneziani, invigilando alla follevazione, e liberazione dcllltalia fecero far efli la Lega delle Citth di Lombardia, per liberarle dalla mala amminiflrazion de’minillri Imperiali, ma con patto, che oflervarfero la fede data aH’Imperadore; '( Blend. dee. 1. Hi. i. Siun.de Regna Itel. Lii. 13. ftd. 518. 6" JIJ. Bare», d. rem. iz, [tX. anno 1104. Jb/. jt^. ) è ben da creder che, trattandoli di pace in Venezia coll'lmperadore, non abbandonaflero la caufa di quelli che per opera loro erano fiati mclfi in guerra ; profelTando la Repubblica di non aver mai mancato di fede ad alcuno; come fegnalatamente narrano le Storie, ( Saiell. dee. i. li. i. c. 58. Gniceierd, li. 3. c. pp. ) IX. La pruova della detta vittoria la fella che s’incomincia a lòlennizzar la vigilia dell' Afeenzione colla Indulgenza nella Chiefa di San Marco, e colla cerimonia di fpofar il mare il di feguente, pel trionfo che in effa Chiefa celebrò, il Papa per detta vittoria; fopra che dicono i facri Canoni:,, ( trnnkxrferie recordetio „ repreefentet ^qnod elim foRum. efi^ et Jte not fait moveri^ tom^m „ ’tèdeamus, “ ) e. femel. difi.^ 2. de confecr. ) Per lo fieflb effetto di memoria de’ felici fuccelfi anche le genti infiituivano folennità di felle.- nel qual propolito fcrive Amobio net lib. 5.,, Acne illem „ ( bifìoriem ) vis tempority Ó" vetejlatis obfolejeeret ìongitudoy per. „ petuitais honore mandafìis: perocché quella folennith di fpofar il mare che fi faceflè col concorlb di tutti i popoli circonvicini, gih tKcento anni ne la fede il Petrarca ( Senilium lii. 4. epi/le ^ 4. ) A quV tempi, ne’ quali ancora il fatto era recente, ancor feguiva a giubbilarne I* Italia ridotta in liberti l'uor del dorainio de' Barbari per tal imprela, perchè per le vittorie acquillate è flato coflume de’ Popoli, ed è meflb in obbligo dalle leggi, idituir un giorno fedivo, (che ferve come Stilografia deirallegrez» za pubblica, e ferve per riconofeer il Sign. Dioche l'ha donata. ( L I. C. ae pubiic. lath. tib. xa. CT ibi And* de Band, man* a. Jo. de Platea in princip* lofepb. Moniard. verf nane tjuibttSy nnm. • 2. ) dove fcrivono: „ oh viHeriam^ quam Jibi gloriofam imp. confc',, curut fnijf^ì fa/li dtes celebrari confuevcrune ^ Jiqtt gentes fe iniùjìb „ faOuToSy Ji Diis dies In perpetuum opthd rei gejìay Ò" nmneris „ memoriam non dedicabunt: però conchiudono che della pace, che fegu'i a S.Chiefa, ed a tutta la Lombardia, nominata la pace di Codanza, che fu parto, e frutto della detu vittoria, le ne doveva far allegrezza pubblica folenne. ( allegat* per lo* de Platea ibi Refiaurus q. Ji. Cajlald, traHat* de Imp^at. ) Conforme a quelli dice il Card. Earonio, per la pace feguita.* ( tom* eod. fol. 4^5. B ) quis bac,, tanta nondejiciae admtrando Imgua^verb viBorialem „ occinat bj'mnum Cbrijìo FiHeri, etti Ù" erigat Jtmut de fuperatis bo‘ „ /iibuSj infuperabilibus inhnicis, tropbtea perpetM permanfura. Il che non fi vede fatto, fe non a Venezia, perchè ivi è fuccefià la vittoria, e la pace, effeodo fcritto neU’ApocalilTe. 2. Vincenti dabo calculum candidum: dove dicono i Teologi: y^conjlat apud Ve»,, teres VlCTORlARUM DIES publieit fajiorum talfulis infcriptos confuc" 51 candido lapillo pranotari, a quo elarius a caterif diebus difeef „ neretta', pofuit autem^ hoc loco calculum candidum^ quod ir nottts ef? yy Jet bity qui in tbeatrisy oc Jìadih certabanty et Vincentibus tra» „ debatur* ( Sixtus in bibliotbeca p. 1* Ìd>. 2. in •verb. calculus y faeie glc. in l. i. in yerb. errorem, C.de error. calcidi*)SQ adunque fi debbono celebrar le fede, fi debbono celebrar dal vincitore, perchè cos\ è confuetudinc; cd il tedo dice .*,, Vincenti dabo,, calculum candidum.^*- Ma della vittoria con tra Federigo, onde fe ? ;u'i la pace alla Chiefa ed a tutta la Lombardia, non fi celebra eda altrove, che a Venezia, viene la confeguenza certa, che i Veneziani abbiano ottenuta la vittoria, e non ^Itri: cos'i quelli che combattono, debbono aver la corona, non quelli che danno 82 a vedere. Se muove qualche fcrupolo perchè la commemorazion del trionfo intravvenuto 1 nella vigilia dì San Jacopo fi fia ridotta all' Afeenzìone, fi può dir con buona ragione, che ciò fia, acciocché in quel giorno nel giubbilo che la Chiefa colla mefn.oria deU'afcender di Cbrido in Cielo, efprimefTc anche quella del Trionfo che ebbe fopr» la perfona del iuo perfccuiore ; perciocché in quel giorno nella colletta de’ divini uffizj fi legge nelle lczioni(:.*„, bumilia refpicit, Ò" alta a longe cognifcit : ilìa utex„ tollaty bete ut deprimati le quali parole fanno memoria di. quel „ che l’imperador rifpofe aH'orazion del Papa, come riferifee il Ba„ ronio: ( to. 12. fub anno 1177. 45 ^ faHum efi qubd yy *^^^y 0 *** bumilia refpicit y et alta a longe cognofeity patientiant no^ „ Jlram, ( 5 " adverfte partii bumilitatem confiàeram, more fuo potem de ^ fede depofuity et bumiles exalavit* Oltre a ciò nella pidola alla mcl Digitized by Google DEL, FRANGIPANE. 51 r meATa, e ne" refpoiiforj fi legge,jifccn 4 ens in ahttm ceptiv*mi!u83x1/ captivitatcm ^ ch*é del Salmo ^7. nel qual avanci per canto tempo dallo Spirito fanco h ^A^ta dclcritia rninutamcme qucAa vittoria, come dime Areremo in altra carta; qui baAandoci dire che, ficcome il verfetto.* AfcewUf io altunty Icritto da David per una uittoria, che [doveva luecedcr, è ridotto dall'ApoAolo; e dalla Cbiefa airAfccnfìon dì CriAo, cosi al giorno di eAa c ridotta la celebrazion di detta vintala colla Aefla colletta^ che ferve aU’ur^a, ed k ali’ altra X. Perchè tutto l’ argomento dell’ Avverfario verfa fopra queAo, 84che gli Autori da cito trovati dicono che Papa AlelTandro fia venuto a Venezia accopipagnato da tredici galee mandategli dal Rè di Sicilia; che par Aa totalmente contrario a quei che noi alTcrimmo, che veniAc incognito in abito di Cuoco, e A accomodaffe nel MonaAero della Caritk; par di averci convinti di falfo in tutto; avendo per coAantc che qucAo Aa fallo: però ci reAa un’ altra pruoya, ch’è la indulgenza della Caritk, dove ogni anno concorre tutto il popolo a riceverla con queAo concetto ^ che Papa AleAandro la lafciaAe, per quando fconolciuto ivi capitò per refugio, come ne fa memoria e fede la Cronica di que'Padri memorata di fopra. Il Popolo concorre parimente alla porta della Chiefa di San Salvatore, dove. ha. per coAante, che il detto Papa, giunto la prima notte a Venenfa, vi dontniAe fotto la coppola che vi era.’ la qual memoria è regiArata in una Cronica di que’Padri, A trova copiata nella Cronica Sanuta, che cqsV dice: Alexanàcr III. Pontifex^ „ dum morem trsèerer tl^tnifiisy confecra„ vh AtMTf S. SAvaioris, prasjentc Federico Imptfatote, fuper cjftod „ etiam Mijfam ceUbravit anno 1177. die 2p. Augujìi, Ù" Ecclejiam „ dedicavit ù" multas indulgenttes conCeJJit i Ù“ in fc/ìo Transfigura^ „ tionisy 0“ omnibus tranfeuntibus per porticaU^ fub quo ipfe dotmierat „ prima noQcy quando Vcncnas applìcuit erat Prior D. Vivìanus^ qA „ pojìea anno 1180. menfe Martii fui$ eonfecratus Epi/copof Em«s» 8 5 QucAa continuata amica memoria di un Popolo A tiene per pruova di verità infallibile; fopra di che, come teAimonio ordinato da Dio lenza altr^ fcrittura, è fermo nel Salmo 77.,, ^anra mandavit paìribus nojìris noia facere eafiliis fuis^ ue cognofeas s^ene„ ratio Aia, Filii qui nafccntuTy 0 exurgenty 0 narrabunt filiis Juis, Per qcAa via i Principi mandavano i raccordi importanti a’ loro PaAori, come faceva Antigono;, qui pracepijje fiJis diceretury ut 0 „ ipji meminijfcnty 0 ita pofieris prederant,^ ( T. Livius dcc. 3. /zèlo p, 505. ) Però dicono i Giureconlulti: Longa^ 0 tenax Po-’ » putì, Jeu Republicae memoria prò vernate] bAetur „ ( BAd, conf, „ 48. ses. probibita, num. 2. vol.i.frquitur Ttraquel de prK pri, ma parte nu. 2 treB, tom. 17, fA 141. ) perchè dicono:,. Raro fi fAfum invenitur quod Universi dkunt\ però danno il precetto di Catone, che doveva cAcr oHcrvato dall’ Avverlario .* yy Judicium /•opULl nunquam contempferis unus. ( Alex, confi, 53. profpcHis num, IO. vA. 4. Barbato, in c, tertio loco num. 3Ò. de probat, AfjiiH. de pace tenend, quarto notabili num, 22. ) 11 che ferve per U il redo detto di fopra^eflTendo anche di quella tenace, e continuata memoria appreflo tutto il Popolo. 3 C 1. Seguendo ancor io l'antica memoria della Repubblica, e di Sd tutto il Popolo, ricevuta ancora da quelli che non fcrìvono punto della vittoria centra Tlmperadore; i quali dicono che Papa AlelTandro concede le infegne le quali porta la SerenifUma Signoria in cerimonia; dico eder ringoiar argomento di quanto i Venezianì hanno operato per lui, e per la Sedia Apodolica; perchè quelle infegne fono le itede che portavano gli Inmeradori Orientali, come fi può veder nel Curopalata, ( de official'thus Palatii Cenft. ] come altrove pienamente abbiamo dimodrato. Quedo dichiara che la Repubblica predaiTe l’uffizio d’Imperadore nel difender Santa Chiefa; che è proprio di chi ottien l* Imperio di effer fuo Avvocato, c difenfore. f c. vmerahileM^, tm. é, fot. }ó 6. ) onde dicono mem» nudifar i Ttgulis. j»TÌS,, Qiuncp all'ofinion di Giovan Andrea, sii che gli altri (i fondano, l’addizipna. l’Abba^ nel. detto capitolo aun inflmtis, e dice „ Std ofonte, io, jladrets femit oppa/imm, dnm dkit Regem „ frtmit ex frivilfgia jifeflolm mw» pojfe McemnmKrori 4 borni„ »e, mn à cmooxe^^ Scrivono di pib i Dottori Francefi efleie ftato pi^, dichiarato, che ta\ pivilegio li elienda ancor uli Uflìziali, five Magiftrari delKegno; perchè il privilegio cancello al Padrone comprende anche la ina famiglia.- ( r. ecdtfìa i%. p. a. glof. in c, etniconun 1 1. tf. I. re/»», lo, Rerctd. de /'«r. Cf prèvi/, Reg. Frane, m. p. Cero!. Degroffal. Regalium Francia d. verf. marna /»» §. hmc ejiy et fcemdo (T allegata per Prohan in addit. ad lo. Monacò, in c._ ne aiiqm de pnvil. in 6. ) \e quali cofe s'intendono qui introdotte remiffive con tutte le loro oppolizioni, eccezioni, c intelletti^ ^ «flèndo Hata bm una tal concdCone fuori delle tegole (di ragione, fi cavi argomento y efler giandillitno il merito ^Ua Kepnbhlica/ che vicino a ^ue' tempi fu combatter, e vincer in difela della Sede AppollqIjEa. Mi refian certi altri argomenti, i quali lin fin del prefente difeorfo^ pe-r finiilo in ricreazione, ho deliberaro riferbare; e dirò le (eguenti cofe, traponcndole come intercalari. Abbiamo vide tante pruove tratte da memorie pubbliche di marmi, di pitture, da Croniche, da Storie fcritte dagli Autori di quei tempo, e da’ vicini, e da tanti altri poderi, che han lor creduto.- oltra di ciò, da tanti altri argomenti neceUàrf, ficchè a Roma, nella fala Regia fc ne è filtra pubblica atteftazione. Non è però da prender maraviglia, che vi fieno così arditi, che la vogliono impugnare,' perche iìnahè vi farh Sannaflb al mondo, vi faranno miriti di 'contraddizione, che a vele piene urteranno, ed opporrano alla vcrià, come le tenebre s'agitano alla luce. Chi a P7CÌÒ guardafle, non leggerebbe mai Storia, fe non a ragion di Romanzi. Volendo il mondo anche neHe azioni palfiite de'miferl mortali aver mano con innalzarle, abbaflarle,ed a fuo arbitrio anche annoiarle, e come alle cofe future, non lafciarvi verith determinata. „ aidee mìnima ( dice Tacito IH, j. ) „ tfanfue amiigaa funt, dam ali/ quoque, ntode audiea pre corrtpertis baione/ ali/ vera,, «I! eentrarium vertunt, et gUfeit utnmque pmfieritaee. Cicerone nel Bruto imbrutta tutte le Storie Romane, dove dice.',, multa ferij, pta funt in eh quafaSa non funt ; fatji triumpbi plures confulatus,, genera ttìam falf‘y Arar beinngegnoj vpol moArar Dion Grildftomo, che Troia non lìa lUta iprela, contra la fama impennata da tahtt Scrittori, e anche dalle noAre leggi: {Lverbum in fi, ff, deverb,fign,Bórbat,m t rubr.deptobat.»u,29,) yoXgzxvttA'^cìst il detto'dì Paufania, e di > Licofìone, che Penelope non fìa fiata pudica': -1 • • I i che ferfe non fi pub leggere, dicendo di quelli libri i facri Canoni.- „JùigfJari ctuelt intRtr „ mau Enlejia «m Icguntiir, emm qi$i firiffirttìouitiA PeNiTua IcNoaANTUa.^ c, fanH» ^ item gefla fanHorum diji, 15. ) dove la gioia, e l’Arcidiacono dichiarano, che apocrifo fia quei libro nt/M mmen >gnm»r*r, I libti che non hanno il titolo del .nome loi dell’ Autore non hanno credito, perchè pub avvenire che l'ABtòre lo abbia lafciato, per non aver obbligo di difender )• cofe che vi narra ; cosi fcrive S. Girolamo in una fua pillola ( t4 Evopnm 1x1, j, fui, jg. cosi fcrivono i Canonilli ( /e. jiaJr. ia Diut. Iti. 6. max, a}, vaf, qumui quando id agii, ) Titolo, fecondo i Grammatici, vien detto a tiùndc; onde un libro lenza titolo viene a dir lenza difelà, che ne abbia a far l’Autore, tolto il traslato da’foldati, che fi chiamano Thuiiy quafi nndi, quad fatriam auartntur: ( Feflus, et Bhmdus mumfbanth Rema Hi. 6, a* Ulpiam { ait ) da militari teftamtn. ) ed è pallàto in comun parlare, che, riptovandofi un libro, febben fi sh l'autore, non ne avendo il nome, fi dice, che è fenza titolo, e cosi fenza autorità. ( Aueraet Hi, 4, phffic, nmm, 15. Baccachu in quarta ditta Decameranis in princ. ^ allegra in liiro nofiro; da aiuSoritattf Ò" Judic'tB paitorum tit, da liiris legati!. ) Dove un’Autore non volendo loilentar le cofe ch’egli nana, cab non pub lare un’altro; loacome quando uno rinunzia ad una lite occorla ibpra la fede di fuo illrumento, il qual fi prefume che abbia confellàto che poflà eflèr fallo, non può egli, nè altri mai ularlo: ( t. peftaquam liti C, da pad, (T t. }. C. da fide injhrum, Barèat. eanf iz. illud ififtram nu. g. voi. 4. ) di modo che, fe l’ Autor non ha voluto metter il nome, per non aver obbligo a foUentare le cofe che dice de i fatti di Papa Aleflàndro, per la incertezza che ne ha di effe, manco lo può far l’Avverlàrio. Le Oeffe oppofizioni ha Romualdo, perchè, ora ufeendo in luce, non ha ufo di effergli creduto; e non ha opera pubblica, come a’ è detto, che (t gli confórmi; nè farh che fe gli creda, febben dica effer flato prefente; perche chi finge un mendacio di un libro, finge anche il nome di Autore che fia flato prefente; lo conferma lo fleffoAvvertarìo in altra materia; Falieas oanas fiarent „ impofloret, fi e* falfo tantum fuper pafite titula quad cupereut fra„ batum iaberent { tam. iz. fui anna ligi. fai. 535. ) Però non fi 103 legge il Vangelo di Nicodemo, nè gli altri con nome di quelli che fono flati prefenti, di Taddeo, Tommafo, Barnaba, &utolommeo, Andrea; perchè, non fi avendo certezza che fieno flati feticci da elfi, come apocrifi, non hanno acquiflato fede; anzi fon rigettati da fama Chiefà. ( O. jbgufiin. da confenfu Evangelifl. Ili. t. cap, I. et d. cap. Romana. §, item Cbranicam. Candì. Trident. feff. 4. in prineip. cum cancardantis iU. Cardia. Bateaius tam, I, fui anno 44. fai, Z34. ) E fe il libro è di Romualdo, dove è fede che fedelmente Ila flato copiato; che non vi fia fla104 to aggiunto, o diverfificatoè Ma come fminuito fia, lo ftefio Avverfario il conferma; che di due copie, una trovau, dice, nella Libreria Vaticana, l’ altra a Salerno, ( fai. 444. nwr. iz, ) » in. Cadi 3i8 allegazione Ctniice LMgobarào Sakmhano ^ ubi àtfinit,, Impbrfectb, ftcut ^ tùem idem S. Pem-codex eft Imperfectus : cd altrove ( eod, » fol. 7^0. ) collarus cum codice S* Peni in Vaticano Haud inteGRÒ, SBD FiKE CARENTE* Abbiamo in jure che le cofe imperfette fi hanno per nulle/ ( /. cum Sillejanum, C. de iis quibus pt indign, per Canones concordantes ibi, Cravet. de antiqu. tem~ 'fot, p. 3* wr[, vidimuf. num.Ji. troBat, ìom.i'p, fol. iqp. Menocb, confai, /uris num. 13.) pcrlochè concludono. „ Imperia autem,, infirwnenta inflrumentorum nomen non retinent ob id in publicam,, Jormam bevati ^ Ù" redigi non poffunt ! onde fe quello libro era 1053! tempo del Volaterano nella Ebrerìa Vaticana da lui, come afferma, maneggiata, meritamente, e fanamente ha fatto a non hCr tener alcun conto, avendo ferino in altra forma, come lo abbiamo allegato fopra, al numero 42. Non ne hanno manco tenuto conio i Cardinali della Congregazione lotto Pio IV. che non abbiano perfaafo il Papa a far la iferizione di tale Storia nella Sala Regia; còme non hanno tenuto conto del libro degli Atti di Papa AlefTandro. loò Sb bene il Cardinal Baronio come riufeirebbono i Tuoi volumi de gli Annali, fe vi mancadè il fine di alcuni tomi, dove tante volte con appendici muta, e rimuta, aggiunge, e ridice quanto per avanti aveva detto, ed ingenuamente confeflTa Terrore. „ A priore fententìa recedere^ ^ et qm firmiter pabiliijfe vi„ debaty re&aHare minimi diffidam. £ pih oltre.,, Re autem vi» gdantiffimo fiudio exaBius pervefiigatay atque attentius difqui/tta a „ priore fententia volensj tibenfque difeendens ^ in eam potius vento, „ quam verteas perfnadet. ^ (Annoi, tom.j. fol. Sé.) Se il libro non ioffe Siterò, e vi mancafle quella pane, e quella delle appendici, fi direbbe che T Autore aveflc una opùiiono, k qual avendola retrattata, non ebbe per vera. 107 Nel margine che vi è meffó al teAo di Romualdo citato da-llAvverkrìo ( fol. 444. ) fi dice „ incìpiendo ab illh verbis’. in hoc,, eapitulo Fodericus Jmporator^ ò'c. ufque ad illa verbo; Eccl/fationes „ Solit. f. in figao Virginisì ^ le quali parole però fi è Icordato di porm; o che fi è Icordato di levar dal margine; non avendole polle nel tallo / forfè per non levar la fede all’ Autore, il qual pare attefii che fia in quel tempo fucceduto Eccliffi del Sole nel legno della Vergine; il che è fallo; perchè per quanto fi ha dal Calcola Allronomico non fon fuccefii tali Ecclifli, nè fucceder potevano, non fervendo alcun dei nodi a quel fogno. Secondo i Compuùlli del 1 177. furono due Ecclifiì della Luna ^ il primo fu nel di 2Ò. d’ Aprile, T altro a’ tp. d’ Ottobre : Ecclifli del Sole non fu fe non del iiSo. a’aS. di Gennajo, c del 1181. a1 3.' di Loglio ; nel qual tempo il Sol non poteva elTer in Vergine : di che TAvverfario, forfè avvifato, non ha polle le parole del teflo promefle nel margine. £* vero che fcritte le fuddecte cole, mi è occorfo veder d'un EcclifG accaduto in quellanno 1177* nel di 8. Settembre, prdfo Vincenzo Belvacenfe nello Speculo lllorkie lib. 2p. cap. ar* ma quello appunto ci pone il fofpetto, che il detto Autor Romualdo, feguendo l'error del Belva Selvtcenfc in queftn Tua Cranici, fìa autor |»fteriore al 1144. Ca dove ó:rifle il Bcivacenfe, e non prefente al fucceOb del 1177. come vuoi r Avverlario, Della ^ual falfià di Ecclillì non avendo veduto il tello di Romualdo, le non quanto fcrive l’ Avverbrio nel margine non fò alKduiamente fondamento fino che non lo vegga. Ora quelli Autori dicoaa che Papa Aleflàndra venilTe trionfante con tredici galee mandategli dal Rè di Sicilia, cosi negano che avefle bifogno dell'.ajuto de' Veneziani, per vincer Federigo, che gih era vinto, e ne ricluedefié la pace ; e vogliono far . mentir gli altri, che venilTo. profugo, e di nafcoHo; che fcoperto poi, la Repubblica toglieflè la Tua difefa, e ne feguiflero le cofe prenarrate. Qui laicio di confideiar le flat^ite, che dicono in numero aflai dove, dato che detti Autori fodero ftnza quelle mende che li modrano mendaci, e fenza credito, è in obbligo chi vuol por loro penderò, e tener conto d’adopnr le regole leloSgali, che infegnano quello G ha a bre, quando vi' fono tefti. monj difeordi, per fuggir la bIGth di efli, per rifolverd come G abbi a credere. Se trattano di atti iterabili, la contrarietà fa che ft abbia a prefumere eder lùccedi più d' una volta.- ( ri t»» ( 14. de ttflH, et lèi glaf. 0 ~ omnes ScrHe4U(i et m cap. m prafen(ia de proiat. Bar. (rriit, de ta/tii, coi, 1. jirtr, m fi 4»ima in p, Ittliu. dt efl». Ancbm. cm[, J35. /iree primt, imm. t, Frane, Care. tir. eod. p. 7. nam. 1^6. varf. ftcmi& rtdncrauar. Fot, Ant. pietra de fideicammifi. 4. ta. Nkelatts Lejènt, de ttjì 'ti, verf. eenfequttuer traS. rem.4. fol. Z37. dove G dico in torminis : Conetr. datar ficnt Bvangelifta, juiM quei dkitnr difihtgue ttntptra, et rencardaiis Scrtpttlras^ ite tttagii ahfervandttt» tttea dherfitatem Hifiericomm Ctrtmograpiemm. Quella Dottrina Circa gl' Evangelìdi infegnb Sant'Agodino molto avanti, de Certfenfu EvartgeUftarttm IH. a. cap. 50. oper. Toiei. 4. fot. 153. Sk nii fintile invenittr fatìttm a Dwnioe, qnaà in aliqne alteri Evongellfia ita eepttgrtare videtmr, ttt emnhii pdvi tiett pefftty triiil alind intelligittir, quam utrttmqtte faÉhm ejftj et alittd ab alio eonotterrteratttrH ^e. Cosi G dee far degl' altri Storici ; cosi doveva far l'Avverfario nel cafo di Papa AlelTandn) : il che non avendo egli fatto, lo faranno gl' altri, dando loro ampia materia, e teftìmonio i proprj Avvefarj. lop I Nollri affermano che Papa Alelfandro. venilTe incognito a Venezia avanti la Vittoria, la qual fia fuccedà del ityó. e Tanno feguente feguide la pace ; cosi lo atteftano anche i Foreflieri Beat. Anton. Hiftorico par. 2. eie. 17. Cap. i. §. io. Polater. IH. az. /e/. 234. Coritts par.i. fot. 51. La venuta poi, dicono, colle Galee del Rè di Sicilia fu del 1177. cioè nell'anno che fi fece h pacecosi per li fuoi Autori Tanefta T Avverfario l. D. Tiem. 12. pH anno 1177. Jot. 430. Gli Storici dunque, parlando di due anni dillinti, danno all' Avverbrio obbligo di dire che due Geno fiate le venate del Pontefice; una quando venne incognito, dove dimoraffe finché la Vittoria Giccelfe contro Federigo, ed il trattamento, e la conclufion delb Pace lo aflìcuralfe cb potefie andar libe lamente ninente dove pI 2 ì gli piacefle, poi dovendo venir Federigo ad umtliarA a’ Tuoi piedi a Venezia, il Papa venire la feconda volu trionfante con tredici Galee del Rè di Sicilia.* non oftante dunGue r improperio, e la oppofizione che hanno gli Storici addotti dall' Avverfario, concedendo ancora che integri fieno, punto non contraddirebbero alli nodri, quando l’Avverlìario ha un obbligo di credere, e dire, cóme infegna Sant'AgoiUno, Ihrumqut faHum ffffy Cr aytud alio omijfum. Stante le quali cofe, febbene allora per opera de' Veneziani fu levato quel fcifma, e conoiciuto il vece Pontefice, ed ottenuta la pace, ben farebbe conveniente ^n• cera che da qui folle levato Io fcifma trb gli Storici, e fermata concordia trb e0i; fofle conofeiuta la veritb certa di quanto apprclTo la Sede Appoftolica nella Sala Regia, e nella Regia del Maggior Conlìglio in Venezia è confermato. Alle predette cofe s'aggiunge per argomento più rìfervato, che fi cava dal veribmile, prova efficace, cera, econcludentene'Giudizj con che f( fanno le X^^i> e fi dlfinilcono i Litìgj, come fi ten« ga per vero quel che e verifimile. jfUcgtt. per lìipolit, im tvè. dt pnéét» num* lo8. et fea, Tiraq, in ptxfat, /. fi unquam «m. 37* et ftqq. C. de revoc» aonats 0 “ Mafcard, de pnbar, eencl. 1402. verijimiiie$tdù in prinàp, 0 nu^ 22. 0 feq, Parfan, de probat. lib, I, Cép. 8. 20. 0 fca* Mandof. in - regul. Camelb, in prafat» per $ 9 fum lat^ Card, Tufil, pad. Cenci, in verb, verifimHe quid fit 9 M. 0 feq. tom^ 8. fel, 375. Chi dià che un Vafcello travagliato da grave tempefia di Mare, o da perfecuzion de'Corlàrì, non fi fia ridotto in Porto ficuIO, che gli fia vicino ogn* altra pendice, minacciando cattivici, e storte? £ dove Papa Aleflaodro, per afficurarfi andò? prima raccontano: Pimijffe Lateranenji Pélatio^ ad tutor domet ìb^ngipanas ad Ciftemam Neronis, m qua latuit Nna fi*giem Rotnanos infequentes metu ab Urbe fugam, medhantem Cuglielmui Rea fuis Trf temibuky e Terracina in Franciam deduxit^ poftea Francia y 0 Anglia Regum Conjtlio Remam. Ex, Ottene Fringenfi de rebus geflis F rider, lib. X. cap, 66. Tbom, Favelli de rebus Skulis dee. 2. Uh. 7. fot. 410. 0 ex olieg. per Baren, D. Tbom. li. fd. 342. Di modo che è verifimile, e coti fi dee tener por vero quel che ferive Obon Ravennate.- Defperaiis rebus Vtltelmiy ad tamos Friderki Exercitus vires imbccillas fuadebanty ne illi falutem fuam facile erederefy PrefeBionem in Cahiam ut rnanimumy 0 qui prater fuga di^ verrkulumy nibil ei adverfus Friderkum praft intra effe damnabaty Venetam Chitatem liberam y 0 oh id minimi fufpeBam, quam ifem amicam potius, 0 fuarum partiunt fuifse cognoverat maxuni ad eumdum probabat. Chi può dunque in quella difperazidn di cofe non credere ehegli fi lift ridotto a Venezia, la qual Iddio, in vece delle Ciith di rifugio concefib al fuo popolo, ha fatta riforger per falvezza l'Italia contra il furor de’Barbari? Per lo che Leon IX. fuo PredecelTore, vi fi trasferì perfeguitato da* Greci, e da' Normanni, dove fono cacciati tanti altri Principi da' loro fiati iòccorfi, e ne hanno ricevuta tanta confoUiiooe nelle efireme loro miferte, che han Digilized by Google DEL FRANGIPANE. 311 tanno confelTaro non aver più defìderio nè della Pairia, nè del perduto Principiato SM. dee. 3. li. i. pag. 152. ne fuona la Tromba per tutto il Mondo. I nodri Giurc-Confulti, benché efteri, di lei dicono ; Urie prtelariffima, deevs. fplnidm eeiius Italia, v'trntihts, divitiis, ac Religione ornata, Paradifus delitiarum'. Bald. conf. 41 1. qu'tdam man. 2. voi. 4. Carnati, conf. 72. de fare Col. }. Menoei. conf. 75. tac /am dici nam. yS. Jaf in l. fi Infalam nam. y. ff. de veri, oiligat. Gomef. li. ft faerat tnjlit. de aHion. Kevii^n. Iti. 5. nam. jy, Catelian. Crfia Memorai, in Veri. Fenetis. Tomai Deplovat. in Mditio ad Cepoltam de fervit. raflic. prad, e. 16. Mandof reg. 1 3. qu. 6. in fine Pietro Antonio Petra de Principe Cap. 3. qa. 4. nam. 34, Ai quali fi aggiunge Pietro Bellino Configlicr del Serenilfimo Emanuello Duca di Savoja nel fuo trattato de re milit. lit. 5. i» princ. traCl. tom. tS. fol. 335. Il quale cosi dice, Urne Uriem Novam Romam dixie Falgofas, et Commanem Patriam vocat Cama, eamque, et noi non immeriii calme n, et decui Italia dieemas, ehm fola, nel exorieni conira Bariaricaa Gemei, et rapin.ti, er vifiationei tatiffimam praiuerit llalii refitgium, folaqae tedia halicam liiereatem, tr dignhatem confervet, et taeaiar. Il Petrarca che godeva lo ftefeo rifugio. Seniliam, hi. 4. Epiti. 4. Aagaflilfitma Fenelianim (Iris, qaa ana todie liiettatii, ac pacii, et tifiiHa Domai e fi, anam ioaorum refugiam, ama Portai, qaem IM vivere capientiam, tjirannitii andiqaeiellicii tempefiaiiim ipuafia rate: pelane, Urli, aari divei, fed ditior pradentia, poiens opiiai, fid vinate poteniior; folidii fandata marmor Hai, fed filidiori eiiam fand.imento Civili! concordia fiaiilita, falfit einSa fiaàiiat, fed falfioriita tata Confila! tee. Onde Sabba Calliglionc ne’fuoi ricordi num. 114. dice, Fenexia bonor, repataxion, ed ornamento dell afflitta, e fconfolata IiÀia : per la Cai confcrvaxione ogni iaon Italiano dovreiie pregar noftro Signor Iddio. E certo a me pare mirabile b continua conlervazione della prima liberti fino a’prefenti tempi, e per Mar, e per Terra, in Levante, e Ponente, col Senno, e colle Mani valorofamente confervata, mantenuta, e direfa, cosi poITiamo fperare in Dio che fi confervi per l’avvenire di bene in meglio per la vera Giu. flizia, per la Religione, pel cattolico Culto di Dio, e per le opere pie, e fante, ch’in queUa abbondano ad onor e fervizio di noftro Signor GESIT CRISTO; Onde in modo di profezia è introdotto a parlar l’Angelo neU'Italia ìibettu da Gin; Giorgio Trifin. Hi. y. Mira qaetla Cini, ci' a mexpep alt acque Sorge tri'l Sde, t Adige, e la Brenta I^uella è Fenexia gloria del Terrena Italico, e Rifagio delle genti Dalla Sevi-gia' Barbara percoffe. $mfla Regina è di late' il Mare Specchio di liberti. Madre di fede. Albergo di Giuflixia, e di qaiere. Le cui virtìt fempre faranno eccelfe. Ed ampie in ogni fan futura etade. Però la fama che con fimili Trombe fuona poteva invitar Papa Aleffandro ad aver quel ricorfo, coU'cfcmpio de’ fuoi Predcceffori, cb’ Tomo II. Ss ebbero foccorfo, e difesa coatra i Perfeemorì loro, e di Santa Chìcla Lo dovea fpcztalmente inanimar il cafo di CregorÌ0 //. qoaB fìmiquando JUcn Impttudort^ eiTendofi meflTo aD’imprcfa di diflruggef« tucte k Santi Immagini della CriHianit^ far ciò oOinatamente ne lo richiele; qual villo che il Papa non volle, come non poteva ubbidirlo, richiefe il PuceOrfo, cd i| Popolo di Venezia, o a dargli in man il Pontefìce, 0 che Tainmazzairero; arditamente gli rifpolero quel che è regiurato da Bernardo Giudiniano nella Tua Storia al Libro X. Refponftan iis magno animo advertero po$utJfc quanto femper fiudio^ et bonort omnU bus ttmporibui Imptraroriam enolZcrcMa/eJlatem : maximb ramtn nowjjima Ravenna Urbis retfptione ^ non verim in corum gratiam Regem amiÒ" ficderatitm belìo ìacefeere : efse tamen ita a Majoribns injìitur rum, Ht ubi de facrofanbia agatnr Religiotte Romanee Ecclejùe /aiuti y Cr bonari mtllo modo dejint, rum omnipottnti DeOy porìus quam tdli mortaliwn fit partndum, Jraqtte Romanum Pontificem non daferturos» Ma farh meglio feguitar il fatto con quel che regi&ra, e diceda fe per meraviglia il Cardinal Baroinio. Sub amo 7 ad. num. 37. tom, p. fol, 18. perrmti Venetiarum Esttreitus jujjioni Impcratorit re Jiituerunt \ Ijla ingenti prsjìantique animo Veneti Tkef terra y marique protrimi ejsenf Imperatori, a quo deieri timere ponti ffettt, fi adbuc viribus y adeò fortes prò Ponti/ce certamen èrme adveìfia ipfum atiquo modo prafumerenty fed ubi de Religione feient effe certamen y eun 3 a ei pojì babenda nterith cen/uerunt. Indi ne ebbero tal gloria che contrariando^ airimpieib deU’Imperadere, ne riportarono trionfo, ch*ad onta fua hanno fabbricata la Chiefa di San Marco carica di Santi Immagini didentro, e di fuori ùi (cultura di Marmo, d’oro, e d’ Argento, di Bronzo, di Molaico, nel letto, nelle Pareti, nelle Colonne (ino nel Pavimento, ma pròpor7Ìonatamefite collocandone. £d ivi contro la Pazza erefta deH'lmperador Iconomaco, che alTeriva ciò effèr Idolatria, fcrifle in Molaici verfo la Canonica. Nam Deus efi quod Imago docety non Deus ipfaHanc videaSy fed mente calasyquod cernii in ipfa. Chi è quello dunque, che avvuta un ardentilTtroa, e mortale febbre, fie tic rìlànato per opera d’un fuo valorolo Medico amorevole, cd affezionato, che trovandofi con gli flefli fegni, e parofilmi, non torni allo deflb Medico come certo di liberarfi. Però la Chiefa cd il Papa liberato dalla pcrlecntion d'un empio Imperadore per opera deVeneziani; chi dir^, che tornatagli li lleflì travagli non Ha ricorfo alli HelTi, 0 incognito per llar Ccuro; o feoperto per efler difefo? Certo il vcrillìmilc, c la prelunzione è per raffermativa ; perche dalle cofe pallate, ft conofeono le prefenti, C. mandata C.Scriban, de prO' fumpt, Menocb. eod. lib, i. prafump. 24. ir». 8. La Storta dt Papa Gregorio certamente vera lo fcrive il Bibliotecario allegato, e feguito dal Cardinal Baronio è regillrata nel Pontibcal Tom. i.conf. 410. è Icritta parimenti da Paolo Diacono nella Storia de’ Longobardi nel Libro 6. Cap. 4p. Se quella di Papa AIclTandro non foffe fiata vera, nè la Sede Apollolica 1 avrebbe fatta dipingere, nè i Veneziani lafciando quella ^ Gregorio vera, e^ tanta gloria; Ufquequb gravi cordcy ut quid iiligitis vanitatemy et quaritis mendaciumì Pfalm. 4. perchè giufla il proverbio, ]!le matici in favor di Papa Onorio, dice, cbe acquiilarono dal Papa titolo di Repubblica. CrilHaninima, e di Dominio ampio per Terra, e per Mare, perchè Nallum kommt mtpouneratum Tom, 5. fub tmM 6^0, n, 17. fol. 6i%, to, p. fub an. yi6, ». 37. fui. 58, quedo fi vede conlcguito fobico dopo la vittoria conF^erigo, e meìlb in fedia Papa Ai^lTandro, perchè oiiracolofamente la Repubblica collegata co’Francefi, fece l'acquida dell'Imperio d’Oriente, che di fopra al numer. 78. abbiamo narrato, e poi fempre piò crebbe. i Il trionfo, e fine quando il Papa milè il piè fui collo di Federi' go, e figillò la pace, fu adì 24. Luglio la ;VigiLia di San Jacopo come dicemmo del 1177. dall’ ora in poi il Signor Iddio G è compiaciuto di donare diverfe grazie, ed allegrezze immenfe alla Repubblica fino ad oggi giorno nel detto Mefe, che ben d^ fegno in rìcompenia di quanto merito 6a. Per avanti il Mefe di Luglio era infaudo a’ Romani, ed aH’Italia per li sfortunati avvenimenti, cbe loro intervenivano, e par che ave^e principio da peccato di Religione; per lo che alcuni Politici, e Qiure^Ionfulti, pcrGufi della Dottrina di Platone ofTervato che certi cafi G trovavano iterati quafi all'idefib tempo, differo, che era un Orcuito di proportion armonica cbe girava, e giunto alle corde dello deflb numero iterade lo deffo tener di cole, come nel Corpo umano, quando è infermo per lo perìodo degli umori fi fanno le crifi nelli giorni decretor), e l’altre alterazioni negli anni climaterici, allegar, per Valentin. Forjlerum de hifi, /ut, civiUs, ì. i. in prin^ cip, frati, tom. 1 fol. 25. AUi II. di Luglio i Romani ebbero due rotte d’Eferciti in diverfi tempi cioè f Alienfcy c la Gremercnfey però quel di fu chiamato ni j^uJÌOy ni infauflo Corm Tacir. tib, 18. Tir, Uvitn dee. r. Uh, 6, Macrob. Satttrnal. l, I. c, 16. alti II. Nacque Giulio Cefare che diè nome al Mefe prodigiofamente ufeito a guifà diferpe, tagliato il ventre della Madre, e ne fegui con tanta uccifione ledinzion della liberti della Patria, della qual ben dide il Voicì. ^ Socerque y Gener, que perdidijii omnia. Succederò poi a dominarla i Tiberjy i Cajy i Nereaiy e tanti altri ferpi. AUi ip» cominciò Tincendio in Roma, comandato come alcuni vogliono da Nerone che tutta Tarfe.’ nel qual giorno per avanti da Calli Senoni fu prefa, et abbruciata. Tacitò Tib. 15, AUi X. Tito, non valfe ad impedire che a fuo difpetto i fuoi Soldati non abbruciadero il Tempio di GeruQUcoime, abbruciato la prìma volta da Nabucodonofor nelb dedb giorno, che fu il decimo del Mele quinto, che appredb i Latini è il LugUo, però detto tilcy ma comandofi perKaIende,che retrocedendo, principiano a'feoici, fi chiama Agodo, il qual giorno per^edi incend) Giufeppo chiama Tomo il. Ss 2 fa 3^4 ALLEGAZIONE &ulc, e cadetcbbc a'i5> Coà lì Calva quel che dice San Girolamo Copra Zaccheria S. Tt/mfumpùvi i» r. jciimmm àifi. Jcfcpbo Je itilo Juào'uo Hi. 7> e. e dove in. tal giorno per meilizia era inftiruto U diurno. In contrario qu^ lì celebta la feda di San JacopO in Rialto, quella Chiefa la qual la Cùtìi volle che foflc prima Pietra, e fondameto della dia foodazionequando ottenne grazia Cubito Catto voto, che li eflingueflè rincendio appiccato, che di giìi abbruciate 14, Cale era per abbruciaala tutta; così avendo colle Cue Celici armi ottenuto che d edinguelCe l' incendio di tanta guerra con Federigo che affligeva la Chiefa, e cenCumava tutta l’Italia. Quel MeCe dall’ora in quh Dio condituì che folTe tempo di dar la paga a' tuoi Soldati benemeriti, perchi in elfo Ce che la RepubUica conùnciaOc a far il predetto aoquido, prima col romper l’armata dell’ fmptsadore nello AelTo Areno di Collaniinopoli, e dopo affediata, e prcià la Citth, fugato il Tiranno AlelTio, col rimetter in ie^ liàccio, ed AleOio, fuo h^Iiuolo, i quali Cubito uccili da Marcilo occupò, la feconda volta V Imperio, dico la Città, e l' Impcrio ; non ancora partito 1’ Efercito nè 1’ armata dalle mura, uccifo Marcirò, a lui rimafe la Grecia; del qual primo acquiflo, fcrive Niceta. Aniwlium Lii. 3. Col. i a. fri, 177. ABom toc tfi Menfe JuHo onno lyii. che rifponde all’anno del Signore izol. cioè anni 24. dopo la detta imprela; l’anno feguente fu poi il total acquiAo : la qual’imprefa ora^i man di Jacopo Palma rendè fplendida la fua arte colla Pittura nella Sàia del maggior Configlio a dirimpetto deH'imprefa fatta per Papa Alefiandro, quafi due partite de’ libri de Conti aU’incontro di dare, e d’avere. Dalla Morte di CriAo lino aU’imprefa, e diAruzione di Gerufalemme, che fcgu'i per vendetta, pallarono anni quaranta, e qui 24. Coli, volendo il Signor eAer affai piò preAo alla rimunerazione, eh’ alla pena, dove Eufebio In Cronico confiderando il tempo della PaCqua, nel quale per quella imprefa fei cento mila Ebrei furono uocifi, ne cava argomento che ciò Iblfe per divina vendetta dal fegno del tempo, come intendiamo ora di far ancora noi, e dice, Oportliif onim iifilcm ditha Pojcbtt coi mterfei in quihn Solvotorem crutifxcnmt. Però nel Mefedi Luglio la Città feAeggia per diverfi altri feliciffiini avvenimenti, come per avanti forfè per altre fimili caufe leinteivenivano il dì di San Pietro. Nel primo celebra la feAa di San Marziale per tre Vittorie da lei in diverfi tempi in detto giorno ottenute; Al che fi aggiunge che nello Aeffo giorno il Doge Andrea Contarini fi refe a Chiozza trionfiinte per la vittoria contra Genovefi narrata di fopra al num. 15. Contra gli Aefli alli 22. fi conclufe la Capitolazione, e pace con tanto onore, ed acquiAo della Repubblica, che ancor fi celebra per memoria di allegrezza pubblica la fella di Santa Maria Maddalena. Alli 6. fucceffe il fatto d'arme al Taro, nel quale il Rèdi Francia ricevè così buon accordo, che fuggito per voto, come riferifee il Guicciardini Hi. z. cor. jg. e sbigottito da queir angofeia, gli feappò la voglia di fapct dove piò fbAe l'Italia, intento all'ora folamente al Digitized by Google DEL FRANGIPANE. 32^ ai pafTàr avanti nonvolendo^mtender più pratica alcuna, con celeritk fegultanda il Tuo cammino, levandofi aguifa di vinto fcnzafaonar la Tromba* Gmcciard. lib, 3. car^ 5p. e 6 p. ed ivi queirifteflb giorno cominciò a ceder forzatamente i luoghi che teneva confederati della Repubblica richiel^ill dalli Provediiori Veneti nella rifpofU data al fuo Araldo quando richiefe U paiTo, Bentbus Hb. 2. cor. 44. j 4 lexanà, in diario ejuuUm belli y Jov/uilib» 2. car. 8^ per chè all’ ora angoTciato a difender la propria perfona più colla ferocia del fuo Cavallo, e colle orazioni,che da* fuoi eHèndo. anche eflì occupati nel difender la Tua,, cosi che io avevano abbandonato, non potè mandar come doveva la gente fui Genovefe,. però ufcita Tarmata di Genova,, prefo fenza difllcoltk il Borgo di Rapallo col prefidio de* Francelì che lo teneva, e prefa l'Armata loro che ritirata in quel Golfo di li a poco il Rè Ferdinando ricuperò il Regno di Napoli, ed il Duca di Milano Novara : pel qual fine la Repubblica s’armò e combattè, ed avendolo ottenuto da Dio, ne vicn aver avuta la vittoria all’ora felice per T Italia, colla ricuperazione della ricca, e gro 0 a preda, che dalla mifera Italia, fpoglìata in Francia gloriofi riportavano. Allt 17. che fi fece appunto U primo acquilo di CofianttnopoU y come di fopra al num. I20. fi fcfieggia la memoria di Sanu Marina, perchè in quel giorno fcrive il Bembo, fi fece Tacquifio diPadova due volte, ma la feconda Dio fece, che ficcome era d^ di Santa Marina foflc luce di Stella Marina per ralTèrenar le tenebre della Repubblica, in mezzo della fiera tempefia della Lega di Cambra;, fopra che dice la Parte prefa nel Sereninimo Senato per folennizzare detta Fella 1712. Die XXK Junij fide prhtcipiam Uberationis a eonventu maiignanìium y CT a fmcibus inimìcontm nojlrcrmn y Civi^ fas Padiue non bumana opv, aut ConJUtOy fed^ Divino auxilio fiiir cuperatay t per dame qualche argomento, e fcgnodicc, In cuyasetimt T'empio tppcnfn ClavesÒ" Sigillo Civitatit fitb feptdcro Serenifs. Dtteis D.Miibaei ’hSfeno in monwmntum prim^ %pfiu% acquifmonis, Quello giorno fu principio tale, che da indila Repubblica ricuperò tutto il fuo Stato, cho aveva perduto, c ciò con tanta gloria., che il Guicciardini dice /i^.4r. 327. Con ejini Icp^ieriy e poco dwrabili fi terminarono i movirnertm ti dell armi fen- 3 ^ utilità y ma non ferrea ignominia del nome di Cefore, e con accrtfeimento della riputatone de' yenezi^*** 9 ^be a ff aitati dagli Eferciti di CefarCy e del Rè di Francia mantenejjero alla fine le medefimt forze, ed il medefimo Dominio, Indi alTottava, che è la Vigilia di San Jacopo. Renzg da Ceri ufcico da Crema prefe Cafiiglione, e menò prigione Ì 1 Capitano, che Io teneva, e iubito prete Lodiy c confegnollo a’ Collegati. Aleman. Tinus in Hifi, Erement, lib, 8. AlU 2p. di Luglio del 1523. fu fatta la Capitolazione della pace, colla confermazione di quanto pofledeva la Repubblica in Terra ferma • La Signoria vifìta folennemente la Chiefa del Redentore la ter2a Domenica di Luglio, nella qual fu liberau la Citta da una gran pelle. Cof^ il Mefe, temperai per avanci degli Infortunj, è divenuto (Ragion Digilized by Google 3zo Raven. fih. 8. Bard^ cor. 24. FiJi(q>o Memo Dottor andò ad accompagnar Ottone, che fu prefo all’ Imperator Tuo Padre, Crontcs Samtìa M. S, fai. 84. ed ambi ebbero in tal fatto merito, uno per la Vittoria, l’altro per la con» clufion della pace col ridur T Impecadore a* piedi del Pontefice nel jnunesazione io quel giorno, e celcbrandofi 1* annuale dell’Afcenfione ravvivar la gloria della Repubblica con ravvivar la memo^ ria del trionfo, confeguito contra i Perfecutori di Sama Chiefa, c fpiegaic elempio a’prcfentt) ebe abbino a perfeverare, e non effere, degeneri a* luoi Progenitori, dovendo per le proprie confeguirne premio Gngolare in perpetuo, e trafmettere il merito anche a’ pofleri, per lo che ogn’uno dee defiderare, e pregare con devoto Inno di Policromo, che il Signor Iddio faccia perpetua quella bnta, gloriola, ed a lui gradita REPUBBLICA, che fia cuBodita flagl’ Angioli^ Grazia-. DOMINIO DEL MAR ADRIATICO DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA SERENISSIMO PRINCIPE. t L Dommio della Serenedima Repubblica fopra il Mar Adriatico i cos» celebre, e famofo, che forfè non fi troverà akan’ altro, del quale dopo la declinazione dell’Imperio Romana più Storici, eGiureconfulii abbiano fatta menzione, ed approvato di comune confcntimento per le. gicimo, e giuflii&mo; nel che elTendo tutti con ^ cordi,fifone però trovati differenti neiraflegnar vi l'origine, e varj'nell’allegar il tellimonio, fondandolo, chi lopra privilegio conceffo dal Papa, chi fopra privilegio, e conceflione dellimpcradore, ed alcuni fopra la prucrizione, altri ancora fopra antica confuetudine. L’opinione, e ragioni de’ quali avendo io confrontato con le Puh. blice Scritture, che per comandamento di 'Voftra Serenità mi fono Ihte mollrate per dover metter infieme un'iniera relazione, ed informazione delle ragioni di quella antichiffima, e nobililfima giurifdizione, confiderato il tutto accuratamente, ho creduto che quella materia poffa effer ben dducidata, ponendola in cinque confidcrazioni. La prima tratterà il vero tellimonio, e poffeflione, de’quali quello Dominio colla, mollrandolo non acquillato, ma anche infieme con la Repubblica confervato, ed aumentato con la virtù dell’ armi, e fiabiìito con la conluetudine eh’ eccede ogni memoria. La feconda larà in mollrare non effer vero, ni utile il dire, che la fercniffima Repubblica abbia il Dominio del Marc per privilegio del Papa, o dell’ Impcradore, ni meno per preferizione. La terza confiderazione farà vedere fe il Dominio del Mare comprenda i Seni, Porti, et altri ridotti, ed inclufi i Lidi ancora, e le quella giurifdizione s'^llenda a llatuire, ed imponer Leggi a’ Naviganti, facendo quell'otbuùzioni, che ricerca la pubblica utilità, ed a pe Digilized b, - ìoogle 3z8 DOMNIO del a punire i delitti commeflì in Mare ^ e ^ imporre gravezze a quelli, che fi vaglino dell’ ufo di elfo.. quarta far^ in efplicare, e rifolverc ropinioni d’ alcuni che vengono fatte in contrario. ^ Nella quinta metterò infleme le ragioni particolari, c proprie della Sava di Goro^ ed in quelle ^coofid^zioni non mi vaierò fe non di cofe » chq fi poffono moftrare per le Scritture pubbliche, ed "autentiche di Voffra Sereniti, ovvero per tefiimonj, ma degli Storici, c Giurcconfulti approvati^ Il vero Tefiimonio, pel quale la Serenifiima Repubblica ha il Dominio del Mare è quell’ ifieflO) pel quale ella ha la fua liberti, fi che al piiqcipio del fuo nafeimento per una IWfia caufa ella nacque libera^ ed ebbe rimpcrio maritimo, e quella caufa fu reffer edificata, e cofirutt^ in Mare, il quale all’ora non era fono il Dominio d’aìcuno. E’ termine indubitato appreffo i Giurcconfulti effcrc de ]ttre Gett^ ri»m, che ognìCiti^fia libera s’ è fondau nel fuo, ficcome le Cincin luogo dominato fono dal fuo nascimento Soggette al Dominante; quelle, che naicendo in Terra non foggetea ad altri, nafeono libere per quella ragione, che fono libere per la Slcflà fono Padrone della Terra dove hanno il loro principio. Co$‘( quella inclita Citt b nata nel Mare, del quale non eia alcun Padrone, è nata libera, e per rifielTa r:tgione Padrona dell’acqua dove ebbe il fuo principio; per Io che tanto è il ricercare rimpcrio Maritimo di Venezia, quanto ricercare roriginc della liberti fua, ovvero la fua fondazione. A quello non olla, che ne* tempi precedenti la Repubblica Ro^ roana abbia fignoreggiato rillefib Mare; ùpperocchè non fi ricerca per l’edificazione ad una libera Cittì, che il luogo mai in alcun tempo fia ftato dominato da altri, elTendo che per ifiabiliiì dello cofe mondane, non v’è ragione,che non fia fiata loggetta ad innumerabiii mutazioni, ma bens'i ricerca, che nel tempo deiredilicazione il luogo non fblTc fo^getto ad alcuno. L’Imperio di tutto rAdriaiico per molti fecoli innanzi il nafeiinento di Venezia, fu deirimperio Romano, ma nè Dominj de'Popoli avviene quello ftcITo che net Privati; cioè che cìafcheduno per tanto tempo è Padrone della fiia cifa per quanto la tiene in proprietì Sua, nel qual tempo non gli può eflcre legata lenza ing^llizia; ma s* egli l’abbandona, o non ne tiene il polTeflb, o irait ne può piò tener conto, quella difoccupata può elTere privilegiata per propria dì qual fi voglia, che primo le mettcrii la mano fopra. Così le Cittì, che foggette ad un Principe, non poflbno eflérgii levate fenza IngiulHzia, ma s’egli abbandonerà la loro cuftodia, c non la govcrnerì, o perchè non voglia, o perche le forze glie fieno tanto mancate, che non poffa, faranno di quello, che prima ne piglierà il governo, c protezione ; c per legge divina, ed umana dovranno fiare fotto di quello, mentre egli cominueA a reggerle. Anzi il Dominio così acquifiato anderì prendendo fcropre maggiori radici, e confermandofi per quanto nuggior tempo durerà, in mo do Digitized by Coogic MAR ADRIATICO, szg do che avendo continualo in cosi lungo Tpazio d’anni, che non vi fu memoria d'uomini in contrario, fata perfcMamente llabilito,e& poirh dire acquillaio per confuetudine. Certa cola i, ehe innanzi l'anno 400. dalla Nafcita di nodro gnore, gl'imperatori pollédevano Tacque del Mar Adriatico, partW colarmente le Lagune dove quella inclita Citth i fondata, ma ef. fendo dedicata la forza dell'Imperio in Occidente per Toccupazione di gran pane dell'Iialia da' Barbari, quelle acque furono dagl’Imperadori abbauJcnate; onde redando fenza Dominante, per legge Divina, ed umana, poterono i Popoli, che fi ritirarono per l’inonda. alone de’ Barbari, indituire in qued'acque una Repubblica libera, e per virtù della fila Nativith Padrona del luogo, abbandonato da chi prima lo dominava era all' ora fenza Padrone, e difoccupato. Ma mentre dico, che il Dominio del Mare fia naturale a quella Repubblica, e nato infieme con lei, non voglio intendere, che tutto in un tempo abbia ac^nidata la padronanza di tutto TAdrfatico, perchè le forzo nel principio non erano tante di poterlo cudodire, e guardare tutto; ma nel fuo principio ebbe Dominio di quel tanto, che con la virtù delle lue forze poteva cudodire, e proteggere, che fu il tratto contenuto trk Ravenna, ed Acquileja; redando il rimanente fenza Padrone come abbandonato dalTImperadore, e non dominato da’ Barbari, che s'impadronirono d’Italia lenza forze maritime, fintato che Giudiniano mandò per la ricuperazione d’Italia Efercito terredre, ed Armata di Marc, e fcacciati i Barbari, ripigliò il Dominio, e cadodia dell'Adriatico,* nel che avendo avuti favorevoli i Popoli di Venezia, non toccò, ma lalciò nella fua liberti la parte, che è da Ravenna in qiù, come polTeduta legitimamcme dalla Screnilfima Repubblica, contentandoli di quell'altea parte ch’ò oltre Ravenna : ficchi ilSerenifilmo Dominio della Repubblica in Mare fn di quella fola parte di edb, che è prollima a queda inclita Citch. Ma in progreflo di tempo fatti gTImperalori un’altea volta debo'lì, ceflaronu di mandare Arma» in Ravenna, ed abbandonala quella parte, che è dal fiume di Tronto in quh fi ritirarono nella Puglia, il che mife in ncceflìtii queda Repubblica, la quale era crefciuia anche di forze a pigliar cudodia piò ampia del Mare, e tenerlo netto da'Cotlari per mantener Scura la navigazione, incominciando dalla Riviera della Marca Anconitana, e dal Quarner fino a Venezia: il che lecoftava ogn’anno moltoifangue dc'fuoi Cittadini, e molto tefoio. Seguile le cole per alcun tempo in queda maniera, fu moda guerra da’.Normani aU'imperadorCodaatinopolicano nella Puglia, il quale non elTcndo badante a difenderfi per fe IlelTo in quella regione ricercò Tajuto della Serenifiiina Repubblica, il che fu uccafioneche ella palTafle con le file armi anche nella Riviera di Puglia. Molte fazioni Icguirono, nelle quali avendo AleOio Comneno Imperadoco fodenuta la gueira piò con Tajuto Veneto, che con le forze proprio per tré anni in circa, il quarto abbandonò Timprela, ne mai piò mandò Tarmata neU'Adtiatico - per lo che redò la Puglia occupata da' Normani, i quali elTcndo fcaz'arme maritime, il Golfo da quella parte fino a capo d'Octanto, abbandonato deUTmperadore, non poteva elTer, protetto, e cudodito, falvo che dalla ScreoiOima Tomo IL T t Repubblica.; oiide per neceflitìt di. render Scura la navigazione aTuoi Sudditi^ eOi. che gib. aveva con la forza acquiftato, quel Mare, con• tìnuò. a cudodirlo, e difenderlo da’ Corfari, e da altri turbatori, e oc acquiSb. il Dominio come di cofa abbandonata, e non poCTeduta da alcuno. Per lo. che ficcome s'i detto, ch'il Dominio del Mare d: naturale alla Repubblica, principiato inficmc con lei nelle parti proflimeaquell’inclitaCittk,cosV anche infìeme fi dee dire, chefiaamplificato fuqceflivamente neiraltre parti di elfo Mare, che fono ab- bandonate da quelli, che le pofledevano. prima, e prefe in protezione, c cuSodia dalla Repubblica fin tanto ch’ella s’è fatta Padrona. di tutto il Golfo, e perchè cib eccede fei centinaja d’anni, fupera, e di giìi, molta ha fuperato ogni memoria, ficchc è confermato con la confuetudine immemorabile. Di tal confuetudine convien fare ogni capitale, perchd la legge la ptefuppone tempre buona, ragionevole, e lodevole, e che fia intervenuto tutto, quello, ch’era neecITario a làr cofa legitima, che fia equivalemeadogni contratto, e convenzione. Per dottrina de’Giurtconlulti a (labilir una giurifdizione per conluctudine irrevocabile fi ricercano, che fieno fiati fatti atti giurildizionali continuamente da tempo. che non vi fia memoria in contrario, e che altri non abbiano elercitato. atto alcuno, fe non con licenza del Polfellbre : c che da. quello, fe alcuno, ha tentato, di farlo, gli fia fiato proibito, tutto ciò non occultamente, ma con faputa, e tolleranza di quelli, che avrebbero potuto pretendere altramente, le quali cole tutte fono intervenute nella continuata; polTel&one di quello Mare, Da tempo che non vi ò memoria in contrario è fiato eletto continuamente un Capitano di Golfo, fono fiate tenute Galee, ed altri Legni armati per cafiodia ordinaria, continuamente è fiato proibito efiicacemente, o con tutta tratuzione, o con forze a qualunque altroPotentato il tenervi Legni armati; ed i Pontefici, Imp'cradori, ed altri Principi hanno aflcnciio a quella giurifdizione, o col confeffarla in parole, ovvero per effetti, ricorrendo, implorando l’a)uto,e quando hanno voluto trafportar|Vettovaglie, od altre cofe pel Mare ricercando licenza, ricevendo le Patenti della conceflione ; e alle volte anche fono le licenze fiate negate, ovvero concedute limitatamen* te, e non quanto la loro dimanda richiedeva. A’ Naviganti fono fempre fiate date le Leggi fopra la navigazione, coti quanoo al luogo, dove dovevano far la Icala, come alla qualità delle merci; Li Conaabbandi fono fiati confilcati, e fono fiate impofte dazioni de’ Dazj, azioni tutte di giurifdizioni, e fupreme Dominio. Non v’ò memoria quando avelTe principio l’elezione d’un Capita, no di Golfo, ma ben nel ijp;. fi vede una lettera dell’Eccellentifiimo Senato ferina al Capitano dì quel tempo con precetto, che feorefle la Riviera della Marca Anconitana, e la Puglia fino b Capo d’ Otranto, e dal tcnor di quella lettera appare che il carico di Capitano non comincialTc all’ora. E' notoria la cufiodia tenuta continuamente con Galee, e Vafcelli armati per difenderlo da’ Corfari, e Ladri maritimi, «dopporfi a quelli, che voleficro impadronirfene;efisbinficme quante civefeovo di Magonza Vicario imperiale in Italia con la Sercnil&ma Repubblica nel 1174. che Ancona fodeadaltata con l’Armi Imperiali per Terra, e con quelle della Repubblica per Mare, ficcome fu anche pugnau, ed elpugnati. Fu-.ancora un’cfprcflb confenfo del Papa, e dell'Imperadore Federigo infieme l’anno 1177. imperocché avendo il Pontefice Alcflàndro Terzo implorate le pie Armi della Repubblica per difefa Tua, t della Sede Appodolica dalllmperadorc Combattuta, ed avendo Tlmpcradore dopo la rotta della Tua Armata acconfentito di venir a Venezia, Tuno, e l’altro confeflarooo in quede lue azioni legicimo il di lei Dominio Maritimo; e fé bene alcuni pochi Storici non fanno menzione di battaglia, e vittoria marìtl ma, attedano non di meno che il Principe Ziani incontrò prima il Papa, e poi Tlroperadore con potentidlma Armata, con TideHa li condude nella Marca Anconita. na, ed. aggiungono, che fu eletta la Citù di Venezia da ambe le parti, come quella che non foggetti ad alcuno aveva forze d’impedire, che dall’uno non foffe fatta violenza all’altro di quei Principi Valendofidel Dominio maritimo della Repubblica, come loconfeifarono. A qufda s’aggiunge, che il medefimo Federigo Imperadore quando' i’anno xi88. fi mife in viaggio per Terra £inta, Icrìvendo una lettera comminatoria al Palatino, e magificando le forze del Cridia. nefimo, oberano in fuo ajuto, mife frh le principali aver in lega, e compagnia la Repubblica di Venezia, encrau a fua difefa ad indanza,, e preghiere del Pontefice Romano, lafciato ben gorvenato, e cudodito il Mare.* il che tutto modra non folo ralTenfo di elfi Pontefici, ma anche quanto fofle loro grato per fervizio pubblico della Cridianith, che la Repubblica av^e forze non foto da protegere il Mare Adriatico, ma da mandare anche in Paefe lontano. Celebri furono ira le altre le fpedizioni £ute ad indanza d'Urba. no Secondo, e nei 1111. a preghiere diCalido Secondo; ma foprartutto è notabile la fpedizionc fatta h Coftantinopoli l’anno 1202. con il potente Arnuu, che inlìene con la Nobiltà Fraticefe, che vi era lopra fu fufficiente di reftituire in Coftantinopoli l'Impeiadore I fcacciato il Tiranno, e dopo la morte di elfo Imperadore acquilare il Dominio della Citth, e delflmperio, lafciando peri tanta Armata in Golfo, che fu fufficiente a guardarlo, ed a ricuperar Zara, che all’ora fi ribellò fenza muover le forze ch’erano in Coliantinopoli. Forfè la più notabil memoria ò, che nel ia7}. avendo congiurata quali tutta la Riviera della Romagna, e Marca Anconitana per ufurparC il Dominio di quei Mari, turbando la poireffione della Serenilfima Repubblica, fu nundata potentiifima Armau per reprimerli; e dopo alcune Batuglie, fu fatu pace con quei di Romagna, de’ quali erano Capi i Bolognefi 4 convenuto, che la SerenilEma Repubblica continuaflè nella poflefCone fua dicufiodire, e dominar quel Mare; Per lo che quelli della Marca, refiati foli, non potendo far rcfiflenza, fecero ricorfo al Pontefice Romano Gregorio Decimo, il quale tentò di far comandamento al Duce di quel tempo di defifiere, al che avendo egli rifpofio, che il Dominio del Mare era della Repubblica, e che voleva in ogni modo difenderlo, e proibire a tutti il tener Legni, e Galee armate, e trattar da nemici quelli, che avelfero pretefo di tenerli, il negozio fu poitato dallo flelTo Pontefice nel Concilio Generale di Lione, dove fu commeflà la caufa degli Anconitani all’Abate Naverfa, il quale udite le loro ragioni folamcme perchè la Serenillìnia Repubblica non confenfi di mettere in litigio quello, che da tanto tempo poffedeva, conobbe il Giudice, che gli Anconitani non avevano fondamento alcuno; onde furono coftretti d’ acquietarli, e cedere. Fece parimente guerra la Serenilfima Repubblica col Rè d’Ungheria, tth le altre caule, anche pel Dominio del Mare dirimpetto alla Dalmazia, ed in fine fi fece la pace in Tarino nel ijSt. dove fu convenuto, che la giurifdizione di quell' acque rellalfe alla Repubblica. Di quella ulnma guerra, e pace fono le Scritture pubbliche in Segreteria; le altre cote narrate di fopra fono tratte dagli Storici, eDendo cofe fuccelfé innanzi l’anno izji. quando furono abbruciate tutte le Scritture pubbliche. ‘ Più efficace prova ancora fi cava da’ricorfi fatti -da diverfe Citth, e Principi polli fopra il Mare Adriatico, i quali avendo ricevute irt‘ giurie nel Mare da’Corlàri, ovvero altri Ladri maritimi, fono ricorfi a quella Principe, dimandando ragione, e giulliziz. Per le Scritture pubbliche appare, che nel 1377. gli Anconitani prefero ardire di far diverfe novitb in Mare contro i Mercanti di Fermo, eÌAfcoli. (^elli di Fermo fecero ricorfo a Venezia, e dal Principe fu mandato in Ancona a ricercarli della Conveniente emen. da, ed a dolerli delle novit b da loro fatte in Mare, la cui guardia era acquifiata con tanto fangue: al che avendo elfi finillramente rifpollo, e non celfando di velare il Mare, fu perciò mandata una potente Armata per reprimérli; nel che volendo interponerfi il Pontefice Papa Gregorio Undccimo, al qual-efiètto mandò un’Amhafeiadore a Venezia, gli ih rifpoflo eoo aperte parole, non elTervi altra maniera d’accomodamento, fe non celfimdo gli Anconitani di molcllare i Naviganti, perchè la cullodia del Mare en llau dalla Repubblica icquillata con fuodori, e fangue da tanto tempo, cht non vi è memoria in contrario, come i ben noto; e perciò facevano intendere a Sua Santità, e cosi erano per dire a tutto il Mondo, che volevano foli culfodire il Mare, e proibir^ ad ogn'uno l’offendere in elfo chi fi fia. Furono coftretii in fine gli Anconitani a deri(lere,ed a ftxldisfare ancora a danni dati nel Mare a quelli di Fermo, e di Afcoli, Ebbero ancora ricorfo quelli di Spoleti airEccellentiflime Senato nel iì 9 ì- per elTcre ftau prefa una loro Barca fopra la Spiaggia di Rccanaii, onde fu comincio al Proveditore d'andare in Ancona, o sforzare gli Anconitani alla rcllituzione come di cofa prefa indebitamente nel Golfo di giurifdizione della Repubblica ac^uiftau eoa indori, fangue, e fpefa. £ nel 1408. corteggiando intorno alla punta d'Italia alcuni GenovcC con una Nave, una Caravella, ad una FuRa facendo danni particolarmente a Sudditi dal Principe di Taranto, egli fcrifle una lettera al Duce, avvilando i danni ricevuti, c ft^iuitgendo, che la forze fue farebbero Baie baflanti per rifarcirli de’ danni de'fuoi Sudditi; con tutto ciò aveva voluto prima darne notizia a Sua Serenitb, fperando, che vi rimedicrli, ficchò non fatò nOceflario per altra via provedere all' immunità de’fuoi Sudditi. L'illeflb anno eflendo fuggite due Galee al Rò Ferdinando di Sicilia di quà dal Faro, ed entrante net Golfo Adriatico, quel Rò non giudicò gli fo 0 c lecito il léguitarle, ma mandò a pregare il Sereniflimo Dominio, eh’ effendo enitate nel Mar fuo, voìeflie perfeguà. farle, e prenderle. In quegli (lem tempi del nti, eflendo fatte diverfe novità, e prede da' Golfari nelle acque della Marca, ficchè anche il viaggio alla divozione della Madonna di Loreto era impedito, quei della Ri. vieia mandarono a Cgnilìcarlo al Principe, avvifandioio della violazione della giurifdizione del fuo Mare, e che le prede fatte in quello erano con danno, e vergogna fna, pregandolo a prevedere con la fua potenza, e giulliaia, maflitee per heureeza di quelli, che dovevano andare alla Madonna di Loreto. L'illeflia illasza fu fatta nel 141(4. dall' Ambafeiadore dello Beflò Ri Feidinando per le Riviere della Puglia. Nel 1483. eflendo Baie predate da un Corfaro alcune robe del Ri d'Ungheria, i fnoi Miniflri ebbero ricorfo al Principe Cgoificandoli, che le offefe erano fatte a lui eflendo occorlé nel fuo Marc, c dimandando provinone, acciò la Navigazione fofle libera. E quello che i di maggior momento nel i48d. avendo i Turchi fatta una incurliene ikIU Marca Anconitana, predando uomini,e robe, Rapa Innoccnzio Ottavo con un fuo Breve, che ancora G ve. da, ordinò al fuo Nunzio AppoQolioo di fare doglianze con l'EccellentiiGiao Senato, e GgniGcarli, che all'onor fuo conveniva, che il Mar Adriatico faflc tenuto libera' da' Coefari, t far anche efficaci inflanze acciò raflrenafl'e l'ardire di quei l'urchi, che corleggiavano il Mare con vergogna, e fprczzo della Sereniflima Repubblica, aggiungendo, che cosi facendo farebbero opera gloriofa, e gratiffima alla Sede AppoRolica. In quelli ultimi tempi attenta nel 1577. Papa Gregaria DecimoWnio fece pregare rEcc^llentiflimo Senato di liberare il Golfo dall’ infedazione di una Galea del Marchefe di Vico, dicendo, che alla SerenilEaia K,cpubb.lica fpettava la coliodia d'elTo Golfo. Non i da tralalciare una lòtta d'ai^ellazione de'Pontefici Romani, che ii Dominio di quello. Mare fpetti alla Repubblica, alla quale hanno fatto alcuni d’elTi nel conceder le Pecime particolarmeule per le fpeGc della guardia del Qolfo^.Viè un Breve d’Adriano Sello noi un'altro di clemente Settimo nel ijzd. uno di Paolo Terzo nel ijjS, ed uno di Pio Qaaito nel 1504. che ciò dicono erpreOàniente, e forfè chi ricercaOc piò minuumente ne’ tempi innanzi, e dopo ne troverebbe degl’ altri dello flelTo tenore. Similmente manifeliilTimo confenfo degl’Imperadori fono le Sei Bolle Imperiali d’Enrico Quarto, Lotario Secondo, Federigo Primo, Enrico Sedo, Ottone Quarto, e Federigo Secondo, refemplare de' quali ò nella Segreteria, dove ciafeheduno d’efli pattuifee, che i Sudditi Veneti pol&no liberamante tranfiiare per le Terre, e Fiumi deli' Imperio, ed i Sudditi Imperiali pel Mare, e Fiumi di Venezia. Non fi dee tralalciare trb le dichiarazioni Imperiali la pace con Carlo Quinto, ed Ferdinando Secondo nel i5Zp. nella quale vi ò un Capitola, dovei! contiene, che i Sudditi polTano negoziare in Terra, ed in Mare, che è ben una chiara canfclTione, che la Repubblica ha il Dominio del Mare. Ma che quedo Mate fi debba intendere tutto l’Adriatico, Io moflra un’altro Capitolo dove dice, che la SeTcnilEma Repubblica continui a poircdere,come in quel tempo podedeva Terre, Fiumi, Laghi, ed Acque; il che non fi può intendere fe non dell’ acque del Mare, avendo prima detto Fiumi, Laghi, ed Acque; ma all’ora polTedcva tutto l’Adriatico, (wrehè ella in qud tempo y’ aveva l’armau dentro: Adunque quei Principi acconfentirono ìa poiTcuione dell Adriatico. La cerimonia ancora di fpofiir il Mare, che annualmente fi fa in prefenza degli Ambafeiadori, e Miniftri del Papa, e dell’ Imperadore, che non è data mai interrotta,è un’indizio deU’attedazione di quei Principi. Modrano ancora il confenfo di molti Principi, e Potentati le licenze chiede da loro per tranfirare con vettovaglie nel Mare. Ve ne fono innumcrabili concedè ai Marchefi di Ferrara, alla Cittì di Cefena, ai Signori di Ravenna, ai Malateda Signori di Rimini, ai Rè d’Ungheria, ai Ragufei, ai Rè di Napoli, ed all’ Imperadore deifoj ed al Pontefice ancora, che farebbe troppo lungo riferirle tutte. Io ne ho da’ Libri pubblici raccolte trenta nave, e fono certo, che ve ne fono dell' altre. ' Fra quelli fono notabili per la grandezza de’ Principi, Che le han. no richiede le concedioni fatte a petizione ;del Pontefice, e de’ fuoi Minidri, come nel ladp. all’Arcivefcavo di Spalatro Governatore della Marca, e Patriarca Antiocheno Governatore della Romagna di poter condur grano dalla Marca, e nel 1477. il Pontefice Sido Quarto per un luo Breve ricercò di poter trasferire grano dalla Marca in Cefena, e nel 1505. Giulio II. per un fuo Breve chiefe licenza di portar {rumenta dalla Marca a Roma. Si 33 che nel 1 3pp. efRtndo contratto matrimonio erb Guglielmo Arciduca d’Auflria, e la Sorella di Ladislao di Napoli, la quale volendo il Fratteilo, ed il Marito condur per Marc di l^glìa alla Riviera di Dalmazia con la. Vafeelli, tré Galee, e Navigli, dimandarono falvocondottp per li legni, c per le |>crfone^ ed il lalvocondotto fu concelfo a compiacenza di que’ Principi, a tutte le perlone, eccetto quelle, che fofTero bandU te da Venezia per delitto di Maeflh ofTelà, o per omicidio; col qual falvo condotto la Spola palsò con tutta la fua Compagnia; pniova noubiliinma della luperiorith del Mare; poiché i Banditi da Venezia tono banditi dall’Adriatico, come da Territorio fuo, e non è loro permeflb il femplice paffaggio, tranficando di Terre aliene in Terra aliena, ed in compagnia di gran Principi, Aggiungerò con qued’occafìone, non efler leggiera pniova di giuriidizioac in tutto il Mare il colhime antichidimo di bandir da’ Navigli armati, e dilarmati, che fi vede efegmto caiandy) ne* Navigli d’altri Principi, come neiroccafioni narrate* ^ f Dell’ aver ftatuite leggi, ed ordinazioni fopra fa navigatone, e deU’efazione de'Dazj, urh il luogo dì dilccNTcre à|l particolare nella terza Scrittura, ficcome anche il ledknonio de’Gìdreconlulti (i riferidi nella feconda, come in luogo proprio. Per compimento di queùo teda folo raccogliere con bwiÀme parola tutte infìemo le con« chiiìoni propode,^ o per dir meglio provate Ogni Dominio conda di titolo, e pofleflb « 11 titolo del Dominio dalla Sereniifima Repubblka fopra il Golfo contiene quattro condì» zbni edenzialt^ La prima, che non é in modo alcuno acquidato, ma nato ìnfìeme colla Repubblica, a colla liberti fua in acque libeiQ, non foggette allora a ;giuriidnions d' alcuno.* la feconda che fi é- aumentato, c dUaiak» per occafioni fopra le acque/ dappoiché furono abbandonate da chi le podedeva, e redavano fenza Padrone, che vi avelie giurildizione ; la terza, eh.' è conlervato colla forza deir armi, con fpargimenta di langue, profufione di cefori, o. tutto a cagione di rendere più ficura la navigazione; la quarta^ eh’ è- confermato pec una lunghidlma confuecudine, il principio della quale fupera ogni memoria Ma oltre quede quattro condizioni intrìnfeche, ed eifenziali, s‘ agghusgono altre tre, che febbene noa apponano ragione, lervono a maggior decoro, c manifedazione della veriii, e lono quedeLa prima, raflènlo di molti Pcincipi coli’ implorar gli ajuti marìtimi, o chieder licenza di) iralportare robe o con pace, o convenzione; la feconda il tedimonio degli Storici; la terza 1 ' attedazione, ed approvazione de'Giureconluici, la poflelTionc continuata attuale, e veduta in tutti i tempi, e fi vode ancora al prelenre da tutti per quattro .continuati, e non mai intcrxotti cfercizj di Dominio. Il primo per la continuata elezbne de’ Magidrati, ch’elercUana il Governo panicolaie pel Capitano di Golfo. Il fecondo per b cuRodia armata continuamente tenuta, con proi. birc ad ogn'uno if entrarvi armato, j 11 terzo per le leggi ogni tempo Ratuite fopra la navigazione, ed efeguite con pena centra i trafgrefsori. Il quarto per refazìoni impoRe, c rifeofle in c^ni tempo; le quali cofe eflèndo tutte notorie, non può queRo Dominio eÓcr dedotto in controvetlia, nè dilputato; ma reRa falò il continuar la polléflione cott’efercizio de'medefimi atti giurisdizionali, opponendo la forza a tentativi, che foflero fatti in contrario; perchè ficceme le ragioni, ed i titoli de’ privati fono cadaveri fenz’ anima, quando non fieno vivificati dalla forza della legge e del giudizio, che danno il vigore; cosi la ragione, ed il titolo del Principe fono cadaveri, quando non fieno animati dalla forza, ed ufo di quella, dalla quale ricevono la vita. 1 I Principi tengono vive coll' efercizio, e coll’efecuzione le proprie ragioni, per uno di queRi tré rifpetii, o perchè portino dignità, e utile; o; per efler necefiàrie alla converfazione del Governo. Si vede con quanta accuratezza i Regni di Francia, c di SpagAa. IbReptano le loro pretenfioni dì precedenza, dove non vi è pun. to d’utilit'a, fenz’aver rifguardo a' difguRi, che perciò fi danno 1' uno all’altro; ed agrìmpedìmenti, che portano alle negoziazioni; E queRo folaroentc per confcrvare l' onorcvolezza. Delle ragioni, che portano utile non occorre parlar più innanzi, elfendo certo che gli Stati non fi mantengono fenza fpefe, e la fpefa non fi fa comodamente fe non fi cava l’ utilità : dove la ncceflith interviene, ella ha ranta forza, che non permetre dubbio, nè lungo configlìo; ma fpigne immediaramente all’efeCDzione. . . Ma la giurìfdizione di queRa Repubblica fopra il Mare ha le due prime qualii'a, la dignità; eflendo un titolo molto fpeziofo, ed onorevaie l’elfcr chiamato Signore di tutto l'Adriatico. Che fe i Rè dì Portogallo ebbero per titolo d’onorevoiczza il chianurfi Padroni d’ un Commerzio dclflndie Orientali, che s'intitolavano nelle loro pubbliche lettere ; molto maggior dignità fi dee fare 1’ elfer detti Si'I gnori non del Commerzio raaritimo, ma del Mare fldfo., L’ utilità è manifeRa; poiché oltre il benefizio de’Dazj, riduce il Commerzb in Venezia, accrefee il negozio della Citti, e. quella fi fa più ricca, ed abbondante; dacché il Principe può cavare maggior frutto pubblico; ma all'utilità, e dignlth s’aggiugne la ncccRiih ancora; poiché la vita di quell' inclita Citth Rànci Mare, efuoCommerzio, con quel fole è ridotta a queRa grandezza ; fe quello è diminuito, bifogna ancora, che queRa indebolifca, onde per confcrvarla é neceflario mantenerlo, e s'è diminuito, teRituirlo come prima; e dove fono congiunte tutte qucRe tré ragioni infieme, non fi può aggiugnere eccitamento maggiore. £ qucR’é quello, che ho giudicato rapprcfentarc a V. S. per cfplicazìone del vero titolo, e poflcRione tua fopra il Golfo; il che apparirà maggiormente neceRàrio, quando nell'altra Scrittura tratterò gl’ inconvenienti, che feguirebbono, valendofi d'altro titolo. Avendo, efplicato. nella prima Scrittura,, eh» il titolo di V. S. fopra il Dominio, del Golfo non t in. alcan Modo, acquiftato, ma nato, colla liberti deiJa Repubblica, aumentato c confervata colla Tirtbi delibarmi, e fpefe di lefort, e confetvaio. per immemocabils confuetudin* conleguita neceffiinameme^ che preferizìone, o privilegia Boa vi abbiano, luogo - ne (irebbe bilogno conftderara gtlncovenienù di quelli ckoli, quando riifarli non blTe di pregiudizio. Non b Iblo opinione tuia, che fia cofa pregiudiziale allegar privi, legi in quella matetn, ma alcuni ancora de’ ane ediGcare un’ediGaio fopra fuolo alieno. AppreGb di ciò è cofa cena, che ninne può concedere Dominio ad adtri di cofa, che non Ga fua; ed infieme è ceno, che nè il Papa, nè rimperadore da Carlo Magno in qui, dal quale viene l’origine di queG’Imperio, nui hanno avuto Dominio, ne cuGodia di quefto Mare; nè. mai hanno tenuta Amata in cGb ; adunque non ^nno mai poiuth concederlo ad altri; laonde fe V. S. che tiene quello Dominio da fc GeGà, diceffe d' averlo avuto dal PontcGce^ o* dall’ Imperadore, G priverebbe di quello, ch’è fuo; e darebbe loro quello, che non hanno, nè mai hanno avuto. A quello G aggiugne, che chiunque afferifee di poGédere per privilegio alcuna cola, oltre l'obbligo di confeflare, che il Concedente fia legitimo Padrone, e fuo Superiore quanto a quella, è tenuto anche a moftraic la conceflione, fe fu fatta in tempo, del quale vi Ga memoria; il che non è neceGàrio, fe è da tempo immemorabile; noi qual cafo bada la fama, ed opinion com^ che il privilegio vi Ga, e hafta allegarlo; ma oltre di ciò è ohhligato chi l’allega a rifpmdere a quelli, che voleffero provare che non Ga vero; E gli EccleGaGici fi fono dichiarati di voler eombattcre la verith della .Srorii |d’ Aieffanòro terzo, quanto fpetta alla vittoria avuta dal Principe Ziani conera il Gglìoolo dcH’Impetadore; e potò hanno fatto lérivcre al Bironio un lungo difeortd nel Tomo fecondo in contrario, dove G sforza con molti arteGz^ e con grande aflètiaaione di molfrare, che allora il Papa era al di fopra, e che non ebbe infogna d’ajuto nè v’imervennero le forze della Repubblica ; e naolte cofe dice, abbaffando anche, e vilipendendo quanto può il Governo, e la potenza della GeGà Repubblica in quel tempo; il qaal difcorfo, fe ben è impreGb da lui con proicGa di vetith, e Gncerith,' non afconde però affatto G vero Gne Romano, ch’è di GabUire due pretenGont lorouna, che il Mare debba effere riconofeiut» da Roma; l'altra, ch’i per pura, e mera grazia, e non ricompenfa d'ajuti pieGati. Lo icopo di tolta l'Onta del Baronio non è altro, le non moGrare, che tutti i Principati hanno dipendenaa dal Papa, ed ora tocca queGo, ora quello. Nell’ XI. Tomo fcrive centra' U Monarchia di Sicilia, Gccome nel XII. concia la Storia d’Aleffandro; ed il SereniGimo Rè Cattolico, con tutto che parrebbe, che la fua potenza lo doveffe nodere illefo da tutte le macchinazioni, che poteffero effer fatte, con Sciitiute, t libri, nondimeno vi ha fatta riGeffione fopra,, Temo II. V u a e l’ha ( rii9 Annatx coTi dx non fprczzare, ed i venuti quella Macflì in riiblpzione,. non folo di proibir quella parte d'opera del detto Caidioale io tutti t fuoi Stati con pene graviilime a chi la ponalTe, a htenelle appreCTo di fé- ma ancora con fuo Editto pubblico per tutti i liiaii Stati pronanziò una fcvcriiriuia Centura cantra il Cardinale, il qual eferepio mollra, che' quett'altro- tentativo del Baronio circa la Storia d'Aleflàndro Terzo inerita, che dalla Sereniti Voiln vi fia avuta (opra la debita confìderazione, acciò in progtelTo di tempo non partorilca qualche Icandalo ; ma perchè quaG tutti i Ciureconlulti atteilano quello Dominio del Mare, e rattribuifcono a privilegio,, alcuni pochi dicono del Papa, altri in gran numero dicono dciriinpcradore,èneccirario fcoprire la cagione del loro errore, per aver che rilpondere a chi rallegaflè. Quelli, che l'attribuiJcono a privilegio Papale fono i Fautori delle prccenfioni Romane, che hanno tentato di fottopone con varie invenzioni tutti gUStati ai Ponieiici piòvecchi, innanzi che le forze maritime della Repubblica Ci Gendelfero a' luoghi lontani ; >' arredano però per noa aver vcrifimilitudine; ma Teircr fatta in Venezia con tanta iblennith la pace trli Papa Alellàndro, e l’Imperador Federigo preda loro probabiliih, come fe folTe dato per allegrezza del buon lucceflo, come volgarmente li dice per buona mano. La falli' tb fi convince, elfendo quafi cent'anni innanzi liiccellé tante fpedizioni in Terra Santa, che fecero fentire a tutto il Mondo le forze, che la Repubblica contibul, oltre le altre guerre latte in Dalmazia, ed in Puglia; e dall'altra parte non avendo mai quel Pontefice avito in Mare un Legno armato, e nella Riviera di Romagna, non avendo come nella Marca fe non qualche ben generale ricognizione ; onde fecondo quafi, che non aveva niente a che fare in Ma.re, lo concede a chi prima lo polfedeva. Credo bene, che alcuni abbiano equivocato, e preio lo Ipofare del Mare in luogo di dominarlo, e cuftodirlo. Che io fpofare veniffe da Aledandro Terzo,efe tie fa menzione in alcuni libri antichi, de' quali v'j copia nella Segretaria, perché le Icritture di que' tempi s'abbruciarono dopo. In quella Copia fi fa menzione, che al ritorno del Duce, dopo ottenuta la vittoria, il Pontefice le falutò Dominator del Mare ; per tanto gli concede fpofare il Mare, ficcome il Marito fpofa la Moglie nelle dita- Non v'é parola alcuna, che concedede Dominio d' autorità,' cofa che non farebbe data taciuta, come più importante dà chi fece menzione della Cerimonia ; la quale chi conudereiù, avvertendo quanto rEcclefialtico v'iniervenga, e quanto fia ringoiale e fenza efempio,fi tenderh facile a credete che poteva eflére inflituità dal Papa. Primieramente il nome di fpofare é quell' idedo, che fi ufa nel parlare del Sagramertto del Matrimonio ; v' interviene benedizione; tutte cofe, che niun Principe temporale avrebbe ardito d'indituire da fe medelimo, ma dime in que'tempi, quando i Principi, e Monarèlti dipendevano tutti da'femplici cenni del Papa, If quali ben confiderate fervono a levar l'equivocazione, e modratc, donde ha avuta origine queda falla fama. Più abbiamo da penlare a que’Giurecoafulti Legidi, i quali fodengono, che qualunque Fomentato podeda Mare de /aS» l'abbia per concdliane Cefaru ; ma aocorach! non po!Ta «Ocre itgicimzmenie da alcimo' tenuto fe non per privilegio deU'Impeiadore, e fono-molu e £unoll, che diTcendcndo. a. tal particolare ancora dicono, che ^ privil^io. Imperiale la ScceoilTiaria Repubblica tiene il Mare Ad^ tico, ed ogni altro li»' Dominio,, e la liberti fua medefima; edAt bcrico da Rofates antico Giurecónfulto attelU d’ aver veduto fteflb il privilegio Imperiale autentico boUato con bolli d'oro ed i Dottori feguentt, fccoiKlo ch'è loro coRumedi citarfi Tun l’altro {anno menzione del fuo tcRiraonio occulto, e lo feguono; anzi il Dottor Marta configlia la Repubblica, à guardarli dal dine di dominare il Mare per altro titolo, che per privilegio Imperiale, perché ogni altro farebbe ufurpativo, e tanto peggiore, quanto più antico. Ifoodamenti loto tono, che il Mare I del Principe, e del Popolo Romano, perchè da niuno può eiretepoireduto,nè occupato, nè ufurpato; onde fé alcuno lo poDede, conviene, che ciò abbia avuu origine da conccOione Imperiale, della quale le la memoria non refla, C deprefuporre, che per l’antichiii fia perduta, perchè altrimente il principio larebbe viziolà Ma queRi Eccellcntiflimi Dottori foliti a Rudiare nelle antiche leggi Romane, e quando con veriti -que'Principi fi chiamavano Padroni del Mare Mediterraneo, e de’Golfi di quello, e fpellb anche IV droni del Mondo, intendendo però del Mondo praticato da' Romani, hanno penfato, che ficcome gl’Inaperadori di quelli Secoli fuccedoBO a quelli in nome, cosi fuccedono in ragione, ed in podeRà, e che tutto fia di queRi quello, che fu di quelli; ed ancora in que. Ri temj» vi fono de'LegiRi che fcrivon», che 1' Impeiadore è Padrone di Francia, e di Spagna de jm fe bene me de feSe. Ma rimperadore è Rato Padrone del Mondo Romano, menireha avute fora* terreRri da dominarlo, e del Mare, mentre ha avute forzo maricime per difenderlo, e cuRodirlo; e quando non ha avute forze con che tenere, e guardate il Mare, quello è leflato fenzPadrone, e paflàto poi nel Dominio di chi. avendo forze ha prefo a cuRodirlo, e, proteggerlo.. E' veriflimo, che le cole pubbliche dej Principe non pslfono eOère appetiate da alcuno; ma. s'intende con due limitazioni; runa da niun privato; perchè da m‘un. altro.- Principe poObno eflér vinte con guerra, e l’altra limiuzione è, che s’inteiw de mentr’ elio le cuR^ce, e protegge; perchè fe le abbandona affatto reRano di chi prima colla fua protezione le occupa ; onde le leggi, le quali dicono, che il Mare è del Popolo Romano,' o dell’Iinperadore, s'intendono, mentre il[Popolo Romano lo cuRodiva; e prote«eva colla fua Armata, e non pel tem^. presente, quando non retta deila Repubblica Romana altro, che il nome. E quando dicono, che la confueiudine immemorabile preRippone privilegio, conviene intendere cosi quando fi tratta del fupremo Principe al fuo fitddito, il quale pt^eda alcuna giurisdizione che fpet. ' alfe gà pet l' addietro al Principe, fi dee prefuporre privilegio, perchè per nelTùn altro titolo la giurisdizione può paffar dal Principe al privato, liilvo che per concelCone; ma quando fi trata tA due Principi fupreini, ed uno tiene da tempo immemorabile Territorio, o ginritdizione,chel'altrQ aveffe prima, non fi bada pitfupporre privilegio; imperocché non cade tri i fupremi: ma kens^una dcU'altrc ragioni, coUe quali iDominj paflano da Principe a Principe, che fono ragioni di guerra, convenzioni, patti, ovvero mancamenti di forze; onde avendo la Sereniflima Repubblica da tempo immemorabile il Dominio del Mare, che gii fu del Popolo Romano, fc per le Storie non fi fapeflc, come fia {Htlfats in lei, fi dovrebbe prelupporre uno de'fuddeiti titoli; il che non occorre trattare alternatamente; effendo certo, che v’intervcnifle la debolezza di quello a poterlo pih tenere, e le forze della Repubblica a cuRodirIp; e fe palsb qualche Scrittura, che quella folfe una confelliozic di legitimo titolo gii acquifiato.Ed in fatti è cosi ; perché nella fegreta di V. S. vi fono lettere di lei Imperadori Enrico Quinto, Lotario Secondo. Federigo Primo, Enrico Sedo. OttoneQuarto, FedcrigoSecondo, che durarono pili di cent' anni, incominciando dal un. fino ai izio. nelle quali fimo defcritic le convenzioni, ed i patti loro colla Sereniflima Repubblica, ed é fpecificatamente convenuto, che fia amicizia trh i popoli fudditi dell'Imperio in Italia, cd i fuddiii delta ftelfa Repubblica, e fatta nominatamente menzione di quelli, e di quelli; fòggiugnendo,che i fudditi di Venezia poffano andare per le terre, e Fiumi deU'impetio, ed i fudditi dell’ Imperio, poOano andare pel Mare, e Fiumi di Venezia ; dalle quali convenzioni fi veggono tre cofs chiaie. L' una che rimperadore non aveva Dominio d' alcun Mare. L’altra che la Repubblica aveva Mare dominato da lei, e non concelTole da loto. La terza, che fi convenne del pari tra la Repubblica, e 1’ Imperadore, che i fudditi dcU’uno fieno ficuri per li luoghi dell' altro. Al prefente le convenzioni tea' Principi fi fanno per un Infirumento, che poi è ratificato da loro. In que’tempi la grandezza dclF Imperio non cofiumava di fare IiUlmmenro; ma le contrattazioni fi fpedivano folamentc per Bolla Imperiale; appunto come collu. mano di fare al prefente i Turchi nel trattare con Principi Criftiani. Ma di quelle. Bolle Imperiali o alcuna non farh fiata veduta da Alberico, o egli pel troppo aSetto, che i LegiRi in paeticolaro por. uvano ail’antoriih Impeciale, che perniò fii anche in poca grazia della Corte Romana, e fegui Lodovico Imperadorc comra PapaGiovanni XXII., c per onorar piò rimperadore 'avrò voluto chiamarla ptiviIegio.,ovvcTO avrò veduta la Bolla col figlilo in oro, c letto il nome dcU'Imperadore, e non pafihnd» più oltre, avrò per conghiet. pire imefo. il ioggetto, ed avtù dato quel nome, che larh Rato ca. sione dell'errore degli altri, che lenza efóminace piò oltre hanno lerotto il fuo tcRimonio. ° Seno altri Giureconfulti, che aRérifeon» il Dominio del Mare alla Repubblica per titolo di prelchzioae, il quale non fi può, réfi dee in iciodo alcuno ufare; principalmente perchè non è vera; poi ancora, perché mette in campò molte diHìcolth. : Si dice acquiRata per ptelcrizionc quella cola, la quale effendo veramente id'un altro, tifando per lungo tempo |con buona fède come propria, per virtò del lungo ufo muea Padrone, e palla dal pri. i ma di rao di chi ai ai fiKoodo," che l’ha ufaik ia modo che pce ciwiodj prefciizionc non li pofledonio fe non cofe d'altri. La natura della ptdctiztone d qucliav che linfa accompagnaiodalk bnona fede' lena la cagione, e ’l titola,. che un altro ha, e trasferì, fce il. Dominio, in chi ha poflèdiua ultitoamente.k cola. . Hifittifcona i Dottori, che dilborrona dà giuriadiuone, che il Marc fi>nè. delllmr pnadotc di Geonania, • che: la Repobhto ufandplo per lup^ilE. mo tempo, del principio del quale i»n v Memoria, fenaa.ch’ efc Impcradote' fi Isa appofl», ne ha acquillato il Domàiio. A quella dottrina divcrfe oppofizioni fi fanno, una che il Ma-, re Adriatico non fa mai dell’ImperadaK Germanico, lìcchà pglkeffere preferino cantio di luii, raltra, che k pKfcriziooe i ooia odiohy pigliando a Ho, e legitimo. Quelli fono Alberico di Roface, Bartolo, Baldo, Angelo Bonarb,. Bartolonmieo Saliceto, Selino Sardco, Paolo da Ca Uro, Angelo Are-, tino, Gialone, Bartolormmco Cepolk, Lorenzo Colca, Gtoranoi da Imola. Carlo..... E^o Balco, Giulio Folcilo, Giovanni Beitachrno. Benvenuto Inaccia, Martin Laudeirfe, Fiaocefco Balbo, Nicolò Triftavio, Angelo MuÀ)', Gio.- Jacopo Marta, e'I Collegio d’Ingolllad, de’ quali fi pone k fola conclufione, che la RcpubUàca di Venezia ha il Dominio deirAdriaeico, lenza (Blcendcre ad cfpUcare il titolo ; otto r alcrivoro a privilegio, quattro a prefcrizione. Ma i più celebri, che fono èrtolo. Baldo, Saliceto, Paolo da Cadrò, c Franccteo Balbo, tengono il fondamento, ch'è k fokpofi feffionc peramichitliditeinpe,'eiunghiffimaconfùetudine immemorabile; al quale io aggiunga, anzi mando innanzi quello d’ rifer nato inficine colla Repubblica, aumcniaKi, e mantenuta con virtù fempre con fangue, e f^k; e vi aggiunga pofeia il confenló degli al. tri 344 DOMINIO DEL tn Pilitcipi, il tefbmonio degli Storici, e 1 ' apptavaziaoe de' Giureconfulfi, quantunque non debbano elTcre ricevuti quelli, che G vagliono'di privilegio, o confuetudinc recita, ovvero efprefla, o prefunu; nè quelli, che G ibndano in preferiaione- Quanto a quella ragione, dove fanno il fondamento, dobbiaina -però valerci della loro autoriilt, in quanto tengono il Dominio della Repubblica fopra il Mare per giuGo, e legitimo, ed in quanto rendono chiaro teìlimonio,'cbe gìk 300. anni a tutta l'Italia em noto, che il Mare Gpoffedeva gii canto tempo, che allora non vi em memoria del principio. ' r E (è alcuna diceflìc, che -non è lecito di valcrG di. parte nel detto d'un Teftimonio, fe non ricevendolo ‘ tutto, rifponderemo ciè effer vero- nelle cofe dt fa(h, che il TeGimonio dice di propria icicnza ma non di quello’, ch’egli conghiettura fopra, ovv«o difeorre effer de falUy. - - •. i:, QueGo Hi de fede, che nè tempi de ij. GiureconGtlti fopraddetti era notorio il Dominio della Serenifllma Repubblica (apra il Mare, e che del principio d'cfTo allora non v’era memoria; maqual ioGe il titolo di qucGo Dominio, non apparteneva ad alcuno il dirlo per conghiettura; ma folo a chi iblTero Rate moGratc le ragioni pubbliche: onde con buone ragioni G riceve il loro lefiimoniodi quello^ che hanno per licenza in fedo, e C riprovano le loro conghietture in Jure, Dal che G avn come rifponderc a quelli, che hanno introdotti falQ titoli di privilegio, o prclcrizione, o fecondo il mio riverente patere, il quale rimetto al giudizio di VV. ££. G ufer^il vero, e’I p*Dprio tante volte replicato. Grazia. •' .1 SCRITTURA TERZA. i O Ltre hi conCderazionfe: del Dominio del Mare in generale rcAa il terzo capo propello, cioè particolarmencc parlare de* Porti, Ridotti, e Seni, lion per que’ luoghi, dove lo (leflb Principe è Padrone del Mare, e deitaiTerra, come in Idria, e Dalmazia, ma rìfpetto a quelli, dove il Mare è lòtto la giuriidtzione d’un altro, eia Terra lotto quella d' un’altro, come occorre in Puglia, Rom;^na,cd altre pani deirAdriatico: la qual diveifit^ di Dominj può far naicexe difputa, (è le acqtie vicine a ter/a debbano feguire le condizioni dellaltro Mare, cd effere fono la giurildizionc della Signoria d' eflb, ovvero quella del Continente, llando foggette al Signore della Terra; c vi e apparenza, che non G dovelTe aver riguardo al Mare; perchè Tacque de'feni tono cosi poco profoflde, che piuttoHo G polTono dimandar Terre; appreflb ciò G può allegare Tautoritb di molti Dottori, i quali dicono, che ogni CitiX è Padrona del Mare vicino a fe; e maggiormente de* Porti, i quali alcune Cittk hanno edificati di nuova, ferrandoli con Moli, o con altri EdiGzj, che farebbe grande inconveniente volerli fottoporre ad altri. Ma in contrario è l'opinione univ^rfaJe de’Gìurcconfulci, che deSeni, e de’Poni ( degli aperti parlando, che deTerrati G diri a Tuo Uiogo ) abbia il Dominio quello Geflb, ch’è Padrone del Mare, e nofninacamente delTAdriatico. Que’ Dottori, che attcGano il Domi nio Digilized by Google MAR ADRIATICO. 345 DÌO della SerenUStna Repubblica, cfplicando, ch'eflèndo a' Seni, e Ridoni, eh’ e&t chbmaao ftaaioni, ed a’ Foca, adducono per ragiooc, che quelle acque che fono continuale a quelle del Mare, fi che frh loro non fi pub metter termne, che le divida; iti fi pub trovare un confine, dove l'uoe fòmilca, e l’altio principj, non ^ tendo, eflére fctio il governo di due, ledano alla confiderazione del Mare^ del quale fono i Porci, non mettendo difTerenza tra acqua profonda, e non proionda,' poiché può anche elTere in qualche luogo vicino a terra maggior profondià, che in un altro molto lontano. Ma la, formai ragione, per la quale tutte le acque marine debbono cITerc fottopode a chi fignoreggia il Mare, i pcrchò il Dominb del Mare fi dice protezione, e cudodia per ficurezza de'Naviganti, ed i Seni, Ridotti, e Porti hanno maggior bifogno di queda prò. lezione e difefa, come luoghi, dove i 0>tfari, e Ladroni marittimi hanno maggior comodo di fax ruberie/ adunque lupra quedi il Signore del Mare ha da efercitare la Tua cudodia, e protezione, come nell'alto Mare ò più eflèndo. il bifogno maggiore: S’aggiunge, che vana farebbe la difeia dell'alto Mare, quando i Violatori di quello fof&ro bivi ne’Seni, e Porti, potendo edi dopo aver fatta la preda loro) aver dove ritirare, fenza timore d'alcun, il che riufeirebbe anche a danno delle CittV vicine, le quali non hanno forze marittime da reprimerli, fe non foOero raflrcnati da chi domina il Mare, fiuebbero le prede fenz’alcim impedimento: per la qual 'ragione la giurifdizione del Marre fi dende anche a’ Lidi, che hanno bifogno della defla cudodia, e protezione : e buona parte de'Giureconfulti ateedano. nominatamente, che b Setenidìma Repubblica abbb anche la giurifdizione ne' lidi ; e fi può provare con una legge, la quale dice, che ilPadrone delMareha infieme Dominio di tutte le cofe, che il Mare non lafcia altri tifi, come il fuo. fondo, che col dufo,e rifludb ordinarìaihente copre, e difcopre,fu eoa molta, o poca acqua, e quella poca arena appena, che copre nelle fue eferefeenze, fe ben d’ordinario non ò coiidianamente coperta. E’ ben necedario metter didcRoia tih i Seni, Ridotti, e Porti aperti a' Porri ferrati, perrifblvere queU’inconveniente, che feguircbbe,fit. le Citth non fodera Padrone de’ Porti edificaci irò bro. I ferrali, Irecome fono cudoditi da Terra, cosi appartengono ad ed'a, e non al Mare, e fono folto la giurìfdizbne dd Padrone della Terra/ perla che il Dominator dd Mare non ne ha ragione, dove non i Signore anche della Terra; ma gli ^rti, non elTendo cudoditi da Ter» ra, ma folo da Mare, e colle forze- marittime, fanno un'deda giuritdizione coll’alto Mare. Il detto d’alcuni Giureconfulti, che ogni Citth marittima podeda la pane del Mare vicina a fe non. conclude, che il folo Mar alto fia fono il Dominio dd Principe, ed il prodimo a Tetra, appartenga alb Cint, fc farù iniefo il beo veto fenfo il qual è, che il Dominb univcrbie del Prmeipe fopra tutto, il Territorio fb infieme con un altro fpcziair, che cufeun privato ha fopra una parte d’ eflb b qual poflede, e non s'oppugna l’un l’altro., anzi per b contrario uno fenza l'altro ceda impenetlo.. £ dove il Principe ha la giurifdizione, c più d’una Citth viòuo, Tomi X X terzo Dominio, intermedie, che cUrcheduna Citth ha fopra il fuo' Tenitor», il quale è fuperiore a quello' del privato, ed inferiore a quetlo- del Principe. Quefto lì llende lopra certe cofe comuni, le quali benché ad ufo' fieno di ciafcliedun privato'/ da ninno però polfono effete appropriate, ed ufupaie perfefolo,^ ma reflano in comune della Citth. Il Mare: non puh cadere in Dominio dei privato; perchè non potendo per la fua inflabilitìi efler divifo,non può parimente il privato occupare in parte,,e circondarla,, e cullodirla per fé foto; eccetto che dove folTe qualche recedo che potelTe edcr ferrato co’ pali, e cosV fatto proprio. Ma perchè il Mare profiimo alla Terra può ben edere ulaio continuamente dagli Uomini della Città ora da uno, ora da un altro per tranfitarc con barche, ovvero per padarvi; per tanto vi è oltre il Dominio del Principe fopra il Mare, anche quella che ciafeheduna Città ha fopra la parte contigua a fé. Cercano i Giureconfulti quanta parte del Mare appartenga a ciafcheduna Città r ed alcuni d'edì hanno detto cento miglia; ma parlando propriamente ella è tanto grande, quanto può ad operare a fuo ufo, lenza ingiuria de'vicini; perchè una grande, e popolata Città fui Mare, la quale abbondi di lìti terrcllri, dove cavi il fuovit10, avrà pochi, che vogliano fare il melliere di Pefeatore, e fi valeià di poco Mare, dove una picciola Città con un poco di comodità in Terra attenderà a cavare iivittodalMare, e li vaierà di gran Mrte d'edb; e non altrimente hanno voluta intendete i Giurcconfolti de'cento miglia/ ponendo un numero determinato per un incerto; cioè le Città fono Padrone di tanta parte di Mare, di quanta hanno bifogno di valerli fenza ingiuria d’altri, fe folfero ben cento miglia. Quelli forra di Dominio, che le Città hanno nelle parti vicine a loro, non ripugna a quello, che ha fopra fe flelTo un Padrone di tutto il Mare; imperocché non fi Rendono alle medefime ragioni. Quello del Principe llà nella cuRodia, difela, protezione, e giurifdizione ; e quello dePaCittà è nel valerfi dell’ acque a benefizio comune de’popoli. V’è dilferenza, fe quelli fieno Sudditi deiriReifo Principe, opure d’uà altro; ma ficcome del Dominio, che ha la Sereni&ma Repabblica in tutto il Mare, ne hanno la parte forale Città di IRria e di Dalmazia fuddiie, così anche he hanno leCittà diRomagna, e della Marca non fuddite; ma nè queRe, nè quelle per poter culladire la detta parte coll'armi, mafolamente per poter valertene a’ loro ufi. ElTendo rifoluio, che il Dominio del Mare fi Renda anche a tutte le pani di quello, rcRa a vedere con che fotta d'azione s’efcrcita quello nel Mare Adriatico, e nel Territorio di Venezia, dove ha quella RelTa podcRà, che ciafehedun Principe ha nel Ino Territorio; per lo che ha da efeteitare in Mare quelle azioni, che fono elèrcitale. da’Principi nelle terre di loro foggezione. 11 Signor del Territorio per rirtò della fua giurifdizione ha podeRà di dar legge a tutti gli Uomini, che fi ritrovano in quello, di punirei delitti fatti contrale leggi, ed’imporre contribuzioni, e gravezze per foRenete i pefi, e lefpele di chi ha della fua cuRodia, e protezione bifogno; adunque per la ragione della giurifidiaione, e ciModia del Mare, la Sereniilìma Repubblica può metter leggi a' Navigami, gaRigare i delitti commelli in Mate, ed efigere Daz), ed altri diritti. Che poITi far leggi a’ Naviganti, fecondo che giudica nece fili che II poflà Mettere in diffieolth, è coCa decifa per univetfal latrina di. tnate ie.«enii, cmfiennata anche per la Dottrina di S. Fa^ nella PiOola. f Kenuni; e quella i, .che Dio ha polii i Prin, cipi, e Potentati per proteaioira i’buoni, e gaftigo de’caitivi, e per, che fon» Miniftri di DI» in quello; per tanto ipiotetci fono inobhligo di pagare i irihutà, e le gabelle, lìcoame al .Principe., che ha cultodia, f guardia I della Xcira, per conlervazieoe della ppbblica iranqqilhtlit quelli, che ne godono, debbono contribuirà alle tpele, cbc; fi .fiiinnn,. e non folo- i luddhi, ma anche gli alieni, (he tran, filando per la Regione godono la ficurezza del cammino, fono ob, bjigati a pagar paflàggi, e pedagi; cosi tutti quelli, che,tranfiuno pel Marci a Mrtanto godono la ficurezza daCorfati, e Ladri cagio, nata dalk Ctwiditt arraata- dei Betnìnante, la 'quale non fi può tenere fenzz difpendio, fono obbligati e per ricognizione di quella pròMaioBe, e per oontrjbnire altafpelà, a pagar l'impoCaione, eziandio, a ohe noti toccafiero Terre del Padrone del Mate per cagione di quella enfiodia,, che li rende ficuri. 5 tanto d da dubitare, fe ;i Naviganti fieno obbligati a contribuire per la igufiodia dd Mate, quanta i da dubitare, fe nel tranfilo terreflre chi pafla per lo llrade d’un Dominio fenza toccar le Citth lia obbligato a pagar dizip. Di quello nefiitno debita ma cgnfelTa, che dee Wonolcere quello, ehe gli tiene la riva ficura’, cosi nell’alto Mare per la llelli ragione ha da riconofeere, chi glielo tiene fieuro : e quella v«rith i fiata praticata pir li tempi paffati nel Mare Adriatico ; onde refia memoria nelle Storie, che nel laag. il Duce Tiepolo meltelTe un Dazio a qualunque Navigante pel Mare ; la qual impofiaione però non fi dee credere, che foOè la prima, ma che fofiefempre in tfib pel tempo innanzi, dappoiebi fu prefa la protezione, e cu. Ilodia del Colfo. A quella impofizione hanno accotuemiio i Principi ppfielfori del Continente intorno al Golfo, i quali volendo tiafporur robe per Mare da un luogo all'altro, eziandio efiendo ambedue fatto illoto .Dominio, hanno xiohitfta lictnza, il,. Rè di Napoli, Pottmati, « Commiflarj della Marca d’Ancuna, e 4* Rodjagna, Duchi di Ferrara, «d altri Potentati, che r»IUmleglttraK ne' libri pubblici „,oqde, ho latta 'ntenaicae |neùa firiina Scotiura. .l'i I 1 i Dc’Oatj impolU dalla SereniSina Repubblica 'particoUrnieate fora le Mcrci^ de' Ma vif^Mui: per l'Adriatico tratcano. i Giuieceniiilci pa me veduti Baldo, Angelo da Perugia, ^tolomneo Saliceto, Ciò: 4’Anania, figndommoo CepoUa, Martino LaudchTe,. Giulio FofecCo, Gio: ficctachino, Egidio BalTo, c tutti approvano tal fotta d' ùnporiaipni nome legiiime, ed alcuni d'elB dicono che tanto la SerenilBma Repubblica ha auaorilb d'imporre Qaaj nel Mare, e conhfeare i ooncrabbandi, .quanto nella medeCnia Ciltb iii Veneaia. -1 le gravezze, quando, lóno. antiche, ed ulàte .pare che non Geno da'.po^li. malp^volmente Capponate quando di nuovo s'impongono; • dilulàte,làac: rinnovate, yengono riputate gravami: e Gccooie la Sereniilima Repubblica è- ftata coofueta per h tenapi pallàti a rnett lere irapoGzioni’ lepra. i Naviganti, q coRringeili a làr fcala in Ve. zia; così potrebbe in avvenire tornar la. Acfla ixceflitb, fe roGèrvanaa fari Hata neglena, e i'efazwnn dìGtfata; il Nmetcerla farli una dificnUb, e..maU fodditCwione; il iche. avendo però legge antica, ed eiegaita, fark con giulUzia > ed vtiliik prefente e futura il continuare colla GcGa equitk, e modetaziune .nfléryata coti neU'mdituzipoe) come neU'cfecuziofii p^zie. f n Quelli, che per lo paflato hanno, voluto metter >. dilScoltk al ginfto, e leghimo Dominio della Seteni/Snu: Repubblica (òpra il Ma, perchè il Mare di tua natura e libero, e comune; la feconda, perchè la SereniiGma Repubblica ha convenzioni con diverfi Principi, che la navigazione del Mare rdlaGè libera a' loro. Aiddiù; la terza è una Capwplaato, ne,, che dicono. eGèr contratta con Papa Giulio. U,. j-n Per la prima ragione diconq, che nelle Leggi fpeQb G ritrova, che il Mare non è d’ alcuno, ch'è comune di Iva natura, ch’è pubblico per ragione delle genti, che non pub edèr occupato, perchè non può cG :e la SereniSima Repubblica, e per col», leguènza anche olliiitb verfo i Sudditi, ed impèdimeuoal tranlitar, e negoziar ne’paefi dell’ uno, e dell’ altro cosi, per terra, come m mare; e nella pace levandofi l’ollilitb tib Prìncipi, per un capa ^eziale, conforme all’ufo degli altri PaeC, è datala Geurezza lÙ tran, filare, e negoziare per tctra^ è per mare. Sintenderà dunqub ti navigar ficuro, e liberamcRia nel Golfi» Adriatico, fervate le òrdìna; znni di quella .navigazione.: ' Potar fare imaioofa noa Uberdi, e Scurezza non vaol dire arbh trarìamente, e fecondo rappetllo irragionevole dì tialicheduno; ma vuol dire Gcuramente, e libcraOlcnte, fervate però le leggi.. Quando fi dice, che cìafcheduno può liberamente fiù' tetUniento, non a’ intende però', che k> polla fare inuifizi oro, ed impertinente; ma che dee fervar le leggi tcllametarie ; e chi può far viaggiò Uberamente, e ficuramenie non può navigare, le non fervale le leggi di chi domina il Mare, che fona di far fcala a’iuoghi determinati, no» portar cole proibite, pagare i Dazj, c diritti llatuiti. £ che cosi fi debba intendete lo dichiarano le medeCme parole, le quali dicono, che i Sudditi deH’altro Prìncipe pollano tranfitory c mercantare cosi per terra, come per mare rwC, et iétri-, ma le per terra non poiibna mctcahure, falvo, che fervale (eleggi, e pagati i Dazj; dunque nè pure per Mare Io pollano fare, le non cònlucic le iuddctie condizioni. Ciò fi Confatma, perchè non è di ragione, che i Sudditi del Principe amico Ceno maggiormente privilegiati, che i propri; dunque (e i proprj fono fimgetti alle proìbi-. ziooi, ed a’ Dazj; debbono eflcre cosi anche gli flranieri. Oltre di ciò dimofirano lo lleflb chiaramente le parole del medefimo Capìtolo, il quale dopo aver detto, che pollano negoziare per terra, e per mare, tati, neralmentc a fare ogni altra opportuna operazione circa le predette cole. Gli Ambafeiadori andati a Roma negoziarono; ma per (labilire il Negoziato il Pontefice non contento della Proccura, ne ricercò un’altra più ampia. Per lo che lotto il giorno degli 1 1. Decembre fulTeguente fu fatto un altro Mandato di ^Ueflo tenore .* che volendo il Papa trattare alcune cofe cogli Ambafeiadori, fe bene perciò fu fatto loro Mandato anaptillìmo fotto il giorno de’ 31. Luglio, nondimeno di nuovo conlUtuifcono gli (lem fei Nobili Proccuratori della Repubblica a trattar, e conchiuder col Papa, o co‘Depurati di lui qualunque cofa, quantunque fodè di quelle, che ricercano Mandato fpeziale, unto come fodero efpreflc iliigolarmente, promettendo dr T0tùy &c. La Negoziazione fegu'i lino al Febbralofudeguentejedovendoncoochiudere, il Papa non lì contentò de’due Mandati ; ma colla fevcverii^ dei tuo animo avendo (labilito il giorno de’ 14. di quel Mefe, ch’era la feconda Domenica di Quatefima per giorno di trionfare a dare pubblicamente ralfoluzione, fermò una modula, o minuta dell'Idrumento, che voleva, che fode fatto in quell'azione, contenente i Capitoli, che ricercava gli fodero accordati.* volle, chela Serenidìma Repubblica iacefse un'altra Proccura, inferendo di parola in parola quella Minuta. La proccura fu fatta fono il giorno de15. Febbrajo, e vi fu inferca la Modula dciridrumenio, che il Papa voleva dabilire, e data autorità agli Ambafeiadori di convenire con que’ Capìtoli. Qiied’Idrucnento è quello, che fi produce, ed a nome di Capitolazione, fatta eoo Papa Giulio li. Se abbiamo qued’lUrumento autenticato, o nò, io non lo sò; ma dato, che fofsc in forma approvante bada Iblo per modrarc, che per quello è data autoritli agli Ambafeiadori, ma non appare, ch’eifi Tabbiano efeguica. Oltre quello Mandato fi ricerca necessariamente che gl’ambafeiadori innanzi il Nocajo in Roma modrafsero queda loro Proccura prenarrau, e pregafsero il notajo a fare un Indrumenro, com'edi per autorità data loro dalla Repubblica promettevano le tali, e tali cole al Proccuratore del Papa, o ad alcuft fuo MiniRro, o ad eflb Notajo, che riceveva la Pniccura, di che era pregato da ambe le parti a fare ridnimento. Queda farebbe la dipulazione, la quale fe fofse fatta io non lo sò; ma veggo certamente, che i Romani non la poftono produrre; ed in luc^o di quella producono il Proccuracorìo coliamo i 3 nU fteUsat che non ferve; perché come s'ì detto, ft ben la furrauU vi é dentro inferta, altra cofa però é il Mandato Procuratorio, altro é la Convenzione ftipulata. 11 Proccuratorio da podelllt di convenire, ma non fa che Ua convenuto; né mai prova, che la cofa fia fatta. Innumerabili volle occorre, che làrh data autorità ad un Froccuratore di contrattare una cofa, che non viene poi contratutaper qiulche rifpetto ; anzi quello, che piò importa, fi trovano Mandati autentici, ed Inllmmcmi (leifi,ma non flipulati per qualche oc cafione nata pofcia full' elécuzione. Ebbero i Proccaratori autorità della Sereniflìma Repubblica di convenir col Pontefice in que' Capitoli folto il giorno de’ij. Febbrajo in nove giorni, che paflàrono fino pi giorno de'24. che fu quello dell' allbluzione, in tempo che tutta riulia era in armi. Infinite cofe poffono elTere occorfe, che abbiano fatto aggiuenere, fminiiire, od alterar i Capitoli. Bifogna però mollrare non quello, che folle commetTo di fare, ma quello che fia fiato fatto, e fiipulato; il che cfli non mofirano né autentico, né non autentico. A’Proccuratori fidò autoriib di contrattare, ed cK fui fatto veggono quello, che occorre; non poflbnotmpaflàre il Mandato, ma cercar d’cSieguirlo totalmente, ovvero ufarlolimitamente a favore del loco Principale. Chi vuol fapere, che dalla Serenifltma Repubblica non folle data linfiruzionc agli Ambafeiadori di confeniire a que’Capiioli, fe non con qualche condizione dal canto del Papa, la quale non cgnfentita da lui gli Ambafeiadori follerò refiati di concludere la Capitolazione nella formula data’ Infomtua Mandalo di capitolare non é d'aver per capitolato.- e fe la Repubblica veduta la Modula mandata da Rtyna folle fiau rifoluia, t che fi avelie per conclulb in quella forma, poteva fare rifinimento del filo Confenfo qui in Venezia, c non dare autorìtò, che folle fatto a Roma; tanto che non é buona confeguenza dal vedere l'autoritli di capitolare, dire dunque fi é capitolato. Quando penfavano i Romani di valerfi di quello Proccuratorio in luogo di Capitolazione fiipulato con Launlio Nocajo ilella Camera, fi aegiunié una nota fotio,allefendo, che la Capitolazione fu fatta, ed i Proccuratori promifero, e giurarono i Capitoli; e quella natta fu fatta dopo la morte di Giulio; il che apparifee; perché in ella é chiamalo piò volte falicii moritaiimh^ titolo, che fi dà a' Papi morti. Non ha il Noiajo pollo il tempo quando l'ba notata; ina fi congh lettura, che folle 15. ed anche 20. anni dopo. In quella fórma Papa Gregorio XIII. diede l'ailetta Capitolazione agli Ambafciadpri del 157?. adì 17. Settembre. Di quella nota non é da tener conto alcuno, poiché le Scritture di Notajo non fanno fede, le non fatte per decreto del Giudice, (e non Giudiziali ; e le fono contratti, fimi in prefeoza de' Tefiimon), e delle parli con rogito d'elle. £ qui un Notajo molti anni dopo 1 ’ allerte pani fcrille quello, che fuccellc, e con parole anche piene d'ambiguità; perché chiama quella fua Scrittura Trtnjimta, e dice d’averla collazionata coll'Otigmale lenza dire che Originale fia quello, e da chi fatto. Quelli difetti furono fuperati da'Confultori di V. $. il che venne a notizia della Corte Romana, onde nel lioé. per occalione dc’meti pailati ftamparono 1 ' afierta Capitolazione colla fede dello ildla 1-anti I^urilio; m« corretta non iniitolaniÌQ pib Giulio di felice memoria, e mettendovi il teqapo fieOo dellafToIuzione 14. Febbraja ij 2^. Ma non avendo ardire di dire, che foflè rogata dagli Ambafeiadori, fotiofcrillè non come Noujo, che facea Inftrumento trh le Parti contrae enti ; ma come quello, che icriveva un Decreto giudiziale, dicendo Jc Mmdut ftiferiffi ^ onde fuggendo un inconyeni^te (tanno dato ia un ina^^te, ( Ma vi i chw liacamciua, che queU'aano 105;, Laurilio nonem Notajo di Camera; perchè nell'alTeTta Capitolazione fono nominaci tutti i Notai di Camera per nome proprio, e quello non i in^el numero. Tra diverle pretenfioni Romane apparifeono molte alTordith ; ma nelTuna ha tante oppofiaioni, come quella, delia quale quando in avvenire venilfe parlato dagli Eccleliallici il mio riverente parere è che,fe ralleghetanno folamente,(ia loro rifpollo, che da pochi anni in quk s’è dato principio a nominarla; nè però mai è nato veduto nè l’autentico, nè l'efemplare di quella Capitolazione; perchè cosi veramente è. £ fe produrranno quella, che dal Papa Gregorio fu dau, ovvero la Rampata, fia riljiollo, che quella è un Mandato Proccuratorio per Capitolare. ReRa, che moftrino, che la ftipulazione fia fatta, e fe voranno venire con argomento, dicendo, che trovandoli il Procctiratorio,.C dee prefupporre la flipulazione. Ila replicato, che tutto è contrario per le molte,, ragioni efplicaie dì fopra. Dalle cofe moRrate in quella Scrittura apparifee chiara, che le difiicolth promoRé fopra il Dominio di V.S. nel Golfo hanno vera, e facile nfoluzìone, ch'è quanto col mìa riverentiflìmo Zelo ho làpuw ritrovare, rimettendolo perb come mio umilinimo parere alla prudenza di V. V. EE. GRAZIA. » O M I DOMINIO DEL MARE ADRIATICO E SUE RAGIONI PEL JUS BELLI DELLA serenissima repubblica DI VENEZIA Drfcrino da S., Suo Confultore d’ordine pubblico. v»:r • n 1 ^1 —w», SERENISSIMO PRINCIPE. Orna molto, a propoGto nelle Oufe forenG, com« uifegD^ i IXattori, ualafciar le diTpute fopi^ le ragioni GeirAvverTario quando fono tanto forti, e gagliarde, che non G poGbno didru^e-. k; però G Gioie parlar fuor di propoGto tirando fa Cauta fuor del fuo alveo, per tirare il Giudice fuor di buon (lato, che non attenda alle buone ragioni, e (accia fentenza in-, giufta. QueG’ artiGzio viene uiàto da alcuni Dottori melG sii non da alt», che da diaboGco fpirito a far novità per turbazione della pubblica quiete, con far venir Vafcelli foreGieri in queGo Golfo, in futura petnizie del comun commerzio, e della Gcurezza delle Città marittime, contra l’antiche, a legali ragioni, che ne ha quella SereniIGma Repubblica inveterate, appio, vate, ed acconfentite da tutto il Mondo, da’Grandi, e da’ piccioli, da’ Principi e da tutti gli Ordini Gno agli ultimi plcbbei, con prc. fcrizione di Secoli, che vi aveva poGo Glenzio,- Operazione percer10 diabolica per mettere alle mani i Principi, che non abbiano a goder la pace, la quale il Signor noGro in miniGero,e tutela ha loro laiciata- Segno di queGo è, che nel priucìpio cominciano a fcrivera contri rautorii'i del Papa, ch't il primo alTalto de’NovaCori, i quali il Diavolo mette in battaglia per rovinare il Mondo, e come aque. fta difgufla fi titano, fingono che i Signori Veneziani fondino le loro ragioni fopra privilegj di Papa Aleflando, e deU’Imperadore; e per diltruggerli fuori di propofito li mutano contri lauiorith loro, e li mefchiano come fodero le Carte dei Tarocchi, che al fine fono pazaie, bagattelle, e giuochi di mano, trattando materia di tanta importanza con forme non degne nè del nome di Dottore, nè di Crifliano ; cosi infamano le fteffi, ed in certo modo i Miniftri de' Principi, come a bella polla vadano ad incontrar briga, per effére adoperati, e mettere di le medeCmi neceffitb a'Principi loro in ali maneggi malHmamente nel Regno di Napoli, dov'è fama, che le contenzioni fono fiate maggiormente nutricate per confentimento de'Rè. ( Gicc. I. ). Cari. iji. ) Non è vero altrimenti, che i Veneziani, fondino le loro ragioni del Dominio del Golfo fopra privilegio di Papa, o d'Iroperadore; che fé ciò foffe, forfè per certe ragioni non tornerebbe conto aprir bocca, però quelli Dottori fondano la loro difputa sò cosi sfacciato e vano mendacio, fanno alle pugna, danno dei calci a lovefcio, e cambationo lenza incontro, come i Tori, che hanno perdita la Vacca, dicendo, che nè pur fono fognate dalla Repubblica di Venezia, ed anifìziofamente lafoiano quelle, che pubblicamente fi leggono fcritte da Marc’Antonio Pellegrini nel libro ottavo de Jote Fifii, da Angelo Macacio nel libro primo da Giambatiila Leoni nel libro delle Confidenzioni del Guicciardini, da Augullo Treo nel fuo Panegirico, da Jacopo Chizzuola nel fuo Confìglio, ed allegazione pubblicata nel fupplemento della Storia degli Dirocchi, e da Prorperu Urbani nella nife-. Ca fatta centra Emanuello. Tertoviglia Spagnuoto. Gli Amichi Ginreconfulti, non avendo trovato chi abbia fcritto, o detto in contrario del Dominio, che ha V. SereniiU lopra il Golfo, dìfsero, che aveva prefcrizione immemorabile, volendo dire non efservi bifogno di mollrare altro titolo, facendo quelVeffotto la prefcrizione tanto antica, che fi abbia a credere il maggiore, e'I piò laido, e forte, che poflà mantenere tal polfelTo; conira i quali non conviene llraparlare, dicendo, che fono ignoranti delle Storie, benché abbiano acquiftato come di prudenti, e da loro fi governi il Mondo. Quelli, che forivono per la Repubblica gli allegano, e fe ne fervono come diteflimonj, elTcndoflati in tempo della preterizione non mai imerrota a’ loro tempi. A quelli gli Avverlar} oppongono tellimonj di Storici, che riferilcono diverfi Rè in divelli tempi elfer venuti in Golfo con Legni armati; e però aver interotta fa preferizione ; nel qual calo fecondo i termini legali, bifognerebbe, che cercaflero d’ accordar tali tellimon j, come facilmente fi propone, quando fi dèce, che que'Rè fieno venuti con aver ottenuta licenza dalla Seteniflima Repubblica; perchè i fuoi Confultori Marc’Antonio Pellegrini, e Jacopo Chizzuola nella dilpua fatta, prefenti i Commelhirj Imperiali, adducono Principi, che vi fono venuti, ed hanno dimandata la licenza ; dove biiogna dire ^md folinmeji fieri, frefuminr feSum. Quel ch'è folito a farli, fi prelume fatto ;edè benefpiegato ed ellegete dìCora. Conl.z87.num.i i. voi.p.fapradi cheiContraddittori fi riducono adire che bifognerebbe mollraie, che almeno due volte ne avelTo lata refifienzaj Temo li, ^ Zz ma dille cefe fegocnti lo intenderemo^ oltre molte altre rifpoflc legali) che ù pofsono dare a tale inllanza; ma perchè centra G grati legge della prdcrizione fi ardil'ce di parlare) cos^ fi dee renderconto dì titolo di COSI amico pofTefib per ovviar per via di ragione,fe fi può) a quel malC) che potrebbe nafeere per mala ed ingannevole perfuafiooe di cofioro» Se ne parivi altrove) ma per oi^nitk. Ora quefii tra gli altri fìngono di parlare fopra il ]us belli ^ che ha la Signoria Screniffiiaa ) il qual titolo toccano, come parlano appunto. Non fanno, ma faper dovrebbono, quandola guerra ègiuila queir eflere il piò faldo titolo che pofla aver una Repubblica, e qualunque altro Pnneipe deVuoi Stati; perchè quello vince il Jusna^ furJcy e mette fervirtù, dove la Natura, non che il Jut genrium ha melTa liberti, e comunione; onde fi vede quanto ridicolo riefee il di(pmare,cbeneirun Potentato EcclcGallico, o Secolare polsa farleggì, dar termini, o conceder cola in pregiudizio della legge naturale, t con quello gli altri inicG, vogliono, che riefeano bagattelle. Vuole il belli y o Jus gemhtmy che vinto il Nemico, tutto quel)o« ch’egli pofiede s'intenda del Vincitore. Il primo premio, che zia, dove Baldo dice, effe re come dar della teda nel Muro/ inquedo. oKiza. bifogna mantenere il poflellb a chi lo tiene. Al Cecondo fi. ciCponde, che quando la Repubblica fbndaffè le fue ragioni. fbpra..puMlogj le baderebbe la faìna dèfTi;CosÌ conclude Mariaoo Cpccina nc Cuoi Conigli ; come fa la Sede Appodoiica trattando la ^a^ooc de'iuoi Stati, che non L’è necciTario naodrare alcun lodcuoiemo JeTcoiacquidi. Sarebbe error grave tnodrairli per farli leggere, diffidando della fàma. £ quando la Repubblica aveflìr a moArareglIdxiuscnù ripofU. nella Segreta,ic le prederebbe pienifCma fede ? A quedo proposto, dicono i Giureconfulti non elTcr lecUodire, ne menopenfàre, che laiRepubblicadicelTe una fallici, benché delfuocomodofitratci; cost aliega'ilCardinalTofco ne'Cuoi Volumi delle Capitolaziom praticabili. Àltcrzofìrirponde; cheCe il Papa aveCse conccCso tal privilegio, fenza la libci^ ve^ontV, quando ritornò in Roma lo avrebbe rivocato, come fece PalqualIL de'privilegj concedi ad Enrico IV. Imperadore, quando esa nelle lue mani/ il queir fcibko giunto a Roma in pubblico Concifloro li rivocò, come editti in dato, dove non era indio potere di negare; e fé durano i titoli privilegiane* Rè di Napoli con-celila Guifeardo da Leon IX.. quandolofecero prigione eo’Cardinali nella guerra di Benevento y perchè non li rivocò* quando tornò a Roma, mcglia avrebbe a durar quedo fàttO' da Papa,, che non fu mai prigione in Venezia,ie fe avelie voUmo U Repubblica edorquere tal privilegio, ed altri titoli,, gllavrebbc avuti mdto prima dallo llefroLeoo IX. quando venne a Venezia., del qual anche la Repubblica aveva prefa la dif'ela. Al quarto fi rllponde, che Papa Àledandro, quando dille HocMawl ipfum Mare ha* detto di qbedo Golfo, il quale comincia da queda parte, ed intero, (enea mutar nome, fi donde fino a Corfb; nè manco più oltre vogliamo, che ptflì « òsi fi ha intefo da tanto tempoinquà, che non v’è memoria in contrario, chefinal prefente ft chiamatGolfcr di Venezia. Ben> ir DottopìNapoliiani aivevano imparato nciUdifputa tra’ Francefi,. eSpagnuoU per caufa de’ Confini dei Capitaniato, le fodé deif Abruzzo,, o della Puglia*, dove fio tenuta concilifione pergliSpagnuoli, che nella difierenab de nomi, e de* Confini délIcProvincic, fi debba^attenden fempre alfulo prefenter. Fu confemiaca qucda> ragione colie armi contra> i Francefi; pCTÒ nemcnte quando fi À il mireflb d'nn podere, balla una gleba d'effo; cosi per hoc Mare lì e intefo tatto T Adriatico, dove fi ebbe la vittòria, ch'era avanti gli occhiti ut: n Ma quclladifpau i friulratoria, o perdimento di tentpoi, che la Repubblica non dice d’elTerPadrona del Mare, perehè il Papa le abbia còticeflb privilegia, nè il Pape in quella parte fa conceflìone; ma dichiara^ • aiODe, e coDcefrione, ebe làRepubblica fiaSignora del Marò Jkre talli, ebe qucHoTha de Jurt gaathm; e di tal dkniaràaione fe n’è compiaciuta la Repubblica, ad imitazione di Nollro Signore, le cui azioni fono inftruziòni noftre ; ilquale ficompiacque della confellìoiw, chePieuo fece qualtncme era Figliuolo di Dio; quando non fi voglia, che il Papa, d qual è nel pofiéflo prenatrato anche di maggior autorità, non abbini fiuta tal dichiarazione; queflo non leva alla Repubblica il Domintojm talli acquillaio, per aver vinti non foiamente i Rè di Sicilia, ma i Saraceni, ed altri Infedeli, e perfecutori di Santa Chiefa; nel quat cefo dicorm i Giurcconfulti, che lènza- altra dichiarazione, oConcefiCoite Pontificia fi acquifia piena ragione negli Stati conquillati di mano d’efii. Ne daimo efempio de’ Rè di Spagna Aeiracquifto di qtie’Hegni filori delle mani di uli nemici, c pètA ivi nen riconolce fuperiore flmpefadore, inquanto gli abbia a comdtidare ; Con- i eludendo lopra quelli quattro capi anche a modo degli avverfarp ; che il Papa non abbia dette quelle parole, e fe dette le ha, non abbia avuta aumriib di dirle / confidcrino bÓMy e vedranno con qual azione aveb potuto dirle il Papa. - A chi vince i Nemici in Mare, ebe occilpavaiio, fi dee J tare talli flmperio del Mare; LaRepubblicadi Venezia havifiti ìNemiciinMa-' re, che occupavano; adunque a' Veneziani fi dee ima talli l'Imperio del Mare. Si provala maggiore per li Giurcconfulti, i quali dicono^ che la Vittoria db in mano del Vincitore tutte le cofe, e di quello, che alcuno ha prefo in guerra ne ha il Dominio : ed aliti Dottori dicono, che finite le guerre i popoli vincitori, tutte le terre, dalle quali hannofcacciati i Vincitori pubblicamente, ed atiiverTalmentc dicono loro Territorio •,SicFtac.daCa»iit.Agt. frf. Bap. ^jnn.ila Allimianitut Cap.iy. m. 9, /iè. II. E ne’tcTffliai dcIMain, che fi faccia Territorio, e polIcflione di chi vittoriofamenfe vi ha combattuti, e vinti i Nemici diremo, come allega ancoraGioiFrancefco da Ponte dnadeDottoriav. vetfarj nel fuo lib. de PattHata Prafrii eap.ìj^ Uti Re» fama conertojiam a»mE*areia», iti efiTcrrhartum Ragia, et aala Ttrritariam diainr a potaftata tanamis, ÌT Jiaua dkitwr Cataefis prima; Spiritu Domini faratarna fiapat aquas, Jia famr fapar Mate paaaftaa éatanris JnrifdiSianam. Cioè dove ilRè va con efercito contea iNemici, ivi è il Territorio del Rè, perchè Territorio è detto dalla ^ellb del tenere, ficcarne fi dice nel primo del Gencfi ; Lo Mrito del Signore fi trasferiva fopra Tacque, cosi fi trasferifee la Ginrifdizione Ibpaa il Mare a chi n'è reliato Padhme. Perloabè t Romani lotto Scipiane, vinti i Cartagineli, dice Polibio nel lib. yuikviSK iaflitm Impari» Maria fojiai fiata ; ciò! vinti iCartagmefi, tolat.le loro Navi, emefli i rollrtnellelororeftò flmperio del Mare a'Rommilip iMtadaa.i, lib. 4. Satalt.diS.^lit.^. Gli Atenieft potimun tc dopo la- vktoria di Salamina contra i Fani confeguirono, dice Lcuda, rimperio del Mare. Qui anche fa a pròpoCto il cafQ allegato da^i Avverfar), che Ferrando figliuolo del Rà Ferrante con 53. Galee paisà tutto rAdriatico, e fugò la numeroia Ar« mata de'Veneziani fino a villa del lor Generale Marcello ; didrufle la Dalmazia con tanto terrore de"Veneziani,die dice il Sabeliico diél. 4. Iib« 2, Eififtinunttt flHum effe àe Imperio Marit\ perchè da quello ficavaparimente, che chi fuga e vince Tarmate nemiche nelMare,togliendoad altri riiien per fé Tlmperio del Mare divenuto Tuo Territorio dai tener fuorii Nemici, di modo che TAdciatico farebbealiora divenuto tutto Tehttorìo deRè di Napoli ) ma v| lalciano il piu bello da narrare. Del vincer, e del perdere nella guerra fifa contoin fine ; difopra abbiamo Bellis bakitis dove quello avviene, conte negli altri giuochi; chechinel principiovince, alfine dirperataraence perde/xomeavvenneaPompeonellagucrra centra Cerare; nel principiogloriaodoC di certa vittoria, come appunto ora fan no gli Avverlar); non fanno fcrivere di ceno poco dtfordine accidentale; onde perchè la narrazione di quel fatto abbia a galligare i Milantatori de*primi lucceiTi nelle guerre, e perchè torna a propofuo per provare la fuddetra nollra minor propofizione flendcremo il luogo del Sabeliico, che Io narra. Federigo ArrigodiFerdinandofigliuotopiagiovanecon43. Galee, eFufUencròneIportodi.M,,Diedequelloaflàia temere al Sonato; edera veriAmile, che il Nemico ivifermandofipotelTc contcnderea Venezia il Mare. Tutta U Citik aveva gli occhi rivolti al Marcello, cadauno a lui, ed alla fua Armata guardava ) credutoaver perduta SignoriadelMare, quando non fofle cacciato a forza il Nemico di quel luogo, il che era mantfcAo non poterfì fare fenza grave confiùto, Stava adunque laCitthin afpettazione, che Marcello, ilqualera a Geldra, o ardefle TArmaca, che aveva nel Porto Anconitano, fopravvenendovi alTimprovUb, ovvero la conducete olfattod'armi, elalcaccialfedi 1^; mafrateanto, ch’^lifupplifce a'bifipgni delle Navi condotte dal Pò, mentre fi apparecchia la vettovaglia, ed ogni altra cola bilogne vale, il Nemico non fi tenendo Acuto io quel luogo, fatta vela, fi part'i d’Ancona, prima, che vi venineTArmata Veneziana. Panar» tal cola grand* odio centra il Marcello fpezialraente del Volgo, ù quale mifura il tuuodalT avvenimento; e giudicò, che non fofTc (iato ardito d'andare contrai! Nemico venuto in alto Marc per mofirare dinon efiere venuto in vano, alTaltando alTimproviloLUlairela della Dalmazia., qiiafi tutta con ferro, e fuoco la difertò. Cosi parlailTefiimonioallegato dagli Avverfarj, dov’è prima da notare, cheTArmaia Aragonefenonfugò lanofira. Secondo, non vi enarrato il tanto tremore de* Veneziani. Terzo fi vede, che non i Veneziani, ma l’Armata di Napoli era alquanto tremante; imperocché dice, che il Nemico, non fi tenendo ftcuro in quel luogo, fece vela, ma vediamo piò oltre, chi ebbe il tanto tremore, perchè 1 Autore di quella Scrittura non ha inietto il Sabeliico. Si vede dall’ eiroie, che prende circa il nome di Fernando BgliuoIodiFcrranteconM.Galee, in vece di Federigo figliuo. lodi Ferdinando COD43. Galee, eFuAe, ^ice ilSabeltico; adunquequeAi dopo aver meffa LiÀà a ferro, ed a fuoco andò ad aflalire Corfò, Pietro GiuAinian, e Niccolò Bigan, dicono Curzola, dove da principio furono fi terribili gii alfalti, che ad un tempo vi pofero le Scale alle mura, ondo avevano fpaventaii i Terrazzani, Giorgio Viaro ivi Capitano, diffidane dodel poco numero de’ fuot, hfpettoaquc! de'Nemici, per intimorirli fece fparger voce per la Terra > che rArmata Veneziana lo veniva a foc correre, efecerUrealIc Campane per tutto, e levar dalle mura un lieto grido, che gàvenilTe l’Armata. I Nemici dalla paura del pcridsio agitati, perduti circa aoo. fi ritirarono inMare comeOmbre, e Ipiriti tenebrofi di procelle, anzicomeComacchie, che fuggono il (uono delle Campane de' Campanili, dove fi aggirano. Vibannoanchelaiciatodidire, cherArmataVenezianaandò a prendere a forza Gallipoli in Regno, dove li llende la Colonna in confine dell’ Adriatico, e Ionio; e che Trento Terra de’Tolemini, Rudis, ed altrevicineTerreim^ientidelcal'adiGallipali,fi arrenderono, oltre di ciò hanno lalciato, cneFerdinando vedendo fi grave rotta in cafa fua, pensòalla pace, ^guerra fu la sfortuna di tutti i Principi d'Italia congiurati cantra i Venezianiper caufadella guerradiFertara, dellaquale (crivc il Giovio nel principio delle Storie, ed il Guicciardini nclLibro ottavo nel principio, dovelìlegge, cornei Veneziantconfe^uirono la pace onorevolmente per fe, e vittuperofamente pel rello d’Italia, che con fenlimentotantogrande, e nel tempo che fioriva di ricchezze, d'armi, e virtù s'era unita tutta contra. Per concluderla vi fu lafciato tutto il Polefene di Rovigo, ed i Rè di Napoli per la fuga, fe pur avellerò avuta qualche ragione nel Marc Adriatico ravret^apo perduta. Vi farebbe anche per provar la minore la fuga dell’armata di Federigo II. ImperadoreRèdiSicilia, e Napoli recitata da PandolfoCoUeruvio nel libro 4. delle Storie di Napoli, oltre di ciò la rotta data da Ruggiero Rè diSicilia, ilquale infeftando l’ImperioGreco aveva prefoCorlò, dove fatto un Arfcnale, dominava tutto il Mare. La Repubblica, che aveva giulfamentela protezione di quell’ Imperio, fe gli mollè centra conArmata, loincontrò, c ruppe dice Tommafo.Gazzilio Siciliano ScrittoredellaStoriaSiciliana Ub.p.dec. z. Commijfo prttio ex fuisTriremiha, undevìpnli amijps, fxinUTfifqut yRugeriui vilha rwn Juueis dijjìpttiiSicilimi profughi et pojit» bello fe fuitraxh. Cioè lucceSà una fanguinofa battaglia Ruggiero perdette, e fommerfeip. delle fue Galee, con poche, e diifipate vinto fe ne fuggi in Sicilia, e poi Rette ritirato fuorde'travaglidellagufrra. Parliamo adunque, ficcome abbiamo deliberato centra Federigo Imperadore, come quello, che abbiamo detto elfer chiamalo DeminmA&odi, ed è quello, che i Dottori dicono, che il Mare fi pofla far proprio, quello concederfi, e fe egli vinto ha ceffo al Vincitore il luogo, fiamo nella regola Finro vineentem. La Repubblica ne aveva il Dominio exiiujhii ad omnes, quella dunque farò per finita pruova della minore.. Edin rifpoRadelquintoArgomento degli Avverfarj, col quale parlano, come dicemmo a propofito, ma vanamente in riguardo allaveritò dellaStoria, come a quello invigilano tutti i Regnicoli eccetto il Collanzo autore, e tellimonio degli.Awerfarj, l’Auior degliAnnali Ecclefiallici parte per emenda, c parte per rifacimento di guanto ha fetitto contea la Monarchia di Sicilia, li è melfo a quell’ unprcfa, ci ha prodotto per apparenza di tellimonio uno Straccia fcritto da penna d un altro Regnicolo, ed un'altro Apocrifo fenza nome, trovati folamenie a quello tempo tutti due a bufi leggere difuccelC di quattrocent’anni, vogliono anteporli a' Scrittori pubblici di quel tempo, a tante memorie antiche di Marmi, e pitture antiche non mai contraddette. Se Romoaldo Arcivefeovo di Salerno, del quale dicono elfer uno degli Stracci prodotti, non fa menzione di quella vittoria, ec. torit, non va la confcguenza, che pon fiafuccefla; poflbno enervi mille caofe d* una tal ommUTione, o per invidia, o per fcoprire U mancamento, e Timpotenu del Kè di Sicilia fuo Signore, o per non confeirare il Dominio di Volita Sereniti, o che non ha Icritto, • che gli è (lato levato, e fìmili. Si adducono anche altri, che non ne parlano punto; aniche, e Pitture palefano. 11 Padre }acopo Cordano Gefuita in una fua Cronologia fcrìtta in quei Ila materia feguita per fuo Autore il Compoficor degli Annali, ma non nega quella vittoria, ed i PadrìGefuiti, chehanno mandato fuori in Colonia un libro intitolato Dtfenfiones Ànnatium Ectlejiaftkorum. non la negano ; però per pruova della minore, e per rirpolla del 2.. c. 63. dove introduce il Cardinal di Monopoli a dire al medefìmo Pontifìce dell^ltalia, come la liia liberti, e grandezza rìfiede nelle Lagune del Mar Adriatico; e come fi deb. bono bilanciare t fervig; della Repubblica antica, e moderna fatti a Santa CKiefa, ed a tutta la CrìAÌMÙt^ parimente; (ìccomc ampiamente fi leggono in molte Scorie i validi ajuti dati per 1 * acquifio di Terra Santa, e le vittorie ottenute centra Infedeli, f ubbidienza verlo la Santa Sede, ed i Tuoi Sommi Pontefici ne* più urgenti bifogni; ficcome ad AlelfaRctro III. fugato, e fcacciato dall’ Imperadore Federigo Fnobarbo, per la cui li^rt^, ed onore prodigo fu il Principe Ziani, e quel Senato delle facolcli, e della vita tu acquiilare quella famofa vittoria in Ifiria al Capo di Salbore con cattiviti d’Ottone figliuolo dell’ Imperadore, e non effendo mcn liberale ne* tempi di Leon X., ed altri Pontefici ec. Onde gli Avverfarj non offendono la Repubblica, ma i loro Principi, mentre vogliono indurre i Miniflri non folo a far guerra, ma a commettere infame latrocinio, dicendo S. Agoflino nel lib*4.c.4. e ò. deCivitate Dei. Remora Juftitia quid fum Regna, nifi magna latrocinia ? e piu oltre muover guerra a’ vicini, e procedere ad altre confeguenze, e per cupidità di Regno affliggere, c foperchiare i popoli, che non danno impaccio, che altro fi dee chiamare, che gran latrocinio? Penfo d’aver adem^ piuto a ciò, che per tal materia brevemente fi abbia potuto dire, GRAZIA I N- I N P E 5^ LIBRORUM PROHIBITORUM, Pum R?§uii^ pqpftfli* p^r P^trcs a Tridentina Synodo dclcAos. AWCTORITATE PII IV, PRIM^M EDITUS. 1 -i. f»Jìe* vtra ^ S/nt» ofiiu jht Et KUNS p«MVMS.p. n, CLEMENTIS ^ P A P ^ Vni, Jitffu rtu^iùtia, ^ paUictun. INSTRUCTIONE adiecta, {V mjuniét fnhUmmh, itfiù Jbictri tmeniaitdi, CLEMEN5 PAPA VIIE Ad perpetuam rei memorfam. tacaosaNCTUN acho. Uem Mii éqNfinMii fise ^ PcopUccRi Mtctertìitfì iàUiKin confc^tu nemini Ikxt > ut Ciivua in Ecclefla Dei perpetuò eoo(tfvaresur » p^rifque iovioUrutn crade aercitanm, ut haoc fideà catbo^ìca; dpr firnwfM ioGigrkttem t (»Unm » incorna pcam^'ie òi Mcidila Dei reciaarent, ApoAokci animi magnitudine» prò muro domuv Ifraei, advcrAis einrdeni fidei hoAes»^ fciproa oppooentei, ne iAoram doHi, 8c infidiia imprudenter> &limplickaiit vctcres ex infcm excitanecr ficn riiu: Noi. ranl eandcm Pjì pndeceiToris Tri^ntitu Synodba» pefVileijceiB ooxicv- Conllitu^eoem» &]iiclicen>y acReguias« TUO libroTuo copivm, qoc plbs. nitpio ^uonim q^iam. tenorer haberi voiutous cxercventr coerceiet auferre èu> cxpiemh ^uam hxc ip^ p'iens prìnram quìdem dò^iflìmos alì- ta> prour ìnKrms dcfcrìpt# Aific oronui quoc vnosnfetl^iei qu^de d^T||hgila»i|in^oi^araAp^ft^fi^^ tenore ^norceti^,;fc,der^r 4 ^tt''.*’ pcrmota» ad ipfxm Apoftblicam l^deni» gurarìbui peribnis ubiqiie loconmr exiuucgram rem défertndara Aan]tc»-Itaqpe Itentibua» Aib ufdem p in did^aPìì fel. ree, Pius. Papa qitamìs przdeceflbr, ConnjtDCrone COTcentis» obiérvari prveinoAcr, qat hcofcTw xpbrrpacV J de; (fiadamut^rQ^ «ovai faci fa fedebat, Przbcis qui&atàam doé^rina» Itas negqtuim» cùm prombìrionìSf rum et prudentiaprxlUntibusy^adbibirxar.^DK^exputjacioais, de imprcfConia libromm dìeem librorum prohibitofun) » À Re^* pcragamr» eas omnci £acalcate mein. Fias firevi^, proinulgavic ì de c/ufmodi noxìo- Qiintus. MagiAro facriPalatii primum rum Itbronmrdetrimcncisdicpcitcnn^» op- dcipdeGrcgoriin dccimas rcrtius > 9c Stxfortunè- pfOTìdìt, CarteruTn, Ticct illa tur qumtusi CardinaTibosCongregarionir prò rempfìrtii raiionc prudenter ruqrinc predi^z concelRrtinc « quornm tcnores rune conAiruca j rameó'^ -Icum Sarimiz me vofaraus haberi proexprefliSi conArafhuia» in bujufniodi librorum edhione mamus* Se qiucenus opmeA innovamus. finva ili dfi^t mala ( nam.polV in- bis ornniros, qu;r addiùi in bne In ìUlhI tempi» afit erùm libri pcrnicioA dice» noti adverfantur, volumurqric propartim cqnfcripri, atqiie «dici. parcim> prcreai ac dccemimus > ut fi q;;x inpoqui fcriplfì e^aKc» de antèa JcTicùerthti' Atrum dubìtaironet aùttóntfoverfix circa in medium prodiere i ic mem. Sixtns Papa Quinta» przdccef- aliomio» qut prò tempore fiiper Iiunce òr noftcr,|mildt ilIaArari«« acque àd hu;iifa)odi deputati fherinv» rd'eraneur i l’cgoUi a^iMs neceflàrif» rebus » liianda* et ex fencemia eonindeih* Cardinalium y vie » nr nonuutli alii ejufdear generis (i- nobisi aur fuccefioribus noAris > fi rei bri V eidem* Indici ad^ereptiu;. Vei^m gravita» id poAulaverit» conrultis>declacuro: idem Sixeus I rè minimé abfoluca » ^ rencur» et decidantur, quorum audorìhumani* ezcefcrìtJ Noe la fw fqi»» fai^ fuem » cuir pennittcndtt » tum prohiti quantuiTP CQQT Doniìoò' poiAnnez con- bendii ex{àirgandis » 6c 'imprimeniis 4ìfiilcntes» quodjampridentiiuliccrarpcoior brit, airifqoe ad eam rem pcrcìncnribos 9c a mulcis- dia defideratunr cratr hoc expiicandìs» volaouis efie przeipuam, artempore oronino perficiendum » atqw in ^ èra mandaimts ab oomibiis venerabilocem edcnditm duxtaui-- Venerabiliigi- libus Aatribos noArisPatriarchis, Arcbietur fratrr noAro Marco Amooio Epìl^ pifcopii» EpKcopis» aliifque locorumOrpo PreneAino de Colamela dilt^is dinariist «uroque gradò»» ordini»» aoc diruti»» Oc Marie Angelorairr intbensi»^ Borro* cam EccìefiaAicis rccnlatibas» vcl regumeo, Fratinlco SanOcMaric Tran^n* laribu»» quiro laici», quocunanebonore, tiuc Tcd'eto r titulorum Presbyteris» nec*^ ve! digicitare prediti», ioviolabicerobAi» non Afeanio SaoOe Narie in CoAixdio vari. Non obAamibos ApoAoIùis» acin de Columoa diacooo» Cardinalibu»r fu- tmivcHaUbo», Provinctalibm» et Synodar per hnjufmodi Indice per no» depinari», fibus Concilii», editi» generalibu» » vd aliifque pit»« ficcruditis» viri» in colIfi•^ fpecialihusConAitationibut» drordiiurioliom adhibici», ca omoia, ac fingala» nibo»/ ac qnibufri» Aatml», 2c coornetitqoe a Suro quinto» oc fupra dixtistt»» dioìbus» etuni fitramento confirmatione ìnAicuta ennt, diligcmer exiroimnda» ApoAoKca» vcl quavi» firmitace alia ro«ommilinm»» que cum magno Audio vÌp> bomis privilegi» qooqoc indcllds» fieli ter» PROHIBITORUM. 371 teris Apoftolìclst rubquìbiircunque tenoribusj &- formis in cor^crarium pnrmifforura conccflif t confirnoarh, approbacis, et innovatisi Qjtibus otnnibus. Oc fìngiilì etiamfì prò ìTlonun fufficienci dtrogatfone fpeciaUs, rpecìflca» Oc ad verbum in(«rta mcntio kabenda cCkci tenores hujulmodi przfenribns prò expreilis habentes, hac vice dnnraxat, rpecialicer» &exprcriè derogamus *. czccriiqne conrrariis quibufcunqiK. ^cemenccs camndcm przfentium cxemplis, cciafn imprefljs, Notarli publicì manu fubfcriptis» Oc figìtlo Trslati a!icu/us Bccldtafticì obfìgnatis» car^m haberi fidem > qux hibcrerur ipHs prxfentibus, iì forenr exhibitSi vd oiicnfx. Dar. if’urculi, fnb Atmulo Pifratoris. Die decimafeptìnia OOobris, MiHenmo quingenrefìmo nonageiìrao^ninto, Pontilìcarus Noftri, Anno Q^no M, f^ìus Bibrianusy PIUS PAPA Ad perpetuam r?i meraor jam. OMINICI ^egis cuftodix Domino dil^nente» pr^pofìci ) vigilili n>ore paftorisnon dciìAimusx ipAgrcgi ab immineniibuspcricuh's,quanta maxima pofsomus cura, et diligencia rrcavcrc, ne propter negiigenclam noum peream ovcs, qnz prction/Cmo Domini Noftri Jcfn Chrifti fanguine, fune rcdcmpcx* Eifì autem, qua adAdeì vesitacem parefacicndain, et ad horum temporum hareics confutandas pcrtinebant, in orcuraenico, Oc generali^ concK Ho Tridentino, SanÀi Spiritus aflìfteiK ce gratta, nupcr adeò enucleata, ac definka fueriint, ut facile jam fit tmÌcui-que fanaro catholicamque dodrinam, a falia, adulterataque intemoTcere ; ta-. men cam libronim abharericis ediroram iefiio, non modo Cmpliciores hnminet corrumpere folent, verura fcpd etiamdoùoi, cruditorque in variot crrorcs, Oc a veritate Adci cathoticx alienas opinionet inductre, buie quoque rei effe diximus providenduno Cum auietn aptiiBmum et inalo remedium c0e feirerDus, A componeretnr, atque ederceur Index, Ave catalogus librorum, qui vel hzretici fìnt, vel deb?tciica gravitate fufpcfli, vel ctr» xè ptoribua, Oc pktaù ooccanc; idnego» Tvm ìk tfum ad facram Tridentinam SjrnodBna rejeceramus. Ea vero ex tanta Epifeop». rum, Oc aliorum dodiflimorum virortim copia delegit, ad eum conAcicndum in*» diccm, multos cum doéVrma, tum judiciò in/ìgnes Pralatos, ex omnibus fere nacionibus, qui quidem non Anc maai'mo hbore, phirimifqua vigilits euro ii>^ diccm tandem, Deojuvante, perfccenmt» adhibitis etiaro in conAlium Ic^iflimiquibufdain Teologis. Prraé^lo aatcroCondlio, cum ex iplìus Synodi decreto, is Index nobis oblacus fuifict, nt ne anrc ederetur, quam a nobis approbaius fuitfee, nos doAiffìmis quibuldam, probacìfAmifquePralatis eunaccurati0ìnrk Icgendum, examinandumque tradidimus, et ipit edam Cumigkur cmn ma gno Audio, acri judicio, diuturna cura confefhim. Oc praterca commodiflimèdigeAum e(W cognovertmus,* Nos falutianimarumconfnlcre, camqueob caufampro*. videre cupicntes, nc libri, et fcripcacu^ iufeunque generis, qua in cd-*improbai>tur, fìve ut harccìca. Ave ut de hzretifa pravicate fufpcffa, Ave ut pietati, acmorum hoocAatt inutilia» aut aliqua corre» fHone faltem Indigeniia, poAhac a Chri« Ai Adelibus tegamur : mfum ittdiccm, nnacuro Rcgulis et prarppfitis, anAorirate^ ApoQoItea tenore prafenrìum approbamus impriroique ac divulgar!, et ab omnibus UnivcrArafibus cathoNcis, ac quibufeun^ qne aliit, ubique. fufeìpi, eafque Regulas obfervari mandamus, atque dcccmimiis; Inhibcntes omnibus, Oc Anguh's, ram EccleAaAicis pcrronis,SarcnIaribDS, fir Re*, gularibus, cu/ufeunque gradui, ordinis,& dìgniiaiis 6nt, quim Laicis, quocimque honorc,ac digniiate praditistne qiits centra earum Regularum pr^rcriptum, au( ipAus prohibicionem Indicis, fibros uUos legere, babenve audaas. $i quù autena adverfus eas Regulas, prohibirionemque Acerit, isquidem, qui hxrericorum libros, vel cujnfvis auaorisfcripta propter hzrcAm, vel falA dogmatis lufpicioncm damnata, atque prohibitalegerir, habueritve, ipfo ;ure in. excommunìcationis pGcnam incìdac, eamque ob canfam in eum, tamquam de harefì rurpcdiiin inquiri, Oc procedi liceaa.' przter aliaspor. nas fuper hoc, ab ApoAolica Sede, f»crifque canonìbtis conAitmas- Quiautem Hbros a|Ì4 de cau/a prohibitos Icgerit, habucritve, prxter peccati morcalìs reaturo, Epifeoporum arbitrio feverd fé noverte punienduflD, non obAanrfbus conAinitionibus, Oc ordinarionibus ApoAoli(is contrariis quibufeunque, aut A quÌ-« Aaa i bus.INDEX LIBRORUM I)Ri comfTiunirer, vel dìvirim, ab eadcm tadm faumlMMipt^dìmunanT'Jcllbe-, /ic Sede indulcum, nc cxeoinirxinicari raiiowmt wncruRi, ut jiulUartnt nUùi ir: ‘;7pf>(Tìnt; per Iitera$ ‘Apo^olicas, non fa- us fitti poffe% tfttàm fi F^itutniu ÌUe cientes pcrnam»& expre(ram> ac de ver* forum ^.'^rruriati Index, aò tn^uifitorìouf ^ a^yerbum,de indulto .hiijurinodi menr tM pofiremò nnfediuf ^pa^lelftanllm dttr.pùs, (ipnem. Ut h«c aucem ad omnium nO; «ifae erùm addiiìst Teùneretur s ^nippe neve quìs excufaritv cum ma^r.a mAturitate 2 mulfis virif doÙU pe ignorationis uti pofGc» voItiiDUS> et cempofiiuj, piurlmot compre(:endat au8oft$, mandamuijUt hz licere per aliquos Cu- «if«e /a erdinem fatU commdum diiefifu tfri» noflr* Curforef in Balilica Vatica- fe ^idcatur. rii PiÌBcipis ApoAoiorunij et io Ecclelia Laterancnil cune, aitn in eis popului» ucrmirarnmfolcmnibus inccrni> congregari folce» palam» et cUra voce reci« lemuri et poflquam recitate fuerint ad valvas earutn Ecclefìarum » itcìnque Cancdl 4 ri» Apoftolic» » et in loco folito Campi Flore afligancur: ibique ut Icgi» et omnibus innotefeere poflìnr» aliquarv tifper rclinquamur* Cuin autem inde amovebuntur» earurn excmpla in iiidem tocis affixa remancant. Nos enim per rccicationcm hanc» publicationcm » &a£Bxionen)» omnes» et lingutos » qui bis liccris comprehen^tur» poft tres menfes» a die pubiicationis» A affixionis earum» numcrandos» volumus perinde aAri£Ios» 9c obiiqatos effe» ac ù ipAfmcc ille edite» Ic^equc fuiflent. Tranfumptis quoque carum, que manu alicujus publici Notarli fcripta» fabfcriptavc » A figlilo» ac rubfcripcione alicu/iis pcrfonz in dignitate Ecclefiaftica conftùute » munirà hKrint» fidem fine ulla dubitationc habcri inandamus» acque deràmimus. Dar. Rome apud S. Pctrum fub Annulo Tifearoris, die xxiiii. Marcii». Pontifica cm Noftri Anno Qjiinco. »^Rimus FioTeìfelUt LaxellìnutConfe£Iuin a deputatione Tridentine Synodi R. P. F. Francifei Forsrii » OriL Fratrum Pred. S. T. Profcflbris. A cjufdcm Depucationis Sccrcurii UM SanSd ttamunuA TfldeutU «4 Sytf»dMt ÙV roimììfus Addita #.t g4j fjfcc « fecnuU fefioaU De creio Jub BeajlUimo Tio Qjfario Toni. Max. txplicatj Ju», c«ifmffet » «r Tarrer Ali^uct » ex ctmibui feri nstlonihuf deU8i$ de Ubrorum etnfurif ^uld Mutuendum tfjet » di/ij;e>ttcr coptaiiatus, in j^oniaw vero ìiuelli^ebAnt t propiere* In alì^Uibui 'PrttLìiuus, oc loels haSenus eum fndìcem rteeptum non tffe^ i^«odÌ» eo ifuldam ìlbri prol/ibereatur t quorum leOione viri da~ Bi pTivari ^magnoincommodo afficerniur » Atque animo advtrttntts etMin» in eo effe nonmUa forum expticati pafitUf qua interpreiO' tlone indl^eretìt j re, multum diuque delibera' tionibur abitata, ac vÌtìs etiam ex ornai notiene, Tixoitt^ica facuìtatls fcìentifjimìs, in coafilium adinbUìf » fuhieQoi Ryguiat componcndas ;ndir4rmr» ut quoad tjus fieri pofjtt, dìBorum homlnum eommodht &" Jìudiii faii'4 vtrhaie, oc reli^icne, frojpUeretur. Jllud i^itur in prtmìe aà fervore oporiet, utumquamque peni aipiìobeti literam, tret hobtre ciajjet, Ja primA non tam libri, quòm Ubrorum fcripiorct, eoiuaientier, qui aut haraici, aut nota Ifartfit fnJpeBi fuerunt ; horum enim Ca~ toìof^um fieri i^riuìt., m omw ìmeUi^ant, eorum fcripta, non edita folum, fed tdenda etìoM, Orohibìta effe. Sed iitni etum aifimadverrendna^» quod lieet muliì pratcrtA fini, qui jufiiffmìs de cortfis in Imuic ilaffem refern pourani, Tairibus temoi non is fult animui, aut ad cerum pertÌKcbat ii|^ii«rj 0 ii » ut eot ad unum ferquirCm nnt, fed Ut pene contenti fuere, qui in mano Catalt^o dtftripti funi, de aliìf veri ejufdem green'/ auBoribus, idem ab trènorìU, et biquifitoribuf fiaiuendum effe exiflimarmt. Ih fecundam Clafjm ron auBortt, fed libri futa r fiati, qui propier doBrinam quòm tontlnent, non fanam, aut fufpeBatu, aut qua tffenfionem etltm in morìbut untum fideiimit aficrre potefi, re/ieiuttur, etiam fi auBorts, a quìbut prodiere ^ ab Eetìefia Tjaiquam defeherunt Tenia vero et ultima claffis, eot llbrot compleBìiur, qui fine fertpiopt nomine exìeruttt la vulpts, et tam doBrlnam emtlnent, quam H^ntana £eelefia tzmquam eathoUea fidel, aut morum IntexTÌtail contrariam, rtfi^ tanibm ae repci/endraii effe defrrrtif. >(on enlni om^es llbrot, qui Komen auBorjt nonpraferunt, damnandot putarunt : quandoquldem fapè virot doBot, ae SanBos noviniii » M Cbrlfiìana quldem Ppfp, ex eorum vigiliir lìiiU etpent » ^ ivr^ ìnstiem rUm fvìiarau, ùkru ofnimoi /ine nemne edi^ àlffe, ftd tos taravm » ftu ent lujiiìdo prtvtm 1 «•w diibUm fidel doSTtnamy /Ìi« BMnA*a fcruienfém ecniìnpu • vero /mf hujnfmodl, aiit tales omnino prohibeneur, AUorum. autem. bxreticorttni libri » qui de religione quidem ex profeflb trapani » omnino damnancur. Qui vero de religione non crafUnr » a Thedogii catholicis, iulTu Epircopomm|_ et Inquifitorum exairinati» U approbari » permitrunrur. Libri eriam cathoUcé confcripti» cani •b ini*» qui Qoftea in hxrcfìm lapH Ainr» quaiD ab illis» qui poti lapfum ad Eccleuz gremium rediere» approbari a faculca-. tc Theoiogica allcujus UniverfiratU cacholics» vel ab. Inquinrione generali» per«. mirti poterunc. V Erfìone* fcriptonim.^iam EcdeHa-. Ricorum. quz haf^nui edita fune a damiutis Au^Voribu*, modo nihil conrra fanare do^rina cootineant » permiccunmr. Librornm autem vetcris teRamenri verr fìonet» viri tantum doOis » Se pii* Sudicio Epifeopi concedi poterunc; modo hu» jui^mondi vcrilonibu* tamquam elucidatici nibtt* vulgatx cdicionis» ad intelligcndam facram Scripturam» non autem tamquam (acro texcUf utanmr. Verfiones vero novi ceRamcnci, ab auOoribu* prime cladis huju* Indici* faneraini coneeJantur » quia utilitàti* parum»periculi vero pluritnum leftoribn* ex earum lefUone manate folet. Si qui vero annorationcs cum huiufroodii^ qua permictunnir vernonibus» vet cum vulgata editione circumferunrur» ex pun^is loci* fafpcftì* a facultatc Theoiogica alicujus Univerfitacis catMicc» auc Inquiruione generali tpcrmicti eifdempoterunt » quih^ Se vcrnones. Qu^ibu* conditionibus tocum volumen Bi« bliorum, quod vulgo fiiblia Vatabli dicitur, auc parte eju*» concedi viri* piis»& do£li* poterunc. Ex Bibfii* vero Ifidori Clarii Brixiant prologus et prologomeru przcidanrur eju* vero cexrum» nemo tex. vulgata edi-« ^ionis ciTc exiRimet. C Um expcrimcnto maniféRnm fìr» (t Sacra Bibtia vulgari lingua, palÉm (ine diferimine pcrmittaniur» plut inde, ob hominum temerirarem» detrimenti qiiam ucilitatis otiri» hicin parte jndicio Epifeopi » aut Inquifuoris Recur » tic cum conltlio Parochi vel Confedarii » fiibliorutn, acatbolicis AuOonbus verforum» leAionem in vulgari lìngua ci* concedere poRìnt} quo* inccllexerinr» ex hu. jufmodi lefiione non damnum» fed (idei, acque pieracis argumentum capere pofTe; quain facnirarem in fcripti* habeant» Qui amem» abfque cali facultate ea legete » fen habere przrampferit» nifi priaBiblii* Ordinario redditi* » peccatorum abfolutionem pcrcìpere non pofEc. Bibliopola veròqui prxdidam faculcarem non habenc » Bìblia idiomgte volgari confcripra vendidèrint» vel alio quovi* modo concerserint» librorum pretium» in uTupiosabEpifcopoconvcrtcndum, amitrant; aliifqoe perni) prodeliAi qualicace eiurdem Epifeopi arbitrio fubìaccant. Rcgulare* vero » non nifi facuirate 1 Prelaris fui habica» ea iegere» aut eroe(e pcdCnc. RE L ibri il!i} qui hcrcciconun Auélonim opera, Imcrdum prodeuac, in quibus nulla j lut pauca de Tuo appoiiunc» icdaliorum di£iacolligunc>cu/uraK)diruiic Lcxica > Concordancix, Apophiegmara i Si-railifudincit Indice», Se hujuftnodi, fi quz ne admixea, quzexpui^atione geam illi», Epifeopi, et Inquifitoris,una curo Theologorum caibolicorum confilio ^bJacii» eaMndaci», perraùrantur, L ibri vulgati idiomare de conrrover» fiiss inier carholicos, Se bareticos noAri tempori», difiercmcf, non palGm i^rmìttancur, fed idem de iis ferveotur, quod de Bibliis vu^ari lingua Jcrjptis, flatutam eft, Qui vero de ratione bend vivondi, comemplandi, confitendt, ac fimìlibus argumemis volgare r«m»onc confcripti iiiiu, fi fanam do^rinam coiuiiieanc, non cA cur prohibcantur, ficuc nec lìcrmone» populares, volgari lingua babiti. Quod d ha£lemi», inaliquo regno, vel provincia, aliqnt libri funt prohibiri, 2 'iiod ivooQuUa coiuùterentiqua fine dcle;u ab omnibo» legi non expediat, fico, fum aufloret cacKolici fum poAquam cmm Chiromantix, Necromantir, five in quibus concia, nentur fonikgia, veneficia, at^ria » auTpicia, incantariooe» arti» magicz, prorfus rejiciantur. Epifeopi vero, diligcnccr provideant, nc AArologix /udkiaric libri, trapani», indice» Icgantur, vel habeantur, qui de futuri» concingencibus, fucceffibus, fortuicifve cafibus, aut iis afiionibus quz ab humaiu vohintate pendenc, cerco aliquid evcnn irum affirmare audene. Permiiruorur auccm judicia Se naturaks obrervationes, quz navigationes, agricolturz, five medicz artis juvandz gracia, confcripea fune. I N libronim, aliammve fcripnirarum, imprefilo nefervetur, quod in Coucìlio Lateranenfi fub Leone X. feffione decima Ratutum eft, Qgasè fi in alma urbe Roma, liber aliqui» fic imprimcndm » per Vicarium Sununi Pont, de {acri Paiatti Magifiruin, vel perfonas a SerenifiCmo Dominio NoAro deputaiula», prius cxamincntuF. In alii» vero locis ad Epifeopum, vel aliiim habentem fcicntiam libri, vel feriprurz impriinendz, ab eodem Epifeopo depucartdum, ac Inquifiiorem hzrcticz pravitati», e;us civitatis,veldÌGrccfis, ioqua iinpreflìo fiet,e)usapprobacio, Se examen pertineat, Se per eorum manum propria rubfcriptione gratis, et fine dilatione imponendam, fub perni», Se cenfuris in eodem decreto contenti», approbecur, hac lege, de conditiorte addita, ut exempluas libri iraprimersdi autheniicuai, de manu autori» mbfcripaim, apud Examìnatorem rcmaocat. Hot vcrò, qui libellos.manDfcrìptos volgane, nifi ante axaminati,probaiiquc fuerint, jirdemp^nitfubiicidebcrc )udicarunt Patres depurati, quibus iniprclTorcs, et qui co» habuerinc, de Icgcrint, nifi aurore» prodidcrint, prò aufloribus habeantur. Ipfa vero huiufinodi librorum ptobarlo in fcriptis detur lA in fronte libri vcl feripei, xel impreffi authcnticc appareat, probatioque de examen, ac czteragratis nanr, pQt Pmirct, in fiiagatis cfVitatibaB > le Ckteniin nomìtUt ctzm Hbronim « ^ur 4i«cefi&(tt4 doonuyvet toei>,«bi an im* t Pasnbus «lepucac» porgati funt, tura pretfotiL termnir » 8c bìMìothcat 1ibr» maiur defcripca» San£UiEmi Domiiu Noie hcreeiÈfc praricacis» oc nihM commi ftri. ìaiTa. tmdidit.. quK pfoiUbaxur» ant imprioiacuri auc. Ad c xa t ma re verò- oranibot fidbMmwdttnr» aòl hdieamr.. prccipinir» ne qaìv aodeac eoocra hanim Oranea ««t6. librarìi » fle qucunqne 1 n> Rcgnlamaó pm(crìptu{D« luchiijui Indie» bcoQim. ecadéco res ^hab^c io 6iis bibiiou pn&biuoocm a. libro» aliqoos legem » ibedi» ifidkxaadibaMnm mp^um» aufbabere.. habenc» cum Tnbiccipcìone di^bruen per- - H qni> - libro» kat«rieofumv v# Ibnarum, » aJip»viiproaL habeant » auc oipiìvìi Au^r» feripea > ob h«rentai''>cl vendanoli ib? qujCBAqole adbnecridaoci ob £alfi A»mii» rufpietonem damnaca» line lieencia corundem depucandoram » i^ue prohiDiéa, Inerir, live habucric»iU miniRri publici ejtlT'loci»i predifì» peifonis fignsfieenr » libro» 4 ^e addu£b».. - « ^. Nono veto aadear • iifarara » qo^ jpft, «aitati» io cÌTÙateiB mtrodoxie» alwai lefeodutt tradem » mi aliqna fa» tiona atnaare » «ar commolam » nifi o» Aenfo pnnt libro » bi bab^ Ueaocia a hane ìmpnfBonem » et edìtioneni de nòvo pec&fiis depucandi» » ant -oifr nocoeid. trlbui ^culcaiem Epireopis» veMnquifito«oofiei »> librasi jam c& otuùbux per- ribu»» toc Regutarium Sc^rìoribu^i con tini ia caconunicacionis Iracenciam iiw tiiKrac. ’ - Qui verò libro» > alio Domine intetdi£lo»Wgecic » aut haboerìt, pretcr peccati morrai» rea tura quo aftcituri /ndicio Epifcoponim fcvcrd puuiantr. Ckra qmtrtam - 1. A NImadVertendtim eft «Irta fapraraw pcamqdattain r^hiiD Indici» felic.^ recòrd/ Pii Pape XV. nulfam per mefiurn • ideici qooqne (ervetur » sd Ksrediba» ». le eicèquiicoribui oldmaniin vt^uwaioro» m libro* a defooftì» rolidh»» firo corub iodicea>»ìllia peiWi» dqpgcanditoéGmnc • et ab ii» lieeMiam obcìneaoc » prìorqnaa ei» ucasuur » aot in alias perfonat qu^ cuDqoe rariooe eos traufiecaor. cedendi nbenciam emendi » iegendi t àul retinendr fiibliavulgari lingua mira «cura ha£lenot mandato, le nfu Sanf^e Romane le univerfali» loqui/ìcionis fublaca ei» fiierìc fiicaicas oeocedendìluilDfmódilicentias l^endi» vcl rctinendi fiibìlia vtilgaria» auc aliai (acre Scriptnrc cara i^vi qndm veteri» tcRamcnti parte» qoaviaVdl Jn hi» a^fo oranibui» le fiagul»» pf- ^ri lingua edia»; ac infopcr ruraraaifa sa ftaraaror» vel amiffianù Ubr^iBiVei le compendia eciam hiAoriea coruodcra alia. arbirrìA corudera £pi£ooponira» vd Bibliorum^ feu librortuo (Kie fcripcnrci Inquifitoram» proqoalitatq «oocnniaels». quocuoque vulvari idiocoace conlcripu c vel dclidi-. * quod quidem inviolati (ervandam eA. Circa verd libros» qooi ^tma deputa» -ti. aut examraanmr. aui expo^runc » Crrni. «nmm auc eirptireando» cradideriioc « ant cerei» _ condittonwoi.ocntrfa» excudueneirtcofi- ^^Trci Rmdam ìx. aiddem Xndicti » ccfi*e^t» mìdcpiid ilio» Aatmiiflé confti- 1. abEpifropt», IclaquificoribusChricerit y cara bibliopolc » quim. esteri ob^ fiifi^le» fedulò adinonendi fune » £rrveiit. quòd in legente»* auc rerineote» concra Liberum taraen fic Epiicopii* aot tiv r^Iam banc» libros huiufooodi Aftroloquifitoribus generalìbu» » fecnidum &cui- gis |odiciarÌs divinarionum le fortìfegio. tatem quam hatency eosecUm libroiyqut rum» rercmiqtte aliaramin eadem Reguia hi» Regulis perroitti videiirur » prt^ibcre» «xprefiaruaiy procedi poteft, non raodò fi hoc in fui» tvffi» aut proviociit» vcl per ìpfos EptTcopoiy A Ordinariosi fed dioNcfibus expeiure iròicaverine. eciam per Inquificores loconim ex conAi tutioM feU ree* |jxti Pap» C^mn contea .exercentes A(bplogÌx judicùrùe artem et alia qocnwtpic «livuutioattm genera » UbroCque de cn kgences t ac ceoent«s» protnulgaeat Tub Damai Roniz aptid &an£^un Pcfmm I anno. locamationixDo^ ininicz M. D.JkXXXV^ Noni». Jannarii » Pc«(ilkatu« (lù aDi¥> primo t Px Ttéhi^ k et lìkth Uthémm, Q Uimvìs in tenia c1a0é lodkiia p*v» di^i Pii ffapz IV. Itfb licera Thabmid Hcbwocuia » epiTigue gioite k anoocatiojies i iacarpMUtioacs » £c cxpofiiiooes. onmes pmlubnitmr i ^ quòd Q abTque ooaiiiie Thilaisd g et ne iDjuriis, Oc calumniis in Religiooem ChriftiaDam abquaodo prodiiiTena * lOkxareiuur: quia tamen Saa£Uil$iniu Domi90S NolUr Domiqp*^ Clemens FapaVlIL Mr Tuam eoaRitutìoneio concra inapia uripea et libro» Hebrroram » fub Datum Rorpe * 0 ^ Sartfbiux Paniai anno Incarsacioais Doffiiniac prbtie Kal. Marcii Pontificar, fui, anno lecunlicioQÌb«s. pcnaicegp» auc co^randi i fed ^ialicer et exprefie Aacqic Oc vuki u; ^/uf^niodi impti ThaUnpdici, CabalilUci,, aliiqpe ne4im. Hcbrsonim libri omnino Canati Aeprobibiti manche et ^nfcaocnr f ^tqoe foper eis > de. ali/T librii hujufiooìU > pr»4iAa cooAicutia perpetua j Oc iqTÌpUbi:^ U(ce Qbfcrvcrar. lUfn A d bee (citnt Epifeopit OrdiBOni». et lj>qwiricore» locorom 1 libmna Magazor HebraeormB t qui eoocU net pariem oUcioram, fic ocrimoniamm. ipforum t 6c ^ynag^z * Luficaoica > Hiipanica t Gallica » Germanica > Italica ». auc quavù alia rulgari lingua i praterquam Hebraca » edimm * iamdiii ex fpe(iali decreto, racionabilirer, prohibìtum c(Te. Idcirco provideanc illuni nuMarenns pennitri auc tederari debesEL > oiR Hqbraica lingua pr«U{^a. De iihrìs Jeewy/ 3edùu. C Um in Appendice » fecundz clafEl iub lirera L dicami ( Joaqoit Bo(lini Andegavenfit DcmocKimania omnino prohibeenr» liber ueiò de Repoblica » Oc Methodus ad £icikm HiRoria ram cognttiooem tamdib prohibói fintqaotdque ab AufVore expurgata » com approMtione Magifiri (acri Palaiii prò^riot • X Id widem per eirocem forcaffe librani fauum credicnr r nam liber de RepuUica einfdena JoacnÌB Bodini • primùm die xv. Mentii Odcb*M.DJfCII« detnde liber Demonomanùt dio priioo Menfit Septembris. M> D. XCIV* eodem Sao£lUSmo Domino onftroPapa firn^iciter damnati funcf ac proiode ueerque daiimanu Oc probihitai aideodm cft INSTRUCTIO, Eomm» qui librii turo prohibeodùi com expurgandis> turo eciaro iropriroendisa diligcntiam» ac fidcleiQ ( ut par eft 2. operam fune daturi« A P fHà CéiMkit canfenmomm t nm fmtt « fai MMM ex jm ectJtit !/•% Ont dxmau USìtaU iu t n ( fited Jadite, per Patttr a fOicMii T^Uemàu Sponde dUeSot^ fréuìpai Jrnrìnm (fl tufi iiiui etiém raveuur • M vai iiém deene poiiidair IHrrì't vd fm^ olii emetxmt t et pn^mtir • mù iaeuutMt fideiium^mmtes «ante vateca u^cÙBtet • iiifiu, ét «erica dcMorùiee dejxi/iidwaiaxt _i (A ^rfm, fuìemtpie pefi hit fìu vetem, fot naeù Uhi edmur » MÒm m*xlmi furi « ^ MB À «r pta «( pdmi, ^oaai qoa ad 9 um ftrUmt hemumìaaii extfioMt i foad efiva ma i wnm Ubnrim imndì^ouem • ad 40/ fmùtu aèoieuio/t um ab Epifeapùi ^ jifiq^tMciio/ i fodoi a camli » «nenon ad ti tu MaeUfia pei fiudum miere % ^ enfiarito/ perdi ; preperr e« fna TVidexlMenoie ‘PornoM ^oùr jMpraMSù * decreta fmt ) ftiUUa miluM exigat, (ofuJbits i^/ra fcfh di t dUìgeutim jbwùor » tifdemw JtamtW t M «Miiae io «nf ak Ufidem /rtftV » et lu^tfitcìribtu, aliìf^ i o» pM)trNot f tu loaienww. ii&rorna» ÌN/exdifi>eoe » et éboÙtme • tm a CcnrefieriW c InJev weric publicants ) eocum juriCiifìionì (ubjef ad ipfoi defcripca Angillatim dc&renc noaiuia librorum omnium iTugulumm > spui (c in codcm Indice prokibitos» qniique rcperiet« Ad hujuimodi vero libros fic lignificandos » infri certujn cempus ab Epifco» pOi vcllnquifìtoreprxrcribcndunii omnes cuiiifcunque gradua» &condicionìs exciterinc > fub gravi porua » corun) arbtcrant inAIgenda» tcneancnr. Homx vero hac omnia certo a &• piopoficis edi4tii » prafcriberulo tempore » przilari curabic Sacri Palaci i MagiAer^ S I qui crune qui libnun unum aut plorer » ex prohibids!» qui ad prxfenpeum Regulanim pennini poAunc » certa aJiqua ex cau£a poteAatem Abì retincndii aur legendi &ri» anc& expurgationem defiJereoc t concedendz faojutis extra Urbem » cric pcndr Epifeopam » atic Inquifiiorena# Romei penés ^cri Paiaca. Qju quidem gratis eam » et foripco naaiw liu lubAgnaco uibuent » de triennio in triennìum renovaniatsi ea in primis adhibicaconrideratioae» ut noonifi viris dignìs» tc piccare » 8t do£Vrina confpicuis » cuna dele£iu ( ejufmodi licenriam largiantur » iii aiKom in primis, quorum Audia, militaci pubUcx» &(anéW Cackolicx EcclcA* ufuè cAe, compercura hahuerins. Q^i inrer l^ndum > quaecvnqne repererinc ani>rcdvcr(;one digna, nocads capiiibi:, Afbliis, AgniAcare Epifeopo, vel InquiAtori tencanrur. IL IH I LIud etiam Catholirx fidet confervanJz neceflìcas extra Italiani, maximè cùm ab Epifeopts, et Inquintoribus, cùm a publicisUniverAtaribus, Omni do£Vrinx laude AorentibuspoAulat» uceorutn librorum Indicem connei, et publicari curcnt; qui percorum regna, acque provincias » harctica labe, ac bonis motibui concrarii vaganiur » Ave ÌIU J iroprta nacionit» Ave aliena lingua concripti fuerinr. Utque ab corum leflione, feu rerentione » ceciis poenis » ab eifdeni EpifcOpi$, dt InqtùAioribus propoAds » eorundem regnoruia » gc provindaruoi homi» nca, arceanc. Tom ik Ad qttod exequendum, ApoAolicc Sedif Niinriì » et Legati extra Italtam » cordem Epifeopos » Inquìtìcores, he UnW verArates» feduJò excitare debebnnc. 1 IV» 1 Idem ApoAoIici extra ItaliamNuncii Ave Legali » ncc non in Italia Epifeopi, he InquiAcores, cani curatn furcipientaic Angulisannis, cacalogum diligencer colle£lum librorum in iuis partibus impreAbnim, qui aur prohibici Am!, aut expurgatione indigeant, ad fao^m Sedere ApoAolicam, vcl Congregatìonem iDdicii, ab illa depucatam» cnn^ictaoc s. V. E Pifeopi, he Inquiiicores, feu ab iifdem fubdelegaci » he depuucj, tam io Italia, quitti extra, pends fé habeaut AnguJarum nationure Indices,ut librorum, qui ap^ tUas damnati, ac pròhibiti fune • ct^nitioncra babcnces, raci« litts profpiccre poflìnt, an cciaoi, a Aiz >utildi£liuQÌ& terris « eofdere recognitos, arcere, vel retincre debeanc S. VI. 1 M UDiverfuiD aurerede tnalis, &pernicioAs librts id declararur, acque Atrairur, uc qui certa aliqita lingua initio edili, ac deinde prohibici, ac damnati a Sede ApoAohea fune i eofdem quoque, io. quarecunque poAea txrtamur linguam» ccnieri, ab cadere Sede, ubigeaeium, fub. eifcleoi poenis interdi-, he damoatos DE CORRECTIDNE LIBRORUM. S- L H Abeant Epiicopt, et InquiAcores con;unLlim facultatem quofeunque libros, ;uxta przfcrìpcum hujus Indicts, expurgandi, eciam in Jocis cxenipcis, de nullius, ubi vero. nuUi fune InquiAcores, Epifeopi foli*. Librorum verò expurgatio, nonniA viris eruditione, he piente inAeiiibus committacur, iìque Ant tres, niA forté conAderaro. genere libri, aut eruditione corum, qui ad‘ id dfligcncur, plurcs, vel pauciores ksdicentur cxpedtrc. Ubi emendacio conferà cric, notacis capicibns, paragraphis, he foli», manu illìus, vel illoruru, qui expuigaverinc, fubfcripca, reddatur, eifdem Epifet^is, et loquìAtoribus, ut przfertur t qui A etnendacionem af^robaverioc, cune iibet pertniccacur. fbb s-n.. s- u. Q ui ncgotiitm. fiifeeperit corrigendi ac. ^ moia », flcaicemé. norare deber» non Colum» que in curfu opcris» manifeftd k otferunr » Ted » Ci qtuc in IchoIiLs ». in rtrnnnitii4 », in (nar^inidut >Jn indicibiu librorufn » in prdacioQibus» aut.epHlolisdedicatoriis» unquim in inftdm».dcliterctinr.. ~ aurem correflione » aroue txpur^ gacìonc indigene. » ferd hxc fune, qux iequunrar^ PropoHrionef hxreticx». erronex-» hxre« firn, fapiences » fcandaloTx », pianim aurium odénfìvx».rerDerarix» et rchifmaci» tliciorx» biafpheinx^ Qtó centra Sacramcncoruni ritus, et cxrcmòniaf » coorrac^uc recepnim ufiim » flb cofiruecudinem Tan^be Komanz Ecdelix».novitatem aiiqnam indnettnt. Profattx eciam novitates vocum abhx-. rccicis exeogitatx j, ic ad falicndum in», uoduflz Verba dubia et ambigua » gux legcntiiim animo$».a rc£Io» eatholicoque feniu>» ad nciarias opinioncs adducerc poiTunt*. Verba Sacrx Scripturx, non fùfelirer proiara » vcl d pravisrizretieoruinvcrrionibus. deprompta » nifi forte aflcrcnmr » ad eofdem hxrccicos irnpiigiundot, de proprtis. celia, jugulandos» de convincendoti Expungi etiam oporrcc vcrba.Scnpturx Sacrx, quxeunque ad profannm ufum ienpiè accormnoiantur »’ rum qux ad fcnfnn) detor-. queneur abhorrenrem a CathoUcorum Pa» trutn» atquc Dofioruin nnaninii fenccn-. tia .. Ircmquc epithera Konorìfìca» Si omnìx in laudcm hxrcticorum » dcleatitur. Ad hxc re/iciuntar omnia» qux fupcrflU tioncf * fortiicgia ». aedìvinatiooes Capiunt. Item quxeunque faco^» auc fallacibus lìgntv»- auc echn l'ex fonuRx, haitiani acbicrii libertatem fub/iciunr» oblirercnnir.. Ea quoque aboleamur » qux paganifmum redoJcnc •' itemqux famx proxiiQonim, et przfertim eccleiiaAtconim» de Prìncipum detrahunt > booifqiic morjhps de ChriAianx difciplinz fune contraria » expui^cmur Expurgandx funt etiam prop^icioncf » qux lune ccmtra libercacem » immunitatem» de jurildiflionem Hcclcfìafticam. Irem qux ex gemiiium placitis » moribus » cxcmpli» t}Tain)icam policiam foveoc» de quam falco vocanr rationemftatui > ab Evangelica »- et Chriiliana Icge abhorrcntem inducunr» delcancur» Explodantur exempta » qux Bccleiia fìicos rìtus». religiofomm ordines » ftarum » digniutem » ac perfonai ixdunc Se violane.. Facccix etiam, auc difteria in pernictem»auc f^xiudicium famx, de exifti. macionis .aliorum ja£Uca» repudientur. DcniqtK lafciva» quxbnnot raorescorrumpere poHant > ddcaniur.. Et fi qux obfccna imarinc», pf.vii^is libri expurgandit iniprcfTx» auc extenc » eciam in liceris grandi • quas inirio lìbrorum, vclcapicum imprimi morii. efii hujus geoeris oiania pcni« tuf obliterentur^ S. in. r i libris autem catholtconim recentio. rum» quodpoftannum Cheifiianz Ca« lutii. M. D.. XV..ooiilcrip s- ly I N libris autem catholicomm, vetertmi mhii mutare fas fic» nifi» ubi auc - fraude bxreticorum » auc typographt in caria» laanifeftus errar irreplcrii. Si quid autem majoris momenti» Se animadverfiooc dignum occurrcrit» liceac in novis cditionibus ». vcl ad margincs» vei in fcholiis adnocare; ea m primis adhibica. dili^entia» an ex do^Irjru» lo» ciique collaris» ejufdein aufloris rcntcntìa difficilior illufirari» ac mens ejus planiut. expticari 'pofièt .. 5.V.. P pfiquam codex expurgatorius con» «fefrus erit, ac mandacoEpifcopi.de Inquificoris imprclTus ; qui libros cxpurgandoihabcbunc» potcrtinr de corundem Itcencia juxta formain in codice cradiraiD eos corrigere» ac purgare. DE IMPRESSIONE lìbrorum. 5- L N t.Mlus libcr in pofiemm excudarur» qu) noninfronten»nomcn»cr^nomen, Se pacriam prxferac Auéìoris. Qiiòd fi de aufìore non confiec» aut jufiam aliquam ob caufam » tacito e;us nomine» Epifeopo» Se Inquifirori Uber edi pofTe viJcacur» nomea iliius ononino defenbatur » qui libnim exaroinaveric » arque approbaveric. In hit verò generibus librorum» qui ex vacionim frriptorum di£Iis » aut e» zcmplis» auc vocibus » compilali folcnc» is ^ui laborem coHigendl» et compilaQdi rufceperic» pra auf^ore habcatur*. R EguIvc^t preter Epilcopj, ^ Irv qui/ìtoris licentiamCde quaregula (Kcinu dìàum cft ) meiniaerinc» ceneri k (acri Conciliì Tridencini decretoopcris in Incem eiendì faculcaccoi * aPra^lato cui fubiacent, obrinere. Utramque ^em concefiCooem > que appareac* ad principiqui operiti Etcianc • S III. C Urent^pifeopi* et Inqui(3tores* p3nis etiam propoHci^* ne impreiTo riam arrem excrceiu«s*obrccnas iro^gioet, tarperve * etiam in grandìufcuUs literii imprimiconfuetat * in librorutodcìnctpf impreiCone apponanr. Ad libros vero» qui de rebus eccledafticis I auc (pìriciulibus couferipei fune* ne charaderibus grandioribus utafimr « in quibcu exprei^ appareat aUaijut rei pròphans, nedara rurpis obfcena fpecies. Qui etiam invigilabunt furafflofarp.ut ^ (inguldenm impreffione librorum > no9 K 0 lmprc(Toris* locui icnprefConia* 6c annui* quo liber imptelTus e(^* in principio e)a$ * acque in iìne anno retar. s. IV, Q ui opcris alicu^ edicioftem inccfmm eins exemplar cxbibeac Epilmpo» vel Inquincori; id ubi feoo(novtrioc,probavcrintqoepcoes fe tesineaai i qnod Roma qaidem in Archivio Magiftri (Icti Palatii* extra Urbem vero in mo idoneo* quem Epiicc^uts mk In» quifìtor ciprie* referveatar. Poftqnim aiwem liber impr^ns eci»non liceat cuiqtiani veoakro in vulgua, proponete * auc quoquomodo publicareanrequàm is* ad qnem hcccura pertinec» illuni cum manurcripto apud fe rereneo » diligciucrcontuleric* Ucencìamqne ctveivt di» publicarique poffit* concelferir. Idque rum demum fiaciendum* cum expIorMMu habebicur* sppoeraphum (ideliMr fe in fuo manece geiSnè « ncque ab exemphrì manoTcripco » vel minimum difcciSée « Qpi contrafacere toTus (uerit, graviccr et feverd puniacur. 5. V. C UrentEpifeopi* atInqmncores«QUOrum munerit cric faculcatem libros imprifiiendi » concedere* ut eis. cxaminandts* fpe^Uaeptecatis* et do^iqc viros adhibeanc* de quorumfide« et inteXmw Ik grirarci (ibi polliccri ^anr; nihi! eos gracia daruros* oihii ouio* fed omni humano afTe^ poUhabito * Dei dumraxac gloriam fpeAatuto&i ic fideU popuIiaiiUurem. Talmm antem vironim approbacio » una cum iicentia Epifctqpi, et Jnquifitorìs» ance initium opcris* imprimatur, s. VI. T Ypogtaphi, 6c BibKojioln » coram Hpifcopo* auc Inqui (icore* 6c Iloma, coram Magi(tro Sacri Palarii jurc/urando fpondeanc* fc munus fnum cachohcè, (Incerè * ac fidclicer cxequururoS| hu)ufq(ie Indicis» decrecis* ac regulis* Epifeoporumque* ficlnquifìtorum edi£lis, quatenus corum artei attingunt, obtemperaruros, ncque ad fita anis minifterium quemquam l'ciemer adiniduros» qui barerica laM fìt inquinacus. Quodd inter illos* inTignes, ae^ eroditi nonnulli repertantur, 6dem etiam cachotlicam, ;xta fbrmam a Pio IV. fcl. ree. praferipeam* corundem Superioruoi arbitrio > pro(iccri tcneancur .. S- VIL L iber an£loHs damnati, qui ad praferU peum Regularnm expiiigari permiccicur* poftquam accurate rec^nirus» de puigams, legitiméque perroiflus literit» u denuo ftt imprimendus, praferat rinilo inreripturonoroenau^ris* ^um nota dampationis * ut qnamvis, quoad ahqoa liber rteipi * audlor tamen repudiar! intelligarur. Inejufdcm quoque libri principio, rum veteris prohibitionis * tum recencis emenditÌocHX*acperminionis mencio (ut *exempii gratia, Bibiiotheca a Courado Gefnero Tigurino, damnato au^re, dim edita* ac prolubita* nunc jnlfii Supcriorum expurgaca* et permida .INDEX AUCTORUM ET LIBRORUM PROHIBITORUM AUCTORES PRIMIS CLASSIS A A Bydentts Corallus* alias Huldricut Huttenm, AcJuUes Pyrminius Gadarus. Bbb i Adolphns Clarembach. Aibercut Bran CaroIoAadius.'’ Andreas Cratauder. ^ Andréas Dieihcrus.Andreas Fabritios» Chemniccnits.Andrcas Fricius, Modrevius. Andreas Hyperius. Andreas Knopen. Andreas Miifailits. Andreas Ofiander. Andreas Poach • Angelus Odonns.’ Anronias Alieust vcl Halieus. Antohùis Anglus • au^or libri tU orìgine Antonius Bruccfolus Antonius Corvini». ' Antonius Otho. Arccit» Felinus, et Marttnus Buceni^ Antoldus Montami. Arfatius Schoflcr. Amints Briranmis.. Auguftinus Mainardus Pedemonfanus. appendix. r:.v| r*.v fi t icj-. A Bdias Libcrinus * vel Liberinus.' ' Ahdias L • ^. Abdiav Pratoritrt.*’-'*^ " Abrahamus a Munsholt, Aniucrpienfis? Abrahatmts Mufculus. . ^ Achatius Brandeburgenfìs. Adansus Hoppitis’; ~ Adamus Fafìoris.'- • ‘ Adaiuus Schmìdt. vcl Schuberts. AdaTfuis Sjbcnjs:-”'""~' ' Aciiiiliujn .portw, FMncjffi filius.Albertus Htrdtfjt»bcyius.‘'‘ A Al^rtus I.yttichius. AJceus Antij^iusX) T D Ij ì. Alexander Novcllus. Alcian4« iFcOfa^. t -r T Apòftata iCTipm bnno '^'^41. Alexius Alcxa^tf l-ipfcofi?». Alphonfus Còffaditis; vei Conradi»; Ainbrofiys Uhvu^i&r., Ambrofìus féiidcljins. Ainbtofìus VvolfiuSj Vcl Vvolfius. Andreas Cclichigs,,, AAdrcas Corvimis. ’ /^ Andreas Crithis, Polomjt. Andteas Ell^cri». Andreas Freyhnb.Andreas Fulda. Andreas de Gorlitz» ProfelTor LiprenfìsAndreas Gomitius. • Andreas Hondorffius. Andreas Jacobi Gojjingenlt. Andreas Krcuch. Andreas Lang. Andreas Muncems. Andreas Oiho, Hcrtzbergenfìs • Andreas Pancracius. Andreas Petrhis. Andreas Poucheraias. Andreas ScofRus, vcl Scoppius Andreas Volanns. ^ Andreas SKcvvc. ^ Antonius Ccvalterins» Antonius Cooke. Ancmiius Corramis. Anttwius Fayus Antonius Gelbiu»* Linconicn/ìi.' Antonius Herfortus. ' Antonius Mocherus. Antonius Pafquius. Antonius Probus. Antonius Sadecl. Antoniin Schoms» Anglos. Antonius Palcarius. Augnftinus Marloratnr Cetcrorum AuftorunXr-'^ Libri prohibtiii ' * ) Auguftinl de Roma Naaarc.. ) ni Epifeopi, traiUtui de ) - facramenco Divinitau* Jc-i) fu Chrifti, 3c Ecclcfir; ) Donce’; item rraflatus' dc Chrifto ) cxpufge»^ 'capire» et c^usùulico priiH > tur cipatu : ) ''Itern tradlanis de charitatè Chifti» circa elcfìos,- ) ‘ A de e)us infinito amore. ) -, 1 I>fiartiBar)andi; libcr fcteéUsTJnJ dam Bpiftotas EraTmi Rotcrodat concinciu. Alberti Artfcntinenfii ) Cronichon,edkioBaJiieeiu ) (is. ) Alberti Krantii Hareborgen» ) Nifioorrì/i* ) gantur. HiAori», Au Cbroni» ) edicz Franconfurci. ) Alphonft ErtAt^d», xlcfenfio|>ro Erafmo 1 conrra Eduardum Lzum, &contra Uniref’fitatem Parifrenfcm. f Amati Liifìtani Centurixi donec e«{»u|gentuf. Ambrofii Carharinì Politi > quxArotìeduz, deverbis, quibusChriftusfanOKfimum Eochariftiz Sacnmenrumeonfécit. Afvlrcz Corri, libcr de Chyromantia. Andrcz Mafìì, Comcntaria, fupcr Jofuc, □fqtie emendentur. Annali gcnth Silcfiz, )oachimo Curco aurore « AnnotatiorK^ fupcr Inftir. Joannis SchcncKdfvuini,nift cmciuientur Antiochi Tiberttj libcr de Chyromantia. Anronii Bonhmi, Commentarla de pudin; A Cca Noribergz ., vìddicec» OHaiv. drifmu». Ada Synodi ìkmenAv. Adionc» dtix Sccrctarii Ponrificu. Admonitio MiniArorutn verbi ArgeminenCdiD • ' i Aenuitatis difeuf^o, fupcr (^onAlìo delcdorum Cardinalium. Alchimia Purgatorii. .--r Alchoranu» Francifeanorum. . Alchoranus Mahomcti, Bafiléz. imprcL Acnilcs cum ScholiiS} et impiit Annotacionibu», et Pncfatinntbui. Item in vulgati lingua, non nifi ex conecAìone Inquilìrorum haberi polBr. Alphaberum ChriAianum. Amica, &hnmilis, &: devota admonitio. Anatomia cxcuAa Marpurgi, per Eucharium Ccrvicofnum • Anatomia della McAa. Annotaiione» in Ada CoitciliiTridenrini. Annoratione» inChronica Abbati» Urfpcrgenfis. Anonymi cniufdam, Libcr de Repugnantia Dodrinz ChriAianz. Apologia ConleAioni» AugnAanz. Apologia de Dodrini Vvaldenfimn. Apologia contra Henricuin Ducem. Apologia Grzeorum, de Igne Purgatorii, &c. Argyrc^hylaci», fen Thefaurarii EpìAbli. Artiaili AnabatiAaruin Moravix. Arciculi AnabatiAarum Saxoniz. Articuli» a facuiratc Thcologica Parifienfi dcterininait, fupcr matcrii» Fide) noArz hodie controver fi», cnm Antidoto, Alidore ut ereditar, Calvino. Articuli novorum Vvonnatiz EvangcIiAarum. Articuli quadraginta feptem » plebi» Francfofdicnfi». AagufianzConfcAìonis Ecclèfiarum caufz, qiure ampicxz fine» et rctinendam ducane fuam Dodrinaró A Cadeniiarum Lipfenfis, A Vvirebergenfi», rcpctido Ofthodoxz Conf^cAioitt». j Ada, et Scripta Tbébfóem Vrirebt^ gcflfium A ParViaiWif'iCoftA'anrinr^h cani, D. Hieremiz, Aci quz de Angunina Confeflìoivùuerfemifcrunt i.Grzcd, A: Latine ab eifdem Thcologis edita» Adiones, A monumenta Martyrum corum, quia VViclcAb, et HuA. ad^ii Aram hanczcatcmrn Germania, G;d!lil, Britannia. et i^dcmumHilpania, vericacem Evitn^rfeam, fanguìnc foo conAanter obfignaveotht. Agenda, feu forrbula; Officia Hx. rcticorum; quacunquC tiogiia confcriptaAnalyfi» rcfolucio Dialcdica, quaiuor Li. bronim InAitutionum IibpcriaUum. Annatz TaxationeiEcclefiarum, et MonaAcriomm, per imiverfum Orbcm, ab Hzreticis depravatz., ;nris, quòd In approbandi» Pontificìbits Imperatori» habenc. Apologia Anglicana, feu Ecclefiz Anglicanz, five Apologia Anglorum Apologia Catholica » advcrfi^s IribelK^ » declaration'S) &cOQruUatiof>e minus Fratcì unicus Regìa » vixa fui^ fhta eft 1 per E. D. L. L C. Parifica > 4pud Jacobiim Peciichov. i5S 9 c PatrecK nia diverforuni Au^orum » intcr quoa cR unus Philippus Melanchthoo. B àlcbalar Hiebnaa)er« BalthaCir Pacìrpootami). Laptifta Lardcrmiut. Bartholonazua Bernardi. Ba^tholomxus Conformi i^aribolonifut Roiinua, ÈartholQmzui Vvcfthcroerus. Baltliat Groeningenlia aliai Vvcffelut, Balìlips Joannes Heroiet Acropoiica^ Bciiedi^us MorgenRcrn Bcnedi£Iu$ Schurmeginus » Bcrengariiu Diaconua Andegnavenns. Bemardinus Ochinus t vcl Onichipm, ScncnHiv Bcrn^rdos Rotmanua Rernardus Zieglerus. Bertholdus HaUerua^ Bilibaldua Pirkaymerua. EUkaQi» TheobaldiKv Blaurcfu» An^rofuu.. Bocerus Martiom Bullingerus Uenricua. Bu^genhagiua Porucranna y feti Joanock BH^n£|cuvius. Bemandus Loquam Baquimn Pernii. Brentiniu» vei Proncia». Bruno Qpinos Builingaiims Anglus«. Certorum Auftorum Libri prohibiti, B Aptiftx CreroenGs opeca omfiU t quatndip emcQdata« non prodierinc^ Banholomxi Janoeit de Advencu AntichriRi. Beati Rhenani Scolia in Tertnllianuin. Benonis Liber» de Vita Hildebrandi. Bctcrami Liberi qui inicribitur dq Corpore, A Santino Chrifti.. Boccacii Decade! five Novella c«niiDquamdiu expuigatx non prodierinc. fininonis Heidclii QMrBtrdràfìs $ Pocnaacum Libri fepceio,. appendi».. B Artbolomxi Canfxi opera omnia. Barcholomxi Caran», MirandetK dti Catheehifmui. Bartholoroxi Coclitis Anaftadt * Chyromamixi et Phyfiooomix. Bar(holomci FerraricodSi de Chrifto Je, fu abrcoodiio « Libri fcx quoofqoe ex-pureeocar. Beati Bhetunì Epiftola t de Primaca Pecri ubicunouereperiauir» five feorfum» five libro decimo Opcris ad Fridericum, Naufearo Bcmamin Cantabri* kinerartumBcrhardi Lotii Hadanurii * feu Cerardi Lorichii AJamarii • Col!c£Iio trium Li^ bronim RaceourìonumBrnnonis Scillif de Mi(Ta publica prorogtnda. Bcrrurdini Telelìi i. de Na. ) cura retum^ ) Itcm de fomno. ) Donecept. item quod animai Univer- ) purgennir. film ab iTpica animx fub- ) Aantia gubcrnarur. ) Bemardini Tomicani t Bxpofitio in Martlurum .. Bononia, five de Lìbris facris coover^p^ di* 1 in Vcmaculam Linguatn » Ubij. duo 1 Aii^^orc Friderico Furio Cariolane Valentino. Inqcrtorum Au^ìorum. Libri pnhibiti. Elial» five de Confolacione Peccalorum. Beneficmm CbriAi.' Ber Bemcn/t5. DiTpuratio*. Bcmenfii.Keformacio conrra Minam.. Brevji, Se compendiosa lollruAio de Religione ChriAiana. Brevis, TraOatus ad omnes in ChriAianam libercaeera. malevolo!.. \ Brevi! PaAonim. Jfagogz. B^.(ilien(iam MiniAroruro refponTio.t. scontra Millam. Biblia Hzrecicoram, opera ). impreifa, vel eomnÌJcro ) Annotationibus * Argu. ) mentis» SummariÌs,Scho- ) liis» et Indicibus referta» ) omnino prohibenrur. ) Bibliocheca ConAancinopoH-, ) tana. ) Biblioibeca Sanflorum Pa- ) trum. Farifiisedita» Se per ). Margarinum de la Bignè in ) Donec exunum coUcfla. ) purgentur. Biblioiheca Srudii Thoolo- ChriAophorus Hoflmano. ChriAophorus Mclhoverus. ChriApphorus Rheiter ChriAophonis Trafibulus. Claudiu! Scnarclamus. Claudius Taurinenfìs» ^ fettffa de ìum» ginìbur. Clemens Maror Conradus Claiiferm. Conradus Cordarus. Conradus Dafypodiin. CcMiradus Gemems. Conradus C (bel us > vel Crebellit» Tigurinus. Conradus Lagus. Conradus Lycofthenes. Conradus Pcllicanus# Conradus Perca • Conradus SchrecK. ^ Conradns Somius. Conradus Trewe de Fridesleren.. Comelius Agrippa Craco Miiius. Cyprianus Lcovicius. gici»expperibu5SS.Hiero- ) nymi » AuguAini, A re- > r liquorumconA£Iai vel Sub >., alio.Ticulo* ) Bibliocheca Studii Theologi- ) ci,ex p.lerirqjDo£ioruinPri- ) fei fzcuU monumemis col- ) leOaiapud JoaanemCrifpi- ) num» Au alibi impreifa. ) Bnicum Fulmen Papz XìAì Quinci, adverfus Henricum, Rcgem Navarrz, et Henricum Bortenium » Principem Condenfem » una cum proceAatiooe ronlciplicis nuUicatis C \ElÌus Horatius Curio. Cztius Secundus Curio. Calvinos. Capito Vuolphanghus Fabcicius*. CaroloAadtus*. Carolus Molinzus. Cafpar Cniciger. Calpar Pcucerus» BudilGnos.. Caiparus Taubcrus. Caflatsde.' Brugeniis. Carieus Cc^dìus*. .ChriAianus Bcycr. ChriAianus Locichins Hdfus. ChriRophorus Clarius. ChriAophorus Cornems ex Fagit*. ChriAophoru! Frofcovenis. ChriAophorus Hegendorphinas C Arlus ChriAo{^K>rus Be/erus. Carohis Joovileus. Carolus Vvrenhovius. Cafiiodorut Kein\ius. ChriAianus Granimdr. ChrìRianus Hcfiìandcr. ChriAophorus Fifcher* vel FifehemsChriAophorus Godmannus. Chriilophoms Imlerus. ChriAophorus Ireyns Paifavienlls. ChriAophorus LalTus. ChriAophorus MarAallcr. ChriAophorus MoIhufenAs. ChriAophorus Obenhemus. ChriAophorus Ohenhin, Ochingenlìs. ChriAophorus PezcUus. ChriAophorus Ricardus. ChriAophorus, Spamgenbergius • ChiiAophonis Scolberg. ChriAophorus Stymmelius Churrcrus Cpnradus Clemens Schuberui. Ciementius Gulhielmus» Conradus Badius. Conradus Churrcrus. Conradus Brcberus. Conradus Hcrsbachjus*. Cooradui Laurcnbacl^» vel Lutenbac. Conradus MerchKalinus. Conradus Neander BergenAs. Conradus Porca. Cooradus Ulmerus. Cooradus VVolA. Piacz. Conflancinus de la Fuontc» Hif|ianus^ Copics Balrha£ar. Coranos Antoniiis Cyriacus Spanigcnbergius Ccrtorum Auftorum, Libri prohibiù. C Aptìccì del Bonajo, Joannit Bapti-, 1^ Gclliii qiurodia emendatus noQ prodicrit» C^aucDani Hliafpachii, de Tabemh Montanis» Chronologia, ex Sacris Litcris. Cyri Theodori Padfomij. Epigrimnjacav Claudi! EImiiczI) Commen- ) taria, « cbHtinenria, 6c ) Nifi corriin Epiftolam ad Timm. ) gantur. Cicmenris Scuberrì» Liber ) de Scn*puli$Chronologorum») Commcncaria Rabbi Salomoni?, A Chi» rni) et Rabbini Hierololyniitani) A nmiiium, fupcr Vecuj TcfUnjencum, tara fcrrpta Hcbraicè » qodtn Latiné translata, per Conradum, et Paulun) Fagiuin Hcreticos. Confilium Abbaiis Panorraitani proConcilto Bafileenfr. Con De Subtiliute, ). De ConTolatione* ) Nifi corri-» Coromchtaria in Quadripar- ) gantur» citura Ptolonutijde Cenim*) ri»,& reliqua omnia, qua de Medicina non tramane. ) CafGani Cotiftancinopolirani, de Libero arbitrio CollacioilU, quz Agano^im^prelTa eft» per Joanoero Sicerum 15x8. Gbriftophori a Caoitc Fonciotoj LibrÀde oeceflaria correzione, Tbeologic ScholaQics.. ). Omnloa D$ Mìffs GhriRi ordine^ ) prohiben^ fi riru. ) tur*. Epitomar nov^ Illuftratio- nis Chrii^ianff Fidei Reliqua vero ipCus opera icem pvohLbemur doncc cxpurgcncur. Chronica T u re ica collega a ). Phi'i'rpo Lonicero, cni cft )Nificmcnadjcitnni opiu quoddam ) dentur». Joaniris AvemmiHerecici, Ó in quo dcclaramur caufs ) mifcriarqm» Ac. ) ContinoatioTemporum Ger- ) mani aipildam» ab Anno ) Salucisijij. ufqucadAn- ) num 1 y 49. Qu* folce addi ) Chroflico Enfcbii» ab eo >Ninefnciv. loco nbì incipit, Nova ) denrur». Temporiim concimuiio, &c. Chionologit Gerard! Merca- ) coFÌs, qu« a Sleidano, et ) daranatis AuOorlbus fum-pta cR • ) Claudi! Baduclis, Liber de ration( Vice ftudioTx, et Ùterata in Maerknonio collocandz. expurKntur. Coropxdia, fivc de Moribus, et Vita VireinumSacrarum, Gafpare SryWino AuZore •. Iixcertorum Auftorum Ijbri ptohibirì. C Apice Fidei Chriflianx centra Papam, fi Porcas Infcrorum. Capo Finto. Caronria, A Mercurii Dìalogi. Catalogus Pap*, et Moyfft. Cacalogttt ceRium veritaiis, ex Sandis Patribus. Catechefis Pueroturo in Fide, Litcris » et Moribus. Carechifmin Ecclefìat Ai^nroratenfiiCauchiùnus, prò Ecclcfta VVitebcrgcnfi. Cathcb Ocus, ani Titnluscft, Cathechifrrus Major, A Minor. Cathechirmus, cui Titulus. Qjial manie, ca. Ac. CaihechifnfK), ciod Formulario, per iClniire, ed ammaeflrare i Fanciulli nella Religione GhrtRiana, farro a modo di Dialogo. Cathcchifmus, five cxplicatio Symboli Apoflolict.. Cethcchirmas parvus, prò Pii»r« m Scholis, nopcr au£lus. Cathechiftuus fupcr Evangelium Marci. Cathechifmus, Óve Symboli cxpofitio.’ Cathcchifmus Tubicenfis. Cauf*, quarcSynedum indiftam aRoma. no Pont. Paulo III. rccufarint PrincipeStatus, ACivitates Lnperii» profitentes puram, ACarholicam doitrinam. Centum gravamitu, Ac. Cantoni, A C^atuordecim Sententi* Ptrum, de Officio vcroftim Reélorum Eccidio Chnflhna inft 1 turia. Chriftianz juveocurìs crcpunJìa*. Chriftùna R«fponfio MtniArorum Evan gelii Bafilc*: cur MifTani &c., ^^]AIvinianus Candor^ ChriAiar» Scholx, Epfgrammaram, Lì> C. Cantica felef^a vcrerìs, Ije novi re bri duo, variis Poecis, excepii. Civiraris Madcburgcnfìsipublicario Literarum ad omnes CbriAi Adc]es,annat;;p« Clavicula Salomonis» Collacio Oivinorura» et Papalium canoDum t. CoJleflanea demonArationum ex Propheiii, AooAotis, fleDoAoribus Eccle» fìz, quòd Spiricos Sanfhis a foto Patte procedit • Colloquium Coelei « Ac Lutheri • Coiloquium Marpurgenfe. Colloquium VVorinatiz inAiracm», av no 1540. Comedix fuper qaicAione » qnz cA major confoUtio moriendis Acc. Comedix, ^ Tragedie aliqtiot ex Veteri Teftamento,colIeAore Toanne Oporino. Conuneorarias de Angelo Melanchchonis Commencaria germanica» in Coroelium Tacirarn. Coromentarius In pcioirm Thìmotzi epiAÓlàa viro fumniz pietaris confcrrpeus Concilium Pifanura, quòd ver.iut Con^iliabulum dicendtipi cA. Cc^iliabolumTh^ogicorutn» adverfus bonarum literarum Autliolbs » Acc. Coociones dedecemlprzceptnDominicii. Concordancix Principum,*nationti vel Curtiranorum. Confeffio Ecclefìz Tigurinz. ConÀAio fidei AognAanz. ConfelCo Adei Baronum» Ac Nobilinm» Bohemi*. ConAAio Saxnnica^ Confrflio VVitebergenfi*. Coufuuuo dctenninacionis DofVorum Pafircnfium.confra Martinnm L’trherwm. ConAicurio u;uiv> V vj'’irci Propol^tio nu:n> de diii'prenru. Legis»Ac Evangelii. ^ Congregar io, Ave coUe£iio ioAgnium co^ cordintiarum B*btix. CoaAglio d.'ajcuni Vefeovi, congr^aù in Bologna. Contra Regulam VCnoritaruro, Ac ijntverfas peMitionis fedas. Conta San£h>s Zcylleyften. Conventos AuguftenAs. Copia 4 'unalectera fcrittaalli ^.diGei^' nare M. D. t. Coptis Chriftianui,. Cordigerx navU conflagratio DiaIogu$ « Cyntbalum Mundi*, rene JU Aamenti,cum hymni«,&colle^ts» feu orationibuspurioribiis, qux iti orthodoxa, atqiieeatholica EcdeAa cantari foienr, addica dirpoAtione, Ac tàmihari expe^tione Chriftophori Comeri. Carmina» Acepìftol* de coniugio adl>lvidem Chycrxum hzrericum. Carmina amicorum in honorem nuprìanim. R. et viriute, dofirinaque Aancis viriSrephani Ifaaci, verbi divini apud Hcyibcrgenies minìAri. Cache^cAs do^rinxChriiUatl*, innfum fcbolarum Pomeranix. CatheebeAs religionii ChriAi^n* » qux tra bri duo. ) Circnlut chariratif dtvmx, ) Ave (ubatio rìtulo, circu.)NiAexparhi$ divìnitati»., - ) geatur CoiieAio Agnrarumomnium ) facrx Scripturx. Colloquium Altembuigeofe.. Colloqjiium Badenlè. Colloquium Bcrnenfe. Colloquium Clerici» A: Mititisv 1 Colloquinm Htrphordienfe. ' Colloquium lefuiticum. Colloquium Lypfenlè. Cplloqumm Marpnrgenfe*. Colloquium Parificnfc. Colloqtiium PnlB.'Cum. Colloquium Schmaldicum. Colloquium -Witcrbergen/c. Comedia Tragica SiUarmx, quandoque cuir nominc,qtiandoq;etiam Anc nomine Au£)ons prodiir, urraque prohibetuf ^ Comedix, Se Tragedix» ex novo, le veteri Teftamento, imprcAx BaAlex 1 ^40. per Nicolaum BryUiogenim. C cc Comitia Spirac» et Vvormati*.. Comencacium Biblioram. Commencanus captar Urbis dué^ore Borbonioadexqui/iium niodum Con^jendiupì ) five Breviariam cextus « A: gloffaematon > in otenes vccerh Inftrumet^ libros.. Compcndiutn oradoanm. imprcfTum Veneti >$), per jun£Varo, et alios, docce czpargattun iuen’c.. Concordia pia r et unanimi confearu»repecita comeiCo fìdei» 9 e doAriuz eleQorum Prìncipum, &or«Ìimim Imperli, atque eerundem Thcologomm, Qui Augufianam confciSoocm compie«unrur. ConfclSo Anglicana Confeflìo Antiierpieoiìs ConfeCào Argentineniìs. ConfclBo do^Vrinx Saxonicartim Ecclcfiarum» Synodo Trid. oblata« amto Domini 1551 ConicniìoBdei, de EuebariAis Sacramento, per Miiiìftros Ecclelìx Saxotucx. Confc&o fvdei Minifirorum VVitebergeiifium. Confeflìo Miniftronim lefu CbriHiConft;ffiopizdOu>rinx,qi7Z nomincChriflophori Dncis VVirebergenfo, &Tcccniis Comitis &:c. fuit propoHia.per legato» eius, die 14. Menfls laauarii, anno ly/a. coogrc^auoni Conc* Trid. Cpnfcnio rcligionis» feu fidei ChriAianar facratiffimo Im()eratori Carolo Qpinco » Cxfari AuguAoiin Comttiis Auguflar anno Domini ijfo. per iegatoteiviracum Argeiuoratt » ConAancix, I^nmogx - et Lìodagùt >^ib ift».TonumCathechefis^ Ave pnma mflicutio, aut rudimenia religioni». ChriAianx, KciTraicè, grxcd, latind explicata, Li^duni Batavoium., ex nflìctna Plantinia^ na, apud Francifciim RachclengiumD Avid Geotgius ex Delphis*. David Fettcrus Liptìui, vclPfcffinger. David SchcAcr Dydimus Faventinus^ui eA Melanihchon Dicthclmus Cellarius. DionyHus Melander. Dommicus Caraminiut. Dominicus Melguitius D Aniel Bodembergius Daniel Hofmanus Daniel Toffaniis David Chytrzus David Parzus. David Stangius David Thoner. David VVetterus. David VVithedus. David VVoitus Doiuttts Gotuirus. Durandus de Baldach Ccrtorum Au£\onim litm prohibìti*. Ami» Monarchia-.. Davidi» Chytrxl,!iberdeiu«orj-. tate* ccrtitudinc ChriAian* Dtv firinx, ac rationc dilccndi Thcolt^iam. Dendetii ErafmiRorcrodamì, Colloquio rum liber. Moria» Lingua, ChriA^ni Matrimooii inAinuio.dc intcrditto «fu carnium » ejufdcm ParaphrsAs in Matthxum, *1**® a Bernardino Toniitano in Italicam lii^uaro convcA Cecera vero Opera ipAus, in quibu» de Religione naftat .tandiu prohibiw fine, quandi u a facultatc Thcologica Panficn. fis ve! LovanicnA» cxpurgaca non nierinr. Adagia vero ex cditionc, quam molitur Faulus Manuciu», permittenrur. Interim vcrò,qu®;ainedita funt,cxpuntìi» loci»(ufpeftis,iudicio alicuiu» facultatisTheologic* Univerfitati» catholic®, vel InquiAtionis alicuju» Generalipermiicantur ., Davìd de Porais Hibrci, de M^ dico Hxbrco enarrarlo Apolt^tica»quamdiucmédaca non prodierie. Defideriì Erafmì Rotcrodaim adagia iampridem edita a Paulo Manutio» pcrmittumur Dialogm Petri Mochii de cmciatu » exilioque cupidinis. Dialogus Fontani Charon • Pldaci Steli* Commentarla in Evang^ lium Lue*, m'A fuerint fx ìmprelm ab Anno ij8i Puareni, Liber de S* EcclcA» min^ms pcrmittitur, Atamcncotrcftus fucrii. Libellm vep6 ei^m adian^us» ab co for finus £atìu?, cui citulus cft, Pro libcrtatc Ecclclix Gallicanxadvcrfu» Ro« maium auUm, dclainoPadneons Curi^t Lodovico Xl.CaJlorurn Regi»quotvt daiDoblaUi oimuno prohibetur « Auflorum incerti nqminis, libri prohibiti, D BcIaiatoria Jtibihci. Dcececurn Noribci^ctgeUe » odieuro anno ifajt)cfÌEu\fìo prò Zvinglio. Peienfìo adverius axioma catholicum 1 ideft criminatiopem Roberti Episcopi Abriacon/컫 Piatc^ adverius loiortecn Edo'um. Dialogì de Mercurio, et Charonte. Dialogtts de I>o£lrioa CHriRiana. Dialogus Karftans, et Rcgeilians. Dialogm de mone julii II. Pape, fìve JoJìuh D ialogm Mumarus Leviathan. Dialo^s obreueonim virorum > ia ^uo rics colloquuntur Tbcologi. Diali^s Orar. Pooeificis Rornam^Rr illius, qui cRFontiiki a confaflÌDiubus. Diali^s paradozDs, quo Romani PoocU^ iicisOratort una coq) eo qui cft » flte. Difeorfi fbpra lì fioretti di S. Fraqceico. Digrado Badenfis. Di^caxio. ^emenfis. BilputacioCrociiccn. eum diiabuiepiftolii. Bifpucacio inter clericum » Se milicem, Aiper poceftate PoiUcis Eccleftc atqtie Principibus ternrum corpmjflà • alida fomnium viridatii Dirputacio Lypfica- inter MoKÙinO). » di Hitroaymum Em(etuiD^ Diìordine della Chieia. Diurnale Romanum > ìmpreffiim Eogduni > in edibus Filibcni RoUeti » de Bartholomau Frtat. Do£lrÌna verilStaDa fumpea » a cap. ^ epift- ad Komaoost ut coufolentur ah fti£)a conl'ricntix*. Doéìrina vctui, de nova-. Dragale locorum communiunh Due difpuuc. Herfiordiana: Langi » de Nauclerii • Due letrere d’im Cortigiano, nelle quali fi dimoftra, che la me, ec*.. D e au£^oritace » officio, de potefta. te Paftorum Écclefiafticocum • Declaratio i nifi corrigatui^làmo V, De dirciplinit poeronin » re^^ue for. mandts eorum ftudiis, Se morlbus, ac fimul ^ um parencura, quiro pnece^ prorum in eot'dCm, offiao doflomr^ virorum libelli vccò aurei. De Scripeura CinÀe przftancia, dignitate ». au£Voritacc, &c. De Chriftianiftimi Regts periculia, de aocaa qoadam, ad Sfiindrare, Pontifici» Romani licera» monicorùle», Frincofiirci, apudMarcinum LechJeruro DialeOica Legali», edam ctua nomino Au£lod». Dialogi lucri, fine nomine i^^orì», qui camen film Sebaftiani Caftalionishérecici ^ Diljpatatio de fcfto Corpori» CbriiU^ Di^catio de peccato origini», pilpucado de poeni». Difpueatio de i^iniOerio verbi Dolina /efiiiranim precipua capirà, a do£li» quibuTdam. Thcole^s retexta folidisrarionibus, ceftitDonùiqoe Ikcrarurn Scriptuearuiq, de doé^orum vereri» Ecclcfia confiitata. Tomi tre». AU cera editio priore emendatior, co diapio major, de fub. ci (dem vel parum diverfi» tirnlis, doghine ^fuicica, && Tomu» priiDus, Tomus ^undo», ter J^4 ia /( WfU ù. Eraùsu» Sarecrius. Erafmu» Snepfiu». Eurititts Corda». Eutycbiua Mion, qui de Mofculii». Ccc a A P E Admiindu» Hilen Hordevolgiusj vel Nordovolcgius. • • Edmundas Gdl Anglus. l;dmut>dut Criiidìitts Anglus. EJmundus BunnìQs. iUgidtus Huntiius. Eichanon Pragenfts. Elias Palmgenim. Enochus Sar^cenos Gencvcnfis. Efartmis A!bcnn • Erafttis Thomas. ErhardiK Schnepfnn. Kmefhis Vogciin. Efaias HcinJfihich. Eufcbcus C!eU;rin. Ccrtprum. Auifìorum, Libri prohibiti Lereenta magica Petri de Abano. Enchiridioo doCtrinrChri- ) • Ibnx ConciiiiColoitieniis.) Enchirrdion loilitis Chriilianxi) aiiflore Ioanne lufto Lanfper>) purgengioifcu Hne nomine auflorìs,) tur. iinpre/bm Comphiu. ) Epitome omniutn opcrnm D. Aurclii I AugulUni • per loannem Pifeatortm » jllx (|iie itnpreft« fune per loannem Crirpmunti. »i Euicbii Candidi, ptaefus Lu£kiflcx mortis. Examen ordinandorum lounnis Feri » . oili Ht ex impreffis ab. anno. Auftorum incerti nomlnis, libri prohibiti.. Lcmenra Chrìiliana, ad inAititcndos pucros. Enarraiiones Epiflo!arufn)& Evangcliormn • Enchiridion CriAianirmi. Enchiridion piarum prccaeìoitaro. * y Epigrammatum ChriArana (e^x » (ibii duo^x varìisChriAianis Poecis dccci^nrff EpìAola Apoloccrica ad ftneerioresChriAiaiu'rmi k^atores,pcr PhrjAam 0 riencaicm, &c. EpiAola ChriAiaru» de Cona Domini. EpiAoIa dircela ad Paupcrem, Se Mendicam Ecclenam Lucheranam. ' EpìAola de non A^«oAoloci» qiiorundam moribus, qui in ApoAoloruin fe, Sic, Spinola de XlagiAris Lovanienilbus. EpiAo?^ MinìAri cu)ufdam Verbi Dei»ds EcclcAx clavibuS} SacrametKÌs, vcraque MiniArorum Spirims clc£Iiooe. Epiftelz piz> et ChriAianz. EpiltoUi et Przfatio in Decalogura. EpìAola SanOo Ulrico adferipea in EpiAolam ad Thimothzuin Commentaria. Epitome Belli PapiAarum contraGermoniam, atquc Patriam ipfam» Czfare Carolo Qiiimo Duce. Epitome Dccem Przcepromm, pront qitcmqucChriAianumcognoicere decec. Epitome EcclcAz rcnovarz. Epitome RefponAonis ad Martinum Lorhcnim. Efdrz lamcntariones Petri. Eipofìzìone dell'Orazione del Signore in volgare » compoAa per un Pa^ s non nominato. Evangciicz Conciones. Evangelium ztcrnum Evangclium Pafalli. Exameron Dei opus^ Expofìtio Sympoli ApoAolorum t Orationis Dominicz, et Przeeptorum» E Legìz aliquocs de morte Conjugis, Si libcrorum» quz fune loahnisPiAorii Hzretici. Eqchiridion Man gale s Romz exciiAum » apud Thomam Membronium ( ut qui• dem apparet in Fixmtifpitio ) tic vero in calce legirnry Trccis» nbì cimi libnrm excuoerat Francifciis TrumcAii. Enchiridion parvi Catcchifmi, Ioannis Brentii in Colloquia rcda£Iuin. Enchiridion aliiid} piarum przeationum, cum Kalendario, et Paflìonali ( ut vocattir ) VVircrbcrgz, apud loannem LuA. anno trip. Eyichiridion Principis, A MagiAratus ChriAtanì, quod referrur ad Pctrum Egidium» Sl Comelium Scribonìum. Epigrammatum Flores, nifi corrigantur. EipiAoIa confolaroria ad Reverc'ndos Se graviffitnos Thcologos. EpiAola LiKÌfcri ad malos Principe», CbHAianns, > • BpiAokc cpnfolatoriz, collcfìz per Cyrlacum Spangcnbetgium. EpiAolz Obfcurorom Virornm. Epitome Chronicorum,. et HiAoriarum Mundi, Velftt Index primz, et fecimdz impreflìonis, in quo fimt impref• fz, atque figiìratz Imperatorun^ Ìm«gincs. Epitome Figvrarum Sacrz Scripmrz. Epiiomatz HiAoriz de Bello Religionis Epitome Hiilorànim Sacrarum, et lo* Frìderìcus a Than. corum communium. Fridolinus Broiubach* t Ethiex ChriAianx Libri cres > .in ^ui- Fridolinus Lindovems. biis &c. Evangelium Lzcum, Regni Nundum» Excerpta quzdam capita ex Scrrpturis) omnibus lidelibus neccffaria. Exempla Virmeum. Vicionim. Excmplarium Sanf^x Fidxi Cacholicx» quocunque idiomare> impTetTum. Excmplonim variortnn liber» dcApoAoiis, et Marryribus» Hve feorrum » fìve conjundtus catalogo. S. Hieroayim de EcclefiafticM ^riptoribta • Bxcrciratìo Vitx Spirhualis .) Explicacio Symboii pcrDia* Ic^os. ) Explicatio Primi.Tcrtii.Qoar- tii j^Q^iinti cap.A^. Aj-oft. ) Sine noExpofìtio SccunJx EpiilolXy) mine au*D. Ferri» 5c ludz. ), £^oram»&: Expo/ìiio nominUIefatiinta) quocummentem Hcbrzornm,Caba>) quc ìdioli(Urum»Grzcorumi ChaU) mare inadzorum, Perfarum, et La-) prcffatinorum ^ ). Expo/ìtio fuper Cantica Can- ) ticoruin ^lomonis. ), tm •Expofitio in Epifìolas» Paoli ad RomaDOS, et ad Galatas» cujus Przfatioirl Epiftolani adRomanoi incipit; Variai narrationei » 6(C. Et in expoikiooe prU mi Cap. ad Rocnanos» cuhM inicium cft. Qnum ficatus ApoRoles Romanis fcm>crc inAituiffet» Sic. 4aoT^>- ' i F .Abricius Opiro VVOIf^ngus: 'Fabritius Montanus. Felle lanus de Civitclla. Felix Mallcolus Tigurinus. Felix Manfius. Firmianus Clorus, qxi et Viretiis.» Francifeus Betttts. ' XJ Francircus Burgardi. Francifeus Cotta. LembiBgiBs*^ Francilcus Enzinas. • T Fraiicilcus Kolbius. f - i-qlw Fiancifcus Lambertus» Francifeus Lamperti • Francifeus Lifmaniniis. : -O - % Francìieps Niger Baitanenfis. FrancHl^ Portiis Grxclti» ' Francifcib Stancarus. Fridcricus^a^irtheim. Fridericus Fridericus Mycoiriw» F AuAtn Souinust Filli Pal}or io AuAria. Fiiis PaAor HtlberAadknAs» vet HalberAatcnfis. Forrunanis Creliius* 1 Francifei Zabarcllz. Liber de SchiTmate ) ai^» cjmtd^ P»£auQoei» ' Aigennrnrdfripvefie.'donecexpurgeaciir. Friderici FruoAì tra£Vatns de Orattooc, de juAincacione, de Fide, Se Openbtu* Se prefatioin EpiAolao) S&oiOi Paiiii adRomanos,qui umen falsò creditur adferiptu». 1 Friderici Furi! CcriuUni Valentia! &>nonia; ftve de libris facris» in verna*k Tcniam Unguam convcrccndis. a 1 ... 1 ..L-ysril. J rA« r . /Ótiv''- '••r' 1 xÌìjM F Abricii» Liber o^aoBs £piftolftiBmad Fridericom Naufeam» qui cA Roberti a MofliaWv t Farrago Poemacum, LeodegariiaQuercu. Fiorei IQRoriarum» per Ma^•0 monia mondi t et Problema- ) ta Sacrar Scrìptiuar « Fr^ncifei Gicciardini, Hiftorta ) larinè recita per Coeliìim ) dooec iècundum Curiooero* > expar Franciki Irenici* Endingiacen- ) gcntufCs Gcmnanjar. Exqgereos* vo*lamina duodecim. ) Francifei Polvngrani aftrtio. ) nes quonujurs Ecdrlìae dog- matum. X francifei Patritii Nova de Vniverfi» phi* ]o(bphia*nifì fueric ab Au^Iore correÙXt 9t Rema cum approbaciòne R« Sacri PaUcii Auftoium incerti nominis, Libri ptohibiti F ^mgo C^cordantiamm inngbiaiQ;. (o^iut. Biblia • Faìctcttlt» RerufD.expetcndaniiQ*^^ iugiendamm-. Forma delle Orazioni Ecclefoftiche .. ed il traodo di ammiiiiflrare i Sacrameocic di celebrare il Santo MatrimonioÀu£Ior credkuz efle Calvinm. Francilci No^nu. apparicio» Fandamóncuni malòruiBi de booomm o>. pcrum. F .KrcìaiUw Mirra, Ccnevx imprei^. fu». Pidei.l^l^ftianz c^icF* conerapa^ F^S» i^rvi fubiiw inKyefr ren^ponfo, una curo crroruin et eahtmniaruin .. Flore» epigramma-) turo* Flore» Romani ) Flores San£bocum..).ubieanq>*& ^aacwnÉkVe» VinunvD. ) qne lingua imprelG» Foni Vit*. > donec coKigantur. Formala MifTx Unitebergenfis. Formule Precaro *. feo agenda * aat Of. fteia Hanecieomm* Olona » ^uacanqitc ; lingua confcripea .G Alalitts Zwmglit * defenfor » vcl Nicolaos Galalìus * Olivini defenfor. Gafpar Brurchias Egranua Carpar Charreras. Gafpar Cruciger. Galjpar Grctteris Galrar Hedio Galpar Heldelinus. Gaf^r Kubertinus. Gafpar Megander TigurillDS^ Gafpar Rodulphìus. Gafpar Swcacfcldius « Geòrgia» £milius MansfeIdeoNotgreiui»v Gorcìniamit Gregoan» Brnck Gregorìu» Cafelius*. Gregofius Giraldo»* 2{an ìilc Ptrrsntff^ ^ dlcìUIT LÌfÌHS. Grinsn» Sinv^. Gualieriu» Tignino» Gulieloui» AurifcxGuliclmo» Guaphxu» Hagien-, Gulìelmu» Pofttllu»»Barenrorio$-. Giilic'mu» Sartori». Guliclmu» Tayloii», Angla»., Gu'Krou» Tin^lus. Aa G Afpir Adeler.. Ga^r Braummilkr-. Gal^r Elogia». Ga^r Eurioacbea *. vel Eurymschnra^. Garoar Faber. Olroir Gooderoan.^ Garoar Canea. Gi^r Gómbe^ias. Galpar M^cer* vel Micras.. GalMi MetUlnder. Gawt Morthvru» SemansildenB» ^ Oal^K Olevianu». Gafpar Peucerus Budifiìniu. Gafpar Scolihagios Gafpar Taoberu» Gcorgtus Autumnu». Gcorgius Blaruirara* vel Blao^acrajGeorgius Brin fìve Novipiagijs ^ Germanus Peyer. Gothardus, qui et Cpnradtv Gregorius Paoli. Cr^orms Pcrlidus LubcqepTis» Gregorius Voerier. Gulicimus Barloupe. 1 Guliclmus Bidembachius., Gulielmus Charcus.. Cutielmus Cpius Gulielmus Fuhureìus» vef Paquerius • Gulielmus Fulcus. Guliclmus Htcron. Guliclmus BÒdigiius yaiTw* -Guliclmus Sarccrius» Gulielmus Turacrus. t Gulielmus Tumerus*, ^ Gulielmus Vdalus Gulielmus VvitakeAs. ^ 4 Culiclnius Vvidephus Gulielmus Vvirte» Gidielmui YvictinganDua.. Gulicltous Kilandcr. . •. t..,. ..H, :.Certorum Auflorum, Libri prohibici. G Aufridi de Monte cicalo, Ti*Oa« rus fupea materia Coocilii Balilcenf)s« Georgi CafTandri» Hymni EccIefialUci. Gracia Dei de Monte Satino, Epiilolc pix, Se Chrillian*. Gripbit Pr^cationes Dominici. Gutielmi Occhamit^snonagintadierum. Icem Dial(^i • et Icripia omnia, coocra Joannem Vigcftmum iecundum. G Afparis Caballini Tra é\atuscommercioniro, ) &ufuraru I reddituum- ) que pecunia conftiimomm, j Se monetarum. E;ofdcm traftatus deeoqoad ) nifi ctnciiintereft. Etdedividuo» Se ) decur. individuo ; qua onenes font ) ' Caroli Molinai morato ) tantum aufìoris nomipe. ), { Gaijparii Scibitni Corqpadia. •• i, i Caudentii Mrrulc, MemorabiUm» lij^s nifi emeodetur# ^ Georgi! Nicrini Concioocs. j Georgii Viaorii Poemau. Gulieìmi Grattarolc opeaa 1 quasidiu mendaca non prodierint. . i l't Auftorum incerti nominis, Libri prohibiti. G Eographia UmVef/àlii. Gerreanicae Nationii Lamenti^tù^ fws, Giuditio (opra le Lettere di tredici Uo, mini ftampate il qual fi cooofee eficr del Vergerio G Hnefis cum Catholica expofitiooe . Ecclefiafiica. Geofnaneic libri omnes • Gefta Komanorum. GloiTa Ordinaria Genevenfis « Gioite ordìnariz rpccirneo.. Craiianus Anrijefoita, ìdefi cai^num ei feripeis Au£lorum Theologonun, a Gradano in ilfod volumcn ( quod Docrenim af^llatur) collcflorum, &doftrin* /cmitiec ex .vadis.. iftius nuper fefì* MaKologdmiQ fcriptii -fxo^ pw * collacie I 4 quodato vericatii ;tEofo inftituta, Se ounc priiman m l^eip edita Trancifci Gcoi^ii Vcacti,Har- monia oiundti et Probicma- ) ta Sacre Scriptarx. Francifei Gicciardint, Hiftorìa htinè réddita per Coelium ) dooec fecundum Cortonem. > expar } gcntuf(n Germantz, Ex^efeos* vo-) hiiDÌna duodecim» ) Franeifci PoJvngrani afRrrdo» ) oe$ macum. Francifei Patritii Nova de Vniverfi»phi' lorophia, nifi fueric ab Auflore corredi, Se Rems cum approbacione R« Magiari Sacri Palatii imprefla. Auftorum incerti nominis, Ubii pfghibin Arrago OM^dantiamm inng&iaiB; todus. Bibliz. Fakic^iK Reru{D eKpetcndanmi>a( fugiendanim.. Forma delle Orazioni RceUfoRiehe ..ed il modo di ammjniftrare i Sacramentie; di celebrare il Santo Matrimoi^'o *, Àu^Ior creditus eflè Calvioos. Franci/ci Noibima tpparitio. Fondamencure maloruis* et bonoEum o«. pcrum. ’ A.PPENDIX. Afcieuliia Mirre, Gene^ imprtft. fus. Fidei/^^Uanz capita-, coovaPa F^dSit fervi fubdito infidcli mnfpónÉó una CIMO erronun &calumDÌar«Dnjuaaundam examine, cjuz conrinentur. in feptera libris, de vifìbiti EccleTix Monarchia, a. Nicolio> Sandero conferìpta>«. Flore» Epigramma-) tnm. ) Flores Romani ) Flores San£kotucn. }-ubi donco corrìgantur. Fonnyla Miflie Unhebergcnfis. FormulK Precnm %. fen agenda, aat («» ^ dicitur tUiusCnnxu» Simot}. Guaherius Tigminus» Culielnuis Aurifex. Gultelmos Ouaphea» HagienGolielmus PoftelUis,Bareotoria»^ Galic^mus Sartori». Gulichno» Taylous, Anglus.. Goliemu» Tinoalus G .Afpar Adeler. Ga^r Braammiller*. Galpar Elogio». Gaipar EuriouclKa i. vcl Euryoachxra... Ga(^ Faber. Gal^r GondelBaa^. Ga^r Ganez. Ga^r GòmbtrgittsGalpar Màccr, vcl Macrus.. Gafpac Melilander. Gamac MottKzru» ScmaJkaldenfi» ^ Gal^c Olevianus. Gafpar Peucerus Budi/Bnus. Gafpar Siolshagius Gafpar Taoberos Gcorgfus Aurumnus. Gcorgiin Blandran, ve! BJaotUtrai. Gcorgìiu Brinderus. Gcorgius Bochanani^s Scotus Ctorgitis Ca(fander Bru§enn$f fìve Veranius UodeAus Pacitnomaout. Gcorgius Codonigs. Gcorgiuf CooftantÌDUs Aoglus. Gcorgius David. Gcorgius Dieterichus. Gcorgius EboufT Gcorgius Eckarc. Georgius Edclmai\n Gcorgius Fladorius. Qcofgius Grynaut Bo 4 icetius Gcorgius Hanfcldt. Gcorgius Hcnninges. Gcorgius Toye ^diòrdicons Gcorgius Kupelich. Gcorgius Lyàeoiua Gcorgius Mcckart, Gcorgius Mylius. Gcorgius Niger. Gcorgius Nigrtnus Gcorgius Princeps Aiultioos. Gcorgius Raudat • Gcorgius Schmàlczing « Gcorgius Scholrz. Gcorgius Shoo. Gcorgius Silbcrfchalg. Gcorgius Sohnius. Gcorgius Spintleru). Gcorgius Tilenus. Gcorgius Vvatihenu. Gcrardus Ncomagus « live NovimagHt s Gcrroanus Peyer. Gothardust qui et Cptiradoi. Gregorius Pauli. Cx^oritts PcrUrius LubeqciiBsGregorius Voerfer. Culicimns Barloupe. Gulicloius Bidcmbachius Guliclmus Charcus. Culielpius CqIus. Guliclmus Fuhurcius» vcl' FuqueriuiGuliclmus fukus.. j Guliclmus Hìcron. ^ ' Guliclmus Bódiigmts |lafini. Guliclmus Sarccrins. Guiielmus Turaems. T T Gulieitnm Tumerus GiiUclmus Vdalus. Gulicloius VvùakcAs. ^. -! Guiielmus Vvidephus Guliclmus Vvitre. Gidieimm Vvirringamus» Gulielmtis Kilandcr. ' t . I. '.’H. Certorum Auflorum, Libri prohibiti. G Aufridi de Monte cleflo t TnlOacus fupsi saarcria Concilii BafiIccnHc • Georgi CaiTandri, Hymni Eccleftaftici. Gratia Dei de Monte San£ko, EpiftolpiaCt ^ Chrillianx. Gripbii Prfcationes Dominica Gulielmi Occhimi 8c (cripta omnia, coiKra Joannem Vigeiimum Cccuodum G Afparis Caballini Tractatus commerciomm, &ufurarù, reddituum- ) que pecunia conftieuionun, et monctarum. ) BiuTdem traf^atus deeoqnod > niii ciixih incercA. Etdedividuo, et ) dotar • individuo i qua orsnes Àiot } Caroli Molinzi mutato ) tantum au£lorisnon)io«. J { Gafpatis Stiblini Coropaedia. 1. ! Caudeniii Mcfultr» McmorabilioiD lihó>s nifi emenderur.. ^ Ceorgii Nigrini Conciqnea, ..a Georgii Vi^orii Poeinata. Gulielmi Grattarolc opeaa quamdiu emendaca non prodierinc- ;; -t .0:,' ‘d Au£Vorum incerti nominis, Libri prohjbiti. ' Eographia Univetralis. Germanicx Nacionii Lamentaciqs ncs • ., Giuditio (opra le Lettere di tredici Uor mini Aampace l’anno M- D. L. V. il qual fi conofee cfTcr del Vergerio G Enefis cnm Catholica eapofitiooc . EcclcfiaAica. Geopiantia libri omnes GcAa Romanorum. GloiTa Ordinaria Geneyenfis. ^ Gioita ordinaria (pccimea. Cratianus AnriJeliiica, tdefi canonum ei Ccriptis Au^orum Thcologorum, a Graciano in illud volumcn (quodD^cretuffl appcllatur) co1lc£k)rum, et dottrina Jelmtica ex .vaxiis/ iAius nuper fe£ù Ma^logòmm rcripciifKc^ pta, coUatio, a quodam veritatft^. «boto inAituta et muw pnimiin Tb bice^ edita. H H Adrumu Junius. Harrminnas Beyer >. ^ HarcmAimas PaUcinus h C. Hebcrns. Hedio Cafpar. Heitas» vel Helin* Eobanas Heflns., Helìas Pandochcus» Henricin Lapulu». Henricus Pancatcon. Henricus Scoms. Henricns Srollit». Henricus Surphanus. Henricus Vvelf^ii» Lingcn«, Henricus Uringenis. Hermanus Bodiiit. Herroanus Bonnus. Hermamu Burchiut Pa^hilm*^ Hermanus Heflùs Hermanus Itali». Hermanus Kìdvuch. Hcrmama Luiciis. ^ Hetxenis. Hicrooymus Baflanns. Gicroi\^^s Cam PHaurio)*, Kieronyraus Galatharus ., Hieionymus'Kiuf(hcrv ' Hieronymus Mar*u»: Hleron^jus Maiurius* % Hicronymus de Praga, i\ J Hicronymos Sabir de $ai\flo Gallp,, Hieronymu} Savonen. Hieronjmius Schiurptf. ‘ Hitronjmius Vicellerms Friburgeii.. Hieronymus Viiolphigs» Hiob Gaft. ' A Hippinus. Hortenfis Tranquiftos, aliis Hicremias^. aliis Landus.,, Hugo Latimcrus. Hudricus Bnchau/lius. HulJrici» Htmenoi, five de Uttcn.. ' Hnldricns Mutins Hiiguraldus.. Huldricus Zvvingiltis Toggius H Mlerus Barcholdiis. Hamefus Godoffredos. Harrmannus Scopenis, Novofefenfis. ^pricus. Hclias Ho^en9 Helias Palingcnius Helìas Scadzus. Hetningius NicohttS4 Henricus Boethios Henricus Brinkelous » ^ eiUtt fiorar Ab nmiiu BfldtrUi Morfii» Henricus Ètfbrhen» vcl ESordenHenricus Enberg. Henrù;us Harcopcnt. Henricus Hufanus. Henricus Mylius.^ Henricus Modec Henricus Mollerov, Henricus Nicolata, five ìibri mrat n- fitfutlHenricus Petreus^ Henricus Rhodut, vel Rodnu Henricus Senenlìs. Henricus Stbenius Mimderpi Henricus Scephanos. Henricus Tbylo. Henricus Tbolofanus .. Menricus VVolphins. Hermanus Pigofus Hemunns Hamehnannus,. Hermanus Pacilkus. • Hieremias BaiUi^ius. Uierooymus Hambol^us, vel Hauboldus Ratisbonenfis. Ijieronyinus Hennit^s*^ Hieronymus Maocelius. Hieronymus Panchus. Hieronymus PcrUhrìss. Hieronymus Pumekius. Hieronymus Valler. Hicronymu» Vchus Hieronymus Vuatenis. Hieronymus VuihlcmbergiusAurimÓtanDs, Hieronymus Zanchius vel Pancus.. Himmanucl TremcMus. Hovardps. Hugo Hugaldus. Hugo Sureaov cognomine Rodere.. Ccrtorum Auftorum, Libn ptobibiti. H Enrìci Bebcblii JuRiagen/ts, Facc« liz, ioRicucìo pucrorum, (cium« phus Vcncris. Hlcronymi Gebiulcri, liberdefacrilcgio4 item exhortacio ad lacram Comma» nionem. * ' Hicrooymi Melfi Pifcn r fi i s, Proverbia^ et Prognoliica. ’ Hicronymi Savonarola Fcrraricnih Sermones, qui olim in Romano Indice prohibiti mere, noo leganmr* donec iuitu ;uxra cenTuraf Tacrum Dcpiicacorum cmencUri prcJcanr, et funr hi. In cxodum fermo primuj tncipicns Dornine (]uid mu1tip(icati, &c. Ircm S •u’s Chriftìani. Ha-iriau' l>am nacGandavcnl^s liber iftfcripms Imnerii ac Sacerdoeii ornacus. DiverCaram itemgentiuin peculiaris veftitus, cure Commcncarìolo Cocfanim, Pontifìcum, ac Sacerdotum. Henrici Decimarons Gifiìiomenns, fylva voeabuforum, A phralìum, cum folucx, rum ligai« oracionis, dee. t)i rum, permittìcur. Henrici Harphii Theologia millica, nifi repurcata fuerìc ad exemplar illius, quz mie impretfa Romx anno Domini Hieronymi Serrz Lutheranorum Se£lz in fcrvumarbirrium liber, nifi prius, corrigacur, 1 Hiftoriz Magdeburgicz '^ab lllyrico, et complicibus coaccrvatz. Hifiona de Schifmare Theodorici Nemienfis. Huldarìco Epifeopo Anguftano epifiola adfirripta, adverfu^ Nicolaum Papam. Hyporypofeon Martini Martinet Canupecrenfis liber, nifi fucrint ex impreffis Auflorum, incetti nominis, Libri prohibiti. Enfici Quarti Ofaris vitaHifioriade Germanoniro orìgine. Hilloriadc iis quzjnanni HuÌT.in in Conftanricnii Concilio everte ntnt. HiAoria demone Joannis Daaii Hifpani » quem fratcr ejus germanus incer;ccic H iEbrea,Chaldzai 8c Latina i-'terprecario Bibliornm, cum Indice Robenì Stephaui « Hetvecìz graculatioad Gal'iam, dcHenricohujui noiDÌnis Orario Galluruaa, et Navarrz Rege. Hcidelbergeiifis jTheologia, de Cotoa Domìni • Hilloriarum, 8c Chroniconim Epitome, velut ludex ufque ad annum {4. Hilloriarum > et Chronìcorum cocius, mundi, Epitome, imprelT. Bafilcz. HìAoria Belgica HiAoria Cermaniz, Fran- I cofurti edita. ) donec ex Hilloria Graciz, nuper odi- ) purgeoturta. ) HIAoria Scotorum, nuper ) edita. ) Hiftoria HulCtarum. ) HiAoria vera, de rebus Martini Buceri, PauH Fagli A Chatcrinz Vermilyz, Petti Mar(iri>Uxorì$, vcl rubaliotitulo Hidoria de vira, obicu, et icpulrura, &c. Martini Buceri, A Paul! Fagli, qua intra annos duodccim tn Angliz Regno accidie. Ddd Hortulus aniipi, ni/i corrigamr. Hortnhis Pa/Eonii in ara Aitarti fiori dus. loanncs Coman«fcr» Ioanncs Colmius. Hjrdroniinti* artis. Opera omnia J Acoou! Bcdrotuj, Pludcntinusla^bui a Burgundia, Hit Acropolica loanncs Hcrvagius. loanncs HefFus. loanncs Homburgius. loanncs Hopcrus, Anghis. loanncs Holpinianas, Sceinamis loanncs Hofl. loanncs Huichinus. loanncs HulT. loanncs Huflcrus. loanncs HuccìcHìuSé loanncs de Indagine» 7^"« ioannes ZuicKius. ' lobGeft. 3 : Joannes Avicioi lodocbot Coch, fivc Cocusj mi et /«k J vel Co» CUI. luftus MenioS} Kènacen» Acobus Acoocius. lacobus Anetius» vel Aenetios. lacobus Andre». lacobus Andreas ShihìdellinoS} vel lacobus Shmìddiinuse lacobus Arrifonlacobus* Brocardus. lacobus BninicenCs. lacobus Cornerns. lacobus Eifcmbcrglacobus Frindaogus. lacobus Grynsus. lacobus Heerbrandus. lacobus lufti. lacobus Kiincndociusolacobus Koich. lacobus Linfìor. lacobus LachKem. - lacobus Palieologiis. lacobus Pcregrinus. lacobus Ruogius. . lacobus Scoppenis. j lacobus Sobius. lercmias Piflorius. lercmias Horabergcrlui I loanncs Acrocianus. ” Ioannes Avenarius, vel Habermarm. i Ioannes Avicinius^ loduchus, yvUlichiut. lonai, qui. ^/Jpdochu^Coojs^ lonat Philologtti. Tm» li Ioannes Belizìus • Ioannes Bocenis, Li^ccnfìs. Ioannes BortAyus. loaooes Bradibrdui. Digitized by Google 39 Ulajcnis. loanncs Crifpinus. loanncs Cronerus, vd Crumerm^ loanncs Cimo. loanncs Darriiis. * loanncs DauTus, vd Douiar Ioannes Fcidc. Ioannes Fcrinarius^ loanncs Filpotus. loanncs Gallits «• loanncs Garczus.^ Joanucs Gamcrìus» loanncs Gcorgius CodelmaniA •• loanncs Griffin. loanncs Gtilicimus Soickiosf Tigutinus.loanncs Harrungus. loanncs Hctlcricus. loanncs Hedierus. loanncs Hcidcnreich. Ioannes Hcrzbcrg., loanncs Hugo. loanncs lac^us Gryn«|U. Ioannes lederusi Scaphufiinus# loanncs Irenxus. ioannes Index. Ioannes Ivellust Angltis^ Joannes Kenerus tamdiu prohibira iìnr » quamdiu ab alicuius Untvxrfìcatis catholtoE facaltatc Theolc^ìca» vel ju infetìptas Imperatonim • tc CTfantm vita, cum imaginibus ad vivam effigìem exprefn$y donec corrigatur. Ioannis Fabriciì Montani» Pocmacom ber» Ioannis Cerrophìi > Recriminacio adverfus Eduardum Lzum Ai)gium. ^ Ioannis Lubicenits » de Antichrifti adventu » et de Media lud^onrm. - ^ Ioannis Pici Carthadenfìs > Para|dirafes » et Annotatioocs in Pfalmos» Ioannis Reuchlini» rpeculum oculare » de verbo mirifico» ars Cabalidica» Ioannis Soccri liber » iive epigrammata » ex variis auAoribus collcaa v Ioannis Surei » de rerribili excidio Hierofolyrnirarum. Ioannis Vnnfchelbui^enl>s > de fìgnis et miracttlis falfìs » et de fupcrftionibus. lalianiCoIen» de cercirodine grati» Dei» et làlucis Dodr» craélaius» J Acobi a Burgnndia > Apologia ad Carolum Cxiarem. lacobi Scbecii liber» de una perfona^ Se duabus naenris in Chrifto • lannoccius de Mannectis Florencinos d^ digoicace, et cxcellencia hominis, doneC emendemr. Ioachimus fuper citulum iT. de ;are;urande. Ioannis Baptid» Folengii CommencarU fuper Epidolas Canonicas San£fi Pem> Se San^i lacobi, Se fuper primaiq Epiftolam Sanali Ioannis. Ioannis Bodini Andegavenfìs » Demonomauia omnit» prohibetur, Liber vero de Uvfntblica, A: Methodus ad fecileni liiftoriarum cc^nirionern, randiu prohibita finr, qnoufiijuc ab Anafore exporgata, cum appiobatione Magiflri Sacri Palatii piodicn'nt. Ioannis Cafì Splixra Civita- ) tis, hoc elt Rctpubltc» ) rciVc T ac pie fccundu-u ) Icgcs adminidntnd» ratio- ) Ioannis Corafìi 'liber, de ) donec emennniverfa brardotum ma- ) dentar, teria. ; i--. ) Ioannis Drudi opera. ) Ioannis Feri opera omnia. ) Excipittnmr tancn, cjufileii) Feri, Annotationes » Se Coromentaria in S. Macih»i, Se S* Ioannis Evaiuclia, ac in ejufdem S. Ioannis Epimlain primam, Rom» recognica, et iropreda. loanni Fifeherìo liber (liso adferiptus, de fiducia I Se mifericorJia Dei. Ioannis Forfleri, Difiiona-) rmm hxbraìcum. ) Ioannis Lalamancii Medici,) exrerarum fere omoiom, ) Se przeipuarnm gcntinm») nifi corrianni rario, de cum Ro* > gantur. mano collatio. Ioannis Mahufii Aldemadenn.) Epitome annocationam E- ) rafmi in novum teflamen- ) cum. ) Ioannis Mattkci Tofeani » Pfalmi Davidis. Ioannis Mevìxatit Afteofìs. I. C* Silva nuptialis, donec emendecur, Ioannis Pauli Donati libeOus de refervacione cafuum. Ioannis Peregrini Pcrroreilani, liber convivilium iennonum ., Ioannis de Roa, de Avila, Apologia de iuribas principalibus, defendeous, et raoderandis jnhè. Ioannis Rutbeni, r^l» lo-) coronsioomiinimum utriuf^i) leflanenti. } Ioannis ScapuI» » Lexicon ) nifi corriGrxcolatinum. ) gantor. Ioannis Scbenekdevuini fuper) Inftit* Commentaria, feu) annotationes. ) Ioannis Wierii Medici, libri qutnque de przfiigiìs damonuro, incancationibus, Se vencficiis. lulii Cafaris Scaligeri >Coin- ) mentarii in Theophrafhim,) donec e--' et Poemaca. > roendétur. lofeph Scaligeri liber de e-) mendatiooe cemporuro. ) luliani Tabaocii de quadrimlici Monarchia. Inlii Ccifiì (Xrj/iV) vera» Chrifiùmaque Philofophia comprobatoris » a^oe emuli, quinq; Antichrìfii do^rinamfe^uirar per contenrionena, compari, uocemqoe deferiptio. Incer Librorum Incertomm Auftorum, Ubri prohibiu I Mperatorumi 8c CxtaruiQ- vit». Jndru^io vi/ìutiofiis Sayonicz. Intcrpreurio oomiuam Cbaldxomm. lorrodu^io pucrorum, lulii» Dùlogus, aliis AqU. Jnc?rtorum Auflorum, ^^brl prohibiù. K Alcndaria omnia ab hxreticìs. con» fleéU, io quibus aomioa hxrctico^ rum poountur. I Magitiet CDortis > cum roedkìM ini« IT)X. Index biblicMom imprefi» Colonie, icv edibcu Qgenteliaais « Index re rum omnium» qnz in novp« ac veccri ccftarDcnco habetunr locupleti!fimus» no» cum hebrxorum» duldeo turni, ac loUDoruizi nominom incerprclatiottCì &c. Vencuis ad figoom fpei. Index utriufque ceftamenti * penè fimilis Indici Bibiiomm Roberti Scephani. InAinici.ones Graromatke > et aliarono Artium, niil repu^nens » Infticncio Principù. loAiturio religionis ChriRiancj impreilà Vvitebergz» an. InAruflio, qua vitam zcemaHi obeinebU mu|. Introducilo admirabilium antiqua > 9c moderna • feu Apologia iicla prò Herodotoi anno ludicium t et Cenfura Eedefianun pti»rum » de dogmatc » in quibuldam Provjneiis Septentrionalibus» coopta taodam. Trinitaictu.. Pomeranus*. Leo ludai Leooandus Culman Leonardus Fuchfius. Leonardus lacobuti Norchu!iaout Leonardo» Srrobin. Leopoldo» Dickius» Lolla rdus. Luca» Lofllu» Luca» Chrotek » feu Schrotcyfen * Rtibeaqueniì». Lucim HaCIeneusi vel Hedcctus Lucius Pifxus. Ludovico»» ab EbcrAain*; t Ludovico» HcAzer « Lutheru». Lyfmaninus. L Ambertu» Daoxus% Laooicu» AnxiAurmiu» oeck. a Sturine Laurentius Codmann Laurentius Ludovico» > LeobocgcAn$ Leonardus PelUcanus» RubeaqutnA$A Leonardus Schveiglinus.. Leonardus Stockclius. LcfOnardus VVannundus», Leonardus Werner Lucas BackmeiAents LuneburgeunsLuca» Mainus Luca» Ofiander Lucas Steenbcr^i;) Moraws*. Ludo I Ludovicm BcrqQtnQS. Ludovicus Evans. Ludovictis Helmboldus. Ludovicus LevachcniS} vd LavatcriusLudovicus Kabus. Ludovicus Villebois. Certcum Au£lorum, Libri prohibiti. Aorcntii Vili* in fcilCi Jolutione Conftantmì. Itcm de libero arbitrio. Ircm de voluptate Lclil Capilupì, Cento ex Virgilio non nifi cKpur 4 »aiit$ Icgutur Lue* flcctinì libcr infcripttis, Oracolo della rcnovationc della CUiefa. Luciani Mantuani > annotationes in Cor^ menrum. 1>. Joannis Chryfoftomi in Epillolam ad Romanos. Luciani Samolatcnfis, Dialogì, videlicct, mors Peregrini* et Philopatris. •Ludovici* feu Z.aonici Cbalcondylc Aihenien.de origine* et rebus geflis Turcarum, libri dccem » Conrado Cl^nerio interprece, cum annorarionibus. Lodovici Pultii, Focmaca, ncmpc,Od*, Sonetti, Canzoni. L Anrentii Vali*, annotatione» in novum Tefiamcnium * òc Ubcr de pcrfoiu centra fioechium, nfTì corrigantur Laus Matrimonii, et congcftìo bonarum mulienim ex diverfis biftoriis, M. Perri Lefvandcrt. Lclii Capilupi Ccntoncs ex Virgilio, Roinz anno Domini 1590. iropreif*, |)crmittuntur. Levinii Lemnii Medici Zi- ) rizei * occulta nacur* mi* ) donec exraciila. ) purgentur. Lexicon S monis Schardii. ) Ludovici fiorbonii, Priocipis Condxi liter Ludovici Carvajalì. Dulcora- } tio amarulcntiarnm Eraf- > nifi prius mie* refponfionw, ad A- ) repurgeapologiam ejafdem Ludo- ) tur. vici Carvajali. Ludovici Caftelvecrii » ope- ) ra omnia. ) Ludovici Impetacoris nomine liber fi£ìu$» contra facras imagines. Ludovici Vivo Valcmini, annmationct in $. Augufiinum, nifi expurgentur. ineertorum Auflorum, Libri prohibiti. Amentationes Petti, aufiorcs Efdra. Lamentatio* A quarimonìa MifT. Libcr inl'criptus, de au£ioritatc, Officio > et potcllate PartorutD Ecclefiafiicorum. Libcr inicriptus > Anguftini, A Hicronymi Theologia Libcr infcripius, alcuni importanti luoghi, tradotti fuori dcM' Epifiole latine di M. Francefeo Petrarca, Ac. con tre Sonetti funi, A xviii. ftanze dd Bernia avanti il xx. canto* Ac. LibcHus aurcus quod fdola. Ac. Libcr infcriptu» Baniccnfis Ecclcfi* cur MilTam » Ac. Liber infcripms. Bulla diaboli • A£. Libcr infcripnis, capo finro. Libcr infcriptus» de corna Dominica. Libcr infcriptus, confilium de emendai^ da Ecclcna. Libcr infcriptus* confilium PauSi III. datum Imperatori in ficlgis cum Eufebii Pamphili pia expUcarione • Lilier infcriptus delle commìflioni, A facoltd che Papa Giulio 111. ha dato a M. Fatilo Odcfchalco. Liber infen^us * de difciplìna puerqrum, rcetdque formandis eorum Audiis, A monbus. Liber infcriptus. Dottrina vcriffima tolta dal Capitolo quarto, a’ Romani, per confolare l’affiitte cónfcicuic Libcr infcriptus, Cur Ecclefia qbanior Evangelia acceptavir. Libcr infcriptus, de emendatione, A corrc£h‘onc Aartis ChriAiani. Libcr infcriptus, de genuino EuchariAiz negotii inccllc£Iu, A ufu » ex vetuAiflìmis orthodoxorum Patrum libris, Ac. ^ Liber infcripnis, de falfa religione. Liber infcriptm, de fatis Monarchi* Romanz, fomnium, vacicinium Efdr*, Ac. Liber infcriptus, la Forma delle prehiere EcclefiaAichc, con la maniera ’ammìniArar* i Sacramenti, A celebrare il matrimonio. Liber infcrìpeus, de Gratia A libero ejus, vclociquc curfu. Libri Hcrmetii Magi ad AriAntelem Libcr infcriptus, llluAriffimi A potcnliffimi Senarus populique Angli* fencencia, de co confilio. Libcr quod Paulus Epifeopus Romantis, Ac.Liber infcrìptut. Miliraiuis, Occ. Liber micripcu» » Nicodcmus de paflìone Chridi, Liber in(cripiu$ 1 opus IHuflriffimi $c ExcclJtnfiffimi, icii fpcftjbilis vy-i Caroli Magni > &c. coocra lynodum, in partibus Grzcix 1 prò adoranvis in'>agmibus Aoliddj five atroganter gefta cA. Xibcr inlcriptus j in, orationem Dominio cam, &c. 4 lbcr infcriptiu » in orarioncs Dominio cas faluberrimx » et lanf^inìrox medi» tariones « ex 1 U>. oacholieorum Fatrurn, &'c Liber infcriprus « Lettera di N. ad uno Ambafeiatore di Papa Giulio HI. Liber infcriptus, Fauli IV. Papx Ronaani ) EpiAoIa confolatoria 1 et horcato. ria ad fuos dilcflos filios. Liber inicriptus» Poiirificii oratoris legatio I in coflvencu Noribergeniì. Liber infcriptus, de providentia Dei. Liber ioferipm, de facerdociot Icgibtrt, et ^crificiis PapXf &c. Liber infcriptus t delle Aatuc 1 et itnagU ni I &c. Liber infcriptus » in Aaruì > et digniraci ^clcliafticoruto t m;igis conducati aiflaictere rynodum Nationalern * piam « flcliberam» quamdecemere bello, &c. Liber infcriptus» de vera dìAèrentia regie poteftatii, 9 c EcclelTaAicx • Liber iaferipnK » de vita juvencutis inAiruenda » reoribus, Se Audiis corrigendis, Liber inicrìpeu « de unitale Ecclefiaftica. Licanix Cermanorom. Loci coreiDunes, de boAli operibus, et de potcAare EccleAaAica. Loca inlìgnia. Loci infigniores. Loci omnium ferd capiruro Evangeliorum « Loci utriufque teftameari. LnÀi ChriAiana. Ludus PyramiduiQ» appendi X. Lexicorv Grxcum novnm » GenevimprciTum. Ljbellus A. P. C. trai^ans rudiincnr.t Kcligkmis. Liber qui infcribicur.afla Conctlii Tridentini anno i5'4^. celebrati .una cum annorarinnibuspiis» et lcC>u digniilimis. Liber Anonymt cuiufdam, de repugnantia do^lrinx ChriALmx. Liber Infcriptus, Annatx, caxatlones Eeclefiarum, et Monafteriormn per uni-, verfum orbem, ab hxrcticis adverfut Anniras confcriprus. Liber contincns articulos reprobatos a faailrarc Parilìenn, conrra do^rinam S.I Tbomx. Libri duo, de laira, Se vera unius Dei Patria, et Fitti, et Spirimi San^i cognitione, au£IorÌbus ininiAri Ecclenarum confcnticittium in Sanuacia»& Tranfìlvania. Libelius de Concordia Ecdelix. Liber de Convento Haganoen. Liber infcriptus, Crux ChriAiani, cuoi qtiibufdam annocationibus, in fandium Hilarium. Libri dece CD annuloram » quaruor fpe^lorum, ihiaginum Thobix, imagioum Ptolomxi vitgìnalis clavicola Salomonis. Liber infcriptus, Dìalogi fieri. Libri infcripti, comra diccam Imperialem Ratisbonen. Libclluf infcriptus, dedrgna prxparatione ad Sacramcnniin EuchariAix. Liber infcriptus, de divinis Se Apoftolicis tradttiontbus. Liber infcriptus, Genefìs, cum catholid expofirione EcclcfìaAica, idcA, ex U. niverfìs probatis Theologìs, quos Dominut futs Eccleriit dedic • excerpta l quodam verbi Dei ininiAro, diu, mulnimque inThcoIt^ia verfatos, live Bi« bliothecicxpoI'tioniiraGencfeos, ìdcA, expolìtio, ex probacis Thcologis, quocquot io Genefim aliquid fcriplcrunt. collcfla, et in unum corpus Angulan artifìcio confata, Ac. Libelius intitularus de Jefu ChrìAo Poolifìce Maximo, A Re» fìdelium fummo, regenre in Ecclcfìa fanflorum. Liber qui infcribirur, IlluAriffimi Prìncipis, ac DD. Joannis Friderici feamdi Ducis Saxonix, Ac. fuo > ac Frtrum D. Joan. VVilhclioi» A D. Joan. Friderici nani junioris» nomine, lolida confutatio, A condemnatio pnrapuarnm corruprelarum, fe£Iariim» A erro, rum, hoc tempore ad inAaurationem, Ae. Liber qui infcribinjr, Interim, anno edirus. Liber qui infcribiiur, Libelius ApoAolo. rum nationis Gallicanx cum conAicutione lacri Conctlii Baniecnfìs. Liber contincns doftrinam adminìAraeionem Sacramentouim, rirus Eccle/saAicos, formam ordinactonis conflAorii, viAtacionis fcholarum, in ditione Principutn, A Dominorum D. Joannis Alberti, ft n. Hulderici Fratnim 1 Ducum» &:c cimr in dieCorpori» Chriftì. Liber iorcriprwS» Ordo baptizandì iuxta rirum fin^z Renunz Eccicliz» Venetiis Apud Joaniwm Guirifcuiii » et A>cios» ; nHì corTÌ|atur. Liber infcriprcH » de officio pii » et pablicc cranqailliraiii verè amarnis viri, in hoc religionit diffidiot fine auAo. hs nomine» Se alias ab eo» quero fob Mdem infcripeione compoTuic loannes Hefielz DoQor Lovaruenfis. Liber iafcriptus> de petfecutione Barbarorum. Liber infcrìptus, prò libertattf Ecclefiz» Callicanz» adverfus Romanam auUm defenfio farifienfis curiz, Ludovico XL Gallorum Regi quondam chiara » qui circumicrrur cum rra^am Duarr ni de S. Ecclefizminiftcriis; ab eolatinus Liber infcriprus» de protrabenda vim ultra vigintiquinqiie annos. Liber Pfalmorun) Davidis, cum catholicaexpofirione EcclcfiaAica» iinprcfii^ per Hcnricum Srephanum» annoi^as. Liwr inlcriptus» que regìa potefias» quo debent aii-f^ore folemnes Ecclefiz Conventus indici» cogique, &c. Liber inlcriptus, de Regno,Civitare. Se domo !>j, ac Domini lefn Chrifti. Liber in quod fit homiiii moricnci Buxio)um foUiium.TbuK) lU M M Arcellus Palìngenins» Srellatus. Marcus Anconius Calvinus. Marcus AnroniasCorvinos. Marcus CordeJius» Torgeofis. Marcus Ephefinus. Marcus Tilemann. Heshufius. Marfilius de Padua. Martinus Ko» vel Martiniko. Martimis Borrhaus» Stugardian. Martinus Bucerus. Martinus Freflhus. Martinus Lurherus. Maninus Meglio. Martinus Oftermineherus. Ma. tinus VVolphius Mitthzof Albems» vel Albertus; Matchzus Judex. Matthzui Phylaigyras. Macthzus, qui Se Afiarcius Scofier. Maithzus Zelius*, Keifefpergenfis » vel Kiferpergen. Matthzus Zifer. Matthias Fhccus, lliyricas» vel Flavios. Maturìnus Corderìiis. Maximilianus Maurus. Melanchton. Melchior Ambachius Mekhior Clinch» vel Mlinch. Melchior Hoftnanaus. Memnon Symwi. Meoardu^ Molchcms. '' Michael Celarios. Michael de Cxfena. Michael Kothingius. Michael SchuJ(hejs « Michael ScIIarius. Michael Servccus. Michael Toxica. Milo Coverdale» Eboracenfis. Morlinus. Munccrjs, Murnerus. Munfteros. Mufeuttts. Myconius OTvaldiis; fF Agdalena Aymairus. I^Y I Manfon Anglus Marcus Andreas Falkehenbergerus. Marats Blcumlerus» Tigurinns. M. Marcus Mennigos. Martinus Agricola Martinns Crufius. Martinus Faber Eeé Mar Martious HcMingus. Mafluccìi Salernitani > Novell*. Martinus Hofmann. . Martinm Kemnìcius», vei Chemnìtius. Marcinua Lochandrus» Gorliceniìs» Sile >Iartiniia Mollems».,. Martinu» Morlin Martinus Salbach.. Martìnuv Schalincius ». Farens .. Matihaus Bcroaldos. ' Matthaus Chcmnicius Matthanis Colfebui^ias Mattharm * fca Matthias, fireflènis^ Matcharus Huttenus Macrhsus Ludtke. Matthzus Veghel. Matthzi» VVeflenWccìus., Matthias Bcrgius, Brunrvicenl!s «. Matthias Ebcrhart. Matthias ErbiuSi aor ErbeBUs» «cl Hfibeous Matthias Ludccus Matthias Ritter.u Matthias Schneider*. Matthiav Tinflorius Matthias Vebus. Melchior Bifcoft'. Melchior Ncofarius.. Melchior Socket. Melchior VVildiuaM. Mento.. Mcrterus. Mentrius adverfm BalearÌMm, Epìfccotm Mercdirn Hanmerus. Michael Aichlerus ». vet EychlerUs.. Michael Czliits.. Michael Dilerus. Michael DincUus. Mtcbael Hagenx». Michael Hampclus. M. Michael Hcnnig». DreUenfis». Michaet HcrmaoBus.. Michael HimmeU Michael Mclllinus. Michael Neaoder». Soravienns. Michael Rennems, Michael Rcnn^crus, Anelus. Michael Scrmiua» Danii^anus.. Michael ITraniui. Mintts Cclfus. Moyfes Pclacheras Ccrtorum Auflorum, Libri Prohibiti. M Arci Pagani Carminum 1 iber»cuius tituluv cR Tiionfo Angelico. Et airer qui dictrar. Sonetti diverfi di Marco Pagano. Merlini Angli liber» tobreurarum predifUonuxt] M Accaronicortira opus » Merlini Coccaci» Poet* Manruani» nifi reporgatum fuerir. Mahomcris Saraccnorum Principis» c/ufque fucccnòrum virar, icem Alchoran» cum. przfatione Martini Lutberi. Martini Eifengrenii Traflarus A;h>Ic^.. ticus, de certifudine grati*, prò canone xiii,. fcfT. 6, Concilii Tridentini. Martini Martinez Cantapcrrenfis » HypocjmoTcon* liber, ruTÌ fueric ex ìtiprefiis, ab anno i;Sa«. Melchior Klingius, in praxipuos iccundi libri Dccrctaliom Tir. 8c in ìnRU tmiones Juris Civilis. Michaelis Carranzz, annotano macinalis, ad D. lldcfonfum» Au(ftorum incerti nominis. Libri prohibiti. M ^nicra di tenere ad infegnare i figliuoli Crifiianii Margarita Thcologica. MacrimoniodelliPreti» &. (ielle Monache» Medieina anitn » Meditaciones in Orarionem Domìnicarn. Meditationes, Se prccationes pi*, aJmomodum uciics, Se ncceffari*, prò formandis» rum confcicniiis* cum moribuftcleOonim. Mccaphrafcs Epifiolarum SaOi Palili » ad communein Eccicnarum concordia. Mcchodi facr* fcripturz » Thoini duo. Mcthodns» in przcipuos fcripturz divinz locos. Microfynodus, Noribergenfis. MiniRrorum Verbi Argeotmennum admonitio, ad miruftroi Heivcticos. Modo di tenere ncll'infcgnarc, e nel predicare al principio della Religione ChrlRiafea. Modo, e via breve di confotire quelli, che Ranno in pericolo di morve. Modus folemnis, Se authenticus ad in^uirendum, &c. AP. appendi X; appendix M “ArpaTÌtji Paftonim. Mcdfciiu aniiDZt prò fantu fi ‘ mul et zgrotis indaote morrt^ Medicina anitoa adjunfia ima^inibm nK>njs ^ Medicina animai cam hi» ^uam ()tti adverfa corporis valetudine prillici fune» |n moru a^ne, et extremis bis periculonffimù cempocibusa roaxmè nece&ria quÌ-« bus Dominica paffioois myftcìiuni ex^. plicatur. Methodica Juris uinur^ firadi(io. Minbllis Libec^ MiiT.t Hvangeh’ca. MifTa Latina, qua olim ance Romanam circitcr annnm 700. crac, Modiu confitcTidi » et ipodiii oraodi, prout impreffie Polccus*. Modus orandi. 6 c conficendi. Monumenta (^iorum Patrum » ortho. doxograpba, hoc eft « croTan£te, aciincerìorìs Mei Dc 2 h>res, numero circiter ofloginta qiiinque Ecdelia lumina, au£^ores partim Oraci, patim Latini, BaTicIa 1 jtfp. nifi enKAdencur. Multi integn loci facra Do£hioa, vetq- ris, 6 t novi teftameoti, ex Hebraa, et Graca lingua, inLatimuo, &Germanurn lermone crauslati* N Atalis Torneerai. Nathan Chythraui, Natbanacl Nc&kius, ideft Theo- donis Beai. Nicolaus Bioccitis Ludima^ftei 1 denits. Nicolaus Bocerus, Brugenfis. Nicolaus Cancerinos. Nicolaus Qoeltanitis. Nicolaua Collado. Nicolaus Erbenius. Nicolaus Florus. Nicolans Griroaldus Nicolaus HemmiMim, v«l RewngiM.». Nicolaus Jagenteu^. Nicolaus Leflerus. Nicolaus Opton Nicolaus Rndingenis».. Nicolaus Sfkcpi^tts. y» A Cer forum Auflorum, Libri prohibiti. N 'colli Clemingi». opera illa oik rum modo permicti pocenmt,qua .uxtt cenfnras Patrum deputatorum, emendata excudentur. Nicolai, Franci (Jacmina. conua Pecnim Arecinum. Nicolai Rodingi cahonitio ad Ccrmat niam. Itera Pradicationes carmineconfcripta. Nicolai VVinmanni Colymbcfcs, fivp de alte naundi, Dialogus. N icolaus Amldorfius Nicolans Balingius. > MicotausBorbootus,Vandoferanus» Nicolaus Bryl'ng. NicoUus de Cilibria. Nicolaus Caltilim. Nicolaus Galeats^ Nicolaus GaVus., Nicolaus Gcrbellifii. Nicolaus Herforde» Anglus Nicolaus Krompach. Nicolaus Macchiavcllns. Nicolaus de Pclhrtimorv.. Nicolaus Qitodus. NicoUus Rhadivil, Palatimis VVilncfii Nicolaus Ridlaus. Nicolaus ^eubellius. Nicolans belnccccrusi vcl Sclneckerps •. Nicolaus Scorckios. Ni^laus Udall, Angkiv. N Vtalis Bedc, liber confeffionìs. Nibulus ThclTalonicenlìs, contri PP. Aliis Illirico lupponcos. Incertorum Aui^orum, Libri prohibiti. N Omendator infìgnium fcriptorum. Notoria anis» opera omnia ^ Nera vera Ecd»a. appendix. N \rtatio* eornm, qua conrigcrnoc io> Patria inferiori, anno Nccromanrìa opera, et fenpta omnia. Nova gioita ordinaria, doncc metiora Dominus, &c. fivc io Evangclium, fecundum Matrhaum » Marcum, et Ecc ^ Jàm Ik Lucam. Commeruariij obicun^ue ixu. prtfli ferine ^oy* prccationc) I. ex optimis, quibuTqu? Tcriptis» przcìpaorum noftri fzcu» 1 1 Thedogpruro. ., O O EcoIompailius joannnes.^ Onholphus Marolc, Frànnis, Olìandcr Andreas.^ Ofualdus Myconius Orbo BrunsfclHiis Oiho Cerbems Pabergen Otho H?nricus Otho Vfncriw Otho, Vvcrdmiiferus pthoncllu Vida O Siande Lucas Oiiuldus Betus Otho Gryphius.Gparinas Cattin Otho Wiflcnburgìusjfivc Luroburgenpa Otho Zander. Q/cnus CuntCTUs. Certorum Auftorum Libri prohibiti, O Gerii Dani Fabulz In OVIDIO (vedasi) Mctitnorphofiros Jibrosi commcncaria, fivc cnarrationcs al. Icgoricx» veJ tropologieO Limpì* Fulvi* Morate, Dialogi, Epiilolx, et Carmina k Prima ratio conponendxreligiocuii I quz fict ' Opas magni lapidispcrLocidariam^^ Orario I^minica,. cum aliis quibofdam Precatiunculis grxcc ctim latiua verHoae, è regione polita, quibus adiun^um cft Alphabetum Grzeum. Orario Ecelenarum Germanie, ac BeU. gix fub, &c. Orationet Furtebres, et Epiccdia, per Tomos diftinOum opus» Orationes Fimcbres. de hxrccicis habire^ ccrtis romis imprdre«i^ Ofdo Ecclcfiafticus, circa' do£lrinam, Sacramenta, et Ceremonias, in Duca ru IjluftriffimiDucisBavarie Frideridorus« Pcirus CUrke. Petrus Dathenus • Petrus Dilleras. Petrus Dc^inus. Petrus Qcdulcig, (ea Pati'em« Petrus GU(fet^ Petrus Hafiùius. Petrus LandsbergiuSf vel Liodemburgìus « Pccruv Palladiusii. Perros Pateshul. t » Petrus. Panlas, Nochtefterus. Pernii Ramus Petrus Kinavvs Petrus Scatorius« Petrus Trevver, Petrus Vvaremborg, ab Alcenkircfiea. Pcims Vvartei, vel Vattcs, Pctrm VVirth Philippus Deibrunerus. Philippui Dirixfon « qui fuot ^tukaptlfm fmut ferlìiit lìuTÌs « T« i>. Philippus FcKìqìus Philippus Gcrrarde. Philippus Neibronnerus^ Philippus Kcifer. Philippus Lontcerut4 Philippus Marbachius. Philippus ie Marnix> Domlnut de 5* Hd~ degMia, Philippus Merziliust Philippus Momrus, PlelTeui. Philippus NycoU Phili^TpQs Rufticns. Philippus VVagncnis, Pilkioionios Preudoepifeopus, Dunilmenfis. Prinius Tuberus Carmqlanus Procopius Lupacius. Certorum Auflorum, labri prohibiti P AuU Dolfcit pralrerium» Grzeo catmine ver{uiD» cum prxiacione Philippi Melanchthonis. Pccri Aretini, opera onmia Petri Lignzi, Parabola. Tetri Mofcllani, Protegend, Pedalogia in puerorum ufutn confcripea. Petri de Virea, PercgriaatioHicnifalemPhilipp] Catti, liber adverfus Heaticum Bninrviiceni'em Pogii Fiorentini, Facetiz Polydori Virgilii, de invcnioribus rerum liber, qui ab hzrcùcis au£lus, et de. pravatus eli. Rotopzii Barbz, liber deSccrectsNaturz, P AnopIia omnium il!iberalium, Me. chanicarum, auc Sedentariarum artium,cucn imaginibiis «sudore Harcaman Scoppcro» NovofofCD/ì,Norico, Fran((qjti adMxnum ijdS. donec ex. purgetue, Papyrii Madbnii, libri fex, de vitisEpi. feoporum Urbis Rotnx, nifi hicrit ex corrc^is, abaudore, cum approbationc Maeiftri Sacri Palacii. Taraphraus Cornclii Chaidaica, ìa facta Biblia. Tauli Diaconi hiAoria, impreca Badler nifi delcarur epifiola, qux habetur in ejus principio, quz clè, no^ probati Auaoris, Petri de Abano, opet^CeomaDtix, &e)or. dcmdcQinnì genere divirutionÌso}>era. Pccri Fcrmandca de Villegas, Archidiaconi Burgenlìs, Flofculus Sandorum. Petri Gunchcri, Rhetorica, nifi expurgecur. Petrus Pomponatius, de Incantacioitibus. Petri Romani, Circulus Diviniiacis. Ferri de Vineis, Querimonia Friderici Cecundi Imperatpris« Polydori Virgilii,, de invenroribus rerirni liber, RoinzjulfuGreg.XIII. lyy^.ex. puigarus, 6c excufl'us, permittiturPofiillz Draconitis, per annum^ Pradica Mufica, Hcrmanni Finehii. Przfaclo JacobiHarcelii, in quìncjtuginra Comicorurn rententiasGrzcolacinas. PCUmi aliquoc Davidici, per Hcnriaim Stephannm, et quofdam alios, Grzeo carmine rradudi « Pfalcerium Hebrai ant Apoftolic* Sedi quoniodoc'jnque dctrabatur. falquilliB prpfcriptua a cibo. Pafqitil'n Scmirocta. PalquiUoruin. Toroi djiOc Pàiquim> ti Matphofii Hyninui in PaiW IniD III. Paffio Martini UthetJ, fccundinn Mar-, celluin Phalarifmu» c ' rhralca {acri Scriprai». quandiu eapn»-. gara non hictint atqtie ab Inquilìto-. ribuJ Gencr.ilibui racojnlw. Pii, St Chriftiani Epiltoli ciiiuldam fervi Jefij ChriiU, de file, operibui, !c charitate. Pracationum aliquof, tc piaruin Meduaciomim t Enchiridion ^ Pfccationit Biblici. Precationer Chriftiani, ad miitationet» Pfalmorum. ^ Precationcs Dominici, Griphn. Precaiionn Pfalmomm, per )oanncni Hombutgiuin latinirate donati. PrteedenK all' Apologia della Cooteffione VVittcmbcrgenlc. Pioceirns ConfiAorialia, Martini Joann.s Huls. pliltcriam ttanrlationia veteris, cum no. vq Pnfatione Maitiai Luthcri P Aralipomeno* .ómniam i^in meinorabiliuin a Fridenco Secmido, ufquc ad CirolutnQuintnm, HiKotii Ahbatis UfpergcnIIa, per qncndara fiudiolutn. Annexum Patquilb «latici, feu nuper icoalorcverfi, JctebttS patrim fopena, partim inrer homin». in Chriftiana Rel.gione paffim hodie controvetlis, cnm Matphorio Colloquinm. pjqnilll iDinufcriptl, Santìwt aucSicrannciKJS» autCatholicEcclefiz 1 et fjui caltui » aut Apoftolicquoraoèxunqac de Todygncoo.. Ricardus VVick. Ról^rcus Anglas. Robenus Bonnes. Robertus Baus. Robcrtus a Moshaim • Robertus Stephanus. Rod NajaI Rodulphus GualceniSf Tigurinos. R Einerius Rcìneccius, Sceinchenms • RcinhoMus Marcaaus, VVcftpbav Ricardus Coxus » Ricardus Fcums. Ricardus VVyfe. Robcnfonus Bangareufis. Robertus Crovuicyus. Robertus Hornus. Robertus Recordus. Robertus VVakefelde. Robertus VVarfwius. Rodulphus Hofpiniatms. Rodulphus Lemanus. Rodulphus Ladolif. Rodulphus Sncllius. Certorum Auflorum, Libri prohibitì. Rayymundi de Sabaude, prologus in Thedogiam naturalem. R leardi Dìnothi, de re- ) doneccorbus, ic faftìs inemo- ) rigannir. rahibbus, loci com- ) munes Hiftorici. ) Et eiuiilcm Adverfaria Hiftorica. Roffcnll falfo adferiptus, liber de fiducia j et mircricoriia Dai. Inccrtorum Auflorutn, Libri prohibiti. R Aeio bcevìs, facrarum tramandanim Cancionum. Ratio, CUT • qui coafeflìoneiD At^iUnam proficenrar» &c. Ratio, Jc Methodus coniblandi perielilosd decumbences, &c. Receptacio omnium figurarum focrx Scrìprnrsr. Reformacio Ecclefia; Coionienfis, Regis, et Senarus Anglici fententia de Concilio, quod Paulits Epifeopus Ro. roanus Mantuz fiiturum fimulavit. Reftitucionum doftrtnar, &vit*Chriftian* libcr, per Monafterienfes Anabapriftls edicus. R Acìo } et forma pt^lice onndi Deum, acque adminiftrandi Sacramenta in Anglofum Ecclcfia, qus Ceneya coHigirar. Rccanrario de inferno Rerum ìnGalUa ob religionemgefUru^n^ libri cres. S S \pidus Poeta. Sclaperus. Schnepplus, vel SehekiasScbaldus Hanrencius Sebaldus Hcyden SebaUianus CalUlion Sebaftianus Francus. Sebafiianus Frofchelius. SebaBianus Lcpufculus. Scbaflianus Meyer. Scbailianus MunAcrus. Servetus Hifpanus Simon Grytmis Simon Heilus. Simon Mufzus. Simon Saltzenis. Stephanus Dolecus. Syven Kfeidius S \daeIIns Antonius Samuel Fifcher. Samuel Hebelus Samuel Ncvuheiircr. Samuel Radrrpinner. Siwìct VVigormicnlis, PfeaJotpifcopu». Scamblcnis Pctroburgtniis, Pfeudoepifeo. pus. SebaAiaoat Figuhis. Sebafhanus Henriepetri. Sebafttamis Lupulus Sebaftianqs Sperber. Seba t Sebafliinus Spradler^ Sjc^irìdtii Saccus. Sigirnundus Suevui^ Sinicn Cn»iliccvus^ 5iincn Mej'er SiiroQ Pauii» v(l Panhis STcrineofisi Shnon Sidenis Slmnu Simoniiu. Simon Snc^derus. S»ni!> Wi. òatniciiK.« Sicpoanu-» Gerbchtuv Srrphtf-iut de Malefcot,. Srr; hanui Rcich». Stephaons Szcgcdimis. |tc^’i-unus VVacker4 Ccrtorum Au^orum, Libri prohibiti. S Tgibcrtì libcr, centra Papam Gregorium t et centra Epiftolamr Pafchalii Papx. Scraphini Firmaiu Apologia» prò BaptiAa «ie Cremai (tephani VVindonieoAs Epifcopl > l lionec rcpuigaca fuerìc.Scephani Lindii EpiAoU ». de Magù Arata» et MifTa Svidar Hiftoria » nuper Bafitec imprcHa ». ^uaiodiu annotarionci oMiginalcs » et indicci» emendeatur Incertorum Auflorum, Libii prohibiti. S Cholìa in EpiAohim Paoli 111. Pon> tiftcì* Maximi. Script! quxdam Papx, &Monarcha« rum > de Concilio Trideotiao &c. Sentenrix piieriles. Sernaones Convivalea. Sermoaes ite proviJcntia Dei. Similitudinnin, et DiAìtnilicudinum libcr. Simplex» &' foccinOm oranJi modus. SimplicifISnu» et brcviiTima Cathechi(mi expofitio. Simulacri, Iftorie, e Fignrc della Mone. Somnium, et Vaticinium Efdrx, de £ati& Monarchix Romat:.x. Spcculum exeorum, ad cognicionem Evangclic* vcriiatis Swermenica Doflrina Somna totius Scriptur Sammarinm Scrìpturx» 8umro| in Smaragdum > Aipcr Erange. lia » &: EpiAolai totius ann>. ram Ceparatim» quiin nna » cuna ipfo Au£lo> re impreifa. Snpplicacio quonmdam, apud Helvcrios EvangelìAarum » ad Epifeopum Coo» Aanticnfcm. Supplica loerortazione, di nuovo mandata ali'tfìvittiffimo CeCarc, Carlo Qpinco Suppucatìo aonorain Mundi. Syncrama clariflrmoruin virorum, cuginale pcccarum dcpuigentes» Ac. Stateri PruJtmuiti • grracagcmaca Satbanx. Summa piuioris doflrinx »pcr M3 fes» adCallicarn EcclenatiuntiVa, ^c. Synodus Sait^ioruni Patrum c«>nvocara ad cognofccndam, et dljodicandam controverAam » multos jam annoi £ccleAam ChiiAì gravilGmc cxercemcm» de majcAate Corporis ChriAi T HeobaldmCerrachius» BillicanuiTheodorus Biblìander. Tbonui Blaurems Thomas Cramner Thomas ab Hofen. homas Munccrns. Thomas Nec^eorgius^ Thmnas Plaitcnis^ Thomas Vcnatorios, Thomas VVolphius. Titetmanus Heshu^us Timotbeus NeocorusT Halounnos Beaedi6his. Thcodoricns Scheneppius. Thendoms Bcza^ VcxcUnS\ Thcodorus Ncc^eofgus. Thcoioras Sneppius. Thcodorus Zuvingerus Theophilus Bfidanus Theophilus Frcurelìus TheopbraAus Paracclfus Thobias brmon Thomas Bcconus. Thomas Carcuvzightas ^ Thomas Copperos. Thomas CprbcM Thomas E^nta. Thomas Eraftui. Thomas Gotctsf»nhi»«, Thomas Gybfooas p Thoous Leverus. Thomas Pavjpell Thomas Scndbachiu» veL Seltbachliii é T homas Swinercon Thomas Thanhoinmi Thotms VViJfoflui, Thomas VViftadias. Thirootheus Kfrclmerus, TriAramus* RevcU^ Ccrtorum Aué^orum libii ^rohibitt T Argpm, hoc Paraphnfis C^-. oeTii Chaldaica* in facra Bibita ^ ùuc^cete». Paulo Eagio. Tbeacnim vitaebumanx» prlmunta Cou« ra^ LicoAhena: Ru^aqoepfi inchoa» deinda a. Theodoro Zvringero aUolucum» cuitifcnaqae fit iroprtìfioais» nifi corrigarur. Thcodorici Nemicnfisi vel' a Niemen Hiftoria de Cchiiinaie, The^nna lioeua Grece» ) Henricì Srej^ani. ) Thelaun» Lingue Hebraice > ) San£h Pagnini » aufVtts opera omnia « Incertorum Auftorum, Libri probibiti. T Halmud Hebreorym» eiulquc gl fumma sotius icripturevetcris,Se novi TcAamcod > altera vero de dccem Preoapiis^ Theologorum VVitebergenAum vera» 8 c folida rcfuaauo» duorum libellonim lefuiramm • Threnodia Ecclcfie Catholiee» ad Chrìftam ^ponfiimv fwim ^ Triumphi Aoonmmcw»^ Ir jfde GhrtAi» in cotlum afeendentta coilado. Turco grecic libri ofio,Bafilee impre{« fi 1584. donec corriganrur. • Turingtcoiiim exolun) rdponfio. Xotini Belgica > Urbium» Abbaciarum» CoUegk>rufu. divifio» ad opprimendum per novos Epiicopos Evan^iium» 8 k^ fine nomine Ao£mNs ccafiurc » impref> ipris». Se loci..V Adianus )oachimtts Valerìus Anfelmus Ry 4 Valerius Philarcas. Vareroimdit» Loitholdus. Velcurio Vergerius^ Fffi Vi Vi£loE di Bonkaaxi ve[ de Bordcns.. Vi^ormus. Strigqlius. Vincentiut Obibp«t»« Virctus. Petras. Y i r i I iog4>Sjfìye Brenti us>. yito$, T^codorus.. ., Virt» Vvif«pin$v i ^ Vlricus, Scuderius,, Yltictt* VeknuSf Minhomenft., ^ Virila* 4c Vvitera Vrbamn Rhegitti.. YVendelinusi ab Kdbach., VVcnriclaaJ Linck. YVefelus» live Balilias CroeningenCs., VVcfphalus Ipa^imus VVig^us óro^er* Wilhidmus Hefenos WlIhieliròs Ibadcnlis Wolphapgus FabrUius, Capito Wolphangos Mater Wolphangus Meufd Volphatigtts MuCcuIub Wolphangus Uuce#/ WolpIungus Rupercus Wolphangus WaUaenn^ yVoIphan^ VvtlTcn^burgiis Valcntinos Eryihwus. VaknKinuv Frottdorfiuiv Vaicntimis. Cìreflérns^. a Valentinus HeiLind^ r. Valcntijius Hefenenu Valeatinos MecckcK* Valcmious Schacbtiut^ Valentinus Shinidclenis Valentinus Tro^cdorSus VakQtiiHUk VaJenrintts VwinfchOTUsv Valarius Fildl^rus\i'>--' Vcnis C^at^amls Veitranos Pinfcrus^. i Vinc^n.tios, Cmnchor^ Vinitos^ J. T • Vjcui Bfcfchvucrtibach> Vùus MoUcfus-, Vhiaricu» RuppincoTtiK Vlricus. J.vuinglius.. Volradsis, Conjcs, Mansfcldcplii^ Vvahiclmits BiJcrtìbachius^ Vvilheilnjus, Clcbitius Vvilhichnus. Nolderus^ Vvilhielmus Sarcerius^ Y^ilichius Fikhcrus Wolphangus AmliJi| •. ^ f Wolphangus Ammonms Wolphaogus AmpelaAdatP\ Wolphangus Audingus Wolphangus Bisbachius. Vuolphangus Cam!inm« Vvolphangus Finckclnaus^ Vvolphangus Maler Vvolphangus Martius Tvolphangus Ochelìus. V voi phangus FeriRerus x Vvolphangus Frisbach^u»^ I \volphius. Certorum AuftoruniJ libri protlibiti^ i V iti Amcibichii., A"tipari de Officio pii viri traOatut» Vinccntii Ciconi* Vcfoni^nns, Enarra-. tiones in pralmos, nifi còrrigantur^. Vldarict ad Paptm Nicolaum EpiRola; VIdarict Zafii, opera omniai donec C0C\ rigantur«, i IncQttotum Au£lorumi (.ibri prohibiti^ V Valdenfium conleffio x, et Apologia fìdei, ad Uladislaum Kcgcm Un^ gari Varia dotìorum, piorumquc virorum* de corrupto Ecclefia; Aacu > Poemata* Yindarii* ^mbdìuio » de EotelUtePapcj^ de. Principum facitiartuniv Vificacio Saxpnica Yitai et gefta Hildebrandi^ Vi» Patrum,, cum przfatipae Maftirii Lutberi VitK Pont. Rom. VViteberg* iroprelt*Un breve modo,, ^ual deve tener ciafcun Padre Unia diffidentium. Tripartita*. Vniverfitaiis VViiebcrKnfis, feria aflio», apud Principem FrldcricuQi Wa Juyennitis cum anoocationibosx \f feti aildittonibus ?hilippi Me* ^ lanchthonis x Vvitcbergica afta SynoJaUa> a quodatn • COl-v collega et per Vvttcbei^icost Jlieokv go» probara» concra ]Hyricanos« Vvormatienfes Arciculì. Urfuis Mnnfterlcrgenfìt Docidie defenfia* no licenza, dall’ ondiuarioi poRo in. una calTa iìcura nella CanccU ovvero dali'In^uificore di pocerh tenere», laria Ducale per (ervirTene» qnarJo fa- Se li Stampatori foranno ri bifogno, nella oaa! calta fi tenghi, rifiamj'« 4 e li (addetti Libri (pipefi.» Ala- un Inventario de* Libri, che 1! riponeraniro infianza per U correzione» si cor- ranno: e ciò s’ incendi folamcnre de’iiregeranno efpeditaroence in Venezia» e bri novi, ed ancor de* Libri rofpcfi, che nell’ altre Citti del Sraro Teoia ODandaili. fi corrtgeranao» e riftamf^ranno. Nelle a Roma avendo fufiicieBcc facolti per Cicti j>oi del Stato gU originali predecii il novo Indice gli Vefeovi infietoe con li fi conlegncranno al Cancelliero del ClaInquifirafi» e rifiampandofi corretti» fi riOìmo Capitanio, acciò li tenghi net* vmdcranno liberamente a tutti. modo predetto» q. fi confegnino focecfiiUferanno diligenza gliScam* earocnre con .l' Inventario da Canceliiepatori per confervaie oqi migliar moda» ro 4 Gancelliero* nmezfc Pff a Nel ftampar Libri 9 ^ terefticrl». 0 con &Ifc % t finte licenza impriina a tergo del prinio tV^lio la Ih Qampati * e rariflìme volrc fi dari il «enza folita deli Magifirato» nella quale calo» nc fi fiiri fenza giullifliroa caufai fiaoa cfprcflj li nomi di quelli » che a*n e con parcictpazione dei Santo Officio, vranno rtvifio,cd approvato detti Libri», ed incervemo di CiactiSmi Signori Af(ome è dilpoita per le L^gi.. - fifiemi rantoin Vcneziicome aelloStato. Aveniranno li Stampatori», La regola dgl giuramento da che r>e‘ Libri novi, che fiamperanno«"ò, darfi a* Librari, e Stampatori npn.s’cf*. oc’ Vecchi che riftaropanero. non. tifino tguìfea in quello Sercnils. Dominiò s figure » che ripprefeniino acci difonefiiv. Tutti gli eredi doveranno dar ooit efjendo però prohibitcle figure pros nota al Padre Inquifitorc de' Libri profane. che non comenefsero dishoniftè- ibìti » e fi>rpefi » che ritrovarsero nell* SESTO*. Lt Librari dovecanno far T* erediti / e ouelU eredi » che non fufInvcntario di- tutti li Libri > cift, fi fero abili a aifcemérli > doveranno lo trovano per cfpurgari; in quello princi>. ro, o Tuoi Cantori chiamar perfone mpio le Librarie da‘‘ Libri cfprefiamenre teliigenri che vifiiino tutta la Libraria proibiti nel novo Indice » e prefenrar» per cavarne nota delli proibiti, c iòflo al Padre Inquifitorc, e quello s’in-, pefi) et prefencarla come dì fopra in tenda per una volta folamenre v termine dì mefi tré dopo ebe V avran-, Intorno la liberti » che ho, avuti irt fuo potere c fri tarn / vtcn conceda, all i Vefeovi, ed* Inquìfico- co non pofsano ufare. ni in qualitnque i ri di poter proibire altri Libri non cf- modo alienare i Libri proibiti, o rof ^ ^refi rMiriiWice~» fi didilira. che t'ìn-. pefi « c ciò fono |e pene • e aenfurq tendi de.‘ Libri contrarj aM^ Religione,, (latuiie^ Feo fede» e corroborazione di tutto» ciò. li fuddetti Illuftrifljmi Cardina*, le Patriarca». 3c Nunzio^ Infieme co' 1 Reverenda Padre Inquifitore di Venezia fottofcrivqranno le prclqnti. c le affermeranno eoa proprj loro Sigi(li coniinci|coda.|er Vautor/ih alatale *d» fua Beatitudine che inviolaWiécnte debbano «flervare le predette. dichiarazioni tanto in Venezia» quanto in tutte le altre Cittb » e Luoghi fudditi ai detta ScrcoilD'mò. lJominio; D aniello Barbo Capitano di Segna Faiitor degli ÙlcoccKi. 174 Daniello Francol Ifricilitip facce, de 4I KabattA nel Capit^niaeo. di ìk Decime (e l^no de fure divino. Decime prediali che eofa fieno. 18 Diaconi infitruùi dagli AppoftoK per governo delle cole tcinpor^i. a pifeorfo del Chiazola in propofito del Dominio 4 el Mare della Reptibbllci. pnpenfa é tm mso di giallitìa ^^ributiva > c pecca chi apn ht * perfone» alle quaK è dovuta» Doge Ticpolo mette un dazio a quaUmque Navigante p& TAdriatico. ^48 Pottori Napolitani ; loro opinion^ circa ilPrmcipaco di tutto il Mgodo» E MerìroGtierri vuole piutrofb abbandonare il filo ArciveKOvaro, ebev^ der la fua ChieCa mclTa 4 Cacce da ln;iocenzto IV. Pontefice» ^rìberto Conte Zio d'Ugo Caperò fii fuo Figtioolo in eti d'ansi 7. Arciv^feovo di Remi» c Papa Giovanni X. ne eoo. ferma reiezione. api Rtmolao Tiepolo ProveJitor in Dalma, zia con iibera podeiti • temuto dagli Ufeocchi^ t}x F Anioni de'Gnelfi» e Ghib^niquan». do oacqueto*. 40 Ferdinando Vefpio» fua opinione in. tomo al Mate.. 74> Filippo Pafqualigo Provedìtor Generale in 4^1m«iaconm gliUfcocchi. igf Francdco'Allegreiti Kc 4 >ilc Ragufeo Ca> pirano dHina Calca P-ootificia. 17^ frati Mc^can^ quando ìdOìomiì. 8| G Fftiin» loro infeirato. 107 Giovanni XI. fatto Papa d’anni xo* figliuolo naturale di Sergio III. » e di Marozia figliuola della meretrice Tcodor^ * 4 quale proftituiva le fuc figlinole a’ Papi x xp Giovanni ^ (oti intento a cavar danari d’ogni cofa> che lalciòalla fua inorte x^. milioni. 77 Giovanni Alberti dccapicaMda'Turchi in Gli A. 174. Giovanni Bembo Provediior in Dalmazia centra gli Ufeocehi. Gio: BattiAa ConraeÌDÌ Proveditov in Dal. mazia contri gli Ufcocchi. 19S Gio:Criftiano SmidHDoAmbafciador Ce> fareo agli Svizzeri per dar loro conto deh la guerra aperta co* Veneziani. Gio: Taeopo pelco Vice.CapicaMxdi Segna, ipd OicK Jacopo Zane Proveditor in Dalmazia contri gli Ufcocchi. xoo Ck>: Jacopo Cafglin Ipedito a Segna dall* Afcidsca per liberare dalle mani degli Ufcocchi il Proveditor di VecHa Marcello. X17 Ciroiaono MarcctIO’Provedùore di Veglia fatto prigione dagli Ufcocchi. x 1 a Governo di Santa Chiefa nel fua principio ebbe fivioa Democratica. Giuda aveva la boria dd’daaati prefencati a) Signore. a Giuramento de) Clero > e del popolo Ro. mtao ferro all’ loperadore incocuo air •fezione del Papa. X4 CiuriCdiaione EccleliaRica quando abbia avuto principio. x 179. fatto Comnffciferro daH’Arciduca contragli Ufcocchi. i 4 d. trucidato dagli Ufcocchi • i8a CiuAinfeno ricuperando I’ Italia da' Barbari lafciò il Dominio intatto delia Repubblica fai .Marc da Raveniu in qua. 7x9. fiu legge circa aUenaie ni EcclefiaAici. Gradi EcclefiaAici ne’ primi tempi noo erano nd dignird» nè onori. come fono da molli Secoli » ma cariche « e miniAerJ. 7$ Guido Bacon di KùK General in Cr» vaila fpedito dall’lmperator a Segna per informarfi de’ mii^i d^Dicoc-J Acopo Coreana Gefufta in unA foz Cronol(^ia confdlà victoria della Repubblica nell,’ Adriatico « 1^9 Imperio dell' Adriatico innanzi il nal’cU mento, di Venezia bx dell’ Imperio Romano^ 5x8 Indulgenze quando incrodocce« 81 Inico di Mendozza Ambafeiador di Spagna a Venezia levato dall' Ambafceria con ftx) poco onore. i|$» Innocenzio IV. muore da nna percoflà datagli in fogno col calcio del PaAoralc da Roberto Vefeovo di Lineo! Uomo celebre in dottrina» e bontà. ^4 L Orenzo Diacono ritenuto da Pedo per levargli i, Telori Ecdefiafti ci., 5 M M Anfionario» che cofa na e quando introdotta pz Pietra Croltcchio Signor di Cliflà. ijp fia II. vuole armare dne FuRe in An. coni, e gli vien proibito dalla Repubblica* SP Pontelice » che non era confermare ujlP Jmpcradorr "o» ^ «hltjtuvì Zfìjc^uf, ma dtfftu'. Z4, Pontefice dee pafeere non tofare le pecore pontefici pretendono che gli atti Concili non fieno validi, fé noa in virtù della confermazione Papale. 41. proibifeono l’aver benefizio maffime di Curata a chi non imetide la lingua del pc^lo. 5ji Povero obbligato fecondo i CanoniAi a pagar la decima di quello» che trova per iimofina », mendicando alle portc*, Preferizionc che cofa fia* ^41 Pragmatica pubblicata in Francia. 85 Principi chiedona licenza alla RepubbliI ca di pattare pel Golfo Proibizione fatta da' Veneziani a quelli di Riminì» Ancona» Fermo, cdAfcoU » che non navighino in Schiavonia. 547 R Egalia è un ;us del Ré di conferire tutti X ^ncfìzjlcmpUci vacanti dopo, la morte de'Vefcovi Rn. eh’ è acato il SuccdTore. KccreCro che cola fìa* 84 Reudenza tenuta da molti, che fi trovavano nel Concilio di Trento de Jare divino, 91 Rifervazioni, annate, afpetracive, c tutte le altre etazicmi della Corte Romana iDsna t proibite dal Concìlio Balilen* fc. S S Vnro» SantiiBmo, beato, beaciUìmo •lami t che convenirano una volqi a tutti i fedeli j che afpiravano. al* Sanciti j ora particolari fmo del Son>* mo Po«if:6cc. »7 Scrittura dclP Imperadore s c deirArci-i dura io favore dcU^ Repubblica, ^on* tra gli UlcoccKi. Segna Citti de’ Conti Frangipani . 1 49 Signor di Lenovicb Genqral di Crovaaia . 1J4 Spoglie» che cofa fitop. 10; Stefano eletto Papa dopo la mprrc di * Zuccheri^ > perché non fii conlàgrato, non fu'pofto nel Catalogo de* Papi che non Ù lafcit^ mai vedere in pubblico i fatto Pap^ la Teodora faraoTa Meretriae Roooa^ na • Stefano della Rovere Qapiuno (H Fiu* me ^Apita in Veneaia per trattar^ in propolìco degli VTCtxtbi a V U Scocchi di che paefe fieno. loro violerà?, e rapine I C E, no di tre forte > ftipendìati » CafalU ni e Venturieri 1x7. loro delcrizione» 11® Veneaia fi fa Padrona di tutto il Col- fio . 510* proibi fee a nxt| dì tener le* f ni armati nel Golfo» jt** non fon- a le file ragioni del Dominio del Ma* re fopra privilegi dì Papa* o d'Impe* radere . {^7. Signorn dell* Adriattep >irre feiìi. jdf Véfeovo anricamente era chetio dal Po polo» le. quando era morto fi por* Cava U fno anello » e ’l fuo Pafiorale all’Imperadore > affinché lo conferiite ad un altro. $7 Veicovi titolari i gran numero vt n’era innanzi il Concilio di Trento» al pre* lente é molto ri^retco. a a Vefeovi Italiani dello Stfto Ecdefiafii* co non folamente fiam>o in piedi al* la prefenaa de' Cardinali { nu ancora noa Aiisano difboore fervirli a tavola. 5® Vefeovi delle Chiefe ricche > e gr;:n- di fono pafTati dal dirpenQire al diffiparc • Fu provedgto a dd d..' 5^ coleri. Vector Barbaro Segretario fpedico dal General Pafq04li|o al Coinmetririo Rabatn per 1* iniereflè d^li .Ufeoe* chi, ' 57^ , A.A. F. Paolo Sarpi. Paolo Sarpi. Sarpi. Keywords: l’arte del bien pensar, Locke, impression, reflection, metaphysics, Bibioteca Marciana, pensieri, pensiero, logica, bien pensare, galilei, hobbes, metodo, sensismo, il fenice di Venezia, scritti filosofici inedita. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sarpi” – peri il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Sarpi.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sasso: la ragione conversazionale da Crotone a Velia – la potenza e il atto in Gentile – Gentile megarico -- Lucrezio e Machiavelli – allegoria e simbolo in Vico – la scuola di Roma -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Studia  a Roma. Si laurea sotto ANTONI e CHABOD con Machiavelli. Studia con CARABELLESE, RUGGIERO, SCARAVELLI, NARDI, PETTAZZONI, SAPEGNO, GABETTI, PERROTTA, E SANCTIS. Insegna ad Urbino e Roma. Studia l’idealismo italiano (CROCE) e MACHIAVELLI. Si occupa di ontologia, ALIGHERI, Platone, Polibio, LUCREZIO, GUICCIARDINI, Shakespeare e Mann. Presidente della "Fondazione GENTILE", Lincei. Altri saggi: “Machiavelli e Borgia. Storia di un giudizio” (Roma, Ateneo); “Machiavelli” (Napoli, Morano); “La storia della filosofia” (Bari, Laterza); “La ricerca della dialettica” (Napoli, Morano); “Lucrezio: progresso e morte” (Bologna, Mulino); “L'illusione della dialettica” (Roma, Ateneo); “Guicciardini” (Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma); “Essere e negazione, Napoli, Morano); “Machiavelli e gl’antichi” (Milano, Ricciardi); “Tramonto di un mito: l'idea di progresso” (Bologna, Mulino); Per invigilare me stesso. I Taccuini di lavoro di Croce, Bologna, Mulino); “L'essere e le differenze nel "Sofista” (Bologna, Il Mulino); “Variazioni sulla storia di una rivista italiana: "La Cultura"; Mulino); “Machiavelli, Bologna, Il Mulino, Comprende: Il pensiero politico, Napoli, IISS, Bologna, Mulino, Premio Viareggio di Saggistica, La storiografia. La fedeltà e l'esperimento, Scarpelli, Trincia e Visentin interrogano S. (Bologna, Mulino); Filosofia e idealismo, Napoli, Bibliopolis, Comprende: Croce, Gentile, Ruggiero, Calogero, Scaravelli, Paralipomeni, Secondi paralipomeni, Ultimi paralipomeni, Tempo, evento, divenire” (Bologna, Il Mulino); “Gentile: La potenza e l'atto” (Firenze, La Nuova Italia); Le due Italie di Gentile, Bologna, Il Mulino); “La verità, l'opinione, Bologna, Il Mulino, Martino fra religione e filosofia, Napoli, Bibliopolis); Il guardiano della storiografia. Profilo di Chabod (Bologna, Il Mulino [Napoli, Guida, del Profilo di Chabod, Bari, Laterza); Dante. L'imperatore e Aristotele, Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo); Fondamento e giudizio. Un duplice tramonto?, Napoli, Bibliopolis); Il principio, le cose, Torino, Aragno,  Delio Cantimori. Filosofia e storiografia, Pisa, Edizioni della Scuola Normale Superiore); “Dante, Guido e Francesca, Roma, Viella); “Le autobiografie di Dante, Napoli, Bibliopolis, Discorsi di Palazzo Filomarino, raccolti da Herling, premessa di Irti, Napoli, IISS, Il logo, la morte, Napoli, Bibliopolis); “Ulisse e il desiderio. Il canto XXVI dell'Inferno, Roma, Viella); “La voce dei ricordi, Napoli, Bibliopolis); “Decadenza” (Roma, Viella); “Machiavelli: I corrotti e gli inetti” (Milano, Bompiani); “Allegoria e simbolo” (Torino, Aragno); “La lingua, la Bibbia, la storia. Su "De vulgari eloquentia" (Roma, Viella); Su Machiavelli. Ultimi scritti, Roma, Carocci, Croce. “Storia d'Italia” Napoli, Bibliopolis,  La 'Storia d'Italia' di Croce.  Napoli, Bibliopolis. "Forti cose a pensar mettere in versi". Studi su Dante, Torino, Aragno, Purgatorio e Anti-purgatorio. Un'indagine dantesca, Roma, Viella,. Croce e le letterature, Napoli, Bibliopolis, Biografia e storia. Saggi e variazioni, Roma, Viella,. Mulino Riviste La Cultura, su mulino. Premio letterario Viareggio-Rèpaci, Croce. Dibattito, Il Cannocchiale, Arnaldi, Calabrò, Jannazzo, S., Stella, F. Valentini, Visentin. Arnaldi, S.: uno specialista di più specialità, in Id., Conoscenza storica e mestiere di storico, il Mulino, IISS-Napoli, A. Bellocci, Verità e doxa: la questione dello sguardo e della relazione ne Il logo, la morte; Bellocci, Laicismo della verità, della doxa e tolleranza; Leussein, Bellocci, L'impossibilità della differenza e i paradossi dell'identità; Archivio di filosofia, Bellocci, Il problema della 'non' relazione ne Il principio, le cose, Giornale critico della filosofia italiana, Bellocci, La verità, l'opinione. Lo ''specchio'' della verità e l'eterna opinione metafisica, Filosofia italiana,  R. Berutti, Annotazioni critiche sull’essere ovvero sul non essere essere del discorso che lo concerne. Il problema dell'ontologia,, Pólemos,  Capati, Paragone. Letteratura, Cardenas, L'auto-noema. Il giudizio tra attualismo e neo-eleatismo, Filosofia italiana,  Cesa, “S. interprete di Gentile”, Archivio di storia della cultura, Vicentiis, Storiografia e pensiero politico nelle "Istorie fiorentine" di Machiavelli: Bullettino dell'Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, F. Fronterotta, L'essere e le differenze. In margine al Sofista, Novecento, Herling Reale, Storia, filosofia e letteratura. Studi in onore Bibliopolis, Napoli,  G. Inglese, Machiavelli: una storia del suo pensiero politico, Bullettino dell'Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano, Enciclopedia machiavelliana, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, Enciclopedia filosofica (a cura del Centro Studi Filosofici di Gallarate), Milano, Maschietti, Dire l'incontrovertibile. Intorno all'analisi filosofica, Giornale di filosofia, Mignini, Essere e negazione. Giornale critico della filosofia italiana, Crisi e critica" dello storicismo. Filosofia e storiografia, Novecento, Filosofia e storia della filosofia, Filosofia italiana, Parise, Sulla relazione. Critica della metafisica, L. Passerino Editore, Gaeta. Parise, Figure della scissione. A proposito di Allegoria e simbolo, filosofia,  Parise, L’aporia del nulla, Filosofia italiana, Perazzoli, Il concetto di laicità. in G. Perazzoli, Miligi, Laicità e filosofia, Mimesis, Milano Udine, Pietroforte, Problema del nulla e principio di non contraddizione. Intorno a "Essere e negazione" Novecento,  Salina, Neoparmenidismo e teorie della verità, Filosofia italiana, F. Scarpelli, Nulla, anamnesi, riflessivita (Il Cannocchiale, Tessitore, interprete di Croce, in Id., La ricerca dello storicismo. Mulino, IISS-Napoli,  Vander, Critica della filosofia italiana contemporanea. Dialettica e ontologia: i termini di una contrapposizione, Marietti, Genova; Visentin, Tempo e giudizio. La Cultura, Visentin, Sull'identità e sull'essenza del laicismo italiano. A proposito del "Le due Italie di Gentile", Giornale critico della filosofia italiana, Visentin, Il parmenidismo (VELIA). Considerazioni intorno alla verità, l'opinione', in Id., Il neo-parmenidismo italiano. Dal neoidealismo al neoparmenidismo, Bibliopolis, Napoli,  Visentin, Aletheia e doxa oltre Parmenide, in Id., Onto-Logica: sull'essere e il senso della verità, Bibliopolis, Napoi, Zanetti, Critiche al divenire. Filosofia italiana, X S. Zurletti, Lo specchio di Perseo, Chaos Kosmos, Vico e il simbolo», «Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Memorie della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche», costituzione mista, Croce, Dante, Discorsi sopra la prima deca di Livio, eternità del mondo, Sanctis, Lucrezio in Machiavelli, in Enciclopedia machiavelliana, S., Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Roma Dalla concordia discors alla polemica: filosofia e psicologia di una vicenda, Ripensando la Storia d'Europa, Ripensando la Storia d'Italia, in Croce e Gentile, la cultura italiana e europea, Ciliberto.   LE RAGIONI DI UN DISSENSO. La polemica Croce-Gentile  Intervista a Gennaro S. 1  di Gianluca Miligi  Nelle vicende della cultura italiana della prima metà del Novecento  assume una particolare rilevanza la polemica tra Benedetto Croce e Giovanni  Gentile. Tra i due grandi filosofi e intellettuali, i quali avevano collaborato  assiduamente nella rivista “La Critica”, matura nel 1913 un contrasto  teoretico, che si manifesta su “La Voce” diretta da Giuseppe Prezzolini. Più  tardi, alla fine del 1924, si assiste invece alla drammatica rottura dal punto di  vista politico-ideologico.   Professor S., come si presentavano le figure di Croce e Gentile, e  quali erano le loro rispettive posizioni?  Innanzi tutto credo che si debba forse risalire a un periodo precedente. La  polemica del 1913 fu provocata da Croce. Croce scrisse una lettera aperta a  Gentile e ai suoi allievi palermitani - Gentile era allora professore di Storia  della Filosofia dell’università di Palermo -, pubblicata non su “La Critica” ma  su “La Voce” di Prezzolini in modo che l’eventuale polemica potesse avere  luogo su un territorio neutro. Ricevette poi da Gentile, all’inizio del 1914, la  replica, sempre su “La Voce”, ma la polemica fra loro era già sostanzialmente  in atto da tempo, una polemica, in questo periodo, sempre amichevole. Direi  comunque che fin dall’inizio, fin da quando Gentile entra in  contatto con Croce (Gentile era ancora studente all’università, alla Scuola  Normale di Pisa), fra i due si verificò un contrasto di opinioni o perlomeno  emerse una differenza che di volta in volta fu superata, integrata, risolta ma  che era destinata a risorgere per una ragione che occorrerà definire in termini  generali una volta per tutte.  Gentile era un discepolo diretto della scuola di Spaventa;  naturalmente non aveva potuto conoscere quest’ultimo, che era morto quando  Gentile cominciò gli studi filosofici, ma era stato allievo di un allievo di  Bertrando Spaventa, Donato Jaja, professore di Filosofia teoretica  all’università di Pisa. Quindi aveva in un certo senso assorbito fin dall’inizio  quel particolare modo di intendere la filosofia moderna che trovava nei filosofi  dell’idealismo tedesco il suo punto di riferimento principale, e poi di riflesso  L’intervista, riveduta e corretta, è stata realizzata per RAI EDUCATIONAL, “Enciclopedia  Multimediale delle Scienze Filosofiche” (2001) e pubblicata sul sito Caffeeuropa altro punto di riferimento nella filosofia di Rosmini e Gioberti, due importanti  pensatori dell’Ottocento italiano che, secondo lo schema spaventiano della  “circolazione della filosofia europea”, ripetevano nelle forme culturali in cui  essi si erano definiti, l’uno, Rosmini, il pensiero di Kant e, l’altro, Gioberti, il  pensiero di Hegel.  La formazione di Gentile è perciò una formazione filosofica in senso  stretto, spaventiana in senso filosofico e storico. E da questo punto di vista  quando Gentile si presenta a Croce, gli appare con un volto molto ben definito,  laddove il volto di Croce era, allora, quello di uno studioso giovane anche lui,  sebbene di otto, nove anni più vecchio di Gentile, dagli interessi molteplici non  ancora perfettamente chiusi in un sistema o anche in una circolazione coerente  di idee: da una parte, infatti, c’era l’erudito, lo storico, e dall’altra, ancora, il  critico del marxismo. Gentile colse nella figura di Croce non soltanto, come è  ovvio, la grande intelligenza, la libertà di opinioni, la spregiudicatezza critica,  ma, in particolare, il modo in cui Croce, attraverso la critica che rivolgeva al  marxismo, veniva elaborando – sul campo si direbbe oggi, e non più in  laboratorio – una serie di criteri filosofici particolarmente interessanti anche  se discutibili dal punto di vista di Gentile: essi stimolavano fortemente questo  giovane studioso all’elaborazione del suo stesso pensiero.  Quali sono gli esordi della polemica tra Croce e Gentile e su cosa verteva  precisamente?  La prima polemica riguardo al marxismo fu una polemica non indifferente  perché riguardò questo punto: se il marxismo fosse, come riteneva Gentile, una  filosofia della storia e quindi da interpretarsi filosoficamente, anche se in modo  critico, oppure se fosse, come pensava Croce, non una filosofia della storia –  sotto quel punto di vista lì non aveva molto rilievo e molta importanza – ma  piuttosto un canone empirico per la comprensione della società del capitalismo  moderno, quindi uno strumento di lavoro particolarmente utile da usarsi  secondo lo spirito realistico che a suo giudizio era effettivamente l’anima del  marxismo. Su questo punto avvenne la prima polemica, la quale  sostanzialmente non si chiuse né a favore dell’uno né a favore dell’altro, perché  entrambi rimasero con la loro idea. Con questa differenza: la presenza di Marx  fu molto profonda in Croce fino a un certo periodo e forse sempre, sotto alcuni  aspetti; in Gentile molto meno, tanto che Marx ritornò a un certo punto, come  all’improvviso, nel suo pensiero: quando Gentile rimise insieme i suoi  vecchi studi sul materialismo storico e li unì ad altri che intanto aveva  composto sulla dottrina dello Stato etico, e poi a quell’altra sua piccola opera  che si chiama I fondamenti della filosofia del diritto. La seconda polemica si svolse sempre nel chiuso della loro corrispondenza  privata quindi senza che il pubblico ne sapesse niente e senza che “La Critica”,  che, dal 1903 fondata da Croce, aveva in Gentile il principale collaboratore,  registrasse questa polemica. Questa seconda polemica si svolse sul tema della  storia della filosofia, cioè se ci fosse un nesso, un circolo, come Gentile  riteneva, tra la filosofia e la storia della filosofia oppure se questo circolo, come  riteneva invece Croce, non si desse. Anche quella fu una polemica piuttosto  rilevante che toccò punti profondi e che mise in luce il diverso temperamento  intellettuale dei due studiosi: quello più sistematicamente filosofico di Gentile,  più legato anche ai modi dell’hegelismo napoletano – che a lui erano mediati  da Bertrando Spaventa come ispiratore, ma da Donato Jaja e da Sebastiano  Maturi, il suo grande amico professore di un liceo di Napoli, come elementi  “minori” di questa costellazione – e quello di Croce, che si muoveva in modo  molto più libero nel riferimento alle fonti e traeva la sua ispirazione più che da  Spaventa, che, tra l’altro, era suo zio, da Francesco De Sanctis, il filosofo o il  critico letterario al quale egli di preferenza si rivolgeva.  Professor S., vediamo più in dettaglio la cruciale polemica.  La polemica è una polemica che nasce proprio nel momento in  cui la filosofia dello spirito di Croce era giunta alla sua compiutezza, nel senso  che Croce aveva scritto anche il quarto volume inizialmente non previsto della  “Filosofia dello spirito” ossia la Teoria e storia della storiografia, pubblicata  prima in Germania e poi in Italia. Quindi il sistema crociano era  assolutamente definito quando egli aprì la polemica con Gentile. Che cosa era  accaduto? Era accaduto che Gentile aveva pubblicato nell’“Annuario della  Biblioteca Filosofica” di Palermo una serie di scritti, in modo particolare il  famoso L’atto del pensare come atto puro che è del 1911, e poi gli altri, Il  metodo dell’immanenza e La riforma della dialettica hegeliana che si  legavano al primo volume del Sommario di pedagogia: anche lui, quindi,  mentre Croce concludeva il sistema della filosofia dello spirito, aveva prodotto  una serie di scritti che davano fondamenti molto forti al sistema che  inevitabilmente di lì in poi sarebbe stato scritto.  Croce si accorse sùbito che il vecchio conflitto che lo divideva da Gentile  ormai aveva preso delle forme assai più nette, si era come solidificato in  articoli, scritti o volumi eccetera. Pensò quindi che fosse giunto il momento di  prendere le distanze dal suo principale collaboratore, non perché volesse  arrivare a una rottura ma perché era necessario chiarire che tra la sua filosofia,  che era fondamentalmente una filosofia della distinzione-unità, e la filosofia di  Gentile, che a parere suo era una filosofia dell’unità senza distinzione, non  c’era possibilità di accordo sul quel punto specifico. Questo anche perché le conseguenze che derivavano dai due modi di intendere la realtà erano  profondamente diverse, quella di Croce essendo una concezione della realtà  articolata e storicamente determinata dalle forme che la costituiscono, quella  di Gentile essendo una concezione della realtà interamente culminante  nell’atto del pensiero senza possibilità di distinzione e quindi senza possibilità  di riconoscere ‘autonomia’ alle forme dello spirito, autonomia alla quale Croce,  invece, attribuiva grande importanza. Quindi la polemica ha questo  fondamento; lo ha anche nella dichiarazione esplicita di Croce che per questa  ragione disse di “essere sceso in campo”.  La polemica fu comunque dirompente nella esperienza dei due,  soprattutto in quella di Gentile che accolse malissimo il fatto che Croce avesse  messo in pubblico il loro dissenso. La rottura rischiò di avvenire non per quello  che nell’articolo di Croce si diceva, ma perché l’articolo era stato reso noto  anche a lettori diversi da lui, Gentile: qui interveniva anche quella sua natura  siciliana un po’ sospettosa, un po’ gelosa della privatezza. Ma in ogni caso la  polemica fu dirompente perché i due personaggi, che ai più erano sembrati  sostanzialmente “una sola persona”– all’interno di “La Critica” avevano  lavorato insieme, si erano divisi il campo, gli oggetti polemici erano gli stessi,  la tonalità fondamentale della polemica era la medesima –, improvvisamente  invece si presentavano come due persone diverse, in un certo senso l’una  armata contro l’altra, cosicché il “fronte unico dell’idealismo”, come allora si  diceva, parve di colpo spezzato. Professor S., cosa si deve dire in generale riguardo alla “sostanza”  strettamente filosofica della polemica tra Croce e Gentile?  A tale riguardo ho un’idea che forse non è né ortodossa né in linea con  l’autoconsapevolezza che i due autori della polemica ebbero. Croce non aveva il  minimo dubbio che quella di Gentile fosse una filosofia dell’unità senza  distinzione, Gentile da parte sua non aveva il minimo dubbio che quella di  Croce fosse una filosofia della distinzione che non riusciva a conseguire l’unità,  e questo era il tema esplicito del loro dissenso. Croce controbatteva che non era  per niente vero che la sua filosofia fosse una filosofia della distinzione senza  unità; Gentile controbatteva che anche lui aveva un’idea della distinzione,  sebbene diversa da quella di Croce: ma sostanzialmente erano d’accordo nel  riconoscersi in queste due caratterizzazioni del loro pensiero. Perché dico che  sono d’accordo fino a un certo punto con l’uno e con l’altro in quanto si  rappresentassero, autorappresentassero così? Perché io non ritengo che la  filosofia di Croce – potrà sembrare un paradosso – sia in re, cioè “nella cosa  stessa”, non dico nelle intenzioni del suo autore, veramente una filosofia della  distinzione, e non credo che quella di Gentile sia soltanto una filosofia  dell’identità o dell’unità.   La distinzione si presenta nella filosofia di Croce come una distinzione  assoluta. La conseguenza è che non ci può essere differenza o distinzione fra  ciò che è stato distinto, perché ciò che è stato distinto è stato identicamente  distinto, e l’identità appartenendo a entrambi i distinti, questi non riescono più  a esser tali, in quanto sono, in realtà, identici. Ciò lo si vede se si considera che  tutti i distinti crociani sono “sintesi a priori”. Ora, come si fa a distinguere una  sintesi a priori da una sintesi a priori? La si potrà distinguere in base a  elementi empirici, cioè in base ad elementi che rispetto alla sintesi siano stati  scissi dalla sintesi stessa e considerati di per sé; ma se gli elementi sono,  viceversa, considerati nella fusione sintetica in cui sono effettivamente reali,  non c’è nessuna possibilità di distinguere distinto da distinto.  Per quanto riguarda Gentile, la questione si presenta per un aspetto  identica per un altro diversa da come si presenta in Croce, soprattutto se la  filosofia di Gentile venga considerata non come appariva nel 1913 quando la  polemica avvenne, ma come si presenta oggi a noi che possiamo considerarla  in tutto l’arco del suo svolgimento, quindi, direi, essenzialmente valutandola  nel primo e nel secondo volume del Sistema di logica, e poi anche  nella Filosofia dell’arte, che in un certo senso conclude il  sistema dell’attualismo.   Per un aspetto la filosofia di Gentile, l’atto puro gentiliano, su cui così  violentemente i due polemizzarono, se si guarda dentro la sua struttura, lo si  trova costruito in modo analogo, ma io mi spingerei fino a dire identico, a  come è costruito il distinto crociano: anche l’atto è una sintesi! Di che cosa?  Nel linguaggio gentiliano – mediato dalla filosofia di Fichte, probabilmente, e  anche dai modi seguiti da Spaventa nell’interpretare la filosofia di  Hegel – l’atto puro è Io sintetico di Io e di non-Io. Di che cosa è sintesi il  distinto crociano? È sintesi, per esempio, del bello che opponendosi al brutto,  viene sintetizzato dal bello. Se noi consideriamo questa struttura, che è  triadica, sia nell’ambito del distinto crociano sia nell’ambito dell’atto  gentiliano, vediamo che la struttura della filosofia dello spirito di Croce e della  filosofia dell’atto di Gentile è la stessa.  Professor S., quanto e come incide nella polemica tra Croce e Gentile  il fattore politico-ideologico che subentra in primo piano, in particolare, a  partire dal 1924?  Abbiamo visto che la questione del confronto tra Gentile e Croce, tra Croce  e Gentile, si presenta molto più complessa di quanto i due pensatori non  ritenessero che fosse, o diversa da come essi ritenessero che fosse, nel corso della loro polemica. Ad aggravarla poi – Lei ha ricordato il 1924 –  naturalmente era intervenuta la Prima guerra mondiale, era intervenuto il  fascismo. La distanza dei due personaggi sia sulla Prima guerra mondiale sia,  soprattutto, sul fascismo si fece sempre più netta.   L’iniziativa fu presa da Croce, che scrive a Gentile  una lettera che non era in realtà di rottura ma di constatazione di un  allontanamento definitivo delle loro posizioni sul terreno delle scelte etico politiche. Gentile rispose con una lettera “accorata” ma di fatto i due non si  incontrarono più: erano destinati a non parlarsi più. C’erano poi intorno a loro  i gentiliani da una parte, i crociani dall’altra. In particolare gli allievi gentiliani  di Gentile ebbero anche, direi, una responsabilità piuttosto pesante nel  determinare una serie di equivoci e di ulteriori tensioni tra i due. Il risultato fu  che dopo vari tentativi di riconciliazione, operati soprattutto da Adolfo  Omodeo, falliti miseramente, nel 1928, in Storia d’Italia dal 1871 al 1915¸  precisamente nel capitolo in cui Croce parla di “La Critica” e quindi anche  dell’opera di Gentile, su quest’ultimo pronunziò una parola durissima,  terribile: disse che l’attualismo era un “cattivo consigliere pratico”. E a questo  punto, naturalmente, la rottura fu irreparabilmente segnata, sebbene poi negli  ultimi anni ogni tanto ci fossero delle aperture, soprattutto da parte di Gentile:  che nascessero dalla malinconia dell’amicizia perduta o da altro, è molto  difficile determinarlo. Croce in ogni caso respinse sempre, fino all’ultimo  momento, ogni possibilità che con Gentile si potesse riavere, non dico un  accordo, ma comunque anche semplicemente un contatto.   Non so – è una curiosità che nessuno mi ha saputo togliere – se quando si  incontravano in Senato si rivolgessero un cenno di saluto o si evitassero  completamente, ma pare che Croce ignorasse sempre Gentile, cioè non gli  rivolgesse assolutamente più né lo sguardo né la parola ogni volta che gli  capitava di incontrarlo.Gennaro Sasso. Sasso. Keywords: Potenza ed atto in Gentile – Lucrezio in Macchiavelli, Lucrezio, simbolo ed allegoria in Vico, la scuola di Velia, veliati, veliani, parmenide, scuola di Crotone. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sasso” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Saturnino: la ragione conversazionale del probabile – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo Italiano. Seguace di Sesto Empirico, della scesi pirroniana e medico, non si ricordano sue dottrine particolari, ma si può supporre che accettasse quelle fondamentali del maestro che, negando la possibilità di una scienza razionale che pretendesse di cogliere le cause nascoste delle cose, ammette la legittimità d’arti -- prima fra esse la medicina -- che si limitano a constatare empiricamente coincidenze e successioni di fenomeni per fondare così previsioni probabili per il futuro. Diogene Laerzio dice che è soprannominato Kuthenas o Cythenas. La parola è incomprensibile, ma forse indica un’origine greca. Given that Sesto teaches at Rome, we may assume Cythenas, albeit his esoteric name, is a Roman! Luigi Speranza, “Grice e Saturnino,” per il gruppo di gioco di H. P. Grice, The Swmming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza -- Grice e Saufeio: la ragione converesazionale dell’orto romano -- Roma – la scuola di Praeneste -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Praeneste). Filosofo italiano. Praeneste, Palestrina, Roma, Lazio. He comes from  a rich and privileged family. He is a close friend of Tito  POMPONIO (si veda) detto l’Attico, who intervenes to save his property from confiscation. S. us elsewhere at the time, idly studying the doctrines of the Garden. Lucio Saufeio. Luigi Speranza, “Grice e Saufeio,” per il grupo di gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sava: FILOSOFIA SICILIANA, NON ITALIANA -- all’isola: la ragione conversazionale del dovere e dei doveri – la scuola di Belpasso -- filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Belpasso). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Belpasso, Catania, Sicilia. Enciclopedia Popolare Italiana. Saggi:“Sui pregi”, “Doveri dei medici”, A. Prezzavento. /t'iti SUI PREGI E DOVERI DEI. MONOGRAFIA I STRUTTI VA,: ED^NTER. ESSANTE l'tlt «CM i:i.,lssli : Ilf.-.^OLIi: MlllSOHE 'IIP, UttSCHLTTI L FliftKKtll /s: xss SUI PREGI E DOVERI DEI MEDICO. SOCIO DELLE ACCADEMIE DELLA SICILIA, ! E D'iTl LI A, DI «DELLE DI FILADELFIA E NUOVA-TOUR, hehbho DEPUTATO AL conc-resso degli scienziati italiani riKLLA SESTA LORO JIIUMOHE 13 MILANO PER l'aCADEMIA SUJIICO-UUIHL'KGICA DI NAPOLI E DEGLI ASPMA3T1 BATUHALISTI MILANO Pbesso gli EniToni-Linmj Maxtucelli e C. Conimi del Lioto, H. i3^i Non sempre la censura di Seneca, in ima sua epistola espressa con quella sentenza — ut omnium rerum } sic litterarum quoque, in temperanti a laboramus — scoraggiar deve ogni scrittore che al pubblico il bibulo di sue veglie presenta, avvegnaché non bisogna imitare lo svanissimo pensamento di Lemonnier, il botanico di Luigi XF^i il quale, allorquando veniva richiesto perchè non s' induceva mai a scrivere qualche sua opera, era solito rispondere, come attesta Cuvier, che il tempo impiegato ad instruire gli altri è perduto per la disciplina di sè stesso; appoggiandosi allo stolto paradossale so~ fisma che, tutto è stato jdtto, tutto è stato detto, e si viene troppo tardi per aggiugnerc una sola parola. Con simile sutterjugio, all'uomo timido, naturalmente infingardo e presuntuoso, che travaglia e si ammaestra poco, e crede saper tutto e saper meglio degli altri, la ignavia, tanto 'a lui connaturale, arresterebbe, al menomo ostacolo, le ricerche, le osservazioni, ì risultamenti, fornendogli sempremai delle risorse per trarsi d'impaccio. Io ho indugiato a rendere di pubblica ragione questo lavoro, ma alla fine mi vi sono determinato. In esso soltanto, meno avido della brama di creare, come in altre mie opere, che di quella d'esser nule, e simile all'ape che dal sugo di tutti i fiori il suo mele compone, ho raccolto ciò che mi è sembrato potersi esibire con utilità, e al mio oggetto meglio servire; perciocché nel troppo die s'ignora, il poco che si sa, si. sappia bene almeno. Che se.talvolia le mìe proprie idee presento,. egli è con la più scrupolosa accortezza, e per richiamare un utile principio, manifestare un grave errore, o dimostrare una sconosciuta lacuna. Ma, in generale, . io mi sono . appalesato il. meno che mi è statò possibile. No adottato la massima, di Bayle: Une bornie pensee, de quelque endroit quelle parte, vaudr'a toujours mieux qu'une soLLÌse de son crù n'en deplaise a ceux qui se va lite ut detrouver tout chez eux, et ne rieO lenir de persoli ne. Per nitro, un libro redatto con accorgimento, è quasi sempre l'epilogò de' lumi dell'epoca sua ; è una pietra migliare posta dalia mano del talento nella strada dell'esperienza e del sapere. Io mi sono limitato a scegliere, nelle opere le più conosciute e applaudite, le opinioni che più sagge mi sono sembrate, ed ho avuto impegno citare quegli uomini dotati di Jbrte ragione, di sagacità poco ordinaria, e d'infaticabile ardore per lo studio e per la meditazione ; lungi però dalla sciocchezza quasi universale, che volentieri crede la verità sotto la barba canuta de' vecchi secoli, e sotto un nome d'antica e pomposa rinomanza. In riguardo alle quali opinioni qui addotte, ne ho indicato costantemente le origini; e nel riprodurre le attinte citazioni, rimossa bensì la servile pedanteria, ne ho in gran parte verificata la esattezza, dichiarando tuttavìa con Montaigne: Tel allegne Platon et Homère, qui ne les void onques; et riìoy, ay prins des lieux assez, ailleurs qu'en leur sotirce. Questa sorge/ite di' erudizione e faconda dottrina, al chiarissimo Monfalcon, qui principalmente si debbe. Egli ne è il modello, la guida, l'originale ; come Luciano e Vi. Lo studente dee viver fra te IlevoI mente co*suoì condiscepoli ; ei deve scegliere fra loro un Mentore, richiederlo di consigli, pregarlo dirìgerlo, mancando talvolta questa guida tra 1 professo ri; avvegnaché l'alunno che studia senza consiglio e senza norma, lentamente e disordinatamente si avvia nella sua camera, profitta poco di sue letture e di sue osservazioni. Ma allorquando, più inoltrato, è idoneo a rendere ad altri principianti i huoni avvisi che ha ricevuto, non debba egli mostrarsene avaro o restìo, e tanto meno, poiché insegnando ad altri, accrescesi maggiormente la propria istruzione. Se egli vuole impiegar bene il suo tempo, sfuggir deve tutù quei fra' suoi condiscepoli che passano i più bei giorni di loro giovinezza nella infingardaggine, nel gioco, nello stravizzo, nel libertinaggio, net perditempo. L'ignoranza, la presunzione, la necessità di palliare Iti appresso coll'intrigo il difetto di sapere, la perdita della salute e dei costumi, sono i funesti risultamenti delle associazioni sotto auspicii diversi da quelli della positiva diligenza agli studi e dell'ardore per la scienza. Ricercate voi alunni quello tra' vostri compagni, che a preferenza si mostra animato di verace filantropia, disgraziatamente assai rara, che, felicitandosi de' suoi progressi, si anima all'idea de'servigi ch'ei potrà prestare un giorno in sollievo de' suoi simili. Penetratevi di questi nobili sentimenti, onde abbia a potersi dire di voi; Egli è uno del picciol numero fra coloro che onorano una professione, tutti i membri della quale onoratissimi esser dovrebbero. Ma se non sentite questo nobile amore dell'umanità, che eleva l'uomo sopra sè stesso, non lo simulate almeno; siate probo soltanto, e non ostentate una virtù a voi estranea. I professori hanno dritto al rispetto degli alunni, le loro lezioni ascoltar si devono in silenzio, gli applausi e i segni d'iinp roba z ione sono del pari biasimevoli. Il discepolo giudizioso applaude al professore dotto e benemerito coll'assiduità : alle lezioni di lui, da libera scelta esclusivamente spintovi ; e, pur troppo! Io biasima, dimenticandosene: privare gli allievi di questa libertà, equivale togliere a' professori la più dolce ricompensa del loro sapere, del loro talento e zelo. Giovani e stranieri ad ogni vergognoso interesse, gli alunni giammai si ingannino nella scelta del corso che seguir devono, proferendo essi ognora se non il professore più eloquente e più dotto, il più insinuante almeno e chiaro, nelle lezioni del quale maggior profitto ritraggano, Finalmente sostenuti gli esami, disviluppata la tesi, ed il candidalo pervenuto al grado di dottore, gli è necessario dedicarsi a riuscir medico. Egli va ad entrare nel mondo, bisogna quindi additargliene la condotta, di che abbisogna il giovane che è passato dal collegio all'anfiteatro, e da questo agli ospedali. Colui che ha più lavorato è quegli che maggiormente trovasi imbarazzato in tale incontro ; colui che si è indonnato della società correndo dietro «'piaceri, sente appena la transizione; avvegnaché, familiare alle sociali abitudini, avendo intrigato pe 'capricci, gli è facile intrigare per la fortuna: lo scopo solo è cambiato, ovvero modificato, il mezzo rimane sempre lo stesso. Questa norma è degna d'ogni attenzione. Il giovane dottore ritorna da suo padre, e riceve da lui una disposta clientela: inatruito o ignorante, egli eredita la paterna rinomanza, e questa eredità non è al certo la meno curiosa di quant'altre in società si acquistano; ovvero gode de* beni di famiglia, dimentica i suoi libri, non vìsita ammalati, sol vagheggiando una ricca ereditiera di cui lusingasi essere sposo; oppure ostenta un'opulenza iittiz.ìa; ed il maggior numero si agita per ottenere un posto, da valere qual patrimonio di talenti. Le circostanze però aiutano talvolta lo istruito e modesto, e la fortuna è allora giustificata de'favori che spesso largisce al ciarlatanismo ed all'ignoranza. Additare dunque all'inesperto medico il sentiero onde trionfare degli ostacoli che incontratisi ad ogni passo nella società; fargli conoscere la dignità del suo ministero, ed i doveri che adempir deve socialmente in generale, ed in particolare verso i suoi ammalati: giustificare i medici e dilènderli dalle calunniose persecuzioni; e, quali sono precisamente, dimostrarli: ecco il sommario di questa monografia. Veggasi all'uopo il Dictionnaire abrégé de médecine; ed anche De Renzi, Sullo stato della medicina nell'Italia meridionale e sui mezzi di migliorarlo. Un medico ha trascorso gran numero d'anni nelle scuole, ha frequentato con zelo gli ospedali, con assiduità le biblioteche; nessuna parte della teorica gli è ormai straniera: dopo avere consumato il tempo più bello di sua vita nello studio tanto lungo e laborioso dell' arte di guarire, egli viene a chiedere al pubblico quella fiducia di cui per il suo sapere si crede degno. Ma la nuova carriera the gli si apre dinanzi, non è meno laboriosa di quella che ha già percorsa. Aspri scogli l'attorniano da tutte le parti: la teoria cosi bella, attraente e facile ne'libri, è una guida insufficiente o infedele presso gl'infermi: tutto è generalizzato negli scrittori, tutto è particolareggiato nella clinica. Egli cerca indarno sovente que' segni che gli si è detto caratterizzare le affezioni morbose : quelle malattie organiche, che facili a conoscere ei supponeale, lo avviluppano con sìntomi ingannatori o larvati ; quelle febbri essenziali, descritte a lungo dagli autori, che frequentissime ideavasi osservarsi, giammai al suo esame si presentano. Ei vede con sorpresa l'esperienza smentire le magnifiche promesse della terapeutica. Facilissima giudicava la esecuzione dei processi operatori! sul cadavere, ma sul vivente ripetuti ostacoli lo imbarazzano. Incertezza e pericoli dappertutto egli trova. Niente di positivo apprendesi nelle scuole, è stato detto altra volta da alcuno ; e negh' ospedali, il grande numero degli ammalati, la brevità delle cliniche lezioni, l'ignoranza de'veri motivi che determinano il trattamento curativo, una lunga serie di enigmi da indovinare allo studioso allievo ordinariamente presentano. Comunque inslruito esser possa un giovine medico, osserva Vicq-d'Azyr (Eloges hisloriques), egli teme sempre l'istante di agire per la prima volta, allorquando, dopo avere ascoltato e letto, bisogna giudicare e scegliere. Scrupoloso osservatore delle regole dell'arte, e temendo ingannarsi nella loro applicazione, egli esamina con accurata diligenza, e pauroso delìbera. Gli si appresentano incessantemente allo sguardo gli ostacoli che nascono dalla complicazione degli accidenti, e le obbligazioni che il suo dovere g l'impone. Ei consiglia pochi rimedii per dubitanza, come il pratico sperimentato avvedutamente pochissimi ne prescrive. L'uno indaga la natura ed agisce di rado per 26 chè non si crede troppo illuminato su 'bisogni dì essa ; l'altro conosce i suoi sforzi, ed a secondarne i movimenti si limila, e perchè teme perturbarli, di rado anch'egli agisce. Entrambi hanno una grande riservatezza, perchè hanno i medesimi principii, e tendono al medesimo scopo. L'ignorante al contrario comincia con arditezza, e finisce con audacia. Ed in generale i giovani medici i più istruiti, sono i meno intrepidi ed animosi nella loro pratica; sempre diffidano di sé stessi, e dopo molle esitazioni acquistano finalmente quella sicurezza che al vero sapere tanto bene compete: eppure quando indefessi prolungati studj li abbinilo resi pratici cons unitissimi, diffidano rullavi» di non aver fallo troppo. Qual contrasto questi uomini laboriosi fanno col volgo de' medici! Un giovane, al primo sortir d'un liceo, e forse senza precedente educazione, vuol divenir medico: la sorte è gettala: eccolo recarsi in una facoltà di medicina. Ma i parenti suoi, poco fortunati, bastar non possono alle considerevoli spese necessarie per il trascelto stato, se non coll'imporsi le più crudeli ed oppressive privazioni : come fare allora? il tempo pressa; egli si affretta, ei s' industria per affrancarsi di esami nientemai rigorosi; saperne alquanto per sostenerli è tutto ciò ch'egli ambisce, e, appena scorsi già sono i termini prescritti, ghigne in fatto a liberarsene: adunque non più corso, nè clinica, nè libri. Qual cosa egli ignora ond'essere profondo medico? La cupidigia si sveglia: non meno eccessiva dell'ignoranza e della impudenza del novello Esculapio, essa pone tutto in uso per imporre al pubblico, e vi riesce sovente; mentre in opposto il modesto sapere, senza fautori, vegeta nell'obbho. La Bruyère ha molto bene osservato die gli uomini sono troppo occupati di loro, per aver agio di penetrare o caratterizzare gli altri. Da ciò deriva che con merito grande e con più grande modestia, si può languire lungo tempo nella dimenticanza. Non vi è nel mondo tanto penoso mestiere, che farsi un gran, nome. La vita finisce, quando quest'opera si è appena abbozzata. Un giovine medico che entra nel mondo, desidera con impazienza l'epoca quando potrà godere mia generale considerazione. Incerto del destino che l'attende, ei s'inquieta, ei s'agita, si lagna della sua situazione: allorquando frequentava le scuole, riguardava qual istante di sua felicità quello in. cui non avrebbe ormai bisogno delle lezioni de'suoi maestri; adesso che è libero di questo peso, e che il titolo di dottore gli permette esercitarne le funzioni, vorrebbe che gli anni maturato avessero la sua hsonomia, perchè la gioventù sembragli ostacolo insormontabile ai suoi successi. Egli anela il momento quando la fiducia de'suoi concittadini lo ricompenserà di tanti anni da lui consacrati allo studio dell'arte sua. Un pratico, che numerosa clientela priva di tutti i piaceri, compiange quel tempo, "allorché, più felice, abbandonar potevasi alle sue propensioni, e godere principalmente di sua libertà: con dolce soddisfazione rammenta l'epoca de'suoi studj; paragona con amarezza l'indipendenza e la felicità di sua gioventù alla dura servilità nella quale ridncelo il suo ministero, e se talvolta sorride allo spettacolo del benessere clic lunghi e penosi travagli bannogli acqui stato, la canizie de'suoi capelli avvelena bentosto la gioia sua. Laonde l'uomo mai non è contento della sua sorte ! Da' primi successi o da'primi rovesci del medico nella sua pratica, in gran parte dipende l'opinione degli uomini sul di lui merito. Quanto è delicata, quanto difficile la posizione del medico all'ingresso iu società! Quanto interessasi egli de'primi suoi malati che le di lui c ure reclamano! con quale attenzione analizza tutti i sintomi morbosi ! e, nell' impiego de'mezzi terapeutici, quanta riserba tczza egli usa!! Se l'ammalato guarisce, essendo stato semplice il caso e del numero di quelli che del solo regime abbisognano, mille voci celebreranno il profondo sapere del giovane dottore, la rinomanza si spargerli da tutte le parti, magnificando lo strepito de'suoi successi; la fiducia nascerà al grido ripetuto della riconoscenza, ed il tranquillo spettatore degli sforzi della natura, sarà agli occhi di tutti un genio che comanda alla morte. Ma che una fleminasia grave e rapida nel suo corso, gli spenga in pochi giorni un infermo nel fior degli auni, che sintomi consecutivi conducano alla tomba quello sventurato chirurgicamente operato, o quel calcoloso liberato dalla pietra, l'ingiustizia e la mala fede si uniranno contro di lui : si accusano le sue cure, si incolpa la sua giovinezza, gli si contendono le sue cognizioni, e dappertutto incontra la più cieca prevenzione e le più calunniose imputazioni; e talvolta egli è costretto recarsi altrove ad iucon. tra re casi meno disgraziati e maggiore equità. Tuttavia compiagnere, un giovane medico, che nel princìpio di sua carriera non imbattesi in malattie di 29 felice risultamonto, contro te quali la natura e l'arte uniscali loro possanza, non è un motivo ad impegnarlo prestar le sue cure per le sole affezioni morbose, di cui è probabile la guarigione. La religione e l'umanità gl'impongono una legge ili visitare col medesimo zelo o colia stessa assiduità 1 infelice che un'organica affezione conduce alla tomba, o quel malato ebe i soccorsi dell'arie richiameranno infallibilmente alla vita. Uomo pubblico, egli appartiene a tutti coloro che invocano il suo ministero, quindi non può negarlo ad alcuno. Nò l'incertezza del successo, nè il pericolo di rovesciare una riputazione tuttora mal ferma, non sono ragioni sufficienti perchè un medico sia pigro o sordo a' preghi degli sventurati, che hanno riposta in lui l'ultima loro speranza. Del pari un chirurgo non deve negarsi giammai ad una operazione d'esito incerto ma bene indicata. Condannevole pur troppo è la pretesa politica di alcuni individui dell'arte, i quali, temendo di compromettersi, hanno sommo impegno ad evitare le pericolose curagioni. L'ingiustizia frequentissima de'giuchzj del pubblico può mai scolparli di un fallo le di cui conseguenze sono tanto gravi? Quanti malati sono quindi vittima di questa falsa prudenza! Quanto la fiducia può esser corrotta da vani interessi dell'amor proprio! Le qualità essenziali al medico, per riuscire nel mondo, non sono un merito trascendente, un grande impegno per lo studio ed un profondo giudizio, ma sibbene esorbitante ammasso di ciarlataneria, instancabile cicalamento, ed un'audacia che niente può sconcertare giammai. Perche tacerlo or vi a? gli uomini hanno un pendio naturale per i ciarlatani: conoscerli bene, ecco il cardine per chi aspira a grandi successi nell'esercizio della medicina. Una vernice di sanere basta per illudere il rozzo volgo. Egli è vero che la grand'arte di ammassare danari non è meta per il medico che conosce la digitila di sua professione; non men vero è altresì che gli uomini illustri, che si sono creati dei diritti alla venerazione della posterità pe'loro rari talenti, non hanno credulo onde giug-icrvi bastare uno stodio sufficiente e porre in opera ogni astuzia ed ogni raggiro, il cui insieme compone il saper fare. Ma che importa ? quei che scorgono nella pratica medica un eccellente mezzo di fortuna, non fissano alcun significato al risonante = amor della gloria, amor dell'umanità = ed inutile giudicano la scienza, poiché non è indispensabile ad essi per l'acquisto di vistosa opulenza. Eppure i medici hanno ragione di lagnarsi spessodell'ingiustizia degli uomini, Qual forza d'animo non abbisogna loro per sormontare i disgusti ila cui sono sopraffatti? Voi non sapete, diceva Lorry alla gente, quanto ci costa per esservi utili! Un medico amante dello studio ha languito quindici anni nelle scuole e negli anfiteatri fisici ed. anatomici, ha trascorso poscia gli anni più belli della sua vita nell'aria infetta degli ospedali, il pallore del suo colorito e la emaciazione del suo viso attestano la moltipheilà delle sue veglie e delle fatiche sue. Con qual premio sono indennizzati tanti lavori? Qui, l'uomo del mondo declama contro la certezza della più nobile delle umane scienze, e confonde senza pudore la medicina ed il ciarlatanismo; là, qoeglino stessi a' quali le di lui cure hanno reso la vita, negano il ricevuto benefizio, onde dispensarsi della riconoscenza: altrove, qualunque sia l'estensione e la base di sue cognizioni e gì' incredibili suoi studi per aumentarle, il dotto filantropo medico stentatamente può formarsi una mediocre clientela, mentre al contrario nn ignorante non ha, dovuto die presentarsi in società per occupare tutlo il grido della rinomanza. Se gli uomini non ricevono dalla, medicina tutti i benelicii che sperar ne possono, ne debbono incolpare sè stesi. Essi, che all'intrigo ed alla ciarlataneria tanto facilmente accordano fidanza, solo dovuta al vero sapere; che favoriscono così spesso l ignoranza senza discernimento alcuno, e disconoscono il inerito verace ; che non aprendo mai gli occhi sopra i mezzi adoperati a sedurli, non sanno che nulla può supplire all'applicazione ed allo studio, che l' esperienza non istruirà giammai colui che non sia in istato di profittarne, e che il maneggio è quasi sempre la sorgente de'più funesti emiri. I giovani medici generalmente sono buoni, umani, compassionevoli, pronti a credere le promesse colle quali vengono lusingati; amano i loro infermi; nessuno ostacolo a' loro occhi mai non si fa incontro: la carriera che s'apre loro dinanzi sembra sparsa di fiori; e la loro immaginazione sedotta li persuade che per riuscire nel mondo è sufficiente servire gli uomini ed amarli. Illusioni amabili, voi sedurrete pòco! II paradosso del trionfo dell'ignoranza non tarderà a stancare bentosto ed opprimere il loro amor proprio ; la dimenticanza, l'ingiustizia, la parzialità, il raggiro squar ceranno a brani il troppo sensibile loro cuore ; e l'ingratitudine sarà il colmo del disinganno. Veggansi a questo proposito le seguenti opere: Plàtius, De medico audace; Heister, De medico nimìs timido; Sonnet, Satire contre les cliarlatans et les pseudo-médecins empiriques; Coquelet, Criiique de la charlahmerie; Dolàeus, De juvenis medici idea errante philosophico-medica; MimcHmr, La scuola del giovane' medico. Una' diffusa' celebrili) talvolta è meno l' elogio di un medicoj'cbe la satira del pubblico. V, : ' Si consultino le opere seguenti: Licetusv De optiiuo ^medico: Chiappa, Ippocrate, modello de' medici. La medicina non è una scienza incompatibile coli' uso de' sociali trattenimenti, nè esclude colui che l'esercita dalla politezza, dall'amenità, dalle grazie, clic formano il socievole diletto. Si può esser medico ed uomo di società medesimamente; e se alcuni malinconici dottori declamano contro lo sludio dell'arte di piacere, in ciò hanno essi meno riguardo alla dignità di loro professione, che all' impossibilità di correggere la pedanteria del loro carattere, ed il ridicolo delle loro maniere. Quella imperturbabile gravità che portano in società, come al letto de'malati, è un velo sotto il quale occultano sovente una crassa -ignoranza; e quegli inetti sarcasmi che lanciano contro que' loro colleghi che aggiungono al sapere uno spirito penetrante ed amabili forme, altro non sono che la confessione della secreta loro gelosìa. V arte di piacere e quella di guarire hanno fra loro strette connessioni. Se nn medico, troppo tardi apparso net mondo, 0 di carattere molto serio e grave, non può acquistar quella giocondità e quelle grazie naturali che costituiscono l'uomo amabile, egli deve mostrarsi tale, qual egli i; ma non sostenere un posto in cui sarebbe fuor di luogo. Chi dalla natura non riceve la piacevolezza, indarno vorrà simularla; colui che non è dotato d'un facile umore, affetta invano l'amenità: ì suoi tratti, le sue maniere, i suoi discorsi, tutto in lui è stentalo; ei diviene ridicolo per la ricercatezza di voler piacere. Pochi medici hanno goduto pieni successi di amena società come il famoso Procopio. Egli era amicissimo di molti uomini celebri del secolo dee imo Ita vo, ed il suo nome si trova spesso ripetuto ne' loro scrìtti. Piccolo di statura, brutto e gibboso, non fu perciò men ricercato nella società. Si hanno di lui alcuni brani di versi piacevolissimi, una commedia dimenticata, e cattive opere di medicina. Per riuscire nel mondo, bisogna formarsi necessariamente una maniera di essere fittizia, giungendo a possedere quella riserva abituale che reprime tutti 1 movimenti spontanei, quella pieghevole compiacenza che a tutto si adatta, ed una attenzione sempre vigile nel ccrcarè in ogni oggetto una occasione di piacere. Il medico più d' ogn' altro ha bisogno di un carattere flessibile e dì uno spirito insinuante: chi meglio di lui conosce quanto le passioni siano i motori degli uomini? Alcuni, giovani medici, troppo cruciati dello studio, vivono co' libri e nella lettura, e si. sottraggono alla società, per dedicarsi alle. (lolle loro ricerche, Questa occupazione postante ; dà. loro un;. aspetto imbarazzate», ed un timido coufteguo, di cui mai non possono correggersi, e che nuocono talvolta ai successi, a'quali la mqltiplicità e la profondità delle loro cognizioni li appellano. Ogni uomo pubblico. non deve dimenticare sulla di ciò che può assicurare la sua rinomanza. Ogni medico deve portare molta, cura ad . acquistarc i ciò che può mancargli sotto il rapporto delie .apparenti qualità, come eziandio a per fon io u are quelle del suo ingegno. I medici poi sono dispensati il' assoggettarsi interamente alle leggi dell' etichetta, .come una dì loro prerogative.,., >, I 1 >, >.• i.'-i-i i'. Raccomandare al medico 1' uso della società., non importa volerne fare un. zerbino, uu £iceto, uu bell'umore di sollazzevole compagnia ; dissuadergli il pcdautismo od una esagerata gravila, non tende, a prei scrivergli di abbandonarsi senza ritegno a divertimenti innocenti in sè s lessi e piacevolissimi, ma poco compatibili colla dignità del. suo carattere. Un dottore non deroga punto, coltivando, j^rti- amen q, q prestandosi talvolta a'giuoclu. di. Tersicore.,,; in .un convegno di scelti, anaci : uia il ridicolo è prossimo all'abuso, e la professione di quello è : molto grave f onde porre molta. riserbate,zza in tali l'utili passatempi. La vera urbanità sceglie e, conferma i'modi esteriori con le condizióni. È: tale la. severità del pubblico, che pensa male di un medico troppo abile nelle arti 4t ci nette - scienze, -'ohe -non,1 tanno rapporto dilètto colla sua professione essenziale e p ri mitri' aJ Gohii; chs vedesi sempre! ih iriiezzo alte feste ed a'tripudii) séni, braló^pqcd-bccup'àto oi tròppo aliedo idaH'arle sua. Rmunziare-idunque a' suoi gusti più diletti; eia» u^ahriegàzÌQne di sé stesso, ecco! il saccifiaioinlposU a medici. Essi appartengono alla /società, ;.!e: jquestì chiede da loro stretto conto di tutti i loro istanti, e sorveglia i loro piaceri; Un medico non; può gustare in riposo alcon sollazzo':. di giorno, non. può egli promettersi clie poche. ore di quiete; nella notte, il sonno 'suo dura sino a tanto che gli altri non r librino . bisogno di turbarlo con le ordinarkriiótturHe'niòieatie :( Ficq, ifìdfyrfr, ., .,„j,./.,{ ..)'.,(, B Kf'ì'il» ; Sotto Luigi XIV, i medici affettavano una pravi là eccessiva, . Molière; IsìibeSb di ! loro: i mpedantì dispaiv vero; ma i cicisbei sono venuti; e questo ridicolo È -forse più insopportabile dei pruno. Oh airip fori racconta l' aneddoto seguente sopra! uno di qile' dottori alla moda. D'Alembert trovatasi: presso madama J)u .Deuaiit,'ove erano il 'i presidente HenuùH :ed- il.'ia»gnor iPont-de-Vesle: sovraggiugne un medico nominato Fournidi^ il: quale, eulraiide; :dice- a màdaiha Ueffant: Madama, io . vi presento il mìa umilissimo iritìptUtOt al presidente Hénault: Signore, io li ò l'onore di salutarvi; al signor Pont-de-Velsè : iSignore, io sono il vostro iiuiilìssimo servitore; e rivoltosi a D'Alembert: Buon 'giorno, signor abate. Evvl più ridicola peUegoleria.'d*, questa vana e falsa pretensione ad osservare le sociali convenienze ì Questo stesso -.Fouinier è l'originale del Medico del Circolo, commedia di Poiusinet, dedotto da quella di Palissot col medesimo titolo. A qnal punto ormai può un medico liberamente coltivare le arti dilettevoli! La soluzione del quesito è di già presentita. Qualunque sìa il di lui gusto per esse, sacrificar lo deve al pregiudizio del pubblico, o secondarlo con estrema circospezione. Senza dubbio, il flauto a Boerhaave niente scemava a'di lai rari talenti; laonde coloro che godranno di uguale sorprendente celebrità, potranno allora, ad esempio di quello, mostrar senza pericolo il loro trasporto per la musica; ma fintantoché analoga reputazione acquistar si dovranno, prudenza esige, far bene astenersene. Ed avvegnaché, oltre l'opinione conosciuta del pubblico sulla incompatibilità della coltura della medicina e delle arti, bisogna ritenere ancora quante seducenti attrattive sono in queste, che dallo studio cosi arido e penoso delle mediche scienze possono facilmente distogliere. Colui che al sapere unisce la civiltà, un carattere piacevole affettuoso ed ameno, e la compagnevole leggiadria, è più opportuno d'ogn'altro a bene esercitare la medicina: egli onora la sua professione, ei la fa amare. Alcuni medici vivamente sensibili, o per dir meglio di poco spirito, si irritano contro la società declainatrice contro l'arte loro, e contro i filosofi che, come Montaigne, Molière, Rousseau, non credono alla certezza di essa. Qnal bizzarro capriccio) Veggansi le opere: Le Fhàhcois, Réflexions crìtìques sur la médecine. Odwyer., Querela medica. Pljitz, De oedantismo medico. Il ginevrino Odier, in nna Memoria letta all' In stituto Nozionale di Francia, ha provato con evidente dimostrazione i vantaggi, che trarrebbe la medica scienza nel suo paese, da una fondazione a perpetuità, destinata al sostegno di alcuni medici nelle università straniere. Una tale istituzione sembra dover essere la più utile. Questo progetto è stato gik concepito ed eseguito in Inghilterra dal dottor Radctiffe, che ha legato i suoi beni ad un al nobile uso. "Volle questo medico che due studenti, dell'università di Oxford, godessero per sei anni d'un* annua rendita di seicento lire sterline, a condizione di passare almeno cinque anni fuori della Gran Brettagna. La poca cura posta nella scelta de' soggetti, la coi nomina ad alcuni signori appartiene; ¥ assoluto difetto di regolamenti per esìgere da loro un discarico dell'impiego del loro tempo, hanno paralizzata una istituzione, clip sembrava 'promettere, dice Oilier, grandissimi vantaggiosi risii! lamenti. Ma, secondo Valentin, i candidati ora ottengono queste missioni a concorso, nella gran sala dell'Università, in presenza del suo cancelliere e degli nffiziali della Corona. Allorquando un uomo d'alto merito si annunzia in alcun luogOj la rinomanza proclama bentosto il suo nome da tutte le parti; il suo genio esercita sommo potere sulle nazioni straniere, e le contrade le piti remote gli inviano discepoli ed. ammiratori. Chi ignora l'inconcepibile affluenza degli allievi d' ogni paese alle lezioni di Boerhaave, di Morgagni, di Unnici-, di G. P. Franck, di Scarpa, di Sementini? La scienza deve molto a questi omaggi resi alla celebrila. Quanti abili chirurghi, anche fra gli stranieri, non ha for.fl*i^J'UlM*re;ne9aMtì.Moltìic^eriìWri-.disliiUi;jiiit:ii•mpltèi diivano il vanto essere stati allievi di ini; le,»iie. leziqjli ed i suoi esempi inibivano più de' miglio ri libri nello ammaestramento : e- quei che pec goderne oltrepassavano .immense distanze, 'iie trovavano la ricompensa .nell'entusiasmo di cui egli li accendeva per la phiiiurgia, e nel rapido incremento del loro sapere. . r .; Superfluo ; sarebbe provare ulteriormente l'utilità dti' viaggi iinedici : essi estendono la sfera delle cognizioni del medico, gì' 1 insegnano a comparare le opinioni, tid .apprezza re i sistemi') ma il maggior vantaggio che. gli' procurano è dì metterlo iti relazione .cogli: uomini più celebri d'ogni contrada, e fargli Ot;te.ne(e. dalla .loro; beilevoleftza' conoscenze,e .rapporti . del, .maggiore interesse. j., „ '-. ii l. !.. cniutou Qual, differenza. ..jj-a il leggere là descrizione, di un . processo operatorio in un'opera periodica, e vederlo praticare 'dliì suo inventore sul vivente ! -Quanto i«na' prezióse le Osservazioni cliniche filliteial letto- degli ammalati; o nella, intimità del congresso de" dotti -'ohe primeggiano nell'arte di guarire! Un mcdieo illumi-; nato che visita gli stranieri 1, studia con cura ti! lorte metodi' d' insegnamento e di terapeutica ; > osserva i grandi medici nella Iqrd predica pat'ticdlarej si ini pai-, dronisce sul luogo del carattere delle endemìe, osserva le gradazioni die esibiscono secondo lemslat^' lie epidemiche e sporàdiche, e secondo le rpgicmi; nota con esattezza tutto ciò che- e raltttivo alla pò*, lizia degli ospedali, visita le collezioni, di storia natoraic e di anatomia, patologica, e fissa principalmente' l'attenzione sulle innovazioni introdotte nel dominio; della materia medicai' 1 'i*f ' ' h >i'»"l '">i liti Mn un medico non può trarre vantaggio del suo soggiorno nelle straniere focóltà, s'ei non adempie le' seguenti condizioni: i.° È indispensabile possedere la lingua 'del paese : coma potrebbe egli, se l'ignora,' seguire le lezioni de' professori, leggere Je opere no-, vel!e, ed assistere alle mediche conferenze?' un^int^r-' prete, è fastidiosa ed insufficiente risorsa. à"-Se'iè>cognizioni tìi lui non siano di già molto éste'seì, gli sarà impossibile ben ponderare le teoriche ed i fottirecenti che gli; saranno' partecipati, e comparare ciò che preventivamente ei sa. Per questa ragione i vjag^i' mèglio ammaestrano gli uomini instruiti: costoro sa mio difendersi dalla seduzione a cui sospinge naturalmente tutto ciò che è nuovo; essi soli sanno ««servare, di*- . scutere e giudicare. 3° Di tutte le qualità morali; la più preziosa per il . medico viaggiatore è un sano giudizio, col quale indaga e distingue ciò che è buono essenzialmente, da ciò che è vizioso o indifferenti;; né ritiene come scoverte preziose le bizzarre innovazioni, ed apprezza di più i fatti pratici, e gli oggetti di utilità dimostrata, che non lo vane teorìe o le brillanti speculazioni. Alcuni medici o chirurghi di chiara rinomanza, animali d'ardente zelo per i progressi deli' arte di guarire, hanno intrapreso, in epoche diverse, parecchi viaggi presso le nazioni più illuminate e dotte d'Europa, onde conoscere da loro stessi i gradi di perfezionamento della scienza. In effetto allorquando sparsesi in Francia la fama che Cheselden onerava col massimo successo un nuovo processo operatorio per eslrarre i calcoli dalla vescica, Morand propone all'Accademia delle Scienze d'andarvi in persona ad esaminare ciò localmente: egli vi fu spedito, ed ottenne dal celebre operatore di Londra le istruzioni ohe desiderava con tanto ardore. Simili nobilissimi motivi condussero Chopart, Valentin e Roux in Inghilterra, e G. Franck a Parigi: merito più laudevole in questi sommi dotti che nulla aveano da invidiare agli stranieri ! ' t Il più illustre de'medici viaggiatori è stato il gran vecchio di Coo. Ippocrate, ad esempio de'filosofi del suo tempo, andò a cercar lumi in remote contrade: egli percorse la Grecia, l'Asia e l'Europa, le isole dell'Arcipelago e delle coste del Settentrione, e le contrade che avvicinatisi agli Sciti nomadi ; in Tracia poi ed in Tessaglia egli si fermò assai lungo tempo. Riconoscendo nei viaggi fatti tra le indicate condizioni, vantaggi certi ed evidenti, creder pero non debbo n si d'estrema o precisa necessità. Avvegnaché qual è il loro scopo! conoscere i progressi dell'arte di guarire presso gli esteri: ma tutte le utili scoverte, tutt' i fatti degni di rilievo, i nuovi interessanti processi cperatorii, sono pubblicati da'loro autori, o da quelli ebe li avvicinano, quindi conosciuti pur sono da tutta la gente dotta europea. Morand non era pervenuto ancora in Londra, nel 1736, che Garengeot e Perebet aveano scoperto ciò che egli cola andava rintracciando. Lo aver troppo vagato nel mondo è anche meno un titolo di raccomandazione. Quanti medici, per lungo tempo cosmopoliti, che vengono finalmente a stabilirsi fra noi, non hanno guadagnato nelle loro corse moltiplicate fuorché alcuni errori dippiùl Aggiungasi a queste considerazioni che un medico, arrivato in una capitale straniera, può difficilmente giudicare convenientemente gli uomini co'quali è in rapporto, e gli accade sovente considerare e spacciare, colla miglior fidanza possibile, per grandi medici o abili operatori, individui troppo mediocri, mentre si tace di dotti valentissimi, di cui ignora vasi l'intrinseco merito. Veggasi Bartholihks, De peregratione medica. pX»^um^J^;l ! r; ^ Delle Società di Medioimt. ['' ili : perfezionamento dell'arte di guarire; è Io .scopo delle • Società ili medicina: esse esaminano lo acquistàle> cognizioni, ripetono gli sperimenti ed i ..saggi), li ritrovati, le scoverte che interessano la salute degli nomini, coltivano tutte le scienze mediche e le scienze fisiche ne 1 lóro rapporti colla medicina, chiamano nel, loro seno tutti coloro che si addicono con ardore e : successo al loro studio, si valgono de' lumi di tutti i dotti dell' Europa, mantenendo con essi una attiva corrispondenza, raccolgono gli sparsi fatti, e pubblicano le nuove invenzioni e scoperte, propagando delle questioni di cui la soluzione c propria a favorire lo sviluppo delle mediche venia teoriche o pratiche; e finalmente nessuno de'mezzi trascurano che liberar possano l'arte di guarire da vani sistemi, e stabilire principii generali fondati sull'osservazione della natura. Molte di esse hanno instituito vari regolamenti onde soccorrere l'indigenza di gratuite consultazioni : queste cliniche sono vantaggiose, e per l'onore che la loro esistenza fa diffondere sulla medicina, e per gl'importanti servigi che gli sventurati ne riscuotono : e sottraggono inoltre non poche vittime al ciarlatali ismo. Nelle pubbliche tornate di queste dotte adunanze, uno de'membri rende conto de* lavori della società: altri membri l'anno omaggio a' loro concittadini dei risultameuti delle loro ricerche e delle loro meditazioni sopra i punti diversi delle mediche scienze che hanno occupato la loro attenzione. Non si farà qui la superflua e troppo lunga enumerazione de' benefizi, che la società deve allo stabilimento delle Academie di medicina; nè insisterassi sugli immensi progressi che hanno concorso a migliorare l'arte di guarire; nè qui vuoisi presentare lo storico ragguaglio de'fasti loro, che hanno cotanto illustrato la medicina e la chirurgia. Pubblicando le loro Memorie eia raccolta de'premj per quelle diggià coronate, le società mediche molto contribuiscono al perfezionamento della scienza di cui si occupano. Ed i giornali ch'esse rendono eziandio di pubblica ragione, riguardar si debbono qual deposito de' loro lavori, e generalmente come quello di tutte le mediche cognizioni. Compongousi questi di osservazioni, di memorie, di analisi di opere nuove, sotto i quali rapporti utile interesse presentano. È loro scopo far conoscere tutte le scoperte, diffonderle dappertutto, e valutarle: l'esteso dominio della medicina loro appartiene, il quadro statistico presentar ne deggiono, e seguire passo a passo ì progressi delle diverse scienze clic vi si riferiscono, paragonare la dottrina degli antichi a quella de'modemi, ed apprestare sufficiente idea della letteratura medica straniera. Un pratico occupatissimo non ha il tempo di leggere molti libri: un buon giornale gli offre il sommario delle mediche novità; e per i medici di provincia è specialmente utilissimo, che di rado le novità conoscono, ed in gran parte le ignorano. I giornali di medicina offrono utili materiali allo storico dell' arte, di guarire; agli oltramontani conoscer fanno lo stalo della scienza; e presentando in fine un momentaneo interesse, che formane il pregio, possono perfettamente conciliarsi col merito più solido dell' istruzione. Un giornalista di queste materie apportar deve, nello adempimento dell'impegno suo, uno spirito emancipato d'ogni sistema, d'ogni pregiudizio; mostrar l'errore con accorgimelo } ma perseguitare il ciarlatanismo con intrepido coraggio ed inalterabile costanza. Le analisi delle novità mediche non potranno esser utili, che allorquando avranno una estensione proporzionata all'importanza dell' opera, e la critica o la polemica siensi compenetrate evidentemente nelle idee dell'autore. E debbesi ornai desiderare che non avvengano più a' dì nostri quegli attacchi indecenti e vergognosi, che offuscano la reputazione d'uomini, meritevoli di slima reciproca e del civile rispetto di ognuno. Nò tale e il linguaggio che i dotti usar devono: i giornali di medicina sono fatti per arricchirsi de' loro lumi, non per servir loro a campo di guerra. È però vero clic all' aggressori; il torto :ippartieiie, ma uno spirito superiore nioslra maggior grandezza d' animo nello sdegnare una ingiuria die nel vendicarsene ; dirigendo egli a' suoi nemici, a'suoi vili detrattori (che, forse inabili in tutto, vanamente si sforzano atterrare l'altrui rinomanza, alla (.pitale pervenir non polendo sì vendicano col dime male) le severe derisioni del ferneyano filosofo, ilfjle, mais rampe; o imitando l'austero disprezzo di Fontanelle, un silenzio cioè imperturbabile e costante, dedotto dall'avviso dantesco: Boa rujjiouar,|i „, a guarda e passa; omettendo anche spesso di guardar mezzo facce, bifronti o protei mostri. Un giornalista imparziale, nel render conto di un'opera, manifesta gli errori e le inesattezze, ma rispelta sempre l'autore; nè mai permettesi lanciargli contro verun epigramma. Gli amari sarcasmi ristuccano, senza persuadere giammai. Egli deve accuratamente astenersi e dalla preoccupazione dell' odio, e ' dalla prevenzione dell'amicizia o delia stims; questa ' accieca talvolta i nostri aristarchi; laonde si desidera almeno che non profondano con eccesso i loro elogi a coloro non del tutto sforniti di merito, ma che in realtà non sono quali voglionsi magnificare. Le lodi {Dici, fjhilosophitj-) recano nocumento a chi le dà, senza giovare a chi le riceve. Taluno de' nostri medici è qualificato come eccellente scrittore, e frattanto nello sue opere sembra che ignori le regole primordiali dell'arte di scrivere. Queste perpetue ed esagerale adulazioni, che ricevono ne' giornali alcuni individui titolali, non daranno peso alla posterità: bisogna anche una misura negli encomi che si dedicano a' sommi talenti. Gliénier ha esposto perfettamente le qualità che un buon critico posseder debbe. L'ignorante, egli dice, non vede la beltà, il detrattore non vuole vederla, il critico la vede e la mette in evidenza. Parla egli de' grandi scrittori che furono, con rispetto se ne occupa, ma non già con idolatria. Il critico, giusto verso i trapassati, è giusto e benevolo verso i viventi: ei non si limita all'ammirazione de' capi d'opera, ma paga un tributo di stima agli utili lavori. La critica è la scienza del gusto, illuminata dalla giustizia. Scoprire e mostrare gli errori in una medica novità, rilevarne le inesattezze, dimostrare 1 vizi del piano, estrarre e volgere in ridicolo alcuni brani difettosi, non è impegno troppo difficile; un giornalista però opera meglio nel far conoscere il buono d'una produzione, che fermandosi sui difetti di quella. I sarcasmi costano meno d' una giudiziosa riflessione, imperciocché — Crìtiquer est aisé, juger est difficile. — D'ordinario gli errori di un'opera non attirano tante critiche all' autore, guanto le bel Istruire è lo scopo della critica : per adempirlo, un giornalista deve possedere profonde e svariate cognizioni, onde ben giudicare delle relazioni riferibili alle mediche scienze. Una vasta erudizione non lo dispensa dall'arte di scrivere, e principalmente dal gusto, senza il quale le sue critiche ributterebbero il leggitore. E nel render conto di un libro novello. eviterà egli ogni sorta di digressione, seguirà ii cammino dell'autore, e produrrà le di lui principali idee, sia per approvarle, o per confrontarle con altre analoghe, emesse da contemporanei o dagli antichi ; cercando ancora per sostener l'attenzione di variare il suo stile secondo il tema. La natura delle materie sottoposte alla sua critica, non lo esclude di scrivere colla bramata eleganza. Queste riflessioni generali sulle società dì medicina saranno scusabili certamente, avendosi avuto l' intendimento di seguire il medico in tutte le situazioni, ove la sua professione potrebbe ridurlo, cioè di accademico, giornalista, ed autore. Il medico più abile è colui che alla vecchiezza riunisce un vero sapere: gli anni nulla hanno tolto alle suo cognizioni: l'età anzi lia maturalo di più il suo giudizio. Non meno istruito del giovane medico, più franco nell'arte d'osservare, ed a costui superiore, egli possiede inoltre il prezioso vantaggio d'una lunga esperienza. È vecchio medico colui che è saggio ne' consigli, intrepido ne' pericoli, accorto a preveder l'avvenire, di molte risorse, e di grande dottrina. 11 sapere invecchia un giovane, l'ignoranza fa d'un vecchio un alunno; ciò che manca all'eLà, lo compensa il talento : Quid numeras annos ? vixi 'maturior annis, Ada semin facilini, haer, numeranda fili. Ma non per lo scoprire una calva testa o adorna di capelli bianchi, può un pratico manifestare d'aver del merito, chè dimostrasi bensì in una professionale conferenza, principalmente al lcllo dell'ammalato. Gli antichi statuari! non depilavano la testa venerabile di Esculapio; nè la calvizie fu mai una prora del genio. Un giovane può essere gran medico; e difficile cbe un vecchio sia gran chirurgo d'esercizio. Celso vuole che il chirurgo sia giovane, almeno poco inceppalo dagli anni: allora soltanto egli unisce il fuoco dell' immaginazione alla destrezza ed alla fermezza della mano. Un vecchio operatore non intraprender?! giammai quanto un giovane; l'età gli comunica Una invincibile timidezza, che spesso col nome di circospezione si onora. Il positivo ingegno, non il corso degli anni, fa 1' elà del medico. Un giovane dotato di criterio medico, può essere precocemente un buon medico; ed un pratico di sessantanni, tuttoché egli ave&c veduto centomila infera», non sarà medico giammai, se trovasi sfornito d'i questo prezioso dono della È un pregiudizio adunque il riguardare qnal miglior medico colui, che ha veduto il massimo numero possibile di ammalati. Tale è pur tuttavia Io errore del popolo; egli non domanda, dice Zimmermann, se i'l tal medico sia istruito, penetrante, di genio, ma se abbia canuti i capelli: per lui un uomo maturo è necessariamente più abile di un giovane, e conchìude che avend' egli più veduto, debba anche più rettamente pensare. Epperciò c comune Co^a negarsi dal volgo la (tua fiducia ad alcuni medici di segnalalo merito, a'quali non sa perdonare la loro gioventù; mentrecbè senza misura inconsideratamente l'accorda a vecchi medici, indegni di qualunque stima. Esperienza e vecchiaia, sono due espressioni ch'egli crede inseparabili: e la deduzione di ciò emerge naturalmente, imperciocché ei non distingue la vera esperienza dal semplice vedere ed esercizio superficiale. I vecchi, anche più istrutti, secondano estesamente l' opinione del volgo. Un giovane del più grande talento, è a'ioro occhi mi giovane soltanto; e giammai possono sospettare probabile alcuna parila fra loro provetti. Ed ìntimamente convinti del proprio grado superiore, mai lasciali essi sfuggire occasione veruna onde far ciò valere, sia ne' consulti o negli scrini loro: eglino li videro nascere, hanno diretto i loro primi passi nella medica imitici':], comi? agguagliar li potrebbero? Indarno sarebbesi quegli dedicato tutto intero allo studio- della medicina, e negli ospedali sotto i migliori maestri, in quella età felice quando l'immaginazione è vivissima, e la memoria tanto vasta e tenace: invano sarebbe egli debitore alla costanza de' suoi lavori, favorita da propizie naturali disposizioni, e da brillanti ripetuti successi } cionuonoslanle sarà egli sempre pei vecchi un giovane senza esperienza, che promette solo qualche cosa per l'avvenire. Sessant'anni di pratica è una prerogativa, alla quale riunisconsi tutte quelle qualità, il cui insieme forma un gran medico! Però meno si vanaglorierebbero dì loro esperienza, se ricordassero il saggio dettato di Galeno: Medicos qui solam experientìam scquiuitur non admitlimas 3 quonìam ipsi siati Ulìotae jacittnl, quae vident inspicieru.es, et rerum quidem eventata cohtuentes, causam autem ignorantes. Un poco d' invidia forse nemmeno manca ne'giudi zi resi da' piatici anziani pe'loro giovani colleghi : tulli mettono al confronto l'annosa esperienza, di cui tanto premurosamente si prevalgono, conlro la non curva gioventù, che sembra loro difetto grandissimo per un medico. 11 che non a' vecchi medici in generale si dirige, ina a' pratici di mestieri esclusiva mente. Allorquando un medico arriva ad avanzala età, dopo lunga e felice pratica; allorquando un sapere estesamente riconosciulo gli ha acquistato una meritala considerazione, onorato nel mondo, veneralo da' giovani di cui è il Mentore, termina egli infine gloriosamente una carriera percorsa con distinzione. Chi non ha provato un vivo sentimento di ammirazione e di rispetto, avvicinando questi illustri vegliardi, la cui testa oltraggiata dagli anni, conservando bensi il fuoco di giovinezza, richiama l'immagine degli antichi grand' uomini ? Chi non ha sentilo una religiosa emozione, ascoltando la loro voce tremante e fioca in quegli anfiteatri che per sì lungo tempo hanno eccheggiato delle loro dotte lezioni ì Non havvi spettacolo cosi imponente nè più rispettabile della vecchiaia di un medico, che ha passatola vita sua nell'esercizio de' doveri del suo slato, nè altra stima esiste più legittima di quella profondamente sentita, che egli inspira. Ma concedere una cieca insensata considerazione ad un pratico, unicamente perchè il tempo ha increspato la sua fronte ed incanutito la capelliera, e 58 negare Farle di osservare e l'esperienza . a' giovani perchè non sono ancora vecchi, non' è qucslo un ridicolo pregiudizio, contro il quale la ragione e l'interesse dell'umanità non reclama abbastanza? E mentre la vecchiaia indebolisce le intellettive facoltà degli uomini, un medico ignorante goderà forse egli solo l'esclusivo privilegio di ricever per essa f esperienza il giudizio e l' ingegno, di cui è Stalo privo per tutta sua vita? Firtiitem non prima negatit, non ultima domini Tempora. Quali prerogative in favor" loro invocano i vecchi medici? I giovani, essi dicono, hanno poca pazienza, nessuna assiduità, nessuna circospezione; la loro impetuosità li trasporta; noi soli interrogar sappiamo la natura, noi giudicare maturamente, perseverare con costanza nelle nostre risoluzioni, e finalmente osservar bene V andamento delle malattie; un lungo esercizio ci ha illuminati sulle loro complicazioni, e loro varietà: fami gli a ri zza ti con esse, al primo colpo d'occhio discernere noi sappiamo il loro vero genuino carattere, malgrado l'oscurità del diagnostico; instruiti dalla pratica, noi soli conosciamo bene l'azione de' medicamenti, e la scelta che di questi far convienili; alla conoscenza squisita del genio delle malattie aggiungiamo inoltre nuovo vantaggio, non meno prezioso, quello di un metodo sicuro, invariabile, e che venne da una lunga sperienza consacrato, 17 età, replicano i giovani, sminuisce i lievi tab ilmente 1? energia delle facoltà in Ielle ttuali. Orazio lia detto : Multa senati circumt'enìunt incommoda; e Virgilio : Tarda renectut Debilitai viret animi, mutatque vigorem. "Sii puossi più disputare sul vantaggio d' una felice memoria. Questa dà la scienza, e, secondo Galeno, la scienza è l'esperienza; ed a' vecchi, pur si conosce che la memoria manca: . Prima lunguescit semini Memoria lorigb lassa sublabens fimi. Gli oggetti esercitano Sopra di noi una impressione più viva; noi siamo più atti ad osservare e ad agire, più fecondi in risorse, più indipendenti d'ogni sistema, più intrepidi ne'pericoli. Eaglivi, morto a trenlanove anni, fu il restauratore della medicina. Prospero Alpino^ prima del trigesimo suo anno, disposti avea i materiali della sua grand'opera l'Egitto. Bi chat, morto di trentun anni, e Scliwilgné e Boisseau, rapiti nel fiore dell'età, sono nel rango di coloro che hanno grandemente illustrato l'arte di guarire. Chiunque, a treni' anni, non è buon medico, non lo sarà giammai: non per gli anni, pel sapere bensì, debbe un medico essere stimato. Utilissima a'giovani sarebbe la loro unione con i pratici, che per lungo esercizio di loro professione limino acquisiate) molta esperienza; desiderevole sarebbe ancora che solto di questi dimostrassero il primo eaggio di loro idoneità: laonde, guidati per avveduti consigli, eviterebbero quegli errori che le più estese teoriche cognizioni non bastano far loro prevedere. Questa sorta di patronato era prima più comune d'oggidì: di rado veggonsi altrove come nella capitale, de' giovani dottorelli seguir tuttavia la pratica degli spedali, o collegarsi a que'clie li hanno preceduti nella carriera. Pregevolissimi saranno sempre gli avvisi d' uno sperimentalo clinico, gl 1 insegnamenti, ed ì suoi discorsi. H seguire per parecchi anni la pratica di un buon medico, offre ancora ai giovani un altro vantaggio: essi si avviano nell' acquisto della fiducia degli ammalati, e cominciano a farsi conoscere. Spesso il rispettabile professore che li dirige, lor cede ed assegna interessanti casi ed osservazioni, compiacendosi egli ognora d'agevolare la loro gloria ed i loro trionfi. Partecipando al frutto della clientela di lui e della sua esperienza, quella propria più sollecitamente sì formano; al che riuscir non potrebbero, se di sè stessi fossero in balia. Nè solamente il loro Mentore conducali alla via dell'istruzione, ma eziandio li guida a quella della fortuna. Colui che avrà la sorte di trovare sin da principio un abile pratico, che voglia scortarlo in società, e formarlo nell'arte di osservare, dovrà retribuire beneficj tanto segnalati colla più viva riconoscenza; Glie egli ascolti con rispetto le lezioni dell'età matura: che si proibisca quella presunzione cosi familiare a'giovani, e tanto contraria Y progressi della scienza; e si accostumi ben presto anteporre i precetti dell'esperienza alie brillanti teorie delle scuole. Conservino sempre i giovani medici, si ripete, la. più fervida gratitudine per colui che li ha iniziati ne' misteri dell'arte di guarire, ed abbiano per lui un profondo rispetto ed invariabile attaccamento; quindi amarlo è uno de' loro primi doveri. Onorare i suoi maestri, importa onorare sè stesso. Se il discepolo venera il professore, si gloria costui de'progressi del suo allievo, i dì lui successi formano il di lui gaudio; egli identifica la sua riputazione alla propria rinomanza, ed un medesimo vincolo di stima e di amicizia li affratella ed unisce. Mancano le espressioni onde potersi degnamente lodare quell'uomo illustre, da cui tanti giovani medici hanno ricevuto cosiffatti benefizj, vedendolo interamente impegnato ad aiutare il merito nascente, ed a sostenere colla sua prolezione e co' suoi mezzi tutte le intraprese dirette al perfezionamento della scienza. Veggansi le opere di Stebler, Optima seu non annorum sed virtutum numero computata medici aetas deducla; Stahl, Disertano da practicorum veteranvrum praestantìa; Ioncker, Diss, inaugar. medica qua esemplo plethorae demostratur quod bonus theoreu'cus bonus quoque sit praticus. Giovan-Giacomo Treyling ha sostenuto nell'università d'Ingoiataci, nel 1736, una tesi, nella quale sono discusse queste due quistioni ; Un medico debb'egli menar moglie? Qual donna gli conviene mai? Eppure costui non ha tratto forse dal suo tenia Lutto il partito eh' ei presenta. Tréyling declama troppo contro lo slato del maritaggio, confessando medesimamente che il volgo accorda con minor facilità la sua fiducia a' medici celibi che a quelli avvinti da'nodi d'imeneo:' osservazione evidentissima questa, e di gran peso. Egli passa in rivista successivamente lutti i disgusti e gli affanni che fa provare al marito la moglie opulenta, o quella che per natali dislinguesi, ovvero se alla classe plebea appartiene; e piacegii citare tutti i passaggi e dettati de'filosofi diretti contro il maritaggio, insistendo finalmente su certo pericolo che si indica L'i j i Dy Co qui appresso con le testuali parole del dottore di Baviera : Jccidit et hoc viro praesertim medico, quod si juvenculam sibi junxerit, fiancque fbrmosani, Imbeat quod metuat ìllud Epicteti dicentis: Qui formosam duxerit, habebit communem. Cura enim medicus densa praxì obrutus, nec domus nec uxoris custos esse valeal, quid? si haec interim hospitalis alt, et Dianam aemulata cornifica metamorphosi marilum cervina superbum corona in Acieonem transformat, kaeredesque ipsi afferai, non nisi adamitico cum ipso sanr guine conjunctos? Ita ut non sernel saltem tacite secum murmurare querelas debeat: hauti ego mi uxorem duxi, tulit alter amorem: sic vos non vob'is. ( J. J. Treyung, An et qualern medicus debet uxorem ducere, Orai. ìnaugur.). Questo scrittore più serie obbiezioni avrebbe dovuto proporre contro i legami del maritaggio: le declamazioni sono sempre false, e fanno vedere un lato solo degli oggetti. A'ridicoli pericolameli ti che fa temere il tedesco dottore, ben si possono opporre j vuutaggi grandissimi, di cui l'imeneo fa godere il medico. Altri dimostreranno i gravi perigliosi inconvenienti del celibato, e faran conoscere il benessere di una scelta unione, benedetta dal cielo; io mi limiterò ad indicare molti efficaci motivi, che impegnar devono principalmente i medici ad associarsi di buon'ora una compagna degnissima. Il maritaggio dà al giovane medico maggior consistenza, più solida maturila, gli fa scusare folli sua; gli acquista la fidanza di vari mariti e di capi di famiglia, i quali, s'ei non fosse ammoglialo, rifiuterebbero forse le di lui cure. 04 Pensa HiifFmann clic un mediai affrettar non dobhest al mairi moiuo, mrnochè non Irosi mi vantaggiosissimo stabilimento; perchè, die' egli, una moglie e l' imbarazzo, il disordine, il viluppo della domestici ei-niwmia, assorbiscono la moti del tempo che n>ige lo studio. Questa riflessione è fonduta sino ad un eerto punto, ma non deroga quella precedentemente emessa. Un medico assai dedito a' lavori ilei gabinetto, rifugge le delizie dell'imeneo; per lo che fra' dotti, molti celibi si numerano; ma tuttavia una moglie e figli possono perfettamente conciliarsi coU l' a more dello studio. Bacine era maritato, ed occupavasi egualmente di sua famìglia e de'suoi studi, e le domestiche cure non gli menomarono hè i suoi lavori, ne la sua gloria. Montaigne eralo pure. Cicerone, Plutarco, quasi tutti i filosofi e gli antichi letterati di Grecia e di Boma, erano virtuosi mariti ed ottimi padri. Tale fu Ippocrate. Il grand'Haller trovò la felicità con una sposa diletta, e fu uno degli autori piò fecondi del tempo suo. Morgagni era maritato. Sabatier contrasse un secondo maritaggio in età anche sconveniente. Frank, Pi nel, Broussab, ed allrì chiarissimi luminari, non sono vissuti nel celibato. L'uomo non è fatto per viver solo, dicono le sacre carte, ed è ripetuto con entusiasmo dallo scrittore dell'Emilio. E Socrate richiesto, se fosse miglior partito prendere o no moglie, rispose: Qual dei due si faccia, dovrassene* sempre aver pentimento. Dell" Esteriore del Medico. Molière ha vendicato l'affettata gravità ed il pedantismo de'medici del secolo di Luigi XIV. I Diafoirus ed i Purgon sono rari adesso: trovansi tuttavia nel mondo taluni degli originali, di cui egli ha così bene dipinto i ridicoli portamenti, di que'dottori cioè nutriti d'antiche teorie, che in medicina nulla scorgono difficile o inesatto, che prestati fede a'ioro sistemi come a dimostrazioni di matematica, e che se mai si osasse sottoporli a discussione, qaal reato il terrebbero. Ad udirli, l'eleganza, la socievolezza, le urbane maniere, risultano incompatibili con la professione del medico; essi fuggon le grazie, e le grazie rifuggono costoro. Stranieri a' progressi dell'arte ed alle scoperte del genio, distribuiscono senza discernimento qualunque rimedio, uccidono ì loro ammalati nel modo più coscienzioso; ed in ciò agiscono, come il Piirgon, di Molière, qual farebbero ali' uopo pe'loro figli o amici loro. Malouin, a que'tempi medico della regina, era di si fatto carattere: egli prescrisse molti farmaci ad un celebre letterato, che li usò con diligente esattezza, e guarì. Rapito di tanta docilità, il dottore gli disse abbracciandolo: Yoi siete veramente degno d'essere ammalato. Un medico deve attentamente evitare nel suo linguaggio la precipitazione, ed il parlare con esagerata gravità: il barbugliamento del dottor Bahis, non è meno ridicolo della pedantesca lentezza del dottor Macrotoo. Le sue maniere, il suo linguaggio, tutto il suo esteriore dev'essere in armonia con la dignità del suo ministero. ' Un medico ciarlone è un accrescimento di mali per l'ammalato) Se l'esteriore del medico è naturalmente imponente, gli sarà più facile ottenere la fiducia e gli omaggi del volgo. Però un talento grande, è un mezzo più sicuro per ottenere la stima degli uomini. Lìeutaud, di una costituzione debole, di un carattere indifferente e freddo, privo d'ogni esteriore vantaggio e dalla natura ancbe malconcio, non pervenne meno al primo posto dello stato suo. Alcuni moralisti, e lo stesso Ippocrate ( Dè decente habitu a ut decoro), vogliono che all'esteriore di un medico pompeggiasse la salute; e sono d' avviso inoltre essere ridicolo visitare infermi con una gracile complessione ed un pallido viso: tali considera zìo iti però sono futili interamente. Certi indivìdui godono integra salute, malgrado tutti gli esterni segni di pervertimento delle vitali funzioni. Non per la pinguedine, l'altezza della statura, la barba, od il colorito del viso, bisogna giudicare giammai del sapere di un medico. Fare alcune osservazioni sugli abili del medico, non è un occuparsi di frivoli oggetti, poco degni al tema di questo lavoro. Ippocrate, non poche ma replicate volte, è disceso a dettagli di questo genere. Ma si potrebbero omettere dacché direttamente influiscono sul giudizio degli uomini? Chi ignora che l'esteriore è tutto o quasi tutto per essiì Clic sol dall'eslerìor giudica il Biondo. Un medico presuntuoso e ridicolo si adorna di una cravatta, annodata con l'ultima eleganza, e di un abito di colore e di forme alla moda: tutto nel suo vestire, anche sino al bastone, è di modesco gusto: egli escogita, come un galante zerbino, il modo di farsi abbigliare sin da un giorno prima pel di prefisso. Un medico filosofo lasciasi vestire dal suo sarto; e tanta debolezza vi è nel fuggir la moda r quanta a ricercarla. Allorquando la carenala della seta rendeva le stoffe seriche preziose come oro, i medici ed i chirurghi sì distinguevano per questo genere di lusso: gli abiti di seta erari loro rimasti in consuetudine. Montaigne rimprovera tal magnificenza. Al tempo di G. Patin, i chirurghi vestivano a nero, con rosse calze: i medici prendevano la toga nelle pubbliche solennità, e 68 la ornavano d'una cappa di scarlatto, oltre agli speroni d' oro: e godevano sin dalla più remota antichità particolari prerogative, attinenti al loro costume, di cui erano gelosissimi. A' giorni nostri siffatte disùnzioni nemmeno si rimembrano. Sarebbe curioso ed ameno soggetto di ricerche per un erudito, la storia della toga e del cappello de'medici. Egli potrebbe seguire, nel corso delle età, le variazioni delle mutate forme, con le considerazioni principalmente sulle qualità a questo imponente esteriore dal volgo assegnate. Ed in vero il tale dottore doveva al suo vestire la metà di sua rinomanza; per cui i medici scagliaronsi con furore contro alcuni temeravii chirurghi, che osarono ambire all'onore della veste lunga; nè ignorasi che in tale importante ostinata mischia, quantità cV inchiostro fu versata a ribocco da' due partiti; ed i medici più volte pervennero a scorciare gli abiti ed i cappelli de' loro avversari, quantunque alla fine costoro trionfarono, ed ottennero di partecipare a tutti i privilegi degli emuli invidiosi. Un medico che gode grande rinomanza, può impunemente cedere al suo gusto per la semplicità; la negligenza del suo esteriore serve pure ad accrescere la sua riputazione: ma un giovane pratico farà bene nel seguire un opposto metodo : il volgo attribuir potrebbe la modestia del suo esteriore al ristretto numero de' suoi clienti. Si compiacciono alcuni uomini bizzarri coprirsi d'abiti i più grossolani, sebbene non costrettivi dallo stato di loro fortuna, nè curano nemmeno il governo e la nettezza della persona. A creder loro, un dotto pone severamente in non cale il suo esteriore, e l'occuparsene sarebbe per lui fattissima cura, chiamando filosofia questo ridicolo dispregio. Ma le sociali convenienze prescrivono al medico d'evitare ne'suoi vestimenti ogni pretensione alla singolarità. Gonviene f anzi interessa al chirurgo, dice Percy, il vestire comodamente. Ippocrate {De arte), gliene fa un dovere; e l'interesse degli infermi, affidati alle sue cure, e quello della sua riputazione e della sua propria salute, imperiosamente glielo impongono. La negligenza ed il lusso degli abiti, come si disse, sono due estremi da evitare. Bisogna che l'esteriore di un medico annunziar debba esser egli di troppo superiore all'indigenza. Nettezza, decenza, comodità, eleganza senza pretensione, sono le qualità che al sor cìale costarne di lui debbono presiedere e sempre accompagnarsi. Il dottor G. N. Stock (De temperar! da madicorum), oltre all'avere dato saggi precetti sugli abiti de'medici, si occupa anche d'altri argomenti relativi al loro esteriore; egli vieta d' essere ornata la loro capigliatura, interdice il tabacco, il di cui uso, a dir di lui, li priva delle grazie dell'amabilità, e può altronde ferire la delicatezza di certe persone. Triller ha scritto una lunga dissertazione intitolata De odore medico, nella quale egli commenta, ripetendoli, i precetti del padre della medicina sopra l'uso degli odori. Ippocrate avverte il medico di non profumarsi giammai di odorose essenze, dispiacevoli o nocive al malato. Costante circostanza ella è che certi principii odoriferi attivissimi, eccitar potrebbero violenti spasimi sopra donne isteriche, od eminentemente nervose. (Stahl, De frequentiti mar horum in carpare kumano prue brutìs. — Tissot, Des maladies des gens da monde). Più severo del vecchio di Coo, che almeno permette al medico i grati odori, avvertendo che dilettano ancora gli ammalati, Dieterich annunzia pure la sua opinione sul loro uso : Vitare omnino medica* vestimento odorìfera; optine olet medicus quam nìhil olet. Septal e Roderigo da Castro invitano il medico a non usar degli odori, se non che con estrema parsimonia. Il medico circospetto e conseguente a sè stesso, che ambisce il pubblico rispetto, deve adunque esser semplice ne'suoi abiti, grave con gli uomini, rispettoso verso le donne, senza bassezza co'grandi e cogli opulenti, serio coi membri del sacerdozio, affabile cogli inferiori, coi poveri. Il colto lettore potrà vedere all'uopo le seguenti opere: Dìctionn. des sàences médicales;V^aih, Galateo de' medici; Di-Filippi, Nuovo Galateo pei medici. La coltura delle lettere non fa parte essenziale degli studj del medico : ma può egli essere abilissimo, ed almeno mediocremente versato nella letteratura j essendoché, occupando un posto nella società, e non comparendovi come dotto ed erudito, -quale idea darebbe di se, qualora fosse costretto a mantenere un vergognoso silenzio sopra tutti gli oggetti stranieri al rapporto diretto con la medicina, o, peggio assai, se la di lui ignoranza strappassegli ad ogni istante delle scipite inezie sopra materie comunissime a chiunque possiede le istruzioni elementari? Alcuni dottori declamano contro la sollecita accuratezza de' loro colleghi, Dell' ornare il loro spirito di svariate cognizioni. Senza gusto e senza giudizio, essi denigrano tutto ciò che non sanno acquistare. Il più degno passatempo per un medico è la coltura delle lettere ; e se in convenienti limili egli la rislrigne, gli sarà utile infinitamente. La storia, la critica, l'arte drammatica diletteranno gli istanti di suo riposo. Nelle opere de" filosofi si avvezzerà egli a pensare, a conoscere il cuore umano in quelle dei moralisli, ed a scriver bene in quelle de' più forbiti eloquenti scrittori. I suoi progressi lo sorprenderanno bentosto: la di lui memoria, arricchita de' più bei tratti di poeti e di oratori, renderà il suo conversare molto piacevole; il suo spirito, nutrito e adorno de' lavori degli antichi e de' moderni, acquisterà nuova forza e maggiore attività. La sciocchezza sola può sorprendersi di veder un medico a ragionare saggiamente di letteratura, e la gelosa ignoranza può soltanto proibirgli di occuparsene per alcuni momenti. Quanti medici chiarissimi e celebri pratici di prim'ordine, appassionati per le belle lettere, hanno acquistata una meritata rinomanza colla varietà delle loro letterarie cognizioni! Non è questo, è vero, il genere di gloria che un medico debba ambire; ma per l'unico scopo di istruirsi e di formare il suo gusto, le occupazioni letterarie gii convengono, avvegnaché niente d'incompatibile presentano coli' esercizio della medicina. Bensì non inutilizzi egli mai iti accessorii studi uri tempo prezioso, di cui la società gli chiede conto: faccia egli delle belle lettere un divertimento, non già la sua occupazione esclusiva, ed allora degno sarà di lode, cercando ornare l'ingegno con la coltura di quelle. Laonde chi consacra tutto il suo tempo agii studi medici, f u cosa degna; ma colui che dedicando visi col medesimo ardore, sa impiegare altresì alcuni istanti alla utile letteratura, fa assai meglio. Una educazione eccellente e scelte letture, maturano singolarmente il giudizio, infondono forza maggiore allo spirito, e, perfezionando il criterio, regolano l' immaginazione. Le belle lettere producono allo spirito ciò che produce al corpo un ottimo cibo; e chiunque è insensibile a' loro incantevoli o seducenti diletti, ha senza dubbio una organizzazione in felice. Tutti coloro che per loro professione sono ammessi in ogni classe della società, devono giovarsi del loro soccorso. Un medico che non conosce i capi d'opera de' sommi scrittori almeno del suo paese, disonora il titolo eh' ei porta : nessuna scusa per la sua vergognosa ignoranza s' incontra. Ma fortunatamente pochi meritano questo rimprovero; e non vi è professione in cui le cognizioni d' ogni genere siano più comuni, quanto in quella del medico. Alcuni medici sono comparsi con tutto splendore nella repubblica delle lettere, come Guido Patin, uno dei più dotti del suo tempo, che ha lasciato una raccolta di lettere, spesso ristampale, sopra vari soggetti di medicina, di biografia e di storia. Lo spìrito mordace e caustico di questo medico, e l'incanto della sua conversazione, aveangli acquistato una riputazione così grande, che i signori ed i principi a gara contendevansi per averlo a desinare od a cena. Ma chi fu più dotto, chi più celebre di Rabelais? Prima francescano, poscia benedettino, poi medico, indi curato di Meudon, ecc., quest'uomo sorprendente possedeva una prodigiosa erudizione, e parlava quasi tutte le antiche e moderne lingue. Tacesi qui il tema della sua bizzarra opera, ma trasandar non si dee come l'individuo stesso che narra le strane avventure di Gargantue e di Bantagruello, ci ha dato una edizione assai corretta degli Aforismi d' Ippocrate, di cui il nome dell'editore forma il merito principale. Presentemente il gusto delle scienze naturali è tanto generalmente sparso, che a' medici non è più permesso ignorarle. Ad essi socievolmente suppongono estese cognizioni in botanica ed in zoologia, e spesso lor si dirigono delle questioni sopra queste scienze. Un individuo qualunque avrebbe svantaggiosa idea d'un medico, che ignorasse del tutto la storia de' vegetabili e degli animali. Non è possibile, ò vero, che un medico sappia la botanica come un, Jussieu, Mirbel, o Richard ; la chimica come Va'uquèlin, Thénard, e Bouillon-Lagrange ; la fìsica come Biot e Gay-Lnssac; la mineralogia come Haùy, Brongniart, o Beudant; la storia naturale come Cuvier e Duméril: ma il conoscere gli elementi di queste scienze è assolutamente per esso indispensabile. E tuttoché immenso sia il dominio della sola medicina, egli può benissimo, se il vuole, trovare il tempo di far qualche sortita in estraneo campo di scienze, lettere ed arli. Si esigono pure in un medico esatte cognizioni di storia generale e particolare, di geografia fìsica e politica, e sul sistema del mondo. La storia ci mette sott' occhio le vicissitudini degli imperii, onde noi possiamo conoscere la via che conduce alla pubblica felicità. La nautica insegna ove sienvi secche, ove scogli, e mediante la bussola, ci guida al porto cui agogniamo pervenire: ora la storia è la nautica morale. La geografia, se abbiasi rispetto alla sola etimologia e descrizione della terra, un siffatto lavoro affatto nudo, sarebbe troppo sterile: ma i geografi sogliono dare maggiore eslensione alla loro disciplina; essi alla descrizione delle varie regioni della terra aggiungono la cognizione de' prodotti della natura e dell'industria, le vicissitudini degl' imperii, lo stato delle scienze e delle arti. Quindi la geografia non appartiene più ad una sola ragione di studii, ma a molti. Essere al medico politico necessario lo studio della storia e della geografia, ciascuno immediatamente sei vede. Le leggi e le costumanze de' popoli sono in istretta relazione con infiniti avvenimenti che no vengono dalla storia descritti. Basta l'ardimento d'un sol uomo per indurre (a necessità di temperare, od anche mutare le leggi. Altri oggetti, che riferisconsi alla legislazione de' popoli, spettano evidentemente alla geografia : tali sono l' influsso della varia latitudine e de' climi secondari. Esigonsi eziandio principalmente nel medico, una precisa logica, uno studio profondo dell'ideologia, una filosofia pratica, fondata sull'accordo della morale e della religione. Queste cognizioni si posseggono tuttavia da non pochi medici; per cui, son eglino senza dubbio la più erudita classe della società; ed alla dottrina che lì distingue, agginngonsi le urbane garbatezze e la virtù, associate alle grazie del loro ingegno. Veggansi le opere : Hennhanius, De eloquenUa medici} Vicq d'Aztr, Eloges historìques; Le Francois, Riflexians criliques sur la módecrrte; De Beza^ok, Les médccins à la censure; Martini, Manuale di palma medica. Alcuni medici hanno coltivato la poesia con successo. Il nume della medicina era nella favola anche quello de* versi. Apollo dice in Ovidio: Inventarti medicina meum est ; opiferque per orbem Dicor, et herbanim subjecla potentìa nobìi. Girolamo Fracastoro f stimatissimo qual medico e come poeta, si è reso immortale per il suo poema latino sulla SijiUde: i suoi versi sono degni dell' antica Roma e della Corte di Augusto. La riputazione di lui crebbe tanto, che Yerona sua patria, sei anni dopo la sua morte, gli eresse una statua. Se ingegno poetico sufficiente bastato fosse per ottenere questo supremo onore, Claudio Quillet pretender vi poteva : la sua Calìipedìa contiene grande numero di eccellenti versi. Questi due scrittori hanno posseduto in grado eminente, l'arte difficilissima a' moderni di parlar bene la favella di Lucrezio; nè uguagliati sono da Quinto Sereno Sammonico, quantunque non affatto privo di merito. Gli Inglesi si gloriano di Samuele Garth, poeta s medico ordinario del re Giorgio I. Sotto il nome di Dispensary } Gartli ha fondato uno stabilimento destinato a dare a' poveri gratuite consultazioni e medicinali a discreto prezzo, ed ha pubblicato col nome stesso un burlesco poema in sei canti, del quale è soggetto una gara ed una lotta fra' medici e gli speziali. Voltaire, che ne tradusse l'esordio in bellissimi versi, lo antepone di molto al Lutrìn. Questo strano parere d'uomo sommo in poesia, si spiega solo con rammentare l'epoca del promulgato avviso, e l'estrema iracondia del di lui carattere. Pretesi ammiratori di Eoilean servivansi del chiaro suo nome per vilipendere il grand' uomo di Ferney: l'abate Batteux avea pubblicato il suo paralello del Lutrìn e della Enrìade: Voltaire, profondamente ferito, estese il suo risentimento anche sopra Boileau. Ma tutta la rinomanza de' medici poeti si prostra ed abbassa innanzi quella dello illustre Haller. Questo genio, onore immortale della Svizzera, fu uno de' poeti più distinti del suo secolo. Erudito, fisiologìsta, ed in tutto alto maestro, Haller ha in sè riunito ogni genere di gloria. Le Muse furono compagne di lui, ed ora scendevano a trattare con esso il ferro anatomico, ora il traevano sulla cima delle Alpi a cantarne le maraviglie iti dolcissimi versi, che l'aspetto sublime di quelle inspiravagli, resi mirabili in molle lingue. Le Muse 79 versarono sul Redi il nettare di Montepulciano e di Chianti, e lungi dallo squallore degli ospedali l'introdussero nelle orgie delle Baccanti. (Monti, Necessità dell 'eloquenza). Troppo severo parrà forse il mio pensiero, ma 10 non posso approvare che un medico ambisca un genere di gloria, per lui poco dicevole. Che egli faccia de' versi destinati ad essere letti dagli amici, nulla di meglio in ciò; un tal passatempo niente ha in sè stesso di reprensibile : ma pubblicarli, ma, ascoltando un amor proprio pur troppo male inteso, affrontare 11 ridicolo che umilia i cattivi poeti, e compromettere in tal modo la dignità della medicina, ciò, a mio avviso, è la più evidente palpabile inconseguenza. Qual vano merito per un medico è quello d'una poetica rinomanza! Archidamo rimproverò Pena udrò, che lasciava la gloria di ottimo medico per acquistare quella di cattivo poeta: Basti al nocchiero ragionar de' venti, Al bifolco de' tori; e le sul* piaghe Conti 'I guerrier, coati '1 paetor gli armenti. Nutrita de ventis, de tauris narrai arator, Enumerai miles vulnera, pastor oves. Avvegnaché devesi pur ricordare la sentenza, Qua potè quisque in ea conterai diem. la quell'arte ciascun, cui atto il fece Natura, i giorni e l'opra ivi egli spenda. Più importanti cure esigono le veglie del medico: se egli ha la smania di poetare, non abbia almeno quella di promulgar colla stampa le sue bassezze e nullità. Qual è il suo scopo pubblicando cattivi versi? die pretende egli ? — un poco di fumo, alcuni effimeri elogi. Uscendo meschinamente dalla sua professione, si espone a tutto il rigore della critica e del dileggìo; e senza un talento preclaro, altro premio non può ricevere dalla inconsiderata sua intrapresa, die l'indelebile scherno della berlina. ( Bartholikus, De medicìs poetisi. La struttura de'n ostri organi è tale, che l'osservatore, colpito dal ridicolo degl’errori del materialismo, ricouosce ed ammira l'essere supremo – IL GENITORE DI H. P. GRICE -- clic ha creato tante maraviglie. Lo scalpello dell'anatomico fornisce adunque un mezzo di prova principale della esistenza d'un celeste Superno Moderatore. Tutte le virtù sono riunite nell'esercizio delta medicina, la quale estoltesi alle più alte combinazioni; dal che emerge essere ogni medico necessariamente cultore della filosofìa. Con questa non si Ìndica già quella marna, che fa porre nel rango de' pregiudizi tutto ciò che gli nomini d'unanime accordo riguardano e rispettano come base della morale; mania funesta, che umilia l'anima e corrompe il cuore, di cui però i medici sono meno suscettìbili degli altri uomini ; ma si addita quella filosofia che mostra all'uomo tutti i mali ebe l'ateismo ha cagionato al mondo, facendogli vedere la felicità nella virtù, la virtù nella religione ; che lo rende padrone delle sue passioni, gli illumina lo "spirito, e' ne matura il giudizio; ed ha in fine per oggetto primordiale, il fargli conoscere di amare e adempire i suoi doveri. Tale fu sempre la filosofia, d'Jppocrate: i di lui scritti mostrano ovunque la più saggia morale, e dipingono la bell'anima del loro autore. Molti filosoli, e Montesquieu fra' primi, hanno attinto grandi verità dal vecchio di Coo. Ciò ch'ei disse della possente influenza che esercitano i climi sul corpo dell'uomo, e delle modificazioni che questa influenza fa provare alle sociali istituzioni, è stata adottata e sviluppata dall'autore dello Spirito delle Leggi, ed egregiamente modificata dal chiarissimo scrittore della Scienza della Legislazione. Ippocratc trasportò, come egli stesso lo dice (De prisca medicina), LA FILOSOFIA NELLA MEDICINA, e la medicina nella filosofia. Scorgesi nelle opere degli antichi la osservazione d'una corrispondenza tra certi stati fisici, certi caratteri delle facoltà intellettuali e certe passioni; cioè che a tale abitudine del corpo, a tal proporzione delle membra, tal colore della pelle, -tale disposizione de' vasi sanguigni e delle parti molli, corrispondevano una data tendenza ed ùu determinato nesso di idee. Motti' fra que'savi, nella organizzazione dell'uomo comparata a'fenomeni della vita, trovarono la ragione de' fenomeni e la soluzione de' problemi morali i più importanti. La superstizione proibendo loro di licer - 83 care la verità nel .corpo, umano,- obbligava a rintracciarla ne' cadaveri, degli ammali. Diversi .medici hanno scritto opere pregiate sopra argomenti di filosofia. Antonio Van-Dale, medico dello spedale di Harlcm, erudito «omino, è l'autore d'una disseriazione siigli Oracoli, che parve troppo ardita iìlFepoca ili sua pubblicazione, di cui Fontanelle si e poscia servito a redigere, la sua Storia degli Oracoli. Si legge tuttora e. si cita con, considerazione il libro de'Caratteri delle Passioni di Marino Cureau de la Chambre, membro dell' Academia Francese, medico ordinario' del -Re. Ma pochi libri agguagliar possono l'alta filosofia dell'aureo Trattato de* rapporti del fisico e del morale dell'uomo. Cabanis ha istradato a grandi progressi la medicina filosofica. Eloquenza trascendente, pompa di stile, forza dì giudizio, elevazione di' idee, ardire saggio, tali sono le brillanti qualità che hanno generato il durevole successo dell'opera sua. Egli ha sviluppato con rara sagacita i rapporti dello studio dell'uomo fisico con quello de' progressi delT umana intelligenza, e quei dello sviluppo sistematico de'suoi organi con lo sviluppo o la sede delle sue sensazioni e -delle sue passioni. Egli ha illustrato - alcuni punti oscuri della fisiologia de'nervi ; Iva stabilito la importante distinzione tra i movimenti che dipendono dai nervi, organi della sensibilità, ed i movimenti iuvo:d b, HI Ohimè! per quale porta sortiremo noi? Perla porta d'onde si paga, rispose l'intrepido professore. All'istante, seguito dal suo collega, attraversa fieramente 1' anticamera, e va a reclamare il suo onorario. Vi sono de' medici che hanno un raro talento per raccogliere dalle loro cure ricchissimi guiderdoni. Alcune in eminente grado lo possedeva: ramato per un'ammenda di due milioni, alla quale condannato avealo l'imperatore Claudio, seppe egli in pochi anni ristabilir Lene la sua fortuna. Quest'arte studiasi accuratamente dagli uomini che preferiscono V oro alla gloria, e consiste nel far valere lievi cure, ad incitare una straordinaria riconoscenza, od a mascherarsi d'un affettato disinteresse per ottenere dallo imbarazzo di un convalescente, che teme di comparire ingrato, più vistose ricompense di quelle che richieste si sarebbero. La penna ormai rifugge e si nega a questi vili dettagli, pur troppo comuni in società. Si preferisce, come dice Gravina {Praefat. ad cupìd. ìeg. juvenC), uno gloria facile ad acquistarsi^ a quella che è il prezzo delle fatiche; ed un precoce qualsiasi guadagno ad un guadagno più onesto; Facilem enim gloriata laboriosae praefcrimits et premattina» lucrimi plemmque anteponìmus konestiorì. Ma non mirare nell'arte di guarire che un mezzo di fortuna, e sacrificare la dignità della più onorevole fra le professioni alla insaziabile sete delle ricchezze, è nfl vituperevole obbrobrio, di 'cui non si lorderà giammai quel medico che appieno conosce la nobiltà e la santità del .suo ministero. ( Mosehus, De honoribus et divitih medicìnae). I grandi talenti non sono la più sicura e pronta via per acquistare rinomanza. Un uomo di genio limitato, dice La Bruyère, agogna avanzarsi ; laonde tutto sorpassa, e dal mattino alia sera non pensa, non mira che ad un solo oggetto, lo avanzarsi. Egli ha cominciato di buon' ora a mettersi nel cammino della fortuna: ma se una barriera, che chiude di fronte il suo passo, egli trova, subito ei sbieca, rigira, temporeggia placidamente, e va a destra ed a sinistra, secondo che adito od apparenza di passaggio rincontravi ; e se nuovi ostacoli l' arrestano, bentosto rientra nel sentiero che avea lasciato. La natura delle ti i Incolta lo determina ora a sormontarle, ora ad evitarle, od a prendere altre misure; quindi il suo interesse soltanto, l'uso, le congiunture, Io dirìgono. l'i j io:d e. Difficilissimo è ad Un giovane medico farsi' conoscere in grande e spaziosa città. Ivi si accumulano una prodigiosa quantità di dottori d'ogni genere : ufficiali di salute, chirurghi d'armata, chirurghi condotti* ostetricanli, medici titolati, medici senza titoli e senza nome, levatrici, eccetera, Colà pullulano i ciarlatani di tutte le specie, dall' erborista, dati' omiopatico, dal chirurgo ortopedico, sino all' operatore erniario ed al guaritore delle' malattie -veneree: i farmacisti medesimi, colla sciringa o il pestello in- mano, mutilando le foratole, danno consulti. Quante pene adunque, quanti travagli, qual accorgimento bisognano per ritrarsi dalia folla! Come potrà il modesto nledico elevar solo l'edilizio di sua rinomanza? Quanto tempo, onde giugnervi, gli sarà necessario} Ecco ora la. indicazione di alcuni mezzi, proprj a far Ottenere al medico una sufficiente clientela; senza' pretermettere tuttavia essere assai più regolare, dignitoso ed onorevole non adoperarne alcuno. Il pubblico- sarebbe meno spesso ingannato, se non chiudesse gli occhi sugli artifìcj che impieganti pér sedurlo; se persuaso egli fosse che niente può supplire al difetto di stùdio e di esperienza, e se più avveduto ei si mostrasse nella scelta delle persone, alle quali accorda pienamente la sua fiducia. Epperò dispostò pep naturai indole ad accogliere coloro che l'abbagliano con brillanti promesse, indifferente per il merito che sdegna la briga e le vie tenebrose o l'artifizio, ei costringe talvolta il sapere a nascondersi sotto la superficie del ciarlatanismo. Uomini di nome distinto, o grandi personaggi, si degnano in qualche incontro introdurre in società 1 un medico nascente. Spesso, fra costoro, è scopo l'in- 7 l'i 4 te resse della scienza, ed i! produrre l' avvilito merito occulto; ma i più proteggono per vanita. Poco circospelli o poco idonei nella loro scelta, accolgono essi l'intrigo ed il raggiro, lasciano languire il sapere moderato e verecondo, e prodigano all' ignoranza ed al maneggio ciò che all' jslxozione ed al talento accordar dovrebbero, . Ma ordinaria, cosa è vedere il genio perseguii ato, mentre l'ignoranza trova formidabili protettori. Oh ] quanto è da compiangere un medico che sente la dignità di sua professione, e frattanto si avvede essergli indispensabile il favore di un opulento o di un magistrato! A qual prezzo compra questa umiliante protezione, di cui gli si fa sentire tanto duramente il peso ! I I protettori naturali di un giovane mèdico sono i di lui maestri, o que'pratici che, per lungo e felice esercizio dell' arte di guarire, hanno acquistato grande celebrità : la stima generale di cui godono, permette Edilmente istradare la riputazione di quello; e le lezioni ed i datigli esempi guidano i di lui primi passi nel pratico esercizio. • y, Ogni medico desideroso che il pubblico si occupi di lui, deve incessantemente agire, e procurare ognora di prodursi. Molta attività, una delicatezza che facilmente combina colle circostanze, ed un certo fondo di ragionevol ciarlatanismo, ècco il principio, delle grandi riputazióni e delle grandi fortune. Di rado il talento solo, nemico dell' artifìcio,, conduce alla celebrità. II saper-fare d'un medico può avere per oggetto la gloria o la fortuna. Pochi verso il primo scopo s’indirizzano, la folla si precipita verso il secondo. È troppo difficile, anche con molto intrigo, crearsi una fama letteraria; ma sicuri e pronti mezzi di ridursi opulento, largamente si offrono ad nomo abile ed audace, che ha preparato i suoi successi con sovvertire ogni sentimento di pudore e di urbana delicatezza. Richiamare e. fissar su di sè la pubblica attenzione, è unica bisogna. Molte strade n questa meta possono condurre, sebbene non siano tutte onorevolij ed in alcune di esse giammai incamminar non si dee un medico degno di sentito onore. Alcuni medici, giunti presso un infermo, a cui vogliono dare alta idea del loro sapere, l' ascoltano con molta gravita, affettano un profondo raccogli mento, pronunziano poche parole col tono più magistrale, e si affienano congedarsi. Ovvero alcun di loro opprime di interrogazioni il malato e quei che lo circondano, non per chiarirsi sopra oscuri punti del diagnostico* ma per dare un'alta idea di sua esattezza ed abilità nella difficile arte di osservare. Oppure un altro, ilistrutto preventivamente della ctiologia, sintomi e natura: della malattia, da un famigliare, da un amico o dal medico ordinario del paziente, traccia a costui, prima di interrogarlo, la; storia fedele; de'. suoi patimenti j e tutti gli astanti, ed il malato: stesso, sorpresi ed estatici della mirabile saga cita di lui, -interamente si soddisfano. Se il. medico perviene ad ottenere una clamorosa cu ragiono, o ad aprirsi l'entrata d'una gran casa, ed a fissare sopra di sè il pubblico sguardo, la fama non tarderà a bandire d'ogni parte il suo nome. Quasi tulli gli nomini rassomigli a no a'inonloui del Panurgo, od alle pecorelle dell' italiano poetai Dacché un ciarlatano si è procacciato un entusiasta, potrà star sicuro che in breve tempo mille altri gliene guadagnerà l'esempio. gamento dello scroto. Nel mattino seguente, io assicurai a one' curanti ed a tutta le gente, averlo io felicemente guarito: il che mi acquisto grandissimo onore e somma rinomanza. I felici successi nella pratica giovano massimamente a formare la riputazione di un medico. Il principale mezzo d'ottenerne è il circoscriversi in una ragionata aspettazione, e prescrivere, ne' casi in cui la medicina attiva non 0 evidentemente indicata, sostanze poco capaci dì suscitare notabili cambiamenti nell'animale economia. Nel trattamento, del maggior mimerò delle interne malattìe, il regime ed i mezzi igienici bastano costantemente a ritornare la salute al suo tipo normale. È dimostrato che, in questi casi, le medicazioni consigliate dagli autori, esasperano gli accidenti, e suscitano spesso delle complicazioni. Va medico giudizioso deve quindi ritenere qual regola fondamentale di pratica, il bisogno di lasciar spesse volte agire la natura. Scorgonsi sovente alcuni medici cominciare il loro pratico esercizio: prodigando agl'indigenti disinteressati soccorsi; visite, consulti, operazioni, assistenze, medicamenti a vii prezzo o gratuiti : tali sono i mezzi chf impiegano, onde eccitare l'attenzione del pubblico. 11 più urgente loro bisogno è d'esser conosciuti: tutto si pone ip opera, niente costa loro per gìugneryiì Dacché poi cominciano a cogliere i, frutti di loro simulata beneficenza, la maschera cade, ed appare manifestamente T uomo cupido ed interessato. Base del saper-fare è lo giudicar, bene del rapporto delle cose e de' mezzi idonei che vi concorrono. L' opinione pubblica, che è un mostro, un m proteo, offre altresì un fondo mobile, sui quale talora è facile edificare. Laonde mettere a profitto le circostanze locali, farle scaturire se tardano a presentarsi ; eludere le difficoltà, od a forza di perseveranza vincerle; e, principalmente, saper attendere, sono le condizioni da adempirsi dal medico che aspira a brillante rinomanza. Alcuni dottoroni hanno sempre, qu al principio .del Saper-fare, l'aspetto stranamente preoccupato: il loro contegno è quello di un uomo immerso in profónda meditazione; negletto è- il lóro esteriore, come quello d'un filosofo tutto dedito allo studio di importanti scienze; gravi ne' loro discorsi, solo si esprimono con laconici aforismi; nelle strade, nelle pubbliche piazze, ne' luoghi più frequentati, dappertutto in fine ove la moltitudine può vederli, affettano esai la distrazione ed il raccoglimento; uè mancano di quelli dal naso adunco, dagli occhi aggrottali, dal viso scarno, ulivigno, pallido e tetro per ispida barba, che baloccandosi per le. vie vanno leggendo alcuna fanfaluca per far credere essere occupatissimi, nè perdere nemmeno quel tempo ad istruirsi. Ma il loro occulto argomento,, simulando non conoscere gli usi della società, ovvero non attendere alle convenienze, che le dicono bagattelle, è quello di far sembiante d'essere esclusivamente occupati di libri e di malattie, ed ambiscono essere additati come prova del trito volgare assioma, che sempre un poco di capriccio o di follia al merito trascendente è congiunto. Presso un malato, ascoltano attentamente la storia de' suoi malori, dicono poche parole con misurata gravità, ripigliano il bastone, e scompariscono. Il ciarlatanismo di questi medici Iraluce in mezzo all' affettata lor maestrevole gravità, come V orgoglio d'Antistene attraverso i forami del lacero mantello che lo copriva. Si possono vedere le seguenti opere: Hilscher, De slralagetnaL medicis; Cobchwiz, DUsert. de requisilis medico ad praxin felicem stanate necessari^; Brisbane, Dissert. de us quae a medico ad artem bene cxei'cendam abesse deberti; Gregory, Lcciures on duties and qualificalions of a phjràcìan; Uden, Mcdicinìsche politìk; Frank, Senno academicus de civis medici in rcpubUca candidane atque officiis ex lege praacipvg eta-is; Bath, Essay ont the medicai character; Ploucquet, Der arzl; Bohn, Dasert, de officio medici; Tuessink, Oralio de eo quod medicns in arie /adendo impriutis agat ; Hufelikd, Die VerhàlLiìsse des arzles; Schinko, SjsU officiar, medici conspecuts. ; "Wagber, De medicoiwn jurìbus atque officiis. Il medico sarebbe indarno debitore alla mi tura d'un grave esteriore, e dello studio di molte teoriche cognizioni, se egli non acquistasse giammai una estesa clientela, ignorando l'arte d'ottenere la fiducia de'snoi malati ; senza la quale il più vasto talento perde la maggior parte dei suo pregio ; mentre con essa tutto riesce possibile alla mediocrità. Conosca dunque il medico per tempo quanto importi lo inspirarla. Ora pronta a nascere, essa è cieca, irriflessiva; è un sentimento involontario, di cui gli ammalati non sanno rendersi conto, ma li soggioga potentemente. Ora debole nella sua origine, si accresce con lentezza, ed intera, forte ed assoluta dopo replicate prove diviene, essendone diretta da) successo. Giudice infedele de' talenti, spesso all' ignoranza profondasi, ed al sapere si nega. Ma le ingiustizie della moltitudine sono tanto fugaci, quanto sconsiderati sono Ì motivi che le determinano ; ed il sapere, prima ignoto o non calcolato, non tarderà ad ottenere quella fiducia, di cui è ben degno. Un giovane medico non deve mai confondere la confidenza, frutto d'una stima ragionatamente sentita, con le effusioni di colui che varia con indifferenza ogni giorno il suo gusto e le sue idee, ed il caprìccio, l'azzardo o la voglia di novità solo consulta nella scelta di quegli, al quale ampiamente rimette la cura di sua salute. Una signora vi fa richiedere, voi subito accorrete. Questa languida beltà, negligentemente sdraiata sopra un canapè, apre un occhio moribondo, e con fioca lamentevole voce, comincia il tremendo racconto d'una pervigilia, che per tutta la notte F ha tormentata : ovvero traccia: l'allarmante dipintura dell'agitazione de' suoi nervi, dotati d'estrema irritabilità, coni' ella dice. Eppure la freschezza di sua pingue carnagione non dimostra che la più integra salute. Dietro il vostro attento esame frattanto, e dopo le risposte eziandio della pretesa inférma, voi avete già conchiuso essere immaginari i mali di lek... Oli! malaccorto dot. torci! Come, non: vedete voi che si vuol essere qual egrotante? Guardatevi di cosi fatta incauta imprudenza, che vi rovinerebbe peC certo.. Ma ascoltate Col più vivo interesse la prolissa storia de crudeli dolori ch'ella dice soffrire, diffondete i: più affettuosi consigli ed i più gradevoli rimedi, compiangetela di quella eccessiva suscettibilità, che a continue angosce ed a ripetuti trambasciamenti assoggetta tante attrai 425 tivc, e declamate contro la natura, che, accordando alle donne tutte le seducenti beltà, tutte le grazie e l'arte di piacere, ha menomato il pregio di tante prerogative j dando loro troppo delicata organizzazione, punendole d'essere belle col formarle sensibilissime. Ove non giunge la fiducia d' un malato pel suo medico? Vedete quell'infelice, con occhio estinto, depresse le forze, assiderato e macilento il corpo: un medico insinuante ed abile s'impossessa della costui fiducia; all'istante la speranza rinasce nell'animo di quello, il Bangue circola con maggiore rapidità, risvegliasi il perduto coraggio, e la natura e l'arte riconducono la salute. Quanto è esteso adunque l' impero della fiducia! Quanto è possente la sua influenzai Quanto immensa è la stima che eccitai Indarno una fallace speciosa lettera accusa il medico Filippo d'un orribile progetto; Alessandro con una mano gliela presenta, con l'altra porla' alla sua bocca la sospetta coppa. L'arte di persuadere è il principale mezzo di ottenere la fiduciadegli ammalali: questo è un dono che manca talvolta al genio. Non urtate giammai di fronte le opinioni ed i pregiudizi di colui che invoca le vostre cure, ma lusingate le sue idee; nè dimenticate mai che per condurlo alle vostre, vi bisogna prestarvi alle sue. Siate quindi compiacente senza debolezza, e fermo senza rigida austerità: che le più consolanti parole siano profferite da voi, ed un tenero interesse animi sempre il vostro aspetto. Interrogate con destrezza, rispondete con riserva : spiegate talvolta al vostro malato la Causa de'mali ch'ei soffre, e dichiarategli sopra quali motivi la vostra tan speranza riposa; poiché queste confidenze inspirano sincera stima, e rianimano il coraggio. Guardatevi mai sempre di annunziare un prossimo ristabilimento, ma oscurate tuttavia l'avvenire con densi nugoli: i soccorsi dell'arte sono spesso tanto incerti e deboli, che troppo pericoloso sarebbe appoggiarsi all'efficace loro forza; ed il medico, sollecito di sua fama, deve annunziare più ordinariamente un esito funesto della malattia o grandi pericoli, anziché favorevole terminazione e pronta convalescenza. I talenti del medico, per quanto trascendenti e sublimi siano, allorché vanno scevri di successi, non conservano T ottenuta fiducia; ed un piccol numero di avvenimenti disgraziati, possono facilmente atterrare la più solida e stabilita riputazione. Il pubblico, in generale, è portato ad attribuire a' medici l' insufficienza della medicina. Per ottenere la fiducia del pubblico, dice Vicqd'Azyr, si tratta meno di piacergli che di fissare la sua attenzione; e colui che aspramente lo pratica o con rigore lo maneggia, non sempre è chi ne riceve più scarse carezze. Ogni tempra di spirito ha i suoi bisogni: alcuni vogliono trovare nella figura, nel contegno, nel carattere del loro mèdico la dolcezza e la consolazione; altri amano che sia un uomo rigido, severo, minaccevole; se ei fi garrisce per gli errori commessi nel regime, essi gli sanno grado di tali rimproveri e della durezza ancora j che sembrangli effetto dell'interesse preso alla loro conservazione: altri finalmente, riguardando la medicina come una specie di magistratura, desiderano che il loro giudice sia un uomo freddo, imparziale, austero. Allorquando un malato domanda al suo medico qual sia l'indole del male di cui è aggredito, sì guardi bene costui rispondere' ignorarlo, avvegnaché eoa questa spropositata dichiarazione ruinerebbesi infallibilmente da sè medesimo; però abbia pronta sempre una spiegazione qualunque, né importa qual sia. Se lo ammalato sarà dì goffo ingegno, materiale e rozzo, alcune grandiloquenti parolone, alcuni vaghi enfatici discorsi basteranno: ma non bisogna appagare così la curiosità di un uomo di lettere, d' uno perspicace e dotto; fa d'uopo con essi di molta destrezza e di non pochi raggiri; bisogna rispondere che la medicina è una scienza di osse rvazi ohe, che il loro stato morboso non è ben caratterizzato ancora, che il tempo farà conoscere il diagnostico smascherandolo ad evidenza, o altro di simil tenore. Lusingando il malato d'una sicura e prossima convalescenza, il medico s' impossessa della di lui immaginazione, e con vantaggio serresi della energica influenza che esercita sul fisico. La speranza di guarire è un valido mezzo di guarigione. Felice colui che sa farla nascere o la sa alimentare ! Quanti : rimedi agiscono soltanto per l'idea che nutrono gli animalati circa le loro proprietà! Quel farmaco prescritto col volgare suo nome, non sarà produttivo d'effetto veruno, ma decorato di fastosa nomenclatura, opera portentosi ri sultani enti. Darà quindi il medico soverchia importanza alla sollecitudine di infondere a'suoi malati la speme d'una pronta convalescenza, e li terrà a bada adducendo altri esempi di fortunate guarigioni, tacendo loro i pericoli dello stato in cui ritrovatisi, nutrendoli sino all' ultimo istante di loro mìsera esistenza, se l'arie npn può salvarli, di quelle illusioni da essi chieste ed accarezzate; del che sono tanto comuni i vantaggiosi effetti, quanto funesti pur sono quelli d'una verace, ma crudele franchezza. Si è adunque indicato per quali mezzi il medico fissar potrebbe su di lui l'attenzione pubblica, e crearsi numerosa clientela. Non ci si faccia tuttavia il rimprovero d'essersi preteso erigere come precetti lè vie clandestine dell'intrigo, o consacrar l' artificio, il manéggio, la mala fede. Se però individui di raro merito, e nella professione applauditi, avranno creduto dover affrettare la generale fiducia con un destro ciarlatanismo, io sono ben lungi di proporre qua! modello una condotta che solo certe locali circostanze hanno potuto esclusivamente permettere. Ma il medico penetrato della nobiltà di sua professione, aspetterò sempre dal tempo la giustizia dovuta al suo merito, e di rado V attenderà invano. Sdegnerò egli di affettare la singolarità : il vero dotto, come il vero saggio, non combatte gli usi della società; ei non disprezza nemmeno i capricci della moda. Cile se vi si conforma senza esserne Io schiavo, i di lui successi saranno le sue prodezze, nè si vfr drà mendicare l'umiliante protezione dell'opulenza o del potere. 11 medico dev'essere indipendente, ed altro vincolo conoscer non deve fuorché i doveri del suó stato. L'uomo di questo carattere aspetterà forse per lungo tempo i favori della fortuna, ma allorquando numerosi ammalati chiederanno l'assistenza e la cura di lui, potrà egli, senza arrossire, dare uno sguardo sul passato, e con nobile amor-proprio dire a sè stesso : Je ne dois qu'à ìnoi seni loule ma renorttmée. Veggansi le seguenti opere : Amatus Lusitanus, Da introito medici ad aegrotantem ; Hilscherius, De medicorum ingressa ad infirmos perquam necessarios; Rais, De officio medici in itinere principis; Fischer, De medici circa moralia et physica in curandis morbis prudetitia; Chiappa, Del£ eloquenza del medico. Boerhaave non vedeva giammai un malato, nel comincìamento della sua pratica, senza registrare tutte le circostanze e tutti i segni della malattia nell' ordine che si presentavano ; . e, questo metodo, egli afferma, essergli stato di grande utilità. Ogni medico, ad esempio di questo grand' uomo, deve tracciarsi un piano invariabile, per combinare con la pratica gli studi del gabinetto. Se egli non rendesi un esatto ragguaglio di ciò che vede, i suoi falli ed i suoi .successi saranno perduti per lui; e ciò, non dalla esperienza ma dall'uso, verrà ad acquistar cogli anni. Sin dalla prima visita fatta all'ammalato, il medico scriverà ciò che avrà conosciuto, quel che ha raccolto dai racconti altrui, tutte le circostanze in une da lui osservate. Gli oggetti separatamente considerar sì debbono e con riflessione: i sintomi studiar si dovranno isolatamente. Dietro tali elementi, cercherà egli caratterizzar la malattia, avendo cura bensì di non cadere in precipitato giudizio. Bisogna lungo tempo ponderare ogni circostanza, isolarla, riunirla, 'compararla, prima di pronunziare. Tracciala la parte isterica della malattia, noterà egli nel suo giornale le indicazioni curative da lui stabilite, ed i prescritti medicamenti. La prima visita è d'una estruma importanza; essa ordinariamente decide del trattamento cmativo. Se il malato sarà esaminato in modo superici ni e, il medico giudicherà male del di lui slato; ci si inganna, e dì rado dal suo errore si emenda : ina se nulla ha egli negletto per fissare la diagnosi, il risultato confermerà, nel maggior numero de' casi', le prime di lui idee. Alia seconda -visita, ricercherà egli quali cambiamenti avranno prodotto gli impiegali medicinali, quali, modificazioni provato i sintomi della malattia, lo stalo di tutte le funzioni, degli organi digestivi, degli organi secrelorj, di quelli della locomozione, del polso, della respirazione, della circolazione, did calore della pelle, delle facoltà intellettuali ; le diverse giaciture del corpo, ed i tratti del viso, utili deduzioni talvolta esibiscono. Van-Swieten consigliava di visitare gli ammalati, in certi tempi, dieci e quindici volte per giorno, e ad ogni ora tanto di fiorilo che di notte. Ma questo precetto di,flicihiieuie potrebbesi mettere in uso nella pratica particolare. Per ben conoscere una malattia acuta, bisogna Spesso decomporla: sovente ancora, onde possedere la intera storia d'una morbosa affezione, il medico deve tener conto dell'influenza che possono esercitare sopra dj, essa la natura del clima, la -varietà delle stagioni, il regime, le passioni ed altre cose. Importa assai notar con esaltezza l'ora delle esacerbazionì o parosismi, e la natura degli epifenomeni che esister potrebbero. Senza di questo metodo, è impossibile seguire la malattia ne* suoi diversi gradi di sviluppo, di ben conoscere i suoi periodi ed il suo cammino, e finalmente di giudicare del suo stalo di genuina primitiva semplicità, o di complicazione. Tutli i sintomi caratteristici debbonsi tracciare ogni giorno, come pure i cambiamenti diversi ebe provar possono nella durata della malattia in disamina. Le impressioni fatte sopra i sensi richiedono sole un'attenzione speciale, perchè dietro un insieme di segni esterni non equivoci, e loro analogia con i risultamenti dell'esperienza, il medico deve condurre il suo giudizio. Ed ei continuerà regolarmente questo lavoro sino alla guarigione, o alla morte dell' infermo} senza dimenticare la circostanza del modo e l'epoca di terminazione della malattia. Le apposite riflessioni sulle cause del successo ottenuto, o del disastro sofferto, contribuiranno moltissimo a formare la di lui esperienza, e gli additeranno se egli abbia bene o male agito. Ma non affidi alla memoria gli osservati caratteri, li deponga bensì sulla carta, e dopo la morte del malato, o del ritorno a salute, redìga egli la storia della malattia, sopprimendo tutte le circostanze meno essenziali. Coloro che ignorano l'arte di osservare, sdegnano gli scritti di Ippocrale. I soli uomini di genio possono apprezzarne il merito, e far calcolo di molte particolarità che. sfuggono agli sguardi poco esercitati. Nicomaco diceva ad uno spettatore che niente di bello vedeva in un quadro d'Apelle: Prendi adunque i miei occhi e guarda. Il medico avrà già considerato attentamente tutti i fenomeni che possono guidarlo a caratterizzare la malattia, senza della quale precisa determinazione nessuna certezza induce alle terapeutiche indicazioni ; eppure non ha tutto adempito per meglio basare il suo diagnostico : interroghi egli gli autori originali e loro chieda lumi, confronti ciò che ha osservato con fatti analoghi consegnati negli scritti di attenti pratici, e faccia accurata comparazione della sua idoneità con la dottrina di quelli. Deve inoltre affezionarsi co'lihri de'grandi maestri dell'arte, che hanno seguilo la natura sulla via dell'osservazione. Il primo ed il terzo libro delle Epidemie di Ippocrate, i suoi Aforismi ed -i Pronostici, il suo Trattato dell' aria delle acque e de'luoghi; Galeno, de' luoghi affetti; Sydeftham, e gli - altri classici ; molte ottime semeiotiche, e nosografie ; ecco le opere principali su cui incessantemente deve meditare, e che, bene studiate, lo dispenseranno della prodigiosa, moltitudine di volumi che disutilmente ingombrano le biblioteche polverose: e poco scelte. Un medico principiante, instatilo quanto si voglia, qualunque sia la sua prudenza, non può giammai promettersi di non commettere errori nella sua pratica; e la più scelta erudizione, il giudizio il più profondo, non saprebbero dispensarlo di siffatto tributo che paga l 1 inesperienza. Prima di possedere quel tatto che caratterizza 1' abile pratico, sarà egli costretto per lungo tempo tasteggiare ed oscillare) indi, poco a poco, il suo occhio si perfezionerà a vedere clinicamente, e viemeglio famiglia rizzarsi colle varie fisionomie delle malattie. Un anno di pràtica forma assai più un medico che dieci anni di lettura o di lezioni. Quantunque i principi! della medicina sieiio costanti, spesso è difficile farne l'applicazione a casi particolari. La verità non ai presenta mai subito. Per cogliere l'indole d'una malattia, bisogna cercare scovrirla col ragionamento, eseguire ora una cosa, ora tentarne un'altra, nulla trasandare, niente precipitare, regolarsi a norma delle circostanze, ed almeno mai nuocere all'ammalato, se non puossi aju tarlo. Talvolta è utile deviare dalle strade conosciute, e deferire qualche cosa all'accidente. I metodi rigorosi presentano pochi vantaggi, e molti inconveiiienLi arrecano. Giammai un cieco operato non condurrà a rìsuUamehtì tanto soddisfacenti, quanto un empirismo diretto dalla ragione e riunito al talento dell'osservatore. Qualunque sia il carattere d'una malattia, le funzioni del medico sempre riduconsi a dirigere o eccitare gli sforzi della natura, ed a lasciarli operare. Veder molti malati non è il mezzo migliore onde apprendere a bene osservare. Una pratica poco estesa istruisce meglio il medico studioso. Colui che esercita la medicina negli spedali, vede,molto, e non vede troppo : la rapidità, con cui trascorre i moltiplicati oggetti, non gli permette fissarli. Come esaminare profondamente, ini due ore, tutte le circostanze relative alla storia delle malattie di cento a dugéutó individui? Come variare i metodi curativi secondo le indicazioni? Come, in tempo cosi breve, puossi riflettere m sopra ciò die si è veduto, rimontare da' fenomeni alla loro etiologia, e approfondir tutto? Vi abbisogna vasto talento, bisogna anzi genio per sottrarsi dal basso mestiere, praticando in grande spedale. È stato delto che un medico, il quale dì c notte corre da un malato all'altro, è simile al prete die va attorno ognora co' Sacramenti ; tulli due veggono a modo stesso molti ammalali, ed entrambi hanno della medicina la medesima esperienza. Laonde tra' medici di pari ingegno o di pari goffaggine, sono incontrastabilmente più malsicuri quelli che ad un colpo deggiono visitare un mondo dì malati. La meiite non è così veloce come le gambe di questi medici. Un medico sommamente occupato, quanti più vede ammalali, tanto manco vi pensa. La rapidità con cui gli scorrono gli obbietti, come dissesi, non gli permette osservarli, perchè gli sfuggono con la slessa prestezza, e nella sua testa non gliene rimane che an confuso barlume. Quindi non può egli penetrare le circostanze precise d'un malato e d'una maialila, nè a norma della loro differenza variare i suoi metodi e i suoi rimedi, ma prende tutto all'ingrosso. Io conosco, dice lo Zimmcrmann nel Trattato sull'esperienza in. medicina, tra la folla di medici, il più stupido di loro, secondo la moda dì oggidì, passare pel migliore. Questo Esculapio ba ogni mattina nella sua anticamera da cinquanta a sessanta maiali: egli ascolta le magagne di tulli, indi ordinariamente li schiera in quattro file; alla prima ordina un salasso, un purgante alla seconda, un crislero alla terza, ed alla quarta un cambiamento d'aria. . Un medico non può azzardare un farmaco,, senza essere impegnato ad amministrarlo colle leggi della più esatta analogìa. Per bene osservare, bisogna interrogare la natura con pazienza, e considerar, tutto il corso d'una malattia con profonda attenzione. La riunione di. queste condizioni dà sola la vera esperienza, che si è definita « l'abilità a garantire il corpo umano dalle malattie alle quali sta esposto, ed a guarire queste malattie allorquando . si sono sviluppate: Un medico, che non è dotato della felice organizzazione suscettiva e dello spirito attento e scrutatore che richiede l'arte di osservare, può veder molti ammalati e mancare interamente d'esperienza. Questi generali riflessi sulla pratica dell' arte dì guarire negli ospedali, si applicano a' medici delle grandi città estremamente occupati. Continue assenze, numero eccessivo di malati, intoppi incessantemente rinascenti, permettono loro assai poco di raccogliere esatte osservazioni; ed eglino non ne hanno il tempo nè la premura. Le grandi pittà sono il punto di unione de'medici e de' medicastri d' ogni genere, né * rifluiscono nelle campagne che allorquando, imperiose circostanze ve li astringono. Per riuscire in qualche città capitale, bisogna tempo, gran pazienza, e molto sapere. E diffìcile impegno il fissare la pubblica attenzione, e vi si giunge trovando da percorrere piuttosto ignote strade nella folla che si urta e si sforza onde pervenire [alla meta stessa. Nelle piccole città, al con-i trano, se- il medico non può sperare tanta opulenza, che sarebbeglì possibile acquistare altrove, ha il vantaggio almeno di possedere più sollecitamente la fiducia e la stima pubblica; ed ivi ricavar può egli tanta esperienza come nelle popolose città. Ippocrate ha esercitato in ristretti paesi o in borghi, nessuno de' quali era sufficiente a mantenervi un sol medico. 11 maggior numero delle sue osservazioni fu raccolto in Tessaglia e nella Tracia, di cui rammenta Lnrissa, Cranone, Acno, Oeniade, Jera, Eliso, Perinlo, Taso, Abdera ed Olinto, tutti allora piccoli villaggi. Galeno dice che in un solo quartiere di Roma eravi più gente che nella più estesa contrada dove Ippocrate si esercitava. La grandezza di un medico adunque non vuol esser dedotta dalle farraggine degli ammalati, bensì dal talento di saper trarre d'ogni caso particolare tutti i possibili vantaggi. Un antico regolamento in Francia prescriveva ai medici che destinavansi alla pratica nelle grandi citta, di esercitarsi prima molti anni nelle campagne vicine. ( Knipliof, Novo medico praxln non esse concedendam). Sembra ch'essi avessero il tacilo permesso di scozzonarsi a rischio della parte più sana e più utile dello Stato, osserva giudiziosamente Vieq-d'Azyr, e che la medicina abbia bisogno di simili espedienti ond'essere praticata, i quali sono tanto vituperosi per essa, quanto insultanti per l'avvilita umanità. Ingannetebbesi pur troppo un medico se credesse arrivare facilmente all'auge di fortuna, apprestando le sue cure a titolali infermi, e consacrando esclusivamente il suo tempo alle classi superiori della società; avvegnaché la classe agiata del popolo gli presenta una via più sicura alla sua pratica. Presso di ucsta, meno avviluppato nel!' esercizio della professione, divincolato e libero Dell'impiegare i mezzi terapeutici che giudica convenienti, di rado responsa bilo dell'avvenire, egli vi trova ancora una riconoscenza più liberale: e men negligente della vantata munificenza de' grandi. e,.,' w. .Nella estese citta eziandio, ed ovunque altrove, la chirurgia offre mezzi di sussistenza meno moltiplicali di quei della medicina. Hanno alcuni i esclusiva reputazione per la pratica delle operazioni. Costoro sono sempre quelli che 1' accidente i ha posto ;il governo degli spedali. Quindi i chirurghi lèi gli ufiiuiali di salute, dappertutto più numerosi, assai de'iuedici, non possono mantenere le loro famiglie che esercitando indistintamente, ed' alla meglio, le due: partii dell'urte di guarire. Senza vero sapere medico, ma con sufficiente giudizio per lasciare agire la natura, un inedie^ può usurpare facilmente una estèsa celebrità. Per un chirurgo è tutt'altio: i di lui errori si scorgono .in pieno giorno,, se la Sua mano è inabile,, e lutto il . superfare possibile non può 'salvarlo d'essere -designato bentosto qu al cattivo operatore. . questo, nessuna certezza in medicina. Egli . è difficile veder molti malati, e difendersi dalla tendenza del ceco medicare che inspira all'uomo la naturale infingardaggine del suo spirito; per lo che negli spedali massimamente i medici ru lini eri si rinvengono, .. Costoro, con un sol colpo d'occhio, riconoscono uua malattia; la quale,ipìù oscuro diagnòstico presenta, più facilmente da loro vien già caratterizzata: nel che, niente imbarazzali. Dietro brevi interrogazioni fatto all'infermo per sola forma, prescrivono macchinalmente un Ordinativo, che lo allievo, incaricato del lòglio di visito, scrive per esteso dopo avere udita la indicativa parola. Tale è tutta l'arte loro; tale è la loro condotta, costantemente la stessa. Ma questi pratici, il cui numero fortunatamente è poco considerevole, le sole facce de' loro ammalati conoscono appena., Alcuni medici divengono macchine coli* in vece h iare ; leti non permette ad .essi di seguire i progressi della scienza, o assoggettarsi a nuovi sludi : ostinatamente fissati alle antiche loro dottrine, non vogliono variarvi alcuna cosa: tutto. ciò che è nuovo li disgusta e li sdegna, quindi più non leggono. Dopo cinquantanni di medico esercizio, è impossibile per loro adottare altri principii, diversi degli acquistati, che per sì lungo tempo sono abituati seguire. Hokbtjus, Manudìictìo ad medfqinani. 2. f. - , Btìiti Presunzione. 1, Non chiedete a quel dottore ciò eh' ei su, si bene ciò che ighpraL Egli ha letto tutto, ha veduto tuUo: i più difficili casi non lo sorprendono; le operazioni chirurgiche più delicate sono per lui un passatempo: niente lo con l'onde; il suo genio tutto, prevede, .tutto intraprende. Di.' sè egli parla in termini magnifici: e- terrebbe a disdoro il sembrar d'ignorare cosa veruna. Quali malattie non ha egli guarito mai? H c anero e l'.'ìdrofobià confermata, nelle sue mani,' hanno cessato d' essere incuràbili ; egli 'crede possedere, senza accorgersi della tròppa arroganza, tutto il sapere che puossi avere, che giammai potrà egli acquistare: ii primo! aforismo d'Ippocrate non. ha significato alcuno per lui; e finalmente crede aver egli in .sè -infusa 'il genio ed il potete d'Esculapio: stesso. Pochi medici hanno spinto cos'i lungi il ridicolo della vanità, quanto Menecrale, nè s' ignora quali lezioni da Filippo-, egli abbia ricevuto; ovvero Come Paracelso. Ethullerus, De medico mendace. Talun medico ha grandi talenti e profondo vastissimo sapere, frattanto ei non fa numero, e giammai verun posto occuperà egli nella gerarchia di sua professione ; e eoa le' più estese cognizioni, egli ha l'aspetto dell' ignoranza. Interrogatelo: le sue risposte sono le più confuse ed inette. I casi i più semplici lo sgomentano; detesta sempre di agire, e con paura ne determina la esecuzione. Invano la natura annuncia un esito salutare; tremante ognora, non osa secondarla. Giammai non ha sentito egli quelle subitanee improvvise inspirazioni che rivelano ad na uomo di genio il carattere di una malattia complicata nel suo andamento e nel diagnostico, e fuor delle vie comuni gli fanno trovar i mezzi di trionfare della violenza e della sua pertinace resistenza. Conseguentemente nel deliberare ei perde la favorevole occasione ed il momento di rischiare con vantaggio. Un tal medico non uccìde i suoi malati, ma egli li lascia morire. Heister, De medico nimis timido; Steìnmxtzkjs, De juxta media timiditate. Alcuni medici si inorgogliscono pompeggiando non credere alla loro scienza. Svincolati d'ogni pregiudizio, trattano di vane ciance i precetti dèli' oracolo di Coo. Irremovibili nelle loro opinioni, riguardano come Favole i fatti più autentici; e l' arte di conoscere e di trattare le malattie è a' loro sguardi un ciarlatanismo, fondato sull' ignoranza e sulla credulità del volgo. Ma come non lasciarsi imporre da individui, iniziati in tutti i secreti delja medicina? Come sospettarli di malafede, allorquando in verità fanno il sacrifizio di tanti anni di studi e di lavori còsipenosi ? In siffatta guisa argomentano alcune persone volgari. Tuttavia l'uomo imparziale scopre bentosto' in questi pirronisti, que* medicastri, che, disgustati d'una pratica disgraziata, accusano senza pudore la medicina degli errori esclusivamente imputabili alla loro ignoranza. Alcuni pretesi dottori, senza istruzione, .senza talento, e sforniti non meno di scienza che di principii elementari, coloro in 6ne il di cui giudìzio è essenzialmente falso, che, per comparire spiriti forti nella professione, denigrano ciò che ignorano, condannano tutto quel che sono incapaci di comprendere, e rendonsi segno del pubblico dispregio, osando esercitare un ministero che giudicano inutile alla società. Altri medici niente scorgono di oscuro nella scienza dell'uomo. La natura non ha segreto -veruno, che non discoprano; nessun velo occulta a' loro sguardi penetranti i misteri della nostra organizzazione. Non vi sono malattie che non possano perfettamente spiegare e guarire. Questi pratici si uniformano ciecamente a tutte le osservazioni che i libri contengono; e tutti gli assiomi d'Ippocrate sembran loro immutabili verità. Inutilmente l'esperienza accuserebbe la loro dottrina; il maestro l'ha detto, èssi in discolpa rispondono, egli non ha potuto ingannarsi giammai. Laonde, per loro di nessun valore risultano le scoperte novelle della scienza, che nemmeno vere le supporrebbero. Tutti i fenomeni, tutti i cambiamenti che presenta una malattia, durante il suo corso, dipendono, agli occhi loro, non dagli sforzi della natura, ma bensì da' farmaci diggià somministrati, quantunque inattivi altronde ed inutili siano stati. E nell'alta idea che hanno della forza della medicina, si immaginano che nessuno de'mali, che affliggono la specie umana, non possa loro resistere; e spreca tori, senza discernimento, di tonici, di salassi, di emetico, e de'più attivi medicamenti, pensano sempre che agir si debbe, ed agire con tutta energia, i .Vi sono de'fanatici in medicina: con questo nome indicatisi i partigiani esaltati di tale o tal altra dottrina. Guardisi bene ognuno di osar censurare il loro idolo venerato: se avrassi tanta temerità, le ingiurie vomitate dalla loro bocca sarebbero in tanto cumulo, come eran le parole che Omero, in pubblica conclone, fa dire al vecchio Nestore, oh' ei paragona alle onde di neve, impetuosamente in copia cadenti. Costoro di esclusiva ammirazione si preoccupano, disprezzando tutto ciò che ad altrui partito giudizioso concorre. Gagnok, De la recerefte de la vénti dans la médecine. Le querele e le doglianze del malato e la storia ch'ei narra de'mali suoi, sono le basi sullo quali il medico appoggia la sua diagnosi, e gli forniscono la determinazione alle principali indicazioni terapeutiche- Senza questo soccorso non può egli formare evidenti distinzioni, ma appena sole congetture. Le interrogazioni senza metodo, gli schiarimenti mal diretti, stancano l'infermo senza illuminare il medico. Girolamo Ca podi va ce a ha sentito bene quant'era necessario stabilirle metodicamente, ed ha lasciato su questi elementi essenziali di pratica, i più utili avveduti precetti. (Capivacius, De modo interrogarteli aegros; opera omnia). Alcuni ammalati esprimer non possono le loro idee. Indarno si sforzano manifestare le proprie angosce, tutto è confuso ne'loro discorsi. Inutilmente si domanda loro un esatto ragguaglio delle cause e de 1 fé nome ni della malattia ebe li tormenta; nella risposta, si spaziano in prolisse digressioni, si fissano sopra indifferenti circostanze, ed i più disparati oggetti sciopera Latuco te con fondono. Con tali cervelli dovrà il medico tuttavia istituire i suoi quesiti. 11 metodo ù la fiaccola, che Io guiderà in mezzo alle dense tenebre clie lo circondano; per esso distinguerli il medico le peculiari circostanza clie li, inno preceduto la malattia, da tntl'altri fenomeni clic lo colpiscono 3 ed i riflessi indifferenti ed estranei alla patologica sua relazione, da quelli che soli caratterizzar la possono. Finito il racconto che un malato lia fatto di ciò eli' ei soffre, non deve il medico interrogarlo seirzu ordine sopra tutti gli clementi de' inali di lui, o sopra i segni die vi scorge, ma deve informarsi piuttosto del princìpio d'ogni passato avvenimento, avanti esaminare lo stato utluale delle organiche funzioni. Spesso alcune circostanze in apparen/.a futili, sulle quali è ricondotto il paziente, spargono una viva luce per la diagnosi della malattia in esame. Conosciute le cause d'una malattia, e stabilito consegue n temente il trattamento curativo. Accora la mente istrutto del corso de' primi sintomi e dell'ordine col quale sono apparsi, il medico medita sui fenomeni che già osserva; ed ingegnasi quindi unificare ciò che realmente scorge coi ricevuti schiarimenti. Vi sono alquante espressioni, famigliari agii ammalati, il di cui significato non deve esser per il medico quello da essi apposto\L Alcuni individui sono portati naturata e nte"ad esagerare i loro dolori; ma il medico su questo eccesso di doglianze dovrà diffidare con discernimento. Le espressioni del dolore non sono sempre sincere. Ascoltando un malato, nella narrazione de' suoi patimenti, cercherà il medico carpire il soggetto dello allarme di lui, vero o esagerato; e porrà ogni attenta cura ad esplorare quel cuore, e penetrare in quel pensiero, onde squarciare il velo ad ogni occulta imagiuata chimera. Altri ammalati fanno al loro medico insidiose dimande, non già per conoscere il di lui avviso sullo stato in cui trovansì, ma per giustificare l'opinione da loro concepita; e cercano ne' discorsi di un uomo della professione un alimento a' timori, di cui la loro immaginazione è cupamente ingombra ed oppressa. Tale è lo scopo de' malinconici, de' tisici, e di alcuni tabidi, nelle interrogazioni numerose che dirigono a chi prende cura di loro salute. Un medico che sagacemente ha cólto la causa delle loro sollecitudini, deve subito dare una diversione al loro spirito angosciato, simulando un pericolo differente di quello che li allarma. Non è diffidi cosa scorgere una donna tentar d'ingannare il suo medicò, narrandogli malori che affatto non soffre; è simular malattie nervose con la più esatta naturalezza. I segni morbosi' che appartengono a funzioni dipendenti dal dominio encefalico, non possono giammai essere simulati, e sono i soli a cui il medico accorderà assoluta fiducia. Quasi tutte le storie di malattie- nervose straordinarie, hanno abili donne per eroine; ed e accaduto sovente che la estrema loro destrezza nel sostenere la propria furberia, ha deluso la prudenza di qualche medico illuminato ed accorto. Interrogando un malato, è utile talvolta distrarlo dal tema principale delle richieste che gli si fanno: allora quegli si tiene meno in guardia, e più facilmente avviene d'ottenere la verità nelle sue confessioni. Il medico -avrà cura di addolcire le inflessioni della sua voce, scegliere le espressioni che infondono la più anì'ttiuis;» benevolenza, onde padroneggiare sul cuore dell' infermo, facendogli mauiffito in suo bene un vivissimo interesse. Le austere laconiche interrogazioni, ritengono le effusioni del dolore sui labbri dell'infelice, che ne soffre Io strazio: ma le dimande fatte con dolcezza e con pietosa commiserazione, provocano ogni larghezza di fidanza, e quella espansiva loquacità che le angosce desiati mitiga diggià, e solleva. Ed al contegno grave ma aperto del medico, un dolce sorriso sul labbro di lui, fa nascere o ravviva la speranza, e dissipa molti: timori spesse volte ai misero inférmo funesti. Ma se ad elevato rango il malato appartenga, non dimenticherà il medico che un servile abbietto portamento degrada, né inspira fiducia alcuna; come un'aria di superiorità verso un infelice plebeo, è vile e crudele. Si deve alla dottrina di Doublé un eccellente capitolo sul modo d' interrogare e di esaminar gli ammalati. Dividesij die' egli, in due parti naturalmente distintissime: la prima abbraccia la conoscenza di ciò che ha preceduto la malattia ; la seconda comprende la conoscenza delle circostanze alla stessa malattia appartenenti; e deve il medico informarsi J52 inoltre di tutto ciò che si riferisce all'influenza degli esterni modi fica tori, c conoscere la temperatura e la topografia medica del luogo ov'egli pratica. 1 Laonde esaminerà egli primamente 1' età, il sesso, ];i professione; le passioni, le abitudini, il genere di vita dell'ammalato; l'esercizio generale delle sue funzioni nello stato di salute; richiederà del corso di questa salute anteriore alla invasione della malattia attuale, d'altra forse antecedentemente sofferta, degli effetti generali de'me dica menti sulla sua costituzione, delle malattie di famiglia o de' genitori. È utile sapersi con precisione l' ora fìssa dell' ingresso del morbo, e la determinazione del suo periodo, e se per ripetuti accessi, per prima invasione O altamente. Se tali notizie potesse il medico ottenerle dai circostanti, risparmierebbesi al paziente cosiffatta noiosa fatica. Ottenuti i preliminari ragguagli, si procede ad una serie di interrogazioni direttamente relative alla regione, sede del patimento del dolore e dello scompiglio delle funzioni, di cui lagnasi specialmente l'individuo. Indi si chiederà esatto conto di tutte le altre parti del corpo, procedendo metodicamente dietro l'ordine naturale e la successione delle funzioni. Cosi, pe' fanciulli, bisogna richiedere della dentizione, del sonno e dell'appetito. Chè se le malattie de'bambini sono spesso difficili a trattarsi, ciò in gran, parte, deriva perchè esprimer non possono que'poverini i mali che risentono, ed il medico non può trarre alcun lume sull'indole, de' loro patimenti; essi rispondono male alle di luì inchieste, soffrono e si tacciono. F. pei* ima donna, della mestruazione, e delta supposizione di gravidanza: se trattasi di alcuna nubile, si è in dovere parecchie Tolte informarsi, iu modo dubitativo, de' suoi rapporti col sesso più forte. Fer un vecchio, ond'esser qui breve, cliè biugo sarebbe per sìngolo enumerare ogni quesito da proporsi, bisogna investigare lo stalo delle f.icolià imelleitualì, delle forze muscolari, dello stomaco, della imitazione, defecazione, sonno, cec. Utilissimo riuscir potrebbe esplorare assolutamente ogni regione ed ogni parte della persona degli unimalati, ma il pudore vero o simulalo delle donne e la convenienza abituale, impediscono frequentemente di fare queste indagini colta esaltezza desiderabile. Nò bisogna tacere che fino a questi ultimi tempi, Utnita vanii 1 mediei all'esame del l'aspetto, della lingua, del polso, delle orine, degli escrementi, delle materie vomitale, o del detratto sangue. E meno attenti degli umidii, die almeno esploravano sempre gU ipocondri, i medici dell'ultimo secolo non palpavano le regioni del corpo de'loro ammalati, se non erano di ciò richiesi!. Ma Corvisart, rimodernando i lavori di Avcnbnigger, richiamò l'attenzione agli esploramene del torace - e lìiunssais ha dimostrato quanto sia vantaggióso il palpamento dell'addome sopra tutti i punti della sua superficie. L'esplorazione clinica ha fatto sufficienti progressi in questi ultimi tempi: ciò che segue a tale soggetto, emerge dal piano traccialo per Morejon, sommariamente esposto ne'dizionarj di medicina. La vista ci fa riconoscere una colorazione insolita, il cangiamento di forma, di volume e di rapporto, o le soluzioni di continuità delle parti situate alla siipeplicie, o . accidentalmente poste a nudo.. Per essa ci rendiamo esatto conto dell'aspetto della cute capelluta, della faccia, della Locca, della pelle, e di tutte le materie evacuate naturalmente o artificialmente. L'odorato ci appresta la conoscenza dello olezzo generico che emana dal corpo del inalato, di quello elle esala dalla bocca di lui, dalle fosse nasali, da tutt'altra parte esteriore, o finalmente da materie evacuate o estratte. Il gusto è di poco uso, avvegnaché lungi di esplorare queste sostanze, volentieri si ammette ciò che l'ammalato stesso ne accusa. L'udito ci fa riconoscere lo strepito che risulta, dalla locomozione naturale o provocata delle parti contenenti o contenute, naturalmente o casualmente poste in movimento. La succussione raccomandata da Ippocrate, la percussione da Avenbrugger, la stetoscopia da Laènnec, la, plessi me t ria da Piorry, la pressione in diversi sensi, dan luogo a rumoreggia menti, che l'orecchia, nuda o armata di strumenti, raccoglie, su' quali riposa talora la diagnosi di malattie oscurissime senza questo mezzo di esplorazione. Il tatto è di grande importanza, poiché ci istruisce dello slato della cute, del suo tessuto cellulare, dei muscoli, del cuore, de' visceri addominali, delle parti genitali della donna, ecc. Laonde per l'applicazione de'cinque 1 sensi ad ogni organo, raccolgo nsi per quanto è possibile gli elementi razionali ed esatti sullo stato delle parli dell'organismo, sopra le quali possono agire maggiormente. Non basta però esercitarsi a far questa esplorazione con ogni metodo e complessivamente; è necessario altresì che il raziocinio concorra ad unificare tutti i dati esibiti per l'uso de'sensi, li disponga nell'ordine di loro naturale concatenazione, e distingua quelli che hanno maggiore importanza nella ricerca dell'indole e della sede del male. Bisogna che la sagace avvedutezza del medico ponga a confronto lo ammalato attuale con malati analoghi, già da lui osservati, e con quelli di cui ha letto la storia patologica negli scritti di buoni osservatori, o di nosografi di prima classe; nel qual paralello, rafforzerà lo scontro ed il concorso delle cognizioni anatomiche e fisiologiche che rapportar si possono al caso presente. La vita è assai variata, gli organi sono troppo numerosi, le azioni organiche molto diverse e ripetute, e le malattie oscurissime in varf casi, onde esser possibile decidere sempre, sin dal. primo giorno, della loro natura e della sede loro. Come condursi sino a che tale incertezza in tutto od in parte sia dissipala? Lo illustre Stoll ci fornisce la. migliore regola: lndicatione incerta, maneas in generalibus .- la quale però è poco utile per esser troppo generica. Ovvero presumere con Pinel ed i naturismi che bisogna restare in aspettazione, è quasi un dire nulla.' La sola regola in simil caso, e frequentissimo è un tal riucontro, sia quella di dirigere e moderare l'azione de* modifica tori dì ciascun organo, e rimovere ancora tutti quelli che suscettibili pur sono di sopreccitare l'azione organica in ognuno di essi. Questa è la sola aspettazione razionale, che spesso allontana efficacemente lutto ciò che impedjr potrebbe il ritorno al tipo normale di vita, e la guarigione ha effetto senza dover ricorrere a mezzi ulteriori. L' indole e la sede della malattia trovatisi forse manifeste, intenso il morbo, importante l'organo affetto? bisogna di conseguenza ricorrere sollecitamente al trattamento più diretto ed energico, nella indicazione terapeutica che seguir si debbe. Nelle malattie croniche, è necessario ora indugiare, quando incerta siane l'indicazione; or adoperare tutto il medico potere, tostochè la diagnosi in modo non equivoco SÌ presenta. Il medico che si occupa del suo malato solamente allorquando gli siede accanto, tradisce la di lui fiducia, ne la merita per quell'istante. Terminando di visitarlo, dev'egli riflettere eziandio a quanto ha diggià osservato, a quel che ha prescritto, e riassumere 1' idea generale che ritenere egli deve sulla clinica osservazione da lui fatta; nè in ciò bisogna che la sua attenzione sia assorbita e distolta dal calcolo degli onorari che gli competono. La frequenza delle visite dev'essere in ragione della gravezza del male, o dell'espresso desiderio dell'infermo o della sua famiglia. Gli ammalati visitar si debbono per lo più ogni giorno ad ore diverse, ma nei parossismi a preferenza. Spesso è indispensabile per due volte al giorno eseguirsi la visita clinica, talvolta anche di notte; ed in pressanti incontri il medico non potrà abbandonare ìl malato. Util cosa è frattanto non accondiscendere sempre alla -richiesta di un infermo, che per pusillanimità esige ognora presso di sè l'assistenza del curante, avvegnaché si giudica male sovente di colai che spesso non involasi nè facciasi cleside. are. Ma 1' esperi SUu a è l'arbitra delta moderazione. Eppure quanto precede non è tulto sul modo di interrogar gli ammalati. Ed in generale, gl' individui i di cui malori sono l'effetto dui libertinaggio, • quali il dolore, giunto, ad insoffribile grado, strappa involontariamente delle imprecazioni 1 contro colui che è costretto assoggettarli a crudeli manòvre. L'eccesso de'Wo tormenti rende perdonabili i loro oltraggi.. Dippiù; tal ammalate non vuol prendere che farmaci gustosi ; laonde rifiuta tutti quelli, di cui l'odore, la forma o il sapore gli dispiacciono; persiste ostinato nelle sue risoluzioni, c per questa condotta irnigionevole riduce il suo medico nell'impossibilità di agire. Tal altro non ba questa mania, ma curioso all'eccesso, ei vuol saper tutto: bisogna rendergli ragione dell'azione de' medicinali, istruirlo dei fenomeni delle funzioni vitali, e spiegargli le menome particolarità de' mali eli' ci prova. Spesse volte vi sono ammalati, che fanno disperare il medico per la loro .indocilità. Dietro aver ad essi profuso tutte le possibili cure, dopo avere sofferto vivissimo inquietudini sulla sorte loro, sarà pervenuto egli alla fine a condurli ad insperata convaIescenza ; lieto del successo degli sforzi suoi, promette loro una guarigione sicura, se per altro breve corso di tempo sottoporsi vorranno ad una indispensabile dieta: inutili precauzioni, superfluo avviso! in dispregio degli indicati saggi consigli, ogni disordine _ nel regime essi commettono, e ricadono nell'abisso de' mali, d'onde erano stati tanto penosamente sottratti. Molte e varie circostanze richiamare io potrei, per le quali le passioni e disposizioni di spirito de’malati esercitano la pazienza del medico: perlochè facile mi sarebbe additare l'inconseguenza, la' leggerezza, la meschinità di cosiffatti ammalati, i quali, dopo avere manifestata intera fiducia al loro medico, ad un tratto, sènza ragione veruna, si intiepidiscono à di lui riguardo, e gli manifestano una ingiuriosa diffidenza: o potrei indicare coloro che esigon troppo, sempre malcontenti, i quali vogliono che lutto ciò die li attornia sia vittima de' loro capricci; e se fossero assecondati, erigerebbero ancora una diuturna indefessa assistenza del loro medico, che dovrebbe dimenticar per essi tutti gli altri suoi ammalati. E dir potrei di quegli esseri spietatamente ingrati, che dovendo l' esistenza, di cui sono indegni, alle sollecite cure di un abile professore, stancano la di lui delicatezza con vani pretesti, con affettati indugi, e talora non trovano altro mezzo onde sdebitarsi dell'obbligo doveroso della ri conoscenza,, che dirigendo contro di lui i dardi più acuti della calunnia, o lo strazio più accanito della malevolenza ! ! Ma' io non pretendo esaurir la materia : ed à questa succinta sposizione limito la enumerazione delle principali cagioni che possono cimentare la pazienza del medico. Ed il principiante, al suo ingresso in società, deve opporre un fondo inesauribile di pazienza all' .indifferenza, talvolta contumeliosa, del pubblico. Se egli pratica in una vasta città, lungo tempo negletto, sarà sposso testimonio de' trionfi di medicastri spregevolissimi: ma l'oro prezioso ed il fango putente non saranno sempre confusi, e verrà il tempo in cui ne saranno separati. In tutti gli incontri, in ogni passo di loro carriera, i medici hanno un bisogno estremo di pazienza ; e per essi principalmente dir si può: ^a pazienza è il genio! Necessario in ógni istante è al medico, nell'esercizi» di sue funzioni, il soccorso della prudenza. Nè di quella conveniente alla scelta de' farmaci, o alla determinazione delle terapeutiche indicazioni, qui si ragiona; benvero di quella che dee guidare la morale condotta del seguace d' Ippocrate. Conservare V integrità della propria riputazione, è un impegno che esige da lui attenzione perenne. La tendenza degli uomini, propensa ad accusarlo dell'impotenza della natura, è tale, che, in tutte le malattie gravi, la' prudenza inculca al curante richiedere avviso d'altri medici, onde mettersi in salvo dagli attacchi della malvagità e dell' invidia, e per ajutare l' infermo, se mai potrassi, con più efficaci sussidi. In alcuni casi adunque, ia difficoltà della diagnosi d'una malattia, l'imminenza del' pericolo in cui trovasi l' ammalato, la necessità di ricorrere u mezzi estremi, impegnano il medico prudente a sollecitare il convegno d’uno o iti parecchi suoi colleglli, più o meno rinomali, per conferire sullo slato di chi trovasi affidato alle di lui cure, a chiedere cioè una coiisidtnzione. Ovvero, l' aspettazione del medico ordinario delusa per la durata, per i temibili progredimenti del male, o per altri motivi più o meno fondati; o il solo desiderio dì procurare all'infermo, come si disse, tutti gli aiuti della scienza disponibili, inducono i parenti del malato a riunire attorno al suo letto parecchi uomini dell' arte, nella speranza di vedere scaturire nel loro concorso lumi novelli in di lui vantaggio. Stabilito il progetto del desiderato consulto, il numero e la scelta de 1 medici clic devono formarlo, sarà premura degli interessati, che sì invitino i più idonei; o si determinerà ciò dal medico curante stesso, che na. c stalo fatto l'arbitro. Nell'ora del giorno fra loro convenuta, o fissata ordinariamente dal più anziano, eglino riunirannosi presso l'infermo. Prima di entrare nella camera di costui, il medico curante farà l'esposizione della malattìa, de' mezzi adoperali e degli effetti di ri sul lamento. Indi gli aggiunti e consultori si recano dall' infermo, lo esaminano, esauriscono tutte lé ricerche e le domande necessarie a stabilire opportunamente la diaguosi ed il pronostico dell'affezione; ed in tal modo, si accertano essi sulla veracità della narrazione già preceduta, o modificano le loro idee dietro ciò che inesatto o incompleto avranno dedotto. Di ritorno nella sala di riunione, ciascuno di loro, prendendo la parola in ordine inverso alla maggioranza di età, esporrà la sua opinione sulla analizzati malattia, e sul trattamento curativo die adottar si «rede. Finite la discussione, i consultori si riconducono presso l'infermo. Allora il più anziano accenna, secondo le circostanze, in tutto od in parte soltanto, il ri sult amento della discussa deliberazione, e le speranze da loro fondale sulla di lui guarigione. Uno de'mediei redige la consultazione o la prescrizione,, da tutti poscia firmata. Ma Ordinariamente qnes té mediche radunanze non si adempiono con tanta solenne pompa: un solo aggiunto basla da consultore, ad invitò del medico curante od a richiesta dell'ammalato ; e, non osservando di tutte le descritte convenienze cbe le necessarie, imposte dalle peculiari circostanze, si accordano di subito intorno al trattamento più cordacente al caso. Eppure ai 1 è supposta finora una unanimità di opinioni, cbe non si osserva quasi giammai. Qual sarà la condotta del medico ordinario, tostochè il suo di vis amento sarà opposto a quello de' col leghi intervenuti? Nel caso in cui l'uguaglianza dell'avviso deb maggior numero, supponendolo poco saggio, non possa cagionare notabile pregiudizio all'infermo, prudenza richiede poter visi uniformare, con la restrizione di arrestare lo adempimento dell'adottata terapeutica, se l'esperienza farà riconoscerne inconvenienti; ovverò se, dopo sufficiente tempo, non avrà prodotto il bramato risultamento, impedendo in tal guisa l'adoperare di più utili rimedj. Ma quando trattasi di quei mezzi estremi, che erroneamente appli 470 cali comprometterebbero la vita del paziente, o Io esporrebbero all'inutile sacrifizio di un membro di sè stesso, come in alcune chirurgiche operazioni, il medico curante ponderar dee allora l'autorevole credito di coloro dalla cui opinione egli dissente. Ed accederà a questo divisamente, se nella costoro riconosciuta abilità e consumata esperienza potrà dedurre inconcusse ragioni da quietare la sua titubanza. Laonde, senza mancare ai giusti riguardi dovuti a' professoricolleglli, dichiarerà egli la sua opposizione in divergenza di avvisi, e chiederà un nuovo congresso, composto per intero od in parte d'altri aggiunti consultori. Le considerazioni medesime di onore e di probità dirigeranno la condotta del medico consultore. Se, per delicatezza, dovrà questi ognora astenersi dal disapprovare apertamente ciò che è stato eseguito, il dovere gli impone eziandio di opporsi energicamente ad ogni metodo di trattaménto curativo che sembrassegli pernicioso. L'utilità di queste consultazioni non puossi contraddire giammai, specialmente se risultano dal convegno di medici, che per attestato anche de' colleghi hanno diritto alla pubblica fiducia. Tuttavia la difficoltà dì adunarne un cerio numero con la garanzia di tali requisiti, particolarmente nelle città poco popolate, ove sovente regna fra' medici una scandalosa detestabile rivalità, ha fatto considerare le consultazioni medico-cliniche più funeste che vantaggiose agli infermi. Talvolta li an dato luogo a dissensioni puerili e ridicole, che hanno fornito a'detrattori della medicina l'occasione di lanciare satirici strali contro l'utilitè di questa scienza. Ma siffatti sarcasmi avranno colpito soltanto qne'medioi, che la vana loro presunzione o le passioni loro vilissime rendono in ogni tempo spregevoli ed odiosi. La prudenza inculca al medico curante" di avvertire chi è interessato per l'infermo sul pericolo del male, su bit oc li è dichiarasi, od anche appena comincia a sospettarne il pencolo. Chiamato a trattar malattie, di cui l'avverata esistenza recar potrebbe il disordine in alcuna famiglia, il medico prenderà le più accorte precauzioni, onde non compromettere la sua riputazione ed i segreti che gli si affidano. Si troppa importanza per lui è il non errare, uè accusare una donna, un marito senza colpa, o una fanciulla d'intatti costumi, di qualunque malattia che l'opinione pubblica come vergognosa dichiara. Ledi lui funzioni spesso lo iniziano- in reconditi misteri, sia per loro importanza sia per singolarità. Depositario de'secreti delle famiglie e degli individui, egli conosce le loro pene, le loro passioni, le speranze loro più intime; confidente dello sposo e della sposa, de'consanguinei e degli affini, de' genitori e dei figliuoli, de'fràtelli e delle sorelle, del superiore e dell'inferiore, egli deve dimenticare con l'uno ciò che sa dell'altro, e non avvilirsi giammai a tradire la fiducia de'suoi clienti: i segreti che gli si affidano più abbietti, turpi o criminosi, maggiormente occultar li deve col silenzio più scrupoloso. A tal riguardo, il ministero di lui è più delicato di quello dell'avvocato e del confessore. Ma quale scrupolosa decenza, quale attenta ritenutézza non deve egli serbare nelle cure ch'ei presta alle cenobite, alle ragazze, alle donne! (Doublé, Séméiolog. -generale). Esigerà egli la presenza della madre, o di una prossima parente, nelle delicate frequentissime circostanze, allorquando costretti!, sottoporre ad indispensabile perscrutatone ogni più occulta parte, una timida verginella, ritrosa, confusa, vergognando, depone nelle di lui mani l'ultimo velo del pudore. Se una donna dehbasi sottoporre all'esame accennalo, richiederà la presenza del marito. Se la inspezione per una claustrale si richiede, si farà assistere da una delle vecchie suòre. Per una legge de' Visigoti, era espressamente proibito al medico e al chirurgo di salassare una donna, senza che fosse presente il padre o la madre, un fratello, un figlio o lo zio di lei. (Iìodemcus A Castro, Med. polit). Nel trattamento delle donne luciate, vi sono poi regole di decenza, dalle quali in ver un caso non può l'ostetrico dipartirsi giammai. Alcune affezioni patologiche, mascherate con estrema . astuzia da chi le soffre, nè mai rivelate, esigono che il medico le tratti convenientemente, occultando altresì la natura degli adoperati medicinali Non vi sono elogi che alla prudenza non siano dovuti: ha detto Rochefoucauld. Per quanto estesa, cauta ch'ella sia, non può star sicura del menomo avvenimento, perchè si esercita sull'uomo, il più mutabile soggetto dell'universo. Laonde, malgrado tutta la immaginabile attenzione ed i lumi esercitati più accorti ed omnigeni, un medico manca talvolta alle leggi della prudenza. Le migliori intenzioni hanno sovente le più funeste conseguenze, quando regolate non sono, dalla prudenza: « Saepe honestas rerum causas, in jiujiciuin adhibeas, perniciosi exìttts conseqiiunlur « . (Tàcit., Uh. 1, Hist), Il medico portar deve inoltre la più riservata prudenza ne'suoi pronostici: si persuada giugnervi diffidando del suo giudizio, ed osservando lungo tempo i fatti, prima di volerli spiegare: e con saggia lentezza, le sue decisioni esser debbono dirette. Se alcuni medici sono debitori di loro rinomanza per i pronostici confermati dal successo, quanti P hanno perduta per la precipitazione inconsiderata nel giudicare ! Alcuni casi particolari impongono al medico molta prudenza ne'suoi discorsile non sa dissimulare rio che vede, gravi pericoli Io minacciano insieme al suo ammalato. Morgagni curava un uomo robusto d'una febbre, la cui terminazione era tanto prossima da ridursi a convalescenza, permettendo lasciare il letto dopo la refezione, composta di tenue panata. Costui, ad un tratto, fu assalito da vomito violentissimo e continuo, - dietro un pasto di simil natura; perlochè si andò di fretta a chiamare Morgagni: il quale, giudicando il caso poco grave, senza recarsi a lui, si limitò prescrivere alcuni medicamenti. Frattanto l'oppio stesso inoperoso ed inutile riuscendo, si determinò di egli visitare l'infermo; or cammin facendo, e meditando sullo strano avvenimento, interrogava il domestico del malato che lo seguiva, se questi commesso avesse alcun disordine nel regime. Nessuno ; Tisposegli; il mio padrone h stato servito d' una panata, leggiera, sulla quale K. M. ha sparso la polvere da voi prescritta. Morgagni sicuro non avere ordinato per tal uso veruna polvere, conoscendo al iti tronde l'uinore di quel tuie che impolverato avea la pappu, comprese subito e ciò che doveà fare e quel che bisognava evitare. Giunto adunque presso il richiedente, al quale cessato era il vomito, ma era sottentrato il singhiozzo e lo sfinimento di forze, con difficile respirazione e polso piccolo frequentissimo: Coraggio, gli disse il grand' uomo, voi avete molti umori cattivi, ed in breve sarete totalmente ristabilito. Morgagni apprestò bentosto gli opportuni rìmedj ed antidoti, e felicemente in tal guisa prevenne e dissipò la lugubre catastrofe che gli effetti del veneficio seguir dovea. Fodere -{MéUec. legai.), da cui è tratto questo aneddoto, fu testimonio di una scena orribile del pari ; ma la vittima spirò sotto gli attoniti suoi sguardi, per tardo o inefficace soccorso. L'incontro più difficoltoso, esigente la maggiore indispensabile prudenza del medico, è il caso molto frequente, allorché da lui dipendono la vita e l'onore di un individuo imputato d'alcun reato. Richiesto sopra fatti di procedimento penale, nell'interesse della giustizia punitrice, con una inconsiderata parola può egli sterminare l'innocente o salvare il colpevole. L'ignoranza, la precipitazione di giudizio, la prevenzione, hanno spesso cagionalo funesti iri-e-' paratili errori. Laonde, chiamato innanzi a' tribunali come esperto per esporre il suo medico avviso intorno alcun fatto relativo alla sua professione, o per deporre sopra fatti di cui è stato testimonio in occasione del proprio suo esercizio, o per guidare il potere legislativo od esecutivo sopra qualunque qmst'ione non determinabile senza concorso del di lui pavere, il medico dovrà saggiamente ricordarsi di quanta importanza risulta la sua deposizione verbale o scritta; non rispondere alle dimande che colla massima circospezionej trincerarsi spesse volle fra' baluardi del dubbio; non oltrepassare le sue attribuzioni di medico, nè perorare con entusiasmo o con forza itllbrmativa clic ne' casi propizi da poter salvare felicemente un innocente oppresso, contro il quale incritinniscono false apparenze, ebe, per attento esame fisiologico, o sperimento fisico o chimico, non constalo e svaniscono. Veggansi in proposito le seguenti opere: Usler, De eventu in morbis praecognosccndo; Hdcheu, De prognosi malica; Horstius, De siguìs prognosticis; IIehedia, De prognosi fallacia; StockiiaxiseNj Dissert. da praesageiulis morbis; Juucker, Dissert. circa progtiosim rito instìtuendam; Idem, De canta prognosi a cauto medico instituenda; Pleutsch, Dissert. fàntes praedictionum in morbis; Kaltschmied, Dissert. de prognosi status morb. rite formattila; Tomaiàsijji, Sul pronostico nelle malattìe, discorso; Falcoburgo-\eoMAticBicus, De prudentia medicomm; HoFFMA&r, Medictts poliliais .... opera omnia, traduz. pei- BauiiiEn, De la politit/ue de mh/ecins; Fischer, De medici circa morali et phjsìca in enrandis morbis pnulcntia ; Pero a m, Nuovo saggio di procedura medica; Sava, Manuale per il pratico esercizio della medicina legale. t • ossalo. Immensum nobis aperii medicina campnm ad. exercendma in proacimos amorem » ha detto Pichler. Questo volgatissimo assioma è di grande irrefragabile, verità. Un cuore generoso e sensibile fa brillare l'ingegnoso intelletto d'un nuovo splendoce, e nessuna virtù non onora cosi (fattameli te il medico, quanto la beneficenza. Molti attributi lo vincolano agli sventurati., i quali in lui solo sperano e da lui attendono il sollievo ai propri patimenti: primo bisogno in essi è «li versare il lor cuore nel suo, e di espanderne j sentimenti: il di lai primo dovere è di porgere attento orecchio alle doglianze loro, e rianimarne il coni gg in illanguidito dall'indigenza e dal dolore. Ma il consolarli non ò tatto : bisogna ancora soccorrerli. L'umanità, l'interesse di sue funzioni, tutto gli prescrìve ascoltare la voce supplichevole del misero. Esiste inai più ineffabile compiacenza dì quel]» che si sublima nel tergere le lagrime degli sfortunati ì Vi è felicità più estesa ed intera del raccogliere attorno a sè i tributi di venerazione e di amore, superiori ad ogni più viva gratitudine? La beneficenza porta seco il suo guiderdone. Un medico, dotato di questa virtù, diffonde da tutte le parti le consolazioni, la speme e iu t'elice tranquillità dell' animo. I dì lui talenti, il suo tempo, la sua fortuna ei lutto prodiga per calmare le grida dilaniali ti della miseria. Colui, eli' egli ha già richiamato alla vita, è per lui oggetto di attenta c benefica amicizia; sembragli poco avergli impartito tutti i soccorsi dell' arte, chè tuttora ei veglia al rimanente de' pressanti bisogni. Vicq-d'Azyr, con l'energia dell'ordinaria sua eloquenza, raccomanda la beneficenza a' medici: « Se lodevoli e belle sono le funzioni del medico, egli dice, 10 sono meno però ne' palagi e tra le grandezze, ove i molivi apparenti 0 reali dell'iute resse, non lasciano adito alcuno a quei dell'umanità che nell'angusto, squallido e malsano abituro del povero. Ivi, nessun protettore si incontra, nessuna cupidigia ; la rinomanza non si accosta a questi asili: lutto vi tace, fuorché 11 dolore, che li fa spesso echeggiare de* suoi singhiozzi. Le vittime della miseria, quelle delle malattie e della morte, ammassate e confuse, vi offrono un quadro straziante e terribile. Ivi puù ìl bene largirsi, colà puù l'uomo soccorrere l'uomo senza soccorsi ed anche senza chi il veda; e ben vi si allogano la generosità, la verace beneficenza, la tenera pietà; uè ivi si dubita trovar lagrime da prosciugare e averiturati da compiangere ed aiutare. Dicasi talmente in lode de' medici, qual altro ordine di cittadini adempie mai tali doveri con altrettanto zelo e coraggio? Queste fatiche, queste compiacenze competono quasi a tutti i ministri sacratissiini dell'arte salutare: e»lino soli possono trovare le primo lezioni dell'esperienza nella class» più indigente del popolo, scambiandole con quelle di benefica virtù ... Le cure disinteressale accordate agli infelici, di rado rimangono prive di ricompensa; ed il medico trova quasi sempre nella sua beneficenza il principio della propria fama. Allorquando salii egli giunto a chiara e grande celebrità, non dimentichi coloro a cui dove la sua istruzione e la sorgente di sua fortuna. Questa ingratitudine, ordinaria in quelli che hanno simulalo beneficenza per attirarsi la pubblica considerazione, non troverà luogo giammai nel cuore dell' uomo onesto e virtuoso senza ostentazione. L'essere ricco, sarà per lui causa d'esercitare più liberamente la sua favorita proclività alla filantropia, quindi non allontana l'indigente che implora le buone grazie di lui, anzi lo previene soccorrendolo. E losiochè riceve doni dalla fortuna, ne consacra una parte a sminuire i bisogni degli infelici; c por questa generosa condotta rendesi degno del titolo onorevolissimo di medico,' che nobilmente lo fa lieto e prospero. Si possono vedere in proposito le seguenti opere; Sonni, De medico «ehementer laudari (Ugnai Do,Auettiue, Caractère des médecins. La probità più rigorosa e la più severa temperanza, sono virtù indispensabili al medico: esse fanno parte de' doveri di lui, come d'ogni uomo onesto. Depositario, come si disse, de secreti delle famiglie, padrone talora della riputazione di coloro che liannogli accordata intera fiducia, a quale ignominia noti si esporrebbe egli, se per debolezza o per volubilità, svelasse recondite cose, che nascoste esser debbono a qualsiasi sguardo? Ora una disgraziata giovane, vittima della seduzione, implora da lui aiuto e silenzio: ora un padre, un marito gli appalesa le funeste conseguenze d'una gioventù in balia all'impeto irrepiimibile delle passioni. Ma qualunque si fosse la confidenza o la rivelazione, che l'esercizio della sua nobil arte gli permette ricevere, l'onore gli im Ì80 pone ìt sacro dovere di tacersi serapremaì, anche con pericolo di sua libertà o della sua vita. u Quae vero inter curandum aut edam medicinam mìnime faciens, in communi hominum vita, vel videro^ vel audiero, quae minime in vulgus effèri oporteatj ea arcana esse ratus } silebo ». (Hipp. Jusiua. Foés). Veggansi all'uopo i seguenti autori: Albertus, De confessione aegri erga medicum; Reis, De officio medici in itinere principe Stock, De temperaniia mediconan. Nessuna professione esige costumatezza d'irreprensìbile condotta morale quanto quella del medico. Questa purità di costumi, questa castità particolare, virtù che la filosofia ha trasandato annoverare fra quelle che onorano l'umanità, è necessariamente indispensabile al medico, richiesto di prestar l'opera sua presso una donna inferma. Confidente intimo di un sesso, dì cui egli è l'appoggio ; onnipossente sullo spirito de' suoi malati, quanta sarebbe colpa in lui, se della sua posizione osasse abusare? No, un medico non adoprerk giammai il suo ascendente per sedurre l'innocenza, che ripone il suo destino nelle di lui mani; ovvero scoraggiare la volontà di un moribondo, a cui ha aspirato una tanta fiducia. La sua voce non farà udire mai alle donne, che l'avranno scelto per consolatore e per amico, corruttori discorsi. Colui che Ja'suoi vizii avvolger si lascia e trascinare nel baratro della dissolutezza, non tarda molto, ad essere perduto nel connetto degli uomini, .ed i più grandi talenti non -potranno guarentirlo dal dispregio e generalo abbandono. Quindi il medico sovente è diviso fra'suoi doveri ed il vizio. Lo stalo suo l'espone ogni giorno a sacrificare l'onore all'interesse; eppure quanto più frequenti sono le occasioni di secondare senza pericolo le sue passioni, tanto più gloriosa virtù è il vincerle. Pel bene della società egli deve impiegare l'efficace influenza di cui l'investe il suo ministero. Gli uomini che gli affidano ciecamente ciò che hanno di più caro, l'onore delle loro mogli e delle figliuole, hanno diritto esiger da lui un cuore puro ed illibati costumi. E dicasi pure in lode de'medicì : essi hanno dato e donano incessantemente l'esempio delle più elevate virtù. Generosi sacrifizj, grandezza d'animo, magnanimità, beneficenza, sono attributi che brillano in una moltitudine di sublimi azióni, che la storia conserva ne'suoi fasti, e di cui i inedici furono gli eroi. Gli Stati di Àrtaserse re di Persia erano distrutti dalla peste. Il inonàrca, occupato nel volersi vendicare de'Greci, scorgèudo con dolore la spaventósa malattia portar dappertutto la morte nel suo Impero, credè che il solo Ippocrate poteva opporre qualche argine a tanta strage. Inviò adunque al figlio d'Eraclide una deputazione, incaricata esibirgli i doni più ricchi^cogli onori più lusinghieri, s'egli determinar voleusi a combattere in Persia quel torri bil flagello che la desolava. Dite al vostro signore, rispose Ippocrate agli Inviati del gran re, che io sono troppo ricco, e che l'onore mi proibisce accettare i doni di lui, di passare in Asia, e soccorrere i Persiani, nemici de'Greci. Quante volte i medici si sono immolati per la salute de'loro concittadini! Quante volte hanno essi sprezzato quelle epidemiche malattie che spargono iti ogni luogo un soffio avvelenalo I Con qual coraggio si sono eglino sepolti vivi nel baratro della morte I Molti di questi uomini virtuosi non potè ano contare sugli elogi della posterità, i loro oscuri nomi non potevano lor sopravvivere, ma l'amore dell'umanità era per essi un sfinimento non meno violento di quello della gloria. Più ammirabili del guerriero, che nel combattimento sì e te mi zza con la morte, essi corcar non potevano, sacrificando la vita, che tergere amare lagrime, e soccorrere alcuni infelici. Qnal eroismo nel sacrifizio di Bertrand e Deidier durante la famosa peste di Marsiglia ! Quanto stupenda fu la loro condottai Questi uomini generosi, in pochi mesi, affrontarono più spesso la morte che non il più intrepido combattente nel corso di molte battaglie. Potrebbesi omettere d'associare alla loro gloria l'illustre professore barone Dcsgcnettes? Ei non oppose pusillanimi precauzioni alla peste che minacciava Y armata francese in Oriente, nè mostrò inquieti timori; la sfidò bensì col più eroico coraggio. Spaventato dal nome solo del funesto disastro che ingigantiva, il soldato erano interamente vinto. Desgencttes osò egli solo avvicinare, in pubblico, e toccare gli appestali, ed inocularsi quel virus. Giammai altro medico non fu più colmo d'onore quanto quest'uno immortale, nè altro nomo ebbe un earattare più franco di lui, più leale, più intrepido, più nobile. Così potrà liberamente lodarsi ogni iaitro, ebe non essendo insensibile alla critica, e- pareggiar lo possa, non lo sarà agli elogi; avvegnaché il dettato 'virpfobus dicentti peritus, esclusivamente applicar gli si deve. Tostocbè una epidemica malattia si dichiara, lungi di fuggire Ì luoghi ch'essa devasta, un saggio medico dovrà sacrificare i propri giorni alla salvezza de'suoL desolali concittadini. Il teatro della morte, ecco il suo posto. Sin dalla invasione del contagio, ne avviserà il magistrato competente incaricalo della pubblica salute, dimostrando i mezzi più idonei a limitarlo. Non pochi medici sono stali vittime di spcrienze sopra sé stessi tentate. Animati d' un forte amore per l'umanità, e d'uno zelo vivissimo per i progressi dell'arte di guarire, cercando la gloria, hanno invece trovato la morte. Gli archiatri ed i primi chirurgi de'monarchi hanno mostrato sovente alla Corte virtù e coraggio, poco comuni presso i grandi, ed hanno usato il favore di cui il regnante onoravali, col fargli udire la voce della verità. Alcuni storici narrano interessanti ragguagli sulla stima, anzi sull'amicizia, che alcuni medici hanno inspirato a'sovrani, che affidata aveano la loro salute al sapere di essi. Ambrogio Pareo, per l'amenità del suo spirito e per lo splendore di sua celebrità, aveva addolcito il carattere feroce dì Carlo DÌ.. A dimostrare il favore di questo gran chirurgo presso il suo re, Sally scrisse nelle sue Memorie, che il re Carlo, avendo narralo una sera i massacri, eseguiti in quel giorno stesso, de' vecchi, donne e fanciulli, affermò averne orrore, e ne discorse come se tali crudeltà, a Tessergli fatto raccapriccio e generato male al cuore, o grave turbamento nell'animo; talmente che avendo tratto in disparte il suo primo chirurgo, infinitamente stimato e famigliarissimo, gli disse: Ambrogio, non so ciò che avvenuto mi sia da due o tre giorni in poi, ma ;io mi trovo lo spirito e la persona eccessivamente commossi, nel modo stesso come se avessi la febbre, sembrandomi ad ogni istante, sì vegliando cbe dormendo, quei cadaveri a me appressarsi colle facce brutte cosparse di sangue,; io vorrei non vi fossero almeno compresi i vecchi e i fanciulli. E dietro ciò che Pareo ebbe l'intrepidezza di manifestargli, proibì il re con tutta severità di non massacrare più la tradita gente. Innanzi. Luigi XIV, il più assoluto fra'monarchì, Muréclial solo, di cuore e di animo retto, non ebbe timore combattere tutta la Corte, disarmare l'ira del re, e sviare la ingiusta condanna del duca d'Orleans. Come ancora, Fagon e Féìix, 1' uno primo medicoj, l'altro primo chirurgo dello stesso re, soli ardirono porgergli suppliche in favore dell'illustre arcivescovo di Cambiai, disgraziato. La molliplicilà delle cognizioni necessarie al medico, i suoi doveri, l'esercizio di sua professione, i rapporti colla società, la gelosa conservazione della riputazione, tutto gli vieta di prender partito fra gli scioperali turbini sovvertitori degl'imperi. Deve egli astenersi, per riguardo a sè stesso, di pubblicare o diffondere veruna politica opinione, allorquando ei vive in epoca sconvolta da civili discordie. Non è impresa d'uomo eaggio entrare senza esservi chiamato nelle querele de'sovrani: Un medico, amico della pace, e benefattore, per sua professione a tutti appartiene. Unifichi egli quindi le sue veglie allo studio lungo, penoso e difficile dell'arte sua, e diffonda a larga mano le sue cure senza distinzione a tutti coloro che ne abbisognano; perchè altri, in vece di lui, veglieranno a'destini del mondo. Essere straniero a tutte la dissensioni che seno il flagello della società, esser lontano da tutto ciò- che potrebbe distrarlo dai doveri del suo nobile esercizio, ecco il carattere di un- vero medico filosofo. Uomini poco considerati ed oscuri che hanno preso parte nelle rivoluzioni, di rado non ne sono rimasti vittime. Leatocq, chirurgo* abilissimo, irta dotato eminentemente del genio funesto de' co spira tori, molto contribuì a porre Elisabetta sul trono di Russia; ma l'imperatrice, che tutto dovcagli, nulla fece in bene di lui. Nelle violenti convulsioni che hanno lacerato la Francia e l'Italia, parecchi medici hanno sofferto pene crudeli, e ritardato 0 perduto il frutto di loro fortuna con la temerità de'loro incauti discorsi e della loro sconsigliata condotta. Altri hanno pagato, con la perdita della salute o della vita, la deplorabile mania di volere occupare un posto nelle cospirazioni e nelle sommosso, che hanno tante volte sfigurato l'aspetto di classici regni. Abbandonare il servizio de'malatì per aver parte ne'furori de'sediziosi, ciò deriva dal conoscere male l'intima unione dell'arte di guarire con la morale. Si può conciliar facilmente l' amore di patria col dovuto rispetto per ogiii governo stabilito; ma per una inconseguenza, di cui il ridicolo agguaglia il pericolo, non andrò mai un medico ad immolare con cuor giulivo la sua fortuna, la sua tranquillità e la cura della sua rinomanza per interessi a lui non competenti. Non potrà senza dubbio sfuggire d'i sentir vivamente le disgrazie del suo paese, ed indignarsi contro tutto ciò che ne compromette l'onore; ma non vada egli più lungi: soffrire e tacere d'ordinario basta. La società attende da lui non una opinione politica dichiarata, ma la scienza associata a zelo grandissimo per l'adempimento dei doveri del suo stato. Ubbidire, e religiosamente sommettersi alle leggi del proprio paese, è una massima che ogni medico, più d'ogni altro cittadino, debbe ritenere impressa indelebilmente nel suo docile cuore. Veggansi in proposito le seguenti opere: Albertus» De voto caslitatis medica ; Bienvbmu, Des qualités murales da médecin; Castellus, De visita/ione aegroutntiian; Stàhzbnbbb.g, De voto obedientiae medico ; Desgenettes, Histoire medicale de l'armèe d'orient; Luther, De solititdinis militate medica ; Idem, De sale medico; Hoffmàhn, Medicus politìcus; Rodericus a Castro, Medicus politìcus; Strobelbekger, Gallica?, politica medica descriplio ; Miiuchini, Doveri e qualità del medico. Celso (De re medica) vuole che il chirurgo sia giovane, o almeno poco inoltrato negli anni; esige dippiù che abbia la mano ferma, snella, nè mai tremante; che sia ambidestro con uguale abilità; di vista chiara, distinta, permanente, acuta; d'animo intrepido ed inesorabile se Vuol guarire chi affidasi alle sue cure, nè affretti o risparmi! la recisione delle parti che il caso richiede, ma compisca la sua Operazione come se le grida del paziente nessuna impressione facessero sopra di lui. I giovani medici e chirurghi, dice Vicq-d'Azyr, trovano a preferenza utili insegnamenti negli ospizi, ove ima saggia amministrazione diffonde ogni soccorso alla umanità povera ed inferma. Ivi fra' moribondi ammalati, o fra i convalescenti, si istruiscono essi a conoscere le diverse gradazioni della vita, e gli orrori anche della morte: colà senza ostacolo alcuno si ricercano ne'varj organi lo cagioni delle malattie, e la mano incerta dell'allievo può ben esercitarsi sopra corpi inanimati : là il chirurgo si abitua a menomare una. parte di quella sensibilità, che, se intera esistesse, Iremante e timido renderebbelo, o se distrutta fosse, in uomo duro e crudele lo trasformerebbe: ivi finalmente acquistasi l'esercizio di scorgere negli occhi, ne'lineamentì del viso, ne' gesti, nel contegno tutto degli ammalati, que'scgni che l'osservatore percepisce e distingue senza poterli ben descrivere, che indarno si cercano ne'libri, c su' quali è troppo importante non ingannarsi. Un sangue freddo imperturbabile, fra le richieste qualità, importa maggiormente al chirurgo di possedere. Un lungo esercizio può- dirigere una mano da principio mal adatta, ma nessun surrogato dà la fermezza d'animo a colui che non l'ha ricevuta dalla natura. Haller ne era privo: giammai questo grand'uomo, tanto profondo nelle teorie, osò praticare nessuna operazione sul vivente. L'esercizio dà solo al chirurgo quella intrepida fidanza, che gb fa sostenere le più difficili operazioni d' alta chirurgia ; e quella sicura calma gl'infonde, che s'eleva sopra tutti gli ostacoli ed i pericoli. Forse più favorevolmente bisognerà giudicarsi colui, che, operando per la prima volta, sarà profondamente commosso dalla scena di quel tetro spettacolo, stomacato dal peculiare odore del sangue, ed oppresso dalle grida del dolore, in confronto a quell'altro, che, straniero alle impressioni della i pietà, conduce con lentezza nelle carni palpitanti il tagliente strumento, con la calma medesima come se incitasse i frodili inanimati organi di un cadavere. I più abili chirurghi hanno durato fatica a sottrarsi da turbamento siffatto, e da quell'interno tremito, acci gnendosi ad una complicata ed ardua operazione. Dono della natura, la destrezza della mano è frutto talvolta dell'abitudine; senza di ciò, l'operatore trovasi in difetto: I i - Quanto è penoso per gli assistenti; e quanto è disonorevole per il chirurgo, una mano inabile, che spinge a caso il tagliente scalpello ne' luoghi affetti, stranamente eseguisce i più semplici processi', erra ad ogni istante attorno grosse arterie, e tormenta l'infermo con moltiplicate dolorose manovre! Quante volte il coltello de' litotomisti, poco esercitati o imperili, si è smarrito ue'còn torni della vescica! Quei, che le circostanze hanno situato alla testa della chirurgia operatoria negli ospedali, devono familiarizzare di buon'ora la loro mano all'esercizio delle grandi operazioni. •; Alcuni operatori, che hanno mostrato aver per precetto', sat bene, sìt sat cito, sì distinguono per l'estrema abilita di operare; tali furono Sharp, Gheselden e Shankius. Taluni cisto toni isti si vantano dì operare un calcoloso in meno di un minuto. Lécat operava con mirabile celerità, malgrado la complicazione dei processi da lui usali. Questa gloriola però ha costato la vita di parecchi pietranti: quantunque quelli- che si operano bene, lo sono assai presto. Freudesberg, De abusis et impostura medicantium tibetius. Se il medico sarà attivo, ma non spinto da simulato interesse per la salute de'suoì ammalati, il di lui contegno nobile e franco, la sua favella dolce ed affabile, l' animo suo compassionevole, rinascer faranno il coraggio nel cuore dell'infelice, benché prossimo ad esalare l'estremo soffio di vita. Pochi medici conoscono il modo di governare negli infelicissimi infermi le ore fatali di agonìa. Non devon essi abbandonare i pazienti } che allorquando avranno raccolto tutti i segni dimostrativi della vicina morte; uè dovranno volger le spalle a' moribondi, finche rima ngon costoro nella possibilità di avvertire l'abbandono di colui, nel. quale hanno riposta l'ultima loro speranza. Il rispetto ad essi dovuto e le leggi di umanità impongono al medico il dovere di rianimare la estinta loro speme, occultare ed inorpellare il colpo tremendo che va a percuoterli, nutrendoli di lusinghiere illusioni sino all' ultimo termine di loro esistenza; avvegnaché in questo emergente, come in altri incontri, l'uomo esìge tacitamente essere ingannato, ond' esser meno infelice. D'altronde gravi inconvenienti emergerebbero dal sollecito inconsiderato dubitar del medico sulle risorse della natura: il precipitato di lui pronostico accrescerebbe la riputazione di chi succèder gli possa, scemando di gran lunga la sua. Con volto sempre placido e tranquillo, avvicinatevi o dipartitevi d'un infermo in pericolo. Non è più ormai in potere dell'arte renderlo a vita? Sarebbe proprio di un cuor feroce ed inumano, parlar di lui in sua presenza come di uno già spedilo o aggiudicato a capital condanna. 11 primo dovere del medico presso colui che è destinato vittima di morte, è lo allontanare, por quanto sia possibile, gli orrori compagni necessariamente di questo momento gravissimo. E non sonosi forse veduti più infermi, in disperato stalo, essere richiamati a vita? Chi assicura dunque che una incauta parola chiuder non possa la pietra sepolcrale sopra colui che sfuggiva alla tomba? Tostoche l'ora tremenda per l'ammalato è pronta a suonare, prevenuti quietamente i di lui congiunti, la religione impone al medico una severa legge dì prepararlo ad adempire i grandi doveri ch'essa comanda. Momento penoso e delicato! Quanta prudenza, quanta destrezza, quanta circospezione abbisognano per eludere uno sfortunato che riguarda qtial' sentenza di morie la presenza dell' Ecclesiastico ! Le consolazioni sublimi del cristianesimo, e la calma resa ad un'agitata coscienza, hanno scemato senza dubbio più d'una volta il peso esorbitante de' mali, di cui il corpo era oppresso; ma una rivoluzione funesta nel fisico e nel morale dell'infermo, sono slati altresì qualche volta i terribili effetti dell' imprudenza, con cui egli è stalo invitato ad occuparsi di ascetiche meditazioni, e delle importune sollecitazioni colle quali una poco illuminata pietà l'ha tormentato. Si possono vedere all' uopo le seguenti opere: Bichter, De medico morientìs adspeclum magis tjuam mortuì Jugienle; Frank, Polizia medica, traduz. Udì.; IIufelànd, L'art da prolungar la vie de l'homme, (rad. de l'allem., ou la Macrobiotiqite. LA MEDICINA DELLO SPIRITO O LA CONOSCENZA DEL MORALE DELL’UOMO importa assaissimo al medico. Non sono sempre i farmaci che guariscono un malato j i saggi consigli, i discorsi che illuminano la ragione, le dimostrazioni d'amicizia, che il cuore commovonò, sono pure mezzi efficacissimi per ricondurre un infermo alla speranza ed alla vita. Chi ben conosce i caratteri delle passioni, ne modera l'impulso, ed i movimenti a sua voglia dirige; e, sminuendo la molesta loro influenza, strappa alla morte quelle vittime acerbamente dispostevi. Ma chi appoggia la sua sapienza alla gretta abitudine di poche forinole, vede perire sotto gli occhi proprii, d'un male di cui ignora la natura, tanti sventurati, i quali soccombono occultando incautamente la piaga che li consuma, alimentata con improvvida costanza. Si sa quanto importi nelle malattie dello spìrito, dice Zimmerraann (Fon der Erfahrung ui der Jineikunst), avere un medico che non badi di sacrificare il suo riposo ed i suoi piaceri, onde prestarsi ognora in sollievo de'miseri ammalati; che si faccia un essenziale dovere di entrare a parte de'loro affanni; che penetri nell'umor del malato, e sia tratta* hile per mostrarsi con lui secondo le circostanze esigono, e per soffrirne la sua miseria e la sua pusillanimità; che sappia tacere quando è vano il parlare, cattivarsi il suo animo con la piacevolezza quando è inutile ogni altro tentativo, e toccargli il cuore con delicati e nobili sentimenti, tu ti a volta che il di lui seno si apre ad essi, come la terra . isquallidila dal lungo orrore dell'inverno, rhigiovinisce e risorge al rinnovellarsi della fiorita primavera. L'arte di leggere e perscrutare nel cuore degli uomini è adunque indispensabile al medico; e spesso questa è l'unica che gli rimane ad usare. Faccia quindi uno studio profondo delle loro passioni, si eserciti a sorprendere i più occulti loro pensieri, sappia discernere, malgrado costanti abnegazioni od accorta dissimulazione, la verità nelle risposte di un infermo, il quale maschera e sa nascondere spesso la natura dell'insidioso vcleuo che a larghi sorsi ha bevuto. Senza una grande abilità ili quest'arte, necessariamente importantissima, non potrà mai il medico governare un misantropo, trargli dal cuore gli annidati secreti, vinicere l'estrema sua diffidenza, e renderò la calma all'agitata sua immaginazione. Senza una estesa cagni 496 zione de' disordini dello spirito umano, vani soccorsi opporrà egli a numeroso stuolo di malattie nervose che infestano la società. Le passioni hanno troppa influenza sull'uomo fisico: laonde come rimediare ai frequenti disordini che nella sua organizzazione cagionano, se i caratteri se ne ignorano nè rintracciare si sappiano? La debolezza dello spirito umano non permette soventi volte potervisi cancellare quelle idee di cui è impressionato, fuorché d'altre solamente preoccupandolo. Celso consiglia a'medici ciò che da altri è stato più volte ripetuto, correggere cioè una passione con un' altra. Per signoreggiare sulla fiducia di un malato, non bisogna urtare le sue tendenze, ma lusingarle, blandirle; egli rivoltasi contro la ragione, se a lui si appresenta con severa fronte, ed ei chiude il suo cuore a chi non sa compatire i suoi trascorsi e le sue debolezze. Non si può allontanare il nostalgico da'suoi cupi lugubri pensieri fuorché ragionando del suo paese, uè i sospiri di un amante disavventurato scemar si possono se non seco parlando dell' oggetto de' suoi voti. Erasislrato, per le circostanze di quel celebre scoprimento di affetti che Stratonica inspirava, apri l'adito ad Ippocrale onde riconoscere l' amore di Perdicca per Filla, ed a Galeno quello di una romana per il danzatore Pìlade; senza dir oltre di consimili particolari che di frequente accadono, ma ignorati dalla storia pubblica de'fasti medici. L'importanza de'morali . soccorsi nella terapeutica è tanto estesa ed energica, che gli antichi riguardavano la morale, la filosofia e l'eloquenza come utilissimi medicinali. Ed in effetto la impressione che eseroi tano sull'anima, salutari mutamenti fisici spesso cagionar deve. Quanto è superiore al medico limitato all'arte di forraolarej colui fra'suoi colleglli che ad un vasto sapere unisce una elegante locuzione, un fondo inesausto di principii dettati dalla ragione, uno spirito in gegnoso perfezionato dalla coltura delle lettere, ed una eloquenza cui nulla non può- resisterei Per Fintini a unione con la morale, la medicina si estolle al rango eminente che occupa fra le umane scienze; e chi la facesse consistere esclusivamente nella cognizione delle proprietà de' medica menti, non sarebbe degno di coltivarla. Si possono vedere in proposito le seguenti opere: Hipfocratis Opera, De prisca medicina; Ljcetus, De optimo medico; Albertus, De medici officio circa animam in causa sanilatis ; Idem, De convenienza medicinae cum theologia pratica; CueitschiuSj De me~ dico nalurae magiaro; Bohemerus, De medicorum animae et corporis in sanandis aegris conjunctione ; Fischer, De medici circa moralia et phjsica in curandis morbis prudentia ; Hennmanius, De eloquentia medici; Petit M. A., Médecìne du coeur; Cabakis, Bapport du phfsique et du maral de l'homme; Alibert, Phjsio~ logie des passions. Il medico di eslesa pratica deve possedere quella sensibilità, quella dolcezza, quella facilità d' umore senza di cui lo spirito, 1' ingegno, il talento è quasi sempre pericoloso per colui che se ne serve, ed inopportuno per quelli che ne abbisognano. La di lui amena ilarità dipinta e trasfusa nelle sue maniere e ne'-suoi discorsi, sia il primo di tutti i mezzi da -esso impiegati, onde il misero languente informo trovar possa in lui non un uomo duro, ma un amico ingegnoso a fargli credere la possibilità della speranza e del benessere, ed abile a guarirlo de' mali che lo tormentano. Felice quel medico dalla natura formato umano, amabile, compassionevole! Felice colui, che per comparire sensibile, non ha bisogno simulare il gesto, moderare gli scoppii immoderati, rudi o imperiosi della sua voce, reprimere un carattere violento ed altiero, ovvero occultare, sotto affettuose apparenze, un cuore freddo, indifferente e morto alle dolci impressioni della pietà! Si proibisca attentamente il medico a Rè stesso la freddezza e la taciturnità, ordinarie a coloro che non hanno mai saputo o voluto domare il cagnesco loro umore, e che indarno scusar vorrebbero con la seria profonda attenzione voluta dalla investigazione delle malattie. Nessuna cosa può dispensarlo della piacevole urbanità, per la quale la scienza si adorna ed abbella: nulla esclude, nella sua professione, l'arte importantissima di soggiogare il pubblico con quella forza che si modifica secondo il bisogno e la tempra ta n to.di versa dello spirito umano. Qual decreto di Esculapio proibisce forse al medico di onorare le Grazie? Un medico, che giungendo presso un malato, si limitasse ad esaminarlo, dettare una forinola, e prender commiato, non potrà ottenere molta celebrità. Il medico, dice Hoffmanno, non dee recarsi dall'ammalato per farsi unicamente vedere, bisogna pure ch'ei parli. Che giova un muto sapere? Un medico taciturno presenta alla società un essere inferiore al mediocre. Varj dottori hanno dovuto una clientela numerosissima, unicamente al diletto de'loro ragionari. Da noi medici si attende troppo nella società: ci suppongono, a ragione, una educazione eccellente e svariate cognizioni; ma se noi resteremo mutoli, il nostro tacere, il nostro silenzio si riterrà qual dichiarazione espressa di nostra ignoranza. Tale è la società, né i medici hanno il potere di riformarla; anzi a'pregiudizii moderatamente conformar si degano giono, avvegnaché il capo d'opera dell'uomo è saper vivere a proposito (Montaigne): vive ut in publico! Ma un mezzo termine esiste tra il cicalamento ed ii silenzio: ogni medico di sguardo penetrante, conosce questo limite, e sa intrattenére piacevolmente i suoi inalati senza stancarli con ridicola ciarlatanesca loquacità. È impossibile, dice il riputalo Vicq-d'Azyr, che ignorato possa restare per lungo tempo il carattere degli uomini pubblici. Osservati incessantemente da persone interessale a ben perscrutarli, indarno vorrebbero essi occultarsi o mentire. Un medico occupatissimo particolarmente non può sottrarsi alla vigile penetrazione de'suoi malati, i quali si avvedono bentosto se generoso egli sia, dolce, compassionevole, ovvero duro, ostinato, severo. Da questa cognizione il pubblico deduce se gli fosse mestieri impallidire o rassicurarsi, parlare o tacersi in presenza di colui che si è fatto l'arbitro de'giorni dell'afflitto valetudinario; starglisi giulivamente s'egli è amabile, od a prevenire il suo umore, se sventuratamente sarà di que' malaugurati individui, che, aggiungendo la paura, il più grande di tutti i mali, alle infermila di cui la specie umana è assalita, sembrano ignorare che lo spaventare un moribondo, è fra le inumane azioni la più vile, crudele ed ingiusta. Ma il medico puù meglio che altri far mostra del suo carattere d'uomo probo per eccellenza, imparziale, integro, inaccessibile alle passioni od al clamore del pubblico; anima energica senza esaltazione, cuore buono e sensibile senza debolezza, costumi puri e dolci, franchezza inalterabile, discernimento diritto, giudizio squisita, sapienza l erudizione, manifeste esser deggiono sue doti Or ecco il medico al colpetto dell'infermo: l'agitazioni? che la presenza sua cagiona, accelera in molti ammalati il movimento del polso; laonde di quinto fenomeno bisogna tener conto nidi' esplorare la circola/ioni; ; « Cum ftrìmum medivus vcia't, ha detto Celso, solitc'Uudo acgii d/diìtaittis ijuomodo dli se /tubero vidcatiir arterìas inovct, oh quam caiisam periti medici est non pmtinus ut venit, apprehendere ma/ut brachium; sed primuin residere hìlari vultu .... tft" 1 deìnde ejus carpo immuni adiiioverc. Le donne, a cui la natura ha dato de' nervi dotati di singolare mobilità, ed una organizz azione molle, debole, tutta di sensazioni; le donne, naturalmente soggette a moltiplicate dolorose malattie, in preda alle angosce le più crudeli, spesso esposte a grandi pericoli durante il travaglio de' loro parti, sono interessale a preferenza di trovare nel medico, che hanno scelto, un carattere garbato, dolce, cortese, uno spirito llessibile, avvincente, un cuore affettuoso e sensibile. Nè egli perverrà mai a piacer loro, se indifferente o stoico pur sia; nè otterrà la loro benevolenza ed amicizia, se imperioso, duro, inaccessibile si mostri. Pulitezza, amabilità, condiscendenza, pazienza a tutLa prova, attenzioni adorne di seducente delicatezza, sono il maggior novero delle qualità che esse esigono in colai che hanno investito della cura della loro salute. E tostochè rassicurate si credono per le provale maniere, colme di riguardi, sedotte dal linguaggio che provoca ed induce ogni intimità, esse ripongono ben tosto nel medico la confidenza de'mali d'una languida e debole struttura, lo fanno depositario di mille minuziosi secreti che hanno bisogno manifestargli, ma per nasconderli in seno, alla fedele amicizia; esse gli affidano ciò clie ritengono di più caro, la vita cioè dei loro figli, clie eziandio dalla mano di lui per sè medesime fa ricevono. Allorquando finalmente hanno giudicato l'animo suo ed ì suoi talenti in rapporto confacente al loro carattere, egli allora è il loro consolatore, un angelo tutelare, un sostegno necessario alla loro felicità. Se alcuni doveri in vantaggio degli ammalati il medico non può mai infrangere, altri doveri i malati adempir debbono verso il medico. Essi saranno sempremai costanti nella scelta che di lui hanno fatta, onde non diffondere inconsideratamente a questo ed a quello le confidenze loro. Adempiranno fedelmente tutto ciò ch'ei prescrive in sollievo della loro salute, perchè a tanto impegno egli è stato prescelto ; nò trasgredir dovranno in qualunque circostanza le additate prescrizioni e gli ordini imposti. E finalmente devono guiderdonare le cure di lui colla dovuta gratitudine e riconoscenza. La scelta delle persone per assistere gli ammalati non è indifferente. Una fi so nomi a piacevole, una pazienza conosciuti ss ima, una inalterabile- dolcezza, un. cuore compassionevole, sono le qualità principali delle donne da prescegliersi al nobile ma penoso incarco di servire gl'infermi. Ed in ciò gli uomini non possono pareggiarle giammai. Esse sole sanno dare' agli infelici, consumati da patimenti crudeli, ogni minuto soccorso che il deplorabile loro stato richiede, sollevar con leggerezza i loro membri addolorati, e con attedia e carezzevole mano destramente supplire a quella languente inazione. I più circospetti premurosi servigi, i più teneri riguardi, tutto profondono agli infermi affidati alla loro vigilanza: né i portamenti in apparenza capricciosi di uno sventurato, sovente reso ingiusto ed esigente per lo eccesso de' mali suoi, nè le fatiche, nè i disgusti, nè i pericoli, menomar possono o indebolire il loro zelo, esaltato talvolta sino all'eroismo, che niente mutasi al letto del dolore. Ricavando Ì particolari sullo stato del vostro infermo, abbiate cura di nulla dire che possa spargere il turbamento o la paura nel di lui animo: nè fate alcun moto, alcun gesto, che possa interpretarsi in modo sinistro da una mente ingegnosa a rivolgere tutto in proprio svantaggio. E già vedetelo cercar la sua sorte nella espressione della vostra voce, nel vostro contegno, nel vostro silenzio. Gli avidi suoi sguardi chiedono agli assistenti la fatale sentenza, ch'egli teme qual ultima: nessuna cosa è per lui indifferente ; ei tutto indaga, egli è tutto occhi, tutto orecchie. E quando bisogna rassicurare la esaltala imaginazione di un infermo, i migliori ragionamenti non valgono quanto una idea falsa, che, non preveduta e bruscamente espressa, si tro. vassé in opposizione totale coll'oggetto de'suoi timori 11 chiarissimo Petit ha fatto sentire vivamente l'interesse del precetto, che non bisogna giammai .parlare de'funesti avvenimenti d'una malattia innanzi di colui che potrebbe temerne le conseguenze. Non parlate-mai di morte coi vecchi e coi tnori bendi. Se dovrete eseguire una grave operazione, evitate dichiararla; ma imprimete un'idea di speranza e di buon esito per tal temuto istante, servendovi pressappoco d'alcuna ingegnosa perifrasi, come: il momento allorquando io vi libererò; ovvero: quando cesseranno i vostri mali ec. Su di ciò nessuno ha pensato meglio del citato Petit; nò con maggior finezza o più eloquenti maniere si è giammai espresso. Astenetevi presso un infermo pericolante da un turbato contegno, o da tumultuosi movimenti. Accorrete forse contro una pericolosa emorragia? non dimenticate che il vostro primo impegno debb'esserc di signoreggiare immantinente sul morale dell'individuo. Se incerto, agitato vi vedesse, ei perderebbe ogni fiducia e si crederebbe perduto. Sottraetegli destramente lo spettacolo degli stranienti di cui vi servite, e più di tutto lo spargimento del proprio sangue. Qual funesta impressione non farebbe su giovane donna, nervosa, esaurita per uterina emorragia, l'aspetto d'uno ostetrico, il quale, con le maniche ripiegale sino al gomito, le mani, le braccia, il viso, gli abiti bruttati di sangue, la tormentasse con le più aspre manovre, e, dopo averle fatto soffrire un lungo e doloroso supplìzio, facesse mostra di esitare, e le lasciasse travedere la scoraggiante impotenza dell' arte! Allontanale da un malato che state per sottoporre a qualche importante operazione, tutto ciò che sbigottir potrebbe il suo cuore e portare lo spavento nel suo spirito, diggia pel timor del dolore agitalissimo. L'uomo più coraggioso ed intrepido non vede giungere senza fremere rabbonito momento. In quali angosce suppor si debbe colui che, debole e pusillanime, si è pur deciso sottoporsi a' crudeli soccorsi dell'arte, dopo lunghe esitazioni e penosi contrasti! Guardatevi di oltraggiarlo o ferirlo colle più insignificanti facezie, le quali tanto più crudeli sarebbero quanto maggiormente inopportune. Imponete a' vostri aiutanti ed agli astanti un silenzio assoluto. In siffatti terribili istanti, tutto ciò che vi attornia deve respirare la calma più tranquilla e perfetta. Alcuni infermi prossimi alla tomba, sospettando il loro stato, supplicano il medico a dichiarar loro in qual .situazione siano ridotti. Istanze pressanti, commoventi preghiere, nulla tralasciano per vincere la ripugnanza di lui: lo illudono interessandolo sulla necessità di metter ordine ad importanti affari} gli vantano il loro coraggio, simulano una perfetta rassegnazione alla sorte loro: diffidi il medico di tali fìnti motivi. Parecchi infermi, che si vantano mirar la morte senza timore, conservano tuttavia una forte secreta speranza d'essere ricondotti alla perduta salute, nè udir possono quella tremenda verità senza darsi in preda ad orribile disperazione. Alcuni di questi sventurati hanno punito l'incauto medico di sua imprudente condiscendenza con darsi spontanea morte. Bisogna morire, egli è incontrastabile, quando batte 1' ora di morie; ma è fatale il volersi intuonare la requie, quando il coraggio e la intrepidezza potrebbero trionfare ancora sovra la lunga notte del sepolcro. Si possono consultare in proposito le seguenti opere: LutheEj De praecipuis cautelis praxin adeimti juxta clinicos probe aUendenlis; W. Wedelius, De officio aegrotanlium; Bienve.w, Des qualitis morales du m£decin, et de la condotte qu'il dtsit tenir auprès des malades; Detebgie, Àrlic. Consultatìons, dans le Dici, de Mèd. et Chir. praliq.; Vavasseur, Manuel de patJiolog. génèr.; Angeli, // medico giovane al leUo dell ammalato. Lieto il medico d'essere stato utile al suo ammalato, il premio delle sollecite penose sue cure dovrà giustamente attendere. Eppure bisogna assuefarai alla sconoscenza de' clienti, ed abituarsi a sollecitare un compenso, più spesso ritardato dal ricco, meno esalto d'ogni altro. Desideraci cosa sarebbe il gratuito esercizio della medicina: ma in qual classe della società trovare individui animati d' ardentissima filantropia, per consacrarsi a' disgusti e pericoli di questa professione, senza altro guiderdone fuorché la virtù? Di qual pane vivrà il medico e la di lui famiglia? Cessi ornai la società di calunniare i medici, poicbè dal suo seno sono prodotti; uè essendo una specie d'uomini eccezionali, son eglino, come tutti gli altri, ciò che la natura e le civili istituzioni ebbero a formarli. Ogni fortuna suppone in sua origine un salario, un lucro otl una rapina. Questa sorgente è accresciuta per successioni. Ma se il negoziante che si arricchisce calcolando i bisogni delle derrate, se V artigiano che appigiona ii suo braccio o vende il frutto del suo lavoro, se il nobile che pone al soldo la sua spada, niente operano che si possa loro biasimare senza fare la satira dello stato sociale, chi oserebbe vituperare e riprendere il medico che accetta o richiede qualche onorario per cura ed assistenza ad un malato prestata? Per esser capace di opera cosiffatta, ha consumato egli una parte della sua vita, ha erogato porzione delle sostanze sue O della sua famiglia, ha sequestrato la sua gioventù in severe discipline lungi d' ogni diletto, finalmente egli ha travagliato per la società, e questa mostar gli si deve riconoscente. Se gli individui che esercitano l' arte di guarire avessero parte a' primi onori dello Stato, vedrebbesi precipitare nella loro coorte tutti quelli che la fortuna ha colmato de' doni suoi. Allora la medicina esser potrebbe gratuita, pagando la società in onorificenze ciò che in costosi servigi riceve. Ma l'esercizio della medicina attualmente procura appena qualche considerazione; un medico gode alcun credito, occupa talora un posto, tos toch è abbandona la sua professione, ovvero allorquando, giunto a sufficiente fortuna, riposa tranquillo gli stanchi suoi giorni. La vista d’un medico ha qualche cosa di apprensivo, perchè ridesta ciò che ogni uomo maggiormente teme e detesta dopo la indigenza o la morte, la malattia. £ qual mezzo si adopera oryle risolversi ad onorare colui che tanto giova all'umanità? Iticupe rata la sanità da chicchessia, cominciasi a dimenticare il male già terminato, ed insieme in ente dileguasi la ricordanza del medico, e la riconoscenza ccu tunicatamente a lui riprotestata. Questa condotta degli ammalati disgusta ed indegna il medico principiante, quantunque animato d'ogni nobile sentimento, che i progressi poi dell'età estinguono in ogni cuore. Perchè egli desiderava amicizia gli si nega la stima, anzi si opprime di sarcasmi, fors'anco di villanie, finché una nuova malattia riproduce l' umile preghiera c la vile e bassa adulazione, suggerite dal timor della morte. Ingannato nelle sue fantastiche speranze, dà egli uno sguardo beranza gl'infelici loro clienti, occultando l'avida loro cupidigia sotto la capziosa maschera dello zelo. Crcderebbesi egli mai che agli ammalati ed ; agli assistenti l'impostore l'assembra uomo filantropo ed abile, mentrechè il circospetto vien supposto ignorante e disattento! E ciò avviene perchè i movimenti delle gambe, dèlie braccia, e della lingua principalmente, sono valutabili soltanto dall'ammalato, ossia da giudici incompetenti. Ma ognuno dee far sacrificii nell'interesse della società: ciascuu le deve un tributo, ed il medico più che ogn' altro; egli, i cui doveri sono consacrati all'umanità, ne darà il buon esempio, ricavando costantemente per l'esercizio del suo ministero la soddisfazione' di avere agito secondo coscienza e possibilità. Laonde se le mediche funzioni espongono tutto giorno chi le adempie allo sdegno dell'ignoranza), all'obblio dell'ingrato, agli oltraggi del calunniatore: se troppo disgraziato sentesi. il medico, :-, perchè la sua 1 riputazione, acquistata penosamente opn. veglie, privazioni e stenti, da' capricci della moltitudine totalmente; dipende : ise, : per'.' bene adompirc i penosi doveri! che gli si impongono, rinunciar gli bisogna tutti i godimenti della vita c la domestica sua libertà, -egli trova, però nell'esercizio stesso della professione qualche compenso, che da così numerosi ed ines ideabili contrasti in parte lo risarcisce. La stima del poco numero di uomini assennati Io consola, c gli f;i dimenticare la gelosa invidia degli emuli, e la fredda indifferenza ingratissima di coloro che maggiormente obbligali gli sono egli deggiono riconoscenza. L'intimo convincimento e la verace persuasione che i suoi malati hanno ricevuto tutte le cure che lo stato loro esigeva e da lui apprestar si potevano, lo sottraggono agl'insulti dell'affannoso rimorso, ed invulnerabile Io rendono all' avvelenato strale delia smaniali Le invida malignità, allorquando un avvenimento funesto non si è potuto prevenire da' soccorsi dell'arte nò per gli sforzi della natura. Una coscienza calma e tranquilla, assicurando a La buona compagnia che l'onta francheggia n Sotto l'usbergo del sentirsi pura, è già la ricompensa del medico, che esercita con probità ed onore i suoi doveri, Il guiderdone cT una buona azione, è di averla fatta : Recte farti, fecìsse merces est; diceva Seneca (epist.); Le frali iTun b'tenfait, d'est le bienjuil lui-méme, Egli è contento e pago del bene da luì fatto, e molto può farne. Lo infelice a preferenza l'implora, ed ei seco conduce la speranza e la consolazione nell'asilo della miseria : e le benedizioni degli sventurati, sono il compenso di cosiffatte beneficenze, premiate da calde lagrime di immutabile riconoscenza. Tostochè un medico giugne a ridonare un ma 2(3 lato dati' orlo della tomba alla vita : allorquando ei conduce ad assicurata convalescenza un disgraziato, già sottoposto a chirurgica pericolosa operazione; questi fausti risultameli d'ogni sua cura largamente lo indennizzano. Colui che è stato salvato, diviene suo amico e fratello. Il vederlo, gli procura la più singolare e deliziosa compiacenza j ed il mutamento più vantaggioso di sua fortuna non gli apporterebbe una pari così grata gioia. Al contento di togliere una de- signata vittima alla morte, niente è che agguaglia. Un infermo ch'egli ha liberato da gravissimi peri- coli, lo consola d'essere stato meno felice in altri in- contri. ' ! . i . ; i i i i ' Il medico adunque, tolte alcune eccezioni, ndn acqui- sta generalmente vistosa e grande fortuna : ma il frutto de'tooi lavori non è esposto mai a repentini sconvolgimenti, che spesso rovesciano il commer- ciante dall'estrema dovizia nell'estrema miseria. Egli gode d'una sorte piacevole e tranquilla; egU.c posto in quella buona e sicura mediocrità, ohe,, fra .tutte ic condizioni della vita, è la più compatibile con la felicità. Accollo, gradito, festeggiato nella società; stimato dalla gente di lettere, desiderato dal ricco e dal pitocco, il medico, sino alla più tarda età, vive amato, onorato, richiesto da ognuno. Montuus, De stìpendìis medicorum. In questa Monografia sono stati i medici Spesse Tolte da me lodati con ingenua franchezza, an- tGoradhó sia- del lóro numero anch'io. Mi sono iit- igegnato ìàre il loro elogio senza prevenzióne, né -ho dissimulato i loro difetti. Ho esposto i,loro doveri, ed ho curato mostrarli quali realmente pur 'son^ij^r^ii&repj^ritato/iliii^mproyece di parzialità,? ÌS,ox io crédo averlo. heoe evitalo.! n tiniw$ rthtv '.( M. Vr^.tVstV <-v,-v .w.s^l*U ifliifc. Roberto Sava. Sava. Keywords. Refs.: dovere, i doveri – pregi. Luigi Speranza, “Grice e Sava” – The Swimming-Pool Library.

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