Grice
e Ramorino C IL
LINGUAGGIO (0. TTdvxa Bela koI dvBpiIiiriva ndvxa. , Ippocrate. 1. Chi rivolga
anche un rapido sguardo alla storia della filosofia, non tarda ad accorgersi,
che una delle questioni, le quali più vivamente preoccuparono la mente dei
pensatori antichi e moderni, è quella che concerne il linguaggio come sistema
di segni significativi delle idee. E veramente è que¬ stione assai complicata e
difficile: come mai il pensiero del¬ l’uomo trova la sua espressione in un
suono materiale che non ha con esso alcuna palese connessione? e non solo vi
trova la sua espressione, ma quasi non è esso stesso possibile senza il
linguaggio? conciossiachè sia noto ad ognuno, che ogni meditazione, quasi
soliloquio interno, non può mai del tutto (1) Dirà taluno: che cos’ha a fare
questa trattazione del linguaggio collo scopo generale del lavoro, che è di far
vedere i punti di contatto fra le scienze naturali e la filosofia? Rispondiamo
che la linguistica, seb¬ bene abbia un largo fondamento storico, tuttavia in
quanto viene a chia¬ rire la natura intima del linguaggio, che è un fatto
umano, fa parte delle scienze naturali. Poi, siccome il pensiero umano è la
base della lingua, cosi la linguistica si lega anche intimamente colla logica ;
e il trattarne qui serve a far vedere come possa la filosofia avvantaggiarsi
dei risul¬ tati delle scienze speciali. — 13 — svincolarsi dai ceppi della
parola articolata. E come avviene, che, essendo unica la natura cogitativa,
cosi diversi riescono i linguaggi? E in che modo lo spirito dell’uomo ha saputo
distinguere coi termini del linguaggio i modi di essere e i modi di operare, e
gli enti e gli agenti, e i loro rapporti rispettivi ? Quali saranno stati i
principii di un così ben fatto tessuto di parole e proposizioni e periodi? Ecco
un fascicolo di problemi, tutti di una grande importanza pel filosofo, il
quale, volendo spiegare il fatto della conoscenza, deve ren¬ dersi ragione di
tutto quanto si connette colla vita intellettiva. 2. Ora di siffatte questioni
sul linguaggio si può dire con verità, che nessuno dei cultori della filosofia
da Platone a Gioberti ha saputo dare una soddisfacente soluzione. Presso i
Greci discutevasi con vivo contrasto d’opinioni, se le parole fossero
significative delle idee per natura (qjùati), ovvero per arbitrio degli uomini
(eéaei) (1). Eraclito sosteneva che cia¬ scuna cosa avesse dalla natura un nome
speciale, non quello datole per convenzione in ogni lingua, ma uno comune a
tutti, e Greci e barbari (2). Platone nel Cratilo pure affermava il nome essere
bibaaxaXiKóv ti òptavov koI bioKpiTiKóv tìV; oùalaz (p. 388 C.), uno strumento
insegnativo e distintivo dell’essenza; ed essere stati i nomi imposti dal
nomoteta alle cose , con¬ formemente alla loro speciale natura. E volle altresì
investi¬ gare egli stesso questa rispondenza dei suoni articolati alle cose, in
una serie di etimologie, della natura di quelle, per le quali va famosa
l’antichità (3). Aristotele, sebbene con (1) V. per questa storia delle idee
antiche sulla linguali Lehrs — Die Sprachphilosophie der AUen, e Pezzi —
Introduzione alla scienza del linguaggio. Traduzione francese. Paris, 1875. (2)
Le idee di Eraclito sono espresse per bocca di Cratilo nel dialogo Platonico da
costui intitolato. Ivi (p. 383 A) si legge : KporùXo? (pqolv fibe... òvópaTo?
òpeÓTHra eìvai éKcioTip tù)v óvtujv tpùoei TiecpuKUtov, kuI où toOto elvai
óvopa 6 fiv xive^ Huv0ép6voi koXcìv KaXCùoi, ti)? afiTiùv (pujvfc pópiov
èiriq)0ETYÓp€voi, àWà òp0ÓTriT(i riva tùiv òvopÓTUOv ireqpuKévai koì xai
papfdpoi? Tf|v afiTiìv fiiraoiv. (3) È notevole la serietà con cui Platone
istituisce nel Cratilo questa - 14 - queir acume, che gli era proprio, già
avesse saputo distin¬ guere il tono, da lui chiamato ipóqpoi;, e la voce,
q>u)vn) propo¬ stosi egli pure di spiegare il rapporto della voce colle
idee, era costretto di ricorrere ad espressioni vaghe ed incerte, come quando
diceva: «an pèvoOvTà èv «pujvtl twv èv •tf\ vuxfl itoenpiiTiuv oùnpoXa {De
interpr., I): «le inflessioni della voce sono simboli delle aflfezioni
dell’anima • ; ovvero chiamava i nomi pinfinara, imitazioni: (jirflpEe koI
<piuvà vdvTUuv nifHiTiKdiTarov tiIiv popliuv i^pTv {Rhetor., Ili, I). La
stessa incertezza, gli stessi errori negli stoici e nei gram¬ matici
alessandrini, sebbene autori della terminologia gram¬ maticale, che ancora è in
uso presso i moderni. Nè altro di meglio fu detto dai Romani; ed anche nell’età
di mezzo gli scolastici si contentavano di toccare la questione dell’origine
del linguaggio o supponendolo innato nell’uomo, o attribuen¬ dolo ad
un’invenzione lenta e progressiva (1). I primi filosofi, che con più acuto
spirito di osservazione e con un corredo più copioso di fatti si accinsero a
trattare le quistioni del linguaggio, furono quelli che vissero sul finire del
secolo XVII e nel XVIII. Ma quanti errori non deturpano ancora codeste, che han
dovuto ai loro tempi sembrare pro¬ fonde investigazioni! Giambattista Vico
rimprovera ai dotti, che abbiano stimato cose separate le origini delle lettere
e l’origini delle lingue, mentre che, secondo lui, erano per na¬ tura congiunte;
anzi crede di dimostrare egli stesso che tutte le nazioni prima parlarono
scrivendo, come quelle che furon dapprima mutole ! ! (2) Poi, meditata « l’idea
di un dizionario mentale da dare le significazioni a tutte le lingue articolate
diverse, riducendole tutte a certe unità d’idee in sostanza «, ricerca. Si
potrebbe dire che sia la cosa più perfetta che potesse farsi senza le leggi del
metodo scientifico. E l’autore stesso alla fine del dia¬ logo manifesta il
dubbio di non aver ancora afferrato nulla di buono circa la rettezza dei nomi.
(1) V. Pezzi — Introduzione. (2) Vico — Scienza nuova, Ediz. Predar!, Torino,
1853, p. 163 e seg. - 15 — d'atfatica a spiegare ia formazione delle lingue
eroiche e vol¬ gari per mezzo delle viete e sterili teorie dell’ onomatopea e
delle interiezioni. Locke dedicò tutto il terzo libro del suo « Saggio sull’
intendimento umano • alla questione delle pa¬ role in rapporto colle idee, e
sparse la sua scrittura di molte acute e dotte sentenze; ma non affrontò le
difficoltà più gravi, in cui si erano abbattuti i suoi predecessori. Leibnitz,
ingegno più d’ogni altro poderoso, fu il primo ad additare la via per risolvere
i problemi del linguaggio, cioè la necessità di rac¬ cogliere e comparare i
fatti glottologici per iscoprirne le leggi (1); primo capì il vantaggio che si
sarebbe ricavato dal paragonare lingue e dialetti ; e si era accinto egli
stesso a raccogliere e far raccogliere parole dalle diverse lingue, per recarle
a confronto. Ma che ancora non avesse del linguaggio un’idea adeguata, è
provato dal fatto che egli ideava, sulle orme del vescovo Wilkins, e credeva
praticabile una lingua filosofica artificiale, fondata sulle categorie dei
concetti men¬ tali (2). Condillac e Rousseau supposero che l’uomo primitivo,
sentita la necessità della comunicazione co’ suoi simili, abbia inventato la
parola come le altre arti ( Rénan , De l'origine du langage, p. 77 e seg.). A
costoro va attribuita la strana distinzione fra il linguaggio dei gesti, detto
naturale , e il linguaggio articolato, detto artificiale, distinzione che
trovasi ancora nel Reid e nel Dugal Stewart (Rénan, op. c., p. 78 nota), e nel
nostro Galluppi (Logica jnfsfa, ediz. Silvestri, pag. 222). Nel secolo presente
De Ronald, De Maistre, Herder, Hamann, volendo spiegare l’origine delle lingue,
si videro costretti a ricorrere di nuovo all’ipotesi della rivelazione divina,
ipotesi che anche il Gioberti sostenne in parecchi luoghi delle sue opere (3).
Che più? Un filosofo francese, pure del nostro secolo, (1) V. lettera a Tenzel
citata da Pezzi — Inlrod. trad. frane. (2J Lettera a Rkmond di Montmort presso
Max Muller — Letture sopra la sciensa del linguagyio. Serie 2*, lett. II. (3)
V. l’Introduzione allo studio della filosofia, e filosofia della ri¬ velazione,
passim, e cfr. Rosmini — Teodicea, lib. I, c. XXL - 16 - e per ogni altro
rispetto valente pensatore, dico Maine de Biran, non dubitò di credere
possibile una lingua formata de sang-froid par un ìiomme réfléchi , qui
voudrait fìxer ses idées, et s'en rendre compie ! ! (1) 3. A questo punto si ha
il diritto di domandare, perchè tanti robusti pensatori, i quali nell’ altre
parti della loro scienza pronunziarono belle verità, in questa non si levarono
oltre i li¬ miti d’ una superficialità grossolana ? Or bene, a questa do¬
manda, la cui forza hanno dovuto sentire i filosofi stessi da noi citati,
adesso si può rispondere dicendo, che le lingue sono fatti; e a spiegare i
fatti non basta tentare un’esplicazione della idea che se n’ ha a priori , ma
bisogna studiarli come fatti, e coll’ osservazione determinarne le leggi
regolative. L’impresa di spiegare il linguaggio, movendo dal concetto della sua
natura, anziché dalle sue positive manifestazioni, non era meno temeraria, nè
poteva riuscire meno infruttuosa m di quella degli antichi fisici, che volevano
far la scienza del cosmo esplicando certa idea loro preconcetta. Era dunque
necessario, per far la scienza del linguaggio umano, sostituire al metodo
dapprima seguito il metodo dell’osservazione e del¬ l’induzione, ossia raccogliere
un gran numero di fatti, ser¬ vendosi all’uopo dell’elemento storico,
confrontarli, e notarvi quei costanti fenomeni che potessero guidare alla
scoperta delle leggi, e dopo ciò, solamente dopo ciò, dar mano ai pro¬ blemi
della natura e dell’origine. Ora questo metodo, la cui necessità già avevano
presentita (1) Oeuvres philosophiques, t. II, p. 323, citato da Rénàn — Orig.
du lang., p. 92, nota. Ivi dopo aver accennate le parole di Turgot : « Lee lan- 0 gues ne sont pas
l’ouvrage d’une raison présente à elle-méme, « sog¬ giunge: « Je réponds que
les langues instituées ne peuvent étro l’ou- (I vrage que d’une telle raison.
M. Turgot fait à Maupertuis une reproche « que je me suis attiré moi-mfime en
supposant un philosophe qui forme « un langage de sang-froid. Je ne vois pas ce
qu’il y a d’absurde dans « cette hypothèse. Sans la faculté de réfléchir, il
n’y aurait pas d’insti- € tution du langage proprement dite. Pourquoi dono une langue ne se- 0 rait-elle pas
formée de sang-froid... etc.? » — 17 — Bacone e Leibnitz (1), fu negli ultimi
tempi applicato a tutte le lingue conosciute, da una generazione di valenti
uomini, ai quali non verrà mai meno la riconoscenza di chi conserva l'amore
della verità. Per l’opera di costoro fu creata una nuova scienza, con vario
nome denominata glottologia^ o linguistica^ 0 filologia comparata; la quale in
breve spazio di tempo non solo sparse una viva luce sulle questioni relative ai
linguaggi, ma altresì corresse molte opinioni degli uomini intorno alla
etnografia, alla storia dei nostri primi padri, al modo pratico di studiare le
lingue. E noi affermiamo, che tutti questi ri¬ sultati non devono essere
sconosciuti dal filosofo; anzi è suo dovere di nulla pronunziare intorno al
linguaggio considerato logicamente, se prima non l’ha studiato sotto il suo
aspetto storico e positivo. Esporre pertanto con massima brevità i principali
teoremi della glottologia, e chiarire, qual vantaggio se ne possa rica¬ vare
per la soluzione delle questioni logiche sul linguaggio, ecco lo scopo del
saggio presente, del quale noi ci dogliamo solamente, che, per la natura del
lavoro di cui fa parte, debba essere racchiuso in troppo angusti confini. 4. A
spiegare la vita di ogni organismo, si ricerca dapprima come sia fatto, quindi
come gli organi funzionino. Anche il linguaggio va considerato sotto un doppio
rispetto, anatomico ‘e fisiologico (2). Cominciamo dallo studio anatomico. (1)
Intorno a Leibnitz v. nota (1), pag. 15. Di Bacone abbiamo queste parole; «
Cogìtatione complexi sumus gramaticam quamdam, quee non (I analogiam verborum
ad invicem, sed analogiam inter verba et res, sire « rationem, sedulo inquirat:
citra tamen eara quae logicse inservit, ber¬ ti meniam. Illa demum, ut
arbitramur, foret nobilissima gramaticse « species, si quis in lingdis
plubimis, tam eruditis quam vulgaribos exi- .< mie doctus de variis
linguarura proprietatibus traetaret.» eco. (Opere, voi. III. London, 1753, p.
107). (2) Questo modo di ordinare i fatti linguistici non fu mai adoperato,
ch’io mi sappia, da alcuno degli espositori di questa scienza. Pure mi sembra
molto naturale per collocare nel loro vero posto, senza ommet- terne veruno, ì
fatti medesimi. 2 _ 18 — Ogni lingua, nel senso che si dà comunemente a questa
parola, è un sistema di segni udibili articolati, che servono , alla
espressione del pensiero. I segni udibili, ossia i suoni articolati
costituiscono quello che chiamasi comunemente la forma esterna del linguaggio;
il modo vario in cui si com¬ binano questi suoni per la espressione del
pensiero, ne sono la forma interna, tolta la parola forma in largo significato.
Del linguaggio si possono dunque cercar gli elementi, sia che se ne'guardi la
forma esterna, sia che si consideri la interna. In ordine alla prima, è noto
che le parole constano di suoni semplici, risultanti dalla cooperazione di tre
fattori, che sono il fiato, la vibrazione delle corde vocali, e la varia
disposi¬ zione degli organi della bocca ; ed è noto altresì che i suoni si
classificano comunemente in vocali, qjiuvnevTo, semivocali, ^iiiiqiujva, e
consonanti, ficpuivo, i quali ultimi, secondo 1 organo con cui si pronunziano,
vanno distinti in labiali, gutturali, dentali, linguali, nasali e spiranti, e
secondo la maniera del pronunziarli in tenui, medii ed aspirati (1). Venendo
alla forma interna, in ogni linguaggio si possono distinguere, chi anche
lievemente consideri, due elementi, l’uno dei quali si chiama materia, l’altro
forma, pigliando questa parola in stretto senso. Materia del linguaggio sono
quelle parole o parti di parole, che significano le idee delle cose 0 delle
azioni, dove quelle parti che dinotano i rapporti fra le idee ne costituiscono
la forma. Quando dico in latino: • con-iic- u-ere omn-es . , è facile
discernere che le parti contic e omn sono materia, uere ed es sono forma;
quelle designano le idee del tacere e della totalità di numero, queste
determinano il soggetto e il tempo dell’ azione. E quando soggiungo : .
intentique ora tenebant ■, designo ancora da un lato una (1) Chi ha trattato
meglio questa parte dell’analisi linguistica è il Rumpelt, nell’opera
intitolata: Bas natnrliche System der Sprachlaute , la cui dottrina espone il
Pezzi nella più volte citata Inti'oduzione. V. pure Max Muller — Lett. cit., 2»
serie. 111. — 19 — qualità, un’altra azione ed una parte del corpo umano,
d’altro lato attribuisco la detta qualità allo stesso soggetto di prima, gli
attribuisco pure quest’altra azione col suo oggetto. Tutto ciò è ovvio, nè fa
mestieri che ci dilunghiamo soverchiamente a spiegarlo. Quindi seguitiamo
l’analisi degli elementi già messi in luce; e osserviamo a mo’ d’esempio il
con-tic or ora trovato. Dal confronto di altre forme come con-fundo , con-
ger-o, eco., non tardiamo ad accorgerci, che il contic è com¬ posto da una
particella con , significativa di raccolta, e da tic, forma debole di tac.
Quest’ ultimo suono è irreducibile ; per quanto analizziamo, non ci troveremo
più nulla; esso è l’individuo, l’atomo del linguaggio, è la radice. Collo
stesso processo applicato all’altre parole troveremmo pure in ultimo un analogo
individuo, per es. da intenti, di¬ stinto il prefifsso in e il suf. ti, plurale
di tus, ta, tum, che forma il participio passato passivo, ci riduciamo alla radice
ten. Dunque gli elementi materiali dei linguaggi da noi conosciuti si riducono
in ultima analisi alle radici. Gli stessi suflBssi formativi dei temi riescono
pure a radici ; e il mede¬ simo è da dirsi dei prefissi, onde abbiamo visto due
saggi nell’esempio citato. E sono le radici elementi in sommo grado pieghevoli,
e per la generalità del loro significato si prestano ad una formazione qualche
volta prodigiosa di nomi e di verbi. La radice spec (antiquato spedo) trovasi e
nei composti, come; conspicio, circumspicio, ecc., e in : species, spedare,
specta- culum, spectaUlis, spectator, auspicium, conspicuus, ecc., e nelle
lingue derivate: rispetto, aspetto, ispettore, specu¬ lare, specola, speziale,
ecc., ecc. — Più difficile riuscì la analisi linguistica delle terminazioni
formali. Ma alfine si ridussero anch’esse a radici, detti dai glottologi
predicative, per contrapposto delle altre, che si chiamano dimostrative-, ed è
opinione dei più, che esse vivessero in origine una vita indipendente, e solo
più tardi siensi incorporate colle altre radici in modo da formare le parole,
quali nelle lingue sto¬ riche noi le vediamo. — 20 — Insomma uu numero
comparativamente piccolo di radici monosillabiche, ora composte di una sola
vocale, ora di una vocale e d’una consonante, ora di una vocale e più conso¬
nanti, ecco i materiali, onde è formata ogni lingua (1). Noi non possiamo qui
accumulare le prove, ma accettiamo queste scoperte della glottologia, persuasi
che il consenso dei dotti, applicatisi di proposito a questo studio, sia per
noi una suf¬ ficiente ragione. 5. Fin qui deU’anatomia del linguaggio. Ora
veniamo a delineare per sommi tratti la vita delle lingue. Conviene av¬ vertire
subito, che, per rilevare lo sviluppo fisiologico d una lingua non basta
guardarla o quale è registrata nelle opere letterarie di una data epoca, o
quale si parla da una data generazione d’uomini ; bisogna osservarla per tutto
un periodo di tempo, durante il quale gli elementi della sua vita si siano
potuti esplicare. Per es. non basta guardare l’italiano come si parla ora, o
com’era parlato ducent’anni fa ; sebbene anche in questo breve periodo già
siano avvenute mutazioni impor¬ tanti ; ma, perchè lo studio sia veramente
proficuo, bisogna confrontare, poniamo, il latino dell’epoca augustea coll ita¬
liano di qualunque secolo, ed insieme colle lingue sorelle derivate da un
medesimo stipite. Studiando in questo modo le lingue, si scopre, che il loro
sviluppo si compie per due vie principalmente, e sono le alterazioni fonetiche
e la ri- generazione dialettale. Spieghiamo brevemente questi due fatti
glottologici. E perchè la brevità non generi, come suole, oscurità, poniamo
subito sott’occhio un esempio. Sia il verso virgiliano; Infandum, regina, jubes
renovare dolorem (1) Già gli antichi grammatici, secondo Max Mìlller, avevano
ridotto a 1700 il numero delle radici nella lingua sanscrita; ed è anche piu
ri¬ dotto il numero loro nelle singole lingue ariane. Tutte queste comune hanno
una ottantina di radici, da cui si deriva un abbastanza ricca famiglia di
parole. V. il Fick - Vergleilendes Worterhuch der Indogermanischen Sprachen, e
specialmente il 4“ volume. — 21 - e ritaliano: « (tu mi) comandi, o regina, di
rinnovare un inefFabil dolore •. Si scorge da sè, che all’infuori della pa¬
rola regina, non è più rimasta nell’italiano alcuna voce del tutto identica col
latino ; ma d’altro lato, all’infuori di jubes, sostituito dal sinonimo
comandi, nel verso latino non vi è nulla che non si possa dire italiano.
Vinfandum non esiste più in italiano nella sua forma intiera, perchè, salvo po¬
che eccezioni, si sono perduti i participi passivi in dus da dum; ma ne esiste
la radice'ed una composizione analoga in infante, ineffàbile = in-ex-fa-bili-s.
Il renovare è diventato in italiano rinnovare per due mutamenti, prima per
l’indeholi- inento dell’e disaccentato in i, come in quasi tutti i verbi co-
mincianti colla sillaba re -, poi per il raddoppiamento dell’n, fenomeno
proprio dell’italiano in questi eà* altri casi simili. Per ultimo il dolorem
non ha più il segno dell’accusativo, per essersi perduta la differenza dei casi
in tutte le lingue neo¬ latine (1). Questo è un piccolissimo saggio delle
mutazioni linguistiche, e vogliamo che serva non a spiegare tutte le possibili
alterazioni, rna solamente a dar un’idea dell’altera¬ zione in genere. Del
resto di siffatti mutamenti si danno più specie. Ora è un cambiamento di forma
nella parola per scambio di suoni affini, come quando diciamo vescovo in luogo
di episcopus ; ora è addirittura una perdita di suoni o in principio della
parola, o in mezzo, o in fine, come quando di¬ ciamo fola in luogo di fabula,
panno pe-c possono = possunt. Queste due maniere di alterazioni, per dirla di
passata, pro¬ cedono dalla legge d'inerzia o d'infingardaggine, per cui gli uomini
cercano di facilitare la pronunzia delle parole (2). (1) Questo che noi diamo
qui è un saggio molto incompiuto di compa¬ razione , bastevole tuttavia pel
nostro scopo. Chi vuol vederne uno più compiuto, legga il 'Witney — La vita e
lo sviluppo del linguaggio tra¬ dotto in italiano dal D’Ovinio (Ediz.
Dumoulard, Milano 1876). Ivi (pag. 42 0 seg.) l'Autore paragona un versetto
degli Evangeli anglo-sassoni col¬ l’inglese moderno corrispondente, e il
Traduttore in una nota (pag. 50) confronta i due primi versi del 2° libro
delTEneide coi corrispondenti ita¬ liani. (2) Max-Muller — Lett. IV, 2“ serie.
V. pure una trattazione abba- - 22 - Talvolta il cambiamento o la perdita è di
forme grammati¬ cali, come avvenne nelle lingue neolatine, le quali non con¬
servano se non scarse reliquie della declinazione nominale e pronominale. Od
anche si cambiò o perdette il significato di alcune parole j ad es. tutto il
vocabolario morale si svolse da termini di significazione fisica, come già
aveva notato il Locke in un passo famoso del suo saggio suU’intendimento umano
(1). Finalmente quando si sentiva il bisogno di esprimere nuove idee, ogni
linguaggio ha creato parole nuove, o componendole da altre già esistenti, o
togliendole in prestito da altre lin¬ gue, 0 lasciandosi guidare dal
potentissimo istinto della me¬ tafora, ed attribuendo nuovi significati a
parole e costrutti vecchi. Ecco in breve la somma delle alterazioni a cui ogni
lin¬ guaggio, come parlato dagli uomini, va sottoposto ; e chi per poco esamini
di quanto rilievo siano queste alterazioni, non si meraviglierà che vi sia
tanta differenza tra forme eviden¬ temente derivate l’una dall’altra. Resta che
si dichiari, in che consista quella che il Max Miiller chiamò rigenerazione
dialettale. La lingua non è già un organismo oggettivo, come fu detto da
alcuni, ma anzi la stanza compiuta delle alterazioni fonetiche che succedono
nelle lìngue nel libro citato del Witney, pag. 53-168. (1) hocKE — Saggio, lib.
Ili, c. 1. « Un’altra cosa che può avvicinarci allo origini delle nostre
conoscenze si è di osservare, come le parole di cui ci serviamo dipendono dalle
idee sensìbili, e come quelle che s’ado¬ perano a significare le azioni e i
concetti rimoti dai sensi, traggono la loro origine da queste stesse idee
sensibili donde sono traslate a signi¬ ficazioni più astruse per esprimere idee
che non cadono sotto i sensi. Cosi le parole imaginare, comprendere, concepire,
instillare, ecc., son tolte da operazioni di cose sensibili e applicate a certi
modi del pensiero ». — Tutto ciò è perfettamente vero dal lato linguìstico; ed
è anche certo che l’uomo non è giunto ad afferrare i concetti sovrasensibili se
non per via de’ sensibili. Ma ciò non vuol dire ancora che i concetti sensibili
siano gli unici fattori di tutta la vita intellettiva, come vuole il Locre ;
anzi affer¬ miamo che senza una speciale attività originaria dell’anima
intelligente, non sarebbero state possibili neppure le percezioni sensitive e
le voci ar¬ ticolate che le esprimono. - 23 — non vive che nella bocca deg-li
uomini che la parlano. E come gli uomini si dividono in nazioni, e le nazioni
in provincie, e le provincie in comuni, e i comuni in famiglie, e le fami¬ glie
in individui, così una lingua piglia tante forme quante sono le provincie della
nazione che la parla, anzi tante quante i comuni e persino le famiglie. È noto
che ogni individuo ha il suo modo di parlare, come la sua scrittura e la sua
fisio¬ nomia ; ogni classe di persone ha il suo gergo, ogni riunione d’uomini
il suo dialetto. La lingua vive non già nelle opere scritte, bensì nei
dialetti; e i dialetti non son^o altro che la lingua comune modificata dalla
influenza locale del clima, del territorio, deU’indole popolare, delle
abitudini. Col procedere del tempo, la tendenza propria dei dialetti, di staccarsi
dalla madre lingua, si accentua sempre più, anzi ogni dialetto co¬ mincia alla
sua volta a dare origine ad altre sottoforme dia¬ lettali, e allora può dirsi
che nasca una nuova famiglia di lingue. Così dal ceppo del latino pullularono i
diversi rami delle lingue romanze. A raccor tutto in breve, le alterazioni
fonetiche e lo sviluppo dialettico, ecco i due tratti fisiologici delle lingue,
dei quali deve procacciarsi una esatta notizia chi voglia discorrere
dell’essenza del linguaggio umano. 6. Applicando il doppio processo finora
descritto, cioè l’a¬ nalisi dei costitutivi e l’indagine sullo sviluppo alle
varie lin¬ gue conosciute, i glottologi sono riusciti a classificarle gene¬
ticamente. Perchè egli è chiaro, che, come tutte le forme dialettiche di un linguaggio
appaiono derivate da una stessa sorgiva, così un gruppo di lingue può
manifestarsi come na¬ scente da una lingua sola più antica, di cui le prime non
fos¬ sero che altrettante forme dialettiche. Tale conclusione invero noi
abbiamo sempre il diritto di fare, quando scopriamo, fra gli elementi di più
linguaggi, evidenti rapporti di affinità sì lessicale si grammaticale, ed è in
questa parte principalmente che il metodo storico-comparativo ha dato ì
migliori risultati. Ora non è più dubbio, che come i dialetti, o, se meglio
piace, le lingue moderne dell’Europa meridionale-occidentale sono nate dal
latino, così ii latino stesso e il g-reco e le lingue teutoniche e le slave,
insieme col sanscrito e il persiano an¬ tico hanno un’origine comune, e tutte
insieme costituiscono quella che si chiama la famiglia delle lingue
indo-europee. Anche i rapporti diversi di maggiore o minore affinità hanno
messo i glottologi in grado di affermare, in qual ordine pro¬ babilmente
successero le migrazioni dei popoli ariani dal¬ l’altipiano centrale dell’Asia,
lor sede nativa, e s’è potuto perfino determinare il grado di civiltà, a cui
que’ nostri primi padri erano pervenuti avanti che si separassero. Gli stessi
studi comparativi fatti su ejtre lingue come l’arabo, il siriaco, il caldeo,
l’ebraico condussero i dotti a stabilire un’altra fa¬ miglia, la semitica, di
cui il carattere principale è il tricon- sonantismo delle radici. E in famiglie
furono pure ridotte tutte le altre lingue parlate sulla terra dai non Ariani nè
Semiti, sicché il "Witney distingue (1): la famiglia scitica o urale-
altaica e la monosillabica, comprendente il cinese, l’indiano transgangetico,
eco., a cui vanno aggiunte le lingue malesi- polinesiache, le lingue
dell’Africa e quelle dell’America. Seb¬ bene in questa parte, per la scarsezza
dei fatti potuti racco¬ gliere, regna ancora una grande incertezza. Il
confronto di tutte le lingue conosciute, reso possibile dalla detta
classificazione, ha fatto scoprire un’altra verità. Si è osservato che delle lingue
viventi le une esprimono i rapporti, incorporando certi suffissi e certe
terminazioni in¬ sieme colle radici primitive più o meno modificate, e sono le
lingue flessive; altre aggiungono semplicemente alle radici primitive altre
radici desinenziali, ma senza che le prime perdano la loro esistenza
individuale, come avviene nelle fles¬ sive, e sono le lingue agglutinanti (es.
le turaniche); altre (1) Op. cit., pag. 277 e seg. Per l’esposizione delle
principali classifi¬ cazioni delle lingue, fondate o sul principio della forma
o su quello della materia, V. la recente opera di Friedrich Muluer - Grundriss
der Sprach- voissenschaft, p. 63-98. - 25 - ìnfìoe non hanno che pure radici,
le quali si possono collo¬ care una accanto all’altra per esprimere il pensiero,
ma sono sempre indipendenti, e questo accade nelle lingue isolanti e
monosillabiche, come il cinese. Osservato questo fatto, e con¬ siderato che
anche le lingue flessive, come più sopra si è detto, si compongono in ultima
analisi di radici monosilla¬ biche, nacque molto naturalmente l’ipotesi che le
primissime lingue parlate dall’uomo sulla terra fossero tutte monosilla¬ biche;
di poi, mentre alcune si fissarono in questo stadio, altre appiccando
istintivamente una radice ad un’altra siano diventate agglutinanti, e alcune di
queste, sottoposte ad una ulteriore trasformazione, abbiano dato nascimento
alle lingue flessive. Si accetti o no questa ipotesi (1), non si potrà tut¬
tavia porre in dubbio questa verità importantissima, che tutti i linguaggi si
svilupparono a poco a poco, da tenui principii distendendosi fino a creare una
moltitudine innumerevole di parole e di forme, e ad esprimere le più profonde e
riposte sfu¬ mature del pensiero. E i tenui principii sono le radici mo¬
nosillabiche, significanti indeterminatamente un’idea, senza designare in
ispeciale nè gli enti che la concretano, nè le qualità che li accompagnano, nè
l’azione che fanno, e per conseguenza capaci di essere adoperate
indifferentemente o come nomi, o come aggettivi, o come verbi. 7. Ecco l’ultimo
risultato a cui ci conduce la scienza del linguaggio, e tutte le cose dette fin
qui non avevano altro scopo che di mettere in luce questa verità, la quale
dev’es¬ sere il fondamento delle nostre ricerche ulteriori. Adesso in fatti
possiamo affrontare con un poco di sicurezza quel fascio (1) Fu sostenuta
questa ipotesi dallo Schleicher e dal Max-MUller (V. la lez. ìutitolata
Stratificazione del linguaggio e cfr. la vili della 1* serie), combattuta dal
Pott e dal Rénan. Lo Steinthal [Zeitschrift fUr VSlkerpsych., II, p. 238-9,
citato da Pezzi — Introduzione, ecc.) venne a questa conclusione, che se
l’indogermanico è stato isolante, non fu al modo del chinese, se agglutinante,
non come il tartaro, ma con germi più ricchi e di piU alto valore. — 26 — di
problemi filosofici, di cui parlammo a principio del saggio. Considerando bene,
tutti quei problemi si riducono a due soli : quale sia la natura propria del
linguaggio, e come il lin¬ guaggio siasi formato; il quid sit e il quoniodo
sit. Rispetto al primo punto, dopo le cose che abbiamo dette siamo in grado di
rendere più perfetta la definizione già ac¬ cennata: il linguaggio è un sistema
di suoni articolati, che servono all’espressione^ del pensiero. Imperocché
ornai è pa- le.se, che non è il linguaggio una produzione derivata dal- Tuomo,
e divenuta oggettiva, come un’opera d’arte o d’indu¬ stria, bensì è qualcosa di
analogo all’uomo stesso, un orga¬ nismo vivente sulla terra. Un organismo
vivente, dico, non nel senso che il linguaggio sia indipendente dall’arbitrio
dell’uomo, come a taluno è piaciuto di dire (1), ma sì a significare, che è
l’organo liberamente attivo del pensiero umano, un’évépTeia come contrapposto
di Jpfov. Laonde la suddetta definizione si potrebbe tradurre in quest’altra:
il linguaggio è l’organo sonoro del pensiero umano, o più brevemente « il suono
del pensiero *. 8. Ora poniamo mano alla seconda e più difficile questione,
l’origine del linguaggio. Veramente sono due i problemi ivi contenuti : uno è :
come siansi fatte le varie lingue parlate dagli uomini sulla terra ; l’altro è
: come siano giunti gli uo¬ mini primitivi ad avere il primo linguaggio. Anche
qui v’é uu’analogia colle scienze biologiche, nelle quali de’ corpi orga- (1)
Il Max Muller sostenne che le alterazioni foniche e la rigenerazione dialettale
sono indipendenti dall’arbitrio individuale; e si fondava su questa ragione per
collocare la linguistica fra le scienze fisiche, non fra le storiche. Fu
combattuto specialmente dal Witney, il quale avverte giu¬ stamente che se
l’individuo isolato non potrebbe sensibilmente modificare la sua lingua, gli
uomini collettivamente non solo la modificano, ma la fanno. Rispetto alla
questione, se la linguistica sia una scienza storica o fisica, è opinione
nostra che essa come scienza indipendente sia storica, ma che i suoi risultati
applicati a spiegare il fatto presente del linguaggio costituiscano come un
ramo delle scienze fisiche, o meglio una parte della psicologia filosofica. -
27 - nici si spiega il fieri fisiologico e il fieri embrionale. Ma del primo di
questi problemi ci possiamo passare con poche parole, perchè abbiamo già
accennato la figliazione dei dialetti dalle lingue, e delle lingue dalle
radici. È vero che non tutte le lingue parlate dagli uomini si son potute ridurre
ad un tipo unico e ad un determinato sistema di suoni radicali, ma per noi
basta, che un certo complesso di suoni radicali si trovi in fondo a tutte le
famiglie linguistiche ; sicché la questione si riduce a indagare, come mai gli
uomini siano venuti a fis¬ sare per il proprio uso un determinato sistema di
radici, qua¬ lunque esso sia; e ciò non è altro se non la ricerca del fieri em¬
brionale. Appunto per non aver ben compresa la natura di questa questione, i
filosofi de’ tempi passati caddero in errori gravis¬ simi; Imperocché essi
credevano di spiegare la diflScoltà, ri¬ cercando, qual fosse la prima lingua
parlata dagli uomini ; e s’afiannavano a dimostrare, che l’ebraico fu il primo
linguag¬ gio, e indi gli altri tutti derivarono (1); non s’accorgendo che cosi
la difiScoltà, non che risolta, non era neppure ri¬ mossa; perchè, lasciando
stare quello strano tentativo di ebrai- cizzare tutte le lingue, rimaneva
sempre a spiegare, come l’ebraico stesso fosse nato. La glottologia ci ha messo
in grado di propor meglio la questione, come abbiamo fatto poc’anzi; e ciò è
già molto per prepararne la soluzione. Sebbene biso¬ gna confessare, che in
questo punto la scienza non ha ancor pronunziato la sua ultima parola, e siamo
costretti a fluttuare in mezzo alle opinioni soggettive. Certo è, che le
ipotesi di una divina rivelazione e di una scelta arbitraria e conven¬ zionale
degli uomini, sono ornai abbandonate da chi s’è fatto della questione una
chiara idea. E come avrebbe invero po¬ tuto Dio rivelare il linguaggio agli
uomini, se questi non avessero posseduto la facoltà di apprenderlo, o, ciò che
è lo (1) V. per es. l’opera del gesuita Louis Thomassin intitolata: Traité des
langues reduites à VEehreu, di cui parla il Michiels nella Histoire des idées
littéraires en Franse au XIX siècle, voi. I, p. 174. — 28 — stesso, se il
linguaggio umano già non fosse esistito? Si dirà egli, che Dio infuse i germi
del linguaggio nella natura del¬ l’uomo, e che i germi si esplicarono in
seguito natural¬ mente? Ecco pppunto il nodo della difficoltà; vogliamo sapere
in che consistano questi germi, e come si siano esplicati. Che siasi poi
sostenuta sul serio l’opinione di una scelta convenzionale del linguaggio, per
una specie di patto so¬ ciale fra gli uomini, e’ parrebbe incredibile, se non
ne avessimo delle prove nello stesso nostro secolo (1); tanto si pervertiscono
le idee degli uomini, quando le loro menti non seguono la diritta via del
metodo scientifico! In questo con¬ vengono adunque tutti i sapienti, che
l’embrione linguistico, ossia le radici, sono state emesse istintivamente dagli
uomini in un certo stadio del loro sviluppo intellettivo. Divergono poi le
opinioni, quando si vuol dichiarare meglio, come e quando tal cosa possa essere
succeduta. Noi, invece di racco¬ gliere e registrare tutte queste opinioni,
onde le più segna¬ late sono quelle del Grimm, dell’Humboldt, dell’Heyse, del
Rénan', dello Steinthal, del Max Miiller e del Geiger (2), cre¬ diamo più
profittevole, e più conveniente al no.stro scopo, esporre senz’altro quelle
considerazioni, che possono condurci al più probabile scioglimento
dell’importante problema. 9. Per determinare a qual punto del suo sviluppo
intellet¬ tuale l’uomo primitivo abbia creato il linguaggio, è necessario che
descriviamo brevemente i momenti successivi di questo sviluppo. E sarà un
postulato, che non ci si vorrà da veruno contestare, l’uomo primitivo abbia
percorso nello svolgersi quella stessa via che percorre ognuno di noi
dall’istante del nascere infino all’età adulta. Vi è questa sola differenza,
che l’uomo moderno trova il linguaggio bello e fatto nella società (1) V. la
nota (1) a pag. 16, sa Maink de Biran. (2) Una bella rassegna di queste
opinioni trovasi in Steinthal — Ber Ursprung der Sprache in zusammenhange mit
den leuten Fragen alìes Wissens. Berlin, 1858. V. pure Pezzi, op. cit. -29 - in
cui si trova, e da essa lo apprende; laddove l’uomo pri¬ mitivo creò a sè
stesso la propria ling-ua. Ma questa difife- renza non è tanto rilevante, che
tolga o diminuisca la essen¬ ziale identità tra lo sviluppo lento e graduale
dei popoli preistorici, e quello un po’ più accelerato, ma graduale sempre de’
nostri fanciulli. Epperò l’osservazione dell’uno ci guida alla conoscenza
dell’altro. Stando dunque ai dati dell’espe¬ rienza, e confortandoli colla
riflessione, noi possiamo aflfer- mare, che lo spirito umano, per quel che
concerne l’appren¬ sione del sensibile, discorre per quattro principali
momenti. Essi sono: 1“ un sentimento fondamentale, pel quale l’io sente
immanentemente sè stesso e il proprio essere e la pro¬ pria vita, e acquista
coscienza di tutti i fenomeni che avven¬ gono nel nostro organismo, produttivi
di benessere o males¬ sere generale. La esistenza di questo sentimento
fondamentale fu dimostrata con inconcusse ragioni dal Rosmini in varii luoghi
delle sue opere (1), ed è pure confermata dalla fisio¬ logia, dalla quale
apprendiamo che tutto il sistema nervoso contribuisce a darci questo sentimento
fondamentale. Il quale appunto per esserci dato dall’intiero sistema de’ nervi,
non da alcun nervo in particolare, non ha alcun valore estrasog- gettivo (nel
senso dato a questa parola dal Rosmini), ma termina tutto nel soggetto
senziente. In secondo luogo con¬ feriscono allo sviluppo dello spirito umano le
sensazioni, le quali non sono altro che modificazioni del sentimento fonda-
mentale, e nascono dall’impressione che le cose esteriori fanno sui singoli
organi del nostro senso. Perchè le sensazioni si effettuano per via di nervi
speciali, come il nervo ottico, l’acustico, ecc., per questo esse hanno un
valore estrasogget- tivo, a differenza del sentimento fondamentale. In terzo
luogo un complesso di sensazioni ridotte ad unità, per una attività speciale
del principio senziente, costituiscono la percezione (1) V. Nuovo saggio sull'origine
delle idee, passim ; Psicologia, voi. I, p. 71, ecc. — 30 - sensitiva o
intuizione delle cose. Percepire un certo cavallo, vuol dire r.Vunire le
singole sensazioni prodotte dalle singole proprietà della cosa, ad es. le
sensazioni della forma, del co¬ lore, della snellezza delle membra, ecc.
Talvolta delle sensa¬ zioni che si riuniscono, alcune non sono contemporanee
alle altre, e devono perciò essere richiamate dall’anima per via
dell’associazione. A volte succede altresì, che di molte sensa¬ zioni insieme
ricevute, alcune debbano far parte di una certa intuizione, altre di un’altra ;
per es. se io vedo un prato fio¬ rito e sparso d’alberi, ho un complesso di
sensazioni, che debbo disgiungere e ricongiungere in maniera, da formarmi le
perce¬ zioni del prato, del fiore, dell’albero. A ciò, oltre l’attività uni¬
tiva del principio senziente, si richiede eziandio una qualche espe¬ rienza,
per la quale io sia impedito dallo attribuire le qualità d’un oggetto aU’altro.
Per ultimo lo spirito colloca la perce¬ zione sensitiva nel novero di altre che
già possiede, e che ora all’occasione e per eccitamento della prima richiama a
sè dinanzi, ed allora abbiamo la percezione intellettiva o idea. Non è più
l’apprensione di questo o quell’oggetto determinato, ma dell’oggetto in genere;
non è più la percezione di un certo cavallo baio o di un certo cavallo bianco,
bensì l’idea del cavallo, idea che può essere effettuata in un numero in¬
definito di individui simili; insomma, non è più un atto sen¬ sitivo, ma un
atto intellettivo. Della tendenza dello spirito a trapassare dalla percezione
sensitiva alla intellettiva, ci dà prova la quotidiana esperienza. Se
passeggiamo per un lungo e dritto viale, la apparenza ci direbbe che gli alberi
termi¬ nino in angolo dall’una parte, in luogo di procedere paral¬ leli ; ma
noi invece non abbiamo neppure il menomo dubbio, che le due file d’alberi siano
paralleli ; evidentemente perchè riferiamo la percezione presente ad altre
percezioni dello stesso oggetto, già ricevute prima e verificate
dall’esperienza, ossia correggiamo la percezione presente colla percezione in¬
tellettiva 0 coll’idea che già possediamo. Raccogliendo, il sen¬ timento
fondamentale è immanente e soggettivo ; succedono -al¬ le sensazioni ; e dalla
riunione di più sensazioni la percezione sensitiva delle cose ; diverse
percezioni sensitive di un oggetto ce ne dànno l’idea; sicché, per dirla col
Rosmini, i colla in¬ tellettiva cognizione si percepisce in modo universale ciò
che colla sensitiva si percepisce particolarmente • (1). 11 processo
intellettivo che segue alla formazione delle idee specifiche, cioè
l’universalizzazione e l’astrazione, onde si crea tutto il mondo delle
cognizioni relative alle cose finite, non ha più alcun interesse per la nostra
ricerca. Noi dobbiamo fermare la nostra attenzione sul passaggio dalla
intuizione all’idea, dalla percezione sensitiva aU’intellettiva, dal senso
all’intel¬ ligenza. Imperocché, chi ben guardi, in questo passaggio vi è una
profonda lacuna. Si comprende la sensazione complessa di un oggetto, e il
percepirlo sensitivamente ; fin qui non si esce dalla dualità del soggetto
senziente e dell’oggetto sen¬ ili La nostra esposizione sui momenti della vita
dello spirito non dif¬ ferisce essenzialmente da quella che il Rosmini fa nel Nuovo
Saggio in diversi luoghi. Egli distingue (p. 26): 1“ la ie»)sa5to««, che è una
modi¬ ficazione del soggetto senziente ; 2° la percesione sensitiva, che è la
sen¬ sazione stessa, e più generalmente un sentimento qualunque, in quanto si
considera unito ad un termine reale ; 3“ la percezione intellettiva, per cui la
mente apprende l’oggetto della sensazione idealizzato, fatto idea ; ma nello
stesso tempo la percezione intellettiva comprende anche un giu¬ dizio sulla
sussistenza dell’oggetto ; 4" Vttniversalizzazione por cui na¬ scono le
idee di specie; 5* l'astrazione, per cui si formano lo idee dei generi. Fra le
due percezioni l’Autore ripone questa differenza, che l’una non ci dù
propriamente il corpo, ma una passione soggettiva, dove l’altra ci dà il corpo
stesso come agente in noi ; sicché sono opposte fra loro come la passione e
l’azione. Ciò avviene, perchè l’intendimento percepisce la cosa non in modo
limitato ad una relazione sua, ma in sé stessa, in quantochè aggiunge l’essere,
la causa all’effetto percepito col senso. Sic¬ ché la percezione intellettiva
del filosofo roveretano ha un doppio ele¬ mento : prima un giudizio sulla
sussistenza della cosa individua, poi una idealizzazione di ossa cosa. Nella
teoria esposta nel testo noi facciamo astrazione dal primo elemento, perché
crediamo che il giudizio sulla sus¬ sistenza accompagni implicitamente e
inconsciamente ogni nostro con¬ tatto colla natura interiore ad esteriore, e
ciò per la visione immanente dell’Ente perfetto, che splende a noi fin dai primi
momenti della nostra esistenza. — 32 - tito; ma come può lo spirito annoverare
questa percezione con quella che già possiede, senza fare un confronto? e come
può farlo, se non ha un segno vicario, un termine medio in¬ torno a cui si
raggruppino le percezioni sensitive? Seco una delle più gravi questioni
dell’ideologia. La scuola scozzese col Reid si cojjfessava impotente a
risolverla, e dichiarava il tra¬ passo dal sentire all'intendere un mistero
inesplicabile (1). Menni filosofi credettero di aver detto abbastanza, quando
aveano affermato che noi possediamo il concetto innato di Dio, e impliciti in
esso i concetti degli esemplari da Lui te¬ nuti dinanzi agli occhi nella
creazione delle cose, e però le idee specifiche. Ma resta sempre a spiegare,
come siffatte idee si siano esplicate, e sian divenute con chiarezza e
distinzione presenti alla mente; che se si attribuisce tal fatto alla coo¬
perazione dei sensi, allora rinasce precisamente la nostra dif¬ ficoltà. Il
Rosmini, come ognun sa, opinò che il ponte, su cui lo spirito tragitta dalla
region del senso nella provincia dell’intelletto, sia l’idea dell’essere
possibile, innata nell’uomo, e quindi parte formale di ogni cognizione, radice
di tutto il sapere, ragion sufficiente di tutte le scienze. Ma questa idea
dell’essere possibile, da un lato non è sufldeiente a spiegare i concetti più
essenziali alla vita intellettiva, come il concetto dell’infinito, del hello,
del buono; dall’altro, nella genesi delle idee relative al mondo finito, è un
presupposto gratuito (2). (1) V. Rosmini — Nuovo saggio, voi 1". (2)
Diciamo che è un presupposto l’idea dell’essere indeterminato, perchè come tale
è frutto delPultima delle asti-azioni ; gratuito, perchè non è necessaria a
spiegare la formazione delle idee generali, bastando a ciò la parola, come si
dimostra nel testo. E d’altra parte l’idea di es¬ sere è infeconda, e non può
da sola darci quello che il Rosmini afferma. Poniamo ch’io veda per la prima
volta un cavallo ; per l’idea dell’essere potrei dire il cavallo tal de' tali
é. Questo vuol forse dire che ho l’idea del cavallo in genere? Perchè io possa
aver quest’idea bisogna ch’io veda molti altri cavalli, e ossei-vi i caratteri
simili, e no arguisca la possibi¬ lità di un indefinito numero di alti-i, oltre
quello da me visto. La vera percezione intellettiva è dunque frutto di molte
percezioni sensitive, messe insieme, per via di un segno comune, dallo spirito.
— 33 - Stando le cose in questi termini, noi cerchiamo un altro modo di
sciogliere la questione, e riponiamo il termine medio fra il sentire e
l’intendere nella parola. Il sentimento fondamen¬ tale, le sensazioni, le
percezioni sensitive sono possibili senza linguaggio, e ne è prova tutta la
vita animale ; le percezioni intellettive o le idee generali no; cotalchè
affermiamo il linguaggio essere di tali idee la condizione; nè solo la con¬
dizione, ma, insieme coi dati del senso e coll’attività dell’a¬ nima, la ragion
sufficiente. E l’origine del linguaggio sarà spiegata dicendo, che esso dovette
spuntare necessariamente a questo punto dello sviluppo dello spirito umano. 10.
Prima di dichiarare e dimostrar questa tesi, rifaccia¬ moci un po’ addietro, e
guardiamo la cosa da un altro lato. Sappiamo dalla esperienza comune, e ci
confermano le scienze biologiche, che, per l’intima connessione che v’è fra i
nervi senzienti e i motori, certe impressioni fatte su quelli si ri¬ flettono
immediatamente su di questi, e si manifestano col moto di qualche parte del
corpo ; per cagion d’esempio, il riso ed il pianto sono effetti immediati
d’un’impressione pia¬ cevole 0 dolorosa. Egli è pure certissimo che, ad
eccitare l’azione dei nervi motori, basta anche l’idea della causa che può
produrre quell’azione o l’ha altre volte prodotta ; pensare con insistenza a un
piatto disgustoso può far nascere la nau¬ sea. Infine è notevole, che la più
gran parte di siffatti mo¬ vimenti, detti comunemente riflessi, si esercita
negli organi della voce. Di qui le grida che fanno gli animali quando ri¬
cevono un’impressione dolorosa, e le lor varie voci esprimenti diverse
sensazioni; di qui anche il canto degli uccelli. I fe¬ nomeni della
respirazione e della voce essendo in generale sottoposti alla volontà, almeno
fino ad un certo limite, sono i più atti ad accompagnare gli atti più nobili e
più complessi della vita. Applicando questi principii all’uomo primitivo, egli
è pro¬ babile che fin dai primi momenti del suo esistere, in occa¬ sione delle
varie sensazioni, emettesse dei suoni, che per la 3 natura de’ suoi organi
erano articolati, e li emettesse in modo affatto inconscio e, per così dire,
necessario. Le interiezioni, per esempio, hanno dovuto essere le prime parole
pronunziate dagli uomini, come quelle che non esprimono se non l’interno stato
dell’anima, e non indicano verun obbietto esteriore. In appresso, ricevendo le
'impressioni delle cose esterne, e con le impressioni delle cose la loro
percezione, anche questa dovette produrre un movimento riflesso negli organi
della voce, e dar cosi origine ad un suono articolato, il quale per¬ cepito a
sua volta, per via dell’udito, dall’anima, si associava indissolubilmente colla
percezione della cosa, e ne diventava l’esteriore espressione. Ma questo
processo è troppo impor¬ tante (in fondo non è altro che il processo di
nominazione), perchè non meriti di essere descritto più ampiamente. Ciò servirà
ad un tempo a confortare la nostra tesi sull’origine del linguaggio. 11. La
percezione di una cosa, come più sopra abbiamo detto, non è mai un atto
semplice, ma ha per componenti le sensazioni delle singole proprietà della
cosa, che hanno fatto impressione sull’uorao. Ora egli accade ordinariamente
che le qualità d’una cosa non impressionano tutte allo stesso grado, ma quali
più, quali meno ; generalmente una prevarrà su tutte le altre, e diventerà essa
sola come la rappresentante della cosa stessa. Ne viene, che quando l’uomo
abbia espresso quella sensazione cou un suono articolato, questo diventerà
segno non solo della sensazione, ma anche della cosa. Poniamo ad es., che
all’uomo primitivo si appresentasse uu fiume dall’oude rapide e vorticose.
Delle molte sensazioni che tale apparizione in lui doveva produrre, per es. del
colore delle acque, della larghezza, della profondità, della rapidità, eco., è
possibile che una prevalesse sull’altre; probabilmente quest’una era la
sensazione dieWandare continuo che fa l’acqua del fiume. Tale sensazione
diventando la dominante dello spirito del¬ l’uomo, avrà prodotto in esso un
suono articolato, per es. ga. Questo suono propriamente avrebbe espresso
solamente la — 36 - sensazione deirandare, ma, per il predominio che questa
avea sull’altre, tutta la cosa era pure espressa così, ed il fiume sarà stato
daU’uomo nominato Ga (cfr. Gangd = Gange, che significa appunto 1’
andante-andante). Fin qui non c’ è per¬ cezione intellettiva, o idea generale.
Ora, seguitando, può essere avvenuto, che al nostro uomo si presentasse poco
dopo un altro fenomeno della natura, per es. una nuvola corrente in qualche
parte del cielo. Questo fenomeno di nuovo è stato rappresentato dalla sensazione
predominante dell’andare; allora l’uomo risovvenutosi del suono ga, già
adoperato prima ad esprimere appunto questa sensazione dell’andare, avrà detto
di nuovo ga, e avrà imposto questo nome pure alla nu¬ vola. Con simili atti
ripetuti il suono ga a poco a poco si è fis.sato a designare l’andare in
generale, ed ecco che è nata ad un tempo e la radice monosillaha e l’idea, la
quale ora per la prima volta, mediante quel suono articolato, divenne presente
allo spirito. Un altro esempio. Il nostro uomo scorge una larga pianura di
neve; la qualità che più lo colpisce è la bianchezza, e quindi per esprimersi
ricorrerà ad un mono¬ sillabo, che significherà la sensazione della bianchezza
e in¬ sieme la neve stessa; poniamo, la chiamerà alb. In appresso contemplando il
cielo sereno poco prima del levar del sole, sarà pure colpito dalla sensazione
della bianchezza, e allora risovvenendosl del monosillabo già prima adoperato
dirà an¬ cora alb. A poco a poco il monosillabo alb si fissa a signifi¬ care la
sensazione costante della bianchezza, ed ecco nasce l’idea generale. — Nei due
esempi citati i monosillabi ga e alb furono riprodotti come designanti la
sensazione speciale. Poterono anche venir riprodotti come significativi della
cosa stessa sentita, e dettero luogo ad un’altra categoria di idee generali. Se
innanzi ad un fiume scorrente ruomo primitivo pronunziò ga, nulla vieta che
abbattutosi in séguito in altro fiume, abbia anche questo designato collo
stesso monosillabo, e cosi dopo simili atti ripetuti venne uasceudo l’idea di
fiume, diversa dalla percezione di questo o quel fiume particolare. — 36 - Ora
chi sa quanti tnouosillabi avrà pronunziato l’uomo pri¬ mitivo ! chi sa quanti
a designare la stessa cosa, e quanti significativi di più cose o di più
qualità! Noi dobbiamo im¬ maginarci non un improvviso fissarsi di certi suoni a
espri¬ mere certe idee, ma una lenta elaborazione, e forse dapprin¬ cipio una
quantità sterminata di suoni, dei quali a poco a poco si eliminò il superfluo.
11 sole sarà stato variamente de¬ nominato con radici significanti trillante^
calore, oro, ge¬ neratore, distruttore, padre della luce, ecc.; e cosi va di¬
cendo d’ogni altra cosa. Una volta emesse tutte queste parole, successe tra di
loro una lotta per la vita, per la quale si distrussero le parole men forti,
meno felici e meno fertili, e si fini col trionfo di una sola, come nome
riconosciuto e' proprio di ciascun oggetto in ogni lingua. Una conferma di
questo processo di nominazione ci è of¬ ferta dalle lingue storiche, per es.,
dall’ariano primitivo. In¬ vero è in primo luogo una delle più belle scoperte
della glot¬ tologia questa, che i nomi delle lingue a noi conosciute non sono
altro nella loro origine che predicati. Gli animali, come le vacche e le
pecore, detti pasu=pecus, col senso di nutritori', Yanima detta cosi dal
soffiare (rad. an), quasi la soffiante ; il serpente chiamato sarpa, ossia lo
strisciante (rad. sarp), oppure ahi (cfr. anguis, fx'c) = lo strozzante, ecc.
(1). In se¬ condo luogo è pure un fatto che nei primi secoli di vita delle
lingue ariane, per es., nel periodo vedico del sanscrito, molte parole da
diverse radici erano adoperate a designare il me¬ desimo obbietto. L’Aurora vi
era detta ora Ushas, la splendida (rad. ora ahdna, l’ardente, ora Saramà, ora
con altri diversi appellativi. In appresso di queste molte parole pre¬ valse
una, le altre o si perdettero affatto, o si conservarono con altro significato;
ushas vale aurora anche nel sanscrito posteriore, Saramà divenne nella
mitologia la custode delle vacche d’Indra. (1) V. Max Muller — Lett. IX della
1“ serie. — 37 — 12. È tempo ornai di riassumere il nostro ragfionamento, e
trarre una definitiva conclusione. Se è vero che l’uomo primi¬ tivo abbia
svolto le ingenite attività del suo spirito in quel modo che le svolge ognuno,
ed è conforme aU’umana natura, do¬ vette egli giungere alla cognizione del
mondo esteriore per via delle sensazioni e delle percezioni sensitive e
intellettive. 11 linguaggio, che dal lato esterno fu una conseguenza della sua
natura fisiologica, servì come anello di congiunzione fra la vita sensitiva e
l’intellettiva, fra le percezioni sensitive delle cose e le loro idee. Sicché
l’origine del linguaggio coin¬ cide coll’origine delle idee generali, e il
progresso della fa¬ vella accompagnò poi sempre il progresso della riflessione,
nò l’uno sarebbe stato possibile senza dell’altro. Quello che si dice dell’uomo
preistorico deve pure affermarsi di ognuno degli uomini nell’età infantile.
Anche i nostri bambini percor¬ rono lo stesso cammino ; anche per loro il
linguaggio è scala aH’intendimento; coll’unica differenza che essi ricevono il
linguaggio bell’e fatto dalla società in cui vivono, e insieme col linguaggio
fanno tesoro di un considerevole patrimonio di conoscenze, molto più
celeremente che i primi uomini ab- » bian potuto fare (V. nota A in fine del
capitolo) (1). Nell’esposizione di questa dottrina, noi abbiamo intralasciato
di accennare una questione, intorno alla quale molto si di¬ scusse fin dai
tempi antichi ; e a bello studio ce ne riservammo la trattazione a questo
luogo, perchè, secondo noi, la è que¬ stione perfettamente oziosa. Abbiamo
detto che l’uomo tende per natura ad esprimere le sensazioni con un suono
articolato. (1) Tutta questa teorica è in fondo identica a quella d^llo Steinthal
esposta da lui nella sua opera più recente : Abriss der Sprachwis- senschaft,
Berlin, 1871, voi. I, p. 78 e seg. Quello che noi chiamiamo sentimento
fondamentale è da lui denominato Gefiìhl, la sensazione Empfindung, la
percezione sensitiva o intuizione Anschauung, e la per¬ cezione intellettiva o
idea Vorstellung ; ma distingue ancora l’operazione dello spirito con cui si
forma l’idea, e la denomina Apperception, (V. Frib- DRICH Mullkr — Grwndr. der
Sprachw., p. 24 e seg.) — 38 - cioè con un movimento degli organi della voce e
del fiato. Ora si domanda : che conue.ssione v’ha egli fra l'impressioue e il
suono, e po.ssiamo dire più in generale fra l’idea e la parola? Come mai il
suono mà significò il misurare, gà l'an¬ dare, sad il sedere, dà il dare, mar
il morire e simili? Ognun sa che molta parte del Cratilo di Platone ò un
tentativo per risolvere questo problema; e viene in mente ad ognuno la risposta
cl^e più generalmente si è data, cioè a dire, che i suoni articolati siano
un’imitazione dei rumori fatti dalle cose; dottrina conosciuta sotto la
designazione di onomatopea. Noi, senza indugiarci intorno a questa più volte
confutata dottrina, non esitiamo a dichiarare, che tutti i tentativi di questo
ge¬ nere fatti da Platone ad Herder (1) sono stati opera compiu¬ tamente
gittata, e non riuscirebbe mai a nulla chi imprendesse ricerche somiglianti.
Perchè fra il suono articolato e la sen¬ sazione, fra la parola e l’idea non
passa assolutamente altro rapporto, aH’infuoridiunaestriusecaassociazione. Se è
venuto a significare l’andare, md il misurare, ecc., ciò avvenne perchè tra le
numerose radici emesse collo stesso senso, queste pre¬ valsero e si fissarono ,
non già perchè vi sia alcun rapporto intrinseco tra l’una cosa e l’altra. Se un
tal rapporto vi fosse, non potrebbe darsi tanta varietà di lingue , quanta è
sulla terra, perchè gli uomini si sarebbero espressi tutti nello stesso modo,
che sarebbe stato il modo conforme alla natura del pensiero. Anche in questo 1’
educazione dei bambini ci può servire di utile esempio. Il bambino impara le
parole, non perchè trovi alcun rapporto tra esse ed i suoi pensieri, ma perchè
le sente dagli altri, ed egli le ripete, e le ripete as¬ sociate coll’idee
loro. Ed anche per l’uomo adulto, che cos’è (1) Herder ebbe due opinioni
diverso suH’origine del linguaggio. Nella sua prima opera intitolata Abhandlung
iiber den Ursprung der Sprache, sosteneva l’invenzione umana del linguaggio e
lo attribuiva all’onoma- topeja. (V. Max Mullbr, 1* lett., p. 363-4.) Solamoute
negli ultimi tempi della sua vita, gettossi in braccio dei mistici e sostenne
la rivelazione divina del linguaggio. — 39 — l'iraimrare uua lingua straniera,
se non rapprendere un certo numero di suoni insieme col loro significato? È
bensì vero che nelle lingue flessive vi sono intere famiglie di parole, che per
avere un’ origine comune, ossia perchè derivano dalla stessa radice, hanno
significati analoghi, sicché paia proce- tlauo di cousei'va la mutazione
fonetica e lo sviluppo dell’idea. Ma questo proviene dall’essersi fissati
tenacemente certi suoni primitivi come segno di certi concetti, nè è perciò
meno vero quello che ripetiamo ancora una volta, non intercedere tra le parole
e la loro significazione altro rapporto, da quello infuori di un’estrinseca
associazione (1). Tali sono le conclusioni a cui si pervenne, dopo avere stu¬
diato con giusto metodo i linguaggi degli uomini. Noi siamo lontani dal
credere, che non vi sia più alcun dubbio, che siano sciolte tutte le questioni
possibili intorno al linguaggio. In qual parte dello scibile non v’è più ombra
di misterio per ruomo ? Certo è, che, come la glottologia ha risposto a molti
perchè, abbiam ragione di sperare, che arrivi quando che .sia a soddisfare
anche agli altri. Frattanto riconosciamo i benefizi ch’ella ha recato come ad
altre scienze, così special¬ mente alla filosofia, perchè ci ha aperto la via a
risolvere difficilissime questioni di ideologia e di logica. D’ora in avanti
non sarà più il linguaggio pel filosofo un sistema di segni artificiali, del
quale basti dire che furono inventati per la comunicazione de’ pensieri, ma
dovrà con più cura investi¬ garne la natura intima, e, conosciuta l’efficacià
dei segni sulle idee, e di queste su quelli, tener sempre dinanzi all’occhio
presenti le mutazioni delle parole, quando studia le mutazioni delle idee, ed e
converso; persuaso che le leggi deH’umauo pensiero in uessuu’altra cosa
riflettano meglio la loro luce, che nello specchio fulgentissimo della parola
articolata. (1) Questa è ornai l’opinione di tutti i linguisti, e fu sostenuta
con spe¬ ciale insistenza dal Witney. (V. Fbied. Muller, op. cit., p. 16 e
seg.) — 40 — NOTA A. La teorica esposta suU’origine del linguaggio, come un
elemento necessario alVintelletto, e prodotto istintivamente in quel punto
della vita deH’anima, ch’ella passa dalla percezione all’idea, può essere
combattuta con gravissime obbiezioni. In fondo la nostra dottrina, non diversa
punto da quella di Adamo Smith, sulla quale Dugald Stewart e la scuola scozzese
fon¬ darono la loro spiegazione dell’origine delle idee. Ecco infatti le parole
di Adamo Smith (Dissertazione sull’origine delle lingue, citata da Rosmini —
Nuovo saggio, voi. I, p, 85); « L’assegnazione di nomi particolari a denotare
oggetti particolari, cioè l’istituzione di nomi sostantivi, probabilmente
sarebbe uno dei primi passi verso la for¬ mazione del linguaggio. Due selvaggi
che non furono mai ammae¬ strati a parlare, ma furono allevati lunge dalla
società degli uomini, naturalmente principierebbero a formare quel linguaggio col
quale studierebbonsi di fare i loro mutui bisogni intelligibili l’uno
all’altro, profferendo certi suoni ogni volta che disegnassero denotare certi
oggetti. Questi oggetti soli che furono ad essi famigliari, e che ebbero
occasione più frequente di ricordare, avranno avuto dei nomi speciali a loro
assegnati. La particolare spelonca, al cui co¬ perto si difendevano dalle
intemperie, il particolare albero onde il frutto saziava la loro fame, la
particolar fontana la cui acqua estin¬ gueva la sete, saranno stati per la
prima volta nominati coi nomi di spelonca, albero, fontana, o con qualunque
altra appellazione poterono pensare per notarli. Di poi quando una più larga
espe¬ rienza li ebbe condotti a osservare, e le loro necessarie occasioni li
obbligarono a ricordare altre spelonche, altri alberi e altre fon¬ tane,
naturalmente avranno assegnato a ciascuno di questi nuovi oggetti lo stesso
nome con cui furono accostumati ad esprimere i simili oggetti, di che
acquistarono la prima volta la conoscenza. I nuovi oggetti per sè medesimi non
avevano alcun nome di proprio, ma ciascun di essi rassomigliava esattamente ad
un altro oggetto avente cosiffatta appellazione. Era impossibile che quei
selvaggi potessero rimirare i nuovi oggetti senza ripensare ai vecchi, e ai nomi
dei vecchi coi quali i nuovi avevano cotanto stretta somi¬ glianza. Quando
ebbero occa.sione di menzionarli, o di notare l’uno fra gli altri molti di tali
oggetti, naturalmente avranno profferito il nome del vecchio corrispondente,
del quale'l’idea non poteva in quell’istante non presentarsi alla loro memoria
nella più forte e - 41 - più vivace maniera. E cosi quelle parole che furono in
origine nomi proprii di individui diventarono nomi comuni d’una moltitudine.
Quest’applicazione del nome d’un individuo ad una gran moltitu¬ dine di
oggetti, di cui la rassomiglianza naturalmente richiama l’idea di
quell’individuo e del nome che lo esprime, sembra aver dato occasione in
origine alla formazione di quelle classi e colle¬ zioni che nelle scuole si
chiamano generi e specie ». Ora ognun sa, che il Rosmini sottopose questo passo
dello Smith ad una severissima critica nel primo volume deWIdeoloffia, con-
chiudendo che non era altro che un tessuto di errori vestiti di quella maschera
di semplicità, che inganna gli inesperti. Quella critica si può muovere pure
alla dottrina da noi esposta, e perciò se noi non tentassimo di prevenirla,
questa correrebbe rischio di essere soffocata in sul primo suo nascere, e in
luogo di generare persua¬ sione nell’animo di chi legge, potrebbe lasciare il
dubbio anche sulle altre parti della glottologia, su cui si fonda. La critica
dunque che il Rosmini fa dell’ipotesi di Adamo Smith si può ridurre ai seguenti
capi: 1° Lo Smith intende per nome comune quello che significa una collezione
d’individui. Ora questa definizione è inesatta, perchè non ogni parola
indicante collezione d’individui è un nome comune; per es. non son comuni i
nomi numerali, quelli indicanti un nu¬ mero indoterminato, come pochi, troppi,
molti, quelli detti col¬ lettivi, come popolo, nazione, tribù, che non si
possono applicare a’ singoli membri della collezione, e infine quelli indicanti
una qua¬ lità astratta, come bianchezza, durezza, umanità; 2° Il nome comune
non designa una collezione d’individui, ma un individuo che ha una qualità
comune con altri. Per es. uomo vuol diro un individuo che ha con altri comune
l’umanità. Al nome comune si contrappone il proprio che designa l’individuo
come tale, nella sua individualità; 3° Rettificati i concetti di nome comune e
di nome proprio, torna evidente che nessun nome proprio può diventare comune,
perchè l’individualità è incomunicabile, e così la parola che la de¬ signa. Si
potrà per pura convenzione dare un nome proprio a più individui, ma non per
questo quel nome proprio diventa comune. Un padre, per es., può dare il nome
Pietro a dieci suoi figliuoli; non cessa Pietro d’essere nome proprio; e però è
impossibile la trasformazione di nome proprio in nome comune; 4° Siccome è più
facile cogliere delle cose le qualità comuni, come quelle che ci impressionano
più vivamente, così i nomi co¬ muni hanno dovuto essere anteriori ai nomi
proprii. Anzi osser¬ vando quei nomi che si considerano come proprii, si vede
che non sono altro che nomi comuni applicati a un individuo. Così Adam vuol
diro uomo o ente di terra; Abele=vanità, Èva=vi- vificaute) Seth=ente
sostituito, Enoch—dedicato, ecc., Gli uomini hanno cominciato con imporro nomi
generalissimi; poi a poco a poco, spinti dal bisogno di distinguere, vennero a
nomi più spe¬ ciali,' e solo ad un avanzato grado di civiltà furono inventati i
nomi prop’rii. Difatto i nomi proprii sono rarissimi anche nelle lingue
moderne, e i comuni sono invece in grande abbondanza; 5° Dunque il nome comune
è anteriore al proprio; e imporre un nome comune'non vuol dire estendere un
nome proprio a un certo numero d’individui, ma dar nome a tutti quegli
individui che hanno una qualità comune. Del resto, siccome il nome comune im¬
porta: r l’idea di una qualità; 2’ l’idea dell’attitudine che ha questa qualità
di essere partecipata da un individuo ; 3” l’idea della possibilità che quella
qualità sia partecipata da individui di numero indefinito, cosi, ammesso pure
che si potesse cambiare un nome proprio in comune, si richiederebbe a ciò
un’operazione dello spi¬ rito, che 1“ rivolgesse il nome a indicare una qualità
comune, mentre prima indicava la individualità, 2 annettesse a quella qua¬ lità
il concetto ch’essa possa parteciparsi dagli individui indefini¬ tamente.
Evidentemente in tale ipotesi lo spirito possederebbe già le idee, e queste
farebbero possibile il valor del nome, anzi che il nome render possibile il
loro nascimento. Questa critica, bisogna confessarlo, ò molto acuta dal lato
filo¬ sofico, ma il Rosmini non l’avrebbo fatta, se avesse conosciuto più
dappresso la storia dei linguaggi. Noi concediamo al filosofo di Roveredo che i
nomi comuni sono di gran lunga i prevalenti nelle lingue; anzi andiamo più in
là, e affermiamo a dirittura che veri nomi proprii nel senso dato dal filosofo
a questa parola non sono mai esistiti nello lingue naturalmente viventi; e solo
si potrebbero citare alcuni nomi proprii inventati e proposti da alcuni uomini
per esprimere cose non prima significate. Per es., verso il 1600 d. C., il
chimico olandese Van Helmont propose la parola gas per designare lo stato
aeriforme della materia, ed ecco un nome vera¬ mente proprio e convenzionale.
Ma queste sono eccezioni ; di regola non esistono nelle lingue che nomi comuni,
sebbene non tutti i nomi, considerati nell’uso come proprii, si siano potuti
ricondurre alla loro sorgente, dalla quale apparirebbe la loro primitiva
natura. Noi concediamo ancora al filosofo, che i nomi detti comuni furono i
primi inventati dagli uomini, o, per esprimerci più esattamente, i primi suoni
articolati emessi dall’uomo designavano le cose se¬ condo le lor qualità
generali, come quelle che esercitano un’azione più viva sui nostri sensi. Ma
che dall’uomo siano stati fin da prin¬ cipio imposti alle cose i nomi comuni
colla chiara coscienza delle idee che tali nomi importano, ecco ciò che
ricisamente neghiamo. Per noi i suoni furono prima pronunziati a esprimere le
sensazioni prodotte dalle singole cose concrete, poi ripetendosi le stesse sen-
— 43 - sazioni furono ripetuti gli stessi suoni, e cosi intorno a questi venne
raggruppandosi un certo numero di sensazioni prodotte da altret¬ tanti
concreti; onde a poco a poco si chiaiì allo spirito la possibilità di un
indefinito numero di concreti simili, e con ciò stesso la loro idea. Il suono
adunque che prima designava un solo individuo, si applicò in appresso a un
numero indefinito di altri individui simili ; ed è solo in questo senso che noi
affermiamo la possibilità, anzi la necessità della trasformazione di nomi
proprii in comuni. Nulla vieta poi che il nome comune per figura di sinecdoche
trapassi di nuovo a designare un individuo. Supponiamo che quando Van Hel- mont
inventò la parola gas, non si conoscesse che un sol corpo aeriforme, la storia
di questa parola sarebbe un bellissimo esempio del processo onde parliamo. Chi
l’ha inventata avrebbe designato col suono gas quel certo corpo aeriforme in
quanto avente questa qualità. In appresso trovatisi altri corpi aeriformi, si
sarebbero chiamati tutti gas; ed ecco il nome proprio diventar comune. Più
tardi fra i vari gas, avrebbe potuto acquistare speciale importanza uno, ad
es., quello che serviva a dar luce, e, chiamato aneh’esso col medesimo
appellativo, ecco il nome comune trapassiir di nuovo a designare una cosa
individua. Questo fatto ultimo succedette real¬ mente, il primo ha tutti i
contrassegni della probabilità. Qui il Rosmini potrebbe ribattere, come fa al
Dugald Stewart (p. 134 e seg.). Perché si possano afferrare dallo spirito più
con¬ creti come simili, cioò come aventi un rapporto reciproco di so¬ miglianza,
è necessario che lo spirito possieda un criterio per giu¬ dicare di questa
somiglianza, e questo criterio non può consistere che nell’idea di quella
qualità che essi hanno comune: dunque si presuppone quel che si vuol spiegare.
Noi rispondiamo, che la so¬ miglianza di duo concreti nasce dall’avere una
qualità comune , e quindi dal produrre nei nostri sensi la stessa impressiono.
In forza deU’identità dell’Io, che sente o intende (identità tante volte invo¬
cata dal Rosmini), e perchè le impressioni che riceviamo lasciano dentro di noi
una traccia per cui alla prima occasione si ripresen¬ tano al nostro spirito,
ne viene che quando noi proviamo una certa sensazione, ci ricordiamo aver
provato la stessa sensazione altra volta, e per la legge dell’associazione la
esprimiamo colla stessa parola, con cui quella prima avevamo significata. Si
dirà forse, che non possiamo avere coscienza della somiglianza delle due sensa¬
zioni, senza paragonarle all’idea'della lor qualità comune? In tal caso la
qualità comune non può consistere in altro, che nell’im- pressionare il senso
nella stessa maniera, e l’idea di tal qualità nella coscienza della possibilità
di indefinito numero di impressioni identiche; ma intorno a queste si potrebbe
fare lo stesso ragiona¬ mento, e cosi in infinito. Il vero è che quando siamo
arrivati alla sensazione, non abbiamo bisogno d’altro; l’identità di una sensa-
— 44 — zione con un’altra essendo un dato della coscienza. Il difetto, che è
capitale, secondo che ci pare, nella critica surriferita del Rosmini sta
appunto nel non tener abbastanza conto della parte di noi sen¬ ziente, per
voler troppo (e troppo poco poi per altro rispetto) at¬ tribuire
aH’intelligenza. Pub essere che qui non tacciano ancora le opposizioni. I più
robusti pensatori, si dirì^, da Aristotele a Leibnitz, sostennero l’anterio¬
rità cronologica dei nomi comuni ai nomi propri, e l’anteriorità logica delle
idee generali ai nomi comuni, essendo manifesto che non si può assegnare il
nome a cosa di cui non si ha l’idea, ed ogni idea essendo di sua natura
universale. Aristotele nel lih. I, c. 1 delle cose fisiche, dice i nomi comuni
essere stati inventati manifestamente dagli uomini prima dei propri ; prova
questo fatto, che il fanciullo chiama col nome di padre tutti gli uomini che
vede, finché non ha imparato a discernere il padre suo da tutti gli altri
uomini; onde si vede che il nome ch’egli dà a suo padre, è per lui un nome
comune del quale non restringe il significato, se non quando riconosce l’error
suo del prendere il padre per un uomo qualunque. Il Leibnitz {Nouceaax Èssais,
lib. Ili, c. 1, p. 297), pure: I fanciulli, e quelli che non conoscono se non
ben poco della lin¬ gua che s’attentano a parlare, o ben poco del subietto
sopra cui vorrebbero adoperarla, fanno uso di termini generali, come cosa,
pianta, animali, invece di usare i nomi propri, dei quali son privi. Ed egli ò
certo che tutti i nomi propri individuali sono stati in origine nomi
appellativi o generali. Che più? soggiungerà il nostro avversario, lo stesso
Max Mailer, in cose di glottologia intenden¬ tissimo, anzi maestro ed autore,
ha affermato che le idee generali precedono le radici, e che queste furono
escogitate dall’uomo ap¬ punto per esprimere quelle. Noi non neghiamo che sia
di un grandissimo peso l’autorità di questi filosofi , e non li vogliamo
neppure contraddire; solamente affermiamo, che avanti che i nomi comuni come
tali sieno adope¬ rati nel linguaggio, v’è uno stadio della vita dello spirito,
nel quale non vi sono ancora idee generali, e vi son già dei nomi indicanti
cose concrete e individuali. Questi nomi, col ripetersi dell’impres- sion dei
concreti, diventan comuni e fanno nascere l’idea generale. Cosi nel fatto
accennato da Aristotile, il bambino avendo imparato a chiamar babbo l’uomo di
casa (v. Rosmini, Psie., 2° voi., p. 283), tutti gli altri uomini che vede,
perchè simili al primo, chiama pure collo stesso nome. Ecco che mentre prima
applicava il nome ad un individuo solo, venne poi ad applicarlo a più individui
; in appresso lo si fa avvisato dell’errore, e tiene quella parola come nome
proprio di quel certo uomo e di nessun altro. Quanto alla teoria di Max Mailer
{Letture sopra la scienza del ling., 1* ser., let. IX) sull'origine del
linguaggio, fu censurata appunto perchè — 45 — confonde due momenti diversi
della vita delle radici, quello nel quale significavano idee generali, che è
posteriore, e quello in cui significavano cose concrete, che è anteriore.
Dunque stiamo fermi nella nostra teoria, la quale spiega nel modo più probabile
l’origine del linguaggio, e ad un tempo la for¬ mazione delle idee. Del resto
lo stesso Rosmini accetta la necessità e'la sufilcienza del linguaggio a far
nascere nella mente del fan¬ ciullo le idee astratte {Ideologia, 2°, p. 92).
Ecco le sue parole : « L’atto immanente, che consiste nella visione continua
dell’essere, non dà spiegazione alcuna di quell’attività colla quale lo spirito
si applica agli enti particolari e ai modi (astratti) di questi. Onde sarà
dunque mossa la ragion nostra ad astrarre? Dai segni. Un’i¬ dea astratta non è
che parte di un’idea. Per ispiegare dunque quell’attività colla quale il nostro
spirito si forma lo idee astratte, bisogna additare una tal ragione, per la
quale esso ha mosso a sospendere la sua attenzione dal tutto della idea, e a
limitarla e concentrarla in una sola parte, escludendo a dirittura lo altre.
Quest’attività colla quale lo spirito nostro presceglie da una sua idea un
qualche elemento, e lo considera da sè, ha bisogno d’una ragione, d’una causa,
dalla quale sia mosso e condotto. Per es., il senso presta all’intendimento la
materia da percepire uomini reali; ì'umanità, questa nozion generale priva di
tutti gli acci¬ denti dei singoli uomini, non cade sotto i sensi, nè ha in sè
nulla di sensibile. Siccome ciò che tira il nostro spirito all’atto del per¬
cepire sono i termini che a lui si presentano, e perchè Vumanità non presenta
nulla, si vede la necessità di un segno vicario che svegli l’idea... Siffatto
mezzo (che è il linguaggio) è idoneo ad ec¬ citare l’attenzione del
fanciulletto, a trovare il significato dei suoni che i parenti gli ripetono, e
infra i varii significati, a trovare anche le idee di qualità separate o di
relazioni che vengono pure continuamente da quelle voci nominate od espresse...
La giorna¬ liera esperienza dimostra come i fanciulletti prima intendano i vo¬
caboli che esprimono le cose sussistenti e reali, ed appartengono ai loro
bisogni, istinti, affetti ; e pervengono a intendere anche il linguaggio tutto
perfettamente, e a parlarlo altresì. Il che non lascia dubbio sull’attitudine
del linguaggio a chiamar l’attenzione dell’uomo nello idee astratte, ciò che
equivale a un formarsele ». La nostra teorica applica questo modo di vedere non
solo alle ideo astratte, ma anche alle idee generali.C Ramorino
No comments:
Post a Comment