Grice e Camilla: la ragione conversazionale e l'literae Humaniores – in literabus humanioris -- dell’huomo – opp. Lit. div. – scuola di Genova – filosofia gnovese – filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Genova). Filosofo genovese. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Genova, Liguria. Grice: “You gotta love Camilla; I mean, if his name were not Camilla, I would call him Grice: he philosophised on all that I’m into: mainly ‘uomo’ (since he was an ancient Italian, he used the mute ‘h’ (dell’huomo’): his anima, the concetti dell’animma that he ‘dichara’ in il suo palare – la bellezza is without equal --.” De' misterii e maravigliose cause della compositione del mondo, 1564 Giovanni Camilla (scritto anche Camilli o Camillo) (Genova), filosofo. Opere Giovanni Camilla, De' misterii e maravigliose cause della compositione del mondo, In Vinegia, Gabriele Giolito de Ferrari, 1564. Note Camilla, Giovanni CERL cnp Filosofia Matematica Matematica Categorie: Medici italianiFilosofi italiani ProfessoreXVI Genova. Ma che dirassi parlar del della lingua e diverso parlare cosi pronunciato distintamente, beneficio de i denti e delle labra, il quale cosi bene DICHIARA I CONCETTI DELL’ANIMA? CAM. Pensate che se piu l'huomo andasse considerando le cose maravigliose del divino, tanto piu se gli infiammerebbe l'animo di riconoscerne altre e contemplarne, e quanto piu sta involto e privo delle scienze e cognitione di tai cose tanto manco ne prende maraviglia, e se ne in fiamma. Liv. Avanza, l'uomo tutti gl’altri animali di sottigliezza di sangue, di memoria, bellezza di corpo, e larghezza di spalle. cresce sino a XXII anni. Hora che veggiamo al trissino da piccioli atti e quasi instrutti benissiino in diverse scienze oarti, è cosa manifesta. Onde quel Mercurio gran filosofo Mercurio Trimegisto chiama l'huomo Tremigi - un grande miracolo. Oltre poi, che con l'intelletto sto. intende, capisce e discorre sopra ogni cosa, e chiamato un picciol mondo; e tantage, cosi bella dignità di eso ON Elle 80 E. =.. 0. cica. la conoscevano benissimo quegli ans huomo viene tutta dall'anima. E questo ui basti qudra to alla dichiaratione di quelle cose, che sono chiamate naturali, veniamo hora alle Mathematiche. CAM; Se io debbia hauere queſto a caro, laſciolo confiderda re a uoi: essendo, che tai ragionamenti sopra tante ecoſi belle coſe, miſaranno aſſai facile uia ad intendea re poi eſſe scienze. -- diverso parlare cosi pronunciato distintamente beneficio de i denti e della labra, il quale cosi benedichiara i concetti dell'anima? AVO PRIMO, OVERO Proemio. a carte; Della virtù; Dell'amicitia; Dell'amore; Del Cielo e delle Stelle; De gl’elementi; Di quelle cose che fi generano nell'aere; Dell'anima; Dell'anima dell'huomo; Delle Piante; De gli animali sensitiui, e prima di quelli, che non hanno ſangue; Di quelli Animali, che hanno sangue primieramente de pesci; De gli uccelli; De gl’animali quadrupedi; Dell’uomo; Della Arithmetica, e fue parti; Della Muſica; Della Geometria, e ſue parti; Della Coſmografia; Dell'arte del nauigare, e de' precetti, chi fi debbono ofleruare a intender quella; Della fPerſpectiua, & inſiemedella Symetria dell'uomo; Dell'Aſtronomia; Della Metafisica. DELLA PERSPESTTIVA, ET insieme della Simetria dell'huomo; Sole pche Holl Utre, Duit 3 bel A PERSPETTIVA dunque, Perspetti - stando nel mezo della Geometria 4a,. Aſtronomia, proua neceſſaridal incnte molte coſe, che in eſſe ſi ri = * trouano. Onde che'l Sole illumini pru dela metà della terra, e che lucendo non ſi poſſa illumini no ueder le stelle, lo proua il Perſpettivo: dicendo,'piu della che ogni corpo luminoſosferico illumina una piu pica metà della ciola sfera piu dela metà. Nella Geometria etiandio queſto è manifefto, come nell'arte di rileuo, ſecondo*; ſi vedono in Romaalcủne statue, con tanto artificio store fatte, che quantunque una ſia piu grande dell'altra, @unapoſta in alto, l'altra a baſſo, paiono nondia 1: meno tutte diunamedeſima groſſezza e grandezza. Effetti del la perſpect e cio come ſi faccid', diſſe il Perſpettiuo', la comprena tiua, en fione della quantità della coſa urſibile proceder dalla din comprenſione della piramideralioſa, e dalla compaa ratione dellabafi alla quantità dell'angulo,o alla lun= ghezza della diſtanza. Perla medeſima hanno detto gli Aſtrologile stelle effer corpi sferici'e tondi: pera cioche daejja uien- lor"detto i corpi sferici da lunge ofind pri parere piani; l'eſempio ſia di uno ouo: oltre di ciò Le ſtelle le stelle nell'Orizonte apparere piu grandi, etiano, a ell'Ori dio l'iſteſſo Orizonte alla terra contingente, e piu: zones apo lontano di qual ſi uoglia altro punto aßegnato nel ciez iori, per lo. L'iſteſſo fàil naturale, il quale afferma, che l'oca chio non baſterebbe a comprender la grandezza delle coſe,s'eglinon fuſſe tondo. & etiandio ſenza luce 1. non uederſi niente. Per queſta ſi ſono ritrouati gli fpecchi: imperoche il raggio dell'occhio cadente pera pendicularmenteſopra delloſpecchio, ritorna adietro, e coſi fa, che l'imagine èueduta. Si danno ancora le cagioni, perche nella piu parte de gli ſpecchiſi ueda stig als t'imagine dalla banda dilà di ello ſpecchio, &in alcue ni dinanzi: o oltre di ciò coſi diſcoſta e lontana dallo specchio, quanto é l'occhio lontano da eſo, e di molte altre. si sà ancora la diuerſa compofitioneloro, coa me de' tondi, concaui, colonnari, piramidalize triana Pianeri og ifcintilla. gulari. Laſcioper hora, chela reuerberatione de nocome raggi faccia le stelle fille ſcintillare: imperoche i pia = le ftefle fiłnetinon ſcintillano. Proua ultimamente, perche nela l'acqua le coſe paiano piu grandi, e fuori dal ſuo luos Perche le coſepaia. 80;imperochenon ſipuò diſcernere e giudicare la no mag. grandezza di una coſa per raggio rotto: e per ciò le giori nel ſtelle nell'orizonte appaiono piu uicine a noi, che nel l'acqua. Meridiano. Si danno inſieme congnitioni di Iride, e molte altre; la enumeratione delle quali troppo longa ſarebbe a dirle. CAM. Veramente tutte le ſcienze ſono di talforte tra loro ordinate, che’n loro a punto ſi uede fe. COM Iron chat lan ED fi uede una ciclopedia. Liv. Tal dunque è la pera ſpettiua, la cui conſideratione e di raggio retto, rea feffo, erotto. nella quale non ui marauigliate che ſi ueggiano coſi eccellenti e buoni Scultori: eſſendo che scultura ciò ſiuedafacilmente nella Chimica,Ectypoſi, Celaa parci d tura, Plaſtica, Proplaſtica, Paradigmatica, Tomia fa. ca., Colaptica, le quali ſonotutte parti della Scultuz ra, o hanno della ſua cognitione bisogno. Hora di queſte non voglio io parlare, eccetto ſe a voi pareſſe della simetria dell'huomo; dcció da eſſa comprendiate ogn’hora piu le marauiglioſe opere di Dio. Cam. Queſto miſarebbe di grandißimo contento, è maßime che per la intelligenza loro ſi potrebbono etiandio conſiderar le parti de gli animali ſenza ragione.Liv. Queſta miſura dunque, la quale Simetria chiamiamo, Simetria duenga che'n tutte le coſe create da Dio ſia maraui: dell'huog glioſa, è però di marauiglia e stupore grandißimo mo. nell'huomo. imperoche miſurate tutte le parti effatta = mente, dalle quali è compoſto, iui non ſi uede altro, che ogni coſa piena di harmonia e perfettißima in tuta ti i numeri. E perciò hanno diuiſo il corpo dell'huomo in noue parti, le quali tutte ſi prendonodalla faccid;. hauendola coſi poſta diſopra Iddio grandißimo,aca ciò tutte le altre pigliaſſero la miſura da eſſa, come contenuta da tutto il corpo noue uolte: s'intende però queſto degli huominifatti, e non de' fanciulli, i quaa li non ſono eccetto quattro. La proportion poi de membri tra loroquanta fia, è coſa di grande contemplatione. Quanto é dalle ciglia ſino alla fine del nära ſo, tanto dal mento fino alla gola quanto dal labro di fopra ſino alla punta del naſo, tanto é la larghezza del naſo di ſotto, è la concauità de gl'occhi, quanto dalla cima del fronte fino alle ciglia, tanto ſino alla punta del naſo, o etiandio fino al mento. Hora che tanto ſia la faccia, quant'è la mano, e dalle congiunz ture di eſa fi ueggiano le proportioninella faccia,¿ coſa aſſai ben chiara. Della larghezza, che ne dires di eſſo al naſo, tanto la larghezza della bocca, quanto la longhezza del naſo, tanto é la larghezza delle anche, quanto ſono due faccie inſieme. L'altezza poi, cioè quello, che uolge e circonda all'intorno, e mard uigliosa. uolge la teſta, e in quella parte del fronte tre faccie, il petto cinque, il uentre, paſſato però l'ombilico, quattro. Laſcio ultimamente, che con tenga l'huomo la figura circolare, e quadrata, e che da eſſo ſia cauata la proportione e miſura di far caſei, Fabriche Rocche, Caſtelli, e Chieſe. Hauete hora viſto la dir moſtrate uifione del corpo del'huomo, quanto ſia artificioſa, e dalla fime. tria del di quanta armonia e contemplatione. E di qui conſie l'huomo. deriate qual Geometria,qual Muſico debbia eſſer l'aua tore e fattore di tutto queſto, CA M. Veramente da tutte le coſe da D1o create ſiamobenißimoinſegnati uiuer bene: imperoche hauendo ogni noſtra parte del corpo con tal proportione diſpoſta, e fatta, ci mom che 3 stra, 1 C,. stra, che ordiniamo i coſtuminoſtri; acciò in ſi bel corpo poſſa eſſere una bella anima. Liv. E queſto ulbaſti in queſti ragionamenti, & andiamo alla Aſtro. nomia. Cam. Come a uoi pare. His “Enthusiasm” has a brief section on ‘parlare humano’, parabolize – wondering how men can ‘express’ the ‘conceptions’ of their ‘souls’ – via this ‘parlare’ – also philosophised on symmetry, which is like K. O. Apel’s reciprocity. Literae humaniores, nicknamed classics, is an undergraduate course focused on classics (Ancient Rome, Latin, and philosophy) at Oxford. The name means literally "more human literature" and is in contrast to the other main field of study when the Oxford began, i.e. res divinae, or literae divine, “Lit. div.”. “Lit. Hum.” is concerned with *human* learning; “Lit. div.” with learning treating of the divine. “Lit. Hum.” originally encompassed mathematics and natural sciences as well. It is an archetypal humanities course. Oxford's classics course, also known as greats, is divided into two parts, lasting V terms and VII terms respectively, the whole lasting IV years in total, which is one year more than most arts degrees. The course of studies leads to a B. A. Lit. Hum. degree. Throughout, there is a strong emphasis on first-hand study of primary sources in Latin. In the first part -- honour moderations, “mods” – the pupil concentrates on Latin; in the second part the pupil must choose VIII essays from philosophy. The teaching style consists of a weekly tutorial in each of the two main subjects chosen, supplemented by this or that lecture. The main teaching mechanism is the weekly essay -- one on each of the two main chosen subjects, to be read out at a 1-to-1 tutorial. This affords the pupil plenty of practice at writing a short, clear, and well-researched essay. The emphasis is on the study of an original text in Latin, assessed by gobbet, a short commentary on an assigned primary source. In a typical ‘text’ essay, the pupil must comment on an paragraph in Latin selected by the examiner -- from the set books. Marks are awarded for recognising the context and the significance of the paragraph. The course of moderation, – the exam conducted by a moderator) runs for the initial V terms of the course. The aim is for the pupil to develop an ability to read in Latin. Virgil is compulsory. Other paragraphs are chosen from a given list. There are also unseen translations from Latin, and compulsory translation into prose. The tutorial fellow in philosophy is free to concentrate on teaching philosophy, not Latin. The mods examination has a reputation as something of an ordeal.XII three-hour essays across seven consecutive days. Pupils for Lit. Hum. mods face a much larger number of exams than undergraduates reading for any other degrees at Oxford sit for their mods, prelims or even, in many cases, finals. A pupil who successfully passes his mods may then go on to study the full greats course in his remaining VII terms. The traditional greats course consists of philosophy. The philosophy includes Plato and Aristotle, and also modern philosophy, both logic and ethics, with a critical reading of standard texts -- from Plato's Republic and Aristotle's Nicomachean Ethics to more modern philosophers, such as Kant. The regulations governing the combinations of essays are moderately simple. The pupil must take at least four essays based on the study of ancient texts in the original Latin. It is compulsory also to offer essays in unprepared translation from Latin; these essays counted "below the line" — the pupil is required to pass them, but they do not otherwise affect the overall class of the degree. G. E. M. Anscombe, British analytic philosopher H. H. Asquith, former Prime Minister of the United Kingdom J. L. Austin, philosopher of language A. J. Ayer, British analytic philosopher Isaiah Berlin, historian of ideas, Oxonian professor George Curzon, 1st Marquess Curzon of Kedleston, Viceroy of India and Foreign Secretary Emma Dench, British ancient historian, McLean Professor of Ancient and Modern History at Harvard University Peter Geach, British analytic philosopher John Murray Gibbon, Canadian writer Barbara Hammond, English social historian, first woman to take a double first R. M. Hare, English moral philosopher, Oxonian professor H. L. A. Hart, British legal philosopher Denis Healey, Labour politician Gerard Manley Hopkins, English poet Alfred Edward Housman, English classical scholar and poet (failed in finals) Boris Johnson, Prime Minister of the United Kingdom from 24 July 2019 Ronald Knox, Catholic priest, theologian, writer and apologist Anthony Leggett, theoretical physicist and winner of Nobel Prize in Physics C. S. Lewis, novelist, poet, academic, medievalist, literary critic, essayist, lay theologian, and Christian apologist Harold Macmillan, Prime Minister of the United Kingdom, read mods (Latin and Greek), the first half of the four-year Oxford greats course, at Balliol from 1912 to 1914, interrupted by service in the First World War Reginald Maudling, Conservative politician Iris Murdoch DBE, novelist and philosopher Charles Prestwich Scott, editor of the Manchester Guardian daily newspaper (now The Guardian) Peter Snow CBE, British television and radio presenter, historian Reginald Edward Stubbs, British colonial governor Ronald Syme, New Zealand-born historian and classicist Oscar Wilde, Irish writer and poet, attained a double first Bernard Williams, British moral philosopher, attained a double first with formal congratulations in the second part Emily Wilson, British classicist, first woman to publish a translation of Homer's Odyssey into English. N. T. Wright, British Anglican bishop and academic Yang Xianyi, translator of Dream of the Red Chamber into English See also Edit History portal University of Oxford portal Philosophy, politics and economics Quadrivium Trivium References: Standen, Naomi. "HIS 1023 Encounters: What is a gobbet?". www.artsweb.bham.ac.uk. Retrieved 14 July 2018. External links Edit Brown, Peter (2003). "Tempora mutantur". Oxford Today. Archived from the original on 27 May 2011. Retrieved 14 January 2006. Cook, Stephen (18 February 2003). "Latin types". The Guardian. Retrieved 8 September 2006. "The Classics Faculty at Oxford". Retrieved 12 July2005. "The Philosophy Faculty at Oxford". RELATED ARTICLES Classics -- Study of the culture of (mainly) ancient Greece and Ancient Rome; Honour Moderatons; Classical Tripos -- Degree course at the University of Cambridge. Giovanni Camillo. Giovanni Camilli. Giovanni Camilla. Keywords: dell’huomo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Camilla” – The Swimming-Pool Library.
Grice
e Camillo – scuola di Portogruaro – filosofia veneziana – filosofia veneta – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Portogruaro). Filosofo veneziano. Filosofo
veneto. Filosofo italiano. Portogruaro, Venezia, Veneto. Giulio Camillo. Giulio Camillo Delminio Da Wikipedia, l'enciclopedia
libera. Giulio Camillo detto Delminio (Portogruaro, 1480 – Milano, 15 maggio
1544) è stato un umanista e filosofo italiano. Letterato, erudito e insegnante,
è famoso per il suo trattato sull'imitazione nell'arte e per il vagheggiato
progetto utopistico del Teatro della Memoria o Teatro della Sapienza, edificio
ligneo costruito secondo il modello vitruviano in cui avrebbe dovuto essere
archiviato, tramite un sistema di associazioni mnemoniche per immagini,
l'intero scibile umano, un progetto culturale precursore delle moderne
enciclopedie. Le fonti sulla sua vita sono due biografie scritte nel
XVIII secolo da Federigo Altan e Giorgio Liruti. Indice 1Biografia
1.1Il Teatro della memoria 1.1.1Il trattato sull'Idea del Theatro 2Opere 3Bibliografia
4Voci correlate 5Altri progetti 6Collegamenti esterni Biografia Nato attorno al
1480 (altre fonti attestano 1484), è possibile che il suo nome di battesimo
fosse, in realtà, Bernardino, mentre Giulio Camillo sarebbe uno pseudonimo di
sapore latineggiante, adottato secondo il costume degli umanisti
dell'epoca. Studiò presso l'Università di Padova e si dedicò quindi
all'insegnamento di eloquenza e logica. Nel 1508 fondò con altri, a Pordenone,
l'Accademia Liviana; trasferitosi a Venezia, conobbe tra gli altri Pietro
Bembo, Pietro Aretino e Tiziano, e strinse amicizia con Erasmo da Rotterdam,
che lo ricorda nella sua opera Dialogus Ciceronianus, attribuendogli eccellenti
doti di oratore. Nel 1515 si trova a Udine, quale "maestro
d'umanità". Qui tenta di ottenere "l'officio di Cancelliere della
Comunità". Dedicatosi allo studio della lingua ebraica e delle
lingue orientali, della cabala, del pitagorismo e della filosofia neoplatonica,
nel 1519, in occasione di un viaggio a Roma, ebbe probabilmente occasione di
confrontarsi con il cardinale Egidio da Viterbo, uno dei massimi cabalisti
cristiani. Il Teatro della memoria Lo stesso argomento in
dettaglio: Teatro della Memoria. In quegli anni Giulio Camillo andava
sviluppando l'idea di rappresentare la conoscenza come un teatro dove, a
differenza del teatro tradizionale, in cui lo spettatore si siede in platea e
lo spettacolo si svolge sul palco, egli stesso si trova al centro del palco e
lo spettacolo gli si dispiega intorno. Dal palco, infatti, si dipartivano sette
gradini, ognuno dei quali era contrassegnato con una diversa immagine (Primo
grado, Convivio, Antro, Gorgoni, Pasifae, Prometeo) e ciascuno era suddiviso in
sette parti, corrispondenti ai sette pianeti (Luna, Mercurio, Marte, Giove,
Sole, Saturno, Venere). Ognuna delle quarantanove intersezioni che risultavano
era contrassegnata da un'altra immagine mnemonica desunta dalla mitologia,
immagine come simboli, che rappresentava una parte dello scibile umano. In
pratica, il suo Teatro era un edificio della memoria, rappresentante l'ordine
della verità eterna e i diversi stadi della creazione, un'enciclopedia del
sapere e insieme l'immagine del cosmo. In questo progetto si avvertono la
tensione tipicamente rinascimentale verso il sapere universale e la conoscenza
del creato, nonché gli influssi della filosofia ermetica e cabalistica iniziata
da Pico della Mirandola. Il trattato sull'Idea del Theatro Giulio Camillo
espose le sue teorie nel trattato Idea del Theatro (pubblicato postumo a
Venezia nel 1550) e nell'apologetico Discorso di M. Giulio Camillo in materia
del suo theatro (1552, dedicato a Trifone Gabriel). Queste trovarono un
sostenitore e mecenate nel sovrano francese Francesco I, che il Delminio
incontrò a Milano. È comunque improbabile che un prototipo di tale teatro sia
stato veramente costruito. La sua figura non convenzionale e le sue idee
particolarissime gli attirarono l'ammirazione di molti ma anche l'ostilità di
altri, ed egli venne definito sia un genio sia un ciarlatano. La sua stessa
persona era circondata da un alone di mistero, e anche la morte, attorno al
1544, avvenne in circostanze poco chiare. Opere Discorso in materia del
suo Theatro; Lettera del rivolgimento dell'huomo a Dio; La Idea del Theatro;
Trattato delle materie; Trattato dell’Imitatione; Due orationi; Rime, &
lettere diverse; La Topica, overo dell’Elocutione; Discorso sopra l'Idee
d’Hermogene; La grammatica; Espositione sopra'l primo & secondo Sonetto del
Petrarca. Bibliografia Frances A. Yates, L'arte della memoria, Einaudi, 2007
ISBN 9788806181406 Giorgio Stabile, CAMILLO, Giulio, detto Delminio, in
Dizionario biografico degli italiani, vol. 17, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, 1974. URL consultato il 21 giugno 2016. Modifica su Wikidata Giulio
Camillo, L'idea del theatro con L'idea dell'eloquenza, il De Transmutatione e
altri testi inediti, a cura di Lina Bolzoni, Adelphi, Milano 2015 ISBN
9788845929823 (ES) Corrado Bologna, El teatro de la Mente. De Giulio Camillo a
Aby Warburg, Siruela, Madrid 2017. Mario Turello, Anima artificiale. Il teatro
magico di Giulio Camillo, Aviani, 1993 ISBN 9788877720450 Voci correlate
Anfiteatro della Memoria Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource
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Wikiquote contiene citazioni di o su Giulio Camillo Delminio Collegamenti
esterni Delmìnio, Giulio Camillo, su Treccani.it – Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Bindo Chiurlo,
DELMINIO, Giulio Camillo, in Enciclopedia Italiana, vol. 12, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, 1931. Modifica su Wikidata Giulio Camillo Delminio, in Dizionario
biografico dei friulani. Nuovo Liruti online, Istituto Pio Paschini per la
storia della Chiesa in Friuli. Modifica su Wikidata Opere di Giulio Camillo
Delminio, su Liber Liber. Modifica su Wikidata Opere di Giulio Camillo Delminio
/ Giulio Camillo Delminio (altra versione), su MLOL, Horizons Unlimited.
Modifica su Wikidata (EN) Opere di Giulio Camillo Delminio, su Open Library,
Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Opere riguardanti Giulio Camillo
Delminio, su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Giulio
Camillo, su Goodreads. Modifica su Wikidata Frammento di orazione italiana in
lode delle scienze in APUG 118 cc 25-28 Archivio Storico della Pontificia
Università Gregoriana Dell'imitazione Archiviato il 27 agosto 2006 in Internet
Archive., trattato sull'imitazione nell'arte di Giulio Camillo detto Delminio
Franco Pignatti, L'imitazione e la retorica in Giulio Camillo, da
Italica.RAI.it Floriana Calitti, Giulio Camillo Delminio, L'idea del teatro, da
Italica.RAI.it (IT, EN) Giulio Camillo e il Teatro della Memoria da INFN.it
Testo de L'idea del Theatro, su fluido.tv. Giulio Camillo Delminio.
Un'avventura intellettuale nel '500 europeo, su delminio.info. URL consultato
il 2 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 17 maggio 2014). Controllo
di autorità VIAF
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Letteratura Categorie: Umanisti italianiFilosofi italiani del XVI secoloNati
nel 1480Morti nel 1544Morti il 15 maggioNati a PortogruaroMorti a Milano[altre]
Grice e Cammarata: all’isola -- la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del giusto – giussum
giustum – giure – iure – giudico – giudicare -- la giustizia – scuola di Catania
– filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grce, The Swimming-Pool Library (Catania). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Caania, Sicilia. Grice: “You
gotta love Cammarata; for one, like Austin, he goes by initials, and indeed
like me, A. E. – he is the Italian Hart – he thinks legality comes first,
justice second – and he is possibly right – his example is Oreste’s murder and
the institution of justice in Athens – However, that’s because of his Magna
Grecia background – Speranza tells me that at Rome, things are different, since
it’s all Brutus and the beginning of the republic – ‘il ratto di Lucrezia,’ as
he puts it.” -- Fu uno dei più conosciuti rettori dell'Trieste per la difesa
della quale ricevette la medaglia d'oro della Cultura e dell'Arte, mentre
all'Ateneo fu conferita nel 1962 la medaglia d'oro al valor civile. Biografia Nel corso della sua carriera
insegnò filosofia del diritto e altre materie giuridiche nelle Messina,
Macerata, Trieste, Napoli e Roma. Allievo di Giovanni Gentile, aderì
all'idealismo immanentista. Gli scritti principali di filosofia del diritto
sono inseriti, in massima parte, in Formalismo e sapere giuridico, Giuffrè
1963. Buona parte degli scritti riguardanti invece la "questione di
Trieste" sono pubblicati in Fra la teoria del diritto e la questione di
TriesteScritti inediti e rari, Eut, Trieste. Fu anche un notevole fotografo,
come documentano le due mostre (Trieste Gorizia ) a lui dedicate. Cammarata, Angelo Ermanno, in Dizionario di
filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Opere di Angelo Ermanno Cammarata,. Filosofia
Università Università Filosofo Avvocati
italiani Insegnanti italiani Professore Catania RomaFilosofi del diritto. Il
secondo giorno sostenne tutto il contrario; onde gridano all'immoralità,
all’audacia e alla sfacciataggine del filosofo, che non si vergognò di difendere
contraddizione si anorme. Anche non tenendo conto che, se si applicasse questo
criterio, tutta la filosofia dei accademici sarebbe un' immoralità, perchè il
loro metodo e di difendere in ogni quistione le soluziori opposte. Idue
discorsi (tesi ed antitesi, positio e contra-positio, posizione e
contra-posizione), tenuti in giorni successivi, abbiano un'unità perfetta (la
sintesi, o com-posizione) e si propongano il medesimo fine: mostrare la falsità
della dottrina della tesi di Diogene intorno al giurato; e siccome costoro in
questa parte della filosofia, molto più che in altre, sono dipendenti da
Platone e da Aristotele, bisogna prendere le mosse da questi. Leggiamo in
Lattanzio. Carneades autem, ut Aristotelem refelleret ac Platonem, justitiae patronos,
prima illa disputatione collegit ea omnia, quae pro justitia dicebantur, ut
posset illa, sicut fecit, evertere. Carneades, quoniam erant infirma, quæ a
philosophis adserebantur, sumsit audaciam refellendi, quia refelli posse
intellexit (Lattanzio, Instit. div.). E al trove. Nec immerito extitit
Carneades, homo summo ingenio et acumine, qui refelleret istorum (Platone e
Aristotele ) orationem et iustitiam, quæ fundamentum stabile non habebat,
everteret, non quia vituperandam esse iustitiam sentiebat, sed ut illos
defensores eius ostenderet nihil certi, nihil firmi de iustitia disputare
(Epit. 55, 5-8). Di qui è evidente che la prima orazione non era che un
esordio, un'introduzione, uno sguardo storico alla questione, un'esposizione
delle idee accettate da Diogene, che Carneade s'appresta a confutare nel
vegnente giorno (Cic., de rep.); confutazione, la quale non aveva per iscopo di
vituperare la giustizia in sé, ma di colpire i filosofi avversari, o almeno la
loro teoria dommatica – il domma.Non è la virtù stoica, che Carneade demole, ma
il sapere. Su questo si dovrà tornare più innanzi. E caso a noi pervennero
frammenti solamente della seconda orazione. Questa sola offriva una filosofia
nuova, dava una scossa inaspettata e forte all'intelligenza dei romani. Perciò
eam disputationem, qua iustitia evertitur, apud Ciceronem L. Furius recordatur
(Lattanzio, Instit. dio.). E noi ora possiamo tentare di ricostruire questo
singolare di scorso nelle sue linee generali. Per Carneade, non esiste una
giustizia (giurato – iusiurato) naturale nè verso due uomini. Se esso esistesse
le medesimecose sarebbero giurate (iusiurata) giuste o ingiuste, buone o
cattive, morali o immorali, per ogni uomo, come le cose calde e le fredde, le
dolci e le amare. Invece chi conosce il mondo e la storia, sa che regna una
grandissima diversità di apprezzamenti morali e giuridici, di consuetudini tra
il popolo romano e il popolo sabino, da Roma a Sabinia, dal Tevere al
Trastevere, da tempo a tempo. I cretesi e gli etoli reputano cosa onesta il
brigantaggio. I Lacedemoni dichiarano loro proprietà tutti i campi che potevano
toccare col giavellotto. Gli Ateniesi solevano annunciare pubblicamente che
loro apparteneva ogni terra che producesse olive e biade. I barbari galli
stimano disonorevole cosa procurarsi il frumento col lavoro, invece che colle
armi. I romani vietano ai Transalpini la coltivazione dell'ulivo e della vite,
per impedire la concorrenza ai loro prodotti e dar a questi un valore più
elevato. Gli semitici egiziani, che hanno una storia di moltissimi secoli,
adorano come divinità il bue e belve di ogni genere. I semitici Persiani,
disprezzano gli dei dell'Ellade, ne incendiarono i tempii, persuasi essere cosa
illecita che gli dei, i quali hanno per abitazione tutto il mondo, fossero
rinchiusi tra pareti. Filippo il Macedone idea e Alessandro manda ad esecuzione
la guerra contro i greci per punire quei numi. I Tauri, gli Egiziani, i barbari
galli (“Norma”) e i Fenici credeno che tornassero assai accetti alle loro deità
il sacrifizio umano. Si dice: E dovere dell'uomo che fa il giurato (iusiuratum)
ubbidire alla legge. Quale legge? A la legge di ieri, o alla legge di oggi? A
quelle fatte in questo lato del Tevere, o nel Trastevere? Se una un imperativo
o una legge suprema, universale, trascendente, kantiana, costante s'impone alla
coscienza dell’uomo, come pretende Diogene, coteste variazioni non sarebbero
possibili. Perciò non esiste un diritto naturale, nè un uomo che per natura
arriva al giurato (iusiuratum). Il diritto (ius) è una invenzione dell’uomo a
scopo di utilità e didifesa; come prova anche il fatto che non raramente la
legge, le quale e fatta dal sesso maschile, assicura a questo sesso un
particolare vantaggio a danno di quello femminile. Nessuna ‘legislazione’,
attentamente esaminata, appare l'espressione di un imperative o principio
fisso, naturale, vero, immutabile, divino. Invece al profondo osservatore non
isfugge che ogni disposizione legale move da ragione di utile e viene cambiata
appena non risponde più ai bisogni e agl'interessi di coloro che hanno nelle
mani il potere. Ogni nazione cerca di provvedere al proprio bene e considera,
per istinto di natura, gli animali e le altre nazione come istrumenti della
propria conservazione e felicità (Cic., de rep.). La storia insegna che ogni
popolo che diventa grande, potente, ricco, non pensa ai vantaggi altrui, ma
unicamente ai proprii. Voi stessi o Romani, disse Carneade parlando a un
Scipione Emiliano, il futuro distruttore di Cartagine e di Numanzia, a Lelio il
saggio, al letterato Furio Filo, a Scevola il futuro giureconsult, all'erudito
Sulpicio Gallo, algrande oratore Galba, al vecchio Catone, l'implacabile nemico
di Cartagine, al fiore di tutta la cittadinanza e alla presenza dei colti
ostaggi achei trasportati in Italia, tra i quali il grande storico e generale
Polibio. Voi stessi, o Romani, non vi siete impadroniti del mondo colla
giustizia. Se volete essere giusti, restituite le cose tolte agli altri,
ritornate alle vostre capanne a vivere nella povertà e nella miseria. Il
criterio direttivo della vostra vita non e il
giurato (iusiuratum), bensi l'utilità, che invano cercate di mascherara;
poichè voi, coll'intimare la guerra per mezzo di araldi, col recare *in-giurie*
sotto un pretesto di legalità, col desiderare l'altrui, col rubire, siete per
venuti al possesso di tutto il mondo. Ma per temperare il cattivo effetto, che
avesse potuto produrre negli animi dei Romani questa audace analisi dei fattori
della loro grandezza politica, l'avveduto ambasciatore ateniese ricorda altri
esempi, che sono celebri e lodati in tutto il mondo. Rammenta la ben nota
risposta data dal pirata catturato ad Alessandro il grande. Io infesto breve
tratto di mare con una sola fusta, con quel medesiino diritto, col quale tu, o
Alessandro, infesti tutto il mondo con grande esercito e flotta. Il
patriottismo, questa virtù somma e perfetta, che suole essere portata fino al
cielo colle lodi, è la negazione del giurato (iusiuratum), perchè si alimenta
della discordia seminata tra gli uomini e consiste nell'aumentare la prosperità
del proprio paese, naturalmente a danno di un altro, coll’nvadere violentemente
il territorio altrui, estendere il dominio, aumentare le gabelle. Patriotta è
colui che acquista dei beni alla patria colla distruzione di altre città e
nazioni, colma l'erario di denaro, rese più ricchi i concittadini. E, quel che
è peggio, non solo il popolo e la classe incolta, ma eziandio i filosofi
esortano e incoraggiano a commettere cotali atti ingiusti. Cosicchè alla
malvagità non manca neppure l'autorità della scienza. Ovunque regnano inganno e
ingiustizia, che invano si tentano di nascondere e legittimare. Tutti
quelli che hanno diritto di vita e di morte sul popolo sono tiranni. Ma essi
preferiscono chiamarsire per volontà divina. Quando alcuni, o per ricchezze, o
per ischiatta, o per potenza, hanno nelle mani l'amministrazione di una città,
costituiscono una setta. Ma i membri prendono il nome di “ottimato”. Se il
popolo ha il sopravvento nel maneggio dei pubblici affari, la forma di governo
si chiama libertà; ma è licenza. Ma poichè gli uomini si temono l'un l'altro, e
una classe ha paura dell'altra, interviene una specie di *patto* o contratto
fra popolo e potenti e si costituisce una forma mista di governo, dove la
giustizia è un effetto non di natura o di volontà, ma di debolezza. Ed è
naturale che cosi avvenga. Se l'uomo deve scegliere tra le seguenti condizioni:
recare *in-giuria* e non riceverne; e farne e riceverne; nè farne, nè
riceverne, egli repute ottima la prima, perchè soddisfa meglio i suoi istinti.
Poscia la terza, che dona quiete e sicurezza; ultima e più infelice la
condizione di chi sia costretto ad essere continuamente in armi, sia perchè
faccia, sia perché riceva *in-giurie”. Adunque alla Hobbes lo stato naturale
dei rapporti tra uomo e uomo è la lotta (uomo uominis lupo), la guerra, la
discordia, la rapina, la violenza, l'inganno, in una parola, la negazione del
giurato (giusgiurato). La giustizia è una virtù che si esercita per effetto di
debolezza e per proprio tornaconio. Ma Diogene, come vedemmo, considera il
giurato (iusiuratum) verso gli uomini. Carneade dove notare che l’istituzione
del tempio esiste solamente nel l'immaginazione de' suoi avversari e dei
filosofi, dai quali essi attinsero i loro principii. Non si acquista, non si
allarga potere, non si fonda regno senza le armi, le guerre, le vittorie; le
quali alla loro volta in generale presuppongono la presa e la distruzione di
città. E dalle distruzioni non vanno immuni le oggetti addorati nei tempi, ne
dalle stragi si sottragge il sacerdote del tempio; né dalle rapine
i tesori e gli arredi sacri. Quanti trofei di divinità nemiche,
quante sacre immagini, quante spoglie di tempii resero splendidi i trionfi dei
generali romani! E non sono cotesti sacrilegi? Non sono atti di somma
ingiustizia? No, innanzi al giudizio del popolo, all'opinione della gente
colta, degli storici, dei letterati, questa è gloria, è patriottismo, è
prudenza, sapienza, giustizia. Dunque la giustizia non solamente non viene
osservata in pratica, ma non esiste nep pure in fondo alla coscienza generale
dell’uomo. Anch'essa viene subordinata all'utile. Ma non s'arresta qui la
critica di Carneade. Con un esame sottile e profondo dell'antinomia esistente
tra i due concetti del ‘scitum’ e del ‘giurato’ e della natura morale dell'uomo
quale in realtà è, e quale egli si crede e vorrebbe essere, Carneade ha
chiarito un contrasto del cuore (ragione pratica) e della mente (ragione
teorica) umana, che tuttavia rimane e che ha servito di fondamento alle teorie
utilitaristiche inglesi di tempi a noi vicini. Lo ‘scitum’ – la sapienza
politica comanda al Cittadino di accrescere la potenza e la ricchezza della
patria, estenderne i confini e il dominio, renderne più intensa la vita con
nuove sorgenti di guadagni e di piaceri; e tutto questo non si può compiere
senza danno di altre genti. Il giurato (iusiuratum) invece comanda di
risparmiare tutti, di beneficare i propri simili indistintamente, restituire a
ciascuno il suo, non toccare i beni, non turbare i possedimenti altrui, non
sminuire la felicità d'alcuno. Ma se un uomo di stato vuole essere giusto, non
ha mai l'approvazione de' suoi amministrati, non gloria, non onori, i quali il
popolo attribuisce non al giusto (che promueve il giurato) e onesto e inetto;
bensì al sapiente, al prudente, all'accorto. Non per il giurato, ma per il
‘scitum’ i generali di ROMA hanno il soprannome di grandi. La violenza, la
forza, la negazione del giurato, hanno dato potere e consistenza agli stati. Ma
per nascondere la propria origine e fuggire la taccia de negare il giurato
(iusiuratum), il popolo, fatto grande e divenuto dominatore, va immaginando
delle favole da sostituire alla storia vera, come il mercante arricchito agogna
un titolo di nobiltà. Le stesse qualità, e solamente le stesse, mantengono gli
stati liberi o forti. Non ha nazione tanto stolta, la quale non preferisce il
comandare con la negazione del giurato, all'ubbidire con la promozione del
giurato (iusiuratum). La ragione di stato e la salvezza pubblica vincono e soffocano
il sentiment *dis-interessato*. Uno stato vuole vivere a prezzo di qualsiasi
negazione del giurato (iusiuratum), perchè sa che alla vittoria, con qualunque
mezzo acquistata, tien dietro la gloria. Nel concetto degli antichi, la fine
della propria nazione non sembra avvenimento naturale, come la morte di un
individuo, pel quale questa non solo è necessaria, ma talvolta anche
desiderabile. L'estinzione della patria era per essi in certo qual modo
l'estinzione di tutto il mondo. Dato questo concetto e un sentimento della
gloria diverso e molto più intenso che non sia in noi moderni, doveno in certa
guisa parere *giustificati* (giusti-ficati – fatto giurato – iusiuratum --
anche gli atti di violenza e di frode, che avevano per I scopo la conservazione
e la potenza del proprio stato; o, per meglio dire, il popolo e gl'individui
non hanno coscienza di un principio o imperativo che governa la propria vita.
Credeno, i Romani pei primi, di promovere il giurato (iusiuratum) e invece
sommamente negano il giurato (iusiuratum). Carneade fu il primo a chiarire
questa opposizione tra fatto e idea, tra sapienza machiavelica politica e il
giurato (iusiuratum) (Cic., de fin.). Il medesimo conflitto tra il giurato e il
‘scitum’ dimostra egli esistere nella vita privata, intendendo per sapiente
l'uomo che sa difendere il proprio interesse; e giusto colui che non lede
quello degli altri. Sono suoi i seguenti esempi, tolti dalla vita giornaliera e
assai chiari e appropriati alla vita romana affogata negli affari. Un tale vuole
vendere uno schiavo, che ha l'abitudine di fuggire, o una casa insalubre. Egli
solo conosce questi difetti. Ne rende avvisato il compratore? Se si,
s'acquista fama di uomo onesto, perchè
non inganna, maeziandio di stolto, per che vende a piccolo prezzo, o non vende
affatto; se no, sarà reputato sapiente, perchè fa il proprio interesse, ma
malvagio, perchè inganna. Parimenti, se egli s'incontra in uno che vende oro
per oricalco, o argento per piombo, tace per comperare a buon prezzo, o indica
al venditore lo sbaglio e sborsa di più per l'acquisto? Solamente lo stolto
vorrà pagare a maggior prezzo la merce. Se un tale, la cui morte a te
recherebbe vantaggio, sta per porsi a sedere in luogo, dove si nasconde serpe
velenoso, e tu il sai, dovrai avvertirlo del pericolo, o tacere? Se taci, sarai
improbo, ma accorto; se parli, sarai probo, ma stolto (Cic., de rep.). Dunque
qui pure si presenta la contraddizione: chi è giusto, è stolto; chi è sapiente,
è ingiusto. Ma in questi casi si tratta di una quantità maggiore o minore di
denaro e di vantaggi più o meno rilevanti, e v'ha chi potrebbe essere contento
e felice della povertà. Ma quando andasse di mezzo la vita, il conflitto
diventerebbe più spiccato. Un tale in un naufragio, mentre è poco lontano
dall'affogare, vede un altro più debole di lui mettersi in salvo appoggiandosi
a una tavola, che vale a sostenere uno solo. Nessuno testimonio è presente. Si
fa sua la tavola e si pone in salvo, lasciundo che l'altro perisca. Oppure, se,
dopo che i suoi furono sconfitti, incontra nella fuga un ferito a cavallo, che
va sottraendosi al ferro dei nemici inseguenti, lo getterà a terra per porre se
stesso in sella, o si lasce raggiungere e uccidere. Se egli è uomo sapiente, si
salva a qualunque costo. Ma se poi antepone il morire al far morire, sarà
giusto, ma stolto. Tale è il giudizio che intorno al suo operato porteranno il
uomo. Cosicchè il giure naturale, la
giustizia naturale è stoltezza. Il giure civile è sapienza politica. Tutto è
lotta d'interessi. Si ha ragione di credere che Carneade nel suo discorso
*contro* il giurato civile tocca anche la questione della schiavitù, dicendo
essere un fatto che nega il giurato (iusiudicatum) naturale, che uomo servisse
a uomo -- principio che, riconosciuto vero, puo essere assai valido per far
conoscere quanto esteso fosse il dominio della negazione del giurato e dare
alla sua tesi una grande forza. E ciò si induce a credere dal vedere che in più
frammenti il difensore del giurato, ossia il suo contraddittore, viene
svolgendo la tesi opposta, perchè la schiavitù, rettamente conservata, torna a
utilità del stesso schiavo, il quale sotto un governo buono e forte vive in
maggiore sicurezza e viene meglio educato che allo stato di libertà; e come Dio
comanda all'uomo, l'anima al corpo, la ragione alle parti appetitive
dell'anima, cosi il conquistatore tiene a freno il conquistato, il quale
diventa tali appunto perchè e peggiore di quello. Un tenue indizio ci sarebbe
anche per farci credere che egli risolve il rimorso nella paura della pena,
negando che fosse un sentimento più profondo e disinteressato. Diogene obbietta
che in questa ipotesi il malvagio sarebbe semplicemente un incauto e il buono
uno scaltro (Cic. de leg.). In conclusione: per Diogene, fondamento della
morale e del diritto è l'inclinazione ad amare gli uomini e a rispettare la
divinità, inclinazione che ha radice nella natura, la quale sola offre la norma
per distinguere il giurato dalla sua assenza, il bene dal male. Per Carneade,
generatrice del diritto è l'utilità, e l'utilità sola, e ogni giudizio morale e
altrettanta opinione, la quale non deriva da un imperativo kantiano, o un
principio naturale fisso, come provano la loro varietà e il dissenso degli
uomini (Cic., de leg.). Alla teoria giuridica di Carneade non si deve attribuire
un significato di domma o dommatico, che sarebbe in cotraddizione colle
premesse teoretiche della sua filosofia. L'egoismo e l'utilitarismo proclamato
da Carneade in opposizione all'idealismo morale di Diogene, non è una dottrina
*precettiva*, alla Kant (il sollen) ma l'investigazione e l'esposizione di un
fatto psicologico e sociale – come il principio cooperativo di Grice. Carneade
non pare credere all'effetto pratico della morale normativa e si limita ad
analizzare il cuore dell’uomo, la ragione pratica, saggezza, prudential, il
quale, per la sua tendenza nativa, è assai lontano dal realizzare il precetto
dommatico stoico. Ma da filosofo prudente s'astiene dal proporne del proprio
precetto (idiosincrazia). Nota il fatto che si presenta all'osservazione
quotidiana con tutti i caratteri della verosimiglianza più alta e sforzano a
credere o ad operare; ma nè costruisce una teoria assoluta, ne formula un
domma. iusiuro: swear to a binding formula.Wundt. Wundt Zeitungsausschnitte
100. Wundt. Wundt. Estate Wundt Brief von Luigi Credaro an Wilhelm Wundt. Grice: “Excellent philosopher, comparable with Hart – only not Jewish
and thus friendly with the Fascists!” A student of Gentile, more of an idealist
than a positivist, but still. Angelo Ermanno Cammarata. Keywords: la
giustizia, H. L. A. Hart, il giusto, -- giusto – la persecuzione dei Cristiana
fatta da Nerone e giusta in accordo con la legge romana – Tacito – Suetonio –
Claudio – I Cristiani e I giudei di Trastevere confessano il deilitto dell’incendio di Roma. Cfr. la
rivincita del paganesimo, I giudei erano esclusi dalla prattiche religiose
romane, ma la setta Cristiana no. montanismo,
moiaismo. I Cristiani si refusano
ad assistir al rituale religioso romano. Tacito giudica al Cristiano enemico del genero umano. Giustizia
divina, giusto legale – giusto morale –
la persecuzione dei eretici dalla chiesa, l’inquisizione, la contra-riforma,
l’inizio della filosofia romana come una ‘woke’ da parte dall’elite romana dei
scipione sulla relativita del concetto del giusto. Il primo discorso di
Carneade e un cliché deliberativo. Fu il secondo discorso di Carneade che
dimostra ai romani il potere dell’argumentazione – questo culto
all’argumentazione dialettica fino al lit. hum. Oxon e la Unione di Parla –
l’argumentazione scolastica – tesi, responsio, objection, ad p, contra p.
tractatus – il dialogo filosofico, eirenico, diagoge, epagoge. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cammarata” –
The Swimming-Pool Library.
Grice e Campa: la ragioen
conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’elogio della stoltizia – scuola
di Presicce – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Presicce).
Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Presicce, Lecce,
Puglia. Grice: “You gotta love Campa; he has a gift for unusual metaphors: la
fantasmagoria della parola, -- my favourite has to be his conjunct, ‘stupidity
and unfaithfulness!’ -- Grice:
“Philosophy runs out of names: there are British philosophers G. R. Grice and H.
P. Grice, and Itallian philosophers R. Campa, and R. Campa.” Riccardo Campa Nota disambigua.svg DisambiguazioneSe stai
cercando il sociologo, vedi Riccardo Campa (sociologo). Riccardo Campa
con il premio Nobel Eugenio Montale, Riccardo Campa (Presicce), filosofo. Storico
della filosofia italiano, la cui indagine teorica si è incentrata sulla
relazione fra la cultura umanistica e la cultura scientifica, delineando il
percorso storico della cultura occidentale, in particolare nell'ambito europeo-latinoamericano.
Negli anni sessanta e settanta ha diretto la Biblioteca delle idee, sotto
la presidenza scientifica del premio Nobel Eugenio Montale e contemporaneamente
è stato condirettore responsabile del periodico Nuova Antologia, nel quale
ha pubblicato saggi di letteratura e filosofia sul pensiero del Novecento; vi
ha inoltre tradotto e pubblicato testi di Borges, Uscătescu, Segre, Chastel,
Kaufmann, Gasset. C.con Borges a Roma. )
«doctor honoris causa en las ciudades de Atenas y Nueva York, alfa y omega del
conocimiento de lo que constituye Occidente [...] Asombra en su obra la
recopilacion enciclopedica del pensamiento europeo, cimentada en la razon que
la describe.» «C. ha ricevuto dottorati honoris causa nelle città di
Atene e New York, l'alfa e l'omega della conoscenza di ciò che costituisce
l'Occidente [...] Sorprende nella sua opera la raccolta enciclopedica del
pensiero europeo, fondata sulla ragione che lo descrive.» (Domingo
Barbolla Camarero, Prologo, in Riccardo Campa La razon instrumental. El
mesianismo nostalgico de la contemporaneidad, Madrid, Biblioteca Nueva, ) Ha
partecipato, a seguito di regolare concorso a livello internazionale, al Forum
Europeo di Alpbach, al Collège de France, e all'Universidad Internacional
Menéndez Pelayo, e ha insegnato presso diverse università italiane e straniere
(Bologna, Università degli Studi di Napoli Federico II, Università per
stranieri di Siena, Universidad de Morón), tenendo corsi di storia delle
dottrine politiche, storia della filosofia,,storia delle Americhe e diritto
politico. C. all'Università per Stranieri di Siena. Ha diretto l'Istituto
Italiano di Cultura di Buenos Aires e successivamente ha coordinato in Italia e
nell'America Latina le attività celebrative del V Centenario dell'America, per
disposizione del Ministero degli Affari Esteri.. Vicepresidente della
Commissione Nazionale per la promozione della cultura italiana all'estero. Quale
ormai consolidata personalità-ponte fra i due mondi, geograficamente separati
ma culturalmente legati dalle comuni radici, svolge le funzioni di Direttore
del Centro Studi, Documentazione e Biblioteca dell'Istituto Italo-Latino
Americano di Roma. Contemporaneamente è stato Vicedirettore della Società
Alighieri. Ha presieduto il Forum Internazionale sulla Società Contemporanea di
Madeira e, alla scadenza di questo mandato, è stato eletto a Roma presidente
della Federazione Internazionale di Studi sull'America Latina e i Caraibi.
In questo ambito, con il suo operato, ha garantito l'interscambio delle figure
intellettuali più significative fra la cultura latinoamericana e quella
europea, favorendone la reciproca conoscenza. Riceve la nomina di
Director Emeritus del Vico Chair of Italian Studies en Dowling, Nueva York nel.
Studioso di diverse discipline: dalla linguistica teorica alla filosofia del
linguaggio, dalla filologia all'analisi letteraria alla storia della lingua;
dalla filosofia teoretica alla filosofia della scienza, nella gestione della
complessa realtà istituzionale, ha assunto l'incarico di Direttore del Centro
di Eccellenza della Ricerca dell'Siena. Già Ordinario del S.S.D SPS/2
(Storie delle dottrine politiche) presso la Facoltà di Lingua e Cultura
Italiana dell'Università per Stranieri di Siena, gli è stato conferito il
titolo di "Professore emerito". Opere: Appartengono, fra gli
altri, alla produzione classica: Il potere politico nell'America Latina,
Edizioni di Comunità, Milano; Il riformismo rivoluzionario cileno, Marsilio,
Padova; Appunti per una storia del pensiero politico latino-americano, Lugano,
Pantarei, 1971; L'universo politico omogeneo, Istituto Editoriale
Internazionale, Milano; Las nuevas herejias, Biblioteca de Estudios Criticos,
Madrid, Ediciones Istmo; La visione e la prassi: profilo di Bolìvar (pref.
diPignatti, intr. di R. Medina Elorga, postfaz. di L. C. Camacho Leyva), Istituto
Italo Latino-Americano, Roma; A reta e a curvaReflexōes sobre nosso tempo
(Riflessioni con Oscar Niemeyer), São Paulo, Max Limonad, 1986; El estupor de
EpicuroEnsayo sobre Erwin Schrödinger, Buenos Aires-Madrid, Alianza; La
emocion: la filosofia de la infidelidad (prol. di R. H. Castagnino), Editorial
Sudamericana, Buenos Aires, La escritura y la etimologia del mundo (con un
saggio di Roland Barthes), Buenos Aires, Editorial Sudamericana, 1989; La
malinconia di EpicuroRiflessioni in penombra con Jorge Luis Borges, Buenos
Aires, Editorial SudamericanaFondazione Internazionale Jorge Luis Borges, 1990;
La primeva unità: saggio sulla storia, Le Monnier, Firenze, 1990; La practica
del dictamen: del ius a la humanitas, Grupo Editor Latinoamericano, Buenos
Aires, 1990; El sondeo de la apariencia: el libro y la imagen, Gedisa, Buenos
Aires; La trama del tiempo: ensayo sobre Italo Calvino, Grupo Editor
Latinoamericano, Buenos Aires, L'avventura e la nostalgia: Omaggio al
Portogallo, Presidenza dei Consiglio dei Ministri, Roma 1994 La metarrealidad,
Buenos Aires, Biblios, 1995; Le daimôn de la persuasion, Toulouse Cedex,
Éditions Universitaires du Sud; The Renaissance and the invention of method,
New York, Dowling College, 1998; La metafora dell'irrealtà: saggio su "Le
avventure di Pinocchio", M. Pacini Fazzi, Lucca, 1999, L'esilio saggi di
letteratura Latinoamericana, Il Mulino, Bologna, 2000; Il sortilegio e la
vanità: saggio su Louis-Ferdinand Céline, Welland Ontario, Soleil;
Caratterizzano la produzione più recente: L'immediatezza e
l'estemporaneità, New York, Dowling College PressBinghamton University, 2000;
L'età delle ombre, New York, Binghamton University, 2001; Dismisura, Bologna,
il Mulino; Le vestigia di Orfeo. Meditazioni in penombra con Jorge Luis Borges,
Bologna, Il Mulino, 2003; A modernidade, Lisboa, Fim de século, 2005; Della
comprensioneCompendio di mitografia contemporanea, Bologna, il Mulino; Ontem.
L'elegia del Brasile, Bologna, il Mulino, 2007; Vicinanze abissali.
L'approssimazione nell'epoca della scienza, Bologna, il Mulino, 2009; Langage
et stratégie de communication, Paris, L'Harmattan; El Inca Garcilaso de la
Vega, Madrid, Binghamton University, Ediciones ClasicasEdiciones del Orto,; I
Trattatisti spagnoli del diritto delle genti, Bologna, Il Mulino,; La place et
la pratique plébiscitaire, Paris, L'Harmattan,; El sortilegio de la palabra,
Madrid, Biblioteca Nueva,; Elegy. Essays on the Word
and the Desert, University Press Of The South,; L'America Latina. Un profilo,
Bologna, Il Mulino,; La filosofia de la crisis. Epicureismo y Estoicismo, Editorial Sindéresis, Madrid,; El tiempo de la
inedia. El invierno de Gunter, AntropiQa 2.0, Badajoz,; La eventualidad y la
inexorabilidad. El invierno de Gunter, Editorial Sindéresis, Madrid,; La
Destreza y el engano. Ensayo sobre Don Quijote de Miguel de Cervantes Saavedra,
Ediciones Clasicas, Madrid,; L'America Latina. Un compendio, Bologna, Il
Mulino,; Octavio Paz. El desconcierto de la modernidad, Ediciones Clasicas,
Madrid,; La parola, Bologna, Il Mulino,; Cervantes. La linea del
horizonte, Valencia, Albatros,, L'elegia del Nuovo Mondo, Bologna, Il Mulino,.
La mundializacion, Valencia, Albatros,. Il convivio linguisttico. Riflessioni
sul ruolo dell'italiano nel mondo contemporaneo, Roma, Carocci, Note
Anno di conseguimento del titolo di Professore. Ne ha diretto l'Istituto Storico-politico
della Facoltà di Scienze Politiche. Con
decreto del Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, vi è
stato nominato Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche. Dopo averne curato, il XII Congresso
Internazionale, designato dall'Accademia delle Scienze di Russia ed eletto
dall'Osaka. Luigi Trenti, Il viaggio
delle parole: scritti in onore di C., Perugia, Guerra Editore, 2008. Antonio Requeni, Nueva vision de la
literatura argentina, "Les Andes", 16 settembre 1984, 3° Seccion
pag.1. Antonio Requeni, Presencia cultural de Italia en la Argentina, "La
Prensa"; Requeni, Los intelectuales del mundo: hoy, Riccardo Campa: la
Argentina, en el laberinto de Borges, "La Nacion", 20 Jesus Francisco
Sanchez, Crisis del neocapitalismo podria hacer renacer ideas del socialismo y
la izquierda: Ricardo Campa, "El Sol de Durango", 6/A Altri progetti
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Letteratura Letteratura Filosofo del XX
secoloFilosofi italiani del XXI secoloStorici della filosofia italiani; PresicceProfessori
dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. De oxgin^natalibns &
patria Jlultitia. StultitiamN dturd cffe atnicam &
humantgeneris per co\ inuos mulieru partm coferuatricein. Pueritia fdelem
ejfe affeclam. i v« Nec mn. Adolescentia. Omni homini ejfs
nccejfariam. Senibmmaximofo Utio. ^ xxi, Uec agrauibits&
cordatisvi' malienam. vt 1 1 . ttiam commenthiis
Gentilium deaftrufamiliarem. ix. Inea fouenda muliehem
maximefexttmoccHpari.. %, Eandem amoris & amicitia effe
conciliatricem* luu Con ; ugia & conctltare &
fouere. Onmihominttm atati &ordi~ } ttifuccurrere. Ammum
homhvbi»addere. x i v» i n b: llis mx» n-m vim habere. ' Vti A B6VMET, ytietiamtn
regendis Rebm pu~ hllLU,. Et commodifmum etfe '
tam conferuandaquam recuptra,- di, iibertatu remedium.
xvi i. Gloria 6 bonoris inflrumen- tum. xvi n.Wferiarum
vitahuman opti» tnumcondtmentum x i x. Fontem.UtitU ac bUaritatu ap.
L Duicem & dmakikm ejfe de qu4 msagimiu stultittam. 1 1.
Faettsfimiltarem. uu Nu nonlttstrarum&morum
Miagiftris. i v. Maxtm^TadagogU. j v. ltew<L
Grammatick Vulgatibus. vi. LibrorumScriptoribm. vi i .
Aftrologis. VI 1 1 Magis-KccromAnticis & Diui-
natofibus. ix. tuforibus, x. Htigantibus x i
Chymic sjeu Akbymiftis. 1*4; A'rg vment Capit. Venatoribus. Attcupibus.
Pifcatmbus. labricAntibus. Ambitiofo rvM. antibus. Amantibus
Hofientibus.Vriuilegiatts. iiiam Safritn Erasmo in Italia, Erasmo da Rotterdam.
Riccardo Campa. Campa. Keywords. la stoltizia. Stoltus, stoltizia, stolto,
stolto per Christo, pazzia, moria, enkoniom moirae ovvero laus stoltitiae. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Campa” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Campa: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della rivincita del paganesimo
romano – filosofia romana – scuola di Mantova – filosofia mantovana – filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Mantova). Filosofo
mantovano. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Mantova,
Lombardia. Grice: “You gotta love Campa – he is right that ‘artificial species’
is an oxymoron – as is ‘transhuman’ – but his philosophising about the
heathens, which is how Nero found the Christians, is very relevant!” Conosciuto soprattutto per i suoi studi
nel campo dell'etica della scienza e del transumanesimo e, precisamente, per la
sua difesa dell'idea di evoluzione autodiretta. Svolge ricerche sia nella veste
di Professore associato di Sociologia della scienza e della tecnica
all'Università Jagellonica di Cracovia, sia nella veste di Presidente
dell'Associazione Italiana Transumanisti, della quale è fondatore. Si laurea a Bologna. Ha conseguito il titolo
di Giornalista professionista presso l'Ordine dei giornalisti di Roma, il
dottorato in Epistemologia all'Università Copernicus di Torun e l'abilitazione
in Sociologia all'Università Jagellonica di Cracovia. Nell'ambito della
sociologia della scienza, è annoverato tra gli allievi di Merton, fondatore di
questa disciplina. A differenza di alcuni continuatori della scuola
costruttivista, Merton ha sempre mostrato un atteggiamento positivo nei
confronti delle scienze, e C. è rimasto fedele a questa impostazione. A tal
proposito, il filosofo argentino-canadese Bunge ha rimarcato il fatto che
«Campa è uno degli ultimi esemplari rimasti di una specie in estinzione: lo
studioso pro-scienza della comunità scientifica». I suoi studi hanno ricevuto una certa
attenzione da parte dei media dopo che Fukuyama, all'epoca consigliere per la
bioetica del presidente statunitense Bush, ha definito il transumanesimo
«l'idea più pericolosa del mondo». Secondo Fukuyama il transumanesimo è una
nuova forma di biopolitica che, pur essendo liberale e non coercitiva, rischia
di minare il concetto di uguaglianza tra gli uomini. Simili posizioni critiche
hanno assunto, in Italia, Veneziani, Ferrara, Rossi, e diversi opinionisti del
quotidiano cattolico Avvenire, che hanno criticato le idee di C. e di altri
filosofi e scienziati transumanisti (tra i quali, Bostrom, Hughes, Stock, e More),
stimolando un dibattito ad ampio raggio sulle prospettive aperte dalle nuove
tecnologie. Campa ha difeso le idee transumaniste in numerose pubblicazioni,
interviste e dibattiti pubblici, apparendo talvolta anche in televisione, e
sostenendo che le tecnologie emergenti e convergenti GRIN (un acronimo per
Genetica, Robotica, Informatica e Nanotecnologia) non rappresentano un rischio
inutile, come lasciano intendere i critici, ma un'opportunità di sviluppo in
linea con l'atteggiamento prometeico che caratterizza la storia della civiltà
occidentale. Le sue valutazioni, sull'opportunità di allungare la vita media e
potenziare le facoltà mentali e fisiche dell'uomo, sono soprattutto di ordine
etico e sociale. È autore di numerosi articoli e saggi, tra i quali spiccano
sette libri monografici. Il filosofo è nudo (Marszalek) Etica della scienza
pura (Sestante) Mutare o perire. La sfida del transumanesimo (Sestante) Le armi
robotizzate del futuro. Il problema etico (CEMISS) Trattato di filosofia
futurista (Avanguardia 21 Edizioni, ) La specie artificiale. Saggio di bioetica
evolutiva (D) La rivincita del paganesimo. Una teoria della modernità (D)
Creatori e Creature. Anatomia dei movimenti pro e contro gli OGM (D Editore, )
La società degli automi. Studi sulla disoccupazione tecnologica e sul reddito
di cittadinanza (D) Credere nel futuro: Il lato mistico del transumanesimo
(Orbis Idearum Press, ) È inoltre curatore della serie "Divenire. Rassegna
di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano". Cerimonia di
abilitazione all'Cracovia C. Cipolla, Manuale di sociologia della salute,
Angeli, C., Epistemological Dimensions of Robert K. Merton's Sociology,
Copernicus University Press, quarta di copertina. Fukuyama, “Transhumanism: The
World's Most Dangerous Idea”, Foreign Policy, La versione italiana è apparsa
sul Corriere della Sera con il titolo “Biotecnologie: la fine dell'uomo”,. M. Veneziani, “Attenti l'uomo è fuori moda.
La scienza prepara “l'oltreuomo”, Libero, G. Ferrara, “Mettere in dubbio il dubbio”, Il
Foglio, Rossi, Speranze, Il Mulino,
Bologna A. Galli, “Nietzsche, profeta
dell'eugenetica”, Avvenire, Rassegna
stampa degli articoli pro e contro il transumanesimo. “Nascita del superuomo”, documentario di RAI
3, Archiviato in.; “Futuro in pillole”, puntata de Le
Invasioni Barbariche condotta da Daria Bignardi, LA7;“Musica maestro”, servizio
biografico di RAI 1, Sito della rivista Divenire, Mazzotti, Il Prof che suonava
il rock, Gazzetta di Mantova, Guerra, Futurismo per la nuova umanità, Armando,
Roma. Il transumanismo. Cronaca di una
rivoluzione annunciata, Lampi di Stampa, Milano C. biografia e nel sito "transumanisti". RIVINCERE.
Di nuovo vincere. Lat. De nuo vincere. G. V. II, 14, 1. E l'uno gli rubello Alamagoa,
el'altro la Spagna, poi le rivinselor oper forza. Dant. Conv. 127. e
questo senso non si acconcia cogli esempi di cassa riversala, nè digente
riversata. Conveniva adunque portare la dichiarazione così: Riversatoda
Riversare SII; nel qual paragrafo Riversare sta per Voltare a rovescio o sotto sopra.
E inquesto significato dee si prendere la cassa riversata di Landolfo. Riversalo
poi vale Resupino, Colla faccia volta all'insù nell'esempio d’ALIGHIERI, e
richiede paragrafo separato. 414 OsseRVAZIONE Che Riversato venga da riversare
siamo d'accordo. Ma il senso genuino di riversare è Versar di Nilovo, notato di
Giudice non è metafora alcuna. Ei parla del terreno preparato per ricevere i
denti del dragone da cui dovevano germogliare i guerrieri. E terreno
rivesciato, cioè rivoltato, aralo è parlar proprio, non metaforico. Nè VIRGILIO
parla figurało allorchè disse : Georg. I, 64. Pingue solum fortes inverlant
tauri; Vomere terras invertere. esempio sopra RIVERSATO.Add. da Riversare. BOCCACCIO
(si veda) nov.14,10. Che riversata , per forza Landolfo andò sotto l'onde.
ALIGHIERI, Inf.: Noi passamm'oltre là'velagelata Ruvida mente un'altra gente
fascia, Non volta in giù, ma tutta riversata. RIVESCIARE. S1. Permetaf. Guid. G.
Il campo dunque è rivesciato; Iasone ardito, e tosiano al dragone si dirizza.
OSSERVAZIONE Nell'. Per lunga riposanza in laoghi scuri, e freddi, e con
affreddare lo corpo dell'occhio con acqua chiara, rivinsi la virtù disgregata,
che tornai nel primo buono stato della vista. Sust, verbal. Il rivincere. Lat .
Recuperatio. Introd. Virt. Della rivinta delle terre di quà da mare , che fa la
fede cristiana. Osservazione — Non avendo noi il positivo Vivare, il composto
Rivivare o è scorretta lezione in luogo di Ravvivare, o è voce pessimamente
creata e indegna di starsi nella famiglia delle buone. E che bisogno n'ha ella
la nostra lingua possedendo già Ravvivare? Almeno la Crusca l'avesse data per
v. A. RIVOCARE. Richiamare, Far ritornare. s Per Mutare, Slornare, e Annullare
il falto. AGGIUNTA, Rivocare in forse per Mettere in dubbio. Car. ENEIDE VIII, 620.
E ti con questi preghi cessa di rivocar la possa inforse cel tuo volere.VIRGILIO.
Ib.v.403. Absiste precando Viribus indubitare tuis. m OSSERVAZIONE Se gl’accademici
avessero fatta magogiore attenzione agli esempi che ponevano sotto il verbo “rivincere”,
si sarebbero accorti che nell'ano e nell'altro propriamente esso valeRicuperare,2
non già Vinceredi nuovo , in lat. Denuo vincere. Quindi non sarebbero an dati
nella contraddizione di spiegare il sostantivo verbale Rivinta , e l'esempio
che gli corrisponde , col latino Recuperatio, dandogli origine dal verbo
Rivincere (in lat. recuperare) in un senso dal Vocabolario non accettato. Milano,
Ibrjglii e Segati: Torino, E. Loesclier: Paris, A. Fontennoing).
L'opuscolo che qui ripresento agli studiosi ha suscitato dappertutto
discussioni vivaci, ed era naturale che le suscitasse. Era naturale,
infatti, che molti facessero discendere la questione in un terreno scabro
ed irto di passioni; e pur gli altri, avvezzi per abito della mente e per
austera severità di propositi, a non mirare se non alle ragioni
obbiettive, era naturale che molto s' interessassero dell' argomento,
vedendo qui posti quesiti altissimi non di storia soltanto, ma al-
tresì di psicologia popolare, e tentatane, come meglio si è potuto, la
soluzione. Ora, dopo si lungo dibatter di ragioni avversarie, è tempo che
riprenda la parola io. La mia tesi si fonda sopra alcune contingenze
di fatti, la cui evidenza non può sfuggire ad un esame
impregiudicato. Si riassumano, di grazia, le ragioni delle due parti tra
le quali pende 1' accusa dell' in- cendio di Roma. Se da una parte
troviamo un uomo, scelleratissimo quanto si vuole, dall'altra troviamo
una comunità segreta, della quale alcuni membri sono dediti al delitto
per testimonianza degli scrittori pagani, Questa prefazione fu pubblicata
dinanzi alla seconda edizione (Torino 1900), e dinanzi alla edizione francese
(Paris). L’incendio di roma e I PRIMI CRISTIANI e dagli stessi
apostoli son dichiarati indegni di predicare Cristo. Ma quell' uomo quando
seppe che la sua casa bruciava, torna a ROMA, tenta arrestare le
fiamm e, si mescolò in mezzo al popolo, girò di qua e di là
senza guardie prese tutti i
provvedimenti consigliati dalla immanità del disastro ; e, mentr'ei
cercava porre riparo, scoppiò novello incendio; degli altri si sa
che di tanto in tanto prorompevano alla rivolta, che pre- dicavano
la conflagrazione del mondo, cui doveva seguire il regno della giustizia;
che tal regno essi aspet- tavano dopo quello dell'Anticristo, che per
essi l'Anti-Cristo è NERONE, che credevano, durante la loro vita, essere
riserbati al nuovo regno di luce e di bene; che a ROMA augurarono ancora,
pel corso di lunghi secoli, distruzione e sterminio, che dopo la
rovina della potenza romana aspettavano il loro trionfo ; qual
meraviglia che tutto questo complesso di aspettazioni e speranze abbia
eccitato le menti incolte e fanatiche degli schiavi miserrimi e li abbia
spinti all' atto forsennato? Si aggiunga a tutto questo, che gli
arrestati furon confessi, secondochè mi pare avere ora novellamente
dimostrato. In ogni movimento di rivendicazione sociale che si determina nelle
masse, vediamo tosto scindersi due partiti : quello dei più
esaltati, pronti all' azione immediata, e quello delle menti più
calme, che mal giungono a tenere a freno i primi. Quei generosi che,
scorti dal raggio della loro fede, vennero a dare alle plebi la coscienza
dei diritti umani, mal poterono con tutti i loro consigli di
temperanza, reprimerne le turbolenze impetuose. Qual nuova concezione
sarebbe mai questa, che la plebe romana, la cui vita, da secoli, era
stata tutto un seguito di con- vulsioni e di fremiti, di sedizioni e
rivolte, proprio all' epoca di NERONE fosse diventata di tanti
agnellini, quando più ributtante era lo spettacolo delle umane
ineguaglianze, e più turbinavano nel suo seno le nuove correnti
rivendicatrici! Tutt' altro! Anche in quella moltitudine erano i falsi
dottori, dei quali parla la co- siddetta Secunda Petri, i quali
promettendo agli altri la libertà erano però essi stessi servi della
corruzione, i quali dopo esser fuggiti dalle contaminazioni del
mondo per la conoscenza di Gesù., si erano di nuovo in quelle
avviluppati; e, secondo le brutali imma- gini che ivi troviamo, erano
come cani tor- nati al vomito loro, come porche lavate che di nuovo
si voltolano nel fango. Quando certi stati di aspetta- zione angosciosa
si determinano nelle masse, basta una scintilla per spingerle ad eccessi
inopinati. L'aununzio della distruzione ignea decretata da Dio per la
loro generazione, la credenza che il regno di Dio non verrebbe, se non
fosse distrutta la romana potenza, fu la scintilla delle fiamme che
divamparono sterminatrici. Essi credevano compire la volontà divina,
essere gli esecutori della divina vendetta. Vano è parlare qui di
significati allegorici. Quando pur si potesse provare che le allegorie
che or si vogliono vedere sotto l' idea del fuoco, si scorgessero pure
dai primi proseliti, e come tali si spiegassero (il che non è affatto),
tutto ciò sarebbe vano lo stesso. Il popolo interpreta le pa- role
nel loro senso materiale, e quando sente fuoco, in- tende fuoco e nuli'
altro. Un' obbiezione, a prima giunta grave, mi fu fatta da
un chiaro critico : come mai ninno degli scrittori, anche pagani, accusa
di tale scempio i cristiani ? Pure, la ragione di ciò credo poterla
indicare. Il nodo della questione credo che stia in ciò, che gii
esecutori mate- riali furono veramente i servi di NERONE, e che
questi interrogati perchè scagliassero le faci, dicevano di agire
per istigazione altrui. La credenza nella colpevolezza di NERONE si radicò
quindi nelle coscienze, ed ancor più crebbe dopo la morte di lui. Suole
infatti avvenire che a quelli che si rendono tristamente famosi per le
turpitudini loro, tutte il popolo attribui- sca le altre scelleraggini,
delle quali suoni incerta e dubbiosa la fama. E l' accusa o il sospetto
dovè nascere nel popolo per naturale reazione di pietà verso i
condannati, qualche tempo dopo il disastro e il processo ; che altrimenti non
si spiegherebbe come Ne- rone non fosse stato ucciso dall' ira popolare,
quando si mescolò senza guardie in mezzo al popolo. E dovè
afforzarsi, quando Nerone o gli adulatori suoi espressero l' intenzione di
chiamar dal suo nome la rifatta città: che allora l'ambizione parve al
popolo sufficiente motivo, a spiegar lo sterminio. E poiché NERONE
dall'incendio di ROMA, che egli aveva visto, prese poi r ispirazione per
iscrivere il carme sulla rovina di Troia, carme che forse cantò sul
teatro della rinnovata sua casa, nacque più tardi in mezzo al popolo, la
fama che egli avesse cantato sulle rovine della patria. Del resto, che vi
fossero scrittori che esplicitamente accusassero i cristiani, non credo sia da
revocare in dubbio. Tacito stesso, direttamente o indiret- tamente, deve
averne usufruito qualcuno, come mi pare possa dimostrarsi. Perchè tali
scrittori non sieno stati conservati, è vano chiedere. Durò per secoli la
di- struzione sistematica di tutto ciò che fosse avverso al
Cristianesimo. Gli scritti contro la nuova religione sono periti; le
accuse che al Cristianesimo si facevano, le conosciamo, salvo pochi
accenni qua e là, solo per bocca dei difensori. Or questi scritti
apologetici sono di alcuni secoli posteriori a Nerone e ciascuno di
essi parla delle dottrine e dei costumi dei cristiani del tempo suo
; non potremmo dunque aspettarci di tro- vare in essi alcun tentativo di
difesa contro un' accusa che ninno più muoveva, essendo ormai invalsa
anche tra i pagani 1' opinione che accusava Nerone. Ma se del fatto
determinato, e cioè dell' incendio Neroniano non si fa più parola, si fa
per contro parola molto spesso delle tendenze rivoluzionarie e
distruggitrici. Tali tendenze erano forse una di quelle scelleraggini
inerenti alla setta (flagitia cohaerentìa nomini), alle quali accenna PLINIO
(si veda), a proposito dei cristiani di Bitinia. L'accusatore dei
cristiani nell’Octavius di Minucio Felice narra che essi, raccolta
dalla peggior feccia i più ignoranti e le credule fem- minette,
naturalmente deboli per la debolezza del loro sesso, istituiscono una
plebe di sacrilega congiura; e più giù che essi alla terra e perfino
all'uni- verso e alle stelle minacciano incendio (e cioè la
conflagrazione cosmica), e macchinano rovina. Ottavio ne li difende, e la
sua difesa è pur molto istruttiva per noi. E, secondo lui, un volgare
errore il credere che non possa venire improvviso l' incendio
punitore; i saggi stessi dell'antichità, egli dice, e i poeti han parlato
della conflagrazione cosmica, del fiume di fuoco e della Stigia palude, a
punizione dei perversi. Ma niuno, ei soggiunge che non sia
sacrilego, delibera che sieno puniti con tali tormenti, per quanto
meritati, coloro che non riconoscono Dio, come gli empii e gì' ingiusti.
Ahimè, mite filosofo antico, la storia posteriore ti ha dato torto! Non
è questa una risposta alle accuse e ai timori, che si nutrivano a
riguardo dei cristiani ? Se dunque dell' accusa particolare, quella riguardante
l' incendio neroniano, non si fa più motito, per le ragioni sopradette,
non si può dire che- ogni eco dell' accusa generica sia spenta per
sempre. Altra obbiezione mi fu fatta, circa il criterio informatore
di queste ricerche. Voi, mi si è detto, state al giudizio degli scrittori
pagani, per quanto riguarda la moralità dei primi cristiani. Ora per
lunghi secoli continuarono le accuse contro i cristiani, e furono
fra le più atroci e terribili. Gl’apologisti cristiani opposere ad esse
recise smentite. Perchè non si deve credere che sieno calunnie pur le accuse
scagliate contro i cristiani dei primi tempi? Senouchè, a proposito
di queste ultime, le accuse non partono solo da scrit- tori pagani, ma
altresì da cristiani, in passi dei quali r interpretazione non può esser
dubbia. Ma tal giudizio non riguarda tutta intera la comunità. Ohi nega
che in questa fossero spiriti superiori, ardenti del- l' amore divino del
bene ? Ma le novità, e novità tali, quali eran quelle che nelF ordine
sociale annunziava il Cristianesimo, sogliono attrarre gli spiriti più
turbolenti, e più esaltati, cui non par vero di coprire con la nobiltà di
un vessillo la licenza degli atti proprii. E, se guardiani bene, pure
tutte quelle orrende accuse fatte in seguito ai cristiani, i riti dell'
uccisione del fanciullo, della Venere promiscua dopo la cena ed
altri simili, hanno tale spiegazione. Anche gli scrittori cattolici
riconoscono che tali calunnie si debbano a tutte quelle sette di
Carpocraziani, Nicolaiti, Gnostici, che tali orrendi riti praticavano, e
si arrogavano il nome di cristiani. Che la chiesa abbia potuto respingere
dal proprio seno questi sciagurati, e si sia andata man mano epurando, torna
certo ad alta sua gloria. Ma ciò stesso ne induce ad andar molto
cauti, quando vogliam negare a priori che nei primi tempi Si è
sostenuto da alcuni che la critica moderna riferisca a quistioui di dogma e di
gerarcliia i noti passi di Paolo, nei quali esorta i Cristiani di Roma
all' obbedienza e alla man- suetudine; e si è citato in proposito Renan. Ma Renan dice di quei passi (Saint Pani). Il semble qu'à l'epoque
où il écrivait cette épitre aux Romains diverses eglises, surtout
l'Église de Rome comptaient dans leur sein soit des disciples de Juda le
Gaulonite, qui niaient la légitimité de l'impot et préchaient la róvolte contre
l'autorité romaine, soit des ébionites qui opposaient absolument i'un à
l'autre le régne de Satan et le régne du Messie, et identificient le
monde présent avec l'empire du Démon {Epiph. haer., XXX, 16; Honiél.
pseudo-clém.). ldella
chiesa potesse esservi ima moltitudine di faci- norosi, pronti ad
interpretare a lor modo le nuove dottrine e a trascendere ad ogni
eccesso. E la lettera di PLINIO si osserva, non è te- stimonio dell'
innocenza cristiana? Migriamo pure, se cosi vuoisi, da Roma in Bitiuia,
dai tempi di NERONE a quelli di Traiano. La lettera domanda all'
imperatore se debba punirsi la setta come tale o i delitti ad essa
connessi, e riferisce che degli interrogati alcuni dichiararono repiicatamente
esser cristiani, e, senza voler sapere che cosa ciò significasse, PLINIO,
per la loro ostinazione, li mandò al supplizio; altri negavano
essere stati mai cristiani ; altri affermarono essere, e poi il negarono,
dicendo essere stati, or più non esserlo ; tutti questi maledicevano Cristo, e
veneravano l' immagine dell' imperatore. Pur nel tempo in cui erano
cristiani asserivano altro non aver fatto se non raccogliersi, venerare
Cristo come se fosse un Dio, ed obbligarsi con giuramento non a
commettere delitti, ma anzi a non commetterne. Due ancelle messe ai
tormenti, non rivelarono se non una superstitio prava, ìmmodica. Se
questi infelici erano così invasi dalla paura, da indursi a sconfessare
la loro fede e maledire Cristo, si potrebbe mai aspettare da essi che
rivelassero alcuna cosa che potesse danneggiarli? Ma sieno stati pure
innocentissimi i Cristiani di Bitinia al tempo di Traiano ; che cosa
prova ciò per alcune fazioni dei cristiani di Roma al tempo di
Nerone? Questo credemmo opportuno avvertire, circa le ragioni
generali e di metodo. Alle osservazioni sui singoli punti si risponderà nelle
note o anche nel testo. Non era possibile confutare partitamente ciascuno
degli scritti venuti in luce. Quest' opuscolo sarebbe diventato un volume, con poco
frutto dei lettori e degli studii. Ne del resto era decente sottoporre
alla considerazione dei lettori, scritti, nella maggior parte dei quali
la forma irosa mal si dibatte fra le scabrosità della materia, e dalle
ambagi del ragionamento guizza ed erompe il vituperio. I fatti e le
ragioni apportate io ho tenuto in conto ; dei vituperii non mi curo,
né di essi conservo rancore. Mi conforta il consentimento pressoché
unanime a me venuto da coloro che rappresentano il più bel vanto degli studii
italiani. In mezzo alle loro voci o alle voci di quelli che, pur
di- scordi, seppero tener la misura, suonò un coro stridulo di voci
insolenti. Persone rese fanatiche da religioso ardore si scagliarono
contro di me, a contaminare la purità delle intenzioui mie. In tale
impresa l' igno- ranza e la malafede fecero l'estrema lor possa. Io
non perderò la calma per le intemperanze altrui. Quel medesimo coro ha
accompagnato sempre ogni opera di verità e di luce. Mentre la procella batteva
alla mia porta, io ripensavo mestamente che cosa mai potesse
suscitare in tanti animi impeti cosi vivaci contro di me. Era là, in quei
cuori angosciati, tutto lo schianto come di una cara visione che si
dilegui, come di una zona luminosa sulla quale inopinatamente si
effondano tenebre. Povere anime desolate, ebbre di radiose speranze, io
non ho offeso la vostra fede. Potreste voi mai sostenere che, pur quando
gran parte del mondo fu conquistata alla luce e all'amore della vostra
idea, il fanatismo e l'errore sieno tosto dispariti dalla terra, e
cieche cupidigie e biechi livori non abbiano ancora agitato gli spiriti?
Perchè dovrebbe dunque ripugnare alla vostra fede, l'ammettere che ciò
sia avvenuto pure agl'inizii della nuova era umana, in mezzo a
gente nei cui animi era 1' eredità di secolari rancori ?
Il primo quesito che si presenti alla mente di chi esamini i
racconti degli storici snll' incendio neronia- no, è questo: l'incendio
fu ordinato da Nerone? Degli scrittori più antichi lo affermano Suetonio
e Dione Cassio, i quali ci hanno pure esposto le ragioni di tal
loro convinzione: sicché la notizia da essi data ha solo valore in quanto
possano averlo tali ragioni: di che tosto vedremo. Tacito si avvale di
fonti diverse, né sembra aver fatto studio per rendere coerente il
racconto suo; sicché prendendo or dall'uno autore or dall'altro, riesce ad
indurre nel lettore ora 1' una convin- zione or l'altra. Si mostra in
principio esitante tra due autorità di fonti: quelle che attribuivano il
disastro al caso e quelle che lo attribuivano a Nerone; ma Si potrebbe obbiettare che uno
storico può narrar cosa vera, ma poi sbagliare nell' assegnare lo cause.
E ciò è appunto quello che penso io, e che dichiaro pure più sotto; le
particola- rità dell'incendio, narrate dagli storici non sono certo
inventate da essi, e sono, secondo ogni legittima presunzione, vere; la
causa dell'incendio, cioè l'ordine di Nerone, dobbiamo giudicarla
alla stregua delle ragioni che essi apportano di tal loro convinzione.
Giacche 1' attribuire l' incendio o al caso o all' ordine dell' uno
dell'altro, è convinzione o apprezzamento, non è fatto. Lo afierma anche PLINIO
(si veda) il Veccbio; e il suo accenno. N. II.: ad Neronis principis incendia,
quihus cremava Urbem), prova che pochi anni dopo l'incendio, l'opinione
era già invalsa. Verisimilmente la medesima convinzione espri-
ll' ipotesi del caso doveva cadere per lui, che poco dopo narra
come certo il fatto che nessuno osò opporsi alla violenza del fuoco,
poiché uomini minacciosi vietavano di estinguere le fiamme, anzi le
ravvivavano, dicendo di agire per consiglio altrui. E bensì vero che
Tacito aggiunge essere incerto se ciò facessero, per potere senza
freno abbandonarsi alle rapine o per vero comando: ma è evidente che la prima
ragione non regge. Giacché se essi giungevano a imporsi tanto con le
minacele da impedire ogni tentativo di estinzione, pote- vano pure senz'
altro esercitare liberamente il saccheggio. E del resto il
ripetersi della cosa, con i medesimi particolari, per tutta Roma, non
significa 1' obbedienza ad una parola d' ordine? Questa esclude il caso.
E lo esclude pure il fatto che, tosto allo spegnersi del primo, si
riaccese un secondo incendio, che proruppe dagli meva PLINIO nelie Storie
civili che furono fonte a Tacito. La narrazione di Sulpicio Severo (II,
29) è presa interamente da Tacito, di cui riproduce molte frasi. Quella
di Orosio è derivata, con qualche esagerazione di notizia, da Suetonio.
L'iscrizione in C. I. L., VI, 826 ha qvando vrbs per novem DIES —
ARSIT NERONIANIS TKMPORIBVS. Importanti monumenti sono pure le are
site in ciascuna regione della città, sulle quali nei tempi successivi si
celebra- vano il 23 Agosto i sagritìzi incendiorum arcendorum
causa; alcune di tali are sono conservate ; cfr. Lanciani, Bull. com.;
Hùlsen, Rom. Mitt. ; Richter, Top.j- Una minaccia d' incendio è
attribuita a Nerone dall' autore dell' Ottavia, v. 882, Stazio nella
Silva dedicata alla vedova di Lucano ha infandos domini nocentis ignes. In
tutta la letteratura di opposizione a Nerone l'accusa dovè essere accolta
con fervore. Alcune di versità di particolari dalla narrazione tacitiana
sono nella cor- rispondenza apocrifa di Seneca e S. Paolo (v. Ramorino,
Vox Urbis). Tra i moderni, oltre Aubè, Schiller ed altri, lo Herstlet
negò con buone ragioni, l'attribu- zione a Nerone (Treppenwitz der
Weltg.). Molti l'attribuiscono al caso (ad es. AUard, Marucchi). I
particolari dell' incendio sono contrari a tale ipotesi: per ammetterla,
biso- gnerebbe ritenere falsi tutti i particolari narrati dagli
antichi. orti di Tigellino e devastò un' altra parte della città.
Del resto Tacito sembra nou aver ridotto ad unità di pensiero questa
parte dell' opera sua: e aver piuttosto abbozzato appunti da fonti discordi:
vedremo infatti essere molto probabile che una delle sue fonti
accu- sasse esplicitamente i cristiani. Suetonio accusa Nerone. E
l'accusa egli fonda sopra tre fatti. In un banchetto, avrebbe un
convitato detto in greco: quando io sia morto, si mescoli la terra
col fuoco », e Nerone avrebbe soggiunto; auzi quando io sia vivo;
di più, parecchi consolari sorpresero nei loro possedimenti i servi
imperiali, con stoppa e faci; e per paura, neppur li molestarono; infine
Nerone, de- '-> Altro indizio che Tacito non abbia
riassunto in una con- cezione unica il fatto storico, ma abbia solo unito
notizie di- scordi da fonti diverse, si trae anche da questo. Ei
riferisce la voce che Nerone al tempo del disastro cantasse l'incendio
di Troia sul teatro domestico. Ma qual teatro? Quando ei 'tornò da Anzio
il palazzo imperiale bruciava ! Altra contraddizione. Debbo notare a tal
proposito come a me abbia prodotto ingrata meraviglia, che del mio giudizio su
Tacito altri abbia menato scalpore, come di giudizio a bella posta
indotto per iscemare l'autorità di lui ed infirmarne la fede. Dopo
tanti studii perseguiti da tanti anni, sul materiale storico di
Tacito, sul suo fosco vedere, sulle sinistre interpretazioni sue,
sulla sua costante avversione per alcuni personaggi, si avrebbe il
diritto di pretendere che tanta mole di lavoro non fosse stata fatta
invano. Il Fabia, Le sources de Tacite, osserva, contro L. Von Ranke, che
Tacito si astiene dall' accusare o dall' assolvere Nerone, adoperando
frasi come pervaserat rumor, videbatur, crederetnr. Ma a me paiono
giuste le seguenti considerazioni del Von Ranke, Weltgeschichte, Leipzig:
Es ware nun unsin- nig zu denken, dass Nero, der sich bei dern Brande
wurdig betragen batte, jetzt, um eia durchaus falsches Geriicht
nieder- zuschlagen, zur Verfolgung \inschuldiger Lente geschritten
wàre. Man kann nicht anders als annehmen dass diese
Stelle aus des zweiten Nero anklagenden Ueberlieferung stammt.
Die Nichtswiirdigkeit des Kaisers liegt eben darin, dass er den
Brand selbst angelegt hat und auf anderen die Schuid schiebt. So die
zwejte Ueberlieferung.] siderando sul Palatino l'area di alcuni granai
costruiti con pietra, li fece prima abbattere e poi fece ad essi
appiccare il fuoco. Anche Cassio Dione è esplicito, e (juasi a riprova
della sua accusa apporta due fatti: die cioè Nerone aveva fatto voto di
vedere la distru- zione di Roma e che egli chiamò felice Priamo,
perchè aveva visto perire la patria sua. [Or veramente, se questi
sono i fondamenti della secolare accusa, lo storico spassionato dovrà
rimanere ben perplesso prima di confermarla. Certo fu uomo di si
efferate nefandezze Nerone, che non è a temere gli si gravi troppo la
soma dei delitti con un altro misfatto; pure, giudicando senza
prevenzioni, è facile scorgere quanta sia la vacuità delle ragioni che
gli antichi apportano per incolparlo anche di questo. Quanto ai
servi di lui, sorpresi ad incendiare, il fatto ha ogni verosimiglianza,
ma ha ben altra spiegazione, come si dirà in seguito. Quanto ai granai del
Pala- tino, è naturale che, quando tutto intorno era di- strutto,
visti superstiti quegl' informi ruderi, ei li fa- cesse abbattere e
incendiare, volendo liberare l' area per la futura sontuosa sua casa. *'
Quanto all' aneddoto, raccontato da Dione Cassio, eh' egli avesse fatto
voto di veder distrutta la città, esso è infirmato dal fatto che,
.saputo appena che il fuoco s' approssimava al pa- [Questo passo di
Suetonio (Ner.) ha fatto uscire di careggiata non pochi. L'abbattimento e
l'incendio dei granai Suetonio lo apporta, perchè serve a dimostrare,
secondo lui, che Nerone non fece mistero dell' ordine d' incendiare
{incendit urbem tam palam ut bellicis machinis lahefactata
atqiie infiammata sint, ecc.). E chiaro che 1' argomentazione non è
va- lida. Se Nerone dette senza mistero 1' ordine di abbattere quei
granai, dovè dunque darlo quando tornò da Anzio; e allora tutto intorno
era già divorato dalle fiamme.] lazzo imperiale, egli rientrò in Roma, eppure
non si potè impedire (dice Tacito) che il Palatino e la reggia e
tutti i luoghi intorno fossero preda alle fiamme. Rimangono altri due aneddoti,
e quello di Priamo e quello del banchetto. E non è improbabile che
Nerone paragonasse sé stesso a Priamo, cui toccò di veder distrutta
la patria sua, e si chiamasse, ammettiamo pure, fortunato di veder cosa
unica al mondo: ma ciò non si può apportare qual prova a confermare
che l'ordine partisse da lui. Ne tale deduzione si può trarre dai
motti di spirito, che secondo Suetonio ri- ferisce, avrebbe egli
scambiato con un suo convitato in un banchetto. Che anzi, chi ben guardi,
l'inter- pretazione di qu3Ì motti è ben altra. Giacché se il
convitato disse: Ivj.oò Savóvro? Y^ia at/Gr^uo ttd.oi egli voleva evidentemente
significare: « purché io sia morto, si mescoli la terra col fuoco », e
cioè, a un dipresso: purché io non abbia più a correrne pericolo,
caschi pure il mondo! » Ed è naturale quindi che Nerone
rispondesse: « anzi, purché io continui a vivere » (immo inquit, i'j.o'j
Cwvioc). — Ci siamo indugiati in siffatti particolari aneddotici, non per
conchiudere da essi soli, che fu ingiusta l'accusa, ma solo per affermare
che non ci è dato indagare la verità da siffatte fonti. Questi
scrittori hanno poco discernimento critico. Quando raccolgono fatti, ci
offrono materiale prezioso: quando li interpretano e ne tra^ggono
deduzioni, sco- prono tutto il debole dell'arte loro. Noi dunque
dob- biamo battere altra via. Dobbiamo esaminare le par- [Ed era la
casa sontuosa, eh' egli stesso aveva fatto smi- suratamente ingrandire,
sicché comprendeva ormai tutta l'area dal Palatino all'Esquilino. Il nome
di Domus Transitoria (Suet. Nei') trasse in uno strano errore il Renan,
il quale credette vedere in quello l'intenzione di Nerone di far, poi,
una casa definitiva. Ma transitoria significa solo che quella casa
metteva in comunicazione, come dice Tacito {Ann.) il Palatium con
gli orti di Mecenate ! Pascal] ticolarità tutte del disastro ìq relazione
al carattere ed ai fatti di Nerone. * Dobbiamo vedere quale poteva
essere per lui il movente ad emanare l'ordine sciagu- rato, quali i mezzi
per attuare l' immane disegno. La capacità a delinquere di Nerone è
fuori di ogni discussione; e veramente, se solo ad essa noi dovessimo
aver ricorso, la questione non sussisterebbe più. Ma vi ha tempre e
caratteri diversi di delinquenza: alcuni sono nati alle audacie più
forsennate, alle più temerarie scelleraggini: altri praticano il delitto
per coperte insidie e per nascosti raggiri. Nerone, quale cÀ
risulta da tutti gli atti della sua vita, fu insi- dioso e vile;
sospettoso di tutto e di tutti, sempre premuroso d' ingraziarsi il popolo
con feste e largi- zioni; assalito alcuna volta da crisi convulse, e
trepidante per divina vendetta, superstizioso come un fanciullo. Quando
scoppiò l' incendio, egli era ad Anzio. Scoppiò per ordine suo? Ma allora
il suo tristo segreto fu affidato non ad uno o due dei più intimi,
ma a centinaia, forse a migliaia di servi e pretoriani!" Giacché per
tutta Roma furono dissemi- [Mi si è mosso rimprovero che tali
particolarità io de- suma da quegli stessi scrittori, dei quali ho
cercato infirmare la fede. Ma le dichiarazioni che qui precedono sono
esplicite ; i fatti non sono certo inventati dagli scrittori : le
deduzioni che essi ne traggono sono erronee. In tutte le
scelleratezze di Nerone si vede manifesto lo studio di coprire nel
segreto dei pochi fidati il misfatto. Il man- dare l'ordine da Anzio a
Roma a centinaia di servi e soldati, e il tornare poi in mezzo al popolo,
suppone un coraggio che non pos- siamo davvero attribuirgli. Né è dato
supporre che Nerone abbia confidato l'ordine solo a qualche intimo.
Questi non avrebbe po- tuto fare se non trasmettere gli ordini imperiali;
e Nerone capiva che 1' ordine sarebbe stato quindi annunziato ai servi o
soldati solo come ordine suo. lnati coloro che impedivano ogni
tentativo di estin- zione, *" ed erano come riferisce Dione Cassio,
anche vigili e soldati che ravvivavano il fuoco. E si sup- ponga
pure che costoro nell' ebbrezza forsennata di quelle notti infernali,
obbedissero, senza esitanza, ad un ordine che si diceva lor mandato dall'
imperatore lontano: ma quando poi l'imperatore tornò, e tentò
arrestare le fiamme, (Tac. Ann.), a chi obbe- divano coloro che dagli
orti di Tigellino fecero pro- rompere novello incendio? E, se avesse dato
l' ordine, sarebbe tornato Nerone? Un ordine, diffuso fra tanti servi e
soldati, non poteva rimanere un segreto per il popolo: avrebbe Si
potrebbe osservare : Perchè dovevano essere centi- naia ? Non bastavano
forse anche pochi per appiccare l'incen- dio, se questo cominciò dalle
bofteghe ripiene di merci accen- sibili, e fu alimentato dal vento?
Sennonché supposto pure che pochi abbiano appiccato l' incendio,
moltissimi dovevano pure essere quelli che ordirono il complotto. Ed
infatti per tutta Roma erano sparsi coloro che impedivano ogni tentativo
di estinzione. Questi dovevano essere a parte del segreto, e per
essere sparsi in tutta Roma dovevano essere moltissimi. La qual notizia
della impedita estinzione non può essere revocata in dubbio.- Se non
v'era forte mano organizzata ad impedire 1' estinzione, molto prima dei
nove giorni si sarebbero sedate le fiamme. Non potevano certo
obbedire a Nerone, poiché da lui ricevevano ormai l'ordine di arrestare le
fiamme, non di riaccen- derle. Si è sospettato potesse essere una
finzione di Nerone il tentativo di arrestare le fiamme. Ma ad ogni modo
questa finzione non poteva avere efletto se non con opere di estinzione.
E non è consentaneo al carattere di Nerone che egli in mezzo alla
disperazione del popolo si fosse esposto al pericolo di rinnovare l'ordine
incendiario. E Tigellino non avrebbe fatto incominciare dalla casa sua,
lasciando intatto il Trastevere. Si può pensare: col non tornare, avrebbe
accresciuto i sospetti. Ma questi apprezzamenti e calcoli di mente fredda
di- sdicono al carattere di Nerone. Si esamini, di grazia, il suo
contegno dopo 1' uccisione della madre (Tac. Ann.). E cosi quando gli fu
annunziata la defezione degli eserciti, non osò presentarsi in pubblico,
temendo esser fatto a brani (Suet. Ner.). egli affrontato la plebe,
pazza d' ira e di terrore? '' E perchè l' avrebbe dato, quest' ordine ?
Perchè, si risponde, non soffriva le vie tortuose e irregolari, con le
loro pestifere esalazioni, e voleva il vanto d'essere chiamato fondatore
di Roma; ojDpure, perchè voleva godere lo spettacolo delle fiamme e
cantare l'incendio. Ed altri ancora risponde : dette l' ordine in un
accesso di pazzia. Or veramente, quanto alle vie tortuose e
strette, la ragione non regge. L' incendio fu appiccato a tutte le
regioni più nobili e suntuose di Roma; perirono i templi vetusti, i
bagni, le passeggiate, i luoghi di de- lizia, le case più ricche. Le
regioni dei poveri, rot>curo Trastevere, il centro della comunità
giudaica e cristiana, furono rispettati. Eppure anche nel Traste- vere
aveva Nerone i suoi orti Domiziani e il suo circo, che poteva desiderare
di vedere sgombri dalle casupole e dalle viuzze che li circondavano. Voleva
godere lo spettacolo delle fiamme? Ma si sarebbe su- bito mosso da Anzio;
il ritardo poteva togliergli l'oc- casione di goderlo! Rimane dunque che
egli avesse ordinato l' incendio in un accesso di pazzia. Ma quando
egli tornò a Roma, e, come riferisce Tacito {Ann. XV, 39\ cercò di
opporsi al fuoco, ed aprì per ristoro al po- polo il campo di Marte, i
portici e le terme di Agrippa, Che Nerone sin dalla prima notte del suo
ritorno si ag- girasse senza guardie per la città, è afìermato da Tacito
stesso, quando narra che Subrio Flavio aveva già prima della
congiura Pisoniana fatto il disegno di uccidere Nerone cum ardente
domo per noctem huc Ulne cursaret incustoditus! (Ann.) '' Non poteva
regolare, si può dire, la direzione delle fiamme. Ma certamente, se il suo
scopo era quello di togliere le viuzze stretto e le case luride non
sarebbe ricorso alle fiamme. Bastava che il suo disegno d' abbellire Roma
egli enunciasse, per essere esaltato da tutto il popolo, e avere il
concorso di tutti i cittadini. E quando anche alle fiamme avesse voluto
ricorrere, avrebbe cominciato dai quartieri luridi, non da quelli nobili
e sontuosi.] gli orti suoi, e fece costrnire provvisorie capanne, e
diminuì il prezzo del frumento, era certamente nel possesso delle facoltà
sue : e allora chi rinnovò l' in- cendio negli orti di Tigellino? Ed ancora, si ponga mente ad altre
osservazioni. Nerone voleva sal- vare la casa sua, ed infatti vi si
adoperò, tornato a Roma: avrebbe egli ordinato che si cominciasse
ad appiccare il fuoco proprio a quella parte del circo. che era
contigua al Palatino? Nerone amava credersi e farsi credere artista fine e di
greco gusto. Non avrebbe egli fatto mettere al sicuro le più belle
opere di scultura, i monumenti dei più chiari ingegni, i capilavori
dell'arte greca? Anche questi perirono tutti, e Nerone mandò gli
emissarii suoi, per l'Asia e per la Grecia, a depredarne dei nuovi. Quanto
più si consideri l'accusa fatta a Nerone, tanto più essa risulta
incoerente e contradditoria. Ma dunque, chi ordinò l'incendio? Quali
furono gì' incendiarii? Quale scopo ebbero? Chi incolpò i Cristiani? E
quali erano i Cri- stiani allora? Dobbiamo, per l' esposizione
nostra, cominciare dall'ultimo quesito, e poi a mano a mano, attraverso
gli altri, giungere sino al primo. Sulla prima comunità cristiana
in Roma abbiamo E opportuno pnre notare che J racconto
riguardante Nerone, che sulle rovine «ii Roma canta i' incendio di Troia
è ritenuto, per buone ragioni, una leggenda. Y. Renan, JJ Anii-
christ che prese probabilmente i suoi argomenti dalla nota del Fabricio a
Cassio Dione. Non vale il dire: ricevuto il comando, non si badò più a
nulla. Sta pur sempre, che se il primo incendio cominciò dalla casa di
Nerone, e il secondo dalla casa di Tigellino, le fiaiume forono appiccate
da nomini che erano nemici di tatto l'ordine sociale, che era
rappresentato da quei di; e. scarsissimi documenti: pure ci viene da essi
qualche lume. Chi immagina i Cristiani al tempo di Nerone, e anche
prima, tutti intenti a bizantineggiare su que- stioni di dogma, non può
spiegare l' aggregarsi di sempre nuovi proseliti alla parola evangelica.
Se Ta- cito dice che i cristiani erano allora « una immensa
moltitudine, ninna ragione v' ha per iscemare il valore a siffatta
testimonianza. Ora una immensa moltitudine non si poteva commuovere per
controversie riguardanti solo il, dogma giudaico. Ci vuole altro per
muovere le turbe. Se soltanto tali quesiti avessero formato oggetto della
predicazione evangelica, i gentili avrebbero probabilmente risposto come
il proconsole Corinzio rispose ai Giudei che accusa- vano Paolo: « sono
questioni di parole: pensateci voi. Il cristianesimo dovè invece assumere
ben presto in Roma un contenuto sociale ed economico. Quel che
importava era il complesso delle aspirazioni e delle rivendicazioni
messianiche, era la parola dolce, che per prima affermava 1' eguaglianza
umana, e promet- teva lo sterminio degli empii, e prossimo il regno della
giustizia. Ora questa sete ardente di rivendicazioni umane era comune
tanto al giudaismo quanto al cristianesimo. La differenza era in ciò, che per
il cri- stianesimo il Messia era già venuto, ma doveva tosto
tornare a disperdere le potenze maleJBche sulla terra; il giudaismo non
sapeva accomodarsi all'idea di un Messia, che non avesse levato sugli
empi la sua spada di fuoco, e assicurato la supremazia al suo
popolo La testimonianza di Tacito è i-insaldata da quella di
Clem. Rom. Ad, Cor., I, 6 (nokò t:).YjOoc;), e da quella dell' ^joo-
calisse, VII, 9 {o/'koc, t:oXù<;) e da quella di S. Paolo che ai Fi-
lippesi dice, parlando dei cristiani di Roma : « Molti dei miei fratelli
nel Signore ». Contro siffatte testimonianze non v'è una sola prova di
fatto. Nulla trovo in proposito nel lavoro del- l' Harnach, GescJdchte
der Verbreitung des Christenthuvis, in Sitzunysb. d. Akad. d. Wiss. zu
Berlin. leletto e feimato l' impero nella divina Gerusalemme,
bella d'oro, di cipresso e di cedro. Ma in sostanza r una aspettazione e
l' altra di un prossimo rinnova- mento umano aveva un contenuto sociale;
e a guardar l'una e l'altra dal di fuori, era facile confonderle.
Quindi è che Giuseppe Flavio e Giusto di Tiberiade non distinguono i
cristiani dai giudei; e Tacito in un passo (Bist.) confonde gli uni e gli
altri; cosi Suetonio, quando dice {Claud.) Jndaeos imimlsore
Chresto assidne tumultuantes Roma expnUf, intende evi- dentemente (per
quanto stranamente sia stato interpre- tato questo passo) per Judaei i Cristiani,
immaginando Cristo ancor vivo ai tempi di Claudio,v anzi eccitatore
dei Giudei nei loro tentativi di riscossa. Che poi la coscienza umana si
sia spostata non verso il giudai- smo, ma verso il cristianesimo, la
ragione è manife- Impulsore non può voler dire « a cagione » bensi
« per eccitamento ». È da mettere a riscontro questo passo di Sue-
tonio con un passo degli Atti degli Apostoli, nel quale si ha questa
notizia < [Paolo ^ trovato un certo Giudeo, per nome Aquila, di
nazione Pontico, da poco venuto in Italia, insieme con Priscilla sua
moglie (perciocché Claudio aveva comandato che tutti i Giudei si partissero di
Roma), si accostò a loro ; e poiché egli era della medesima arte,
dimorava in casa loro ». Ora è importante il fatto che Aquila e Priscilla
erano appunto cristiani: cfr. Rom.; Corint.; Tim.; Ada, E che il fossero
anche prima d'incontrarsi con Paolo si può con qualche probabilità
dedurre dal fatto che appunto in casa loro andò ad abitare Paolo a
Corinto. Paolo, Eom., li chiama suoi « coope- ratori ». Cfr. De Rossi
Bnll. ardi, crisi; Allard, Hist. des persécut.. E probabile dunque che
Claudio scacciasse dalla città i Giudei cristiani, non tutti i Giudei :
tanto piìi che dei Giudei Cassio Dione dice che Claudio ritenendo pericoloso
a cagione del loro numero scacciarli dalla città, si limitò a interdirne
le adunanze. E che 1' espulsione ordinata da Claudio non riguar-
dasse propriamente i Giudei viene indirettamente provato dal fatto che
Giuseppe Flavio, solitamente cosi bene informato di tutto ciò che
riguardai suoi compatrioti, non menziona di Clau- dio se non atti di
favore per essi {Ant, Ind.). sta. L'uno infatti rimaneva chiuso nel suo
rigido par- ticolarismo di razza, l'altro abbracciava nell'amor suo
l'universo. L'uno esaltava il popolo eletto dal Signore e destinato al
trionfo; l'altro predicando l'eguaglianza umana volse la propaganda sua
tra i Gentili. Di più ancora, gli uni spostavano indefinitamente i
termini della dolce promessa, gli altri annunciando imminente il
desiderato ritorno, parevano soddisfare la impazienza di rinnovamento
umano, che è cosi caratteristica della società romana del primo
secolo. È facile immaginare quanto larga e immediata diffusione
avesse il cristianesimo tra gli schiavi, i quali sentivano più che mai
prepotente la brama di rivendicazioni e da secoli prorompevano di tratto in
tratto alla rivolta. D' altra parte, come avviene in tutti i
movimenti umani, si aggregava alle idee nuove quel sostrato tenebroso
della società che spunta fuori solo nei giorni più torbidi, giungendo ad
ogni eccesso cui spingano le bieche passioni e i rancori lungamente
soffocati. Tali uomini gettavano fosca luce su tutta intera la chiesa.
Tacito dice: « odiati pei loro delitti » i Cristiani, e meritevoli di
ogni « pena più esemplare » (Ann.); e Suetonio parla di essi come di
gente « malefica » (Ner.). Tacito e Suetonio hanno delle virtù e
delle colpe umane gli stessi concetti che ne abbiamo noi. Quando essi
parlano di delitti e male- fizi, non è possibile assumere tali parole in
signifi- cato men tristo dell'usuale. La castità, la temperanza, la
rinuncia ai piaceri, l'odio per le turpitudini, erano pure per essi tali
pregi, che ne avrebbero commosso di ammirazione reverente l'animo. Si potrebbe
pen- sare a calunnie sparse ad arte nel popolo. Ma è pur l'incendio
di eoma e r primi cristiani vero che nelle stesse fonti cristiane abbiamo la
prova che molti nelle varie chiese fossero indegni di predicare la croce
di Cristo. Paolo stesso, nella lettera scritta da Roma ai Filippesi, così
parla di alcuni, che si erano aggregati alla nuova fede: « Molti dei
fra- telli nel Signore, rassicurati per i miei legami, hanno preso
vie maggiore ardire di proporre la parola di Dio senza paura. Vero è che
ve ne sono alcuni che predicano Cristo anche per invidia e per
contesa, ma pure anche altri che lo predicano per buona affezione. Quelli
certo annunziano Cristo per contesa, non puramente, pensando aggiungere
afflizione ai miei legami; ma questi lo fanno per carità, sapendo
ch'io son posto per la difesa dell' evangelo ». A quante interpretazioni
han dato luogo queste parole! Eppure a dichiarazione di esse mi pare che
possano servire quelle che Paolo aggiunge poco dopo:Siate miei
imitatori, o fratelli, e considerate coloro che camminano cosi Perciocché molti
camminano, dei quali molte volte vi ho detto, e ancora al presente vi
dico piangendo, che sono i nemici della croce di Cristo; il cui
fine è perdizione, il cui Dio è il ventre, la cui gloria è nella
confusione loro; i quali hanno il pensiero e l'affetto nelle cose terrene. Noi
viviamo nei cieli, come nella città nostra, onde ancora aspettiamo
il Salvatore. E più giù: « La vostra mansuetudine Tali parole scritte ai
Filippesi liHiiiio riscontro con quelle della lettera ai Romani « lo vi
esorto, fratelli, che vi guardiate da coloro che commettono dissensi e
scandali, con- tro la dottrina che avete imparato e vi ritragghiate da
essi. Perciocché essi non servono al nostro Signore Gesù Cristo, ma
al proprio ventre, e con dolce e lusinghevole parlare seducono il cuore
dei semplici ». Dunque quelli che « non servono a Dio, ma al proprio
ventre », non si trovavano solo a Filippi, ma anche a Roma. Ingiusto è quindi
l'appunto mossomi dal sig. Fr. Cauer, in Beri, philol. Wock. Sulla
recensione del Cauer v. anche App. II, nota 1. Circa le varie questioni
ri- guardanti la lettera ai Filippesi, e propriamente la sua genui-
l' incendio di roma e i primi cristiani sia nota a tutti gii
uomini, il Signore è vicino. Non siate con ansietà solleciti di cosa
alcuna ». "" Il Signore è vicino! Dunque, egli dice, siate
mansueti, e cioè non vi abbandonate a moti incomposti, aspettate
con calma e fiducia. Il seme gettato aveva fruttificato dovunque ; era
seme di amore e fruttificò la rivolta. Ed in Roma quali erano coloro che
predicavano Cristo per invidia e contesa? Erano quelli che avevano
l'animo alle cose terrene, che avevano invidia dei beni altrui, e
prorompevano in contese e sommosse: questi, sì, aggiungevano afflizione
ai legami di Paolo. Egli infatti doveva essere giudicato da Cesare e
aveva tutto l'interesse che non apparisse perturbatrice dello Stato
la sua dottrina; sul puro campo religioso l'assoluzione era sicura, giacche
Roma in religione non conobbe mai l' intolleranza. La nascente chiesa
cristiana era già fin d' allora scissa in fazioni. AH' in- fuori delle
dispute dommatiche che tanto travagliarono a Paolo la nobile vita, era vivo nel
primitivo cristianesimo il dissenso tra quelli che cercavano in-
culcare l'aspettazione fidente della divina giustizia, e quelli che
volgevano le nuove dottrine a scopi di immediate rivendicazioni
materiali. Dagli scrittori mo- derni è stato ampiamente studiato in che
cosa consi- nità e l'unicità della sua composizione, v. gli autori citati
presso Clemen, Proleqom. z. Chron. der Paulinischen Briefe,
Halle, Qualche scrittore ha accennato che tutti questi passi si
riferiscano a scismi e divisioni interne della nascente Chiesa, per
questioni di dogmi e di gerarchia. Quale relazione abbiano il dogma e la
gerarchia col ve>itre, di cui parla Paolo, col pen- siero e V affetto
volto ai beni terreni, non so vedere. Che se poi invece si vuol parlare
di scismi e divisioni riguardanti vera- mente l'attaccamento ai beni
terreni, si vuol supporre cioè che avessero assunto il nome di Cristiani,
uomini avidi ed invidiosi dei beni altrui, allora siamo pienamente
d'accordo; ed io posso anche nutrire non vana speranza che i miei contraddittori
siano per venire nell' avviso mio. l stessero i dissensi
dommatici; ma non per questo dob- biamo noi credere che solo ad essi si
riducessero le divisioni della prima chiesa. Anzi, chi ben guardi,
a riprovare il partito delle rivendicazioni sociali si trovavan concordi
pur quelli che nel dogma eran dissen- zienti; e se da una parte Paolo
protesta esservi nella Chiesa alcuni che sono nemici della croce di
Cristo, perchè il loro Dio è il ventre, il loro affetto è alle cose
terrene, Pietro parla a lungo di quelli tra i Cristiani che sono schiavi
di lor lascivia, che come animali senza ragione vanno dietro all' impeto
della natura, destinati a perire nella loro corruzione, essi che reputano
tutto il loro piacere consistere nelle giornaliere delizie, e non restano
giammai di peccare, adescando le anime deboli, ed avendo il cuore
esercitato all' avarizia (II Petrij 2). E, come Paolo, anche Pietro,
nella P'' epi- stola (la cui attribuzione è sicura) esorta i Cristiani
alla soggezione verso le autorità terrene, i sovrani e i governatori, e a
ritenerli come inviati da Dio stesso, per punire i malfattori e premiare
quelli che fanno bene (I). L'esortazione prova appunto che tra i
Cristiani fosse una fazione turbolenta (cfr.Tim.). È dato pensare col
Eénan {Saint Paul) a quelle sette cristiane che negavano la legittimità
dell' im- posta, che predicavano la rivolta contro l' impero, e
identificavano anzi l' impero al regno di Satana. La maggior parte della
prima chiesa sarà stata di persone invase dall'amor del bene e da fraterna
carità; ma la turbolenza fremeva in quella massa disforme, e la
parola apostolica mal giungeva a frenarla. Or qui è da richiamare quel
che abbiam sopra visto, riferito da Suetonio, che cioè sotto Claudio i
Cristiani tumul- tuassero e fossero espulsi da Roma. Anche quel
passo è stato soggetto a tante interpretazioni! Pure a con- ferma
della nostra, basta rammentare il passo di Tacito [Ann.) « quella
perniciosa superstizione soffocata per il momento, prorompeva di nuovo », il
quale passo ci lascia anche comprendere che più d' uno do- vettero
essere i tentativi di soffocare il cristianesimo nascente. -' Perchè
soffocarlo, se non fosse stata in esso una fazione rivoluzionaria? In
Roma tutti i culti vivevano alla luce del sole. '" E che tal fazione
avesse in Roma il Cristianesimo, si deduce dalia lettera stessa di
Paolo ai Romani. Vi s' industria in ogni maniera di incutere il rispetto
all' autorità, tenta perfino di far credere divina la potestà terrena: « Ogni
persona sia sottoposta alle potestà superiori, perciocché non vi è
potestà se non da Dio ; e le potestà che sono, sono da Dio ordinate.
Talché chi resiste alla podestà, resiste all'ordine di Dio, e quelli che
vi resistono riceveranno giudizio sopra di loro » ecc. (7?o?»., 13). Indi
pure si spiega perchè ai cristiani si facesse accusa di professare
l'odio del genere umano. Tacito anzi dice che 1' accusa fu provata (Ann.)
odio humanis generis conoictì sunt Si è tentato d' interpretare il passo,
adducendo Pih d" uno, ho detto.^Le parole di Tacito sono :
Auctor nominis eius Christus, Tiberio iviperitante, jyer procuratorem
P. Pilatum sujypiicio adfectus fuerat; represscique in praesens
exi- tiabilis superstitio rursum erumpebnt. Se Tacito avesse voluto
dire che la repressione fu una sola, avrebbe detto eruperat; invece
eruinpebat è imperfetto iteratiro, in relazione con quel- V in praesens.
E il significato è: « ogni volta che era repressa erompeva di nuovo. I
provvedimenti repressivi presi in Roma contro certi culti e cerimonie
fui-ono determinati da ragioni di moralità e di quiete pubblica ; cfr.
Aubé, Histoìre des pemécutionfs; De Marchi, Rendiconti Istituto Lomb.
Giugno 1900; Ferrini, Esposizione storica e dottrinale del diritto penale
romano, Milano, Se il Cristianesimo avesse avuto un solo carattere
religioso sarebbe stato tollerato, come era tol- lerato anzi qualche
volta (Joseph. Ant. jud.), anche favorito il giudaismo, che pur
pretendeva all'esclusiva verità del suo unico Dio, e pure aveva contrario
il sentimento pubblico Di simili accuse parlano spesso più tardi gli
apologisti, Tertulliano, Apol.; hostes maluistis rocare generis humani;
sicché a me sembra vano il tentativo d'in- la rinuncia, che i cristiani
professavano, ai beni e ai piaceri della vita. Vani sforzi! Il mondo
classico aveva visto in tal genere le aberrazioni estreme della
scuola cinica, la quale tuttora vigeva (A)tn.); ed aveva ancora,
fiorente nel suo seno, l'ideale della virtù stoica. Gli è elle ogni rivendicazione
di una classe sociale contro l'altra, diventa necessariamente lotta e
quindi odio di classe. Strana sorte! Cristo e i suoi apostoli
insegnavano 1' amore; gettata la loro parola nelle mol- titudini, era
seme che fruttava 1' odio umano. Fra quelle turbe, inasprite da
secolari dolori, avide della agognata riscossa, passò la figura dolce e
confortatrice di Paolo. Persegui tenacemente e con fervore divino,
l'opera sua; diresse con la mansuetudine quei cuori tempestosi, convertì
quanti più potè tra i Preto- riani ed i servi di Nerone (Ai
Filipp.). Finito poi, con l'assoluzione, il processo a suo carico,
non è certo che egli sia rimasto in Roma. L' ajino seguente, proruppe
l'incendio. Il Signore è vicino ! aveva annunziato Paolo, e tutta la
letteratura evangelica contiene questo grido angoscioso di aspettazione :
« Io vi dico in verità che alcuni di quelli che sono qui presenti, non
proveranno la morte, primachè non abbiano veduto il Figliuolo dell'
uomo venire nel suo regno. Io vi dico che terpretare : d' essere
odiati dal genere umano. Come può essere per alcuno un capo di accusa l'odio
alti-ui? E si poteva asserir seriamente che tutto il genere umano si
unisse ad odiare quella Chiesa segreta ed ignota? E ad ogni modo quando
pur si volesse sforzare la frase sino a tal senso, ci si guadagnerebbe
ben poco. V. però su tutta la cronologia di Paolo, Harnack A., Die
Chronologie des altchristlichen Litteratur. questa generazione non
perirà, prima che tutto questo avvenga. Cielo e terra periranno, ma non
periranno le mie parole. Così concordemente gli evangeli di Matteo, di
Marco e di Luca. E la lettera di Jacopo. Siate pazienti, fortificate i
cuori vostri, la venuta del Signore è vicina. E la lettera agli Ebrei. Ancora
un breve tempo e colui che deve venire, verrà e non tarderà ». E
Paolo stesso ai Romani. La notte è avanzata, e il giorno è vicino. È noto
che il dogma posteriore spostò indefinitamente la speranza di questo
avvento divino ma i cristiani di allora l'aspettavano per la loro ge-
nerazione. Paolo nella prima ai Tessalonicesi così dice: « Noi viventi
siamo riserbati sino alla venuta del Si- gnore ». E gli oppressi, i
conculcati, i disprezzati, si estasiavano al prossimo adempimento della
dolce pro- messa. Ma quando, quando tornerà il liberatore, a sol-
levare gli umili, a punire gli empi ? « Quando avrete veduto l'abbominio
della desolazione, detta dal profeta Daniele, posta dove non si
conviene » rispondevano gli evangelii {Marc, 13). « In quei giorni
vi sarà affli- zione tale, qual mai non fu dal principio della
creazione delle cose finora, ed anche mai non sarà! E se il Signore non
avesse abbreviati quei giorni, ninna carne scamperebbe ; ma per gli
eletti suoi, il Signore li ha abbreviati Allora se alcuno vi dice:
Ecco qua Cristo, ovvero: Eccolo là, noi crediate Ma in quei
giorni, dopo quell'afflizione, il sole oscurerà, la luna non
darà più il suo splendore. E le stelle dal cielo cadranno, e le
potenze nei cieli saranno scrollate. E allora gii uo- mini vedranno il
Figliuolo dell'uomo venir dalle nuvole, con gran potenza e gloria». Così
l'idea del prossimo ri- torno di Cristo era congiunta con quella della
fine del mondo, cui doveva far seguito la rinnovazione delle cose,
e la rigenerata umanità. Cristo stesso indicando i superbi palagi di
Gerusalemme aveva detto : « Vedi tu questi grandi edifici ? Ei non sarà
lasciata pietra sopra pietra». E Griovanni aveva annunziato :.« Fi-
gliuoli è l'ultima ora », (Giov.), e Pietro : « È prossima la fine delle
cose ». È prossima? ma non era r età di Nerone 1' abbominio della
desolazione di cui aveva parlato il profeta ? ^° E non aveva promesso
il Signore, che sarebbero brevi quei giorni, perchè altri- menti
niuno si salverebbe ? E dopo la distruzione, il rinnovamento : dopo le
ingiustizie secolari, 1' egua- glianza e la pace ! E il recente
convertito trovava nel fondo oscuro della sua coscienza le reliquie del
paganesimo, che vi persistevano tenaci : dunque, pensava, lo stoicismo
non s'ingannava, e pure attraverso il mondo nostro era penetrato un
raggio del vero: era penetrato per gli oracoli delle Sibille, per le
predizioni etrusche, per le dottrine degli stoici : tutti annunziavano la
fine delle cose e la novella progenie umana; tutti annun- ziavano
il prossimo regno del Sole, cioè del fuoco, che rigenererebbe l'
universo, e Vergilio stesso lo aveva cantato {Ed.). Ma sopratutto lo
stoicismo pareva dare a queste anime turbate il cupo consiglio, lo
stoi- cismo, che essi sostanzialmente non distinguevano dal
Cristianesimo per il suo contenuto morale, e che come contenuto sociale
aveva le stesse aspettazioni di rinnovamento umano. Or lo stoicismo predicava
l'ecp^ros/V, combustione cosmica, come fine del mondo, e principio della
nuova era umana. Per alcuni stoici questa combustione cosmica do- Nerone
era veramente per i cristiani l'Anticristo, la be- stia nera {-o OY,piov
lo chiama V Apocalisse), l'uomo del peccato, il figliuolo della
perdizione, di cui parla la II di Paolo ai Tessa- lonicesi. Il suo regno
era dunque annunzio dell' imminente regno di Dio (v. la citata lettera di
Paolo, cap. II); cfr. Renan, S. Paul, L' àvOpiD-o; T-r,v àv&[j.[a; è
personificazione della potenza mondana, che deve rivelarsi con impeto
prima della fine del mondo; cfr. Ferrar, The Life and Work of St.
Paul, Sulla genuinità della Seconda ai Tessa- lonicesi, V.
Weizsàcker, Zeilschr. f. iciss. TlievL; Briickner, Chronol. Reihenfolge,
veva essere preceduta dal diluvio, secondo l'idea antica di Eraclito (v.
il framm. presso Clemente, Strom.). Tale è pure l' idea di Seneca, nel
quale è così ardente il desiderio di rinnovamento, che alcune parole di
lui sembrano uscite dalla bocca di un apostolo [Nat. Qw.). Anch' egli
cupamente anìiunzia : « Non tarderà molto la distruzione ! » E
come il vecchio Eraclito, e dietro di Ini le scuole stoiche,
simboleggiando nel fuoco l'anima divina del- l' universo, aveva detto
(presso Ippolito) : « il fuoco tutto assalendo giudicherà ed invaderà »,
così nel dogma cristiano si assegnò all'incendio del mondo l'uf-
ficio di purificazione e giudizio finale. Gli antichi pro- feti d'Israele
erano t\itti pieni di fremiti sdegnosi, di ansiose aspettazioni dell' ora
punitrice. Neil' anima di Isaia pare accogliersi tutta la protesta dei
miseri, l'onta per la dominazione assira, l'odio per chi procurava
la rovina al popolo. Egli scatta e minaccia : « Voi sarete come una
quercia di cui son cascate le foglie, come un giardino senz' acqua. Il
forte diventerà stoppa, l'opera sua favilla; l'una e l'altra saranno arse
insieme: non vi sarà niuno che spenga il fuoco » (I). Questi
fremiti sdegnosi si risentiranno più tardi nell'Apoca- lisse cristiana. E
l'idea della combustione del mondo fu pur congiunta, nel dogma cristiano,
a quella del se- condo avvento di Cristo : « I cieli e la terra del
tempo presente per la medesima parola son riposti, giac- ché sono
riserbati al fuoco, nel giorno del giudizio e della perdizione degli
empi. Or quest'unica cosa non vi sia celata, diletti, che per il Signore
un giorno è come mille anni, e mille anni come un giorno. Il Signore non
ritarda, come alcuni reputano, la sua promessa, anzi è paziente verso di
noi, non volendo che alcuni pe- riscano, ma che tutti vengano a penitenza.
E il giorno del Signore verrà come un ladro di notte ; in quello i
cieli passeranno rapidamente, gli elementi divampati si dissolveranno ; la
terra e le opere che sono in essa , saranno arse. Poiché tutte queste
cose hanno da dis- solversi, quali vi conviene essere in sante
conversazioni e pietà, aspettando e affrettandovi all' av venirti ento
del giorno di Dio, nel quale i cieli infuocati si dissolveranno, gli
elementi infiammati si distruggeranno ! (Così la così detta Petri, V.
anche Cai-m. sibyll.).E certamente, questi apostoli della dottrina
avranno fatto ogni sforzo per provare che il fuoco era divino, non umano,
e per esor- tare alla calma e all'aspettazione fidente di Dio.
Questo risulta dalle parole che abbiamo citato, anzi risulta da
tutta intera la letteratura apostolica, che è piena di consigli miti. Ma
risulta altresì l'impazienza di alcuni. Gettate una dottrina come questa,
dell'imminente fuoco, punitore di tutti i gaudenti della terra, in mezzo
ad una turba di schiavi, di gladiatori, di oppressi; e voi vedrete
a tale annunzio in diversa guisa manifestarsi r animo di ognuno, altri
raccogliersi nelle trepidanze angosciose, altri, i più violenti, i tristi
per natura, correre a sfogare le ultime agognate vendette. Rotti i
vincoli e i freni umani, erompe l'animo dei tristi a sod- disfare con
facile ardire le passioni prima represse o celate. Le vendette, le
violenze e il saccheggio sono le forme consuete cui irrompono, in tal
condizione di spiriti, le turbe forsennate. Altri forse, illusi o
fanatici, avranno creduto trovare giustificazione nella stessa parola
divina. Cristo stesso aveva detto : « io sono venuto a portare il fuoco
sopra la terra » (Luca), Essi credevano essere gli esecutori della divina
vendetta, essi dovevano iniziare l'opera redentrice. Le masse
esaltate dal fanatismo sprezzano i consigli della moderazione e
della calma. Fermentano allora in quelle coscienze commosse tutte le ire
e tutti i rancori ; perduti ritegni e timori umani e divini, gli animi si
spingono ad ogni eccesso. e Pasotil. ' 10
14r; l'lu quale altra comunità romana in quel tempo po- tevano
essere così vivaci gl'impulsi all'atto forsennato? Certo, anche gii Ebrei
auguravano a Roma stermioio; ma non aspettavano fiamme vendicatrici per la
loro generazione ; nella Corte di Nerone erano bene accetti; in lui
non vedevano l'Anticristo, il mostro, l'uomo del peccato, annunzio del
prossimo regno di Dio. Solo dunque 1' ultimo strato sociale, cui si era
portata la parola dell' eguaglianza e dell'amore, poteva erompere
all' opera distruttrice. QuelT ultimo strato sociale era abbeverato di
odio contro tutto 1' ordine presente. Gli apostoli davano bensì consigli
di obbedienza ai loro padroni; ma dalle loro stesse parole risulta che
alcuni andavan predicando dottrine ben diverse. Si ascolti Paolo a
Timoteo. Tutti i servi che sono sotto il giogo reputino i loro signori
degni di ogni onore, perchè non sieno bestemmiati il nome di Dio e
la dottrina. E quelli che hanno signori fedeli non manchino ai proprii
doveri verso di essi, perchè son fratelli; anzi molto più li servano,
perchè son fedeli diletti e che partecipano del benefiziG^. Insegna
queste cose ed inculcale. /Se alcuno insegna/ diversa dottrina, e
non si attiene alle sane parole del signore Gesù Cristo, e alla dottrina
che è secondo pietà, esso si gonfia senza saper nulla, vaneggiando tra
dispute e logomachie, onde sorgono odi, contese, bestemmie, tristi
sospyetti, conjiitti di uomini viziati di mente e alieni dal vero, che
credono la pietà abbia ad essere un guadagno ». Come scruta
addentro nelle latebre dell'anima lo sguardo profondo di Paolo! L'
amore universale, che egli aveva annunziato diven- tava naturalmente per
il popolo pretesa di rivendica- zione : la pietà diventava guadagno. E
non pure v' erano quelli che agitavano la questione dello scuotere il
giogo secolare, come indubbiamente risulta dalle parole or citate
di Paolo; ma contro tutta la compagine e l'orga- nizzazione sociale e l'
imjjero stesso si appuntavano gli odii loro. Anzi nel primitivo dogma era
che allora av- verrebbe l' incendio del mondo e quindi il regno
della giustizia, (luaiido avvenisse la fine dell' impero. Certo, in
tale forma noi troviamo più tardi il dogma in Tertul- liano. « Noi
preghiamo, egli dice {Apolog.), per 1' im- pero e per lo stato romano,
noi i quali ben sappiamo che la massima rovina che sovrasta all'universo
intero, il chiudersi dell' èra nostra, che ci minaccia orrende
sciagure, di tanto sarà ritardata di quanto si prolun- gherà il romano
impero » (così pure nel liher ad Sca- p ulani). Qui 1'
appressarsi del fato estremo è cagione di trepidanza, come nel mille;
nell'epoca neroniana era aspettata con fervore di desiderio e si accusava
Dio della ritardata promessa {Petri). Molti passi della letteratura
apostolica attestano il fermento degli spiriti e la loro desiosa
aspettazione dell'ora finale. A più eccitarli si facevano perfino correre
false apo- calissi [li Tessal.). Si spiega quindi come solo all'
epoca neroniana, potè erompere l' impazienza al- l' atto forsennato. — E
che anche nell'epoca neroniana si unissero i due concetti della fine del
mondo e della fine dell' impero, si deduce da quel che sopra abbia-
mo visto, che il regno di Dio doveva esser preceduto dal regno del mostro
(11 Tessal.); il mostro era Nerone. Se dunque la distruzione
dell' impero, rauuienta- raento dell'Anticristo era il principio della
divina giu- stizia, si richiederà, credo, una volontà ben salda per
negare ancora che questi poveri fanatici, forse indotti da eccitamenti
malvagi, abbiali voluto farla finita con r impero e con Roma. 11 fuoco,
il fuoco devastatore avrebbe posto fine all'abbominio e rigenerata
l'umanità neir innocenza. Come la potenza della luce era prece- duta
da quella delle tenebre, e il regno di Dio da quello del mostro, cosi il
fuoco divino doveva esser preceduto dal fuoco umano, che avrebbe
annientata la sede stessa dell' impero." Ed ora, dopo aver
esaminato quali passioni fre- mevano nel cuore, quali dottrine esaltavano
le menti di una parte di questa comunità cristiana, torniamo alla
narrazione dell'incendio. Di tante centinaia di sol- dati e servi
incendiari, è possibile che nessuno fosse riconosciuto ? Non è possibile,
che anzi si sapeva che erano i servi del cubicolo imperiese e i soldati
del pre- torio. E quando furono riconosciuti ed arrestati, perchè
non avrebbero addotto 1' ordine di Nerone ? E Nerone si sarebbe messo,
dinanzi al popolo, allo sbaraglio di questa terribile prova ? Invece i
primi arrestati con- fessarono. « S' iniziò il processo primamente, dice
Ta- cito {Ann.), contro i rei confessi ; dipoi mol- tissimi altri,
per denunzia di essi, non furono tanto convinti di avere appiccato il
fuoco, quanto di odiare il genere umano » ^' (o secondo altri : di essere
odiati !). Non come prova, ma come elemento di fatto che può avere
relazione col nostro argomento, crediamo far menzione di una curiosa
scoperta fatta a Pompei. Sopra una muraglia, tracciate col carbone, si
scopersero alcune lettere. Il Kiessling {Bull. Ist. corr. ardi.) che
primo, col Miuervini e col Fiorelli vide il documento, credette poter
leggere ignì gavdb CHRISTIANE. Le lettere al contatto dell' aria si
dileguarono. Due anni dopo il De Rossi non ne vide più nulla e dovette
conten- tarsi di un fac-simile tracciato dal Minervini. Sul
fac-simile credette dover leggere : avdi cukistianos ; e con altri
residui di lettere sparsi qua e là per le muraglie, tentò tutta una
ri- costruzione, a dir vero un po' romantica, contro la quale qual-
che buona osservazione fece i' Aubé, lILst. des pers. I, pag. 418.
•'Nell'interpretazione di questo passo troppe volte la pas- sione
ha fatto velo all'intelligenza. Riportiamo tutto il passo, ed esaminiamo
le singole espressioni, avvalendoci, in parte, delle prove già apportate
da H. Schiller, in Commentationes in honorem Th. Mommseni, pag. 41 e
segg., per quanto noi non vogliamo giungere alle esagerate sue
conclusioni. La reità dunque fu provata solo in parte per la prima
accusa ; j)er tutti fu provata la seconda accusa, quella «
Ergo, aholrndo rumori Nero subdidit reos et quaesitift- simis poenis
affecit quos per flagitia invisos, vulgus christianos appellabat. Auctor
noìinnis e'ms Christus, ecc. Igitur primiim. correpti qui fatebantur ;
deinde indicio eorum mnltitudo ingens, haud perinde in crimine incenda
quam odio humani generis convicti sunt ». Il subdidit reos si
vori-ebbe spiegare « sostituì al vero col- pevole i falsi ». Rimandiamo,
per il valore della frase, all' app. Ili di qnesto studio. Passiamo al
primum correpti qui fate- bantur. Corripere denota l' inizio della
procedura penale : cfr. Ann. II, 28; III, 49, 66; IV, 19, 66; VI, 40;
XII, 42. Se la pro- cedura penale fu iniziata, dovè iniziarsi per il delitto
di cui si tratta, il crimen incenda ; non potè essere per una causa
di religione, che del resto si sarebbe dovuto svolgere dinanzi al
Senato (cfr. Tac. Ann.; Suet. Tib.: Dione; Suet. Claudio). Nerone era
scelleratissimo, ma non era sciocco ; e una sciocchezza sarebbe stato
accusare per il delitto d' in- cendio, e fare un processo di religione.
Pretendere che Nerone abbia fatto questo, significa supporre senza prove
che egli ab- bia introdotto nella legislazione penale un delitto nuovo ;
e ciò proprio all'indomani dell'assoluzione di Paolo, il quale
aveva potuto per due anni predicare Cristo con ogni franchezza e
senza divieto {Atti upost.). « Furono dunque prima- mente processati
d'incendio quelli che via via confessavano ». Confessavano che cosa ?
Quando fatevi o confiteri sono adope- rati assolutamente in relazione a
un processo significano: «di- chiararsi reo di quello per cui si è
accusati » ; cfr. Ili, 67 ; XI, 1 ; XI, 35 ; Cic. : Mil. 15 ; Lig. 10. Si
vuole invece supplire se Christianos esse. Ma per tal significato il
verbo di Tacito sa- rebbe stato profiteri; cfr. Ilist, III, 51; III, 54;
IV, 10; IV, 40. Ann. I, 81 ; II, 10, 42. K dovendo giudicare dell'
incendio era assurdo il chiedere la confessione di altra colpa, dì cui
era competente a decidere solo il Senato. Altra colpa ? Si può pro-
prio seriamente affermare che si ritenesse allora dai Romani colpa il
professare una religione qualsiasi ? In ogni altro caso, trattandosi di
una accusa determinata, quella dell' incendio, a niuno mai sarebbe venuto
in mente che la confessione degli accusati potesse intendersi di altro
che di incendio; e il pre sentare tale ipotesi sarebbe parsa tale
enormità, qual sarebbe quella ad esempio di colui che nel passo di
Cicerone, Mil. 15 « ni,si vidisset posse absolvi eum. qui fateretur »
volesse inten- dere il fateretur in un significato diverso da quello di «
essere reo confesso di omicidio ». Ma la passione spiega qualsiasi
aberrazione. — Segue indicio eorum. Indicium è la denuncia se- più
generica. E cioè : i primi, gli esecutori materiali, confessarono e
denunciarono i compagni (indicio eorum): greta o la
rivelazione fatta da accusati o da colpevoli contro al- tri colpevoli
(Ann.). E poiché l'accusa qui è delV incendio, anche indicium si riferisce
a tale accusa. Nella lettera di Plinio, X, 96 1' accusa è invece
deire.<fser cristiani; e index quindi significa « denunziatore dei Cristiani
» e per questo anche nella medesima lettera cuìifitentes vale « quelli
che si confessavano cristiani » : l'accusa era proprio questa! — Si è
obiettato che i Cristiani non pote- vano denunziare i loro fratelli. Il
che può significare che questi non erano veri Cristiani, che erano povero
volgo ignai-o, aggre- gatosi al partito delle novità per ispirito di
rivolta; ma non ci potrà indurre a sostituire una interpretazione falsa
ad una vera. Anche i Cristiani di Bitinia, interrogati da Plinio,
non potevano maledire Cristo, sconfessare la fede e venerare l'im-
magine di Traiano ; eppure « omnes et imaginem. tiiam deorum- que
mnulacra venerati suni et Christo male dixenmt » (Plinio). — Segue : « haud,
jìprinde in crimine incenda quam odio Immani generis convicti sunt*. Haud
perinde quam, {haud proinde quam), non perinde quam significano : «
non tanto..., quanto » ; cfr. Ann. La seconda cosa si afferma dunque in
proporzioni maggiori della prima, ma tutte e due si affermano. E cioè,
nel caso nostro, la prova della partecipazione all' incendio si ebbe solo
per al- cuni ; tutti furono provati rei {convicti sunt) deW odio
Immani generis. Provati rei, da chi? mi si è detto. Dai ministri di
Nerone. Non è questo il significato del convicti sunt, che non de- nota
la dichiarazione di reità fatta da un giudice, bensi la prova
inconfutabile e che non può essere disconosciuta dallo stesso accusato.
Qualcuno ha suggerito invece del convicti co- niuncti del Mediceo. Il
coniuncti è stato forse indotto ilal co- pista a cagione di quell' in
crimine, che pareva non convenirsi alla costruzione del convicti. E ad
ogni modo non potrebbe si- gnificare se non: « furono congiunti non tanto
nell'accusa d'incendio quanto.... ». Il che tornerebbe a quel che dico io,
indi- cherebbe cioè che 1' accusa di incendio non fu abbandonata :
ma poiché non tutti furono trovati colpevoli d' incendio, furono tutti
coinvolti nell'accusa di odio contro il genere umano. Debbo pure avvertire che
le parole di Tacito [im) : miseratio oriebatur, tamquam non utilitate
pnblica sed in saevifiam unius absumerentur non significano già che
Tacito credesse inno- centi i Cristiani, e non sono quindi in contraddizione
con tutto ciò che precede Tacito non dice nam,.... absumebantur ;
dice: < nasceva compassione nel popolo quasiché {tamquam) i Cri-
stiani si facessero perire non per utilità pubblica, ma per sod-
allora non si volle sapere altro, si fece l'arresto in massa dei
cristiani, e ninno di essi smenti la sua fede; solo questi ultimi-
dichiararono non aver preso parte all'incendio, come i primi; ma era lo
stesso, erano tutti rei di queir odio umano che aveva armato le mani
di fiaccole : furono tutti condannati. Come si vede. Tacito
prese questi particolari da una terza fonte, e credette doverli
registrare come fatti accertati, pure cercando di smorzare le tinte e
adope- rare espressioni un poco oscure, per non nuocere all'in-
tento suo di gettare qualche sospetto su Nerone. Il che si rivela
pure dalle parole seguenti : « na- sceva compassione (per i Cristiani
condannati ai suppli- disfare la crudeltà di un solo », il che si
riferisce alle voci che correvano nel popolo accusafcrici di Nerone.
Quando il popolo vide tra i condannati i servi di Nerone e i soldati del
pretorio, non potè non sospettare che essi avessero agito per ordine
dell'Imperatore. Tacito parla dei Cristiani come colpevoli, o con- vinti
o confessi, ma distinguendo evidentemente gli esecutori materiali da
colui che poteva aver dato 1' ordine, riferisce non senza qualche
compiacimento le voci popolari accusatrici di Nerone. Cosi in Ann.,gli fa
volgere da Subrio Flavio l'accusa di incendiai'iìis. In principio, egli
presenta due sole ipotesi : forte an dolo principis, parole alle quali si
è attri- buito il senso che Tacito stesso escludesse ogni sospetto a
ri- guardo dei Cristiani. Ciò non è esatto. Bisogna distinguere gli
esecutori materiali da colui che poteva aver dato l' ordine. Quanto ai
primi egli non ha alcun dubbio, poiché li chiama sontes et novissima
exempla meì'itos, parole che mal s' inten- derebbero, se non si riferissero
ad un determinato ed unico delitto. Quanto al secondo, egli esprime la
convinzione che 1' ordine partisse da Nerone. Convinzione che egli derivò
forse dalle Storie Cimlt di Plinio, e che ebbe del resto origine
dal fatto che tra gli esecutori materiali furono veramente gli
schiavi di Nerone : ma appunto tra questi schiavi erano numerosi i
cristiani. Tacito riferisce pur l'ipotesi del caso: ma la sua nar-
razione esclude l'ipotesi. Non altrimenti, ad esempio, ei dichiara
non potersi incol- pare Tiberio per la morte di Druso, eppur getta su lui
anche per questo qualche ombra. Non vuol pronunziarsi se Agricola
sia morto di veleno per opera di Domiziano, ed ogni tanto l'
insinua. zii), benché si trattasse di uomini colpevoli e
meritevoli di ogni più inaudita pena esemplare ». Ma perchè
avrebbero confessato i primi cristiani? Perchè avrebbero denunciato i
compagni ? E qui, oltre che può tornare in campo la ragione
già detta del necessario riconoscimento di alcuni, si può volgere la
mente anche ad altro. Neil' ardore del fanatismo, essi avranno
creduto immediato il miracolo. Iddio, Iddio ora tornerebbe, egli
che aveva promesso di tornare dopo la desola- zione estrema : non
finirebbe la loro vita prima che Iddio tornasse. E confessavano,
gloriosi, e denuncia- vano, per far partecipi alla gloria. "
Immaginate que- sti esaltati a spiegare l'opera loro, la fede loro :
l'egua- glianza dei diritti umani voluta da Dio, la distruzione di
tutto, necessaria per 1' avvento suo. I Romani pri- mamente allora s'
accorsero che quella fede aveva un contenuto sociale, ed era un pericolo
per lo Stato. E la qualificarono dottrina di odio contro il genere
umano. Era invece la rivendicazione degli oppressi e degli schiavi : ma
questi con erano uomini. Ma c'è ancora di più: anche dopo, i
cristiani non cessarono di sperare ancora quelle fiamme
vendicatrici, e di auspicarne il ritorno. Alcuni anni dopo, il
bagliore sinistro di quelle fiamme accende la fantasia allo scrit-
tore deìV Apocalisse. Si riconosce oramai da tutti, anche dagli scrittori
cattolici, che in questa, sotto il nome di Babilonia, si cela quello di
Roma, Ora ascoltate il grido di maledizione e di vendetta su Roma,
baccanale di Ripugna il pensiero che i livori delle fazioni nella
na- scente chiesa, quei livori dei quali abbiamo visto muovere la-
gnanza Paolo, li spingessero alle reciproche accuse. Clemente Rom. (ad
Cor.) dice che le sciagure dei Cristiani furono effetto della gelosia
(St^/ Cr,)vOv). Anche l'Arnold, Die neronische Christenverfolgung, Leipz.
crede che le denunzie contro i Cristiani sieno state fatte da
Cristiani dissidenti. Ogni turpitudine, che scaglia il profeta
dell' Apocalisse : « Poi udii un' altra voce che diceva : uscite da essa,
o popolo, mio, acciocché non siate partecipi dei suoi pec- cati, e
non riceviate delle sue piaghe. I suoi peccati sono giunti l'uno dietro
all'altro insiuo al cielo, e Iddio si è ricordato delle sue iniquità.
Rendetele il cambio di quello che essa vi ha fatto ; anzi rendetele
secondo le sue opere, al doppio : nella coppa nella quale ella ha
mesciuto a voi, mescetele il doppio. Quanto ella si è glorificata ed. ha
lu.<suriato, tanto datele tormento e cordoglio : perciocché ella dice
nel cuor suo : io seggo regina e non sono vedova, e non vedrò giaminai
duolo. Perciò in uno stesso giorno verranno le sue piaghe ; morte e
cordoglio e fame : e sarà arsa col fuoco ; perciocché possente è il Signore
Iddio, il quale la giudi- cherà. E i re della terra, i quali fornicavano
e lussu- riavano con lei, la piangeranno, o faranno cordoglio di
lei, quando vedranno il fumo del suo incendio ».... e così di seguito che
è un sol fremito di protesta, un sol grido di vendetta contro la
meretrice « ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù
». E nel capitolo seguente si pregusta con voluttà frenetica la gioia
della sua rovina; « Allelluia! la salute e la potenza e la gloria e 1' onore al
Si- gnore Iddio nostro. Perciocché veraci e giusti sono i suoi
giudizii ; e infatti egli ha giudicato la gran me- retrice che ha
corrotto la terra con la sua fornicazione, e ha vendicato il sangue dei
servi suoi, dalla mano di lei.... Alleluia! e il, fumo di essa sale nei
secoli dei secoli. Come si vede, appena pochi anni dopo
l'incendio, si tornava ai folli eccitamenti. Ed il sogno di Roma
divenuta preda alle fiamme turbò anche in seguito le menti cristiane. In
quella strana e lugubre miscela di fantasie giudaico-cristiane, non senza
qualche elemento pagano, che é conosciuta sotto il nome di « Oracoli
si- l' incendio di roma e i primi cristiani billini » esso
ritorna con cupa insistenza: VII, 113-114; Vili, 37-47; XII, 32-40. «
Verrà dall'alto anche su te, superba Roma, la celeste sciagura : tu
piegherai prima la cervice, tu sarai distrutta, il fuoco ti consumerà
tutta, piegata sulle fondamenta; la tua ricchezza perirà; il tuo
suolo sarà occupato dai lupi e dalle volpi; sarai allora tutta deserta,
come se giammai fossi stata. Dove sarà allora il tuo Palladio ? Qual Dio
ti salverà ? Un Dio d'oro, di pietra o di bronzo? Dove saranno allora
i decreti del tuo Senato? Dove quelli di Rea o di Crono? E la
schiatta di Giove e di tutti gli Dei che tu ado- ravi? Per quanto la
punizione qui sia immaginata come celeste, non è possibile non sen-
tirvi la voce di una umana vendetta. « Quando potrò io vedere tal giorno?
» dice poco dopo il poeta. E pure il più antico dei poeti latini
cristiani, il pio Commodiano, ha il medesimo voto {i'arm. ap.).
Dov'è più la dottrina della mansuetudine e del perdono? La disposizione d'animo
dei primi cristiani era ben altra. Il loro grido di vendetta sembra, come
si vede dagli esempii apportati, quasi echeggiare pure in tempi più
lontani. « A noi basterebbe, dice Tertulliauo {Apol. 37), se volessimo
vendicarci, una sola notte e qualche fiaccola ». E poi tosto soggiunge: «
Ma non sia che con umano fuoco si vendichi la divina setta». Infine,
notiamo che attribuendo a queste prime turbe cristiane, fanatiche ed
avide delle loro rivendi- Non vorrei che tali parole venissero
tratte da critici benigni a peggior sentenza eh' io non tenni. Nelle
parole di Tertulliano echeggia un grido di vendetta, cui tosto segue un
consiglio di moderazione, non di perdono. La vendetta, la pu- nizione si
aspetta ancora, si aspetta dal fuoco divino. Che cosa sia questo fuoco
divino, spiegano a lungo gli apologisti, ad- cazioni, l' incendio, le
particolarità di esso si spiegano tutte, che invece abbiamo mostrato
inesplicabili, secondo la tradizione comune. Anzi dalle notizie che ab-
biamo, ci è dato discernere perfino il piano della scia- gurata impresa.
Anzitutto, si proiittò della lontananza di Nerone da Roma; la vigilanza
era allora diminuita; i principali cittadini, le cui case erano sacrate
al fuoco devastatore, avevano seguito la corte imperiale. Tra i
pretoriani ed i servi di Cesare erano numerosi i cri- stiani (Paolo, Ai
FilijJ.) : si stabilì che fossero questi ad appiccare 1' incendio e ad
impedire l'estinzione: così tutti avrebbero creduto trattarsi di
ordini imperiali e ninno avrebbe osato opporsi. Ri- chiesti perchè
scagliassero le faci, risponderebbero che agivano per istigazione altrui,
senza dir di chi (Tacesse sihi mictorem vociferahantur); tutti avrebbero
interpretato che essi avevano il comando da Cesare e il divieto di
nominarlo. Tutti i portici, le passeggiate, le opere d'arte, che avevano
allietatogli czii dei potenti, i templi ove si adoravano gì' idoli della
corruzione e della menzogna, tutti andrebbero distrutti. Il Trastevere,
ove era stata primamente accolta l' idea reden- trice, le case dell'
umile plebe, sarebbero salve. Si comincerebbe dai magazzini di materie
infiammabili presso il Palatino : la prima a bruciare sarebbe la
casa del mostro. Questo fu il piano attuato e riuscito. Finito il primo
incendio, si doveva riappiccare l'in- cendio alla casa del secondo mostro
dell'impero, il mi- nistro delle turpitudini imperiali, Tigellino. E di
là nuovamente proruppero le fiamme devastatrici. Per questi
fanatici illusi, Nerone, nel parossismo della ferocia, escogitò
incredibili tormenti. Li fé' ero- ducendo i fulmini e i vulcani (Miuucio;
Tertul. Apol.): ina la distinzione sarà stata fatta sempre, o meglio
ancora, sarà stata fatta mai dalle infime turbe ? cifiggere, o sbranare
dai cani, o dannare alle fiamme. Grli orti suoi furono illuminati da
quelle fiaccole umane, in mezzo alle grida selvagge della turba briaca e
plau- dente. Ma da quelle fiaccole spirò più gagliardo il soffio
della idea cristiana. D' allora in poi quella idea, inocu- lata nel
sangue della umanità, ne resse le sorti. Tutta la trama della storia
umana si svolse intorno ad essa. Quella idea fu gloria e bassezza,
eroismo e viltà, amore e ferocia. Per essa quanto altro sangue fu sparso,
quante altre volte le turbe furono trascinate ad impeti forsennati! Pure,
una volta, tornò a risuonare tra gli uomini la parola buona, ed aleggiò
sugli spiriti l'amore, e sorrise alle genti affaticate la pietà del
Francescano. Quella volta Cristo re^nò sulla terra. “Ludis quos prò
aeternitate imperii susceptos appellavi Maxiinos voluìt ex utroqiie ordine et
sexit plerique ludicras partes sustinuerunt. Nntissimus eques
romanus elephanto supersedens per catadromum decucurrit. Inducta
est et Afranii togata qiiae Incendium inscribitur: concessumque ut scenici
ardentis domus suppellectilem diriperentj ac sihi haberent. Sparsa et
popido missilla omnium rerum per omnes dies ; singida (/uot/die millia
avium cuiusque ge- neris^ multiplex 2)(^nus^ tesstrae frmnentarlae^
vestis, auruvi, argentum, gemmae, mn.rgaritae. tabulae pictae^
mancipia, iumenta, atque etiam maìistietae ferae; novissime naves,
in- sulae, agri. Hos ludos spectavit e proscenii fastigio
». Così Snetonio in Nero. In quale occa- sione celebrò Nerone
questi ludi Maximiì Suetouio in questa parte dell' opera sua enumera
disordinatamente gli spettacoli dati da Nerone. Quello qui accennato
è stato identificato con quello di cui fa menzione Cassio Dione, o
meglio il suo compendi atore Xifilino, in LXI, 17 e 18. La somiglianza
infatti è grande: i nobili romani che si prestarono a far da attori e
giocatori, 1' elefante funambolo che portava sul dorso un uomo; i
doni gettati al popolo. Di più Cassio Dione ram- menta le commedie e
tragedie rappresentate. Chiama la festa |j.£7'.atT| 7.7.1
TtrAnizlzozc/.rq: ma l'unione dei due aggettivi parmi che mostri che
[j.sYiatYj è una semplice qualifica data dall' autore alla festa, non è
il nome proprio di essa, e non risponde perciò al Maximos di
Suetonio. Così pure gli altri punti di simiglianza noii souo co^i
caratteristici clie ci facciano concludere alla identità delle due feste.
Elefanti camminanti sulla fune {per catadromum) si vedevano in tali feste
(cfr. Siiet. Galb.) ; senatori e cavalieri lottanti nell' arena se
ne videro spesso sotto Nerone (cfr. Suet. Kero^ 12); donazioni al popolo
Nerone ne fece immense, ne fece, se- condo Tacito {Hist.) per più di due
miliardi di sesterzi. Se dunque le somiglianze sono grandi, non sono
tali che ci obblighino a credere all' identità tra i giuochi rammentati
nel passo di Suetonio e quelli rammentati nel passo di Dione. Il passo di
Dione parla di festività celebrate in onore della madre. Corrispondono
queste ai circensi, rammentati da Tacito, in Ann. E possibile che a
tali circensi alluda Suetonio nelle parole immediata- mente precedenti a
quelle da noi riportate: circensihus loca equitl secreta a ceteris
trihuit ; di essi infatti dice Tacito che furono liaud promiscuo
speciacido. Noi crediamo che il passo di Suetonio riguardi i ludi
celebrati dopo V incendio 1 e cioè, probabilmente, celebrati dopo È
pur da notare che Cassio Dione parlando dei giuoclii detti Neronéi, li
dice istituiti da Nerone per la in- columità e diuturnità del suo regno.
Ma probabilmente confonde tali giuochi con quelli prò aeternitate impern,
secondocliè già da gran tempo fu riconosciuto (Pauly, lì. Encycì. s. v.
Nero). I giuochi Neronéi furono gare quinquennali di arte e di foiza,
istituite sul modello dei giuochi greci; cfr. Tac. Ann.; Suetonio, Nero.
che Roma era stata già in gran parte riedificata, per propiziarla agli
dei. Saetonio dice che Nerone volle si chiamassero ludi maximi, e cioè,
parmi, volle sostituire al positivo magni il superlativo maxìmi. Ora i
ludi magni si celebravano in occasione di grandi [jericoli, da cui
Roma fosse salva; in occasione cioè di guerre rischiose (Liv. 36, 2) o di
tumulti (LIVIO). Si potrebbe pensare che 1' adulazione avesse suggerito
tale idea, adulazione a Nerone, che si diceva scampato dalle trame
di Agrippina. Ma i ludi, menzionati da Suetonio, furono 2^'''^
aeternitate imperii; e mi par che questo ci porti ben lontano dall'
ipotesi che si volesse alludere al preteso pericolo, da cui Nerone era
scam- pato; e i ludi menzionati da Dione neppur furono per lo
scampato pericolo di Nerone, ma anzi furono in onore della madre. Qual
sarà dunque il fatto, durante il regno di Nerone, che metta in dubbio l'
esistenza stessa dell' impero? Io credo che sia 1' incendio; e ciò
crederei pure, quando non fosse molto suggestiva quella rappresentazione
della togata di Afranio intitolata Incendinm. Che in questi ludi
solenni, destinati ad auspicare, dopo la riedificazione di Roma, l'eternità
dell'impero, sieno stati celebrati alcuni degli spettacoli che
avevano più stupito i Romani durante i giuochi circensi fatti dopo
la morte di Agri])pina, quale ad esempio quello dell' elefante funambolo,
non può, credo, far meraviglia ad alcuno. Qualche altro indizio che andremo
ora rac- cogliendo conferma la nostra ipotesi circa l'occasione e
lo scopo di questi ludi maxìmi. Nerone, verista in arte, volle riprodurre
sul teatro la scena deli' incendio : la casa rappresentata in mezzo alle
fiamme (Suet. ar- dentis domiis) era probabilmente la casa sua, la
domus transitoria che era bruciata (cfr. Tac., ardente domo). Egli
volle che la scena dell' incendio fosse in- tera, che gli antori
depredassero la casa e si tenessero la preda: ut scenici ardentis doinus
stopellectilem diripe- I ì^eiit ac sihi habevent; cfr. Tao. Ann. XV, 38
ut raptus licentiiis exercerent. Se il carattere stesso dei ludi
maximi deve con- netterli con una grande pubblica calamità, se la
rap- presentazione dell' Incendium è così suggestiva per noi, ci si
consenta ora di fermarci brevemente su quel che Suetonio dice, che i ludi
furono sUscepti prò aeternitate imiperii. Nella ricostruzione, che noi
tentammo, del pro- cesso, noi ponemmo che, dopo i primi confessi,
arre- stati in massa i Cristiani, quando s' indagò più adden- tro
la loro dottrina, e si seppe che essi aspettavano la fine dell'impero e
l'imminente regno di Dio, la dot- trina stessa dovè essere qualificata «
di odio contro il genere umano ». Questa parte della propaganda era
stata certamente svolta solo nelle predicazioni segrete: quindi il modo
misterioso, e per noi incomprensibile, con cui parla dell' Anticristo e
del prossimo regno di Dio Paolo ai Tessalonicesi, (Tess.). Fin da quando
Caligola, con sacrilega follia aveva voluto essere adorato come
Dio, era cominciato il fermento delle comunità cristiane che
vedevano nell' imperatore divinizzato l' immagine vera dell'Anticristo,
ed aspettavano quindi imminente la fine dell' impero ed il trionfo loro.
A calmare tale fer- mento è appunto diretta quella parte della lettera
di Paolo. E la dottrina sopravvisse pure all' eccidio; giac- che
ancora in Tertulliano {Apolog.; Ad Scap.) coincidono i due termini; la
fine dell'impero e l'inizio del nuovo regno nel mondo. Se tal dottrina
sentivano spiegare da quei fanatici i Romani, è naturale che la
qualificassero dottrina di odio contro il genere umano, e cioè contro la
civiltà romana, contro l' impero romano, ' ed è pur naturale che, riedificata
Roma, auspi- cassero l'eternità dell'impero. Mi si consenta
un' altra osservazione. Non fra le sole turbe impazienti e insoddisfatte
era 1' aspettazione della prossima fine dell' impero. Era altresì negli
alti gradi sociali, fra i filosofi, specialmente stoici, fra gli
aristocratici di antica tempra. La congiura pisoniana mosse anzi, secondo
Tacito, da questo principio: (Ann. XV, 50) cium scelera princlpis et
tìnem adesse imperii deligendumque qui fessis rebus succurreret
inter se aut inter amicos iaciunt. Dopo tal congiura gran parte
della città doveva essere già riedificata; ed è naturale quindi che
allora si celebrassero i ludi maximi. E poiché i due gravi avvenimenti
ultimi avevan dato la prova di tante volontà decise ad aspettar la fine
dell'impero, era naturale pure che all' eternità dell' impero si
dedicas- sero i ludi. Il racconto dei quali doveva quindi cadere in
una delle parti perdute di Tacito, dopo il cap. 35 del lib. XVI degli
Annali. Tutto questo, si dirà, è una ricostruzione ipotetica. Ma v' è pure
un documento che può dare a tale ricostruzione non lieve conferma,
documento che, ben- Tac. Ann. odio Immani generis. Genus
humanian in Tacito ed in altri scrittori vfvle egli abitanti
dell'impero»; cfr. Coen, Persecuz. neron. pag. 69 dell' estr. Un mio
illustre maestro, il prof. A. Ohiappelli {in Atti della R. Accademia
di Scienze Morali e Politiche di Napoli) sostiene che odiiim humani
generis debba essere interpretato per « misan- tropia». Che questo sia il
significato della frase, quando sia adoperato in senso filosofico, niuno
nega. Ma il nostro caso è diverso. La rinunzia ai piaceri, la vita
ritirata e sdegnosa, la misantropia insomma, o fosse cristiana, come
forse per Pom- ponia Grecina (Ami.), o fosse stoica, come per
Rubellio Plauto {Ann.), Trasea Peto {Ann.) e tanti altri, desta
l'ammirazione di Tacito, gli commuove di reverenza il C. Pascal. 11
che non riguardi i ludi maccimi, riguarda però cerimo- nie
pur dedicate all' eternità dell' impero. Questo do- cumento è un
frammento degli Atti degli Arvali, che si riferisce all'anno 66 d. Cr.
[Corp. Inscr. Lat.). Vi si notano i sagrifizii stabiliti dagli Arvaii ob
detecta nefariorum Consilia, e tra gli altri quello aeternitati ìinperii
(Un. 6). Così pure alla linea 21: reddito sacrificio, quod fratves
Arvcdes voverant oh detecta nefariorum Consilia. Quali erano
que- sti nefariorum Consilia? Qu&Ui dei congiurati di Pisone,
giacché anch' essi, come abbiamo visto, aspettavano la fine dell' impero;
ma pure quelli degl' incendiarli; giac- ché il nesso tra le cerimonie
dedicate all' eternità del- l' impero e l' incendio è stabilita dal
fatto, che durante quelle cerimonie si rappresentò la fabula Incendium.
' Né bisogna dimenticare un altro fatto. Riman- gono gli Atti degli
Arvali del regno di Nerone, dal- l' anno 55 in poi (C. I. L.);
salvo quelli dell' anno 64, l' anno dell' incendio, e del se-
guente. Ora gli Atti del 66 sono i primi nei quali alla serie di tutti
gli altri voti, fatti alle altre divinità si aggiungono quelli all'
Aeternitas imiMrii. Claudite rivos. Spero di non occuparmi
più né dell' incendio né di Nerone. Non fu forse vana questa lizza
d' ingegni, che ebbe origine, su tale speciale que- petto,
non è da lui quaUficata fìagitmm, uon odium hìimoni generis. Non si
possono dunque spiegare né i fìagitia ne V odùim con ia misantropia.
Neil' un caso e nell'altro deve trattarsi, credo io, di ben altro.
> È qui importante il notare che per Nerone sono distinti i vota
prò aeternìtate imperii dai vota prò salute principis, che sono
menzionati altrove (C. I. L. VI, parte I, pag. 493, lin. 2, 3 e 8: Tac.
Ann. XVI, 22; Suet. NerOy 46). Per Domisciano invece le cestione, dal romanzo
del Sienkiewiecz ; lizza nella quale spiegarono armi poderose di critica
e di dottrina uo- mini quali il Negri, il Coen, il Ramorino, il
Chiap- pelli, il Semeria, il Boissier; né dovrò tacere i lavori,
cosi corretti nella forma polemica, del Mapelli, del- l' Abbatescianni e
del Profumo; ne quello, per più rispetti notevole, del Ferrara. * Impulsi
non nobili e ambizioncelle presuntuosette e piccine trassero altri,
impreparati, a scritture o invereconde o insensate, ma in una questione
siffatta, nella quale sembra esser così facile l' erudizione, era
naturale aspettarselo. rimonie si congiunsero (C /. L.).
Cosi pure per Set- timio Severo (C /. L. II). V. De Ruggiero, Diz.
epigraf. . A Domiziano dunque allude Plinio il Giovane quando dice a
Traiano {Fanegyr. 67): Nuncupare vota et prò aetei'nitate impeni et prò
salute civium, immo prò salute principum ac pì'oj)ter illos prò
aetermtate imperii solebamus. Haec prò impe- rio nostro in qiiae sint
verba suscepta, ojjerae pretium est adno- tare : si bene rem ]}ublicavi ,
et ex utilitate omnium rexeris: digna vota quae semper suscìpiantur
semperque sol- vantur. Diversa naturalnjente àdiW aeternitas imperii è V
aeter- nitas Augusta, titolo che prima fu attribuito solo agli
Augusti morti e consacrati (Boutkowski, Dici), e poi anche agli Augusti
viventi; cfr. Eckhel, Doctr.; Aeternitas imperii non si trova, ch'io sap-
pia, prima di Nerone, anzi prima dell'anno 66. Si trova poi più tardi,
per Domiziano. Settimio Severo, sulle monete di Caracalla, di Geta, ecc.:
cfr. Eckhel. Non lavori speciali, ma riassunti o giudizii pubblicarono il
Vaglieri, il Borsari, A. Avancini, D. Avancini, il Ricci (Corrado), il
Thomas, il Toatain, il Martinazzoli, il Dufourcq, il Grasso, il Fabia, il
Bouvier, il Reville, 1' Andresen, ed altri moltissimi. ^ Molti
altri articoli ed opuscoli sbocciarono qua e là in confutazione del mio:
nella maggior parte il fervore dell'in- tenzione non corrispose al
valore. Chi ne vorrà sapere qualche cosa, potrà leggere i miei articoli
in Vox Urbis; in Cultura, e in Bollett. Filai, class, . Ma, pur dopo, gli
scritti continuarono; e vi fu perfino chi nascondendosi sotto il nome di
Vindex pub- blicò un impudente volume. Fortunatamente si tratta di
cosa destituita di ogni valore ; e disdice quindi alla dignità
della scienza farne parola. Coen pubblica nell’ “Atene e Roma” un
lungo studio sulla persecuzione neroniana. Crediamo opportuno informare i
lettori della parte che riguarda le obbiezioni mosse alla mia tesi;
e fare infine qualche breve osservazione circa l'ipotesi presentata dal
chiaro autore. Che l'una o l'altra delle opinioni che io mi
provai ad avvalorare di argomenti nel mio opuscolo. L' incendio di Roma e
i Cristiani e stata già addotta da altri, è cosa rimproveratami da più
d'uno. Ma, a dir vero, i lettori del mio opuscolo debbono
riconoscere che io esamino e discuto le sole fonti antiche, da ciascuna
delle quali cerco trarre qualche elemento, che mi giovi poi a
ricostituire in una concezione unica il fatto storico. Il fare una
rassegna, sia pur fugace, delle opinioni e interpretazioni moderne su ciascun
passo, mi pareva lavoro arido, lungo e pressoché vano, e per
giunta, di necessità monco e incompiuto (ad es., il Coen stesso non fa
menzione dello Cliirac, che va molto al di là dell' Havet, Rev.
Socialiste). Fondamento principale alla mia tesi io posi
nella credenza diffusa tra i cristiani del primo secolo, che fosse
imminente l'incendio del mondo decretato da Dio, che dopo tale incendio
verrebbe il regno della giustizia, che la distruzione del mondo presente
coin- ciderebbe con la distruzione dell' impero romano. Tutta la
letteratura apostolica mostra l'impazienza di alcune fazioni cristiane nell'
aspettare il regno divino. Se c'è ipotesi che esca alla luce fornita di
tutti i nu- meri delia probabilità, panni proprio questa, che tale
impazienza abbia trascinato le turbe al fanatismo. Di tutto ciò non fanno
quasi parola i miei contraddittori. Xel citare le antiche scritture cristiane,
nelle quali tali dottrine sono contenute, io non ho preteso che
proprio quelle i Cristiani di Roma leggessero. Ho addotto quei passi per
dichiarare qual fosse il dogma dei Cristiani del j^rimo secolo, dogma che
sarà stato spiegato principalmente mediante la predicazione orale,
come del lesfco il Coen stesso riconosce. Altra obbiezione mi muove il chiaro
autore: onde io sappia che, prima del 64, Nerone fosse per i Cri-
stiani r Anticristo. La seconda di Paolo ai Tessaloni- cesi, egli
argomenta, è scritta, secondo la data più discreta, nel primo anno dell'
impero di Nerone, o an- che prima; dunque i contemporanei non potevano
vedere allusione a lui nelle parole dell'Apostolo. Senonchè nel mio opuscolo io
non sostengo che contro l'imperatore coìne persona si appuntassero gli
odii di alcune fazioni cristiane; bensì come imperatore e adorato con
divini onori (Tessal.). L'imperatore rappresenta 1' ordine costituito,
che era per quelle fazioni il regno di Satana; come Roma
rappresentava la forza e la potenza centrale di tal regno.
Che ninno degli scrittori pagani (all' infuori di Tacito Ann.)
parli dei Cristiani come colpevoli dell'incendio, malgrado tutte le accuse
volte contro di essi in seguito, io spiegai con l'ipotesi che r accusa
contro Nerone nascesse tra i Pagani stessi, al vedere tra gì' incendiarli
i servi di lui. Il Coen mi obietta: « Non consta che l'opinione la quale
faceva Nerone autore dell' incendio sia invalsa in maniera così
definitiva da far cadere in oblìo ogni altra ver- sione ». Consta anzi,
egli dice, il contrario, se cinquant' anni dopo Tacito pone ancora l'ipotesi
del caso. Che r opinione prevalesse in modo definitivo, solo dopo
molti anni, credo probabile; ciò non è infirmato dall' accenno che Tacito
fa al caso. Tutta la narra- zione che egli fa esclude 1' ipotesi del
caso. Tacito però 1' ha registrata, perchè, com' egli dice, 1' ha trovata
in una delle sue fonti. Ma nessuna fonte poteva contenere tale versione,
obietta ancora il Coen, se fosse vera la ricostruzione eh' io faccio
degli av- venimenti. Perchè nessuna f Una fonte trascurata o non
informata di tutti i particolari narrati da Tacito,^ Suetonio e Dione. —
Ed ora, il numero dei primi Cri- stiani in Roma. Tacito, Clemente Romano
e l'Apo- calisse affermano che erano una gran moltitudine o nu-
mero. I primi due, si dice, hanno esagerato; quanta all' Apocalisse si
elevano dubbii di natura diversa. Esagerato? E perchè? Perchè altra volta
Tacito esa- gera. E sarà vero; ma qual prova v' è che abbia esa-
gerato questa volta ì E perchè avrebbe esagerato anche Clemente Romano?
Sia lecito del resto rammentare che Paolo (^h* Filii). 1, 14), dice dei
cristiani di Roma: « MOLTI dei fratelli nel Signore » e concludere
quindi ancora una volta che ad infirmare 1' autorità di tali fonti
non ?;'è una sola prova di fatto. Quanto ai Jìagitia, posso
dispensarmi per ora dal discutere i singoli passi, se l'Autore stesso
dichiara: flagitium contiene ordinariamente il duplice concetto di azione
turpe e colpevole ad* un tempo y. Non sarà dunque errata nell' uso
italiano la parola delitto. E che nei due paesi di Tacito (XV, 44) e
di Plinio (X, 96) si tratti di veri e propri delitti, io con- fermo
per la seguente ragione: che nell'uno seguono le parole: « colpevoli e
meritevoli di ogni maggior pena », e nell' altro i flagitia son da
mettere in relazione con gli scelera, dei quali Plinio parla dopo (v. qui
appr. App. IH). Circa al fatebaiitur, io aspetterò dai miei
contrad- dittori la prova, che esso, detto a proposito di uà pro-
cesso, possa significare altro che la confessione di un reato. Per ora, rimangono
le prove opposte. Mi sia lecito ora fare qualche breve motto, an-
che sull'ultima parte dell'articolo di Coen. Questa parte tende a ricercare la
ragione, per la quale gli occhi di Nerone si appuntarono sui
Cristiani. L'indicazione gli sarebbe dunque venuta non dagli Ebrei, ma
dal popolo stesso, che vedeva i Cristiani rifiutarsi alle cerimonie
propiziatorie, e con- cepì su di essi il tristo sospetto. Con ciò 1' A.,
nella sua cauta riserva, rinunzia ad esprimere il suo avviso sugli
autori veri dell' incendio. Lascia cioè sussistere ancora le due ipotesi:
o il caso o l'ordine di Nerone. Io oso credere tuttora, che 1' una
ipotesi e 1' altra non resistano all'esame di tutti i particolari
dell'incendio, tramandatici dagli scrittori. Tale esame mi sono adoperato
a fare nel mio opuscolo; né credo sarebbe op- portuno ripeterlo qui. Mi
basti solo accennare: per attribuire l'incendio o al caso o a Nerone
bisognerebbe ritener falsi tutti i fatti narratici dagli antichi:
che 1' ipotesi del caso non ispiega come mai vi fossero sca-
gliatori notturni di faci; e l'ipotesi dell'ordine nerouiano non ispiega (a
tacer di altre ragioni minori) come mai l' incendio prorompesse proprio
accanto al palazzo imperiale; e come mai, quando Nerone tornò a
Roma, e cercò arrestare il fuoco, e prese tutti i provvedimenti atti a
lenire il disastro, le fiamme di nuovo si rinnovassero dagli orti di
Tigellino, il secondo mostro dell' impero. Nuovo ordine anche questo?
Tutto si può supporre; ma si può proprio credere che si sarebbero fatte
abbruciare le regioni più belle e più nobili di Roma, lasciando intatto
il lurido Trastevere, il ceutro della comunità giudaica e cristiana? Si
può proprio credere che un uomo, dopo sei giorni d' incendio, mentre con
tutte le sue forze si adopera a dar ric^to e pane alla plebe furibonda,
possa cimentarsi, in mezzo alla disperazione del popolo, a rin- novare un
ordine simile? Un uomo vile, e che dinanzi all' ira popolare fuggiva
tremebondo, come Nerone? Le due ipotesi quindi, il caso e 1' ordine di
Nerone, non possono, a mio parere, sussistere. Tacito le enun- cia,
ma perchè utriimque auctores prodidere; ma la nar- razione stessa che
egli fa, esclude 1' una ipotesi e l'altra. Egli evidentemente distingue gli
esecutori matericdi dell' incendio, da colui che poteva aver dato 1'
ordine; che i primi fossero i Cristiani non ha alcun dubbio,
giacché parla di essi come confessi; solo è in dubbio chi fosse qiieìV
auctor che essi dicevano averli incitati; e riferisce la voce popolare che
1' auctor fosse Nerone. E perciò appunto alla fine del cap. 44 aggiunge
che i Cristiani benché colpevoli, e meritevoli delle mag- giori
pene, muovevano a pietà, quasiché perissero non pel pubblico bene, ma per
la soddisfazione della cru- deltà di un solo (in saevitiam unius), e cioè
per averne eseguito gli ordini crudeli, secondochè mi pare che si
debba interpretare questo passo. Ad ogni modo, l'ipotesi che il Coen
oppone alla mia, che cioè l'indicazione dei Cristiani venisse fatta
a Nerone dal popolo, sdegnato che essi si negassero di partecipare alle
cerimonie di espiazione, non urta, se ben veggo, contro l' ipotesi mia.
Per qualunque ragione tale indicazione sia stata fatta, quel che importa
è di vedere se 1' indicazione fu giusta o no. Io penso pur sempre che l'
indicazione fu fatta per il necessario ri- conoscimento di molti. Non è
jjossibile che non fossero riconosciuti, giacche anzi si sapeva che erano
stati i pretoriani ed i servi di Nerone. Li dovettero, ad esem-
pio, riconoscere quegli uomini consolari, i quali, come riferisce
Suetonio, li sorpresero nei loro fondi ad ap- piccar l'incendio; e
certamente anche molti altri. Riconosciuti, fu giuocoforza che essi
confessassero, e che quindi contro di loro s'iniziasse il processo (Tac.
car- repti qui fatebantur). E logico il supporre che nel furore di
repressione che invase gli animi a tale scoperta non si badasse più che
tanto; non si distinguessero i Cristiani innocenti dai colpevoli, i calmi
e pii dai fanatici e dagli esaltati; è logico, perchè è umano; e in ogni
repressione violenta avviene sempre cosi; si sup- ponga dunque pure che,
oltre al necessario riconoscimento di alcuni veri colpevoli, e alle denunzie di
questi, molte indicazioni di Cristiani venissero fatte per la ragione
supposta dal Coen; che cosa proverebbe ciò contro l' ipotesi mia?
Senonchè la congettura del Coen si fonda sopra un presupposto, a
proposito del quale pur mi tocca la mala ventura di non trovarmi d'
accordo con lui. Su questo presupposto, cioè, che in momenti di furore,
il popolo potesse aver tanta calma da ragionare così: gli ebrei
sono nel loro diritto, di non partecipare alle nostre funzioni; i gentili
noi sono. Sarebbero stati, credo io, ebrei e cristiani coinvolti insieme
nella me- desima accusa; né i Cristiani erano allora considerati
altrimenti che come fazione dei giudei. Esce fuori dei limiti della mia
ricerca la seducente congettuì-a del Coen, sulle Banaidi menzionate da
Clemente Romano, e sulla probabile relazione che è tra il passo di
Clemente {ad Cor. I, 6) e il passo di Tacito: « profittata lurio per
matronas^ prhnum in Capitolio, deinde apud proximum mare, vnde hausta
aqua temphim et simu- lacrum deae perspersiìm est ». Poiché le cerimonie
qui descritte sono, come il Coen ben nota (pag. 347-348),
singolari, mi piace richiamare a proposito di quella lu- strazione apud
proximum mare, alcuni versi oraziani: Vel nos in inare proximum
Gemmas et lapides aurum et inutile, Summi materiem mali, Mittamus,
scelerum si bene paenitet ». {Carm.). La cerimonia apud
proximum mare era adunque rituale per espiazione di delitti?
Anche Gaston Boissier ha voluto volgere al no- stro argomento la
sagacia del suo ingegno; e gli stu- diosi saran certo grati al grande
scrittore ed erudito francese dello studio pubblicato nel Journal des
Savants, Dopo una esposizione sommaria della que- stione e della tesi da
me sostenuta, il Boissier così dice: « Assurément, tout cela n'est pas
im- possible: quelques insensés, quelques anarchistes se seraient
glissés parmi les premiers disciples du Maitre, qu'il n'en faudrait pas
étre trop surpris, ni en l'en- dre le christianisme responsable. Remarquons pour- tant qua la société paienne n'avait pas encore
mani- feste sa baine implacable pour les chrétiens, et n'ayant pas
eu encore l'occasion de leur étre trop sevère, leur devait étre moins
odieuse. C est plus tard, quand'ils furent poursuivis sans miséricorde
qu'on rn'> s' éton- nerait de trouver chez eux des fanatiques capables
de tous les excés. Or, nous voyons qn'à ce moment; méme, où ils sont
si durement traités par l'autorifcè et par le peuple, ils se vantent
d'étre des sujets soumis, ir- reprochables, d'accepter Jes persécutions
sans ré volte, de prier pour les princes qui les envoient au
supplice, et de ne répondre que par le bien au mal qu'on leur
faisait: il serait dono assez surprenant qu'ils eussent mis le feu à Rome
lorsqa'ils avaient moins à se venger d'elle ». Se non m'inganno,
questo che il Boissier ha notato, è il corso fatale di ogni setta, è la
condizione stessa del suo vivere. Ogni setta cioè comincia per es-
sere rivoluzionaria, e, messa allo sbaraglio delle dure prove, delle persecuzioni,
dei tentativi di soppressione di ogni sorta, va perdendo a poco a poco il
suo ca- rattere di opposizione e d' intransigenza, cerca acco-
modarsi ai tempi, vivere nei suoi tempi, diventare, come oggi si dice,
legalitaria. È un processo naturale ed umano: che meraviglia è che il
vediamo riprodotta qui nella storia del cristianesimo? Non vediamo
noi un fatto che a prima giunta può parere più straordi- nario
ancora : che cioè quando le persecuzioni cessa- rono e il cristianesimo
si fu affermato vittorioso, al- lora appunto esso cominciò più
tenacemente ad abbattere istituzioni, monumenti, templi, cui gli editti
imperiali mal giungevano a salvare da quelle furie devastatrici?
Non potrebbe qui pure il Boissier domandarsi: perchè abbattere tutto, se
ormai non avevano più da odiare o da temere nulla, essi, i vittoriosi? li
vero è che du- rante le repressioni violente non scattano gl'impeti
sovversivi; scattano prima, quando ogni furia sembra ministra di
giustizia contro un ordine di cose odiato; scattano dopo, nell'irruenza
dell'agognata vittoria: e scattano nei più impulsivi e più fanatici, pur
contro i consigli di moderazione e di calma dei prudenti. Il Boissier continua: « Tout ce qu'on peut dire c'est que M. Pascal
s'est fort habilement servi de son hj'^pothèse pour expliquer les iacidents
dont il vient d'étre question dans le récit de Suétone et de Tacite. Si
l'on crut recounaìtre, dans le gens qui jetaient sur les mai- sons
des étoupes eiiflamraées, des serviteurs de l'empe- reur, c'est qu'en
effet il y avait des chrétiens dans le palais de Néron ; saint Paul nous
le dit, et M. Pascal pense que ce sout ceux-là qui ont allume
l'inceudie. Les consulaires, qui avaient l'occasion de les reucon-
Irer souvent au Palatin, ne s'y sont pas trompés et l'on comprend que,
saisis de frayeur à leur aspect, et croyant qu'ils agissaient par l'ordre
du prince, ils les aient laissés faire. L'hypothèse est ingénieuse,
mais ce n'est qu'uue hypothèse; pour voir si elle est d'ac- cord
avec les faits, reprenons le récit de Tacite ». E qui il
Boissier si fa ad esaminare il famoso passo di Tacito, di che è discorso
nel nostro studio nella nota 27 e qui appresso in app. III. Egli
riconferma la sua opinione, già altre volte espressa, sopra il gran
numero dei cristiani di Roma; ed in ciò ho la fortuna di trovarmi d'
accordo con lui. Ma tal fortuna non mi tocca per 1' interpretazione del
fatehantur tacitiano. Se il processo era d' incendio, avevo detto io, la
confessione dei cristiani non può intendersi se non per il delitto
d'incendio. E il Boissier mi oppone: « La nouvelle a dù s'en
repandre partout; si elle était aussi sùre, aussi evidente que le texte
de Tacite, inter- prete de cette manière, semble le dire, Néron
avait tout intérét àia propager; il est impossible qu'il n'ait pas
profité avec empressement de cet aveu, qu'il tra- vaillait à obtenir,
pour se giustifier lui-méme. Quel- que détesté qu'il pùt étre, il u'j'
avait pas moyen qu'on persistàt à l'accuser d'un crime dont d'autres
se reconnaissaient les auteurs. Comment se fait-il donc que Tacite,
presque au moment méme où il nous rap- porte cet aveu, ait pu dire qu'on
ne sait s'il faut attribuer l'incendie au hasard ou à la malveillance?
Et Suétone, si bien informe d'ordinaire, comment n'a-t-il rien su de
cette procedure, qui, pourtaiit, dufc étre ren- due publique? Comment le
peuple, qui perdait tout à ce désasfcre, a-t-il été touché de pitie pcur
des gens, qui en étaient la cause et a-t-il crii qu'on les sacri- fìait
uniquement à la cruauté d'un homme? M. Coen fait remarquer avec beaucoup
de force qu'il est aussi fort étrange que dans la suite, lorsqu'on
poursuivait avec tant d'acharnement les chrétiens et pour tant de
crimes imaginaires, aucune allusion n' ait été faite à celui dont ils ne
pouvaient pas se défendre puisqu'ils l'avaient avoué ». Ora a
ciascuna di queste ragioni le risposte furono da me qua e là date: e mi
converrà ri- peterle ora, poiché quelle ragioni, messe cosi tutte
in- sieme in fila serrata, sembrano invitto manipolo. Nerone, dice
il Boissier, aveva il maggiore interesse a divulgare la confessione.
Certo, ed anzi appunto per questo forse egli diede la maggiore pubblicità
alle pene nefande! — Secondo quesito: « se Tacito pone il dubbio che
l'in- cendio fosse dovuto al caso, come può parlare di rei confessi
d'incendio? » A mia volta domanderò: « se Ta- cito pone il dubbio che
l'incendio fosse dovuto al caso, come può dire che vi erano coloro che
impedivano ogni tentativo d'estinzione, aggiungendo l'ipotesi che
ciò facessero per comando altrui? Gli è che Tacito non sempre è
conseguente; prende da una fonte la ipotesi del caso, ma la sua
narrazione tutta esclude tale ipotesi. — Terzo quesito: « Suetonio,
sì bene informato, come non ha saputo niente di questo processo, che pur
dovette essere pubblico? » O chi dice che non abbia saputo niente?
Suetonio accusa Nerone di avere ordinato l'incendio, non di averlo
appiccato: dice che gli esecutori materiali furono i servi di Ne-
rone; e del processo non fa menzione, forse appunto perchè si trattava di
uomini di infima condizione, che egli supponeva esecutori di ordini
imperiali. In altro luogo però pone tra le cose lodevoli del regno di
Ne- rone i supplizii inflitti ai Cristiani. — Quarto quesito: come
il popolo, che perdeva tanto, fu mosso da pietà per questi uomini, e
credette che essi fossero immolati alla crudeltà di un solo? » Tacito
dice che il popolo fu mosso a pietà per l'inaudita crudeltà delle pene, «
òeu- chè si trattasse dì uomini colpevoli, e meritevoli delle
lìing- giori pene»; si può esser più chiari? ed aggiunge; « come se
essi fossero immolati non al bene pubblico, ma alla crudeltà di un solo
», di quel solo cioè, che, secondo egli presume, aveva ad essi dato 1'
ordine. Erano poveri schiavi esecutori di ordini : erano
colpevoli, si, ma vittime della crudeltà di chi aveva dato 1' ordine :
questo il pensiero di Tacito. Ma come potè spargersi la fama di quest'
ordine dato da Nerone ? A me non par difficile ravvisarlo. Dice Tacito,
che durante l' incendio, gì' incendiarli interrogati rispondevano agir per
ordine. Probabilmente lo stesso risposero al processo, né discoprirono il
loro tristo consigliere. E poiché tra quelli colti in flagrante e
processati erano pure i servi di Nerone, l' ordine fu interpretato da
molti come ordine dell' imperatore. Si potè credere che essi non
volessero nominarlo per paura di peggio, o jDerchè ne sperassero le
ultime grazie. Ad ogni modo , nato nel popolo il sospetto della
colpa di Nerone, non era possibile che si dile- guasse : ne si dileguò. —
Ultimo quesito : « ma come mai, dopo, furono accusati i cristiani di
tutti i delitti, ma non di questo ?» È facile rispondere : i pagani
stessi accusarono Nerone; la persecuzione contro i cri- stiani fu messa
come cosa affatto indipendente dall'in- cendio, e come tale è già in
Suetouio ; chi più pensava che il fanatismo religioso fosse stato impulso
all'incen- dio ? Il popolo aveva ormai formato la leggenda sua :
l'ordine dato da Nerone ai propri! servi, per loro stessa confessione : chi
distingueva tra quei servi i cristiani dai non cristiani? I due fatti,
incendio e persecuzione, furono interamente disgiunti ; e la leggenda di
Nerone incendiario tenne il campo incontrastato. Il
Boissier aggiunge due considerazioni d' indole filologica (pag. 164). Affinchè
la frase famosa di Ta- cito correpti qui fatebanhir, avesse il
significato eh' io le attribuisco, egli crede che dovrebbe suonare
cosi: qui c07-repti erant confessi sunt. Ma coìtìjjìo non ha il
significato di « arrestare », bensì quello di « iniziare il procedimento
penale » ; cfr. nota 27 ; dunque cor- ì-epti qui fatebantur ha
precisamente il significato di: « si processarono quelli che erano rei
confessi, e cioè di volta in volta che alcuno confessava, veniva
sotto- posto a processo ».* Egli aggiunge che nel significato da me
voluto, si sarebbe aspettato confiteri, non fatevi, trattandosi di
delitto, e cita Cicerone, Pro Caecina^ IX: ita libenter confitelur ut non
solum fatevi sed etiam projìtevi videatur. Faccio osservare prima di
tutto che, secondo la ipotesi mia, i cristiani confessi non dovevano
pen- tirsi o vergognarsi di quel che avevano fatto ; e poi, che,
quando pure le norme dello stile ciceroniano po- tessero valere per
Tacito, questa che qui si j)one, non è costante neppure per Cicerone:
giacche Cicerone stesso adoperava /aferi per la confessione di omicidio
(Mil. 15). Ma, aggiunge il Boissier, se Tacito avesse voluto dire
Cauer cosi sentenzia {Beri, philolog. Woch.): Tacitus
sagt : Die Gestàndigen wurden verhattet, nicht: die zuerst Verhafteten
waren gestilndig. Das
Gesttlndnis ging also der Verhaftung vorheri-. Ma covrepti non designa la
cattura, bensì il processo; ed è naturale clie la confessione fosse
anteriore al processo. - Bene dunque hanno fatto il Gerber e il Greef nel
loro Lexikon 2'aciteum, col sottin- tendere al fatebantur del nostro
passo .se incendisse urbeni. che i priini cristiani si vantavano
nel confessare l'in- cendio, si sarebbe servito di yrofiteri. O donde mai
que- sta regola? Si vuole un esempio di Tacito in qwì fatevi^
denota un delitto confessato e di cui il colpevole si glo- ria? Eccolo
qui: Ann.: praecipuum auctorem Asiaticum interficiendi C. Caesaris non
extimuisse in contiene populi Romani fateri gloriamque facino- ris
ulfcro petere. Infine circa il capo di accusa contro i
Cristiani, la conclusione cui giunge Boissier è la seguente: L'expression
non tam in crimine incendii qtiam odio generis Immani coniunctì siint
(cosi egli legge), semble bien indiquer qua l'accusation d'incendie ne
fut pas abandonnée, mais que, comme ou n'esperait guère la faire
accepter du public, on la dissimula suos celle à^odium generis immani,
qu'on étendit à tout le monde ». Il che mi pare corrisponda all' opinione
mia, che ho scritto apj)Uuto: « i primi, gii esecutori materiali,
con- fessarono e denunciarono i compagni (indicio eorum) : allora
non si volle sapere altro, si fece 1' arresto in massa dei ci'istiani, e
ninno di essi smentì la sua fede; solo questi ultimi dichiararono non
aver preso parte al- l'incendio, come i primi; ma era lo stesso, erano
tutti rei di queir odio umano che aveva armato le mani di fiaccole
: furono tutti condannati ». — Ed aggiungerò che la pena stessa del
vivicomburio è un indizio che l'accusa d'incendio rimase; giacché tal
pena è ap- punto quella che fino dal tempo delle XII Tavole era
comminata per gì' incendi dolosi (cfr. Ferrini, ESPOSIZIONE STORICA E
DOTTRINALE DEL DIRITTO PENALE ROMANO). Osservazioni sul passo di Tacito
riguardante l'accusa contro i Cristiani. (Uallfi Rivista di
Filologia). Una delle molte qne.stioni scaturite dalla tratta- zione
di una tési, che è stata in questi ultimi tempi in vario senso discussa,
e che tuttora è oggetto di di- scussioni non poche, si è quella relativa
al significato della voce jlagitium. Può Jlagitiuvi equivalere a «
de- litto « « scelleraggine, » oppur sempre si deve limi- tarne il
significato, si che esso designi un' azione che sia solo « ignominiosa «
o « vergognosa » ? Affinchè tal questione non sembri peccare di
sottigliezza sover- chia, e si ravvisi anzi subito qual vantaggio
ridondi dalla soluzione di essa all'intelligenza di alcuni passi,
ci si consenta richiamare qui il ricordo di quei luoghi, dalla cui
controversa interpretazione questo nostro pic- colo quesito si può dire
sbocciato. Tacito in Ann. chiama i Cristiani jper fiagitia invisos. Così Plinio
il Giovane, nella famosa lettera a Traiano sui Cristiani di Bitinia
(X, 96) parla, a proposito di essi, di fiagitia cohaerentia nomini. Che
cosa è dunque che si imputa ai e. l'ancal. 12
Cristiani con la -pavola, Jlagitia? Quelli che ne vogliono limitare
il significato entro i termini più angusti, ram- mentano come alla mente
dei pagani dovessero sem- brare vergognosi i severi disdegni dei
Cristiani per tutto ciò che fosse piacere ed ambizione terrena; e
come tutto insomma il contegno loro di rinunzia e di avversione al mondo
si avesse tal taccia. Ma non pochi scrittori e traduttori vedono in quei
Jiagitia dei veri « delitti », che i pagani, a ragione o torto,
attribuivano alla nascente sètta cristiana. Non istarò, per ora, ad
esaminare se sia giusto il concetto, che, agli occhi di scrittori, quali
Tacito e Plinio, potesse sembrar ver- gognoso il contegno austero di
rinunzia e di spregio per tutti i piaceri mondani, che si suole
attribuire ai Cristiani; scrittori i quali, anzi, pare che allora solo
si commuovano di ammirazione reverente, quando si tro- vino a
discorrere di uomini nei quali sia invitta l'energia del carattere, non
cedevole a lusinghe di ambizione e di potenza o a blandizie ed
allettamenti terreni. Keppur domanderò, se, qualora di semplice
rinunzia al mondo si voglia parlare, trovino spiegazione le per-
secuzioni feroci delle quali Plinio stesso si rese colpevole, condannando,
senza processo, i Cristiani; e trovi spiegazione la domanda che egli fa a
Traiano, quando, sgomento dal continuar la persecuzione, si ferma a
porre il quesito, se la sètta cristiana in sé stessa o i Jiagitia ad essa
inerenti egli debba imnire; era dunque passibile di pena, per un Plinio,
pure la rinunzia ai mondo? Gioverà però, all' infuori di tali
questioni, trattare l'argomento nostro; ed esaminati altri esempli
ed indagato il significato di fiagìtium in essi, tornare poi, col
risultato ottenuto, al quesito onde prendemmo le mosse.
L'opinione che il significato di Jlagitiuin debba re- stringersi in
più angusti confini rispetto a quello di malejìcium, scehis, e simili, trova
qualche consenso negli scrittori di siuouimie. Così Schmaifed,
Lateìnisclie Syìionymik: Flagitiwn heisst eine den, der sie
ausfiihrt, e n teli rende Haudluug, Schandthat und b) oft geradezu
Schande, infamia, dedecus », e il passo apportato a suffragare tal
signifi- cazione è quello noto della Germania di Tacito, 12: «
tamquam scelera estendi oporteat dum puniuutur, fiagitia abscondi »,
passo nel quale la parola flagltia si riferisce alle colpe degl' ignavi
et imhelles. Con lo stesso esempio tacitiano prova lo Schultz, Sinon.
la- tini, trad. Germano-Serafini, § 243, la sua definizione: «
Flagitium^ bruttura, è un delitto contro sé stesso, una violazione di sé
stesso, non già con azioni violente, ma con azioni moralmente turpi e
vergognose ». Con lo stesso esempio infine il Coen, La persecuzione
nero- niana dei Cristiani, pag. 13 dell' esbr., conferma che
'^fiagitia significhi azioni turpi piuttostochè crinunose »; e sulla
scorta anche di altri passi, determina il suo concetto cesi: « ftagitium
contiene ordinariamente il duplice concetto di azione turile e colpevole
ad un tempo; però quello della turpitudine primeggia; e pri- meggia
tanto che qualche volta l'altro manca ». Ora in quel passo di
Tacito, e in altri passi affini, è evidente che fagitium è adoperato in
significato ben ristretto. Ma quando tal significato si vuol porre
come costante in Jlagitium, ed applicarlo in tutti i casi, a me
pare che si vada troppo oltre. Un utile riscontro può esser dato dalla
nostra parola « vergogna ». Certo se « vergogna » è adoperato da solo, in
opposizione a pa- role di significato più grave, quali « scelleratezze »
o « delitti », ciascuno intenderà trattarsi, di azioni mo-
ralmente, non penalmente condannabili. Ma « una fa- miglia coperta di
vergogna » si dirà pur quella, nella Nulla trovo nello Schmidt,
Handbuch des Lat. u. Griech, Synonymik, Leipzig, 1889. quale il
figlio sia ladro o la moglie adultera; e del figlio, ad es., di un
assassino si dirà che egli sente il peso delle familiari vergogne. Gli è
che tali parole hanno duplice significato: l'uno specifico e l'altro
ge- nerico; e per questo secondo significato si trovano ad essere
applicate a quelle medesime azioni, a denotare le quali si
richiederebbero nomi specifici ben più gravi. Ne segue che a determinare
di volta in volta il significato di tali parole, occorra anzi tutto
vedere a quali fatti si accenni, dei quali sia nei singoli passi
discorso. Non altrimenti io credo sia il caso per jla- gitium. Credo cioè
che, quando jlagltnim sia adoperato in senso specifico, denoti azione
turpe e sol moral- mente condannabile; ma che in senso più lato, e
con riferimenti a fatti concreti, possa applicarsi ad azioni ben
più gravi, a vere scelleratezze. A conferma del qual significato, ne sia
lecito apportare qualche esempio, che io sceglierò esclusivamente da
Tacito: Hist. IV, 58, « an si ad moenia urbis Germani Gallique duxerint,
avvia patriae inferetisì horret animus tanti flagitiì imagine ».
Trattandosi qui del portare le armi contro la patria, credo non si
reputerà adatta a rendere quel Jiagitium qualche parola come «
turpitudine » o « bruttura »; qui si tratterà invece di vera e propria «
scelleratezza » o « infamia » o « delitto » ; si tratterà insou^ma di
uno scelìis; e scelus è infatti, immediatamente dopo, chia- mata
una tale azione: « quis deinde t^celeris exitus, cwn Romanae legiones se
cantra derexerint) » La medesima identità tv a Jiagitium e scelus
si scorge pure nel capitolo precedente, a proposito del giura-
mento fatto dai soldati romani allo straniero. Ivi in- fatti si legge:
{Hist.) « ut, flagitium incognitum Romani exercitus, in externa verba
iurarent, pignusquò tanti sceleris nece aut vinculis legatorum daretur ».
Pure utile al nostro intento è 1' altro passo {Ann.) « leviore
flagitio legatnm ìnterficietis, qnam ab imperatore descìscitis », e 1' altro
(Ann. XV, 45, 8) nel quale il liberto Aerato, inviato nella Grecia e
nell'Asia a commettere sacrilegi nei templi, è chiamato «
cuicum-queflagitioiyvomptus », e l'altro ancora (i4?in.), nel quale si
dice che Nerone imputava ad Agrippina tutti i flagìtia di Claudio, ^a^tYm
dai quali quindi non si potrebbero logicamente escludere le uccisioni di
Si- lano e di Statilio Tauro e delle ricche matrone e dei molti
cavalieri, procurate da Agrippina, dopo il matri- monio con Claudio. Non
sarebbe difficile addurre altri esempii: quelli addotti mi paiono per ora
sufficienti a provare questo: che fiagitium sia parola di
significato molto vario circa la gravità del fatto che con esso si
imputa; tanto vario, che da semplice azione « scanda- losa » può di grado
in grado discendere fino a denotare vera e propria azione « delittuosa »
e « scellerata »; ed essere, come abbiamo già visto, sinonimo di scelns.
Il che tanto più deve valere, se la parola è adoperata in senso
giudiziario: scelas, peccatnm, Jlagitùcm, maleficium, ^jrohriim, facinus
si usano, dice il Ferrini, [Esposizione storica e dottrinale del diritto
penale romano^ P^g- 18j, promiscuamente nelle fonti medesime, per
indicare gli stessi reati. Vuol dire che, a determinare la gravità
della colpa indicata da fiagitium, converrà esaminare nei singoli passi a
quali fatti esso alluda. E poiché nel passo di Tacito, Ann. XV, 44 « per
fiagitia invisos » si tratta di tali tatti, per i quali l'A. ritiene
evideate- mente non disdicevole ai Cristiani 1' accusa di « incen-
diarli », quell'accusa cioè per la quale egli dice poco dopo i Cristiani
« colpevoli e meritevoli delle maggiori pene » ; e poiché nel passo di
Plinio « fiagitia cohaerentia nomini » non può esser dubbio che i
fiagitia sieno gli scelera dei quali l'A. parla poco dopo {/urta,
latrocinia ecc.), deve rimaner ferma la conclusione che anche in questi
due -pàssi fiagitia denoti vere e proprie « scelleratezze » o « delitti
». È stata oggetto di controversia la frase sitbdere reum, che
si ritrova tre volte adoperata da Tacito. I passi sono i seguenti:
Ann. I, 6 17 «metuens ne reus suhderetuv ». Ann.: mos vulgo
[esf] quamvis falsis reum suhdere ». Ann. « abolendo rumori
Nero stihdidit reos... qiios... ». La maggior battaglia si è
veramente addensata sul terzo passo, quello riguardante i Cristiani.
Che cosa vuol dire Tacito? Che Nerone accusò falsamente i
Cristiani? Che li sostituì a se quali colpevoli dello incendio? O
semplicemente che, per isviar la voci pubbliche che lo accusavano, fece
iniziare il processo contro di loro? Sull'opinione di molti ha avuto
cer- tamente efficacia non poca la frase sìibdere testamen- tum «
far comparire un altro testamento » e cioè, evi- dentemente, falso), che
si ritrova in Tacito stesso, Ann.: Ma questo verbo siibdere ha sì
sva- riati significati, che, se dovesse valere questa ragione
analogica, si potrebbe, con pari diritto, giungere alle più avventate
conclusioni. E per limitarci a Tacito solo, si vegga di grazia quanti
sono gli usi e i signifi- cati diversi che può presentare tal verbo.
Pugionem capiti subdere in Hist. è certamente « nascon- dere il
pugnale sotto al guanciale » ; facem subdere in Hist. II, 35, 6 e Ann.
XV, 30, 4 è « accostar di sotto la face » ; amphitheatro fundamenta
subdere in Ann. IV, 62, 5 e animalia aratro subdere in Aìdi. è «
sotto- porre »; imj)erio aliquem subdere in Ann. XII, 40, 16 è «
assoggettare all' imperio » ; rumor eni subdere in Hist. III, 25, 1 e
Ann. VI, 36, 3 è « far circolare la voce »; subditis qui accusatorum
nomina sustinerent m Ann. è « avendo subornato alcuni a soste- nere
le parti di accusatori » e « subornare » è pure nel testo. Una espressione
poi che si accosta molto alla nostra è quella degli Ann. Ili, 67, 13 « ne
qìds necessarionim iuvaret j^ericUtantem^ maiestatis crìmina suh-
dehantur ». Qui si tratterà probabilmente dell'» imbastire processi di
maestà ». Che sia pur questo il significato della frase subdere reos? Al
passo nostro Ann. « abolendo rumori Nero subdidit reos.... quos » tal
signi- ficato non disconverrebbe. Da tutto il passo risulta anzi
che il processo contro i Cristiani fu raffazzonato o imbastito alla
peggio; tanto è vero, che non solo i rei confessi d' incendio furono
condannati, ma altresì tutti gli altri che essi denunciarono quali
aggregati alla loro sètta, e che quindi furono convinti delVodium
humani generis. Ma v' è un altro passo cui tal signifi- cato non s'
attaglia ed è Ann. I, 39, 6 « utcjue mas vìdgo qìiamvis falsis reum
.subdere ». Qui evidentemente Tacito vuol dire che il volgo suole delle
sue disavventure in- colpare sempre qualcuno, anche se colpa in realtà
non esista. Saremmo dunque qui a un semplice « incolpare » o «
attribuir la colpa », ma è da notare che reus è qui adoperato in un senso
traslato, non nel senso giudizia- rio; negli altri due passi invece nei
quali si ritrova presso Tacito 1' espressione subdere reiim, si tratta
di vero e proprio processo, e reus ha quindi il suo signi- ficato
proprio di « accusato ». Qual sarà dunque in questi due passi il significato
della frase? A me pare che l'uno di essi sia molto chiaro, e ci dia pur
modo di scorgere il significato di quello cosi controverso. Questo
uno è il passo Ann. I, 6, 17, che narra della uccisione di Agrippa
Postumo. Tacito dice probabile che Tiberio e Livia abbian procurato la
morte di quel giovane sospetto ed odiato. Ma quando il centurione anda ad
annunziare a Tiberio essere stato eseguito l'ordine, Tiberio rispose non aver
nulla ordinato, e che se ne doveva rendere ragione al Senato, Allora comincia a
temere Sallustio Crispo, il quale era a parte del segreto, ed aveva
mandato al tribuno il biglietto con l’ordine della uccisione. Comincia a
temere che non ci andasse di mezzo lui, che non fosse incolpato lui,
semplice mandabario: mefuens ne reus subderetnr. Si tratta dunque qui di
un mandante che rimane nell' ombra, e di un mandatario, il quale agisce per
ordine suo, e si compromette, e può essere incolpato lui di tutto. Il caso
del processo contro i Cristiani è identico a questo. Tacito cioè fa
capire ogni tanto che Nerone possa essere il mandante quegli che ha dato
1' ordine (cfr. dolo jprinci- pis'. mssum incendium): ma non ha dubbio
che i Cristiani sieno gli esecutori^ giacché anzi li dice confessi; ^
quando dunque dice che Nerone suhdidit reos i Cristiani, egli vuol
solo dire che li mise sotto processo; benché egli come mandante avesse la
colpa maggiore. Questo il pensiero di Tacito: altra questione è poi se
sia at- tendibile la notizia, oppur solo il sospetto, che l'ordine
partisse realmente da Nerone. Intanto mi preme ram- mentare come questa
frase del suhdidit reos sia stata addotta da moltissimi come lo scoglio
contro cui sa- rebbe sempre andata a infrangersi l' interpretazione
ohe di tutto il passo Ann. XV, 44 presentai nell' opuscolo. L'incendio di Roma
e i primi Cristiani ». Questi rei erano dunque subditicii! si è detto.
Sì, subditicìij a 2 Tac. Ann. XV, 44: correpti qui fatehantur. Fatevi
adope- rato assolutamente a proposito di un processo può riguardare
solo la confessione di quello appunto, che forma materia di ac- cusa. V.
V ine. di Roma, nota 27, in questa ediz. Qui si tratta di un processo
d'incendio; dunque la confessione è d'incendio. Nella lettera di Plinio
X, 96 [97J l' accusa è « di esser cri- stiani » ; e confitentes
sottintende se Christianos esse. Tacito stima più colpevole chi ordina il
male che chi lo eseguisce per ordine. Cfr. An7i. XIV, 14 « et eius flagitium est, qui jìecuniam oh
delieta.... dedit
» ; e poco dopo : < merces ab eo qui iubere potest vim necessifatis
affert ». quello stesso modo che era subditìcius Sallustio Crispo,
che per comando di Tiberio aveva fatto uccidere Postumo! Nell'uno caso e
nell'altro il maggior colpevole per Tacito è chi ha dato l’ordine, non
chi 1' eseguisce. Questo passo, non che dunque infirmi, conferma anzi
tutta l' interpretazione mia; la quale fu, sempre, appunto questa: che, nella
mente di Tacito, i colpevoli di avere appiccato le fiamme fossero i
Cristiani, il colpevole di averlo ordinato fosse Nerone. Riccardo Campa.
Keywords: il concetto di rivincita –
rivincita -- la rivincita del paganesimo romano, filosofia romana. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Campa” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Cam


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