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Tuesday, April 30, 2013

LE DANAIDI -- Di Salieri

Speranza

Antefatto [modifica]
Nella mitologia greca, Danao ed Egitto erano fratelli gemelli, figli di Belo, re di un mitico regno di Egitto, e genitori essi stessi, rispettivamente, di cinquanta figlie (le Danaidi) e di cinquanta figli (gli Egiziadi). Danao era stato costretto a fuggire nella sua patria originaria di Argo a seguito dell'usurpazione e della persecuzione subite da parte del fratello. L'opera inizia alla morte di questi, quando, su invito di Danao, si celebra la rappacificazione tra i due rami della famiglia, da sancire mediante il matrimonio incrociato tra Danaidi ed Egiziadi, ridotti nel libretto al numero complessivo di trentadue (anziché cento, come nel mito originario).

Atto I [modifica]

Danao e Linceo, erede del defunto Egitto, giurano di soffocare tutti i risentimenti che hanno diviso i due rami della famiglia, e Danao invita le figlie ad unire le loro mani agli Egiziadi, sotto la guida dei due primogeniti, Linceo, appunto, ed Ipermestra, i quali, nella seconda scena, si rallegrano per la sorte loro toccata, in quanto già legati da un segreto rapporto d'amore.

Atto II [modifica]

Di fronte all'altare della dea Nemesi, Danao, che teme per un oracolo che ha predetto la sua morte par mano della discendenza di Egitto, rivela falsamente alle figlie che gli Egiziadi intendono portare a compimento gli odiosi disegni del loro padre e che pertanto si propongono di trucidarle, insieme a lui stesso, al momento delle nozze; chiede quindi loro di prevenirli e di giurare di ucciderli con i pugnali che egli fornisce a ciascuna. Ipermestra trema, ma non si unisce al giuramento. Nella seconda scena, Danao, accortosi del comportamento tenuto dalla figlia, la investe con la sua ira, chiedendole di rispettare ed onorare la volontà del genitore e, siccome ella rifiuta, Danao minaccia di morte immediata sia lei sia l'amante, nel caso che ella lasci trapelare alcunché degli intendimenti paterni. La terza scena è una sorta di scena della pazzia in cui Ipermestra, rimasta sola, esterna la propria disperazione.

Atto III [modifica]

La festa del matrimonio ha inizio tra danze, canti e brindisi a Bacco, ma, quando Linceo offre a Ipermestra una coppa di vino, questa dà segni di terrore nel dubbio che lo stesso possa essere avvelenato, e lascia così interdetto il suo promesso sposo, inducendo contemporaneamente suo padre ad intromettersi, nel timore che ella possa rivelare qualcosa, e a rinnovarle quindi, di sottecchi, le sue minacce di morte. Di nuovo in preda alla disperazione, Ipermestra abbandona la scena seguita da Pelago, cui Danao ha dato il compito di sorvegliarla. Le ultime due scene sono occupate da un balletto-pantomima che rappresenta le Danaidi che blandiscono ed ubriacano i loro sposi, e poi le coppie che vengono condotte verso la camere nuziali.

Atto IV [modifica]

Dopo aver tentato invano, un'ultima volta, di convincere il padre a desistere dai suoi delittuosi propositi di vendetta (scena prima), Ipermestra si rivolge agli dèi pregandoli perché allontanino in qualche modo Linceo da quella reggia di morte (scena seconda). Quando questi entra, Ipermestra lo scongiura in tutti i modi di partire, ma rifiuta tuttavia di rivelargli il perché; ciò induce il giovane a concepire sospetti di infedeltà, che si disperdono però di fronte alla disperata minaccia della donna di trafiggersi con quello stesso pugnale che era in effetti destinato a lui (scena terza). La scena quarta vede prima l'ingresso di Pelago che, tradendo Danao, invita Linceo a seguirlo, poi la straziata rivelazione, da parte di Ipermestra, che le sue sorelle stanno sgozzando gli Egiziadi. Linceo rifiuta di fuggire e corre invece in soccorso dei fratelli, le cui grida disperate invadono la scena, mentre la donna cade priva di sensi.

Atto V [modifica]

Nella prima scena, Ipermestra rinviene e, pensando che il suo sposo sia stato ucciso, inveisce contro la crudeltà del genitore, ma, quanto questi entra con violenza (scena seconda) e, non vedendo il cadavere di Linceo, gliene chiede conto, la donna capisce che il suo sposo si è salvato, ringrazia gli dèi e sfida sprezzantemente la vendetta del padre, lasciando la sala. Danao si rallegra comunque all'idea che Linceo non abbia potuto sicuramente abbandonare il palazzo, e si affretta quindi alla sua ricerca per ucciderlo (scena terza). La quarta scena è occupata da Plancippe e dal coro delle Danaidi che invadono il palcoscenico con i pugnali insanguinati, in preda ai fumi dell'alcool, e si danno a selvaggi canti di gioia, finché non sono raggiunte dal padre (scena quinta), il quale le informa del tradimento di Ipermestra e le incita a scovare il sopravvissuto Linceo, che deve trovarsi ancora nascosto da qualche parte nel palazzo, e a trucidarlo. Rimasto solo (scena sesta), Danao inveisce contro gli dèi che sembrano voler riservare solo a se stessi il dolce piacere della vendetta. Le quattro scene successive vedono prima l'ingresso di due ufficiali della guardia che annunciano a Danao che Linceo sta assalendo il palazzo con i suoi soldati dopo aver trucidato le invasate Danaidi ed aver così vendicato i fratelli. Successivamente viene condotta in scena Ipermestra sulla quale il padre vorrebbe ora sfogare la sua ira vendicatrice, ma un terzo ufficiale gli annuncia che ormai tutto è finito per lui perché anche i suoi seguaci, disgustati, si sono uniti a Linceo, e, quando egli sta per trafiggere la figlia, irrompe in scena il suo ex comandante della guardia, Pelago (seguito da Linceo e dal popolo), il quale lo previene uccidendolo a sua volta, nonostante la disperata richiesta di pietà avanzata da Ipermestra al suo sposo. L'undicesima scena rappresenta Linceo ed il popolo che, inorriditi da quanto è successo, si apprestano a fuggire da un luogo funesto che verrà presto inghiottito dall'inferno, ed a condurre Ipermestra nel regno di Linceo, da loro definito "felice impero di Iside". L'ultima scena è di grande effetto: il palazzo, spezzato dalla folgore e divorato dalle fiamme, sprofonda e scompare nel Tartaro, dove un silente Danao e le piangenti e disperate figlie sono fatti oggetto dei castighi più crudeli. Queste implorano i demoni di far cessare le loro pene, ma essi, implacabili, dichiarano che tale pene dureranno in eterno.

SALIERIANA

Speranza


Antonio Salieri: Truth or Fiction

Salieri: Truth or Fiction





















Not until the success of Peter Shaffer’s film Amadeus has Antonio Salieri become a household name.

However, this notoriety that Antonio Salieri has gained is far from desirable.

He is reputed to be a mediocre composer with a passionate envy of Wolfgang Amadeus Mozart.

It has even been alleged that Salieri went as far as to poison Mozart.

Musicologists agree conclusively that this rumour has no substance.

However, that has not prevented it from being spread by such works as Alexander Pushkin’s little tragedy "Mozart and Salieri."

The popularity of Peter Shaffer’s dramatic play, Amadeus, and the movie that followed brought this image of Salieri to the masses.

However, poor Salieri has not been served justice in history.

Salieri was indeed an excellent composer who actually enjoyed more success in his lifetime than Mozart did in his time.

Antonio Salieri was born on August 18, 1750 in the little Italian town of Legnago, which was part of the Venetian territory.

Salieri was sent to the public school to learn Latin, and was also taught by his brother, Francesco, in the study of violin, piano, and singing.

Francesco was a very talented violinist and was often called upon to play for church festivals in the area surrounding Legnago.

Salieri, having a taste for music from his infancy, would accompany his brother whenever there would be enough carriage space to accommodate him.

Once when Salieri was ten years old his brother went off to play at a neighboring village.

As usual, little Salieri wanted to join his brother and hear the wonderful music, in this case, a violin concerto.

However, there was no room for him in the carriage, so he was not able to attend.

Nonetheless, Salieri soon set off on foot to the village without asking permission from his parents.

His parents were very worried by his disappearance, and when he returned his angry father threatened to confine him to his room for a week with a diet of nothing but bread and water if he ever attempted the offense again.

Young Antonio had no doubt that his father would stay true to his word if he was ever to try the same stunt.

However, he would not pass up on future opportunities to hear beautiful music.

It is in this story that a strange fact about Salieri surfaces: he was in love with sugar.

Salieri reasoned that this imprisonment would be bearable if only he would have sugar to eat with the bread.

Accordingly, he began to stockpile sugar in his room in case the time ever came where his father would indeed punish him as stated.

The time soon came when Salieri’s brother went off to play and he could not bring his little brother.

That morning, Salieri told a servant that he was going to mass.

He fully intended on going to mass and then coming home.

It just so happened that mass was on the way to where his brother was playing.

Salieri could not resist and began to travel off to hear his brother play.

However, a person that Salieri’s father had sent to keep watch of him brought Antonio back to the house before he began his journey.

Salieri’s father was very upset and keeping his word sent Salieri to his room.

Antonio was not very upset of his punishment for he was prepared with his sugar.

He waited for his dinner and when the time came, a servant brought in the bread and water as his father had promised.

When the servant left, Salieri went to retrieve his stockpile of sugar, but to his horror, it was gone.

According to Alexander Wheelock Thayer in his work Salieri: Rival Of Mozart, Salieri wrote in a letter,

"I had entrusted my secret to my sister; she had entrusted it to my mother, and she had entrusted it to my father, who on that very morning before I was brought back, had confiscated my entire stock as contraband of war"


Returning to the matter of Salieri’s instruction in music, besides being taught by his talented brother, he was also taught by a local organist, Giuseppe Simone.

He proved to be a very apt pupil in his studies of music.

Even at a young age he had formed his own opinions of what good music should sound like.

For example, Salieri frequently attended mass and vespers at a nearby convent. One day while Salieri was walking with his father, they encountered the monk who played organ at the convent. Salieri’s father greeted him kindly, while Antonio greeted him with noticeably less enthusiasm. When Salieri’s father asked him why he was so cold to the organist, he responded, "I don’t like him because he is a bad organist"


Misfortune soon struck the Salieri family with Antonio’s father and mother dying between the years 1763 and 1765.

Antonio lived with a brother in Padova until some time in 1766.

At this time, Giovanni Mocenigo, who was a friend of Antonio’s father and a well-off Venetian nobleman, took Antonio with him to Venice.

He planned on sending Salieri to Napoli to continue his musical education.

In the meantime Salieri happened to attend the opening of a melodramma in Venezia.

Before the opera, a man in a large fur cloak came near Salieri to greet a woman.

Salieri soon realized that the man was none other than Pietro Guglielmi, the composer of the melodramma.

Guglielmi was so absorbed in his talk with the woman that he did not realize that the young Salieri was hugging his coat sleeve out of love for his music.

Salieri only stayed with Mocenigo for three months, but during this time he studied thorough bass with Giovanni Pescetti and signing with Ferdinando Pacini.

There was to be held in Venice an opera called Achille in Sciro.

Florian Leopold Gassmann, the court ballet and chamber music composer in Vienna, was called to Italy to compose the music for this opera.

Ferdinando Pacini was employed to sing in the opera and came to know Gassmann.

Pacini happened to mention the talented youth he was currently teaching.

Gassmann took quite an interest to the young Salieri as he was very impressed with his singing and piano playing.

He insisted that he take Antonio back to Vienna with him as his pupil in composition.

So began Salieri’s career in Vienna where he would spend the rest of his life.

Interestingly, Gassmann made sure to take Salieri to the church as soon as they arrived in Vienna.

According to Thayer, Salieri wrote that Gassmann told him, "I thought it my duty to begin your musical education with God.

Now it will depend upon you whether its results shall be good or bad.

I shall at all events have done my duty" (30).

And so it was that Gassmann instructed Salieri
only after having made this pact with God.

Salieri had of course already mastered the piano, violin, and singing.

He had knowledge of thorough bass and reading music came naturally to the talented young musician.

In instructing the boy, Gassmann intended on making him a master at vocal composition and especially at operatic composition.

Antonio was provided with a teacher of the languages of German and French.

Don Pietro Tommasi, a priest, gave Antonio lessons in Latin, Italian, poetry, and anything else that would be relevant to his future profession.

Gassmann began instructing Antonio in counterpoint. Gassmann insisted that Antonio restrict himself to learning the rules of music and not yet begin to compose.

However, Salieri could not refrain from composing, and he did so in secret every chance he could.

At this time Joseph II was the Emperor of the Holy Roman Empire.

"GIUSEPPE II" is commonly referred to as the musical emperor.

He was fairly gifted in music and saw to it that Vienna
became the premiere musical city in Europe.

Gassmann was the court ballet composer in Vienna.

GIUSEPPE II was very fond of Gassmann and his music.

When he heard of the talented youth that Gassmann had brought back with him from Venice, he expressed that he would like to see him.

Gassmann brought Antonio to the palace soon thereafter and the boy had a conversation with the Emperor.

At first Salieri was very nervous and reluctant, but he soon became at ease with the kind Emperor and they proceeded to talk of music, his home and so on.

Salieri also took the opportunity to express his gratitude to Gassmann whom he considered a second father.

Joseph then requested that Salieri sing and play the piano for him.

The emperor was very impressed with the boy’s singing and his skill on the piano.

He requested that Gassmann be sure to bring his pupil with him whenever he came to the court.

It was from this moment that Salieri endeared himself to the Emperor, a very important factor in his career progression.

According to Grove Music Online, Salieri proved to indeed be "the greatest musical diplomat" as one of his students described him.

He had a knack for befriending those that would be beneficial to his career.

Besides befriending the Emperor, Salieri also befriended Gluck, a forefather of opera, and Pietro Metastasio, one of the finest librettists to this date, among many others he met along the way to his success.

Salieri soon had his chance to write real operas to be produced upon the stage.

In 1769, Gassmann went to Rome to compose an opera for a carnival there.

It so happened that Giovanni Gastone Boccherini had written a comic Italian opera libretto entitled "Le donne letterate".

It was intended that Gassmann compose the music for the opera.

However, since Gassmann was in Italy, the composing duties were placed upon Salieri.

Salieri, now twenty years of age, accepted this task with great enthusiasm.

He worked very passionately on this opera until he completed it.

On the opening night, Salieri was very anxious.

He ran around the town to look upon the fliers with his name on them.

When he arrived at the theatre, he was thrilled to see how many came to hear his first opera.

The opera was performed to much applause and Salieri was greatly pleased.

This was a fine comic opera, or opera buffa as it was called.

Now Salieri turned his attentions towards writing a dramatic opera, or opera seria.

In 1771, Salieri wrote "Rinaldo ed Armida" on a libretto by Marco Coltellini.

The year 1772 was an important year for Salieri in which he composed three operas.

Two were only moderately successful, but the first, "La fiera di Venezia", was a major success.

It made Salieri’s name known all throughout Europe.

The Emperor Joseph
helped to spread the word about
 SALIERI in Italy and in France, for he
had powerful connections there:
his sister was Marie Antoinette and his brothers were Leopold, Grand Duca of Tuscany, and Ferdinand, Governor of Lombardia.

Joseph sent a copy of Salieri’s "Rinaldo ed Armida"
to his brother Leopold and told him of the great success
it enjoyed in Vienna.

Leopoldo soon replied that he would like to have Salieri write an opera for Firenze.

So it came to be that Salieri was sought after throughout Europe for his compositions.

In 1774, Salieri lost his second father and benefactor.

Gassmann died on January 22 of that year.

Gassmann’s wife and children would always have a kind protector in Salieri.

Joseph was very upset by the loss of his dear Kapellmeister Gassmann.

He offered the now vacant position of imperial royal chamber composer to Salieri.

He also appointed Salieri as the Kapellmeister to the Italian Opera House in Vienna.

Salieri was only 24 years of age at the time.

In 1775, Salieri met his future wife, Teresa von Helfersdorfer.

However, before Salieri could have her hand in marriage, he had to obtain permission from her guardian whom her father had appointed before he died.

The guardian said that he would allow Salieri her hand in marriage if he was convinced that he could support her.

Salieri told him that he earned 300 ducats as Kapellmeister of the ITALIAN OPERA, a hundred ducats as imperial chamber composer, and that his compositions and music lessons brought in another 300 ducats annually.

The guardian responded that Salieri could only count on the hundred ducats that he received from the court.

He told Salieri to come back when his position improved.

When the Emperor found out about this, he raised Salieri’s salary
from one to three hundred ducats.

Salieri returned to the guardian and he consented to
the marriage which would eventually
produce eight children.



In 1776, GIUSEPPE II reorganized the court theatres with an emphasis on spoken drama.

This allowed Salieri to return to his homeland to write opera there.

Between the years 1778 and 1780, Salieri wrote five operas for theatres in Rome, Venice, and Milan.

These were mainly comic operas.

One of these comic operas was "La scuola de’ gelosi", a work which up to this point was the most successful and established Salieri’s reputation all throughout Europe.

In 1780, Joseph commissioned Salieri to write Singspiel, or a German opera, for the National theatre.

Der Rauchfangkehrer was performed in 1781.

It was one of only two German operas written by Salieri.

It was very successful until it was overshadowed by another opera, Die Entführung aus dem Serail.

The composer of this opera was none other than Wolfgang Amadeus Mozart.

A turning point in Salieri’s career occurred when Gluck was commissioned for a work by the Paris Opera.

However, Gluck was too weak to compose the opera.

He passed the duty on to Salieri.

This opera, Le Danaide, was a major success when it was performed in Paris.

Its success was such that the Paris Opera commissioned two more works from Salieri.

The second, "Gli Orazi ed I Curazi" (tratto da Coreneille), was a failure due to bad luck on the part of the performers.

However, the third, "Tarare", was one of Salieri’s greatest triumphs.

His Italian translation of this opera, Axur re d’Ormus, was just as big of a success.

In 1788, Salieri was made Hofkapellmeister by Joseph, a position which he filled until his retirement in 1824.

From this point on he focused more on the administration of the court chapel and the composition of church music.

Joseph II died February 20th of 1790.

Rumors circulated that Salieri was to be dismissed or resign as Hofkapellmeister.

However, the truth of the matter is that Salieri requested that his duties be reduced, agreeing to compose an opera every year for the court theatre.

So began a decline in Salieri’s career, for he no longer had the patronage of Joseph II, the stimulating rivalry of Mozart, or the opportunity to write operas for France because of the Revolution.

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Salieri continued to stay active in the music world
even though his rate of composition slowed.


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He focused very much on his duties in the chapel and the music library.

He also served as the president of the Tonkünstler-Societät, which was founded by Gassmann to support the widows and children of musicians.

He conducted and composed much music for this society’s benefits.

To be certain, Salieri did not just write operas.

His range of compositions was very diverse.

He wrote piano concertos, symphonies, masses, among many other types of music.

In 1815, Salieri was responsible for directing and planning musical events for the Congress of Vienna.

Throughout Salieri’s busy life, he made teaching a priority.

 Not only was he a wonderful vocal and composition teacher, but most of the lessons that he gave were gratis.

Salieri was forever grateful to the kindness of Gassmann in teaching him for free and taking him under his wing, and he returned the favor to many musicians including the likes of Beethoven, Schubert, and even Liszt.

When teaching, he placed an emphasis on placing words to music, for this was his specialty.

There is indeed no evidence to support
 the idea that Salieri killed Mozart.

In Salieri’s last years, he suffered a physical and mental breakdown.

He was admitted to the Vienna general hospital and the rumor spread that Salieri accused himself of killing Mozart.

However, there was no concrete evidence of this.

It would have been very unreasonable to think that Salieri killed Mozart.

For during the times that the two great composers were both alive they were, for the most part, friends.

Of course, there were times when the two did not see eye to eye.

This was only natural as Salieri and Mozart came from different musical traditions and wrote in very different styles.

On the whole, they got along with one another fine.

It was even reported that Salieri came to visit Mozart on his deathbed.

It is also reported that Salieri was one of the few who attended Mozart’s funeral.

It is now widely accepted that Mozart’s cause of death was rheumatic inflammatory fever.

Thus, it is very unfortunate that Salieri, such a brilliant person and composer, would be defamed as such by the likes of Pushkin and those who rumored against him.

He was indeed a truly outstanding person.

As a family man and a musician, balancing both demanding efforts, there were no rivals.

Fortunately, Salieri’s reputation is now being cleared.

More and more people are becoming aware of his works through new recordings and increasing numbers of performances of his music.

Much of this revival can be credited to his being brought to the spotlight by the movie Amadeus, which while factually inaccurate, never actually directly indicts Salieri of killing Mozart.

Hopefully, one day Salieri’s music will be played again worldwide in all its glory and he will receive the credit that he so rightfully deserves.

REFERENCES


Braunbehrens, Volkmar.
"Maligned Master: The Real Story of Antonio Salieri."
New York: Fromm International Publishing Corporation, 1992.

Mandelstam, Nadezhda. "Mozart and Salieri." Ann Arbor: Ardis, 1973.

Pushkin, Alexander. "Mozart and Salieri: The Little Tragedies." Trans. Antony Wood. London: Angel Books, 1982.

Reid, Robert. "Pushkin’s Mozart and Salieri: Themes, Character, Sociology." Amsterdam: Rodopi, 1995.

Shaffer, Peter. "Amadeus." New York: Perennial, 2001.

Thayer, Alexander Wheelock. "Salieri: Rival of Mozart." Kansas City: The Philharmonia of Greater Kansas City, 1989. Ed. Theodore Albrecht.

"Antonio Salieri", Grove Music Online

Tracks for CDs, "Axur, re d'Ormus" -- SALIERI -- tenor role

Speranza



Axur Re d'Ormus
 

01. Sinfonia (2:35)

02. Qui dove scherza l'aura (1. Akt) (3:57)
03. Chi di noi più felice (2:40)
04. Perdermi? E chi potria (3:17)
05. Per te solo, amato bene (4:49)
06. Non mi seccar, biscroma (2. Akt) (3:18)
07. Coperto di sangue (2:39)
08. E'ben ver quel nome amato (3:04)
09. Ne' più vaghi soggiorni dell' Asia (5:13)
10. Si vada subito (1:27)
11. Pietade signore, del misero atar (3:06)
12. Soave luce di paradiso (2:59)
13. Dove andò quel maschio ardire (5:16)
14. Irza bella, e che ti arresta? (6:43)
15. Tu fa che intanto uniscasi (3. Akt) (2:13)
16. O divina prudenza (2:11)
17. Da qual nuova sciagura (2:42)
18. Tu nel mar la cara sposa (1:15)
19. V'andrò, tutto si tenti (2:15)
20. Come ape ingegnosa (2:38)
21. Marcia (1:21)
22. Re del persico mar (3:55)
23. Atar il giovinetto (1:49)
24. Non partir, la scelta è ingiusta (6:29)

CD 2

01. Introduzione (4. Akt) (0:58)
02. Cosa veggio! (0:46)
03. Non borbotto, parlo schietto (3:22)
04. Come leon feroce (1:33)
05. De sposarme ti ha promesso (8:04)
06. Nato io son nello stato romano (6:03)
07. In mezzo al mare (2:04)
08. Salvo son, tu il merto n'hai (5:11)
09. Pien d'amoroso foco (3:08)
10. Misero, abbietto negro (2:20)
11. Viva, viva Irza ritosa (3:12)
12. Dio difensor de' miseri (2:19)
13. Come fuggir fiammetta (3:32)
14. Son queste le speranze (4:52)
15. Venne dal tuo signor (1:23)
16. Salva me da tanta infamia (2:09)
17. Di questa donna, o muto (1:42)
18. Guardami da lontano (1:09)
19. Dunque un moto tu non sei (6:55)
20. Idol vano d'un popol codardo (5. Akt) (4:08)
21. Morir posso una sol volta (2:25)
22. Non imputar la pena (1:41)
23. Barbaro, il mio coraggio (4:47)
24. Misero, i falli suoi (4:30)


LIBRETTO DI "AXUR,RE D'ORMUS" -- Salieri

Speranza

AXUR, RE D'ORMUS

Dramma tragico in cinque atti.

Libretot di
Lorenzo Da Ponte

musicato da

Antonio Salieri

Prima esecuzione: 8 gennaio 1788, Vienna.

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P E R S O N A G G I

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ATAR,
generale dell'armi di Axur,
e sposo occulto di Aspasia
.......... TENORE


ASPASIA,
sorella di Altamor
.......... SOPRANO


AXUR,
re d'Ormus, amante non corrisposto di
Aspasia
 .......... BARITONO


ALTAMOR,
confidente del re, e nemico di
Atar,
a cui è ignoto esser questi sposo della sua sorella
.......... BASSO


ARTENEO,
sacerdote
.......... BARITONO


FIAMMETTA,
schiava di Axur
.......... SOPRANO


BISCROMA,
 schiavo favorito del re
.......... TENORE


URSON,
capitano delle guardie
.......... BASSO

ELAMIR,
figlio degli auguri
.......... ALTRO

Arlecchino, Brighella, Smeraldina, personaggi dell'arlecchinata del quarto atto.

Schiavi e Schiave, Soldati e Popolo d'Ormus.

La scena si finge in Ormus.


A T T O P R IMO

Scena prima

Boschetto sulla spiaggia del mare contiguo al casino d'Atar.
Atar taciturno, Aspasia.

ASPASIA Qui dove scherza l'aura
con grato mormorio,
dove gli ardor ristaura
l'erbetta, i fiori, il rio,
vieni, bell'idol mio,
siedi vicino a me.
ATAR Non venticel che rida,
non l'erba, il rivo e i fior,
a te mi guida amor,
amor mi tien con te.
ASPASIA E ATAR Ah di sì bella face
non turbi mai la pace
un'ombra di dolor;
ma sia di pien contento
sempre alimento al cor.
ASPASIA Chi di noi più felice
può vantarsi o mia vita? Io di te solo,
e tu pago di me, tutta in noi stessi,
nella semplicità, nella innocenza
quella gioia troviam, e quel riposo
che sempre fuor di sé ricerca invano
il cieco orgoglio, ed il capriccio umano.
ATAR È ver: credi però, se senza colpa,
o senza taccia di apparire ingrato
a un popol che m'adora, a un re che m'ama
lungi dalla città teco potessi
a privata passar libera vita,
la mia felicità sarìa compita.
ASPASIA E perché non ardisci
di parlar ad Axur? Memore il credo
de' prestati servigi
delle lunghe fatiche,
dei sudor da te sparsi: una mercede,
non negherà ad Atar quand'ei la chiede.
4 / 55 www.librettidopera.it
L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto primo
ATAR La mercede dovuta a buon soldato
dopo molte vittorie, e molte imprese
è il diritto che ottien d'andar tra primi
a versar pe 'l suo re sudore e sangue
né tal brama in me langue
sol... per te... non saprei... questo doverti
sì spesso abbandonar...
Ah, quanto ogni altra
men di te mi par bella
tanto in me cresce sempre
di perderti il timore,
tanto palpita più questo mio core.
ASPASIA Perdermi? E chi potrìa
svellermi dal tuo fianco?
Tu sei l'anima mia,
vivo e vivrò per te.
Calma gli affanni tuoi
se pur non vuoi ch'io mora,
fidati in chi t'adora
non dubitar di me.
ATAR Quanto siete possenti,
cari dell'idol mio soavi accenti
e qual nuovo infondete
entro l'incerto seno
grato raggio di gioia, e di sereno.
ATAR Per te solo, amato bene,
respirar io sento l'alma;
per te sol novella calma
splender veggio a questo cor.
ASPASIA Se tu m'ami o mio tesoro,
se di me tu sei contento,
io non so cos'è tormento,
io non so cos'è timor.
ASPASIA E ATAR Ah scacciam, ben mio dal petto
ogni affanno, ogni sospetto,
ed apprenda e terra, e cielo
a gioir del nostro amor.
CORO
(di dentro)
Ah! Ah!
ATAR Che grido è questo?
CORO
(di dentro)
Atar, Atar!
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Atto primo Axur, re d'Ormus
ATAR Oh cielo! Al nostro albergo
foco orribil s'apprese: ah, un solo istante
fermati dove sei...
ASPASIA Salvatemi lo sposo eterni dèi!
Si vedono fiamme dal lato della casa di Atar.
Pria che Atar sorta Altamor coi suoi Soldati rapisce Aspasia e la porta
alla nave.
Scena seconda
Atar solo.
ATAR Tutto Aspasia è perduto: ah, pria che noi
dell'incendio siam preda,
salviamoci Aspasia... Aspasia...
(Atar vede Aspasia sulla nave)
Aspasia dove sei? Ah qualche iniquo
me l'ha rapita, o giorno o colpo orrendo!
Presentimenti atroci ora v'intendo.
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto secondo
A T T O S E C O N D O
Scena prima
Galleria.
Axur e Biscroma.
AXUR Non mi seccar Biscroma,
l'ordine già sortì;
e tu bestia da soma,
va', togliti da qui.
BISCROMA Ah mio signore parmi...
AXUR Biscroma non seccarmi.
BISCROMA Fategli grazia, o sire.
AXUR E non la vuoi finire?
Insieme
BISCROMA Questo capo balzano ed insano
sol col guardo spavento m'ispira,
con quello ceffo, quel gesto, quell'ira,
o Biscroma, non è da scherzar.
AXUR Se mi salta un capriccio bizzarro
ti fo' por come bue sotto un carro,
ti metto un capestro, ed un laccio,
e ti faccio così terminar.
AXUR E Altamor non ritorna? Ah ch'io non posso
frenar l'impazienza...
Vola Biscroma... che fai lì?
BISCROMA (sta un po' lontano)
Signore! Penso al misero Atar.
AXUR Atar... Atar... Atar... e sempre Atar!
Cosa trova di buono in un nome sì abbietto,
quel suo corpaccio impuro, ed imperfetto?
BISCROMA Il dì che preda io fui dell'armi vostre,
in fondo a un antro oscuro i giorni miei
cercava di difendere, ma invano,
da stuolo innumerabile, e inumano.
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Atto secondo Axur, re d'Ormus
BISCROMA
Coperto di sangue,
languente, ed esangue
sentiami signore,
vicino a spirar.
Atar mi sottragge
da barbara morte,
mio grado, mia sorte,
è dono d'Atar.
BISCROMA Pietà del meschino...
AXUR Pietà! Ti par che degno
sia della mia pietà volgar soldato?
BISCROMA Nel torrente d'Arsacia, il suo valore
vi salvò dalla morte, a lui voi deste
il governo dell'armi...
AXUR E qual ragione ebbi poi di pentirmi?
L'affettata modestia di questo sciagurato,
d'un popol'abbagliato il vil rispetto,
le sue maniere... il nome...
ah che quest'uomo è un supplizio per me!
Ma dove trova la sua felicità?
BISCROMA Nel suo dovere.
AXUR Sai se a me mancan donne!
Io credo avermi cento serragli pronti alle mie voglie,
pur contento non sono:
ei non ha che una moglie e felice si crede:
ma già capiterà nelle mie mani
questo de' voti suoi gradito oggetto,
gemer vedrem, nel perderla, l'altero.
BISCROMA Ei morrà.
AXUR Tanto meglio.
BISCROMA Egli è felice.
AXUR Ei d'acquistare ardia
i cori che una volta erano miei,
egli si rese, oh dèi!
con sua finta virtù sì accetto e grato
a un popol che l'adora,
ed il delitto suo mi chiedi ancora?
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto secondo
BISCROMA È ben ver quel nome amato
la delizia è d'ogni core,
se si vede il mar turbato,
se si copre il ciel d'orrore,
tosto Atar gridar si sente.
Come fosse a questo nome
riverente e cielo e mar.
AXUR Vuoi tu finir, vil feccia del serraglio
lo sciocco panegirico?
Dovria cane cristiano, alfin la morte...
BISCROMA La morte, ognor la morte...
Sire, questo vocabolo mi secca.
Terminate una volta il mio destino,
e ritrovate poi chi vi consoli
nella noia, nell'ozio...
AXUR Sciagurato, che dici?
BISCROMA Nulla sire, Altamor chiede udienza.
Scena seconda
I suddetti e Altamor.
AXUR Appaga in pochi istanti
l'intolleranza mia.
ALTAMOR Tutto è già fatto,
nessuno sa nulla.
AXUR Aspasia?
ALTAMOR È in tuo poter...
AXUR
(con ansietà)
E la rapisti?...
ALTAMOR In braccio,
come tu più bramasti, al caro amante.
AXUR Presto tutto a me narra.
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Atto secondo Axur, re d'Ormus
ALTAMOR La metà della notte era già scorsa,
quand'io, come ordinasti,
in grossa nave,
con fido stuol di travestite genti
tacito giunsi in sull'opposta riva
ivi d'ambedue l'ali
del giardino d'Atar, ove le piante
formano quasi selva,
i soldati appiattai, l'ora aspettando
opportuna al disegno: appena l'alba
col primo raggio coloriva i monti
che al solito, vedemmo
a respirar il mattutino fresco
venir la bella Aspasia, e Atar con lei:
allora parte de' miei
a destra corse, ed appiccò improvviso
foco all'albergo,
che allo scoppio e al lampo
misto all'urlar degli spitanti schiavi,
com'io pensato avea, trasse repente
a quella volta Atar, che lasciò intanto,
quasi senza avvedersi, Aspasia sola.
Non era ancor lontano un tratto d'arco
quando dal posto mio pronto sortendo,
di propria man la sbigottita sposa
in un serico drappo
avvolsi, alzai di peso, ed alla nave
tra le braccia recandola, al lido
coll'aita de' remi a un tratto volsi.
Pochi momenti dopo Atar ved'io
sulla prossima sponda
smanioso, disperato...
AXUR Disperato?
Al rango di visir, Altamor, io t'innalzo.
Vola, Biscroma: io voglio
che un superbo apparato
della grandezza mia domani inebri
il cor della mia bella.
BISCROMA Ah troppo breve è lo spazio, signor,
non è possibile.
AXUR Temerario, che dici?
Possibile non è?
BISCROMA Possibilissimo.
AXUR Senti, se manca nulla...
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto secondo
BISCROMA Mancar? E chi non sa
come si dée servir sua maestà.
(parte)
Scena terza
I suddetti, Fiammetta, Schiavi del serraglio, Aspasia, coperta di un velo
nero.
CORO
di schiavi e schiave
Ne' più vaghi soggiorni dell'Asia
mette amor alle piante d'Aspasia
tra il fulgor della regia grandezza
le ricchezze e il perfetto piacer;
quel piacer che nell'umile tetto,
non risente magnanimo petto,
e beltà che ad un soglio non giunge
troppo è lunge dal vero poter.
AXUR Ognun s'inchini, e la mia bella adori.
(tutti s'inginocchiano)
ASPASIA Oh, spaventosa sorte,
che me persegui co' gli orrori tuoi!
Dal cupo seno di profonda notte
qual mai nuova a me
sorge infausta luce?...
Dove son io? Palpito, gelo, e manco!
FIAMMETTA Nella reggia d'Axur...
ASPASIA Numi! Che sento?
AXUR (Biscroma, che portento!)
ASPASIA Nella reggia d'Axur?
AXUR Sì d'Axur che t'adora.
ASPASIA È questa iniquo,
la mercede che rendi
alla fede, al valor! Egli la vita
a te salvò, tu gli rapisci... Oh Brama...
(sviene)
BISCROMA Oh che orrendo trasporto!
L'eccesso del dolore
le pupille le chiuse.
UNO SCHIAVO Ahi qual la copre
tetro velo di morte!
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Atto secondo Axur, re d'Ormus
AXUR Sciagurato!
Tu parli di sua morte!
(uccide lo schiavo)
Mori tu pria di lei: e voi, vigliacchi,
o rendete la luce agli occhi suoi
o s'armeran, per questo ferro il giuro
se mai perdo costei,
sopra tutto il serraglio
i sdegni miei.
CORO
Si vada subito,
tutto si faccia,
se Axur va in collera,
se Axur minaccia,
sappiam che il fulmine
lontan non è.
Prima che scoppino
suoi sdegni orribili
seguiamo gli ordini
del nostro re.
(tutti partono menando seco Aspasia)
Scena quarta
Urson, Axur, Altamor, poi Atar.
URSON Signor, il prode Atar, quel gran guerriero
del popol meraviglia,
disperato, e fremente
chiede udienza, e giustizia.
AXUR Fremente, disperato?
(si rasserena un poco)
URSON Ah, tanta è la sua pena,
che un uom in lui si riconosce appena.
AXUR Digli ch'entrar gli lice.
(Son compiuti i miei voti, egli è infelice.)
(Atar entra e si ferma un poco)
AXUR Valoroso campion, parla che chiedi?
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto secondo
ATAR
Pietade, signore
del misero Atar,
di guerra la face
in grembo alla pace
da un empio, da un perfido
io vidi allumar.
Distrusse i miei campi,
i servi m'uccise,
fe' il tutto bruciar.
Pietade, signore,
del misero Atar.
AXUR Grazie o possenti dèi!
Sciolti già sono i giuramenti miei.
No non temer che invendicati io lasci,
valoroso soldato, i torti tuoi,
tutto sperar tu puoi
da chi deve a te solo e vita, e reggia.
ATAR La tua clemenza, o sire,
deve ogni alma adorar: tutti gli oltraggi,
e tutti i mali miei
obliar io potrei,
ma il più grande, il più amaro
obliar non si può. La cara Aspasia
il barbaro mi tolse.
AXUR Altamor, chi è costei?
ALTAMOR Se non m'inganna
un fallace sospetto
qualche schiava sarà di vago aspetto.
ATAR Come? Aspasia una schiava?
Sire, perdona! A sì odiosa idea
non resiste quest'alma; Aspasia è dèa.
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Atto secondo Axur, re d'Ormus
ATAR
Soave luce
di paradiso
entro il bel viso
brillava ognor.
Parean celesti
li sguardi, e i gesti,
il dolce suono
de' cari accenti
piovea contenti
dentro il mio cor.
Dove t'ascondi,
tesoro amato?
Deh mi rispondi
se vivi ancor?
AXUR E puoi, prode guerrier, di molle pianto
per donnesca beltà bagnare il volto
se l'oggetto t'è tolto
della tua fiamma, avvi un serraglio intero,
che miglior t'offre impero;
e per una beltà, quando tu 'l vuoi,
mille trovar ne puoi; ma non si trova mai
quell'onor che si perde in pianti, e in lai!
ATAR Ah signor!...
AXUR Dove andò quel maschio ardire,
che vantar solevi un dì?
Dove andò l'orgoglio, e l'ire,
al cui lampo in marzial campo
il nemico impallidì?
Tu che a nuoto me traesti
da spumoso ampio torrente,
tu che intrepido facesti
un macello d'ogni gente,
né per foco, strage, e morte
mai spargesti un sol sospir,
or quel cor, quel cor sì forte,
perché perdi una vil serva
lascerai così languir?
Dove andò l'orgoglio, e l'ire,
dove andò quel maschio ardir?
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto secondo
ATAR
S'io ti salvai la vita,
se il degni rammentar,
lasciami vendicar
il mio tesoro.
Soffri che in nave armata
insegua il traditor;
ch'io mora, o trovi ancor
colei che adoro.
Scena quinta
Biscroma e i suddetti.
BISCROMA (Ah s'avvisare Atar...)
AXUR Biscroma, cosa brami? I detti tuoi
sian da me solo intesi.
BISCROMA Sire, la bella...
AXUR Irza... la bella...
BISCROMA Sì... Irza...
AXUR Ebben, che fa?
BISCROMA Signor, ella rinvenne.
ATAR Axur, la tua grand'alma
è sensibile, il vedo; entro il tuo ciglio
la gioia scintillò; deh, per quest'Irza...
per quest'Irza, o sultano,
(s'inginocchia)
sii pietoso, ed umano,
concedi ai mali miei questo conforto.
AXUR Atar, parla sincero:
sei tu ben infelice,
ma infelice davvero?
ATAR Ah, non ha forse
uom di me più meschino il mondo intero!
AXUR Prega che ai voti miei
la bella Irza si pieghi
e nulla sia che ai tuoi desir si nega.
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Atto secondo Axur, re d'Ormus
ATAR Irza bella, e chi ti arresta?
Non è tuo de' numi il figlio?
Fa' ch'ei trovi nel tuo ciglio,
pari fiamma a quella ond'ardì
co' bei sguardi il suo gran cor.
Ah, sì rendilo felice...
se farlo senza colpa a te pur lice.
(Biscroma furtivamente fa ad Atar de' cenni contrari)
AXUR Pria che la nuova aurora
risorga in oriente:
schiera d'armata gente
sia pronta al suo voler.
De l'onde fra i perigli,
fra l'inimico orgoglio
tu segui, io così voglio,
tu servi il mio guerrier.
(ad Altamor)
(Misero te, se mai
lo torno a riveder.)
ALTAMOR Sire a ubbidirti io volo:
basta il mio braccio solo
tuoi cenni ad eseguir;
giuro di tua grand'anima
la speme prevenir.
ATAR E questo ferro anch'io
giuro di non depor
pria che dell'idol mio
non trovi il rapitor,
pria che dall'empie viscere
io non gli svelga il cor.
AXUR Tutta la forza senti
de' giuramenti suoi,
vanne, e ritorna poi;
il premio di tua fede
spera dal tuo signor.
AXUR E ALTAMOR Veggio abbassato, e vinto
il fasto di costui,
ed a' tormenti suoi
sento brillare il cor.
ATAR Da quanti affetti mai
sento straziarmi il petto
tutto mi dà sospetto,
tutto mi fa terror.
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto secondo
BISCROMA Ah, chi mi dà consiglio,
onde avvertir l'eroe!
Io sento al suo periglio
tutto gelare il cor.
(Biscroma è sentito d'Axur alla parola periglio)
(Periglio! E che periglio
saria per Altamor,
se non capisse bene
l'idee del mio signor.)
(partono)
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Atto terzo Axur, re d'Ormus
A T T O T E R Z O
Scena prima
Piazza con veduta del tempio di Brama.
Axur, Arteneo.
ARTENEO Sire...
AXUR Parla Arteneo; da me che brami?
(accenna alle sue guardie di allontanarsi)
ARTENEO I popoli signor, d'un altro mondo
questi lochi minacciano; da lungi
il fulmine già fischia e già si vede
superstizioso e stolto
ire a' tempi de' numi il popol folto.
AXUR Ma ti pare Arteneo, che temer possa
d'uno stuol di pirati il regno mio?
ARTENEO Più che il valor nemico,
de' tuoi popoli, o sire,
la viltà mi spaventa: a noi conviene
far credere all'indian, che il cielo stesso
regge i nostri disegni; a me la cura
lascia d'insinuar al fanciulletto
dagli auguri prescelto
il nome di colui, che delle squadre
condottiero essere deve;
chi destini?
AXUR Altamor.
ARTENEO Il figlio mio?
AXUR Lui stesso.
Io non gli rendo
che una mercé dovuta.
ARTENEO Ma che sarà d'Atar?
AXUR È morto.
ARTENEO Morto!
AXUR Sì ordinai ch'egli mora.
ARTENEO Né temi... Oh dèi!...
AXUR Cosa temer! Forse i rimorsi miei?
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto terzo
ARTENEO
Di tua milizia
temi lo sdegno;
temi di perdere
corona, e regno,
per te medesimo
temi, o signor.
D'ogni trasporto
capace fòra,
lo stuol terribile
che Atar adora,
se il crede morto
per tuo livor.
AXUR Tranquillati, Arteneo: tutto previde
questa testa politica:
per un felice inganno Atar deluso,
ricercando vendetta,
a se medesimo ormai la morte affretta.
AXUR
Tu fa' che intanto uniscasi
il popolo agitato,
mostra che il cielo irato
è da' lamenti suoi,
gli auguri informa, e poi
con utile impostura
di rinforzar procura
la nostra autorità.
(parte)
Scena seconda
Arteneo solo.
ARTENEO Oh divina prudenza! Tu pur sei
l'anima delle cose! Io per te tengo
dello stato i secreti; io figlio mio
fo duce all'armata, al tempio rendo
il suo splendor, agli auguri la fama:
e un dì forse Altamor signor del mondo...
(parte)
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Atto terzo Axur, re d'Ormus
Scena terza
Atar solo, poi Biscroma.
ATAR Da qual nuova sciagura
minacciato son io! Sgombrate, o numi,
questa tetra caligine profonda,
che l'alma mia circonda!
Stamane allor che incauto Irza pregai
di rendersi ad Axur, terribil segno
fe' i miei sensi gelar... da qual sciagura
minacciato son io! Sgombrate, o numi,
questa tetra caligine profonda,
che l'alma mia circonda!
Scena quarta
Biscroma, Atar.
BISCROMA Riconoscimi, Atar.
ATAR Biscroma!
BISCROMA Oh grande!
Oh magnanimo eroe! La sorte mia
la mia felicità, la vita stessa
a te solo degg'io! Perché non posso
render a te quel ben che a me tu desti?
ATAR Ah non parliam di questi
rimoti avvenimenti... Aspasia sola...
BISCROMA Aspasia... Aspasia... Ah senti, e ti consola.
BISCROMA Tu nel mar la cara sposa
a cercar andresti invano.
ATAR Giusti dèi! Dov'è nascosta?
BISCROMA Nel serraglio del sultano.
ATAR Dal sultano!
BISCROMA Il finto nome
d'Irza porta.
ATAR Ah parla! Come,
e chi fu che la rapì?
BISCROMA Altamor!
ATAR Perfido, indegno!
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto terzo
BISCROMA Importuno or'è lo sdegno;
i giardini del serraglio
tu sai dove bagna il mar.
Guarda ben, non prender sbaglio:
s'hai coraggio questa notte
una serica scaletta
lungo il muro andrò a calar.
ATAR Generoso amico mio...
BISCROMA S'apre il tempio: addio, addio.
(parte)
ATAR
V'andrò, tutto si tenti:
ogni riparo è poco
ad un furente foco,
a un disperato amor.
Penetrerò i recessi
del tuo recinto infame,
non sazierai tue brame
oh perfido avoltor.
In lei che viva o morta
saprò strapparti ancor.
Né deplorar mia sorte
qualunque sia per me,
merita ben la morte
chi a te la vita diè.
(parte)
Scena quinta
Arteneo, Axur, poi Elamir, Sacerdoti, etc.
ARTENEO D'una scelta importante oggi dobbiamo
il cielo consultar: voi preparate
i sacri arredi, e l'ara,
voi tra i fanciulli agli auguri commessi
quello scegliete a cui più vivo il raggio
di Brama scintillò, dandogli un core
semplice, e pieno di divin candore.
UN SACERDOTE Il giovane Elamir
fu da noi destinato, egli a te viene.
ELAMIR Padre mio...
ARTENEO Caro figlio, avvicinatevi!
Qual dì splende per voi! Credete dunque
ch'or vi favelli il ciel per labbro mio?
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Atto terzo Axur, re d'Ormus
ELAMIR Sì signor, lo cred'io.
ARTENEO Per voi dal cielo
il vindice del regno oggi sia scelto:
dite quel ch'ei vi ispira: ah s'egli mai
vi ispirasse Altamor, saria per noi
la vittoria sicura,
e il regno a noi dovrìa la sua ventura.
ELAMIR Tanto lo pregherò, che spero alfine
ei me lo ispirerà.
ARTENEO Anch'io lo spero:
pregatelo con cor puro, e sincero.
(s'inginocchia il fanciullo)
ARTENEO
Come ape ingegnosa
sui lucidi albori
dai teneri fiori
cavare sa il mel.
Così tutto ottiene
fanciullo innocente
che innalza la mente,
che supplica il ciel.
ELAMIR
Oh numi possenti,
se voti sinceri
di labbri innocenti
pon tutto ottener;
voi fate che scenda,
e puro a me splenda
il vivido raggio
del vostro saper.
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto terzo
Scena sesta
I suddetti, Axur, Altamor, Arteneo, Grandi dell'impero, Popolo, etc.
ARTENEO Tutto il popol o figlio, al sacro tempio
ora vedi arrivar, pria ch'ei conosca
il suo vendicatore
arrossir lo farai del suo terrore.
Vicini ai nostri lidi
i cristiani ei crede;
tu l'assicura che un inganno è questo,
e prenda Brama poi cura del resto.
Re del persico mar, servi del tempio,
abitanti d'Ormus, grandi del regno,
la nazion, l'armata
attende un generale.
CORO S'oda pur chi sceglie il cielo
per la nostra sicurtà.
ARTENEO D'ubbidire promettiamo,
a chi Brama sceglierà.
CORO Su quest'ara a lui giuriamo
obbedienza e fedeltà.
ARTENEO
Dio sublime nella calma,
grande, e altier nella tempesta,
fa' che sorta ormai da questa
pura bocca ed innocente,
tra lo stuol di questi eroi
qual più vuoi, qual piace a te,
ei sia caro a tutti noi,
egli porti orrori, e morti
a un nemico senza fé.
Figlio, figlio, il ciel ti ispira.
(con caricata gravità)
Parla, di' l'eroe qual è.
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Atto terzo Axur, re d'Ormus
(alzano il fanciulletto)
ELAMIR Popoli mal accorti
dal terror traviati, e che può mai
farvi temer il barbaro cristiano?
Voi paventate invano; ha forse il regno
mancanza di sostegno? Ah rimirate
intorno Axur i difensori vostri...
Atar...
CORO
Atar, Atar...
Brama per noi sarà.
Egli destina Atar,
Atar, Atar, Atar.
ALTAMOR Olà calmate
quegli ardenti trasporti.
ARTENEO Popoli, fu uno sbaglio: il cielo, o figlio,
t'illumini la mente.
ELAMIR Il cielo, o padre,
fu la cagion che pria
uscisse Atar fuor della bocca mia.
CORO
del popolo
Atar il giovinetto
per condottier ci dà!
Egli è dal cielo eletto,
egli con noi verrà!
AXUR Da un altro giuramento
è ritenuto Atar: il suo gran core
a una giusta vendetta or chiama amore.
ATAR Adempirò signore, al doppio impegno
di far vendetta, e di servire al regno.
ATAR Chi vuol la gloria,
alla vittoria
voli con me.
CORO A me, a me!
ATAR Sudditi, schiavi
su su alle navi
coraggio, e fé.
CORO A me, a me!
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto terzo
ATAR L'armi scuotete,
di sangue sete
mostrar si dée.
CORO A me, a me!
ATAR Chi vuol la gloria,
alla vittoria
voli con me.
CORO A me, a me!
AXUR Ah, le strida importune
più soffrir non degg'io
d'un popolaccio sordo
al cenno mio.
(vuol partir, Altamor lo ferma)
ALTAMOR Non partir: la scelta è ingiusta,
è contraria ai dritti tuoi,
deve forse a te, ed a noi
leggi impor plebeo guerrier?
ATAR La viltà de' miei natali
si perdé tra le vittorie
e non vo' dell'altrui glorie
come tu, superbo, e fier.
ALTAMOR Sire...
AXUR Taci...
ALTAMOR Ah, se non fosse,
che rispetto al re degg'io,
vil cagion dell'odio mio,
saprei farti ben pentir.
ATAR Forse son l'onte, e le offese
l'armi tue, rivale audace?
ARTENEO Sire...
AXUR Taci...
ATAR E quali imprese
puoi vantar in guerra, o in pace?
Qual torrente oltre passasti?
Qual nemico superasti?
Dove porti il sen piagato
per cui l'arbitro di stato
esser vuoi con vano ardir?
ALTAMOR Pria che appaghi il folle orgoglio
qui fellon provar ti déi.
(cava la spada con fuoco)
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Atto terzo Axur, re d'Ormus
ARTENEO Ah furor! Mio figlio!
ALTAMOR Io voglio
quel ribaldo ormai punir.
ATAR Calma l'ire, o sciagurato:
il guerrier quand'è sdegnato
è sicuro di perir.
(cava la spada placidamente)
ARTENEO Giusti numi, il vostro tempio
forse è un campo di battaglia!
CORO Ah impedisci il tristo esempio,
grande Axur non lo soffrir.
AXUR (Acquietiam questa canaglia.)
(ad Altamor ed Atar)
Arrestate!
ATAR Axur comanda
pronto io sono ad ubbidir.
Io ti attendo alla gran valle.
(prende Altamor per la mano placidamente)
Se l'usato ardir non langue
nel mio cor, nel braccio mio
io berrò quell'empio sangue,
rea cagion de' miei sospir.
AXUR Ah di perderlo il momento
era questo eterni dèi!
Ma del padre lo spavento
venne il colpo ad impedir.
ALTAMOR Ah qual dio potrà salvarti
dal furor di questa mano!
Vo' per tutto seguitarti!
Gran vendetta vo' eseguir.
ARTENEO Quell'audacia, quel coraggio
m'empie l'alma di sospetto,
e pe 'l figlio il cor nel petto
io mi sento intirizzir.
(allo strepito d'armi Axur rimette il baston del comando ad Atar: poi tutti partono)
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto terzo
CORO
O tu che tutto puoi,
nume possente, e grande,
difendi i figli tuoi
col tuo divin favor.
Tu fa' che l'oste cada,
fa' che furente, esangue,
nuoti tra polve, e sangue,
e le spumanti labbia
morda nel suo dolor.
(parte)
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Atto quarto Axur, re d'Ormus
A T T O Q U A R T O
Scena prima
Giardino illuminato.
Schiavi in atto di terminar l'illuminazione.
Biscroma, poi Axur.
BISCROMA (non vedendo Axur)
Cosa veggio! I giardini
sono già illuminati: e chi al serraglio
osa senza di me dar ordini...
AXUR Io.
BISCROMA Sire... si può saper?...
AXUR (battendogli seriamente co' la mano sopra la spalla)
Alla mia bella
tosto un divertimento.
BISCROMA Io l'ho, signore,
fissato per doman: voi l'ordinaste.
AXUR Ed ora lo disordino,
e l'ordino per oggi,
anzi per questo istante.
BISCROMA (Oh contrattempo orrendo: non c'è mezzo
di prevenire Atar!)
AXUR Cosa borbotti?
BISCROMA Non borbotto, parlo schietto,
e rifletto fra me stesso:
che in un tempo sì ristretto,
poco onor mi posso far.
Si potrebbe!...
AXUR Via fa' presto.
BISCROMA (Giusto cielo il caso è strano.)
Verbigrazia... sì... ma piano.
AXUR Cosa occorre di studiar?
BISCROMA (L'onor mio! Il tempo è questo
che qui dée venire Atar.)
AXUR Mi fai perdere la pazienza.
BISCROMA Un tantin di sofferenza
nel serraglio... (Ah, in tal cimento
per lui sento il cor gelar!)
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto quarto
AXUR Dunque...
BISCROMA Quattro... cinque... sei...
AXUR Cosa conti?
BISCROMA (Il modo oh dèi,
di salvarlo ancor non trovo!)
AXUR Bene! Quattro... cinque... sei...
BISCROMA Lo spettacol non è nuovo.
AXUR Non importa.
BISCROMA No?
AXUR No, no.
BISCROMA (Dèi consiglio!) L'ho trovata
vi farò una mascherata,
con del canto, con del suono.
AXUR Tutto buono, tutto buono.
BISCROMA Una truppa di serventi
una banda di stromenti,
dei gran deschi di rinfreschi,
un terzetto d'Arlecchino,
ed al suon del chitarrino
un'arietta da incantar.
(Con quest'aria e la sua festa
farò presto terminar)
AXUR Vanne, vola, e torna presto,
ch'io qui resto ad aspettar.
(Biscroma parte)
Scena seconda
Axur solo, poi Urson.
AXUR Se il computo non falla in questo istante
d'Altamor, e d'Atar segue il duello.
Altamor vincer debbe: ei sa
ch'io voglio
che colui più non viva,
dunque l'ucciderà,
a mia felicità
manca sol questo bene,
e presago il cor mio già me 'l previene.
URSON Sire, d'infausta nuova
portator a te vengo, Atar...
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Atto quarto Axur, re d'Ormus
AXUR È morto?
URSON Anzi uccise Altamor.
AXUR Ah, il traditore
ha sempre la fortuna in suo favore?
Narrami come fu.
URSON Come leon feroce
gira per la foresta,
e con l'altera testa
la selva fa tremar.
Così appariro in campo
i combattenti arditi
e delle spade al lampo.
AXUR Mi sento già seccar.
URSON E agl'orridi ruggiti...
AXUR Ho capito che basta:
il serraglio s'avanza.
Allontanati Urson, ora si lasci
coi morti il morto, e noi pensiamo ai vivi;
questo è tempo di gioia: i miei riposi
ombra d'affanno funestar non osi.
(Urson parte)
Axur, Aspasia che si terrà sempre sulla faccia il fazzoletto, Schiavi e
Schiave vestiti in diversi bizzarri modi che cantano e portano seco una
tavola illuminata e rinfreschi; poi piccola festa, etc.
ASPASIA Atar, misero Atar, se tu sapessi
dov'è la sposa tua.
CORO
Il cielo rintuoni
di gridi di gioia;
si canti, si suoni,
si scacci la noia,
e ogni alma di giubilo
si senta brillar.
E cinti le piume
di insolito lume
aligeri cori
di grazie, e d'amori
per l'aria odorifera
si veggian scherzar.
Continua nella pagina seguente.
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto quarto
CORO Ma zitto ch'altre maschere
si vedono avanzar.
Scena terza
I suddetti: due Schiavi e una Schiava vestiti co' le note maschere di
Arlecchino, Brighella e Smeraldina, cantano il terzetto che segue.
BRIGHELLA De sposarme ti ha promesso
esser devo to marìo.
ARLECCHINO Ti ha promesso a mi lo stesso
e non voglio star in drio.
SMERALDINA Ho fallato lo confesso,
di memoria è il fallo mio.
BRIGHELLA Mi me metto al collo un lazzo
se ti sposi quel briccon.
ARLECCHINO Smeraldina mi te masso
se ti prendi quel cappon.
BRIGHELLA Senti birbo!
ARLECCHINO Senti barbo!
SMERALDINA State cheti, e che con buon garbo
io finisco la question.
Tutti due, la san gli dèi,
se potessi io sposerei,
ma perché sol un mi lice
rimettiamoci al destin.
BRIGHELLA E
ARLECCHINO
Al destin! Cossa s'intende?
SMERALDINA Tutti tre bendiamoci gli occhi,
io sarò di chi mi prende,
sia Brighella od Arlecchin.
BRIGHELLA Bella!
ARLECCHINO Bona!
BRIGHELLA E
ARLECCHINO
Son contento.
SMERALDINA Giuramento.
BRIGHELLA E
ARLECCHINO
Zuramento.
SMERALDINA Sull'onor.
BRIGHELLA E
ARLECCHINO
Sull'onor mio.
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Atto quarto Axur, re d'Ormus
ARLECCHINO Presto fora el fazzoletto.
BRIGHELLA Me lo metto stretto stretto.
Insieme
SMERALDINA E vediamoci la fin.
BRIGHELLA E
ARLECCHINO
E vedemoghe la fin.
(si mette ciascuno un fazzoletto sugli occhi)
SMERALDINA Siete all'ordine?
BRIGHELLA Ho finìo.
ARLECCHINO Son più orbo d'un marìo.
SMERALDINA Perché tutto vada in regola
separiamoci.
BRIGHELLA E
ARLECCHINO
Perché tutto vada in regola
slontanemose.
ARLECCHINO Mi col cor pian pian te pesco.
BRIGHELLA Mi all'odor smeraldinesco.
SMERALDINA Divertir mi voglio un poco
alle spalle di que' sciocchi
gliela voglio far sugli occhi,
poi mandarli a far squartar.
ARLECCHINO Smeraldina vienme appresso.
BRIGHELLA Vienme in brasso zoja bella.
SMERALDINA (torna mascherata da vecchia)
Or da entrambi a un tempo stesso
io mi voglio far pigliar.
BRIGHELLA E
ARLECCHINO
Mi te go cospettonazzo!
ARLECCHINO Mi son primo.
BRIGHELLA No, son mi.
BRIGHELLA E
ARLECCHINO
(si cavano il fazzoletto dagli occhi)
Oh che muso! Che figura!
BRIGHELLA Ti ze primo.
ARLECCHINO No, ti è ti.
BRIGHELLA Te la cedo.
ARLECCHINO Te la lasso.
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto quarto
BRIGHELLA E
ARLECCHINO
Son più stupido d'un sasso;
come è nato el cambiamento?
Zella fora! Zella dentro?
Mi no so cossa pensar.
(qui la Smeraldina prega or l'uno, or l'altro)
BRIGHELLA Va' in malora arpia bruttissima!
ARLECCHINO Va' all'inferno vecchia strega!
SMERALDINA Oh vi son obbligatissima!
Mille grazie per mia fé.
(si smaschera)
ARLECCHINO (Cossa zella sta burletta?)
BRIGHELLA (Che demonio qua ghe ze?)
SMERALDINA La burletta è schietta schietta;
la gentil Smeraldinetta
non è fatta per quei musi,
la mi onori, la mi scusi,
due buffon non fan per me.
BRIGHELLA E
ARLECCHINO
Ti me burli?
SMERALDINA Non ti burlo.
BRIGHELLA E
ARLECCHINO
Mi vorria saper perché.
SMERALDINA Il libro del perché
stampato ancor non è.
Stampare lo farò,
e allor ve lo dirò.
BRIGHELLA,
ARLECCHINO,
SMERALDINA E CORO
Ah! Ah! Ah! Che bella scena!
Son burlati per mia fé:
all'erta zovenotti,
vardè quello che fè;
pensè co se ben cotti,
al libro del perché.
AXUR Bravissimo Biscroma!
Il tuo pensier mi piace. Io ti dichiaro
re di tutti eunuchi della terra.
C'è altro?
BISCROMA Si signore.
C'è l'aria che promisi;
datemi una chitarra:
vi voglio dir la storia mia bizzarra.
(portano una chitarra, Biscroma canta)
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Atto quarto Axur, re d'Ormus
BISCROMA
Nato io son nello stato romano
e mio padre che fe' il ciarlatano
per tutor don Rasoio mi diè.
Oh poveretto me!
Sul teatro d'andare decisi,
e a cantar ben o male mi misi
da soprano la sol fa mi re
bravo Biscroma affé.
Una bella gentil virtuosa
per coprirsi col manto di sposa
per marito passare mi fe':
oh poveretto me!
Per spogliarmi d'un peso discaro
destramente la vendo a un corsaro
che per sorte venia da Calè!
Bravo Biscroma affé!
Giunto il dì che doveva pagarmi,
questo perfido fece legarmi
e per schiavo menommi con sé.
Oh poveretto me!
Di marito divento custode,
la briccona ne giubila e gode:
sposi cari, sapete perché.
Oh poveretto me!
Navigammo per storto per dritto,
a traverso la Libia, l'Egitto
con catene alle mani ed ai piè.
Oh poveretto me!
Ah siam presi quel barbaro grida,
chi ci prese? Fu il celebre Atar...
ASPASIA Atar?
CORO Atar?
AXUR Atar!
FIAMMETTA Oh numi!... Come
l'irritò questo nome!
Axur getta a terra la tavola e i lumi; impugna l'arme e va per uccider
Biscroma, gli Schiavi, etc. che fuggono e gettano tutti i lumi a terra.
AXUR Ah si sbrani, si scanni il traditore
ch'osò di pronunziarlo!
FIAMMETTA Ah ch'Irza more!
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto quarto
(Axur ritorna chiamato dalle grida di Aspasia e di Fiammetta lascia i borzacchini e il manto alla porta ed entra
dove entrò Aspasia)
Scena quarta
Atar, Biscroma.
BISCROMA (ad Atar trovandolo senza conoscerlo, e in atto di ucciderlo)
Atar! Atar!
ATAR Numi! Biscroma! Amico!
Che eccesso involontario
commettea questa man, se non parlavi!
BISCROMA Necessario era il colpo, e ancor saria
se qualche schiavo curioso...
ATAR Io sento
da mille bocche e mille il nome mio
suonar in questi lochi!
Discoperto mi credo; e chi sa forse
che il geloso tiranno!... ah,
ch'io qui debba
morir senza vederla...
BISCROMA Oh cielo! in quale
stato orribili ti veggio! Qual periglio,
o generoso eroe,
minacciò la tua vita...
ATAR Il mio coraggio...
L'amor mio per Aspasia e più la sorte
a salvarmi concorse: in mezzo al mare
solo in fragil barchetta io fendo l'onde
placide e taciturne: il picciol moto
che fa remo nell'acque
vien da lungi distinto;
si suona all'armi: in un momento cinto
da ogni parte mi veggio
da grosso stuol di remiganti: meco
io non avea che questo ferro: premo
col piè lo schifo, mi sprofondo, m'apro
un sentiero sicuro
sotto i vascelli lor, e a terra giungo
col favor della notte.
Lo squillo della tromba
che per l'aria rimbomba; i fischi, i gridi
di varie sentinelle: arresta, arresta...
Continua nella pagina seguente.
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Atto quarto Axur, re d'Ormus
ATAR Mille addosso mi son; raddoppio il passo,
più incalzato mi veggo, il corso spingo,
e anelante, e affannato
quasi da un dio portato,
in aria son per la pieghevol scala
che opportuna mi tese
alla muraglia la tua man cortese.
ATAR Salvo io son: tu il merto n'hai,
e in mercé di tal favor,
quasi oddio! la destra armai
contra il mio benefattor.
Ah perdon, perdon amico!
Innocente è questo error.
BISCROMA A uno schiavo, a un uom par mio
nulla devi, o mio signor,
se io son qui per te son io,
opra è tua s'io vivo ancor.
Ah, d'espor per te la vita,
lascia almeno a me l'onor.
(Biscroma va da un lato del giardino cava un fagottino, che par ad arte nascosto)
BISCROMA Non perdiam, grand eroe,
un salutare istante;
quest'abito da negro
presto a te metti, e fingiti
muto: ma guarda ben, che un solo accento
con tal maschera al volto, e in questo loco
è un delitto di morte... Oh numi... ferma...
Io veggio i borzacchini
e il manto del tiranno.
(va sulla porta, e trovando il manto e i calzari si ritira spaventato)
ATAR Ahi con Aspasia Axur! Chi sia
ch'or possa
calmare il mio furor.
(grida, Biscroma gli chiude la bocca)
BISCROMA Ah serra in petto
l'importuno dolore!
ATAR
(con più affanno)
Brama, Brama!
BISCROMA Vien gente:
è il sultano... siam morti certamente.
(Biscroma getta a terra Atar)
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto quarto
Scena quinta
I suddetti, Axur.
AXUR
(fieramente)
Chi è qui?
BISCROMA
(confuso)
Sire... son io...
AXUR Biscroma! E donde viene
tal voce lamentevole?
BISCROMA
(confuso, poi
rimettendosi in
tranquillità)
Signore...
È quasi un miserabile... credendo
di sentir qualche strepito... la ronda
faceva della notte: all'improvviso
da strana frenesia preso quel muto,
piange, s'agita, grida, parla, parla
parla sì presto che di quel ch'ei dice
nulla si può capir.
AXUR
(con fiera sorpresa)
Parla quel muto!
BISCROMA Parla... vo' dir articola de' suoni
a modo suo... ba be bi bo bi bu...
AXUR (prendendo Biscroma per mano con ferocia)
Tu che tra i tuoi deliri,
stanco delle sventure
talor giungesti a desiar la morte,
apprendi ormai del tuo signor la sorte.
Pien d'amoroso foco
io me ne gìa da lei
per onorarla, oh dèi!
di qualche mio favor.
Appena io me l'appresso,
la barbara mi fugge. La trattengo,
e le prendo le man, tu non vedesti
in oggetto mortal esempio ancora
di sì fiero dispetto:
(imita la voce donnesca)
«Axur feroce,
che pretendi da me? Pria che tu possa
tormi l'onor, mi toglierai la vita.»
Parevan gli occhi suoi
un Vesuvio di foco.
Oh femmina selvaggia! Axur feroce!
Continua nella pagina seguente.
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Atto quarto Axur, re d'Ormus
AXUR L'onor suo!... Ad alte grida
morte chiamando... alfine
riconobbi che avea
l'ardire di sprezzarmi: quante volte
fui sul punto d'ucciderla... Biscroma,
segui i miei passi.
BISCROMA Sire, la zimarra...
AXUR (mette i piedi sulla schiena di Atar)
Rimettimi i calzari
sul dorso di costui: sento che l'ira
m'invade i sensi: ah l'alma mia delira!
AXUR
Misero, abbietto negro,
perché Atar non sei,
cagion de' torti miei,
cagion del mio dolor.
Oh come lieto e allegro
sopra di te vorrei
sfogar il mio furor!
AXUR Oh se quel traditor saper potesse
qual tormento mi costa... egli è la colpa
che colei mi disprezza... odi Biscroma:
(con un fiero diletto)
un pensiero eccellente
mi passa per la mente; a questo schiavo
tagliam la testa; e sfigurata e franta
portala da mia parte alla ribalda:
dille che in questo loco
sorprendendo il suo sposo...
(cava l'arma in atto di voler tagliar il capo ad Atar; Biscroma spaventato lo trattiene)
BISCROMA Oh dèi, fermate,
dell'orribil impresa, e che sperate?
BISCROMA
Sperate che allora
che morto ella crede
l'oggetto che adora
men fiera sarà?
Con pegno di vita
a lei sì gradita
con preghi, con lagrime
piegar si potrà!
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto quarto
AXUR Lagrime! Preghi Axur! Un'altra idea
adotto in questo punto. Ella mi crede
innamorato morto
della bellezza sua: vegga costei
che conto fo di lei.
Mi giuri sul tuo onore
d'obbedir al mio cenno?
BISCROMA
(spaventato)
Sì signore.
AXUR E d'obbedir sul fatto?
BISCROMA
(spaventato)
Anzi... sul fatto.
AXUR (con un riso sardonico)
Prendi questo vil muto,
conducilo a colei: dille che a questo
delizioso amorino
per moglie io la destino, e ch'altro sposo
in sua vita non speri; io farò poi
che al mio serraglio domattina esposta
col Narciso alla costa,
oda cantar a coro generale...
AXUR
Viva viva Irza ritrosa,
che sdegnando un regio affetto,
diventò sultana e sposa
di più nobil amator.
Un vil muto, un vecchio nero
ha l'impero del suo cor.
AXUR Adesso sì Biscroma,
son pago di me stesso: sia tua cura
l'istruirlo ben bene...
BISCROMA Eh, non fa d'uopo
di dargli altro ricordo;
se è muto non è sordo.
AXUR Or accompagnami
alla guardia vicina.
BISCROMA (s'abbassa e dice ad Atar)
Che felice scioglimento!
Fa' coraggio, o gran eroe.
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Atto quarto Axur, re d'Ormus
ATAR (s'alza un poco e si cava la maschera)
Ah, d'orrore e di tormento
troppo son ripieno ancor!
Respiriamo un sol momento.
AXUR (ritorna)
Vo pensando a quel contento
che dovrò provare allor,
che udirò da cento e cento
erger grido derisor:
viva viva Irza ritrosa,
che sdegnando un regio affetto,
diventò sultana e sposa
di più nobil amator.
(Biscroma co' la zimarra di Axur spiegata cerca di frapporsi fra lui ed Atar)
AXUR Un vil muto, un vecchio nero
ha l'impero del suo cor.
Presto andiamo, non tardiamo
eseguiamo il cenno mio.
BISCROMA Pronto pronto già son io;
che piacer pe 'l mio signor!
(partono)
Scena sesta
Atar solo, poi Biscroma.
ATAR
(sotto voce tutto)
(in ginocchio)
Dio difensor de' miseri,
tu non defraudi mai
quelli che in te confidano,
che speran solo in te...
(Biscroma torna, Atar vedendolo gli corre incontro
ATAR Vieni amico a questo amplesso
il mio cor riconoscente,
il mio cor confessa e sente
ch'ogni ben gli vien da te.
BISCROMA Ah, di giubilo l'eccesso
più non cape nel mio seno!
Quasi son da gioia oppresso:
chi è felice al par di me!
ATAR Per pietà non ritardiamo
un ristoro all'idol mio!
BISCROMA E ATAR (entrando nell'appartamento di Aspasia)
Tutto tace: andiamo, andiamo
più pericolo non v'è.
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto quarto
Scena settima
Appartamento di Aspasia.
Fiammetta, Aspasia in gran disordine.
ASPASIA Come fuggir, Fiammetta,
come fuggir da questo orribil loco!
FIAMMETTA Ah, calmate per poco
la disperazion che vi trasporta.
ASPASIA
Morte, pietosa morte,
dà fine al mio dolor,
in braccio all'empia sorte
non mi lasciare ancor.
ASPASIA Forse... oh dèi! non è lungi
il momento fatal! Altro non manca
al mostro seduttor... d'Atar la sposa...
Aspasia! Inorridisce
quest'anima all'idea del gran delitto;
da quel colpo trafitto
il mio tenero Atar... quell'infelice
tra gli stessi contenti
presentire parea l'infante eccesso!
O stelle! Axur istesso!...
Nell'asilo di pace!... e sotto gli occhi
dell'intero universo... ah! chi potea
dell'enorme attentato
immaginarti autor, barbaro, ingrato!
ASPASIA Son queste le speranze
che il misero mio sposo
di pace, di riposo,
di gioia aveva per me?
Dopo i sudor ch'ei sparse,
dopo i sofferti affanni,
crudel, tu lo condanni
a lagrimar per te?
Morte, pietosa morte,
dà fine al mio dolor;
in braccio all'empia sorte
non mi lasciare ancor.
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Atto quarto Axur, re d'Ormus
FIAMMETTA Un possente monarca alfin è quegli
che vuol farvi felice; al vostro piede
il signor della terra amor richiede.
Che sventura è mai questa
per dover disperarsi?
ASPASIA Ah, tu non hai
per amante un Atar!
FIAMMETTA Senza conoscerlo
amo la fama sua, ma quanto io fossi
quello che siete voi, fingendo amore
per il barbaro Axur trovar saprei
modo d'assicurar di mia costanza.
ASPASIA A ogni lieve speranza
s'apre un'alma affannata: assai mi piace
questo nobil tuo tratto: ebben, se il puoi,
fagli sapere...
FIAMMETTA Ah nascondete il pianto!
Dei piacer del sultano
venir io veggio il mediatore insano.
Scena ottava
Le suddette, Biscroma.
BISCROMA Irza bella, il re vostro
vuole che in questo istante
riceviate la fé d'un nuovo sposo.
ASPASIA Uno sposo! Che sento! A me uno sposo?
FIAMMETTA Comandante d'un corpo
più ridicol del tuo, potriasi senza
un più grave preambolo sapere
questo sposo chi sia?
BISCROMA Questo è il più vile
muto del suo serraglio.
ASPASIA Un muto?
FIAMMETTA Un muto?
ASPASIA Io moro!
BISCROMA È il suo volere
che ognuno si ritiri.
FIAMMETTA Io?
BISCROMA Tu!
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto quarto
FIAMMETTA Io?
BISCROMA Tu, Fiammetta;
c'è minaccia di morte
a chi turba i loro amori.
FIAMMETTA Vattene al tuo signor,
digli che con stupor
il mondo sentirà;
ch'ove d'amar più femmine
il privilegio han gli uomini,
ora sposar molt'uomini
la femmina potrà.
BISCROMA (in atto di partire)
Tanto meglio per te.
FIAMMETTA Pur che tutti sien simili a te.
(parte Biscroma)
ASPASIA Salva me da tanta infamia,
o compagna e amica mia!
FIAMMETTA Questo cor che non faria
per provarvi la sua fé!
ASPASIA (si cava il casco e i diamanti)
Il mio casco e i miei diamanti
prendi, o cara, a te li dono:
e quell'Irza ch'io non sono
fingi d'esser tu per me.
FIAMMETTA Se Biscroma il muto guida
vedrà ben che non son io.
ASPASIA (si cava il manto)
È sì lungo il manto mio
che ti copre infino ai piè.
FIAMMETTA Ah ch'io temo!
ASPASIA (s'inginocchia davanti Fiammetta)
Oh dèi, fa' core:
o mi moro innanzi a te.
FIAMMETTA Più non sono a tal dolore
di resistere capace:
io farò quel che vi piace,
e non vo' miglior mercé.
ASPASIA Ah, tu rendi a me la pace!
Te ne renda il ciel mercé.
(qui Fiammetta si copre col manto di Aspasia. Aspasia parte)
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Atto quarto Axur, re d'Ormus
Scena nona
Fiammetta sola.
FIAMMETTA Animo Fiammettina!
(si mette a sedere)
I scrupoli da parte. Il re tra poco
obbligato a te sia: tu salvi, alfine,
una donna ch'egli ama
da un eterno rossore;
e servi insiem Aspasia e il suo signor.
Scena decima
Fiammetta, Biscroma, Atar.
BISCROMA
(a parte)
(caccia il muto nella camera)
Di questa donna, o muto,
sei padrone assoluto.
FIAMMETTA Come è nero!
Ha però buona taglia: s'inginocchia.
Non ha l'aria feroce, come gli altri
mostri di questo loco: al tuo rispetto
son sensibile, o muto; e intendo assai
l'amor tuo dai tuo rai.
ATAR
(parla piano da lungi)
Numi!
Costei la mia Aspasia non è!
FIAMMETTA Sembra ch'ei parli!
Hanno tutte le bestie il loro linguaggio!
(si scopre)
FIAMMETTA
Guardami da lontano:
osserva i pregi miei;
per te, sebben vorrei,
di più non posso far.
Un prence, un re, un sultano
nulla su me potria;
tutta è l'anima mia,
e tutta sia d'Atar.
ATAR (inavvedutamente parlando)
D'Atar!
FIAMMETTA Ei parla!
44 / 55 www.librettidopera.it
L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto quarto
ATAR (Oh errore!
Oh, trasporto indiscreto!)
FIAMMETTA Tradì solo un accento il tuo segreto.
FIAMMETTA Dunque un muto tu non sei,
temerario, mentitor!
ATAR Ah signora, ai preghi miei
deh, calmate quel furor.
FIAMMETTA Qual speranza, qual ardire
t'ha mai fatto qui venire?
ATAR Son straniero in questi lidi,
e son reo, né chiedo scusa.
L'ora e il loco assai m'accusa,
sol vi chiedo carità.
FIAMMETTA Quel parlar e quell'aspetto
in me sveglia un certo affetto,
che sdegnarmi appien non posso,
e mi par sentir pietà.
ATAR Quale oddio mi sento in petto
strano sorgere sospetto!
Un inganno del tiranno
forse questo ancor sarà!
(si sente battere e dar di fuori forti colpi nella porta)
Scena undicesima
I suddetti, Biscroma e coro di Schiavi, Urson e coro di Soldati, tutti di
fuori.
URSON Compagni miei,
per qua, per qua.
FIAMMETTA Vien gente oh dèi!
Che mai sarà?
(fugge)
BISCROMA Che veggio mai!
Fermate là!
URSON L'ordin seguite,
la porta giù!
BISCROMA Ah non ardite
d'avanzar più!
CORO
di soldati
L'ordin quest'è!
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Atto quarto Axur, re d'Ormus
CORO
di schiavi e schiave
No no non dée
toccar quel loco
profano piè!
CORO
di soldati
La porta giù;
l'ordin quest'è!
Gettano giù la porta, entrano Urson e Soldati, Biscroma e Schiavi.
Scena dodicesima
I suddetti, Atar.
BISCROMA Pria che nulla tu eseguisca,
meco parla, Urson, che vuoi?
URSON Il sultan che già si pente
del furor, de' sdegni suoi,
vuol che il muto immantinente
qui si uccida, e in mare poi
vuol che debbasi gettar.
BISCROMA (si frappone tra i soldati e Atar)
Ecco il muto: di sua morte
dispor lascia il zelo mio.
URSON Testimon esser degg'io,
non è lecito indugiar.
Uccidete!
(i soldati alzan le mazze)
BISCROMA Ah no fermate!
URSON Eseguite!
BISCROMA (li trattiene)
Ei non è muto.
URSON Sia chiunque, trucidate!
BISCROMA
(spaventato)
Egli è Atar!
URSON Atar!
(tutti si ritirano)
BISCROMA A colpevol di tal sorte
non puoi dare, Urson, la morte
se non parli con il re.
URSON Crudo Axur, chi può placarti?
(ad Atar)
Non c'è mezzo di salvarti.
Infelice! il nostro pianto
più funesto sia per te.
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto quarto
CORO Crudo Axur, chi può placarti?
Non c'è mezzo di salvarti.
Infelice! il nostro pianto
più funesto sia per te.
ATAR Ubbidite o cari amici
al signor che il ciel vi diè:
siate voi men infelici,
non piangete più per me.
URSON E I DUE CORI Mi si gela il core in petto
nel pensare al suo destino;
ma convien celar l'affetto,
perché Axur si sa cos'è.
BISCROMA Sol per renderlo felice
l'ho ridotto al passo estremo;
ah per lui palpito e tremo,
perché Axur si sa cos'è,
ah! che tutto per salvarlo
tutto ancor tentar si dé'.
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Atto quinto Axur, re d'Ormus
A T T O Q U I N T O
Scena prima
Reggia. In fondo vista della città.
Axur solo; poi Schiavi e Guardie.
AXUR
Idol vano d'un popol codardo,
sì odioso al mio cor, al mio sguardo;
ho pur vinto, morir ti vedrò!
Ah ch'eccesso di gioia in me sento
nel pensare che giusto divento.
Nel momento che ucciderti fo!
AXUR S'è trovato Biscroma?
URSON In ogni parte
si va in traccia di lui.
AXUR Darò il suo posto
a chiunque mi porta
la testa del fellon o viva, o morta.
(tutti gli schiavi partono in fretta)
Scena seconda
Axur. Atar, incatenato tra le Guardie e Urson.
AXUR Accostati, infelice,
vieni a subir la pena,
che alla giustizia mia strappa di mano
delitto irremissibile.
ATAR Sia pure
giusta, ed ingiusta, io chiedo sol la morte;
de' tuoi piacer l'asilo
io violai, senza trovar l'oggetto
del mio tenero affetto: Aspasia...
Aspasia... Ah quel furbo Altamor!... ei la rapì,
ma non recolla a te; tradendo insieme
l'onor suo, la mia fiamma, e la tua speme.
Continua nella pagina seguente.
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto quinto
ATAR L'empio pagò la pena
di sua doppia perfidia,
ma quell'Irza che adori
la mia Aspasia non è.
AXUR Non è in mia mano?
(infuriato)
Mi si tragga davanti, e se tu menti
te l'uccido sugli occhi.
ATAR È poco male il vederla morir.
AXUR Sarà foriera
della tua la sua morte:
allor allor vedrem se sei sì forte.
ATAR
Morir posso una sol volta:
quando fede a te giurai
la mia vita io ti donai,
ella è tutta del mio re.
Ch'io per te la deggia perdere,
o da te mi venga tolta,
morir posso una sol volta,
è il momento ugual per me.
ATAR Ma guarda poi che i numi...
AXUR Una minaccia?
ATAR E ne stupisci, perfido?
Non temi ancor che il cielo
di sua vendetta i fulmini
faccia su te piombar?
Non temi che l'enorme
delle tue colpe eccesso
l'orrore di te stesso
ti faccia diventar?
ATAR Non temi alfin che gli uomini
stanchi de' tuoi delitti...
AXUR Circondatelo o guardie!
ATAR Aspasia, anima mia,
cosa mai fia di te?
(s'allontana tra le guardie si mette le mani agli occhi e restavi immobile)
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Atto quinto Axur, re d'Ormus
Scena terza
I suddetti. Aspasia coperta d'un velo nero, Fiammetta, Schiavi e
Schiave etc.
AXUR Dunque è ver che abusando, Irza mendace,
della bellezza tua, con finto pianto
d'ingannarmi godesti?
FIAMMETTA È ver signore,
una schiava fedel sostituita
l'equivoco causò...
AXUR Oh stelle! È vero
questo cambio funesto...
(furibondo)
Ah vanne; io te detesto,
e detesto l'amor, l'indegno amore
che m'accese per te: sia con colui
sentenziata sul fatto. Sacerdote,
decidi di lor sorte;
quale pena dessi al fallo lor?
ARTENEO La morte.
ASPASIA (frattanto s'avvicina a lento passo ad Atar)
Non imputar la pena a me, straniero,
che déi meco subir.
ATAR Che sento! Aspasia!
ASPASIA Atar!
(si abbracciano)
AXUR Ah sien disgiunti!
O si uccidano entrambi a un colpo solo:
no! sarebbe il lor duolo
co' la morte finito e il loro tormento;
(più furibondo)
sitibondo io mi sento
delle lagrime lor, dei lor sospiri.
Berrò pria che il lor sangue i lor martiri.
ASPASIA Barbaro, il mio coraggio
deluse i voti tuoi,
fremer indarno or puoi,
io son felice ancor.
Guardami o tigre, guardami
in braccio al mio tesoro;
a tuo rossor l'adoro,
e sprezzo il tuo furor.
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto quinto
AXUR Ah separate i perfidi!
Aspasia viva, ei mora!
(i soldati fanno un movimento)
ASPASIA Se vi movete ancora
io mi trapasso il cor.
(Aspasia cava un coltello dal fodero a una delle guardie vicine ad Atar e se lo mette
al seno)
AXUR Fermatevi, fermatevi!
ASPASIA E ATAR La morte ormai ci attende.
Ancora un solo istante,
e il nostro amor costante
più non sarà soggetto
a un empio rapitor.
(i soldati come sopra)
AXUR Fermate ancor, fermate!
ASPASIA No barbari, avanzate:
già mi trapasso il cor.
Insieme
ASPASIA M'udrai caderti in seno
e sarai lieto appieno
della tua morte allor.
ATAR T'udrò cadermi in seno
e sarò lieto appieno
della mia morte allor.
AXUR Oh smania! O duolo estremo!
Son io, son io che fremo,
e gode il traditor.
CORO
di schiavi e schiave
Aita Axur, aita,
salvaci dal periglio,
la tua milizia unita
al popol in scompiglio,
chiede per forza Atar.
Già del serraglio infrante
son, o signor, le porte:
ah salva noi da morte...
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Atto quinto Axur, re d'Ormus
Scena quarta
Biscroma con sciable sfoderata in mano, seguìto da Soldati armati, e
Popolo.
BISCROMA E SOLDATI Atar! Atar! Atar!
Atar a noi si renda
ah si difenda Atar!
ATAR Arrestate, o soldati:
(va incontro ai soldati incatenato)
chi vi condusse qui, chi la rea destra
di quel ferro v'armò... chi fu ministro,
di quel furore insano?
Forse il destin del regno è in vostra mano?
Armi a terra, infelici.
(s'inginocchiano e abbassano l'armi)
ATAR Or che sono sommessi,
sire, grazia e pietà chieggo per essi.
AXUR Come? Dunque dovrò veder mai sempre
l'odiato fantasma
tra il mio popolo e me? Dunque un effetto
dell'aborrito Atar è il lor rispetto?
(ad Atar gettando a terra la corona)
Compi l'opra fellon! Regna in mia vece
su i stolidi idolatri,
venduti a te si sono,
io non voglio così vita, né trono.
(si uccide: i suoi schiavi lo conducono subito via)
ATAR Misero!
BISCROMA I falli suoi
ripara appien un solo accento.
URSON E BISCROMA Il soglio
egli lascia ad Atar.
POPOLO Il soglio
egli lascia ad Atar.
ATAR Ed io no 'l voglio.
URSON Signor, per la mia mano
(Urson prende la corona di Axur)
il popol ti corona; e se l'offerta
d'accettar tu ricusi
per coronarti a forza
abusare potrem di tue catene.
(con mistero)
Arteneo...
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L. Da Ponte / A. Salieri, 1788 Atto quinto
POPOLO
(con foco)
Arteneo.
URSON Ceder conviene.
(Arteneo prende la corona da Urson)
ARTENEO Ceder conviene Atar.
POPOLO Ceder conviene Atar.
ARTENEO Estremo è il lor desir.
POPOLO Estremo è tal desir.
ARTENEO Sii tu d'Ormus il re.
(gli mette la corona)
POPOLO Sii tu d'Ormus il re.
ARTENEO Voler de' numi egli è.
(parte, i soldati battono insieme le spade)
Scena ultima
Tutti salvo Arteneo, Biscroma e Urson in ginocchio vogliono cavare i
ferri ad Atar; egli si oppone.
ATAR Figli, voi mi sforzate;
appagarvi convien: i ferri miei
lasciatemi però; voglio che questi
sieno ne' dì futuri
l'ornamento miglior, la più gradita
memoria di mia vita, e sappia il mondo
che se il peso accettai,
fu per incatenarmi, e questo è il segno
(si cinge co' le sue catene)
all'onor, alla gloria, al ben del regno.
CORO GENERALE
Qual piacer la nostr'anima ingombra,
e gli affanni, e i timori disgombra!
Gridi ognun viva il re, viva Atar;
viva Aspasia, ed Aspasia in Atar.
Tutti tutti morremmo per te,
il miglior abbiam noi d'ogni re.