Speranza
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Monday, March 26, 2012
Giovanni Battista de Negri creates the title role in Mascagni's opera "Guglielmo Ratcliff"
Speranza
Guglielmo Ratcliff: Opera in Quattro Quadri -- Libretto di Heinrich Heine
Traduzione di Andrea Maffei
Musica di Pietro Mascagni
PERSONAGGI
MAC-GREGOR, feudatorio scozzese [Basso]
MARIA, figlia di Mac-Gregor [Soprano]
Conte DOUGLAS, fidanzato di Maria [Baritono]
GUGLIELMO RATCLIFF [Tenore]
LESLEY, amico di Ratcliff [Tenore]
MARGHERITA, nutice di Maria [Mezzo Soprano]
TOM, oste di ladri [Basso]
WILLIE, fanciullo e figlio di Tom [Contralto]
Ladri e mariuoli:
ROBIN [Basso]
DICK [Tenore]
JOHN [Basso]
BELL [Baritono]
TADDIE [Tenore]
UN SERVO [Tenore]
Masnadieri - Servi - Convitati alle nozze
L'azione si svolge nella Scozia settentrionale, verso il 1820
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QUADRO PRIMO
Stanza nel castello di Mac-Gregor.
SCENA PRIMA
Maria, Conte Douglas, Mac-Gregor e Margherita. (Margherita accovacciata e immobile in un angolo).
Mac-Gregor
(impalmando Maria e Douglas)
Sposo e sposa voi siete, e come unite
Stan or le vostre mani, i cuori vostri,
Nel dolor, nella gioia, oggi e per sempre
Stiano uniti così. Legati insieme.
V'han la Chiesa e l'Amor, due sacramenti
Di gran virtù: due volte i vostri capi
Son per ciò benedetti, ed anche il padre
La sua destra v'impone e benedice.
(mette le mani sul capo di tutt'e due)
DOUGLAS
Milord! padre chiamarvi oggi m'è vanto.
MAC-GREGOR
E vanto a me maggior chiamarvi figlio.
(si abbracciano)
MARGHERITA
(canta coll'accento interrotto dal delirio)
"Perchè rossa di sangue è la tua spada?...
Edvardo, Edvardo?"
DOUGLAS
(si volge atterrito e guarda Margherita)
Giusto Dio! qual voce
Vitrea, Milord! Quella muta figura
Incomincia a cantar...
MAC-GREGOR
(con riso forzato)
Nessun pensiero
Ella vi dia. La pazza Margherita
Del castello è colei. Da mesi ed anni
Catalettica ell'è: con occhi immoti
Sta lunghe ore accosciata, e, come un sasso
Faria, se lingua avesse, a quando a quando
Si mette a canticchiar qualche sua vecchia
Canzon.
DOUGLAS
Perchè tener quello spavento
Nel castel?
MAC-GREGOR
(piano)
Zitto! zitto! Ogni parola
Ella intende. Cacciata io ne l'avrei
Da lungo tempo... ma non oso...
MARIA
Via! lasciate la povera, la buona
Margherita, e più tosto ci narrate,
Dugla, alcun che di nuovo, in qual maniera
Vivesi a Londra? A noi, qui nella Scozia,
Nulla ne giunge.
DOUGLAS
È sempre il vecchio andazzo,
Vi si corre a cavallo ed in calesse,
Un premere, un calcar per ogni via;
Di giorno vi si dorme, e della notte
Vi si fa giorno; e sale all'uso aperte
De' lottatori; e quel non mai sospeso
Succedersi di crocchi e di banchetti.
Drurilàn, Coventgarda han sempre folla
Di spettatori, e l'opera vi romba.
Note di banca d'una lira, in cambio
Di note musicali; e: "Dio - vi s'urla -
Salvi il Re!" Nelle mèscite più buje
Stanno politicando i patriotti,
Soscrivono, scommettono, bestemmiano,
Sbadigliano, e fan molle il gorgozzule
Alla prosperità dell'Inghilterra.
Fumano le bistecche ed i bodini,
La birra spuma, il cerretan ti scrive
Il suo recipe, e ghigna: i borsajoli
Ti si stringono a' panni, i truffatori
Con loro uggiose cortesie, molesti;
Molesto l'accatton co' suoi lamenti,
Col suo misero aspetto; e d'ogni cosa
Molesto più lo stolido costume
Dell'abbigliarsi: quella stretta giubba,
Quel solino stecchito e quel cappelo
Che par la torre di Babel.
MAC-GREGOR
Sia lode
Al mio sajo scozzese e al mio berretto
Voi ben faceste a scuotervi di dosso
Que' vestiti da matto. Un Dugla, o conte,
Esser debbe di fuor come di dentro
Vero scozzese; e l'animo mi gode
Oggi che tutti voi nel caro io veggo
Patrio costume.
MARIA
Del viaggio vostro
Diteci.
DOUGLAS
In carro io giunsi ove la Scozia
Comincia; ma l'andar pareami lento,
Tanto che in Oldiburgo io m'acconciai
Con un cavallo. All'animal gli sproni
Feci sentir, ma pungere lo sprone
D'amor sentia me pure, lo non avea
Pensiero che di voi. Talchè per selve,
Per monti e per pianure il mio cavallo
Colla prestezza dello stral mi trasse.
Cavalcando così ne' miei pensieri
Pel bosco d'Invernè, mancò ben poco
Che mal m'incogliesse. A un tratto
I fischi d'alcune pallo che presso gli orecchi
Mi strisciar, dal mio sogno uscir mi fero.
Tre ladroni di strada a me fur sopra.
Appiccossi la zuffa, e come pioggia
Cadean colpi su colpi. Io ben difesi
La pelle mia; ma pure avrei dovuto
Soccombere... Dio buono! impallidisce
Maria!... vacilla... cade!
(Margherita balza in piedi e sostiene nelle su braccia Maria che sviene).
MARGHERITA
Oh la mia bimba,
Guancia di rosa! è bianca come un lino,
Fredda come una pietra. O Dio!
(parte cantando e parte parlando, mentre accarezza Maria)
Apri, piccina,
Bambola mia,
Gli occhietti cari.
Non vo', bambina,
Che freddi al pari
D'un marmo sia...
Rose, amor mio,
Su le tue gote
Pallide, immote
Versar vogl'io...
MAC-GREGOR
Finisci,
Femmina sciagurata! e non t'avvedi
Come più le scompigli il capo infermo
Con quel tuo vaniloquio?
MARGHERITA
(minacciando col dito)
E tu mi sgridi?
Tu?... Le tue mani lava pria, le rosse
Tue mani, e non lordar la bianca veste
Di sposa alla mia bimba. Io tel consiglio
Va! dico, va!
MAC-GREGOR
(in ansia)
Farnetica la vecchia!
MARGHERITA
(canta)
"Apri, piccina,
Gli occhietti cari..."
MARIA
(torna in sè e si appoggia a Margherita)
Or ben! come fini? Seguite... ascolto.
DOUGLAS
Duolmi, che il mio racconto...
Udite adunque!
Un altro cavaliero a briglia sciolta
Sopravvenne improvviso, e que' ladroni
Alle spalle assalì menando il ferro
Con grande vigorìa. Ripresi allora
Animo io stesso, mi sentii la mano
Più libera alla pugna, e i tre ladroni
Mettemmo in fuga. Al mio soccorritore
Render volli merchè; ma: "Non ho tempo",
Gridommi, e spronò via.
MARIA
(sorridendo)
Diam grazia al cielo!
Provai non poca ambascia: or rinfrancata
Mi sento. Rita! guidami. Le amiche
Stanno spettando nella sala.
MARGHERITA
(angosciata a Mac-Gregor)
Oh meco
Corrucciarti non dei! Non sempre è pazza,
No, la povera Rita.
MAC-GREGOR
Andate! in breve
Noi pur vi seguiremo.
(Maria e Margherita escono).
SCENA II
Mac-Gregor e Douglas
DOUGLAS
Io n'ho stupore!
A svenir così facile è Maria?
Molto oppressa è quest'oggi.
Imbiancata, trema al più lieve rumor.
MAC-GREGOR
Tenervi, o Dugla,
Io non voglio e non posso ancor segreto
Ciò che l'anima tanto alla mia figla
Oggi commuove; e chieggovi perdono
Se vel tacqui finora. Alla follia
Ch'io prudente stornai dal vostro capo,
Cerco voi stesso avreste, e senza posa
Inseguito quell'uom che di Maria
Turbò la pace.
DOUGLAS
E chi turbare osava
La pace di Maria? Milord, parlate!
MAC-GREGOR
Con animo tranquillo il luttuoso
Racconto udite. - Il sesto anno già corre
Che nel nostro castello uno studente
Pellegrino arrivò. Venia costui
D'Edimburgo, e chiamavasi Guglielmo
Ratcliff. Io conosciuto un tempo avea,
- E ben, ben conosciuto! - il padre suo,
Di nome Edvardo; e quindi acolsi il figlio
Ospitalmente, e di tetto e di mensa
Per un qundici di gli gui cortese,
Egli vide mia figlia e troppo addentro
Negli occhi la fissò; poi die' principio
Ai sospiri, ai languori, alle querele.
Tanto che la fanciulla aperto e netto
Comprendere gli fe' che l'era uggioso.
Chiusi fiasco ed amor nella valigia,
Egli se ne parti. Passaro intanto
Anni due da quel giorno, allor che venne
Nel mio castel Filippo Macdonaldo,
Conte d'Ais; mi chiese, e con fortuna,
La mano di Maria. Sei lune appena
Trascorse, in nuziale abbigliamento
Stava a pie' dell'altar la cara sposa.
Ma lo, sposo macava! In ogni dove,
Nelle camere tutte e ne' cortili
E nelle stalle e nel giardino richiesta
Dell'assente facemmo... A' piè del Negro
Sasso trovammo alfin la morta salma
Di Macdonaldo!
DOUGLAS
Ucciso!... E da qual mano?
MAC-GREGOR
Ogni indagine nostra andò delusa!
Finalmente svelò la mia fanciulla
Che l'omicida conescea: si fece
A raccontare allor come Guglielmo,
La notte succeduta a quel misfatto,
Nella camera sua precipitoso
Ed improvviso entrasse, e sorridendo
La mostrasse la man, vermiglia ancora
Del sangue dello sposo, e con gentile
Chinar di capo il nuziale anello
Del trafitto le desse.
DOUGLAS
Oh infamia! oh scherno!
E voi... voi che faceste?
MAC-GREGOR
Al suo castello
Portar feci l'ucciso, e nel sepolcro
De' guoi padri deporre; indi una croce,
A ricordo perpetüo, nel loco
Del misfatto piantai; ma cerco ho invano
L'assassino Ratcliff; fu visto in Londra,
L'ultima volta, ove, morta la madre,
Siupò tutto in bagordi il suo retaggio;
Poi di gioco, di presti, e, fin - lo intesi
Da parecchi asserir - di ladroneggi,
Vita infame condusse a mo' d'infame
Cavlier di rapina. - Era il secondo
Anno su quel delitto ormai trascorso,
E l'uccio non men che l'uccisore
Quasi posto in oblio, quando al castello
Lord Duncano arrivò: mi fe' dimanda
Della fanciulla; consentii, nè cosa
Difficile mi fu, che consentisse
Ella pure a legarsi ad uom disceso
Da' nostri antichi re. Ma... sventurati
No! già stava all'altar festosamente
Abbigliata Maria, non senza un vago
Turbamento... e Duncan giacea trafitto
Sul Negro Sasso!
DOUGLAS
Io raccapriccio!
MAC-GREGOR
A' servi,
"Su - gridai - tutti in sella!"
E per tre giorni
Boschi, valli, campagne, antri, foreste,
Noi corremmo, lustrammo,
E indarno sempre:
Orma dell'assassino in nessun loco.
Se non nella stressa infausta notte
Di quel di sanguinoso, ardìa Guglielmo
Di novo penetrar nella segreta
Camera di mia figlia, e presentarle,
Con un riso beffardo ed un saluto
Gentil, l'anello nuzial che dato
A Duncano ella avea.
DOUGLAS
Per Dio, quest'uomo
M'è d'un audacia singolar! Trovarlo
Vorrei.
MAC-GREGOR
Fu l'uomo istesso, io l'ho per fermo,
In cui nel bosco d'Invernè vi siete,
Dugla, scontrato. Che nessun de' miei
Sagaci esploratori abbia veduto
Colui, stupor mi prende, lo molta cura
Data, o conte, mi son,
Perchè non debba
Come gli altri, scolpir sopra una croce
A quel sasso fatale il nome vostro.
(parte)
SCENA III
Douglas solo
Vecchia volpe è quest'uom! Fin dopo l'ora
Delle nozze mel tacque... e fu presente!
Nondimeno io verrei con quel protervo,
Enfiato di rancor, che turba i sonni
Di Maria, misurarmi. Oh no! dal dito
L'anel non mi torrà, perchè la mano
Sta pur col dito mio. Maria non amo,
Nè da lei sono amato, ed ha composto
Mera convenienza il nostro nodo.
Ma di cor cono amico a questa dolce
Creatura, e da spine il suo cammino
Sgombrar desio.
SCENA IV
Douglas e Lesley
LESLEY
(imbaccuato, guardanosi sospettoso d'attorno, si avanza)
Non siete il conte Dugla
Voi?
DOUGLAS
Per lo appunto. Che volete?
LESLEY
(gli porge un foglio)
Il foglio
Gentil dunque è per voi.
DOUGLAS
(dopo aver letto)
Si! Si! ch'io vengo
Rapportegli pure. Al Negro Sasso!
(partono tutt'e due)
QUADRO SECONDO
Taverna di ladri
Nel fondo, uomini sdrajati che dormono. Una immagine sacra pende dalla parete. Batte un oriuolo. Crepuscolo verpertino.
SCENA PRIMA
Guglielmo Ratcliff siede meditando in un canto; l'oste Tom in un altro, tenendosi fra' sinocchi il suo fanciullo Willie.
TOM
(piano)
Willi, sai recitarmi il paternostro?
WILLIE
(ridendo e forte)
L'ho sulla punta delle dita!
TOM
A bassa
Voce! o mi svegli quella gente, morta
Di fatica.
WILLIE
Or disciogliere la lingua
Posso?
TOM
Di' su! ma senza furia.
WILLIE
Padre Nostro, che sei nel ciel, santificato
Sia per sempre il tuo nome.
Avvenga il regno Tuo;
Come in cielo il tuo voler s'adempia
Qui sulla terra; il pan quotidiano
Oggi ne dà; ci libera da' nostri
Debiti, come noi ne liberiamo
I nostri debitori, e non lasciarci...
(balbetta)
Lasciarci...
TOM
O che! balbetti? E non lasciarci
Tentar dal male! Ricomincia!
WILLIE
(tien gli occhi sempre fissi in Guglielmo Ratcliff, e parla agitato ed incerto)
Padre Nostro, che sei nel ciel, santificato
Sia per sempre il tuo nome.
Avvenga il regno Tuo;
Come in cielo il tuo voler s'adempia
Qui sulla terra; il pan quotidiano
Oggi ne dà; ci libera da' nostri
Debiti, come noi ne liberiamo
I nostri debitori, e non lasciarci...
(balbetta di nuovo)
Non lasciarci...
TOM
(aspro)
Tentar! tentar dal male!
WILLIE
(piange)
Babbo mio! Sempre sempre dalla bocca
Come l'acqua mi scorre... Oh, ma colui
Là...
(accenna Guglielmo Ratcliff)
Con occhi sinistri ognor mi guarda!
TOM
(minaccioso)
Questa sera, Willi, tu non hai pesce:
E se mai dalla cassa un'altra volta,
Bada! men ruberai...
WILLIE
(piangendo e con tono di recita)
Tentar dal male...
RATCLIFF
Smetti, e lascialo in pace.
Anch'io quel passo:
Non lasciarci tentar!
(in aria dolorosa)
Mai, mai nel capo
Ritener non potei.
TOM
Sarei dolente
Se qual voi siete e quai sono coloro
(mostra quelli che dormono)
Diventasse, un bel giorno, il figlio mio.
Or vattene, Willi!
WILLIE
(si allontana piagendo e mormorando fra' denti)
Tentar dal male
Non lasciarci...
SCENA II
Ratcliff e Tom
RATCLIFF
(sorride)
Che intendere voleste?
TOM
Ch'egli sia buono e cristiano intendo;
Intendo che non sia, com'è suo padre,
Un capestro da forca.
RATCLIFF
(con ischerno)
Ancor non sei
Tanto birbo.
TOM
Or non son che un animale
Mansueto, un ostiere, un zaffabirra.
E perchè la mia piccola casetta
Ben tappata è nel bosco, ha l'uscio aperto
Solo a' grandi signori e pari vostri,
Che vogliono serbar gelosamente
L'incognito, dormir di giorno chiaro,
E di notte vegliar. Non do col bujo,
Quartier, lo do col sole. Anch'io, già tempo,
Godea di girellare al fioco lume
Della luna,
(fa un moto colle dita)
E frugar nelle altrui case,
Nelle altrui tasche; tuttavia non tanto
All'impazzata come fan coloro.
(addita gli addormentati)
Guardate un tratto quel capo di volpe;
Un genio è il mariuol! nata, incarnata
Per le pezzuole altrui gli s'è la frega.
Ladron quanto una gazza, e...
Guarda, guarda
Come uncina le dita anche nel sonno!
Fin sognanado egli ruba... oh ve'! sogghigna
Tutto felice... Quel lungo figuro
Laggiù dai magri stinchi di locusta,
Sartor già fu: brandelli in pria raspava;
Presto dopo gheroni, e finalmente
Pezze intere di panno. Al laccio, un giorno,
Per prodigio scappò; sol che le gambe
Da quel di gli tentennano. Mirate
Come springa co' piedi! Io metto pegno
Che sognando egli va, pari a Giacobbe,
Una scala a piuoli. A quel paffuto
Vecchio Robin drizzate ora lo sguardo:
Dorme e russa quieto, ed, oh! già dieci
Omicidi sull'anima gli stanno;
E cattolico almen, qual siamo noi,
Fosse il vecchio Robin, sì che potesse
Venirne assolto; eretico è il ribaldo!
E, pur troppo, bruciar, dopo impiccato,
Nell'inferno dovrà.
RATCLIFF
(inquieto, passeggia di su, di giù per la stanza, e non cessa di guarda l'oriuolo)
No, Tom! quel vecchio
Robin non brucierà, te lo assicuro.
Ben diverso giurì che in Inghilterra
V'è nel mondo di là. Robino è un uomo,
E la bile s'appicca dall'uom che vede
Come le miserabili animelle
Di tanti perdigiorno in abbondanza
Stragrande si diguazzino: di seta,
Di velluto
Han le vesti, ostriche ghiotte
S'ingojano, ed affogano le gole
Nello Sciampagna, o bando al tedio loro
Dan fra le coltri del dottor Graàmo,
Stepitar fan le vie correndo in carri
Dorati, e burbanzosi abbassan gli occhi
Al povero affamato che si striscia
Lento fra quella furia e sospiroso
Al monte di pietà colla camcia
Ultima sotto il braccio.
(ride amaramente)
Oh li marate
Questi cauti pasciuti! li mirate
Come schermo si fan d'un baluardo
Di leggi per respingere gl'impronti,
A cui gli stazi del ventre digiuno
Strappano grida disperate! E guai,
Guai, se quel baluardo un ne travarca!
Pronti i giudici son, la scure, il laccio,
Il carnefice... Or ben! si danno audaci,
Cui terror ciò non desta.
TOM
Un giorno anch'io
Pensava a modo vostro. In due gran classi,
Che si fan guerra con furor selvaggio,
Gli uomini tutti dividea: nell'una
I satolli, e nell'altra gli affamati;
E dacchè coi diguiuni io facea parte,
A volte di lottar con quei satolli
D'uopo mi fu; se non che impàri troppo
Questa lotta travai, per ciò bel bello
Dal mestier mi ritraggo, lo sono stanco
Dell'andar vagabondo e seza tetto,
Del fuggir gli occhi tutti e fin la luce,
Del volgermi tremando ad ogni forca
Che mi appaja per via, quasi io dovessi
Penzolarvi, e d'ergastoli e di bagni,
E del filar continüo la lana
Sognare ognor. Per Dio, che una tal vita,
Una vita è da cane. e poi vedersi
Come fiere per campi e per foreste
Cacciati, e in ogni pianta uno scherano
Temer; tremar, sebben chiusi, appiattati
Nelle proprie pareti, ognor che s'apra
L'uscio...
SCENA III
Lesley entra in fretta. Ratcliff gli corre incontro. Tom dà indietro spaventato col grido di: "Gesù".
LESLEY
Egli viene! egli viene!
RATCLIFF
Vien'egli?...
Sta ben.
TOM
(in angustia)
Chi mai?... Terror da qualche tempo
Tutto mi dà.
LESLEY
(a Tom)
Ti calma, ed or ci lascia soli.
TOM
(con aria accorta)
Comprendo io sì. Partir fra voi
Qualche cosa dovete.
(parte)
SCENA IV
Ratcliff e Lesley
RATCLIFF
Il Dugla viene?
Dunque me n'esco.
(prende cappello e spada)
LESLEY
(trattendolo)
Oibò! ten guarda. È d'uopo
Pria, che meglio s'abbui. Tu da' famigli
Di Mac-Gregorio sei spiato; ai bimbi
Noto è il tuo volto, così ben dipinto
T'hanno... Ma dimmi,
A che mai questo gioco?
Rischi, che non ti fruttano, qui cerchi.
Torna a Londra con me, là sei sicuro.
Via dal tristo paese, ove san tutti
Che tu sei l'assassin di Macdonaldo
E di Duncano!
RATCLIFF
(con dinitosa alterezza)
L'assassin? Menzogna!
Duncano e Macdonaldo in un duello
Caddero. Io combattei con tutt'onore,
E con onor combattere disegno
Pure col Dugla.
LESLEY
Agevolar la cosa
Meglio ti dei. L'italian conosci...
(fa un gesto da brigrante)
Dimmi almen: questo Dugla ove d'intoppo
Ti fu? che mai t'ha fatto? e qual radice
Ha la tua bile, il tuo rancor?
RATCLIFF
Nè il vidi,
Nè parlato gli ho mai; nessun oltraggio
Mi fece, ed io non l'odio.
LESLEY
Dargli lo paccio? Il senno hai tu perduto?
O perduto l'ho io, dacchè strumento
Mi ti son fatto in così pazza impresa?
RATCLIFF
Triso a te, tristo a te, se in tali cose
Penetrar tu potessi! e sciagurata
La fodera del tuo poco cervello!
Scoppiar la ti dovrebbe, e far dal rotto
La follìa capolino. Al par d'un guscio
D'ovo potria quel tuo povero capo
Rampersi, e fosse ancor qual è la vasta
Cupola di San Paolo.
LESLEY
(si tocca con angoscia beffarda la fronte)
Oh mi spaventi!
Meglio tu taccia.
RATCLIFF
Un lunatico eroe
Non mi divi suppor, nè un cacciatore
D'ombre, che per la notte e per l'inferno
Aizzi il suo fantasico segugio:
O un malaticcio, tisico, stremato
Pötin che cogli astri e colla luna
Amoreggi, e si prenda un mal di ventre
Per troppa emozion, se il trillo ascolti
Dell'usignuol, se de' propri sospiri
Si fabbrichi una scala, e col capestro
Di rime imbavagliate alla colonna
Della sua gloria alfin sè stesso impicchi.
LESLEY
Affermar tutto ciò con giuramento
Al bisogno io potrei.
RATCLIFF
Pur ti confesso -
E ch'io motteggi ti parrà - vi sono
Strane orribili posse, a cui soggiaccio;
Buje virtù, che guida a' miei voleri
Si fan, che sprone ad ogni opra mi sono,
Che reggono il mio braccio, e di terrore
M'ingombrar fin da' primi anni la mente.
Quando, fanciullo ancora, a qualche
Spasso,
Da me solo, io mi dava, innanzi agli occhi
Talora io mi vedea due nebulosi
Spettri, che l'uno all'altro, in un trasporto
D'amor, come anelassero accostarsi,
Le lunghe si tendeano aeree braccia;
Nè lo potendo, dolorasamente
Si stavano a guardar. Comunque fosse
Nebbia vuota, fugace il loro aspetto,
Nell'uno tuttavia sembianze altere
D'uomo io scorgea, contratte a chiuso
Sdegno,
E pia, soave femminil bellezza
Nell'altro. Anche nel sonno i due fantasmi
M'apparvero talvota e più distinti.
Di dolore atteggiato in me fissava
L'uomo le ciglia, e con amor la donna.
Nel tempo tuttavia che in Edimburgo
M'ebber le scole, mi si fer più rare
Tali apparenze, e il mio torbido sogno
Nel vortice sparì di quella vita
Scapestrata. Per caso io qui ne venni
In un tempo di ferie, e Mac-Gregorio
Nel suo castello m'ospitò. Maria
Vidi! Un subito lampo al primo sguardo
Di quella giovinetta in cor me scese.
Era assomiglio dell'aerea donna,
Era il bello, era il muto, era il soave
Volto d'amor che in sogno mi sorrise
Tante fiate; e sol pallida meno
La guancia di Maria, sol meno immota
La pupilla. Sul viso avea le rose,
Il baleno negli occhi. Inquella cara
Creatura ogni grazi incantatrice
Parea scesa dal cielo, e bella tanto
Cierto non fu la Vergine beata,
Di nome a lei sorella... Io, d'una febbre
Amorosa infiammato, aprii le braccia
Per serrarmela al cor...
(pausa)
Come avvenisse
Non so. La mia persona in uno specchio
Vidi riflessa... Er'io quel nebuloso
Uom che tendea con tal desio le mani
A quella donna nebulosa! Un mero
Sogno fu quello? non più che un inganno
Di calda fantasia? Tenera tanto,
Tanto accesa d'amore a me si volse
In quel punto Maria, che gli occhi nostri
Si confusero insiem coi nostri cuori...
Oh Dio!... soltanto allor l'antico, oscuro
Mistero si svelò della mia vita.
Il canto degli augelli e l'dioma
De' fiori allor compresi, allor degli astri
L'amoroso saluto, il mormorio
Del fonte, l'asolar del venticello,
E del mio petto i segreti sospiri...
Tutto, tutto io compresi! E, quasi allegri
Fanciulli, insieme godevano, insieme
Giocavam. N'era svago uno dell'altro
Cercar, poi nel giardino alfin trovarci;
Delle rose m'offria, delle mortelle,
M'offira de' suoi capelli, e cari baci...
Baci che a cento doppi a lei rendea.
Fin che a' piedi io le caddi, e: - Di' Maria!
M'ami tu? - supplicai.
(cade in delirio)
LESLEY
Come veduto
Volentieri io t'avrei di quelle pugna
Nerborute a far croce in atto pio
Di supplicante, a stremperar que' fieri
Fulminei guardi in un molle languore
Sentimentale, a imprimere un affetto
Tenero, doce al suon di quella voce
Che per la vie maestre orrenda tuona
Nell'orecchio de' ricchi!
RATCLIFF
(prorompe con ferocia)
Ah maledetta
Serpe! Con occhi impauriti, strani,
E quasi repugnante, a me si volse,
E con beffardo inchino e con parola
Di gel: - No! - mi ripose. Ancor lo sento
Quel - No! - diestro di me!
Lo sento ancora
Quel - No! No! - derisor sul capo mio...
E così strepitando, a me si chiuse,
Ahi! la porta del cielo.
LESLEY
Infame beffa
Quella fu!
RATCLIFF
Dal castel di Mac-Gregorio
Per Londra in via mi posi, ov'io sperava
Stordir nella marea dell'agitata
Metropoli il dolore, ond'era oppresso.
Giacchè, pria che notizia io pur ne avessi,
M'eran morti i parenti. Oh, l'insensato
Proponimento a tristo, a triso effetto
M'uscì! Nulla di ben, nè il vin di Porto,
Nè lo Sciampagna mi fruttar; più mesto
Ad ogni llibagione io mi sentìa.
Non potean brune o bionde
Il mio cordoglio
Cacciar co' vezzi loro. Anche la pace
Nel faraone non trovai! Sul verde
Tappeto errava di Maria lo sguardo;
La bianca mano di Maria piegarmi
I pàroli io scorgea; fin nella dama
Di cuori - in quello sgorbio di figura! -
Le sue care io vedea, le sue celesti
Sembianze; e sottil carta essa non era;
Era Maria, Maria! Del suo respiro
Movea l'aura a ferirmi. Ella accennava
Col capo, ella assentia...
- Va' banco! - E l'oro
Via portossi il dimon... l'amor rimase!
LESLEY
(ride)
Ah! Ah! così cavato hai dalla stall
Il tuo picciol ronzino, e il voil prendesti
Come ben si conviene a' cavalieri
Scozzesi; e come gli avi, a tasche vuote
Vissuto sei. L'amor, senz'alcun fallo,
Se n'è andato or da te; però che giova
A rinsavir lo scorrere di notte,
Con vento e pioggia, e tirar via se incontri
Forche, se penzolarvi un caro amico
Vedi che sgambettando ti saluta.
RATCLIFF
Olio piovve sul foco, e in me la febbre
Per Maria divampò più che mai fiera.
L'Inghilterra talvolta a me perea
Troppo angusto confine, e quella rabbia
D'amor con ferrea non visibil mano
Qui di nuovo mi trasse, e qui potei,
Sol qui presso a Maria, trovare il sonno.
Or libero io respiro, or tanto oppresso,
Dall'angoscia non sono, e provo un senso
Di bene... io t'apro il mio segreto. Ascolta!
Per Dio giurai, per le posse del cielo
E dell'inferno, e posi al giuramento
Il suggel d'una orribile bestemmia:
- Cadrà sotto il mio ferro
Ogni uom che osasse
Findanzarsi a Maria. - Segreta voce
In me l'ha proferito, e cieco io seguo
Di questa oscura possa il cenno arcano.
Possa che meco pugna allor che al Negro
Sasso apparecchio un talamo di rose
Per gli sponsali di Maria.
LESLEY
Ti scendo
Ora alfin nel pensier, ma non t'approvo.
RATCLIFF
Forse io stesso m'approvo? Ah, quella voce,
Quella sola in me scesa, estrania voce,
- Sì - mi dice nel cor! quell'ombre sole
Che veggo in sogno, con cenni del capo
M'approvano...
(manda un grido)
Gran Dio!... Là! là... Non vedi?
(Tenebre. Due figure nuvolose attraversano la scena e spariscono. I mansardieri e il mariiuoli sdrajati nel fondo, desti a quel grido, alzano in piedo e gridano: "Che v'è che v'è?")
Là! là! quelle figure?
LESLEY
O che, Guglielmo?
Qual diavolo ti tocca? Io nulla veggo.
SCENA V
Ratcliff, Lesley, Robin, Dick, John e Taddie
DICK
Che mai vede colui? gli sgherri forse?
LESLEY
Tutt'altro, Spirti!
(tutti ridono)
Robin
(incollerito)
Mi castighi Iddio!
Non un poco di requie anche di giorno.
RATCLIFF
Fa notte; andar vogl'io.
(esce dalla taverna)
LESLEY
Mi ti accompagno.
RATCLIFF
Nol soffro.
LESLEY
Oh, fino almanco al Negro Sasso!
Guardie forse là stanno.
RATCLIFF
Or la paura
Ve le dilunga; il loco è pien di spettri
Quando vien notte.
LESLEY
Addio, signori!
RATCLIFF
Addio!
Tutti
Che il ciel vi benedica.
(Ratcliff e Lesley partono)
SCENA VI
I Precedenti, senza Ratcliff e Lesley.
DICK
Fu sempre tale. Io lo conosco
Fin da Londra. Veduto io l'ho sovente
Nella taverna di Rascal. Solea
Con ciglia corrugate e senza moto,
Senza voce, stecchito in faccia al lume
Star lungh'ore in un canto; a volte poi
Da costo si sedea con aria lieta,
Ridente; senonchè non avea modo
Però bieche di troppo; e gajo egli era,
E sghignazzava; ma' d'un tratto il labbro
Superior, contratto a fiero scherno,
Cominciava a tremargli, e fuor del petto
Sfuggivagli un urlio doloroso, e: - Gianni!
- In gran furia chiamava - il mio cavallo! -
E via via, come in groppa a Satanasso;
Nè tornavane a noi che dopo mesi
Molti sd'assenza. Che la via di Scozia,
Notte e di cavalcando, egli prendesse,
Si buccinava.
BELL
Infermo egli è pur troppo!
DICK
Che me ne cale? Addio.
(partendo)
Tempo è d'andarne
Al lavor.
(pregando innazi alla sacra imagine)
Tu soccorrimi ne' rischi,
benedicimi tu!
(egli ed altri perecchi partono)
Robin
(accostando il suo pugno all faccia)
Tu, tu, mio santo
Tutelar, mi soccorri.
(parte)
SCENA VII
Due mariuoli stanno dormendo. Tom, l'ostiere, entra chiotto chiotto e ruba loro il denaro dalla tasche.
TOM
(in aria furbesca)
Ardir non hanno
D'accusarmi al Giudizio.
(parte)
SCENA VIII
John e Taddie
JOHN
(sbadigliando)
È pure il sonno
Una stupenda invenzion!
TADDIE
(sbadigliando anch'egli)
Vien meco
Ad asciolvere, o John.
JOHN
Perchè? V'han nuove?
TADDIE
Rissel, l'amico nostro, oggi di certo
Calci al vento darà.
JOHN
Ben è dannata
Invenzion la forca!
(i due mariuoli partono)
QUADRO TERZO
Luogo selvaggio presso il Negro Sasso.
Notte. A sinistra, roccie fantastiche e tronchi d'alberi. A destra un monumento in forma di croce. Sibili di vento. Si geggono due bianche figure di nebbia, che l'una e l'altra si tendono con vivo affetto le braccia senza potersi accostare, e da ultimo spariscono.
SCENA PRIMA
Ratcliff entra in scena
RATCLIFF
(solo)
Oh, come il vento
Fischia! I suoi pifferai mandò l'inferno
Tutti qui; fan la musica costoro.
Nel suo vasto mantel la lana è chiusa,
Ed a pena ne scuote e giù ne invìa
Qualche morto baglior. Sì, sì, potrebbe;
Quanto a me, starne chiusa, annuvolarsi
Del tutto. Alcun mestiero alla valanga
Non è d'una lucerna, affinchè vegga
In qual parte scoscendere; la via,
per accostar la calamita, il ferro
Conoscere, e segno miliare al brando
Provato di Ratcliff non abbisogna
Perchè trovi il cammin che lo conduca
Dritto al petto di Dugla. - E quel contino
Qui poi verranne? o il turbine e il timore
Di tossi, di corizze e infreddature
Terrallo indietro? O forse: "Io vo' l'andata
Differire - egli pensa - all'altra notte?"
Ah! ah! di questa notte appunto ha d'uopo.
Ben saprò, ben saprò là nel castello
Di Mac-Gregorio.
(batte l'impugnatura della spada)
Accesso ad ogni stanza
Apre a me questa chiave; e queste amiche
Mi difendono il dorso.
(mette le mani sulle pistole della cintura, ne leva una e la contempla)
Oh, come onesta
Ella mi guarda! Volentier vorrei
Raccostar la mia bocca a questa sua,
Poi premere... Qual ben non mi verrebbe
Dal suo bacio di foco! Al mio tormento
Darei fine così
(pensa)
Ma forse il Dugla
In questo punto, in simil guisa, appressa
La bocca e quella di Maria... sì certo!...
No! non debbo morir, perchè costretto
A sorgere ogni notte allor sarei,
Ombra impossente, dalla fossa; e, pari
Ad un allocco, col muso lascivo
D'un bòtolo annusar, serrando i denti,
Le belle membra di Maria. Non debbo
Morir. N'andassi in cielo, e per gli strappi
Dello stellato padiglion, lo sguardo
Giì per caso, volgessi al maledetto
Talamo di color, vormiterei
Bestemmie orrende che farieno a' buoni
Angeli impallidir le rosse guancie,
E strozzar per angoscia in quelle gole
Le uggiose interminabili alleluje.
Ma poichè son dannato al foco eterno,
Un demone esser voglio, anzi che un frusto
Di miserando peccatore.
SCENA II
Ratcliff e Douglas
RATCLIFF
Il passo
D'un uom...
(alza la voce)
Chi si avvicina?... Olà! rispondi!
DOUGLAS
Non m'è nuova la voce: è di quel prode,
Nobile cavalier, che, non ha guari,
Dall'ugne mi strappò de' masnadieri
Nel bosco d'Invernè.
(si fa presso)
Sì, sì, quel desso!
Or voi non mi sfuggite. Io per la vostra
Magnanima difesa obbligo grande
V'ho...
RATCLIFF
Detti non sciupate a riferirmi
Merchè; per mero e semplice capriccio
V'ajutai. Tre vi stavano di contro;
Erano di troppo: un sol che stato fosse,
Viva Dio! che spronato il mio cavallo,
Muto, innanzi v'avrei.
DOUGLAS
Non tanta asprezza;
Amistà sia fra noi.
RATCLIFF
Come vi piace;
Ma per segno di questa, una preghiera
Esauditemi tosto.
DOUGLAS
Anima e corpo
Vostro son io. Parlate!
RATCLIFF
A questo loco,
Novello amico mio, senza un istante
Tardar, date le spalle...
(ridendo)
A men che Dugla
Detto non siate.
DOUGLAS
(stupito)
E tal, per Dio! son detto.
RATCLIFF
Che? Dugla voi? Voi conte Dugla? Oh male,
(ridendo come sopra)
Male assai! Muore qui la nostra bella
Pur or nata amicizia. Il nome mio,
Signor conte... sappiatelo! il mio nome
È Guglielmo Ratcliff.
DOUGLAS
(mettendo fieramento mano alla spada)
Tu l'assassino
Di Macdonaldo e di Duncano?
RATCLIFF
(cava la spada)
Io stesso.
E per amor di compiere il trifoglio
Qui v'ho data la posta.
DOUGLAS
(gli si avventa)
Il capo tuo
Guarda, infame omicida.
(combattano)
RATCLIFF
Affè. Ne aggiusto
Quant'io più sappia... Ah! ah!
DOUGLAS
Cessa il tuo riso
Diabolico.
RATCLIFF
(ridendo)
Non io; ridon que' bianchi
Fantasmi, che son là...
DOUGLAS
Ridi a tuo senno.
Spirti di Macdonaldo e di Duncano,
Assistetemi voi!
RATCLIFF
Demonio e inferno!
Ora il morto Duncan gli para i colpi...
Oh, con noi non mischiarti, abominato
Fantasma schermidor!
DOUGLAS
(ride)
Tien' questa!
RATCLIFF
Inferno!
Tradigion!... Nella pugna, ecco, si mesce
Pur Macdonaldo!... È troppo! Uno assilito
Da tre!
(retrocede e intoppa nella base del monumento)
Morte e dimon! Caduto al suolo
Ratcliff! Su via, trafiggimi! Non hai
Maggior nemico sulla terra.
DOUGLAS
(freddo)
Il brando
Di Dugla oggi provaste. A voi, di fresco
Debitor forse io fui della mia vita;
Debitor della vostra oggi mi siete;
Pari noi siam. Conoscermi or dovreste,
Penso, e la prova, io credo, esservi sola
Potria per miglioarvi il cor malvagio.
(parte contegnoso e superbo)
SCENA III
Ratcliff giace immobile a' piedi del monumento. Continua il vento a fischiare. Le due figure di nebbia si avvicinano con tese braccia, poi si separano e spariscono.
RATCLIFF
(lento e trasognato si leva)
Fu voce d'uom? fu sibillo di vento?
Mi ronzò negli orecchi una parola
Vuota, errante, fuggevole!... Non altro
Che delirio? che sogno?... Ove mi trovo?
E qual croce è mai questa? e che v'è scritto?
(legge l'inscrizione del monumento)
"Qui furo uccisi da perversa mano
Lord Macdonaldo e il conte di Duncano."
(si riscuote)
No! non è sogno! Io sono al Negro Sasso
Vinto, irriso, sprezzato! Infami venti
Mi ghignano agli orecchi:- È qui l'uom forte,
L'animo invitto, gigantesco! è qui
Lo schernitor del popolo britanno,
Che di leggi si beffa! è qui l'audace
Che combatte col cielo... e non ha possa
D'impedir che si giaccia in questa notte
Dugla colla sua cara, e le racconti
Sorridendo in che modo il verme vile
Di Guglielmo Ratcliff, prosteso a terra,
Si torse e si contorse al Negro Sasso
Miseramente; nè il piede di Dugla,
Per non bruttarsi, lo calcò. -
(irrompe con furore)
Malnate
Maliarde! smettete il vostro riso
Spaventoso, e coll'indice maligno
Non mi schernite; sul lurido capo
Vo' le rupi scagliarvi, i pini io voglio
Svellere dalla Scozia, e i vostri scialbi
Omeri flagellar; vo' col mio calcio
Spremer dagli scarnati aridi corpi,
Maledetti dal cielo, il negro tosco.
Borea, scatena le tue furie, e il mondo
Struggi, dissolvi! Squarciati e mi schiaccia,
Immensa eterea vòlta! e tu m'ingoja
Ne' tuoi baratri, o terra!...
(tra feroce e commosso, cade in pensieri profondamente misteriosi)
Ombra esecrata,
Nebbia che mi persegui in forma d'uomo,
Non mi guardar con quegli occhi sbarrati!
Mi suggi il sangue con quegli occhi, in pietra
Rigida mi converti, onda gelata
Nelle bollenti viscere mi versi,
E trasformi me pure in un notturno
Spento fantasma... Quel loco m'accenni?...
Col tuo proteso vaporoso braccio
Tu mi accenni quel loco?
E debbo io dunque?
Maria?... Maria, la candida colomba?...
Sangue tu vuoi?... Chi parla? Olà!... Di vento
Soffio non fu. Rapirla io debbo? Inchini
La fronte tu? Sia! Sia! Ferrea è la tempra
Del mio volere, e, più di quel divino,
Più di quello infernale, onnipossente.
(parte precipitoso)
QUADRO QUARTO
Castello di Mac-Gregor
Camera illuminata. Nel mezzo, un gabinetto coperto da tende. Musica da ballo e risa di fanciulle in qualche distanza.
SCENA PRIMA
Maria abbigliata da sposa, e Margherita.
MARIA
O buon Dio, quale angoscia!
MARGHERITA
Il giustapetto
N'è la cagion. Vien qui, faciulla mia,
Voglio spogliarti.
MARIA
Oppresso ho il cor.
MARGHERITA
Bell'uomo
Gli è pur quel conte Dugla!
MARIA
(si rassegna e sorride)
È tal; poi gajo,
Affabile... ed un uomo!
MARGHERITA
Innamorata
Ne sarìa la mia bimba?
MARIA
Innamorata?
Innamorata? Schioccheria! Non basta
Sapersi compatir?
MARGHERITA
Però non sempre
Parlava ella così, quando Guglielmo...
MARIA
(le chiude la bocca)
Oh ti prego! ti prego! Il tristo nome
Non pronunciarmi. È notte, è tardi...
MARGHERITA
Allora
N'era, sì! la mia bimba innamorata!
MARIA
No! no! D'indole dolce e mansueta
Da prima egli parea; parea che noto
Mi fosse il volto suo; soave n'era
Il suon di quella voce, e ne venìa
Quasi un senso di ben sulle mie guancie
Dal suo respiro; e gli occhi... oh come cari,
Come buoni, giocondi a me volgea!
(presa da subito raccapriccio)
Ma di colp mutarmisi lo vidi
In uno spettro; attonito, suffuso
Del pallor d'un estinto, insanguinato,
E così furibondo, e minaccioso
Così, come trafiggermi volesse.
Quasi egual mi sembrava a quel fantasma
In volto d'uom che spesso io veggo in sogno
Tendermi le sue braccia, e tener fissi
Gli occhi in me lungamente, e con tal foga
Finch'io medesma, in vana aerea forma
Conversa, a lui le nebulose braccia
Apro e tendo così.
MARGHERITA
Tu mi somigli
A tua povera madre; un nulla anch'essa
Impermalia, sebben come una micia,
Cotta, impazzita di Ratcliff.
MARIA
La madre
Mia?...
MARGHERITA
D'Edvardo Ratcliff, che di Guglielmo
Fu il padre. E bella, bella era tua madre,
E chiamata venìa, per la sua grande
Beltà, la Bella-Elisa. Avea capelli
D'oro puro, avea mani d'alabastro,
Occhi... Edvardo il sapea s'erano belli,
Che, quanto è lungo il dì, li vagheggiava,
E i suoi per poco vi struggea. Nel canto
Era un vero usignuolo, e quando al foco
(canta)
"- Perchè rossa di sangue è la tua spada,
Edvardo? Edvardo?" - a cantar si mettea,
Non fiatava la cuoca, e ognor l'arrosto
La si bruciava... Oh mai, mai non avesse
Imparata da me quella canzone!
(piange)
MARIA
Marrami, Rita mia.
MARGHERITA
La Bella-Elisa
Sola nella sua camera sedea,
E cantava:
(canta)
"- Perchè rossa di sangue
È la tua spada, Edvardo? Edvardo?"
- In quella,
V'entrò d'un salto Edvardo, e scuro in faccia
Sul tono istesso la canzon riprese:
(canta)
"Uccisa ho la mia cara! Oh, la mia cara
Era pur bella!" - D'un tal raccapriccio
Fu colta allor la madre tua, che mai,
Mai più quell'infelice e fiero Edvardo
Veder non volle; e, a crescergli dispetto,
Mac-Gregorio sposò. La rabbia trasse
Di senno Edvardo, ed a mostrar che lieve
Eragli abbandonar la Bella-Elisa,
Per gusto disperato in sacro nodo
Si legò con Ginevra, una figliuola
Di lord Campello, e quel Guglielmo è figlio
D'union così pazza.
MARIA
Oh sventurata
Madre mia!
MARGHERITA
Ma d'un capo era tua madre
Ben caparbio e tenace. Intero un anno
Passò senza che mai d'Edvardo il nome
Sul labbro le suonasse. Allor che venne
L'altro ottobre però, nel giorno appunto
Che d'Edvardo, cred'io, portava il nome,
"- Rita!" - come per caso ella mi chiese -
"Non sai nulla d'Edvardo?"
- "Io so che in moglie
Prese la figlia di Campel." - "Ginevra
Campel?..." la Bella-Elisa allor proruppe,
E pallida in un tempo ed infiammata
Si fece, ed a versar più d'un'amara
Lagrima incominciò. Su' miei ginocchi
Teneati in quel momento, ed eri appena
Nel terzo mese, e a piangere tu pure,
Bimba mia, ti mettevi; ed io, che voglia
Mi sentia d'addolcir colle mie ciancie
Il pianto di tua madre, a raccontarle
Mi feci, che obliar la Bella-Elisa
Edvardo non potea, che giorno e notte
Far la ronda al castel celatamente
Era veduto, e levar con affetto
Doloroso la braccia al suo balcone.
"Oh da tempo io lo so!" la Bella-Elisa
Rispose ed affacciatasi di volo
Al balcon, verso Edvardo il braccio stese.
Ahi! quanto ella mal fece! In quell'istante
Mac-Gregorio ciò vide, il tuo geloso
Padre...
(interrompe atterrita)
MARIA
Or ben! Non finisci?
MARGHERITA
Ho già finito
MARIA
Segui, segui!
MARGHERITA
(angustiata)
Vicino al vecchio muro
Del castel, il mattin dell'altro giorno
Giacea privo di vita il sanguinoso
Corpo d'Edvardo.
MARIA
E la povera madre?
MARGHERITA
Morì per lo spavento il terzo giorno
Dopo il misfatto.
MARIA
Orribile!
MARGHERITA
(con freddo, ironico vaniloquio)
Veduto,
Bambina, avessi tu cogli occhi propri
Come Edvardo Ratcliff, là sotto il muro
Del castello, giacea! L'ho qui, qui viva
Sempre quella figura insanguinata!
E perchè consapevole son io
Di colui che l'uccise, e perchè dirlo
Non debbo ad uomo nato, e perchè folle
Sono... dormir non posso, e in ogni loco
Pallido, sanguinoso e con pupille
Sbarrate e acute come dardo, io veggo
Passarmi quell'Edvardo innanzi agli occhi
Taciturno, e coll'indice levato,
Pari a fantasma vagabondo...
SCENA II
I precedenti, Guglielmo Ratcliff pallido, contraffatto, lordo di sangue, entra in iscena.
MARGHERITA
(manda un grido acuto)
O santa
Vergine, il morto Edvardo!
(si accoscia in un angolo della camera, e vi rimane irrigidita ed immobile)
MARIA
(mette anch'essa un grido)
Ah sciagurato!
L'anel di Dugla tu mi porti?
RATCLIFF
(ride amaramente)
È chiuso
Il torneo; degli anelli omai finita
La corsa. Io due ne vinsi, e non volendo
Lasciarsi il terzo dispiccar, riverso,
Sconfitto io caddi dal caval di legno.
MARIA
(con subita svolta in tono di fidanza e d'angoscia)
O Guglielmo! Guglielmo! insanguinato
Sei!... Vien' qui! Vo' bendar la tua ferita...
(lacera il velo bianco nuziale)
Cielo! ove sono?... Cattivo tu!... Non sei
Guglielmo!... Edvardo sei! la Bella Elisa
Son io... son io!... Quel tuo povero capo
È tutto sangue, e il mio tutto confuso!
Che mi faccia non so. Vien' qui, se cara
Tu m'hai; piega i ginocchi...
(vuol bendargli il capo ferito)
RATCLIFF
(cade a' suoi piedi, tenero e addolorato)
Un sogno è questo?...
Sono a' pie' di Maria?... No, voi non siete
Nebbia, piccioli piè, dalla delira
Mente creati, nè sparite al tocco
Della mia man.
MARIA
(cerca calmarlo e bendargli il capo ferito col velo)
Non moverti! S'aggruma
Il sangue alle tue bionde e belle chiome...
Via, sta tranquillo! Insanguini me pure
Movendoti così. Se cheto stai...
Si, negli occhi, io ti bacio.
(lo bacia)
RATCLIFF
Oh questo bacio
Dagli occhi miei le tenebre dilegua!
I sole or posso riveder... Maria!...
MARIA
(come uscita da un sogno)
Io Maria? Tu Guglielmo?
(si copre gli occhi)
O trista, o trista
Cosa!
(abbrividisce)
Va! fuggi! vola!
RATCLIFF
(balza in piedi e l'abbraccia)
Io non mi parto!
Maria, tu mi sei cara, a te Guglielmo
Non manco è caro.
(confidente)
In sogno a me sovente
L'hai detto; e noi ci somigliam, lo sai?
Guardati nello specchio!
(s'avvicina ad uno specchio, e le fa osservare le due immagini riflesse)
I tuoi sembianti
Son più belli, più nobili, più puri
De' miei, ma non diversi. Abbiam sul labbro
L'orgoglio stesso, la stessa baldanza.
Su tutt'e due l'istabile proposto...
Pronuncia un detto, un detto sol!
MARIA
(cerca sciogliersi da lui)
Mi lascia!
Mi lascia!
RATCLIFF
O che! non odi? Eguale il suono
Della voce abbiam noi, sol che di molto
È la tua più soave. Il cupo azzurro
Dell'occhio è in noi lo stesso,
Ancor che splenda
Più vivo il tuo. La man!...
(prende la sua mano e ne fa paragone colla propria)
Non vedi i sochi
Stessi?
(sgomentato)
T'affissa qui! corta è la via
Della vita in entrambi...
MARIA
O deh, Guglielmo,
Laciami, e fuggi quando sai! Tra poco
Vengono...
RATCLIFF
Si, la fuga! Oh ben dicesti!
Vieni! fuggiam! Sellato è il mio corsiero,
Il più veloce della Scozia;
(cava la spada)
E n'apre
La mia spada il cammin. Balena, il vedi?
Ma qual voce!...
MARGHERITA
(canta vaneggiando)
"Perché rossa di sangue
È la tua spada, Edvardo? Edvardo?... Uccisa
Ho la mia cara. Oh quanto era mai bella!"
Oh!
RATCLIFF
Chi mai proferì la sanguinosa
Parola? Il gufo, che s'appicca al varco
Della finestra? o il vento che's'ingorga
Nel vuoto del camino? o quella strega
Accosciata nell'angolo? Fu quella,
Si! di marmo ha le membra; oh ma dal petto
Fioco il canto la strilla! e mi comanda
(nell'eccesso del dolore)
Di svenar la mia cara... e far lo debbo.
MARIA
Rotan feroci gli occhi tuoi; di fiamma
È il tuo respiro... delirar me pure
Tu fai... Lasciami! Oh lasciami, Guglielmo!
RATCLIFF
Non opporti, cor mio; così soave
E la morte! Io ti guido a quella bella
Terra, che spesso sognavam. Maria,
Vieni con me!
MARIA
(sciogliendosi da lui)
Via! via! che non ti coglia
Dugla...
RATCLIFF
(in furore)
Nome esecrato! è la parola
Della morte! Nessun, fosse pur Dio,
Dee possederti. Tu se' mia...
(in atto di trafiggerla)
MARIA
(fugge nel gabinetto coperto)
Guglielmo!
Uccidermi tu vuoi?
RATCLIFF
(la segue precipitoso nel gabinetto)
Mia, mia tu sei!
(odesi la voce di Maria: "Guglielmo! Soccorso! Guglielmo!")
MARGHERITA
(canta)
"Uccisa ho la mia cara! era pur bella
La mia cara." Oh!
(Le due nebbie in forma d'uomo appariscono da parti opposte: si arrestano all'ingresso del gabinetto, si tendono a vicenda le braccia, ed all'uscire di Ratcliff spariscono)
RATCLIFF
(balza fuori colla spada insanguinata)
T'arresta, e non fuggirmi,
Ombra di me medesmo! È la tua quest'opra,
Bianco spettro notturno. Il sangue gronda
Dalla vuota tua man. Vieni, combatti
Meco, assassino di Maria!...
SCENA III
I precedenti, Mac-Gregor entra impetuoso colla spada sanguinata
MAC-GREGOR
Soccorso?
Udii gridar...
(vede Ratcliff)
Ribaldo! alfin ti trovo;
Tu, sicario aborrito e di mia pace
Turbator.
RATCLIFF
(con un fiero scoppio di riso)
Quel son io, ma tu non manco
Aborrito mi sei; non ne conosco
La cagion; pur ti aborro, e del tuo sangue
Tutto io mi struggo.
(si avventano l'uno sall'altro e combattono)
MAC-GREGOR
Scellerato!
RATCLIFF
Io rido.
(ride ferocemente)
MARGHERITA
(canta)
"Perchè rossa di sangue è la tua spada,
Edvardo? Edvardo?"
MAC-GREGOR
(cade a terra)
Maledetto canto!
RATCLIFF
(esausto di forze)
Morta è la serpe velenosa. Un peso
Mi si leva dal cor. Già della pace
Le dolcezze pregusto. Or mia per sempre
È Maria!... Fine ha qui la mia giornata.
O Maria, vengo a te!
(entra nel gabinetto)
Son qui, soave Maria!
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Guglielmo Ratcliff: Opera in Quattro Quadri -- Libretto di Heinrich Heine
Traduzione di Andrea Maffei
Musica di Pietro Mascagni
PERSONAGGI
MAC-GREGOR, feudatorio scozzese [Basso]
MARIA, figlia di Mac-Gregor [Soprano]
Conte DOUGLAS, fidanzato di Maria [Baritono]
GUGLIELMO RATCLIFF [Tenore]
LESLEY, amico di Ratcliff [Tenore]
MARGHERITA, nutice di Maria [Mezzo Soprano]
TOM, oste di ladri [Basso]
WILLIE, fanciullo e figlio di Tom [Contralto]
Ladri e mariuoli:
ROBIN [Basso]
DICK [Tenore]
JOHN [Basso]
BELL [Baritono]
TADDIE [Tenore]
UN SERVO [Tenore]
Masnadieri - Servi - Convitati alle nozze
L'azione si svolge nella Scozia settentrionale, verso il 1820
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QUADRO PRIMO
Stanza nel castello di Mac-Gregor.
SCENA PRIMA
Maria, Conte Douglas, Mac-Gregor e Margherita. (Margherita accovacciata e immobile in un angolo).
Mac-Gregor
(impalmando Maria e Douglas)
Sposo e sposa voi siete, e come unite
Stan or le vostre mani, i cuori vostri,
Nel dolor, nella gioia, oggi e per sempre
Stiano uniti così. Legati insieme.
V'han la Chiesa e l'Amor, due sacramenti
Di gran virtù: due volte i vostri capi
Son per ciò benedetti, ed anche il padre
La sua destra v'impone e benedice.
(mette le mani sul capo di tutt'e due)
DOUGLAS
Milord! padre chiamarvi oggi m'è vanto.
MAC-GREGOR
E vanto a me maggior chiamarvi figlio.
(si abbracciano)
MARGHERITA
(canta coll'accento interrotto dal delirio)
"Perchè rossa di sangue è la tua spada?...
Edvardo, Edvardo?"
DOUGLAS
(si volge atterrito e guarda Margherita)
Giusto Dio! qual voce
Vitrea, Milord! Quella muta figura
Incomincia a cantar...
MAC-GREGOR
(con riso forzato)
Nessun pensiero
Ella vi dia. La pazza Margherita
Del castello è colei. Da mesi ed anni
Catalettica ell'è: con occhi immoti
Sta lunghe ore accosciata, e, come un sasso
Faria, se lingua avesse, a quando a quando
Si mette a canticchiar qualche sua vecchia
Canzon.
DOUGLAS
Perchè tener quello spavento
Nel castel?
MAC-GREGOR
(piano)
Zitto! zitto! Ogni parola
Ella intende. Cacciata io ne l'avrei
Da lungo tempo... ma non oso...
MARIA
Via! lasciate la povera, la buona
Margherita, e più tosto ci narrate,
Dugla, alcun che di nuovo, in qual maniera
Vivesi a Londra? A noi, qui nella Scozia,
Nulla ne giunge.
DOUGLAS
È sempre il vecchio andazzo,
Vi si corre a cavallo ed in calesse,
Un premere, un calcar per ogni via;
Di giorno vi si dorme, e della notte
Vi si fa giorno; e sale all'uso aperte
De' lottatori; e quel non mai sospeso
Succedersi di crocchi e di banchetti.
Drurilàn, Coventgarda han sempre folla
Di spettatori, e l'opera vi romba.
Note di banca d'una lira, in cambio
Di note musicali; e: "Dio - vi s'urla -
Salvi il Re!" Nelle mèscite più buje
Stanno politicando i patriotti,
Soscrivono, scommettono, bestemmiano,
Sbadigliano, e fan molle il gorgozzule
Alla prosperità dell'Inghilterra.
Fumano le bistecche ed i bodini,
La birra spuma, il cerretan ti scrive
Il suo recipe, e ghigna: i borsajoli
Ti si stringono a' panni, i truffatori
Con loro uggiose cortesie, molesti;
Molesto l'accatton co' suoi lamenti,
Col suo misero aspetto; e d'ogni cosa
Molesto più lo stolido costume
Dell'abbigliarsi: quella stretta giubba,
Quel solino stecchito e quel cappelo
Che par la torre di Babel.
MAC-GREGOR
Sia lode
Al mio sajo scozzese e al mio berretto
Voi ben faceste a scuotervi di dosso
Que' vestiti da matto. Un Dugla, o conte,
Esser debbe di fuor come di dentro
Vero scozzese; e l'animo mi gode
Oggi che tutti voi nel caro io veggo
Patrio costume.
MARIA
Del viaggio vostro
Diteci.
DOUGLAS
In carro io giunsi ove la Scozia
Comincia; ma l'andar pareami lento,
Tanto che in Oldiburgo io m'acconciai
Con un cavallo. All'animal gli sproni
Feci sentir, ma pungere lo sprone
D'amor sentia me pure, lo non avea
Pensiero che di voi. Talchè per selve,
Per monti e per pianure il mio cavallo
Colla prestezza dello stral mi trasse.
Cavalcando così ne' miei pensieri
Pel bosco d'Invernè, mancò ben poco
Che mal m'incogliesse. A un tratto
I fischi d'alcune pallo che presso gli orecchi
Mi strisciar, dal mio sogno uscir mi fero.
Tre ladroni di strada a me fur sopra.
Appiccossi la zuffa, e come pioggia
Cadean colpi su colpi. Io ben difesi
La pelle mia; ma pure avrei dovuto
Soccombere... Dio buono! impallidisce
Maria!... vacilla... cade!
(Margherita balza in piedi e sostiene nelle su braccia Maria che sviene).
MARGHERITA
Oh la mia bimba,
Guancia di rosa! è bianca come un lino,
Fredda come una pietra. O Dio!
(parte cantando e parte parlando, mentre accarezza Maria)
Apri, piccina,
Bambola mia,
Gli occhietti cari.
Non vo', bambina,
Che freddi al pari
D'un marmo sia...
Rose, amor mio,
Su le tue gote
Pallide, immote
Versar vogl'io...
MAC-GREGOR
Finisci,
Femmina sciagurata! e non t'avvedi
Come più le scompigli il capo infermo
Con quel tuo vaniloquio?
MARGHERITA
(minacciando col dito)
E tu mi sgridi?
Tu?... Le tue mani lava pria, le rosse
Tue mani, e non lordar la bianca veste
Di sposa alla mia bimba. Io tel consiglio
Va! dico, va!
MAC-GREGOR
(in ansia)
Farnetica la vecchia!
MARGHERITA
(canta)
"Apri, piccina,
Gli occhietti cari..."
MARIA
(torna in sè e si appoggia a Margherita)
Or ben! come fini? Seguite... ascolto.
DOUGLAS
Duolmi, che il mio racconto...
Udite adunque!
Un altro cavaliero a briglia sciolta
Sopravvenne improvviso, e que' ladroni
Alle spalle assalì menando il ferro
Con grande vigorìa. Ripresi allora
Animo io stesso, mi sentii la mano
Più libera alla pugna, e i tre ladroni
Mettemmo in fuga. Al mio soccorritore
Render volli merchè; ma: "Non ho tempo",
Gridommi, e spronò via.
MARIA
(sorridendo)
Diam grazia al cielo!
Provai non poca ambascia: or rinfrancata
Mi sento. Rita! guidami. Le amiche
Stanno spettando nella sala.
MARGHERITA
(angosciata a Mac-Gregor)
Oh meco
Corrucciarti non dei! Non sempre è pazza,
No, la povera Rita.
MAC-GREGOR
Andate! in breve
Noi pur vi seguiremo.
(Maria e Margherita escono).
SCENA II
Mac-Gregor e Douglas
DOUGLAS
Io n'ho stupore!
A svenir così facile è Maria?
Molto oppressa è quest'oggi.
Imbiancata, trema al più lieve rumor.
MAC-GREGOR
Tenervi, o Dugla,
Io non voglio e non posso ancor segreto
Ciò che l'anima tanto alla mia figla
Oggi commuove; e chieggovi perdono
Se vel tacqui finora. Alla follia
Ch'io prudente stornai dal vostro capo,
Cerco voi stesso avreste, e senza posa
Inseguito quell'uom che di Maria
Turbò la pace.
DOUGLAS
E chi turbare osava
La pace di Maria? Milord, parlate!
MAC-GREGOR
Con animo tranquillo il luttuoso
Racconto udite. - Il sesto anno già corre
Che nel nostro castello uno studente
Pellegrino arrivò. Venia costui
D'Edimburgo, e chiamavasi Guglielmo
Ratcliff. Io conosciuto un tempo avea,
- E ben, ben conosciuto! - il padre suo,
Di nome Edvardo; e quindi acolsi il figlio
Ospitalmente, e di tetto e di mensa
Per un qundici di gli gui cortese,
Egli vide mia figlia e troppo addentro
Negli occhi la fissò; poi die' principio
Ai sospiri, ai languori, alle querele.
Tanto che la fanciulla aperto e netto
Comprendere gli fe' che l'era uggioso.
Chiusi fiasco ed amor nella valigia,
Egli se ne parti. Passaro intanto
Anni due da quel giorno, allor che venne
Nel mio castel Filippo Macdonaldo,
Conte d'Ais; mi chiese, e con fortuna,
La mano di Maria. Sei lune appena
Trascorse, in nuziale abbigliamento
Stava a pie' dell'altar la cara sposa.
Ma lo, sposo macava! In ogni dove,
Nelle camere tutte e ne' cortili
E nelle stalle e nel giardino richiesta
Dell'assente facemmo... A' piè del Negro
Sasso trovammo alfin la morta salma
Di Macdonaldo!
DOUGLAS
Ucciso!... E da qual mano?
MAC-GREGOR
Ogni indagine nostra andò delusa!
Finalmente svelò la mia fanciulla
Che l'omicida conescea: si fece
A raccontare allor come Guglielmo,
La notte succeduta a quel misfatto,
Nella camera sua precipitoso
Ed improvviso entrasse, e sorridendo
La mostrasse la man, vermiglia ancora
Del sangue dello sposo, e con gentile
Chinar di capo il nuziale anello
Del trafitto le desse.
DOUGLAS
Oh infamia! oh scherno!
E voi... voi che faceste?
MAC-GREGOR
Al suo castello
Portar feci l'ucciso, e nel sepolcro
De' guoi padri deporre; indi una croce,
A ricordo perpetüo, nel loco
Del misfatto piantai; ma cerco ho invano
L'assassino Ratcliff; fu visto in Londra,
L'ultima volta, ove, morta la madre,
Siupò tutto in bagordi il suo retaggio;
Poi di gioco, di presti, e, fin - lo intesi
Da parecchi asserir - di ladroneggi,
Vita infame condusse a mo' d'infame
Cavlier di rapina. - Era il secondo
Anno su quel delitto ormai trascorso,
E l'uccio non men che l'uccisore
Quasi posto in oblio, quando al castello
Lord Duncano arrivò: mi fe' dimanda
Della fanciulla; consentii, nè cosa
Difficile mi fu, che consentisse
Ella pure a legarsi ad uom disceso
Da' nostri antichi re. Ma... sventurati
No! già stava all'altar festosamente
Abbigliata Maria, non senza un vago
Turbamento... e Duncan giacea trafitto
Sul Negro Sasso!
DOUGLAS
Io raccapriccio!
MAC-GREGOR
A' servi,
"Su - gridai - tutti in sella!"
E per tre giorni
Boschi, valli, campagne, antri, foreste,
Noi corremmo, lustrammo,
E indarno sempre:
Orma dell'assassino in nessun loco.
Se non nella stressa infausta notte
Di quel di sanguinoso, ardìa Guglielmo
Di novo penetrar nella segreta
Camera di mia figlia, e presentarle,
Con un riso beffardo ed un saluto
Gentil, l'anello nuzial che dato
A Duncano ella avea.
DOUGLAS
Per Dio, quest'uomo
M'è d'un audacia singolar! Trovarlo
Vorrei.
MAC-GREGOR
Fu l'uomo istesso, io l'ho per fermo,
In cui nel bosco d'Invernè vi siete,
Dugla, scontrato. Che nessun de' miei
Sagaci esploratori abbia veduto
Colui, stupor mi prende, lo molta cura
Data, o conte, mi son,
Perchè non debba
Come gli altri, scolpir sopra una croce
A quel sasso fatale il nome vostro.
(parte)
SCENA III
Douglas solo
Vecchia volpe è quest'uom! Fin dopo l'ora
Delle nozze mel tacque... e fu presente!
Nondimeno io verrei con quel protervo,
Enfiato di rancor, che turba i sonni
Di Maria, misurarmi. Oh no! dal dito
L'anel non mi torrà, perchè la mano
Sta pur col dito mio. Maria non amo,
Nè da lei sono amato, ed ha composto
Mera convenienza il nostro nodo.
Ma di cor cono amico a questa dolce
Creatura, e da spine il suo cammino
Sgombrar desio.
SCENA IV
Douglas e Lesley
LESLEY
(imbaccuato, guardanosi sospettoso d'attorno, si avanza)
Non siete il conte Dugla
Voi?
DOUGLAS
Per lo appunto. Che volete?
LESLEY
(gli porge un foglio)
Il foglio
Gentil dunque è per voi.
DOUGLAS
(dopo aver letto)
Si! Si! ch'io vengo
Rapportegli pure. Al Negro Sasso!
(partono tutt'e due)
QUADRO SECONDO
Taverna di ladri
Nel fondo, uomini sdrajati che dormono. Una immagine sacra pende dalla parete. Batte un oriuolo. Crepuscolo verpertino.
SCENA PRIMA
Guglielmo Ratcliff siede meditando in un canto; l'oste Tom in un altro, tenendosi fra' sinocchi il suo fanciullo Willie.
TOM
(piano)
Willi, sai recitarmi il paternostro?
WILLIE
(ridendo e forte)
L'ho sulla punta delle dita!
TOM
A bassa
Voce! o mi svegli quella gente, morta
Di fatica.
WILLIE
Or disciogliere la lingua
Posso?
TOM
Di' su! ma senza furia.
WILLIE
Padre Nostro, che sei nel ciel, santificato
Sia per sempre il tuo nome.
Avvenga il regno Tuo;
Come in cielo il tuo voler s'adempia
Qui sulla terra; il pan quotidiano
Oggi ne dà; ci libera da' nostri
Debiti, come noi ne liberiamo
I nostri debitori, e non lasciarci...
(balbetta)
Lasciarci...
TOM
O che! balbetti? E non lasciarci
Tentar dal male! Ricomincia!
WILLIE
(tien gli occhi sempre fissi in Guglielmo Ratcliff, e parla agitato ed incerto)
Padre Nostro, che sei nel ciel, santificato
Sia per sempre il tuo nome.
Avvenga il regno Tuo;
Come in cielo il tuo voler s'adempia
Qui sulla terra; il pan quotidiano
Oggi ne dà; ci libera da' nostri
Debiti, come noi ne liberiamo
I nostri debitori, e non lasciarci...
(balbetta di nuovo)
Non lasciarci...
TOM
(aspro)
Tentar! tentar dal male!
WILLIE
(piange)
Babbo mio! Sempre sempre dalla bocca
Come l'acqua mi scorre... Oh, ma colui
Là...
(accenna Guglielmo Ratcliff)
Con occhi sinistri ognor mi guarda!
TOM
(minaccioso)
Questa sera, Willi, tu non hai pesce:
E se mai dalla cassa un'altra volta,
Bada! men ruberai...
WILLIE
(piangendo e con tono di recita)
Tentar dal male...
RATCLIFF
Smetti, e lascialo in pace.
Anch'io quel passo:
Non lasciarci tentar!
(in aria dolorosa)
Mai, mai nel capo
Ritener non potei.
TOM
Sarei dolente
Se qual voi siete e quai sono coloro
(mostra quelli che dormono)
Diventasse, un bel giorno, il figlio mio.
Or vattene, Willi!
WILLIE
(si allontana piagendo e mormorando fra' denti)
Tentar dal male
Non lasciarci...
SCENA II
Ratcliff e Tom
RATCLIFF
(sorride)
Che intendere voleste?
TOM
Ch'egli sia buono e cristiano intendo;
Intendo che non sia, com'è suo padre,
Un capestro da forca.
RATCLIFF
(con ischerno)
Ancor non sei
Tanto birbo.
TOM
Or non son che un animale
Mansueto, un ostiere, un zaffabirra.
E perchè la mia piccola casetta
Ben tappata è nel bosco, ha l'uscio aperto
Solo a' grandi signori e pari vostri,
Che vogliono serbar gelosamente
L'incognito, dormir di giorno chiaro,
E di notte vegliar. Non do col bujo,
Quartier, lo do col sole. Anch'io, già tempo,
Godea di girellare al fioco lume
Della luna,
(fa un moto colle dita)
E frugar nelle altrui case,
Nelle altrui tasche; tuttavia non tanto
All'impazzata come fan coloro.
(addita gli addormentati)
Guardate un tratto quel capo di volpe;
Un genio è il mariuol! nata, incarnata
Per le pezzuole altrui gli s'è la frega.
Ladron quanto una gazza, e...
Guarda, guarda
Come uncina le dita anche nel sonno!
Fin sognanado egli ruba... oh ve'! sogghigna
Tutto felice... Quel lungo figuro
Laggiù dai magri stinchi di locusta,
Sartor già fu: brandelli in pria raspava;
Presto dopo gheroni, e finalmente
Pezze intere di panno. Al laccio, un giorno,
Per prodigio scappò; sol che le gambe
Da quel di gli tentennano. Mirate
Come springa co' piedi! Io metto pegno
Che sognando egli va, pari a Giacobbe,
Una scala a piuoli. A quel paffuto
Vecchio Robin drizzate ora lo sguardo:
Dorme e russa quieto, ed, oh! già dieci
Omicidi sull'anima gli stanno;
E cattolico almen, qual siamo noi,
Fosse il vecchio Robin, sì che potesse
Venirne assolto; eretico è il ribaldo!
E, pur troppo, bruciar, dopo impiccato,
Nell'inferno dovrà.
RATCLIFF
(inquieto, passeggia di su, di giù per la stanza, e non cessa di guarda l'oriuolo)
No, Tom! quel vecchio
Robin non brucierà, te lo assicuro.
Ben diverso giurì che in Inghilterra
V'è nel mondo di là. Robino è un uomo,
E la bile s'appicca dall'uom che vede
Come le miserabili animelle
Di tanti perdigiorno in abbondanza
Stragrande si diguazzino: di seta,
Di velluto
Han le vesti, ostriche ghiotte
S'ingojano, ed affogano le gole
Nello Sciampagna, o bando al tedio loro
Dan fra le coltri del dottor Graàmo,
Stepitar fan le vie correndo in carri
Dorati, e burbanzosi abbassan gli occhi
Al povero affamato che si striscia
Lento fra quella furia e sospiroso
Al monte di pietà colla camcia
Ultima sotto il braccio.
(ride amaramente)
Oh li marate
Questi cauti pasciuti! li mirate
Come schermo si fan d'un baluardo
Di leggi per respingere gl'impronti,
A cui gli stazi del ventre digiuno
Strappano grida disperate! E guai,
Guai, se quel baluardo un ne travarca!
Pronti i giudici son, la scure, il laccio,
Il carnefice... Or ben! si danno audaci,
Cui terror ciò non desta.
TOM
Un giorno anch'io
Pensava a modo vostro. In due gran classi,
Che si fan guerra con furor selvaggio,
Gli uomini tutti dividea: nell'una
I satolli, e nell'altra gli affamati;
E dacchè coi diguiuni io facea parte,
A volte di lottar con quei satolli
D'uopo mi fu; se non che impàri troppo
Questa lotta travai, per ciò bel bello
Dal mestier mi ritraggo, lo sono stanco
Dell'andar vagabondo e seza tetto,
Del fuggir gli occhi tutti e fin la luce,
Del volgermi tremando ad ogni forca
Che mi appaja per via, quasi io dovessi
Penzolarvi, e d'ergastoli e di bagni,
E del filar continüo la lana
Sognare ognor. Per Dio, che una tal vita,
Una vita è da cane. e poi vedersi
Come fiere per campi e per foreste
Cacciati, e in ogni pianta uno scherano
Temer; tremar, sebben chiusi, appiattati
Nelle proprie pareti, ognor che s'apra
L'uscio...
SCENA III
Lesley entra in fretta. Ratcliff gli corre incontro. Tom dà indietro spaventato col grido di: "Gesù".
LESLEY
Egli viene! egli viene!
RATCLIFF
Vien'egli?...
Sta ben.
TOM
(in angustia)
Chi mai?... Terror da qualche tempo
Tutto mi dà.
LESLEY
(a Tom)
Ti calma, ed or ci lascia soli.
TOM
(con aria accorta)
Comprendo io sì. Partir fra voi
Qualche cosa dovete.
(parte)
SCENA IV
Ratcliff e Lesley
RATCLIFF
Il Dugla viene?
Dunque me n'esco.
(prende cappello e spada)
LESLEY
(trattendolo)
Oibò! ten guarda. È d'uopo
Pria, che meglio s'abbui. Tu da' famigli
Di Mac-Gregorio sei spiato; ai bimbi
Noto è il tuo volto, così ben dipinto
T'hanno... Ma dimmi,
A che mai questo gioco?
Rischi, che non ti fruttano, qui cerchi.
Torna a Londra con me, là sei sicuro.
Via dal tristo paese, ove san tutti
Che tu sei l'assassin di Macdonaldo
E di Duncano!
RATCLIFF
(con dinitosa alterezza)
L'assassin? Menzogna!
Duncano e Macdonaldo in un duello
Caddero. Io combattei con tutt'onore,
E con onor combattere disegno
Pure col Dugla.
LESLEY
Agevolar la cosa
Meglio ti dei. L'italian conosci...
(fa un gesto da brigrante)
Dimmi almen: questo Dugla ove d'intoppo
Ti fu? che mai t'ha fatto? e qual radice
Ha la tua bile, il tuo rancor?
RATCLIFF
Nè il vidi,
Nè parlato gli ho mai; nessun oltraggio
Mi fece, ed io non l'odio.
LESLEY
Dargli lo paccio? Il senno hai tu perduto?
O perduto l'ho io, dacchè strumento
Mi ti son fatto in così pazza impresa?
RATCLIFF
Triso a te, tristo a te, se in tali cose
Penetrar tu potessi! e sciagurata
La fodera del tuo poco cervello!
Scoppiar la ti dovrebbe, e far dal rotto
La follìa capolino. Al par d'un guscio
D'ovo potria quel tuo povero capo
Rampersi, e fosse ancor qual è la vasta
Cupola di San Paolo.
LESLEY
(si tocca con angoscia beffarda la fronte)
Oh mi spaventi!
Meglio tu taccia.
RATCLIFF
Un lunatico eroe
Non mi divi suppor, nè un cacciatore
D'ombre, che per la notte e per l'inferno
Aizzi il suo fantasico segugio:
O un malaticcio, tisico, stremato
Pötin che cogli astri e colla luna
Amoreggi, e si prenda un mal di ventre
Per troppa emozion, se il trillo ascolti
Dell'usignuol, se de' propri sospiri
Si fabbrichi una scala, e col capestro
Di rime imbavagliate alla colonna
Della sua gloria alfin sè stesso impicchi.
LESLEY
Affermar tutto ciò con giuramento
Al bisogno io potrei.
RATCLIFF
Pur ti confesso -
E ch'io motteggi ti parrà - vi sono
Strane orribili posse, a cui soggiaccio;
Buje virtù, che guida a' miei voleri
Si fan, che sprone ad ogni opra mi sono,
Che reggono il mio braccio, e di terrore
M'ingombrar fin da' primi anni la mente.
Quando, fanciullo ancora, a qualche
Spasso,
Da me solo, io mi dava, innanzi agli occhi
Talora io mi vedea due nebulosi
Spettri, che l'uno all'altro, in un trasporto
D'amor, come anelassero accostarsi,
Le lunghe si tendeano aeree braccia;
Nè lo potendo, dolorasamente
Si stavano a guardar. Comunque fosse
Nebbia vuota, fugace il loro aspetto,
Nell'uno tuttavia sembianze altere
D'uomo io scorgea, contratte a chiuso
Sdegno,
E pia, soave femminil bellezza
Nell'altro. Anche nel sonno i due fantasmi
M'apparvero talvota e più distinti.
Di dolore atteggiato in me fissava
L'uomo le ciglia, e con amor la donna.
Nel tempo tuttavia che in Edimburgo
M'ebber le scole, mi si fer più rare
Tali apparenze, e il mio torbido sogno
Nel vortice sparì di quella vita
Scapestrata. Per caso io qui ne venni
In un tempo di ferie, e Mac-Gregorio
Nel suo castello m'ospitò. Maria
Vidi! Un subito lampo al primo sguardo
Di quella giovinetta in cor me scese.
Era assomiglio dell'aerea donna,
Era il bello, era il muto, era il soave
Volto d'amor che in sogno mi sorrise
Tante fiate; e sol pallida meno
La guancia di Maria, sol meno immota
La pupilla. Sul viso avea le rose,
Il baleno negli occhi. Inquella cara
Creatura ogni grazi incantatrice
Parea scesa dal cielo, e bella tanto
Cierto non fu la Vergine beata,
Di nome a lei sorella... Io, d'una febbre
Amorosa infiammato, aprii le braccia
Per serrarmela al cor...
(pausa)
Come avvenisse
Non so. La mia persona in uno specchio
Vidi riflessa... Er'io quel nebuloso
Uom che tendea con tal desio le mani
A quella donna nebulosa! Un mero
Sogno fu quello? non più che un inganno
Di calda fantasia? Tenera tanto,
Tanto accesa d'amore a me si volse
In quel punto Maria, che gli occhi nostri
Si confusero insiem coi nostri cuori...
Oh Dio!... soltanto allor l'antico, oscuro
Mistero si svelò della mia vita.
Il canto degli augelli e l'dioma
De' fiori allor compresi, allor degli astri
L'amoroso saluto, il mormorio
Del fonte, l'asolar del venticello,
E del mio petto i segreti sospiri...
Tutto, tutto io compresi! E, quasi allegri
Fanciulli, insieme godevano, insieme
Giocavam. N'era svago uno dell'altro
Cercar, poi nel giardino alfin trovarci;
Delle rose m'offria, delle mortelle,
M'offira de' suoi capelli, e cari baci...
Baci che a cento doppi a lei rendea.
Fin che a' piedi io le caddi, e: - Di' Maria!
M'ami tu? - supplicai.
(cade in delirio)
LESLEY
Come veduto
Volentieri io t'avrei di quelle pugna
Nerborute a far croce in atto pio
Di supplicante, a stremperar que' fieri
Fulminei guardi in un molle languore
Sentimentale, a imprimere un affetto
Tenero, doce al suon di quella voce
Che per la vie maestre orrenda tuona
Nell'orecchio de' ricchi!
RATCLIFF
(prorompe con ferocia)
Ah maledetta
Serpe! Con occhi impauriti, strani,
E quasi repugnante, a me si volse,
E con beffardo inchino e con parola
Di gel: - No! - mi ripose. Ancor lo sento
Quel - No! - diestro di me!
Lo sento ancora
Quel - No! No! - derisor sul capo mio...
E così strepitando, a me si chiuse,
Ahi! la porta del cielo.
LESLEY
Infame beffa
Quella fu!
RATCLIFF
Dal castel di Mac-Gregorio
Per Londra in via mi posi, ov'io sperava
Stordir nella marea dell'agitata
Metropoli il dolore, ond'era oppresso.
Giacchè, pria che notizia io pur ne avessi,
M'eran morti i parenti. Oh, l'insensato
Proponimento a tristo, a triso effetto
M'uscì! Nulla di ben, nè il vin di Porto,
Nè lo Sciampagna mi fruttar; più mesto
Ad ogni llibagione io mi sentìa.
Non potean brune o bionde
Il mio cordoglio
Cacciar co' vezzi loro. Anche la pace
Nel faraone non trovai! Sul verde
Tappeto errava di Maria lo sguardo;
La bianca mano di Maria piegarmi
I pàroli io scorgea; fin nella dama
Di cuori - in quello sgorbio di figura! -
Le sue care io vedea, le sue celesti
Sembianze; e sottil carta essa non era;
Era Maria, Maria! Del suo respiro
Movea l'aura a ferirmi. Ella accennava
Col capo, ella assentia...
- Va' banco! - E l'oro
Via portossi il dimon... l'amor rimase!
LESLEY
(ride)
Ah! Ah! così cavato hai dalla stall
Il tuo picciol ronzino, e il voil prendesti
Come ben si conviene a' cavalieri
Scozzesi; e come gli avi, a tasche vuote
Vissuto sei. L'amor, senz'alcun fallo,
Se n'è andato or da te; però che giova
A rinsavir lo scorrere di notte,
Con vento e pioggia, e tirar via se incontri
Forche, se penzolarvi un caro amico
Vedi che sgambettando ti saluta.
RATCLIFF
Olio piovve sul foco, e in me la febbre
Per Maria divampò più che mai fiera.
L'Inghilterra talvolta a me perea
Troppo angusto confine, e quella rabbia
D'amor con ferrea non visibil mano
Qui di nuovo mi trasse, e qui potei,
Sol qui presso a Maria, trovare il sonno.
Or libero io respiro, or tanto oppresso,
Dall'angoscia non sono, e provo un senso
Di bene... io t'apro il mio segreto. Ascolta!
Per Dio giurai, per le posse del cielo
E dell'inferno, e posi al giuramento
Il suggel d'una orribile bestemmia:
- Cadrà sotto il mio ferro
Ogni uom che osasse
Findanzarsi a Maria. - Segreta voce
In me l'ha proferito, e cieco io seguo
Di questa oscura possa il cenno arcano.
Possa che meco pugna allor che al Negro
Sasso apparecchio un talamo di rose
Per gli sponsali di Maria.
LESLEY
Ti scendo
Ora alfin nel pensier, ma non t'approvo.
RATCLIFF
Forse io stesso m'approvo? Ah, quella voce,
Quella sola in me scesa, estrania voce,
- Sì - mi dice nel cor! quell'ombre sole
Che veggo in sogno, con cenni del capo
M'approvano...
(manda un grido)
Gran Dio!... Là! là... Non vedi?
(Tenebre. Due figure nuvolose attraversano la scena e spariscono. I mansardieri e il mariiuoli sdrajati nel fondo, desti a quel grido, alzano in piedo e gridano: "Che v'è che v'è?")
Là! là! quelle figure?
LESLEY
O che, Guglielmo?
Qual diavolo ti tocca? Io nulla veggo.
SCENA V
Ratcliff, Lesley, Robin, Dick, John e Taddie
DICK
Che mai vede colui? gli sgherri forse?
LESLEY
Tutt'altro, Spirti!
(tutti ridono)
Robin
(incollerito)
Mi castighi Iddio!
Non un poco di requie anche di giorno.
RATCLIFF
Fa notte; andar vogl'io.
(esce dalla taverna)
LESLEY
Mi ti accompagno.
RATCLIFF
Nol soffro.
LESLEY
Oh, fino almanco al Negro Sasso!
Guardie forse là stanno.
RATCLIFF
Or la paura
Ve le dilunga; il loco è pien di spettri
Quando vien notte.
LESLEY
Addio, signori!
RATCLIFF
Addio!
Tutti
Che il ciel vi benedica.
(Ratcliff e Lesley partono)
SCENA VI
I Precedenti, senza Ratcliff e Lesley.
DICK
Fu sempre tale. Io lo conosco
Fin da Londra. Veduto io l'ho sovente
Nella taverna di Rascal. Solea
Con ciglia corrugate e senza moto,
Senza voce, stecchito in faccia al lume
Star lungh'ore in un canto; a volte poi
Da costo si sedea con aria lieta,
Ridente; senonchè non avea modo
Però bieche di troppo; e gajo egli era,
E sghignazzava; ma' d'un tratto il labbro
Superior, contratto a fiero scherno,
Cominciava a tremargli, e fuor del petto
Sfuggivagli un urlio doloroso, e: - Gianni!
- In gran furia chiamava - il mio cavallo! -
E via via, come in groppa a Satanasso;
Nè tornavane a noi che dopo mesi
Molti sd'assenza. Che la via di Scozia,
Notte e di cavalcando, egli prendesse,
Si buccinava.
BELL
Infermo egli è pur troppo!
DICK
Che me ne cale? Addio.
(partendo)
Tempo è d'andarne
Al lavor.
(pregando innazi alla sacra imagine)
Tu soccorrimi ne' rischi,
benedicimi tu!
(egli ed altri perecchi partono)
Robin
(accostando il suo pugno all faccia)
Tu, tu, mio santo
Tutelar, mi soccorri.
(parte)
SCENA VII
Due mariuoli stanno dormendo. Tom, l'ostiere, entra chiotto chiotto e ruba loro il denaro dalla tasche.
TOM
(in aria furbesca)
Ardir non hanno
D'accusarmi al Giudizio.
(parte)
SCENA VIII
John e Taddie
JOHN
(sbadigliando)
È pure il sonno
Una stupenda invenzion!
TADDIE
(sbadigliando anch'egli)
Vien meco
Ad asciolvere, o John.
JOHN
Perchè? V'han nuove?
TADDIE
Rissel, l'amico nostro, oggi di certo
Calci al vento darà.
JOHN
Ben è dannata
Invenzion la forca!
(i due mariuoli partono)
QUADRO TERZO
Luogo selvaggio presso il Negro Sasso.
Notte. A sinistra, roccie fantastiche e tronchi d'alberi. A destra un monumento in forma di croce. Sibili di vento. Si geggono due bianche figure di nebbia, che l'una e l'altra si tendono con vivo affetto le braccia senza potersi accostare, e da ultimo spariscono.
SCENA PRIMA
Ratcliff entra in scena
RATCLIFF
(solo)
Oh, come il vento
Fischia! I suoi pifferai mandò l'inferno
Tutti qui; fan la musica costoro.
Nel suo vasto mantel la lana è chiusa,
Ed a pena ne scuote e giù ne invìa
Qualche morto baglior. Sì, sì, potrebbe;
Quanto a me, starne chiusa, annuvolarsi
Del tutto. Alcun mestiero alla valanga
Non è d'una lucerna, affinchè vegga
In qual parte scoscendere; la via,
per accostar la calamita, il ferro
Conoscere, e segno miliare al brando
Provato di Ratcliff non abbisogna
Perchè trovi il cammin che lo conduca
Dritto al petto di Dugla. - E quel contino
Qui poi verranne? o il turbine e il timore
Di tossi, di corizze e infreddature
Terrallo indietro? O forse: "Io vo' l'andata
Differire - egli pensa - all'altra notte?"
Ah! ah! di questa notte appunto ha d'uopo.
Ben saprò, ben saprò là nel castello
Di Mac-Gregorio.
(batte l'impugnatura della spada)
Accesso ad ogni stanza
Apre a me questa chiave; e queste amiche
Mi difendono il dorso.
(mette le mani sulle pistole della cintura, ne leva una e la contempla)
Oh, come onesta
Ella mi guarda! Volentier vorrei
Raccostar la mia bocca a questa sua,
Poi premere... Qual ben non mi verrebbe
Dal suo bacio di foco! Al mio tormento
Darei fine così
(pensa)
Ma forse il Dugla
In questo punto, in simil guisa, appressa
La bocca e quella di Maria... sì certo!...
No! non debbo morir, perchè costretto
A sorgere ogni notte allor sarei,
Ombra impossente, dalla fossa; e, pari
Ad un allocco, col muso lascivo
D'un bòtolo annusar, serrando i denti,
Le belle membra di Maria. Non debbo
Morir. N'andassi in cielo, e per gli strappi
Dello stellato padiglion, lo sguardo
Giì per caso, volgessi al maledetto
Talamo di color, vormiterei
Bestemmie orrende che farieno a' buoni
Angeli impallidir le rosse guancie,
E strozzar per angoscia in quelle gole
Le uggiose interminabili alleluje.
Ma poichè son dannato al foco eterno,
Un demone esser voglio, anzi che un frusto
Di miserando peccatore.
SCENA II
Ratcliff e Douglas
RATCLIFF
Il passo
D'un uom...
(alza la voce)
Chi si avvicina?... Olà! rispondi!
DOUGLAS
Non m'è nuova la voce: è di quel prode,
Nobile cavalier, che, non ha guari,
Dall'ugne mi strappò de' masnadieri
Nel bosco d'Invernè.
(si fa presso)
Sì, sì, quel desso!
Or voi non mi sfuggite. Io per la vostra
Magnanima difesa obbligo grande
V'ho...
RATCLIFF
Detti non sciupate a riferirmi
Merchè; per mero e semplice capriccio
V'ajutai. Tre vi stavano di contro;
Erano di troppo: un sol che stato fosse,
Viva Dio! che spronato il mio cavallo,
Muto, innanzi v'avrei.
DOUGLAS
Non tanta asprezza;
Amistà sia fra noi.
RATCLIFF
Come vi piace;
Ma per segno di questa, una preghiera
Esauditemi tosto.
DOUGLAS
Anima e corpo
Vostro son io. Parlate!
RATCLIFF
A questo loco,
Novello amico mio, senza un istante
Tardar, date le spalle...
(ridendo)
A men che Dugla
Detto non siate.
DOUGLAS
(stupito)
E tal, per Dio! son detto.
RATCLIFF
Che? Dugla voi? Voi conte Dugla? Oh male,
(ridendo come sopra)
Male assai! Muore qui la nostra bella
Pur or nata amicizia. Il nome mio,
Signor conte... sappiatelo! il mio nome
È Guglielmo Ratcliff.
DOUGLAS
(mettendo fieramento mano alla spada)
Tu l'assassino
Di Macdonaldo e di Duncano?
RATCLIFF
(cava la spada)
Io stesso.
E per amor di compiere il trifoglio
Qui v'ho data la posta.
DOUGLAS
(gli si avventa)
Il capo tuo
Guarda, infame omicida.
(combattano)
RATCLIFF
Affè. Ne aggiusto
Quant'io più sappia... Ah! ah!
DOUGLAS
Cessa il tuo riso
Diabolico.
RATCLIFF
(ridendo)
Non io; ridon que' bianchi
Fantasmi, che son là...
DOUGLAS
Ridi a tuo senno.
Spirti di Macdonaldo e di Duncano,
Assistetemi voi!
RATCLIFF
Demonio e inferno!
Ora il morto Duncan gli para i colpi...
Oh, con noi non mischiarti, abominato
Fantasma schermidor!
DOUGLAS
(ride)
Tien' questa!
RATCLIFF
Inferno!
Tradigion!... Nella pugna, ecco, si mesce
Pur Macdonaldo!... È troppo! Uno assilito
Da tre!
(retrocede e intoppa nella base del monumento)
Morte e dimon! Caduto al suolo
Ratcliff! Su via, trafiggimi! Non hai
Maggior nemico sulla terra.
DOUGLAS
(freddo)
Il brando
Di Dugla oggi provaste. A voi, di fresco
Debitor forse io fui della mia vita;
Debitor della vostra oggi mi siete;
Pari noi siam. Conoscermi or dovreste,
Penso, e la prova, io credo, esservi sola
Potria per miglioarvi il cor malvagio.
(parte contegnoso e superbo)
SCENA III
Ratcliff giace immobile a' piedi del monumento. Continua il vento a fischiare. Le due figure di nebbia si avvicinano con tese braccia, poi si separano e spariscono.
RATCLIFF
(lento e trasognato si leva)
Fu voce d'uom? fu sibillo di vento?
Mi ronzò negli orecchi una parola
Vuota, errante, fuggevole!... Non altro
Che delirio? che sogno?... Ove mi trovo?
E qual croce è mai questa? e che v'è scritto?
(legge l'inscrizione del monumento)
"Qui furo uccisi da perversa mano
Lord Macdonaldo e il conte di Duncano."
(si riscuote)
No! non è sogno! Io sono al Negro Sasso
Vinto, irriso, sprezzato! Infami venti
Mi ghignano agli orecchi:- È qui l'uom forte,
L'animo invitto, gigantesco! è qui
Lo schernitor del popolo britanno,
Che di leggi si beffa! è qui l'audace
Che combatte col cielo... e non ha possa
D'impedir che si giaccia in questa notte
Dugla colla sua cara, e le racconti
Sorridendo in che modo il verme vile
Di Guglielmo Ratcliff, prosteso a terra,
Si torse e si contorse al Negro Sasso
Miseramente; nè il piede di Dugla,
Per non bruttarsi, lo calcò. -
(irrompe con furore)
Malnate
Maliarde! smettete il vostro riso
Spaventoso, e coll'indice maligno
Non mi schernite; sul lurido capo
Vo' le rupi scagliarvi, i pini io voglio
Svellere dalla Scozia, e i vostri scialbi
Omeri flagellar; vo' col mio calcio
Spremer dagli scarnati aridi corpi,
Maledetti dal cielo, il negro tosco.
Borea, scatena le tue furie, e il mondo
Struggi, dissolvi! Squarciati e mi schiaccia,
Immensa eterea vòlta! e tu m'ingoja
Ne' tuoi baratri, o terra!...
(tra feroce e commosso, cade in pensieri profondamente misteriosi)
Ombra esecrata,
Nebbia che mi persegui in forma d'uomo,
Non mi guardar con quegli occhi sbarrati!
Mi suggi il sangue con quegli occhi, in pietra
Rigida mi converti, onda gelata
Nelle bollenti viscere mi versi,
E trasformi me pure in un notturno
Spento fantasma... Quel loco m'accenni?...
Col tuo proteso vaporoso braccio
Tu mi accenni quel loco?
E debbo io dunque?
Maria?... Maria, la candida colomba?...
Sangue tu vuoi?... Chi parla? Olà!... Di vento
Soffio non fu. Rapirla io debbo? Inchini
La fronte tu? Sia! Sia! Ferrea è la tempra
Del mio volere, e, più di quel divino,
Più di quello infernale, onnipossente.
(parte precipitoso)
QUADRO QUARTO
Castello di Mac-Gregor
Camera illuminata. Nel mezzo, un gabinetto coperto da tende. Musica da ballo e risa di fanciulle in qualche distanza.
SCENA PRIMA
Maria abbigliata da sposa, e Margherita.
MARIA
O buon Dio, quale angoscia!
MARGHERITA
Il giustapetto
N'è la cagion. Vien qui, faciulla mia,
Voglio spogliarti.
MARIA
Oppresso ho il cor.
MARGHERITA
Bell'uomo
Gli è pur quel conte Dugla!
MARIA
(si rassegna e sorride)
È tal; poi gajo,
Affabile... ed un uomo!
MARGHERITA
Innamorata
Ne sarìa la mia bimba?
MARIA
Innamorata?
Innamorata? Schioccheria! Non basta
Sapersi compatir?
MARGHERITA
Però non sempre
Parlava ella così, quando Guglielmo...
MARIA
(le chiude la bocca)
Oh ti prego! ti prego! Il tristo nome
Non pronunciarmi. È notte, è tardi...
MARGHERITA
Allora
N'era, sì! la mia bimba innamorata!
MARIA
No! no! D'indole dolce e mansueta
Da prima egli parea; parea che noto
Mi fosse il volto suo; soave n'era
Il suon di quella voce, e ne venìa
Quasi un senso di ben sulle mie guancie
Dal suo respiro; e gli occhi... oh come cari,
Come buoni, giocondi a me volgea!
(presa da subito raccapriccio)
Ma di colp mutarmisi lo vidi
In uno spettro; attonito, suffuso
Del pallor d'un estinto, insanguinato,
E così furibondo, e minaccioso
Così, come trafiggermi volesse.
Quasi egual mi sembrava a quel fantasma
In volto d'uom che spesso io veggo in sogno
Tendermi le sue braccia, e tener fissi
Gli occhi in me lungamente, e con tal foga
Finch'io medesma, in vana aerea forma
Conversa, a lui le nebulose braccia
Apro e tendo così.
MARGHERITA
Tu mi somigli
A tua povera madre; un nulla anch'essa
Impermalia, sebben come una micia,
Cotta, impazzita di Ratcliff.
MARIA
La madre
Mia?...
MARGHERITA
D'Edvardo Ratcliff, che di Guglielmo
Fu il padre. E bella, bella era tua madre,
E chiamata venìa, per la sua grande
Beltà, la Bella-Elisa. Avea capelli
D'oro puro, avea mani d'alabastro,
Occhi... Edvardo il sapea s'erano belli,
Che, quanto è lungo il dì, li vagheggiava,
E i suoi per poco vi struggea. Nel canto
Era un vero usignuolo, e quando al foco
(canta)
"- Perchè rossa di sangue è la tua spada,
Edvardo? Edvardo?" - a cantar si mettea,
Non fiatava la cuoca, e ognor l'arrosto
La si bruciava... Oh mai, mai non avesse
Imparata da me quella canzone!
(piange)
MARIA
Marrami, Rita mia.
MARGHERITA
La Bella-Elisa
Sola nella sua camera sedea,
E cantava:
(canta)
"- Perchè rossa di sangue
È la tua spada, Edvardo? Edvardo?"
- In quella,
V'entrò d'un salto Edvardo, e scuro in faccia
Sul tono istesso la canzon riprese:
(canta)
"Uccisa ho la mia cara! Oh, la mia cara
Era pur bella!" - D'un tal raccapriccio
Fu colta allor la madre tua, che mai,
Mai più quell'infelice e fiero Edvardo
Veder non volle; e, a crescergli dispetto,
Mac-Gregorio sposò. La rabbia trasse
Di senno Edvardo, ed a mostrar che lieve
Eragli abbandonar la Bella-Elisa,
Per gusto disperato in sacro nodo
Si legò con Ginevra, una figliuola
Di lord Campello, e quel Guglielmo è figlio
D'union così pazza.
MARIA
Oh sventurata
Madre mia!
MARGHERITA
Ma d'un capo era tua madre
Ben caparbio e tenace. Intero un anno
Passò senza che mai d'Edvardo il nome
Sul labbro le suonasse. Allor che venne
L'altro ottobre però, nel giorno appunto
Che d'Edvardo, cred'io, portava il nome,
"- Rita!" - come per caso ella mi chiese -
"Non sai nulla d'Edvardo?"
- "Io so che in moglie
Prese la figlia di Campel." - "Ginevra
Campel?..." la Bella-Elisa allor proruppe,
E pallida in un tempo ed infiammata
Si fece, ed a versar più d'un'amara
Lagrima incominciò. Su' miei ginocchi
Teneati in quel momento, ed eri appena
Nel terzo mese, e a piangere tu pure,
Bimba mia, ti mettevi; ed io, che voglia
Mi sentia d'addolcir colle mie ciancie
Il pianto di tua madre, a raccontarle
Mi feci, che obliar la Bella-Elisa
Edvardo non potea, che giorno e notte
Far la ronda al castel celatamente
Era veduto, e levar con affetto
Doloroso la braccia al suo balcone.
"Oh da tempo io lo so!" la Bella-Elisa
Rispose ed affacciatasi di volo
Al balcon, verso Edvardo il braccio stese.
Ahi! quanto ella mal fece! In quell'istante
Mac-Gregorio ciò vide, il tuo geloso
Padre...
(interrompe atterrita)
MARIA
Or ben! Non finisci?
MARGHERITA
Ho già finito
MARIA
Segui, segui!
MARGHERITA
(angustiata)
Vicino al vecchio muro
Del castel, il mattin dell'altro giorno
Giacea privo di vita il sanguinoso
Corpo d'Edvardo.
MARIA
E la povera madre?
MARGHERITA
Morì per lo spavento il terzo giorno
Dopo il misfatto.
MARIA
Orribile!
MARGHERITA
(con freddo, ironico vaniloquio)
Veduto,
Bambina, avessi tu cogli occhi propri
Come Edvardo Ratcliff, là sotto il muro
Del castello, giacea! L'ho qui, qui viva
Sempre quella figura insanguinata!
E perchè consapevole son io
Di colui che l'uccise, e perchè dirlo
Non debbo ad uomo nato, e perchè folle
Sono... dormir non posso, e in ogni loco
Pallido, sanguinoso e con pupille
Sbarrate e acute come dardo, io veggo
Passarmi quell'Edvardo innanzi agli occhi
Taciturno, e coll'indice levato,
Pari a fantasma vagabondo...
SCENA II
I precedenti, Guglielmo Ratcliff pallido, contraffatto, lordo di sangue, entra in iscena.
MARGHERITA
(manda un grido acuto)
O santa
Vergine, il morto Edvardo!
(si accoscia in un angolo della camera, e vi rimane irrigidita ed immobile)
MARIA
(mette anch'essa un grido)
Ah sciagurato!
L'anel di Dugla tu mi porti?
RATCLIFF
(ride amaramente)
È chiuso
Il torneo; degli anelli omai finita
La corsa. Io due ne vinsi, e non volendo
Lasciarsi il terzo dispiccar, riverso,
Sconfitto io caddi dal caval di legno.
MARIA
(con subita svolta in tono di fidanza e d'angoscia)
O Guglielmo! Guglielmo! insanguinato
Sei!... Vien' qui! Vo' bendar la tua ferita...
(lacera il velo bianco nuziale)
Cielo! ove sono?... Cattivo tu!... Non sei
Guglielmo!... Edvardo sei! la Bella Elisa
Son io... son io!... Quel tuo povero capo
È tutto sangue, e il mio tutto confuso!
Che mi faccia non so. Vien' qui, se cara
Tu m'hai; piega i ginocchi...
(vuol bendargli il capo ferito)
RATCLIFF
(cade a' suoi piedi, tenero e addolorato)
Un sogno è questo?...
Sono a' pie' di Maria?... No, voi non siete
Nebbia, piccioli piè, dalla delira
Mente creati, nè sparite al tocco
Della mia man.
MARIA
(cerca calmarlo e bendargli il capo ferito col velo)
Non moverti! S'aggruma
Il sangue alle tue bionde e belle chiome...
Via, sta tranquillo! Insanguini me pure
Movendoti così. Se cheto stai...
Si, negli occhi, io ti bacio.
(lo bacia)
RATCLIFF
Oh questo bacio
Dagli occhi miei le tenebre dilegua!
I sole or posso riveder... Maria!...
MARIA
(come uscita da un sogno)
Io Maria? Tu Guglielmo?
(si copre gli occhi)
O trista, o trista
Cosa!
(abbrividisce)
Va! fuggi! vola!
RATCLIFF
(balza in piedi e l'abbraccia)
Io non mi parto!
Maria, tu mi sei cara, a te Guglielmo
Non manco è caro.
(confidente)
In sogno a me sovente
L'hai detto; e noi ci somigliam, lo sai?
Guardati nello specchio!
(s'avvicina ad uno specchio, e le fa osservare le due immagini riflesse)
I tuoi sembianti
Son più belli, più nobili, più puri
De' miei, ma non diversi. Abbiam sul labbro
L'orgoglio stesso, la stessa baldanza.
Su tutt'e due l'istabile proposto...
Pronuncia un detto, un detto sol!
MARIA
(cerca sciogliersi da lui)
Mi lascia!
Mi lascia!
RATCLIFF
O che! non odi? Eguale il suono
Della voce abbiam noi, sol che di molto
È la tua più soave. Il cupo azzurro
Dell'occhio è in noi lo stesso,
Ancor che splenda
Più vivo il tuo. La man!...
(prende la sua mano e ne fa paragone colla propria)
Non vedi i sochi
Stessi?
(sgomentato)
T'affissa qui! corta è la via
Della vita in entrambi...
MARIA
O deh, Guglielmo,
Laciami, e fuggi quando sai! Tra poco
Vengono...
RATCLIFF
Si, la fuga! Oh ben dicesti!
Vieni! fuggiam! Sellato è il mio corsiero,
Il più veloce della Scozia;
(cava la spada)
E n'apre
La mia spada il cammin. Balena, il vedi?
Ma qual voce!...
MARGHERITA
(canta vaneggiando)
"Perché rossa di sangue
È la tua spada, Edvardo? Edvardo?... Uccisa
Ho la mia cara. Oh quanto era mai bella!"
Oh!
RATCLIFF
Chi mai proferì la sanguinosa
Parola? Il gufo, che s'appicca al varco
Della finestra? o il vento che's'ingorga
Nel vuoto del camino? o quella strega
Accosciata nell'angolo? Fu quella,
Si! di marmo ha le membra; oh ma dal petto
Fioco il canto la strilla! e mi comanda
(nell'eccesso del dolore)
Di svenar la mia cara... e far lo debbo.
MARIA
Rotan feroci gli occhi tuoi; di fiamma
È il tuo respiro... delirar me pure
Tu fai... Lasciami! Oh lasciami, Guglielmo!
RATCLIFF
Non opporti, cor mio; così soave
E la morte! Io ti guido a quella bella
Terra, che spesso sognavam. Maria,
Vieni con me!
MARIA
(sciogliendosi da lui)
Via! via! che non ti coglia
Dugla...
RATCLIFF
(in furore)
Nome esecrato! è la parola
Della morte! Nessun, fosse pur Dio,
Dee possederti. Tu se' mia...
(in atto di trafiggerla)
MARIA
(fugge nel gabinetto coperto)
Guglielmo!
Uccidermi tu vuoi?
RATCLIFF
(la segue precipitoso nel gabinetto)
Mia, mia tu sei!
(odesi la voce di Maria: "Guglielmo! Soccorso! Guglielmo!")
MARGHERITA
(canta)
"Uccisa ho la mia cara! era pur bella
La mia cara." Oh!
(Le due nebbie in forma d'uomo appariscono da parti opposte: si arrestano all'ingresso del gabinetto, si tendono a vicenda le braccia, ed all'uscire di Ratcliff spariscono)
RATCLIFF
(balza fuori colla spada insanguinata)
T'arresta, e non fuggirmi,
Ombra di me medesmo! È la tua quest'opra,
Bianco spettro notturno. Il sangue gronda
Dalla vuota tua man. Vieni, combatti
Meco, assassino di Maria!...
SCENA III
I precedenti, Mac-Gregor entra impetuoso colla spada sanguinata
MAC-GREGOR
Soccorso?
Udii gridar...
(vede Ratcliff)
Ribaldo! alfin ti trovo;
Tu, sicario aborrito e di mia pace
Turbator.
RATCLIFF
(con un fiero scoppio di riso)
Quel son io, ma tu non manco
Aborrito mi sei; non ne conosco
La cagion; pur ti aborro, e del tuo sangue
Tutto io mi struggo.
(si avventano l'uno sall'altro e combattono)
MAC-GREGOR
Scellerato!
RATCLIFF
Io rido.
(ride ferocemente)
MARGHERITA
(canta)
"Perchè rossa di sangue è la tua spada,
Edvardo? Edvardo?"
MAC-GREGOR
(cade a terra)
Maledetto canto!
RATCLIFF
(esausto di forze)
Morta è la serpe velenosa. Un peso
Mi si leva dal cor. Già della pace
Le dolcezze pregusto. Or mia per sempre
È Maria!... Fine ha qui la mia giornata.
O Maria, vengo a te!
(entra nel gabinetto)
Son qui, soave Maria!
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Iris
Osaka
Kyoto
Il Cieco
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Atto Primo
Addio cielo fatto di onde piene di raggi di luna e di misteri !
La Notte abbandona il cielo ; il suo lavoro vivificatore è finito ; uomini e cose hanno riposato e sognato ; essa cede il governo della vita al Giorno.
Come in un gran velario di nebbie, tutto inonda una tinta diafana e indecisa ; è la incertezza del primo raggio, ma gradatamente poi, ecco, i primi albori che si diffondono rispecchiandosi in scintille adamantine entro a le rugiade sui fiori, sulle erbe ! Nel piccolo giardino di Iris, i fiori, come curiosi bimbi, levano i visi dalle chiomate corolle e guardano ad oriente. La casetta di Iris è ancora chiusa dentro alle sue stuoie colorate e ai suoi battenti di quercia.
Il villagio, dietro quella grigia macchia di alti, pallidi bambou, eleva ancora indecisi nella penombra i suoi bizzarri tetti ; e il ruscello che lo divide dalla piccola casa di Iris mormora la sua cadenza senza scopo, mesta o gaia secondo che la luce, che scende e vi penetra, effonde nelle sue acque il riso o la lagrima de cielo.
E l'aria si riempie di fulgori !
E l'aria passa tra rami e fronde, tra fiori ed erbe, tra piante e case, e palpita !
O Luce, anima del Mondo !
Leggiere brume erranti fuggono ai venti ; e al di là, lontano, lontano, nelle immensità profonde dell'azzurro, immobili come un gran mare calmo, già balenano rapidi splendori, echi di luce, vibrazioni misteriose d'altri infiniti mondi esultanti alla vita ! Or discendono i raggi ; pallidi prima, poi rosei, caldi, vivi... è il Giorno ! L'aurora trionfa, le cose si disegnano rapide !
Ecco la scena : La allegra casetta di Iris ; il suo giardino colla piccola siepe di biancospine in fiore ; nettamente ora spiccano i pallidi e sottili bambou nel risalto del villaggio ; il ruscello canta gaio ed azzurro il ritornello che gli viene dalla canzone serena ed azzurra del cielo ; e laggiù, là, nell'estremo fondo, il Fousiyama, alto come la brama degli umani anelanti alla gran pace del silenzio !
Il Fousiyama !
Ultimo appare egli, fantastica visione ; ma sull'alta sua cervice, immacolata per eternità di neve, reca esso pel primo, alla vallea dove vive Iris, il riflesso del primo raggio del Sole.
LA NOTTE
I PRIMI ALBORI
I FIORI
L'AURORA
Il Sole (coro invisibile)
Son Io ! Son Io la Vita !
Son la Beltà infinita,
La Luce ed il Calor.
Amate, o Cose ! dico :
Sono il Dio novo e antico,
Son l'Amor !
Amate !
Per me gli augeli han canti,
I fior profumi e incanti,
Profumi i fior,
L'albe il color di rose,
E palpiti le cose.
Per me han profumi
E incanti i fior.
IL SOLE APPARE
Dei Mondi Io la Cagione ;
Dei Cieli Io la Ragione !
Uguale Io scendo ai Re,
Sì come a te, mousmè ! ecc.
Pietà è l'essenza mia,
Eterna Poesia, Amor !
IL GIORNO SPUNTA
Calore, Luce, Amor ! Amor !
Iris (sul limitare della casa)
Ho fatto un triste sogno pauroso,
Un sogno tutto pieno di draghi, mostri,
Volanti chimere
E di striscianti cólubri.
(Scende lentamente nel piccolo giardino.)
S'era malata la mia amica bambola,
Ond'io, tutta piangente,
L'avea posta in giardino a riposare
Entro un cespo di rose.
Intorno a lei tacea
Tutto il giardino ;
Non più canti di gigli,
Canzoni di gardenie e porporine
Nè voli di libellule ;
Avevo detto ai fior :
"Tacete, o fiori !
Malata è la mia bambola !"
Quand'ecco in ciel
Vol di bianche cicogne
Fuggire spaventate ! Guardo !
Pieno è il giardin di mostri orribili
Che la mia bimba insidiano !
Acorro a sua difesa !
Prego ! Lagrimo !
"Lasciatemi l'amica !"
Ma una fenice spiega in ruote
E in giri fantastici la coda
Che come serpe avvinghia la piccina,
Allarga l'ali... e fugge !
(alzando le braccia verso il cielo)
Ma, Sol,
Tu vieni ed il sogno è bugìa...
Guarita è la piccina, la piccina !
(Corre entro la casa, vi prende una bambola, poi rapidamente tornando sul limitare della casa, alza verso il sole la sua bambola, e con grazia le agita le manine, a guisa di saluto.)
Vieni e saluta il Sole !
Il Cieco (dall'interno)
Con chi parli ?
Iris (volgendosi verso l'interno)
O padre mio, col Sole !
(Depone la bambola su un vaso di fiori ed entra nella casa.)
(Già da tempo Osaka e Kyoto si sono veduti spiare il luogo, nascosti dietro il gruppo di bambou. Cautamente si sono avanzati lungo la siepe, finchè Osaka ha scorto Iris nel momento in cui essa entra nella casa. Osaka la indica a Kyoto.)
Osaka
È lei ! è lei !
Kyoto
È la figlia del cieco.
Osaka
La voglio !
Kyoto
Tu l'avrai !
Osaka
Non farle male !
Kyoto
Non sciupo la mia merce !
Osaka
Che se ! Bada !
Kyoto
Son noto al Yoshiwara !
Non temere !
Osaka
Sta ben !
Kyoto
Soltanto : ho d'uopo di tua voce
Alla trama ch'io medito sottile,
Pieghevol come salce è la tua voce.
Osaka
È ver ; ho voce acuta ;
Imita il suono,
Il bisbigliar d'augelli,
Il chiacchierare d'irrequiete fanciulle.
La mia voce vibra nell'aria,
Desta gli echi ai monti
E vola alta nel ciel
Come cicogna o falco.
Kyoto
Essa m'occorre !
Osaka
E la fanciulla ?
Kyoto
Supponi ch'essa già sia cosa tua.
Andiamo a prepararci un viso !
Osaka
Andiamo !
Kyoto
Prudenza vuol così !
Ignoti e cáuti !
Osaka
Cáuti ? Ignoti ?
Kyoto
Sì !
Osaka
Già mi diverto e godo già !
(S'avviano verso il fondo della scena.)
Osaka e Kyoto
La vita è così bella.
(Passano il ponte e scompaiono.)
(Suo limitare della casa appare il Cieco, che la figlia Iris guida amorosamente : scendono nel giardino.)
Il Cieco
Voglio posare ove è più caldo il sole !
Iris (Fa sedere il padre su di un piccolo sgabello.)
Qui, padre.
Il Cieco
Sì... Oh, il buon raggio !
M'avviva !
Or dammi il mio rosario.
Vuò pregare !
Iris (porgendo al padre il rosario)
Ecco il rosario !
Il Cieco
E tu hai pregato ?
Iris
Sì ! Inaffierò i miei fiori, intanto.
(Iris si aggira pel piccolo giardino, inaffiando i fiori ; ammirandone alcuno, coglie un crisantemo e se lo pone fra i capelli.)
Il Cieco
Io prego.
(Il cieco prega silenziosamente, immobile, movendo sola le dita per fare scorrere le grana del rosario.)
(Dal villagio si avanza un gruppo di mousmè ; portano a braccio, o sul capo, delle ceste di giunchi. Sono giovani lavandaje che vengono a lavare nel ruscello bianchi lini e variotinte mussoline.)
Le mousmè (avviandosi al ruscello)
Al rio ! Al rio !
È il plenilunio !
Al rio !
(Si dispongono in vari e pittoreschi gruppi per cominciare il lavoro.)
L'acqua è limpida e tiepida !
Sciuga il bucato al sole
E la lavanda è in fiore ;
È il plenilunio !
Fra loti ed iridi,
Felci e ninfee
E nenufari gelsominee
Scorre la rapida onda fuggente ;
Carezza il piè delle mousmè,
Viene il suo bacio dalla sorgente !
Bacio di rio, bacio di Dio !
(torcendo i lini)
Contorci e attorta !
Acqua corrente
Da lungi porta cento profumi ;
L'odor del muschio colto dall'onde
Fra zolle e dumi di cento sponde !
(Le mousmè scendono nel ruscello a lavare.)
Iris (occupandosi dei fiori del suo piccolo giardino)
In pure stille, gaie scintille
Scende la vita !
L'acqua s'effonde per vie profonde.
Bevi la vita,
Alga cerulea !
Tu, margherita, leva il candore
Della tua chioma !
O cilestrino fiore di mey,
Neve odorante, tu, gelsomino ;
E tu, olezzante fiore di amoma !
La varia chioma leva, o coriando,
Fiore di monte !
Il Cieco
Tu mi hai tolto la vista
Ma io vedo la Tua Grandezza ;
La tua Grandezza io la sento ;
Essa parla all'anima mia !
La bellezza della Vita creata da Te
Mi penetra col Sole
Nella mia vecchia persona !
Tu sei Grande e Buono !
La Vita è pur tuttavia
Sempre un cammino faticoso,
Ma è aggradevole se io
Penso che conduce a Nirvana !
(Le mousmè si raggrupano di nuovo sulla riva.)
Le mousmè
...Fra zolle e dumi
Di cento sponde.
Il Cieco
Io cammino anelando all mèta !
Iris
In pure stille,
Vive scintille
L'acqua penetra
Fra pietra e pietra
E all'appassita radice ascosa
Dona la forza, dona la vita !
Il Cieco
Tu mi hai tolto la vista,
Ma mi hai dato quella
Degli occhi d'Iris ;
Mi hai dato un Genio
Buono e gentile ;
Non son solo !
Io dico la Tua Grandezza !
Le mousmè (torcendo ancora i lini)
Contorci...
Iris
Ristora !
Le mousmè
...e attorta !
Iris
Irrora !
Le mousmè
Ha raggi il sole ;
Ha timi il prato,
Il lino candido
Biancheggia ed ole.
Iris
Thea odorosa, fiore divino,
Gardenia, rosa, vita bevete !
Bevete, fiore, mente, verbene,
E olezzi é balsami pel mio giardino,
Fiore, espandete ! O fior !
Le mousmè
Ha raggi il sol !
(Suoni lontani di striduli sàmisen, di gongs e di tamburelli ; Iris e le mousmè guardano con sorpresa verso la strada che conduce al ponte.)
Iris
Giù per la via ne viene un gaio suono !
Le mousmè (ascoltando ansiose)
Son sàmisen, tamburi e risonanti
Cymbali e gongs !
Il Cieco (ad Iris)
Lontano ?
Iris
S'avvicina !
Il Cieco
Iris, chi son ? Le vedi ?
Guarda !
Iris (Si avvicina alla siepe, guardando verso il fondo.)
Guardo !
Le mousmè
Son commedianti !
Sono guèchas !
Vengono !
Iris
Oh, padre...
Il Cieco
Di' !
Iris
È il Teatro dei Pupi !
Il Cieco
Stammi presso, fanciulla !
Iris
Sto alla siepe !
Il Cieco
Sono vagabondi !
Iris
Obbedirò !
(Torna presso il padre e lo rassicura.)
Le mousmè
Ritardiamo il ritorno ?
(Osaka e Kyoto, entrambi camuffati da istrioni girovaghi, sbucano dal fondo con un codazzo di suonatori, guèchas e samouraïs, al suono di sàmisen, gongs, tamburelli : le mousmè corrono incontro curiose, e battono festosamente le mani nel vedere che si tratta d'una rappresentazione di Pupi ; Osaka e Kyoto scendono dal ponte, seguiti dalla loro compagnia ; le mousmè curiose, fanno cerchio ; mentre ad un cenno di Kyoto alcuni degli istrioni piantano il Teatro dei Pupi.)
Rimaniamo !
Col bucato più tardi torneremo !
Ecco le guèchas !
Tutte a veli...
È numerosa assai la compagnia !
Veh ! quattro guèchas !
Sono due gli attori !
Son quattro i suonatori !
Eccoli ! Vengono !
Eccoli ! Vengono !
Iris (Attratta dalla curiosità, si pone ad osservare dietro la siepe.)
(Dietro alle biancospine mi metto !)
Kyoto (rivolto alle mousmè pur tenendo d'occhio Iris che si è avvicinata alla siepe del suo giardino, guardando ansiosamente)
Io son Danjuro
Il padre dei Fantocci
Che nelle mie commedie
Faccio sposi alle gentili bambole !
(rivolto ai suonatori)
Olà, musica !
Mousmè, tenete pupe da marito ?
Le mousmè
Sì che ne abbiamo ;
E sono buone e belle !
Iris
(Come la mia, no...
Non ve n'ha ; sto certa !)
Le mousmè
È un Teatro di lusso !
Il Cieco (chiamando)
Iris !
Iris (al padre)
Sto qua !
Kyoto
Ora daremo rappresentazione !
Udrete i Pupi miei dir tante cose...
Tutte maravigliose e dotte assai !
Parlar udrete Jor,
(accentando e sorvegliando sempre Iris)
Figlio del Sole e Dhia,
(In questo frattempo il Teatro sarà stato montato ; ai suo lati due paraventi.)
La bella figlia sventurata,
Ma più non voglio dir...
Udrete, e basta !
Ehi, musica !
(Ai suonatori, mentra fa cenno alle mousmè di far silenzio, e di far largo. In pari tempo distribuisce i Pupi ad alcuni del suo seguito, e parla sottovoce ad Osaka. Durante gli ultimi preparativi le mousmè seguono gioncchioni, facendo cerchio intorno al Teatrino.)
Preparerò la scena !
Le mousmè
Poniamci tutte intorno.
Kyoto
(Osaka, attento !)
Osaka
(Non dei temer !)
Kyoto
(La parte ?)
Osaka
(Io la ricordo,
E non ne fallo un ette !)
(I suonatori si mettono accosciati a terra davanti al Teatrino.)
Kyoto
(E la piccina ?)
(Mentre continua a parlare con Osaka, colloca dietro i paraventi la guècha cantatrice, el e tre guèchas danzatrici.)
Osaka
(Guarda... con occhi larghi
Come foglie di loto e di nelumbo !
Sta alla siepe !)
Kyoto
(Vedrai, ne la trarremo !
Ora l'adesco !
È la curiosità infallibil àmo !)
(Osaka e Kyoto si collocano dietro il paravento a destra del Teatrino da dove possono spiare i movimenti d'Iris, pure eseguendo le loro rispettive parti.)
Le mousmè
Facciam silenzio !
Già danno principio !
(Rimangono silenziose e attente.)
(Si alza il sipario del Teatrino, e Kyoto fa cenno d'introdurre in scena Dhia.)
LA RAPPRESENTAZIONE
Dhia (una guècha)
Misera ! Ognor qui sola !
Unque mai mi consola !
Morte rapì mia madre !
Ridotta è mia famiglia
A un collerico padre
Che non ama la figlia !
Ho vesti brutte e lacere,
Scarne braccia e sottili,
Gote pallide e grame ;
Son malata ed ho fame
E sono le mie lacrime
Mie gemme e miei monili !
Chi ascolta i miei dolori ?
Non ho amiche nè fiore !
Osaka (sottovoce alla guècha)
(Brava !)
Kyoto
(Attrice valente !)
Le mousmè (Fanno i loro commenti.)
Come forza le lacrime,
La povera fanciulla !
Davvero fa pietà !
Osaka (indicando le mousmè)
(Vè come stanno attente !)
Le mousmè (chiamando Iris)
Iris, vientene qua ;
Di là tu vedi nulla !
(Kyoto, imitando la voce rauca di un vechio catarroso, fa le più strane grida del mondo, picchiando forte sul legno del Teatro a dare l'idea dell'avvicinarsi del vecchio, iracondo ed inumano genitore.)
Iris (alle mousmè)
Vedo !
Qui resto ; grazie !
Dhia
Ah, mio padre ! Lo sento !
Le mousmè
Ecco il padre !
(Apparisce sul teatrino il pupo Padre ; le mousmè fanno segni di spavento e di meraviglia.)
Dhia
Tremo dallo spavento !
Le mousmè
Che ceffo !
Me lo sogno stanotte !
Il Padre (Kyoto) (con voce terribile)
Ah, sciagurata putta !
Sono stanco di mantenermi
Questa sciocca vana,
Inutil, neghittosa, scioperata !
Dhia
Ah, padre mio !
Il Padre
Preparati ! Io ti vendo
Al gran mercato di Simonosaky !
Dhia
No, padre, no, non vendermi !
Il Padre
Preparati !
Osaka
(La piccina si muove !
Forza al dialogo !)
(Iris commuove, e con gesti concitati segue la svolgersi del dramma.)
Dhia (Cade ai piede del pupo Padre)
Per la luce del sole e delle stelle,
Tienmi ancora con te !
Che vuoi ch'io faccia ?
Osaka (indicando Iris)
(Ha gli occhi rossi, rossi !)
Il Cieco (chiamando la figlia)
Iris !
Iris
Sto qua !
Il Padre
Al gran mercato di Simonosaky
Tu troverai padrone !
Io sono stanco d'averti qui con me !
Tu mangi troppo e non mi rendi nulla.
Ond'io ti vendo !
Le mousmè (Impressionate da tante crudeltà, sono furenti contro il pupo Padre.)
Vecchio lercio ! Furfante !
Musa da vecchia arpia !
Dhia (con grido straziante e disperato)
Uccidimi, piuttosto !
Il Padre
Basta ! Ho detto !
(Se ne va.)
Le mousmè
È sordo alle sue tante
Lacrime disperate !
(urlando, e minacciando coi pugni il padre tiranno, mentre questi se ne va)
Pigliamolo a sassate !
Orco ! Vampiro ! Via !
Osaka
(Si scalda il nostro pubblico !)
Kyoto
(È in furore !)
Dhia
Morire ! Sì... Finire !
Osaka
(Quasi, quasi t'uccidono
Davvero il pupo Padre !)
Iris
Oh, la istoria pietosa !
Mi par che dentro al core
Mano mi prema e tocchi !
M'offende un gran dolore
Che mi rende affannosa !
Dhia
Deh, prendimi con te,
Genio del Bene !
Portami teco
Dove non si soffre !
Iris
Come è triste il suo canto !
Ho volontà di pianto nell'anima...
E negli occhi !
Kyoto (ad Osaka)
(Or tocca a te !
Dolcissimo !)
Osaka
(Dolcissimo !)
Jor, figlio del Sole (Osaka)
Apri la tua finestra !
Jor son io
Che vengo al tuo chiamar,
Povera Dhia !
Apri la tua finestra
Al raggio mio !
Apri il tuo cor
A mia calda malìa !
Jor ha ascoltata, o Dhia,
La tua preghiera !
Apri l'anima tua,
Fanciulla, al Sole !
Apri l'anima tua alle mie parole !
Apri il tuo cuore a me,
Fanciulla, e spera !
Tu vuoi morir ?
Morire io ti farò
Ma ti farò morir dal Sol baciata,
Poscia al paese eterno ti trarrò...
Ove, o fanciulla,
Tu sarai amata !
Kyoto (vedendo l'impressione che la voce di Jor ha fatto sull'animo d'Iris)
(È questa poesia gran ciurmatrice !
Due motti, due bisticci
Ch'uno dice
E una fanciulla inconscia come questa...
Vi si sdilinque e vi perde la testa.)
(Poco a poco una finestra del Teatrino si illumina, poi si apre e si scorge il Pupo d'Jor, figlio del Sole : Dhia s'inginocchia innanzi a lui. Iris, quasi affascinata da tale spettacolo, abbandona la siepe del suo giardino e si accosta al Teatro.)
Iris
De' sogni il triste verde
Disvanisce e si perde !
Quali i vani bagliori
D'erranti, misteriose
Lucciole luminose
Se ne vanno i dolori !
Kyoto (alle danzatrici)
(Or, guèchas,
Quando termina il duetto, danzate e
Fate... senza dar sospetto !)
Dhia
Io muoio ! Prendimi !
Tua m'abbandono !
Portami al mondo eterno della Luce !
Salgo a Nirvana !
È Jor che mi conduce !
Jor, son tua !
A te tutta mi dono !
Iris (a Dhia)
No, tu non muori, Dhia !
Tu ascendi alle alte nuvole
Di rose e di viole !
Con Jor tu ascendi, o bambola,
Al paese del Sole
E della Poesia !
Jor
Or muori, dunque !
(Dhia cade stecchita, mentre Jor invoca sulla morta pupa le danze celesti.)
Danzatrice alate, intorno a lei
Che a me ne vien, danzate !
(a Dhia)
Ti coprirò di zaffiri e topazi !
Vieni agli amori
Degli eterni spazi !
(Con gran stupore del pubblico, Jor avvinghia Dhia, e così abbracciati si vedono i due pupi innalzarsi lentamente per salire al... Nirvana, mentre cala il sipario del Teatriono ; in pari tempo le tre guèchas mascherate si collocano innanzi, pronte alla danza.)
LA BELLEZZA
LA MORTE
IL VAMPIRE
(Durante le danze, Kyoto gira intorno, e così riesce scaltramente a distrarre l'attenzione, mentre le tre guèchas danzatrici circondano Iris, la quale rimane ad un tratto isolata dal gruppo delle mousmè al posto più avanti.)
(Con vorticosi giri e con voli dei loro veli le tre danzatrici riescono a nascondere Iris, la quale ingenuamente ammira.)
(I samouraïs rapidi s'impossessano della fanciula : una mano sulla bocca le strozza un grido !)
Iris
Ah !
(Le tre guèchas continuano la danza, avvicinandosi di nuovo al gruppo delle mousmè : coi larghi giri dei loro veli impediscono alle spettatrici di vedere i samouraïs che trasportano Iris completamente inanimata verso la città.)
(Le guèchas formano un gruppo bizzarro.)
Kyoto
(che ha tutto sorvegliato, visto il colpo riuscito, si congeda dall'udienza. Intanto, ripiegato il Teatrino, i paraventi, rinchiusi i pupi, la comitiva degli istrioni è pronta ad andarsene.)
Grazie, mousmè ! A rivederci !
Musica !
Le mousmè (Si alzano in piedi per andarsene.)
Andiamo ! è tardi !
È tardi ! Andiamo !
(S'avviano verso il villagio.)
Kyoto (ad Osaka, facendogli cenno d'avviarsi colla comitiva verso la città)
(Or lascio questo scritto
E del denaro al Cieco,
E il colpo è fatto !)
Osaka
(Il colpo è fatto !)
(Partono tutti ripassando il ponte. Kyoto corre entro il giardino d'Iris ; rapidamente depone sulla soglia della casetta un foglio scritto, tenuto disteso da rios d'oro e mommès, proprio presso al Cieco e con tanta abilità da non risvegliarne il sensibilissimo udito, poi raggiunge correndo la comitiva che si allontana.)
Il Cieco
Questo dramma è menzogna tutto ! tutto !
Malvagio in testo e talento malvagio !
(credendo Iris sempre presente)
Iris, tu che ne dici ?
Non rispondi ?
Comprendo ; sei commossa !
(Sorride bonariamente, credendo sempre di parlare ad Iris.)
No ; non credervi !
Tu sei sì buona che ogni pianto
Breccia fa nel tuo cuore !
(stendendo il tremulo braccio)
Andiamo ; dammi il braccio !
Perchè non credo
Ai gemiti di Dhia ?
(Sorride ancora.)
Ebben... vi credo !
(Stende ancora il braccio.)
Vieni ! Dammi il braccio !
Una carezza al vecchio Cieci !
Iris ! Ancora non rispondi !
Iris ! Iris ! Iris ! Mia figlia !
(Si alza barcollante, cerca intorno a se, incespica, cade.)
Vita ! Non ci sei più !
(alcuni merciaiuoli ambulanti che passano per andare alla città, udendo le grida strazianti del Cieco, entrano nel giardino, e lo rialzano compassionevoli.)
Il Cieco
Iris ! Mia Iris !
Iris !
I merciaiuoli
Cieco,
A che gridi disperatamente ?
Il Cieco
Iris ! Mia figlia !
In casa ! Là ! Cercatela !
(Alcuni merciaiuoli entrano nella casa, ed appariscono poi alla finestra spalancata.)
Alcuni merciaiuoli (alla finestra)
È vuota la tua casa !
Iris non c'è !
Il Cieco
Chiamatela a gran gridi !
Per pietà !
Alcuni merciaiuoli
Iris !
(Ascoltano.)
Iris !
(Ascoltano ancora.)
Neppur l'eco risponde !
Il Cieco
La mia Vita !
Pupilla de' miei occhi !
(Tornano dalla casa ; uno dei merciaiuoli, nell'uscire, vede e raccoglie il fogio e il denaro lasciato da Kyoto sulla soglia.)
La figlia mia ! Così buona !
Un merciaiuolo
Tu la piangi ? Non piangerla !
Il Cieco
Che dici ? Ohimè, che dici ?
Il merciaiuolo
Qui sulla soglia
T'ha lasciato un foglio
(mostrando foglio e denaro ai compagni)
E del denaro !
Il Cieco
Iris ?
Alcuni merciaiuoli
È al Yoshiwara !
(Il Cieco tocca e ritocca, uscendo in gridi soffocati, il foglio e il denaro.)
(L'ira, il dolore, rendono il Cieco come pazzo, ed allontanando con violenza alcuni fra i merciaiuoli che gli stanno vicini vorrebbe correre da solo verso la città ; ma incespica e cade. I merciaiuoli si affrettano a rialzare il Cieco, il quale prorompe in dirotto pianto.)
Il Cieco (Piangendo, si rivolge ai merciaiuoli, che sono invasi da un gran senso di pietà.)
La casa ! Il mio giardino !
Quel che tengo a chi di voi
Mi guida al Yoshiwara !
Or voglio là...
Là schiaffeggiarla !
Voglio sputarle in volto, voglio...
E maledirla !
Iris ! Mia vita !
(Le lagrime gli troncano le parole ; quasi vergognoso di quell'affetto che gli trabocca dall'anima, esclama minaccioso :)
E poscia... e poscia... e poscia...
(Pietosamente i merciaiuoli lo sorregono e lo accompagnano barcollante, inebetito, quasi fantasma, verso la città.)
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Atto Secondo
Dov'è ora l'umile casetta tua così modesta e semplice colle sue stuoie colorate e i battenti di quercia, o piccola Iris ? La bianca siepe di biancospine fiorite ? Il sentiero coverto dal fiore delle scabbiose che conduce al rio ?
Dov'è la pace dei campi intorno e il silenzio ristoratore come il riposo della tua vallea entro all'ampia circolare distesa di monti e, in alto, la solenne maestà del Fousiyama ? Dove l'aria purissima ? Dove la luce libera ?
Tu ora giaci nel cuore affannoso della città gaudente ove più accelerato batte il palpito delle esistenze nelle diverse febbri che agitano le genti, quella della gloria, quella del piacere, quella del denaro. La più appariscente delle Case Verdi è ora la tua abitazione ; tu vi riposi sul rialzo di lacca ed oro di un fton ricchissimo, abbandonata la fragile persona alla stanchezza che ti ha affranto, e ti covre un velario trasparente come aria !
Tu sei nel Yoshiwara !
Qui, nella dolcissima ora del drago, non verrà il Sole a dissipare i piccoli sogni paurosi della tua infantile fantasia ! qui, nella misteriosa ora del cignale, non la luna scenderà a posarsi con te !
Qui, ricche stuoie a tessiture fantasiose impediscono alla luce di penetrarvi.
No, il Sole non penetra nelle Case Verdi ! Qui tutto è riflesso di metallo che scoppia a vivi e rapidi sfavilli dalle profumiere cesellate dove brucia esalando l'olio di camelia odorosa, dai vasi smaltati, dalle grandi chimere e mostri di smalto e cobalto che adornano la stanza.
Là, in un angolo, un bouddah ride, i piccoli occhi sfuggenti la enorme epa floscia giù a sfascio sul loto simbolico che gli fa da piedestallo.
Non la luce, non l'armonia del Sole ! Solo, su dalla tumultuante via, per le stuoie che la dimenticanza delle kamouro ha lasciato semiaperte, entra l'affannoso moto della vita cittadina, le strida dei merciaioli, le minaccie dei samouraïs, le ansanti cadenze dei djin, i diversi idiomi dei dragomanni, la bestemmia e la risata. Presso al tuo letto, come spettri, stanno ancora le guèchas.
(Una guècha accosciata sussura un "Anakomitasani" accompagnandosi al suono del sàmisen.)
Kyoto (Cogliendo le guèchas in oziosa curiosità, le investe con voce concitata ma trattenuta, per non svegliare Iris.)
Là che ci fate
Ancora mascherate ?
O che siete de' bonzi ?
E... stz !
(impedendo loro di parlare)
Tacete ! Silenzio !
Non voglio, appena desta,
Ch'abbia ricordi tristi,
Ognor dolori !
Tutta una festa, un giorno d'ori,
Di bronzi e fiore !
(sorpreso nel vedere aperta una della imposte)
Toh ! fuori spalancata è ancora l'impannata ?
(Vorrebbe gridare ma si ritiene.)
Silenzio, dico !
(fra i denti)
Rispondermi volete ?
Oh, le sfacciate !
Udite !
Dalla strada salgon
Le voci chioccie de la gente,
L'andare ed il venire
De' djin correnti !
O che avete gli orecchi fatti in giada ?
Con tal baccano o chi può mai dormire ?
E chete ! Mogie !
(irritato)
Vostre voci acute son vespe,
Son cicale, son zanzare ! Mute,
Vi voglio mute e, se possibil,
Senza respirare !
(Va a chiudere l'imposta ; guardando nella strada vede un elegante norimon entrare nella casa.)
Toh ! Vien gente !
È Osaka in palanchino !
Giù tutti col migliore nostro inchino !
(Rapidamente tutti si inchinano quasi toccando colle fronti il suolo.)
Osaka (Entra con inusata vivacità, indirizzandosi a Kyoto.)
Ch'io vegga ov'è
La mousmè da li occhi
Simili a camelie !
Kyoto (calmandolo)
La voce tua
Modula in suon più grave,
Come punta d'agave
Va ne li orecchi a chi posa !
(L'astuto taikomati mostra all'annoiato signore Iris addormentata.)
Riposa !
(allontando brutalmente le guèchas, che scompaiono rapide)
Donne, vampiri della casa, via !
(Osaka e Kyoto si avvicinano al letto d'Iris.)
Osaka
Sollevami il velario !
Kyoto
Parla piano !
(sollevando il velario)
Toh ! guardala !
È perfetta ! Non ti pare ?
Osaka
Spande l'odor del loto,
La piccina !
Kyoto
Sogguarda a quella bocca porporina !
Osaka
È ciliegia da cogliere e mangiare !
(Contempla Iris, poi si scosta insieme a Kyoto.)
Kyoto
Vedi che braccio !
E vedi un po' che mano !
Osaka (con grande entusiasmo)
Créa in quegli occhi
Il lampo d'un desio,
Vibri in quegli occhi
Il senso, l'uman dio,
Una scintilla, un fuoco, una favilla
Che di piacer ne incendi la pupilla
E dimmi, come lei ne sai tu alcuna ?
Kyoto
Nessuna,
(con finta convinzione)
In fede mia, nessuna !
Osaka
In questa noia matta
Ogni dì soddisfatta
E insoddisfatta, costei nel cuor
M'ha cacciata una spina di brama
Che m'affana !
Non è mousmè leziosa di città,
Ordigno fatto per la voluttà ;
Qui c'è l'anima !
(Torna presso il letto a guardare e lascia ricadere il velario sulla fanciulla addormentata, poi trae con sè lontano in disparte Kyoto onde il loro chiacchierio non risvegli Iris.)
Lunga lotta m'annoia ;
A ritrosie io mal m'adatto ;
S'ella resistesse ?
Kyoto
Abbi denaro e il
Paradiso è ovunque !
Comprendi tu ?
Osaka
Parla un linguaggio chiaro !
Kyoto
Son fior le frasi,
Le parole foglie,
Ma il frutto è l'or
Che satolla le voglie.
Comprendi tu ?
Osaka
Abborro tai proverbi !
Kyoto
Regali ! Doni appariscenti !
Ricchi ! Vistosi !
Mi comprendi ?
Larga mano !
Aperto borsellino !
Mi comprendi ?
Vesti ! Fiori ! Gioelli !
Mi comprendi ?
Osaka
Oh, fauce ingorda !
Oh, fauce sazia mai !
Kyoto
Dapprima già ci vuol qualche moìna
Per rasciugar gli occhietti
Da le lacrime, poi...
Una nuora poi... diventa suocera !
Osaka
E aggiungi, in oltre,
Il più fantasioso
E armonico linguaggio figurato...
Kyoto (che ha osservato Iris, fa cenno ad Osaka di tacere)
Stz ! Desta è la piccina !
Vieni via !
Va a prepararti un romanzesco viso !
Porta gemme... regali !
Mi comprendi ?
(Escono cautamente.)
Iris (Si sveglia e guarda intorno a sè sorpresa.)
Ognora sogni,
Sogni e sogni...
Oh, il bel velario !
Oh, il lieve drappo
Tutto sparso d'iridi...
Or la mia veste è un velo
E ha trasparenze d'onda e di nube !
Or io cosi ho vergogna !
Non più le mie pianelle
In lacca nera ;
(alzandosi e camminando)
Ho sandali dorati,
E il piè vi posa
Così morbidamente
Che mi pare di camminar
Sopra un prato di piume !
(Ed ecco svolgersi nella mente trasognata dell'ingenua fanciulla le scene del teatrino, la danza delle guèchas e... il rapimento.)
Ecco ! Or ricordo !
Sì, Il Teatro ! Dhia !
La danza delle guèchas !
Il nero manto m'avvolge del Vampiro !
Ove son io ?
Morta son dunque
Sì, sono una morta !
(Guardando intorno più attentamente, mormora fra l'angoscia e la gioia.)
E questa casa bella
È il Paradiso ?
(Si ode un dolcissimo suono di sàmisen interno : Iris ascolta. Un sàmisen attira i suoi sgardi.)
Chi è morto tutto sa !
Diceva il bonzo !
(Prende il sàmisen.)
Mi voglio accompagnar l'Uta di Nániva !
"Sorge dal mar la Luna...
(tentando di accompagnarsi col sàmisen, ma dalle sue dita esce il più discordante e pazzo suono)
È luna piena...
Una giunca laggiù mi mena ;
Io vo coll'onda che mi porta."
(interrompendo)
La voce canta
Ma il suon non l'accompagna !
(Getta indispettita l'istromentao, mentre riprende il suono interno dei sàmisen.)
Dicon di gran bugie
Nel mondo ai vivi !
Che da vivo non sa,
Non sa da morto.
(Si aggira curiosa e meravigliata ammirando i ricchi paraventi ed i preziosi dipinti. Vede pennelli e colori su di una tavola. Essa vi si accosta ed attratta dal mistero dei colori siede preso la tavola tentando di pingere. Vuole dipingere un fiore, ma invece n'esce un angue ; Iris getta indispettita il foglio di carta. Ed ora vorrebbe dipingere un cielo azzurro, ma le inesperte mani non riescono che a tracciare una macchia grigiastra. Sfiduciata, lascia cadere i pennelli.)
Io pingo... pingo,
Ma il mio pennello invano stendo,
Intingo !
Va la mia mano invano !
Invano, invano va la mia mano !
Io penso a un fiore,
E n'esce invece un'angue tutto terrore,
Tutto un rosso di sangue !
Se voglio un cielo,
Azzuro in mio pensiero,
È un fosco velo,
Un velo tinto in nero !
La fantasia con sè m'invola
E porta di casa mia a la picciola porta ;
Là la pupilla d'un cieco
Finalmente ha una scintilla,
Una favilla d'una luce rovente
Che fulge e brilla,
Ma il lucer d'una lacrima
Che lentamente stilla !
(Accasciata, nasconde il viso tra le mani.)
In paradiso (han detto) non si piange !
Ed io di lacrime... ho i miei occhi pieni !
(Una cortina si solleva lentamente e Kyoto introduce Osaka. I due uomini si soffermano sul limitare della porta e guardanola la fanciulla seduta davanti al tavolino dei colori.)
Osaka (parlando sottovoce a Kyoto)
A un cenno mio manda
Le vesti e i doni.
Kyoto
Sì, manderò !
Osaka
Or quanto a te,
Inutil qui... va via !
Kyoto
A meraviglia !
Vo !
(Il taikomati scompare dietro la cortina, lasciando soli il giovane signore voluttuoso e l'ingenua mousmè.)
(Alle parole di Osaka Iris si volge sorpresa, gitta un grido e si ritrae pausosa. Osaka la arresta d'un gesto ammirativo.)
Osaka
Oh, come al tuo sottile corpo s'aggira
E s'informa di te la flessuosa
Notturna vesta !
Senza posa lo sguardo ti rimira
Da capo a piè
E l'anima s'appaga nella sorpresa vaga,
Nel portento gentile di tua beltà
Che, in festa alta, trionfa in te.
(Osaka si avvicina sempre più ad Iris. Questa si ritrae ancor più, sorpresa e impaurita.)
Iris
(Conosco questa voce !
Io già l'udii !
In ogni sua parola si rivela :
È la voce d'Jor !
È Jor ! È Jor !)
Osaka
Perchè il piede ritraggi
Se a te vicin
Mi porta il mio desìo ?
(Iris si ferma palpitante e Osaka le è vicino.)
Dentro a' tuoi veli lascia lo sguardo mio
Disioso penetrare !
Io ne' tuoi occhi veggo tutti i cieli !
Gli olezzi io bevo in te
Di tutti i maggi !
(Osaka accarezza la testa di Iris : questa chiude timorosa gli occhi. Al tocco del giovane gli spilloni cadono e disciolgono liberi i lunghi capelli che fluiscono giù per le spalle di Iris, ricoprendola come di un manto.)
Osaka (tuffando con voluttà le mani nei capelli d'Iris)
Ah, i tuoi capelli...
Son sì lunghi e tanti
Da incatenarti intorno...
Tutti gli uomini !
Tu m'incatena e per la via, mousmè,
D'ogni tua brama,
Deh, tu, mi mena !
Iris (incredula, quasi sorridendo e riannodandosi i capelli)
(Da niuno ho udito dirmi tante cosa.
Iris tanta bellezza ?
Niun lo crede !
M'ha detto un sol finor che son graziosa,
Il babbo mio,
Ch'è cieco e non mi vede !)
Osaka
Il tuo corpo s'ingiglia
D'un candore più bianco del Fousiyama !
Bocca sana vermiglia !
Fresca fontana ove zampillan
Tutte le dolcezze
E tutte le carezze !
Ove il mio sangue vivo si ristora !
(Iris sorride nell'udire le parole entusiastiche di Osaka.)
Tu ridi ? Ridi ?
Ridi ! Ridi, ancora !
Iris (con timore e vergognosa)
(Ho fatto male a rider,
Ma non so se muovermi
O star ferma a sue parole,
Se fargli reverenza !
Gli dirò : "Signor !"
No ! "Re !" È poco...
"Figliuol del Sole !")
Osaka
Arrossi a mie parole ?
Non arrossir !
Lascia arrossire il sole ;
Egli ogni dì ha tramonti, tu ?
Sali, sali, altissima,
A le superbe aurore,
Ai superbi orizzonti del mio amore !
Iris
Figlio del Sol !
Osaka (Dà una stridente risata. Iris si ritrae ancora, impaurita.)
Ah tu, fanciulla, ancor mi credi
Jor della Commedia ?
Or recito la Vita !
T'ho, in vesta d'istrion
Per farti mia, rapita.
Apri gli occhi, mousmè !
Vedi ed impara la Vita.
Il vero nome mio
Vuoi tu sapere ?
Ebben, mousmè,
Io mi chiamo : "Il Piacere !"
Iris (ricordando con accento di terror)
Un dì (ero piccina),
Al tempio vidi un bonzo
A un paravento tutto fatto a simboli,
Sciorinare il velame d'un mistero...
Era una plaga
D'un gran mare morto
Color del bronzo ;
E v'era un cielo
Rosso sì come sangue,
D'un rosso livido ;
E una gran spiaggia,
Una gran spiaggia morta
Di grigio e nero...
Una fanciulla giacèavi adagiata,
Scarne le membra,
Sparsi i capelli
E nella bocca un riso
Ch'era uno spasimo...
Su dal mar morto
Una gran piovra intanto
Il capo ergeva...
E la fanciulla col grande
Occhio falcato fuor guatava ;
Questa, domata a quel terror di sguardo,
Tutta affisava !
Su dal mar morto
I viscidi tentacoli
Moveva il mostro, e per le gambe,
Pei reni e per le spalle,
Poi per le chiome
E il fronte e gli occhi
E il petto esile ansante,
E per le braccia
La stringe e allaccia !
La stringe e allaccia in viso !
Essa sorride ognor !
Essa sorride e muor
Con un estremo spasimo
Che par un riso... essa sorride
E muor, e muor !
E il bonzo a voce forte :
"Quella piovra è il Piacere...
Quella piovra è la Morte !"
(Iris si lascia cadere ai piedi del giovane, piangendo e rimanendo accasciata dalla paura e dal dolore.)
Deh, ch'io torni a mio padre !
Osaka (con cinismo)
Son le fole dei bonzi
Spavaldi e ipocriti
Che all'alito d'un bacio
Si sburgiardano !
(A un cenno di Osaka le koumaro portano e stendono ai piedi di Iris stoffe, gioielli, ventagli, fiori.)
Osaka (sollevando Iris e stringendola a sè poco a poco)
Or dammi il braccio tuo,
Braccio di neve e avorio !
Intorno al collo così m'anoda !
Scogli i capelli !
(sciogliendole ancora una volta i capelli)
La testa bruna sovra il mio petto
Tu m'abbandona !
Cogli occhi, gli occhi miei...
Tu, ed io, labbra le labbra !
Vi scendo e tocco la dolce bocca !
(Osaka abbandona la sua bocca su quella di Iris quasi svenuta, mormorando e supplicando :)
È questo il baccio !
(Iris, staccandosi da Osaka, rimane atterrita, poi prorompe in pianto.)
Osaka (guardandola, sorpreso)
Piangi ?
Iris
Penso a mio padre !
Osaka
Gli darò vesti e denaro !
Iris
Io penso alla mia casa !
Osaka
Palazzi avrai !
Iris
Io penso al mio giardino !
Osaka
Ne avrai d'immensi
E a serre ognora in fiore !
Iris
Ma non sono i miei fior !
Osaka (annoiato e sdegnoso)
(È una pupattola !)
Nullo desio ti adesca
Di codesto splendore,
Vesti, ori ?
E il bacio è un'esca
Cui non morde il tuo cuore ?
Chiedi, fanciulla ! Brama !
Tu pur abbi un desio !
Iris
Voglio il giardino mio !
Io voglio il mio giardino,
Colla sua sieppe intorno,
La mia casetta bianca
Col mormorante rio,
Col suo villaggio a manca,
Con la vallata a prati,
Col sol che appena è giorno
Appar sugli elevati fianchi
Del Fousiyama e...
Mi chiama, mi chiama !
(Rimane immobile.)
(Kyoto accorre.)
Osaka (seccato, rivolgendosi a Kyoto)
Da un'ora essa m'attedia !
È pupa da commedia !
Pupa di legno ; or' io mi sdegno !
Un mio consiglio, accetta !
Kyoto (con finta sottomissione)
Ognora Kyoto impara !
Osaka (imitando Iris)
Torni alla sua casetta !
Kyoto
È questo il tuo consiglio ?
La espongo al Yoshiwara !
Osaka
Fa' pur !
Ahimè, che noia !
(Se ne va sbadigliando.)
Vo ! Sbadiglio !
Kyoto (con astuzia parlando fra sè)
Colle piccine gran maestra è natura.
O moine o paura !
Osaka è giovin ; vede ratto,
E ratto ei vuole il suo desìo
Tradotto in fatto.
Esperienza e pazienza !
A me ! Vediam !
(Con occhio conoscitore osserva e studia attentamente Iris.)
Perfetta ! E in una vesta
Ancor più trasparente di codesta,
Come se indosso avesse a veste il nulla,
Vederete qual trionfo di fanciulla !
(Scegli una veste e fa cenno alle donne di vestirne Iris.)
Alla toeletta ! Olà !
(Le donne accorrono ; Iris impaurita vuol fuggire.)
(irritato)
Con me ritrosa ?
(imperioso)
Qui s'obbedisce ! Bada !
Per le putte cattive c'è la morte !
(Apre la parete a destra e mostra ad Iris un precipizio oscuro e fondo : Iris indietreggia impaurita.)
Chiamo il Vampiro
E fatta è la tua sorte !
Iris (implorando)
No, non fatemi male !
Kyoto (rabbonito)
Non lo voglio !
(insinuante ; prende il pupo che nella commedia rappresentava Jor e lo porge ad Iris)
E se obbedisci, guarda !
È tuo !
Iris (Sorpresa, prende con gioia il pupo.)
È Jor !
Kyoto (dietro le suoje, spiando nella via)
Annotta !
La gente dotta e ghiotta
D'ogni cosa vaga e rara
S'accalca e indaga !
Già arrossa di lumiere il Yoshiwara !
Oh, febbre del Piacere !
(Intanto le esperte donne cominciano ad abbigliare Iris, dietro un paravento.)
La parete sottile scorre e schiude
A uno sciame gentile di donne ignude !
Qualche altro Osaka certo passerà,
E in questa onesta rete di giovinezza incapperà !
Iris (Mentre l'abbigliano, Iris tutta intenta al pupo, si risovviene la dolcissima cantilena del dramma, e mentre la ripete, infantilmente lo fa agire.)
Apri la tua finestra !
Io sono il Sole !
Apri l'orecchio a mie dolci parole !
Apri l'anima tua alla fede e spera !
Jor ha ascoltata, o Dhia,
La tua preghiera !
Tu vuoi morir ?
Morir io ti farò,
Ma ti farò morir dal sol baciata,
Ed al paese eterno ti trarrò...
(Kyoto si allontana dalla veranda, ed osserva Iris completamente abbigliata.)
Ove, o fanciulla, tu sarai amata !
Kyoto
Vediam ! Così stai bene !
(Strappa ruvidamente il pupo ad Iris, e lo gitta in alto ; una guècha lo afferra a volo.)
Ha sonno il piccol Jor ;
Poniamolo a dormire !
Or ti conviene
Sovra la bocca un vago punto in or !
(Prende un pennello, e disegna un neo d'oro sulle labbra d'Iris.)
Così ! Vediam ove posarti...
In alto ! Ti voglio qui !
(Colloca Iris sulla veranda.)
Superbamente erette
Le divine tue forme !
Ed or vediam
Se la gente abbocca !
(alle guèchas)
Attente, streghe, attente, attente !
(colpo di mano)
(gridato)
Via le cortine !
(Le guèchas fanno scorrere rapidamente le mobili pareti. Si scorge la strada del Yoshiwara tutta affollata. L'improvvisa apparizione d'Iris attrae subito l'attenzione della folla, che prorompe in entusiasmo.)
La folla
Oh, meraviglia delle meraviglie !
(Kyoto, appoggiato alla veranda, osserva soddisfatto.)
La vaga figlia !
È rosa thea !
Fior di verbena !
Fior di vaniglia !
Fra le più vaghe figlie
O vaga meraviglia !
Giorno di rose e di viole !
Notte serena !
Parla, bella mousmè !
Udiamo l'armonia di tue parole !
Parla !
L'anima di desìa !
Sì, è rosa thea
E imbalsama davvero
Tutta una giovinezza !
Una carezza di questo fior
Darìa vita all'idea
D'uno spento pensiero !
Gemma pura di natura !
Parla, bella mousmè !
Parla ! Parla ! Parla ! Ah !
Kyoto (esaltandosi di gioia e fregandosi le mani)
Son uomo di talento, sì o no ?
(Un norimon si fa largo nella folla ; ne esce Osaka, il quale vedendo Iris, respinge la folla, gridando furente, esaltato.)
Ve' che furore !
Strana è la gente
In fregola d'amore.
Io ci guadagnerò a staia i riò!
Osaka
Datemi il passo !
Kyoto
(È Osaka !)
Osaka
Indietro ! Indietro !
Kyoto
(Eccolo ancor !
È pazzo !)
Osaka
Indietro !
Kyoto
(Io godo !)
Osaka (Aggrappandosi, sale sulla veranda.)
Iris, son io !
Io sono Osaka, Jor...
Tutto sarò per te quel che vorrai !
Osaka può donarti gemme ed or
Quanto può darti Jor
Di luce o rati !
E qui or io
M'inchino innanzi a te,
Qui giù, qui giù nel fango !
Qui a' tuoi piedi !
Curvo a' tuoi piè,
Fanciulla,
Osaka vedi qui giù !
Qui giù nel fango !
Qui a' tuoi piè !
Qui la pazzia prosterno
Del mio orgoglio
Che cieco e vil m'ha
Fatto a tue bellezze !
Iris ancor, ancor,
Dammi l'immenso ciel
Di tue carezze !
(Si slancia verso Iris ; ma Kyoto si frammette fra Osaka e la fanciulla.)
Kyoto
Osaka, io qui son servo
A tutto il pubblico !
Osaka (impetuosa e minacciando Kyoto)
Io primo fui che tal tesoro vidi !
Kyoto, la voglio ancor !
Io son pentito !
Ebben : chi gareggiar potrà con me ?
Dò tutto quel che chiedi,
Ladro, arpìa !
(con espansione)
Iris divina,
Deh, sii mia ! Iris !
(Appare nella folla il Cieco, accompagnato da due merciaiuoli.)
Il Cieco
Iris ?
Essa è qui dunque ?
Iris (Rimasta fino all,ora intontita, alla voce del padre sobbalza per la gran gioia.)
Sì, son io...
(protendendo le braccia verso il padre, mentre la folla sorpresa circonda curiosamente il Cieco)
Padre ! Son Iris !
Ah, qui vieni ! Qui !
La folla
Suo padre ? È un cieco !
Il Cieco (implorando i circostanti ; la folla, presa subitamente da un senzo di pietà, fa largo intorno al Cieco.)
Conducetemi sotto a la finestra...
La folla
Fate largo ! Fate largo !
Il Cieco
...ove sta la fanciulla svergognata !
La folla
Il passo ! Il passo !
Kyoto (Sorpreso dall'apparizione del Cieco, urla per giustificarsi.)
Egli venduto m'ha la figlia sua !
Il Cieco (imperioso)
Iris, rispondi ! Ove sei tu ?
Iris
Qui, padre !
Il Cieco (Guidato dalla voce della figlia, si avvicina, e raccogliendo manate di fango le scaglia contro la veranda : gran movimento di sorpresa nella folla)
To', sul tuo viso !
To', sovra il tuo fronte !
To', nella bocca !
To', ne tuoi occhi : fango !
La folla
Ah !
(La maledizione del padre rende Iris pazza di dolore, e respingendo tutti da sè, con improvviso slancio si precipita dalla finestra nell'abisso prima mostratole da Kyoto, prorompendo in un grido terribile.)
Iris
Ah !
Osaka (che non arriva in tempo per salvare Iris, rimane terrorizzato alla finestra, davanti all'abisso)
Ah !
Kyoto (le mani nei capelli)
Ah !
La folla
Ah !
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Atto Terzo
O bel Genio nipponico, bello e antico Genio delle poesie, leggende, paurosi drammi, grottesche commedie e ute dolcissime agli amori che animano i silenzii delle sere... Bello e antico Genio dei fiori e dei pittori, non dunque gaiezza di colori vivaci, non bianchi chiarori di lune o distese di prati verdi correnti ai declivii di azzurri monti rispecchiati da laghi candidi, non trionfi di cieli e stormi di migranti uccelli, o mari d'argento ed agili saettii di awabis, intorno alla agonia di Iris ?
Sul delicato corpo, capolavoro distrutto, giù nell'abisso incombono solo le tre sinistre notti, la notte senza stelle del cielo, la notte senza riflessi delle acque morte, la notte senza lacrime della insensibilità della natura.
Così qui muore la vergine, il picciol corpo abbandonato all'abbraccio della bomhêria velenosa e della scirpa pungente.
Di lassù non un riflesso di una delle mille gaie lumiere del Yoshiwara !
Nell'aria greve e letale pur tuttavia vagano incerte ombre strane.
Bella e antica fantasia nipponica, sono essi forse gli Èni del tuo mondo superstizioso che scendono radendo gli squallidi fianchi della squallida montagna, i tuoi grotteschi, bonarii o perversi folletti dalle facce sinistramente buffone ? È Benkei a cavallo della sua gran campana di bronzo ? È Kintoki abbracciato ad un orso che ride ? È Momotaro gobbo e sbilenco ? O sono forse gli Incubi in forma di granchi o nani dall'orribile rictus quelle strane ombre ?
In verità rassembrano fantastiche creationi, così la penombra caliginosa li trasfigura ! No ; non sono gli enti permalosi e ad ora bonaccioni delle tue fole infantili, bello e antico Genio nipponico ; sono dei cenciaioli, quaggiù sospinti dalla lotta per la esistenza !
Colle loro lanternuzze, bizzarre umane lucciole della Vita cittadina, errano, l'uncino acuto a mano, guardando, desiderando, sognando i più pazzi tesori del mondo, giù in questo fango di cose morte.
LA NOTTE
Voci di donne cantando a bocca chiusa (in lontananza)
(Alcune figure strane errano con piccole lanterne e con uncini, rovistando.)
Un cenciaiuolo (Tutto solo in disparte, canticchia un Elogio alla Luna.)
Ad ora bruna e tarda
La Luna è tutta gaia
Se in due la si riguarda ;
Soli è una Luna scialba...
Se Notte non ti appaia,
Amica, invoca l'Alba !
Alcuni cenciaiuoli (frugando inutilmente)
La fogna è avara e muta !
L'uncino invan la scruta !
Un cenciaiuolo (S'arresta, gli occhi fissi nell'uncino trattenuto da un qualche cosa presso l'acqua morta.)
Tacete !
Il mio s'intrica !
(Il cenciaiuolo ritira con paziente cautela l'uncino e trae a sè diretto un inviluppo d'ortiche. Gli altri ridono.)
Altri cenciaiuoli (Ridono.)
Ah, ah, ah !
Alcuni cenciaiuoli
È il cespo d'un'ortica !
Altri cenciaiuoli (Ridono.)
Ah, ah, ah, ah, ah, ah !
(Ritornano a cercare.)
Un cenciaiuolo (Respinge brutalmente il collega che gli stavicino.)
Olà !
(Il suo uncino ha fatto presa in un blocco di fango e resiste contro un oggetto, pesante, come fosse davvero uno scrigno colmo di rios d'oro.)
Non muover passo !
Altri cenciaiuoli
Un tesoro ?
Alcuni cenciaiuoli
Dell'oro !
Altri cenciaiuoli
Grand'oro !
Alcuni cenciaiuoli
Gran tesoro !
(Con enorme sforzo il fortunato cenciaiuolo estrae dal fango un sasso... e gli altri ridono.)
I cenciaiuoli
Ah, ah, ah !
È il tesoro d'un sasso !
Alcuni cenciaiuoli
Ah, ah, ah, ah, ah !
Il cenciaiuolo (Riprende il suo Elogio alla Luna, mentre gli altri continuano a rovistare.)
Ad ora bruna e tarda,
La luna è tutta gaia
Se in due la si riguarda ;
Soli... è una Luna scialba...
Se Notte...
(Un rapido bagliore luccica sotto il monte tagliato a picco : un grido di sorpresa strozza al canterino cenciaiuolo l'Elogio alla Luna.)
Un cenciaiuolo
Un guizzo !
(Il bagliore è già svanito, e invano innalzano e abbassano le lanterne per richiamare nell'oggetto misterioso il bagliore intravveduto.)
Alcuni cenciaiuoli
Spento !
Svanito via !
Il cenciaiuolo
D'avida... fantasia il tormento !
(Ecco di nuovo, e più distinto, il bagliore di prima : è la veste d'Iris)
I cenciaiuoli
Ancor ! È raggio d'or !
Traluce ! È luce ! È veste !
Un cenciaiuolo
Ha dentro ancor
Il corpo che la porta !
(I cenciaiuoli, che sono accorsi avidamente, s'arrestano avanti il corpo d'Iris e non osano stendervi le mani.)
Il cenciaiuolo
Che importa ?
È d'una morta !
(Si slanciano sul corpo d'Iris. La veste è strappata con gran violenza ; uno respingendo l'altro a pugni, a ceffate, si contendono gli orpelli di Kyoto. Un moto di vita sfugge dal piccolo corpo d'Iris. I cenciaiuoli, atterriti, superstiziosi, paurosi, fuggono.)
Il cenciaiuolo (lontanissimo)
Amico, invoca l'Alba !
Iris (Rinvenendo un poco, come trasognata, mormora, quasi rampogna contro il mondo, il destino o la divinità.)
Perchè ? Perchè ?
(E rimane immobile : nell'aere freddo e muto le sembra di udire strane e beffarde voci, che rassembrano quelle dei tre personaggi della sua breve esistenza : il giovane della voluttà, il taikomati, il padre cieco.)
L'EGOISMO DI OSAKA
La voce di Osaka
Ognun pel suo cammino
Va spinto dal destino
Di sua fatal natura !
Il tuo gentile vezzo,
Calma a desìo divino,
È un'umana tortura.
Tu muori come il fior
Che pel suo olezzo muor !
Nel mio egoismo tetro
Or porto altrove il mio riso
E canto di spetro.
Così la Vita ! Addio !
L'EGOISMO DI KYOTO
La voce di Kyoto
Rubai ; fui bastonato,
Onde mutai mestiere ;
Ho la livrea indossato
Del più gran re : il Piacere.
Or siamo quim così.
Io, per la mia viltà carnefice,
Tu, vittima per questa tua beltà...
Perchè ? Io no lo so...
Così la Vita ! Vò !
L'EGOISMO DEL CIECO
La voce del Cieco
Ohimè, chi allumerà
Nell'inverno il mio foco
E all'ombra o a fresco loco
L'estate m'addurrà ?
Tale è il pensier che in fondo
Dispreme il pianto mio
E fa il mio duol profondo !
Così la Vita ! Addio !
(Le voci misteriose, così come hanno favellato alla fantasia della morente fanciulla, si estinguono bizzarramente.)
Iris (credendo sempre di sognare)
Ancora il triste sogno pauroso !
Visioni ! Affanni ! Angoscie !
Persone ignote !
Ignote cose e lochi
E strane risa e lacrime !
La voce di Osaka (lontanissima)
Tu muori come il fior
Che pel suo olezzo muor...
Iris (Il pensiero della sua misera vita le si affaccia dolorosamente.)
Il picciol mondo della mia casetta
Perchè dispar ? Perchè ?
Giardin, rondini, fior,
Echi a' miei canti...
Tutto dilegua e tace.
Perchè codesti strazii
E queste tenebre ?
E perchè piango e muoio,
E m'abbandona ogni persona
E cosa e vita,
E luce, e tutto ?
Il Picciol mondo della mia casetta
È silenzio e paura.
(sempre l'angoscia, la stessa domanda)
Perchè ? Perchè ?
(Nel cielo cominciano i primi bagliori. La luce si fa più viva, quasi volesse rianimare la morente Iris, che guarda fissa nelle immense profondità dell'azzurro cielo. I primi raggi del sole scendono a carezzare Iris ; essa crede sentire in sè rinnovellarsi la vita : e con entusiasmo alzandosi e protendendo le braccia in alto, saluta il sole, che ora tutta la illumina.)
Iris
Un gran'occhio mi guarda !
Il Sole ? È il Sole !
Tu sol non m'abbandoni !
A me tu vieni,
Io riposo al tua raggio
Riposo nella luce !
Aure di canti !
Mari di splendori !
Plaghe, cieli di fiori !
(Muore Iris, ma già eterna, sente la sua anima divenire fulgida come un raggio, alla voce ben nota del suo Sole che chiama.)
Il Sole (coro)
Ancor ! Son Io, la Vita !
Son la Beltà infinita,
La Luce ed il Calor.
Amate, o Cose !
Dico : Sono il Dio novo e antico ;
Son l'Amor, son l'Amor !
I FIORI
Voci di donne cantando a bocca chiusa
(Tutta una fantasia di fiori, che sbocciano sotto la potenza dei raggi solari, si stende poco a poco intorno al corpo d'Iris. Non più gli squallidi dirupi, la melmosa fogna, ma una immensità di fiori ed un mare di luce.)
(Gli steli dei fiori si annodano intorno al corpo d'Iris, come braccia umane, e la sollevano su per l'azzurro e l'infinito... verso il sole.)
Il Sole (coro)
Dei Mondi Io la Cagione ;
Dei Cieli Io la Ragione !
Uguale Io scendo ai Re,
Sì come a te, mousmè ! ecc.
L'anima tua è mia !
D'un fiore all'agonia venite
O fior, o fior venite tutti, o fior !
O Morte, Signora Misteriosa, quanto sei grande nella tua pietà, Tu che tanti mare e cieli eterni poni fra gli umani e i loro dolori !
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Iris
Opera in Tre Atti di Luigi Illica
Musica di
Pietro Mascagni
--------------------------------------------------------------------------------
Atto Primo
Atto Secondo
Atto Terzo
--------------------------------------------------------------------------------
Personaggi
Iris
Osaka
Kyoto
Il Cieco
--------------------------------------------------------------------------------
Atto Primo
Addio cielo fatto di onde piene di raggi di luna e di misteri !
La Notte abbandona il cielo ; il suo lavoro vivificatore è finito ; uomini e cose hanno riposato e sognato ; essa cede il governo della vita al Giorno.
Come in un gran velario di nebbie, tutto inonda una tinta diafana e indecisa ; è la incertezza del primo raggio, ma gradatamente poi, ecco, i primi albori che si diffondono rispecchiandosi in scintille adamantine entro a le rugiade sui fiori, sulle erbe ! Nel piccolo giardino di Iris, i fiori, come curiosi bimbi, levano i visi dalle chiomate corolle e guardano ad oriente. La casetta di Iris è ancora chiusa dentro alle sue stuoie colorate e ai suoi battenti di quercia.
Il villagio, dietro quella grigia macchia di alti, pallidi bambou, eleva ancora indecisi nella penombra i suoi bizzarri tetti ; e il ruscello che lo divide dalla piccola casa di Iris mormora la sua cadenza senza scopo, mesta o gaia secondo che la luce, che scende e vi penetra, effonde nelle sue acque il riso o la lagrima de cielo.
E l'aria si riempie di fulgori !
E l'aria passa tra rami e fronde, tra fiori ed erbe, tra piante e case, e palpita !
O Luce, anima del Mondo !
Leggiere brume erranti fuggono ai venti ; e al di là, lontano, lontano, nelle immensità profonde dell'azzurro, immobili come un gran mare calmo, già balenano rapidi splendori, echi di luce, vibrazioni misteriose d'altri infiniti mondi esultanti alla vita ! Or discendono i raggi ; pallidi prima, poi rosei, caldi, vivi... è il Giorno ! L'aurora trionfa, le cose si disegnano rapide !
Ecco la scena : La allegra casetta di Iris ; il suo giardino colla piccola siepe di biancospine in fiore ; nettamente ora spiccano i pallidi e sottili bambou nel risalto del villaggio ; il ruscello canta gaio ed azzurro il ritornello che gli viene dalla canzone serena ed azzurra del cielo ; e laggiù, là, nell'estremo fondo, il Fousiyama, alto come la brama degli umani anelanti alla gran pace del silenzio !
Il Fousiyama !
Ultimo appare egli, fantastica visione ; ma sull'alta sua cervice, immacolata per eternità di neve, reca esso pel primo, alla vallea dove vive Iris, il riflesso del primo raggio del Sole.
LA NOTTE
I PRIMI ALBORI
I FIORI
L'AURORA
Il Sole (coro invisibile)
Son Io ! Son Io la Vita !
Son la Beltà infinita,
La Luce ed il Calor.
Amate, o Cose ! dico :
Sono il Dio novo e antico,
Son l'Amor !
Amate !
Per me gli augeli han canti,
I fior profumi e incanti,
Profumi i fior,
L'albe il color di rose,
E palpiti le cose.
Per me han profumi
E incanti i fior.
IL SOLE APPARE
Dei Mondi Io la Cagione ;
Dei Cieli Io la Ragione !
Uguale Io scendo ai Re,
Sì come a te, mousmè ! ecc.
Pietà è l'essenza mia,
Eterna Poesia, Amor !
IL GIORNO SPUNTA
Calore, Luce, Amor ! Amor !
Iris (sul limitare della casa)
Ho fatto un triste sogno pauroso,
Un sogno tutto pieno di draghi, mostri,
Volanti chimere
E di striscianti cólubri.
(Scende lentamente nel piccolo giardino.)
S'era malata la mia amica bambola,
Ond'io, tutta piangente,
L'avea posta in giardino a riposare
Entro un cespo di rose.
Intorno a lei tacea
Tutto il giardino ;
Non più canti di gigli,
Canzoni di gardenie e porporine
Nè voli di libellule ;
Avevo detto ai fior :
"Tacete, o fiori !
Malata è la mia bambola !"
Quand'ecco in ciel
Vol di bianche cicogne
Fuggire spaventate ! Guardo !
Pieno è il giardin di mostri orribili
Che la mia bimba insidiano !
Acorro a sua difesa !
Prego ! Lagrimo !
"Lasciatemi l'amica !"
Ma una fenice spiega in ruote
E in giri fantastici la coda
Che come serpe avvinghia la piccina,
Allarga l'ali... e fugge !
(alzando le braccia verso il cielo)
Ma, Sol,
Tu vieni ed il sogno è bugìa...
Guarita è la piccina, la piccina !
(Corre entro la casa, vi prende una bambola, poi rapidamente tornando sul limitare della casa, alza verso il sole la sua bambola, e con grazia le agita le manine, a guisa di saluto.)
Vieni e saluta il Sole !
Il Cieco (dall'interno)
Con chi parli ?
Iris (volgendosi verso l'interno)
O padre mio, col Sole !
(Depone la bambola su un vaso di fiori ed entra nella casa.)
(Già da tempo Osaka e Kyoto si sono veduti spiare il luogo, nascosti dietro il gruppo di bambou. Cautamente si sono avanzati lungo la siepe, finchè Osaka ha scorto Iris nel momento in cui essa entra nella casa. Osaka la indica a Kyoto.)
Osaka
È lei ! è lei !
Kyoto
È la figlia del cieco.
Osaka
La voglio !
Kyoto
Tu l'avrai !
Osaka
Non farle male !
Kyoto
Non sciupo la mia merce !
Osaka
Che se ! Bada !
Kyoto
Son noto al Yoshiwara !
Non temere !
Osaka
Sta ben !
Kyoto
Soltanto : ho d'uopo di tua voce
Alla trama ch'io medito sottile,
Pieghevol come salce è la tua voce.
Osaka
È ver ; ho voce acuta ;
Imita il suono,
Il bisbigliar d'augelli,
Il chiacchierare d'irrequiete fanciulle.
La mia voce vibra nell'aria,
Desta gli echi ai monti
E vola alta nel ciel
Come cicogna o falco.
Kyoto
Essa m'occorre !
Osaka
E la fanciulla ?
Kyoto
Supponi ch'essa già sia cosa tua.
Andiamo a prepararci un viso !
Osaka
Andiamo !
Kyoto
Prudenza vuol così !
Ignoti e cáuti !
Osaka
Cáuti ? Ignoti ?
Kyoto
Sì !
Osaka
Già mi diverto e godo già !
(S'avviano verso il fondo della scena.)
Osaka e Kyoto
La vita è così bella.
(Passano il ponte e scompaiono.)
(Suo limitare della casa appare il Cieco, che la figlia Iris guida amorosamente : scendono nel giardino.)
Il Cieco
Voglio posare ove è più caldo il sole !
Iris (Fa sedere il padre su di un piccolo sgabello.)
Qui, padre.
Il Cieco
Sì... Oh, il buon raggio !
M'avviva !
Or dammi il mio rosario.
Vuò pregare !
Iris (porgendo al padre il rosario)
Ecco il rosario !
Il Cieco
E tu hai pregato ?
Iris
Sì ! Inaffierò i miei fiori, intanto.
(Iris si aggira pel piccolo giardino, inaffiando i fiori ; ammirandone alcuno, coglie un crisantemo e se lo pone fra i capelli.)
Il Cieco
Io prego.
(Il cieco prega silenziosamente, immobile, movendo sola le dita per fare scorrere le grana del rosario.)
(Dal villagio si avanza un gruppo di mousmè ; portano a braccio, o sul capo, delle ceste di giunchi. Sono giovani lavandaje che vengono a lavare nel ruscello bianchi lini e variotinte mussoline.)
Le mousmè (avviandosi al ruscello)
Al rio ! Al rio !
È il plenilunio !
Al rio !
(Si dispongono in vari e pittoreschi gruppi per cominciare il lavoro.)
L'acqua è limpida e tiepida !
Sciuga il bucato al sole
E la lavanda è in fiore ;
È il plenilunio !
Fra loti ed iridi,
Felci e ninfee
E nenufari gelsominee
Scorre la rapida onda fuggente ;
Carezza il piè delle mousmè,
Viene il suo bacio dalla sorgente !
Bacio di rio, bacio di Dio !
(torcendo i lini)
Contorci e attorta !
Acqua corrente
Da lungi porta cento profumi ;
L'odor del muschio colto dall'onde
Fra zolle e dumi di cento sponde !
(Le mousmè scendono nel ruscello a lavare.)
Iris (occupandosi dei fiori del suo piccolo giardino)
In pure stille, gaie scintille
Scende la vita !
L'acqua s'effonde per vie profonde.
Bevi la vita,
Alga cerulea !
Tu, margherita, leva il candore
Della tua chioma !
O cilestrino fiore di mey,
Neve odorante, tu, gelsomino ;
E tu, olezzante fiore di amoma !
La varia chioma leva, o coriando,
Fiore di monte !
Il Cieco
Tu mi hai tolto la vista
Ma io vedo la Tua Grandezza ;
La tua Grandezza io la sento ;
Essa parla all'anima mia !
La bellezza della Vita creata da Te
Mi penetra col Sole
Nella mia vecchia persona !
Tu sei Grande e Buono !
La Vita è pur tuttavia
Sempre un cammino faticoso,
Ma è aggradevole se io
Penso che conduce a Nirvana !
(Le mousmè si raggrupano di nuovo sulla riva.)
Le mousmè
...Fra zolle e dumi
Di cento sponde.
Il Cieco
Io cammino anelando all mèta !
Iris
In pure stille,
Vive scintille
L'acqua penetra
Fra pietra e pietra
E all'appassita radice ascosa
Dona la forza, dona la vita !
Il Cieco
Tu mi hai tolto la vista,
Ma mi hai dato quella
Degli occhi d'Iris ;
Mi hai dato un Genio
Buono e gentile ;
Non son solo !
Io dico la Tua Grandezza !
Le mousmè (torcendo ancora i lini)
Contorci...
Iris
Ristora !
Le mousmè
...e attorta !
Iris
Irrora !
Le mousmè
Ha raggi il sole ;
Ha timi il prato,
Il lino candido
Biancheggia ed ole.
Iris
Thea odorosa, fiore divino,
Gardenia, rosa, vita bevete !
Bevete, fiore, mente, verbene,
E olezzi é balsami pel mio giardino,
Fiore, espandete ! O fior !
Le mousmè
Ha raggi il sol !
(Suoni lontani di striduli sàmisen, di gongs e di tamburelli ; Iris e le mousmè guardano con sorpresa verso la strada che conduce al ponte.)
Iris
Giù per la via ne viene un gaio suono !
Le mousmè (ascoltando ansiose)
Son sàmisen, tamburi e risonanti
Cymbali e gongs !
Il Cieco (ad Iris)
Lontano ?
Iris
S'avvicina !
Il Cieco
Iris, chi son ? Le vedi ?
Guarda !
Iris (Si avvicina alla siepe, guardando verso il fondo.)
Guardo !
Le mousmè
Son commedianti !
Sono guèchas !
Vengono !
Iris
Oh, padre...
Il Cieco
Di' !
Iris
È il Teatro dei Pupi !
Il Cieco
Stammi presso, fanciulla !
Iris
Sto alla siepe !
Il Cieco
Sono vagabondi !
Iris
Obbedirò !
(Torna presso il padre e lo rassicura.)
Le mousmè
Ritardiamo il ritorno ?
(Osaka e Kyoto, entrambi camuffati da istrioni girovaghi, sbucano dal fondo con un codazzo di suonatori, guèchas e samouraïs, al suono di sàmisen, gongs, tamburelli : le mousmè corrono incontro curiose, e battono festosamente le mani nel vedere che si tratta d'una rappresentazione di Pupi ; Osaka e Kyoto scendono dal ponte, seguiti dalla loro compagnia ; le mousmè curiose, fanno cerchio ; mentre ad un cenno di Kyoto alcuni degli istrioni piantano il Teatro dei Pupi.)
Rimaniamo !
Col bucato più tardi torneremo !
Ecco le guèchas !
Tutte a veli...
È numerosa assai la compagnia !
Veh ! quattro guèchas !
Sono due gli attori !
Son quattro i suonatori !
Eccoli ! Vengono !
Eccoli ! Vengono !
Iris (Attratta dalla curiosità, si pone ad osservare dietro la siepe.)
(Dietro alle biancospine mi metto !)
Kyoto (rivolto alle mousmè pur tenendo d'occhio Iris che si è avvicinata alla siepe del suo giardino, guardando ansiosamente)
Io son Danjuro
Il padre dei Fantocci
Che nelle mie commedie
Faccio sposi alle gentili bambole !
(rivolto ai suonatori)
Olà, musica !
Mousmè, tenete pupe da marito ?
Le mousmè
Sì che ne abbiamo ;
E sono buone e belle !
Iris
(Come la mia, no...
Non ve n'ha ; sto certa !)
Le mousmè
È un Teatro di lusso !
Il Cieco (chiamando)
Iris !
Iris (al padre)
Sto qua !
Kyoto
Ora daremo rappresentazione !
Udrete i Pupi miei dir tante cose...
Tutte maravigliose e dotte assai !
Parlar udrete Jor,
(accentando e sorvegliando sempre Iris)
Figlio del Sole e Dhia,
(In questo frattempo il Teatro sarà stato montato ; ai suo lati due paraventi.)
La bella figlia sventurata,
Ma più non voglio dir...
Udrete, e basta !
Ehi, musica !
(Ai suonatori, mentra fa cenno alle mousmè di far silenzio, e di far largo. In pari tempo distribuisce i Pupi ad alcuni del suo seguito, e parla sottovoce ad Osaka. Durante gli ultimi preparativi le mousmè seguono gioncchioni, facendo cerchio intorno al Teatrino.)
Preparerò la scena !
Le mousmè
Poniamci tutte intorno.
Kyoto
(Osaka, attento !)
Osaka
(Non dei temer !)
Kyoto
(La parte ?)
Osaka
(Io la ricordo,
E non ne fallo un ette !)
(I suonatori si mettono accosciati a terra davanti al Teatrino.)
Kyoto
(E la piccina ?)
(Mentre continua a parlare con Osaka, colloca dietro i paraventi la guècha cantatrice, el e tre guèchas danzatrici.)
Osaka
(Guarda... con occhi larghi
Come foglie di loto e di nelumbo !
Sta alla siepe !)
Kyoto
(Vedrai, ne la trarremo !
Ora l'adesco !
È la curiosità infallibil àmo !)
(Osaka e Kyoto si collocano dietro il paravento a destra del Teatrino da dove possono spiare i movimenti d'Iris, pure eseguendo le loro rispettive parti.)
Le mousmè
Facciam silenzio !
Già danno principio !
(Rimangono silenziose e attente.)
(Si alza il sipario del Teatrino, e Kyoto fa cenno d'introdurre in scena Dhia.)
LA RAPPRESENTAZIONE
Dhia (una guècha)
Misera ! Ognor qui sola !
Unque mai mi consola !
Morte rapì mia madre !
Ridotta è mia famiglia
A un collerico padre
Che non ama la figlia !
Ho vesti brutte e lacere,
Scarne braccia e sottili,
Gote pallide e grame ;
Son malata ed ho fame
E sono le mie lacrime
Mie gemme e miei monili !
Chi ascolta i miei dolori ?
Non ho amiche nè fiore !
Osaka (sottovoce alla guècha)
(Brava !)
Kyoto
(Attrice valente !)
Le mousmè (Fanno i loro commenti.)
Come forza le lacrime,
La povera fanciulla !
Davvero fa pietà !
Osaka (indicando le mousmè)
(Vè come stanno attente !)
Le mousmè (chiamando Iris)
Iris, vientene qua ;
Di là tu vedi nulla !
(Kyoto, imitando la voce rauca di un vechio catarroso, fa le più strane grida del mondo, picchiando forte sul legno del Teatro a dare l'idea dell'avvicinarsi del vecchio, iracondo ed inumano genitore.)
Iris (alle mousmè)
Vedo !
Qui resto ; grazie !
Dhia
Ah, mio padre ! Lo sento !
Le mousmè
Ecco il padre !
(Apparisce sul teatrino il pupo Padre ; le mousmè fanno segni di spavento e di meraviglia.)
Dhia
Tremo dallo spavento !
Le mousmè
Che ceffo !
Me lo sogno stanotte !
Il Padre (Kyoto) (con voce terribile)
Ah, sciagurata putta !
Sono stanco di mantenermi
Questa sciocca vana,
Inutil, neghittosa, scioperata !
Dhia
Ah, padre mio !
Il Padre
Preparati ! Io ti vendo
Al gran mercato di Simonosaky !
Dhia
No, padre, no, non vendermi !
Il Padre
Preparati !
Osaka
(La piccina si muove !
Forza al dialogo !)
(Iris commuove, e con gesti concitati segue la svolgersi del dramma.)
Dhia (Cade ai piede del pupo Padre)
Per la luce del sole e delle stelle,
Tienmi ancora con te !
Che vuoi ch'io faccia ?
Osaka (indicando Iris)
(Ha gli occhi rossi, rossi !)
Il Cieco (chiamando la figlia)
Iris !
Iris
Sto qua !
Il Padre
Al gran mercato di Simonosaky
Tu troverai padrone !
Io sono stanco d'averti qui con me !
Tu mangi troppo e non mi rendi nulla.
Ond'io ti vendo !
Le mousmè (Impressionate da tante crudeltà, sono furenti contro il pupo Padre.)
Vecchio lercio ! Furfante !
Musa da vecchia arpia !
Dhia (con grido straziante e disperato)
Uccidimi, piuttosto !
Il Padre
Basta ! Ho detto !
(Se ne va.)
Le mousmè
È sordo alle sue tante
Lacrime disperate !
(urlando, e minacciando coi pugni il padre tiranno, mentre questi se ne va)
Pigliamolo a sassate !
Orco ! Vampiro ! Via !
Osaka
(Si scalda il nostro pubblico !)
Kyoto
(È in furore !)
Dhia
Morire ! Sì... Finire !
Osaka
(Quasi, quasi t'uccidono
Davvero il pupo Padre !)
Iris
Oh, la istoria pietosa !
Mi par che dentro al core
Mano mi prema e tocchi !
M'offende un gran dolore
Che mi rende affannosa !
Dhia
Deh, prendimi con te,
Genio del Bene !
Portami teco
Dove non si soffre !
Iris
Come è triste il suo canto !
Ho volontà di pianto nell'anima...
E negli occhi !
Kyoto (ad Osaka)
(Or tocca a te !
Dolcissimo !)
Osaka
(Dolcissimo !)
Jor, figlio del Sole (Osaka)
Apri la tua finestra !
Jor son io
Che vengo al tuo chiamar,
Povera Dhia !
Apri la tua finestra
Al raggio mio !
Apri il tuo cor
A mia calda malìa !
Jor ha ascoltata, o Dhia,
La tua preghiera !
Apri l'anima tua,
Fanciulla, al Sole !
Apri l'anima tua alle mie parole !
Apri il tuo cuore a me,
Fanciulla, e spera !
Tu vuoi morir ?
Morire io ti farò
Ma ti farò morir dal Sol baciata,
Poscia al paese eterno ti trarrò...
Ove, o fanciulla,
Tu sarai amata !
Kyoto (vedendo l'impressione che la voce di Jor ha fatto sull'animo d'Iris)
(È questa poesia gran ciurmatrice !
Due motti, due bisticci
Ch'uno dice
E una fanciulla inconscia come questa...
Vi si sdilinque e vi perde la testa.)
(Poco a poco una finestra del Teatrino si illumina, poi si apre e si scorge il Pupo d'Jor, figlio del Sole : Dhia s'inginocchia innanzi a lui. Iris, quasi affascinata da tale spettacolo, abbandona la siepe del suo giardino e si accosta al Teatro.)
Iris
De' sogni il triste verde
Disvanisce e si perde !
Quali i vani bagliori
D'erranti, misteriose
Lucciole luminose
Se ne vanno i dolori !
Kyoto (alle danzatrici)
(Or, guèchas,
Quando termina il duetto, danzate e
Fate... senza dar sospetto !)
Dhia
Io muoio ! Prendimi !
Tua m'abbandono !
Portami al mondo eterno della Luce !
Salgo a Nirvana !
È Jor che mi conduce !
Jor, son tua !
A te tutta mi dono !
Iris (a Dhia)
No, tu non muori, Dhia !
Tu ascendi alle alte nuvole
Di rose e di viole !
Con Jor tu ascendi, o bambola,
Al paese del Sole
E della Poesia !
Jor
Or muori, dunque !
(Dhia cade stecchita, mentre Jor invoca sulla morta pupa le danze celesti.)
Danzatrice alate, intorno a lei
Che a me ne vien, danzate !
(a Dhia)
Ti coprirò di zaffiri e topazi !
Vieni agli amori
Degli eterni spazi !
(Con gran stupore del pubblico, Jor avvinghia Dhia, e così abbracciati si vedono i due pupi innalzarsi lentamente per salire al... Nirvana, mentre cala il sipario del Teatriono ; in pari tempo le tre guèchas mascherate si collocano innanzi, pronte alla danza.)
LA BELLEZZA
LA MORTE
IL VAMPIRE
(Durante le danze, Kyoto gira intorno, e così riesce scaltramente a distrarre l'attenzione, mentre le tre guèchas danzatrici circondano Iris, la quale rimane ad un tratto isolata dal gruppo delle mousmè al posto più avanti.)
(Con vorticosi giri e con voli dei loro veli le tre danzatrici riescono a nascondere Iris, la quale ingenuamente ammira.)
(I samouraïs rapidi s'impossessano della fanciula : una mano sulla bocca le strozza un grido !)
Iris
Ah !
(Le tre guèchas continuano la danza, avvicinandosi di nuovo al gruppo delle mousmè : coi larghi giri dei loro veli impediscono alle spettatrici di vedere i samouraïs che trasportano Iris completamente inanimata verso la città.)
(Le guèchas formano un gruppo bizzarro.)
Kyoto
(che ha tutto sorvegliato, visto il colpo riuscito, si congeda dall'udienza. Intanto, ripiegato il Teatrino, i paraventi, rinchiusi i pupi, la comitiva degli istrioni è pronta ad andarsene.)
Grazie, mousmè ! A rivederci !
Musica !
Le mousmè (Si alzano in piedi per andarsene.)
Andiamo ! è tardi !
È tardi ! Andiamo !
(S'avviano verso il villagio.)
Kyoto (ad Osaka, facendogli cenno d'avviarsi colla comitiva verso la città)
(Or lascio questo scritto
E del denaro al Cieco,
E il colpo è fatto !)
Osaka
(Il colpo è fatto !)
(Partono tutti ripassando il ponte. Kyoto corre entro il giardino d'Iris ; rapidamente depone sulla soglia della casetta un foglio scritto, tenuto disteso da rios d'oro e mommès, proprio presso al Cieco e con tanta abilità da non risvegliarne il sensibilissimo udito, poi raggiunge correndo la comitiva che si allontana.)
Il Cieco
Questo dramma è menzogna tutto ! tutto !
Malvagio in testo e talento malvagio !
(credendo Iris sempre presente)
Iris, tu che ne dici ?
Non rispondi ?
Comprendo ; sei commossa !
(Sorride bonariamente, credendo sempre di parlare ad Iris.)
No ; non credervi !
Tu sei sì buona che ogni pianto
Breccia fa nel tuo cuore !
(stendendo il tremulo braccio)
Andiamo ; dammi il braccio !
Perchè non credo
Ai gemiti di Dhia ?
(Sorride ancora.)
Ebben... vi credo !
(Stende ancora il braccio.)
Vieni ! Dammi il braccio !
Una carezza al vecchio Cieci !
Iris ! Ancora non rispondi !
Iris ! Iris ! Iris ! Mia figlia !
(Si alza barcollante, cerca intorno a se, incespica, cade.)
Vita ! Non ci sei più !
(alcuni merciaiuoli ambulanti che passano per andare alla città, udendo le grida strazianti del Cieco, entrano nel giardino, e lo rialzano compassionevoli.)
Il Cieco
Iris ! Mia Iris !
Iris !
I merciaiuoli
Cieco,
A che gridi disperatamente ?
Il Cieco
Iris ! Mia figlia !
In casa ! Là ! Cercatela !
(Alcuni merciaiuoli entrano nella casa, ed appariscono poi alla finestra spalancata.)
Alcuni merciaiuoli (alla finestra)
È vuota la tua casa !
Iris non c'è !
Il Cieco
Chiamatela a gran gridi !
Per pietà !
Alcuni merciaiuoli
Iris !
(Ascoltano.)
Iris !
(Ascoltano ancora.)
Neppur l'eco risponde !
Il Cieco
La mia Vita !
Pupilla de' miei occhi !
(Tornano dalla casa ; uno dei merciaiuoli, nell'uscire, vede e raccoglie il fogio e il denaro lasciato da Kyoto sulla soglia.)
La figlia mia ! Così buona !
Un merciaiuolo
Tu la piangi ? Non piangerla !
Il Cieco
Che dici ? Ohimè, che dici ?
Il merciaiuolo
Qui sulla soglia
T'ha lasciato un foglio
(mostrando foglio e denaro ai compagni)
E del denaro !
Il Cieco
Iris ?
Alcuni merciaiuoli
È al Yoshiwara !
(Il Cieco tocca e ritocca, uscendo in gridi soffocati, il foglio e il denaro.)
(L'ira, il dolore, rendono il Cieco come pazzo, ed allontanando con violenza alcuni fra i merciaiuoli che gli stanno vicini vorrebbe correre da solo verso la città ; ma incespica e cade. I merciaiuoli si affrettano a rialzare il Cieco, il quale prorompe in dirotto pianto.)
Il Cieco (Piangendo, si rivolge ai merciaiuoli, che sono invasi da un gran senso di pietà.)
La casa ! Il mio giardino !
Quel che tengo a chi di voi
Mi guida al Yoshiwara !
Or voglio là...
Là schiaffeggiarla !
Voglio sputarle in volto, voglio...
E maledirla !
Iris ! Mia vita !
(Le lagrime gli troncano le parole ; quasi vergognoso di quell'affetto che gli trabocca dall'anima, esclama minaccioso :)
E poscia... e poscia... e poscia...
(Pietosamente i merciaiuoli lo sorregono e lo accompagnano barcollante, inebetito, quasi fantasma, verso la città.)
--------------------------------------------------------------------------------
Atto Secondo
Dov'è ora l'umile casetta tua così modesta e semplice colle sue stuoie colorate e i battenti di quercia, o piccola Iris ? La bianca siepe di biancospine fiorite ? Il sentiero coverto dal fiore delle scabbiose che conduce al rio ?
Dov'è la pace dei campi intorno e il silenzio ristoratore come il riposo della tua vallea entro all'ampia circolare distesa di monti e, in alto, la solenne maestà del Fousiyama ? Dove l'aria purissima ? Dove la luce libera ?
Tu ora giaci nel cuore affannoso della città gaudente ove più accelerato batte il palpito delle esistenze nelle diverse febbri che agitano le genti, quella della gloria, quella del piacere, quella del denaro. La più appariscente delle Case Verdi è ora la tua abitazione ; tu vi riposi sul rialzo di lacca ed oro di un fton ricchissimo, abbandonata la fragile persona alla stanchezza che ti ha affranto, e ti covre un velario trasparente come aria !
Tu sei nel Yoshiwara !
Qui, nella dolcissima ora del drago, non verrà il Sole a dissipare i piccoli sogni paurosi della tua infantile fantasia ! qui, nella misteriosa ora del cignale, non la luna scenderà a posarsi con te !
Qui, ricche stuoie a tessiture fantasiose impediscono alla luce di penetrarvi.
No, il Sole non penetra nelle Case Verdi ! Qui tutto è riflesso di metallo che scoppia a vivi e rapidi sfavilli dalle profumiere cesellate dove brucia esalando l'olio di camelia odorosa, dai vasi smaltati, dalle grandi chimere e mostri di smalto e cobalto che adornano la stanza.
Là, in un angolo, un bouddah ride, i piccoli occhi sfuggenti la enorme epa floscia giù a sfascio sul loto simbolico che gli fa da piedestallo.
Non la luce, non l'armonia del Sole ! Solo, su dalla tumultuante via, per le stuoie che la dimenticanza delle kamouro ha lasciato semiaperte, entra l'affannoso moto della vita cittadina, le strida dei merciaioli, le minaccie dei samouraïs, le ansanti cadenze dei djin, i diversi idiomi dei dragomanni, la bestemmia e la risata. Presso al tuo letto, come spettri, stanno ancora le guèchas.
(Una guècha accosciata sussura un "Anakomitasani" accompagnandosi al suono del sàmisen.)
Kyoto (Cogliendo le guèchas in oziosa curiosità, le investe con voce concitata ma trattenuta, per non svegliare Iris.)
Là che ci fate
Ancora mascherate ?
O che siete de' bonzi ?
E... stz !
(impedendo loro di parlare)
Tacete ! Silenzio !
Non voglio, appena desta,
Ch'abbia ricordi tristi,
Ognor dolori !
Tutta una festa, un giorno d'ori,
Di bronzi e fiore !
(sorpreso nel vedere aperta una della imposte)
Toh ! fuori spalancata è ancora l'impannata ?
(Vorrebbe gridare ma si ritiene.)
Silenzio, dico !
(fra i denti)
Rispondermi volete ?
Oh, le sfacciate !
Udite !
Dalla strada salgon
Le voci chioccie de la gente,
L'andare ed il venire
De' djin correnti !
O che avete gli orecchi fatti in giada ?
Con tal baccano o chi può mai dormire ?
E chete ! Mogie !
(irritato)
Vostre voci acute son vespe,
Son cicale, son zanzare ! Mute,
Vi voglio mute e, se possibil,
Senza respirare !
(Va a chiudere l'imposta ; guardando nella strada vede un elegante norimon entrare nella casa.)
Toh ! Vien gente !
È Osaka in palanchino !
Giù tutti col migliore nostro inchino !
(Rapidamente tutti si inchinano quasi toccando colle fronti il suolo.)
Osaka (Entra con inusata vivacità, indirizzandosi a Kyoto.)
Ch'io vegga ov'è
La mousmè da li occhi
Simili a camelie !
Kyoto (calmandolo)
La voce tua
Modula in suon più grave,
Come punta d'agave
Va ne li orecchi a chi posa !
(L'astuto taikomati mostra all'annoiato signore Iris addormentata.)
Riposa !
(allontando brutalmente le guèchas, che scompaiono rapide)
Donne, vampiri della casa, via !
(Osaka e Kyoto si avvicinano al letto d'Iris.)
Osaka
Sollevami il velario !
Kyoto
Parla piano !
(sollevando il velario)
Toh ! guardala !
È perfetta ! Non ti pare ?
Osaka
Spande l'odor del loto,
La piccina !
Kyoto
Sogguarda a quella bocca porporina !
Osaka
È ciliegia da cogliere e mangiare !
(Contempla Iris, poi si scosta insieme a Kyoto.)
Kyoto
Vedi che braccio !
E vedi un po' che mano !
Osaka (con grande entusiasmo)
Créa in quegli occhi
Il lampo d'un desio,
Vibri in quegli occhi
Il senso, l'uman dio,
Una scintilla, un fuoco, una favilla
Che di piacer ne incendi la pupilla
E dimmi, come lei ne sai tu alcuna ?
Kyoto
Nessuna,
(con finta convinzione)
In fede mia, nessuna !
Osaka
In questa noia matta
Ogni dì soddisfatta
E insoddisfatta, costei nel cuor
M'ha cacciata una spina di brama
Che m'affana !
Non è mousmè leziosa di città,
Ordigno fatto per la voluttà ;
Qui c'è l'anima !
(Torna presso il letto a guardare e lascia ricadere il velario sulla fanciulla addormentata, poi trae con sè lontano in disparte Kyoto onde il loro chiacchierio non risvegli Iris.)
Lunga lotta m'annoia ;
A ritrosie io mal m'adatto ;
S'ella resistesse ?
Kyoto
Abbi denaro e il
Paradiso è ovunque !
Comprendi tu ?
Osaka
Parla un linguaggio chiaro !
Kyoto
Son fior le frasi,
Le parole foglie,
Ma il frutto è l'or
Che satolla le voglie.
Comprendi tu ?
Osaka
Abborro tai proverbi !
Kyoto
Regali ! Doni appariscenti !
Ricchi ! Vistosi !
Mi comprendi ?
Larga mano !
Aperto borsellino !
Mi comprendi ?
Vesti ! Fiori ! Gioelli !
Mi comprendi ?
Osaka
Oh, fauce ingorda !
Oh, fauce sazia mai !
Kyoto
Dapprima già ci vuol qualche moìna
Per rasciugar gli occhietti
Da le lacrime, poi...
Una nuora poi... diventa suocera !
Osaka
E aggiungi, in oltre,
Il più fantasioso
E armonico linguaggio figurato...
Kyoto (che ha osservato Iris, fa cenno ad Osaka di tacere)
Stz ! Desta è la piccina !
Vieni via !
Va a prepararti un romanzesco viso !
Porta gemme... regali !
Mi comprendi ?
(Escono cautamente.)
Iris (Si sveglia e guarda intorno a sè sorpresa.)
Ognora sogni,
Sogni e sogni...
Oh, il bel velario !
Oh, il lieve drappo
Tutto sparso d'iridi...
Or la mia veste è un velo
E ha trasparenze d'onda e di nube !
Or io cosi ho vergogna !
Non più le mie pianelle
In lacca nera ;
(alzandosi e camminando)
Ho sandali dorati,
E il piè vi posa
Così morbidamente
Che mi pare di camminar
Sopra un prato di piume !
(Ed ecco svolgersi nella mente trasognata dell'ingenua fanciulla le scene del teatrino, la danza delle guèchas e... il rapimento.)
Ecco ! Or ricordo !
Sì, Il Teatro ! Dhia !
La danza delle guèchas !
Il nero manto m'avvolge del Vampiro !
Ove son io ?
Morta son dunque
Sì, sono una morta !
(Guardando intorno più attentamente, mormora fra l'angoscia e la gioia.)
E questa casa bella
È il Paradiso ?
(Si ode un dolcissimo suono di sàmisen interno : Iris ascolta. Un sàmisen attira i suoi sgardi.)
Chi è morto tutto sa !
Diceva il bonzo !
(Prende il sàmisen.)
Mi voglio accompagnar l'Uta di Nániva !
"Sorge dal mar la Luna...
(tentando di accompagnarsi col sàmisen, ma dalle sue dita esce il più discordante e pazzo suono)
È luna piena...
Una giunca laggiù mi mena ;
Io vo coll'onda che mi porta."
(interrompendo)
La voce canta
Ma il suon non l'accompagna !
(Getta indispettita l'istromentao, mentre riprende il suono interno dei sàmisen.)
Dicon di gran bugie
Nel mondo ai vivi !
Che da vivo non sa,
Non sa da morto.
(Si aggira curiosa e meravigliata ammirando i ricchi paraventi ed i preziosi dipinti. Vede pennelli e colori su di una tavola. Essa vi si accosta ed attratta dal mistero dei colori siede preso la tavola tentando di pingere. Vuole dipingere un fiore, ma invece n'esce un angue ; Iris getta indispettita il foglio di carta. Ed ora vorrebbe dipingere un cielo azzurro, ma le inesperte mani non riescono che a tracciare una macchia grigiastra. Sfiduciata, lascia cadere i pennelli.)
Io pingo... pingo,
Ma il mio pennello invano stendo,
Intingo !
Va la mia mano invano !
Invano, invano va la mia mano !
Io penso a un fiore,
E n'esce invece un'angue tutto terrore,
Tutto un rosso di sangue !
Se voglio un cielo,
Azzuro in mio pensiero,
È un fosco velo,
Un velo tinto in nero !
La fantasia con sè m'invola
E porta di casa mia a la picciola porta ;
Là la pupilla d'un cieco
Finalmente ha una scintilla,
Una favilla d'una luce rovente
Che fulge e brilla,
Ma il lucer d'una lacrima
Che lentamente stilla !
(Accasciata, nasconde il viso tra le mani.)
In paradiso (han detto) non si piange !
Ed io di lacrime... ho i miei occhi pieni !
(Una cortina si solleva lentamente e Kyoto introduce Osaka. I due uomini si soffermano sul limitare della porta e guardanola la fanciulla seduta davanti al tavolino dei colori.)
Osaka (parlando sottovoce a Kyoto)
A un cenno mio manda
Le vesti e i doni.
Kyoto
Sì, manderò !
Osaka
Or quanto a te,
Inutil qui... va via !
Kyoto
A meraviglia !
Vo !
(Il taikomati scompare dietro la cortina, lasciando soli il giovane signore voluttuoso e l'ingenua mousmè.)
(Alle parole di Osaka Iris si volge sorpresa, gitta un grido e si ritrae pausosa. Osaka la arresta d'un gesto ammirativo.)
Osaka
Oh, come al tuo sottile corpo s'aggira
E s'informa di te la flessuosa
Notturna vesta !
Senza posa lo sguardo ti rimira
Da capo a piè
E l'anima s'appaga nella sorpresa vaga,
Nel portento gentile di tua beltà
Che, in festa alta, trionfa in te.
(Osaka si avvicina sempre più ad Iris. Questa si ritrae ancor più, sorpresa e impaurita.)
Iris
(Conosco questa voce !
Io già l'udii !
In ogni sua parola si rivela :
È la voce d'Jor !
È Jor ! È Jor !)
Osaka
Perchè il piede ritraggi
Se a te vicin
Mi porta il mio desìo ?
(Iris si ferma palpitante e Osaka le è vicino.)
Dentro a' tuoi veli lascia lo sguardo mio
Disioso penetrare !
Io ne' tuoi occhi veggo tutti i cieli !
Gli olezzi io bevo in te
Di tutti i maggi !
(Osaka accarezza la testa di Iris : questa chiude timorosa gli occhi. Al tocco del giovane gli spilloni cadono e disciolgono liberi i lunghi capelli che fluiscono giù per le spalle di Iris, ricoprendola come di un manto.)
Osaka (tuffando con voluttà le mani nei capelli d'Iris)
Ah, i tuoi capelli...
Son sì lunghi e tanti
Da incatenarti intorno...
Tutti gli uomini !
Tu m'incatena e per la via, mousmè,
D'ogni tua brama,
Deh, tu, mi mena !
Iris (incredula, quasi sorridendo e riannodandosi i capelli)
(Da niuno ho udito dirmi tante cosa.
Iris tanta bellezza ?
Niun lo crede !
M'ha detto un sol finor che son graziosa,
Il babbo mio,
Ch'è cieco e non mi vede !)
Osaka
Il tuo corpo s'ingiglia
D'un candore più bianco del Fousiyama !
Bocca sana vermiglia !
Fresca fontana ove zampillan
Tutte le dolcezze
E tutte le carezze !
Ove il mio sangue vivo si ristora !
(Iris sorride nell'udire le parole entusiastiche di Osaka.)
Tu ridi ? Ridi ?
Ridi ! Ridi, ancora !
Iris (con timore e vergognosa)
(Ho fatto male a rider,
Ma non so se muovermi
O star ferma a sue parole,
Se fargli reverenza !
Gli dirò : "Signor !"
No ! "Re !" È poco...
"Figliuol del Sole !")
Osaka
Arrossi a mie parole ?
Non arrossir !
Lascia arrossire il sole ;
Egli ogni dì ha tramonti, tu ?
Sali, sali, altissima,
A le superbe aurore,
Ai superbi orizzonti del mio amore !
Iris
Figlio del Sol !
Osaka (Dà una stridente risata. Iris si ritrae ancora, impaurita.)
Ah tu, fanciulla, ancor mi credi
Jor della Commedia ?
Or recito la Vita !
T'ho, in vesta d'istrion
Per farti mia, rapita.
Apri gli occhi, mousmè !
Vedi ed impara la Vita.
Il vero nome mio
Vuoi tu sapere ?
Ebben, mousmè,
Io mi chiamo : "Il Piacere !"
Iris (ricordando con accento di terror)
Un dì (ero piccina),
Al tempio vidi un bonzo
A un paravento tutto fatto a simboli,
Sciorinare il velame d'un mistero...
Era una plaga
D'un gran mare morto
Color del bronzo ;
E v'era un cielo
Rosso sì come sangue,
D'un rosso livido ;
E una gran spiaggia,
Una gran spiaggia morta
Di grigio e nero...
Una fanciulla giacèavi adagiata,
Scarne le membra,
Sparsi i capelli
E nella bocca un riso
Ch'era uno spasimo...
Su dal mar morto
Una gran piovra intanto
Il capo ergeva...
E la fanciulla col grande
Occhio falcato fuor guatava ;
Questa, domata a quel terror di sguardo,
Tutta affisava !
Su dal mar morto
I viscidi tentacoli
Moveva il mostro, e per le gambe,
Pei reni e per le spalle,
Poi per le chiome
E il fronte e gli occhi
E il petto esile ansante,
E per le braccia
La stringe e allaccia !
La stringe e allaccia in viso !
Essa sorride ognor !
Essa sorride e muor
Con un estremo spasimo
Che par un riso... essa sorride
E muor, e muor !
E il bonzo a voce forte :
"Quella piovra è il Piacere...
Quella piovra è la Morte !"
(Iris si lascia cadere ai piedi del giovane, piangendo e rimanendo accasciata dalla paura e dal dolore.)
Deh, ch'io torni a mio padre !
Osaka (con cinismo)
Son le fole dei bonzi
Spavaldi e ipocriti
Che all'alito d'un bacio
Si sburgiardano !
(A un cenno di Osaka le koumaro portano e stendono ai piedi di Iris stoffe, gioielli, ventagli, fiori.)
Osaka (sollevando Iris e stringendola a sè poco a poco)
Or dammi il braccio tuo,
Braccio di neve e avorio !
Intorno al collo così m'anoda !
Scogli i capelli !
(sciogliendole ancora una volta i capelli)
La testa bruna sovra il mio petto
Tu m'abbandona !
Cogli occhi, gli occhi miei...
Tu, ed io, labbra le labbra !
Vi scendo e tocco la dolce bocca !
(Osaka abbandona la sua bocca su quella di Iris quasi svenuta, mormorando e supplicando :)
È questo il baccio !
(Iris, staccandosi da Osaka, rimane atterrita, poi prorompe in pianto.)
Osaka (guardandola, sorpreso)
Piangi ?
Iris
Penso a mio padre !
Osaka
Gli darò vesti e denaro !
Iris
Io penso alla mia casa !
Osaka
Palazzi avrai !
Iris
Io penso al mio giardino !
Osaka
Ne avrai d'immensi
E a serre ognora in fiore !
Iris
Ma non sono i miei fior !
Osaka (annoiato e sdegnoso)
(È una pupattola !)
Nullo desio ti adesca
Di codesto splendore,
Vesti, ori ?
E il bacio è un'esca
Cui non morde il tuo cuore ?
Chiedi, fanciulla ! Brama !
Tu pur abbi un desio !
Iris
Voglio il giardino mio !
Io voglio il mio giardino,
Colla sua sieppe intorno,
La mia casetta bianca
Col mormorante rio,
Col suo villaggio a manca,
Con la vallata a prati,
Col sol che appena è giorno
Appar sugli elevati fianchi
Del Fousiyama e...
Mi chiama, mi chiama !
(Rimane immobile.)
(Kyoto accorre.)
Osaka (seccato, rivolgendosi a Kyoto)
Da un'ora essa m'attedia !
È pupa da commedia !
Pupa di legno ; or' io mi sdegno !
Un mio consiglio, accetta !
Kyoto (con finta sottomissione)
Ognora Kyoto impara !
Osaka (imitando Iris)
Torni alla sua casetta !
Kyoto
È questo il tuo consiglio ?
La espongo al Yoshiwara !
Osaka
Fa' pur !
Ahimè, che noia !
(Se ne va sbadigliando.)
Vo ! Sbadiglio !
Kyoto (con astuzia parlando fra sè)
Colle piccine gran maestra è natura.
O moine o paura !
Osaka è giovin ; vede ratto,
E ratto ei vuole il suo desìo
Tradotto in fatto.
Esperienza e pazienza !
A me ! Vediam !
(Con occhio conoscitore osserva e studia attentamente Iris.)
Perfetta ! E in una vesta
Ancor più trasparente di codesta,
Come se indosso avesse a veste il nulla,
Vederete qual trionfo di fanciulla !
(Scegli una veste e fa cenno alle donne di vestirne Iris.)
Alla toeletta ! Olà !
(Le donne accorrono ; Iris impaurita vuol fuggire.)
(irritato)
Con me ritrosa ?
(imperioso)
Qui s'obbedisce ! Bada !
Per le putte cattive c'è la morte !
(Apre la parete a destra e mostra ad Iris un precipizio oscuro e fondo : Iris indietreggia impaurita.)
Chiamo il Vampiro
E fatta è la tua sorte !
Iris (implorando)
No, non fatemi male !
Kyoto (rabbonito)
Non lo voglio !
(insinuante ; prende il pupo che nella commedia rappresentava Jor e lo porge ad Iris)
E se obbedisci, guarda !
È tuo !
Iris (Sorpresa, prende con gioia il pupo.)
È Jor !
Kyoto (dietro le suoje, spiando nella via)
Annotta !
La gente dotta e ghiotta
D'ogni cosa vaga e rara
S'accalca e indaga !
Già arrossa di lumiere il Yoshiwara !
Oh, febbre del Piacere !
(Intanto le esperte donne cominciano ad abbigliare Iris, dietro un paravento.)
La parete sottile scorre e schiude
A uno sciame gentile di donne ignude !
Qualche altro Osaka certo passerà,
E in questa onesta rete di giovinezza incapperà !
Iris (Mentre l'abbigliano, Iris tutta intenta al pupo, si risovviene la dolcissima cantilena del dramma, e mentre la ripete, infantilmente lo fa agire.)
Apri la tua finestra !
Io sono il Sole !
Apri l'orecchio a mie dolci parole !
Apri l'anima tua alla fede e spera !
Jor ha ascoltata, o Dhia,
La tua preghiera !
Tu vuoi morir ?
Morir io ti farò,
Ma ti farò morir dal sol baciata,
Ed al paese eterno ti trarrò...
(Kyoto si allontana dalla veranda, ed osserva Iris completamente abbigliata.)
Ove, o fanciulla, tu sarai amata !
Kyoto
Vediam ! Così stai bene !
(Strappa ruvidamente il pupo ad Iris, e lo gitta in alto ; una guècha lo afferra a volo.)
Ha sonno il piccol Jor ;
Poniamolo a dormire !
Or ti conviene
Sovra la bocca un vago punto in or !
(Prende un pennello, e disegna un neo d'oro sulle labbra d'Iris.)
Così ! Vediam ove posarti...
In alto ! Ti voglio qui !
(Colloca Iris sulla veranda.)
Superbamente erette
Le divine tue forme !
Ed or vediam
Se la gente abbocca !
(alle guèchas)
Attente, streghe, attente, attente !
(colpo di mano)
(gridato)
Via le cortine !
(Le guèchas fanno scorrere rapidamente le mobili pareti. Si scorge la strada del Yoshiwara tutta affollata. L'improvvisa apparizione d'Iris attrae subito l'attenzione della folla, che prorompe in entusiasmo.)
La folla
Oh, meraviglia delle meraviglie !
(Kyoto, appoggiato alla veranda, osserva soddisfatto.)
La vaga figlia !
È rosa thea !
Fior di verbena !
Fior di vaniglia !
Fra le più vaghe figlie
O vaga meraviglia !
Giorno di rose e di viole !
Notte serena !
Parla, bella mousmè !
Udiamo l'armonia di tue parole !
Parla !
L'anima di desìa !
Sì, è rosa thea
E imbalsama davvero
Tutta una giovinezza !
Una carezza di questo fior
Darìa vita all'idea
D'uno spento pensiero !
Gemma pura di natura !
Parla, bella mousmè !
Parla ! Parla ! Parla ! Ah !
Kyoto (esaltandosi di gioia e fregandosi le mani)
Son uomo di talento, sì o no ?
(Un norimon si fa largo nella folla ; ne esce Osaka, il quale vedendo Iris, respinge la folla, gridando furente, esaltato.)
Ve' che furore !
Strana è la gente
In fregola d'amore.
Io ci guadagnerò a staia i riò!
Osaka
Datemi il passo !
Kyoto
(È Osaka !)
Osaka
Indietro ! Indietro !
Kyoto
(Eccolo ancor !
È pazzo !)
Osaka
Indietro !
Kyoto
(Io godo !)
Osaka (Aggrappandosi, sale sulla veranda.)
Iris, son io !
Io sono Osaka, Jor...
Tutto sarò per te quel che vorrai !
Osaka può donarti gemme ed or
Quanto può darti Jor
Di luce o rati !
E qui or io
M'inchino innanzi a te,
Qui giù, qui giù nel fango !
Qui a' tuoi piedi !
Curvo a' tuoi piè,
Fanciulla,
Osaka vedi qui giù !
Qui giù nel fango !
Qui a' tuoi piè !
Qui la pazzia prosterno
Del mio orgoglio
Che cieco e vil m'ha
Fatto a tue bellezze !
Iris ancor, ancor,
Dammi l'immenso ciel
Di tue carezze !
(Si slancia verso Iris ; ma Kyoto si frammette fra Osaka e la fanciulla.)
Kyoto
Osaka, io qui son servo
A tutto il pubblico !
Osaka (impetuosa e minacciando Kyoto)
Io primo fui che tal tesoro vidi !
Kyoto, la voglio ancor !
Io son pentito !
Ebben : chi gareggiar potrà con me ?
Dò tutto quel che chiedi,
Ladro, arpìa !
(con espansione)
Iris divina,
Deh, sii mia ! Iris !
(Appare nella folla il Cieco, accompagnato da due merciaiuoli.)
Il Cieco
Iris ?
Essa è qui dunque ?
Iris (Rimasta fino all,ora intontita, alla voce del padre sobbalza per la gran gioia.)
Sì, son io...
(protendendo le braccia verso il padre, mentre la folla sorpresa circonda curiosamente il Cieco)
Padre ! Son Iris !
Ah, qui vieni ! Qui !
La folla
Suo padre ? È un cieco !
Il Cieco (implorando i circostanti ; la folla, presa subitamente da un senzo di pietà, fa largo intorno al Cieco.)
Conducetemi sotto a la finestra...
La folla
Fate largo ! Fate largo !
Il Cieco
...ove sta la fanciulla svergognata !
La folla
Il passo ! Il passo !
Kyoto (Sorpreso dall'apparizione del Cieco, urla per giustificarsi.)
Egli venduto m'ha la figlia sua !
Il Cieco (imperioso)
Iris, rispondi ! Ove sei tu ?
Iris
Qui, padre !
Il Cieco (Guidato dalla voce della figlia, si avvicina, e raccogliendo manate di fango le scaglia contro la veranda : gran movimento di sorpresa nella folla)
To', sul tuo viso !
To', sovra il tuo fronte !
To', nella bocca !
To', ne tuoi occhi : fango !
La folla
Ah !
(La maledizione del padre rende Iris pazza di dolore, e respingendo tutti da sè, con improvviso slancio si precipita dalla finestra nell'abisso prima mostratole da Kyoto, prorompendo in un grido terribile.)
Iris
Ah !
Osaka (che non arriva in tempo per salvare Iris, rimane terrorizzato alla finestra, davanti all'abisso)
Ah !
Kyoto (le mani nei capelli)
Ah !
La folla
Ah !
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Atto Terzo
O bel Genio nipponico, bello e antico Genio delle poesie, leggende, paurosi drammi, grottesche commedie e ute dolcissime agli amori che animano i silenzii delle sere... Bello e antico Genio dei fiori e dei pittori, non dunque gaiezza di colori vivaci, non bianchi chiarori di lune o distese di prati verdi correnti ai declivii di azzurri monti rispecchiati da laghi candidi, non trionfi di cieli e stormi di migranti uccelli, o mari d'argento ed agili saettii di awabis, intorno alla agonia di Iris ?
Sul delicato corpo, capolavoro distrutto, giù nell'abisso incombono solo le tre sinistre notti, la notte senza stelle del cielo, la notte senza riflessi delle acque morte, la notte senza lacrime della insensibilità della natura.
Così qui muore la vergine, il picciol corpo abbandonato all'abbraccio della bomhêria velenosa e della scirpa pungente.
Di lassù non un riflesso di una delle mille gaie lumiere del Yoshiwara !
Nell'aria greve e letale pur tuttavia vagano incerte ombre strane.
Bella e antica fantasia nipponica, sono essi forse gli Èni del tuo mondo superstizioso che scendono radendo gli squallidi fianchi della squallida montagna, i tuoi grotteschi, bonarii o perversi folletti dalle facce sinistramente buffone ? È Benkei a cavallo della sua gran campana di bronzo ? È Kintoki abbracciato ad un orso che ride ? È Momotaro gobbo e sbilenco ? O sono forse gli Incubi in forma di granchi o nani dall'orribile rictus quelle strane ombre ?
In verità rassembrano fantastiche creationi, così la penombra caliginosa li trasfigura ! No ; non sono gli enti permalosi e ad ora bonaccioni delle tue fole infantili, bello e antico Genio nipponico ; sono dei cenciaioli, quaggiù sospinti dalla lotta per la esistenza !
Colle loro lanternuzze, bizzarre umane lucciole della Vita cittadina, errano, l'uncino acuto a mano, guardando, desiderando, sognando i più pazzi tesori del mondo, giù in questo fango di cose morte.
LA NOTTE
Voci di donne cantando a bocca chiusa (in lontananza)
(Alcune figure strane errano con piccole lanterne e con uncini, rovistando.)
Un cenciaiuolo (Tutto solo in disparte, canticchia un Elogio alla Luna.)
Ad ora bruna e tarda
La Luna è tutta gaia
Se in due la si riguarda ;
Soli è una Luna scialba...
Se Notte non ti appaia,
Amica, invoca l'Alba !
Alcuni cenciaiuoli (frugando inutilmente)
La fogna è avara e muta !
L'uncino invan la scruta !
Un cenciaiuolo (S'arresta, gli occhi fissi nell'uncino trattenuto da un qualche cosa presso l'acqua morta.)
Tacete !
Il mio s'intrica !
(Il cenciaiuolo ritira con paziente cautela l'uncino e trae a sè diretto un inviluppo d'ortiche. Gli altri ridono.)
Altri cenciaiuoli (Ridono.)
Ah, ah, ah !
Alcuni cenciaiuoli
È il cespo d'un'ortica !
Altri cenciaiuoli (Ridono.)
Ah, ah, ah, ah, ah, ah !
(Ritornano a cercare.)
Un cenciaiuolo (Respinge brutalmente il collega che gli stavicino.)
Olà !
(Il suo uncino ha fatto presa in un blocco di fango e resiste contro un oggetto, pesante, come fosse davvero uno scrigno colmo di rios d'oro.)
Non muover passo !
Altri cenciaiuoli
Un tesoro ?
Alcuni cenciaiuoli
Dell'oro !
Altri cenciaiuoli
Grand'oro !
Alcuni cenciaiuoli
Gran tesoro !
(Con enorme sforzo il fortunato cenciaiuolo estrae dal fango un sasso... e gli altri ridono.)
I cenciaiuoli
Ah, ah, ah !
È il tesoro d'un sasso !
Alcuni cenciaiuoli
Ah, ah, ah, ah, ah !
Il cenciaiuolo (Riprende il suo Elogio alla Luna, mentre gli altri continuano a rovistare.)
Ad ora bruna e tarda,
La luna è tutta gaia
Se in due la si riguarda ;
Soli... è una Luna scialba...
Se Notte...
(Un rapido bagliore luccica sotto il monte tagliato a picco : un grido di sorpresa strozza al canterino cenciaiuolo l'Elogio alla Luna.)
Un cenciaiuolo
Un guizzo !
(Il bagliore è già svanito, e invano innalzano e abbassano le lanterne per richiamare nell'oggetto misterioso il bagliore intravveduto.)
Alcuni cenciaiuoli
Spento !
Svanito via !
Il cenciaiuolo
D'avida... fantasia il tormento !
(Ecco di nuovo, e più distinto, il bagliore di prima : è la veste d'Iris)
I cenciaiuoli
Ancor ! È raggio d'or !
Traluce ! È luce ! È veste !
Un cenciaiuolo
Ha dentro ancor
Il corpo che la porta !
(I cenciaiuoli, che sono accorsi avidamente, s'arrestano avanti il corpo d'Iris e non osano stendervi le mani.)
Il cenciaiuolo
Che importa ?
È d'una morta !
(Si slanciano sul corpo d'Iris. La veste è strappata con gran violenza ; uno respingendo l'altro a pugni, a ceffate, si contendono gli orpelli di Kyoto. Un moto di vita sfugge dal piccolo corpo d'Iris. I cenciaiuoli, atterriti, superstiziosi, paurosi, fuggono.)
Il cenciaiuolo (lontanissimo)
Amico, invoca l'Alba !
Iris (Rinvenendo un poco, come trasognata, mormora, quasi rampogna contro il mondo, il destino o la divinità.)
Perchè ? Perchè ?
(E rimane immobile : nell'aere freddo e muto le sembra di udire strane e beffarde voci, che rassembrano quelle dei tre personaggi della sua breve esistenza : il giovane della voluttà, il taikomati, il padre cieco.)
L'EGOISMO DI OSAKA
La voce di Osaka
Ognun pel suo cammino
Va spinto dal destino
Di sua fatal natura !
Il tuo gentile vezzo,
Calma a desìo divino,
È un'umana tortura.
Tu muori come il fior
Che pel suo olezzo muor !
Nel mio egoismo tetro
Or porto altrove il mio riso
E canto di spetro.
Così la Vita ! Addio !
L'EGOISMO DI KYOTO
La voce di Kyoto
Rubai ; fui bastonato,
Onde mutai mestiere ;
Ho la livrea indossato
Del più gran re : il Piacere.
Or siamo quim così.
Io, per la mia viltà carnefice,
Tu, vittima per questa tua beltà...
Perchè ? Io no lo so...
Così la Vita ! Vò !
L'EGOISMO DEL CIECO
La voce del Cieco
Ohimè, chi allumerà
Nell'inverno il mio foco
E all'ombra o a fresco loco
L'estate m'addurrà ?
Tale è il pensier che in fondo
Dispreme il pianto mio
E fa il mio duol profondo !
Così la Vita ! Addio !
(Le voci misteriose, così come hanno favellato alla fantasia della morente fanciulla, si estinguono bizzarramente.)
Iris (credendo sempre di sognare)
Ancora il triste sogno pauroso !
Visioni ! Affanni ! Angoscie !
Persone ignote !
Ignote cose e lochi
E strane risa e lacrime !
La voce di Osaka (lontanissima)
Tu muori come il fior
Che pel suo olezzo muor...
Iris (Il pensiero della sua misera vita le si affaccia dolorosamente.)
Il picciol mondo della mia casetta
Perchè dispar ? Perchè ?
Giardin, rondini, fior,
Echi a' miei canti...
Tutto dilegua e tace.
Perchè codesti strazii
E queste tenebre ?
E perchè piango e muoio,
E m'abbandona ogni persona
E cosa e vita,
E luce, e tutto ?
Il Picciol mondo della mia casetta
È silenzio e paura.
(sempre l'angoscia, la stessa domanda)
Perchè ? Perchè ?
(Nel cielo cominciano i primi bagliori. La luce si fa più viva, quasi volesse rianimare la morente Iris, che guarda fissa nelle immense profondità dell'azzurro cielo. I primi raggi del sole scendono a carezzare Iris ; essa crede sentire in sè rinnovellarsi la vita : e con entusiasmo alzandosi e protendendo le braccia in alto, saluta il sole, che ora tutta la illumina.)
Iris
Un gran'occhio mi guarda !
Il Sole ? È il Sole !
Tu sol non m'abbandoni !
A me tu vieni,
Io riposo al tua raggio
Riposo nella luce !
Aure di canti !
Mari di splendori !
Plaghe, cieli di fiori !
(Muore Iris, ma già eterna, sente la sua anima divenire fulgida come un raggio, alla voce ben nota del suo Sole che chiama.)
Il Sole (coro)
Ancor ! Son Io, la Vita !
Son la Beltà infinita,
La Luce ed il Calor.
Amate, o Cose !
Dico : Sono il Dio novo e antico ;
Son l'Amor, son l'Amor !
I FIORI
Voci di donne cantando a bocca chiusa
(Tutta una fantasia di fiori, che sbocciano sotto la potenza dei raggi solari, si stende poco a poco intorno al corpo d'Iris. Non più gli squallidi dirupi, la melmosa fogna, ma una immensità di fiori ed un mare di luce.)
(Gli steli dei fiori si annodano intorno al corpo d'Iris, come braccia umane, e la sollevano su per l'azzurro e l'infinito... verso il sole.)
Il Sole (coro)
Dei Mondi Io la Cagione ;
Dei Cieli Io la Ragione !
Uguale Io scendo ai Re,
Sì come a te, mousmè ! ecc.
L'anima tua è mia !
D'un fiore all'agonia venite
O fior, o fior venite tutti, o fior !
O Morte, Signora Misteriosa, quanto sei grande nella tua pietà, Tu che tanti mare e cieli eterni poni fra gli umani e i loro dolori !
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