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Tuesday, November 26, 2024

GRICE ITALO A/Z C CAM

 Grice e Camilla: la ragione conversazionale e l'literae Humaniores – in literabus humanioris -- dell’huomo – opp. Lit. div. – scuola di Genova – filosofia gnovese – filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Genova). Filosofo genovese. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Genova, Liguria. Grice: “You gotta love Camilla; I mean, if his name were not Camilla, I would call him Grice: he philosophised on all that I’m into: mainly ‘uomo’ (since he was an ancient Italian, he used the mute ‘h’ (dell’huomo’): his anima, the concetti dell’animma that he ‘dichara’ in il suo palare – la bellezza is without equal --.” De' misterii e maravigliose cause della compositione del mondo, 1564 Giovanni Camilla (scritto anche Camilli o Camillo) (Genova), filosofo.  Opere Giovanni Camilla, De' misterii e maravigliose cause della compositione del mondo, In Vinegia, Gabriele Giolito de Ferrari, 1564. Note  Camilla, Giovanni CERL cnp Filosofia Matematica  Matematica Categorie: Medici italianiFilosofi italiani ProfessoreXVI Genova. Ma che dirassi parlar del della lingua e diverso parlare cosi pronunciato distintamente, beneficio de i denti e delle labra, il quale cosi bene DICHIARA I CONCETTI DELL’ANIMA? CAM. Pensate che se piu l'huomo andasse considerando le cose maravigliose del divino, tanto piu se gli infiammerebbe l'animo di riconoscerne altre e contemplarne, e quanto piu sta involto e privo delle scienze e cognitione di tai cose tanto manco ne prende maraviglia, e se ne in fiamma. Liv. Avanza, l'uomo tutti gl’altri animali di sottigliezza di sangue, di memoria, bellezza di corpo, e larghezza di spalle. cresce sino a XXII anni. Hora che veggiamo al trissino da piccioli atti e quasi instrutti benissiino in diverse scienze oarti, è cosa manifesta. Onde quel Mercurio gran filosofo Mercurio Trimegisto chiama l'huomo Tremigi - un grande miracolo. Oltre poi, che con l'intelletto sto. intende, capisce e discorre sopra ogni cosa, e chiamato un picciol mondo; e tantage, cosi bella dignità di eso ON Elle 80 E. =.. 0. cica. la conoscevano benissimo quegli ans huomo viene tutta dall'anima. E questo ui basti qudra to alla dichiaratione di quelle cose, che sono chiamate naturali, veniamo hora alle Mathematiche. CAM; Se io debbia hauere queſto a caro, laſciolo confiderda re a uoi: essendo, che tai ragionamenti sopra tante ecoſi belle coſe, miſaranno aſſai facile uia ad intendea re poi eſſe scienze. -- diverso parlare cosi pronunciato distintamente beneficio de i denti e della labra, il quale cosi benedichiara i concetti dell'anima? AVO PRIMO, OVERO Proemio. a carte; Della virtù; Dell'amicitia; Dell'amore; Del Cielo e delle Stelle; De gl’elementi; Di quelle cose che fi generano nell'aere; Dell'anima; Dell'anima dell'huomo; Delle Piante; De gli animali sensitiui, e prima di quelli, che non hanno ſangue; Di quelli Animali, che hanno sangue primieramente de pesci; De gli uccelli; De gl’animali quadrupedi; Dell’uomo; Della Arithmetica, e fue parti; Della Muſica; Della Geometria, e ſue parti; Della Coſmografia; Dell'arte del nauigare, e de' precetti, chi fi debbono ofleruare a intender quella; Della fPerſpectiua, & inſiemedella Symetria dell'uomo; Dell'Aſtronomia; Della Metafisica. DELLA PERSPESTTIVA, ET insieme della Simetria dell'huomo; Sole pche Holl Utre, Duit 3 bel A PERSPETTIVA dunque, Perspetti - stando nel mezo della Geometria 4a,. Aſtronomia, proua neceſſaridal incnte molte coſe, che in eſſe ſi ri = * trouano. Onde che'l Sole illumini pru dela metà della terra, e che lucendo non ſi poſſa illumini no ueder le stelle, lo proua il Perſpettivo: dicendo,'piu della che ogni corpo luminoſosferico illumina una piu pica metà della ciola sfera piu dela metà. Nella Geometria etiandio queſto è manifefto, come nell'arte di rileuo, ſecondo*; ſi vedono in Romaalcủne statue, con tanto artificio store fatte, che quantunque una ſia piu grande dell'altra, @unapoſta in alto, l'altra a baſſo, paiono nondia 1: meno tutte diunamedeſima groſſezza e grandezza. Effetti del la perſpect e cio come ſi faccid', diſſe il Perſpettiuo', la comprena tiua, en fione della quantità della coſa urſibile proceder dalla din comprenſione della piramideralioſa, e dalla compaa ratione dellabafi alla quantità dell'angulo,o alla lun= ghezza della diſtanza. Perla medeſima hanno detto gli Aſtrologile stelle effer corpi sferici'e tondi: pera cioche daejja uien- lor"detto i corpi sferici da lunge ofind pri parere piani; l'eſempio ſia di uno ouo: oltre di ciò Le ſtelle le stelle nell'Orizonte apparere piu grandi, etiano, a ell'Ori dio l'iſteſſo Orizonte alla terra contingente, e piu: zones apo lontano di qual ſi uoglia altro punto aßegnato nel ciez iori, per lo. L'iſteſſo fàil naturale, il quale afferma, che l'oca chio non baſterebbe a comprender la grandezza delle coſe,s'eglinon fuſſe tondo. & etiandio ſenza luce 1. non uederſi niente. Per queſta ſi ſono ritrouati gli fpecchi: imperoche il raggio dell'occhio cadente pera pendicularmenteſopra delloſpecchio, ritorna adietro, e coſi fa, che l'imagine èueduta. Si danno ancora le cagioni, perche nella piu parte de gli ſpecchiſi ueda stig als t'imagine dalla banda dilà di ello ſpecchio, &in alcue ni dinanzi: o oltre di ciò coſi diſcoſta e lontana dallo specchio, quanto é l'occhio lontano da eſo, e di molte altre. si sà ancora la diuerſa compofitioneloro, coa me de' tondi, concaui, colonnari, piramidalize triana Pianeri og ifcintilla. gulari. Laſcioper hora, chela reuerberatione de nocome raggi faccia le stelle fille ſcintillare: imperoche i pia = le ftefle fiłnetinon ſcintillano. Proua ultimamente, perche nela l'acqua le coſe paiano piu grandi, e fuori dal ſuo luos Perche le coſepaia. 80;imperochenon ſipuò diſcernere e giudicare la no mag. grandezza di una coſa per raggio rotto: e per ciò le giori nel ſtelle nell'orizonte appaiono piu uicine a noi, che nel l'acqua. Meridiano. Si danno inſieme congnitioni di Iride, e molte altre; la enumeratione delle quali troppo longa ſarebbe a dirle. CAM. Veramente tutte le ſcienze ſono di talforte tra loro ordinate, che’n loro a punto ſi uede fe. COM Iron chat lan ED fi uede una ciclopedia. Liv. Tal dunque è la pera ſpettiua, la cui conſideratione e di raggio retto, rea feffo, erotto. nella quale non ui marauigliate che ſi ueggiano coſi eccellenti e buoni Scultori: eſſendo che scultura ciò ſiuedafacilmente nella Chimica,Ectypoſi, Celaa parci d tura, Plaſtica, Proplaſtica, Paradigmatica, Tomia fa. ca., Colaptica, le quali ſonotutte parti della Scultuz ra, o hanno della ſua cognitione bisogno. Hora di queſte non voglio io parlare, eccetto ſe a voi pareſſe della simetria dell'huomo; dcció da eſſa comprendiate ogn’hora piu le marauiglioſe opere di Dio. Cam. Queſto miſarebbe di grandißimo contento, è maßime che per la intelligenza loro ſi potrebbono etiandio conſiderar le parti de gli animali ſenza ragione.Liv. Queſta miſura dunque, la quale Simetria chiamiamo, Simetria duenga che'n tutte le coſe create da Dio ſia maraui: dell'huog glioſa, è però di marauiglia e stupore grandißimo mo. nell'huomo. imperoche miſurate tutte le parti effatta = mente, dalle quali è compoſto, iui non ſi uede altro, che ogni coſa piena di harmonia e perfettißima in tuta ti i numeri. E perciò hanno diuiſo il corpo dell'huomo in noue parti, le quali tutte ſi prendonodalla faccid;. hauendola coſi poſta diſopra Iddio grandißimo,aca ciò tutte le altre pigliaſſero la miſura da eſſa, come contenuta da tutto il corpo noue uolte: s'intende però queſto degli huominifatti, e non de' fanciulli, i quaa li non ſono eccetto quattro. La proportion poi de membri tra loroquanta fia, è coſa di grande contemplatione. Quanto é dalle ciglia ſino alla fine del nära ſo, tanto dal mento fino alla gola quanto dal labro di fopra ſino alla punta del naſo, tanto é la larghezza del naſo di ſotto, è la concauità de gl'occhi, quanto dalla cima del fronte fino alle ciglia, tanto ſino alla punta del naſo, o etiandio fino al mento. Hora che tanto ſia la faccia, quant'è la mano, e dalle congiunz ture di eſa fi ueggiano le proportioninella faccia,¿ coſa aſſai ben chiara. Della larghezza, che ne dires di eſſo al naſo, tanto la larghezza della bocca, quanto la longhezza del naſo, tanto é la larghezza delle anche, quanto ſono due faccie inſieme. L'altezza poi, cioè quello, che uolge e circonda all'intorno, e mard uigliosa. uolge la teſta, e in quella parte del fronte tre faccie, il petto cinque, il uentre, paſſato però l'ombilico, quattro. Laſcio ultimamente, che con tenga l'huomo la figura circolare, e quadrata, e che da eſſo ſia cauata la proportione e miſura di far caſei, Fabriche Rocche, Caſtelli, e Chieſe. Hauete hora viſto la dir moſtrate uifione del corpo del'huomo, quanto ſia artificioſa, e dalla fime. tria del di quanta armonia e contemplatione. E di qui conſie l'huomo. deriate qual Geometria,qual Muſico debbia eſſer l'aua tore e fattore di tutto queſto, CA M. Veramente da tutte le coſe da D1o create ſiamobenißimoinſegnati uiuer bene: imperoche hauendo ogni noſtra parte del corpo con tal proportione diſpoſta, e fatta, ci mom che 3 stra, 1 C,. stra, che ordiniamo i coſtuminoſtri; acciò in ſi bel corpo poſſa eſſere una bella anima. Liv. E queſto ulbaſti in queſti ragionamenti, & andiamo alla Aſtro. nomia. Cam. Come a uoi pare. His “Enthusiasm” has a brief section on ‘parlare humano’, parabolize – wondering how men can ‘express’ the ‘conceptions’ of their ‘souls’ – via this ‘parlare’ – also philosophised on symmetry, which is like K. O. Apel’s reciprocity.  Literae humaniores, nicknamed classics, is an undergraduate course focused on classics (Ancient Rome, Latin, and philosophy) at Oxford. The name means literally "more human literature" and is in contrast to the other main field of study when the Oxford began, i.e. res divinae, or literae divine, “Lit. div.”. “Lit. Hum.” is concerned with *human* learning; “Lit. div.” with learning treating of the divine. “Lit. Hum.” originally encompassed mathematics and natural sciences as well. It is an archetypal humanities course.  Oxford's classics course, also known as greats, is divided into two parts, lasting V terms and VII terms respectively, the whole lasting IV years in total, which is one year more than most arts degrees.  The course of studies leads to a B. A. Lit. Hum. degree. Throughout, there is a strong emphasis on first-hand study of primary sources in Latin.  In the first part -- honour moderations, “mods” – the pupil concentrates on Latin; in the second part the pupil must choose VIII essays from philosophy. The teaching style consists of a weekly tutorial in each of the two main subjects chosen, supplemented by this or that lecture. The main teaching mechanism is the weekly essay -- one on each of the two main chosen subjects, to be read out at a 1-to-1 tutorial. This affords the pupil plenty of practice at writing a short, clear, and well-researched essay. The emphasis is on the study of an original text in Latin, assessed by gobbet, a short commentary on an assigned primary source. In a typical ‘text’ essay, the pupil must comment on an paragraph in Latin selected by the examiner -- from the set books. Marks are awarded for recognising the context and the significance of the paragraph. The course of moderation, –  the exam conducted by a moderator) runs for the initial V terms of the course. The aim is for the pupil to develop an ability to read in Latin. Virgil is compulsory. Other paragraphs are chosen from a given list. There are also unseen translations from Latin, and compulsory translation into prose. The tutorial fellow in philosophy is free to concentrate on teaching philosophy, not Latin. The mods examination has a reputation as something of an ordeal.XII three-hour essays across seven consecutive days. Pupils for Lit. Hum. mods face a much larger number of exams than undergraduates reading for any other degrees at Oxford sit for their mods, prelims or even, in many cases, finals.  A pupil who successfully passes his mods may then go on to study the full greats course in his remaining VII terms. The traditional greats course consists of philosophy. The philosophy includes Plato and Aristotle, and also modern philosophy, both logic and ethics, with a critical reading of standard texts -- from Plato's Republic and Aristotle's Nicomachean Ethics to more modern philosophers, such as Kant. The regulations governing the combinations of essays are moderately simple. The pupil must take at least four essays based on the study of ancient texts in the original Latin. It is compulsory also to offer essays in unprepared translation from Latin; these essays counted "below the line" — the pupil is required to pass them, but they do not otherwise affect the overall class of the degree. G. E. M. Anscombe, British analytic philosopher H. H. Asquith, former Prime Minister of the United Kingdom J. L. Austin, philosopher of language A. J. Ayer, British analytic philosopher Isaiah Berlin, historian of ideas, Oxonian professor George Curzon, 1st Marquess Curzon of Kedleston, Viceroy of India and Foreign Secretary Emma Dench, British ancient historian, McLean Professor of Ancient and Modern History at Harvard University Peter Geach, British analytic philosopher John Murray Gibbon, Canadian writer Barbara Hammond, English social historian, first woman to take a double first R. M. Hare, English moral philosopher, Oxonian professor H. L. A. Hart, British legal philosopher Denis Healey, Labour politician Gerard Manley Hopkins, English poet Alfred Edward Housman, English classical scholar and poet (failed in finals) Boris Johnson, Prime Minister of the United Kingdom from 24 July 2019 Ronald Knox, Catholic priest, theologian, writer and apologist Anthony Leggett, theoretical physicist and winner of Nobel Prize in Physics C. S. Lewis, novelist, poet, academic, medievalist, literary critic, essayist, lay theologian, and Christian apologist Harold Macmillan, Prime Minister of the United Kingdom, read mods (Latin and Greek), the first half of the four-year Oxford greats course, at Balliol from 1912 to 1914, interrupted by service in the First World War Reginald Maudling, Conservative politician Iris Murdoch DBE, novelist and philosopher Charles Prestwich Scott, editor of the Manchester Guardian daily newspaper (now The Guardian) Peter Snow CBE, British television and radio presenter, historian Reginald Edward Stubbs, British colonial governor Ronald Syme, New Zealand-born historian and classicist Oscar Wilde, Irish writer and poet, attained a double first Bernard Williams, British moral philosopher, attained a double first with formal congratulations in the second part Emily Wilson, British classicist, first woman to publish a translation of Homer's Odyssey into English. N. T. Wright, British Anglican bishop and academic Yang Xianyi, translator of Dream of the Red Chamber into English See also Edit History portal University of Oxford portal Philosophy, politics and economics Quadrivium Trivium References: Standen, Naomi. "HIS 1023 Encounters: What is a gobbet?". www.artsweb.bham.ac.uk. Retrieved 14 July 2018. External links Edit Brown, Peter (2003). "Tempora mutantur". Oxford Today. Archived from the original on 27 May 2011. Retrieved 14 January 2006. Cook, Stephen (18 February 2003). "Latin types". The Guardian. Retrieved 8 September 2006. "The Classics Faculty at Oxford". Retrieved 12 July2005. "The Philosophy Faculty at Oxford".  RELATED ARTICLES Classics -- Study of the culture of (mainly) ancient Greece and Ancient Rome; Honour Moderatons; Classical Tripos -- Degree course at the University of Cambridge. Giovanni Camillo. Giovanni Camilli. Giovanni Camilla. Keywords: dell’huomo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Camilla” – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Camillo – scuola di Portogruaro – filosofia veneziana – filosofia veneta – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Portogruaro). Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Portogruaro, Venezia, Veneto. Giulio Camillo.  Giulio Camillo Delminio Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Giulio Camillo detto Delminio (Portogruaro, 1480 – Milano, 15 maggio 1544) è stato un umanista e filosofo italiano. Letterato, erudito e insegnante, è famoso per il suo trattato sull'imitazione nell'arte e per il vagheggiato progetto utopistico del Teatro della Memoria o Teatro della Sapienza, edificio ligneo costruito secondo il modello vitruviano in cui avrebbe dovuto essere archiviato, tramite un sistema di associazioni mnemoniche per immagini, l'intero scibile umano, un progetto culturale precursore delle moderne enciclopedie.  Le fonti sulla sua vita sono due biografie scritte nel XVIII secolo da Federigo Altan e Giorgio Liruti.   Indice 1Biografia 1.1Il Teatro della memoria 1.1.1Il trattato sull'Idea del Theatro 2Opere 3Bibliografia 4Voci correlate 5Altri progetti 6Collegamenti esterni Biografia Nato attorno al 1480 (altre fonti attestano 1484), è possibile che il suo nome di battesimo fosse, in realtà, Bernardino, mentre Giulio Camillo sarebbe uno pseudonimo di sapore latineggiante, adottato secondo il costume degli umanisti dell'epoca.  Studiò presso l'Università di Padova e si dedicò quindi all'insegnamento di eloquenza e logica. Nel 1508 fondò con altri, a Pordenone, l'Accademia Liviana; trasferitosi a Venezia, conobbe tra gli altri Pietro Bembo, Pietro Aretino e Tiziano, e strinse amicizia con Erasmo da Rotterdam, che lo ricorda nella sua opera Dialogus Ciceronianus, attribuendogli eccellenti doti di oratore.  Nel 1515 si trova a Udine, quale "maestro d'umanità". Qui tenta di ottenere "l'officio di Cancelliere della Comunità".  Dedicatosi allo studio della lingua ebraica e delle lingue orientali, della cabala, del pitagorismo e della filosofia neoplatonica, nel 1519, in occasione di un viaggio a Roma, ebbe probabilmente occasione di confrontarsi con il cardinale Egidio da Viterbo, uno dei massimi cabalisti cristiani.  Il Teatro della memoria  Lo stesso argomento in dettaglio: Teatro della Memoria. In quegli anni Giulio Camillo andava sviluppando l'idea di rappresentare la conoscenza come un teatro dove, a differenza del teatro tradizionale, in cui lo spettatore si siede in platea e lo spettacolo si svolge sul palco, egli stesso si trova al centro del palco e lo spettacolo gli si dispiega intorno. Dal palco, infatti, si dipartivano sette gradini, ognuno dei quali era contrassegnato con una diversa immagine (Primo grado, Convivio, Antro, Gorgoni, Pasifae, Prometeo) e ciascuno era suddiviso in sette parti, corrispondenti ai sette pianeti (Luna, Mercurio, Marte, Giove, Sole, Saturno, Venere). Ognuna delle quarantanove intersezioni che risultavano era contrassegnata da un'altra immagine mnemonica desunta dalla mitologia, immagine come simboli, che rappresentava una parte dello scibile umano. In pratica, il suo Teatro era un edificio della memoria, rappresentante l'ordine della verità eterna e i diversi stadi della creazione, un'enciclopedia del sapere e insieme l'immagine del cosmo. In questo progetto si avvertono la tensione tipicamente rinascimentale verso il sapere universale e la conoscenza del creato, nonché gli influssi della filosofia ermetica e cabalistica iniziata da Pico della Mirandola.  Il trattato sull'Idea del Theatro Giulio Camillo espose le sue teorie nel trattato Idea del Theatro (pubblicato postumo a Venezia nel 1550) e nell'apologetico Discorso di M. Giulio Camillo in materia del suo theatro (1552, dedicato a Trifone Gabriel). Queste trovarono un sostenitore e mecenate nel sovrano francese Francesco I, che il Delminio incontrò a Milano. È comunque improbabile che un prototipo di tale teatro sia stato veramente costruito. La sua figura non convenzionale e le sue idee particolarissime gli attirarono l'ammirazione di molti ma anche l'ostilità di altri, ed egli venne definito sia un genio sia un ciarlatano. La sua stessa persona era circondata da un alone di mistero, e anche la morte, attorno al 1544, avvenne in circostanze poco chiare.  Opere Discorso in materia del suo Theatro; Lettera del rivolgimento dell'huomo a Dio; La Idea del Theatro; Trattato delle materie; Trattato dell’Imitatione; Due orationi; Rime, & lettere diverse; La Topica, overo dell’Elocutione; Discorso sopra l'Idee d’Hermogene; La grammatica; Espositione sopra'l primo & secondo Sonetto del Petrarca. Bibliografia Frances A. Yates, L'arte della memoria, Einaudi, 2007 ISBN 9788806181406 Giorgio Stabile, CAMILLO, Giulio, detto Delminio, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 17, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1974. URL consultato il 21 giugno 2016. Modifica su Wikidata Giulio Camillo, L'idea del theatro con L'idea dell'eloquenza, il De Transmutatione e altri testi inediti, a cura di Lina Bolzoni, Adelphi, Milano 2015 ISBN 9788845929823 (ES) Corrado Bologna, El teatro de la Mente. De Giulio Camillo a Aby Warburg, Siruela, Madrid 2017. Mario Turello, Anima artificiale. Il teatro magico di Giulio Camillo, Aviani, 1993 ISBN 9788877720450 Voci correlate Anfiteatro della Memoria Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina dedicata a Giulio Camillo Delminio Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su Giulio Camillo Delminio Collegamenti esterni Delmìnio, Giulio Camillo, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Bindo Chiurlo, DELMINIO, Giulio Camillo, in Enciclopedia Italiana, vol. 12, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1931. Modifica su Wikidata Giulio Camillo Delminio, in Dizionario biografico dei friulani. Nuovo Liruti online, Istituto Pio Paschini per la storia della Chiesa in Friuli. Modifica su Wikidata Opere di Giulio Camillo Delminio, su Liber Liber. Modifica su Wikidata Opere di Giulio Camillo Delminio / Giulio Camillo Delminio (altra versione), su MLOL, Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Giulio Camillo Delminio, su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Opere riguardanti Giulio Camillo Delminio, su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Giulio Camillo, su Goodreads. Modifica su Wikidata Frammento di orazione italiana in lode delle scienze in APUG 118 cc 25-28 Archivio Storico della Pontificia Università Gregoriana Dell'imitazione Archiviato il 27 agosto 2006 in Internet Archive., trattato sull'imitazione nell'arte di Giulio Camillo detto Delminio Franco Pignatti, L'imitazione e la retorica in Giulio Camillo, da Italica.RAI.it Floriana Calitti, Giulio Camillo Delminio, L'idea del teatro, da Italica.RAI.it (IT, EN) Giulio Camillo e il Teatro della Memoria da INFN.it Testo de L'idea del Theatro, su fluido.tv. Giulio Camillo Delminio. Un'avventura intellettuale nel '500 europeo, su delminio.info. URL consultato il 2 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 17 maggio 2014). Controllo di autorità                           VIAF (EN) 73909990 · ISNI (EN) 0000 0001 2139 4801 · SBN CFIV102592 · BAV 495/25985 · CERL cnp01335367 · ULAN (EN) 500249058 · LCCN (EN) n86825149 · GND (DE) 118870475 · BNE (ES) XX873898 (data) · BNF (FR) cb12252439f (data) · J9U (EN, HE) 987007529076505171 · NSK (HR) 000602854 · NDL (EN, JA) 01187411   Portale Biografie   Portale Filosofia   Portale Letteratura Categorie: Umanisti italianiFilosofi italiani del XVI secoloNati nel 1480Morti nel 1544Morti il 15 maggioNati a PortogruaroMorti a Milano[altre]

 

Grice e Cammarata: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del giusto – giussum giustum – giure – iure – giudico – giudicare -- la giustizia – scuola di Catania – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grce, The Swimming-Pool Library (Catania). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Caania, Sicilia. Grice: “You gotta love Cammarata; for one, like Austin, he goes by initials, and indeed like me, A. E. – he is the Italian Hart – he thinks legality comes first, justice second – and he is possibly right – his example is Oreste’s murder and the institution of justice in Athens – However, that’s because of his Magna Grecia background – Speranza tells me that at Rome, things are different, since it’s all Brutus and the beginning of the republic – ‘il ratto di Lucrezia,’ as he puts it.” -- Fu uno dei più conosciuti rettori dell'Trieste per la difesa della quale ricevette la medaglia d'oro della Cultura e dell'Arte, mentre all'Ateneo fu conferita nel 1962 la medaglia d'oro al valor civile.  Biografia Nel corso della sua carriera insegnò filosofia del diritto e altre materie giuridiche nelle Messina, Macerata, Trieste, Napoli e Roma. Allievo di Giovanni Gentile, aderì all'idealismo immanentista. Gli scritti principali di filosofia del diritto sono inseriti, in massima parte, in Formalismo e sapere giuridico, Giuffrè 1963. Buona parte degli scritti riguardanti invece la "questione di Trieste" sono pubblicati in Fra la teoria del diritto e la questione di TriesteScritti inediti e rari, Eut, Trieste. Fu anche un notevole fotografo, come documentano le due mostre (Trieste Gorizia ) a lui dedicate.   Cammarata, Angelo Ermanno, in Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,  Opere di Angelo Ermanno Cammarata,. Filosofia Università  Università Filosofo Avvocati italiani Insegnanti italiani Professore Catania RomaFilosofi del diritto. Il secondo giorno sostenne tutto il contrario; onde gridano all'immoralità, all’audacia e alla sfacciataggine del filosofo, che non si vergognò di difendere contraddizione si anorme. Anche non tenendo conto che, se si applicasse questo criterio, tutta la filosofia dei accademici sarebbe un' immoralità, perchè il loro metodo e di difendere in ogni quistione le soluziori opposte. Idue discorsi (tesi ed antitesi, positio e contra-positio, posizione e contra-posizione), tenuti in giorni successivi, abbiano un'unità perfetta (la sintesi, o com-posizione) e si propongano il medesimo fine: mostrare la falsità della dottrina della tesi di Diogene intorno al giurato; e siccome costoro in questa parte della filosofia, molto più che in altre, sono dipendenti da Platone e da Aristotele, bisogna prendere le mosse da questi. Leggiamo in Lattanzio. Carneades autem, ut Aristotelem refelleret ac Platonem, justitiae patronos, prima illa disputatione collegit ea omnia, quae pro justitia dicebantur, ut posset illa, sicut fecit, evertere. Carneades, quoniam erant infirma, quæ a philosophis adserebantur, sumsit audaciam refellendi, quia refelli posse intellexit (Lattanzio, Instit. div.). E al trove. Nec immerito extitit Carneades, homo summo ingenio et acumine, qui refelleret istorum (Platone e Aristotele ) orationem et iustitiam, quæ fundamentum stabile non habebat, everteret, non quia vituperandam esse iustitiam sentiebat, sed ut illos defensores eius ostenderet nihil certi, nihil firmi de iustitia disputare (Epit. 55, 5-8). Di qui è evidente che la prima orazione non era che un esordio, un'introduzione, uno sguardo storico alla questione, un'esposizione delle idee accettate da Diogene, che Carneade s'appresta a confutare nel vegnente giorno (Cic., de rep.); confutazione, la quale non aveva per iscopo di vituperare la giustizia in sé, ma di colpire i filosofi avversari, o almeno la loro teoria dommatica – il domma.Non è la virtù stoica, che Carneade demole, ma il sapere. Su questo si dovrà tornare più innanzi. E caso a noi pervennero frammenti solamente della seconda orazione. Questa sola offriva una filosofia nuova, dava una scossa inaspettata e forte all'intelligenza dei romani. Perciò eam disputationem, qua iustitia evertitur, apud Ciceronem L. Furius recordatur (Lattanzio, Instit. dio.). E noi ora possiamo tentare di ricostruire questo singolare di scorso nelle sue linee generali. Per Carneade, non esiste una giustizia (giurato – iusiurato) naturale nè verso due uomini. Se esso esistesse le medesimecose sarebbero giurate (iusiurata) giuste o ingiuste, buone o cattive, morali o immorali, per ogni uomo, come le cose calde e le fredde, le dolci e le amare. Invece chi conosce il mondo e la storia, sa che regna una grandissima diversità di apprezzamenti morali e giuridici, di consuetudini tra il popolo romano e il popolo sabino, da Roma a Sabinia, dal Tevere al Trastevere, da tempo a tempo. I cretesi e gli etoli reputano cosa onesta il brigantaggio. I Lacedemoni dichiarano loro proprietà tutti i campi che potevano toccare col giavellotto. Gli Ateniesi solevano annunciare pubblicamente che loro apparteneva ogni terra che producesse olive e biade. I barbari galli stimano disonorevole cosa procurarsi il frumento col lavoro, invece che colle armi. I romani vietano ai Transalpini la coltivazione dell'ulivo e della vite, per impedire la concorrenza ai loro prodotti e dar a questi un valore più elevato. Gli semitici egiziani, che hanno una storia di moltissimi secoli, adorano come divinità il bue e belve di ogni genere. I semitici Persiani, disprezzano gli dei dell'Ellade, ne incendiarono i tempii, persuasi essere cosa illecita che gli dei, i quali hanno per abitazione tutto il mondo, fossero rinchiusi tra pareti. Filippo il Macedone idea e Alessandro manda ad esecuzione la guerra contro i greci per punire quei numi. I Tauri, gli Egiziani, i barbari galli (“Norma”) e i Fenici credeno che tornassero assai accetti alle loro deità il sacrifizio umano. Si dice: E dovere dell'uomo che fa il giurato (iusiuratum) ubbidire alla legge. Quale legge? A la legge di ieri, o alla legge di oggi? A quelle fatte in questo lato del Tevere, o nel Trastevere? Se una un imperativo o una legge suprema, universale, trascendente, kantiana, costante s'impone alla coscienza dell’uomo, come pretende Diogene, coteste variazioni non sarebbero possibili. Perciò non esiste un diritto naturale, nè un uomo che per natura arriva al giurato (iusiuratum). Il diritto (ius) è una invenzione dell’uomo a scopo di utilità e didifesa; come prova anche il fatto che non raramente la legge, le quale e fatta dal sesso maschile, assicura a questo sesso un particolare vantaggio a danno di quello femminile. Nessuna ‘legislazione’, attentamente esaminata, appare l'espressione di un imperative o principio fisso, naturale, vero, immutabile, divino. Invece al profondo osservatore non isfugge che ogni disposizione legale move da ragione di utile e viene cambiata appena non risponde più ai bisogni e agl'interessi di coloro che hanno nelle mani il potere. Ogni nazione cerca di provvedere al proprio bene e considera, per istinto di natura, gli animali e le altre nazione come istrumenti della propria conservazione e felicità (Cic., de rep.). La storia insegna che ogni popolo che diventa grande, potente, ricco, non pensa ai vantaggi altrui, ma unicamente ai proprii. Voi stessi o Romani, disse Carneade parlando a un Scipione Emiliano, il futuro distruttore di Cartagine e di Numanzia, a Lelio il saggio, al letterato Furio Filo, a Scevola il futuro giureconsult, all'erudito Sulpicio Gallo, algrande oratore Galba, al vecchio Catone, l'implacabile nemico di Cartagine, al fiore di tutta la cittadinanza e alla presenza dei colti ostaggi achei trasportati in Italia, tra i quali il grande storico e generale Polibio. Voi stessi, o Romani, non vi siete impadroniti del mondo colla giustizia. Se volete essere giusti, restituite le cose tolte agli altri, ritornate alle vostre capanne a vivere nella povertà e nella miseria. Il criterio direttivo della vostra vita non e il  giurato (iusiuratum), bensi l'utilità, che invano cercate di mascherara; poichè voi, coll'intimare la guerra per mezzo di araldi, col recare *in-giurie* sotto un pretesto di legalità, col desiderare l'altrui, col rubire, siete per venuti al possesso di tutto il mondo. Ma per temperare il cattivo effetto, che avesse potuto produrre negli animi dei Romani questa audace analisi dei fattori della loro grandezza politica, l'avveduto ambasciatore ateniese ricorda altri esempi, che sono celebri e lodati in tutto il mondo. Rammenta la ben nota risposta data dal pirata catturato ad Alessandro il grande. Io infesto breve tratto di mare con una sola fusta, con quel medesiino diritto, col quale tu, o Alessandro, infesti tutto il mondo con grande esercito e flotta. Il patriottismo, questa virtù somma e perfetta, che suole essere portata fino al cielo colle lodi, è la negazione del giurato (iusiuratum), perchè si alimenta della discordia seminata tra gli uomini e consiste nell'aumentare la prosperità del proprio paese, naturalmente a danno di un altro, coll’nvadere violentemente il territorio altrui, estendere il dominio, aumentare le gabelle. Patriotta è colui che acquista dei beni alla patria colla distruzione di altre città e nazioni, colma l'erario di denaro, rese più ricchi i concittadini. E, quel che è peggio, non solo il popolo e la classe incolta, ma eziandio i filosofi esortano e incoraggiano a commettere cotali atti ingiusti. Cosicchè alla malvagità non manca neppure l'autorità della scienza. Ovunque regnano inganno e ingiustizia, che invano si tentano di nascondere e legittimare. Tutti quelli che hanno diritto di vita e di morte sul popolo sono tiranni. Ma essi preferiscono chiamarsire per volontà divina. Quando alcuni, o per ricchezze, o per ischiatta, o per potenza, hanno nelle mani l'amministrazione di una città, costituiscono una setta. Ma i membri prendono il nome di “ottimato”. Se il popolo ha il sopravvento nel maneggio dei pubblici affari, la forma di governo si chiama libertà; ma è licenza. Ma poichè gli uomini si temono l'un l'altro, e una classe ha paura dell'altra, interviene una specie di *patto* o contratto fra popolo e potenti e si costituisce una forma mista di governo, dove la giustizia è un effetto non di natura o di volontà, ma di debolezza. Ed è naturale che cosi avvenga. Se l'uomo deve scegliere tra le seguenti condizioni: recare *in-giuria* e non riceverne; e farne e riceverne; nè farne, nè riceverne, egli repute ottima la prima, perchè soddisfa meglio i suoi istinti. Poscia la terza, che dona quiete e sicurezza; ultima e più infelice la condizione di chi sia costretto ad essere continuamente in armi, sia perchè faccia, sia perché riceva *in-giurie”. Adunque alla Hobbes lo stato naturale dei rapporti tra uomo e uomo è la lotta (uomo uominis lupo), la guerra, la discordia, la rapina, la violenza, l'inganno, in una parola, la negazione del giurato (giusgiurato). La giustizia è una virtù che si esercita per effetto di debolezza e per proprio tornaconio. Ma Diogene, come vedemmo, considera il giurato (iusiuratum) verso gli uomini. Carneade dove notare che l’istituzione del tempio esiste solamente nel l'immaginazione de' suoi avversari e dei filosofi, dai quali essi attinsero i loro principii. Non si acquista, non si allarga potere, non si fonda regno senza le armi, le guerre, le vittorie; le quali alla loro volta in generale presuppongono la presa e la distruzione di città. E dalle distruzioni non vanno immuni le oggetti addorati nei tempi, ne dalle stragi si sottragge il sacerdote del tempio; né dalle rapine i  tesori e gli arredi sacri. Quanti trofei di divinità nemiche, quante sacre immagini, quante spoglie di tempii resero splendidi i trionfi dei generali romani! E non sono cotesti sacrilegi? Non sono atti di somma ingiustizia? No, innanzi al giudizio del popolo, all'opinione della gente colta, degli storici, dei letterati, questa è gloria, è patriottismo, è prudenza, sapienza, giustizia. Dunque la giustizia non solamente non viene osservata in pratica, ma non esiste nep pure in fondo alla coscienza generale dell’uomo. Anch'essa viene subordinata all'utile. Ma non s'arresta qui la critica di Carneade. Con un esame sottile e profondo dell'antinomia esistente tra i due concetti del ‘scitum’ e del ‘giurato’ e della natura morale dell'uomo quale in realtà è, e quale egli si crede e vorrebbe essere, Carneade ha chiarito un contrasto del cuore (ragione pratica) e della mente (ragione teorica) umana, che tuttavia rimane e che ha servito di fondamento alle teorie utilitaristiche inglesi di tempi a noi vicini. Lo ‘scitum’ – la sapienza politica comanda al Cittadino di accrescere la potenza e la ricchezza della patria, estenderne i confini e il dominio, renderne più intensa la vita con nuove sorgenti di guadagni e di piaceri; e tutto questo non si può compiere senza danno di altre genti. Il giurato (iusiuratum) invece comanda di risparmiare tutti, di beneficare i propri simili indistintamente, restituire a ciascuno il suo, non toccare i beni, non turbare i possedimenti altrui, non sminuire la felicità d'alcuno. Ma se un uomo di stato vuole essere giusto, non ha mai l'approvazione de' suoi amministrati, non gloria, non onori, i quali il popolo attribuisce non al giusto (che promueve il giurato) e onesto e inetto; bensì al sapiente, al prudente, all'accorto. Non per il giurato, ma per il ‘scitum’ i generali di ROMA hanno il soprannome di grandi. La violenza, la forza, la negazione del giurato, hanno dato potere e consistenza agli stati. Ma per nascondere la propria origine e fuggire la taccia de negare il giurato (iusiuratum), il popolo, fatto grande e divenuto dominatore, va immaginando delle favole da sostituire alla storia vera, come il mercante arricchito agogna un titolo di nobiltà. Le stesse qualità, e solamente le stesse, mantengono gli stati liberi o forti. Non ha nazione tanto stolta, la quale non preferisce il comandare con la negazione del giurato, all'ubbidire con la promozione del giurato (iusiuratum). La ragione di stato e la salvezza pubblica vincono e soffocano il sentiment *dis-interessato*. Uno stato vuole vivere a prezzo di qualsiasi negazione del giurato (iusiuratum), perchè sa che alla vittoria, con qualunque mezzo acquistata, tien dietro la gloria. Nel concetto degli antichi, la fine della propria nazione non sembra avvenimento naturale, come la morte di un individuo, pel quale questa non solo è necessaria, ma talvolta anche desiderabile. L'estinzione della patria era per essi in certo qual modo l'estinzione di tutto il mondo. Dato questo concetto e un sentimento della gloria diverso e molto più intenso che non sia in noi moderni, doveno in certa guisa parere *giustificati* (giusti-ficati – fatto giurato – iusiuratum -- anche gli atti di violenza e di frode, che avevano per I scopo la conservazione e la potenza del proprio stato; o, per meglio dire, il popolo e gl'individui non hanno coscienza di un principio o imperativo che governa la propria vita. Credeno, i Romani pei primi, di promovere il giurato (iusiuratum) e invece sommamente negano il giurato (iusiuratum). Carneade fu il primo a chiarire questa opposizione tra fatto e idea, tra sapienza machiavelica politica e il giurato (iusiuratum) (Cic., de fin.). Il medesimo conflitto tra il giurato e il ‘scitum’ dimostra egli esistere nella vita privata, intendendo per sapiente l'uomo che sa difendere il proprio interesse; e giusto colui che non lede quello degli altri. Sono suoi i seguenti esempi, tolti dalla vita giornaliera e assai chiari e appropriati alla vita romana affogata negli affari. Un tale vuole vendere uno schiavo, che ha l'abitudine di fuggire, o una casa insalubre. Egli solo conosce questi difetti. Ne rende avvisato il compratore? Se si, s'acquista  fama di uomo onesto, perchè non inganna, maeziandio di stolto, per che vende a piccolo prezzo, o non vende affatto; se no, sarà reputato sapiente, perchè fa il proprio interesse, ma malvagio, perchè inganna. Parimenti, se egli s'incontra in uno che vende oro per oricalco, o argento per piombo, tace per comperare a buon prezzo, o indica al venditore lo sbaglio e sborsa di più per l'acquisto? Solamente lo stolto vorrà pagare a maggior prezzo la merce. Se un tale, la cui morte a te recherebbe vantaggio, sta per porsi a sedere in luogo, dove si nasconde serpe velenoso, e tu il sai, dovrai avvertirlo del pericolo, o tacere? Se taci, sarai improbo, ma accorto; se parli, sarai probo, ma stolto (Cic., de rep.). Dunque qui pure si presenta la contraddizione: chi è giusto, è stolto; chi è sapiente, è ingiusto. Ma in questi casi si tratta di una quantità maggiore o minore di denaro e di vantaggi più o meno rilevanti, e v'ha chi potrebbe essere contento e felice della povertà. Ma quando andasse di mezzo la vita, il conflitto diventerebbe più spiccato. Un tale in un naufragio, mentre è poco lontano dall'affogare, vede un altro più debole di lui mettersi in salvo appoggiandosi a una tavola, che vale a sostenere uno solo. Nessuno testimonio è presente. Si fa sua la tavola e si pone in salvo, lasciundo che l'altro perisca. Oppure, se, dopo che i suoi furono sconfitti, incontra nella fuga un ferito a cavallo, che va sottraendosi al ferro dei nemici inseguenti, lo getterà a terra per porre se stesso in sella, o si lasce raggiungere e uccidere. Se egli è uomo sapiente, si salva a qualunque costo. Ma se poi antepone il morire al far morire, sarà giusto, ma stolto. Tale è il giudizio che intorno al suo operato porteranno il uomo.  Cosicchè il giure naturale, la giustizia naturale è stoltezza. Il giure civile è sapienza politica. Tutto è lotta d'interessi. Si ha ragione di credere che Carneade nel suo discorso *contro* il giurato civile tocca anche la questione della schiavitù, dicendo essere un fatto che nega il giurato (iusiudicatum) naturale, che uomo servisse a uomo -- principio che, riconosciuto vero, puo essere assai valido per far conoscere quanto esteso fosse il dominio della negazione del giurato e dare alla sua tesi una grande forza. E ciò si induce a credere dal vedere che in più frammenti il difensore del giurato, ossia il suo contraddittore, viene svolgendo la tesi opposta, perchè la schiavitù, rettamente conservata, torna a utilità del stesso schiavo, il quale sotto un governo buono e forte vive in maggiore sicurezza e viene meglio educato che allo stato di libertà; e come Dio comanda all'uomo, l'anima al corpo, la ragione alle parti appetitive dell'anima, cosi il conquistatore tiene a freno il conquistato, il quale diventa tali appunto perchè e peggiore di quello. Un tenue indizio ci sarebbe anche per farci credere che egli risolve il rimorso nella paura della pena, negando che fosse un sentimento più profondo e disinteressato. Diogene obbietta che in questa ipotesi il malvagio sarebbe semplicemente un incauto e il buono uno scaltro (Cic. de leg.). In conclusione: per Diogene, fondamento della morale e del diritto è l'inclinazione ad amare gli uomini e a rispettare la divinità, inclinazione che ha radice nella natura, la quale sola offre la norma per distinguere il giurato dalla sua assenza, il bene dal male. Per Carneade, generatrice del diritto è l'utilità, e l'utilità sola, e ogni giudizio morale e altrettanta opinione, la quale non deriva da un imperativo kantiano, o un principio naturale fisso, come provano la loro varietà e il dissenso degli uomini (Cic., de leg.). Alla teoria giuridica di Carneade non si deve attribuire un significato di domma o dommatico, che sarebbe in cotraddizione colle premesse teoretiche della sua filosofia. L'egoismo e l'utilitarismo proclamato da Carneade in opposizione all'idealismo morale di Diogene, non è una dottrina *precettiva*, alla Kant (il sollen) ma l'investigazione e l'esposizione di un fatto psicologico e sociale – come il principio cooperativo di Grice. Carneade non pare credere all'effetto pratico della morale normativa e si limita ad analizzare il cuore dell’uomo, la ragione pratica, saggezza, prudential, il quale, per la sua tendenza nativa, è assai lontano dal realizzare il precetto dommatico stoico. Ma da filosofo prudente s'astiene dal proporne del proprio precetto (idiosincrazia). Nota il fatto che si presenta all'osservazione quotidiana con tutti i caratteri della verosimiglianza più alta e sforzano a credere o ad operare; ma nè costruisce una teoria assoluta, ne formula un domma. iusiuro: swear to a binding formula.Wundt. Wundt Zeitungsausschnitte 100. Wundt. Wundt. Estate Wundt Brief von Luigi Credaro an Wilhelm Wundt. Grice: “Excellent philosopher, comparable with Hart – only not Jewish and thus friendly with the Fascists!” A student of Gentile, more of an idealist than a positivist, but still. Angelo Ermanno Cammarata. Keywords: la giustizia, H. L. A. Hart, il giusto, -- giusto – la persecuzione dei Cristiana fatta da Nerone e giusta in accordo con la legge romana – Tacito – Suetonio – Claudio – I Cristiani e I giudei di Trastevere confessano  il deilitto dell’incendio di Roma. Cfr. la rivincita del paganesimo, I giudei erano esclusi dalla prattiche religiose romane, ma la setta Cristiana no. montanismo,  moiaismo. I Cristiani si refusano  ad assistir al rituale religioso romano. Tacito giudica al  Cristiano enemico del genero umano. Giustizia divina,  giusto legale – giusto morale – la persecuzione dei eretici dalla chiesa, l’inquisizione, la contra-riforma, l’inizio della filosofia romana come una ‘woke’ da parte dall’elite romana dei scipione sulla relativita del concetto del giusto. Il primo discorso di Carneade e un cliché deliberativo. Fu il secondo discorso di Carneade che dimostra ai romani il potere dell’argumentazione – questo culto all’argumentazione dialettica fino al lit. hum. Oxon e la Unione di Parla – l’argumentazione scolastica – tesi, responsio, objection, ad p, contra p. tractatus – il dialogo filosofico, eirenico, diagoge, epagoge.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cammarata” – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Campa: la ragioen conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’elogio della stoltizia – scuola di Presicce – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Presicce). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Presicce, Lecce, Puglia. Grice: “You gotta love Campa; he has a gift for unusual metaphors: la fantasmagoria della parola, -- my favourite has to be his conjunct, ‘stupidity and unfaithfulness!’ --  Grice: “Philosophy runs out of names: there are British philosophers G. R. Grice and H. P. Grice, and Itallian philosophers R. Campa, and R. Campa.” Riccardo Campa  Nota disambigua.svg DisambiguazioneSe stai cercando il sociologo, vedi Riccardo Campa (sociologo).  Riccardo Campa con il premio Nobel Eugenio Montale, Riccardo Campa (Presicce), filosofo. Storico della filosofia italiano, la cui indagine teorica si è incentrata sulla relazione fra la cultura umanistica e la cultura scientifica, delineando il percorso storico della cultura occidentale, in particolare nell'ambito europeo-latinoamericano.   Negli anni sessanta e settanta ha diretto la Biblioteca delle idee, sotto la presidenza scientifica del premio Nobel Eugenio Montale e contemporaneamente è stato condirettore responsabile del periodico Nuova Antologia, nel quale ha pubblicato saggi di letteratura e filosofia sul pensiero del Novecento; vi ha inoltre tradotto e pubblicato testi di Borges, Uscătescu, Segre, Chastel, Kaufmann, Gasset.   C.con Borges a Roma. ) «doctor honoris causa en las ciudades de Atenas y Nueva York, alfa y omega del conocimiento de lo que constituye Occidente [...] Asombra en su obra la recopilacion enciclopedica del pensamiento europeo, cimentada en la razon que la describe.» «C. ha ricevuto dottorati honoris causa nelle città di Atene e New York, l'alfa e l'omega della conoscenza di ciò che costituisce l'Occidente [...] Sorprende nella sua opera la raccolta enciclopedica del pensiero europeo, fondata sulla ragione che lo descrive.»  (Domingo Barbolla Camarero, Prologo, in Riccardo Campa La razon instrumental. El mesianismo nostalgico de la contemporaneidad, Madrid, Biblioteca Nueva, ) Ha partecipato, a seguito di regolare concorso a livello internazionale, al Forum Europeo di Alpbach, al Collège de France, e all'Universidad Internacional Menéndez Pelayo, e ha insegnato presso diverse università italiane e straniere (Bologna, Università degli Studi di Napoli Federico II, Università per stranieri di Siena, Universidad de Morón), tenendo corsi di storia delle dottrine politiche, storia della filosofia,,storia delle Americhe e diritto politico. C. all'Università per Stranieri di Siena. Ha diretto l'Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires e successivamente ha coordinato in Italia e nell'America Latina le attività celebrative del V Centenario dell'America, per disposizione del Ministero degli Affari Esteri.. Vicepresidente della Commissione Nazionale per la promozione della cultura italiana all'estero. Quale ormai consolidata personalità-ponte fra i due mondi, geograficamente separati ma culturalmente legati dalle comuni radici, svolge le funzioni di Direttore del Centro Studi, Documentazione e Biblioteca dell'Istituto Italo-Latino Americano di Roma. Contemporaneamente è stato Vicedirettore della Società Alighieri. Ha presieduto il Forum Internazionale sulla Società Contemporanea di Madeira e, alla scadenza di questo mandato, è stato eletto a Roma presidente della Federazione Internazionale di Studi sull'America Latina e i Caraibi.  In questo ambito, con il suo operato, ha garantito l'interscambio delle figure intellettuali più significative fra la cultura latinoamericana e quella europea, favorendone la reciproca conoscenza.  Riceve la nomina di Director Emeritus del Vico Chair of Italian Studies en Dowling, Nueva York nel.  Studioso di diverse discipline: dalla linguistica teorica alla filosofia del linguaggio, dalla filologia all'analisi letteraria alla storia della lingua; dalla filosofia teoretica alla filosofia della scienza, nella gestione della complessa realtà istituzionale, ha assunto l'incarico di Direttore del Centro di Eccellenza della Ricerca dell'Siena.  Già Ordinario del S.S.D SPS/2 (Storie delle dottrine politiche) presso la Facoltà di Lingua e Cultura Italiana dell'Università per Stranieri di Siena, gli è stato conferito il titolo di "Professore emerito".  Opere: Appartengono, fra gli altri, alla produzione classica:  Il potere politico nell'America Latina, Edizioni di Comunità, Milano; Il riformismo rivoluzionario cileno, Marsilio, Padova; Appunti per una storia del pensiero politico latino-americano, Lugano, Pantarei, 1971; L'universo politico omogeneo, Istituto Editoriale Internazionale, Milano; Las nuevas herejias, Biblioteca de Estudios Criticos, Madrid, Ediciones Istmo; La visione e la prassi: profilo di Bolìvar (pref. diPignatti, intr. di R. Medina Elorga, postfaz. di L. C. Camacho Leyva), Istituto Italo Latino-Americano, Roma; A reta e a curvaReflexōes sobre nosso tempo (Riflessioni con Oscar Niemeyer), São Paulo, Max Limonad, 1986; El estupor de EpicuroEnsayo sobre Erwin Schrödinger, Buenos Aires-Madrid, Alianza; La emocion: la filosofia de la infidelidad (prol. di R. H. Castagnino), Editorial Sudamericana, Buenos Aires, La escritura y la etimologia del mundo (con un saggio di Roland Barthes), Buenos Aires, Editorial Sudamericana, 1989; La malinconia di EpicuroRiflessioni in penombra con Jorge Luis Borges, Buenos Aires, Editorial SudamericanaFondazione Internazionale Jorge Luis Borges, 1990; La primeva unità: saggio sulla storia, Le Monnier, Firenze, 1990; La practica del dictamen: del ius a la humanitas, Grupo Editor Latinoamericano, Buenos Aires, 1990; El sondeo de la apariencia: el libro y la imagen, Gedisa, Buenos Aires; La trama del tiempo: ensayo sobre Italo Calvino, Grupo Editor Latinoamericano, Buenos Aires, L'avventura e la nostalgia: Omaggio al Portogallo, Presidenza dei Consiglio dei Ministri, Roma 1994 La metarrealidad, Buenos Aires, Biblios, 1995; Le daimôn de la persuasion, Toulouse Cedex, Éditions Universitaires du Sud; The Renaissance and the invention of method, New York, Dowling College, 1998; La metafora dell'irrealtà: saggio su "Le avventure di Pinocchio", M. Pacini Fazzi, Lucca, 1999, L'esilio saggi di letteratura Latinoamericana, Il Mulino, Bologna, 2000; Il sortilegio e la vanità: saggio su Louis-Ferdinand Céline, Welland Ontario, Soleil; Caratterizzano la produzione più recente:  L'immediatezza e l'estemporaneità, New York, Dowling College PressBinghamton University, 2000; L'età delle ombre, New York, Binghamton University, 2001; Dismisura, Bologna, il Mulino; Le vestigia di Orfeo. Meditazioni in penombra con Jorge Luis Borges, Bologna, Il Mulino, 2003; A modernidade, Lisboa, Fim de século, 2005; Della comprensioneCompendio di mitografia contemporanea, Bologna, il Mulino; Ontem. L'elegia del Brasile, Bologna, il Mulino, 2007; Vicinanze abissali. L'approssimazione nell'epoca della scienza, Bologna, il Mulino, 2009; Langage et stratégie de communication, Paris, L'Harmattan; El Inca Garcilaso de la Vega, Madrid, Binghamton University, Ediciones ClasicasEdiciones del Orto,; I Trattatisti spagnoli del diritto delle genti, Bologna, Il Mulino,; La place et la pratique plébiscitaire, Paris, L'Harmattan,; El sortilegio de la palabra, Madrid, Biblioteca Nueva,; Elegy. Essays on the Word and the Desert, University Press Of The South,; L'America Latina. Un profilo, Bologna, Il Mulino,; La filosofia de la crisis. Epicureismo y Estoicismo, Editorial Sindéresis, Madrid,; El tiempo de la inedia. El invierno de Gunter, AntropiQa 2.0, Badajoz,; La eventualidad y la inexorabilidad. El invierno de Gunter, Editorial Sindéresis, Madrid,; La Destreza y el engano. Ensayo sobre Don Quijote de Miguel de Cervantes Saavedra, Ediciones Clasicas, Madrid,; L'America Latina. Un compendio, Bologna, Il Mulino,; Octavio Paz. El desconcierto de la modernidad, Ediciones Clasicas, Madrid,; La parola, Bologna, Il Mulino,; Cervantes. La linea del horizonte, Valencia, Albatros,, L'elegia del Nuovo Mondo, Bologna, Il Mulino,. La mundializacion, Valencia, Albatros,. Il convivio linguisttico. Riflessioni sul ruolo dell'italiano nel mondo contemporaneo, Roma, Carocci,  Note  Anno di conseguimento del titolo di Professore.  Ne ha diretto l'Istituto Storico-politico della Facoltà di Scienze Politiche.  Con decreto del Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, vi è stato nominato Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche.  Dopo averne curato, il XII Congresso Internazionale, designato dall'Accademia delle Scienze di Russia ed eletto dall'Osaka.  Luigi Trenti, Il viaggio delle parole: scritti in onore di C., Perugia, Guerra Editore, 2008.  Antonio Requeni, Nueva vision de la literatura argentina, "Les Andes", 16 settembre 1984, 3° Seccion pag.1. Antonio Requeni, Presencia cultural de Italia en la Argentina, "La Prensa"; Requeni, Los intelectuales del mundo: hoy, Riccardo Campa: la Argentina, en el laberinto de Borges, "La Nacion", 20 Jesus Francisco Sanchez, Crisis del neocapitalismo podria hacer renacer ideas del socialismo y la izquierda: Ricardo Campa, "El Sol de Durango", 6/A Altri progetti Collabora a Wikiquote Citazionio su Riccardo Campa Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Riccardo Campa Filosofia Letteratura  Letteratura Filosofo del XX secoloFilosofi italiani del XXI secoloStorici della filosofia italiani; PresicceProfessori dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. De oxgin^natalibns & patria  Jlultitia. StultitiamN dturd cffe atnicam  & humantgeneris per co\ inuos  mulieru partm coferuatricein. Pueritia fdelem ejfe affeclam.  i v« Nec mn. Adolescentia. Omni homini ejfs nccejfariam. Senibmmaximofo Utio. ^  xxi, Uec agrauibits& cordatisvi'   malienam.  vt 1 1 . ttiam commenthiis Gentilium   deaftrufamiliarem.  ix. Inea fouenda muliehem maximefexttmoccHpari..  %, Eandem amoris & amicitia   effe conciliatricem*  luu Con ; ugia & conctltare & fouere. Onmihominttm atati &ordi~ } ttifuccurrere. Ammum homhvbi»addere.  x i v» i n b: llis mx» n-m vim habere.  ' Vti  A B6VMET, ytietiamtn regendis Rebm pu~   hllLU,.   Et commodifmum etfe ' tam  conferuandaquam recuptra,-   di, iibertatu remedium.  xvi i. Gloria 6 bonoris inflrumen-  tum.   xvi n.Wferiarum vitahuman opti»   tnumcondtmentum x i x. Fontem.UtitU ac bUaritatu ap. L Duicem & dmakikm ejfe de qu4   msagimiu stultittam. 1 1. Faettsfimiltarem.  uu Nu nonlttstrarum&morum   Miagiftris.  i v. Maxtm^TadagogU. j   v. ltew<L Grammatick Vulgatibus.   vi. LibrorumScriptoribm.  vi i . Aftrologis.   VI 1 1 Magis-KccromAnticis & Diui-  natofibus.   ix. tuforibus,   x. Htigantibus  x i Chymic sjeu Akbymiftis. 1*4; A'rg vment Capit. Venatoribus. Attcupibus. Pifcatmbus. labricAntibus. Ambitiofo  rvM. antibus. Amantibus Hofientibus.Vriuilegiatts. iiiam Safritn Erasmo in Italia, Erasmo da Rotterdam. Riccardo Campa. Campa. Keywords. la stoltizia. Stoltus, stoltizia, stolto, stolto per Christo, pazzia, moria, enkoniom moirae ovvero laus stoltitiae. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Campa” – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Campa: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della rivincita del paganesimo romano – filosofia romana – scuola di Mantova – filosofia mantovana – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Mantova). Filosofo mantovano. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Mantova, Lombardia. Grice: “You gotta love Campa – he is right that ‘artificial species’ is an oxymoron – as is ‘transhuman’ – but his philosophising about the heathens, which is how Nero found the Christians, is very relevant!”  Conosciuto soprattutto per i suoi studi nel campo dell'etica della scienza e del transumanesimo e, precisamente, per la sua difesa dell'idea di evoluzione autodiretta. Svolge ricerche sia nella veste di Professore associato di Sociologia della scienza e della tecnica all'Università Jagellonica di Cracovia, sia nella veste di Presidente dell'Associazione Italiana Transumanisti, della quale è fondatore.  Si laurea a Bologna. Ha conseguito il titolo di Giornalista professionista presso l'Ordine dei giornalisti di Roma, il dottorato in Epistemologia all'Università Copernicus di Torun e l'abilitazione in Sociologia all'Università Jagellonica di Cracovia. Nell'ambito della sociologia della scienza, è annoverato tra gli allievi di Merton, fondatore di questa disciplina. A differenza di alcuni continuatori della scuola costruttivista, Merton ha sempre mostrato un atteggiamento positivo nei confronti delle scienze, e C. è rimasto fedele a questa impostazione. A tal proposito, il filosofo argentino-canadese Bunge ha rimarcato il fatto che «Campa è uno degli ultimi esemplari rimasti di una specie in estinzione: lo studioso pro-scienza della comunità scientifica».  I suoi studi hanno ricevuto una certa attenzione da parte dei media dopo che Fukuyama, all'epoca consigliere per la bioetica del presidente statunitense Bush, ha definito il transumanesimo «l'idea più pericolosa del mondo». Secondo Fukuyama il transumanesimo è una nuova forma di biopolitica che, pur essendo liberale e non coercitiva, rischia di minare il concetto di uguaglianza tra gli uomini. Simili posizioni critiche hanno assunto, in Italia, Veneziani, Ferrara, Rossi, e diversi opinionisti del quotidiano cattolico Avvenire, che hanno criticato le idee di C. e di altri filosofi e scienziati transumanisti (tra i quali, Bostrom, Hughes, Stock, e More), stimolando un dibattito ad ampio raggio sulle prospettive aperte dalle nuove tecnologie. Campa ha difeso le idee transumaniste in numerose pubblicazioni, interviste e dibattiti pubblici, apparendo talvolta anche in televisione, e sostenendo che le tecnologie emergenti e convergenti GRIN (un acronimo per Genetica, Robotica, Informatica e Nanotecnologia) non rappresentano un rischio inutile, come lasciano intendere i critici, ma un'opportunità di sviluppo in linea con l'atteggiamento prometeico che caratterizza la storia della civiltà occidentale. Le sue valutazioni, sull'opportunità di allungare la vita media e potenziare le facoltà mentali e fisiche dell'uomo, sono soprattutto di ordine etico e sociale. È autore di numerosi articoli e saggi, tra i quali spiccano sette libri monografici. Il filosofo è nudo (Marszalek) Etica della scienza pura (Sestante) Mutare o perire. La sfida del transumanesimo (Sestante) Le armi robotizzate del futuro. Il problema etico (CEMISS) Trattato di filosofia futurista (Avanguardia 21 Edizioni, ) La specie artificiale. Saggio di bioetica evolutiva (D) La rivincita del paganesimo. Una teoria della modernità (D) Creatori e Creature. Anatomia dei movimenti pro e contro gli OGM (D Editore, ) La società degli automi. Studi sulla disoccupazione tecnologica e sul reddito di cittadinanza (D) Credere nel futuro: Il lato mistico del transumanesimo (Orbis Idearum Press, ) È inoltre curatore della serie "Divenire. Rassegna di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano". Cerimonia di abilitazione all'Cracovia C. Cipolla, Manuale di sociologia della salute, Angeli, C., Epistemological Dimensions of Robert K. Merton's Sociology, Copernicus University Press, quarta di copertina. Fukuyama, “Transhumanism: The World's Most Dangerous Idea”, Foreign Policy, La versione italiana è apparsa sul Corriere della Sera con il titolo “Biotecnologie: la fine dell'uomo”,.  M. Veneziani, “Attenti l'uomo è fuori moda. La scienza prepara “l'oltreuomo”, Libero,  G. Ferrara, “Mettere in dubbio il dubbio”, Il Foglio,  Rossi, Speranze, Il Mulino, Bologna  A. Galli, “Nietzsche, profeta dell'eugenetica”, Avvenire,  Rassegna stampa degli articoli pro e contro il transumanesimo.  “Nascita del superuomo”, documentario di RAI 3,  Archiviato  in.; “Futuro in pillole”, puntata de Le Invasioni Barbariche condotta da Daria Bignardi, LA7;“Musica maestro”, servizio biografico di RAI 1, Sito della rivista Divenire, Mazzotti, Il Prof che suonava il rock, Gazzetta di Mantova, Guerra, Futurismo per la nuova umanità, Armando, Roma.  Il transumanismo. Cronaca di una rivoluzione annunciata, Lampi di Stampa, Milano C. biografia e  nel sito "transumanisti".   RIVINCERE. Di nuovo vincere. Lat. De nuo vincere. G. V. II, 14, 1. E l'uno gli rubello Alamagoa, el'altro la Spagna, poi le rivinselor oper forza. Dant. Conv. 127.  e questo senso non si acconcia cogli esempi di cassa riversala, nè digente riversata. Conveniva adunque portare la dichiarazione così: Riversatoda Riversare SII; nel qual paragrafo Riversare sta per Voltare a rovescio o sotto sopra. E inquesto significato dee si prendere la cassa riversata di Landolfo. Riversalo poi vale Resupino, Colla faccia volta all'insù nell'esempio d’ALIGHIERI, e richiede paragrafo separato. 414 OsseRVAZIONE Che Riversato venga da riversare siamo d'accordo. Ma il senso genuino di riversare è Versar di Nilovo, notato di Giudice non è metafora alcuna. Ei parla del terreno preparato per ricevere i denti del dragone da cui dovevano germogliare i guerrieri. E terreno rivesciato, cioè rivoltato, aralo è parlar proprio, non metaforico. Nè VIRGILIO parla figurało allorchè disse : Georg. I, 64. Pingue solum fortes inverlant tauri; Vomere terras invertere. esempio sopra RIVERSATO.Add. da Riversare. BOCCACCIO (si veda) nov.14,10. Che riversata , per forza Landolfo andò sotto l'onde. ALIGHIERI, Inf.: Noi passamm'oltre là'velagelata Ruvida mente un'altra gente fascia, Non volta in giù, ma tutta riversata. RIVESCIARE. S1. Permetaf. Guid. G. Il campo dunque è rivesciato; Iasone ardito, e tosiano al dragone si dirizza. OSSERVAZIONE Nell'. Per lunga riposanza in laoghi scuri, e freddi, e con affreddare lo corpo dell'occhio con acqua chiara, rivinsi la virtù disgregata, che tornai nel primo buono stato della vista. Sust, verbal. Il rivincere. Lat . Recuperatio. Introd. Virt. Della rivinta delle terre di quà da mare , che fa la fede cristiana. Osservazione — Non avendo noi il positivo Vivare, il composto Rivivare o è scorretta lezione in luogo di Ravvivare, o è voce pessimamente creata e indegna di starsi nella famiglia delle buone. E che bisogno n'ha ella la nostra lingua possedendo già Ravvivare? Almeno la Crusca l'avesse data per v. A. RIVOCARE. Richiamare, Far ritornare. s Per Mutare, Slornare, e Annullare il falto. AGGIUNTA, Rivocare in forse per Mettere in dubbio. Car. ENEIDE VIII, 620. E ti con questi preghi cessa di rivocar la possa inforse cel tuo volere.VIRGILIO. Ib.v.403. Absiste precando Viribus indubitare tuis. m OSSERVAZIONE Se gl’accademici avessero fatta magogiore attenzione agli esempi che ponevano sotto il verbo “rivincere”, si sarebbero accorti che nell'ano e nell'altro propriamente esso valeRicuperare,2 non già Vinceredi nuovo , in lat. Denuo vincere. Quindi non sarebbero an dati nella contraddizione di spiegare il sostantivo verbale Rivinta , e l'esempio che gli corrisponde , col latino Recuperatio, dandogli origine dal verbo Rivincere (in lat. recuperare) in un senso dal Vocabolario non accettato. Milano, Ibrjglii e Segati: Torino, E. Loesclier: Paris, A. Fontennoing).  L'opuscolo che qui ripresento agli studiosi ha suscitato dappertutto discussioni vivaci, ed era naturale  che le suscitasse. Era naturale, infatti, che molti facessero discendere la questione in un terreno scabro  ed irto di passioni; e pur gli altri, avvezzi per abito  della mente e per austera severità di propositi, a non  mirare se non alle ragioni obbiettive, era naturale che  molto s' interessassero dell' argomento, vedendo qui  posti quesiti altissimi non di storia soltanto, ma al-  tresì di psicologia popolare, e tentatane, come meglio  si è potuto, la soluzione. Ora, dopo si lungo dibatter  di ragioni avversarie, è tempo che riprenda la parola  io. La mia tesi si fonda sopra alcune contingenze di  fatti, la cui evidenza non può sfuggire ad un esame  impregiudicato. Si riassumano, di grazia, le ragioni  delle due parti tra le quali pende 1' accusa dell' in-  cendio di Roma. Se da una parte troviamo un uomo,  scelleratissimo quanto si vuole, dall'altra troviamo una  comunità segreta, della quale alcuni membri sono dediti al delitto per testimonianza degli scrittori pagani,  Questa prefazione fu pubblicata dinanzi alla seconda edizione (Torino 1900), e dinanzi alla edizione francese (Paris). L’incendio di roma e I PRIMI CRISTIANI  e dagli stessi apostoli son dichiarati indegni di predicare Cristo. Ma quell' uomo quando seppe che la sua  casa bruciava, torna a ROMA, tenta arrestare le fiamm e,  si mescolò in mezzo al popolo, girò di qua e di là  senza guardie  prese tutti i provvedimenti consigliati  dalla immanità del disastro ; e, mentr'ei cercava porre  riparo, scoppiò novello incendio; degli altri si sa che  di tanto in tanto prorompevano alla rivolta, che pre-  dicavano la conflagrazione del mondo, cui doveva  seguire il regno della giustizia; che tal regno essi aspet-  tavano dopo quello dell'Anticristo, che per essi l'Anti-Cristo è NERONE, che credevano, durante la loro  vita, essere riserbati al nuovo regno di luce e di bene;  che a ROMA augurarono ancora, pel corso di lunghi  secoli, distruzione e sterminio, che dopo la rovina  della potenza romana aspettavano il loro trionfo ; qual  meraviglia che tutto questo complesso di aspettazioni  e speranze abbia eccitato le menti incolte e fanatiche  degli schiavi miserrimi e li abbia spinti all' atto forsennato? Si aggiunga a tutto questo, che gli arrestati  furon confessi, secondochè mi pare avere ora novellamente dimostrato. In ogni movimento di rivendicazione sociale che si determina nelle masse, vediamo  tosto scindersi due partiti : quello dei più esaltati,  pronti all' azione immediata, e quello delle menti più  calme, che mal giungono a tenere a freno i primi.  Quei generosi che, scorti dal raggio della loro fede,  vennero a dare alle plebi la coscienza dei diritti umani,  mal poterono con tutti i loro consigli di temperanza,  reprimerne le turbolenze impetuose. Qual nuova concezione sarebbe mai questa, che la plebe romana, la  cui vita, da secoli, era stata tutto un seguito di con-  vulsioni e di fremiti, di sedizioni e rivolte, proprio  all' epoca di NERONE fosse diventata di tanti agnellini,  quando più ributtante era lo spettacolo delle umane  ineguaglianze, e più turbinavano nel suo seno le nuove correnti rivendicatrici! Tutt' altro! Anche in quella  moltitudine erano i falsi dottori, dei quali parla la co-  siddetta Secunda Petri, i quali promettendo agli altri la  libertà erano però essi stessi servi della corruzione,  i quali dopo esser fuggiti dalle contaminazioni del mondo  per la conoscenza di Gesù., si erano di nuovo in quelle  avviluppati; e, secondo le brutali imma-  gini che ivi troviamo, erano come cani tor-  nati al vomito loro, come porche lavate che di nuovo  si voltolano nel fango. Quando certi stati di aspetta-  zione angosciosa si determinano nelle masse, basta una  scintilla per spingerle ad eccessi inopinati. L'aununzio  della distruzione ignea decretata da Dio per la loro  generazione, la credenza che il regno di Dio non verrebbe, se non fosse distrutta la romana potenza, fu la  scintilla delle fiamme che divamparono sterminatrici.  Essi credevano compire la volontà divina, essere gli  esecutori della divina vendetta. Vano è parlare qui di  significati allegorici. Quando pur si potesse provare  che le allegorie che or si vogliono vedere sotto l' idea  del fuoco, si scorgessero pure dai primi proseliti, e  come tali si spiegassero (il che non è affatto), tutto  ciò sarebbe vano lo stesso. Il popolo interpreta le pa-  role nel loro senso materiale, e quando sente fuoco, in-  tende fuoco e nuli' altro.   Un' obbiezione, a prima giunta grave, mi fu fatta  da un chiaro critico : come mai ninno degli scrittori,  anche pagani, accusa di tale scempio i cristiani ? Pure,  la ragione di ciò credo poterla indicare. Il nodo della  questione credo che stia in ciò, che gii esecutori mate-  riali furono veramente i servi di NERONE, e che questi  interrogati perchè scagliassero le faci, dicevano di  agire per istigazione altrui. La credenza nella colpevolezza di NERONE si radicò quindi nelle coscienze, ed  ancor più crebbe dopo la morte di lui. Suole infatti  avvenire che a quelli che si rendono tristamente famosi per le turpitudini loro, tutte il popolo attribui-  sca le altre scelleraggini, delle quali suoni incerta e  dubbiosa la fama. E l' accusa o il sospetto dovè nascere nel popolo per naturale reazione di pietà verso  i condannati, qualche tempo dopo il disastro e il processo ; che altrimenti non si spiegherebbe come Ne-  rone non fosse stato ucciso dall' ira popolare, quando  si mescolò senza guardie in mezzo al popolo. E dovè  afforzarsi, quando Nerone o gli adulatori suoi espressero l' intenzione di chiamar dal suo nome la rifatta  città: che allora l'ambizione parve al popolo sufficiente motivo, a spiegar lo sterminio. E poiché NERONE dall'incendio di ROMA, che egli aveva visto, prese  poi r ispirazione per iscrivere il carme sulla rovina di  Troia, carme che forse cantò sul teatro della rinnovata sua casa, nacque più tardi in mezzo al popolo, la  fama che egli avesse cantato sulle rovine della patria. Del resto, che vi fossero scrittori che esplicitamente accusassero i cristiani, non credo sia da revocare in dubbio. Tacito stesso, direttamente o indiret-  tamente, deve averne usufruito qualcuno, come mi pare  possa dimostrarsi. Perchè tali scrittori non sieno stati  conservati, è vano chiedere. Durò per secoli la di-  struzione sistematica di tutto ciò che fosse avverso al  Cristianesimo. Gli scritti contro la nuova religione  sono periti; le accuse che al Cristianesimo si facevano,  le conosciamo, salvo pochi accenni qua e là, solo per  bocca dei difensori. Or questi scritti apologetici sono  di alcuni secoli posteriori a Nerone e ciascuno di essi  parla delle dottrine e dei costumi dei cristiani del  tempo suo ; non potremmo dunque aspettarci di tro-  vare in essi alcun tentativo di difesa contro un' accusa  che ninno più muoveva, essendo ormai invalsa anche  tra i pagani 1' opinione che accusava Nerone. Ma se  del fatto determinato, e cioè dell' incendio Neroniano  non si fa più parola, si fa per contro parola molto spesso delle tendenze rivoluzionarie e distruggitrici.  Tali tendenze erano forse una di quelle scelleraggini inerenti alla setta (flagitia cohaerentìa nomini),  alle quali accenna PLINIO (si veda), a proposito dei cristiani  di Bitinia. L'accusatore dei cristiani nell’Octavius di  Minucio Felice narra che essi, raccolta  dalla peggior feccia i più ignoranti e le credule fem-  minette, naturalmente deboli per la debolezza del loro  sesso, istituiscono una plebe di sacrilega congiura; e  più giù che essi alla terra e perfino all'uni-  verso e alle stelle minacciano incendio (e cioè la conflagrazione cosmica), e macchinano rovina. Ottavio ne  li difende, e la sua difesa è pur molto  istruttiva per noi. E, secondo lui, un volgare errore il  credere che non possa venire improvviso l' incendio  punitore; i saggi stessi dell'antichità, egli dice, e i  poeti han parlato della conflagrazione cosmica, del fiume  di fuoco e della Stigia palude, a punizione dei perversi. Ma niuno, ei soggiunge che non sia  sacrilego, delibera che sieno puniti con tali tormenti,  per quanto meritati, coloro che non riconoscono Dio,  come gli empii e gì' ingiusti. Ahimè, mite filosofo  antico, la storia posteriore ti ha dato torto! Non è  questa una risposta alle accuse e ai timori, che si nutrivano a riguardo dei cristiani ? Se dunque dell' accusa particolare, quella riguardante l' incendio neroniano, non si fa più motito, per le ragioni sopradette,  non si può dire che- ogni eco dell' accusa generica sia  spenta per sempre.   Altra obbiezione mi fu fatta, circa il criterio informatore di queste ricerche. Voi, mi si è detto, state  al giudizio degli scrittori pagani, per quanto riguarda  la moralità dei primi cristiani. Ora per lunghi secoli  continuarono le accuse contro i cristiani, e furono fra  le più atroci e terribili. Gl’apologisti cristiani opposere ad esse recise smentite. Perchè non si deve credere che sieno calunnie pur le accuse scagliate contro  i cristiani dei primi tempi? Senouchè, a proposito  di queste ultime, le accuse non partono solo da scrit-  tori pagani, ma altresì da cristiani, in passi dei quali  r interpretazione non può esser dubbia. Ma tal giudizio non riguarda tutta intera la comunità. Ohi nega  che in questa fossero spiriti superiori, ardenti del-  l' amore divino del bene ? Ma le novità, e novità tali,  quali eran quelle che nelF ordine sociale annunziava  il Cristianesimo, sogliono attrarre gli spiriti più turbolenti, e più esaltati, cui non par vero di coprire con  la nobiltà di un vessillo la licenza degli atti proprii.  E, se guardiani bene, pure tutte quelle orrende accuse  fatte in seguito ai cristiani, i riti dell' uccisione del  fanciullo, della Venere promiscua dopo la cena ed  altri simili, hanno tale spiegazione. Anche gli scrittori  cattolici riconoscono che tali calunnie si debbano a  tutte quelle sette di Carpocraziani, Nicolaiti, Gnostici,  che tali orrendi riti praticavano, e si arrogavano il  nome di cristiani. Che la chiesa abbia potuto respingere dal proprio seno questi sciagurati, e si sia andata man mano epurando, torna certo ad alta sua  gloria. Ma ciò stesso ne induce ad andar molto cauti,  quando vogliam negare a priori che nei primi tempi Si è sostenuto da alcuni che la critica moderna riferisca a quistioui di dogma e di gerarcliia i noti passi di Paolo,  nei quali esorta i Cristiani di Roma all' obbedienza e alla man-  suetudine; e si è citato in proposito Renan. Ma Renan dice  di quei passi (Saint Pani). Il semble qu'à l'epoque où  il écrivait cette épitre aux Romains diverses eglises, surtout  l'Église de Rome comptaient dans leur sein soit des disciples de Juda le Gaulonite, qui niaient la légitimité de l'impot et préchaient la róvolte contre l'autorité romaine, soit des ébionites  qui opposaient absolument i'un à l'autre le régne de Satan et le  régne du Messie, et identificient le monde présent avec l'empire  du Démon {Epiph. haer., XXX, 16; Honiél. pseudo-clém.). ldella chiesa potesse esservi ima moltitudine di faci-  norosi, pronti ad interpretare a lor modo le nuove  dottrine e a trascendere ad ogni eccesso. E la lettera di PLINIO si osserva, non è te-  stimonio dell' innocenza cristiana? Migriamo pure, se  cosi vuoisi, da Roma in Bitiuia, dai tempi di NERONE  a quelli di Traiano. La lettera domanda all' imperatore se debba punirsi la setta come tale o i delitti  ad essa connessi, e riferisce che degli interrogati alcuni dichiararono repiicatamente esser cristiani, e, senza  voler sapere che cosa ciò significasse, PLINIO, per la  loro ostinazione, li mandò al supplizio; altri negavano  essere stati mai cristiani ; altri affermarono essere, e  poi il negarono, dicendo essere stati, or più non esserlo ; tutti questi maledicevano Cristo, e veneravano  l' immagine dell' imperatore. Pur nel tempo in cui  erano cristiani asserivano altro non aver fatto se non  raccogliersi, venerare Cristo come se fosse un Dio, ed  obbligarsi con giuramento non a commettere delitti,  ma anzi a non commetterne. Due ancelle messe ai tormenti, non rivelarono se non una superstitio prava,  ìmmodica. Se questi infelici erano così invasi dalla  paura, da indursi a sconfessare la loro fede e maledire Cristo, si potrebbe mai aspettare da essi che rivelassero alcuna cosa che potesse danneggiarli? Ma  sieno stati pure innocentissimi i Cristiani di Bitinia  al tempo di Traiano ; che cosa prova ciò per alcune  fazioni dei cristiani di Roma al tempo di Nerone? Questo credemmo opportuno avvertire, circa le  ragioni generali e di metodo. Alle osservazioni sui singoli punti si risponderà nelle note o anche nel testo.  Non era possibile confutare partitamente ciascuno degli scritti venuti in luce. Quest' opuscolo sarebbe diventato un volume, con poco frutto dei lettori e degli  studii. Ne del resto era decente sottoporre alla considerazione dei lettori, scritti, nella maggior parte dei  quali la forma irosa mal si dibatte fra le scabrosità  della materia, e dalle ambagi del ragionamento guizza  ed erompe il vituperio. I fatti e le ragioni apportate  io ho tenuto in conto ; dei vituperii non mi curo, né  di essi conservo rancore. Mi conforta il consentimento  pressoché unanime a me venuto da coloro che rappresentano il più bel vanto degli studii italiani. In  mezzo alle loro voci o alle voci di quelli che, pur di-  scordi, seppero tener la misura, suonò un coro stridulo  di voci insolenti. Persone rese fanatiche da religioso  ardore si scagliarono contro di me, a contaminare la  purità delle intenzioui mie. In tale impresa l' igno-  ranza e la malafede fecero l'estrema lor possa. Io non  perderò la calma per le intemperanze altrui. Quel medesimo coro ha accompagnato sempre ogni opera di verità e di luce. Mentre la procella batteva alla mia  porta, io ripensavo mestamente che cosa mai potesse  suscitare in tanti animi impeti cosi vivaci contro di  me. Era là, in quei cuori angosciati, tutto lo schianto  come di una cara visione che si dilegui, come di una  zona luminosa sulla quale inopinatamente si effondano  tenebre. Povere anime desolate, ebbre di radiose speranze, io non ho offeso la vostra fede. Potreste voi  mai sostenere che, pur quando gran parte del mondo  fu conquistata alla luce e all'amore della vostra idea,  il fanatismo e l'errore sieno tosto dispariti dalla terra,  e cieche cupidigie e biechi livori non abbiano ancora  agitato gli spiriti? Perchè dovrebbe dunque ripugnare  alla vostra fede, l'ammettere che ciò sia avvenuto pure  agl'inizii della nuova era umana, in mezzo a gente  nei cui animi era 1' eredità di secolari rancori ?     Il primo quesito che si presenti alla mente di chi  esamini i racconti degli storici snll' incendio neronia-  no, è questo: l'incendio fu ordinato da Nerone? Degli  scrittori più antichi lo affermano Suetonio e Dione  Cassio, i quali ci hanno pure esposto le ragioni di tal  loro convinzione: sicché la notizia da essi data ha solo  valore in quanto possano averlo tali ragioni: di che  tosto vedremo. Tacito si avvale di fonti diverse, né  sembra aver fatto studio per rendere coerente il racconto suo; sicché prendendo or dall'uno autore or dall'altro, riesce ad indurre nel lettore ora 1' una convin-  zione or l'altra. Si mostra in principio esitante tra due  autorità di fonti: quelle che attribuivano il disastro  al caso e quelle che lo attribuivano a Nerone;  ma Si potrebbe obbiettare che uno storico può narrar cosa  vera, ma poi sbagliare nell' assegnare lo cause. E ciò è appunto  quello che penso io, e che dichiaro pure più sotto; le particola-  rità dell'incendio, narrate dagli storici non sono certo inventate  da essi, e sono, secondo ogni legittima presunzione, vere; la causa  dell'incendio, cioè l'ordine di Nerone, dobbiamo giudicarla alla  stregua delle ragioni che essi apportano di tal loro convinzione.  Giacche 1' attribuire l' incendio o al caso o all' ordine dell' uno  dell'altro, è convinzione o apprezzamento, non è fatto.  Lo afierma anche PLINIO (si veda) il Veccbio; e il suo accenno. N. II.: ad Neronis principis incendia, quihus cremava Urbem), prova che pochi anni dopo l'incendio, l'opinione  era già invalsa. Verisimilmente la medesima convinzione espri-     ll' ipotesi del caso doveva cadere per lui, che poco dopo  narra come certo il fatto che nessuno osò opporsi alla  violenza del fuoco, poiché uomini minacciosi vietavano  di estinguere le fiamme, anzi le ravvivavano, dicendo  di agire per consiglio altrui. E bensì vero che Tacito  aggiunge essere incerto se ciò facessero, per potere  senza freno abbandonarsi alle rapine o per vero comando: ma è evidente che la prima ragione non regge.  Giacché se essi giungevano a imporsi tanto con le minacele da impedire ogni tentativo di estinzione, pote-  vano pure senz' altro esercitare liberamente il saccheggio.   E del resto il ripetersi della cosa, con i medesimi  particolari, per tutta Roma, non significa 1' obbedienza  ad una parola d' ordine? Questa esclude il caso. E lo  esclude pure il fatto che, tosto allo spegnersi del primo,  si riaccese un secondo incendio, che proruppe dagli meva PLINIO nelie Storie civili che furono fonte a Tacito. La  narrazione di Sulpicio Severo (II, 29) è presa interamente da  Tacito, di cui riproduce molte frasi. Quella di Orosio è derivata, con qualche esagerazione di notizia, da Suetonio.  L'iscrizione in C. I. L., VI, 826 ha qvando vrbs per novem   DIES — ARSIT NERONIANIS TKMPORIBVS.  Importanti monumenti sono pure le are site in ciascuna  regione della città, sulle quali nei tempi successivi si celebra-  vano il 23 Agosto i sagritìzi incendiorum arcendorum causa;  alcune di tali are sono conservate ; cfr. Lanciani, Bull. com.; Hùlsen, Rom. Mitt. ;  Richter, Top.j- Una minaccia d' incendio  è attribuita a Nerone dall' autore dell' Ottavia, v. 882, Stazio  nella Silva dedicata alla vedova di Lucano ha infandos domini nocentis ignes. In tutta la letteratura di opposizione  a Nerone l'accusa dovè essere accolta con fervore. Alcune di  versità di particolari dalla narrazione tacitiana sono nella cor-  rispondenza apocrifa di Seneca e S. Paolo (v. Ramorino, Vox Urbis). Tra i moderni, oltre Aubè,  Schiller ed altri, lo Herstlet negò con buone ragioni, l'attribu-  zione a Nerone (Treppenwitz der Weltg.). Molti  l'attribuiscono al caso (ad es. AUard, Marucchi). I particolari  dell' incendio sono contrari a tale ipotesi: per ammetterla, biso-  gnerebbe ritenere falsi tutti i particolari narrati dagli antichi. orti di Tigellino e devastò un' altra parte della città.  Del resto Tacito sembra nou aver ridotto ad unità di  pensiero questa parte dell' opera sua: e aver piuttosto  abbozzato appunti da fonti discordi: vedremo infatti  essere molto probabile che una delle sue fonti accu-  sasse esplicitamente i cristiani. Suetonio accusa Nerone. E l'accusa egli fonda sopra tre  fatti. In un banchetto, avrebbe un convitato detto in  greco: quando io sia morto, si mescoli la terra col  fuoco », e Nerone avrebbe soggiunto; auzi quando  io sia vivo; di più, parecchi consolari sorpresero nei  loro possedimenti i servi imperiali, con stoppa e faci;  e per paura, neppur li molestarono; infine Nerone, de-     '-> Altro indizio che Tacito non abbia riassunto in una con-  cezione unica il fatto storico, ma abbia solo unito notizie di-  scordi da fonti diverse, si trae anche da questo. Ei riferisce  la voce che Nerone al tempo del disastro cantasse l'incendio  di Troia sul teatro domestico. Ma qual teatro? Quando ei 'tornò  da Anzio il palazzo imperiale bruciava ! Altra contraddizione. Debbo notare a tal proposito come a me abbia prodotto ingrata meraviglia, che del mio giudizio su Tacito altri  abbia menato scalpore, come di giudizio a bella posta indotto  per iscemare l'autorità di lui ed infirmarne la fede. Dopo tanti  studii perseguiti da tanti anni, sul materiale storico di Tacito,  sul suo fosco vedere, sulle sinistre interpretazioni sue, sulla  sua costante avversione per alcuni personaggi, si avrebbe il  diritto di pretendere che tanta mole di lavoro non fosse stata  fatta invano. Il Fabia, Le sources de  Tacite, osserva, contro L. Von Ranke, che Tacito si  astiene dall' accusare o dall' assolvere Nerone, adoperando frasi  come pervaserat rumor, videbatur, crederetnr. Ma a me paiono  giuste le seguenti considerazioni del Von Ranke, Weltgeschichte,  Leipzig: Es ware nun unsin-  nig zu denken, dass Nero, der sich bei dern Brande wurdig  betragen batte, jetzt, um eia durchaus falsches Geriicht nieder-  zuschlagen, zur Verfolgung \inschuldiger Lente geschritten  wàre. Man kann nicht anders als annehmen dass diese Stelle  aus des zweiten Nero anklagenden Ueberlieferung stammt. Die Nichtswiirdigkeit des Kaisers liegt eben darin, dass er den  Brand selbst angelegt hat und auf anderen die Schuid schiebt.  So die zwejte Ueberlieferung.] siderando sul Palatino l'area di alcuni granai costruiti  con pietra, li fece prima abbattere e poi fece ad essi  appiccare il fuoco. Anche Cassio Dione è esplicito, e  (juasi a riprova della sua accusa apporta due fatti:  die cioè Nerone aveva fatto voto di vedere la distru-  zione di Roma e che egli chiamò felice Priamo, perchè  aveva visto perire la patria sua. [Or veramente, se questi sono i fondamenti della  secolare accusa, lo storico spassionato dovrà rimanere  ben perplesso prima di confermarla. Certo fu uomo  di si efferate nefandezze Nerone, che non è a temere  gli si gravi troppo la soma dei delitti con un altro  misfatto; pure, giudicando senza prevenzioni, è facile  scorgere quanta sia la vacuità delle ragioni che gli  antichi apportano per incolparlo anche di questo.  Quanto ai servi di lui, sorpresi ad incendiare, il fatto  ha ogni verosimiglianza, ma ha ben altra spiegazione,  come si dirà in seguito. Quanto ai granai del Pala-  tino, è naturale che, quando tutto intorno era di-  strutto, visti superstiti quegl' informi ruderi, ei li fa-  cesse abbattere e incendiare, volendo liberare l' area  per la futura sontuosa sua casa. *' Quanto all' aneddoto,  raccontato da Dione Cassio, eh' egli avesse fatto voto  di veder distrutta la città, esso è infirmato dal fatto  che, .saputo appena che il fuoco s' approssimava al pa- [Questo passo di Suetonio (Ner.) ha fatto uscire di  careggiata non pochi. L'abbattimento e l'incendio dei granai  Suetonio lo apporta, perchè serve a dimostrare, secondo lui,  che Nerone non fece mistero dell' ordine d' incendiare {incendit   urbem tam palam ut bellicis machinis lahefactata atqiie   infiammata sint, ecc.). E chiaro che 1' argomentazione non è va-  lida. Se Nerone dette senza mistero 1' ordine di abbattere quei  granai, dovè dunque darlo quando tornò da Anzio; e allora tutto  intorno era già divorato dalle fiamme.] lazzo imperiale, egli rientrò in Roma, eppure non si  potè impedire (dice Tacito) che il Palatino e la reggia  e tutti i luoghi intorno fossero preda alle fiamme. Rimangono altri due aneddoti, e quello di Priamo e  quello del banchetto. E non è improbabile che Nerone  paragonasse sé stesso a Priamo, cui toccò di veder  distrutta la patria sua, e si chiamasse, ammettiamo  pure, fortunato di veder cosa unica al mondo: ma ciò  non si può apportare qual prova a confermare che  l'ordine partisse da lui. Ne tale deduzione si può  trarre dai motti di spirito, che secondo Suetonio ri-  ferisce, avrebbe egli scambiato con un suo convitato  in un banchetto. Che anzi, chi ben guardi, l'inter-  pretazione di qu3Ì motti è ben altra. Giacché se il  convitato disse: Ivj.oò Savóvro? Y^ia at/Gr^uo ttd.oi egli voleva evidentemente significare: « purché io sia morto,  si mescoli la terra col fuoco », e cioè, a un dipresso:  purché io non abbia più a correrne pericolo, caschi  pure il mondo! » Ed è naturale quindi che Nerone  rispondesse: « anzi, purché io continui a vivere » (immo  inquit, i'j.o'j Cwvioc). — Ci siamo indugiati in siffatti particolari aneddotici, non per conchiudere da essi soli,  che fu ingiusta l'accusa, ma solo per affermare che  non ci è dato indagare la verità da siffatte fonti.  Questi scrittori hanno poco discernimento critico.  Quando raccolgono fatti, ci offrono materiale prezioso:  quando li interpretano e ne tra^ggono deduzioni, sco-  prono tutto il debole dell'arte loro. Noi dunque dob-  biamo battere altra via. Dobbiamo esaminare le par- [Ed era la casa sontuosa, eh' egli stesso aveva fatto smi-  suratamente ingrandire, sicché comprendeva ormai tutta l'area  dal Palatino all'Esquilino. Il nome di Domus Transitoria (Suet.  Nei') trasse in uno strano errore il Renan, il quale credette  vedere in quello l'intenzione di Nerone di far, poi, una casa  definitiva. Ma transitoria significa solo che quella casa metteva  in comunicazione, come dice Tacito {Ann.) il Palatium  con gli orti di Mecenate ! Pascal] ticolarità tutte del disastro ìq relazione al carattere  ed ai fatti di Nerone. * Dobbiamo vedere quale poteva  essere per lui il movente ad emanare l'ordine sciagu-  rato, quali i mezzi per attuare l' immane disegno.  La capacità a delinquere di Nerone è fuori di ogni  discussione; e veramente, se solo ad essa noi dovessimo aver ricorso, la questione non sussisterebbe più.  Ma vi ha tempre e caratteri diversi di delinquenza:  alcuni sono nati alle audacie più forsennate, alle più  temerarie scelleraggini: altri praticano il delitto per  coperte insidie e per nascosti raggiri. Nerone, quale  cÀ risulta da tutti gli atti della sua vita, fu insi-  dioso e vile; sospettoso di tutto e di tutti, sempre  premuroso d' ingraziarsi il popolo con feste e largi-  zioni; assalito alcuna volta da crisi convulse, e trepidante per divina vendetta, superstizioso come un  fanciullo. Quando scoppiò l' incendio, egli era ad  Anzio. Scoppiò per ordine suo? Ma allora il suo  tristo segreto fu affidato non ad uno o due dei più  intimi, ma a centinaia, forse a migliaia di servi e  pretoriani!" Giacché per tutta Roma furono dissemi- [Mi si è mosso rimprovero che tali particolarità io de-  suma da quegli stessi scrittori, dei quali ho cercato infirmare  la fede. Ma le dichiarazioni che qui precedono sono esplicite ;  i fatti non sono certo inventati dagli scrittori : le deduzioni  che essi ne traggono sono erronee. In tutte le scelleratezze di Nerone si vede manifesto lo  studio di coprire nel segreto dei pochi fidati il misfatto. Il man-  dare l'ordine da Anzio a Roma a centinaia di servi e soldati, e il  tornare poi in mezzo al popolo, suppone un coraggio che non pos-  siamo davvero attribuirgli. Né è dato supporre che Nerone abbia  confidato l'ordine solo a qualche intimo. Questi non avrebbe po-  tuto fare se non trasmettere gli ordini imperiali; e Nerone capiva  che 1' ordine sarebbe stato quindi annunziato ai servi o soldati  solo come ordine suo. lnati coloro che impedivano ogni tentativo di estin-  zione, *" ed erano come riferisce Dione Cassio, anche  vigili e soldati che ravvivavano il fuoco. E si sup-  ponga pure che costoro nell' ebbrezza forsennata di  quelle notti infernali, obbedissero, senza esitanza, ad  un ordine che si diceva lor mandato dall' imperatore  lontano: ma quando poi l'imperatore tornò, e tentò  arrestare le fiamme, (Tac. Ann.), a chi obbe-  divano coloro che dagli orti di Tigellino fecero pro-  rompere novello incendio? E, se avesse dato l' ordine, sarebbe tornato Nerone? Un ordine, diffuso fra tanti servi e soldati,  non poteva rimanere un segreto per il popolo: avrebbe  Si potrebbe osservare : Perchè dovevano essere centi-  naia ? Non bastavano forse anche pochi per appiccare l'incen-  dio, se questo cominciò dalle bofteghe ripiene di merci accen-  sibili, e fu alimentato dal vento? Sennonché supposto pure che  pochi abbiano appiccato l' incendio, moltissimi dovevano pure  essere quelli che ordirono il complotto. Ed infatti per tutta  Roma erano sparsi coloro che impedivano ogni tentativo di  estinzione. Questi dovevano essere a parte del segreto, e per  essere sparsi in tutta Roma dovevano essere moltissimi. La  qual notizia della impedita estinzione non può essere revocata  in dubbio.- Se non v'era forte mano organizzata ad impedire  1' estinzione, molto prima dei nove giorni si sarebbero sedate  le fiamme. Non potevano certo obbedire a Nerone, poiché da lui ricevevano ormai l'ordine di arrestare le fiamme, non di riaccen-  derle. Si è sospettato potesse essere una finzione di Nerone il  tentativo di arrestare le fiamme. Ma ad ogni modo questa finzione non poteva avere efletto se non con opere di estinzione.  E non è consentaneo al carattere di Nerone che egli in mezzo  alla disperazione del popolo si fosse esposto al pericolo di rinnovare l'ordine incendiario. E Tigellino non avrebbe fatto incominciare dalla casa sua, lasciando intatto il Trastevere.  Si può pensare: col non tornare, avrebbe accresciuto i  sospetti. Ma questi apprezzamenti e calcoli di mente fredda di-  sdicono al carattere di Nerone. Si esamini, di grazia, il suo  contegno dopo 1' uccisione della madre (Tac. Ann.). E  cosi quando gli fu annunziata la defezione degli eserciti, non  osò presentarsi in pubblico, temendo esser fatto a brani (Suet.  Ner.). egli affrontato la plebe, pazza d' ira e di terrore? ''  E perchè l' avrebbe dato, quest' ordine ? Perchè, si risponde, non soffriva le vie tortuose e irregolari, con  le loro pestifere esalazioni, e voleva il vanto d'essere  chiamato fondatore di Roma; ojDpure, perchè voleva  godere lo spettacolo delle fiamme e cantare l'incendio.  Ed altri ancora risponde : dette l' ordine in un accesso  di pazzia.   Or veramente, quanto alle vie tortuose e strette,  la ragione non regge. L' incendio fu appiccato a tutte  le regioni più nobili e suntuose di Roma; perirono i  templi vetusti, i bagni, le passeggiate, i luoghi di de-  lizia, le case più ricche. Le regioni dei poveri, rot>curo  Trastevere, il centro della comunità giudaica e cristiana, furono rispettati. Eppure anche nel Traste-  vere aveva Nerone i suoi orti Domiziani e il suo circo,  che poteva desiderare di vedere sgombri dalle casupole e dalle viuzze che li circondavano. Voleva  godere lo spettacolo delle fiamme? Ma si sarebbe su-  bito mosso da Anzio; il ritardo poteva togliergli l'oc-  casione di goderlo! Rimane dunque che egli avesse  ordinato l' incendio in un accesso di pazzia. Ma quando  egli tornò a Roma, e, come riferisce Tacito {Ann. XV, 39\  cercò di opporsi al fuoco, ed aprì per ristoro al po-  polo il campo di Marte, i portici e le terme di Agrippa,  Che Nerone sin dalla prima notte del suo ritorno si ag-  girasse senza guardie per la città, è afìermato da Tacito stesso,  quando narra che Subrio Flavio aveva già prima della congiura  Pisoniana fatto il disegno di uccidere Nerone cum ardente domo  per noctem huc Ulne cursaret incustoditus! (Ann.) '' Non poteva regolare, si può dire, la direzione delle fiamme. Ma certamente, se il suo scopo era quello di togliere le  viuzze stretto e le case luride non sarebbe ricorso alle fiamme.  Bastava che il suo disegno d' abbellire Roma egli enunciasse,  per essere esaltato da tutto il popolo, e avere il concorso di tutti  i cittadini. E quando anche alle fiamme avesse voluto ricorrere,  avrebbe cominciato dai quartieri luridi, non da quelli nobili e  sontuosi.] gli orti suoi, e fece costrnire provvisorie capanne, e  diminuì il prezzo del frumento, era certamente nel  possesso delle facoltà sue : e allora chi rinnovò l' in-  cendio negli orti di Tigellino?  Ed ancora, si  ponga mente ad altre osservazioni. Nerone voleva sal-  vare la casa sua, ed infatti vi si adoperò, tornato a  Roma: avrebbe egli ordinato che si cominciasse ad  appiccare il fuoco proprio a quella parte del circo.  che era contigua al Palatino? Nerone amava credersi e farsi credere artista fine e di greco gusto. Non  avrebbe egli fatto mettere al sicuro le più belle opere  di scultura, i monumenti dei più chiari ingegni, i capilavori dell'arte greca? Anche questi perirono tutti,  e Nerone mandò gli emissarii suoi, per l'Asia e per la  Grecia, a depredarne dei nuovi. Quanto più si consideri l'accusa fatta a Nerone, tanto più essa risulta  incoerente e contradditoria. Ma dunque, chi ordinò  l'incendio? Quali furono gì' incendiarii? Quale scopo  ebbero? Chi incolpò i Cristiani? E quali erano i Cri-  stiani allora? Dobbiamo, per l' esposizione nostra, cominciare  dall'ultimo quesito, e poi a mano a mano, attraverso  gli altri, giungere sino al primo.   Sulla prima comunità cristiana in Roma abbiamo   E opportuno pnre notare che J racconto riguardante  Nerone, che sulle rovine «ii Roma canta i' incendio di Troia è  ritenuto, per buone ragioni, una leggenda. Y. Renan, JJ Anii-  christ che prese probabilmente i suoi argomenti  dalla nota del Fabricio a Cassio Dione. Non vale il dire: ricevuto il comando, non si badò più  a nulla. Sta pur sempre, che se il primo incendio cominciò dalla  casa di Nerone, e il secondo dalla casa di Tigellino, le fiaiume  forono appiccate da nomini che erano nemici di tatto l'ordine  sociale, che era rappresentato da quei di; e. scarsissimi documenti: pure ci viene da essi qualche  lume. Chi immagina i Cristiani al tempo di Nerone,  e anche prima, tutti intenti a bizantineggiare su que-  stioni di dogma, non può spiegare l' aggregarsi di  sempre nuovi proseliti alla parola evangelica. Se Ta-  cito dice che i cristiani erano allora « una immensa  moltitudine, ninna ragione v' ha per iscemare il  valore a siffatta testimonianza. Ora una immensa  moltitudine non si poteva commuovere per controversie riguardanti solo il, dogma giudaico. Ci vuole  altro per muovere le turbe. Se soltanto tali quesiti  avessero formato oggetto della predicazione evangelica, i gentili avrebbero probabilmente risposto come  il proconsole Corinzio rispose ai Giudei che accusa-  vano Paolo: « sono questioni di parole: pensateci voi.  Il cristianesimo dovè invece assumere ben presto in  Roma un contenuto sociale ed economico. Quel che  importava era il complesso delle aspirazioni e delle  rivendicazioni messianiche, era la parola dolce, che  per prima affermava 1' eguaglianza umana, e promet-  teva lo sterminio degli empii, e prossimo il regno della  giustizia. Ora questa sete ardente di rivendicazioni  umane era comune tanto al giudaismo quanto al cristianesimo. La differenza era in ciò, che per il cri-  stianesimo il Messia era già venuto, ma doveva tosto  tornare a disperdere le potenze maleJBche sulla terra;  il giudaismo non sapeva accomodarsi all'idea di un  Messia, che non avesse levato sugli empi la sua spada  di fuoco, e assicurato la supremazia al suo popolo   La testimonianza di Tacito è i-insaldata da quella di  Clem. Rom. Ad, Cor., I, 6 (nokò t:).YjOoc;), e da quella dell' ^joo-  calisse, VII, 9 {o/'koc, t:oXù<;) e da quella di S. Paolo che ai Fi-  lippesi dice, parlando dei cristiani di Roma : « Molti dei miei  fratelli nel Signore ». Contro siffatte testimonianze non v'è una  sola prova di fatto. Nulla trovo in proposito nel lavoro del-  l' Harnach, GescJdchte der Verbreitung des Christenthuvis, in  Sitzunysb. d. Akad. d. Wiss. zu Berlin.  leletto e feimato l' impero nella divina Gerusalemme,  bella d'oro, di cipresso e di cedro. Ma in sostanza  r una aspettazione e l' altra di un prossimo rinnova-  mento umano aveva un contenuto sociale; e a guardar  l'una e l'altra dal di fuori, era facile confonderle.  Quindi è che Giuseppe Flavio e Giusto di Tiberiade  non distinguono i cristiani dai giudei; e Tacito in un  passo (Bist.) confonde gli uni e gli altri; cosi  Suetonio, quando dice {Claud.) Jndaeos imimlsore  Chresto assidne tumultuantes Roma expnUf, intende evi-  dentemente (per quanto stranamente sia stato interpre-  tato questo passo) per Judaei i Cristiani, immaginando  Cristo ancor vivo ai tempi di Claudio,v anzi eccitatore  dei Giudei nei loro tentativi di riscossa. Che poi  la coscienza umana si sia spostata non verso il giudai-  smo, ma verso il cristianesimo, la ragione è manife-   Impulsore non può voler dire « a cagione » bensi « per  eccitamento ». È da mettere a riscontro questo passo di Sue-  tonio con un passo degli Atti degli Apostoli, nel quale si ha  questa notizia < [Paolo ^ trovato un certo Giudeo,  per nome Aquila, di nazione Pontico, da poco venuto in Italia,  insieme con Priscilla sua moglie (perciocché Claudio aveva comandato che tutti i Giudei si partissero di Roma), si accostò  a loro ; e poiché egli era della medesima arte, dimorava in casa  loro ». Ora è importante il fatto che Aquila e Priscilla erano  appunto cristiani: cfr. Rom.; Corint.; Tim.; Ada, E che il fossero anche  prima d'incontrarsi con Paolo si può con qualche probabilità  dedurre dal fatto che appunto in casa loro andò ad abitare  Paolo a Corinto. Paolo, Eom., li chiama suoi « coope-  ratori ». Cfr. De Rossi Bnll. ardi, crisi; Allard, Hist. des persécut..  E probabile dunque che Claudio scacciasse dalla città i Giudei  cristiani, non tutti i Giudei : tanto piìi che dei Giudei Cassio  Dione dice che Claudio ritenendo pericoloso a cagione  del loro numero scacciarli dalla città, si limitò a interdirne le  adunanze. E che 1' espulsione ordinata da Claudio non riguar-  dasse propriamente i Giudei viene indirettamente provato dal  fatto che Giuseppe Flavio, solitamente cosi bene informato di  tutto ciò che riguardai suoi compatrioti, non menziona di Clau-  dio se non atti di favore per essi {Ant, Ind.). sta. L'uno infatti rimaneva chiuso nel suo rigido par-  ticolarismo di razza, l'altro abbracciava nell'amor suo  l'universo. L'uno esaltava il popolo eletto dal Signore  e destinato al trionfo; l'altro predicando l'eguaglianza  umana volse la propaganda sua tra i Gentili. Di più  ancora, gli uni spostavano indefinitamente i termini  della dolce promessa, gli altri annunciando imminente  il desiderato ritorno, parevano soddisfare la impazienza  di rinnovamento umano, che è cosi caratteristica della  società romana del primo secolo. È facile immaginare quanto larga e immediata  diffusione avesse il cristianesimo tra gli schiavi, i quali  sentivano più che mai prepotente la brama di rivendicazioni e da secoli prorompevano di tratto in tratto  alla rivolta. D' altra parte, come avviene in tutti i  movimenti umani, si aggregava alle idee nuove quel  sostrato tenebroso della società che spunta fuori solo  nei giorni più torbidi, giungendo ad ogni eccesso cui  spingano le bieche passioni e i rancori lungamente  soffocati. Tali uomini gettavano fosca luce su tutta  intera la chiesa. Tacito dice: « odiati pei loro delitti »  i Cristiani, e meritevoli di ogni « pena più esemplare »  (Ann.); e Suetonio parla di essi come di gente  « malefica » (Ner.). Tacito e Suetonio hanno delle  virtù e delle colpe umane gli stessi concetti che ne  abbiamo noi. Quando essi parlano di delitti e male-  fizi, non è possibile assumere tali parole in signifi-  cato men tristo dell'usuale. La castità, la temperanza,  la rinuncia ai piaceri, l'odio per le turpitudini, erano  pure per essi tali pregi, che ne avrebbero commosso  di ammirazione reverente l'animo. Si potrebbe pen-  sare a calunnie sparse ad arte nel popolo. Ma è pur l'incendio di eoma e r primi cristiani vero che nelle stesse fonti cristiane abbiamo la prova  che molti nelle varie chiese fossero indegni di predicare la croce di Cristo. Paolo stesso, nella lettera  scritta da Roma ai Filippesi, così parla di alcuni, che  si erano aggregati alla nuova fede: « Molti dei fra-  telli nel Signore, rassicurati per i miei legami, hanno  preso vie maggiore ardire di proporre la parola di  Dio senza paura. Vero è che ve ne sono alcuni che  predicano Cristo anche per invidia e per contesa,  ma pure anche altri che lo predicano per buona affezione. Quelli certo annunziano Cristo per contesa,  non puramente, pensando aggiungere afflizione ai  miei legami; ma questi lo fanno per carità, sapendo  ch'io son posto per la difesa dell' evangelo ». A quante  interpretazioni han dato luogo queste parole! Eppure  a dichiarazione di esse mi pare che possano servire  quelle che Paolo aggiunge poco dopo:Siate miei  imitatori, o fratelli, e considerate coloro che camminano cosi Perciocché molti camminano, dei quali  molte volte vi ho detto, e ancora al presente vi dico  piangendo, che sono i nemici della croce di Cristo; il  cui fine è perdizione, il cui Dio è il ventre, la cui  gloria è nella confusione loro; i quali hanno il pensiero e l'affetto nelle cose terrene. Noi viviamo nei  cieli, come nella città nostra, onde ancora aspettiamo  il Salvatore. E più giù: « La vostra mansuetudine  Tali parole scritte ai Filippesi liHiiiio riscontro con quelle  della lettera ai Romani « lo vi esorto, fratelli, che  vi guardiate da coloro che commettono dissensi e scandali, con-  tro la dottrina che avete imparato e vi ritragghiate da essi.  Perciocché essi non servono al nostro Signore Gesù Cristo, ma  al proprio ventre, e con dolce e lusinghevole parlare seducono  il cuore dei semplici ». Dunque quelli che « non servono a Dio,  ma al proprio ventre », non si trovavano solo a Filippi, ma anche a Roma. Ingiusto è quindi l'appunto mossomi dal sig. Fr.  Cauer, in Beri, philol. Wock. Sulla recensione  del Cauer v. anche App. II, nota 1. Circa le varie questioni ri-  guardanti la lettera ai Filippesi, e propriamente la sua genui-  l' incendio di roma e i primi cristiani     sia nota a tutti gii uomini, il Signore è vicino. Non  siate con ansietà solleciti di cosa alcuna ». "" Il Signore  è vicino! Dunque, egli dice, siate mansueti, e cioè non  vi abbandonate a moti incomposti, aspettate con  calma e fiducia. Il seme gettato aveva fruttificato dovunque ; era seme di amore e fruttificò la rivolta. Ed  in Roma quali erano coloro che predicavano Cristo per  invidia e contesa? Erano quelli che avevano l'animo  alle cose terrene, che avevano invidia dei beni altrui, e prorompevano in contese e sommosse: questi,  sì, aggiungevano afflizione ai legami di Paolo. Egli  infatti doveva essere giudicato da Cesare e aveva  tutto l'interesse che non apparisse perturbatrice dello  Stato la sua dottrina; sul puro campo religioso l'assoluzione era sicura, giacche Roma in religione non  conobbe mai l' intolleranza. La nascente chiesa cristiana era già fin d' allora scissa in fazioni. AH' in-  fuori delle dispute dommatiche che tanto travagliarono a Paolo la nobile vita, era vivo nel primitivo  cristianesimo il dissenso tra quelli che cercavano in-  culcare l'aspettazione fidente della divina giustizia,  e quelli che volgevano le nuove dottrine a scopi di  immediate rivendicazioni materiali. Dagli scrittori mo-  derni è stato ampiamente studiato in che cosa consi- nità e l'unicità della sua composizione, v. gli autori citati presso  Clemen, Proleqom. z. Chron. der Paulinischen Briefe, Halle, Qualche scrittore ha accennato che tutti questi passi si  riferiscano a scismi e divisioni interne della nascente Chiesa,  per questioni di dogmi e di gerarchia. Quale relazione abbiano  il dogma e la gerarchia col ve>itre, di cui parla Paolo, col pen-  siero e V affetto volto ai beni terreni, non so vedere. Che se poi  invece si vuol parlare di scismi e divisioni riguardanti vera-  mente l'attaccamento ai beni terreni, si vuol supporre cioè che  avessero assunto il nome di Cristiani, uomini avidi ed invidiosi  dei beni altrui, allora siamo pienamente d'accordo; ed io posso  anche nutrire non vana speranza che i miei contraddittori siano  per venire nell' avviso mio.  l stessero i dissensi dommatici; ma non per questo dob-  biamo noi credere che solo ad essi si riducessero le  divisioni della prima chiesa. Anzi, chi ben guardi, a  riprovare il partito delle rivendicazioni sociali si trovavan concordi pur quelli che nel dogma eran dissen-  zienti; e se da una parte Paolo protesta esservi nella  Chiesa alcuni che sono nemici della croce di Cristo,  perchè il loro Dio è il ventre, il loro affetto è alle cose  terrene, Pietro parla a lungo di quelli tra i Cristiani  che sono schiavi di lor lascivia, che come animali senza  ragione vanno dietro all' impeto della natura, destinati a perire nella loro corruzione, essi che reputano  tutto il loro piacere consistere nelle giornaliere delizie, e non restano giammai di peccare, adescando le  anime deboli, ed avendo il cuore esercitato all' avarizia  (II Petrij 2). E, come Paolo, anche Pietro, nella P'' epi-  stola (la cui attribuzione è sicura) esorta i Cristiani alla  soggezione verso le autorità terrene, i sovrani e i governatori, e a ritenerli come inviati da Dio stesso, per  punire i malfattori e premiare quelli che fanno bene  (I). L'esortazione prova appunto che tra i Cristiani fosse una fazione turbolenta (cfr.Tim.).  È dato pensare col Eénan {Saint Paul) a quelle  sette cristiane che negavano la legittimità dell' im-  posta, che predicavano la rivolta contro l' impero, e  identificavano anzi l' impero al regno di Satana. La  maggior parte della prima chiesa sarà stata di persone invase dall'amor del bene e da fraterna carità; ma  la turbolenza fremeva in quella massa disforme, e la  parola apostolica mal giungeva a frenarla. Or qui è da  richiamare quel che abbiam sopra visto, riferito da  Suetonio, che cioè sotto Claudio i Cristiani tumul-  tuassero e fossero espulsi da Roma. Anche quel passo  è stato soggetto a tante interpretazioni! Pure a con-  ferma della nostra, basta rammentare il passo di Tacito  [Ann.) « quella perniciosa superstizione soffocata per il momento, prorompeva di nuovo », il quale  passo ci lascia anche comprendere che più d' uno do-  vettero essere i tentativi di soffocare il cristianesimo  nascente. -' Perchè soffocarlo, se non fosse stata in esso  una fazione rivoluzionaria? In Roma tutti i culti vivevano alla luce del sole. '" E che tal fazione avesse in  Roma il Cristianesimo, si deduce dalia lettera stessa  di Paolo ai Romani. Vi s' industria in ogni maniera di  incutere il rispetto all' autorità, tenta perfino di far  credere divina la potestà terrena: « Ogni persona sia  sottoposta alle potestà superiori, perciocché non vi è  potestà se non da Dio ; e le potestà che sono, sono da  Dio ordinate. Talché chi resiste alla podestà, resiste  all'ordine di Dio, e quelli che vi resistono riceveranno  giudizio sopra di loro » ecc. (7?o?»., 13). Indi pure si  spiega perchè ai cristiani si facesse accusa di professare  l'odio del genere umano. Tacito anzi dice che 1' accusa  fu provata (Ann.) odio humanis generis conoictì  sunt  Si è tentato d' interpretare il passo, adducendo  Pih d" uno, ho detto.^Le parole di Tacito sono : Auctor  nominis eius Christus, Tiberio iviperitante, jyer procuratorem P.  Pilatum sujypiicio adfectus fuerat; represscique in praesens exi-  tiabilis superstitio rursum erumpebnt. Se Tacito avesse voluto  dire che la repressione fu una sola, avrebbe detto eruperat;  invece eruinpebat è imperfetto iteratiro, in relazione con quel-  V in praesens. E il significato è: « ogni volta che era repressa  erompeva di nuovo. I provvedimenti repressivi presi in Roma contro certi  culti e cerimonie fui-ono determinati da ragioni di moralità e di  quiete pubblica ; cfr. Aubé, Histoìre des pemécutionfs;  De Marchi, Rendiconti Istituto Lomb. Giugno 1900; Ferrini,  Esposizione storica e dottrinale del diritto penale romano, Milano, Se il Cristianesimo avesse avuto un  solo carattere religioso sarebbe stato tollerato, come era tol-  lerato anzi qualche volta (Joseph. Ant. jud.), anche  favorito il giudaismo, che pur pretendeva all'esclusiva verità  del suo unico Dio, e pure aveva contrario il sentimento pubblico  Di simili accuse parlano spesso più tardi gli apologisti, Tertulliano, Apol.; hostes maluistis rocare generis humani; sicché a me sembra vano il tentativo d'in-  la rinuncia, che i cristiani professavano, ai beni e ai  piaceri della vita. Vani sforzi! Il mondo classico aveva  visto in tal genere le aberrazioni estreme della scuola  cinica, la quale tuttora vigeva (A)tn.); ed aveva  ancora, fiorente nel suo seno, l'ideale della virtù stoica. Gli è elle ogni rivendicazione di una classe sociale  contro l'altra, diventa necessariamente lotta e quindi  odio di classe. Strana sorte! Cristo e i suoi apostoli  insegnavano 1' amore; gettata la loro parola nelle mol-  titudini, era seme che fruttava 1' odio umano.   Fra quelle turbe, inasprite da secolari dolori, avide  della agognata riscossa, passò la figura dolce e confortatrice di Paolo. Persegui tenacemente e con fervore  divino, l'opera sua; diresse con la mansuetudine quei  cuori tempestosi, convertì quanti più potè tra i Preto-  riani ed i servi di Nerone (Ai Filipp.).  Finito poi, con l'assoluzione, il processo a suo carico,  non è certo che egli sia rimasto in Roma. L' ajino seguente, proruppe l'incendio. Il Signore è vicino ! aveva annunziato Paolo, e  tutta la letteratura evangelica contiene questo grido  angoscioso di aspettazione : « Io vi dico in verità che  alcuni di quelli che sono qui presenti, non proveranno  la morte, primachè non abbiano veduto il Figliuolo  dell' uomo venire nel suo regno. Io vi dico che   terpretare : d' essere odiati dal genere umano. Come può essere per alcuno un capo di accusa l'odio alti-ui? E si poteva  asserir seriamente che tutto il genere umano si unisse ad odiare  quella Chiesa segreta ed ignota? E ad ogni modo quando pur  si volesse sforzare la frase sino a tal senso, ci si guadagnerebbe ben poco. V. però su tutta la cronologia di Paolo, Harnack A., Die  Chronologie des altchristlichen Litteratur.  questa generazione non perirà, prima che tutto questo  avvenga. Cielo e terra periranno, ma non periranno le  mie parole. Così concordemente gli evangeli di Matteo, di Marco e di Luca. E la lettera di Jacopo. Siate  pazienti, fortificate i cuori vostri, la venuta del Signore  è vicina. E la lettera agli Ebrei. Ancora un breve  tempo e colui che deve venire, verrà e non tarderà ».  E Paolo stesso ai Romani. La notte è avanzata, e il  giorno è vicino. È noto che il dogma posteriore spostò  indefinitamente la speranza di questo avvento divino ma i cristiani di allora l'aspettavano per la loro ge-  nerazione. Paolo nella prima ai Tessalonicesi così dice:  « Noi viventi siamo riserbati sino alla venuta del Si-  gnore ». E gli oppressi, i conculcati, i disprezzati, si  estasiavano al prossimo adempimento della dolce pro-  messa. Ma quando, quando tornerà il liberatore, a sol-  levare gli umili, a punire gli empi ? « Quando avrete  veduto l'abbominio della desolazione, detta dal profeta   Daniele, posta dove non si conviene » rispondevano   gli evangelii {Marc, 13). « In quei giorni vi sarà affli-  zione tale, qual mai non fu dal principio della creazione  delle cose finora, ed anche mai non sarà! E se il Signore non avesse abbreviati quei giorni, ninna carne  scamperebbe ; ma per gli eletti suoi, il Signore li ha   abbreviati Allora se alcuno vi dice: Ecco qua Cristo,   ovvero: Eccolo là, noi crediate Ma in quei giorni,   dopo quell'afflizione, il sole oscurerà, la luna non darà  più il suo splendore. E le stelle dal cielo cadranno, e  le potenze nei cieli saranno scrollate. E allora gii uo-  mini vedranno il Figliuolo dell'uomo venir dalle nuvole,  con gran potenza e gloria». Così l'idea del prossimo ri-  torno di Cristo era congiunta con quella della fine del  mondo, cui doveva far seguito la rinnovazione delle  cose, e la rigenerata umanità. Cristo stesso indicando  i superbi palagi di Gerusalemme aveva detto : « Vedi  tu questi grandi edifici ? Ei non sarà lasciata pietra sopra pietra». E Griovanni aveva annunziato :.« Fi-  gliuoli è l'ultima ora », (Giov.), e Pietro : « È  prossima la fine delle cose ». È prossima? ma non era  r età di Nerone 1' abbominio della desolazione di cui  aveva parlato il profeta ? ^° E non aveva promesso il  Signore, che sarebbero brevi quei giorni, perchè altri-  menti niuno si salverebbe ? E dopo la distruzione, il  rinnovamento : dopo le ingiustizie secolari, 1' egua-  glianza e la pace ! E il recente convertito trovava nel  fondo oscuro della sua coscienza le reliquie del paganesimo, che vi persistevano tenaci : dunque, pensava, lo  stoicismo non s'ingannava, e pure attraverso il mondo  nostro era penetrato un raggio del vero: era penetrato  per gli oracoli delle Sibille, per le predizioni etrusche,  per le dottrine degli stoici : tutti annunziavano la fine  delle cose e la novella progenie umana; tutti annun-  ziavano il prossimo regno del Sole, cioè del fuoco, che  rigenererebbe l' universo, e Vergilio stesso lo aveva  cantato {Ed.). Ma sopratutto lo stoicismo pareva  dare a queste anime turbate il cupo consiglio, lo stoi-  cismo, che essi sostanzialmente non distinguevano dal  Cristianesimo per il suo contenuto morale, e che come  contenuto sociale aveva le stesse aspettazioni di rinnovamento umano. Or lo stoicismo predicava l'ecp^ros/V,  combustione cosmica, come fine del mondo, e principio della nuova era umana.   Per alcuni stoici questa combustione cosmica do- Nerone era veramente per i cristiani l'Anticristo, la be-  stia nera {-o OY,piov lo chiama V Apocalisse), l'uomo del peccato,  il figliuolo della perdizione, di cui parla la II di Paolo ai Tessa-  lonicesi. Il suo regno era dunque annunzio dell' imminente  regno di Dio (v. la citata lettera di Paolo, cap. II); cfr. Renan,  S. Paul, L' àvOpiD-o; T-r,v àv&[j.[a; è personificazione  della potenza mondana, che deve rivelarsi con impeto prima  della fine del mondo; cfr. Ferrar, The Life and Work of St. Paul, Sulla genuinità della Seconda ai Tessa-  lonicesi, V. Weizsàcker, Zeilschr. f. iciss. TlievL;  Briickner, Chronol. Reihenfolge, veva essere preceduta dal diluvio, secondo l'idea antica  di Eraclito (v. il framm. presso Clemente, Strom.).  Tale è pure l' idea di Seneca, nel quale è così ardente  il desiderio di rinnovamento, che alcune parole di lui  sembrano uscite dalla bocca di un apostolo [Nat. Qw.). Anch' egli cupamente anìiunzia : « Non tarderà  molto la distruzione ! »   E come il vecchio Eraclito, e dietro di Ini le scuole  stoiche, simboleggiando nel fuoco l'anima divina del-  l' universo, aveva detto (presso Ippolito) : « il  fuoco tutto assalendo giudicherà ed invaderà », così nel  dogma cristiano si assegnò all'incendio del mondo l'uf-  ficio di purificazione e giudizio finale. Gli antichi pro-  feti d'Israele erano t\itti pieni di fremiti sdegnosi, di  ansiose aspettazioni dell' ora punitrice. Neil' anima di  Isaia pare accogliersi tutta la protesta dei miseri, l'onta  per la dominazione assira, l'odio per chi procurava la  rovina al popolo. Egli scatta e minaccia : « Voi sarete  come una quercia di cui son cascate le foglie, come un  giardino senz' acqua. Il forte diventerà stoppa, l'opera  sua favilla; l'una e l'altra saranno arse insieme: non  vi sarà niuno che spenga il fuoco » (I). Questi  fremiti sdegnosi si risentiranno più tardi nell'Apoca-  lisse cristiana. E l'idea della combustione del mondo  fu pur congiunta, nel dogma cristiano, a quella del se-  condo avvento di Cristo : « I cieli e la terra del tempo  presente per la medesima parola son riposti, giac-  ché sono riserbati al fuoco, nel giorno del giudizio e  della perdizione degli empi. Or quest'unica cosa non  vi sia celata, diletti, che per il Signore un giorno è  come mille anni, e mille anni come un giorno. Il Signore non ritarda, come alcuni reputano, la sua promessa,  anzi è paziente verso di noi, non volendo che alcuni pe-  riscano, ma che tutti vengano a penitenza. E il giorno  del Signore verrà come un ladro di notte ; in quello i  cieli passeranno rapidamente, gli elementi divampati si dissolveranno ; la terra e le opere che sono in essa  , saranno arse. Poiché tutte queste cose hanno da dis-  solversi, quali vi conviene essere in sante conversazioni  e pietà, aspettando e affrettandovi all' av venirti ento del  giorno di Dio, nel quale i cieli infuocati si dissolveranno, gli elementi infiammati si distruggeranno ! (Così  la così detta Petri, V. anche Cai-m. sibyll.).E certamente, questi  apostoli della dottrina avranno fatto ogni sforzo per  provare che il fuoco era divino, non umano, e per esor-  tare alla calma e all'aspettazione fidente di Dio. Questo  risulta dalle parole che abbiamo citato, anzi risulta da  tutta intera la letteratura apostolica, che è piena di  consigli miti. Ma risulta altresì l'impazienza di alcuni.  Gettate una dottrina come questa, dell'imminente fuoco,  punitore di tutti i gaudenti della terra, in mezzo ad  una turba di schiavi, di gladiatori, di oppressi; e voi  vedrete a tale annunzio in diversa guisa manifestarsi  r animo di ognuno, altri raccogliersi nelle trepidanze  angosciose, altri, i più violenti, i tristi per natura,  correre a sfogare le ultime agognate vendette. Rotti i  vincoli e i freni umani, erompe l'animo dei tristi a sod-  disfare con facile ardire le passioni prima represse o  celate. Le vendette, le violenze e il saccheggio sono le  forme consuete cui irrompono, in tal condizione di spiriti, le turbe forsennate. Altri forse, illusi o fanatici,  avranno creduto trovare giustificazione nella stessa parola divina. Cristo stesso aveva detto : « io sono venuto  a portare il fuoco sopra la terra » (Luca), Essi credevano essere gli esecutori della divina vendetta, essi  dovevano iniziare l'opera redentrice. Le masse esaltate  dal fanatismo sprezzano i consigli della moderazione  e della calma. Fermentano allora in quelle coscienze  commosse tutte le ire e tutti i rancori ; perduti ritegni  e timori umani e divini, gli animi si spingono ad ogni  eccesso.   e Pasotil. ' 10     14r; l'lu quale altra comunità romana in quel tempo po-  tevano essere così vivaci gl'impulsi all'atto forsennato?  Certo, anche gii Ebrei auguravano a Roma stermioio;  ma non aspettavano fiamme vendicatrici per la loro  generazione ; nella Corte di Nerone erano bene accetti;  in lui non vedevano l'Anticristo, il mostro, l'uomo del  peccato, annunzio del prossimo regno di Dio. Solo  dunque 1' ultimo strato sociale, cui si era portata la  parola dell' eguaglianza e dell'amore, poteva erompere  all' opera distruttrice. QuelT ultimo strato sociale era  abbeverato di odio contro tutto 1' ordine presente. Gli  apostoli davano bensì consigli di obbedienza ai loro  padroni; ma dalle loro stesse parole risulta che alcuni  andavan predicando dottrine ben diverse. Si ascolti  Paolo a Timoteo. Tutti i servi che sono  sotto il giogo reputino i loro signori degni di ogni  onore, perchè non sieno bestemmiati il nome di Dio  e la dottrina. E quelli che hanno signori fedeli non  manchino ai proprii doveri verso di essi, perchè son  fratelli; anzi molto più li servano, perchè son fedeli  diletti e che partecipano del benefiziG^. Insegna queste  cose ed inculcale. /Se alcuno insegna/ diversa dottrina, e  non si attiene alle sane parole del signore Gesù Cristo, e  alla dottrina che è secondo pietà, esso si gonfia senza saper  nulla, vaneggiando tra dispute e logomachie, onde sorgono  odi, contese, bestemmie, tristi sospyetti, conjiitti di uomini  viziati di mente e alieni dal vero, che credono la pietà  abbia ad essere un guadagno ». Come scruta addentro  nelle latebre dell'anima lo sguardo profondo di Paolo!  L' amore universale, che egli aveva annunziato diven-  tava naturalmente per il popolo pretesa di rivendica-  zione : la pietà diventava guadagno. E non pure v' erano  quelli che agitavano la questione dello scuotere il giogo  secolare, come indubbiamente risulta dalle parole or  citate di Paolo; ma contro tutta la compagine e l'orga-  nizzazione sociale e l' imjjero stesso si appuntavano gli odii loro. Anzi nel primitivo dogma era che allora av-  verrebbe l' incendio del mondo e quindi il regno della  giustizia, (luaiido avvenisse la fine dell' impero. Certo, in  tale forma noi troviamo più tardi il dogma in Tertul-  liano. « Noi preghiamo, egli dice {Apolog.), per 1' im-  pero e per lo stato romano, noi i quali ben sappiamo  che la massima rovina che sovrasta all'universo intero,  il chiudersi dell' èra nostra, che ci minaccia orrende  sciagure, di tanto sarà ritardata di quanto si prolun-  gherà il romano impero » (così pure nel liher ad Sca-  p ulani).   Qui 1' appressarsi del fato estremo è cagione di  trepidanza, come nel mille; nell'epoca neroniana era  aspettata con fervore di desiderio e si accusava Dio  della ritardata promessa {Petri). Molti passi  della letteratura apostolica attestano il fermento degli  spiriti e la loro desiosa aspettazione dell'ora finale.  A più eccitarli si facevano perfino correre false apo-  calissi [li Tessal.). Si spiega quindi come solo  all' epoca neroniana, potè erompere l' impazienza al-  l' atto forsennato. — E che anche nell'epoca neroniana  si unissero i due concetti della fine del mondo e della  fine dell' impero, si deduce da quel che sopra abbia-  mo visto, che il regno di Dio doveva esser preceduto  dal regno del mostro (11 Tessal.); il mostro era  Nerone.   Se dunque la distruzione dell' impero, rauuienta-  raento dell'Anticristo era il principio della divina giu-  stizia, si richiederà, credo, una volontà ben salda per  negare ancora che questi poveri fanatici, forse indotti  da eccitamenti malvagi, abbiali voluto farla finita con  r impero e con Roma. 11 fuoco, il fuoco devastatore  avrebbe posto fine all'abbominio e rigenerata l'umanità  neir innocenza. Come la potenza della luce era prece-  duta da quella delle tenebre, e il regno di Dio da quello  del mostro, cosi il fuoco divino doveva esser preceduto dal fuoco umano, che avrebbe annientata la sede stessa  dell' impero." Ed ora, dopo aver esaminato quali passioni fre-  mevano nel cuore, quali dottrine esaltavano le menti  di una parte di questa comunità cristiana, torniamo  alla narrazione dell'incendio. Di tante centinaia di sol-  dati e servi incendiari, è possibile che nessuno fosse  riconosciuto ? Non è possibile, che anzi si sapeva che  erano i servi del cubicolo imperiese e i soldati del pre-  torio. E quando furono riconosciuti ed arrestati, perchè  non avrebbero addotto 1' ordine di Nerone ? E Nerone  si sarebbe messo, dinanzi al popolo, allo sbaraglio di  questa terribile prova ? Invece i primi arrestati con-  fessarono. « S' iniziò il processo primamente, dice Ta-  cito {Ann.), contro i rei confessi ; dipoi mol-  tissimi altri, per denunzia di essi, non furono tanto  convinti di avere appiccato il fuoco, quanto di odiare  il genere umano » ^' (o secondo altri : di essere odiati !).  Non come prova, ma come elemento di fatto che può avere  relazione col nostro argomento, crediamo far menzione di una  curiosa scoperta fatta a Pompei. Sopra una muraglia,  tracciate col carbone, si scopersero alcune lettere. Il Kiessling  {Bull. Ist. corr. ardi.) che primo, col Miuervini e  col Fiorelli vide il documento, credette poter leggere ignì gavdb  CHRISTIANE. Le lettere al contatto dell' aria si dileguarono. Due  anni dopo il De Rossi non ne vide più nulla e dovette conten-  tarsi di un fac-simile tracciato dal Minervini. Sul fac-simile  credette dover leggere : avdi cukistianos ; e con altri residui  di lettere sparsi qua e là per le muraglie, tentò tutta una ri-  costruzione, a dir vero un po' romantica, contro la quale qual-  che buona osservazione fece i' Aubé, lILst. des pers. I, pag. 418.   •'Nell'interpretazione di questo passo troppe volte la pas-  sione ha fatto velo all'intelligenza. Riportiamo tutto il passo,  ed esaminiamo le singole espressioni, avvalendoci, in parte,  delle prove già apportate da H. Schiller, in Commentationes  in honorem Th. Mommseni, pag. 41 e segg., per quanto noi non  vogliamo giungere alle esagerate sue conclusioni. La reità dunque fu provata solo in parte per la prima  accusa ; j)er tutti fu provata la seconda accusa, quella     « Ergo, aholrndo rumori Nero subdidit reos et quaesitift-  simis poenis affecit quos per flagitia invisos, vulgus christianos  appellabat. Auctor noìinnis e'ms Christus, ecc. Igitur primiim.  correpti qui fatebantur ; deinde indicio eorum mnltitudo ingens,  haud perinde in crimine incenda quam odio humani generis  convicti sunt ».   Il subdidit reos si vori-ebbe spiegare « sostituì al vero col-  pevole i falsi ». Rimandiamo, per il valore della frase, all' app.  Ili di qnesto studio. Passiamo al primum correpti qui fate-  bantur. Corripere denota l' inizio della procedura penale : cfr.  Ann. II, 28; III, 49, 66; IV, 19, 66; VI, 40; XII, 42. Se la pro-  cedura penale fu iniziata, dovè iniziarsi per il delitto di cui si  tratta, il crimen incenda ; non potè essere per una causa di  religione, che del resto si sarebbe dovuto svolgere dinanzi al  Senato (cfr. Tac. Ann.; Suet. Tib.: Dione; Suet.  Claudio). Nerone era scelleratissimo, ma non era sciocco ;  e una sciocchezza sarebbe stato accusare per il delitto d' in-  cendio, e fare un processo di religione. Pretendere che Nerone  abbia fatto questo, significa supporre senza prove che egli ab-  bia introdotto nella legislazione penale un delitto nuovo ; e ciò  proprio all'indomani dell'assoluzione di Paolo, il quale aveva  potuto per due anni predicare Cristo con ogni franchezza e  senza divieto {Atti upost.). « Furono dunque prima-  mente processati d'incendio quelli che via via confessavano ».  Confessavano che cosa ? Quando fatevi o confiteri sono adope-  rati assolutamente in relazione a un processo significano: «di-  chiararsi reo di quello per cui si è accusati » ; cfr. Ili, 67 ; XI,  1 ; XI, 35 ; Cic. : Mil. 15 ; Lig. 10. Si vuole invece supplire se  Christianos esse. Ma per tal significato il verbo di Tacito sa-  rebbe stato profiteri; cfr. Ilist, III, 51; III, 54; IV, 10; IV,  40. Ann. I, 81 ; II, 10, 42. K dovendo giudicare dell' incendio  era assurdo il chiedere la confessione di altra colpa, dì cui era  competente a decidere solo il Senato. Altra colpa ? Si può pro-  prio seriamente affermare che si ritenesse allora dai Romani  colpa il professare una religione qualsiasi ? In ogni altro caso,  trattandosi di una accusa determinata, quella dell' incendio, a  niuno mai sarebbe venuto in mente che la confessione degli  accusati potesse intendersi di altro che di incendio; e il pre  sentare tale ipotesi sarebbe parsa tale enormità, qual sarebbe  quella ad esempio di colui che nel passo di Cicerone, Mil. 15  « ni,si vidisset posse absolvi eum. qui fateretur » volesse inten-  dere il fateretur in un significato diverso da quello di « essere  reo confesso di omicidio ». Ma la passione spiega qualsiasi  aberrazione. — Segue indicio eorum. Indicium è la denuncia se-   più generica. E cioè : i primi, gli esecutori materiali,  confessarono e denunciarono i compagni (indicio eorum):     greta o la rivelazione fatta da accusati o da colpevoli contro al-  tri colpevoli (Ann.). E poiché l'accusa qui è delV incendio, anche indicium si  riferisce a tale accusa. Nella lettera di Plinio, X, 96 1' accusa è  invece deire.<fser cristiani; e index quindi significa « denunziatore dei Cristiani » e per questo anche nella medesima lettera  cuìifitentes vale « quelli che si confessavano cristiani » : l'accusa  era proprio questa! — Si è obiettato che i Cristiani non pote-  vano denunziare i loro fratelli. Il che può significare che questi  non erano veri Cristiani, che erano povero volgo ignai-o, aggre-  gatosi al partito delle novità per ispirito di rivolta; ma non  ci potrà indurre a sostituire una interpretazione falsa ad una  vera. Anche i Cristiani di Bitinia, interrogati da Plinio, non  potevano maledire Cristo, sconfessare la fede e venerare l'im-  magine di Traiano ; eppure « omnes et imaginem. tiiam deorum-  que mnulacra venerati suni et Christo male dixenmt » (Plinio). — Segue : « haud, jìprinde in crimine incenda  quam odio Immani generis convicti sunt*. Haud perinde quam,  {haud proinde quam), non perinde quam significano : « non  tanto..., quanto » ; cfr. Ann. La seconda cosa si afferma dunque in proporzioni maggiori della  prima, ma tutte e due si affermano. E cioè, nel caso nostro,  la prova della partecipazione all' incendio si ebbe solo per al-  cuni ; tutti furono provati rei {convicti sunt) deW odio Immani  generis. Provati rei, da chi? mi si è detto. Dai ministri di Nerone. Non è questo il significato del convicti sunt, che non de-  nota la dichiarazione di reità fatta da un giudice, bensi la  prova inconfutabile e che non può essere disconosciuta dallo  stesso accusato. Qualcuno ha suggerito invece del convicti co-  niuncti del Mediceo. Il coniuncti è stato forse indotto ilal co-  pista a cagione di quell' in crimine, che pareva non convenirsi  alla costruzione del convicti. E ad ogni modo non potrebbe si-  gnificare se non: « furono congiunti non tanto nell'accusa d'incendio quanto.... ». Il che tornerebbe a quel che dico io, indi-  cherebbe cioè che 1' accusa di incendio non fu abbandonata :  ma poiché non tutti furono trovati colpevoli d' incendio, furono  tutti coinvolti nell'accusa di odio contro il genere umano. Debbo pure avvertire che le parole di Tacito [im) : miseratio  oriebatur, tamquam non utilitate pnblica sed in saevifiam unius  absumerentur non significano già che Tacito credesse inno-  centi i Cristiani, e non sono quindi in contraddizione con tutto  ciò che precede Tacito non dice nam,.... absumebantur ; dice:  < nasceva compassione nel popolo quasiché {tamquam) i Cri-  stiani si facessero perire non per utilità pubblica, ma per sod-     allora non si volle sapere altro, si fece l'arresto in  massa dei cristiani, e ninno di essi smenti la sua fede;  solo questi ultimi- dichiararono non aver preso parte  all'incendio, come i primi; ma era lo stesso, erano tutti  rei di queir odio umano che aveva armato le mani di  fiaccole : furono tutti condannati.   Come si vede. Tacito prese questi particolari da  una terza fonte, e credette doverli registrare come fatti  accertati, pure cercando di smorzare le tinte e adope-  rare espressioni un poco oscure, per non nuocere all'in-  tento suo di gettare qualche sospetto su Nerone.   Il che si rivela pure dalle parole seguenti : « na-  sceva compassione (per i Cristiani condannati ai suppli-  disfare la crudeltà di un solo », il che si riferisce alle voci che  correvano nel popolo accusafcrici di Nerone. Quando il popolo  vide tra i condannati i servi di Nerone e i soldati del pretorio,  non potè non sospettare che essi avessero agito per ordine dell'Imperatore. Tacito parla dei Cristiani come colpevoli, o con-  vinti o confessi, ma distinguendo evidentemente gli esecutori  materiali da colui che poteva aver dato 1' ordine, riferisce non  senza qualche compiacimento le voci popolari accusatrici di  Nerone. Cosi in Ann.,gli fa volgere da Subrio Flavio  l'accusa di incendiai'iìis. In principio, egli presenta due sole  ipotesi : forte an dolo principis, parole alle quali si è attri-  buito il senso che Tacito stesso escludesse ogni sospetto a ri-  guardo dei Cristiani. Ciò non è esatto. Bisogna distinguere gli  esecutori materiali da colui che poteva aver dato l' ordine.  Quanto ai primi egli non ha alcun dubbio, poiché li chiama  sontes et novissima exempla meì'itos, parole che mal s' inten-  derebbero, se non si riferissero ad un determinato ed unico  delitto. Quanto al secondo, egli esprime la convinzione che  1' ordine partisse da Nerone. Convinzione che egli derivò forse  dalle Storie Cimlt di Plinio, e che ebbe del resto origine dal  fatto che tra gli esecutori materiali furono veramente gli schiavi  di Nerone : ma appunto tra questi schiavi erano numerosi i  cristiani. Tacito riferisce pur l'ipotesi del caso: ma la sua nar-  razione esclude l'ipotesi.   Non altrimenti, ad esempio, ei dichiara non potersi incol-  pare Tiberio per la morte di Druso, eppur getta su lui anche  per questo qualche ombra. Non vuol pronunziarsi se Agricola  sia morto di veleno per opera di Domiziano, ed ogni tanto  l' insinua.   zii), benché si trattasse di uomini colpevoli e meritevoli  di ogni più inaudita pena esemplare ».   Ma perchè avrebbero confessato i primi cristiani?  Perchè avrebbero denunciato i compagni ?   E qui, oltre che può tornare in campo la ragione  già detta del necessario riconoscimento di alcuni, si può  volgere la mente anche ad altro.   Neil' ardore del fanatismo, essi avranno creduto  immediato il miracolo. Iddio, Iddio ora tornerebbe,  egli che aveva promesso di tornare dopo la desola-  zione estrema : non finirebbe la loro vita prima che  Iddio tornasse. E confessavano, gloriosi, e denuncia-  vano, per far partecipi alla gloria. " Immaginate que-  sti esaltati a spiegare l'opera loro, la fede loro : l'egua-  glianza dei diritti umani voluta da Dio, la distruzione  di tutto, necessaria per 1' avvento suo. I Romani pri-  mamente allora s' accorsero che quella fede aveva un  contenuto sociale, ed era un pericolo per lo Stato. E  la qualificarono dottrina di odio contro il genere  umano. Era invece la rivendicazione degli oppressi  e degli schiavi : ma questi con erano uomini.   Ma c'è ancora di più: anche dopo, i cristiani non  cessarono di sperare ancora quelle fiamme vendicatrici,  e di auspicarne il ritorno. Alcuni anni dopo, il bagliore  sinistro di quelle fiamme accende la fantasia allo scrit-  tore deìV Apocalisse. Si riconosce oramai da tutti, anche  dagli scrittori cattolici, che in questa, sotto il nome di  Babilonia, si cela quello di Roma, Ora ascoltate il grido  di maledizione e di vendetta su Roma, baccanale di  Ripugna il pensiero che i livori delle fazioni nella na-  scente chiesa, quei livori dei quali abbiamo visto muovere la-  gnanza Paolo, li spingessero alle reciproche accuse. Clemente  Rom. (ad Cor.) dice che le sciagure dei Cristiani  furono effetto della gelosia (St^/ Cr,)vOv). Anche l'Arnold, Die  neronische Christenverfolgung, Leipz. crede  che le denunzie contro i Cristiani sieno state fatte da Cristiani  dissidenti.  Ogni turpitudine, che scaglia il profeta dell' Apocalisse :  « Poi udii un' altra voce che diceva : uscite da essa, o  popolo, mio, acciocché non siate partecipi dei suoi pec-  cati, e non riceviate delle sue piaghe. I suoi peccati  sono giunti l'uno dietro all'altro insiuo al cielo, e Iddio  si è ricordato delle sue iniquità. Rendetele il cambio  di quello che essa vi ha fatto ; anzi rendetele secondo  le sue opere, al doppio : nella coppa nella quale ella  ha mesciuto a voi, mescetele il doppio. Quanto ella si  è glorificata ed. ha lu.<suriato, tanto datele tormento e  cordoglio : perciocché ella dice nel cuor suo : io seggo  regina e non sono vedova, e non vedrò giaminai duolo.  Perciò in uno stesso giorno verranno le sue piaghe ;  morte e cordoglio e fame : e sarà arsa col fuoco ; perciocché possente è il Signore Iddio, il quale la giudi-  cherà. E i re della terra, i quali fornicavano e lussu-  riavano con lei, la piangeranno, o faranno cordoglio di  lei, quando vedranno il fumo del suo incendio ».... e così  di seguito che è un sol  fremito di protesta, un sol grido di vendetta contro la  meretrice « ebbra del sangue dei santi e del sangue dei  martiri di Gesù ». E nel capitolo seguente si pregusta  con voluttà frenetica la gioia della sua rovina; « Allelluia! la salute e la potenza e la gloria e 1' onore al Si-  gnore Iddio nostro. Perciocché veraci e giusti sono i  suoi giudizii ; e infatti egli ha giudicato la gran me-  retrice che ha corrotto la terra con la sua fornicazione,  e ha vendicato il sangue dei servi suoi, dalla mano di  lei.... Alleluia! e il, fumo di essa sale nei secoli dei  secoli.   Come si vede, appena pochi anni dopo l'incendio,  si tornava ai folli eccitamenti. Ed il sogno di Roma  divenuta preda alle fiamme turbò anche in seguito le  menti cristiane. In quella strana e lugubre miscela di  fantasie giudaico-cristiane, non senza qualche elemento  pagano, che é conosciuta sotto il nome di « Oracoli si-  l' incendio di roma e i primi cristiani   billini » esso ritorna con cupa insistenza: VII, 113-114;  Vili, 37-47; XII, 32-40. « Verrà dall'alto anche su te,  superba Roma, la celeste sciagura : tu piegherai prima  la cervice, tu sarai distrutta, il fuoco ti consumerà tutta,  piegata sulle fondamenta; la tua ricchezza perirà; il tuo  suolo sarà occupato dai lupi e dalle volpi; sarai allora  tutta deserta, come se giammai fossi stata. Dove sarà  allora il tuo Palladio ? Qual Dio ti salverà ? Un Dio  d'oro, di pietra o di bronzo? Dove saranno allora i  decreti del tuo Senato? Dove quelli di Rea o di Crono?  E la schiatta di Giove e di tutti gli Dei che tu ado-  ravi? Per quanto la punizione qui  sia immaginata come celeste, non è possibile non sen-  tirvi la voce di una umana vendetta. « Quando potrò  io vedere tal giorno? » dice poco dopo il poeta.  E pure il più antico dei poeti latini cristiani, il pio  Commodiano, ha il medesimo voto {i'arm. ap.).  Dov'è più la dottrina della mansuetudine e del perdono? La disposizione d'animo dei primi cristiani era  ben altra. Il loro grido di vendetta sembra, come si  vede dagli esempii apportati, quasi echeggiare pure in  tempi più lontani. « A noi basterebbe, dice Tertulliauo  {Apol. 37), se volessimo vendicarci, una sola notte e  qualche fiaccola ». E poi tosto soggiunge: « Ma non  sia che con umano fuoco si vendichi la divina setta». Infine, notiamo che attribuendo a queste prime  turbe cristiane, fanatiche ed avide delle loro rivendi-   Non vorrei che tali parole venissero tratte da critici  benigni a peggior sentenza eh' io non tenni. Nelle parole di Tertulliano echeggia un grido di vendetta, cui tosto segue un  consiglio di moderazione, non di perdono. La vendetta, la pu-  nizione si aspetta ancora, si aspetta dal fuoco divino. Che cosa  sia questo fuoco divino, spiegano a lungo gli apologisti, ad- cazioni, l' incendio, le particolarità di esso si spiegano  tutte, che invece abbiamo mostrato inesplicabili, secondo la tradizione comune. Anzi dalle notizie che ab-  biamo, ci è dato discernere perfino il piano della scia-  gurata impresa. Anzitutto, si proiittò della lontananza  di Nerone da Roma; la vigilanza era allora diminuita;  i principali cittadini, le cui case erano sacrate al fuoco  devastatore, avevano seguito la corte imperiale. Tra i  pretoriani ed i servi di Cesare erano numerosi i cri-  stiani (Paolo, Ai FilijJ.) : si stabilì che  fossero questi ad appiccare 1' incendio e ad impedire  l'estinzione: così tutti avrebbero creduto trattarsi di  ordini imperiali e ninno avrebbe osato opporsi. Ri-  chiesti perchè scagliassero le faci, risponderebbero che  agivano per istigazione altrui, senza dir di chi (Tacesse sihi mictorem vociferahantur); tutti avrebbero interpretato che essi avevano il comando da Cesare e il  divieto di nominarlo. Tutti i portici, le passeggiate, le  opere d'arte, che avevano allietatogli czii dei potenti,  i templi ove si adoravano gì' idoli della corruzione e  della menzogna, tutti andrebbero distrutti. Il Trastevere, ove era stata primamente accolta l' idea reden-  trice, le case dell' umile plebe, sarebbero salve. Si  comincerebbe dai magazzini di materie infiammabili  presso il Palatino : la prima a bruciare sarebbe la  casa del mostro. Questo fu il piano attuato e riuscito.  Finito il primo incendio, si doveva riappiccare l'in-  cendio alla casa del secondo mostro dell'impero, il mi-  nistro delle turpitudini imperiali, Tigellino. E di là  nuovamente proruppero le fiamme devastatrici.   Per questi fanatici illusi, Nerone, nel parossismo  della ferocia, escogitò incredibili tormenti. Li fé' ero- ducendo i fulmini e i vulcani (Miuucio; Tertul. Apol.):  ina la distinzione sarà stata fatta sempre, o meglio ancora,  sarà stata fatta mai dalle infime turbe ? cifiggere, o sbranare dai cani, o dannare alle fiamme.  Grli orti suoi furono illuminati da quelle fiaccole umane,  in mezzo alle grida selvagge della turba briaca e plau-  dente. Ma da quelle fiaccole spirò più gagliardo il soffio  della idea cristiana. D' allora in poi quella idea, inocu-  lata nel sangue della umanità, ne resse le sorti. Tutta  la trama della storia umana si svolse intorno ad essa.  Quella idea fu gloria e bassezza, eroismo e viltà, amore  e ferocia. Per essa quanto altro sangue fu sparso, quante  altre volte le turbe furono trascinate ad impeti forsennati! Pure, una volta, tornò a risuonare tra gli uomini  la parola buona, ed aleggiò sugli spiriti l'amore, e sorrise alle genti affaticate la pietà del Francescano. Quella  volta Cristo re^nò sulla terra. “Ludis quos prò aeternitate imperii susceptos appellavi Maxiinos voluìt ex utroqiie ordine et sexit plerique  ludicras partes sustinuerunt. Nntissimus eques romanus  elephanto supersedens per catadromum decucurrit. Inducta  est et Afranii togata qiiae Incendium inscribitur: concessumque ut scenici ardentis domus suppellectilem diriperentj  ac sihi haberent. Sparsa et popido missilla omnium rerum  per omnes dies ; singida (/uot/die millia avium cuiusque ge-  neris^ multiplex 2)(^nus^ tesstrae frmnentarlae^ vestis, auruvi,  argentum, gemmae, mn.rgaritae. tabulae pictae^ mancipia,  iumenta, atque etiam maìistietae ferae; novissime naves, in-  sulae, agri.   Hos ludos spectavit e proscenii fastigio ».   Così Snetonio in Nero. In quale occa-  sione celebrò Nerone questi ludi Maximiì Suetouio in  questa parte dell' opera sua enumera disordinatamente  gli spettacoli dati da Nerone. Quello qui accennato è  stato identificato con quello di cui fa menzione Cassio  Dione, o meglio il suo compendi atore Xifilino, in LXI,  17 e 18. La somiglianza infatti è grande: i nobili romani che si prestarono a far da attori e giocatori,  1' elefante funambolo che portava sul dorso un uomo;  i doni gettati al popolo. Di più Cassio Dione ram-  menta le commedie e tragedie rappresentate. Chiama  la festa |j.£7'.atT| 7.7.1 TtrAnizlzozc/.rq: ma l'unione dei due  aggettivi parmi che mostri che [j.sYiatYj è una semplice  qualifica data dall' autore alla festa, non è il nome  proprio di essa, e non risponde perciò al Maximos di  Suetonio. Così pure gli altri punti di simiglianza noii  souo co^i caratteristici clie ci facciano concludere alla  identità delle due feste. Elefanti camminanti sulla fune  {per catadromum) si vedevano in tali feste (cfr. Siiet.  Galb.) ; senatori e cavalieri lottanti nell' arena se ne  videro spesso sotto Nerone (cfr. Suet. Kero^ 12); donazioni al popolo Nerone ne fece immense, ne fece, se-  condo Tacito {Hist.) per più di due miliardi di  sesterzi. Se dunque le somiglianze sono grandi, non  sono tali che ci obblighino a credere all' identità tra  i giuochi rammentati nel passo di Suetonio e quelli  rammentati nel passo di Dione. Il passo di Dione parla di festività celebrate in  onore della madre. Corrispondono queste ai circensi,  rammentati da Tacito, in Ann. E possibile che  a tali circensi alluda Suetonio nelle parole immediata-  mente precedenti a quelle da noi riportate: circensihus  loca equitl secreta a ceteris trihuit ; di essi infatti dice  Tacito che furono liaud promiscuo speciacido. Noi crediamo che il passo di Suetonio riguardi i ludi celebrati  dopo V incendio 1 e cioè, probabilmente, celebrati dopo  È pur da notare che Cassio Dione parlando  dei giuoclii detti Neronéi, li dice istituiti da Nerone per la in-  columità e diuturnità del suo regno. Ma probabilmente confonde  tali giuochi con quelli prò aeternitate impern, secondocliè già  da gran tempo fu riconosciuto (Pauly, lì. Encycì. s. v. Nero). I giuochi Neronéi furono gare quinquennali di arte e  di foiza, istituite sul modello dei giuochi greci; cfr. Tac. Ann.; Suetonio, Nero.  che Roma era stata già in gran parte riedificata, per  propiziarla agli dei. Saetonio dice che Nerone volle si  chiamassero ludi maximi, e cioè, parmi, volle sostituire  al positivo magni il superlativo maxìmi. Ora i ludi  magni si celebravano in occasione di grandi [jericoli,  da cui Roma fosse salva; in occasione cioè di guerre  rischiose (Liv. 36, 2) o di tumulti (LIVIO). Si potrebbe pensare che 1' adulazione avesse suggerito tale  idea, adulazione a Nerone, che si diceva scampato  dalle trame di Agrippina. Ma i ludi, menzionati da  Suetonio, furono 2^'''^ aeternitate imperii; e mi par che  questo ci porti ben lontano dall' ipotesi che si volesse  alludere al preteso pericolo, da cui Nerone era scam-  pato; e i ludi menzionati da Dione neppur furono per  lo scampato pericolo di Nerone, ma anzi furono in  onore della madre. Qual sarà dunque il fatto, durante  il regno di Nerone, che metta in dubbio l' esistenza  stessa dell' impero? Io credo che sia 1' incendio; e ciò  crederei pure, quando non fosse molto suggestiva  quella rappresentazione della togata di Afranio intitolata Incendinm.   Che in questi ludi solenni, destinati ad auspicare,  dopo la riedificazione di Roma, l'eternità dell'impero,  sieno stati celebrati alcuni degli spettacoli che avevano  più stupito i Romani durante i giuochi circensi fatti  dopo la morte di Agri])pina, quale ad esempio quello  dell' elefante funambolo, non può, credo, far meraviglia  ad alcuno. Qualche altro indizio che andremo ora rac-  cogliendo conferma la nostra ipotesi circa l'occasione  e lo scopo di questi ludi maxìmi. Nerone, verista in  arte, volle riprodurre sul teatro la scena deli' incendio :  la casa rappresentata in mezzo alle fiamme (Suet. ar-  dentis domiis) era probabilmente la casa sua, la domus  transitoria che era bruciata (cfr. Tac., ardente  domo). Egli volle che la scena dell' incendio fosse in-  tera, che gli antori depredassero la casa e si tenessero la preda: ut scenici ardentis doinus stopellectilem diripe-  I ì^eiit ac sihi habevent; cfr. Tao. Ann. XV, 38 ut raptus  licentiiis exercerent.  Se il carattere stesso dei ludi maximi deve con-  netterli con una grande pubblica calamità, se la rap-  presentazione dell' Incendium è così suggestiva per noi,  ci si consenta ora di fermarci brevemente su quel che  Suetonio dice, che i ludi furono sUscepti prò aeternitate  imiperii. Nella ricostruzione, che noi tentammo, del pro-  cesso, noi ponemmo che, dopo i primi confessi, arre-  stati in massa i Cristiani, quando s' indagò più adden-  tro la loro dottrina, e si seppe che essi aspettavano la  fine dell'impero e l'imminente regno di Dio, la dot-  trina stessa dovè essere qualificata « di odio contro il  genere umano ». Questa parte della propaganda era  stata certamente svolta solo nelle predicazioni segrete:  quindi il modo misterioso, e per noi incomprensibile,  con cui parla dell' Anticristo e del prossimo regno di  Dio Paolo ai Tessalonicesi, (Tess.). Fin da quando Caligola, con  sacrilega follia aveva voluto essere adorato come Dio,  era cominciato il fermento delle comunità cristiane che  vedevano nell' imperatore divinizzato l' immagine vera  dell'Anticristo, ed aspettavano quindi imminente la  fine dell' impero ed il trionfo loro. A calmare tale fer-  mento è appunto diretta quella parte della lettera di  Paolo. E la dottrina sopravvisse pure all' eccidio; giac-  che ancora in Tertulliano {Apolog.; Ad Scap.)  coincidono i due termini; la fine dell'impero e l'inizio  del nuovo regno nel mondo. Se tal dottrina sentivano  spiegare da quei fanatici i Romani, è naturale che la  qualificassero dottrina di odio contro il genere umano,  e cioè contro la civiltà romana, contro l' impero romano, ' ed è pur naturale che, riedificata Roma, auspi-  cassero l'eternità dell'impero.   Mi si consenta un' altra osservazione. Non fra le  sole turbe impazienti e insoddisfatte era 1' aspettazione  della prossima fine dell' impero. Era altresì negli alti  gradi sociali, fra i filosofi, specialmente stoici, fra gli  aristocratici di antica tempra. La congiura pisoniana  mosse anzi, secondo Tacito, da questo principio:  (Ann. XV, 50) cium scelera princlpis et tìnem adesse  imperii deligendumque qui fessis rebus succurreret inter  se aut inter amicos iaciunt. Dopo tal congiura gran parte  della città doveva essere già riedificata; ed è naturale  quindi che allora si celebrassero i ludi maximi. E poiché  i due gravi avvenimenti ultimi avevan dato la prova di  tante volontà decise ad aspettar la fine dell'impero, era  naturale pure che all' eternità dell' impero si dedicas-  sero i ludi. Il racconto dei quali doveva quindi cadere  in una delle parti perdute di Tacito, dopo il cap. 35  del lib. XVI degli Annali. Tutto questo, si dirà, è una ricostruzione ipotetica. Ma v' è pure un documento che può dare a tale  ricostruzione non lieve conferma, documento che, ben-   Tac. Ann. odio Immani generis. Genus humanian  in Tacito ed in altri scrittori vfvle egli abitanti dell'impero»;  cfr. Coen, Persecuz. neron. pag. 69 dell' estr. Un mio illustre  maestro, il prof. A. Ohiappelli {in Atti della R. Accademia di  Scienze Morali e Politiche di Napoli) sostiene che  odiiim humani generis debba essere interpretato per « misan-  tropia». Che questo sia il significato della frase, quando sia  adoperato in senso filosofico, niuno nega. Ma il nostro caso è  diverso. La rinunzia ai piaceri, la vita ritirata e sdegnosa, la  misantropia insomma, o fosse cristiana, come forse per Pom-  ponia Grecina (Ami.), o fosse stoica, come per Rubellio  Plauto {Ann.), Trasea Peto {Ann.) e tanti altri,  desta l'ammirazione di Tacito, gli commuove di reverenza il  C. Pascal. 11     che non riguardi i ludi maccimi, riguarda però cerimo-  nie pur dedicate all' eternità dell' impero. Questo do-  cumento è un frammento degli Atti degli Arvali, che  si riferisce all'anno 66 d. Cr. [Corp. Inscr. Lat.). Vi si notano i sagrifizii stabiliti  dagli Arvaii ob detecta nefariorum Consilia, e tra gli  altri quello aeternitati ìinperii (Un. 6). Così pure alla   linea 21: reddito sacrificio, quod fratves Arvcdes   voverant oh detecta nefariorum Consilia. Quali erano que-  sti nefariorum Consilia? Qu&Ui dei congiurati di Pisone,  giacché anch' essi, come abbiamo visto, aspettavano la  fine dell' impero; ma pure quelli degl' incendiarli; giac-  ché il nesso tra le cerimonie dedicate all' eternità del-  l' impero e l' incendio è stabilita dal fatto, che durante  quelle cerimonie si rappresentò la fabula Incendium. '  Né bisogna dimenticare un altro fatto. Riman-  gono gli Atti degli Arvali del regno di Nerone, dal-  l' anno 55 in poi (C. I. L.); salvo  quelli dell' anno 64, l' anno dell' incendio, e del se-  guente. Ora gli Atti del 66 sono i primi nei quali alla  serie di tutti gli altri voti, fatti alle altre divinità si  aggiungono quelli all' Aeternitas imiMrii.     Claudite rivos. Spero di non occuparmi più né  dell' incendio né di Nerone. Non fu forse vana questa  lizza d' ingegni, che ebbe origine, su tale speciale que-     petto, non è da lui quaUficata fìagitmm, uon odium hìimoni  generis. Non si possono dunque spiegare né i fìagitia ne V odùim  con ia misantropia. Neil' un caso e nell'altro deve trattarsi,  credo io, di ben altro.   > È qui importante il notare che per Nerone sono distinti i  vota prò aeternìtate imperii dai vota prò salute principis, che sono  menzionati altrove (C. I. L. VI, parte I, pag. 493, lin. 2, 3 e 8:  Tac. Ann. XVI, 22; Suet. NerOy 46). Per Domisciano invece le cestione, dal romanzo del Sienkiewiecz ; lizza nella quale  spiegarono armi poderose di critica e di dottrina uo-  mini quali il Negri, il Coen, il Ramorino, il Chiap-  pelli, il Semeria, il Boissier; né dovrò tacere i lavori,  cosi corretti nella forma polemica, del Mapelli, del-  l' Abbatescianni e del Profumo; ne quello, per più  rispetti notevole, del Ferrara. * Impulsi non nobili e  ambizioncelle presuntuosette e piccine trassero altri,  impreparati, a scritture o invereconde o insensate, ma in una questione siffatta, nella quale sembra esser  così facile l' erudizione, era naturale aspettarselo.     rimonie si congiunsero (C /. L.). Cosi pure per Set-  timio Severo (C /. L. II). V. De Ruggiero, Diz. epigraf. . A Domiziano dunque allude Plinio il Giovane quando  dice a Traiano {Fanegyr. 67): Nuncupare vota et prò aetei'nitate  impeni et prò salute civium, immo prò salute principum ac  pì'oj)ter illos prò aetermtate imperii solebamus. Haec prò impe-  rio nostro in qiiae sint verba suscepta, ojjerae pretium est adno-  tare : si bene rem ]}ublicavi , et ex utilitate omnium  rexeris: digna vota quae semper suscìpiantur semperque sol-  vantur. Diversa naturalnjente àdiW aeternitas imperii è V aeter-  nitas Augusta, titolo che prima fu attribuito solo agli Augusti  morti e consacrati (Boutkowski, Dici), e poi anche agli Augusti viventi; cfr. Eckhel, Doctr.; Aeternitas imperii non si trova, ch'io sap-  pia, prima di Nerone, anzi prima dell'anno 66. Si trova poi più  tardi, per Domiziano. Settimio Severo, sulle monete di Caracalla,  di Geta, ecc.: cfr. Eckhel. Non lavori speciali, ma riassunti o giudizii pubblicarono  il Vaglieri, il Borsari, A. Avancini, D. Avancini, il Ricci (Corrado),  il Thomas, il Toatain, il Martinazzoli, il Dufourcq, il Grasso, il  Fabia, il Bouvier, il Reville, 1' Andresen, ed altri moltissimi.   ^ Molti altri articoli ed opuscoli sbocciarono qua e là in  confutazione del mio: nella maggior parte il fervore dell'in-  tenzione non corrispose al valore. Chi ne vorrà sapere qualche  cosa, potrà leggere i miei articoli in Vox Urbis; in Cultura, e in Bollett.  Filai, class, . Ma, pur dopo, gli scritti continuarono;  e vi fu perfino chi nascondendosi sotto il nome di Vindex pub-  blicò un impudente volume. Fortunatamente si tratta di cosa  destituita di ogni valore ; e disdice quindi alla dignità della  scienza farne parola. Coen pubblica nell’ “Atene e Roma” un lungo studio sulla persecuzione  neroniana. Crediamo opportuno informare i lettori  della parte che riguarda le obbiezioni mosse alla mia  tesi; e fare infine qualche breve osservazione circa  l'ipotesi presentata dal chiaro autore.  Che l'una o l'altra delle opinioni che io mi provai  ad avvalorare di argomenti nel mio opuscolo. L' incendio di Roma e i Cristiani e stata già addotta  da altri, è cosa rimproveratami da più d'uno. Ma, a dir vero, i lettori del mio opuscolo debbono riconoscere  che io esamino e discuto le sole fonti antiche, da ciascuna delle quali cerco trarre qualche elemento, che  mi giovi poi a ricostituire in una concezione unica il fatto storico. Il fare una rassegna, sia pur fugace, delle  opinioni e interpretazioni moderne su ciascun passo,  mi pareva lavoro arido, lungo e pressoché vano, e per  giunta, di necessità monco e incompiuto (ad es., il Coen  stesso non fa menzione dello Cliirac, che va molto al  di là dell' Havet, Rev. Socialiste).   Fondamento principale alla mia tesi io posi nella  credenza diffusa tra i cristiani del primo secolo, che  fosse imminente l'incendio del mondo decretato da  Dio, che dopo tale incendio verrebbe il regno della  giustizia, che la distruzione del mondo presente coin-  ciderebbe con la distruzione dell' impero romano. Tutta  la letteratura apostolica mostra l'impazienza di alcune fazioni cristiane nell' aspettare il regno divino.  Se c'è ipotesi che esca alla luce fornita di tutti i nu-  meri delia probabilità, panni proprio questa, che tale  impazienza abbia trascinato le turbe al fanatismo. Di  tutto ciò non fanno quasi parola i miei contraddittori. Xel citare le antiche scritture cristiane, nelle  quali tali dottrine sono contenute, io non ho preteso  che proprio quelle i Cristiani di Roma leggessero. Ho  addotto quei passi per dichiarare qual fosse il dogma  dei Cristiani del j^rimo secolo, dogma che sarà stato  spiegato principalmente mediante la predicazione orale,  come del lesfco il Coen stesso riconosce. Altra obbiezione mi muove il chiaro autore: onde  io sappia che, prima del 64, Nerone fosse per i Cri-  stiani r Anticristo. La seconda di Paolo ai Tessaloni-  cesi, egli argomenta, è scritta, secondo la data più  discreta, nel primo anno dell' impero di Nerone, o an-  che prima; dunque i contemporanei non potevano vedere allusione a lui nelle parole dell'Apostolo. Senonchè nel mio opuscolo io non sostengo che contro  l'imperatore coìne persona si appuntassero gli odii di  alcune fazioni cristiane; bensì come imperatore e adorato con divini onori (Tessal.). L'imperatore  rappresenta 1' ordine costituito, che era per quelle  fazioni il regno di Satana; come Roma rappresentava  la forza e la potenza centrale di tal regno.   Che ninno degli scrittori pagani (all' infuori di  Tacito Ann.) parli dei Cristiani come colpevoli dell'incendio, malgrado tutte le accuse volte contro di essi in seguito, io spiegai con l'ipotesi che  r accusa contro Nerone nascesse tra i Pagani stessi,  al vedere tra gì' incendiarli i servi di lui. Il Coen mi  obietta: « Non consta che l'opinione la quale faceva  Nerone autore dell' incendio sia invalsa in maniera  così definitiva da far cadere in oblìo ogni altra ver-  sione ». Consta anzi, egli dice, il contrario, se cinquant' anni dopo Tacito pone ancora l'ipotesi del caso. Che r opinione prevalesse in modo definitivo, solo  dopo molti anni, credo probabile; ciò non è infirmato  dall' accenno che Tacito fa al caso. Tutta la narra-  zione che egli fa esclude 1' ipotesi del caso. Tacito  però 1' ha registrata, perchè, com' egli dice, 1' ha trovata in una delle sue fonti. Ma nessuna fonte poteva contenere tale versione, obietta ancora il Coen,  se fosse vera la ricostruzione eh' io faccio degli av-  venimenti. Perchè nessuna f Una fonte trascurata o  non informata di tutti i particolari narrati da Tacito,^  Suetonio e Dione. — Ed ora, il numero dei primi Cri-  stiani in Roma. Tacito, Clemente Romano e l'Apo-  calisse affermano che erano una gran moltitudine o nu-  mero. I primi due, si dice, hanno esagerato; quanta  all' Apocalisse si elevano dubbii di natura diversa.  Esagerato? E perchè? Perchè altra volta Tacito esa-  gera. E sarà vero; ma qual prova v' è che abbia esa-  gerato questa volta ì E perchè avrebbe esagerato anche  Clemente Romano? Sia lecito del resto rammentare  che Paolo (^h* Filii). 1, 14), dice dei cristiani di Roma:  « MOLTI dei fratelli nel Signore » e concludere quindi  ancora una volta che ad infirmare 1' autorità di tali  fonti non ?;'è una sola prova di fatto.   Quanto ai Jìagitia, posso dispensarmi per ora dal  discutere i singoli passi, se l'Autore stesso dichiara: flagitium contiene ordinariamente il duplice  concetto di azione turpe e colpevole ad* un tempo y.  Non sarà dunque errata nell' uso italiano la parola  delitto. E che nei due paesi di Tacito (XV, 44) e di  Plinio (X, 96) si tratti di veri e propri delitti, io con-  fermo per la seguente ragione: che nell'uno seguono  le parole: « colpevoli e meritevoli di ogni maggior pena »,  e nell' altro i flagitia son da mettere in relazione con  gli scelera, dei quali Plinio parla dopo (v. qui appr.  App. IH).  Circa al fatebaiitur, io aspetterò dai miei contrad-  dittori la prova, che esso, detto a proposito di uà pro-  cesso, possa significare altro che la confessione di un  reato. Per ora, rimangono le prove opposte. Mi sia lecito ora fare qualche breve motto, an-  che sull'ultima parte dell'articolo di Coen. Questa parte tende a ricercare la ragione,  per la quale gli occhi di Nerone si appuntarono sui  Cristiani. L'indicazione gli sarebbe dunque venuta  non dagli Ebrei, ma dal popolo stesso, che vedeva i  Cristiani rifiutarsi alle cerimonie propiziatorie, e con-  cepì su di essi il tristo sospetto. Con ciò 1' A., nella  sua cauta riserva, rinunzia ad esprimere il suo avviso  sugli autori veri dell' incendio. Lascia cioè sussistere  ancora le due ipotesi: o il caso o l'ordine di Nerone.  Io oso credere tuttora, che 1' una ipotesi e 1' altra non  resistano all'esame di tutti i particolari dell'incendio,  tramandatici dagli scrittori. Tale esame mi sono adoperato a fare nel mio opuscolo; né credo sarebbe op-  portuno ripeterlo qui. Mi basti solo accennare: per attribuire l'incendio o al caso o a Nerone bisognerebbe  ritener falsi tutti i fatti narratici dagli antichi: che  1' ipotesi del caso non ispiega come mai vi fossero sca-  gliatori notturni di faci; e l'ipotesi dell'ordine nerouiano non ispiega (a tacer di altre ragioni minori)  come mai l' incendio prorompesse proprio accanto al  palazzo imperiale; e come mai, quando Nerone tornò  a Roma, e cercò arrestare il fuoco, e prese tutti i  provvedimenti atti a lenire il disastro, le fiamme di  nuovo si rinnovassero dagli orti di Tigellino, il secondo mostro dell' impero. Nuovo ordine anche questo?  Tutto si può supporre; ma si può proprio credere che si sarebbero fatte abbruciare le regioni più belle e  più nobili di Roma, lasciando intatto il lurido Trastevere, il ceutro della comunità giudaica e cristiana?  Si può proprio credere che un uomo, dopo sei giorni  d' incendio, mentre con tutte le sue forze si adopera  a dar ric^to e pane alla plebe furibonda, possa cimentarsi, in mezzo alla disperazione del popolo, a rin-  novare un ordine simile? Un uomo vile, e che dinanzi  all' ira popolare fuggiva tremebondo, come Nerone?  Le due ipotesi quindi, il caso e 1' ordine di Nerone,  non possono, a mio parere, sussistere. Tacito le enun-  cia, ma perchè utriimque auctores prodidere; ma la nar-  razione stessa che egli fa, esclude 1' una ipotesi e l'altra. Egli evidentemente distingue gli esecutori matericdi  dell' incendio, da colui che poteva aver dato 1' ordine;  che i primi fossero i Cristiani non ha alcun dubbio,  giacché parla di essi come confessi; solo è in dubbio  chi fosse qiieìV auctor che essi dicevano averli incitati;  e riferisce la voce popolare che 1' auctor fosse Nerone.  E perciò appunto alla fine del cap. 44 aggiunge che  i Cristiani benché colpevoli, e meritevoli delle mag-  giori pene, muovevano a pietà, quasiché perissero non  pel pubblico bene, ma per la soddisfazione della cru-  deltà di un solo (in saevitiam unius), e cioè per averne  eseguito gli ordini crudeli, secondochè mi pare che si  debba interpretare questo passo. Ad ogni modo, l'ipotesi che il Coen oppone alla  mia, che cioè l'indicazione dei Cristiani venisse fatta  a Nerone dal popolo, sdegnato che essi si negassero di  partecipare alle cerimonie di espiazione, non urta, se  ben veggo, contro l' ipotesi mia. Per qualunque ragione  tale indicazione sia stata fatta, quel che importa è di vedere se 1' indicazione fu giusta o no. Io penso pur  sempre che l' indicazione fu fatta per il necessario ri-  conoscimento di molti. Non è jjossibile che non fossero  riconosciuti, giacche anzi si sapeva che erano stati i  pretoriani ed i servi di Nerone. Li dovettero, ad esem-  pio, riconoscere quegli uomini consolari, i quali, come  riferisce Suetonio, li sorpresero nei loro fondi ad ap-  piccar l'incendio; e certamente anche molti altri. Riconosciuti, fu giuocoforza che essi confessassero, e che  quindi contro di loro s'iniziasse il processo (Tac. car-  repti qui fatebantur). E logico il supporre che nel furore di repressione che invase gli animi a tale scoperta  non si badasse più che tanto; non si distinguessero i  Cristiani innocenti dai colpevoli, i calmi e pii dai fanatici e dagli esaltati; è logico, perchè è umano; e in  ogni repressione violenta avviene sempre cosi; si sup-  ponga dunque pure che, oltre al necessario riconoscimento di alcuni veri colpevoli, e alle denunzie di questi, molte indicazioni di Cristiani venissero fatte per la  ragione supposta dal Coen; che cosa proverebbe ciò  contro l' ipotesi mia?   Senonchè la congettura del Coen si fonda sopra  un presupposto, a proposito del quale pur mi tocca la  mala ventura di non trovarmi d' accordo con lui. Su  questo presupposto, cioè, che in momenti di furore, il  popolo potesse aver tanta calma da ragionare così:  gli ebrei sono nel loro diritto, di non partecipare alle  nostre funzioni; i gentili noi sono. Sarebbero stati,  credo io, ebrei e cristiani coinvolti insieme nella me-  desima accusa; né i Cristiani erano allora considerati  altrimenti che come fazione dei giudei.  Esce fuori dei limiti della mia ricerca la seducente  congettuì-a del Coen, sulle Banaidi menzionate da Clemente Romano, e sulla probabile relazione che è tra  il passo di Clemente {ad Cor. I, 6) e il passo di Tacito:  « profittata lurio per matronas^ prhnum in Capitolio, deinde  apud proximum mare, vnde hausta aqua temphim et simu-  lacrum deae perspersiìm est ». Poiché le cerimonie qui  descritte sono, come il Coen ben nota (pag. 347-348),  singolari, mi piace richiamare a proposito di quella lu-  strazione apud proximum mare, alcuni versi oraziani:  Vel nos in inare proximum  Gemmas et lapides aurum et inutile,  Summi materiem mali,  Mittamus, scelerum si bene paenitet ».   {Carm.).   La cerimonia apud proximum mare era adunque  rituale per espiazione di delitti?     Anche Gaston Boissier ha voluto volgere al no-  stro argomento la sagacia del suo ingegno; e gli stu-  diosi saran certo grati al grande scrittore ed erudito  francese dello studio pubblicato nel Journal des Savants, Dopo una esposizione sommaria della que-  stione e della tesi da me sostenuta, il Boissier così  dice: « Assurément, tout cela n'est pas im-  possible: quelques insensés, quelques anarchistes se  seraient glissés parmi les premiers disciples du Maitre,  qu'il n'en faudrait pas étre trop surpris, ni en l'en-  dre le christianisme responsable. Remarquons pour-  tant qua la société paienne n'avait pas encore mani-  feste sa baine implacable pour les chrétiens, et n'ayant  pas eu encore l'occasion de leur étre trop sevère, leur  devait étre moins odieuse. C est plus tard, quand'ils  furent poursuivis sans miséricorde qu'on rn'> s' éton-  nerait de trouver chez eux des fanatiques capables de tous les excés. Or, nous voyons qn'à ce moment; méme,  où ils sont si durement traités par l'autorifcè et par  le peuple, ils se vantent d'étre des sujets soumis, ir-  reprochables, d'accepter Jes persécutions sans ré volte,  de prier pour les princes qui les envoient au supplice,  et de ne répondre que par le bien au mal qu'on leur  faisait: il serait dono assez surprenant qu'ils eussent  mis le feu à Rome lorsqa'ils avaient moins à se venger  d'elle ». Se non m'inganno, questo che il Boissier ha  notato, è il corso fatale di ogni setta, è la condizione  stessa del suo vivere. Ogni setta cioè comincia per es-  sere rivoluzionaria, e, messa allo sbaraglio delle dure  prove, delle persecuzioni, dei tentativi di soppressione  di ogni sorta, va perdendo a poco a poco il suo ca-  rattere di opposizione e d' intransigenza, cerca acco-  modarsi ai tempi, vivere nei suoi tempi, diventare,  come oggi si dice, legalitaria. È un processo naturale  ed umano: che meraviglia è che il vediamo riprodotta  qui nella storia del cristianesimo? Non vediamo noi  un fatto che a prima giunta può parere più straordi-  nario ancora : che cioè quando le persecuzioni cessa-  rono e il cristianesimo si fu affermato vittorioso, al-  lora appunto esso cominciò più tenacemente ad abbattere  istituzioni, monumenti, templi, cui gli editti imperiali  mal giungevano a salvare da quelle furie devastatrici?  Non potrebbe qui pure il Boissier domandarsi: perchè  abbattere tutto, se ormai non avevano più da odiare  o da temere nulla, essi, i vittoriosi? li vero è che du-  rante le repressioni violente non scattano gl'impeti  sovversivi; scattano prima, quando ogni furia sembra  ministra di giustizia contro un ordine di cose odiato;  scattano dopo, nell'irruenza dell'agognata vittoria: e  scattano nei più impulsivi e più fanatici, pur contro  i consigli di moderazione e di calma dei prudenti.   Il Boissier continua: « Tout ce qu'on peut dire c'est  que M. Pascal s'est fort habilement servi de son hj'^pothèse pour expliquer les iacidents dont il vient d'étre  question dans le récit de Suétone et de Tacite. Si l'on  crut recounaìtre, dans le gens qui jetaient sur les mai-  sons des étoupes eiiflamraées, des serviteurs de l'empe-  reur, c'est qu'en effet il y avait des chrétiens dans le  palais de Néron ; saint Paul nous le dit, et M. Pascal  pense que ce sout ceux-là qui ont allume l'inceudie.  Les consulaires, qui avaient l'occasion de les reucon-  Irer souvent au Palatin, ne s'y sont pas trompés et  l'on comprend que, saisis de frayeur à leur aspect,  et croyant qu'ils agissaient par l'ordre du prince, ils  les aient laissés faire. L'hypothèse est ingénieuse, mais  ce n'est qu'uue hypothèse; pour voir si elle est d'ac-  cord avec les faits, reprenons le récit de Tacite ». E  qui il Boissier si fa ad esaminare il famoso passo di  Tacito, di che è discorso nel nostro studio nella nota 27  e qui appresso in app. III. Egli riconferma la sua opinione, già altre volte espressa, sopra il gran numero  dei cristiani di Roma; ed in ciò ho la fortuna di trovarmi d' accordo con lui. Ma tal fortuna non mi tocca  per 1' interpretazione del fatehantur tacitiano. Se il  processo era d' incendio, avevo detto io, la confessione  dei cristiani non può intendersi se non per il delitto  d'incendio. E il Boissier mi oppone: « La  nouvelle a dù s'en repandre partout; si elle était aussi  sùre, aussi evidente que le texte de Tacite, inter-  prete de cette manière, semble le dire, Néron avait  tout intérét àia propager; il est impossible qu'il n'ait  pas profité avec empressement de cet aveu, qu'il tra-  vaillait à obtenir, pour se giustifier lui-méme. Quel-  que détesté qu'il pùt étre, il u'j' avait pas moyen  qu'on persistàt à l'accuser d'un crime dont d'autres  se reconnaissaient les auteurs. Comment se fait-il donc  que Tacite, presque au moment méme où il nous rap-  porte cet aveu, ait pu dire qu'on ne sait s'il faut  attribuer l'incendie au hasard ou à la malveillance? Et Suétone, si bien informe d'ordinaire, comment n'a-t-il  rien su de cette procedure, qui, pourtaiit, dufc étre ren-  due publique? Comment le peuple, qui perdait tout à  ce désasfcre, a-t-il été touché de pitie pcur des gens,  qui en étaient la cause et a-t-il crii qu'on les sacri-  fìait uniquement à la cruauté d'un homme? M. Coen  fait remarquer avec beaucoup de force qu'il est aussi  fort étrange que dans la suite, lorsqu'on poursuivait  avec tant d'acharnement les chrétiens et pour tant  de crimes imaginaires, aucune allusion n' ait été faite  à celui dont ils ne pouvaient pas se défendre puisqu'ils  l'avaient avoué ». Ora a ciascuna di queste ragioni le  risposte furono da me qua e là date: e mi converrà ri-  peterle ora, poiché quelle ragioni, messe cosi tutte in-  sieme in fila serrata, sembrano invitto manipolo. Nerone,  dice il Boissier, aveva il maggiore interesse a divulgare  la confessione. Certo, ed anzi appunto per questo forse  egli diede la maggiore pubblicità alle pene nefande! —  Secondo quesito: « se Tacito pone il dubbio che l'in-  cendio fosse dovuto al caso, come può parlare di rei  confessi d'incendio? » A mia volta domanderò: « se Ta-  cito pone il dubbio che l'incendio fosse dovuto al caso,  come può dire che vi erano coloro che impedivano ogni  tentativo d'estinzione, aggiungendo l'ipotesi che ciò  facessero per comando altrui? Gli è che Tacito non  sempre è conseguente; prende  da una fonte la ipotesi del caso, ma la sua narrazione  tutta esclude tale ipotesi. — Terzo quesito: « Suetonio,  sì bene informato, come non ha saputo niente di questo  processo, che pur dovette essere pubblico? » O chi dice  che non abbia saputo niente? Suetonio accusa Nerone  di avere ordinato l'incendio, non di averlo appiccato:  dice che gli esecutori materiali furono i servi di Ne-  rone; e del processo non fa menzione, forse appunto  perchè si trattava di uomini di infima condizione, che  egli supponeva esecutori di ordini imperiali. In altro luogo però pone tra le cose lodevoli del regno di Ne-  rone i supplizii inflitti ai Cristiani. — Quarto quesito:  come il popolo, che perdeva tanto, fu mosso da pietà  per questi uomini, e credette che essi fossero immolati  alla crudeltà di un solo? » Tacito dice che il popolo fu  mosso a pietà per l'inaudita crudeltà delle pene, « òeu-  chè si trattasse dì uomini colpevoli, e meritevoli delle lìing-  giori pene»; si può esser più chiari? ed aggiunge;  « come se essi fossero immolati non al bene pubblico,  ma alla crudeltà di un solo », di quel solo cioè, che,  secondo egli presume, aveva ad essi dato 1' ordine.   Erano poveri schiavi esecutori di ordini : erano  colpevoli, si, ma vittime della crudeltà di chi aveva  dato 1' ordine : questo il pensiero di Tacito. Ma come  potè spargersi la fama di quest' ordine dato da Nerone ? A me non par difficile ravvisarlo. Dice Tacito,  che durante l' incendio, gì' incendiarli interrogati rispondevano agir per ordine. Probabilmente lo stesso  risposero al processo, né discoprirono il loro tristo  consigliere. E poiché tra quelli colti in flagrante e  processati erano pure i servi di Nerone, l' ordine fu  interpretato da molti come ordine dell' imperatore. Si  potè credere che essi non volessero nominarlo per  paura di peggio, o jDerchè ne sperassero le ultime  grazie. Ad ogni modo , nato nel popolo il sospetto  della colpa di Nerone, non era possibile che si dile-  guasse : ne si dileguò. — Ultimo quesito : « ma come  mai, dopo, furono accusati i cristiani di tutti i delitti,  ma non di questo ?» È facile rispondere : i pagani  stessi accusarono Nerone; la persecuzione contro i cri-  stiani fu messa come cosa affatto indipendente dall'in-  cendio, e come tale è già in Suetouio ; chi più pensava  che il fanatismo religioso fosse stato impulso all'incen-  dio ? Il popolo aveva ormai formato la leggenda sua :  l'ordine dato da Nerone ai propri! servi, per loro stessa  confessione : chi distingueva tra quei servi i cristiani dai non cristiani? I due fatti, incendio e persecuzione,  furono interamente disgiunti ; e la leggenda di Nerone  incendiario tenne il campo incontrastato.     Il Boissier aggiunge due considerazioni d' indole  filologica (pag. 164). Affinchè la frase famosa di Ta-  cito correpti qui fatebanhir, avesse il significato eh' io  le attribuisco, egli crede che dovrebbe suonare cosi:  qui c07-repti erant confessi sunt. Ma coìtìjjìo non ha il  significato di « arrestare », bensì quello di « iniziare  il procedimento penale » ; cfr. nota 27 ; dunque cor-  ì-epti qui fatebantur ha precisamente il significato di:  « si processarono quelli che erano rei confessi, e cioè  di volta in volta che alcuno confessava, veniva sotto-  posto a processo ».* Egli aggiunge che nel significato  da me voluto, si sarebbe aspettato confiteri, non fatevi,  trattandosi di delitto, e cita Cicerone, Pro Caecina^ IX:  ita libenter confitelur ut non solum fatevi sed etiam projìtevi  videatur. Faccio osservare prima di tutto che, secondo  la ipotesi mia, i cristiani confessi non dovevano pen-  tirsi o vergognarsi di quel che avevano fatto ; e poi,  che, quando pure le norme dello stile ciceroniano po-  tessero valere per Tacito, questa che qui si j)one, non è  costante neppure per Cicerone: giacche Cicerone stesso  adoperava /aferi per la confessione di omicidio (Mil. 15).  Ma, aggiunge il Boissier, se Tacito avesse voluto dire    Cauer cosi sentenzia {Beri, philolog. Woch.): Tacitus sagt : Die Gestàndigen wurden  verhattet, nicht: die zuerst Verhafteten waren gestilndig. Das  Gesttlndnis ging also der Verhaftung vorheri-. Ma covrepti  non designa la cattura, bensì il processo; ed è naturale clie la  confessione fosse anteriore al processo. - Bene dunque hanno  fatto il Gerber e il Greef nel loro Lexikon 2'aciteum, col sottin-  tendere al fatebantur del nostro passo .se incendisse urbeni.    che i priini cristiani si vantavano nel confessare l'in-  cendio, si sarebbe servito di yrofiteri. O donde mai que-  sta regola? Si vuole un esempio di Tacito in qwì fatevi^  denota un delitto confessato e di cui il colpevole si glo-  ria? Eccolo qui: Ann.: praecipuum auctorem  Asiaticum interficiendi C. Caesaris non extimuisse in  contiene populi Romani fateri gloriamque facino-  ris ulfcro petere.   Infine circa il capo di accusa contro i Cristiani,  la conclusione cui giunge Boissier è la seguente: L'expression non tam in crimine incendii  qtiam odio generis Immani coniunctì siint (cosi egli legge),  semble bien indiquer qua l'accusation d'incendie ne fut  pas abandonnée, mais que, comme ou n'esperait guère  la faire accepter du public, on la dissimula suos celle  à^odium generis immani, qu'on étendit à tout le monde ».  Il che mi pare corrisponda all' opinione mia, che ho  scritto apj)Uuto: « i primi, gii esecutori materiali, con-  fessarono e denunciarono i compagni (indicio eorum) :  allora non si volle sapere altro, si fece 1' arresto in  massa dei ci'istiani, e ninno di essi smentì la sua fede;  solo questi ultimi dichiararono non aver preso parte al-  l'incendio, come i primi; ma era lo stesso, erano tutti  rei di queir odio umano che aveva armato le mani di  fiaccole : furono tutti condannati ». — Ed aggiungerò  che la pena stessa del vivicomburio è un indizio che  l'accusa d'incendio rimase; giacché tal pena è ap-  punto quella che fino dal tempo delle XII Tavole era  comminata per gì' incendi dolosi (cfr. Ferrini, ESPOSIZIONE STORICA E DOTTRINALE DEL DIRITTO PENALE ROMANO). Osservazioni sul passo di Tacito  riguardante l'accusa contro i Cristiani.    (Uallfi Rivista di Filologia). Una delle molte qne.stioni scaturite dalla tratta-  zione di una tési, che è stata in questi ultimi tempi  in vario senso discussa, e che tuttora è oggetto di di-  scussioni non poche, si è quella relativa al significato  della voce jlagitium. Può Jlagitiuvi equivalere a « de-  litto « « scelleraggine, » oppur sempre si deve limi-  tarne il significato, si che esso designi un' azione che  sia solo « ignominiosa « o « vergognosa » ? Affinchè  tal questione non sembri peccare di sottigliezza sover-  chia, e si ravvisi anzi subito qual vantaggio ridondi  dalla soluzione di essa all'intelligenza di alcuni passi,  ci si consenta richiamare qui il ricordo di quei luoghi,  dalla cui controversa interpretazione questo nostro pic-  colo quesito si può dire sbocciato. Tacito in Ann. chiama i Cristiani jper fiagitia invisos. Così Plinio il  Giovane, nella famosa lettera a Traiano sui Cristiani  di Bitinia (X, 96) parla, a proposito di essi, di fiagitia  cohaerentia nomini. Che cosa è dunque che si imputa ai   e. l'ancal. 12     Cristiani con la -pavola, Jlagitia? Quelli che ne vogliono  limitare il significato entro i termini più angusti, ram-  mentano come alla mente dei pagani dovessero sem-  brare vergognosi i severi disdegni dei Cristiani per  tutto ciò che fosse piacere ed ambizione terrena; e  come tutto insomma il contegno loro di rinunzia e di  avversione al mondo si avesse tal taccia. Ma non pochi  scrittori e traduttori vedono in quei Jiagitia dei veri  « delitti », che i pagani, a ragione o torto, attribuivano alla nascente sètta cristiana. Non istarò, per ora,  ad esaminare se sia giusto il concetto, che, agli occhi  di scrittori, quali Tacito e Plinio, potesse sembrar ver-  gognoso il contegno austero di rinunzia e di spregio  per tutti i piaceri mondani, che si suole attribuire ai  Cristiani; scrittori i quali, anzi, pare che allora solo si  commuovano di ammirazione reverente, quando si tro-  vino a discorrere di uomini nei quali sia invitta l'energia del carattere, non cedevole a lusinghe di ambizione  e di potenza o a blandizie ed allettamenti terreni.  Keppur domanderò, se, qualora di semplice rinunzia  al mondo si voglia parlare, trovino spiegazione le per-  secuzioni feroci delle quali Plinio stesso si rese colpevole, condannando, senza processo, i Cristiani; e trovi  spiegazione la domanda che egli fa a Traiano, quando,  sgomento dal continuar la persecuzione, si ferma a  porre il quesito, se la sètta cristiana in sé stessa o i  Jiagitia ad essa inerenti egli debba imnire; era dunque  passibile di pena, per un Plinio, pure la rinunzia ai  mondo? Gioverà però, all' infuori di tali questioni,  trattare l'argomento nostro; ed esaminati altri esempli  ed indagato il significato di fiagìtium in essi, tornare  poi, col risultato ottenuto, al quesito onde prendemmo  le mosse.   L'opinione che il significato di Jlagitiuin debba re-  stringersi in più angusti confini rispetto a quello di  malejìcium, scehis, e simili, trova qualche consenso negli scrittori di siuouimie. Così Schmaifed, Lateìnisclie  Syìionymik: Flagitiwn heisst eine den,  der sie ausfiihrt, e n teli rende Haudluug, Schandthat  und b) oft geradezu Schande, infamia, dedecus », e  il passo apportato a suffragare tal signifi-  cazione è quello noto della Germania di Tacito, 12:  « tamquam scelera estendi oporteat dum puniuutur,  fiagitia abscondi », passo nel quale la parola flagltia  si riferisce alle colpe degl' ignavi et imhelles. Con lo  stesso esempio tacitiano prova lo Schultz, Sinon. la-  tini, trad. Germano-Serafini, § 243, la sua definizione:  « Flagitium^ bruttura, è un delitto contro sé stesso, una  violazione di sé stesso, non già con azioni violente,  ma con azioni moralmente turpi e vergognose ». Con  lo stesso esempio infine il Coen, La persecuzione nero-  niana dei Cristiani, pag. 13 dell' esbr., conferma che  '^fiagitia significhi azioni turpi piuttostochè crinunose »;  e sulla scorta anche di altri passi, determina  il suo concetto cesi: « ftagitium contiene ordinariamente  il duplice concetto di azione turile e colpevole ad un  tempo; però quello della turpitudine primeggia; e pri-  meggia tanto che qualche volta l'altro manca ».   Ora in quel passo di Tacito, e in altri passi affini,  è evidente che fagitium è adoperato in significato ben  ristretto. Ma quando tal significato si vuol porre come  costante in Jlagitium, ed applicarlo in tutti i casi, a me  pare che si vada troppo oltre. Un utile riscontro può  esser dato dalla nostra parola « vergogna ». Certo se  « vergogna » è adoperato da solo, in opposizione a pa-  role di significato più grave, quali « scelleratezze » o  « delitti », ciascuno intenderà trattarsi, di azioni mo-  ralmente, non penalmente condannabili. Ma « una fa-  miglia coperta di vergogna » si dirà pur quella, nella    Nulla trovo nello Schmidt, Handbuch des Lat. u. Griech,  Synonymik, Leipzig, 1889. quale il figlio sia ladro o la moglie adultera; e del  figlio, ad es., di un assassino si dirà che egli sente il  peso delle familiari vergogne. Gli è che tali parole  hanno duplice significato: l'uno specifico e l'altro ge-  nerico; e per questo secondo significato si trovano ad  essere applicate a quelle medesime azioni, a denotare  le quali si richiederebbero nomi specifici ben più  gravi. Ne segue che a determinare di volta in volta  il significato di tali parole, occorra anzi tutto vedere  a quali fatti si accenni, dei quali sia nei singoli passi  discorso. Non altrimenti io credo sia il caso per jla-  gitium. Credo cioè che, quando jlagltnim sia adoperato  in senso specifico, denoti azione turpe e sol moral-  mente condannabile; ma che in senso più lato, e con  riferimenti a fatti concreti, possa applicarsi ad azioni  ben più gravi, a vere scelleratezze. A conferma del qual  significato, ne sia lecito apportare qualche esempio,  che io sceglierò esclusivamente da Tacito: Hist. IV, 58,  « an si ad moenia urbis Germani Gallique duxerint, avvia  patriae inferetisì horret animus tanti flagitiì imagine ».  Trattandosi qui del portare le armi contro la patria,  credo non si reputerà adatta a rendere quel Jiagitium  qualche parola come « turpitudine » o « bruttura »; qui  si tratterà invece di vera e propria « scelleratezza » o  « infamia » o « delitto » ; si tratterà insou^ma di uno  scelìis; e scelus è infatti, immediatamente dopo, chia-  mata una tale azione: « quis deinde t^celeris exitus, cwn  Romanae legiones se cantra derexerint) »   La medesima identità tv a Jiagitium e scelus si scorge  pure nel capitolo precedente, a proposito del giura-  mento fatto dai soldati romani allo straniero. Ivi in-  fatti si legge: {Hist.) « ut, flagitium incognitum  Romani exercitus, in externa verba iurarent, pignusquò  tanti sceleris nece aut vinculis legatorum daretur ». Pure  utile al nostro intento è 1' altro passo {Ann.)  « leviore flagitio legatnm ìnterficietis, qnam ab imperatore descìscitis », e 1' altro (Ann. XV, 45, 8) nel quale  il liberto Aerato, inviato nella Grecia e nell'Asia a  commettere sacrilegi nei templi, è chiamato « cuicum-queflagitioiyvomptus », e l'altro ancora (i4?in.),  nel quale si dice che Nerone imputava ad Agrippina  tutti i flagìtia di Claudio, ^a^tYm dai quali quindi non  si potrebbero logicamente escludere le uccisioni di Si-  lano e di Statilio Tauro e delle ricche matrone e dei  molti cavalieri, procurate da Agrippina, dopo il matri-  monio con Claudio. Non sarebbe difficile addurre altri  esempii: quelli addotti mi paiono per ora sufficienti a  provare questo: che fiagitium sia parola di significato  molto vario circa la gravità del fatto che con esso si  imputa; tanto vario, che da semplice azione « scanda-  losa » può di grado in grado discendere fino a denotare  vera e propria azione « delittuosa » e « scellerata »; ed  essere, come abbiamo già visto, sinonimo di scelns. Il  che tanto più deve valere, se la parola è adoperata in  senso giudiziario: scelas, peccatnm, Jlagitùcm, maleficium,  ^jrohriim, facinus si usano, dice il Ferrini, [Esposizione  storica e dottrinale del diritto penale romano^ P^g- 18j,  promiscuamente nelle fonti medesime, per indicare gli  stessi reati. Vuol dire che, a determinare la gravità  della colpa indicata da fiagitium, converrà esaminare  nei singoli passi a quali fatti esso alluda. E poiché  nel passo di Tacito, Ann. XV, 44 « per fiagitia invisos »  si tratta di tali tatti, per i quali l'A. ritiene evideate-  mente non disdicevole ai Cristiani 1' accusa di « incen-  diarli », quell'accusa cioè per la quale egli dice poco  dopo i Cristiani « colpevoli e meritevoli delle maggiori  pene » ; e poiché nel passo di Plinio « fiagitia  cohaerentia nomini » non può esser dubbio che i fiagitia  sieno gli scelera dei quali l'A. parla poco dopo {/urta,  latrocinia ecc.), deve rimaner ferma la conclusione che  anche in questi due -pàssi fiagitia denoti vere e proprie  « scelleratezze » o « delitti ».  È stata oggetto di controversia la frase sitbdere  reum, che si ritrova tre volte adoperata da Tacito. I  passi sono i seguenti:   Ann. I, 6 17 «metuens ne reus suhderetuv ».   Ann.: mos vulgo [esf] quamvis falsis reum  suhdere ».   Ann. « abolendo rumori Nero stihdidit  reos... qiios... ».   La maggior battaglia si è veramente addensata  sul terzo passo, quello riguardante i Cristiani. Che  cosa vuol dire Tacito? Che Nerone accusò falsamente  i Cristiani? Che li sostituì a se quali colpevoli dello  incendio? O semplicemente che, per isviar la voci  pubbliche che lo accusavano, fece iniziare il processo  contro di loro? Sull'opinione di molti ha avuto cer-  tamente efficacia non poca la frase sìibdere testamen-  tum « far comparire un altro testamento » e cioè, evi-  dentemente, falso), che si ritrova in Tacito stesso,  Ann.: Ma questo verbo siibdere ha sì sva-  riati significati, che, se dovesse valere questa ragione  analogica, si potrebbe, con pari diritto, giungere alle  più avventate conclusioni. E per limitarci a Tacito  solo, si vegga di grazia quanti sono gli usi e i signifi-  cati diversi che può presentare tal verbo. Pugionem  capiti subdere in Hist. è certamente « nascon-  dere il pugnale sotto al guanciale » ; facem subdere in  Hist. II, 35, 6 e Ann. XV, 30, 4 è « accostar di sotto la  face » ; amphitheatro fundamenta subdere in Ann. IV, 62, 5  e animalia aratro subdere in Aìdi. è « sotto-  porre »; imj)erio aliquem subdere in Ann. XII, 40, 16  è « assoggettare all' imperio » ; rumor eni subdere in  Hist. III, 25, 1 e Ann. VI, 36, 3 è « far circolare la  voce »; subditis qui accusatorum nomina sustinerent m  Ann. è « avendo subornato alcuni a soste-  nere le parti di accusatori » e « subornare » è pure nel testo. Una espressione poi che si accosta molto  alla nostra è quella degli Ann. Ili, 67, 13 « ne qìds  necessarionim iuvaret j^ericUtantem^ maiestatis crìmina suh-  dehantur ». Qui si tratterà probabilmente dell'» imbastire  processi di maestà ». Che sia pur questo il significato  della frase subdere reos? Al passo nostro Ann. « abolendo rumori Nero subdidit reos.... quos » tal signi-  ficato non disconverrebbe. Da tutto il passo risulta  anzi che il processo contro i Cristiani fu raffazzonato  o imbastito alla peggio; tanto è vero, che non solo i  rei confessi d' incendio furono condannati, ma altresì  tutti gli altri che essi denunciarono quali aggregati  alla loro sètta, e che quindi furono convinti delVodium  humani generis. Ma v' è un altro passo cui tal signifi-  cato non s' attaglia ed è Ann. I, 39, 6 « utcjue mas vìdgo  qìiamvis falsis reum .subdere ». Qui evidentemente Tacito  vuol dire che il volgo suole delle sue disavventure in-  colpare sempre qualcuno, anche se colpa in realtà non  esista. Saremmo dunque qui a un semplice « incolpare »  o « attribuir la colpa », ma è da notare che reus è qui  adoperato in un senso traslato, non nel senso giudizia-  rio; negli altri due passi invece nei quali si ritrova  presso Tacito 1' espressione subdere reiim, si tratta di  vero e proprio processo, e reus ha quindi il suo signi-  ficato proprio di « accusato ». Qual sarà dunque in questi due passi il significato della frase? A me pare che  l'uno di essi sia molto chiaro, e ci dia pur modo di  scorgere il significato di quello cosi controverso. Questo  uno è il passo Ann. I, 6, 17, che narra della uccisione  di Agrippa Postumo. Tacito dice probabile che Tiberio e Livia abbian procurato la morte di quel giovane sospetto ed odiato. Ma quando il centurione anda ad annunziare a Tiberio essere stato eseguito l'ordine, Tiberio rispose non aver nulla ordinato, e che se ne doveva rendere ragione al Senato, Allora comincia a temere Sallustio Crispo, il quale era a parte del segreto, ed aveva mandato al tribuno il biglietto con l’ordine della  uccisione. Comincia a temere che non ci andasse di  mezzo lui, che non fosse incolpato lui, semplice mandabario: mefuens ne reus subderetnr. Si tratta dunque qui  di un mandante che rimane nell' ombra, e di un mandatario, il quale agisce per ordine suo, e si compromette, e può essere incolpato lui di tutto. Il caso del  processo contro i Cristiani è identico a questo. Tacito  cioè fa capire ogni tanto che Nerone possa essere il  mandante quegli che ha dato 1' ordine (cfr. dolo jprinci-  pis'. mssum incendium): ma non ha dubbio che i Cristiani  sieno gli esecutori^ giacché anzi li dice confessi; ^ quando  dunque dice che Nerone suhdidit reos i Cristiani, egli  vuol solo dire che li mise sotto processo; benché  egli come mandante avesse la colpa maggiore. Questo  il pensiero di Tacito: altra questione è poi se sia at-  tendibile la notizia, oppur solo il sospetto, che l'ordine  partisse realmente da Nerone. Intanto mi preme ram-  mentare come questa frase del suhdidit reos sia stata  addotta da moltissimi come lo scoglio contro cui sa-  rebbe sempre andata a infrangersi l' interpretazione  ohe di tutto il passo Ann. XV, 44 presentai nell' opuscolo. L'incendio di Roma e i primi Cristiani ». Questi  rei erano dunque subditicii! si è detto. Sì, subditicìij a  2 Tac. Ann. XV, 44: correpti qui fatehantur. Fatevi adope-  rato assolutamente a proposito di un processo può riguardare  solo la confessione di quello appunto, che forma materia di ac-  cusa. V. V ine. di Roma, nota 27, in questa ediz. Qui si tratta  di un processo d'incendio; dunque la confessione è d'incendio.  Nella lettera di Plinio X, 96 [97J l' accusa è « di esser cri-  stiani » ; e confitentes sottintende se Christianos esse. Tacito stima più colpevole chi ordina il male che chi  lo eseguisce per ordine. Cfr. An7i. XIV, 14 « et eius flagitium  est, qui jìecuniam oh delieta.... dedit » ; e poco dopo : < merces  ab eo qui iubere potest vim necessifatis affert ». quello stesso modo che era subditìcius Sallustio Crispo,  che per comando di Tiberio aveva fatto uccidere Postumo! Nell'uno caso e nell'altro il maggior colpevole  per Tacito è chi ha dato l’ordine, non chi 1' eseguisce. Questo passo, non che dunque infirmi, conferma anzi tutta l' interpretazione mia; la quale fu, sempre, appunto questa: che, nella mente di Tacito, i colpevoli  di avere appiccato le fiamme fossero i Cristiani, il colpevole di averlo ordinato fosse Nerone.  Riccardo Campa. Keywords: il concetto di  rivincita – rivincita -- la rivincita del paganesimo romano, filosofia romana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Campa” – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Cam

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