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Friday, December 20, 2024

GRICE E SARLO

 

Grice e Sarlo: la ragione conversazionale dell’idealismo – la scuola di Napoli – filosofia napoletana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli).  Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Francesco De Sarlo Francesco De Sarlo (San Chirico Raparo, 13 febbraio 1864 – Firenze, 14 gennaio 1937) è stato un filosofo e psicologo italiano.  Biografia Nel 1900 vince la Cattedra di filosofia teoretica presso il Regio Istituto di studi superiori di Firenze dove resterà fino al 1933. È in questa città che frequenta i seminari tenuti da Franz Brentano presso la Biblioteca Filosofica. Nel 1903 fonda a Firenze il "Laboratorio di psicologia sperimentale" che fu inizialmente annesso alla Facoltà di Lettere e Filosofia del Regio Istituto di studi superiori. Allievi di De Sarlo furono, tra gli altri, Antonio Aliotta (1881-1964), Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952), Enzo Bonaventura (1891-1948), Eustachio Paolo Lamanna, che sposò sua figlia Edvige, Eugenio Garin e Alberto Marzi.  Il De Sarlo si trova in aperto contrasto con Benedetto Croce e Giovanni Gentile che ritenevano si dovesse separare il metodo della filosofia da quello della scienza. Per De Sarlo, invece, il metodo conoscitivo doveva essere comune in quanto sia il filosofo che lo scienziato si occupano dello stesso campo d'indagine. Per questo considera come unico metodo quello rigorosamente sperimentale di Wilhelm Wundt e quello esperienziale di Brentano. Nello stesso anno pubblica, nel capoluogo toscano, il saggio: I dati dell'esperienza psichica.  La novità introdotta da De Sarlo è il concetto che i fenomeni fisici esistono in quanto diventano fenomeni psichici, contenuto della nostra coscienza. Dunque, l'oggetto di studio della psicologia doveva essere l'esperienza intenzionale del soggetto. L'unica vera esperienza diretta è quella psichica. Esperienza interna ed esperienza esterna vanno così a configurarsi come due aspetti dello stesso fenomeno; non c'è un'esperienza più vera dell'altra poiché nessuna delle due è indipendente dall'altra. Per De Sarlo è imprescindibile studiare la coscienza: a suo avviso, gli "oggetti" arrivano necessariamente alla nostra coscienza attraverso gli organi sensoriali. Essi vengono ordinati, studiati, usati, catalogati sia dal singolo nella sua esperienza quotidiana sia dalle varie scienze che ne approfondiscono lo studio. Siccome tali "oggetti" sono complessi, cioè pieni di proprietà, attributi etc., De Sarlo si chiede come accada che si compongano nella coscienza dell'individuo e stabilisce che due sono le modalità:  o l'oggetto equivale al contenuto della coscienza oppure che la percezione del soggetto dipende dalla relazione del soggetto stesso con l'oggetto percepito. Nel primo caso De Sarlo parla di "esperienza con carattere statico", nel secondo di "esperienza a carattere dinamico". In entrambi i casi non si può prescindere dal ruolo del soggetto.  La differenza tra esperienza psichica ed esperienza pura è l'aggiunta del significato ai dati primitivi.  Per De Sarlo sono possibili solo due modi di studiare tutto questo:  il metodo sperimentale e il metodo introspettivo Nel 1907 fonda il periodico La cultura filosofica, che darà spazio alla discussione di problemi psicologici e presterà attenzione a quanto avviene in campo psicologico ed epistemologico negli altri paesi. L'impostazione filosofica di questa rivista fu più volte criticata da Benedetto Croce e Giovanni Gentile.  Tra il 1912 e il 1915 è tra gli autori della rivista fiorentina Psiche, il cui redattore capo è Roberto Assagioli: altri redattori sono Agostino Gemelli, E. Bonaventura. Le teorie di Francesco De Sarlo furono influenzate molto dalla concezione della conoscenza scientifica e dalle teorie di Franz Brentano.  Nel 1925 è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce. Nello stesso anno pubblica, per i tipi Le Monnier, Gentile e Croce. Lettere filosofiche di un «superato». Nel libro De Sarlo prende atto della sconfitta culturale del neoidealismo italiano, ma al contempo rivendica le ragioni della sua prospettiva filosofica. L'obbiettivo polemico erano senza dubbio sia Croce che Gentile, ma a quest'ultimo erano dedicate le pagine più aspre. Infatti De Sarlo e Croce erano legati dal comune sentimento antifascista e convinti della necessità di misurarsi con ricerche concrete, quali quelle di Croce in ambito storico che De Sarlo aveva sempre apprezzato. Non a caso Croce fece passare sotto silenzio questo testo mentre sul Giornale critico della filosofia italiana, fondato e diretto da Gentile, apparvero varie recensioni critiche del volume.  Opere F. De Sarlo, I dati dell'esperienza psichica, Galletti e Cocci, Firenze 1903. F. De Sarlo e G. Calò, Principi di scienza etica, Sandron, Palermo 1907. F. De Sarlo, Gentile e Croce. Lettere filosofiche di un «superato», Firenze, Le Monnier, 1925. F. De Sarlo, Introduzione alla filosofia, Ed. Dante Alighieri, Milano 1928. F. De Sarlo, Il metodo naturale nella ricerca scientifica, Ed. Dante Alighieri, Milano 1929. F. De Sarlo, L'uomo nella vita sociale, Laterza, Bari 1931. F. De Sarlo, Vita e psiche: saggio di filosofia della biologia, Le Monnier, Firenze 1935. Bibliografia V. Russo, Filosofia e psicologia nell'attività psichiatrica di Francesco De Sarlo, Il Mulino, Bologna 1987. AA. VV., Studi per Luigi De Sarlo, Giuffrè, Milano 1989. L. Albertazzi, G. Cimino, S. Gori-Savellini (ed.), Francesco De Sarlo e il laboratorio fiorentino di psicologia, Laterza, Bari 1999. G. Sava, Francesco De Sarlo e la psicologia filosofica, «Il Veltro», LVI (2012), fasc. 1-2, pp. 31–47. P. Guarnieri, http://www.fupress.com/scheda.asp?idv=2296[collegamento interrotto], Firenze University Press, Firenze 2013. Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina dedicata a Francesco De Sarlo Collegamenti esterni De Sarlo, Francesco, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata De Sarlo, Francesco, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009. Modifica su Wikidata De Sarlo, Francésco, su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata Patrizia Guarnieri, DE SARLO, Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 39, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1991. Modifica su Wikidata Francesco De Sarlo, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Modifica su Wikidata Opere di Francesco De Sarlo, su MLOL, Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata Controllo di autorità                              VIAF (EN) 32222177 · ISNI (EN) 0000 0000 7973 0356 · SBN BVEV049528 · BAV 495/199662 · LCCN (EN) no2001066024 · GND (DE) 124135129 · BNF (FR) cb144710363 (data) · J9U (EN, HE) 987007289332805171   Portale Biografie   Portale Filosofia   Portale Psicologia Categorie: Filosofi italiani del XX secoloPsicologi italianiNati nel 1864Morti nel 1937Nati il 13 febbraioMorti il 14 gennaioNati a San Chirico RaparoMorti a Firenze[altre]  FRANCESCO DE SARLO    SAGGI    DI    FILOSOFIA    VOLUME I    La Vecchia e la Nuova Frenologia. — La nozione di Legge ,,. —  L’origine delle tendenze immorali. -- Il senso muscolare. —  L’ohbietto della Psicologia fisiologica. — La filosofia dell’atti-    ‘ vità : F. Paulsen.  Ù È    TORINO  CARLO CLAUSEN    1896    Phio 4225 2.8)  l    HARVARD COLLEGE LIBRARY oc    JACKSON FUND  DI 277 If, 1927    (2 nel)    Roma. Tipografia di G. Balbi — Via Mercede. 29-29.    La vecchia e la mura Frenologia    Fatto psichico e fatto fisiologico o fisico sono deno-  aminazioni esatte, precise e intelligibili, meglio che le  parole spirito e corpo, le quali, come già ebbe a notare  il Renouvier, peccano per la loro indeterminatezza e pre-  .suppongono già un’opinione formata sulla natura del so-  strato dei fatti psichici e di quelli fisiologici. La distin-  zione tra detti fatti porta con sè la ricerca della rela-  zione esistente tra loro: nè può essere altrimenti, data  l’intima connessione di entrambi. Non deve quindi far  meraviglia se da vari punti di vista, sia stata indagata  tale relazione e mentre dapprima sì fissò l’attenzione  sull'azione che lo spirito in genere può esercitare sul  ‘corpo preso nel suo insieme e viceversa questo su quello,  negli ultimi tempi in seguito al progresso delle scienze  positive e della critica della conoscenza si è badato mas-  simamente alla relazione tra singoli fatti psichici e de-  ‘terminati fatti e processi fisici (1).   In ogni modo la relazione esistente tra l’anima e il  «corpo può formare oggetto d'indagine da due diversi    (1) Chi voglia avere un esatto, comunque riassuntivo, ragguaglio  .delle varie maniere con cui successivamente è stato considerato dai  filosofi, il rapporto tra spirito e corpo, può consultare il volume del  Bain L'esprit et le corps. Paris, Germer et Bailliére 1880 (da pag. 144  ‘a pag. 203).    4 LA VECCHIA E LA NUOVA FRENOLOGIA    punti di vista: i° Si può considerare il rapporto esistente  tra determinati stati di tutto il corpo coi suoi vari or-  gani e dati fatti psichici, si può in altri termini consi-  derare l'azione che il fisico esercita sul morale e vice-  versa il morale sul fisico: esempi di tale trattazione ci  vengono forniti dai classici lavori del Cabanis e dell’Hack  Tuke; 2° si può limitare l’indagiue al rapporto esistente  tra il fatto psichico e la corrispondente variazione del-  l'organo rivelato dall'esperienza in precipna connessione  colla psiche (sistema nervoso). La prima indagine non  ha interesse. particolare e decisivo per la soluzione del  problema filosofico concernente la natura dello spirito :  ed infatti l’azione reciproca, come si dice, tra fisico e mo-  rale non è negata da nessuno in tesi generale, comunque:  possa essere variamente interpretata, ed aggiungeremo  che le descrizioni che di quella possediamo sono pres-  sochè complete e definitive. Per l'opposto la seconda in-  dagine riguardante il rapporto tra sistema nervoso e fatti  spirituali non solo costituisce un elemento importante  per poter risolvere il problema capitale della psicologia  che è quello della natura e del modo di esplicarsi del-  l’attività spirituale, ma è causa delle maggiori discre-  panze tra i vari filosofi. È nostro intento di fermarci ap-  punto su questa seconda indagine per vedere se nello  stato attuale della fisiologia e della psicologia sia pos-  sibile venire ad una soluzione definitiva e razionale.  Bisogna risalire al secolo XVII per trovarele prime  indagini fatte allo scopo di cogliere il rapporto esistente  tra il cervello e l’anima: e ciò sì comprende dileggieri,  se si pone mente al risveglio delle scienze naturali ca-    LA VECCHIA E LA NUOVA FRENOLOGIA 5    ratteristico di quel tempo: già il sistema copernicano a-  veva portato una trasformazione nelle idee generali ri-  flettenti l'universo; la meccanica aveva ricevuto da Galilei  ‘una base solida, donde la tendenza a ridurre i fenomeni  fisici a fenomeni meccanici; e Harvey colla scoverta della  -circolazione sanguigna aveva presentato il principale  motore della vita, il cuore, come una pompa aspirante e  premente. Non è quindi a far meraviglia se agli occhi  «di Cartesio, il quale cercò di formare un sistema com-  pleto delle cognizioni naturali del suo tempo, la natura  .sî sia presentata sotto l'aspetto meccanico, il corpo a-  nimale come una macchina naturale e il cervello come  un congegno atto a contenere in un dato punto l’anima  -di natura semplice ed inestesa (1).    (1) Non bisogna però credere che prima del XVII secolo non fosse  stata messa in alcun modo in chiaro la connessione esistente tra il cer-  vello e l’anima: non poteva non fermare l’attenzione di chiunque il  fatto per sé ovvio che animali sd uomini, dopo aver ricevuto una lesione  al cervello, mostrano un mutamento notevole nelle loro condizioni  psichiche, — C’è stato chi è arrivato a Democrito, Eraclito, Areteo,  Ippocrate, ecc., i quali avrebbero fissato in astratto che ad ogni ma-  nifestazione e modificazione della natura corrispondesse una pacti-  colare organizzazione cerebrale. — Aristotele nel «:onfrontare la intel-  ligenza deli'uomo con quella degli animali, vedendo nell’uomo la testa  più piccola che negli altri animali, ne inferì che fra gli uomini la intelli-  genza è in ragione del minor volume del capo. — Gregorig Nisseno  faceva il seguente paragone del cervello umano: « È una città, in cui  tante strade di andata e ritorno pegli abitanti non fanno confusione,  perché ciascuna ha il suo punto di partenza e di arrivo determinato ».  ‘È un antichissimo accenno alla divisione delle funzioni. — Ma le prime  ricerche sperimentali che si conosca essersi fatte sul cervello umano,  sono di Galeno, il quale disse che la forma del cerebro era quale con-  ‘viene, e quale sarebbe se, prendendo una palla di cera in forma ro-  «tonda perfetta, la si premesse leggermente ai lati per modo che rse-  -atasse la fronte e la calotta con un po’ di gobba. In conseguenza colui    big isdihy Google    FRANCESCO DE SARLO    SAGGI    DI    FILOSOFIA    VOLUME I    La Vecchia e la Nuova Frenologia. — La nozione di Legge ,,, —  L’origine delle tendenze immorali. -- Il senso muscolare. —  L’ohbietto della Psicologia fisiologica. — La filosofia dell’atti-  " vità: F. Paulsen.    TORINO  CARLO CLAUSEN    —.    1896    Phil 4227. 2.5)  i    HARVARD COLLEGE LIBRARY Dt    JACKSON FUND  fa l1,19 27  199,    (an    Roma, Tipogratia di G. Bulbi. — Via Mercede. 29-29.    La vecchia e Ta nova Freologa.    Fatto psichico e fatto fisiologico o fisico sono deno-  minazioni esatte, precise e intelligibili, meglio che le  parole spirito e corpo, le quali, come già ebbe a notare  il Renouvier, peccano per la loro indeterminatezza e pre-  .suppongono già un'opinione formata sulla natura del so-  strato dei fatti psichici e di quelli fisiologici. La distin-  zione tra detti fatti porta con sè la ricerca della rela-  zione esistente tra loro: nè può essere altrimenti, data  l'intima connessione di entrambi. Non deve quindi far  meraviglia se da vari punti di vista, sia stata indagata  tale relazione e mentre dapprima sì fissò l’attenzione  sull'azione che lo spirito in genere può esercitare sul  corpo preso nel suo insieme e viceversa questo su quello,  negli ultimi tempi in seguito al progresso delle scienze  positive e della critica della conoscenza si è badato mas-  simamente alla relazione tra singoli fatti psichici e de-  terminati fatti e processi fisici (1).   In ogni modo la relazione esistente tra l’anima e il  -corpo può formare oggetto d'indagine da due diversi    (1) Chi voglia avere un esatto, comunque riassuntivo, ragguaglio  delle varie maniere con cui successivamente è stato considerato dai  filosofi, il rapporto tra spirito e corpo, può consultare il volume del  Bain L'esprit et le corps. Paris, Germer et Baillière 1880 (da pag. 144  »    essere adempiute con scrupolo nei loro più minuti parti-  colari. Se nou che tutto questo, a dire il vero, piuttosto  che ai tempi primitivi dell'umanità si riferisce a quelli in  cui gli uomini si sono già organizzati in gruppi più o  meno vasti con capi politici e religiosi. Questi capi sì fin-  sero o si credettero effettivamente ispirati da esseri sovran-  naturali e legiferarono: e le loro leggi furono varie se-  condo le condizioni dei popoli e i criteri politici e religiosi,  dai quali i detti capi furono guidati.   Riassumendo, nell’inizio, in qualsiasi aggregazione umana  non esiste dritto nè legge nel vero significato della parola’  ma bisogni umani che possono essere sentiti e riconosciuti  di necessaria soddisfazione. Se per comune volontà la soddi-  stazione di quei bisogni con talune modalità o limiti rico-  nosciuta legittima, viene conseguita, si hanno allora alcune  consuetudini che non possono a rigore dirsi giuridiche,  perchè manca un potere tutelatore, ma preparano l’appa-  rizione delle forme giuridiche, dei dritti, iniziando la tra-  sformazione dei rapporti bio-etici in rapporti giuridici. Se  poi quelle consuetudini si formano sotto la direzione di  colui che sta a capo dell'associazione, allora esse meritano  il nome dì giaridiche. E posto che il dritto, subbiettiva-  mente inteso, sia la facoltà di operare in una maniera de-  terminata, riconosciuta legittima e necessaria dall'autorità  sociale, obbiettivamente sì presenta sotto questi due aspetti:  1° sotto quello della garentia o protezione che ha vita appunto  con le disposizioni legislative, con leleggi; 2° sotto quello  di un insieme di azioni umane, svolgeutisi nei limiti e con  le modalità stabilite da queste leggi.   Di guisa che il dritto è il complesso delle norme gene-    LA NOZIONE DI « LEGGE » 57    rali dell'operare umano necessarie al conseguimento dei fini  sociali ed individuali dell'uomo. Se non che qui giova no-  tare che non è perfettamente conforme al vero affermare  sic et simpliciter che le consuetudiri sì fissino nelle leggi  giuridiche, ma invece occorre dire che dopo la separazione  delle consuetudini propriamente dette dal dritto, quest’ul-  timo si vale dei mezzi di obbligazione esterna, mentre le  prime adottano i mezzi più blandi dell’imitazione e del ri.  spetto dell'opinione pubblica.   Le consuetudini ed il diritto hanno però per lungo tempo  questo di comune che il valore delle loro norme è fondato  tutto sull'uso e sull’abitudine. La /egge (lex) espressa-  mente ‘formulata e quindi letta e quella scritta (Vorschrift,  prescrizione) sono di origine molto più tardiva ed anche  dopo che sono sorte, abbracciano in modo molto incom-  pleto il diritto che vige nella società: dritto che si diffe-  renzia dalle pure consuetudini per la costrizione fisica di  cui effettivamente si serve. Presso i Romani queste leggi  non scritte, da cui però attingeva la legislazione scritta,  queste consuetudini si dissero « 120res » per accennare al-  l'assenza in esse di ogni forma di promulgazione esterna  reputata caratteristica della legge vera e propria (lex da  legere). Presso di noì moderni la differenza tra consuetu-  dini e leggi s'è andata sempre più accentuando per il fatto  che le prime sono andate perdendo di valore a misura che  si è lasciato maggior campo alla esplicazione della libertà  ed iniziativa individuale e che in riguardo ad esse è venuto  meno ogni mezzo di costrizione. Per contrario è divenuto  molto più sensibile il carattere obbligatorio delle norme  giuridiche basato appunto sui mezzi di costrizione esterna.    58 LA NOZIONE DI « LEGGE >»    Come si vede, nel concetto originario di legge non era  incluso per niente il significato che oggi si dà alle leggi  naturali, quali rapporti costanti esistenti tra dati termini,  ma bensi, quello di norme o regole dirigenti l’attività umana.  In questo senso Empedocle considera il divieto di uccidere  gli esseri viventi quale legge applicabile fin dove si estende  la luce del sole e lo spazio infinito e Sofocle fa dire ad An-  tigone che i comandi divini non scritti, ma imprescindi-  bili, hanno valore non da ieri o da oggi, ma ab aeferno e  nessuno sa « da quando sono stati rivelati. » In Eraclito  troviamo solo un accenno a concepire la legge divina quasi  come una legge naturale, quando dice, « che tutte le leggi  umane tendono ad avvicinarsi a quella divina, in quanto  questa è onnipotente e forte abbastanza per dominare tutte  le altre leggi »; qui la legge divina non solo è conside-  rata come una norma dello svolgimento dell’attività umana,  ma come fattore essenziale dell’ armonia universale chia-  mata anche da Eraclito col nome di Dike.   Decorse però molto altro tempo prima che la nozione di  legge fosse libera dagli elementi ad essa inerenti nel suo  significato originario: basta pensare che i sofisti riguar-  davano il Nomos ela Fise, la legge e la natura delle cose  come antitesi inconciliabili, per convincersi che in quel  tempo il concetto di legge (intesa questa quale forma del-  l'ordinamento naturale) non poteva in alcun modo pren-  dere consistenza ed acquistar valore ed anzi va notato che  gli autori di quel tempo ponevano ogni cura a differen-  ziare la legge dalla natura, osservando che la legge era  stata data dagli nomini, mentre la natura di tutte le cose  era stata ordinata dagli Dei. E quei filosofi che riconosce-    LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 59    vano le leggi naturali nel senso moderno si guardavano  bene dal chiamarle con tal nome: Democrito, per esempio,  chiaramente espresse il concetto che niente di casuale av-  viene nel mondo, ma tutto ha la sua ragione necessaria;  se non che egli non parlò mai di leggi naturali, bensi d  ella  necessità di ogni evento, anzi fu egli che pose la legge  di rincontro alla natura delle cose. Del pari Platone  ed Aristotele parlarono della necessità a cui sottostan-  no tutti i fatti della natura, comunque la subordinassero  poi all’ attività finale di questa, ma non ci fu caso  che essi considerassero tale necessità quale legge della  natura. Questo nome fu da essi conservato esclusivamente  per designare le norme dell’operare umano, distinguendo  le leggi particolari dei singoli stati, suddivise poi alla lor  volta in leggi scritte e non scritte, dalla legge morale uni-  versale per cui gli uomini son tratti istintivamente a giu-  dicare (uivtevovta:) del giusto e dell’ingiusto. Teofrasto più  precisamente disse che per tale via tutti gli uomini, in forza  dell'unità della loro natura, sono spinti a considerarsi come  affini o aventi una medesima origine. Tale legge, diciamo  così, naturale però sta a significare soltanto un'esigenza  pratica della natura umana, non una necessità incorabente  al modo di agire delle forze naturali: e se Aristotele una  volta si avvicina ad un tale concetto, non tralascia di  osservare che è solamente in senso improprio che si può  parlare di legge naturale (1).   Bisogna arrivare a Zenone per trovare adoperata la    (1) V.a tal proposito, Zeller: Philosophie, der Griechen, Vol. I, pag.  1005 e segg., Vol. II pag.865 e segg.; V. inoltre Zeller: Vortrige u.  Abhandlungen. Dritte Sammlung. Leipzig 1884, pag. 191 e segg.    60 LA NOZIONE DI «€ LEGGE »    prima volta la nozione di legge ad esprimere l' ordina-  mento della natura, il che parrà logico a chiunque conosce  la struttara del sistema stoico. Dagli stoici infatti fu af-  fermata la necessità di ogni evento, l'inviolabilità dell’or-  dine naturale tanto più decisamente in quanto Epicuro  aveva ammesso l’arbitraria declinazione negli atomi e il  libero arbitrio nell'uomo. Se Democrito ed Epicuro rifug-  girono dal designare il corso necessario degli eventi natu-  rali col nome di legge, perchè ciò poteva far conside-  rare l'ordinamento della natura quale opera di un volere  superiore e di un'intelligenza plasmatrice dell’universo, gli  stoici avendo ricondotte tutte le cose ad una sola causa  riguardata non soltanto come sostanza materiale, ma come  Forza creatrice o Ragione, furono spinti a considerare il  concatenamento delle cause naturali e il necessario svol-  gimento dei fatti come mezzi per cni la Ragione univer-  sale potesse attuare i suol fini.   Da tai punto di vista tutto l’ordinamento dell'universo  sì presentò come un prodotto del volere di detta ragione,  in altre parole come la legge che essa aveva dato ; ed anzi  essa stessa fu chiamata legge naturale, e se qualche volta  la natura piuttosto che la ragione figurò come legislatrice,  | se sì parlò di leggi della natura a cui tutto doveva sot-  tostare, compreso l’uomo, ciò avvenne perchè la natura  nella sua intima essenza era fatta coincidere colla ragione  universale (divinità) (1). In tal guisa è giustificato il detto  di Zenone che la legge naturale è una legge divina.    (1) Quid enim aliud est natura quam Dcus et divina ratio toti mundo  ct partibus cius inserta ? Seneca, De Benef. IV, 7,1,    LA NOZIONE DI « LEGGE » 61    La legge universale fu riposta nella Ragione somma, la  quale penetra da per tutto, onde Cleanto nel suo inno,  dopo aver detto che Giove tutto regola in conformità di  una legge, chiama le esigenze morali egualmente leggi.  Qui non troviamo differenza notevole tra la legge natu-  rale e la legge morale. Del resto tutta la dottrina morale  stoica è fondata appunto sul principio di dover vivere in  conformità della natura, principio, il quale non dice altro.  che la legge morale è legge naturale dell'’operare umano.  La nozione di legye naturale qui nor appare delimitata in  modo netto da non poter essere confusa per l’origine e per  la forma colla legislazione positiva e per il contenuto colla  legge morale, essendo guidato il volere divino dal fine di  procacciare il maggior bene agli esseri ragionevoli. Sem-  bra adunque che fosse dalla scuola stoica che l'espressione  di legge naturale passasse nell'ordinario linguaggio, tanto  più che l’indeterminatezza del suo significato rimase im-  mutata per il resto dell'evo antico e medio. Le leggi go-  vernanti la natura al pari di quelle obbligatoriamente re-  golanti le azioni umane figurarono come comandi divini :  e senza badare se tutti gli enti avessero la capacità pro-  pria dell'uomo di dare ascolto ai detti comandi, le leggi  naturali furono presentate quali ordini positivi provenienti  necessariamente da una Volontà superiore.   A questo punto giova notare che il sentimento mitico  della natura per cui i fenomeni di questa furono riguardati  espressioni di impulsì e di tendenze interne, trovò il  suo appoggio nell’analogia esistente tra il corso invariabile  dei fatti naturali e l’indirizzo, regolato da norme fisse, degli  atti della vita umana; indirizzo alla sua volta fondamen-    62 LA NOZIONE DI « LEGGE >»    tato almeno in parte sul succedersi ritmico dei bisogni  fisici.   Alla costrizione esterna si sostitni l'esigenza interiore  emotiva per cui si fu tratti a conformare il proprio modo di  operare all’operare della natura. Il divino dall’uomo posto  nella natura si riverberò sull'uomo stesso quando gli atti  divini (fatti naturali) furono posti come modelli della con-  dotta umana; cosi l'ordine della natura divenne esemplare  dell'ordinato svolgersi delle consuetudini umane e la no-  zione di legge che ricevette la sua prima determinazione  nella società umana e che fu trasportata allo studio della  natura in seguito ad una tardiva riflessione, appare deri-  vata nei suoi fondamenti primitivi ed originarii dalla na-  tura stessa (natura fisica dell’uomo).   Del resto il nesso esistente tra l’ordine naturale e quello  delle consvetudini si rende manifesto nelle intuizioni reli-  giose degl'indiani. Negli atti simbolici religiosi di questi è  espresso il sentimento di regolarità fissa e immutabile do-  minante dapertutto nell'universo. In alcuni sacrifici sono  ‘simboleggiati i fenomeni celesti svolgentisi con regolarità  costante. I sacrifici fatti ad Agni corrispondono ai feno-  meni naturali (dappriina adorati essi stessi come divinità)  in cui per così dire, quel Dio s’incorpora. E i detti feno-  meni son reputati atti religiosi compiuti dalla divinità.   Di qui il rispetto pauroso per la natura che raggiunge  il massimo grado presso i Greci, come provano i miti di  Prometeo, di Icaro, di Fetonte, e il riguardo usato agli  animali, i quali rappresentano un elemento dell'ordine e  del sistema della natura. |   In tal guisa, dallo stadio mitico primitivo in cui sono    LA NOZIONE DI « LEGGE » 63    confusamente rappresentati l'ordinamento naturale e mo-  rale dell'universo si passa allo stadio estetico in cuì l’or-  dinamento esterno delle cose è presentato come simbolo  o manifestazione dell'ordinamento morale interiore, stadio  che coincide colla trasformazione degli dei della natura  in potenze morali. La natura è sempre riguardata come  qualche cosa di divino, ma i singoli obbietti naturali  cessano di essere considerati come dèi, simili agli uomini  (V. il Timeo di Platone). Col suddetto stadio coincide  l’inizio della conoscenza delle leggi fisiche dell'universo,  in quanto la contemplazione estetica non considera più i  fatti naturali come prodotti puri e semplici del capriccio  e dell’arbitrio di esseri divini simili in tutto all'uomo, ma  bensi come segni, accenni a qualcosa d'elevato, di razionale,  di assoluto, di necessario e quindi di permanente che è de-  gno di essere conosciuto ed indagato, per quanto si celi  all’occhio volgare.   Di qui l’inizio e l'avviamento alla comprensione razio-  nale dell’universo, la quale giunta al suo completo svolgi-  mento menò allo sconoscimento di ogni valore etico ob-  biettivo nella natura, sia perchè questa non fu più con-  templata nel suo insieme, data l'esigenza della divisione  del lavoro, sia perchè gli effetti emotivi suscitati dalla  detta contemplazione essendosi rivelati variabili e incostanti,  furono riguardati un prodotto del soggetto, da questo  trasportati nella natura.   Bisugna arrivare ai secoli XVI e XVII per trovare de-  limitato nell’ultimo modo anzidetto il contenuto della no-  zione di legge naturale, per la quale s’intese appunto il  rapporto costante di dati termini, la relazione fatalmente    64 LA NOZIONE DÌ « LEGGE »    necessaria esistente tra condizionato e condizione. Talchè  la nota caratteristica della legge naturale fu allora riposta  nel suo valore assoluto, universale, privo d’eccezioni. E la  conoscenza di essa si rivelò tanto più perfetta quanto più  chiara appariva la conoscenza degli eventi e delle loro  condizioni determinanti, raggiungendo il massimo grado di  perfezione colla possibilità di esprimere matematicamente  il rapporto implicato nella legge in modo da poter senza  fallo prevedere un dato evento, una volta note le rispettive  condizioni.   Che si riuscisse per la via induttiva o per quella dedut-  tiva a fissare e ad enunciare determinate leggi, ciò che  sopratutto si ebbe di mira fu che la legge avesse ‘n va-  lore assoluto e incondizionato ; il che poteva avvenire solo  - nel caso che tra le circostanze accompagnanti un dato e-  vento e quest'ultimo fosse riconosciuto un nesso causale,  comunque la conoscenza di una legge naturale potesse essere  indipendente da quella delle cause determinanti il nesso  espresso nella legge stessa. Molte leggi empiriche furono in-  fatti fondate su ipotesi scientifiche. Il modo di comprendere  la causalità in genere esercitò però sempre una grande  azione sulla maniera d'intendere l’assolutezza delle leggi  naturali.   Fu notato poi che per poter ammettere la possibilità di  strappi alle sudette leggi, per poter ammettere in alcun modo  delle deviazioni dal corso naturale delle cose, per poter  accettare in altri termini i miracoli, occorreva implicita-  mente od esplicitamente tornare a considerare le leggi natu-  rali quali leggi positive derivanti dall'arbitrio di una forza  saperiore. Una volta infatti affermato che intanto si può par-    LA NOZIONE DI « LEGGE >» 65    lare del corso regolare degli eventi naturali, in quanto sotto  date condizioni sempre si presentano fatti identici non è  più possibile risguardare come naturali eventi, i quali si  sottraggono ad ogni spiegazione naturale. Le leggi na-  turali interpretate secondo i concetti dominanti nella scienza  in stato di progresso e di svolgimento, appaiono assoluta-  mente inconciliabili e irriducibili a quelle precettive o nor-  mative, in quanto le prime hanno il carattere precipuo di  essere necessarie in sè stesse e prive di eccezioni, mentre  le altre esprimono delle regole, dei precetti a cui si può  sempre derogare. ]ua necessità nell’ultimo caso è sempre  relativa ad un dato scopo da conseguire.   Dicemmo di sopra che lo svolgimento della nozione di  legge e la sna formale enunciazione e introduzione nel do-  minio della scienza andavano differenziate dal fatto reale  ed obbiettivo formulato ed espresso in un periodo tardivo  nella legge stessa. Invero fin da quando fu riconosciuto  un rapporto ‘costante e necessario tra due fatti (Matema-  tica e Astronomia), fin da quando sì cominciò ad enun-  ciare un giudizio universale ed a ricavare da date pre-  messe date illazioni ordinando il tutto in modo chiaro e  preciso, fin da quando fu riposta la ragione dei vari e-  venti in un processo matematico-meccanico svolgentesi in  modo incondizionatamente necessario, fin da quando il mondo  in tutte le sue manifestazioni anche le più esigue, fu con-  siderato come wn organismo governato da un concatena-  mento di cause, fin da quando pose radici Ia convinzione  che conoscere equivale a determinare e che pertanto cono-  scere un oggetto equivale a ricercare in che modo questo  nella sua essenza ed esistenza dipende da un altro, fin da    9.    66 LA NOZIONE DI « LEGGE »    quando adunque la scienza intesa in senso lato ebbe la  sua prima origine, il contenuto .reale della nozione di legge  s'imponeva alla considerazione dello spirito. Dal momento  che lo spirito senti il bisogno di distinguere il permanente  e l'essenziale dal contingente e dall’accidentale, attribuendo  al primo maggior valore e significato, dal momento che  andò in traccia dell'unità al disotto della varietà, pose  perciò stesso la necessità della ricerca della legge. Questa  ha radice in una necessità del concepire umano, in quanto  nel fondo del nostrointelletto, è insita la tendenza ad an-  dare in cerca di qualcosa di assoluto, d'immutabile e d'i-  dentico : ond'è che dagli antichi filosofi Ionici, o meglio dagli  antichi matematici ed astronomi dell’oriente fino a noi fu  un continuo affaticarsi del pensiero umano per fissare gli  elementi invariabili di tutte le cose e per sostituire alla con-  cezione mitica, e antropomorfica quella della connessione  necessaria e incondizionalmente regolare dei vari eventi.  Ed è cosa degna di nota che parallelamente all’interpre-  tazione teleologica della natura si conservi con un nu-  mero maggiore o minore di variazioni e di ondeggiamenti  la tendenza a ricercare i puri rapporti causali tra le cose  e gli eventi. Chi segue lo svolgimento storico della scienza  in genere constata subito che la corrente che potremmo  dire materialistica decorre parallela a quella idealistica,  attraverso tutto il mondo antico e tutto l’evo medio fino  a che nel rinascimento s’iniziò quel movimento che ebbe  per esito l'abbandono di qualsiasi veduta teleologica nel  dominio della scienza vera e propria.   Se non che qui si presenta la questione: Se il fatto  reale espresso mediante la legge è antico quanto la scienza,    LA NOZIONE DI « LEGGE » 67    perchè la nozione di legge vera e propria sorse così tardi ?  Al concetto di necessità naturale che cosa si deve aggiun-  gere perchè si abbia il concetto di legge ? Finchè la co-  noscenza umana sì portò, per così dire, in modo diretto ed  immediato verso il suo obbietto che d'ordinario era la na-  tura, senza curarsi di determinare l'essenza generale, il  concetto dei fenomeni, senza ferinare l’attenzione sulle re-  lazioni stabilite mediante l’intelletto umano, era impossi-  bile che sorgesse la nozione di legge, la quale è resa pos-  sibile piuttostochè dalla considerazione delle cose per sè  stesse, da una veduta esatta in ordine alla natura della  nostra conoscenza. Finchè i principii delle cose furono ri-  posti nelle cose e non nei concetti, ognun vede che di  leggi non era possibile parlare. Ma tostochè per opera se-  gnatamente della filosofia stoica, la ragione fu reputata  immanente al mondo e fine a sè stessa, e il mondo nel suo  progressivo svolgimento fu reputato la manifestazione di una  logica che sta nella sua stessa essenza, anzi fu reputato la  ragione stessa che si determina, per ciò stesso fu posta la base  del principio fondamentale delle leggi della natura. Queste,  infatti, esistono, sono necessarie e sono intangibili, perchè  sono la natura stessa; non possono esser tolte alla natura,  perchè non furono poste alla natura. Se fossero tolte, sarebbe  tolta la natura, il mondo. L'esistenza è la giustificazione  di quello che esiste; esiste perchè non può non esistere.  Ora è questa idea la garanzia della scienza, la quale non  può reggersi quando si ammetta la possibilità dell’arbitrio:  l’azione di una volontà esterna al mondo. Senza il concetto  o palesamente affermato o inscientemente ammesso di una  logica immanente, il pensiero brancola nel vago e nel buio e    68 LA NOZIONE DI « LEGGE »    la nozione di legge, che implica ordine, regolarità, e fissità,  non può prendere origine. In conclusione perchè si arrivi  a concepire la legge, all'idea della necessità naturale si  deve aggiungere quella della logica immanente: la nozione  della necessità interiore o logica, ecco il presupposto del-  l'insorgenza della nozione di legge.    II.    Le diverse concezioni circa la natura  della « Legge >». |    Una volta entrata nella mente degli scienziati la persua-  sione che pensare è fissare in forme costanti la cangiante  materia delle rappresentazioni, è cercare, come il saggio di  Schiller, den ruhenden Pol in de» Erscheinungen Flucht,  una volta ammesso che, giusta l’espressione dell’Helmholtz,  das erste Product des denkenden Begreifens ist das Ge-  setsliche, è chiaro che i filosofi dovettero essere spinti a  penetrare per vie differenti la natura intima della legge  la quale appariva come il risultato ultimo delle varie forme -  d'indagine scientifica, come l’espressione pi esatta e com-  pleta del lavoriointellettuale intorno ad un dato contenuto. Noi  crediamo chetutte le idee emesse dai filosofi su tale argomento  possano essere raggruppate in tre principali categorie, con-  trassegnate coi seguenti tre nomi: concezione intellettualisti-  ca, concezione animistica e concezione dualistica delle leggi  in genere. Se non che qui si potrebbe obbiettare: stando  a tale divisione, parrebbe che le leggi, le quali in sostanza    LA NOZIONE DI « LEGGE » 69    non sono che il risultato ultimo della conoscenza umana e  quindi un prodotto dell’intelligenza, possano essere inter -  pretate anche non ricorrendo all’attività intellettuale; a  fianco alla concezione intellettualistica, infatti, si pone  quella animistica ; ora, non racchiude tale affermazione  una contradizione? A ciò si risponde che senz’alcun dub-  bio la semplice determinazione ed enunciazione di una  legge è già un fatto intellettuale; il quale però può essere  valutato e interpretato diversamente a seconda che esso  vien rapportato alle funzioni semplicemente intellettive e  quindi ricondotto sotto il dominio esclusivo dei principii  supremi del pensiero puro (principio d'identità, ecc.), ov-  | vero viene considerato come implicante un elemento che  non ha a che fare coll’intelligenza pura e semplice.   A. tal proposito giova far distinzione tra la natura  propria delle leggi (il loro significato reale ed obbiet-  tivo) e la conoscenza di esse. Riguardo a quest’ ultimo  punto tutte le leggi a qualunque categoria apparten-  gano figurano, si, comes trascrizioni in termini intellet-  tuali (in giudizi universali) di rapporti reali, figurano  cioè come il risultato dell’applicazione dei processi intellet-  tivi agli obbietti reali; ma a seconda che i detti giudizi  universali enuncianti le leggi sono ridotti tutti a giudizi  d'identità o analitici, ovvero (almeno in gran parte) a giu-  dizi di dipendenza o sintetici, irriducibili ai primi, si avranno  due forme fondamentali d’'interpretazione delle leggi. Ri-  guardo al primo punio a seconda che l'essenza delle leggi  è riposta tutta in un processo di equazione obbiettiva tra  ì due termini della coppia legge, ovvero in una determina-  zione dell’attività propria delle cose e nell'azione reciproca    70 LA NOZIONE DI « LEGGE »    delle stesse, si avranno del pari due forme principali di con-  cezione della legge.   Va notato qui che d'ordinario le dette quattro forme si  corrispondono in modo che l’interpretazione, diciamo così,    analitica coincide con quello dell'equazione obbiettiva e la  sintetica con quella dell'attività. Sicchè noi ci siamo creduti  autorizzati a partire per prima in due grandi categorie le  concezioni circa la natura delle leggi in genere, dando loro  i nomi di concesione intellettualistica, e di concezione animi-  stica, nomi che filologicamente considerati non hanno al-  cun valore e sono delle semplici denominazioni atte a con-  trassegnare due forme di concepire le leggi. Siccome poi si  hanno delle concezioni miste in cui le leggi sono interpe-  trate, per una parte intellettualisticamente e per un'altra  parte animisticamente, così noi abbiamo creduto di am-  mettere una terza forma di concezione detta dualistica.  Aggiungiamo infine che in questa terza categoria vanno  compresi quei casi in cui tra le leggi esplicative e quelle  normative viene ammessa, una differenza essenziale e fonda-  mentale.   A seconda che è ammesso adunque il concorso di uno piut-  tosto che di un altro elemento per la genesi della nozione  di legge, a seconda che il valore di questa si fa o no di-  pendere esclusivamente da un fatto di conoscenza e a se-  conda che la causalità è riposta semplicente nell'essere,  ovvero nell’identità dell'essere e dell'agire, si avrà un  vario modo di concepire l’essenza delle leggi. E la con-  cezione meriterà il nome di intellettualistica ogni qual-  volta le leggi o sono considerate come legami per così  dire estrinseci alle cose (veduta meccanica), ovvero come    LA NOZIONE DI « LEGGE ® 71    enunciazioni di rapporti d’identità. Meriterà invece il nome  di animistica ogni qualvolta le leggi vengono considerate  come determinazioni primitive e originarie dell’attività  delle cose, o come espressioni di ciò che vi ha d’interno  in queste ultime. Meriterà infine il nome di dualistica  ogni qualvolta la natura delle leggi viene interpretata per  una parte intellettualisticamente e per un'altra parte  animisticamente. Sui particolari concernenti queste tre con-  cezioni c'intratterremo in seguito, quando tratteremo par-  titamente di ciascuna di esse.    CONCEZIONE INTELLETTUALISTICA.    Secondo questa concezione, o meglio secondo la forma  predominante di essa, chi dice legge dice rapporto, dice,  cioè, legame esistente tra due caraiteri generali, i quali  non sono mai staccati l'uno dall'altro in natura e si ri-  chiamano, o tendono a richiamarsi a vicenda; ed anzi si  può dire che i due caratteri, dei quali ora il primo ri-  chiama il secondo, ora il secondo richiama il primo, for-  mano una coppia, che è poi una legge. Pensare, formulare  una legge equivale a legare insieme due idee generali; e  formare un giudizio generale, è enunciare mentalmente  una proposizione generale. « Ogni pezzo di ferro esposto  all'umidità si arrugginisce »: « tutti i corpi immersi in  un liquido perdono una parte del loro peso eguale al peso  del liquido spostato »; ecco delle leggi, ciascuna delle  quali consiste in una coppia di caratteri generali e    72 LA NOZIONE DI «€ LEGGE %    e astratti collegati tra loro: da una parte la proprietà  del ferro d’essere esposto all'umidità, dall’ altra l'origine  del composto chimico detto ruggine, da una parte la  quantità del peso perduta dal corpo immerso e dall'altra  la quantità eguale del peso di liquido spostato. Niente di  più utile allo spirito umano di questa struttura delle cose,  giacchè una volta scoverta la legge, il primo carattere ap-  pare l’indice del secondo. Prima però di considerare le  leggi in sè stesse e nelle loro applicazioni, giova ricercare  la natura di detti caratteri generali o astratti, sempre se-  condo i detti intellettualisti. Lungi dall’essere creazioni  della nostra mente, semplici mezzi di classificazione o stru-  menti di mnemotecnica, quelli esistono di fatto al difuori dì  noi, al di là della portata dei nostri sensi e delle nostre  congetture; sono efficaci, anzi sono gli agenti più impor-  tanti della natura, in quanto ciascuno di essi trae seco  uno o più altri, sono la porzione fissa ed uniforme dell’e-  sistenza per sè frammentariamente dispersa e successiva,  giacchè allo stesso modo che vi sono dei caratteri comuni  la cuì presenza continua collega tra loro i diversi mo-  menti dell’esistenza individuale, così vi sono dei caratteri  comuni la cui presenza moltiplicata e ripetuta collega tra  loro i vari individui della classe. Senza i caratteri comuni  e le idee generali ed astratte che loro corrispondono nell’in-  telligenza umana non solo non sarebbe a parlare di scienza  (cosa già notata da Aristotile), ma non esisterebbero nem-  meno individui, i quali in sostanza sono come obbietti  particolari che durano, che serbano nel tempo e nello spazio  qualcosa di comune e di permanente, una data forma, cioè    LA NOZIONE DI « LEGGE » 13    a dire un gruppo di caratteri fissi aventi importanza capi-  tale e costituenti la parte essenziale.   Abbiamo detto che ai caratteri comuni obb'ettivamente  esistenti fanno riscontro nell’intelligenza le idee o i con-  cetti, 1 quali lungi dal confondersi colle rappresentazioni  sensoriali o cogli schemi fantastici o rappresentazioni ge-  nerali che sono un fatto semplicemente concomitante, vanno  riguardati come nomi di classe, nomi significativi ed atti  ad essere compresi, in modo che essendu questi uditi, sve-  gliano la rappresentazione sensibile più o meno chiara e  circoscritta d'un individuo della classe e esistendo invece  la rappresentazione sensibile di un individuo della classe,  appare subito sull’orizzonte psichico l'imagine del suono  del nome di questa e la tendenza a pronunziarlo. Tal-  chè i caratteri astratti delle cose sono pensati per mezz»  di nomi astratti (idee astratte) che sono specie di sostitu-  tivi dell'esperienza sensibile che noi non abbiamo, nè pos-  siamo avere del carattere astratto presente in tutti gli in-  dividui simili. Essi lo sostituiscono, adempiendo al mede-  simo ufficio. L'origine di tali nomi astratti e generali va  ricercata in una forma particolare di associazione tra un  dato suono e la rappresentazione o l’immagine non solo di  individui assolutamente simili, ma anche di individui a volte  differenti in tutto, trannechè in un carattere. Il potere di  trovare analogie tra le cose più o meno disparate, il po-  tere di cogliere dei rapporti è appunto la caratteristica  dell’intelligenza umana e insieme ciò che rende possibile  la formazione di nomi astratti e generali. L'idea nasce col  segno, ma perchè sia adattata in modo completo all'oggetto,  perchè risponda al carattere comune, è necessario che sia    14 LA NOZIONE DI « LEGGE ®    rettificata a gradi, giacchè nel linguaggio ordinario e nella  esperienza volgare è incompleta e vaga: è soltanto per  mezzo dell'osservazione attenta, dell'esperienza variata ed  estesa e della comparazione ripetuta, che noi riusciamo, tra-  lasciando tutti i caratteri inutili e accidentali, a conservare  quelli essenziali e permanenti.   Non tutte le idee generali vengono formate con detto  processo: vi sono, infatti, quelle che agiscono come mo-  delli, perchè hanno per obbietto non il reale, ma il possi-  bile, ed esse piuttostochè adattate all'oggetto, vengono co-  struitte, E il carattere comune di tutte le idee che noi co-  struiamo è che esse si riducono a schemi, a cornici in cui  può venire inquadrata la realtà, comunque esse siano formate  senza tener presenti determinati oggetti reali. La conformità  delle costruzioni mentali colla realtà può e non può aver  luogo: in ogni caso essa non è lo scopo a cui si mira. Lo  adattamento non è sempre esatto e vi sono dei casi in cui  è soltanto approssimativo; e ciò perchè il fatto reale è  molto complicato, mentre la costruzione mentale relativa-  mente semplice: sbarazzato dei suoi suoi elementi acces-  sori e ridotto a quelli principali il primo si presenta come  una copia della seconda e tanto più entrambi coincidono  quanto più o mediante l’astrazione praticata sulla realtà  tutto ciò che è accessorio vien tralasciato, rimanendo con-  servato ciò che è primitivo ed essenziale, ovvero mediante  il processo contrario, la determinazione, tutto ciò che man-  ca agli schemi mentali vien loro attribuito dall'immagi-  nazione.   Tre condizioni sono richieste perchè le costruzioni men-  tali abbiano un certo valore obbiettivo : 1° bisogna che gli    LA NOZIONE DI « LEGGE ® 15    elementi mentali di esse siano calcati esattamente su  quelli delle cose reali: 2° che gli stessi elementi siano ge-  nerali e possibilmente universali: 3° che le combinazioni  mentali siano le più semplici possibili. Tale processo co-  struttivo si può applicare alle varie classi di obbietti, giac-  chè in tutti noi possiamo riscontrare e isolare i caratteri  generali atti ad essere combinati tra loro. Tra i tipi men-  tali per tale via costruiti ve ne sono di quelli che c’inte-  ressano in modo particolare e aì quali noi vivamente de-  sideriamo che le cose si conformino, tanto che il bisogno e  l'esigenza di tale conformità diviene stimolo all’azione. Noi  costruiamo l'utile, il bello e il bene e operiamo in modo  da far coincidere, per quanto è possibile, le cose colle no-  stre costruzioni. Avendo noi scorto ora in uno, ora in un  altro degli individui che vivono in società con noi e con cui  noi siamo in continuo rapporto dei segni esterni che sono  l'espressione di qualità interiori atte a svegliare la nostra  attenzione, perchè benefiche all'individuo o alla specie, quali  l'agilità, il vigore, la »alute, l’energia ecc., siamo tratti a  mettere insieme i detti segni, affine di potere contemplare  un corpo umano in cui siano appunto manifestati i carat-  teri da noi giudicati i più importanti e pregevoli: ond'è che  se un artista giunge ad avere la visione interiore, la  immagine viva e intensa dell’insieme di queste note, egli  prende un blocco di marino e v'imprime la forma ideale che  la natura non era riuscita a mostrarci per l’innanzi. Del  pari essendo dati i vari motivi del volere umano, noi con-  statiamo che l’individuo opera più di frequente in vista del  suo bene personale e quindi per interesse, molte volte per il  bene di un individuo da lui amato e quindi per simpatia e    76 LA NOZIONE DI « LEGGE »    rarissimamente in vista del bene generale senza altra inten-  zione che di essere utile alla società presente o futura di tutti  gli esseri forniti di sensibilità e d'intelligenza. Noi isoliamo  quest'ultimo motivo e desideriamo vederlo preponderante in  ogni deliberazione umana, lo lodiamo tanto da raccoman-  darlo a tutti gli altri e da fare ogni sforzo per dargli il  predominio in noi medesimi. Formatosi così l’ideale del ca-  rattere morale, noi cerchiamo ogni mezzo per adattare a  tale modello il nostro carattere effettivo. Di guisa che le  opere d’industria, d’arte e di virtù sorgono allo scopo di col-  mare o discemare l'intervallo che separa le cose dalle nostre  concezioni.   Vediamo ora in che consistono, sempre stando alla con-  cezione intellettualistica, i rapporti o i legami esistenti  tra due caratteri comuni (leggi). Notiamo subito che essi  sono di varie specie: a volte i due caratteri collegati  insieme sono simultanei e allora due casi si possono pre-  sentare o il primo carattere trae seco il secondo senza  che l’ultimo tragga seco il primo: così ogni animale for-  nito di mammelle ha vertebre, ma non ogni vertebrato è  fornito di mammelle (legame unilaterale o semplice): ov-  vero la presenza del primo carattere trae s eco quella  del secondo e alla sua volta la presenza del secondo trae  seco la presenza del primo; in ogni mammifero i denti  incisivi accompagnano sempre un tubo digestivo breve e  lo svolgimento di istinti carnivori e reciprocamente (legame  bilaterale e doppio). Altre volte dei due caratteri collegati,  l'uno, chiamato antecedente, precede e l’altro detto conse-  guente segue; al primo si dà il nome di causa ed all’al-  tro quello di effetto. E anche qui due casi si possono pre-    LA NOZIONE DI « LEGGE » CAL d    sentare o il primo carattere provoca colla sua presenza  l'insorgenza del secondo e alla sua volta il secondo per  prodursi, esige la presenza del primo : ogni mobile al quale  s'applicano due forze divergenti di cui l’una è continna,  descriverà una curva; ed ogni mobile per descrivere una  curva richiede l'applicazione di due forze divergenti di  cui l'una è continua (legame bilaterale o doppio): ovvero  il primo provoca colla sua presenza il secon:lo senza che  il secondo per prodursi esiga la presenza del primo — le  vibrazioni di una certa celerità trasmesse al nervo acustico  provocano la sensazione di suono, ma quest’ultima può  prodursì in noi spontaneamente nei centri sensitivi — (le-  game umilaterale o semplice, nesso di causa ed effetto) (1)   Ma in che consiste il legame esistente tra due carat-  teri ? Vi è qualche virtù o ragione segreta che risiedendo  in uno di essi, trae, provoca l'altro? Su questo punto i  filosofi fautori della concezione intellettualistica non sono  d'accordo, come si dirà in seguito; per ora basterà no-  tare che per la più parte dei filosofi e scienziati moderni  intellettualisti le parole provocazione, legame, produzione,  esigenza non sono che metafore abbreviative. « La sola  nozione » dice Stuart Mill sulla traccia di Hume, « di  cui a tal proposito noi abbiamo bisogno può esserci for-  nita dall'esperienza, la quale c’insegna che nella natura  regna un ordine di successione invariabile, e che ogni fatto  vi è sempre preceduto da un altro fatto. Noi chiamiamo  causa l’antecedente invariabile, effetto il conseguente in-  variabile. La causa reale è la serie delle condizioni, l’in-    (1) TAINE -- De VPIntelligence. Vol. 2°.    718 LA NOZIONE DI « LEGGE »    sieme degli antecedenti, senza i quali l'effetto non può a-  ver luogo. » Sicchè la causa è la somma delle condizioni  positive e negative prese insieme, la totalità delle circo-  stanze e contingenze di ogni specie che una volta date, sono  invariabilmente seguite dal conseguente. E la volontà pro-  duce i nostri atti corporei come il freddo produce il ghiaccio  o come una scintilla produce un'esplosione di polvere da  cannone; vi è li del pari un antecedente, la risoluzione,  che è un carattere momentaneo del nostro spirito, e un  conseguente, la contrazione muscolare che è un carattere  momentaneo di uno o più dei nostri organi; l’esperienza  collega insieme i due fatti in modo da render possibile la  previsione che la contrazione terrà dietro alla risoluzione,  non altrimenti che l'esplosione della polvere segue il con-  tatto della scintilla —- In modo più preciso si può dire  che qualunque siano i due caratteri, simultanei o successivi,  momentanei o permanenti, la forza colla quale il primo trae,  provoca o suppone il secondo come contemporaneo, conse-  guente o antecedente, si riduce ad una particolarità del  primo considerato solo e separatamente. S'intende dire con  ciò che esso ha per sè la proprietà di essere accompagnato,  seguito o preceduto dall'altro. Del resto niente di meravi-  glioso in tale costituzione delle cose, se si riflette che non  è più strano trovare delle concomitanze, dei precedenti e dei  conseguenti rispetto ed un carattere generale di quello che  sia il trovarne rispetto ad un individuo particolare o ad  un fatto attuale. Non alrimenti che gl’individui e i fatti  particolari, i caratteri generali sono forme dell’esistenza non  ditferenti dai primi, se non perchè sono più stabili e più  diffusi. La difficolta è tutta nel poter osservare separata-    LA NOZIONE DI « LEGGE » 19    mente un tale carattere che si riscontra sempre fram-  misto a molti altri c-»ratteri. Due metodi ci conducono  allo scopo, a seconda che si tratta di caratteri generali  reali o possibili. 1 primi essendo formati per estrazione  vera e propria vengono stabiliti con processo graduale: e  i rapporti intercedenti tra loro sono scoverti per via in-  duttiva e formano l’obbietto delle scienze sperimentali. I  secondi essendo costruiti per combinazione, sono come a  dire delle forme, degli schemi in cui possono essere in-  quadrate le cose reali. I rapporti esistenti tra loro sono  rintracciati mediante il processo deduttivo e formano l'og-  getto delle cosidette scienze costruttive.   Il metodo induttivo nelle sue varie forme è un processo  molto lungo, perchè suppone la raccolta, la scelta e la com-  parazione di più casi. Va notato poi che più una legge è  generale e più richiede del tempo per essere scoverta, pre-  supponendo essa l'acquisto di diverse leggi parziali : come  anche che al di fuori della cerchia ristretta dell’esperienza  compiuta, una data legge ha soltanto un valore di probabi  lità. Le proposizioni delle scienze costruttive, o deduttive  invece sono contrassegnate da caratteri di natura opposta.  In ciascuna di queste scienze, infatti, vi sono certe idee primi-  tive che una volta presenti allo spirito si collegano istanta-  neamente tra loro e con un vincolo necessario ed universale.  Tali giudizii primitivi, fondamentali, irreducibili si dicono  assiomi,la cui validità può essere dimostrata mediante un  processo lento, approssimativo, sperimentale (induttivo), ma  d’ordinario la è mediante un processo breve, esatto ed analitico  (deduttivo). Qnesta seconda specie di prova è resa possi-  bile per questo, che i cosidetti assiomi sono in fondo delle    80 LA NOZIONE DI « LEGGE »    proposizioni analitiche, in cui il soggetto contiene l'attri-  buto o in modo molto appariscente, il che rende l’analisi  inutile (1), o in modo molto implicito, il che rende l’analisi    pressochè impraticabile. In ogni istante noi sentiamo l’ef-  ficacia di dette proposizioni analitiche (idee latenti regola-  trici): cosi affermiamo che una data persona non ha potuto  agire così, ovvero che tale condotta non mena allo scopo, che  tale atto è lodevole o biasimevole, senza che il più delle  volte noi possiamo assegnare la ragione di tuttociò, comun-  que questa giaccia nascosta nel fondo del nostro animo.    (1) Tali sono per taluni (Mill, Taine ecc.) i principii d’identità e di  contradizione “ Le premier, dice il Taine (De l’Intelligence, Vol. 2°,  Lib. 1V, pag. 336), peut s’exprimer ainsi: si dans un objet telle donnée  est présente, elle y est présente. Le second peut recevoir cette formule;  si dans un objet telle donnée est pr':sente, elle n’en est point absente:  si dans un objet telle donneé est absente, elle n°’y est point présente.  Comme les mots présent et non absent, absent et non présent sont sy-  nonymes, il est clair que dans l’axiome de contradiction aussi bien  que dans l’axiome d’identité, le second membre de la phrase repète  une portion du premier; c'est une redite; on a piétiné en place. De  là un troisibme axiome metaphysique, celui d’alternative moins vide  que les précedents, car il faut une courte analyse pour le prouver;  on peut l’enoncer en ces termes: dans tout objet telle donnée est  présente on absente. En effet supposons le contraire, c'est à dire que  dans l’objet la donnèe ne soit ni absente, ni présente. Non absente cela  signifie qu’elle est présente, non présente cela signifie qu'elle est absente:  les deux ensembles signifient donc que dans l’ohjet la donnée est à la  fois présente et absente, ce qui est contraire aux deux branches de  l’axiome de contradiction, l’une par laquelle il est dit que si dans un  objet telle donnée est présente elle n’en est pas absente et l’autre par  laquelle il est dit que si dans un objet telle donne est absente elle n’y  est pas présente. Maintenant, reprenons l’axiome d’alternative et observons  l’attitude de l’esprit qui le rencontre pour la première fois. Il est sous-  entendu dans une fonle de propositions; c'est parce qu'on l’admet im-  plicitement qu’on l’admet explicitement. Par cxemple quelqu’un vous dit:  Tout triangle est équilateral ou non; tout vertebré est quadrupede ou  non, Sars examiner aucun triangle ni aucun vertebré vous réconsono tali che il primo racchiude il secondo, e questo  è come parte di quello, noi stabiliamo per ciò stesso la ne-  cessità della loro connessione. EÉ=si non sono che una cosa  sola considerata sotto due aspetti, onde l’ universalità  assoluta del loro legame. Le proposizioni che esprimono  quest'ultimo, comunque in fondo ipotetiche in quanto af-  termano soltanto che data l'esistenza della prima idea ne  consegue l’esistenza dell'altra, non sono passibili di dubbi,  di limiti, o di restrizioni.   E qual'è l’ essenza delle leggi scientifiche che formano  l'oggetto delle scienze sperimentali? qual'è la ragione dei  rapporti esistenti tra le cose e tra le corrispondenti idee  del nostro spirito ? La ragione di ogni legge è riposta in  quel qualcosa che essendo comune ad entrambi i dati (in-  termediario esplicativo di Taine), forma il loro legame vero  ed essenziale. Tale intermediario o mezzo termine esplica-  tivo in qualunque modo si presenti, semplice o multiplo  composto alla sua volta d’intermezzi successivi o simultanei,  di mezzi termini differenti o d-llo stesso mezzo termine  ripetuto con elementi dissimili, sì mostra sempre come ca-  rattere o insieme di caratteri più generali («e considerati  separatamente) racchiusi nel primo elemento della coppia  detta legge. S'intende che i detti caratteri sono separabili    LA NOZIONE DI « LEGGE » 85    coi nostri processi ordinari di isolamento e d' estrazione  Allo stesso modo che nelle scienze costruttive, ogni teorema  enunciante una legge è una proposizione analitica; e dei  due dati collegati insieme, il secondo è in rapporto col  primo in modo oscuro o chiaro, diretto o indiretto per mezzo  di un terzo dato detto ragione, o mezzo termine esplicativo  che contenuto nel primo elemento, contiene esso stesso una  serie d’intermediari racchiusi gli uni negli altri; per modo  che se si cerca la ragione ultima della legge, il perchè  ultimo dopo di che la dimostrazione è completa, si trova  che esso si riduce ad un carattere compreso nella deter-  minazione dei fattori o elementi primitivi, il cuì insieme  forma il primo dato della legge, così in ogni legge speri-  mentale il primo dato è, come a dire, un contenente più  grande che attraverso una serie di contenenti sempre più  piccoli racchiude come contenuto ultimo il secondo dato.  Va notato però che nella legge sperimentale non basta,  come nel teorema matematico, metter la mano ogni volta  sul contenente per trovar ciò che si cerca (intermezzo  esplicativo), ma è necessario uscir fuori dal proprio spirito  e andare a ricercare il detto intermedio nella natura e trar-  nelo fuori a furia di reiterati esperimenti ed induzioni.  Anche le scienze sperimentali a forza di generalizzare ar-  rivano a formulare delle leggi fondamentali che fanno ri-  scontro agli assiomi delle scienze deduttive, ma vi è questa  ditferenza che nelle ultime gli assiomi essendo ottenuti per  costruzione, possono, mediante l’ analisi, sempre essere ri-  dotti a qualcosa di più semplice e di più generale fino ad  arrivare al principio d'identità che è la loro sorgente co-  mune, mentrechè nelle prime, essendo le luggi fondamentali    86 LA NOZIONE DI « LEGGE »    ottenute per mezzo dell'induzione, non si può risalire più  in alto che col seguire un metodo analogo, fino ad arrivare  anche per questa via ad un assioma ultimo o principio  supremo; cosa che potrà verificarsi solo in un avvenire  più o meno lontano. Tanto nelle scienze di esperienza  quanto in quelle di costruzione l' intermediario esplicativo  e dimostrativo è un carattere o un insieme di caratteri  differenti o simili inerenti agli elementi del fatto complesso.  Qualunque siano le proprietà di questo, è sempre sulle par-  ticolarità dei suoi fattori.che devono vertere le nostre osser-  vazioni e congetture. È chiaro pertanto che ogni nostro  sforzo deve tendere a trovare gli elementi generatori  di ogni fatto, per poterne considerare i loro caratteri e  dedurre da questi le proprietà di ciò che ne risulta. Ed  anche per risolvere le questioni di origine occorre andare  in traccia del mezzo termine esplicativo e dimostrativo,  in quanto la maniera di riunirsi degli elementi ha anche  la sua ragione di essere. Quella non è che un risultato e  trattandosi di un fatto storico, racchiude un elemento  dippiù, cioè l'influenza del momento storico, ovvero delle  circostanze e dello stato antecedente..   Si domanda: Vi è una legge universale e d'ordine su-  periore che, per così dire, regola ogni altra legge? Dopo  tutto quello che precede, la risposta non può esser dubbia:  essa esiste ed è il principio d'identità che non è un sem-  plice prodotto della struttura del nostro spirito, ma è va-  lido in sè, avendo il suo fondamento nelle cose: proseguita  l'analisi fino all'estremo limite, si trova che il composto  (effetto) non è che l'insieme dei suoi elementi ultimi di-  sposti in un dato modo, onde è evidente che ogni efficacia ed    LA NOZIONE « DI LEGGE » 87    attività appartiene ai detti elementi o alla loro disposizione.  Il detto principio può ricevere i nomi di principio di ra-  gione esplicativa (ragione sufficiente) e di causalità a  seconda che si considera come principio e regolatore su-  premo della conoscenza ovvero della realtà. Ammesso (e  non si può non ammetterlo, perchè equivarrebbe a negare  il principio d'identità) che la presenza delle condizioni ge-  netiche di un dato fatto trae seco il fatto stesso, è chiaro  che ogni alterazione, nel fatto presuppone un mutamento  nelle condizioni: di qui il principio che ogni evento ha  una causa, la quale è alla sua volta un altro evento.    Tale è il modo di concepire la natura delle leggi in ge-  nere da parte di quei filosofi che non essendo disposti ad  accordare alcun potere originario, alcuna spontaneità all’in-  telligenza umana, fanno coincidere la realtà coll’intelligenza,  l'essere col pensiero, in modo che il principio d’ identità  figura come il principio supremo della conoscenza e dell'’e-  sistenza. Ora, si domanda: Tale veduta intellettualistica è  atta a soddisfarci in modo completo? Nel caso negativo, dove  è manchevole e per che via si può rimediare al suo difetto?  (l’intellettualisti considerando Je leggi come nessi di ca-  ratteri o proprietà comuni ad oggetti molteplici, ai quali  nessi corrispondono poi nello spirito coppie di idee generali,  mostrano di attribuire maggior valore alle astrazioni che alla  realtà concreta : e infatti essì a più riprese ripetono che i  caratteri comuni, e quindi astratti, costituiscono ciò che vi  ha di più stabile e di più solido nelle cose: ciò mostra  che essi confondono l’universale coll’ astratto. L'universale    88 LA NOZIONE DI « LEGGE »    è per sna natura obbiettivo in quanto la validità obbiet-  tiva di un determinato contenuto della coscienza è data  dal fatto che esso si rivela identico a qualsivoglia coscienza  simile; ed è per mezzo dell’evidenza della percezione o del  pensiero che l’universale si stabilisce. L'universale riguarda  la forma, non il contenuto delle idee e dei giudizi, il quale  riducendosi ad un complesso di proprietà, esistenti solo  nella mente del soggetto per mezzo delle nozioni corrispon-  denti, figura effettivamente come qualcosa d’astratto. Dal  che consegue che trovare il carattere ola proprietà comune  ad una serie di oggetti non equivale ad acquistare cognizione  perfetta della natura stesa degli oggetti, come classificare  le cose non equivale a determinare le leggi che le regolano.  Se noi in seguito alla comparazione di molti caratteri e  di molte nozioni riusciamo a significare con un'espressione  astratta ciò che essi presentano di comune, non possiano  dire di aver formato con ciò un nuovo concetto nello stretto.  senso della parola. Per mezzo della comparazione delle leggi  naturali fra loro e dell’astrazione logica di ciò che esse offro-  no di comune, noi non scovriamo nessuna legge naturale  nuova, ma abbiamo semplicemente un nuovo nome generico,  un segno mnemonico riassuntivo delle leggi che noi già  per altra via conoscevamo. Pertanto va distinta la inter-  pretazione induttiva dei fenomeni dalla generalizzazione  della interpretazione stessa; e la definizione data dal Mill  e dai suoi seguaci dell'induzione, che questa si riduca ad  un processo per cui sì conchiude da ciò «he è vero di alcuni  individui di una classe ciò che è vero di tutta intera la  classe, o da ciò che avviene in un dato tempo ciò che av-  viene sotto circostanze eguali in tutti i tempi, non può    LA NOZIONE DI «& LEGGE » 89    non rivelarsi assolutamente insufficiente. Il metodo indut-  tivo nelle sue varie forme si fonda da una parte sul prin-  cipio di ragione sufficiente che sarebbe vero ancorchè nella  natura non sì presentassero neanche due casi eguali, e dal-  l’altra sul principio dell’eguaglianza della causalità o del-  l’uniformità della natura che, come il primo, da una parte  esprime un'esigenza del nostro pensiero e dall’altra nn dato  di fatto fornito dall'esperienza; dato di fatto che non sa-  rebbe mai stato constatato se la natura propria del no-  stro pensiero non avesse per tale via indirizzato il pro-  cesso sperimentale.   I caratteri comuni e le idee generali corrispondenti non  possono dunque costituire la struttura della realtà, giusta  l’atfermazione ‘egli intellettualisti. Già i caratteri o pro-  prietà comuni e le idee generali vanno profondamente dif-  ferenziate tra loro; i primi riguardano il contenuto delle  nostre rappresentazioni e sono null'altro che astrazioni del  nostro spirito: le altre non sono che dei giudizi potenziali  e quindi implicano in sè le leggi, anzi sono le leggi espresse  e riassunte in un segno o simbolo che è la parola. Il nome  significativo pertanto lungi dall’essere un semplice prodotto  l'associazione tra date rappresentazioni e moti corrispon-  denti (associazione che non si saprebbe dire come e perchè  nata) è un prodotto della collettività, i cui membri sono  legati tra loro dai vincoli della simpatia e dell'attività co-  mune. Le prime parole espressero atti compiuti în società,  e 1 primi nomi i prodotti di detti atti quali furono perce-  pitt e rappresentati dai vari individui. Onde consegue che  le parole non sono da considerare quali semplici segni o  setmboli di associazioni di rappresentazioni, ma bensi come    90 LA NOZIONE «€ DI LEGGE »    segni o simboli del modo di prodursi di una data cosa, delle  maniere di operare di una data forma di attività; è chiaro  quindi il nesso esistente tra concetto, legge e parola: il  primo è una legge o giudizio potenziale in quanto è il  centro delle relazioni che congiungono una data cosa colle  altre che agiscono su di essa, la seconda è il concetto espli-  cato in forma di giudizio e la parola il simbolo esterno  del concetto e insieme della legge.   E qui giova notare che al di fuori della mente che concepi-  sce e ragiona non è lecito parlare nè di proprietà, nè di loro  legami: è nel soggetto che hanno la loro radice questi fatti.  Nell’unità della nostra coscienza noi abbiamo il tipo e il pre-  supposto di ogni unità empirica, sia questa dell'universo  nella sua totalità, sia di una cosa singola. Ogni forma  particolare di esperienza, ogni legge dei fenomeni porta  in sè l'impronta della natura sintetica del nostro pensiero.  A parlare propriamente le leggi della natura esistono sol-  tanto per la ragione che pensa la natura stessa. É la ra-  gione che per prima riduce la stabilità e l'uniformità dei  fenomeni a premesse generali e quindi a leggi da cui con-  seguono ì tatti singoli. Parlare di leggi naturali al di fuori.  dell’intalletto equivale a cadere in un antropomorfismo lo-  gico che non è meno irrazionale di quello teleologico. Cer-  tamente il concetto dell’universalità delle leggi naturali é  occasionato e rafforzato dall'esperienza in quanto senza il  corso regolare dei fatti constatabile empiricamente non sa-  rebbe stato mai possibile applicare la nozione di legge alla  natura e la ragione sarebbe rimasta una potenza vuota,  ignota a sè stessa; ma d'altra parte la medesima nozione  di legge non sarebbe mai potuta provenire dalla semplice    LA NOZIONE DI « LEGGE » 91    osservazione esterna, giacchè la natura accanto aì fatti  succedentisi regolarmente ne presenta di quelli che in ap-  parenza non seguono nel loro accadere alcuna regola. La  nozione di legge è un portato del riflettersi del nostro  stesso pensiero, applicato di poi alla natura. Gli antichi  infatti chiamavano /ogos della natura ciò che noi diciamo  legge. E per convincersi come la struttura della realtà  quale viene presentata dalla scienza, sia una elaborazione  del nostro spirito, basta pensare che a seconda del  pre-  dominio che in un'età viene assegnato ad una facoltà psi-  chica piuttosto che ad un'altra, si ha un concetto diverso  del corso naturele dei fatti e della costituzione intima della  realtà. A ciò si aggiunga che noi in fondo in fondo scovriamo  nella natura quelle leggi che in certa guisa vi abbiamo poste:  nelle interpretazioni scientifiche le leggi da principio assu-  mono la forma di anticipazioni che vengono soltanto ap-  poggiate dai fatti piuttosto che esserne addirittura deri-  vate o, come si dice, estratte. La percezione non ci mostra  mai casi perfettamente eguali e noi passiamo dall'esperienza  sensibile a quella intellettuale, riducendo eguali i casì col  pensiero e coll’esperimento allo scopo di trovare una con-  ferma ai postulati logici riflettenti l'universalità delle leggi  regolanti il corso dei fatti, e l'uniformità della natura.  Un altro errore della concezione intellettualistica è quello  ‘diaver fatt  o delle leggi tante ipostasi. Gl’intellettualisti,  infatti, presentano le leggi come premesse a cui, a guisa  di conclusione, sono subordinati i fatti particolari, dando  a quelle più o meno celatamente una sussistenza, ed una  priorità rispetto ai fenomeni che assolutamente non hanno.  Quando si dice che il rapporto di causalità si riduce alla    49 LA NOZIONE DI «& LEGGE »    proprietà che ha un carattere di essere preceduto, accom-    pagnato o seguito da un altro, in fondo si atterma appunto  che una legge esistente per sè possa dominare e regolare    le cose. L’ espressione differente non deve porre ostacolo  alla giusta valutazione delle cose, giacchè dire che un ca-  rattere è fornito della proprietà di essere in un dato rap-  porto con un altro carattere equivale a dire che la legge  determina il corso dei fatti.   Soggiungiamo che per quel che concerne i rapporti delle  cose, l’azione reciproca che e=se esercitano tra loro (dati  di fatto innegabili), o noi ci contentiamo di constatarli  semplicemente, di descriverli e allora non è lecito parlare  d’ interpretazione dei fatti, giacchè in tal caso l’esigenza  propria del pensiero d’indagare il perchè delle cose ri-  mane insoddisfatta, ovvero si procede alla ricerca delle  cause ed allora la semplice constatazione del modo di ope-  rare delle cose si rivela insufficiente ed occorre trovare  un nuovo termine in cui sia riposta la ragione del detto  modo d’agire.   E chiaro poi che la concezione intellettualistica presen-  tandoci la realtà come un mosaico di caratteri e proprietà  comuni cuì l'intelligenza sì deve contentare di riprodurre  e di descrivere, è nell'assoluta impossibilità di spiegare il  cangiamento, il divenire, il moto delle cose e l’azione che  queste reciprocamente esercitano fra loro : è vero che  pa-  recchi di talì filosofi negano l'esistenza di questi fatti o li  dichiarano prodotti illusori della mente, errori di prospet-  tiva mentale ; ma chi vorrà appagarsi di simili afferma-  zioni sfornite come sono di qualsiasi fondamento ? Inoltre  tali filosofi che, come si è visto, dànno un'importanza ed    LA NOZIONE NI « LEGGE » 93    un valore speciale ai caratteri astratti, non dicono donde  verrebbe a questi la proprietà di presentarsi moltiplicati  e ripetuti nei fatti particolari. Se si vuol negare loro qual-  siasì attività, se non si vogliono essi considerare come ener-  gie, e ciò facendo, si ritornerebbe a qualcosa di simile alle  idee platoniche, non è giocoforza confessare che una simile  struttura della realtà, non ci spiega la realtà stessa? Le  interpretazioni scientifiche, affinchè siano esatte, devono es-  sere contrassegnate dalle note dell’universalità e della neces-  sità; ora l’universale, non l’'astratto, in tanto ci può dar  ragione del particolare in quanto contiene le condizioni  genetiche dei reali (es.: l'attività rispetto agli atti singolì);  l’astratto invece può essere un indizio, una manifestazione  dell’universale, ma non mai la stessa cosa di questo.   I filosofi intellettualisti per dar ragione dei rapporti delle  cose espressi nelle leggi non hanno saputo far di meglio  che ridurre queste a giudizi analitici o d'identità più o  meno manifesti; in tanto il secondo termine della coppia  legge, essi hanno detto, è connesso col primo, in quanto  più o meno direttamente, più o meno implicitamente vi è  contenuto. Allo stesso modo che la realtà non fa che ri-  petersi continuamente esplicando in una data forma ciò  che era implicito in una forma antecedente, così le leggi  non fanno per cosi dire, che distendere ciò che era invo-  luto in uno dei caratteri del primo termine della legge.  È ciò ammissibile ? Noi sappiamo che i rapporti fonda-  mentali che possono intercedere tra i concetti sono due,  quello di identità e quello di dipendenza (spaziale, tempo-  rale, condizionale): ora essi sono irriducibili l’uno all’altro    e se a taluni logici è sembrato facile riguardare la dipen-    94 LA NOZIONE «€ DI LEGGE    denza come un'espressione diversa dell’identità, ciò è avve-  nuto perchè in virtù di una interpretazione speciale data alle  formole matematiche e logiche si sono considerati come equi-  valenti i rapporti d'identità e di dipendenza: ma è chiaro  che il mutamento di una espressione simbolica quale A _F  (funzione) B in A — f B non può avere la virtù di rendere  identici i concetti di A e B. Nella seconda formola il sim-  bolo della funzione cela il rapporto di dipendenza. Non è  lecito considerare il rapporto di dipendenza intercedente  tra A e B come equivalente all'affermazione di una iden-  tità parziale di A e B, giacchè il simbolo dell’eguaglianza  in tal caso piuttosto che voler significare che una parte  di A coincide con B vuol dire che una parte dei casi in  cui A si presenta è uguale all'insieme dei casi in cui si  presenta B. Ciò che noi effettivamente poniamo come  parzialmente eguali non sono A e B, ma i casì del loro  apparire. Ed ogni eguaglianza matematica che pone come  identiche due relazioni funzionali è valida soltanto sotto  la condizione di un analoga interpretazione logica. È so-  lamente l’attività sintetica del nostro pensiero che può  generare in noi le convizione della verità della tesi che  gli angoli di un triangolo equilatero sono eguali e che  due grandezze eguali ad una terza sono eguali tra loro:  in tutti questi rapporti noi abbiamo a che fare con dati  irriducibili ad identità, sia questa parziale che totale:  l'eguaglianza degli angoli di un triangolo è la condizione  dell’eguaglianza dei lati, ma si può dire che i due fatti  siano identici?   Il giudizio condizionale o ipotetico « Se À è B è », può  indicare una dipendenza unilaterale, onde può venire espresso    LA NOZIONE DI « LEGGE » 59    in termini di sussunzione e d'identità parziale; « tutti i  casì in cui À si presenta sono eguali ad alcuni dei casi in  cui B sì presenta »: come può indicare nna dipendenza  reciproca ed in tal caso il suddetto. giudizio condizionale  può essere trasformato in un giudizio d'identità totale  del seguente tenore: « tutti i casì in cui A si presenta sono  eguali a tutti i casi in cui si presenta B »: dal che si de-  sume che tutt’ e due le volte non si tratta dell’ identità  propriamente di A e B, ma bensi dell'identità dei casi del  loro presentarsi. Appenachè A e B sitoccano nello spazio,  nel tempo o nel nostro intendimento è lecito affermare che  il loro apparire coincide, con che sì esprime soltanto la di-  pendenza nella sua forma locale, temporale o condizionale.  La dipendenza lungi dall’essere distrutta, ha assunto un’a-  tra forma. — D'altra parte il giudizio d'identità parziale  « A è una parte di B» si può trasformare nel giudizio  ipotetico « Se A è questo è B come quello d’ identità totale  Ax-B nell’ipotetico « Se A è, questo è Be se Bè questo è  A»: in entrambi i casì l'identità espressa già nel collegamento  dei due membri del giudizio di identità, è passata nel conse-  guente del giudizio ipotetico, nel quale il soggetto è sosti-  tituito dal pronome dimostrativo. L'identità parziale di-  viene così una semplice sussunzione e quella totale una  sussunzione doppia, che è poi equivalente nel fatto. In  ciascuna comparazione di A e di B l'esistenza di questi  è già presupposta e mediante la trasformazione del giudi-  zio d’idenità in giudizio condizionale ciò che era sottin-  teso viene messo in evidenza: invero a fianco ad ogni iden-  tità è da ammettere il pensiero implicito di una condizione  come a fianco ad ogni condizionalità un'identità totale    06 LA NOZIONE DI « LEGGE »    o parziale. Nell’un caso è l’esistenza o la posizione dei  concetti sottintesa come condizione del loro rapporto, men-  tre nell'altro ad ogni rapporto di condizionalità -corri-  sponde la frequenza della coesistenza dei dati condizionan-  tisì, frequenza che può essere significata soltanto con un  giudizio d'identità totale o parziale   Una delle caratteristiche principali della concezione in-  tellettualistica è data dalla maniera con cui essa dà ra-  gione delle leggi normative e quindi delle costruzioni ideali  che ne sono l’espressione. Noi conosciamo perfettamente per  che via siè giunti a all’enunciazione delle principali leggi  normative logiche, estetiche e morali e in base a ciò pos-  siamo affermare con tutta sicurezza che come esce non eb-  bero la loro radice nell'adattamento dell’intelligenza,del senso  estetico e della volontà a determinati rapporti esteriori,  cosi non furono prodotte dalla semplice combinazione e  costruzione di elementi ricavati dal di fuori; tanto è cio    vero che i fatti esterni sono giudicati alla stregua delle    dette norme, le quali quindi devono essere considerate  come aventi un’ esistenza propria indipendente. D'altra  parte i principii della Logica, dell’ Estetica e dell’Etica    non sono innati, ma vengono appresi, e richiedono uno sforzo    per esser seguiti e ciò perchè essi non sono l’espres-  sione di leggi naturali dello spirito, come sarà più am.  piamente svolto in seguito, ma di leggi normative. E lo  stesso va detto delle nozioni fondamentali della matema-  tica, la quale ha questo di comune colle scienze nor-  mative, che non ha per oggetto ciò che è, ma ciò che  ha da essere, che quindi può o deve essere: così il con-  cetto della retta è un prodotto puro dell’attività del nostro    LA NOZIONE « DI LEGGE » 97    pensiero che invece di esser derivato da molteplici rappre-  sentazioni particolari, serve come norma per valutare le  intuizioni sensibili. Gl'ideali di qualunque genere siano,  a qualsivoglia dominio appartengano, non vanno conside-  rati quali estratti dalla realtà, giacchè servono all'opposto  per misurare, regolare, apprezzare questa.   Per formarsi un chiaro concetto della natura delle leggi  normative o precettive, giova tener presenti i caratteri che  contradistinguono le regole estetiche, in cui salta dippiù agli  occhi da una parte la differenza esistente tra le leggi naturali  e le precettive in genere, e dall'altra quella esistente tra  le precettive ricavate da un complesso di fatti (regole die-  tetiche, igieniche, ecc.), e le leggi che hanno la loro ori-  gine in una determinazione primitiva della volontà e dell’e-  motività dell'anima umana. Una regola estetica ancorchè  ricavata, mediante l’astrazione, da tutte le opere artistiche  esistenti non è valida in modo incondizionato : un’opera  sola che si mostri felicemente superiore ai dettami della  detta regola può limitare il valore di questa: non è il nu-  mero di date produzioni artistiche, non è la frequenza con  cui esse si presentano che le rende belle : ogni opera artistica  porta con sè la regola, la stregua con cuì deve essere giu-  dicata. Sicchè ogni valutazione estetica presuppone qual-  cos'altro che non siano le regole astratte, e questo qual-  cosa è il gusto estetico (che corrisponde al senso morale nella  valutazione morale). Se non che non bisogna credere che l'o-  pera d’arte vada giudicata alla stregua pura e semplice del  gusto individuale, il quale per contrario dev'essere basato sulle  norme richieste dalla natura propria di una data produzione  artistica, natura propria che non è in rapporto coll’attività        98 LA NOZIONE DI « LEGGE ».    spirituale di questo o quell'individuo, ma dell’uomo in ge-  nere.   Il gusto estetico non è la fonte, ma l'indice della bel-  lezza, la quale emerge dalla concordanza dell’opera d’arte  coll’ideale estetico, che, come tutti gl'ideali, è un prodotto  della collettività e varia al variare delle circostanze. . « Der  wahre Kunstrichter », diceva Lessing, « folgert keine Re-  geln aus seinem Geschmack, sondern hat seinen Geschmack  nach den Regeln gebildet, welche die Natur der Sache for-  dert ». Ogni creazione artistica, come ogni prodotto spiri-  tuale è un fatto originale che va considerato per sè e che  in opposizione all’uniformità del corso della natura ha mo-  tivi e fini propri. Ond'è che essa non può essere valutata  in modo giusto che rapportandosi ai detti motivi e fini.  Sicché il giudizio estetico come quello morale non può li-  mitarsi a considerare semplicemente il prodotto spirituale  — opera d'arte o azione morale — , ma deve tenere il do-  vuto conto della natura propria dello spirito umano, delle sue  tendenze ed esigenze. La valutazione estetica e morale  non può essere fondata soltanto sugli effetti degli atti spi-  rituali, ma segnatamente sulle determinazioni primitive  della volontà e dell'emotività che diedero loro origine.   E qui occorre fare un'altra osservazione della più alta im-  portanza. Se i risultati delle costruzioni compiute dalle scienze  che hanno per obbietto il possibile, possono essere presentate  in forma di giudizi, nel cui soggetto è già implicito il pre-  dicato, si può sempre domandare, a quali esigenze risponda  (e con quali norme e criteri) la formazione originaria di  tali costruzioni ideali, quali appaiono nel soggetto dei su-  mentovati giudizi. Se il principio d'identità può essere valido    LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 99    a farci scomporre sussecutivamente e secondariamente ciò  che è già composto, non può mai valere a darci la chiave  per intendere la costruzione degl'ideali, per spiegare i pro-  cessi sintetici primitivi.   Per convincersi della differenza esistente tra i prodotti  della conoscenza e le costruzioni ideali basta riflettere che  mentre ì primi sono veri o falsi, reali o non reali, le altre  sono rispondenti o pur no ad un dato scopo, onde inclu-  dono un apprezzamento, possibile soltanto col riferirsi ad  un ideale che funge da pietra di paragone. Si dicono vere  o false bensi anche le costruzioni matematiche, come d'altra  parte le costruzioni logiche, ma la verità o falsità in tal  caso non sta a significare la rispondenza di un dato pro-  cesso mentale a qualche cosa di già esistente come accade  nella conoscenza della realtà, ma esprime la rispondenza  di una data costruzione alle norme generali del pensiero.    CONCEZIONE ANIMISTICA.    La caratteristica della concezione animistica è riposta nella  tendenza a penetrare nel cuore delle cose: mentre la con-  cezione intellettualistica nella sua forma più diftusa si  arrestava alla classificazione degli obbietti, andando in  traccia del carattere generale, astratto e comune a più  individui, mentre essa quindi cercava di presentare delle  ‘ormule, degli schemi in cui potessero essere compresi mol-  teplici fatti concreti, mentre faceva giungere la sua analisi  tanto in alto da arrivare al principio d'identità, senza cu-  rarsi della genesi dei fatti diversificati e particolari, mentre    100 LA NOZIONE DI « LEGGE »    essa poneva all'origine delle cose l’ universale senza darsi  pensiero del principio del movimento, mentre insomma essa  si contentava di catalogare la realtà, la concezione animi-  stica ha l'intento di esaminare i vari presupposti delle no-  zioni tanto adoperate nella scienza, di legge, di rapporto,  di necessità, ecc. ha di mira di non fermarsi alla conside-  razione della superficie delle cose, ma dì spingere lo sguardo  nella loro interiorità per arrivare alla conchiusione che le  leggi sono niente altro che determinazioni di questa. Nel  linguaggio ordinario, quando si vuol dar ragione di  una cosa se ne formula la legge, mostrando di considerare  questa come una potenza, una forza, la quale posta al di  fuori o tra le cose costringa queste ultime a presentarsi  in un dato modo; ora nulla di più falso; come pos-  sono le leggi, come può qualsiasi forma di necessità atta  a regolare il corso delle cose, esistere per sè ? Niente è  concepibile al di fuori o tra gli esseri, non una forza co-  struttrice, non una potenza ordinatrice antecedente o stac-  cata dalle cose da ordinare.   Si crede di poter dar ragione delle azioni che le cose  esercitano tra loro, considerandole coie effetti di determinate  proprietà esprimenti la loro natura, colla cooperazione di  determinate circostanze: ma, se ben si riflette, vi è ragione  a convincersi che vuoi il rapporto reciproco delle cose, vuoi  gli effetti particolari che in ogni singolo caso sì notano  in seguito alla coincidenza di varie cause rimangono mi-  steri inesplicabili senza la presnpposizione di un potere  sostanzialmente unico, il quale in luogo di una legge o for-  mula (che, si noti, non può non essere inattiva data l’im-  possibilità di spiegare la maniera in cui agisce sui fatti ad    LA NOZIONE DI « LEGGE » 101    essa sottoposti e da essa regolati), colleghi le varie cose in  modo che la modificazione di una possa riflettersi sulle altre.  L'attività unica del principio supremo, fondo dell’ uni-  verso, svolgentesi in maniere e con tendenze determinate,  dà ragione della corrispondenza e delle molteplici relazioni  esistenti tra le cose. L'unità della vita del Tutto spiega  il nesso delle sue varie parti costitutive. I fatti reali e le  leggi che non sono separabili tra loro, essendo la medesima  cosa considerata sotto due punti di vista, non sono chè de-  terminazioni interiori, momenti dalla vita universale. Non  è più a parlare quindi di necessità estrinseca alle cose,  ma bensi di spontaneità interiore, non di leggi costrittive,  o di rapporti o di legami congiungenti le cose, esistenti per  sè, ma bensi di modi di operare o di processi aventi  origine nell’interiorità del Tutto. Non si tratta più di moti  o di urti trasmessi dall'esterno, ma d’impulsi, di tendenze  interne, di forme dell’attività interiore.   Per formarsi un chiaro concetto della veduta animistica,  giova tener presente che essa non fa distinzione tra leggi  fisichè è leggi precettive o normative, riguardando le prime  come riducibili alle ultime. Allo stesso modo chele leggi rego-  lanti i rapporti sociali, dicono gli animisti, non vanno con-  siderate come esistenti in modo indipendente, al di fuori  o tra gli uomini, come potenze atte a costringere e a gui-  dare questi in date maniere, ma cone esistenti solo nella  coscienza degl’ individui, come aventi valore e forza solo  per mezzo degli atti degli esseri umani, così le leggi natu-  rali vanno risguardate quali particolari direzioni della vita  interiore dell’universo. In entrambi i casì le leggi sì ridu-  cono all’ indirizzo assunto in modo concorde dall'attività dei    102 LA NOZIONE DI « LEGGE »    vari esseri, indirizzo che all'osservazione esterna e poste-  riore appare come effetto di un potere superiore regolante  estrinsecamente i fatti singoli.   A convincersi della necessità di riguardare le leggi  in genere quali determinazioni o forme dell’ attività inte-  riore degli esseri, è bene (sempre secondo i fautori della  concezione auimistica) tenere a mente che ogni specie di  rapporto in tanto realmente esiste in quanto ha radice nel-  l'unità della coscienza che l’apprende, o meglio, che lo sta-  bilisce, formu   landolo, la quale coscienza passando appunto  da un termine all’altro li abbraccia insieme entrambi, e  li congiunge intimamente colla sua attività sintetizzatrice :  onde consegue che ogni ordinamento, ogni disposizione,  ogni legge che noi poniamo nelle cose indipendentemente  dalla nostra conoscenza, non ha la sua origine e base che  nell’ Unità del Reale, che tutte cose comprende, e che per tale  via si presenta come il vero mezzo termine esplicativo di  tutte lc leggi, di tutti i rapporti e legami esistenti nel-  l'universo. Come nell'anima individuale la relazione reci-  proca dei vari stati interni dipende dalla base comune in  cui tutti hanno la loro radice, cosi l’' azione reciproca  delle cose è fondata sulla loro comune natura : ciò che fa  e produce ogni singolo elemento non lo fa e produce  in quanto è questo e non altro, in quanto é formato  così è non diversamente, in quanto è fornito di queste  note e proprietà e non di altre, ma in quanto è par-  venza, simbolo, espressione dell’ Uno-Tutto. Ogni forza  e attitudine ad agire emerge non da determinate proprietà  delle cose che non si sa donde provengano e su che pog-  gino, ma dal fondo interno che per loro mezzo si manifesta,    LA NOZIONE DÌ « LEGGE » 103    1’ intima verità, ragionevolezza e salda struttura del  Reale, si esprime nella concatenazione, nella coerenza e  costanza dei fenomeni richiesta dal significato che la serie  fenomenica ha appunto come momento della vita inte-  riore universale. E molti di quegli assiomi, di quei giu-  dizi universali reputati per sè evidenti, lungi dall’ essere  delle necessità del pensiero, lungi dall'essere fondati sul-  l'intima organizzazione dello spirito, sono un prodotto  dell’ esperienza, la quale col presentare in modo costante  dati rapporti finisce coll’ ingenerare nella mente la con-  vinzione che si tratti di rapporti logici: così il principio  dell’indistruttibilità della materia sì crede a torto fondato sulla  categoria mentale della permanenza della sostanza. I dati  dell'esperienza però stanno ad indicare le particolari dire-  zioni in cuil’attività dell’Uno-Tutto tende a svolgersi per  rispondere alle esigenze inerenti alla sua natura. — E chi  crede di poter stabilire le leggi regolanti il corso dei fatti  naturali, basandosi esclusivamente sull a imperfetta cogni-  zione del finito, senza considerare questo quale espressione  della Realtà universale, somiglia a colui che volesse for-  mare una teoria dei movimenti delle ombre, facendo astra-  zione dal moto dei torpi, da cui quelle son proiettate.   Se gli animisti. pongono l’esseuza della legge in genere  nel diverso modo di determinarsi dell’attività interiore del  Tutto nei suoi vari momenti, non è a oredere che essi in-  tendano di affermare che le leggi singole quali vengono  formulate ed enunciate dalle scienze particolari vadano  senz'altro considerate come espressioni complete, esclusive  ed immediate dell’interiorità dell’ Uno-Tutto. È da te-  nere a mente che le le leggi generali, le classificazioni, gli    104 LA NOZIONE DI « LEGGE »    schemi della scienza se servono come mezzi di riprodu-  zione e di richiamo delle cose concrete, non valgono ad  esaurire la natura del reale, tanto è ciò vero che a se-  conda del vario punto di vista degli scienziati, un mede-  simo gruppo di fenomeni può dar origine a leggi ed a  classificazioni di ordine diverso. Nessuna delle forme e  delle leggi presentate dalla scienza può essere considerata  come perfettamente corrispondente al reale ordinamento  delle cose, le quali si rivelano come una totalità atta ad  essere rappresentata nei modi più diversi a seconda del  punto di vista da cui la si considera. Spetta alla filosofia  di riguardare l'insieme valendosi delle vedute parziali of-  ferte dalle scienze particolari. (1)   Secondo una delle forme della concezione animistica, le  leggi in genere vanno considerate come funzioni dei prin-  cipii reali ed insieme come norme, come tipi, come modelli  a cui i fenomeni tendono a conformarsi; beninteso che  tali norme non sono al di- fuori, ma immanenti nei reali  stessi. In altri termini ogni cosa deve avere un dato uffi-  cio, deve rispondere ad una data esigenza nel sistema uni-  versale, deve essere in un dato rapporto col Tutto : ora    1) “ Der Wanderer, der einen Berg umgeht, , nota molto 2a propo-  Sito il Lotze (Microcosmus, dritt. b. 217), “ sieht, wenn er wiederholt  vor-und zuciick, auf-und abwirts gcht, eine Anzahl verschiedener Profile  des Berges in voraussagbarer Ordnung wiederkehren. Keines von ihnen  ist die wahre Gestalt des Berges, aber alle sind giltige Projectionen  derselben. Die wahre Gestalt selbst aber wilrde eben so wie alle jene  scheinbaren, in irgend einer Lagerung aller seiner Punkte zu einander  bestehen. Diese eigene Gestalt, der wirkliche innere Zusammenhang der  Dinge lisst sich vielleicht auch finden, und gewiss wirrde man dieses  wahre objective Gesetz der Wirklichkeit allen abgeleiteten und nur  giltigen Ausdriicken desselben vorziehen. . . .,    LA NOZIONE DI « LEGGE » 105    in questo legame dell’elemento singolo del Tutto consiste  appunto la legge, la quale considerata per sè assume la  forma di una regola astratta e quindi di qualcosa di  universale, di eterno, d'immutabile, capace d'avere un'at-  tuazione ed una concretizzazione più o meno complete (1).  Di leggi o di forme se ne possono poi distinguere tre  diversi gruppi: 1° quelle che hanno la loro piena ed    (1) V. Teichmiiller, Philosophie u. Daricinismus, Dopart. 1877. — Qu  sorge spontaneo un quesito della più alta importanza : le leggi o norme  considerate nella loro universalità hanno la prima origine nell’ in-  telligenza umana, ovvero presuprongono un’altra intelligenza d’ordine  superiore ? Se le leggi sono un prodotto dell’ intelligenza umana, non si  vede come possano essere considerate quali norme, tipi, modelli a cui i  fatti particolari e concreti tendano a conformarsi. D'altronde se la legge  vien considerata obbiettivamente come una funzione del reale, non può  essere più riguardata come norma o tipo, a meno che non si vogliano  identificare tutti i reali collo spirito umano quale si presenta in un grado  avanzato di svolgimento, quando cioè ha acquistato l’attitudine ad ope-  rare secondo principii o rappresentazioni di leggi. — Non si vede poi  come le leggi normative concepite quali funzioni, quali disposizioni speci-  fiche, possano essere considerate modelli o tipi dei fatti reali. Un fatto  può essere modello rispetto ad un altro fatto, ma non lo può mai una  funzione o un’esigenza che in tanto è reale in quanto è in azione, in  quanto riceve la sua completa esplicazione dal concorso di svariati fat-  tori. Eppoi come si fa a conciliare l’assolutezza, l’eternità, l’ immobilità  delle leggi normative col fatto che esse vengono riguardate quali modelli  atti ad avere un’attuazione più o meno completa? La concretizzazione  di un tipo, la realizzazione di un ideale racchiude necessariamente un  processo reale nel tempo, tanto più se si considera la norma, il tipo  come un’esigenza immanente nella realtà concreta; diversamente biso-  gnerà ammettere la disgiunzione dell’ idea dal fatto: concetto codesto  che implica una quantità di problemi insolubili: p. es. l’idea come, dove  e perchè esiste disgiunta dall’esistenza concreta ? Il fatto è che le leggi  nel loro significato reale sono funzioni dei reali e come tali non avendo  alcuna esistenza separata da questi, non sono modelli o norme determi-  nanti i fenomeni: è solamente il pensiero umano che riesce a separarli  dall’esistenza e a riguardarli per sè come elementi intelligibili e quindi  nenessari, universali, eterni (su) specie aeternitatis) della realtà,    106 LA NOZIONE DI « LEGGR »    assoluta attuazione nei fenomeni (leggi fisiche e chimiche),  perchè non sono che funzioni semplici dei reali; 2° quelle  che si presentano solo come regole che non hanno un'ap-  plicazione necessaria (leggi biologiche, etiche, ecc.), in  quanto presuppongono la cooperazione di molteplici reali  determinantisi vicendevolmente in svariate funzioni rispon-  denti ad uno scopo in rapporto alla loro dipendenza da  un principio unico, centro della sintesi; 3° quelle forme  della realtà che d'ordinario si chiamano accidentali risul-  tanti dalla cooperazione. di molteplici fattori non sot-  toposti però ad alcuna regola o norma. Onde sì hanno  forme necessarie, normative ed accidentali. Da tuttociò con-  segue che la legge presupponendo l’azione reciproca dei  reali, presuppone per ciò stesso il loro nesso, la loro unità  reale che è concepibile soltanto come sistema, e quindi  come coordinazione di elementi diversi in vista del con-  seguimento di un fine unico.   Accennavamo già disopra al modo di considerare il rap-  porto esistente tra leggi naturali e normative da parte  degli animisti: giova ora insistere su ciò, notando che il  modo di concepire l'essenza della legge in genere ha spesso  il suo riflesso nella maniera di valutare la differenza esi-  stente tra ì vari ordini di leggi. — La concezione ani-  mistica pone su una stesssa linea le leggi fisiche e quelle  morali o precettive dando ad entrambe uno stesso valore.  Il rapporto di causalità (sempre secondo tali filosofi) è il  fondamento delle regole pratiche nella Morale, nel Dritto,  come lo è delle leggi sperimentali: rapporto di causalità  che nelle sue modalità sta ad esprimere la natura propria  delle cose. Le leggi « non devi rubare; non devi mentire »    LA NOZIONE DI «& LEGGE » 107    (leggi morali): ovvero: « chi ruba, chi mentisce è pu-  nito » (leggi giuridiche) poggiano sul seguente rapporto  causale che non differisce in nulla da qualsiasi legge  naturale : il rubare, il mentire, ecc. rendono impossibile  la convivenza sociale e civile. Si dice d’ordinario che le  leggi precettive o normative a differenza di quelle na-  turali esprimono il dovere e non l'essere e possono soffrire  eccezioni. Se non che, rispondono i fautori della concezione  animistica, approfondendo l'analisi delle leggi pratiche o pre-  cettive, seguendone Jo svolgimento storico, è agevole per-  suadersi che il dovere, il precetto è in ultimo fondato sulla  cognizione anteriore di dati rapporti tra le cose, sugli inse-  gnamenti forniti dall'esperienza in antecedenza compiuta : in-  fatti, nota il Paulsen, si pensi a ciò che accade nelle regole  grammaticali, il cui carattere normativo attuale si presenta  come l’espressione dell'evoluzione storica del pensiero e della  lingua; il grammatico considera le forme grammaticali  antiquate (le quali un tempo erano anche normative),  non in modo diverso da quello in cui il Paleontologo  studia le forme fossili. Quanto alle eccezioni, queste  si presentano nelle leggi precettive con una frequenza  maggiore che non nelle fisiche, perchè le prime ‘espri-  mendo rapporti senza confronto più complessi, lasciano  adito all'intervento di numerose condizioni pertarbatrici;  il che si può constatare anche nelle leggi biologiche, ri-  spetto a quelle fisiche o chimiche. Non va dimenticato che,  anche queste soffrono degli strappi dovuti a condizioni atte a  neutralizzare l’azione di date cause; si pensi al modo di  comportarsi dei corpi più leggieri dell'aria rispetto alla    gravità.    108 LA NOZIONE DI «& LEGGR »    La ragione ultima per cui la concezione auimistica  non ammette differenza di sorta tra le leggi esplicative e  quelle precettive va ricercata in ciò che per essa tanto i  fatti naturali quanto gli atti umani non rappresentano che  forme dell’attività o spontaneità interiore, e mentre il fonda-  mento prossimo di entrambe le specie di leggi va riposto nel-  l' esperienza, quello ultimo risiede nel significato che hanno  per lo Spirito universale date forme di attività. L’imperativo  delle leggi precettive è dovuto al fatto che esse si rapportano  in modo immediato e diretto all'attività pratica umana e  solo in quella forma apportano vantaggio allo sviluppo u-  mano, mentre le leggi dichiarative esprimono dei rapporti  estrinseci a noi ed hanno l’obbiettivo di constatare semplice-  mente dati di fatto. Le prime insomma considerano gli eventi  dal punto di vista del valore pratico, lasciando nel-  l'ombra le basi di questo; le altre si fermano sulle pre-  messe, trascurando ciò che ne consegue; le prime mirano  a porre sott'occhio i mezzi senza curarsi dello scopo ultimo,  le altre invece fondate segnatamente sulla conoscenza, esa-  minano la ragione e la base di quei mezzi. (1).   Trattando della concezione animistica merita una par-  ticolare menzione l'opinione sostenuta dal Trendlenburg (2)   (1) Citeremo tra i fautori della concezione animistica, il Lotze, il  Fechner, il Teichmiller il Paulsen. La discussione critica di essa sarà  fatta in seguito, trattando della concezione dualistica che è la più com-  pleta e comprensiva, comunque non risponda a tutte le esigenze, come ve-  dremo. È qui notiamo che non bisogna aspettarsi di trovare in ciascun  autore l’interpretazione della natura dei vari ordini di legge nel modo  tipico e quindi schematico da noi tratteggiato, giacchè è facile com-  prendere come ciascun filosofo abbia un modo proprio di considerare e  di risolvere i problemi. Si tratta solo di cogliere il concetto dominante    e il principio direttivo.  (2) Trendlenburg, Logische Studien. Leipzig, 1870.    LA NOZIONE DI « LEGGE » 109    che sia soltanto per via della nozione di movimento che s’in-  tendono le varie forme di rapporto esistente tra le cose, l’a-  zione reciproca che queste esercitano tra loro e sopratutto  il nesso dicausalità in cui propriamente è riposta l'essenza  della legge. Il movimento per il filosofo tedesco è per sè stesso  attività creatrice, tanto è ciò vero che da esso provengono  lo spazio, il tempo, la figura e il numero : ora nel rapporto  dell'attività produttrice colla grandezza prodotta consiste  appunto il nesso di causalità ; il movimento genera delle for-  me e in tale azione si rivela primitivamente causalità. E la  necessità del rapporto causale trae la sua prima origine dalla  coscienza dell’ identità e continuità della nostra attività  produttrice. Il nesso causale estendendosi poi fin dove ar-  riva il movimento, e un certo movimento trovandosi in ogni  forma di pensiero, non è a meravigliarsi che la causalità  appaia una legge del pensiero a cui fa riscontro il moto  di generazione e di attività che si lascia constatare nella  realtà esterna. Del resto la Fisica riduce l'essenza della  causalità a movimento, il quale colle sue molteplici tras-  formazioni può dar ragione delle più svariate potenze  della natura: ed è mediante il movimento che noi in-  tendiamo la formazione di qualcosa a sè che è conside-  rata come effetto: questo invero è concepito quale moto  arrestato, quale prodotto esistente per sè e a parte dal  flusso dei fenomeni da cui ésso proviene e che d’altro canto  ad esso fa seguito.   Riassumendo, per il Trendelenburg l'essenza della legge va  ricercata nel moto del farsi o di prodursi di una cosa, quasi  diremmo nel cammino che percorre l’attività generatrice del  reale e per lui la conoscenza delle leggi in tanto è pos-    110 | LA NOZIONE DI « LEGGE »    sibile in quanto l'intelligenza rifà mediante i giudizi il  medesimo movimento, dando origine ad un prodotto intellet-  tuale esprimente l'essenza — o ciò che val lo stesso — la legge  della cosa: tale prodotto logico è il concetto vero e proprio  o universale concreto. Nulla vi ha di dato nel mondo, ma  tutto si fa, tutto si costruisce in vista di un fine: ond’'è  che tale movimento di costruzione nel cui fondo giace sem-  pre un pensiero, è la legge obbiettivamente considerata,  mentre che il medesimo moto o attività costruttrice for-  mulata in un giudizio ci dà la legge quale viene enunciata  dal soggetto pensante. E il concetto è un sistema di giudizi  mediante i quali lo spirito pensa fuse e compenetrate tra  di loro tutte quelle condizioni che rendono necessaria l’at-  tuazione del processo. Se una di quelle condizioni si pensa  in sè e come capace ad unirsi con condizioni diverse di  gruppi diversi, cioè capace d'intrecciarsi in altri processi  egualmente necessari, si ha, secondo il Trendelenburg, l'u-  niversale della reale condizione. Ciò che non va dimenticato  è che lo spirito non giunge alla vera conoscenza scientifica,  al regno della necessità, prima di esser pervenuto al con-  cetto (legge); stantechè in esso non solamente egli informa  l'essere della sua universalità, ma scorge il processo neces-  sario per cui questa universalità si pone, si attua e sì svolge.  Ond’è che non basta avere la rappreseniazione, la perce-  zione o anche la nozione astratta di una cosa qualsiasi per  dire che se ne ha una notizia scientifica, ma occorre averne  il concetto, vale a dire occorre conoscerne la legge o l’es-  senza. Così io dopo aver percepito la rugiada posso averne  la nozione, pensando la rugiada quale è da sè a prescindere  dalle determinazioni accidentali di spazio o di tempo: in    LA NOZIONE DÌ «€ LEGUE » 1il    tal caso nel puro pensiero non ci sarà quella data ru-  giada, ma la rugiada in generale di cui posso dare una  definizione nominale, buona per tutte le specie di rugiada:  ma me ne manca ancora la notizia scientifica, il concetto:  per il che devo ridurre quel fenomeno particolare alla ca-  tegoria dei fenomeni affini e che provengono da un di-  squilibrio di temperatura, conoscere il limite della quantità  di vapore acqueo che può contenersi nell'atmosfera, e come  esso limite vada restringendosi a misura che la temperatura  vada abbassandosi; come dallo intrecciarsi di queste con-  dizioni con l’altra della gravità per la quale i corpi non  sostenuti cadono, riceva il fenomeno della rugiada compiuta  spiegazione.   Ciò che vi ha di vero, secondo noi, nell'opinione del Tren-  delenburg è che se si vuo] dar ragione del divenire delle  cose, del loro modo di farsi e di generarsi non è possibile  astrarre dal fattore dell'attività, la quale si può estrinse-  care in vari modi e tra gli altri per mezzo del movimento.  Questo anzi si può considerare come l’estrinsecazione per  eccellenza, la forina intuitiva dell’attività stessa. Noi però  non possiamo per nessuna via considerare col Trendelen-  burg il movimento come qual cosa di primitivo e di  originario, giacchè esso non è che una rappresentazione  complessa derivata dai rapporti di spazio e di tempo delle  nostre sensazioni, onde non è lecito invertire i termini at-  ‘tribuendo a ciò che è sussecutivo e derivato l’ufficio di  principio atto a dar ragione di ciò che almeno relativa-  mente è originario. Per poter considerare il movimento  in sè © per sè, bisognerebbe poterlo osservare o speri-  mentare, senza ricorrere all’azione dei sensi, il che è    112 LA NOZIONE DI « LEGGE %    assurdo: ed anzi vi ha dippiù: a seconda delle varie  formé di sensibilità si ha di esso una notizia diversa: p. es.  al senso tattile esso si rivela con proprietà diverse da quelle  con cui si rivela al senso della vista. E ciò che noi perce-  piamo mediante l’azione di uno, o di un altro senso non è  il modo con cui un oggetto in moto inizia e prosegue il  passaggio da un sito all’altro dello spazio, ma bensi il fatto  che l'oggetto stesso è già passato in un altro posto: per-  cezione codesta che ci vien fornita dalla constatazione dei  nuovi rapporti in cui l'oggetto si trova.   In tanto è possibile considerare il moto come qualcosa di  primitivo e di originario in quanto ad esso vengono meta  foricamente e simbolicamente attribuiti i caratteri propri  della nostra attività interiore.    CONCEZIONE DUALISTICA.    I caratteri che contradistinguono la concestone dualistica  sono due: 1° stando ad essa le leggi sono una elaborazione  anzi sì potrebbe dire addirittura una produzione dello spirito  sulla base dei dati provenienti dall'esperienza, dati che  son sempre qualcosa di profondamente diverso dall'attività  intellettuale capace di apprenderli, trasformandoli ed  enunciandoli in forma di leggi. E qui va notato che a  seconda che si ammette o pur no affinità o identità tra  le forme del pensiero e quelle della realtà si avranno,  come si vedrà più tardi, delle suddivisioni nel seno stesso  della concezione dualistica. Ciò che in ogni caso forma il  tratto caratteristico di detta concezione è che secondo essa    LA NOZIONE DI « LEGGE ® 113    il contenuto dell’esperienza, la costituzione intima del  reale essendo inaccessibile all'intelletto, non può per ciò  stesso essere espresso ed intrinsecato nelle leggi, le quali  ci danno così nelle loro enunciazioni la forma del reale,  ma non mai la sostanza. Così mentre per la concezione  intellettualistica e per quella animistica le leggi figurano  come dei semplici riflessi di fatti e nessi reali nell’intel-  ligenza umana, perla concezione dualistica le stesse si pre-  sentano come vere costruzioni e creazioni dello spirito.  2° Stando alla medesima concezione, vi sono due categorie  fondamentali di leggi irriducibili l’una all'altra, le leggi  esplicative (leggi naturali) e le leggi normative (leggi pra-  tiche): le prime esprimono l'essere, le altre il dovere, e  mentre quelle sono delle formule, degli schemi che ci aiu-  tano a richiamare in mente i casì concreti e a catalogare  la realtà, il cui contenuto è impenetrabile, le ultime in-  dicano le direzioni, o meglio, le esigenze della nostra at-  tività. É naturale che se il contenuto obbiettivo delle leggi  esplicative rappresenta un'incognita per lo spirito, non sì può  dir lo stesso del contenuto delle leggi normative, le quali  riferendosi alla nostra attività figurano come l’espressione  di ciò che è intimo a noi ed ha la maggiore realtà.   Il primo sostenitore della veduta dualistica, la quale,  come si è veduto, implica in fondo il distacco del dominio  dell'intelletto da quello dell'attività e il riconoscimento  della spontaneità interiore che appropriandosi dei dati del-  l'esperienza, li elabora e li trasforma in determinate guise,  fu E..Kant.   Ogni cosa, disse Kant, è regolata dalle leggi che nell'ap-  prenderla e nel conoscerla vi ha impresse l'intelletto umano,    8.    114 LA NOZIONE DI « LEGGE »    ma solainente un essere ragionevole opera secondo rap-  presentazioni di leggi, ossia secondo principii ed ha quindi  un volere. Ora il volere può essere deterininato d_lla ra-  gione in modo assoluto e imprescindibile, ovvero no: nel  primo caso le azioni riconosciute come obbiettivamente ne-  cessarie, diventano pur tali subbiettivamente, perchè allora  il volere sta nella sola facoltà di eleggere ciò che la ragione  riconosce come buono, nel secondo caso, il quale ha luogo  quando il volere può esser mosso da impulsi soggettivi e  quindi non è interamente conforme a ragione, le azioni  sono obbiettivamente necessarie e subbiettivamente contin-  genti; cioè la legge obbliga e rivolgendosi al volere di un  Essere ragionevole gli prescrive una determinazione con-  forme a ragione, ma senza costringervelo. Però i precetti  che la ragione porge al volere e quindi le formole che li  esprimono e che vengono da Kant chiamati Imperativi,  possono essere di due maniere. La ragione cioè può pre-  scrivere un'azione come buona per se s‘essa, e quindi come  obbiettivamente necessaria senza aver riguardo ad alcun  fine e allora l'imperativo che formola questo precetto è  un imperativo categorico; oppure la ragione può prescrivere  un'azione come praticamente necessaria ad ottenere un fine  reale o possibile e allora gl'imperativi che ne formulano i  precetti si dicono Iporetici; (potetici problematici, se il fine  è possibile, cioè può soltanto avvenire che l’uomo se lo  proponga, ipotetici assertori, se il fine è senz'altro e sem-  pre voluto. È facile il vedere come, secondo il pensiero di  Kant, sebbene non sempre chiaramente espresso, al solo Im-  perativo categorico debba propriamente attribuirsi la fa-    LA NOZIONE DI « LEGGE » 115    coltà di obbligare, di prescrivere un dovere, mentre gli  altri non ci dànno propriamente che delle regole e dei  consigli. Gl’imperativi ipotetici assertori prescrivono i mezzi  ai fini svariatissimi (moralmente buoni o cattivi) che un  Essere ragionevole può proporsi: questi imperativi non  sono propriamente che regole e potrebbero chiamarsi gli  imperativi dell’abilità (Geschicklichkeit).   Se non che tale veduta kantiana fu fatta segno ad ob-  biezioni di varie sorta. I)a una parte Schleiermacher, Paul-  sen e in genere i fautori della concezione animistica, op-  posero che tra legge naturale e legge normativa non esi-  stono differenze apprezzabili, ma a ciò fu risposto che l’af-  fermare una tal cosa equivaleva a confessare di non aver  un’idea chiara di ciò che sia nè una legge naturale, nè  una legge precettiva. Una legge naturale infatti esprime  solamentu ciò che sotto date condizioni accade sempre senza  che sia possibile il presentarsi di una eccezione : è natu-  rale che le condizioni divengano complesse a misura che  dalle leggi naturali di ordine generale si scende a' quelle  speciali: ma non vi è caso che un dato fenomeno enun-  ciato in una legge naturale si presenti immutato o costante  se le condizioni corrispondenti o non si presentano del  tutto, ovvero sl presentano in modo variato o imperfetto.  Ora è lecito porre sopra una medesima linea le deviazioni  degli obbietti singoli dal loro tipo generico (ammesso pure  che le dette deviazioni possano essere identificate colle de-  viazioni dalle leggi naturali, il che non è) e gli strappi  fatti dalla volontà individuale ad una legge precettiva ?  O nella nozione generica s’introduce una forma di valuta-  zione, intendendo per quella l'ideale verso cui gl'individui    116 LA NOZIONE DI « LEGGE    di una data specie tendono, date le condizioni favorevoli,  e reputando o gni allontanamento dall’ideale come qualcosa  che non doveva essere, come una imperfezione, e in tal  caso si avrà il perfetto riscontro colle deviazioni della vo-  lontà individuale dalla legge normativa, ma ci si troverà  agli antipodi della legge naturale: ovvero si considera il  tipo generico come l’insieme di quelle proprietà che in una  pluralità d’individui, data l’uniformità e la relativa immu-  tabilità delle loro condizioni d’origine e d'esistenza, sì pre-  sentano in modo costante, ed in tal caso le variazioni del  tipo generico prodotte dall'azione di date cause hanno un  certo riscontro colle apparenti modificazioni delle leggi na-  turali, ma sono agli antipodi delle deviazioni della volontà  della legge precettiva. Per considerare le leggi naturali  come identiche in fondo a quelle morali, bisogna ridurre  queste ultime a pure descrizioni del modo come gli uomini  si conducono sotto date condizioni, ma con ciò il concetto  vero del dovere viene ad essere tolto via, giacchè le azioni  umane in tal caso come i fatti naturali vengono ad essere  sottratte al giudizio valutativo vero e proprio.   Il difetto della concezione animistica sta tutto qui: nel-  l’aver creduto di poter cancellare qualsiasi differenza tra  le leggi esplicative e quelle norinative che invece sono con-  trodistinte da caratteri diversissimi: le prime esprimono  le condizioni sotto cui la realtà diviene pensabile e intel-  ligibile, stanno a significare le peculiari maniere in cui la  ragione umana reagisce di fronte all’apprensione del reale,  nulla dicendo della natura intima e del significato del  reale, mentre le altre sono esigenze proprie dello spirito  rivelantisi immediatamente alla coscienza ed esprimenti la    LA NOZIONE DI «€ LEGGE» 117    natura propria di quello ; le prime pur accennando neces-  sariamente a qualcosa d'interno, non l’estrinsecano in al-  cun modo, arrestandosi alla considerazione della parte  formale della realtà, le altre invece esprimono le dire-  zioni dell’attività umana: le prime infine possono far pen-  sare ad una forma di attività che è il riflesso di quella  interiore, mentre le altre sono le determinazioni immediate  di tale attività. Confondere le leggi dichiarative colle precet-  tive è come confondere la causalità esterna (trasmissione  di movimento) con quella interiore (motivazione dell’at-  tività).   Dall'altra parte fu obbiettato a Kant: se la necessità  obbiettiva si differenzia da quella puramente subbiettiva  per questo che la prima fondata com'è sulla natura delle  cose, é valida egualmente per tutti gli esseri, mentre l’al-  tra fondata su particolarità individuali e subbiettive è va-  lida soltanto per i soggetti che son forniti di queste, come  mai può avvenire che tutto ciò che è necessario per gli  esseri forniti di ragione, non è poi più necessario per una  parte di essi? Ciò accade, risponde Kant, perchè l’uomo  risulta di varî elementi per modo che ciò che è necessario  per l’uno di questi, può benissimo essere accidentale per  l'altro. È necessario così l'adempimento della legge morale  per l’uomo considerato come essere ragionevole, il quale  colla ragione appunto conosce la necessità della legge  stessa ; ma all'opposto non è necessario per l’uomo consi-  derato solo come essere fornito di volere, perchè come tale  non è spinto all’azione solo dalla ragione, ma anche da  altri impulsi. E la legge morale è appunto una legge della  volontà, in quanto pone come necessario che l’uomo segua    118 ° LA NOZIONE DI « LEGGE %    col suo volere una determinata direzione. Riconoscere que-  sta necessità e insieme affermare che la volontà umana  non concorda necessariamente con la legge morale non  include nient'affatto contradizione, se sì pensa che nel  primo caso si tratta di una necessità diversa da quella del  secondo caso: donde la distinzione della necessità obbiet-  tiva della esigenza morale da quella subbiettiva basata  sul rapporto della volontà con la detta esigenza. Se non  che tale distinzione, si è notato dagli oppositori, non regge  in quanto la neeessità obbiettiva si riferisce appunto alla  voloutà e quindi abbraccia la necessità subbiettiva.   In seguito a ciò, pure ammettendo che il concetto «li  legge sia suscettibile di due interpretazioni diverse a se-  conda che si tratti di leggi esplicative o precettive, si è  cercato altrove il fondamento della detta distinzione. Si è  cominciato col notare come non soltanto nel campo della  morale, rua in tutti i dominii dell'attività umana, nessuno  escluso, accada che gl’individui in casi numerosissimi non  seguono leggi, che pure si presentano col carattere più ac-  centuato dell’universalità. Così per quanto incondizionata-  mente valide si presentino le leggi logiche e matematiche,  ciò non impedisce che conclusioni false ed errori di cali  colo abbiano luogo : e lo stesso si può dire delle legg-  estetiche, grammaticali, ecc. V'ha dippiù : ciò che si rileva  in opposizione alle leggi normative generali, non solo è  possibile e reale, ma è in un certo senso necessario : come  al fisiologo sembra naturale la sanità allo stesso grado che  la malattia, così al psicologo l’errore e il male sembrano  naturali come il vero e il bene.   Del resto le leggi precettive non esprimono tutto ciò che    LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 119    è possibile, ma bensi ciò che è giusto o rispondente ad un  dato scopo. È evidente che la parola neccesità non ha un  valore eguale trattando di leggi esplicative o di leggi nor-  mative: nel primo caso la necessità implica che un dato feno-  meno risulta necessariamente dal complesso delle sue cen-  dizioni, nel secondo caso invece indica ciò che si deve fare  perchè l'obbiettivo di una data forma d'attività, la cono-  scenza del vero, la produzione del bello o la pratica del  bene, sia raggiunto. Dall’un canto la necessità serve a con-  trassegnare il nesso del conseguente colle sue condizioni  quale sì presenta partendo da queste ultime come da ciò  che è dato; dall'altro canto la necessità serve a contrasse-  gnare lo stesso nesso quale si presenta dal punto di vista  del conseguente, partendo cioè come da ciò che è dato  dalla rappresentazione dell’intento da conseguire, per mo-  strare sotto quali condizioni, con quali mezzi ciò è reso pos-  sibile. Ora mentre colle cause son dati sempre e necessaria-  mente anche gli effetti, non si può dire che col fine o  meglio colla rappresentazione del fine sia dato sempre e  necessariamente l’impiego di dati mezzi e le modalità dell’im-  piego stesso, onde consegue che le leggi naturali hanno  un valore universale, mentre quelle pratiche dicono, sì, che  incondizionatamente certi scopi possono essere raggianti solo  con un dato ordine di mezzi, e in tale rapporto, se esse  sono giuste, non temono smentita dai fatti; ma dell'appli-  cazione effettiva dei detti mezzi nulla ci dicono, per modo  che non è esclusa la possibilità che i mezzi non siano ap-  plicati e che per conseguenza lo scopo non sia neanche  lontanamente raggiunto. Le leggi dichiarative dicono: date  queste condizioni deve necessariamente conseguire questo    120 LA NOZIONE DI «& LEGGR »    effetto: quelle pratiche invece: se un dato scopo deve essere  raggiunto, bisogna operare in tale maniera e non diver-    samente. Se poi nei casi particolari si procederà effettiva-  mente così e se quindi l’obbiettivo corrispondente sarà ag-  giunto non è certo appunto perchè ciò dipende dal modo in  cui sì determina l’attività individuale ed è tale incertezza  che trasforma la legge in una forma di esigenza umanae.  la necessità che l’esprime in dovere.   Qui si presenta une questione: É giusto mettere tutte  in un fascio le leggi normative o precettive? Noi cre-  diamo di no, in quanto alcune di esse si presentano come  regole dedotte da determinati rapporti offerti dall’espe-  rienza, mentre altre figurano come l’espressione della  natura propria del soggetto e quindi vanno considerate  come funziori di esso : così le leggi precettive igieniche,  dietetiche ecc. in tanto sono valide in quanto sono fon-  date su determinati nessi causali constatabili per mezzo  dell'esperienza e quindi contingenti, per contrario le norme  logiche e morali sono anteriori a qualsiasi esperienza, s0-  no esigenze dell’attività umana e stanno a significare ciò  che vi ha di proprio nella natura del soggetto pensante  sia dal punto di vista teoretico che pratico. Ma di ciò sarà  trattato più diffusamente in seguito.   Dicemmo di sopra che Emmanuele Kant va considerato  come il vero fondatore della concezione dualistira, avendo  egli ammesso, dopo aver profondamente differenziato le  leggi normative da quelle esplicative, che ì giudizi neces-  sari ed universali intorno alla realtà occasionati dall’espe-  rienza, in tanto sono possibili, in quanto lo spirito umano  è fornito della capacità di apprendere i fatti concreti per    LA NOZIONE DI « LEGGE » 121    mezzo di forme a priori o appercettive, le quali servono  ad universalizzarli e ad obbiettivarli. Sono queste nozioni  appercettive, o predicati universalissimi o categorie, o  forme a priori, o funzioni dell’intendimento umano che u-  nite, mediante giudizi di ordine speciale (giudizi sintetici a  priori) coi dati percettivi concreti, rendono possibile .la  scienza, cioè a dire la trasformazione del fatto subbiettivo  del sentire in qualche cosa di obbiettivo esistente in modo  ordinato nello spazio e nel tempo e insieme l'enunciazione  in formule universali delle varie sorta di azioni e di relazioni  esistenti tra le cose. Non è nostro intendimento ora fare  la storia e la critica delle vedute kantiane intorno alla pos-  sibilità dei giudizi sintetici a priori, in quanto ciò ha  formato oggettò di svariatissime e importantissime ricer-  che il cui risultato è stato la trasformazione del primitivo  kantismo. I mutamenti che ha subito il pensiero kantiano,  passando attraverso ia mente dei vari Logici moderni sono  stati molteplici e non sempre si fu d'accordo intorno al  modo d’interpretare, di completare e di svolgere il pensiero  del maestro: tuttavia non è impossibile collegare insieme  le varie opinioni emesse, considerandole da un punto di  vista superiore. Per quanto numerose e rilevanti siano le    discrepanze tra i filosofi criticisti intorno alla esten-  sione ed al significato dall’a priori kantiano, vi sono dei  dati ammessi da tutti e su cui non cade alcun dubbio  o disparere. Così tutti concordano nell’ammettere il cor-  rispettivo obbiettivo dell'elemento formale di ogni cono-  scenza, vale a dire la cooperazione della realtà nella ge-  nesi delle forime appercettive, in modo che questo lungi  dall’esser considerate come semplici funzioni o obbiettiva-    trai    122 LA NOZIONE DI « LEOGE »    zioni dello spirito umano, sono ritenute il risultato della  cooperazione di due fattori, del fattore subbiettivo e di  quello obbiettivo. D'altra parte si è d'accordo nel ri-  guardare le forme appercettive (le nozioni di uguaglianza  e di differenza, di tutto e parti, di grandezza, di rap-  porto causale tra i fatti successivi e di connessione reci-  proca tra fatti coesistenti e di fine) come acquisti dello  spirito umano avvenuti sotto la guida di alcuni principî  supremi comuni al pensiero ed all'essere, quali il principio  d'identità, quello di contradizione e quello di ragione, ecc.  E qui va notato che non tutti i filosofi son disposti ad  attribuire un egual valore ai suddetti principii, giacchè  per taluno, come per il Riehl, il principio regolatore su-  premo è quello d'identità, mentre per altri è quello di  contradizione colla cooperazione però più o meno valida  degli altri principii : questione codesta che a noi non com-  pete di esaminare.   Conchiudendo, possiamo dire che il neo-kantismo non  considera più le varie leggi scientifiche quali giudizii sin-  tetici aventi il loro fondamento ultimo nei giudizii sinte-  titici a priori, costituenti poi i veri principii delle scienze, ma  come il risultato della trasformazione dei nessi e rapporti  puramente sperimentali in nessi e rapporti logici. Non è  dunque riposta l’essenza della legge nell’applicazione di  determinate categorie ai fatti concreti, ma nella trascri-  zione dei fatti o processi sperimentali in fatti e processi  aventi organismo e struttura logica.   Tra i filosofi criticisti quegli che più e meglio di tutti  ha trattato la quistione della natura e delle forme della  conoscenza scientifica è certamente il Riehl], il quale nella    LA NOZIONE DI « LEGGE » 123    sua pregevole opera // Criticismo filosofico, ha emesso  delle vedute degne di essere conosciute. Egli comincia col-  l'’ammettere una profonda differenza tra le leggi normative  e quelle esplicative in quanto le prime esprimono il dovere  in rapporto al conseguimento di un dato scopo, mentre le  altre esprimono l’essere; in base alle prime giudichiamo  del valore, dell'importanza di una data cosa, mentre in  base alie altre della realtà o della verità : le prime deno-  tano tendenze e s’indirizzano all’avvenire, le altre dati di  fatto e vertono su ciò che è ed accade: le prime infine sono  una determinazione del gusto, del sentimento e della vo-  lontà umana, mentre le altre sono emanazione della ragione e  dell’attività coroscitiva. Dal che consegue che la scienza, la  quale si può considerare come l'ordinamento razionale delle  leggi esplicative, presenta l’uomo quale un prodotto della na-  tura, quale risultato delle leggi generali di essa, mentrechè la  filosofia pratica riferendosi al possibile e all’ideale, risguarda  l’uomo nella natura come causa, come un essere cioè che  in base alla conoscenza delle leggi natarali può proporsi  dei fini e mettere in opera tutta la sua attività per rag-  giungerli. Ma se la filosofia pratica può avere il suo punto  di partenza nella conoscenza della natura umana fornita  dalla scienza (Antropologia, Pisicologia, Storia ecc.), rap-  portandosi poi a ciò che deve essere, esplica la sua azione,  ponendo sempre nuove esigenze al sentimento, al volere ed  alla coscienza umana.   Nell’approfondire la natura della conoscenza scientifica  il Riehl nota che la legge esplicativa che è sinonimo di  rapporto necessario, esprime l’azione esercitata sulla ra-  gione dalla stabilità ed uniformità del corso dei feno-  meni. La relazione esistente tra la realtà e il pensiero    124 LA NOZIONE DI « LEGOR »    costituisce l'esperienza propriamente detta: e le leggi  scientifiche sono il prodotto da una parte della regolarità  con cui sotto condizioni eguali si presentano fenomeni  identici, o della stabilità delle proprietà fondamentali  delle cose, e dall’ altra dell’ attività concscitiva del sog-  getto. Onde la legge è per l'intelligenza ciò che è il fine  per il volere e il bello per il senso estetico : in tutti e  tre i casi i due termini s'implicano a vicenda; tanto é  ciò vero che le cosidette leggi naturali lungi dall'essere  in rapporto, come a dire, accidentale colle leggi del pen-  siero, sono il risultato, quanto alla loro forma, di queste  ultime. Pertanto l’affermazione che in natura tutto av.  venga in modo meccanico è falsa, se s'intende dire che  per tale via si riesce a comprendere la natura propria, e  le qualità intime del processo naturale; il meccanismo  delle cose lungi dal manifestare l'essenza di un qualsiasi  fatto naturale, rappresenta la forma di questo; e la mecca-  nica ricercando l'equivalente dei cangiamenti svolgentisi  nella natura, non svela nient’affatto la natura propria delle  cause dei detti cangiamenti. É per questo che le leggi e-  sp imenti i rapporti delle cose devono presentare i termini  connessi in modo continuo e immediato nel tempo e in ma-  niera intelligibile per l'intendimento, vale a dire congiunti  secondo il rapporto dell'uguaglianza quantitativa, riducibile  al principio d'identità.   E a che ai riducono le leggi del pensiero, le categorie  logiche, che applicate alla realtà, rendono possibile la for-  mazione delle leggi scientifiche ? « Le condizioni logiche  dell'esperienza, dice il Riehl (1), » le categorie della    (1) Rienc, Der philosophiscrie Kriticismus. Zw. B. Leipzig, 1887.    LA NOZIONE DI LEGGE. 125    sostanza, della causalità e dell’unità sistematica della na-  tura, non sono, come insegnò Kant, forme primitive diverse  e irriducibili del nostro intelletto, ma derivano da un u-  nico principio saperiore, da quello dell'unità e conserva-  zione della coscienza in genere, il quale dà loro origine  quando viene applicato ai rapporti generali presentati dal-  l'intuizione. L'Io è cosciente della suna unità e della sua  identità con sè stesso, condizione prima di ogni altra co-  noscenzà, sia che scompone una molteplicità simultanea di  impressioni (la cui forma intuitiva è lo spazio), sia che  connette una serie successiva di impressioni, sia finalmente  che scompone e congiunge insieme, vale a dire che unisce i  due atti precedenti, affinchè emerga il concetto dell’unità  sistematica del tutto. Noi possiamo quindi distinguere tre  diverse funzioni pertinenti alla coscienza (una ed identica  con sè stessa), una funzione analitica (che ci dà la cate-  goria di sostanza), una sintetica (che ci dà la categoria di  causalità) ed una sintetica ed analitica insieme (che ci  dà la categoria dell'unità sistematica); mediante la prima  è differenziato il permanente dal mutevole, mediante la  seconda è collegato il cangiamento colla sua causa, me-  diante la terza finalmente tutto il reale, cose e processi,  viene considerato come un sistema organico composto di  varie parti.   È questa l’espressione più completa e più perfetta della  concezione dualistica; e non si può non convenire che essa  segna un notevole progresso rispetto agli altri modi d’in-  terpretare la natura delle leggi; ma possiamo noi dichia-  rarci soddisfatti appieno ? Notiamo subito che il difetto di  tale veduta sta tutto nel ritenere che la natura propria    126 LA NOZIONE DI « LEGGE »    della legge si riduca all’affermazione di un rapporto di  natura quantitativa; ora la legge oltreché l’espressione  di una equivalenza, è l’espressione dell'attività di una  cosa sull'altra. L'ideale verso cui tende la scienza nel  fomulare le sue leggi non è l'affermazione esclusiva dei  rapporti quantitativi, ma l'indagine delle condizioni determi-  nanti dati fenomeni, condizioni che diventano spesso visibii  all'intendimento e vengono fissate per mezzo dei rapporti  quantitativi non altrimenti che in un quadro è pel colore  che diventano visibili le linee, i punti e fino la mancanza  perfetta di linee, il nero, la tenebra. É evidente però che  l'essenza della legge non può essere riposta in un momento  subordinato ed ausiliario, per quanto necessario. Con  le sole leggi della meccanica, con le sole ridistribuzioni  della materia e del movimento non s’in'ende come si possano  produrre forme così diver:e della realtà. La concezione  meccanica, come quella che è solamente quantitiva, non  soddisfa al bisogno che la conoscenza ha del sistema, non  rende ragione della Zinitazione e direzione delle forze. Con  la materia e col movimento soltanto noi abbiamo una pos-  sibilità affatto indeterminata, la possibilità di mondi innu-  merevoli diversi: che cosa determina la genesi del mondo  della nostra esperienza ? Ciò posto, come mai si può af-  fermare che la scienza abbia per compito essenziale d' in-  dagare la costituzione meccanica del Reale? La scienza  tende invece a conoscere la natura propria delle cose quale  sì manifesta per mezzo delle loro azioni o funzioni e per mezzo  del numero maggiore o minore di attinenze (delle quali le  quantitative sono una sorta soltanto) che esse hanno col  rimanente della realtà. L'essenziale della conoscenza scien-    LA NOZIONE DI « LEGGE » 127    tifica non sta nel delineare semplicemente le variazioni  spaziali e temporali di una cosa, ma nel cercare di studiare  le proprietà, le qualità e le relazioni di essa, tanto è ciò  vero che la scienza seria ed esatta lungi dall’abbandonarsi  a ricercare la spiegazione e la ragione di tutti i fatti  nei semplici spostamenti spaziali e temporali, studia cia-  scuna categoria di fenomeni separatamente senza lasciarsi  fuorviare dalle analogie o somiglianze astratte e va in  traccia sempre delle condizioni peculiari concorrenti a de-  terminare una data classe di fenomeni. E tutte le ipotesi  scientifiche non hanno la loro ragione di essere nella esi-  genza imperiosa della scienza di approfondire la natura  propria delle cose, prescindendo dalla esclusiva considera-  zione della grandezza e della quantità ?   L'errore del Riehl è di aver identificato ogni forma di  cansalità con quella esterna o meccanica (1), chiuden-  dosi cosi la via di interpretare i fatti di cristallizzazione,  di coesione, ecc. ecc,, buona parte dei fatti chimici e bio-  logici e tutti i fatti spirituali, ove vige in modo eviden-  tissimo ‘0 principio dell’ aumento dell’ energia ; ora si    (1) La causalità fisica è profondamente diversa da quella psichica, in  quanto ciò che è causa nella prima — e quindi fa essere una cosa — di-  viene motivo nella seconda, cioè, giustifica la cosa, ciò che in quella è  azione meccanica proveniente dall’esterno (causa ed effetto son consi-  derati come l’una fuori dell’altro) ed è quindi accessibile alla osserva-  zione esterna e alla comparazione quantitativa, nell’altra è azione inte-  riore proveniente, anzi da ciò che vi ha di più profondo nell'essere ed  è accessibile soltanto all'osservazione interiore. La causa agisce per ciò  che è in sè, mentre il motive per il valore che gli vien dato dall'insieme  della vita spirituale, valore che può variare moltissimo, donde la varietà  delle determinazioni volontarie nei varii individui e le reazioni subbiet-  tive diverse ad un medesimo fatto, Da tutto ciò consegue che è una con-    128 LA NOZIONE DI «& LEGGE »    può affermare che in tutti questi casi non è a parlare di  leggi, vale a dire di maniere costanti ritmiche di operare,  di rapporti necessari e universali, di funzioni determinate,  quindi di scienza? Aggiungiamo che se il principio di iden-  tità fosse l'esclusivo principio supremo della intelligenza e  se quello di ragione non fosse inerente alla natura propria  dell'intelletto, non si vede come e perchè la cosidetta iden-  tità sintetica potrebbe entrare in azione. Secondo il Riehl,  infatti, noi siamo tratti a identificare sempre ciò che è stra-  ordinario o inusitato con ciò che già sappiamo: ora in questo  caso l’identificazione non rappresenta che il messo di poter  rispondere all’esigenza di ricercare la ragione di ciò che  ci sì rivela come nuovo e irriducibile al resto. Il fatto  prinitivo è sempre il principio di ragione e l'identificazione  non è che un mezzo, nè necessario, nè universale. Noi po-  tremmo riferire numerosissimi esempi per provare come la  essenza della legge non vada riposta nell’enunciazione  di un rapporto quantitativo. Citeremo qualche fatto soltanto  tolto dalla Biologia,   Così è noto che il ricambio materiale se può ra ppresen-  tare una delle condizioni indispensabili al funzionamento  degli organi, non ne è la causa determinante ed essen-  ziale, la quale deve essere ricercata nell’ organizzazione,    tradizione parlare di leggi naturali della volontà in quanto questa opera,  trasformando le cause in motivi, rendendole cioè un fatto interno. L’o-  perare in seguito a motivi non rende possibile l’operare secendo leggi,  m a l’operare secondo norme e regole, dal seguire le quali è agevole  sottrarsi una volta ammesso che la forza dei motivi dipende dal valore  che vien loro dato dal complesso della vita psichica, la quale essendo  diversa per ciascuno individuo, produrrà diversità anche nel modo di  operare dei motivi e quindi nella maniera di attenersi alle dette norme,    LA NOZIONE DI « LEGGE 129    nella morfologia dei tessuti: quand’anche conoscessimo e  sapessimo determinare quantitativamente tutte le innume-  revoli reazioni chimiche che si svolgono nel nostro organi-  smo, ci resterebbe a conoscere come l’ energia che esse  sviluppano si trasformi in funzione, come nei complicati  ingranaggi dei nostri tessuti la stessa possa estrinsecarsi  sotto forma di calore, di elettricità, di moto, di secrezione, di  attività nervosa, ecc. Nell’atto chimico si deve riconoscere  la causa dell’energia disponibile, ma la funzione si de-  termina trasformando quell’energia, plasmandola in mille  modi, presentandola sotto diversissime manifestazioni. E  qui giova notare che non selo i risultati delle reazioni  chimiche che avvengono in un organismo, ma anche le con-  dizioni che le determinano hanno qualche cosa di speciale e  di e clusivo agli esseri viventi, all’organizzazione, cioè ed ai  suoi prodotti. Noi possiamo infatti riprodurre alcuni di  quei processi chimici che si svolgono nella trama dei no-  stri tessuti, ma per ottenere gli stessi risultati dobbiamo  impiegare delle altissime temperature, delle enormi pres-  sioni, delle correnti elettriche assai potenti o l’azione di  reattivi di tale violenza da distruggere qualunque organi-  smo, Negli esseri organizzati invece si hanno gli stessi  effetti ad una temperatura egnale o di poco superiore a quella  del''ambiente, alla pressione atmosferica ordinaria, sotto  l'influenza di correnti appena dimostrabili ed approfittando  di debolissime affinità. Ora forse dal fatto che la vita non  può ridursi al ricambio materiale puro e semplice, de-  terminabile quantitativamente, deriva l'impossibilità di pai-  lare di leggi fisiologiche o biologiche ? Tali leggi saranno in-  determinate dal punto di vista quantitativo, ma sono de-    0.    130 LA NOZIONE DI € LEGGE ®    terminatissime dal punto di vista qualitativo. L'essenziale  non è la fissazione quantitativa, ma quella qualitativa  delle condizioni genetiche di un fenomeno. L'opinione di  Kant che si possa parlare di scienza soltanto nei casi  in cuì sia applicabile il calcolo ha ormai fatto il suo  tempo, perchè anche i rapporti qualitativi formando ob-  bietto d'indagine, possono essere formulati in leggi. Le  leggi intese in largo senso non rappresentano soltanto il  prodotto della fusione del fattore subbiettivo dell’ unità    ed identità della coscienza (e categorie logiche che ne  derivano) con quello obbiettivo dell’ uniformità e rego-    larità dei fatti esterni, ma figurano anche come il ri-  fiesso o meglio l'applicazione delle varie forme di attività    psichica (tra le quali merita particolare attenzione l'esi-  genza della ragione e del fondamento delle cose e la ten-  denza a rintracciare la loro reciproca dipendenza) all’a-  zione reciproca che presentano le cose. La scienza natu-  rale, è vero, s'arresta alla valutazione dei rapporti quan-  titativi, che sono quelli accessibili alla misura, perchè i  suoi obbietti quali determinazioni spaziali e temporali  e quali limitazioni di qualche cosa d’identico e di continuo  sono paragonabili quantitativamente, ma ciò non toglie  che una forma di conoscenza superiore e più completa  debba tener conto delle varie forme di azione esercitate  dalle cose tra loro. Ed anche nelle scienze che hanno per  obbietto la natura, le leggi puramente descrittive e basate  esclusivamente su rapporti quantitativi tendono a divenire  genetiche e condizionali, segno che l'esigenza della scienza  non è quella di trovare semplicemente dei rapporti di equiva-  valenza, ma di mostrare come le cose sussistenti solo in    LA NOZIONE DI « LEGGE » 131    quanto sono attive, operino nelle varie contingenze (1).   Ciò che ha il maggior interesse per l’intelletto umano  non è la pura fissazione di rapporti quantita‘ivi, ma la  determinazione dei rapporti di condizionalità e di causalità,  rapporti che se sono resi visibili per mezzo delle variazioni  concomitanti quantitative, non implicano nient'affatto l'equi-  valenza dei termini dei detti rapporti.   D'altra parte le varie funzioni di analisi, di sintesi, e di  analisi e sintesi insieme non s'intende come possano esser  ascritte all'unità della coscienza che è sempre un concetto  puramente formale e quindi vuoto : è necessario la sosti-  tuzione di qual cosa che dia ragione della possibilità di  differenziare e diidentificare i vari fatti psichici e insieme  della possibilità di scomporre e successivamente comporre  i singoli fatti per poter fondere in ultimo i due processi  in uno. Ora il concetto che risponde a tali requisiti per  noi è quello dell’altività, la quale può divenire sorgente  di atti molteplici; atti che mentre da una parte si diffe-  renziano tra loro, sono però congiunti per questo chehanno  un'origine comune. Di guisa che la funzione analitica della    (1) RieuL: Op. cit. — Fr. B. Schluss, pag. 194 e segg. — Qui  è bene riferire un passo del medesimo Riehl: “ Es kinnte in der Natur  nichts auch nur relativ Selbstindiges geben wenn es in ihr nicht wahre,  sondern immer nur ùbertragene, mithin scheinbare Thàitigkcit gàbe.  Nicht bloss im Moralischen, auch im Physischen wurzelt die Selbststin-  digkeit in der Selbsthiitigkeit Obgleich wir uns die Elemente nicht auf  psychische Art wirkend zu denken haben, also nicht als Monaden  vorstellen, so weist doch, “ie FErscheinung der physischen Thiitigkeit  auf eine wahre von den Elemznten ausgehende, nicht blos denselben  4usserlich eingeprigte Action zuriick. Nur was fàhig ist zu wirken ist  und heisst wirklich. In d r Empfindung, die nicht blosse Receptivitàt ist.  sondern Reaction gegen den empfangenen Reiz haben wir den Typus  der Wechselwirkung auck in der nicht empfindenden Natur vor uns,    132 LA NOZIONE DI « LEGGE >    coscienza è resa possibile dall'avvertimento dei molteplici  atti emergenti dall'attività psichica, quella sintetica dal-  l'’avvertimento della loro identità d'origine e quella sinte-  tico-analitica dalla fusione dei due processi o dal congiun-  gimento dei due momenti del medesimo fatto. Da tal  punto di vista l'essenza della legge in genere è riposta  nel tentativo d’interpretare l'azione reciproca delle cose  presentateci dall'esperienza, basandosi sul modo d'operare  della nostra attività interiore. Del resto ciascun individuo  nell'’enunciare una legge, per quanto non l’esprima, sottin-  tende tale concetto fondamentale dell'attività. Ed è questo  il sulo mode di poter comprendere l’unità delle cose. Il  detto fattore dell’attività non trova espressione adequata,  perchè ciò che è qualitativo e interno non può essere ob-  biettivato e insieme universalizzato come i rapporti quan-  titativi, spaziali e temporali che rappresentano il contenuto  della coscienza intesa in senso universale e non di quella  individuale soltanto.    Al di fuori del Criticismo, la concezione dualistica  della legge assunse una forma particolare nel Wundt, la  quale merita di essere mentovata (1). Il filosofo di Lipsia dopo  aver messo in sodo che il concetto di legge in genere ori-  ginariamente derivò da quello di norma, riconobbe che esso  sì andò sempre più allontanando da questo a misura che  i fatti costituenti l'oggetto delle scienze esplicative non  furono più considerati quali estrinsecazioni d’ impulsi  interiori, a misura cioè che furono presi in considera-  zione dalla scienza le relazioni formali delle cose e non    (i) Wundt. Etk:k, Stuttgart 1886, — Id. Logik, ultima edizione,    LA NOZIONE DI « LEGGE » 133    il loro contenuto e significato obbiettivo. Pertanto la no-  zione di legge-norma divenne estranea da un pezzo alle  scienze naturali, contrariamente a ciò che accadde nelle  scienze psicologiche e storiche. Il processo delle scienze  esplicative, nota il Wundt, s’intreccia spesso con quello delle  scienze normative, per modo che in queste si hanno delle  leggi dichiarative a fianco alle normative e viceversa: ciò  che non va dimenticato è che spesso il punto di vista  esplicativo è anteriore e quindi presupposto da quello nor-  mativo, il quale ha soltanto in esso la sua base.   In ogni caso le scienze normative si differenziano pro-  fondamente da quelle dichiarative e descrittive per questo  che nelle prime predominando le leggi-norme, alcuni fatti  sono differenziati da altri per mezzo del momento valuta-  tivo, in base al quale i dati sono riguardati come conformi  o contrari alla norma. La contrapposizione del normale  all’anormale mena alla differenziazione del dovere dall'essere.  Ora il punto di vista esplicativo conosce semplicemente  l'essere, onde le scienze che hanno per obbietto la natura  considerano ciò che è già dato e se esse accolgono anche  la nozione di norma e di dovere, l'essere in tal caso  coincide col dovere per modo che non vi può essere con-  tradizione tra i due: il so/len diviene mdassen. Col toglier  via adunque ogni forma di valutazione viene ad essere tolta  ogni possibilità di differenziare i fatti in regolari e irre-  golari, in normali e anormali.   Ma la valutazione in tanto è possibile in quanto gli atti  singoli che sono obbietto della valutazione, sono considerati  come un prodotto del volere umano, ond'è che essi vengono  distinti in atti conformi o non conformi alle esigenze (norme),  alle direzioni fondamentali del volere stesso. Ed è su ciò    134 LA NOZIONE DI € LÉGGE »    che è fondata anche la distinzione del dovere dall’ essere.   D'altra parte la norma di fronte alla volontà può assu-  mere la forma di comando, di regola riferentesi non sol-  tanto alla valutazione di atti già compiuti, ma alla  produzione di fatti avvenire. Però ogni uorma è origina-  riameate una forma d’attività, una determinazione, una re-  gola del volere, e come tale, una prescrizione; è solo se-  condariamente che può divenire una specie di stregua, di  misura indispensabile all’apprezzamento di a'ti già compiuti.   Qui va notato che il carattere normativo non sì rivela  identico e costante in tutte le così dette scienze nor-  mative : così di tutte le norme o regole grammaticali, una  sola conserva il suo carattere obbligatorio ed è che le  forme grammaticali delle varie lingue devono esser confor-  mi alle leggi logiche del pensiero. Tutte le altre regole  grammaticali figurano coine il risultato di svariate condi-  zioni psicologiche e fisiologiche. In modo analogo, mentre  la più parte delle norme giuridiche hanno la loro origine  nelle mutevoli e particolari condizioni storiche della società,  alcune soltanto indipendentemente da queste cause posseg-  gono forza obbligatoria dovuta alla natura morale dell'uomo.  Anche nelle norme estetiche va distinto l'elemento transitorio  prodotto dalle influenze storiche della moda e delle con-  suetudini da quello permanente, a cui noì siamo disposti  ad attribuire il massimo valore.   Dalle molteplici radici del sentimento estetico emergono  le norme estetiche che prendono due direzioni diverse : da  una parte quella riferentesi ai principii della regolarità,  della simmetria, dell'armonia, dell'ordine che sono un pro-  dotto del pensiero logico: e dall'altra quella relativa alle    bela Li et e i e "e —-————————___m..{«i-_ b-__°’’ _ieccosieliani    LA NOZIONE DI « LEGGE » 136  esigenze ed emozioni etiche, per il cui mezzo il bello parla  al. cuore, assumendo le forme più elevate.   Logica ed Etica, ecco le due scienze normative vere e  proprie: formando la prima la base normativa delle scienze  teoretiche, la seconda quella delle pratiche (1). Le norme  della Logica possono estendersi a tutto ciò che ci è  dato dalla intuizione e dalle nozioni da questa derivate ;  ma nella loro applicazione non involgono un giudizio va-  lutativo intorno agli oggetti del pensiero logico ; può solo  tanto il soggetto considerato in rapporto alla sua attività  cogitativa costituire la base di un apprezzamento valuta-  tivo; le norme dell'Etica si riferiscono immediatamente a-  gli atti volitivi dei soggetti pensanti ed agli oggetti solo  inquanto questi debbono la loro origine agli stessi atti vo-  litivi: come si vede, in tal caso è il soggetto agente che  nello stesso tempo forma oggetto della nostra valuta-  zione. Onde è chiaro che il subbietto del pensiero logico in  tanto può essere in qualche modo apprezzato in quanto è  insieme obbietto etico : il pensiero logico infatti come li-  bero atto volontario può essere subordinato all'attività  morale. E la Logica avendo fra gli agli altri compiti anche  quello di trattare e di esaminare i criterî del pensiero  vero e il valore dello stesso, può benissimo essere chiamata  Etica del pensiero.   Di guisa che il concetto del dovere non ha un signifi-  cato eguale nella Logica e nell’ Etica, giacchè per questa  il dovere emerge dall'obbietto stesso della sua considera-    (1) Teoretica è la ricerca scientifica vertente sul nesso reale  dei dati di fatto; pratica quella che ha per obbietto le produzioni della  volontà umana e le creazioni dello spirito.    136 LA NOZIONE DI « LEGGE >»    zione, mentre che nella Logica il dovere nasce soltanto  quando il processo logico è sottoposto ad un giudizio va-  lutativo, vale a dire quando è annoverato tra le azioni e-  tiche. In tal guisa per il Wundt la sorgente ultima della  nozione di norma è nella moralità, e la scienza normativa  per eccellenza è l'Etica.   Dipoi l’idea di norma prende due direzioni, da una  parte è applicata a quei dominii scientifici che per  le loro condizioni d'origine subbiettiva (atti volontarii)  sono più affini ai fatti morali, dall’ altra parte è ap-  plicata a tutti gli oggetti dell’esperienza esterna ed in-  terna, i quali sono apparsi sottoposti ad una costante re-  golarità riguardo al loro modo di presentarsi, di svol-  gersìi ecc.   Si comprende agevolmente che la prima trasformazione  ed applicazione dell'idea di norma ha preparata la se-  conda, giacchè il pensiero logico, è stato tratto con molta  facilità a trasportare il suo proprio carattere normativo    agli obbietti ad esso sottoposti. D'altra parte il carattere ‘    normativo del pensiero logico non avrebbe mai potuto  svolgersi completamente senza la corrispondente costanza  e regolarità degli obbietti, la quale però, giova tenerlo a  mente, non sarebbe mai stata appresa senza il concorso  dell'attività del pensiero sottoposta a date norme: sicchè  possiamo ben dire che i due indirizzi presi dall'idea di  norma, intrecciandosi, sì sono aiutati a vicenda nel loro  svolgimento, l’azione preponderante pur essendo esercitata  dal carattere normativo del pensiero logico.   E qui si potrebbe osservare che considerando la norna  quale regola della volontà, quale determinazione primitiva    LA NOZIONE DI € LEGGE 137  di questa, non si spiega come essa possa assumere la forma  di comando, senza implicare costrizione, necessità subbiet-  tiva. Se la norma rappresenta una determinazione della vo-  lontà, perchè si può e uon si può seguirla? Donde la scis-  sione, lo sdoppiamento del dovere dall'essere, dell'ideale dal  reale ? Ogni difficoltà sul riguardo viene a sparire, se si  tien conto del fattore sociale nella genesi della norma. Que-  sta è, sì, una determinazione della volontà, una forma d'at-  tività, ma una determinazione della volontà sociale, una  forma dell'attività collettiva, rispetto alla quale la volonta  individuale si può benissimo trovare in antitesi per sva-  riatissime ragioni. Il carattere normativo ha la sua sor-  gente nell’intima relazione esistente tra i varii individui  (soggetti pensanti e volenti) componenti una società, i quali  sono come parti organiche di un Tutto d’ordire superiore.  È il volere e la coscienza sociale che si può imporre al  volere dei singoli individui (1).  Tutte le norme e regole che hanno un valore obbliga-  torio sono da considerare quale prodotto della coscienza e  della volontà sociale. Invero le varie forme di società    (1) Recentissimamente taluno ha affermato che i prodotti della collet-  tività sono inferiori alle opere compiute dagli individui isolati: riunite  insieme, si è detto, i più grandi ingegni, in modo che tutti cooperino  alla produzione di un’opera collettiva, e vedrete che ne verrà fuori qual-  cosa d’ imperfetto. Se ciò sia vero o no, non importa discutere qui: ciò  che voglia no mettere in evidenza è che le produzioni collettive naturali  non vanno identificate colle produzioni artificiali, arbitrarie di una qual-  siasi riunione d'’ individui, giacchè in quest’ultimo caso la collettività  lungi dal presentare i caratteri dell'organismo assume l’aspetto di qual-  cosa di meccanico. È per questo che le note antagonistiche presentato  dai vari individui invece di essere armonizzate in un’unità superiore, si  elidono a vicenda.    138 LA NOZIONE DI « LEGGE Y  umana, costituiscono delle vere e proprie .unità organiche,  le quali hanno delle funzioni determinate, superiori a quelle  degl'individui, adempiono ad uffici più elevati e rispondono  ad esigenze, per cui sarebbe inefficace l’attività individuale.  La connessione degli spiriti, l’azione reciproca, la solida-  rietà vera, perché fondata su rapporti spirituali, dei varìl  membri delle società è un fatto che ci dà la chiave per  spiegare taluni prodotti psichici complessi, che altrimenti  rimarrebbero un mistero. Così il lavorio intellettuale dei  diversi individui componenti la società umana ha avuto per  effetto di fissare lo scopo ultimo, l'ideale della conoscenza,  togliendo dalle direzioni particolari dell’ attività spirituale  tutto ciò che vi era dì accidentale, di subbiettivo, d’incoe-  rente, d’inefficace e determinando una direzione unica e  consistente, atta cioè a connettere insieme i varii momenti  del processo cogitativo e a stabilire il rapporto del pen-  siero individuale con quello universale. La volontà e la co-  scienza sociale hanno universalizzato il pensiero, fissando  l'ideale e quindi le norme a cui si deve conformare il pro-  dotto psicologico individuale, affinchè possa adempiere al  suo vero ufficio. Tutto ciò che non può essere messo in rap-  porto col sistema di relazioni stabilite dalla vita storica e  sociale dell'umanità non ha consistenza, e quindi non è  reale nello stretto senso della parola, nè vero: e le norme  o le leggi del pensiero non rappresentano che il modo, la  via da tenere per poter connettere il fatto singolare col  sistema universale; sistema che d'altra parte alla cono-  scenza riflessa si rivela come generato appunto da quei po-  stulati della conoscenza.   Ciò non toglie che si possa presentare un fatto psichico    LA NOZIONE DI € LEGGE » 139  il quale, pure essendo un prodotto naturale e quindi for-  nito di una certa realtà, non possa però essere messo in  connessione col sistema di relazioni fissato dallo spirito  sociale, cnde proviene che esso è rigettato come erroneo,  come falso, come non rispondente all' ideale della realtà e  verità.   Con questo, intendiamoci, non sì vuole escludere la parte  che la costituzione psichica individuale ha nel determinar:  le norme logiche ; così l’unità e l'identità della coscienza  rispetto alla molteplicità e diversità dei suoi atti e del  suo contenuto, la cos‘anza della sua attività rispetto alle  varie direzioni di essa concorrono a far considerare come  norma e legge dell’attività psichica un determinato modo  di operare che sembra sottratto a variazioni arbitrarie  e accidentali. Onde consegue che ammesso il caso che l’unità  e l'identità della coscienza non sia conservata o che il si-  stema di relazioni tra i varii fatti psichici, costituente la  continuità di tutta la vita mentale non siasi peranco for-  mato (bambini, stati particolari dello spirito, sogni, ecc.), sì  potrà avere un prodotto psichico naturale si, ma non logico,  e quindi una violazione delle leggi che furono dette costituire  l'ossatura del nostro essere spirituale. Ma la nozione completa  di norma coi caratteri che la controdistinguono, tra i quali  primeggia l'obbligatorietà, non si sarebbe potuta avere sen-  za la cooperazione del fattore sociale.    140 LA NOZIONE DI « LEGGE ®    III.    L'essenza della Legge.    Da qualunque punto di vista si voglia considerare la  natura dello spirito umano, lo si faccia pure identico nella  sua origine all’assoluto e al divino, il certo è che a que-  sto spirito il sapere costa sforzo e fatica e che sulle cose  a noi bisogna pensarci e ripensarci su, prima di intenderle,  La cosa — fuori di noi, se reale, diversa essenzialmente  da noi, se ideale — sta da una bande, il pensiero nostro  sta dall'altra. Questa opposizione, almeno immediatamente  nella esperienza ordinaria, è innegabile, quando pure si  accordi che la speculazione possa perimerla ed annientarla.  Ora in un tal distacco della cosa dal pensiero, a questo  non riesce d'’acquistare tutta la cognizione della cosa per  un atto d'intuito o per una deduzione continua da un in-  tuito primigenio o da una qualunque astrazione ultima. Il  pensiero tenta e ritenta, cerca e ritorna a cercare, prova  e riprova. La cosa sta lì come a dire immobile; il pen-  siero, come nota un arguto filosofo contemporaneo, le si  agita intorno per ghermirla e farla sua: il che vuol dire  per pensarla tutta e rendersela intima. Il prodotto di que-  sto moto del pensiero intorno all'oggetto è la scienza. Un  fatto si complesso non è a meravigliarsi che dia origine a  problemi diversi. Infatti, si può ricercare :   1° Quali sono i presupposti psicologici e logici di tale  movimento del pensiero ;    LA NOZIONE DI «LEGGE » 141    2° Che cosa nell'oggetto occasiona il detto moto del  pensiero ;   3° Come il pensiero riesce a rendersi suo l'oggetto e  a pensarlo qual'è;   4° Che cosa è il pensato: che cosa, cioè a dire, è in  sè il prodotto mentale di questo moto del pensiero intorno  all'oggetto.   E dalla soluzione di questi problemi che dipende la de-    terminazione dell'essenza della legge, Cominciamo dalla  discussione del primo.    1° È evidente che il primo presupposto psicologico  della scienza è l’esistenza dell'intelletto o facoltà di pen-  sare esplicantesi nel riunire o separare mentalmente i fe-  nomeni secondo certi rapporti (potere di sintesi o di ana-  lisi). Come il senso ci presenta il risultato di operazioni  aritmetiche e geometriche inconsapevoli sui movimenti  esterni, così il pensiero, il quale fu detto la facoltà di con-  frontare le cose e di vederne i rapporti, con un secondo  lavoro ordina ed elabora le sensazioni; la qual cosa fu  espressa metaforicamente dicendo che il senso fornisce la  trama con cni l'intelletto tesse la stoffa del pensiero. I rap-  porti stabiliti dall’intelletto sono stati distinti in semplici  e composti: come l’analisi chimica ha mostrato che il numero  infinito dei corpi naturali si riduce a combinazioni di una  sessantina di corpi semplici, i quali potranno forse ancora  ridursi ad un numero minore, così l’ analisi psicologica ha  trovato che le nostre idee possono ridursi a poche idee ele-  mentari. Talchè se i rapporti composti sono in numero in-  finito, quelli semplici sono pochi: si riducono ai seguenti:  rapporto di spazio e tempo (forme dell’intuizione), rapporti    142 LA NOZIONE DI « LEGGE »    di numero (unità e pluralità), di qualità (identità e dif-  ferenza, di sostanza e di causalità. Come si vede, i detti  rapporti si riducono in parte alle categorie. A noi ora non  compete di passare a rassegna ì tentativi fatti dai vari  filosofi per ridurre il numero di essi e per dare a ciascuno  un valore determinato in rapporto alla sua genesi; a noi  basta di aver messo in sodo che il pensiero non potrebbe  intendere la realtà, se non avesse l’attitudine a stabilire dei rapporti fonda:nentali tra gli oggetti e ad ordinare e  classificare questi in date maniere.   Un secondo presupposto psicologico della conoscenza  scientifica è l’esistenza della ragione propriamente detta,  dell’attitudine cioè del pensiero a riflettere, a ripiegarsi su  sè stesso, è l'esistenza della coscienza di secondo grado  per cuì il fatto psichico concreto viene idealizzato. Mentre  gli animali non riescono a distingnere il caldo dalla sen-  sazione del caldo, l’uo.no distingue la parola dal pensiero  e il pensiero dalla cosa pensata. Ora ognuno comprende  che l’astrazione e la generalizzazione che sono i due prin-  cipali istrumenti di cui lo spirito umano si serve per fis-  sare l’essenziale e il permanente in mezzo agli accidenti,  in tanto sono possibili in quanto esiste la coscienza di $e-  condo grado. Cosi facciamo un’astrazione quando separia-  mo mental nente le cose dalle loro qualità : p. es. pensiamo  al tringolo facendo astrazione dal corpo triangolare e pen-  siamo al corpo (cioè ed una estensione tangibile), facendo  astrazione dalla sua figura e dalla materia di cui è com-  posto : e facciano una generalizzazione quando riuniano  mentalmente in un'idea sola delle cose che hanno delle  somiglianze, ossia delle qualità comuni: coll'idea di corpo ci    - LA NOZIONE DI « LEGGE » 143    . rappresentiamo in qualche modo tutti i corpi nello stesso  tempo. Ora è evidente che queste operazioni non si possono  fare sulle cose sensibili, ma bensi sulle idee delle cose, sui  pensieri; per compiere queste operazioni dunque bisogna  sapere che pensiamo. Si aggiunga che è mediante l’astra-  zione e la generalizzazione che noi possiamo pensare le  cose per via di concetti veri e propri, i quali sono come  a dire delle presentazioni di cose non imaginabili; infatti  sì può immaginare un dato color rosso, ma ciò che pen-  siamo colla parola colore non è imaginabile, perchè non è  nè bianco, nè nero, nè di alcuno dei colori dello spettro.    Un terzo presupposto di pertinenza della psicologia e  insieme della logica è quello riflettente il criterio dell'evi-  denza e della verità obbiettiva. Se lo spirito umano non  avesse la capacità di far distinzione tra il pensare obbiet-  tivamente necessario e quello non necessario mediante la  coscienza immediata dell’evidenza, se esso non potesse diffe-  renziare in modo sicuro un giudizio necessariamente ed  universalmente valido da uno subbiettivo ed individuale, se  insomma il pensiero umano non potesse elevarsìi al disopra  dell'esperienza e in base alla permanenza, alla unità e iden-  tità della coscienza e in base alle norme che da queste de-  rivano andare in traccia del concatenamento logico delle  varie leggi regolanti lo svolgersi dei fenomeni dell’universo,  la scienza non avrebbe mai potuto esistere. Ora un tale  criterio si trova in ultima analisi nel peculiare sentimento  di evidenza che accompagna un dato modo di pensare,  nella necessità subbiettivamente sperimentata, nella co-  scienza che noi abbiamo di non poter pensare diversamente  in date circostanze. La fede nella giustezza e nella validità    144 LA NOZIONE DI «€ LEGGE »    di una determinata maniera di pensare è la base di ogni  certezza, onde chi non ha una tal fede non può ammettere  veruna scienza, ma solamente un npinare. Sicchè l'univer-  salità del nostro pensiero poggia in ultimo sulla coscienza  della necessità, e non viceversa. È evidente quindi che  solo il pensiero possiede da una parte la capacità di co-  noscere e dall'altra la regola per valutare la realtà di ciò  che non è prodotto dal soggetto, ma figura come esi-  stenza extramentale. La validità obbiettiva del contenuto  del nostro pensiero scientifico è l'effetto della concordanza  criticamente stabilita tra le forme del pensiero e quelle della  realtà, la quale non è prodotta dall’ attività dello spirito  (realtà esterna): da tal punto di vista la verità non figura  come concordanza iniziale, primigenia del pensiero coll'es-  sere, sopratutto non figura come armonia tra un atto del  soggetto ed una qualità dell’ oggetto, ma bensi come  concordanza criticamente giustificata del contenuto del  nostro pensiero, reso subbiettivamente certo, con una  realtà che almeno in parfe oltrepassa l'attività puramente  subbiettiva. « Non dalla molteplicità accidentale, dice il  Sigwart, del contenuto su cui si affatica il nostro pensiero,  ma dall’attività del pensiero stesso deve emergere il criterio  della verità ». Dall'esame critico che il pensiero fa di sè  stesso emerge la convinzione della verità di ciò che è posto  necessariamente come reale dal pensiero, la fede nella ve-  rità obbiettiva, e invero quale fatto psichico particolare po-  trebbe condurci al concetto della realtà se non il pen-  siero che pone sè stesso? L'identità e l’immutabilità delle  determinazioni logiche foudamentali rispondono all'unità  della coscienza, la quale unità sparirebbe, se le funzioni    LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 145  nelle quali sì esplica non si compissero sempre nello stesso  modo.   Dopo aver parlato dei presupposti psicologici passiamo  a quelli prettamente logici. Questi son dati da quei postu-  lati, da quei principii indimostrabili che se possono essere  violati di fatto non lo sono mai di dritto nella coscienza  e nella riflessione umana, da quei principii riconosciuti an-  che dalla logica veri per una forza intima, per un senti-  mento. Se rifiutiamo infatti i detti principii noi rinne-  ghiamo il nostro stesso pensiero, struggiamo noi stessi  come esseri pensanti.   Essi fanno la loro comparsa nel pensiero, allorchè questo  di fronte al prodotto delle leggi psicologiche (meccanismo  interiore) s'accorge che l’ultimo è manchevole, incompleto,  non quale dovrebbe essere in rapporto sempre all’ideale  dell'attività cogitativa. Ond'è che essi si mostrano dap-  prima sotto forma negativa e relativa, ossia come esigenze  di ciò che manca al prodotto psicologico, di ciò che è ne.  cessario per renderlo accettabile. Il processo psicologico,  poniaino, ha addotto nel nostro pensiero una contraddi-  zione ? Noi non possiamo accettarla e in questo rifiuto di  riconoscerla apparisce la legge logica dell'identità.   Tra i detti postulati merita anzitutto menzione quello  dell'unità razionale del tutto.   Noi nello svolgere le nostre cognizioni procediamo come  se tutti gli oggetti si potessero e si dovessero ridurre ad  una sistematica unità, comunque non sia lecito asserire do-  gmaticamente che tutte le cose stiano realmente sotto prin-  cipii comuni ed abbiano una ragionevole unità. Questa non  è richiesta dagli oggetti come condizione assolutamente ne-    10    146 LA NOZIONE DI «LEGGE %    cessaria e determinata, ma vi è solo presupposta da noi.  Però se con un principio trascendentale, come Kant lo  chiama, noi non presupponessimo questa unità sistematica  come esistente negli oggetti stessi, allora questa non sa-  rebbe nemmeno più possibile, o almeno perderebbe ogni  valore anche come principio logico. Nè tale principio tra-  scendentale si può derivare dall'esperienza, poichè la ri-  cerca di quell’unità è per la ragione una legge necessaria:  e senza di questa non vi sarebbe più ragione, senza ra-  gione nessuna attività connessiva dell'intelletto, e senza  quest'unità niun criterio sufficiente della stessa verità em-  pirica. Per il che noi dobbiamo rispetto a questa conside-  rare quell’unità sistematica come obbiettamente valida e  come necessaria. Questa presupposizione dell'unità della  natura si trova, notò già Kant, nascosta in molti prin-  cipii dei filosofi senza che essi talora se ne siano accorti.  Cosi il principio logico che ci fa ridurre la varietà degli og-  getti a generi determinati, si fonda naturalmente sopra un  principio trascendentale, in forza del quale noi presuppo-  niamo sempre una certa uniformità nei variì oggetti del-  l’esperienza, perchè senza di quell’uniformità non sarebbe  possibile nessun concetto e quindi nessuna esperienza.   E qui è necessario accennare al postulato dell’ uniformità  della natura, il quale si può formulare cosi: in circostanze  uguali gli stessi antecedenti sono seguiti dagli stessi conse-  guenti e reciprocamente. In fondo esso afferma che tutta  la natura è soggetta a leggi.   Passiamo ora a dire degli altri principali postulati della  conoscenza, quali quello d'identità, di contradizione, del  mezzo escluso e di ragione sufficiente.    LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 147    La legge d'identità significa in ultima analisi che è pos-  sibile fare dei giudizi, i quali abbiano un significato e siano  veri : essa quindi, nonostante le differenze riscontrabili nel  contenuto di un giudizio, enuncia l’identità o l’unità reale  di questo : stabilisce, in altre parole, che l'affermazione —  sintesi delle differenze riferita alla realtà, — è vera.   La legge d' identità esprime l’ unità della realtà, in quanto  ogni affermazione esclude la discontinuità nel mondo reale,  per modo che un giudizio non può essere vero da un lato  e falso dall'altro, ciò che è una volta vero è sempre vero  senza riserva; la quale può però sempre rapportarsi al  contenuto del giudizio. L'affermazione come tale è incon-  dizi onata, cioè non è limitata da condizioni differenti dalla  determinazione del proprio contenuto (in relazione al tempo,  p. es.), il quale se è vero, è vero senza riserva. Non vi è  una realtà di cui una data affermazione sia vera, ed un'’al-  tra di cuì sia falsa.   La legge di contradizione è il complemento di quella  d'identità, giacchè essa pone la realtà come unità con-  sistente, vale a dire come unità che poggia su sè stessa e  le cui parti od elementi si mantengono a vicenda. Ciò che  è vero non solo rimane sempre vero applicato alla realtà,  ma ha una sfera d'azione estesa, giacchè produce effetti  attì a limitare cose che sono prima facie al di fuori della  verità enunciata. Inferire dall’affermazione A è B che A  non è nox B equivale a dire che A è determinato da B  rispetto a C e D. .   La legge del terzo escluso è il principio essenziale della  disgiunzione, la quale implica l'alternativa assoluta tra due  O più membri positivi e significativi. Un dato giudizio e    148 LA NOZIONE DI «LEGGE ®    la sua negazione non solo non possono esserè entrambi  veri, ma o l’uno o l’altro dev'essere vero e quindi signifi-  cativo; dunque la negazione implica conseguenze afferma-  tive. In tal guisa il principio del medio escluso afferma  che la realtà non solo è unità consistente, ma è un sistema  le cui parti si determinano reciprocamente. Dicendo che  una negazione può menare ad una conseguenza determi-  nata ed esplicitamente positiva, e non soltanto, come af-  ferma la legge di contradizione, che una verità può trar  seco conseguenze definite negative, la legge del medio escluso  presenta la realtà come un tutto avente la sua ragione in  sè stesso.   La legge di ragione sufficiente emerge, per così dire,  dal punto di vista da cui è stata considerata la realtà me-  diante le sudette leggi negative del pensiero. Essendo,  infatti, la realtà un sistema di parti determinantisi reci-  procamente, è chiaro che ogni elemento può essere consi-  derato come conseguenza, effetto, prodotto di uno o di più  altri elementi e in ultimo del tutto preso nel suo complesso.  Ogni fatto, dice la legge di ragione sufficiente, ha un fon-  damento o ragione da cuì necessariamente deriva. La ne-  cessità però non significa altro che una volta dato l’ante-  cedente, la causa, la ragione è perciò stesso dato il con-  seguente o l’effetto (1).    (1) Qui è bene notare che l’assoluta necessità è una contradizione  în adjecto, perchè ogni necessità è condizionata ex hypothesi all'esistenza  del fatto. La necessità di cui si vuol parlare qui è quella reale, che ha  il suo fondamento ultimo nel dato di fatto elaborato. dal pensiero, ela-  borazione che si riduce a porre in relazione un fatto particolare col  tutto.    LA NOZIONE DI € LEGGE » 149    2° Che cosa nell'oggetto occasiona quel moto del pen-  siero che costituisce la scienza? ecco il problema che ci  tocca ora di esaminare dopo aver rapidamente passato a  rassegna le varie condizioni subbiettive. É necessario che  noì qui facciamo una distinzione tra le scienze che hanno  per obbietto il reale, e quelle che hanno per obbietto ciò  che può essere o che deve essere, le prime costituendo le  scienze esatte o sperimentali, le altre le scienze normative  o costruttive, quali la Logica e la Matematica, l' Etica e  l'Estetica;e ciò perché il suddetto moto del pensiero è occasio-  nato in modo differente nei due casi : nel primo è in funzione  la variazione successiva in qual cosa di unico, il modo co-  stante e regolare di operare di determinate cause, il ritorno  ritmico di dati fenomeni sotto date circostanze, nel secondo  la constatazione di fatti interiori presentantisi con una  forma di necessità che manca ai dati sperimentali. Come  si vede, il fatto obbiettivo che agisce, quasi diremmo da  stimolo del processo scientifico è diverso a seconda che si  tratta di scienze puramente esplicative, ovvero di scienze  normative; nè può essere diversamente se si pensa al pro-  fondo divario esistente tra i due ordinidi sapere.   Il primo ha la sua base nella costanza e regolarità dei fe-  nomeni ed esprime il rapporto di causalità quale si offre  all'osservazione e alla sperimentazione esterna, rapporto  giustificabile unicamente coi fatti e non significante altro  che il modo costante con cui i medesimi fatti avvengono:  ed a tal proposito notiamo che anche le cosidette scienze  pratiche in quanto prescrivono i mezzi necessari, perchè  un dato scopo sia raggiunto, hanno la loro base obbiettiva  nella costanza e regolarità dei fatti, giacchè esse in fin dei    160 LA NOZIONE DI « LEGGE $  conti enunciano le regole con cui certi fatti si debbono com-  piere, regole fondate sopra un ordine particolare di fatti;  tale è il caso dei precetti dell’ Igiene, della Dietetica, ecc.  L'altro ordine di sapere, che lungi dal rappresentare la  semplice generalizzazione. ricavata da un complesso di fatti  empirici, esprime l'ideale verso cui tende la conoscenza e  l’attività umana, deve necessariamente avere il suo punto  di partenza obbiettivo da una parte nelle tendenze, nelle  aspirazioni, nelle esigenze primitive dell'anima umana e  dall'altra nell’ esperienza scientifica, artistica, storica e so-  ciale dell’ uman genere tutto quanto. Cosi, ad esempio, il  carattere proprio dell'obbligazione morale non può esser  derivato dalla pura esperienza, dal fatto p. es., che taluni  uomini e siano anche molti, si son prefissi questo o quello  scopo, ma da una necessità interna indipendente da qual-  siasi esperienza e risiedente nella natura propria del soggetto  volente, 1n altri termini va derivato da leggi o funzioni a  priori dell'essere umano, la interpretazione delle quali può  essere ricercata dalla psicologia, ma il cui valore ne dipende  così poco come quello delle leggi matematiche o logiche.  È vero che recentemente si è cercato di derivare tutte le  determinazioni etiche e giuridiche dai cosidetti rapporti  bio-etici, dai bisogni sociali e quindi dall'esperienza e non  dalla nozione formale della volontà; e non v'ha dubbio che  in realtà ogni determinazione giuridica concreta risponde  ad uno scopo particolare e che ogni forma di dritto piuttesto  che esser sorta originariamente da riflessione filosofica, è sorta  dalla necessità di regolare le azioni di una parte grande o  piccola della società umana: ma la trasformazione di tale  necessità in fatto di dritto, il riconoscere come cosa con-    LA NOZIONE DI « LEGGE » 151    forme al dritto e come necessariamente giusto ciò che l’e-  sperienza mostrò rispondente ad uno scopo, e ciò che l’abi-  tudine, mediante le consuetudini, fissò, è cosa che può essere  compresa soltanto, tenendo presente la natura morale del-  l'uomo in genere e non dell'individuo singolo. Il contenuto  delle leggi giuridiche e morali, lo scopo a cui esse servono  è determinato dai bisogni dell'individuo e della società,  ma la loro forza obbligatoria può essere fondata solo sopra  una necessità interiore ed universale risiedente nella costi-  tuzione propria dalla ragione umana:ragione umana che non  si può ridurre ad una funzione dell’individuo, ma va con-  siderata come l'espressione dello spirito umano inteso nella  sua universalità, come il riflesso della connessione intima  delle anime umane.   Le esigenze morali sono una emanazione di quell’elemento  della nostra natara che c’innalza al disopra della sfera  individuale o subbiettiva. Tale elemento è appunto ciò che  chiamiamo spirito, in quanto con questo nome vogliamo  ntendere ciò che ci rende atti a riflettere sulle cause e  natura delle cose, a godere del bello per sè, e a porci  davanti dei fini diversi da quelli riguardanti il nostro be-  nessere individuale.   E il sentimento di obbligatorietà, non può sorgere insino  a tanto che il ben operare non è stimato qualcosa di  necessario all'uomo come uomo, qualche cosa di richiesto  dalla sua propria natura e d’implicito in essa, qualcosa  che, trascurato, mette in contraddizione l’uomo con sè  stesso, insino a tanto cioè che non prende origine in qual-  sivoglia forma la coscienza della necessità morale.   Quello che abbiamo detto delle leggi normative morali    152 LA NOZIONE DI «LEGGE »    può esser ripetuto, mufatis mutandis di tutte le altre leggi  normative (logiche, estetiche, matematiche, ecc.) : ond' é  che crediamo più opportuno passare al fattore obbiettivo  delle leggi esplicative. Queste in quanto causali hanno  principalmente il loro fondamento obbiettivo nell’ azione  che una cosa esercita sull'altra; azione che in principio  è ammessa soltanto quando si osserva continuità spaziale  e femporale di movimenti o di altri cangiamenti. La sem-  plice successione di due fatti non esaurisce il significato  del concetto di azione, il quale implica il passaggio del-  l'atto, dell'agire da una cosa in un'altra, producendo in  quest'ultima un cangiamento che senza di ciò non si  sarebbe mai prodotto. L’idea primitiva vaga e indetermi-  nata che vi possa essere qualche cosa come causa, atta  cioè a produrre qualcos'altro ha il suo fondamento in tale  concetto dell'agire.   Se noi esaminiamo con attenzione le particolarità dei  fatti fra i quali intercede in modo chiaro una reciproca  azione, noi troviamo che la continuità spaziale e tempo-  rale dei cangiamenti svolgentisi nelle cose porge la prima  occasione a considerare queste come parti di un unico  fatto o processo. Se la vanga penetrando nella terra ri-  muove le parti ad essa vicine, se la scure divide un pezzo  di legno, se la mano, premendo, spinge un corpo innanzi,  nol non possiamo rappresentarci l'uno dei movimenti senza  l'altro, giacchè per l'assioma che dice che in uno stesso  luogo non possono trovarsi simultaneamente due cose, ogni  movimento di un corpo richiede lo spostamento dell'altro:  e poichè l'impulso e lo spostamento si presentano in intima  connessione, è chiaro che l’imagine complessiva del processo    LA NOZIONE DI «LEGGE » 153    è ciò che primitivamente si rende evidente Di esso poi  vengono separatamente considerati, in rapporto alla dupli-  cità delle cosein movimento, due fatti, il moto del corpo che  spinge e quello del corpo spostato. Emerge chiara così  l'idea che l’atto del primo corpo va considerato come con-  tinuantesi nel cangiamento del secondo attraverso lo spazio  e il tempo insino a che tutto il continuo dei cangiamenti  sì arresti.   Nell'’azione va ricercato adunque il fondamento reale delle  connessioni che la nostra coscienza continua nel tempo e  comprensiva nello spazio stabilisce tra due fatti che si  congiungono spazialmente e temporalmemente. E allo stesso  modo che rispetto ai cangiamenti delle cose singole, noi  troviamo che la continuità del cangiamento non permette  di considerare cessata d'un tratto l'esistenza di una cosa  e iniziatane un'altra, l’avvicendarsi continuo delle sensa-  zioni presupponendo anzi un fondo unico, così la conti-  nuazione ininterrotta delcangiamento di una cosa in quella  di un'altra è indizio sufficiente che l'atto della prima  passa nella seconda, e che quindi in quella risiede il pun-  to di partenza dell’azione.   Oltre l’azione reciproca delle cose, in seguito alla con-  tinuità spaziale e temporale, fanno parte del fondamento  reale ed obbiettivo della legge naturale esplicativa il corso  mutevole delle cose, il presentarsi ritmico di un fenomeno,  specialmente se questo, non potendo essere riferito all'at-  tività interna della cosa che sì muta e si muove in modo  ritmico, deve essere riguardato come prodotto da qualcosa  d'esterno ; il cangiamento insomma nelle sue varie forme  e colle sue molteplici caratteristiche da una parte e la    164 | —LA NOZIONE DI « LEGGE   regolarità e costanza dall'altra. Si aggiunga infine la ne-  cessità esistente nella concatenazione dei mutamenti, la  quale nell’ inizio si presenta sotto la forma di costringimento  esterno subito dall'obbietto dell’azione e poi come necessità  interiore proveniente dalla natura propria delle cose. -    3° Il terzo problema verte sulla maniera in cui il pen-  siero riesce a rendersi suo l’ oggetto e a pensarlo qual’ è..  Se l’uomo fosse fornito di una coscienza di infimo ordine  i cui atti non avessero continuità psichica nel tempo, ma  fossero come chiusi nell'istante nel quale accadono, è chiaro  che il pensiero vero e propriò sarebbe impossibile. L'intel-  letto in tanto può impadronirsi dell'oggetto che gli sta da-  vanti in quanto, distaccato il fatto psichico dalla sua ma-  trice reale, che è poi l’atto del sentire e del percepire, lo  trasporta nel campo dell’idealità, vale a dire lo pensa nella”  sua essenza o possibilità o quiddità: ora come può avve-  nire ciò? Quale è il processo per cui un fatto psichico  concreto diviene pensabile ?   Se l’oggetto è semplice, irriducibile, esso viene afferrato  con un atto elementare, e tutto è finito ; non si potrà tut-  t' al più che ripetere un numero di volte quella medesima  percezione; ma se l'oggetto sopra un fondo identico pre-  senta una molteplicità di aspetti, se le variazioni succes-  sive di qualcosa di unico si presentano in modo ritmico  o in guisa da descrivere un ciclo ripetentesi necessaria- ‘  mente, occorrerà che anche la coscienza né percorra a cosi dire  il contorno e lo segua nei suoi scompartimenti e muta-  menti. Questa operazione che il Trendelenburg, come si  vide a suo luogo, figura come un movimento del pensiero    LA NOZIONE DI «€ LEGGE9 155  il quale riproduce il movimento generatore dell’ oggetto,  rappresenta appunto il processo con cui il pensiero fa suo  l'obbietto : processo che da una parte suppone l’azione delle  leggi fondamentali del pensiero che sono le forme primitive  della coscienza, e dall'altra l'esame dei vari caratteri co-  stituenti il contenuto dell'obbietto stesso. Sicchè il pensare  un oggetto equivale a fissarne e a connetterne i caratteri per  mezzo delle leggi del pensiero, dal che risulta la determi-  nazione della forma o della legge dell'oggetto stesso, giac-  chè la legge non è che la forma considerata come mezzo  di riproduzione della cosa che ha quella data forma. In  altri termini, noi per pensare una cosa, di cui abbiamo avuto  una percezione, dobbiamo obbiettivarla, universalizzarla, tra.  sformarla in idea, il che può avvenire soltanto, se noi la  facciamo divenire centro di un sistema di relazioni fisse e  determinate, cioè a dire di relazioni logiche e non puramente  empiriche e psicologiche. È per questo che è stato detto che la  conoscenza è data dall’appercepire un dato contenuto per  mezzo di date forme, dette categorie. La conoscenza in tanto  è possibile in quanto una data rappresentazione è messa in  rapporto (e di qui la necessità dell'unità della coscienza)  con qualcos’ altro, che vale come misura, regola, stregua.  Così noi volendo pensare un oggetto, cominceremo dello stu-  diarne i vari caratteri e proprietà, azioni e relazioni, per  vedere se attraverso la varietà delle circostanze, la molte-  plicità dei mntamenti, ci vien fatto di cogliere qualcosa  di identico, di stabile e di permanente che valga appunto come  misura delle apparenze fenomeniche e che in tal guisa renda  possibile la pensabilità dell'oggetto stesso, giacchè non va  dimenticato che obbietto dell'intelletto è appunto il fissare    156 LA NOZIOBE DI « LEGGE ®    l'unoe il permanente attraverso il molteplice e l’ acciden-  tale. Se le cose non presentassero nulla di uniforme, se il  modo di aggrupparsi di dati caratteri non fosse costante,  se la maniera di succedersi di dati eventi giammai si ripe-  tesse, se insomma le funzioni e le relazioni di ciascuna  cosa sì mostrassero dipendenti soltanto da contingenze em-  piriche e casuae il permanente attraverso il molteplice e l’ acciden-  tale. Se le cose non presentassero nulla di uniforme, se il  modo di aggrupparsi di dati caratteri non fosse costante,  se la maniera di succedersi di dati eventi giammai si ripe-  tesse, se insomma le funzioni e le relazioni di ciascuna  cosa sì mostrassero dipendenti soltanto da contingenze em-  piriche e casua li, non sarebbe a parlare nè di pensiero nè  di scienza.   Noi dunque possiamo rappresentarci il processo con cui  il pensiero s' appropria l’ oggetto come un moto ten-  dente a determinare ciò che vi ha di fisso in un complesso  di fenomeni; per il che i mezzi che devono esser posti in  opera saranno quelli di scomporre o analizzare il complesso  fenomenico per differenziare l'essenziale dall’ accidentale,  unendo insieme l’identico e il simile e sceverando il diverso.   È chiaro poi che ciò che agisce come nozione appercet-  trice (che è sempre una funzione della coscienza variamente  eccitata da dati empirici) può divenire in una ricerca  posteriore essa stessa obbietto d'indagine, per cuì avrà  bisogno di una forma appercettiva di ordine superiore, fino  ad arrivare alle forme logiche supreme, oltre le quali il  pensiero non può andare. Anche queste però possono formare  oggetto di riflessione, tanto è ciò vero che sono considerate  quali regole o norme logiche e ciò per il ripiegarsi per-  petuo che il pensiero fa sopra di sè medesimo, sicchè al so-  pravvenise di ogni nuova riflessione pare che quello che  ne forma l’oggetio entri allora per la prima volta nel  dominio della coscienza.   È naturalè che a seconda dell’obbietto verso cui l’intel-  letto si volge varierà il processo con cui vien conseguito    LA NOZIONE DI « LEGGE 9 157    lo scopo che è l’intellezione delle cose. Cusi mentre nelle  cosidette scienze normative lo spirito tenderà ad isolare,  mettendoli in forma di giudizi, gli elementi intelligibili  che sono a così dire incorporati nelle tendenze primitive  dell'attività logica, etica ed estetica, nelle scienze esplica-  tive si cercherà di mettere in evidenza sotto forma di giu-  dizi universali i rapporti costanti e regolari in cui si tro-  vano gli oggetti. Nel primo caso si avrà di mira di ob-  biettivare, di universalizzare, di idealizzare le direzioni  fondamentali dell'attività umana, il che può avvenire stac-  cando mediante la riflessione dal fatto concreto la rappre-  sentazione o la forma dell'attività stessa, mentre nel secondo  caso si tenderà ad idealizzare, ad obbiettivare ciò che le cose  presentano d’identico e di permanente (le loro azioni e re-  lazioni), considerando questo come la causa generatrice dei  vari fenomèni appartenenti ad una data categoria. Cone  si vede, nel primo caso si universalizza effettivamente il  modo di farsi delle cose, mentre nel secondo caso sola-  mente il modo di presentarsi a noi delle cose stesse.   Vi è stato chi ha sostenuto che il processo per cui il  pensiero può effettivamente far suoi gli oggetti, segnata-  mente nelle scienze naturali, sia da ridurre al processo con  cui vengono stabiliti dei rapporti di eguaglianza, per modo  che, stando a tale opinione, allora soltanto si può dire di  comprendere una cosa quando può essere stabilito un rap-  porto di equazione tra quella cosa e qualcos'altro di già  noto. A noi sembra che non soltanto per mezzo del rap-  porto d'identità, ma anche, e sopratutto per mezzo del rap-  porto di dipendenza si riesca a riconoscere le forme e ì  caratteri che valgono a fissare le leggi di dati fenomenf,    158 LA NOZIONE DI « LEGGE ®    Riassumendo, noi diremo che il processo con cui il pen-  siero riesce a far suo un obbietto è quello di andare in  traccia delle condizioni genetiche dell'oggetto stesso, me-  diante la determinazione delle relazioni essenziali (logiche)  che esso ha cogli altri obbietti. Pensare un oggetto equi-  vale a considerarne la sua possibilità, la quale è data  dalla rappresentazione od obbiettivazione non didati ca-  ratteri o di date funzioni, ma dall’obbiettivazione del modo  costante di presentarsi dei medesimi caratteri, dall’obbiet-  tivazione della forma regolare permanente che essi presen-  tano. Dal che consegue che effettivamente ogni conoscenza  è puramente formale : solamente va tenuto presente che  la forma della conoscenza non può ridursi a quella esclu-  siva dell'equazione. La conoscenza di un obbietto, giova  ripeterlo, è data dalla conservazione ed obbiettivazione,  mediante la riflessione di tutti i rapporti logici fonda-  mentali considerati a sè, a preferenza dei fatti particolari  tra cui intercedono, giusta la determinazione fattane dal-  l'intelletto.   Lo spirito umano iu tanto può compenetrare e far sua  la realtà in quanto fissa gli elementi costanti e regolari  (vale a dire ripetentisi in modo ritmico) in essa contenuti  come quelli che valgono a misurare e a valutare gli ele-  menti variabili e accidentali. Quanto più di costanza e di  regolarità si riscontra in una cosa tanto più vi ha di es-  senziale e di razionale, onde si è tratti a considerare l’ele-  mento fisso ed immutabile come ciò che rende possibile,  condiziona, genera la realtà concreta e varia nelle sue ma-  nifestazioni ed estrinsecazioni. Se non che va notato che se  l'intelletto nmano si arrestasse qui non potrebbe dire d’es-    LA NOZIONE DI «LEGGE 159    sersi veramente impadronito dell'oggetto, giacchè manche-  rebbe ancora la prova della necessità dell'elemento costante  quale generatore della realtà, prova che si può ottenere sol-  tanto ricorrendo all'esperimento come mezzo appropriato a  mettere in evidenza le condizioni essenziali della produ-  zione di un dato fenomeno. Co:ne sì vede, la mente umana per  conoscere una cosa deve determinare la natura propria di  questa mediante le relazioni d'identità e di condizionalità ;  deve dunque cercare nelle cose il corrispettivo delle rela-  zioni logiche, il che può avvenire soltanto determinando e  fissando le azioni reciproche delle cose in funzione di quei  dati obbiettivi che presentano delle proprietà logiche evi-  denti, quali lo spazio, il tempo, la quaatità, ond'è che la  scienza enuncia le relazioni delle cose da essa rintracciate  in funzione di spazio, di tempo, di numero che conten-  gono insieme i due momenti della identità e della diffe-  renziazione, dell’attività continua e degli atti per sè esi-  stenti.   S'intende che il suddetto processo è proprio delle scienze  esplicative, giacchè quelle normative non fanno che estrin-  secare, anzi trascrivere in forma di giudizi (massime) le  determinazioni dell’attività ed emotività umana, obbietti-  vando mediante la riflessione e la parola ciò che dapprima  è soltanto sentito. È naturale che si possano ricercare i  fondamenti e le ragioni delle determinazioni primitive della  volontà ed attività umana e in tale indagine le scienze nor-  mative non si allontanano dalle altre scienze esatte, in  quanto non fanno che dedurre conseguenze da dati di fatto  o da principii.    160 LA NOZIONE DI « LEGGE »    4° Il risultato del moto del pensiero intorno all’ob-  bietto costituisce la scienza propriamente detta, la quale è  un sistema logico di leggi, ossia di verità generali. La legge,  ecco il prodotto del pensiero riflesso, ecco il mezzo con cui  l’uomo pensa e ragiona. Che cosa è la legge? La legge  può essere definita nna forma logica, atta a fare apper-  cepire nna data categoria di oggetti non da questo o da  quell’individuo, ma dalla coscienza in genere. La legge  rappresenta ciò che vi ha d'intelligibile nell'universo, in  quanto si considera la possibilità per sè e nonl'esistenza,  il was e non il dass. Il rapporto del fatto concreto colla  sua legge può essere schematizzato mediante un giudizio  il cui soggetto è il fatto concreto e il cui predicato esprime  il sistema di relazioni o di condizioni genetiche atte a  spiegare e a dare ragione del fatto concreto stesso.   Una ragione nota poi è nello stesso tempo una spie-  gazione ed una premessa, o piuttosto prima una spiegazione  e poi una premessa; trovar per induzione la spiegazione  di un fatto è trovare quella premessa dalla quale si poteva  dedurre il fatto, se non l’avessimo saputo prima. Così la  causa del movimento d'un pianeta è nella sua posizione  rispetto al sole; la legge del suo movimento è il modo  costante con cui si muove; la ragione del suo movimento è  una legge generale scoperta da Keplero, mediante la quale  (come premessa maggiore) si può argomentare dalla posi-  zione del pianeta rispetto al sole (come da premessa minore)  in che modo esso si muove, anche se non lo sappiamo dal  telescopio.   Le leggi formulano i rapporti esistenti tra le cose, espri-    mendo le modalità dell'azione di queste e la maniera    LA NOZIONE DI «LEGGE » 161    di connettersi tra loro. Esse però in tanto hannc valore  (contrariamente a ciò che gli scienziati specialisti e i di-  lettanti credono) in quanto simboleggiano, accennano alla  natura propria, all'essenza delle cose. Le leggi insomma  hanno bisogno di un fondamento reale che le giustifichi e  le renda valide, e quanto più esse riescono a manifestare  in qualche modo e a far intravedere tale base, che è riposta  in fin dei conti nell’interiorità delle cose, tanto più rispon-  dono alle esigenze dello spirito umano, che tende a com-  prendere e a compenetrare la realtà. Le leggi adunque  sono nient'altro che mezzi di espressione dell’intimità del-  l'essere, ed hanno l’ufficio da una parte di farci orientare  in mezzo al continuo divenire ed alla instabilità delle cose  facendoci classificare, ordinare e prevedere gli eventi, e  dall’altra hanno l’ufficio di rendere possibile la comunicazione  e l’intendersi reciproco degli uomini nella ricerca del vero.   E quanto più le leggi figurano come segni delle deter-  minazioni primitive dell'attività interiore delle cose come  nel caso delle norme logiche, etiche ed estetiche, tanto più  esse perdono il carattere di puri schemi per divenire mezzi  acconci a farci penetrare nel fondo della realtà. Le leggi  naturali, infatti, che d'ordinario s'arrestano a formulare i  rapporti esistenti tra le cose senza curarsi dei presupposti  di tali rapporti e senza quindi curarsi di penetrare nell’inte-  riorità di quelle, sì presentano come qualcosa di estraneo  allo spirito, come qualcosa di manchevole e di provvisorio  che esige un completamento. Pertanto le leggi normative  appagano il nostro spirito, perchè fondate in modo diretto  sull’intimità dell'essere, mentre che quelle esplicative non  avendo -un legame evidente coll’ interiorità delle cose, ci    22    162 LA NOZIONE DI « LEGGE»    lasciano insoddisfatti. Non intendiamo con ciò di scemare il  valore o l’importanza delle leggi naturali, giacchè queste  hanno sempre l’afficio di schematizzare il corso degli eventi,  ma vogliamo soltanto affermare che esse per sè sono insuf-  ficienti, onde presuppongono qualcosaltro, un certo con-  cetto intorno alla natura propria del reale. Affermare che  accumular fatti e formular leggi debbano costituire gli ob-  biettivi esclusivi dell'attività dello spirito umano equivale  a confessare di non avere un'idea chiara nè della realtà,  nè dello spirito e insieme di non aver mai riflettuto sulla  natura della legge in genere.   I giudizi leggi, costituendo i soli punti fissi in mezzo al flut-  tuare continuo ed ai cangiamenti molteplici e svariati delle  cese, sono i veri legami per cui è resa possibile la solida-  rietà intellettuale umana, e sono in intima relazione non  soltanto colla condotta dell’individuo, ma eziandio colla  vita sociale dell'umanità.   Per darsi ragione del fascino che le leggi in genere e-  sercitano sulla mente dell’uomo, ‘nonostante la loro man-  chevolezza nell’esaurire e nel manifestare il contenuto del  reale, è bene tenere a mente la profonda analogia e l'intimo  legame che esiste tra legge e linguaggio, in quanto questo  serve ad esprimere gli elementi della realtà, mentre quella  i rapporti tra i detti elementi. Le legge è come a dire una  formazione (naturale collettiva, possiamo dire) simbolica,  schematica della realtà di second’ordine che completa il lin-  guaggio, formazione di prim'ordine. A tale uopo giova ri-  cordare l'ufficio della denominazione e della parola che tro-  vano il più perfetto riscontro nella determinazione e fissa-  zione delle leggi. La denominazione invero è il mezzo più    LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 163    acconcio affinchè lo spirito passi dalla sfera del partico-  lare a quella dell’universale, stantechè quando la cosa è  determinata pel suo nome, essa si colloca per lo spirito nel  luogo assegnatole nel gerarchico conserto degli esseri, cioè  si subordina alla categoria in cui è inchiusa e si rivela per  le attinenze che la collegano agli altri esseri, in una parola  apparisce nella sua universalità. Riproduciamo sul propo-  sito le seguenti parole del Lotze: « Anche dopo avere osser-  vato un oggetto e le sua proprietà sotto tutti gli aspetti, dopo  essercene formata dentro di noi una imagine completa  non ci pare ancora di conoscerlo perfettamente, finchè non  ne sappiamo il nome. Il suono di questo, (come il sem-  plice formulare una legge a proposito di un fatto, soggiun-  giamo noi) sembra dissipare tutto a un tratto quell’oscurità  E donde mai questa meravigliosa virtù della parola? Non  ci basta che la cosa sia obbietto della nostra percezione,  essa esiste a buon diritto solo quando fa parte di un or-  dinato sistema di cose, il quale ha un proprio valore e si-  gnificato indipendentemente affatto dall’averne noi contezza  o no. Se noi non siamo in grado di determinare effettiva-  mente il posto che un avvenimento occupa nel tutt’insieme  della natura, il nome (come la legge) ci accheta. Esso è  almeno un indizio che l’attenzione di molti altri nomini si  è fermata su quell'oggetto che ora viene a colpire i nostri  sguardi. Esso ci assicura almeno che la intelligenza uni-  versale si è occupata di assegnare anche a questo oggetto  il suo luogo determinato in un tutto maggiore. Perciò un  nome imposto da noi a capriccio non è un nome: non ba-  sta che la cosa sia stata denominata da noi comechessia,  bisogna che essa sì chiami proprio così » (1).    (1) Lotze, Mikrokosmus, vol. II, pag. 228.    164 LA NOZIONE DI «LEGGE »    Il linguaggio supplisce in parte all’inevitabile limite del-  l'’umana attività, stantechè ci agevola a maneggiare e ad  adoperare come fossero compiuti e perfetti certi prodotti del  pensiero ancora incompiuti ed imperfetti e che non possono  giammai uscire da tale incompiutezza e imperfezione. Av-  vegnachè gli è certo, nota il Bonatelli, da un canto che noi  si pensa e si ragiona assai volte con perfetta dirittura e  sicurezza per mezzo dei vocaboli senza che ci occorra di  svolgere nei loro elementi, ossia di pensare esplicitamente  i concetti che a quelli corrispondono e dall'altro è pure un  fatto innegabile che il più delle volte non son quei con-  | cetti, per così dire, se non abbozzati in noi. Il che se è  un vantaggio inestimabile per l’uorao, rendendogli agevole  e breve un'operazione che altrimenti tornerebbe lentissima  e penosa, non è men vero che può essere eziandio fonte di  superficialità, di sofismi, di errori e sopratutto di quella  vacuità di pensare che è vizio funesto non meno dei filo-  sotanti che dei saccenti volgari che si atteggiano a dottori  dei popoli.    E qui è il luogo di domandare : Che cosa corrisponde nella  realtà alle leggi? In altre parole, le leggi in genere sono  un prodotto esclusivo dello spirito umano, ovvero il riflesso  di qualcosa di obbiettivo? L'universo è realmente razio-  nale, come lo mostra la scienza, ovvero quest’ultima è da  considerare come una fantasmagoria del cervello umano ?  È evidente che se le leggi fossero interamente soggettive,  mancherebbe ogni criterio della loro applicazione all’espe-  rienza e ogni delimitazione del loro dominio ; non resta  dunque che ammettere le leggi quali segni, trascrizioni di:    LA NOZIONE DI « LEGGE $ 165    qualcosa d’obbiettivo. E questo non può consistere che  nel nesso essenziale esistente tra le varie parti costituenti  la realtà, la quale va concepita come qualcosa di organico  nel senso che gli elementi costitutivi sono mezzi e fine nello  stesso tempo. Dal che consegue che l’intima ragionevolezza  che anima il tutto non soltanto tiene connesse le varie  parti, ma le fa agire in modo determinato, costante e re-  golare. Le leggi obbiettivamente considerate si presentano  come funzioni di vari ordini di reali aventi un’ estensione  maggiore o minore. Non altrimenti che accanto allo spirito  individuale si ammette lo spirito collettivo, il quale ultimo  senza alcun dubbio determina l'altro, così si devono am-  mettere nella realtà tutta quanta diversi ordini di unità  collettive le cui funzioni costituiscono poi il corrispettivo  obbiettivo delle varie leggi, a cominciare da quelle parti-  colari ad andare a quelle universalissime che contengono  in sè tutte le altre come loro casi concreti o momenti di  differenziazione. Le leggi infatti sì mostrano tra loro in or-  dine logico, per modo che quando fossero trovate tutte, si  potrebbero disporre in tale maniera che partendo dalle più  generali si dimostrerebbero deduttivamente tutte le altre.  É naturale poi che le varie forme di relazione in tanto  sono possibili in quanto in ultimo sono per così dire as-  sorbite in una unità suprema armonica e insieme compren-  siva. A misura che le dette unità collettive crescono in  complessità e che la vita psichica mediante la coscienza e  la riflessione diviene predominante, le dette funzioni perdono  i loro caratteri di necessità e d'immutabilità per acquistare  quella spontaneità e quello sdoppiamento dell’essere e del  dovere che caratterizza le forme dell’attività umana.    166 LA NOZIONE DI « LEGGE   Sicchè possiamo conchiudere che la legge-essenza ha  il corrispettivo obbiettivo nella funzione; ma si potrebbe  domandare : nella funzione di chi ? giacchè la funzione, come  l'atto, l’azione e la qualità suppongono qualcosa a cui ine-  riscono o di cui sono una produzione : ebbene, noi rispon-  diamo che le essenze delle cose vanno appunto considerate  come funzioni, atti di un reale d'ordine diverso (d’ ordine  più elevato) e questo va alla sua volta considerato come  funzione di un reale di ordine ancora più elevato fino a  giungere al Reale che tutto in sè contiene e di cui l'universo  è funzione. Obbiettivamente l' elemento intelligibile è una  cosa sola coll’ elemento esistenziale, il was è inseparabile  dal dass, l'ideale è nel reale, sicchè legge e funzione, pen-  siero ed azioue (se possiamo cosi dire) coincidono; ma me-  diante l'intelletto umano avviene la disgiunzione, onde è  resa possibile la formazione delle leggi esistenti per sè  nella mente umana.    Dopo aver esaminato i fattori che concorrono alla  formazione della nozione di legge, ci sembra opportuno  porre sott'occhio un tentativo di classificazione delle varie  sorta di legge che nello svolgimento del sapere umano ci  si presentano. Noi già per lo innanzi accennammo alla  divisione fondamentale delle cosi dette leggi esplicative o  dichiarative da quelle normative; ora scenderemo a mag-  giori particolari, ricercando le principali forme che le sud-  dette categorie alla lor volta possono assumere. E per  prima è necessario chiarire il significato logico delle parole  osservazione ed induzione, giacchè pare che quando sì dice  osservazione si dica esperienza, che tutto quello che è  obbietto dell'una sia anche obbietto dell'altra, dal che de-    LÀ NOZIONE DI «LEGGE » 167  riverebbe l'esistenza di una sola specie di leggi qualunque  fosse l’obbietto della conoscenza umana. Ora ciò non è  nient’affatto esatto, in quanto vi sono delle osservazioni alle  quali non è possibile attribuire la qualità di essere empiriche  nel senso in cui questa qualità si considera come opposta  all'essere 4 priori. Empiriche sono senza dubbio tutte le  osservazioni che ci rivelano le proprietà e leggi delle cose  esteriori, empiriche quelle che ci mostrano il nascere lo  sviluppo e l'intreccio dei fenomeni psichici, empiriche quelle  dalle quali apprendiamo la realtà dei fatti storici: epperò  la scienza della natura esteriore, la psicologia e la storia  sono scienze a posteriori o empiriche, comunque i metodi  di dette scienze variino in rapporto alle particolarità pre-  sentate dagli obbietti e in rapporto alle difficoltà di esa-  minare questi ultimi. Ma non sarebbe giusto qualificare  come empiriche quelle scienze delle quali sono oggetto o il  pensiero, o l'intuizione, o la volontà o l’emotività, diremmo  così, in azione, La dimostrazione e l'induzione scientifica in  casi siffatti è l'esplicazione della stessa attività di queste  funzioni e le conoscenze particolari coincidono coi prodotti  particolari di queste funzioni. In tali scienze ha certa-  mente luogo l'osservazione, ma nou si esercita sopra un  obbietto estraneo, il quale sia bell'e fatto indipendente-  mente dall’ attività del soggetto: ogni osservazione in  esse non è passiva, ma attiva; è una nuova produzione  del fatto osservato che non è diversa dalla dimostrazione  e dalla spiegazione scientifica. Ciò accade in quelle scienze  che hanno il pensiero come oggetto, cioè nella logica  e nel calcolo, in quelle che studiano le funzioni del-  l'intuizione costruttiva, cioè in quelle che hanno il tempo,    168 LA NOZIONE Di € LEGGE »   le spazio, il movimento come oggetto e in quelle infine  che hanno per oggetto le funzioni etica ed estetica del-  l'anima umana, in quanto ogni fatto etico ed estetico può  essere studiato in modo esatto soltanto salendo alla cate-  goria dall'effetto, mediante cioè l’analisi del fenomeno psi-  cologico in cui quell’ effetto consiste. I fatti estetici ed  etici non sono, come i fenomeni della natura esterna, in-  dipendenti dal soggetto, ma accadono in esso, sono imaginì  obbiettive si, ma passate attraverso il mezzo della coscienza,  della fantasia e del sentimento umano. L' induzione etica  ed estetica deve analizzare prima di tutto il fenomeno psi-  cologico, perchè esso è il solo criterio sicuro, la sola base  positiva per determinare e definire il concetto,   In secondo luogo è bene intendersi sul significato della  parola induzione. L'induzione scientifica è una sola : quella  che da n casi sperimentati conchiude a tutti i casi omo-  genei possibili, in virtù del postulato della uniformità delle  leggi naturali e del principio di causa. L' induzione scien-  tifica non può dunque aver luogo se non per leggi causali,  epperò è affatto estranea alla logica, alla atematicam,  all’ etica, all’estetica ecc., le cui leggi non sono punto  causali.   Resterebbero l'induzione per semplice enumerazione e  l’induzione descrittiva, ma la prima non ha valore al di  là dei casi osservati e quindi è perfettamente inutile nelle  summentovate scienze (matematica, etica, estetica ecc.),0 se  è adoperabile, vale soltanto ad apparecchiare la materia  delle costruzioni scientifiche, può talvolta indicare la via,  ma è destituita di qualunque valore di prova. Per ciò che  riguarda l’induzione descrittiva, essa è adoperata nella geo-    LA NOZIONE DI «€ LEGGE ® 169  metria elementare, allorchè la somiglianza di due figure si  dimostra dalla loro congruenza; ma in geometria ha un va-  lore diverso da quello della prova empirica;  perchè la di-  mostrazione dell’ uguaglianza suppone la invariabilità e  la congruenza dello spazio con sè stesso (come del resto  i casi d' applicazione dell’ induzione descrittiva in etica,  estetica ecc., suppongono una determinata natura del-  l'animo umano e la sua identità con sè stesso) che non  potrebbero essere dimostrate empiricamente» A ciò si ag-  giunga che le verità matematiche, logiche, etiche, estetiche  non sono leggi della natura in quanto sarebbero vere an-  che se una natura hon esistesse e la loro certezza è indi-  pendente dal numero delle esperienze, onde tutti si terreb-  bero autorizzati a correggere l’esperienza, se questa paresse  in qualche mado loro contraddire. Infine va ricordato che  l'induzione non è ritenuta mai prova sufficiente nelle scienze  normative: così un teorema che si trovi vero pratica-  mente per una serie di numeri non si ritiene per ciò solo  dimostrato e non si estende al di là dei casi osservati.  Non si può, come vuole il Mill, il Taine ecc. spiegare la  certezza assoluta che hanno le verità del calcolo, col ca-  rattere ipotetico di questa scienza; perchè la perfetta  eguaglianza delle unità elementi dei numeri non è un'ipo-  tesi, ma una proprietà della natura puramente logica del  numero, la quale rende possibile di riferirlo ad uua unità  di misura che non è quella di nessuna grandezza reale  avente questa o quella qualità, ma l'unità in senso pura-  mente logico.   Sicchè noi in base a ciò che precede siamo autorizzati a par-  tire per prima le leggi in due grandi classi:    176 LA NOZIONE Di « LEGGt Y   I. — Leggi funzionali (Leggi logiche, matematiche, eti-  che, estetiche).   II. — Leggi causali (Leggi naturali, psicologiche, sto-  riche ecc.).   Per formarsi un concetto chiaro delle differenze che con-  trodistinguono le sudette due classi di leggi basta com-  parare le leggi logiche e matematiche con quelle naturali.  L'oggetto della conoscenza, dagli elementi sensitivi in fuori,  è una costruzione della quale le idee di sostanza, di causa,  di numero sono gli artefici e il principio di contraddizione  è la regola e la garenzia di verità: i sudetti principii costi-  tuiscono appunto le leggi logiche fondamentali o le categorie  dell’intelletto umano. Diconsi infatti categorie quei concetti  che sono determinazioni dell'essere perchè sono determina-  zioni del pensiero, e vieevecsa, che sono impliciti nel pen-  siero di qualunque ente reale perchè reale e non perchè è  questo o quell’ente, cioè perchè sono le maniere necessarie  di concepire la realtà. Tali forme del pensiero o categorie  sono concetti, da differenziare però da quelli che vengono  studiati dalla logica ordinaria e che hanno il loro corri-  spettivo nelle leggi empiriche o causali. Invero gli al-  timi sono essenzialmente concetti rappresentativi, mentre-  chè quelli sono giudicativi; e i concetti rappresentativi  sono formati mediante la comparazione o l’analisi dei dati  oggettivi delle percezioni e mediante l’astrazione, i giudi-  cativi per contrario sono l'elemento soggettivo della per-  cezione e delle forme così statiche che dinamiche del pen-  sare. I primi sono concetti di oggetti, di classi di oggetti  e di rapporti indifferentemente, i secondi sono concetti di  rapporti intelligibili ; gli uni hanno un'estensione deter-    LA ROZIONE DI « LEGGE » 171    minata, gli altri un'estensione indeterminata. L’universalità  e necessità dei concetti rappresentativi è condizionata e  limitata all’esistenza dei loro oggetti: quella delle cate-  gorie si estende quanto si estende l'essere e il pensare;  quelli funzionano da soggetti e da predicati dei giudizi :  questi possono funzionare soltanto da predicati.   L'originalità poi delle leggi o funzioni logiche sì ap-  poggia a ragioni logiche, non psicologiche. Noi conosciamo  mediante i concetti, i giudizi e i raziocinii : la materia è  data; ma il concepire, il giudicare, il ragionare sono fun-  zioni. E queste funzioni debbono pure avere una forma,  perchè una funzione senza una forma determinata è im-  possibile. Ora quali sono le forme di queste funzioni, cioè  quali sono queste funzioni in loro stesse, prescindendo dalla  forma logica che rivestono ? Evidentemente se pensare è  porre una relazione, le funzioni saranno i pensieri di quelle  relazioni, di.natura intelligibile, nelle quali e mediante le  quali il pensiero sa e si muove, cioè le categorie. Ora sono  questi da repntare daccapo concetti empirici? Se sono,  qual'è la funzione mediante la quale sono formati? In  breve, se il pensare suppone una materia e una forma,  come si può intendere che la forma sia presa da fuori, cioè  sia materia essa stessa? Non saremmo da cupo nella ne-  cessità di supporre una forma per la funzione di conce-  pirla e così in infinito?   Passando alle leggi matematiche, noteremo anzitutto che  l’ idea di numero non sorge, come i concetti generali per  un procedimento conscio e riflesso del pensiero, ma per un  procedimento spontaneo ed inconscio. I teoremi sui numeri  ed anche un sistema di numerazione sono, è vero, prodotti,    179 LA NOZIONE DI € LEGGE %   riflessi, ma l'idea di numero pur nascendo all’occasione delle  sensazioni e percezioni d'ogni maniera e non perdendo mai  il suo significato oggettivo, non esprime mai, neppure per  la coscienza più comune, una classe di oggetti reali, un  genere sommo, ovvero una proprietà delle cose dello stesso  genere di quelle che diciamo qualità. Ed è per questo suo  isolarsi dalle cose in virtù di un procedimento non artifi-  ciale, bensì spontaneo, pur conservando un valore oggettivo,  che si rende possibile alla riflessione scientifica di studiare  il numero come un' entità a sè non solo separabile dalle cose,  ma completamente indipendente da queste, come un' en-  tità di tal natura che le sue proprietà e leggi si possono  trovare e verificare indipendentemente da ogni constata-  zione che non sia quella stessa di pensarle e di produrre,  pensando, tutte quelle analisi e sintesi in cui consistono  lo studio che ne facciamo e la scienza che per essa veniamo  ad avere.   E qui va notato che il fondamento del calcolo aritme-  tico, che è il sistema di numerazione, ha la sua radice nella  funzione sintetica del pensiero formale, senza contenuto  qualitativo. Il primo modo di formazione da esso espresso  è una sintesi successiva indefinita ; il secondo è una sintesi  con una certa norma, per gruppi uguali di unità; ma la  norma è puramente arbitraria, perchè non c’è nell'esperienza  niente che determini la composizione di un gruppo, per  esempio la serie binaria o la decimale.   Stabilita nel sistema di numerazione la maniera uniforme  di formazione dei numeri, si possono deduttivamente tro-  vare tutti gli altri. I modi composti sono innumerevoli,  ma poichè essi sono combinazioni di più modi semplici,    suse Pra    A    LA NOZIONE DI € LEGGE ® 173    o ripetizioni dello stesso modo semplice, l'importante è di  determinare questi ultimi. I quali rispetto ad un numero  qualunque x sono riducibili alle forme segnenti :    a  zta,x—- a, cr X_ a, x:x,2, Vi, 108.2 (alla base a).    Difatti un numero è o somma o ditferenza di un altro  numero, quindi le maniere semplici di formazione sono  tante quante sono le maniere del sommare e del differen-  ziare. Tutte le maniere di sommare si riducono a tre: ad-  dizionare numeri diversi (addizione), lo stesso numero un nu-  mero qualunque di volte (moltiplicazione), lo stesso numero  un numero qualunque di volte, ma sempre ad esso uguale (ele-  vazione a potenza). Similmente tre sono le possibili forme  del differenziere: togliere da un numero un altro numero  qualunque (sottrarre), togliere da un numero quel numero  di volte che è possibile lo stesso numero dividere (divisione),  togliere da un numero uno stesso numero un numero di  volte a questo uguale e che lo misuri esattamente (estra-  zione di radice). Però l'elevazione a potenza e l'estrazione  di radice non sono i soli modi possibili del calcolo delle  potenze. Il primo risolve il problema di trovare la potenza,  data la base e l'esponente; il secondo di trovare la base  dato l'esponente e la potenza; resta un terzo problema;  date la base e la potenza, trovare l'esponente (logaritmo),  cioè dato il prodotto di un numero indeterminato di fattori  uguali, e dato il loro valore, determinare il numero dei  fattori.   È evidente che ognuna di queste operazioni è una fun-  zione e non un'esperienza. Ai sostenitori della teoria em-    174 LA NOZIONE DI « LEGGE ®    pirica si potrebhe chiedere con ragione d’indicare la testi-  monianza o base sensibile delle idee di radice e di loga-  ritmo. Ma senza dubbio una prova anche più concludente  della teoria del numero-funzione ci è data dalle estensioni  dell'idea di numero, alle quali conducono le operazioni in-  verse. Giacchè taluni dei problemi che queste ci propon-  gono si mostrano insolubili col concetto primitivo di  numero reale. Cosi, allorchè il numero delle unità sot-  tratte è eguale al numero delle unità dalle quali si sottrae,  si ha lo zero, e se è maggiore, il numer» negativo. Simil-  mente, nella divisione, il quoziente può essere non un nu-  mero intero, ma corrispondere al concetto di un numero  posto tra due numeri contigui. E poichè questo può non  corrispondere nè a un numero intero, nè a un numero fra-  zionario, nè a un intero unito ad un fratto, cosi rende neces-  saria un'altra estensione del concetto di numero, il numero  irrazionale, il quale non esprime propriamente un numeco,  ma il rapporto di due operazioni; la radice di 2 non cor-  risponde a un numero, ma indica un rapporto di due specie  di calcolo, quello di formazione del numero 2, e quello di  estrazione della radice.   E questa può condurre in casì speciali ad una terza  estensione del concetto di numero , perchè se il numero di  cui si cerca la radice è negativo, sorge la nozione di nu-  mero imaginario, cioè di un numero che diventa reale me-  diante l'elevazione a potenza. Ora come potrebbero i numeri  negativi, irrazionali, imaginari derivare da rappresenta-  zioni empiriche? É chiaro che essi sono funzioni, o più  propriamente rapporti di funzioni e che il loro concetto  implica che la funzione è materia a sè stessa.    tf €    LA NOZIONE DI « LEGGE » 175    Sicchè nel: calcolo il pensiero lavora su dati che sono  suoi, come nella logica formale: per modo che il calcolo si  potrebbe ben dire, la logica formale della quantità. Il  còmpito del calcolo è di concepire la quantità, come ab-  biamo già visto, ma appunto perchè è rivolto soltanto alla  quantità, il calcolo è un pensare estrinseco e meccanico.  Hobbes ebbe dunque torto di ridurre il pensare a nume.  rare; ed èillogico attribuire alle matematiche una illimitata  potenza educatrice della mente. Esse servono soltanto  per una parte alla educazione e disciplina della mente, per-  chè la quantità è la realtà nella sua parvenza esteriore,  non nella sua essenza.   Ora se noi consideriamo le leggi matematiche in rap-  porto a quelle propriamente naturali noi troviamo che i  due ordini di leggi si presentano intimamente connessi tra  loro; e ciò per parecchie ragioni: 1° perchè essendo la  quantità una proprietà essenziale della realtà e il numero  l'espressione logica della quantità, è naturale che quello che  l'intelletto matematico determina col semplice discorso si  trovi vero nella realtà; 2° le leggi indagate dalle scienze  che hanno per obbietto la realtà essendo leggi causali e le  stesse operando secondo leggi matematiche, è chiaro che il  calcolo debba essere, astrattamente parlando, applicabile a  tutta la scienza del reale. La proporzionalità dell'effetto  alla causa, un corollario dell'assioma di causalità, importa  che l’effetto è sempre una funzione della quantità della  causa e per la realtà spaziale, anche della sua posizione,  ond'è che se possiamo determinare con precisione gli ele-  menti numerici dei fenomeni, il calcolo vale come mezzo  potentissimo per discendere dalle cause agli effetti o per    176 LA NOZIONE DI « LEGGE »    risalire da questi a quelle. Esso non solo formula Je leggi  naturali, ma le connette altresi e non solo sintetizza le  altre parti della matematica, ma anche le scienze della  natura e non appena si può adoperarlo completamente  cangia il carattere di queste, trasformandole di induttive  in deduttive. Se non che qui va notato che in tale funzione  sintetica si trovano due limiti, uno nella possibilità molto  limitata finora di determinare gli elementi numerici dei fe-  nomenìi; un altro nella piccola potenza sua rispetto alla  crescente complessità dei medesimi.   Non basta. Le leggi matematiche non possono essere iden-  tificate con quelle naturali anche per altre ragioni. Le leggi  numeriche, essendo puramente formali, sono le più remote  che si possano imaginare da ciò che diciamo natura ed essenza  Per es. le leggi: la forza viva è uguale al prodotto della massa  per la velocità; il momento statico della leva è uguale al  prodotto del peso per la lunghezza del braccio di leva; la  grandezza del moto uniforme è uguale al quoziente dello  spazio per il tempo; nel moto accelerato gli spazi sono come  i quadrati dei tempi, ecc., sono leggi di rapporto geome-  trico le prime, di rapporto di potenze l’ultima: ma in nes-  suna di esse la legge aritmetica vale a dare ragione del  fatto, ma soltanto a formularlo nel modo più esatto. Non ba-  sta che il calcolo formuli e connetta le leggi della natura per  dimostrare che la natura ha essenza numerica; la dipendenza  che il calcolo dimostra trala egge di Coulomb sull’attrazione  e repulsione dell'elettricità positiva e negativa, e la legge  elettrostatica, secondo cui l’ elettricità nei corpi conduttori  come i metalli si raccoglie tutta alla superficie : la splendida  applicazione della teoria delle funzioni ellittiche nella mec-    LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 177    canica e tutta la fisica matematica provano bensi che la  natura obbedisce a leggi numeriche, e che conosciute queste,  la scienza della natura si può cangiare da induttiva in de-  duttiva, ma non provano punto che le leggi della natura  sono conseguenza delle leggi dei numeri. Se anche fosse  realizzato quell’ideale di conoscenza scientifica che il Du  Bois Reymond chiama astronomica, se cioè tutto quello che è  e accade nell’universo fosse completamente rappresentato da  uno sterminato sistema di equazioni differenziali simultanee,  questo sistema sarebbe uno dei sistemi possibili e non a-  vrebbe altra realtà che la realtà di fatto; sarebbe impos-  sibile dedurlo dalla essenza numerica della realtà, epperò  non ne darebbe la prova. La metafisica numerica non po-  trebbe trovare la sua prova sufficiente nella funzione sin-  tetica che il calcolo esercita o può esercitare in ogni do-  minio di scienza se non quando il sistema delle idee nu-  meriche e il sistema della realtà fossero affatto coincidenti,  ovvero quest'eltimo fosse parte di quello e trovasse nel  tutto considerato come sistema di entità numeriche, la ra-  gione del suo essere non solo cume parte della scienza del  calcolo, ma come realtà e natura. Ora è vero perfettamente  il contrario : il calcolo spazia e può spaziare molto più lar-  gamente della natura; questa, ad esempio, non conosce né  il sistema di numerazione dell’ aritmetica elementare, nè  gli spazi ad ” dimensioni della geometria superiore. Verifica  bensi sempre delle leggi numeriche, ma la ragione di veri-  ficarle non è nelle stesse leggi dei numeri, ma nelle pro-  prietà e nell'intreccio delle cause del reale. Neppure una  Raqione matematica assoluta alla quale tutte le proprietà  e le leggi dei numeri, tutt» il sistema compiuto delle verità    13    178 LA NOZIONE DI « LEGGE »    numeriche fosse presente, potrebbe dedurre da questo as-  soluto sapere non diciamo il sistema della realtà, ma una  sola legge reale.   A. ciò si aggiunga che leipotesi ultime nelle scienze na-  turali hanno in sè sempre dell'arbitrario, del non ispiegato  e che il carattere scientifico nella spiegazione dei fenomeni  della natura consiste appunto nella riduzione e limitazione  dell’arbitrario e del non ispiegato. Così l'inerzia e l’attra-  zione, le due propietà fondamentali della materia nella fisica  moderna, sono esse stesse inesplicabili. Per ispiegarle e in  generale per fondare una teoria fisica su principii che non  solo non siano ipotetici, ma reali e necessari, bisognerebbe  ricorrere ai principii e teoremi della logica e matematica ;  se non che dedurre da principii puramente formali, come  son questi, una dottrina fisica sarebbe come se un archi-  tetto intendesse innalzare un edificio con le sue cognizioni  di meccanica pratica, senza il materiale occorrente.    Di contro alle leggi logiche e matematiche sono quelle  naturali o causali. Queste sono generalizzazioni esatte, non  approssimative. appuntoin quanto hanno il loro fondamento in  un rapporto causale. Fu detto che bisogna distinguere tra la  necessità di una legge causale empirica e la necessità della  legge causale in genere, la prima non essendo mai assoluta  come la seconda: ora è vero bensi che di una legge em-  pirica di casualità si può pensare che avrebbe potuto an-  che non essere o essere altra, ma solo in un altro ordina-  mento della natura. Poichè questa è intessuta e dominata  nel tutto e nelle singole parti della legge di causa, tutto è  in essa dipendente e determinato; onde per pensare che qual-    i    LA NOZIONE DI « LEGGE Y 179  che cosa possa accadere diversamente, bisogna pensare che  tutto l'ordine di natura muti. Se non si pensa questo e nondi-  meno si pensa come possibile un fatto contrario ad una  legge, non è negata soltanto una legge empirica, ma la stessa  legge causale logica che può essere appunto enunciata an-  che cosi: che cause simili producono in condizioni identiche  effetti simili.   Del resto l’éssenza della legge naturale viene abbastanza  bene lumeggiata dal concetto del caso, il quale implica la  negazione della legge vera e propria e non della causa. Il  concetto della caso, infatti, non è in realtà così opposto al  concetto di causa, come pare a prima vista. Nel pensiero  comune pare che sia, perchè diciamo casuale quello che  non possiamo ridurre ad una legge e ad una causa; na-  scendo dall’ ignoranza della causa, il caso sembra tutta  un’ altra cosa da essu. Ma se si riflette, si vede che in-  vece di essere una negazione, è una conferma della fun-  zione necessaria dell’ idea di causa nella conoscenza:  il principio ignoto sì sostituisce al principio noto che  manca. In logica poi il casnale è definito come un fatto  di coincidenza di fenomeni, che non si può elevare a  legge. Taluno esce di casa e incontra un amico o gli casca  una tegola sul capo, sono queste coincidenze casuali,  perchè non si può dire che cosi avverrà anche pel futuro  La teoria del caso come incidenza delle serie risale ad À-    ristotile che primo lo defini a quel modo. È infatti se una  sola serie causale esistesse, il casuale non sarebbe possi-    bile; ma perchè le serie causali sono innumerevoli e sì svol-  gono contemporaneamente, è possibile che ue coincidano  due o più. Così definito, il caso non è in contraddizione    180 LA NOZIONE DI « LEGGE »    con la causa, perchè non soltanto ciascuna delle serie in:  cidenti è determinata in ogni sua parte, ma è determi-  nata anche la loro coincidenza. Difatti, perchè coincidano,  le loro direzioni debbono formare un angolo, e perchè coin-  cidano piuttosto in questo che in quel punto debbono for-  mare determinati angoli. Dunque il casuale é effetto di un  doppio rapporto causale, di quello che determina i fenomeni  coincidenti ciascuno nella sua serie e di quello che determina  la loro coincidenza. Questa seconda determinazione cau-  sale non è per lo più una costante e nonè mai una legge,  non dipende cioè dalla natura e qualità delle serie, ma  dal loro essere insieme.   Adunque il casuale può definirsi: « una coincidenza che  non autorizza l’inferenza d'una uniformità che sia una legge  causale ». La definizione è dello Stuart Mill, il quale la spiega  e chiarisce cosi. La coincidenza si dice casuale quando i  fenomeni che coincidono non sono effetti l’uno dell'altro, nè  effetti della stessa causa, nè effetti di cause collegate da  una legge di coesistenza, (cosi le leggi di Keplero non sono  casuali, perchè dipendono dall’azione combinata della forza  contripeta e della tangenziale necessariamente coesistenti  nel sistema solare); nè effetti di una determinata propor-  zione delle cause che i logici inglesi dicono collocazione  (p. es. non è casuale la varia velocità dei pianeti per cia-  scun punto delle loro orbite, perchè dipende dalla varia  collocazione o rapporto delle forze contripeta e tangenziale).  È necessario aggiungere poi che vi possono essere delle  coincidenze uniformi e prevedibili, le quali nondimeno sono  casuali appunto perchè l’uniformità in tal caso non è l’espres-  sione di una legge causale: es. i fatti umani coincidono    » l1— 4 » 16 — 12    » 12—- ©” » 10 — 19  » 13 — 7 » 838 — 7  » 141 — 10 » 19 — 5    In ordine alle cause che determinarono la loro chiusura  in Casa di custodia vanno distribuiti nel modo seguente:    Per assassinio 1.   Per incendio (10 volte) 1 individuo di 141 anni.   Per ferimento 2 (uno involontario),   Per atti contro il buon costume 1.   Per furto 30, dei quali uno dell'età di 11 anni, recidivo  per .7 volte.   Per ozio e vagabondaggio 16.   Per discolaggine 38.    Gli 89 giovinetti ricoverati nell’Istituto di Beneficienza  vanno distribuiti per età nel modo che segue:    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 189    Di anni 10 — 11 bambini — Dianni15 — 10 bambini  » lil — 8    » » 16 — 13 »  » 12 -— 14 » » 17 -— 7 »  » 13-- 7 » » 18 — 5 »  2a 14-12 » » 19 — 2 »    Di essi, 34 andavano a scuola e 55 passavano le ore del  giorno in diversi opifici della città per apprendere ciascuno  il mestiere che gli garbava.   Per ciò che riguarda i caratteri fisici od antropologici  diremo che quelli raccolti non ci autorizzano a trarre al-  cuna conclusione definitiva. C'è stato chi un pò affrettata-  mente ha negato ogni valore all'esistenza dei caratteri e-  steriori; e certamente il limitarsi all'esame di soli tali ca-  ratteri è un difetto, giacchè essi non sono che l’espressione,  l'estrinsecazione delle anomalie interiori. La loro esistenza  rappresenta un éulizio più 0 meno sicuro e non altro,  di un disturbo nell’euritmia morfologica e fisiologica dell’or-  ganismo preso nel suo insieme e la loro mancanza certa-  mente non autorizza ad affermare sane le condizioni mo-  rali e mentali dell'individuo; onde non è lecito destituire  d'ogni valore la ricerca di detti caratteri esterni. Nei 178  giovanetti esaminati non riscontrai in alcun modo caratteri  degenerativi speciali per numero, qualità o grado; non posso  dire, in altr? parole, di aver trovato che la curva dei ca-  ratteri anormali morali e psichici in genere coincidesse  perfettamente con quella dei caratteri fisici anormali, ma  posso però asseverare con convinzione che l’esistenza di  questi ultimi caratteri deponeva, accennava quasi sempre  a particolari condizioni ereditarie, siano queste morbose    190 L'ORIGINE DELLÉ TENDENZE IMMORALI    semplicemente (pazzia, alcoolismo, turbecolosi, ecc.), o anor-  mali dal punto di vista sociale (tendenze antisociali dei  genitori p. es.) e per conseguenza ad una predisposizione  generica allo sviluppo di uno stato psichico anormale.   Passando all'esposizione dei risultati forniti dall'esame psi-  chico diremo che la più parte di tali giovanetti pur essendo  andati per parecchi anni a scuola, a mala pena sapevano  leggere e scrivere. Pochi giungevano a fare una moltipli-  cazione. L'attività dell'attenzione era debole in quasi tutti.  La debolezza della memoria del tempo era quella che sì  constatava più frequentemente ; pochi, cioè, sapevano ripe-  tere l'ordine di successione di avvenimenti loro occorsi  da poco tempo. Il pudore difettava nella più parte di essi.  Rarissimamente si trovava quel senso di soggezione che  molti bambini bene educati mostrano al truvarsi per la  prima volta dinanzi a persone di età maggiore. La più  parte mancavano di volontà ferma e persistente. Una ten-  denza molto diffusa era quella di negare ogni cosa: il no  era il monosillabo che più prontamente e più frequentemente  veniva da loro pronunziato. Molti s'emozionavano facil-  mente, ma passavano con pari facilità dal pianto al riso  come da qualunque emozione alla sua contraria. Il con-  tegno appariva ordinariamente scomposto, prendevano le  pose più strane e nei movimenti erano per lo più goffi e  sgarbati. Erano in genere noncuranti della persona e della  pulizia. Parlavano soventi in modo laido: spesso si lancia-  vano a vicenda delle amare invettive e si davano dei sopra-  nomi. C'era una certa gerarchia fra di loro; ci erano i capi, i  potenti e i seguaci, i deboli. Predominava lo spirito di ribel-  lione a qualunque obbedienza.    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 191    Il carattere però che spiccava sopra gli altri era indub-  biamente l'egoismo inteso nel senso più stretto. Pur di fare  il loro comodo, pur di fare paghe le loro brame erano  pronti a tutto osare. Per loro l'io era il centro dell’uni-  verso: al di fuori del proprio io nulla poteva destare il  loro interesse. Non solo non mostravano di sentire affetti  oltre l'inclinazione al soddisfacimento delle loro basse voglie,  ma rimanevano sordi a qualsiasi lamento, freddi a qua-  lunque soffererenza degli altri. Avevano quindi ciò che  d'ordinario si dice istinto della malevolenza, godendu dei  dolori degli aitri, e mostrando di provare un intenso pia-  cere a far dispetti ai compagni ed a martirizzare i più  innocui. Appar.va, è vero, in loro, un certo spirito d’as-  sociazione, in quanto parecchi tandevano ad unirsi per  forinare combriccole : ma il cemento di tali unioni non era  l’ aftetto reciproco, disinteressato, non lo scambio di idee  e di emozioni, non il sentimento dell'unità di natura su  cuì soltanto può essere fondata qualsiasi forma di vera  solidarietà, bensi la tendenza ad appagare le proprie voglie,  il bisogno di dominare, la smania di usare prepotenze.  Erano, infatti, i grandi, i forti che cercavano di circondarsi  dei piccoli per poterli fare loro istrumenti e per potersene  servire a loro agio. I piccoli e i deboli d’altra parte li  subivano, perchè non avevano l'energia di reagire e di ri-  bellarsi e perchè trovavano il loro tornaconto ad essere  protetti, ed a rimanere sotto l'egida dei capi. E tale as-  serzione vien comprovata dal fatto significantismo che non  fu mai possibile osservare un segno di generosità o di ab-  negazione. Erano capacissimi di accusarsi a vicenda presso  il Direttore, sempre però di nascosto e in segreto, il che    192 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI    depone della loro vigliaccheria. E se si presentava il caso che  per un fatto qualunque fosse minacciata di punizione una  classe intera, dato che non si riescisse a conoscere il col-  pevole, non accadeva mai che questi si svelasse confessan-  dosi reo, non fosse altro per non far soffrire i suoi compagni.  Era sempre una massima quella che dominava : ciascuno  per sè. Per ciò che riguarda i sentimenti estetici sì può  dire, per quanto le condizioni miserrime in cui tali ragazzi  sono ordinariamente mantenuti autorizzano a dirlo, che  questi mentre presentavano poca attitudine per il disegne,  con una certa frequenza mostravano invece attrattiva per  la musica. Giova osservare che lo svegliarsi in essi delle  tendenze estetiche, fossero pure elementarissime, coinci-  deva col miglioramento del loro carattere morale.   Dove si potè avere propriaraente il riflesso della loro a-  nima fu nelle corrispondenze reciproche, avendo essi una  straordinaria tendenza a scrivere delle lettere, dei biglietti  che per mezzi svariati giungono a destinazione. Circa le  caratteristiche della loro scrittura non fu possibile pronun-  ziarsi in modo positivo, giacchè le ripetizioni, i tremori, ecc.  provenivano da ignoranza. Qualche rara volta poì si notò  la somiglianza della loro scrittura con quella dei vecchi. Si  osservaruno molte cancellature, molti errori dipendenti da  disattenzione. Erano rare le asteggiature dritte e decise, ab-  bondavano le curvature e le paraffe; sopra uno stesso pezzo  di carta spesso si notava la tendenza a scrivere la medesima  cosa in diverse guise, prima in lungo, poi di traverso, prima  con una specie di caratteri e poi con un'altra; e di frequente  le parole, specie i nomi propri, erano circondati da ghirigori  e nella scrittura erano imitate le lettere a stampa. Si notò    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 198    pronunziata la tendenza a servirsi di simboli più o meno  strani per non essere intesi, come anche di altabeti con-  venzionali. Qual’era il contenuto di quelle lettere? L’a-  more. Si è già di sopra fatto cenno della loro tendenza all’o.  scenità, ma i casi di una degenerazione sessuale vera e  propria sono in genere rari. Si direbbe a prima giunta che  l'inversione sessuale formi uno dei caratteri che contradi-  stingue i corrigendi, ma, per giudicare rettamente, bisogna  tener presenti le condizioni strane, stranissime in cui sì  trovano agglomerati tali giovinetti, proprio negli albori  della loro vita sessuale. Se per un momento pensiamo a  ciò che accade non raramente in taluni dei nostri collegi,  ci convinceremo che non si può parlare nel maggior nu-  mero dei casi di una degenerazione sessuale congenita,  ma di un vizio acquisito, transitorio, dipendente dalle con-  dizioni di antigiene sociale in cui quei ragazzi sono allevati.  I grandi vivono coi piccoli, i buoni coi cattivi: che cosa  c'è da aspettarsi? La dilatazione della macchia del vizio.  Del resto a questo proposito è bene notare che sulla na-  tura e caratteri dei così detti vizii od appetiti congeniti  bisogna intendersi bene, giacchè non sì deve credere (tol-  tine i casi di malattia mentale e di degenerazione vera  e propria) che l'individuo nasca con un determinato vizio :  ciò che in realtà si eredita è la predisposizione, vale a  dire il bisogno vago ed indeterminato di procurarsi un  dato ordine di piaceri: ora tutto ciò non implica nulla di  fatale e di necessario : fornite Je condizioni opportune, vale  a dire un’educazione morale intesa a spingere l’individuo  coll’esempio, coll’abitudine, colle suggestioni appropriate, a  cercare l’appagamento di quel tale bisogno in modo lecito    194 L'ORIGINE DELLÈ TENDENZE ÎMMORALIÌ    e voi avrete trasformato una tendenza al vizio in una ten-  denza alla virtù o almeno avrete arrestato lo svolgimento  di quel germe che o dall’eredità o da altra influenza male-  fica era stato deposto nella psiche di un giovinetto. Ci-  terò un esempio concreto per essere più chiaro. Un fan-  ciullo, poniamo, perchè discendente da individui affetti da  quel vizio funesto che è l'inversione sessuale, viene al  mondo con una certa tendenza vaga ed indeterminata a  compiacersi (nient'altro che compiacersi) della compagnia  di dati individui del suo sesso: se verrà educato in modo  che da una parte i suoi bisogni sessuali trovino la loro  soddisfazione in maniera normale e che dall'altra l’azione  del volere sociale su lui abbia per risultato di farlo rifug-  gire dal solo pensiero di ciò che è meno che conveniente  in rapporto alla condotta verso i suoi compagni, come fatto  oltremodo abbominevole, cosa accadrà? Che la primitiva  attrattiva verso gl’individui del proprio sesso piuttosto  che dar luogo al vizio, si trasformerà in un sentimento no-  bile ed elevato qual: quello dell'’abnegazione, dell'amicizia  vera e profonda, della generosità e via di seguito. Lo stesso  dicasi di tutti i vizi, di tutte le abitudini malsane: esse  non vengono ereditate bell'e sviluppate, fisse e rigidamente  conformate, ma quali predisposizioni, quali esigenze, quali  tendenze che possono essere dirette al bene come al male.  Come si vede, tutto ciò è da tenere a mente per formarsi  un concetto esatto non solo della genesi dell’immoralità, ma  anche della portata dell'educazione morale nei bambini. No-  tiamo fin da ora, comunque avremo agio diritornarvi sopra  più tardi, che l'insorgenza e la fissazione delle tendenze  immorali in tantosono possibili in quanto il volere sociale o    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 196    non agisce o agisce in modo non appropriato sul volere  individuale : il segreto dell'educazione morale sta tutto qui,  nello stabilire la necessaria comunione dello spirito indivi-  duale con quello della società.   E naturale poi che i caratteri psichici antisociuli in genere  sì trovino riuniti nei cosi detti cattivi soggetti (pochi per for-  tuna, una diecina su 150), nei quali i germi dell’immora-  lità sono abbastanza sviluppati. Questi hanno tutti i vizi,  son bugiardi, ipocriti, testardi, prepotenti, irruenti, ma-  neschi, svogliati e formano la disperazione dei superiori.  Uno di questi p. es. ha solamente 10 anni, ma già fin  dall’età di 8 anni ne faceva di tutti i colori; non è buono  a imparar nulla; va a scuola da 2 anni ed a mala pena  sa leggere; non ha nozione dell'anno e del mese in cui  siamo; passa da un'officina all'altra senza riescire a tro-  vare un mestiere che gli garbi. Nè è a pensare che sia  sfornito d'intelligenza, chè anzi si rivela abbastanza sve-  gliato. Le punizioni e gli avvertimenti in qualunque ma-  niera fatti non hanno presa sul suo animo. — Un altro a  10 anni diede mentito nome alle guardie. — Un terzo che  presenta un aspetto di una dolcezza serafica ha percosso  varie volte la madre. E mì fermo, perchè non vedo l'uti-  lità di fare l’'enumerazione di tutte le deficienze morali  che si possono riscontrare. Aggiungerò solo che tali tipi  cattivi sì fanno conoscere fin dalla prima età.    *#  # *    Esporrò ora i risultati ottenuti dall'esame psicologico  praticato sugli 89 giovinetti chiusi nell'Istituto di Beni-  ficenza. |    196 ‘L'ORIGINE DELLÉ TENDENZE IMMORALI    Non mi fermerò molto sulle somiglianze che l'esame ri-  velò tra i caratteri psicologici dei corrigendi e quelli  propri degli orfani per fissare l’attenzione massimamente  sui caratteri differenti. Per ciò che riguarda le somiglianze  dirò che negli 89 orfani riscontrai nelle medesime propor-  zioni e, direi anche, nel medesimo grado, se a ciò mi au-  torizzasse la circospezione di cui bisogna circondarsi ne'-  l'emettere giudizi circa l’intensità dei fenomeni morali, i  caratteri della fisonomia, la tendenza al riso smodato e  senza causa proporzionata, le tendenze all’oscenità, agli  abusi del vino e del fumo, la frequenza nei disordini del  l'attenzione e della memoria, l'indifferenza per la famiglia  e la diminuzione dell’intelligenza. Con frequenza press'a  poco eguale riscontrai la rapidità del passaggio da uno  stato emotivo al suo contrario, la mancanza di pudore, la  furberia, l'irascibilità, l'arroganza, la tendenza all’ipocrisia,  ed a mostrare di comprendere più di quello che realmente  comprendessero coll'apparire noncuranti della religione,  degl'insegnamenti che venivano forniti dai preti, ecc. Ac-  canto a questi caratteri simili sì possono porre dei ca-  ratteri differenziali, quali 1 seguenti: 1° il numero mag-  giore di quelli che coll’ età sogliono migliorare; molti  che fino all’età di 15, 16, 17 anni erano giudicati cattivi,  raggiunta tale età, divennero buoni: 2° la poca frequenza  con cui sì nota il contegno scomposto e la trascuratezza  nella pulizia della propria persona: 3° la mancanza di ogni  tendenza alla ribellione, a fare delle combriccole, ecc.:  4° l’assenza di quell’egoismo ributtante che si notò nei  corrigendi : tanto è ciò vero che non c'è caso di poter strap-  pare una confidenza, una confessione ad uno di loro, sia    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 197    pure il più semplice, a danno degli altri: 5° la tendenza  meno pronunziata a cambiar mestiere, a mostrarsi svogliati  ed a rimanere nell’ozio.   Ora di questi caratteri dovendo ricercare l'origine, diremo  che alcunì di essi evidentemente dipendono dall’organiz-  zazione diversa del Ricovero di mendicità, rispetto alla  Casa di custodia che pare costituita a posta per sviluppare  le tendenze antisociali meno accentuate, ma altri dipen-  dono dall’ indole propria dei corrigendi. Esistono adun-  que, sì può qui domandare, dei caratteri psicologici  originari, primitivi, i quali controdistinguono il candidato  all’immoralità ed alla delinquenza, facendone un tipo a  parte, per modo che chi ha la sventura di sortire da  natura caratteri psichici cosiffatti inesorabilmente, fatal-  mente è destinato alla delinquenza ? Per rispondere a tale  domanda fa d’uopo tener presente l’enumerazione dei carat.  teri psicologici già fatta, per vedere quali sono i più co-  stanti, i.più universali ed anche i più importanti dal punto  di vista cell’interesse della società. Ed in tale disamina fa  d’uopo scegliere i caratteri anormali prettamente originari  come quelli che sono del più alto significato : così gli atti  di malevolenza per sè, senza tener conto dei motivi e della  loro genesi psicologica non ci autorizzano a fare un tipo  a parte dell’individuo che li compie.    *%   *% %  Se noi ben riflettiamo sulla psicologia dei candidati, di-  ciamo cosi, al vizio ed alla delinquenza e sulle cause che  determinarono la loro chiusura in Casa di correzione, ci    198 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI    accorgiamo subito che le note psicologiche veramente carat-  teristiche si riducono alle seguenti :   1. Tendenze anormali (tendenza a rubare, a incendiare ecc. ).   Deficienza dell’intelligenza.   2. Tendenza all’ozio.   3. Tendenza alla menzogna.   4. Deficienza della simpatia quale fondamento dello spi-  sito sociale. |   b. Assenza di spirito sociale.   6. Insubordinazione. Mancanza di disciplina e di rispetto  e quindi impossibilità di apprendere.   7. Assenza di poteri inibitori e quindi debolezza della  volontà.   La discussione intorno all'origine di tali caratteri  mostrerà fino a che punto possono essere considerati come  congeniti o come acquisiti sotto condizioni determinate.  Prima però di cominciare ad occuparci partitamente di cia -  scuno di essi notiamo che nei casi concreti lungi dal pre-  sentarsi isolati appaiono variamente intrecciati e fusì insieme;  Non potendosi ridurre la psiche ad un fascio di facoltà e  di attività giustaposte, non dobbiamo aspettarci di trovare  l'alterazione isolata, poniamo, degli istinti o delle tendenze  o dell’emotività e non dell’intendimento : gli stati e le mo-  dificazioni delle varie attitudini intimamente compenetrate  tra loro si devono necessariamente influenzare reciproca-  mente, producendo soltanto un risultato complessivo diffe-  rente a seconda della potenza psichica alterata in modo più  accentuato.    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 199    1. — Tendenze anormali.    È indabitato che parecchi, molto precocemente e molto  insistentemente, nonostante le punizioni loro inflitte, mo-  strano tendenze speciali al furto, all'incendio, al suicidio,  all’assassinio : non altrimenti che molti altri mostrano una  deficienza notevole nelle facoltà intellettuali. Individui di  tal fatta sono certamente dei psicopatici e la ricerca ac-  curata dell’ anamnesi individuale ed ereditaria, qui so-  prattuto necessaria ed indispensabile, ci darà dei lumi in  proposito. Un individuo che all’età di 14 anni è già  stato incendiario 10 volte, che interrogato sugli atti  da lui commessi, risponde che ve lo spinse il diavolo, che si  mostra impulsivo, dedito a tutti i vizii, svogliato, è giudicato  molto presto uno psicopatico. Se non che individui siffatti,  i quali si potrebbero dire candidati al manicomio, si pre-  sentano di raro: e le tendenze veramente morbose (clepto-  mania, piromania ecc.) non sì osservano con molta facilità  nei bambini, ond'è che bisogna andare molto cauti nel  pronunziare giudizi di tal fatta, tanto più se si pensa che  i reati che più spesso vengono commessi dai bambini e per  cui gran parte son chiusi in Casa di custodia, sono i furti.  Ora, se la cleptomamia è indubbiamente morbosa e rientra  nell’orbita della psichiatria, la tendenza ai furti ordinari  (tra le due vi è un abisso, se si pensa ai caratteri dif-  ferenziali esistenti, e basta accennare solo di passag-  gio all'assenza di qualsiasi veduta d'interesse nel caso della  cleptomania) è in rapporto colla cattiva educazione e col  cattivo esempio avuto nella propria casa e fuori o colla    200) L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI    mancanza di qualsiasi forma di educazione, è in rapporto  colla miseria e cogl’incitamenti a rubare che i bambini  ricevono molte volte dai proprii genitori, dai compagni, ecc.   Avendo io ricercato con molta cura le cause dei furti  commessi dai minorenni corrigendi, mi son dovuto convin-  cere che la più parte di quelli non sono imputabili ai mi-  norenni stessi, ma alle loro famiglie ed alla società in cui  sono nati ed educati.    2. — Tendenza allozio.    È indubitato che molte caratteristiche dei corrigendi  trovano la loro origine e sono fondate sulla tendenza al-  l’ozio e al vagabondaggio. Qual'è la base di questa ? Essa  è una delle espressioni, uno dei segni di quella debolezza,  di quella incoordinazione e di quel sussecutivo disgrega-  mento dell’unità della vita psichica che costituisce il fondo  su cui germogliano le varie tendenze immorali. Noi sap-  piamo che tutti gli organi normalmente costituiti sì tro-  vano di solito, ma in modo senza confronto più accentuato  prima della funzione, in uno stato di tensione che figura  come l'esponente della forza ir essi accumulata; è chiaro  che quanto maggiore e la energia in essi contenuta, tanto  maggiore sarà la tensione in cui essi si troveranno, ten-  sione che subbiettivamente si rivela come bisogno di met-  tere in opera le proprie risorse, come bisogno di lavorare.  E tuttociò appare evidente non solo nel tono dei muscoli,  ma eziandio in tutti gli apparecchi fisiologici e quindi  anche nel sistema nervoso. Dato che questo si trovi in    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 201    uno stato di debolezza dipendente da cause svariate, p. es.  dalla insufficiente nutrizione, dal poco o inadatto esercizio  ecc. : per modo che in esso sia di molto difficoltato l’accu-  mulo delle forze da una parte e la possibilità dall'altra di  dirigerle e di farle convergere tutte ad un dato scopo, si  comprende agevolmente che in tali condizioni debba mani-  festarsi la tendenza all'ozio. La debolezza dell'organismo  in gen ere e del sistema nervoso in ispecie si renderà pa-  lese massimamente call’impossibilità a persistere in un dato  lavoro, coll’incapacità a fissare e a mantenere l’attenzione  sopra nn dato obbietto. Gli oziosi sono distratti, svagati,  disordinati, incostanti, perchè presto sì esauriscono. Vol-  garmente si ritiene che alcuni individui divengono presto  stanchi perchè sono oziosi, ma è vero proprio l'opposto.  La tendenza all’ozio adunque va riferita ad uno stato  anormale dei centri nervosi per cai la loro capacità nu-  tritiva non è tale da permettere l’accumulo di forza di ten-  sione indispensabile al lavoro persistente e vantaggioso. Si  può rimediare in qualche modo ad un tale stato di debo-  lezza? Certo rafforzando l'organismo e segnatamente il si-  stema nervoso, e più di tutto, mettendo in opera i mezzi  atti ad operare come potenti stimoli alla funzionalità in-  tensa e insieme regolata dei centri nervosi stessi, si po-  tranno ottenere dei vantaggi. Qui l'educazione bene intesa,  l'esercizio, l'esempio, la rimunerazione equa, la messa in  gioco dell’ amor proprio e il rendere le condizioni della  vita tali che rendano possibile la nutrizione e lo sviluppo  degli organi, produrranno senza dubbio il loro frutto. Se  non che non bisogna troppo illudersi sui risultati che si  possono ottenere, nè esagerare l’uso e la portata dei mezzi    14    902 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI    che si mettono in opera. Agire sui singoli individui pura-  mente e semplicemente non basta: fa duopo ricorrere a  mezzi di natura sociale, atti cioè a modificare l’ambiente  sociale in genere e i rapporti sociali in ispecie, atti quindi  ad esercitare l'influenza su tutti gl’individui componenti la  società. Occorre cancellare dalla mente del comune degli  uomini l’idea falsissima che il lavoro sia in sè un’infelicità  o una maledizione e che quindi il minimo di lavoro coin-  cida col massimo di felicità. Fa duopo per contrario in-  generare nell’anitno la convinzione che il lavoro è un ele-  mento indispensabile e integrante del godimento umano e  che senza alcun dubbio una vita tutta piaceri ed ozio ren-  derebbe infelice l’esistenza che la parte più preziosa della  vita umana è data dal lavoro stesso, il quale rende possi-  bile lo svolgimento delle migliori facoltà umane in quanto  ci è di sprone a sormontare gli ostacoli ed a sacrificarci,  iniziandoci così alla vera moralità. Questa invero consiste  appunto nel lavorare coroggiosamente per il bene di tutti,  rinunziando, se ciò è necessario, volentieri e con piacere  al proprio benessere e alla propria parte di felicità. Ma  per che via si può ciò ottenere?   Prima di tutto contribuendo coi precetti e coll’esempio  a riformare i cattivi costumi esistenti nella società attuale  e cercando soprattuto di colmare l’abisso artificiale che si  è scavata tra le varie classi, donde la necessità di modi-  ficare i metodi educativi; si potrebbero citare una quantità  di fatti validi a dimostrare che la tendenza all’ozio e  l’abborrimento per il lavoro nella più parte dei casi rico-  noscono la loro origine nel dispregio che la gente altolo-  cata in genere mostra per tutti i mestieri ed occupazioni    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 203    ritenute d’ordine inferiore, circondandosi così di molte per-  sone che potrebbero essere adibite alla produzione di lavoro  più proficuo. Poi, facendo partecipare le classi lavoratrici  alla vita intellettuale delle classi colte, il quale desiderato  forse non rimarrà per sempre lettera morta, come ce ne  fornisce l’esempio l'Inghilterra, dove si è iniziato un mo-  vimento tendente a colmare tale lacuna. Alludiamo al mo-  vimento di espansione delle università, allo sforzo compiuto  da queste ultime per mettersi a contatto delle masse ope-  raie, comunicar loro una parte del proprio patrimonio in-  tellettuale, educarle moralmente e intellettualmente e spin-  gerle ad acquistare il sentimento della dignità umana. A  tal uopo anzi sono stati messi in opera due mezzi: da una  parte vanno ad abitare dei giovani usciti dall'università  nei quartieri operai delle grandi città manifatturiere, pas-  sando una parte del loro tempo in mezzo ai lavoratori e  interessandosi dell’amministrazione e del miglioramento delle  condizioni igieniche dei detti quartieri; dall’altra parte gli  stessi professori d’università consacrano dei corsi speciali  o delle lezioni agli operai, iniziandoli alla comprensione  delle que=tioni che possono loro interessare. Infine — ed  è forse il mezzo più efficace e più importante — mettendo  in opera tutti i mezzi atti a dare all'operaio una cultura  tecnica per modo che egli riesca a comprendere le condi-  zioni generali della vita industriale e si renda conto della  comunità sostanziale d'interessi esistente tra operai e pa-  droni. A tale esigenza rispondono le associazioui sul tipo  delle 7’rades - Unions, nelle quali il sentimento di solida-  rietà esistente nei membri dell’associazione, contribuisce a  frenare l'egoismo e a tener desto il sentimento del dovere,  dell'onore e della dignità»    204 L'ORIGINE DELLE TENOENZE IMMORALI    Le nostre conchiusioni sì possono ridurre alle seguenti. La  tendenza all’ozio deriva massimamente, non esclusivamente  dal poco valore attribuito al lavoro per sè, onde è necessario  che gli sforzi della società siano intesi ad ovviare a tale  inconveniente. A tal uopo sì richiede un sistema sociale  d’educazione destinato a trasformare non soltanto ì padroni,  ma anche gli operai, preparandoli ad una vita novella. Se  è necessario combattere nei primi l’egoismo e lo spirito di  dominazione, negli altri occorre fare scomparire la diffi-  denza, l'invidia, la cupidigia.    3. — Tendenza alta Menzogna.    A. proposito della menzogna è bene notare che molti dei  caratteri psicologici riscontrati nei corrigendi, riconosciuti  nocivi alla società, non sono loro patrimonio esclusivo. E  già su questo fatto è stata richiamata l'attenzione da altri,  specie dal Lombroso. La tendenza alla menzogna p. es. è  carattere che si trova con molta frequenze nei bambini;  se non che nei corrigendì non solo raggiunge un grado  massimo, ma può produrre gli effetti più disastrosi, trovan-  dosi in connessione con condizioni che lungi dall’opporsi, ne  favoriscano lo sviluppo, rivolgendola sempre a produrre del  male. La tendenza alla menzogna, che certamente è favo-  rita da un’educazione difettosa e non rispondente allo  scopo e che per sè sola non costituisce un carattere distin-  tivo del candidato al vizio, va tenuta in conto quale espres-  sone di un'organizzazione mentale non perfetta.   Donde proviene la tendenza alla menzogna, quale ne è    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 205    il meccanismo di produzione? Che cosa sta essa a significare?  Un giorno nel fare l’esame psichico di uno dei minorenni  chiusi nella Casa di custodia, intelligente abbastanza, invitai  costui a leggere attentamente un periodo facilissimo ad inten-  dersi, affinchè dopo potesse espormi a memoria ciò che ne  aveva compreso. Ed egli pronto a leggere e dopo svelto a  dirmene il senso ; nemmeno un’acca di ciò che effettivamente  diceva il libro: il suo discorso era del tutto differente. À  domande improvvise riflettenti il contenuto vero del passo  letto, a domande cioè intese a ricercare se effettivamente  aveva compreso nella maniera in cui si esprimeva, rispose  in modo da generàre in me la convinzione che in sostanza  aveva interpetrato a dovere il senso generale, comunque  l'esposizione dapprima fatta fosse totalmente diversa. Questo  aneddoto mi pare significantissimo per l’interpretazione del  meccanismo della menzogna, le cui essenza sta appunto  nell'antagonismo, se così posso esprimermi, esistente tra  ciò che è percepito e ciò che s'estrinseca : antagonismo  che dipende originariamente dal perchè le vie e i modi  di esprimersi non sono agevoli, data la mancanza di e-  sperienza, ovvero dal perchè gli elementi mentali non  sono ancora disciplinati per una regolare e coordinata fun-  zione e questo è il caso dei bambini : e dipoi, da questo che  la volontà individuale a ragion veduta, per un dato scopo  cioè, fa da forza inibitrice, realizzando così le condizioni  dell'impedita estrinsecazione di ciò che sé ha dentro. È la  mancanza di corrispondenza tra il di dentro eil di fuori,  è la difficoltà di esprimersi ciò che impedisce al bambino  di dire quello che pensa, spingendolo a girare intorno alla    206 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI    verità (1). Una volta fatto il primo passo, una volta insorta  quella tendenza, l’educazione e i motivi in genere che spingono  a mentire, come sarebbe quello di fuggire le punizioni e le  minacce, fanno il resto. È indubitato però che, data un’or-  ganizzazione (sia fisica che psichica) debole, imperfetta a  tal segno che le risorse, per quel che concerne l’estrinse-  cazione siano scarse, la tendenza alla menzogna dev'essere  accentuata.   È per questo che i degenerati, e i bambini in tesi ge-  nerale sono oltremodo bugiardì; ed è talmente fissata in  loro l'abitudine a mentire, che molte volte è soltanto dopo  che hanno detto la menzogna che ne acquistano la co-  scienza chiara. La tendenza alla menzogna a volte diviene  un automatismo che funziona indipendentemente ed anche  malgrado la volontà. In conclusione io credo che della  tendenza alla menzogna oltremodo pronunciata nei giova-  netti vada tenuto conto come di un sintoma di debolezza  dell'organizzazione mentale, in quanto in tal caso i fatti    (1) Stando alle recenti indagini sull’origine del linguaggio, la parola  e la rappresentazione, il segno e l’imagine dell’oggetto si svolgono paral-  lelamente, seguendo leggi proprie. Ia prima è un prodotto in via di  formazione e di svolgimento, mutevole quindi, variabile in rapporto allo  stato dell'animo individuale e sottoposto alla volcnià indivi. vali (‘n pote-  state nostra), mentre l'altra apparisce come qualcosa di già costituito e  quindi di stabile e di rigido, È naturale che le due serie, quella  delle parole e quella delle rappresentazioni non coincidano, essendo  differenti la loro origine e le condizioni di loro svolgimento. Si aggiunga  che la parola quale segno è una semplice estrinsecazione dell’ attività  iteriore, estrinsecazione che si riferisce ad una sola forma di sensibilità  (udito): la percezione sensibile invece rappresenta il prodotto di svariate  forme di sensibilità, donde la sua maggiore stabilita e permanenza di  fronte al flusso dei sunni vocali. V. a tal proposito l'opera del Noiré  Log908 Ursprung und Wesen da Begriffe, Leipzi ig. 1885.    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 207    interni non riescono a trovar la via per estrinsecarsi in  modo giusto e deviano da una parte o dall’altra, provocando  l'attività di elementi che per condizioni particolari sono    più disposti all’estrinsecazione. La tendenza alla menzogna  intanto ha importanza in quanto accenna ad una coordina-    zione irregolare, o meglio ad una forma d’incoordinazione  alla incompleta unità, identità e continuità di tutta la vita  psichica, e quindi ad una forma d'’incapacità a governare  sè stesso.   Non v'ha dubbio che l'educazione, l'esempio, specie se  intesì a rimuovere qualsiasi forma di duplicità nella vita  — e ibambini hanno ben di sovente occasione di osservare  due diverse maniere di condursi da parte dei genitori e  degli altri educatori a seconda che questi sono in famiglia,  nel circolo degli amici, ecc., ovvero al di fuori della vita  intima, nella società — possono mettere un argine all’inva-  dente tendenza alla menzogna: vanno però sempre tenute  d'occhio da una parte le condizioni che favoriscono lo svol-  gimento dell’energia individuale e del carattere e dall'altra  i motivi che d’'ordinario spingono a mentire.    4. — Tendenza alla malevolenza.    Si è già detto che uno dei caratteri psichici dei corri-  gendi è il freddo egoismo, per cui essi non hanno altro di  mira che il proprio utile. Non hanno amici nel vero senso  della parola, nè sentono affetto pei pareuti. Ordinariamente  sì dice che individui di tal fatta hanno il prepotente bisogno  di far male agli altri e provano un intenso piacere a ve-  derli soffrire. Ora per dar ragione di tali fenomeni, alcuni    208 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI    si sono arrestati all'affermazione che codesti individui sono  sforniti del senso morale, quasichè questo fosse qualche  cosa di semplice e d’irriducibile (press'a poco come qual-  siasi senso percettivo, vista, udito, ecc.): ma, prima di tutto  nei bambini in genere non si può parlare di esistenza di  senso morale vero e propriu, ma di teudenze morali, presup-  ponendo quello lo svolgimento completo della vita psichica  sia dal lato della conoscenza che dell'attività, e poi  esso è cosa tanto complessa che, per giustificarne e  interpretarne la presenza o la mancanza, vanno prima  considerati gli elementi di cui si compone. A me pare che  le caratteristiche antisociali suesposte riconoscano almeno  in parte la loro origine nella diminuzione della simpatia,  intendendo per quest'ultima la proprietà che ha l’animo  di un individuo di riflettere i sentimenti che sì rivelano  nell'espressione del volto delle persone che lo circondano.  Per essa, intesa in senso largo, la vista di un movimento.  come l’assistere ad una sofferenza desta fenomeni analoghi  nella psiche dell’ osservatore (1). Questa impressionabilità  individuale che ha un fondo organico e corrispettivo fisio-  logico consistente nell’attitudine di taluni centri nervosi ad  entrare in funzione anche se agisce da stimolo la percezione  di date espressioni emotive (2), questa simpatia istintiva che    (1) Maudsley ed altri notarono a tal proposito che l’uomo comincia il suo  sviluppo colla sinergia (contagio dei movimenti, imitazione), poi arriva  alla simpatia (contagio dei sentimenti) e infine raggiunge la sintess (co-  munione delle idee)   (2) Si è stabilita tale connessione intima tra determinate espressioni  emotive e le emozioni che basta la semplice percezione delle prime come  i1 altri casi la insorgenza delle stesse per richiamare le seconde, onde il  proce-so nervoso espressivo che dapprima figura come conseguente o  concomitante del processo nervoso costituente il corrispettivo fisiologico  delle emozioni, diviene l’ antecedente.    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 209    negli esseri forniti della medesima organizzazione provoca il  simile col simile, fondata psicologicamente sull’associazione  già stabilitasi in noi tra le manifestazioni espressive e il  corrispondente sentimento altre volte provato per cui la  percezione di quei segni provoca il fantasma del sentimento,  fantasma che contiene già un iniziamento dsl processo reale  di cui è l'immagine, questa disposizione che fa concentrare  l'attenzione dei bambini sull’espressione del volto e per-  feziona, come dice il Perez, il dono innato di leggere nelle  fisonomie, è quanto vi ha di congenito, di originario e, di-  remo anche, di organico nelle tendenze sociali o antisociali  che l'uomo presenta nel corso della sua vita. Noi possiamo  simpatizzare con qualunque essere, il quale presenti qualche  analogia con noi e tanto più quanto maggiore è lu rasso-  miglianza; quindi più facilmente e più fortemente cogli  altri uomini e tra questi sopratutto coi parenti, coì con-  nazionali, con quelli della medesima razza e cosi di seguito:  poi via via in grado sempre decrescente cogli animali più  simili all'uomo, scendendo fino a quelli in cui la differenza  dell’organizzazione è tale che le loro manifestazioni ci rie-  scono quasi affatto inintelligibili e cilasciano indifferenti.   - Ora che i bambini in genere abbiano attitudine a sim-  patizzare non è a dubitare, come dimostrano i numerosi  esempi riferiti dagli autori che si sono occupati della psi-  cològia infantile e specialmente dal Galton, il quale ha  soggiunto che i bambini sono più disposti a sentire la sim-  patia per gli animali che non gli adulti .(1).    (1) Riferirò a tal proposito un esempio riportato dalla signora Mana.  ceine, la quale racconta che mentre nel giardino zoologico di Pietroburgo  una folla numerosa stava ad ammirare la destrezza e i giuochi eseguiti  da un elefante e tra le altre cose una scena nella quale il guardiano si    210 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI   Vediamo qual'è l'origine di questa proprietà psichica  congenita che abbiamo detto simpatia. Molti hanno messo  in rapporto la simpatia collo sviluppo della riflessione indi-  viduale, ecc. : quasichè la simpatia nascesse nell'individuo  dal semplice ricordo dei dolori provati e fosse quindi come  il risultato di un calcolo egoistico o di un ragionamento.  La vista di una data sofferenza in tanto desterebbe do-  lore in quanto provocherebbe il ricordo di una sofferenza  analoga già provata dall’individuo o susciterebbe la paura  di provarla. La simpatia sarebbe cosi un egoismo masche-  rato e poggerebbe tutta sulle emozioni già provate o ima-  ginate o in qualche modo comprese. Ed è così che accade  d'imbattersi non di raro in espressioni come queste: « Noi  non siamo veramente pietosi se non per le miserie che pos-  siamo chiaramente comprendere. Le altre non cì ispirano che  ribrezzo e dispregio. Per questo i fanciulli sono generalmente  crudeli ». Ora tutto ciò non è esatto; la più parte dei bambini  nascono col dono della simpatia e non è necessario che com-  prendano in modo chiaro e cosciente i dolori, perchè in essi si  desti la simpatia, e se con uua certa frequenza appaiono  crudeli, è in grazia di un'educazione falsa loro impartita  ed anche in grazia delle condizioni di debolezza in cui si  trovano, per cui sono costretti a ricorrere necessariamente  alla crudeltà per difendersi e vincere. Co ciò non s'intende  negare l’azione che lo svolgimento dell'intelligenza e della    coricava per terra e l’clefante si metteva a camminarvi per disopra, una  bambina di due anni, seduta sulle braccia della balia cominciò a pian-  gere tanto forte ed a protestare coi suoi gesti e col suo irregolare lin-  guaggio infantile contro quella vista per lei ributtante, che non fu pos+-  Sibile renderla tranquiila pruma che il guardiano si levasse in piedi.    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 911    riflessione può esercitare sulla simpatia, rendendola più  fine, più squisita e più differenziata, ma si vuole affermare  che la simpatia non è a considerare quale prodotto della  ragione e dell'esperienza individuale.   Finchè in psicologia dominò la veduta individualistica,  finchè si credette di poter dare ragione di tutti i fatti spi-  rituali per mezzo delle attitudini della psiche individuale  e finchè questa fu considerata come qualcosa d’indipendente,  di completo, di esistente per sè e di chiuso in sè stesso,  non sì potè non considerare la simpatia come un prodotto  sussecutivo e secondario. Da tal punto di vista il centro  di ogni vita psichica essendo l'io individuale, questo non  poteva figurare come momento e parte di una vita psichica  superiore, nè la simpatia poteva esser riguardata come una  attitudine originaria, In tale ordine di idee rimasero i psico-  logi darwiniani quando cercarono di determinare il tempo in  cui la simpatia fa la sua coinparsa nell'anima umana (età  di 5 mesi) e nella serie animale (/menotteri). Se non che  qui è bene notare che gli scienziati su tale argomento non  son punto d’accordo : così Sir John Lubbock ritiene le  formiche da lui osservate sfornite di affezione e di simpatia  almeno relativamente allo svolgimento delle emozioni di na-  tura opposta, mentre altri naturalisti come Maggridge, Belt  asseriscono di aver potuto constatare in talune specie di  formiche un' attitudine particolare alla simpatia. Gli stessi  dispareri s'incontrano a proposito delle api e di altri in-  setti (1).    (1) Cfr. Romane8s, L'’intelligence des animaux, trad. fr., Paris, Alcan, 1887,  Tom. I, pag. 41 e segg. e pag. 145. — Cfr. anche Romanes, L’evolution  mentale ches les animaux, trad. fr., Paris, Reinwald, 1884, pag. 352. — Il    212 L'ORIGINE DELLE TENDENZE iMMORALI s    Il disaccordo esistente tra gli scienziati sta a provare la  mancanza di consistenza del loro punto di partenza, avendo  essi prese le mosse dal presupposto che la simpatia sia qual-  che cosa di secondario, di derivato e di accidentale che possa e  non possa esistere, e che quindi possa sorgere in un dato  momento piuttosto che in un altro; ora, nulla di più infon-  dato. L'’attitudine alla simpatia è universale, primitiva, o-  riginaria in tutto il regno animale e sono soltanto le sue    Romanes pone la benevolenza tra i sentimenti posseduti dagli ani-  mali, p. es. dal gatto, riferendo i seguenti esempi: “ Au sujet d’un chat  domestique, , dice quest’autore, “ voici ce qu’écrit M. Oswald Fitch. Il  dit que l’on vit ce chat “ prendre des arétes de poisson et les empor-  ter de la maison an jardin: on le suivit et on le vit les déposer devant  un chat étranger mistrablement maigre et évidemment affamé, qui les  dévora; non satisfait encore, notre chat revint, prit une nouvelle provi-  sion et recommenca son offre charitable qui sembla étre acceptée avec  autant de gratitude. Cet acte de bienveillance accompli, notre chat revint  à l’endroit où il prenait d’habitude ses repas, près de l’évier où se la-  vent les assiettes, et mangea le reste des débris de poisson , (Nature,  19 avril 1883, pag. 580). — Un cas presque identique m’a été commu-  nqué par le docteur Allen Thomson, membre de la Société royale de  Londre. La seule différence est que le chat du docteur Thomson attira  l’attention de la cuisinière sur un chat étranger affamé, en la tirant par  la robe et en la menant à l’endroit cù se trouvait le chat. Quand la  cuisinière donna è celui-ci quel jue nourriture l’autre se promena tout  autur, tandis que le premier faisait son repas, en faisant gros dos e  ronronnant bruyamment. — Un autre exemple de bienveillance chez le  chat suffira. H. A. Macpherson m'écrit qu’en 1876 il avait un vieux matou  et un jeune chat de quelques mois. Le vieux chat qui avait longtemps  été un favori, était jaloux du petit et lui témoignait une aversion  notable. Un jour, on enleva en partie le plancher d’une chambre du  sous-s0l pour réparer quelques tuyaux. Le jour qui suivit celui où le  planches avaient été remises en place, le vieux “ entra dans la cuisine  (il vivait presque entièrement è l’étage au dessus) se frotta contre la  cuisinière et miaula sans tréve ni cesse jusqu’à qu'il eft attiré son atten-  tion. Alors courant de ci, de là il la conduisit dans la chambre où le  travail avait été fait. La domestique fut très-intriguée jusqu'’ à ce qu'elle    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 213    estrinsecazioni, le sue manifestazioni che variano a seconda  delle circostanze e massimamente a seconda del maggiore o mi-  nore grado d’intensità dei sentimenti di natura opposta, dei  sentimenti che potremo dire egoistici, i quali sono del pari ori-  ginari e universali. È naturale che lo svolgimento diverso dei  sentimenti dipende dalle differenti condizioni di vita: così s'in-  tende da sè che negli animali in cuì l'ordine sociale è bene    entendît un faible miaulement venant de sous ses pieds. On enleva une  planche et le jeune chat sortit sain et sauf, mais è moitié mort de faim.  Le vieux chat surveilla toute l’opération avec beaucoup d’interét jusju’à  ce que le jeune fàt remis en liberté : mais s’étant assuré que celu-ci  était sauf, il quitta la chambre aussitòt sans manifester la moindre sa-  tisfaction de le revoir. Ultérieurement, non plus, il ne devint nullement  amical pour lui. , Se il Rumanes e gli altri vogliono chiamare gli  atti surriferiti atti di benevolenza, padronissimi, a patto però che tale ba-  nevolenza sia considerata come nient’altro che espressione di un senti-  mento di simpatia. Tra la benevolenza mostrata dai gatti e quella umana  corre un abisso, giacchè la prima non include la coscienza dell’obbliga-  torietà del compimento degli atti di benevolenza, nè presuppone alcun  principio o massima fondamentale come l’altra: gli atti provengono im-  mediatamente, saremmo tentati di dire automaticamente da una tendenza,  da un’esigenza, da un bisogno dell'organismo fisico-psichico e qui finisce  tutto. Perchè gli atti compiuti dai gatti divengano identificabili coi cor-  rispondenti compiuti dall'uomo, occorre che la coscienza dia loro le note  di necessità e di universalità, occorre che l’individuo compiendoli sappia  di compiere un'azione che deve essere compiuta, onde vi concorre con tutta  la propria energia individuale. I gatti son tratti ad operare in tale o  tale altro modo, mentre l’uomo opera così, perchè crede che così ss deve  operare. — L'’essersi i gatti adoperati a soccorrere i loro simili prima  di appagare i loro appetiti lungi dal poter essere citato come una prova  del loro rpirito di sacrificio s’interpreta benissimo al lume di quella nota  legge psicologica, secondo cui i sentimenti e gli appetiti che si pre-  sentano fuori del consueto assumono un’insolita intensità e vivacità in  confronto di quelli usuali, ordinari ed insorgenti ad intervalli fissi e  determinati. — Si aggiunga poi che dalla psicologia moderna gli ani-  mali non son più considerati come incapaci di qualsiasi iniziativa e sfor-  piti di qualsiasi forma di aitività individuale,    214 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI    organizzato, poggiando sul principio della cooperazione, i  sentimenti di tenerezza e di affezione reciproca devono giun-  gere ad un grado notevole di sviluppo, come quelli che  stanno a significare l'accordo esistente tra l'interesse del-  l'individuo e quello della comunità. Del resto lo stretto e  rigoroso individualismo non è più ammesso nemmeno in  biologia, in quanto si è andata sempre più accentuando una  reazione benefica alle vedute prettamente darwiniane colle  ricerche compiute sulle varie forme di associazione presso  gli animali. Basta ricordare qui le accurate indagini del-  l'Espinas, del Cattaneo e del Perrier, le quali tutte hanno  mirato a porre in sodo che l'associazione, l'assistenza reci-  proca, la divisione del lavoro (la cui influenza fu dapprima  in modo cosi evidente posta in luce da H. Milne Edwards)  e la solidarietà che ne risulta hanno esercitato un'azione  preponderante sulla formazione, sullo svolgimento e perfe-  zionamento degli organismi.   Se l'esistenza della simpatia nel regno animale quale  fatto primitivo ed universale può formare oggetto di di-  scussione trai naturalisti psicologi, ogni dibattito cessa  di essere g'ustificato per quel che riguarda l'uomo. Noi co-  noscia:no questo soltanto come essere sociale e quindi come  determinato nelle sue azioni ad uno stesso tempo dal suo  proprio volere e dal volere della collettività a cui l’indi-  viduo appartiene: la relativa indipendenza e separa-  zione del volere individuale appare solo come il risultato di  uno svolgimento tardivo. Si pensi che il bambino diviene  solo gradatamente cosciente della forza della propria volontà,  mentre da principio a mala pena si distingue dall'ambiente  da cui è come a dire trascinato. Del pari nello stato naturale    I n= “© Redi a ee ; e e e i . —- _ _——_————@1’oo@-@ a e e —    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 215    il predominio e la preponderanza appartiene al sentire, vo-  lere e pensare collettivo. L’ uomo, per così dire, s' indivi-  dualizza a poco per volta emergendo da uno stato d'indif-  ferenza sociale, senza separarsi però mai completamente  dalla sua comunità. Il dire che noi abbiamo bisogno della  riflessione e del calcolo e dell'esperienza per poter agire  a favore degli altri è tanto assurdo come voler dar ragione  delle azioni egoistiche, ricorrendo agli stessi mezzi del  calcolo, della riflessione, ecc. : in entrambi i casì la vo-  lontà agisce in modo immediato; ed anzi possiamo ag-  giungere che ogni complicazione avrebbe per effetto di pa-  ralizzare o di rendere meno pronto l'operare. Ogni forma  di riflessione e di calcolo piuttosto che precedere segue gli  atti.   D'altra parte l'affermare che la simpatia nasce dal riflet-  tersi dei sentimenti altrui nell'anima nostra in rapporto  alla loro intensità, e in qualche maniera alla loro qualità, non  . implica nient'affatto l'identità del sentimento originario e di  quello riflesso. Tra la sofferenza o il dolore originario e la  pietà, o la compassione vi è una profonda differenza dal  punto di vista qualitativo : è lecito forse identificare ri-  spettivamente l'angoscia di colui che sta per annegarsi o  la sofferenza dell'operaio disoccupato che teme la fame  coi sentimenti che producono in modo riflesso in chi os-  serva la coraggiosa risoluzione di salvare il primo e  l 'atto di carità tendente ad alleviare la miseria del se-  condo ? Se così stesse la cosa, nota molto a proposito il  Wundt (1), il sentimento riflesso perderebbe appunto quelle    (1) Wundt — Ethik, Stuttgart, 1886, pag: 390,    216 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI    proprietà che lo rendono un motivo di soccorso attivo. In-  somma l’anima umana è cosiffatta che non rimane indiffe-  rente di fronte all'apprensione dei fatti psichici dei suoi  simili, ma in certa guisa se li appropria, rendendoli parte  del contenuto rappresentativo ed emotivo della sua propria  psiche : i fatti psichici altrui però penetrando nella. nostra  coscienza conservano qualcosa di proprio, come a dire un  segno della loro provenienza estrinseca, per cui assumono  uno speciale valore emotivo per il nostro spirito. Di guisa  che da una parte i sentimenti altruistici sono originari allo  stesso titolo degli egoistici e dall’altra ciascuna delle due ca-  tegorie di sentimenti presenta delle qualità specifiche irridu-  cibili per cui non può non fallire ogni tentativo di derivare  gli uni dagli altri.   Allo stesso modo che non v'è caso — altro che nel so-  gno e in talune forme d'alienazione mentale — che noi  scambiamo la nostra propria personalità con quella di un  altro, così non è possibile un'identità originaria dei senti-  menti riferentisi a noi stessi e di quelli relativi ad altri  soggetti. Da ciò consegue non solo che il conflitto degl’in-  pulsi egoistici con quelli altruistici è una delle forme più  frequenti di contrasto tra i motivi della volontà, ma anche  che in tale lotta vincono ora quelli di una specie, ed ora  quelli di un' altra. Del resto se le tendenze sociali fossero  qualcosa di secondario e di derivato non si vede come e  perchè non sarebbero sempre vinte e superate dai sen-  timenti originari. Nessuna riflessione e calcolo avrebbe la  virtù di produrre un tale effetto. Di maniera che l’ indi-  vidualismo psicologico mena dritto all’ egoismo morale.  Fortuna che la forza dei fatti è maggiore di quella delle  teorie ! (Wundt).    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 217    Il fondo dell’individualismo è una concezione meccanica  del mondo morale ; esso isola l’uomo nel bene come nel  male, facendo poggiar tutto sull’individuo e non vede in  ogni associazione umana che un aggruppamento artificiale  ed essenzialmente transitorio. La veduta collettivistica con-  cepisce il mondo come un vero organismo, alla cui vita-  lità collabora l'individuo come membro e parte. La società  in quanto produce e consuma non è più considerata come  un aggregato d'atoii isolati, ma come un sistema organico  nel quale la produzione e la distribuzione delle ricchezze  rispondono alle funzioni di assimilazione e di circolazione  proprie di ogni essere vivente. Onde la conservazione del-  l'organismo apparisce alla coscienza dell'individuo come il  dovere più alto e imperioso, o alineno quest’ultimo dovere  prende posto accanto al dovere di conservazione personale.  È evidente che tale concezione dello spirito sociale rac-  chiude l'idea più alta della moralità, la quale è una produ-  zione della società di cui segue i progressi e le vicende. Del  resto anche nell'individuo isolato la moralità non consiste  soltanto nel verdetto interiore della coscienza (tanto è ciò  vero che le buone intenzioni non bastano a sostituire una  buona azione), bensi nella collaborazione reale all’organiz-  zazione della natura secondo la ragione, o nella contribu-  zione al bene generale a cui l'individuo ha il dovere di  sacrificare senza esitazione i suoi interessi ed anche la sua  persona.   La disfatta dell’individualismo e dell’egoismo per mezzo  del principio morale, ecco adunque l’ideale: se non che  vincere non equivale a distruggere completamente : l’io è  l'io, e rimane tale necessariamente : e si trova da per tutto,    19    218 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI    anche, come sì è veduto, nei sentimenti di simpatia e di  pietà che si provano per gli altri. Onde se si vuole che un  individuo cooperi al benessere degli altri bisogna fargli  occupare nella società il posto che gli compete; così egli  potrà svolgersi interamente e spiegare liberamente, ma  sempre legittimamente la propria attività.    n'e   Dopo aver determinato la natura e i caratteri della sim-  patia che va considerata come il fondamento organico dello  spirito sociale e quindi della moralità, s'affacciano alla no-  stra mente parecchi quesiti: 1° E ammissibile l'assenza  completa della simpatia o anche una deficienza notevolissima  di essa, e nel caso affermativo, si possono porre in opera  dei mezzi per accrescerla, o per produrla addirittura? —  2° Che significato ha la deficienza della simpatia e quali  sono le cause determinanti di un tal fatto? — 3° In che  rapporto si trova la simpatia colla morale vera e propria ?  4° La tendenza alla malevolenza è spiegabile solamente  con l'assenza pura e semplice della simpatia, ovvero bisogna  ammettere auche l'antipatia come determinazione originaria   primitiva e positiva ?  1° Che l’attitudine a simpatizzare possa mancare del  tutto non è ammissibile, almeno fino a tanto che non si  esce dai confini del normale; è soltanto in stati morbosi  o semplicemente anormali che si può riscontrare la pre-  ponderanza, e nemmeno allora assoluta, dell’egoismo. In  casi determinati però sì può osservare una notevole  diminuzione di detta attitudine, ed è impossibile negare    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 919    che l'animo dei bambini alle volte non appare, giusta  le parole di Heine, come lo specchio fedele dei sentimenti  che si producono intorno a lui. Se non che qui occorre  osservare che il contagio dei sentimenti può avvenire tanto  nel s:nso buono quanto nel senso cattivo, onde da tal  punto di vista tra i giovani chiusi in una Casa di custo-  dia bisogna distinguere quelli che avendo attitudine alla  simpatia e all’imitazione e che trovandosi a contatto dei  tipi sfornitine completamente son divenuti malvagi anche  loro, rotti al vizio e sordi alla voce di qualunque senti-  mento sociale, da coloro che effettivamente nacquero defi-  cienti in fatto di simpatia e di attitudine ‘all’imitazione.  Son questi ultimi i tipi che si potrebbero dire gli originali  dal punto di vista antisociale. Essi non intendono confor-  marsi a nessun modello e a nessuna regola, il che non  esclude che possano avere del talento. Sorge spontanea la  domanda: Ci son dei caratteri differenziali tra chi è di-  venuto antisocievole in seguito all'esempio ed alla sugge-  stione e chi è nato tale per deficienza di attitudine alla  simpatia ?   I dati anamnestici accuratamente raccolti possono for-  nire dei lumi a tal proposito, ma è l’esame psicologico  fatto ripetute volte e l'osservazione diligente del soggetto  fatto a sua insaputa che potranno fornire il bandolo della  matassa. Un bambino che non ha nessuna tendenza ad  imitare ciò che vede fare dinanzi a lui, un bambino che  tende a starsene isolato in un canto e che non sente il bi-  sogno di ripetere i giuochi e di trastullarsi, un bambino  che rimane estraneo a tutti i sentimenti degli altri e che  risponde alle osservazioni fattegli col silenzio o con frasi  prive di senso, con repliche amare e con scuse false, un    220). L'ORIGINE DELLE TRNDENZE IMMORALI    tale bambino deve destare sospetto, giacchè le note sue-  sposte depongono per un carattere, il quale per natura ha  poca attitudine alla simpatia. Bambini di questo genere,  specie se in età precoce, nelle ore di allegrezza si gettano  su di voi e magari vi stringono con furore, vi tirano le  braccia con tutta la loro forza e vi tormentano in mille  modi e sembrano d’ignorarlo ; se li avvertite si meravigliano  . e se insistete perchè vi lascino in pace, continuano a mo-  lestarvi e nel caso che prolighiate loro delle carezze non sen-  tono il bisogno di ricambiarvele. Del resto si può dire che  il carattere persistentemente egoistico si riconosce da una  quantità di nonnulla, dei quali ognuno preso per sè val  poco, ma messi insieme difficilmente ingannano il peda-  gogo ed il psicologo sagace. Aggiungiamo che colui che è for-  nito del dono della simpatia naturale si mostra più pas-  sibile di miglioramento e di educazione. L'individuo, in-  fatti, il quale in forza del contagio morale è divenuto cat-  tivo, ma che ha l’attitudine alla simpatia e che perciò  presenta un carattere modificabile può d'un tratto, date le  condizioni opportune, presentare mutata la sua fisonomia  morale, può divenir buono appunto perchè la sua psiche è  organizzata in modo da sentire l’azione della suggestione  e dell'esempio, mentrechè l'individuo in cuì predomina  l'egoismo rimane sordo a qualsiasi stimolo, epperò si ri-  vela incapace di notevole miglioramento, s'intende nelle  ordinarie Case di correzione (1), giacchè la cosa muta sott»    (1) A lui si possono rivolgere le parole di Mefistofele (GOtbc, Faust):  « Du b'st am Enda was du bist  « Setz dir Perruecken auf von Millionen Locken  « Setz deinen auf ellenhohe Locken  « Du bleibst doch immer, vas du hist ».    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 291    condizioni diverse, come vedremo in seguito, parlando del  rapporto della simpatia colla moralità.   S'intende da sè che di tipi siffatti fortunatamente se ne  riscontrano pochissimi: ed è chiaro del pari che l’uduca-  zione, l'esempio come tutti i mezzi atti a spiegare la loro  azione sull'individuo si dimostrano inefficaci a produrre o  ad accrescere quella disposizione psichica che, come ab-  biamo veduto disopra, ha una base organica e fisiologica  molto manifesta ; non altrimenti che chi sorte da natura una  qualsiasi deficienza organica, per quanti storzi faccia, non  arriverà mai ad acquistare ciò di cui manca, così chi è  nato manchevole in riguardo, diremmo quasi, del senso so-  .ciale , deve rassegnarsi a rimanere tale, senza sperare che  in lui avvenga un radicale mutamento, s'intende sempre  dal punto di vista della sensibilità sociale. °   2° Vediamo che significato vada attribuito alla defi-  cienza della simpatia e quali ne siano le cause. Già Mau-  dsle;- dichiarava che la posterità degli uomini le cui a-  zioni durante la vita si ispirarono ad uno stretto egoismo  manifesta maggior predisposizione alle malattie mentali  che non la discendenza di uomini, i quali durante la loro  vita ebbero degli ideali morali e sociali elevati. Stando  allo psichiatra inglese, l'amore esclusivo del guadagno e  per conseguenza una vita dedicata al conseguimento del  proprio vantaggio esclusivo ha per effetto dapprima che  le attidudini nobili ed elevate divengono rare e dipoi  che i fenomeni della degenerazione cominciano a predomi-  nare. Ed il medesimo autore aggiunge che il cammino della  degenerazione in certe famiglie attraversa le seguenti  tappe: 1° sviluppo notevole, sotto l'influenza dell'ambiente    999 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI    sociale, delle passioni egoistiche ; 2° apparizione di qualche  forma leggera di disturbo psichico che però può raggiun-  gere anche il grado di una vera psicosi; 3° ulteriori passi  della degenerazione che per lo più sono rapidi e funesti.  Senza stare ora a ricercare la parte di verità contenuta  in tale asserzione del Maudsley, noi ci crediamo autoriz-  zati ad affermare che la deficienza della simpatia è indizio  di un disordine abbastanza profondo dell'attività psichica  e quindi anche del sistema nervoso o di tutto l'organismo  addirittura. Essa rivela un'anomalia ancora più profonda  che non le tendenze all’ozio ed alla menzogna, tanto più  se si pensa che l'attitudine alla simpatia ed all'imitazione  è un dono che noi abbiamo comune cogli animali supe-  riori. Si comprende agevolmente che le cause, le quali  hanno prodotto un tale effetto hanno dovuto essere persi-  stenti ed oltremodo importanti. Per noi sono determinate  condizioni d'esistenza sociale, le quali hanno imposto al-  l’uomo civile di mettere in opera tutti i mezzi egoistici a  sua disposizione per poter vincere nella lotta per la vita  che accompagna l’individualismo. La scuola del successo  non insegna altro che ad appuntare ed affilare le armi  dell’egoismo. Non è in una forma determinata di degene-  razione patologica del cervello, ma nelle condizioni d'’esi-  stenza sociale, specie delle grandi città, che il delinquente  può trovare la più forte, quantunque sempre incompleta,  scusa. E le pene applicate nelle prigioni e nelle case di  correzione sono, com'è noto, completa nente inefficaci a  migliorare i colpevoli. E appunto perchè la miseria è la  grande sorgente dell'immoralità e del vizio, la produt-  trice dei falli e dei delitti di ogni sorta, s'impone il do-    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 993    vere di combatterla e di farla scemare quanto più è pos-  sibile. La ricchezza, è vero, rende il cuore duro, si accom-  pagna con l’'avarizia, la cupidigia, la lussuria, l’accidia e  la superbia come d'altra parte la povertà ha le sue virtù  proprie e la sua grandezza morale particolare, ma chi  oserebbe negare che l'estrema povertà e la squallida mi-  seria sono oltremodo favorevoli al rigoglio della delinquenza  e che insieme costituiscono le più potenti cause per cui  l'uomo si dà all'ubbriachezza, Ja donna alla prostituzione,  onde il bambino, rimanendo privo d'educazione, d'istruzione,  di assistenza, di buoni esempi, diviene precocemente i-  pocrita, mendico ed anche ladro? E chi oserà inoltre porre  in dubbio che la cattiva azione compiuta nella prima ge-  nerazione sotto l'impero della necessità e del bisogno  passa con molta facilità sotto forma di tendenza nel sangue  della seconda generazione, presso la quale si esplica an-  che spontaneamente e naturalmente ? E chi negherà infine  che sopratutto nelle grandi città, date le orrende condizioni  di abitazione, la perversità e il vizio entrano come ele-  mento necessario e inevitabile della esistenza ?   Da tutto ciò consegue che una ripartizione più equa  della ricchezza, il miglioramento generale della vita  di famiglia e dell’educazione infantile, l'aumento delle  ore di libertà concesse all’ operaio e l'aumento del suo  salario contribuiranno necessariamente a far decrescere  il numero dei criminali e dei predisposti alla delinquenza  ed al vizio.   3° Ma, si può qui domandare, chi non ha attitudine alla  simpatia, è perciò stesso condannato alla immoralità, al vizio,    224 L'ORIGINÉ DÉLLE TENDENZE iMMorati   è un candidato alla delinquenza ? A tal uopo prima di tutto  bisogna ricordare quello che noi abbiamo detto di sopra,  vale a dire che l’assoluta mancanza della simpatia è inam-  missibile, onde deriva che una delle basi naturali della  moralità non viene mai a mancare del tutto e che la sua  deficienza può essere compensata da una cooperazione mag-  giore degli altri fattori : poi è necessario intendersi snl  significato esatto da dare alla parola simpatia: se questa  è presa in senso lato, vale a dire come l'attitudine a rice-  vere qualsiasi influenza proveniente dal di fuori, di qual-  sivoglia natura questa sia, se essa è scelta a designare  un rapporto qualsiasi, anzi la possibilità di ogni rapporto  intercedente tra l'attività dell’individuo e quella della col-  lettività in cui egli vive, opera e si muove, allora non vi  è dubbio che il dominio della simpatia coincide perfettamente  con quello della moralità, in quanto spirito sociale (simpatia)  e spirito morale sono espressioni che si equivalgono. Ma  la simpatia intesa così non può mai mancare: l’uomo sfor-  nito di spirito sociale è un'astrazione bell'e buona, giacchè  la caratteristica dell’uomo sta appunto nel suo essere in-  timamente collegato per natura coi suoi simili, come la ca-  ratteristica vera del folle è nell’essersi liberato dai vincoli  che legano l'individuo alla società. Ed ancorchè lo spirito  sociale si mostri alquanto affievolito, non mancano i mezzi  per ratforzarlo, come si vedrà in seguito. Se invece la  simpatia è presa in senzo stretto, vale a dire come l’at-  titudine dell'individuo a provare sentimenti analoghi a  quelli dei suoi simili in seguito alla percezione dei segni  o rlelle espressioni dei detti sentimenti, allora la debolezza    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 995    della simpatia non trae seco l’immoralità : ed è la simpatia  intesa così che se si sorte debole da natura, non può per  nessuna via essere rafforzata con mezzi artificiali di qua-  lunque genere questi siano. Insomma l’attività od il volere  individuale può essere indirizzato al bene o perchè spintovi  dalla percezione delle estrinsecazioni dei sentimenti esi-  stenti negli altri, i quali per tale via si riflettono nel-  l'anima dell'individuo, ovvero in virtù dell’azione eser-  citata sulla vita psichica individuale dal volere sociale.   L'uomo più o meno consciamente, più o meno riflessiva-  mente come più o meno intensamente si lascia influenzare  dall'ideale umano, che rappresenta il prodotto della società  presa nel suo insieme attraverso il corso della storia,  anche quando l'attitudine a simpatizzare è deficiente  nell'individuo. Nè può essere diversamente, se si pensa che  ciascun individuo è legato all'umanità tutta quanta da co-  munità di natura, di vita, di bisogni, di tendenze, di prin-  cipii. L'esistenza dell'individuo è così strettamente con-  giunta con quella della società che tuttociò che è favore-  vole ad essa torna a vantaggio dell’individuo, mentre sof-  frendo essa, una parte delle sue sofferenze ricade necessaria-  mente su quest'ultimo. Interesse generale, maggior felicità  per il più gran numero, bene supremo son tre espressioni  diverse d'uno stesso principio. Ciascuno sente in modo  più o meno vivo, più o meno chiaro che il bene supremo  non ha la sua sede nell’individuo, ma al di fuori di lui nelle  grandi opere collettive, nei grandi risultati sociali ai quali  l'individuo deve collaborare, e su cui ha anche il dritto  di prelevare la sua parte di benefici. Se non che il bene  supremo non è per il genere umano una proprietà stabile,    d926 L'orIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI    fissa e definitiva, un bene acquisito una volta per sempre,  ma un ideale non mai totalmente attuato, che ciascun in-  dividuo, anche il più umile deve sforzarsi di far trionfare.  Di qui la grande contradizione, l'eterna antinomia che, come  dice lo Ziegler (1) nessun Dio, nessun miracolo faranno  scomparire : l’antinomia dell'individuo e della collettività,  della felicità individuale e della moralità. Da una parte  l'individuo per sua propria natura tende alla felicità. —  dritto assoluto per lui — e dall’altra il dovere sociale gli  prescrive di sacrificare questa felicità al bene dei suoi si-  mili.   Ora ciò che va tenuto in considerazione è che il volere  sociale ha efficacia sugli individui non solo in quanto  havvi tra loro comunità di sentimenti per via della per-  cezione reciproca delle manifestazioni di questi, ma anche  e sopratutto perchè gl’individui son atti a sentire l’azione  dell’ideale sociale per qualsiasi mezzo ciò intervenga. Da una  parte adattare la propria vita individuale alle esigenze  dell'esistenza sociale, compiere il proprio dovere equivale a  salvaguardare nel miglior modo i proprii interessi e dall'altra  separarsi dai suoi simili, voler brutalmente far trionfare  la propria personalità a detrimento di quella degli altri  (il che propriamente costituisce l'egoismo e la malvagità)  equivale a non possedere nemmeno la felicità individuale,  in quanto la vita di colui che si sente solo è necessaria-  mente vuota e triste. Tale è l'ordine delle cose, quale risulta  non da una legge esterna e trascendente, ma dail’essenza    (1) Ziegler. « La question sociale est une question morale » trad. fr.,  Paris 1893. Pag. 149.    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 92    stessa dell'uomo e della società umana. Tale è il fondamento  sul quale poggia la fede ottimista nel trionfo del bene; trionfo  che pur non essendo mai definitivo e completo, riceve sempre  una conferma dalle lotte che si sostengono e dagli sforzi  che si compiono in suo nome.   È qui il luogo di accennare ai mezzi che devono essere  messi in opera affinchè lo spirito sociale si svolga anche  là dove il dono naturale della simpatia si presenta a mala  pena accennato : e ognuno intende che il primo posto a  tal riguardo tocca all’educazione, la quale deve essere tutta  intesa a rafforzare i rapporti tra l'individuo e la società,  per modo che questa agisca incessantemente e in modo pre-  ponderante su quello, deve essere intesa, cioè, a generare  nell'animo individuale l’intima convinzione che al disopra  del proprio volere havvi una volontà ed un potere d’or-  dine superiore a cui è impossibile sottrarsi, deve dunque  mirare ad abituare l’individuo a sentire il proprio volere  modificato e determinato da un altro volere superiore.  À. tal uopo va ricordato che nella prima età è su tante  piccole cose, su tante minuzie che si edifica spesso il ca-  rattere morale dell’individuo. Gli atti che si eseguono, le  parole che si pronunciano in presenza dei bambini, tutto  ha una importanza grandissima in un'età, nella quale pro-  priamente avviene l’organizzazione della vita psichica e lo  spirito acquista l'impronta propria (1).   Magni interest, diceva Cicerone, quos quisque audiat  quotidie domi, quibuscum loquatur a puero quemadmodum    (1) V. Bonfigli. Dei /attori sociali della pazzia in rapporto con l'e-  ducazione infantile. Roma 1894. — Cicerone, De claris oratoribus. —  Id. De lege agraria od popul.    VIN L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI    patres, paedagogi, matres etiam loquantur. Senza che l’in-  telligenza difetti, senza che vi sia la cosidetta aneste-  sia morale, l'individuo, in virtù dell’ educazione si può  rendere per abitudine moralmente insensibile, perchè  nell'infanzia le di lui relazioni coi parenti e con la so-  cietà non si son volute accompagnare con sentimenti piace-  voli corrispondenti, nè sono state dirette a svegliare in lui  interessamento per tutto ciò che varca il proprio io. Nei  casi di mancanza di affetti, d’anestesia morale spesso l'or-  ganizzazione non ha coloa, ma si deve tutto a circo-  stanze esteriori, delle quali tocca all’educatore tener conto.  « Von tngenerantur hominibus, diceva anche Cicerone,  mores tam a stirpe generis et seminis, quam er its rebus,  quae ab ipsa natura loci et a vitae consuetudine suppe-  ditantur.   La volontà, come tutte le funzioni psichiche, può essere  coltivata e condotta a maggiore sviluppo mediante l’eser-  cizio: onde nei bambini hanno un'importanza speciale gli  esercizii di detta facoltà.   Il Perez ha scritto pagine importantissime su tale ar-  gomento, insegnando al pedagogista come anche nelle più  piccole circostanze questi possa trovare il modo di eserci-  tare nel bambino questa nobile attività dello spirito. Noi  non terremo dietro al citato autore nell’ indicare i varii  mezzi con cui la volontà può essere ratforzata: diremo  solo che egli molto opportunamente not a che le decisioni  e ie convinzioni del bambino sono /ragilissime, non tanto  per la sua inesperienza quanto per la sua impulsività  (data la poca coordinazione, la diversità e il numero rela-  tivamente piccolo dei motivi che spingono all'azione) e per    aL ansi ——rr—————— iz _——    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 229    la debolezza relativa del cervello e dei muscoli, ond’è bene  che gli esercizii della volontà siano fatti quando essa non  è stanca e quando il bambino è fresco e vivace. Ciò sopra  tutto riguarda gli esercizi della cosi detta volontà repres-  siva, in cuì si concentra la forza d'inibizione. Il fatto  d'inibizione incosciente per cui i gridi di dolore di un  bambino vengono arrestati da un rumore improvviso, c’in-  segna come si debba da noi esercitare nel miglior modo  questa specie di volontà repressiva. Così potremo arrestare  ì movimenti di collera in un bambino, producendo in lui  un nuovo stato di coscienza, mercè una sgridata; e fra  quei due stati si stabilisce un'associazione che rende più  facile l'arresto nell’ avvenire. Nello stesso modo si può eser-  citare la volontà repressiva, facendo si che il bambino  moderìi l’ istinto della fame e della sete col prestare atten-  zione ai preparativi che si stanno facendo pel desinare  e così via dicendo. « È cosi — dice il Perez — che la  ‘ volontà comincia a poco a poco e dolcemente, a trionfare  degli istinti più potenti ed a sopportare le punizioni più  penose ».   Oltrechè con i mezzi che si possono dire derivatici e  in certo modo preliminari, applicabili specialmente ai  bambini di minore età, la volontà viene e rafforzata fa-  vorendo certi dati sentimenti, quali l’ amor proprio, l'amor  dei parenti, l'orgoglio di far bene, ecc. e lo svolgimento  di determinate facoltà quali l’attenzione e la riflessione.   Il vivere nella famiglia, il conversare coi parenti e coi  compagni, la società intera, le leggi civili ecc., debbono  concorrere coll’esempio, coll’approvazione e disapprovazione,    coi comandi, coi divieti, coi premi, coi castighi a produrre    230 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI    nel giovine la convinzione che la sua propria volontà è  sotto l’azione di un'altra volontà d’ordine superiore. Im-  portantissimo sotto questo rispetto è l’influsso della reli-  gione: perocchè il rappresentarsi certe azioni come appro-  vate o disapprovate, prescritte o vietate, premiate o pu-  nite dal più alto e perfetto degli esseri, dal potere e dalla  santità suprema, non può a meno d'imprimere nei senti-  menti relativi una forza, una profondità, un carattere sacro  ed inviolabile che senza questa credenza difficilmente a  vrebbero.   Se poi sì considera come la prima relazione morale che si  presenta tra i genitori e il fanciullo è quella dell'autorità da  un lato, della dipendenza, soggezione dall'altro, s'intende fa-  cilmente che il primo passo nella via di questo svolgimento  è dato dall’obbedienza da parte dei bambini. Per ottenere  tale virtù varî sono stati i metodi posti in opera dai filosofi.  e pedagogisti. Così Locke aveva fiducia nell'amore e nella’  paura, Fénélon nell’ autorità, Rousseau nell’efficacia degli”  ordini e delle proibizioni, fondati entrambi questi sulla  necessità delle cose e sull’effetto morale prodotto dalla  conseguenza naturale degli atti, Spencer parimenti nella  teoria disciplinare delle conseguenze, Bain nella paura  temperata dall’ affetto, nell’ autorità che s'impone per-  suadendo, e talora anche nella correzione e Perez ed  altri nell'azione del piacere e del dolore adoperati in-  sieme da chi presso il bambino gode di simpatica autorità.  Noi crediamo che nessuno di questi mezzi sia sufficiente se  adoperato in modo esclusivo; tutti devono esser messi in  opera nei casì in cui la simpatia naturale si presenta de-  bole; ma certamente la preferenza tocca a quello dell’au-    L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI 231    torità, purchè questa sappia mostrarsi fornita di pregio e di  valore agli occhi del bambino. Il segreto sta tutto qui:  nel sapersi imporre al bambino non con la semplice forza,  ma con questa circondata da tutte le doti atte a suscitare  l'ammirazione e l'interesse, ed anche la curiosità di lui.   Sicchè nei casi suaccennati l’educazione morale ha bi-  sogno del soccorso delle rudimentali tendenze estetiche ed  intellettuali del bambino. È naturale che un individuo sfor-  nito anche di queste non entra più nel dominio normale,  ma in quello prettamente patologico.   Chi pone una barriera insormontabile tra un individuo e  l'altro dal punto di vista dello spirito e considera oghi  forma di attività spirituale come esclusivamente legata al  corpo dell'individuo ed anzi ad un punto dello stesso corpo  si chiude la via per poter intendere la realtà dello spirito  sopraindividuale che non riconosce la sua base negl'individui  come tali, ma nelle associazioni di questi e insieme si  chiude la via per intendere l’azione che può esercitare lo  spirito collettivo nelle sue varie forme su quello individuale,  Eppure è un fatto che dalla vita puramente organica si è svol-  ta una vita sopra-organica, il cui primo grado è rappresentato  dalla famiglia, composta di individui o membri che sono  parti dello scopo a cui tende quella forma collettiva e in-  sieme mezzi appropriati a raggiungere lo stesso. E questa  associazione spirituale degli uomini non sì presenta come un‘  aggregato, nel quale l'individuo rimanga immutato nelle sue  proprietà, ma come un sistema per cuì egli acquista ca-  ratteri che diversamente non avrebbe mai ottenuto. Le po-  tenze superiori dello spirito della vecchia psicologia de-  scrittiva (ragione, volere, ecc.) sono da riguardare appunto    è    232 L'ORIGINE DELLE TENDENZE IMMORALI    quali facoltà psichiche acquisite solo per mezzo della vita  sociale, a differenza di quelle inerenti propriamente all’in-  dividuo che sono di ordine inferiore (intendimento, appetito,  ecc.). L'uomo pensa il suo istesso pensiero e lo sottopone a  norme universali, come valuta il suo volere rapportandolo  alle leggi morali; e ciò perchè egli ha, per così dire, una  doppia vita interiore, una individuale ed una comune cogli  altri uomini, la quale ultima è sopra-ordinata all'altra.  Riassumendo, quando la simpatia (intesa in senso stretto)  è debole, l'educazione morale può essere sempre compiuta  a patto che il bambino venga abituato a sentire la sua  propria volontà influenzata da una volontà d’ordine supe-  riore. A ciò conseguire è necessario che sia lbene fissato  un peculiare rapporto implicante autorità da una parte e  soggezione dall'altra : rapporto che alla sua volta non può  divenire stabile e regolare se non sotto la condizione es-  senziale che l’autorità, l'energia si circondi di una certa  aureola atta a rispondere alle rudimentali esigenze este-    tiche ed intellettuali del bambino.    È evidente però che l'educazione non potrebbe mai pro-  durre simili etfetti, se non esistesse in ogni uomo (a pre-  scindere dall’attitnnine alla simpatia affettiva) il germe  della moralità, vale a dire l'attitudine ad avere ed a sen-  tire la propria volontà in dipendenza di un'altra volontà :  attitudine che, come si è visto, costituisce l'essenza propria  dell’uomo qual’essere ragionevole e socievole.   L'educazione non può creare la moralità allo stesso modo  che l'educazione artistica non potrebbe creare il senso  del bello e l'educazione del palato il senso del gusto in  chi da natura ne fosse sprovvisto. Quello che noi abbiamo    -— —. ———T -—Tr_r*—0- ——T —    IL SENSO MUSCOLARE”    Da quando sì cominciò a riflettere sui vari poteri del-  l'anima umana, si notò che almeno due grandi categorie  di attitudini — passive o recettive le une, attive o appe-  titive le altre — bisognava assolutamente distinguere. Nè  poteva esser diversamente dato il fatto che ogni processo  psichico realmente presenta due aspetti, quello recettivo  da cui germogliano tutte le funzioni conoscitive e quello  attivo da cui germogliano le varie fore dell’attività pra-  tica. Lo spirito umano d'altra parte, spinto dalla tendenza a  tutto unificare ed armonizzare, a misura che progredi nella  riflessione e nella speculazione, cercò di isolare i caratteri  e le proprietà comuni ad un complesso di fenomeni nella  credenza che in questi prodotti della sua facoltà astrattiva  potesse trovare i principii veri delle cose: nè si curò di  vedere se i detti elementi comuni esprimessero altro che  caratteri puramente formali. Onde avvenne che fin nella  filosofia greca noì troviamo itentativi più audaci per porre  il principio di tutti i principii in qualcosa di puramente  formale : cosi per Aristotele il fondo dell’universo è il mo-  vimento, mentre per Platone, segnatamente nel Fedone, è  il mondo delle idee concepite come forze, e in tutto il  corso della storia della filosofia noi troviamo sempre ripe-    (1) Questo Saggio che ora rivede qui la luce con molte modificazioni  ed aggiunte, fu pubblicato la prima volta col titolo “ Il fattore della  motilità nelle dottrine gnoseologiche moderne , nei Rendiconti dell’ Acca-  demia dei Lincei (anno 1893).    17    246 IL SENSO MUSCOLARE    tute queste due intuizioni in modo più o meno chiaro ed  evidente.   L'attività, ecco la formola atta ad esprimere la sostanza  dell'universo. Ognuno vede che l’attività, la forza, il mo-  vimento essendo concetti puramente formali potettero es-  sere applicati agli usi più disparati in rapporto al vario  contenuto ad essi attribuibile. Da tal punto di vista gli  assiomi logici furono considerati impulsi atti a muovere  la mente in date direzioni, impulsi che se ostacolati pro-  ducono un senso di disagio, il quale alla sua volta cessa  coll'appagamento di quelli. Il pensiero adunque fu ridotto  al tentativo di soddisfare ad un impulso speciale incitante  ad una forma di movimento spirituale diretta a produrre  appunto l'appagamento e quindi la quiete. È evidente che  in tal caso le parole tendenza, movimento, impulso, ecc., hanno  un significato differente da quello in cui sono ordinariamente  adoperate per indicare mutamenti nelle relazioni spaziali,  ovvero mutamenti nei rapporti della vita pratica. Ciò che  va notato è che noi abbiamo degli impulsi, delle tendenze di  natura differentissima, i quali vengono poi aggruppati in una  sola categoria soltanto per mezzo di un carattere espresso  dal nome, il che, è evidente, non basta per dichiarare identico  e neanco affine il contenuto delle cose che si vogliono si-  gnificare. Certamente voi potete esprimere il processo intel-  lettuale per mezzo di una tendenza al movimento, ma in  tal caso dovete ricordare che si tratta di un movimento di  ordine speciale ; infatti l'imperativo logico può assumere la  forma di « opera così » ma l’ « opera così » equivale in  tal caso a « pensa così » e il « pensa così » significa  « è così >»; l'imperativo pratico « opera così » invece non    IL SENSO MUSCOLARE 247    mira all'affermazione della realtà, ma solamente al rag-  giungimento dello seopo speciale prefissosi a cui è inerente  l'appagamento. Se io non sono soddisfatto dal punto di  vista teoretico, se io cioè non ho operato in conformità  delle leggi logiche la cosa non sta in realtà come mi ap-  pare, ma se io non sono soddisfatto dal punto di vista  pratico la stessa conchiusione è evidente che non è am-  missibile ; in altri termini l'insoddisfacimento pratico non  implica alcun giudizio sulla realtà, ma soltanto sul valore  di essa.   Quando adunque in filosofia si parla di attività, di forza,  di energia, di movimento come di concetti atti a darci la  chiave per risolvere i più ardui problemi, in sostanza non  si dice nulla di concreto e di determinato; vi è sempre  luogo a domandare in ogni singolo caso in cui una di tale  parola è adoperata, di che sorta di attività, di che sorta  di forza s'intenda parlare. E forse il fascino che spesso  tali espressioni esercitano sui metafisici dipende appunto  dal vago e dal nebuloso che esse contengono, onde ognuno  vi può sottintendere ciò che vuole.   In ogni modo l’analisi di dette nozioni, per quanto va-  ghe ed indeterminate, meritava di esser fatta; e in questi  ultimi tempi la psicologia esatta, e la teoria della cono-  scenza hanno cercato di rispondere « tale esigenza, col  ricercare la loro origine e gli elementi concorrenti alla  loro formazione. Il concetto che più degli altri ha attirato  l'attenzione dei filosofi è stato quello di forza o di atti-  vità, la cui base psicologica è stata riposta nel cosidetto  senso muscolare. Pertanto questo ha formato oggetto di  studi accuratissimi da parte dei psicologi e dei fisiologi in    248 IL SENSO MUSCOLARE    .modo che senza tema di esagerare si può affermare che  tale ordine d’indagini forma una parte interessantissima  della psico-fisiologia moderna. Noi ci proponiamo appunto  di ricercare che valore abbia effettivamente il senso mu-  scolare per sè considerato e in rapporto ai vari uffici che  gli si vogliono attribuire per lo svolgimento della vita  psichica in genere. Cominciamo dall’indagare la natura delle  sensazioni muscolari.    Le sensazioni muscolari.    Esistono le sensazioni muscolari? Parrà strano, ma pur trop-  po è così; dopo tanto discutere sull'ufficio delle sensazioni mu-  scolari nello sviluppo della psiche umana, ancora c' è bisogno  di porre il problema circa l’esistenza di esse. È già da molto  tempo che la questione delle sensazioni muscolari è di-  battuta, sia in fisiologia che in psicologia ; e anche coloro  che concordano nell’ammettere tali sensazioni sì scindono  per quel che concerne la natura e la sede di esse: si ha così  la teoria dell'innervazione centrale (Bain, Wundt, Ludwig  ecc.) e quella dell’ innervazione periferica ovvero la teoria  efferente o centrifuga e quella afferente o centripeta : se-  condo la prima, all'esecuzione del movimento precederebbe  la coscienza dell'impulso dato e dello sforzo fatto per com-  piere il movimento stesso: e sostrato di tale coscienza  sarebbero i centri e i nervi motori, la cui funzione precedente  all’ esecuzione del movimento non potrebbe non rivelarsi  alla coscienza. In favore di tale opinione parlerebbe mas-  simamente la coscienza che si ha dello sforzo per muovere    ìL SENSO MUSCOLARE 249  vn arto paralitico. Stando alla seconda opinione, il senso  della forza sarebbe dato dai nervi sensitivi che dai mu-  scoli e dalle placche esistenti tra i nervi e i muscoli tra-  smettono ai centri notizia delle varie condizioni in cui i  muscoli si possono trovare prima e dopo la contrazione e dopo  una fatica maggione o minore. In favore di tale opinione  starebbero poi le osservazioni (Gley e Marillier) cliniche e  sperimentali, le quali provano che con un arto paralitico  non è possibile valutare nè il peso nè la direzione dei mo-  vimenti, nè la posizione degli arti, semprechè, bene inteso,  gli occhi siano bendati.   — Qui dobbiamo notare che l'opinione del Wundt si è andata  modificando ed ormai egli non ammette più la coscienza pura  e semplice della innervazione centrale, ma per conciliare in  certa maniera le due vedute, egli è d’avviso che il senso dello  sforzo da principio fu di origine prevalentemente periferica, e  come tale trasmesso e registrato nei centri cerebrali; ma poi-  chè si trova connesso coll’immagine del movimento compiuto,  è naturale che riproducendosi quest’ultima, si debba presen-  tare anche l’imagine mnemonica delle sensazioni muscolari  che l'hanno per l’innanzi accompagnata. In tal guisa sarebbe  spiegabile come il senso dello sforzo e la misura della forza  necessaria precedano l'esecuzione di un dato movimento.  Del resto la questione non è definita in modo decisivo, ed  anche oggi si pubblicano dei lavori in appoggio dell’ una  e dell’ altra tesi. Parrebbe, ad esempio, dalle ricerche di  Mosso e di Waller, che il senso della fatica non sia solamente  di origine periferica, tanto più che volendo ridurre quella  ad una forma di avvelenamento, è naturale che quel me-  desimo veleno, il quale agisce sulle terminazioni perife-    250 ÎL SENSO MUSCOLAKE    riche nervose, possa agire anche sui centri da cui deve  partire l'impulso. Il Waller applica i risultati ottenuti  dagli esperimenti fatti sul senso della fatica allo studio  del senso dello sforzo, comunque questo sia una sensazione  che accompagna l’ azione muscolare, mentre la fatica una  sensazione chè segue l' azione muscolare : esse hanno però  una causa ed una sede comune. La fatica, stando ai risul-  tati offerti dal Mosso, si manifesta con segni tanto centrali  che periferici : se l'attività volontaria di un muscolo è  protratta fino al suo limite estremo, l'eccitazione diretta  del muscolo può farlo agire ancora, il che prova che l’esau-  rimento centrale interviene prima dell’ incapacità ad a-  gire da parte del muscolo : donde si è dedotto che se la  fatica è dovuta ad ogni esaurimento tanto centrale che  periferico, il senso dello sforzo del pari accompagnerà tanto  l'attività centrale quanto quella periferica. Vi sarà un senso  centrale d'innervazione motrice che aiuta e regola i mo-  vimenti muscolari. Al Waller però si è obbiettato che egli  ammette come provati tre fatti, i quali effettivamente non  lo sono: 1° i segni obbiettivi dell’esaurimento in un data  parte non depongono sempre per il consumo di energia  nella medesima parte: gli esperimenti del Mosso, infatti,  provano che il lavoro intellettuale ol’ attività di alcuni mu-  scoli fa scemare la forza dei muscoli in riposo ; 2° il senso  subbiettivo della fatica non indica un previo sforzo nella  stessa parte, come vien provato dal fatto che il senso di  fatica e di peso nelle palpebre non è niente affatto pro-  porzionato al lavoro che quest'organo ha compiuto, specie  molte volte il mattino, dopo il completo riposo di quei mu-  scoli; 3° i segni obbiettivi dell’ esaurimento non corrispon-    IL SENSO MUSCOLARE 251    dono per il sito della loro origine al senso subbiettivo della  fatica, e lo stesso va detto dei segni obbiettivi dello sforzo  rispetto al senso subbiettivo dello sforzo stesso. Il senso  di fatica non accompagna necessariamente l'esaurimento  obbiettivo, nè esso è localizzato dove questo ha luogo : lo  stesso va detto del senso dello sforzo, il quale, sia men-  tale o fisico, non è localizzato negli organi centrali, ma in  vari muscoli della testa e del corpo.   Gli oppositori recisi alla teoria dell’ innervazione cen-  trale vogliono che le sensazioni muscolari non siano per  niente differenti dalle altre sensazioni speciali; il senso  muscolare per loro è un sesto senso specifico proveniente  dai muscoli che dà il sentimento dell’ attività, come l'’or-  | gano della vista dà il senso della luce e del colore. Non  è ammissibile quindi che i centri e nervi motori entrino in  simile meccanismo, come quelli che hanno una funzione  diversa, ben definita da compiere. Il senso della forza e  dello sforzo come precedente al movimento da eseguire, con-  siderato come centrale, è un'illusione : è dai muscoli che  quando già sta per incominciare il movimento, partono  quelle eccitazioni, le quali danno il senso dello sforzo (1).   Se non che molte obbiezioni sono state rivolte a coloro  che hanno ammesso sen’altro le sensazioni muscolari periferi-  che. L'argomento che doveva presentarsi per il primo alla  mente degli oppositori doveva essere quello dell’assen?a di  ogni rivelazione della loro esistenza all’introspezione. Al che  i sostenitori dell’esistenza delle dette sensazioni hanno ri-  sposto che essi ammettono solo la cooperazione, il concorso    (1) V.atal proposito Bastian, “ L’Attention et la colonté ,, Recue phi-  losophique, anno 1892. |    POE ‘ )  952 ÎL SENSO MUSCOLERE    di elementi muscolari nello svolgimento dei fatti mentali,  in quanto i muscoli in contrazione (contrazione che ac-  compagna i diversi stati psichici) agiscono come stimoli  delle terminazioni nervose periferiche : la loro esistenza viene  perciò mascherata dai molteplici fatti concomitanti. Allo  stesso modo che, secondo James, la sensazione di rosso  non si combina con quella di violetto per produrre il pur-  pureo, ma i due stimoli agiscono nello stesso tempo in modo  da dar luogo ad un processo cerebrale di una terza specie,  il cui fatto concomitante è la sensazione purpurea, così  noi possiamo benissimo avere una gran quantità di stati  mentali, nei cuì processi organici concomitanti entrino degli  elementi muscolari, mentre non possiamo dire di avere stati  mentali che contengano sensazioni muscolari come parte  della loro composizione. I processi nervosi derivati dagli  stimoli della contrazione muscolare si uniscono coi processi  nervosi provenienti da altra sorgente per produrre degli  stati coscienti che sono irreducibili, come avviene della  sensazione purpurea quando è considerata per sè. « Gli  atomi delle sensazioni, sempre secondo James, non possono  combinarsi per produrre delle sensazioni più complesse,  non altrimenti che gli atomi della materia non compogono  i corpi fisici: è vero che quando essi sono aggruppati' in  una certa maniera, n0: li chiamiamo questa o quella cosa,  ma la cosa nominata non ha esistenza fuori della nostra  mente ». Qui si potrebbe obbiettare che noi possiamo otte.  nere sensazioni separate del rosso e del violetto, e possiamo  scovrire anche la somiglianza del purpureo con entrambi  ì suol costituenti : ora come avviene che noi non perce-  piamo gli elementi muscolari come sensazioni separate ?    IL SENSO MUSCOLARE 253    Ma a ciò si risponde che uno stato mentale si può sola-  mente analizzare e scomporre in quegli elementi che sotto  condizioni diverse possono essere sperimentati come feno-  meni separati; vi sono molte ragioni, perchè le sensazioni  muscolari non possano essere sperimentate o solo con grande  difficoltà. L' esplorazione colla vista e col tatto, che in  altri casi aiuta e rende necessario il processo di localiz-  zazione, qui appare impossibile. Noi impariamo, dice 1’ Hel-  lemholtz, a dirigere l’' attenzione sopra quelle sensazioni  separate, le quali servono come mezzi per stringere i rap-  porti col mondo esterno. Ora ognuno vede che non presenta  alcun interesse pratico la distinzione delle sensazioni mu-  scolari come tali, mentre è di grande importanza che le  eccitazioni sensoriali provenienti dagli organi interni si  combinino con quelle dei sensi specifici per formare quei  processi nervosi complessi i cui concomitanti coscienti sono  i sensi dello sforzo, della grandezza spaziale, ecc. D’ altra  parte in casì speciali le sensazioni muscolari si rivelano  all’introspezione : i crampi, la tensione muscolare giunta  all'estremo, la fatica ecc. sono sensazioni localizzate nei  muscoli. Infine Goldscheider ha mostrato che se lasciando  passare per un muscolo anestesico una corrente elettrica,  lo facciamo contrarre, abbiamo una certa sensazione so-  migliante a quella ottenuta colla pressione del muscolo,  e localizzata non in tutto l’arto che si muove, ma solo  nelle parti più profonde.   Un secondo argomento degli oppositori è questo, che pur  ammesso che nervi sensitivi esistano nei muscoli, questi  serviranno solamente a darci notizia del grado di stan-  chezza dei muscoli stessi. Ma qui è facile rispondere che    254 iL sENSO MiSCOLARÉ    il senso di tensione è molto differente da quello di fatica  e che taluni esperimenti fisiologici mostrano che l'attività  muscolare diviene presso che impossibile senza la regola-  rizzazione apportata dalle sensazioni muscolari.   Un'obbiezione fatta per prima da A. W. Volkmann dice  che il senso muscolare può al più darci notizia dell’esi-  stenza del movimento, ma difficilmente un’informazione di-  retta sulla estensione e direzione di questo. Noi non possiamo  sapere se la contrazione del supinafor longus ha un'esten-  sione maggiore di quella del supinator brevis ecc. Qui oc-  corre ricordare che gli elementi muscolari essendo fusi con  altre eccitazioni, non possono essere riconosciuti come tali  e non possono essere localizzati nei muscoli, da cui trag-  gono origine, ed è perfettamente vero che in molti casì è  impossibile aver nozione dell'estensione e direzione del  movimento muscolare; associati però con altri elementi  sensoriali rappresentativi, possono essere di aiuto nella de-  terminazione delle differenze esistenti tra i movimenti di  varie parti del corpo.   Miller e Schumann richiamarono l'attenzione sul fatto  che ad un certo grado d'intensità dell’ eccitazione ner-  vosa muscolare non sempre corrisponde una stessa po-  sizione delle membra. « Una stessa pressione sui nervi  sensitivi dei muscoli può esistere nel caso di un grado no-  tevole di contrazione, e di un grado leggero di tensione,  come nel caso di un grado leggero di contrazione con:  giunto con un grado notevole di tensione ». A ciò si ri-  sponde che noi abbiamo imparato colla propria esperienza  a distinguere esattamente tra una pura tensione musco-  lare non accompagnata da movimento ed un’ eccitazione    fi SENSO MUSCOLARE 255    capace di produrre il medesimo : e ciò perchè in ogni movi-  mento le sensazioni sia mmnscolari, che tattili, visuali ecc.  differiscono a seconda della resistenza incontrata da parte  degli oggetti esterni o dei muscoli antagonisti; e tutte le  combinazioni possibili di estensione, resistenza e rapidità  sono associate con complessi di sensazioni differenti. Nel  caso della semplice tensione la resistenza incontrata è mi-  nima, mentre è massima nel caso del movimento attuale:  nei due casi le sensazioni concomitanti a quelle musco-  luri devono per necessità essere differenti; e pur non con-  siderando le sorgenti dei vari elementi sensoriali, l'impres-  sione totale prodotta dalle loro differenti combinazioni è  avvertita e differenziata Se moi avessimo solamente le  sensazioni provenienti dai muscoli in contrazione l’obbie-  zione anzidetta reggerebbe, ma il nostro giudizio è sempre  aiutato da elementi provenienti dai muscoli antagonisti e  dalle parti connesse : pelle, tendini, ecc.   Si è obbiettato che noi comparando i pesi paragoniamo  in generale solamente la rapidità dei movimenti che ne ri-  sultano, e pensiamo che il peso leggero sia quello che più  agevolmente sia stato alzato, come vien provato dal fatto  che se un individuo è stato abituato per qualche tempo  a sollevare alternativamente dei pesi di 600 e di 1200  grammi, solleverà con grande rapidità il peso di 800 grammi  | sostituito a sua insaputa a quello di 1200 grammi, giu-  dicandolo anzi più leggero di quello di 600 grammi. Tale  fatto contraddice, a sentire. taluni, non solo alla teoria  dell'innervazione centrale, ma anche a quella secondo cui  le sensazioni muscolari c’informerebbero della resistenza,  giacchè se così fosse, i pesi sollevati con impulso più e-    9256 IL SENSO MUSCOLARE    nergico dovrebbero essere maggiori. Se non che, come si è  detto, é l’insieme delle sensazioni concomitanti che rende  possibile la distinzione tra movimentoe resistenza: è la fis-  sità di quelle associazioni che produce talune illusioni,  quando le condizioni di esperimento non sono le abituali.  Nel riferito esperimento il maggior adattamento all’ im-  pulso può essere rivelato allo spettatore solamente per via  della maggior rapidità che ne risulta, ma per la persona  sottoposta all'esperimento la cosa essenziale non è la mag-  giore rapidità, nè l'impulso preparato, ma l’accomodamento  maggiore dei muscoli nel momento di sollevare il peso  minore.   Si è notato ancora che la sensibilità muscolare non dif-  ferisce nel caso che i movimenti siano prodotti attivamente  da quando sono passivi. Bernhardt dapprima e poi Ferrier  e Goldscheider stabilirono degli esperimenti facendo solle-  vare dei pesi per .mezzo della stimolazione elettrica dei  nervi, e trovarono che la valutazione dei pesi è esatta ed  accurata ogni volta che il movimento è prodotto da sti-  molazione elettrica o riflessa. Inoltre fu sperimentalmente  provato che nel caso di movimenti passivi il minimum  dell'escursione percettibile difficilmente differisce da quello  dei movimenti attivi. Ma ciò non prova nulla contro la  importanza delle impressioni muscolari nella percezione  dei movimenti: pure ammesso che i movimenti attivi dif-  feriscano dai passivi non solo perchè l’immagine di essi  precede e produce direttamente i movimenti, ma anche per  molti fatti concomitanti periferici, in quanto nei movi-  menti attivi agiscono gruppi più estesi di muscoli, e vi  è un maggior grado di tensione nei muscoli antagonistici    IL SENSO MUSCOLARE 257    e nei tendini, rimane sempre vero che nei movimenti pas-  sivi gli elementi essenziali per giudicare del grado e della  direzione di quelli non mancano, ond’è che la ditferenza  nei due casi non può essere grande.   Si è cercato di spogliare quasi completamente di sensi-  bilità i muscoli, attribuendola alle parti annesse, pelle,  tendini, ecc., e Goldscheider sì è creduto autorizzato ad e-  mettere formalmente una tale ipotesi, dopo aver consta-  tato che nei casì di diminuita sensibilità delle parti an  nesse la valutazione tanto dei movimenti attivi quanto di  quulli passivi apparisce minore. Certamente la sensibilità  delle parti annesse-è un fattore importante dell’accurata  percezioné del movimento, ma non è il solo; e l’intro-  spezione in dati casi ci rivela così l’esistenza di sensa-  zioni localizzate puramente nelle parti annesse come delle  sensazioni puramente muscolari. L'intervento delle impres-  sioni provenienti dalle parti annesse può, secondo Dela-  barre, esser necessario per distinguere una pura tensione  muscolare da un movimento attuale; ma taluni fatti pro-  vano che le medesime impressioni hanno poco o nulla a  che tare con la valutazione dell’estensione del movimento:  di due movimenti p. es. di eguale estensione è stimato più  breve quello nel cui inizio i muscoli sono più attivamente  contratti : ora le impressioni provenienti dalle parti an-  nesse non possono spiegare questa illusione, giacchè esse  non differiscono nei due casi, che il braccio sia più o  meno contratto al principio del movimento.   Miller e Schumann, essendo discesi ai particolari, hanno  negato che le sensazioni muscolari provenienti dall'occhio  possano spiegare le localizzazioni delicate ed. accurate che    258 iL SENSO MUSCOLARE    noi facciamo nel campo della vista. Noi certo non abbiamo  coscienza dei movimenti oculari come tali, ma ciò era da  aspettarsi riflettendo, che una tale notizia essendo di poco  interesse per l'individuo non vale a svegliarne ed a fis-  sarne l’attenzione. Le impressioni muscolari formano un in-  sieme colle sensazioni della luce ; il che rende debole nella  coscienza non solo la nozione dell'eccitamento di una data  parte della retina, e la nozione della posizione o dei  movimento del globo oculare, ma la nozione di una posi-  zione particolare del punto di fissazione nello spazio a tre  dimensioni.   Altri autori finalmente per provare come le sensazioni  muscolari non hanno niente a che fare colla nostra facoltà  localizzatrice, riferirono il caso di un uomo, il quale era stato  completamente cieco per sette anni: se a costui si volgeva  la parola dalla parte destra, i suoi occhi si muovevano  verso questa parte senza divergenza, ma se gli si parlava  da sinistra, si notavano bensi degli accenni a movimenti  associati in entrambi gli occhi, ma questi finivano poi col  restar fissi nel mezzo delle orbite ; tuttavia il soggetto a-  veva l’idea che i suoi movimenti fossero della massima  estensione verso sinistra. Ma i fautori delle sensazioni ma-  scolari hanno interpretato tale fatto, dicendo che il citato  individuo attribuiva il senso di tensione proveniente da  altri muscoli a quelli oculari; cosa che può avvenire con  molta facilità.   Dopo aver mostrato per mezzo dell'esposizione e discus-  sione delle principali obbiezioni fatte all'esistenza delle  sensazioni muscolari, la possibilità teorica di ammet-  terle, è giusto ricercare se l’Istologia e la Fisiologia sul    IL: SENSO MUSCOLARE 259    terreno dei fatti e degli esperimenti siano nel caso di dare  una risposta decisiva, Nel tessuto connettivo superficiale  che involge i muscoli furono scoverte delle fibre nervose  sensitive, le quali terminano nei corpuscoli di Pacini; ma  nella sostanza muscolare contrattile non sono state osser-  vate finora fibre sensitive; ed ora nessuno crede più alla  scoverta del Sachs. Golgi scovri un organo muscolo-ten-  dineo situato nella zona di passaggio dul muscolo al ten-  dine, connesso colle fibrille dell’uno e col tessuto dell’al-  tro e fornito di nervi sensitivi. Il Cattaneo crede che que-  sto sia l'organo della sensibilità muscolare.   Anche le ricerche fisiologiche starebbero a provare l’e-  sistenza di nervi sensitivi nei muscoli. Sachs afferma che  molti dei nervi intramuscolari possono essere stimolati senza  produrre contrazione, e che dopo la sezione dei tronchi  motori solamente una parte dei nervi muscolari degenera.  Francesco Franck avendo ripetuto i medesimi esperimenti,  arrivò alla conchiusione che i muscoli contengono fibre  centripete. Altri esperimenti mostrano che sì può aver pa-  ralisi tanto tagliando i nervi sensitivi che finiscono nella  regione muscolare, quanto tagliando i nervi motori stessi ;  il che prova che la sensibilità è indispensabile per rego-  lare i movimenti. Bell (1832), Magendie (1841), ed ulti-  mamente Exner arrivarono al medesimo risultato. Allo  Chauveau però va attribuito il merito di aver provato in  modo luminoso che le impressioni sensitive necessarie alla  motilità provengono dal muscolo stesso ; egli infattì trovò  nel cavallo due muscoli forniti di due branche nervose  distinte, l'una sensitiva e l’altra motrice: A) un mu-  scolo volontario striato, lo sterno mastoideo ; e B) un mu-    260 1L SENSO MUSCOLARE    scolo involontario striato, quello dell'esofago: ora la se-  zione della branca motrice produce paralisi in entrambe ;  la sezione della branca sensoriale di A) non sospende la  reazione agli stimoli volontari, essendo associata nella sua  funzione motrice con altri muscoli forniti dei loro nervi  sensoriali; la sezione delle fibre sensitive di B) produce di-  sturbo delle funzioni motrici. La stimolazione elettrica  delle fibre sensitive di A) e di B) produce tetanizzazione o  contrazione. Da tutto ciò il Chauveau dedusse che i mu-  scoli sono forniti di nervi motori e sensitivi, e che i fila-  menti terminali dei nervi sensitivi probabilmente non hanno  relazione diretta cogli elementi muscolari, ma contribui-  scono a formare le anastomosi preterminali o reti dei nervi  motori, dove essi sono direttamente eccitati dalla corrente  motrice: si verrebbe così a formare un completo circuito  sensitivo motore necessario all'azione dei muscoli.    Volendo riassumere, diremo che le questioni relative alle  sensazioni muscolari si riducono principalmente a due, se  esistano delle sensazioni muscolari e se esse vadano loca-  lizzate nella periferia o nei centri motori. Ora che esistano  delle sensazioni muscolari capaci di farci valutare il peso,  la pressione, la tensione, l'estensione e la direzione dei mo-  vimenti, ormai è fuori dubbio: una quantità di esperimenti  lo provano, e d'altra parte è naturale supporre che la fun-  zione muscolare si riveli in qualche maniera alla coscienza,  come tutte le funzioni degli altri organi corporei in un modo  più o meno vago e indeterminato. Certamente quando si  parla di sensazioni muscolari non bisogna credere che esse  provengano esclusivamente dai muscoli ; è più ragionevole    IL SENSO MUSCOLARE 261    pensare che secondo i casi, con esse si denoti un complesso  di sensazioni provenienti da parti differenti. Già il Lewes  notava che la sensibilità cutanea ha una parte importante  nella coordinazione dei movimenti tanto che un'anestesia  provocata nella pianta dei piedi può dar luogo (cosa no-  tata anche dall'Heydt) a fenomeni d'incoordinazione mu-  scolare. Ma anche senza seguire il Lewes, il quale ammet-  teva le sensazioni muscolari come provenienti: 1° dagli  impulsi motori; 2° dalle intuizioni motrici; 3° dalle con-  trazioni muscolari vere e proprie; 4° dagli effetti di  queste contrazioni sulla pelle; 5° dalle coordinazioni mu-  scolari, cioè dalle sensazioni che suggeriscono o accompa-  gnano i movimeuti ideali non eseguiti e quelli reali, è in-  dubitato che quando si parla di sensazioni muscolari dob-  biamo sempre intendere un insieme di sensazioni di origine  diversa.   D'altra parte è possibile ammettere senza alcuna riserva  l'opinione di coloro che vogliono fare del senso della forza,  come del senso della fatica un senso specifico proprio dei  nervi centripeti muscolari? È ciò che vedremo orora pas-  sando ad esaminare i vari uffici attribuiti al senso musco-  lare. Per mezzo di questo infatti si è voluto dar ragione  del senso peculare di energia interiore, della valutazione  dell’intensità, della genesi psicologica delle rappresentazioni  di movimento, di tempo, di spazio, e della percezione della  realtà esterna.    262 IL SENSO MUSCOLARE    ll senso di energia.    Si è tentato adunque per prima di derivare dalle sensazioni  muscolari il senso di energia o la percezione dell'attività infe-  riore sotto qualunque forma si presenti. Si è detto: ad ogni  sensazione e percezione segue in modo reflesso un movi-  mento, ossia una contrazione muscolare, la quale di rimando  trasmette al centro le notizie circa le modalità della sua  contrazione, trasmette cioè le sensazioni muscolari affe-  renti o ceutripete: queste poi si associano intimamente colle  sensazioni provocatrici dei movimenti conservandosi e re-  gistrandosi in appositi centri cerebrali. Da ciò consegue  che al presentarsi di una sensazione o percezione identica  o simile alla primitiva, per associazione si ridestano le  immagini dei movimenti compiuti, immagini che, guidando  i movimenti da ripetere, costituiscono l’essenza dello sforzo.  Va notato qui che un tale schema ha subito molte varia-  zioni da parte dei fisiologi e dei psicologi (1): recente-  mente, p. es., si è negato financo che nella corteccia ce-  rebrale esistano dei centri psico-motori, la zona rolandica  a cui era stato per lo innanzi attribuito tale ufficio, con-  terrebbe solamente i centri delle sensazioni muscolari. I  centri motori, alla cui funzione è stato negato in modo as-  soluto (contro l'opinione segnatamente del Bain) la possibilità  di divenire cosciente, sono posti nella base del cervello e    (1) Per una chiara e precisa esposizione dello stato attuale della  questione v. Bastian, I Attention et la Volonté, * Revue philosophique, »  anno 1892.    {IL SENSO MUSCOLARE 263    nel bulbo. C'è però chi (Ferrier), pur escludendo la coscienza  (come tali scienziati dicono) dai centri motori, ammette nella  corteccia l'esistenza di centri motori puri a fianco a quelli  cinestesici. Questi ultimi poi per tutti non si troverebbero  solamente in una determinata regione corticale del cervello  ma frammisti ai vari centri sensoriali (1). Sicchè tali psi-  cofisiologi credono di poter ridurre le funzioni psichiche  fondamentali ai movimenti reflessi, senza punto dar im-  portanza a taluni fatti che evidentemente contradicono  alla loro opinione, come per es. l'insorgenza di taluni mo-  vimenti spontanei, che non si possono in alcun modo rap-  portare a stimoli esterni, e l'impossibilità di spiegare per  via del puro meccanismo i movimenti reflessi rispondenti  ad uno scopo, in mezzo ad una molteplicità di stimoli e-  steriori. A ciò sì aggiunga che voler dare ragione dell'at-  tività psichica vera e propria, fondandosi sulla fisiologia,  è impresa presso che disperata, giacchè senza l’osserva-  zione interiore, quella sola del sistema nervoso non ci potrà  mostrare che dei mutamenti molecolari, non mai psichici.  Ma anche lasciando da parte tali considerazioni, il senso  muscolare può dar ragione di quella forma di attività in-  teriore che si esercita sul corso delle nostre idee ? Molti    :1) L'origine della forza adoperata a produrre le contrazioni mu-  scolari appropriate dovrebbe essere cercata, secondo tale teoria, nel-  l’attività molecolare dei centri sensitivi e cinestesici. Ed in appoggio si  riferisce il caso di persone, che volevano, ma non potevano eseguire  con successo certi movimenti d’elocuzione in seguito alle impressioni  visuali appropriate e tuttavia conservavano la facoltà di produrre questi  movimenti in risposta ad eccitazioni uditive corrispondenti. D'altra parte  si racconta di persone incapaci di effettuare i movimenti della scrittura  quando lo stimolo era uditivo, mentre erano capaci di compiere imme-  diatamente gli stessi movimenti in risposta alle impressioni visuali.    264 IL SENSO MUSCOLARE    tra i quali il Ribot, il Richet ed altri, non esitarono a  rispondere in modo affermativo, ma altri più circospetti  dovettero concedere che il senso muscolare non è un fat-  tore costante dell’attività interiore, soggiungendo però che  quest'ultima in tanto si rivela come tale alla coscienza,  in quanto mediante la riflessione e la memoria è messa in  rapporto con sensazioni muscolari in antecedenza provate.  Ognuno' però vede l'errore che è in fondo a questa af-  fermazione: la riflessione e la memoria non possono mu-  tare qualitativamente nessun fatto psichico. Inoltre le sen-  sazioni muscolari possono solamente essere un indice del-  l'intensità della volontà, allo stesso modo che in un atto  di scelta la forza dei motivi in contrasto guida il nostro  giudizio sull’intensità della volontà chiamata & scegliere :  ma esse non possono mai dar ragione del caso sempli-  cissimo in cui una rappresentazione per la prima volta  ecciti l’attenzione.   Coloro che hanno riposto l'essenza della volontà come  di ogni attività psichica nelle sensazioni muscolari, non si  sono mai domandati, perchè noi consideriamo (il che è un  fatto) un'azione, un movimento, o una contrazione musco-  lare come voluta, ma non come parte essenziale della vo-  lontà, dal che sì deduce che le sensazioni che accompa-  gnano la contrazione muscolare non possono essere com-  prese quali elementi della volontà : è ciò che precede ad  esse che forma il nocciolo dell’attività. Non basta : Perchè  alle rappresentazioni dei movimenti, si può domandare,  non sempre tengono dietro i movimenti effettivi corrispon-  denti? È vero che Miinsterberg risponde che in tali casi  un impulso più forte impedisce a quelle di effettuarsì : ma    iL SENSO MUSCOLARE 2065    donde e in che consiste questo impulso più forte? E qui  l'opinione del Miinsterberg si confonde con quella dello  Spencer e dello Steinthal, i quali alla lor volta non pos-  sono dar ragione del disaccordo che si nota spesse volte  tra la rappresentazione di un movimento e la sua esecu-  zione, del perchè anche nell’assenza delle condizioni di ar-  resto, non sempre una rappresentazione di movimento  produce un movimento reale, e del perchè fra molte-  plici rappresentazioni di movimento anche non contradi-  centisi fra loro, una sola riesca a produrre di preferenza  un movimento effettivo. Senza dire poi che rimane sempre  da spiegare in che propriamente consista l'arresto.   Il senso di energia non rivela una qualità particolare  del mondo esteriore come, poniamo, il suono, la luce, ecc.,  ma è essc stesso una qualità generale, applicabile a tutto  il contenuto della vita psichica. E in ciò proprio, secondo  noi, sta la ragione principale per cui il senso di forza non  può avere un organo speciale, nè può appartenere alla pro-  prietà della nostra mente che si chiama rappresentativa.  Nessuno penserà mai di applicare una sensazione tattile o  luminosa ad una sensazione sonora, ma tutti crederanno  di poter applicare la nozione di forza ai vari elementi  psichici: dal che si deduce che una tale nozione ha la sua  base in una proprietà generale di tutta la psiche, la quale  proprietà come la vita, si rivela immediatamente alla co-  scienza.   Coloro che hanno creduto di poter ricondurre il senso  di forza alle sensazioni muscolari, non hanno in alcun  modo provato come queste possano ottenere il privilegio  di divenire regola e misura di tutte le sensazioni. Se esse    266 IL SENSO MUSCOLARE    sono sensazioni come le altre, se esse hanno i medesimi  caratteri, non potranno dare che effetti affini, vale a dire.  una notizia più o meno precisa delle impressioni che si  producono nelle parti periferiche, in cui vanno a finire le  terminazioni nervose. Da ciò al poter salire al grado che  occupa nella nostra coscienza e nel nostro sviluppo psi-  chico il sentimento di energia molto ci corre: non basta che  talune sensazioni variino in una certa maniera ed in mi-  nor grado rispetto ad altre con cui sono in stretta rela-  zione, perchè le une diventino misura delle altre. Quelli  che hanno attribuito alle sensazioni muscolari l'ufficio di  divenire forma di tutto il contenuto psichico non hanno  riflettuto che perciò stesso venivano implicitamente ad am-  mettere un'attività o spontaneità interiore, capace di ordi-  nare e disporre in una certa guisa taluni fatti psichici  rispetto agli altri.   L'attività interiore non diviene cosciente solamente in  seguito alle sensazioni muscolari, ma anche in seguito a  tutti gli altri fatti psichici, dai più semplici ai più com-  plessi, nei quali la contrazione muscolare non ha niente a  che fare. La vivacità con cui irrompono nella fantasia di  un artista le imagini di cui egli compone l’opera d'arte e  le varie forme d'intensità con cui reagisce lo spirito agli  stimoli esterni sono altrettante modalità con cui si rivela  alla coscienza l’attività interiore. I’altronde la tendenza  ormai accentuata a spiegare il senso dell'attività per mezzo  delle sensazioni muscolari ha un fondamento solido, posi-  tivo, sperimentale, o non è piuttosto un'ipotesi comoda per  velare la nostra ignoranza ? Oramai è notorio che taluni  psicologi attribuiscono alle sensazioni muscolari tutto ciò    ÎL SENSO MUSCOLARE 267    che non è spiegabile per mezzo delle altre sensazioni pe-  riferiche e in ciò sono seguiti dagl'inesperti, i quali non  si domandano se le sensazioni provenienti da organi come  i muscoli possano dare tanti effetti strordinari. L'argu-  mentum crucis di tali scienziati in fin dei conti è che se  un individuo è reso privo della sensibilità nei muscoli di  un arto, non’ può valutare nè il peso, nè l'estensione, nè  la direzione dei suoi movimenti e nemmeno la forza ne-  cessaria per compiere questi ultimi. Ma, domandiamo noi,  è lecito da un tal fatto dedurre che il senso della furza e del-  l'attività è dato dai muscoli senz'altro ? Un tal ragionamento  non somiglia forse a quello per cui si considera il pensiero  una funzione del cervello, sol perchè pensiero e cervello  mostrano di essere in connessione fra loro ? Se ciò fosse  esatto, si dovrebbe dire che l’idea è una funzione o un  effetto della parola, sol perchè l’idea e la parola che l’e-  sprime sono intimamente connesse fra loro. A noi sembra  più positivo affermare che l’attività dello spirito, come la  vita, lungi dall'essere riposte in una parie sola dell'orga-  nismo, compenetrano tutto quest’ultimo ed hanno bisogno  di esso per attuarsi, deterininarsi e concretarsi, come l’idea  dell’artista ha bisogno della materia (marmo, colore, ecc.)  per tramutarsi in qualcosa di reale.   Noi certo non possiamo dire, come credette Maine de  Biran ed altri, di aver coscienza immediata dell’energia in  quanto motrice, ma semplicemente in quanto mentale, cioè  in quanto sforzo di volontà per produrre un mutamento  di stato : sforzo mentale che si accompagna 1° con una  scarica cerebrale di cui si ha un sentimento particolare  (senso di sforzo cerebrale); 2° con una corrente centrifuga    268 IL SENSO MUSCOLARE    attraverso l'organismo, della quale non abbiamo coscienza;  3° con movimenti muscolari che ci sono noti per via di  sensazioni afferenti. E ciò che esiste nella coscienza non  è il movimento come mutamento di relazione nello spazio,  ma il principio reale del movimento, il suo fondo interno,  cioè un'azione od una reazione che ha per conseguenza dei  cambiamenti interiori e dei cambiamenti locali. Il movi-  mento effettuato è una rappresentazione della memoria, la  quale ha bisogno di essere interpetrata.   Coloro che credono di poter fare a meno di ammettere  una forma di attività originaria dello spirito, credono di  poter spiegare l’azione che ha la volontà sul corso delle  idee mediante le ordinarie leggi dell’associazione. Essi di-  cono p. es. : se noi intendiamo di modificare. o di mante-  nere o di sviluppare una serie di pensieri determinati, noi  non dobbiamo far altro che richiamare per via di associa-  zione quelle impressioni che ci sembrano utili al nostro  scopo : impressioni di natura differente, se si tratta di cac-  ciar via o d'interrompere un seguito di ricordi, della stessa  natura quando noi desideriamo di fortificare e di svilup-  pare le associazioni, alle quali ci siamo fino allora appli-  cati. Jl sentimento di sforzo per costoro è connesso col con-  flitto delle idee e dei motivi, il quale deve produrre la pre-  ponderanza di uno di essì. Tale sentimento di sforzo nou  può che essere l’appannaggio dell'attività dei centri sen-  soriali e dei loro annessi concorrenti all'esercizio dei no-  stri processi intellettuali. Ognuno vede qual'è l'errore di ‘  coloro che ragionano nel modo sudetto ; essi elidono la diffi-  coltà che è riposta appunto nel dover dar ragione della no-  stra capacità di richiamare in soccorso quelle impressioni    IL, SENSO MUSCOLARE 269    che ci fanno comodo (1): essi ammettono come provato  quello che era appunto da provare, la possibilità di dire  « io voglio », e quindi di interrompere un dato corso di  idee e di cominciarne un altro o di sviluppare quello già  esistente. Nel passaggio dallo stato di- distrazione a quello  di attenzione vi è aumento di lavoro, vi è dunque trasfor-  mazione di forza di tensione in forza viva, di energia po-  tenziale in energia attuale : ora è questo un momento ini-  ziale molto differente dallo sforzo sentito che è un effetto.  Il rapporto del desiderio colla sensazione piacevole o do-  lorosa costituisce la reazione della volontà ed in quanto  noi riteniamo ciò che è piacere e respingiamo ciò che è do-  lore abbiamo un senso di sforzo volontario, di sforzo mentale  che è ben altra cosa dello sforzo ordinariamente sentito.  Tale momento iniziale è precisamente la volizione, la ten-  sione del desiderio dominante, la vera attenzione : è qui  la coscienza dell'attività; mentre il preteso sforso sentito  non è che la sensazione della resistenza degli sforzi con-  trari al nostro e differenti da esso. La coscienza della pas-  sività o della resistenza subita risponde alle sensazioni ve-  nute dai muscoli. Cosi anche l’attenzione muscolare non è  che quella, la quale, avendo incontrato una resistenza, è  obbligata a riflettersi su sè stessa, divenendo più chiara,  più distinta, come nota il Fouillée (2). Non ogni forma    (1) In tanto lo spirito, dice Emanuele Hermann Fi.:hte, può prenlere  un dato in'lirizzo, in quanto può volgere il «sorso dell: sue idse nel senso  che maggiormente lo interessa ; ora l'interesse non è che una tendenza,  una direzione «dell'attività volitiva che se si trova in rapporto soltanto col  g‘ado di chiarezza cosciente può essere chiamata attenzione volontaria  dipendente dall’intenstà di dati fatti psichiri.    2) V, « Revue phlosoqhique », année 1389,    970) iL SENSO MUSCOLARE    d'attività però si può ricondurre alla ripercussione dell'o-  stacolo.   Non va dimenticato che l’attività di cui abbiamo co-  scienza in modo permanente in mezzo a’ tutti i mutamenti  può essere rappresentata da noi solo dopo che è stata ap-  applicata a produrre determinati effetti, nel qual caso di-  viene tale o tal altro sforzo ; e di ciò si comprende la ra |  gione: l’azione, rappresentando il fattore subbiettivo che  concorre alla produzione di un fenomeno, è cosa soggettiva  per sua natura e deve quiudi sfuggire alla rappresentazione  propriamente detta. Volersi rappresentare obbiettivamente  l'azione subbiettiva è come voler rappresentarsi l’attività  sotto la forma della passività. Ferrier e Ward dissero già  che non è esatto nemmeno affermare che noi ignoriamo i  caratteri dell'attività, giacchè non vi può essere ignoranza  se non di ciò di cui si può acquistare scienza: questo noi  possiam dire, che abbiamo coscienza immediata del sub-  biettivo, dell’attività. Del resto valenti filosofi affermarono  le mille volte che la critica della conoscenza riconosce due  limiti, ciò che è troppo lontano da noi (Assoluto) e ciò  che è troppo vicino a noi, troppo noi stessi per esser posto  dinanzi a noi. Il soggetto è presente a sè stesso, ma non  è rappresentato a sè stesso: noi siamo certi di esistere e  di vivere, ma non possiamo rappresentarci in modo astratto  e generale che cosa è esistere e molto meno che cosa è  vivere.    IL SENSO MUSCOLARE 271    La percezione dell’intensità.    Fu il Miinsterberg (1), se non andiamo errati, il primo  ad emettere l'opinione che l’unico fondamento psichico  delle nostre misure d’intensità è la sensazione mus  colare, in quanto ogni misura riflettendo o la estensione, o  la durata o la massa, la stessa non è possibile che  sulla base della sensazione muscolare. Misurare è con-  statare l’esistenza in maggior quantità nel tutto, in minor  quantità nelle parti di un elemento identico; ora in ogni  percezione la sensazione muscolare è il solo elemento che  quando si divide in parti l'oggetto della percezione stessa,  sì ritrova in ciascuna parte, ma in minor quantità che  nel tutto. Ciascun pezzo di carta rossa, p. es., dice il  citato autore, resta tanto rosso quanto tutt’intera la carta,  e però il rosso del tutto non può essere misurato per mezzo  del rosso di un pezzo preso come unità. D'altra parte ogni  sensazione provocando una reazione centrifuga muscolare,  al solito s'associa con una sensazione determinata di ten-  sione muscolare che vale a conferirle un dato grado d’in-  tensità e nello stesso tempo a renderla misurabile. Solo la  sensazione muscolare offre il carattere della sensazione de-  bole contenuta nella forte, giacchè l’una e l'altra non sono  qualitativamente differenti, ma differiscono solo per la du-  rata ed estensione.   C'è stato chi a tale teoria esclusiva e si può dire anche    (1) Minsterberg, Beitrige zur experimentellen Psychologie H. III.Frei-  burg 1892.    v792 IL SENSO MUSCOLARE    eccessiva del Miinsterberg ha rivolto delle obbiezioni, no-  tando come anche per altre sensazioni si possa dire che  la debole è contenuta nella forte (es. : gusto, odorato,  senso terinico ecc.), tanto è vero che quando uno tocca  l'acqua d'un bagno caldo con la mano prova una sensa-  zione di calore molto meno forte che quando visi immerge  tutto intero dentro. Inoltre, ed è questa l’obbiezione più  seria, se veramente solo le sensazioni muscolari potessero  essere misurate, ne conseguirebbe che le altre non lo  potrebbero in alcun modo, il che non è; è innegabile,  infatti, che vi è l’equivalente di una misura diretta  del calore per mezzo del calore, come si verifiva quando  noi paragoniamo diversi gradi di calore a cul ci tro-  viamo sottoposti. Ora supponendo che nella pratica so-  lamente le sensazioni muscolari associate alle altre potes-  sero essere misurate, il principio che a ciù ci autorizze-  rebbe sarebbe il postulato che le variazioni delle sensa-  zioni specifiche sono sottomesse alle medesime leggi delle  variazioni muscolari a loro corrispondenti. In tal guisa si  presuppone che gli aumenti di calore progrediscano secondo  una legge identica a quella della progressione della dila-  tazione: si presuppone non solo la misura diretta delle di-  latazioni, ma anche la misura diretta o la comparazione  delle temperature fra loro.   E poi, se i gradi d'intensità sono delle qualità, se le in-  tensità delle sensanzioni muscolari si riducono a variazioni  nella durata, se non vi è posto per le intensità delle sen-  sazioni particolari, perchè anche nel linguaggio comune  sono distinte nettamente le intensità, le qualità e le durate?  Donde viene la nozione d’intensità e con qual diritto si    IL SENSO MUSCOLARE 273    può più parlare della intensità dello stimolo ? Si aggiunga  che il Munsterberg non distingue sufficientemente l'intensità  della sensanzione muscolare dalla percezione dell’ampiezza  del movimento effettuato.   Or tali divergenze non devono essere considerate come  senplici opinioni contradittorie, atte a provare soltanto la  difficoltà delle indagini psicologiche e la impossibilità di  giungere a risultati positivi : esse per contrario di:nostrano  come attualmente s’imponga alla mente del filosofo l'’esi-  genza di considerare e di valutare i rapporti esistenti tra  i fatti psichici e l'a‘tività originaria dello spirito. Il Miin-  sterberg ha ragione fino a tanto che ricerca nella estrin-  secazione della spontaneità dello spirito la misura co-  mune di tutti i fenomeni psichici, i quali effettivamente in  gran parte, com'è stato luminosamente provato dal Berg.  son, presentano delle differenze di qualità più che d'in-  tensità o di quantità. E se noi ci limitiamo a considerare  la mente come una coordinazione di vari elementi psichici,  di varie sensazioni rispondenti agli stimoli esterni, non ve.  diamo realmente la possibilità di arrivare alla nozione del  l'intensità di varie sensazioni appartenenti ad un medesima  senso specifico e molto meno vediamo la possibilità di pa-  ragonare le intensità di sensazioni specifiche differenti.  Ond'è che per noi il merito del Miinsterberg è di avere  intraveduto due verità : 1° che la valutazione e la misura  dei varî gradi d’intensità di una sensazione è possibile sola-  mente ammettendo nel fondo un’unità coordinatrice che  renda possibile il riferimento tra cose differenti; 2° che  questa unità si rivela mediante la percezione immediata della  propria attività.    974 IL SENSO MUSCOLARE    Ma il suo errore comineia quando crede di poter ridurre  tutta l'attività psichica al movimento (senso muscolare), il  quale non ne è che uno dei fenomeni concomitanti, ovvero  consecutivi. Ciò non esclude però che qualche volta in via  indiretta possa il senso muscolare esserci di valido aiuto  nella comparazione dell'intensità di sensazioni provenienti  da sensi diversi. Infatti, delle sensazioni di luce, di suono,  di peso di un dato grado d'intensità sono state parago-  nate da una parte coi moviinenti del braccio e dall'altra  coi movimenti degli occhi; e sì è ottenuto il risultato che  l'aumento dei movimenti coincide con quello dell' in-  tensità degli stimoli: vi è rapporto adunque tra l’ac-  crescimento dell'intensità propriamente detta e quello della  reazione muscolare concomitante. In ogni caso però non  si può limitarsi a considerare le sensazioni muscolari come  misura dell'intensità delle altre sensazioni, se non ponendo  ‘ il postulato che ciò che è vero di esse sotto certi rapporti  lo è anche delle altre sensazioni.   La valutazione dell'intensità presuppone un'attività ori-  ginaria differenziatrice e insieme assimilatrice la quale da  una parte distingue qualitativamente gli effetti prodotti da  varî stimoli sugli organi dei sensi e tutti i fatti psichici  aventi come concomitanti fenomeni organici diversi, e dal-  l'altra stabilisce, intuendoli, quei rapporti dati dall’identità  o somiglianza della forma ed estensione della reazione psi-  chica agli stimoli esteriori. Noi non potremmo valutare  come gradi differenti d’intensità le sensazioni appartenenti  ad un medesimo senso, nè potremmo stabilire dei rap-  porti tra le intensità di sensi differenti, se non fossimo in  grado di avere una percezione immediata dell'attività psi-    IL SENSO MUSCOLARE 275    chica che pur essendo unica e identica nel fondo, spiega  in guise differenti la sua azione a seconda delle numerose  e variabili circostanze.    L’intuizione del movimento.    Per la rappresentazione il movimento è fin da princinio  un continuo cangiamento di luogo; quindi l'origine sur  deve ricercarsi nelle sensazioni geometriche, visive e tat-  tili, e specialmente in quelle che conferiscono ad esse la  continuità, l’uniformità e la misura, cioè nelle sensazion-  muscolari. Queste si dicono e sono sensazioni di movi mento;  ma da ciò non si potrebbe conchiudere che il movimento  sia una sensazione. Se esso è un'intuizione coordinata con  quelle del tempo e dello spazio, che non sono sensazioni,  se la sensazione muscolare per se stessa è una pura suc-  cessione interna, il movimento non può essere il suo con  tenuto immediato più di quello che possa essere il conte-  nuto immediato delle sensazioni uditive, Le sensazioni mu-  scolari diventano dunque sensazioni di movimento, come  diventano sensazioni di spazio; e poiché esse sono anche  il fattore psicologicn più importante delle percezioni di  spazio, si vede come la coordinazione delle intuizioni dello  spazio e del movimento risulti anche dalla loro origine  psicologica.   La quale, a volerla studiare più a fondo, si mostra di-  pendente da varie condizioni. Anzitutto, perchè ci sia per-  cezione di movimento, occorre che il mobile e lo spazio  (visivo o tattile) restino identici, almeno quanto è neces.    976 iL SENSO MUSCOLARE    sario, perchè sia conservato un punto di riferimento, dal  quale si possa apprezzare il cangiamento di luogo. Se  tutto mutasse nella stessa direzione, lo spazio e il mobile,  non ci sarebbe percezione di movimento. Inoltre bisogna  che il cangiamento di luogo sia insieme continuo e per-  cettibile. Continuo, perchè se vedessimo una cosa ora in  un luogo, ora in un altro, senza vedere il passaggio, non  potremmo avere percezione di movimento, ma solo argo-  mentarlo qualora avessimo già idea di quello che è il mo-  vimento. Percettibile, perchè se non ci riuscisse di vedere  cangiar luogo, ma solo di vederlo cangiato, non ci potremmo  formare la prima volta l'idea del movimento. Continuo e  percettibile insieme, perchè la continuità senza la percet-  tibilità sarebbe immobilità apparente, e la percettibilità  senza la continuità sarebbe cangiamento di luogo senza  transizione. E non basta, perchè nasca l’idea del movi-  mento, il continuo e percettibile cangiamento di luogo d'un  oggetto su un fondo invariabile; bisogna ancora che la  coscienza ponga unità tra i luoghi, e tra essi e il mobile.  Siccome il movimento è il rapporto di due o più collocazioni  che si succedono con continuità, accade per esso quello che  accade pel tempo, che la sua rappresentazione suppone la  funzione unificatrice della coscienza o del sentimento del-  l'organismo.   Queste sono le condizioni generali dell'origine della rap-  presentazione del movimento, ma ce n'è un'altra, costante  anch'essa, ma che può subire piccolissime variazioni da  individuo a individuo, ed anche nello stesso individuo per  effetto dell’esercizio, e che possiamo designare col nome  di limite della percettibilità. Cotesto limite dipende dalla    IL SENSO MUSCOLARE 277    .misura individuale del movimento come rapporto del tempo  e dello spazio, la quale è nna grandezza finita, che non  può misurare qualunque movimento oggettivo, ma lascia  senza misura, e quindi senza percezione corrispondente,  tanto i movimenti estremamente lenti quanto gli eccessiva-  mente rapidi. Non vediamo crescere il filo d'erba, nè vo-  lare il proiettile; e non avremmo nessuna percezione di  movimento tanto se la nostra misura individuale fosse troppo  grande quanto se fosse troppo piccola ; nel primo caso i tempi  geologici ci parrebbero un istante, nel secondo qualunque  successione ci parrebbe infinita. E poichè per apprezzare  una successione, e quindi anche un movimento, è necessaria    una certa continuità nella coscienza, così la nostra misura -    soggettiva deve avere una certa grandezza, che non cor-  risponde a nessuna misura che sia oggettivamente asso -  luta, ma che è rispettivamente somma o parte delle gran-  dezze oggettive minori o maggiori. È facile intendere che  quella che è un'unità di misura indivisibile per la sen-  sibilità, non è tale oggettivamente o per l'intelligenza. In  questa unità l'elettricità p. es., percorre uno spazio gran-  dissimo, e l'accrescimento di una pianta secolare percorre  uno spazio piccolissimo. Quindi noi giudichiamo che si è  svolta nel primo caso una serie di unità obbiettive che sono  parti dell'unità soggettiva, e che nel secondo caso questa  è una frazione di quella.   Di qui si vede che il movimento non solo non è una  sensazione, ma non è neppure una conoscenza, una rap-  presentazione, la cui origine si possa riportare interamente  all'esperienza. Certo la misura psicologica dipende dall'or-  ganismo, ed è impossibile che sia la stessa pel pachiderma    19    ole e r—men = —_r_—__ror ——_ rr m1r.rr—r——_—‘— E ::]5h5I:5D  anch'esse il risultato di un  processo in cui l'intelligenza e la cultura figurano come  fattori determinanti. É notorio d'altra parte che le ri-  voluzioni compiute nel campo della scienza a lungo andare.  finiscono per mutare anche il punto di vista morale e re-  ligioso.    LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 479    Il fatto è che in ogni religione va distinto l'elemento in-  variabile ed inalterabile da quello caduco e variabile, ma  ì «detti due elementi nello svolgimento della vita religiosa  sono inseparabili e s'influenzano a vicenda: è soltanto la  nostra facoltà di astrarre che viene a separarli ed a consi-  derarli isolatamente. Così l'evangelo stesso, è vero, non in-  volge alcun sistema cusmologico ; ma involge bene un giu-  dizio intorno al valore della vita e dello spirito umano.  L’ amore per il prossimo, lo spirito di sacrificio non son  fondati forse sull’idea dell’eguaglianza degli uomini e sul  concetto che l'io è nulla di fronte al Tutto ? Ora i concetti  dell’eguaglianza degli uomini e della piccolezza dell'io non  rappresentano per una parte un portato della Ragione  e non poggiano sopra una base speculativa? Del pari chi  vorrà più sostenere che la filosofia socratica non ha un  fondamento metafisico, quando Socrate stesso ci parla della  sua preparazione speculativa?   Sicchè possiamo dire che è bensi vero che la religione  ha la sua radice nel cuore uinano, ma ciò non implica che  essa sia un prodotto esclusivo del sentimento: perchè il  cuore abbia e riconosca in sè tracciate le vie da seguire,  occorre bene l’azione dell'intelletto, in quanto quello non  fornisce una specie di rivelazione immediata e prodigiosa,  ma anch'esso si forma ed alla sua determinazione con-  corrono parecchi fattori, tra i quali l'intelligenza.    Anche nel modo di concepire la finalità il Paulsen ap-  pare dominato dal preconcetto del sistema. Egli, infatti, af-  ferma che la veduta teleologica è un prodotto del senti-  mento e della volontà e non dell’intelligenza : ora se egli.    . 480 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    intende dire con ciò che la concezione teleologica non è  conoscenza nello stretto senso, ma contemplazione, ha ra-  gione ; ma in tal caso, è necessario osservare che il bisogno  del sistema della razionalità del reale, al quale risponde  appunto la considerazione teleologica, è un bisogno eminen-  temente intellettuale, e non un bisugno puramente subbiet-  tivo ed arbitrario. La veduta teleologica è la sola forma  possibile di rappresentarsi il tutto e di superare l’infinità  mostruosa del naturalismo meccanico che nega ogni natura  ideale della realtà. Se l’esperienza ci presenta realmente  un ordine di fenomeni che è un ordine di valori pel pen-  | siero, non c'è ragione di ritenere che quest'ordine non sia  una cognizione, solo perchè non sappiamo determinatamente  come l’ordine causale, effettuandolo, si subordini ad esso  e gli serva. Possiamo noi forse pensare un'altra maniera  di esistenza oltre quella che è soltanto, e quella che è e  _ 8a di essere e vuole, e crea dal suo sapere e volere un  mondo superiore a quello della semplice natura? Edè egli  possibile di non scorgere un progresso dall'una all'altra  forma d'esistenza, un progres;o che pone in ordine di va-  lori razionali una serie di fatti e di forine naturali ? Questo  valore dell'esistenza dipende forse dal modo di sentire di  un individuo ? Non è piuttosto anch'esso un fatto, la cui  constatazione (giacchè non è possibile la determinazione del  modo d’operare della finalità) (1) figura già per sè come  una forma di cognizione ?    (1) Veramente qui le idee del Paulsen non sono chiare ed anzi in un  certo senso sembrano contradittorie. Da una parte egli dice che la cone  cezione teleologica è un prodotto delsentimento e del volere individuale  (del volere e del sentimento del soggetto umano che si trova di fronte    LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 481    Dopo tutto quello ‘che precede non abbiamo bisogno di.  spendere molte parole per discutere del rapporto posto dal  Paulsen tra la filosofia e la religione, e tra la filosofia e  le scienze particolari. Una volta che lo spirito umano è  uno e che le sue funzioni non sono compiute maiisolatamente,  quando si vuole determinare il compito della filosofia ri-  spetto a quello della religione non basta affermare che  quest'ultiina risponde alle esigenze dell’emotività, mentre  la prima a quelle dell'intellisenza. Nella filosofia vi è il  momento dell’emotività e del volere come nella religione  vi è necessariamente il momento della conoscenza. Si tratta  appunto di determinare fino a che punto ed in che senso  il momento della conoscenza interviene nella religione e  quello del sentimento nella filosofia. Ora noì di passaggio  notiamo che mentre per la filosofia il fine ultimo è la co-  noscenza, ond’essa mira appunto a trascrivere in termini di  conoscenza le esigenze emotive e le aspirazioni del volere,  formando un tutto armonico intelligibile, per la reli-  gione lo scopo è di trovare un appagamento ai bisogni  dell'animo per il che si serve della conoscenza come di  mezzo appropriato a raggiungere il suo intento. Ciò che.    all'universo) e dali’»ltra crede di poter dare una certa idea del modo di  operare del principio teleologi:0, riferendosi a ciò che ci presenta l’e-  sperienza interna in quei casi in cui la nostra attività raggiunge un dato <  risultato (fine), senza che esista alcuna rappresentazione dello scopo a  cui inconsciamente essa tende (Zielstrebigkeit). Egli si riferisce ad una  tale esperienza in forza del parallelismo psicofisico e dell’animazione  universale da lui ammessa, Noi osserviamo che una volta ammesso che  l’attività opera in modo cieco, non è possibile parlare di cognizione te-    leologica vera e propria, ma di contemplazione nel senso di Kant e  di Lotze.    482 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    in un caso vale come mezzo e come un momento subordi-  . nato, nell’altro diviene fine 0 momento essenziale.   Quanto al rapporto poi della filosofia colle scienze par-  ticolari osserviamo che è impossibile confondere il compito  della filosofia con quello delle scienze per due ragioni:  1° Non è vero che le singole scienze si possano e sì deb-  bano occupare dei presupposti da cui le loro indagini pren-  dono le mosse, che, p. es., la fisica si debba occupare della  natura dello spazio e della materia. La filosofia bensi ha  bisogno di fondarsi sulle leggi e propretà scoverte dalle  scienze, ma elabora i detti risultati a suo modo, ed ela-  borandoli, li trasforma. Quel che è certo è, che si può essere  . scienziati senza esser filosofi, ma non si può essere filosofi  senza avere una base scientitica. 2° Il cultore di una scienza  particolare non varca quasi mai i limiti della propria spe-  cialità e, se li varca, rimane sempre entro i limiti delle  scienze vicine ; non mira mai a ricercare il nesso, il rapporto  che esiste tra i vari ordini di sapere, sia di quelli che  sono affini tra loro che di quelli che sono lontani; ora ciò  fa appunto il filosoio. Ciò che vi ha di esatto nell'opinione  del Paulsen è che il vero in ogni parte del nostro sapere  sta in un processo di approssimazione indefinità ad un ul-  timo senso, ad un significato delle cose impossibile a con-  seguirsi da noi, e che i sistemi metafisici non sono, come  direbbe il Barzellotti, che le cèntine immense su cui i grandi  . architetti del pensiero voltano uno dopo l' altro l’ edificio  ideale compiuto dal sapere del loro tempo.   Notiamo infine che una volta ammessa quale parte della  filosofia la metafisica, come si può dire che la biologia, la  fisica e la chimica sono anche parti di quella? Ciò che    LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 453    vi ha di filosofico in dette scienze è preso dalla metafisica.  Il compito della filosofia è sciogliere il problema nella sua  totalità. La filosofia pertanto ha un obbietto proprio e non  è più lecito affermare che essa sia una semplice sintesi  riassuntiva del lavoro compiuto dalle altre scienze.    III!    Dall'impossibilità di derivare il fenomeno fisico dal fatto  psichico e questo da quello il Paulsen fu tratto ad am-  mettere il parallelismo psico-fisico e quindi l’ animazione  universale, con cui egli volle esprimere evidentemente l’unità  fondamentale della natura e dello spirito. Ora si domanda:  Vi è una vita psichica superiore, più elevata, più com-  prensiva, come ve ne è una di grado inferiore a quella d'or-  dinario ammessa ? Il Paulsen risponde di sì ed è questo,  a noi pare, uno dei punti importanti, o almeno caratteri-  stici, della sua metafisica. Per risolvere una tale questione  occorre tener presenti i criteri che noi abbiamo per giudi-  care della realtà psichica. Noi sappiamo che tanto più  di realtà una cosa ha quanto più di valore possiede e  quanto più di forza, di efficaciaè atta a spiegare: così noi  siamo disposti ad ammettere un volere ed una coscienza col-  lettiva, perchè noi siamo in grado di constatare gli effetti  che essi producono sulla vita degl'individui e sullo svolgi-  mento della società: per contrario le unità psichiche d'or-  dine superiore, quali vengono ammesse dal Paulsen, che  effetti psichici producono ? Per quanto sappiamo noi, nes-  suno. I fenomeni esterni che noi osserviamo nella vita degli  astri in genere, avranno anch'essi il corrispettivo interiore,    484 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    ma questo sarà di natura semplice ed elementare, come sono  i fenomeni esterni (movimenti più o meno complicati) da essi  presentati. Quale ragione noi abbiamo per ammettere una  vita psichica differenziata, complicata ed insieme armonica  negli astri? Se per lo svolgimento «dello spirito è richiesto  un sostegno esterno così complesso, se in tutta la distesa  dell'esperienza la natura è giunta a maturare in sè il frutto  dell’esistenza spirituale quale a noi attualmente e nel pro-  cesso storico si presenta, se la vita spirituale ha bisogno  di svariati istrumenti complessi (tra 1 quali basta citare il  linguaggio che rappresenta una delle condizioni di essenziali  ogni forma di esistenza psichica d'ordine elevato), con che  dritto attribuiamo noi una vita psichica superiore agli astri,  iquali si presentano cosi monotoni e indifferenziati nel loro  modo di operare ? Notiamo in ultimo che l'argomentazione a  cui è ricorso il Paulsena tal proposito è quella per analogia;  ma ognuno sa che questa in tanto ha valore in quanto i  caratteri riscontrati simili in due serie di fatti sono es-  senziali; ora tra i fenomeni presentati dai pianeti e quelli  presentati dagli esseri spirituali veri e propri non si può  in alcun modo dire che vi sia corrispondenza essenziale.    IV.    Passiamo alla teoria della conoscenza. — Si è veduto  che la parte essenziale della (inoseologia del Paulsen  è che in un punto solo conoscenza e realtà coincidono, vale.  a dire nella coscienza, giacchè i fatti interni noh possono  essere fenomeni, ma sono la sola e vera realtà. I fatti psi-  chici, infatti, in tanto esistono in quanto sì rivelano alla    LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 455    coscienza; la loro natura sta tutta appunto nell' apparire  nella coscienza — la natura del pensiero è tutt’ una collo  sperimentare e coll’avvertire il pensare, come la natura del  sentire è tutt'una collo sperimentare e coll’ avvertire il  sentire. È impossibile, in altri termini, separare la vita psi-  chica dall’avvertimento della stessa, come è impossibile sepa-  rarla da ogni forma d’'interiorità : togliete questa ed avrete per  ciò stesso annullato la vita psichica vera e propria. D'ultra  parte per poter affermare chei fatti psichici suno fenomeni  bisogna ben sapere in rapporto a chi possono essere essi feno -  meéni; e per tal via non sì viene ad ammettere come a3-  sodato ciòche è un problema, vale a dire l’esistenza dell'ani-  ma come sostanza semplice ?   Ma da ciò consegue forse che di reale nella vita  psichica non vi siano che i singoli fatti psichici, quali  le rappresentazioni, i sentimenti, come mostra di cre-  dere il Paulsen? A noì non pare: invero, ciascun fatto  psichico, esso sia una rappresentazione o un sentimento o  qualsiasi altro elemento, lungi dal rivelarsi qualcosa di sem-  plice, d’ irriducibile, di primitivo e d'indipeudente, si ma-  nifesta come qualcosa di derivato dalla cooperazione di  parecchi fattori, tra i quali primeggia il soggetto, inten-  dendo per questo ciò che costituisce il punto di appoggio,  il punto di riferimento, e quindi il fondamento e il sostegno  di ogni singolo fatto psichico. L'esistenza del soggetto figura  ‘come la condizione essenziale del prodursi di un fatto psi.  chico. Ciò è stato riconosciuto anche da coloro che negano  la realtà del soggetto; ma essi hanno cercato di eludere  la difficoltà, dicendo che il punto di riferimento del nuovo  fatto psichico è dato dall’insieme della vita psichica svol-    32    486 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    tasi per lo innanzi: se non che va osservato che si vada in-  dietro quanto si vuole, bisognerà bene arrivare al punto in  cui il primo fatto psichico si presenta: ed in questo caso  è evidente che è presupposta del pari l'esistenza del sog-  getto, l'esisteuza di qualcosa d'interno che non può più  consistere nell’ insieme dei fatti psichici antecedentemente  svoltisi. Da tuttociò emerge chiaro che non è possibile con-  siderare i singoli fatti psichici come i soli elementi reali,  giacchè presuppongono necessariamente qualcosaltro che  concorra alla loro produzione; in caso contrario si rimane  chiusi in un circolo; per dar ragione dei singoli fatti psi-  chici si ricorre ail'esistenza di un soggetto, all’ esistenza di   un punto di riferimento, e dall'altra parte per dar ragione di  quest'ultimo si ricorre ai sentimenti, alle rappresentazioni.   Aminessa come innegabile la realtà del soggetto, si può   domandare quale concetto dobbiamo noi formarcene : ora noi  crediamo che tale questione non si possa risolvere altri-  menti che ricorrendo a similitudini, ad analogie atte a farci   intendere che la realtà del soggetto non deve essere ri-   posta in una sostanza semplice, in una sostanza-  atomo, in un'ipostasi insomma, ma in quel qualcosa   che rende possibile l’esistenza delle parti che costituiscono  la vita psichica. Noi per denotare questo qualcosa siamo co-  stretti a ricorrere ad espressioni vaghe ed indeterminate,  come la parola sostanza, le quali sono soltanto valide a celare  la nostra ignoranza. Allo stesso modo che la lingua non  è reale come semplice aggruppamento di suoni e di parole,  le quali, anzi, in tanto esistono in quanto vi è la funzione  del linguaggio, ailo stesso modo che un organismo non fi-  gura come il puro risultato dell’ aggruppamento delle sue    LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 487    parti, le quali anzi presuppongono l’attività del germe da  «cui si svilappano, così l’anima lungi dal risultare dall'in-  sieme dei fatti psichici va considerata come ciò che rende  possibile l’esistenza di questi.   La realtà vera e piena non appartiene agli elementi ulti-  mi acuisi perviene mediante l'analisi, ma al tutto, o meglio,  all'universale concreto e individuale, il quale può essere  considerato come funzione di un universale concreto più  elevato e questo di un ultro universale più elevato an-  ‘cora fino a giungere alla Totalità che tutto in sè com-  prende.   L'anima, si dice, è null'altro che la sintesi delle forze o  potenze psichiche, vale a dire dei fatti psichici possibili;  d'accordo: ma chi dice sintesi dice perciò stesso attività  sintetizzatrice, perchè altrimenticome avverrebbe tale sintesi?  E forse da sè stessi, ez /eye che gli elementi dei tatti psi-  chici si riunirebbervo 2? Non basta : si dice inoltre: L'unità dei  fatti psichici riferentisi l'uno all’ altro, richiamautisi, impli-  cautisi a vicenda, ecco che cosa è l’anima: ma tuttociò non  trae seco la conseguenza che l’anima è più che un semplice  aggruppamnento di tatti psichici ? Perchè un fatto psichico  possa richiamarne un altro, bisogna che vi sia qualcosa che  colleghi entrainbi, bisogna che un'identità tondamentale sia il  sostrato di entrambi: e per convincersi di ciò basta pensare  che anche i collegamenti spaziali e temporali in tanto sono  possibili in quanto vi è un soggetto capace di ordinare le  rappresentazioni appunto secondo l’ordine spaziale o tem-  porale.   Dall'inerire di a, 6, c, ad A, domanda il Paulsen, conse-    gue forse la coscienza delle loro unità ? Certamente, rispon-    488 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    diamo noi, posto che A abbia la coscienza, comunque il’  rapporto intercedente tra i fatti psichici e il soggetto non  sia nient' affatto un rapporto d'inerenza. Dire che cosa.  è la coscienza è impossibile, essendo essa un fatto  nl-  timo e irriducibile: dire che è attività, forza, sintesi, ri-  ferimento e distinzione ecc. equivale a metterne in evidenza  delle note, ma non a significare che cosa in realtà sia.   Osserviamo infine che il Paulsen sembra quasi che ri-  conosca il suo errore, quando a proposito dell'anima esce.  in affermazioni come questa: Il tutto precede le parti,  l’Anima non è un « Compositum » ecc. Ora in tal guisa  evidentemente abbiamo due’ concezioni dell'anima che-  non possono per nessuna via concordare insieme : se essa.  non è un aggregato, un « compositum », non è lecito affer-  mare che la realtà competa soltanto ai singoli fatti psi-  chici, quali le rappresentazioni, iî sentimenti, ecc. Se il  tutto precede le parti, come si può negare la realtà del  soggetto, come si può asserire che l’Anima è un' ipostasi  a seconda potenza?    V.    Per ciò che concerne l'Etica del Paulsen, cominciamo dal-  l’osservare che il principio fondamentale di essa si trova.  in contraddizione con l'essenza della moralità quale è in-.  tesa dall'Autore, Se, infatti, la morale è una produzione del  volere e del sentimento e non della intelligenza umana,  come mai si può affermare che la valutazione degli atti”  si riferisce sempre agli effetti da questi prodotti ? In tal  caso l'essenza della morale è intellettualistica in quanto la.    LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 489    ‘considerazione degli effetti delle azioni è un processo essen-  zialmente intellettuale. Nè vale il dire che occorre far di-  stinzione tra vita morale e scienza della vita morale, giac-  -chè prima di tutto la base della valutazione degli atti è  un elemento della vita morale nella coscienza umana, in  «cui la riflessione, non si disse, agisce sulla volontà ; poi  una delle due, o la considerazione del fondamento obbiettivo  dell'imperativo morale, vale a dire la considerazione del  tine ultimo verso cui tende lo sviluppo della moralità ob-  biettivamenie considerata, è da riguardare sempre ed in  ogni caso motivo pressochè esclusivo dell'operare morale  (nel qual caso è giusto fondare il giudizio valutativo sui ri-  sultati etfettivamente raggiunti mediante le azioni morali),  «ed allora non è più lecito parlare dell’ esistenza della vita  morale indipendente dalla conoscenza, chè anzi in tal caso  la moralità è fondata sulla conoscenza e sulla riflessione ;  ‘ovvero la vita morale si è in certa guisa svolta indipen-  dentemente dalla considerazione degli effetti delle azioni,  ‘considerazione, la quale si è rivelata soltanto a chi si è  posto a riflettere sull'insieme della vita morale, ovvero cioè  gl’ individui hanno cominciato coll'operare in un dato modo  per seguire gl’ impulsi del loro animo, senza aver di mira  ‘alcun risultato obbiettivo che è divenuto evidente solo po-  sicziornente, e allora ia veduta teleologica non ha nel-  l'Etica un ufficio differente da quello che ha nella scienza  in genere. In questo caso non è ragionevole fondare la  valutazione degli atti morali sugli effetti obbiettivi. Ed  anche qui la considerazione teleologica non è una cono-  scenza nello stretto senso della parola, ma è una forma di  ‘contemplazione.    490 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    L'Etica del Paulsen rimane impigliata nel suddetto di-  lemma. Il Paulsen ha ragione di respingere il puro for-  malismo kantiano, in quanto l'analisi dello spirito umano.  mostra che la volontà non può entrare in azione se non  avendo in vista un fine determinato e concreto, ma ha  torto di affermare che la valutazione morale debba essere  fondata soltanto sulla considerazione degli effetti conse-  cutivi all’azione, senza tener conto della natura propria  del volere (ovvero tenendone conto in modo secondario e  subordinato). La volontà non è qualcosa di accessorio  alla moralità, nè questa è fuori della volontà, allo stesso  modo che il bello non è al di fuori dell'anima che lo  sente e lo gusta. E mentre il prodotto artistico va giu-  dicato alla stregua dell’ emotività estetica umana (senso-  estetico), il fatto morale senza cessare di essere tale, non  può essere considerato a parte dalla determinazione del  volere che gli diede origine: e ciò perchè l'essenza del  fatto estetico è nell’emozione estetica, mentrechè l'essenza  di quello morale è nel volere. Un fatto staccato dal volere  che l’ha determinato non può mai essere obbietto di un  giudizio morale, come un bello che non è sentito non può  essere oggetto di un giudizio estetico. In tanto è lecito par-  lare di moralità in quanto è in causa il volere che è quanto  di più intimo abbia l'uomo, in quanto è in causa l’uomo  stesso: e la considerazione degli effetti di un'azione  in tanto può entrare nel giudizio valutativo degli atti  umani in quanto gli effetti spesso, ma non sempre, sono:  l’espressione del volere, sono il volere umano obbiettivato.   L’Etica non si può limitare ad esaminare semplicemente  la forma del volere e dell’ operare umano, ma deve anche    LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 491    prendere in considerazione il contenuto di questa, vale a  dire il fine da raggiungere mediante il volere e l’azione.  Ora lo scopo dell'attività umana non può essere determi-  nato che con la guida della necessità morale e non può  essere valutato che in base alle norme morali stesse. Per il  che occorre che all'attività umana venga proposto non  un fine qualsiasi, ma uno che sia in armonia colla naiura  propria dell’uomo. Onde è che l’esperienza, il fatto cioè  che questo o quell’individuo in questa o quella circostanza  sì è proposto un dato fine e l’ha raggiunto, non ci auto-  rizza niente atfatto a considerare senz’ altro lo stesso fine  come morale e come degno di essere ricercato; è ne-  cessario per contrario che il detto scopo sia fondato ne-  cessariamente sulla natura dello spirito umano e derivato  dalle leggi « priori dello stesso. La psicuiogia potrà for-  nirci un'interpretazione adeguata della natura di queste  leggi, ma nulla potrà dirci del loro valore e della loro  importanza.   In sostanza noi possiamo dire che ogni precetto morale  O giuridico contiene ad uno stesso tempo elementi empirici  ed a priori. Il contenuto particolare e determinato non può  esser fornito alle norme etiche che dai bisogni e dalle contin-  genze in cui l’uomo si può trovare, mentre i caratteri dell’uni-  versalità, della necessità e della obbligatorietà non possono ad  esse venire se non da questo che le varie forme dell'attività  umana vengono considerate come processi e stati aventi la  loro origine e il loro svolgimento in esseri ragionevoli e liberi. -  Non altrimenti che noi consideriamo come logicamente neces-  sario solu ciò che, seguendo le regole del pensiero logico, de-  riva da dati presupposti, così diciamo moralmente necessarie    499 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    quelle maniere di operare che per necessità logica derivano  dai seguenti presupposti: che l’uomo è un essere ragione-  vole e che la parte spirituale della sua natura paragonata  con quella animale, non solo ha un valore maggiore, ma ne  ha uno incondizionato. Quanto più l'individuo riconosce tale  necessità, tanto più squisito è il suo senso morale e quanto  più la condotta di una persona si lascia guidare dal senti-  mento della medesima necessità, tanto più moralmente puro  sarà il suo operare.   L'adempimento del proprio dovere produce la pace del-  l’anima appunto perchè in tal caso la condotta è in accordo  con ciò che all'agente sembra necessario alla conservazione:  cd elevazione del proprio vaiore personale, di guisa che  le leggi morali non esprimono chele condizioni nelle quali  la nostra volontà è veramente funzione dello spirito ed è  degna dell’appellativo di volontà ragionevole. È evidente  che a misura che si va svolgendo la nostra vita spirituale  e il suo valore ci si rende manifesto, acquistiamo coscienza  delle esigenze che in rapporto a ciò ci si impongono e quindi  acquistiamo chiara cognizione delle leggi morali. Fintanto  che in noi non mette radici la persuasione che il compor-  tarsi in un dato modo è da considerare come esigenza uni-  versale della natura umana, non è lecito parlare di mora-  lità: onde consegne che l'uomo trae la nozione di ciò che  deve fare non dalla esperienza, ma dalla considerazione di  ciò che trova di più nobile ed elevato nel suo animo e dalle  esigenze che una tale considerazione trae seco.   Non si vede poi su che base si potrebbe costituire una  norma fis:a ed universale per giudicare del valore morale  di un’ azione, una volta che la determinazione del volere    LA lILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 493    fosse considerata come unelemento accessorio e subordinato,  tanto più se si pensa che la valutazione degli effetti è  pressochè impossibile ad effettuarsi in modo esatto, tenuto  conto delle svariatissime circostanze che possono concorrere  a far variare l’importonza di essi; vero è che si dice che  il giudizio morale ha come punto di riferimento gli effetti  .che normalmente derivano da determinate maniere di operare,  ma non si vede che in tal caso sono le maniere di operare, vale  -a dire ledeterminazioni della volontà, che costituiscono la base  vera dei nostri giudizi, mentrechè gli effetti figurano come una  semplice conseguenza, unaspecie di estrinsecazione di quelle?  Si obbietta che il giudizio morale fondato sull’intenzione  dell'agente, è pressochè impossibile, tenuto conto delle in-  superabili difficoltà che si oppongono ad un esatto esame  psicologico, ma in tale asserzione vi è molto dell'esagerato.  In ogni caso, una volta che si fa dipendere il giudizio morale  esclusivamente dagli effetti consecutivi alle azioni, bisogna  poi dire secondo quale norma noi valutiamo i detti effetti. Le  idee del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto non si sa-  rebbero mai potute formare, se nella natura propria del-  l'uomo e segnatamente nella sua ragione, non avesse ra-  dice il bisogno e la capacità di paragonarsi cogli altri uo-  mini, di valutare i loro stati analogamente ai propri, e di e-  strarre dalla esperienza propria e da quella degli altri leggi  generali aventi l'ufficio di regolarlo nei vari suoi atti; se  insomma l'attitudine morale non avesse il suo fondamento  ultimo nella ragionevolezza umana. Senza di questa con-  dizione sarebbe stato impossibile trarre regole universali  dai vantaggi o danni derivati da determinate azioni: cia-  scuno avrebbe evitato ciò che gli recava nocumento ed ap-    494 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    prezzato ciò che gli giovava. Ancorchè sì voglia ammettere-  che l'esperienza delle conseguenze di dati atti abbia dato  il primo impulso alla formazione delle idee morali, riman  sempre da spiegare il loro completo svolgimento, giacchè  ogni progresso morale ha come base la ragionevolezza u-  mana. Da ciò deriva che i precetti morali, se traggono il  loro contenuto dall'esperienza, devono la loro forza di ob-  bligatorietà a leggi universali dello spirito umano indi-  pendenti da qualsiasi esperienza. Ond’è che la scienza mo-  rale o l’etica non può avere altro obbietto che quello di  rintracciare gli elementi della natura unana, dai quali de-  riva la tendenza ad anteporre a tutto gl'interessi spirituali  e il benessere della società, nel che propriamente consiste  la moralità.   Come si vede, ciò che reude assolutamente difettosa la  concezione morale del Paulsen è l'asserzione che basti l'e-  sperienza per determinare i precetti morali. Infatti, si può  domandare: Perchè ciò che è utile alla società deve essere  praticato ? Perchè lo svolgimento delle varie attività e  funzioni dell'individuo e dei suoi simili costituisce il fine  umano? — Si risponde: Perchè la coscienza sociale, perchè  lo spirito collettivo così comanda; ma, si può domandare  ancora: E perchè lo spirito collettivo dà di tali comandi ?  Perchè esso è fatto cosi? E che dritto ha esso di dare dei  comandi ? E che prove abbiamo della esistenza e della su-  periorità ci un tale spirito? — E le domande non sono fi-  nite ancora: Perchè esistono quei tali istinti sociali che sono  la radice di taluni costumi e consuetudini ? -— Da qualunque.  lato sì consideri la questione, emerge chiaro che non è possi-  bile trarre esclusicamente dall'esperienza il contenuto della    LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 495    moralità senza tener conto delle direzioni primitive ed origi-  narie del volere umano illuminato e conpenetrato dalla ra-  gione. È curioso che il Paulsen ammette che il problema della  determinazione del fine ultimo della vita non possa esser ri-  soluto dall’intelletto e quindi dall'esperienza, mentre quello  riguardante i mezzi per raggiungerlo (virtù e doveri) sì.  Ora se le virtù e i doveri sono insieme parti del fine ultimo del-  la vita e mezzi per raggiungerlo, come mai possono essere de-  terminati con metodo diverso da quello con cui è determinato  lo scopo finale della vita ? L'esperienza non ci può presentare  che fatti concreti collegati insieme, ma non potrà :nai darci la  necessità per cui i dati fatti si collegano, nè il perchè così  si collegano, come non’ può darci mai alcuna norma o regola,  che abbia valor necessario ed universale. È innegabile che  per quanto sì osservino fatti e si notomizzino, non sì caverà  mai da essi una norina assoluta ed universale di operare.  Convien dunque riconoscere in noi una facoltà o una disposi-  zione primitiva per la quale, sotto l'impulso di alcuni fatti, sì.  sveglia in noi l’idea del dovere, l'idea di un qualche cosa  che si deve assolutamente fare. Questa coscienza del do-  vere considerata nella sua generalità quale coscienza d’un  fine obbligatorio, superiore al nostro benessere individuale  è, come abbiamo veduto, il fondamento comune e generale  della natura morale degli uomini: ma a questo fondamento  meramente formale si aggiunge necessariamente, nella co-  scienza di tutti, una determinazione materiale, varia se-  condo i popoli, i tempi e gli individui.   Per ciò che riguarda la superiorità attribuita allo spi-  rito collettivo nelle sue varie forme rispetto allo spirito  individuale, giova notare che non ogni forma di collettività.    »    496 LA FILOSOFIADELL'ATTIVITÀ    .è superiore all'individuo, come non in ogni caso  l’indivi-    duo deve seguire i più. È da questo punto di vista che le  idee emesse dal Paulsen sulla natura del dovere meritano di    .-essere completate. Le unità collettive che hanno un va-  lore più elevato sono quelle che condizionano l’individuo,    quali la famiglia e la società presa in senso lato. È evi- |    . dente che senza la famiglia e la società non vi sarebbe    nè individuo, nè cittadino, il quale dapprima è per cosi  dire una cosa con esse, e se ne distacca soltanto in un  tempo posteriore, quando il volere individuale ha acquistato  tanta forza da poter vivere e svolgersi in modo autonomo.   Le dette unità collettive condizionando la vita indi-  viduale, sono universali, nel senso che non vi è uomo, il  quale non appartenga ad una famiglia, o ad una società.  È chiaro che le stesse collettività lungi dall'essere un prodotto    . dell'astrazione, sono quanto vi può essere di concreto, e    vivono ed operano negli individui ; è evidente del pari che    . ciascun individuo sì sente intimamente legato ad esse, ri-    flette nel suo animo le loro tendenze ed aspirazioni, e le ri-    . conosce come qualcosa di superiore. Una volta che l'individuo    ha nella collettività il suo punto d'origine, il suo fondamento,    . @ il suo sostegno, non può non attribuire ad essa un po-    tere ed una forza stragrande. Non basta. ciascun individuo  come elemento isolato, sente prepo:ente il bisogiio di com.  pletarsi, congiungendosi col Tutto, onde il suo volere quanto.  più è compenetrato dalla ragione tanto più è tratto a com-  piere quelle azioni che lo fanno sentire uno col Tutto, e che,  togliendo ogni restrizione, contribuiscono ad allargare l'Io.   Le forme particolari ed artificiali di collettività non    . sempre hanno un valore superiore e più elevato, in    LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 497    quanto non contengono ciò che vi ha di essenziale negl'indi-  vidui. Le unità collettive naturali lungi dall’eliminare le  differenze individuali, le armonizzano e le elevano ad una .  potenza maggiore. Gl'individui possono (ed è bene che av-  venga) fare a meno dal seguire i dettami della collettività  quando questi non si riferiscono a ciò che vi ha di  universale nella natura umana È soltanto a questa con-  dizione che l'individuo, seguendo la collettività, si sente’  più che sè stesso, si sente parte di ciò che vi ha di me-  glio nel mondo, in modo da trovare un appagamento calmo  e completo alle più profonde aspirazioni del suo cuore, e.  alle intime esigenze di tutto il suo essere.    Prima di finire noterò che chi si fa a considerare l'in-  sieme delle dottrine morali del Paulsen, s'accorge subito che  in esse si ha come il riflesso della psicologia quale venne trat-  tata dal nostro Autore. Vedemmo, infatti, che per lui il fatto  psichico primitivo ed originario è dato dall’attività, dall’e-  nergia, mentre tutte le altre potenze non rappresentano .  che dei mezzi adatti a far raggiungere all’attività il mag-  gior dispiegamento. Da tal punto di vista ciò che è pura--  mente subbiettivo, quale il sentimento, figura come il sem-  lice riflesso o come l’intertoriszazione del fatto obbiettivo  dell’operare, che è l'essenziale. Una tale dottrina psicolo-  gica fondamentale trasportata nel campo morale che cosa.  doveva darci? La trasposizione della base della valuta-  zione, diremo così, dall'interno all'esterno. Infatti, una  volta che l'essenziale è l’ attività, e che questa nonsi  può misurare che dal lavoro che compie, dagli effetti  che produce, è naturale che il giudizio valutativo debba .  riferirsi agli effetti consecutivi alle azioni, invece che alle-    498 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    determinazioni subbiettive del volere e dell’emotività, i  - quali rappresentano qualcosa di accessorio, di sussecutivo  . © di incidentalmente concomitante. L'importante per il  nostro Autore non è la genesi subbiettiva dell’atto, ma  . l'attività, per così dire, obbiettivata.   Ma non è questa, domandiamo noi, una maniera di snatu-  rare la moralità ? Non è l'essenza di questa riposta nel pro-  cesso per cui l'ideale si attua, per cui ciò che non è ancora  tende a tramutarsi in fatto? Non ha essa la sua nota caratteri-  . stica nel procedimento per cuiil mondo veramente uinano siva  formando ? Togliete l’ideale dal dominio morale ed avrete an-  nullato la moraità : ora, non si viene a destituire d'ogni  valore l'ideale, una volta che si pone come obbietto della  ‘ valutazione morale l’effetto che consegue all’azione, cioè  a dire quella parte dell'ideale che è stata già tramutata in  fatto? Bisogna ben tenere a mente che l’ideale è un pro.  dotto del soggetto, prodotto che ha valore ed efticacia per  sè, a prescindere dalla sua attuazione, la quale può essere  | arrestata o di molto diminuita per cause svariatissime. E  la scienza morale si differenzia da tutte le altre scienze ap-  punto per questo, che essa non sì riferisce a fatti, ma ad  ‘idee ed a sentimenti che tendono a tramutarsi in fatti : in  caso contrario la scienza morale quasi quasi non ha ra-  gione di esistere. La classificazione, l'ordinamento ed anche  la valutazione degli effetti di date azioni sono di spettanza  di altre scienze.   Aggiungiamo in ultimo che, ammesso il teleologismo  «alla maniera di Paulsen, si viene a destituire d’ogni valore  la volontà, la quale è quasi considerata come una forza,  le cui determinazioni per sè possono essere trascurate, tanto    LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 499    ‘è ciò vero che il giudizio morale principale si riferisce  .agli etfetti consecutivi all’azione, iquali possono essere  maggiori o minori in rapporto a numerose circostanze  che non hanno niente a che fare colla volontà vera  ‘@ propria; per contrario le determinazioni primitive di  questa e i loro motivi vengono lasciati da parte come  qualcosa di superflno e quindi d'insignificante. Non si ha  cosi una nuova forma di fatalismo, una volta che più o  meno manifestamente viene ad essere ammesso che la vo-  lontà presa per sè non è degna di considerazione ? È de-  gno di nota il fatto che i sistemi filosofici, ì quali pon-  gono il volere come fondo e sostanza dell’ universo, sono  costretti dalla forza delle cose a negare ogni efficacia al  volere vero e proprio: diciamo al volere vero e proprio,  giacchè il volere aminesso dai filosofi pantelisti è qualcosa  di così chimerico e di così inconsistente che non può esi-  stere, se non nella fantasia di quelli che ne hau fatto il  doro Dio.    VI.    Chi si fa a considerare tutto il movimento della filoso-  fia contemporanea non può a meno di notare che le varie di-  rezioni di questa hanno i loro nuclei di origine nella fi-  losotia kantiana. I germi delle varie forme che ha assunto  l’attività del pensiero filosofico nel secolo nostro si trovano  tutti nel Kantismo, tanto è ciò vero che ciascun filosofo  prende come punto di partenza qualche veduta kan-  tiana, e non fa che trarre da essa tutte le conse-  guenze possibili, svolgendola nelle varie sue parti. Nè ciò    deve far meraviglia, se si pensa che Kant piuttosto che    500 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    darci un sistema filosofico vero e proprio, ci diede una cri-  tica della conoscenza e della metafisica anteriore, ond'egli,  qua e là potette emettere delle vedute forse non  perfet-  tamente atte ad esser coordinate in un tutto armonico  non atte cioè a divenire elementi di un sistema unico,  ma atte a divenire punti di riferimento di concezioni po-  steriori. Non è nostro intendimento ora di passare a  rassegna i vari sistemi filosofici che presero le . mosse da  Kant: notiamo soltanto che tra le varie direzioni del pen-  siero speculativo contemporaneo due si possono segnalare  in modo spiccato come germinazioni dirette del Kantismo:  alludiamo alla filosofia critica propriamente detta o al cri.  ticismo e alla filosofia dell'attività o pantelismo nelle sue  varie forme. Le dette due direzioni presentano dei carat-  teri netti e delle note speciali, per cui non sì può non:  considerarle separatamente: il criticismo, infatti, ha, per cosi  dire, il suo centro di gravità nella teoria della conoscenza.  che costituisce per esso l’obbietto speciale dell'indagine filoso-  fica ; il pantelismo invece è concezione essenzialmente metatìi-  sica e lungi dal limitare le sue ricerche alle discussioni gno-  seologiche, ha di mira di penetrare la natura intima della  realtà sia fisica che psichica.   Entrambe queste direzioni del pensiero filosofico, dicevamo,  si rapportano a Kant; ma mentre il criticismo cerca di dare il  più ampio svolgimento alle vedute d'ordine teoretico, il pante-  lismo ha l'intento di accentuare e di esagerare il pensiero fon-  damentale della filosofia pratica del grande filosofo di Kénigs-  berg. É noto che mentre nella critica della ragion pura Kant,  dopo l'esame e l’analisi del potere della conoscenza umana,.  affermò l'impossibilità di oltrepassare il fenomeno, nella cri-    LA FILOSOFIA LELL'ATTIVITÀ BOL    tica della ragione pratica ammise una sola via di penetrare  nel regno del Reale e questa per lui era il volere umano.  È del pari noto che si volle trovare un’antitesi tra il pen-  siero e il metodo della ragione teoretica e il pensiero e il  metodo della ragione pratica, onde avvenne che alcuni se-  guirono Kant nella teoria della conoscenza, mentre altri  nella metafisica che poteva esser dedotta dai presupposti  della sua Etica. Avendo il grande filosofo tedesco pro-  clamato il primato della ragion pratica ed avendo ammesso  nel volere umano una specie di accenno all’Assoluto, era da  aspettarsi che i filosofi, i quali non si appagavano delle  semplici discussioni gnoseologiche, dovessero cercare di co-  struire una metafisica, dando svolgimento e trasformando  pressochè completamente i postulati della ragion pratica.  Tale fu il caso dello Schopenhauer. Non abbiamo bisogno  di esporre la metafisica di questo filosofo per mostrare  come essa abbia una delle sue radici nel pensiero kantiano.  È necessario piuttosto domandarsi a questo punto se il  pantelismo abbia in realtà interpretato e svolto il pensiero  . kantiano: fa d'uopo, cioè, ricercare se in fondo i presup-  posti della filosofia morale e religiosa di Kant siano pro-  prio quelli che formano il caposaldo della metafisica  pantelistica. Ora a tale questione non si può che rispon-  dore negativamente : chi ben considera, infatti, l'insieme  della filosofia kantiana nota subito come l’antitesi tra la  filosofia teoretica e pratica in realtà non sussista; giacchè  in entrambe domina quella che si potrebbe dire veduta  formaliatica, nel senso che tanto nella conoscenza quanto  nell'attività pratica si distingue l'elemento a priori o for-  male, che dà le note essenziali della necessità e dell'univer-    8.    502 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    salità dall’ elemento materiale, il quale è empirico e  quindi contingente, vario e relativo. Se non che Kant, in-  tendendo di costruire un sistema di morale pura ed elevata,  volendo dare alla morale un fondamento assoluto, comprese  che bisognava ridurre al minimum l'azione dell'elemento  empirico per riporre ìil carattere normativo della legge mo-  rale in qualcosa di fermo e di stabile; solo cosi il dovere  era fine a sè stesso.   In tal guisa fu indotto a porre l'essenza dell’imperativo  categorico in una determinazione primitiva del volere umano,  la quale non poteva non esser formale. Sicchè mentre egli  aveva considerato l’ elemento formale della conoscenza  (forme dell’intuizione e categorie), una volta separato dal-  l'elemento materiale, come vuoto, nella morale, per timore  di contaminare in qualche modo la purissima concezione  etica, attribui un valore assoluto all'elemento formale con-  siderato per sè separatamente da ogni determinazione de-  rivante dall'esperienza.   Da tal punto di vista è innegabile il divario esistente  tra la filosofia teoretica e quella pratica di Kant, ma chi  ben riflette sul principio dell'Etica kantiana s'accorge che  il detto principio formale implica in fondo un contenuto  materiale, giacchè l'universalità della regola nun può con-  tenere per sè forza obbligativa, ma solo perle conseguenze  buone che ne derivano, cioè per l’accordo generale degli  animi e per lo svolgimento dei sentimenti disinteressati.   In ogni caso il detto divario autorizza forse a considerare  giusta l'opinione di chi sostiene che il pantelismo è niente  altro che la continuazione e lo svolgimento di ciò che vi  ha di essenziale nella filosofia di Kant? Per risolvere una    LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 503    tale questione fa d’'uopo ricercare quale sia l'essenza del  pantelismo, affinchè dopo si possa vedere se le vedute  kantiane realmente coincidano con essa. Ora il pantelismo  .&fferma che fondo e sostanza dell'universo è il volere,  ma, si noti, non il volere umano, il volere cioè intimamente  «<compenetrato dall’intelligenza, bensi il volere-forza, l’azione,  l'operare per l’operare: ed afferma inoltre l’assoluta supre-  .mazia della attività di fronte all'intelletto. La fanzione  ‘conoscitiva, infatti, nelle sue varie forme e gradi non è  per esso che qualcosa di sussecutivo e di secondario, una  specie di istrumento creato dall'attività. É evidente che  questa seconda affermazione è una conseguenza della prima,  nella quale propriamente sta il principio fondamentale del  pantelismo. Ciò posto, chi conosce lo spirito della filosofia  kantiana non può far a meno di constatare la profonda  differenza esistente tra essa e il pantelismo, in quanto  Kant ammette, si, il primato del volere, ma del volere che  è tutt'uno colla ragione, tanto è ciò vero che egli parla di  ragione pratica, onde non è lecito considerare come propria  «della filusofia kantiana l’ affermazione della separazione  assoluta del volere e del sentimento dall'attività conosci-  tiva. Per quanti sforzi si facciano non si riuscirà mai a  togliere all'etica kantiana la caratteristica sua propria  che è quella di essere un'etica trascendente; ora chi dice  ‘etica trascendente dice etica che ha un fondamento spe-  culativo ; il che alla sua volta include l'affermazione del-  l’indissolubilità della morale dalla metafisica.   Non è giusto adunque riferirsi a Kant quando si afferma  l'indipendenza assoluta dellu morale e della religione dalla  metafisica; in fondo il pensiero kantiano è questo, che la    504 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    conoscenza e la ragione per sè isolatamente considerate  non bastano a darci il fondamento assoluto dell’etica e  della religione, per il che si richiede la cooperazione di  altre funzioni dello spirito o di altri momenti della vita  psichica (sentimento e volontà). L'etica e la religione però  non possono esistere senza che sia ammesso, sia pure in  forma di postulato, un qualche fatto d’ordine speculativo.  Ciò che Kant ha affermato quindi non è la supremazia o  anche l'indipendenza assoluta del volere cieco di fronte  alla ragione, ma l'insufficienza della ragione isolatamente  presa a farci penetrare nel regno dell'assoluto e quindi la  necessità della cooperazione del volere. Dire adunque che  il pantelismo è una conseguenza necessaria e legittima  della filosofia kantiana e dire che la concezione etica e  religiosa propria del pantelismo è nel fondo quella kan-  tiana equivale ad affermare cose non perfettamente con-  formi al vero.   Noi ci siamo alquanto dilungati nell'esporre il rapporto  esistente tra il pantelismo ela filosofia kantiana in quanto  le idee del Paulsen, le quali, come ha potuto vedere chi  ci ha seguito nella esposizione analitica fattane, si ridu-  cono ad una forma di pantelismo, non possono essere con-  siderate come una vera e propria germinazione della filo-  sofia kantiana, ma vanno riguardate piuttosto come il pro-  dotto della fusione di svariati elementi, ai quali brevemente  accenneremo.   Per sintetizzare in brevi termini il nostro pensiero  intorno alla genesi storica delle vedute del Paulsen dire-  mo che i germi deposti nella sua mente dallo studio  delle opere di Kant e di Schopenhauer maturarono e si    LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 505    svolsero in modo particolare per la cooperazione di mol-  teplici altri fattori, quali i lavori compiuti dai neocritici,  i progressi delle scienze particolari, specialmente di quelle  biologiche, e l'allargamento della cultura in genere avve-  nuto negli ultimi anni. Secondo noi, il Paulsen, spirito  fornito di una grande potenza assimilatrice, ha preso da  Kant la purezza dell'intuizione morale, e la profondità del  sentiment) religioso, dallo Schopenhauer il concetto del pri-  mato dell’ attività di fronte alla conoscenza e dalla cultura  contemporanea la tendenza a considerare la filosofia come  la sintesi delle scienze particolari.   Qui, si può domandare : Ha il Paulsen fuso questi vari ele-  menti in modo armonico da formare un'opera sotto qualche  rispetto originale ? È riuscito il Paulsen a presentarci una  sintesi vera dei vari tentativi fatti dallo spirito umano per  dare una spiegazione dell’enigma dell’universo ? A noi pare  .che l'opera del Paulsen, notevole per larghezza di vedute  € per chiarezza e perspicuità nell'espressione, sia più che  una semplice introduzione o guida al filosofare, ma sia d'altra  parte meno che una concezione filosofica originale e. meno  che una sintesi nuova e prcfonda di sistemi anteriori.    Sul modo di filosofare del Paulsen oltrecchè gli elementi  accennati disopra esercitarono una grande azione le specu-  lazioni di Teodoro Fechner. Questo filosofo (1), il quale è  massimamente noto per aver fondato in compagnia di Weber  la Psicofisica, ebbe un modo proprio di considerare e di    (1) G. T. Fechner, già professore deli0’Università di Lipsia, nacque  nel 1£01 e morì nel 1837.    506 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    risolvere i problemi filosofici che merita di essere conosciuto..  Ed è notevole anzitutto che la Psicofisica lungi dall'essere  qualche cosa di estraneo, come a prima vista si potrebbe  supporre, alle sue idee speculative, non è che una parte in-  tegrante di queste: il che apparirà chiaro dopo che avremo  esposto ì punti principali del sistema fechneriano.   Secondoil detto filosofo adunque dal lato interno e psichico,.  la realtà piena e vera si trova nell’Unità suprema della co-  scienza divina, mentre dal lato esterno o fisico vanno con-  siderati gli atomi quali elementi ultimi reali. L'Unita su-  prema della coscienza che tutte le altre unità di ordine  inferiore contiene in sè, si deve pensare analoga a quella  umana; ed allo stesso modo che vi sono delle unità di co-  scienza inferiori alla umana, come quelle degli animali,  delle piante, dei cristalli, ecc., così ve ne sono di ordine  superiore, intermedie quindi tra l’umana e la divina. Tali  sono quelle delle stelle, dei pianeti e degli astriin genere.  L'Uno-Tutto abbraccia colla sua coscienza tutte le unità  di ordine inferiore, mentre queste non sanno di essere com-  prese nell'unità superiore.   La nostra vita terminata quaggiù, entra a far parte di  uua vita superiore e più elevata; non altrimenti che nella  nostra psiche una intuizione, quando sparisce come tale, sì  conserva, o meglio rinasce come ricordo in una sfera supe-  riore dell'anima, così tutto il nostro spirito perdura in  un'esistenza spirituale superiore. Nel mondo di là gli spi-  riti non sono più collegati mediante determinazioni spa-  ziali, ma sono in un rapporto reciproco più elevato, più  intimo e insieme più libero.   D'altra parte l’atomo vero e proprio non può essere per-    —1—1—_x:c: -—-*:-    LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 507    cepito, ma soltanto dedotto od astratto dal complesso dei  fenomeni corporei, e figura come il punto di riferimento di  tutti i nostri calcoli nelle scienze esatte. La prova della  realtà degli atomi risiede nella necessità di farne uso; e  noi intanto arriviamo a concepirli, in quanto l’analisi dei  fenomeni corporei, spinta agli ultimi limiti, pone davanti alla  nostra mente questi elementi assolutamente semplici, i  quali appaiono condizioni essenziali dell’ interpretazione e  del calcolo dei vari fenomeni svolgentisi nell'universo.   Il Fechner chiamala sua concezione idealistica in quanto  per essa è ammessa l’esistenza di una coscienza universale  o totale, la quale è come la condizione im:nanente dell’e-  sistenza della materia ; la chiama matertalistica in quanto  con essa viene ad essere riconosciuto che non vi è attività  dello spirito, sia umano che divino, che non sia accompa-  gnata da un fenomeno materiale o di movimento ; la chiama  dualistica in quanto per essa anima e corpo appaiono irri-  ducibili l’una all’altro; la chiama finalmente concezione  dell'identità in quanto per essa spirito e natura sono due  modi differenti d'apparire di uno stesso processo fonda-  mentale.   Ciò che vale a controdistinguere la veduta del Fechner  di fronte alle concezioni di altri filosofi del nostro tempo,  quali l'Herbart, il Lotze, è che egli non ammette in alcun  modo l’esistenza di sostanze finite, di reali indipendenti,  ovvero anche in connessione reciproca tra loro, ma aventi  valore per sè. Per lui la realtà è nel processo, nella vita,  nell'attività universale ; le sostanze finite, o le monadi non  sono che fatti o processi di un ordine inferiore, i quali  devono la loro esistenza ad un processo simile, ma di    508 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    ordine superiore. Una volta poi ammessa così dal Fechner  la dottrina dell'animazione universale e quella della con-  tinnità e accrescimento graduale e ininterrotto della vita  psichica e una volta riposta l’essenza di quest'ultima non  nella qualità semplice di un reale o nella reazione di una  sostanza inpenetrabile, bensi nello svolgimento del processo  universale attraverso a una quantità di momenti di vario  ordine, è chiaro che s’' imponeva l'esigenza non solo di  mostrare la possibilità della esistenza di una vita psi-  chica latente, ma anche di rappresentarla, diremmo, gra-  ficamente, andando in traccia delle condizioni, per cuì si  rendono possibili quei centri concreti di attività psichica  che nella loro ordinaria funzione ricevono il nome di anime.  In altri termini, in base ai suoi concetti speculativi, il  Fechner fu spinto a ricercare una legge, poggiata possibil-  mente sul calcolo e sull'esperienza, atta a dar ragione della  discontinuità rivelantesi nella ordinaria vita psichica. A  tale esigenza risponde appunto la legge psicofisica, colla  quale viene enunciato il fatto che la sensazione non co-  mincia con uno stimolo infinitamente piccolo, ma solo con  il valore limite dello stimolo e che l'accrescimento della  stessa cessa del tutto quando lo stimolo ha raggiunto il limite  clell’altezza che è il suo limite massimo. E qui va notato che  se si fa crescere l’ intensità dello stimolo, rimanendo fra il  limite minimo e quello massimo, non ad ogni accrescimento  di stimolo tien dietro un accrescimento di sensazione; lo  stimolo deve crescere di un certo grado, cioè del limite  della differenza, perchè noi lo avvertiamo. Codesto limite  di differenza però non è una grandezza costante, ma di-  pende dal grado d'intensità già raggiunto dallo sti-    LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 509    molo e relativamente dalla sensazione, per il che si può  dire che il limite di differenza dello stimolo è propor-  zionale all'intensità dello stimolo stesso. L' accrescimento  della sensazione rimane indietro all’ accrescimento dello  stimolo, in maniera che l’intensità della sensazione cresce  solamente nel rapporto aritmetico (come 1, 2, 3, 4, ....);  laddove l'intensità dello stimolo cresce nel rapporto geome-  trico (come 1, 2, 4, 8, 16.....). |   È chiaro che l’esistenza del limite inferiore ci guaren-  tisce una certa insensibilità, e perciò anche una certa in-  dipendenza dai piccoli ed innumerevoli stimoli, i quali, per  così dire, senza posa ci vanno ronzando attorno e che al-  trimenti ci sarebbero cagione di continue molestie. Dall’al-  tra parte il limite di differenza assicura alle sensazioni che  entrano nella nostra coscienza una certa durata, in quanto  le preserva dalle variazioni degli stimoli. L'impressione  piacevole che si prova all'udire un pezza di musica si fonda  essenzialmente su questo fatto, che noi non percepiamo le  leggiere deviazioni dei suoni dalla consonanza e dalla par-  titura, giacchè esse sono al di sotto del limite di differenza.  I valori dei limiti inferiori sono l’espressione della sensi-  bilità per gli stimoli e per la loro distinzione, e come tali,  mutano non solamente da persona a persona, ma anche  da tempo a tempo, secondo il grado di stanchezza, di e-  sercizio, di eccitamento o di paralisi.    VII.    La concezione fechneriana ha un'importanza superiore  a quella che d'ordinario le viene attribuita in quanto rap-    BIO LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    presenta uno dei più audaci tentativi fatti in questi ultimi  tempi per coordinare i risultati delle scienze particolari  con una costruzione quasi totalmente fantastica della Realtà.  Il Fechner in sostanza dice: il meccanismo da qualun-  que punto viene considerato, figura come qualcosa di re-  lativo; tutto ciò che é esterno in tanto ha valore in quanto  appare a qualcos'altro: pertanto l'essenziale va ricercato ap-  punto in questo qualcos'altro, l’esteriorità essendo semplice-  mente come un elemento fenomenico concomitante. Ammesso:  il principio che a tutto ciò che è tisico corrisponde un lato  psichico, è agevole pensare che a tutte le varie formazioni  fisiche (astri, pianeti, ecc.) debbano correre parallele delle  corrispondenti formazioni psichiche fino a giungere alla  Coscienza universale che tutto in sè contiene e comprende.  Ora si domanda: Il fatto di dover ammettere un lato interno,  corrispondente a tutto ciò che appare meccanico o esterno  autorizza a porre senz'altro l’esistenza di determinate u-  nità di coscienza intermedie tra l’uomo e Dio? Che dritto  abbiamo noi di credere che la coscienza universale diffusa  sì sia, acosì dire, differenziata in tali unità di coscienza par-  ticolari, quando pur sappiamo che la formazione della no-  stra coscienza richiede condizioni e processi speciali e di  ordine complicato? Noi crediamo che si possa é si debba ac-  cettare uno stato di psichicità o di interiorità diffusa, 0-  scura, ma non crediamo che ciò tragga seco la necessità  di ammettere dei centri di coscienza distinti, intermedi tra  l'uomo e Dio, giacchè i fenomeni presentati dai vari si-  stemi di astri non possono essere risguardati quali manife-  stazioni di coscienze determinate. Anzitutto notiamo che  qualunque speculazione a tal riguardo appare priva di va-    LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 5I1:’    lore, sia perchè essa siriduce a un modo soggettivo e arbi-  trario di rappresentarsi ciò di cui noi non possiamo avere che -  conoscenza astratta e incompleta, e sia perchè la conoscenza  dell’interiorità in tanto può aver significato in quanto  giova al conseguimento di fini pratici, agevolando il rap-  porto e il nesso reciproco degli esseri e il perfeziona-  mento che ne consegue. Quando per contrario l’interiorità  figura come qualcosa d’indifferente, come qualcosa di sfor-  nito d'importanza, quando insomma per poter utilmente  agire sulle cose basta la conoscenza esterna fenomenica che  di esse abbiamo, la ricerca dell’interno va posta a livello di  qualsiasi altro gioco della fantasia. Noì in tanto ricerchiamo  ed apprezziamo la conoscenza dell'interno degli altri uo-  mini in quanto da tale conoscenza ci ripromettiamo dei  vantaggi d'ordine teoretico (cognizione della natura dello  spirito umano e delle sue leggi) e d'ordine pratico. È per  mezzo di essa che noi possiamo utilmente agire sui nostri  simili e su noi stessi, indirizzandoci a vicenda verso il fine  a cui crediamo che il genere umano tenda.   Il Fechner poi crede che ogni sistema di forze, che ogni  determinato aggruppamento di elementi possa essere con-  siderato espressione di una distinta unità di coscienza;  ora ciò evidentemente non è ammissibile, giacchè occorre  far distinzione fra quelle coordinazioni di elementi che sono  indizi o estrinsecazioni di unità di coscienza realmente e-  sistenti (unità di coscienza tn sé) e quelle coordinazioni  di elementi che hanno il loro fondamento nella coscienza  del soggetto che contempla i detti elementi. Così i vari si-  stemi in cui la mente umana ha ordinato l'immensa mol-  teplicità dei fenomeni, non depongono per l’esistenza di u- -    512 LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ    nità di coscienza corrispondenti, ma hanno per presuppo-  sto l’esistenza di una coscienza, diremo cosi, estrinseca, la  -quale li ha formati, contemplando i fenomeni: invece le  «coordinazioni presentate dagli organismi in genere sono  forme di estrinsecazione di unità di coscienza distinte.   Il Fechner, avendo identificato le due sudette maniere  di coordinazione, si è creduto autorizzato ad ammettere un'’u-  nità di coscienza in ogni sistema. Ma si può qui doman-  dare: Vi è un criterio per distinguere quei sistemi che  hanno per fondamento una unità di coscienza estrinseca  da quelli che ne hanno una intrinseca? Ognuno vede la  grave difficoltà di un tale problema; noi però crediamo di  poterlo risolvere, ponendo il carattere distintivo nella pro-  | prietà che ha l’unità di coscienza veramente distinta  (obbiettiva e di ordine elevato) di poter non solo produrre  | ed avere vari stati, ma di poter agire su questi. Noi solo  «allora siamo autorizzati ad ammettere come espressione di  un’ unità di coscienza distinta un sistema di elementi,  . quando abbiamo degli indizi sicuri non solo che in tale siste-  ma domina un'unità armonica e coordinatrice, ma che questa  . produce e modifica i vari stati in cui il detto sistema sì può  ‘trovare. In ogni altro caso si può parlare di coscienza uni-  versale diffusa, ma non di coscienza distinta e molto meno  . di coscienza di ordine superiore.   Ciò posto, se noi esaminiamo i fatti presentati dagli  . astri, dai pianeti e da tutti quegli oggetti che, stando a  Fechner, sono manifestazioni di unità di coscienza inter-  medie tra l’umana e la divina, noi troviamo che essi  non presentano alcun indizio dell'esistenza di qualcosa di  superiore e di elevato capace di agire sui propri stati;    LA FILOSOFIA BELL'ATTIVITÀ 513    onde non è lecito estendere la coscienza distinta al disopra  dell'uomo che presenta in modo evidentissimo la caratteri-  stica suaccennata. |    Concludiamo coll’osse rvare che la metafisica del Fechner,  come quella del Paulsen, non sfugge al rimprovero che si fa  atutte quelle metafisiche che sforzano la realtà, preten-  .dendo che l’ordine ideale di questa si realizzi per una via  diversa da quella che l’esatta ricerca scientifica dimostra  vera. Tutte queste metafisiche hanno in comune di esser  modi di rappresentazione dell’incondizionato, onde il meglio  è di considerarle come mere ipotesi che nei loro concetti e  nelle loro linee più generali è bene tener presenti senza  lasciarsene dominare, affidandosi al progresso lento, ma  sicuro dell’esatta ricerca scientifica, la quale mentre da una  parte insieme con tutta la cultura, influisce sulla loro for-  mazione, è dall’altra atta a decidere, con la cooperazione.  di altri elementi, del loro valore.    Fine.    Digitized by Google    INDICEK    La Vecchia e la Nuova Frenologia  La Nozione di “ Legge ,  L'origine delle tendenze immorali .  Il senso muscolare .    L’obbietto della Psicologia fisiologica .    La Filosofia dell’attività — F. Paulsen .    pag. SAGGI    FILOSOFIA    FRANCESCO DE SARLO    SAGGI    DI    FILOSOFIA)    VOLUME II    LA MORFOLOGIA DELLA CONOSCENZA  IL PROBLEMA ESTETICO — IL PROBLEMA FILOSOFICO  SECONDO IL BRADLEY    we    TORINO  CARLO CLAUSEN    1397    Chl 4225:2,3)    HARVARD COLLEGE LIBRARY OC  JACKSON FUND  (1,49 2 /    —— ro Li te nn a A SI, io ae i Pa   e - __...—————&——&__cse-@hctemurrr nd  TARA sr AIA CI I TTI AT E I O A I I ZI I  — O i = 1o———__—r_r_——_—————  it (i 7 E  | vB8 AA ANI TE RE IE lr    LA NOZIONE DI « LEGGE >    IV.    La Classificazione delle Leggi o la Morfologia  della conoscenza 0.    Si è concordi nell’ammettere distinzione tra la cono-  ‘ scenza in generale e la scienza, in quanto la prima im-  plica semplice qualificazione della Realtà, mentre la seconda  include qualcosaltro ancora, include cioè la connessione  necessaria degli attributi caratterizzanti il Reale. Se la  conoscenza in generale verte sul particolare e sul concreto,  la scienza si muove nell’ universale, nel necessario, nel.    (1) Per ragioni che qui non è necessario esporre, fui costretto ad  anticipare di molti mesi la pubblicazione del 1° volume di questi  Saggi, nel quale è contenuta la « Nozione di Legge » — La tratta-  zione di questo importante e difficile argomento rimase come strozzata;  difatti l’ultima parte, da pag. 123 a 139, dove si parla di una classi-  ficazione delle Leggi, non è bene coordinata col rimanente e, più che  una discussione ampia sul detto argomento, è l'eco di una serie di  note prese per la più parte dalle Lezioni di Filosofia fatte dal Masci  all’ Università di Napoli negli anni accademici 1890-91-92. Riprendo  ora l'argomento interrotto, coll’ intento di dargli quello svolgimento  che a me pare che meriti.   41    , LA NOZIONE DI « LEGGE »    permanente, avendo per obbietto non il dato puro e sem-  plice, ma i concetti elaborati sul dato. Parrebbe adunque  che la conoscenza esprimesse un rapporto o un contatto  più immediato colla realtà, essendo come l’ apprensione  diretta di questa, mentrechè la scienza fosse come una  forma di appercezione mediata, compiuta, cioè, attraverso  i concetti della nostra mente; parrebbe di conseguenza  che tra conoscenza e scienza vi fosse una differenza so-  stanziale in modo da essere pressochè impossibile rintrac-  ciare, diremmo, la morfologia, o la figliazione dei vari  ordini di caratterizzazione della realtà. Ora per veder  chiaro in tale questione a noi pare opportuno determinar  bene anzitutto in che propriamente consista la conoscenza.  Questa in tutte le sue forme, a cominciare dalla semplice  percezione a venire al concetto più astratto, lungi dal  presentarsi come un contatto, diremmo, mistico, di due  sostanze - il reale e la mente - poste l'una di fronte  all'altra, figura come un processo di appercezione, mediante  il quale ogni elemento nuovo viene come assimilato dagli  elementi affini già esistenti nella psiche, di guisa che la  legge della relatività è la legge psichica fondamentale. Ciò  posto, noi vediamo che tra conoscenza pura e semplice e  conoscenza scientifica non vi è differenza sostanziale, es-  sendo due stadii di un processo fondamentale identico:  conoscere equivale appercepire, assimilare, riferire l’ ele-  mento nuovo ai già preesistenti ; se questi ultimi, distaccati  dal processo psicologico e sottoposti ad un' elaborazione  speciale, vengono considerati come simboli, come segni per  riconoscere ogni elemento affine che sopraggiunge, sì avrà  la scienza, in quanto i detti simboli sono appunto i con-    LA NOZIONE DI « LEGGE » 3    cetti, gli universali che rendono possibile l’ appercezione  del singolo e del particolare: se per contrario la forma  appercettiva è incorporata nel processo psicologico si avrà  la semplice conoscenza. |   Onde consegue che qualsiasi forma di conoscenza implica  la cooperazione di un elemento universale (forma appercet-  tiva), di un elemento intelligibile, di qualcosa che trascende  il fatto concreto particolare attualmente in rapporto im-  mediato col soggetto e insieme che non vi è e non vi può  essere una esclusiva conoscenza di fatti singoli e isolati :  questi son sempre appresi attraverso qualcosaltro che in  certo modo li rischiara e li illumina, che, in altre parole,  li rende intelligibili. E che cosa è questo universale attra-  verso cui noi appercepiamo qualsiasi fatto singolo? Se la  sua funzione è quella di rischiarare, di rendere intelligi-  bile il dato, idealizzandolo e in certa guisa universaliz-  zandolo, esso si confonde con ciò che propriamente si  chiama legge. Questa infatti, come fu ampiamente discusso  altrove, è ciò che rende intelligibili i fatti singoli e con-  creti, o, ciò che torna lo stesso, rappresenta ciò che vi  ha d'’intelligibile negli ultimi, è la loro stessa intelligibi-  lità. Eccoci condotti adunque al risultato finale che il  dominio della « legge » si estende fin dove si estende  quello della conoscenza e che pertanto una classificazione  razionale ed esauriente delle varie forme di legge in tanto  è possibile in quanto le varie specie di conoscenza sono  intimamente connesse tra loro da formare un tutto or-  ganico.   Nè sembrerà inutile estendere in tal modo la nozione  di « legge », se si pensa che in tal guisa soltanto s' intende    4 | LA NOZIONE DI « LEGGE »    la natura vera del processo conoscitivo ed è resa possibile  una vera e propria morfologia della conoscenza.   E poichè lo spirito umano non ha soltanto la funzione  conoscitiva, ma ha anche quella emotiva e volitiva, non è  priva d'interesse la ricerca dei rapporti esistenti tra queste  ultime e la funzione conoscitiva, per vedere fin dove estende  il suo dominio il fatto conoscitivo e per ciò stesso la legge.  Ora vi sono dei prodotti dello spirito umano, quali l'Arte,  la Morale, la Religione, i quali sono da parecchi conside-  rati come estranei assolutamente alla conoscenza: l'Arte,  la Morale, la Religione, si dice, sono un prodotto del sen-  timento e della volontà e non già dell’intelligenza umana;  rella vita estetica, morale e religiosa proviamo delle  emozioni ed operiamo, ma non conosciamo. È vera l’af-  fermazione di caloro che pressochè escludono il momerto  conoscitivo dai succitati prodotti dell'anima umana? Noi  crediamo che pur non essendo riducibili a meri sillogismi  i fatti estetici, morali e religiosi, non cessano però di  contenere come lero momento essenziale quello conoscitivo.  Ed invero l'Arte e la Religione, esprimendo e simboleg-  giando, ciascuna alla sua maniera, il Reale, che cos’altro  fanno se non qualificare lo stesso Reale? E la vita morale  che sì esplica, mirando all'attuazione di un certo Ideale  di perfezione, che cos'altro fa se non caratterizzare come  progressiva e perfettibile la realtà stessa? L'Arte, la Morale,  la Religione non sono certo un prodotto esclusivo del ra-  gionamento reflesso, come credevano ì razionalisti, ma non  sono nemmeno un prodotto esclusivo del sentimento e della  volontà, come vogliono gli avversari della conoscenza,  giacchè per poter significare e simboleggiare il Reale    n i i it    - —.$.    + nm ©"    - —_ >= .,.>-®_ _    LA NOZIONE DI « LEGGE » 5    bisogna aver una certa idea del Reale stesso, altrimenti  l'espressione manca di ogni punto di riferimento e quindi di  ogni significato. Ammesso anche che l’idea artistica, l’idea  morale e l’idea religiosa sia come il portato di date ten-  denze ed esigenze dell'anima umana, ciò non esclude che  qualsiasi determinazione estetica, religiosa, ecc. sia come  una maniera di conoscere e di sperimentare il Reale,  giacchè le dette tendenze ed esigenze (sentimenti e voli-  zioni) involgono sempre un elemento intellettivo o apper-  cettivo. L'Arte, la Religione, ecc. sono poi come vari punti  di vista, come varie posizioni di prospettiva per poter ap-.  percepire la realtà, per modo che attraverso le differenti  forme che esse assumono noi possiamo comprendere i  singoli fatti riferentisi alle rispettive sfere estetica, reli-  giosa, morale. D'ordinario si crede che un fatto estetico o  religioso sia qualcosa d’ individuale, di concreto, di singo-  lare, qualcosa di chiuso in sè stesso; ora ciò mal si con-  cilia colla funzione universalizzatrice, tipificatrice e idea-  lizzatrice attribuita alla funzione estetica, religiosa e  morale. Lo spirito umano quando crea il bello e foggia  il simbolo religioso o pone l'ideale morale, attua i mezzi  attraverso cui può intendere la molteplicità dei fatti con-  creti e particolari riferentisi alla sfera dell’arte, della  religione e della morale. Nei casi suddetti adunque la mente  umana da una parte conosce, ha un certo concetto (co-  munque formatosi) del reale, e dall'altra porge i mezzi  attraverso cuì possono essere appercepiti una quantità di  fatti singoli e concreti che si presentano nella vita ordi-  naria. Allo stesso modo che, perchè sia scoverta una legge  scientifica occorre il Genio scientifico, perchè sia scoverto    6 LA NOZIONE DI « LEGGE »    un punto di vista: nuovo da cui appercepire la realtà in  ordine alla morale, alla religione e all'arte - punto di  vista che fissa l'orientamento in ciascuna di queste orbite -  sì richiede l'influenza del Genio. In entrambi i casi il  processo è sempre quello di appercepire e di fare apper-  cepire in un dato modo la realtà, di ordinare la moltepli-  cità caotica dei fatti singoli, il che equivale a dire che lo  scopo è sempre quello di caratterizzare e qualificare la  realtà. In fondo ad ogni opera estetica, morale e religiosa  si trova poi un giudizio in cui vengono enunciate le diverse  manifestazioni o differenze di un’ identità fondamentale, un  giudizio in cui vengono esposte le maniere di articolarsi  tra loro delle parti componenti un tutto e in cui infine  vengono enunciate le determinazioni possibili o ideali e  non attualmente reali.   Si dice che mentre l'ipotesi scientifica è formata per  spiegare i fatti reali che da essa conseguono, le costru-  zioni ideali dell'Arte, della Religione e della Morale sono  prodotti arbitrari dello spirito, i quali hanno la loro ra-  gione in sè stessi; ora ciò è vero entro certi limiti per il  fatto che scopo dell’Arte, della Morale e della Religione  non è quello di spiegare il dato, bensì quello di presentare  sotto nuova luce il Reale, di mostrare cioè le varie dire-  zioni entro cui lo stesso è concepibile. Sarebbe erroneo  però supporre che le costruzioni ideali summentovate siano  destituite di qualsiasi fondamento reale: esse poggiano  invece sulla natura propria dell’ anima umana; e se non  sono costruite in vista degli effetti che da esse conseguono,  stanno però sempre ad indicare le maniere in cui i dati  « della realtà possono essere armonizzati tra loro. Anche    LA NOZIONE DI « LEGGE » 7    l'Arte più spontanea e immediata ha l’ufficio di sistematiz-  zare, di portare un certo ordine nel caos della realtà  empirica. L'Arte produce un godimento più o meno intenso  per il fatto stesso che è espressione armonica di ciò che  la vita contiene. La realtà passata attraverso l’anima  dell’artista assume una certa « forma », per cui vengono  ad esser tolte le asperità dei dati reali e vengono ad essere  come smussati gli angoli presentati dal decorso delle cose.  Non temiamo di metter fuori un paradosso dicendo che le  contradizioni più stridenti dell'universo espresse dall’artista  si trasformano in qualcosa d'armonico e di sistematico. Sta  in ciò il vero incanto dell'Arte, la quale per esprimere  le dette contradizioni, deve per forza renderle in qualche  modo intelligibili, trasfigurandole e facendone intravedere  l’unità armonica,   Si dice inoltre che la scienza prova e dimostra, mentre  l'Arte, la Morale e la Religione semplicemente costruiscono :  ciò è vero ed ha la sua ragione nel fatto che la scienza  vive e si muove nel mondo delle astrazioni e delle formule,  mentrechè le altre produzioni dello spirito umano si muo-  vono nel mondo dei tipi concreti, delle individualità. Ciò  che è astratto e formale è immutabile e necessario, men-  trechè ciò che è concreto, ciò che vive, sfugge sempre  per una parte alla misura ed all'analisi quantitativa. A  tal proposito giova ricordare che ogni forma di prova e  di dimostrazione in fondo è riducibile ad un rapporto di  identificazione. Provare, dimostrare equivale a valutare  quantitativamente, equivale a ridurre e ad identificare tra  loro gli elementi formali (le forme) di due cose o eventi.  Può essere identificato solo ciò che presenta una medesima    ld    8 LA NOZIONE DI « LEGGE »    qualità variabile quantitativamente, non già ciò che pre-  senta qualità differenti e irriducibili.   Riassumendo, noi diciamo che in fondo ad ogni fatto  estetico, morale e religioso, non altrimenti che in fondo    ad ogni fatto scientifico, si riscontra un’idea, un concetto, -    il quale per essere accompagnato nel primo caso da senti-  mento (interesse) non permane quale concetto, ma col  calore del sentimento si tramuta in fantasma, in rappre-  sentazione concreta, e ciò perchè il sentimento tende al  concreto, al rappresentabile e rifugge dall’astratto. Onde  è chiaro che la diversità tra l’appercezione del reale  fornita dalla conoscenza scientifica e quella che ha luogo  nel processo estetico, religioso, etico sta in questo, che la  scienza sia che muova dai fatti singoli, o da concetti  (ipotesi) o da principii generali, mira a spingere o a far  rientrare il particolare nel generale, mentre l'Arte, la  Morale e la Religione tendono sempre ad obbiettivare in  forma di tipi o di sistemi concreti, i concetti o i prin-  cipii generali: tipi e sistemi che operano come ideali, a  cui si deve rapportare la realtà empirica ordinaria. Va  notato qui che la vita morale, estetica e religiosa da una  parte e la scienza dall'altra, pur seguendo una via diversa  nel loro modo di procedere, concordano in questo che in  fondo tutte idealizzano l’esperienza o il dato e per tal via  simboleggiano il Reale; l'idealizza la Scienza riducendo i  fatti a concetti e l’idealizza l'Arte, la Religione e la Mo-  rale col presentare i concetti non incorporati in una data  rappresentazione singola, ma in una rappresentazione gene-  rale, in una rappresentazione tipo atta a raccogliere ed a  sintetizzare in sè molteplici dati particolari. Giacchè a tal    —-_ ee +    LA NOZIONE DI « LEGGE » 9    proposito non bisogna dimenticare che l’Arte, la Religione  o la Morale, se da una parte non volgono su concetti,  dall'altra non volgono su dati di fatto (come fa la storia  — e in generale le cosidette scienze descrittive come la geo-  grafia, la cosmografia, la geologia), ma su tipi, su ideali,  su fatti dunque concreti universalizzati, considerati sub  specie ceternitatis. Per noi insomma la scienza elabora con-  cetti (universali astratti), le scienze narrative o descrit-  tive riproducono fatti concreti determinati col maggior  numero di particolari possibili in modo da richieder però  sempre un ulteriore complemento, l’Arte, la Religione e  la Morale. hanno a che fare con tipi (universali concreti),  con individualità.   Possiamo conchiudere col dire adunque che non vi ha  funzione dello spirito umano che non implichi il momento  della conoscenza e che quindi tutte le produzioni dello  spirito- umano ci forniscono qualche maniera di apperce-  pire la realtà nelle sue svariate e molteplici determina-  zioni singolari. Alle varie forme di appercezione corrispon-  dono le varie specie di leggi.   Dal fatto che il processo della conoscenza è fondamen-  talmente uno e che esso si estende per tutto il dominio  dell’attività dello spirito non consegue che esso non pre-  senti delle notevoli differenze in modo da giustificare  l'esistenza di varie categorie di leggi. E invero, vi sono  delle forme appercettive, le quali agiscono come leggi nel  senso che rendono possibile la comprensione e l'intelligi-  bilità dei dati singoli concreti, ma non possono essere  distaccate dal processo psicologico in seno a cui operano e  quindi non possono assumere la forma di giudizi, come le    40 LA NOZIONE DI « LEGGE »    leggi vere e proprie, per modo che esse mentre agiscono  inconsciamente ed organicamente nella mente degli indivi-  dui, non si rendono appariscenti che ad uno stadio tardivo  della riflessione. Di tal fatta sono le forme appercettive  inerenti agli stadii iniziali della vita psichica ed ai prodotti  elevati dello spirito quali l'Arte, la Morale e la Religione.  Volendo però presentare una prima (1) classificazione com-  pleta delle forme appercettive o leggi, le divideremo in  quattro grandi categorie, in forme o leggi di riferimento  o assimilative, in forme o leggi rudimentali, in forme o leggi  relazionali e in forme o leggi sistematiche.    A    1. Leggi assimilative concrete 0 l’ attività psichica  come legge.    Queste non possono essere formulate per via di giudizi,  perchè sono anteriori alla formazione delle idee quali segni  del reale, anteriori al linguaggio significativo, anteriori  al distacco cosciente e voluto del significato dal fatto.  Parrebbe a prima vista che questa classe di leggi non  avesse ragione di esistere una volta che esse non possono  essere enunciate, ed una volta che l'essenza della legge  è stata riposta appunto nel was, nel significato, nell’ ele-  mento intelligibile distaccato dalla realtà; ma, se ben si    (1) Diciamo prima classificazione, perchè, come vedremo in seguito,  sì può fare una seconda classificazione delle forme appercettive, te-  nendo conto delle varie maniere in cui la conoscenza è acquistata.    + s- n ®* re»    i fi n e ca    LA NOZIONE DI « LEGGE » 41    riflette, nel caso delle leggi assimilative il processo d’idea-  lizzazione esiste sempre, il was, pur non avendo ancora  trovato un'espressione decisa, e pur non essendo stato  staccato dalla matrice psichica, è attivo, è sempre in  funzione, tanto è ciò vero che la conoscenza di nuovi fatti  è resa possibile appunto da tale modo di operare dell’at-  tività psichica. Se per legge si deve intendere ciò che  rende possibile l’appercezione di un nuovo elemento, per-  chè non dovrebbe meritare il nome di legge ciò che rende  | possibile qualsiasi forma rudimentale di conoscenza ? Sif-  fatte leggi concrete operano in tanti modi diversi in quanti  si può esplicare l’attività tipificatrice e assimilatrice della  psiche. Lo studio di queste forme è di esclusiva spettanza  della Psicologia, la quale dà ragione del nesso o delle  relazioni esistenti tra i vari elementi psichici e della ri-  cognizione, fondandosi sulla funzione identificatrice della  mente. Per esprimere nel modo più chiaro il nostro con-  cetto in ordine alle dette leggi, diciamo che esse non  sono propriamente leggi, ma funzionano come le leggi.    2. Leggi rudimentali.    Se il dominio della conoscenza coincide con quello della  legge, se cioè ogni forma di conoscenza implica una certa  universalizzazione del dato, è evidente che anche i giudizi  enuncianti fatti singoli vadano considerati come leggi rudi-  dimentali o iniziali universalizzazioni dei fatti percettivi. Ed  invero, per convincersi come qualsiasi giudizio racchiuda  come a dire, in modo rudimentale una verità universale,    12 — LA NOZIONE DI « LEGGE »    giova tener presente in che propriamente consista il giu-  dizio. Molto si è discusso a tal proposito e non intendiamo  far qui la storia critica delle varie teorie emesse : a noi  basta richiamare l’attenzione su questo, che il giudicare  non può ridursi all'affermazione o al riconoscimento di una  relazione tra due idee, come non può ridursi senz’ altro  all'affermazione di un dato nesso tra due cose. In entrambi  ì casi viene ad essere sformata la natura vera del giudi-  zio, in quanto, se ben si riflette, in tali casi le nozioni di  verità e di falsità inerenti alla funzione giudicatrice non  ricevono alcuna spiegazione. Il giudizio nasce dal riferi-  mento di un contenuto ideale alla realtà, contenuto ideale  che può essere o non essere appropriato ad un dato fatto  (verità o falsità di giudizio), per il che il giudizio da una  parte si eleva al di sopra dell’esperienza attuale e dall’altra  non è tutto nella sfera delle idee, avendo un punto di con-  tatto colla realtà. Il giudizio consiste nell’idealizzazione del    dato. Rendere intelligibile il reale, ecco l'ufficio del giudizio.    Ora la legge che altro ufficio ha se non quello di rendere  intelligibile l’esperienza, estendendola e rendendola conti-  nua nelle sue varie fasi o stadi? Se non che si potrebbero  fare due osservazioni: 1° non è chiaro come il giudizio  che è costituito di termini ideali, possa riferirsi al reale,  al fatto obbiettivo che è sempre qualcosa posto al di fuori  della mente che giudica: 2° se si riesce perfettamente a  capire l’identificazione dello « leggi » coi giudizii univer-  sali e ipotetici — i quali poi sono ì più lontani dalla  realtà concreta, in quanto si riducono a connessioni di at-  tributi o di qualità, d'idee e quindi di astratti —, non si  riesce nient’affatto a capire come i cosidetti giudizii cate-    — — è -- qa    - — © o n — n ci    LA NOZIONE DI « LEGGE » 13    gorici (giudizii singolari, impersonali, dimostrativi, ecc.)  possano essere considerati come leggi rudimentali, come  fatti, diremo così universalizzati, considerati sud specie  aeternitatis. |   Esaminiamo le due suesposte obbiezioni.   1° Come mai ogni giudizio, sia percettivo o universale,  può essere schematizzato nel modo'seguente. « Il reale è  tale che........ » 0, « Il mondo reale è così qualificato  che........ +», come mai il giudizio si può ridurre ad un  riferimento al reale, al reale indeterminato in un caso e  designato per mezzo di idee nell’altro? Certamente, se noi  consideriamo lo spirito umano come un’ entità a sè posta  al di fuori della realtà che gli sta di rincontro, se noi  imaginiamo la psiche e l'universo come due mondi staccati,  estranei l’ uno all’ altro, non arriviamo a concepire come  possa stabilirsi il contatto dell’io col reale: ed oltrechè  appare incomprensibile la conoscenza quale peculiare rela-  zione tra due mondi separati, perchè si introduce il con-  cetto di spazialità e di estensione e di uno fuori dell'altro,  dove non vi è ragione d'introdurlo , si è costretti poi a  considerare i fatti spirituali, i processi psicologici come  una reduplicazione del reale. Da tal punto dì vista il  mondo ideale della psiche, pur essendo in corrispondenza  col mondo reale, è come qualcosa d’autonomo, di chiuso e  completo in sè, per modo che l'atto giudicativo p. es.,  lungi dal rappresentare la qualificazione del reale, il pro-  dotto del contatto del reale col subbietto, è un processo  del tutto ideale, avente soltanto il suo corrispettivo nel  reale. Ora tale veduta è del tutto erronea: lo spirito non  è posto al di fuori del reale, ma è, vive ed opera in esso:    14 LA NOZIONE DI « LEGGE » 4    allo stesso modo che il fiore non è fuori dell'albero, e  questo non è fuori dal terreno e dall'ambiente esterno, da  cui anzi riceve nutrimento e tutto ciò che gli è neces-  sario per la vita, così la psiche non è fuori, anzi è inti-  mamente collegata col reale, dal quale essa trae la vita  vera. Occorre aggiungere però che la mente, avendo per  sua natura l'ufficio di dare un significato, di obbiettivare  il reale, il quale vive nel soggetto, da una parte è con-  tenuta nel reale e dall'altra lo contiene, in quanto cia-  scuno costruisce il suo mondo coi materiali forniti dal-  l'esperienza, diremo così, psicologica, subbiettiva. Da tutto  ciò consegue che il contatto del reale col soggetto non  è qualche cosa di accidentale, e di temporaneo, ma rap-  presenta la condizione essenziale della vita di quest’ ul-  timo. L'individuo sente continuamente tale contatto e per  quanto mostri di allontanarsene col qualificarlo, col deter-  minarlo e specificarlo in varie guise mediante segni, ipotesi,  ecc., che sono sempre in ultima analisi astrazioni, .con  tali processi non ha altro obbiettivo che di trovare un’c-  spressione intelligibile e schematica della realtà che vive,  agisce ed opera in lui. Se noi seguiamo il processo gra-  duale con cui si passa dal soggetto (reale), quale è espresso  in modo indeterminato nei giudizi rudimentali (giudizi im-  personali), al soggetto espressu mediante indicazioni, ma  sempre privo di qualificazioni e di specificazioni (giudizi  dimostrativi), per venire al soggetto designato da un'idea  (giudizi universali ipotetici), noi troviamo che lo scopo ul-  timo a cui sì mira è di illuminare la realtà a cui noi ci  sentiamo legati mediante la nostra stessa vita. Con ciò  non si vuol dire che la realtà consiste esclusivamente nel    I lin iii    LA NOZIONE DI « LEGGE » 15    contatto che noi abbiano con essa nella percezio..e senso-  riale: la realtà si estende in modo continuo oltre tale.  punto; ma vogliamo affermare che il reale così sentito è  come il punto di ritrovo per formare la base di operazione  ideale che ha per risultato la concezione generale o la  costruzione dell’universo. Noi possiamo conchiudere che la  realtà, essendo primitivamente la realtà quale è pusse-  duta da ciascun di noi, in ogni giudizio è rappresentata  da una data percezione o idea atta a designare il fondo  reale, che così viene ad essere in qualche modo determi-  nato. Se ciò non avvenisse, il reale rimarrebbe qualcosa  d'inesprimibile e d’innominabile. |   . Quando ciascuno di noi formula un qualsiasi giudizio,  certamente non ha coscienza di fare delle distinzioni nel  reale per riconoscere la loro identità fondamentale: quando  io dico « la neve è bianca », certamente non penso che il  processo logico vero è questo : « quella cosa, quel reale che  è neve è bianco », oppure «-la realtà è qualificata anche  dall’idea complessiva neve-bianca »; ma ciò avviene, per-  chè noi fondiamo il reale con quella parte di esso, che noi  in un dato momento riesciamo a distaccare dal fondo totale  in virtù dell’ interesse che la detta parte suscita in noì.  Se il nostro potere appercettivo non fosse limitato, e se il  processo mentale non si riducesse in fondo ad una simul-  tanea sintesi ed analisi, noi non formuleremmo i giudizii  nel modo in cui facciamo. Noi, in sostanza, da un com-  plesso percettivo per ragioni di varia natura, separiamo  una parte e questa qualifichiamo col riferirle un dato con-  tenuto ideale: ma la parte anzidetta non è un semplice  aggettivo, un'idea qualsiasi, un universale ‘astratto, ma è    t    16 LA NOZIONE DI « LEGGE » n    DI    come il sostitutivo abbreviato della realtà, è come la  realtà contratta in punto, perchè ciò agevola la nostra  operazione.   In qualsiasi giudizio adunque ciò che forma il nerbo  dell'operazione logica è l’idea, onde sorge la necessità di  determinare in che consiste l’idea o contenuto ideale, che  mediante la funzione giudicatrice vien riferito alla realtà.  La vita psichica fin dall'inizio è controdistinta dalla ten-  denza a tipificare. Dal momento che il contenuto della  psiche dapprima indistinto e indeterminato, comincia ad  essere differenziato, analizzato e riconosciuto suscettibile  di determinazioni di vario genere, degli elementi vengono,  per così dire, staccati dall'insieme: e son questi elementi  astratti ed universali che rendono possibile l’ apprendi-  mento di nuovi fatti particolari e concreti, in rapporto  all'eguaglianza od all’ identità che taluni elementi di  questi ultimi presentano coi primi. Come si vede, fin dal-  l’inizio l'attività psichica si esplica universalizzando, fis-  sando, cioè, l'elemento essenziale, e comune ad una serie  di rappresentazioni concrete diverse, ripetentisi un certo  numero di volte, per servirsi di esso come mezzo di intel-  ligibilità di altri fatti particolari. Non è a credere però  che tale elemento universale e identico sia da considerare  come qualcosa di sostanziale, come un fatto avente sede  in un sito della psiche: una tale concezione mitica deve  essere assolutamente bandita: siffatto elemento universale  si riduce ad una funzione della mente, ad una forma di  attività più facilmente esercitata, ad una specie di abi-  tudine, ad una facoltà, ad una potenza viemaggiormente  disposta ad ‘entrare in azione in seguito a dati stimoli ed    I TTI    LA NOZIONE DI « LEGGE >» 17    a particolarizzarsi variamente secondo le condizioni. Ma  finchè l universale contenuto nella mente non si fissa e  sì determina in un segno (nome), e fin che questo colla  imagine psichica (rappresentazione particolare) concomi-  tante, non è risguardato qual simbolo avente un significato  relativo a qualcosa di permanente, per sè esistente al di  fuori della mente, non è a parlare di idea nè di funzione  giudicatrice. Per modo che noi possiamo affermare che,  affinchè si abbia l’idea e il giudizio (i quali sono insepa-  rabili fra loro, giacchè l’idea in tanto è idea in quanto,  mediante il giudizio, viene considerata come segno, come    | qualità, come attributo riferibile al reale, in quanto, cioè,    mediante la funzione giudicatrice l'elemento ideale viene  consciamente riconosciuto separabile dal fatto), è neces-  sario che l' universale, che dapprima operava inconscia-  mente nella mente, essendo per così dire incorporato nel  fatto o processo psichico concreto, venga ad essere rifles-  sivamente distaccato da questo e considerato per sè, venga  ad essere riconosciuto mezzo appropriato a rendere intelli-  gibili i fatti concreti. Tale universale è particolarizzato  e concretizzato in un'imagine psichica (nome e rappre-  sentazione particolare), la quale è riguardata come sosti-  tuibile da qualsiasi altra omogenea e quindi fornita di  valore vicariante.   Riassumendo, noi possiamo dire che l'idea si riduce a  quell’elemento universale, astratto ed addiettivo (qualità o  relazione) che, particolarizzato in un segno (nome o imagine  psichica sostituibile per mezzo di una qualsiasi altra),  vien considerato come simbolo avente un significato obbiet-  tivo. È evidente che le idee come idee non possono esi-   2    18. LA NOZIONE DI « LEGGE »    | stere al di fuori della mente del soggetto: se esse sono  degli astratti universali (aggettivi), non è possibile che  esse abbiano un'esistenza indipendente. Lo spirito umano,  non potendo penetrare nel cuore della Realtà, non potendo  ‘vivere la vita del Tutto, sì contenta di analizzare e di  determinare il contenuto di essa mediante qualità e rela-  zioni, le quali se si riferiscono, se accennano, se simbo-    leggiano il Reale, non vanno identificate con questo.    Sicché le idee da una parte non sono semplici fatti psi-  chici e dall'altra non sono realtà, ma sono segni del Reale.   Il fatto psichico concreto diviene idea logica non appena  esso è fissato e riferito, il che può avvenire soltanto me-  diante la denominazione, denominazione che indica obbiet-  tivazione, e che è da considerare piuttosto un segno  dell'atto intellettuale (giudizio) che l’atto stesso. Vien  data così la forma esplicita del giudizio a ciò che prima  era soltanto un fatto psichico concreto, una rappresenta-  zione forse persistente, perchè identica in sè stessa attra-  verso i mutamenti e le differenze, ma sfornita di qua-  lunque riferimento cosciente a qualche cosa di obbiettivo.    Da tal punto di vista idea e giudizio sono coevi e proce-    dono di pari passo, giacchè il secondo lungi dall’essere  una combinazione meccanica di parti esistenti l'una fuori  dell'altra (impressioni, idee, concetti), è l’espressione, forse  la sola vera espressione, come dice il Bosanquet, dell'unità  della coscienza ed è il generatore di ogni idea o concetto.  Il giudizio può contenere idee complesse, ma in quanto  giudizio, presenta il contenuto di una sola idea, la quale  esiste solo nell’atto del giudicare. É l’astrazione che separa  i due elementi intimamente compenetrati tra loro.    > ——-    LA NOZIONE DI « LEGGE » 19    E qui cade in acconcio notare che quando noi abbiamo  dei dubbi circa l’esistenza di un giudizio vero e proprio  (negli animali p. es.), il miglior modo d'assicurarsi è di  ricercare se in ciò che sì suppone attività giudicatrice vi  sia qualche cosa che possa essere in modo intelligibile  negata (di cui sia possibile la negazione e la falsità); invero  ciò che rende possibile .il giudizio è il distacco dell'ideale  dal reale, del vas dal dass, si è la formazione dell'idea quale  esiste nella nostra mente, idea che è vera soltanto se effet-  tivamente compete alla realtà. Fino a tanto che noi non  abbiamo ragioni per credere che nell’ intelligenza degli  animali esistano delle imagini aventi un dato significato  obbiettivo, dei fatti psichici atti ad essere riferiti a qualche  cosa che trascende l'attualità psichica, noi non possiamo  parlare di attività giudicatrice: niente, infatti, in tali casi.  può essere intelligibilmente negato, non l’esistenza dello  idee adoperate nel giudizio, non l'affermazione del loro  significato. |   2° Passiamo ora alla seconda obbiezione. Come è possi-  bile considerare i giudizi categorici quali leggi rudimen-  tali? L’obbiezione a prima vista presenta delle difficoltà  insormontabili: da una parte abbiamo i giudizi universali  ipotetici, i quali effettivamente enunciano dei principii,  delle verità d’ordine generale e possono essere conside-  rate delle vere e proprie leggi, — e sono quanto di più  lontano si possa immaginare dalla realtà determinata e  concreta —, dall'altra abbiamo i giudizi categorici, i quali  sono realmente qualificazioni del reale, ma esprimono  verità contingenti, particolari. Per convincersi se e fino a  che punto i giudizi che asseriscono semplici fatti (giu-    20 LA NOZIONE DI « LEGGE »    dizi categorici) siano da considerare come leggi rudimentali,  è bene anzitutto enumerarli rapidamente, affinchè possano  essere resi evidenti i caratteri che li contraddistinguono.   Qui, prima di andare innanzi cominciamo col notare che  non esistono giudizi enuncianti la semplice esistenza del dato,  ma sempre giudizi enuncianti qualche maniera di presen-  tarsi di esso, enuncianti quindi qualche qualificazione,  qualche attributo o relazione: anche i cosidetti giudizi  storici non esprimono puramente l’esistenza dei fatti, ma,  se non altro la relazione dei fatti in ordine al tempo ed  allo spazio, per modo che questi figurano come forme ap-  percettive atte ad ordinare ed a caratterizzare in qualche  modo l'insieme dei fatti accaduti. Questi ultimi vengono  riprodotti in maniera particolare in rapporto allo spazio  ed al tempo, i quali così vengono a dare una rudimentale  universalizzazione ai dati concreti.   Occorre notare chie il sapere di una cosa di fatto è  vero nel momento in cui si formula il giudizio: in un altro  momento potrebbe cessare di esser vero, ma in tal caso  il sapere che se ze aveva prima non sarebbe divenuto  falso, pevchè esso si riferiva allo stato di cose che aveva  luogo nel primo di quei momenti e rispetto a tale stato  di cose il sapere che se ne aveva e che se ne ha è sem-  pre vero, esprime un nesso, rudimentalmente quanto si  vuole, ma sempre necessario ed universale tra il soggetto  e l’attributo in quel dato punto del tempo e dello spazio.   Dicevamo adunque che non esistono g.udizi puramente  esistenziali e ciò si comprende agevolmente se sì pensa  che l’idea della realtà o dell'esistenza, come l’idea del  dato, del questo, non è un'idea come le altre, non è riduci-    LA NOZIONE DI « LEGGE » 21    bile ad un ordinario contenuto simbolico, il quale, distac-  cato da una determinazione attuale del reale, possa essere  adoperato senza tener conto più di questa, ed essere rife-  rito, diremo così, a qualcosaltro. Le idee d'’ordinario sono  per così dire estratte da un dato fatto o da una serie di  fatti e poi possono essere riferite ad un nuovo fatto (simile,  analogo o identico) che sopraggiunga: ora ciò per l’idea  del dato non può avvenire, appunto perchè in tal caso  l'idea è inconcepibile per sè presa: l’idea del dato non  può riferirsi che a ciò che è dato: ma, si domanda, a quale  dato? al dato con cui il soggetto si trova attualmente in  contatto? ma questo è un processo ozioso, inutile e insi-  gnificante, perchè non vi è alcun bisogno di asserire che  la realtà è reale quando io mì trovo a contatto della  realtà: si può sentir bisogno di qualificare in qualche molo  la realtà presente nella percezione, ma non di affermare  che è reale. E, se ben si riflette, tutto le volte che si  ricorre all’ enunciazione grammaticale di un giudizio esi-  stenziale è sempre per asserire in modo più o meno celato  e inconscio qualche attributo o qualche relazione del dato.  È inutile aggiungere che l’idea del dato non può essere  riferita a ciò che non è dato, perchè in tal caso si cadrebbe  in contradizione. Da ciò emerge chiaro che l’idea di  esistenza non è mai un vero predicato. I   In altre parole, l’esistenza non è una nota, una qualità,  una determinazione che si possa aggiungere idealmente ad  una cosa. La realtà, il dato, l’esistenza è sostantivo e non  aggettivo, vale a dire, non è elemento astratto ed univer-  sale atto ad inerire,. a caratterizzara qualcosaltro. La  nostra niente può - formare anche l’idea della realtà, ma    22 LA NOZIONE DI « LEGGE »    questa è infeconda, non può estendere nè ampliare il no-  stro sapere: essa non ha consistenza come elemento iso-  lato e per sè preso, essendo inseparabile dal fatto da cui  la nostra mente l’ha per un istante disgiunta. Vi sono  delle note, delle determinazioni, degli universali astratti,  delle idee che noi possiamo o non possiamo attribuire ad  una cosa, e ve ne sono anche di quelle che non possono  essere negate senza sformare la cosa, ma non ve ne sono  di quelle che qualificano la cosa come cosa, come reale.  L'essere cosa (l’esser reule) non è una nota come un’altra:  tolta essa non rimane più nulla, non già che rimanga qual-  cosaltro che non sia quella cosa. Essa può essere per un  istante considerata come nota, ma come nota d’un ordiae  speciale, come nota sostanza che trae seco per forza il  dato. Reale non può essere che l'aggettivo della realtà:  l'essere una cosa non può essere predicato che di una cosa;  mentrechè una qualsiasi altra idea può essere predicato  di questa o di quella cosa.  Nell’enumerazione dei giudizii somme ai semplicì fatti   seguiremo lo schema del Bosanquet.   1° Giudizi qualitativi propriamente detti, enuncianti una  qualità sensoriale : es. « Com'è caldo » (sott’intendi l’acqua,  la stanza, ecc.).   2° Giudizi interiettivi esprimenti un'emozione, o meglio,  l’idea di un’emozione, nei quali, dal fatto psichico emotivo  è distaccata l’idea come segno di esso: es. « Cattivo! »  « Che dolore! » (1).    (1) Ai giudizi propriamente interiettivi fa d’uopo aggiungere i giu-  dizi o meglio, le proposizioni imperative, precative, ammirative, inter»  rogatiue, ottative, ecc., con le quali espritiamo un comando, una pres    LA NOZIONE DI « LEGGE » | 23    3° Giudizi impersonali. Es. « Piove ».   4° Giudizi percettivi, enuncianti un fatto presente che  viene esteso per mezzo di idee, rappresentazioni, imaginì,  ricordi riferentisi a ciò che Ron è attuale. Es. quando noi  riconosciamo un individuo e lo chiamiamo per nome, not  « vediamo chi egli è », abbiamo la percezione di lui,   5° Giudizi dimostrativi, i quali hanno per soggetto « que-  sto » « ora » « qui ». Es. « questo è freddo » « ora piove »  « quì è buio >»,   ‘Tutti questi giudizi presentano a prima vista la carat-  teristica comune di riferirsi direttamente al Reale, qua-  lificandolo variamente. Il loro soggetto esprime, in modo  indeterminato, senza alcuna specificazione, cioè, per mezzo  di idee, il contatto del Reale col soggetto; dal che si  sarebbe tratti a conchiudere che siffatti giudizi sono agli  antipodi di ciò che ordinariamente si chiama « legge ».  Questa, infatti, è universale e astratta in quanto esprime  la sintesi di attributi, di due aggettivi e viene formulata  per mezzo di un giudizio ipotetico : il giudizio categorico  della specie summentovata è invece individuale, concreto  in quanto caratterizza , qualifica direttamente il dato e  viene ad esser riferito a ciò che esiste per sè. Il giudizio-  legge, come ordinariamente è inteso, non esprime che la    ghiera, un sentimento di meraviglia e così via. Questi giudizi non  vanno confusi con le espressioni emotive corrispondenti, giacchè essi  sono resi possibili dal distacco dell'idea dal fatto psichico concreto.  Il fatto psichico è individuale, soggettivo e affatto incomunicabile (è  sentito), mentrechè l’idea formata mediante il giudizio, mediante il  riferimento di una qualità od attributo comune ad un fatto psichico  concreto sentito, è comubicabile, universale, obbiettiva (è intesa).    24 LA NOZIONE DI «€ LEGGE »    conseguenza di una data supposizione senza dir nulla circa.  la realtà dei suoi termini; che esista o no nella realtà  un triangolo, che esista o no nel fatto in un dato mo-  mento e agisca o no nell'organismo un dato veleno, la  legge matematica riferentesi al triangolo e la legge bio-  logica relativa all’ azione di un veleno sull'organismo è  sempre vera. Lo stesso non si può dire del giudizio ca-  tegorico, il quale enuncia, qualificandolo, un fatto quale  è attualmente, non nella sua possibilità, tanto è ciò vero  che in esso il soggetto non può essere negato in modo  intelligibile, vogliamo dire che il soggetto non essendo spe-  cificato e determinato in alcuna maniera, non può subire  alcuna alterazione senza cessare di esistere del tutto, e  non soltanto come tale e tale altro. A prima vista adun-  que si direbbe che tra i giudizi categorici summentovati e  quelli ipotetici o leggi vi sia assolutamente un abisso: il  che poi menerebbe alla conseguenza che mentre i giudizi,  diremo così, rudimentali, esprimerebbero effettivamente  delle qualificazioni del Reale, i giudizi ipotetici universali  enuncierebbero soltanto delle relazioni tra idee. Ora è ciò  vero? Prima di tutto richiamiamo alla mente qual’è l’es-  senza e l’ufficio della funzione giudicatrice. L'essenza e l’uf-  ficio del giudizio è, per così dire, di simboleggiare il fatto,  di trasformare il solido fatto (mi si passi la similitudine)  nella volatile idea, di sostituire a ciò che non può essere  oggetto di scambio un qualcosa che ha valore in quanto  segno, e che è facilmente comunicabile : ora ognun vede  che , affinchè ciò avvenga, è necessario che il fatto sia  universalizzato : e che cos’ altro è mai la legge se non  l’ universalizzazione e il processo ideale (astrazione) pra-    LA NOZIONE DI « LEGGE » 25    ticato sul fatto? Ciò non basta: noi abbiamo detto che il  giudizio si riduce al riferimento di un contenuto ideale  alla realtà, il che vuol dire che il giudizio non è la sem-  plice espressione di una modificazione soggettiva soprav-  venuta in seguito al contatto della realtà col soggetto,  come sarebbe il grido erompente dalla bocca di chi sì  trova in un stato emozionale, ma è un processo per cuì  la modificazione del soggetto a contatto del Reale viene  appercepita per mezzo di qualcosa di universale che me-  diante l’atto giudicativo stesso assume una certa configu-  razione per mezzo della parola, passando dallo stato di  potenza o di funzione virtuale in atto funzionale. Ora  l'importante è questo, che quando l'atto giudicativo più  rudimentale si compie, non è a credere che il fatto ri-  manga, dopo che ad esso è stata riferita l’idea, sempre  fatto inalterato: un tale modo meccanico di concepire il  giudizio non è ammissibile, perchè non esiste il fatto da  una parte e l’idea dall'altra : l’idea esiste in quanto si rife-  risce al fatto e questo messo in rapporto con l’idea, non è  più un semplice fatto qualsiasi, ma è come a dire idea-  lizzato, è alterato in rapporto al contenuto dell’ idea.  Alcuni dei molteplici, innumerevoli elementi costituenti  il dato vengono lasciati da parte ed altri vengono ad  emergere, perchè armonici coll’idea. Insomma quando un  qualsiasi giudizio si formula, il contenuto reale reagisce  sul dato, trasformandolo in qualcosa di universale e di  astratto, per modo che in ultima analisi si ha sempre una  sintesi ideale di addiettivi.   E del resto, se ben si riflette, si vede subito che, tolto  al giudizio il carattere di universalità, esso non ha più    26 LA NOZIONE DI « LEGGE >»    ragiono di esistere, in quanto diviene un atto del tutto  soggettivo, individuale e quindi qualcosa d'inesprimibile,  d'incomunicabile e d’inintelligibile. Quando formulo un  giudizio sensoriale qualitativo o interiettivo, quando io  dico, ad esempio, « ho dolore al dito », io in sostanza af-_  fermo un qualcosa d’universale, nè può esser diversamente,  giacchè in caso contrario primamente non sarei inteso da  nessuno e poi tale giudizio difficilmente potrebbe essere  ripetuto, mentrechè è innegabile che esso viene enunciato  innumerevoli volte nelle condizioni più diverse. Il mio  dolore al dito non è quello di un altro: se ne differenzia  per rapporti di tempo, di spazio e per una molteplicità  di circostanze, per modo che io dall’ insieme della realtà  quale mi è presente in un dato punto, astraggo un elemento  per metterlo in rapporto con un'idea (segno). Tale elemento  astratto è indeterminato; non è specificato o qualificato in  alcun modo e quindi non è un’idea, ma d'altra parte non si  può dire che sia senz'altro il fatto, il reale nella sua grande  complessità di elementi; è piuttosto la configurazione della  realtà quale è in me in un dato momento. Da ciò consegue  che i cosidetti giudizi rudimentali in quanto sono manier  e di rendere intelligibili i fatti concreti mediante idealiz-  zazione ed astrazione, sono delle vere e proprie leggi. Con  ciò non si vuol dire che il giudizio è fuori la realtà, giacchè  esso anzi è impiantato in questa, ma, poichè al suo compi-  mento è necessaria la determinazione e la configurazione  del reale, esso, pur avendo le sue radici in questo, cresce,  si ramifica, si svolge nell’ atmosfera dell’ ideale.   In breve, noi crediamo che i giudizi categorici rudimen-  tali siano delle leggi iniziali, perchè i loro soggetti pur    LA NOZIONE DI « LEGGE » 27.    indicando, per così dire, i punti in cui la realtà è presente  all’individuo, non esprimono questi nella loro complessità  e compiutezza, tanto è ciò vero che io adopero siftatti sog-  getti, anzi formulo gli stessi giudizi in condizioni diver-  sissime: e non basta ; li adopero e li enuncio io come li  adoperano e li enunciano gli altri uomini in circostanze  disparatissime: il mio « questo », il mio « qui », il mio  « ora », non è quello di un altro, pur venendo denotati  in modo identico. Ma da ciò si deve forse trarre la con-  seguenza che i giudizi categorici rudimentali e gli ipo-  tetici universali siano perfettamente identici tra loro e  che pertanto qualsiasi forma di giudizio sia una vera e  propria legge scientifica? No certo: noì dicemmo che i  giudizi concreti categorici sono da considerare come leggi  rucimentali, val quanto dire come germi di leggi e non  come leggi addirittura: ed infatti quando noi in tali  giudizi poniamo in relazione un'idea con un soggetto inde-  terminato, siamo nell’impossibilità di indicare la natura,  le condizioni e i limiti della sintesi del predicato col sog-  getto. E il compito della scienza è appunto quello di ana-  lizzare, di determinare e quindi di idealizzare il soggetto  indeterminato, di andare in traccia e porre in evidenza  quegli elementi di esso che formano un tutto indissolubile  col contenuto ideale espresso nel predicato. Con tale pro-  cesso è evidente che ci veniamo allontanando dal fatto con-  creto complesso, giacchè l’analisi, come la dissezione del-  l’organismo, mentre ci allontana dalla vita vera e propria,  ci fa conoscere gli elementi dalla cui cooperazione la vita  stessa risulta. Noi coi giudizi categorici di cui ci occupiamo,  esprimiamo, si, una sintesi ideale fino ad un certo punto    28 LA NOZIONE DI « LEGGE »    tra due universali, ma detta sintesi non è necessaria, non è  permanente, non è generale, nè assoluta appunto perchè,  essendo indeterminato il soggetto, questo può presentarsi  sotto le forme e le condizioni più svariate, per modo che  un medesimo contenuto ideale, una volta si trova connesso  con un dato soggetto, ed un'alira volta con un soggetto  molto differente. Un dato contenuto ideale una volta sì  trova connesso con un « questo », con un « qui », con un  « ora >», ed un’altra volta con un « questo », con un «qui »  e con un « ora », il cui contenuto è differente da quello  del primo. Conchiusione: i giudizi qualitativi‘ in generale  non sono leggi vere e proprie, non sono cioè giudizi uni-  versali astratti ed ipotetici, ma leggi rudimentali, giudizi  implicitamente universali ipotetici, in quanto non volgono  sulla realtà nel suo insieme, ma su alcuni elementi di  essa che non hanno un'esistenza propria per sè considerati.    3. Leggi relazionali.    La legge, come il giudizio, serve a qualificare ed a ren-  dere intelligibile il reale: ora le leggi ed i giudizi di cui .  ci siamo occupati finora hanno per compito di riferire,  di attribuire una qualità al Reale: le leggi e i giudizi  di cui c’ intratterremo al presente hanno l’ufficio di pre-  dicare del Reale una relazione. Una volta che il giudizio  è tale un’ operazione logica che ha necessariamente per  risultato l’azione reciproca del soggetto sul predicato e  di questo su quello, è evidente che se i giudizi-leggi  categorici sono intimamente connessi con i giudizi o leggi    LA NOZIONE DI « LEGGE >» 29    ipotetiche in quanto entrambe rendono intelligibile il dato,  dall’altra si presentano con note distinte in quanto i pri-  mi attribuiscono al reale una qualità e gli altri una re-  lazione di qualunque genere quest’ultima sia, sia, cioè, una  relazione di quantità, di ragione o di causa. È in questa  seconda categoria che vanno comprese tutte le leggi  scientifiche propriamente dette, quelle connessioni neces-  sarie ed universali che sono come la struttura di tutte  le scienze speciali. |   Prima di discorrere partitamente delle varie sottospe-  cie delle leggi relazionali (leggi causali, leggi razionali e  leggi puramente quantitative), analizziamole in ciò che hanno  di comune, ponendole in rapporto con le leggi che potrem-  mo dire ora qualitative, In queste ultime si attribuisce  una semplice qualità al reale, per il che questo viene ad  essere come limitato in un punto, viene ad assumere la  configurazione del campo attuale della coscienza, del campo  su cui è fissata l’attenzione in un dato momento: finchè  noi non abbiamo che qualità da attribuire al reale non  sentiamo il bisogno di fare distinzioni entro il contenuto  della coscienza, e di stabilire in modo cosciente dei rap-  porti tra i termini distinti. Esso nella complessità ed  indeterminatezza in cui appare al soggetto, è senz’ altro  qualificato; e poichè nessuna distinzione, o determinazione  sì è praticata, l'affermazione non può varcare ì limiti di  tempo e di spazio in cui è fatta ed ha carattere pretta-  mente categorico. Essa si rapporta in modo più diretto  all'esistenza, perchè non compie alcun atto di astrazione  su ciò che immediatamente si presenta al soggetto; il  fatto, essendo semplicemente qualificato, non è per così    30 LA NOZIONE DI « LEGGE »    dire allontanato dalla sua matrice reale, come avviene  nel caso che molteplici operazioni logiche hanno contri-  buito ad idealizzare il dato, distaccandolo più o meno  completamente dai rapporti di tempo, di spazio e dalle  condizioni svariate che contribuiscono alla concretizzazione.  Nelle leggi relazionali, al reale non è più riferita una qua-  lità, qualcosa di semplice, un termine isolato, ma una  relazione, val quanto dire un nesso di due termini, il che    suppone che il dato sia stato obbietto di determinazioni    e di distinzioni e quindi obbietto di un processo di astra-  zione ; per il che si è entrati nel dominio dell’universale,  nel dominio di ciò che non si riferisce ad un punto de-  terminato dello spazio e del tempo, ma ha valore sempre  e dappertutto. E poichè l'attenzione è segnatamente fis-  sata su ciò che ha il maggior interesse attualmente, vale  a dire sulla relazione, sul nesso esistente tra i due termini  in cui è stato distinto il contenuto ideale del dato, è  chiaro che la detta relazione deve essere significata in  modo da informare tutto l'atto giudicativo. Il centro di  gravità della funzione giudicatrice si sposta, in quanto è  una data forma di caratterizzazione, è la connessione che  viene ad essere obbietto del giudizio : il dato, avendo  perduto la sua concretezza, entra come nell’ ombra della  coscienza, mentrechè il nesso, la relazione viene ad occu-  pare il primo posto nella visione mentale. Il dato è come  presupposto e la forza del giudizio si esplica nell’ affer-  mazione del nesso, Se la legge dell’ economia non avesse  vigore nelle funzioni spirituali e nelle espressioni del lin-  guaggio, avremmo nel giudizio l’esplicazione chiara di tutto  il processo nelle varie sue parti; si preferisce invece di    ST    LA NOZIONE DI « LEGGE » 31    tacere, di sottintendere ciò che non è assolutamente in-  dispensabile di esprimere (il dato) e di significare in ma-  niera completa il nesso in cui sta propriamente il nerbo  del giudizio.   Ma donde e come sorge tale relazione che vien riferita  al reale? Perchè il contenuto ideale viéne analizzato e  distinto in termini, tra cui è riscontrata una determinata  relazione ? Il motivo per cui il contenuto ideale viene al  essere analizzato nei suoi elementi o in termini tra cui  poi intercede un rapporto fisso, è la percezione di un mu-  tamento concomitante e coordinato nelle varie parti com-  ponenti il tutto qualitativo o il contenuto ideale. Finchè  questo non presenta alcuna variabilità nei suoi fattori e  finchè questi ultimi non variano in modo coordinato, in  modo che la determinazione dell’ uno tragga seco quella  dell’ altro, non ha luogo alcun processo di analisi, di di-  stinzione di termini, nessuna relazione è riconosciuta e  fissata, e quindi nessuna relazione può essere riferita al  reale.   In seguito a ciò sì comprende perfettamente come le leggi  relazionali siano dei veri e propri giudizi ipotetici uni-  versali, coi quali si viene ad affermare la connessione del  conseguente con l’ antecedente fondata sopra una qualità  riconosciuta inerente al reale. E qui sorgono parecchie  questioni degne di essere attentamente esaminate. Prima  di tutto si nota: Siffatti giudizi ipotetici avendo per ter-  mini degli universali, sono lontani dalla realtà, sono come  sospesi în aria e non asseriscono alcun fatio concreto:  da tal punto di vista si sarebbe quasi tratti a dare il posto  d’ onore ai giudizi categorici anche rudimentali, i quali       32 LA NOZIONE DI « LEGGE »    esprimono il nostro immediato contatto con la realtà. Che  i giudizi ipotetici non enuncino fatti è innegabile, ma da  ciò forse consegue che siano più lontani dalla realtà di  quei giudizi che vertono semplicemente su fatti? La realtà  non è costituita da semplici fatti per quanto questi siano  complessi e complicati, come non è costituita da termini  isolati, per così dire, da elementi atomi o da qualità sem-  plici, ma da qualità e da relazioni variamente intrecciate  tra loro. Ogni qualità è riducibile a relazioni, come ogni  relazione è fondata su qualità: dal che consegue che quando  noì enunciamo delle relazioni lungi dal trovarci lontani,  ci troviamo più vicini alla realtà in quantochè ciò che  perdiamo in complessità, in concretezza, lo guadagniamo  in estensione, in precisione. Con la determinazione delle  relazioni necessarie ed universali vengono rimossi i par-  ticolari privi d'importanza e di significato. Noi siamo a  contatto della realtà tanto se predichiamo di essa qualità,  quanto se ne predichiamo relazioni, col vantaggio in que-  st'ultimo caso che le relazioni purgate di tutti gli elementi  inutili, hanno un valore assolutò, perchè esprimono la  struttura del reale quale può essere trascritta e delineata  dalla mente umuna.   Poi si osserva: i giudizi ipotetici esprimono delle semplici  possibilità, non mai dei fatti reali. Con essi in sostanza si  dice: supposto che una tale con:lizione si verifichi, l’ ef-  fetto ne conseguirà necessariamente, e di qui il carattere  della relatività inerente a siffatti giudizi, ma nulla si dice  intorno alla realtà della supposizione. Sono pertanto delle  enunciazioni che non escono dal relativo e dall'arbitrario.  Qui occorre fare due osservazioni. 1° La realtà della sup-   e  )    LA NOZIONE DI « LEGGE » 33    posizione è presa, nor data nel giudizio ipotetico per questo  che il processo di analisi ha sformato il dato, togliendone  tutti gli elementi insignificanti. Con tale operazione la  connessione affermata non viene ad esser più vera in un  dato punto dello spazio e del tempo o in un dato com-  plesso di condizioni, ma viene ad esser vera dovunque e  dappertutto, per modo che la supposizione lungi dall’essera  un prodotto arbitrario della mente, un qualcosa che viene  ammesso senza nulla sapere se esso corrisponda alla realtà,  figura quale elemento (si badi, diciamo elemento e non  già fatto) eminentemente reale. Essa non si trova nella  realtà come ‘elemento isolato e quindi non si trova in  un dato punto dello spazio e del tempo, ma si trova  commista con svariati altri elementi, si trova nei contesti  più disparati a seconda delle circostanze. La supposizione  non è una mera possibilità, ma è, per così dire, una pos-  sibilità reale, un elemento che è stato e che può divenire  attuale ogni volta che noi ci mettiamo nelle condizioni di  prospettiva necessarie alla percezione del detto elemento  particolarizzato. Ognun vede del resto che il giudizio ipo-  tetico se non avesse una base reale, se non esprimesse sub  specie aeternitatit un nesso constatato e constatabile nell’ e-  sperienza ogni volta che si vuole, verrebbe ad essere  destituito di ogni valore. Una supposizione puramente ar-  bitraria non val nulla: rappresenta un prodotto accidentale  dello spirito individuale e null'altro.   Il giudizio ipotetico lungi dall’ esprimere la possibilità  come contrapposta alla realtà sta a significare la capacità,  la facoltà che noi abbiamo di constatare il nesso, la rela-    zione esistente tra due termini semprechè lo vogliamo in  3    34 LA NOZIONE DI « LEGGE »    condizioni determinate. Esso pertanto piuttostochè esprimere  un qualchè di meno, esprime un qualchè di più del ‘reale  attuale, un qualchè che è reale non ora e qui, ma ovunque  e sempre. Allo stesso modo che l'idea che simboleggia il fatto,  qualificandolo, non è un prodotto arbitrario e subbiettivo  della mente, ma ha valore reale in quanto si riferisce al  dato di cui esprime l’essenza e il significato, così il giudi-  zio ipotetico è da riguardare come segno di un modo di  essere del dato. L'idea e il nesso ipotetico non hanno valore  per sè, ma in quanto si riferiscono al reale del quale sono  simboli nella nostra mente. Il giudizio universale ipotetico  pur non esprimendo alcun fatto particolare nella sua com-  plessità concreta, è però sempre sostituibile da una molte-  plicità di fatti. Possiamo, è vero, fare delle supposizioni  illegittime, come possiamo enunciare dei nessi necessari,  ma non reali in quanto il supposto da cui muovono non è  reale, ma i casi in cui ciò si verifica sono relativamente  rari e son ben determinati. |  L'antecedente dei giudizi ipotetici poi in tesi generali  si rapporta più o meno direttamente ad un fatto: così una  legge fisiologica o biologica che non enuncia nessun fatto  reale esistente, ma semplicemente possibile, esprime però  sempre un nesso constatato e constatabile nell’ esperienza.  E mentre 11 giudizio ipotetico pone in vista le condizioni  genetiche del fatto, il giudizio categorico enuncia semplice-  mente il fatto. L'enunciazione delle condizioni genetiche  suppone già il fatto, anzi una seme di fatti dalla cui com-  parazione ed analisi esse sono state estratte. Riassumendo,  diciamo che il nesso enunciato in una legge relazionale  non soltanto esprime un nesso che è stato constatato nel-    LA NOZIONE DI « LEGGE » 35    l’esperienza (leggi causali), ma esprime la coscienza della  possibilità di constatarlo ogni qualvolta si vuole; dal che  emerge che essa penetra nel cuore della realtà molto dippiù  che la semplice enunciazione di un fatto isolato,   2® La connessione e relazione affermata per mezzo dei giu-  dizi ipotetici non è, nè può essere una connessione arbitraria  ed accidentale; il che vuol dire che essa deve avere una  ragione, un fondamento: ora la coscienza di questa ragione  e fondamento è necessariamente implicita nell’enunciazione  di una legge razionale? È questo un problema della più  alta importanza, ed è stato risoluto variamente dai filosofi:  per non citare che i più recenti, mentre il Bradley ammette  che la qualità del reale che rende possibile una legge di  relazione può rimanere ignota, il Bosanquet è di parere che  ogni giudizio ipotetico ha radici in un sistema, in un fatto,  in qualcosa di categorico. Ora, tenendo conto della ma-  niera in cui le leggi scientifiche sono state scoverte attra-  verso lo svolgimento del sapere umano ed insieme del  modo come tuttora vengono rintracciate le condizioni ge-  netiche dei fatti naturali, noi siamo autorizzati ad affermare  | che effettivamente non solo un nesso, una relazione del  genere di quelli enunciati nel giudizio ipotetico devono avere  una base, devono cioè essere due elementi appartenenti ad  un unico sistema, devono essere correlativi nel senso che  emergano da un unità fondamentale (e altrimenti perchè  sarebbero in rapporto di dipendenza reciproca? perchè  l'uno varierebbe nella misura che varia l’altro, e perchè  infine l'uno agirebbe sull’altro ?), ma tale base deve essere  conosciuta o almeno in qualche modo intraveduta. Se ciò  non avviene,le così dette leggi naturali lungi dall’ enun-    36 LA NOZIONE DI « LEGGE »    ciare dei rapporti necessari ed universali, enunciano delle  connessioni di fatto che hanno un valore empirico, prov-  visorio. Finchè non si arrivi a conoscere il perchè di una  legge, finchè cioè una data relazione non sia considerata  come prodotta da una qualità inerente al reale, per modo  che la stessa entri in un dato sistema, essa non avrà niun  valore assoluto. Ogni scienziato quando si pone a speri-  mentare e va in traccia di una legge muove sempre da un  dato sistema, da un dato ordine d’idee che avrà un colore  diverso a seconda dell’ obbietto di una data scienza - vi  è un mondo chimico, come ve ne è uno fisiologico ecc. —;  e quando una nuova connessione constatata non si collega  in modo chiaro col detto sistema, si possono presentare  due casi: o il sistema fondato su basi solide e razionali,  resiste e in tal caso la legge non è considerata come un  principio universale e necessario, ma come l’ enunciazione  di un fatto empirico che richiede ulteriore esame, ovvero  il sistema cede e d allora è sostituito da un altro sistema  consono alla nuova connessione osservata. Insomma noì cre-  diamo che il punto di partenza sia sempre qualcosa di  categorico, un sistema, un fatto, un dato ordine d'idee e  che le connessioni che si vengono man mano mettendo in  chiaro non siano che ulteriori determinazioni del detto si-  stema; e nel caso che ciò non avvenga è giocoforza costruire  un nuovo sistema entro cui possano entrare le nuove connes-  sioni. Dal sistema non possono e non devono essere dedotte  a priori (dialetticamente) le leggi, giacchè esso è come un  principio regolativo, nel senso che non vi può essere una  vera e propria legge, la quale non faccia parte di un  sistema. L'ufficio del giudizio ipotetico e della legge rela-    LA NOZIONE DI « LEGGE » 37    i!    zionale è appunto quello di mettere in evidenza alcune  parti o differenze o determinazioni del sistema, lasciando  da parte la considerazione dell'insieme, il che non toglie  che l'insieme vi sia e operi attivamente attraverso le  differenze; anzi si può aggiungere che se il sistema non  esistesse non verrebbe nemmeno in mente di andare in  traccia delle leggi. i   ‘Ciò che sopratutto occorre ricordare è che non vi sono  sistemi fissi ed immutabili, bensì progressivi nella misura in  cui progredisce l’insieme delle nostre conoscenze, e che se  da una parte la scoverta e il significato delle leggi di-  ‘pende da vedute sistematiche, dall’ altra parte le leggi  reagiscono sui sistemi, contribuendo alla formazione di  questi e dando anche ad essi un'impronta ed un colore  speciale.   Concludendo, diremo che nell’opinione ordinaria le leggi  vengono considerate come maniere di operare di date cause,  maniere di operare che dipendono dalla natura delle stesse  cause: ora, che altro è la natura di una causa, se non la  sua posizione in un sistema? Pertanto nui possiamo affer-  mare che ogni necessità e relatività è fondata in ultima  analisi su qualche cosa di categorico, su qualche dato,  sopra un fatto irriducibile.   Aggiungiamo in ultimo che le leggi riguardanti un dato  fatto esprimono sempre il ritmo della variabilità di una  data cosa, il ciclo entro cui il fatto, la cosa, il dato si muove,  esprimono, cioè, le parti o le articolazioni di un sistema.  Le leggi appaiono in tal guisa comele funzioni di varie  © forme d’individualità del reale: le leggi di gravità, le  leggi di una data sostanza chimica vanno riguardate come    38 LA NOZIONE DI « LEGGE »    le funzioni, le maniere di operare di quella data forma  d'individualizzazione del reale che è il mondo della gravità,  ecc. E le dette leggi esauriscono, per così dire, la natura,  la essenza di una data cosa (1). °   Noi dicemmo che le leggi relazionali hanno l’ ufficio di  qualificare il reale per mezzo di una relazione: ora si può  domandare : Di che natura è questa relazione ? Per risol-  vere una tale questione è bene passare prima rapidamente  a rassegna le varie forme di relazione che possono carat-  terizzare la realtà, per vedere quali sono le note diffe-  renziali di ciascuna di esse. La prima forma di relazione  che viene attribuita al reale è quella che risulta dalla -  comparazione quantitativa, è quella intercedente tra le  differenze, o gradi di una stessa qualità : noi formulando  giudizi come questi: « ora è meno chiaro d'allora », « qui  è più freddo di lì », « questo è più rosso di quello », ov-  vero « questo è più rosso ora che non fu antecedente-  mente », « questo è più caldo in questa parte che in  quella », « questo è più chiaro qui che lì » (nei quali  ultimi giudizi, come nota il Bosanquet, i dimostrativi di  altra specie assumono l'aspetto di condizioni) , veniamo  a qualificare il reale per mezzo del rapporto quantitativo  (più o meno) esistente tra due termini, i quali pertanto  si devono implicare a vicenda: dal momento che una data  qualità è distinta nelle sue variazioni, nelle sue differenze    (1) S'intende agevolmente che un dato sistema può essere alla sua  volta analizzato e scomposto in relazioni in modo da rientrare come  parte in un sistema più vasto e comprensivo e così via. Ciò che in  un caso figura come sostantivo può divenire aggettivo di un sostan-  tivo d’ordine più elevato.    LA NOZIONE DI « LEGGE » 39    o gradi, ciascuno di questi in tanto ha un significato in  quanto è connesso con un altro, Come si vede, il giudizio  comparativo qualifica il reale per mezzo della relazione  esistente tra la parte e il tutto, il quale ultimo differisce  dalla parte per mezzo di altre parti omogenee. Notiamo  qui che secondo che l'attenzione è richiamata precipuamente  sulla qualità variabile quantitativamente messa in rapporto  coi vari punti dello spazio e del tempo variabili in modo  continuo, ovvero è richiamata sulle variazioni quantitative  delle qualità sensoriali (es. sensazioni muscolari) che de-  terminano le costruzioni dello spazio è del tempo, il giudi-  zio comparativo coopererà alla formazione della « cosa »  e di una specie qualsiasi d’individualità, ovvero alla costi-  tuzione delle forme intuitive (spazio e tempo). |   La comparazione quantitativa precisata, resa esatta si  trasforma in misura, la quale consiste nel considerare un  oggetto come un tutto contenente un certo numero di  unità : unità che viene fissata, riscontrandola identica nei  vari aggregati in cui entra come parte. In tal modo dalle  relazioni quantitative concrete si passa a quelle astratte  e perciò stesso aventi significato generale e quando la  misura degli oggetti è praticata, riferendosi ad unità di  misura estrinseche ed è espressa per mezzo di giudizi ge-  nerali, diviene una vera e propria proporzione in quanto  essa è applicabile a casì in cui i terminì corrispondenti  sono grandezze differenti. La proporzione, infatti, si riduce  all'’eguaglianza di due rapporti.   La semplice proporzione diviene poi una vera e propria  legge proporzionale non appena viene introdotta nel sog-  getto una specificazione, un attributo (condizione), la cui    40 LA NOZIONE DI « LEGGE »    esistenza sì mostra intimamente connessa con quella del  predicato: es. « questo pezzo di un metallo e questo pezzo  di un altro metallo, che hanno lo stesso volume, stanno in rap-  porto al peso come 5 : 9 ».   Con la misura noi siamo entrati nel dominio della quan  tità astratta; vediamo ora da tal punto di vista per via  di quali relazioni il Reale è qualificato. In primo luogo  vanno annoverate le relazioni numeriche. Il tutto riguardato  dal punto di vista puramente quantitativo, è caratteriz-  zato da ciò, che può essere costruito mediante la ripeti-  zione ideale di unità o parti fisse. Tale ripetizione ideale  costituisce l'enumerazione. Nella misura si muove dal tutto  caratterizzato per mezzo delle sue differenze, mentre che  nell’enumerazione si parte da un’ unità distinta, per arri-  vare a costruire una somma totale, o un aggregato. Nel-  l’enumerazione il tutto, che è predicato, si presenta come  una forma, diremo così, molto attenuata di quell’ indivi-  dualità sistematica che nella misura fu da soggetto. Il  tutto dell’ enumerazione poi è un vero aggregato; e la  parte è ridotta al posto che, come unità, può occupare  nella somma. È per questo che in un sistema numerico,  la somma delle unità rimane la stessa, qualunque sia l’or-  dine in cui queste sono contate; due parti possono mutar  di posto senza che consegua alcuna modificazione da parte  del tutto.   Va notato però che in ogni giudizio enumerativo sono  impliciti i due elementi dell'unità e della comune natura  o identità che fa da sostrato delle differenze rappresen-  tate dalle parti enumerate. L'unità deve fornire la regola    e insieme il limite dell'enumerazione, la quale si ridur-    LA NOZIONE DI « LEGGE » 41    rebbe ad un processo sfornito di significato, se fosse senza  limite e sarebbe impossibile addirittura, se fosse senza  regola. L'identità fondamentale d'altra parte è indispen-  sabile in quanto, mancando essa, non si avrebbe uno degli  elementi essenziali del giudizio; l'unità numerica, infatti,  è nient'altro che la differenza o part: presa come distinta  dall’identità fondamentale solo mediante un atto del giu-  dizio. Ciò che noi contiamo nell’ enumerazione sono gli  atti del giudizio, come atti di distinzione e di riferimento  in una qualità continua, identica. Se il processo di enume-  razione suppone necessariamente l’esistenza di una natura  propria ben definita e jualitativamonte determinata nell’ob-  bietto del detto processo, è innegabile d'altra parte che  l'atto del contare tende ad assumere indipendenza, quasi  che potesse avere un significato proprio a parte dalla qualità  continua e identica delle unità componenti il tutto. É in  forza di tale processo di astrazione che avviene ogni pro-  gresso nel calcolo. Lo svolgimento di questo, infatti, si com-  pie col costruire totalità numeriche, mediante la sostituzione  di relazioni di unità ideali a unità positivamente concrete;  relazioni che formano un totale numericamente identico,  ma generalizzato e ideale. L’unità quantitativa per sò,  o piuttosto l’astrazione unilaterale dell’unità quantitativa,  il solo posto numerico che non è collegato per mezzo di  una qualità identica e continua (unità organica. o siste-  matica delle parti) cogli altri posti della serie, non può  avere in sè alcun principio od esigenza di totalità, cioè a  dire, non può avere alcuna ragione per finire in un punto  più che in un altro. Vogliamo dire che l’'enumerazione  delle unità come tali può esser continuata a piacere ed    42 LA NOZIONE DI « LEGGE »    un tale processo ci conduce al concetto dell'infinito nume-  rico. L'infinito numerico, trascurando il fattore della  natura delle unità, omette l'elemento che può arrestare  il computo ad un punto piuttosto che ad un altro. Chi  può dunque trattenersi dal considerare l'infinito numerico  come un prodotto soggettivo, a cui nulla di realmente  obbiettivo corrisponde?   Le relazioni numeriche e quantitative in genere sono  controdistinte dalle seguenti note: 1° esse sono universali,  necessarie o relative in quanto l'un termine in tanto ha  valore in quanto è connesso con l’altro, per modo che  rientrano nella formula del giudizio ipotetico. « Se A è B  allora è C »; 2° talì relazioni non sono unilaterali, ma reci-  proche, il « Se A è B allora è C » può divenire « Sc 4  è C allora è B »; 3° la ragione di tali connessioni non  si trova nell'esperienza, nel dato, comunque l’esperienza  possa presentare delle applicazioni di tali connessioni: il  valore di queste ultime però non .dipende dalla maggiore  o minoreapplicabilità nell'esperienza. Ora tutte queste noto  che cos'altro stanno a significare se non che la rela-  zione attribuita in tal guisa alla realtà è un nesso o una  relazione puramente razionale? Se il fondamento del nesso  non fosse nella ragione, potrebbe il detto rapporto essere  necessario, reciproco e valido indipendentemente dall’espe-  rienza? Se non che dire che la relazione è puramente  razionale, che il fondamento del nesso si trova nella ragione  non è risolvere in modo completo il problema: rimane  sempre da spiegare in che consista un nesso razionale e  in che modo la razione possa essere fondamento di un  nesso, Quando noi vediamo che tra due termini esiste un    LA NOZIONE DI « LEGGE >» 48    legame necessario, per modo che uno implica o trae seco  l’altro, che cosa dobbiamo pensare? Qual'è il concetto che  noi in tal caso ci dobbiamo formare della dipendenza o  del nesso ecc.? Per rispondere a tali quesiti occorre tener  presente che il nesso necessario, reciproco e indipendente  dall'esperienza tra due elementi, non può esser dato che  alternativamente da due condizioni principali: o dal fatto  che i due termini sono perfettamente sostituibili in quanto  | sono equipollenti, in quanto cioè sono espressioni diverse  di una stessa cosa: in tal caso i due termini s' implicano  a vicenda perchè sono termini di un’eguaglianza e di una  identità: ovvero dal fatto che i due termini della connes-  sione sono parti di un tutto organico o di un sistema: in  tal caso gli elementi tra cui ha luogo il nesso non sono  identici, ma si completano a vicenda quali fattori di una  identità sistematica. Ora si domanda: il giudizio ipotetico  tipico è espressione della prima specie di nesso, ovvero  della seconda? Finchè non si esce dalla pura identità, da  quella che si potrebbe chiamare identità formale, non è  a parlare propriamente di giudizio ipotetico come non è a  parlare propriamente di nesso, il quale involge sempre  transizione da un contenuto ad un altro, rapporto di due.  parti integrantisi a vicenda e non semplice tautologia:  anche quando noi affermiamo 50 X 3 = 25 X 6, la ra-  gione di tale connessione non va ricercata nella identità  dei termini, ma nella costituzione propria del sistema  numerico: è il sistema di numerazione che rende possibile  la identificazione di 50 X 3 con 25 X 6: In fondo adun-  que ogni nesso razionale implica l'esistenza di un’ identità  sistematica, di una totalità, le cui parti sono organicamente    44 LA NOZIONE DI « LEGGE »    congiunte, perchè ciascuna di esse figura come differen-  ziazione, come determinazione o come manifestazione del-  l’unità fondamentale.   Qui però sorge il problema: Come è mai possibile la  esistenza di una totalità le cui parti s’implicano a vi-  cenda? Come è mai possibile l’esistenza di un sistema  organico i cui elementi poi s’ implicano a vicenda? È  evidente che ciò è possibile solo nel caso che il sistema  figuri come un’individualità, come un fatto categorico  fornito di un certo grado di assolutezza, avente quindi la  sua ragione in sè stesso. Ora siffatte condizioni si riscon-  trano: 1° in quei prodotti dell'attività umana, i quali  rispondono ad un fine cosciente. È in vista di questo che  i vari elementi sono armonicamente coordinati tra loro.  L'idea fine agisce come unità regolatrice ed organizzatrice  dei vari elementi componenti il tutto; in tal caso le varie  parti sono intimamente connesse tra loro, perchè si com-  pletano a vicenda e perchè sono funzioni determinantisi  reciprocamente; 2° quindi anche in quelle costruzioni  numeriche e geometriche che presentano uno spiccato  carattere d’individualità in ragione della proporzionalità  che si riscontra nelle loro relazioni interiori e in ragione  della scelta arbitraria delle condizioni primitive e fondamen-  tali determinanti poi l'andamento generale delle costruzioni  stesse (1); e 3° in quei casi in cui dopo che è stata  scomposta una totalità aggregato — considerata quindi dal  semplice punto di vista quantitativo — nei suoi componenti,    (1) Vedi a tal p-oposito quello che noi, sulle tracce del Masci,  scrivemmo intorno alle varie operazioni numeriche: Za mozione di  « Legge », vol. I di questi Saggi, pag. 173-174.    LA NOZIONE DI « LEGGE » 45    ciascuno di questi si mostra dipendente dagli altri. Da  tuttociò consegue che il nesso razionale qual'è espresso dal  giudizio ipotetico tipico che non trae seco alcun rapporto  di tempo, ha la sua base nel fatto che i due elementi tra  cui intercede la relazione di dipendenza reciproca neces-  saria sono parti di un unico tutto, che questo sia consi-  derato dal semplice punto di vista quantitativo, ovvero  dal punto di vista sistematico o organico implicante un  processo di differenziazione qualitativa. Ora chi uon vede  che la totalità, il sistema, l’individualità vera, implicante  una relazione necessaria tra le parti, non può essere che  un effetto dell’attività costruttrice umana, giacchè è sola-  mente ciò che è fatto, costruito dal soggetto umano che  può da una parte essere completo in sè stesso e dall'altra  avere una struttura prettamente razionale e quindi avere  quel grado di assolutezza e di apriorità che guarentisce  la necessità del nesso intercedente tra gli elementi con-  tenuti nel sistema? Ma possiamo d’altronde affermare che  tutti i caratteri suaccennati di un nesso razionale e neces-  sario sì riscontrino nei prodotti umani? Come si vede, il punto  essenziale da dilucidare sta qui: se il nesso razionale im-  plica sistema, totalità e se questa non può aversi che da  ciò che proviene dal soggetto umano, è necessario preci-  sare se tutti — e nel caso negativo quali — i prodotti  umani racchiudano una relazione necessaria tra i loro  elementi o fattori. A ciò si risponde che una totalità, un  sistema implica una relazione necessaria tra gli elementi  solo in quei casi in cui questi elementi figurano come  determinazioni essenziali del sistema o della totalità. I vari  fattori o componenti di un tutto non hanno un valore eguale,    46 LA NOZIONE DI « LEGGE »    in quanto alcuni di essi sono essenziali, indispensabili —  quasi si direbbe che in essi sotto varie forme è la natura  stessa del sistema —, mentrechè altri sono fino ad un  certo punto indifferenti al sistema stesso: è evidente che  tra i primi vi è una relazione necessaria entro il sistema  dato, non già tra gli altri. Non basta. Non tutti i prodotti  o le costruzioni sistematiche del soggetto umano hanno  un valore ed un significato eguale: ve ne sono di quelle  che si riferiscono ad una funzione primitiva, universale e co-  stitutiva dell'anima umana in genere, e ve ne sono di quelle  che si riferiscono a funzioni variabili ed arbitrarie della  coscienza: ora è chiaro che i legami necessari si riscon-  trano in quei sistemi prodotti dall’esercizio delle funzioni  inerenti propriamente alla natura umana. In questi ul-  timi casi il sistema a cuisi devono riferire i nessi neces-  sari è sempre posto dallo spirito, mentrechè negli altri  casi il sistema può e non può esser posto, può esser posto  in un modoe può esser posto in un altro. La base dei giu-  dizi ipotetici in quest’ultimo caso non viene ad esser fissa,  ma mutevole in rapporto ad una quantità di circostanze.  Concludendo, noi possiamo dire che ogni nesso razionale  o necessario è fondato sopra l’esistenza di una totalità o  di un sistema, per modo che i termini del nesso figurano  come le parti o le differenze della totalità e del sistema.  Due cose in tanto si possono implicare a vicenda in quanto  sono parti di un tutto. Ora un tutto, una totalità non è  mai data, giacchè tutto ciò che è dato è sempre relativo:  il fatto stesso di esser dato fa sì che agli occhi del sog-  getto non possa apparire che come qualcosa che si riferisce  a qualcos'altro, e ciò che è dato in tanto assume a volte    LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 47    l'aspetto di qualcosa d'individuale e di totale, in quanto  noi proiettiamo, o riflettiamo in esso la nostra stessa at-  tività, lo informiamo della nostra stessa vita. Solo ciò che  è fatto, ciò che è costruito da nuvi è un tutto completo, è  un vero sistema, ha la sua ragione in sè stesso. Sicchè il  nesso razionale non si può trovare che tra gli elementi  di un tutto, di un sistema costruito dal soggetto: il giu-  dizio ipotetico tipico in tal guisa non soltanto ha una base  categcrica, ma questa sua base è nell'attività del soggetto  umano. Se non che va notato che non tutti i sistemi e le  totalità prodotte dall'attività umana servono di fondamento  a nessi universalmente necessari e quindi a giudizi ipo-  tetici reciproci, ma soltanto quei sistemi derivati dallo  esercizio delle sue funzioni costitutive. Tali sono i sistemi  della quantità o della grandezza, dei numeri, dello spazio (1)  che forniscono la base dei nessi razionali e dei giudizi  ipotetici (leggi) di tutte le cosidette scienze esatte o for-  mali.   La realtà non è soltanto qualificata per mezzo di nessi  razionali, ma è anche qualificata per mezzo dei rapporti cau-  sali. Quali sono i termini tra cui inteircedono siffatti rapporti?  Sono qualità od attributi che vengono astratti dalle compli-  cate relaziouii del reale, perchè sono invariabilmente ed uni-  versalmente congiunti tra loro in qualsiasi contesto o sistema  essi si trovino. Prima di ricercare la natura del nesso causale  e le note che lo controlistinguono dovremmo passare rapi-  damente in rassegna le varie forme in cui esso si presenta  nei principali, rami del sapere: ma l’enumerare le leggi, sia    (1) Le relazioni del tempo e del movimento sono espresse sempre  per mezzo di grandezze, di relazioni spaziali e numeriche,    48 LA NOZIONE DI « LEGGE »    anche fondamentali di tutte le scienze sperimentali — leggi  fisiche, chimiche, biologiche, psicologiche, storiche, sociolo-  giche e filologiche — non ci sembra di alcun vantaggio, in  quanto tutte presentano un’eguale struttura logica. Tutte  si riducono a rapporti di attributi e quindi a legami astratti,  a generalizzazioni ricavate da sistemi di fatti concreti: gli  attributi connessi mediante l’indagine fisica sono incommen-  surabilmente differenti dagli attributi connessi mediante l’in-  dagine chimica, e gli attributi connessi mediante l’indagine  di siffatti due processi scientifici sono, lo ripetiamo, incom-  mensurabilmente differenti dagli attributi connessi mediante  le indagini biologiche in genere. Se gli attributi non fossero  in ciascuna serie di scienze qualcosa a sè, qualcosa d’irridu-  cibile, noi non saremmo propriamente autorizzati a parlare  di scienze differenti, ma di una sola scienza, la quale,  per comodo didattico o per l’esigenza della divisione del  lavoro, potrebbe essere divisa, ma in sostanza le varie  scienze non sarebbero che capitoli diversi di una sola scienza.  Ora ciò non è, e chi ha qualche dimestichezza con le scienze  speciali lo sa; del resto è per questo che i metodi delle varie  scienze sperimentali, pur avendo dei caratteri comuni, va-  riano profondamente tra loro. Gli attributi o qualità adunque  connesse nei vari ordini di scienze sono irriducibili le une alle  altre, ma esse per sè prese sono indeterminate e il sapere  scientifico va in cerca di qualcosa di fisso, di stabile, di coe-  rente e di necessario. Gli attributi son fatti, son dati, ecco  tutto: onde è che essi sono materia di elaborazione scientifica,  non sono scienza. Perchè ciò avvenga è necessario che gli  attributi o le qualità ricevano delle determinazioni quanti-  titive (numeriche), I nessi o le relazioni intercedenti tra    LA NOZIONE DI « LEGGE » 49    le qualità possono essere fissati e posti in evidenza soltanto  per mezzo delle determinazioni spaziali e temporali, le  quali alla lor voita hanno bisogno di essere specificate  per mezzo del numero. Nessi e qualità devono adunque  esser prese in funzione, devono essere schematizzate per  mezzo della quantità, e per mezzo dello spazio e del tempo  quantitativamente presi. Come il colore è necessario a  delimitare l'estensione, così il numero, lo spazio e il tempo  sono necessari a delimitare le qualità e le relazioni. È  per questo che l'esattezza e la precisione scientifica di-  pendono dal grado in cui è applicabile la matematica.  Questa trasforma le scienze empiriche da induttive in de-  duttive, e quindi in razionali appunto perchè fa considerare  le qualità sotto l'aspetto della quantità. ©   Da tutto ciò consegue che tutte le leggi delle scienze  sperimentali si riducono a relazioni di qualità espresse  nelle loro variazioni quantitative e spaziali e temporali  — le quali due ultime vengono espresse alla lor volta per  mezzo della quantità.   Vediamo ora in modo più particolareggiato quali sono  i caratteri che controdistinguono i nessi sperimentali...  Anzitutto si nota che essi sono necessari ed universali e  poì che lungi dall'essere forniti dalla ragione indipenden-  temente dall'esperienza, sono tratti da quest'ultima, nei  cui limiti sono validi. Ora che i nessì costituenti, diciamo  così, la struttura delle scienze sperimentali debbano essere  necessari ed universali, ognuno lo comprende, pensando  all'obbietto proprio del sapere scientifico che è appunto  quello di trasformare le semplici congiunzioni di fatto,    per sè sfornite di qualsiasi valore, in connessioni di dritto,  4    50 LA NOZIONE DI « LEGGE »    in coerenze fisse, stabili, aventi cioè un fondamento che le  giustifichi: non è egualmente chiaro fino a che punto i  nessi in questione siano un portato dell'esperienza : è ol-  tremodo importante, infatti, mettere in chiaro entro quali  limiti vada ristretta l'azione della ragione di fronte all’espe-  rienza, se si riflette che la coerenza ela necessità non possono  venire che dalla ragione. Qual'è la differenza essenziale  tra i nessi puramente razionali e quelli sperimentali ? La  differenza sta in questo, che i primi sono fondati sull’ esi-  stenza di sistemi costruiti dall'arbitrio dell'uomo, e quando  diciamo dall’arbitrio dell’uomo non vogliamo dire dall’ar-  bitrio assoluto, vale a dire sfornito di qualsiasi riferimento  a qualche proprietà o qualità inerente al reale, ma vo-  gliamo dire che l’attività costruttiva dell’uomo è estre-  mamente preponderante, come avviene nei sistemi numerici,  nelle determinazioni spaziali ecc.; gli altri invece sono  fondati su sistemi che hanno il loro principale punto di  appoggio su qualche fatto o dato. Se si passano a rassegna  ì vari ordini di leggi e di sistemi corrispondenti, si vede  che essi vanno a metter capo in ciascuna serie in qualche  dato, o fatto ultimo inesplicato e inesplicabile, il quale  non è posto dall’arbitrio dell'uomo, ma è propriamente  subito. Se anche questo sparisce, viene ad esser rotto ogni  legame colla realtà e ci troviamo nel regno della pura  forma, dell'astratto e del razionale. I nessi razionali pre-  sentano in tal guisa un grado di assolutezza, di compiu-  tezza che invano si cerca nei nessi sperimentali, in cui  domina sempre il riferimento a qualcos'altro. Il fondamento  dei nessi sperimentali adunque si trova, sì, nell'esistenza  di sistemi che contengono i termini in connessione, ma i    LA NOZIONE DI »    Abbiamo detto che ogni opera d’arte figura come  l’ espressione di due sorta di leggi sistematiche, di una  riferentesi alle determinazioni del mondo estetico in genere  (è quella di cui si è parlato), dell'altra riferentesi ad un  dato fatto estetico, ad un dato prodotto artistico com-  piuto in un momento determinato. Ogni opera d’arte,  infatti, incarna un'idea, sì presenta come un'individualità,  come un sistema fornito di date parti o differenze: ora  prima che essa sia eseguita, nella mente dell'artista esiste  il concetto dell’ opera caratterizzata da date qualità su-  scettibili di determinazioni disgiunte o escludentisi a  vicenda. Il processo della elaborazione artistica insomma  si compie sempre particolarizzando, determinando, specifi-  cando un contenuto ideale di cui si hanno nettamente i  limiti e il contorno; se ciò non avvenisse l’opera d' arte  non avrebbe unità, nè armonia organica, nè individualità,  perchè non avrebbe la sua ragione in sè stessa.   Ciò che abbiamo detto della vita estetica si applica  prefettamente alla vita morale. Ogni azione morale sup-  pone la cooperazione di due leggi o giudizi sistematici,  col primo dei quali il contenuto della vita psichica viene  considerato dal punto di vista della moralità, viene cioè  ordinato in guisa da costituire un tutto organico, un siste-  ma armonico a cui si dà l’ appellativo di morale: sistema  che ha questo di proprio, che per esso tutti gli clementi  e fatti psichici acquistano valore e significato dal modo  in cui contribuiscono al raggiungimento dell’ ideale mo-  rale, che è quello della comunione spirituale di tutti  gli uomini. Il Genio morale, il Santo appercepisce il  reale come sistema morale in genere di cui coglie tutte    LA NOZIONE DI « LEGGE >» 69    le differenze o determinazioni e le loro relazioni dì reci-  proca esclusione.   D'altra parte ogni singola azione morale rappresenta  l’espressione di un concetto etico, di un'idea morale deter-  minata: difatti un'azione morale si presenta sempre come  qualcosa di armonico, di organicamente uno, di individua-  lizzato, avente la sua ragione in sò stessa : il che suppone  nell'animo dell'agente l’esistenza di un concetto sistema-  tico analizzato nelle sue determinazioni essenziali in ordine  ad una data condotta. Ogni fatto morale presenta coerenza  ed unità d'indirizzo, il che vuol dire che esso emerge  dall’ analisi di una concezione sistematica determinata,  proprio in quella maniera in cui le proprietà, i rapporti e  le specie dei triangoli derivano dalla natura di quella par-  ticolare limitazione dello spazio che dicesi triangolo, limi-  tazione dello spazio che è resa possibile dalla natura dello  spazio in genere. Vogliamo dire insomma che come il  mondo estetico così il mondo morale hanno come loro pre-  cipuo fattore una costruzione sistematica della realtà,  caratterizzata e delimitata in guisa da presentare deter-  minazioni esclusive e disgiunte. Varia il principio infor-  matore, l'universaie concreto, la funzione, la forma apper-  cettiva, ma permane il processo di sistemazione e di  determinazione. È per questo che tanto il mondo estetico  quanto quello morale presentano uno spiccato carattere  categorico; le esigenze estetiche ed etiche piuttostochè  essere ricavate dalla realtà, dai fatti, anticipano, rego-  lano quella e questi.   Anche la vita della conoscenza in generale si esplica  per mezzo di leggi sistematiche. Ogni processo conoscitivo    70 LA NOZIONE DI « LEGGE »    è fondato sull’esigenza di fissare, di qualificare e di deter-  minare il reale per mezzo di simboli o segni variamente  connessi tra loro (idee, giudizi, inferenze), in maniera da  risultarne una forma di coerenza totale o di sistema. Sicchè  appare chiaro che la conoscenza adempie a due uffici, a  quello di rendere chiaro per mezzo di simboli la realtà (di  costituire delle formole o degli schemi in relazione reci-  proca tra loro), e di connettere tali simboli in modo da  formare un sistema. Ora ciò in tanto è possibile in quanto  la mente agisce come potenza universalizzatrice, come po-  tenza tipificatrice : essa infatti, opera idealizzando il fatto  e l’esperienza (staccando cioè gli attributi e le relazioni  dall’esistenza), andando in traccia del principio informatore  di un dato ordine di reali per mettere poi in evidenza le  determinazioni essenziali di questo. Ed ogni progresso nella  conoscenza è contrassegnato dalla maggiore prevalenza  della tendenza alla sistematizzazione : quanto più la mente  riesce, cioè, a individualizzare il reale tanto meglio adempie  al suo còmpito. Come si vede, la forma generale di ogni  conoscenza è la forma sistematica e le varie categorie non  sono che momenti, manifestazioni diverse di tale funzione  o categoria fondamentale; la sostanza, infatti, implica l’in-  dividualità, la causalità implica la finalità o l’ ordine, il  numero implica la totalità e l’unità: la finalità e la  totalita non sono che espressioni diverse del sistema.  D'altra parte è agevole intendere che in qualsiasi forma  speciale di conoscenza è in azione l’idea sistematica con  le sue varie determinazioni; se pensare è porre in rela-  zione, e se la relazione non è possibile che tra termini, ì  quali abbiano qualcosa di comune, tra parti di un medesimo    LA NOZIONE DI « LEGGE » 71    tutto, tra differenze di un'identità sistematica fondamentale,  è evidente che qualsiasi conoscenza implica determina-  zione di un sistema, val quanto dire riduzione dell'ignoto  al noto, riferimento del non spiegato a ciò che è spiegato.   Le leggi o giudizi sistematici formando come l'ossatura  della vita estetica, morale e conoscitiva, operano quasi  diremmo celatamente nelle produzioni artistiche e scienti-  fiche, e nelle azioni morali; le scienze invece che hanno per obbietto appunto di tradurre in termini puramente  intellettivi, di trasformare in concetti, ordinandoli in modo  ‘ sistematico, di rendere insomma intelligibili i fatti estetici,  morali e conoscitivi, mirano a presentare isolate, separate  da tutti gli elementi con cui si trovano miste, le dette  leggi o giudizi sistematici. L’Estetica, l’Etica e la Logica  coincidono in questo che tutte e tre tendono a costruire  il mondo estetico, etico e conoscitivo per mezzo di giudizi  disgiuntivi completi.   Invero qual'è l'obbietto dell’ Estetica ? È quello di sta-  bilire, in base allo svolgimento storico dell’arte e della  coscienza estetica e in base all'osservazione psicologica  della funzione estetica sia produttiva che recettiva o con-  templativa (genio e gusto), il retto concetto ‘dell’ ideale  estetico. Fissando il concetto si viene per ciò stesso a  determinarne le manifestazioni in maniera completa ed ade-  quata. Le leggio norme estetiche sono le direzioni o le  maniere secondo cui l’attività o funzione estetica dell’ a-  nima umana, in genere, cerca di raggiungere l'ideale este-  tico. Ond'è che le norme o leggi estetiche avent i una  base categorica nelle proprietà dello spirito umano (atte  quindi ad anticipare ed a regolare l’ esperienza), non    72 LA NOZIONE DI « LEGGE »    vanno confuse con quelle forme di leggi finali empiriche  (aventi cioè il loro fondamento nei dati forniti dall’espe-  rienza) che rispondono a problemi pratici del tenore seguente:  « Come ottenere un dato effetto estetico in una data cir-  costanza ? » « Come condursi moralmente in una data  situazione della vita? »   Qual è l’obbietto dell’Etica? È quello di stabilire in base  alla osservazione psicologica della funzione etica, in base  allo svolgimento della cultura e della civiltà, allo svolgi-  mento storico della coscienza morale e della vita morale  il retto concetto della moralità. Ed una volta fissato e  delimitato tale concetto, è chiaro che vengono determinate  le manifestazioni e le estrinsecazioni essenziali del prin-  cipio informatore della vita etica; basta a tal uopo rap-  portarsi alle qualità fondamentali che contradistinguono il  suddetto concetto o principio.   In ultimo qual’è l’obbietto della Logica? È quello di  stabilire in base all'osservazione psicologica della funzione  conoscitiva, in base allo svolgimento storico della scienza  e della dottrina della conoscenza il retto concetto della  conoscenza stessa. Trovato il principio informatore di questa  e caratterizzato per mezzo di date qualità, è facile preci-  sarne le determinazioni, le manifestazioni ed i limiti di  variazione. Le norme etiche, logiche ed estetiche stanno ad  indicare le diverse maniere in cui è possibile rispondere  alle esigenze etiche, logiche ed estetiche dello spirito  umano; norme che hanno la loro ragione ed origine nel-  l'ideale rispettivo, il quale alla sua volta non è tratto  dall'esperienza, non figura come un dato, ma è posto  da ciò che vi ha di più intimo nell'essere nostro. Sta    LA NOZIONE DI « LEGGE >» 73    in ciò appunto il carattere distintivo delle leggi norma-  tive suaccennate.   Da tuttociò consegue che l’ Estetica, la Logica e l’Eti-  ca (1) sono fondate su giudizi sistematici o disgiuntivi  tratti dalla vita estetica, logica ed etica dell'anima umana.  Esse mirando a mettere in evidenza la struttura logica o  intelligibile del mondo estetico, conoscitivo ed etico, ci  pongono dinanzi agli occhi le diverse maniere in cui il  principio informatore, l’universale concreto e individuale  si presenta in ciascuna delle tre sfere più elevate dello  spirito umano. Nessuno confonderà poi le norme con i giu-  dizi disgiuntivi o sistematici, giacchè quelle non indicano  le parti del sistema articolate tra loro, ma bensì le vie per  cui l’attività umana attua il sistema ideale espresso nelle sue  articolazioni per mezzo della legge sistematica. Le norme si  riferiscono all’attuazione, al modo di procedere nella rea-  lizzazione dell'ideale e quindi sono leggi della volontà  umana; le leggi sistematiche invece esplicano nelle loro  determinazioni i sistemi ideali, per il che non escono dal  mondo ideale.   Stando ad alcuni (Bradley, Bosanquet), l’ultima e più  perfetta fase della conoscenza è rappresentata dal giudizio  disgiuntivo in generale, in quanto per mezzo di questo il  principio informatore di un dato ordine di realtà viene ad  essere proseguito nelle sue determinazioni essenziali o nelle  sue manifestazioni, le quali poi si escludono a vicenda.  Nè potrebbe essere diversamente; una volta che il princi»    (1) Quello che abbiamo detto dell’ Etica, dell’ Estetica e della Lo-  gica sì potrebbe dire della Matematica.    74 LA NOZIONE DI « LEGGE »    pio informatore, attuandosi, assume una data forma, viene  ad essere esclusa ogni altra forma in cui esso può anche pre-  sentarsi; e poichè tali forme sono definite ed enumerate in-  virtù della conoscenza che sì ha di tutto l'ambito del concetto,  è chiaro che dal trovarsi attuata una data forma si deduce  la non attuazione delle altre, e dalla non attuazione delle  altre si deduce l’attuazione di quella sola che rimane. Col  giudizio disgiuntivo si vengono ad enumerare tutte le pos-  sibilità, ond’esso è l’espressione di una certa onniscienza  da parte dell’uomo, onniscienza fondata però sempre sulla  cognizione di una data qualità o attributo, il quale per  natura sua ngn può ammettere che un numero determinato  di variazioni, oltrepassate le quali, esso stesso viene ad  essere annientato.   Possono variare le occasioni immediatamente determinanti  la formazione dei giudizi disgiuntivi, ma le loro caratteristi-  che non variano. Un giudizio schiettamente disgiuntivo ri-  flette sempre un contenuto o sistema completo in sè stesso,  onde proviene che esso, come ogni giudizio generico, è quasi  categorico. Il giudizio assume la realtà del soggetto ed enun-  cia nel predicato le varie forme sotto cui quello in condizioni  diverse si può presentare; forme che esaurendo la natura del  tutto posto come reale, si presentano articolate tra loro me-  diante giudizi ipotetici o negativi. Ciò che sopratutto è neces-  sario e indispensabile si è che il contenuto-soggetto, l’indi-  vidualità o l’ universale, entri come tutto in ciascuna delle  , forme enumerate, per modo che ogni differenza figurando  come determinazione essenziale dell’ universale viene ad  escludere tutte le altre differenze; è soltanto sotto questa  condizione che ogni congiunzione si trasforma in disgiunzione,    LA NOZIONE DI « LEGGE » 75    La disgiunzione, sempre secondo tali filosofi, è la sola  forma giudicativa che può stare da sè, giacchè ogni connes-  sione è entro un sistema e si può dire completo solo quel  giudizio che enuncia insieme un sistema e le relazioni o  determinazioni contenutevi. Certamente non ogni disgiun-  zione è completa, indipendente ed assoluta nello stretto  senso della parola, ma ciascuna presenta sempre un certo  grado di assolutezza rispetto al numero dei giudizi ipote-  tici che in essa trovano il loro fondamento. Così la di-  sgiunzione che enuncia la natura e le specie dei triangoli  contiene la base di tutti i giudizi ipotetici esprimenti le  proprietà di tale figura. Ciascuno di detti giudizi, se com-  pletato e fatto esplicito, metterebbe capo nella detta di-  sgiuzione, la quale alla sua volta è compresa nel giudizio  fondamentale che espone la natura e i caratteri dello  spazio. | |   Ora, possiamo noi ammettere che la forma disgiuntiva  sia la forma giudicativa più completa e quella meritevole  veramente del nome di sistematica per eccellenza? Noi cre-  diamo che vada fatta una profonda distinzione tra il giu-  dizio effettivamente sistematico, il quale qualifica il Reale  per mezzo di una identità sistematica organicamente arti-  colata nelle sue varie parti e il giudizio disgiuntivo vero e  proprio, il quale lungi dal presentare un sistema attuato,  presenta le forme o le manifestazioni possibili di un prin-  cipio. Il giudizio sistematico ci mette sotto gli occhi un  tutto organicamente costituito e reale, mentrechè il giu-  dizio disgiuntivo ci mette sotto gli occhi le maniere in  cui il tutto si può attuare. Ora da ciò consegue che dal  punto di vista ideale, dal punto di vista dell’elaborazione    76 LA NOZIONE DI « LEGGE »    mentale il giudizio disgiuntivo appare più perfetto, perchè  da una parte ci dice che un dato sistema, se attuato, deve  essere determinato in una data guisa e dall’altra ci fa sapere  tutte le maniere in cui può essere attuato e determinato; dal  punto di vista invece della conoscenza come qualificazione di  ciò che è reale è il giudizio sistematico vero e proprio quello  che appare più perfetto e completo; l’ultimo invero ci mette  davanti l'attuazione di un tutto organico contenente in sè  delle differenze non escludentisi, ma implicantisi a vi-  cenda. È desso che costituisce la base di una parte impor-  tante di giudizi ipotetici, i quali enunciano la connessione  delle differenze contenute entro un sistema e il rapporto  necessario degli attributi o parti di un tutto. Lo schema  del giudizio sistematico è : S è cosîffatto che a implica b; quello  invece del giudizio disgiuntivo è: S è cosiffatto che si può  attuare 0 determinare in a o in b o in c. È vidente che il  giudizio sistematico e quello disgiuntivo non vanno iden-  tificati tra loro; sono due processi conoscitivi collaterali, i  quali adempiono ad uffici differenti ; il giudizio disgiuntivo  allarga e completa idealmente la conoscenza, in quanto  esaurisce le possibilità della realizzazione; quello sistema-  tico invece pone in evidenza la struttura organica e i  rapporti interni di un sistema reale. Con'ciò non si vuol.  negare che vi possano essere e vi siano anche molteplici  interferenze tra i detti due processi e che il giudizio si-  stematico possa essere fondato o esser riferito a una disgiun-  zione resa possibile dalle variazioni di una qualità essenziale,  ma quello che non va dimenticato si è che la disgiunzione  non rappresenta qualcosa di reale, come la struttura  sistematica, che essa è un processo perfettamente ideale    LA NOZIONE DI « LEGGE » 77    e che il tutto o il sistema che fa da soggetto nei giudizi  disgiuntivi è un prodotto dell’astrazione. Esso non esistendo  per sè, non avendo la sua ragione in sè stesso, non essendo  qualcosa di sussistente e di completo, non esce dal dominio  del necessario e del relativo; esso si riferisce necessaria-  mente ad una delle determinazioni enunciate nel predicato.  Il contrario si verifica nei giudizi prettamente sistematici  nei quali il soggetto è qualcosa di categorico, di completo  e d’indipendente. |   La verità di ciò che si è detto intorno al giudizio dis-  giuntivo viene provata anche da questo, che esso è attivo  in tutti quei processi dello spirito relativi all'attuazione  di ideali concepiti dalla mente umana ; prima questa, per  ragioni su cui qui non importa insistere, forma un con-  cetto e poi dello stesso vengono rintracciate le determi-  nazioni principali, basandosi sopra una sua nota essenziale;  il giudizio disgiuntivo in tal guisa è attivo soltanto ogni  volta che si ha a che fare con costruzioni ideali, con co-  struzioni di possibilità fatte da noi (di cui conosciamo le  qualità essenziali e le loro variazioni), mentrechè quello  sistematico mette in luce la struttura organica di un si-  stema reale per via della vicendevole dipendenza delle  parti di esso. Tuttociò che è organicamente costituito,  tuttociò che, attuato, o risponde effettivamente — perchè  opera dell’intelligenza e dell’attività umana — o sembra  corrispondere (funziona come corrispondente) ad un fine,  può formare oggetto di un giudizio sistematico vero e  proprio, o finale o generico che si voglia dire. Il giudizio  disgiuntivo lungi dal rendere più perfetta la nostra cono-  scenza della realtà — della quale noi conosciamo soltanto    78 LA NOZIONE DI « LEGGE >»    dei frammenti — non fa che rendere esplicito ciò che era  implicito — perchè nostra fattura —, non fa che metterci  sott'occhio sotto altra forma ciò che già sapevamo. Avendo  noi costruito il concetto soggetto non possiamo non tro-  varvi dentro quello che noi stessi vi abbiamo posto. É  soverchio aggiungere che il giudizio disgiuntivo non può  avere alcuna applicazione seria nella conoscenza del reale, del  dato, giacchè noi dei vari ordini di questo non conosciamo  il principio informatore (la natura propria) in modo da  poterne indicare tutte le manifestazioni possibili.    B    Noi finora abbiamo classificato le leggi, tenendo conto  della forma e della natura dei giudizi con cui esse vengono  enunciate; è evidente che possono ancora essere classificate,  tenendo conto della loro varia origine, della maniera cioè  con cui vengono rintracciate. Esse invero assumono ca-  ratteri diversi secondo che variano i processi logici messi  in opera per scovrirle. Da tal punto di vista le leggi pos-  sono essere classificate in leggi costrattive, leggi analogiche, leggi  induttive è leggi deduttive. |    1. Leggi costruttive.    Cominciamo dal ricercare per quale via vengono messe in  luce le leggi matematiche, vediamo cioè qual'è il processo  logico che le rende possibili e che quindi le contradistin-    LA NOZIONE DI «€ LEGGE » 79    gue. L'inferenza (1) di cui si fa uso in matematica, è una  vera e propria inferenza sussuntiva? |  Ogni calcolo aritmetico, e quindi ogni specie di calcolo,  può essere ridotto ad enumerazione o ad enumerazione di  enumerazioni. Tutto il processo poggia sulla concezione del  tutto quale somma delle sue parti, dell’ universale come  risultante da determinazioni e differenze eguali ed omo-  genee quantunque distinte e separabili tra loro. È evidente  che in tali casi l’universale non si presenta come un sistema  concreto, per modo che le inferenze da esso emergenti non  sì sa se siano da considerare come correlative dei giudizi,    (1) Qui è bene intenderci sul concetto che ci dobbiamo formare  dell’inferenza dipendentemente dal modo come venne interpretata la  natura del giudizio, L'inferenza, come il giudizio, mira a qualificare  la realtà, con questo di proprio che la detta qualificazione non  è immediata, ma mediata nel senso che il contenuto ideale viene ri-  ferito alla realtà in modo indiretto, coll’intermezzo di un altro con-  tenuto immediatamente qualificativo. Ora com'è mai possibile un tale  processo ? Come è mai possibile il passaggio da un contenuto ideale  ad un altro? È possibile, perchè entrambi questi sono differenzia»  zioni di un fondo identico, momenti diversi di un unico universale.  E qui va notato che quando sì parla di universale non bisogna cor-  rere con la mente all'universale astratto, alla nota od alla proprietà  comune e ripetentesi in un certo numero di casi, la quale non significa  nulla, ma all’universale concreto, al carattere significativo che, im-  plicando il modo con cui è connesso con altri caratteri o momenti  sì presenta come fattore generatore della realtà concreta Un esempio  dell’universale concepito in modo siffatto ci vien fornito da talune  proprietà delle figure geometriche; dato, per es. un arco di cerchio,  noi abbiamo il raggio, onde possiamo descrivere tutta la circonferenza;  e perchè ciò? Perchè l’arco dato non è semplicemente ripetuto, ma  è continuato secondo la natura propria (universale concreto) della    80 LA NOZIONE DI « LEGGE >»    ovvero come delle inferenze esplicite. Così l'equazione,  poichè risulta da una comparazione di relazioni numeriche  astrattamente considerate, pare che corrisponda al giudizio  universale e più specialmente a quello ipotetico : il che è  già sufficiente a porre in evidenza il carattere sintetico o -  inferenz ale di essa. Se non che l'equazione non presuppone,  non implica nulla, ma distende, per così dire, in modo  completo gli elementi su cui verte l’attività giudicatrice.  Mentre l’ordinario giudizio ipotetico omette o presuppone  l'esistenza di tutte quelle condizioni che o sono ovvie addi-  rittura, o implicite o completamente inattive, l'equazione,  il cui contenuto è omogeneo appare ipotetica sulla base di    detta figura piana, natura propria che regola le parti e che, quan-  tun que implicata gia nell'arco dato, è nondimeno distinta da questo.  La cosa riuscirà forse più chiara ancora se invece di un cerchio noi  consideriamo un’ellissi, in cui il frammento della curva dato non  può essere soltanto ripetuto senza mutamento nel rimanente della  costruzione: vuol dire che nella curva data vi è qualcosa che può  dettare la modalità della continuazione e completamento di essa. Sic-  chè noi possiamo definire il giudizio mediato, o inferenza, come il  riferimento alla realtà (entro la sfera di un dato universale) di de-  terminazioni per l’intermezzo di altre determinazioni direttamente ri-  ferite alla Realtà, ed esprimenti la natura propria dell’universale;  ovvero, come il riferimento di alcune parti alla realtà per mezzo. di  altre parti esprimenti la natura propria di una totalità determinata.  Perchè si abbia l’inferenza è necessario adunque che l’universale  si presenti come un sistema le cui parti siano in necessaria connes-  sione tra loro e che la semplice unità delle differenze, quale si ma-  nifesta nel giudizio, sia sostituita da una maggiore o minore com-  plessità di determinazioni e da una congiunzione più o meno artico-  lata di attributi e di relazioni (nelle quali vanno comprese le rela-  zioni di spazio e di tempo). Cfr. BosanQuET, Logic, B. II, Cap. I.    LA NOZIONE DI « LEGGE » . 81    un processo intellettuale, o di una sintesi di differenze  esplicite. Noi nel giudizio ipotetico affermiamo la con-  nessione necessaria esistente tra due termini senza met-  tere in chiaro la maniera in cui tale connessione si sta-  bilisca e si generi, senza cioè rondero esplicito nel processo  logico il fondamento o la ragione della connessione: nella  equazione invece o nella combinazione delle equazioni i  rapporti tra i varii termini, le loro proprietà e la loro  derivazione vengono tutte messe sott'occhio per modo che  appare evidente il fondamento del loro legame. È per  questo che l'equazione presenta una connessione di ordine  inferenziale in modo molto più chiaro che non l’ordinario  giudizio ipotetico.   | La combinazione delle equazioni messa in rapporto con  una singola. equazione si presenta poi come la combina-  zione dei giudizi messa in rapporto con un singolo giudizio:  in entrambi i casì è pressochè impossibile tirare una linea  netta tra l’atto singolo e la combinazione degli atti.   Il ragionamento matematico, stando al Bosanquet, può  assumere varie forme, delle quali le principali sono: quella  seriale (per cui è possibile l’apprensione delle connessioni  spaziali e temporali), quella sostitutiva, quella costitutiva  (equazioni costitutive) e quella proporzionale. Tutte le dette  forme hanno questo di comune che non implicano un pro-  cesso di vera e propria sussunzione, vale a dire che la  conclusione, emergendo da una relazione quantitativa esi-  stente tra le premesse, ovvero dalle modalità della fun-  zione costruttrice espressa nelle stesse, non può essere  considerata come un caso particolare compreso nella pre-  messa maggiore, o come un elemento di un’ individualità   6    82 LA NOZIONE DI « LEGGE »    concreta, ovvero come una determinazione della natura  generica espressa nella detta premessa maggiore.  Così nella cosidetta inferenza per sostituzione    Premessa maggiore M —=a + br tcr8....  Premessa minore S =sMon  Conelusione S =8 (at be +cer8....)    noi abbiamo due connessioni equazionali riferite ad un  identico tutto e quindi atte a dar origine ad un'ulteriore  connessione. Ma M non è, nel caso sucitato, generico, nè S è  specifico, nè infine Ja connessione di S con s (a +bx ecc.)  è nota in grazia della connessione o della subordinazione  dello stesso S all’ individualità concreta M. M, non v’ha  dubbio, figura come il centro delle relazioni, come una  forma dell’universale quantitativo che, per così dire, per-  vade tutta ‘l'equazione, ma da ciò non consegue punto  che .S sia un caso di M piuttosto che M di $S. Insomma  la sostituzione è una conseguenza derivante dall’ identità  del tutto con sè stesso nelle sue varie forme (essendo ob-  bietto del calcolo appunto il ritrovamento di detta iden-  tità), e non un principio di relazione inferenziale. Da tal  punto di vista l’inferenza sostitutiva che merita propria-  mente il nome di inferenza per identificazione equazionale,  costituisce il fondamento del computo aritmetico e alge-  brico.   D'altra parte le inferenze esprimenti le connessioni spa-  ziali e temporali: A è a dritta di B, Bè a drittadi C.-.  A è a dritta di C: o A è anteriore a B nel tempo, B è  anteriore a C.*. Aè anteriorea C, sono agli antipodi della  vera sussunzione in quanto esse piuttostochè attribuire    LA NOZIONE DI « LEGGE » _ 83    ad un fatto, al reale un contenuto ideale per mezzo della  connessione di quest’ultimo con un altro contenuto ideale  direttamente attribuito al reale, esprimono la maniera in  cui si stabiliscono le relazioni spaziali e temporali, espri-  mono il modo di procedere della funzione costrpttrice. È  se si vuol per forza fare in tal caso un’inferenza, si deve  commettere l’errore di prendere il principio attivo, l’ele-  mento generatore, o ciò che rende possibili tali inferenze,  vale a dire la funzione mentale che ci dà l’ ordinamento  costruttivo spaziale e temporale e considerarlo come  parte del contenuto da cui è tratta la conclusione, nel  qual caso sarebbe da porre come premessa maggiore delle  argomentazioni costruttive un principio suî generis, un  principio generale di costruzione che può essere espresso  nel modo seguente: Ciò che è a dritta di una cosa qual-  siasi B è a dritta di ciò, di cui alla sua volta la stessa  cosa B è a dritta, e porre poi come premessa minore  tutto il contenuto nell’inferenza suddetta; giacchè lo  costruzioni e le connessioni astratte si riducono a rela-  zioni sistematicamente necessarie, nelle quali si prescinde  pressochè totalmente dalle qualità caratteristiche dei  punti di riferimento assunti come perfettamente noti e  indifferenti (se A è a dritta, ecc. vuol dire che A è un  punto o un corpo nello spazio, altrimenti l’inferenza non  avrebbe senso). Le stesse costruzioni tramutate in infe-  renze non possono presentare premesse fornite di preroga-  tive speciali. |   Come si vede, in tali casi non vi ha processo d’inferenza,  perchè quella che dovrebbe essere premessa minore è la  pura ripetizione, senza alcuna variazione, di quella che è    84 LA NOZIONE DI « LEGGE »    posta come premessa maggiore; a ciò si aggiunga che la  stessa premessa minore racchiude tutto, per modo che  manca la conclusione. In siffatta inferenza le modificazioni  reciproche delle relazioni sono costruite -nell’atto che si  argomenta e non vengono presupposte nella natura del sog-  getto reale, a cui si riferisce l’inferenza. In altri termini  l’argomentare non ha per scopo già di rendere esplicito,  di distendere ciò che è già involuto nel soggetto esistente  per sè, ma nell'atto stesso che l’argomentare ha luogo, si  costruisce o si forma il soggetto dell’inferenza. I processi  costruttivi spaziali e temporali adunque non sono dei pro-  cessi d'argomentazione sussuntiva, ma esprimono in forma  ideale il riferimento reciproco dei vari punti dello spazio  e del tempo, riferimento che è basato sulla identità e conti-  nuità dello spazio e del tempo.   I processi delle equazioni costitutive, delle equazioni, cioè,  enuncianti i rapporti numerici esistenti tra le parti compo-  nenti determinate totalità presentano due aspetti. Da una  parte figurano come sémplici calcoli o combinazioni di rap-  porti simili alle equazioni mediate, o sistemi di equazioni nu-  meriche, le quali non hanno alcun significato all'infuori  di un dato sistema numerico: infatti quando si stabilisce  una proporzione tra due quantità variabili, dando a queste  un valore determinato (coefficiente) per vedere quali mo-  dificazioni ne risultino, è evidente che non vi è premessa  maggiore, ma bensì descrizione generalizzata di un identico  tutto in due casi, i quali devono essere attuati rispetti-  vamente con determinati fattori e l’inferenza consiste nel  presentare la costruzione di un tale tutto appunto rispet-  tivamente sulla base di tali fattori; dall’altra parte il    LA NOZIONE DI « LEGGE » 85    calcolo, le combinazioni delle equazioni in taluni casi sono  ° fatte in base a certi presupposti, e con regole determinate,  onde esse figurano come mezzi per raggiungere uno scopo  definito, il quale poi sì può ridurre alla determinazione delle  proprietà di una data figura nello spazio: così p. es. la forma  spaziale del tipo curvilineo (la curva poi può essere aperto o  chiusa, simmetrica o asimmetrica ecc.) è come il contenuto  quasi generico, secondo il linguaggio del Bosanquet, ovvero  l’idea-in base a cui la costruzione di una particolare figura  curva avente proporzioni numeriche, assume proprietà ca-  ratteristiche.   L'unità organica o sistematica presentata dalle figure  geometriche, per la quale esistono rapporti definiti tra  i vari elementi che le compongono, è data appunto dal  fatto che le dette figure non risultano da un semplice  aggregato di parti, ma dalla coordinazione numericamente  proporzionale di queste. E nell’atto stesso della costru-  zione di date forme spaziali si possono venir scovrendo  le loro proprietà, ond’esse non figurano come qualcosa  di dato, come un fatto, ma come qualcosa che si vien  facendo. In ogni case il passaggio da una combinazione  equazionale numerica alla costruzione (proporzionalmente  corrispondente nelle sue parti) di una data figura fornita  di date proprietà può esser fatto solo in base ad un prin-  cipio racchiuso nella natura caratteristica della detta  figura — quale emerge dalle qualità fondamentali dello  spazio —.   È chiaro che col fare entrare in campo l'elemento del  tempo e quindi col rappresentare il movimento come una  lunghezza e col riguardare le nozioni astratte di forza e    86 LA NOZIONE DI »    di massa come elementi determinanti in modo correlativo  il movimento, noi abbiamo tutti gli organi del puro mec-  canismo e della scienza costruttiva astratta.   Fu detto dal Lotze che l’inferenza proporzionale costi-  tuisce l’ultimo limite della conoscenza e che presenta un  carattere perfettamente sussuntivo: ora ciò non è esatto fin  tanto che essa non esce dal campo del calcolo puro e semplice  (2:4::3:%.0.x—=6), poggiando in tale caso sopra un rap-  porto inerente ad un dato sistema numerico. Nè vale a provar.  niente al di fuori di questo. Quando per contrario si applica  alla determinazione di un contenuto concreto, di una indi-  vidualità definita, allora essa non ha valore e significato  per sè, ma l’acquista dal fine a cui serve o dall’obbietto  a cui si riferisce, o infine dai presupposti su cui si eleva.  La proporzione non definisce, ma mette in maggior evidenza,  determina, fissandoli quantitativamente, misurandoli, i ca-  ratteri dell’individualità, le qualità del sistema o della  totalità concreta dopo che ne è nota per altra via la loro  natura, ovvero accenna ad esse perchè la conoscenza ne sia  completata con mezzi più appropriati. Noi possiamo dire che  la proporzione acquista tutto il suo valore dall’eteroge-  neità dei suoi termini, in quanto questa implica sempre  l’esistenza di un sistema speciale di relazioni e di connessioni.  La detta eterogeneità dei terminidella proporzione può essere  di varie sorta, secondochè i due obbietti comparati sono  o no misurabili con un’identica unità, ovvero uno dei due  è misurabile e l’altro no, ovvero infine nessuno dei due è  misurabile; nel quale ultimo caso non è più a parlare di  proporzione, ma di analogia o di sussunzione, mentrechè  nei casi antecedenti si hanno varie forme e combinazioni.    LA NOZIONE DI « LEGGE » 87    . di giudizi ipotetici, i quali rappresentano i veri punti di  passaggio dalle forme astratte d’infevenza a quelle con-  crete (4).   Le leggi costruttive hanno adunque questo di proprio che  sono leggi funzionali in quanto esse non vengono estratte da  ciò che esiste, da ciò che è dato, ma indicano le maniere  in cui la mente opera in date circostanze. L'universale  concreto in base a cui avvengono i nessi tra gli attributi  espressi nelle leggi è attivo nella mente e viene attuato  mentre si enunciano le dette leggi: non è qualcosa che  esiste per sè di rincontro alla mente. Pertanto in esse  vanno comprese tutte le leggi riguardanti il pensiero, la  emotività e la volontà umana in azione. Le leggi logiche  fondamentali, le leggi etiche, estetiche ecc. non esprimono  il modo di comportarsi di cose esistenti al di fuori del  soggetto, non sono ricavate da fatti, ma esprimono le maniere  in cui i fatti vengono disposti, ordinati, appercepiti dal punto  di vista logico, estetico ed etico. Siffatte leggi non possono  essere ricavate da principii generali in cui siano come  contenute, perchè questi principii non potrebbero essere  che le funzioni dello spirito umano, le quali, messe in azione,  determinano appunto le leggi logiche, estetiche ed etiche.  Le dette funzioni dell'anima umana espresse o tradotte in  termini intellettivi, separate dal fatto e idealizzate (guardate  nella loro intelligibilità o possibilità, nel loro was) costi-  tuiscono appunto le leggi logiche, estetiche ed etiche. Onde  consegue che questa prima classe di leggi — leggi funzionali  o costruttive — da una parte non sono induttive, in quanto    (1) Cfr. BosanQuET, op. cit.    88 LA NOZIONE DI « LEGGE »    non vengono ricavate da fatti e dall’esperienza, e dall'altra  non sono deduttive i in quanto non vengono ricavate da prin-  cipii generali o da individualità, sistemi o totalità date. Ciò  sarà più evidente in seguito quando avremo parlato delle  varie forme di sussunzione. Qui notiamo che va fatta distin-  zione tra le leggi emergenti da un dato fatto estetico o da  un dato sistema scientifico o da un complesso di fatti psico-  logici occupanti un determinato punto deilo spazio e del  tempo — le quali possono essere deduttive o induttive se-  condo che sono state ottenute prendendo le mosse dall’uni-  versale, ovvero dalle determinazioni particolari di questo  — e le leggi che indicano per così dire la via tenuta dalla  | psiche nelle sue principali funzioni. Queste leggi sono stabi-  lite ed enunciate nell’ atto stesso che vengono formati i  principii da cui dovrebbero essere ricavate, principii che  sono come l’espressione intellettuale delle PHAGIPLI fun-  zioni dello spirito umano.    2. Leggi analogiche.    Le leggi analogiche che si potrebbero anche chiamare  leggi morfologiche o leggi classificative, sono quelle per mezzo  di cui unoggetto o un caso particolare è reso intelligibile,  facendolo rientrare in una data classe e quindi descriven-  dolo, caratterizzandolo. Descrivere e classificare sono atti  che. s’'implicano e si completano a vicenda: io in tanto  classifico in quanto descrivo e viceversa in tanto descrivo  in quanto classifico, in quanto faccio rientrare il partico»    LA NOZIONE DI « LEGGE » 89    lare nell’ universale, in quanto guardo il nuovo, l’ ignoto  attraverso il noto. È vero che d’ordinario si fa distinzione  tra i giudizi propriamente descrittivi (i quali, si dice, hanno  per predicato un aggettivo esprimente una proprietà, un  attributo del soggetto) e quelli esplicativi (i quali, si dice,  hanno per predicato un sostantivo più generale, nella cui  estensione è comprese il soggetto), ma in sostanza tale  distinzione è soltanto grammaticale, giacchè nel secondo  caso il predicato-sostantivo è adoperato in un certo senso  aggettivamente come nel primo il predicato aggettivo è  adoperato in un certo senso sostantivamente : in entrambi  i casi, infatti, il predicato ha l'ufficio di far appercepire,  di rendere intelligibile il soggetto, in entrambi i casi cioè  il predicato è un contenuto ideale atto a qualificare il  reale quale si presenta nel soggetto grammaticale. Del  resto fu già notato da altri che tale processo classificativo  del pensiero può presentare parecchi aspetti, pur conser-  vandosi uno nel fondo: così esso può avere una doppia  direzione, cioè o va dalla nuova (attuale e singolare)  alla vecchia rappresentazione (generica, o schematica o  classe) — e in tal caso la seconda è riconosciuta e affer-  mata come un carattere della prima (giudizio analitico);  — oppure va dalla vecchia alla nuova, e questa apparirà  come una particolarità novella della prima (giudizio sin-  tetico). Che il giudizio classificativo (assuma la forma pro-  priamente classificativa o quella descrittiva o quella sto-  rica), sia sempre uno nel fondo viene provato anche da  questo che le scienze così dette classificative sono de-  scrittive e storiche insieme: così la così detta Storia  naturale comprende la Zoologia, la Botanica, la Minera-    90 LA NOZIONE DI « LEGGE »    logia, le quali sono eminentemente classificative e descrit-  tive: non vogliamo con ciò affermare che tali scienze non  siano anche esplicative, su che ebbe già a richiamare  l’attenzione il Wundt, ma esse sono esplicative, perchè sono  insieme genetiche e morfologiche, perchè, cioè, classificano  e descrivono gli obbietti naturali, ricercandone la evolu-  zione. Le leggi analogiche adunque sono della più grande  importanza in quanto rendono possibile l’apprensione ordi-  nata delle cose, in quanto rendono intelligibili gli obbietti,  facendoli rientrare in date classi e in quanto, ciò facendo,  mettono in evidenza l'affinità, lo svolgimento e la genesi  dei vari ordini di realtà.   Vanno considerate come una categoria a parte di leggi  in quanto uno è il processo di loro formazione — processo  logico detto dell’analogia e della verosimiglianza, il quale  consiste nel conchiudere dacchè parecchi oggetti e fatti si  somigliano in alcuni punti, che si somigliano probabilmente  anche in altri punti,   L’analogia ha questo di proprio’ che la sua conclu-  sione non è fondata sul numero dei casi in cui i suoi ter-  mini (il soggetto e il predicato) si presentano connessi,  ma è fondata sull'esame, sull’analisi e quindi sulla va-  lutazione dei caratteri riscontrati connessi in un gran  numero di casi; analisi e valutazione che è fatta col ri-  cercare ciò che i detti oggetti e fatti presentano di co-  mune, col ricercare le proprietà e gli attributi, i quali,  qualificando entrambi, valgono a mettere in evidenza la  loro vera natura.   Ora se tutti i giudizi potessero essere considerati come  reciproci l'analogia diverrebbe ipso facto un’ inferenza da    LA NOZIONE DI « LEGGE » 91    condizione a condizionato, come è inferenza da condizio-  nato a condizione: « due antecelenti che hanno ùn mede-  simo conseguente devono essere intimamente connessi tra  loro ecc. » è la formola esprimente l'analogia qual'è real-  mente, mentrechè la formola « due antecedenti che hanno  un merlesimo conseguente devono essere conseguenti di un  medesimo antecedente, per il che devono coincidere »,  rappresenta l'ideale a cui tende l’argomentazione, ma che  essa per sè è impotente a raggiungere. Se il fatto di ri-  scontrarsi i medesimi caratteri in A e B non basta a  provare che A sia specie e B genere o viceversa, indica  però sempre che tra loro vi deve essere una correlazione  e una corrispondenza ; sicchè se non potremo attribuire  a B il carattere M potremo attribuirgliene un analogo  M'; si ha così la proporzione:    A:B=B:M    Il carattere M' figura come il prodotto di ciò per cui A  coincide con B (appartenendo ad un medesimo genere) e  di ciò per cui ne differisce. Ha ragione pertanto il Dro-  bisch di considerare l’analogia come il mezzo con cui ven-  gono messe in evidenza le corrispondenze, le umologie e  le analogie esistenti tra specie congeneri, coordinate quindi  tra loro e subordinate ad un genere superiore comune,  come îl mezzo con cui viene posto in luce il differenziarsi  di un'identità fondamentale sistematica, l’unità morfolo-  gica di un dato sistema e l'ordinamento esistente nei vari  ordini di reali, i cui ritmi di attività mentre si corrispon-  dono tra loro, sono d’altra parte contenuti in un ritmo    92 LA NOZIONE DI « LEGGE »    superiore generale. Così un naturalista che ha scoperto  in una specie animale o vegetale un dato carattere, p. es.  un certo organo, non attribuisce ad un'altra specie con-  genere alla prima l’identico carattere, ma piuttosto uno  analogo 0, come si dice, omologo, cioè tale che raccolga  in sè la natura del genere e risponda insieme alla parti-  colare natura della specie.   Il valore del ragionamento per analogia dipende da due  condizioni: 1° che tra i caratteri simili e il carattere che  si tratta di attribuire ad una delle due cose comparate  esista un rapporto naturale e non una semplice coincidenza  fortuita : 2° che le due cose comparate non differiscano  per caratteri tali che ogni analogia riguardante il carat-  tere che si tratta di attribuire ad una di esse sia allonta-  nata dal bel principio. Come si vede, la validità dell’ana-  logia poggia tutta sull’importanza attribuita ai vari caratteri  e sul rapporto esistente tra le note comuni e quelle dif-  ferenti, sempre in ordine ad importanza: pertanto il nodo  della questione sta tutto qui, sul fondamento e sui limiti  di applicabilità del nostro giudizio apprezzativo circa l’im-  portanza dei caratteri di dati oggetti. Vi fu chi affermò  che il rapporto tra i caratteri simili e quelli differenti  (base della validità dell’analogia) fosse rapporto puramente  numerico : in tal caso l'analogia sarebbe stata più o meno  valida secondochè fosse preponderante la somma dei ca-  ratteri comuni, ovvero quella dei caratteri differenti, te-  nuto conto della conoscenza totale che noi abbiamo delle  proprietà degli oggetti in questione. Ma ognuno vede che  la validità dell’ analogia non può dipendere dal numero,  bensì dalla qualità dei punti di somiglianza, i quali deri-    LA NOZIONE DI « LEGGE » 93    vano il loro significato dalla loro relazione col sistema  totale di cui fanno parte. Ed il sistema non può essere  ridotto ad un aggregato di parti indifferenti, giacchè que-  ste, per l'opposto, hanno un valore differentissimo dipen-  dentemente dai reciproci rapporti in cui si trovano. Chi  è pratico dei processi analogici, i quali rendono possibile  la classificazione morfologica degli obbietti naturali, sa  benissimo che essi poggiano non sulla enumerazione, ma  sulla valutazione dei caratteri: già non si avrebbe un’u-  nità di misura per enumerare i caratteri, e poi che cosa  vorrebbe dire un punto di identità o di somiglianza ? come  si farebbe a circoscrivere i limiti dell'identità e della somi-  glianza ? |   L'analogia non è fondata proprio sulla identità, ma sulla  corrispondenza dei caratteri, e sulla importanza ad essi  attribuita, corrispondenza ed importanza che possono es-  sere scoverte, basandosi sopra un insieme di considerazioni  di ordine diverso, le quali però mirano sempre a ricercare  la connessione in cui si trovano i caratteri in questione  con tutto il sistema degli organi che rendono possibile  la vita dell'individuo, mirano cioè a ricercare l’ ufficio a  cui gli stessi caratteri adempiono e a tracciarne la genesi  e lo svolgimento. Chi dice analogia dice comparazione dei  caratteri in owdine alla loro importanza ; e chi dice com-  parazione in tal senso dice ricerca del significato che i  detti caratteri hanno per la vita dell'individuo. Dall'altra  parte chi dice determinazione della corrispondenza csi-  stente tra i caratteri di due specie, dice esame del molo  di funzionare e di operare, esame dell’ ufficio degli stessi  caratteri e insieme indagine della loro genesi e sviluppo.    94 LA NOZIONE DI »    spaziale — possono essere ridotti a sillogismi, il cui termine  medio (il fine da raggiungere) determina il rapporto degli  estremi.   In ordine alle costruzioni meccaniche è stato notato che  esse non acquistano la loro consistenza dall'ufficio a cui  servono, giacchè questo è qualcosa di aggiunto, col che si  vuol dire in sostanza che una costruzione meccanica è  qualcosa d' indipendente dalla sua funzione, tanto è ciò  vero che essa può e non può compiere la detta funzione,  la può compiere più o meno bene, e può anche essere  incapace di compierla affatto: tuttavia la macchina è  sempre un prodotto necessario delle forze o leggi mecca-  niche che la rendono possibile ed esiste come tale in ogni  caso. Da ciò conseguirebbe poi che i rapporti dei vari  elementi componenti la macchina sarebbero qualcosa di  necessario e di fatale — ed andrebbero formulati per mezzo  di leggi costruttive, piuttostochè sussuntive. Ora noi os-  serviamo che l'ufficio, la funzione della costruzione mec-  canica è tale elemento essenziale alla sua struttura che  non può in alcun modo esser considerato come un epife-  nomeno : l’individualità, vale a dire la ragione d'essere  della macchina non è riposta tutta nello scopo che essa  deve raggiungere? Le forze o leggi meccaniche per sò  prese sono un’astrazione, sono un prodotto dell'analisi scien-  tifica; nella realtà sono sempre combinate dall’intelligenza  “umana in vista di un fine, il quale non solo contribuisce  ad accrescere la consistenza del fatto meccanico puro e  semplice, ma gli dà realmente valore e significato. Del  resto ognuno comprende che tra una macchina, la quale  risponde ad uno scopo — che questo poi sia o no raggiunto    +    LA NOZIONE DI « LEGGE » 111    in modo completo, poco importa — ed una composizione  qualsiasi di forze meccaniche corre un divario essenziale  in quanto quella forma un tutto, un sistema che ha la  sua ragione determinante nella funzione, mentrechè la  semplice composizione di forze nei suoi rapporti necessari  si rivela completamente inorganica.   Possiamo d'altra parte affermare che tutte le leggi te-  leologiche vadano confuse insieme, possiamo cioè dire che  il procedimento per cui vengono enumerati i rapporti esi-  stenti tra i termini di un sistema sia sempre uguale? Noi  crediamo che a tal proposito vada fatta distinzione tra gli  scopi e le maniere di raggiungerli dettati dall’ esperienza  e dall’osservazione che col Masci si potrebbe chiamare  passiva, e gli scopi e le maniere di raggiungerli dettati dal-  la osservazione attiva. Le prime si potrebbero chiamere leggi  finali empiriche o a posteriori, perchè fondate su rapporti  empirici; le altre si potrebbero chiamare leggi finali a priori,  perchè fondate su determinazioni primitive della nostra  attività spirituale. Quelle non implicano nessun grado di  assolutezza nel senso che ì relativi sistemi sono fatti for-  niti solo dall'esperienza e quindi aventi un valore contin-  gente: le altre invece sono assolute, perchè si riferiscono  a sistemi inerenti alla natura umana. Le leggi finali empi-  riche sì riferiscono a sistemi che vengono costruiti da noi  con materiali forniti dell’ esperienza e in virtù di scopi  suggeriti del pari dalla pratica della vita: le leggi finali  a priori si riferiscono per contrario a sistemi ideali formati  da noi per rispondere ad esigenze interiori e profonde del  nostro essere, indipendentemente dalla convalidazione del-  l'esperienza esterna. Tali leggi finali, anzi, lungi dall’ essere    412 LA NOZIONE DI « LEGGE »    ricavate dall’ esperienza, servono a regolarla. I rapporti  morali, logici, estetici e matematici sono inerenti a sistemi  aventi il loro fondamento e la loro radice nella costi-  tuzione, nella natura propria dello spirito umano e non  nell’ esperienza esterna, ond’è che il fine logico, morale,  estetico e matematico non può esser raggiunto che nella  maniera suggerita dalla stessa natura dello spirito, al di  fuori della quale maniera non è più a parlare di funzione  conoscitiva, morale ecc. Le suddette leggi teleologiche  mostrano pertanto la loro base categorica a preferenza di  tutte le altre. E a tale proposito giova notare che le co-  struzioni meccaniche in tanto appaiono in modo evidente  sistematiche in quanto sono come a dire incorporazioni di  leggi matematiche. Le leggi finali empiriche possono essere  ridotte alla formula seguente : Dato un sistema cosiffatto,  vi deve essere questo rapporto determinato tra i suoi  elementi: ora in tal caso il sistema presentato è un dato  dell’ esperienza, che potrebbe anche non esseré o essere  differente, perchè non risponde a nessuna necessità intrin-  seca ; per contrario la formula delle leggi finali a priori è :  L'anima umana è cosiffatta che non può non produrre il tale  sistema (logico, etico, estetico e così via) con questi rapporti  ecc.: è evidente che in questo caso non si ha a che fare con  qualcosa che può e non può essere dato, e che può essere  dato indifferentemente in un modo piuttosto che in un altro, ma  si ha a che fare con ciò che è inerente all’anima umana in  generale, tolta la quale non rimane più nulla. Conclusione:  le leggi finali empiriche sono contingenti, perchè fondate su  dati empirici, mentrechè le leggi finali a priori sono assolute,  perchè fondate su funzioni del soggetto.    LA NOZIONE DI « LEGGE » 113    Noi dicemmo che le leggi deduttive o sussuntive sono  quelle derivate dall'analisi di un sistema. Ora è evidente  che il cosìdetto sillogismo disgiuntivo non può non figurare  come uno dei processi atti a darci le suddette leggi, secondo  la formula: Aè o Bo C, Anon è B, .-. Aè C, ovvero A è  B.'. Anonè C. Recentemente però il Bradley e il Bosan-  quet hanno osservato che mentre la disgiunzione è l'espres-  sione più completa e perfetta del grado di chiarezza e di  determinatezza a cui può giungere la conoscenza umana,  in quanto essa esaurisce il contenuto di un sistema, di una  totalità, mostrandone le varie parti e il modo in cui queste  si articolano tra loro (e a tal proposito va notato appunto  che ogni congiunzione si può ridurre a disgiunzione, giac-  chè una volta che vengono assegnate con esattezza e pre-  cisione la condizioni sotto cui ciascuna determinazione è  attribuibile al soggetto reale, rimane esclusa ogni altra de-  terminazione che non possa essere compresa nella prima  per la contradizione che nol consente), dall'altra parte la  disgiunzione stessa è tutta racchiusa nella premessa mag-  giore del sillogismo disgiuntivo quale viene ammesso dalla  logica tradizionale: quando, infatti, la detta premessa di-  sgiuntiva è bene determinata nelle sue varie parti, e nelle  relazioni intercedenti tra gli elementi, essa contiene tutto  quello che verrebbe detto nella premessa minore e nella  conclusione, le quali così sono ripetizioni superflue e  quindi inutili. Il sillogismo disgiuntivo della logica formale  è valido soltanto nelle disgiunzioni per ignorantiam o in  quelle relative ad un punto del tempo, nei quali casi la  premessa minore vale a risolvere un dubbio relativo ad  un membro di un’alternativa o ad affermare l’esistenza   8    114 LA NOZIONE DI « LEGGE »    di questo in un dato momento: ma dette disgiunzioni lungi  dal significare l'organizzazione vera di un sistema, hanno  la loro origine in una condizione accidentale riguardante  l’attività conoscitiva di chi parla e ragiona in un dato  . periodo di tempo.   In sostanza il concetto del Bosanquet è questo : la cono-  scenza umana, specie la conoscenza scieatifica, non verte  sui fatti, ma sui concetti dei fatti: ora che cosa vuol dire  ciò? Che l'ideale della conoscenza è quello di apprendere  le possibilità di fatti, val quanto dire le condizioni in cui  gli eventi reali possono aver luogo, tanto è ciò vero che la  legge, la quale enuncia il modo di agireti una data sostanza  non afferma in alcun modo l’azione attuale della detta  sostanza sopra un organismo ; e che cos'altro fa la disgiun-  zione se non porre, sott'occhio tutte le possibilità, tutte  le determinazioni (con le loro condizioni) che può presen-  tare un universale concreto? In vista di ciò appunto la  disgiunzione rappresenta la forma più perfetta e completa  della conoscenza.   Ci sia lecito fare alcune osservazioni : Anzitutto non ve-  diamo perchè si debba destituire di ogni valore il sillo-  gismo disgiuntivo, secondo l’intende la logica tradizionale,  il quale adempie ad uffici importanti nella conoscenza  umana. La cognizione perfetta, la cognizione strettamente  disgiuntiva rappresenta un ideale a cui l'intelletto tende  ad avvicinarsi senza poterlo mai raggiungere, specie nelle  conoscenze riflettenti la realtà esterna, il dato dell’espe-  rienza; e la vita della conoscenza reale ed effettiva è  riposta appunto in tale processo di approssimazione inde-  finita, giacchè ammesso pure che possa l’uomo giungere a    LA NOZIONE DI « LEGGE » 115    racchiudere tutto in una disgiunzione completa, con ciò  verrebbe a scomparire l’attività conoscitiva. Ma su ciò  torneremo or ora: diciamo piuttosto che il sillogismo di-  sgiuntivo quale viene ammesso dalla logica tradizionale  esprime un momento interessante del processo conoscitivo,  | giacchè oltre la conoscenza per concetti vi è quella di  fatti (conoscenza storica), in cui la determinazione del  tempo ha un'importanza speciale. Ma il sillogismo disgiun-  tivo oltrechè esser valido a definire la realizzazione di un  contenuto ideale nel tempo, vale anche a determinare quale  di parecchie anticipazioni fantastiche, di parecchie possi-  bilità ipoteticamente enunciate trovi il suo riscontro nella  realtà. Che il dominio del possibile sia più vasto del reale  nessuno vorrà negare: onde la necessità di limitare quello  per mezzo di quest’ultimo. Nè vale il dire che la disgiun-  zione per ignorantiam rappresenta un fatto accidentale,  ‘ transitorio, perchè d'origine subbiettiva, giacchè, non esi-  stendo l’onniscienza, la suddetta disgiunzione per ignoran-  tiam figura come un processo inerente essenzialmente ed  organicamente alla funzione conoscitiva.   Poi, il sillogismo disgiuntivo quale viene ammesso dai  citati filosofi inglesi è ammissibile? Per rispondere a tale  quesito occorre vedere quali siano ì presupposti su cui  esso sì fonda; esso nientemeno presuppone che sia cono-  sciuto il principio informatore con tutte le sue possibili  determinazioni di un dato ordine di reali, presuppone la  conoscenza completa di tutte le differenziazioni possibili  di una qualità, il cui contenuto deve essere completa-  mente esaurito. Ognuno vede che un tal genere di onni-  scienza — che è la conditio sine qua non della disgiun-    SI    116 LA NOZIONE DI « LEGGE »    zione — se è conseguibile nelle conoscenze formali, nei  processi razionali (logica, calcolo ecc.) e in tutti quei  fatti che hanno la loro radice nella natura propria del  nostro spirito, in quei fatti che sono prodotti da noi, ap-  pare un sogno nelle conoscenze riferentisi alla realtà  empirica. Inoltre le differenziazioni del dato appaiono come  fatti, i quali non possono essere derivati razionalmente  l'uno dall’altro in forza di uno stesso principio, non pos-  sono cioè essere riguardati come variazioni necessarie di  una stessa qualità: noi, infatti, possiamo ben dire che di  triangoli non ve ne possono essere che di tre specie, equi-  lateri, isosceli, e scaleni, ma non possiamo dire che di  colori non ve ne possono essere necessariamente che sette,  o cinque o tre. Il fatto è che la disgiunzione in tanto è  applicabile alla conoscenza della realtà, in quanto è ap-  plicabile la matematica. E come questa è valida a for-  mulare i fatti nel modo più esatto, senza dar la ragione  di ciò che avviene, così la disgiunzione enuncia, illustra  i fatti, ma non li spiega: e quand anche nel sillogismo  disgiuntivo vengano espresse tutte le condizioni determi-  nanti i vari termini dell’alternativa, le stesse condizioni  non emergono mai dalla disgiunzione, non emergono cioè  mai dalla necessità inerente al sistema di determinarsi  assolutamente in una di quelle maniere esclusive tra loro.  Perchè ciò avvenisse, bisognerebbe che noi fossimo al caso di  dedurre in maniera razionalmente necessaria da una data  qualità empirica le sue varie determinazioni, bisognerebbe  non soltanto che l'universo fosse qualcosa di eminentemente  razionale, ma che noi fossimo come a dire nel centro dell’uni-  verso da essere a parte del suo ritmo e processo evolutivo.    LA NOZIONE DI « LEGGE » 117    Pertanto la disgiunzione più completa non può servire  che a formnlare e ad illustrare in modo preciso ciò che  noi per altra via già conosciamo. E che il processo disgiun-  tivo per sè sia insufficiente a darci una definizione reale  o radicale, vien provato da questo che quando esso è pra-  ticato mena a definizioni imaginarie (non riferentisi a ob-  bietti reali). Le divisioni stesse in tal caso o hanno il loro  fondamento in preconcetti che già esistono nella mente di  chi fa la divisione, ovvero appaiono puramente arbitrarie.   Riassumendo, in ordine al sillogismo disgiuutivo pos-.  siamo dire che esso quale viene inteso dal Bradley e dal  Bosanquet, vale a dire come contenuto tutto nella pre-  messa maggiore del sillogismo disgiuntivo della logica  tradizionale, trova un'applicazione giustificata solo in quei  casì in cui è il nostro spirito che dà origine a prodotti  razionali compiuti, a costruzioni ideali, delle quali poniamo  noi i principii informatori e noi stessi razionalmente (indi-  pendentemente dall'esperienza) deduciamo le variazioni di  cui i detti principii sono suscettibili. Bisogna tener fisso in  mente che il giudizio-sillogismo disgiuntivo può essere ado-  perato solo quando è completamente nota la natura propria  di un essere, di una qualità, per modo che si sa entro quali  limiti la qualità, l'ente deve necessariamente variare, var-  cati i quali limiti, non si ha più quell’ ente, quella qua-  lità. E non basta; occorre che ciascuna determinazione  sia tale che, spe ha luogo, non lasci posto alle altre. Come  si vede, siffatte condizioni si possono verificare solo in  ciò che è opera nostra, in ciò che facciamo noi e di cui  conosciamo, per così dire, l'intimo meccanismo. Il mondo  della conoscenza in genere, ed un dato sistema di cono-    118 LA NOZIONE DI « LEGGE »    scenze circoscritto nello spazio e nel tempo, il mondo  etico e una data condotta morale, il mondo estetico ed  ‘una data opera d’arte, il mondo religioso ed una data  religione, l'ordine politico sociale in genere e un dato  ordinamento politico-sociale, ecco i campi in cui può avere  un uso fecondo il sillogismo-giudizio disgiuntivo: e perchè?  Perchè in base alla conoscenza che abbiamo delle diverse  funzioni della coscienza umana possiamo determinare le  diverse maniere in cui ciascuna di esse si può, anzi sì  deve estrinsecare e possiamo anche precisare i modi in  cui ciascuna estrinsecazione può alla sua volta variare.  Ma possiamo far ciò anche in modo completo? Il sillo-  gismo-giudizio disgiuntivo può avere un uso illimitato nel  campo dello spirito? A tale domanda dobbiamo subito ri-  spondere negativamente, giacchè noi crediamo che la cau-  salità psichica non implicando equivalenza dei termini causa  ed effetto, sia regolata dalla legge generale detta dell’au-  mento progressivamente indefinito dall'energia spirituale:  onde consegue che è assolutamente impossibile racchiudere  nella formula disgiuntiva tutte le possibili manifestazioni  dell'attività spirituale e tutte le possibili ulteriori deter-  minazioni di ciascuna di dette manifestazioni.   Perchè la coscienza umana potesse costruire intellet-  tualmente il mondo per mezzo di una disgiunzione, biso-  gnerebbe che essa fosse, come diceva Lotze, nel cuore  della realtà, bisognerebbe che il dato non fosse dato, vale  a dire che non fosse, o che fosse riducibile a pura forma,  ma questo è un sogno: già per poter applicare la formula  disgiuntiva occorre bene che vi sia qualcosa, che vi sia  il reale a cui applicarla: e questo reale, questo qualcosa»    LA NOZIONE DI « LEGGE » 119    questo dato non potendo essere ottenuto mediante la  disgiunzione da un sistema d’ ordine superiore, sfugge alla  disgiunzione, per modo che quest’ultima viene a figurare  in ultima analisi come qualcosa di formale che per sè  altro non può fare che illustrare, enunciare ciò che già  esiste: ma perchè ciò che esiste possa essere in tal guisa  illustrato occorre che sia contenuto nella sua totalità  (anche virtualmente) nella mente di chi pensa: ora  la realtà, per la mente umana almeno, non è riposta in  qualcosa di idealmente finito, di compiuto, ma in un  processo in cui si notino solo dei punti di arresto o di  concentramento, dei nodi di svolgimento che sono via via  sempre sorpassati.   Che la struttura logica dell’ universo non metta capo  in ultima analisi in un giudizio-sillogismo disgiuntivo vien  provato anche da questo, che non ogni concetto generale  consta degli stessi elementi dei concetti specifici più vicini  ai reali concreti e particolari (di attributi schematicamente  rappresentati entro i limiti di loro variabilità); per con-  trario le astrazioni più generali si mostrano a volte sfornite  completamente di note che esistono nelle specie subordi-  nate, nel qual caso le dette astrazioni generali figurano  piuttosto come un gruppo di leggi o di condizioni riferentisi  ai fatti concreti, che come note inerenti ai sistemi od  individualità d'ordine più esteso ed elevato.   Ciò che sopratutto non va dimenticato è che va fatta  distinzione tra la possibilità o l’idealità estratta dall’espe-  rienza e la possibilità che si potrebbe chiamare capacità  funzionale : la prima presuppone sempre l’esperienza e non  è mai completa in modo da poter essere racchiusa in una    120 LA NOZIONE DI « LEGGE »    formula disgiuntiva, mentre l’altra che esprime il nostro  potere, la nostra facoltà, è indipendente dall'esperienza, è  completa potenzialmente nelle sue parti e può all'occorrenza  essere espressa per mezzo di una disgiunzione. La prima  possibilità è rappresentativa o passiva, l’altra è facoltativa  o attiva: la prima mentre è fondata sull'esperienza non è  realmente attuale; è puramente ideale, proviene dal di-    stacco del was dal dass ed esiste nella intelligenza e per    opera della stessa; l’altra che ha le sue radici nella nostra    vita interiore e che implica l’ unione del was col dass, è  sentita come capacità, come forza interna che può tramu-  tarsi in atto dipendentemente dal nostro volere.    CONCLUSIONE.    Che concetto dobbiamo avere della conoscenza in genere  considerata nel suo insieme? ecco il problema fondamentale  a cuì sì cercò di preparare una soluzione per” mezzo dello  studio evolutivo nelle varie forme di conoscenza. Il pri-  mitivo problema ne ha fatto subito sorgere degli altri e  prima di tutto questo: È possibile una morfologia della  conoscenza, è possibile cioè determinare l'affinità e lo svi-  luppo organico delle varie forme di conoscenza per modo  che queste figurino come parti essenziali di un unico  tutto, come vari rami svolgentisi da un unico tronco?  L'espressione « vita del pensiero » ha soltanto un valore  metaforico, o ne ha uno reale? E poi l’altro: In che si  differenzia la morfologia della conoscenza o la unifica-    LA NOZIONE DI « LEGGE » 121    zione organica delle sue varie forme dalla genesi psicolo-  gica di queste ultime? Ora a quest’ultima domanda si  può rispondere subito coll’osservare che la genesi psico-  logica ha il suo fondamento nel corso dei fatti interni quale  è determinato da contingenze subbiettive ed accidentali  e quindi variabili da soggetto a soggetto, mentrechè la  morfologia della conoscenza ha la sua base nelle tappe  che attraversa e nel ciclo che descrive il pensiero in ge-  nere a contatto dei vari ordini di realtà, o, diremo meglio,  ha la sua radice nelle diverse maniere in cui la realtà  viene determinata non da questo o quel soggetto, ma da  tutti i soggetti ben pensanti, onde è resa possibile la co-  municazione reciproca tra gli uomini e la loro solidarietà  intellettuale. La genesi psicologica rappresenta il mezzo,  l’istrumento, la via che tiene l’anima per arrivare allo  scopo finale, che è appunto la qualificazione del reale nelle  sue varie modalità, quali vengono appuntodescritte dalla  logica evolutiva o morfologia della conoscenza.   Circa la questione se sia possibile la morfologia della  conoscenza osserviamo che se, tenendo presenti i vari  ordini di conoscenza, noi riusciamo a descrivere il pas-  saggio evolutivo dall'uno all’altro, senza che alcuna dis-  continuità appaia, e se nello stesso tempo noi riusciamo a  rintracciare un unico principio evolutivo fondamentale che  figuri come il filo conduttore, o come il leitmotiv atto a  guidarci attraverso le molteplici variazioni, considerate  in tal caso quali emergenze di un fondo identico e per-  manente, allora non vi ha dubbio che noi siamo auto-  rizzati ad ammettere una vera e pr opria scienza lo-  gica evolutiva. Ora l'escursione, comunque rapidamente    422 LA NOZIONE DI « LEGGE »    fatta di sopra, attraverso i varii dominii della conoscenza  ci ha messo da una parte nella condizione di osservare  che le forme logiche sono intimamente connesse tra loro,  in guisa che a volte riesce sommamente difficile delimi-  tare in modo netto e preciso ciascuna di esse, e dall'altra  ci autorizza a riconoscere ed a formulare il principio fon-  damentale che regola lo sviluppo della conoscenza. Questo  invero può essere enunciato come la tendenza ad obbiet-  tivare, ad esprimere in forme definite e insieme significative  (atte, cioè, ad agire in modo identico ed a suscitare quindi  una medesima reazione in tutti i soggetti), ciò che dap-  prima è percepito in modo vago ed indistinto, come il bi-  sogno e l’esigenza adunque di qualificare, di caratterizzare,  di definire ciò che a bella prima si rivela come qualcosa  d’ indeterminato.   La conoscenza adunque non è un epifenomeno, non è  qualcosa di sopraggiunto o di secondario, ma un elemento  essenziale ed integrale della realtà. Già non si arriva  quasi nemmeno a immaginare che cosa mai diverrebbe la  realtà sfornita della conoscenza e quindi del potere obbiet-  tivante e determinante proprio del pensiero: il contenuto  della vita non venendo in alcun modo fissato in forma  stabile sarebbe come non esistente, perchè svanirebbe  continuamente coll’attimo fuggente. Pertanto la conoscenza  quale mezzo di fissazione del reale implica sempre univer-  salizzazione e insieme determinazione, implica sempre il  ritrovamento dell’essenza, ovvero della legge in genere,  giacchè questa fu appunto da noi altrove (1) definita come    (1) V. il saggio La nozione di « legge » nel 1° volume di questi Saggi.    LA NOZIONE DI « LEGGE » 123    l'espressione di ciò che vi ha d' intelligibile nell’universo.  Dal che sì deduce che il giudizio vero e proprio equivale  alla « legge » presa in senso generale e che l’evoluzione  della conoscenza deve coincidere con l’evoluzione della  « legge ». Ed invero qualsiasi giudizio, in quanto giudi-  zio, è necessario ed universale: ogni giudizio ha l'ufficio  di comprendere il particolare nell’universale e di inter-  pretare quello con questo. Una volta formulato un giudizio,  esso è quello che è, e permane identico attraverso tutti i  mutamenti del contenuto obbiettivo, del tempo ecc. È per  mezzo della funzione giudicatrice che le cose vengono  considerate sub specie ceternitatis. Il giudizio, è bene tenerlo  a mente, non rappresenta una copia e forse nemmeno una  semplice trascrizione ‘della realtà in termini ideali, ma un  modo di fissare la realtà o il modo di avere una particolare  visione di essa. Come si vede, la legge in genere non pre-  senta caratteristiche fondamentalmente differenti da quelle  del giudizio; e le note differenziali d’ ordinario ammesse  (come l’immutabilità delle connessioni espresse dalla legge  e quindi la prevedibilità del corso degli eventi) non val-  gono a caratterizzare la legge in genere, ma una specie  di leggi, quelle che sono state dette leggi naturali, ridu-  cibili per la più parte a giudizi ipotetici. Ora è evidente  che non vi è alcuna ragione di limitare la denominazione  di legge alla sola legge naturale; nè d'altronde è possibile  considerare, come si vide a suo luogo, la legge espressa dal  giudizio ipotetico come qualcosa di completo in sè stesso e  di per sè stante, giacchè essa trae sempre seco necessaria-  mente la significazione o almeno l’accenno al sistema ri-  spetto a cui i termini del giudizio ipotetico figurano come    424 LA NOZIONE DI « LEGGE »    parti di un unico tutto e quindi in necessaria dipendenza  ira loro. Non è lecito adunque staccare una forma della  conoscenza dalle rimanenti, considerarla per sè, prescin-  dendo dalle intime connessioni che presenta colle altre e  dare ad essa anche un valore ed un significato caratteri-  sticu o sui generis. In ogni caso se una differenza si vuol  mantenere tra legge e giudizio occorre dire che la prima  è il giudizio divenuto complicato nel senso che l'ordine o la  sfera di realtà, avendo perduto la primitiva semplicità e  indeterminatezza, può esser qualificata soltanto con mol-  teplici riserve, per modo che il tutto primitivo è scomposto  e analizzato nelle sue parti di cui vengono messi in evidenza  i necessari rapporti.   Non abbiamo bisogno di spendere’ molte parole per di-  mostrare ora che l’evoluzione dei giudizi coincide con  quella della legge. Le varie classi di leggi da noi studiate  possono essere aggruppate in tre categorie, leggi quanti-  tative, leggi causali, leggi normative o funzionali; ora a  tali tre categorie corrispondono appunto le forme di giu-  dizii e d’inferenze dette rispettivamente enumerativa,  ipotetica, concreta sistematica o disgiuntiva. Tutte le leggi  in quanto sono la trascrizione in termini intellettuali del  corso degli eventi o della natura e proprietà delle cose e  delle nostre tendenze, presentano una forma comune che  è quella di un giudizio universale ipotetico; per quanto  diverso si presenti l’aspetto esteriore e la connessione ver-  bale nelle varie leggi, queste dal più al meno son tutte  riducibili a giudizi ipotetici. universali; tanto è ciò vero  che non è mancato chi ha respinto qualsiasi differenza  tra le così dette leggi esplicative o dichiarative e quelle    LA NOZIONE DI « LEGGE » 125    normative o precettive. Ora se tuttociò è realmente giusti-  ficato dal fatto che la funzione intellettuale procede in modo  uniforme nel suo esercizio e che non esiste un abisso tra le  cosidetta necessità reale e quella finale (applicata al mondo  umano, beninteso), in quanto quest’ultima non si presenta  che come il risultato della fusione di due forme di neces-  sità, di quella logica intercelente tra il pensiero del fine c  quello dei mezzi (chi vuole il fine deve volere anche i mezzi,  il volere un dato scopo rende necessario il volere i mezzi  appropriati) e di quella causale intercedente tra i mezzi  (causa) e il fin: (effetto), tuttociò non può essere sufficiente  a rendere valida l'opinione di chi vorrebbe identificare tra  loro le varie specie di leggi. Queste, infatti, pure emergendo  da un tronco comune, figurano come le principali direzioni  in cui la mente umana si può muovere per costruire il  mondo dal punto di vista dell’intelligibilità. E le tre formo  fondamentali di leggi sono determinate dai tre principii che  ci servono essenzialmente di guida e di regola nell’ordina-  mento e nell’obbiettivazione dei nostri stati psichici, il  principio d'identità, quello di condizionalità nelle due sue  forme di ragione e di causalità e quello di finalità o di  organizzazione o di sistematizzazione. Finchè noi qualifi-  chiamo la realtà esclusivamente dal punto di vista della  quantità e quindi finchè abbiamo di mira di stabilire dei  rapporti di eguaglianza, di equazione o anche di propor-  . zione, non avremo che delle leggi quantitative, o numeri-  che, o di calcolo, o proporzionali; quando invece tendiamo  a rintracciare i rapporti di condizionalità, di connessione  reciproca tra gli elementi della realtà senza occuparci  gran fatto della comparazione quantitativa o coll’occu-    126 LA NOZIONE DI « LEGGE »    parcene solo nei termini in cui essa ci può essere d'aiuto  a fissare la natura propria delle cose ed a porre in evi-  denza il loro ritmo di attività, avremo le leggi causali, o  esplicative o dichiarative che si vogliano dire; quando  infine abbiano di mira di esaurire in modo completo la  determinazione di un dato ordine di realtà, quando noi vo-  gliamo porre in chiaro il sistema entro cui sono contenuti  i rapporti sia di ordine quantitativo che causale, quando  insomma noi oltrechè di descrivere, di spiegare intendiamo  di specificare il valore ed il significato dei fatti, noi  avremo le cosidette leggi normative o categoriche, o,  forse meglio, categorico-disgiuntive. Il fatto che alcune di  queste si riferiscono alla volontà individuale (onde il nome  di normative) è secondario rispetto a quello che esse pre-  sentano un grado abbastanza pronunziato di assolutezza,  di compiutezza e d’indipendenza in rapporto alla loro  natura sistematica. Di tal fatta sono le leggi logiche, talune  di quelle matematiche, quelle estetiche e quelle morali,  le quali poi tutte sono controdistinte da forme di neces-  sità affini tra loro. L’ordine morale p. es. come si presenta  in un uomo morale che occupa debitamente il suo posto  nella società, la necessità razionale che connette insieme  le premesse e la conclusione di un raziocinio per cui  l’ultima esiste per le prime come queste per essa, la coe-  renza e razionalità del prodotto estetico, il quale quan-  tunque non analizzato dal punto di vista discorsivo (giacchè  in quanto esteticamente attivo si rapporta direttamente  ad una forma di sentimento spiritualizzato e non è costruito  per via di combinazione di relazioni astratte, come non è  apprezzato per mezzo di una costruzione intellettuale), im-    LA NOZIONE DI « LEGGE » 127    plica sempre da entrambi i lati, dal lato dell’obbietto arti-  stico e dal lato di chi contempla un processo fondamentale  razionale e finalmente la costruzione sistematica di un tutto  geometrico per cui l’universale colla sua pervadente natura  determina le parti, hanno tutte la loro base nel particolare  rapporto esistente tra gli elementi e la totalità, rapporto  che trae seco le note dell’unità armonizzatrice, dell’indivi-  dualità e quindi della correlazione reciproca delle parti  fornite di funzioni ed uffici determinati per il raggiungi-  mento di un risultato unico.   La conoscenza poi, come qualunque fatto che presenti i  caratteri dell'organismo o le note della vita e del sistema,  può formare oggetto di studio da due punti di vista: 1° da  un punto di vista puramente analitico nel caso che, essendo  mediante l’ astrazione separatamente considerati i singoli  fattori della totalità, gli stessi vengano distinti come ele-  menti concorrenti all'unità del complesso, o al raggiungi-  mento del risultato finale; 2° da un punto di vista genetico,  fisiologico o, meglio, morfologico nel caso che vengano distip-  tamente considerati gli elementi soltanto per ravvisarvi la  necessità obbiettiva della concorrenza loro al risultato e  insieme per studiare le modalità della loro cooperazione al  conseguimento dello scopo ultimo. Ora se lo studio della  conoscenza da noi fatto altrove (1), fu compiuto dal primo  punto di vista, la ricerca in ordine alla morfologia della  conoscenza ne è stato come il complemento eseguito dal  secondo punto di vista, col rintracciare lo sviluppo organico  della legge nel suo insieme e nelle sue varie determinazioni.    (1) V. vol. 1° di questi Saggi: La nozione di « legge ».    128 LA NOZIONE DI « LEGGE »    Noi siamo tratti ad enunciare la conclusione finale che  l'essenza della conoscenza piuttostochè nell’applicazione  di una data forma ad un corrispondente contenuto va riposta    nell’obbiettivazione ed universilazzione dei fatti psichici;  obbiettivazione che implica la fissazione in date forme e  questa alla sua volta la connessione e la coerenza col si-  stema o colla totalità delle qualificazioni e caratterizzazioni  della realtà. Tale sistema o totalità costituisce il mondo  com’ è da noi conosciuto, vale a dire, il mondo qual'è nella  sua reàltà intelligibile per noi (41).    (1) E per formarsi poi un chiaro concetto dell'origine, della na-  tura e del significato del distacco della mente dal mondo per cui  questi vengono d’ordinario consideratà come due mondi separati, posti  l’ uno di contro all’ altro (onde poi la considerazione meccanica del  processo della conoscenza) è bene richiamare l’attenzione sul fatto  che bisogna arrivare alla filosofia stoica e epicurea per trovare le  prime parole che accennino a tale distacco. La più tipica di tali pa-  role è xoitrptov: furono gli stoici che per prima furono intenti a fis-  sare il criterio della verità (1), segno che cominciava a mettere radice  la veduta formalistica nella conoscenza. A misura che si andò innanzi  crebbe la terminologia concettualistica quale espressione della scis-  sione della mente dal mondo, e per mezzo degli scrittori latini essa  passò nella nostra scienza mentale. Si tratta di termini indicanti per  lo più l'atto di prendere, di afferrare l'oggetto e di penetrare in esso  (mpodnt:s, ratdiniis, Evvota, Evvonua, pavtarua, dravora. DioG. LAER.).  E mentre in antededenza si era adoperata la parola «forma » 0 « ge-  nere » (:dia, std0:, Yivos) quale designazione dei fatti intesi nel loro  ordine sistematico e nella loro essenza (nella loro legge), in tale giro  di tempo cominciò la fioritura dei vocaboli esprimenti sempre più il    (1) La detta parola s'incontra anche in Platone (Repubd.), ma non per de-  notare la pietra di paragone della verità, bensì per indicare la facoltà o le  facoltà con cui la verità è appresa.    LA NOZIONE DI « LEGGE » 129    contrasto tra pensiero e cosa: es. « impressione mentale », « la com-  parazione della mente alla tabula rasa », ecc.; tutte espressioni atte  a presentare la conoscenza come una relazione meccanica. I termini  latinizzati (« impulso proveniente dal di fuori », « assentire », « com-  prensibile », « comprensione » « nozioni impresse nella mente » « di-  chiarazione » o « giudizio dichiarativo » — declaratio, gr. tvacyeta),  che sono divenuti comuni nella scienza odierna, si trovano riuniti la  prima volta in quel passo di Cicerone (Acad. Post. I. 2), in cui spiega  la teoria stoica della percezione sensoriale. |   Ora, se noi ci rappresentiamo le condizioni storiche in cui la scuola  stoica e quella epicurea fiorirono, non possiamo far a meno di notare  che la contrapposizione della mente al mondo coincide colla contrap-  posizione dell’ individuo alla società. Quando la solidarietà civica fu  rotta, quando le nuove condizioni politiche e sociali distrussero l’an-  tica centralizzazione ateniese e quando in conseguenza sparve ogni  corrispondenza tra la ragione interiore e quella esteriore, come tra  l’organizzazione sociale e il volere sociale, l'individuo fu tratto a  ripiegarsi su sè stesso e a farsi da una parte centro dell’ universo e  a cercare dall’altra, in una sfera molto più vasta, nell'umanità, l’ap-  pagamento de’ suoi bisogni morali e sociali. Da ciò che cosa conse-  guì ? Che l'individuo cominciò a sentir vacillare la sua antica fede  nella ragione e quindi nel bene, e, mentre dapprima il problema mo-  rale aveva avuto questa forma: Quale è il fine da raggiungere in un  mondo che risponde alle esigenze del volere ragionevole? nel tempo  in cui si si parla assunse l’altra forma: In che maniera può l’ indi-  viduo vivere in modo conveniente o felice in un mondo indifferente o  anche ostile al volere individuale ? E del pari mentre il problema della  conoscenza dapprima volse sulle forme di conoscenza (più perfetta o  meno perfetta, più completa o meno completa, ecc.), dipoi mirò a  rintracciare il valore e il significato della conoscenza individuale presa nella sua totalità di fronte alla realtà.   Fu adunque il distacco dell'individuo dalla collettività che rese  possibile il distacco della mente individuale dal mondo e l'accentua-  zione sempre maggiore dell’antitesi trail mondo quale viene rappre-    sentato nell'anima individuale e il mondo in sè; dal che poi provenne    9    130 LA NOZIONE DI « LEGGE »    la rice*ca degli elementi o dei fattori subbiettivi e di quelli obbiettivi,  della forma e della materia di ogni conoscenza: ricerca che mentre  rappresenta una necessità per la trattazione analitica, richiede il  complemento di una trattazione morfologica in quanto matoria e forma,  fattori subbiettivi ed obbiettivi sono du? lati di uno stesso processo.  È la nostra facoltà d'astrarre che li separa allo scopo di studiar ed  ordinare meglio i «dati; ma essi non esistono gli uni fuori degli altri.  Il vederli isolati è effotto di prospettiva. Allo stesso modo che l' in-  dagine esplicativa isolata va completata colla ricerca sistematica,  così la considerazione dell'elemento formale trae seco quella dell’ele-  mento materiale della conoscenza (Cfr. BosanQquET, History of .Esthetie,  London, Swan Sonnenschein, 189?, pag. 83, 84, 8).    IL PROBLEMA ESTETICO    %    La Filosofia che ha per obbietto precipuo di trascrivere  in termini intellettuali l'insieme dei fatti della realtà e  della coscienza umana, non può trascurare l'indagine dei  fatti estetici, i quali costituiscono appunto dei tratti essen-  ziali dell'anima umana. Il Bello accanto al Bene ed al  Vero coi sentimenti e  le idee che ad essi corrispondono,  figurano come i fari che illuminano la vita umana mentre  si trova immersa nella realtà sensibile. Ed allo stesso modo  che la Logica e l’ Etica non vanno considerate come scienze  pratiche, come guide al ben conoscere ed al ben fare, ma  bensì come le scienze dei concetti a cui mette capo l’ana-  lisi dei fatti di conoscenza e di quelli dell’attività umana,  così l’Estetica non ha per compito di fornire i precetti da  seguire perchè il sentimento estetico e la produzione arti-  stica divengano migliori, ma risponde al bisogno di conoscere  la natura dei fatti estetici. Essa come le altre due non è  scienza pratica, ma essenzialmente teoretica e speculativa:  è una branca della Filosofia atta a far intendere il processo  estetico e ad illuminare dal punto di vista intellettuale il  mondo dell’ Arte. I    132 IL PROBLEMA ESTETICO    Da ciò consegue che il filosofo, pur non essendo artista,  può benissimo essere atto ad assegnare un posto ai fatti  estetici nel sistema delle sue concezioni e conoscenze,  semprechè, s' intende, non sia assolutamente sfornito di  qualsiasi forma di gusto estetico, nel qual caso egli non  avrà poi nemmeno’ alcun interesse intellettuale per la  comprensione del bello. Non avviene lo stesso per chi si  occupa di Logica e di Etica? E*forse necessario che il  primo sia uno scienziato specialista, uno sperimentatore,  un conoscitore profondo di ogni ramo del sapere, e il se-  condo un santo, un martire del dovere ecc. ? Le scienze teo-  retiche non fanno che illuminare mediante la riflessione  i fatti dello spirito umano; e basta la sola presenza di  questi perchè l’ interesse speculativo sia svegliato, ancorchè  s' ignori il processo genetico ed evolutivo dei fatti stessi,  o meglio, ancorchè i fatti stessi non siano completamente  vissuti: altro è vivere, altro è trascrivere in termini  intellettuali, in formule, in schemi il vivere stesso, che  può essere anche contemplato negli altri.   Ad ogni scienza teoretica corrisponde poi una scienza  d’ordine pratico che si potrebbe chiamare scienza pedago-  gica o metodologica in quanto ha per obbietto di rintrac-  ciare la via per cui possa essere ottenuto un perfeziona-  mento in tutte le produzioni ed attributi dell'anima umana.  E siffatte scienze pedagogiche hanno la loro base da una  parte nelle conoscenze in ordine allo spirito umano (psi-  cologia) e dall'altra nella conoscenza di tutte quelle con-  dizioni che favoriscono la genesi e lo svolgimento dei fatti,  poniamo, etici, estetici e logici: conoscenza che allora  soltanto può essere completa quando i fatti in discorso non    IL PROBLEMA ESTETICO 133    sono stati solamente contemplati e considerati ab extra, ma  sono stati per così dire almeno parzialmente vissuti, e  quando si sia rettamente stabilito il concetto dell’ ideale  estetico, etico, logico ecc., e si abbia cognizione perfetta  delle condizioni di fatto esistenti in un «dato giro di tempo.   È chiaro d'altra parte che l’ Estetica non va confusa  colla Critica, giacchè questa per avere valore e significato  deve essere anzitutto una ricreazione, una riproduzione ri-  flessa e cosciente del fatto estetico dapprima compiutosi  inconsciamente e quasi diremmo, istintivamente, e poscia  deve assegnare al prodotto artistico il posto che gli compete  nella coscienza estetica di un dato periodo di cultura.  Talchè la Critica lungi dall'avere per obbietto l'applica-  zione delle regole o leggi estetiche ai casi concreti, ha  per compito di ricercare sino a che punto e in che grado  un-dato prodotto estetico è espressione della coscienza  estetica di un dato periodo storico : l’Estetica per contra-  rio determina il posto che la coscienza estetica in genere  occupa nella coscienza umana e il fatto estetico nel sistema  totale delle nostre concezioni e conoscenze. Le due inda-  gini sono assolutamente indipendenti, in quanto la Critica  poggia sopra una triplice base, cultura artistica, cultura  psicologica e cultura storica, mentrechè l’Estetica poggia  sopra una duplice base: da una parte sopra una data  concezione filnsofica, una data intuizione dell'universo e  dall'altra sopra l'elaborazione dei dati forniti dalla critica  intesa nel modo anzidetto, dati che vengono messi in rap-  porto con la veduta generale intorno al mondo, vengono  messi, cioè, in connessione con un determinato sistema  filosofico,    134 IL PROBLEMA ESTETICO    *  * *    L’ Estetica adunque è una branca della Filosofia allo  stesso titolo dell’Etica e della Logica: ma vi ha dippiù:  essa merita di occupare un posto centrale tra le varie  discipline filosofiche: e se finora la più parte dei filosofi non  hanno veduto ciò, è stato perchè essi non hanno esaminato  a fondo la natura specifica del problema estetico. Questo,  infatti, ha la sua origine nel bisogno di spiegare come ciò  che alla ragione, all'analisi compiuta mediante i processi  logici si rivela fornito di dati caratteri (unità nella va-  rietà, armonia, simmetria, individualità, rapporti numerici  costanti, proporzione ecc.) all’emotività umana, all’appren-  sione immediata e diretta si rivela come rappresentazione  concreta sensibile, accompagnata da un sentimento piace-  vole disinteressato, da ciò che si dice emozione estetica.  Il problema estetico emerge da questo, che da una parte  non vi ha bellezza al di fuori della percezione e dell’ima-  ginazione, per modo che anche quando si distingue il bello  della natura da quello dell’arte si viene ad implicare sempre  l'esistenza di chi contempla, percepisce e valuta il bello  stesso, la « natura » e « l’arte » in tal caso essendo en-  trambe nella percezione ed imaginazione umana e differendo  tra loro solamente per grado — le cose non sono fornite  della proprietà della bellezza indipendentemente dalla  percezione umana, come son fornite della proprietà della  gravità, della solidità,e in generale delle forze, per cui  agiscono reciprocamente tra loro —; e dall’altra parte    LI    l'essenziale nel fatto estetico non è il processo percettivo    IL PROBLEMA ESTETICO 135    per sè considerato, ma ciò che la percezione o l’ imagina-  zione serve a richiamare alla mente e per cui essa sta,  di cui essa è simbolo. Il bello insomma in tanto è perce-  pito come tale in quanto significa, esprime qualcosa, in  quanto è la manifestazione di tuttociò che la vita contiene:  on:l’è che esso può essere definito come ciò che ha un  significato caratteristico per la percezione o imaginazione  umana, dopochè il contenuto ideale da significare ha as-  sunto quella forma che può solamente essere espressiva  attraverso la percezione o imaginazione. È evidente adun-  que che il problema estetico consiste nel ricercare come  sia possibile che ciò che si presenta direttamente alla per-  cezione ed all’ imaginazione sotto condizioni determinate,  sia da considerare come espressione o manifestazione di ciò  che si rivela in altro modo per altra via. 3   Ma non basta: il problema estetico verte non solo sulla  possibilità che un dato contenuto percettivo sorpassi per  così dire l’attività percettiva el accenni a qualcos’ altro  che non si manifesta per mezzo della percezione, ma volge  ancora sulla possibilità e sulle condizioni che un dato  contenuto espresso per mezzo della percezione dia luogo  ad un sentimento speciale di godimento, dipendente, secondo  alcuni, dal valore espressivo e significativo del contenuto  della percezione. | |   Finalmente il problema estetico può volgere sulle con-  dizioni e sulla natura della produzione artistica per sè  considerata allo scopo di mettere poi in evidenza i rap-  porti che essa ha colle varie formazioni di ordine natu-  rale, siano o no queste capaci di suscitare l’emozione  estetica,    136 IL PROBLEMA ESTETICO    Ora il problema estetico sotto qualsiasi forma si presenti,  si connette intimamente coi problemi fondamentali della  Filosofia generale: invero, se esso sorge come ricerca in-  torno alla possibilità che ciò che all'analisi intellettiva si  rivela con dati caratteri appaia alla percezione come bello,  il problema estetico assume l’aspetto di un problema gno-  seologico. Se invece sorge come indagine intorno ai carat-  teri propri dell’emozione estetica che è elemento essenziale  del fatto estetico, il problema estetico figura come pro-  blema essenzialmente psicologico. E se infine esso sorge  come ricerca intorno al processo genetico, intorno ai ca-  ratteri e alle proprietà e intorno al valore e significato  dell’obbietto estetico per sè considerato, astrazione fatta  dal soggetto che lo contempla, il problema estetico si pre-  senta come problema essenzialmente metatisico ed onto-  logico.   È evidente adunque che il problema estetico può essere  considerato come il problema centrale della filosofia e che  la soluzione di esso può riflettersi sui vari campi della  filosofia stessa (1). |    (1) E qui occorre notare che i rapporti esistenti tra problema este-  tico e problemi filosofici sono di un genere particolare, in quanto la  storia dell’Estetica mostra che l’interpretazione del fatto estetico non  è sempre in dipendenza semplice e diretta di una data concezione  filosofica, ma viceversa la soluzione del problema estetico ottenuta |  con la cooperazione di svariati fattori (fenomeni storici, scoverte  archeologiche, filologiche, progressi nella critica ecc.), se non deter- |  mina addirittura, contribuisce alla formazione di un dato sistema  filosofico, o almeno vale a dare a questo un colore ed un tono spe-  ciale. Un tal caso si verificò in Schiller, in Schelling e quindi in  Hegel. SI    IL PROBLEMA ESTETICO 137    La storia dell'estetica poi ci mostra chiaramente che il  problema estetico nelle varie età assunse differenti forme  a seconda che fu considerato come problema essenzialmente  e prevalentemente, se non esclusivamente, metafisico, come  avvenne presso i Greci, i quali videro nell'Arte un’imita-  zione della natura e nel bello riconobbero il solo carattere  formale dell'unità nella varietà, ovvero fu considerato un  problema essenzialmente gnoseologico, come avvenne nella  filosofia kantiana e postkantiana, nella quale si nota molto  accentuata la tendenza a presentare il mondo estetico come  espressione della Realtà coordinata alle altre manifesta-  zioni dell'ordine razionale, «di quello morale, ecc. ; ovvero  infine fu considerato un problema essenzialmente psicolo-  gico, come è avvenuto presso gli estetici odierni da Herbart  a Stumpf, da Zimmermann a Fechner, da Grant Allen a  Sully, le cui ricerche ebbero per iscopo di risalire dagli  effetti psicologici dei fatti estetici, e quindi dalla natura  propria e dalle condizioni fisiologiche e psichiche del piacere  estetico alle proprietà di tutto intero il processo estetico.   E il difetto delle varie teorie estetiche che si sono  succedute attraverso i secoli è appunto quello di non aver  tenuto esatto conto della complessità del problema gene-  rale. Ciascuna delle forme sotto cui esso si può presentare  non esaurisce tutto il suo contenuto. La considerazione  di una sua forma non esclude la considerazione delle altre:  e solo allora si può dire di avere approfondita la natura  del problema estetico quando ciascuno dei suoi aspetti  viene riguardato in relazione cogli altri, vale a dire quando  il problema estetico viene ad essere trattato come un caso  particolare del problema fondamentale di tutta la filosofia.    138 IL PROBLEMA ESTETICO    Consideriamo. ora in molo particolareggiato le varie  forme sotto cui sì può presentare il problema estetico per  vedere sino a che punto sia vera la nostra asserzione che  quelle corrispondono esattamente ai principali problemi della  Filosofia generale, problema gnoseologico, problema psico-  gico e problema metafisico. E cominciamo dal vedere come  il problema gnoseologico sia implicato in uno degli aspetti  del problema estetico.   Per la scienza estetica greca l'essenza del bello è ri-  posta nell’armonia e nella regolarità: nè ciò deve recare  meraviglia se si pensa che la scienza, la riflessione comincia  sempre con ciò che in modo più facile ed ovvio si presenta  all'osservazione. Quantunque l’ arte greca (decorazione  scultura, poesia), contenesse ben altri elementi che non la  semplice unità nella varietà, in modo da poter trovare in  essa applicazione e convalidazione anche la più complicata  teoria moderna estetica, tuttavia l’attenzione dei filosofi  greci si fermò sulle qualità espressive più generali ed  astratte. Quando però nel mondo moderno ebbe origine il  senso della bellezza romantica, quando cioè in tutta la na-  tura si videro riflessi i sentimenti più vivi e profondi del-  l'animo umano e insieme si sentì il bisogno dell'espressione  libera delle più forti passioni, non fu più possibile consì-  derare il bello come una semplice espressione regolare ed  armonica o come una semplice espressione dell'unità nella  varietà. A ciò si aggiunga che tanto il sublime quanto il    brutto ed il deforme cominciarono ad essere analizzati e  Y,    IL PROBLEMA ESTETICO 139    messi in rapporti cogli altri elementi della coscienza este-  tica. Per il che il bello fu definito cume ciò che è indivi-  dualmente caratteristico, come ciò che costituisce qualcosa  d’indipendente fornito di dati caratteri, attributi o qualità  significative, capaci di essere apprese per mezzo della  percezione   Ora è evidente che l'indagine estetica giunta a questo  punto doveva dare origine al problema: Come è possi-  bile che ciò che ha un significato e valore ideale può essere  appreso per mezzo della percezione e del sentimento ? Come  la sensibilità può apprendere cio che è razionale e ideale?  E chi non vede che un tale problema risponde esattissima-  mente a quello gnosenlogico: Come ciò che è intelligibile o  razionale può essere appreso per mezzo del senso, può rive-  larsi alla coscienza come fatto di sensibilità? Come si possono  conciliare tra loro il mondo sentito e sensibile e quello  ideale? Come ciò che è razionale può agire sul senso e  come è possibile la conoscenza, la quale risulta appunto  dalla cooperazione -dei due elementi della intelligibilità e  della sensibilità ? |   La soluzione del problema presentata dall’ Estetica fu  questa, che l'ideale in tanto si può estrinsecare per mezzo  del sensibile in quanto ideale e reale non sono due mondi  staccati, ma elementi di uno stesso processo. Elemento  intelligibile ed elemento sensibile sono intimamente com-  penetrati tra loro, per modo che l’uno non esiste senza  dell'altro : è solamente mediante l’astrazione che vengono  considerati separatamente. L'obbietto estetico essendo nien-  t'altro che l'attuazione, la concretizzazione, la particola-  rizzazione di un'idea, non può non svegliare un’altra idea    140 IL PROBLEMA ESTETICO    nel soggetto che lo percepisce. Se l’ideale esistesse da una  parte e il reale dall'altra, s» la ragione e il senso fossero  due facoltà staccate, non si arriverebbe a capire da una  parte come l’idea potesse arrivare a divenire qualcosa di  sensibile e dall'altra come la percezione potesse divenire  significativa : ma il fatto è che il Reale è uno, sostantivo e  insieme uggettivo, vita e insieme idealità, fatto e insieme  idea, onde non è a meravigliarsi se l’ileale possa essere  significato per mezzo del sensibile. L'unione intima del reale  coll'ideale fu facilmente constatata nel processo estetico,  giacchè quivi si coglie il tramutarsi dell’idea in fatto e  quindi si coglie l'elemento intelligibile od universale con-  tenuto nel fatto stesso. Nel caso del processo estetico si  assiste per così dire alla genesi del fatto da una parte in  chi produce e all'idealizzazione del dato concreto in chi  percepisce.   Il punto di partenza della creazione artistica è un'idea,  vale a dire un universale che esiste soltanto nella mente  dell'artista : poi quest’'universale si va concretizzando col  diventare centro di numerosissime relazioni e col fissarsi  e determinarsi completamente, prendendo posto in un dato  contesto. L'elemento universale (idea artistica) divenuto  qualcosa di concreto e di particolarizzato, si estrinseca in  modo da generare nel soggetto che contempla un fatto di  ordine speciale detto percezione estetica e non può non  essere operativo nella mente dello stesso soggetto che per-  cepisce l’obbietto estetico. Ed è appunto per l’attività di  tale universale che la percezione e il sentimento divengno  espressivi e significativi. Se la percezione e il sentimento  non contenessero il lievito dell’universale non potrebbero    IL PROBLEMA ESTETICO 141    mai avere alcun valore e significato. Comeil germe rende  possibile l’individualità della pianta, così l’universale (ciò  che determina la natura propria di una cosa, ciò che  determina la formazione di una totalità) rende possibile la  costituzione del prodotto estetico come qualcosa di com-  piuto, come un sistema le cui parti sono reciprocaniente  coerenti e si svolgono in ordine necessario in guisa da for-  mare una totalità.   Se non che qui si potrebbero fare due domande: 1* In  che propriamente si differenziano le percezioni estetiche  da quelle non estetiche? 2* Quali sono le particolarità  dell'espressione estetica ? — In ordine alla prima domanda  diremo che le percezioni estetiche (uditive e visive) si  differenziano dalle altre per questo che presentano qua-  lità nettamente determinate, che non sono attaccate al fatto  subbiettivo del sentire attuale. Di tutte le sensazioni sono  esse che possono essere conservate nella memoria e che  insieme presentano delle determinazioni qualitative molte-  plici e nettamente distinte. D'altra parte gli elementi delle  percezioni visive ed uditive possono essere ordinati e aggrup-  ‘ pati variamente dall’ uomo, in modo che il potere intellet-  tivo che questi può esercitare su di essi è senza confronto  superiore a quello che può esercitare sugli elementi olfattivi  e gustativi. Nella più parte dei casi i godimenti del gusto,  dell’odorato e del tatto non escono fuori di sè stessi e quando  sì accompagnano con idee e sentimenti, ciò accade per  mezzo del ricordo di impressioni antecedenti di altra natura.  Per contrario le sensazioni della vista e dell'udito si colle-  gano direttamente e sponzaneamente con sentimenti e idee.  Il carattere particolare degli organi dell'udito e della vista    142 IL PROBLEMA ESTETICO    ha fatto di essi per mezzo della parola e della scrittura  gli ausiliari indispensabili dello svolgimenlo umano e i de-  positari dei suoi successivi acquisti. Oltre a ciò vi è un certo  «numero di sentimenti e d'idee che appartengono esclusi-  vamente ai così detti sensi estetici e che perciò si potreb-  bero chiamare idee e sentimenti estetici. Le nozioni di  ordine, di armonia, di proporzione, di varietà, di unità, sono  occasionate da sensazioni visive ed uditive : e se più tardi  queste nozioni più o meno incoscienti si trasformano in idee  capaci di regolare la produzione artistica, ciò è dovuto al.  lavoro d'analisi che trova e distingue mediante l’astrazione  ì detti elementi dalla impressione primitiva complessa (1).   Se tutte le percezioni poi hanno un significato in quanto  implicano qualcos'altro oltre il fatto psichico attuale della  loro esistenza — fatti esterni e contenuto della coscienza  con cui esse vengono sempre messe in rapporto —, quelle  estetiche si riferiscono a ciò che ha maggior interesse -  per l’anima umana e traducono rapporti esternì di natura  speciale. Si aggiunga che mentre noi abbiamo fino ad un  certo segno coscienza della natura simbolica, significativa  delle percezioni d'ordine estetico, non sappiamo nulla  naturalmente del simbolismo delle ordinarie percezioni. È  solamente dalla riflessione naturale e scientifica che impa-  riamo a considerarle come segni, accenni a qualcos'altro.  Va notato infine che le percezioni estetiche, oltre ad es-  sere simboliche consciamente e liberamente, sono espres-  sioni, per così dire, a seconda potenza, implicando già  esse il simbolismo incosciente delle percezioni sensoriali’    (1) Cfr. VeRON, Esthetique, Paris, 1886.    IL PROBLEMA ESTETICO 143    x    pure e semplici ed allo stesso sovrapponendo il sinbolismo  estetico.   In ordine alla seconda domanda diremo che la percezione  di natura estetica ha di proprio che essa non è un sem-  plice fatto o evento psichico esistente in un dato momento,  ma contiene qualche qualità od attributo atto a univer-  salizzarla, facendola assurgere al grado di segno o di sim-  bolo del Reale, ed è per tale qualità od attributo (che  viene distaccato dall’esistenza psichica attuale e che viene  portata in un altro contesto) che la percezione estetica  diviene suggestiva, espressiva ed atta a svegliare molteplici  associazioni. |   Conchiusione : l’opera d’arte si presenta come una spe-  ciale fusione del reale e dell’ ideale: ora tale fusione in  tanto può avere luogo in quanto reale ed ideale sono ele-  menti costitutivi di qualsiasi fatto. Ed il fatto estetico  poi consiste in ciò che un dato elemento intelligibile di-  viene qualificazione di un'esistenza psichica (percezione  sensoriale) che non corrisponde esattamente ad essa, donde  il carattere di trascendenza inerente alla percezione este-  tica. Se contenuto ideale ed esistenza attuale fossero una  stessa cosa, 0 se ciascun was non fosse mai disgiungibile  dal proprio dass, il fatto estetico non avrebbe luogo. Ciò  che è razionale e ideale può divenire oggetto di percezione  e di sentimento estetico solamente perchè la mente umana  è cosiffatta che può operare la separazione di un dato.  contenuto intelligibile dalla sua propria esistenza e poscia  operare la congiunzione del medesimo contenuto con una  altra esistenza. L’ ideale, il razionale, l' intelligibile non  può agire come tale direttamente sulla sensibilità umana:    144 IL PROBLEMA ESTETICO    perchè ciò avvenga è necessario che l’ intelligibile, l'ideale  divenga contenuto di qualcosa di sensibile.   Prima d’andare innanzi però è bene discutere i seguenti  quesiti. Come è possibile la disgiunzione del contenuto  ideale dal dato reale? E che cosa è propriamente il primo  distaccato dal secondo? Come è possibile d'altra parte  l’incorporazione di un elemento ideale in una data esistenza  particolare? Ed infine come è possibile il sentimento e la  valutazione estetica ?   Cominciamo dal primo. La disgiunzione del was dal dass  in tanto è possibile in quanto vi è l'intelligenza, la quale  ha appunto l'ufficio di qualificare, di caratterizzare la  realtà simboleggiandola, traducendola, per così dire, in  termini ideali. È evidente che una tale traduzione in tanto  sì può fare in quanto la mente umana attraverso le dif-  ferenze delle manifestazioni estrinseche, attraverso le dif-  ferenze dei fatti coglie l'identità del contenuto. Per  intendere bene il processo si richiami alla mente ciò che  avviene quando noi traduciamo da una lingua in un’altra:  noi allora tendiamo a stabilire l’ identità di significato tra  espressioni differentissime. E come non è possibile tradurre  da una lingua in un’altra se queste non sono entrambe  note, così non sarebbe possibile qualificare la realtà in  termini pschici, se mondo e psiche non avessero radici in  un’ unità fondamentale. La mente umana riesce a simbo-  leggiare il reale, perchè essa è capace di presentare sotto  forma subbiettiva ciò che vi ha di indiscernibilmente iden-  tico tra la realtà ed il soggetto. Sicché noi possiamo con-  chiudere che la disgiunzione del contenuto ideale dal fatto  avviene perchè vi è la mente, la quale, per così dire,    IL PROBLEMA ESTETICO 145    coglie nel reale ciò che è identico a sé stessa e, sotto-  postolo ad una specie di elaborazione psicologica, lo pre-  senta sotto forma di fatto psichico 6 quindi di fatto sub-  biettivo riferentesi però sempro a qualcosa di obbiettivo.  Ma che cosa è tale « contenuto ideale » o «significato »  per sè preso? Rispondere a questa domanda non è facile,  giacchè l’idea separata dal fatto è un’astrazione, è un.  aggettivo, come direbbe il Bradley, non un sostantivo, è un  universale astratto e non un individuale concreto : ond’ è  che essa, non potendo stare da sé, è costretta sempre ad  appoggiarsi a qualcos' altro e questo qualcos’ altro per lo  più è un'imagine o rappresentazione psichica particolare.  Noi possiamo dire però che il carattere precipuo per cui  il contenuto ideale, il significato, l'elemento puramente  intelligibile si distingue da tutto il rimanente della vita  dell'anima, è che esso ha la proprietà di essere ricordabile.  Tuttociò che è ricordabile è intelligibile e per converso  ciò che è intelligibile è ricordabile. È stato detto che gli  attributi o le relazioni in cui la realtà concreta è analiz-  zabile sono appunto elementi intelligibili: ora gli attributi  e le relazioni non sono che la ricordabilità stessa guar-  data da un altro punto di vista, guardata cioè dal punto  di vista logico, 0 gnoseologico, o obbiettivo (riferentesi alla”  Realtà), mentrechè la ricordabilità si può considerare come  l’ insieme degli attributi e delle relazioni guardate dal  punto di vista psicologico o subbiettivo. Che cosa è ricor-  dabile? Gli attributi e le relazioni : e che cosa sono gli  attributi e le relazioni? Ciò che è ricordabile; non vi è  attributo o relazione che non sia ricordabile: come non  vi è elemento ricordabile che non sia un attributo, ‘una  10    146 IL PROBLEMA ESTETICO    proprietà o una relazione. Ma onde siamo tratti a scomporre  la realtà in attributi e relazioni ? Dal bisogno di fissare, di  determinare la realtà. Noi viviamo ed operiamo nel reale,  ma chi dice vita, attività, dice flusso continuo di fatti, dice  continuo passare per il presente, senza che nessun punto  stabile si possa precisare e senza che nessuna costruzione.  ideale (riferentesi al passato o al futuro) si possa formare.  La vita, l’azione per sè prese sono qualcosa d’ incomuni-  cabile e quindi d'inesprimibile, sono un fatto, ecco tutto.  Appenachè la vita della realtà raggiunge un grado note-  vole di forza e di complessità, il sentimento stesso della  vita e dell’esistenza si fa più complesso ed eterogeneo, per  modo che sorge il bisogno di specificare, di determinare,  di fissare, di dare una forma alla realtà quale è sentita e  rappresentata: bisogno che può essere soddisfatto sola-  mente astraendo dalla realtà ciò che in essa vi ha l'ideale,  e d’intelligibile, scomponendo quindi Ja realtà stessa in  attributi e relazioni. Onde consegue che gli attributi e le  relazioni non esistono come tali nella realtà (nella quale  esistono delle individualità e delle funzioni), ma sono co-  struite da noi per simboleggiare, universalizzandola (con-  siderandola dal punto di vista della coscienza universale  o della coscienza in generale), la realtà quale viene perce-  pita e rappresentata. Noi di sopra per dare un concetto  della disgiunzione del ras dal dass siamo ricorsi al para-  gone della traduzione da una lingua in un’altra : ora è  giunto il momento di osservare che quella non è e non può  essere più che una semplice metafora, in quanto tra i due  fatti corre un profondo divario. La traduzione da una lingua  in un'altra implica la cognizione refiessa, cosciente del-    IL PROBLEMA ESTETICO 447    l'identità di significato esistente tra le espressioni appar-  tenenti alle due lingue — e in tal caso la cosa non può  stare diversamente, tenuto conto che è già avvenuto il  distacco del :cas dal duss per opera dell'attività intellettuale  di molto progredita —, mentrechè la disgiunzione dell’ele-  mento intelligibile dal fatto attuale e la consecutiva idea-  lizzazione o significazione della realtà implicano bensì  l'identità di natura e di elementi tra il mondo e lo spirito,  ‘ma non la chiara appercezione della stessa identità, e  insieme implicano l’esistenza dell'identità attraverso le  differenze, non l’identità delle differenze. Così gli attributi  e le relazioni non esistono come tali nella realtà, ma  sono una differenza di quella stessa identità che nella realtà  - avrà una differenza corrispondente.   Il contenuto ideale oltre ad avere la caratteristica della  ricordabilità, ha quella di essere comunicabile, obbiettivo (ri-  ferentesi alla Realtà) ed esprimibile per mezzo del linguaggio (4).    Ora che vuol dir ciò? Vuol'dire che ciò che è intelligi-    (1) Giova notare che quando si dice che solamente l’intelligibile è  esprimibile per mezzo del linguaggio si vuole intendere csprimibile  per mezzo di segni, i quali sono riconosciuti tali, riferentisi, cioè,  ad una realtà obbiettiva. Anche i fatti di volonta e di sentimento  sono esprimibili per mezzo del linguaggio, ma in tanto sono tali in  quanto vengono intellettualizzati; non sono propriamente i sentimenti,  e gli atti volitivi, sono le idee, le rappresentazioni di essi che ven-  gono significato per mezzo del linguaggio. Le espressioni emotive (in-  teriezioni, espressioni mimiche e fisiognomiche), i gesti e in gene-  rale i moti esterni sono qualcosa d' istintivo, che se vengono intesi  e interpretati è perchè sono anch'essi intellettualizzati. Chi contem-  pla i segni espressivi li interpreta in virtù dell'esperienza propria e  dei legami associativi. |    148 | IL PROBLEMA ESTETICO    bile non è patrimonio di questo o di quel soggetto, ma è  patrimonio di tutti gli esseri pensanti, vuol dire che la  mente è universale, non individuale. L’uomo, pensando, si  universalizza, si accomuna con tutti gli altri uomini. E  la solidarietà intellettuale umana è possibile, perchè in  ordine al pensieru tutti gli uomini sono identici, sono, cioè,  una cosa sola, sono come a dire, un solo essere. Ogni di-  stinzione, ogni differenza è cancellata : è l'identità degl’ indi-  scernibili. La comunione delle anime, anzi l’unità, l’identità  delle anime lungi dall'essere qualcosa di incomprensibile  appare chiara : ciò che è oscuro piuttosto è l’anima indi-  viduale in ordine al pensiero. Tuttociò che è ideale e  intelligibile adunque è identico in tutti gli uomini: o, a  dirla altrimenti, tutti gli uomini sono una cosa sola in un  certo punto, mentre si differenziano più o meno profonda-  mente in tutto il rimanente. Il razionale, l’intelligibile, la  forma permane identica sia che assuma differenti deter-  minazioni (o che presenti manifestazioni o estrinsecazioni  diverse), sia che appaia alle mente di singoli individui. È  insomma l’unità del Reale, che rende possibile l'identità  di ciò che è intelligibile e quindi la sua comunicabilità. Se  tutta la realtà non formasse un tutto, un sistema, un'iden-  tità variamente differenziantesi, da una parte la mente non  sarebbe universale e dall’altra l'intelligibilità delle cose  sarebbe impossibile. Che cosa è invero l’ intelligibilità se  non la forma distaccata dalla materia, la coerenza, il nesso,  la relazione per sè presa? Ora la forma, la coerenza, il  rapporto implicano unità e identità nel fondo. Noi quasi  diremmo che ciascuna mente non si appropria che ciò che  riconosce come inerente alla mente in generale. Il dato,    IL PROBLEMA ESTETICO 4149    come dato, il fatto le è estraneo ; esso è reale, e basta.  Ciò che è intelligibile è uno, identico e quindi comunica-  bile, e in quanto comunicabile obbiettivo. Ciò che è subbiet-  tivo (sentimento, azione) non è comunicabile (se non a  patto di essere intellettualizzato), e per ciò stesso non è  intelligibile. i   D'altra parte il carattere della comunicabilità inerente  a ciò che è intelligibile ha il suo fondamento ultimo nel  fatto che la realtà non s’identifica e confonde con la vita  subbiettiva. Il reale non è il soggettivo, ma è distinto da  esso. Se l'essere o la realtà s’identificasse colla vita sub-  biettiva e individuale la cognizione si ridurrebbe al sen-  tire, nel qual caso il vero starebbe tutto nella relazione  col soggetto che sente: reale, non reale, vero, falso sa-  .rebbe quello che a ciascun di noi parrebbe tale; misura,  giudice sarebbe ciascun di noi. Nulla fuori di noi sarebbe,  o almeno nulla sarebbe senza di noì. Se non che la cogni-  zione lungi dall'essere riducibile a sensazione sta agli an  tipodi di questa in quanto, riferendosi a ciò che è obbiet-  tivo, implica giudizio, apprendimento di ciò che non siamo  noi, di ciò che non è la vita nostra, implica affermazione,  mediante la qualificazione, di ciò che è. Dal che consegue  poi anche che mentre ciò che è subbiettivo, ciò che vive,  fluisce sempre, muta sempre, si muove sempre, si altera  sempre, è fenomene mero, vario, continuo ; per contrario,  ciò che è intelligibile e comunicabile, è immutabile, inal-  terabile, fisso e determinato (elemento astratto).   L'ideale o l’intelligibile è universale, astratto, addiet-  tivo; come può divenire fatto, vale a dire, come può dive-  nire qualcosa di concreto e di sostanziale? Particolariz-    150 IL PROBLEMA ESTETICO    zandosi, individualizzandosi, vale a dire identificandosi con  una dello sue differenze, o determinazioni, o manifestazioni.  Allo stesso modo che il tipo si concretizza nel fatto sin-  golo e che il significato si esprime per mezzo di un sim-  bolo particolare, così l'attributo o la relazione ideale di-  vengono fatto, incorporandosi in un’ imagine sensibile. La  congiunzione di un was con un dass diverso dal proprio è  resa possibile dacchè tanto il contenuto ideale e signifi-  cativo quanto l'elemento della presenza attuale tostochè  sono separati tra loro cercano di ricongiungersi n di tro-  vare ciascuno il suo complemento in qualcosa di corri-  spondente. L’imagine psichica attuale, il fatto psichico  isolatamente preso è un prodotto dell’astrazione : ciascun  elemento psichico acquista valore dai nessi in cui si trova  e dall'azione che su di esso esercita l’esperienza psichica  antecedente. Non è stato le mille volte ripetuto dai psì-  cologi moderni che il fatto psichico riceve tutto il suo  valore e la sua efficacia dal contesto in cui si trova, che  la vita psichica non è posta nell’elemento singolo, ma nel  corso, nel nesso, nella serie dei detti elementi ? Noi not  abbiamo bisogno di richiamare l’attenzione sui processi  di fusione, di identificazione delle rappresentazioni, i quali  rendono possibile qualsiasi forma elementare di cognizione  e di ricognizione (1), perchè si tratta di fatti ormai comu-  nemente noti. Risulta evidente che la connessione di un  was con con un dass diverso dal proprio è un processo che si  verifica attraverso tutta la distesa della nostra esperienza  conoscitiva : dietro ogni fatto psichico si trova il signi-   (1) V. Wunpr, Vorlesunyen ib2r Menschen n. Thierscele. Leipzig,  189°, pag. 305 e segg. |    IL PROBLEMA ESTETICO 151    ficato proveniente dal dispiegamento che l’attività psichica  ha antecedentemente avuto: nel fatto estetico il processo  non è essenzialmente differente, comunque appaia senza  confronto più complicato. Il was in tal caso è rappresentato  dal concetto artistico che figura come un tutto ideale coe-  rente e il duss è dato dalla rappresentazione sensibile o  simbolica del detto contenuto ideale. L'espressione rappre-  sentativa o per via d'imagini (per opera della fantasia) di  un contenuto idcale, ecco la migliore definizione dell’opera  d'arte. Una costruzione razionale incorporata in imagini  ed una ricostruzione del pari razionale rifatta in seguito  alle suggestioni ricevute dalla percezione delle immagini,  costruzione ce ricostruzione accompagnate da una forma  peculiare di emotività, ecco il meccanismo di produzione  e di contemplazione estetica. L'opera d’arte in tanto è  espressiva e suggestiva in quanto ha la sua radice nella  congiunzione di un ws più o meno esteso, più o meno com-  plesso con un duss estraneo, ma corrispondente, e relati-  vamente semplice — tenuto conto della capacità percet-  tiva dell’an'ma umana —, in quanto ha la sua radice,  possiamo anche dire, nell’ estrinsecazione di un sistema  ideale per mezzo di dati sensibili. La proprietà che con-  trodlistingue siffatta congiunzione od espressione è questa,  che oltre al essere volontaria, libera e selettiva, è emi-  nentemente suggestiva, il che dipende dalla concentrazione  coerente degli elementi ideali avvenuta dictro l'espressione  sensibile simbolica. ©   Possiamo conchiwlere questa parte col dire che l’uomo  è capace di congiungere un was con un dess estraneo allo    L    stesso modo che è capace di parlare, vale a dire di si-    152 IL PROBLEMA ESTETICO    gnificare e di simboleggiare la realtà. La lingua è una  opera d'arte compiuta dalla coscienza collettiva, mentrechè  i capolavori estetici sono espressione dei genii individuali.  Non è senza ragione che in origine lingua ed arte si tro-  vano confuse tra loro.   Passiamo ora a rispondere brevemente all'ultimo que-  sito. La valutazione e il sentimento estetico dipendono dalla  funzione espressiva dell’arte. Quanto più in un’opera si  trova espresso ciò che per noi come uomini, ha il mag-  giore interesse, quanto più in essa troviamo l'eco di ciò  che ha radici più profonde nell'anima nostra, di ciò che  ci attrae come di ciò che cì ripugna, di ciò che ci appas-  siona come di ciò che cì turba, quanto più vi troviamo.  l'eco di ciò che è veramente umano, tanto più la valuta-  zione estetica avrà luogo in senso positivo. L'arte espres-  siva che è l’arte veramente moderna, è fondata in gran-  dissima parte sulla simpatia, manifestando in forma artistica  l'interesse particolare che l’uomo prende per l’uomo. Il  fine a cui si tende è l'uomo, quale microcosmo, è lo studio  dei suoi sentimenti accidentali e permanenti, delle sue  virtù o dei suoi vizi. É questo che distingue il teatro e  il romanzo moderno, riannodando questi due generi alla  più alta branca dell’arte. L’opera d'arte perchè sia debi-  tamente apprezzata ed eserciti efficacia sugli animi nostri,  deve esser valida a portare il nostro sguardo lontano,  deve apparire come punto di concentramento di molteplici  raggi suggestivi, deve essere come il riflesso di ciò che vi  ha di più profondo nella realtà e nella coscienza. L'opera  d’arte veramente grande deve raggiungere i più grandi  effetti coi minimi mezzi possibili, facendoci intravedere    n a    IL PROBLEMA ESTETICO 158    ciò cho diversamente non vedlremmo. E l’intuito del-  l'artista sì rivela appunto nell’attitudine a scegliere ed a  porre in evidenza quei tratti significativi che hanno la  potenza di generare tutto un sistema d'imagini. Saper mo-  strare  l’universale concreto, la legge, la natura propria, il  ritmo d'attività di un ordine di reali per via di tratti, o  li segni, o di imagini che mentre per sè non possono esau-  rire il contenuto dell’universale concreto, son tali da sug-  gerirne con facilità il complemento, ecco in che consiste  il magistero della creazione artistica.    Ed ora è tempo di considerare il problema gnoscologico  che risponde alla forma del problema estetico esaminata  e «discussa fin qui. Il problema gnoscologico fondamentale  è ricercare come ciò che è pressochè esclusivamente in-  telligibile possa diventare oggetto delle varie forme di  sensibilità : o tale problema, posto così, appare effettiva-  mente insolubile: ma esso è fondato sopra il falso pre-  supposto che l'elemento intelligibile preso per sè possa  esistere come un fatto attuale. II processo per cuì si è  giunti a tale concetto è il seguente : una volta bipartita  la vita psichica primitiva, la coscienza complessa e indefi-  nita iniziale nelle due serie rappresentative dell’io e del  non io, è stato notato che le rappresentazioni, prese come  qualcosa d’obbiettivo e d’in.lipendente dal soggetto, non solo  non formavano un tutto coerente e completo in sè stesso,  ma si rivelavano così piene di contradizioni da richiedere  necessariamente un complemento, l’esistenza di qualcosaltro    154 IL PROBLEMA ESTETICO    che desse ragione di ciò che al soggetto appariva come sen-  sazione o come fatto psichico in genere. Di quì la necessità  di andare in traccia dell’ universale, del necessario e del  permanente che costituisse il punto di riferimeuto delle  nostre rappresentazioni subbiettive proiettate all’ esterno  e che insieme fusse il mezzo di stabilire la solidarietà  intellettuale e la comunità spirituale degli uomini, Si andò  in traccia così dell’essenza o dell’ elemento intelligibile  delle nostre rappresentazioni, elemento che fu fatto con-  sistere in qualità e rapporti inerenti ad elementi ult.mi  sottratti al dominio diretto dell'esperienza sensibile, ele-  menti ultimi che alla loro volta dovevano risultare di  qualità e relazioni, procedendo così all’ infinito. Qui ac-  cadde che per evitarne una sula si ricadde in molteplici  altre contradizioni, giacchè di questi elementi ultimi (atomi)  bisognava pur dar ragione, determinandone la natura, bi-  ‘ sognava, cioè, renderli intelligibili. Ora, ciò facendo, era  necessario 0 dire che essi andavano ammessi come un fatto,  come un dato ultimo — il che era impossibile, perchè gli  atomi sono concepiti dalla scienza come qualcosa di non  percepibile, di non sperimentabile (e del resto se essi de-  vono dar ragione delle rappresentazioni s :nsibili in genere,  non possono essere appresi mediante la percezione) —, nè è  a parlare di centri di forza, perchè la forza per sè presa  è un bel nulla, è anch'essa un u«ggettiro ; ovvero bisognava  ridurre essi stessi a qualità e relazioni: ma le qualità e  le relazioni (elementi intelligibili e quindi anch'essi ag-  gettivi) hanno bisogno di qualcosa a cui inerire, onde la  necessità di porre come postulato l'esistenza di reali ul-  timi, sostanze spirituali, le quali poi impiicano le medesime    IL PROBLEMA ESTETICO 155    contradizioni degli atomi materiali. Atomi materiali ed  atomi spirituali sono prodotti della nostra fantasia, ipo-  stasi di concezioni mentali astratte. Gli atomi erano stati  creati per spiegare i rapporti intelligibili determinanti i  fenomeni subbiettivi, i fenomeni sensoriali : ora essi, non  potendo essere considerati come fatti (e ancorchè potes-  sero essere considerati come tali, si sarebbe daccapo, per -  chè sarebbero anch'essi fatti percettivi, fatti cioè dell’istessa  . categoria di quelli, per spiegare i quali erano stati ima-  ginati), è giuocoforza analizzarli in elementi d’ordine in-  telligibile (qualità e rapporti), in elementi cioè, per fon-  damentare i quali essi stessi sono stati proposti. È naturale  che giunti a questo punto doveva sorgere il problema  riguardante la trasformazione dell’ elemento intelligibile  in elemento sensibile, riguardante la possibilità che l’ i-  deale diventasse obbietto della sensibilità. Ora è vero che  l'elemento intelligibile esiste per sè ? No, perchè esso,  preso a parte dal fatto, dall’ esistenza attuale, è un pro-  dotto dell’astrazione. L'universale, l’idea non esiste al di  fuori della mente. Sicchè noì vediamo qui che il problema  gnoseologico è nato per un processo analogo a quello che  diede origine al problema estetico, per un processo cioè  di disgiunzione dell'elemento intelligibile dall’ elemento  fattuale dell’esistenza. La realtà vera, la vita vera del  reale è data dalla congiunzione ‘dell’ elemento ideale col  reale, dall’incorporazione dell'ideale nel reale: ond’è che  attribuire l’esistenza di fatto agli elementi intelligibili è  un processo del tutto falso ed arbitrario. L’intelligibile o  l'universale è un puro aggettivo che ha bisogno del suo  sostantivo. E come sostantivo dovrebbe fungere l'immedia-    156 IL PROBLEMA ESTETICO    tezza della percezione sensoriale, l’ immediatezza del fatto  psichico quale si svolge nel soggetto umano, ma i due  elementi, l’ universale e il fatto psichico individuale non  sì corrispondono, non fanno una cosa sola, non sono, diciamo  così, l’uno per l’altro. Il fatto psichico non è qualcosa di  obbiettivo, d'ilentico e di comunicabile, ma varia da sog-  getto a soggetto; esso non può esser tutta la realtà. È  stato a causa delle molteplici contradizioni, delle insuffi-  cienze e manchevolezze rivelantisi nella vita psichica e  subbiettiva che si è ‘dovuto costruire ipoteticamente un  mondo obbiettivo intelligibile di contro a quello subbiettivo.  E poichè un tal ripiego, come si è veduto, non approda a  nulla, sorge la necessità di trovare il complemento esisten-  ziale dell'intelligibile in qualcosa che trascende il conte-  nuto della coscienza individuale. Tale complemento non può  esser trovato che nella vita del Tutto (Io epistomologico e  ontologico o Bewusstseyn tiberhaupt di Kant) nella Coscienza  universale in cui non vi è separazione di intelligibile e di  sensibile (la quale separazione è compiuta dallo spirito  individuale finito), d’ideale e di reale, di contenuto e di  fatto, ma vi è fusione perfetta «di entrambi. La questione  sta tutta qui: la percezione appare dato concreto immediato  e quindi reale, ma è dato subbiettivo e quindi pieno di con-  tradizioni: l'intelligibile è obbiettivo nel senso che è inteso  in un modo identico da tutti gli uomini, ma è ipotetico,  astratto, non dato, ma posto «dall’intelligenza umana : ciò  posto, siffatti due termini si possono conciliare, si possono  unire e formare una cosa sola completa, la realtà viva e  vera ? Ciò non è possibile insino a tanto che non sì esce  dalla coscienza individuale, perchè il reale subbiettivo che    IL PROBLEMA ESTETICO 157    non è completo in sè stesso, che è solo un frammento della  totalità, non può avere per contenuto adeguato l’univer-  sale, non può avere per essenza il Tutto.   Come nel processo estetico avevamo: 1° disgiunzione  dell’intelligibile dal fatto, e poi, 2°, ricongiunzione dell’ele-  mento intelligibile con un fatto che non gli corrisponde, e  di qui la trascendenza, il significato, l'espressività della  percezione o imaginazione estetica, cosi nel processo gno-  seologico abbiamo la disgiunzione del was dal dass del fatto  percettivo e l’ipostasi del was, la considerazione di questo  come un fatto, come un dato. E poichè ciò si rivela im-  possibile e contradittorio, si tende a congiungere di nuovo  l'elemento intelligibile universale (il quale per sè preso non  è reale nel senso che non è concreto, non esistente per  sè, non immediatamente appreso, bensì effetto di un’elabo-  razione psicologica e logica, una semplice concezione dello  spirito, un'ipotesi formata in vista delle conseguenze che  da essa, dato che esista, necessariamente derivano) col dato  percettivo della coscienza individuale, il quale è reale, ma  ha una realtà subbiettiva, non obbiettiva, non comune a  tutti gli uomini. Se non che la detta coscienza non è ca-  pace di contenere di fatto l’ universale, ma solo virtual-  mente, cioè come esigenza, come aspirazione, come idea.  Onde la necessità di trascendere incessantemente il fatto  psichico subbiettivo e l'esigenza di una Realtà obbiettiva  individuale e insieme universale, cioè sistematica.   Vi ha però una differenza tra processo estetico e pro-  cesso gnoseologico ed è, che la disgiunzione e la ricongiun-  zione dell'elemento intelligibile col fatto nel primo sono  atti arbitrari, sono atti sottoposti al volere individuale,    158 IL PROBLEMA ESTETICO    mentrechè nel secondo sono una conseguenza, diremo, neces-  saria delle contradizioni e delle insufficienze che si rive-  lano nella percezione sensoriale dei vari individui e nei  fenomeni della vita subbiettiva. Le ricerche dell’Ottica e  dell’Acustica fisiologica, della Psicologia fisiologica furono  promosse dall'impossibilità di considerare le percezioni sen-  soriali come fatti per sè esistenti all’esterno.    x x    Uno degli aspetti sotto cui il problema estetico si può  presentare è il seguente: Qual'è la natura e le condizioni  dell’ emozione estetica? La soluzione di tale quesito ha  formato e forma oggetto di tutta l’Estetica esatta coltivata  ai giorni nostri in Germania ed in Inghilterra. Da tal punto  di vista è evidente che il problema estetico assume un  aspetto prevalentemente psicologico: esso, infatti, vale la  domanda: Come e perchè talune percezioni sensoriali pro-  ducono sentimenti di natura speciale (emozione estetica)?  Il che alla sua volta vale domandare: In che rapporto  stanno le varie forme dell'attività psichica? Ovvero: Tra  le varie manifestazioni della vita psichica vi è una corre-  lazione intima in modo da poter esse venire considerate  come vari lati di uno stesso processo fondamentale, ovvero  sono delle funzioni giustaposte che possono solo in date  circostanze agire l’una sull'altra?   Vediamo ora quali sono i risultati ultimi a cui l'indagine  estetica esatta è pervenuta. E qui, prima d'andare innanzi,  ci sembra opportuno notare che il problema estetico psico-    logicamente considerato è della più alta importanza in    IL PROBLEMA ESTETICO 159    quanto dipende dalla sua soluzione il determinare per che  via il «significato » può essere congiunto col «dato attuale »,  (rappresentazione sensibile) con cui non è connaturato, per  che via ciò che è universale ed astratto (l'elemento intel-  ligibile) può concretizzarsi în modo da divenire obbietto  piacevole. I risultati delle ricerche summenzionate furono  di due sorta. Da una parte il sentimento estetico fu intel-  lettualizzato nel senso che fu fatto dipendere dall’appren-  sione di determinati rapporti astratti: e invero, comunque  lo spirito, diciamo così, dell'estetica psicologica e del for-  malismo vada riposto nella tendenza ad andare in traccia  della causa attuale del piacere estetico, della causa ine-  rente alla percezione sensoriale, tuttavia nel fatto essa  indaga la « ragione » nella causa: una volta che siamo  spinti ad oltrepassare la percezione sensoriale, noi troviamo  l'elemento intelligibile, la ragione. Del resto se la perce-  zione della bellezza presuppone l’esistenza di dati rapporti,  questi da una parte non figurano che come « ragioni », e  dall'altra possono essere, se non sostituti, messi in connes-  sioni con proprietà meno astratte, più vicine alla realtà  che viviamo, e quindi più atte a suscitare il nostro inte-  resse e la nostra simpatia. La maniera di operare delle  relazioni è invero di natura così generale e così poco  caratteristica, che non si vede come l’effetto estetico possa  essere ottenuto, se un altro elemento non vi concorre (il  significato cioè di tali relazioni astratte). Vogliamo dire ‘  che i suddetti rapporti formali non hanno per sè nulla  di caratteristico che possa spiegare il fatto estetico, tanto  è ciò vero che si presentano anche dove nessun effetto  estetico si riscontra.    160 IL PROBLEMA ESTETICO    D'altra parte l'origine del sentimento estetico fu posta  in una specie di affinità latente (che non ha niente a che  fare colla pura stimolazione sensoriale) esistente tra la  semplice forma estetica e l’anima del soggetto percipiente  (conformazione dello spirito individuale). Ed il famoso  principio fechneriano dell’economia della forza quale fonte  di piacere (il quale principio poi fu considerato in rapporto  al contenuto delle nostre rappresentazioni come in rapporto  al corso delle stesse) non è che l’espressione astratta di  ciò che implica la detta armonia latente. L'economica  distribuzione della forza considerata dal punto di vista  dell’obbietto trae seco il principio dell’ unità organica e  l'assenza di qualsiasi elemento superfluo: assenza di super-  fluità che equivale ad esigenza di significato e di valore, in  quanto solo ciò che è insignificante è veramente superfluo.  L'applicazione del principio dell'economia fatta all'attività  del soggetto percipiente implica concentramento non fati-  coso dell'attenzione, in modo da riuscire agevole e quindi  piacevole il fatto psichico stesso dell’apprensione. Avviene  così che l’appercezione di un contenuto piacevole, — perchè  organicamente costituito —, diviene essa stessa fonte di  piacere. Se si considera che la rispondenza quanto più è  possibile esatta ed adeguata dell’attività appercettiva al  contenuto appercepito non è una accidentalità, ma costi-  tuisce un elemento essenziale della emozione estetica, tanto  è vero che tutto ciò che richiede uno sforzo mentale è  antiestetico, non sì può non trovare naturale la connes-  sione esistente tra le modalità della nostra attenzione e  le proprietà dell'oggetto estetico. Quando uno sforzo spe-    LI    ciale è richiesto per l'appercezione di un contenuto este-    IL PROBLEMA ESTETICO | 161    tico, vuol dire che l’espressione, la rappresentazione (forma)  e l'obbietto significato, l’idea (materia) non sono in armonia,  nel qual caso appunto non è più a parlare di bellezza.   È stato notato poi che il principio dell'economia non è  in contradizione con quello dell’ esuberanza, del lussu-  reggiamento ecc., che sono inerenti ad ogni obbietto este-  tico e che contribuiscono a imprimergli la nota del disin-  teresse presa'in senso largo, giacchè ciò che è superfluo  considerato da un certo punto di vista e in rapporto a  dati scopi, a scopi di utilità pratica p. es., non lo è più,  una volta che è riferito ad un dato sistema armonico o  ad una data unità organica che ha valore per sè come  esprimente il contenuto della vita nella sua complessità  e la Realtà nelle sue molteplici e svariate determinazioni.   L'origine e il fondamento dell'emozione estetica se non  vanno posti adunque nell'apprensione di rapporti formali ed  astratti (ma nel contenuto che gli stessi contribuiscono ad  esprimere, nel loro significato), non vanno posti neanche  nel principio formale e quindi vago ed indeterminato del-  l'economia della forza — sia questa considerata obbiettiva-  mente che subbiettivamente —, il quale riceve gran parte  del suo valore dal fatto che esso depone per l'esistenza  di un'unità organica nell’obbietto estetico: ciò che è con  parsimonia costituito e con facilità appercepito ha eviden-  temente i caratteri del sistema, della totalità, dell’indivi-  dualità organica. Da qualunque punto si voglia considerare  la cosa è chiavo pertanto che l'emozione estetica deriva  la sua caratteristica propria dal contenuto (significato) espresso  ed appercepito dal soggetto. Quando lo spirito appercepisce  espresso in modo adeguato ciò che ha radici più profonde   11    162 IL PROBLEMA ESTETICO    nell'intimo suo essere, quando lo spirito arriva a trovarsì a  contatto con qualche cosa di completo, di individuale e di  sistematico e quando arriva a riconoscere sé stesso, le sue  aspirazioni, le sue esigenze, i suoi sentimenti, nella natura  o nell’arte, quando vede raccolti per opera dei Genti in un  punto solo e quindi intensificati tutti i raggi della sua  attività, quando insomma vede rispecchiato in un’opera  tutto il fondo della sua anima e quando si sente una cosa  sola colla Realtà universale, non può non provare una  intensa emozione, che è appunto l'emozione estetica.    *  * *%    Dopo aver accennato alla soluzione del problema estetico  nella sua forma psicologica, passiamo a trattare del problema  psicologico fondamentale quale si presenta nella filosofia  generale. L’ indagine intorno alle proprietà ed al rapporto  esistente tra le varie funzioni psichiche (funzione rappre»  sentativa, funzione emotiva, funzione volitiva) è della più  grande importanza e «del più alto significato, in quanto da  essa dipende il concetto che ci dobbiamo formare della vita  psichica in genere e della costituzione dell’anima. La fun-  zione emotiva in che rapporto sta con quella rappresenta-  tiva? il sentimento in che rapporto sta con la rappresen-  tazione? Che cosa è il piacere o il dolore che accompagna  qualsiasi elemento della coscienza ? Ecco il problema ge-  nerale, a cui gencricamente si può riferire il problema  speciale dell'origine e delle condizioni dell’emozione este-  tica, salvo poi a determinare le caratteristiche proprie del  piacere estetico, tenuto conto che non tutti i piaceri sono  di natura estetica.    IL PROBLEMA ESTETICO — 163    Ora noi vediamo che la Psicologia moderna tende a ri-  solvere il problema circa la natura del sentimento in con-  formità della soluzione data dall’Estetica al problema cor-  rispondente. Nessun psicologo crede più all'esistenza delle  cosidette facoltà dell'anima: tutti concepiscono i fatti  psichici come manifestazioni diverse della vita ad attività  psichica prosa nel suo insieme. Ora questa attività spiri-  tuale si esplica in due forme principali irriducibili tra  loro, in quella di modificarsi in modo indistinto in totalità  e in quella di apprendere, di appercepire delle qualità  distinte, degli attributi determinati e delle relazioni. Nella  sua prima forma essa si rivela essenzialmente una, iden-  tica (senza che mostri alcuna «differenziazione in sè stessa)  ed intimamente connessa con tutto il reale, che essa per  così dire, avverte indistintamente nella sua totalità: nella  seconda forma invece essa appare variamente determinata  in sè stessa e nelle maniere di apprendere la realtà : nella  pritma forma è vita emotiva o sentimentale, nell’altra forma  è vita wappresentativa o intellettiva. È un errore per-  tanto voler intellettualizzare il sentimento col farlo deri-.  vare da un qualsiasi rapporto : noi possiamo, sì, scomporre  il sentimento e tradurlo in rapporti, ma in tal caso noi  avremo trasformato il sentimento vero e proprio in un fatto.  intellettuale. Il sentimento è un modo di essere dell’atti-  vità psichica che si origina ogni qualvolta il contenuto  della coscienza è cosiffatto che, non potendo essere scom-  posto in qualità c relazioni determinate, figura come qual-  cosa d'’ indistinto.   E qui giova notare che anche quando il sentimento stossos  viene differenziato nelle sue principali determinazioni di    164 IL PROBLEMA ESTETICO    piacere e dolore — nel caso che queste vengano nettamente  distinte ed appercepite — cessa di essere puro sentimento  per divenire un fatto d’oriline intellettivo. Un sentimento  qualificato, caratterizzato e discriminato da tutto il com-  plesso della vita psichica è la chiara appercezione di una  qualità psichica, non un sentimento. L'appercezione di un  piacere, di un dolore suppone l'atto della mente con cui  una qualità viene separata, distinta dal rimanente, sup-  pone quindi una funzione intellettiva sia anche d’ ordine  rudimentale e l'atto o la funzione discriminatrice si con-  fonde col suo prodotto per molo che ciò che prima non  era un fatto intellettivo riesce ad essere, per così dire,  trascritto in termini intellettivi, e quindi viene ad essere  snaturato. Piacere e dolore sono due qualità sensoriali  come il bianco e il nero, come il liscio e lo scabro, come  il grave e l'acuto, come il caldo e il freddo.   Che essi siano determinati dalla « forma » dello stimolo  piuttosto che da proprietà inerenti (contenuto) allo sti-  molo come tale, che essi siano determinati dal modo come  lo stesso agisce, o dal modo in cui la sua trasmissione  avviene, o dalle condizioni in cuì l'organismo fisico e  psi-  chico si trova mentre ha luogo tale azione, poco o nulla  importa : dal punto di vista psicologico il piacere e il do-  lore sono qualità, e come tali, appartengono alla funzione  rappresentativa dell'anima umana. Sosgiungiamo che il  piacere e il dolore, come il suono alto e quello basso e  come il caldo e il freddo sono sensazioni relative e varia-  bili linearmente in quanto presentano. duo sole determi-  nazioni opposte.   In altre parole : il sentimento per sua natura è indistinto,    IL PROBLEMA ESTETICO 165    è stuto psichico totale : non sì tosto in esso vengono delimi-  tate differenze, non sì tosto esso viene circoscritto e qua-  lificato, non è più a parlare di sentimento vero e proprio :  ma di funzione intellettiva e rappresentativa. Il sentimento  in tal caso viene come ad essere intellettualizzato, viene  ad essere compenetvato dall'attività discriminativa che è  inerente all’ intellezione. Quando il sentimento — stato  psichico totale — vien» ad essere analizzato e scomposto  in qualità diverse e quando queste vengono appercepite, il  sentimento non esiste più, ma esistono le qualità sensoriali.  La vita psichica non si presenta più come sentimento, ma  come apprensione di qualità, l’attributi e di relazioni. Ma  si può dire che il piacere e il dolore siano qualità del  sentimento, come si dice p. es. che il suono alto e basso  sono qualità del suono ? Noi crediamo di no, perchè par-  lare di qualità del sentimento è un parlare contradittorio;  è come se si dicesse qualità «di ciò che non può avere qua-  lità, ovvero determinazioni di ciò che è per sua natura  indeterminato. Il piacere e il dolore sono qualità che pos-  sono essere pro:lotte in parte dalla totalità della vita  psichica, dallo stato in cui la stessa totalità si può trovare,  ma non sono qualità della totalità La totalità è reale, ma  non ha qualità, caratteri distintivi, differenze, le quali  implicando sempre relatività, riferimento, possono essere  differenziate entro la totalità.   Uno stato di piacere o di dolore totale non significa nulla:  un piacere o dulore suppone la distinzione, la differenzia-  «zione. Il sentimento o stato psichico totale può contribuire  a generare uno stato di piacere o di dolore, ma non può  presentarsi come piacere o come dolore: già un piacere o un    166 IL PROBLEMA ESTETICO    dolore totale, assolutamente totale, non sarebbe nemmeno  avvertito, perchè non potrebbe cs-ere distinto: distinto da  che, invero? E il piacere e il dolore sono considerati d’or-  dinario come qualità del sentimento appunto perchè esse  sono determinate in parte dalla totalità della vita psichica,   Sorge la questione: Perchè una tinta di piacere o di  dolore accompagna qualsiasi fatto psichico? Perchè ogni  singolo fatto psichico è messo in rapporto — si noti, è  “messo in rapporto — è appercepito quasi attraverso lo stato  complessivo in cui l'organismo fisico e psichico si trova in  un dato momento: è da questa appercezione — che è un  fatto d'ordine intellettivo — è dal suddetto rapporto del  fatto singolo coll’insieme che vengono fuori le due qualità  di piacere e di dolore, le quali vengono a sovrapporsi 0,  meglio, a fondersi cogli attributi propri dei singoli fatti  psichici. Ed è avvertita la qualità di piacere ovvero quella  di dolore, secondochè si ha l’appercezione di un rialza-  mento o di un abbassamento dell'energia psichica e delle  condizioni da cui essa dipende.   Come si vede, il sentimento non va ilentificato con le  determinazioni qualitative del piacere e del dolore : il primo  è uno stato totale dell’anima, le altre sono prodotte dal-  . l’appercezione (fatto intellettivo) delle differenze (qualità)  osistenti nella detta totalità. E noto che l’apprensione di  un dato contenuto psichico richiede il dispiegamento di  una certa quantità di energia mentale (attenzione), la  quale pui non è illimitata, ond’è che quando ha luogo un  consumo di energia psichica superiore a quello di cui sì  può disporre sarà avvertita una sensazione sgradevole,  mentrechè quando lo stesso consumo è proporzionato alle    IL PROBLEMA ESTETICO 167    risorse si avrà una sensazione piacevole. È il rapporto, la  proporzione che deve esistere tra attenzione e area della  coscienza che ci può dar la chiave per rendercì conto in  gran parte delle determinazioni qualitative del piacere e  del dolore. si   Abbiamo detto che il sentimento è la vita psichica presa  nella sua totalità : è evidente che a seconda che la detta  totalità è più o meno ricca di contenuto, a seconda che è  di ordine superiore o inferiore, che è complessa, ovvero  semplice e rudimentale, si avrà o no un sentimento nobile  ed elevato.   Ma, si può qui domandare, se il sentimento è la stessa  vita psichica presa nella sua totalità, come mai potrà essere  avvertito? L° avvertire implica distinzione e questa riferi-  mento e quindi esistenza di qualità diverse entro la tota-  lità. A ciò si risponde che il sentimento non è avvertito  come qualità ; il suo ufficio è quello di rendere reale, attua-  le, presente, immediato qualsiasi fatto psichico: esso rap-  presenta il coefficiente dell’ esistenza psichica.   Il problema estetico nella sua forma psicologica e il  problema psicologico fondamentale si: corrispondono, in  quanto là soluzione data ad entrambi è questa, che il  sentimento ha la sua origine nella vita psichica indistinta,  nella quale non soltanto vengono ad essere fusi insieme i  _ vari elementi costitutivi di.essa, ma viene ad essere tolta  ogni contrapposizione del soggetto all’ oggetto.   E qui sorge la necessità di andare in traccia del carat-  tere differenziale per cui il sentimento estetico sì distin-  gue da qualsiasi altro sentimento. Tale carattere si trova  agevolmente, se si riflette agli attributi dell’obbietto este-    168 IL PROBLEMA ESTETICO    tico, il quale non solo è un sistema di parti (unità nella    varietà) oltremodo complesso, ma ha un significato deri-    vante dal riflettersi in esso di tutte le aspirazioni ed esi-  genze più profonde dell'animo umano, per modo che nella  contemplazione estctica il soggetto si trova come in rapporto  con la parte migliore di sè stesso. Si aggiunga che l’unione  del soggetto con l'oggetto è molto più intima nel caso del-  l'emozione estetica che nel caso di qualsiasi altro sentimento.   L'attività del Reale, la Realtà come vita differenzian-  tesi, spezzantesi e rivelantesi in modo immediato nelle  coscienze individuali, ecco la radice comune delle varie  sorta di sentimenti. Come vi sono varie forme od apparenze  di totalità, come vi sono varii ordini d’incentramenti indi-  viduali così vi sono vari ordini di sentimenti più o meno  definiti (ogni definizione proviene dall'elemento rappresen-  tativo e relativo concomitante), più o meno complessi, più  o meno interessati, perchè più o meno direttamente riferen-  tisi all'attività pratica.   Il carattere d'individualità che controdistingue il sen-  timento proviene dal fatto che la totalità è, per così dire,  incentrata nella vita del soggetto, in ciò che differenzia  l’io quale determinazione speciale del Reale, avente un  posto proprio nello spazio, nel tempo e nella serie causale.   Non ci sembra inopportuno, poichè servirà a-dilucidare  le idee suesposte, richiamare qui, prima di finire, l’atten-  zione sul rapporto esistente tra sentimento e volontà, o  meglio, tra sentimento e attività; rapporto che è diverso  da quello che ordinariamente è ammesso. Il sentimento non  produce l’azione allo stesso modo che non è prodotto da  essa e che non ne è il riflesso subbiettivo. Un tale rapporto    e A ii cir iii cdi ee n    IL PROBLEMA ESTETICO 169    può esistere tra l’attività e le qualità sensoriali del piacere  e del dolore, non gia tra l'attività e il sentimento, Que-  sto — come stato psichico totale — è tutta la vita psichica  senza alcuna determinazione speciale, ond’è che mentre  da una parte esso contiene, trasformati e fusi insieme  tutti gli elementi psichici, non è in rapporto particolare  con nessuno di essi. Tutti però quando divengono reali,  quando appaiono distinti sull'orizzonte psichico, emergono  come dal fondo della vita psichica, che dal punto di vista  soggettivo è appunto il sentimento stesso. Questo pertanto  appare come il sostegno, ceme ciò che dà attività, consi-  stenza ai vari fatti psichici. Al di fuori del presente, del  momento attuale non vi ha sentimento, ma bensì rappre-  sentazione : e vi ha una rappresentazione riferentesi al pas-  sato, come ve ne ha una riferentesi al futuro : ed è chiaro  che è possibile avere una rappresentazione del sentimento,  quando questo, distaccato dalla matrice reale, viene ideal-  mente costruito e proiettato nel passato per mezzo della  memoria e nel futuro per mezzo della immaginazione. Il  sentimento però in tal caso viene snaturato, trasformandosi  in un fatto d'ordine conoscitivo: un sentimento rappresen-  tato è una rappresentazione e non un sentimento, o meglio,  ò una nostra costruzione ideale che non si riferisce a  nulla di reale e di attuale.    La forma, diremo così, metafisica del problema estetico  è: Qual'è la natura della proluzione artistica ? L'arte in  che rapporto sta con la natura ? Si deve ritenere con gli    170 IL PROBLEMA ESTETICO    antichi Greci che l'Arte è una imitazione pura e semplice  della natura in modo da dover essere essa collocata al  disotto di quest'ultima? Come si vede, un tale quesito non  poteva ricevere un'adeguata risposta se non dopo che la  coscienza estetica del genere umano cbbe raggiunto un  grado notevole di svolgimento, dopo, cioè, che il gusto  estetico si fu di molto raffinato c che la valutazione este-  tica fu molto progredita. La riflessione filosofica dovette  giungere al punto da sentire il profondo divario esistente  tra il mondo empirico e quello ideale, tra le esigenze del-  ] intendimento e quelle della Ragione presa in senso  stretto, vale a dire presa come la facoltà del Categorico,  dell'Unità e della Totalità. E infatti il problema estetico  nella sua forma metafisica non fu risoluto in maniera ade-  quata prima che Emanuele Kant ponesse in evidenza l’an-  titesi esistente tra la relatività inevitabile della ragione  teoretica e la assolutezza dell'imperativo morale implicante  l’esistenza della liberta. Il problema circa la natura della  produzione artistica non s'impose fino a tanto che gl’im-  mensi progressi della Filologia classica, dell’Archeologia,  della Critica non ebbero per effetto di produrre il rinno-  vamento di tutta la coscienza estetica e quindi di tutte le  vedute anteriormente dominanti inordine alla valutazione  estetica. Fu allora che non fu più possibile considerare  il prodotto estetico come una semplice imitazione della  natura.   Vediamo ora come il problema estetico fu risoluto sotto  tale forma metafisica per ricercare poscia le caratteristi-  che del corrispondente problema attinente alla filosofia  generale, il quale può essere così enunciato : Che concetto    IL PROBLEMA ESTETICO 171    dobbiamo formarci dell’ incessante produttività della na-  tura? ovvero: Che cosa stanno a rappresentare le infinite  * forme in cui l’attività della natura si esplica? La produ-  zione artistica fu considerata come l’effetto del libero,  ordinato ed armonico esercizio delle facoltà umane: ma si  può qui domandare: di tutte le facoltà umane? No, bensì  di quelle facoltà soltanto che possono dare origine a pro-  dotti che hanno una data forma, intenlendo per quest’ ul-  tima l'insieme delle proprietà per cui una data cosa è va-  lutata, non per il suo uso, non per lo scopo determinato a  cuì l’ oggetto avente quella data « forma » risponde, ma per  ciò che la forma sta a rappresentare, in quanto in essa si  riflette l’intendimento, il sentimento e la capacità in ge-  nere di chi l'ha concepita ed eseguita. La « forma » implica  adunque l’esistenza dell’ elemento razionale: ed è lecito  parlare di « forma » ogni volta che nell'oggetto o nel fatto  vien messo in evidenza appunto l'elemento intelligibile.  Ogni qualvolta nuvi ci troviamo di fronte ad un obbietto  .che mentre figura come un prodotto dell’intelligenza «  dell'attività umana, dall'altra parte non pare serva ad uno  scopo pratico, o a un uso determinato, — pur non essendo  scevro di significato — noi siamo spinti a giudicare come  estetico il detto obbietto. Sicchè l'essenza della produzione  artistica fu posta in ciò, che l’anima umana è così fatta che  sente il bisogno di estrinsecarsi, di esprimersi in fatti, i  quali mentre portano l'impronta delle facoltà che loro die-  dero origine, non hanno l’ufficio nè di appagare un desi-  derio, nè di far raggiungere un fine estrinseco, nè di pro-  curare un gudimento egoistico e interessato. La creazione  artistica ha in sè stessa il suo scopo, che è quello di com-    172 IL PROBLEMA ESTETICO    pletare la realtà sensibile, dando l’esistenza ad un mondo  di forme atte ad appagare le aspirazioni e le esigenze più  profonde e più elevate dell'anima umana. Il bisogno del  completo, del perfetto, dell’ individualità armonica, della  totalità sistematica può solo esser soddisfatto per mezzo  dell'Arte, la quale rende possibile la sovrapposizione di  tutto un mondo supra il mondo della esperienza ordinaria.  Il vero artista è quegli che crea per creare, è quegli che  spinto dal bisogno di porre in opera il soprappiù delle sue  esuberanti energie, produce spontaneamente e quasi istin-  tivamente, senza aver dinanzi alla mente uno scopo estrin-  seco od interessato da conseguire. Egli crea per dar forma  definita a ciò che gli si agita nel fonito dell'anima. L’opera  d'arte è bella quando porta nettamente l'impronta della  personalità dell'artista e quando esprime l'impressione in  lui prodotta dalla vista dell'oggetto o del fatto che egli  traduce. La Natura è bella quando noi in essa riconosciamo  nol stessi con ciò clie abbiamo di veramente umano, come  esseri felici e miseri ad un tempo.   Ognun vede che il bello non può essere in alcun modo  confuso nè col piacevole, nè col bene ; il piacevole infatti,  risponde ad una esigenza subbiettiva ed interessata, im-  plicando l’appagamento di un bisogno egoistico, e il bene  involge il concetto di attuazione di un fine chiaro e co-  sciente, sia questo estrinseco all’obbietto come nel caso  dell'utilità o immanente all’ oggetto stesso come nel caso  della perfezione. L'espressione libera e spontanea in forme  concrete, di un contenuto.ideale e la realizzazione irre-  flessa di ciò che vi ha di razionale nella nostra natura,  ecco che cosa è invece la produzione artistica ; un’espres-    IL PROBLEMA ESTETICO 173    sione necessaria el obbiettiva della vita umana nella sua  complessità e dell'unità della natura, ecco che cosa è in-  vece l’arte. Onde consegue poi che non vi è ragione di  limitare la cerchia delle sue manifestazioni, le quali hanno  tutte egual diritto alla nostra consilerazione, a patto che  mettano in evidenza in modo completo un lato della vita  umana con tutte le proprietà, siano pregi o difetti ad essa  inerenti.    *  E " x    Il problema che in filosofia generale corrisponde a quello  estetico or ora esaminato è il problema teleologico. Che  significato ha l’inesauribile produttività della natura ? Che  valore va attribuito alle svariatissime forme naturali? Ora  la risposta «lata dai filosofi — almeno da taluni filosofi —  coincide con quella data dagli estetici in quanto viene  ammessa l’intima razionalità della natura, a cui accennano  già le leggi naturali. Tale razionalità può da una parte  non esaurire il contenuto della natura, giacchè questa oltre  ad essere compenetrata dalla ragione 'è qualcosaltro an-  cora, e dall’ altro non è tale da far considerare i fatti e  gli obbietti naturali come prodotti da un’Intelligenza co-  sciente identica all’umana. In altri termini, la natura è,  sì, espressione di qualcosa di razionale, ma non può essere con-  siderata come il prodotto di un'attività intelligente che si  esplichi come quella dell’ uomo. La natura esclude il domi-  nio del caso e insieme una veduta antropomorfica qualsiasi.   E poichè del rimanente la produttività della natura pre-  senta i caratteri propri della produzione artistica (libertà,    174 IL PROBLEMA ESTETICO    spontaneità, molteplicità di forme definite, unità organica  delle parti costitutive di ciascuna forma, esuberanza di  energia, apparente assenza di utilità, ecc.), è ragionevole  pensare che il mondo ideale dell’arte e quello reale della  natura siano prodotti da un'attività fondamentalmente iden-  tica: la quale però nel secondo caso si esplica in modo  chiaramente incosciente e nel primo in modo, diremmo  semicosciente o cosciente addirittura. In entrambi i casi la  ragione è in azione, ma (ci sia lecito esprimerci così) senza  averne Vl aria: in entrambi i casì l’idea di fine non è costi-  tutiva dei fenomeni, ma puramente regolativa, giacchè come  il fatto estetico non è prodotto, nè sentito in vista del  raggiuugimento di un dato fine, in vista di. un vantaggio  da ottenere, o di un risultato pratico da conseguire, così  il fatto naturale non può essere interpretato o spiegato  mediante il concetto di fine. Il fatto estetico e quello na-  turale però implicano, ciascuno alla sua mauiera, l’esi-  stenza dell'elemento intelligibile e razionale atto a dar  ragione della loro « forma » determinata: tanto l’ uno  quanto l’altro pongono l’esigenza dell’unità sistematica atta  a dar ragione delle relazioni esistenti tra le varie parti  od elementi componenti il tutto, unità sistematica che  include il concetto di fine intrinseco ed organizzatore,  comunque incosciente.   É evidente poi che tra natura ed arte, tra bello natu:  rale e bello artistico non può esistere antitesi di sorta,  ma soltanto differenza di grado, in quanto l’arte non fa  che presentare come raccolti in un punto quei raggi che  nella natura vanno dispersi qua e la, in quanto cioè l’arte  concentra e rende continuo ciò che nella natura si pre-    IL PROBLEMA ESTETICO 175    Li    senta discontinuo, sconnesso e quindi pressochè sfornito di  alto significato. Allo stesso modo che la scienza coordina,  correggendo, modificando (sceverando l’ essenziale e il ne-  cessario dall’accidentale), i fatti dell’osservazione percettiva  ordinaria e li presenta sotto nuova luce, così l’arte ha per  intento di mettere in evidenza i tratti caratteristici della  natura e della vita, ordinandoli, fissandoli e organizzandoli  in modo che salti agli occhi di tutti quel sigrificeto che di-  versamente o non sarebbe avvertito addirittura, ovvero in  modo incompleto e confuso. L'opera del genio si esplica  appunto nell’idealizzare la natura, vale a dire nel rendere  appariscente ciò che senza di Lui all'occhio volgare sa-  rebbe per sempre rimasto nascosto (1). ’   L’opera d'arte quale espressione di un contenuto ideale,  di un universale concreto (natura propria di ciò che si  vuol rappresentare) ha la sua ragione in sè stessa: e il  «suo valore sta tutto nell’ essere essa parvenza perfetta-  mente distinta dalla realtà. Essa invero è apprezzata per  sè; è un sistema, un'individualità, qualcosa di organico  esprimente la Realtà sotto un punto di vista determinato.  Qualsiasi altra cunsilerazione non riferentesi alla contem-  plazione di una rappresentazione concreta, compiuta di  quella medesima Realtà, che alla Ragione appare come  Vero ed al Volere come Bene, le è estranea. Onde con-    (1) B. BosanQueT, Zistory of Esthetic. London, 1892, pag 3 e segg.  « ....it is plain that « nature » in this relation differs’ from « art »  principally in degree, both being in the medium of human perception  or imagination, but the one consisting in the transient and ordinary  presentation or idea of average ind, the other in the fixed and heig-  tened intuitions of the genius which can record and interpret ».    176 IL PROBLEMA ESTETICO    segue che l'appercezione estetica si riferisce al modo come  è rappresentato, come è espresso, non come è costituito, nè  come agisce il Reale per sè. E evidente che una mede-  sima cosa è giudicata bella o brutta a seconda che è con-  siderata o pure no espressione completa di un dato ordine  di realtà: espressione che figurerà come completa o come  incompleta secondo che un oggetto è guardato nella sua  possibilità e « in generale » dall’uno o dall'altro punto di  vista. « Un esemplare di una specie di animali — nota uno  scrittore recente —, sarà brutto p. es. se considerato come  espressione dell’ animale in generale, perchè in quel dato  esemplare (forma) la vita animale (contenuto) non si ri-  specchia nella sua pienezza: potrà esser bello se conside-  rato come espressione tipica di una data specie di animale,.  giacchè in tal caso esso è considerato come espressione  o forma di un altro contenuto », dass di un altro was.  Insomma un oggetto è bello o brutto secondo la categoria  con la quale lo appercopiamo. Nell'arte tutta la realtà  naturale ed umana — che è bella o brutta secondo i punti  di vista relativi — diventa bella, perchè è appercepita come  realtà in generale che si vuol vedere espressa completa-  mente. Tutti i personaggi, tutte le azioni, tutti gli oggetti,  entrando nel mondo dell’arte perdono (artisticamente par-  lando) le qualificazioni che sogliono avere per ragioni. di-  verse nella vita reale, e son giudicati sclo in quanto l’arte  li ritrae più o meno perfettamente. Taluni dei Cesari sono  giudicati mostri guardati nella vita reale, ma non sono    mostri come figure d’arte.    PERGEA PSR    i ie ina Pr    fa    IL PROBLEMA FILOSOFICO    SECONDO IL BRADLEY    L'uomo nella vita ordinaria accetta il dato come imme-  diatamente gli si presenta senza che faccia alcun tentativo  per armonizzare tra loro gli elementi discordanti. Possiamo  aggiungere che la discordanza non è neanco avvertita. In  tale stadio l’uomo non conosce per conoscere, ma conosce per  operare, per soddisfare cioè nel modo più appropriato i  suoj/ istinti o le sue tendenze; onde avviene che le cogni-  zioni, le quali meglio rispondono alle esigenze pratiche,  appaiono complete, perfette. Se non che un tale stato non  è duraturo; ben presto con lo svolgersi della cultura e  della civiltà la funzione conoscitiva acquista un certo  grado d'indipendenza, emancipanilosi dai bisogni pratici ed  acquistando valore e significato per sè. È in tale stadio  che cominciano ad essere avvertite le contradizioni esi-  stenti tra i vari elementi dell’esperienza ordinaria, dapprima  considerati come essenzialmente costitutivi della vera ed  ultima Realtà. È in tale stadio che si formano le scienze,  le quali per dar ragione dei vari fatti sperimentali e per  eliminare le contradizioni dagli stessi presentate ricorrono   12    178 IL PROBLEMA FILOSOFICO    a concetti d'ordine particolare. In tal guisa questi sono  come il sostrato della realtà, mentrechè i fenomeni em-.  piricì stanno ad indicare le varie maniere in cui il detto  sostrato si può presentare al soggetto, stanno ad indicare  le varie forme che esso può assumere. Ma siffatti concetti  fondamentali delle scienze particolari sono in realtà qual-.  cosa di ultimo e d’irriducibile e (ciò che sopratutto importa)  sono privi assolutamente di elementi contradittori, sono cioè  perfettamente intelligibili? Questo problema che sorpassa  evidentemente i limiti di ciascuna scienza speciale, forma  il punto di partenza del filosofare. Ora il Bradley (1) nel  suo Saggio di Metafisica intitolato Appearance and Reality muove”  appunto dal quesito: La Realtà quale ci viene presentata  dalle scienze singole è consistente, ovvero è contradittoria  e quindi non realtà vera, ma apparenza? Le scienze per  costruire un mondo intelligibile sono ricorse a vari espe-.  dienti o mezzi; che valore hanno questi? Sottoposti alla  critica, esaminati alla luce del principio di contradizione  appaiono consistenti? Ognuno vede che per risolvere tale  problema occorre anzitutto passare a rassegna i materiali    (1) BrapLEY, Appearance and Reality: A Metaphysical Essay.  London, Swan Sonnenschein, 1893.   Tale opera del Bradley fu accolta con molto favore nel mondo filo-  sofico inglese ed americano. Il Mackenzie non si peritò di affermare  nella Rivista Mind (anno 1894) che il Saggio di Metafisica del Bradley  era una delle migliori opere filosofiche pubblicate in questa ultima  metà del secolo decimonono.   Il Bradley del resto è autore di parecchie altre opere pregevolissime,  quali i Principles of Logic (London 1883), Ethical Studies e svaria-  tissimi articoli per la più parte d’argomento psicologico pubblicati  nella Mind negli ultimi anni.    SECONDO IL BRADLEY 179    che compongono l’edifizio della scienza per potere di poi ri-  cercare fino a che punto ciascuno di essi sia coerente con  sè stesso e coi rimanenti. Si fa presto ad enumerare gli  organi che renduno possibile alla scienza la costruzione della  mechanica rerum; essi sono: divisione delle qualità sensoriali  in primarie e secondarie, i concetti dì sostrato o sostantivo,  di qualità, di relazione, di spazio, tempo, movimento, cangia-  mento, causalità, forza, attività. Tutto il mondo per la scienza  è composto di « cose », di « qualità », di « relazioni » e, se si  vuole, anche di « forze ». Le qualità possono essere divise  poi in primarie (estensione, resistenza) e secondarie (colori,  suoni ecc.). Dalle varie combinazioni di qualità e di relazioni  di differente ordine risultano lo spazio, il tempo, il movi-  mento, il cangiamento, la causazione. Possiamo dire che i  concetti propriamente primitivi sì riducono a quelli di so-  stanza, di qualità, di relazione e di azione, mentrechè tutti  gli altri concetti di cui si fa largo uso nella scienza, non sono  che derivazioni e combinazioni diverse di quelli primitivi.   Si domanda adunque: La Realtà è effettivamente costi-  tuita di sostanze, di qualità, di relazioni? Il Bradley risponde  subito di no, perchè tutti questi elementi, implicando con-  tradizioni, sono apparenza e non realtà. La « sostanza »,  la « cosa » non è che l'insieme, l’unità di tutte le qualità  che caratterizzano, 0 como altrimenti si dice, ineriscono  ad essa: ma che cosa è mai questo rapporto d'inerenza?  Da una parte la cosa non s'identifica con nessuna delle  qualità per sè prese (così lo zucchero non è identico alla  qualità del bianco, o a quella del dolce per sè presa), e  dall'altra parte se si dice che la cosa rappresenta l’uni-    ficazione, l'aggruppamento delle varie qualità non s'intende    180 IL PROBLEMA FILOSOFICO    in che cosa possa consistere questa unificazione od ordina-  mento che sia. Chi tiene unite le qualità? Perchè, come,  dove queste si uniscono insieme? Qui sì tira in ballo il  concetto di relazione e si dice che la sostanza, la cosa, è  data da particolari rapporti esistenti tra le varie qualità,  ma ciò non serve affatto a chiarire la questione, perchè  che cosa mai vuol dire che una cosa è uguale al rapporto  di una qualità: con un’altra qualità? Così se si dice « lo  zucchero è eguale ad un dato rapporto del bianco col  dolce » non si dice nulla di serio e di significante, non si  sa che cosa voglia dire una qualità in rapporto con un'altra:  la prima qualità non è identica alla seconda, e non è nem-  meno identica alla « relazione con la seconda ». Come si  vede, al problema concernente la sostanza, la cosa, sì con-  nette intimamente quello riguardante la natura della qua-  lità e della relazione, problema che esaminato a fondo, dice  il Bradley, dà luogo ad un cumulo di contradizioni.   Ed invero qualità e relazione anzitutto si presuppongono  a vicenda in quanto con ogni qualità si connette intima-  mente un processo di distinzione, di differenziazione e  quindi un rapporto (ogni qualità in tanto esiste in quanto  emerge, distaccandosene, da un dato fondo), processo e  rapporto che sono parti essenziali della qualità come tale  e non qualcosa di sopraggiunto: chi dice qualità dice mol-  teplicità e chi dice molteplicità dice con ciò stesso rap-  porto; e in quanto ogni rapportu d'altra parte implica la  esistenza di termini e quindi di qualità tra cui esso inter-  cede ; poi non c'è verso di poter intendere come qualità  e relazione agiscano o si comportino reciprocamente. Noi,  ricordiamolo bene, siamo a questo: la relazione è nulla    SECONDO IL BRADLEY 181    senza la qualità e viceversa la qualità è nulla senza la  relazione: da un canto sembra che la qualità consti di  relazioni, e dall'altro che queste non siano che forme di  qualità. Si direbbe che in ciascuna qualità siano da distin-  guere due elementi, uno che rende possibile una qualsiasi  relazione e l’altro che risulta dalla relazione stessa, ele-  menti che appartenendo ad una stessa cosa (qualità), bisogna  che siano in relazione tra loro per modo che a’ proposito  di ciascuno di essi si renda necessario il medesimo pro-  cesso di distinzione dell'elemento che rende possibile la  relazione da quello che ne risulta. Il che, come è chiaro, I  mena ad un processo ad infinitum. Il fatto è che il Bradley  non vede come la relazione salti fuori dalla qualità, nè  come la qualità possa saltar fuori dalla relazione lasciata  così sospesa per aria. Da una parte la relazione pare che  non si distingua dalla qualità, e dall’altra la presuppone:  e viceversa da una parte la qualità pare che s'identifichi  con la relazione, e dall'altra ne derivi. |   Come mai si può affermare adunque che la realtà è fatta  di sostanze, di qualità e di relazioni, se tali tre elementi  implicano contradizioni e sono affatto incomprensibili? Presi  separatamente o in unione essi appaiono sempre impenetra-  bili all’intelligenza. La relazione non può essere conside-  rata un addiettivo, una proprietà della qualità, giacchè  viceversa questa appare qualcosa di inerente alla relazione.  Oltrechè il rapporto di inerenza è quanto di più oscuro si  possa immaginare, la relazione e la qualità non possono  essere sostantivi ed addiettivi nello stesso tempo. Se non  s'intende come le qualità possano unirsi per dare la « cosa »,  non s'intende del pari come i rapporti siano proprietà, siano    182 IL PROBLEMA FILOSOFICO    come a dire inerenti alle qualità. Si ode dire che la tale  cosa ha la proprietà di essere in rapporto con la tale altra  cosa, ma una tale espressione implica una quantità di con-  trosensi. Che cosa è il rapporto per sè preso? Non sì può  identificare con la cosa e d’altra parte per sè è nulla. Il  nodo della questione è tutto qui: la relazione non essendo  una cosa nè una qualità, non sì arriva a comprendere che  cosa mai possa essere, giacchè essa infatti nell’ uso ordi-  nario e scientifico è adoperata ora come sostantivo a cui  ineriscono le qualità vere o proprie ed ora come addiettivo,  come un derivato delle qualità stesse. Se non c'è modo di  intendere l’unità delle qualità e degli attributi costituenti  la « cosa » non c’è modo neanche d'intendere l’unione delle  relazioni con le qualità. Da un canto il rapporto deve essere  qualcosa per sè, qualcosa di distinto dalla qualità e dal-  l’altra fuori la qualità esso appare nulla.   Una volta dichiarati iniutelligibili — perchè contra-  dittori — i concetti di sostanza, di qualità, di relazione,  non potevano non apparire del pari incomprensibili lo spa-  zio, il tempo, il movimento, l’attività, il cangiamento, la  causazione, ecc. Tutti questi concetti invero non risultano  che di qualità e di relazioni variamente combinate tra  loro. In ciascuno di questi casi riappare l'impossibilità di  considerare la relazione come qualcosa di esistente per sè  in quanto essa presuppone delle qualità e insieme l’impos-  sibilità di considerare le qualità come cause produttrici  delle relazioni, perché le qualità si risolvono alla loro volta  in relazioni. Da un canto le qualità sembrano constare di  relazioni e queste di quelle e dall'altro non s'intende come  in ogni caso le une possano emergere dalle altre.    SECONDO IL BRADLEY 483    Ognuno vede quale sia la conclusione a cui perviene la  critica del Bradley : i concetti fondamentali delle scienze  particolari non sono che mere apparenze. Ora è giusta una  tale affermazione, in base, s'intende, all'analisi da lui fatta  delle qualità e relazioni in genere e poi del mutamento dello  spazio, del tempo, della causazione, del cangiamento, ecc. ?   In sostanza il Bradley ragiona così: 1. Poichè la so-  stanza o la « cosa » da una parte non può essere identica  a ciascuna o anche a tutte le qualità per sè prese e dal-  l'altra non può essere considerata come il sito d’unifica-  . zione, come l’ unità di tutti gli attributi, poichè in altre  parole è incomprensibile il rapporto d'inerenza o il nesso  del sostantivo con l'aggettivo bisogna dire che questi ul-  timi concetti non costituiscono la realtà. 2. Poichè è in-  concepibile la natura della qualità e della relazione come  della loro unione, bisogna affermare che anche siffatti con-  cetti non sono che apparenze, errori di prospettiva mentale,  i quali vengono ad essere eliminati in un’ esperienza più  elevata. Il filosofo inglese, come si vede, prende i concetti  di sostanza, di qualità e di relazione come se fossero qual-  cosa di esistente per sè, come se fossero degli elementi  indipendenti, delle vere e proprie entità: ora ciò è un er-  rore. Non è lecito considerare la sostanza, la qualità e la  relazione separatamente dal fattore della coscienza in ge-  nerale (Bewusstsein iiberhaupt, direbbe Kant) che ne è il vero  sostegno e fondamento. La sostanza, la qualità e la rela-  zione in tanto appaiono concetti contradittori in quanto  sono stati distaccati dalla loro matrice, da ciò per cui  sono e a cui devono per conseguenza esser riferiti, la co-  scienza , il soggetto in genere. Considerati come obbietti    184 IL PROBLEMA FILOSOFICO    non reggono alla critica sicuramente, ma considerati come  fatti esistenti per un soggetto in generale e non per questo  o quel soggetto particolare divengono comprensibilissimi.  Ed invero l’ unificazione delle qualità costituenti la cosa  non è un atto compiuto in un sito al di fuori del soggetto,  ma ha la sua radice nell'unità della coscienza. Non esistono  delle qualità per sè prese che poi in un bel momento si  uniscano tra loro per formare la « cosa », ma esistono degli  elementi astratti (che dal punto di vista obbiettivo sono  funzioni), i quali si concretizzano, completandosi a vicenda,  per opera della soggettività in genere. La « cosa », la  sostanza insomma è ciò che è per la coscienza in genere.  La « cosa » la sostanza adunque è una funzione del sog-  getto. Ricordiamo che una funzione è sempre una ancor-  chè gli atti di cui essa si compone siano molteplici. La  cosa o la sostanza non è la semplice unità delle sue qua-  lità, ma è questa unità più il soggetto : nè è a dire che la  sostanza sia identica ad una sola qualità (come parrebbe  quando si dice, ad esempio, che « lo zucchero è dolce ») o al  rapporto esistente tra le varie qualità : queste in tanto ap-  paiono costitutive della cosa, in tanto possono essere at-  tribuite separatamente o complessivamente alla cosa stessa  in quanto sono presenti ad una coscienza. Il rapporto d'ine-  renza in tal guisa cessa di essere qualcosa d’impenetrabile  e di misterioso, riducendosi ad una funzione della coscienza  o della soggettività in genere per cui le varie modifica-  zioni vengono ad essere riguardate come elementi di un  unico processo.   Parimenti la qualità e la relazione, come la sostanza, non  sono delle entità, ma vivono, agiscono e si muovono nella e    SECONDO IL BRADLET 185    per la coscienza in generale: tolta la quale, non s'intende  sicuramente nè la qualità, nè la relazione, nè la loro  unione. La qualità non esiste che come determinazione,  differenziazione della coscienza o soggettività in genere, e  questa stessa mentre è attiva dà luogo a relazioni di  vario ordine. Qualità e relazione adunque non sono due  fatti distaccati, o meglio, l'uno di essi non è qualcosa di  aggiunto all’altro: la relazione presa per sè, come la qua-  lità presa per sè non esistono, ma vengono per così dire,  generate ad uno stesso tempo dalla coscienza, la quale nel-  l'atto che dà luogo alla qualità dà luogo anche alla re-  lazione, per modo che qualità e relazione da una parte  si appoggiano a vicenda e dall'altra hanno entrambe il  loro fondamento ultimo nell'unità e attività della sogget-  tività; tanto è vero che ciò che da un punto di vista figura  come qualità, può presentarsi da un altro punto di vista  come relazione e viceversa Se si fissa l’attenzione sul-  l'atto o processo con cui la coscienza genera e costì-  tuisce la qualità si ha la relazione: se invece l'attenzione  è fissata sulla modificazione generata nella coscienza dal-  l'atto si ha la qualità. La relazione pertanto non è un  addiettivo della qualità come questa non è un prodotto della  relazione, ma sono due lati di uno stesso processo fondamen-  tale compiuto dalla soggettività in generale. E si comprende  ‘agevolmente come la relazione distaccata dalla -sua matrice  — che è la coscienza in generale — presa quindi per sè,  presupponga i termini o le qualità e viceversa queste con-  siderate per sè traggano seco l’altro lato del processo,  implichino cioè la relazione: esprimendo la qualità e la  relazione due punti di vista differenti di uno stesso fatto,    186 IL PROBLEMA FILOSOFICO    l'uno implica l’altro: ciascuno è vicendevolmente risultato  e condizione, secondochè si muove per primo dall'atto della  coscienza (relazione) con cui si produce una modificazione  di essa (qualità), ovvero da questa modificazione.   I concetti di sostanza, di qualità e di relazione adunque  in tanto implicano un cumulo di contradizioni in quanto  vengono considerati separatamente dal fattore della coscien-  za, della soggettività in generale in cui hanno la loro radice  e ragione di essere. Una qualità che non si riferisce ad un  soggetto è nulla come una relazione che non esprime  un’ azione di un soggetto è parimenti nulla. La scienza fa  uso dei concetti di sostanza, di qualità, di relazione senza  andare in traccia di ciò che siffatti concetti implicano:  la filosofia per contrario trova che essi si riferiscono alla  coscienza in generale con le sue note di unità, di attività  e di modificabilità. La sostanza, la qualità, la relazione sono  elementi costitutivi della realtà non nel senso che esistano  per sè, ma nel senso che sono una produzione, anzi, meglio  diremo, sono elementi costitutivi della coscienza o della sog-  gettività in generale che è quanto di più reale possa esistere.  E la sostanza, la qualità e la relazione in tanto s’implicano a  vicenda in quanto come funzioni integrantisi a vicenda  formano la struttura organica della coscienza.   La sostanza non è identica ad un complesso di qualità o di  rapporti tra qualità come la relazione non è un prodotto della  qualità, come la qualità non risulta dalla relazione, e come  infine la relazione non è un attributo della qualità e vice-  versa, ma sono tre differenti funzioni della coscienza, tre  vie che la coscienza tiene nell'adempimento del suo ufficio  che è quello di costruire l’esperienza intesa in senso largo.    SECONDO IL BRADLEY 187    Per il Bradley giudicare equivale semplicemente ad  identificare — stabilire un'identità formale ed astratta —  tra i termini del giudizio, facendo astrazione dal fattore  della coscienza necessariamente supposto dall'atto giudi-  cativo. Ora il giudizio non è la pura identità di due ter-  iini, ma è l'identità più l’azione del soggetto che rende  possibile e in cui si compie il riferimento espresso nel  giudizio. Sicuramente l’un termine del giudizio non è  identico sic et simpliciter all'altro, ma è identico a questo  più il fattore del soggetto.   Si è veduto come la difficoltà d’intenlere la natura  propria delle qualità «e delle relazioni derivi dal conside-  rarle come dati invece che come funzioni della coscienza  o del soggetto in genere, ond’ è che esse non figurano come  attributi della realtà, ma bensì come atti della coscienza :  qualità e relazioni avendo la loro ragione di essere nella  e per la coscienza è chiaro che non sì tosto esse vengono  distaccate da tale fonlo appaiono concetti contradittori.  Del resto lu realtà presa nel suo insieme non è veramente  tale che per una coscienza : tolta questa, la realtà stessa  scompare. Una realtà posta al di fuori di qualsiasi forma  di coscienza per noì è inconcepibile n almeno è come se    LI    non esistesse, è nulla. Ora la realtà riferita ad una co-  scienza è costituita di vari ordini di qualità e di relazioni,  che rappresentano per così dire i materiali .con cui il  soggetto fa o costituisce la realtà. Lungi dal poter essere  le stesse considerate come apparenze costituiscono la realtà  vera.   Ciò posto, ognuno vede che le contradizioni riscon-  trate dal Bradley nello spazio, nel tempo, nel movimen-    188 IL PROBLEMA FILOSOFICO    to (1), nel cangiamento, nell'attività, nella causazione che in  fin dei conti rappresentano delle differenti combinazioni di  qualità e di relazioni, scompaiono appenachè esse non ven-  gono più considerate come dati, ma funzioni della coscienza  in generale. Le contradizioni esposte dal Bradley poggiano  per la più parte sulla difficoltà o impossibilità di intendere  il continuo, il quale sotto differenti forme si presenta nello.  spazio, nel tempo, nel movimento, nel cangiamento, nella  causazione ecc. Ora il con/înuo effettivamente non è conce-  pibile che armettendo una coscienza o soggettività che in  certo qual modo sia come la forma permanente della Realtà,  rispetto alla quale cioè la realtà venga costituita e uni-  ‘ficata. Il continuo dello spazio, del tempo, del movimento,  del cangiamento, è come a dire, il riflesso della continuità,  della permanenza, e della identità dell'attività della co-  scienza, e, si badi, della continuità della coscienza in gene-  rale e non di quella individuale.   A tal proposito giova ricordare che la conoscenza, la co-  struzione della realtà e l’esperienza in genere in tanto sono  possibili in quanto la funzione o l’attività della coscienza  individuale s' identifica con la funzione della coscienza in  genere. Ma si può domandare: Che concetto dobbiamo e  possiamo formarci di tale coscienza in generale ? 0 meglio,.  che esperienza ne abbiamo noi? Siffatta coscienza in gene-  rale è quell'elemento subbiettivo che viene sottinteso in  ogni esperienza e quindi in ogni realtà. L'esperienza di-  venga obbiettiva finchè si. vuole, si attenui fin che si    (1) A proposito del movimento rimandiamo il lettore a ciò che ne    dicemmo sulle tracce del Masci nel I° volume di questi Saggi.    SECONDO IL BRADLEY 159    vuole il fattore subbiettivo, non si riuscirà mai ad annul-  lare, come già si fece notare disopra, il riferimento ad  una coscienza qualsiasi: tolto il quale riferimento è an-  nullata per ciò stesso l’esperienza e la realtà. Noi in  tanto possiamo parlare di fatti obbiettivi in quanto ad una  determinata coscienza individuale sostituiamo una forma  differente di coscienza senza riuscire mai a far senza  di una qualsiasi: così si parla dei fatti di movimento come  di fatti essenzialmente obbiettivi: ora i detti fatti di mo-  vimento non sono fenomeni riferentisi ad una coscienza?  L'uomo come essere pensante è cosiffatto che non può in  nessuna maniera, semprechè non voglia annullare sè stesso,  fare astrazione da una qualsiasi forma di coscienza. Ed è  in ciò posta appunto la realtà dell’ io non già nel vario  contenuto della coscienza individuale, il quale è qualcosa  di mutevole e di accidentale.   Il Bradley per mostrare come anche l'io sia apparenza  e non realtà passò in rassegna i vari significati in cui l’ io  può essere preso per dedurne che nessuno di tali signifi-  cati è scevro di contradizioni; nessuno ci dà la realtà:  ma egli non accenna al significato dell’ io quale condizione  prima di ogni esperienza e quindi di ogni realtà : ora è  appunto in tal senso che l'io è ciò che vi ha di veramente  reale. Non è l'io empirico, l’io individuale per sè preso  che ci dà il reale, ma è quell’elemento dell’ io individuale  per cui questo identificandosi coll’io, e la coscienza in  genere si presenta come elemento costitutivo e quindi  come condizione di ogni realtà ed esperienza.   Aggiungiamo infine che una volta che lo spazio, il tempo,  il movimento, il cangiamento ecc. non vengono presentati    190 IL PROBLEMA FILOSOFICO    come dati, ma come funzioni della coscienza in generale  è chiaro che nelle loro parti costitutive appaiono come  qualità o come relazioni a seconda che varia il punto di  vista da cui vengono considerate: appaiono relazioni guar-  date dal punto di vista dell'atto costruttivo, mentrechè  appalono qualità dal punto di vista delle modificazioni nel-  l'atto stesso prodottesi sempre nella coscienza in generale.    L'analisi del Bradley mena adunque a questo risultato,  che i concetti fondamentali delle scienze particolari, invol-  gendo contradizioni, non possono essere elementi costitutivi  della realtà, ond’è che essi vanno considerati quali mere  apparenze. Come si vede, il criterio per distinguere la  realtà dall’apparenza è il principio di contradizione. Regola  generale: ciò che si contradice non è reale, o, ciò che val  lo stesso, la realtà ultima non può essere contradittoria.  Tale criterio è assoluto e supremo, perchè tutti gli altri  ne dipendono e perchè anche negandolo o dubitandone, se  ne ammette tacitamente la validità.   Il principio di contradizione però non va considerato  come un criterio puramente formale in quanto chi pone  l’ inconsistenza tra gl’ indizii della non realtà viene ad af-  fermare la consistenza (1) quale segno del reale : se ciò che    (1) Stimiamo opportuno riprodu-re, italianizzandole, le parole in-  glesi consistency e inconsistency per donotare l’ identità e la contra-  dizione, in quanto esse esprimono bene i concetti della presenza 0    della mancanza dell’appoggio reciproco delle varie parti di un tutto,    SECONDO IL BRADLEY 194    si rivela inconsistente e contraditturio non è reale, la  Realtà dev'essere per forza consistente (pag. 139). Ma, si  può qui domandare, se i concetti fondamentali di cui si fa  uso nell’esperienza racchiudono contradizioni e se ciò che è  contradittorio non è reale, tuttociò che ci circonda e noi  stessi siamo come a dire al di fuori di ogni realtà, siamo  non enti? No, risponde il Bradley, noì e tutto il resto  siamo, e come tali siamo apparenze, vale a dire che abbiamo  un certo grado di realtà. Il carattere fondamentale del  reale è dato da ciò, che esso possiede ogni specie di appa-  renza, ma in forma armonica. Sicchè la Realtà è una nel  senso che esclude qualsiasi contradizione e comprende tutte  le svariate apparenze fino a tanto che non si contradicono.  Per conseguenza il Reale non può essere che individuale  e tale da abbracciare tutte le «differenze in un’ armonia    secondo che questo è o no reale. La « consistency » significa in modo  chiaro il fatto che ciascun elemento esige la presenza degli altri per  modo che è reale quel termine che si connette, che è in relazione con  tutto il resto. Qui si può porre la questione: Ma i principii d'identità  e di contradizione per sè considerati implicano la connessione reci-  proca delle varie parti di un tutto? Dal fatto che due termini non  sono in contradizione è possibile dedurre che sono in relazione reci-  proca e che sì appoggiano a vicenda? L'assenza di contradizione può  essere indizio di una connessione, di una relazione, ma perchè questa  sia ammessa effettivamente, si richiede qualcos’ altro ; sì richiede una  determinazicne positiva, la quale non ci può essere fornita che dalla  esperienza. Ritorneremo su questo punto quando parleremo del rapporto  esistente tra realtà e possibilità, tra l’esistenza e l’intelligibilità. Quì  vogliamo solo notare che non va confusa la funzione dei principii  supremi della ragione (identità ecc.) quali criteri per giudicare della  realta e della verita col loro ufficio quali postulati, esigenze, norme  della conoscenza.    192 IL PROBLEMA FILOSOFICO    comprensiva d'ordine superiore. È a questo Uno-Tutto, a  questo Sistema, a questa Unità che supera le differenze,  che vien dato il nome di Assoluto.   Prima di determinare la natura e i caratteri positivi e  le manifestazioni dell’Assoluto è bene soffermarci un mo-  mento per indagare da quali ragioni sia stato indotto il  Bradley ad ammetterne l’esistenza : ricerca della più alta  importanza codesta in quanto per tale via noi penetreremo  nel cuore della filosofia del nostro autore. Tuttociò che in  qualche maniera racchiude contradizione non è reale, è  apparenza che può divenire reale solo allontanando da sè  l'elemento contradittorio, vale a dire cessando di essere  determinatu in un dato modo e trasformandosi in qual-  cos'altro : onde consegue che la realtà dev'essere carat-  terizzata dall'assenza di contradizioni, dalla consistenza  con sè stessa, il che può avvenire solo nel caso che essa  sia unità individua e sistematica. Tuttociò però non im-  plica che la Realtà effettivamente esista, ma soltanto che,  se esiste, non può esistere che in tale maniera, sotto  questa condizione, che sia una e consistente: condizione che  determina la possibilità, non l'attualità. Ciò che è possibile  è forse reale? Una possibilità asserita, risponde l’ Autore  (pag. 513, 514), ha sempre un significato e finchè non sia  contradetta o non appaia contradittoria, qualifica il Reale,  presentandosi sempre accompagnata con qualche idea at-  tuale: quando voi non avete che un'idea e di essa non  potete razionalmente dubitare, siete nell’obbligo di affer-  marla, giacchè, è bene tenerlo a mente, qualsiasi cosa serve  a qualificare il Reale e finchè una idea non appare incon-  sistente seco stessa isolatamente considerata, o presa colle    SECONDO IL BRADLEY 198    altre cose, è da riguardare vera e reale. A ciò sì aggiunga  che la possibilità è sempre relativa e implica sempre un  inizio di attualità, giacchè la possibilità assoluta o incon-  dizionale equivale all’inconcepibilità o impossibilità. Essa  è data appunto da ciò che contradice alla conoscenza po-  sitiva piuttosto che da ciò che appare insufficientemente  connesso con la Realtà.   Come si vede, occorre determinare bene il rapporto  esistente tra pensiero e realtà, e insieme fissar bene il con-  cetto che bisogna formarsi della realtà e verità in genere.  Ora al Bradley sembra assolutamente inconcepibile un pen-  siero, per così dire, sospeso in aria, che non sia connesso  con una qualsiasi forma del Reale, con uno de suoi aspetti o  con una delle sue sfere. Per quanto ciò possa sembrare un  paradosso (pag. 366 e segg.), è inammissibile che la realtà  sia circoscritta a ciò che esiste nello spazio e nel tempo:  questa non è che una delle tante forme, delle tante manife-  stazioni od apparenze della realtà; tanto è vero che ciò che è  reale da un dato punto di vista, non lo è da un punto di vista  differente. Vi sono tanti mondi, tante realtà quante possono  essere le prospettive da cui può essere guardato il tutto, 0°  meglio, ciascuno dei suoi frammenti. Così vi è il mondo del-  l’arte, come vi è il mondo della religione, della moralità e via  di seguito, e tutti questi mondi sono differenti tra loro per  modo che ciò che è vero e reale in uno di essi non lo è del  pari in un altro ed ogni idea appartenente a questi singoli  mondi qualifica in qualche modo il Reale preso nel suo insie-  me. Il fatto immaginario qualifica la Realtà alla propria ma-  niera. Ciascun elemento occupa un posto nel sistema totale.  L'importante è determinare il vero posto che gli compete,   13    194 IL PROBLEMA FILOSOFICO    L'oggetto del nostro desiderio certo non esiste attual-  mente, ma è sempre però riferito alla realtà ed è anzi tale  riferimento che rende l’impedimento al soddisfacimento  del desiderio incresciosissimo: ciò che io desidero non esiste  per me attualmente, ma io sento vagamente che è in qual-  che parte, in una regione, per dir così, lontana, per il che  il suo non attuarsi in un dato momento produge una tensione  oltremodo spiacevole. Va notato però che se quilsiasi idea  può essere riferita alla realtà, d'altra parte perchè ciò  avvenga, è necessario che la stessa idea sia più o meno  alterata (1), della necessità, del grado delle quali operazioni  noi siamo d’ ordinario completamente all’ oscuro.   In conseguenza di ciò il Bradley fu tratto a discutere  della validità della celebre prova ontologica. Se s’identifica  la realtà coll’esistenza spaziale e temporale è evidente che  dal fatto che una cosa si presenta, per così dire, solo « nella  nostra testa » non consegue che essa esista realmente;  ma lo stesso non si può dire quando si ammette che qual-  siasi idea qualifica in qualche modo la realtà; in questo    (1) Op. cit. pag. 369. — Every idea can be made the true adjective of  reality, but on the other hand (as we have seen) every idea must be  , altered. More or less they all require a supplementation and rear-  rangement. But of this necessity and of the amount of it we may be  totally unaware. We commonly use ideas with no clear notion as to  how far they are conditional, and are incapable of being predicated  down right of reality. To the suppositions implied in our statements  we usually are blind: or the precise extent of them is, at all events,  not distinctly realised...... To think is always in effect to judge: and  all judgements we have found to be more or less true, and in diffe-  rent degrees to depart from, and to realise, the standard (Aarmo-    niousness selfconsistency, inclusivness and harmony).    SECONDO IL BRADLEY 195    caso anche ciò che si presenta soltanto nella « mia testa »  deve avere qualche punto di contatto col Reale. Giova  ricordare a tal proposito che una pura idea separata da  tutto il mondo reale è un’ astrazione, anzi vi ha dippiù:  un'idea non riferita in qualche modo alla Realtà è una  contradizione. Si tratta di vedere adunque in che maniera  l’idea dell’assoluto possa esser riferita alla realtà. Perchè  un° idea qualsiasi figuri come qualificazione della Realtà  occorre che essa sia armonica, completa, organicamente  connessa col sistema totale, per il che deve essere priva  di qualsiasi elemento contradittorio. Ora l’idea dell’ asso-  luto che è l’idea dell’ unità, della totalità, della coerenza  del sistema, da una parte è inerente alla natura propria  del pensiero, tanto che si può dire che ne costituisca l’es-  senza e dall’ altra è contradittoria solo nel caso che essa  si consideri come non avente niente a che fare con la  realtà ; invero aver l’idea dell’ unità, del sistema assoluto  e non riferirla alla Realtà quando si è detto che il grado  di realtà si misura dal grado di armonia, di comprensività  ecc. è assolutamente contradittorio. Se chi dice pensiero  dice sistematizzazione, e se d'altro canto il pensiero quale  elemento integrante la realtà, è tanto più vero e reale  quanto più è sistematico, armonico, completo, non si può  non affermare che il pensiero o l’idea del sistema totale  (Assoluto) è il più reale di tutti. In questo caso l’idea è  cosiffatta che essa è spinta, per così dire, a completarsi  nella esistenza : in caso contrario si rivela contradittoria.  L'idea dell’ assoluto, dell’ unità ecc. non è un prodotto  accidentale, arbitrario dello spirito subbiettivo, ma è qual.  cosa di essenziale allo spirito come spirito, per il che sem-    196 IL PROBLEMA FILOSOFICO    pre che non si voglia annullare il pensiero (e quindi in  ultima analisi la realtà stessa), non si può non renderla  consistente. In sostanza negare l’esistenza all'idea dello  assoluto equivale a dire che il criterio per giudicare  del grafo di verità e realtà — che è quello appunto  dell'armonia e della coerenza — non è reale; o, in altre  parole, negare la realtà dell’ assoluto equivale a dire che  il pensiero non è reale, che esso brancola nel vuoto addi-  rittura, non riferendosi e non completandosi nella realtà.  Pensiero e realtà essendo parti di un tutto, si completano  a vicenda per modo che partendo da un lata si è costretti  a muoversi per forza verso il lato complementare, Da tal  punta di vista la prova ontologica va considerata come  l'inverso di quella cosmologica. Una volta che il Reale  è per natura qualificato dal pensiero esso deve per qualche  via possedere ciò che implica l'essenza propria del pensiero.  Il principio della prova ontologica allora si rivela erroneo  quando si crede di poter con esso dimostrare che a qualsiasi  idea formantesi nello spirito individuale debba corrispon-  dere senz’ altro un contenuto reale obbiettivo; nulla di  più falso e inesatto; qualsiasi idea caratterizza la realtà a  patto che essa venga profondamente mo lificata cou partico-  lari processi (addition, qualification, rearrangement, supplementa-  tion ecc.). L'idea dell’Assoluto che isolatamente considerata  è inconsistente, è tratta a completarsi per mezzo dell’ esi-  stenza L'esistenza non è la realtà, conchiude il Bradley,  comunque la realtà deve esistere ; l’esistenza è una delle  forme di apparenza del reale.   Raccogliendo le fila, noi possiamo dire che per il Bradley  l'Assoluto in tanto è ammissibile in quanto è riconosciuto    SECONDO IL BRADLEY 197    come possibile (giacchè la possibilità implica inizio di attua-  lità) e insieme come pensabile. Ciò che è conforme alla  natura propria del pensiero (armonia, comprensività) è  sempre in qualche modo reale. Sicchè il criterio della  realtà è in ultima analisi posto nel pensiero. Nulla è asso-  lutamente erroneo o falso, ma si distinguono numerosi gradi  di realtà e verità in rapporto alla maggiore o minore armonia  e comprensività del contenuto ubbiettivo. Come si vede, la  questione ora si riduce alla ricerca del rapporto esistente  tra pensiero e realtà. Ogni pensiero, anzi ogni fatto psichico  (imaginazione, desiderio ecc.) caratterizza in qualche modo la  realtà vera e propria? Stando al Bradley stesso, il pensiero  ha la sua radice nella disgiunzione del what o contenuto intel»  ligibile (predicato) dal that o esistenza, reale immediatezza  sensoriale (soggetto), epperò nasce da un disperdimento del-  l’unità reale concreta, per raggiungere la quale il pensiero  deve annullare sè stesso; dal che consegue che ogni predicato  o contenu‘o intelligibile, ogni idealità, ogni « what » implica  sempre una realtà, un « that » da cui è stato distaccato;  e l'errore, la falsità sta solo in questo, nel congiungere un  what ed un that che non si corrispondono. Nel Tutto, nel-  l'Assoluto ogni what trovando il suo that cessa ogni possi-  bilità di errare e tutto appare giustificato perfettamente.  Non vi è caso duuque che un pensiero per quanto strano  si riveli considerato da un dato punto di vista o in rap-  porto ad una data regione del Reale, non abbia un punto  di contatto colla realtà una volta che, dopo opportune  modificazioni e trasformazioni, è introdotto nel regno del-  l’ Assoluto. Solo ciò che è contradittorio è falso, tutto il  resto è in qualche modo e in qualche grado reale.    198 IL PROBLEMA FILOSOFICO    I cardini della concezione bradleyana in ordine alla na-  tura della realtà sono: 1° qualsiasi idea qualifica il reale;  2° l’idea dell’assoluto quale sistema armonico, quale indivi -  dualità è cosiffatta che deve completarsi nell'esistenza. Ora  tali affermazioni sono state rese inoppugnabili dall'autore ?   Qualsiasi idea e quindi qualsiasi giudizio noi facciamo,  nota l’autore, deve avere un punto di riferimento nella  realtà: e ciò perchè un pensiero che non serva a carat-  terizzare in qualche modo il reale è una contradizione;  il pensiero in tanto è pensiero in quanto si rapporta alla  realtà: dal che però non bisogna trarre la conseguenza  che ogni singola idea si riferisca ad un corrispondente  obbietto; l'idea bisogna che sia prima sottoposta a processi  d'ordine speciale atti a trasformarla in modo da essere  essa armonica col sistema totale. Si può dire pertanto che  ogni idea contenga una parte di verità e di realtà, parte  di verità e di realtà che sarà tanto maggiore quanto  minore sarà la trasformazione a cui dovrà essere sottoposta  | perchè armonizzi coll’insieme. Sorge spontanea pertanto qui  la domanda: Quali sono e in che propriamente consistono  ì processi atti a dare un contenuto obbiettivo a qualsiasi  pensiero? Il Bradley si contenta di enumerarli, denominan-  doli; sono processi di rearrangement, di addition, di supplemen-  tation ecc.: il che certamente non equivale a risolvere la que-  stione concernente l’obbiettività del pensiero. Ammesso che  l’obbiettività non si possa ridurre all'esperienza ordinaria  e immediata sorge la necessità di determinare entro quali  limiti e fino a che punto possa essere ascritta l’obbiettività  ad un qualsiasi contenuto psichico o ideale e tale necessità  non è davvero tolta via dalla formola del Bradley. Kant    SECONDO IL BRADLEY 199    ». In tal guisa si idealizza « l’esperienza » in  modo da congiungere in una sola realtà il presente e il  passato e da assegnare, per così esprimerci, alla detta  esperienza un posto nell'ordine temporale fisso. Una volta  che l’anima non è oggetto di esperienza, nè un dato (es-  sendo costruita e consistendo nella trascendenza di ciò  che è attuale e presente), ed una volta che il suo conte-  nuto non è uno col suo essere, è evidente che non può  venire considerata come qualcosa di reale, ma come una  specie di astrazione e quindi come una forma dì apparenza.   In altri termini la posizione del Bradley rispetto all'a-  nima è la seguente. Egli muove dal principio che la Realtà  vera e quindi l'Assoluto è controdistinto da questo che  in esso e solo in esso l'ideale coincide coll’esistente, l’in-  telligibile col dato. Il mondo invece si presenta come il  risultato della formazione di centri finiti di sentimento, per  mezzo dei quali è resa possibile la scissione e la contrap-  posizione dell’ elemento intelligibile alla corrispondente  esistenza, nel che propriamente consiste ogni apparenza.  Idea e fatto non possono formare una cosa sola finchè non  scompare ogni finitezza ; chi dice finitezza infatti, dice di-  pendenza e chi dice dipendenza dice possibilità che una  data coscienza venga turbata da qualcosa d'estraneo, vale  a dire possibilità che ad una esistenza si congiunga un  contenuto diverso da essa. Finchè si rimane quindi nel  dominio del relativo e del finito il processo di idealizza-  zione non può che crescere e svolgersi. Esso però si com-  pleta con delle costruzioni, le quali lungi dall’essere qual-    212 IL PROBLEMA FILOSOFICO    cosa di reale, figurano come le maniere di disporre o di  aggruppare i fatti psichici o gli elementi ideali in cui pro-  priamente consiste la vita psichica. Non esiste adunque  l'anima o lo spirito, ma bensì fatti, anzi, meglio, fenomeni  psichici i quali hanno la loro radice nel processo di idea-  lizzazione, di distacco dell’idea dal fatto, al che si riduce  tutto l'accadere nel tempo. I «detti fatti psichici non sono  la realtà, ma la sua apparenza. Agli occhi del Bradley non  è a parlare di una vita dell'anima, e ciò che ordinaria-  mente si battezza per tale è la legge di distinzione e di ag-  gruppamento, sotto il cui dominio stanno gli elementi ideali.   La vita del Tutto si svolge attraverso le apparenze, vale  a dire attraverso la disgiunzione dell'idea dal fatto operata  da quei centri finiti di esperienza psichica, i quali appunto  in forza della loro «finitezza » sono spinti a trascendere  la loro esistenza attuale, appropriandosi un contenuto  estraneo. Ora tale operazione non può durare indefinita-  mente, giacchè in tal caso sarebbe sfornita di ogni valore  e mancherebbe di un punto di appoggio per la serie intera:  pertanto cosa succede? che lo svolgimento della serie dei  contenuti intelligibili viene arrestato ad un certo punto e  con essi viene costruito un qualcosa che è designato come  la causa da cui proviene tutta la serie. È evidente che  tale costruzione è puramente ileale, tanto è ciò vero che  le proprietà di continuità ed identità ad essa assegnate  non soi0 che puramente prodotti del pensiero riflesso, idee  quindi e non fatti. Delle due l'una; o l’anima va considerata  come un fatto ed allora deve avere un posto nella serie del  tempo, deve essere un obbietto tra gli altri obbietti e poichè  (sempre secondo il Bradley) il tempo e le cose in esso svol-    SECONDI IL BRADLEY 213    gentisì non sono che apparenze, anche l’anima è un feno-  meno; ovvero l’anima è posta fuori della serie temporale  ed allora si rivela sfornita di qualsiasi contenuto e quindi  si riduce al nulla, Per formarsi poi un concetto per quanto  è possibile chiaro della detta costruzione ideale forse è  bene rappresentare la cosa con un esempio: si pensi un  po’ a ciò che avviene nei sogni: il punto di partenza, poniamo,  è un sentimento con tono piacevole o dispiacevole prepon-  derante (a cui fa riscontro nella questione presente il  sentimento fondamentale): è intorno a questo nucleo pri-  mìtivo che la fantasia dispone una quantità di rappresen-  tazioni che finiscono col costituire una cosa o un evento  atto a dar ragione appunto del sentimento primitivo.   Il processo con cui viene costruito il corpo non differisce  sostanzialmente da quello che ci dà l’anima: la differenza  sta tutta qui, che nel primo caso la costruzione ideale è  fatta con elementi più astratti, nei quali si prescinde da  qualsiasi interiorità e che sono posti l’uno fuori dell'altro.  Non bisogna dimenticare che la connessione, la sintesi dei  fatti psichici in tanto è possibile in quanto è riconosciuta  la loro identità interiore: essi cioè possono essere collegati  in modo da formare un insieme, perchè sono identici, mentre  la congiunzione di ciò che è corporeo e materiale è resa  possibile dall'intervento di un universale estrinseco che sono  le leggi naturali, le quali però sì applicano ai casi identici e  simili. Anche qui adunque interviene il principio di identità,  pur avendo un valore subordinato a quello delle leggi. E  di qui l'impossibilità di penetrare l'essenza della natura.   Anima e corpo sono entrambi fenomeni, entrambi modì  di apparire della Realtà, colla differenza che la prima    214 IL PROBLEMA FILOSOFICO    presenta un grado maggiore di verità che non l’altro. En-  trambi sono (ci si passi l’espressione) eiezioni del foco  centrale del Reale; ma la prima è più significativa, perchè  più vicina al Reale stesso.   Al Bradley non poteva sfuggire l’obbiezione che si può fare  al suo modo di concepire l’anima e il corpo: la prima, infatti,  è considerata come il risultato di una costruzione ideale;  ma questa non presuppone alla sua volta l’anima? Allo stesso  modo il corpo è considerato come un prodotto della natura,  ma questa viceversa non può avere consistenza senza la  cooperazione del corpo. Ora il nostro filosofo risponde che  siffatti circoli viziosi che si presentano ad ogni pie’ sospinto  alla mente del pensatore, sono appunto la miglior prova  che siamo nel dominio delle apparenze e non della realtà.   Dicemmo disopra che la vita del Reale si svolge attra-  verso le apparenze, le quali hanno in fondo la loro radice  nell'esistenza di molteplici centri finiti di esperienza psi-  chica: ora nulla di più legittimo che domandare il come  e il perchè dell'apparenza in genere. A tali quesiti il  Bradley confessa di non saper rispondere. E allora si pos-  sono fare altre domande: 41° se la Realtà è un sistema  individuale comprendente tutto in sè, che concetto dob-  biamo - formarci del questo (this) e del mio (mine)? 2° Da  che cosa siamo autorizzati a trascendere il proprio io, il  proprio centro di sentimento e ammettere quindi una realtà  universale in cui il mio sia contenuto? |   1° Il questo qui e il mio esprimono il carattere immediato  del sentimento che sî sente e non di quello che si può  studiare idealizzandolo, separandolo, cioè, dalla sua esistenza  attuale, e insieme esprimono il modo di presentarsi della    SECONDO IL BRADLEY 215    immediatezza in un centro finito. Ammesso che nella realtà  significato ed esistenza coincidono, il questo, possedendo  lo stesso carattere, va considerato come un centro di realtà  immediata. Senonchè qui va notato che l'immediatezza della  Realtà totale non va identificata con quella del questo,  giacchè nel primo caso l'immediatezza comprende in sè ed  è superiore alla mediazione, in quanto sviluppa ed unifica  le distinzioni e le relazioni già formate, mentrechè nel  «questo » l'immediatezza nasce dacchè le distinzioni non  sì sono ancora prodotte. Nel sentimento fondamentale i  vari elementi sono congiunti, e non connessi, onde il  suo contenuto si presenta instabile e tendente essenzial-  mente alla scomposizione (disruption), tendente quindi  per propria natura a trascendere l’esistenza attuale. Ogni  singolo centro però mostra una parte impenetrabile, un  fondo individuale incomunicabile e indecomponibile per cui  passando dal mondo ideale a quello del senso, si prova un  non so che di vivo e di fresco. Il che prova ancora una  volta che la Realtà non è un puro sistema intellettuale,  un organismo di idee, ma bensì una individualità concreta  Non è a credere che l’opposizione delle varie individualità,  dei vari this e mine sia insuperabile, giacchè niente vieta  che vari sentimenti possano fondersi in una cosa sola  nell’Assoluto. E se la Realtà ultima non può consistere  solo in un aggregato di qualità (predicato), d'altra parte  è innegabile che Essa non presenta alcun aspetto che  non possa essere in qualche modo distinto dal resto e  qualificato o idealizzato.   2° Accanto al carattere di immediatezza si riscontra in  ogni singolo centro di sentimento la tendenza a trascendere    216 IL PROBLEMA FILOSOFICO    la propria esistenza, e ciò perchè, essendo cesso finitu e  trovandosi in relazione con qualcosa di esterno, possiede  contenuti che non sono consistenti col dato e che pertanto  si riferiscono, accennauo ad altro. È la natura interiore  del this che lo spinge a sorpassare sè stesso, estendendosi  verso ‘una totalità più elevata e comprensiva. Il suo carat-  tere di esclusività poi implica il riferimento a qualcosa  di estrinseco ed è una prova del necessario assorbimento  nell’Assoluto. E appenachè cominciano a delinearsi delle  distinzioni nel sentimento è evidente che la sua assolutezza    e immediatezza scompare (1).    La caratteristica vera delle vedute del Bradley si riscon-  tra indubbiamente nel valove da lui attribuito al Vero, al  Bello, al Buono. La Realtà suprema è l'Assoluto, il quale vive,  opera e si muove nelle apparenze; queste che costituiscono  l'Universo vero e proprio, hanno la loro origine nella  separazione dell'idea dal fatto: separazione che si può  seguire attraverso le varic sfere e province del Reale. Ed  è a seconda che l'unione dell’elemento intelligibile col  dato, a seconda che l'assunzione dell'apparenza al dominio  della Realtà richiede una trasformazione maggiore o mi-  nore, perchè possa dar luogo ad un sistema armonico e    (1) Loc. cit. pag. 253. « I deny that the felt reality is shut up and  confined within my feeling. For the latter may, by addition, be exten-  ded beyond its own proper limits. It may remain positively itself and  yet be absorbed in what is larger... The «mine» does not exclude  inclusion in a fuller totality. »    SECONDO IL BRADLEY 217    comprensivo insieme, che si è autorizzati a parlare di un  grado maggiore o minore di realtà contenuta nelle appa-  renze. Son questi i canoni fondamentali della concezione  bradleyana: è da aspettarsi che alla stregua di essi siano  valutati il Vero, il Bello e il Buono.   Che cosa è la verità? La verità è pura apparenza, risponde  il nostro Autor:: essa implicando la conoscenza, e questa la  funzione giudicatrice, e l’ultima alla sua volta necessaria-  mente la disgiunzione del what (predicato) dal that (soggetto),  è chiaro che non può non essere apparenza: tanto è ciò vero  che raggiunta (col riunire l'elemento intelligibile coll’esi-  stenza) la vera e propria realtà, raggiunta, per così dire,  la vita del Reale, è più lecito parlare di verità, ha più  senso tale espressione? L'inconsistenza essenziale della ve-  rità può essere stabilita così: fin tanto che vi è differenza  tra il dato e il significato o contenuto ideale, la verità  non è realizzata in medo chiaro e completo: e tosto-  chè la detta differenza scompare, la verità ha per ciò  stesso cessato di esistere. Ma qui si può osservare: Si è  riletto innanzi a proposito della realtà dell’Assoluto che  a tale affermazione si è per intima necessità condotti dalla  idea che noi abbiamo dell’Assoluto stesso, dalla conoscenza  assoluta che in certo modo condiziona e rende possi.  bile ogni altra forma di conoscenza e di verità finita —  quest'ultima sempre ipotetica e condiziona‘a rispetto a  qualcosa di relativamente ignoto —, ora, come è possì-  bile accordare insieme l'affermazione dell’esistenza della  conoscenza assoluta con l’altra che la verità e. quindi la  conoscenza è apparenza, perchè essenzialmente inconsi-  stente e contradittoria? Il Bradley risponde che quando    218 IL PROBLEMA FILOSOFICO    si parla di conoscenza assoluta non bisogna correre col  pensiero ad una forma di conoscenza in cui si abbia la  perfetta e completa compenetrazione del reale, l’ identifi-  cazione della verità colla realtà, ma bensì ad una forma  di conoscenza vaga, indeterminata, potenziale o virtuale  intorno al Tutto, che vale come incitamento alla conoscenza  particolareggiata. Nella conoscenza del Reale preso nel  suo insieme permane la differenza tra il predicato (verità  o conoscenza) e il soggetto (Realtà), per modo che quello  figura sempre come condizionato da quel qualcosa di più,  che è nel soggetto e non nel predicato, Il tipo e l'essenza  in altri termini non possono giammai raggiungere ed esau-  rire la realtà, giacchè l'essenza realizzata è troppo per  essere semplice verità o conoscenza e l'essenza non rea-  lizzata o astratta è troppo poco per essere reale. Sicchò  anche l’assoluta verità in fin dei conti da un certo punto  di vista può essere considerata come erronea (pag. 544).  Va notato però qui che la verità assoluta intesa nel modo  anzidetto non è intellettualmente correggibile, giacchè essa  può esser corretta e svolta soltanto trascendendo l’intel-  letto, nessuna alterazione di questo potendoci dare la realtà  ultima. Può essere modificata solo tenendo conto di tutti gli  altri aspetti dell'esperienza, con che la natura propria della  verità viene a scomparire. La verità finita per contrario è  sempre modificabile intellettualmente, potendo sempre es-  sere estesa, armonizzata e completata mediante l’attività  del pensiero; la verità finita insomma si può presentare  come condizionata da un'altra verità d'ordine superiore.  Anche il Bello va considerato a senso del Bradley come  apparenza, in quanto esso racchiude del pari contradizione    SECONDO IL BRADLEY 219    e quindi separazione od opposizione addirittura tra l’idea  e l’esistenza, tra il « what » e il « that ». Considerando  il bello per sè indipendentemente dalla relazione che esso  necessariamente implica con un soggetto che lo contempla”  noi troviamo che esso racchiude contradizione per questo,  che mentre da una parte esige la piena concordanza e  l'unificazione del contenuto col dato, dall’altra parte ciò  riesce impossibile, trattandosi di un oggetto finito in cui i  due aspetti del criterio della realtà — l’armonia e l’esten-  sione o la comprensività — sempre divergono almeno par-  zialmente. Invero nel bello o l’espressione è imperfetta e  inadequata, ovvero il contenuto espresso è troppo ristretto,  troppo meschino; in entrambi i casi vi è differenza di ar-  monizzazione o di comprensività, vi è discrepanza interiore  e quindi un grado minore di realtà. Il contenuto del bello  — che già in quanto determinato da ciò che è al di fuori,  non ha la sua ragione di essere in sè — da un canto tende  a trascendere la sua estrinsicazione attuale e dall’altro  in questa stessa nel maggior numero «dei casi non può non  rivelarsi di molto inferiore alla Realtà. |   Ma il bello non può essere considerato indipendentemente  dal soggetto che lo contempla, onde si può dire che è  determinato da una qualità subbiettiva e quindi estrinseca ad  esso. Dovendo essere rappresentata e dovendo insieme produr-  re un sentimento nel subbietto, la bellezza viene al essere  caratterizzata internamente da ciò che è posto al di fuori. Ciò  posto, come non parlare di apparenza quando la vita del  bello implica una relazione estrinseca ? Vero è che la rela-  zione può sparire col parziale o totale assorbimento dell’io  senziente e percipiente, ma per codesta via la bellezza  come tale viene a svanire.    220 IL PROBLEMA FILOSOFICO    Passiamo al Buono — È anche questo un'apparenza? Il  Bradley non esita a rispondere di sì; anch'esso, infatti,  come la verità, implica disgiunzione e quindi sforzo per uni-  ficare l’esistenza con l’idea ; con questa differenza che nella  verità noi partiamo dall’esistenza per completarla ideal-  mente, rendendola intelligibite, mentrechè nel buono noi  cominciamo dall'avere un'idea di ciò che è bene e dipoi  ci sforziamo di attuarla o di trovarle attuata nell'esistenza.  Pertanto il buono come il vero implicano separazione del  « what » dal « that » e un processo nel tempo.   Le contradizioni presentate dal buono in genere e dalla  moralità in ispecie sono numerose. Tra le altre meritano  di essere ricordate le seguenti: 1° l'essenza del buono è  riposta nella disgiunzione dell'idea dal fatto, disgiunzione  che nel corso del tempo non scompare che per riapparire  di nuovo; ed anzi giova notare che scomparendo essa  definitivamente, non si avrebbe più il buono nel vero senso  della parola. — 2° Da una parte il buono appare atto a  qualificare ciò che non è sè stesso, in quanto la bellezza,  la verità, il piacere, le sensazioni possono tutte essere  considerate come cose buone, ma dall'altra parte il buono  non è tale da esaurire la natura della totalità delle cose,  ciascuna delle. quali contiene qualcosa di proprio ; onde  consegue che il buono non è nel Tutto e che il Tutto come  tale non è buono. — 3° Inteso il buono come la realizza-  zione della perfezione, e riposta quest’ultima nell’attuazione  dell'armonia e insieme della comprensività di un sistema,  sì presenta la questione se tra perfezionamento dell’indi-  viduo o affermazione dell'io e perfezionamento della Collet-  tività o sacrificio dell'individuo — che rappresenta solo una    SECONDO IL BRADLEY | 221    parte del Tutto — non vi sia mai contradizione, nel qual caso  è necessario determinare se il buono sia riposto nell’affer-  mazione dell'individuo o nel suo sacrificio. — 4° Tanto i fini  puramente egoistici quanto quelli altruistici suno inconse-  guibili ; giacchè l'individuo per sè non può divenire centro  di un sistema armonico e l’attuazione dell'ideale sociale  non può avvenire in modo completo fin tanto che persiste  l'affermazione del proprio io; e nel caso che l'individuo  venga assorbito nel Tutto, non è lecito più parlare di  Buono. |   La moralità stessa considerata come l’identificazione del  volere individuale coll’idea formatasi dall’individuo della  propria pertezione implica contradizione; il volere indivi-  duale infatti è sempre determinato da qualcosa di estrinseco,  è spesso relativo a contingenze naturali e dipendenti da fatti  che non sono sotto il dominio dell'attività conoscitiva indi-  viduale; dal che cousegue che la moralità stessa è spinta a  trascendere sè stessa in qualcos'altro che non è più moralità;  questo qualcos'altro è la religione, per la quale tutto è  espressione di una volontà suprema e per la quale quindi  tutte le cose sono buone.   Se non che dal punto di vista religioso l’io finito deve  perfezionarsi, deve cioè conformare il volere individuale  al Bene supremo; in caso contrario il male permane ed è  qui riposta la contradizione della religione, ord’essa si rivela  anche apparenza e non realtà. Il punto centrale della reli-  gione infatti, è la fede non meramente teoretica, ma pratica;  per il che essa da una parte implica il credere puro e semplice  e dall'altra l’operare come se non si credesse. La sua massima  è: Esser certi della vittoria finale del Bene e nondimeno    229 IL PROBLEMA FILOSOFICO    operare come se tale certezza non esistesse. Tale discre-  panza interiore pervade tutto il campo della religione.  Giacchè la religione è anche apparenza si può sperare  salvezza nella Filosofia ? Se la religione fosse nient’ altro  che una forma di conoscenza, la risposta non potrebbe ese  sere che affermativa e per quel tanto che la religione  contiene di conoscenza essa passa e in certo modo si'com-  pleta, consumandosi, nella filosofia, ma l'essenza delta reli-  gione non è riposta nella conoscenza come d’altra parte non  è riposta nel puro sentimento, ma piuttosto nel tentativo di  esprimere la realtà del Bene per mezzo deile varie forme  del nostro essere. Da tal punto di vista I religione è  qualcosa di diverso e di più elevato della filosofia. Del  resto la filosofia avendo per obbietto le verità ultime, e  la verità in qualsiasi forma essendo apparenza, essa non  può non essere risguardata anche come apparenza, La sua  debolezza è posta in ciò, che essendo un prodotto dell’at-  tività intellettuale, non può non presentarsi quale manife-  stazione unilaterale e quindi inconsistente dell’Assoluto.  La Realtà deve necessariamente soddisfare tutto il nostro  essere; le nostre esigenze fondamentali in ordine alla cono-  scenza ed alla vita, in ordine al bello ed al buono devono  in essa trovare il loro completo appagamento. Il che non  può accadere che per via di una esperienza immediata e  concreta nella quale tutti gli elementi dell'universo, sen-  sazione, tono emozionale, pensiero e volere siano fusi  in un sentimento comprensivo. E qui va notato che per  gli esseri finiti è certamente impossibile sperimentare  l'Assoluto : in altri termini è impossibile costruire la vita  dell'’Assoluto nei suoi particolari, avere un'esperienza spe-    SECONDO IL BRADLEY 2293    cifica della sua costituzione: ciò non esclude però che si  possa avere una certa idea astratta e incompleta della sua  natura. E le sorgenti di tale conoscenza sono: 1° Il sen-  timento in cui noi sperimentiamo un tutto complessivo che  da una parte accenna a differenziamenti, mentrechè dall’al-  tra non presenta relazioni e qualità nettamente distinte. É  questa esperienza primitiva che per quanto imperfetta, è  sempre valida a suggerirci l'idea generale di un'esperienza.  totale e complessiva in cui pensiero, volere e sentimento  siano fusi insieme da formare una cosa sola. 2. Le differen-  ziazioni e le relazioni di qualunque specie siano, una volta  sorte nella coscienza, mostrano la loro tendenza accentuata  ad essere assorbite nell’Unità, nel Sistema. 3. Le idee del  buoro, del bello ecc., menano per vie differenti al medesimo  risultato, in quanto più o meno chiaramente implicano l’e-  sperienza di un Tutto che trascenda le relazioni e le diffe-  renziazìioni. Con questi mezzi noi possiamo formarci l’idea  cenerale di una intuizione assoluta în cui, eliminate le distin-  zioni fenomenali, il tutto si presenta in molo immediato e  cenerale. In conclusione, Ja conoscenza reale e positiva  dell’Assoluto è fondata tutta sull'esperienza psichica, una  volta che questa venga estesa, armonizzata e completata.  — « My way of contact with Reality is through a limited  aperture, For I cannot get at it directly except throungh  the felt « this », and our immediate interchange and  transfluence takes place through one small opening. Eve-  rythingh beyond, though not less real, is ap expansion of  the common essence which we feel burningly in this one  focus. Aus so in the end, to know the Universe, we must  fall back upon our personal experience and sensation. »    ‘224 I PROBLEMA FILOSOFICO    Tali sono le ilee fondamentali emesse dal Bradley circa  la Realtà e l'Assoluto, idee che sono ben lontane dal for-  mare un vero sistema. Nel sottoporle ad un rapido esame  critico nvi non scenderemo ad. analisi minuto e partico-  , lareggiate, ma mireremo a determinare il valore e il si-  gnificato dei punti salienti della dottrina, volgendo uno  sguardo sintetico all'insieme, Cominciamo dal fissare quale  è il punto di vista e quale il procedimento del filosofare  del Bradley. Il filosofo inglese non ha preso le mosse nè  dall'esperienza volgare, nè da quella propriamente scien-  tifica, non è partito, cioè, da alcun ordine di fatti, ma sì  è, per così dire, chiuso nel suo pensiero ed alla stregua  delle leggi di questo ha giudicato delle idee fondamentali,  ordinariamente ammesse dagli scienziati e dai filosofi. Egli  non fa che passare a rassegna e sottoporre ad esame i punti  di arrivo e di fermata dei suoi predecessori e dovunque  riscontra contradizione, pronuncia la sentenza : Tuttociò è  apparenza, non realtà. Parrebbe che egli prima di tutto  dovesse approfondire la nozione di apparenza e quella  di realtà, una volta che egli pone come base del suo filo-  sofare la distinzione appunto dell'apparenza dalla realtà.  Che cosa è l'apparenza? Qual'è la sua origine? Quali  i suoi presupposti ? sono questioni che non possono essere  trascurate da chi voglia filosofare sul serio. Dire sem-  plicemente : tuttociò che non ‘è consistente o non si man-  tiene identico con sè stesso, tuttociò che si rivela contra-  dittorio è apparenza, è dire pressochè nulla. Che tuttociò    SECONDO IL BRADLEY 225    che racchiude contradizione non sia reale, non v'è chi  possa metterlo in dubbio: ma da dir ciò ad affermare  che il contradittorio implichi apparenza molto vi corre.  Egli, è vero, ha affermato che l'apparenza è controdistinta  da questo carattere, che la contradizione in essa esistente  può essere risoluta in un ordine superiore e più elevato  di esperienza, ma ognuno comprende che finchè non sì ag-  giunge altro, non vi è ragione di dichiararsi soddisfatti.  Si può ad esempio domandare: È lecito parlare di appa-  renza quando non si ammette un soggetto a cui la Realtà  appare e quando l’unica via per cui la Realtà stessa ap-  pare — centro di sentimento, esperienza psichica ecc. —  è pur essa apparenza ?   Il movimento, il cangiamento, lo spazio, il tempo, l'attività,  l'io, la cosa ecc., si dice sono apparenze: ma qual'è la  loro origine? Perchè ci appaiono con tali e tali altre pro-  prietà ? Ognuno intende che finchè non si sarà dato ra-  gione di ciò, nulla di positivo e di determinato è lecito  affermare (1).    (1) E qui è bene notare che la più parte delle contradizioni riscon-  trate dal Bradley hanno la loro origine nel fatto che egli sostantiva  i processi e le attività, nel fatto che reputa una cosa fissa rigida,  ciò che, essendo continuo, incessante scorre. — Ora ciò che è continuo  non può essere misurato completamente che mediante il calcolo  infinitesimale, e l' infinitesimo non essendo una quantità finita, non  è possibile cogliere l'istante in cui le condizioni del presentarsi della  contradizione veramente si verifichino, in cui cioè la dimostrazione  per contradictionem sia sul serio applicabile. Così il movimento tra  due punti dello spazio infinitamente prossimi avviene sempre nell’in-  tervallo tra due momenti infinitamente prossimi, cioè mai il mobile è  in due luoghi nello stesso tempo, mai in due tempi nello stesso   15    226 IL PROBLEMA FILOSOFICO    Il Bradley presenta la Realtà come un sistema o inoltre  pone come criterio per decidere del grado di realtà l’ar-  monia, la comprensività, la consistenza reciproca delle  parti componenti un tutto. È evidente che chi dice siste-  ma, armonia, consistenza ecc. dice organismo e chi dice  organismo dice relazione, interdipendenza degli elementi;  ora l'Autore avendo affermato che la relazione è qualcosa  d'inintelligibile, come mai può porre la stessa relazione  quale criterio della realtà e intelligibilità e insieme pre-  sentare la realtà stessa come costituita da un insieme di  relazioni ?   Le relazioni certamente implicano l’esistenza di un siste-  ma: ma da ciò non si può dedurre che esse in genere  siano qualcosa d’inintelligibilie. Il fatto è che il Bradley  considerando a parte ed isolatamente ciascun concetto  fondamentale (qualità, relazione ecc.), fa presto a riscon-  trarvi degli elementi contradittori. Tale procedimento è  erroneo; i vari concetti vanno messi in connessione tra  loro in modo da integrarsi a vicenda.   Che cosa è la Realtà ? È l’esperienza, risponde il filosofo  inglese. Di qui la necessità di domandare: E che cosa é    luogo, ma sempre la serie dei punti e dei momenti si svolge con  perfetta corrisponlenza nella continuità del movimento (Cfr. Masci,  Un Metafisica antievoluzionista. Napoli 1887). Lo stesso ragionamento  può esser valido a dimostrare la falsità dell’affermazione che la cau-  sazione non esiste per questo che non è ammissibile nè un azione  causale continua nè una discontinua, data la divisibilità infinita del  tempo. E la difficoltà che l'Autore prova ad ammettere il continuo  dipende dacchè non pone come punto di riferimento la coscienza in    generale, Di ciò fu discusso disopra.    SECONDO IL BRADLEY 227    l'esperienza ? Dall’insieme dell’opera del Bradley pare si  possa ricavare che per lui l’esperienza è data dal complesso,  dalla totalità della nostra vita psichica, prima che in que-  sta sia sopravvenuta alcuna distinzione e differenziazione.  Noi sentiamo di esistere, sentiamo di vivere; è in questo  sentimento primitivo che è riposta l’esperienza immediata,  la quale poi è l’unica via per cui noi possiamo penetrare  nel Reale. Prima di ricercare quale concetto dobbiamo  formarci di tale sentimento notiamo una contradizione in  cui è caduto l’autore; mentre egli afferma recisamente che  la Realtà si riduce all’esperienza psichica, alla « sentience »,  non meno recisamente e ripetutamente afferma che tutti  i fatti psichici non sono che apparenze, perchè tutti in-  volgono separazione del « what » dal « that, » tutti tendono  a trascendere sè stessi. Non dice egli che la Realtà si ri-  duce all’unificazione e fusione dei vari fatti psichici, unità  e fusione che noi non conosciamo e non possiamo neanche  imaginare, data la trasformazione che subiscono i vari  elementi mediante l'unificazione? Ora, come si può ad un  tempo dire che la Realtà è l’esperienza ? (1) Se l’io empirico  — che è poi Ja medesima cosa dell'esperienza psichica pre-  sa nel suo insieme — non è reale, come mai si può affer-  mare che la Realtà è l’esperienza psichica ? Inoltre come  sì può mettere d’accordo l’asserzione che il contenuto della  Realtà è la sentient experience (sentimento) con l’altra che la  Realtà risulti dalle attinenze, dalle relazioni che una cosa  ha con le altre in modo che quanto maggiori son queste tanto  maggiore è il grado di realtà attribuibile alla cosa stessa, chè    (1) Op. cit. pag. 106-107.    228 IL PROBLEMA FILOSOFICO    in sostanza il criterio della realtà posto nell'armonia e nella  comprensività (inclusivness, harmony), non dice altro? Il  sentimento poi inteso come l’insieme della vita psichica in  cuì nessuna distinzione sia comparsa di io © non io, di sog-  getto ed oggetto si presenta come qualcosa di così vago  ed indeterminato — di subbiettivo e di individuale —, che  non si riesce a comprendere come possa valere a fornirci  una certa idea di ciò che sia la Realtà ultima, la Realtà,  diremmo, ontologica. Esso già implica sempre il rapporto  del soggetto con qualcosaltro, rapporto che è condizione  essenziale della sua origine, comunque siffatto rapporto  non sia avvertito come tale e insieme implica l’ esistenza  di rappresentazioni, di imagini poste di rincontro o almeno  distinte dal soggetto. Inteso quale cenestesi, vale a dire  qualche risultato finale di una quantità di sensazioni orga-  niche provenienti dai vari organi, ovvero infine come il  grado infimo di psichicità, come sensazione e impulso ini-  ziale ed elementare, non può mai essere presentato quale  oggetto di esperienza atta ad esprimere la Realtà (1). A  volte si direbbe che il Bradley prenda il sentimento come  quel qualcosa che rende attuale un determinato contenuto  psichico, ma, come tale, essendo qualcosa di eminentemente    (1) Notiamo qui come per il nostro Rosmini il sentimento proviene  dal rapporto del principio senziente (che può essere considerato dal  punto di vista del Bradley una sostanzializzazione del « that »), col  termine esteso che alla sua volta può essere considerato una sostan-  zializzazione del « what ». Per il Rosmini, si noti bene, il principio  senziente e il termine esteso per sè considerati, separati l'uno dal-  l'altro, erano astrazioni non altrimenti che il what e Îl that. Vedi.  DE SaRLO : Le basi della Piscoloyia secondo Rosmini, Roma 1893.    SECONDO IL BRADLEY 229    subbiettivo ed individuale (individuum ineffabile) e avendo  un contenuto particolare non può essere considerato quale  simbolo di quella unità totale in cui il « what » coincide  col « that » e in cui consiste la Realtà ultima ed obbiet-  tiva. Da tal punto di vista il sentimento presenta tutte  le contradizioni dell’esperienza sensibile.   Non vi è via d'uscita: se si vuol considerare la Realtà  come null'altro che la sentience, occorre considerare come  reale l'io empirico quale si rivela per via del sentimento;  occorre però sempre determinare e precisare la natura  del sentimento. Notiamo qui che l’indeterminatezza del  significato, la variabilità e contradittorietà del valore attri-  buito all’ io dipese sempre da ciò che si confuse l'io em-  pirico fenomenico con la coscienza in generale (Io nonme-  nico, se così piace), e dacchè si credette di poter riporre  la natura dell'io nell’ una o nell'altra funzione psichica,  considerando le altre come secondarie e derivate; ora nulla    di più erroneo e falso.  *  * x    Passiamo ora a discutere della natura della conoscenza  a senso del Bradley. La conoscenza per lui non ha altro  obbietto che quello di qualificare la Realtà (soggetto), il  che si può soltanto conseguire, idealizzando la Realtà stessa,  disgiungendo il « what » (predicato) dal « that ». L'ideale  verso cui tende la conoscenza è di far coincidere l' idea  col fatto: tale ideale però non viene mai attuato in modo  completo : e se ciò avvenisse, non vi sarebbe più ragione    230 IL PROBLEMA FILOSOFICO    di parlare nè di conoscenza nè di verità: avvenuta l’uni-  ficazione del « what » col « that » si avrebbe la vita vera  e reale dell’Assoluto. La verità e la conoscenza in conse-  guenza di ciò non può essere che apparenza come tutto  quello che involge separazione dell’ idea dall’ esistenza. E  tutto lo svolgimento della conoscenza e della vita psichica  sì compie partendo dall'unità imperfetta e incompleta del  sentimento, procedendo per via delle distinzioni e differen-  ziazioni del contenuto psichico che implicano una quantità  di relazioni e tendendo infine alla scomparsa e trasforma-  zione di queste ultime in un sistema organico ed armonico  che tutto comprende in sè, tendendo ad una forma di intui-  zione e di vita universale di cui noi a mala pena possiamo  formarci un'idea generale’ ed astratta. Da tal punto di  vista gl’individui sono forme della vita universale che in  essi si divide e insieme si concentra ner modo che non  solamente possono apprendere a conoscere sè stessi, ma  anche l’Universale e il Tutto che in essi vive, opera è si  muove. E la funzione conoscitiva e cogitativa consiste nel  qualificare, nel caratterizzare, nell’ analizzare il detto uni-  versale che si presenta nei centri del sentimento indivi-  duale.   Ora, anzitutto non si riesce a comprendere in che cosa  possa consistere lo stadio finale della conoscenza detto  intuitivo, lo stadio in cui la conoscenza vera e propria sì  annulla in qualcosa di superiore e di più elevato ; in ogni  caso se ciò si verificasse, si avrebbe un regresso e non un  progresso: il pensare discorsivo (il giudicare) lungi dal  rappresentare un’imperfezione rappresenta la via, l’unica  via per cui la Realtà acquista valore, consistenza e signi-    SECONDO IL BRADLEY 231    ficato. L'unione del « what » col « that » non è che un  prodotto della fantasia individuale. Oltre la conoscenza  vera e propria non è possibile quindi ammettere uno stato  superiore e più clevato. Si dovrà forse ammettere una  doppia vita nel Reale, la vita quale sì esplica nei « centri  di sentimento » (vita del pensiero) ed un’altra vita d'or-  dine superiore? Ed una tale opinione come si concilia con  l’altra che il Reale non è nulla al di fuori delle appa-  renze ? Poi, è assolutamente contrario al vero affermare che  il progresso e lo svolgimento della conoscenza sia in rap-  porto diretto colla trasformazione del processo discorsivo  e successivo in processo intuitivo ed - estratemporaneo.  L'intuizione stessa infatti allora solo acquista l’ evidenza  necessaria quando interviene l’attività del pensiero, per  così dire, a scorrere dall'uno all’altro elemento della rap-  presentazione totale per compararli, misurandoli. L'essenza  del pensiero e della conoscenza è riposta nella proprietà  di stabilire rapporti tra le cose: tolti i rapporti non si  avrà conoscenza, c nemmeno vita psichica, giacchè la psicu-  logia moderna ha messo in sodo che la legge della relatività  è legge psichica fondamentale. E l'intuizione è soltanto la  causa occasionale dell’ evidenza immediata, mentreché il  vero fondamento di questa si trova nella natura collega-  trice e comparativa del pensiero.   Si direbbe che per il Bradley la conoscenza cominci  coll’ analisi, collo scumporre il dato che vive in ciascun  centro di esperienza individuale, ma è ammissibile ciò ?  L'esistenza di questo dato non deve essere considerata già  come un primo stadio di conoscenza ? Se si vuol rimanere  sul terreno dei fatti che ci vengono suggeriti dalle accu-    232 1L PROBLEMA FILOSOFICO    rate analisi psicologiche e gnoseologiche non vi ha dubbio  alcuno che la conoscenza debba essere considerata come  una specie di successiva sostituzione di una forma di  coscienza ad un’altra forma di coscienza, di un contenuto  psichico ad un altro contenuto psichico, di una forma di  relazione tra soggetto ed oggetto ad un’altra forma: sosti-  tuzione che ha lo scopo di porre in luogo del subbiettivo,  dell’individuale e del contradittorio, l’obbiettivo, l’univer-  sale, il coerente. La conoscenza in tanto è possibile in  quanto il Reale assume una particolare esistenza nel sog-  getto individuale e da tal punto di vista è veramente  lecito affermare che ogni conoscenza implica la separa-  zione di un dato contenuto dalla propria esistenza: la  sensazione, l’imagine, la rappresentazione ed anche l’idea  o il concetto sono fatti psichici che non vanno iden-  tificati col fatto. D'altronle tutta la conoscenza non va  forse riguardata come una costruzione fatta coi detti ma-  teriali o elementi psichici (sensazione, rappresentazione,  concetto) ? La realtà in quanto conosciuta è successiva-  mente e sempre più perfettamente sensazione, percezione,  imagine, concetto, o per dirla altrimenti, qualità sensibile,  cosa, essenza. L'elemento della conoscenza scientifica è il  concetto : sapere scientificamente vale sapere per con-  cetti: ma il concetto obbiettivo, il concetto reale e con-  creto è la verità della sensazione e percezione, e non vi  è senza di queste. E ciò che dal nostro punto dì vista  importa massimamente di ricordare è che la funzione rela-  tivista o di riferimento che compone i singoli elementi della  serie non è diversa da quella che li connette poi nelle  formazioni e processi logici e finalmente nei sistemi più    SECONDO IL BRADLEY 233    vasti che sono le scienze: per modo che la conoscenza risulta  omogenea nelle parti e nel tutto (41).   Chiamare la conoscenza un'apparenza è per lo meno as-  surdo : se tale espressione può avere un senso, questo è  che la conoscenza falsifichi in qualche modo la realtà; ma  per poter affermare ciò prima di tutto bisognerebbe aver  potuto apprendere per altra via la natura vera della realtà  e di tale apprensione immediata non parlò mai il Bradley,  e poi conoscere l'apparenza come apparenza equivale a  conoscere la verità; un'apparenza conosciuta come tale non  è più apparenza. E una conoscenza che apprende la realtà  . può essere più chiamata ragionevolmente apparenza ? E  come mai è concepibile una realtà sfornita di quella rela-  zione essenzialissima che è la conoscenza, che è poi il rife-  rimento ad una coscienza o ad un soggetto in genere ?  Anzi come maisi può affermare una tale realtà? Separare  assolutamente il vivere dal sapere di vivere è impossibile.  La vita, la realtà implica una forma qualsiasi di interio-  rità e questa alla sua volta una forma di unificazione  del molteplice che è la caratteristica ultima della cono-  scenza (processo di analisi e sintesi insieme). E che altro  è questo se non il primo germe dell’ indissolubile legame  che tien uniti la realtà, l’attività, l’interiorità e la cono-  scenza ?   In conclusione diremo che affermare che la conoscenza  è semplice apparenza e che come tutte le apparenze, è  manchevole, imperfetta, insufficiente, equivale a scindere    (1) Cfr. a tale proposito Masci, Lezioni di Filosofia teoretica fatte  nella R. Università di Napoli.    234 IL PROBLEMA FILOSOFICO    arbitrariamente la realtà in due parti ed a rendere incerta  la conoscenza stessa dell’apparenza.   Tutte le apparenze che formano come a dire la struttura  dell’ universo, sono spiegate dal Bradley per mezzo del  processo di disgiunzione dell'idea dal fatto, del « what »  dal « that » corrispondente. Una volta che l'Assoluto si è  scisso in una quantità di centri finiti di sentimento, il pro-  cesso di disgiunzione si è andato sempre più estendendo e  complicando fino a dare le forme di apparenze più svariate  e notevoli, quali il Buono, il Vero, e il Bello Prima di  vedere se il modo di concepire questi ultimi sia giusto,  vediamo se il processo di disgiunzione del contenuto intel-  ligibile dall’esistenza possa essere ammesso quale processo  diremmo quasi, cosmico, giacchè la scissione stessa dello  Assoluto nei detti centri di sentimento deve essere consi-  derata come espressione dell’ inconsistenza iniziatasi in seno  al Tutto. Il processo di distinzione e di differenziazione  implica sempre questo, che il dato non coincide coll’idea.  Se ciò non fosse, perchè la vita universale dovrebbe spez-  zarsi in forme individuali ? Il Bradley veramente non dà  alcuna dilucidazione in ordine a tale questione, che pure è  importantissima dal suo punto di vista. Il processo di idea-  lizzazione o di disgiunzione del « what » dal « that » in  tanto è concepibile in quanto sì compie in un centro finito  di sentimento; come mai può dunque esso venir riguardato  quale processo universale ed obbiettivo? È vero che l'Autore  ammette un Pensiero, una Volontà, un Sentimento obbiet-   - tivo, elementi della Realtà ultima da differenziare profon-  damente dalle corrispondenti funzioni spirituali subbiettive  quali appaiono nel tempo e nella serie dei fatti psichici,    x    SECONDO IL BRADLET 235    LI    ma noi non possiamo formarci alcun concetto positivo di  una Ragione vbbiettiva assoluta per sè presa è posta di.  rincontro a noi; l’idea dello spirito obbiettivo e del suo  svolgimento storico è giusta, ma ha valore scientifico solo  rel caso che è intesa nel senso di esistenza e di processo  storico, di processo civè che si compia nel tempo e nello  spazio per mezzo dello spirito subbiettivo e individuale.    Una delle contradizioni del Bradley è questa, che egli  mentre considera la conoscenza come pura apparenza e  toglie ogni realtà al soggetto, risguarda i fatti più impor-  tanti dell’esperienza psichica, quali è senso di spontaneità nelle  sue varie forme, come qualcosa di derivato, come un pro-  dotto della nostra riflessione. La nozione di attività, secondo  il Bradley, implica l’idea dell’ Io che riesce a produrre  un cingiamento, previa la rappresentazione del detto mu-  tamento ; il che poi non è possibile se non coll’ interpre-  tare in modo largo molteplici esperienze passate. Sicchè  non si può attribuire al senso d’energia maggior realtà che  al senso del nutrimento nel caso in cui si provi sollievo,    mediante l'opportuno cibo, dai dolori della fame (1). L’ori-    (1) Notiamo qui che la realtà non compete al senso di nutrimento,  ma al senso della fame, come la realta primitiva o l'immediatezza  non compete a ciò che consegue all’espansività, che è poi in fondo  nient'altro che un’espressione dell’attività, ma al senso di espansività.  In ogni caso il senso di sollievo prodotto dal nutrimento figura come  indice dell’appagamento di un bisogno, di una tendenza, di una forma    CI LI    di attività che è quindi qualcosa di primitivo e di fondamentale.    236 IL PROBLEMA FILOSOFICO    gine, infatti, del senso dell'attività è posta dall’Autore nel  senso di espansione, di allargamento, per così dire, dell’ Io,  il quale formato com'è di un gruppo di elementi intima-  mente connessi tra loro, tende ad estendere i suoi legami  ad altri elementi. Non bisogna però credere che l’espan-  sione sia identica alla coscienza dell’attività, giacchè è  solamente dopo che l’anima ha raggiunto un grado note-  vole di sviluppo che si può avere tale coscienza, mentre  l'espansione è primitiva. Quando dopo ripetute esperienze  | siamo venuti a cognizione che a taluni modi del nostro  Io conseguono dei mutamenti, noi allora cominciamo ad  acquistare Ja nozione dell'attività o del volere. Insomma  noi diciamo di essere attivi ogni qual volta il Non-Io  (consistente in sensazioni esterne o interne, in percezioni  o idee) subisce dei mutamenti in seguito all'idea ed al  desiderio formato dall’Io. Tale espansione della nostra  area, come dice il Bradley, comincia dal darci un certo  senso interpretato come qualcosa che dall’ Io passi al Non-  Io; è ih questo qualcosa che propriamente consiste l’ener-  gia, la forza, la volontà, ecc.   Il Bradley prosegue ancora l’analisi dicendo che quando  il gruppo dell’ Io è come a dire contratto dal Non-Io, men-  tre dall’altra parte un’ idea piacevole di espansione è sug-  gerita, si prova un senso di oppressione ; e quando ì limiti  di resistenza ordinaria son mossi e l'espansione ideale,  progredendo sempre, è attuata solo in parte con varie  oscillazioni si prova quel senso speciale detto di tensione e  di sforzo. È naturale che da tal punto di vista l’attenzione  nelle varie sue forme non possa essere più considerata né  come una facoltà speciale, nè come funzione particolare    SECONDO IL BRADLEY 237    della mente avente sede in un dato organo cerebrale ; l’at-  tenzione al pari della memoria e dell'intensità viene ad  essere riguardata come una qualità generale appartenente  in vario grado a tutti gli elementi psichici: anzi si può  dire che l’attenzione e l'intensità vengano pressochè a  formare una cosa sola. Date certe condizioni che facilitino  il predominio di un fatto psichico nella coscienza (in ciò  sta il carattere essenziale dell'attenzione), deve avvenire  che taluni elementi sensorali o ideali divengano prominenti  ed emergenti rispetto al resto, e per ciò stesso appaia inde-  bolita l’ intensità degli altri. Il Bradley poi non attribuisce  un valore essenziale al fattore muscolare, prima perchè in  molti casi in cui ha luogo l’attenzione quello è escluso,  poi perchè anche quando è chiamata in esercizio l’attività  muscolare o direttamente sopra un organo percipiente, ov-  vero indirettamente col movimento di tutto il corpo, la  prima causa dell’azione muscolare va cercata in un’ idea  o in un sentimento precedente. È l’idea, e più di tutto  l'idea dell’ interesse che si può avere per un dato fatto psi-  chico, che ci dà la chiave per intendere il meccanismo  dell'attenzione dalla forma più semplice alla più complicata.  E la coscienza dell’energia interiore è perfettamente ridu-  cibile al predominio nella coscienza dell'idea dell’ Io che  attendè ad una data cosa.   Che giudizio si può portare su tale veduta del Bradley?  Certamente essa ha grande valore in quanto prova a suf-  ficienza che l’attività psichica non va intesa come corre-  lativo, per così dire, necessario dell’ attività motrice. Il  Bain, il Miinsterberg ed altri avevano asserito che senza le  sensazioni muscolari o almeno senza le sensazioni d’innerva-    238 IL PROBLEMA FILOSOFICO    zione motrice lo spirito è incapace di sentirsi in alcun modo  attivo ; per loro quindi la forza, l'energia psichica, base  dell'individualità, non poteva avere che una sola origine, il  movimento; il fatto interiore dell’attività era considerato  come un semplice reflesso di un fenomeno esterno, quale è  la mozione. Ora da tal punto di vista l’analisi psicologica  del Bradley è stata utile, perchè ha mostrato che tutti i  processi intellettuali sono per sè attivi, e, date certe con-  dizioni, tutti indistintamente sono in grado di svolgere  energia sotto le forme più differenti. Non soltanto nella forma  in cui si rivela attivo alla coscienza, ma in molteplici  altre forme lo spirito è causa agente. Cade così l’ ipo-  tesi di un organo speciale dell’attenzione, o dell'attività  psichica in genere: allo stesso modo che non vi è un or-  gano particolare della vita, così non vi può essere un  organo particolare dell'attività nelle varie sue modalità  (sforzo, attenzione, volontà ecc.).   L'attività psichica a dati stimoli e in determinate con-  dizioni reagisce in vari modi e secondo che la percezione  immediata di talo reazione si fonde con uno o coll’altro  degli effetti che vengono prodotti nell'organismo (sensa-  zione muscolare, p. cs.), assumerà un colore particolare.  L'errore degli analizzatori superficiali fu quello di credere  che i fatti organici, i quali servono in certo modo a fis-  sare, a determinare e a dare un nome alle formé dell’at-  tività psichica, costituissero il fatto essenziale ed ultimo.  Il Bradley infatti mostrò che l’attenzione può assumere  varie forme, da quella in cui si ha coscienza di un di-  spiegamento notevole di attività a quella in cui non  se. ne ha alcuna coscienza; eppure l’attività psichica esi-    SECONDO IL BRADLEY 239    ste sempre, ed è imprescindibile in tutte le funzioni  mentali.   Se non che due sono, secondo noi, i difetti dell’analisi  del Bradley. Da una parte egli parla di idee e di rappre-  sentazioni che possono avere il predominio nella coscienza,  parla dell'interesse che si può avere per un dato obbietto  o per una data operazione, parla della tendenza espansiva,  ecc., senza porsi mai il problema se e fino a che punto  tutto ciò sia compatibile col non ammettere la realtà del  soggetto : egli infatti parla dell’ Io come di un composto,  di un aggregato di elementi psichici; ora un tale concetto  contradice necessariamente al concetto dell’ espansività  come fondamento «del sentimento : giacchè in forza di che  ed a quale scopo quel gruppo di elementi psichici formanti  l'Io tende ad espandersi ? E l’attività delle idee e delle  rappresentazioni per cui esse emergono nella coscienza  donde vien loro? E senza l’unità del soggetto come è spie-  gabile l'interesse che pure forma il caposaldo della teoria  del Bradley? E qual'è il fondamento del legame esistente  tra i vari fatti psichici? Non suppone forse agni nesso ed  ogni rapporto un'unità ed identità fondamentale? Non  basta ancora: egli ammette che si possa avere l’idea di  un'idea in quanto l’idea pura e semplice di una cosa  riguarda il suo contenuto logico, mentre l’idea d'una idea  consiste in uno stato psichico che include un'altra esì-  stenza psichica attuale. Ora come mai sarebbe possibile  un tal fenemeno senza la realtà ed attività od efficacia  . del soggetto capace di riflettere sul!e stesse sue operazioni  e capace di rimanere identico a sè stesso attraverso: }  cangiamenti °    240 IL PROBLEMA FILOSOFICO    Dall'altra parte il Bradley cade in errore quando tenta  di ridurre l’origine del senso di attività ad un fatto mera-  mente derivativo prodotto per mezzo dell’ interpretazione  di esperienze passate, presentando così il senso di energia  come un’appercezione del tutto illusoria. Niente di più  falso. La percezione interna per cui noi giungiamo a co-  gnizione di ciò che accade dentro di noi può avere un  doppio senso, a seconda che noi vogliamo intendere con  essa l’esperienza immediata, ovvero la riflessione su ciò che  è offerto da quella. Dobbiamo distinguere per così dire il  vivere dal sapere di vivere. L'esperienza immediata è la  vera sorgente di tutti i dati di fatto, mentre la riflessione  rappresenta il mezzo di generalizzare, riconoscendole, le no  stre esperienze; e supponendo che nel corso dello sviluppo  mentale siano state formate nozioni e parole per i singoli stati  interni, la percezione interna intesa nel secondo modo, cioè  come riflessione, consisterà nella sussunzione di un deter-  minato fatto psichico sotto la nozione ad esso spettante;  sussunzione che può esplicarsi in un giudizio vero e proprio,  ma per lo più si riduce ad una semplice denominazione. La  riflessione in ogni caso non può mutare il dato di fatto  dell’esistenza di un fenomeno. Donde consegue che quando  noi, mediante la riflessione, diamo un nome od anche giu-  dichiamo un fatto immediato della coscienza, il quale offre  dei caratteri distintivi da non poter essere confuso con  altre sensazioni o sentimenti, noi non possiamo aggiungere  nulla di nuovo. Il riflettere insomma non può creare nulla  e quindi non può darci un sentimento quale fatto imme-  diato della coscienza, ma solo può dare un nome e mettere  in forma di proposizione ciò che già esisteva.    nel co    SECONDO IL BRADLEY 241 .    |  I Ed in ciò sta la differenza tra l’esperienza immediata  d e l’analisi, giacchè la prima ci mette in contatto con la  realtà, mentre la seconda verte sulla scomposizione del  fatto reale nei suoi vari elementi. Alla genesi del senso di  i attività, concorrono, è vero, parecchi elementi, ma questi  sE producono un qualcosa che si rivela alla coscienza in modo  I semplice, immediato ed irreducibile; e, ciò che più im-  i porta, non è la ricognizione dei detti elementi quella che  Ì ci fa provare il senso di attività: la riflessione o ricogni»  a zione è posteriore all’ insorgenza del fatto immediato della  coscienza. Del resto si comprende agevolmente che tutte  le interpretazioni, tutti i ragionamenti e tutte le riflessioni  fatte sopra i dati psichici non potrebbero mai dare origine  a nuovi dati. Pensare sopra le modalità dell’attività pre-  suppone già la percezione immediata dell’attività stessa.  Del resto il Bradley stesso, pur servendosi di altri nomi,  non solo parla della coscienza e dell’io come di un'’atti-  vità, ma anche di un'attività che si propone dei fini e sce-  glie i mezzi per giungervi, di un'attività che può trovarsi  in lotta con altre forze psichiche e resistervi e farle anzi  concorrere al proprio intento. Nè poteva essere diversa-  mente: la recettività e la reattività nella psiche non  sono due fatti distinti, i quali possano venire studiati l'uno  in disparte dall’altro, giacchè essi concorrono ad una sola  operazione, per modo che l'uno rende valido l'altro, il  quale da sè sarebbe nullo. Non si può concepire una forma  qualsiasi di Attività, e sia anche l’espansività bradleyana,  che non implichi un grado di coscienza: è parimenti la  coscienza riesce impensabile separata dall'attività.  Va notato infine che la percezione immediata si distin-  16    242 IL PROBLEMA FILOSOFICO    gue dalla pura rappresentazione, da quella che potrebbe  esser chiamata percezione mediata, derivata, reflessa per  questo che la prima è più che semplice rappresentazione,  è sopratutto sentimento derivante dalla cooperazione di  tutto l'essere fisico e psichico: ora chi può negare che  la percezione dell'attività lungi dal presentarsi coi carat-  teri di una semplice ilea o rappresentazione, di un con-  tenuto distaccato dalla matrice reale, è invece in modo    precipuo sentimento ?    Dicemmo già disopra che il Vero, il Buono ed il Bello  per il Bradley non sono che apparenze, le quali se ac-  cennano alla Realtà, non sono la Realtà.   A noi sembra che tutto il ragionamento dell'autore poggi  su presupposti falsi. Così egli muove dal principio che l'ideale  verso cui tende la conoscenza è l’identificazione e l’unitica-  zione del pensiero con l'essere, ideale che, se raggiunto, me-  na dritto all'annientamento della conoscenza e quindi della  verità stessa, giacchè in tal caso si avrà la Vita, il Reale,  non più la scienza della Vita e del Reale, in altri termini  sì vivrà il Reale e null'altro. In tal guisa la conoscenza  è essenzialmente contradittoria : da una parte essa non è  possibile che sotto la condizione che vi sia distinzione e  differenziazione nella realtà (pensiero ed' essere) e dal-  l’altra parte il suo svolgimento e la sua perfezione è ri-  posta tutta nel togliere via qualsiasi distinzione e diffe-  renziazione, è riposta, cioè, nel suo annientamento. Ora è  evidente che l’errore del Bradley è nell’aver creduto che    SECONDO IL BRADLEY 243    la conoscenza miri all’ identificazione ed all’ unificazione  completa del pensiero con l’ essere, mentre essa ha per  intento di trasformare il contenuto subbiettivo e indivi-  duale della coscienza in contenuto obbiettivo ed universale;  intento che può essere ottenuto non già annullando il fat-.  tore della coscienza — come dovrebbe avvenire se, giusta  le idee del Bradley, l’ideale ultimo della conoscenza fosse  l'identificazione e l'unificazione completa del pensiero con:  l'essere —, ma sostituendo, anzi aggiungendo al semplice  ed esclusivo punto di vista della coscienza individuale il  punto di vista della coscienza in genere. In tal guisa il  fattore della coscienza persiste sempre, tanto è ciò vero  che a misura che la conoscenza progredisce l’ individuo  acquista coscienza della propria cooperazione all'edificio  della verità. L'ideale verso cui tende la conoscenza adunque  non è l'assorbimento di uno dei termini nell'altro, ma,  diremo così, la maggior visione dell'uno per mezzo del pre-  dominio dell'altro. Il fatto è che io acquisto più coscienza  di me stesso come essere finito, subbiettivo, individuale,  quanto più mi pongo a considerare le cose dal punto di  vista obbiettivo ed universale. La coscienza individuale  quando guarda con l’occhio della coscienza universale non  cessa di essere individuale, non si annulla nella coscienza  universale. D'altronde la stessa coscienza universale non  è fuori la coscienza individuale, ma concresce con questa  non altrimenti che la vita generale di un qualsiasi essere  organico cresce col crescere delle singole funzioni del me-  desimo essere.   Il processo della conoscenza, a noi sembra, si compie  proprio in senso inverso a quello indicato dal filosofo in-    244 IL PROBLEMA FILOSOFICO:    glese: il punto di partenza infatti è il contenuto rappresen-  tativo o percettivo primitivo in cui l’imagine psichica è  identificata con l'oggetto, anzi è presa per la sola realtà,  in cui insomma non vi ha distinzione fra oggetto e rap-  presentazione subbiettiva e si procede ponendo sempre più  la realtà universale ed obbiettiva di fronte alla vita psi-  chica subbiettiva ed individuale: ed a misura che l’edifi-  cio della realtà vien completato diviene più viva la coscienza  dell'attività individuale. Ed invero chi, se non l’intelli-  genza dei singoli soggetti rende possibile la detta costru-  zione? È sempre l’individuo che opera anche universaliz-  zandosi. E la mente umana lungi dal tendere a confondere  insieme i due processi, il subbiettivo l’obbiettivo, l' indi-  . viduale e l’universale, tiene a tenerli distinti e distaccati:  La conoscenza certamente implica una parziale identità  del pensiero e dell'essere (del subbietto e dell’obbietto),  ma insieme una parziale distinzione; nò ciò è in alcun modo  contradittorio, giacchè l’ identità e la differenza sono con-  dizioni della possibilità della conoscenza; non già condizioni  contradittorie una della possibilità, l’altra dell'impossibilità.  Se si bada che la conoscenza non s'intende per nulla se  si prende come una mera rivelazione estrinseca, come una  relazione meccanica (ed è questo l’errore principale, a noi  pare, della filosofia del Lotze, il quale subordinò la rela-  zione della conoscenza al rapporto causale) sì acquista la  convinzione che la rivelazione della realtà alla coscienza,  per essere soggettiva ed interna, non è meno oggettiva e  vera. Dal fatto che la conoscenza implica due termini non  deriva nient’affatto adunque che essa sia apparenza: tut-  t'altro: piuttosto la Realtà una, identica, immutabile che,    SESONDO IL BRADLEY 245    secondo l’autore, dovrebbe assorbire tutte le apparenze,  trasformandole, si presenta quale creazione della fantasia  senza alcuna consistenza. Lo svolgimento e il progresso  della conoscenza nun è nient'affatto in rapporto diretto  della riduzione di uno dei fattori della conoscenza all’al-  tro, essendo entrambi indispensabili, irriducibili o aventi  uffici differenti. Nè si può imaginare o concepire cosa mai  risulterebbe dall’ unificazione e identità totale dei due  termini della conoscenza: il Bradley crede che ne risul-  terebbe la Realtà ultima: potrà essere: ma in tal caso  bisogna dire che questa non solo è assolutamente incono-  scibile, ma inconcepibile. Con che diritto adunque parla  egli dell’Assoluto? La Realtà ultima si presenta come un  grado inferiore di realtà, come qualchecosa sfornita per  sè di valore e significato che le può venire solo da ciò  che viceversa viene considerato come apparenza.  Passiamo al Buono: anche questo, stando al Bradley, è  apparenza e per ragioni affini a quelle per cui sono tali  la verità e la conoscenza. Il Buono da una parte è con-  dizionato dal distacco dell’ilea (che in tal caso riceve il  nome d' ideale) dal reale, dal fatto, da ciò che esiste, e dal-  l’altra ha l'obbiettivo di attuare l'ideale, di tramutare  l’idea in fatto, vale a dire di annientare sè stesso. Ma  oltre di questa il Buono implica una quantità di altre  contradizioni dipendenti dalle sue varie determinazioni:  così per quanti sforzi si facciano, il perfezionamento in-  dividuale non può sempre coincidere col bene della col-  lettività, come d'altra parte il maggior perfezionamento  dell'ordinamento sociale trarrà sempre seco degli svan-  taggi per l'individuo : la divisione del lavoro, per citarne    16°    246 IL PROBLEMA FILOSOFICO    uno, produce lo svolgimento parziale ed unilaterale delle  facoltà umane: e via di seguito. Qui faremo due osserva-  zioni : 1. Il Bradley è spinto a considerare il Buono come  apparenza dal presupposto che la realtà sia solo da riporre  nell'attuazione completa dell'ideale, attuazione che figura  come l'annullamento del buono : ora ciò è falso, giacchè  la realtà consiste iuvece nel processo continuo che tende al-  l'attuazione di un ideale, senza che questo sia mai attuato  completamente per la ragione che esso non essendo qual-  cosa di fisso, di s'abile e di permanente, assume sempre  nuove forme, si eleva e si complica sempre dippiù. A_mi-  sura che l’uomo s'avvicina ad un dato ideale, questo, tra-  sformandosi e perfezionandosi, s' allontana ancora. E la  realtà lungi dall'essere posta nell’attuazione completa del-  l'ideale che è irraggiungibile, risiede in tutto il processo :  in caso contrario bisognerebbe confessare che la realtà è  come se non esistesse. La vita è nel movimento, nel pro-  cesso e non nell’equilibrio stabile che invece è la morte.  La religione e anche l’arte cercano di dare una forma e  di personificare l’illeale, ma tuttociò non entra nella con-  siderazione del Buono dal punto di vista metafisico.   Il Bradley considera il buuno preso per sè, astraendo  ‘dal fattore della coscienza in cui e per cui esiste. E cer-  tamente il Buono risguardato come una « cosa » invece che  come un processo inerente all'anima umana cume tale, non  può non apparire contradittorio. Non è il buono che tende  . all'annullemento «li sè stesso, ma è lo spirito umano che  ha tra le altre funzioni quella (che sostantivata costitui-  sce il Buono) di proporsi incessantemente dei fini alla cui  attuazione esso si adopera, è lo spirito umano che ha delle    SECONDO IL BRADLEY - 247    tendenze ed esigenze al cui soddisfacimento si affatica. E  nessuno vorrà sostenere che nell’operare in tal guisa l’anima  umana si contradica, ovvero tenda ad annullare sè stessa.  È naturale invece che essa aspiri ad annullare, mediante  l’appagamento, i suoi bisogni, che sono indizio di imperfe-  zione e di manchevolezza. Se i detti bisogni rinascono sem-  presotto novelle forme, ciò avviene perchè la realtà vera  non è in qualcosa di dato, ma nel farsi.   2. Per quel che concerne l’ apparente contradizione e  l'impossibilità apparente di derivare il bene individuale dal  bene sociale e questo da quello, noteremo che tra le specie  di cause c'è anche la causa reciproca, la quale è ammis-  sibile purchè sia ben definita. La detta causa (che si ri-  scontra in tuttociò che è organicamente costituito) non  consiste in due cause di cui una produce l’altra ad ogni  istante, ma di cui ciascuna ad ogni istante produce un ef-  fetto della specie della prima e così via. Così un perfezio-  namento nel sistema circolatorio può produrne uno in  quello della respirazione e viceversa. Tra società e indi-  viduo esiste appunto un rapporto causale reciproco in  quanto il perfezionamento individuale è condizionato da  . quello sociale e viceversa: i due si limitano, sì determi-  nano a vicenda senza che a nessuno di essi possa essere  attribuito un valore non diciamo assoluto, ma neanche pre-  ponderante. E lo sbaglio del Bradley è quello di aver pen-  sato che potesse considerare un elemento facendo astrazione  dall’ altro, dal che conseguì che egli trovò contradizioni  dappertutto.   La moralità poi presenta una natura contradittoria pre-  cipuamente per questo che essa è condizionata da qualcosa    248 IL PROBLEMA FILOSOFICO    che non può csistere : tale è appunto la determinazione  interna della volontà. Questa separata da qualunque ele-  mento estrinseco è una pura astrazione : di qui la necessità  nella moralità di trascendere sè stessa, passando in qual-  cos'altro che non è più moralità: questo qualcos'altro è  per il Bradley la Religione, ove domina la fede che tutto  sia ed accada come deve essere ed accadere. Ci asteniamo dal  discutere se questi passaggi da una sfera di apparenze in  un'altra siano comprensibili e se abbiano alcun significato,  essendo passaggi verbali anzichè reali. Il nostro filosofo  vede un complemento della moralità vera e propria nien-  temeno che nella rassegnazione fatalistica, la quale implica  la separazione del volere dalla natura e l'affermazione che  il volere stesso non può esercitare alcuna azione e pro-  durre alcun effetto. Ognuno vede che in tal guisa il volere  umano viene ad essere completamente snaturato, perchè  viene ad esser distaccato dall'ordinamento sistematico delle  cose. Ora non abbiamo bisogno di spendere molte parole  per provare l'assurdità di una tale opinione e per mostrare  le tristissime conseguenze che ne derivano: non solo non  è lecito parlare in tal caso di progresso, di sviluppo e di  perfezionamento, ma la storia stessa diviene un non senso.  Tutta l’esperienza contradice ad una tale veduta. Dal fatto  che il liberum arbitrium indifferentie è inammissibile non con-  segue l'annullamento dell’attività umana e di quell’energia  personale che è un potente fattore di vita e di movimento  nel mondo umano.   La contradizione che il Bradley trova nell'intima natura  della religione si può eliminare con molta facilità ‘se si  pensa che l'aver fede nel trionfo del bene non trae seco    SECONDO IL BRADLEY 249    come logica conseguenza la paralisi della propria volontà,  di ogni iniziativa individuale, l’annientamento di quella  spontaneità che è la radice della personalità. Il trionfo  finale del bene non è una quantità definita, fissa che, una  volta ammessa, non è suscettibile di aumento, ma è invece  una variabile che può sempre comportare l’azione di un  nuovo fattore. Il trionfo del bene può essere assicurato  per mezzo della cooperazione degli altri uomini; ma ciò  forse trae seco l’inutilità della mia cooperazione? La co-  scienza della mia dignità non mi spingerà a concorrere al  risultato finale? Perchè l'individuo dovrebbe forzare la  volontà all’inazione e quindi all’annientamento? Anche qui  il difetto appare nell’aver distaccato il volere dalla natura  e nell’averlo riconosciuto incapace di produrre effetti.  Quanto al Bello va notato che l'oggetto estetico consi-  derato per sè indubbiamente è un'apparenza in quanto la  sua essenza è riposta nella rappresentazione concreta e  determinata di un’idea, ma un’apparenza che è avvertita,  I, per ciò stesso  l’apprensione della realtà ? Considerato però l'oggetto bello    sentita e riconosciuta come tale non inclu    ed il soggetto senziente come parti di un tutto, come ele-  menti di un unico processo, il fatto estetico non è più  un’ apparenza, ma qualcosa di reale e di altamente reale.  La realtà dell’arte e della bellezza così considerata va ripo-  sta appunto nel processo suggestivo o significativo che si  voglia dire, per cui una data percezione o rappresentazione  è il punto di partenza dello svolgimento di un corso di fatti  psichici atti a riempire ed a rapire l'animo di chi contem-  pla. La sproporzione tra l’' espressione e il suo contenuto  lungi dall’essere un difetto da cui il Bello aspiri a liberarsi,    250 IL PROBLEMA FILOSOFICO    forma la sua sostanza. Il Bello ha raggiunto il grado com-  pleto e perfetto di realtà quando una data espressione (par-  venza), suggerendo un certo contenuto ideale, agisce in  modo particolare sull’animo umano: onde consegue che  non vi può essere tendenza a fare sparire o a trasformare  in maniera più o meno completa quei rapporti e quei ter-  mini che costituiscono l’essenza del bello considerato come  un tutto 0 come un processo sottoposto a parecchie con-  dizioni variabili entro certi limiti di grado, ma non di na-  tura o di qualità.   Come non esiste un Vero e un Bene obbiettivo, così non  è a parlare di un Bello obbiettivo: ed anzi possiamo ag-  giungere che tali espressioni non hanno nemmeno senso,  L'errore del Bra:lley sta tutto nell’aver creduto di poter  considerare per sè, sostantivandoli, il Vero, il Buono e il  Bello separatamente dal soggetto: quale meraviglia quindi  se dopo aver ridotto le astrazioni ad ipostasi, s'è accorto  che queste contengono numerose contradizioni? Sicuro;  il Vero, il Buono, il Bello come sono costruiti dal filosofo  inglese sono null'altro che apparenze, perchè sono astrazioni.  Ed egli in fin dei conti non sa trarsi d’impaccio se non  dicendo che le dette apparenze tendono a trascendere sè  stesse, trasformandosi, completandosi, perfezionandosi e pas-  sando in qualcosaltro che è la Realtà ultima. Se non che  questa non soltanto è un prodotto della fantasia, è una  chimera, ma è essenzialmente contradittoria : infatti una.  Realtà da cui viene esclusa la conoscenza, la tendenza a.  porsi sempre dinanzi un ideale da raggiungere e la pro-  prietà di sentirsi riempita l’anima da una rappresentazione  concreta, atta a suggerire un processo ideale, una Realtà    SECONDU IL BRADLEY 251    da cui è escluso ogni moto ed ogni vita, ogni esigenza di  qualcosaltro, una Realtà che è pura immobilità e invaria-  bilità, lungi dall’apparite allo spirito umano come la più  alta e quindi come la Realtà ultima, si presenta come un  grado infimo di realtà, se per giudicare di questa occorre  fondarsi sul valore e sull’azione che è atta ad esercitare.  Quello che ha valore è l’esistenza spirituale e il mondo  che essa crea. Un mondo senza coscienza è come se non  vi fosse (Lotze). La Realtà caratterizzata da ciò che dal  comune degli uomini è riguardato come meno reale : ecco  l’ultima espressione della filosofia del Bradley, il cui obbiet-  tivo doveva esser quello di rimuovere le contradizioni di  cui formicola il mondo delle apparenze.   La Filosofia bradleyana in sostanza ha comune col na-  turalismo l’errore di considerare la vita dello spirito sub-  biettivo quale si presenta nella storia e nell’ esperienza  umana, come un fenomeno secondario e passeggero. Così noi  vediamo che la filosofia del Bradley, il quale finisce la sua  opera con le seguenti parole: Outside of spirit there îs not,  and there cannot be, any reality, and, the more that anything îs  spiritual, so much the more is veritably real, portata alle sue  ultime conseguenze e interpretata in modo completo mena  alla negazione del soggetto e quindi dello spirito, dello spi-  rito umano almeno che è quello chie noi conosciamo e che  possiamo apprezzare. E la Realtà che doveva essere one  experience, selfperviding and superior to mere relations, si mostra  come trascendente ogni esperienza e quindi come una  costruzione arbitraria e puramente fantastica.    252 IL PROBLEMA FILOSOFICO    Una Metafisica che come questa del Bradley presenta  molteplici elementi fusi insieme pone necessariamente l'e».  sigenza della ricerca delle fonti. Notiamo anzitutto che le  idee del filosofo inglese non si connettono con quelle della  filosofia inglese tradizionale, la quale nelle sue indagini  psicologiche e gnoseologiche segue un metodo prevalente-  mente empirico. La filosofia del Bradley è una emanazione  diretta della speculazione tedesca svoltasi segnatamente  nella prima metà di questo secolo. Se noi volessimo fare  un'analisi minuta e. particolareggiata delle vedute brad-  leyane in rapporto alla loro origine potremmo agevol-  mente mostrare come lo studio di ciascun filosofo tedesco  abbia lasciato delle tracce nella mente del nostro autore:  così il suo concetto di riporre il fondamento e la caratte-  ristica delle apparenze nella disgiunzione del what dal  that ricorda evidentemente il corrispondente concetto del-  l’Hartmann per cui il distacco dell'idea dalla volontà segna  l’ origine della fenomenologia dell’ Incosciente e insieme  la condizione dello svolgimento della Coscienza ; il modo  di considerare la realtà della natura ricorda evidente-  mente la concezione del Lotze per cui la conoscenza o la  rappresentazione dell'universo non è un'aggiunta accessoria  all'esistenza indipendente di esso, onde la luce e il suono  lungi dall'essere copie delle ondulazioni e delle vibrazioni  da cui derivano o dall’ essere pure parvenze o inganni o  qualcosa di secondario e di sopraggiunto sono il fine che  la natura si è proposta di conseguire coi movimenti e che  non può conseguire da sola, ma mediante l’azione sua so-    SECONDO IL BRADLEY © 253    pra esseri sensibili. Da tal punto di vista la magnificenza  e la bellezza dei colori e dei suoni, la molteplicità e l’in-  tensità delle emozioni suscitate dalla natura nell’ anima  di chi la contempla sono il fine della sensibilità nel mondo.  Racimolando qua e là potrei moltiplicare gli esempi atti a  provare che lo spirito del Bradley si è, per così dire, mo-  dellato tutto sui grandi maestri della Metafisica alemanna :  ma il mio compito è quello di ricercare piuttosto quali  siano le fonti primarie e dirette del sistema, se così voglia-  mo chiamarlo, del nostro autore. Ora queste a me pare si  riducano alle due correnti della filosofia dell’identità e della  filosofia herbartiana : ho detto della filosofia dell’ identità  e non dell'hegelismo, come a prima vista si potrebbe esser  tratti a credere, giacchè egli pur avendo tratto molto del  suo nutrimento vitale dal sistema dell’Assoluto hegeliano,  ha cercato di porre insieme, se non di combinare e fondere  in un tutto armonico, le vedute di Fichte, di Schelling e  | di Hegel, in quanto la Realtà per lui non è solamente  pensiero, ma l’ unità del pensiero e dell’ altro (the Olher)  l'identità del soggetto e dell'oggetto, del sapere e del volere  (Fichte), della coscienza e dell’ inconscio, dello spirito e  della natura (Schelling).   Noi ci crediamo quindi autcrizzati ad affermare che le  idee del Bradley sono state attinte dalla filosofia dell’iden-  tità in ordine ai seguenti punti: 1° il passaggio o la tra-  scendenza di un'idea in un'altra, di un grado di realtà in  un grado più elevato fino a giungere alla Realtà assoluta,  la cui vita armonica e comprensiva è considerata come una  specie di esperienza intuitiva, di cui a mala pena possiamo  formarci un'idea astratta e indeterminata; 2° la credenza  nella più perfetta razionalità delle cose e quindi nell’otti-    254 IL PROBLEMA FILOSOFICO    mismo più completo per cui tutte le contradizioni che si  presentano nel mondo delle apparenze quali 1’ esistenza  del male, del brutto, dell'errore, dell’accidente vengono  considerati come momenti transitori della Realtà, anzi, di-  remo meglio, come illusioni, le quali in un grado più elevato  di esperienza scompaiono, perchè vengono radicalmente ar-  monizzate col sistema totale ; 3° il concetto che tutto, anche  ciò che sembra più falso ed erroneo, possa avere un certo  grado di realtà, che insomma tuttociò che è' possibile sia  fino ad un certo punto reale; 4° la concezione dello svol-  gimento della vita psichica come di una successiva posi-  zione di limiti da parte dell'io, di una successiva e inin-  . terrotta trasformazione dell'io in non-io ; 5° il disperdimento  della vita universale in una quantità di centri di esperienza  | psichica limitati spazialmente e temporalmente per cui è resa  possibile l’esistenza psichica subbiettiva o cosciente.   Ma abbiamo detto che la filosofia del Bradley non è  una derivazione pura e semplice della filosofia dell’ iden-  tità, ma bensì della fusione di questa colla filosofia her-  bartiana. Infatti se si pensa che il motivo del filosofare  per l’Herbart è l'eliminazione delle contradizioni presen-  tate dal pensare comune e che per lui il compito della  filosofia sta nel passare dall’apparire all'essere e nell’in-  tendere le ragioni ‘così della differenza come della relazione  che passa tra l'uno e l’altro, nel ritrovar l'essere nello  apparire e nel vedere perchè apparisca in quel modo; se  si pensa che a senso del medesimo filosofo tedesco, la  guida, la base e la norma essenziale per poter filosofare  con vantaggio è fornita dal principio di contradizione, e  che le apparenze contradittorie, le quali più richiamarono  l’attenzione dell’ Herbart furono appunto lo spazio e il    SECONDO IL BRADLEY 255    tempo, l'inerenza o la cosa e le sue proprietà, la causalità e  il cangiamento, l'io e la relazione; se si pensa che per lo  stesso filosofo il reale va risoluto in relazioni fisse, riducen-  dosi l’accadere apparente ad effetto di prospettiva, — non  sì può non convenire che il sistema herbartiano non meno  della filosofia dell'identità hanno determinato le concezioni  metafisiche del filosofo inglese da noi studiato.   Questi prese dall’Herbart il criterio per giudicare della  realtà (principio di contradizione) e il concetto dell’immu-  tabilità e inalterabilità dell’essere, mentre dall’'idealismo.  assoluto prese il concetto dell'unità armonica e compren-  siva, il concetto del sistema totale delle cose. Herbart,  infatti, mirava a intendere ed a spiegare il singolare, l’in-  dividuo e di qui il suo pluralismo delle sostanze, mentre  l’'idealismo assoluto aveva per intento sopratutto d' inten-  dere l’unità, il sistema, la finalità. Ora si domanda: 41° La  fusione compiuta dal Bradley in che modo propriamente  avvenne? 2° Perchè avvenne così e non diversamente ? 3° É  una fusione razionale ? i   4° Egli, appropriatosi il metodo dell’Herbart, non potè  non giungere alla conclusione che l’ essere doveva essere  inalterabile ed immutabile, ma d’ altra parte i concetti  della « zufallige Ansicht », il metodo delle relazioni, la ‘  perturbazione e la conservazione degli enti, il loro essere  insieme, le loro mutevoli relazioni, il loro luogo nello spazio  intelligibile rivelandoglisi idee oscure, inintelligibili e spesso  contradittorie, lo spinsero verso l’ Universale. Una delle  analisi più accurate del Bradley fu infatti quella concer-.  nente la qualità e la relazione per mostrare che esse si  implicano a vicenda, ciascuna intendendosi soltanta per .  mezzo dell’ altra. Respinti così come mere apparenze il    256 IL PROBLEMA FILOSOFICO    pluralismo delle sostanze, le qualità semplici, il metodo delle  relazioni, ecc., pose la realtà in un sistema individuale, in  una specie di unità che tutte le apparenze comprende, ar-  monizzandole e coordinandole tra loro. Una volta che le  relazioni non sono delle essenze intermedie, nò vedute acci-  dentali, riferimenti ausiliari che non importino punto alla  natura della cosa, bisogna pensarle come stati delle cose  stesse ed ogni cangiamento di relazioni come cangiamento  di stati interni, ma perchè ciò sia possibile occorre che le  cose siano concepite come modi o parti di un’unica essenza,  di una sostanza ‘infinita; giacchè così ogni causalità non è  causalità in altro, ma in sè stesso (Lotze).   2° Il pensiero del Bradley determinatosi per così dire  in contrapposizione al concetto dell'evoluzione ed alla ten-  denza propria della scienza contemporanea a voler tutto  ridurre a divenire senza fermare in alcun modo l’atten-  zione su ciò che diviene e perchè diviene, e modellatosi d'altra  parte sulle obbiezioni volte dalla critica herbartiana al  concetto del mutamento e all’ assoluto predominio della  categoria della causalità, non potè non considerare l'essere  quale immutabile e inalterabile ed escludente quindi  qualsiasi forma di divenire. Ma d’altra parte le obbiezioni  rivolte da quegli stessi che originariamente appartennero  alla scuola herbartiana (dal Lotze, p. es.) ai concetti fon-  damentali del maestro, le analisi critiche fatte dai filosofi  contemporanei in genere e segnatamente dai criticisti,  delle nozioni di sostanza, di rapporto, di qualità, non pote-  rono non influire sul nostro filosofo in modo da fargli respin-  gere la pluralità delle sostanze e quel carattere disgregativo  ed atomistico del realismo herbartiano per cui questo non  riesce a dar ragione dell’unità e del sistema.    SECONDO IL BRADLEY 257    3° E la difficoltà sta tutta nella 'possibilità di porre  insieme, non diciamo di fondere, la concezione dell’immu-  tabilità dell’ essere con quella dell’ unità armonica del  sistema totale che tutto comprende in sè, del sistema orga-  nico che sì fa e non può non farsi, giacchè il sistema,  l’ unità armonica non è un dato. Il germe non si può  dire che sia la pianta come non si può dire che sia la  pianta questa stessa presa in uno stadio determinato. La  realtà della pianta è posta nell’uniîtà e continuità del processo  che la rende possibile. Ora come si fa a conciliare l’unità  e la continuità del processo con l’immutabilità, l’immobi-  lità e l’ inalterabilità dell’ essere ? È evidente che questi  sono concetti della nostra mente. Perchè le apparenze che  come tali contengono già in sè un certo grado di realtà,  possano assurgere al grado di realtà ultima, bisogna che  trascendendo sè stesse, si trasformino in qualcosaltro:  ora tuttociò non implica processo, non implica una forma  di divenire? Nè vale il dire che detta trasformazione, detto  processo è pura apparenza, è processo per quel centro finito  di esperienza psichica che si trova in una data serie, ma  non per l'insieme che è permanente, immutabile, inalte-  rabile. Se l'Assoluto, come ripetutamente afferma il Bradley,  non è fuori le apparenze, ma è le apparenze, se l'Assoluto  è l'esperienza psichica interna, come mai può essere detto  immutabile, inalterabile? In seguito a ciò è lecito affermare  che nell’Assoluto non si compie alcun processo? Anzi pare  che occorra dire che se ne compiono molteplici, infiniti for-  s'anche. Che l’immutabilità riguardi le parti e non il tutto  è un’altra questione; si varii, si muti pure una particella  sola, ciò basta perchè vi sia processo e divenire vero,  reale e non semplicemente apparente o effetto di prospet-    258 IL PROBLEMA FILOSOFICO    tiva. É soltanto a chi contempla dal di fuori, a chi consi-  dera, a chi medita sul Tutto, che questo preso nel suo  insieme e quindi coi compensi reciproci che possono venire  tra le varie parti, può apparire come qualcosa di immu-  tabile: ma la realtà che vive, opera e si muove non può  dichiararsi estranea al processo. L’immutabilità, la per-  manenza sono concetti astratti, formati dalla mente, non  fatti reali. L'uno e l'essere immutabile in tanto possono  stare insieme in quanto sono considerati quali concetti  logici astratti (a mo’ della scuola eleatica), ma nel fatto  concreto l’ Unità sistematica comprendendo le differenze,  non può non involgere processo, cangiamento e in conse-  guenza moto e vita nelle parti. Delle due l'una; osi  ferma l’' attenzione sull’ individuale e si avrà l’immutabi-  lità, ma non si darà ragione del sistema e dell'unità totale,  ovvero si ferma l’attenzione sull’ universale ed allora per  poter dar ragione della differenziazione, dalla specificazione  bisogna ricorrere al mutamento, al divenire, al processo.  Aggiugiamo qui poi anche che posta la divisione della  vita universale in particolari centri di sentimento o di  esperienza, non è possibile non ammettere un modo qual-  siasi in cui i «letti centri siano ordinati e disposti: e non  potrebbe consistere in questo appunto il corrispettivo reale  ed obbiettivo della forma spaziale? Non s'impone così la  esigenza dello spazio intelligibile? S  Prima di finire, qualche osservazione ancora intorno  all'azione esercitata sul pensiero del Bradley dai recenti  . progressi della psicologia esatta, intesa questa come descri-  zione ed analisi dei fatti interni. Il lettore che ha seguito  con attenzione la nostra esposizione critica si sarà accorto  che nei punti in cui si è allontanato dalla speculazione    SECONDO IL BRADLEY 259    LI    tedesca, presentando delle vedute originali, sì è mostrato  appunto psicologo sagace e sopra tutto scevro di pregiu-  dizi. Nelle pagine in cuì egli discute la questione se si  possa ridurre la Realtà ultima e la sostanza dell’universo  all'una od all'altra delle funzioni psichiche quali l’ intel-  letto, la volontà ecc., egli dimostra a meraviglia che dai  metafisici le dette funzioni psichiche vengono snaturate.  Ed è in questa parte che si trova la sua originalità. Ora  tutto ciò — che è verissimo — al nostro autore è stato  senza dubbio suggerito dalle analisi psicologiche accura-  tamente fatte, ma possiamo noi dire che tali concetti  concordano coll’ insieme delle dottrine da lui professate?  Possiamo noi dire che la Realtà quale viene intesa da  lui (Unità del pensiero, del volere, del sentimento estetico  ecc., obbiettivamente considerati) concordi coi risultati della  psicologia esatta? E la teoria della conoscenza fondata  sui dati della stessa Psicologia può andar congiunta con  la Metafisica bradleyana? (4)    (1) Forse non è inutile richiamare qui l’attenzione sopra una forma  di Metafisica contemporanea che nacque anche come questa del Bradley  in contrapposizione al movimento scientifico contemporaneo, inten-  diamo parlare della Metafisica del Teichmiille», la quale se ha qualche  punto di contatto con quella del Bradley, se ne differenzia essenzial-  mente per il fatto che essa poggia sulla realtà del soggetto indivi-  duale — Io — sostanza. Non dobbiamo intrattenerci sulle ragioni  di tale differenza : diremo soltanto che tra queste possono essere al  diversa cultura psicologica dei due autori e l’azione che l'ambiente  speculativo «del proprio paese ha esercitato su ciascuno dei due me-  tafisici.    Digitized by Google    Lusiemneszaieti    INDICE  La morfologia della CONOSCENZA. ....... Lune pag. 1  Il ‘problema: GBtetico: Lirio ara lalla 131  177    Il problema filosofico secondo il Bradley...... (RAR De Sarlo.

 

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