Grice e Sarlo: la ragione conversazionale dell’idealismo – la scuola di
Napoli – filosofia napoletana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo campanese.
Filosofo italiano. Napoli, Campania. Francesco De Sarlo Francesco De Sarlo (San
Chirico Raparo, 13 febbraio 1864 – Firenze, 14 gennaio 1937) è stato un
filosofo e psicologo italiano. Biografia
Nel 1900 vince la Cattedra di filosofia teoretica presso il Regio Istituto di
studi superiori di Firenze dove resterà fino al 1933. È in questa città che
frequenta i seminari tenuti da Franz Brentano presso la Biblioteca Filosofica.
Nel 1903 fonda a Firenze il "Laboratorio di psicologia sperimentale"
che fu inizialmente annesso alla Facoltà di Lettere e Filosofia del Regio
Istituto di studi superiori. Allievi di De Sarlo furono, tra gli altri, Antonio
Aliotta (1881-1964), Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952), Enzo Bonaventura
(1891-1948), Eustachio Paolo Lamanna, che sposò sua figlia Edvige, Eugenio Garin
e Alberto Marzi. Il De Sarlo si trova in
aperto contrasto con Benedetto Croce e Giovanni Gentile che ritenevano si
dovesse separare il metodo della filosofia da quello della scienza. Per De
Sarlo, invece, il metodo conoscitivo doveva essere comune in quanto sia il
filosofo che lo scienziato si occupano dello stesso campo d'indagine. Per
questo considera come unico metodo quello rigorosamente sperimentale di Wilhelm
Wundt e quello esperienziale di Brentano. Nello stesso anno pubblica, nel
capoluogo toscano, il saggio: I dati dell'esperienza psichica. La novità introdotta da De Sarlo è il
concetto che i fenomeni fisici esistono in quanto diventano fenomeni psichici,
contenuto della nostra coscienza. Dunque, l'oggetto di studio della psicologia
doveva essere l'esperienza intenzionale del soggetto. L'unica vera esperienza
diretta è quella psichica. Esperienza interna ed esperienza esterna vanno così
a configurarsi come due aspetti dello stesso fenomeno; non c'è un'esperienza
più vera dell'altra poiché nessuna delle due è indipendente dall'altra. Per De
Sarlo è imprescindibile studiare la coscienza: a suo avviso, gli
"oggetti" arrivano necessariamente alla nostra coscienza attraverso
gli organi sensoriali. Essi vengono ordinati, studiati, usati, catalogati sia dal
singolo nella sua esperienza quotidiana sia dalle varie scienze che ne
approfondiscono lo studio. Siccome tali "oggetti" sono complessi,
cioè pieni di proprietà, attributi etc., De Sarlo si chiede come accada che si
compongano nella coscienza dell'individuo e stabilisce che due sono le
modalità: o l'oggetto equivale al
contenuto della coscienza oppure che la percezione del soggetto dipende dalla
relazione del soggetto stesso con l'oggetto percepito. Nel primo caso De Sarlo
parla di "esperienza con carattere statico", nel secondo di
"esperienza a carattere dinamico". In entrambi i casi non si può
prescindere dal ruolo del soggetto. La
differenza tra esperienza psichica ed esperienza pura è l'aggiunta del
significato ai dati primitivi. Per De
Sarlo sono possibili solo due modi di studiare tutto questo: il metodo sperimentale e il metodo
introspettivo Nel 1907 fonda il periodico La cultura filosofica, che darà
spazio alla discussione di problemi psicologici e presterà attenzione a quanto
avviene in campo psicologico ed epistemologico negli altri paesi.
L'impostazione filosofica di questa rivista fu più volte criticata da Benedetto
Croce e Giovanni Gentile. Tra il 1912 e
il 1915 è tra gli autori della rivista fiorentina Psiche, il cui redattore capo
è Roberto Assagioli: altri redattori sono Agostino Gemelli, E. Bonaventura. Le
teorie di Francesco De Sarlo furono influenzate molto dalla concezione della
conoscenza scientifica e dalle teorie di Franz Brentano. Nel 1925 è tra i firmatari del Manifesto
degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce. Nello stesso anno
pubblica, per i tipi Le Monnier, Gentile e Croce. Lettere filosofiche di un
«superato». Nel libro De Sarlo prende atto della sconfitta culturale del
neoidealismo italiano, ma al contempo rivendica le ragioni della sua
prospettiva filosofica. L'obbiettivo polemico erano senza dubbio sia Croce che
Gentile, ma a quest'ultimo erano dedicate le pagine più aspre. Infatti De Sarlo
e Croce erano legati dal comune sentimento antifascista e convinti della
necessità di misurarsi con ricerche concrete, quali quelle di Croce in ambito
storico che De Sarlo aveva sempre apprezzato. Non a caso Croce fece passare
sotto silenzio questo testo mentre sul Giornale critico della filosofia
italiana, fondato e diretto da Gentile, apparvero varie recensioni critiche del
volume. Opere F. De Sarlo, I dati
dell'esperienza psichica, Galletti e Cocci, Firenze 1903. F. De Sarlo e G.
Calò, Principi di scienza etica, Sandron, Palermo 1907. F. De Sarlo, Gentile e
Croce. Lettere filosofiche di un «superato», Firenze, Le Monnier, 1925. F. De
Sarlo, Introduzione alla filosofia, Ed. Dante Alighieri, Milano 1928. F. De
Sarlo, Il metodo naturale nella ricerca scientifica, Ed. Dante Alighieri,
Milano 1929. F. De Sarlo, L'uomo nella vita sociale, Laterza, Bari 1931. F. De
Sarlo, Vita e psiche: saggio di filosofia della biologia, Le Monnier, Firenze
1935. Bibliografia V. Russo, Filosofia e psicologia nell'attività psichiatrica
di Francesco De Sarlo, Il Mulino, Bologna 1987. AA. VV., Studi per Luigi De
Sarlo, Giuffrè, Milano 1989. L. Albertazzi, G. Cimino, S. Gori-Savellini (ed.),
Francesco De Sarlo e il laboratorio fiorentino di psicologia, Laterza, Bari
1999. G. Sava, Francesco De Sarlo e la psicologia filosofica, «Il Veltro», LVI
(2012), fasc. 1-2, pp. 31–47. P. Guarnieri,
http://www.fupress.com/scheda.asp?idv=2296[collegamento interrotto], Firenze
University Press, Firenze 2013. Altri progetti Collabora a Wikisource
Wikisource contiene una pagina dedicata a Francesco De Sarlo Collegamenti
esterni De Sarlo, Francesco, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata De Sarlo, Francesco, in
Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009. Modifica su
Wikidata De Sarlo, Francésco, su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata
Patrizia Guarnieri, DE SARLO, Francesco, in Dizionario biografico degli
italiani, vol. 39, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1991. Modifica su
Wikidata Francesco De Sarlo, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Modifica
su Wikidata Opere di Francesco De Sarlo, su MLOL, Horizons Unlimited. Modifica
su Wikidata Controllo di autorità VIAF
(EN) 32222177 · ISNI (EN) 0000 0000 7973 0356 · SBN BVEV049528 · BAV 495/199662
· LCCN (EN) no2001066024 · GND (DE) 124135129 · BNF (FR) cb144710363 (data) ·
J9U (EN, HE) 987007289332805171 Portale
Biografie Portale Filosofia Portale Psicologia Categorie: Filosofi
italiani del XX secoloPsicologi italianiNati nel 1864Morti nel 1937Nati il 13
febbraioMorti il 14 gennaioNati a San Chirico RaparoMorti a Firenze[altre] FRANCESCO DE SARLO SAGGI
DI FILOSOFIA VOLUME I
La Vecchia e la Nuova Frenologia. — La nozione di Legge ,,. — L’origine delle tendenze immorali. -- Il
senso muscolare. — L’ohbietto della
Psicologia fisiologica. — La filosofia dell’atti- ‘ vità : F. Paulsen. Ù È
TORINO CARLO CLAUSEN 1896
Phio 4225 2.8) l HARVARD COLLEGE LIBRARY oc JACKSON FUND DI 277 If, 1927 (2 nel)
Roma. Tipografia di G. Balbi — Via Mercede. 29-29. La vecchia e la mura Frenologia Fatto psichico e fatto fisiologico o fisico
sono deno- aminazioni esatte, precise e
intelligibili, meglio che le parole
spirito e corpo, le quali, come già ebbe a notare il Renouvier, peccano per la loro
indeterminatezza e pre- .suppongono già
un’opinione formata sulla natura del so-
strato dei fatti psichici e di quelli fisiologici. La distin- zione tra detti fatti porta con sè la ricerca
della rela- zione esistente tra loro: nè
può essere altrimenti, data l’intima
connessione di entrambi. Non deve quindi far
meraviglia se da vari punti di vista, sia stata indagata tale relazione e mentre dapprima sì fissò
l’attenzione sull'azione che lo spirito
in genere può esercitare sul ‘corpo
preso nel suo insieme e viceversa questo su quello, negli ultimi tempi in seguito al progresso
delle scienze positive e della critica
della conoscenza si è badato mas-
simamente alla relazione tra singoli fatti psichici e de- ‘terminati fatti e processi fisici (1). In ogni modo la relazione esistente tra
l’anima e il «corpo può formare oggetto
d'indagine da due diversi (1) Chi
voglia avere un esatto, comunque riassuntivo, ragguaglio .delle varie maniere con cui successivamente
è stato considerato dai filosofi, il
rapporto tra spirito e corpo, può consultare il volume del Bain L'esprit et le corps. Paris, Germer et
Bailliére 1880 (da pag. 144 ‘a pag.
203). 4 LA VECCHIA E LA NUOVA
FRENOLOGIA punti di vista: i° Si può
considerare il rapporto esistente tra
determinati stati di tutto il corpo coi suoi vari or- gani e dati fatti psichici, si può in altri
termini consi- derare l'azione che il
fisico esercita sul morale e vice- versa
il morale sul fisico: esempi di tale trattazione ci vengono forniti dai classici lavori del
Cabanis e dell’Hack Tuke; 2° si può
limitare l’indagiue al rapporto esistente
tra il fatto psichico e la corrispondente variazione del- l'organo rivelato dall'esperienza in precipna
connessione colla psiche (sistema
nervoso). La prima indagine non ha
interesse. particolare e decisivo per la soluzione del problema filosofico concernente la natura
dello spirito : ed infatti l’azione
reciproca, come si dice, tra fisico e mo-
rale non è negata da nessuno in tesi generale, comunque: possa essere variamente interpretata, ed
aggiungeremo che le descrizioni che di
quella possediamo sono pres- sochè
complete e definitive. Per l'opposto la seconda in- dagine riguardante il rapporto tra sistema
nervoso e fatti spirituali non solo
costituisce un elemento importante per
poter risolvere il problema capitale della psicologia che è quello della natura e del modo di
esplicarsi del- l’attività spirituale,
ma è causa delle maggiori discre- panze
tra i vari filosofi. È nostro intento di fermarci ap- punto su questa seconda indagine per vedere
se nello stato attuale della fisiologia
e della psicologia sia pos- sibile
venire ad una soluzione definitiva e razionale.
Bisogna risalire al secolo XVII per trovarele prime indagini fatte allo scopo di cogliere il
rapporto esistente tra il cervello e
l’anima: e ciò sì comprende dileggieri,
se si pone mente al risveglio delle scienze naturali ca- LA VECCHIA E LA NUOVA FRENOLOGIA 5 ratteristico di quel tempo: già il sistema
copernicano a- veva portato una
trasformazione nelle idee generali ri-
flettenti l'universo; la meccanica aveva ricevuto da Galilei ‘una base solida, donde la tendenza a ridurre
i fenomeni fisici a fenomeni meccanici;
e Harvey colla scoverta della
-circolazione sanguigna aveva presentato il principale motore della vita, il cuore, come una pompa
aspirante e premente. Non è quindi a far
meraviglia se agli occhi «di Cartesio,
il quale cercò di formare un sistema com-
pleto delle cognizioni naturali del suo tempo, la natura .sî sia presentata sotto l'aspetto meccanico,
il corpo a- nimale come una macchina
naturale e il cervello come un congegno
atto a contenere in un dato punto l’anima
-di natura semplice ed inestesa (1).
(1) Non bisogna però credere che prima del XVII secolo non fosse stata messa in alcun modo in chiaro la
connessione esistente tra il cer- vello
e l’anima: non poteva non fermare l’attenzione di chiunque il fatto per sé ovvio che animali sd uomini,
dopo aver ricevuto una lesione al
cervello, mostrano un mutamento notevole nelle loro condizioni psichiche, — C’è stato chi è arrivato a
Democrito, Eraclito, Areteo, Ippocrate,
ecc., i quali avrebbero fissato in astratto che ad ogni ma- nifestazione e modificazione della natura
corrispondesse una pacti- colare
organizzazione cerebrale. — Aristotele nel «:onfrontare la intel- ligenza deli'uomo con quella degli animali,
vedendo nell’uomo la testa più piccola
che negli altri animali, ne inferì che fra gli uomini la intelli- genza è in ragione del minor volume del capo.
— Gregorig Nisseno faceva il seguente
paragone del cervello umano: « È una città, in cui tante strade di andata e ritorno pegli
abitanti non fanno confusione, perché
ciascuna ha il suo punto di partenza e di arrivo determinato ». ‘È un antichissimo accenno alla divisione
delle funzioni. — Ma le prime ricerche
sperimentali che si conosca essersi fatte sul cervello umano, sono di Galeno, il quale disse che la forma
del cerebro era quale con- ‘viene, e
quale sarebbe se, prendendo una palla di cera in forma ro- «tonda perfetta, la si premesse leggermente
ai lati per modo che rse- -atasse la
fronte e la calotta con un po’ di gobba. In conseguenza colui big isdihy Google FRANCESCO DE SARLO SAGGI
DI FILOSOFIA VOLUME I
La Vecchia e la Nuova Frenologia. — La nozione di Legge ,,, — L’origine delle tendenze immorali. -- Il
senso muscolare. — L’ohbietto della
Psicologia fisiologica. — La filosofia dell’atti- " vità: F. Paulsen. TORINO
CARLO CLAUSEN —. 1896
Phil 4227. 2.5) i HARVARD COLLEGE LIBRARY Dt JACKSON FUND fa l1,19 27
199, (an Roma, Tipogratia di G. Bulbi. — Via
Mercede. 29-29. La vecchia e Ta nova
Freologa. Fatto psichico e fatto
fisiologico o fisico sono deno-
minazioni esatte, precise e intelligibili, meglio che le parole spirito e corpo, le quali, come già
ebbe a notare il Renouvier, peccano per
la loro indeterminatezza e pre-
.suppongono già un'opinione formata sulla natura del so- strato dei fatti psichici e di quelli
fisiologici. La distin- zione tra detti
fatti porta con sè la ricerca della rela-
zione esistente tra loro: nè può essere altrimenti, data l'intima connessione di entrambi. Non deve
quindi far meraviglia se da vari punti
di vista, sia stata indagata tale
relazione e mentre dapprima sì fissò l’attenzione sull'azione che lo spirito in genere può
esercitare sul corpo preso nel suo
insieme e viceversa questo su quello,
negli ultimi tempi in seguito al progresso delle scienze positive e della critica della conoscenza si
è badato mas- simamente alla relazione
tra singoli fatti psichici e de-
terminati fatti e processi fisici (1).
In ogni modo la relazione esistente tra l’anima e il -corpo può formare oggetto d'indagine da due
diversi (1) Chi voglia avere un
esatto, comunque riassuntivo, ragguaglio
delle varie maniere con cui successivamente è stato considerato dai filosofi, il rapporto tra spirito e corpo,
può consultare il volume del Bain
L'esprit et le corps. Paris, Germer et Baillière 1880 (da pag. 144 »
essere adempiute con scrupolo nei loro più minuti parti- colari. Se nou che tutto questo, a dire il
vero, piuttosto che ai tempi primitivi
dell'umanità si riferisce a quelli in
cui gli uomini si sono già organizzati in gruppi più o meno vasti con capi politici e religiosi.
Questi capi sì fin- sero o si credettero
effettivamente ispirati da esseri sovran-
naturali e legiferarono: e le loro leggi furono varie se- condo le condizioni dei popoli e i criteri
politici e religiosi, dai quali i detti
capi furono guidati. Riassumendo,
nell’inizio, in qualsiasi aggregazione umana
non esiste dritto nè legge nel vero significato della parola’ ma bisogni umani che possono essere sentiti e
riconosciuti di necessaria
soddisfazione. Se per comune volontà la soddi-
stazione di quei bisogni con talune modalità o limiti rico- nosciuta legittima, viene conseguita, si
hanno allora alcune consuetudini che non
possono a rigore dirsi giuridiche,
perchè manca un potere tutelatore, ma preparano l’appa- rizione delle forme giuridiche, dei dritti,
iniziando la tra- sformazione dei
rapporti bio-etici in rapporti giuridici. Se
poi quelle consuetudini si formano sotto la direzione di colui che sta a capo dell'associazione,
allora esse meritano il nome dì
giaridiche. E posto che il dritto, subbiettiva-
mente inteso, sia la facoltà di operare in una maniera de- terminata, riconosciuta legittima e
necessaria dall'autorità sociale,
obbiettivamente sì presenta sotto questi due aspetti: 1° sotto quello della garentia o protezione
che ha vita appunto con le disposizioni
legislative, con leleggi; 2° sotto quello
di un insieme di azioni umane, svolgeutisi nei limiti e con le modalità stabilite da queste leggi. Di guisa che il dritto è il complesso delle
norme gene- LA NOZIONE DI « LEGGE »
57 rali dell'operare umano necessarie
al conseguimento dei fini sociali ed
individuali dell'uomo. Se non che qui giova no-
tare che non è perfettamente conforme al vero affermare sic et simpliciter che le consuetudiri sì
fissino nelle leggi giuridiche, ma
invece occorre dire che dopo la separazione
delle consuetudini propriamente dette dal dritto, quest’ul- timo si vale dei mezzi di obbligazione
esterna, mentre le prime adottano i
mezzi più blandi dell’imitazione e del ri.
spetto dell'opinione pubblica.
Le consuetudini ed il diritto hanno però per lungo tempo questo di comune che il valore delle loro
norme è fondato tutto sull'uso e
sull’abitudine. La /egge (lex) espressa-
mente ‘formulata e quindi letta e quella scritta (Vorschrift, prescrizione) sono di origine molto più
tardiva ed anche dopo che sono sorte,
abbracciano in modo molto incom- pleto
il diritto che vige nella società: dritto che si diffe- renzia dalle pure consuetudini per la
costrizione fisica di cui effettivamente
si serve. Presso i Romani queste leggi
non scritte, da cui però attingeva la legislazione scritta, queste consuetudini si dissero « 120res » per
accennare al- l'assenza in esse di ogni
forma di promulgazione esterna reputata
caratteristica della legge vera e propria (lex da legere). Presso di noì moderni la differenza
tra consuetu- dini e leggi s'è andata
sempre più accentuando per il fatto che
le prime sono andate perdendo di valore a misura che si è lasciato maggior campo alla esplicazione
della libertà ed iniziativa individuale
e che in riguardo ad esse è venuto meno
ogni mezzo di costrizione. Per contrario è divenuto molto più sensibile il carattere obbligatorio
delle norme giuridiche basato appunto
sui mezzi di costrizione esterna. 58
LA NOZIONE DI « LEGGE >» Come si
vede, nel concetto originario di legge non era
incluso per niente il significato che oggi si dà alle leggi naturali, quali rapporti costanti esistenti
tra dati termini, ma bensi, quello di
norme o regole dirigenti l’attività umana.
In questo senso Empedocle considera il divieto di uccidere gli esseri viventi quale legge applicabile
fin dove si estende la luce del sole e
lo spazio infinito e Sofocle fa dire ad An-
tigone che i comandi divini non scritti, ma imprescindi- bili, hanno valore non da ieri o da oggi, ma
ab aeferno e nessuno sa « da quando sono
stati rivelati. » In Eraclito troviamo
solo un accenno a concepire la legge divina quasi come una legge naturale, quando dice, « che
tutte le leggi umane tendono ad
avvicinarsi a quella divina, in quanto
questa è onnipotente e forte abbastanza per dominare tutte le altre leggi »; qui la legge divina non
solo è conside- rata come una norma
dello svolgimento dell’attività umana,
ma come fattore essenziale dell’ armonia universale chia- mata anche da Eraclito col nome di Dike. Decorse però molto altro tempo prima che la
nozione di legge fosse libera dagli
elementi ad essa inerenti nel suo
significato originario: basta pensare che i sofisti riguar- davano il Nomos ela Fise, la legge e la natura
delle cose come antitesi inconciliabili,
per convincersi che in quel tempo il
concetto di legge (intesa questa quale forma del- l'ordinamento naturale) non poteva in alcun
modo pren- dere consistenza ed acquistar
valore ed anzi va notato che gli autori
di quel tempo ponevano ogni cura a differen-
ziare la legge dalla natura, osservando che la legge era stata data dagli nomini, mentre la natura di
tutte le cose era stata ordinata dagli
Dei. E quei filosofi che riconosce- LA
NOZIONE DI «€ LEGGE » 59 vano le leggi
naturali nel senso moderno si guardavano
bene dal chiamarle con tal nome: Democrito, per esempio, chiaramente espresse il concetto che niente
di casuale av- viene nel mondo, ma tutto
ha la sua ragione necessaria; se non che
egli non parlò mai di leggi naturali, bensi d
ella necessità di ogni evento,
anzi fu egli che pose la legge di
rincontro alla natura delle cose. Del pari Platone ed Aristotele parlarono della necessità a cui
sottostan- no tutti i fatti della
natura, comunque la subordinassero poi
all’ attività finale di questa, ma non ci fu caso che essi considerassero tale necessità quale
legge della natura. Questo nome fu da
essi conservato esclusivamente per
designare le norme dell’operare umano, distinguendo le leggi particolari dei singoli stati,
suddivise poi alla lor volta in leggi
scritte e non scritte, dalla legge morale uni-
versale per cui gli uomini son tratti istintivamente a giu- dicare (uivtevovta:) del giusto e
dell’ingiusto. Teofrasto più
precisamente disse che per tale via tutti gli uomini, in forza dell'unità della loro natura, sono spinti a
considerarsi come affini o aventi una
medesima origine. Tale legge, diciamo
così, naturale però sta a significare soltanto un'esigenza pratica della natura umana, non una necessità
incorabente al modo di agire delle forze
naturali: e se Aristotele una volta si
avvicina ad un tale concetto, non tralascia di
osservare che è solamente in senso improprio che si può parlare di legge naturale (1). Bisogna arrivare a Zenone per trovare
adoperata la (1) V.a tal proposito,
Zeller: Philosophie, der Griechen, Vol. I, pag.
1005 e segg., Vol. II pag.865 e segg.; V. inoltre Zeller: Vortrige
u. Abhandlungen. Dritte Sammlung.
Leipzig 1884, pag. 191 e segg. 60 LA
NOZIONE DI «€ LEGGE » prima volta la
nozione di legge ad esprimere l' ordina-
mento della natura, il che parrà logico a chiunque conosce la struttara del sistema stoico. Dagli stoici
infatti fu af- fermata la necessità di
ogni evento, l'inviolabilità dell’or-
dine naturale tanto più decisamente in quanto Epicuro aveva ammesso l’arbitraria declinazione negli
atomi e il libero arbitrio nell'uomo. Se
Democrito ed Epicuro rifug- girono dal
designare il corso necessario degli eventi natu- rali col nome di legge, perchè ciò poteva far
conside- rare l'ordinamento della natura
quale opera di un volere superiore e di
un'intelligenza plasmatrice dell’universo, gli
stoici avendo ricondotte tutte le cose ad una sola causa riguardata non soltanto come sostanza
materiale, ma come Forza creatrice o
Ragione, furono spinti a considerare il
concatenamento delle cause naturali e il necessario svol- gimento dei fatti come mezzi per cni la
Ragione univer- sale potesse attuare i
suol fini. Da tai punto di vista tutto
l’ordinamento dell'universo sì presentò
come un prodotto del volere di detta ragione,
in altre parole come la legge che essa aveva dato ; ed anzi essa stessa fu chiamata legge naturale, e se
qualche volta la natura piuttosto che la
ragione figurò come legislatrice, | se
sì parlò di leggi della natura a cui tutto doveva sot- tostare, compreso l’uomo, ciò avvenne perchè
la natura nella sua intima essenza era
fatta coincidere colla ragione
universale (divinità) (1). In tal guisa è giustificato il detto di Zenone che la legge naturale è una legge
divina. (1) Quid enim aliud est natura
quam Dcus et divina ratio toti mundo ct
partibus cius inserta ? Seneca, De Benef. IV, 7,1, LA NOZIONE DI « LEGGE » 61 La legge universale fu riposta nella
Ragione somma, la quale penetra da per
tutto, onde Cleanto nel suo inno, dopo
aver detto che Giove tutto regola in conformità di una legge, chiama le esigenze morali
egualmente leggi. Qui non troviamo differenza
notevole tra la legge natu- rale e la
legge morale. Del resto tutta la dottrina morale stoica è fondata appunto sul principio di
dover vivere in conformità della natura,
principio, il quale non dice altro. che
la legge morale è legge naturale dell'’operare umano. La nozione di legye naturale qui nor appare
delimitata in modo netto da non poter
essere confusa per l’origine e per la
forma colla legislazione positiva e per il contenuto colla legge morale, essendo guidato il volere
divino dal fine di procacciare il maggior
bene agli esseri ragionevoli. Sem- bra
adunque che fosse dalla scuola stoica che l'espressione di legge naturale passasse nell'ordinario
linguaggio, tanto più che
l’indeterminatezza del suo significato rimase im- mutata per il resto dell'evo antico e medio.
Le leggi go- vernanti la natura al pari
di quelle obbligatoriamente re- golanti
le azioni umane figurarono come comandi divini : e senza badare se tutti gli enti avessero la
capacità pro- pria dell'uomo di dare
ascolto ai detti comandi, le leggi
naturali furono presentate quali ordini positivi provenienti necessariamente da una Volontà
superiore. A questo punto giova notare
che il sentimento mitico della natura
per cui i fenomeni di questa furono riguardati
espressioni di impulsì e di tendenze interne, trovò il suo appoggio nell’analogia esistente tra il
corso invariabile dei fatti naturali e
l’indirizzo, regolato da norme fisse, degli
atti della vita umana; indirizzo alla sua volta fondamen- 62 LA NOZIONE DI « LEGGE >» tato almeno in parte sul succedersi ritmico
dei bisogni fisici. Alla costrizione esterna si sostitni
l'esigenza interiore emotiva per cui si
fu tratti a conformare il proprio modo di
operare all’operare della natura. Il divino dall’uomo posto nella natura si riverberò sull'uomo stesso
quando gli atti divini (fatti naturali)
furono posti come modelli della con-
dotta umana; cosi l'ordine della natura divenne esemplare dell'ordinato svolgersi delle consuetudini
umane e la no- zione di legge che
ricevette la sua prima determinazione
nella società umana e che fu trasportata allo studio della natura in seguito ad una tardiva riflessione,
appare deri- vata nei suoi fondamenti
primitivi ed originarii dalla na- tura
stessa (natura fisica dell’uomo). Del
resto il nesso esistente tra l’ordine naturale e quello delle consvetudini si rende manifesto nelle
intuizioni reli- giose degl'indiani.
Negli atti simbolici religiosi di questi è
espresso il sentimento di regolarità fissa e immutabile do- minante dapertutto nell'universo. In alcuni
sacrifici sono ‘simboleggiati i fenomeni
celesti svolgentisi con regolarità
costante. I sacrifici fatti ad Agni corrispondono ai feno- meni naturali (dappriina adorati essi stessi
come divinità) in cui per così dire,
quel Dio s’incorpora. E i detti feno-
meni son reputati atti religiosi compiuti dalla divinità. Di qui il rispetto pauroso per la natura che
raggiunge il massimo grado presso i
Greci, come provano i miti di Prometeo,
di Icaro, di Fetonte, e il riguardo usato agli
animali, i quali rappresentano un elemento dell'ordine e del sistema della natura. | In tal guisa, dallo stadio mitico primitivo
in cui sono LA NOZIONE DI « LEGGE » 63 confusamente rappresentati l'ordinamento
naturale e mo- rale dell'universo si
passa allo stadio estetico in cuì l’or-
dinamento esterno delle cose è presentato come simbolo o manifestazione dell'ordinamento morale
interiore, stadio che coincide colla
trasformazione degli dei della natura in
potenze morali. La natura è sempre riguardata come qualche cosa di divino, ma i singoli obbietti
naturali cessano di essere considerati
come dèi, simili agli uomini (V. il
Timeo di Platone). Col suddetto stadio coincide
l’inizio della conoscenza delle leggi fisiche dell'universo, in quanto la contemplazione estetica non
considera più i fatti naturali come
prodotti puri e semplici del capriccio e
dell’arbitrio di esseri divini simili in tutto all'uomo, ma bensi come segni, accenni a qualcosa
d'elevato, di razionale, di assoluto, di
necessario e quindi di permanente che è de-
gno di essere conosciuto ed indagato, per quanto si celi all’occhio volgare. Di qui l’inizio e l'avviamento alla
comprensione razio- nale dell’universo,
la quale giunta al suo completo svolgi-
mento menò allo sconoscimento di ogni valore etico ob- biettivo nella natura, sia perchè questa non
fu più con- templata nel suo insieme,
data l'esigenza della divisione del
lavoro, sia perchè gli effetti emotivi suscitati dalla detta contemplazione essendosi rivelati
variabili e incostanti, furono
riguardati un prodotto del soggetto, da questo
trasportati nella natura.
Bisugna arrivare ai secoli XVI e XVII per trovare de- limitato nell’ultimo modo anzidetto il
contenuto della no- zione di legge
naturale, per la quale s’intese appunto il
rapporto costante di dati termini, la relazione fatalmente 64 LA NOZIONE DÌ « LEGGE » necessaria esistente tra condizionato e
condizione. Talchè la nota
caratteristica della legge naturale fu allora riposta nel suo valore assoluto, universale, privo
d’eccezioni. E la conoscenza di essa si
rivelò tanto più perfetta quanto più
chiara appariva la conoscenza degli eventi e delle loro condizioni determinanti, raggiungendo il
massimo grado di perfezione colla
possibilità di esprimere matematicamente
il rapporto implicato nella legge in modo da poter senza fallo prevedere un dato evento, una volta
note le rispettive condizioni. Che si riuscisse per la via induttiva o per
quella dedut- tiva a fissare e ad enunciare
determinate leggi, ciò che sopratutto si
ebbe di mira fu che la legge avesse ‘n va-
lore assoluto e incondizionato ; il che poteva avvenire solo - nel caso che tra le circostanze
accompagnanti un dato e- vento e
quest'ultimo fosse riconosciuto un nesso causale, comunque la conoscenza di una legge naturale
potesse essere indipendente da quella
delle cause determinanti il nesso
espresso nella legge stessa. Molte leggi empiriche furono in- fatti fondate su ipotesi scientifiche. Il
modo di comprendere la causalità in
genere esercitò però sempre una grande
azione sulla maniera d'intendere l’assolutezza delle leggi naturali.
Fu notato poi che per poter ammettere la possibilità di strappi alle sudette leggi, per poter
ammettere in alcun modo delle deviazioni
dal corso naturale delle cose, per poter
accettare in altri termini i miracoli, occorreva implicita- mente od esplicitamente tornare a considerare
le leggi natu- rali quali leggi positive
derivanti dall'arbitrio di una forza
saperiore. Una volta infatti affermato che intanto si può par- LA NOZIONE DI « LEGGE >» 65 lare del corso regolare degli eventi
naturali, in quanto sotto date
condizioni sempre si presentano fatti identici non è più possibile risguardare come naturali
eventi, i quali si sottraggono ad ogni
spiegazione naturale. Le leggi na-
turali interpretate secondo i concetti dominanti nella scienza in stato di progresso e di svolgimento,
appaiono assoluta- mente inconciliabili
e irriducibili a quelle precettive o nor-
mative, in quanto le prime hanno il carattere precipuo di essere necessarie in sè stesse e prive di
eccezioni, mentre le altre esprimono
delle regole, dei precetti a cui si può
sempre derogare. ]ua necessità nell’ultimo caso è sempre relativa ad un dato scopo da conseguire. Dicemmo di sopra che lo svolgimento della
nozione di legge e la sna formale
enunciazione e introduzione nel do-
minio della scienza andavano differenziate dal fatto reale ed obbiettivo formulato ed espresso in un
periodo tardivo nella legge stessa.
Invero fin da quando fu riconosciuto un
rapporto ‘costante e necessario tra due fatti (Matema- tica e Astronomia), fin da quando sì cominciò
ad enun- ciare un giudizio universale ed
a ricavare da date pre- messe date
illazioni ordinando il tutto in modo chiaro e
preciso, fin da quando fu riposta la ragione dei vari e- venti in un processo matematico-meccanico
svolgentesi in modo incondizionatamente
necessario, fin da quando il mondo in
tutte le sue manifestazioni anche le più esigue, fu con- siderato come wn organismo governato da un
concatena- mento di cause, fin da quando
pose radici Ia convinzione che conoscere
equivale a determinare e che pertanto cono-
scere un oggetto equivale a ricercare in che modo questo nella sua essenza ed esistenza dipende da un
altro, fin da 9. 66 LA NOZIONE DI « LEGGE » quando adunque la scienza intesa in senso
lato ebbe la sua prima origine, il
contenuto .reale della nozione di legge
s'imponeva alla considerazione dello spirito. Dal momento che lo spirito senti il bisogno di
distinguere il permanente e l'essenziale
dal contingente e dall’accidentale, attribuendo
al primo maggior valore e significato, dal momento che andò in traccia dell'unità al disotto della
varietà, pose perciò stesso la necessità
della ricerca della legge. Questa ha
radice in una necessità del concepire umano, in quanto nel fondo del nostrointelletto, è insita la
tendenza ad an- dare in cerca di
qualcosa di assoluto, d'immutabile e d'i-
dentico : ond'è che dagli antichi filosofi Ionici, o meglio dagli antichi matematici ed astronomi dell’oriente
fino a noi fu un continuo affaticarsi
del pensiero umano per fissare gli
elementi invariabili di tutte le cose e per sostituire alla con- cezione mitica, e antropomorfica quella della
connessione necessaria e
incondizionalmente regolare dei vari eventi.
Ed è cosa degna di nota che parallelamente all’interpre- tazione teleologica della natura si conservi
con un nu- mero maggiore o minore di
variazioni e di ondeggiamenti la
tendenza a ricercare i puri rapporti causali tra le cose e gli eventi. Chi segue lo svolgimento
storico della scienza in genere constata
subito che la corrente che potremmo dire
materialistica decorre parallela a quella idealistica, attraverso tutto il mondo antico e tutto
l’evo medio fino a che nel rinascimento
s’iniziò quel movimento che ebbe per
esito l'abbandono di qualsiasi veduta teleologica nel dominio della scienza vera e propria. Se non che qui si presenta la questione: Se
il fatto reale espresso mediante la
legge è antico quanto la scienza, LA
NOZIONE DI « LEGGE » 67 perchè la
nozione di legge vera e propria sorse così tardi ? Al concetto di necessità naturale che cosa si
deve aggiun- gere perchè si abbia il
concetto di legge ? Finchè la co-
noscenza umana sì portò, per così dire, in modo diretto ed immediato verso il suo obbietto che
d'ordinario era la na- tura, senza
curarsi di determinare l'essenza generale, il
concetto dei fenomeni, senza ferinare l’attenzione sulle re- lazioni stabilite mediante l’intelletto
umano, era impossi- bile che sorgesse la
nozione di legge, la quale è resa pos-
sibile piuttostochè dalla considerazione delle cose per sè stesse, da una veduta esatta in ordine alla
natura della nostra conoscenza. Finchè i
principii delle cose furono ri- posti
nelle cose e non nei concetti, ognun vede che di leggi non era possibile parlare. Ma tostochè
per opera se- gnatamente della filosofia
stoica, la ragione fu reputata immanente
al mondo e fine a sè stessa, e il mondo nel suo
progressivo svolgimento fu reputato la manifestazione di una logica che sta nella sua stessa essenza, anzi
fu reputato la ragione stessa che si
determina, per ciò stesso fu posta la base
del principio fondamentale delle leggi della natura. Queste, infatti, esistono, sono necessarie e sono
intangibili, perchè sono la natura
stessa; non possono esser tolte alla natura,
perchè non furono poste alla natura. Se fossero tolte, sarebbe tolta la natura, il mondo. L'esistenza è la
giustificazione di quello che esiste;
esiste perchè non può non esistere. Ora
è questa idea la garanzia della scienza, la quale non può reggersi quando si ammetta la possibilità
dell’arbitrio: l’azione di una volontà
esterna al mondo. Senza il concetto o
palesamente affermato o inscientemente ammesso di una logica immanente, il pensiero brancola nel
vago e nel buio e 68 LA NOZIONE DI «
LEGGE » la nozione di legge, che
implica ordine, regolarità, e fissità,
non può prendere origine. In conclusione perchè si arrivi a concepire la legge, all'idea della
necessità naturale si deve aggiungere
quella della logica immanente: la nozione
della necessità interiore o logica, ecco il presupposto del- l'insorgenza della nozione di legge. II.
Le diverse concezioni circa la natura
della « Legge >». | Una
volta entrata nella mente degli scienziati la persua- sione che pensare è fissare in forme costanti
la cangiante materia delle rappresentazioni,
è cercare, come il saggio di Schiller,
den ruhenden Pol in de» Erscheinungen Flucht,
una volta ammesso che, giusta l’espressione dell’Helmholtz, das erste Product des denkenden Begreifens
ist das Ge- setsliche, è chiaro che i
filosofi dovettero essere spinti a
penetrare per vie differenti la natura intima della legge la quale appariva come il risultato ultimo
delle varie forme - d'indagine scientifica,
come l’espressione pi esatta e com-
pleta del lavoriointellettuale intorno ad un dato contenuto. Noi crediamo chetutte le idee emesse dai filosofi
su tale argomento possano essere
raggruppate in tre principali categorie, con-
trassegnate coi seguenti tre nomi: concezione intellettualisti- ca, concezione animistica e concezione
dualistica delle leggi in genere. Se non
che qui si potrebbe obbiettare: stando a
tale divisione, parrebbe che le leggi, le quali in sostanza LA NOZIONE DI « LEGGE » 69 non sono che il risultato ultimo della
conoscenza umana e quindi un prodotto
dell’intelligenza, possano essere inter -
pretate anche non ricorrendo all’attività intellettuale; a fianco alla concezione intellettualistica,
infatti, si pone quella animistica ;
ora, non racchiude tale affermazione una
contradizione? A ciò si risponde che senz’alcun dub- bio la semplice determinazione ed
enunciazione di una legge è già un fatto
intellettuale; il quale però può essere
valutato e interpretato diversamente a seconda che esso vien rapportato alle funzioni semplicemente
intellettive e quindi ricondotto sotto
il dominio esclusivo dei principii
supremi del pensiero puro (principio d'identità, ecc.), ov- | vero viene considerato come implicante un
elemento che non ha a che fare
coll’intelligenza pura e semplice. A.
tal proposito giova far distinzione tra la natura propria delle leggi (il loro significato
reale ed obbiet- tivo) e la conoscenza
di esse. Riguardo a quest’ ultimo punto
tutte le leggi a qualunque categoria apparten-
gano figurano, si, comes trascrizioni in termini intellet- tuali (in giudizi universali) di rapporti
reali, figurano cioè come il risultato
dell’applicazione dei processi intellet-
tivi agli obbietti reali; ma a seconda che i detti giudizi universali enuncianti le leggi sono ridotti
tutti a giudizi d'identità o analitici,
ovvero (almeno in gran parte) a giu-
dizi di dipendenza o sintetici, irriducibili ai primi, si avranno due forme fondamentali d’'interpretazione
delle leggi. Ri- guardo al primo punio a
seconda che l'essenza delle leggi è
riposta tutta in un processo di equazione obbiettiva tra ì due termini della coppia legge, ovvero in
una determina- zione dell’attività propria
delle cose e nell'azione reciproca 70
LA NOZIONE DI « LEGGE » delle stesse,
si avranno del pari due forme principali di con- cezione della legge. Va notato qui che d'ordinario le dette
quattro forme si corrispondono in modo
che l’interpretazione, diciamo così,
analitica coincide con quello dell'equazione obbiettiva e la sintetica con quella dell'attività. Sicchè
noi ci siamo creduti autorizzati a
partire per prima in due grandi categorie le
concezioni circa la natura delle leggi in genere, dando loro i nomi di concesione intellettualistica, e di
concezione animi- stica, nomi che
filologicamente considerati non hanno al-
cun valore e sono delle semplici denominazioni atte a con- trassegnare due forme di concepire le leggi.
Siccome poi si hanno delle concezioni
miste in cui le leggi sono interpe-
trate, per una parte intellettualisticamente e per un'altra parte animisticamente, così noi abbiamo
creduto di am- mettere una terza forma
di concezione detta dualistica.
Aggiungiamo infine che in questa terza categoria vanno compresi quei casi in cui tra le leggi
esplicative e quelle normative viene
ammessa, una differenza essenziale e fonda-
mentale. A seconda che è ammesso
adunque il concorso di uno piut- tosto
che di un altro elemento per la genesi della nozione di legge, a seconda che il valore di questa
si fa o no di- pendere esclusivamente da
un fatto di conoscenza e a se- conda che
la causalità è riposta semplicente nell'essere,
ovvero nell’identità dell'essere e dell'agire, si avrà un vario modo di concepire l’essenza delle
leggi. E la con- cezione meriterà il
nome di intellettualistica ogni qual-
volta le leggi o sono considerate come legami per così dire estrinseci alle cose (veduta meccanica),
ovvero come LA NOZIONE DI « LEGGE ®
71 enunciazioni di rapporti
d’identità. Meriterà invece il nome di
animistica ogni qualvolta le leggi vengono considerate come determinazioni primitive e originarie
dell’attività delle cose, o come
espressioni di ciò che vi ha d’interno
in queste ultime. Meriterà infine il nome di dualistica ogni qualvolta la natura delle leggi viene
interpretata per una parte intellettualisticamente
e per un'altra parte animisticamente.
Sui particolari concernenti queste tre con-
cezioni c'intratterremo in seguito, quando tratteremo par- titamente di ciascuna di esse. CONCEZIONE INTELLETTUALISTICA. Secondo questa concezione, o meglio secondo
la forma predominante di essa, chi dice
legge dice rapporto, dice, cioè, legame
esistente tra due caraiteri generali, i quali
non sono mai staccati l'uno dall'altro in natura e si ri- chiamano, o tendono a richiamarsi a vicenda;
ed anzi si può dire che i due caratteri,
dei quali ora il primo ri- chiama il
secondo, ora il secondo richiama il primo, for-
mano una coppia, che è poi una legge. Pensare, formulare una legge equivale a legare insieme due idee
generali; e formare un giudizio
generale, è enunciare mentalmente una
proposizione generale. « Ogni pezzo di ferro esposto all'umidità si arrugginisce »: « tutti i
corpi immersi in un liquido perdono una
parte del loro peso eguale al peso del
liquido spostato »; ecco delle leggi, ciascuna delle quali consiste in una coppia di caratteri
generali e 72 LA NOZIONE DI «€ LEGGE
% e astratti collegati tra loro: da
una parte la proprietà del ferro
d’essere esposto all'umidità, dall’ altra l'origine del composto chimico detto ruggine, da una
parte la quantità del peso perduta dal
corpo immerso e dall'altra la quantità
eguale del peso di liquido spostato. Niente di
più utile allo spirito umano di questa struttura delle cose, giacchè una volta scoverta la legge, il primo
carattere ap- pare l’indice del secondo.
Prima però di considerare le leggi in sè
stesse e nelle loro applicazioni, giova ricercare la natura di detti caratteri generali o
astratti, sempre se- condo i detti
intellettualisti. Lungi dall’essere creazioni
della nostra mente, semplici mezzi di classificazione o stru- menti di mnemotecnica, quelli esistono di
fatto al difuori dì noi, al di là della
portata dei nostri sensi e delle nostre
congetture; sono efficaci, anzi sono gli agenti più impor- tanti della natura, in quanto ciascuno di
essi trae seco uno o più altri, sono la
porzione fissa ed uniforme dell’e-
sistenza per sè frammentariamente dispersa e successiva, giacchè allo stesso modo che vi sono dei
caratteri comuni la cuì presenza
continua collega tra loro i diversi mo-
menti dell’esistenza individuale, così vi sono dei caratteri comuni la cui presenza moltiplicata e
ripetuta collega tra loro i vari
individui della classe. Senza i caratteri comuni e le idee generali ed astratte che loro
corrispondono nell’in- telligenza umana
non solo non sarebbe a parlare di scienza
(cosa già notata da Aristotile), ma non esisterebbero nem- meno individui, i quali in sostanza sono come
obbietti particolari che durano, che
serbano nel tempo e nello spazio
qualcosa di comune e di permanente, una data forma, cioè LA NOZIONE DI « LEGGE » 13 a dire un gruppo di caratteri fissi aventi
importanza capi- tale e costituenti la
parte essenziale. Abbiamo detto che ai
caratteri comuni obb'ettivamente
esistenti fanno riscontro nell’intelligenza le idee o i con- cetti, 1 quali lungi dal confondersi colle
rappresentazioni sensoriali o cogli
schemi fantastici o rappresentazioni ge-
nerali che sono un fatto semplicemente concomitante, vanno riguardati come nomi di classe, nomi
significativi ed atti ad essere compresi,
in modo che essendu questi uditi, sve-
gliano la rappresentazione sensibile più o meno chiara e circoscritta d'un individuo della classe e
esistendo invece la rappresentazione
sensibile di un individuo della classe,
appare subito sull’orizzonte psichico l'imagine del suono del nome di questa e la tendenza a
pronunziarlo. Tal- chè i caratteri
astratti delle cose sono pensati per mezz»
di nomi astratti (idee astratte) che sono specie di sostitu- tivi dell'esperienza sensibile che noi non
abbiamo, nè pos- siamo avere del
carattere astratto presente in tutti gli in-
dividui simili. Essi lo sostituiscono, adempiendo al mede- simo ufficio. L'origine di tali nomi astratti
e generali va ricercata in una forma
particolare di associazione tra un dato
suono e la rappresentazione o l’immagine non solo di individui assolutamente simili, ma anche di
individui a volte differenti in tutto,
trannechè in un carattere. Il potere di
trovare analogie tra le cose più o meno disparate, il po- tere di cogliere dei rapporti è appunto la
caratteristica dell’intelligenza umana e
insieme ciò che rende possibile la
formazione di nomi astratti e generali. L'idea nasce col segno, ma perchè sia adattata in modo
completo all'oggetto, perchè risponda al
carattere comune, è necessario che sia
14 LA NOZIONE DI « LEGGE ®
rettificata a gradi, giacchè nel linguaggio ordinario e nella esperienza volgare è incompleta e vaga: è
soltanto per mezzo dell'osservazione
attenta, dell'esperienza variata ed
estesa e della comparazione ripetuta, che noi riusciamo, tra- lasciando tutti i caratteri inutili e
accidentali, a conservare quelli
essenziali e permanenti. Non tutte le
idee generali vengono formate con detto
processo: vi sono, infatti, quelle che agiscono come mo- delli, perchè hanno per obbietto non il
reale, ma il possi- bile, ed esse
piuttostochè adattate all'oggetto, vengono co-
struitte, E il carattere comune di tutte le idee che noi co- struiamo è che esse si riducono a schemi, a
cornici in cui può venire inquadrata la
realtà, comunque esse siano formate
senza tener presenti determinati oggetti reali. La conformità delle costruzioni mentali colla realtà può e
non può aver luogo: in ogni caso essa
non è lo scopo a cui si mira. Lo
adattamento non è sempre esatto e vi sono dei casi in cui è soltanto approssimativo; e ciò perchè il
fatto reale è molto complicato, mentre la
costruzione mentale relativa- mente
semplice: sbarazzato dei suoi suoi elementi acces- sori e ridotto a quelli principali il primo
si presenta come una copia della seconda
e tanto più entrambi coincidono quanto
più o mediante l’astrazione praticata sulla realtà tutto ciò che è accessorio vien tralasciato,
rimanendo con- servato ciò che è
primitivo ed essenziale, ovvero mediante
il processo contrario, la determinazione, tutto ciò che man- ca agli schemi mentali vien loro attribuito
dall'immagi- nazione. Tre condizioni sono richieste perchè le
costruzioni men- tali abbiano un certo
valore obbiettivo : 1° bisogna che gli
LA NOZIONE DI « LEGGE ® 15
elementi mentali di esse siano calcati esattamente su quelli delle cose reali: 2° che gli stessi
elementi siano ge- nerali e
possibilmente universali: 3° che le combinazioni mentali siano le più semplici possibili. Tale
processo co- struttivo si può applicare
alle varie classi di obbietti, giac- chè
in tutti noi possiamo riscontrare e isolare i caratteri generali atti ad essere combinati tra loro.
Tra i tipi men- tali per tale via
costruiti ve ne sono di quelli che c’inte-
ressano in modo particolare e aì quali noi vivamente de- sideriamo che le cose si conformino, tanto
che il bisogno e l'esigenza di tale
conformità diviene stimolo all’azione. Noi
costruiamo l'utile, il bello e il bene e operiamo in modo da far coincidere, per quanto è possibile, le
cose colle no- stre costruzioni. Avendo
noi scorto ora in uno, ora in un altro
degli individui che vivono in società con noi e con cui noi siamo in continuo rapporto dei segni
esterni che sono l'espressione di
qualità interiori atte a svegliare la nostra
attenzione, perchè benefiche all'individuo o alla specie, quali l'agilità, il vigore, la »alute, l’energia
ecc., siamo tratti a mettere insieme i
detti segni, affine di potere contemplare
un corpo umano in cui siano appunto manifestati i carat- teri da noi giudicati i più importanti e
pregevoli: ond'è che se un artista
giunge ad avere la visione interiore, la
immagine viva e intensa dell’insieme di queste note, egli prende un blocco di marino e v'imprime la
forma ideale che la natura non era
riuscita a mostrarci per l’innanzi. Del
pari essendo dati i vari motivi del volere umano, noi con- statiamo che l’individuo opera più di
frequente in vista del suo bene
personale e quindi per interesse, molte volte per il bene di un individuo da lui amato e quindi
per simpatia e 76 LA NOZIONE DI «
LEGGE » rarissimamente in vista del
bene generale senza altra inten- zione
che di essere utile alla società presente o futura di tutti gli esseri forniti di sensibilità e
d'intelligenza. Noi isoliamo
quest'ultimo motivo e desideriamo vederlo preponderante in ogni deliberazione umana, lo lodiamo tanto da
raccoman- darlo a tutti gli altri e da
fare ogni sforzo per dargli il
predominio in noi medesimi. Formatosi così l’ideale del ca- rattere morale, noi cerchiamo ogni mezzo per
adattare a tale modello il nostro
carattere effettivo. Di guisa che le
opere d’industria, d’arte e di virtù sorgono allo scopo di col- mare o discemare l'intervallo che separa le
cose dalle nostre concezioni. Vediamo ora in che consistono, sempre stando
alla con- cezione intellettualistica, i
rapporti o i legami esistenti tra due
caratteri comuni (leggi). Notiamo subito che essi sono di varie specie: a volte i due caratteri
collegati insieme sono simultanei e
allora due casi si possono pre- sentare
o il primo carattere trae seco il secondo senza
che l’ultimo tragga seco il primo: così ogni animale for- nito di mammelle ha vertebre, ma non ogni
vertebrato è fornito di mammelle (legame
unilaterale o semplice): ov- vero la
presenza del primo carattere trae s eco quella
del secondo e alla sua volta la presenza del secondo trae seco la presenza del primo; in ogni mammifero
i denti incisivi accompagnano sempre un
tubo digestivo breve e lo svolgimento di
istinti carnivori e reciprocamente (legame
bilaterale e doppio). Altre volte dei due caratteri collegati, l'uno, chiamato antecedente, precede e l’altro
detto conse- guente segue; al primo si
dà il nome di causa ed all’al- tro
quello di effetto. E anche qui due casi si possono pre- LA NOZIONE DI « LEGGE » CAL d sentare o il primo carattere provoca colla
sua presenza l'insorgenza del secondo e
alla sua volta il secondo per prodursi,
esige la presenza del primo : ogni mobile al quale s'applicano due forze divergenti di cui l’una
è continna, descriverà una curva; ed
ogni mobile per descrivere una curva
richiede l'applicazione di due forze divergenti di cui l'una è continua (legame bilaterale o
doppio): ovvero il primo provoca colla
sua presenza il secon:lo senza che il
secondo per prodursi esiga la presenza del primo — le vibrazioni di una certa celerità trasmesse al
nervo acustico provocano la sensazione
di suono, ma quest’ultima può prodursì
in noi spontaneamente nei centri sensitivi — (le- game umilaterale o semplice, nesso di causa
ed effetto) (1) Ma in che consiste il
legame esistente tra due carat- teri ?
Vi è qualche virtù o ragione segreta che risiedendo in uno di essi, trae, provoca l'altro? Su
questo punto i filosofi fautori della
concezione intellettualistica non sono
d'accordo, come si dirà in seguito; per ora basterà no- tare che per la più parte dei filosofi e
scienziati moderni intellettualisti le
parole provocazione, legame, produzione,
esigenza non sono che metafore abbreviative. « La sola nozione » dice Stuart Mill sulla traccia di
Hume, « di cui a tal proposito noi abbiamo
bisogno può esserci for- nita
dall'esperienza, la quale c’insegna che nella natura regna un ordine di successione invariabile, e
che ogni fatto vi è sempre preceduto da
un altro fatto. Noi chiamiamo causa
l’antecedente invariabile, effetto il conseguente in- variabile. La causa reale è la serie delle
condizioni, l’in- (1) TAINE -- De
VPIntelligence. Vol. 2°. 718 LA
NOZIONE DI « LEGGE » sieme degli
antecedenti, senza i quali l'effetto non può a-
ver luogo. » Sicchè la causa è la somma delle condizioni positive e negative prese insieme, la
totalità delle circo- stanze e
contingenze di ogni specie che una volta date, sono invariabilmente seguite dal conseguente. E la
volontà pro- duce i nostri atti corporei
come il freddo produce il ghiaccio o
come una scintilla produce un'esplosione di polvere da cannone; vi è li del pari un antecedente, la
risoluzione, che è un carattere
momentaneo del nostro spirito, e un
conseguente, la contrazione muscolare che è un carattere momentaneo di uno o più dei nostri organi;
l’esperienza collega insieme i due fatti
in modo da render possibile la
previsione che la contrazione terrà dietro alla risoluzione, non altrimenti che l'esplosione della polvere
segue il con- tatto della scintilla —-
In modo più preciso si può dire che
qualunque siano i due caratteri, simultanei o successivi, momentanei o permanenti, la forza colla quale
il primo trae, provoca o suppone il
secondo come contemporaneo, conse-
guente o antecedente, si riduce ad una particolarità del primo considerato solo e separatamente.
S'intende dire con ciò che esso ha per
sè la proprietà di essere accompagnato,
seguito o preceduto dall'altro. Del resto niente di meravi- glioso in tale costituzione delle cose, se si
riflette che non è più strano trovare
delle concomitanze, dei precedenti e dei
conseguenti rispetto ed un carattere generale di quello che sia il trovarne rispetto ad un individuo
particolare o ad un fatto attuale. Non
alrimenti che gl’individui e i fatti
particolari, i caratteri generali sono forme dell’esistenza non ditferenti dai primi, se non perchè sono più
stabili e più diffusi. La difficolta è
tutta nel poter osservare separata- LA
NOZIONE DI « LEGGE » 19 mente un tale
carattere che si riscontra sempre fram-
misto a molti altri c-»ratteri. Due metodi ci conducono allo scopo, a seconda che si tratta di
caratteri generali reali o possibili. 1
primi essendo formati per estrazione
vera e propria vengono stabiliti con processo graduale: e i rapporti intercedenti tra loro sono
scoverti per via in- duttiva e formano
l’obbietto delle scienze sperimentali. I
secondi essendo costruiti per combinazione, sono come a dire delle forme, degli schemi in cui possono
essere in- quadrate le cose reali. I
rapporti esistenti tra loro sono
rintracciati mediante il processo deduttivo e formano l'og- getto delle cosidette scienze
costruttive. Il metodo induttivo nelle
sue varie forme è un processo molto
lungo, perchè suppone la raccolta, la scelta e la com- parazione di più casi. Va notato poi che più
una legge è generale e più richiede del
tempo per essere scoverta, pre-
supponendo essa l'acquisto di diverse leggi parziali : come anche che al di fuori della cerchia ristretta
dell’esperienza compiuta, una data legge
ha soltanto un valore di probabi lità.
Le proposizioni delle scienze costruttive, o deduttive invece sono contrassegnate da caratteri di
natura opposta. In ciascuna di queste
scienze, infatti, vi sono certe idee primi-
tive che una volta presenti allo spirito si collegano istanta- neamente tra loro e con un vincolo necessario
ed universale. Tali giudizii primitivi,
fondamentali, irreducibili si dicono
assiomi,la cui validità può essere dimostrata mediante un processo lento, approssimativo, sperimentale
(induttivo), ma d’ordinario la è mediante
un processo breve, esatto ed analitico
(deduttivo). Qnesta seconda specie di prova è resa possi- bile per questo, che i cosidetti assiomi sono
in fondo delle 80 LA NOZIONE DI «
LEGGE » proposizioni analitiche, in
cui il soggetto contiene l'attri- buto o
in modo molto appariscente, il che rende l’analisi inutile (1), o in modo molto implicito, il
che rende l’analisi pressochè
impraticabile. In ogni istante noi sentiamo l’ef- ficacia di dette proposizioni analitiche
(idee latenti regola- trici): cosi
affermiamo che una data persona non ha potuto
agire così, ovvero che tale condotta non mena allo scopo, che tale atto è lodevole o biasimevole, senza che
il più delle volte noi possiamo
assegnare la ragione di tuttociò, comun-
que questa giaccia nascosta nel fondo del nostro animo. (1) Tali sono per taluni (Mill, Taine ecc.)
i principii d’identità e di
contradizione “ Le premier, dice il Taine (De l’Intelligence, Vol.
2°, Lib. 1V, pag. 336), peut s’exprimer
ainsi: si dans un objet telle donnée est
présente, elle y est présente. Le second peut recevoir cette formule; si dans un objet telle donnée est pr':sente,
elle n’en est point absente: si dans un
objet telle donneé est absente, elle n°’y est point présente. Comme les mots présent et non absent, absent
et non présent sont sy- nonymes, il est
clair que dans l’axiome de contradiction aussi bien que dans l’axiome d’identité, le second
membre de la phrase repète une portion
du premier; c'est une redite; on a piétiné en place. De là un troisibme axiome metaphysique, celui
d’alternative moins vide que les
précedents, car il faut une courte analyse pour le prouver; on peut l’enoncer en ces termes: dans tout
objet telle donnée est présente on
absente. En effet supposons le contraire, c'est à dire que dans l’objet la donnèe ne soit ni absente, ni
présente. Non absente cela signifie
qu’elle est présente, non présente cela signifie qu'elle est absente: les deux ensembles signifient donc que dans
l’ohjet la donnée est à la fois présente
et absente, ce qui est contraire aux deux branches de l’axiome de contradiction, l’une par laquelle
il est dit que si dans un objet telle
donnée est présente elle n’en est pas absente et l’autre par laquelle il est dit que si dans un objet
telle donne est absente elle n’y est pas
présente. Maintenant, reprenons l’axiome d’alternative et observons l’attitude de l’esprit qui le rencontre pour
la première fois. Il est sous- entendu
dans une fonle de propositions; c'est parce qu'on l’admet im- plicitement qu’on l’admet explicitement. Par
cxemple quelqu’un vous dit: Tout
triangle est équilateral ou non; tout vertebré est quadrupede ou non, Sars examiner aucun triangle ni aucun
vertebré vous réconsono tali che il primo racchiude il secondo, e questo è come parte di quello, noi stabiliamo per
ciò stesso la ne- cessità della loro
connessione. EÉ=si non sono che
una cosa sola considerata sotto due
aspetti, onde l’ universalità assoluta
del loro legame. Le proposizioni che esprimono
quest'ultimo, comunque in fondo ipotetiche in quanto af- termano soltanto che data l'esistenza della
prima idea ne consegue l’esistenza
dell'altra, non sono passibili di dubbi,
di limiti, o di restrizioni. E
qual'è l’ essenza delle leggi scientifiche che formano l'oggetto delle scienze sperimentali? qual'è
la ragione dei rapporti esistenti tra le
cose e tra le corrispondenti idee del
nostro spirito ? La ragione di ogni legge è riposta in quel qualcosa che essendo comune ad entrambi
i dati (in- termediario esplicativo di
Taine), forma il loro legame vero ed
essenziale. Tale intermediario o mezzo termine esplica- tivo in qualunque modo si presenti, semplice
o multiplo composto alla sua volta
d’intermezzi successivi o simultanei, di
mezzi termini differenti o d-llo stesso mezzo termine ripetuto con elementi dissimili, sì mostra
sempre come ca- rattere o insieme di
caratteri più generali («e considerati
separatamente) racchiusi nel primo elemento della coppia detta legge. S'intende che i detti caratteri
sono separabili LA NOZIONE DI « LEGGE
» 85 coi nostri processi ordinari di
isolamento e d' estrazione Allo stesso
modo che nelle scienze costruttive, ogni teorema enunciante una legge è una proposizione
analitica; e dei due dati collegati
insieme, il secondo è in rapporto col
primo in modo oscuro o chiaro, diretto o indiretto per mezzo di un terzo dato detto ragione, o mezzo
termine esplicativo che contenuto nel
primo elemento, contiene esso stesso una
serie d’intermediari racchiusi gli uni negli altri; per modo che se si cerca la ragione ultima della
legge, il perchè ultimo dopo di che la
dimostrazione è completa, si trova che
esso si riduce ad un carattere compreso nella deter- minazione dei fattori o elementi primitivi,
il cuì insieme forma il primo dato della
legge, così in ogni legge speri- mentale
il primo dato è, come a dire, un contenente più
grande che attraverso una serie di contenenti sempre più piccoli racchiude come contenuto ultimo il
secondo dato. Va notato però che nella
legge sperimentale non basta, come nel
teorema matematico, metter la mano ogni volta
sul contenente per trovar ciò che si cerca (intermezzo esplicativo), ma è necessario uscir fuori dal
proprio spirito e andare a ricercare il
detto intermedio nella natura e trar-
nelo fuori a furia di reiterati esperimenti ed induzioni. Anche le scienze sperimentali a forza di
generalizzare ar- rivano a formulare
delle leggi fondamentali che fanno ri-
scontro agli assiomi delle scienze deduttive, ma vi è questa ditferenza che nelle ultime gli assiomi
essendo ottenuti per costruzione,
possono, mediante l’ analisi, sempre essere ri-
dotti a qualcosa di più semplice e di più generale fino ad arrivare al principio d'identità che è la
loro sorgente co- mune, mentrechè nelle
prime, essendo le luggi fondamentali
86 LA NOZIONE DI « LEGGE »
ottenute per mezzo dell'induzione, non si può risalire più in alto che col seguire un metodo analogo,
fino ad arrivare anche per questa via ad
un assioma ultimo o principio supremo;
cosa che potrà verificarsi solo in un avvenire
più o meno lontano. Tanto nelle scienze di esperienza quanto in quelle di costruzione l'
intermediario esplicativo e dimostrativo
è un carattere o un insieme di caratteri
differenti o simili inerenti agli elementi del fatto complesso. Qualunque siano le proprietà di questo, è
sempre sulle par- ticolarità dei suoi
fattori.che devono vertere le nostre osser-
vazioni e congetture. È chiaro pertanto che ogni nostro sforzo deve tendere a trovare gli elementi
generatori di ogni fatto, per poterne
considerare i loro caratteri e dedurre
da questi le proprietà di ciò che ne risulta. Ed anche per risolvere le questioni di origine
occorre andare in traccia del mezzo
termine esplicativo e dimostrativo, in
quanto la maniera di riunirsi degli elementi ha anche la sua ragione di essere. Quella non è che un
risultato e trattandosi di un fatto
storico, racchiude un elemento dippiù,
cioè l'influenza del momento storico, ovvero delle circostanze e dello stato antecedente.. Si domanda: Vi è una legge universale e
d'ordine su- periore che, per così dire,
regola ogni altra legge? Dopo tutto
quello che precede, la risposta non può esser dubbia: essa esiste ed è il principio d'identità che
non è un sem- plice prodotto della
struttura del nostro spirito, ma è va-
lido in sè, avendo il suo fondamento nelle cose: proseguita l'analisi fino all'estremo limite, si trova
che il composto (effetto) non è che
l'insieme dei suoi elementi ultimi di-
sposti in un dato modo, onde è evidente che ogni efficacia ed LA NOZIONE « DI LEGGE » 87 attività appartiene ai detti elementi o
alla loro disposizione. Il detto
principio può ricevere i nomi di principio di ra- gione esplicativa (ragione sufficiente) e di
causalità a seconda che si considera
come principio e regolatore su- premo
della conoscenza ovvero della realtà. Ammesso (e non si può non ammetterlo, perchè
equivarrebbe a negare il principio
d'identità) che la presenza delle condizioni ge- netiche di un dato fatto trae seco il fatto
stesso, è chiaro che ogni alterazione,
nel fatto presuppone un mutamento nelle
condizioni: di qui il principio che ogni evento ha una causa, la quale è alla sua volta un altro
evento. Tale è il modo di concepire la
natura delle leggi in ge- nere da parte
di quei filosofi che non essendo disposti ad
accordare alcun potere originario, alcuna spontaneità all’in- telligenza umana, fanno coincidere la realtà
coll’intelligenza, l'essere col
pensiero, in modo che il principio d’ identità
figura come il principio supremo della conoscenza e dell'’e- sistenza. Ora, si domanda: Tale veduta
intellettualistica è atta a soddisfarci
in modo completo? Nel caso negativo, dove
è manchevole e per che via si può rimediare al suo difetto? (l’intellettualisti considerando Je leggi
come nessi di ca- ratteri o proprietà
comuni ad oggetti molteplici, ai quali
nessi corrispondono poi nello spirito coppie di idee generali, mostrano di attribuire maggior valore alle
astrazioni che alla realtà concreta : e
infatti essì a più riprese ripetono che i
caratteri comuni, e quindi astratti, costituiscono ciò che vi ha di più stabile e di più solido nelle cose:
ciò mostra che essi confondono
l’universale coll’ astratto. L'universale
88 LA NOZIONE DI « LEGGE » è
per sna natura obbiettivo in quanto la validità obbiet- tiva di un determinato contenuto della
coscienza è data dal fatto che esso si
rivela identico a qualsivoglia coscienza
simile; ed è per mezzo dell’evidenza della percezione o del pensiero che l’universale si stabilisce.
L'universale riguarda la forma, non il
contenuto delle idee e dei giudizi, il quale
riducendosi ad un complesso di proprietà, esistenti solo nella mente del soggetto per mezzo delle
nozioni corrispon- denti, figura
effettivamente come qualcosa d’astratto. Dal
che consegue che trovare il carattere ola proprietà comune ad una serie di oggetti non equivale ad
acquistare cognizione perfetta della
natura stesa degli oggetti, come classificare
le cose non equivale a determinare le leggi che le regolano. Se noi in seguito alla comparazione di molti
caratteri e di molte nozioni riusciamo a
significare con un'espressione astratta
ciò che essi presentano di comune, non possiano
dire di aver formato con ciò un nuovo concetto nello stretto. senso della parola. Per mezzo della
comparazione delle leggi naturali fra
loro e dell’astrazione logica di ciò che esse offro- no di comune, noi non scovriamo nessuna legge
naturale nuova, ma abbiamo semplicemente
un nuovo nome generico, un segno mnemonico
riassuntivo delle leggi che noi già per
altra via conoscevamo. Pertanto va distinta la inter- pretazione induttiva dei fenomeni dalla
generalizzazione della interpretazione
stessa; e la definizione data dal Mill e
dai suoi seguaci dell'induzione, che questa si riduca ad un processo per cui sì conchiude da ciò «he è
vero di alcuni individui di una classe
ciò che è vero di tutta intera la
classe, o da ciò che avviene in un dato tempo ciò che av- viene sotto circostanze eguali in tutti i
tempi, non può LA NOZIONE DI «&
LEGGE » 89 non rivelarsi assolutamente
insufficiente. Il metodo indut- tivo
nelle sue varie forme si fonda da una parte sul prin- cipio di ragione sufficiente che sarebbe vero
ancorchè nella natura non sì
presentassero neanche due casi eguali, e dal-
l’altra sul principio dell’eguaglianza della causalità o del- l’uniformità della natura che, come il primo,
da una parte esprime un'esigenza del
nostro pensiero e dall’altra nn dato di
fatto fornito dall'esperienza; dato di fatto che non sa- rebbe mai stato constatato se la natura
propria del no- stro pensiero non avesse
per tale via indirizzato il pro- cesso
sperimentale. I caratteri comuni e le
idee generali corrispondenti non possono
dunque costituire la struttura della realtà, giusta l’atfermazione ‘egli intellettualisti. Già i
caratteri o pro- prietà comuni e le idee
generali vanno profondamente dif-
ferenziate tra loro; i primi riguardano il contenuto delle nostre rappresentazioni e sono null'altro che
astrazioni del nostro spirito: le altre
non sono che dei giudizi potenziali e
quindi implicano in sè le leggi, anzi sono le leggi espresse e riassunte in un segno o simbolo che è la
parola. Il nome significativo pertanto
lungi dall’essere un semplice prodotto
l'associazione tra date rappresentazioni e moti corrispon- denti (associazione che non si saprebbe dire
come e perchè nata) è un prodotto della
collettività, i cui membri sono legati
tra loro dai vincoli della simpatia e dell'attività co- mune. Le prime parole espressero atti
compiuti în società, e 1 primi nomi i
prodotti di detti atti quali furono perce-
pitt e rappresentati dai vari individui. Onde consegue che le parole non sono da considerare quali
semplici segni o setmboli di
associazioni di rappresentazioni, ma bensi come 90 LA NOZIONE «€ DI LEGGE » segni o simboli del modo di prodursi di una
data cosa, delle maniere di operare di
una data forma di attività; è chiaro
quindi il nesso esistente tra concetto, legge e parola: il primo è una legge o giudizio potenziale in
quanto è il centro delle relazioni che
congiungono una data cosa colle altre
che agiscono su di essa, la seconda è il concetto espli- cato in forma di giudizio e la parola il
simbolo esterno del concetto e insieme
della legge. E qui giova notare che al
di fuori della mente che concepi- sce e
ragiona non è lecito parlare nè di proprietà, nè di loro legami: è nel soggetto che hanno la loro
radice questi fatti. Nell’unità della
nostra coscienza noi abbiamo il tipo e il pre-
supposto di ogni unità empirica, sia questa dell'universo nella sua totalità, sia di una cosa singola.
Ogni forma particolare di esperienza,
ogni legge dei fenomeni porta in sè
l'impronta della natura sintetica del nostro pensiero. A parlare propriamente le leggi della natura
esistono sol- tanto per la ragione che
pensa la natura stessa. É la ra- gione
che per prima riduce la stabilità e l'uniformità dei fenomeni a premesse generali e quindi a leggi
da cui con- seguono ì tatti singoli.
Parlare di leggi naturali al di fuori.
dell’intalletto equivale a cadere in un antropomorfismo lo- gico che non è meno irrazionale di quello
teleologico. Cer- tamente il concetto
dell’universalità delle leggi naturali é
occasionato e rafforzato dall'esperienza in quanto senza il corso regolare dei fatti constatabile
empiricamente non sa- rebbe stato mai
possibile applicare la nozione di legge alla
natura e la ragione sarebbe rimasta una potenza vuota, ignota a sè stessa; ma d'altra parte la
medesima nozione di legge non sarebbe
mai potuta provenire dalla semplice LA
NOZIONE DI « LEGGE » 91 osservazione
esterna, giacchè la natura accanto aì fatti
succedentisi regolarmente ne presenta di quelli che in ap- parenza non seguono nel loro accadere alcuna
regola. La nozione di legge è un portato
del riflettersi del nostro stesso
pensiero, applicato di poi alla natura. Gli antichi infatti chiamavano /ogos della natura ciò che
noi diciamo legge. E per convincersi
come la struttura della realtà quale
viene presentata dalla scienza, sia una elaborazione del nostro spirito, basta pensare che a
seconda del pre- dominio che in un'età viene assegnato ad una
facoltà psi- chica piuttosto che ad
un'altra, si ha un concetto diverso del
corso naturele dei fatti e della costituzione intima della realtà. A ciò si aggiunga che noi in fondo in
fondo scovriamo nella natura quelle
leggi che in certa guisa vi abbiamo poste:
nelle interpretazioni scientifiche le leggi da principio assu- mono la forma di anticipazioni che vengono
soltanto ap- poggiate dai fatti
piuttosto che esserne addirittura deri-
vate o, come si dice, estratte. La percezione non ci mostra mai casi perfettamente eguali e noi passiamo
dall'esperienza sensibile a quella
intellettuale, riducendo eguali i casì col
pensiero e coll’esperimento allo scopo di trovare una con- ferma ai postulati logici riflettenti
l'universalità delle leggi regolanti il
corso dei fatti, e l'uniformità della natura.
Un altro errore della concezione intellettualistica è quello ‘diaver fatt
o delle leggi tante ipostasi. Gl’intellettualisti, infatti, presentano le leggi come premesse a
cui, a guisa di conclusione, sono subordinati
i fatti particolari, dando a quelle più
o meno celatamente una sussistenza, ed una
priorità rispetto ai fenomeni che assolutamente non hanno. Quando si dice che il rapporto di causalità
si riduce alla 49 LA NOZIONE DI «&
LEGGE » proprietà che ha un carattere
di essere preceduto, accom- pagnato o
seguito da un altro, in fondo si atterma appunto che una legge esistente per sè possa dominare
e regolare le cose. L’ espressione
differente non deve porre ostacolo alla
giusta valutazione delle cose, giacchè dire che un ca- rattere è fornito della proprietà di essere
in un dato rap- porto con un altro
carattere equivale a dire che la legge
determina il corso dei fatti.
Soggiungiamo che per quel che concerne i rapporti delle cose, l’azione reciproca che e=se esercitano
tra loro (dati di fatto innegabili), o
noi ci contentiamo di constatarli
semplicemente, di descriverli e allora non è lecito parlare d’ interpretazione dei fatti, giacchè in tal
caso l’esigenza propria del pensiero
d’indagare il perchè delle cose ri- mane
insoddisfatta, ovvero si procede alla ricerca delle cause ed allora la semplice constatazione del
modo di ope- rare delle cose si rivela
insufficiente ed occorre trovare un
nuovo termine in cui sia riposta la ragione del detto modo d’agire. E chiaro poi che la concezione
intellettualistica presen- tandoci la
realtà come un mosaico di caratteri e proprietà
comuni cuì l'intelligenza sì deve contentare di riprodurre e di descrivere, è nell'assoluta
impossibilità di spiegare il
cangiamento, il divenire, il moto delle cose e l’azione che queste reciprocamente esercitano fra loro : è
vero che pa- recchi di talì filosofi negano l'esistenza di
questi fatti o li dichiarano prodotti
illusori della mente, errori di prospet-
tiva mentale ; ma chi vorrà appagarsi di simili afferma- zioni sfornite come sono di qualsiasi
fondamento ? Inoltre tali filosofi che,
come si è visto, dànno un'importanza ed
LA NOZIONE NI « LEGGE » 93 un
valore speciale ai caratteri astratti, non dicono donde verrebbe a questi la proprietà di presentarsi
moltiplicati e ripetuti nei fatti
particolari. Se si vuol negare loro qual-
siasì attività, se non si vogliono essi considerare come ener- gie, e ciò facendo, si ritornerebbe a
qualcosa di simile alle idee platoniche,
non è giocoforza confessare che una simile
struttura della realtà, non ci spiega la realtà stessa? Le interpretazioni scientifiche, affinchè siano
esatte, devono es- sere contrassegnate
dalle note dell’universalità e della neces-
sità; ora l’universale, non l’'astratto, in tanto ci può dar ragione del particolare in quanto contiene le
condizioni genetiche dei reali (es.:
l'attività rispetto agli atti singolì);
l’astratto invece può essere un indizio, una manifestazione dell’universale, ma non mai la stessa cosa di
questo. I filosofi intellettualisti per
dar ragione dei rapporti delle cose
espressi nelle leggi non hanno saputo far di meglio che ridurre queste a giudizi analitici o
d'identità più o meno manifesti; in
tanto il secondo termine della coppia
legge, essi hanno detto, è connesso col primo, in quanto più o meno direttamente, più o meno
implicitamente vi è contenuto. Allo
stesso modo che la realtà non fa che ri-
petersi continuamente esplicando in una data forma ciò che era implicito in una forma antecedente,
così le leggi non fanno per cosi dire,
che distendere ciò che era invo- luto in
uno dei caratteri del primo termine della legge. È ciò ammissibile ? Noi sappiamo che i
rapporti fonda- mentali che possono
intercedere tra i concetti sono due,
quello di identità e quello di dipendenza (spaziale, tempo- rale, condizionale): ora essi sono
irriducibili l’uno all’altro e se a
taluni logici è sembrato facile riguardare la dipen- 94 LA NOZIONE «€ DI LEGGE denza come un'espressione diversa
dell’identità, ciò è avve- nuto perchè
in virtù di una interpretazione speciale data alle formole matematiche e logiche si sono
considerati come equi- valenti i
rapporti d'identità e di dipendenza: ma è chiaro che il mutamento di una espressione simbolica
quale A _F (funzione) B in A — f B non
può avere la virtù di rendere identici i
concetti di A e B. Nella seconda formola il sim- bolo della funzione cela il rapporto di
dipendenza. Non è lecito considerare il
rapporto di dipendenza intercedente tra
A e B come equivalente all'affermazione di una iden- tità parziale di A e B, giacchè il simbolo
dell’eguaglianza in tal caso piuttosto
che voler significare che una parte di A
coincide con B vuol dire che una parte dei casi in cui A si presenta è uguale all'insieme dei
casi in cui si presenta B. Ciò che noi
effettivamente poniamo come parzialmente
eguali non sono A e B, ma i casì del loro
apparire. Ed ogni eguaglianza matematica che pone come identiche due relazioni funzionali è valida
soltanto sotto la condizione di un
analoga interpretazione logica. È so-
lamente l’attività sintetica del nostro pensiero che può generare in noi le convizione della verità
della tesi che gli angoli di un
triangolo equilatero sono eguali e che
due grandezze eguali ad una terza sono eguali tra loro: in tutti questi rapporti noi abbiamo a che
fare con dati irriducibili ad identità,
sia questa parziale che totale:
l'eguaglianza degli angoli di un triangolo è la condizione dell’eguaglianza dei lati, ma si può dire che
i due fatti siano identici? Il giudizio condizionale o ipotetico « Se À
è B è », può indicare una dipendenza
unilaterale, onde può venire espresso
LA NOZIONE DI « LEGGE » 59 in
termini di sussunzione e d'identità parziale; « tutti i casì in cui À si presenta sono eguali ad
alcuni dei casi in cui B sì presenta »:
come può indicare nna dipendenza
reciproca ed in tal caso il suddetto. giudizio condizionale può essere trasformato in un giudizio
d'identità totale del seguente tenore: «
tutti i casì in cui A si presenta sono
eguali a tutti i casi in cui si presenta B »: dal che si de- sume che tutt’ e due le volte non si tratta
dell’ identità propriamente di A e B, ma
bensi dell'identità dei casi del loro
presentarsi. Appenachè A e B sitoccano nello spazio, nel tempo o nel nostro intendimento è lecito
affermare che il loro apparire coincide,
con che sì esprime soltanto la di-
pendenza nella sua forma locale, temporale o condizionale. La dipendenza lungi dall’essere distrutta, ha
assunto un’a- tra forma. — D'altra parte
il giudizio d'identità parziale « A è
una parte di B» si può trasformare nel giudizio
ipotetico « Se A è questo è B come quello d’ identità totale Ax-B nell’ipotetico « Se A è, questo è Be se
Bè questo è A»: in entrambi i casì
l'identità espressa già nel collegamento
dei due membri del giudizio di identità, è passata nel conse- guente del giudizio ipotetico, nel quale il
soggetto è sosti- tituito dal pronome
dimostrativo. L'identità parziale di-
viene così una semplice sussunzione e quella totale una sussunzione doppia, che è poi equivalente nel
fatto. In ciascuna comparazione di A e
di B l'esistenza di questi è già
presupposta e mediante la trasformazione del giudi- zio d’idenità in giudizio condizionale ciò
che era sottin- teso viene messo in
evidenza: invero a fianco ad ogni iden-
tità è da ammettere il pensiero implicito di una condizione come a fianco ad ogni condizionalità
un'identità totale 06 LA NOZIONE DI «
LEGGE » o parziale. Nell’un caso è
l’esistenza o la posizione dei concetti
sottintesa come condizione del loro rapporto, men- tre nell'altro ad ogni rapporto di
condizionalità -corri- sponde la
frequenza della coesistenza dei dati condizionan- tisì, frequenza che può essere significata
soltanto con un giudizio d'identità
totale o parziale Una delle
caratteristiche principali della concezione in-
tellettualistica è data dalla maniera con cui essa dà ra- gione delle leggi normative e quindi delle
costruzioni ideali che ne sono l’espressione.
Noi conosciamo perfettamente per che via
siè giunti a all’enunciazione delle principali leggi normative logiche, estetiche e morali e in
base a ciò pos- siamo affermare con
tutta sicurezza che come esce non eb-
bero la loro radice nell'adattamento dell’intelligenza,del senso estetico e della volontà a determinati
rapporti esteriori, cosi non furono
prodotte dalla semplice combinazione e
costruzione di elementi ricavati dal di fuori; tanto è cio vero che i fatti esterni sono giudicati
alla stregua delle dette norme, le
quali quindi devono essere considerate
come aventi un’ esistenza propria indipendente. D'altra parte i principii della Logica, dell’
Estetica e dell’Etica non sono innati,
ma vengono appresi, e richiedono uno sforzo
per esser seguiti e ciò perchè essi non sono l’espres- sione di leggi naturali dello spirito, come
sarà più am. piamente svolto in seguito,
ma di leggi normative. E lo stesso va
detto delle nozioni fondamentali della matema-
tica, la quale ha questo di comune colle scienze nor- mative, che non ha per oggetto ciò che è, ma
ciò che ha da essere, che quindi può o
deve essere: così il con- cetto della
retta è un prodotto puro dell’attività del nostro LA NOZIONE « DI LEGGE » 97 pensiero che invece di esser derivato da
molteplici rappre- sentazioni
particolari, serve come norma per valutare le
intuizioni sensibili. Gl'ideali di qualunque genere siano, a qualsivoglia dominio appartengano, non
vanno conside- rati quali estratti dalla
realtà, giacchè servono all'opposto per
misurare, regolare, apprezzare questa.
Per formarsi un chiaro concetto della natura delle leggi normative o precettive, giova tener presenti
i caratteri che contradistinguono le
regole estetiche, in cui salta dippiù agli
occhi da una parte la differenza esistente tra le leggi naturali e le precettive in genere, e dall'altra
quella esistente tra le precettive
ricavate da un complesso di fatti (regole die-
tetiche, igieniche, ecc.), e le leggi che hanno la loro ori- gine in una determinazione primitiva della
volontà e dell’e- motività dell'anima
umana. Una regola estetica ancorchè
ricavata, mediante l’astrazione, da tutte le opere artistiche esistenti non è valida in modo incondizionato
: un’opera sola che si mostri
felicemente superiore ai dettami della
detta regola può limitare il valore di questa: non è il nu- mero di date produzioni artistiche, non è la
frequenza con cui esse si presentano che
le rende belle : ogni opera artistica
porta con sè la regola, la stregua con cuì deve essere giu- dicata. Sicchè ogni valutazione estetica presuppone
qual- cos'altro che non siano le regole
astratte, e questo qual- cosa è il gusto
estetico (che corrisponde al senso morale nella
valutazione morale). Se non che non bisogna credere che l'o- pera d’arte vada giudicata alla stregua pura
e semplice del gusto individuale, il
quale per contrario dev'essere basato sulle
norme richieste dalla natura propria di una data produzione artistica, natura propria che non è in
rapporto coll’attività rà 98 LA NOZIONE DI « LEGGE ». spirituale di questo o quell'individuo, ma
dell’uomo in ge- nere. Il gusto estetico non è la fonte, ma
l'indice della bel- lezza, la quale
emerge dalla concordanza dell’opera d’arte
coll’ideale estetico, che, come tutti gl'ideali, è un prodotto della collettività e varia al variare delle
circostanze. . « Der wahre Kunstrichter
», diceva Lessing, « folgert keine Re-
geln aus seinem Geschmack, sondern hat seinen Geschmack nach den Regeln gebildet, welche die Natur
der Sache for- dert ». Ogni creazione
artistica, come ogni prodotto spiri-
tuale è un fatto originale che va considerato per sè e che in opposizione all’uniformità del corso della
natura ha mo- tivi e fini propri. Ond'è
che essa non può essere valutata in modo
giusto che rapportandosi ai detti motivi e fini. Sicché il giudizio estetico come quello
morale non può li- mitarsi a considerare
semplicemente il prodotto spirituale —
opera d'arte o azione morale — , ma deve tenere il do- vuto conto della natura propria dello spirito
umano, delle sue tendenze ed esigenze.
La valutazione estetica e morale non può
essere fondata soltanto sugli effetti degli atti spi- rituali, ma segnatamente sulle determinazioni
primitive della volontà e dell'emotività
che diedero loro origine. E qui occorre
fare un'altra osservazione della più alta im-
portanza. Se i risultati delle costruzioni compiute dalle scienze che hanno per obbietto il possibile, possono
essere presentate in forma di giudizi,
nel cui soggetto è già implicito il pre-
dicato, si può sempre domandare, a quali esigenze risponda (e con quali norme e criteri) la formazione
originaria di tali costruzioni ideali,
quali appaiono nel soggetto dei su-
mentovati giudizi. Se il principio d'identità può essere valido LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 99 a farci scomporre sussecutivamente e secondariamente
ciò che è già composto, non può mai
valere a darci la chiave per intendere
la costruzione degl'ideali, per spiegare i pro-
cessi sintetici primitivi. Per
convincersi della differenza esistente tra i prodotti della conoscenza e le costruzioni ideali
basta riflettere che mentre ì primi sono
veri o falsi, reali o non reali, le altre
sono rispondenti o pur no ad un dato scopo, onde inclu- dono un apprezzamento, possibile soltanto col
riferirsi ad un ideale che funge da
pietra di paragone. Si dicono vere o
false bensi anche le costruzioni matematiche, come d'altra parte le costruzioni logiche, ma la verità o
falsità in tal caso non sta a significare
la rispondenza di un dato pro- cesso
mentale a qualche cosa di già esistente come accade nella conoscenza della realtà, ma esprime la
rispondenza di una data costruzione alle
norme generali del pensiero.
CONCEZIONE ANIMISTICA. La
caratteristica della concezione animistica è riposta nella tendenza a penetrare nel cuore delle cose:
mentre la con- cezione
intellettualistica nella sua forma più diftusa si arrestava alla classificazione degli
obbietti, andando in traccia del
carattere generale, astratto e comune a più
individui, mentre essa quindi cercava di presentare delle ‘ormule, degli schemi in cui potessero essere
compresi mol- teplici fatti concreti,
mentre faceva giungere la sua analisi
tanto in alto da arrivare al principio d'identità, senza cu- rarsi della genesi dei fatti diversificati e
particolari, mentre 100 LA NOZIONE DI
« LEGGE » essa poneva all'origine
delle cose l’ universale senza darsi
pensiero del principio del movimento, mentre insomma essa si contentava di catalogare la realtà, la
concezione animi- stica ha l'intento di
esaminare i vari presupposti delle no-
zioni tanto adoperate nella scienza, di legge, di rapporto, di necessità, ecc. ha di mira di non fermarsi
alla conside- razione della superficie
delle cose, ma dì spingere lo sguardo
nella loro interiorità per arrivare alla conchiusione che le leggi sono niente altro che determinazioni di
questa. Nel linguaggio ordinario, quando
si vuol dar ragione di una cosa se ne
formula la legge, mostrando di considerare
questa come una potenza, una forza, la quale posta al di fuori o tra le cose costringa queste ultime a
presentarsi in un dato modo; ora nulla
di più falso; come pos- sono le leggi,
come può qualsiasi forma di necessità atta
a regolare il corso delle cose, esistere per sè ? Niente è concepibile al di fuori o tra gli esseri, non
una forza co- struttrice, non una
potenza ordinatrice antecedente o stac-
cata dalle cose da ordinare. Si
crede di poter dar ragione delle azioni che le cose esercitano tra loro, considerandole coie
effetti di determinate proprietà
esprimenti la loro natura, colla cooperazione di determinate circostanze: ma, se ben si
riflette, vi è ragione a convincersi che
vuoi il rapporto reciproco delle cose, vuoi
gli effetti particolari che in ogni singolo caso sì notano in seguito alla coincidenza di varie cause
rimangono mi- steri inesplicabili senza
la presnpposizione di un potere
sostanzialmente unico, il quale in luogo di una legge o for- mula (che, si noti, non può non essere
inattiva data l’im- possibilità di
spiegare la maniera in cui agisce sui fatti ad LA NOZIONE DI « LEGGE » 101 essa sottoposti e da essa regolati),
colleghi le varie cose in modo che la
modificazione di una possa riflettersi sulle altre. L'attività unica del principio supremo, fondo
dell’ uni- verso, svolgentesi in maniere
e con tendenze determinate, dà ragione
della corrispondenza e delle molteplici relazioni esistenti tra le cose. L'unità della vita del
Tutto spiega il nesso delle sue varie
parti costitutive. I fatti reali e le
leggi che non sono separabili tra loro, essendo la medesima cosa considerata sotto due punti di vista,
non sono chè de- terminazioni interiori,
momenti dalla vita universale. Non è più
a parlare quindi di necessità estrinseca alle cose, ma bensi di spontaneità interiore, non di
leggi costrittive, o di rapporti o di
legami congiungenti le cose, esistenti per
sè, ma bensi di modi di operare o di processi aventi origine nell’interiorità del Tutto. Non si
tratta più di moti o di urti trasmessi
dall'esterno, ma d’impulsi, di tendenze
interne, di forme dell’attività interiore. Per formarsi un chiaro concetto della veduta
animistica, giova tener presente che
essa non fa distinzione tra leggi
fisichè è leggi precettive o normative, riguardando le prime come riducibili alle ultime. Allo stesso modo
chele leggi rego- lanti i rapporti
sociali, dicono gli animisti, non vanno con-
siderate come esistenti in modo indipendente, al di fuori o tra gli uomini, come potenze atte a
costringere e a gui- dare questi in date
maniere, ma cone esistenti solo nella
coscienza degl’ individui, come aventi valore e forza solo per mezzo degli atti degli esseri umani, così
le leggi natu- rali vanno risguardate
quali particolari direzioni della vita
interiore dell’universo. In entrambi i casì le leggi sì ridu- cono all’ indirizzo assunto in modo concorde
dall'attività dei 102 LA NOZIONE DI «
LEGGE » vari esseri, indirizzo che
all'osservazione esterna e poste- riore
appare come effetto di un potere superiore regolante estrinsecamente i fatti singoli. A convincersi della necessità di riguardare
le leggi in genere quali determinazioni
o forme dell’ attività inte- riore degli
esseri, è bene (sempre secondo i fautori della
concezione auimistica) tenere a mente che ogni specie di rapporto in tanto realmente esiste in quanto
ha radice nel- l'unità della coscienza
che l’apprende, o meglio, che lo sta-
bilisce, formu landolo, la quale coscienza passando
appunto da un termine all’altro li abbraccia insieme entrambi, e li
congiunge intimamente colla sua attività sintetizzatrice : onde consegue
che ogni ordinamento, ogni disposizione, ogni legge che noi poniamo nelle
cose indipendentemente dalla nostra conoscenza, non ha la sua origine e
base che nell’ Unità del Reale, che tutte cose comprende, e che per
tale via si presenta come il vero mezzo termine esplicativo di
tutte lc leggi, di tutti i rapporti e legami esistenti nel- l'universo.
Come nell'anima individuale la relazione reci- proca dei vari stati
interni dipende dalla base comune in cui tutti hanno la loro radice, cosi
l’' azione reciproca delle cose è fondata sulla loro comune natura : ciò
che fa e produce ogni singolo elemento non lo fa e produce in
quanto è questo e non altro, in quanto é formato così è non diversamente,
in quanto è fornito di queste note e proprietà e non di altre, ma in
quanto è par- venza, simbolo, espressione dell’ Uno-Tutto. Ogni
forza e attitudine ad agire emerge non da determinate proprietà
delle cose che non si sa donde provengano e su che pog- gino, ma dal
fondo interno che per loro mezzo si manifesta, LA NOZIONE DÌ «
LEGGE » 103 1’ intima verità, ragionevolezza e salda struttura
del Reale, si esprime nella concatenazione, nella coerenza e
costanza dei fenomeni richiesta dal significato che la serie fenomenica
ha appunto come momento della vita inte- riore universale. E molti di
quegli assiomi, di quei giu- dizi universali reputati per sè evidenti,
lungi dall’ essere delle necessità del pensiero, lungi dall'essere
fondati sul- l'intima organizzazione dello spirito, sono un
prodotto dell’ esperienza, la quale col presentare in modo costante
dati rapporti finisce coll’ ingenerare nella mente la con- vinzione che
si tratti di rapporti logici: così il principio dell’indistruttibilità
della materia sì crede a torto fondato sulla categoria mentale della
permanenza della sostanza. I dati dell'esperienza però stanno ad indicare
le particolari dire- zioni in cuil’attività dell’Uno-Tutto tende a
svolgersi per rispondere alle esigenze inerenti alla sua natura. — E
chi crede di poter stabilire le leggi regolanti il corso dei fatti
naturali, basandosi esclusivamente sull a imperfetta cogni- zione
del finito, senza considerare questo quale espressione della Realtà
universale, somiglia a colui che volesse for- mare una teoria dei
movimenti delle ombre, facendo astra- zione dal moto dei torpi, da cui
quelle son proiettate. Se gli animisti. pongono l’esseuza della
legge in genere nel diverso modo di determinarsi dell’attività interiore
del Tutto nei suoi vari momenti, non è a oredere che essi in-
tendano di affermare che le leggi singole quali vengono formulate ed
enunciate dalle scienze particolari vadano senz'altro considerate come
espressioni complete, esclusive ed immediate dell’interiorità dell’
Uno-Tutto. È da te- nere a mente che le le leggi generali, le
classificazioni, gli 104 LA NOZIONE DI « LEGGE »
schemi della scienza se servono come mezzi di riprodu- zione e di
richiamo delle cose concrete, non valgono ad esaurire la natura del
reale, tanto è ciò vero che a se- conda del vario punto di vista degli
scienziati, un mede- simo gruppo di fenomeni può dar origine a leggi ed
a classificazioni di ordine diverso. Nessuna delle forme e delle
leggi presentate dalla scienza può essere considerata come perfettamente
corrispondente al reale ordinamento delle cose, le quali si rivelano come
una totalità atta ad essere rappresentata nei modi più diversi a seconda
del punto di vista da cui la si considera. Spetta alla filosofia di
riguardare l'insieme valendosi delle vedute parziali of- ferte dalle
scienze particolari. (1) Secondo una delle forme della concezione
animistica, le leggi in genere vanno considerate come funzioni dei
prin- cipii reali ed insieme come norme, come tipi, come modelli a
cui i fenomeni tendono a conformarsi; beninteso che tali norme non sono
al di- fuori, ma immanenti nei reali stessi. In altri termini ogni cosa
deve avere un dato uffi- cio, deve rispondere ad una data esigenza nel
sistema uni- versale, deve essere in un dato rapporto col Tutto :
ora 1) “ Der Wanderer, der einen Berg umgeht, , nota molto 2a
propo- Sito il Lotze (Microcosmus, dritt. b. 217), “ sieht, wenn er
wiederholt vor-und zuciick, auf-und abwirts gcht, eine Anzahl
verschiedener Profile des Berges in voraussagbarer Ordnung wiederkehren.
Keines von ihnen ist die wahre Gestalt des Berges, aber alle sind giltige
Projectionen derselben. Die wahre Gestalt selbst aber wilrde eben so wie
alle jene scheinbaren, in irgend einer Lagerung aller seiner Punkte zu
einander bestehen. Diese eigene Gestalt, der wirkliche innere Zusammenhang
der Dinge lisst sich vielleicht auch finden, und gewiss wirrde man
dieses wahre objective Gesetz der Wirklichkeit allen abgeleiteten und
nur giltigen Ausdriicken desselben vorziehen. . . ., LA
NOZIONE DI « LEGGE » 105 in questo legame dell’elemento singolo
del Tutto consiste appunto la legge, la quale considerata per sè assume
la forma di una regola astratta e quindi di qualcosa di universale,
di eterno, d'immutabile, capace d'avere un'at- tuazione ed una
concretizzazione più o meno complete (1). Di leggi o di forme se ne
possono poi distinguere tre diversi gruppi: 1° quelle che hanno la loro
piena ed (1) V. Teichmiiller, Philosophie u. Daricinismus, Dopart.
1877. — Qu sorge spontaneo un quesito della più alta importanza : le
leggi o norme considerate nella loro universalità hanno la prima origine
nell’ in- telligenza umana, ovvero presuprongono un’altra intelligenza
d’ordine superiore ? Se le leggi sono un prodotto dell’ intelligenza
umana, non si vede come possano essere considerate quali norme, tipi,
modelli a cui i fatti particolari e concreti tendano a conformarsi.
D'altronde se la legge vien considerata obbiettivamente come una funzione
del reale, non può essere più riguardata come norma o tipo, a meno che non
si vogliano identificare tutti i reali collo spirito umano quale si
presenta in un grado avanzato di svolgimento, quando cioè ha acquistato
l’attitudine ad ope- rare secondo principii o rappresentazioni di leggi.
— Non si vede poi come le leggi normative concepite quali funzioni, quali
disposizioni speci- fiche, possano essere considerate modelli o tipi dei
fatti reali. Un fatto può essere modello rispetto ad un altro fatto, ma
non lo può mai una funzione o un’esigenza che in tanto è reale in quanto
è in azione, in quanto riceve la sua completa esplicazione dal concorso
di svariati fat- tori. Eppoi come si fa a conciliare l’assolutezza,
l’eternità, l’ immobilità delle leggi normative col fatto che esse
vengono riguardate quali modelli atti ad avere un’attuazione più o meno
completa? La concretizzazione di un tipo, la realizzazione di un ideale
racchiude necessariamente un processo reale nel tempo, tanto più se si
considera la norma, il tipo come un’esigenza immanente nella realtà
concreta; diversamente biso- gnerà ammettere la disgiunzione dell’ idea
dal fatto: concetto codesto che implica una quantità di problemi
insolubili: p. es. l’idea come, dove e perchè esiste disgiunta
dall’esistenza concreta ? Il fatto è che le leggi nel loro significato
reale sono funzioni dei reali e come tali non avendo alcuna esistenza
separata da questi, non sono modelli o norme determi- nanti i fenomeni: è
solamente il pensiero umano che riesce a separarli dall’esistenza e a
riguardarli per sè come elementi intelligibili e quindi nenessari,
universali, eterni (su) specie aeternitatis) della realtà, 106 LA
NOZIONE DI « LEGGR » assoluta attuazione nei fenomeni (leggi
fisiche e chimiche), perchè non sono che funzioni semplici dei reali; 2°
quelle che si presentano solo come regole che non hanno un'ap-
plicazione necessaria (leggi biologiche, etiche, ecc.), in quanto
presuppongono la cooperazione di molteplici reali determinantisi
vicendevolmente in svariate funzioni rispon- denti ad uno scopo in
rapporto alla loro dipendenza da un principio unico, centro della
sintesi; 3° quelle forme della realtà che d'ordinario si chiamano
accidentali risul- tanti dalla cooperazione. di molteplici fattori non
sot- toposti però ad alcuna regola o norma. Onde sì hanno forme
necessarie, normative ed accidentali. Da tuttociò con- segue che la legge
presupponendo l’azione reciproca dei reali, presuppone per ciò stesso il
loro nesso, la loro unità reale che è concepibile soltanto come sistema,
e quindi come coordinazione di elementi diversi in vista del con-
seguimento di un fine unico. Accennavamo già disopra al modo di
considerare il rap- porto esistente tra leggi naturali e normative da
parte degli animisti: giova ora insistere su ciò, notando che il
modo di concepire l'essenza della legge in genere ha spesso il suo
riflesso nella maniera di valutare la differenza esi- stente tra ì vari
ordini di leggi. — La concezione ani- mistica pone su una stesssa linea
le leggi fisiche e quelle morali o precettive dando ad entrambe uno
stesso valore. Il rapporto di causalità (sempre secondo tali filosofi) è
il fondamento delle regole pratiche nella Morale, nel Dritto, come
lo è delle leggi sperimentali: rapporto di causalità che nelle sue
modalità sta ad esprimere la natura propria delle cose. Le leggi « non
devi rubare; non devi mentire » LA NOZIONE DI «& LEGGE »
107 (leggi morali): ovvero: « chi ruba, chi mentisce è pu-
nito » (leggi giuridiche) poggiano sul seguente rapporto causale che non
differisce in nulla da qualsiasi legge naturale : il rubare, il mentire,
ecc. rendono impossibile la convivenza sociale e civile. Si dice
d’ordinario che le leggi precettive o normative a differenza di quelle
na- turali esprimono il dovere e non l'essere e possono soffrire
eccezioni. Se non che, rispondono i fautori della concezione animistica,
approfondendo l'analisi delle leggi pratiche o pre- cettive, seguendone
Jo svolgimento storico, è agevole per- suadersi che il dovere, il
precetto è in ultimo fondato sulla cognizione anteriore di dati rapporti
tra le cose, sugli inse- gnamenti forniti dall'esperienza in antecedenza
compiuta : in- fatti, nota il Paulsen, si pensi a ciò che accade nelle
regole grammaticali, il cui carattere normativo attuale si presenta
come l’espressione dell'evoluzione storica del pensiero e della lingua;
il grammatico considera le forme grammaticali antiquate (le quali un
tempo erano anche normative), non in modo diverso da quello in cui il
Paleontologo studia le forme fossili. Quanto alle eccezioni, queste
si presentano nelle leggi precettive con una frequenza maggiore che non
nelle fisiche, perchè le prime ‘espri- mendo rapporti senza confronto più
complessi, lasciano adito all'intervento di numerose condizioni
pertarbatrici; il che si può constatare anche nelle leggi biologiche,
ri- spetto a quelle fisiche o chimiche. Non va dimenticato che,
anche queste soffrono degli strappi dovuti a condizioni atte a
neutralizzare l’azione di date cause; si pensi al modo di comportarsi dei
corpi più leggieri dell'aria rispetto alla gravità.
108 LA NOZIONE DI «& LEGGR » La ragione ultima per cui la
concezione auimistica non ammette differenza di sorta tra le leggi
esplicative e quelle precettive va ricercata in ciò che per essa tanto
i fatti naturali quanto gli atti umani non rappresentano che forme
dell’attività o spontaneità interiore, e mentre il fonda- mento prossimo
di entrambe le specie di leggi va riposto nel- l' esperienza, quello
ultimo risiede nel significato che hanno per lo Spirito universale date
forme di attività. L’imperativo delle leggi precettive è dovuto al fatto
che esse si rapportano in modo immediato e diretto all'attività pratica
umana e solo in quella forma apportano vantaggio allo sviluppo u-
mano, mentre le leggi dichiarative esprimono dei rapporti estrinseci a
noi ed hanno l’obbiettivo di constatare semplice- mente dati di fatto. Le
prime insomma considerano gli eventi dal punto di vista del valore
pratico, lasciando nel- l'ombra le basi di questo; le altre si fermano sulle
pre- messe, trascurando ciò che ne consegue; le prime mirano a
porre sott'occhio i mezzi senza curarsi dello scopo ultimo, le altre
invece fondate segnatamente sulla conoscenza, esa- minano la ragione e la
base di quei mezzi. (1). Trattando della concezione animistica
merita una par- ticolare menzione l'opinione sostenuta dal Trendlenburg
(2) (1) Citeremo tra i fautori della concezione animistica, il
Lotze, il Fechner, il Teichmiller il Paulsen. La discussione critica di
essa sarà fatta in seguito, trattando della concezione dualistica che è
la più com- pleta e comprensiva, comunque non risponda a tutte le
esigenze, come ve- dremo. È qui notiamo che non bisogna aspettarsi di
trovare in ciascun autore l’interpretazione della natura dei vari ordini
di legge nel modo tipico e quindi schematico da noi tratteggiato, giacchè
è facile com- prendere come ciascun filosofo abbia un modo proprio di
considerare e di risolvere i problemi. Si tratta solo di cogliere il
concetto dominante e il principio direttivo. (2)
Trendlenburg, Logische Studien. Leipzig, 1870. LA NOZIONE DI «
LEGGE » 109 che sia soltanto per via della nozione di movimento
che s’in- tendono le varie forme di rapporto esistente tra le cose, l’a-
zione reciproca che queste esercitano tra loro e sopratutto il nesso
dicausalità in cui propriamente è riposta l'essenza della legge. Il
movimento per il filosofo tedesco è per sè stesso attività creatrice,
tanto è ciò vero che da esso provengono lo spazio, il tempo, la figura e
il numero : ora nel rapporto dell'attività produttrice colla grandezza
prodotta consiste appunto il nesso di causalità ; il movimento genera
delle for- me e in tale azione si rivela primitivamente causalità. E
la necessità del rapporto causale trae la sua prima origine dalla
coscienza dell’ identità e continuità della nostra attività produttrice.
Il nesso causale estendendosi poi fin dove ar- riva il movimento, e un
certo movimento trovandosi in ogni forma di pensiero, non è a
meravigliarsi che la causalità appaia una legge del pensiero a cui fa
riscontro il moto di generazione e di attività che si lascia constatare
nella realtà esterna. Del resto la Fisica riduce l'essenza della
causalità a movimento, il quale colle sue molteplici tras- formazioni può
dar ragione delle più svariate potenze della natura: ed è mediante il
movimento che noi in- tendiamo la formazione di qualcosa a sè che è
conside- rata come effetto: questo invero è concepito quale moto
arrestato, quale prodotto esistente per sè e a parte dal flusso dei
fenomeni da cui ésso proviene e che d’altro canto ad esso fa
seguito. Riassumendo, per il Trendelenburg l'essenza della legge
va ricercata nel moto del farsi o di prodursi di una cosa, quasi
diremmo nel cammino che percorre l’attività generatrice del reale e per
lui la conoscenza delle leggi in tanto è pos- 110 | LA NOZIONE DI
« LEGGE » sibile in quanto l'intelligenza rifà mediante i giudizi
il medesimo movimento, dando origine ad un prodotto intellet- tuale
esprimente l'essenza — o ciò che val lo stesso — la legge della cosa:
tale prodotto logico è il concetto vero e proprio o universale concreto.
Nulla vi ha di dato nel mondo, ma tutto si fa, tutto si costruisce in
vista di un fine: ond’'è che tale movimento di costruzione nel cui fondo
giace sem- pre un pensiero, è la legge obbiettivamente considerata,
mentre che il medesimo moto o attività costruttrice for- mulata in un
giudizio ci dà la legge quale viene enunciata dal soggetto pensante. E il
concetto è un sistema di giudizi mediante i quali lo spirito pensa fuse e
compenetrate tra di loro tutte quelle condizioni che rendono necessaria
l’at- tuazione del processo. Se una di quelle condizioni si pensa
in sè e come capace ad unirsi con condizioni diverse di gruppi diversi,
cioè capace d'intrecciarsi in altri processi egualmente necessari, si ha,
secondo il Trendelenburg, l'u- niversale della reale condizione. Ciò che
non va dimenticato è che lo spirito non giunge alla vera conoscenza
scientifica, al regno della necessità, prima di esser pervenuto al
con- cetto (legge); stantechè in esso non solamente egli informa
l'essere della sua universalità, ma scorge il processo neces- sario per
cui questa universalità si pone, si attua e sì svolge. Ond’è che non
basta avere la rappreseniazione, la perce- zione o anche la nozione
astratta di una cosa qualsiasi per dire che se ne ha una notizia
scientifica, ma occorre averne il concetto, vale a dire occorre
conoscerne la legge o l’es- senza. Così io dopo aver percepito la rugiada
posso averne la nozione, pensando la rugiada quale è da sè a
prescindere dalle determinazioni accidentali di spazio o di tempo:
in LA NOZIONE DÌ «€ LEGUE » 1il tal caso nel puro
pensiero non ci sarà quella data ru- giada, ma la rugiada in generale di
cui posso dare una definizione nominale, buona per tutte le specie di
rugiada: ma me ne manca ancora la notizia scientifica, il concetto:
per il che devo ridurre quel fenomeno particolare alla ca- tegoria dei
fenomeni affini e che provengono da un di- squilibrio di temperatura,
conoscere il limite della quantità di vapore acqueo che può contenersi
nell'atmosfera, e come esso limite vada restringendosi a misura che la
temperatura vada abbassandosi; come dallo intrecciarsi di queste
con- dizioni con l’altra della gravità per la quale i corpi non
sostenuti cadono, riceva il fenomeno della rugiada compiuta
spiegazione. Ciò che vi ha di vero, secondo noi, nell'opinione del Tren-
delenburg è che se si vuo] dar ragione del divenire delle cose, del loro
modo di farsi e di generarsi non è possibile astrarre dal fattore
dell'attività, la quale si può estrinse- care in vari modi e tra gli
altri per mezzo del movimento. Questo anzi si può considerare come
l’estrinsecazione per eccellenza, la forina intuitiva dell’attività
stessa. Noi però non possiamo per nessuna via considerare col
Trendelen- burg il movimento come qual cosa di primitivo e di
originario, giacchè esso non è che una rappresentazione complessa
derivata dai rapporti di spazio e di tempo delle nostre sensazioni, onde
non è lecito invertire i termini at- ‘tribuendo a ciò che è sussecutivo e
derivato l’ufficio di principio atto a dar ragione di ciò che almeno
relativa- mente è originario. Per poter considerare il movimento in
sè © per sè, bisognerebbe poterlo osservare o speri- mentare, senza
ricorrere all’azione dei sensi, il che è 112 LA NOZIONE DI « LEGGE
% assurdo: ed anzi vi ha dippiù: a seconda delle varie formé
di sensibilità si ha di esso una notizia diversa: p. es. al senso tattile
esso si rivela con proprietà diverse da quelle con cui si rivela al senso
della vista. E ciò che noi perce- piamo mediante l’azione di uno, o di un
altro senso non è il modo con cui un oggetto in moto inizia e prosegue
il passaggio da un sito all’altro dello spazio, ma bensi il fatto
che l'oggetto stesso è già passato in un altro posto: per- cezione
codesta che ci vien fornita dalla constatazione dei nuovi rapporti in cui
l'oggetto si trova. In tanto è possibile considerare il moto come
qualcosa di primitivo e di originario in quanto ad esso vengono
meta foricamente e simbolicamente attribuiti i caratteri propri
della nostra attività interiore. CONCEZIONE DUALISTICA.
I caratteri che contradistinguono la concestone dualistica sono due: 1°
stando ad essa le leggi sono una elaborazione anzi sì potrebbe dire
addirittura una produzione dello spirito sulla base dei dati provenienti
dall'esperienza, dati che son sempre qualcosa di profondamente diverso
dall'attività intellettuale capace di apprenderli, trasformandoli
ed enunciandoli in forma di leggi. E qui va notato che a seconda
che si ammette o pur no affinità o identità tra le forme del pensiero e
quelle della realtà si avranno, come si vedrà più tardi, delle
suddivisioni nel seno stesso della concezione dualistica. Ciò che in ogni
caso forma il tratto caratteristico di detta concezione è che secondo
essa LA NOZIONE DI « LEGGE ® 113 il contenuto
dell’esperienza, la costituzione intima del reale essendo inaccessibile
all'intelletto, non può per ciò stesso essere espresso ed intrinsecato
nelle leggi, le quali ci danno così nelle loro enunciazioni la forma del
reale, ma non mai la sostanza. Così mentre per la concezione
intellettualistica e per quella animistica le leggi figurano come dei
semplici riflessi di fatti e nessi reali nell’intel- ligenza umana, perla
concezione dualistica le stesse si pre- sentano come vere costruzioni e
creazioni dello spirito. 2° Stando alla medesima concezione, vi sono due
categorie fondamentali di leggi irriducibili l’una all'altra, le
leggi esplicative (leggi naturali) e le leggi normative (leggi pra-
tiche): le prime esprimono l'essere, le altre il dovere, e mentre quelle
sono delle formule, degli schemi che ci aiu- tano a richiamare in mente i
casì concreti e a catalogare la realtà, il cui contenuto è impenetrabile,
le ultime in- dicano le direzioni, o meglio, le esigenze della nostra
at- tività. É naturale che se il contenuto obbiettivo delle leggi
esplicative rappresenta un'incognita per lo spirito, non sì può dir lo
stesso del contenuto delle leggi normative, le quali riferendosi alla
nostra attività figurano come l’espressione di ciò che è intimo a noi ed
ha la maggiore realtà. Il primo sostenitore della veduta
dualistica, la quale, come si è veduto, implica in fondo il distacco del
dominio dell'intelletto da quello dell'attività e il riconoscimento
della spontaneità interiore che appropriandosi dei dati del-
l'esperienza, li elabora e li trasforma in determinate guise, fu
E..Kant. Ogni cosa, disse Kant, è regolata dalle leggi che
nell'ap- prenderla e nel conoscerla vi ha impresse l'intelletto
umano, 8. 114 LA NOZIONE DI « LEGGE » ma
solainente un essere ragionevole opera secondo rap- presentazioni di
leggi, ossia secondo principii ed ha quindi un volere. Ora il volere può
essere deterininato d_lla ra- gione in modo assoluto e imprescindibile,
ovvero no: nel primo caso le azioni riconosciute come obbiettivamente ne-
cessarie, diventano pur tali subbiettivamente, perchè allora il volere
sta nella sola facoltà di eleggere ciò che la ragione riconosce come
buono, nel secondo caso, il quale ha luogo quando il volere può esser
mosso da impulsi soggettivi e quindi non è interamente conforme a
ragione, le azioni sono obbiettivamente necessarie e subbiettivamente
contin- genti; cioè la legge obbliga e rivolgendosi al volere di un
Essere ragionevole gli prescrive una determinazione con- forme a ragione,
ma senza costringervelo. Però i precetti che la ragione porge al volere e
quindi le formole che li esprimono e che vengono da Kant chiamati
Imperativi, possono essere di due maniere. La ragione cioè può pre-
scrivere un'azione come buona per se s‘essa, e quindi come
obbiettivamente necessaria senza aver riguardo ad alcun fine e allora
l'imperativo che formola questo precetto è un imperativo categorico;
oppure la ragione può prescrivere un'azione come praticamente necessaria
ad ottenere un fine reale o possibile e allora gl'imperativi che ne
formulano i precetti si dicono Iporetici; (potetici problematici, se il
fine è possibile, cioè può soltanto avvenire che l’uomo se lo
proponga, ipotetici assertori, se il fine è senz'altro e sem- pre voluto.
È facile il vedere come, secondo il pensiero di Kant, sebbene non sempre
chiaramente espresso, al solo Im- perativo categorico debba propriamente
attribuirsi la fa- LA NOZIONE DI « LEGGE » 115 coltà
di obbligare, di prescrivere un dovere, mentre gli altri non ci dànno
propriamente che delle regole e dei consigli. Gl’imperativi ipotetici
assertori prescrivono i mezzi ai fini svariatissimi (moralmente buoni o
cattivi) che un Essere ragionevole può proporsi: questi imperativi
non sono propriamente che regole e potrebbero chiamarsi gli
imperativi dell’abilità (Geschicklichkeit). Se non che tale veduta
kantiana fu fatta segno ad ob- biezioni di varie sorta. I)a una parte
Schleiermacher, Paul- sen e in genere i fautori della concezione
animistica, op- posero che tra legge naturale e legge normativa non
esi- stono differenze apprezzabili, ma a ciò fu risposto che l’af-
fermare una tal cosa equivaleva a confessare di non aver un’idea chiara
di ciò che sia nè una legge naturale, nè una legge precettiva. Una legge
naturale infatti esprime solamentu ciò che sotto date condizioni accade
sempre senza che sia possibile il presentarsi di una eccezione : è
natu- rale che le condizioni divengano complesse a misura che dalle
leggi naturali di ordine generale si scende a' quelle speciali: ma non vi
è caso che un dato fenomeno enun- ciato in una legge naturale si presenti
immutato o costante se le condizioni corrispondenti o non si presentano
del tutto, ovvero sl presentano in modo variato o imperfetto. Ora è
lecito porre sopra una medesima linea le deviazioni degli obbietti
singoli dal loro tipo generico (ammesso pure che le dette deviazioni
possano essere identificate colle de- viazioni dalle leggi naturali, il
che non è) e gli strappi fatti dalla volontà individuale ad una legge
precettiva ? O nella nozione generica s’introduce una forma di
valuta- zione, intendendo per quella l'ideale verso cui
gl'individui 116 LA NOZIONE DI « LEGGE di una data
specie tendono, date le condizioni favorevoli, e reputando o gni
allontanamento dall’ideale come qualcosa
che non doveva essere, come una imperfezione, e in tal caso si avrà il perfetto riscontro colle
deviazioni della vo- lontà individuale
dalla legge normativa, ma ci si troverà
agli antipodi della legge naturale: ovvero si considera il tipo generico come l’insieme di quelle
proprietà che in una pluralità
d’individui, data l’uniformità e la relativa immu- tabilità delle loro condizioni d’origine e
d'esistenza, sì pre- sentano in modo
costante, ed in tal caso le variazioni del
tipo generico prodotte dall'azione di date cause hanno un certo riscontro colle apparenti modificazioni
delle leggi na- turali, ma sono agli
antipodi delle deviazioni della volontà
della legge precettiva. Per considerare le leggi naturali come identiche in fondo a quelle morali,
bisogna ridurre queste ultime a pure
descrizioni del modo come gli uomini si
conducono sotto date condizioni, ma con ciò il concetto vero del dovere viene ad essere tolto via,
giacchè le azioni umane in tal caso come
i fatti naturali vengono ad essere
sottratte al giudizio valutativo vero e proprio. Il difetto della concezione animistica sta
tutto qui: nel- l’aver creduto di poter
cancellare qualsiasi differenza tra le
leggi esplicative e quelle norinative che invece sono con- trodistinte da caratteri diversissimi: le
prime esprimono le condizioni sotto cui
la realtà diviene pensabile e intel-
ligibile, stanno a significare le peculiari maniere in cui la ragione umana reagisce di fronte all’apprensione
del reale, nulla dicendo della natura
intima e del significato del reale,
mentre le altre sono esigenze proprie dello spirito rivelantisi immediatamente alla coscienza ed
esprimenti la LA NOZIONE DI «€ LEGGE»
117 natura propria di quello ; le
prime pur accennando neces- sariamente a
qualcosa d'interno, non l’estrinsecano in al-
cun modo, arrestandosi alla considerazione della parte formale della realtà, le altre invece
esprimono le dire- zioni dell’attività
umana: le prime infine possono far pen-
sare ad una forma di attività che è il riflesso di quella interiore, mentre le altre sono le
determinazioni immediate di tale attività.
Confondere le leggi dichiarative colle precet-
tive è come confondere la causalità esterna (trasmissione di movimento) con quella interiore
(motivazione dell’at- tività). Dall'altra parte fu obbiettato a Kant: se la
necessità obbiettiva si differenzia da
quella puramente subbiettiva per questo
che la prima fondata com'è sulla natura delle
cose, é valida egualmente per tutti gli esseri, mentre l’al- tra fondata su particolarità individuali e
subbiettive è va- lida soltanto per i
soggetti che son forniti di queste, come
mai può avvenire che tutto ciò che è necessario per gli esseri forniti di ragione, non è poi più
necessario per una parte di essi? Ciò accade,
risponde Kant, perchè l’uomo risulta di
varî elementi per modo che ciò che è necessario
per l’uno di questi, può benissimo essere accidentale per l'altro. È necessario così l'adempimento
della legge morale per l’uomo
considerato come essere ragionevole, il quale
colla ragione appunto conosce la necessità della legge stessa ; ma all'opposto non è necessario per
l’uomo consi- derato solo come essere
fornito di volere, perchè come tale non
è spinto all’azione solo dalla ragione, ma anche da altri impulsi. E la legge morale è appunto
una legge della volontà, in quanto pone
come necessario che l’uomo segua 118 °
LA NOZIONE DI « LEGGE % col suo volere
una determinata direzione. Riconoscere que-
sta necessità e insieme affermare che la volontà umana non concorda necessariamente con la legge
morale non include nient'affatto contradizione,
se sì pensa che nel primo caso si tratta
di una necessità diversa da quella del
secondo caso: donde la distinzione della necessità obbiet- tiva della esigenza morale da quella
subbiettiva basata sul rapporto della
volontà con la detta esigenza. Se non
che tale distinzione, si è notato dagli oppositori, non regge in quanto la neeessità obbiettiva si riferisce
appunto alla voloutà e quindi abbraccia
la necessità subbiettiva. In seguito a
ciò, pure ammettendo che il concetto «li
legge sia suscettibile di due interpretazioni diverse a se- conda che si tratti di leggi esplicative o
precettive, si è cercato altrove il
fondamento della detta distinzione. Si è
cominciato col notare come non soltanto nel campo della morale, rua in tutti i dominii dell'attività
umana, nessuno escluso, accada che gl’individui
in casi numerosissimi non seguono leggi,
che pure si presentano col carattere più ac-
centuato dell’universalità. Così per quanto incondizionata- mente valide si presentino le leggi logiche e
matematiche, ciò non impedisce che
conclusioni false ed errori di cali colo
abbiano luogo : e lo stesso si può dire delle legg- estetiche, grammaticali, ecc. V'ha dippiù :
ciò che si rileva in opposizione alle
leggi normative generali, non solo è
possibile e reale, ma è in un certo senso necessario : come al fisiologo sembra naturale la sanità allo
stesso grado che la malattia, così al
psicologo l’errore e il male sembrano
naturali come il vero e il bene.
Del resto le leggi precettive non esprimono tutto ciò che LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 119 è possibile, ma bensi ciò che è giusto o
rispondente ad un dato scopo. È evidente
che la parola neccesità non ha un valore
eguale trattando di leggi esplicative o di leggi nor- mative: nel primo caso la necessità implica
che un dato feno- meno risulta
necessariamente dal complesso delle sue cen-
dizioni, nel secondo caso invece indica ciò che si deve fare perchè l'obbiettivo di una data forma
d'attività, la cono- scenza del vero, la
produzione del bello o la pratica del
bene, sia raggiunto. Dall’un canto la necessità serve a con- trassegnare il nesso del conseguente colle
sue condizioni quale sì presenta
partendo da queste ultime come da ciò
che è dato; dall'altro canto la necessità serve a contrasse- gnare lo stesso nesso quale si presenta dal
punto di vista del conseguente, partendo
cioè come da ciò che è dato dalla
rappresentazione dell’intento da conseguire, per mo- strare sotto quali condizioni, con quali
mezzi ciò è reso pos- sibile. Ora mentre
colle cause son dati sempre e necessaria-
mente anche gli effetti, non si può dire che col fine o meglio colla rappresentazione del fine sia
dato sempre e necessariamente l’impiego
di dati mezzi e le modalità dell’im-
piego stesso, onde consegue che le leggi naturali hanno un valore universale, mentre quelle pratiche
dicono, sì, che incondizionatamente
certi scopi possono essere raggianti solo
con un dato ordine di mezzi, e in tale rapporto, se esse sono giuste, non temono smentita dai fatti;
ma dell'appli- cazione effettiva dei
detti mezzi nulla ci dicono, per modo
che non è esclusa la possibilità che i mezzi non siano ap- plicati e che per conseguenza lo scopo non
sia neanche lontanamente raggiunto. Le
leggi dichiarative dicono: date queste
condizioni deve necessariamente conseguire questo 120 LA NOZIONE DI «& LEGGR » effetto: quelle pratiche invece: se un dato
scopo deve essere raggiunto, bisogna
operare in tale maniera e non diver-
samente. Se poi nei casi particolari si procederà effettiva- mente così e se quindi l’obbiettivo
corrispondente sarà ag- giunto non è
certo appunto perchè ciò dipende dal modo in
cui sì determina l’attività individuale ed è tale incertezza che trasforma la legge in una forma di
esigenza umanae. la necessità che
l’esprime in dovere. Qui si presenta
une questione: É giusto mettere tutte in
un fascio le leggi normative o precettive? Noi cre- diamo di no, in quanto alcune di esse si
presentano come regole dedotte da
determinati rapporti offerti dall’espe-
rienza, mentre altre figurano come l’espressione della natura propria del soggetto e quindi vanno
considerate come funziori di esso : così
le leggi precettive igieniche,
dietetiche ecc. in tanto sono valide in quanto sono fon- date su determinati nessi causali
constatabili per mezzo dell'esperienza e
quindi contingenti, per contrario le norme
logiche e morali sono anteriori a qualsiasi esperienza, s0- no esigenze dell’attività umana e stanno a
significare ciò che vi ha di proprio
nella natura del soggetto pensante sia
dal punto di vista teoretico che pratico. Ma di ciò sarà trattato più diffusamente in seguito. Dicemmo di sopra che Emmanuele Kant va
considerato come il vero fondatore della
concezione dualistira, avendo egli
ammesso, dopo aver profondamente differenziato le leggi normative da quelle esplicative, che ì
giudizi neces- sari ed universali
intorno alla realtà occasionati dall’espe-
rienza, in tanto sono possibili, in quanto lo spirito umano è fornito della capacità di apprendere i
fatti concreti per LA NOZIONE DI «
LEGGE » 121 mezzo di forme a priori o
appercettive, le quali servono ad
universalizzarli e ad obbiettivarli. Sono queste nozioni appercettive, o predicati universalissimi o
categorie, o forme a priori, o funzioni
dell’intendimento umano che u- nite,
mediante giudizi di ordine speciale (giudizi sintetici a priori) coi dati percettivi concreti, rendono
possibile .la scienza, cioè a dire la
trasformazione del fatto subbiettivo del
sentire in qualche cosa di obbiettivo esistente in modo ordinato nello spazio e nel tempo e insieme
l'enunciazione in formule universali
delle varie sorta di azioni e di relazioni
esistenti tra le cose. Non è nostro intendimento ora fare la storia e la critica delle vedute kantiane
intorno alla pos- sibilità dei giudizi
sintetici a priori, in quanto ciò ha
formato oggettò di svariatissime e importantissime ricer- che il cui risultato è stato la
trasformazione del primitivo kantismo. I
mutamenti che ha subito il pensiero kantiano,
passando attraverso ia mente dei vari Logici moderni sono stati molteplici e non sempre si fu d'accordo
intorno al modo d’interpretare, di
completare e di svolgere il pensiero del
maestro: tuttavia non è impossibile collegare insieme le varie opinioni emesse, considerandole da
un punto di vista superiore. Per quanto
numerose e rilevanti siano le
discrepanze tra i filosofi criticisti intorno alla esten- sione ed al significato dall’a priori
kantiano, vi sono dei dati ammessi da
tutti e su cui non cade alcun dubbio o
disparere. Così tutti concordano nell’ammettere il cor- rispettivo obbiettivo dell'elemento formale
di ogni cono- scenza, vale a dire la
cooperazione della realtà nella ge- nesi
delle forime appercettive, in modo che questo lungi dall’esser considerate come semplici funzioni
o obbiettiva- trai 122 LA NOZIONE DI « LEOGE » zioni dello spirito umano, sono ritenute il
risultato della cooperazione di due
fattori, del fattore subbiettivo e di
quello obbiettivo. D'altra parte si è d'accordo nel ri- guardare le forme appercettive (le nozioni di
uguaglianza e di differenza, di tutto e
parti, di grandezza, di rap- porto
causale tra i fatti successivi e di connessione reci- proca tra fatti coesistenti e di fine) come
acquisti dello spirito umano avvenuti
sotto la guida di alcuni principî
supremi comuni al pensiero ed all'essere, quali il principio d'identità, quello di contradizione e quello
di ragione, ecc. E qui va notato che non
tutti i filosofi son disposti ad
attribuire un egual valore ai suddetti principii, giacchè per taluno, come per il Riehl, il principio
regolatore su- premo è quello d'identità,
mentre per altri è quello di
contradizione colla cooperazione però più o meno valida degli altri principii : questione codesta che
a noi non com- pete di esaminare. Conchiudendo, possiamo dire che il neo-kantismo
non considera più le varie leggi
scientifiche quali giudizii sin- tetici
aventi il loro fondamento ultimo nei giudizii sinte- titici a priori, costituenti poi i veri
principii delle scienze, ma come il
risultato della trasformazione dei nessi e rapporti puramente sperimentali in nessi e rapporti
logici. Non è dunque riposta l’essenza
della legge nell’applicazione di
determinate categorie ai fatti concreti, ma nella trascri- zione dei fatti o processi sperimentali in
fatti e processi aventi organismo e
struttura logica. Tra i filosofi
criticisti quegli che più e meglio di tutti
ha trattato la quistione della natura e delle forme della conoscenza scientifica è certamente il
Riehl], il quale nella LA NOZIONE DI «
LEGGE » 123 sua pregevole opera //
Criticismo filosofico, ha emesso delle
vedute degne di essere conosciute. Egli comincia col- l'’ammettere una profonda differenza tra le
leggi normative e quelle esplicative in
quanto le prime esprimono il dovere in
rapporto al conseguimento di un dato scopo, mentre le altre esprimono l’essere; in base alle prime
giudichiamo del valore, dell'importanza
di una data cosa, mentre in base alie
altre della realtà o della verità : le prime deno- tano tendenze e s’indirizzano all’avvenire,
le altre dati di fatto e vertono su ciò
che è ed accade: le prime infine sono
una determinazione del gusto, del sentimento e della vo- lontà umana, mentre le altre sono emanazione
della ragione e dell’attività
coroscitiva. Dal che consegue che la scienza, la quale si può considerare come l'ordinamento
razionale delle leggi esplicative,
presenta l’uomo quale un prodotto della na-
tura, quale risultato delle leggi generali di essa, mentrechè la filosofia pratica riferendosi al possibile e
all’ideale, risguarda l’uomo nella
natura come causa, come un essere cioè che
in base alla conoscenza delle leggi natarali può proporsi dei fini e mettere in opera tutta la sua
attività per rag- giungerli. Ma se la
filosofia pratica può avere il suo punto
di partenza nella conoscenza della natura umana fornita dalla scienza (Antropologia, Pisicologia,
Storia ecc.), rap- portandosi poi a ciò
che deve essere, esplica la sua azione,
ponendo sempre nuove esigenze al sentimento, al volere ed alla coscienza umana. Nell’approfondire la natura della conoscenza
scientifica il Riehl nota che la legge
esplicativa che è sinonimo di rapporto
necessario, esprime l’azione esercitata sulla ra- gione dalla stabilità ed uniformità del corso
dei feno- meni. La relazione esistente
tra la realtà e il pensiero 124 LA
NOZIONE DI « LEGOR » costituisce
l'esperienza propriamente detta: e le leggi
scientifiche sono il prodotto da una parte della regolarità con cui sotto condizioni eguali si presentano
fenomeni identici, o della stabilità
delle proprietà fondamentali delle cose,
e dall’ altra dell’ attività concscitiva del sog- getto. Onde la legge è per l'intelligenza ciò
che è il fine per il volere e il bello
per il senso estetico : in tutti e tre i
casi i due termini s'implicano a vicenda; tanto é ciò vero che le cosidette leggi naturali
lungi dall'essere in rapporto, come a
dire, accidentale colle leggi del pen-
siero, sono il risultato, quanto alla loro forma, di queste ultime. Pertanto l’affermazione che in natura
tutto av. venga in modo meccanico è
falsa, se s'intende dire che per tale
via si riesce a comprendere la natura propria, e le qualità intime del processo naturale; il
meccanismo delle cose lungi dal manifestare
l'essenza di un qualsiasi fatto
naturale, rappresenta la forma di questo; e la mecca- nica ricercando l'equivalente dei cangiamenti
svolgentisi nella natura, non svela
nient’affatto la natura propria delle
cause dei detti cangiamenti. É per questo che le leggi e- sp imenti i rapporti delle cose devono
presentare i termini connessi in modo continuo
e immediato nel tempo e in ma- niera
intelligibile per l'intendimento, vale a dire congiunti secondo il rapporto dell'uguaglianza
quantitativa, riducibile al principio
d'identità. E a che ai riducono le
leggi del pensiero, le categorie
logiche, che applicate alla realtà, rendono possibile la for- mazione delle leggi scientifiche ? « Le
condizioni logiche dell'esperienza, dice
il Riehl (1), » le categorie della (1)
Rienc, Der philosophiscrie Kriticismus. Zw. B. Leipzig, 1887. LA NOZIONE DI LEGGE. 125 sostanza, della causalità e dell’unità
sistematica della na- tura, non sono,
come insegnò Kant, forme primitive diverse
e irriducibili del nostro intelletto, ma derivano da un u- nico principio saperiore, da quello
dell'unità e conserva- zione della
coscienza in genere, il quale dà loro origine
quando viene applicato ai rapporti generali presentati dal- l'intuizione. L'Io è cosciente della suna
unità e della sua identità con sè
stesso, condizione prima di ogni altra co-
noscenzà, sia che scompone una molteplicità simultanea di impressioni (la cui forma intuitiva è lo
spazio), sia che connette una serie
successiva di impressioni, sia finalmente
che scompone e congiunge insieme, vale a dire che unisce i due atti precedenti, affinchè emerga il
concetto dell’unità sistematica del
tutto. Noi possiamo quindi distinguere tre
diverse funzioni pertinenti alla coscienza (una ed identica con sè stessa), una funzione analitica (che
ci dà la cate- goria di sostanza), una
sintetica (che ci dà la categoria di
causalità) ed una sintetica ed analitica insieme (che ci dà la categoria dell'unità sistematica);
mediante la prima è differenziato il
permanente dal mutevole, mediante la
seconda è collegato il cangiamento colla sua causa, me- diante la terza finalmente tutto il reale,
cose e processi, viene considerato come
un sistema organico composto di varie
parti. È questa l’espressione più
completa e più perfetta della concezione
dualistica; e non si può non convenire che essa
segna un notevole progresso rispetto agli altri modi d’in- terpretare la natura delle leggi; ma possiamo
noi dichia- rarci soddisfatti appieno ?
Notiamo subito che il difetto di tale
veduta sta tutto nel ritenere che la natura propria 126 LA NOZIONE DI « LEGGE » della legge si riduca all’affermazione di
un rapporto di natura quantitativa; ora
la legge oltreché l’espressione di una
equivalenza, è l’espressione dell'attività di una cosa sull'altra. L'ideale verso cui tende la
scienza nel fomulare le sue leggi non è
l'affermazione esclusiva dei rapporti
quantitativi, ma l'indagine delle condizioni determi- nanti dati fenomeni, condizioni che diventano
spesso visibii all'intendimento e
vengono fissate per mezzo dei rapporti
quantitativi non altrimenti che in un quadro è pel colore che diventano visibili le linee, i punti e
fino la mancanza perfetta di linee, il
nero, la tenebra. É evidente però che
l'essenza della legge non può essere riposta in un momento subordinato ed ausiliario, per quanto
necessario. Con le sole leggi della
meccanica, con le sole ridistribuzioni
della materia e del movimento non s’in'ende come si possano produrre forme così diver:e della realtà. La
concezione meccanica, come quella che è
solamente quantitiva, non soddisfa al
bisogno che la conoscenza ha del sistema, non
rende ragione della Zinitazione e direzione delle forze. Con la materia e col movimento soltanto noi
abbiamo una pos- sibilità affatto
indeterminata, la possibilità di mondi innu-
merevoli diversi: che cosa determina la genesi del mondo della nostra esperienza ? Ciò posto, come mai
si può af- fermare che la scienza abbia
per compito essenziale d' in- dagare la
costituzione meccanica del Reale? La scienza
tende invece a conoscere la natura propria delle cose quale sì manifesta per mezzo delle loro azioni o
funzioni e per mezzo del numero maggiore
o minore di attinenze (delle quali le
quantitative sono una sorta soltanto) che esse hanno col rimanente della realtà. L'essenziale della
conoscenza scien- LA NOZIONE DI «
LEGGE » 127 tifica non sta nel
delineare semplicemente le variazioni
spaziali e temporali di una cosa, ma nel cercare di studiare le proprietà, le qualità e le relazioni di
essa, tanto è ciò vero che la scienza
seria ed esatta lungi dall’abbandonarsi
a ricercare la spiegazione e la ragione di tutti i fatti nei semplici spostamenti spaziali e
temporali, studia cia- scuna categoria
di fenomeni separatamente senza lasciarsi
fuorviare dalle analogie o somiglianze astratte e va in traccia sempre delle condizioni peculiari
concorrenti a de- terminare una data
classe di fenomeni. E tutte le ipotesi
scientifiche non hanno la loro ragione di essere nella esi- genza imperiosa della scienza di approfondire
la natura propria delle cose,
prescindendo dalla esclusiva considera-
zione della grandezza e della quantità ? L'errore del Riehl è di aver identificato
ogni forma di cansalità con quella
esterna o meccanica (1), chiuden- dosi
cosi la via di interpretare i fatti di cristallizzazione, di coesione, ecc. ecc,, buona parte dei fatti
chimici e bio- logici e tutti i fatti
spirituali, ove vige in modo eviden-
tissimo ‘0 principio dell’ aumento dell’ energia ; ora si (1) La causalità fisica è profondamente
diversa da quella psichica, in quanto
ciò che è causa nella prima — e quindi fa essere una cosa — di- viene motivo nella seconda, cioè, giustifica
la cosa, ciò che in quella è azione
meccanica proveniente dall’esterno (causa ed effetto son consi- derati come l’una fuori dell’altro) ed è
quindi accessibile alla osserva- zione
esterna e alla comparazione quantitativa, nell’altra è azione inte- riore proveniente, anzi da ciò che vi ha di
più profondo nell'essere ed è
accessibile soltanto all'osservazione interiore. La causa agisce per ciò che è in sè, mentre il motive per il valore
che gli vien dato dall'insieme della
vita spirituale, valore che può variare moltissimo, donde la varietà delle determinazioni volontarie nei varii
individui e le reazioni subbiet- tive
diverse ad un medesimo fatto, Da tutto ciò consegue che è una con- 128 LA NOZIONE DI «& LEGGE » può affermare che in tutti questi casi non
è a parlare di leggi, vale a dire di
maniere costanti ritmiche di operare, di
rapporti necessari e universali, di funzioni determinate, quindi di scienza? Aggiungiamo che se il
principio di iden- tità fosse l'esclusivo
principio supremo della intelligenza e
se quello di ragione non fosse inerente alla natura propria dell'intelletto, non si vede come e perchè la
cosidetta iden- tità sintetica potrebbe
entrare in azione. Secondo il Riehl,
infatti, noi siamo tratti a identificare sempre ciò che è stra- ordinario o inusitato con ciò che già
sappiamo: ora in questo caso l’identificazione
non rappresenta che il messo di poter
rispondere all’esigenza di ricercare la ragione di ciò che ci sì rivela come nuovo e irriducibile al
resto. Il fatto prinitivo è sempre il
principio di ragione e l'identificazione
non è che un mezzo, nè necessario, nè universale. Noi po- tremmo riferire numerosissimi esempi per
provare come la essenza della legge non
vada riposta nell’enunciazione di un
rapporto quantitativo. Citeremo qualche fatto soltanto tolto dalla Biologia, Così è noto che il ricambio materiale se può
ra ppresen- tare una delle condizioni
indispensabili al funzionamento degli
organi, non ne è la causa determinante ed essen- ziale, la quale deve essere ricercata nell’
organizzazione, tradizione parlare di
leggi naturali della volontà in quanto questa opera, trasformando le cause in motivi, rendendole
cioè un fatto interno. L’o- perare in
seguito a motivi non rende possibile l’operare secendo leggi, m a l’operare secondo norme e regole, dal
seguire le quali è agevole sottrarsi una
volta ammesso che la forza dei motivi dipende dal valore che vien loro dato dal complesso della vita
psichica, la quale essendo diversa per
ciascuno individuo, produrrà diversità anche nel modo di operare dei motivi e quindi nella maniera di
attenersi alle dette norme, LA NOZIONE
DI « LEGGE 129 nella morfologia dei
tessuti: quand’anche conoscessimo e
sapessimo determinare quantitativamente tutte le innume- revoli reazioni chimiche che si svolgono nel
nostro organi- smo, ci resterebbe a
conoscere come l’ energia che esse
sviluppano si trasformi in funzione, come nei complicati ingranaggi dei nostri tessuti la stessa possa
estrinsecarsi sotto forma di calore, di
elettricità, di moto, di secrezione, di
attività nervosa, ecc. Nell’atto chimico si deve riconoscere la causa dell’energia disponibile, ma la
funzione si de- termina trasformando
quell’energia, plasmandola in mille
modi, presentandola sotto diversissime manifestazioni. E qui giova notare che non selo i risultati
delle reazioni chimiche che avvengono in
un organismo, ma anche le con- dizioni
che le determinano hanno qualche cosa di speciale e di e clusivo agli esseri viventi,
all’organizzazione, cioè ed ai suoi
prodotti. Noi possiamo infatti riprodurre alcuni di quei processi chimici che si svolgono nella
trama dei no- stri tessuti, ma per ottenere
gli stessi risultati dobbiamo impiegare
delle altissime temperature, delle enormi pres-
sioni, delle correnti elettriche assai potenti o l’azione di reattivi di tale violenza da distruggere
qualunque organi- smo, Negli esseri
organizzati invece si hanno gli stessi
effetti ad una temperatura egnale o di poco superiore a quella del''ambiente, alla pressione atmosferica
ordinaria, sotto l'influenza di correnti
appena dimostrabili ed approfittando di
debolissime affinità. Ora forse dal fatto che la vita non può ridursi al ricambio materiale puro e
semplice, de- terminabile
quantitativamente, deriva l'impossibilità di pai- lare di leggi fisiologiche o biologiche ?
Tali leggi saranno in- determinate dal
punto di vista quantitativo, ma sono de-
0. 130 LA NOZIONE DI € LEGGE
® terminatissime dal punto di vista
qualitativo. L'essenziale non è la
fissazione quantitativa, ma quella qualitativa
delle condizioni genetiche di un fenomeno. L'opinione di Kant che si possa parlare di scienza soltanto
nei casi in cuì sia applicabile il
calcolo ha ormai fatto il suo tempo,
perchè anche i rapporti qualitativi formando ob- bietto d'indagine, possono essere formulati
in leggi. Le leggi intese in largo senso
non rappresentano soltanto il prodotto
della fusione del fattore subbiettivo dell’ unità ed identità della coscienza (e categorie
logiche che ne derivano) con quello
obbiettivo dell’ uniformità e rego-
larità dei fatti esterni, ma figurano anche come il ri- fiesso o meglio l'applicazione delle varie
forme di attività psichica (tra le
quali merita particolare attenzione l'esi-
genza della ragione e del fondamento delle cose e la ten- denza a rintracciare la loro reciproca
dipendenza) all’a- zione reciproca che
presentano le cose. La scienza natu-
rale, è vero, s'arresta alla valutazione dei rapporti quan- titativi, che sono quelli accessibili alla
misura, perchè i suoi obbietti quali
determinazioni spaziali e temporali e
quali limitazioni di qualche cosa d’identico e di continuo sono paragonabili quantitativamente, ma ciò
non toglie che una forma di conoscenza
superiore e più completa debba tener
conto delle varie forme di azione esercitate
dalle cose tra loro. Ed anche nelle scienze che hanno per obbietto la natura, le leggi puramente
descrittive e basate esclusivamente su
rapporti quantitativi tendono a divenire
genetiche e condizionali, segno che l'esigenza della scienza non è quella di trovare semplicemente dei
rapporti di equiva- valenza, ma di
mostrare come le cose sussistenti solo in
LA NOZIONE DI « LEGGE » 131
quanto sono attive, operino nelle varie contingenze (1). Ciò che ha il maggior interesse per l’intelletto
umano non è la pura fissazione di
rapporti quantita‘ivi, ma la
determinazione dei rapporti di condizionalità e di causalità, rapporti che se sono resi visibili per mezzo
delle variazioni concomitanti
quantitative, non implicano nient'affatto l'equi- valenza dei termini dei detti rapporti. D'altra parte le varie funzioni di analisi,
di sintesi, e di analisi e sintesi
insieme non s'intende come possano esser
ascritte all'unità della coscienza che è sempre un concetto puramente formale e quindi vuoto : è
necessario la sosti- tuzione di qual
cosa che dia ragione della possibilità di
differenziare e diidentificare i vari fatti psichici e insieme della possibilità di scomporre e
successivamente comporre i singoli fatti
per poter fondere in ultimo i due processi
in uno. Ora il concetto che risponde a tali requisiti per noi è quello dell’altività, la quale può
divenire sorgente di atti molteplici;
atti che mentre da una parte si diffe-
renziano tra loro, sono però congiunti per questo chehanno un'origine comune. Di guisa che la funzione
analitica della (1) RieuL: Op. cit. —
Fr. B. Schluss, pag. 194 e segg. — Qui è
bene riferire un passo del medesimo Riehl: “ Es kinnte in der Natur nichts auch nur relativ Selbstindiges geben
wenn es in ihr nicht wahre, sondern
immer nur ùbertragene, mithin scheinbare Thàitigkcit gàbe. Nicht bloss im Moralischen, auch im
Physischen wurzelt die Selbststin-
digkeit in der Selbsthiitigkeit Obgleich wir uns die Elemente nicht
auf psychische Art wirkend zu denken
haben, also nicht als Monaden
vorstellen, so weist doch, “ie FErscheinung der physischen
Thiitigkeit auf eine wahre von den
Elemznten ausgehende, nicht blos denselben
4usserlich eingeprigte Action zuriick. Nur was fàhig ist zu wirken ist und heisst wirklich. In d r Empfindung, die nicht blosse Receptivitàt
ist. sondern Reaction gegen den
empfangenen Reiz haben wir den Typus der
Wechselwirkung auck in der nicht empfindenden Natur vor uns, 132 LA NOZIONE DI « LEGGE > coscienza è resa possibile
dall'avvertimento dei molteplici atti
emergenti dall'attività psichica, quella sintetica dal- l'’avvertimento della loro identità d'origine
e quella sinte- tico-analitica dalla
fusione dei due processi o dal congiun-
gimento dei due momenti del medesimo fatto. Da tal punto di vista l'essenza della legge in
genere è riposta nel tentativo
d’interpretare l'azione reciproca delle cose
presentateci dall'esperienza, basandosi sul modo d'operare della nostra attività interiore. Del resto
ciascun individuo nell'’enunciare una
legge, per quanto non l’esprima, sottin-
tende tale concetto fondamentale dell'attività. Ed è questo il sulo mode di poter comprendere l’unità
delle cose. Il detto fattore dell’attività
non trova espressione adequata, perchè
ciò che è qualitativo e interno non può essere ob- biettivato e insieme universalizzato come i
rapporti quan- titativi, spaziali e
temporali che rappresentano il contenuto
della coscienza intesa in senso universale e non di quella individuale soltanto. Al di fuori del Criticismo, la concezione
dualistica della legge assunse una forma
particolare nel Wundt, la quale merita
di essere mentovata (1). Il filosofo di Lipsia dopo aver messo in sodo che il concetto di legge
in genere ori- ginariamente derivò da
quello di norma, riconobbe che esso sì
andò sempre più allontanando da questo a misura che i fatti costituenti l'oggetto delle scienze
esplicative non furono più considerati
quali estrinsecazioni d’ impulsi
interiori, a misura cioè che furono presi in considera- zione dalla scienza le relazioni formali
delle cose e non (i) Wundt. Etk:k,
Stuttgart 1886, — Id. Logik, ultima edizione,
LA NOZIONE DI « LEGGE » 133 il
loro contenuto e significato obbiettivo. Pertanto la no- zione di legge-norma divenne estranea da un
pezzo alle scienze naturali,
contrariamente a ciò che accadde nelle
scienze psicologiche e storiche. Il processo delle scienze esplicative, nota il Wundt, s’intreccia
spesso con quello delle scienze
normative, per modo che in queste si hanno delle leggi dichiarative a fianco alle normative e
viceversa: ciò che non va dimenticato è
che spesso il punto di vista esplicativo
è anteriore e quindi presupposto da quello nor-
mativo, il quale ha soltanto in esso la sua base. In ogni caso le scienze normative si
differenziano pro- fondamente da quelle
dichiarative e descrittive per questo
che nelle prime predominando le leggi-norme, alcuni fatti sono differenziati da altri per mezzo del
momento valuta- tivo, in base al quale i
dati sono riguardati come conformi o
contrari alla norma. La contrapposizione del normale all’anormale mena alla differenziazione del
dovere dall'essere. Ora il punto di
vista esplicativo conosce semplicemente
l'essere, onde le scienze che hanno per obbietto la natura considerano ciò che è già dato e se esse
accolgono anche la nozione di norma e di
dovere, l'essere in tal caso coincide
col dovere per modo che non vi può essere con-
tradizione tra i due: il so/len diviene mdassen. Col toglier via adunque ogni forma di valutazione viene
ad essere tolta ogni possibilità di
differenziare i fatti in regolari e irre-
golari, in normali e anormali.
Ma la valutazione in tanto è possibile in quanto gli atti singoli che sono obbietto della valutazione,
sono considerati come un prodotto del
volere umano, ond'è che essi vengono
distinti in atti conformi o non conformi alle esigenze (norme), alle direzioni fondamentali del volere
stesso. Ed è su ciò 134 LA NOZIONE DI
€ LÉGGE » che è fondata anche la
distinzione del dovere dall’ essere.
D'altra parte la norma di fronte alla volontà può assu- mere la forma di comando, di regola
riferentesi non sol- tanto alla
valutazione di atti già compiuti, ma alla
produzione di fatti avvenire. Però ogni uorma è origina- riameate una forma d’attività, una
determinazione, una re- gola del volere,
e come tale, una prescrizione; è solo se-
condariamente che può divenire una specie di stregua, di misura indispensabile all’apprezzamento di
a'ti già compiuti. Qui va notato che il
carattere normativo non sì rivela
identico e costante in tutte le così dette scienze nor- mative : così di tutte le norme o regole
grammaticali, una sola conserva il suo
carattere obbligatorio ed è che le forme
grammaticali delle varie lingue devono esser confor- mi alle leggi logiche del pensiero. Tutte le
altre regole grammaticali figurano coine
il risultato di svariate condi- zioni
psicologiche e fisiologiche. In modo analogo, mentre la più parte delle norme giuridiche hanno la
loro origine nelle mutevoli e
particolari condizioni storiche della società,
alcune soltanto indipendentemente da queste cause posseg- gono forza obbligatoria dovuta alla natura
morale dell'uomo. Anche nelle norme
estetiche va distinto l'elemento transitorio
prodotto dalle influenze storiche della moda e delle con- suetudini da quello permanente, a cui noì
siamo disposti ad attribuire il massimo
valore. Dalle molteplici radici del
sentimento estetico emergono le norme
estetiche che prendono due direzioni diverse : da una parte quella riferentesi ai principii
della regolarità, della simmetria,
dell'armonia, dell'ordine che sono un pro-
dotto del pensiero logico: e dall'altra quella relativa alle bela Li et e i e "e
—-————————___m..{«i-_ b-__°’’ _ieccosieliani
LA NOZIONE DI « LEGGE » 136
esigenze ed emozioni etiche, per il cui mezzo il bello parla al. cuore, assumendo le forme più elevate. Logica ed Etica, ecco le due scienze
normative vere e proprie: formando la
prima la base normativa delle scienze
teoretiche, la seconda quella delle pratiche (1). Le norme della Logica possono estendersi a tutto ciò
che ci è dato dalla intuizione e dalle
nozioni da questa derivate ; ma nella
loro applicazione non involgono un giudizio va-
lutativo intorno agli oggetti del pensiero logico ; può solo tanto il soggetto considerato in rapporto
alla sua attività cogitativa costituire
la base di un apprezzamento valuta-
tivo; le norme dell'Etica si riferiscono immediatamente a- gli atti volitivi dei soggetti pensanti ed
agli oggetti solo inquanto questi debbono
la loro origine agli stessi atti vo-
litivi: come si vede, in tal caso è il soggetto agente che nello stesso tempo forma oggetto della nostra
valuta- zione. Onde è chiaro che il
subbietto del pensiero logico in tanto
può essere in qualche modo apprezzato in quanto è insieme obbietto etico : il pensiero logico
infatti come li- bero atto volontario
può essere subordinato all'attività
morale. E la Logica avendo fra gli agli altri compiti anche quello di trattare e di esaminare i criterî
del pensiero vero e il valore dello
stesso, può benissimo essere chiamata
Etica del pensiero. Di guisa che
il concetto del dovere non ha un signifi-
cato eguale nella Logica e nell’ Etica, giacchè per questa il dovere emerge dall'obbietto stesso della
sua considera- (1) Teoretica è la
ricerca scientifica vertente sul nesso reale
dei dati di fatto; pratica quella che ha per obbietto le produzioni
della volontà umana e le creazioni dello
spirito. 136 LA NOZIONE DI « LEGGE
>» zione, mentre che nella Logica
il dovere nasce soltanto quando il
processo logico è sottoposto ad un giudizio va-
lutativo, vale a dire quando è annoverato tra le azioni e- tiche. In tal guisa per il Wundt la sorgente
ultima della nozione di norma è nella
moralità, e la scienza normativa per
eccellenza è l'Etica. Dipoi l’idea di
norma prende due direzioni, da una parte
è applicata a quei dominii scientifici che per
le loro condizioni d'origine subbiettiva (atti volontarii) sono più affini ai fatti morali, dall’ altra
parte è ap- plicata a tutti gli oggetti
dell’esperienza esterna ed in- terna, i
quali sono apparsi sottoposti ad una costante re- golarità riguardo al loro modo di
presentarsi, di svol- gersìi ecc. Si comprende agevolmente che la prima
trasformazione ed applicazione dell'idea
di norma ha preparata la se- conda,
giacchè il pensiero logico, è stato tratto con molta facilità a trasportare il suo proprio
carattere normativo agli obbietti ad
esso sottoposti. D'altra parte il carattere ‘
normativo del pensiero logico non avrebbe mai potuto svolgersi completamente senza la
corrispondente costanza e regolarità
degli obbietti, la quale però, giova tenerlo a
mente, non sarebbe mai stata appresa senza il concorso dell'attività del pensiero sottoposta a date
norme: sicchè possiamo ben dire che i
due indirizzi presi dall'idea di norma,
intrecciandosi, sì sono aiutati a vicenda nel loro svolgimento, l’azione preponderante pur
essendo esercitata dal carattere
normativo del pensiero logico. E qui si
potrebbe osservare che considerando la norna
quale regola della volontà, quale determinazione primitiva LA NOZIONE DI € LEGGE 137 di questa, non si spiega come essa possa
assumere la forma di comando, senza
implicare costrizione, necessità subbiet-
tiva. Se la norma rappresenta una determinazione della vo- lontà, perchè si può e uon si può seguirla?
Donde la scis- sione, lo sdoppiamento
del dovere dall'essere, dell'ideale dal
reale ? Ogni difficoltà sul riguardo viene a sparire, se si tien conto del fattore sociale nella genesi
della norma. Que- sta è, sì, una
determinazione della volontà, una forma d'at-
tività, ma una determinazione della volontà sociale, una forma dell'attività collettiva, rispetto alla
quale la volonta individuale si può
benissimo trovare in antitesi per sva-
riatissime ragioni. Il carattere normativo ha la sua sor- gente nell’intima relazione esistente tra i
varii individui (soggetti pensanti e
volenti) componenti una società, i quali
sono come parti organiche di un Tutto d’ordire superiore. È il volere e la coscienza sociale che si può
imporre al volere dei singoli individui
(1). Tutte le norme e regole che hanno
un valore obbliga- torio sono da
considerare quale prodotto della coscienza e
della volontà sociale. Invero le varie forme di società (1) Recentissimamente taluno ha affermato
che i prodotti della collet- tività sono
inferiori alle opere compiute dagli individui isolati: riunite insieme, si è detto, i più grandi ingegni, in
modo che tutti cooperino alla produzione
di un’opera collettiva, e vedrete che ne verrà fuori qual- cosa d’ imperfetto. Se ciò sia vero o no, non
importa discutere qui: ciò che voglia no
mettere in evidenza è che le produzioni collettive naturali non vanno identificate colle produzioni
artificiali, arbitrarie di una qual-
siasi riunione d'’ individui, giacchè in quest’ultimo caso la
collettività lungi dal presentare i
caratteri dell'organismo assume l’aspetto di qual- cosa di meccanico. È per questo che le note
antagonistiche presentato dai vari
individui invece di essere armonizzate in un’unità superiore, si elidono a vicenda. 138 LA NOZIONE DI « LEGGE Y umana, costituiscono delle vere e proprie
.unità organiche, le quali hanno delle
funzioni determinate, superiori a quelle
degl'individui, adempiono ad uffici più elevati e rispondono ad esigenze, per cui sarebbe inefficace
l’attività individuale. La connessione
degli spiriti, l’azione reciproca, la solida-
rietà vera, perché fondata su rapporti spirituali, dei varìl membri delle società è un fatto che ci dà la
chiave per spiegare taluni prodotti
psichici complessi, che altrimenti
rimarrebbero un mistero. Così il lavorio intellettuale dei diversi individui componenti la società umana
ha avuto per effetto di fissare lo scopo
ultimo, l'ideale della conoscenza,
togliendo dalle direzioni particolari dell’ attività spirituale tutto ciò che vi era dì accidentale, di
subbiettivo, d’incoe- rente,
d’inefficace e determinando una direzione unica e consistente, atta cioè a connettere insieme i
varii momenti del processo cogitativo e
a stabilire il rapporto del pen- siero
individuale con quello universale. La volontà e la co- scienza sociale hanno universalizzato il
pensiero, fissando l'ideale e quindi le
norme a cui si deve conformare il pro-
dotto psicologico individuale, affinchè possa adempiere al suo vero ufficio. Tutto ciò che non può
essere messo in rap- porto col sistema
di relazioni stabilite dalla vita storica e
sociale dell'umanità non ha consistenza, e quindi non è reale nello stretto senso della parola, nè
vero: e le norme o le leggi del pensiero
non rappresentano che il modo, la via da
tenere per poter connettere il fatto singolare col sistema universale; sistema che d'altra parte
alla cono- scenza riflessa si rivela
come generato appunto da quei po-
stulati della conoscenza. Ciò
non toglie che si possa presentare un fatto psichico LA NOZIONE DI € LEGGE » 139 il quale, pure essendo un prodotto naturale e
quindi for- nito di una certa realtà,
non possa però essere messo in
connessione col sistema di relazioni fissato dallo spirito sociale, cnde proviene che esso è rigettato
come erroneo, come falso, come non
rispondente all' ideale della realtà e
verità. Con questo,
intendiamoci, non sì vuole escludere la parte
che la costituzione psichica individuale ha nel determinar: le norme logiche ; così l’unità e l'identità
della coscienza rispetto alla
molteplicità e diversità dei suoi atti e del
suo contenuto, la cos‘anza della sua attività rispetto alle varie direzioni di essa concorrono a far
considerare come norma e legge
dell’attività psichica un determinato modo
di operare che sembra sottratto a variazioni arbitrarie e accidentali. Onde consegue che ammesso il
caso che l’unità e l'identità della
coscienza non sia conservata o che il si-
stema di relazioni tra i varii fatti psichici, costituente la continuità di tutta la vita mentale non siasi
peranco for- mato (bambini, stati
particolari dello spirito, sogni, ecc.), sì
potrà avere un prodotto psichico naturale si, ma non logico, e quindi una violazione delle leggi che
furono dette costituire l'ossatura del
nostro essere spirituale. Ma la nozione completa di norma coi caratteri che la controdistinguono,
tra i quali primeggia l'obbligatorietà,
non si sarebbe potuta avere sen- za la
cooperazione del fattore sociale. 140
LA NOZIONE DI « LEGGE ® III. L'essenza della Legge. Da qualunque punto di vista si voglia
considerare la natura dello spirito
umano, lo si faccia pure identico nella
sua origine all’assoluto e al divino, il certo è che a que- sto spirito il sapere costa sforzo e fatica e
che sulle cose a noi bisogna pensarci e
ripensarci su, prima di intenderle, La
cosa — fuori di noi, se reale, diversa essenzialmente da noi, se ideale — sta da una bande, il
pensiero nostro sta dall'altra. Questa
opposizione, almeno immediatamente nella
esperienza ordinaria, è innegabile, quando pure si accordi che la speculazione possa perimerla
ed annientarla. Ora in un tal distacco
della cosa dal pensiero, a questo non
riesce d'’acquistare tutta la cognizione della cosa per un atto d'intuito o per una deduzione
continua da un in- tuito primigenio o da
una qualunque astrazione ultima. Il pensiero tenta e ritenta, cerca e ritorna a
cercare, prova e riprova. La cosa sta lì
come a dire immobile; il pen- siero,
come nota un arguto filosofo contemporaneo, le si agita intorno per ghermirla e farla sua: il
che vuol dire per pensarla tutta e
rendersela intima. Il prodotto di que-
sto moto del pensiero intorno all'oggetto è la scienza. Un fatto si complesso non è a meravigliarsi che
dia origine a problemi diversi. Infatti,
si può ricercare : 1° Quali sono i
presupposti psicologici e logici di tale
movimento del pensiero ; LA
NOZIONE DI «LEGGE » 141 2° Che cosa
nell'oggetto occasiona il detto moto del
pensiero ; 3° Come il pensiero
riesce a rendersi suo l'oggetto e a
pensarlo qual'è; 4° Che cosa è il
pensato: che cosa, cioè a dire, è in sè
il prodotto mentale di questo moto del pensiero intorno all'oggetto.
E dalla soluzione di questi problemi che dipende la de- terminazione dell'essenza della legge,
Cominciamo dalla discussione del
primo. 1° È evidente che il primo presupposto
psicologico della scienza è l’esistenza
dell'intelletto o facoltà di pen- sare
esplicantesi nel riunire o separare mentalmente i fe- nomeni secondo certi rapporti (potere di
sintesi o di ana- lisi). Come il senso
ci presenta il risultato di operazioni
aritmetiche e geometriche inconsapevoli sui movimenti esterni, così il pensiero, il quale fu detto
la facoltà di con- frontare le cose e di
vederne i rapporti, con un secondo
lavoro ordina ed elabora le sensazioni; la qual cosa fu espressa metaforicamente dicendo che il senso
fornisce la trama con cni l'intelletto
tesse la stoffa del pensiero. I rap-
porti stabiliti dall’intelletto sono stati distinti in semplici e composti: come l’analisi chimica ha
mostrato che il numero infinito dei
corpi naturali si riduce a combinazioni di una
sessantina di corpi semplici, i quali potranno forse ancora ridursi ad un numero minore, così l’ analisi
psicologica ha trovato che le nostre
idee possono ridursi a poche idee ele-
mentari. Talchè se i rapporti composti sono in numero in- finito, quelli semplici sono pochi: si
riducono ai seguenti: rapporto di spazio
e tempo (forme dell’intuizione), rapporti
142 LA NOZIONE DI « LEGGE » di
numero (unità e pluralità), di qualità (identità e dif- ferenza, di sostanza e di causalità. Come si vede,
i detti rapporti si riducono in parte
alle categorie. A noi ora non compete di
passare a rassegna ì tentativi fatti dai vari
filosofi per ridurre il numero di essi e per dare a ciascuno un valore determinato in rapporto alla sua
genesi; a noi basta di aver messo in
sodo che il pensiero non potrebbe
intendere la realtà, se non avesse l’attitudine a stabilire dei rapporti
fonda:nentali tra gli oggetti e ad ordinare e
classificare questi in date maniere.
Un secondo presupposto psicologico della conoscenza scientifica è l’esistenza della ragione
propriamente detta, dell’attitudine cioè
del pensiero a riflettere, a ripiegarsi su
sè stesso, è l'esistenza della coscienza di secondo grado per cuì il fatto psichico concreto viene
idealizzato. Mentre gli animali non
riescono a distingnere il caldo dalla sen-
sazione del caldo, l’uo.no distingue la parola dal pensiero e il pensiero dalla cosa pensata. Ora ognuno
comprende che l’astrazione e la
generalizzazione che sono i due prin-
cipali istrumenti di cui lo spirito umano si serve per fis- sare l’essenziale e il permanente in mezzo
agli accidenti, in tanto sono possibili
in quanto esiste la coscienza di $e-
condo grado. Cosi facciamo un’astrazione quando separia- mo mental nente le cose dalle loro qualità :
p. es. pensiamo al tringolo facendo
astrazione dal corpo triangolare e pen-
siamo al corpo (cioè ed una estensione tangibile), facendo astrazione dalla sua figura e dalla materia
di cui è com- posto : e facciano una
generalizzazione quando riuniano
mentalmente in un'idea sola delle cose che hanno delle somiglianze, ossia delle qualità comuni:
coll'idea di corpo ci - LA NOZIONE DI «
LEGGE » 143 . rappresentiamo in
qualche modo tutti i corpi nello stesso
tempo. Ora è evidente che queste operazioni non si possono fare sulle cose sensibili, ma bensi sulle
idee delle cose, sui pensieri; per compiere
queste operazioni dunque bisogna sapere
che pensiamo. Si aggiunga che è mediante l’astra- zione e la generalizzazione che noi possiamo
pensare le cose per via di concetti veri
e propri, i quali sono come a dire delle
presentazioni di cose non imaginabili; infatti
sì può immaginare un dato color rosso, ma ciò che pen- siamo colla parola colore non è imaginabile,
perchè non è nè bianco, nè nero, nè di
alcuno dei colori dello spettro. Un
terzo presupposto di pertinenza della psicologia e insieme della logica è quello riflettente il
criterio dell'evi- denza e della verità
obbiettiva. Se lo spirito umano non
avesse la capacità di far distinzione tra il pensare obbiet- tivamente necessario e quello non necessario
mediante la coscienza immediata
dell’evidenza, se esso non potesse diffe-
renziare in modo sicuro un giudizio necessariamente ed universalmente valido da uno subbiettivo ed
individuale, se insomma il pensiero
umano non potesse elevarsìi al disopra
dell'esperienza e in base alla permanenza, alla unità e iden- tità della coscienza e in base alle norme che
da queste de- rivano andare in traccia
del concatenamento logico delle varie
leggi regolanti lo svolgersi dei fenomeni dell’universo, la scienza non avrebbe mai potuto esistere.
Ora un tale criterio si trova in ultima
analisi nel peculiare sentimento di
evidenza che accompagna un dato modo di pensare, nella necessità subbiettivamente
sperimentata, nella co- scienza che noi abbiamo
di non poter pensare diversamente in
date circostanze. La fede nella giustezza e nella validità 144 LA NOZIONE DI «€ LEGGE » di una determinata maniera di pensare è la
base di ogni certezza, onde chi non ha
una tal fede non può ammettere veruna
scienza, ma solamente un npinare. Sicchè l'univer- salità del nostro pensiero poggia in ultimo
sulla coscienza della necessità, e non
viceversa. È evidente quindi che solo il
pensiero possiede da una parte la capacità di co- noscere e dall'altra la regola per valutare
la realtà di ciò che non è prodotto dal
soggetto, ma figura come esi- stenza
extramentale. La validità obbiettiva del contenuto del nostro pensiero scientifico è l'effetto
della concordanza criticamente stabilita
tra le forme del pensiero e quelle della
realtà, la quale non è prodotta dall’ attività dello spirito (realtà esterna): da tal punto di vista la
verità non figura come concordanza
iniziale, primigenia del pensiero coll'es-
sere, sopratutto non figura come armonia tra un atto del soggetto ed una qualità dell’ oggetto, ma bensi
come concordanza criticamente
giustificata del contenuto del nostro
pensiero, reso subbiettivamente certo, con una
realtà che almeno in parfe oltrepassa l'attività puramente subbiettiva. « Non dalla molteplicità
accidentale, dice il Sigwart, del
contenuto su cui si affatica il nostro pensiero, ma dall’attività del pensiero stesso deve
emergere il criterio della verità ».
Dall'esame critico che il pensiero fa di sè
stesso emerge la convinzione della verità di ciò che è posto necessariamente come reale dal pensiero, la
fede nella ve- rità obbiettiva, e invero
quale fatto psichico particolare po-
trebbe condurci al concetto della realtà se non il pen- siero che pone sè stesso? L'identità e
l’immutabilità delle determinazioni
logiche foudamentali rispondono all'unità
della coscienza, la quale unità sparirebbe, se le funzioni LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 145 nelle quali sì esplica non si compissero
sempre nello stesso modo. Dopo aver parlato dei presupposti
psicologici passiamo a quelli prettamente
logici. Questi son dati da quei postu-
lati, da quei principii indimostrabili che se possono essere violati di fatto non lo sono mai di dritto
nella coscienza e nella riflessione
umana, da quei principii riconosciuti an-
che dalla logica veri per una forza intima, per un senti- mento. Se rifiutiamo infatti i detti
principii noi rinne- ghiamo il nostro
stesso pensiero, struggiamo noi stessi
come esseri pensanti. Essi fanno
la loro comparsa nel pensiero, allorchè questo
di fronte al prodotto delle leggi psicologiche (meccanismo interiore) s'accorge che l’ultimo è
manchevole, incompleto, non quale
dovrebbe essere in rapporto sempre all’ideale
dell'attività cogitativa. Ond'è che essi si mostrano dap- prima sotto forma negativa e relativa, ossia
come esigenze di ciò che manca al
prodotto psicologico, di ciò che è ne.
cessario per renderlo accettabile. Il processo psicologico, poniaino, ha addotto nel nostro pensiero una
contraddi- zione ? Noi non possiamo
accettarla e in questo rifiuto di
riconoscerla apparisce la legge logica dell'identità. Tra i detti postulati merita anzitutto
menzione quello dell'unità razionale del
tutto. Noi nello svolgere le nostre
cognizioni procediamo come se tutti gli
oggetti si potessero e si dovessero ridurre ad
una sistematica unità, comunque non sia lecito asserire do- gmaticamente che tutte le cose stiano
realmente sotto prin- cipii comuni ed
abbiano una ragionevole unità. Questa non
è richiesta dagli oggetti come condizione assolutamente ne- 10
146 LA NOZIONE DI «LEGGE %
cessaria e determinata, ma vi è solo presupposta da noi. Però se con un principio trascendentale, come
Kant lo chiama, noi non presupponessimo
questa unità sistematica come esistente
negli oggetti stessi, allora questa non sa-
rebbe nemmeno più possibile, o almeno perderebbe ogni valore anche come principio logico. Nè tale
principio tra- scendentale si può
derivare dall'esperienza, poichè la ri-
cerca di quell’unità è per la ragione una legge necessaria: e senza di questa non vi sarebbe più ragione,
senza ra- gione nessuna attività
connessiva dell'intelletto, e senza
quest'unità niun criterio sufficiente della stessa verità em- pirica. Per il che noi dobbiamo rispetto a
questa conside- rare quell’unità
sistematica come obbiettamente valida e
come necessaria. Questa presupposizione dell'unità della natura si trova, notò già Kant, nascosta in
molti prin- cipii dei filosofi senza che
essi talora se ne siano accorti. Cosi il
principio logico che ci fa ridurre la varietà degli og- getti a generi determinati, si fonda
naturalmente sopra un principio
trascendentale, in forza del quale noi presuppo- niamo sempre una certa uniformità nei variì
oggetti del- l’esperienza, perchè senza
di quell’uniformità non sarebbe
possibile nessun concetto e quindi nessuna esperienza. E qui è necessario accennare al postulato
dell’ uniformità della natura, il quale
si può formulare cosi: in circostanze
uguali gli stessi antecedenti sono seguiti dagli stessi conse- guenti e reciprocamente. In fondo esso
afferma che tutta la natura è soggetta a
leggi. Passiamo ora a dire degli altri
principali postulati della conoscenza,
quali quello d'identità, di contradizione, del
mezzo escluso e di ragione sufficiente. LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 147 La legge d'identità significa in ultima
analisi che è pos- sibile fare dei
giudizi, i quali abbiano un significato e siano
veri : essa quindi, nonostante le differenze riscontrabili nel contenuto di un giudizio, enuncia l’identità
o l’unità reale di questo : stabilisce,
in altre parole, che l'affermazione —
sintesi delle differenze riferita alla realtà, — è vera. La legge d' identità esprime l’ unità della
realtà, in quanto ogni affermazione
esclude la discontinuità nel mondo reale,
per modo che un giudizio non può essere vero da un lato e falso dall'altro, ciò che è una volta vero
è sempre vero senza riserva; la quale
può però sempre rapportarsi al contenuto
del giudizio. L'affermazione come tale è incon-
dizi onata, cioè non è limitata da condizioni differenti dalla determinazione del proprio contenuto (in
relazione al tempo, p. es.), il quale se
è vero, è vero senza riserva. Non vi è
una realtà di cui una data affermazione sia vera, ed un'’al- tra di cuì sia falsa. La legge di contradizione è il complemento
di quella d'identità, giacchè essa pone
la realtà come unità con- sistente, vale
a dire come unità che poggia su sè stessa e
le cui parti od elementi si mantengono a vicenda. Ciò che è vero non solo rimane sempre vero applicato
alla realtà, ma ha una sfera d'azione
estesa, giacchè produce effetti attì a
limitare cose che sono prima facie al di fuori della verità enunciata. Inferire dall’affermazione
A è B che A non è nox B equivale a dire
che A è determinato da B rispetto a C e
D. . La legge del terzo escluso è il
principio essenziale della disgiunzione,
la quale implica l'alternativa assoluta tra due
O più membri positivi e significativi. Un dato giudizio e 148 LA NOZIONE DI «LEGGE ® la
sua negazione non solo non possono esserè entrambi veri, ma o l’uno o l’altro dev'essere vero e
quindi signifi- cativo; dunque la negazione
implica conseguenze afferma- tive. In
tal guisa il principio del medio escluso afferma che la realtà non solo è unità consistente,
ma è un sistema le cui parti si
determinano reciprocamente. Dicendo che
una negazione può menare ad una conseguenza determi- nata ed esplicitamente positiva, e non
soltanto, come af- ferma la legge di
contradizione, che una verità può trar
seco conseguenze definite negative, la legge del medio escluso presenta la realtà come un tutto avente la
sua ragione in sè stesso. La legge di ragione sufficiente emerge, per
così dire, dal punto di vista da cui è
stata considerata la realtà me- diante
le sudette leggi negative del pensiero. Essendo, infatti, la realtà un sistema di parti
determinantisi reci- procamente, è
chiaro che ogni elemento può essere consi-
derato come conseguenza, effetto, prodotto di uno o di più altri elementi e in ultimo del tutto preso
nel suo complesso. Ogni fatto, dice la
legge di ragione sufficiente, ha un fon-
damento o ragione da cuì necessariamente deriva. La ne- cessità però non significa altro che una
volta dato l’ante- cedente, la causa, la
ragione è perciò stesso dato il con-
seguente o l’effetto (1). (1)
Qui è bene notare che l’assoluta necessità è una contradizione în adjecto, perchè ogni necessità è
condizionata ex hypothesi all'esistenza
del fatto. La necessità di cui si vuol parlare qui è quella reale, che
ha il suo fondamento ultimo nel dato di
fatto elaborato. dal pensiero, ela-
borazione che si riduce a porre in relazione un fatto particolare col tutto.
LA NOZIONE DI € LEGGE » 149 2°
Che cosa nell'oggetto occasiona quel moto del pen- siero che costituisce la scienza? ecco il
problema che ci tocca ora di esaminare
dopo aver rapidamente passato a rassegna
le varie condizioni subbiettive. É necessario che noì qui facciamo una distinzione tra le
scienze che hanno per obbietto il reale,
e quelle che hanno per obbietto ciò che
può essere o che deve essere, le prime costituendo le scienze esatte o sperimentali, le altre le
scienze normative o costruttive, quali
la Logica e la Matematica, l' Etica e
l'Estetica;e ciò perché il suddetto moto del pensiero è occasio- nato in modo differente nei due casi : nel
primo è in funzione la variazione
successiva in qual cosa di unico, il modo co-
stante e regolare di operare di determinate cause, il ritorno ritmico di dati fenomeni sotto date
circostanze, nel secondo la
constatazione di fatti interiori presentantisi con una forma di necessità che manca ai dati
sperimentali. Come si vede, il fatto
obbiettivo che agisce, quasi diremmo da
stimolo del processo scientifico è diverso a seconda che si tratta di scienze puramente esplicative,
ovvero di scienze normative; nè può
essere diversamente se si pensa al pro-
fondo divario esistente tra i due ordinidi sapere. Il primo ha la sua base nella costanza e
regolarità dei fe- nomeni ed esprime il
rapporto di causalità quale si offre
all'osservazione e alla sperimentazione esterna, rapporto giustificabile unicamente coi fatti e non
significante altro che il modo costante
con cui i medesimi fatti avvengono: ed a
tal proposito notiamo che anche le cosidette scienze pratiche in quanto prescrivono i mezzi
necessari, perchè un dato scopo sia
raggiunto, hanno la loro base obbiettiva
nella costanza e regolarità dei fatti, giacchè esse in fin dei 160 LA NOZIONE DI « LEGGE $ conti enunciano le regole con cui certi fatti
si debbono com- piere, regole fondate
sopra un ordine particolare di fatti;
tale è il caso dei precetti dell’ Igiene, della Dietetica, ecc. L'altro ordine di sapere, che lungi dal
rappresentare la semplice
generalizzazione. ricavata da un complesso di fatti empirici, esprime l'ideale verso cui tende la
conoscenza e l’attività umana, deve
necessariamente avere il suo punto di
partenza obbiettivo da una parte nelle tendenze, nelle aspirazioni, nelle esigenze primitive
dell'anima umana e dall'altra nell’
esperienza scientifica, artistica, storica e so- ciale dell’ uman genere tutto quanto. Cosi,
ad esempio, il carattere proprio
dell'obbligazione morale non può esser
derivato dalla pura esperienza, dal fatto p. es., che taluni uomini e siano anche molti, si son prefissi
questo o quello scopo, ma da una
necessità interna indipendente da qual-
siasi esperienza e risiedente nella natura propria del soggetto volente, 1n altri termini va derivato da
leggi o funzioni a priori dell'essere
umano, la interpretazione delle quali può
essere ricercata dalla psicologia, ma il cui valore ne dipende così poco come quello delle leggi matematiche
o logiche. È vero che recentemente si è
cercato di derivare tutte le
determinazioni etiche e giuridiche dai cosidetti rapporti bio-etici, dai bisogni sociali e quindi
dall'esperienza e non dalla nozione
formale della volontà; e non v'ha dubbio che
in realtà ogni determinazione giuridica concreta risponde ad uno scopo particolare e che ogni forma di
dritto piuttesto che esser sorta
originariamente da riflessione filosofica, è sorta dalla necessità di regolare le azioni di una
parte grande o piccola della società
umana: ma la trasformazione di tale
necessità in fatto di dritto, il riconoscere come cosa con- LA NOZIONE DI « LEGGE » 151 forme al dritto e come necessariamente
giusto ciò che l’e- sperienza mostrò
rispondente ad uno scopo, e ciò che l’abi-
tudine, mediante le consuetudini, fissò, è cosa che può essere compresa soltanto, tenendo presente la natura
morale del- l'uomo in genere e non
dell'individuo singolo. Il contenuto
delle leggi giuridiche e morali, lo scopo a cui esse servono è determinato dai bisogni dell'individuo e
della società, ma la loro forza
obbligatoria può essere fondata solo sopra
una necessità interiore ed universale risiedente nella costi- tuzione propria dalla ragione umana:ragione
umana che non si può ridurre ad una
funzione dell’individuo, ma va con-
siderata come l'espressione dello spirito umano inteso nella sua universalità, come il riflesso della
connessione intima delle anime
umane. Le esigenze morali sono una emanazione
di quell’elemento della nostra natara
che c’innalza al disopra della sfera
individuale o subbiettiva. Tale elemento è appunto ciò che chiamiamo spirito, in quanto con questo nome
vogliamo ntendere ciò che ci rende atti
a riflettere sulle cause e natura delle
cose, a godere del bello per sè, e a porci
davanti dei fini diversi da quelli riguardanti il nostro be- nessere individuale. E il sentimento di obbligatorietà, non può
sorgere insino a tanto che il ben
operare non è stimato qualcosa di
necessario all'uomo come uomo, qualche cosa di richiesto dalla sua propria natura e d’implicito in
essa, qualcosa che, trascurato, mette in
contraddizione l’uomo con sè stesso,
insino a tanto cioè che non prende origine in qual- sivoglia forma la coscienza della necessità
morale. Quello che abbiamo detto delle
leggi normative morali 152 LA NOZIONE
DI «LEGGE » può esser ripetuto,
mufatis mutandis di tutte le altre leggi
normative (logiche, estetiche, matematiche, ecc.) : ond' é che crediamo più opportuno passare al fattore
obbiettivo delle leggi esplicative.
Queste in quanto causali hanno
principalmente il loro fondamento obbiettivo nell’ azione che una cosa esercita sull'altra; azione che
in principio è ammessa soltanto quando
si osserva continuità spaziale e
femporale di movimenti o di altri cangiamenti. La sem- plice successione di due fatti non esaurisce
il significato del concetto di azione,
il quale implica il passaggio del-
l'atto, dell'agire da una cosa in un'altra, producendo in quest'ultima un cangiamento che senza di ciò
non si sarebbe mai prodotto. L’idea
primitiva vaga e indetermi- nata che vi
possa essere qualche cosa come causa, atta
cioè a produrre qualcos'altro ha il suo fondamento in tale concetto dell'agire. Se noi esaminiamo con attenzione le
particolarità dei fatti fra i quali
intercede in modo chiaro una reciproca
azione, noi troviamo che la continuità spaziale e tempo- rale dei cangiamenti svolgentisi nelle cose
porge la prima occasione a considerare
queste come parti di un unico fatto o
processo. Se la vanga penetrando nella terra ri- muove le parti ad essa vicine, se la scure
divide un pezzo di legno, se la mano,
premendo, spinge un corpo innanzi, nol
non possiamo rappresentarci l'uno dei movimenti senza l'altro, giacchè per l'assioma che dice che
in uno stesso luogo non possono trovarsi
simultaneamente due cose, ogni movimento
di un corpo richiede lo spostamento dell'altro:
e poichè l'impulso e lo spostamento si presentano in intima connessione, è chiaro che l’imagine
complessiva del processo LA NOZIONE DI
«LEGGE » 153 è ciò che primitivamente
si rende evidente Di esso poi vengono
separatamente considerati, in rapporto alla dupli- cità delle cosein movimento, due fatti, il
moto del corpo che spinge e quello del
corpo spostato. Emerge chiara così
l'idea che l’atto del primo corpo va considerato come con- tinuantesi nel cangiamento del secondo
attraverso lo spazio e il tempo insino a
che tutto il continuo dei cangiamenti sì
arresti. Nell'’azione va ricercato
adunque il fondamento reale delle
connessioni che la nostra coscienza continua nel tempo e comprensiva nello spazio stabilisce tra due
fatti che si congiungono spazialmente e
temporalmemente. E allo stesso modo che
rispetto ai cangiamenti delle cose singole, noi
troviamo che la continuità del cangiamento non permette di considerare cessata d'un tratto
l'esistenza di una cosa e iniziatane
un'altra, l’avvicendarsi continuo delle sensa-
zioni presupponendo anzi un fondo unico, così la conti- nuazione ininterrotta delcangiamento di una
cosa in quella di un'altra è indizio
sufficiente che l'atto della prima passa
nella seconda, e che quindi in quella risiede il pun- to di partenza dell’azione. Oltre l’azione reciproca delle cose, in
seguito alla con- tinuità spaziale e
temporale, fanno parte del fondamento
reale ed obbiettivo della legge naturale esplicativa il corso mutevole delle cose, il presentarsi ritmico
di un fenomeno, specialmente se questo,
non potendo essere riferito all'at-
tività interna della cosa che sì muta e si muove in modo ritmico, deve essere riguardato come prodotto
da qualcosa d'esterno ; il cangiamento
insomma nelle sue varie forme e colle
sue molteplici caratteristiche da una parte e la 164 | —LA NOZIONE DI « LEGGE regolarità e costanza dall'altra. Si
aggiunga infine la ne- cessità esistente
nella concatenazione dei mutamenti, la
quale nell’ inizio si presenta sotto la forma di costringimento esterno subito dall'obbietto dell’azione e
poi come necessità interiore proveniente
dalla natura propria delle cose. - 3°
Il terzo problema verte sulla maniera in cui il pen- siero riesce a rendersi suo l’ oggetto e a
pensarlo qual’ è.. Se l’uomo fosse
fornito di una coscienza di infimo ordine
i cui atti non avessero continuità psichica nel tempo, ma fossero come chiusi nell'istante nel quale
accadono, è chiaro che il pensiero vero
e propriò sarebbe impossibile. L'intel-
letto in tanto può impadronirsi dell'oggetto che gli sta da- vanti in quanto, distaccato il fatto psichico
dalla sua ma- trice reale, che è poi
l’atto del sentire e del percepire, lo
trasporta nel campo dell’idealità, vale a dire lo pensa nella” sua essenza o possibilità o quiddità: ora
come può avve- nire ciò? Quale è il
processo per cui un fatto psichico
concreto diviene pensabile ? Se
l’oggetto è semplice, irriducibile, esso viene afferrato con un atto elementare, e tutto è finito ;
non si potrà tut- t' al più che ripetere
un numero di volte quella medesima
percezione; ma se l'oggetto sopra un fondo identico pre- senta una molteplicità di aspetti, se le
variazioni succes- sive di qualcosa di
unico si presentano in modo ritmico o in
guisa da descrivere un ciclo ripetentesi necessaria- ‘ mente, occorrerà che anche la coscienza né
percorra a cosi dire il contorno e lo
segua nei suoi scompartimenti e muta-
menti. Questa operazione che il Trendelenburg, come si vide a suo luogo, figura come un movimento
del pensiero LA NOZIONE DI «€ LEGGE9
155 il quale riproduce il movimento
generatore dell’ oggetto, rappresenta
appunto il processo con cui il pensiero fa suo
l'obbietto : processo che da una parte suppone l’azione delle leggi fondamentali del pensiero che sono le
forme primitive della coscienza, e
dall'altra l'esame dei vari caratteri co-
stituenti il contenuto dell'obbietto stesso. Sicchè il pensare un oggetto equivale a fissarne e a
connetterne i caratteri per mezzo delle
leggi del pensiero, dal che risulta la determi-
nazione della forma o della legge dell'oggetto stesso, giac- chè la legge non è che la forma considerata
come mezzo di riproduzione della cosa
che ha quella data forma. In altri
termini, noi per pensare una cosa, di cui abbiamo avuto una percezione, dobbiamo obbiettivarla,
universalizzarla, tra. sformarla in
idea, il che può avvenire soltanto, se noi la
facciamo divenire centro di un sistema di relazioni fisse e determinate, cioè a dire di relazioni logiche
e non puramente empiriche e
psicologiche. È per questo che è stato detto che la conoscenza è data dall’appercepire un dato
contenuto per mezzo di date forme, dette
categorie. La conoscenza in tanto è
possibile in quanto una data rappresentazione è messa in rapporto (e di qui la necessità dell'unità
della coscienza) con qualcos’ altro, che
vale come misura, regola, stregua. Così
noi volendo pensare un oggetto, cominceremo dello stu- diarne i vari caratteri e proprietà, azioni e
relazioni, per vedere se attraverso la
varietà delle circostanze, la molte-
plicità dei mntamenti, ci vien fatto di cogliere qualcosa di identico, di stabile e di permanente che
valga appunto come misura delle
apparenze fenomeniche e che in tal guisa renda
possibile la pensabilità dell'oggetto stesso, giacchè non va dimenticato che obbietto dell'intelletto è
appunto il fissare 156 LA NOZIOBE DI «
LEGGE ® l'unoe il permanente
attraverso il molteplice e l’ acciden-
tale. Se le cose non presentassero nulla di uniforme, se il modo di aggrupparsi di dati caratteri non
fosse costante, se la maniera di
succedersi di dati eventi giammai si ripe-
tesse, se insomma le funzioni e le relazioni di ciascuna cosa sì mostrassero dipendenti soltanto da
contingenze em- piriche e casuae il
permanente attraverso il molteplice e l’ acciden- tale. Se le cose non presentassero nulla di
uniforme, se il modo di aggrupparsi di
dati caratteri non fosse costante, se la
maniera di succedersi di dati eventi giammai si ripe- tesse, se insomma le funzioni e le relazioni
di ciascuna cosa sì mostrassero
dipendenti soltanto da contingenze em-
piriche e casua li, non sarebbe a parlare nè di pensiero nè di scienza.
Noi dunque possiamo rappresentarci il processo con cui il pensiero s' appropria l’ oggetto come un
moto ten- dente a determinare ciò che vi
ha di fisso in un complesso di fenomeni;
per il che i mezzi che devono esser posti in
opera saranno quelli di scomporre o analizzare il complesso fenomenico per differenziare l'essenziale
dall’ accidentale, unendo insieme
l’identico e il simile e sceverando il diverso. È chiaro poi che ciò che agisce come nozione
appercet- trice (che è sempre una
funzione della coscienza variamente
eccitata da dati empirici) può divenire in una ricerca posteriore essa stessa obbietto d'indagine,
per cuì avrà bisogno di una forma
appercettiva di ordine superiore, fino
ad arrivare alle forme logiche supreme, oltre le quali il pensiero non può andare. Anche queste però
possono formare oggetto di riflessione,
tanto è ciò vero che sono considerate
quali regole o norme logiche e ciò per il ripiegarsi per- petuo che il pensiero fa sopra di sè
medesimo, sicchè al so- pravvenise di
ogni nuova riflessione pare che quello che
ne forma l’oggetio entri allora per la prima volta nel dominio della coscienza. È naturalè che a seconda dell’obbietto verso
cui l’intel- letto si volge varierà il
processo con cui vien conseguito LA
NOZIONE DI « LEGGE 9 157 lo scopo che
è l’intellezione delle cose. Cusi mentre nelle
cosidette scienze normative lo spirito tenderà ad isolare, mettendoli in forma di giudizi, gli elementi
intelligibili che sono a così dire
incorporati nelle tendenze primitive
dell'attività logica, etica ed estetica, nelle scienze esplica- tive si cercherà di mettere in evidenza sotto
forma di giu- dizi universali i rapporti
costanti e regolari in cui si tro- vano
gli oggetti. Nel primo caso si avrà di mira di ob- biettivare, di universalizzare, di
idealizzare le direzioni fondamentali
dell'attività umana, il che può avvenire stac-
cando mediante la riflessione dal fatto concreto la rappre- sentazione o la forma dell'attività stessa,
mentre nel secondo caso si tenderà ad
idealizzare, ad obbiettivare ciò che le cose
presentano d’identico e di permanente (le loro azioni e re- lazioni), considerando questo come la causa
generatrice dei vari fenomèni
appartenenti ad una data categoria. Cone
si vede, nel primo caso si universalizza effettivamente il modo di farsi delle cose, mentre nel secondo
caso sola- mente il modo di presentarsi
a noi delle cose stesse. Vi è stato chi
ha sostenuto che il processo per cui il
pensiero può effettivamente far suoi gli oggetti, segnata- mente nelle scienze naturali, sia da ridurre
al processo con cui vengono stabiliti
dei rapporti di eguaglianza, per modo
che, stando a tale opinione, allora soltanto si può dire di comprendere una cosa quando può essere
stabilito un rap- porto di equazione tra
quella cosa e qualcos'altro di già noto.
A noi sembra che non soltanto per mezzo del rap- porto d'identità, ma anche, e sopratutto per
mezzo del rap- porto di dipendenza si
riesca a riconoscere le forme e ì
caratteri che valgono a fissare le leggi di dati fenomenf, 158 LA NOZIONE DI « LEGGE ® Riassumendo, noi diremo che il processo con
cui il pen- siero riesce a far suo un
obbietto è quello di andare in traccia
delle condizioni genetiche dell'oggetto stesso, me- diante la determinazione delle relazioni
essenziali (logiche) che esso ha cogli
altri obbietti. Pensare un oggetto equi-
vale a considerarne la sua possibilità, la quale è data dalla rappresentazione od obbiettivazione non
didati ca- ratteri o di date funzioni,
ma dall’obbiettivazione del modo
costante di presentarsi dei medesimi caratteri, dall’obbiet- tivazione della forma regolare permanente che
essi presen- tano. Dal che consegue che
effettivamente ogni conoscenza è
puramente formale : solamente va tenuto presente che la forma della conoscenza non può ridursi a
quella esclu- siva dell'equazione. La
conoscenza di un obbietto, giova
ripeterlo, è data dalla conservazione ed obbiettivazione, mediante la riflessione di tutti i rapporti
logici fonda- mentali considerati a sè,
a preferenza dei fatti particolari tra
cui intercedono, giusta la determinazione fattane dal- l'intelletto. Lo spirito umano iu tanto può compenetrare e
far sua la realtà in quanto fissa gli
elementi costanti e regolari (vale a
dire ripetentisi in modo ritmico) in essa contenuti come quelli che valgono a misurare e a
valutare gli ele- menti variabili e
accidentali. Quanto più di costanza e di
regolarità si riscontra in una cosa tanto più vi ha di es- senziale e di razionale, onde si è tratti a
considerare l’ele- mento fisso ed
immutabile come ciò che rende possibile,
condiziona, genera la realtà concreta e varia nelle sue ma- nifestazioni ed estrinsecazioni. Se non che
va notato che se l'intelletto nmano si
arrestasse qui non potrebbe dire d’es-
LA NOZIONE DI «LEGGE 159 sersi
veramente impadronito dell'oggetto, giacchè manche- rebbe ancora la prova della necessità dell'elemento
costante quale generatore della realtà,
prova che si può ottenere sol- tanto
ricorrendo all'esperimento come mezzo appropriato a mettere in evidenza le condizioni essenziali
della produ- zione di un dato fenomeno.
Co:ne sì vede, la mente umana per
conoscere una cosa deve determinare la natura propria di questa mediante le relazioni d'identità e di
condizionalità ; deve dunque cercare
nelle cose il corrispettivo delle rela-
zioni logiche, il che può avvenire soltanto determinando e fissando le azioni reciproche delle cose in
funzione di quei dati obbiettivi che
presentano delle proprietà logiche evi-
denti, quali lo spazio, il tempo, la quaatità, ond'è che la scienza enuncia le relazioni delle cose da
essa rintracciate in funzione di spazio,
di tempo, di numero che conten- gono
insieme i due momenti della identità e della diffe- renziazione, dell’attività continua e degli
atti per sè esi- stenti. S'intende che il suddetto processo è proprio
delle scienze esplicative, giacchè
quelle normative non fanno che estrin-
secare, anzi trascrivere in forma di giudizi (massime) le determinazioni dell’attività ed emotività
umana, obbietti- vando mediante la
riflessione e la parola ciò che dapprima
è soltanto sentito. È naturale che si possano ricercare i fondamenti e le ragioni delle determinazioni
primitive della volontà ed attività
umana e in tale indagine le scienze nor-
mative non si allontanano dalle altre scienze esatte, in quanto non fanno che dedurre conseguenze da
dati di fatto o da principii. 160 LA NOZIONE DI « LEGGE » 4° Il risultato del moto del pensiero
intorno all’ob- bietto costituisce la
scienza propriamente detta, la quale è
un sistema logico di leggi, ossia di verità generali. La legge, ecco il prodotto del pensiero riflesso, ecco
il mezzo con cui l’uomo pensa e ragiona.
Che cosa è la legge? La legge può essere
definita nna forma logica, atta a fare apper-
cepire nna data categoria di oggetti non da questo o da quell’individuo, ma dalla coscienza in
genere. La legge rappresenta ciò che vi
ha d'intelligibile nell'universo, in
quanto si considera la possibilità per sè e nonl'esistenza, il was e non il dass. Il rapporto del fatto
concreto colla sua legge può essere
schematizzato mediante un giudizio il
cui soggetto è il fatto concreto e il cui predicato esprime il sistema di relazioni o di condizioni
genetiche atte a spiegare e a dare
ragione del fatto concreto stesso. Una
ragione nota poi è nello stesso tempo una spie-
gazione ed una premessa, o piuttosto prima una spiegazione e poi una premessa; trovar per induzione la
spiegazione di un fatto è trovare quella
premessa dalla quale si poteva dedurre
il fatto, se non l’avessimo saputo prima. Così la causa del movimento d'un pianeta è nella sua
posizione rispetto al sole; la legge del
suo movimento è il modo costante con cui
si muove; la ragione del suo movimento è
una legge generale scoperta da Keplero, mediante la quale (come premessa maggiore) si può argomentare
dalla posi- zione del pianeta rispetto
al sole (come da premessa minore) in che
modo esso si muove, anche se non lo sappiamo dal telescopio.
Le leggi formulano i rapporti esistenti tra le cose, espri- mendo le modalità dell'azione di queste e
la maniera LA NOZIONE DI «LEGGE »
161 di connettersi tra loro. Esse però
in tanto hannc valore (contrariamente a
ciò che gli scienziati specialisti e i di-
lettanti credono) in quanto simboleggiano, accennano alla natura propria, all'essenza delle cose. Le
leggi insomma hanno bisogno di un
fondamento reale che le giustifichi e le
renda valide, e quanto più esse riescono a manifestare in qualche modo e a far intravedere tale
base, che è riposta in fin dei conti
nell’interiorità delle cose, tanto più rispon-
dono alle esigenze dello spirito umano, che tende a com- prendere e a compenetrare la realtà. Le leggi
adunque sono nient'altro che mezzi di
espressione dell’intimità del- l'essere,
ed hanno l’ufficio da una parte di farci orientare in mezzo al continuo divenire ed alla
instabilità delle cose facendoci
classificare, ordinare e prevedere gli eventi, e dall’altra hanno l’ufficio di rendere
possibile la comunicazione e l’intendersi
reciproco degli uomini nella ricerca del vero.
E quanto più le leggi figurano come segni delle deter- minazioni primitive dell'attività interiore
delle cose come nel caso delle norme
logiche, etiche ed estetiche, tanto più
esse perdono il carattere di puri schemi per divenire mezzi acconci a farci penetrare nel fondo della
realtà. Le leggi naturali, infatti, che
d'ordinario s'arrestano a formulare i
rapporti esistenti tra le cose senza curarsi dei presupposti di tali rapporti e senza quindi curarsi di
penetrare nell’inte- riorità di quelle,
sì presentano come qualcosa di estraneo
allo spirito, come qualcosa di manchevole e di provvisorio che esige un completamento. Pertanto le leggi
normative appagano il nostro spirito,
perchè fondate in modo diretto
sull’intimità dell'essere, mentre che quelle esplicative non avendo -un legame evidente coll’ interiorità
delle cose, ci 22 162 LA NOZIONE DI « LEGGE» lasciano insoddisfatti. Non intendiamo con
ciò di scemare il valore o l’importanza
delle leggi naturali, giacchè queste
hanno sempre l’afficio di schematizzare il corso degli eventi, ma vogliamo soltanto affermare che esse per
sè sono insuf- ficienti, onde
presuppongono qualcosaltro, un certo con-
cetto intorno alla natura propria del reale. Affermare che accumular fatti e formular leggi debbano
costituire gli ob- biettivi esclusivi
dell'attività dello spirito umano equivale
a confessare di non avere un'idea chiara nè della realtà, nè dello spirito e insieme di non aver mai
riflettuto sulla natura della legge in
genere. I giudizi leggi, costituendo i
soli punti fissi in mezzo al flut- tuare
continuo ed ai cangiamenti molteplici e svariati delle cese, sono i veri legami per cui è resa possibile
la solida- rietà intellettuale umana, e
sono in intima relazione non soltanto
colla condotta dell’individuo, ma eziandio colla vita sociale dell'umanità. Per darsi ragione del fascino che le leggi
in genere e- sercitano sulla mente
dell’uomo, ‘nonostante la loro man- chevolezza
nell’esaurire e nel manifestare il contenuto del reale, è bene tenere a mente la profonda
analogia e l'intimo legame che esiste
tra legge e linguaggio, in quanto questo
serve ad esprimere gli elementi della realtà, mentre quella i rapporti tra i detti elementi. Le legge è
come a dire una formazione (naturale
collettiva, possiamo dire) simbolica,
schematica della realtà di second’ordine che completa il lin- guaggio, formazione di prim'ordine. A tale
uopo giova ri- cordare l'ufficio della
denominazione e della parola che tro-
vano il più perfetto riscontro nella determinazione e fissa- zione delle leggi. La denominazione invero è
il mezzo più LA NOZIONE DI «€ LEGGE »
163 acconcio affinchè lo spirito passi
dalla sfera del partico- lare a quella
dell’universale, stantechè quando la cosa è
determinata pel suo nome, essa si colloca per lo spirito nel luogo assegnatole nel gerarchico conserto
degli esseri, cioè si subordina alla
categoria in cui è inchiusa e si rivela per
le attinenze che la collegano agli altri esseri, in una parola apparisce nella sua universalità.
Riproduciamo sul propo- sito le seguenti
parole del Lotze: « Anche dopo avere osser-
vato un oggetto e le sua proprietà sotto tutti gli aspetti, dopo essercene formata dentro di noi una imagine
completa non ci pare ancora di
conoscerlo perfettamente, finchè non ne
sappiamo il nome. Il suono di questo, (come il sem- plice formulare una legge a proposito di un
fatto, soggiun- giamo noi) sembra
dissipare tutto a un tratto quell’oscurità
E donde mai questa meravigliosa virtù della parola? Non ci basta che la cosa sia obbietto della
nostra percezione, essa esiste a buon diritto
solo quando fa parte di un or- dinato
sistema di cose, il quale ha un proprio valore e si- gnificato indipendentemente affatto
dall’averne noi contezza o no. Se noi
non siamo in grado di determinare effettiva-
mente il posto che un avvenimento occupa nel tutt’insieme della natura, il nome (come la legge) ci
accheta. Esso è almeno un indizio che
l’attenzione di molti altri nomini si è
fermata su quell'oggetto che ora viene a colpire i nostri sguardi. Esso ci assicura almeno che la
intelligenza uni- versale si è occupata
di assegnare anche a questo oggetto il
suo luogo determinato in un tutto maggiore. Perciò un nome imposto da noi a capriccio non è un
nome: non ba- sta che la cosa sia stata
denominata da noi comechessia, bisogna
che essa sì chiami proprio così » (1).
(1) Lotze, Mikrokosmus, vol. II, pag. 228. 164 LA NOZIONE DI «LEGGE » Il linguaggio supplisce in parte
all’inevitabile limite del- l'’umana
attività, stantechè ci agevola a maneggiare e ad adoperare come fossero compiuti e perfetti
certi prodotti del pensiero ancora
incompiuti ed imperfetti e che non possono
giammai uscire da tale incompiutezza e imperfezione. Av- vegnachè gli è certo, nota il Bonatelli, da
un canto che noi si pensa e si ragiona
assai volte con perfetta dirittura e
sicurezza per mezzo dei vocaboli senza che ci occorra di svolgere nei loro elementi, ossia di pensare
esplicitamente i concetti che a quelli
corrispondono e dall'altro è pure un
fatto innegabile che il più delle volte non son quei con- | cetti, per così dire, se non abbozzati in
noi. Il che se è un vantaggio
inestimabile per l’uorao, rendendogli agevole
e breve un'operazione che altrimenti tornerebbe lentissima e penosa, non è men vero che può essere
eziandio fonte di superficialità, di
sofismi, di errori e sopratutto di quella
vacuità di pensare che è vizio funesto non meno dei filo- sotanti che dei saccenti volgari che si
atteggiano a dottori dei popoli. E qui è il luogo di domandare : Che cosa
corrisponde nella realtà alle leggi? In
altre parole, le leggi in genere sono un
prodotto esclusivo dello spirito umano, ovvero il riflesso di qualcosa di obbiettivo? L'universo è
realmente razio- nale, come lo mostra la
scienza, ovvero quest’ultima è da
considerare come una fantasmagoria del cervello umano ? È evidente che se le leggi fossero
interamente soggettive, mancherebbe ogni
criterio della loro applicazione all’espe-
rienza e ogni delimitazione del loro dominio ; non resta dunque che ammettere le leggi quali segni,
trascrizioni di: LA NOZIONE DI « LEGGE
$ 165 qualcosa d’obbiettivo. E questo
non può consistere che nel nesso
essenziale esistente tra le varie parti costituenti la realtà, la quale va concepita come
qualcosa di organico nel senso che gli
elementi costitutivi sono mezzi e fine nello
stesso tempo. Dal che consegue che l’intima ragionevolezza che anima il tutto non soltanto tiene
connesse le varie parti, ma le fa agire
in modo determinato, costante e re-
golare. Le leggi obbiettivamente considerate si presentano come funzioni di vari ordini di reali aventi
un’ estensione maggiore o minore. Non
altrimenti che accanto allo spirito
individuale si ammette lo spirito collettivo, il quale ultimo senza alcun dubbio determina l'altro, così si
devono am- mettere nella realtà tutta
quanta diversi ordini di unità
collettive le cui funzioni costituiscono poi il corrispettivo obbiettivo delle varie leggi, a cominciare da
quelle parti- colari ad andare a quelle
universalissime che contengono in sè
tutte le altre come loro casi concreti o momenti di differenziazione. Le leggi infatti sì
mostrano tra loro in or- dine logico,
per modo che quando fossero trovate tutte, si
potrebbero disporre in tale maniera che partendo dalle più generali si dimostrerebbero deduttivamente
tutte le altre. É naturale poi che le
varie forme di relazione in tanto sono
possibili in quanto in ultimo sono per così dire as- sorbite in una unità suprema armonica e
insieme compren- siva. A misura che le
dette unità collettive crescono in
complessità e che la vita psichica mediante la coscienza e la riflessione diviene predominante, le dette
funzioni perdono i loro caratteri di
necessità e d'immutabilità per acquistare
quella spontaneità e quello sdoppiamento dell’essere e del dovere che caratterizza le forme
dell’attività umana. 166 LA NOZIONE DI
« LEGGE Sicchè possiamo conchiudere che
la legge-essenza ha il corrispettivo
obbiettivo nella funzione; ma si potrebbe
domandare : nella funzione di chi ? giacchè la funzione, come l'atto, l’azione e la qualità suppongono
qualcosa a cui ine- riscono o di cui
sono una produzione : ebbene, noi rispon-
diamo che le essenze delle cose vanno appunto considerate come funzioni, atti di un reale d'ordine
diverso (d’ ordine più elevato) e questo
va alla sua volta considerato come
funzione di un reale di ordine ancora più elevato fino a giungere al Reale che tutto in sè contiene e
di cui l'universo è funzione.
Obbiettivamente l' elemento intelligibile è una
cosa sola coll’ elemento esistenziale, il was è inseparabile dal dass, l'ideale è nel reale, sicchè legge
e funzione, pen- siero ed azioue (se
possiamo cosi dire) coincidono; ma me-
diante l'intelletto umano avviene la disgiunzione, onde è resa possibile la formazione delle leggi
esistenti per sè nella mente umana. Dopo aver esaminato i fattori che
concorrono alla formazione della nozione
di legge, ci sembra opportuno porre
sott'occhio un tentativo di classificazione delle varie sorta di legge che nello svolgimento del
sapere umano ci si presentano. Noi già
per lo innanzi accennammo alla divisione
fondamentale delle cosi dette leggi esplicative o dichiarative da quelle normative; ora
scenderemo a mag- giori particolari,
ricercando le principali forme che le sud-
dette categorie alla lor volta possono assumere. E per prima è necessario chiarire il significato
logico delle parole osservazione ed induzione,
giacchè pare che quando sì dice
osservazione si dica esperienza, che tutto quello che è obbietto dell'una sia anche obbietto
dell'altra, dal che de- LÀ NOZIONE DI
«LEGGE » 167 riverebbe l'esistenza di
una sola specie di leggi qualunque fosse
l’obbietto della conoscenza umana. Ora ciò non è nient’affatto esatto, in quanto vi sono delle
osservazioni alle quali non è possibile
attribuire la qualità di essere empiriche
nel senso in cui questa qualità si considera come opposta all'essere 4 priori. Empiriche sono senza
dubbio tutte le osservazioni che ci
rivelano le proprietà e leggi delle cose
esteriori, empiriche quelle che ci mostrano il nascere lo sviluppo e l'intreccio dei fenomeni psichici,
empiriche quelle dalle quali apprendiamo
la realtà dei fatti storici: epperò la
scienza della natura esteriore, la psicologia e la storia sono scienze a posteriori o empiriche,
comunque i metodi di dette scienze
variino in rapporto alle particolarità pre-
sentate dagli obbietti e in rapporto alle difficoltà di esa- minare questi ultimi. Ma non sarebbe giusto
qualificare come empiriche quelle
scienze delle quali sono oggetto o il
pensiero, o l'intuizione, o la volontà o l’emotività, diremmo così, in azione, La dimostrazione e
l'induzione scientifica in casi siffatti
è l'esplicazione della stessa attività di queste funzioni e le conoscenze particolari
coincidono coi prodotti particolari di
queste funzioni. In tali scienze ha certa-
mente luogo l'osservazione, ma nou si esercita sopra un obbietto estraneo, il quale sia bell'e fatto
indipendente- mente dall’ attività del
soggetto: ogni osservazione in esse non
è passiva, ma attiva; è una nuova produzione
del fatto osservato che non è diversa dalla dimostrazione e dalla spiegazione scientifica. Ciò accade
in quelle scienze che hanno il pensiero
come oggetto, cioè nella logica e nel
calcolo, in quelle che studiano le funzioni del- l'intuizione costruttiva, cioè in quelle che
hanno il tempo, 168 LA NOZIONE Di €
LEGGE » le spazio, il movimento come
oggetto e in quelle infine che hanno per
oggetto le funzioni etica ed estetica del-
l'anima umana, in quanto ogni fatto etico ed estetico può essere studiato in modo esatto soltanto
salendo alla cate- goria dall'effetto,
mediante cioè l’analisi del fenomeno psi-
cologico in cui quell’ effetto consiste. I fatti estetici ed etici non sono, come i fenomeni della natura
esterna, in- dipendenti dal soggetto, ma
accadono in esso, sono imaginì
obbiettive si, ma passate attraverso il mezzo della coscienza, della fantasia e del sentimento umano. L'
induzione etica ed estetica deve
analizzare prima di tutto il fenomeno psi-
cologico, perchè esso è il solo criterio sicuro, la sola base positiva per determinare e definire il
concetto, In secondo luogo è bene
intendersi sul significato della parola
induzione. L'induzione scientifica è una sola : quella che da n casi sperimentati conchiude a tutti
i casi omo- genei possibili, in virtù
del postulato della uniformità delle
leggi naturali e del principio di causa. L' induzione scien- tifica non può dunque aver luogo se non per
leggi causali, epperò è affatto estranea
alla logica, alla atematicam, all’
etica, all’estetica ecc., le cui leggi non sono punto causali.
Resterebbero l'induzione per semplice enumerazione e l’induzione descrittiva, ma la prima non ha
valore al di là dei casi osservati e
quindi è perfettamente inutile nelle
summentovate scienze (matematica, etica, estetica ecc.),0 se è adoperabile, vale soltanto ad apparecchiare
la materia delle costruzioni
scientifiche, può talvolta indicare la via,
ma è destituita di qualunque valore di prova. Per ciò che riguarda l’induzione descrittiva, essa è
adoperata nella geo- LA NOZIONE DI «€
LEGGE ® 169 metria elementare, allorchè
la somiglianza di due figure si dimostra
dalla loro congruenza; ma in geometria ha un va- lore diverso da quello della prova empirica; perchè la di-
mostrazione dell’ uguaglianza suppone la invariabilità e la congruenza dello spazio con sè stesso
(come del resto i casi d' applicazione
dell’ induzione descrittiva in etica,
estetica ecc., suppongono una determinata natura del- l'animo umano e la sua identità con sè
stesso) che non potrebbero essere
dimostrate empiricamente» A ciò si ag-
giunga che le verità matematiche, logiche, etiche, estetiche non sono leggi della natura in quanto
sarebbero vere an- che se una natura hon
esistesse e la loro certezza è indi-
pendente dal numero delle esperienze, onde tutti si terreb- bero autorizzati a correggere l’esperienza,
se questa paresse in qualche mado loro
contraddire. Infine va ricordato che
l'induzione non è ritenuta mai prova sufficiente nelle scienze normative: così un teorema che si trovi vero
pratica- mente per una serie di numeri
non si ritiene per ciò solo dimostrato e
non si estende al di là dei casi osservati.
Non si può, come vuole il Mill, il Taine ecc. spiegare la certezza assoluta che hanno le verità del
calcolo, col ca- rattere ipotetico di
questa scienza; perchè la perfetta
eguaglianza delle unità elementi dei numeri non è un'ipo- tesi, ma una proprietà della natura puramente
logica del numero, la quale rende
possibile di riferirlo ad uua unità di
misura che non è quella di nessuna grandezza reale avente questa o quella qualità, ma l'unità in
senso pura- mente logico. Sicchè noi in base a ciò che precede siamo
autorizzati a par- tire per prima le
leggi in due grandi classi: 176 LA
NOZIONE Di « LEGGt Y I. — Leggi
funzionali (Leggi logiche, matematiche, eti-
che, estetiche). II. — Leggi
causali (Leggi naturali, psicologiche, sto-
riche ecc.). Per formarsi un
concetto chiaro delle differenze che con-
trodistinguono le sudette due classi di leggi basta com- parare le leggi logiche e matematiche con
quelle naturali. L'oggetto della conoscenza,
dagli elementi sensitivi in fuori, è una
costruzione della quale le idee di sostanza, di causa, di numero sono gli artefici e il principio di
contraddizione è la regola e la garenzia
di verità: i sudetti principii costi-
tuiscono appunto le leggi logiche fondamentali o le categorie dell’intelletto umano. Diconsi infatti
categorie quei concetti che sono
determinazioni dell'essere perchè sono determina- zioni del pensiero, e vieevecsa, che sono
impliciti nel pen- siero di qualunque
ente reale perchè reale e non perchè è
questo o quell’ente, cioè perchè sono le maniere necessarie di concepire la realtà. Tali forme del
pensiero o categorie sono concetti, da
differenziare però da quelli che vengono
studiati dalla logica ordinaria e che hanno il loro corri- spettivo nelle leggi empiriche o causali.
Invero gli al- timi sono essenzialmente
concetti rappresentativi, mentre- chè
quelli sono giudicativi; e i concetti rappresentativi sono formati mediante la comparazione o
l’analisi dei dati oggettivi delle
percezioni e mediante l’astrazione, i giudi-
cativi per contrario sono l'elemento soggettivo della per- cezione e delle forme così statiche che
dinamiche del pen- sare. I primi sono
concetti di oggetti, di classi di oggetti
e di rapporti indifferentemente, i secondi sono concetti di rapporti intelligibili ; gli uni hanno
un'estensione deter- LA ROZIONE DI «
LEGGE » 171 minata, gli altri
un'estensione indeterminata. L’universalità
e necessità dei concetti rappresentativi è condizionata e limitata all’esistenza dei loro oggetti:
quella delle cate- gorie si estende
quanto si estende l'essere e il pensare;
quelli funzionano da soggetti e da predicati dei giudizi : questi possono funzionare soltanto da
predicati. L'originalità poi delle
leggi o funzioni logiche sì ap- poggia a
ragioni logiche, non psicologiche. Noi conosciamo mediante i concetti, i giudizi e i raziocinii
: la materia è data; ma il concepire, il
giudicare, il ragionare sono fun- zioni.
E queste funzioni debbono pure avere una forma,
perchè una funzione senza una forma determinata è im- possibile. Ora quali sono le forme di queste
funzioni, cioè quali sono queste
funzioni in loro stesse, prescindendo dalla
forma logica che rivestono ? Evidentemente se pensare è porre una relazione, le funzioni saranno i
pensieri di quelle relazioni, di.natura
intelligibile, nelle quali e mediante le
quali il pensiero sa e si muove, cioè le categorie. Ora sono questi da repntare daccapo concetti empirici?
Se sono, qual'è la funzione mediante la
quale sono formati? In breve, se il
pensare suppone una materia e una forma,
come si può intendere che la forma sia presa da fuori, cioè sia materia essa stessa? Non saremmo da cupo
nella ne- cessità di supporre una forma
per la funzione di conce- pirla e così
in infinito? Passando alle leggi
matematiche, noteremo anzitutto che l’
idea di numero non sorge, come i concetti generali per un procedimento conscio e riflesso del
pensiero, ma per un procedimento
spontaneo ed inconscio. I teoremi sui numeri
ed anche un sistema di numerazione sono, è vero, prodotti, 179 LA NOZIONE DI € LEGGE % riflessi, ma l'idea di numero pur nascendo
all’occasione delle sensazioni e
percezioni d'ogni maniera e non perdendo mai
il suo significato oggettivo, non esprime mai, neppure per la coscienza più comune, una classe di
oggetti reali, un genere sommo, ovvero
una proprietà delle cose dello stesso
genere di quelle che diciamo qualità. Ed è per questo suo isolarsi dalle cose in virtù di un
procedimento non artifi- ciale, bensì
spontaneo, pur conservando un valore oggettivo,
che si rende possibile alla riflessione scientifica di studiare il numero come un' entità a sè non solo
separabile dalle cose, ma completamente
indipendente da queste, come un' en-
tità di tal natura che le sue proprietà e leggi si possono trovare e verificare indipendentemente da
ogni constata- zione che non sia quella
stessa di pensarle e di produrre,
pensando, tutte quelle analisi e sintesi in cui consistono lo studio che ne facciamo e la scienza che
per essa veniamo ad avere. E qui va notato che il fondamento del
calcolo aritme- tico, che è il sistema
di numerazione, ha la sua radice nella
funzione sintetica del pensiero formale, senza contenuto qualitativo. Il primo modo di formazione da
esso espresso è una sintesi successiva
indefinita ; il secondo è una sintesi
con una certa norma, per gruppi uguali di unità; ma la norma è puramente arbitraria, perchè non c’è
nell'esperienza niente che determini la
composizione di un gruppo, per esempio
la serie binaria o la decimale.
Stabilita nel sistema di numerazione la maniera uniforme di formazione dei numeri, si possono
deduttivamente tro- vare tutti gli
altri. I modi composti sono innumerevoli,
ma poichè essi sono combinazioni di più modi semplici, suse Pra
A LA NOZIONE DI € LEGGE ®
173 o ripetizioni dello stesso modo
semplice, l'importante è di determinare
questi ultimi. I quali rispetto ad un numero
qualunque x sono riducibili alle forme segnenti : a
zta,x—- a, cr X_ a, x:x,2, Vi, 108.2 (alla base a). Difatti un numero è o somma o ditferenza di
un altro numero, quindi le maniere
semplici di formazione sono tante quante
sono le maniere del sommare e del differen-
ziare. Tutte le maniere di sommare si riducono a tre: ad- dizionare numeri diversi (addizione), lo
stesso numero un nu- mero qualunque di
volte (moltiplicazione), lo stesso numero
un numero qualunque di volte, ma sempre ad esso uguale (ele- vazione a potenza). Similmente tre sono le
possibili forme del differenziere:
togliere da un numero un altro numero
qualunque (sottrarre), togliere da un numero quel numero di volte che è possibile lo stesso numero
dividere (divisione), togliere da un
numero uno stesso numero un numero di
volte a questo uguale e che lo misuri esattamente (estra- zione di radice). Però l'elevazione a potenza
e l'estrazione di radice non sono i soli
modi possibili del calcolo delle
potenze. Il primo risolve il problema di trovare la potenza, data la base e l'esponente; il secondo di
trovare la base dato l'esponente e la
potenza; resta un terzo problema; date
la base e la potenza, trovare l'esponente (logaritmo), cioè dato il prodotto di un numero
indeterminato di fattori uguali, e dato
il loro valore, determinare il numero dei
fattori. È evidente che ognuna
di queste operazioni è una fun- zione e
non un'esperienza. Ai sostenitori della teoria em- 174 LA NOZIONE DI « LEGGE ® pirica si potrebhe chiedere con ragione
d’indicare la testi- monianza o base
sensibile delle idee di radice e di loga-
ritmo. Ma senza dubbio una prova anche più concludente della teoria del numero-funzione ci è data
dalle estensioni dell'idea di numero,
alle quali conducono le operazioni in-
verse. Giacchè taluni dei problemi che queste ci propon- gono si mostrano insolubili col concetto
primitivo di numero reale. Cosi,
allorchè il numero delle unità sot-
tratte è eguale al numero delle unità dalle quali si sottrae, si ha lo zero, e se è maggiore, il numer»
negativo. Simil- mente, nella divisione,
il quoziente può essere non un nu- mero
intero, ma corrispondere al concetto di un numero posto tra due numeri contigui. E poichè
questo può non corrispondere nè a un
numero intero, nè a un numero fra-
zionario, nè a un intero unito ad un fratto, cosi rende neces- saria un'altra estensione del concetto di
numero, il numero irrazionale, il quale
non esprime propriamente un numeco, ma
il rapporto di due operazioni; la radice di 2 non cor- risponde a un numero, ma indica un rapporto
di due specie di calcolo, quello di
formazione del numero 2, e quello di
estrazione della radice. E
questa può condurre in casì speciali ad una terza estensione del concetto di numero , perchè se
il numero di cui si cerca la radice è
negativo, sorge la nozione di nu- mero
imaginario, cioè di un numero che diventa reale me- diante l'elevazione a potenza. Ora come
potrebbero i numeri negativi,
irrazionali, imaginari derivare da rappresenta-
zioni empiriche? É chiaro che essi sono funzioni, o più propriamente rapporti di funzioni e che il
loro concetto implica che la funzione è
materia a sè stessa. tf € LA NOZIONE DI « LEGGE » 175 Sicchè nel: calcolo il pensiero lavora su
dati che sono suoi, come nella logica
formale: per modo che il calcolo si
potrebbe ben dire, la logica formale della quantità. Il còmpito del calcolo è di concepire la
quantità, come ab- biamo già visto, ma
appunto perchè è rivolto soltanto alla
quantità, il calcolo è un pensare estrinseco e meccanico. Hobbes ebbe dunque torto di ridurre il
pensare a nume. rare; ed èillogico
attribuire alle matematiche una illimitata
potenza educatrice della mente. Esse servono soltanto per una parte alla educazione e disciplina
della mente, per- chè la quantità è la
realtà nella sua parvenza esteriore, non
nella sua essenza. Ora se noi
consideriamo le leggi matematiche in rap-
porto a quelle propriamente naturali noi troviamo che i due ordini di leggi si presentano intimamente
connessi tra loro; e ciò per parecchie
ragioni: 1° perchè essendo la quantità
una proprietà essenziale della realtà e il numero l'espressione logica della quantità, è
naturale che quello che l'intelletto
matematico determina col semplice discorso si
trovi vero nella realtà; 2° le leggi indagate dalle scienze che hanno per obbietto la realtà essendo
leggi causali e le stesse operando
secondo leggi matematiche, è chiaro che il
calcolo debba essere, astrattamente parlando, applicabile a tutta la scienza del reale. La
proporzionalità dell'effetto alla causa,
un corollario dell'assioma di causalità, importa che l’effetto è sempre una funzione della
quantità della causa e per la realtà
spaziale, anche della sua posizione,
ond'è che se possiamo determinare con precisione gli ele- menti numerici dei fenomeni, il calcolo vale
come mezzo potentissimo per discendere
dalle cause agli effetti o per 176 LA
NOZIONE DI « LEGGE » risalire da
questi a quelle. Esso non solo formula Je leggi
naturali, ma le connette altresi e non solo sintetizza le altre parti della matematica, ma anche le
scienze della natura e non appena si può
adoperarlo completamente cangia il
carattere di queste, trasformandole di induttive in deduttive. Se non che qui va notato che in
tale funzione sintetica si trovano due
limiti, uno nella possibilità molto
limitata finora di determinare gli elementi numerici dei fe- nomenìi; un altro nella piccola potenza sua
rispetto alla crescente complessità dei
medesimi. Non basta. Le leggi
matematiche non possono essere iden-
tificate con quelle naturali anche per altre ragioni. Le leggi numeriche, essendo puramente formali, sono le
più remote che si possano imaginare da
ciò che diciamo natura ed essenza Per
es. le leggi: la forza viva è uguale al prodotto della massa per la velocità; il momento statico della
leva è uguale al prodotto del peso per
la lunghezza del braccio di leva; la
grandezza del moto uniforme è uguale al quoziente dello spazio per il tempo; nel moto accelerato gli
spazi sono come i quadrati dei tempi,
ecc., sono leggi di rapporto geome-
trico le prime, di rapporto di potenze l’ultima: ma in nes- suna di esse la legge aritmetica vale a dare
ragione del fatto, ma soltanto a
formularlo nel modo più esatto. Non ba-
sta che il calcolo formuli e connetta le leggi della natura per dimostrare che la natura ha essenza numerica;
la dipendenza che il calcolo dimostra
trala egge di Coulomb sull’attrazione e
repulsione dell'elettricità positiva e negativa, e la legge elettrostatica, secondo cui l’ elettricità
nei corpi conduttori come i metalli si
raccoglie tutta alla superficie : la splendida
applicazione della teoria delle funzioni ellittiche nella mec- LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 177 canica e tutta la fisica matematica provano
bensi che la natura obbedisce a leggi
numeriche, e che conosciute queste, la
scienza della natura si può cangiare da induttiva in de- duttiva, ma non provano punto che le leggi
della natura sono conseguenza delle
leggi dei numeri. Se anche fosse
realizzato quell’ideale di conoscenza scientifica che il Du Bois Reymond chiama astronomica, se cioè
tutto quello che è e accade
nell’universo fosse completamente rappresentato da uno sterminato sistema di equazioni
differenziali simultanee, questo sistema
sarebbe uno dei sistemi possibili e non a-
vrebbe altra realtà che la realtà di fatto; sarebbe impos- sibile dedurlo dalla essenza numerica della
realtà, epperò non ne darebbe la prova.
La metafisica numerica non po- trebbe
trovare la sua prova sufficiente nella funzione sin- tetica che il calcolo esercita o può
esercitare in ogni do- minio di scienza
se non quando il sistema delle idee nu-
meriche e il sistema della realtà fossero affatto coincidenti, ovvero quest'eltimo fosse parte di quello e
trovasse nel tutto considerato come
sistema di entità numeriche, la ra-
gione del suo essere non solo cume parte della scienza del calcolo, ma come realtà e natura. Ora è vero
perfettamente il contrario : il calcolo
spazia e può spaziare molto più lar-
gamente della natura; questa, ad esempio, non conosce né il sistema di numerazione dell’ aritmetica
elementare, nè gli spazi ad ” dimensioni
della geometria superiore. Verifica
bensi sempre delle leggi numeriche, ma la ragione di veri- ficarle non è nelle stesse leggi dei numeri,
ma nelle pro- prietà e nell'intreccio
delle cause del reale. Neppure una
Raqione matematica assoluta alla quale tutte le proprietà e le leggi dei numeri, tutt» il sistema
compiuto delle verità 13 178 LA NOZIONE DI « LEGGE » numeriche fosse presente, potrebbe dedurre
da questo as- soluto sapere non diciamo
il sistema della realtà, ma una sola
legge reale. A. ciò si aggiunga che
leipotesi ultime nelle scienze na-
turali hanno in sè sempre dell'arbitrario, del non ispiegato e che il carattere scientifico nella
spiegazione dei fenomeni della natura
consiste appunto nella riduzione e limitazione
dell’arbitrario e del non ispiegato. Così l'inerzia e l’attra- zione, le due propietà fondamentali della
materia nella fisica moderna, sono esse
stesse inesplicabili. Per ispiegarle e in
generale per fondare una teoria fisica su principii che non solo non siano ipotetici, ma reali e
necessari, bisognerebbe ricorrere ai
principii e teoremi della logica e matematica ;
se non che dedurre da principii puramente formali, come son questi, una dottrina fisica sarebbe come
se un archi- tetto intendesse innalzare
un edificio con le sue cognizioni di
meccanica pratica, senza il materiale occorrente. Di contro alle leggi logiche e matematiche
sono quelle naturali o causali. Queste
sono generalizzazioni esatte, non
approssimative. appuntoin quanto hanno il loro fondamento in un rapporto causale. Fu detto che bisogna
distinguere tra la necessità di una
legge causale empirica e la necessità della
legge causale in genere, la prima non essendo mai assoluta come la seconda: ora è vero bensi che di una
legge em- pirica di casualità si può
pensare che avrebbe potuto an- che non
essere o essere altra, ma solo in un altro ordina- mento della natura. Poichè questa è intessuta
e dominata nel tutto e nelle singole
parti della legge di causa, tutto è in
essa dipendente e determinato; onde per pensare che qual- i
LA NOZIONE DI « LEGGE Y 179 che
cosa possa accadere diversamente, bisogna pensare che tutto l'ordine di natura muti. Se non si
pensa questo e nondi- meno si pensa come
possibile un fatto contrario ad una legge,
non è negata soltanto una legge empirica, ma la stessa legge causale logica che può essere appunto
enunciata an- che cosi: che cause simili
producono in condizioni identiche
effetti simili. Del resto
l’éssenza della legge naturale viene abbastanza
bene lumeggiata dal concetto del caso, il quale implica la negazione della legge vera e propria e non
della causa. Il concetto della caso,
infatti, non è in realtà così opposto al
concetto di causa, come pare a prima vista. Nel pensiero comune pare che sia, perchè diciamo casuale
quello che non possiamo ridurre ad una
legge e ad una causa; na- scendo dall’
ignoranza della causa, il caso sembra tutta
un’ altra cosa da essu. Ma se si riflette, si vede che in- vece di essere una negazione, è una conferma
della fun- zione necessaria dell’ idea
di causa nella conoscenza: il principio
ignoto sì sostituisce al principio noto che
manca. In logica poi il casnale è definito come un fatto di coincidenza di fenomeni, che non si può
elevare a legge. Taluno esce di casa e
incontra un amico o gli casca una tegola
sul capo, sono queste coincidenze casuali,
perchè non si può dire che cosi avverrà anche pel futuro La teoria del caso come incidenza delle serie
risale ad À- ristotile che primo lo
defini a quel modo. È infatti se una
sola serie causale esistesse, il casuale non sarebbe possi- bile; ma perchè le serie causali sono
innumerevoli e sì svol- gono
contemporaneamente, è possibile che ue coincidano due o più. Così definito, il caso non è in
contraddizione 180 LA NOZIONE DI « LEGGE
» con la causa, perchè non soltanto
ciascuna delle serie in: cidenti è
determinata in ogni sua parte, ma è determi-
nata anche la loro coincidenza. Difatti, perchè coincidano, le loro direzioni debbono formare un angolo,
e perchè coin- cidano piuttosto in
questo che in quel punto debbono for-
mare determinati angoli. Dunque il casuale é effetto di un doppio rapporto causale, di quello che
determina i fenomeni coincidenti
ciascuno nella sua serie e di quello che determina la loro coincidenza. Questa seconda
determinazione cau- sale non è per lo
più una costante e nonè mai una legge,
non dipende cioè dalla natura e qualità delle serie, ma dal loro essere insieme. Adunque il casuale può definirsi: « una
coincidenza che non autorizza
l’inferenza d'una uniformità che sia una legge
causale ». La definizione è dello Stuart Mill, il quale la spiega e chiarisce cosi. La coincidenza si dice
casuale quando i fenomeni che coincidono
non sono effetti l’uno dell'altro, nè
effetti della stessa causa, nè effetti di cause collegate da una legge di coesistenza, (cosi le leggi di
Keplero non sono casuali, perchè
dipendono dall’azione combinata della forza
contripeta e della tangenziale necessariamente coesistenti nel sistema solare); nè effetti di una
determinata propor- zione delle cause
che i logici inglesi dicono collocazione
(p. es. non è casuale la varia velocità dei pianeti per cia- scun punto delle loro orbite, perchè dipende
dalla varia collocazione o rapporto
delle forze contripeta e tangenziale). È
necessario aggiungere poi che vi possono essere delle coincidenze uniformi e prevedibili, le quali
nondimeno sono casuali appunto perchè
l’uniformità in tal caso non è l’espres-
sione di una legge causale: es. i fatti umani coincidono » l1— 4 » 16 — 12 » 12—- ©” » 10 — 19 » 13 — 7 » 838 — 7 » 141 — 10 » 19 — 5 In ordine alle cause che determinarono la
loro chiusura in Casa di custodia vanno
distribuiti nel modo seguente: Per
assassinio 1. Per incendio (10 volte) 1
individuo di 141 anni. Per ferimento 2
(uno involontario), Per atti contro il
buon costume 1. Per furto 30, dei quali
uno dell'età di 11 anni, recidivo per .7
volte. Per ozio e vagabondaggio
16. Per discolaggine 38. Gli 89 giovinetti ricoverati nell’Istituto
di Beneficienza vanno distribuiti per
età nel modo che segue: L'ORIGINE
DELLE TENDENZE IMMORALI 189 Di anni 10
— 11 bambini — Dianni15 — 10 bambini »
lil — 8 » » 16 — 13 » » 12 -— 14 » » 17 -— 7 » » 13-- 7 » » 18 — 5 » 2a 14-12 » » 19 — 2 » Di essi, 34 andavano a scuola e 55
passavano le ore del giorno in diversi
opifici della città per apprendere ciascuno
il mestiere che gli garbava. Per
ciò che riguarda i caratteri fisici od antropologici diremo che quelli raccolti non ci autorizzano
a trarre al- cuna conclusione
definitiva. C'è stato chi un pò affrettata-
mente ha negato ogni valore all'esistenza dei caratteri e- steriori; e certamente il limitarsi all'esame
di soli tali ca- ratteri è un difetto,
giacchè essi non sono che l’espressione,
l'estrinsecazione delle anomalie interiori. La loro esistenza rappresenta un éulizio più 0 meno sicuro e
non altro, di un disturbo nell’euritmia
morfologica e fisiologica dell’or-
ganismo preso nel suo insieme e la loro mancanza certa- mente non autorizza ad affermare sane le
condizioni mo- rali e mentali dell'individuo;
onde non è lecito destituire d'ogni
valore la ricerca di detti caratteri esterni. Nei 178 giovanetti esaminati non riscontrai in alcun
modo caratteri degenerativi speciali per
numero, qualità o grado; non posso dire,
in altr? parole, di aver trovato che la curva dei ca- ratteri anormali morali e psichici in genere
coincidesse perfettamente con quella dei
caratteri fisici anormali, ma posso però
asseverare con convinzione che l’esistenza di
questi ultimi caratteri deponeva, accennava quasi sempre a particolari condizioni ereditarie, siano
queste morbose 190 L'ORIGINE DELLÉ
TENDENZE IMMORALI semplicemente
(pazzia, alcoolismo, turbecolosi, ecc.), o anor- mali dal punto di vista sociale (tendenze
antisociali dei genitori p. es.) e per
conseguenza ad una predisposizione
generica allo sviluppo di uno stato psichico anormale. Passando all'esposizione dei risultati
forniti dall'esame psi- chico diremo che
la più parte di tali giovanetti pur essendo
andati per parecchi anni a scuola, a mala pena sapevano leggere e scrivere. Pochi giungevano a fare
una moltipli- cazione. L'attività
dell'attenzione era debole in quasi tutti.
La debolezza della memoria del tempo era quella che sì constatava più frequentemente ; pochi, cioè,
sapevano ripe- tere l'ordine di
successione di avvenimenti loro occorsi
da poco tempo. Il pudore difettava nella più parte di essi. Rarissimamente si trovava quel senso di
soggezione che molti bambini bene
educati mostrano al truvarsi per la
prima volta dinanzi a persone di età maggiore. La più parte mancavano di volontà ferma e
persistente. Una ten- denza molto
diffusa era quella di negare ogni cosa: il no
era il monosillabo che più prontamente e più frequentemente veniva da loro pronunziato. Molti
s'emozionavano facil- mente, ma
passavano con pari facilità dal pianto al riso
come da qualunque emozione alla sua contraria. Il con- tegno appariva ordinariamente scomposto,
prendevano le pose più strane e nei
movimenti erano per lo più goffi e
sgarbati. Erano in genere noncuranti della persona e della pulizia. Parlavano soventi in modo laido:
spesso si lancia- vano a vicenda delle
amare invettive e si davano dei sopra-
nomi. C'era una certa gerarchia fra di loro; ci erano i capi, i potenti e i seguaci, i deboli. Predominava lo
spirito di ribel- lione a qualunque
obbedienza. L'ORIGINE DELLE TENDENZE
IMMORALI 191 Il carattere però che
spiccava sopra gli altri era indub-
biamente l'egoismo inteso nel senso più stretto. Pur di fare il loro comodo, pur di fare paghe le loro
brame erano pronti a tutto osare. Per
loro l'io era il centro dell’uni- verso:
al di fuori del proprio io nulla poteva destare il loro interesse. Non solo non mostravano di
sentire affetti oltre l'inclinazione al
soddisfacimento delle loro basse voglie,
ma rimanevano sordi a qualsiasi lamento, freddi a qua- lunque soffererenza degli altri. Avevano
quindi ciò che d'ordinario si dice
istinto della malevolenza, godendu dei
dolori degli aitri, e mostrando di provare un intenso pia- cere a far dispetti ai compagni ed a
martirizzare i più innocui. Appar.va, è
vero, in loro, un certo spirito d’as-
sociazione, in quanto parecchi tandevano ad unirsi per forinare combriccole : ma il cemento di tali
unioni non era l’ aftetto reciproco,
disinteressato, non lo scambio di idee e
di emozioni, non il sentimento dell'unità di natura su cuì soltanto può essere fondata qualsiasi
forma di vera solidarietà, bensi la
tendenza ad appagare le proprie voglie,
il bisogno di dominare, la smania di usare prepotenze. Erano, infatti, i grandi, i forti che
cercavano di circondarsi dei piccoli per
poterli fare loro istrumenti e per potersene
servire a loro agio. I piccoli e i deboli d’altra parte li subivano, perchè non avevano l'energia di
reagire e di ri- bellarsi e perchè
trovavano il loro tornaconto ad essere
protetti, ed a rimanere sotto l'egida dei capi. E tale as- serzione vien comprovata dal fatto
significantismo che non fu mai possibile
osservare un segno di generosità o di ab-
negazione. Erano capacissimi di accusarsi a vicenda presso il Direttore, sempre però di nascosto e in
segreto, il che 192 L'ORIGINE DELLE
TENDENZE IMMORALI depone della loro
vigliaccheria. E se si presentava il caso che
per un fatto qualunque fosse minacciata di punizione una classe intera, dato che non si riescisse a
conoscere il col- pevole, non accadeva
mai che questi si svelasse confessan-
dosi reo, non fosse altro per non far soffrire i suoi compagni. Era sempre una massima quella che dominava :
ciascuno per sè. Per ciò che riguarda i
sentimenti estetici sì può dire, per
quanto le condizioni miserrime in cui tali ragazzi sono ordinariamente mantenuti autorizzano a
dirlo, che questi mentre presentavano
poca attitudine per il disegne, con una
certa frequenza mostravano invece attrattiva per la musica. Giova osservare che lo svegliarsi
in essi delle tendenze estetiche,
fossero pure elementarissime, coinci-
deva col miglioramento del loro carattere morale. Dove si potè avere propriaraente il riflesso
della loro a- nima fu nelle
corrispondenze reciproche, avendo essi una
straordinaria tendenza a scrivere delle lettere, dei biglietti che per mezzi svariati giungono a
destinazione. Circa le caratteristiche
della loro scrittura non fu possibile pronun-
ziarsi in modo positivo, giacchè le ripetizioni, i tremori, ecc. provenivano da ignoranza. Qualche rara volta
poì si notò la somiglianza della loro
scrittura con quella dei vecchi. Si
osservaruno molte cancellature, molti errori dipendenti da disattenzione. Erano rare le asteggiature
dritte e decise, ab- bondavano le
curvature e le paraffe; sopra uno stesso pezzo
di carta spesso si notava la tendenza a scrivere la medesima cosa in diverse guise, prima in lungo, poi di
traverso, prima con una specie di
caratteri e poi con un'altra; e di frequente
le parole, specie i nomi propri, erano circondati da ghirigori e nella scrittura erano imitate le lettere a
stampa. Si notò L'ORIGINE DELLE
TENDENZE IMMORALI 198 pronunziata la
tendenza a servirsi di simboli più o meno
strani per non essere intesi, come anche di altabeti con- venzionali. Qual’era il contenuto di quelle
lettere? L’a- more. Si è già di sopra
fatto cenno della loro tendenza all’o.
scenità, ma i casi di una degenerazione sessuale vera e propria sono in genere rari. Si direbbe a
prima giunta che l'inversione sessuale
formi uno dei caratteri che contradi-
stingue i corrigendi, ma, per giudicare rettamente, bisogna tener presenti le condizioni strane,
stranissime in cui sì trovano
agglomerati tali giovinetti, proprio negli albori della loro vita sessuale. Se per un momento
pensiamo a ciò che accade non raramente
in taluni dei nostri collegi, ci
convinceremo che non si può parlare nel maggior nu- mero dei casi di una degenerazione sessuale
congenita, ma di un vizio acquisito, transitorio,
dipendente dalle con- dizioni di
antigiene sociale in cui quei ragazzi sono allevati. I grandi vivono coi piccoli, i buoni coi
cattivi: che cosa c'è da aspettarsi? La
dilatazione della macchia del vizio. Del
resto a questo proposito è bene notare che sulla na- tura e caratteri dei così detti vizii od
appetiti congeniti bisogna intendersi bene,
giacchè non sì deve credere (tol- tine i
casi di malattia mentale e di degenerazione vera e propria) che l'individuo nasca con un
determinato vizio : ciò che in realtà si
eredita è la predisposizione, vale a dire il bisogno vago ed indeterminato di
procurarsi un dato ordine di piaceri:
ora tutto ciò non implica nulla di
fatale e di necessario : fornite Je condizioni opportune, vale a dire un’educazione morale intesa a spingere
l’individuo coll’esempio,
coll’abitudine, colle suggestioni appropriate, a cercare l’appagamento di quel tale bisogno in
modo lecito 194 L'ORIGINE DELLÈ
TENDENZE ÎMMORALIÌ e voi avrete
trasformato una tendenza al vizio in una ten-
denza alla virtù o almeno avrete arrestato lo svolgimento di quel germe che o dall’eredità o da altra
influenza male- fica era stato deposto
nella psiche di un giovinetto. Ci- terò
un esempio concreto per essere più chiaro. Un fan- ciullo, poniamo, perchè discendente da
individui affetti da quel vizio funesto
che è l'inversione sessuale, viene al
mondo con una certa tendenza vaga ed indeterminata a compiacersi (nient'altro che compiacersi)
della compagnia di dati individui del
suo sesso: se verrà educato in modo che
da una parte i suoi bisogni sessuali trovino la loro soddisfazione in maniera normale e che
dall'altra l’azione del volere sociale
su lui abbia per risultato di farlo rifug-
gire dal solo pensiero di ciò che è meno che conveniente in rapporto alla condotta verso i suoi
compagni, come fatto oltremodo abbominevole,
cosa accadrà? Che la primitiva
attrattiva verso gl’individui del proprio sesso piuttosto che dar luogo al vizio, si trasformerà in un
sentimento no- bile ed elevato qual:
quello dell'’abnegazione, dell'amicizia
vera e profonda, della generosità e via di seguito. Lo stesso dicasi di tutti i vizi, di tutte le abitudini
malsane: esse non vengono ereditate
bell'e sviluppate, fisse e rigidamente
conformate, ma quali predisposizioni, quali esigenze, quali tendenze che possono essere dirette al bene
come al male. Come si vede, tutto ciò è
da tenere a mente per formarsi un
concetto esatto non solo della genesi dell’immoralità, ma anche della portata dell'educazione morale
nei bambini. No- tiamo fin da ora,
comunque avremo agio diritornarvi sopra
più tardi, che l'insorgenza e la fissazione delle tendenze immorali in tantosono possibili in quanto il
volere sociale o L'ORIGINE DELLE
TENDENZE IMMORALI 196 non agisce o
agisce in modo non appropriato sul volere
individuale : il segreto dell'educazione morale sta tutto qui, nello stabilire la necessaria comunione dello
spirito indivi- duale con quello della
società. E naturale poi che i caratteri
psichici antisociuli in genere sì
trovino riuniti nei cosi detti cattivi soggetti (pochi per for- tuna, una diecina su 150), nei quali i germi
dell’immora- lità sono abbastanza
sviluppati. Questi hanno tutti i vizi,
son bugiardi, ipocriti, testardi, prepotenti, irruenti, ma- neschi, svogliati e formano la disperazione
dei superiori. Uno di questi p. es. ha
solamente 10 anni, ma già fin dall’età
di 8 anni ne faceva di tutti i colori; non è buono a imparar nulla; va a scuola da 2 anni ed a
mala pena sa leggere; non ha nozione
dell'anno e del mese in cui siamo; passa
da un'officina all'altra senza riescire a tro-
vare un mestiere che gli garbi. Nè è a pensare che sia sfornito d'intelligenza, chè anzi si rivela
abbastanza sve- gliato. Le punizioni e
gli avvertimenti in qualunque ma- niera
fatti non hanno presa sul suo animo. — Un altro a 10 anni diede mentito nome alle guardie. — Un
terzo che presenta un aspetto di una
dolcezza serafica ha percosso varie
volte la madre. E mì fermo, perchè non vedo l'uti- lità di fare l’'enumerazione di tutte le
deficienze morali che si possono
riscontrare. Aggiungerò solo che tali tipi
cattivi sì fanno conoscere fin dalla prima età. *# #
* Esporrò ora i risultati ottenuti
dall'esame psicologico praticato sugli
89 giovinetti chiusi nell'Istituto di Beni-
ficenza. | 196 ‘L'ORIGINE DELLÉ
TENDENZE IMMORALI Non mi fermerò molto
sulle somiglianze che l'esame ri- velò
tra i caratteri psicologici dei corrigendi e quelli propri degli orfani per fissare l’attenzione
massimamente sui caratteri differenti.
Per ciò che riguarda le somiglianze dirò
che negli 89 orfani riscontrai nelle medesime propor- zioni e, direi anche, nel medesimo grado, se
a ciò mi au- torizzasse la circospezione
di cui bisogna circondarsi ne'-
l'emettere giudizi circa l’intensità dei fenomeni morali, i caratteri della fisonomia, la tendenza al
riso smodato e senza causa
proporzionata, le tendenze all’oscenità, agli
abusi del vino e del fumo, la frequenza nei disordini del l'attenzione e della memoria, l'indifferenza
per la famiglia e la diminuzione
dell’intelligenza. Con frequenza press'a
poco eguale riscontrai la rapidità del passaggio da uno stato emotivo al suo contrario, la mancanza
di pudore, la furberia, l'irascibilità,
l'arroganza, la tendenza all’ipocrisia,
ed a mostrare di comprendere più di quello che realmente comprendessero coll'apparire noncuranti della
religione, degl'insegnamenti che
venivano forniti dai preti, ecc. Ac-
canto a questi caratteri simili sì possono porre dei ca- ratteri differenziali, quali 1 seguenti: 1°
il numero mag- giore di quelli che coll’
età sogliono migliorare; molti che fino
all’età di 15, 16, 17 anni erano giudicati cattivi, raggiunta tale età, divennero buoni: 2° la
poca frequenza con cui sì nota il
contegno scomposto e la trascuratezza
nella pulizia della propria persona: 3° la mancanza di ogni tendenza alla ribellione, a fare delle
combriccole, ecc.: 4° l’assenza di
quell’egoismo ributtante che si notò nei
corrigendi : tanto è ciò vero che non c'è caso di poter strap- pare una confidenza, una confessione ad uno
di loro, sia L'ORIGINE DELLE TENDENZE
IMMORALI 197 pure il più semplice, a
danno degli altri: 5° la tendenza meno
pronunziata a cambiar mestiere, a mostrarsi svogliati ed a rimanere nell’ozio. Ora di questi caratteri dovendo ricercare
l'origine, diremo che alcunì di essi
evidentemente dipendono dall’organiz-
zazione diversa del Ricovero di mendicità, rispetto alla Casa di custodia che pare costituita a posta
per sviluppare le tendenze antisociali
meno accentuate, ma altri dipen- dono
dall’ indole propria dei corrigendi. Esistono adun- que, sì può qui domandare, dei caratteri
psicologici originari, primitivi, i
quali controdistinguono il candidato
all’immoralità ed alla delinquenza, facendone un tipo a parte, per modo che chi ha la sventura di
sortire da natura caratteri psichici
cosiffatti inesorabilmente, fatal- mente
è destinato alla delinquenza ? Per rispondere a tale domanda fa d’uopo tener presente
l’enumerazione dei carat. teri
psicologici già fatta, per vedere quali sono i più co- stanti, i.più universali ed anche i più
importanti dal punto di vista
cell’interesse della società. Ed in tale disamina fa d’uopo scegliere i caratteri anormali
prettamente originari come quelli che
sono del più alto significato : così gli atti
di malevolenza per sè, senza tener conto dei motivi e della loro genesi psicologica non ci autorizzano a
fare un tipo a parte dell’individuo che
li compie. *% *% %
Se noi ben riflettiamo sulla psicologia dei candidati, di- ciamo cosi, al vizio ed alla delinquenza e
sulle cause che determinarono la loro
chiusura in Casa di correzione, ci 198
L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI
accorgiamo subito che le note psicologiche veramente carat- teristiche si riducono alle seguenti : 1. Tendenze anormali (tendenza a rubare, a
incendiare ecc. ). Deficienza
dell’intelligenza. 2. Tendenza
all’ozio. 3. Tendenza alla menzogna. 4. Deficienza della simpatia quale
fondamento dello spi- sito sociale.
| b. Assenza di spirito sociale. 6. Insubordinazione. Mancanza di disciplina
e di rispetto e quindi impossibilità di
apprendere. 7. Assenza di poteri
inibitori e quindi debolezza della
volontà. La discussione intorno
all'origine di tali caratteri mostrerà
fino a che punto possono essere considerati come congeniti o come acquisiti sotto condizioni
determinate. Prima però di cominciare ad
occuparci partitamente di cia - scuno di
essi notiamo che nei casi concreti lungi dal pre- sentarsi isolati appaiono variamente
intrecciati e fusì insieme; Non
potendosi ridurre la psiche ad un fascio di facoltà e di attività giustaposte, non dobbiamo
aspettarci di trovare l'alterazione
isolata, poniamo, degli istinti o delle tendenze o dell’emotività e non dell’intendimento :
gli stati e le mo- dificazioni delle
varie attitudini intimamente compenetrate
tra loro si devono necessariamente influenzare reciproca- mente, producendo soltanto un risultato
complessivo diffe- rente a seconda della
potenza psichica alterata in modo più
accentuato. L'ORIGINE DELLE
TENDENZE IMMORALI 199 1. — Tendenze
anormali. È indabitato che parecchi,
molto precocemente e molto
insistentemente, nonostante le punizioni loro inflitte, mo- strano tendenze speciali al furto,
all'incendio, al suicidio,
all’assassinio : non altrimenti che molti altri mostrano una deficienza notevole nelle facoltà
intellettuali. Individui di tal fatta
sono certamente dei psicopatici e la ricerca ac- curata dell’ anamnesi individuale ed
ereditaria, qui so- prattuto necessaria
ed indispensabile, ci darà dei lumi in
proposito. Un individuo che all’età di 14 anni è già stato incendiario 10 volte, che interrogato
sugli atti da lui commessi, risponde che
ve lo spinse il diavolo, che si mostra
impulsivo, dedito a tutti i vizii, svogliato, è giudicato molto presto uno psicopatico. Se non che
individui siffatti, i quali si
potrebbero dire candidati al manicomio, si pre-
sentano di raro: e le tendenze veramente morbose (clepto- mania, piromania ecc.) non sì osservano con molta
facilità nei bambini, ond'è che bisogna
andare molto cauti nel pronunziare
giudizi di tal fatta, tanto più se si pensa che
i reati che più spesso vengono commessi dai bambini e per cui gran parte son chiusi in Casa di
custodia, sono i furti. Ora, se la
cleptomamia è indubbiamente morbosa e rientra
nell’orbita della psichiatria, la tendenza ai furti ordinari (tra le due vi è un abisso, se si pensa ai
caratteri dif- ferenziali esistenti, e
basta accennare solo di passag- gio
all'assenza di qualsiasi veduta d'interesse nel caso della cleptomania) è in rapporto colla cattiva
educazione e col cattivo esempio avuto
nella propria casa e fuori o colla
200) L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI
mancanza di qualsiasi forma di educazione, è in rapporto colla miseria e cogl’incitamenti a rubare che
i bambini ricevono molte volte dai
proprii genitori, dai compagni, ecc.
Avendo io ricercato con molta cura le cause dei furti commessi dai minorenni corrigendi, mi son
dovuto convin- cere che la più parte di
quelli non sono imputabili ai mi-
norenni stessi, ma alle loro famiglie ed alla società in cui sono nati ed educati. 2. — Tendenza allozio. È indubitato che molte caratteristiche dei
corrigendi trovano la loro origine e
sono fondate sulla tendenza al- l’ozio e
al vagabondaggio. Qual'è la base di questa ? Essa è una delle espressioni, uno dei segni di
quella debolezza, di quella
incoordinazione e di quel sussecutivo disgrega-
mento dell’unità della vita psichica che costituisce il fondo su cui germogliano le varie tendenze
immorali. Noi sap- piamo che tutti gli
organi normalmente costituiti sì tro-
vano di solito, ma in modo senza confronto più accentuato prima della funzione, in uno stato di
tensione che figura come l'esponente
della forza ir essi accumulata; è chiaro
che quanto maggiore e la energia in essi contenuta, tanto maggiore sarà la tensione in cui essi si
troveranno, ten- sione che
subbiettivamente si rivela come bisogno di met-
tere in opera le proprie risorse, come bisogno di lavorare. E tuttociò appare evidente non solo nel tono
dei muscoli, ma eziandio in tutti gli
apparecchi fisiologici e quindi anche
nel sistema nervoso. Dato che questo si trovi in L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 201 uno stato di debolezza dipendente da cause
svariate, p. es. dalla insufficiente
nutrizione, dal poco o inadatto esercizio
ecc. : per modo che in esso sia di molto difficoltato l’accu- mulo delle forze da una parte e la
possibilità dall'altra di dirigerle e di
farle convergere tutte ad un dato scopo, si
comprende agevolmente che in tali condizioni debba mani- festarsi la tendenza all'ozio. La debolezza
dell'organismo in gen ere e del sistema
nervoso in ispecie si renderà pa- lese
massimamente call’impossibilità a persistere in un dato lavoro, coll’incapacità a fissare e a
mantenere l’attenzione sopra nn dato
obbietto. Gli oziosi sono distratti, svagati,
disordinati, incostanti, perchè presto sì esauriscono. Vol- garmente si ritiene che alcuni individui
divengono presto stanchi perchè sono
oziosi, ma è vero proprio l'opposto. La
tendenza all’ozio adunque va riferita ad uno stato anormale dei centri nervosi per cai la loro
capacità nu- tritiva non è tale da
permettere l’accumulo di forza di ten-
sione indispensabile al lavoro persistente e vantaggioso. Si può rimediare in qualche modo ad un tale
stato di debo- lezza? Certo rafforzando
l'organismo e segnatamente il si- stema
nervoso, e più di tutto, mettendo in opera i mezzi atti ad operare come potenti stimoli alla
funzionalità in- tensa e insieme
regolata dei centri nervosi stessi, si po-
tranno ottenere dei vantaggi. Qui l'educazione bene intesa, l'esercizio, l'esempio, la rimunerazione
equa, la messa in gioco dell’ amor
proprio e il rendere le condizioni della
vita tali che rendano possibile la nutrizione e lo sviluppo degli organi, produrranno senza dubbio il
loro frutto. Se non che non bisogna
troppo illudersi sui risultati che si
possono ottenere, nè esagerare l’uso e la portata dei mezzi 14
902 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI
che si mettono in opera. Agire sui singoli individui pura- mente e semplicemente non basta: fa duopo
ricorrere a mezzi di natura sociale,
atti cioè a modificare l’ambiente
sociale in genere e i rapporti sociali in ispecie, atti quindi ad esercitare l'influenza su tutti
gl’individui componenti la società.
Occorre cancellare dalla mente del comune degli
uomini l’idea falsissima che il lavoro sia in sè un’infelicità o una maledizione e che quindi il minimo di
lavoro coin- cida col massimo di
felicità. Fa duopo per contrario in-
generare nell’anitno la convinzione che il lavoro è un ele- mento indispensabile e integrante del
godimento umano e che senza alcun dubbio
una vita tutta piaceri ed ozio ren-
derebbe infelice l’esistenza che la parte più preziosa della vita umana è data dal lavoro stesso, il quale
rende possi- bile lo svolgimento delle
migliori facoltà umane in quanto ci è di
sprone a sormontare gli ostacoli ed a sacrificarci, iniziandoci così alla vera moralità. Questa
invero consiste appunto nel lavorare
coroggiosamente per il bene di tutti,
rinunziando, se ciò è necessario, volentieri e con piacere al proprio benessere e alla propria parte di
felicità. Ma per che via si può ciò
ottenere? Prima di tutto contribuendo
coi precetti e coll’esempio a riformare
i cattivi costumi esistenti nella società attuale e cercando soprattuto di colmare l’abisso
artificiale che si è scavata tra le
varie classi, donde la necessità di modi-
ficare i metodi educativi; si potrebbero citare una quantità di fatti validi a dimostrare che la tendenza
all’ozio e l’abborrimento per il lavoro
nella più parte dei casi rico- noscono
la loro origine nel dispregio che la gente altolo- cata in genere mostra per tutti i mestieri ed
occupazioni L'ORIGINE DELLE TENDENZE
IMMORALI 203 ritenute d’ordine
inferiore, circondandosi così di molte per-
sone che potrebbero essere adibite alla produzione di lavoro più proficuo. Poi, facendo partecipare le
classi lavoratrici alla vita
intellettuale delle classi colte, il quale desiderato forse non rimarrà per sempre lettera morta,
come ce ne fornisce l’esempio
l'Inghilterra, dove si è iniziato un mo-
vimento tendente a colmare tale lacuna. Alludiamo al mo- vimento di espansione delle università, allo
sforzo compiuto da queste ultime per
mettersi a contatto delle masse ope-
raie, comunicar loro una parte del proprio patrimonio in- tellettuale, educarle moralmente e
intellettualmente e spin- gerle ad
acquistare il sentimento della dignità umana. A
tal uopo anzi sono stati messi in opera due mezzi: da una parte vanno ad abitare dei giovani usciti
dall'università nei quartieri operai
delle grandi città manifatturiere, pas-
sando una parte del loro tempo in mezzo ai lavoratori e interessandosi dell’amministrazione e del
miglioramento delle condizioni igieniche
dei detti quartieri; dall’altra parte gli
stessi professori d’università consacrano dei corsi speciali o delle lezioni agli operai, iniziandoli alla
comprensione delle que=tioni che possono
loro interessare. Infine — ed è forse il
mezzo più efficace e più importante — mettendo
in opera tutti i mezzi atti a dare all'operaio una cultura tecnica per modo che egli riesca a
comprendere le condi- zioni generali
della vita industriale e si renda conto della
comunità sostanziale d'interessi esistente tra operai e pa- droni. A tale esigenza rispondono le
associazioui sul tipo delle 7’rades -
Unions, nelle quali il sentimento di solida-
rietà esistente nei membri dell’associazione, contribuisce a frenare l'egoismo e a tener desto il
sentimento del dovere, dell'onore e
della dignità» 204 L'ORIGINE DELLE
TENOENZE IMMORALI Le nostre
conchiusioni sì possono ridurre alle seguenti. La tendenza all’ozio deriva massimamente, non
esclusivamente dal poco valore
attribuito al lavoro per sè, onde è necessario
che gli sforzi della società siano intesi ad ovviare a tale inconveniente. A tal uopo sì richiede un
sistema sociale d’educazione destinato a
trasformare non soltanto ì padroni, ma
anche gli operai, preparandoli ad una vita novella. Se è necessario combattere nei primi l’egoismo e
lo spirito di dominazione, negli altri
occorre fare scomparire la diffi- denza,
l'invidia, la cupidigia. 3. — Tendenza
alta Menzogna. A. proposito della
menzogna è bene notare che molti dei
caratteri psicologici riscontrati nei corrigendi, riconosciuti nocivi alla società, non sono loro patrimonio
esclusivo. E già su questo fatto è stata
richiamata l'attenzione da altri, specie
dal Lombroso. La tendenza alla menzogna p. es. è carattere che si trova con molta frequenze
nei bambini; se non che nei corrigendì
non solo raggiunge un grado massimo, ma
può produrre gli effetti più disastrosi, trovan- dosi in connessione con condizioni che lungi
dall’opporsi, ne favoriscano lo
sviluppo, rivolgendola sempre a produrre del
male. La tendenza alla menzogna, che certamente è favo- rita da un’educazione difettosa e non
rispondente allo scopo e che per sè sola
non costituisce un carattere distin-
tivo del candidato al vizio, va tenuta in conto quale espres- sone di un'organizzazione mentale non
perfetta. Donde proviene la tendenza
alla menzogna, quale ne è L'ORIGINE
DELLE TENDENZE IMMORALI 205 il
meccanismo di produzione? Che cosa sta essa a significare? Un giorno nel fare l’esame psichico di uno
dei minorenni chiusi nella Casa di
custodia, intelligente abbastanza, invitai
costui a leggere attentamente un periodo facilissimo ad inten- dersi, affinchè dopo potesse espormi a
memoria ciò che ne aveva compreso. Ed
egli pronto a leggere e dopo svelto a
dirmene il senso ; nemmeno un’acca di ciò che effettivamente diceva il libro: il suo discorso era del
tutto differente. À domande improvvise
riflettenti il contenuto vero del passo
letto, a domande cioè intese a ricercare se effettivamente aveva compreso nella maniera in cui si
esprimeva, rispose in modo da generàre
in me la convinzione che in sostanza
aveva interpetrato a dovere il senso generale, comunque l'esposizione dapprima fatta fosse totalmente
diversa. Questo aneddoto mi pare
significantissimo per l’interpretazione del
meccanismo della menzogna, le cui essenza sta appunto nell'antagonismo, se così posso esprimermi,
esistente tra ciò che è percepito e ciò
che s'estrinseca : antagonismo che
dipende originariamente dal perchè le vie e i modi di esprimersi non sono agevoli, data la
mancanza di e- sperienza, ovvero dal
perchè gli elementi mentali non sono
ancora disciplinati per una regolare e coordinata fun- zione e questo è il caso dei bambini : e
dipoi, da questo che la volontà individuale
a ragion veduta, per un dato scopo cioè,
fa da forza inibitrice, realizzando così le condizioni dell'impedita estrinsecazione di ciò che sé
ha dentro. È la mancanza di
corrispondenza tra il di dentro eil di fuori,
è la difficoltà di esprimersi ciò che impedisce al bambino di dire quello che pensa, spingendolo a
girare intorno alla 206 L'ORIGINE
DELLE TENDENZE IMMORALI verità (1).
Una volta fatto il primo passo, una volta insorta quella tendenza, l’educazione e i motivi in
genere che spingono a mentire, come
sarebbe quello di fuggire le punizioni e le
minacce, fanno il resto. È indubitato però che, data un’or- ganizzazione (sia fisica che psichica)
debole, imperfetta a tal segno che le
risorse, per quel che concerne l’estrinse-
cazione siano scarse, la tendenza alla menzogna dev'essere accentuata.
È per questo che i degenerati, e i bambini in tesi ge- nerale sono oltremodo bugiardì; ed è talmente
fissata in loro l'abitudine a mentire,
che molte volte è soltanto dopo che
hanno detto la menzogna che ne acquistano la co- scienza chiara. La tendenza alla menzogna a
volte diviene un automatismo che
funziona indipendentemente ed anche
malgrado la volontà. In conclusione io credo che della tendenza alla menzogna oltremodo pronunciata
nei giova- netti vada tenuto conto come
di un sintoma di debolezza
dell'organizzazione mentale, in quanto in tal caso i fatti (1) Stando alle recenti indagini
sull’origine del linguaggio, la parola e
la rappresentazione, il segno e l’imagine dell’oggetto si svolgono paral- lelamente, seguendo leggi proprie. Ia prima è
un prodotto in via di formazione e di
svolgimento, mutevole quindi, variabile in rapporto allo stato dell'animo individuale e sottoposto
alla volcnià indivi. vali (‘n pote-
state nostra), mentre l'altra apparisce come qualcosa di già costituito
e quindi di stabile e di rigido, È
naturale che le due serie, quella delle
parole e quella delle rappresentazioni non coincidano, essendo differenti la loro origine e le condizioni di
loro svolgimento. Si aggiunga che la
parola quale segno è una semplice estrinsecazione dell’ attività iteriore, estrinsecazione che si riferisce ad
una sola forma di sensibilità (udito):
la percezione sensibile invece rappresenta il prodotto di svariate forme di sensibilità, donde la sua maggiore
stabilita e permanenza di fronte al
flusso dei sunni vocali. V. a tal proposito l'opera del Noiré Log908 Ursprung und Wesen da Begriffe, Leipzi
ig. 1885. L'ORIGINE DELLE TENDENZE
IMMORALI 207 interni non riescono a
trovar la via per estrinsecarsi in modo
giusto e deviano da una parte o dall’altra, provocando l'attività di elementi che per condizioni
particolari sono più disposti
all’estrinsecazione. La tendenza alla menzogna
intanto ha importanza in quanto accenna ad una coordina- zione irregolare, o meglio ad una forma
d’incoordinazione alla incompleta unità,
identità e continuità di tutta la vita
psichica, e quindi ad una forma d'’incapacità a governare sè stesso.
Non v'ha dubbio che l'educazione, l'esempio, specie se intesì a rimuovere qualsiasi forma di
duplicità nella vita — e ibambini hanno
ben di sovente occasione di osservare
due diverse maniere di condursi da parte dei genitori e degli altri educatori a seconda che questi
sono in famiglia, nel circolo degli
amici, ecc., ovvero al di fuori della vita
intima, nella società — possono mettere un argine all’inva- dente tendenza alla menzogna: vanno però
sempre tenute d'occhio da una parte le
condizioni che favoriscono lo svol-
gimento dell’energia individuale e del carattere e dall'altra i motivi che d’'ordinario spingono a
mentire. 4. — Tendenza alla
malevolenza. Si è già detto che uno
dei caratteri psichici dei corri- gendi
è il freddo egoismo, per cui essi non hanno altro di mira che il proprio utile. Non hanno amici
nel vero senso della parola, nè sentono
affetto pei pareuti. Ordinariamente sì
dice che individui di tal fatta hanno il prepotente bisogno di far male agli altri e provano un intenso
piacere a ve- derli soffrire. Ora per
dar ragione di tali fenomeni, alcuni
208 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI
si sono arrestati all'affermazione che codesti individui sono sforniti del senso morale, quasichè questo
fosse qualche cosa di semplice e
d’irriducibile (press'a poco come qual-
siasi senso percettivo, vista, udito, ecc.): ma, prima di tutto nei bambini in genere non si può parlare di
esistenza di senso morale vero e
propriu, ma di teudenze morali, presup-
ponendo quello lo svolgimento completo della vita psichica sia dal lato della conoscenza che
dell'attività, e poi esso è cosa tanto complessa
che, per giustificarne e interpretarne
la presenza o la mancanza, vanno prima
considerati gli elementi di cui si compone. A me pare che le caratteristiche antisociali suesposte
riconoscano almeno in parte la loro
origine nella diminuzione della simpatia,
intendendo per quest'ultima la proprietà che ha l’animo di un individuo di riflettere i sentimenti
che sì rivelano nell'espressione del
volto delle persone che lo circondano.
Per essa, intesa in senso largo, la vista di un movimento. come l’assistere ad una sofferenza desta
fenomeni analoghi nella psiche dell’
osservatore (1). Questa impressionabilità
individuale che ha un fondo organico e corrispettivo fisio- logico consistente nell’attitudine di taluni
centri nervosi ad entrare in funzione
anche se agisce da stimolo la percezione
di date espressioni emotive (2), questa simpatia istintiva che (1) Maudsley ed altri notarono a tal
proposito che l’uomo comincia il suo
sviluppo colla sinergia (contagio dei movimenti, imitazione), poi arriva alla simpatia (contagio dei sentimenti) e
infine raggiunge la sintess (co- munione
delle idee) (2) Si è stabilita tale
connessione intima tra determinate espressioni
emotive e le emozioni che basta la semplice percezione delle prime
come i1 altri casi la insorgenza delle
stesse per richiamare le seconde, onde il
proce-so nervoso espressivo che dapprima figura come conseguente o concomitante del processo nervoso costituente
il corrispettivo fisiologico delle
emozioni, diviene l’ antecedente. L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 209 negli esseri forniti della medesima
organizzazione provoca il simile col
simile, fondata psicologicamente sull’associazione già stabilitasi in noi tra le manifestazioni
espressive e il corrispondente
sentimento altre volte provato per cui la
percezione di quei segni provoca il fantasma del sentimento, fantasma che contiene già un iniziamento dsl
processo reale di cui è l'immagine,
questa disposizione che fa concentrare
l'attenzione dei bambini sull’espressione del volto e per- feziona, come dice il Perez, il dono innato
di leggere nelle fisonomie, è quanto vi
ha di congenito, di originario e, di-
remo anche, di organico nelle tendenze sociali o antisociali che l'uomo presenta nel corso della sua vita.
Noi possiamo simpatizzare con qualunque
essere, il quale presenti qualche
analogia con noi e tanto più quanto maggiore è lu rasso- miglianza; quindi più facilmente e più
fortemente cogli altri uomini e tra
questi sopratutto coi parenti, coì con-
nazionali, con quelli della medesima razza e cosi di seguito: poi via via in grado sempre decrescente cogli
animali più simili all'uomo, scendendo
fino a quelli in cui la differenza
dell’organizzazione è tale che le loro manifestazioni ci rie- scono quasi affatto inintelligibili e
cilasciano indifferenti. - Ora che i
bambini in genere abbiano attitudine a sim-
patizzare non è a dubitare, come dimostrano i numerosi esempi riferiti dagli autori che si sono
occupati della psi- cològia infantile e
specialmente dal Galton, il quale ha
soggiunto che i bambini sono più disposti a sentire la sim- patia per gli animali che non gli adulti
.(1). (1) Riferirò a tal proposito un
esempio riportato dalla signora Mana.
ceine, la quale racconta che mentre nel giardino zoologico di
Pietroburgo una folla numerosa stava ad
ammirare la destrezza e i giuochi eseguiti
da un elefante e tra le altre cose una scena nella quale il guardiano
si 210 L'ORIGINE DELLE TENDENZE
IMMORALI Vediamo qual'è l'origine di
questa proprietà psichica congenita che
abbiamo detto simpatia. Molti hanno messo
in rapporto la simpatia collo sviluppo della riflessione indi- viduale, ecc. : quasichè la simpatia nascesse
nell'individuo dal semplice ricordo dei
dolori provati e fosse quindi come il
risultato di un calcolo egoistico o di un ragionamento. La vista di una data sofferenza in tanto
desterebbe do- lore in quanto
provocherebbe il ricordo di una sofferenza
analoga già provata dall’individuo o susciterebbe la paura di provarla. La simpatia sarebbe cosi un
egoismo masche- rato e poggerebbe tutta
sulle emozioni già provate o ima- ginate
o in qualche modo comprese. Ed è così che accade d'imbattersi non di raro in espressioni come
queste: « Noi non siamo veramente
pietosi se non per le miserie che pos-
siamo chiaramente comprendere. Le altre non cì ispirano che ribrezzo e dispregio. Per questo i fanciulli
sono generalmente crudeli ». Ora tutto
ciò non è esatto; la più parte dei bambini
nascono col dono della simpatia e non è necessario che com- prendano in modo chiaro e cosciente i dolori,
perchè in essi si desti la simpatia, e
se con uua certa frequenza appaiono crudeli,
è in grazia di un'educazione falsa loro impartita ed anche in grazia delle condizioni di
debolezza in cui si trovano, per cui
sono costretti a ricorrere necessariamente
alla crudeltà per difendersi e vincere. Co ciò non s'intende negare l’azione che lo svolgimento
dell'intelligenza e della coricava per
terra e l’clefante si metteva a camminarvi per disopra, una bambina di due anni, seduta sulle braccia
della balia cominciò a pian- gere tanto
forte ed a protestare coi suoi gesti e col suo irregolare lin- guaggio infantile contro quella vista per lei
ributtante, che non fu pos+- Sibile
renderla tranquiila pruma che il guardiano si levasse in piedi. L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 911 riflessione può esercitare sulla simpatia,
rendendola più fine, più squisita e più
differenziata, ma si vuole affermare che
la simpatia non è a considerare quale prodotto della ragione e dell'esperienza individuale. Finchè in psicologia dominò la veduta
individualistica, finchè si credette di
poter dare ragione di tutti i fatti spi-
rituali per mezzo delle attitudini della psiche individuale e finchè questa fu considerata come qualcosa
d’indipendente, di completo, di
esistente per sè e di chiuso in sè stesso,
non sì potè non considerare la simpatia come un prodotto sussecutivo e secondario. Da tal punto di
vista il centro di ogni vita psichica
essendo l'io individuale, questo non
poteva figurare come momento e parte di una vita psichica superiore, nè la simpatia poteva esser
riguardata come una attitudine originaria,
In tale ordine di idee rimasero i psico-
logi darwiniani quando cercarono di determinare il tempo in cui la simpatia fa la sua coinparsa
nell'anima umana (età di 5 mesi) e nella
serie animale (/menotteri). Se non che
qui è bene notare che gli scienziati su tale argomento non son punto d’accordo : così Sir John Lubbock
ritiene le formiche da lui osservate
sfornite di affezione e di simpatia
almeno relativamente allo svolgimento delle emozioni di na- tura opposta, mentre altri naturalisti come
Maggridge, Belt asseriscono di aver
potuto constatare in talune specie di
formiche un' attitudine particolare alla simpatia. Gli stessi dispareri s'incontrano a proposito delle api
e di altri in- setti (1). (1) Cfr. Romane8s, L'’intelligence des animaux, trad.
fr., Paris, Alcan, 1887, Tom. I, pag. 41 e segg. e pag. 145. — Cfr. anche
Romanes, L’evolution mentale ches les
animaux, trad. fr., Paris, Reinwald, 1884, pag. 352. — Il 212 L'ORIGINE DELLE TENDENZE iMMORALI
s Il disaccordo esistente tra gli
scienziati sta a provare la mancanza di
consistenza del loro punto di partenza, avendo
essi prese le mosse dal presupposto che la simpatia sia qual- che cosa di secondario, di derivato e di
accidentale che possa e non possa
esistere, e che quindi possa sorgere in un dato
momento piuttosto che in un altro; ora, nulla di più infon- dato. L'’attitudine alla simpatia è
universale, primitiva, o- riginaria in
tutto il regno animale e sono soltanto le sue
Romanes pone la benevolenza tra i sentimenti posseduti dagli ani- mali, p. es. dal gatto, riferendo i seguenti
esempi: “ Au sujet d’un chat domestique,
, dice quest’autore, “ voici ce qu’écrit M. Oswald Fitch. Il
dit que l’on vit ce chat “ prendre des arétes de poisson et les
empor- ter de la maison an jardin: on le
suivit et on le vit les déposer devant
un chat étranger mistrablement maigre et évidemment affamé, qui les dévora; non satisfait encore, notre chat
revint, prit une nouvelle provi- sion et
recommenca son offre charitable qui sembla étre acceptée avec autant de gratitude. Cet acte de
bienveillance accompli, notre chat revint
à l’endroit où il prenait d’habitude ses repas, près de l’évier où se la- vent les assiettes, et mangea le reste des
débris de poisson , (Nature, 19 avril
1883, pag. 580). — Un cas presque identique m’a été commu- nqué par le docteur Allen Thomson, membre de
la Société royale de Londre. La seule
différence est que le chat du docteur Thomson attira l’attention de la cuisinière sur un chat
étranger affamé, en la tirant par la
robe et en la menant à l’endroit cù se trouvait le chat. Quand la cuisinière donna è celui-ci quel jue
nourriture l’autre se promena tout
autur, tandis que le premier faisait son repas, en faisant gros dos
e ronronnant bruyamment. — Un autre
exemple de bienveillance chez le chat
suffira. H. A. Macpherson m'écrit qu’en 1876 il avait un vieux matou et un jeune chat de quelques mois. Le vieux
chat qui avait longtemps été un favori,
était jaloux du petit et lui témoignait une aversion notable. Un jour, on enleva en partie le
plancher d’une chambre du sous-s0l pour
réparer quelques tuyaux. Le jour qui suivit celui où le planches avaient été remises en place, le
vieux “ entra dans la cuisine (il vivait
presque entièrement è l’étage au dessus) se frotta contre la cuisinière et miaula sans tréve ni cesse
jusqu’à qu'il eft attiré son atten-
tion. Alors courant de ci, de là il la conduisit dans la chambre où
le travail avait été fait. La domestique fut très-intriguée jusqu'’ à ce
qu'elle L'ORIGINE DELLE TENDENZE
IMMORALI 213 estrinsecazioni, le sue
manifestazioni che variano a seconda
delle circostanze e massimamente a seconda del maggiore o mi- nore grado d’intensità dei sentimenti di
natura opposta, dei sentimenti che
potremo dire egoistici, i quali sono del pari ori- ginari e universali. È naturale che lo
svolgimento diverso dei sentimenti
dipende dalle differenti condizioni di vita: così s'in- tende da sè che negli animali in cuì l'ordine
sociale è bene entendît un faible
miaulement venant de sous ses pieds. On enleva une
planche et le jeune chat sortit sain et sauf, mais è moitié mort de
faim. Le vieux chat surveilla toute
l’opération avec beaucoup d’interét jusju’à
ce que le jeune fàt remis en liberté : mais s’étant assuré que
celu-ci était sauf, il quitta la chambre
aussitòt sans manifester la moindre sa-
tisfaction de le revoir. Ultérieurement,
non plus, il ne devint nullement amical
pour lui. , Se il Rumanes e gli altri vogliono chiamare gli atti surriferiti atti di benevolenza,
padronissimi, a patto però che tale ba-
nevolenza sia considerata come nient’altro che espressione di un
senti- mento di simpatia. Tra la
benevolenza mostrata dai gatti e quella umana
corre un abisso, giacchè la prima non include la coscienza
dell’obbliga- torietà del compimento
degli atti di benevolenza, nè presuppone alcun
principio o massima fondamentale come l’altra: gli atti provengono
im- mediatamente, saremmo tentati di
dire automaticamente da una tendenza, da
un’esigenza, da un bisogno dell'organismo fisico-psichico e qui finisce tutto. Perchè gli atti compiuti dai gatti
divengano identificabili coi cor-
rispondenti compiuti dall'uomo, occorre che la coscienza dia loro le
note di necessità e di universalità,
occorre che l’individuo compiendoli sappia
di compiere un'azione che deve essere compiuta, onde vi concorre con
tutta la propria energia individuale. I
gatti son tratti ad operare in tale o
tale altro modo, mentre l’uomo opera così, perchè crede che così ss
deve operare. — L'’essersi i gatti
adoperati a soccorrere i loro simili prima
di appagare i loro appetiti lungi dal poter essere citato come una
prova del loro rpirito di sacrificio
s’interpreta benissimo al lume di quella nota
legge psicologica, secondo cui i sentimenti e gli appetiti che si
pre- sentano fuori del consueto assumono
un’insolita intensità e vivacità in
confronto di quelli usuali, ordinari ed insorgenti ad intervalli fissi
e determinati. — Si aggiunga poi che
dalla psicologia moderna gli ani- mali
non son più considerati come incapaci di qualsiasi iniziativa e sfor- piti di qualsiasi forma di aitività
individuale, 214 L'ORIGINE DELLE
TENDENZE IMMORALI organizzato,
poggiando sul principio della cooperazione, i
sentimenti di tenerezza e di affezione reciproca devono giun- gere ad un grado notevole di sviluppo, come
quelli che stanno a significare l'accordo
esistente tra l'interesse del-
l'individuo e quello della comunità. Del resto lo stretto e rigoroso individualismo non è più ammesso
nemmeno in biologia, in quanto si è
andata sempre più accentuando una
reazione benefica alle vedute prettamente darwiniane colle ricerche compiute sulle varie forme di
associazione presso gli animali. Basta
ricordare qui le accurate indagini del-
l'Espinas, del Cattaneo e del Perrier, le quali tutte hanno mirato a porre in sodo che l'associazione,
l'assistenza reci- proca, la divisione
del lavoro (la cui influenza fu dapprima
in modo cosi evidente posta in luce da H. Milne Edwards) e la solidarietà che ne risulta hanno
esercitato un'azione preponderante sulla
formazione, sullo svolgimento e perfe-
zionamento degli organismi. Se
l'esistenza della simpatia nel regno animale quale fatto primitivo ed universale può formare
oggetto di di- scussione trai
naturalisti psicologi, ogni dibattito cessa
di essere g'ustificato per quel che riguarda l'uomo. Noi co- noscia:no questo soltanto come essere sociale
e quindi come determinato nelle sue
azioni ad uno stesso tempo dal suo
proprio volere e dal volere della collettività a cui l’indi- viduo appartiene: la relativa indipendenza e
separa- zione del volere individuale
appare solo come il risultato di uno
svolgimento tardivo. Si pensi che il bambino diviene solo gradatamente cosciente della forza della
propria volontà, mentre da principio a
mala pena si distingue dall'ambiente da
cui è come a dire trascinato. Del pari nello stato naturale I n= “© Redi a ee ; e e e i . —- _
_——_————@1’oo@-@ a e e — L'ORIGINE
DELLE TENDENZE IMMORALI 215 il predominio
e la preponderanza appartiene al sentire, vo-
lere e pensare collettivo. L’ uomo, per così dire, s' indivi- dualizza a poco per volta emergendo da uno
stato d'indif- ferenza sociale, senza
separarsi però mai completamente dalla
sua comunità. Il dire che noi abbiamo bisogno della riflessione e del calcolo e dell'esperienza
per poter agire a favore degli altri è
tanto assurdo come voler dar ragione
delle azioni egoistiche, ricorrendo agli stessi mezzi del calcolo, della riflessione, ecc. : in
entrambi i casì la vo- lontà agisce in
modo immediato; ed anzi possiamo ag-
giungere che ogni complicazione avrebbe per effetto di pa- ralizzare o di rendere meno pronto l'operare.
Ogni forma di riflessione e di calcolo
piuttosto che precedere segue gli
atti. D'altra parte l'affermare
che la simpatia nasce dal riflet- tersi
dei sentimenti altrui nell'anima nostra in rapporto alla loro intensità, e in qualche maniera
alla loro qualità, non . implica
nient'affatto l'identità del sentimento originario e di quello riflesso. Tra la sofferenza o il
dolore originario e la pietà, o la
compassione vi è una profonda differenza dal
punto di vista qualitativo : è lecito forse identificare ri- spettivamente l'angoscia di colui che sta per
annegarsi o la sofferenza dell'operaio
disoccupato che teme la fame coi
sentimenti che producono in modo riflesso in chi os- serva la coraggiosa risoluzione di salvare il
primo e l 'atto di carità tendente ad
alleviare la miseria del se- condo ? Se
così stesse la cosa, nota molto a proposito il
Wundt (1), il sentimento riflesso perderebbe appunto quelle (1) Wundt — Ethik, Stuttgart, 1886, pag:
390, 216 L'ORIGINE DELLE TENDENZE
IMMORALI proprietà che lo rendono un
motivo di soccorso attivo. In- somma
l’anima umana è cosiffatta che non rimane indiffe- rente di fronte all'apprensione dei fatti
psichici dei suoi simili, ma in certa
guisa se li appropria, rendendoli parte
del contenuto rappresentativo ed emotivo della sua propria psiche : i fatti psichici altrui però
penetrando nella. nostra coscienza
conservano qualcosa di proprio, come a dire un
segno della loro provenienza estrinseca, per cui assumono uno speciale valore emotivo per il nostro
spirito. Di guisa che da una parte i
sentimenti altruistici sono originari allo
stesso titolo degli egoistici e dall’altra ciascuna delle due ca- tegorie di sentimenti presenta delle qualità
specifiche irridu- cibili per cui non
può non fallire ogni tentativo di derivare
gli uni dagli altri. Allo stesso
modo che non v'è caso — altro che nel so-
gno e in talune forme d'alienazione mentale — che noi scambiamo la nostra propria personalità con
quella di un altro, così non è possibile
un'identità originaria dei senti- menti
riferentisi a noi stessi e di quelli relativi ad altri soggetti. Da ciò consegue non solo che il
conflitto degl’in- pulsi egoistici con
quelli altruistici è una delle forme più
frequenti di contrasto tra i motivi della volontà, ma anche che in tale lotta vincono ora quelli di una
specie, ed ora quelli di un' altra. Del
resto se le tendenze sociali fossero
qualcosa di secondario e di derivato non si vede come e perchè non sarebbero sempre vinte e superate
dai sen- timenti originari. Nessuna
riflessione e calcolo avrebbe la virtù
di produrre un tale effetto. Di maniera che l’ indi- vidualismo psicologico mena dritto all’
egoismo morale. Fortuna che la forza dei
fatti è maggiore di quella delle teorie
! (Wundt). L'ORIGINE DELLE TENDENZE
IMMORALI 217 Il fondo
dell’individualismo è una concezione meccanica
del mondo morale ; esso isola l’uomo nel bene come nel male, facendo poggiar tutto sull’individuo e
non vede in ogni associazione umana che
un aggruppamento artificiale ed
essenzialmente transitorio. La veduta collettivistica con- cepisce il mondo come un vero organismo, alla
cui vita- lità collabora l'individuo
come membro e parte. La società in
quanto produce e consuma non è più considerata come un aggregato d'atoii isolati, ma come un
sistema organico nel quale la produzione
e la distribuzione delle ricchezze
rispondono alle funzioni di assimilazione e di circolazione proprie di ogni essere vivente. Onde la
conservazione del- l'organismo apparisce
alla coscienza dell'individuo come il
dovere più alto e imperioso, o alineno quest’ultimo dovere prende posto accanto al dovere di
conservazione personale. È evidente che
tale concezione dello spirito sociale rac-
chiude l'idea più alta della moralità, la quale è una produ- zione della società di cui segue i progressi
e le vicende. Del resto anche
nell'individuo isolato la moralità non consiste
soltanto nel verdetto interiore della coscienza (tanto è ciò vero che le buone intenzioni non bastano a
sostituire una buona azione), bensi
nella collaborazione reale all’organiz-
zazione della natura secondo la ragione, o nella contribu- zione al bene generale a cui l'individuo ha
il dovere di sacrificare senza
esitazione i suoi interessi ed anche la sua
persona. La disfatta
dell’individualismo e dell’egoismo per mezzo
del principio morale, ecco adunque l’ideale: se non che vincere non equivale a distruggere
completamente : l’io è l'io, e rimane
tale necessariamente : e si trova da per tutto, 19
218 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI
anche, come sì è veduto, nei sentimenti di simpatia e di pietà che si provano per gli altri. Onde se
si vuole che un individuo cooperi al
benessere degli altri bisogna fargli
occupare nella società il posto che gli compete; così egli potrà svolgersi interamente e spiegare
liberamente, ma sempre legittimamente la
propria attività. n'e Dopo aver determinato la natura e i
caratteri della sim- patia che va
considerata come il fondamento organico dello
spirito sociale e quindi della moralità, s'affacciano alla no- stra mente parecchi quesiti: 1° E ammissibile
l'assenza completa della simpatia o
anche una deficienza notevolissima di
essa, e nel caso affermativo, si possono porre in opera dei mezzi per accrescerla, o per produrla
addirittura? — 2° Che significato ha la
deficienza della simpatia e quali sono
le cause determinanti di un tal fatto? — 3° In che rapporto si trova la simpatia colla morale
vera e propria ? 4° La tendenza alla malevolenza
è spiegabile solamente con l'assenza
pura e semplice della simpatia, ovvero bisogna
ammettere auche l'antipatia come determinazione originaria primitiva e positiva ? 1° Che l’attitudine a simpatizzare possa
mancare del tutto non è ammissibile,
almeno fino a tanto che non si esce dai
confini del normale; è soltanto in stati morbosi o semplicemente anormali che si può
riscontrare la pre- ponderanza, e
nemmeno allora assoluta, dell’egoismo. In
casi determinati però sì può osservare una notevole diminuzione di detta attitudine, ed è
impossibile negare L'ORIGINE DELLE
TENDENZE IMMORALI 919 che l'animo dei
bambini alle volte non appare, giusta le
parole di Heine, come lo specchio fedele dei sentimenti che si producono intorno a lui. Se non che
qui occorre osservare che il contagio
dei sentimenti può avvenire tanto nel s:nso
buono quanto nel senso cattivo, onde da tal
punto di vista tra i giovani chiusi in una Casa di custo- dia bisogna distinguere quelli che avendo
attitudine alla simpatia e
all’imitazione e che trovandosi a contatto dei
tipi sfornitine completamente son divenuti malvagi anche loro, rotti al vizio e sordi alla voce di
qualunque senti- mento sociale, da
coloro che effettivamente nacquero defi-
cienti in fatto di simpatia e di attitudine ‘all’imitazione. Son questi ultimi i tipi che si potrebbero
dire gli originali dal punto di vista
antisociale. Essi non intendono confor-
marsi a nessun modello e a nessuna regola, il che non esclude che possano avere del talento. Sorge
spontanea la domanda: Ci son dei
caratteri differenziali tra chi è di-
venuto antisocievole in seguito all'esempio ed alla sugge- stione e chi è nato tale per deficienza di
attitudine alla simpatia ? I dati anamnestici accuratamente raccolti
possono for- nire dei lumi a tal
proposito, ma è l’esame psicologico
fatto ripetute volte e l'osservazione diligente del soggetto fatto a sua insaputa che potranno fornire il
bandolo della matassa. Un bambino che
non ha nessuna tendenza ad imitare ciò
che vede fare dinanzi a lui, un bambino che
tende a starsene isolato in un canto e che non sente il bi- sogno di ripetere i giuochi e di
trastullarsi, un bambino che rimane
estraneo a tutti i sentimenti degli altri e che
risponde alle osservazioni fattegli col silenzio o con frasi prive di senso, con repliche amare e con
scuse false, un 220). L'ORIGINE DELLE
TRNDENZE IMMORALI tale bambino deve
destare sospetto, giacchè le note sue-
sposte depongono per un carattere, il quale per natura ha poca attitudine alla simpatia. Bambini di
questo genere, specie se in età precoce,
nelle ore di allegrezza si gettano su di
voi e magari vi stringono con furore, vi tirano le braccia con tutta la loro forza e vi
tormentano in mille modi e sembrano
d’ignorarlo ; se li avvertite si meravigliano
. e se insistete perchè vi lascino in pace, continuano a mo- lestarvi e nel caso che prolighiate loro
delle carezze non sen- tono il bisogno
di ricambiarvele. Del resto si può dire che
il carattere persistentemente egoistico si riconosce da una quantità di nonnulla, dei quali ognuno preso
per sè val poco, ma messi insieme
difficilmente ingannano il peda- gogo ed
il psicologo sagace. Aggiungiamo che colui che è for- nito del dono della simpatia naturale si
mostra più pas- sibile di miglioramento
e di educazione. L'individuo, in- fatti,
il quale in forza del contagio morale è divenuto cat- tivo, ma che ha l’attitudine alla simpatia e
che perciò presenta un carattere
modificabile può d'un tratto, date le
condizioni opportune, presentare mutata la sua fisonomia morale, può divenir buono appunto perchè la
sua psiche è organizzata in modo da
sentire l’azione della suggestione e
dell'esempio, mentrechè l'individuo in cuì predomina l'egoismo rimane sordo a qualsiasi stimolo,
epperò si ri- vela incapace di notevole
miglioramento, s'intende nelle ordinarie
Case di correzione (1), giacchè la cosa muta sott» (1) A lui si possono rivolgere le parole di
Mefistofele (GOtbc, Faust): « Du b'st am
Enda was du bist « Setz dir Perruecken
auf von Millionen Locken « Setz deinen
auf ellenhohe Locken « Du bleibst doch
immer, vas du hist ». L'ORIGINE DELLE
TENDENZE IMMORALI 291 condizioni
diverse, come vedremo in seguito, parlando del
rapporto della simpatia colla moralità.
S'intende da sè che di tipi siffatti fortunatamente se ne riscontrano pochissimi: ed è chiaro del pari
che l’uduca- zione, l'esempio come tutti
i mezzi atti a spiegare la loro azione
sull'individuo si dimostrano inefficaci a produrre o ad accrescere quella disposizione psichica
che, come ab- biamo veduto disopra, ha
una base organica e fisiologica molto
manifesta ; non altrimenti che chi sorte da natura una qualsiasi deficienza organica, per quanti
storzi faccia, non arriverà mai ad
acquistare ciò di cui manca, così chi è
nato manchevole in riguardo, diremmo quasi, del senso so- .ciale , deve rassegnarsi a rimanere tale,
senza sperare che in lui avvenga un
radicale mutamento, s'intende sempre dal
punto di vista della sensibilità sociale. °
2° Vediamo che significato vada attribuito alla defi- cienza della simpatia e quali ne siano le
cause. Già Mau- dsle;- dichiarava che la
posterità degli uomini le cui a- zioni
durante la vita si ispirarono ad uno stretto egoismo manifesta maggior predisposizione alle
malattie mentali che non la discendenza
di uomini, i quali durante la loro vita
ebbero degli ideali morali e sociali elevati. Stando allo psichiatra inglese, l'amore esclusivo
del guadagno e per conseguenza una vita
dedicata al conseguimento del proprio
vantaggio esclusivo ha per effetto dapprima che
le attidudini nobili ed elevate divengono rare e dipoi che i fenomeni della degenerazione cominciano
a predomi- nare. Ed il medesimo autore
aggiunge che il cammino della
degenerazione in certe famiglie attraversa le seguenti tappe: 1° sviluppo notevole, sotto
l'influenza dell'ambiente 999
L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI
sociale, delle passioni egoistiche ; 2° apparizione di qualche forma leggera di disturbo psichico che però
può raggiun- gere anche il grado di una
vera psicosi; 3° ulteriori passi della
degenerazione che per lo più sono rapidi e funesti. Senza stare ora a ricercare la parte di
verità contenuta in tale asserzione del
Maudsley, noi ci crediamo autoriz- zati
ad affermare che la deficienza della simpatia è indizio di un disordine abbastanza profondo
dell'attività psichica e quindi anche
del sistema nervoso o di tutto l'organismo
addirittura. Essa rivela un'anomalia ancora più profonda che non le tendenze all’ozio ed alla
menzogna, tanto più se si pensa che
l'attitudine alla simpatia ed all'imitazione
è un dono che noi abbiamo comune cogli animali supe- riori. Si comprende agevolmente che le cause,
le quali hanno prodotto un tale effetto
hanno dovuto essere persi- stenti ed
oltremodo importanti. Per noi sono determinate
condizioni d'esistenza sociale, le quali hanno imposto al- l’uomo civile di mettere in opera tutti i
mezzi egoistici a sua disposizione per
poter vincere nella lotta per la vita
che accompagna l’individualismo. La scuola del successo non insegna altro che ad appuntare ed
affilare le armi dell’egoismo. Non è in
una forma determinata di degene- razione
patologica del cervello, ma nelle condizioni d'’esi- stenza sociale, specie delle grandi città,
che il delinquente può trovare la più
forte, quantunque sempre incompleta,
scusa. E le pene applicate nelle prigioni e nelle case di correzione sono, com'è noto, completa nente
inefficaci a migliorare i colpevoli. E
appunto perchè la miseria è la grande
sorgente dell'immoralità e del vizio, la produt- trice dei falli e dei delitti di ogni sorta,
s'impone il do- L'ORIGINE DELLE
TENDENZE IMMORALI 993 vere di
combatterla e di farla scemare quanto più è pos- sibile. La ricchezza, è vero, rende il cuore
duro, si accom- pagna con l’'avarizia,
la cupidigia, la lussuria, l’accidia e
la superbia come d'altra parte la povertà ha le sue virtù proprie e la sua grandezza morale
particolare, ma chi oserebbe negare che
l'estrema povertà e la squallida mi-
seria sono oltremodo favorevoli al rigoglio della delinquenza e che insieme costituiscono le più potenti
cause per cui l'uomo si dà
all'ubbriachezza, Ja donna alla prostituzione,
onde il bambino, rimanendo privo d'educazione, d'istruzione, di assistenza, di buoni esempi, diviene
precocemente i- pocrita, mendico ed
anche ladro? E chi oserà inoltre porre
in dubbio che la cattiva azione compiuta nella prima ge- nerazione sotto l'impero della necessità e
del bisogno passa con molta facilità
sotto forma di tendenza nel sangue della
seconda generazione, presso la quale si esplica an- che spontaneamente e naturalmente ? E chi
negherà infine che sopratutto nelle
grandi città, date le orrende condizioni
di abitazione, la perversità e il vizio entrano come ele- mento necessario e inevitabile della
esistenza ? Da tutto ciò consegue che
una ripartizione più equa della
ricchezza, il miglioramento generale della vita
di famiglia e dell’educazione infantile, l'aumento delle ore di libertà concesse all’ operaio e
l'aumento del suo salario contribuiranno
necessariamente a far decrescere il
numero dei criminali e dei predisposti alla delinquenza ed al vizio.
3° Ma, si può qui domandare, chi non ha attitudine alla simpatia, è perciò stesso condannato alla
immoralità, al vizio, 224 L'ORIGINÉ
DÉLLE TENDENZE iMMorati è un candidato
alla delinquenza ? A tal uopo prima di tutto
bisogna ricordare quello che noi abbiamo detto di sopra, vale a dire che l’assoluta mancanza della
simpatia è inam- missibile, onde deriva
che una delle basi naturali della
moralità non viene mai a mancare del tutto e che la sua deficienza può essere compensata da una
cooperazione mag- giore degli altri fattori
: poi è necessario intendersi snl
significato esatto da dare alla parola simpatia: se questa è presa in senso lato, vale a dire come
l'attitudine a rice- vere qualsiasi
influenza proveniente dal di fuori, di qual-
sivoglia natura questa sia, se essa è scelta a designare un rapporto qualsiasi, anzi la possibilità di
ogni rapporto intercedente tra
l'attività dell’individuo e quella della col-
lettività in cui egli vive, opera e si muove, allora non vi è dubbio che il dominio della simpatia coincide
perfettamente con quello della moralità,
in quanto spirito sociale (simpatia) e
spirito morale sono espressioni che si equivalgono. Ma la simpatia intesa così non può mai mancare:
l’uomo sfor- nito di spirito sociale è
un'astrazione bell'e buona, giacchè la
caratteristica dell’uomo sta appunto nel suo essere in- timamente collegato per natura coi suoi
simili, come la ca- ratteristica vera
del folle è nell’essersi liberato dai vincoli
che legano l'individuo alla società. Ed ancorchè lo spirito sociale si mostri alquanto affievolito, non
mancano i mezzi per ratforzarlo, come si
vedrà in seguito. Se invece la simpatia
è presa in senzo stretto, vale a dire come l’at- titudine dell'individuo a provare sentimenti
analoghi a quelli dei suoi simili in
seguito alla percezione dei segni o
rlelle espressioni dei detti sentimenti, allora la debolezza L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 995 della simpatia non trae seco l’immoralità :
ed è la simpatia intesa così che se si
sorte debole da natura, non può per
nessuna via essere rafforzata con mezzi artificiali di qua- lunque genere questi siano. Insomma
l’attività od il volere individuale può
essere indirizzato al bene o perchè spintovi
dalla percezione delle estrinsecazioni dei sentimenti esi- stenti negli altri, i quali per tale via si
riflettono nel- l'anima dell'individuo,
ovvero in virtù dell’azione eser- citata
sulla vita psichica individuale dal volere sociale. L'uomo più o meno consciamente, più o meno
riflessiva- mente come più o meno
intensamente si lascia influenzare
dall'ideale umano, che rappresenta il prodotto della società presa nel suo insieme attraverso il corso
della storia, anche quando l'attitudine
a simpatizzare è deficiente
nell'individuo. Nè può essere diversamente, se si pensa che ciascun individuo è legato all'umanità tutta
quanta da co- munità di natura, di vita,
di bisogni, di tendenze, di prin- cipii.
L'esistenza dell'individuo è così strettamente con- giunta con quella della società che tuttociò
che è favore- vole ad essa torna a
vantaggio dell’individuo, mentre sof-
frendo essa, una parte delle sue sofferenze ricade necessaria- mente su quest'ultimo. Interesse generale,
maggior felicità per il più gran numero,
bene supremo son tre espressioni diverse
d'uno stesso principio. Ciascuno sente in modo
più o meno vivo, più o meno chiaro che il bene supremo non ha la sua sede nell’individuo, ma al di
fuori di lui nelle grandi opere collettive,
nei grandi risultati sociali ai quali
l'individuo deve collaborare, e su cui ha anche il dritto di prelevare la sua parte di benefici. Se non
che il bene supremo non è per il genere
umano una proprietà stabile, d926
L'orIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI
fissa e definitiva, un bene acquisito una volta per sempre, ma un ideale non mai totalmente attuato, che
ciascun in- dividuo, anche il più umile
deve sforzarsi di far trionfare. Di qui
la grande contradizione, l'eterna antinomia che, come dice lo Ziegler (1) nessun Dio, nessun
miracolo faranno scomparire : l’antinomia
dell'individuo e della collettività,
della felicità individuale e della moralità. Da una parte l'individuo per sua propria natura tende alla
felicità. — dritto assoluto per lui — e
dall’altra il dovere sociale gli
prescrive di sacrificare questa felicità al bene dei suoi si- mili.
Ora ciò che va tenuto in considerazione è che il volere sociale ha efficacia sugli individui non solo
in quanto havvi tra loro comunità di
sentimenti per via della per- cezione
reciproca delle manifestazioni di questi, ma anche e sopratutto perchè gl’individui son atti a
sentire l’azione dell’ideale sociale per
qualsiasi mezzo ciò intervenga. Da una
parte adattare la propria vita individuale alle esigenze dell'esistenza sociale, compiere il proprio
dovere equivale a salvaguardare nel
miglior modo i proprii interessi e dall'altra
separarsi dai suoi simili, voler brutalmente far trionfare la propria personalità a detrimento di quella
degli altri (il che propriamente
costituisce l'egoismo e la malvagità)
equivale a non possedere nemmeno la felicità individuale, in quanto la vita di colui che si sente solo
è necessaria- mente vuota e triste. Tale
è l'ordine delle cose, quale risulta non
da una legge esterna e trascendente, ma dail’essenza (1) Ziegler. « La question sociale est une
question morale » trad. fr., Paris 1893.
Pag. 149. L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 92 stessa dell'uomo e della società umana.
Tale è il fondamento sul quale poggia la
fede ottimista nel trionfo del bene; trionfo
che pur non essendo mai definitivo e completo, riceve sempre una conferma dalle lotte che si sostengono e
dagli sforzi che si compiono in suo
nome. È qui il luogo di accennare ai
mezzi che devono essere messi in opera
affinchè lo spirito sociale si svolga anche
là dove il dono naturale della simpatia si presenta a mala pena accennato : e ognuno intende che il
primo posto a tal riguardo tocca
all’educazione, la quale deve essere tutta
intesa a rafforzare i rapporti tra l'individuo e la società, per modo che questa agisca incessantemente e
in modo pre- ponderante su quello, deve
essere intesa, cioè, a generare
nell'animo individuale l’intima convinzione che al disopra del proprio volere havvi una volontà ed un
potere d’or- dine superiore a cui è
impossibile sottrarsi, deve dunque
mirare ad abituare l’individuo a sentire il proprio volere modificato e determinato da un altro volere
superiore. À. tal uopo va ricordato che
nella prima età è su tante piccole cose,
su tante minuzie che si edifica spesso il ca-
rattere morale dell’individuo. Gli atti che si eseguono, le parole che si pronunciano in presenza dei
bambini, tutto ha una importanza
grandissima in un'età, nella quale pro-
priamente avviene l’organizzazione della vita psichica e lo spirito acquista l'impronta propria (1). Magni interest, diceva Cicerone, quos
quisque audiat quotidie domi, quibuscum
loquatur a puero quemadmodum (1) V.
Bonfigli. Dei /attori sociali della pazzia in rapporto con l'e- ducazione infantile. Roma 1894. — Cicerone,
De claris oratoribus. — Id. De lege
agraria od popul. VIN L'ORIGINE DELLE
TENDENZE IMMORALI patres, paedagogi,
matres etiam loquantur. Senza che l’in-
telligenza difetti, senza che vi sia la cosidetta aneste- sia morale, l'individuo, in virtù dell’
educazione si può rendere per abitudine
moralmente insensibile, perchè
nell'infanzia le di lui relazioni coi parenti e con la so- cietà non si son volute accompagnare con
sentimenti piace- voli corrispondenti,
nè sono state dirette a svegliare in lui
interessamento per tutto ciò che varca il proprio io. Nei casi di mancanza di affetti, d’anestesia
morale spesso l'or- ganizzazione non ha
coloa, ma si deve tutto a circo- stanze
esteriori, delle quali tocca all’educatore tener conto. « Von tngenerantur hominibus, diceva anche
Cicerone, mores tam a stirpe generis et
seminis, quam er its rebus, quae ab ipsa
natura loci et a vitae consuetudine suppe-
ditantur. La volontà, come tutte
le funzioni psichiche, può essere
coltivata e condotta a maggiore sviluppo mediante l’eser- cizio: onde nei bambini hanno un'importanza
speciale gli esercizii di detta
facoltà. Il Perez ha scritto pagine
importantissime su tale ar- gomento,
insegnando al pedagogista come anche nelle più
piccole circostanze questi possa trovare il modo di eserci- tare nel bambino questa nobile attività dello
spirito. Noi non terremo dietro al
citato autore nell’ indicare i varii
mezzi con cui la volontà può essere ratforzata: diremo solo che egli molto opportunamente not a che
le decisioni e ie convinzioni del
bambino sono /ragilissime, non tanto per
la sua inesperienza quanto per la sua impulsività (data la poca coordinazione, la diversità e
il numero rela- tivamente piccolo dei
motivi che spingono all'azione) e per
aL ansi ——rr—————— iz _——
L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 229
la debolezza relativa del cervello e dei muscoli, ond’è bene che gli esercizii della volontà siano fatti
quando essa non è stanca e quando il
bambino è fresco e vivace. Ciò sopra tutto
riguarda gli esercizi della cosi detta volontà repres- siva, in cuì si concentra la forza
d'inibizione. Il fatto d'inibizione
incosciente per cui i gridi di dolore di un
bambino vengono arrestati da un rumore improvviso, c’in- segna come si debba da noi esercitare nel
miglior modo questa specie di volontà
repressiva. Così potremo arrestare ì
movimenti di collera in un bambino, producendo in lui un nuovo stato di coscienza, mercè una
sgridata; e fra quei due stati si
stabilisce un'associazione che rende più
facile l'arresto nell’ avvenire. Nello stesso modo si può eser- citare la volontà repressiva, facendo si che
il bambino moderìi l’ istinto della fame
e della sete col prestare atten- zione
ai preparativi che si stanno facendo pel desinare e così via dicendo. « È cosi — dice il Perez
— che la ‘ volontà comincia a poco a
poco e dolcemente, a trionfare degli
istinti più potenti ed a sopportare le punizioni più penose ».
Oltrechè con i mezzi che si possono dire derivatici e in certo modo preliminari, applicabili
specialmente ai bambini di minore età,
la volontà viene e rafforzata fa-
vorendo certi dati sentimenti, quali l’ amor proprio, l'amor dei parenti, l'orgoglio di far bene, ecc. e
lo svolgimento di determinate facoltà
quali l’attenzione e la riflessione. Il
vivere nella famiglia, il conversare coi parenti e coi compagni, la società intera, le leggi civili
ecc., debbono concorrere coll’esempio,
coll’approvazione e disapprovazione,
coi comandi, coi divieti, coi premi, coi castighi a produrre 230 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI nel giovine la convinzione che la sua
propria volontà è sotto l’azione di un'altra
volontà d’ordine superiore. Im-
portantissimo sotto questo rispetto è l’influsso della reli- gione: perocchè il rappresentarsi certe
azioni come appro- vate o disapprovate,
prescritte o vietate, premiate o pu-
nite dal più alto e perfetto degli esseri, dal potere e dalla santità suprema, non può a meno d'imprimere
nei senti- menti relativi una forza, una
profondità, un carattere sacro ed
inviolabile che senza questa credenza difficilmente a vrebbero.
Se poi sì considera come la prima relazione morale che si presenta tra i genitori e il fanciullo è
quella dell'autorità da un lato, della
dipendenza, soggezione dall'altro, s'intende fa- cilmente che il primo passo nella via di
questo svolgimento è dato
dall’obbedienza da parte dei bambini. Per ottenere tale virtù varî sono stati i metodi posti in
opera dai filosofi. e pedagogisti. Così
Locke aveva fiducia nell'amore e nella’
paura, Fénélon nell’ autorità, Rousseau nell’efficacia degli” ordini e delle proibizioni, fondati entrambi
questi sulla necessità delle cose e
sull’effetto morale prodotto dalla
conseguenza naturale degli atti, Spencer parimenti nella teoria disciplinare delle conseguenze, Bain
nella paura temperata dall’ affetto,
nell’ autorità che s'impone per-
suadendo, e talora anche nella correzione e Perez ed altri nell'azione del piacere e del dolore
adoperati in- sieme da chi presso il
bambino gode di simpatica autorità. Noi
crediamo che nessuno di questi mezzi sia sufficiente se adoperato in modo esclusivo; tutti devono
esser messi in opera nei casì in cui la
simpatia naturale si presenta de- bole;
ma certamente la preferenza tocca a quello dell’au- L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 231 torità, purchè questa sappia mostrarsi
fornita di pregio e di valore agli occhi
del bambino. Il segreto sta tutto qui:
nel sapersi imporre al bambino non con la semplice forza, ma con questa circondata da tutte le doti
atte a suscitare l'ammirazione e
l'interesse, ed anche la curiosità di lui.
Sicchè nei casi suaccennati l’educazione morale ha bi- sogno del soccorso delle rudimentali tendenze
estetiche ed intellettuali del bambino.
È naturale che un individuo sfor- nito
anche di queste non entra più nel dominio normale, ma in quello prettamente patologico. Chi pone una barriera insormontabile tra un
individuo e l'altro dal punto di vista
dello spirito e considera oghi forma di
attività spirituale come esclusivamente legata al corpo dell'individuo ed anzi ad un punto
dello stesso corpo si chiude la via per
poter intendere la realtà dello spirito
sopraindividuale che non riconosce la sua base negl'individui come tali, ma nelle associazioni di questi e
insieme si chiude la via per intendere
l’azione che può esercitare lo spirito
collettivo nelle sue varie forme su quello individuale, Eppure è un fatto che dalla vita puramente
organica si è svol- ta una vita
sopra-organica, il cui primo grado è rappresentato dalla famiglia, composta di individui o
membri che sono parti dello scopo a cui
tende quella forma collettiva e in-
sieme mezzi appropriati a raggiungere lo stesso. E questa associazione spirituale degli uomini non sì
presenta come un‘ aggregato, nel quale
l'individuo rimanga immutato nelle sue
proprietà, ma come un sistema per cuì egli acquista ca- ratteri che diversamente non avrebbe mai
ottenuto. Le po- tenze superiori dello
spirito della vecchia psicologia de-
scrittiva (ragione, volere, ecc.) sono da riguardare appunto è
232 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI
quali facoltà psichiche acquisite solo per mezzo della vita sociale, a differenza di quelle inerenti
propriamente all’in- dividuo che sono di
ordine inferiore (intendimento, appetito,
ecc.). L'uomo pensa il suo istesso pensiero e lo sottopone a norme universali, come valuta il suo volere
rapportandolo alle leggi morali; e ciò
perchè egli ha, per così dire, una
doppia vita interiore, una individuale ed una comune cogli altri uomini, la quale ultima è
sopra-ordinata all'altra. Riassumendo,
quando la simpatia (intesa in senso stretto)
è debole, l'educazione morale può essere sempre compiuta a patto che il bambino venga abituato a
sentire la sua propria volontà
influenzata da una volontà d’ordine supe-
riore. A ciò conseguire è necessario che sia lbene fissato un peculiare rapporto implicante autorità da
una parte e soggezione dall'altra :
rapporto che alla sua volta non può
divenire stabile e regolare se non sotto la condizione es- senziale che l’autorità, l'energia si
circondi di una certa aureola atta a
rispondere alle rudimentali esigenze este-
tiche ed intellettuali del bambino.
È evidente però che l'educazione non potrebbe mai pro- durre simili etfetti, se non esistesse in
ogni uomo (a pre- scindere
dall’attitnnine alla simpatia affettiva) il germe della moralità, vale a dire l'attitudine ad
avere ed a sen- tire la propria volontà
in dipendenza di un'altra volontà :
attitudine che, come si è visto, costituisce l'essenza propria dell’uomo qual’essere ragionevole e
socievole. L'educazione non può creare
la moralità allo stesso modo che
l'educazione artistica non potrebbe creare il senso del bello e l'educazione del palato il senso
del gusto in chi da natura ne fosse
sprovvisto. Quello che noi abbiamo -—
—. ———T -—Tr_r*—0- ——T — IL SENSO
MUSCOLARE” Da quando sì cominciò a
riflettere sui vari poteri del- l'anima
umana, si notò che almeno due grandi categorie
di attitudini — passive o recettive le une, attive o appe- titive le altre — bisognava assolutamente
distinguere. Nè poteva esser
diversamente dato il fatto che ogni processo
psichico realmente presenta due aspetti, quello recettivo da cui germogliano tutte le funzioni
conoscitive e quello attivo da cui
germogliano le varie fore dell’attività pra-
tica. Lo spirito umano d'altra parte, spinto dalla tendenza a tutto unificare ed armonizzare, a misura che
progredi nella riflessione e nella
speculazione, cercò di isolare i caratteri
e le proprietà comuni ad un complesso di fenomeni nella credenza che in questi prodotti della sua
facoltà astrattiva potesse trovare i
principii veri delle cose: nè si curò di
vedere se i detti elementi comuni esprimessero altro che caratteri puramente formali. Onde avvenne che
fin nella filosofia greca noì troviamo
itentativi più audaci per porre il
principio di tutti i principii in qualcosa di puramente formale : cosi per Aristotele il fondo
dell’universo è il mo- vimento, mentre
per Platone, segnatamente nel Fedone, è
il mondo delle idee concepite come forze, e in tutto il corso della storia della filosofia noi
troviamo sempre ripe- (1) Questo
Saggio che ora rivede qui la luce con molte modificazioni ed aggiunte, fu pubblicato la prima volta col
titolo “ Il fattore della motilità nelle
dottrine gnoseologiche moderne , nei Rendiconti dell’ Acca- demia dei Lincei (anno 1893). 17
246 IL SENSO MUSCOLARE tute
queste due intuizioni in modo più o meno chiaro ed evidente.
L'attività, ecco la formola atta ad esprimere la sostanza dell'universo. Ognuno vede che l’attività, la
forza, il mo- vimento essendo concetti
puramente formali potettero es- sere
applicati agli usi più disparati in rapporto al vario contenuto ad essi attribuibile. Da tal punto
di vista gli assiomi logici furono
considerati impulsi atti a muovere la
mente in date direzioni, impulsi che se ostacolati pro- ducono un senso di disagio, il quale alla sua
volta cessa coll'appagamento di quelli. Il
pensiero adunque fu ridotto al tentativo
di soddisfare ad un impulso speciale incitante
ad una forma di movimento spirituale diretta a produrre appunto l'appagamento e quindi la quiete. È
evidente che in tal caso le parole
tendenza, movimento, impulso, ecc., hanno
un significato differente da quello in cui sono ordinariamente adoperate per indicare mutamenti nelle
relazioni spaziali, ovvero mutamenti nei
rapporti della vita pratica. Ciò che va
notato è che noi abbiamo degli impulsi, delle tendenze di natura differentissima, i quali vengono poi
aggruppati in una sola categoria
soltanto per mezzo di un carattere espresso
dal nome, il che, è evidente, non basta per dichiarare identico e neanco affine il contenuto delle cose che
si vogliono si- gnificare. Certamente
voi potete esprimere il processo intel-
lettuale per mezzo di una tendenza al movimento, ma in tal caso dovete ricordare che si tratta di un
movimento di ordine speciale ; infatti
l'imperativo logico può assumere la
forma di « opera così » ma l’ « opera così » equivale in tal caso a « pensa così » e il « pensa così »
significa « è così >»; l'imperativo
pratico « opera così » invece non IL
SENSO MUSCOLARE 247 mira
all'affermazione della realtà, ma solamente al rag- giungimento dello seopo speciale prefissosi a
cui è inerente l'appagamento. Se io non
sono soddisfatto dal punto di vista
teoretico, se io cioè non ho operato in conformità delle leggi logiche la cosa non sta in realtà
come mi ap- pare, ma se io non sono
soddisfatto dal punto di vista pratico
la stessa conchiusione è evidente che non è am-
missibile ; in altri termini l'insoddisfacimento pratico non implica alcun giudizio sulla realtà, ma
soltanto sul valore di essa. Quando adunque in filosofia si parla di
attività, di forza, di energia, di
movimento come di concetti atti a darci la
chiave per risolvere i più ardui problemi, in sostanza non si dice nulla di concreto e di determinato;
vi è sempre luogo a domandare in ogni
singolo caso in cui una di tale parola è
adoperata, di che sorta di attività, di che sorta di forza s'intenda parlare. E forse il
fascino che spesso tali espressioni esercitano
sui metafisici dipende appunto dal vago
e dal nebuloso che esse contengono, onde ognuno
vi può sottintendere ciò che vuole.
In ogni modo l’analisi di dette nozioni, per quanto va- ghe ed indeterminate, meritava di esser
fatta; e in questi ultimi tempi la
psicologia esatta, e la teoria della cono-
scenza hanno cercato di rispondere « tale esigenza, col ricercare la loro origine e gli elementi
concorrenti alla loro formazione. Il
concetto che più degli altri ha attirato
l'attenzione dei filosofi è stato quello di forza o di atti- vità, la cui base psicologica è stata riposta
nel cosidetto senso muscolare. Pertanto
questo ha formato oggetto di studi
accuratissimi da parte dei psicologi e dei fisiologi in 248 IL SENSO MUSCOLARE .modo che senza tema di esagerare si può
affermare che tale ordine d’indagini
forma una parte interessantissima della
psico-fisiologia moderna. Noi ci proponiamo appunto di ricercare che valore abbia effettivamente
il senso mu- scolare per sè considerato
e in rapporto ai vari uffici che gli si
vogliono attribuire per lo svolgimento della vita psichica in genere. Cominciamo dall’indagare
la natura delle sensazioni muscolari. Le sensazioni muscolari. Esistono le sensazioni muscolari? Parrà
strano, ma pur trop- po è così; dopo
tanto discutere sull'ufficio delle sensazioni mu- scolari nello sviluppo della psiche umana,
ancora c' è bisogno di porre il problema
circa l’esistenza di esse. È già da molto
tempo che la questione delle sensazioni muscolari è di- battuta, sia in fisiologia che in psicologia
; e anche coloro che concordano
nell’ammettere tali sensazioni sì scindono
per quel che concerne la natura e la sede di esse: si ha così la teoria dell'innervazione centrale (Bain,
Wundt, Ludwig ecc.) e quella dell’
innervazione periferica ovvero la teoria
efferente o centrifuga e quella afferente o centripeta : se- condo la prima, all'esecuzione del movimento
precederebbe la coscienza dell'impulso
dato e dello sforzo fatto per com- piere
il movimento stesso: e sostrato di tale coscienza sarebbero i centri e i nervi motori, la cui
funzione precedente all’ esecuzione del
movimento non potrebbe non rivelarsi
alla coscienza. In favore di tale opinione parlerebbe mas- simamente la coscienza che si ha dello sforzo
per muovere ìL SENSO MUSCOLARE
249 vn arto paralitico. Stando alla
seconda opinione, il senso della forza
sarebbe dato dai nervi sensitivi che dai mu-
scoli e dalle placche esistenti tra i nervi e i muscoli tra- smettono ai centri notizia delle varie
condizioni in cui i muscoli si possono
trovare prima e dopo la contrazione e dopo
una fatica maggione o minore. In favore di tale opinione starebbero poi le osservazioni (Gley e
Marillier) cliniche e sperimentali, le
quali provano che con un arto paralitico
non è possibile valutare nè il peso nè la direzione dei mo- vimenti, nè la posizione degli arti,
semprechè, bene inteso, gli occhi siano
bendati. — Qui dobbiamo notare che
l'opinione del Wundt si è andata
modificando ed ormai egli non ammette più la coscienza pura e semplice della innervazione centrale, ma
per conciliare in certa maniera le due
vedute, egli è d’avviso che il senso dello
sforzo da principio fu di origine prevalentemente periferica, e come tale trasmesso e registrato nei centri
cerebrali; ma poi- chè si trova connesso
coll’immagine del movimento compiuto, è
naturale che riproducendosi quest’ultima, si debba presen- tare anche l’imagine mnemonica delle
sensazioni muscolari che l'hanno per
l’innanzi accompagnata. In tal guisa sarebbe
spiegabile come il senso dello sforzo e la misura della forza necessaria precedano l'esecuzione di un dato
movimento. Del resto la questione non è
definita in modo decisivo, ed anche oggi
si pubblicano dei lavori in appoggio dell’ una
e dell’ altra tesi. Parrebbe, ad esempio, dalle ricerche di Mosso e di Waller, che il senso della fatica
non sia solamente di origine periferica,
tanto più che volendo ridurre quella ad
una forma di avvelenamento, è naturale che quel me- desimo veleno, il quale agisce sulle
terminazioni perife- 250 ÎL SENSO
MUSCOLAKE riche nervose, possa agire
anche sui centri da cui deve partire
l'impulso. Il Waller applica i risultati ottenuti dagli esperimenti fatti sul senso della
fatica allo studio del senso dello
sforzo, comunque questo sia una sensazione
che accompagna l’ azione muscolare, mentre la fatica una sensazione chè segue l' azione muscolare :
esse hanno però una causa ed una sede
comune. La fatica, stando ai risul- tati
offerti dal Mosso, si manifesta con segni tanto centrali che periferici : se l'attività volontaria di
un muscolo è protratta fino al suo
limite estremo, l'eccitazione diretta
del muscolo può farlo agire ancora, il che prova che l’esau- rimento centrale interviene prima dell’
incapacità ad a- gire da parte del muscolo
: donde si è dedotto che se la fatica è
dovuta ad ogni esaurimento tanto centrale che
periferico, il senso dello sforzo del pari accompagnerà tanto l'attività centrale quanto quella periferica.
Vi sarà un senso centrale d'innervazione
motrice che aiuta e regola i mo- vimenti
muscolari. Al Waller però si è obbiettato che egli ammette come provati tre fatti, i quali
effettivamente non lo sono: 1° i segni
obbiettivi dell’esaurimento in un data
parte non depongono sempre per il consumo di energia nella medesima parte: gli esperimenti del
Mosso, infatti, provano che il lavoro
intellettuale ol’ attività di alcuni mu-
scoli fa scemare la forza dei muscoli in riposo ; 2° il senso subbiettivo della fatica non indica un previo
sforzo nella stessa parte, come vien
provato dal fatto che il senso di fatica
e di peso nelle palpebre non è niente affatto pro- porzionato al lavoro che quest'organo ha
compiuto, specie molte volte il mattino,
dopo il completo riposo di quei mu-
scoli; 3° i segni obbiettivi dell’ esaurimento non corrispon- IL SENSO MUSCOLARE 251 dono per il sito della loro origine al
senso subbiettivo della fatica, e lo
stesso va detto dei segni obbiettivi dello sforzo rispetto al senso subbiettivo dello sforzo
stesso. Il senso di fatica non
accompagna necessariamente l'esaurimento
obbiettivo, nè esso è localizzato dove questo ha luogo : lo stesso va detto del senso dello sforzo, il
quale, sia men- tale o fisico, non è
localizzato negli organi centrali, ma in
vari muscoli della testa e del corpo.
Gli oppositori recisi alla teoria dell’ innervazione cen- trale vogliono che le sensazioni muscolari
non siano per niente differenti dalle
altre sensazioni speciali; il senso
muscolare per loro è un sesto senso specifico proveniente dai muscoli che dà il sentimento dell’
attività, come l'’or- | gano della vista
dà il senso della luce e del colore. Non
è ammissibile quindi che i centri e nervi motori entrino in simile meccanismo, come quelli che hanno una
funzione diversa, ben definita da
compiere. Il senso della forza e dello
sforzo come precedente al movimento da eseguire, con- siderato come centrale, è un'illusione : è
dai muscoli che quando già sta per
incominciare il movimento, partono
quelle eccitazioni, le quali danno il senso dello sforzo (1). Se non che molte obbiezioni sono state
rivolte a coloro che hanno ammesso
sen’altro le sensazioni muscolari periferi-
che. L'argomento che doveva presentarsi per il primo alla mente degli oppositori doveva essere quello
dell’assen?a di ogni rivelazione della
loro esistenza all’introspezione. Al che
i sostenitori dell’esistenza delle dette sensazioni hanno ri- sposto che essi ammettono solo la
cooperazione, il concorso (1) V.atal
proposito Bastian, “ L’Attention et la colonté ,, Recue phi- losophique, anno 1892. | POE ‘ )
952 ÎL SENSO MUSCOLERE di
elementi muscolari nello svolgimento dei fatti mentali, in quanto i muscoli in contrazione
(contrazione che ac- compagna i diversi stati
psichici) agiscono come stimoli delle
terminazioni nervose periferiche : la loro esistenza viene perciò mascherata dai molteplici fatti
concomitanti. Allo stesso modo che,
secondo James, la sensazione di rosso
non si combina con quella di violetto per produrre il pur- pureo, ma i due stimoli agiscono nello stesso
tempo in modo da dar luogo ad un
processo cerebrale di una terza specie,
il cui fatto concomitante è la sensazione purpurea, così noi possiamo benissimo avere una gran
quantità di stati mentali, nei cuì
processi organici concomitanti entrino degli
elementi muscolari, mentre non possiamo dire di avere stati mentali che contengano sensazioni muscolari
come parte della loro composizione. I
processi nervosi derivati dagli stimoli
della contrazione muscolare si uniscono coi processi nervosi provenienti da altra sorgente per
produrre degli stati coscienti che sono
irreducibili, come avviene della
sensazione purpurea quando è considerata per sè. « Gli atomi delle sensazioni, sempre secondo James,
non possono combinarsi per produrre
delle sensazioni più complesse, non
altrimenti che gli atomi della materia non compogono i corpi fisici: è vero che quando essi sono
aggruppati' in una certa maniera, n0: li
chiamiamo questa o quella cosa, ma la
cosa nominata non ha esistenza fuori della nostra mente ». Qui si potrebbe obbiettare che noi
possiamo otte. nere sensazioni separate
del rosso e del violetto, e possiamo
scovrire anche la somiglianza del purpureo con entrambi ì suol costituenti : ora come avviene che noi
non perce- piamo gli elementi muscolari
come sensazioni separate ? IL SENSO
MUSCOLARE 253 Ma a ciò si risponde che
uno stato mentale si può sola- mente
analizzare e scomporre in quegli elementi che sotto condizioni diverse possono essere
sperimentati come feno- meni separati;
vi sono molte ragioni, perchè le sensazioni
muscolari non possano essere sperimentate o solo con grande difficoltà. L' esplorazione colla vista e col
tatto, che in altri casi aiuta e rende
necessario il processo di localiz-
zazione, qui appare impossibile. Noi impariamo, dice 1’ Hel- lemholtz, a dirigere l’' attenzione sopra
quelle sensazioni separate, le quali
servono come mezzi per stringere i rap-
porti col mondo esterno. Ora ognuno vede che non presenta alcun interesse pratico la distinzione delle
sensazioni mu- scolari come tali, mentre
è di grande importanza che le
eccitazioni sensoriali provenienti dagli organi interni si combinino con quelle dei sensi specifici per
formare quei processi nervosi complessi
i cui concomitanti coscienti sono i
sensi dello sforzo, della grandezza spaziale, ecc. D’ altra parte in casì speciali le sensazioni
muscolari si rivelano all’introspezione
: i crampi, la tensione muscolare giunta
all'estremo, la fatica ecc. sono sensazioni localizzate nei muscoli. Infine Goldscheider ha mostrato che
se lasciando passare per un muscolo
anestesico una corrente elettrica, lo
facciamo contrarre, abbiamo una certa sensazione so- migliante a quella ottenuta colla pressione
del muscolo, e localizzata non in tutto
l’arto che si muove, ma solo nelle parti
più profonde. Un secondo argomento
degli oppositori è questo, che pur
ammesso che nervi sensitivi esistano nei muscoli, questi serviranno solamente a darci notizia del
grado di stan- chezza dei muscoli
stessi. Ma qui è facile rispondere che
254 iL sENSO MiSCOLARÉ il senso
di tensione è molto differente da quello di fatica e che taluni esperimenti fisiologici mostrano
che l'attività muscolare diviene presso
che impossibile senza la regola-
rizzazione apportata dalle sensazioni muscolari. Un'obbiezione fatta per prima da A. W.
Volkmann dice che il senso muscolare può
al più darci notizia dell’esi- stenza
del movimento, ma difficilmente un’informazione di- retta sulla estensione e direzione di questo.
Noi non possiamo sapere se la
contrazione del supinafor longus ha un'esten-
sione maggiore di quella del supinator brevis ecc. Qui oc- corre ricordare che gli elementi muscolari
essendo fusi con altre eccitazioni, non
possono essere riconosciuti come tali e
non possono essere localizzati nei muscoli, da cui trag- gono origine, ed è perfettamente vero che in
molti casì è impossibile aver nozione
dell'estensione e direzione del movimento
muscolare; associati però con altri elementi
sensoriali rappresentativi, possono essere di aiuto nella de- terminazione delle differenze esistenti tra i
movimenti di varie parti del corpo. Miller e Schumann richiamarono l'attenzione
sul fatto che ad un certo grado
d'intensità dell’ eccitazione ner- vosa
muscolare non sempre corrisponde una stessa po-
sizione delle membra. « Una stessa pressione sui nervi sensitivi dei muscoli può esistere nel caso
di un grado no- tevole di contrazione, e
di un grado leggero di tensione, come
nel caso di un grado leggero di contrazione con: giunto con un grado notevole di tensione ». A
ciò si ri- sponde che noi abbiamo imparato
colla propria esperienza a distinguere
esattamente tra una pura tensione musco-
lare non accompagnata da movimento ed un’ eccitazione fi SENSO MUSCOLARE 255 capace di produrre il medesimo : e ciò
perchè in ogni movi- mento le sensazioni
sia mmnscolari, che tattili, visuali ecc.
differiscono a seconda della resistenza incontrata da parte degli oggetti esterni o dei muscoli
antagonisti; e tutte le combinazioni
possibili di estensione, resistenza e rapidità
sono associate con complessi di sensazioni differenti. Nel caso della semplice tensione la resistenza
incontrata è mi- nima, mentre è massima
nel caso del movimento attuale: nei due
casi le sensazioni concomitanti a quelle musco-
luri devono per necessità essere differenti; e pur non con- siderando le sorgenti dei vari elementi
sensoriali, l'impres- sione totale
prodotta dalle loro differenti combinazioni è
avvertita e differenziata Se moi avessimo solamente le sensazioni provenienti dai muscoli in
contrazione l’obbie- zione anzidetta
reggerebbe, ma il nostro giudizio è sempre
aiutato da elementi provenienti dai muscoli antagonisti e dalle parti connesse : pelle, tendini,
ecc. Si è obbiettato che noi comparando
i pesi paragoniamo in generale solamente
la rapidità dei movimenti che ne ri-
sultano, e pensiamo che il peso leggero sia quello che più agevolmente sia stato alzato, come vien
provato dal fatto che se un individuo è
stato abituato per qualche tempo a
sollevare alternativamente dei pesi di 600 e di 1200 grammi, solleverà con grande rapidità il peso
di 800 grammi | sostituito a sua
insaputa a quello di 1200 grammi, giu-
dicandolo anzi più leggero di quello di 600 grammi. Tale fatto contraddice, a sentire. taluni, non
solo alla teoria dell'innervazione
centrale, ma anche a quella secondo cui
le sensazioni muscolari c’informerebbero della resistenza, giacchè se così fosse, i pesi sollevati con
impulso più e- 9256 IL SENSO
MUSCOLARE nergico dovrebbero essere
maggiori. Se non che, come si è detto, é
l’insieme delle sensazioni concomitanti che rende possibile la distinzione tra movimentoe
resistenza: è la fis- sità di quelle
associazioni che produce talune illusioni,
quando le condizioni di esperimento non sono le abituali. Nel riferito esperimento il maggior
adattamento all’ im- pulso può essere
rivelato allo spettatore solamente per via
della maggior rapidità che ne risulta, ma per la persona sottoposta all'esperimento la cosa essenziale
non è la mag- giore rapidità, nè
l'impulso preparato, ma l’accomodamento
maggiore dei muscoli nel momento di sollevare il peso minore.
Si è notato ancora che la sensibilità muscolare non dif- ferisce nel caso che i movimenti siano
prodotti attivamente da quando sono
passivi. Bernhardt dapprima e poi Ferrier
e Goldscheider stabilirono degli esperimenti facendo solle- vare dei pesi per .mezzo della stimolazione
elettrica dei nervi, e trovarono che la
valutazione dei pesi è esatta ed
accurata ogni volta che il movimento è prodotto da sti- molazione elettrica o riflessa. Inoltre fu
sperimentalmente provato che nel caso di
movimenti passivi il minimum
dell'escursione percettibile difficilmente differisce da quello dei movimenti attivi. Ma ciò non prova nulla
contro la importanza delle impressioni
muscolari nella percezione dei
movimenti: pure ammesso che i movimenti attivi dif- feriscano dai passivi non solo perchè
l’immagine di essi precede e produce
direttamente i movimenti, ma anche per
molti fatti concomitanti periferici, in quanto nei movi- menti attivi agiscono gruppi più estesi di
muscoli, e vi è un maggior grado di
tensione nei muscoli antagonistici IL
SENSO MUSCOLARE 257 e nei tendini,
rimane sempre vero che nei movimenti pas-
sivi gli elementi essenziali per giudicare del grado e della direzione di quelli non mancano, ond’è che la
ditferenza nei due casi non può essere
grande. Si è cercato di spogliare quasi
completamente di sensi- bilità i
muscoli, attribuendola alle parti annesse, pelle, tendini, ecc., e Goldscheider sì è creduto
autorizzato ad e- mettere formalmente
una tale ipotesi, dopo aver consta- tato
che nei casì di diminuita sensibilità delle parti an nesse la valutazione tanto dei movimenti
attivi quanto di quulli passivi apparisce
minore. Certamente la sensibilità delle
parti annesse-è un fattore importante dell’accurata percezioné del movimento, ma non è il solo; e
l’intro- spezione in dati casi ci rivela
così l’esistenza di sensa- zioni
localizzate puramente nelle parti annesse come delle sensazioni puramente muscolari. L'intervento
delle impres- sioni provenienti dalle
parti annesse può, secondo Dela- barre,
esser necessario per distinguere una pura tensione muscolare da un movimento attuale; ma taluni
fatti pro- vano che le medesime
impressioni hanno poco o nulla a che
tare con la valutazione dell’estensione del movimento: di due movimenti p. es. di eguale estensione
è stimato più breve quello nel cui
inizio i muscoli sono più attivamente
contratti : ora le impressioni provenienti dalle parti an- nesse non possono spiegare questa illusione,
giacchè esse non differiscono nei due
casi, che il braccio sia più o meno
contratto al principio del movimento.
Miller e Schumann, essendo discesi ai particolari, hanno negato che le sensazioni muscolari
provenienti dall'occhio possano spiegare
le localizzazioni delicate ed. accurate che
258 iL SENSO MUSCOLARE noi
facciamo nel campo della vista. Noi certo non abbiamo coscienza dei movimenti oculari come tali, ma
ciò era da aspettarsi riflettendo, che
una tale notizia essendo di poco
interesse per l'individuo non vale a svegliarne ed a fis- sarne l’attenzione. Le impressioni muscolari
formano un in- sieme colle sensazioni
della luce ; il che rende debole nella
coscienza non solo la nozione dell'eccitamento di una data parte della retina, e la nozione della
posizione o dei movimento del globo oculare,
ma la nozione di una posi- zione
particolare del punto di fissazione nello spazio a tre dimensioni.
Altri autori finalmente per provare come le sensazioni muscolari non hanno niente a che fare colla
nostra facoltà localizzatrice,
riferirono il caso di un uomo, il quale era stato completamente cieco per sette anni: se a
costui si volgeva la parola dalla parte
destra, i suoi occhi si muovevano verso
questa parte senza divergenza, ma se gli si parlava da sinistra, si notavano bensi degli accenni
a movimenti associati in entrambi gli
occhi, ma questi finivano poi col restar
fissi nel mezzo delle orbite ; tuttavia il soggetto a- veva l’idea che i suoi movimenti fossero
della massima estensione verso sinistra.
Ma i fautori delle sensazioni ma-
scolari hanno interpretato tale fatto, dicendo che il citato individuo attribuiva il senso di tensione
proveniente da altri muscoli a quelli
oculari; cosa che può avvenire con molta
facilità. Dopo aver mostrato per mezzo
dell'esposizione e discus- sione delle
principali obbiezioni fatte all'esistenza delle
sensazioni muscolari, la possibilità teorica di ammet- terle, è giusto ricercare se l’Istologia e la
Fisiologia sul IL: SENSO MUSCOLARE
259 terreno dei fatti e degli
esperimenti siano nel caso di dare una
risposta decisiva, Nel tessuto connettivo superficiale che involge i muscoli furono scoverte delle
fibre nervose sensitive, le quali
terminano nei corpuscoli di Pacini; ma
nella sostanza muscolare contrattile non sono state osser- vate finora fibre sensitive; ed ora nessuno
crede più alla scoverta del Sachs. Golgi
scovri un organo muscolo-ten- dineo
situato nella zona di passaggio dul muscolo al ten- dine, connesso colle fibrille dell’uno e col
tessuto dell’al- tro e fornito di nervi
sensitivi. Il Cattaneo crede che que-
sto sia l'organo della sensibilità muscolare. Anche le ricerche fisiologiche starebbero a
provare l’e- sistenza di nervi sensitivi
nei muscoli. Sachs afferma che molti dei
nervi intramuscolari possono essere stimolati senza produrre contrazione, e che dopo la sezione
dei tronchi motori solamente una parte
dei nervi muscolari degenera. Francesco
Franck avendo ripetuto i medesimi esperimenti,
arrivò alla conchiusione che i muscoli contengono fibre centripete. Altri esperimenti mostrano che sì
può aver pa- ralisi tanto tagliando i
nervi sensitivi che finiscono nella regione
muscolare, quanto tagliando i nervi motori stessi ; il che prova che la sensibilità è
indispensabile per rego- lare i
movimenti. Bell (1832), Magendie (1841), ed ulti- mamente Exner arrivarono al medesimo
risultato. Allo Chauveau però va
attribuito il merito di aver provato in
modo luminoso che le impressioni sensitive necessarie alla motilità provengono dal muscolo stesso ; egli
infattì trovò nel cavallo due muscoli
forniti di due branche nervose distinte,
l'una sensitiva e l’altra motrice: A) un mu-
scolo volontario striato, lo sterno mastoideo ; e B) un mu- 260 1L SENSO MUSCOLARE scolo involontario striato, quello dell'esofago:
ora la se- zione della branca motrice
produce paralisi in entrambe ; la
sezione della branca sensoriale di A) non sospende la reazione agli stimoli volontari, essendo
associata nella sua funzione motrice con
altri muscoli forniti dei loro nervi
sensoriali; la sezione delle fibre sensitive di B) produce di- sturbo delle funzioni motrici. La
stimolazione elettrica delle fibre
sensitive di A) e di B) produce tetanizzazione o contrazione. Da tutto ciò il Chauveau dedusse
che i mu- scoli sono forniti di nervi
motori e sensitivi, e che i fila- menti
terminali dei nervi sensitivi probabilmente non hanno relazione diretta cogli elementi muscolari,
ma contribui- scono a formare le
anastomosi preterminali o reti dei nervi
motori, dove essi sono direttamente eccitati dalla corrente motrice: si verrebbe così a formare un
completo circuito sensitivo motore
necessario all'azione dei muscoli.
Volendo riassumere, diremo che le questioni relative alle sensazioni muscolari si riducono
principalmente a due, se esistano delle
sensazioni muscolari e se esse vadano loca-
lizzate nella periferia o nei centri motori. Ora che esistano delle sensazioni muscolari capaci di farci
valutare il peso, la pressione, la
tensione, l'estensione e la direzione dei mo-
vimenti, ormai è fuori dubbio: una quantità di esperimenti lo provano, e d'altra parte è naturale
supporre che la fun- zione muscolare si
riveli in qualche maniera alla coscienza,
come tutte le funzioni degli altri organi corporei in un modo più o meno vago e indeterminato. Certamente
quando si parla di sensazioni muscolari
non bisogna credere che esse provengano
esclusivamente dai muscoli ; è più ragionevole IL SENSO MUSCOLARE 261 pensare che secondo i casi, con esse si
denoti un complesso di sensazioni
provenienti da parti differenti. Già il Lewes
notava che la sensibilità cutanea ha una parte importante nella coordinazione dei movimenti tanto che
un'anestesia provocata nella pianta dei
piedi può dar luogo (cosa no- tata anche
dall'Heydt) a fenomeni d'incoordinazione mu-
scolare. Ma anche senza seguire il Lewes, il quale ammet- teva le sensazioni muscolari come
provenienti: 1° dagli impulsi motori; 2°
dalle intuizioni motrici; 3° dalle con-
trazioni muscolari vere e proprie; 4° dagli effetti di queste contrazioni sulla pelle; 5° dalle
coordinazioni mu- scolari, cioè dalle
sensazioni che suggeriscono o accompa-
gnano i movimeuti ideali non eseguiti e quelli reali, è in- dubitato che quando si parla di sensazioni
muscolari dob- biamo sempre intendere un
insieme di sensazioni di origine
diversa. D'altra parte è
possibile ammettere senza alcuna riserva
l'opinione di coloro che vogliono fare del senso della forza, come del senso della fatica un senso
specifico proprio dei nervi centripeti
muscolari? È ciò che vedremo orora pas-
sando ad esaminare i vari uffici attribuiti al senso musco- lare. Per mezzo di questo infatti si è voluto
dar ragione del senso peculare di
energia interiore, della valutazione
dell’intensità, della genesi psicologica delle rappresentazioni di movimento, di tempo, di spazio, e della
percezione della realtà esterna. 262 IL SENSO MUSCOLARE ll senso di energia. Si è tentato adunque per prima di derivare
dalle sensazioni muscolari il senso di
energia o la percezione dell'attività infe-
riore sotto qualunque forma si presenti. Si è detto: ad ogni sensazione e percezione segue in modo
reflesso un movi- mento, ossia una
contrazione muscolare, la quale di rimando
trasmette al centro le notizie circa le modalità della sua contrazione, trasmette cioè le sensazioni
muscolari affe- renti o ceutripete:
queste poi si associano intimamente colle
sensazioni provocatrici dei movimenti conservandosi e re- gistrandosi in appositi centri cerebrali. Da
ciò consegue che al presentarsi di una
sensazione o percezione identica o
simile alla primitiva, per associazione si ridestano le immagini dei movimenti compiuti, immagini
che, guidando i movimenti da ripetere,
costituiscono l’essenza dello sforzo. Va
notato qui che un tale schema ha subito molte varia- zioni da parte dei fisiologi e dei psicologi
(1): recente- mente, p. es., si è negato
financo che nella corteccia ce- rebrale
esistano dei centri psico-motori, la zona rolandica a cui era stato per lo innanzi attribuito
tale ufficio, con- terrebbe solamente i
centri delle sensazioni muscolari. I
centri motori, alla cui funzione è stato negato in modo as- soluto (contro l'opinione segnatamente del
Bain) la possibilità di divenire
cosciente, sono posti nella base del cervello e (1) Per una chiara e precisa esposizione
dello stato attuale della questione v.
Bastian, I Attention et la Volonté, * Revue philosophique, » anno 1892.
{IL SENSO MUSCOLARE 263 nel
bulbo. C'è però chi (Ferrier), pur escludendo la coscienza (come tali scienziati dicono) dai centri
motori, ammette nella corteccia
l'esistenza di centri motori puri a fianco a quelli cinestesici. Questi ultimi poi per tutti non
si troverebbero solamente in una
determinata regione corticale del cervello
ma frammisti ai vari centri sensoriali (1). Sicchè tali psi- cofisiologi credono di poter ridurre le
funzioni psichiche fondamentali ai movimenti
reflessi, senza punto dar im- portanza a
taluni fatti che evidentemente contradicono
alla loro opinione, come per es. l'insorgenza di taluni mo- vimenti spontanei, che non si possono in
alcun modo rap- portare a stimoli
esterni, e l'impossibilità di spiegare per
via del puro meccanismo i movimenti reflessi rispondenti ad uno scopo, in mezzo ad una molteplicità di
stimoli e- steriori. A ciò sì aggiunga
che voler dare ragione dell'at- tività
psichica vera e propria, fondandosi sulla fisiologia, è impresa presso che disperata, giacchè senza
l’osserva- zione interiore, quella sola
del sistema nervoso non ci potrà
mostrare che dei mutamenti molecolari, non mai psichici. Ma anche lasciando da parte tali considerazioni,
il senso muscolare può dar ragione di
quella forma di attività in- teriore che
si esercita sul corso delle nostre idee ? Molti :1) L'origine della forza adoperata a
produrre le contrazioni mu- scolari
appropriate dovrebbe essere cercata, secondo tale teoria, nel- l’attività molecolare dei centri sensitivi e
cinestesici. Ed in appoggio si riferisce
il caso di persone, che volevano, ma non potevano eseguire con successo certi movimenti d’elocuzione in
seguito alle impressioni visuali appropriate
e tuttavia conservavano la facoltà di produrre questi movimenti in risposta ad eccitazioni uditive
corrispondenti. D'altra parte si
racconta di persone incapaci di effettuare i movimenti della scrittura quando lo stimolo era uditivo, mentre erano
capaci di compiere imme- diatamente gli
stessi movimenti in risposta alle impressioni visuali. 264 IL SENSO MUSCOLARE tra i quali il Ribot, il Richet ed altri,
non esitarono a rispondere in modo
affermativo, ma altri più circospetti
dovettero concedere che il senso muscolare non è un fat- tore costante dell’attività interiore,
soggiungendo però che quest'ultima in
tanto si rivela come tale alla coscienza,
in quanto mediante la riflessione e la memoria è messa in rapporto con sensazioni muscolari in
antecedenza provate. Ognuno' però vede
l'errore che è in fondo a questa af-
fermazione: la riflessione e la memoria non possono mu- tare qualitativamente nessun fatto psichico.
Inoltre le sen- sazioni muscolari
possono solamente essere un indice del-
l'intensità della volontà, allo stesso modo che in un atto di scelta la forza dei motivi in contrasto
guida il nostro giudizio sull’intensità
della volontà chiamata & scegliere :
ma esse non possono mai dar ragione del caso sempli- cissimo in cui una rappresentazione per la
prima volta ecciti l’attenzione. Coloro che hanno riposto l'essenza della
volontà come di ogni attività psichica
nelle sensazioni muscolari, non si sono
mai domandati, perchè noi consideriamo (il che è un fatto) un'azione, un movimento, o una
contrazione musco- lare come voluta, ma
non come parte essenziale della vo-
lontà, dal che sì deduce che le sensazioni che accompa- gnano la contrazione muscolare non possono
essere com- prese quali elementi della
volontà : è ciò che precede ad esse che
forma il nocciolo dell’attività. Non basta : Perchè alle rappresentazioni dei movimenti, si può
domandare, non sempre tengono dietro i
movimenti effettivi corrispon- denti? È
vero che Miinsterberg risponde che in tali casi
un impulso più forte impedisce a quelle di effettuarsì : ma iL SENSO MUSCOLARE 2065 donde e in che consiste questo impulso più
forte? E qui l'opinione del Miinsterberg
si confonde con quella dello Spencer e
dello Steinthal, i quali alla lor volta non pos- sono dar ragione del disaccordo che si nota
spesse volte tra la rappresentazione di
un movimento e la sua esecu- zione, del
perchè anche nell’assenza delle condizioni di ar- resto, non sempre una rappresentazione di
movimento produce un movimento reale, e
del perchè fra molte- plici
rappresentazioni di movimento anche non contradi- centisi fra loro, una sola riesca a produrre
di preferenza un movimento effettivo.
Senza dire poi che rimane sempre da
spiegare in che propriamente consista l'arresto. Il senso di energia non rivela una qualità
particolare del mondo esteriore come,
poniamo, il suono, la luce, ecc., ma è
essc stesso una qualità generale, applicabile a tutto il contenuto della vita psichica. E in ciò
proprio, secondo noi, sta la ragione
principale per cui il senso di forza non
può avere un organo speciale, nè può appartenere alla pro- prietà della nostra mente che si chiama
rappresentativa. Nessuno penserà mai di
applicare una sensazione tattile o
luminosa ad una sensazione sonora, ma tutti crederanno di poter applicare la nozione di forza ai
vari elementi psichici: dal che si
deduce che una tale nozione ha la sua
base in una proprietà generale di tutta la psiche, la quale proprietà come la vita, si rivela
immediatamente alla co- scienza. Coloro che hanno creduto di poter ricondurre
il senso di forza alle sensazioni
muscolari, non hanno in alcun modo
provato come queste possano ottenere il privilegio di divenire regola e misura di tutte le
sensazioni. Se esse 266 IL SENSO MUSCOLARE sono sensazioni come le altre, se esse
hanno i medesimi caratteri, non potranno
dare che effetti affini, vale a dire.
una notizia più o meno precisa delle impressioni che si producono nelle parti periferiche, in cui
vanno a finire le terminazioni nervose.
Da ciò al poter salire al grado che
occupa nella nostra coscienza e nel nostro sviluppo psi- chico il sentimento di energia molto ci
corre: non basta che talune sensazioni
variino in una certa maniera ed in mi-
nor grado rispetto ad altre con cui sono in stretta rela- zione, perchè le une diventino misura delle
altre. Quelli che hanno attribuito alle
sensazioni muscolari l'ufficio di
divenire forma di tutto il contenuto psichico non hanno riflettuto che perciò stesso venivano
implicitamente ad am- mettere
un'attività o spontaneità interiore, capace di ordi- nare e disporre in una certa guisa taluni
fatti psichici rispetto agli altri. L'attività interiore non diviene cosciente
solamente in seguito alle sensazioni
muscolari, ma anche in seguito a tutti
gli altri fatti psichici, dai più semplici ai più com- plessi, nei quali la contrazione muscolare
non ha niente a che fare. La vivacità
con cui irrompono nella fantasia di un
artista le imagini di cui egli compone l’opera d'arte e le varie forme d'intensità con cui reagisce
lo spirito agli stimoli esterni sono
altrettante modalità con cui si rivela
alla coscienza l’attività interiore. I’altronde la tendenza ormai accentuata a spiegare il senso
dell'attività per mezzo delle sensazioni
muscolari ha un fondamento solido, posi-
tivo, sperimentale, o non è piuttosto un'ipotesi comoda per velare la nostra ignoranza ? Oramai è notorio
che taluni psicologi attribuiscono alle
sensazioni muscolari tutto ciò ÎL
SENSO MUSCOLARE 267 che non è
spiegabile per mezzo delle altre sensazioni pe-
riferiche e in ciò sono seguiti dagl'inesperti, i quali non si domandano se le sensazioni provenienti da
organi come i muscoli possano dare tanti
effetti strordinari. L'argu- mentum
crucis di tali scienziati in fin dei conti è che se un individuo è reso privo della sensibilità
nei muscoli di un arto, non’ può
valutare nè il peso, nè l'estensione, nè
la direzione dei suoi movimenti e nemmeno la forza ne- cessaria per compiere questi ultimi. Ma,
domandiamo noi, è lecito da un tal fatto
dedurre che il senso della furza e del-
l'attività è dato dai muscoli senz'altro ? Un tal ragionamento non somiglia forse a quello per cui si
considera il pensiero una funzione del
cervello, sol perchè pensiero e cervello
mostrano di essere in connessione fra loro ? Se ciò fosse esatto, si dovrebbe dire che l’idea è una
funzione o un effetto della parola, sol
perchè l’idea e la parola che l’e-
sprime sono intimamente connesse fra loro. A noi sembra più positivo affermare che l’attività dello
spirito, come la vita, lungi dall'essere
riposte in una parie sola dell'orga-
nismo, compenetrano tutto quest’ultimo ed hanno bisogno di esso per attuarsi, deterininarsi e
concretarsi, come l’idea dell’artista ha
bisogno della materia (marmo, colore, ecc.)
per tramutarsi in qualcosa di reale.
Noi certo non possiamo dire, come credette Maine de Biran ed altri, di aver coscienza immediata
dell’energia in quanto motrice, ma
semplicemente in quanto mentale, cioè in
quanto sforzo di volontà per produrre un mutamento di stato : sforzo mentale che si accompagna
1° con una scarica cerebrale di cui si
ha un sentimento particolare (senso di
sforzo cerebrale); 2° con una corrente centrifuga 268 IL SENSO MUSCOLARE attraverso l'organismo, della quale non
abbiamo coscienza; 3° con movimenti
muscolari che ci sono noti per via di
sensazioni afferenti. E ciò che esiste nella coscienza non è il movimento come mutamento di relazione
nello spazio, ma il principio reale del
movimento, il suo fondo interno, cioè
un'azione od una reazione che ha per conseguenza dei cambiamenti interiori e dei cambiamenti
locali. Il movi- mento effettuato è una
rappresentazione della memoria, la quale
ha bisogno di essere interpetrata.
Coloro che credono di poter fare a meno di ammettere una forma di attività originaria dello
spirito, credono di poter spiegare
l’azione che ha la volontà sul corso delle
idee mediante le ordinarie leggi dell’associazione. Essi di- cono p. es. : se noi intendiamo di
modificare. o di mante- nere o di
sviluppare una serie di pensieri determinati, noi non dobbiamo far altro che richiamare per via
di associa- zione quelle impressioni che
ci sembrano utili al nostro scopo :
impressioni di natura differente, se si tratta di cac- ciar via o d'interrompere un seguito di
ricordi, della stessa natura quando noi
desideriamo di fortificare e di svilup-
pare le associazioni, alle quali ci siamo fino allora appli- cati. Jl sentimento di sforzo per costoro è
connesso col con- flitto delle idee e
dei motivi, il quale deve produrre la pre-
ponderanza di uno di essì. Tale sentimento di sforzo nou può che essere l’appannaggio dell'attività
dei centri sen- soriali e dei loro
annessi concorrenti all'esercizio dei no-
stri processi intellettuali. Ognuno vede qual'è l'errore di ‘ coloro che ragionano nel modo sudetto ; essi
elidono la diffi- coltà che è riposta
appunto nel dover dar ragione della no-
stra capacità di richiamare in soccorso quelle impressioni IL, SENSO MUSCOLARE 269 che ci fanno comodo (1): essi ammettono
come provato quello che era appunto da
provare, la possibilità di dire « io
voglio », e quindi di interrompere un dato corso di idee e di cominciarne un altro o di
sviluppare quello già esistente. Nel
passaggio dallo stato di- distrazione a quello
di attenzione vi è aumento di lavoro, vi è dunque trasfor- mazione di forza di tensione in forza viva,
di energia po- tenziale in energia
attuale : ora è questo un momento ini- ziale molto differente dallo sforzo sentito
che è un effetto. Il rapporto del
desiderio colla sensazione piacevole o do-
lorosa costituisce la reazione della volontà ed in quanto noi riteniamo ciò che è piacere e respingiamo
ciò che è do- lore abbiamo un senso di
sforzo volontario, di sforzo mentale che
è ben altra cosa dello sforzo ordinariamente sentito. Tale momento iniziale è precisamente la
volizione, la ten- sione del desiderio
dominante, la vera attenzione : è qui la
coscienza dell'attività; mentre il preteso sforso sentito non è che la sensazione della resistenza
degli sforzi con- trari al nostro e
differenti da esso. La coscienza della pas-
sività o della resistenza subita risponde alle sensazioni ve- nute dai muscoli. Cosi anche l’attenzione
muscolare non è che quella, la quale,
avendo incontrato una resistenza, è
obbligata a riflettersi su sè stessa, divenendo più chiara, più distinta, come nota il Fouillée (2). Non
ogni forma (1) In tanto lo spirito,
dice Emanuele Hermann Fi.:hte, può prenlere
un dato in'lirizzo, in quanto può volgere il «sorso dell: sue idse nel
senso che maggiormente lo interessa ;
ora l'interesse non è che una tendenza,
una direzione «dell'attività volitiva che se si trova in rapporto
soltanto col g‘ado di chiarezza
cosciente può essere chiamata attenzione volontaria dipendente dall’intenstà di dati fatti
psichiri. 2) V, « Revue phlosoqhique
», année 1389, 970) iL SENSO MUSCOLARE d'attività però si può ricondurre alla
ripercussione dell'o- stacolo. Non va dimenticato che l’attività di cui
abbiamo co- scienza in modo permanente
in mezzo a’ tutti i mutamenti può essere
rappresentata da noi solo dopo che è stata ap-
applicata a produrre determinati effetti, nel qual caso di- viene tale o tal altro sforzo ; e di ciò si
comprende la ra | gione: l’azione,
rappresentando il fattore subbiettivo che
concorre alla produzione di un fenomeno, è cosa soggettiva per sua natura e deve quiudi sfuggire alla
rappresentazione propriamente detta.
Volersi rappresentare obbiettivamente
l'azione subbiettiva è come voler rappresentarsi l’attività sotto la forma della passività. Ferrier e
Ward dissero già che non è esatto
nemmeno affermare che noi ignoriamo i
caratteri dell'attività, giacchè non vi può essere ignoranza se non di ciò di cui si può acquistare
scienza: questo noi possiam dire, che
abbiamo coscienza immediata del sub-
biettivo, dell’attività. Del resto valenti filosofi affermarono le mille volte che la critica della
conoscenza riconosce due limiti, ciò che
è troppo lontano da noi (Assoluto) e ciò
che è troppo vicino a noi, troppo noi stessi per esser posto dinanzi a noi. Il soggetto è presente a sè
stesso, ma non è rappresentato a sè
stesso: noi siamo certi di esistere e di
vivere, ma non possiamo rappresentarci in modo astratto e generale che cosa è esistere e molto meno
che cosa è vivere. IL SENSO MUSCOLARE 271 La percezione dell’intensità. Fu il Miinsterberg (1), se non andiamo
errati, il primo ad emettere l'opinione
che l’unico fondamento psichico delle
nostre misure d’intensità è la sensazione mus
colare, in quanto ogni misura riflettendo o la estensione, o la durata o la massa, la stessa non è
possibile che sulla base della
sensazione muscolare. Misurare è con-
statare l’esistenza in maggior quantità nel tutto, in minor quantità nelle parti di un elemento identico;
ora in ogni percezione la sensazione
muscolare è il solo elemento che quando
si divide in parti l'oggetto della percezione stessa, sì ritrova in ciascuna parte, ma in minor
quantità che nel tutto. Ciascun pezzo di
carta rossa, p. es., dice il citato
autore, resta tanto rosso quanto tutt’intera la carta, e però il rosso del tutto non può essere
misurato per mezzo del rosso di un pezzo
preso come unità. D'altra parte ogni
sensazione provocando una reazione centrifuga muscolare, al solito s'associa con una sensazione
determinata di ten- sione muscolare che
vale a conferirle un dato grado d’in-
tensità e nello stesso tempo a renderla misurabile. Solo la sensazione muscolare offre il carattere della
sensazione de- bole contenuta nella
forte, giacchè l’una e l'altra non sono
qualitativamente differenti, ma differiscono solo per la du- rata ed estensione. C'è stato chi a tale teoria esclusiva e si
può dire anche (1) Minsterberg,
Beitrige zur experimentellen Psychologie H. III.Frei- burg 1892.
v792 IL SENSO MUSCOLARE
eccessiva del Miinsterberg ha rivolto delle obbiezioni, no- tando come anche per altre sensazioni si
possa dire che la debole è contenuta
nella forte (es. : gusto, odorato, senso
terinico ecc.), tanto è vero che quando uno tocca l'acqua d'un bagno caldo con la mano prova
una sensa- zione di calore molto meno
forte che quando visi immerge tutto
intero dentro. Inoltre, ed è questa l’obbiezione più seria, se veramente solo le sensazioni
muscolari potessero essere misurate, ne
conseguirebbe che le altre non lo
potrebbero in alcun modo, il che non è; è innegabile, infatti, che vi è l’equivalente di una misura
diretta del calore per mezzo del calore,
come si verifiva quando noi paragoniamo
diversi gradi di calore a cul ci tro-
viamo sottoposti. Ora supponendo che nella pratica so- lamente le sensazioni muscolari associate
alle altre potes- sero essere misurate,
il principio che a ciù ci autorizze-
rebbe sarebbe il postulato che le variazioni delle sensa- zioni specifiche sono sottomesse alle
medesime leggi delle variazioni
muscolari a loro corrispondenti. In tal guisa si presuppone che gli aumenti di calore
progrediscano secondo una legge identica
a quella della progressione della dila-
tazione: si presuppone non solo la misura diretta delle di- latazioni, ma anche la misura diretta o la
comparazione delle temperature fra
loro. E poi, se i gradi d'intensità
sono delle qualità, se le in- tensità
delle sensanzioni muscolari si riducono a variazioni nella durata, se non vi è posto per le
intensità delle sen- sazioni
particolari, perchè anche nel linguaggio comune
sono distinte nettamente le intensità, le qualità e le durate? Donde viene la nozione d’intensità e con qual
diritto si IL SENSO MUSCOLARE 273 può più parlare della intensità dello
stimolo ? Si aggiunga che il Munsterberg
non distingue sufficientemente l'intensità
della sensanzione muscolare dalla percezione dell’ampiezza del movimento effettuato. Or tali divergenze non devono essere
considerate come senplici opinioni
contradittorie, atte a provare soltanto la
difficoltà delle indagini psicologiche e la impossibilità di giungere a risultati positivi : esse per
contrario di:nostrano come attualmente
s’imponga alla mente del filosofo l'’esi-
genza di considerare e di valutare i rapporti esistenti tra i fatti psichici e l'a‘tività originaria
dello spirito. Il Miin- sterberg ha
ragione fino a tanto che ricerca nella estrin-
secazione della spontaneità dello spirito la misura co- mune di tutti i fenomeni psichici, i quali
effettivamente in gran parte, com'è
stato luminosamente provato dal Berg.
son, presentano delle differenze di qualità più che d'in- tensità o di quantità. E se noi ci limitiamo
a considerare la mente come una
coordinazione di vari elementi psichici,
di varie sensazioni rispondenti agli stimoli esterni, non ve. diamo realmente la possibilità di arrivare
alla nozione del l'intensità di varie
sensazioni appartenenti ad un medesima
senso specifico e molto meno vediamo la possibilità di pa- ragonare le intensità di sensazioni
specifiche differenti. Ond'è che per noi
il merito del Miinsterberg è di avere
intraveduto due verità : 1° che la valutazione e la misura dei varî gradi d’intensità di una sensazione
è possibile sola- mente ammettendo nel
fondo un’unità coordinatrice che renda
possibile il riferimento tra cose differenti; 2° che questa unità si rivela mediante la percezione
immediata della propria attività. 974 IL SENSO MUSCOLARE Ma il suo errore comineia quando crede di
poter ridurre tutta l'attività psichica
al movimento (senso muscolare), il quale
non ne è che uno dei fenomeni concomitanti, ovvero consecutivi. Ciò non esclude però che qualche
volta in via indiretta possa il senso
muscolare esserci di valido aiuto nella
comparazione dell'intensità di sensazioni provenienti da sensi diversi. Infatti, delle sensazioni
di luce, di suono, di peso di un dato
grado d'intensità sono state parago-
nate da una parte coi moviinenti del braccio e dall'altra coi movimenti degli occhi; e sì è ottenuto il
risultato che l'aumento dei movimenti
coincide con quello dell' in- tensità
degli stimoli: vi è rapporto adunque tra l’ac-
crescimento dell'intensità propriamente detta e quello della reazione muscolare concomitante. In ogni caso
però non si può limitarsi a considerare
le sensazioni muscolari come misura
dell'intensità delle altre sensazioni, se non ponendo ‘ il postulato che ciò che è vero di esse
sotto certi rapporti lo è anche delle
altre sensazioni. La valutazione
dell'intensità presuppone un'attività ori-
ginaria differenziatrice e insieme assimilatrice la quale da una parte distingue qualitativamente gli
effetti prodotti da varî stimoli sugli
organi dei sensi e tutti i fatti psichici
aventi come concomitanti fenomeni organici diversi, e dal- l'altra stabilisce, intuendoli, quei rapporti
dati dall’identità o somiglianza della
forma ed estensione della reazione psi-
chica agli stimoli esteriori. Noi non potremmo valutare come gradi differenti d’intensità le
sensazioni appartenenti ad un medesimo
senso, nè potremmo stabilire dei rap-
porti tra le intensità di sensi differenti, se non fossimo in grado di avere una percezione immediata
dell'attività psi- IL SENSO MUSCOLARE
275 chica che pur essendo unica e
identica nel fondo, spiega in guise
differenti la sua azione a seconda delle numerose e variabili circostanze. L’intuizione del movimento. Per la rappresentazione il movimento è fin
da princinio un continuo cangiamento di
luogo; quindi l'origine sur deve
ricercarsi nelle sensazioni geometriche, visive e tat- tili, e specialmente in quelle che
conferiscono ad esse la continuità, l’uniformità
e la misura, cioè nelle sensazion-
muscolari. Queste si dicono e sono sensazioni di movi mento; ma da ciò non si potrebbe conchiudere che il
movimento sia una sensazione. Se esso è
un'intuizione coordinata con quelle del
tempo e dello spazio, che non sono sensazioni,
se la sensazione muscolare per se stessa è una pura suc- cessione interna, il movimento non può essere
il suo con tenuto immediato più di
quello che possa essere il conte- nuto
immediato delle sensazioni uditive, Le sensazioni mu- scolari diventano dunque sensazioni di
movimento, come diventano sensazioni di
spazio; e poiché esse sono anche il
fattore psicologicn più importante delle percezioni di spazio, si vede come la coordinazione delle
intuizioni dello spazio e del movimento
risulti anche dalla loro origine
psicologica. La quale, a volerla
studiare più a fondo, si mostra di-
pendente da varie condizioni. Anzitutto, perchè ci sia per- cezione di movimento, occorre che il mobile e
lo spazio (visivo o tattile) restino
identici, almeno quanto è neces. 976
iL SENSO MUSCOLARE sario, perchè sia
conservato un punto di riferimento, dal
quale si possa apprezzare il cangiamento di luogo. Se tutto mutasse nella stessa direzione, lo
spazio e il mobile, non ci sarebbe
percezione di movimento. Inoltre bisogna
che il cangiamento di luogo sia insieme continuo e per- cettibile. Continuo, perchè se vedessimo una
cosa ora in un luogo, ora in un altro,
senza vedere il passaggio, non potremmo
avere percezione di movimento, ma solo argo-
mentarlo qualora avessimo già idea di quello che è il mo- vimento. Percettibile, perchè se non ci
riuscisse di vedere cangiar luogo, ma
solo di vederlo cangiato, non ci potremmo
formare la prima volta l'idea del movimento. Continuo e percettibile insieme, perchè la continuità
senza la percet- tibilità sarebbe
immobilità apparente, e la percettibilità
senza la continuità sarebbe cangiamento di luogo senza transizione. E non basta, perchè nasca l’idea
del movi- mento, il continuo e percettibile
cangiamento di luogo d'un oggetto su un
fondo invariabile; bisogna ancora che la
coscienza ponga unità tra i luoghi, e tra essi e il mobile. Siccome il movimento è il rapporto di due o
più collocazioni che si succedono con
continuità, accade per esso quello che
accade pel tempo, che la sua rappresentazione suppone la funzione unificatrice della coscienza o del
sentimento del- l'organismo. Queste sono le condizioni generali
dell'origine della rap- presentazione
del movimento, ma ce n'è un'altra, costante
anch'essa, ma che può subire piccolissime variazioni da individuo a individuo, ed anche nello stesso
individuo per effetto dell’esercizio, e
che possiamo designare col nome di
limite della percettibilità. Cotesto limite dipende dalla IL SENSO MUSCOLARE 277 .misura individuale del movimento come
rapporto del tempo e dello spazio, la
quale è nna grandezza finita, che non
può misurare qualunque movimento oggettivo, ma lascia senza misura, e quindi senza percezione
corrispondente, tanto i movimenti
estremamente lenti quanto gli eccessiva-
mente rapidi. Non vediamo crescere il filo d'erba, nè vo- lare il proiettile; e non avremmo nessuna
percezione di movimento tanto se la
nostra misura individuale fosse troppo
grande quanto se fosse troppo piccola ; nel primo caso i tempi geologici ci parrebbero un istante, nel
secondo qualunque successione ci
parrebbe infinita. E poichè per apprezzare
una successione, e quindi anche un movimento, è necessaria una certa continuità nella coscienza, così
la nostra misura - soggettiva deve
avere una certa grandezza, che non cor-
risponde a nessuna misura che sia oggettivamente asso - luta, ma che è rispettivamente somma o parte
delle gran- dezze oggettive minori o
maggiori. È facile intendere che quella
che è un'unità di misura indivisibile per la sen- sibilità, non è tale oggettivamente o per
l'intelligenza. In questa unità
l'elettricità p. es., percorre uno spazio gran-
dissimo, e l'accrescimento di una pianta secolare percorre uno spazio piccolissimo. Quindi noi
giudichiamo che si è svolta nel primo
caso una serie di unità obbiettive che sono
parti dell'unità soggettiva, e che nel secondo caso questa è una frazione di quella. Di qui si vede che il movimento non solo non
è una sensazione, ma non è neppure una
conoscenza, una rap- presentazione, la
cui origine si possa riportare interamente
all'esperienza. Certo la misura psicologica dipende dall'or- ganismo, ed è impossibile che sia la stessa
pel pachiderma 19 ole e r—men = —_r_—__ror ——_ rr
m1r.rr—r——_—‘— E ::]5h5I:5D anch'esse il
risultato di un processo in cui
l'intelligenza e la cultura figurano come
fattori determinanti. É notorio d'altra parte che le ri- voluzioni compiute nel campo della scienza a
lungo andare. finiscono per mutare anche
il punto di vista morale e re-
ligioso. LA FILOSOFIA
DELL'ATTIVITÀ 479 Il fatto è che in
ogni religione va distinto l'elemento in-
variabile ed inalterabile da quello caduco e variabile, ma ì «detti due elementi nello svolgimento della
vita religiosa sono inseparabili e
s'influenzano a vicenda: è soltanto la
nostra facoltà di astrarre che viene a separarli ed a consi- derarli isolatamente. Così l'evangelo stesso,
è vero, non in- volge alcun sistema
cusmologico ; ma involge bene un giu-
dizio intorno al valore della vita e dello spirito umano. L’ amore per il prossimo, lo spirito di
sacrificio non son fondati forse
sull’idea dell’eguaglianza degli uomini e sul
concetto che l'io è nulla di fronte al Tutto ? Ora i concetti dell’eguaglianza degli uomini e della
piccolezza dell'io non rappresentano per
una parte un portato della Ragione e non
poggiano sopra una base speculativa? Del pari chi vorrà più sostenere che la filosofia
socratica non ha un fondamento
metafisico, quando Socrate stesso ci parla della sua preparazione speculativa? Sicchè possiamo dire che è bensi vero che la
religione ha la sua radice nel cuore
uinano, ma ciò non implica che essa sia
un prodotto esclusivo del sentimento: perchè il
cuore abbia e riconosca in sè tracciate le vie da seguire, occorre bene l’azione dell'intelletto, in
quanto quello non fornisce una specie di
rivelazione immediata e prodigiosa, ma
anch'esso si forma ed alla sua determinazione con- corrono parecchi fattori, tra i quali
l'intelligenza. Anche nel modo di
concepire la finalità il Paulsen ap-
pare dominato dal preconcetto del sistema. Egli, infatti, af- ferma che la veduta teleologica è un prodotto
del senti- mento e della volontà e non
dell’intelligenza : ora se egli. . 480
LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ intende
dire con ciò che la concezione teleologica non è conoscenza nello stretto senso, ma
contemplazione, ha ra- gione ; ma in tal
caso, è necessario osservare che il bisogno
del sistema della razionalità del reale, al quale risponde appunto la considerazione teleologica, è un
bisogno eminen- temente intellettuale, e
non un bisugno puramente subbiet- tivo
ed arbitrario. La veduta teleologica è la sola forma possibile di rappresentarsi il tutto e di
superare l’infinità mostruosa del
naturalismo meccanico che nega ogni natura
ideale della realtà. Se l’esperienza ci presenta realmente un ordine di fenomeni che è un ordine di
valori pel pen- | siero, non c'è ragione
di ritenere che quest'ordine non sia una
cognizione, solo perchè non sappiamo determinatamente come l’ordine causale, effettuandolo, si
subordini ad esso e gli serva. Possiamo
noi forse pensare un'altra maniera di
esistenza oltre quella che è soltanto, e quella che è e _ 8a di essere e vuole, e crea dal suo sapere
e volere un mondo superiore a quello
della semplice natura? Edè egli
possibile di non scorgere un progresso dall'una all'altra forma d'esistenza, un progres;o che pone in
ordine di va- lori razionali una serie
di fatti e di forine naturali ? Questo
valore dell'esistenza dipende forse dal modo di sentire di un individuo ? Non è piuttosto anch'esso un
fatto, la cui constatazione (giacchè non
è possibile la determinazione del modo
d’operare della finalità) (1) figura già per sè come una forma di cognizione ? (1) Veramente qui le idee del Paulsen non
sono chiare ed anzi in un certo senso
sembrano contradittorie. Da una parte egli dice che la cone cezione teleologica è un prodotto
delsentimento e del volere individuale
(del volere e del sentimento del soggetto umano che si trova di
fronte LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ
481 Dopo tutto quello ‘che precede non
abbiamo bisogno di. spendere molte
parole per discutere del rapporto posto dal
Paulsen tra la filosofia e la religione, e tra la filosofia e le scienze particolari. Una volta che lo
spirito umano è uno e che le sue
funzioni non sono compiute maiisolatamente,
quando si vuole determinare il compito della filosofia ri- spetto a quello della religione non basta
affermare che quest'ultiina risponde
alle esigenze dell’emotività, mentre la
prima a quelle dell'intellisenza. Nella filosofia vi è il momento dell’emotività e del volere come
nella religione vi è necessariamente il
momento della conoscenza. Si tratta
appunto di determinare fino a che punto ed in che senso il momento della conoscenza interviene nella
religione e quello del sentimento nella
filosofia. Ora noì di passaggio notiamo
che mentre per la filosofia il fine ultimo è la co- noscenza, ond’essa mira appunto a trascrivere
in termini di conoscenza le esigenze
emotive e le aspirazioni del volere,
formando un tutto armonico intelligibile, per la reli- gione lo scopo è di trovare un appagamento ai
bisogni dell'animo per il che si serve
della conoscenza come di mezzo
appropriato a raggiungere il suo intento. Ciò che. all'universo) e dali’»ltra crede di poter
dare una certa idea del modo di operare
del principio teleologi:0, riferendosi a ciò che ci presenta l’e- sperienza interna in quei casi in cui la
nostra attività raggiunge un dato <
risultato (fine), senza che esista alcuna rappresentazione dello scopo
a cui inconsciamente essa tende
(Zielstrebigkeit). Egli si riferisce ad una
tale esperienza in forza del parallelismo psicofisico e dell’animazione universale da lui ammessa, Noi osserviamo che
una volta ammesso che l’attività opera
in modo cieco, non è possibile parlare di cognizione te- leologica vera e propria, ma di
contemplazione nel senso di Kant e di
Lotze. 482 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ in un caso vale come mezzo e come un
momento subordi- . nato, nell’altro
diviene fine 0 momento essenziale.
Quanto al rapporto poi della filosofia colle scienze par- ticolari osserviamo che è impossibile
confondere il compito della filosofia
con quello delle scienze per due ragioni:
1° Non è vero che le singole scienze si possano e sì deb- bano occupare dei presupposti da cui le loro
indagini pren- dono le mosse, che, p.
es., la fisica si debba occupare della
natura dello spazio e della materia. La filosofia bensi ha bisogno di fondarsi sulle leggi e propretà
scoverte dalle scienze, ma elabora i
detti risultati a suo modo, ed ela-
borandoli, li trasforma. Quel che è certo è, che si può essere . scienziati senza esser filosofi, ma non si
può essere filosofi senza avere una base
scientitica. 2° Il cultore di una scienza
particolare non varca quasi mai i limiti della propria spe- cialità e, se li varca, rimane sempre entro i
limiti delle scienze vicine ; non mira
mai a ricercare il nesso, il rapporto
che esiste tra i vari ordini di sapere, sia di quelli che sono affini tra loro che di quelli che sono
lontani; ora ciò fa appunto il filosoio.
Ciò che vi ha di esatto nell'opinione
del Paulsen è che il vero in ogni parte del nostro sapere sta in un processo di approssimazione
indefinità ad un ul- timo senso, ad un
significato delle cose impossibile a con-
seguirsi da noi, e che i sistemi metafisici non sono, come direbbe il Barzellotti, che le cèntine
immense su cui i grandi . architetti del
pensiero voltano uno dopo l' altro l’ edificio
ideale compiuto dal sapere del loro tempo. Notiamo infine che una volta ammessa quale
parte della filosofia la metafisica,
come si può dire che la biologia, la
fisica e la chimica sono anche parti di quella? Ciò che LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 453 vi ha di filosofico in dette scienze è
preso dalla metafisica. Il compito della
filosofia è sciogliere il problema nella sua
totalità. La filosofia pertanto ha un obbietto proprio e non è più lecito affermare che essa sia una
semplice sintesi riassuntiva del lavoro
compiuto dalle altre scienze.
III! Dall'impossibilità di
derivare il fenomeno fisico dal fatto
psichico e questo da quello il Paulsen fu tratto ad am- mettere il parallelismo psico-fisico e quindi
l’ animazione universale, con cui egli
volle esprimere evidentemente l’unità
fondamentale della natura e dello spirito. Ora si domanda: Vi è una vita psichica superiore, più
elevata, più com- prensiva, come ve ne è
una di grado inferiore a quella d'or-
dinario ammessa ? Il Paulsen risponde di sì ed è questo, a noi pare, uno dei punti importanti, o
almeno caratteri- stici, della sua
metafisica. Per risolvere una tale questione
occorre tener presenti i criteri che noi abbiamo per giudi- care della realtà psichica. Noi sappiamo che
tanto più di realtà una cosa ha quanto
più di valore possiede e quanto più di
forza, di efficaciaè atta a spiegare: così noi
siamo disposti ad ammettere un volere ed una coscienza col- lettiva, perchè noi siamo in grado di
constatare gli effetti che essi
producono sulla vita degl'individui e sullo svolgi- mento della società: per contrario le unità
psichiche d'or- dine superiore, quali
vengono ammesse dal Paulsen, che effetti
psichici producono ? Per quanto sappiamo noi, nes- suno. I fenomeni esterni che noi osserviamo
nella vita degli astri in genere,
avranno anch'essi il corrispettivo interiore,
484 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ
ma questo sarà di natura semplice ed elementare, come sono i fenomeni esterni (movimenti più o meno complicati)
da essi presentati. Quale ragione noi
abbiamo per ammettere una vita psichica
differenziata, complicata ed insieme armonica
negli astri? Se per lo svolgimento «dello spirito è richiesto un sostegno esterno così complesso, se in
tutta la distesa dell'esperienza la
natura è giunta a maturare in sè il frutto
dell’esistenza spirituale quale a noi attualmente e nel pro- cesso storico si presenta, se la vita
spirituale ha bisogno di svariati
istrumenti complessi (tra 1 quali basta citare il linguaggio che rappresenta una delle
condizioni di essenziali ogni forma di
esistenza psichica d'ordine elevato), con che
dritto attribuiamo noi una vita psichica superiore agli astri, iquali si presentano cosi monotoni e
indifferenziati nel loro modo di operare
? Notiamo in ultimo che l'argomentazione a
cui è ricorso il Paulsena tal proposito è quella per analogia; ma ognuno sa che questa in tanto ha valore in
quanto i caratteri riscontrati simili in
due serie di fatti sono es- senziali;
ora tra i fenomeni presentati dai pianeti e quelli presentati dagli esseri spirituali veri e
propri non si può in alcun modo dire che
vi sia corrispondenza essenziale.
IV. Passiamo alla teoria della
conoscenza. — Si è veduto che la parte
essenziale della (inoseologia del Paulsen
è che in un punto solo conoscenza e realtà coincidono, vale. a dire nella coscienza, giacchè i fatti
interni noh possono essere fenomeni, ma
sono la sola e vera realtà. I fatti psi-
chici, infatti, in tanto esistono in quanto sì rivelano alla LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 455 coscienza; la loro natura sta tutta appunto
nell' apparire nella coscienza — la
natura del pensiero è tutt’ una collo
sperimentare e coll’avvertire il pensare, come la natura del sentire è tutt'una collo sperimentare e coll’
avvertire il sentire. È impossibile, in
altri termini, separare la vita psi-
chica dall’avvertimento della stessa, come è impossibile sepa- rarla da ogni forma d’'interiorità : togliete
questa ed avrete per ciò stesso
annullato la vita psichica vera e propria. D'ultra parte per poter affermare chei fatti psichici
suno fenomeni bisogna ben sapere in
rapporto a chi possono essere essi feno -
meéni; e per tal via non sì viene ad ammettere come a3- sodato ciòche è un problema, vale a dire
l’esistenza dell'ani- ma come sostanza
semplice ? Ma da ciò consegue forse che
di reale nella vita psichica non vi
siano che i singoli fatti psichici, quali
le rappresentazioni, i sentimenti, come mostra di cre- dere il Paulsen? A noì non pare: invero,
ciascun fatto psichico, esso sia una
rappresentazione o un sentimento o
qualsiasi altro elemento, lungi dal rivelarsi qualcosa di sem- plice, d’ irriducibile, di primitivo e
d'indipeudente, si ma- nifesta come
qualcosa di derivato dalla cooperazione di
parecchi fattori, tra i quali primeggia il soggetto, inten- dendo per questo ciò che costituisce il punto
di appoggio, il punto di riferimento, e
quindi il fondamento e il sostegno di
ogni singolo fatto psichico. L'esistenza del soggetto figura ‘come la condizione essenziale del prodursi
di un fatto psi. chico. Ciò è stato
riconosciuto anche da coloro che negano
la realtà del soggetto; ma essi hanno cercato di eludere la difficoltà, dicendo che il punto di
riferimento del nuovo fatto psichico è
dato dall’insieme della vita psichica svol-
32 486 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ tasi per lo innanzi: se non che va
osservato che si vada in- dietro quanto
si vuole, bisognerà bene arrivare al punto in
cui il primo fatto psichico si presenta: ed in questo caso è evidente che è presupposta del pari
l'esistenza del sog- getto, l'esisteuza
di qualcosa d'interno che non può più
consistere nell’ insieme dei fatti psichici antecedentemente svoltisi. Da tuttociò emerge chiaro che non è
possibile con- siderare i singoli fatti
psichici come i soli elementi reali,
giacchè presuppongono necessariamente qualcosaltro che concorra alla loro produzione; in caso
contrario si rimane chiusi in un
circolo; per dar ragione dei singoli fatti psi-
chici si ricorre ail'esistenza di un soggetto, all’ esistenza di un punto di riferimento, e dall'altra parte
per dar ragione di quest'ultimo si
ricorre ai sentimenti, alle rappresentazioni.
Aminessa come innegabile la realtà del soggetto, si può domandare quale concetto dobbiamo noi
formarcene : ora noi crediamo che tale
questione non si possa risolvere altri-
menti che ricorrendo a similitudini, ad analogie atte a farci intendere che la realtà del soggetto non
deve essere ri- posta in una sostanza
semplice, in una sostanza- atomo, in
un'ipostasi insomma, ma in quel qualcosa
che rende possibile l’esistenza delle parti che costituiscono la vita psichica. Noi per denotare questo
qualcosa siamo co- stretti a ricorrere
ad espressioni vaghe ed indeterminate,
come la parola sostanza, le quali sono soltanto valide a celare la nostra ignoranza. Allo stesso modo che la
lingua non è reale come semplice
aggruppamento di suoni e di parole, le
quali, anzi, in tanto esistono in quanto vi è la funzione del linguaggio, ailo stesso modo che un
organismo non fi- gura come il puro
risultato dell’ aggruppamento delle sue
LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 487
parti, le quali anzi presuppongono l’attività del germe da «cui si svilappano, così l’anima lungi dal
risultare dall'in- sieme dei fatti
psichici va considerata come ciò che rende
possibile l’esistenza di questi.
La realtà vera e piena non appartiene agli elementi ulti- mi acuisi perviene mediante l'analisi, ma al
tutto, o meglio, all'universale concreto
e individuale, il quale può essere
considerato come funzione di un universale concreto più elevato e questo di un ultro universale più
elevato an- ‘cora fino a giungere alla
Totalità che tutto in sè com-
prende. L'anima, si dice, è
null'altro che la sintesi delle forze o
potenze psichiche, vale a dire dei fatti psichici possibili; d'accordo: ma chi dice sintesi dice perciò
stesso attività sintetizzatrice, perchè
altrimenticome avverrebbe tale sintesi?
E forse da sè stessi, ez /eye che gli elementi dei tatti psi- chici si riunirebbervo 2? Non basta : si dice
inoltre: L'unità dei fatti psichici
riferentisi l'uno all’ altro, richiamautisi, impli- cautisi a vicenda, ecco che cosa è l’anima:
ma tuttociò non trae seco la conseguenza
che l’anima è più che un semplice
aggruppamnento di tatti psichici ? Perchè un fatto psichico possa richiamarne un altro, bisogna che vi
sia qualcosa che colleghi entrainbi,
bisogna che un'identità tondamentale sia il
sostrato di entrambi: e per convincersi di ciò basta pensare che anche i collegamenti spaziali e temporali
in tanto sono possibili in quanto vi è
un soggetto capace di ordinare le
rappresentazioni appunto secondo l’ordine spaziale o tem- porale.
Dall'inerire di a, 6, c, ad A, domanda il Paulsen, conse- gue forse la coscienza delle loro unità ?
Certamente, rispon- 488 LA FILOSOFIA
DELL'ATTIVITÀ diamo noi, posto che A
abbia la coscienza, comunque il’
rapporto intercedente tra i fatti psichici e il soggetto non sia nient' affatto un rapporto d'inerenza.
Dire che cosa. è la coscienza è
impossibile, essendo essa un fatto
nl- timo e irriducibile: dire che
è attività, forza, sintesi, ri-
ferimento e distinzione ecc. equivale a metterne in evidenza delle note, ma non a significare che cosa in
realtà sia. Osserviamo infine che il
Paulsen sembra quasi che ri- conosca il
suo errore, quando a proposito dell'anima esce.
in affermazioni come questa: Il tutto precede le parti, l’Anima non è un « Compositum » ecc. Ora in
tal guisa evidentemente abbiamo due’
concezioni dell'anima che- non possono
per nessuna via concordare insieme : se essa.
non è un aggregato, un « compositum », non è lecito affer- mare che la realtà competa soltanto ai singoli
fatti psi- chici, quali le
rappresentazioni, iî sentimenti, ecc. Se il
tutto precede le parti, come si può negare la realtà del soggetto, come si può asserire che l’Anima è
un' ipostasi a seconda potenza? V.
Per ciò che concerne l'Etica del Paulsen, cominciamo dal- l’osservare che il principio fondamentale di
essa si trova. in contraddizione con
l'essenza della moralità quale è in-.
tesa dall'Autore, Se, infatti, la morale è una produzione del volere e del sentimento e non della
intelligenza umana, come mai si può
affermare che la valutazione degli atti”
si riferisce sempre agli effetti da questi prodotti ? In tal caso l'essenza della morale è
intellettualistica in quanto la. LA
FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 489
‘considerazione degli effetti delle azioni è un processo essen- zialmente intellettuale. Nè vale il dire che
occorre far di- stinzione tra vita
morale e scienza della vita morale, giac-
-chè prima di tutto la base della valutazione degli atti è un elemento della vita morale nella coscienza
umana, in «cui la riflessione, non si
disse, agisce sulla volontà ; poi una
delle due, o la considerazione del fondamento obbiettivo dell'imperativo morale, vale a dire la
considerazione del tine ultimo verso cui
tende lo sviluppo della moralità ob-
biettivamenie considerata, è da riguardare sempre ed in ogni caso motivo pressochè esclusivo
dell'operare morale (nel qual caso è
giusto fondare il giudizio valutativo sui ri-
sultati etfettivamente raggiunti mediante le azioni morali), «ed allora non è più lecito parlare dell’
esistenza della vita morale indipendente
dalla conoscenza, chè anzi in tal caso
la moralità è fondata sulla conoscenza e sulla riflessione ; ‘ovvero la vita morale si è in certa guisa
svolta indipen- dentemente dalla
considerazione degli effetti delle azioni,
‘considerazione, la quale si è rivelata soltanto a chi si è posto a riflettere sull'insieme della vita
morale, ovvero cioè gl’ individui hanno
cominciato coll'operare in un dato modo
per seguire gl’ impulsi del loro animo, senza aver di mira ‘alcun risultato obbiettivo che è divenuto
evidente solo po- sicziornente, e allora
ia veduta teleologica non ha nel-
l'Etica un ufficio differente da quello che ha nella scienza in genere. In questo caso non è ragionevole
fondare la valutazione degli atti morali
sugli effetti obbiettivi. Ed anche qui
la considerazione teleologica non è una cono-
scenza nello stretto senso della parola, ma è una forma di ‘contemplazione. 490 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ L'Etica del Paulsen rimane impigliata nel
suddetto di- lemma. Il Paulsen ha
ragione di respingere il puro for-
malismo kantiano, in quanto l'analisi dello spirito umano. mostra che la volontà non può entrare in
azione se non avendo in vista un fine
determinato e concreto, ma ha torto di
affermare che la valutazione morale debba essere fondata soltanto sulla considerazione degli
effetti conse- cutivi all’azione, senza
tener conto della natura propria del
volere (ovvero tenendone conto in modo secondario e subordinato). La volontà non è qualcosa di
accessorio alla moralità, nè questa è
fuori della volontà, allo stesso modo
che il bello non è al di fuori dell'anima che lo sente e lo gusta. E mentre il prodotto
artistico va giu- dicato alla stregua
dell’ emotività estetica umana (senso-
estetico), il fatto morale senza cessare di essere tale, non può essere considerato a parte dalla
determinazione del volere che gli diede
origine: e ciò perchè l'essenza del
fatto estetico è nell’emozione estetica, mentrechè l'essenza di quello morale è nel volere. Un fatto
staccato dal volere che l’ha determinato
non può mai essere obbietto di un giudizio
morale, come un bello che non è sentito non può
essere oggetto di un giudizio estetico. In tanto è lecito par- lare di moralità in quanto è in causa il
volere che è quanto di più intimo abbia
l'uomo, in quanto è in causa l’uomo
stesso: e la considerazione degli effetti di un'azione in tanto può entrare nel giudizio valutativo
degli atti umani in quanto gli effetti
spesso, ma non sempre, sono:
l’espressione del volere, sono il volere umano obbiettivato. L’Etica non si può limitare ad esaminare
semplicemente la forma del volere e
dell’ operare umano, ma deve anche LA
FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 491 prendere
in considerazione il contenuto di questa, vale a dire il fine da raggiungere mediante il
volere e l’azione. Ora lo scopo
dell'attività umana non può essere determi-
nato che con la guida della necessità morale e non può essere valutato che in base alle norme morali
stesse. Per il che occorre che
all'attività umana venga proposto non un
fine qualsiasi, ma uno che sia in armonia colla naiura propria dell’uomo. Onde è che l’esperienza,
il fatto cioè che questo o
quell’individuo in questa o quella circostanza
sì è proposto un dato fine e l’ha raggiunto, non ci auto- rizza niente atfatto a considerare senz’
altro lo stesso fine come morale e come
degno di essere ricercato; è ne-
cessario per contrario che il detto scopo sia fondato ne- cessariamente sulla natura dello spirito
umano e derivato dalle leggi « priori
dello stesso. La psicuiogia potrà for-
nirci un'interpretazione adeguata della natura di queste leggi, ma nulla potrà dirci del loro valore e
della loro importanza. In sostanza noi possiamo dire che ogni
precetto morale O giuridico contiene ad
uno stesso tempo elementi empirici ed a
priori. Il contenuto particolare e determinato non può esser fornito alle norme etiche che dai
bisogni e dalle contin- genze in cui
l’uomo si può trovare, mentre i caratteri dell’uni- versalità, della necessità e della
obbligatorietà non possono ad esse
venire se non da questo che le varie forme dell'attività umana vengono considerate come processi e
stati aventi la loro origine e il loro
svolgimento in esseri ragionevoli e liberi. -
Non altrimenti che noi consideriamo come logicamente neces- sario solu ciò che, seguendo le regole del
pensiero logico, de- riva da dati
presupposti, così diciamo moralmente necessarie 499 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ quelle maniere di operare che per necessità
logica derivano dai seguenti
presupposti: che l’uomo è un essere ragione-
vole e che la parte spirituale della sua natura paragonata con quella animale, non solo ha un valore
maggiore, ma ne ha uno incondizionato.
Quanto più l'individuo riconosce tale
necessità, tanto più squisito è il suo senso morale e quanto più la condotta di una persona si lascia
guidare dal senti- mento della medesima
necessità, tanto più moralmente puro
sarà il suo operare. L'adempimento
del proprio dovere produce la pace del-
l’anima appunto perchè in tal caso la condotta è in accordo con ciò che all'agente sembra necessario alla
conservazione: cd elevazione del proprio
vaiore personale, di guisa che le leggi
morali non esprimono chele condizioni nelle quali la nostra volontà è veramente funzione dello
spirito ed è degna dell’appellativo di
volontà ragionevole. È evidente che a
misura che si va svolgendo la nostra vita spirituale e il suo valore ci si rende manifesto, acquistiamo
coscienza delle esigenze che in rapporto
a ciò ci si impongono e quindi
acquistiamo chiara cognizione delle leggi morali. Fintanto che in noi non mette radici la persuasione
che il compor- tarsi in un dato modo è
da considerare come esigenza uni-
versale della natura umana, non è lecito parlare di mora- lità: onde consegne che l'uomo trae la
nozione di ciò che deve fare non dalla
esperienza, ma dalla considerazione di
ciò che trova di più nobile ed elevato nel suo animo e dalle esigenze che una tale considerazione trae
seco. Non si vede poi su che base si
potrebbe costituire una norma fis:a ed
universale per giudicare del valore morale
di un’ azione, una volta che la determinazione del volere LA lILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 493 fosse considerata come unelemento accessorio
e subordinato, tanto più se si pensa che
la valutazione degli effetti è pressochè
impossibile ad effettuarsi in modo esatto, tenuto conto delle svariatissime circostanze che
possono concorrere a far variare l’importonza
di essi; vero è che si dice che il
giudizio morale ha come punto di riferimento gli effetti .che normalmente derivano da determinate
maniere di operare, ma non si vede che
in tal caso sono le maniere di operare, vale
-a dire ledeterminazioni della volontà, che costituiscono la base vera dei nostri giudizi, mentrechè gli
effetti figurano come una semplice
conseguenza, unaspecie di estrinsecazione di quelle? Si obbietta che il giudizio morale fondato
sull’intenzione dell'agente, è pressochè
impossibile, tenuto conto delle in-
superabili difficoltà che si oppongono ad un esatto esame psicologico, ma in tale asserzione vi è molto
dell'esagerato. In ogni caso, una volta
che si fa dipendere il giudizio morale
esclusivamente dagli effetti consecutivi alle azioni, bisogna poi dire secondo quale norma noi valutiamo i
detti effetti. Le idee del bene e del
male, del giusto e dell'ingiusto non si sa-
rebbero mai potute formare, se nella natura propria del- l'uomo e segnatamente nella sua ragione, non
avesse ra- dice il bisogno e la capacità
di paragonarsi cogli altri uo- mini, di
valutare i loro stati analogamente ai propri, e di e- strarre dalla esperienza propria e da quella
degli altri leggi generali aventi
l'ufficio di regolarlo nei vari suoi atti; se
insomma l'attitudine morale non avesse il suo fondamento ultimo nella ragionevolezza umana. Senza di
questa con- dizione sarebbe stato
impossibile trarre regole universali dai
vantaggi o danni derivati da determinate azioni: cia- scuno avrebbe evitato ciò che gli recava
nocumento ed ap- 494 LA FILOSOFIA
DELL'ATTIVITÀ prezzato ciò che gli
giovava. Ancorchè sì voglia ammettere-
che l'esperienza delle conseguenze di dati atti abbia dato il primo impulso alla formazione delle idee
morali, riman sempre da spiegare il loro
completo svolgimento, giacchè ogni
progresso morale ha come base la ragionevolezza u- mana. Da ciò deriva che i precetti morali, se
traggono il loro contenuto dall'esperienza,
devono la loro forza di ob- bligatorietà
a leggi universali dello spirito umano indi-
pendenti da qualsiasi esperienza. Ond’è che la scienza mo- rale o l’etica non può avere altro obbietto
che quello di rintracciare gli elementi
della natura unana, dai quali de- riva
la tendenza ad anteporre a tutto gl'interessi spirituali e il benessere della società, nel che
propriamente consiste la moralità. Come si vede, ciò che reude assolutamente
difettosa la concezione morale del Paulsen
è l'asserzione che basti l'e- sperienza
per determinare i precetti morali. Infatti, si può domandare: Perchè ciò che è utile alla
società deve essere praticato ? Perchè
lo svolgimento delle varie attività e
funzioni dell'individuo e dei suoi simili costituisce il fine umano? — Si risponde: Perchè la coscienza
sociale, perchè lo spirito collettivo
così comanda; ma, si può domandare
ancora: E perchè lo spirito collettivo dà di tali comandi ? Perchè esso è fatto cosi? E che dritto ha
esso di dare dei comandi ? E che prove
abbiamo della esistenza e della su- periorità
ci un tale spirito? — E le domande non sono fi-
nite ancora: Perchè esistono quei tali istinti sociali che sono la radice di taluni costumi e consuetudini ?
-— Da qualunque. lato sì consideri la
questione, emerge chiaro che non è possi-
bile trarre esclusicamente dall'esperienza il contenuto della LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 495 moralità senza tener conto delle direzioni
primitive ed origi- narie del volere
umano illuminato e conpenetrato dalla ra-
gione. È curioso che il Paulsen ammette che il problema della determinazione del fine ultimo della vita non
possa esser ri- soluto dall’intelletto e
quindi dall'esperienza, mentre quello
riguardante i mezzi per raggiungerlo (virtù e doveri) sì. Ora se le virtù e i doveri sono insieme parti
del fine ultimo del- la vita e mezzi per
raggiungerlo, come mai possono essere de-
terminati con metodo diverso da quello con cui è determinato lo scopo finale della vita ? L'esperienza non
ci può presentare che fatti concreti
collegati insieme, ma non potrà :nai darci la
necessità per cui i dati fatti si collegano, nè il perchè così si collegano, come non’ può darci mai alcuna
norma o regola, che abbia valor
necessario ed universale. È innegabile che
per quanto sì osservino fatti e si notomizzino, non sì caverà mai da essi una norina assoluta ed universale
di operare. Convien dunque riconoscere
in noi una facoltà o una disposi- zione
primitiva per la quale, sotto l'impulso di alcuni fatti, sì. sveglia in noi l’idea del dovere, l'idea di
un qualche cosa che si deve
assolutamente fare. Questa coscienza del do-
vere considerata nella sua generalità quale coscienza d’un fine obbligatorio, superiore al nostro
benessere individuale è, come abbiamo
veduto, il fondamento comune e generale
della natura morale degli uomini: ma a questo fondamento meramente formale si aggiunge
necessariamente, nella co- scienza di
tutti, una determinazione materiale, varia se-
condo i popoli, i tempi e gli individui. Per ciò che riguarda la superiorità
attribuita allo spi- rito collettivo
nelle sue varie forme rispetto allo spirito
individuale, giova notare che non ogni forma di collettività. »
496 LA FILOSOFIADELL'ATTIVITÀ
.è superiore all'individuo, come non in ogni caso l’indivi-
duo deve seguire i più. È da questo punto di vista che le idee emesse dal Paulsen sulla natura del
dovere meritano di .-essere
completate. Le unità collettive che hanno un va- lore più elevato sono quelle che condizionano
l’individuo, quali la famiglia e la
società presa in senso lato. È evi- |
. dente che senza la famiglia e la società non vi sarebbe nè individuo, nè cittadino, il quale
dapprima è per cosi dire una cosa con
esse, e se ne distacca soltanto in un
tempo posteriore, quando il volere individuale ha acquistato tanta forza da poter vivere e svolgersi in
modo autonomo. Le dette unità
collettive condizionando la vita indi-
viduale, sono universali, nel senso che non vi è uomo, il quale non appartenga ad una famiglia, o ad
una società. È chiaro che le stesse
collettività lungi dall'essere un prodotto
. dell'astrazione, sono quanto vi può essere di concreto, e vivono ed operano negli individui ; è
evidente del pari che . ciascun
individuo sì sente intimamente legato ad esse, ri- flette nel suo animo le loro tendenze ed
aspirazioni, e le ri- . conosce come
qualcosa di superiore. Una volta che l'individuo ha nella collettività il suo punto
d'origine, il suo fondamento, . @ il
suo sostegno, non può non attribuire ad essa un po- tere ed una forza stragrande. Non basta.
ciascun individuo come elemento isolato,
sente prepo:ente il bisogiio di com.
pletarsi, congiungendosi col Tutto, onde il suo volere quanto. più è compenetrato dalla ragione tanto più è
tratto a com- piere quelle azioni che lo
fanno sentire uno col Tutto, e che,
togliendo ogni restrizione, contribuiscono ad allargare l'Io. Le forme particolari ed artificiali di
collettività non . sempre hanno un
valore superiore e più elevato, in LA
FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 497 quanto non
contengono ciò che vi ha di essenziale negl'indi- vidui. Le unità collettive naturali lungi
dall’eliminare le differenze
individuali, le armonizzano e le elevano ad una . potenza maggiore. Gl'individui possono (ed è
bene che av- venga) fare a meno dal
seguire i dettami della collettività
quando questi non si riferiscono a ciò che vi ha di universale nella natura umana È soltanto a
questa con- dizione che l'individuo,
seguendo la collettività, si sente’ più
che sè stesso, si sente parte di ciò che vi ha di me- glio nel mondo, in modo da trovare un
appagamento calmo e completo alle più
profonde aspirazioni del suo cuore, e.
alle intime esigenze di tutto il suo essere. Prima di finire noterò che chi si fa a
considerare l'in- sieme delle dottrine
morali del Paulsen, s'accorge subito che
in esse si ha come il riflesso della psicologia quale venne trat- tata dal nostro Autore. Vedemmo, infatti, che
per lui il fatto psichico primitivo ed
originario è dato dall’attività, dall’e- nergia, mentre tutte le altre potenze non
rappresentano . che dei mezzi adatti a
far raggiungere all’attività il mag-
gior dispiegamento. Da tal punto di vista ciò che è pura-- mente subbiettivo, quale il sentimento,
figura come il sem- lice riflesso o come
l’intertoriszazione del fatto obbiettivo
dell’operare, che è l'essenziale. Una tale dottrina psicolo- gica fondamentale trasportata nel campo
morale che cosa. doveva darci? La trasposizione
della base della valuta- zione, diremo
così, dall'interno all'esterno. Infatti, una
volta che l'essenziale è l’ attività, e che questa nonsi può misurare che dal lavoro che compie, dagli
effetti che produce, è naturale che il
giudizio valutativo debba . riferirsi
agli effetti consecutivi alle azioni, invece che alle- 498 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ determinazioni subbiettive del volere e
dell’emotività, i - quali rappresentano
qualcosa di accessorio, di sussecutivo .
© di incidentalmente concomitante. L'importante per il nostro Autore non è la genesi subbiettiva
dell’atto, ma . l'attività, per così
dire, obbiettivata. Ma non è questa,
domandiamo noi, una maniera di snatu-
rare la moralità ? Non è l'essenza di questa riposta nel pro- cesso per cui l'ideale si attua, per cui ciò
che non è ancora tende a tramutarsi in
fatto? Non ha essa la sua nota caratteri-
. stica nel procedimento per cuiil mondo veramente uinano siva formando ? Togliete l’ideale dal dominio
morale ed avrete an- nullato la moraità
: ora, non si viene a destituire d'ogni
valore l'ideale, una volta che si pone come obbietto della ‘ valutazione morale l’effetto che consegue
all’azione, cioè a dire quella parte
dell'ideale che è stata già tramutata in
fatto? Bisogna ben tenere a mente che l’ideale è un pro. dotto del soggetto, prodotto che ha valore ed
efticacia per sè, a prescindere dalla
sua attuazione, la quale può essere |
arrestata o di molto diminuita per cause svariatissime. E la scienza morale si differenzia da tutte le
altre scienze ap- punto per questo, che
essa non sì riferisce a fatti, ma ad
‘idee ed a sentimenti che tendono a tramutarsi in fatti : in caso contrario la scienza morale quasi quasi
non ha ra- gione di esistere. La
classificazione, l'ordinamento ed anche
la valutazione degli effetti di date azioni sono di spettanza di altre scienze. Aggiungiamo in ultimo che, ammesso il
teleologismo «alla maniera di Paulsen,
si viene a destituire d’ogni valore la
volontà, la quale è quasi considerata come una forza, le cui determinazioni per sè possono essere
trascurate, tanto LA FILOSOFIA
DELL'ATTIVITÀ 499 ‘è ciò vero che il
giudizio morale principale si riferisce
.agli etfetti consecutivi all’azione, iquali possono essere maggiori o minori in rapporto a numerose
circostanze che non hanno niente a che
fare colla volontà vera ‘@ propria; per
contrario le determinazioni primitive di
questa e i loro motivi vengono lasciati da parte come qualcosa di superflno e quindi
d'insignificante. Non si ha cosi una
nuova forma di fatalismo, una volta che più o
meno manifestamente viene ad essere ammesso che la vo- lontà presa per sè non è degna di
considerazione ? È de- gno di nota il
fatto che i sistemi filosofici, ì quali pon-
gono il volere come fondo e sostanza dell’ universo, sono costretti dalla forza delle cose a negare
ogni efficacia al volere vero e proprio:
diciamo al volere vero e proprio,
giacchè il volere aminesso dai filosofi pantelisti è qualcosa di così chimerico e di così inconsistente che
non può esi- stere, se non nella
fantasia di quelli che ne hau fatto il
doro Dio. VI. Chi si fa a considerare tutto il movimento
della filoso- fia contemporanea non può
a meno di notare che le varie di-
rezioni di questa hanno i loro nuclei di origine nella fi- losotia kantiana. I germi delle varie forme
che ha assunto l’attività del pensiero
filosofico nel secolo nostro si trovano
tutti nel Kantismo, tanto è ciò vero che ciascun filosofo prende come punto di partenza qualche veduta
kan- tiana, e non fa che trarre da essa
tutte le conse- guenze possibili,
svolgendola nelle varie sue parti. Nè ciò
deve far meraviglia, se si pensa che Kant piuttosto che 500 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ darci un sistema filosofico vero e proprio,
ci diede una cri- tica della conoscenza
e della metafisica anteriore, ond'egli,
qua e là potette emettere delle vedute forse non perfet-
tamente atte ad esser coordinate in un tutto armonico non atte cioè a divenire elementi di un
sistema unico, ma atte a divenire punti
di riferimento di concezioni po- steriori.
Non è nostro intendimento ora di passare a
rassegna i vari sistemi filosofici che presero le . mosse da Kant: notiamo soltanto che tra le varie
direzioni del pen- siero speculativo
contemporaneo due si possono segnalare
in modo spiccato come germinazioni dirette del Kantismo: alludiamo alla filosofia critica propriamente
detta o al cri. ticismo e alla filosofia
dell'attività o pantelismo nelle sue
varie forme. Le dette due direzioni presentano dei carat- teri netti e delle note speciali, per cui non
sì può non: considerarle separatamente:
il criticismo, infatti, ha, per cosi
dire, il suo centro di gravità nella teoria della conoscenza. che costituisce per esso l’obbietto speciale
dell'indagine filoso- fica ; il
pantelismo invece è concezione essenzialmente metatìi- sica e lungi dal limitare le sue ricerche
alle discussioni gno- seologiche, ha di
mira di penetrare la natura intima della
realtà sia fisica che psichica.
Entrambe queste direzioni del pensiero filosofico, dicevamo, si rapportano a Kant; ma mentre il criticismo
cerca di dare il più ampio svolgimento
alle vedute d'ordine teoretico, il pante-
lismo ha l'intento di accentuare e di esagerare il pensiero fon- damentale della filosofia pratica del grande
filosofo di Kénigs- berg. É noto che
mentre nella critica della ragion pura Kant,
dopo l'esame e l’analisi del potere della conoscenza umana,. affermò l'impossibilità di oltrepassare il
fenomeno, nella cri- LA FILOSOFIA
LELL'ATTIVITÀ BOL tica della ragione
pratica ammise una sola via di penetrare
nel regno del Reale e questa per lui era il volere umano. È del pari noto che si volle trovare
un’antitesi tra il pen- siero e il
metodo della ragione teoretica e il pensiero e il metodo della ragione pratica, onde avvenne
che alcuni se- guirono Kant nella teoria
della conoscenza, mentre altri nella
metafisica che poteva esser dedotta dai presupposti della sua Etica. Avendo il grande filosofo
tedesco pro- clamato il primato della
ragion pratica ed avendo ammesso nel volere
umano una specie di accenno all’Assoluto, era da aspettarsi che i filosofi, i quali non si
appagavano delle semplici discussioni
gnoseologiche, dovessero cercare di co-
struire una metafisica, dando svolgimento e trasformando pressochè completamente i postulati della
ragion pratica. Tale fu il caso dello
Schopenhauer. Non abbiamo bisogno di
esporre la metafisica di questo filosofo per mostrare come essa abbia una delle sue radici nel
pensiero kantiano. È necessario
piuttosto domandarsi a questo punto se il
pantelismo abbia in realtà interpretato e svolto il pensiero . kantiano: fa d'uopo, cioè, ricercare se in
fondo i presup- posti della filosofia
morale e religiosa di Kant siano pro-
prio quelli che formano il caposaldo della metafisica pantelistica. Ora a tale questione non si può
che rispon- dore negativamente : chi ben
considera, infatti, l'insieme della
filosofia kantiana nota subito come l’antitesi tra la filosofia teoretica e pratica in realtà non
sussista; giacchè in entrambe domina
quella che si potrebbe dire veduta
formaliatica, nel senso che tanto nella conoscenza quanto nell'attività pratica si distingue l'elemento
a priori o for- male, che dà le note
essenziali della necessità e dell'univer-
8. 502 LA FILOSOFIA
DELL'ATTIVITÀ salità dall’ elemento
materiale, il quale è empirico e quindi
contingente, vario e relativo. Se non che Kant, in- tendendo di costruire un sistema di morale
pura ed elevata, volendo dare alla
morale un fondamento assoluto, comprese
che bisognava ridurre al minimum l'azione dell'elemento empirico per riporre ìil carattere normativo
della legge mo- rale in qualcosa di
fermo e di stabile; solo cosi il dovere
era fine a sè stesso. In tal
guisa fu indotto a porre l'essenza dell’imperativo categorico in una determinazione primitiva
del volere umano, la quale non poteva
non esser formale. Sicchè mentre egli
aveva considerato l’ elemento formale della conoscenza (forme dell’intuizione e categorie), una
volta separato dal- l'elemento materiale,
come vuoto, nella morale, per timore di
contaminare in qualche modo la purissima concezione etica, attribui un valore assoluto
all'elemento formale con- siderato per
sè separatamente da ogni determinazione de-
rivante dall'esperienza. Da tal
punto di vista è innegabile il divario esistente tra la filosofia teoretica e quella pratica
di Kant, ma chi ben riflette sul
principio dell'Etica kantiana s'accorge che
il detto principio formale implica in fondo un contenuto materiale, giacchè l'universalità della
regola nun può con- tenere per sè forza
obbligativa, ma solo perle conseguenze
buone che ne derivano, cioè per l’accordo generale degli animi e per lo svolgimento dei sentimenti
disinteressati. In ogni caso il detto
divario autorizza forse a considerare
giusta l'opinione di chi sostiene che il pantelismo è niente altro che la continuazione e lo svolgimento
di ciò che vi ha di essenziale nella
filosofia di Kant? Per risolvere una
LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 503
tale questione fa d’'uopo ricercare quale sia l'essenza del pantelismo, affinchè dopo si possa vedere se
le vedute kantiane realmente coincidano
con essa. Ora il pantelismo .&fferma
che fondo e sostanza dell'universo è il volere,
ma, si noti, non il volere umano, il volere cioè intimamente «<compenetrato dall’intelligenza, bensi il
volere-forza, l’azione, l'operare per
l’operare: ed afferma inoltre l’assoluta supre-
.mazia della attività di fronte all'intelletto. La fanzione ‘conoscitiva, infatti, nelle sue varie forme
e gradi non è per esso che qualcosa di
sussecutivo e di secondario, una specie
di istrumento creato dall'attività. É evidente che questa seconda affermazione è una conseguenza
della prima, nella quale propriamente
sta il principio fondamentale del
pantelismo. Ciò posto, chi conosce lo spirito della filosofia kantiana non può far a meno di constatare la
profonda differenza esistente tra essa e
il pantelismo, in quanto Kant ammette,
si, il primato del volere, ma del volere che
è tutt'uno colla ragione, tanto è ciò vero che egli parla di ragione pratica, onde non è lecito
considerare come propria «della
filusofia kantiana l’ affermazione della separazione assoluta del volere e del sentimento
dall'attività conosci- tiva. Per quanti
sforzi si facciano non si riuscirà mai a
togliere all'etica kantiana la caratteristica sua propria che è quella di essere un'etica trascendente;
ora chi dice ‘etica trascendente dice
etica che ha un fondamento spe- culativo
; il che alla sua volta include l'affermazione del- l’indissolubilità della morale dalla
metafisica. Non è giusto adunque
riferirsi a Kant quando si afferma
l'indipendenza assoluta dellu morale e della religione dalla metafisica; in fondo il pensiero kantiano è
questo, che la 504 LA FILOSOFIA
DELL'ATTIVITÀ conoscenza e la ragione
per sè isolatamente considerate non
bastano a darci il fondamento assoluto dell’etica e della religione, per il che si richiede la
cooperazione di altre funzioni dello
spirito o di altri momenti della vita
psichica (sentimento e volontà). L'etica e la religione però non possono esistere senza che sia ammesso,
sia pure in forma di postulato, un
qualche fatto d’ordine speculativo. Ciò
che Kant ha affermato quindi non è la supremazia o anche l'indipendenza assoluta del volere
cieco di fronte alla ragione, ma l'insufficienza
della ragione isolatamente presa a farci
penetrare nel regno dell'assoluto e quindi la
necessità della cooperazione del volere. Dire adunque che il pantelismo è una conseguenza necessaria e
legittima della filosofia kantiana e
dire che la concezione etica e religiosa
propria del pantelismo è nel fondo quella kan-
tiana equivale ad affermare cose non perfettamente con- formi al vero. Noi ci siamo alquanto dilungati nell'esporre
il rapporto esistente tra il pantelismo
ela filosofia kantiana in quanto le idee
del Paulsen, le quali, come ha potuto vedere chi ci ha seguito nella esposizione analitica
fattane, si ridu- cono ad una forma di
pantelismo, non possono essere con-
siderate come una vera e propria germinazione della filo- sofia kantiana, ma vanno riguardate piuttosto
come il pro- dotto della fusione di
svariati elementi, ai quali brevemente
accenneremo. Per sintetizzare in
brevi termini il nostro pensiero intorno
alla genesi storica delle vedute del Paulsen dire- mo che i germi deposti nella sua mente dallo
studio delle opere di Kant e di
Schopenhauer maturarono e si LA
FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 505 svolsero
in modo particolare per la cooperazione di mol-
teplici altri fattori, quali i lavori compiuti dai neocritici, i progressi delle scienze particolari,
specialmente di quelle biologiche, e
l'allargamento della cultura in genere avve-
nuto negli ultimi anni. Secondo noi, il Paulsen, spirito fornito di una grande potenza assimilatrice,
ha preso da Kant la purezza dell'intuizione
morale, e la profondità del sentiment)
religioso, dallo Schopenhauer il concetto del pri- mato dell’ attività di fronte alla conoscenza
e dalla cultura contemporanea la
tendenza a considerare la filosofia come
la sintesi delle scienze particolari.
Qui, si può domandare : Ha il Paulsen fuso questi vari ele- menti in modo armonico da formare un'opera
sotto qualche rispetto originale ? È
riuscito il Paulsen a presentarci una
sintesi vera dei vari tentativi fatti dallo spirito umano per dare una spiegazione dell’enigma
dell’universo ? A noi pare .che l'opera
del Paulsen, notevole per larghezza di vedute
€ per chiarezza e perspicuità nell'espressione, sia più che una semplice introduzione o guida al
filosofare, ma sia d'altra parte meno
che una concezione filosofica originale e. meno
che una sintesi nuova e prcfonda di sistemi anteriori. Sul modo di filosofare del Paulsen
oltrecchè gli elementi accennati disopra
esercitarono una grande azione le specu-
lazioni di Teodoro Fechner. Questo filosofo (1), il quale è massimamente noto per aver fondato in
compagnia di Weber la Psicofisica, ebbe
un modo proprio di considerare e di
(1) G. T. Fechner, già professore deli0’Università di Lipsia,
nacque nel 1£01 e morì nel 1837. 506 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ risolvere i problemi filosofici che merita
di essere conosciuto.. Ed è notevole
anzitutto che la Psicofisica lungi dall'essere
qualche cosa di estraneo, come a prima vista si potrebbe supporre, alle sue idee speculative, non è
che una parte in- tegrante di queste: il
che apparirà chiaro dopo che avremo
esposto ì punti principali del sistema fechneriano. Secondoil detto filosofo adunque dal lato
interno e psichico,. la realtà piena e
vera si trova nell’Unità suprema della co-
scienza divina, mentre dal lato esterno o fisico vanno con- siderati gli atomi quali elementi ultimi
reali. L'Unita su- prema della coscienza
che tutte le altre unità di ordine
inferiore contiene in sè, si deve pensare analoga a quella umana; ed allo stesso modo che vi sono delle
unità di co- scienza inferiori alla
umana, come quelle degli animali, delle
piante, dei cristalli, ecc., così ve ne sono di ordine superiore, intermedie quindi tra l’umana e la
divina. Tali sono quelle delle stelle,
dei pianeti e degli astriin genere.
L'Uno-Tutto abbraccia colla sua coscienza tutte le unità di ordine inferiore, mentre queste non sanno
di essere com- prese nell'unità
superiore. La nostra vita terminata
quaggiù, entra a far parte di uua vita
superiore e più elevata; non altrimenti che nella nostra psiche una intuizione, quando sparisce
come tale, sì conserva, o meglio rinasce
come ricordo in una sfera supe- riore
dell'anima, così tutto il nostro spirito perdura in un'esistenza spirituale superiore. Nel mondo
di là gli spi- riti non sono più
collegati mediante determinazioni spa-
ziali, ma sono in un rapporto reciproco più elevato, più intimo e insieme più libero. D'altra parte l’atomo vero e proprio non può
essere per- —1—1—_x:c: -—-*:- LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 507 cepito, ma soltanto dedotto od astratto dal
complesso dei fenomeni corporei, e
figura come il punto di riferimento di
tutti i nostri calcoli nelle scienze esatte. La prova della realtà degli atomi risiede nella necessità di
farne uso; e noi intanto arriviamo a
concepirli, in quanto l’analisi dei
fenomeni corporei, spinta agli ultimi limiti, pone davanti alla nostra mente questi elementi assolutamente
semplici, i quali appaiono condizioni
essenziali dell’ interpretazione e del
calcolo dei vari fenomeni svolgentisi nell'universo. Il Fechner chiamala sua concezione
idealistica in quanto per essa è ammessa
l’esistenza di una coscienza universale
o totale, la quale è come la condizione im:nanente dell’e- sistenza della materia ; la chiama
matertalistica in quanto con essa viene
ad essere riconosciuto che non vi è attività
dello spirito, sia umano che divino, che non sia accompa- gnata da un fenomeno materiale o di movimento
; la chiama dualistica in quanto per
essa anima e corpo appaiono irri-
ducibili l’una all’altro; la chiama finalmente concezione dell'identità in quanto per essa spirito e
natura sono due modi differenti
d'apparire di uno stesso processo fonda-
mentale. Ciò che vale a
controdistinguere la veduta del Fechner
di fronte alle concezioni di altri filosofi del nostro tempo, quali l'Herbart, il Lotze, è che egli non
ammette in alcun modo l’esistenza di
sostanze finite, di reali indipendenti,
ovvero anche in connessione reciproca tra loro, ma aventi valore per sè. Per lui la realtà è nel
processo, nella vita, nell'attività
universale ; le sostanze finite, o le monadi non sono che fatti o processi di un ordine
inferiore, i quali devono la loro
esistenza ad un processo simile, ma di
508 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ
ordine superiore. Una volta poi ammessa così dal Fechner la dottrina dell'animazione universale e
quella della con- tinnità e
accrescimento graduale e ininterrotto della vita psichica e una volta riposta l’essenza di
quest'ultima non nella qualità semplice
di un reale o nella reazione di una
sostanza inpenetrabile, bensi nello svolgimento del processo universale attraverso a una quantità di
momenti di vario ordine, è chiaro che
s’' imponeva l'esigenza non solo di
mostrare la possibilità della esistenza di una vita psi- chica latente, ma anche di rappresentarla,
diremmo, gra- ficamente, andando in
traccia delle condizioni, per cuì si
rendono possibili quei centri concreti di attività psichica che nella loro ordinaria funzione ricevono il
nome di anime. In altri termini, in base
ai suoi concetti speculativi, il Fechner
fu spinto a ricercare una legge, poggiata possibil- mente sul calcolo e sull'esperienza, atta a
dar ragione della discontinuità
rivelantesi nella ordinaria vita psichica. A
tale esigenza risponde appunto la legge psicofisica, colla quale viene enunciato il fatto che la
sensazione non co- mincia con uno
stimolo infinitamente piccolo, ma solo con
il valore limite dello stimolo e che l'accrescimento della stessa cessa del tutto quando lo stimolo ha
raggiunto il limite clell’altezza che è
il suo limite massimo. E qui va notato che
se si fa crescere l’ intensità dello stimolo, rimanendo fra il limite minimo e quello massimo, non ad ogni
accrescimento di stimolo tien dietro un
accrescimento di sensazione; lo stimolo
deve crescere di un certo grado, cioè del limite della differenza, perchè noi lo avvertiamo.
Codesto limite di differenza però non è
una grandezza costante, ma di- pende dal
grado d'intensità già raggiunto dallo sti-
LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 509
molo e relativamente dalla sensazione, per il che si può dire che il limite di differenza dello
stimolo è propor- zionale all'intensità
dello stimolo stesso. L' accrescimento
della sensazione rimane indietro all’ accrescimento dello stimolo, in maniera che l’intensità della
sensazione cresce solamente nel rapporto
aritmetico (come 1, 2, 3, 4, ....);
laddove l'intensità dello stimolo cresce nel rapporto geome- trico (come 1, 2, 4, 8, 16.....). | È chiaro che l’esistenza del limite
inferiore ci guaren- tisce una certa
insensibilità, e perciò anche una certa in-
dipendenza dai piccoli ed innumerevoli stimoli, i quali, per così dire, senza posa ci vanno ronzando
attorno e che al- trimenti ci sarebbero
cagione di continue molestie. Dall’al-
tra parte il limite di differenza assicura alle sensazioni che entrano nella nostra coscienza una certa
durata, in quanto le preserva dalle
variazioni degli stimoli. L'impressione
piacevole che si prova all'udire un pezza di musica si fonda essenzialmente su questo fatto, che noi non
percepiamo le leggiere deviazioni dei
suoni dalla consonanza e dalla par-
titura, giacchè esse sono al di sotto del limite di differenza. I valori dei limiti inferiori sono
l’espressione della sensi- bilità per
gli stimoli e per la loro distinzione, e come tali, mutano non solamente da persona a persona, ma
anche da tempo a tempo, secondo il grado
di stanchezza, di e- sercizio, di
eccitamento o di paralisi. VII. La concezione fechneriana ha un'importanza
superiore a quella che d'ordinario le
viene attribuita in quanto rap- BIO LA
FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ presenta uno
dei più audaci tentativi fatti in questi ultimi
tempi per coordinare i risultati delle scienze particolari con una costruzione quasi totalmente
fantastica della Realtà. Il Fechner in
sostanza dice: il meccanismo da qualun-
que punto viene considerato, figura come qualcosa di re- lativo; tutto ciò che é esterno in tanto ha
valore in quanto appare a qualcos'altro:
pertanto l'essenziale va ricercato ap-
punto in questo qualcos'altro, l’esteriorità essendo semplice- mente come un elemento fenomenico
concomitante. Ammesso: il principio che
a tutto ciò che è tisico corrisponde un lato
psichico, è agevole pensare che a tutte le varie formazioni fisiche (astri, pianeti, ecc.) debbano
correre parallele delle corrispondenti
formazioni psichiche fino a giungere alla
Coscienza universale che tutto in sè contiene e comprende. Ora si domanda: Il fatto di dover ammettere
un lato interno, corrispondente a tutto
ciò che appare meccanico o esterno
autorizza a porre senz'altro l’esistenza di determinate u- nità di coscienza intermedie tra l’uomo e
Dio? Che dritto abbiamo noi di credere
che la coscienza universale diffusa sì
sia, acosì dire, differenziata in tali unità di coscienza par- ticolari, quando pur sappiamo che la
formazione della no- stra coscienza
richiede condizioni e processi speciali e di
ordine complicato? Noi crediamo che si possa é si debba ac- cettare uno stato di psichicità o di
interiorità diffusa, 0- scura, ma non
crediamo che ciò tragga seco la necessità
di ammettere dei centri di coscienza distinti, intermedi tra l'uomo e Dio, giacchè i fenomeni presentati
dai vari si- stemi di astri non possono
essere risguardati quali manife-
stazioni di coscienze determinate. Anzitutto notiamo che qualunque speculazione a tal riguardo appare
priva di va- LA FILOSOFIA
DELL'ATTIVITÀ 5I1:’ lore, sia perchè
essa siriduce a un modo soggettivo e arbi-
trario di rappresentarsi ciò di cui noi non possiamo avere che - conoscenza astratta e incompleta, e sia
perchè la conoscenza dell’interiorità in
tanto può aver significato in quanto
giova al conseguimento di fini pratici, agevolando il rap- porto e il nesso reciproco degli esseri e il
perfeziona- mento che ne consegue.
Quando per contrario l’interiorità
figura come qualcosa d’indifferente, come qualcosa di sfor- nito d'importanza, quando insomma per poter
utilmente agire sulle cose basta la
conoscenza esterna fenomenica che di
esse abbiamo, la ricerca dell’interno va posta a livello di qualsiasi altro gioco della fantasia. Noì in
tanto ricerchiamo ed apprezziamo la
conoscenza dell'interno degli altri uo-
mini in quanto da tale conoscenza ci ripromettiamo dei vantaggi d'ordine teoretico (cognizione della
natura dello spirito umano e delle sue
leggi) e d'ordine pratico. È per mezzo
di essa che noi possiamo utilmente agire sui nostri simili e su noi stessi, indirizzandoci a
vicenda verso il fine a cui crediamo che
il genere umano tenda. Il Fechner poi
crede che ogni sistema di forze, che ogni
determinato aggruppamento di elementi possa essere con- siderato espressione di una distinta unità di
coscienza; ora ciò evidentemente non è
ammissibile, giacchè occorre far
distinzione fra quelle coordinazioni di elementi che sono indizi o estrinsecazioni di unità di
coscienza realmente e- sistenti (unità
di coscienza tn sé) e quelle coordinazioni
di elementi che hanno il loro fondamento nella coscienza del soggetto che contempla i detti elementi.
Così i vari si- stemi in cui la mente
umana ha ordinato l'immensa mol-
teplicità dei fenomeni, non depongono per l’esistenza di u- - 512 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ nità di coscienza corrispondenti, ma hanno
per presuppo- sto l’esistenza di una
coscienza, diremo cosi, estrinseca, la
-quale li ha formati, contemplando i fenomeni: invece le «coordinazioni presentate dagli organismi in
genere sono forme di estrinsecazione di
unità di coscienza distinte. Il
Fechner, avendo identificato le due sudette maniere di coordinazione, si è creduto autorizzato ad
ammettere un'’u- nità di coscienza in
ogni sistema. Ma si può qui doman- dare:
Vi è un criterio per distinguere quei sistemi che hanno per fondamento una unità di coscienza
estrinseca da quelli che ne hanno una
intrinseca? Ognuno vede la grave
difficoltà di un tale problema; noi però crediamo di poterlo risolvere, ponendo il carattere
distintivo nella pro- | prietà che ha
l’unità di coscienza veramente distinta
(obbiettiva e di ordine elevato) di poter non solo produrre | ed avere vari stati, ma di poter agire su
questi. Noi solo «allora siamo
autorizzati ad ammettere come espressione di
un’ unità di coscienza distinta un sistema di elementi, . quando abbiamo degli indizi sicuri non solo
che in tale siste- ma domina un'unità
armonica e coordinatrice, ma che questa
. produce e modifica i vari stati in cui il detto sistema sì può ‘trovare. In ogni altro caso si può parlare
di coscienza uni- versale diffusa, ma
non di coscienza distinta e molto meno .
di coscienza di ordine superiore. Ciò
posto, se noi esaminiamo i fatti presentati dagli . astri, dai pianeti e da tutti quegli
oggetti che, stando a Fechner, sono
manifestazioni di unità di coscienza inter-
medie tra l’umana e la divina, noi troviamo che essi non presentano alcun indizio dell'esistenza
di qualcosa di superiore e di elevato
capace di agire sui propri stati; LA
FILOSOFIA BELL'ATTIVITÀ 513 onde non è
lecito estendere la coscienza distinta al disopra dell'uomo che presenta in modo evidentissimo
la caratteri- stica suaccennata. | Concludiamo coll’osse rvare che la metafisica del Fechner, come quella del Paulsen, non sfugge al
rimprovero che si fa atutte quelle
metafisiche che sforzano la realtà, preten-
.dendo che l’ordine ideale di questa si realizzi per una via diversa da quella che l’esatta ricerca
scientifica dimostra vera. Tutte queste
metafisiche hanno in comune di esser
modi di rappresentazione dell’incondizionato, onde il meglio è di considerarle come mere ipotesi che nei
loro concetti e nelle loro linee più
generali è bene tener presenti senza
lasciarsene dominare, affidandosi al progresso lento, ma sicuro dell’esatta ricerca scientifica, la
quale mentre da una parte insieme con
tutta la cultura, influisce sulla loro for-
mazione, è dall’altra atta a decidere, con la cooperazione. di altri elementi, del loro valore. Fine.
Digitized by Google
INDICEK La Vecchia e la Nuova
Frenologia La Nozione di “ Legge , L'origine delle tendenze immorali . Il senso muscolare . L’obbietto della Psicologia fisiologica
. La Filosofia dell’attività — F.
Paulsen . pag. SAGGI FILOSOFIA
FRANCESCO DE SARLO SAGGI DI
FILOSOFIA) VOLUME II LA MORFOLOGIA DELLA CONOSCENZA IL PROBLEMA ESTETICO — IL PROBLEMA
FILOSOFICO SECONDO IL BRADLEY we
TORINO CARLO CLAUSEN 1397
Chl 4225:2,3) HARVARD COLLEGE
LIBRARY OC JACKSON FUND (1,49 2 /
—— ro Li te nn a A SI, io ae i Pa
e - __...—————&——&__cse-@hctemurrr nd TARA sr AIA CI I TTI AT E I O A I I ZI I — O i = 1o———__—r_r_——_————— it (i 7 E
| vB8 AA ANI TE RE IE lr LA
NOZIONE DI « LEGGE > IV. La Classificazione delle Leggi o la
Morfologia della conoscenza 0. Si è concordi nell’ammettere distinzione
tra la cono- ‘ scenza in generale e la
scienza, in quanto la prima im- plica
semplice qualificazione della Realtà, mentre la seconda include qualcosaltro ancora, include cioè la
connessione necessaria degli attributi
caratterizzanti il Reale. Se la
conoscenza in generale verte sul particolare e sul concreto, la scienza si muove nell’ universale, nel
necessario, nel. (1) Per ragioni che
qui non è necessario esporre, fui costretto ad
anticipare di molti mesi la pubblicazione del 1° volume di questi Saggi, nel quale è contenuta la « Nozione di
Legge » — La tratta- zione di questo
importante e difficile argomento rimase come strozzata; difatti l’ultima parte, da pag. 123 a 139,
dove si parla di una classi- ficazione
delle Leggi, non è bene coordinata col rimanente e, più che una discussione ampia sul detto argomento, è
l'eco di una serie di note prese per la
più parte dalle Lezioni di Filosofia fatte dal Masci all’ Università di Napoli negli anni
accademici 1890-91-92. Riprendo ora
l'argomento interrotto, coll’ intento di dargli quello svolgimento che a me pare che meriti. 41
, LA NOZIONE DI « LEGGE »
permanente, avendo per obbietto non il dato puro e sem- plice, ma i concetti elaborati sul dato.
Parrebbe adunque che la conoscenza
esprimesse un rapporto o un contatto più
immediato colla realtà, essendo come l’ apprensione diretta di questa, mentrechè la scienza fosse
come una forma di appercezione mediata,
compiuta, cioè, attraverso i concetti
della nostra mente; parrebbe di conseguenza
che tra conoscenza e scienza vi fosse una differenza so- stanziale in modo da essere pressochè
impossibile rintrac- ciare, diremmo, la
morfologia, o la figliazione dei vari
ordini di caratterizzazione della realtà. Ora per veder chiaro in tale questione a noi pare opportuno
determinar bene anzitutto in che propriamente
consista la conoscenza. Questa in tutte
le sue forme, a cominciare dalla semplice
percezione a venire al concetto più astratto, lungi dal presentarsi come un contatto, diremmo,
mistico, di due sostanze - il reale e la
mente - poste l'una di fronte all'altra,
figura come un processo di appercezione, mediante il quale ogni elemento nuovo viene come
assimilato dagli elementi affini già
esistenti nella psiche, di guisa che la
legge della relatività è la legge psichica fondamentale. Ciò posto, noi vediamo che tra conoscenza pura e
semplice e conoscenza scientifica non vi
è differenza sostanziale, es- sendo due
stadii di un processo fondamentale identico:
conoscere equivale appercepire, assimilare, riferire l’ ele- mento nuovo ai già preesistenti ; se questi
ultimi, distaccati dal processo
psicologico e sottoposti ad un' elaborazione
speciale, vengono considerati come simboli, come segni per riconoscere ogni elemento affine che
sopraggiunge, sì avrà la scienza, in
quanto i detti simboli sono appunto i con-
LA NOZIONE DI « LEGGE » 3
cetti, gli universali che rendono possibile l’ appercezione del singolo e del particolare: se per
contrario la forma appercettiva è
incorporata nel processo psicologico si avrà
la semplice conoscenza. | Onde
consegue che qualsiasi forma di conoscenza implica la cooperazione di un elemento universale
(forma appercet- tiva), di un elemento
intelligibile, di qualcosa che trascende
il fatto concreto particolare attualmente in rapporto im- mediato col soggetto e insieme che non vi è e
non vi può essere una esclusiva conoscenza
di fatti singoli e isolati : questi son
sempre appresi attraverso qualcosaltro che in
certo modo li rischiara e li illumina, che, in altre parole, li rende intelligibili. E che cosa è questo
universale attra- verso cui noi
appercepiamo qualsiasi fatto singolo? Se la
sua funzione è quella di rischiarare, di rendere intelligi- bile il dato, idealizzandolo e in certa guisa
universaliz- zandolo, esso si confonde
con ciò che propriamente si chiama
legge. Questa infatti, come fu ampiamente discusso altrove, è ciò che rende intelligibili i fatti
singoli e con- creti, o, ciò che torna
lo stesso, rappresenta ciò che vi ha
d'’intelligibile negli ultimi, è la loro stessa intelligibi- lità. Eccoci condotti adunque al risultato
finale che il dominio della « legge » si
estende fin dove si estende quello della
conoscenza e che pertanto una classificazione
razionale ed esauriente delle varie forme di legge in tanto è possibile in quanto le varie specie di
conoscenza sono intimamente connesse tra
loro da formare un tutto or-
ganico. Nè sembrerà inutile
estendere in tal modo la nozione di «
legge », se si pensa che in tal guisa soltanto s' intende 4 | LA NOZIONE DI « LEGGE » la natura vera del processo conoscitivo ed
è resa possibile una vera e propria
morfologia della conoscenza. E poichè
lo spirito umano non ha soltanto la funzione
conoscitiva, ma ha anche quella emotiva e volitiva, non è priva d'interesse la ricerca dei rapporti
esistenti tra queste ultime e la
funzione conoscitiva, per vedere fin dove estende il suo dominio il fatto conoscitivo e per ciò
stesso la legge. Ora vi sono dei
prodotti dello spirito umano, quali l'Arte,
la Morale, la Religione, i quali sono da parecchi conside- rati come estranei assolutamente alla
conoscenza: l'Arte, la Morale, la Religione,
si dice, sono un prodotto del sen-
timento e della volontà e non già dell’intelligenza umana; rella vita estetica, morale e religiosa
proviamo delle emozioni ed operiamo, ma
non conosciamo. È vera l’af- fermazione di
caloro che pressochè escludono il momerto
conoscitivo dai succitati prodotti dell'anima umana? Noi crediamo che pur non essendo riducibili a
meri sillogismi i fatti estetici, morali
e religiosi, non cessano però di
contenere come lero momento essenziale quello conoscitivo. Ed invero l'Arte e la Religione, esprimendo e
simboleg- giando, ciascuna alla sua
maniera, il Reale, che cos’altro fanno
se non qualificare lo stesso Reale? E la vita morale che sì esplica, mirando all'attuazione di un
certo Ideale di perfezione, che
cos'altro fa se non caratterizzare come
progressiva e perfettibile la realtà stessa? L'Arte, la Morale, la Religione non sono certo un prodotto
esclusivo del ra- gionamento reflesso,
come credevano ì razionalisti, ma non
sono nemmeno un prodotto esclusivo del sentimento e della volontà, come vogliono gli avversari della
conoscenza, giacchè per poter
significare e simboleggiare il Reale n
i i it - —.$. + nm ©" - —_ >= .,.>-®_ _ LA NOZIONE DI « LEGGE » 5 bisogna aver una certa idea del Reale
stesso, altrimenti l'espressione manca
di ogni punto di riferimento e quindi di
ogni significato. Ammesso anche che l’idea artistica, l’idea morale e l’idea religiosa sia come il portato
di date ten- denze ed esigenze
dell'anima umana, ciò non esclude che
qualsiasi determinazione estetica, religiosa, ecc. sia come una maniera di conoscere e di sperimentare il
Reale, giacchè le dette tendenze ed
esigenze (sentimenti e voli- zioni)
involgono sempre un elemento intellettivo o apper- cettivo. L'Arte, la Religione, ecc. sono poi
come vari punti di vista, come varie
posizioni di prospettiva per poter ap-.
percepire la realtà, per modo che attraverso le differenti forme che esse assumono noi possiamo
comprendere i singoli fatti riferentisi
alle rispettive sfere estetica, reli-
giosa, morale. D'ordinario si crede che un fatto estetico o religioso sia qualcosa d’ individuale, di
concreto, di singo- lare, qualcosa di
chiuso in sè stesso; ora ciò mal si con-
cilia colla funzione universalizzatrice, tipificatrice e idea- lizzatrice attribuita alla funzione estetica,
religiosa e morale. Lo spirito umano
quando crea il bello e foggia il simbolo
religioso o pone l'ideale morale, attua i mezzi
attraverso cui può intendere la molteplicità dei fatti con- creti e particolari riferentisi alla sfera
dell’arte, della religione e della
morale. Nei casi suddetti adunque la mente
umana da una parte conosce, ha un certo concetto (co- munque formatosi) del reale, e dall'altra
porge i mezzi attraverso cuì possono
essere appercepiti una quantità di fatti
singoli e concreti che si presentano nella vita ordi- naria. Allo stesso modo che, perchè sia
scoverta una legge scientifica occorre
il Genio scientifico, perchè sia scoverto
6 LA NOZIONE DI « LEGGE » un
punto di vista: nuovo da cui appercepire la realtà in ordine alla morale, alla religione e all'arte
- punto di vista che fissa
l'orientamento in ciascuna di queste orbite -
sì richiede l'influenza del Genio. In entrambi i casi il processo è sempre quello di appercepire e di
fare apper- cepire in un dato modo la
realtà, di ordinare la moltepli- cità
caotica dei fatti singoli, il che equivale a dire che lo scopo è sempre quello di caratterizzare e
qualificare la realtà. In fondo ad ogni
opera estetica, morale e religiosa si
trova poi un giudizio in cui vengono enunciate le diverse manifestazioni o differenze di un’ identità
fondamentale, un giudizio in cui vengono
esposte le maniere di articolarsi tra
loro delle parti componenti un tutto e in cui infine vengono enunciate le determinazioni possibili
o ideali e non attualmente reali. Si dice che mentre l'ipotesi scientifica è
formata per spiegare i fatti reali che
da essa conseguono, le costru- zioni
ideali dell'Arte, della Religione e della Morale sono prodotti arbitrari dello spirito, i quali
hanno la loro ra- gione in sè stessi;
ora ciò è vero entro certi limiti per il
fatto che scopo dell’Arte, della Morale e della Religione non è quello di spiegare il dato, bensì
quello di presentare sotto nuova luce il
Reale, di mostrare cioè le varie dire-
zioni entro cui lo stesso è concepibile. Sarebbe erroneo però supporre che le costruzioni ideali
summentovate siano destituite di
qualsiasi fondamento reale: esse poggiano
invece sulla natura propria dell’ anima umana; e se non sono costruite in vista degli effetti che da
esse conseguono, stanno però sempre ad
indicare le maniere in cui i dati «
della realtà possono essere armonizzati tra loro. Anche LA NOZIONE DI « LEGGE » 7 l'Arte più spontanea e immediata ha
l’ufficio di sistematiz- zare, di
portare un certo ordine nel caos della realtà
empirica. L'Arte produce un godimento più o meno intenso per il fatto stesso che è espressione
armonica di ciò che la vita contiene. La
realtà passata attraverso l’anima
dell’artista assume una certa « forma », per cui vengono ad esser tolte le asperità dei dati reali e
vengono ad essere come smussati gli
angoli presentati dal decorso delle cose.
Non temiamo di metter fuori un paradosso dicendo che le contradizioni più stridenti dell'universo
espresse dall’artista si trasformano in
qualcosa d'armonico e di sistematico. Sta
in ciò il vero incanto dell'Arte, la quale per esprimere le dette contradizioni, deve per forza
renderle in qualche modo intelligibili, trasfigurandole
e facendone intravedere l’unità
armonica, Si dice inoltre che la
scienza prova e dimostra, mentre l'Arte,
la Morale e la Religione semplicemente costruiscono : ciò è vero ed ha la sua ragione nel fatto che
la scienza vive e si muove nel mondo
delle astrazioni e delle formule,
mentrechè le altre produzioni dello spirito umano si muo- vono nel mondo dei tipi concreti, delle
individualità. Ciò che è astratto e
formale è immutabile e necessario, men-
trechè ciò che è concreto, ciò che vive, sfugge sempre per una parte alla misura ed all'analisi
quantitativa. A tal proposito giova
ricordare che ogni forma di prova e di
dimostrazione in fondo è riducibile ad un rapporto di identificazione. Provare, dimostrare equivale
a valutare quantitativamente, equivale a
ridurre e ad identificare tra loro gli
elementi formali (le forme) di due cose o eventi. Può essere identificato solo ciò che presenta
una medesima ld 8 LA NOZIONE DI « LEGGE » qualità variabile quantitativamente, non
già ciò che pre- senta qualità
differenti e irriducibili. Riassumendo,
noi diciamo che in fondo ad ogni fatto
estetico, morale e religioso, non altrimenti che in fondo ad ogni fatto scientifico, si riscontra
un’idea, un concetto, - il quale per
essere accompagnato nel primo caso da senti-
mento (interesse) non permane quale concetto, ma col calore del sentimento si tramuta in fantasma,
in rappre- sentazione concreta, e ciò
perchè il sentimento tende al concreto,
al rappresentabile e rifugge dall’astratto. Onde è chiaro che la diversità tra l’appercezione
del reale fornita dalla conoscenza
scientifica e quella che ha luogo nel
processo estetico, religioso, etico sta in questo, che la scienza sia che muova dai fatti singoli, o da
concetti (ipotesi) o da principii
generali, mira a spingere o a far
rientrare il particolare nel generale, mentre l'Arte, la Morale e la Religione tendono sempre ad
obbiettivare in forma di tipi o di
sistemi concreti, i concetti o i prin-
cipii generali: tipi e sistemi che operano come ideali, a cui si deve rapportare la realtà empirica
ordinaria. Va notato qui che la vita
morale, estetica e religiosa da una
parte e la scienza dall'altra, pur seguendo una via diversa nel loro modo di procedere, concordano in
questo che in fondo tutte idealizzano
l’esperienza o il dato e per tal via
simboleggiano il Reale; l'idealizza la Scienza riducendo i fatti a concetti e l’idealizza l'Arte, la
Religione e la Mo- rale col presentare i
concetti non incorporati in una data
rappresentazione singola, ma in una rappresentazione gene- rale, in una rappresentazione tipo atta a
raccogliere ed a sintetizzare in sè
molteplici dati particolari. Giacchè a tal
—-_ ee + LA NOZIONE DI « LEGGE
» 9 proposito non bisogna dimenticare
che l’Arte, la Religione o la Morale, se
da una parte non volgono su concetti,
dall'altra non volgono su dati di fatto (come fa la storia — e in generale le cosidette scienze
descrittive come la geo- grafia, la
cosmografia, la geologia), ma su tipi, su ideali, su fatti dunque concreti universalizzati,
considerati sub specie ceternitatis. Per
noi insomma la scienza elabora con-
cetti (universali astratti), le scienze narrative o descrit- tive riproducono fatti concreti determinati
col maggior numero di particolari
possibili in modo da richieder però
sempre un ulteriore complemento, l’Arte, la Religione e la Morale. hanno a che fare con tipi
(universali concreti), con
individualità. Possiamo conchiudere col
dire adunque che non vi ha funzione
dello spirito umano che non implichi il momento
della conoscenza e che quindi tutte le produzioni dello spirito- umano ci forniscono qualche maniera
di apperce- pire la realtà nelle sue
svariate e molteplici determina- zioni
singolari. Alle varie forme di appercezione corrispon- dono le varie specie di leggi. Dal fatto che il processo della conoscenza è
fondamen- talmente uno e che esso si
estende per tutto il dominio
dell’attività dello spirito non consegue che esso non pre- senti delle notevoli differenze in modo da
giustificare l'esistenza di varie
categorie di leggi. E invero, vi sono
delle forme appercettive, le quali agiscono come leggi nel senso che rendono possibile la comprensione e
l'intelligi- bilità dei dati singoli
concreti, ma non possono essere
distaccate dal processo psicologico in seno a cui operano e quindi non possono assumere la forma di
giudizi, come le 40 LA NOZIONE DI «
LEGGE » leggi vere e proprie, per modo
che esse mentre agiscono inconsciamente
ed organicamente nella mente degli indivi-
dui, non si rendono appariscenti che ad uno stadio tardivo della riflessione. Di tal fatta sono le forme
appercettive inerenti agli stadii
iniziali della vita psichica ed ai prodotti
elevati dello spirito quali l'Arte, la Morale e la Religione. Volendo però presentare una prima (1)
classificazione com- pleta delle forme
appercettive o leggi, le divideremo in
quattro grandi categorie, in forme o leggi di riferimento o assimilative, in forme o leggi rudimentali,
in forme o leggi relazionali e in forme
o leggi sistematiche. A 1. Leggi assimilative concrete 0 l’
attività psichica come legge. Queste non possono essere formulate per via
di giudizi, perchè sono anteriori alla
formazione delle idee quali segni del
reale, anteriori al linguaggio significativo, anteriori al distacco cosciente e voluto del
significato dal fatto. Parrebbe a prima
vista che questa classe di leggi non
avesse ragione di esistere una volta che esse non possono essere enunciate, ed una volta che l'essenza
della legge è stata riposta appunto nel
was, nel significato, nell’ ele- mento
intelligibile distaccato dalla realtà; ma, se ben si (1) Diciamo prima classificazione, perchè,
come vedremo in seguito, sì può fare una
seconda classificazione delle forme appercettive, te- nendo conto delle varie maniere in cui la
conoscenza è acquistata. + s- n ®*
re» i fi n e ca LA NOZIONE DI « LEGGE » 41 riflette, nel caso delle leggi assimilative
il processo d’idea- lizzazione esiste
sempre, il was, pur non avendo ancora
trovato un'espressione decisa, e pur non essendo stato staccato dalla matrice psichica, è attivo, è
sempre in funzione, tanto è ciò vero che
la conoscenza di nuovi fatti è resa
possibile appunto da tale modo di operare dell’at- tività psichica. Se per legge si deve
intendere ciò che rende possibile
l’appercezione di un nuovo elemento, per-
chè non dovrebbe meritare il nome di legge ciò che rende | possibile qualsiasi forma rudimentale di
conoscenza ? Sif- fatte leggi concrete
operano in tanti modi diversi in quanti
si può esplicare l’attività tipificatrice e assimilatrice della psiche. Lo studio di queste forme è di
esclusiva spettanza della Psicologia, la
quale dà ragione del nesso o delle
relazioni esistenti tra i vari elementi psichici e della ri- cognizione, fondandosi sulla funzione
identificatrice della mente. Per
esprimere nel modo più chiaro il nostro con-
cetto in ordine alle dette leggi, diciamo che esse non sono propriamente leggi, ma funzionano come
le leggi. 2. Leggi rudimentali. Se il dominio della conoscenza coincide con
quello della legge, se cioè ogni forma
di conoscenza implica una certa
universalizzazione del dato, è evidente che anche i giudizi enuncianti fatti singoli vadano considerati
come leggi rudi- dimentali o iniziali
universalizzazioni dei fatti percettivi. Ed
invero, per convincersi come qualsiasi giudizio racchiuda come a dire, in modo rudimentale una verità
universale, 12 — LA NOZIONE DI « LEGGE
» giova tener presente in che
propriamente consista il giu- dizio.
Molto si è discusso a tal proposito e non intendiamo far qui la storia critica delle varie teorie
emesse : a noi basta richiamare
l’attenzione su questo, che il giudicare
non può ridursi all'affermazione o al riconoscimento di una relazione tra due idee, come non può ridursi
senz’ altro all'affermazione di un dato
nesso tra due cose. In entrambi ì casi
viene ad essere sformata la natura vera del giudi- zio, in quanto, se ben si riflette, in tali
casi le nozioni di verità e di falsità
inerenti alla funzione giudicatrice non
ricevono alcuna spiegazione. Il giudizio nasce dal riferi- mento di un contenuto ideale alla realtà,
contenuto ideale che può essere o non
essere appropriato ad un dato fatto
(verità o falsità di giudizio), per il che il giudizio da una parte si eleva al di sopra dell’esperienza
attuale e dall’altra non è tutto nella
sfera delle idee, avendo un punto di con-
tatto colla realtà. Il giudizio consiste nell’idealizzazione del dato. Rendere intelligibile il reale, ecco
l'ufficio del giudizio. Ora la legge
che altro ufficio ha se non quello di rendere
intelligibile l’esperienza, estendendola e rendendola conti- nua nelle sue varie fasi o stadi? Se non che
si potrebbero fare due osservazioni: 1°
non è chiaro come il giudizio che è
costituito di termini ideali, possa riferirsi al reale, al fatto obbiettivo che è sempre qualcosa
posto al di fuori della mente che
giudica: 2° se si riesce perfettamente a
capire l’identificazione dello « leggi » coi giudizii univer- sali e ipotetici — i quali poi sono ì più
lontani dalla realtà concreta, in quanto
si riducono a connessioni di at- tributi
o di qualità, d'idee e quindi di astratti —, non si riesce nient’affatto a capire come i
cosidetti giudizii cate- — — è --
qa - — © o n — n ci LA NOZIONE DI « LEGGE » 13 gorici (giudizii singolari, impersonali,
dimostrativi, ecc.) possano essere
considerati come leggi rudimentali, come
fatti, diremo così universalizzati, considerati sud specie aeternitatis. | Esaminiamo le due suesposte obbiezioni. 1° Come mai ogni giudizio, sia percettivo o
universale, può essere schematizzato nel
modo'seguente. « Il reale è tale
che........ » 0, « Il mondo reale è così qualificato che........ +», come mai il giudizio si può
ridurre ad un riferimento al reale, al
reale indeterminato in un caso e
designato per mezzo di idee nell’altro? Certamente, se noi consideriamo lo spirito umano come un’ entità
a sè posta al di fuori della realtà che
gli sta di rincontro, se noi imaginiamo
la psiche e l'universo come due mondi staccati,
estranei l’ uno all’ altro, non arriviamo a concepire come possa stabilirsi il contatto dell’io col
reale: ed oltrechè appare
incomprensibile la conoscenza quale peculiare rela- zione tra due mondi separati, perchè si
introduce il con- cetto di spazialità e
di estensione e di uno fuori dell'altro,
dove non vi è ragione d'introdurlo , si è costretti poi a considerare i fatti spirituali, i processi
psicologici come una reduplicazione del
reale. Da tal punto dì vista il mondo
ideale della psiche, pur essendo in corrispondenza col mondo reale, è come qualcosa d’autonomo,
di chiuso e completo in sè, per modo che
l'atto giudicativo p. es., lungi dal
rappresentare la qualificazione del reale, il pro- dotto del contatto del reale col subbietto, è
un processo del tutto ideale, avente
soltanto il suo corrispettivo nel reale.
Ora tale veduta è del tutto erronea: lo spirito non è posto al di fuori del reale, ma è, vive ed
opera in esso: 14 LA NOZIONE DI «
LEGGE » 4 allo stesso modo che il
fiore non è fuori dell'albero, e questo
non è fuori dal terreno e dall'ambiente esterno, da cui anzi riceve nutrimento e tutto ciò che
gli è neces- sario per la vita, così la
psiche non è fuori, anzi è inti- mamente
collegata col reale, dal quale essa trae la vita vera. Occorre aggiungere però che la mente,
avendo per sua natura l'ufficio di dare
un significato, di obbiettivare il
reale, il quale vive nel soggetto, da una parte è con- tenuta nel reale e dall'altra lo contiene, in
quanto cia- scuno costruisce il suo
mondo coi materiali forniti dal-
l'esperienza, diremo così, psicologica, subbiettiva. Da tutto ciò consegue che il contatto del reale col
soggetto non è qualche cosa di
accidentale, e di temporaneo, ma rap-
presenta la condizione essenziale della vita di quest’ ul- timo. L'individuo sente continuamente tale
contatto e per quanto mostri di
allontanarsene col qualificarlo, col deter-
minarlo e specificarlo in varie guise mediante segni, ipotesi, ecc., che sono sempre in ultima analisi
astrazioni, .con tali processi non ha
altro obbiettivo che di trovare un’c-
spressione intelligibile e schematica della realtà che vive, agisce ed opera in lui. Se noi seguiamo il
processo gra- duale con cui si passa dal
soggetto (reale), quale è espresso in
modo indeterminato nei giudizi rudimentali (giudizi im- personali), al soggetto espressu mediante
indicazioni, ma sempre privo di
qualificazioni e di specificazioni (giudizi
dimostrativi), per venire al soggetto designato da un'idea (giudizi universali ipotetici), noi troviamo
che lo scopo ul- timo a cui sì mira è di
illuminare la realtà a cui noi ci
sentiamo legati mediante la nostra stessa vita. Con ciò non si vuol dire che la realtà consiste
esclusivamente nel I lin iii LA NOZIONE DI « LEGGE » 15 contatto che noi abbiano con essa nella
percezio..e senso- riale: la realtà si
estende in modo continuo oltre tale.
punto; ma vogliamo affermare che il reale così sentito è come il punto di ritrovo per formare la base
di operazione ideale che ha per
risultato la concezione generale o la
costruzione dell’universo. Noi possiamo conchiudere che la realtà, essendo primitivamente la realtà
quale è pusse- duta da ciascun di noi,
in ogni giudizio è rappresentata da una
data percezione o idea atta a designare il fondo reale, che così viene ad essere in qualche
modo determi- nato. Se ciò non
avvenisse, il reale rimarrebbe qualcosa
d'inesprimibile e d’innominabile. |
. Quando ciascuno di noi formula un qualsiasi giudizio, certamente non ha coscienza di fare delle
distinzioni nel reale per riconoscere la
loro identità fondamentale: quando io
dico « la neve è bianca », certamente non penso che il processo logico vero è questo : « quella
cosa, quel reale che è neve è bianco »,
oppure «-la realtà è qualificata anche
dall’idea complessiva neve-bianca »; ma ciò avviene, per- chè noi fondiamo il reale con quella parte di
esso, che noi in un dato momento
riesciamo a distaccare dal fondo totale
in virtù dell’ interesse che la detta parte suscita in noì. Se il nostro potere appercettivo non fosse
limitato, e se il processo mentale non
si riducesse in fondo ad una simul-
tanea sintesi ed analisi, noi non formuleremmo i giudizii nel modo in cui facciamo. Noi, in sostanza,
da un com- plesso percettivo per ragioni
di varia natura, separiamo una parte e
questa qualifichiamo col riferirle un dato con-
tenuto ideale: ma la parte anzidetta non è un semplice aggettivo, un'idea qualsiasi, un universale
‘astratto, ma è t 16 LA NOZIONE DI « LEGGE » n DI
come il sostitutivo abbreviato della realtà, è come la realtà contratta in punto, perchè ciò agevola
la nostra operazione. In qualsiasi giudizio adunque ciò che forma
il nerbo dell'operazione logica è
l’idea, onde sorge la necessità di
determinare in che consiste l’idea o contenuto ideale, che mediante la funzione giudicatrice vien
riferito alla realtà. La vita psichica
fin dall'inizio è controdistinta dalla ten-
denza a tipificare. Dal momento che il contenuto della psiche dapprima indistinto e indeterminato,
comincia ad essere differenziato,
analizzato e riconosciuto suscettibile
di determinazioni di vario genere, degli elementi vengono, per così dire, staccati dall'insieme: e son
questi elementi astratti ed universali
che rendono possibile l’ apprendi- mento
di nuovi fatti particolari e concreti, in rapporto all'eguaglianza od all’ identità che taluni
elementi di questi ultimi presentano coi
primi. Come si vede, fin dal- l’inizio
l'attività psichica si esplica universalizzando, fis- sando, cioè, l'elemento essenziale, e comune
ad una serie di rappresentazioni
concrete diverse, ripetentisi un certo
numero di volte, per servirsi di esso come mezzo di intel- ligibilità di altri fatti particolari. Non è
a credere però che tale elemento
universale e identico sia da considerare
come qualcosa di sostanziale, come un fatto avente sede in un sito della psiche: una tale concezione
mitica deve essere assolutamente
bandita: siffatto elemento universale si
riduce ad una funzione della mente, ad una forma di attività più facilmente esercitata, ad una
specie di abi- tudine, ad una facoltà,
ad una potenza viemaggiormente disposta
ad ‘entrare in azione in seguito a dati stimoli ed I TTI
LA NOZIONE DI « LEGGE >» 17
a particolarizzarsi variamente secondo le condizioni. Ma finchè l universale contenuto nella mente non
si fissa e sì determina in un segno
(nome), e fin che questo colla imagine
psichica (rappresentazione particolare) concomi- tante, non è risguardato qual simbolo avente
un significato relativo a qualcosa di
permanente, per sè esistente al di fuori
della mente, non è a parlare di idea nè di funzione giudicatrice. Per modo che noi possiamo
affermare che, affinchè si abbia l’idea
e il giudizio (i quali sono insepa-
rabili fra loro, giacchè l’idea in tanto è idea in quanto, mediante il giudizio, viene considerata come
segno, come | qualità, come attributo
riferibile al reale, in quanto, cioè,
mediante la funzione giudicatrice l'elemento ideale viene consciamente riconosciuto separabile dal
fatto), è neces- sario che l'
universale, che dapprima operava inconscia-
mente nella mente, essendo per così dire incorporato nel fatto o processo psichico concreto, venga ad
essere rifles- sivamente distaccato da
questo e considerato per sè, venga ad
essere riconosciuto mezzo appropriato a rendere intelli- gibili i fatti concreti. Tale universale è
particolarizzato e concretizzato in
un'imagine psichica (nome e rappre-
sentazione particolare), la quale è riguardata come sosti- tuibile da qualsiasi altra omogenea e quindi
fornita di valore vicariante. Riassumendo, noi possiamo dire che l'idea si
riduce a quell’elemento universale,
astratto ed addiettivo (qualità o
relazione) che, particolarizzato in un segno (nome o imagine psichica sostituibile per mezzo di una
qualsiasi altra), vien considerato come
simbolo avente un significato obbiet-
tivo. È evidente che le idee come idee non possono esi- 2
18. LA NOZIONE DI « LEGGE » |
stere al di fuori della mente del soggetto: se esse sono degli astratti universali (aggettivi), non è
possibile che esse abbiano un'esistenza
indipendente. Lo spirito umano, non
potendo penetrare nel cuore della Realtà, non potendo ‘vivere la vita del Tutto, sì contenta di
analizzare e di determinare il contenuto
di essa mediante qualità e rela- zioni,
le quali se si riferiscono, se accennano, se simbo- leggiano il Reale, non vanno identificate
con questo. Sicché le idee da una
parte non sono semplici fatti psi- chici
e dall'altra non sono realtà, ma sono segni del Reale. Il fatto psichico concreto diviene idea
logica non appena esso è fissato e
riferito, il che può avvenire soltanto me-
diante la denominazione, denominazione che indica obbiet- tivazione, e che è da considerare piuttosto
un segno dell'atto intellettuale
(giudizio) che l’atto stesso. Vien data
così la forma esplicita del giudizio a ciò che prima era soltanto un fatto psichico concreto, una
rappresenta- zione forse persistente,
perchè identica in sè stessa attra-
verso i mutamenti e le differenze, ma sfornita di qua- lunque riferimento cosciente a qualche cosa
di obbiettivo. Da tal punto di vista
idea e giudizio sono coevi e proce-
dono di pari passo, giacchè il secondo lungi dall’essere una combinazione meccanica di parti esistenti
l'una fuori dell'altra (impressioni,
idee, concetti), è l’espressione, forse
la sola vera espressione, come dice il Bosanquet, dell'unità della coscienza ed è il generatore di ogni
idea o concetto. Il giudizio può
contenere idee complesse, ma in quanto
giudizio, presenta il contenuto di una sola idea, la quale esiste solo nell’atto del giudicare. É
l’astrazione che separa i due elementi
intimamente compenetrati tra loro.
> ——- LA NOZIONE DI « LEGGE
» 19 E qui cade in acconcio notare che
quando noi abbiamo dei dubbi circa
l’esistenza di un giudizio vero e proprio
(negli animali p. es.), il miglior modo d'assicurarsi è di ricercare se in ciò che sì suppone attività
giudicatrice vi sia qualche cosa che
possa essere in modo intelligibile
negata (di cui sia possibile la negazione e la falsità); invero ciò che rende possibile .il giudizio è il
distacco dell'ideale dal reale, del vas
dal dass, si è la formazione dell'idea quale
esiste nella nostra mente, idea che è vera soltanto se effet- tivamente compete alla realtà. Fino a tanto
che noi non abbiamo ragioni per credere
che nell’ intelligenza degli animali
esistano delle imagini aventi un dato significato obbiettivo, dei fatti psichici atti ad essere
riferiti a qualche cosa che trascende
l'attualità psichica, noi non possiamo
parlare di attività giudicatrice: niente, infatti, in tali casi. può essere intelligibilmente negato, non
l’esistenza dello idee adoperate nel
giudizio, non l'affermazione del loro
significato. | 2° Passiamo ora
alla seconda obbiezione. Come è possi-
bile considerare i giudizi categorici quali leggi rudimen- tali? L’obbiezione a prima vista presenta
delle difficoltà insormontabili: da una
parte abbiamo i giudizi universali
ipotetici, i quali effettivamente enunciano dei principii, delle verità d’ordine generale e possono essere
conside- rate delle vere e proprie
leggi, — e sono quanto di più lontano si
possa immaginare dalla realtà determinata e
concreta —, dall'altra abbiamo i giudizi categorici, i quali sono realmente qualificazioni del reale, ma
esprimono verità contingenti,
particolari. Per convincersi se e fino a
che punto i giudizi che asseriscono semplici fatti (giu- 20 LA NOZIONE DI « LEGGE » dizi categorici) siano da considerare come
leggi rudimentali, è bene anzitutto
enumerarli rapidamente, affinchè possano
essere resi evidenti i caratteri che li contraddistinguono. Qui, prima di andare innanzi cominciamo col
notare che non esistono giudizi
enuncianti la semplice esistenza del dato,
ma sempre giudizi enuncianti qualche maniera di presen- tarsi di esso, enuncianti quindi qualche
qualificazione, qualche attributo o
relazione: anche i cosidetti giudizi
storici non esprimono puramente l’esistenza dei fatti, ma, se non altro la relazione dei fatti in ordine
al tempo ed allo spazio, per modo che
questi figurano come forme ap-
percettive atte ad ordinare ed a caratterizzare in qualche modo l'insieme dei fatti accaduti. Questi
ultimi vengono riprodotti in maniera
particolare in rapporto allo spazio ed
al tempo, i quali così vengono a dare una rudimentale universalizzazione ai dati concreti. Occorre notare chie il sapere di una cosa di
fatto è vero nel momento in cui si
formula il giudizio: in un altro momento
potrebbe cessare di esser vero, ma in tal caso
il sapere che se ze aveva prima non sarebbe divenuto falso, pevchè esso si riferiva allo stato di
cose che aveva luogo nel primo di quei
momenti e rispetto a tale stato di cose il
sapere che se ne aveva e che se ne ha è sem-
pre vero, esprime un nesso, rudimentalmente quanto si vuole, ma sempre necessario ed universale tra
il soggetto e l’attributo in quel dato
punto del tempo e dello spazio.
Dicevamo adunque che non esistono g.udizi puramente esistenziali e ciò si comprende agevolmente
se sì pensa che l’idea della realtà o
dell'esistenza, come l’idea del dato,
del questo, non è un'idea come le altre, non è riduci- LA NOZIONE DI « LEGGE » 21 bile ad un ordinario contenuto simbolico,
il quale, distac- cato da una
determinazione attuale del reale, possa essere
adoperato senza tener conto più di questa, ed essere rife- rito, diremo così, a qualcosaltro. Le idee
d'’ordinario sono per così dire estratte
da un dato fatto o da una serie di fatti
e poi possono essere riferite ad un nuovo fatto (simile, analogo o identico) che sopraggiunga: ora ciò
per l’idea del dato non può avvenire,
appunto perchè in tal caso l'idea è
inconcepibile per sè presa: l’idea del dato non
può riferirsi che a ciò che è dato: ma, si domanda, a quale dato? al dato con cui il soggetto si trova
attualmente in contatto? ma questo è un
processo ozioso, inutile e insi-
gnificante, perchè non vi è alcun bisogno di asserire che la realtà è reale quando io mì trovo a
contatto della realtà: si può sentir bisogno
di qualificare in qualche molo la realtà
presente nella percezione, ma non di affermare
che è reale. E, se ben si riflette, tutto le volte che si ricorre all’ enunciazione grammaticale di un
giudizio esi- stenziale è sempre per
asserire in modo più o meno celato e
inconscio qualche attributo o qualche relazione del dato. È inutile aggiungere che l’idea del dato non
può essere riferita a ciò che non è
dato, perchè in tal caso si cadrebbe in
contradizione. Da ciò emerge chiaro che l’idea di esistenza non è mai un vero predicato. I In altre parole, l’esistenza non è una nota,
una qualità, una determinazione che si
possa aggiungere idealmente ad una cosa.
La realtà, il dato, l’esistenza è sostantivo e non aggettivo, vale a dire, non è elemento
astratto ed univer- sale atto ad
inerire,. a caratterizzara qualcosaltro. La
nostra niente può - formare anche l’idea della realtà, ma 22 LA NOZIONE DI « LEGGE » questa è infeconda, non può estendere nè
ampliare il no- stro sapere: essa non ha
consistenza come elemento iso- lato e
per sè preso, essendo inseparabile dal fatto da cui la nostra mente l’ha per un istante
disgiunta. Vi sono delle note, delle
determinazioni, degli universali astratti,
delle idee che noi possiamo o non possiamo attribuire ad una cosa, e ve ne sono anche di quelle che
non possono essere negate senza sformare
la cosa, ma non ve ne sono di quelle che
qualificano la cosa come cosa, come reale.
L'essere cosa (l’esser reule) non è una nota come un’altra: tolta essa non rimane più nulla, non già che
rimanga qual- cosaltro che non sia
quella cosa. Essa può essere per un
istante considerata come nota, ma come nota d’un ordiae speciale, come nota sostanza che trae seco
per forza il dato. Reale non può essere
che l'aggettivo della realtà: l'essere
una cosa non può essere predicato che di una cosa; mentrechè una qualsiasi altra idea può essere
predicato di questa o di quella
cosa. Nell’enumerazione dei giudizii
somme ai semplicì fatti seguiremo lo
schema del Bosanquet. 1° Giudizi
qualitativi propriamente detti, enuncianti una
qualità sensoriale : es. « Com'è caldo » (sott’intendi l’acqua, la stanza, ecc.). 2° Giudizi interiettivi esprimenti
un'emozione, o meglio, l’idea di
un’emozione, nei quali, dal fatto psichico emotivo è distaccata l’idea come segno di esso: es. «
Cattivo! » « Che dolore! » (1). (1) Ai giudizi propriamente interiettivi fa
d’uopo aggiungere i giu- dizi o meglio,
le proposizioni imperative, precative, ammirative, inter» rogatiue, ottative, ecc., con le quali
espritiamo un comando, una pres LA
NOZIONE DI « LEGGE » | 23 3° Giudizi
impersonali. Es. « Piove ». 4° Giudizi
percettivi, enuncianti un fatto presente che
viene esteso per mezzo di idee, rappresentazioni, imaginì, ricordi riferentisi a ciò che Ron è attuale.
Es. quando noi riconosciamo un individuo
e lo chiamiamo per nome, not « vediamo
chi egli è », abbiamo la percezione di lui,
5° Giudizi dimostrativi, i quali hanno per soggetto « que- sto » « ora » « qui ». Es. « questo è freddo
» « ora piove » « quì è buio >», ‘Tutti questi giudizi presentano a prima
vista la carat- teristica comune di
riferirsi direttamente al Reale, qua-
lificandolo variamente. Il loro soggetto esprime, in modo indeterminato, senza alcuna specificazione,
cioè, per mezzo di idee, il contatto del
Reale col soggetto; dal che si sarebbe
tratti a conchiudere che siffatti giudizi sono agli antipodi di ciò che ordinariamente si chiama
« legge ». Questa, infatti, è universale
e astratta in quanto esprime la sintesi
di attributi, di due aggettivi e viene formulata per mezzo di un giudizio ipotetico : il
giudizio categorico della specie
summentovata è invece individuale, concreto
in quanto caratterizza , qualifica direttamente il dato e viene ad esser riferito a ciò che esiste per
sè. Il giudizio- legge, come
ordinariamente è inteso, non esprime che la
ghiera, un sentimento di meraviglia e così via. Questi giudizi non vanno confusi con le espressioni emotive
corrispondenti, giacchè essi sono resi
possibili dal distacco dell'idea dal fatto psichico concreto. Il fatto psichico è individuale, soggettivo e
affatto incomunicabile (è sentito),
mentrechè l’idea formata mediante il giudizio, mediante il riferimento di una qualità od attributo
comune ad un fatto psichico concreto
sentito, è comubicabile, universale, obbiettiva (è intesa). 24 LA NOZIONE DI «€ LEGGE » conseguenza di una data supposizione senza
dir nulla circa. la realtà dei suoi
termini; che esista o no nella realtà un
triangolo, che esista o no nel fatto in un dato mo- mento e agisca o no nell'organismo un dato
veleno, la legge matematica riferentesi
al triangolo e la legge bio- logica
relativa all’ azione di un veleno sull'organismo è sempre vera. Lo stesso non si può dire del
giudizio ca- tegorico, il quale enuncia,
qualificandolo, un fatto quale è
attualmente, non nella sua possibilità, tanto è ciò vero che in esso il soggetto non può essere negato
in modo intelligibile, vogliamo dire che
il soggetto non essendo spe- cificato e
determinato in alcuna maniera, non può subire
alcuna alterazione senza cessare di esistere del tutto, e non soltanto come tale e tale altro. A prima
vista adun- que si direbbe che tra i
giudizi categorici summentovati e quelli
ipotetici o leggi vi sia assolutamente un abisso: il che poi menerebbe alla conseguenza che mentre
i giudizi, diremo così, rudimentali,
esprimerebbero effettivamente delle
qualificazioni del Reale, i giudizi ipotetici universali enuncierebbero soltanto delle relazioni tra
idee. Ora è ciò vero? Prima di tutto
richiamiamo alla mente qual’è l’es-
senza e l’ufficio della funzione giudicatrice. L'essenza e l’uf- ficio del giudizio è, per così dire, di
simboleggiare il fatto, di trasformare
il solido fatto (mi si passi la similitudine)
nella volatile idea, di sostituire a ciò che non può essere oggetto di scambio un qualcosa che ha valore
in quanto segno, e che è facilmente
comunicabile : ora ognun vede che ,
affinchè ciò avvenga, è necessario che il fatto sia universalizzato : e che cos’ altro è mai la
legge se non l’ universalizzazione e il
processo ideale (astrazione) pra- LA
NOZIONE DI « LEGGE » 25 ticato sul
fatto? Ciò non basta: noi abbiamo detto che il
giudizio si riduce al riferimento di un contenuto ideale alla realtà, il che vuol dire che il giudizio
non è la sem- plice espressione di una
modificazione soggettiva soprav- venuta
in seguito al contatto della realtà col soggetto, come sarebbe il grido erompente dalla bocca
di chi sì trova in un stato emozionale,
ma è un processo per cuì la modificazione
del soggetto a contatto del Reale viene
appercepita per mezzo di qualcosa di universale che me- diante l’atto giudicativo stesso assume una
certa configu- razione per mezzo della
parola, passando dallo stato di potenza
o di funzione virtuale in atto funzionale. Ora
l'importante è questo, che quando l'atto giudicativo più rudimentale si compie, non è a credere che il
fatto ri- manga, dopo che ad esso è
stata riferita l’idea, sempre fatto
inalterato: un tale modo meccanico di concepire il giudizio non è ammissibile, perchè non esiste
il fatto da una parte e l’idea
dall'altra : l’idea esiste in quanto si rife-
risce al fatto e questo messo in rapporto con l’idea, non è più un semplice fatto qualsiasi, ma è come a
dire idea- lizzato, è alterato in
rapporto al contenuto dell’ idea. Alcuni
dei molteplici, innumerevoli elementi costituenti il dato vengono lasciati da parte ed altri
vengono ad emergere, perchè armonici
coll’idea. Insomma quando un qualsiasi
giudizio si formula, il contenuto reale reagisce sul dato, trasformandolo in qualcosa di
universale e di astratto, per modo che
in ultima analisi si ha sempre una
sintesi ideale di addiettivi. E
del resto, se ben si riflette, si vede subito che, tolto al giudizio il carattere di universalità,
esso non ha più 26 LA NOZIONE DI «
LEGGE >» ragiono di esistere, in
quanto diviene un atto del tutto
soggettivo, individuale e quindi qualcosa d'inesprimibile, d'incomunicabile e d’inintelligibile. Quando
formulo un giudizio sensoriale qualitativo
o interiettivo, quando io dico, ad
esempio, « ho dolore al dito », io in sostanza af-_ fermo un qualcosa d’universale, nè può esser
diversamente, giacchè in caso contrario
primamente non sarei inteso da nessuno e
poi tale giudizio difficilmente potrebbe essere
ripetuto, mentrechè è innegabile che esso viene enunciato innumerevoli volte nelle condizioni più
diverse. Il mio dolore al dito non è
quello di un altro: se ne differenzia
per rapporti di tempo, di spazio e per una molteplicità di circostanze, per modo che io dall’ insieme
della realtà quale mi è presente in un
dato punto, astraggo un elemento per
metterlo in rapporto con un'idea (segno). Tale elemento astratto è indeterminato; non è specificato o
qualificato in alcun modo e quindi non è
un’idea, ma d'altra parte non si può
dire che sia senz'altro il fatto, il reale nella sua grande complessità di elementi; è piuttosto la
configurazione della realtà quale è in
me in un dato momento. Da ciò consegue
che i cosidetti giudizi rudimentali in quanto sono manier e di rendere intelligibili i fatti concreti
mediante idealiz- zazione ed astrazione,
sono delle vere e proprie leggi. Con ciò
non si vuol dire che il giudizio è fuori la realtà, giacchè esso anzi è impiantato in questa, ma, poichè
al suo compi- mento è necessaria la
determinazione e la configurazione del
reale, esso, pur avendo le sue radici in questo, cresce, si ramifica, si svolge nell’ atmosfera dell’
ideale. In breve, noi crediamo che i
giudizi categorici rudimen- tali siano
delle leggi iniziali, perchè i loro soggetti pur LA NOZIONE DI « LEGGE » 27. indicando, per così dire, i punti in cui la
realtà è presente all’individuo, non
esprimono questi nella loro complessità
e compiutezza, tanto è ciò vero che io adopero siftatti sog- getti, anzi formulo gli stessi giudizi in
condizioni diver- sissime: e non basta ;
li adopero e li enuncio io come li
adoperano e li enunciano gli altri uomini in circostanze disparatissime: il mio « questo », il mio «
qui », il mio « ora », non è quello di
un altro, pur venendo denotati in modo
identico. Ma da ciò si deve forse trarre la con- seguenza che i giudizi categorici rudimentali
e gli ipo- tetici universali siano
perfettamente identici tra loro e che
pertanto qualsiasi forma di giudizio sia una vera e propria legge scientifica? No certo: noì
dicemmo che i giudizi concreti
categorici sono da considerare come leggi
rucimentali, val quanto dire come germi di leggi e non come leggi addirittura: ed infatti quando noi
in tali giudizi poniamo in relazione
un'idea con un soggetto inde- terminato,
siamo nell’impossibilità di indicare la natura,
le condizioni e i limiti della sintesi del predicato col sog- getto. E il compito della scienza è appunto
quello di ana- lizzare, di determinare e
quindi di idealizzare il soggetto
indeterminato, di andare in traccia e porre in evidenza quegli elementi di esso che formano un tutto
indissolubile col contenuto ideale espresso
nel predicato. Con tale pro- cesso è
evidente che ci veniamo allontanando dal fatto con- creto complesso, giacchè l’analisi, come la
dissezione del- l’organismo, mentre ci
allontana dalla vita vera e propria, ci
fa conoscere gli elementi dalla cui cooperazione la vita stessa risulta. Noi coi giudizi categorici di
cui ci occupiamo, esprimiamo, si, una
sintesi ideale fino ad un certo punto
28 LA NOZIONE DI « LEGGE » tra
due universali, ma detta sintesi non è necessaria, non è permanente, non è generale, nè assoluta
appunto perchè, essendo indeterminato il
soggetto, questo può presentarsi sotto
le forme e le condizioni più svariate, per modo che un medesimo contenuto ideale, una volta si
trova connesso con un dato soggetto, ed
un'alira volta con un soggetto molto
differente. Un dato contenuto ideale una volta sì trova connesso con un « questo », con un «
qui », con un « ora >», ed un’altra
volta con un « questo », con un «qui » e
con un « ora », il cui contenuto è differente da quello del primo. Conchiusione: i giudizi
qualitativi‘ in generale non sono leggi
vere e proprie, non sono cioè giudizi uni-
versali astratti ed ipotetici, ma leggi rudimentali, giudizi implicitamente universali ipotetici, in
quanto non volgono sulla realtà nel suo
insieme, ma su alcuni elementi di essa
che non hanno un'esistenza propria per sè considerati. 3. Leggi relazionali. La legge, come il giudizio, serve a
qualificare ed a ren- dere intelligibile
il reale: ora le leggi ed i giudizi di cui .
ci siamo occupati finora hanno per compito di riferire, di attribuire una qualità al Reale: le leggi e
i giudizi di cui c’ intratterremo al
presente hanno l’ufficio di pre- dicare
del Reale una relazione. Una volta che il giudizio è tale un’ operazione logica che ha
necessariamente per risultato l’azione
reciproca del soggetto sul predicato e
di questo su quello, è evidente che se i giudizi-leggi categorici sono intimamente connessi con i
giudizi o leggi LA NOZIONE DI « LEGGE
>» 29 ipotetiche in quanto entrambe
rendono intelligibile il dato, dall’altra
si presentano con note distinte in quanto i pri- mi attribuiscono al reale una qualità e gli
altri una re- lazione di qualunque
genere quest’ultima sia, sia, cioè, una
relazione di quantità, di ragione o di causa. È in questa seconda categoria che vanno comprese tutte le
leggi scientifiche propriamente dette,
quelle connessioni neces- sarie ed
universali che sono come la struttura di tutte
le scienze speciali. | Prima di
discorrere partitamente delle varie sottospe-
cie delle leggi relazionali (leggi causali, leggi razionali e leggi puramente quantitative), analizziamole
in ciò che hanno di comune, ponendole in
rapporto con le leggi che potrem- mo
dire ora qualitative, In queste ultime si attribuisce una semplice qualità al reale, per il che
questo viene ad essere come limitato in
un punto, viene ad assumere la
configurazione del campo attuale della coscienza, del campo su cui è fissata l’attenzione in un dato
momento: finchè noi non abbiamo che
qualità da attribuire al reale non sentiamo
il bisogno di fare distinzioni entro il contenuto della coscienza, e di stabilire in modo
cosciente dei rap- porti tra i termini
distinti. Esso nella complessità ed
indeterminatezza in cui appare al soggetto, è senz’ altro qualificato; e poichè nessuna distinzione, o
determinazione sì è praticata, l'affermazione
non può varcare ì limiti di tempo e di
spazio in cui è fatta ed ha carattere pretta-
mente categorico. Essa si rapporta in modo più diretto all'esistenza, perchè non compie alcun atto
di astrazione su ciò che immediatamente
si presenta al soggetto; il fatto,
essendo semplicemente qualificato, non è per così 30 LA NOZIONE DI « LEGGE » dire allontanato dalla sua matrice reale,
come avviene nel caso che molteplici
operazioni logiche hanno contri- buito
ad idealizzare il dato, distaccandolo più o meno completamente dai rapporti di tempo, di
spazio e dalle condizioni svariate che
contribuiscono alla concretizzazione.
Nelle leggi relazionali, al reale non è più riferita una qua- lità, qualcosa di semplice, un termine
isolato, ma una relazione, val quanto
dire un nesso di due termini, il che
suppone che il dato sia stato obbietto di determinazioni e di distinzioni e quindi obbietto di un
processo di astra- zione ; per il che si
è entrati nel dominio dell’universale,
nel dominio di ciò che non si riferisce ad un punto de- terminato dello spazio e del tempo, ma ha
valore sempre e dappertutto. E poichè
l'attenzione è segnatamente fis- sata su
ciò che ha il maggior interesse attualmente, vale a dire sulla relazione, sul nesso esistente
tra i due termini in cui è stato
distinto il contenuto ideale del dato, è
chiaro che la detta relazione deve essere significata in modo da informare tutto l'atto giudicativo.
Il centro di gravità della funzione
giudicatrice si sposta, in quanto è una
data forma di caratterizzazione, è la connessione che viene ad essere obbietto del giudizio : il
dato, avendo perduto la sua concretezza,
entra come nell’ ombra della coscienza,
mentrechè il nesso, la relazione viene ad occu-
pare il primo posto nella visione mentale. Il dato è come presupposto e la forza del giudizio si
esplica nell’ affer- mazione del nesso,
Se la legge dell’ economia non avesse
vigore nelle funzioni spirituali e nelle espressioni del lin- guaggio, avremmo nel giudizio l’esplicazione
chiara di tutto il processo nelle varie
sue parti; si preferisce invece di
ST LA NOZIONE DI « LEGGE » 31 tacere, di sottintendere ciò che non è
assolutamente in- dispensabile di esprimere
(il dato) e di significare in ma- niera
completa il nesso in cui sta propriamente il nerbo del giudizio. Ma donde e come sorge tale relazione che
vien riferita al reale? Perchè il
contenuto ideale viéne analizzato e
distinto in termini, tra cui è riscontrata una determinata relazione ? Il motivo per cui il contenuto
ideale viene al essere analizzato nei
suoi elementi o in termini tra cui poi
intercede un rapporto fisso, è la percezione di un mu- tamento concomitante e coordinato nelle varie
parti com- ponenti il tutto qualitativo
o il contenuto ideale. Finchè questo non
presenta alcuna variabilità nei suoi fattori e
finchè questi ultimi non variano in modo coordinato, in modo che la determinazione dell’ uno tragga
seco quella dell’ altro, non ha luogo
alcun processo di analisi, di di-
stinzione di termini, nessuna relazione è riconosciuta e fissata, e quindi nessuna relazione può
essere riferita al reale. In seguito a ciò sì comprende perfettamente
come le leggi relazionali siano dei veri
e propri giudizi ipotetici uni- versali,
coi quali si viene ad affermare la connessione del conseguente con l’ antecedente fondata sopra
una qualità riconosciuta inerente al
reale. E qui sorgono parecchie questioni
degne di essere attentamente esaminate. Prima
di tutto si nota: Siffatti giudizi ipotetici avendo per ter- mini degli universali, sono lontani dalla
realtà, sono come sospesi în aria e non
asseriscono alcun fatio concreto: da tal
punto di vista si sarebbe quasi tratti a dare il posto d’ onore ai giudizi categorici anche
rudimentali, i quali € 32 LA NOZIONE DI « LEGGE » esprimono il nostro immediato contatto con
la realtà. Che i giudizi ipotetici non
enuncino fatti è innegabile, ma da ciò
forse consegue che siano più lontani dalla realtà di quei giudizi che vertono semplicemente su
fatti? La realtà non è costituita da
semplici fatti per quanto questi siano
complessi e complicati, come non è costituita da termini isolati, per così dire, da elementi atomi o
da qualità sem- plici, ma da qualità e
da relazioni variamente intrecciate tra
loro. Ogni qualità è riducibile a relazioni, come ogni relazione è fondata su qualità: dal che
consegue che quando noì enunciamo delle
relazioni lungi dal trovarci lontani, ci
troviamo più vicini alla realtà in quantochè ciò che perdiamo in complessità, in concretezza, lo
guadagniamo in estensione, in
precisione. Con la determinazione delle
relazioni necessarie ed universali vengono rimossi i par- ticolari privi d'importanza e di significato.
Noi siamo a contatto della realtà tanto
se predichiamo di essa qualità, quanto
se ne predichiamo relazioni, col vantaggio in que- st'ultimo caso che le relazioni purgate di
tutti gli elementi inutili, hanno un
valore assolutò, perchè esprimono la
struttura del reale quale può essere trascritta e delineata dalla mente umuna. Poi si osserva: i giudizi ipotetici
esprimono delle semplici possibilità,
non mai dei fatti reali. Con essi in sostanza si dice: supposto che una tale con:lizione si
verifichi, l’ ef- fetto ne conseguirà
necessariamente, e di qui il carattere
della relatività inerente a siffatti giudizi, ma nulla si dice intorno alla realtà della supposizione. Sono
pertanto delle enunciazioni che non
escono dal relativo e dall'arbitrario.
Qui occorre fare due osservazioni. 1° La realtà della sup- e
) LA NOZIONE DI « LEGGE »
33 posizione è presa, nor data nel
giudizio ipotetico per questo che il
processo di analisi ha sformato il dato, togliendone tutti gli elementi insignificanti. Con tale
operazione la connessione affermata non
viene ad esser più vera in un dato punto
dello spazio e del tempo o in un dato com-
plesso di condizioni, ma viene ad esser vera dovunque e dappertutto, per modo che la supposizione
lungi dall’essera un prodotto arbitrario
della mente, un qualcosa che viene
ammesso senza nulla sapere se esso corrisponda alla realtà, figura quale elemento (si badi, diciamo
elemento e non già fatto) eminentemente
reale. Essa non si trova nella realtà
come ‘elemento isolato e quindi non si trova in
un dato punto dello spazio e del tempo, ma si trova commista con svariati altri elementi, si
trova nei contesti più disparati a
seconda delle circostanze. La supposizione
non è una mera possibilità, ma è, per così dire, una pos- sibilità reale, un elemento che è stato e che
può divenire attuale ogni volta che noi
ci mettiamo nelle condizioni di
prospettiva necessarie alla percezione del detto elemento particolarizzato. Ognun vede del resto che il
giudizio ipo- tetico se non avesse una
base reale, se non esprimesse sub specie
aeternitatit un nesso constatato e constatabile nell’ e- sperienza ogni volta che si vuole, verrebbe
ad essere destituito di ogni valore. Una
supposizione puramente ar- bitraria non
val nulla: rappresenta un prodotto accidentale
dello spirito individuale e null'altro.
Il giudizio ipotetico lungi dall’ esprimere la possibilità come contrapposta alla realtà sta a significare
la capacità, la facoltà che noi abbiamo
di constatare il nesso, la rela- zione
esistente tra due termini semprechè lo vogliamo in 3 34
LA NOZIONE DI « LEGGE » condizioni
determinate. Esso pertanto piuttostochè esprimere un qualchè di meno, esprime un qualchè di più
del ‘reale attuale, un qualchè che è
reale non ora e qui, ma ovunque e
sempre. Allo stesso modo che l'idea che simboleggia il fatto, qualificandolo, non è un prodotto arbitrario
e subbiettivo della mente, ma ha valore
reale in quanto si riferisce al dato di
cui esprime l’essenza e il significato, così il giudi- zio ipotetico è da riguardare come segno di
un modo di essere del dato. L'idea e il
nesso ipotetico non hanno valore per sè,
ma in quanto si riferiscono al reale del quale sono simboli nella nostra mente. Il giudizio
universale ipotetico pur non esprimendo
alcun fatto particolare nella sua com-
plessità concreta, è però sempre sostituibile da una molte- plicità di fatti. Possiamo, è vero, fare
delle supposizioni illegittime, come
possiamo enunciare dei nessi necessari,
ma non reali in quanto il supposto da cui muovono non è reale, ma i casi in cui ciò si verifica sono
relativamente rari e son ben
determinati. | L'antecedente dei giudizi
ipotetici poi in tesi generali si
rapporta più o meno direttamente ad un fatto: così una legge fisiologica o biologica che non enuncia
nessun fatto reale esistente, ma
semplicemente possibile, esprime però
sempre un nesso constatato e constatabile nell’ esperienza. E mentre 11 giudizio ipotetico pone in vista
le condizioni genetiche del fatto, il
giudizio categorico enuncia semplice-
mente il fatto. L'enunciazione delle condizioni genetiche suppone già il fatto, anzi una seme di fatti
dalla cui com- parazione ed analisi esse
sono state estratte. Riassumendo,
diciamo che il nesso enunciato in una legge relazionale non soltanto esprime un nesso che è stato
constatato nel- LA NOZIONE DI « LEGGE
» 35 l’esperienza (leggi causali), ma
esprime la coscienza della possibilità
di constatarlo ogni qualvolta si vuole; dal che
emerge che essa penetra nel cuore della realtà molto dippiù che la semplice enunciazione di un fatto
isolato, 2® La connessione e relazione
affermata per mezzo dei giu- dizi
ipotetici non è, nè può essere una connessione arbitraria ed accidentale; il che vuol dire che essa
deve avere una ragione, un fondamento:
ora la coscienza di questa ragione e
fondamento è necessariamente implicita nell’enunciazione di una legge razionale? È questo un problema
della più alta importanza, ed è stato
risoluto variamente dai filosofi: per
non citare che i più recenti, mentre il Bradley ammette che la qualità del reale che rende possibile
una legge di relazione può rimanere
ignota, il Bosanquet è di parere che
ogni giudizio ipotetico ha radici in un sistema, in un fatto, in qualcosa di categorico. Ora, tenendo conto
della ma- niera in cui le leggi
scientifiche sono state scoverte attra-
verso lo svolgimento del sapere umano ed insieme del modo come tuttora vengono rintracciate le
condizioni ge- netiche dei fatti naturali,
noi siamo autorizzati ad affermare | che
effettivamente non solo un nesso, una relazione del genere di quelli enunciati nel giudizio
ipotetico devono avere una base, devono
cioè essere due elementi appartenenti ad
un unico sistema, devono essere correlativi nel senso che emergano da un unità fondamentale (e
altrimenti perchè sarebbero in rapporto
di dipendenza reciproca? perchè l'uno
varierebbe nella misura che varia l’altro, e perchè infine l'uno agirebbe sull’altro ?), ma tale
base deve essere conosciuta o almeno in
qualche modo intraveduta. Se ciò non
avviene,le così dette leggi naturali lungi dall’ enun- 36 LA NOZIONE DI « LEGGE » ciare dei rapporti necessari ed universali,
enunciano delle connessioni di fatto che
hanno un valore empirico, prov- visorio.
Finchè non si arrivi a conoscere il perchè di una legge, finchè cioè una data relazione non sia
considerata come prodotta da una qualità
inerente al reale, per modo che la
stessa entri in un dato sistema, essa non avrà niun valore assoluto. Ogni scienziato quando si
pone a speri- mentare e va in traccia di
una legge muove sempre da un dato
sistema, da un dato ordine d’idee che avrà un colore diverso a seconda dell’ obbietto di una data
scienza - vi è un mondo chimico, come ve
ne è uno fisiologico ecc. —; e quando
una nuova connessione constatata non si collega
in modo chiaro col detto sistema, si possono presentare due casi: o il sistema fondato su basi solide
e razionali, resiste e in tal caso la
legge non è considerata come un
principio universale e necessario, ma come l’ enunciazione di un fatto empirico che richiede ulteriore
esame, ovvero il sistema cede e d allora
è sostituito da un altro sistema consono
alla nuova connessione osservata. Insomma noì cre- diamo che il punto di partenza sia sempre
qualcosa di categorico, un sistema, un
fatto, un dato ordine d'idee e che le
connessioni che si vengono man mano mettendo in
chiaro non siano che ulteriori determinazioni del detto si- stema; e nel caso che ciò non avvenga è
giocoforza costruire un nuovo sistema
entro cui possano entrare le nuove connes-
sioni. Dal sistema non possono e non devono essere dedotte a priori (dialetticamente) le leggi, giacchè
esso è come un principio regolativo, nel
senso che non vi può essere una vera e
propria legge, la quale non faccia parte di un
sistema. L'ufficio del giudizio ipotetico e della legge rela- LA NOZIONE DI « LEGGE » 37 i!
zionale è appunto quello di mettere in evidenza alcune parti o differenze o determinazioni del
sistema, lasciando da parte la
considerazione dell'insieme, il che non toglie
che l'insieme vi sia e operi attivamente attraverso le differenze; anzi si può aggiungere che se il
sistema non esistesse non verrebbe
nemmeno in mente di andare in traccia
delle leggi. i ‘Ciò che sopratutto
occorre ricordare è che non vi sono
sistemi fissi ed immutabili, bensì progressivi nella misura in cui progredisce l’insieme delle nostre
conoscenze, e che se da una parte la
scoverta e il significato delle leggi di-
‘pende da vedute sistematiche, dall’ altra parte le leggi reagiscono sui sistemi, contribuendo alla
formazione di questi e dando anche ad
essi un'impronta ed un colore
speciale. Concludendo, diremo
che nell’opinione ordinaria le leggi
vengono considerate come maniere di operare di date cause, maniere di operare che dipendono dalla natura
delle stesse cause: ora, che altro è la
natura di una causa, se non la sua
posizione in un sistema? Pertanto nui possiamo affer- mare che ogni necessità e relatività è
fondata in ultima analisi su qualche
cosa di categorico, su qualche dato,
sopra un fatto irriducibile.
Aggiungiamo in ultimo che le leggi riguardanti un dato fatto esprimono sempre il ritmo della
variabilità di una data cosa, il ciclo
entro cui il fatto, la cosa, il dato si muove,
esprimono, cioè, le parti o le articolazioni di un sistema. Le leggi appaiono in tal guisa comele
funzioni di varie © forme d’individualità
del reale: le leggi di gravità, le leggi
di una data sostanza chimica vanno riguardate come 38 LA NOZIONE DI « LEGGE » le funzioni, le maniere di operare di
quella data forma d'individualizzazione
del reale che è il mondo della gravità,
ecc. E le dette leggi esauriscono, per così dire, la natura, la essenza di una data cosa (1). ° Noi dicemmo che le leggi relazionali hanno
l’ ufficio di qualificare il reale per
mezzo di una relazione: ora si può
domandare : Di che natura è questa relazione ? Per risol- vere una tale questione è bene passare prima
rapidamente a rassegna le varie forme di
relazione che possono carat- terizzare
la realtà, per vedere quali sono le note diffe-
renziali di ciascuna di esse. La prima forma di relazione che viene attribuita al reale è quella che
risulta dalla - comparazione
quantitativa, è quella intercedente tra le
differenze, o gradi di una stessa qualità : noi formulando giudizi come questi: « ora è meno chiaro
d'allora », « qui è più freddo di lì »,
« questo è più rosso di quello », ov-
vero « questo è più rosso ora che non fu antecedente- mente », « questo è più caldo in questa parte
che in quella », « questo è più chiaro
qui che lì » (nei quali ultimi giudizi,
come nota il Bosanquet, i dimostrativi di
altra specie assumono l'aspetto di condizioni) , veniamo a qualificare il reale per mezzo del rapporto
quantitativo (più o meno) esistente tra
due termini, i quali pertanto si devono
implicare a vicenda: dal momento che una data
qualità è distinta nelle sue variazioni, nelle sue differenze (1) S'intende agevolmente che un dato
sistema può essere alla sua volta
analizzato e scomposto in relazioni in modo da rientrare come parte in un sistema più vasto e comprensivo e
così via. Ciò che in un caso figura come
sostantivo può divenire aggettivo di un sostan-
tivo d’ordine più elevato. LA
NOZIONE DI « LEGGE » 39 o gradi,
ciascuno di questi in tanto ha un significato in quanto è connesso con un altro, Come si vede,
il giudizio comparativo qualifica il
reale per mezzo della relazione
esistente tra la parte e il tutto, il quale ultimo differisce dalla parte per mezzo di altre parti
omogenee. Notiamo qui che secondo che
l'attenzione è richiamata precipuamente
sulla qualità variabile quantitativamente messa in rapporto coi vari punti dello spazio e del tempo
variabili in modo continuo, ovvero è
richiamata sulle variazioni quantitative
delle qualità sensoriali (es. sensazioni muscolari) che de- terminano le costruzioni dello spazio è del
tempo, il giudi- zio comparativo
coopererà alla formazione della « cosa »
e di una specie qualsiasi d’individualità, ovvero alla costi- tuzione delle forme intuitive (spazio e
tempo). | La comparazione quantitativa
precisata, resa esatta si trasforma in
misura, la quale consiste nel considerare un
oggetto come un tutto contenente un certo numero di unità : unità che viene fissata,
riscontrandola identica nei vari
aggregati in cui entra come parte. In tal modo dalle relazioni quantitative concrete si passa a
quelle astratte e perciò stesso aventi
significato generale e quando la misura
degli oggetti è praticata, riferendosi ad unità di misura estrinseche ed è espressa per mezzo di
giudizi ge- nerali, diviene una vera e
propria proporzione in quanto essa è
applicabile a casì in cui i terminì corrispondenti sono grandezze differenti. La proporzione,
infatti, si riduce all'’eguaglianza di
due rapporti. La semplice proporzione
diviene poi una vera e propria legge
proporzionale non appena viene introdotta nel sog- getto una specificazione, un attributo
(condizione), la cui 40 LA NOZIONE DI
« LEGGE » esistenza sì mostra
intimamente connessa con quella del
predicato: es. « questo pezzo di un metallo e questo pezzo di un altro metallo, che hanno lo stesso
volume, stanno in rap- porto al peso
come 5 : 9 ». Con la misura noi siamo
entrati nel dominio della quan tità
astratta; vediamo ora da tal punto di vista per via di quali relazioni il Reale è qualificato. In
primo luogo vanno annoverate le
relazioni numeriche. Il tutto riguardato
dal punto di vista puramente quantitativo, è caratteriz- zato da ciò, che può essere costruito
mediante la ripeti- zione ideale di
unità o parti fisse. Tale ripetizione ideale
costituisce l'enumerazione. Nella misura si muove dal tutto caratterizzato per mezzo delle sue
differenze, mentre che nell’enumerazione
si parte da un’ unità distinta, per arri-
vare a costruire una somma totale, o un aggregato. Nel- l’enumerazione il tutto, che è predicato, si
presenta come una forma, diremo così,
molto attenuata di quell’ indivi-
dualità sistematica che nella misura fu da soggetto. Il tutto dell’ enumerazione poi è un vero
aggregato; e la parte è ridotta al posto
che, come unità, può occupare nella
somma. È per questo che in un sistema numerico,
la somma delle unità rimane la stessa, qualunque sia l’or- dine in cui queste sono contate; due parti
possono mutar di posto senza che
consegua alcuna modificazione da parte
del tutto. Va notato però che in
ogni giudizio enumerativo sono impliciti
i due elementi dell'unità e della comune natura
o identità che fa da sostrato delle differenze rappresen- tate dalle parti enumerate. L'unità deve
fornire la regola e insieme il limite
dell'enumerazione, la quale si ridur-
LA NOZIONE DI « LEGGE » 41
rebbe ad un processo sfornito di significato, se fosse senza limite e sarebbe impossibile addirittura, se
fosse senza regola. L'identità
fondamentale d'altra parte è indispen-
sabile in quanto, mancando essa, non si avrebbe uno degli elementi essenziali del giudizio; l'unità
numerica, infatti, è nient'altro che la
differenza o part: presa come distinta
dall’identità fondamentale solo mediante un atto del giu- dizio. Ciò che noi contiamo nell’
enumerazione sono gli atti del giudizio,
come atti di distinzione e di riferimento
in una qualità continua, identica. Se il processo di enume- razione suppone necessariamente l’esistenza
di una natura propria ben definita e
jualitativamonte determinata nell’ob-
bietto del detto processo, è innegabile d'altra parte che l'atto del contare tende ad assumere
indipendenza, quasi che potesse avere un
significato proprio a parte dalla qualità
continua e identica delle unità componenti il tutto. É in forza di tale processo di astrazione che
avviene ogni pro- gresso nel calcolo. Lo
svolgimento di questo, infatti, si com-
pie col costruire totalità numeriche, mediante la sostituzione di relazioni di unità ideali a unità
positivamente concrete; relazioni che
formano un totale numericamente identico,
ma generalizzato e ideale. L’unità quantitativa per sò, o piuttosto l’astrazione unilaterale
dell’unità quantitativa, il solo posto
numerico che non è collegato per mezzo di
una qualità identica e continua (unità organica. o siste- matica delle parti) cogli altri posti della
serie, non può avere in sè alcun
principio od esigenza di totalità, cioè a
dire, non può avere alcuna ragione per finire in un punto più che in un altro. Vogliamo dire che
l’'enumerazione delle unità come tali
può esser continuata a piacere ed 42
LA NOZIONE DI « LEGGE » un tale
processo ci conduce al concetto dell'infinito nume- rico. L'infinito numerico, trascurando il
fattore della natura delle unità, omette
l'elemento che può arrestare il computo
ad un punto piuttosto che ad un altro. Chi
può dunque trattenersi dal considerare l'infinito numerico come un prodotto soggettivo, a cui nulla di
realmente obbiettivo corrisponde? Le relazioni numeriche e quantitative in
genere sono controdistinte dalle
seguenti note: 1° esse sono universali,
necessarie o relative in quanto l'un termine in tanto ha valore in quanto è connesso con l’altro, per
modo che rientrano nella formula del
giudizio ipotetico. « Se A è B allora è
C »; 2° talì relazioni non sono unilaterali, ma reci- proche, il « Se A è B allora è C » può
divenire « Sc 4 è C allora è B »; 3° la
ragione di tali connessioni non si trova
nell'esperienza, nel dato, comunque l’esperienza possa presentare delle applicazioni di tali
connessioni: il valore di queste ultime
però non .dipende dalla maggiore o
minoreapplicabilità nell'esperienza. Ora tutte queste noto che cos'altro stanno a significare se non che
la rela- zione attribuita in tal guisa
alla realtà è un nesso o una relazione
puramente razionale? Se il fondamento del nesso
non fosse nella ragione, potrebbe il detto rapporto essere necessario, reciproco e valido
indipendentemente dall’espe- rienza? Se
non che dire che la relazione è puramente
razionale, che il fondamento del nesso si trova nella ragione non è risolvere in modo completo il problema:
rimane sempre da spiegare in che
consista un nesso razionale e in che
modo la razione possa essere fondamento di un
nesso, Quando noi vediamo che tra due termini esiste un LA NOZIONE DI « LEGGE >» 48 legame necessario, per modo che uno implica
o trae seco l’altro, che cosa dobbiamo
pensare? Qual'è il concetto che noi in
tal caso ci dobbiamo formare della dipendenza o
del nesso ecc.? Per rispondere a tali quesiti occorre tener presente che il nesso necessario, reciproco e
indipendente dall'esperienza tra due
elementi, non può esser dato che
alternativamente da due condizioni principali: o dal fatto che i due termini sono perfettamente
sostituibili in quanto | sono
equipollenti, in quanto cioè sono espressioni diverse di una stessa cosa: in tal caso i due termini
s' implicano a vicenda perchè sono
termini di un’eguaglianza e di una
identità: ovvero dal fatto che i due termini della connes- sione sono parti di un tutto organico o di un
sistema: in tal caso gli elementi tra
cui ha luogo il nesso non sono identici,
ma si completano a vicenda quali fattori di una
identità sistematica. Ora si domanda: il giudizio ipotetico tipico è espressione della prima specie di
nesso, ovvero della seconda? Finchè non
si esce dalla pura identità, da quella
che si potrebbe chiamare identità formale, non è a parlare propriamente di giudizio ipotetico
come non è a parlare propriamente di
nesso, il quale involge sempre
transizione da un contenuto ad un altro, rapporto di due. parti integrantisi a vicenda e non semplice
tautologia: anche quando noi affermiamo
50 X 3 = 25 X 6, la ra- gione di tale
connessione non va ricercata nella identità
dei termini, ma nella costituzione propria del sistema numerico: è il sistema di numerazione che
rende possibile la identificazione di 50
X 3 con 25 X 6: In fondo adun- que ogni
nesso razionale implica l'esistenza di un’ identità sistematica, di una totalità, le cui parti
sono organicamente 44 LA NOZIONE DI «
LEGGE » congiunte, perchè ciascuna di
esse figura come differen- ziazione,
come determinazione o come manifestazione del-
l’unità fondamentale. Qui però
sorge il problema: Come è mai possibile la
esistenza di una totalità le cui parti s’implicano a vi- cenda? Come è mai possibile l’esistenza di un
sistema organico i cui elementi poi s’
implicano a vicenda? È evidente che ciò
è possibile solo nel caso che il sistema
figuri come un’individualità, come un fatto categorico fornito di un certo grado di assolutezza,
avente quindi la sua ragione in sè
stesso. Ora siffatte condizioni si riscon-
trano: 1° in quei prodotti dell'attività umana, i quali rispondono ad un fine cosciente. È in vista
di questo che i vari elementi sono
armonicamente coordinati tra loro.
L'idea fine agisce come unità regolatrice ed organizzatrice dei vari elementi componenti il tutto; in tal
caso le varie parti sono intimamente
connesse tra loro, perchè si com-
pletano a vicenda e perchè sono funzioni determinantisi reciprocamente; 2° quindi anche in quelle costruzioni numeriche e geometriche che presentano uno
spiccato carattere d’individualità in
ragione della proporzionalità che si
riscontra nelle loro relazioni interiori e in ragione della scelta arbitraria delle condizioni
primitive e fondamen- tali determinanti
poi l'andamento generale delle costruzioni
stesse (1); e 3° in quei casi in cui dopo che è stata scomposta una totalità aggregato —
considerata quindi dal semplice punto di
vista quantitativo — nei suoi componenti,
(1) Vedi a tal p-oposito quello che noi, sulle tracce del Masci, scrivemmo intorno alle varie operazioni
numeriche: Za mozione di « Legge », vol.
I di questi Saggi, pag. 173-174. LA
NOZIONE DI « LEGGE » 45 ciascuno di
questi si mostra dipendente dagli altri. Da
tuttociò consegue che il nesso razionale qual'è espresso dal giudizio ipotetico tipico che non trae seco
alcun rapporto di tempo, ha la sua base
nel fatto che i due elementi tra cui
intercede la relazione di dipendenza reciproca neces- saria sono parti di un unico tutto, che
questo sia consi- derato dal semplice
punto di vista quantitativo, ovvero dal
punto di vista sistematico o organico implicante un processo di differenziazione qualitativa. Ora
chi uon vede che la totalità, il
sistema, l’individualità vera, implicante
una relazione necessaria tra le parti, non può essere che un effetto dell’attività costruttrice umana,
giacchè è sola- mente ciò che è fatto,
costruito dal soggetto umano che può da
una parte essere completo in sè stesso e dall'altra avere una struttura prettamente razionale e
quindi avere quel grado di assolutezza e
di apriorità che guarentisce la
necessità del nesso intercedente tra gli elementi con- tenuti nel sistema? Ma possiamo d’altronde
affermare che tutti i caratteri
suaccennati di un nesso razionale e neces-
sario sì riscontrino nei prodotti umani? Come si vede, il punto essenziale da dilucidare sta qui: se il nesso
razionale im- plica sistema, totalità e
se questa non può aversi che da ciò che
proviene dal soggetto umano, è necessario preci- sare se tutti — e nel caso negativo quali — i
prodotti umani racchiudano una relazione
necessaria tra i loro elementi o
fattori. A ciò si risponde che una totalità, un
sistema implica una relazione necessaria tra gli elementi solo in quei casi in cui questi elementi
figurano come determinazioni essenziali
del sistema o della totalità. I vari
fattori o componenti di un tutto non hanno un valore eguale, 46 LA NOZIONE DI « LEGGE » in quanto alcuni di essi sono essenziali,
indispensabili — quasi si direbbe che in
essi sotto varie forme è la natura
stessa del sistema —, mentrechè altri sono fino ad un certo punto indifferenti al sistema stesso: è
evidente che tra i primi vi è una
relazione necessaria entro il sistema
dato, non già tra gli altri. Non basta. Non tutti i prodotti o le costruzioni sistematiche del soggetto
umano hanno un valore ed un significato
eguale: ve ne sono di quelle che si
riferiscono ad una funzione primitiva, universale e co- stitutiva dell'anima umana in genere, e ve ne
sono di quelle che si riferiscono a
funzioni variabili ed arbitrarie della
coscienza: ora è chiaro che i legami necessari si riscon- trano in quei sistemi prodotti dall’esercizio
delle funzioni inerenti propriamente
alla natura umana. In questi ul- timi
casi il sistema a cuisi devono riferire i nessi neces- sari è sempre posto dallo spirito, mentrechè
negli altri casi il sistema può e non
può esser posto, può esser posto in un
modoe può esser posto in un altro. La base dei giu- dizi ipotetici in quest’ultimo caso non viene
ad esser fissa, ma mutevole in rapporto
ad una quantità di circostanze.
Concludendo, noi possiamo dire che ogni nesso razionale o necessario è fondato sopra l’esistenza di
una totalità o di un sistema, per modo
che i termini del nesso figurano come le
parti o le differenze della totalità e del sistema. Due cose in tanto si possono implicare a
vicenda in quanto sono parti di un tutto.
Ora un tutto, una totalità non è mai
data, giacchè tutto ciò che è dato è sempre relativo: il fatto stesso di esser dato fa sì che agli
occhi del sog- getto non possa apparire
che come qualcosa che si riferisce a
qualcos'altro, e ciò che è dato in tanto assume a volte LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 47 l'aspetto di qualcosa d'individuale e di
totale, in quanto noi proiettiamo, o
riflettiamo in esso la nostra stessa at-
tività, lo informiamo della nostra stessa vita. Solo ciò che è fatto, ciò che è costruito da nuvi è un
tutto completo, è un vero sistema, ha la
sua ragione in sè stesso. Sicchè il
nesso razionale non si può trovare che tra gli elementi di un tutto, di un sistema costruito dal
soggetto: il giu- dizio ipotetico tipico
in tal guisa non soltanto ha una base
categcrica, ma questa sua base è nell'attività del soggetto umano. Se non che va notato che non tutti i
sistemi e le totalità prodotte
dall'attività umana servono di fondamento
a nessi universalmente necessari e quindi a giudizi ipo- tetici reciproci, ma soltanto quei sistemi
derivati dallo esercizio delle sue
funzioni costitutive. Tali sono i sistemi
della quantità o della grandezza, dei numeri, dello spazio (1) che forniscono la base dei nessi razionali e
dei giudizi ipotetici (leggi) di tutte
le cosidette scienze esatte o for-
mali. La realtà non è soltanto
qualificata per mezzo di nessi
razionali, ma è anche qualificata per mezzo dei rapporti cau- sali. Quali sono i termini tra cui
inteircedono siffatti rapporti? Sono qualità
od attributi che vengono astratti dalle compli-
cate relaziouii del reale, perchè sono invariabilmente ed uni- versalmente congiunti tra loro in qualsiasi
contesto o sistema essi si trovino.
Prima di ricercare la natura del nesso causale
e le note che lo controlistinguono dovremmo passare rapi- damente in rassegna le varie forme in cui
esso si presenta nei principali, rami
del sapere: ma l’enumerare le leggi, sia
(1) Le relazioni del tempo e del movimento sono espresse sempre per mezzo di grandezze, di relazioni spaziali
e numeriche, 48 LA NOZIONE DI « LEGGE
» anche fondamentali di tutte le
scienze sperimentali — leggi fisiche,
chimiche, biologiche, psicologiche, storiche, sociolo- giche e filologiche — non ci sembra di alcun
vantaggio, in quanto tutte presentano
un’eguale struttura logica. Tutte si
riducono a rapporti di attributi e quindi a legami astratti, a generalizzazioni ricavate da sistemi di
fatti concreti: gli attributi connessi
mediante l’indagine fisica sono incommen-
surabilmente differenti dagli attributi connessi mediante l’in- dagine chimica, e gli attributi connessi
mediante l’indagine di siffatti due
processi scientifici sono, lo ripetiamo, incom-
mensurabilmente differenti dagli attributi connessi mediante le indagini biologiche in genere. Se gli
attributi non fossero in ciascuna serie
di scienze qualcosa a sè, qualcosa d’irridu-
cibile, noi non saremmo propriamente autorizzati a parlare di scienze differenti, ma di una sola
scienza, la quale, per comodo didattico
o per l’esigenza della divisione del
lavoro, potrebbe essere divisa, ma in sostanza le varie scienze non sarebbero che capitoli diversi di
una sola scienza. Ora ciò non è, e chi
ha qualche dimestichezza con le scienze
speciali lo sa; del resto è per questo che i metodi delle varie scienze sperimentali, pur avendo dei
caratteri comuni, va- riano profondamente
tra loro. Gli attributi o qualità adunque
connesse nei vari ordini di scienze sono irriducibili le une alle altre, ma esse per sè prese sono
indeterminate e il sapere scientifico va
in cerca di qualcosa di fisso, di stabile, di coe- rente e di necessario. Gli attributi son
fatti, son dati, ecco tutto: onde è che
essi sono materia di elaborazione scientifica,
non sono scienza. Perchè ciò avvenga è necessario che gli attributi o le qualità ricevano delle
determinazioni quanti- titive (numeriche),
I nessi o le relazioni intercedenti tra
LA NOZIONE DI « LEGGE » 49 le
qualità possono essere fissati e posti in evidenza soltanto per mezzo delle determinazioni spaziali e
temporali, le quali alla lor voita hanno
bisogno di essere specificate per mezzo
del numero. Nessi e qualità devono adunque
esser prese in funzione, devono essere schematizzate per mezzo della quantità, e per mezzo dello
spazio e del tempo quantitativamente
presi. Come il colore è necessario a
delimitare l'estensione, così il numero, lo spazio e il tempo sono necessari a delimitare le qualità e le
relazioni. È per questo che l'esattezza
e la precisione scientifica di- pendono
dal grado in cui è applicabile la matematica.
Questa trasforma le scienze empiriche da induttive in de- duttive, e quindi in razionali appunto perchè
fa considerare le qualità sotto
l'aspetto della quantità. © Da tutto
ciò consegue che tutte le leggi delle scienze
sperimentali si riducono a relazioni di qualità espresse nelle loro variazioni quantitative e spaziali
e temporali — le quali due ultime
vengono espresse alla lor volta per
mezzo della quantità. Vediamo
ora in modo più particolareggiato quali sono
i caratteri che controdistinguono i nessi sperimentali... Anzitutto si nota che essi sono necessari ed
universali e poì che lungi dall'essere
forniti dalla ragione indipenden-
temente dall'esperienza, sono tratti da quest'ultima, nei cui limiti sono validi. Ora che i nessì
costituenti, diciamo così, la struttura
delle scienze sperimentali debbano essere
necessari ed universali, ognuno lo comprende, pensando all'obbietto proprio del sapere scientifico
che è appunto quello di trasformare le
semplici congiunzioni di fatto, per sè
sfornite di qualsiasi valore, in connessioni di dritto, 4 50
LA NOZIONE DI « LEGGE » in coerenze
fisse, stabili, aventi cioè un fondamento che le giustifichi: non è egualmente chiaro fino a
che punto i nessi in questione siano un
portato dell'esperienza : è ol- tremodo
importante, infatti, mettere in chiaro entro quali limiti vada ristretta l'azione della ragione
di fronte all’espe- rienza, se si
riflette che la coerenza ela necessità non possono venire che dalla ragione. Qual'è la
differenza essenziale tra i nessi
puramente razionali e quelli sperimentali ? La
differenza sta in questo, che i primi sono fondati sull’ esi- stenza di sistemi costruiti dall'arbitrio
dell'uomo, e quando diciamo
dall’arbitrio dell’uomo non vogliamo dire dall’ar- bitrio assoluto, vale a dire sfornito di
qualsiasi riferimento a qualche
proprietà o qualità inerente al reale, ma vo-
gliamo dire che l’attività costruttiva dell’uomo è estre- mamente preponderante, come avviene nei
sistemi numerici, nelle determinazioni
spaziali ecc.; gli altri invece sono
fondati su sistemi che hanno il loro principale punto di appoggio su qualche fatto o dato. Se si
passano a rassegna ì vari ordini di
leggi e di sistemi corrispondenti, si vede
che essi vanno a metter capo in ciascuna serie in qualche dato, o fatto ultimo inesplicato e
inesplicabile, il quale non è posto
dall’arbitrio dell'uomo, ma è propriamente
subito. Se anche questo sparisce, viene ad esser rotto ogni legame colla realtà e ci troviamo nel regno
della pura forma, dell'astratto e del
razionale. I nessi razionali pre-
sentano in tal guisa un grado di assolutezza, di compiu- tezza che invano si cerca nei nessi
sperimentali, in cui domina sempre il
riferimento a qualcos'altro. Il fondamento
dei nessi sperimentali adunque si trova, sì, nell'esistenza di sistemi che contengono i termini in
connessione, ma i LA NOZIONE DI » Abbiamo detto che ogni opera d’arte figura
come l’ espressione di due sorta di
leggi sistematiche, di una riferentesi
alle determinazioni del mondo estetico in genere (è quella di cui si è parlato), dell'altra
riferentesi ad un dato fatto estetico,
ad un dato prodotto artistico com- piuto
in un momento determinato. Ogni opera d’arte,
infatti, incarna un'idea, sì presenta come un'individualità, come un sistema fornito di date parti o
differenze: ora prima che essa sia
eseguita, nella mente dell'artista esiste
il concetto dell’ opera caratterizzata da date qualità su- scettibili di determinazioni disgiunte o
escludentisi a vicenda. Il processo
della elaborazione artistica insomma si
compie sempre particolarizzando, determinando, specifi- cando un contenuto ideale di cui si hanno
nettamente i limiti e il contorno; se
ciò non avvenisse l’opera d' arte non
avrebbe unità, nè armonia organica, nè individualità, perchè non avrebbe la sua ragione in sè
stessa. Ciò che abbiamo detto della
vita estetica si applica prefettamente
alla vita morale. Ogni azione morale sup-
pone la cooperazione di due leggi o giudizi sistematici, col primo dei quali il contenuto della vita
psichica viene considerato dal punto di
vista della moralità, viene cioè
ordinato in guisa da costituire un tutto organico, un siste- ma armonico a cui si dà l’ appellativo di
morale: sistema che ha questo di
proprio, che per esso tutti gli clementi
e fatti psichici acquistano valore e significato dal modo in cui contribuiscono al raggiungimento dell’
ideale mo- rale, che è quello della
comunione spirituale di tutti gli
uomini. Il Genio morale, il Santo appercepisce il reale come sistema morale in genere di cui
coglie tutte LA NOZIONE DI « LEGGE
>» 69 le differenze o
determinazioni e le loro relazioni dì reci-
proca esclusione. D'altra parte
ogni singola azione morale rappresenta
l’espressione di un concetto etico, di un'idea morale deter- minata: difatti un'azione morale si presenta
sempre come qualcosa di armonico, di
organicamente uno, di individua- lizzato,
avente la sua ragione in sò stessa : il che suppone nell'animo dell'agente l’esistenza di un
concetto sistema- tico analizzato nelle
sue determinazioni essenziali in ordine
ad una data condotta. Ogni fatto morale presenta coerenza ed unità d'indirizzo, il che vuol dire che
esso emerge dall’ analisi di una
concezione sistematica determinata,
proprio in quella maniera in cui le proprietà, i rapporti e le specie dei triangoli derivano dalla natura
di quella par- ticolare limitazione
dello spazio che dicesi triangolo, limi-
tazione dello spazio che è resa possibile dalla natura dello spazio in genere. Vogliamo dire insomma che
come il mondo estetico così il mondo
morale hanno come loro pre- cipuo
fattore una costruzione sistematica della realtà, caratterizzata e delimitata in guisa da
presentare deter- minazioni esclusive e
disgiunte. Varia il principio infor-
matore, l'universaie concreto, la funzione, la forma apper- cettiva, ma permane il processo di
sistemazione e di determinazione. È per
questo che tanto il mondo estetico
quanto quello morale presentano uno spiccato carattere categorico; le esigenze estetiche ed etiche
piuttostochè essere ricavate dalla
realtà, dai fatti, anticipano, rego-
lano quella e questi. Anche la
vita della conoscenza in generale si esplica
per mezzo di leggi sistematiche. Ogni processo conoscitivo 70 LA NOZIONE DI « LEGGE » è fondato sull’esigenza di fissare, di
qualificare e di deter- minare il reale
per mezzo di simboli o segni variamente
connessi tra loro (idee, giudizi, inferenze), in maniera da risultarne una forma di coerenza totale o di
sistema. Sicchè appare chiaro che la
conoscenza adempie a due uffici, a
quello di rendere chiaro per mezzo di simboli la realtà (di costituire delle formole o degli schemi in
relazione reci- proca tra loro), e di
connettere tali simboli in modo da
formare un sistema. Ora ciò in tanto è possibile in quanto la mente agisce come potenza
universalizzatrice, come po- tenza
tipificatrice : essa infatti, opera idealizzando il fatto e l’esperienza (staccando cioè gli attributi
e le relazioni dall’esistenza), andando
in traccia del principio informatore di
un dato ordine di reali per mettere poi in evidenza le determinazioni essenziali di questo. Ed ogni
progresso nella conoscenza è
contrassegnato dalla maggiore prevalenza
della tendenza alla sistematizzazione : quanto più la mente riesce, cioè, a individualizzare il reale
tanto meglio adempie al suo còmpito.
Come si vede, la forma generale di ogni
conoscenza è la forma sistematica e le varie categorie non sono che momenti, manifestazioni diverse di
tale funzione o categoria fondamentale;
la sostanza, infatti, implica l’in-
dividualità, la causalità implica la finalità o l’ ordine, il numero implica la totalità e l’unità: la
finalità e la totalita non sono che
espressioni diverse del sistema. D'altra
parte è agevole intendere che in qualsiasi forma speciale di conoscenza è in azione l’idea
sistematica con le sue varie
determinazioni; se pensare è porre in rela-
zione, e se la relazione non è possibile che tra termini, ì quali abbiano qualcosa di comune, tra parti
di un medesimo LA NOZIONE DI « LEGGE »
71 tutto, tra differenze di
un'identità sistematica fondamentale, è
evidente che qualsiasi conoscenza implica determina- zione di un sistema, val quanto dire
riduzione dell'ignoto al noto,
riferimento del non spiegato a ciò che è spiegato. Le leggi o giudizi sistematici formando come
l'ossatura della vita estetica, morale e
conoscitiva, operano quasi diremmo
celatamente nelle produzioni artistiche e scienti- fiche, e nelle azioni morali; le scienze
invece che hanno per obbietto appunto di tradurre in termini puramente intellettivi, di trasformare in concetti,
ordinandoli in modo ‘ sistematico, di
rendere insomma intelligibili i fatti estetici,
morali e conoscitivi, mirano a presentare isolate, separate da tutti gli elementi con cui si trovano
miste, le dette leggi o giudizi
sistematici. L’Estetica, l’Etica e la Logica
coincidono in questo che tutte e tre tendono a costruire il mondo estetico, etico e conoscitivo per
mezzo di giudizi disgiuntivi
completi. Invero qual'è l'obbietto
dell’ Estetica ? È quello di sta-
bilire, in base allo svolgimento storico dell’arte e della coscienza estetica e in base all'osservazione
psicologica della funzione estetica sia
produttiva che recettiva o con-
templativa (genio e gusto), il retto concetto ‘dell’ ideale estetico. Fissando il concetto si viene per
ciò stesso a determinarne le
manifestazioni in maniera completa ed ade-
quata. Le leggio norme estetiche sono le direzioni o le maniere secondo cui l’attività o funzione
estetica dell’ a- nima umana, in genere,
cerca di raggiungere l'ideale este-
tico. Ond'è che le norme o leggi estetiche avent i una base categorica nelle proprietà dello spirito
umano (atte quindi ad anticipare ed a
regolare l’ esperienza), non 72 LA
NOZIONE DI « LEGGE » vanno confuse con
quelle forme di leggi finali empiriche
(aventi cioè il loro fondamento nei dati forniti dall’espe- rienza) che rispondono a problemi pratici del
tenore seguente: « Come ottenere un dato
effetto estetico in una data cir-
costanza ? » « Come condursi moralmente in una data situazione della vita? » Qual è l’obbietto dell’Etica? È quello di
stabilire in base alla osservazione
psicologica della funzione etica, in base
allo svolgimento della cultura e della civiltà, allo svolgi- mento storico della coscienza morale e della
vita morale il retto concetto della
moralità. Ed una volta fissato e
delimitato tale concetto, è chiaro che vengono determinate le manifestazioni e le estrinsecazioni
essenziali del prin- cipio informatore
della vita etica; basta a tal uopo rap-
portarsi alle qualità fondamentali che contradistinguono il suddetto concetto o principio. In ultimo qual’è l’obbietto della Logica? È
quello di stabilire in base
all'osservazione psicologica della funzione
conoscitiva, in base allo svolgimento storico della scienza e della dottrina della conoscenza il retto
concetto della conoscenza stessa.
Trovato il principio informatore di questa
e caratterizzato per mezzo di date qualità, è facile preci- sarne le determinazioni, le manifestazioni ed
i limiti di variazione. Le norme etiche,
logiche ed estetiche stanno ad indicare
le diverse maniere in cui è possibile rispondere alle esigenze etiche, logiche ed estetiche
dello spirito umano; norme che hanno la
loro ragione ed origine nel- l'ideale
rispettivo, il quale alla sua volta non è tratto dall'esperienza, non figura come un dato, ma
è posto da ciò che vi ha di più intimo
nell'essere nostro. Sta LA NOZIONE DI
« LEGGE >» 73 in ciò appunto il
carattere distintivo delle leggi norma-
tive suaccennate. Da tuttociò
consegue che l’ Estetica, la Logica e l’Eti-
ca (1) sono fondate su giudizi sistematici o disgiuntivi tratti dalla vita estetica, logica ed etica
dell'anima umana. Esse mirando a mettere
in evidenza la struttura logica o
intelligibile del mondo estetico, conoscitivo ed etico, ci pongono dinanzi agli occhi le diverse maniere
in cui il principio informatore,
l’universale concreto e individuale si
presenta in ciascuna delle tre sfere più elevate dello spirito umano. Nessuno confonderà poi le
norme con i giu- dizi disgiuntivi o
sistematici, giacchè quelle non indicano
le parti del sistema articolate tra loro, ma bensì le vie per cui l’attività umana attua il sistema ideale
espresso nelle sue articolazioni per
mezzo della legge sistematica. Le norme si
riferiscono all’attuazione, al modo di procedere nella rea- lizzazione dell'ideale e quindi sono leggi
della volontà umana; le leggi sistematiche
invece esplicano nelle loro
determinazioni i sistemi ideali, per il che non escono dal mondo ideale. Stando ad alcuni (Bradley, Bosanquet),
l’ultima e più perfetta fase della
conoscenza è rappresentata dal giudizio
disgiuntivo in generale, in quanto per mezzo di questo il principio informatore di un dato ordine di
realtà viene ad essere proseguito nelle
sue determinazioni essenziali o nelle
sue manifestazioni, le quali poi si escludono a vicenda. Nè potrebbe essere diversamente; una volta
che il princi» (1) Quello che abbiamo
detto dell’ Etica, dell’ Estetica e della Lo-
gica sì potrebbe dire della Matematica. 74 LA NOZIONE DI « LEGGE » pio informatore, attuandosi, assume una
data forma, viene ad essere esclusa ogni
altra forma in cui esso può anche pre-
sentarsi; e poichè tali forme sono definite ed enumerate in- virtù della conoscenza che sì ha di tutto
l'ambito del concetto, è chiaro che dal
trovarsi attuata una data forma si deduce
la non attuazione delle altre, e dalla non attuazione delle altre si deduce l’attuazione di quella sola
che rimane. Col giudizio disgiuntivo si
vengono ad enumerare tutte le pos-
sibilità, ond’esso è l’espressione di una certa onniscienza da parte dell’uomo, onniscienza fondata però
sempre sulla cognizione di una data
qualità o attributo, il quale per natura
sua ngn può ammettere che un numero determinato
di variazioni, oltrepassate le quali, esso stesso viene ad essere annientato. Possono variare le occasioni immediatamente
determinanti la formazione dei giudizi
disgiuntivi, ma le loro caratteristi-
che non variano. Un giudizio schiettamente disgiuntivo ri- flette sempre un contenuto o sistema completo
in sè stesso, onde proviene che esso,
come ogni giudizio generico, è quasi
categorico. Il giudizio assume la realtà del soggetto ed enun- cia nel predicato le varie forme sotto cui
quello in condizioni diverse si può
presentare; forme che esaurendo la natura del
tutto posto come reale, si presentano articolate tra loro me- diante giudizi ipotetici o negativi. Ciò che
sopratutto è neces- sario e
indispensabile si è che il contenuto-soggetto, l’indi- vidualità o l’ universale, entri come tutto
in ciascuna delle , forme enumerate, per
modo che ogni differenza figurando come
determinazione essenziale dell’ universale viene ad escludere tutte le altre differenze; è
soltanto sotto questa condizione che
ogni congiunzione si trasforma in disgiunzione, LA NOZIONE DI « LEGGE » 75 La disgiunzione, sempre secondo tali
filosofi, è la sola forma giudicativa
che può stare da sè, giacchè ogni connes-
sione è entro un sistema e si può dire completo solo quel giudizio che enuncia insieme un sistema e le
relazioni o determinazioni contenutevi.
Certamente non ogni disgiun- zione è
completa, indipendente ed assoluta nello stretto senso della parola, ma ciascuna presenta
sempre un certo grado di assolutezza
rispetto al numero dei giudizi ipote-
tici che in essa trovano il loro fondamento. Così la di- sgiunzione che enuncia la natura e le specie
dei triangoli contiene la base di tutti
i giudizi ipotetici esprimenti le
proprietà di tale figura. Ciascuno di detti giudizi, se com- pletato e fatto esplicito, metterebbe capo
nella detta di- sgiuzione, la quale alla
sua volta è compresa nel giudizio
fondamentale che espone la natura e i caratteri dello spazio. | |
Ora, possiamo noi ammettere che la forma disgiuntiva sia la forma giudicativa più completa e
quella meritevole veramente del nome di
sistematica per eccellenza? Noi cre- diamo
che vada fatta una profonda distinzione tra il giu- dizio effettivamente sistematico, il quale
qualifica il Reale per mezzo di una
identità sistematica organicamente arti-
colata nelle sue varie parti e il giudizio disgiuntivo vero e proprio, il quale lungi dal presentare un
sistema attuato, presenta le forme o le
manifestazioni possibili di un prin-
cipio. Il giudizio sistematico ci mette sotto gli occhi un tutto organicamente costituito e reale,
mentrechè il giu- dizio disgiuntivo ci
mette sotto gli occhi le maniere in cui
il tutto si può attuare. Ora da ciò consegue che dal punto di vista ideale, dal punto di vista
dell’elaborazione 76 LA NOZIONE DI «
LEGGE » mentale il giudizio
disgiuntivo appare più perfetto, perchè
da una parte ci dice che un dato sistema, se attuato, deve essere determinato in una data guisa e
dall’altra ci fa sapere tutte le maniere
in cui può essere attuato e determinato; dal
punto di vista invece della conoscenza come qualificazione di ciò che è reale è il giudizio sistematico
vero e proprio quello che appare più
perfetto e completo; l’ultimo invero ci mette
davanti l'attuazione di un tutto organico contenente in sè delle differenze non escludentisi, ma
implicantisi a vi- cenda. È desso che
costituisce la base di una parte impor-
tante di giudizi ipotetici, i quali enunciano la connessione delle differenze contenute entro un sistema e
il rapporto necessario degli attributi o
parti di un tutto. Lo schema del
giudizio sistematico è : S è cosîffatto che a implica b; quello invece del giudizio disgiuntivo è: S è
cosiffatto che si può attuare 0
determinare in a o in b o in c. È vidente che il giudizio sistematico e quello disgiuntivo non
vanno iden- tificati tra loro; sono due
processi conoscitivi collaterali, i
quali adempiono ad uffici differenti ; il giudizio disgiuntivo allarga e completa idealmente la conoscenza,
in quanto esaurisce le possibilità della
realizzazione; quello sistema- tico
invece pone in evidenza la struttura organica e i rapporti interni di un sistema reale. Con'ciò
non si vuol. negare che vi possano
essere e vi siano anche molteplici
interferenze tra i detti due processi e che il giudizio si- stematico possa essere fondato o esser
riferito a una disgiun- zione resa
possibile dalle variazioni di una qualità essenziale, ma quello che non va dimenticato si è che la
disgiunzione non rappresenta qualcosa di
reale, come la struttura sistematica,
che essa è un processo perfettamente ideale
LA NOZIONE DI « LEGGE » 77 e
che il tutto o il sistema che fa da soggetto nei giudizi disgiuntivi è un prodotto dell’astrazione.
Esso non esistendo per sè, non avendo la
sua ragione in sè stesso, non essendo
qualcosa di sussistente e di completo, non esce dal dominio del necessario e del relativo; esso si
riferisce necessaria- mente ad una delle
determinazioni enunciate nel predicato.
Il contrario si verifica nei giudizi prettamente sistematici nei quali il soggetto è qualcosa di
categorico, di completo e
d’indipendente. | La verità di ciò che
si è detto intorno al giudizio dis-
giuntivo viene provata anche da questo, che esso è attivo in tutti quei processi dello spirito relativi
all'attuazione di ideali concepiti dalla
mente umana ; prima questa, per ragioni
su cui qui non importa insistere, forma un con-
cetto e poi dello stesso vengono rintracciate le determi- nazioni principali, basandosi sopra una sua
nota essenziale; il giudizio disgiuntivo
in tal guisa è attivo soltanto ogni
volta che si ha a che fare con costruzioni ideali, con co- struzioni di possibilità fatte da noi (di cui
conosciamo le qualità essenziali e le
loro variazioni), mentrechè quello sistematico
mette in luce la struttura organica di un si-
stema reale per via della vicendevole dipendenza delle parti di esso. Tuttociò che è organicamente
costituito, tuttociò che, attuato, o
risponde effettivamente — perchè opera
dell’intelligenza e dell’attività umana — o sembra corrispondere (funziona come corrispondente)
ad un fine, può formare oggetto di un
giudizio sistematico vero e proprio, o
finale o generico che si voglia dire. Il giudizio disgiuntivo lungi dal rendere più perfetta la
nostra cono- scenza della realtà — della
quale noi conosciamo soltanto 78 LA
NOZIONE DI « LEGGE >» dei frammenti
— non fa che rendere esplicito ciò che era
implicito — perchè nostra fattura —, non fa che metterci sott'occhio sotto altra forma ciò che già
sapevamo. Avendo noi costruito il
concetto soggetto non possiamo non tro-
varvi dentro quello che noi stessi vi abbiamo posto. É soverchio aggiungere che il giudizio
disgiuntivo non può avere alcuna
applicazione seria nella conoscenza del reale, del dato, giacchè noi dei vari ordini di questo
non conosciamo il principio informatore
(la natura propria) in modo da poterne
indicare tutte le manifestazioni possibili.
B Noi finora abbiamo
classificato le leggi, tenendo conto
della forma e della natura dei giudizi con cui esse vengono enunciate; è evidente che possono ancora
essere classificate, tenendo conto della
loro varia origine, della maniera cioè
con cui vengono rintracciate. Esse invero assumono ca- ratteri diversi secondo che variano i
processi logici messi in opera per
scovrirle. Da tal punto di vista le leggi pos-
sono essere classificate in leggi costrattive, leggi analogiche,
leggi induttive è leggi deduttive.
| 1. Leggi costruttive. Cominciamo dal ricercare per quale via
vengono messe in luce le leggi
matematiche, vediamo cioè qual'è il processo
logico che le rende possibili e che quindi le contradistin- LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 79 gue. L'inferenza (1) di cui si fa uso in
matematica, è una vera e propria inferenza
sussuntiva? | Ogni calcolo aritmetico, e
quindi ogni specie di calcolo, può
essere ridotto ad enumerazione o ad enumerazione di enumerazioni. Tutto il processo poggia sulla
concezione del tutto quale somma delle
sue parti, dell’ universale come
risultante da determinazioni e differenze eguali ed omo- genee quantunque distinte e separabili tra
loro. È evidente che in tali casi
l’universale non si presenta come un sistema
concreto, per modo che le inferenze da esso emergenti non sì sa se siano da considerare come
correlative dei giudizi, (1) Qui è
bene intenderci sul concetto che ci dobbiamo formare dell’inferenza dipendentemente dal modo come
venne interpretata la natura del
giudizio, L'inferenza, come il giudizio, mira a qualificare la realtà, con questo di proprio che la detta
qualificazione non è immediata, ma
mediata nel senso che il contenuto ideale viene ri- ferito alla realtà in modo indiretto,
coll’intermezzo di un altro con- tenuto
immediatamente qualificativo. Ora com'è mai possibile un tale processo ? Come è mai possibile il passaggio
da un contenuto ideale ad un altro? È
possibile, perchè entrambi questi sono differenzia» zioni di un fondo identico, momenti diversi
di un unico universale. E qui va notato
che quando sì parla di universale non bisogna cor- rere con la mente all'universale astratto,
alla nota od alla proprietà comune e ripetentesi
in un certo numero di casi, la quale non significa nulla, ma all’universale concreto, al
carattere significativo che, im-
plicando il modo con cui è connesso con altri caratteri o momenti sì presenta come fattore generatore della
realtà concreta Un esempio
dell’universale concepito in modo siffatto ci vien fornito da talune proprietà delle figure geometriche; dato, per
es. un arco di cerchio, noi abbiamo il
raggio, onde possiamo descrivere tutta la circonferenza; e perchè ciò? Perchè l’arco dato non è
semplicemente ripetuto, ma è continuato
secondo la natura propria (universale concreto) della 80 LA NOZIONE DI « LEGGE >» ovvero come delle inferenze esplicite. Così
l'equazione, poichè risulta da una
comparazione di relazioni numeriche
astrattamente considerate, pare che corrisponda al giudizio universale e più specialmente a quello
ipotetico : il che è già sufficiente a
porre in evidenza il carattere sintetico o -
inferenz ale di essa. Se non che l'equazione non presuppone, non implica nulla, ma distende, per così
dire, in modo completo gli elementi su
cui verte l’attività giudicatrice.
Mentre l’ordinario giudizio ipotetico omette o presuppone l'esistenza di tutte quelle condizioni che o
sono ovvie addi- rittura, o implicite o
completamente inattive, l'equazione, il
cui contenuto è omogeneo appare ipotetica sulla base di detta figura piana, natura propria che
regola le parti e che, quan- tun que
implicata gia nell'arco dato, è nondimeno distinta da questo. La cosa riuscirà forse più chiara ancora se
invece di un cerchio noi consideriamo
un’ellissi, in cui il frammento della curva dato non può essere soltanto ripetuto senza mutamento
nel rimanente della costruzione: vuol
dire che nella curva data vi è qualcosa che può
dettare la modalità della continuazione e completamento di essa.
Sic- chè noi possiamo definire il
giudizio mediato, o inferenza, come il
riferimento alla realtà (entro la sfera di un dato universale) di
de- terminazioni per l’intermezzo di
altre determinazioni direttamente ri-
ferite alla Realtà, ed esprimenti la natura propria
dell’universale; ovvero, come il
riferimento di alcune parti alla realtà per mezzo. di altre parti esprimenti la natura propria di
una totalità determinata. Perchè si
abbia l’inferenza è necessario adunque che l’universale si presenti come un sistema le cui parti
siano in necessaria connes- sione tra
loro e che la semplice unità delle differenze, quale si ma- nifesta nel giudizio, sia sostituita da una
maggiore o minore com- plessità di
determinazioni e da una congiunzione più o meno artico- lata di attributi e di relazioni (nelle quali
vanno comprese le rela- zioni di spazio
e di tempo). Cfr. BosanQuET, Logic, B. II, Cap. I. LA NOZIONE DI « LEGGE » . 81 un processo intellettuale, o di una sintesi
di differenze esplicite. Noi nel
giudizio ipotetico affermiamo la con-
nessione necessaria esistente tra due termini senza met- tere in chiaro la maniera in cui tale
connessione si sta- bilisca e si generi,
senza cioè rondero esplicito nel processo
logico il fondamento o la ragione della connessione: nella equazione invece o nella combinazione delle
equazioni i rapporti tra i varii
termini, le loro proprietà e la loro
derivazione vengono tutte messe sott'occhio per modo che appare evidente il fondamento del loro
legame. È per questo che l'equazione
presenta una connessione di ordine
inferenziale in modo molto più chiaro che non l’ordinario giudizio ipotetico. | La combinazione delle equazioni messa in
rapporto con una singola. equazione si
presenta poi come la combina- zione dei
giudizi messa in rapporto con un singolo giudizio: in entrambi i casì è pressochè impossibile
tirare una linea netta tra l’atto
singolo e la combinazione degli atti.
Il ragionamento matematico, stando al Bosanquet, può assumere varie forme, delle quali le
principali sono: quella seriale (per cui
è possibile l’apprensione delle connessioni
spaziali e temporali), quella sostitutiva, quella costitutiva (equazioni costitutive) e quella
proporzionale. Tutte le dette forme
hanno questo di comune che non implicano un pro- cesso di vera e propria sussunzione, vale a
dire che la conclusione, emergendo da
una relazione quantitativa esi- stente
tra le premesse, ovvero dalle modalità della fun- zione costruttrice espressa nelle stesse, non
può essere considerata come un caso
particolare compreso nella pre- messa
maggiore, o come un elemento di un’ individualità 6
82 LA NOZIONE DI « LEGGE »
concreta, ovvero come una determinazione della natura generica espressa nella detta premessa
maggiore. Così nella cosidetta inferenza
per sostituzione Premessa maggiore M
—=a + br tcr8.... Premessa minore S
=sMon Conelusione S =8 (at be
+cer8....) noi abbiamo due connessioni
equazionali riferite ad un identico
tutto e quindi atte a dar origine ad un'ulteriore connessione. Ma M non è, nel caso sucitato,
generico, nè S è specifico, nè infine Ja
connessione di S con s (a +bx ecc.) è
nota in grazia della connessione o della subordinazione dello stesso S all’ individualità concreta M.
M, non v’ha dubbio, figura come il
centro delle relazioni, come una forma
dell’universale quantitativo che, per così dire, per- vade tutta ‘l'equazione, ma da ciò non
consegue punto che .S sia un caso di M
piuttosto che M di $S. Insomma la
sostituzione è una conseguenza derivante dall’ identità del tutto con sè stesso nelle sue varie forme
(essendo ob- bietto del calcolo appunto
il ritrovamento di detta iden- tità), e
non un principio di relazione inferenziale. Da tal punto di vista l’inferenza sostitutiva che
merita propria- mente il nome di
inferenza per identificazione equazionale,
costituisce il fondamento del computo aritmetico e alge- brico.
D'altra parte le inferenze esprimenti le connessioni spa- ziali e temporali: A è a dritta di B, Bè a
drittadi C.-. A è a dritta di C: o A è
anteriore a B nel tempo, B è anteriore a
C.*. Aè anteriorea C, sono agli antipodi della
vera sussunzione in quanto esse piuttostochè attribuire LA NOZIONE DI « LEGGE » _ 83 ad un fatto, al reale un contenuto ideale
per mezzo della connessione di
quest’ultimo con un altro contenuto ideale
direttamente attribuito al reale, esprimono la maniera in cui si stabiliscono le relazioni spaziali e
temporali, espri- mono il modo di
procedere della funzione costrpttrice. È
se si vuol per forza fare in tal caso un’inferenza, si deve commettere l’errore di prendere il principio
attivo, l’ele- mento generatore, o ciò
che rende possibili tali inferenze, vale
a dire la funzione mentale che ci dà l’ ordinamento costruttivo spaziale e temporale e
considerarlo come parte del contenuto da
cui è tratta la conclusione, nel qual
caso sarebbe da porre come premessa maggiore delle argomentazioni costruttive un principio suî
generis, un principio generale di costruzione
che può essere espresso nel modo
seguente: Ciò che è a dritta di una cosa qual-
siasi B è a dritta di ciò, di cui alla sua volta la stessa cosa B è a dritta, e porre poi come premessa
minore tutto il contenuto nell’inferenza
suddetta; giacchè lo costruzioni e le
connessioni astratte si riducono a rela-
zioni sistematicamente necessarie, nelle quali si prescinde pressochè totalmente dalle qualità
caratteristiche dei punti di riferimento
assunti come perfettamente noti e
indifferenti (se A è a dritta, ecc. vuol dire che A è un punto o un corpo nello spazio, altrimenti
l’inferenza non avrebbe senso). Le
stesse costruzioni tramutate in infe-
renze non possono presentare premesse fornite di preroga- tive speciali. | Come si vede, in tali casi non vi ha
processo d’inferenza, perchè quella che
dovrebbe essere premessa minore è la
pura ripetizione, senza alcuna variazione, di quella che è 84 LA NOZIONE DI « LEGGE » posta come premessa maggiore; a ciò si
aggiunga che la stessa premessa minore
racchiude tutto, per modo che manca la
conclusione. In siffatta inferenza le modificazioni reciproche delle relazioni sono costruite
-nell’atto che si argomenta e non
vengono presupposte nella natura del sog-
getto reale, a cui si riferisce l’inferenza. In altri termini l’argomentare non ha per scopo già di rendere
esplicito, di distendere ciò che è già
involuto nel soggetto esistente per sè,
ma nell'atto stesso che l’argomentare ha luogo, si costruisce o si forma il soggetto
dell’inferenza. I processi costruttivi
spaziali e temporali adunque non sono dei pro-
cessi d'argomentazione sussuntiva, ma esprimono in forma ideale il riferimento reciproco dei vari
punti dello spazio e del tempo,
riferimento che è basato sulla identità e conti- nuità dello spazio e del tempo. I processi delle equazioni costitutive,
delle equazioni, cioè, enuncianti i
rapporti numerici esistenti tra le parti compo-
nenti determinate totalità presentano due aspetti. Da una parte figurano come sémplici calcoli o
combinazioni di rap- porti simili alle
equazioni mediate, o sistemi di equazioni nu-
meriche, le quali non hanno alcun significato all'infuori di un dato sistema numerico: infatti quando
si stabilisce una proporzione tra due
quantità variabili, dando a queste un
valore determinato (coefficiente) per vedere quali mo- dificazioni ne risultino, è evidente che non
vi è premessa maggiore, ma bensì
descrizione generalizzata di un identico
tutto in due casi, i quali devono essere attuati rispetti- vamente con determinati fattori e l’inferenza
consiste nel presentare la costruzione
di un tale tutto appunto rispet-
tivamente sulla base di tali fattori; dall’altra parte il LA NOZIONE DI « LEGGE » 85 calcolo, le combinazioni delle equazioni in
taluni casi sono ° fatte in base a certi
presupposti, e con regole determinate,
onde esse figurano come mezzi per raggiungere uno scopo definito, il quale poi sì può ridurre alla
determinazione delle proprietà di una
data figura nello spazio: così p. es. la forma
spaziale del tipo curvilineo (la curva poi può essere aperto o chiusa, simmetrica o asimmetrica ecc.) è come
il contenuto quasi generico, secondo il
linguaggio del Bosanquet, ovvero
l’idea-in base a cui la costruzione di una particolare figura curva avente proporzioni numeriche, assume
proprietà ca- ratteristiche. L'unità organica o sistematica presentata
dalle figure geometriche, per la quale
esistono rapporti definiti tra i vari
elementi che le compongono, è data appunto dal
fatto che le dette figure non risultano da un semplice aggregato di parti, ma dalla coordinazione
numericamente proporzionale di queste. E
nell’atto stesso della costru- zione di
date forme spaziali si possono venir scovrendo
le loro proprietà, ond’esse non figurano come qualcosa di dato, come un fatto, ma come qualcosa che
si vien facendo. In ogni case il
passaggio da una combinazione
equazionale numerica alla costruzione (proporzionalmente corrispondente nelle sue parti) di una data
figura fornita di date proprietà può
esser fatto solo in base ad un prin-
cipio racchiuso nella natura caratteristica della detta figura — quale emerge dalle qualità
fondamentali dello spazio —. È chiaro che col fare entrare in campo l'elemento
del tempo e quindi col rappresentare il
movimento come una lunghezza e col
riguardare le nozioni astratte di forza e
86 LA NOZIONE DI » di massa
come elementi determinanti in modo correlativo
il movimento, noi abbiamo tutti gli organi del puro mec- canismo e della scienza costruttiva
astratta. Fu detto dal Lotze che
l’inferenza proporzionale costi- tuisce
l’ultimo limite della conoscenza e che presenta un carattere perfettamente sussuntivo: ora ciò
non è esatto fin tanto che essa non esce
dal campo del calcolo puro e semplice
(2:4::3:%.0.x—=6), poggiando in tale caso sopra un rap- porto inerente ad un dato sistema numerico.
Nè vale a provar. niente al di fuori di
questo. Quando per contrario si applica
alla determinazione di un contenuto concreto, di una indi- vidualità definita, allora essa non ha valore
e significato per sè, ma l’acquista dal
fine a cui serve o dall’obbietto a cui
si riferisce, o infine dai presupposti su cui si eleva. La proporzione non definisce, ma mette in maggior
evidenza, determina, fissandoli
quantitativamente, misurandoli, i ca-
ratteri dell’individualità, le qualità del sistema o della totalità concreta dopo che ne è nota per
altra via la loro natura, ovvero accenna
ad esse perchè la conoscenza ne sia
completata con mezzi più appropriati. Noi possiamo dire che la proporzione acquista tutto il suo valore
dall’eteroge- neità dei suoi termini, in
quanto questa implica sempre l’esistenza
di un sistema speciale di relazioni e di connessioni. La detta eterogeneità dei terminidella
proporzione può essere di varie sorta,
secondochè i due obbietti comparati sono
o no misurabili con un’identica unità, ovvero uno dei due è misurabile e l’altro no, ovvero infine
nessuno dei due è misurabile; nel quale
ultimo caso non è più a parlare di
proporzione, ma di analogia o di sussunzione, mentrechè nei casi antecedenti si hanno varie forme e
combinazioni. LA NOZIONE DI « LEGGE »
87 . di giudizi ipotetici, i quali
rappresentano i veri punti di passaggio
dalle forme astratte d’infevenza a quelle con-
crete (4). Le leggi costruttive
hanno adunque questo di proprio che sono
leggi funzionali in quanto esse non vengono estratte da ciò che esiste, da ciò che è dato, ma
indicano le maniere in cui la mente
opera in date circostanze. L'universale
concreto in base a cui avvengono i nessi tra gli attributi espressi nelle leggi è attivo nella mente e
viene attuato mentre si enunciano le
dette leggi: non è qualcosa che esiste
per sè di rincontro alla mente. Pertanto in esse vanno comprese tutte le leggi riguardanti il
pensiero, la emotività e la volontà
umana in azione. Le leggi logiche
fondamentali, le leggi etiche, estetiche ecc. non esprimono il modo di comportarsi di cose esistenti al
di fuori del soggetto, non sono ricavate
da fatti, ma esprimono le maniere in cui
i fatti vengono disposti, ordinati, appercepiti dal punto di vista logico, estetico ed etico. Siffatte
leggi non possono essere ricavate da
principii generali in cui siano come
contenute, perchè questi principii non potrebbero essere che le funzioni dello spirito umano, le
quali, messe in azione, determinano
appunto le leggi logiche, estetiche ed etiche.
Le dette funzioni dell'anima umana espresse o tradotte in termini intellettivi, separate dal fatto e
idealizzate (guardate nella loro intelligibilità
o possibilità, nel loro was) costi-
tuiscono appunto le leggi logiche, estetiche ed etiche. Onde consegue che questa prima classe di leggi —
leggi funzionali o costruttive — da una
parte non sono induttive, in quanto
(1) Cfr. BosanQuET, op. cit. 88
LA NOZIONE DI « LEGGE » non vengono
ricavate da fatti e dall’esperienza, e dall'altra non sono deduttive i in quanto non vengono
ricavate da prin- cipii generali o da
individualità, sistemi o totalità date. Ciò
sarà più evidente in seguito quando avremo parlato delle varie forme di sussunzione. Qui notiamo che
va fatta distin- zione tra le leggi
emergenti da un dato fatto estetico o da
un dato sistema scientifico o da un complesso di fatti psico- logici occupanti un determinato punto deilo
spazio e del tempo — le quali possono
essere deduttive o induttive se- condo
che sono state ottenute prendendo le mosse dall’uni- versale, ovvero dalle determinazioni
particolari di questo — e le leggi che
indicano per così dire la via tenuta dalla
| psiche nelle sue principali funzioni. Queste leggi sono stabi- lite ed enunciate nell’ atto stesso che
vengono formati i principii da cui
dovrebbero essere ricavate, principii che
sono come l’espressione intellettuale delle PHAGIPLI fun- zioni dello spirito umano. 2. Leggi analogiche. Le leggi analogiche che si potrebbero anche
chiamare leggi morfologiche o leggi
classificative, sono quelle per mezzo di
cui unoggetto o un caso particolare è reso intelligibile, facendolo rientrare in una data classe e
quindi descriven- dolo,
caratterizzandolo. Descrivere e classificare sono atti che. s’'implicano e si completano a vicenda:
io in tanto classifico in quanto
descrivo e viceversa in tanto descrivo
in quanto classifico, in quanto faccio rientrare il partico» LA NOZIONE DI « LEGGE » 89 lare nell’ universale, in quanto guardo il
nuovo, l’ ignoto attraverso il noto. È
vero che d’ordinario si fa distinzione
tra i giudizi propriamente descrittivi (i quali, si dice, hanno per predicato un aggettivo esprimente una
proprietà, un attributo del soggetto) e
quelli esplicativi (i quali, si dice,
hanno per predicato un sostantivo più generale, nella cui estensione è comprese il soggetto), ma in
sostanza tale distinzione è soltanto
grammaticale, giacchè nel secondo caso
il predicato-sostantivo è adoperato in un certo senso aggettivamente come nel primo il predicato
aggettivo è adoperato in un certo senso
sostantivamente : in entrambi i casi,
infatti, il predicato ha l'ufficio di far appercepire, di rendere intelligibile il soggetto, in
entrambi i casi cioè il predicato è un
contenuto ideale atto a qualificare il
reale quale si presenta nel soggetto grammaticale. Del resto fu già notato da altri che tale
processo classificativo del pensiero può
presentare parecchi aspetti, pur conser-
vandosi uno nel fondo: così esso può avere una doppia direzione, cioè o va dalla nuova (attuale e
singolare) alla vecchia rappresentazione
(generica, o schematica o classe) — e in
tal caso la seconda è riconosciuta e affer-
mata come un carattere della prima (giudizio analitico); — oppure va dalla vecchia alla nuova, e
questa apparirà come una particolarità
novella della prima (giudizio sin- tetico).
Che il giudizio classificativo (assuma la forma pro- priamente classificativa o quella descrittiva
o quella sto- rica), sia sempre uno nel
fondo viene provato anche da questo che
le scienze così dette classificative sono de-
scrittive e storiche insieme: così la così detta Storia naturale comprende la Zoologia, la Botanica,
la Minera- 90 LA NOZIONE DI « LEGGE
» logia, le quali sono eminentemente
classificative e descrit- tive: non vogliamo
con ciò affermare che tali scienze non
siano anche esplicative, su che ebbe già a richiamare l’attenzione il Wundt, ma esse sono
esplicative, perchè sono insieme
genetiche e morfologiche, perchè, cioè, classificano e descrivono gli obbietti naturali,
ricercandone la evolu- zione. Le leggi
analogiche adunque sono della più grande
importanza in quanto rendono possibile l’apprensione ordi- nata delle cose, in quanto rendono
intelligibili gli obbietti, facendoli
rientrare in date classi e in quanto, ciò facendo, mettono in evidenza l'affinità, lo svolgimento
e la genesi dei vari ordini di
realtà. Vanno considerate come una
categoria a parte di leggi in quanto uno
è il processo di loro formazione — processo
logico detto dell’analogia e della verosimiglianza, il quale consiste nel conchiudere dacchè parecchi
oggetti e fatti si somigliano in alcuni
punti, che si somigliano probabilmente
anche in altri punti, L’analogia
ha questo di proprio’ che la sua conclu-
sione non è fondata sul numero dei casi in cui i suoi ter- mini (il soggetto e il predicato) si
presentano connessi, ma è fondata
sull'esame, sull’analisi e quindi sulla va-
lutazione dei caratteri riscontrati connessi in un gran numero di casi; analisi e valutazione che è
fatta col ri- cercare ciò che i detti
oggetti e fatti presentano di co- mune,
col ricercare le proprietà e gli attributi, i quali, qualificando entrambi, valgono a mettere in
evidenza la loro vera natura. Ora se tutti i giudizi potessero essere
considerati come reciproci l'analogia
diverrebbe ipso facto un’ inferenza da
LA NOZIONE DI « LEGGE » 91
condizione a condizionato, come è inferenza da condizio- nato a condizione: « due antecelenti che hanno
ùn mede- simo conseguente devono essere
intimamente connessi tra loro ecc. » è
la formola esprimente l'analogia qual'è real-
mente, mentrechè la formola « due antecedenti che hanno un merlesimo conseguente devono essere
conseguenti di un medesimo antecedente,
per il che devono coincidere »,
rappresenta l'ideale a cui tende l’argomentazione, ma che essa per sè è impotente a raggiungere. Se il
fatto di ri- scontrarsi i medesimi
caratteri in A e B non basta a provare
che A sia specie e B genere o viceversa, indica
però sempre che tra loro vi deve essere una correlazione e una corrispondenza ; sicchè se non potremo
attribuire a B il carattere M potremo
attribuirgliene un analogo M'; si ha
così la proporzione: A:B=B:M Il carattere M' figura come il prodotto di
ciò per cui A coincide con B
(appartenendo ad un medesimo genere) e
di ciò per cui ne differisce. Ha ragione pertanto il Dro- bisch di considerare l’analogia come il mezzo
con cui ven- gono messe in evidenza le
corrispondenze, le umologie e le
analogie esistenti tra specie congeneri, coordinate quindi tra loro e subordinate ad un genere superiore
comune, come îl mezzo con cui viene
posto in luce il differenziarsi di
un'identità fondamentale sistematica, l’unità morfolo- gica di un dato sistema e l'ordinamento
esistente nei vari ordini di reali, i
cui ritmi di attività mentre si corrispon- dono tra loro, sono d’altra parte contenuti in
un ritmo 92 LA NOZIONE DI « LEGGE
» superiore generale. Così un
naturalista che ha scoperto in una
specie animale o vegetale un dato carattere, p. es. un certo organo, non attribuisce ad un'altra
specie con- genere alla prima l’identico
carattere, ma piuttosto uno analogo 0,
come si dice, omologo, cioè tale che raccolga
in sè la natura del genere e risponda insieme alla parti- colare natura della specie. Il valore del ragionamento per analogia dipende
da due condizioni: 1° che tra i
caratteri simili e il carattere che si
tratta di attribuire ad una delle due cose comparate esista un rapporto naturale e non una
semplice coincidenza fortuita : 2° che
le due cose comparate non differiscano
per caratteri tali che ogni analogia riguardante il carat- tere che si tratta di attribuire ad una di
esse sia allonta- nata dal bel
principio. Come si vede, la validità dell’ana-
logia poggia tutta sull’importanza attribuita ai vari caratteri e sul rapporto esistente tra le note comuni e
quelle dif- ferenti, sempre in ordine ad
importanza: pertanto il nodo della
questione sta tutto qui, sul fondamento e sui limiti di applicabilità del nostro giudizio
apprezzativo circa l’im- portanza dei
caratteri di dati oggetti. Vi fu chi affermò
che il rapporto tra i caratteri simili e quelli differenti (base della validità dell’analogia) fosse
rapporto puramente numerico : in tal
caso l'analogia sarebbe stata più o meno
valida secondochè fosse preponderante la somma dei ca- ratteri comuni, ovvero quella dei caratteri
differenti, te- nuto conto della
conoscenza totale che noi abbiamo delle
proprietà degli oggetti in questione. Ma ognuno vede che la validità dell’ analogia non può dipendere
dal numero, bensì dalla qualità dei
punti di somiglianza, i quali deri- LA
NOZIONE DI « LEGGE » 93 vano il loro
significato dalla loro relazione col sistema
totale di cui fanno parte. Ed il sistema non può essere ridotto ad un aggregato di parti
indifferenti, giacchè que- ste, per
l'opposto, hanno un valore differentissimo dipen- dentemente dai reciproci rapporti in cui si
trovano. Chi è pratico dei processi
analogici, i quali rendono possibile la
classificazione morfologica degli obbietti naturali, sa benissimo che essi poggiano non sulla
enumerazione, ma sulla valutazione dei
caratteri: già non si avrebbe un’u- nità
di misura per enumerare i caratteri, e poi che cosa vorrebbe dire un punto di identità o di
somiglianza ? come si farebbe a
circoscrivere i limiti dell'identità e della somi- glianza ? |
L'analogia non è fondata proprio sulla identità, ma sulla corrispondenza dei caratteri, e sulla
importanza ad essi attribuita,
corrispondenza ed importanza che possono es-
sere scoverte, basandosi sopra un insieme di considerazioni di ordine diverso, le quali però mirano
sempre a ricercare la connessione in cui
si trovano i caratteri in questione con
tutto il sistema degli organi che rendono possibile la vita dell'individuo, mirano cioè a
ricercare l’ ufficio a cui gli stessi
caratteri adempiono e a tracciarne la genesi
e lo svolgimento. Chi dice analogia dice comparazione dei caratteri in owdine alla loro importanza ; e
chi dice com- parazione in tal senso
dice ricerca del significato che i detti
caratteri hanno per la vita dell'individuo. Dall'altra parte chi dice determinazione della
corrispondenza csi- stente tra i
caratteri di due specie, dice esame del molo
di funzionare e di operare, esame dell’ ufficio degli stessi caratteri e insieme indagine della loro
genesi e sviluppo. 94 LA NOZIONE DI
» spaziale — possono essere ridotti a
sillogismi, il cui termine medio (il
fine da raggiungere) determina il rapporto degli estremi.
In ordine alle costruzioni meccaniche è stato notato che esse non acquistano la loro consistenza
dall'ufficio a cui servono, giacchè
questo è qualcosa di aggiunto, col che si
vuol dire in sostanza che una costruzione meccanica è qualcosa d' indipendente dalla sua funzione,
tanto è ciò vero che essa può e non può compiere
la detta funzione, la può compiere più o
meno bene, e può anche essere incapace
di compierla affatto: tuttavia la macchina è
sempre un prodotto necessario delle forze o leggi mecca- niche che la rendono possibile ed esiste come
tale in ogni caso. Da ciò conseguirebbe
poi che i rapporti dei vari elementi
componenti la macchina sarebbero qualcosa di
necessario e di fatale — ed andrebbero formulati per mezzo di leggi costruttive, piuttostochè
sussuntive. Ora noi os- serviamo che
l'ufficio, la funzione della costruzione mec-
canica è tale elemento essenziale alla sua struttura che non può in alcun modo esser considerato come
un epife- nomeno : l’individualità, vale
a dire la ragione d'essere della
macchina non è riposta tutta nello scopo che essa deve raggiungere? Le forze o leggi meccaniche
per sò prese sono un’astrazione, sono un
prodotto dell'analisi scien- tifica;
nella realtà sono sempre combinate dall’intelligenza “umana in vista di un fine, il quale non solo
contribuisce ad accrescere la
consistenza del fatto meccanico puro e
semplice, ma gli dà realmente valore e significato. Del resto ognuno comprende che tra una macchina,
la quale risponde ad uno scopo — che
questo poi sia o no raggiunto + LA NOZIONE DI « LEGGE » 111 in modo completo, poco importa — ed una
composizione qualsiasi di forze
meccaniche corre un divario essenziale
in quanto quella forma un tutto, un sistema che ha la sua ragione determinante nella funzione,
mentrechè la semplice composizione di
forze nei suoi rapporti necessari si
rivela completamente inorganica.
Possiamo d'altra parte affermare che tutte le leggi te- leologiche vadano confuse insieme, possiamo
cioè dire che il procedimento per cui
vengono enumerati i rapporti esi- stenti
tra i termini di un sistema sia sempre uguale? Noi crediamo che a tal proposito vada fatta
distinzione tra gli scopi e le maniere
di raggiungerli dettati dall’ esperienza
e dall’osservazione che col Masci si potrebbe chiamare passiva, e gli scopi e le maniere di
raggiungerli dettati dal- la
osservazione attiva. Le prime si potrebbero chiamere leggi finali empiriche o a posteriori, perchè
fondate su rapporti empirici; le altre
si potrebbero chiamare leggi finali a priori,
perchè fondate su determinazioni primitive della nostra attività spirituale. Quelle non implicano
nessun grado di assolutezza nel senso
che ì relativi sistemi sono fatti for-
niti solo dall'esperienza e quindi aventi un valore contin- gente: le altre invece sono assolute, perchè
si riferiscono a sistemi inerenti alla
natura umana. Le leggi finali empi-
riche sì riferiscono a sistemi che vengono costruiti da noi con materiali forniti dell’ esperienza e in
virtù di scopi suggeriti del pari dalla
pratica della vita: le leggi finali a
priori si riferiscono per contrario a sistemi ideali formati da noi per rispondere ad esigenze interiori e
profonde del nostro essere,
indipendentemente dalla convalidazione del-
l'esperienza esterna. Tali leggi finali, anzi, lungi dall’ essere 412 LA NOZIONE DI « LEGGE » ricavate dall’ esperienza, servono a
regolarla. I rapporti morali, logici,
estetici e matematici sono inerenti a sistemi
aventi il loro fondamento e la loro radice nella costi- tuzione, nella natura propria dello spirito
umano e non nell’ esperienza esterna,
ond’è che il fine logico, morale,
estetico e matematico non può esser raggiunto che nella maniera suggerita dalla stessa natura dello
spirito, al di fuori della quale maniera
non è più a parlare di funzione
conoscitiva, morale ecc. Le suddette leggi teleologiche mostrano pertanto la loro base categorica a
preferenza di tutte le altre. E a tale
proposito giova notare che le co-
struzioni meccaniche in tanto appaiono in modo evidente sistematiche in quanto sono come a dire
incorporazioni di leggi matematiche. Le leggi
finali empiriche possono essere ridotte
alla formula seguente : Dato un sistema cosiffatto, vi deve essere questo rapporto determinato
tra i suoi elementi: ora in tal caso il
sistema presentato è un dato dell’
esperienza, che potrebbe anche non esseré o essere differente, perchè non risponde a nessuna
necessità intrin- seca ; per contrario
la formula delle leggi finali a priori è :
L'anima umana è cosiffatta che non può non produrre il tale sistema (logico, etico, estetico e così via)
con questi rapporti ecc.: è evidente che
in questo caso non si ha a che fare con
qualcosa che può e non può essere dato, e che può essere dato indifferentemente in un modo piuttosto
che in un altro, ma si ha a che fare con
ciò che è inerente all’anima umana in
generale, tolta la quale non rimane più nulla. Conclusione: le leggi finali empiriche sono contingenti,
perchè fondate su dati empirici,
mentrechè le leggi finali a priori sono assolute, perchè fondate su funzioni del soggetto. LA NOZIONE DI « LEGGE » 113 Noi dicemmo che le leggi deduttive o
sussuntive sono quelle derivate
dall'analisi di un sistema. Ora è evidente
che il cosìdetto sillogismo disgiuntivo non può non figurare come uno dei processi atti a darci le
suddette leggi, secondo la formula: Aè o
Bo C, Anon è B, .-. Aè C, ovvero A è
B.'. Anonè C. Recentemente però il Bradley e il Bosan- quet hanno osservato che mentre la
disgiunzione è l'espres- sione più
completa e perfetta del grado di chiarezza e di
determinatezza a cui può giungere la conoscenza umana, in quanto essa esaurisce il contenuto di un
sistema, di una totalità, mostrandone le
varie parti e il modo in cui queste si
articolano tra loro (e a tal proposito va notato appunto che ogni congiunzione si può ridurre a
disgiunzione, giac- chè una volta che
vengono assegnate con esattezza e pre-
cisione la condizioni sotto cui ciascuna determinazione è attribuibile al soggetto reale, rimane
esclusa ogni altra de- terminazione che
non possa essere compresa nella prima
per la contradizione che nol consente), dall'altra parte la disgiunzione stessa è tutta racchiusa nella
premessa mag- giore del sillogismo
disgiuntivo quale viene ammesso dalla
logica tradizionale: quando, infatti, la detta premessa di- sgiuntiva è bene determinata nelle sue varie
parti, e nelle relazioni intercedenti
tra gli elementi, essa contiene tutto
quello che verrebbe detto nella premessa minore e nella conclusione, le quali così sono ripetizioni
superflue e quindi inutili. Il
sillogismo disgiuntivo della logica formale
è valido soltanto nelle disgiunzioni per ignorantiam o in quelle relative ad un punto del tempo, nei
quali casi la premessa minore vale a
risolvere un dubbio relativo ad un
membro di un’alternativa o ad affermare l’esistenza 8
114 LA NOZIONE DI « LEGGE » di
questo in un dato momento: ma dette disgiunzioni lungi dal significare l'organizzazione vera di un
sistema, hanno la loro origine in una
condizione accidentale riguardante
l’attività conoscitiva di chi parla e ragiona in un dato . periodo di tempo. In sostanza il concetto del Bosanquet è
questo : la cono- scenza umana, specie
la conoscenza scieatifica, non verte sui
fatti, ma sui concetti dei fatti: ora che cosa vuol dire ciò? Che l'ideale della conoscenza è quello
di apprendere le possibilità di fatti,
val quanto dire le condizioni in cui gli
eventi reali possono aver luogo, tanto è ciò vero che la legge, la quale enuncia il modo di agireti
una data sostanza non afferma in alcun
modo l’azione attuale della detta
sostanza sopra un organismo ; e che cos'altro fa la disgiun- zione se non porre, sott'occhio tutte le
possibilità, tutte le determinazioni
(con le loro condizioni) che può presen-
tare un universale concreto? In vista di ciò appunto la disgiunzione rappresenta la forma più
perfetta e completa della
conoscenza. Ci sia lecito fare alcune osservazioni
: Anzitutto non ve- diamo perchè si
debba destituire di ogni valore il sillo-
gismo disgiuntivo, secondo l’intende la logica tradizionale, il quale adempie ad uffici importanti nella
conoscenza umana. La cognizione
perfetta, la cognizione strettamente
disgiuntiva rappresenta un ideale a cui l'intelletto tende ad avvicinarsi senza poterlo mai raggiungere,
specie nelle conoscenze riflettenti la
realtà esterna, il dato dell’espe-
rienza; e la vita della conoscenza reale ed effettiva è riposta appunto in tale processo di
approssimazione inde- finita, giacchè
ammesso pure che possa l’uomo giungere a
LA NOZIONE DI « LEGGE » 115
racchiudere tutto in una disgiunzione completa, con ciò verrebbe a scomparire l’attività conoscitiva.
Ma su ciò torneremo or ora: diciamo
piuttosto che il sillogismo di-
sgiuntivo quale viene ammesso dalla logica tradizionale esprime un momento interessante del processo
conoscitivo, | giacchè oltre la
conoscenza per concetti vi è quella di
fatti (conoscenza storica), in cui la determinazione del tempo ha un'importanza speciale. Ma il
sillogismo disgiun- tivo oltrechè esser
valido a definire la realizzazione di un
contenuto ideale nel tempo, vale anche a determinare quale di parecchie anticipazioni fantastiche, di
parecchie possi- bilità ipoteticamente
enunciate trovi il suo riscontro nella
realtà. Che il dominio del possibile sia più vasto del reale nessuno vorrà negare: onde la necessità di
limitare quello per mezzo di
quest’ultimo. Nè vale il dire che la disgiun-
zione per ignorantiam rappresenta un fatto accidentale, ‘ transitorio, perchè d'origine subbiettiva,
giacchè, non esi- stendo l’onniscienza,
la suddetta disgiunzione per ignoran-
tiam figura come un processo inerente essenzialmente ed organicamente alla funzione conoscitiva. Poi, il sillogismo disgiuntivo quale viene
ammesso dai citati filosofi inglesi è
ammissibile? Per rispondere a tale
quesito occorre vedere quali siano ì presupposti su cui esso sì fonda; esso nientemeno presuppone che
sia cono- sciuto il principio
informatore con tutte le sue possibili
determinazioni di un dato ordine di reali, presuppone la conoscenza completa di tutte le
differenziazioni possibili di una
qualità, il cui contenuto deve essere completa-
mente esaurito. Ognuno vede che un tal genere di onni- scienza — che è la conditio sine qua non
della disgiun- SI 116 LA NOZIONE DI « LEGGE » zione — se è conseguibile nelle conoscenze
formali, nei processi razionali (logica,
calcolo ecc.) e in tutti quei fatti che
hanno la loro radice nella natura propria del
nostro spirito, in quei fatti che sono prodotti da noi, ap- pare un sogno nelle conoscenze riferentisi
alla realtà empirica. Inoltre le
differenziazioni del dato appaiono come
fatti, i quali non possono essere derivati razionalmente l'uno dall’altro in forza di uno stesso
principio, non pos- sono cioè essere
riguardati come variazioni necessarie di
una stessa qualità: noi, infatti, possiamo ben dire che di triangoli non ve ne possono essere che di tre
specie, equi- lateri, isosceli, e
scaleni, ma non possiamo dire che di
colori non ve ne possono essere necessariamente che sette, o cinque o tre. Il fatto è che la
disgiunzione in tanto è applicabile alla
conoscenza della realtà, in quanto è ap-
plicabile la matematica. E come questa è valida a for- mulare i fatti nel modo più esatto, senza dar
la ragione di ciò che avviene, così la
disgiunzione enuncia, illustra i fatti,
ma non li spiega: e quand anche nel sillogismo
disgiuntivo vengano espresse tutte le condizioni determi- nanti i vari termini dell’alternativa, le
stesse condizioni non emergono mai dalla
disgiunzione, non emergono cioè mai
dalla necessità inerente al sistema di determinarsi assolutamente in una di quelle maniere
esclusive tra loro. Perchè ciò
avvenisse, bisognerebbe che noi fossimo al caso di dedurre in maniera razionalmente necessaria
da una data qualità empirica le sue
varie determinazioni, bisognerebbe non
soltanto che l'universo fosse qualcosa di eminentemente razionale, ma che noi fossimo come a dire nel
centro dell’uni- verso da essere a parte
del suo ritmo e processo evolutivo. LA
NOZIONE DI « LEGGE » 117 Pertanto la
disgiunzione più completa non può servire
che a formnlare e ad illustrare in modo preciso ciò che noi per altra via già conosciamo. E che il
processo disgiun- tivo per sè sia
insufficiente a darci una definizione reale
o radicale, vien provato da questo che quando esso è pra- ticato mena a definizioni imaginarie (non
riferentisi a ob- bietti reali). Le
divisioni stesse in tal caso o hanno il loro
fondamento in preconcetti che già esistono nella mente di chi fa la divisione, ovvero appaiono
puramente arbitrarie. Riassumendo, in
ordine al sillogismo disgiuutivo pos-.
siamo dire che esso quale viene inteso dal Bradley e dal Bosanquet, vale a dire come contenuto tutto
nella pre- messa maggiore del sillogismo
disgiuntivo della logica tradizionale,
trova un'applicazione giustificata solo in quei
casì in cui è il nostro spirito che dà origine a prodotti razionali compiuti, a costruzioni ideali,
delle quali poniamo noi i principii
informatori e noi stessi razionalmente (indi-
pendentemente dall'esperienza) deduciamo le variazioni di cui i detti principii sono suscettibili.
Bisogna tener fisso in mente che il
giudizio-sillogismo disgiuntivo può essere ado-
perato solo quando è completamente nota la natura propria di un essere, di una qualità, per modo che si
sa entro quali limiti la qualità, l'ente
deve necessariamente variare, var- cati
i quali limiti, non si ha più quell’ ente, quella qua- lità. E non basta; occorre che ciascuna
determinazione sia tale che, spe ha luogo,
non lasci posto alle altre. Come si
vede, siffatte condizioni si possono verificare solo in ciò che è opera nostra, in ciò che facciamo
noi e di cui conosciamo, per così dire,
l'intimo meccanismo. Il mondo della conoscenza
in genere, ed un dato sistema di cono-
118 LA NOZIONE DI « LEGGE »
scenze circoscritto nello spazio e nel tempo, il mondo etico e una data condotta morale, il mondo
estetico ed ‘una data opera d’arte, il
mondo religioso ed una data religione,
l'ordine politico sociale in genere e un dato
ordinamento politico-sociale, ecco i campi in cui può avere un uso fecondo il sillogismo-giudizio
disgiuntivo: e perchè? Perchè in base alla
conoscenza che abbiamo delle diverse
funzioni della coscienza umana possiamo determinare le diverse maniere in cui ciascuna di esse si
può, anzi sì deve estrinsecare e
possiamo anche precisare i modi in cui
ciascuna estrinsecazione può alla sua volta variare. Ma possiamo far ciò anche in modo completo?
Il sillo- gismo-giudizio disgiuntivo può
avere un uso illimitato nel campo dello
spirito? A tale domanda dobbiamo subito ri-
spondere negativamente, giacchè noi crediamo che la cau- salità psichica non implicando equivalenza
dei termini causa ed effetto, sia
regolata dalla legge generale detta dell’au-
mento progressivamente indefinito dall'energia spirituale: onde consegue che è assolutamente impossibile
racchiudere nella formula disgiuntiva
tutte le possibili manifestazioni
dell'attività spirituale e tutte le possibili ulteriori deter- minazioni di ciascuna di dette
manifestazioni. Perchè la coscienza
umana potesse costruire intellet-
tualmente il mondo per mezzo di una disgiunzione, biso- gnerebbe che essa fosse, come diceva Lotze,
nel cuore della realtà, bisognerebbe che
il dato non fosse dato, vale a dire che
non fosse, o che fosse riducibile a pura forma,
ma questo è un sogno: già per poter applicare la formula disgiuntiva occorre bene che vi sia qualcosa,
che vi sia il reale a cui applicarla: e
questo reale, questo qualcosa» LA
NOZIONE DI « LEGGE » 119 questo dato
non potendo essere ottenuto mediante la
disgiunzione da un sistema d’ ordine superiore, sfugge alla disgiunzione, per modo che quest’ultima viene
a figurare in ultima analisi come
qualcosa di formale che per sè altro non
può fare che illustrare, enunciare ciò che già
esiste: ma perchè ciò che esiste possa essere in tal guisa illustrato occorre che sia contenuto nella
sua totalità (anche virtualmente) nella
mente di chi pensa: ora la realtà, per
la mente umana almeno, non è riposta in
qualcosa di idealmente finito, di compiuto, ma in un processo in cui si notino solo dei punti di
arresto o di concentramento, dei nodi di
svolgimento che sono via via sempre
sorpassati. Che la struttura logica
dell’ universo non metta capo in ultima
analisi in un giudizio-sillogismo disgiuntivo vien provato anche da questo, che non ogni
concetto generale consta degli stessi
elementi dei concetti specifici più vicini
ai reali concreti e particolari (di attributi schematicamente rappresentati entro i limiti di loro
variabilità); per con- trario le
astrazioni più generali si mostrano a volte sfornite completamente di note che esistono nelle
specie subordi- nate, nel qual caso le dette
astrazioni generali figurano piuttosto
come un gruppo di leggi o di condizioni riferentisi ai fatti concreti, che come note inerenti ai
sistemi od individualità d'ordine più
esteso ed elevato. Ciò che sopratutto
non va dimenticato è che va fatta
distinzione tra la possibilità o l’idealità estratta dall’espe- rienza e la possibilità che si potrebbe
chiamare capacità funzionale : la prima
presuppone sempre l’esperienza e non è
mai completa in modo da poter essere racchiusa in una 120 LA NOZIONE DI « LEGGE » formula disgiuntiva, mentre l’altra che
esprime il nostro potere, la nostra
facoltà, è indipendente dall'esperienza, è
completa potenzialmente nelle sue parti e può all'occorrenza essere espressa per mezzo di una
disgiunzione. La prima possibilità è
rappresentativa o passiva, l’altra è facoltativa o attiva: la prima mentre è fondata
sull'esperienza non è realmente attuale;
è puramente ideale, proviene dal di-
stacco del was dal dass ed esiste nella intelligenza e per opera della stessa; l’altra che ha le sue
radici nella nostra vita interiore e
che implica l’ unione del was col dass, è
sentita come capacità, come forza interna che può tramu- tarsi in atto dipendentemente dal nostro
volere. CONCLUSIONE. Che concetto dobbiamo avere della
conoscenza in genere considerata nel suo
insieme? ecco il problema fondamentale a
cuì sì cercò di preparare una soluzione per” mezzo dello studio evolutivo nelle varie forme di
conoscenza. Il pri- mitivo problema ne
ha fatto subito sorgere degli altri e
prima di tutto questo: È possibile una morfologia della conoscenza, è possibile cioè determinare
l'affinità e lo svi- luppo organico
delle varie forme di conoscenza per modo
che queste figurino come parti essenziali di un unico tutto, come vari rami svolgentisi da un unico
tronco? L'espressione « vita del
pensiero » ha soltanto un valore
metaforico, o ne ha uno reale? E poi l’altro: In che si differenzia la morfologia della conoscenza o
la unifica- LA NOZIONE DI « LEGGE » 121 zione organica delle sue varie forme dalla
genesi psicolo- gica di queste ultime?
Ora a quest’ultima domanda si può
rispondere subito coll’osservare che la genesi psico- logica ha il suo fondamento nel corso dei
fatti interni quale è determinato da
contingenze subbiettive ed accidentali e
quindi variabili da soggetto a soggetto, mentrechè la morfologia della conoscenza ha la sua base
nelle tappe che attraversa e nel ciclo
che descrive il pensiero in ge- nere a
contatto dei vari ordini di realtà, o, diremo meglio, ha la sua radice nelle diverse maniere in cui
la realtà viene determinata non da
questo o quel soggetto, ma da tutti i
soggetti ben pensanti, onde è resa possibile la co- municazione reciproca tra gli uomini e la
loro solidarietà intellettuale. La
genesi psicologica rappresenta il mezzo,
l’istrumento, la via che tiene l’anima per arrivare allo scopo finale, che è appunto la qualificazione
del reale nelle sue varie modalità,
quali vengono appuntodescritte dalla
logica evolutiva o morfologia della conoscenza. Circa la questione se sia possibile la
morfologia della conoscenza osserviamo
che se, tenendo presenti i vari ordini
di conoscenza, noi riusciamo a descrivere il pas- saggio evolutivo dall'uno all’altro, senza
che alcuna dis- continuità appaia, e se
nello stesso tempo noi riusciamo a
rintracciare un unico principio evolutivo fondamentale che figuri come il filo conduttore, o come il
leitmotiv atto a guidarci attraverso le
molteplici variazioni, considerate in
tal caso quali emergenze di un fondo identico e per- manente, allora non vi ha dubbio che noi
siamo auto- rizzati ad ammettere una
vera e pr opria scienza lo- gica
evolutiva. Ora l'escursione, comunque rapidamente 422 LA NOZIONE DI « LEGGE » fatta di sopra, attraverso i varii dominii
della conoscenza ci ha messo da una
parte nella condizione di osservare che
le forme logiche sono intimamente connesse tra loro, in guisa che a volte riesce sommamente
difficile delimi- tare in modo netto e
preciso ciascuna di esse, e dall'altra
ci autorizza a riconoscere ed a formulare il principio fon- damentale che regola lo sviluppo della
conoscenza. Questo invero può essere
enunciato come la tendenza ad obbiet-
tivare, ad esprimere in forme definite e insieme significative (atte, cioè, ad agire in modo identico ed a
suscitare quindi una medesima reazione
in tutti i soggetti), ciò che dap- prima
è percepito in modo vago ed indistinto, come il bi- sogno e l’esigenza adunque di qualificare, di
caratterizzare, di definire ciò che a
bella prima si rivela come qualcosa d’
indeterminato. La conoscenza adunque
non è un epifenomeno, non è qualcosa di
sopraggiunto o di secondario, ma un elemento
essenziale ed integrale della realtà. Già non si arriva quasi nemmeno a immaginare che cosa mai
diverrebbe la realtà sfornita della
conoscenza e quindi del potere obbiet-
tivante e determinante proprio del pensiero: il contenuto della vita non venendo in alcun modo fissato
in forma stabile sarebbe come non
esistente, perchè svanirebbe
continuamente coll’attimo fuggente. Pertanto la conoscenza quale mezzo di fissazione del reale implica
sempre univer- salizzazione e insieme
determinazione, implica sempre il
ritrovamento dell’essenza, ovvero della legge in genere, giacchè questa fu appunto da noi altrove (1)
definita come (1) V. il saggio La
nozione di « legge » nel 1° volume di questi Saggi. LA NOZIONE DI « LEGGE » 123 l'espressione di ciò che vi ha d'
intelligibile nell’universo. Dal che sì
deduce che il giudizio vero e proprio equivale
alla « legge » presa in senso generale e che l’evoluzione della conoscenza deve coincidere con
l’evoluzione della « legge ». Ed invero
qualsiasi giudizio, in quanto giudi-
zio, è necessario ed universale: ogni giudizio ha l'ufficio di comprendere il particolare nell’universale
e di inter- pretare quello con questo.
Una volta formulato un giudizio, esso è
quello che è, e permane identico attraverso tutti i mutamenti del contenuto obbiettivo, del tempo
ecc. È per mezzo della funzione
giudicatrice che le cose vengono
considerate sub specie ceternitatis. Il giudizio, è bene tenerlo a mente, non rappresenta una copia e forse
nemmeno una semplice trascrizione ‘della
realtà in termini ideali, ma un modo di
fissare la realtà o il modo di avere una particolare visione di essa. Come si vede, la legge in
genere non pre- senta caratteristiche
fondamentalmente differenti da quelle
del giudizio; e le note differenziali d’ ordinario ammesse (come l’immutabilità delle connessioni
espresse dalla legge e quindi la
prevedibilità del corso degli eventi) non val-
gono a caratterizzare la legge in genere, ma una specie di leggi, quelle che sono state dette leggi
naturali, ridu- cibili per la più parte
a giudizi ipotetici. Ora è evidente che
non vi è alcuna ragione di limitare la denominazione di legge alla sola legge naturale; nè
d'altronde è possibile considerare, come
si vide a suo luogo, la legge espressa dal
giudizio ipotetico come qualcosa di completo in sè stesso e di per sè stante, giacchè essa trae sempre
seco necessaria- mente la significazione
o almeno l’accenno al sistema ri- spetto
a cui i termini del giudizio ipotetico figurano come 424 LA NOZIONE DI « LEGGE » parti di un unico tutto e quindi in
necessaria dipendenza ira loro. Non è
lecito adunque staccare una forma della
conoscenza dalle rimanenti, considerarla per sè, prescin- dendo dalle intime connessioni che presenta
colle altre e dare ad essa anche un
valore ed un significato caratteri-
sticu o sui generis. In ogni caso se una differenza si vuol mantenere tra legge e giudizio occorre dire
che la prima è il giudizio divenuto
complicato nel senso che l'ordine o la
sfera di realtà, avendo perduto la primitiva semplicità e indeterminatezza, può esser qualificata
soltanto con mol- teplici riserve, per
modo che il tutto primitivo è scomposto
e analizzato nelle sue parti di cui vengono messi in evidenza i necessari rapporti. Non abbiamo bisogno di spendere’ molte
parole per di- mostrare ora che l’evoluzione
dei giudizi coincide con quella della
legge. Le varie classi di leggi da noi studiate
possono essere aggruppate in tre categorie, leggi quanti- tative, leggi causali, leggi normative o
funzionali; ora a tali tre categorie
corrispondono appunto le forme di giu-
dizii e d’inferenze dette rispettivamente enumerativa, ipotetica, concreta sistematica o
disgiuntiva. Tutte le leggi in quanto
sono la trascrizione in termini intellettuali del corso degli eventi o della natura e proprietà
delle cose e delle nostre tendenze,
presentano una forma comune che è quella
di un giudizio universale ipotetico; per quanto
diverso si presenti l’aspetto esteriore e la connessione ver- bale nelle varie leggi, queste dal più al
meno son tutte riducibili a giudizi
ipotetici. universali; tanto è ciò vero
che non è mancato chi ha respinto qualsiasi differenza tra le così dette leggi esplicative o
dichiarative e quelle LA NOZIONE DI «
LEGGE » 125 normative o precettive.
Ora se tuttociò è realmente giusti- ficato
dal fatto che la funzione intellettuale procede in modo uniforme nel suo esercizio e che non esiste
un abisso tra le cosidetta necessità
reale e quella finale (applicata al mondo
umano, beninteso), in quanto quest’ultima non si presenta che come il risultato della fusione di due
forme di neces- sità, di quella logica
intercelente tra il pensiero del fine c
quello dei mezzi (chi vuole il fine deve volere anche i mezzi, il volere un dato scopo rende necessario il
volere i mezzi appropriati) e di quella
causale intercedente tra i mezzi (causa)
e il fin: (effetto), tuttociò non può essere sufficiente a rendere valida l'opinione di chi vorrebbe
identificare tra loro le varie specie di
leggi. Queste, infatti, pure emergendo
da un tronco comune, figurano come le principali direzioni in cui la mente umana si può muovere per
costruire il mondo dal punto di vista
dell’intelligibilità. E le tre formo
fondamentali di leggi sono determinate dai tre principii che ci servono essenzialmente di guida e di
regola nell’ordina- mento e
nell’obbiettivazione dei nostri stati psichici, il principio d'identità, quello di
condizionalità nelle due sue forme di
ragione e di causalità e quello di finalità o di organizzazione o di sistematizzazione. Finchè
noi qualifi- chiamo la realtà
esclusivamente dal punto di vista della
quantità e quindi finchè abbiamo di mira di stabilire dei rapporti di eguaglianza, di equazione o anche
di propor- . zione, non avremo che delle
leggi quantitative, o numeri- che, o di
calcolo, o proporzionali; quando invece tendiamo a rintracciare i rapporti di condizionalità,
di connessione reciproca tra gli
elementi della realtà senza occuparci
gran fatto della comparazione quantitativa o coll’occu- 126 LA NOZIONE DI « LEGGE » parcene solo nei termini in cui essa ci può
essere d'aiuto a fissare la natura
propria delle cose ed a porre in evi-
denza il loro ritmo di attività, avremo le leggi causali, o esplicative o dichiarative che si vogliano
dire; quando infine abbiano di mira di
esaurire in modo completo la
determinazione di un dato ordine di realtà, quando noi vo- gliamo porre in chiaro il sistema entro cui
sono contenuti i rapporti sia di ordine
quantitativo che causale, quando insomma
noi oltrechè di descrivere, di spiegare intendiamo di specificare il valore ed il significato
dei fatti, noi avremo le cosidette leggi
normative o categoriche, o, forse
meglio, categorico-disgiuntive. Il fatto che alcune di queste si riferiscono alla volontà
individuale (onde il nome di normative)
è secondario rispetto a quello che esse pre-
sentano un grado abbastanza pronunziato di assolutezza, di compiutezza e d’indipendenza in rapporto
alla loro natura sistematica. Di tal
fatta sono le leggi logiche, talune di
quelle matematiche, quelle estetiche e quelle morali, le quali poi tutte sono controdistinte da
forme di neces- sità affini tra loro.
L’ordine morale p. es. come si presenta
in un uomo morale che occupa debitamente il suo posto nella società, la necessità razionale che
connette insieme le premesse e la
conclusione di un raziocinio per cui
l’ultima esiste per le prime come queste per essa, la coe- renza e razionalità del prodotto estetico, il
quale quan- tunque non analizzato dal
punto di vista discorsivo (giacchè in
quanto esteticamente attivo si rapporta direttamente ad una forma di sentimento spiritualizzato e
non è costruito per via di combinazione
di relazioni astratte, come non è
apprezzato per mezzo di una costruzione intellettuale), im- LA NOZIONE DI « LEGGE » 127 plica sempre da entrambi i lati, dal lato
dell’obbietto arti- stico e dal lato di
chi contempla un processo fondamentale
razionale e finalmente la costruzione sistematica di un tutto geometrico per cui l’universale colla sua
pervadente natura determina le parti,
hanno tutte la loro base nel particolare
rapporto esistente tra gli elementi e la totalità, rapporto che trae seco le note dell’unità
armonizzatrice, dell’indivi- dualità e
quindi della correlazione reciproca delle parti
fornite di funzioni ed uffici determinati per il raggiungi- mento di un risultato unico. La conoscenza poi, come qualunque fatto che
presenti i caratteri dell'organismo o le
note della vita e del sistema, può
formare oggetto di studio da due punti di vista: 1° da un punto di vista puramente analitico nel
caso che, essendo mediante l’ astrazione
separatamente considerati i singoli
fattori della totalità, gli stessi vengano distinti come ele- menti concorrenti all'unità del complesso, o
al raggiungi- mento del risultato
finale; 2° da un punto di vista genetico,
fisiologico o, meglio, morfologico nel caso che vengano distip- tamente considerati gli elementi soltanto per
ravvisarvi la necessità obbiettiva della
concorrenza loro al risultato e insieme
per studiare le modalità della loro cooperazione al conseguimento dello scopo ultimo. Ora se lo
studio della conoscenza da noi fatto
altrove (1), fu compiuto dal primo punto
di vista, la ricerca in ordine alla morfologia della conoscenza ne è stato come il complemento
eseguito dal secondo punto di vista, col
rintracciare lo sviluppo organico della
legge nel suo insieme e nelle sue varie determinazioni. (1) V. vol. 1° di questi Saggi: La nozione
di « legge ». 128 LA NOZIONE DI «
LEGGE » Noi siamo tratti ad enunciare
la conclusione finale che l'essenza
della conoscenza piuttostochè nell’applicazione
di una data forma ad un corrispondente contenuto va riposta nell’obbiettivazione ed universilazzione
dei fatti psichici; obbiettivazione che implica
la fissazione in date forme e questa
alla sua volta la connessione e la coerenza col si- stema o colla totalità delle qualificazioni e
caratterizzazioni della realtà. Tale
sistema o totalità costituisce il mondo
com’ è da noi conosciuto, vale a dire, il mondo qual'è nella sua reàltà intelligibile per noi (41). (1) E per formarsi poi un chiaro concetto
dell'origine, della na- tura e del
significato del distacco della mente dal mondo per cui questi vengono d’ordinario consideratà come
due mondi separati, posti l’ uno di
contro all’ altro (onde poi la considerazione meccanica del processo della conoscenza) è bene richiamare
l’attenzione sul fatto che bisogna
arrivare alla filosofia stoica e epicurea per trovare le prime parole che accennino a tale distacco.
La più tipica di tali pa- role è
xoitrptov: furono gli stoici che per prima furono intenti a fis- sare il criterio della verità (1), segno che
cominciava a mettere radice la veduta
formalistica nella conoscenza. A misura che si andò innanzi crebbe la terminologia concettualistica quale
espressione della scis- sione della
mente dal mondo, e per mezzo degli scrittori latini essa passò nella nostra scienza mentale. Si tratta
di termini indicanti per lo più l'atto
di prendere, di afferrare l'oggetto e di penetrare in esso (mpodnt:s, ratdiniis, Evvota, Evvonua,
pavtarua, dravora. DioG. LAER.). E
mentre in antededenza si era adoperata la parola «forma » 0 « ge- nere » (:dia, std0:, Yivos) quale
designazione dei fatti intesi nel loro ordine
sistematico e nella loro essenza (nella loro legge), in tale giro di tempo cominciò la fioritura dei vocaboli
esprimenti sempre più il (1) La detta
parola s'incontra anche in Platone (Repubd.), ma non per de- notare la pietra di paragone della verità,
bensì per indicare la facoltà o le
facoltà con cui la verità è appresa.
LA NOZIONE DI « LEGGE » 129
contrasto tra pensiero e cosa: es. « impressione mentale », « la
com- parazione della mente alla tabula rasa
», ecc.; tutte espressioni atte a
presentare la conoscenza come una relazione meccanica. I termini latinizzati (« impulso proveniente dal di
fuori », « assentire », « com-
prensibile », « comprensione » « nozioni impresse nella mente » «
di- chiarazione » o « giudizio
dichiarativo » — declaratio, gr. tvacyeta),
che sono divenuti comuni nella scienza odierna, si trovano riuniti
la prima volta in quel passo di Cicerone
(Acad. Post. I. 2), in cui spiega la
teoria stoica della percezione sensoriale. |
Ora, se noi ci rappresentiamo le condizioni storiche in cui la
scuola stoica e quella epicurea
fiorirono, non possiamo far a meno di notare
che la contrapposizione della mente al mondo coincide colla contrap- posizione dell’ individuo alla società.
Quando la solidarietà civica fu rotta,
quando le nuove condizioni politiche e sociali distrussero l’an- tica centralizzazione ateniese e quando in
conseguenza sparve ogni corrispondenza
tra la ragione interiore e quella esteriore, come tra l’organizzazione sociale e il volere sociale,
l'individuo fu tratto a ripiegarsi su sè
stesso e a farsi da una parte centro dell’ universo e a cercare dall’altra, in una sfera molto più
vasta, nell'umanità, l’ap- pagamento de’
suoi bisogni morali e sociali. Da ciò che cosa conse- guì ? Che l'individuo cominciò a sentir
vacillare la sua antica fede nella
ragione e quindi nel bene, e, mentre dapprima il problema mo- rale aveva avuto questa forma: Quale è il
fine da raggiungere in un mondo che
risponde alle esigenze del volere ragionevole? nel tempo in cui si si parla assunse l’altra forma: In
che maniera può l’ indi- viduo vivere in
modo conveniente o felice in un mondo indifferente o anche ostile al volere individuale ? E del
pari mentre il problema della conoscenza
dapprima volse sulle forme di conoscenza (più perfetta o meno perfetta, più completa o meno completa,
ecc.), dipoi mirò a rintracciare il
valore e il significato della conoscenza individuale presa nella sua totalità
di fronte alla realtà. Fu adunque il
distacco dell'individuo dalla collettività che rese possibile il distacco della mente individuale
dal mondo e l'accentua- zione sempre
maggiore dell’antitesi trail mondo quale viene rappre- sentato nell'anima individuale e il mondo
in sè; dal che poi provenne 9 130 LA NOZIONE DI « LEGGE » la rice*ca degli elementi o dei fattori
subbiettivi e di quelli obbiettivi,
della forma e della materia di ogni conoscenza: ricerca che mentre rappresenta una necessità per la trattazione
analitica, richiede il complemento di
una trattazione morfologica in quanto matoria e forma, fattori subbiettivi ed obbiettivi sono du?
lati di uno stesso processo. È la nostra
facoltà d'astrarre che li separa allo scopo di studiar ed ordinare meglio i «dati; ma essi non esistono
gli uni fuori degli altri. Il vederli
isolati è effotto di prospettiva. Allo stesso modo che l' in- dagine esplicativa isolata va completata
colla ricerca sistematica, così la
considerazione dell'elemento formale trae seco quella dell’ele- mento materiale della conoscenza (Cfr.
BosanQquET, History of .Esthetie,
London, Swan Sonnenschein, 189?, pag. 83, 84, 8). IL PROBLEMA ESTETICO %
La Filosofia che ha per obbietto precipuo di trascrivere in termini intellettuali l'insieme dei fatti
della realtà e della coscienza umana,
non può trascurare l'indagine dei fatti
estetici, i quali costituiscono appunto dei tratti essen- ziali dell'anima umana. Il Bello accanto al
Bene ed al Vero coi sentimenti e le idee che ad essi corrispondono, figurano come i fari che illuminano la vita
umana mentre si trova immersa nella
realtà sensibile. Ed allo stesso modo
che la Logica e l’ Etica non vanno considerate come scienze pratiche, come guide al ben conoscere ed al
ben fare, ma bensì come le scienze dei
concetti a cui mette capo l’ana- lisi
dei fatti di conoscenza e di quelli dell’attività umana, così l’Estetica non ha per compito di fornire
i precetti da seguire perchè il
sentimento estetico e la produzione arti-
stica divengano migliori, ma risponde al bisogno di conoscere la natura dei fatti estetici. Essa come le
altre due non è scienza pratica, ma
essenzialmente teoretica e speculativa:
è una branca della Filosofia atta a far intendere il processo estetico e ad illuminare dal punto di vista
intellettuale il mondo dell’ Arte.
I 132 IL PROBLEMA ESTETICO Da ciò consegue che il filosofo, pur non
essendo artista, può benissimo essere
atto ad assegnare un posto ai fatti
estetici nel sistema delle sue concezioni e conoscenze, semprechè, s' intende, non sia assolutamente
sfornito di qualsiasi forma di gusto
estetico, nel qual caso egli non avrà
poi nemmeno’ alcun interesse intellettuale per la comprensione del bello. Non avviene lo stesso
per chi si occupa di Logica e di Etica?
E*forse necessario che il primo sia uno
scienziato specialista, uno sperimentatore,
un conoscitore profondo di ogni ramo del sapere, e il se- condo un santo, un martire del dovere ecc. ?
Le scienze teo- retiche non fanno che
illuminare mediante la riflessione i
fatti dello spirito umano; e basta la sola presenza di questi perchè l’ interesse speculativo sia
svegliato, ancorchè s' ignori il
processo genetico ed evolutivo dei fatti stessi, o meglio, ancorchè i fatti stessi non siano
completamente vissuti: altro è vivere,
altro è trascrivere in termini
intellettuali, in formule, in schemi il vivere stesso, che può essere anche contemplato negli
altri. Ad ogni scienza teoretica
corrisponde poi una scienza d’ordine
pratico che si potrebbe chiamare scienza pedago- gica o metodologica in quanto ha per obbietto
di rintrac- ciare la via per cui possa
essere ottenuto un perfeziona- mento in
tutte le produzioni ed attributi dell'anima umana. E siffatte scienze pedagogiche hanno la loro
base da una parte nelle conoscenze in
ordine allo spirito umano (psi- cologia)
e dall'altra nella conoscenza di tutte quelle con- dizioni che favoriscono la genesi e lo
svolgimento dei fatti, poniamo, etici,
estetici e logici: conoscenza che allora
soltanto può essere completa quando i fatti in discorso non IL PROBLEMA ESTETICO 133 sono stati solamente contemplati e
considerati ab extra, ma sono stati per
così dire almeno parzialmente vissuti, e
quando si sia rettamente stabilito il concetto dell’ ideale estetico, etico, logico ecc., e si abbia
cognizione perfetta delle condizioni di
fatto esistenti in un «dato giro di tempo.
È chiaro d'altra parte che l’ Estetica non va confusa colla Critica, giacchè questa per avere
valore e significato deve essere
anzitutto una ricreazione, una riproduzione ri-
flessa e cosciente del fatto estetico dapprima compiutosi inconsciamente e quasi diremmo,
istintivamente, e poscia deve assegnare
al prodotto artistico il posto che gli compete
nella coscienza estetica di un dato periodo di cultura. Talchè la Critica lungi dall'avere per
obbietto l'applica- zione delle regole o
leggi estetiche ai casi concreti, ha per
compito di ricercare sino a che punto e in che grado un-dato prodotto estetico è espressione della
coscienza estetica di un dato periodo
storico : l’Estetica per contra- rio
determina il posto che la coscienza estetica in genere occupa nella coscienza umana e il fatto
estetico nel sistema totale delle nostre
concezioni e conoscenze. Le due inda-
gini sono assolutamente indipendenti, in quanto la Critica poggia sopra una triplice base, cultura
artistica, cultura psicologica e cultura
storica, mentrechè l’Estetica poggia
sopra una duplice base: da una parte sopra una data concezione filnsofica, una data intuizione
dell'universo e dall'altra sopra
l'elaborazione dei dati forniti dalla critica
intesa nel modo anzidetto, dati che vengono messi in rap- porto con la veduta generale intorno al
mondo, vengono messi, cioè, in
connessione con un determinato sistema
filosofico, 134 IL PROBLEMA
ESTETICO * * *
L’ Estetica adunque è una branca della Filosofia allo stesso titolo dell’Etica e della Logica: ma
vi ha dippiù: essa merita di occupare un
posto centrale tra le varie discipline
filosofiche: e se finora la più parte dei filosofi non hanno veduto ciò, è stato perchè essi non
hanno esaminato a fondo la natura
specifica del problema estetico. Questo,
infatti, ha la sua origine nel bisogno di spiegare come ciò che alla ragione, all'analisi compiuta
mediante i processi logici si rivela
fornito di dati caratteri (unità nella va-
rietà, armonia, simmetria, individualità, rapporti numerici costanti, proporzione ecc.) all’emotività
umana, all’appren- sione immediata e
diretta si rivela come rappresentazione
concreta sensibile, accompagnata da un sentimento piace- vole disinteressato, da ciò che si dice
emozione estetica. Il problema estetico
emerge da questo, che da una parte non
vi ha bellezza al di fuori della percezione e dell’ima- ginazione, per modo che anche quando si
distingue il bello della natura da quello
dell’arte si viene ad implicare sempre
l'esistenza di chi contempla, percepisce e valuta il bello stesso, la « natura » e « l’arte » in tal
caso essendo en- trambe nella percezione
ed imaginazione umana e differendo tra
loro solamente per grado — le cose non sono fornite della proprietà della bellezza
indipendentemente dalla percezione
umana, come son fornite della proprietà della
gravità, della solidità,e in generale delle forze, per cui agiscono reciprocamente tra loro —; e
dall’altra parte LI l'essenziale nel fatto estetico non è il
processo percettivo IL PROBLEMA
ESTETICO 135 per sè considerato, ma
ciò che la percezione o l’ imagina-
zione serve a richiamare alla mente e per cui essa sta, di cui essa è simbolo. Il bello insomma in
tanto è perce- pito come tale in quanto
significa, esprime qualcosa, in quanto è
la manifestazione di tuttociò che la vita contiene: on:l’è che esso può essere definito come ciò
che ha un significato caratteristico per
la percezione o imaginazione umana,
dopochè il contenuto ideale da significare ha as- sunto quella forma che può solamente essere
espressiva attraverso la percezione o
imaginazione. È evidente adun- que che
il problema estetico consiste nel ricercare come sia possibile che ciò che si presenta
direttamente alla per- cezione ed all’
imaginazione sotto condizioni determinate,
sia da considerare come espressione o manifestazione di ciò che si rivela in altro modo per altra via.
3 Ma non basta: il problema estetico
verte non solo sulla possibilità che un
dato contenuto percettivo sorpassi per
così dire l’attività percettiva el accenni a qualcos’ altro che non si manifesta per mezzo della
percezione, ma volge ancora sulla
possibilità e sulle condizioni che un dato
contenuto espresso per mezzo della percezione dia luogo ad un sentimento speciale di godimento,
dipendente, secondo alcuni, dal valore
espressivo e significativo del contenuto
della percezione. | | Finalmente
il problema estetico può volgere sulle con-
dizioni e sulla natura della produzione artistica per sè considerata allo scopo di mettere poi in
evidenza i rap- porti che essa ha colle
varie formazioni di ordine natu- rale,
siano o no queste capaci di suscitare l’emozione estetica,
136 IL PROBLEMA ESTETICO Ora il
problema estetico sotto qualsiasi forma si presenti, si connette intimamente coi problemi
fondamentali della Filosofia generale:
invero, se esso sorge come ricerca in-
torno alla possibilità che ciò che all'analisi intellettiva si rivela con dati caratteri appaia alla
percezione come bello, il problema
estetico assume l’aspetto di un problema gno-
seologico. Se invece sorge come indagine intorno ai carat- teri propri dell’emozione estetica che è elemento
essenziale del fatto estetico, il
problema estetico figura come pro- blema
essenzialmente psicologico. E se infine esso sorge come ricerca intorno al processo genetico,
intorno ai ca- ratteri e alle proprietà
e intorno al valore e significato
dell’obbietto estetico per sè considerato, astrazione fatta dal soggetto che lo contempla, il problema
estetico si pre- senta come problema
essenzialmente metatisico ed onto-
logico. È evidente adunque che
il problema estetico può essere
considerato come il problema centrale della filosofia e che la soluzione di esso può riflettersi sui vari
campi della filosofia stessa (1). | (1) E qui occorre notare che i rapporti
esistenti tra problema este- tico e
problemi filosofici sono di un genere particolare, in quanto la storia dell’Estetica mostra che l’interpretazione
del fatto estetico non è sempre in
dipendenza semplice e diretta di una data concezione filosofica, ma viceversa la soluzione del
problema estetico ottenuta | con la
cooperazione di svariati fattori (fenomeni storici, scoverte archeologiche, filologiche, progressi nella
critica ecc.), se non deter- | mina
addirittura, contribuisce alla formazione di un dato sistema filosofico, o almeno vale a dare a questo un
colore ed un tono spe- ciale. Un tal
caso si verificò in Schiller, in Schelling e quindi in Hegel. SI
IL PROBLEMA ESTETICO 137 La
storia dell'estetica poi ci mostra chiaramente che il problema estetico nelle varie età assunse
differenti forme a seconda che fu
considerato come problema essenzialmente
e prevalentemente, se non esclusivamente, metafisico, come avvenne presso i Greci, i quali videro
nell'Arte un’imita- zione della natura e
nel bello riconobbero il solo carattere
formale dell'unità nella varietà, ovvero fu considerato un problema essenzialmente gnoseologico, come
avvenne nella filosofia kantiana e
postkantiana, nella quale si nota molto
accentuata la tendenza a presentare il mondo estetico come espressione della Realtà coordinata alle
altre manifesta- zioni dell'ordine
razionale, «di quello morale, ecc. ; ovvero
infine fu considerato un problema essenzialmente psicolo- gico, come è avvenuto presso gli estetici
odierni da Herbart a Stumpf, da
Zimmermann a Fechner, da Grant Allen a
Sully, le cui ricerche ebbero per iscopo di risalire dagli effetti psicologici dei fatti estetici, e
quindi dalla natura propria e dalle
condizioni fisiologiche e psichiche del piacere
estetico alle proprietà di tutto intero il processo estetico. E il difetto delle varie teorie estetiche
che si sono succedute attraverso i
secoli è appunto quello di non aver
tenuto esatto conto della complessità del problema gene- rale. Ciascuna delle forme sotto cui esso si
può presentare non esaurisce tutto il
suo contenuto. La considerazione di una
sua forma non esclude la considerazione delle altre: e solo allora si può dire di avere
approfondita la natura del problema
estetico quando ciascuno dei suoi aspetti
viene riguardato in relazione cogli altri, vale a dire quando il problema estetico viene ad essere trattato
come un caso particolare del problema
fondamentale di tutta la filosofia.
138 IL PROBLEMA ESTETICO
Consideriamo. ora in molo particolareggiato le varie forme sotto cui sì può presentare il problema
estetico per vedere sino a che punto sia
vera la nostra asserzione che quelle
corrispondono esattamente ai principali problemi della Filosofia generale, problema gnoseologico,
problema psico- gico e problema
metafisico. E cominciamo dal vedere come
il problema gnoseologico sia implicato in uno degli aspetti del problema estetico. Per la scienza estetica greca l'essenza del
bello è ri- posta nell’armonia e nella
regolarità: nè ciò deve recare
meraviglia se si pensa che la scienza, la riflessione comincia sempre con ciò che in modo più facile ed
ovvio si presenta all'osservazione.
Quantunque l’ arte greca (decorazione
scultura, poesia), contenesse ben altri elementi che non la semplice unità nella varietà, in modo da
poter trovare in essa applicazione e
convalidazione anche la più complicata
teoria moderna estetica, tuttavia l’attenzione dei filosofi greci si fermò sulle qualità espressive più
generali ed astratte. Quando però nel
mondo moderno ebbe origine il senso
della bellezza romantica, quando cioè in tutta la na- tura si videro riflessi i sentimenti più vivi
e profondi del- l'animo umano e insieme
si sentì il bisogno dell'espressione
libera delle più forti passioni, non fu più possibile consì- derare il bello come una semplice espressione
regolare ed armonica o come una semplice
espressione dell'unità nella varietà. A
ciò si aggiunga che tanto il sublime quanto il brutto ed il deforme cominciarono ad essere
analizzati e Y, IL PROBLEMA ESTETICO 139 messi in rapporti cogli altri elementi
della coscienza este- tica. Per il che
il bello fu definito cume ciò che è indivi-
dualmente caratteristico, come ciò che costituisce qualcosa d’indipendente fornito di dati caratteri,
attributi o qualità significative,
capaci di essere apprese per mezzo della
percezione Ora è evidente che
l'indagine estetica giunta a questo
punto doveva dare origine al problema: Come è possi- bile che ciò che ha un significato e valore
ideale può essere appreso per mezzo
della percezione e del sentimento ? Come
la sensibilità può apprendere cio che è razionale e ideale? E chi non vede che un tale problema risponde
esattissima- mente a quello
gnosenlogico: Come ciò che è intelligibile o
razionale può essere appreso per mezzo del senso, può rive- larsi alla coscienza come fatto di
sensibilità? Come si possono conciliare
tra loro il mondo sentito e sensibile e quello
ideale? Come ciò che è razionale può agire sul senso e come è possibile la conoscenza, la quale
risulta appunto dalla cooperazione -dei
due elementi della intelligibilità e
della sensibilità ? | La
soluzione del problema presentata dall’ Estetica fu questa, che l'ideale in tanto si può
estrinsecare per mezzo del sensibile in quanto
ideale e reale non sono due mondi
staccati, ma elementi di uno stesso processo. Elemento intelligibile ed elemento sensibile sono
intimamente com- penetrati tra loro, per
modo che l’uno non esiste senza
dell'altro : è solamente mediante l’astrazione che vengono considerati separatamente. L'obbietto
estetico essendo nien- t'altro che l'attuazione,
la concretizzazione, la particola-
rizzazione di un'idea, non può non svegliare un’altra idea 140 IL PROBLEMA ESTETICO nel soggetto che lo percepisce. Se l’ideale
esistesse da una parte e il reale
dall'altra, s» la ragione e il senso fossero
due facoltà staccate, non si arriverebbe a capire da una parte come l’idea potesse arrivare a divenire
qualcosa di sensibile e dall'altra come
la percezione potesse divenire
significativa : ma il fatto è che il Reale è uno, sostantivo e insieme uggettivo, vita e insieme idealità,
fatto e insieme idea, onde non è a
meravigliarsi se l’ileale possa essere
significato per mezzo del sensibile. L'unione intima del reale coll'ideale fu facilmente constatata nel
processo estetico, giacchè quivi si
coglie il tramutarsi dell’idea in fatto e
quindi si coglie l'elemento intelligibile od universale con- tenuto nel fatto stesso. Nel caso del
processo estetico si assiste per così
dire alla genesi del fatto da una parte in
chi produce e all'idealizzazione del dato concreto in chi percepisce.
Il punto di partenza della creazione artistica è un'idea, vale a dire un universale che esiste soltanto
nella mente dell'artista : poi
quest’'universale si va concretizzando col
diventare centro di numerosissime relazioni e col fissarsi e determinarsi completamente, prendendo posto
in un dato contesto. L'elemento
universale (idea artistica) divenuto
qualcosa di concreto e di particolarizzato, si estrinseca in modo da generare nel soggetto che contempla
un fatto di ordine speciale detto
percezione estetica e non può non essere
operativo nella mente dello stesso soggetto che per- cepisce l’obbietto estetico. Ed è appunto per
l’attività di tale universale che la
percezione e il sentimento divengno
espressivi e significativi. Se la percezione e il sentimento non contenessero il lievito dell’universale
non potrebbero IL PROBLEMA ESTETICO
141 mai avere alcun valore e
significato. Comeil germe rende
possibile l’individualità della pianta, così l’universale (ciò che determina la natura propria di una cosa,
ciò che determina la formazione di una
totalità) rende possibile la
costituzione del prodotto estetico come qualcosa di com- piuto, come un sistema le cui parti sono reciprocaniente coerenti e si svolgono in ordine necessario
in guisa da for- mare una totalità. Se non che qui si potrebbero fare due domande:
1* In che propriamente si differenziano
le percezioni estetiche da quelle non
estetiche? 2* Quali sono le particolarità
dell'espressione estetica ? — In ordine alla prima domanda diremo che le percezioni estetiche (uditive e
visive) si differenziano dalle altre per
questo che presentano qua- lità
nettamente determinate, che non sono attaccate al fatto subbiettivo del sentire attuale. Di tutte le
sensazioni sono esse che possono essere
conservate nella memoria e che insieme
presentano delle determinazioni qualitative molte- plici e nettamente distinte. D'altra parte
gli elementi delle percezioni visive ed
uditive possono essere ordinati e aggrup-
‘ pati variamente dall’ uomo, in modo che il potere intellet- tivo che questi può esercitare su di essi è
senza confronto superiore a quello che
può esercitare sugli elementi olfattivi
e gustativi. Nella più parte dei casi i godimenti del gusto, dell’odorato e del tatto non escono fuori di
sè stessi e quando sì accompagnano con
idee e sentimenti, ciò accade per mezzo
del ricordo di impressioni antecedenti di altra natura. Per contrario le sensazioni della vista e
dell'udito si colle- gano direttamente e
sponzaneamente con sentimenti e idee. Il
carattere particolare degli organi dell'udito e della vista 142 IL PROBLEMA ESTETICO ha fatto di essi per mezzo della parola e
della scrittura gli ausiliari indispensabili
dello svolgimenlo umano e i de- positari
dei suoi successivi acquisti. Oltre a ciò vi è un certo «numero di sentimenti e d'idee che
appartengono esclusi- vamente ai così
detti sensi estetici e che perciò si potreb-
bero chiamare idee e sentimenti estetici. Le nozioni di ordine, di armonia, di proporzione, di
varietà, di unità, sono occasionate da
sensazioni visive ed uditive : e se più tardi
queste nozioni più o meno incoscienti si trasformano in idee capaci di regolare la produzione artistica,
ciò è dovuto al. lavoro d'analisi che
trova e distingue mediante l’astrazione
ì detti elementi dalla impressione primitiva complessa (1). Se tutte le percezioni poi hanno un
significato in quanto implicano
qualcos'altro oltre il fatto psichico attuale della loro esistenza — fatti esterni e contenuto
della coscienza con cui esse vengono
sempre messe in rapporto —, quelle
estetiche si riferiscono a ciò che ha maggior interesse - per l’anima umana e traducono rapporti
esternì di natura speciale. Si aggiunga
che mentre noi abbiamo fino ad un certo
segno coscienza della natura simbolica, significativa delle percezioni d'ordine estetico, non
sappiamo nulla naturalmente del
simbolismo delle ordinarie percezioni. È
solamente dalla riflessione naturale e scientifica che impa- riamo a considerarle come segni, accenni a
qualcos'altro. Va notato infine che le
percezioni estetiche, oltre ad es- sere
simboliche consciamente e liberamente, sono espres- sioni, per così dire, a seconda potenza,
implicando già esse il simbolismo
incosciente delle percezioni sensoriali’
(1) Cfr. VeRON, Esthetique, Paris, 1886. IL PROBLEMA ESTETICO 143 x
pure e semplici ed allo stesso sovrapponendo il sinbolismo estetico.
In ordine alla seconda domanda diremo che la percezione di natura estetica ha di proprio che essa non
è un sem- plice fatto o evento psichico
esistente in un dato momento, ma
contiene qualche qualità od attributo atto a univer- salizzarla, facendola assurgere al grado di
segno o di sim- bolo del Reale, ed è per
tale qualità od attributo (che viene
distaccato dall’esistenza psichica attuale e che viene portata in un altro contesto) che la
percezione estetica diviene suggestiva,
espressiva ed atta a svegliare molteplici
associazioni. | Conchiusione :
l’opera d’arte si presenta come una spe-
ciale fusione del reale e dell’ ideale: ora tale fusione in tanto può avere luogo in quanto reale ed
ideale sono ele- menti costitutivi di
qualsiasi fatto. Ed il fatto estetico
poi consiste in ciò che un dato elemento intelligibile di- viene qualificazione di un'esistenza psichica
(percezione sensoriale) che non
corrisponde esattamente ad essa, donde
il carattere di trascendenza inerente alla percezione este- tica. Se contenuto ideale ed esistenza
attuale fossero una stessa cosa, 0 se
ciascun was non fosse mai disgiungibile
dal proprio dass, il fatto estetico non avrebbe luogo. Ciò che è razionale e ideale può divenire oggetto
di percezione e di sentimento estetico
solamente perchè la mente umana è
cosiffatta che può operare la separazione di un dato. contenuto intelligibile dalla sua propria
esistenza e poscia operare la
congiunzione del medesimo contenuto con una
altra esistenza. L’ ideale, il razionale, l' intelligibile non può agire come tale direttamente sulla
sensibilità umana: 144 IL PROBLEMA
ESTETICO perchè ciò avvenga è
necessario che l’ intelligibile, l'ideale
divenga contenuto di qualcosa di sensibile. Prima d’andare innanzi però è bene discutere
i seguenti quesiti. Come è possibile la
disgiunzione del contenuto ideale dal
dato reale? E che cosa è propriamente il primo
distaccato dal secondo? Come è possibile d'altra parte l’incorporazione di un elemento ideale in una
data esistenza particolare? Ed infine
come è possibile il sentimento e la
valutazione estetica ?
Cominciamo dal primo. La disgiunzione del was dal dass in tanto è possibile in quanto vi è
l'intelligenza, la quale ha appunto l'ufficio
di qualificare, di caratterizzare la
realtà simboleggiandola, traducendola, per così dire, in termini ideali. È evidente che una tale
traduzione in tanto sì può fare in
quanto la mente umana attraverso le dif-
ferenze delle manifestazioni estrinseche, attraverso le dif- ferenze dei fatti coglie l'identità del
contenuto. Per intendere bene il processo
si richiami alla mente ciò che avviene
quando noi traduciamo da una lingua in un’altra: noi allora tendiamo a stabilire l’ identità
di significato tra espressioni
differentissime. E come non è possibile tradurre da una lingua in un’altra se queste non sono
entrambe note, così non sarebbe
possibile qualificare la realtà in
termini pschici, se mondo e psiche non avessero radici in un’ unità fondamentale. La mente umana riesce
a simbo- leggiare il reale, perchè essa
è capace di presentare sotto forma
subbiettiva ciò che vi ha di indiscernibilmente iden- tico tra la realtà ed il soggetto. Sicché noi
possiamo con- chiudere che la disgiunzione
del contenuto ideale dal fatto avviene
perchè vi è la mente, la quale, per così dire, IL PROBLEMA ESTETICO 145 coglie nel reale ciò che è identico a sé
stessa e, sotto- postolo ad una specie
di elaborazione psicologica, lo pre-
senta sotto forma di fatto psichico 6 quindi di fatto sub- biettivo riferentesi però sempro a qualcosa
di obbiettivo. Ma che cosa è tale «
contenuto ideale » o «significato » per
sè preso? Rispondere a questa domanda non è facile, giacchè l’idea separata dal fatto è
un’astrazione, è un. aggettivo, come
direbbe il Bradley, non un sostantivo, è un
universale astratto e non un individuale concreto : ond’ è che essa, non potendo stare da sé, è
costretta sempre ad appoggiarsi a
qualcos' altro e questo qualcos’ altro per lo
più è un'imagine o rappresentazione psichica particolare. Noi possiamo dire però che il carattere
precipuo per cui il contenuto ideale, il
significato, l'elemento puramente
intelligibile si distingue da tutto il rimanente della vita dell'anima, è che esso ha la proprietà di
essere ricordabile. Tuttociò che è ricordabile
è intelligibile e per converso ciò che è
intelligibile è ricordabile. È stato detto che gli attributi o le relazioni in cui la realtà
concreta è analiz- zabile sono appunto
elementi intelligibili: ora gli attributi
e le relazioni non sono che la ricordabilità stessa guar- data da un altro punto di vista, guardata
cioè dal punto di vista logico, 0
gnoseologico, o obbiettivo (riferentesi alla”
Realtà), mentrechè la ricordabilità si può considerare come l’ insieme degli attributi e delle relazioni
guardate dal punto di vista psicologico
o subbiettivo. Che cosa è ricor- dabile?
Gli attributi e le relazioni : e che cosa sono gli attributi e le relazioni? Ciò che è
ricordabile; non vi è attributo o
relazione che non sia ricordabile: come non
vi è elemento ricordabile che non sia un attributo, ‘una 10
146 IL PROBLEMA ESTETICO
proprietà o una relazione. Ma onde siamo tratti a scomporre la realtà in attributi e relazioni ? Dal
bisogno di fissare, di determinare la
realtà. Noi viviamo ed operiamo nel reale,
ma chi dice vita, attività, dice flusso continuo di fatti, dice continuo passare per il presente, senza che
nessun punto stabile si possa precisare
e senza che nessuna costruzione. ideale
(riferentesi al passato o al futuro) si possa formare. La vita, l’azione per sè prese sono qualcosa
d’ incomuni- cabile e quindi
d'inesprimibile, sono un fatto, ecco tutto.
Appenachè la vita della realtà raggiunge un grado note- vole di forza e di complessità, il sentimento
stesso della vita e dell’esistenza si fa
più complesso ed eterogeneo, per modo
che sorge il bisogno di specificare, di determinare, di fissare, di dare una forma alla realtà
quale è sentita e rappresentata: bisogno
che può essere soddisfatto sola- mente
astraendo dalla realtà ciò che in essa vi ha l'ideale, e d’intelligibile, scomponendo quindi Ja
realtà stessa in attributi e relazioni.
Onde consegue che gli attributi e le
relazioni non esistono come tali nella realtà (nella quale esistono delle individualità e delle funzioni),
ma sono co- struite da noi per
simboleggiare, universalizzandola (con-
siderandola dal punto di vista della coscienza universale o della coscienza in generale), la realtà
quale viene perce- pita e rappresentata.
Noi di sopra per dare un concetto della
disgiunzione del ras dal dass siamo ricorsi al para- gone della traduzione da una lingua in
un’altra : ora è giunto il momento di
osservare che quella non è e non può
essere più che una semplice metafora, in quanto tra i due fatti corre un profondo divario. La
traduzione da una lingua in un'altra
implica la cognizione refiessa, cosciente del- IL PROBLEMA ESTETICO 447 l'identità di significato esistente tra le
espressioni appar- tenenti alle due
lingue — e in tal caso la cosa non può
stare diversamente, tenuto conto che è già avvenuto il distacco del :cas dal duss per opera
dell'attività intellettuale di molto
progredita —, mentrechè la disgiunzione dell’ele- mento intelligibile dal fatto attuale e la
consecutiva idea- lizzazione o significazione
della realtà implicano bensì l'identità
di natura e di elementi tra il mondo e lo spirito, ‘ma non la chiara appercezione della stessa
identità, e insieme implicano
l’esistenza dell'identità attraverso le
differenze, non l’identità delle differenze. Così gli attributi e le relazioni non esistono come tali nella
realtà, ma sono una differenza di quella
stessa identità che nella realtà - avrà
una differenza corrispondente. Il
contenuto ideale oltre ad avere la caratteristica della ricordabilità, ha quella di essere
comunicabile, obbiettivo (ri- ferentesi
alla Realtà) ed esprimibile per mezzo del linguaggio (4). Ora che vuol dir ciò? Vuol'dire che ciò che
è intelligi- (1) Giova notare che
quando si dice che solamente l’intelligibile è
esprimibile per mezzo del linguaggio si vuole intendere csprimibile per mezzo di segni, i quali sono riconosciuti
tali, riferentisi, cioè, ad una realtà
obbiettiva. Anche i fatti di volonta e di sentimento sono esprimibili per mezzo del linguaggio, ma
in tanto sono tali in quanto vengono
intellettualizzati; non sono propriamente i sentimenti, e gli atti volitivi, sono le idee, le
rappresentazioni di essi che ven- gono
significato per mezzo del linguaggio. Le espressioni emotive (in- teriezioni, espressioni mimiche e
fisiognomiche), i gesti e in gene- rale
i moti esterni sono qualcosa d' istintivo, che se vengono intesi e interpretati è perchè sono anch'essi
intellettualizzati. Chi contem- pla i
segni espressivi li interpreta in virtù dell'esperienza propria e dei legami associativi. | 148 | IL PROBLEMA ESTETICO bile non è patrimonio di questo o di quel
soggetto, ma è patrimonio di tutti gli
esseri pensanti, vuol dire che la mente
è universale, non individuale. L’uomo, pensando, si universalizza, si accomuna con tutti gli
altri uomini. E la solidarietà
intellettuale umana è possibile, perchè in
ordine al pensieru tutti gli uomini sono identici, sono, cioè, una cosa sola, sono come a dire, un solo
essere. Ogni di- stinzione, ogni differenza
è cancellata : è l'identità degl’ indi-
scernibili. La comunione delle anime, anzi l’unità, l’identità delle anime lungi dall'essere qualcosa di
incomprensibile appare chiara : ciò che
è oscuro piuttosto è l’anima indi-
viduale in ordine al pensiero. Tuttociò che è ideale e intelligibile adunque è identico in tutti gli
uomini: o, a dirla altrimenti, tutti gli
uomini sono una cosa sola in un certo
punto, mentre si differenziano più o meno profonda- mente in tutto il rimanente. Il razionale, l’intelligibile,
la forma permane identica sia che assuma
differenti deter- minazioni (o che
presenti manifestazioni o estrinsecazioni
diverse), sia che appaia alle mente di singoli individui. È insomma l’unità del Reale, che rende
possibile l'identità di ciò che è
intelligibile e quindi la sua comunicabilità. Se tutta la realtà non formasse un tutto, un
sistema, un'iden- tità variamente
differenziantesi, da una parte la mente non
sarebbe universale e dall’altra l'intelligibilità delle cose sarebbe impossibile. Che cosa è invero l’
intelligibilità se non la forma
distaccata dalla materia, la coerenza, il nesso, la relazione per sè presa? Ora la forma, la
coerenza, il rapporto implicano unità e
identità nel fondo. Noi quasi diremmo
che ciascuna mente non si appropria che ciò che
riconosce come inerente alla mente in generale. Il dato, IL PROBLEMA ESTETICO 4149 come dato, il fatto le è estraneo ; esso è
reale, e basta. Ciò che è intelligibile
è uno, identico e quindi comunica- bile,
e in quanto comunicabile obbiettivo. Ciò che è subbiet- tivo (sentimento, azione) non è comunicabile
(se non a patto di essere
intellettualizzato), e per ciò stesso non è
intelligibile. i D'altra parte
il carattere della comunicabilità inerente
a ciò che è intelligibile ha il suo fondamento ultimo nel fatto che la realtà non s’identifica e
confonde con la vita subbiettiva. Il
reale non è il soggettivo, ma è distinto da
esso. Se l'essere o la realtà s’identificasse colla vita sub- biettiva e individuale la cognizione si
ridurrebbe al sen- tire, nel qual caso
il vero starebbe tutto nella relazione
col soggetto che sente: reale, non reale, vero, falso sa- .rebbe quello che a ciascun di noi parrebbe
tale; misura, giudice sarebbe ciascun di
noi. Nulla fuori di noi sarebbe, o
almeno nulla sarebbe senza di noì. Se non che la cogni- zione lungi dall'essere riducibile a
sensazione sta agli an tipodi di questa
in quanto, riferendosi a ciò che è obbiet-
tivo, implica giudizio, apprendimento di ciò che non siamo noi, di ciò che non è la vita nostra, implica
affermazione, mediante la
qualificazione, di ciò che è. Dal che consegue
poi anche che mentre ciò che è subbiettivo, ciò che vive, fluisce sempre, muta sempre, si muove sempre,
si altera sempre, è fenomene mero,
vario, continuo ; per contrario, ciò che
è intelligibile e comunicabile, è immutabile, inal- terabile, fisso e determinato (elemento
astratto). L'ideale o l’intelligibile è
universale, astratto, addiet- tivo; come
può divenire fatto, vale a dire, come può dive-
nire qualcosa di concreto e di sostanziale? Particolariz- 150 IL PROBLEMA ESTETICO zandosi, individualizzandosi, vale a dire
identificandosi con una dello sue
differenze, o determinazioni, o manifestazioni.
Allo stesso modo che il tipo si concretizza nel fatto sin- golo e che il significato si esprime per
mezzo di un sim- bolo particolare, così
l'attributo o la relazione ideale di-
vengono fatto, incorporandosi in un’ imagine sensibile. La congiunzione di un was con un dass diverso
dal proprio è resa possibile dacchè
tanto il contenuto ideale e signifi-
cativo quanto l'elemento della presenza attuale tostochè sono separati tra loro cercano di
ricongiungersi n di tro- vare ciascuno
il suo complemento in qualcosa di corri-
spondente. L’imagine psichica attuale, il fatto psichico isolatamente preso è un prodotto
dell’astrazione : ciascun elemento
psichico acquista valore dai nessi in cui si trova e dall'azione che su di esso esercita
l’esperienza psichica antecedente. Non è
stato le mille volte ripetuto dai psì-
cologi moderni che il fatto psichico riceve tutto il suo valore e la sua efficacia dal contesto in cui
si trova, che la vita psichica non è
posta nell’elemento singolo, ma nel
corso, nel nesso, nella serie dei detti elementi ? Noi not abbiamo bisogno di richiamare l’attenzione
sui processi di fusione, di
identificazione delle rappresentazioni, i quali
rendono possibile qualsiasi forma elementare di cognizione e di ricognizione (1), perchè si tratta di
fatti ormai comu- nemente noti. Risulta
evidente che la connessione di un was
con con un dass diverso dal proprio è un processo che si verifica attraverso tutta la distesa della
nostra esperienza conoscitiva : dietro
ogni fatto psichico si trova il signi-
(1) V. Wunpr, Vorlesunyen ib2r Menschen n. Thierscele. Leipzig, 189°, pag. 305 e segg. | IL PROBLEMA ESTETICO 151 ficato proveniente dal dispiegamento che
l’attività psichica ha antecedentemente
avuto: nel fatto estetico il processo
non è essenzialmente differente, comunque appaia senza confronto più complicato. Il was in tal caso
è rappresentato dal concetto artistico
che figura come un tutto ideale coe-
rente e il duss è dato dalla rappresentazione sensibile o simbolica del detto contenuto ideale.
L'espressione rappre- sentativa o per via
d'imagini (per opera della fantasia) di
un contenuto idcale, ecco la migliore definizione dell’opera d'arte. Una costruzione razionale incorporata
in imagini ed una ricostruzione del pari
razionale rifatta in seguito alle
suggestioni ricevute dalla percezione delle immagini, costruzione ce ricostruzione accompagnate da
una forma peculiare di emotività, ecco
il meccanismo di produzione e di
contemplazione estetica. L'opera d’arte in tanto è espressiva e suggestiva in quanto ha la sua
radice nella congiunzione di un ws più o
meno esteso, più o meno com- plesso con
un duss estraneo, ma corrispondente, e relati-
vamente semplice — tenuto conto della capacità percet- tiva dell’an'ma umana —, in quanto ha la sua
radice, possiamo anche dire, nell’
estrinsecazione di un sistema ideale per
mezzo di dati sensibili. La proprietà che con-
trodlistingue siffatta congiunzione od espressione è questa, che oltre al essere volontaria, libera e
selettiva, è emi- nentemente suggestiva,
il che dipende dalla concentrazione
coerente degli elementi ideali avvenuta dictro l'espressione sensibile simbolica. © Possiamo conchiwlere questa parte col dire
che l’uomo è capace di congiungere un
was con un dess estraneo allo L stesso modo che è capace di parlare, vale a
dire di si- 152 IL PROBLEMA
ESTETICO gnificare e di simboleggiare
la realtà. La lingua è una opera d'arte
compiuta dalla coscienza collettiva, mentrechè
i capolavori estetici sono espressione dei genii individuali. Non è senza ragione che in origine lingua ed
arte si tro- vano confuse tra loro. Passiamo ora a rispondere brevemente
all'ultimo que- sito. La valutazione e
il sentimento estetico dipendono dalla
funzione espressiva dell’arte. Quanto più in un’opera si trova espresso ciò che per noi come uomini,
ha il mag- giore interesse, quanto più
in essa troviamo l'eco di ciò che ha
radici più profonde nell'anima nostra, di ciò che ci attrae come di ciò che cì ripugna, di ciò
che ci appas- siona come di ciò che cì
turba, quanto più vi troviamo. l'eco di
ciò che è veramente umano, tanto più la valuta-
zione estetica avrà luogo in senso positivo. L'arte espres- siva che è l’arte veramente moderna, è
fondata in gran- dissima parte sulla
simpatia, manifestando in forma artistica
l'interesse particolare che l’uomo prende per l’uomo. Il fine a cui si tende è l'uomo, quale
microcosmo, è lo studio dei suoi
sentimenti accidentali e permanenti, delle sue
virtù o dei suoi vizi. É questo che distingue il teatro e il romanzo moderno, riannodando questi due
generi alla più alta branca dell’arte.
L’opera d'arte perchè sia debi- tamente
apprezzata ed eserciti efficacia sugli animi nostri, deve esser valida a portare il nostro sguardo
lontano, deve apparire come punto di
concentramento di molteplici raggi
suggestivi, deve essere come il riflesso di ciò che vi ha di più profondo nella realtà e nella
coscienza. L'opera d’arte veramente
grande deve raggiungere i più grandi
effetti coi minimi mezzi possibili, facendoci intravedere n a
IL PROBLEMA ESTETICO 158 ciò
cho diversamente non vedlremmo. E l’intuito del- l'artista sì rivela appunto nell’attitudine a
scegliere ed a porre in evidenza quei
tratti significativi che hanno la potenza
di generare tutto un sistema d'imagini. Saper mo- strare
l’universale concreto, la legge, la natura propria, il ritmo d'attività di un ordine di reali per
via di tratti, o li segni, o di imagini
che mentre per sè non possono esau- rire
il contenuto dell’universale concreto, son tali da sug- gerirne con facilità il complemento, ecco in
che consiste il magistero della
creazione artistica. Ed ora è tempo di
considerare il problema gnoscologico che
risponde alla forma del problema estetico esaminata e «discussa fin qui. Il problema gnoscologico
fondamentale è ricercare come ciò che è
pressochè esclusivamente in- telligibile
possa diventare oggetto delle varie forme di
sensibilità : o tale problema, posto così, appare effettiva- mente insolubile: ma esso è fondato sopra il
falso pre- supposto che l'elemento
intelligibile preso per sè possa
esistere come un fatto attuale. II processo per cuì si è giunti a tale concetto è il seguente : una
volta bipartita la vita psichica
primitiva, la coscienza complessa e indefi-
nita iniziale nelle due serie rappresentative dell’io e del non io, è stato notato che le
rappresentazioni, prese come qualcosa
d’obbiettivo e d’in.lipendente dal soggetto, non solo non formavano un tutto coerente e completo in
sè stesso, ma si rivelavano così piene
di contradizioni da richiedere
necessariamente un complemento, l’esistenza di qualcosaltro 154 IL PROBLEMA ESTETICO che desse ragione di ciò che al soggetto
appariva come sen- sazione o come fatto
psichico in genere. Di quì la necessità
di andare in traccia dell’ universale, del necessario e del permanente che costituisse il punto di
riferimeuto delle nostre
rappresentazioni subbiettive proiettate all’ esterno e che insieme fusse il mezzo di stabilire la
solidarietà intellettuale e la comunità
spirituale degli uomini, Si andò in
traccia così dell’essenza o dell’ elemento intelligibile delle nostre rappresentazioni, elemento che
fu fatto con- sistere in qualità e
rapporti inerenti ad elementi ult.mi
sottratti al dominio diretto dell'esperienza sensibile, ele- menti ultimi che alla loro volta dovevano
risultare di qualità e relazioni,
procedendo così all’ infinito. Qui ac-
cadde che per evitarne una sula si ricadde in molteplici altre contradizioni, giacchè di questi
elementi ultimi (atomi) bisognava pur
dar ragione, determinandone la natura, bi-
‘ sognava, cioè, renderli intelligibili. Ora, ciò facendo, era necessario 0 dire che essi andavano ammessi
come un fatto, come un dato ultimo — il
che era impossibile, perchè gli atomi
sono concepiti dalla scienza come qualcosa di non percepibile, di non sperimentabile (e del
resto se essi de- vono dar ragione delle
rappresentazioni s :nsibili in genere,
non possono essere appresi mediante la percezione) —, nè è a parlare di centri di forza, perchè la forza
per sè presa è un bel nulla, è anch'essa
un u«ggettiro ; ovvero bisognava ridurre
essi stessi a qualità e relazioni: ma le qualità e le relazioni (elementi intelligibili e quindi
anch'essi ag- gettivi) hanno bisogno di
qualcosa a cui inerire, onde la
necessità di porre come postulato l'esistenza di reali ul- timi, sostanze spirituali, le quali poi
impiicano le medesime IL PROBLEMA ESTETICO
155 contradizioni degli atomi
materiali. Atomi materiali ed atomi
spirituali sono prodotti della nostra fantasia, ipo- stasi di concezioni mentali astratte. Gli
atomi erano stati creati per spiegare i rapporti
intelligibili determinanti i fenomeni
subbiettivi, i fenomeni sensoriali : ora essi, non potendo essere considerati come fatti (e
ancorchè potes- sero essere considerati
come tali, si sarebbe daccapo, per - chè
sarebbero anch'essi fatti percettivi, fatti cioè dell’istessa . categoria di quelli, per spiegare i quali
erano stati ima- ginati), è giuocoforza
analizzarli in elementi d’ordine in-
telligibile (qualità e rapporti), in elementi cioè, per fon- damentare i quali essi stessi sono stati
proposti. È naturale che giunti a questo
punto doveva sorgere il problema
riguardante la trasformazione dell’ elemento intelligibile in elemento sensibile, riguardante la
possibilità che l’ i- deale diventasse
obbietto della sensibilità. Ora è vero che
l'elemento intelligibile esiste per sè ? No, perchè esso, preso a parte dal fatto, dall’ esistenza
attuale, è un pro- dotto
dell’astrazione. L'universale, l’idea non esiste al di fuori della mente. Sicchè noì vediamo qui che
il problema gnoseologico è nato per un
processo analogo a quello che diede
origine al problema estetico, per un processo cioè di disgiunzione dell'elemento intelligibile
dall’ elemento fattuale dell’esistenza.
La realtà vera, la vita vera del reale è
data dalla congiunzione ‘dell’ elemento ideale col reale, dall’incorporazione dell'ideale nel
reale: ond’è che attribuire l’esistenza
di fatto agli elementi intelligibili è
un processo del tutto falso ed arbitrario. L’intelligibile o l'universale è un puro aggettivo che ha bisogno
del suo sostantivo. E come sostantivo
dovrebbe fungere l'immedia- 156 IL
PROBLEMA ESTETICO tezza della
percezione sensoriale, l’ immediatezza del fatto psichico quale si svolge nel soggetto umano,
ma i due elementi, l’ universale e il
fatto psichico individuale non sì
corrispondono, non fanno una cosa sola, non sono, diciamo così, l’uno per l’altro. Il fatto psichico
non è qualcosa di obbiettivo, d'ilentico
e di comunicabile, ma varia da sog-
getto a soggetto; esso non può esser tutta la realtà. È stato a causa delle molteplici contradizioni,
delle insuffi- cienze e manchevolezze
rivelantisi nella vita psichica e
subbiettiva che si è ‘dovuto costruire ipoteticamente un mondo obbiettivo intelligibile di contro a
quello subbiettivo. E poichè un tal
ripiego, come si è veduto, non approda a
nulla, sorge la necessità di trovare il complemento esisten- ziale dell'intelligibile in qualcosa che
trascende il conte- nuto della coscienza
individuale. Tale complemento non può
esser trovato che nella vita del Tutto (Io epistomologico e ontologico o Bewusstseyn tiberhaupt di Kant)
nella Coscienza universale in cui non vi
è separazione di intelligibile e di
sensibile (la quale separazione è compiuta dallo spirito individuale finito), d’ideale e di reale, di
contenuto e di fatto, ma vi è fusione
perfetta «di entrambi. La questione sta
tutta qui: la percezione appare dato concreto immediato e quindi reale, ma è dato subbiettivo e
quindi pieno di con- tradizioni:
l'intelligibile è obbiettivo nel senso che è inteso in un modo identico da tutti gli uomini, ma è
ipotetico, astratto, non dato, ma posto
«dall’intelligenza umana : ciò posto,
siffatti due termini si possono conciliare, si possono unire e formare una cosa sola completa, la
realtà viva e vera ? Ciò non è possibile
insino a tanto che non sì esce dalla
coscienza individuale, perchè il reale subbiettivo che IL PROBLEMA ESTETICO 157 non è completo in sè stesso, che è solo un
frammento della totalità, non può avere
per contenuto adeguato l’univer- sale,
non può avere per essenza il Tutto.
Come nel processo estetico avevamo: 1° disgiunzione dell’intelligibile dal fatto, e poi, 2°,
ricongiunzione dell’ele- mento
intelligibile con un fatto che non gli corrisponde, e di qui la trascendenza, il significato,
l'espressività della percezione o
imaginazione estetica, cosi nel processo gno-
seologico abbiamo la disgiunzione del was dal dass del fatto percettivo e l’ipostasi del was, la
considerazione di questo come un fatto,
come un dato. E poichè ciò si rivela im-
possibile e contradittorio, si tende a congiungere di nuovo l'elemento intelligibile universale (il quale
per sè preso non è reale nel senso che
non è concreto, non esistente per sè,
non immediatamente appreso, bensì effetto di un’elabo- razione psicologica e logica, una semplice
concezione dello spirito, un'ipotesi
formata in vista delle conseguenze che
da essa, dato che esista, necessariamente derivano) col dato percettivo della coscienza individuale, il
quale è reale, ma ha una realtà
subbiettiva, non obbiettiva, non comune a
tutti gli uomini. Se non che la detta coscienza non è ca- pace di contenere di fatto l’ universale, ma
solo virtual- mente, cioè come esigenza,
come aspirazione, come idea. Onde la
necessità di trascendere incessantemente il fatto psichico subbiettivo e l'esigenza di una
Realtà obbiettiva individuale e insieme
universale, cioè sistematica. Vi ha
però una differenza tra processo estetico e pro- cesso gnoseologico ed è, che la disgiunzione
e la ricongiun- zione dell'elemento
intelligibile col fatto nel primo sono
atti arbitrari, sono atti sottoposti al volere individuale, 158 IL PROBLEMA ESTETICO mentrechè nel secondo sono una conseguenza,
diremo, neces- saria delle contradizioni
e delle insufficienze che si rive- lano
nella percezione sensoriale dei vari individui e nei fenomeni della vita subbiettiva. Le ricerche
dell’Ottica e dell’Acustica fisiologica,
della Psicologia fisiologica furono
promosse dall'impossibilità di considerare le percezioni sen- soriali come fatti per sè esistenti
all’esterno. x x Uno degli aspetti sotto cui il problema
estetico si può presentare è il
seguente: Qual'è la natura e le condizioni
dell’ emozione estetica? La soluzione di tale quesito ha formato e forma oggetto di tutta l’Estetica
esatta coltivata ai giorni nostri in
Germania ed in Inghilterra. Da tal punto
di vista è evidente che il problema estetico assume un aspetto prevalentemente psicologico: esso,
infatti, vale la domanda: Come e perchè
talune percezioni sensoriali pro- ducono
sentimenti di natura speciale (emozione estetica)? Il che alla sua volta vale domandare: In che
rapporto stanno le varie forme
dell'attività psichica? Ovvero: Tra le
varie manifestazioni della vita psichica vi è una corre- lazione intima in modo da poter esse venire
considerate come vari lati di uno stesso
processo fondamentale, ovvero sono delle
funzioni giustaposte che possono solo in date
circostanze agire l’una sull'altra?
Vediamo ora quali sono i risultati ultimi a cui l'indagine estetica esatta è pervenuta. E qui, prima
d'andare innanzi, ci sembra opportuno
notare che il problema estetico psico-
logicamente considerato è della più alta importanza in IL PROBLEMA ESTETICO 159 quanto dipende dalla sua soluzione il
determinare per che via il «significato
» può essere congiunto col «dato attuale »,
(rappresentazione sensibile) con cui non è connaturato, per che via ciò che è universale ed astratto
(l'elemento intel- ligibile) può
concretizzarsi în modo da divenire obbietto
piacevole. I risultati delle ricerche summenzionate furono di due sorta. Da una parte il sentimento
estetico fu intel- lettualizzato nel
senso che fu fatto dipendere dall’appren-
sione di determinati rapporti astratti: e invero, comunque lo spirito, diciamo così, dell'estetica
psicologica e del for- malismo vada
riposto nella tendenza ad andare in traccia
della causa attuale del piacere estetico, della causa ine- rente alla percezione sensoriale, tuttavia
nel fatto essa indaga la « ragione »
nella causa: una volta che siamo spinti
ad oltrepassare la percezione sensoriale, noi troviamo l'elemento intelligibile, la ragione. Del
resto se la perce- zione della bellezza
presuppone l’esistenza di dati rapporti,
questi da una parte non figurano che come « ragioni », e dall'altra possono essere, se non sostituti,
messi in connes- sioni con proprietà
meno astratte, più vicine alla realtà
che viviamo, e quindi più atte a suscitare il nostro inte- resse e la nostra simpatia. La maniera di
operare delle relazioni è invero di
natura così generale e così poco
caratteristica, che non si vede come l’effetto estetico possa essere ottenuto, se un altro elemento non vi
concorre (il significato cioè di tali
relazioni astratte). Vogliamo dire ‘ che
i suddetti rapporti formali non hanno per sè nulla di caratteristico che possa spiegare il fatto
estetico, tanto è ciò vero che si
presentano anche dove nessun effetto
estetico si riscontra. 160 IL
PROBLEMA ESTETICO D'altra parte
l'origine del sentimento estetico fu posta
in una specie di affinità latente (che non ha niente a che fare colla pura stimolazione sensoriale)
esistente tra la semplice forma estetica
e l’anima del soggetto percipiente
(conformazione dello spirito individuale). Ed il famoso principio fechneriano dell’economia della
forza quale fonte di piacere (il quale
principio poi fu considerato in rapporto
al contenuto delle nostre rappresentazioni come in rapporto al corso delle stesse) non è che
l’espressione astratta di ciò che
implica la detta armonia latente. L'economica
distribuzione della forza considerata dal punto di vista dell’obbietto trae seco il principio dell’
unità organica e l'assenza di qualsiasi
elemento superfluo: assenza di super-
fluità che equivale ad esigenza di significato e di valore, in quanto solo ciò che è insignificante è
veramente superfluo. L'applicazione del
principio dell'economia fatta all'attività
del soggetto percipiente implica concentramento non fati- coso dell'attenzione, in modo da riuscire
agevole e quindi piacevole il fatto
psichico stesso dell’apprensione. Avviene
così che l’appercezione di un contenuto piacevole, — perchè organicamente costituito —, diviene essa
stessa fonte di piacere. Se si considera
che la rispondenza quanto più è
possibile esatta ed adeguata dell’attività appercettiva al contenuto appercepito non è una
accidentalità, ma costi- tuisce un
elemento essenziale della emozione estetica, tanto è vero che tutto ciò che richiede uno sforzo
mentale è antiestetico, non sì può non
trovare naturale la connes- sione
esistente tra le modalità della nostra attenzione e le proprietà dell'oggetto estetico. Quando
uno sforzo spe- LI ciale è richiesto per l'appercezione di un
contenuto este- IL PROBLEMA ESTETICO |
161 tico, vuol dire che l’espressione,
la rappresentazione (forma) e l'obbietto
significato, l’idea (materia) non sono in armonia, nel qual caso appunto non è più a parlare di
bellezza. È stato notato poi che il
principio dell'economia non è in
contradizione con quello dell’ esuberanza, del lussu- reggiamento ecc., che sono inerenti ad ogni
obbietto este- tico e che contribuiscono
a imprimergli la nota del disin- teresse
presa'in senso largo, giacchè ciò che è superfluo considerato da un certo punto di vista e in
rapporto a dati scopi, a scopi di
utilità pratica p. es., non lo è più,
una volta che è riferito ad un dato sistema armonico o ad una data unità organica che ha valore per
sè come esprimente il contenuto della
vita nella sua complessità e la Realtà
nelle sue molteplici e svariate determinazioni. L'origine e il fondamento dell'emozione
estetica se non vanno posti adunque
nell'apprensione di rapporti formali ed
astratti (ma nel contenuto che gli stessi contribuiscono ad esprimere, nel loro significato), non vanno
posti neanche nel principio formale e
quindi vago ed indeterminato del-
l'economia della forza — sia questa considerata obbiettiva- mente che subbiettivamente —, il quale riceve
gran parte del suo valore dal fatto che
esso depone per l'esistenza di un'unità
organica nell’obbietto estetico: ciò che è con
parsimonia costituito e con facilità appercepito ha eviden- temente i caratteri del sistema, della
totalità, dell’indivi- dualità organica.
Da qualunque punto si voglia considerare
la cosa è chiavo pertanto che l'emozione estetica deriva la sua caratteristica propria dal contenuto
(significato) espresso ed appercepito
dal soggetto. Quando lo spirito appercepisce
espresso in modo adeguato ciò che ha radici più profonde 11
162 IL PROBLEMA ESTETICO
nell'intimo suo essere, quando lo spirito arriva a trovarsì a contatto con qualche cosa di completo, di
individuale e di sistematico e quando
arriva a riconoscere sé stesso, le sue
aspirazioni, le sue esigenze, i suoi sentimenti, nella natura o nell’arte, quando vede raccolti per opera
dei Genti in un punto solo e quindi
intensificati tutti i raggi della sua
attività, quando insomma vede rispecchiato in un’opera tutto il fondo della sua anima e quando si
sente una cosa sola colla Realtà
universale, non può non provare una
intensa emozione, che è appunto l'emozione estetica. * *
*% Dopo aver accennato alla soluzione
del problema estetico nella sua forma
psicologica, passiamo a trattare del problema
psicologico fondamentale quale si presenta nella filosofia generale. L’ indagine intorno alle proprietà
ed al rapporto esistente tra le varie
funzioni psichiche (funzione rappre»
sentativa, funzione emotiva, funzione volitiva) è della più grande importanza e «del più alto
significato, in quanto da essa dipende
il concetto che ci dobbiamo formare della vita
psichica in genere e della costituzione dell’anima. La fun- zione emotiva in che rapporto sta con quella
rappresenta- tiva? il sentimento in che
rapporto sta con la rappresen- tazione?
Che cosa è il piacere o il dolore che accompagna qualsiasi elemento della coscienza ? Ecco il
problema ge- nerale, a cui gencricamente
si può riferire il problema speciale dell'origine
e delle condizioni dell’emozione este-
tica, salvo poi a determinare le caratteristiche proprie del piacere estetico, tenuto conto che non tutti
i piaceri sono di natura estetica. IL PROBLEMA ESTETICO — 163 Ora noi vediamo che la Psicologia moderna
tende a ri- solvere il problema circa la
natura del sentimento in con- formità
della soluzione data dall’Estetica al problema cor- rispondente. Nessun psicologo crede più
all'esistenza delle cosidette facoltà
dell'anima: tutti concepiscono i fatti
psichici come manifestazioni diverse della vita ad attività psichica prosa nel suo insieme. Ora questa
attività spiri- tuale si esplica in due
forme principali irriducibili tra loro,
in quella di modificarsi in modo indistinto in totalità e in quella di apprendere, di appercepire
delle qualità distinte, degli attributi
determinati e delle relazioni. Nella sua
prima forma essa si rivela essenzialmente una, iden- tica (senza che mostri alcuna
«differenziazione in sè stessa) ed
intimamente connessa con tutto il reale, che essa per così dire, avverte indistintamente nella sua
totalità: nella seconda forma invece
essa appare variamente determinata in sè
stessa e nelle maniere di apprendere la realtà : nella pritma forma è vita emotiva o sentimentale,
nell’altra forma è vita wappresentativa
o intellettiva. È un errore per- tanto
voler intellettualizzare il sentimento col farlo deri-. vare da un qualsiasi rapporto : noi possiamo,
sì, scomporre il sentimento e tradurlo
in rapporti, ma in tal caso noi avremo
trasformato il sentimento vero e proprio in un fatto. intellettuale. Il sentimento è un modo di
essere dell’atti- vità psichica che si
origina ogni qualvolta il contenuto
della coscienza è cosiffatto che, non potendo essere scom- posto in qualità c relazioni determinate,
figura come qual- cosa d'’
indistinto. E qui giova notare che
anche quando il sentimento stossos viene
differenziato nelle sue principali determinazioni di 164 IL PROBLEMA ESTETICO piacere e dolore — nel caso che queste
vengano nettamente distinte ed
appercepite — cessa di essere puro sentimento
per divenire un fatto d’oriline intellettivo. Un sentimento qualificato, caratterizzato e discriminato da
tutto il com- plesso della vita psichica
è la chiara appercezione di una qualità
psichica, non un sentimento. L'appercezione di un piacere, di un dolore suppone l'atto della
mente con cui una qualità viene
separata, distinta dal rimanente, sup-
pone quindi una funzione intellettiva sia anche d’ ordine rudimentale e l'atto o la funzione
discriminatrice si con- fonde col suo
prodotto per molo che ciò che prima non
era un fatto intellettivo riesce ad essere, per così dire, trascritto in termini intellettivi, e quindi
viene ad essere snaturato. Piacere e
dolore sono due qualità sensoriali come
il bianco e il nero, come il liscio e lo scabro, come il grave e l'acuto, come il caldo e il
freddo. Che essi siano determinati
dalla « forma » dello stimolo piuttosto
che da proprietà inerenti (contenuto) allo sti-
molo come tale, che essi siano determinati dal modo come lo stesso agisce, o dal modo in cui la sua
trasmissione avviene, o dalle condizioni
in cuì l'organismo fisico e psi- chico si trova mentre ha luogo tale azione,
poco o nulla importa : dal punto di
vista psicologico il piacere e il do-
lore sono qualità, e come tali, appartengono alla funzione rappresentativa dell'anima umana.
Sosgiungiamo che il piacere e il dolore,
come il suono alto e quello basso e come
il caldo e il freddo sono sensazioni relative e varia- bili linearmente in quanto presentano. duo
sole determi- nazioni opposte. In altre parole : il sentimento per sua natura
è indistinto, IL PROBLEMA ESTETICO
165 è stuto psichico totale : non sì
tosto in esso vengono delimi- tate
differenze, non sì tosto esso viene circoscritto e qua- lificato, non è più a parlare di sentimento
vero e proprio : ma di funzione
intellettiva e rappresentativa. Il sentimento
in tal caso viene come ad essere intellettualizzato, viene ad essere compenetvato dall'attività
discriminativa che è inerente all’
intellezione. Quando il sentimento — stato
psichico totale — vien» ad essere analizzato e scomposto in qualità diverse e quando queste vengono
appercepite, il sentimento non esiste
più, ma esistono le qualità sensoriali.
La vita psichica non si presenta più come sentimento, ma come apprensione di qualità, l’attributi e di
relazioni. Ma si può dire che il piacere
e il dolore siano qualità del
sentimento, come si dice p. es. che il suono alto e basso sono qualità del suono ? Noi crediamo di no,
perchè par- lare di qualità del
sentimento è un parlare contradittorio;
è come se si dicesse qualità «di ciò che non può avere qua- lità, ovvero determinazioni di ciò che è per
sua natura indeterminato. Il piacere e
il dolore sono qualità che pos- sono
essere pro:lotte in parte dalla totalità della vita psichica, dallo stato in cui la stessa
totalità si può trovare, ma non sono qualità
della totalità La totalità è reale, ma
non ha qualità, caratteri distintivi, differenze, le quali implicando sempre relatività, riferimento,
possono essere differenziate entro la
totalità. Uno stato di piacere o di
dolore totale non significa nulla: un
piacere o dulore suppone la distinzione, la differenzia- «zione. Il sentimento o stato psichico totale
può contribuire a generare uno stato di
piacere o di dolore, ma non può
presentarsi come piacere o come dolore: già un piacere o un 166 IL PROBLEMA ESTETICO dolore totale, assolutamente totale, non sarebbe
nemmeno avvertito, perchè non potrebbe
cs-ere distinto: distinto da che,
invero? E il piacere e il dolore sono considerati d’or- dinario come qualità del sentimento appunto
perchè esse sono determinate in parte
dalla totalità della vita psichica,
Sorge la questione: Perchè una tinta di piacere o di dolore accompagna qualsiasi fatto psichico?
Perchè ogni singolo fatto psichico è
messo in rapporto — si noti, è “messo in
rapporto — è appercepito quasi attraverso lo stato complessivo in cui l'organismo fisico e
psichico si trova in un dato momento: è
da questa appercezione — che è un fatto
d'ordine intellettivo — è dal suddetto rapporto del fatto singolo coll’insieme che vengono fuori
le due qualità di piacere e di dolore,
le quali vengono a sovrapporsi 0,
meglio, a fondersi cogli attributi propri dei singoli fatti psichici. Ed è avvertita la qualità di
piacere ovvero quella di dolore,
secondochè si ha l’appercezione di un rialza-
mento o di un abbassamento dell'energia psichica e delle condizioni da cui essa dipende. Come si vede, il sentimento non va
ilentificato con le determinazioni
qualitative del piacere e del dolore : il primo
è uno stato totale dell’anima, le altre sono prodotte dal- . l’appercezione (fatto intellettivo) delle
differenze (qualità) osistenti nella
detta totalità. E noto che l’apprensione di
un dato contenuto psichico richiede il dispiegamento di una certa quantità di energia mentale
(attenzione), la quale pui non è
illimitata, ond’è che quando ha luogo un
consumo di energia psichica superiore a quello di cui sì può disporre sarà avvertita una sensazione
sgradevole, mentrechè quando lo stesso
consumo è proporzionato alle IL
PROBLEMA ESTETICO 167 risorse si avrà
una sensazione piacevole. È il rapporto, la
proporzione che deve esistere tra attenzione e area della coscienza che ci può dar la chiave per
rendercì conto in gran parte delle
determinazioni qualitative del piacere e
del dolore. si Abbiamo detto che
il sentimento è la vita psichica presa nella
sua totalità : è evidente che a seconda che la detta totalità è più o meno ricca di contenuto, a
seconda che è di ordine superiore o
inferiore, che è complessa, ovvero
semplice e rudimentale, si avrà o no un sentimento nobile ed elevato.
Ma, si può qui domandare, se il sentimento è la stessa vita psichica presa nella sua totalità, come
mai potrà essere avvertito? L° avvertire
implica distinzione e questa riferi-
mento e quindi esistenza di qualità diverse entro la tota- lità. A ciò si risponde che il sentimento non
è avvertito come qualità ; il suo
ufficio è quello di rendere reale, attua-
le, presente, immediato qualsiasi fatto psichico: esso rap- presenta il coefficiente dell’ esistenza
psichica. Il problema estetico nella
sua forma psicologica e il problema
psicologico fondamentale si: corrispondono, in
quanto là soluzione data ad entrambi è questa, che il sentimento ha la sua origine nella vita
psichica indistinta, nella quale non
soltanto vengono ad essere fusi insieme i
_ vari elementi costitutivi di.essa, ma viene ad essere tolta ogni contrapposizione del soggetto all’
oggetto. E qui sorge la necessità di
andare in traccia del carat- tere
differenziale per cui il sentimento estetico sì distin- gue da qualsiasi altro sentimento. Tale
carattere si trova agevolmente, se si
riflette agli attributi dell’obbietto este-
168 IL PROBLEMA ESTETICO tico,
il quale non solo è un sistema di parti (unità nella varietà) oltremodo complesso, ma ha un
significato deri- vante dal
riflettersi in esso di tutte le aspirazioni ed esi- genze più profonde dell'animo umano, per modo
che nella contemplazione estctica il
soggetto si trova come in rapporto con
la parte migliore di sè stesso. Si aggiunga che l’unione del soggetto con l'oggetto è molto più intima
nel caso del- l'emozione estetica che
nel caso di qualsiasi altro sentimento.
L'attività del Reale, la Realtà come vita differenzian- tesi, spezzantesi e rivelantesi in modo
immediato nelle coscienze individuali,
ecco la radice comune delle varie sorta
di sentimenti. Come vi sono varie forme od apparenze di totalità, come vi sono varii ordini
d’incentramenti indi- viduali così vi
sono vari ordini di sentimenti più o meno
definiti (ogni definizione proviene dall'elemento rappresen- tativo e relativo concomitante), più o meno
complessi, più o meno interessati,
perchè più o meno direttamente riferen-
tisi all'attività pratica. Il
carattere d'individualità che controdistingue il sen- timento proviene dal fatto che la totalità è,
per così dire, incentrata nella vita del
soggetto, in ciò che differenzia l’io
quale determinazione speciale del Reale, avente un posto proprio nello spazio, nel tempo e nella
serie causale. Non ci sembra
inopportuno, poichè servirà a-dilucidare
le idee suesposte, richiamare qui, prima di finire, l’atten- zione sul rapporto esistente tra sentimento e
volontà, o meglio, tra sentimento e
attività; rapporto che è diverso da
quello che ordinariamente è ammesso. Il sentimento non produce l’azione allo stesso modo che non è
prodotto da essa e che non ne è il
riflesso subbiettivo. Un tale rapporto
e A ii cir iii cdi ee n IL PROBLEMA
ESTETICO 169 può esistere tra
l’attività e le qualità sensoriali del piacere
e del dolore, non gia tra l'attività e il sentimento, Que- sto — come stato psichico totale — è tutta la
vita psichica senza alcuna
determinazione speciale, ond’è che mentre
da una parte esso contiene, trasformati e fusi insieme tutti gli elementi psichici, non è in
rapporto particolare con nessuno di
essi. Tutti però quando divengono reali,
quando appaiono distinti sull'orizzonte psichico, emergono come dal fondo della vita psichica, che dal
punto di vista soggettivo è appunto il
sentimento stesso. Questo pertanto
appare come il sostegno, ceme ciò che dà attività, consi- stenza ai vari fatti psichici. Al di fuori
del presente, del momento attuale non vi
ha sentimento, ma bensì rappre-
sentazione : e vi ha una rappresentazione riferentesi al pas- sato, come ve ne ha una riferentesi al futuro
: ed è chiaro che è possibile avere una
rappresentazione del sentimento, quando
questo, distaccato dalla matrice reale, viene ideal- mente costruito e proiettato nel passato per
mezzo della memoria e nel futuro per
mezzo della immaginazione. Il sentimento
però in tal caso viene snaturato, trasformandosi in un fatto d'ordine conoscitivo: un
sentimento rappresen- tato è una
rappresentazione e non un sentimento, o meglio,
ò una nostra costruzione ideale che non si riferisce a nulla di reale e di attuale. La forma, diremo così, metafisica del
problema estetico è: Qual'è la natura
della proluzione artistica ? L'arte in
che rapporto sta con la natura ? Si deve ritenere con gli 170 IL PROBLEMA ESTETICO antichi Greci che l'Arte è una imitazione
pura e semplice della natura in modo da
dover essere essa collocata al disotto
di quest'ultima? Come si vede, un tale quesito non poteva ricevere un'adeguata risposta se non
dopo che la coscienza estetica del
genere umano cbbe raggiunto un grado
notevole di svolgimento, dopo, cioè, che il gusto estetico si fu di molto raffinato c che la
valutazione este- tica fu molto
progredita. La riflessione filosofica dovette
giungere al punto da sentire il profondo divario esistente tra il mondo empirico e quello ideale, tra le
esigenze del- ] intendimento e quelle
della Ragione presa in senso stretto,
vale a dire presa come la facoltà del Categorico, dell'Unità e della Totalità. E infatti il
problema estetico nella sua forma
metafisica non fu risoluto in maniera ade-
quata prima che Emanuele Kant ponesse in evidenza l’an- titesi esistente tra la relatività
inevitabile della ragione teoretica e la
assolutezza dell'imperativo morale implicante
l’esistenza della liberta. Il problema circa la natura della produzione artistica non s'impose fino a
tanto che gl’im- mensi progressi della
Filologia classica, dell’Archeologia,
della Critica non ebbero per effetto di produrre il rinno- vamento di tutta la coscienza estetica e
quindi di tutte le vedute anteriormente
dominanti inordine alla valutazione
estetica. Fu allora che non fu più possibile considerare il prodotto estetico come una semplice
imitazione della natura. Vediamo ora come il problema estetico fu
risoluto sotto tale forma metafisica per
ricercare poscia le caratteristi- che
del corrispondente problema attinente alla filosofia generale, il quale può essere così enunciato
: Che concetto IL PROBLEMA ESTETICO
171 dobbiamo formarci dell’ incessante
produttività della na- tura? ovvero: Che
cosa stanno a rappresentare le infinite
* forme in cui l’attività della natura si esplica? La produ- zione artistica fu considerata come l’effetto
del libero, ordinato ed armonico
esercizio delle facoltà umane: ma si può
qui domandare: di tutte le facoltà umane? No, bensì di quelle facoltà soltanto che possono dare
origine a pro- dotti che hanno una data
forma, intenlendo per quest’ ul- tima
l'insieme delle proprietà per cui una data cosa è va- lutata, non per il suo uso, non per lo scopo
determinato a cuì l’ oggetto avente
quella data « forma » risponde, ma per
ciò che la forma sta a rappresentare, in quanto in essa si riflette l’intendimento, il sentimento e la
capacità in ge- nere di chi l'ha
concepita ed eseguita. La « forma » implica
adunque l’esistenza dell’ elemento razionale: ed è lecito parlare di « forma » ogni volta che
nell'oggetto o nel fatto vien messo in
evidenza appunto l'elemento intelligibile.
Ogni qualvolta nuvi ci troviamo di fronte ad un obbietto .che mentre figura come un prodotto
dell’intelligenza « dell'attività umana,
dall'altra parte non pare serva ad uno
scopo pratico, o a un uso determinato, — pur non essendo scevro di significato — noi siamo spinti a
giudicare come estetico il detto
obbietto. Sicchè l'essenza della produzione
artistica fu posta in ciò, che l’anima umana è così fatta che sente il bisogno di estrinsecarsi, di
esprimersi in fatti, i quali mentre
portano l'impronta delle facoltà che loro die-
dero origine, non hanno l’ufficio nè di appagare un desi- derio, nè di far raggiungere un fine
estrinseco, nè di pro- curare un
gudimento egoistico e interessato. La creazione
artistica ha in sè stessa il suo scopo, che è quello di com- 172 IL PROBLEMA ESTETICO pletare la realtà sensibile, dando
l’esistenza ad un mondo di forme atte ad
appagare le aspirazioni e le esigenze più
profonde e più elevate dell'anima umana. Il bisogno del completo, del perfetto, dell’ individualità
armonica, della totalità sistematica può
solo esser soddisfatto per mezzo
dell'Arte, la quale rende possibile la sovrapposizione di tutto un mondo supra il mondo della
esperienza ordinaria. Il vero artista è
quegli che crea per creare, è quegli che
spinto dal bisogno di porre in opera il soprappiù delle sue esuberanti energie, produce spontaneamente e
quasi istin- tivamente, senza aver
dinanzi alla mente uno scopo estrin-
seco od interessato da conseguire. Egli crea per dar forma definita a ciò che gli si agita nel fonito
dell'anima. L’opera d'arte è bella
quando porta nettamente l'impronta della
personalità dell'artista e quando esprime l'impressione in lui prodotta dalla vista dell'oggetto o del
fatto che egli traduce. La Natura è
bella quando noi in essa riconosciamo
nol stessi con ciò clie abbiamo di veramente umano, come esseri felici e miseri ad un tempo. Ognun vede che il bello non può essere in
alcun modo confuso nè col piacevole, nè
col bene ; il piacevole infatti, risponde
ad una esigenza subbiettiva ed interessata, im-
plicando l’appagamento di un bisogno egoistico, e il bene involge il concetto di attuazione di un fine
chiaro e co- sciente, sia questo
estrinseco all’obbietto come nel caso
dell'utilità o immanente all’ oggetto stesso come nel caso della perfezione. L'espressione libera e
spontanea in forme concrete, di un contenuto.ideale
e la realizzazione irre- flessa di ciò
che vi ha di razionale nella nostra natura,
ecco che cosa è invece la produzione artistica ; un’espres- IL PROBLEMA ESTETICO 173 sione necessaria el obbiettiva della vita
umana nella sua complessità e dell'unità
della natura, ecco che cosa è in- vece
l’arte. Onde consegue poi che non vi è ragione di limitare la cerchia delle sue manifestazioni,
le quali hanno tutte egual diritto alla
nostra consilerazione, a patto che
mettano in evidenza in modo completo un lato della vita umana con tutte le proprietà, siano pregi o
difetti ad essa inerenti. * E
" x Il problema che in filosofia
generale corrisponde a quello estetico
or ora esaminato è il problema teleologico. Che
significato ha l’inesauribile produttività della natura ? Che valore va attribuito alle svariatissime forme
naturali? Ora la risposta «lata dai
filosofi — almeno da taluni filosofi —
coincide con quella data dagli estetici in quanto viene ammessa l’intima razionalità della natura, a
cui accennano già le leggi naturali.
Tale razionalità può da una parte non
esaurire il contenuto della natura, giacchè questa oltre ad essere compenetrata dalla ragione 'è
qualcosaltro an- cora, e dall’ altro non
è tale da far considerare i fatti e gli
obbietti naturali come prodotti da un’Intelligenza co- sciente identica all’umana. In altri termini,
la natura è, sì, espressione di qualcosa
di razionale, ma non può essere con-
siderata come il prodotto di un'attività intelligente che si esplichi come quella dell’ uomo. La natura
esclude il domi- nio del caso e insieme
una veduta antropomorfica qualsiasi. E
poichè del rimanente la produttività della natura pre- senta i caratteri propri della produzione
artistica (libertà, 174 IL PROBLEMA
ESTETICO spontaneità, molteplicità di
forme definite, unità organica delle parti
costitutive di ciascuna forma, esuberanza di
energia, apparente assenza di utilità, ecc.), è ragionevole pensare che il mondo ideale dell’arte e
quello reale della natura siano prodotti
da un'attività fondamentalmente iden-
tica: la quale però nel secondo caso si esplica in modo chiaramente incosciente e nel primo in modo,
diremmo semicosciente o cosciente addirittura.
In entrambi i casi la ragione è in
azione, ma (ci sia lecito esprimerci così) senza averne Vl aria: in entrambi i casì l’idea di
fine non è costi- tutiva dei fenomeni,
ma puramente regolativa, giacchè come il
fatto estetico non è prodotto, nè sentito in vista del raggiuugimento di un dato fine, in vista di.
un vantaggio da ottenere, o di un
risultato pratico da conseguire, così il
fatto naturale non può essere interpretato o spiegato mediante il concetto di fine. Il fatto
estetico e quello na- turale però
implicano, ciascuno alla sua mauiera, l’esi-
stenza dell'elemento intelligibile e razionale atto a dar ragione della loro « forma » determinata:
tanto l’ uno quanto l’altro pongono
l’esigenza dell’unità sistematica atta a
dar ragione delle relazioni esistenti tra le varie parti od elementi componenti il tutto, unità
sistematica che include il concetto di
fine intrinseco ed organizzatore,
comunque incosciente. É evidente
poi che tra natura ed arte, tra bello natu:
rale e bello artistico non può esistere antitesi di sorta, ma soltanto differenza di grado, in quanto
l’arte non fa che presentare come
raccolti in un punto quei raggi che
nella natura vanno dispersi qua e la, in quanto cioè l’arte concentra e rende continuo ciò che nella
natura si pre- IL PROBLEMA ESTETICO
175 Li senta discontinuo, sconnesso e quindi
pressochè sfornito di alto significato.
Allo stesso modo che la scienza coordina,
correggendo, modificando (sceverando l’ essenziale e il ne- cessario dall’accidentale), i fatti
dell’osservazione percettiva ordinaria e
li presenta sotto nuova luce, così l’arte ha per intento di mettere in evidenza i tratti
caratteristici della natura e della
vita, ordinandoli, fissandoli e organizzandoli
in modo che salti agli occhi di tutti quel sigrificeto che di- versamente o non sarebbe avvertito
addirittura, ovvero in modo incompleto e
confuso. L'opera del genio si esplica
appunto nell’idealizzare la natura, vale a dire nel rendere appariscente ciò che senza di Lui all'occhio
volgare sa- rebbe per sempre rimasto
nascosto (1). ’ L’opera d'arte quale
espressione di un contenuto ideale, di
un universale concreto (natura propria di ciò che si vuol rappresentare) ha la sua ragione in sè
stessa: e il «suo valore sta tutto nell’
essere essa parvenza perfetta- mente
distinta dalla realtà. Essa invero è apprezzata per sè; è un sistema, un'individualità, qualcosa
di organico esprimente la Realtà sotto
un punto di vista determinato. Qualsiasi
altra cunsilerazione non riferentesi alla contem- plazione di una rappresentazione concreta,
compiuta di quella medesima Realtà, che
alla Ragione appare come Vero ed al
Volere come Bene, le è estranea. Onde con- (1)
B. BosanQueT, Zistory of Esthetic. London, 1892, pag 3 e segg. « ....it is plain that « nature » in this
relation differs’ from « art »
principally in degree, both being in the medium of human perception or imagination, but the one consisting in the
transient and ordinary presentation or
idea of average ind, the other in the fixed and heig- tened intuitions of the genius which can
record and interpret ». 176 IL PROBLEMA ESTETICO segue che l'appercezione estetica si
riferisce al modo come è rappresentato,
come è espresso, non come è costituito, nè
come agisce il Reale per sè. E evidente che una mede- sima cosa è giudicata bella o brutta a
seconda che è con- siderata o pure no
espressione completa di un dato ordine
di realtà: espressione che figurerà come completa o come incompleta secondo che un oggetto è guardato
nella sua possibilità e « in generale »
dall’uno o dall'altro punto di vista. «
Un esemplare di una specie di animali — nota uno scrittore recente —, sarà brutto p. es. se
considerato come espressione dell’
animale in generale, perchè in quel dato
esemplare (forma) la vita animale (contenuto) non si ri- specchia nella sua pienezza: potrà esser
bello se conside- rato come espressione
tipica di una data specie di animale,.
giacchè in tal caso esso è considerato come espressione o forma di un altro contenuto », dass di un
altro was. Insomma un oggetto è bello o
brutto secondo la categoria con la quale
lo appercopiamo. Nell'arte tutta la realtà
naturale ed umana — che è bella o brutta secondo i punti di vista relativi — diventa bella, perchè è
appercepita come realtà in generale che
si vuol vedere espressa completa- mente.
Tutti i personaggi, tutte le azioni, tutti gli oggetti, entrando nel mondo dell’arte perdono
(artisticamente par- lando) le
qualificazioni che sogliono avere per ragioni. di- verse nella vita reale, e son giudicati sclo
in quanto l’arte li ritrae più o meno perfettamente.
Taluni dei Cesari sono giudicati mostri
guardati nella vita reale, ma non sono
mostri come figure d’arte.
PERGEA PSR i ie ina Pr fa
IL PROBLEMA FILOSOFICO SECONDO
IL BRADLEY L'uomo nella vita ordinaria
accetta il dato come imme- diatamente
gli si presenta senza che faccia alcun tentativo per armonizzare tra loro gli elementi
discordanti. Possiamo aggiungere che la
discordanza non è neanco avvertita. In
tale stadio l’uomo non conosce per conoscere, ma conosce per operare, per soddisfare cioè nel modo più
appropriato i suoj/ istinti o le sue
tendenze; onde avviene che le cogni-
zioni, le quali meglio rispondono alle esigenze pratiche, appaiono complete, perfette. Se non che un
tale stato non è duraturo; ben presto
con lo svolgersi della cultura e della
civiltà la funzione conoscitiva acquista un certo grado d'indipendenza, emancipanilosi dai
bisogni pratici ed acquistando valore e
significato per sè. È in tale stadio che
cominciano ad essere avvertite le contradizioni esi- stenti tra i vari elementi dell’esperienza
ordinaria, dapprima considerati come
essenzialmente costitutivi della vera ed
ultima Realtà. È in tale stadio che si formano le scienze, le quali per dar ragione dei vari fatti
sperimentali e per eliminare le
contradizioni dagli stessi presentate ricorrono 12
178 IL PROBLEMA FILOSOFICO a
concetti d'ordine particolare. In tal guisa questi sono come il sostrato della realtà, mentrechè i
fenomeni em-. piricì stanno ad indicare
le varie maniere in cui il detto
sostrato si può presentare al soggetto, stanno ad indicare le varie forme che esso può assumere. Ma
siffatti concetti fondamentali delle
scienze particolari sono in realtà qual-.
cosa di ultimo e d’irriducibile e (ciò che sopratutto importa) sono privi assolutamente di elementi
contradittori, sono cioè perfettamente
intelligibili? Questo problema che sorpassa
evidentemente i limiti di ciascuna scienza speciale, forma il punto di partenza del filosofare. Ora il
Bradley (1) nel suo Saggio di Metafisica
intitolato Appearance and Reality muove”
appunto dal quesito: La Realtà quale ci viene presentata dalle scienze singole è consistente, ovvero è
contradittoria e quindi non realtà vera,
ma apparenza? Le scienze per costruire
un mondo intelligibile sono ricorse a vari espe-. dienti o mezzi; che valore hanno questi?
Sottoposti alla critica, esaminati alla
luce del principio di contradizione
appaiono consistenti? Ognuno vede che per risolvere tale problema occorre anzitutto passare a rassegna
i materiali (1) BrapLEY, Appearance
and Reality: A Metaphysical Essay.
London, Swan Sonnenschein, 1893.
Tale opera del Bradley fu accolta con molto favore nel mondo filo- sofico inglese ed americano. Il Mackenzie non
si peritò di affermare nella Rivista
Mind (anno 1894) che il Saggio di Metafisica del Bradley era una delle migliori opere filosofiche
pubblicate in questa ultima metà del
secolo decimonono. Il Bradley del resto
è autore di parecchie altre opere pregevolissime, quali i Principles of Logic (London 1883),
Ethical Studies e svaria- tissimi
articoli per la più parte d’argomento psicologico pubblicati nella Mind negli ultimi anni. SECONDO IL BRADLEY 179 che compongono l’edifizio della scienza per
potere di poi ri- cercare fino a che
punto ciascuno di essi sia coerente con
sè stesso e coi rimanenti. Si fa presto ad enumerare gli organi che renduno possibile alla scienza la
costruzione della mechanica rerum; essi
sono: divisione delle qualità sensoriali
in primarie e secondarie, i concetti dì sostrato o sostantivo, di qualità, di relazione, di spazio, tempo,
movimento, cangia- mento, causalità,
forza, attività. Tutto il mondo per la scienza
è composto di « cose », di « qualità », di « relazioni » e, se si vuole, anche di « forze ». Le qualità possono
essere divise poi in primarie
(estensione, resistenza) e secondarie (colori,
suoni ecc.). Dalle varie combinazioni di qualità e di relazioni di differente ordine risultano lo spazio, il
tempo, il movi- mento, il cangiamento,
la causazione. Possiamo dire che i
concetti propriamente primitivi sì riducono a quelli di so- stanza, di qualità, di relazione e di azione,
mentrechè tutti gli altri concetti di
cui si fa largo uso nella scienza, non sono
che derivazioni e combinazioni diverse di quelli primitivi. Si domanda adunque: La Realtà è
effettivamente costi- tuita di sostanze,
di qualità, di relazioni? Il Bradley risponde
subito di no, perchè tutti questi elementi, implicando con- tradizioni, sono apparenza e non realtà. La «
sostanza », la « cosa » non è che
l'insieme, l’unità di tutte le qualità
che caratterizzano, 0 como altrimenti si dice, ineriscono ad essa: ma che cosa è mai questo rapporto
d'inerenza? Da una parte la cosa non
s'identifica con nessuna delle qualità
per sè prese (così lo zucchero non è identico alla qualità del bianco, o a quella del dolce per
sè presa), e dall'altra parte se si dice
che la cosa rappresenta l’uni-
ficazione, l'aggruppamento delle varie qualità non s'intende 180 IL PROBLEMA FILOSOFICO in che cosa possa consistere questa
unificazione od ordina- mento che sia.
Chi tiene unite le qualità? Perchè, come,
dove queste si uniscono insieme? Qui sì tira in ballo il concetto di relazione e si dice che la
sostanza, la cosa, è data da particolari
rapporti esistenti tra le varie qualità,
ma ciò non serve affatto a chiarire la questione, perchè che cosa mai vuol dire che una cosa è uguale
al rapporto di una qualità: con un’altra
qualità? Così se si dice « lo zucchero è
eguale ad un dato rapporto del bianco col
dolce » non si dice nulla di serio e di significante, non si sa che cosa voglia dire una qualità in
rapporto con un'altra: la prima qualità
non è identica alla seconda, e non è nem-
meno identica alla « relazione con la seconda ». Come si vede, al problema concernente la sostanza, la
cosa, sì con- nette intimamente quello
riguardante la natura della qua- lità e
della relazione, problema che esaminato a fondo, dice il Bradley, dà luogo ad un cumulo di contradizioni. Ed invero qualità e relazione anzitutto si
presuppongono a vicenda in quanto con
ogni qualità si connette intima- mente
un processo di distinzione, di differenziazione e quindi un rapporto (ogni qualità in tanto
esiste in quanto emerge,
distaccandosene, da un dato fondo), processo e
rapporto che sono parti essenziali della qualità come tale e non qualcosa di sopraggiunto: chi dice
qualità dice mol- teplicità e chi dice
molteplicità dice con ciò stesso rap-
porto; e in quanto ogni rapportu d'altra parte implica la esistenza di termini e quindi di qualità tra
cui esso inter- cede ; poi non c'è verso
di poter intendere come qualità e
relazione agiscano o si comportino reciprocamente. Noi, ricordiamolo bene, siamo a questo: la
relazione è nulla SECONDO IL BRADLEY
181 senza la qualità e viceversa la
qualità è nulla senza la relazione: da
un canto sembra che la qualità consti di
relazioni, e dall'altro che queste non siano che forme di qualità. Si direbbe che in ciascuna qualità
siano da distin- guere due elementi, uno
che rende possibile una qualsiasi
relazione e l’altro che risulta dalla relazione stessa, ele- menti che appartenendo ad una stessa cosa
(qualità), bisogna che siano in
relazione tra loro per modo che a’ proposito
di ciascuno di essi si renda necessario il medesimo pro- cesso di distinzione dell'elemento che rende
possibile la relazione da quello che ne
risulta. Il che, come è chiaro, I mena
ad un processo ad infinitum. Il fatto è che il Bradley non vede come la relazione salti fuori dalla
qualità, nè come la qualità possa saltar
fuori dalla relazione lasciata così
sospesa per aria. Da una parte la relazione pare che non si distingua dalla qualità, e dall’altra
la presuppone: e viceversa da una parte
la qualità pare che s'identifichi con la
relazione, e dall'altra ne derivi. |
Come mai si può affermare adunque che la realtà è fatta di sostanze, di qualità e di relazioni, se
tali tre elementi implicano
contradizioni e sono affatto incomprensibili? Presi separatamente o in unione essi appaiono
sempre impenetra- bili all’intelligenza.
La relazione non può essere conside-
rata un addiettivo, una proprietà della qualità, giacchè viceversa questa appare qualcosa di inerente
alla relazione. Oltrechè il rapporto di
inerenza è quanto di più oscuro si possa
immaginare, la relazione e la qualità non possono essere sostantivi ed addiettivi nello stesso
tempo. Se non s'intende come le qualità
possano unirsi per dare la « cosa », non
s'intende del pari come i rapporti siano proprietà, siano 182 IL PROBLEMA FILOSOFICO come a dire inerenti alle qualità. Si ode
dire che la tale cosa ha la proprietà di
essere in rapporto con la tale altra
cosa, ma una tale espressione implica una quantità di con- trosensi. Che cosa è il rapporto per sè
preso? Non sì può identificare con la
cosa e d’altra parte per sè è nulla. Il
nodo della questione è tutto qui: la relazione non essendo una cosa nè una qualità, non sì arriva a
comprendere che cosa mai possa essere,
giacchè essa infatti nell’ uso ordi-
nario e scientifico è adoperata ora come sostantivo a cui ineriscono le qualità vere o proprie ed ora
come addiettivo, come un derivato delle
qualità stesse. Se non c'è modo di
intendere l’unità delle qualità e degli attributi costituenti la « cosa » non c’è modo neanche d'intendere
l’unione delle relazioni con le qualità.
Da un canto il rapporto deve essere
qualcosa per sè, qualcosa di distinto dalla qualità e dal- l’altra fuori la qualità esso appare
nulla. Una volta dichiarati
iniutelligibili — perchè contra- dittori
— i concetti di sostanza, di qualità, di relazione, non potevano non apparire del pari
incomprensibili lo spa- zio, il tempo,
il movimento, l’attività, il cangiamento, la
causazione, ecc. Tutti questi concetti invero non risultano che di qualità e di relazioni variamente
combinate tra loro. In ciascuno di
questi casi riappare l'impossibilità di
considerare la relazione come qualcosa di esistente per sè in quanto essa presuppone delle qualità e insieme
l’impos- sibilità di considerare le
qualità come cause produttrici delle
relazioni, perché le qualità si risolvono alla loro volta in relazioni. Da un canto le qualità sembrano
constare di relazioni e queste di quelle
e dall'altro non s'intende come in ogni
caso le une possano emergere dalle altre.
SECONDO IL BRADLEY 483 Ognuno
vede quale sia la conclusione a cui perviene la
critica del Bradley : i concetti fondamentali delle scienze particolari non sono che mere apparenze. Ora
è giusta una tale affermazione, in base,
s'intende, all'analisi da lui fatta
delle qualità e relazioni in genere e poi del mutamento dello spazio, del tempo, della causazione, del
cangiamento, ecc. ? In sostanza il
Bradley ragiona così: 1. Poichè la so-
stanza o la « cosa » da una parte non può essere identica a ciascuna o anche a tutte le qualità per sè
prese e dal- l'altra non può essere
considerata come il sito d’unifica- .
zione, come l’ unità di tutti gli attributi, poichè in altre parole è incomprensibile il rapporto
d'inerenza o il nesso del sostantivo con
l'aggettivo bisogna dire che questi ul-
timi concetti non costituiscono la realtà. 2. Poichè è in- concepibile la natura della qualità e della
relazione come della loro unione,
bisogna affermare che anche siffatti con-
cetti non sono che apparenze, errori di prospettiva mentale, i quali vengono ad essere eliminati in un’
esperienza più elevata. Il filosofo
inglese, come si vede, prende i concetti
di sostanza, di qualità e di relazione come se fossero qual- cosa di esistente per sè, come se fossero
degli elementi indipendenti, delle vere
e proprie entità: ora ciò è un er- rore.
Non è lecito considerare la sostanza, la qualità e la relazione separatamente dal fattore della
coscienza in ge- nerale (Bewusstsein
iiberhaupt, direbbe Kant) che ne è il vero
sostegno e fondamento. La sostanza, la qualità e la rela- zione in tanto appaiono concetti
contradittori in quanto sono stati
distaccati dalla loro matrice, da ciò per cui
sono e a cui devono per conseguenza esser riferiti, la co- scienza , il soggetto in genere. Considerati
come obbietti 184 IL PROBLEMA
FILOSOFICO non reggono alla critica
sicuramente, ma considerati come fatti
esistenti per un soggetto in generale e non per questo o quel soggetto particolare divengono
comprensibilissimi. Ed invero l’
unificazione delle qualità costituenti la cosa
non è un atto compiuto in un sito al di fuori del soggetto, ma ha la sua radice nell'unità della
coscienza. Non esistono delle qualità
per sè prese che poi in un bel momento si
uniscano tra loro per formare la « cosa », ma esistono degli elementi astratti (che dal punto di vista
obbiettivo sono funzioni), i quali si
concretizzano, completandosi a vicenda,
per opera della soggettività in genere. La « cosa », la sostanza insomma è ciò che è per la coscienza
in genere. La « cosa » la sostanza
adunque è una funzione del sog- getto.
Ricordiamo che una funzione è sempre una ancor-
chè gli atti di cui essa si compone siano molteplici. La cosa o la sostanza non è la semplice unità
delle sue qua- lità, ma è questa unità
più il soggetto : nè è a dire che la
sostanza sia identica ad una sola qualità (come parrebbe quando si dice, ad esempio, che « lo zucchero
è dolce ») o al rapporto esistente tra
le varie qualità : queste in tanto ap-
paiono costitutive della cosa, in tanto possono essere at- tribuite separatamente o complessivamente
alla cosa stessa in quanto sono presenti
ad una coscienza. Il rapporto d'ine-
renza in tal guisa cessa di essere qualcosa d’impenetrabile e di misterioso, riducendosi ad una funzione
della coscienza o della soggettività in
genere per cui le varie modifica- zioni
vengono ad essere riguardate come elementi di un unico processo. Parimenti la qualità e la relazione, come la
sostanza, non sono delle entità, ma
vivono, agiscono e si muovono nella e
SECONDO IL BRADLET 185 per la
coscienza in generale: tolta la quale, non s'intende sicuramente nè la qualità, nè la relazione,
nè la loro unione. La qualità non esiste
che come determinazione,
differenziazione della coscienza o soggettività in genere, e questa stessa mentre è attiva dà luogo a
relazioni di vario ordine. Qualità e
relazione adunque non sono due fatti
distaccati, o meglio, l'uno di essi non è qualcosa di aggiunto all’altro: la relazione presa per
sè, come la qua- lità presa per sè non
esistono, ma vengono per così dire,
generate ad uno stesso tempo dalla coscienza, la quale nel- l'atto che dà luogo alla qualità dà luogo
anche alla re- lazione, per modo che
qualità e relazione da una parte si
appoggiano a vicenda e dall'altra hanno entrambe il loro fondamento ultimo nell'unità e attività
della sogget- tività; tanto è vero che
ciò che da un punto di vista figura come
qualità, può presentarsi da un altro punto di vista come relazione e viceversa Se si fissa
l’attenzione sul- l'atto o processo con
cui la coscienza genera e costì- tuisce
la qualità si ha la relazione: se invece l'attenzione è fissata sulla modificazione generata nella
coscienza dal- l'atto si ha la qualità.
La relazione pertanto non è un
addiettivo della qualità come questa non è un prodotto della relazione, ma sono due lati di uno stesso
processo fondamen- tale compiuto dalla
soggettività in generale. E si comprende
‘agevolmente come la relazione distaccata dalla -sua matrice — che è la coscienza in generale — presa
quindi per sè, presupponga i termini o
le qualità e viceversa queste con-
siderate per sè traggano seco l’altro lato del processo, implichino cioè la relazione: esprimendo la
qualità e la relazione due punti di
vista differenti di uno stesso fatto,
186 IL PROBLEMA FILOSOFICO
l'uno implica l’altro: ciascuno è vicendevolmente risultato e condizione, secondochè si muove per primo
dall'atto della coscienza (relazione)
con cui si produce una modificazione di
essa (qualità), ovvero da questa modificazione. I concetti di sostanza, di qualità e di
relazione adunque in tanto implicano un
cumulo di contradizioni in quanto
vengono considerati separatamente dal fattore della coscien- za, della soggettività in generale in cui
hanno la loro radice e ragione di
essere. Una qualità che non si riferisce ad un
soggetto è nulla come una relazione che non esprime un’ azione di un soggetto è parimenti nulla.
La scienza fa uso dei concetti di sostanza,
di qualità, di relazione senza andare in
traccia di ciò che siffatti concetti implicano:
la filosofia per contrario trova che essi si riferiscono alla coscienza in generale con le sue note di
unità, di attività e di modificabilità.
La sostanza, la qualità, la relazione sono
elementi costitutivi della realtà non nel senso che esistano per sè, ma nel senso che sono una produzione,
anzi, meglio diremo, sono elementi
costitutivi della coscienza o della sog-
gettività in generale che è quanto di più reale possa esistere. E la sostanza, la qualità e la relazione in
tanto s’implicano a vicenda in quanto
come funzioni integrantisi a vicenda
formano la struttura organica della coscienza. La sostanza non è identica ad un complesso
di qualità o di rapporti tra qualità
come la relazione non è un prodotto della
qualità, come la qualità non risulta dalla relazione, e come infine la relazione non è un attributo della
qualità e vice- versa, ma sono tre
differenti funzioni della coscienza, tre
vie che la coscienza tiene nell'adempimento del suo ufficio che è quello di costruire l’esperienza intesa
in senso largo. SECONDO IL BRADLEY
187 Per il Bradley giudicare equivale
semplicemente ad identificare —
stabilire un'identità formale ed astratta —
tra i termini del giudizio, facendo astrazione dal fattore della coscienza necessariamente supposto
dall'atto giudi- cativo. Ora il giudizio
non è la pura identità di due ter- iini,
ma è l'identità più l’azione del soggetto che rende possibile e in cui si compie il riferimento
espresso nel giudizio. Sicuramente l’un
termine del giudizio non è identico sic
et simpliciter all'altro, ma è identico a questo più il fattore del soggetto. Si è veduto come la difficoltà d’intenlere
la natura propria delle qualità «e delle
relazioni derivi dal conside- rarle come
dati invece che come funzioni della coscienza
o del soggetto in genere, ond’ è che esse non figurano come attributi della realtà, ma bensì come atti
della coscienza : qualità e relazioni
avendo la loro ragione di essere nella e
per la coscienza è chiaro che non sì tosto esse vengono distaccate da tale fonlo appaiono concetti
contradittori. Del resto lu realtà presa
nel suo insieme non è veramente tale che
per una coscienza : tolta questa, la realtà stessa scompare. Una realtà posta al di fuori di
qualsiasi forma di coscienza per noì è
inconcepibile n almeno è come se
LI non esistesse, è nulla. Ora
la realtà riferita ad una co- scienza è
costituita di vari ordini di qualità e di relazioni, che rappresentano per così dire i materiali
.con cui il soggetto fa o costituisce la
realtà. Lungi dal poter essere le stesse
considerate come apparenze costituiscono la realtà vera.
Ciò posto, ognuno vede che le contradizioni riscon- trate dal Bradley nello spazio, nel tempo,
nel movimen- 188 IL PROBLEMA
FILOSOFICO to (1), nel cangiamento,
nell'attività, nella causazione che in
fin dei conti rappresentano delle differenti combinazioni di qualità e di relazioni, scompaiono appenachè
esse non ven- gono più considerate come
dati, ma funzioni della coscienza in
generale. Le contradizioni esposte dal Bradley poggiano per la più parte sulla difficoltà o
impossibilità di intendere il continuo,
il quale sotto differenti forme si presenta nello. spazio, nel tempo, nel movimento, nel
cangiamento, nella causazione ecc. Ora
il con/înuo effettivamente non è conce-
pibile che armettendo una coscienza o soggettività che in certo qual modo sia come la forma permanente
della Realtà, rispetto alla quale cioè
la realtà venga costituita e uni-
‘ficata. Il continuo dello spazio, del tempo, del movimento, del cangiamento, è come a dire, il riflesso
della continuità, della permanenza, e
della identità dell'attività della co-
scienza, e, si badi, della continuità della coscienza in gene- rale e non di quella individuale. A tal proposito giova ricordare che la
conoscenza, la co- struzione della
realtà e l’esperienza in genere in tanto sono
possibili in quanto la funzione o l’attività della coscienza individuale s' identifica con la funzione
della coscienza in genere. Ma si può
domandare: Che concetto dobbiamo e
possiamo formarci di tale coscienza in generale ? 0 meglio,. che esperienza ne abbiamo noi? Siffatta
coscienza in gene- rale è quell'elemento
subbiettivo che viene sottinteso in ogni
esperienza e quindi in ogni realtà. L'esperienza di- venga obbiettiva finchè si. vuole, si attenui
fin che si (1) A proposito del
movimento rimandiamo il lettore a ciò che ne
dicemmo sulle tracce del Masci nel I° volume di questi Saggi. SECONDO IL BRADLEY 159 vuole il fattore subbiettivo, non si
riuscirà mai ad annul- lare, come già si
fece notare disopra, il riferimento ad
una coscienza qualsiasi: tolto il quale riferimento è an- nullata per ciò stesso l’esperienza e la
realtà. Noi in tanto possiamo parlare di
fatti obbiettivi in quanto ad una
determinata coscienza individuale sostituiamo una forma differente di coscienza senza riuscire mai a
far senza di una qualsiasi: così si
parla dei fatti di movimento come di
fatti essenzialmente obbiettivi: ora i detti fatti di mo- vimento non sono fenomeni riferentisi ad una
coscienza? L'uomo come essere pensante è
cosiffatto che non può in nessuna
maniera, semprechè non voglia annullare sè stesso, fare astrazione da una qualsiasi forma di
coscienza. Ed è in ciò posta appunto la
realtà dell’ io non già nel vario
contenuto della coscienza individuale, il quale è qualcosa di mutevole e di accidentale. Il Bradley per mostrare come anche l'io sia
apparenza e non realtà passò in rassegna
i vari significati in cui l’ io può
essere preso per dedurne che nessuno di tali signifi- cati è scevro di contradizioni; nessuno ci dà
la realtà: ma egli non accenna al
significato dell’ io quale condizione
prima di ogni esperienza e quindi di ogni realtà : ora è appunto in tal senso che l'io è ciò che vi ha
di veramente reale. Non è l'io empirico,
l’io individuale per sè preso che ci dà
il reale, ma è quell’elemento dell’ io individuale per cui questo identificandosi coll’io, e la
coscienza in genere si presenta come
elemento costitutivo e quindi come
condizione di ogni realtà ed esperienza.
Aggiungiamo infine che una volta che lo spazio, il tempo, il movimento, il cangiamento ecc. non vengono
presentati 190 IL PROBLEMA
FILOSOFICO come dati, ma come funzioni
della coscienza in generale è chiaro che
nelle loro parti costitutive appaiono come
qualità o come relazioni a seconda che varia il punto di vista da cui vengono considerate: appaiono
relazioni guar- date dal punto di vista
dell'atto costruttivo, mentrechè
appalono qualità dal punto di vista delle modificazioni nel- l'atto stesso prodottesi sempre nella
coscienza in generale. L'analisi del
Bradley mena adunque a questo risultato,
che i concetti fondamentali delle scienze particolari, invol- gendo contradizioni, non possono essere
elementi costitutivi della realtà, ond’è
che essi vanno considerati quali mere
apparenze. Come si vede, il criterio per distinguere la realtà dall’apparenza è il principio di
contradizione. Regola generale: ciò che
si contradice non è reale, o, ciò che val
lo stesso, la realtà ultima non può essere contradittoria. Tale criterio è assoluto e supremo, perchè
tutti gli altri ne dipendono e perchè
anche negandolo o dubitandone, se ne
ammette tacitamente la validità. Il
principio di contradizione però non va considerato come un criterio puramente formale in quanto
chi pone l’ inconsistenza tra gl’
indizii della non realtà viene ad af-
fermare la consistenza (1) quale segno del reale : se ciò che (1) Stimiamo opportuno riprodu-re,
italianizzandole, le parole in- glesi
consistency e inconsistency per donotare l’ identità e la contra- dizione, in quanto esse esprimono bene i
concetti della presenza 0 della
mancanza dell’appoggio reciproco delle varie parti di un tutto, SECONDO IL BRADLEY 194 si rivela inconsistente e contraditturio
non è reale, la Realtà dev'essere per
forza consistente (pag. 139). Ma, si può
qui domandare, se i concetti fondamentali di cui si fa uso nell’esperienza racchiudono contradizioni
e se ciò che è contradittorio non è
reale, tuttociò che ci circonda e noi
stessi siamo come a dire al di fuori di ogni realtà, siamo non enti? No, risponde il Bradley, noì e tutto
il resto siamo, e come tali siamo
apparenze, vale a dire che abbiamo un
certo grado di realtà. Il carattere fondamentale del reale è dato da ciò, che esso possiede ogni
specie di appa- renza, ma in forma
armonica. Sicchè la Realtà è una nel
senso che esclude qualsiasi contradizione e comprende tutte le svariate apparenze fino a tanto che non si
contradicono. Per conseguenza il Reale
non può essere che individuale e tale da
abbracciare tutte le «differenze in un’ armonia secondo che questo è o no reale. La «
consistency » significa in modo chiaro
il fatto che ciascun elemento esige la presenza degli altri per modo che è reale quel termine che si
connette, che è in relazione con tutto
il resto. Qui si può porre la questione: Ma i principii d'identità e di contradizione per sè considerati
implicano la connessione reci- proca
delle varie parti di un tutto? Dal fatto che due termini non sono in contradizione è possibile dedurre che
sono in relazione reci- proca e che sì
appoggiano a vicenda? L'assenza di contradizione può essere indizio di una connessione, di una
relazione, ma perchè questa sia ammessa
effettivamente, si richiede qualcos’ altro ; sì richiede una determinazicne positiva, la quale non ci può
essere fornita che dalla esperienza.
Ritorneremo su questo punto quando parleremo del rapporto esistente tra realtà e possibilità, tra
l’esistenza e l’intelligibilità. Quì
vogliamo solo notare che non va confusa la funzione dei principii supremi della ragione (identità ecc.) quali
criteri per giudicare della realta e
della verita col loro ufficio quali postulati, esigenze, norme della conoscenza. 192 IL PROBLEMA FILOSOFICO comprensiva d'ordine superiore. È a questo
Uno-Tutto, a questo Sistema, a questa
Unità che supera le differenze, che vien
dato il nome di Assoluto. Prima di
determinare la natura e i caratteri positivi e
le manifestazioni dell’Assoluto è bene soffermarci un mo- mento per indagare da quali ragioni sia stato
indotto il Bradley ad ammetterne
l’esistenza : ricerca della più alta
importanza codesta in quanto per tale via noi penetreremo nel cuore della filosofia del nostro autore.
Tuttociò che in qualche maniera
racchiude contradizione non è reale, è
apparenza che può divenire reale solo allontanando da sè l'elemento contradittorio, vale a dire
cessando di essere determinatu in un
dato modo e trasformandosi in qual-
cos'altro : onde consegue che la realtà dev'essere carat- terizzata dall'assenza di contradizioni,
dalla consistenza con sè stessa, il che
può avvenire solo nel caso che essa sia
unità individua e sistematica. Tuttociò però non im- plica che la Realtà effettivamente esista, ma
soltanto che, se esiste, non può
esistere che in tale maniera, sotto
questa condizione, che sia una e consistente: condizione che determina la possibilità, non l'attualità.
Ciò che è possibile è forse reale? Una
possibilità asserita, risponde l’ Autore
(pag. 513, 514), ha sempre un significato e finchè non sia contradetta o non appaia contradittoria,
qualifica il Reale, presentandosi sempre
accompagnata con qualche idea at- tuale:
quando voi non avete che un'idea e di essa non
potete razionalmente dubitare, siete nell’obbligo di affer- marla, giacchè, è bene tenerlo a mente,
qualsiasi cosa serve a qualificare il
Reale e finchè una idea non appare incon-
sistente seco stessa isolatamente considerata, o presa colle SECONDO IL BRADLEY 198 altre cose, è da riguardare vera e reale. A
ciò sì aggiunga che la possibilità è
sempre relativa e implica sempre un
inizio di attualità, giacchè la possibilità assoluta o incon- dizionale equivale all’inconcepibilità o
impossibilità. Essa è data appunto da
ciò che contradice alla conoscenza po-
sitiva piuttosto che da ciò che appare insufficientemente connesso con la Realtà. Come si vede, occorre determinare bene il
rapporto esistente tra pensiero e
realtà, e insieme fissar bene il con-
cetto che bisogna formarsi della realtà e verità in genere. Ora al Bradley sembra assolutamente
inconcepibile un pen- siero, per così
dire, sospeso in aria, che non sia connesso
con una qualsiasi forma del Reale, con uno de suoi aspetti o con una delle sue sfere. Per quanto ciò possa
sembrare un paradosso (pag. 366 e
segg.), è inammissibile che la realtà
sia circoscritta a ciò che esiste nello spazio e nel tempo: questa non è che una delle tante forme, delle
tante manife- stazioni od apparenze
della realtà; tanto è vero che ciò che è
reale da un dato punto di vista, non lo è da un punto di vista differente. Vi sono tanti mondi, tante realtà
quante possono essere le prospettive da
cui può essere guardato il tutto, 0°
meglio, ciascuno dei suoi frammenti. Così vi è il mondo del- l’arte, come vi è il mondo della religione,
della moralità e via di seguito, e tutti
questi mondi sono differenti tra loro per
modo che ciò che è vero e reale in uno di essi non lo è del pari in un altro ed ogni idea appartenente a
questi singoli mondi qualifica in
qualche modo il Reale preso nel suo insie-
me. Il fatto immaginario qualifica la Realtà alla propria ma- niera. Ciascun elemento occupa un posto nel
sistema totale. L'importante è
determinare il vero posto che gli compete,
13 194 IL PROBLEMA
FILOSOFICO L'oggetto del nostro
desiderio certo non esiste attual-
mente, ma è sempre però riferito alla realtà ed è anzi tale riferimento che rende l’impedimento al
soddisfacimento del desiderio incresciosissimo:
ciò che io desidero non esiste per me
attualmente, ma io sento vagamente che è in qual- che parte, in una regione, per dir così,
lontana, per il che il suo non attuarsi
in un dato momento produge una tensione
oltremodo spiacevole. Va notato però che se quilsiasi idea può essere riferita alla realtà, d'altra
parte perchè ciò avvenga, è necessario
che la stessa idea sia più o meno
alterata (1), della necessità, del grado delle quali operazioni noi siamo d’ ordinario completamente all’
oscuro. In conseguenza di ciò il
Bradley fu tratto a discutere della
validità della celebre prova ontologica. Se s’identifica la realtà coll’esistenza spaziale e temporale
è evidente che dal fatto che una cosa si
presenta, per così dire, solo « nella
nostra testa » non consegue che essa esista realmente; ma lo stesso non si può dire quando si
ammette che qual- siasi idea qualifica
in qualche modo la realtà; in questo
(1) Op. cit. pag. 369. — Every idea can be made the true adjective
of reality, but on the other hand (as we
have seen) every idea must be , altered.
More or less they
all require a supplementation and rear-
rangement. But of this necessity and of the amount of it we may be totally unaware. We commonly use ideas with
no clear notion as to how far they are
conditional, and are incapable of being predicated down right of reality. To the suppositions
implied in our statements we usually are
blind: or the precise extent of them is, at all events, not distinctly realised...... To think is
always in effect to judge: and all
judgements we have found to be more or less true, and in diffe- rent degrees to depart from, and to realise,
the standard (Aarmo- niousness
selfconsistency, inclusivness and harmony).
SECONDO IL BRADLEY 195 caso anche ciò che si presenta soltanto
nella « mia testa » deve avere qualche
punto di contatto col Reale. Giova
ricordare a tal proposito che una pura idea separata da tutto il mondo reale è un’ astrazione, anzi
vi ha dippiù: un'idea non riferita in
qualche modo alla Realtà è una
contradizione. Si tratta di vedere adunque in che maniera l’idea dell’assoluto possa esser riferita
alla realtà. Perchè un° idea qualsiasi
figuri come qualificazione della Realtà
occorre che essa sia armonica, completa, organicamente connessa col sistema totale, per il che deve
essere priva di qualsiasi elemento
contradittorio. Ora l’idea dell’ asso-
luto che è l’idea dell’ unità, della totalità, della coerenza del sistema, da una parte è inerente alla
natura propria del pensiero, tanto che
si può dire che ne costituisca l’es-
senza e dall’ altra è contradittoria solo nel caso che essa si consideri come non avente niente a che
fare con la realtà ; invero aver l’idea
dell’ unità, del sistema assoluto e non
riferirla alla Realtà quando si è detto che il grado di realtà si misura dal grado di armonia, di
comprensività ecc. è assolutamente
contradittorio. Se chi dice pensiero
dice sistematizzazione, e se d'altro canto il pensiero quale elemento integrante la realtà, è tanto più
vero e reale quanto più è sistematico,
armonico, completo, non si può non
affermare che il pensiero o l’idea del sistema totale (Assoluto) è il più reale di tutti. In questo
caso l’idea è cosiffatta che essa è spinta,
per così dire, a completarsi nella
esistenza : in caso contrario si rivela contradittoria. L'idea dell’ assoluto, dell’ unità ecc. non è
un prodotto accidentale, arbitrario
dello spirito subbiettivo, ma è qual.
cosa di essenziale allo spirito come spirito, per il che sem- 196 IL PROBLEMA FILOSOFICO pre che non si voglia annullare il pensiero
(e quindi in ultima analisi la realtà
stessa), non si può non renderla consistente.
In sostanza negare l’esistenza all'idea dello
assoluto equivale a dire che il criterio per giudicare del grafo di verità e realtà — che è quello
appunto dell'armonia e della coerenza —
non è reale; o, in altre parole, negare
la realtà dell’ assoluto equivale a dire che
il pensiero non è reale, che esso brancola nel vuoto addi- rittura, non riferendosi e non completandosi
nella realtà. Pensiero e realtà essendo
parti di un tutto, si completano a
vicenda per modo che partendo da un lata si è costretti a muoversi per forza verso il lato
complementare, Da tal punta di vista la
prova ontologica va considerata come
l'inverso di quella cosmologica. Una volta che il Reale è per natura qualificato dal pensiero esso
deve per qualche via possedere ciò che
implica l'essenza propria del pensiero.
Il principio della prova ontologica allora si rivela erroneo quando si crede di poter con esso dimostrare
che a qualsiasi idea formantesi nello
spirito individuale debba corrispon-
dere senz’ altro un contenuto reale obbiettivo; nulla di più falso e inesatto; qualsiasi idea caratterizza
la realtà a patto che essa venga
profondamente mo lificata cou partico-
lari processi (addition, qualification, rearrangement, supplementa- tion ecc.). L'idea dell’Assoluto che
isolatamente considerata è
inconsistente, è tratta a completarsi per mezzo dell’ esi- stenza L'esistenza non è la realtà, conchiude
il Bradley, comunque la realtà deve
esistere ; l’esistenza è una delle forme
di apparenza del reale. Raccogliendo le
fila, noi possiamo dire che per il Bradley
l'Assoluto in tanto è ammissibile in quanto è riconosciuto SECONDO IL BRADLEY 197 come possibile (giacchè la possibilità
implica inizio di attua- lità) e insieme
come pensabile. Ciò che è conforme alla
natura propria del pensiero (armonia, comprensività) è sempre in qualche modo reale. Sicchè il
criterio della realtà è in ultima
analisi posto nel pensiero. Nulla è asso-
lutamente erroneo o falso, ma si distinguono numerosi gradi di realtà e verità in rapporto alla maggiore
o minore armonia e comprensività del
contenuto ubbiettivo. Come si vede, la
questione ora si riduce alla ricerca del rapporto esistente tra pensiero e realtà. Ogni pensiero, anzi
ogni fatto psichico (imaginazione,
desiderio ecc.) caratterizza in qualche modo la
realtà vera e propria? Stando al Bradley stesso, il pensiero ha la sua radice nella disgiunzione del what
o contenuto intel» ligibile (predicato)
dal that o esistenza, reale immediatezza
sensoriale (soggetto), epperò nasce da un disperdimento del- l’unità reale concreta, per raggiungere la
quale il pensiero deve annullare sè
stesso; dal che consegue che ogni predicato
o contenu‘o intelligibile, ogni idealità, ogni « what » implica sempre una realtà, un « that » da cui è stato
distaccato; e l'errore, la falsità sta
solo in questo, nel congiungere un what
ed un that che non si corrispondono. Nel Tutto, nel- l'Assoluto ogni what trovando il suo that
cessa ogni possi- bilità di errare e
tutto appare giustificato perfettamente.
Non vi è caso duuque che un pensiero per quanto strano si riveli considerato da un dato punto di
vista o in rap- porto ad una data
regione del Reale, non abbia un punto di
contatto colla realtà una volta che, dopo opportune modificazioni e trasformazioni, è introdotto
nel regno del- l’ Assoluto. Solo ciò che
è contradittorio è falso, tutto il resto
è in qualche modo e in qualche grado reale.
198 IL PROBLEMA FILOSOFICO I
cardini della concezione bradleyana in ordine alla na- tura della realtà sono: 1° qualsiasi idea
qualifica il reale; 2° l’idea dell’assoluto
quale sistema armonico, quale indivi -
dualità è cosiffatta che deve completarsi nell'esistenza. Ora tali affermazioni sono state rese
inoppugnabili dall'autore ? Qualsiasi
idea e quindi qualsiasi giudizio noi facciamo,
nota l’autore, deve avere un punto di riferimento nella realtà: e ciò perchè un pensiero che non
serva a carat- terizzare in qualche modo
il reale è una contradizione; il
pensiero in tanto è pensiero in quanto si rapporta alla realtà: dal che però non bisogna trarre la
conseguenza che ogni singola idea si
riferisca ad un corrispondente obbietto;
l'idea bisogna che sia prima sottoposta a processi d'ordine speciale atti a trasformarla in modo
da essere essa armonica col sistema
totale. Si può dire pertanto che ogni
idea contenga una parte di verità e di realtà, parte di verità e di realtà che sarà tanto maggiore
quanto minore sarà la trasformazione a
cui dovrà essere sottoposta | perchè
armonizzi coll’insieme. Sorge spontanea pertanto qui la domanda: Quali sono e in che propriamente
consistono ì processi atti a dare un
contenuto obbiettivo a qualsiasi
pensiero? Il Bradley si contenta di enumerarli, denominan- doli; sono processi di rearrangement, di
addition, di supplemen- tation ecc.: il
che certamente non equivale a risolvere la que-
stione concernente l’obbiettività del pensiero. Ammesso che l’obbiettività non si possa ridurre
all'esperienza ordinaria e immediata
sorge la necessità di determinare entro quali
limiti e fino a che punto possa essere ascritta l’obbiettività ad un qualsiasi contenuto psichico o ideale e
tale necessità non è davvero tolta via
dalla formola del Bradley. Kant SECONDO
IL BRADLEY 199 ». In tal guisa si
idealizza « l’esperienza » in modo da
congiungere in una sola realtà il presente e il
passato e da assegnare, per così esprimerci, alla detta esperienza un posto nell'ordine temporale
fisso. Una volta che l’anima non è
oggetto di esperienza, nè un dato (es-
sendo costruita e consistendo nella trascendenza di ciò che è attuale e presente), ed una volta che
il suo conte- nuto non è uno col suo
essere, è evidente che non può venire
considerata come qualcosa di reale, ma come una
specie di astrazione e quindi come una forma dì apparenza. In altri termini la posizione del Bradley
rispetto all'a- nima è la seguente. Egli
muove dal principio che la Realtà vera e
quindi l'Assoluto è controdistinto da questo che in esso e solo in esso l'ideale coincide
coll’esistente, l’in- telligibile col
dato. Il mondo invece si presenta come il
risultato della formazione di centri finiti di sentimento, per mezzo dei quali è resa possibile la scissione
e la contrap- posizione dell’ elemento
intelligibile alla corrispondente
esistenza, nel che propriamente consiste ogni apparenza. Idea e fatto non possono formare una cosa
sola finchè non scompare ogni finitezza
; chi dice finitezza infatti, dice di-
pendenza e chi dice dipendenza dice possibilità che una data coscienza venga turbata da qualcosa
d'estraneo, vale a dire possibilità che
ad una esistenza si congiunga un
contenuto diverso da essa. Finchè si rimane quindi nel dominio del relativo e del finito il processo
di idealizza- zione non può che crescere
e svolgersi. Esso però si com- pleta con
delle costruzioni, le quali lungi dall’essere qual- 212 IL PROBLEMA FILOSOFICO cosa di reale, figurano come le maniere di
disporre o di aggruppare i fatti
psichici o gli elementi ideali in cui pro-
priamente consiste la vita psichica. Non esiste adunque l'anima o lo spirito, ma bensì fatti, anzi,
meglio, fenomeni psichici i quali hanno
la loro radice nel processo di idea-
lizzazione, di distacco dell’idea dal fatto, al che si riduce tutto l'accadere nel tempo. I «detti fatti
psichici non sono la realtà, ma la sua
apparenza. Agli occhi del Bradley non è
a parlare di una vita dell'anima, e ciò che ordinaria- mente si battezza per tale è la legge di
distinzione e di ag- gruppamento, sotto
il cui dominio stanno gli elementi ideali.
La vita del Tutto si svolge attraverso le apparenze, vale a dire attraverso la disgiunzione dell'idea
dal fatto operata da quei centri finiti
di esperienza psichica, i quali appunto
in forza della loro «finitezza » sono spinti a trascendere la loro esistenza attuale, appropriandosi un
contenuto estraneo. Ora tale operazione
non può durare indefinita- mente,
giacchè in tal caso sarebbe sfornita di ogni valore e mancherebbe di un punto di appoggio per la
serie intera: pertanto cosa succede? che
lo svolgimento della serie dei contenuti
intelligibili viene arrestato ad un certo punto e con essi viene costruito un qualcosa che è
designato come la causa da cui proviene
tutta la serie. È evidente che tale
costruzione è puramente ileale, tanto è ciò vero che le proprietà di continuità ed identità ad
essa assegnate non soi0 che puramente
prodotti del pensiero riflesso, idee
quindi e non fatti. Delle due l'una; o l’anima va considerata come un fatto ed allora deve avere un posto
nella serie del tempo, deve essere un
obbietto tra gli altri obbietti e poichè
(sempre secondo il Bradley) il tempo e le cose in esso svol- SECONDI IL BRADLEY 213 gentisì non sono che apparenze, anche l’anima
è un feno- meno; ovvero l’anima è posta
fuori della serie temporale ed allora si
rivela sfornita di qualsiasi contenuto e quindi
si riduce al nulla, Per formarsi poi un concetto per quanto è possibile chiaro della detta costruzione
ideale forse è bene rappresentare la
cosa con un esempio: si pensi un po’ a
ciò che avviene nei sogni: il punto di partenza, poniamo, è un sentimento con tono piacevole o
dispiacevole prepon- derante (a cui fa
riscontro nella questione presente il
sentimento fondamentale): è intorno a questo nucleo pri- mìtivo che la fantasia dispone una quantità
di rappresen- tazioni che finiscono col
costituire una cosa o un evento atto a
dar ragione appunto del sentimento primitivo.
Il processo con cui viene costruito il corpo non differisce sostanzialmente da quello che ci dà l’anima:
la differenza sta tutta qui, che nel
primo caso la costruzione ideale è fatta
con elementi più astratti, nei quali si prescinde da qualsiasi interiorità e che sono posti l’uno
fuori dell'altro. Non bisogna
dimenticare che la connessione, la sintesi dei
fatti psichici in tanto è possibile in quanto è riconosciuta la loro identità interiore: essi cioè possono
essere collegati in modo da formare un
insieme, perchè sono identici, mentre la
congiunzione di ciò che è corporeo e materiale è resa possibile dall'intervento di un universale
estrinseco che sono le leggi naturali,
le quali però sì applicano ai casi identici e
simili. Anche qui adunque interviene il principio di identità, pur avendo un valore subordinato a quello
delle leggi. E di qui l'impossibilità di
penetrare l'essenza della natura. Anima
e corpo sono entrambi fenomeni, entrambi modì
di apparire della Realtà, colla differenza che la prima 214 IL PROBLEMA FILOSOFICO presenta un grado maggiore di verità che
non l’altro. En- trambi sono (ci si
passi l’espressione) eiezioni del foco
centrale del Reale; ma la prima è più significativa, perchè più vicina al Reale stesso. Al Bradley non poteva sfuggire l’obbiezione
che si può fare al suo modo di concepire
l’anima e il corpo: la prima, infatti, è
considerata come il risultato di una costruzione ideale; ma questa non presuppone alla sua volta
l’anima? Allo stesso modo il corpo è
considerato come un prodotto della natura,
ma questa viceversa non può avere consistenza senza la cooperazione del corpo. Ora il nostro
filosofo risponde che siffatti circoli
viziosi che si presentano ad ogni pie’ sospinto
alla mente del pensatore, sono appunto la miglior prova che siamo nel dominio delle apparenze e non
della realtà. Dicemmo disopra che la
vita del Reale si svolge attra- verso le
apparenze, le quali hanno in fondo la loro radice nell'esistenza di molteplici centri finiti di
esperienza psi- chica: ora nulla di più
legittimo che domandare il come e il
perchè dell'apparenza in genere. A tali quesiti il Bradley confessa di non saper rispondere. E
allora si pos- sono fare altre domande:
41° se la Realtà è un sistema
individuale comprendente tutto in sè, che concetto dob- biamo - formarci del questo (this) e del mio
(mine)? 2° Da che cosa siamo autorizzati
a trascendere il proprio io, il proprio
centro di sentimento e ammettere quindi una realtà universale in cui il mio sia contenuto?
| 1° Il questo qui e il mio esprimono
il carattere immediato del sentimento
che sî sente e non di quello che si può
studiare idealizzandolo, separandolo, cioè, dalla sua esistenza attuale, e insieme esprimono il modo di
presentarsi della SECONDO IL BRADLEY
215 immediatezza in un centro finito.
Ammesso che nella realtà significato ed
esistenza coincidono, il questo, possedendo
lo stesso carattere, va considerato come un centro di realtà immediata. Senonchè qui va notato che
l'immediatezza della Realtà totale non
va identificata con quella del questo,
giacchè nel primo caso l'immediatezza comprende in sè ed è superiore alla mediazione, in quanto
sviluppa ed unifica le distinzioni e le
relazioni già formate, mentrechè nel
«questo » l'immediatezza nasce dacchè le distinzioni non sì sono ancora prodotte. Nel sentimento
fondamentale i vari elementi sono
congiunti, e non connessi, onde il suo
contenuto si presenta instabile e tendente essenzial- mente alla scomposizione (disruption),
tendente quindi per propria natura a
trascendere l’esistenza attuale. Ogni
singolo centro però mostra una parte impenetrabile, un fondo individuale incomunicabile e
indecomponibile per cui passando dal
mondo ideale a quello del senso, si prova un
non so che di vivo e di fresco. Il che prova ancora una volta che la Realtà non è un puro sistema
intellettuale, un organismo di idee, ma
bensì una individualità concreta Non è a
credere che l’opposizione delle varie individualità, dei vari this e mine sia insuperabile,
giacchè niente vieta che vari sentimenti
possano fondersi in una cosa sola
nell’Assoluto. E se la Realtà ultima non può consistere solo in un aggregato di qualità (predicato),
d'altra parte è innegabile che Essa non
presenta alcun aspetto che non possa
essere in qualche modo distinto dal resto e
qualificato o idealizzato. 2°
Accanto al carattere di immediatezza si riscontra in ogni singolo centro di sentimento la tendenza
a trascendere 216 IL PROBLEMA
FILOSOFICO la propria esistenza, e ciò
perchè, essendo cesso finitu e
trovandosi in relazione con qualcosa di esterno, possiede contenuti che non sono consistenti col dato e
che pertanto si riferiscono, accennauo
ad altro. È la natura interiore del this
che lo spinge a sorpassare sè stesso, estendendosi verso ‘una totalità più elevata e
comprensiva. Il suo carat- tere di
esclusività poi implica il riferimento a qualcosa di estrinseco ed è una prova del necessario
assorbimento nell’Assoluto. E appenachè
cominciano a delinearsi delle
distinzioni nel sentimento è evidente che la sua assolutezza e immediatezza scompare (1). La caratteristica vera delle vedute del
Bradley si riscon- tra indubbiamente nel
valove da lui attribuito al Vero, al
Bello, al Buono. La Realtà suprema è l'Assoluto, il quale vive, opera e si muove nelle apparenze; queste che
costituiscono l'Universo vero e proprio,
hanno la loro origine nella separazione
dell'idea dal fatto: separazione che si può
seguire attraverso le varic sfere e province del Reale. Ed è a seconda che l'unione dell’elemento
intelligibile col dato, a seconda che l'assunzione
dell'apparenza al dominio della Realtà
richiede una trasformazione maggiore o mi-
nore, perchè possa dar luogo ad un sistema armonico e (1) Loc. cit. pag. 253. « I deny that the felt reality
is shut up and confined within my
feeling. For the latter may, by addition, be exten- ded beyond its own proper limits. It may
remain positively itself and yet be
absorbed in what is larger... The «mine» does not exclude inclusion in a fuller totality. » SECONDO
IL BRADLEY 217 comprensivo insieme,
che si è autorizzati a parlare di un
grado maggiore o minore di realtà contenuta nelle appa- renze. Son questi i canoni fondamentali della
concezione bradleyana: è da aspettarsi
che alla stregua di essi siano valutati
il Vero, il Bello e il Buono. Che cosa
è la verità? La verità è pura apparenza, risponde il nostro Autor:: essa implicando la
conoscenza, e questa la funzione giudicatrice,
e l’ultima alla sua volta necessaria-
mente la disgiunzione del what (predicato) dal that (soggetto), è chiaro che non può non essere apparenza:
tanto è ciò vero che raggiunta (col
riunire l'elemento intelligibile coll’esi-
stenza) la vera e propria realtà, raggiunta, per così dire, la vita del Reale, è più lecito parlare di
verità, ha più senso tale espressione?
L'inconsistenza essenziale della ve-
rità può essere stabilita così: fin tanto che vi è differenza tra il dato e il significato o contenuto
ideale, la verità non è realizzata in
medo chiaro e completo: e tosto- chè la
detta differenza scompare, la verità ha per ciò
stesso cessato di esistere. Ma qui si può osservare: Si è riletto innanzi a proposito della realtà
dell’Assoluto che a tale affermazione si
è per intima necessità condotti dalla
idea che noi abbiamo dell’Assoluto stesso, dalla conoscenza assoluta che in certo modo condiziona e rende
possi. bile ogni altra forma di
conoscenza e di verità finita —
quest'ultima sempre ipotetica e condiziona‘a rispetto a qualcosa di relativamente ignoto —, ora, come
è possì- bile accordare insieme
l'affermazione dell’esistenza della
conoscenza assoluta con l’altra che la verità e. quindi la conoscenza è apparenza, perchè essenzialmente
inconsi- stente e contradittoria? Il
Bradley risponde che quando 218 IL
PROBLEMA FILOSOFICO si parla di
conoscenza assoluta non bisogna correre col
pensiero ad una forma di conoscenza in cui si abbia la perfetta e completa compenetrazione del
reale, l’ identifi- cazione della verità
colla realtà, ma bensì ad una forma di
conoscenza vaga, indeterminata, potenziale o virtuale intorno al Tutto, che vale come incitamento
alla conoscenza particolareggiata. Nella
conoscenza del Reale preso nel suo
insieme permane la differenza tra il predicato (verità o conoscenza) e il soggetto (Realtà), per
modo che quello figura sempre come
condizionato da quel qualcosa di più,
che è nel soggetto e non nel predicato, Il tipo e l'essenza in altri termini non possono giammai
raggiungere ed esau- rire la realtà,
giacchè l'essenza realizzata è troppo per
essere semplice verità o conoscenza e l'essenza non rea- lizzata o astratta è troppo poco per essere
reale. Sicchò anche l’assoluta verità in
fin dei conti da un certo punto di vista
può essere considerata come erronea (pag. 544).
Va notato però qui che la verità assoluta intesa nel modo anzidetto non è intellettualmente
correggibile, giacchè essa può esser
corretta e svolta soltanto trascendendo l’intel- letto, nessuna alterazione di questo
potendoci dare la realtà ultima. Può
essere modificata solo tenendo conto di tutti gli altri aspetti dell'esperienza, con che la
natura propria della verità viene a
scomparire. La verità finita per contrario è
sempre modificabile intellettualmente, potendo sempre es- sere estesa, armonizzata e completata
mediante l’attività del pensiero; la verità
finita insomma si può presentare come
condizionata da un'altra verità d'ordine superiore. Anche il Bello va considerato a senso del
Bradley come apparenza, in quanto esso
racchiude del pari contradizione
SECONDO IL BRADLEY 219 e quindi
separazione od opposizione addirittura tra l’idea e l’esistenza, tra il « what » e il « that ».
Considerando il bello per sè
indipendentemente dalla relazione che esso
necessariamente implica con un soggetto che lo contempla” noi troviamo che esso racchiude contradizione
per questo, che mentre da una parte
esige la piena concordanza e
l'unificazione del contenuto col dato, dall’altra parte ciò riesce impossibile, trattandosi di un oggetto
finito in cui i due aspetti del criterio
della realtà — l’armonia e l’esten-
sione o la comprensività — sempre divergono almeno par- zialmente. Invero nel bello o l’espressione è
imperfetta e inadequata, ovvero il
contenuto espresso è troppo ristretto,
troppo meschino; in entrambi i casi vi è differenza di ar- monizzazione o di comprensività, vi è
discrepanza interiore e quindi un grado
minore di realtà. Il contenuto del bello
— che già in quanto determinato da ciò che è al di fuori, non ha la sua ragione di essere in sè — da un
canto tende a trascendere la sua
estrinsicazione attuale e dall’altro in
questa stessa nel maggior numero «dei casi non può non rivelarsi di molto inferiore alla Realtà.
| Ma il bello non può essere
considerato indipendentemente dal
soggetto che lo contempla, onde si può dire che è determinato da una qualità subbiettiva e
quindi estrinseca ad esso. Dovendo
essere rappresentata e dovendo insieme produr-
re un sentimento nel subbietto, la bellezza viene al essere caratterizzata internamente da ciò che è
posto al di fuori. Ciò posto, come non
parlare di apparenza quando la vita del
bello implica una relazione estrinseca ? Vero è che la rela- zione può sparire col parziale o totale
assorbimento dell’io senziente e
percipiente, ma per codesta via la bellezza
come tale viene a svanire. 220
IL PROBLEMA FILOSOFICO Passiamo al
Buono — È anche questo un'apparenza? Il
Bradley non esita a rispondere di sì; anch'esso, infatti, come la verità, implica disgiunzione e quindi
sforzo per uni- ficare l’esistenza con
l’idea ; con questa differenza che nella
verità noi partiamo dall’esistenza per completarla ideal- mente, rendendola intelligibite, mentrechè
nel buono noi cominciamo dall'avere
un'idea di ciò che è bene e dipoi ci
sforziamo di attuarla o di trovarle attuata nell'esistenza. Pertanto il buono come il vero implicano
separazione del « what » dal « that » e
un processo nel tempo. Le contradizioni
presentate dal buono in genere e dalla
moralità in ispecie sono numerose. Tra le altre meritano di essere ricordate le seguenti: 1° l'essenza
del buono è riposta nella disgiunzione
dell'idea dal fatto, disgiunzione che
nel corso del tempo non scompare che per riapparire di nuovo; ed anzi giova notare che
scomparendo essa definitivamente, non si
avrebbe più il buono nel vero senso
della parola. — 2° Da una parte il buono appare atto a qualificare ciò che non è sè stesso, in
quanto la bellezza, la verità, il
piacere, le sensazioni possono tutte essere
considerate come cose buone, ma dall'altra parte il buono non è tale da esaurire la natura della
totalità delle cose, ciascuna delle.
quali contiene qualcosa di proprio ; onde
consegue che il buono non è nel Tutto e che il Tutto come tale non è buono. — 3° Inteso il buono come
la realizza- zione della perfezione, e
riposta quest’ultima nell’attuazione
dell'armonia e insieme della comprensività di un sistema, sì presenta la questione se tra
perfezionamento dell’indi- viduo o
affermazione dell'io e perfezionamento della Collet- tività o sacrificio dell'individuo — che
rappresenta solo una SECONDO IL
BRADLEY | 221 parte del Tutto — non vi
sia mai contradizione, nel qual caso è
necessario determinare se il buono sia riposto nell’affer- mazione dell'individuo o nel suo sacrificio.
— 4° Tanto i fini puramente egoistici
quanto quelli altruistici suno inconse-
guibili ; giacchè l'individuo per sè non può divenire centro di un sistema armonico e l’attuazione
dell'ideale sociale non può avvenire in
modo completo fin tanto che persiste
l'affermazione del proprio io; e nel caso che l'individuo venga assorbito nel Tutto, non è lecito più
parlare di Buono. | La moralità stessa considerata come
l’identificazione del volere individuale
coll’idea formatasi dall’individuo della
propria pertezione implica contradizione; il volere indivi- duale infatti è sempre determinato da
qualcosa di estrinseco, è spesso
relativo a contingenze naturali e dipendenti da fatti che non sono sotto il dominio dell'attività
conoscitiva indi- viduale; dal che
cousegue che la moralità stessa è spinta a
trascendere sè stessa in qualcos'altro che non è più moralità; questo qualcos'altro è la religione, per la
quale tutto è espressione di una volontà
suprema e per la quale quindi tutte le
cose sono buone. Se non che dal punto
di vista religioso l’io finito deve
perfezionarsi, deve cioè conformare il volere individuale al Bene supremo; in caso contrario il male
permane ed è qui riposta la
contradizione della religione, ord’essa si rivela anche apparenza e non realtà. Il punto
centrale della reli- gione infatti, è la
fede non meramente teoretica, ma pratica;
per il che essa da una parte implica il credere puro e semplice e dall'altra l’operare come se non si
credesse. La sua massima è: Esser certi
della vittoria finale del Bene e nondimeno
229 IL PROBLEMA FILOSOFICO
operare come se tale certezza non esistesse. Tale discre- panza interiore pervade tutto il campo della
religione. Giacchè la religione è anche
apparenza si può sperare salvezza nella
Filosofia ? Se la religione fosse nient’ altro
che una forma di conoscenza, la risposta non potrebbe ese sere che affermativa e per quel tanto che la
religione contiene di conoscenza essa
passa e in certo modo si'com- pleta,
consumandosi, nella filosofia, ma l'essenza delta reli- gione non è riposta nella conoscenza come
d’altra parte non è riposta nel puro
sentimento, ma piuttosto nel tentativo di
esprimere la realtà del Bene per mezzo deile varie forme del nostro essere. Da tal punto di vista I
religione è qualcosa di diverso e di più
elevato della filosofia. Del resto la
filosofia avendo per obbietto le verità ultime, e la verità in qualsiasi forma essendo
apparenza, essa non può non essere
risguardata anche come apparenza, La sua
debolezza è posta in ciò, che essendo un prodotto dell’at- tività intellettuale, non può non presentarsi
quale manife- stazione unilaterale e
quindi inconsistente dell’Assoluto. La
Realtà deve necessariamente soddisfare tutto il nostro essere; le nostre esigenze fondamentali in
ordine alla cono- scenza ed alla vita,
in ordine al bello ed al buono devono in
essa trovare il loro completo appagamento. Il che non può accadere che per via di una esperienza
immediata e concreta nella quale tutti
gli elementi dell'universo, sen-
sazione, tono emozionale, pensiero e volere siano fusi in un sentimento comprensivo. E qui va notato
che per gli esseri finiti è certamente
impossibile sperimentare l'Assoluto : in
altri termini è impossibile costruire la vita
dell'’Assoluto nei suoi particolari, avere un'esperienza spe- SECONDO IL BRADLEY 2293 cifica della sua costituzione: ciò non
esclude però che si possa avere una
certa idea astratta e incompleta della sua
natura. E le sorgenti di tale conoscenza sono: 1° Il sen- timento in cui noi sperimentiamo un tutto
complessivo che da una parte accenna a
differenziamenti, mentrechè dall’al- tra
non presenta relazioni e qualità nettamente distinte. É questa esperienza primitiva che per quanto
imperfetta, è sempre valida a suggerirci
l'idea generale di un'esperienza. totale
e complessiva in cui pensiero, volere e sentimento siano fusi insieme da formare una cosa sola.
2. Le differen- ziazioni e le relazioni
di qualunque specie siano, una volta
sorte nella coscienza, mostrano la loro tendenza accentuata ad essere assorbite nell’Unità, nel Sistema.
3. Le idee del buoro, del bello ecc.,
menano per vie differenti al medesimo
risultato, in quanto più o meno chiaramente implicano l’e- sperienza di un Tutto che trascenda le
relazioni e le diffe- renziazìioni. Con
questi mezzi noi possiamo formarci l’idea
cenerale di una intuizione assoluta în cui, eliminate le distin- zioni fenomenali, il tutto si presenta in
molo immediato e cenerale. In
conclusione, Ja conoscenza reale e positiva
dell’Assoluto è fondata tutta sull'esperienza psichica, una volta che questa venga estesa, armonizzata e
completata. — « My way of contact with
Reality is through a limited aperture,
For I cannot get at it directly except throungh
the felt « this », and our immediate interchange and transfluence takes place through one small
opening. Eve- rythingh beyond, though
not less real, is ap expansion of the
common essence which we feel burningly in this one focus. Aus so in the end, to know the
Universe, we must fall back upon our
personal experience and sensation. » ‘224 I PROBLEMA FILOSOFICO Tali sono le ilee fondamentali emesse dal
Bradley circa la Realtà e l'Assoluto,
idee che sono ben lontane dal for- mare
un vero sistema. Nel sottoporle ad un rapido esame critico nvi non scenderemo ad. analisi minuto
e partico- , lareggiate, ma mireremo a
determinare il valore e il si- gnificato
dei punti salienti della dottrina, volgendo uno
sguardo sintetico all'insieme, Cominciamo dal fissare quale è il punto di vista e quale il procedimento
del filosofare del Bradley. Il filosofo
inglese non ha preso le mosse nè
dall'esperienza volgare, nè da quella propriamente scien- tifica, non è partito, cioè, da alcun ordine
di fatti, ma sì è, per così dire, chiuso
nel suo pensiero ed alla stregua delle
leggi di questo ha giudicato delle idee fondamentali, ordinariamente ammesse dagli scienziati e dai
filosofi. Egli non fa che passare a
rassegna e sottoporre ad esame i punti
di arrivo e di fermata dei suoi predecessori e dovunque riscontra contradizione, pronuncia la sentenza
: Tuttociò è apparenza, non realtà.
Parrebbe che egli prima di tutto dovesse
approfondire la nozione di apparenza e quella
di realtà, una volta che egli pone come base del suo filo- sofare la distinzione appunto dell'apparenza
dalla realtà. Che cosa è l'apparenza?
Qual'è la sua origine? Quali i suoi
presupposti ? sono questioni che non possono essere trascurate da chi voglia filosofare sul
serio. Dire sem- plicemente : tuttociò
che non ‘è consistente o non si man-
tiene identico con sè stesso, tuttociò che si rivela contra- dittorio è apparenza, è dire pressochè nulla.
Che tuttociò SECONDO IL BRADLEY
225 che racchiude contradizione non
sia reale, non v'è chi possa metterlo in
dubbio: ma da dir ciò ad affermare che
il contradittorio implichi apparenza molto vi corre. Egli, è vero, ha affermato che l'apparenza è
controdistinta da questo carattere, che
la contradizione in essa esistente può
essere risoluta in un ordine superiore e più elevato di esperienza, ma ognuno comprende che finchè
non sì ag- giunge altro, non vi è
ragione di dichiararsi soddisfatti. Si
può ad esempio domandare: È lecito parlare di appa- renza quando non si ammette un soggetto a cui
la Realtà appare e quando l’unica via
per cui la Realtà stessa ap- pare —
centro di sentimento, esperienza psichica ecc. — è pur essa apparenza ? Il movimento, il cangiamento, lo spazio, il
tempo, l'attività, l'io, la cosa ecc.,
si dice sono apparenze: ma qual'è la
loro origine? Perchè ci appaiono con tali e tali altre pro- prietà ? Ognuno intende che finchè non si
sarà dato ra- gione di ciò, nulla di
positivo e di determinato è lecito
affermare (1). (1) E qui è bene
notare che la più parte delle contradizioni riscon- trate dal Bradley hanno la loro origine nel
fatto che egli sostantiva i processi e
le attività, nel fatto che reputa una cosa fissa rigida, ciò che, essendo continuo, incessante scorre.
— Ora ciò che è continuo non può essere
misurato completamente che mediante il calcolo
infinitesimale, e l' infinitesimo non essendo una quantità finita,
non è possibile cogliere l'istante in
cui le condizioni del presentarsi della
contradizione veramente si verifichino, in cui cioè la dimostrazione per contradictionem sia sul serio
applicabile. Così il movimento tra due
punti dello spazio infinitamente prossimi avviene sempre nell’in- tervallo tra due momenti infinitamente
prossimi, cioè mai il mobile è in due
luoghi nello stesso tempo, mai in due tempi nello stesso 15
226 IL PROBLEMA FILOSOFICO Il
Bradley presenta la Realtà come un sistema o inoltre pone come criterio per decidere del grado di
realtà l’ar- monia, la comprensività, la
consistenza reciproca delle parti
componenti un tutto. È evidente che chi dice siste- ma, armonia, consistenza ecc. dice organismo
e chi dice organismo dice relazione,
interdipendenza degli elementi; ora
l'Autore avendo affermato che la relazione è qualcosa d'inintelligibile, come mai può porre la
stessa relazione quale criterio della
realtà e intelligibilità e insieme pre-
sentare la realtà stessa come costituita da un insieme di relazioni ?
Le relazioni certamente implicano l’esistenza di un siste- ma: ma da ciò non si può dedurre che esse in
genere siano qualcosa
d’inintelligibilie. Il fatto è che il Bradley
considerando a parte ed isolatamente ciascun concetto fondamentale (qualità, relazione ecc.), fa
presto a riscon- trarvi degli elementi
contradittori. Tale procedimento è
erroneo; i vari concetti vanno messi in connessione tra loro in modo da integrarsi a vicenda. Che cosa è la Realtà ? È l’esperienza,
risponde il filosofo inglese. Di qui la
necessità di domandare: E che cosa é
luogo, ma sempre la serie dei punti e dei momenti si svolge con perfetta corrisponlenza nella continuità del
movimento (Cfr. Masci, Un Metafisica
antievoluzionista. Napoli 1887). Lo stesso ragionamento può esser valido a dimostrare la falsità
dell’affermazione che la cau- sazione
non esiste per questo che non è ammissibile nè un azione causale continua nè una discontinua, data la
divisibilità infinita del tempo. E la
difficoltà che l'Autore prova ad ammettere il continuo dipende dacchè non pone come punto di
riferimento la coscienza in generale,
Di ciò fu discusso disopra. SECONDO IL
BRADLEY 227 l'esperienza ?
Dall’insieme dell’opera del Bradley pare si
possa ricavare che per lui l’esperienza è data dal complesso, dalla totalità della nostra vita psichica,
prima che in que- sta sia sopravvenuta
alcuna distinzione e differenziazione.
Noi sentiamo di esistere, sentiamo di vivere; è in questo sentimento primitivo che è riposta
l’esperienza immediata, la quale poi è
l’unica via per cui noi possiamo penetrare
nel Reale. Prima di ricercare quale concetto dobbiamo formarci di tale sentimento notiamo una
contradizione in cui è caduto l’autore;
mentre egli afferma recisamente che la
Realtà si riduce all’esperienza psichica, alla « sentience », non meno recisamente e ripetutamente afferma
che tutti i fatti psichici non sono che
apparenze, perchè tutti in- volgono separazione
del « what » dal « that, » tutti tendono
a trascendere sè stessi. Non dice egli che la Realtà si ri- duce all’unificazione e fusione dei vari
fatti psichici, unità e fusione che noi
non conosciamo e non possiamo neanche
imaginare, data la trasformazione che subiscono i vari elementi mediante l'unificazione? Ora, come
si può ad un tempo dire che la Realtà è
l’esperienza ? (1) Se l’io empirico —
che è poi Ja medesima cosa dell'esperienza psichica pre- sa nel suo insieme — non è reale, come mai si
può affer- mare che la Realtà è
l’esperienza psichica ? Inoltre come sì
può mettere d’accordo l’asserzione che il contenuto della Realtà è la sentient experience (sentimento)
con l’altra che la Realtà risulti dalle
attinenze, dalle relazioni che una cosa
ha con le altre in modo che quanto maggiori son queste tanto maggiore è il grado di realtà attribuibile
alla cosa stessa, chè (1) Op. cit.
pag. 106-107. 228 IL PROBLEMA
FILOSOFICO in sostanza il criterio
della realtà posto nell'armonia e nella
comprensività (inclusivness, harmony), non dice altro? Il sentimento poi inteso come l’insieme della
vita psichica in cuì nessuna distinzione
sia comparsa di io © non io, di sog-
getto ed oggetto si presenta come qualcosa di così vago ed indeterminato — di subbiettivo e di
individuale —, che non si riesce a
comprendere come possa valere a fornirci
una certa idea di ciò che sia la Realtà ultima, la Realtà, diremmo, ontologica. Esso già implica sempre
il rapporto del soggetto con qualcosaltro,
rapporto che è condizione essenziale
della sua origine, comunque siffatto rapporto
non sia avvertito come tale e insieme implica l’ esistenza di rappresentazioni, di imagini poste di
rincontro o almeno distinte dal
soggetto. Inteso quale cenestesi, vale a dire
qualche risultato finale di una quantità di sensazioni orga- niche provenienti dai vari organi, ovvero
infine come il grado infimo di
psichicità, come sensazione e impulso ini-
ziale ed elementare, non può mai essere presentato quale oggetto di esperienza atta ad esprimere la
Realtà (1). A volte si direbbe che il
Bradley prenda il sentimento come quel
qualcosa che rende attuale un determinato contenuto psichico, ma, come tale, essendo qualcosa di
eminentemente (1) Notiamo qui come per
il nostro Rosmini il sentimento proviene
dal rapporto del principio senziente (che può essere considerato
dal punto di vista del Bradley una
sostanzializzazione del « that »), col
termine esteso che alla sua volta può essere considerato una
sostan- zializzazione del « what ». Per
il Rosmini, si noti bene, il principio
senziente e il termine esteso per sè considerati, separati l'uno
dal- l'altro, erano astrazioni non
altrimenti che il what e Îl that. Vedi.
DE SaRLO : Le basi della Piscoloyia secondo Rosmini, Roma 1893. SECONDO IL BRADLEY 229 subbiettivo ed individuale (individuum
ineffabile) e avendo un contenuto
particolare non può essere considerato quale
simbolo di quella unità totale in cui il « what » coincide col « that » e in cui consiste la Realtà
ultima ed obbiet- tiva. Da tal punto di
vista il sentimento presenta tutte le
contradizioni dell’esperienza sensibile.
Non vi è via d'uscita: se si vuol considerare la Realtà come null'altro che la sentience, occorre
considerare come reale l'io empirico
quale si rivela per via del sentimento;
occorre però sempre determinare e precisare la natura del sentimento. Notiamo qui che
l’indeterminatezza del significato, la
variabilità e contradittorietà del valore attri- buito all’ io dipese sempre da ciò che si
confuse l'io em- pirico fenomenico con
la coscienza in generale (Io nonme-
nico, se così piace), e dacchè si credette di poter riporre la natura dell'io nell’ una o nell'altra
funzione psichica, considerando le altre
come secondarie e derivate; ora nulla
di più erroneo e falso. * * x
Passiamo ora a discutere della natura della conoscenza a senso del Bradley. La conoscenza per lui
non ha altro obbietto che quello di
qualificare la Realtà (soggetto), il che
si può soltanto conseguire, idealizzando la Realtà stessa, disgiungendo il « what » (predicato) dal «
that ». L'ideale verso cui tende la
conoscenza è di far coincidere l' idea
col fatto: tale ideale però non viene mai attuato in modo completo : e se ciò avvenisse, non vi sarebbe
più ragione 230 IL PROBLEMA FILOSOFICO di parlare nè di conoscenza nè di verità:
avvenuta l’uni- ficazione del « what »
col « that » si avrebbe la vita vera e
reale dell’Assoluto. La verità e la conoscenza in conse- guenza di ciò non può essere che apparenza
come tutto quello che involge
separazione dell’ idea dall’ esistenza. E
tutto lo svolgimento della conoscenza e della vita psichica sì compie partendo dall'unità imperfetta e
incompleta del sentimento, procedendo
per via delle distinzioni e differen-
ziazioni del contenuto psichico che implicano una quantità di relazioni e tendendo infine alla scomparsa
e trasforma- zione di queste ultime in
un sistema organico ed armonico che
tutto comprende in sè, tendendo ad una forma di intui- zione e di vita universale di cui noi a mala
pena possiamo formarci un'idea generale’
ed astratta. Da tal punto di vista
gl’individui sono forme della vita universale che in essi si divide e insieme si concentra ner
modo che non solamente possono
apprendere a conoscere sè stessi, ma
anche l’Universale e il Tutto che in essi vive, opera è si muove. E la funzione conoscitiva e cogitativa
consiste nel qualificare, nel caratterizzare,
nell’ analizzare il detto uni- versale
che si presenta nei centri del sentimento indivi- duale.
Ora, anzitutto non si riesce a comprendere in che cosa possa consistere lo stadio finale della conoscenza
detto intuitivo, lo stadio in cui la
conoscenza vera e propria sì annulla in
qualcosa di superiore e di più elevato ; in ogni caso se ciò si verificasse, si avrebbe un
regresso e non un progresso: il pensare
discorsivo (il giudicare) lungi dal
rappresentare un’imperfezione rappresenta la via, l’unica via per cui la Realtà acquista valore,
consistenza e signi- SECONDO IL
BRADLEY 231 ficato. L'unione del «
what » col « that » non è che un
prodotto della fantasia individuale. Oltre la conoscenza vera e propria non è possibile quindi
ammettere uno stato superiore e più
clevato. Si dovrà forse ammettere una
doppia vita nel Reale, la vita quale sì esplica nei « centri di sentimento » (vita del pensiero) ed
un’altra vita d'or- dine superiore? Ed
una tale opinione come si concilia con
l’altra che il Reale non è nulla al di fuori delle appa- renze ? Poi, è assolutamente contrario al
vero affermare che il progresso e lo
svolgimento della conoscenza sia in rap-
porto diretto colla trasformazione del processo discorsivo e successivo in processo intuitivo ed -
estratemporaneo. L'intuizione stessa
infatti allora solo acquista l’ evidenza
necessaria quando interviene l’attività del pensiero, per così dire, a scorrere dall'uno all’altro
elemento della rap- presentazione totale
per compararli, misurandoli. L'essenza
del pensiero e della conoscenza è riposta nella proprietà di stabilire rapporti tra le cose: tolti i
rapporti non si avrà conoscenza, c
nemmeno vita psichica, giacchè la psicu-
logia moderna ha messo in sodo che la legge della relatività è legge psichica fondamentale. E l'intuizione
è soltanto la causa occasionale dell’
evidenza immediata, mentreché il vero
fondamento di questa si trova nella natura collega- trice e comparativa del pensiero. Si direbbe che per il Bradley la conoscenza cominci coll’ analisi, collo scumporre il dato che vive
in ciascun centro di esperienza
individuale, ma è ammissibile ciò ?
L'esistenza di questo dato non deve essere considerata già come un primo stadio di conoscenza ? Se si
vuol rimanere sul terreno dei fatti che
ci vengono suggeriti dalle accu- 232
1L PROBLEMA FILOSOFICO rate analisi
psicologiche e gnoseologiche non vi ha dubbio
alcuno che la conoscenza debba essere considerata come una specie di successiva sostituzione di una
forma di coscienza ad un’altra forma di
coscienza, di un contenuto psichico ad
un altro contenuto psichico, di una forma di
relazione tra soggetto ed oggetto ad un’altra forma: sosti- tuzione che ha lo scopo di porre in luogo del
subbiettivo, dell’individuale e del
contradittorio, l’obbiettivo, l’univer-
sale, il coerente. La conoscenza in tanto è possibile in quanto il Reale assume una particolare
esistenza nel sog- getto individuale e
da tal punto di vista è veramente lecito
affermare che ogni conoscenza implica la separa- zione di un dato contenuto dalla propria
esistenza: la sensazione, l’imagine, la
rappresentazione ed anche l’idea o il
concetto sono fatti psichici che non vanno iden- tificati col fatto. D'altronle tutta la
conoscenza non va forse riguardata come
una costruzione fatta coi detti ma-
teriali o elementi psichici (sensazione, rappresentazione, concetto) ? La realtà in quanto conosciuta è
successiva- mente e sempre più
perfettamente sensazione, percezione,
imagine, concetto, o per dirla altrimenti, qualità sensibile, cosa, essenza. L'elemento della conoscenza
scientifica è il concetto : sapere
scientificamente vale sapere per con-
cetti: ma il concetto obbiettivo, il concetto reale e con- creto è la verità della sensazione e
percezione, e non vi è senza di queste.
E ciò che dal nostro punto dì vista
importa massimamente di ricordare è che la funzione rela- tivista o di riferimento che compone i
singoli elementi della serie non è
diversa da quella che li connette poi nelle
formazioni e processi logici e finalmente nei sistemi più SECONDO IL BRADLEY 233 vasti che sono le scienze: per modo che la
conoscenza risulta omogenea nelle parti
e nel tutto (41). Chiamare la conoscenza
un'apparenza è per lo meno as- surdo :
se tale espressione può avere un senso, questo è che la conoscenza falsifichi in qualche modo
la realtà; ma per poter affermare ciò
prima di tutto bisognerebbe aver potuto
apprendere per altra via la natura vera della realtà e di tale apprensione immediata non parlò mai
il Bradley, e poi conoscere l'apparenza
come apparenza equivale a conoscere la
verità; un'apparenza conosciuta come tale non
è più apparenza. E una conoscenza che apprende la realtà . può essere più chiamata ragionevolmente
apparenza ? E come mai è concepibile una
realtà sfornita di quella rela- zione
essenzialissima che è la conoscenza, che è poi il rife- rimento ad una coscienza o ad un soggetto in
genere ? Anzi come maisi può affermare
una tale realtà? Separare assolutamente
il vivere dal sapere di vivere è impossibile.
La vita, la realtà implica una forma qualsiasi di interio- rità e questa alla sua volta una forma di
unificazione del molteplice che è la
caratteristica ultima della cono- scenza
(processo di analisi e sintesi insieme). E che altro è questo se non il primo germe dell’
indissolubile legame che tien uniti la realtà,
l’attività, l’interiorità e la cono-
scenza ? In conclusione diremo
che affermare che la conoscenza è
semplice apparenza e che come tutte le apparenze, è manchevole, imperfetta, insufficiente,
equivale a scindere (1) Cfr. a tale
proposito Masci, Lezioni di Filosofia teoretica fatte nella R. Università di Napoli. 234 IL PROBLEMA FILOSOFICO arbitrariamente la realtà in due parti ed a
rendere incerta la conoscenza stessa
dell’apparenza. Tutte le apparenze che
formano come a dire la struttura dell’
universo, sono spiegate dal Bradley per mezzo del processo di disgiunzione dell'idea dal fatto,
del « what » dal « that »
corrispondente. Una volta che l'Assoluto si è
scisso in una quantità di centri finiti di sentimento, il pro- cesso di disgiunzione si è andato sempre più
estendendo e complicando fino a dare le
forme di apparenze più svariate e
notevoli, quali il Buono, il Vero, e il Bello Prima di vedere se il modo di concepire questi ultimi
sia giusto, vediamo se il processo di
disgiunzione del contenuto intel-
ligibile dall’esistenza possa essere ammesso quale processo diremmo quasi, cosmico, giacchè la scissione
stessa dello Assoluto nei detti centri
di sentimento deve essere consi- derata
come espressione dell’ inconsistenza iniziatasi in seno al Tutto. Il processo di distinzione e di
differenziazione implica sempre questo,
che il dato non coincide coll’idea. Se
ciò non fosse, perchè la vita universale dovrebbe spez- zarsi in forme individuali ? Il Bradley
veramente non dà alcuna dilucidazione in
ordine a tale questione, che pure è
importantissima dal suo punto di vista. Il processo di idea- lizzazione o di disgiunzione del « what » dal
« that » in tanto è concepibile in
quanto sì compie in un centro finito di
sentimento; come mai può dunque esso venir riguardato quale processo universale ed obbiettivo? È
vero che l'Autore ammette un Pensiero,
una Volontà, un Sentimento obbiet- -
tivo, elementi della Realtà ultima da differenziare profon- damente dalle corrispondenti funzioni
spirituali subbiettive quali appaiono
nel tempo e nella serie dei fatti psichici,
x SECONDO IL BRADLET 235 LI
ma noi non possiamo formarci alcun concetto positivo di una Ragione vbbiettiva assoluta per sè presa
è posta di. rincontro a noi; l’idea
dello spirito obbiettivo e del suo
svolgimento storico è giusta, ma ha valore scientifico solo rel caso che è intesa nel senso di esistenza
e di processo storico, di processo civè
che si compia nel tempo e nello spazio
per mezzo dello spirito subbiettivo e individuale. Una delle contradizioni del Bradley è
questa, che egli mentre considera la
conoscenza come pura apparenza e toglie
ogni realtà al soggetto, risguarda i fatti più impor- tanti dell’esperienza psichica, quali è senso
di spontaneità nelle sue varie forme,
come qualcosa di derivato, come un pro-
dotto della nostra riflessione. La nozione di attività, secondo il Bradley, implica l’idea dell’ Io che
riesce a produrre un cingiamento, previa
la rappresentazione del detto mu-
tamento ; il che poi non è possibile se non coll’ interpre- tare in modo largo molteplici esperienze
passate. Sicchè non si può attribuire al
senso d’energia maggior realtà che al
senso del nutrimento nel caso in cui si provi sollievo, mediante l'opportuno cibo, dai dolori della
fame (1). L’ori- (1) Notiamo qui che
la realtà non compete al senso di nutrimento,
ma al senso della fame, come la realta primitiva o l'immediatezza non compete a ciò che consegue
all’espansività, che è poi in fondo nient'altro
che un’espressione dell’attività, ma al senso di espansività. In ogni caso il senso di sollievo prodotto
dal nutrimento figura come indice
dell’appagamento di un bisogno, di una tendenza, di una forma CI LI
di attività che è quindi qualcosa di primitivo e di fondamentale. 236 IL PROBLEMA FILOSOFICO gine, infatti, del senso dell'attività è
posta dall’Autore nel senso di
espansione, di allargamento, per così dire, dell’ Io, il quale formato com'è di un gruppo di
elementi intima- mente connessi tra
loro, tende ad estendere i suoi legami
ad altri elementi. Non bisogna però credere che l’espan- sione sia identica alla coscienza
dell’attività, giacchè è solamente dopo
che l’anima ha raggiunto un grado note-
vole di sviluppo che si può avere tale coscienza, mentre l'espansione è primitiva. Quando dopo
ripetute esperienze | siamo venuti a
cognizione che a taluni modi del nostro
Io conseguono dei mutamenti, noi allora cominciamo ad acquistare Ja nozione dell'attività o del
volere. Insomma noi diciamo di essere
attivi ogni qual volta il Non-Io
(consistente in sensazioni esterne o interne, in percezioni o idee) subisce dei mutamenti in seguito
all'idea ed al desiderio formato
dall’Io. Tale espansione della nostra
area, come dice il Bradley, comincia dal darci un certo senso interpretato come qualcosa che dall’ Io
passi al Non- Io; è ih questo qualcosa
che propriamente consiste l’ener- gia,
la forza, la volontà, ecc. Il Bradley
prosegue ancora l’analisi dicendo che quando
il gruppo dell’ Io è come a dire contratto dal Non-Io, men- tre dall’altra parte un’ idea piacevole di
espansione è sug- gerita, si prova un
senso di oppressione ; e quando ì limiti
di resistenza ordinaria son mossi e l'espansione ideale, progredendo sempre, è attuata solo in parte
con varie oscillazioni si prova quel
senso speciale detto di tensione e di
sforzo. È naturale che da tal punto di vista l’attenzione nelle varie sue forme non possa essere più
considerata né come una facoltà
speciale, nè come funzione particolare
SECONDO IL BRADLEY 237 della
mente avente sede in un dato organo cerebrale ; l’at- tenzione al pari della memoria e dell'intensità
viene ad essere riguardata come una
qualità generale appartenente in vario
grado a tutti gli elementi psichici: anzi si può dire che l’attenzione e l'intensità vengano
pressochè a formare una cosa sola. Date
certe condizioni che facilitino il
predominio di un fatto psichico nella coscienza (in ciò sta il carattere essenziale dell'attenzione),
deve avvenire che taluni elementi
sensorali o ideali divengano prominenti
ed emergenti rispetto al resto, e per ciò stesso appaia inde- bolita l’ intensità degli altri. Il Bradley
poi non attribuisce un valore essenziale
al fattore muscolare, prima perchè in
molti casi in cui ha luogo l’attenzione quello è escluso, poi perchè anche quando è chiamata in
esercizio l’attività muscolare o
direttamente sopra un organo percipiente, ov-
vero indirettamente col movimento di tutto il corpo, la prima causa dell’azione muscolare va cercata
in un’ idea o in un sentimento
precedente. È l’idea, e più di tutto
l'idea dell’ interesse che si può avere per un dato fatto psi- chico, che ci dà la chiave per intendere il
meccanismo dell'attenzione dalla forma
più semplice alla più complicata. E la
coscienza dell’energia interiore è perfettamente ridu- cibile al predominio nella coscienza
dell'idea dell’ Io che attendè ad una
data cosa. Che giudizio si può portare
su tale veduta del Bradley? Certamente
essa ha grande valore in quanto prova a suf-
ficienza che l’attività psichica non va intesa come corre- lativo, per così dire, necessario dell’
attività motrice. Il Bain, il
Miinsterberg ed altri avevano asserito che senza le sensazioni muscolari o almeno senza le
sensazioni d’innerva- 238 IL PROBLEMA
FILOSOFICO zione motrice lo spirito è
incapace di sentirsi in alcun modo
attivo ; per loro quindi la forza, l'energia psichica, base dell'individualità, non poteva avere che una
sola origine, il movimento; il fatto
interiore dell’attività era considerato
come un semplice reflesso di un fenomeno esterno, quale è la mozione. Ora da tal punto di vista
l’analisi psicologica del Bradley è
stata utile, perchè ha mostrato che tutti i
processi intellettuali sono per sè attivi, e, date certe con- dizioni, tutti indistintamente sono in grado
di svolgere energia sotto le forme più
differenti. Non soltanto nella forma in
cui si rivela attivo alla coscienza, ma in molteplici altre forme lo spirito è causa agente. Cade
così l’ ipo- tesi di un organo speciale
dell’attenzione, o dell'attività
psichica in genere: allo stesso modo che non vi è un or- gano particolare della vita, così non vi può
essere un organo particolare
dell'attività nelle varie sue modalità
(sforzo, attenzione, volontà ecc.).
L'attività psichica a dati stimoli e in determinate con- dizioni reagisce in vari modi e secondo che
la percezione immediata di talo reazione
si fonde con uno o coll’altro degli
effetti che vengono prodotti nell'organismo (sensa- zione muscolare, p. cs.), assumerà un colore
particolare. L'errore degli analizzatori
superficiali fu quello di credere che i
fatti organici, i quali servono in certo modo a fis- sare, a determinare e a dare un nome alle
formé dell’at- tività psichica,
costituissero il fatto essenziale ed ultimo.
Il Bradley infatti mostrò che l’attenzione può assumere varie forme, da quella in cui si ha coscienza
di un di- spiegamento notevole di
attività a quella in cui non se. ne ha
alcuna coscienza; eppure l’attività psichica esi- SECONDO IL BRADLEY 239 ste sempre, ed è imprescindibile in tutte
le funzioni mentali. Se non che due sono, secondo noi, i difetti
dell’analisi del Bradley. Da una parte egli
parla di idee e di rappre- sentazioni
che possono avere il predominio nella coscienza, parla dell'interesse che si può avere per un
dato obbietto o per una data operazione,
parla della tendenza espansiva, ecc.,
senza porsi mai il problema se e fino a che punto tutto ciò sia compatibile col non ammettere
la realtà del soggetto : egli infatti
parla dell’ Io come di un composto, di
un aggregato di elementi psichici; ora un tale concetto contradice necessariamente al concetto dell’
espansività come fondamento «del
sentimento : giacchè in forza di che ed
a quale scopo quel gruppo di elementi psichici formanti l'Io tende ad espandersi ? E l’attività delle
idee e delle rappresentazioni per cui
esse emergono nella coscienza donde vien
loro? E senza l’unità del soggetto come è spie-
gabile l'interesse che pure forma il caposaldo della teoria del Bradley? E qual'è il fondamento del
legame esistente tra i vari fatti
psichici? Non suppone forse agni nesso ed
ogni rapporto un'unità ed identità fondamentale? Non basta ancora: egli ammette che si possa avere
l’idea di un'idea in quanto l’idea pura
e semplice di una cosa riguarda il suo contenuto
logico, mentre l’idea d'una idea
consiste in uno stato psichico che include un'altra esì- stenza psichica attuale. Ora come mai sarebbe
possibile un tal fenemeno senza la
realtà ed attività od efficacia . del
soggetto capace di riflettere sul!e stesse sue operazioni e capace di rimanere identico a sè stesso
attraverso: } cangiamenti ° 240 IL PROBLEMA FILOSOFICO Dall'altra parte il Bradley cade in errore
quando tenta di ridurre l’origine del
senso di attività ad un fatto mera-
mente derivativo prodotto per mezzo dell’ interpretazione di esperienze passate, presentando così il
senso di energia come un’appercezione
del tutto illusoria. Niente di più
falso. La percezione interna per cui noi giungiamo a co- gnizione di ciò che accade dentro di noi può
avere un doppio senso, a seconda che noi
vogliamo intendere con essa l’esperienza
immediata, ovvero la riflessione su ciò che
è offerto da quella. Dobbiamo distinguere per così dire il vivere dal sapere di vivere. L'esperienza
immediata è la vera sorgente di tutti i
dati di fatto, mentre la riflessione
rappresenta il mezzo di generalizzare, riconoscendole, le no stre esperienze; e supponendo che nel corso dello
sviluppo mentale siano state formate
nozioni e parole per i singoli stati
interni, la percezione interna intesa nel secondo modo, cioè come riflessione, consisterà nella
sussunzione di un deter- minato fatto
psichico sotto la nozione ad esso spettante;
sussunzione che può esplicarsi in un giudizio vero e proprio, ma per lo più si riduce ad una semplice
denominazione. La riflessione in ogni
caso non può mutare il dato di fatto
dell’esistenza di un fenomeno. Donde consegue che quando noi, mediante la riflessione, diamo un nome
od anche giu- dichiamo un fatto
immediato della coscienza, il quale offre
dei caratteri distintivi da non poter essere confuso con altre sensazioni o sentimenti, noi non
possiamo aggiungere nulla di nuovo. Il
riflettere insomma non può creare nulla
e quindi non può darci un sentimento quale fatto imme- diato della coscienza, ma solo può dare un
nome e mettere in forma di proposizione
ciò che già esisteva. nel co SECONDO IL BRADLEY 241 . | I
Ed in ciò sta la differenza tra l’esperienza immediata d e l’analisi, giacchè la prima ci mette in
contatto con la realtà, mentre la
seconda verte sulla scomposizione del
fatto reale nei suoi vari elementi. Alla genesi del senso di i attività, concorrono, è vero, parecchi
elementi, ma questi sE producono un
qualcosa che si rivela alla coscienza in modo
I semplice, immediato ed irreducibile; e, ciò che più im- i porta, non è la ricognizione dei detti
elementi quella che Ì ci fa provare il
senso di attività: la riflessione o ricogni»
a zione è posteriore all’ insorgenza del fatto immediato della coscienza. Del resto si comprende agevolmente
che tutte le interpretazioni, tutti i
ragionamenti e tutte le riflessioni
fatte sopra i dati psichici non potrebbero mai dare origine a nuovi dati. Pensare sopra le modalità
dell’attività pre- suppone già la
percezione immediata dell’attività stessa.
Del resto il Bradley stesso, pur servendosi di altri nomi, non solo parla della coscienza e dell’io come
di un'’atti- vità, ma anche di
un'attività che si propone dei fini e sce-
glie i mezzi per giungervi, di un'attività che può trovarsi in lotta con altre forze psichiche e
resistervi e farle anzi concorrere al
proprio intento. Nè poteva essere diversa-
mente: la recettività e la reattività nella psiche non sono due fatti distinti, i quali possano
venire studiati l'uno in disparte
dall’altro, giacchè essi concorrono ad una sola
operazione, per modo che l'uno rende valido l'altro, il quale da sè sarebbe nullo. Non si può
concepire una forma qualsiasi di
Attività, e sia anche l’espansività bradleyana,
che non implichi un grado di coscienza: è parimenti la coscienza riesce impensabile separata
dall'attività. Va notato infine che la
percezione immediata si distin- 16 242 IL PROBLEMA FILOSOFICO gue dalla pura rappresentazione, da quella
che potrebbe esser chiamata percezione
mediata, derivata, reflessa per questo
che la prima è più che semplice rappresentazione, è sopratutto sentimento derivante dalla
cooperazione di tutto l'essere fisico e
psichico: ora chi può negare che la
percezione dell'attività lungi dal presentarsi coi carat- teri di una semplice ilea o rappresentazione,
di un con- tenuto distaccato dalla
matrice reale, è invece in modo
precipuo sentimento ? Dicemmo
già disopra che il Vero, il Buono ed il Bello
per il Bradley non sono che apparenze, le quali se ac- cennano alla Realtà, non sono la Realtà. A noi sembra che tutto il ragionamento
dell'autore poggi su presupposti falsi.
Così egli muove dal principio che l'ideale
verso cui tende la conoscenza è l’identificazione e l’unitica- zione del pensiero con l'essere, ideale che,
se raggiunto, me- na dritto
all'annientamento della conoscenza e quindi della verità stessa, giacchè in tal caso si avrà la
Vita, il Reale, non più la scienza della
Vita e del Reale, in altri termini sì
vivrà il Reale e null'altro. In tal guisa la conoscenza è essenzialmente contradittoria : da una
parte essa non è possibile che sotto la
condizione che vi sia distinzione e
differenziazione nella realtà (pensiero ed' essere) e dal- l’altra parte il suo svolgimento e la sua
perfezione è ri- posta tutta nel
togliere via qualsiasi distinzione e diffe-
renziazione, è riposta, cioè, nel suo annientamento. Ora è evidente che l’errore del Bradley è nell’aver
creduto che SECONDO IL BRADLEY
243 la conoscenza miri all’
identificazione ed all’ unificazione
completa del pensiero con l’ essere, mentre essa ha per intento di trasformare il contenuto
subbiettivo e indivi- duale della
coscienza in contenuto obbiettivo ed universale; intento che può essere ottenuto non già
annullando il fat-. tore della coscienza
— come dovrebbe avvenire se, giusta le
idee del Bradley, l’ideale ultimo della conoscenza fosse l'identificazione e l'unificazione completa
del pensiero con: l'essere —, ma
sostituendo, anzi aggiungendo al semplice
ed esclusivo punto di vista della coscienza individuale il punto di vista della coscienza in genere. In
tal guisa il fattore della coscienza
persiste sempre, tanto è ciò vero che a
misura che la conoscenza progredisce l’ individuo acquista coscienza della propria cooperazione
all'edificio della verità. L'ideale
verso cui tende la conoscenza adunque
non è l'assorbimento di uno dei termini nell'altro, ma, diremo così, la maggior visione dell'uno per
mezzo del pre- dominio dell'altro. Il
fatto è che io acquisto più coscienza di
me stesso come essere finito, subbiettivo, individuale, quanto più mi pongo a considerare le cose dal
punto di vista obbiettivo ed universale.
La coscienza individuale quando guarda
con l’occhio della coscienza universale non
cessa di essere individuale, non si annulla nella coscienza universale. D'altronde la stessa coscienza
universale non è fuori la coscienza
individuale, ma concresce con questa non
altrimenti che la vita generale di un qualsiasi essere organico cresce col crescere delle singole
funzioni del me- desimo essere. Il processo della conoscenza, a noi sembra,
si compie proprio in senso inverso a
quello indicato dal filosofo in- 244
IL PROBLEMA FILOSOFICO: glese: il
punto di partenza infatti è il contenuto rappresen- tativo o percettivo primitivo in cui
l’imagine psichica è identificata con
l'oggetto, anzi è presa per la sola realtà,
in cui insomma non vi ha distinzione fra oggetto e rap- presentazione subbiettiva e si procede
ponendo sempre più la realtà universale
ed obbiettiva di fronte alla vita psi-
chica subbiettiva ed individuale: ed a misura che l’edifi- cio della realtà vien completato diviene più
viva la coscienza dell'attività
individuale. Ed invero chi, se non l’intelli-
genza dei singoli soggetti rende possibile la detta costru- zione? È sempre l’individuo che opera anche
universaliz- zandosi. E la mente umana
lungi dal tendere a confondere insieme i
due processi, il subbiettivo l’obbiettivo, l' indi- . viduale e l’universale, tiene a tenerli
distinti e distaccati: La conoscenza
certamente implica una parziale identità
del pensiero e dell'essere (del subbietto e dell’obbietto), ma insieme una parziale distinzione; nò ciò è
in alcun modo contradittorio, giacchè l’
identità e la differenza sono con- dizioni
della possibilità della conoscenza; non già condizioni contradittorie una della possibilità, l’altra
dell'impossibilità. Se si bada che la
conoscenza non s'intende per nulla se si
prende come una mera rivelazione estrinseca, come una relazione meccanica (ed è questo l’errore
principale, a noi pare, della filosofia
del Lotze, il quale subordinò la rela-
zione della conoscenza al rapporto causale) sì acquista la convinzione che la rivelazione della realtà
alla coscienza, per essere soggettiva ed
interna, non è meno oggettiva e vera.
Dal fatto che la conoscenza implica due termini non deriva nient’affatto adunque che essa sia
apparenza: tut- t'altro: piuttosto la
Realtà una, identica, immutabile che,
SESONDO IL BRADLEY 245 secondo
l’autore, dovrebbe assorbire tutte le apparenze, trasformandole, si presenta quale creazione
della fantasia senza alcuna consistenza.
Lo svolgimento e il progresso della
conoscenza nun è nient'affatto in rapporto diretto della riduzione di uno dei fattori della
conoscenza all’al- tro, essendo entrambi
indispensabili, irriducibili o aventi
uffici differenti. Nè si può imaginare o concepire cosa mai risulterebbe dall’ unificazione e identità
totale dei due termini della conoscenza:
il Bradley crede che ne risul- terebbe
la Realtà ultima: potrà essere: ma in tal caso
bisogna dire che questa non solo è assolutamente incono- scibile, ma inconcepibile. Con che diritto
adunque parla egli dell’Assoluto? La
Realtà ultima si presenta come un grado
inferiore di realtà, come qualchecosa sfornita per sè di valore e significato che le può venire
solo da ciò che viceversa viene
considerato come apparenza. Passiamo al
Buono: anche questo, stando al Bradley, è
apparenza e per ragioni affini a quelle per cui sono tali la verità e la conoscenza. Il Buono da una
parte è con- dizionato dal distacco
dell’ilea (che in tal caso riceve il
nome d' ideale) dal reale, dal fatto, da ciò che esiste, e dal- l’altra ha l'obbiettivo di attuare l'ideale,
di tramutare l’idea in fatto, vale a
dire di annientare sè stesso. Ma oltre
di questa il Buono implica una quantità di altre contradizioni dipendenti dalle sue varie
determinazioni: così per quanti sforzi
si facciano, il perfezionamento in-
dividuale non può sempre coincidere col bene della col- lettività, come d'altra parte il maggior
perfezionamento dell'ordinamento sociale
trarrà sempre seco degli svan- taggi per
l'individuo : la divisione del lavoro, per citarne 16°
246 IL PROBLEMA FILOSOFICO uno,
produce lo svolgimento parziale ed unilaterale delle facoltà umane: e via di seguito. Qui faremo
due osserva- zioni : 1. Il Bradley è
spinto a considerare il Buono come
apparenza dal presupposto che la realtà sia solo da riporre nell'attuazione completa dell'ideale,
attuazione che figura come
l'annullamento del buono : ora ciò è falso, giacchè la realtà consiste iuvece nel processo
continuo che tende al- l'attuazione di
un ideale, senza che questo sia mai attuato
completamente per la ragione che esso non essendo qual- cosa di fisso, di s'abile e di permanente,
assume sempre nuove forme, si eleva e si
complica sempre dippiù. A_mi- sura che
l’uomo s'avvicina ad un dato ideale, questo, tra- sformandosi e perfezionandosi, s' allontana
ancora. E la realtà lungi dall'essere
posta nell’attuazione completa del-
l'ideale che è irraggiungibile, risiede in tutto il processo : in caso contrario bisognerebbe confessare che
la realtà è come se non esistesse. La
vita è nel movimento, nel pro- cesso e
non nell’equilibrio stabile che invece è la morte. La religione e anche l’arte cercano di dare
una forma e di personificare l’illeale,
ma tuttociò non entra nella con-
siderazione del Buono dal punto di vista metafisico. Il Bradley considera il buuno preso per sè,
astraendo ‘dal fattore della coscienza
in cui e per cui esiste. E cer- tamente
il Buono risguardato come una « cosa » invece che come un processo inerente all'anima umana
cume tale, non può non apparire
contradittorio. Non è il buono che tende
. all'annullemento «li sè stesso, ma è lo spirito umano che ha tra le altre funzioni quella (che
sostantivata costitui- sce il Buono) di
proporsi incessantemente dei fini alla cui
attuazione esso si adopera, è lo spirito umano che ha delle SECONDO IL BRADLEY - 247 tendenze ed esigenze al cui soddisfacimento
si affatica. E nessuno vorrà sostenere
che nell’operare in tal guisa l’anima
umana si contradica, ovvero tenda ad annullare sè stessa. È naturale invece che essa aspiri ad
annullare, mediante l’appagamento, i
suoi bisogni, che sono indizio di imperfe-
zione e di manchevolezza. Se i detti bisogni rinascono sem- presotto novelle forme, ciò avviene perchè la
realtà vera non è in qualcosa di dato,
ma nel farsi. 2. Per quel che concerne
l’ apparente contradizione e
l'impossibilità apparente di derivare il bene individuale dal bene sociale e questo da quello, noteremo che
tra le specie di cause c'è anche la
causa reciproca, la quale è ammis-
sibile purchè sia ben definita. La detta causa (che si ri- scontra in tuttociò che è organicamente
costituito) non consiste in due cause di
cui una produce l’altra ad ogni istante,
ma di cui ciascuna ad ogni istante produce un ef- fetto della specie della prima e così via.
Così un perfezio- namento nel sistema
circolatorio può produrne uno in quello
della respirazione e viceversa. Tra società e indi- viduo esiste appunto un rapporto causale
reciproco in quanto il perfezionamento
individuale è condizionato da . quello
sociale e viceversa: i due si limitano, sì determi- nano a vicenda senza che a nessuno di essi possa
essere attribuito un valore non diciamo
assoluto, ma neanche pre- ponderante. E
lo sbaglio del Bradley è quello di aver pen-
sato che potesse considerare un elemento facendo astrazione dall’ altro, dal che conseguì che egli trovò
contradizioni dappertutto. La moralità poi presenta una natura
contradittoria pre- cipuamente per
questo che essa è condizionata da qualcosa
248 IL PROBLEMA FILOSOFICO che
non può csistere : tale è appunto la determinazione interna della volontà. Questa separata da
qualunque ele- mento estrinseco è una
pura astrazione : di qui la necessità
nella moralità di trascendere sè stessa, passando in qual- cos'altro che non è più moralità: questo
qualcos'altro è per il Bradley la
Religione, ove domina la fede che tutto
sia ed accada come deve essere ed accadere. Ci asteniamo dal discutere se questi passaggi da una sfera di
apparenze in un'altra siano
comprensibili e se abbiano alcun significato,
essendo passaggi verbali anzichè reali. Il nostro filosofo vede un complemento della moralità vera e
propria nien- temeno che nella
rassegnazione fatalistica, la quale implica
la separazione del volere dalla natura e l'affermazione che il volere stesso non può esercitare alcuna
azione e pro- durre alcun effetto.
Ognuno vede che in tal guisa il volere
umano viene ad essere completamente snaturato, perchè viene ad esser distaccato dall'ordinamento
sistematico delle cose. Ora non abbiamo
bisogno di spendere molte parole per
provare l'assurdità di una tale opinione e per mostrare le tristissime conseguenze che ne derivano:
non solo non è lecito parlare in tal
caso di progresso, di sviluppo e di
perfezionamento, ma la storia stessa diviene un non senso. Tutta l’esperienza contradice ad una tale
veduta. Dal fatto che il liberum
arbitrium indifferentie è inammissibile non con- segue l'annullamento dell’attività umana e di
quell’energia personale che è un potente
fattore di vita e di movimento nel mondo
umano. La contradizione che il Bradley
trova nell'intima natura della religione
si può eliminare con molta facilità ‘se si
pensa che l'aver fede nel trionfo del bene non trae seco SECONDO IL BRADLEY 249 come logica conseguenza la paralisi della
propria volontà, di ogni iniziativa
individuale, l’annientamento di quella
spontaneità che è la radice della personalità. Il trionfo finale del bene non è una quantità definita,
fissa che, una volta ammessa, non è
suscettibile di aumento, ma è invece una
variabile che può sempre comportare l’azione di un nuovo fattore. Il trionfo del bene può essere
assicurato per mezzo della cooperazione
degli altri uomini; ma ciò forse trae
seco l’inutilità della mia cooperazione? La co-
scienza della mia dignità non mi spingerà a concorrere al risultato finale? Perchè l'individuo dovrebbe
forzare la volontà all’inazione e quindi
all’annientamento? Anche qui il difetto
appare nell’aver distaccato il volere dalla natura e nell’averlo riconosciuto incapace di
produrre effetti. Quanto al Bello va
notato che l'oggetto estetico consi-
derato per sè indubbiamente è un'apparenza in quanto la sua essenza è riposta nella rappresentazione
concreta e determinata di un’idea, ma
un’apparenza che è avvertita, I, per ciò
stesso l’apprensione della realtà ?
Considerato però l'oggetto bello
sentita e riconosciuta come tale non inclu ed il soggetto senziente come parti di un
tutto, come ele- menti di un unico
processo, il fatto estetico non è più
un’ apparenza, ma qualcosa di reale e di altamente reale. La realtà dell’arte e della bellezza così
considerata va ripo- sta appunto nel
processo suggestivo o significativo che si
voglia dire, per cui una data percezione o rappresentazione è il punto di partenza dello svolgimento di
un corso di fatti psichici atti a
riempire ed a rapire l'animo di chi contem-
pla. La sproporzione tra l’' espressione e il suo contenuto lungi dall’essere un difetto da cui il Bello
aspiri a liberarsi, 250 IL PROBLEMA
FILOSOFICO forma la sua sostanza. Il
Bello ha raggiunto il grado com- pleto e
perfetto di realtà quando una data espressione (par- venza), suggerendo un certo contenuto ideale,
agisce in modo particolare sull’animo
umano: onde consegue che non vi può
essere tendenza a fare sparire o a trasformare
in maniera più o meno completa quei rapporti e quei ter- mini che costituiscono l’essenza del bello
considerato come un tutto 0 come un
processo sottoposto a parecchie con-
dizioni variabili entro certi limiti di grado, ma non di na- tura o di qualità. Come non esiste un Vero e un Bene
obbiettivo, così non è a parlare di un
Bello obbiettivo: ed anzi possiamo ag-
giungere che tali espressioni non hanno nemmeno senso, L'errore del Bra:lley sta tutto nell’aver
creduto di poter considerare per sè,
sostantivandoli, il Vero, il Buono e il
Bello separatamente dal soggetto: quale meraviglia quindi se dopo aver ridotto le astrazioni ad
ipostasi, s'è accorto che queste
contengono numerose contradizioni? Sicuro;
il Vero, il Buono, il Bello come sono costruiti dal filosofo inglese sono null'altro che apparenze, perchè
sono astrazioni. Ed egli in fin dei
conti non sa trarsi d’impaccio se non
dicendo che le dette apparenze tendono a trascendere sè stesse, trasformandosi, completandosi,
perfezionandosi e pas- sando in
qualcosaltro che è la Realtà ultima. Se non che
questa non soltanto è un prodotto della fantasia, è una chimera, ma è essenzialmente contradittoria :
infatti una. Realtà da cui viene esclusa
la conoscenza, la tendenza a. porsi
sempre dinanzi un ideale da raggiungere e la pro- prietà di sentirsi riempita l’anima da una
rappresentazione concreta, atta a
suggerire un processo ideale, una Realtà
SECONDU IL BRADLEY 251 da cui è
escluso ogni moto ed ogni vita, ogni esigenza di qualcosaltro, una Realtà che è pura
immobilità e invaria- bilità, lungi
dall’apparite allo spirito umano come la più
alta e quindi come la Realtà ultima, si presenta come un grado infimo di realtà, se per giudicare di
questa occorre fondarsi sul valore e
sull’azione che è atta ad esercitare. Quello
che ha valore è l’esistenza spirituale e il mondo che essa crea. Un mondo senza coscienza è
come se non vi fosse (Lotze). La Realtà
caratterizzata da ciò che dal comune
degli uomini è riguardato come meno reale : ecco l’ultima espressione della filosofia del
Bradley, il cui obbiet- tivo doveva esser
quello di rimuovere le contradizioni di
cui formicola il mondo delle apparenze.
La Filosofia bradleyana in sostanza ha comune col na- turalismo l’errore di considerare la vita
dello spirito sub- biettivo quale si
presenta nella storia e nell’ esperienza
umana, come un fenomeno secondario e passeggero. Così noi vediamo che la filosofia del Bradley, il
quale finisce la sua opera con le
seguenti parole: Outside of spirit there îs not, and there cannot be, any reality, and, the
more that anything îs spiritual, so much
the more is veritably real, portata alle sue
ultime conseguenze e interpretata in modo completo mena alla negazione del soggetto e quindi dello
spirito, dello spi- rito umano almeno
che è quello chie noi conosciamo e che
possiamo apprezzare. E la Realtà che doveva essere one experience, selfperviding and superior to
mere relations, si mostra come
trascendente ogni esperienza e quindi come una
costruzione arbitraria e puramente fantastica. 252 IL PROBLEMA FILOSOFICO Una Metafisica che come questa del Bradley
presenta molteplici elementi fusi
insieme pone necessariamente l'e».
sigenza della ricerca delle fonti. Notiamo anzitutto che le idee del filosofo inglese non si connettono
con quelle della filosofia inglese
tradizionale, la quale nelle sue indagini
psicologiche e gnoseologiche segue un metodo prevalente- mente empirico. La filosofia del Bradley è
una emanazione diretta della
speculazione tedesca svoltasi segnatamente
nella prima metà di questo secolo. Se noi volessimo fare un'analisi minuta e. particolareggiata delle
vedute brad- leyane in rapporto alla
loro origine potremmo agevol- mente
mostrare come lo studio di ciascun filosofo tedesco abbia lasciato delle tracce nella mente del
nostro autore: così il suo concetto di
riporre il fondamento e la caratte-
ristica delle apparenze nella disgiunzione del what dal that ricorda evidentemente il corrispondente
concetto del- l’Hartmann per cui il
distacco dell'idea dalla volontà segna
l’ origine della fenomenologia dell’ Incosciente e insieme la condizione dello svolgimento della
Coscienza ; il modo di considerare la
realtà della natura ricorda evidente-
mente la concezione del Lotze per cui la conoscenza o la rappresentazione dell'universo non è
un'aggiunta accessoria all'esistenza
indipendente di esso, onde la luce e il suono
lungi dall'essere copie delle ondulazioni e delle vibrazioni da cui derivano o dall’ essere pure parvenze
o inganni o qualcosa di secondario e di
sopraggiunto sono il fine che la natura
si è proposta di conseguire coi movimenti e che
non può conseguire da sola, ma mediante l’azione sua so- SECONDO IL BRADLEY © 253 pra esseri sensibili. Da tal punto di vista
la magnificenza e la bellezza dei colori
e dei suoni, la molteplicità e l’in-
tensità delle emozioni suscitate dalla natura nell’ anima di chi la contempla sono il fine della
sensibilità nel mondo. Racimolando qua e
là potrei moltiplicare gli esempi atti a
provare che lo spirito del Bradley si è, per così dire, mo- dellato tutto sui grandi maestri della
Metafisica alemanna : ma il mio compito
è quello di ricercare piuttosto quali
siano le fonti primarie e dirette del sistema, se così voglia- mo chiamarlo, del nostro autore. Ora queste a
me pare si riducano alle due correnti
della filosofia dell’identità e della
filosofia herbartiana : ho detto della filosofia dell’ identità e non dell'hegelismo, come a prima vista si
potrebbe esser tratti a credere, giacchè
egli pur avendo tratto molto del suo
nutrimento vitale dal sistema dell’Assoluto hegeliano, ha cercato di porre insieme, se non di
combinare e fondere in un tutto
armonico, le vedute di Fichte, di Schelling e
| di Hegel, in quanto la Realtà per lui non è solamente pensiero, ma l’ unità del pensiero e dell’
altro (the Olher) l'identità del
soggetto e dell'oggetto, del sapere e del volere (Fichte), della coscienza e dell’ inconscio,
dello spirito e della natura
(Schelling). Noi ci crediamo quindi
autcrizzati ad affermare che le idee del
Bradley sono state attinte dalla filosofia dell’iden- tità in ordine ai seguenti punti: 1° il
passaggio o la tra- scendenza di un'idea
in un'altra, di un grado di realtà in un
grado più elevato fino a giungere alla Realtà assoluta, la cui vita armonica e comprensiva è
considerata come una specie di
esperienza intuitiva, di cui a mala pena possiamo formarci un'idea astratta e indeterminata; 2°
la credenza nella più perfetta
razionalità delle cose e quindi nell’otti-
254 IL PROBLEMA FILOSOFICO
mismo più completo per cui tutte le contradizioni che si presentano nel mondo delle apparenze quali 1’
esistenza del male, del brutto,
dell'errore, dell’accidente vengono
considerati come momenti transitori della Realtà, anzi, di- remo meglio, come illusioni, le quali in un
grado più elevato di esperienza
scompaiono, perchè vengono radicalmente ar-
monizzate col sistema totale ; 3° il concetto che tutto, anche ciò che sembra più falso ed erroneo, possa
avere un certo grado di realtà, che
insomma tuttociò che è' possibile sia
fino ad un certo punto reale; 4° la concezione dello svol- gimento della vita psichica come di una
successiva posi- zione di limiti da parte
dell'io, di una successiva e inin- .
terrotta trasformazione dell'io in non-io ; 5° il disperdimento della vita universale in una quantità di
centri di esperienza | psichica limitati
spazialmente e temporalmente per cui è resa
possibile l’esistenza psichica subbiettiva o cosciente. Ma abbiamo detto che la filosofia del
Bradley non è una derivazione pura e
semplice della filosofia dell’ iden-
tità, ma bensì della fusione di questa colla filosofia her- bartiana. Infatti se si pensa che il motivo
del filosofare per l’Herbart è
l'eliminazione delle contradizioni presen-
tate dal pensare comune e che per lui il compito della filosofia sta nel passare dall’apparire
all'essere e nell’in- tendere le ragioni
‘così della differenza come della relazione
che passa tra l'uno e l’altro, nel ritrovar l'essere nello apparire e nel vedere perchè apparisca in
quel modo; se si pensa che a senso del
medesimo filosofo tedesco, la guida, la
base e la norma essenziale per poter filosofare
con vantaggio è fornita dal principio di contradizione, e che le apparenze contradittorie, le quali più
richiamarono l’attenzione dell’ Herbart
furono appunto lo spazio e il SECONDO
IL BRADLEY 255 tempo, l'inerenza o la
cosa e le sue proprietà, la causalità e
il cangiamento, l'io e la relazione; se si pensa che per lo stesso filosofo il reale va risoluto in
relazioni fisse, riducen- dosi
l’accadere apparente ad effetto di prospettiva, — non sì può non convenire che il sistema
herbartiano non meno della filosofia dell'identità
hanno determinato le concezioni
metafisiche del filosofo inglese da noi studiato. Questi prese dall’Herbart il criterio per
giudicare della realtà (principio di
contradizione) e il concetto dell’immu-
tabilità e inalterabilità dell’essere, mentre dall’'idealismo. assoluto prese il concetto dell'unità
armonica e compren- siva, il concetto
del sistema totale delle cose. Herbart,
infatti, mirava a intendere ed a spiegare il singolare, l’in- dividuo e di qui il suo pluralismo delle
sostanze, mentre l’'idealismo assoluto
aveva per intento sopratutto d' inten-
dere l’unità, il sistema, la finalità. Ora si domanda: 41° La fusione compiuta dal Bradley in che modo
propriamente avvenne? 2° Perchè avvenne
così e non diversamente ? 3° É una
fusione razionale ? i 4° Egli,
appropriatosi il metodo dell’Herbart, non potè
non giungere alla conclusione che l’ essere doveva essere inalterabile ed immutabile, ma d’ altra parte
i concetti della « zufallige Ansicht »,
il metodo delle relazioni, la ‘
perturbazione e la conservazione degli enti, il loro essere insieme, le loro mutevoli relazioni, il loro
luogo nello spazio intelligibile
rivelandoglisi idee oscure, inintelligibili e spesso contradittorie, lo spinsero verso l’
Universale. Una delle analisi più
accurate del Bradley fu infatti quella concer-.
nente la qualità e la relazione per mostrare che esse si implicano a vicenda, ciascuna intendendosi
soltanta per . mezzo dell’ altra.
Respinti così come mere apparenze il
256 IL PROBLEMA FILOSOFICO
pluralismo delle sostanze, le qualità semplici, il metodo delle relazioni, ecc., pose la realtà in un sistema
individuale, in una specie di unità che
tutte le apparenze comprende, ar-
monizzandole e coordinandole tra loro. Una volta che le relazioni non sono delle essenze intermedie,
nò vedute acci- dentali, riferimenti
ausiliari che non importino punto alla
natura della cosa, bisogna pensarle come stati delle cose stesse ed ogni cangiamento di relazioni come
cangiamento di stati interni, ma perchè
ciò sia possibile occorre che le cose
siano concepite come modi o parti di un’unica essenza, di una sostanza ‘infinita; giacchè così ogni
causalità non è causalità in altro, ma
in sè stesso (Lotze). 2° Il pensiero
del Bradley determinatosi per così dire
in contrapposizione al concetto dell'evoluzione ed alla ten- denza propria della scienza contemporanea a
voler tutto ridurre a divenire senza
fermare in alcun modo l’atten- zione su
ciò che diviene e perchè diviene, e modellatosi d'altra parte sulle obbiezioni volte dalla critica
herbartiana al concetto del mutamento e
all’ assoluto predominio della categoria
della causalità, non potè non considerare l'essere quale immutabile e inalterabile ed escludente
quindi qualsiasi forma di divenire. Ma
d’altra parte le obbiezioni rivolte da
quegli stessi che originariamente appartennero
alla scuola herbartiana (dal Lotze, p. es.) ai concetti fon- damentali del maestro, le analisi critiche
fatte dai filosofi contemporanei in
genere e segnatamente dai criticisti,
delle nozioni di sostanza, di rapporto, di qualità, non pote- rono non influire sul nostro filosofo in modo
da fargli respin- gere la pluralità
delle sostanze e quel carattere disgregativo
ed atomistico del realismo herbartiano per cui questo non riesce a dar ragione dell’unità e del
sistema. SECONDO IL BRADLEY 257 3° E la difficoltà sta tutta nella
'possibilità di porre insieme, non
diciamo di fondere, la concezione dell’immu-
tabilità dell’ essere con quella dell’ unità armonica del sistema totale che tutto comprende in sè, del
sistema orga- nico che sì fa e non può
non farsi, giacchè il sistema, l’ unità
armonica non è un dato. Il germe non si può
dire che sia la pianta come non si può dire che sia la pianta questa stessa presa in uno stadio
determinato. La realtà della pianta è
posta nell’uniîtà e continuità del processo
che la rende possibile. Ora come si fa a conciliare l’unità e la continuità del processo con
l’immutabilità, l’immobi- lità e l’
inalterabilità dell’ essere ? È evidente che questi sono concetti della nostra mente. Perchè le
apparenze che come tali contengono già
in sè un certo grado di realtà, possano
assurgere al grado di realtà ultima, bisogna che trascendendo sè stesse, si trasformino in
qualcosaltro: ora tuttociò non implica
processo, non implica una forma di
divenire? Nè vale il dire che detta trasformazione, detto processo è pura apparenza, è processo per
quel centro finito di esperienza
psichica che si trova in una data serie, ma
non per l'insieme che è permanente, immutabile, inalte- rabile. Se l'Assoluto, come ripetutamente
afferma il Bradley, non è fuori le
apparenze, ma è le apparenze, se l'Assoluto
è l'esperienza psichica interna, come mai può essere detto immutabile, inalterabile? In seguito a ciò è
lecito affermare che nell’Assoluto non
si compie alcun processo? Anzi pare che
occorra dire che se ne compiono molteplici, infiniti for- s'anche. Che l’immutabilità riguardi le parti
e non il tutto è un’altra questione; si
varii, si muti pure una particella sola,
ciò basta perchè vi sia processo e divenire vero, reale e non semplicemente apparente o effetto
di prospet- 258 IL PROBLEMA
FILOSOFICO tiva. É soltanto a chi
contempla dal di fuori, a chi consi-
dera, a chi medita sul Tutto, che questo preso nel suo insieme e quindi coi compensi reciproci che
possono venire tra le varie parti, può
apparire come qualcosa di immu- tabile:
ma la realtà che vive, opera e si muove non può
dichiararsi estranea al processo. L’immutabilità, la per- manenza sono concetti astratti, formati dalla
mente, non fatti reali. L'uno e l'essere
immutabile in tanto possono stare
insieme in quanto sono considerati quali concetti logici astratti (a mo’ della scuola
eleatica), ma nel fatto concreto l’
Unità sistematica comprendendo le differenze,
non può non involgere processo, cangiamento e in conse- guenza moto e vita nelle parti. Delle due
l'una; osi ferma l’' attenzione sull’
individuale e si avrà l’immutabi- lità,
ma non si darà ragione del sistema e dell'unità totale, ovvero si ferma l’attenzione sull’ universale
ed allora per poter dar ragione della
differenziazione, dalla specificazione
bisogna ricorrere al mutamento, al divenire, al processo. Aggiugiamo qui poi anche che posta la
divisione della vita universale in
particolari centri di sentimento o di
esperienza, non è possibile non ammettere un modo qual- siasi in cui i «letti centri siano ordinati e
disposti: e non potrebbe consistere in
questo appunto il corrispettivo reale ed
obbiettivo della forma spaziale? Non s'impone così la esigenza dello spazio intelligibile? S Prima di finire, qualche osservazione ancora
intorno all'azione esercitata sul
pensiero del Bradley dai recenti .
progressi della psicologia esatta, intesa questa come descri- zione ed analisi dei fatti interni. Il
lettore che ha seguito con attenzione la
nostra esposizione critica si sarà accorto
che nei punti in cui si è allontanato dalla speculazione SECONDO IL BRADLEY 259 LI
tedesca, presentando delle vedute originali, sì è mostrato appunto psicologo sagace e sopra tutto scevro
di pregiu- dizi. Nelle pagine in cuì
egli discute la questione se si possa
ridurre la Realtà ultima e la sostanza dell’universo all'una od all'altra delle funzioni psichiche
quali l’ intel- letto, la volontà ecc.,
egli dimostra a meraviglia che dai
metafisici le dette funzioni psichiche vengono snaturate. Ed è in questa parte che si trova la sua
originalità. Ora tutto ciò — che è
verissimo — al nostro autore è stato
senza dubbio suggerito dalle analisi psicologiche accura- tamente fatte, ma possiamo noi dire che tali
concetti concordano coll’ insieme delle
dottrine da lui professate? Possiamo noi
dire che la Realtà quale viene intesa da
lui (Unità del pensiero, del volere, del sentimento estetico ecc., obbiettivamente considerati) concordi
coi risultati della psicologia esatta? E
la teoria della conoscenza fondata sui
dati della stessa Psicologia può andar congiunta con la Metafisica bradleyana? (4) (1) Forse non è inutile richiamare qui
l’attenzione sopra una forma di
Metafisica contemporanea che nacque anche come questa del Bradley in contrapposizione al movimento scientifico
contemporaneo, inten- diamo parlare
della Metafisica del Teichmiille», la quale se ha qualche punto di contatto con quella del Bradley, se
ne differenzia essenzial- mente per il
fatto che essa poggia sulla realtà del soggetto indivi- duale — Io — sostanza. Non dobbiamo
intrattenerci sulle ragioni di tale
differenza : diremo soltanto che tra queste possono essere al diversa cultura psicologica dei due autori e
l’azione che l'ambiente speculativo «del
proprio paese ha esercitato su ciascuno dei due me- tafisici.
Digitized by Google
Lusiemneszaieti INDICE La morfologia della CONOSCENZA. ....... Lune
pag. 1 Il ‘problema: GBtetico: Lirio ara
lalla 131 177 Il problema filosofico secondo il
Bradley...... (RAR De Sarlo.


No comments:
Post a Comment