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Monday, December 16, 2024

GRICE E STEFANONI

 DIZIONARIO  FILOSOFICO  DI  STEFANONI LUIGI  CONTENENTE  L' ESPOSIZIONE DEI PRINCIPALI SISTEMI FILOSOFICI E TEOLOGICI, LA  BIOGRAFIA DEI FILOSOFI ANTICHI E MODERNI, LA CRITICA DEI DOMMI  EDELLE ERESIE, LA DEFINIZIONE DEI VOCABOLI SCIENTIFICI ATTINENTI  ALLA FILOSOFIA ECC. ECC.  Volume I.  MILANO  NATALE BATTEZZATI, EDITORE  Via S. Giovanni alla Conca, 7.  1875.- 77 12.7.18 ^1.  DIZIONARIO FILOSOFICO  DIZIONARIO  FILOSOFICO  DI  STEFANONI LUIGI  CONTENENTE  L' ESPOSIZIONE DEI PRINCIPALI SISTEMI FILOSOFICI E TEOLOGIGI, LA BIOGRAFIA  DEI FILOSOFI ANTICHI E MODERNI, LA CRITICA DEI DOMMI E DELLE ERESIE, LA  DEFINIZIONE DEI VOCABOLI SCIENTIFICI ATTINENTI ALLA FILOSOFIA ECC. ECC.  MILANO  NATALE BATTEZZATI, EDITORE  Via S. Giovanni alla Conca, 7.  1873. Parma Tipografia della Società fra  gli Operai-tipografi. Uomo che adopra voci alle quali  non dachiaro senso e determinato,  inganna se stesso e gli altri.  LOCKE.  Coloro che si occupano di scienze filosofiche sanno  quanto importi l' avere ad ogni momento sottomano le de finizioni dei vocaboli, l' esposizione storica, e le contro versie dottrinali della filosofia, senz' uopo di doversi sob barcare in lunghe e penose ricerche di libri che spesso  non si possédono e più spesso ancora s'ignorano; onde  mi parrebbe fatica vana lo spendere parole per dimostrare  agli studiosi , ed eziandio ai curiosi, di quanta utilità possa  essere un Dizionario Filosofico.  Ma giova che si sappia quale indirizzo e quale ordine  presiedettero alla compilazione di questo, ch'è il primo che  si pubblichi in Italia, e che perciò appunto vanta maggiori  titoli alla tolleranza del lettore. Gli articoli onde si com pone questo Dizionario possono dividersi in quattro classi  attinenti: 1. Alle definizioni. 2. Alla biografia ed alla storia,  ove succintamente si espongono le vicissitudini delle credenze  religiose e dei sistemi filosofici, e rapidissimamente si accen 6  nano i punti più salienti della vita dei filosofi e degli ere siarchi. 3. Alle scienze positive, dove si espongono i risul tamenti degli studi naturali, sui quali oramai, per co mun consenso, tutta quanta la filosofia moderna si fonda.  4. Alla critica ed alla controversia, che delle teorie e dei  sistemi architettati dalle scuole puramente speculative, ad dita le parti manchevoli e le contraddizioni colla scienza.  Questi quattro caratteri or s'incontrano in separati articoli,  or si riuniscono in un solo, secondo che parve più oppor tuno per maggior chiarezza l'unirli o il separarli Ma ad  ogni modo la connessione delle idee è conservata con op portune citazioni di rimando dall' uno all' altro articolo,  acciocchè la necessaria separazione dei vocaboli, in nulla  pregiudichi l' unità d' indirizzo di tutta l'opera, la quale  s' informa a quello stesso metodo di critica razionale, ch'io  già ebbi il conforto di vedere encomiato nella mia Storia  critica della superstizione. Quindi il meglio che io possa  dire in favor dell' opera mia, si è di ripetere le parole già  rivolte ai lettori della prima edizione di quel lavoro: « Que st' è il primo libro di simil genere che venga in luce in  Italia, onde, avuto riguardo alla pochezza dei mezzi e  alle difficoltà che sempre s'incontrano nei nuovi tenta tivi della scienza, i lettori mi sapranno grado , quan anche l'opera mia non fosse riuscita cosi difusa e cosi  completa, come, pel bene della verità, sarebbe a deside rarsi che fosse stata » .  Ma oltre la novità del lavoro, ben altri titoli mi danno  diritto a sperare nella indulgenza del lettore. Fin dal secolo  scorso, Voltaire mi ha preceduto col suo Dizionario Filo sofico, ma chi lo ha letto sa in quante parti sia manchevole ed  anche erroneo, equantopoco risponda oggi ai bisogni della  nostra filosofia. Oltre di che una buona metàdi quel Diziona rio si occupa di inezie o d'argomenti affatto stranieri alla  filosofia, come sarebbero, ad esempio, gli articoli Alfabeto,  Agricoltura, Alessandro, Aneddoti, Drammatica, Grano, Go verno, Imposta e tanti altri, basta dire ch' esso trascura un 7  grandissimo numero di vocaboli necessariissimi a conoscersi  e adefinirsi, e dei filosofi ed eretici appena pochissimi accen na, per capire che l'autore fu prolisso in quelle cose nelle  quali doveva esser parco, e fu invece soverchiamente parco  dov' era necessità il diffondersi.  Questi ed altri difetti, che or non giova ripetere, io  ho cercato di evitare; onde non paia immodestia la mia,  se qui mi piace affermare la intera autonomia di questo  lavoro, il quale, d'altronde, ha potuto attingere la sua forza  nei moderni progressi delle scienze e nel vigoroso indiriz zo della nuova filosofia.  Ad ogni modo,se io non sono riuscito ad appagare in teramente il desiderio degli studiosi, non credo che la tol teranza del lettore potrebbe, senza ingiustizia, venirmi meno.  Eper vero, se a Voltaire, ricco, pieno di fama e di sa pere, protetto dalla corte e appoggiato dal concorso volon tario dei più illustri pubblicisti (* ) non è riescito di far  opera perfetta, e nondimeno il mondo degli Enciclopedisti  in mezzo al quale getto quel suo lavoro, giudicollo assai  benignamente, mi pare che, fatte le dovute proporzioni, una  eguale indulgenza non possa rifiutarsi a chi nella sola sua  attività e nelle sue sincere convinzioni attinge l'impulso  ad operare, e non ha poi su Voltaire altro vantaggio, che  quello di essere venuto un secolo dopo.  (*) Federico di Prussia in una sua lettera fa risalire la data dei primi arti coli del Dizionario Filosofico di Voltaire all' anno 1751, ma Colini, che poteva es ser meglio informato, così ne fa la genesi: « Il progetto del Dizionario Filosofico  dev' essere riferito all' anno 1752. Il disegno di quest' opera fu ideato a Postdam,  ove in ogni sera, mentre Voltaire sen' giaceva a letto, io gli leggeva, secondo l'uso,  qualche frammento di Ariosto o di Boccaccio. Il 28 Settembre egli si coricò assai  preoccupato, e m' apprese che alla cena del re (Federico di Prussia) molto si era  parlato dell' idea di un Dizionario Filosofico, la quale a poco a poco concretata,  si era convertita in un progetto serio. Ei mi diceva che gli uomini di lettere del  re, e il re stesso dovevano lavorarvi intorno di concerto, e che si distribuirebbero  gli articoli, tali che Adamo, Abramo ecc. Credetti in sulle prime che questo pro getto non foss' altro che un ingegnoso scherzo inventato per rallegrare la cena;  ma Voltaire, vivace e ardente, s' accinse al lavoro ' indomani ».  ABELARDO  A  9  Abecedarj. Dopochè Lutero ebbe | nella quale si distinse,meno, a dir vero,  assodato il principio, che la ragione in- per la novitàde'suoi precetti, che per la  dividuale è sola giudice dellainterpreta- | foga giovanile e per la insinuante elo zione delle Sante Scritture, Stork, di scepolo di lui, a rinforzare la massima  del maestro, insegnò che lo studio non  giovava a nulla nella interpretazione, ne  eraanziunimpedimento,edistoglieval'uo modallaparoladi Dio.Laondediceva, che  migliorpartito quello era di non imparare  aleggere, perocchè coloro ch'erano dotti  correvano pericolo di dannarsi. Parrà  strano che da un principio diretto a sol levare la dignità individuale, venisse de  quenza. A Parigi fu preso d'amore per  la nipotedel canonico Fulberto per nome  Eloisa, la sedusse e la mend in moglie  con vincolo segreto; ma gli amori suoi  resi popolari da una lettera ch'egli stesso  scrisse, non furono nè onorevoli per lui  nè ebbero buonfine.Poco di poi Eloisa  prendeva il velo, e Abelardo, fattosi mo naco, incominciò a scrivere su cose teolo giche. Or si è appunto nella sua In troduzione alla Teologia e nella Teolo gia cristiana ch'egli, cercandodi provare  la verità della religione e dei misteri  per via di similitudini che li rendessero  chiari epalesiall' intelletto, ebbe, da certi  filosofi moderni, il nome di razionalista.  Il quale se sia meritato io non saprei  dire, ma parmi, ad ogni modo, che il  dotta una conseguenza cotanto abbietta  econtraria allanostra intelligenza, e nol  si crederebbe davvero, se la setta degli  abecedari, che fu un ramo degli Ana battisti, non fosse stata abbastanza dif fusa nella Germania, e non avesse anno verato nel suo seno Carlostadio, uno dei  capi della Riforma. Ma tant'è; qualun- | vanto di appartenere a cotesto raziona que sia il nome ch'ella abbia e dovunque  s'indirizzi, la superstizione riescirà sem pre a conseguenze funeste per l' umana  dignità.  Abelardo. (Pietro )Le solite esa gerazioni degli spiriti deboli, hanno at tribuito a questo teologo una poderosa  missione contro alla Chiesa; nè manca rono filosofi, come Cousin, Rémusat e  altri molti, i quali lo onorassero col ti tolo di vero campione del libero pensiero  nel medio evo. Cotesto èerror massiccio,  e ci vuol poco a dimostrarlo. Abelardo  nacque nel 1079 in Palais nella Bretta gnada nobile e ragguardevole famiglia.  Studið dialettica a Parigi ed a Laon e  fu egli stesso maestro di questa scienza  lismo teologico non gli rimanga incon trastato, avvegnachè, senza tanto dilun garci, Roscelino, maestro suo e capo  della scuola nominalistica (vedi NOMINA LISMO), non solo aveva prima di lui sot toposto al ragionamento il mistero della  Trinità, ma ancora l'aveva scosso dalle sue basi. Vero è che Abelardo fu accusato  e condannato nel Concilio di Soissons,  ma nulla ci autorizza a credere che tal  condanna sia stata pronunciata contro ai  suoi principii razionali; chè anzi nelle  quattordici proposizioni condannate, non  vi troviamo altro che errori teolo gici intorno alla natura di Dio, della  Trinità e del peccato originale, i quali,  dal più almeno, furono prima di lui pro 10  ADAMITI  fessati da Pelagio, Nestorio, e Sabellio ed  altri celebri eresiarchi (Vedi questi nomi).  Benè vero che unsecondo concilio adu nato a Sens sipronunciò controleopinioni  d' Abelardo, il quale, per altro, protestò  di non aver mai professati gli errori  che gli si imputavano, ed egli stesso  gettò sul fuoco il libro nel quale pre tendevasi che li avesse esposti. Ma è lecito  credere che quella persecuzione , meno  procedesse dall'odio per l'eresia, che per  occulti rancori e rivalità personali fra  Abelardo, l'abate di Thierry in prima,  e S. Bernardo poi, il quale non aveva  mancato di additarlo allacorte di Roma  siccome « un Dragone infernale e il pre cursore dell' Anticristo ». E la corte di  Romanondurò fatica a credere alle poco  cristiane accuse del turbolento santo, in quantochè costui non aveva mancato di  insinuare che Abelardo aveva stretta una  occulta lega con Arnaldo da Brescia per  rovesciare il primato di Gesù Cristo (V.  Bernardo Epist. 330, 331, 336, 337). Ma  giova credere, cosa d' altronde confessata  dagli stessi cattolici, che siffatte accuse  non avevano ombra di fondamento, fuor chè in una inimistà personale, perciocchè  ritiratosi Abelardo nel monastero di Clu gni, fu rappacificato con S. Bernardo e  vi morì, come dice l'abate Pluquet, con  edificazione di tutti i religiosi nel 1142,  in età di 63 anni.  Accademica. Dicesi scuolaAcca demica la filosofia che fu insegnata nella  Grecia durante il periodo di quattro se coli circa, che corrono da Platone fino  ad Antioco. Tre sono le Accademie ge neralmente ammesse. Quelladi Platone  è la prima; la media di Archelao, e la  nuova di Carneade. Una quarta Accade mia èriconosciuta da altri; e altri ancora  ne ammettono una quinta di Antioco  (Sesto Empirico. Instituzioni Pirroniane  lib. I c. 33). S'intende da se, che lapri ma scuola accademica rappresentata da  I'latone eda Socrate fu lanaturale alleata  dellospiritualismo; ed è perciò chegli spiri tualisti eccletici, perla boccadel Prof. Sais set, riconoscono che la prima soltanto è  giunta all'apogeo dellagrandezza, mentre  colle altre s' incamminò verso la deca denza. Il fatto si è che con Arcesilao lo  scetticismo s'introdusse nell'Accademia e  Carneadelo rinforzò provando che fra  una percezione vera e una falsa non  vi limite tracciabile, essendo lo spazio  intermedio occupato da altre percezioni  la cui differenza è infinitamente piccola:  onde tra la scuola Accademica di Car neade e il Pirronismo, non vi è che una  differenza di quantità o, per meglio di re, d' estensione.  Adamiti. Il Beausobre ha tacciato  di inesattenza S. Epifane, il quale rife risce (Hæres. 51) che gli eretici di una  antica setta solevano assistere alle ra dunanze del culto affatto nudi, d'onde  avevano preso il nome di Adamiti, per ciocchè fu appunto in tal costume che  Adamo sen' venne al cospetto della di vinità.  Quantunque la cosa sembri strana,  non è tuttavia inverosimile, e se riflet tiamo che tra i Greci ed iRomani l'uso  di scoprirsi la testa e di spogliarsi in  parte in segno di rispetto era generale,  non ci parrà impossibile che l'abbiano  adottato anche i cristiani. Anzi, contra riamente all' uso ebraico ancor vigente  nelle sinagoghe, dice S. Paolo che i  Greci convertiti oravano e profetizza vano a testa scoperta, e Plutarco rife risce che Augusto, scongiurando il Se nato che non volesse imporgli la ditta tura, si abbassò fino alla nudità. Fatta  la dovuta parte ai costumi dei tempi,  non vi è dunque nulla d'invērosimile  che alcuni cristiani per un sentimento  di esagerazione facilmente spiegabile in  uomini entusiasti, abbiano preteso che  meglio conveniva onorar Dio nel co stume stesso ch'egli aveva dato al pri mo uomo. Quelche intendere nonsipuò,  si è che cotali settari entrando, maschi  e femmine, nel tempio ignudi si con servassero casti a loro modo.  Anche in tempi più recenti lanudità  comeprincipiodi cultononmancodi setta tori. Gli Adamiti ricomparvero nel secolo AGNOETI  XIII guidati da Tanchelino,il quale con  tre mila armati piantò la sua sede in  Anversa; e nel secolo XIV, sottoil nome  di Turlupini e di poveri fratelli, nel  Delfinato e nella Savoia an-lavano affatto  11  nudi ed inpieno giorno commettevano le  azioni più brutal i. Furono distrutti da | chè non sono rivelati mediante la pro  que attribuiti a Mosè; profetici, e son  quelli di Giosuè e seguenti; ed agiografi  che sono i Salmi, Proverbi, Giobbe,  Daniele, Esdra, Paralipomeni, Cantico,  Ruth ecc. Agli agiografi attribuiscono  un valore inferiore agli altri, inquanto CarloV, che molti ne fece abbruciare. Un  secolo dopo nella Germania, un fanatico  per nome Picard facendosi credere no velloAdamo inviatodaDioper ristabilire  laviolata legge di natura, insegnò la  nudità del corpo e la comunanza delle  donne essere regola naturale; e ai suoi  seguaci ingiunse di passeggiare affatto  nudi però che, diceva, chiunque copre la  sua nudità, senza ribellione dei sensi  non può più vedere una persona di  sesso diverso dal suo.  Non sono molti anni che alcuni fa natici tentarono di ristabilire la setta  degli Adamiti in America. Radunavansi  costoro in un granaio di Brooklyn a  Nuova Jork, ch'essi dicevano il Para diso Terrestre, e colà, uomini e donne,  nel costume Adamitico facevano le loro  divozioni. Ma nonostante la libertà reli giosa concessa negli Stati Uniti, la po lizia non ha creduto di poter, tolle rare questa novella rivelazione; laonde  gli Adamiti furono dispersi e minac ciati di un processo.  Adiaforisti o indifferenti. Nome  dato a coloro che nel secolo XVI segui rono Melantone, al quale il carattere  pacifico impediva di aderire all' estrema  violenza e al fanatismo con cui Lutero  perseguitava gli avversari.  Afortiori. Tanto meglio, amag gior ragione. Impiegasi nelle materie di  pura controversia, quando si conclude  dal meglio provato al men provato,  dal più al meno, come per esempio:    Agiografi. Dal greco: scrittori sa cri. Gli ebrei distinguono i libri della  Bibbia in legislativi, é sono i primi cin fezia. Comunemente poidiconsi agiografi  tutti gli autori che scrissero la vita dei  santi.  Agnoeti. Il capitolo XIII, verso 32  dell' Evangelo di S. Matteo, dice che  quanto al giorno e all' ora del giudizio  universale nessuno la sa, non pur gli  Angeli che sonnel cielo,nè il Figliuolo;  ma solo il Padre. Fondandosi sopra que sto passo, verso la metà del quarto se colo i discepoli d'un tal Teofronio so stennero, e, per verità, non senza fon damento, che Iddio non aveva una scien za universale, ma ch' egli pure andava  manmano estendendo le sue cognizioni.  Il perchè, dicevano essi disputando, se il  Figliuolo è consustanziale al Padre ed è  Dio egli stesso, come potrebbe ignorare  il giorno del giudizio, se questo giorno  è noto al Padre Dunque, o Gesù Cristo  non è Dio, e inquesta opinione vennero  gli arriani ( Vedi ARRIO ) oppure vi  hanno cose che la sua divinità ignora;  d'onde costoro ebberoilnomedi Agnoeti,  sinonimo d'ignoranti, siccome mettevano  l'ignoranza in Dio. Alcuni padri tenta rono di rispondere a questa difficoltà, ma  non ebbero che ragioni fiacche o scem pie. Chi, come S. Atanasio (Sermone  contro ' Arrianesimo) addusse che Gesù  aveva ignorato il giorno del giudizio  in quanto era uomo, e chi aggiunse (Ori gene in Mati) che con quelle parole il  Figliuol di Dio questo solo aveva voluto  dire, che non aveva in quella cosa una  scienza sperimentale; il che, per altro,  poteva dirsi eziandio del Padre. Ma pare  che nenimeno i credenti fossero molto  convinti di queste ragioni, poichè non  mancarono altri che tentarono d' intro durre un nuovo genere di spiegazione,  sopprimendo addrittura il versetto in  questione. Tanto almeno ci riferisce Fa 12  ALBIGESI  bricio, il quale ha potuto accertare che | disegno di mettersi al coperto dal fer in parecchi manoscritti antichi dell' E vangelo di S. Matteo questo passo era  scomparso. E fu buona ventura che tal  soppressione non riuscisse a più com pleti risultati, avvegnachè ben giovache  la Chiesa porti seco il pesante fardello  de'suoi errori.  Albigest. Nomedato ad una setta  di eretici che occupavano la Linguadoca  nel dodicesimo secolo. Quali fossero le  dottrine degli Albigesi non è facile lo  stabilire, perocchè ilBasnage, forse per  soverchia tendenza a mostrare la conti nuità della tradizione delle dottrine pro testanti,, li confuse co'valdesi, mentre il  Bossuet e altri cattolici vogliono assimi  larli ai manichei. Certo è che fra le mol tissime sette che pullulavano in quei se coli, gli Albigesi potevano avere attin to un po' a tutte lecredenze. Quindi se  al manicheismo avevano tolta la creden za che Lucifero era concorso nella crea zione del mondo, nonpuòdirsi per questo  cheessi ammettessero che cotesto spirito  decaduto fosse indipendente e coeterno a  Dio. Non è certo che'negassero la divi vinità di Gesù Cristo, e alladottrina della  Riforma s'accostavano in questo, ch'essi  negavano l'efficacia dei Sacramenti. Gli  Albigesi sono celebri nella storia per la  feroce repressione cui andarono soggetti.  Contro di essi Innocenzo III bandi una  crociata per la quale concesse i medesi mi benefizi spírituali che avevano lucrato  i crocesegnati diretti alla liberazione, del  santo sepolcro. Guidavano la crociata  l'abate dei cisterciensi, legato del papa,  ch'ebbe il titolo di Capitan Generale;  1 arcivescovo di Bordeaux e il vescovo  fi-Limoges. L'esercito de'crocesegnati  espugnò dapprima Beziers, e vi commise  vore dei vincitori, seguendo il primo  moto del loro impeto, comechè non erano  da alcuno comandati, si gettarono su  quegli infelici e li trucidarono tutti senza  che un solo potesse salvarsi ». Ma se i  crociati non erano diretti da autorevoli  persone, ordini autorevoli avevano rice vuti dal Legato del papa, il quale, in terpellato come distinguere si potessero  i cattolici dagli eretici, uscì in queste  memorabili parole: Uccidete tutti, Iddio  riconoscerà i suoi. Debellata Beziers po sero l'assedio a Carcassona, che s'arrese  a patti, quindi si volsero contro Lavaur,  ove ben ottanta gentiluomini furono ap piccati, e mossero infine contro Tolosa  scopo ultimo della crociata e focolare  dell' eresia. Inaudite barbarie scrive il  cattolico Hurter, (Storia di Innocenz. III)  segnarono il cammino dell'oste cattolica:  inermi operai, donnee fanciullitrucidati ;  distrutti i vigneti, atterrati gli alberi,  segate le messi, i casolari e i villaggi  dati alle fiamme fino presso della città,  dove finalmente icrociatiposero il cam po ». Dueanniresistette ilconte di To losa a quell' orda de'vandali cristiani, ma  infine, debellata la città, ben 15,000 nuove  vittime furono immolate al sitibondo  mostro del fanatismo.  Si chiuse la crociata con la convoca zione del Concilio di Tolosa nel quale i  vescovi, di concerto coi signori, statui rono severe pene contro gli eretici,   Eraclito, scriveva Aristotile,  crede che l'animadel mondo sial'eva porazione degli umori esterni che sono  in lui,eche l'animadegli animali pro cedetantodall'evaporazione degli umo ri esterni che interni dello stesso ge nere>Macrobio però corregge il sen timento di Eraclito, dicendo ch' egli  credeva che l' anima appartenesse al l'essenza stellare (animam scintillam  stellaris essentiæ ). « Esiste, dic' egli,  moto, d'ogni vita. Quando un corpo  deve essere animato sulla terra, una  molecola rotondadi questo fluido gra vita per la vialatteaverso la sfera lu nare, e colà arrivata ella si combina  conun'ariapiù grossolanae diventa atta  ad associarsi colla materia.Allora essa  entra nel corpo che siforma, lo riem pie per intero, lo anima, cresce, soffre,  ingrandisce, e con esso lui vien meno.  Allorchè in seguito ei perisce ed i suoi  elementi grossolani si disciolgono, que stamolecola incorruttibile se ne separa  eal grande oceano dell'etere si ricon giungerebbe senza ritardo, se la sua  combinazione coll' aria lunare non la  ritenesse ( Macrobio. Sogno di Sci pione) ». Ennio invece non si accorda  con Macrobio, e vuol che l'anima sia  tratta dal Sole (Varrone Della lingua  Sabina lib. IV). Zenone la riconduceva  agli elementi del fuoco, e gli stoici ag giungevano che il seme umano non é  altro che un estratto delle parti dell'a nima. » Epicuro, dice Plutarco. crede  che l'anima sia unamiscela di quattro  cose, di un certo che di fuoco, d'aria,  di vento e di una quarta sostanza che  non ha nome. Un'aria sottile la crede vano Anassagora, Anassimene Diogene ;  Anassimandro, piú ragionevole degli al tri, credeva che l'anima altro non fosse  che il sangue; ma Marc' Antonino la  faceva derivare dal sangue e dal vento;  eDicearco diceva addrittura che anima  nonv'era.  Da questi esempi noi dunque ve diamo che quasi tutta l'antichità pa gana ignorava affatto la spiritualità del l'anima ; ma i nostri moderni credenti  saranno molto sorpresi di sapere che  eziandio l'antichità cristiana non la co nosceva meglio. Non ho bisogno di dire  che le Bibbia stessa non ci dauna idea  dell' anima che sia men materiale di  un fluido luminoso, igneo, sottilissimo, quella che avevano i filosofi pagani. In 30  ANIMA  fatti le due volte che l'autore della  Genesi discorre dell' anima, ce la mo stra, nell'una siccome un fiato, nell'al tra siccome identica al sangue. » E il  «Signor Iddio formò l' uomo dalla pol «vere della terra e gli alitò nelle nari   Èuna difficoltà grandissima, dice De  la Lubere » il dare ai Siamesi l'idea di  un puro spirito, e lo attestano i missio nari che vissero lungamente in quei  paesi. Per vero, tutti i paganidell'Oriente  credono che dopo la morte dell' uomo  qualche cosa sussista separatamente e in non è molto antica. E per verità, una  astrazione di questa natura non troppo  facilmente si forma, perocchè ciò che  contrasta colla esperienza e colla realtà,  ripugna non meno ai sensi che alla ra gione. Noi possiamo dunque dire senza  tema di errore, che la spiritualità del l'anima è concetto quasi esclusivamente  cristiano, perciocchè non ci voleva meno  che una gran tendenza al patire, e una  delirante smania di fiacccre la carne e  distruggere i vincoli del corpo, per far  sorgere nel nostro cervello il pensiero di  un Ente, che è la negazione di tutte le ANIMA DEL MONDO  entità; il che sarà dimostrato nell' arti colo SPIRITO.  Quale poi sia la sede dell' anima, fu  oggetto di strane e curiose ricerche fra  imetafisici e iteologicidell'antichità, nè  occorre dire che essi, come al solito, nè  si accordarono nè si intesero intorno a  questo punto. Parendo a Platone che  un' anima sola fosse poca cosa, tre ne  suppose: l'una ragionevole, e la mise nel  cervello; l'altra irascibile, e la collocò nel  petto; l'ultimaconcupiscibile e laconficcò  31  prevalente. Bacone crede invece che due  principii siano in noi: un' anima sensi tiva comune a tutto ciò che respira, ed  un' anima ragionevole particolare per  nel basso ventre. Tanto valeva il creare  addrittura un'anima per ogni special fun zione del corpo umano. Maquelli che si  contentaronodiun'animasola, laposeronel  petto o nel cervello; e fra quelli che la  posero nel cervello Descartes la conficcò  nella glandula pineale, per la ragione  che nel cervello è sola e vi è sospesa  in guisa da prestarsi atutti imovimenti.  Ragioni altrettanto convincenti consiglia rono altri a porre l'animanei ventricoli  del cervello, o nel centro ovale, o nel  corpo calloso, e altri in altri siti non  meno curiosi.  Che gli australiani ignoranti e rozzi  come sono, credessero, come abbiamo  veduto, che l'uomo può avere due ani me, è cosa che non farà maraviglia a  nessuno. Quel che sorprende è, che una  tal supposizione abbiapotutoentrarenella  testa d'uomini d'ingegno e che ebbero  fama d'increduli, come Bacone e Buffon.  Ambi supposero che fossero in noi due  principii, e il Buffon credè di provarlo  citando certe contrarietà, che talora na scono in noi per la noia, l' indolenza e  il disgusto, in cui pare che il nostro io  sia diviso in due persone; laprima delle  quali, che rappresenta la facoltà ragio nevole, biasima la seconda,ma non è ab bastanza forte per opporsi efficacemente  evincerla. Ed è strano davvero, dico io,  che un naturalista non siasi avveduto  chequesta sorta di contrarietà, piuttosto  che riferirsi a due principii,non rappre senta altro che quello stato nel quale  l'io non sa,nè può determinarsi fra due  opposti stimoliesterni, nessun de' quali è  l'uomo. Ma il cancelliere d' Inghilterra  non si avvedeva, che separando la sensa zione dal pensiero scindeva indue l'unità  dell'io senziente, e riteneva che il pen siero fosse indipendente dalla sensazione;  il che è assurdo, poichè in tal caso non  solo bisognerebbe riconoseere l' esistenza  di pensieri o di idee innate, ma si do vrebbe ancora ammettere che oltre alla  sensazione, nel feto appena concepito esi ste eziandio il pensiero. Perocchè, o l'a nima pensante esite nel feto senza pen siero, il che è assurdo; oppure il prin cipio pensante pensa nel feto realmente  prima ancora che si siano formati gli  organi della sensazione. Il che non è  meno assurdo, non potendosi concepire  alcuna idea che possa essere dimostrata  anteriore alla sensazione. (Vedi IDEE IN NATE, PENSIERO, IMMORTALITÀ, ANIMA ZIONE. Per l'animadelle bestie v. BESTIE).  Anima del mondo. Poichè si  era dotato l'uomo d un'anima per spie gare l'attività del corpo, ragion voleva  che al mondo, o, per meglio dire, all'u niverso, si assegnasse un' altra anima  per spiegarne i movimenti. Nella filoso fia greca Platone, il padre di tutti i  misticismi possibili e impossibili, ebbe la  gloria d'inventare questa singolare ani ma, la quale, a parer suo, concorrere  doveva a rendere perfetto il mondo e a  spandere in ogni parte il movimento e  la vita. Ei non pensò nemmeno che se  il mondo era animato, e l'uomo si com pone della materia di che è composto il  mondo, ' assegnare un' anima aquesto  secondo essere, diventava una duplicità  inutile. Ma ciò non doveva sgomentare  Platone, il quale aveva giàdotato l'uomo  di tre anime. (vedi ANIMA) L'anima del  mondo passò naturalmente nella scuola  d'Alessandria, erede delle teorie di Pla tone; ma presso gli stoici viene innal zata fino all'idea di Dio, con questa sin golarità però, che questa anima-Dio è 32  ANIMAZIONE  una forza attiva della materia e le im prime il movimento e le dà le forme  sotto le quali ella ci appare. Del resto,  il concetto dell'anima del mondo o del I' anima universale, è domme pressochè  generale di tutta la filosofia antica, ma  manifestamente si concreta in Zenone,  il quale si raffigura il mondo come un  grande animale sferico composto di ma teria e d' intelligenza, e l' intelligenza  concepisce sotto un certo che d' igneo,  che definire non si pud. Imperocchè il  fuoco ha una parte principalíssima in  tutti i sistemi filosofici dell'antichità, e  siccome era quanto di più sottile si co noscesse, così sovente i filosofi ricorre vano alla sua imagine per rappresen tare le loro inesprimibili astrazioni, come  oggi ricorrono alla parola Spirito per  rappresentare tutto ciò che definire non  si pud. L'animadel mondodiventa ancor  più materiale con Aristotile, il quale la  confonde con l'etere che, a parer suo,  muove l'universo.A'giorni nostri l'anima  del mondo è scomparsa ed è stata so tendimento, l'altra alla sensibilità, ed era  questa che si chiamava carro sottile del l'anima secondo i pitagorici, e che i rab bini, al dir di Macrobio, chiamavano  vascello (Macr. Sogno di Scipione). Se guitando la dottrina dei germi preesi stenti, Ippocrate da buon medico, rese il  mistero dell'animazione un po' piùmate riale, supponendo che i germi delle ani me, fluttuanti nell' aria, per gli organi  della respirazione si introducano nel cor po umano, si svolgano primamente nel  sangue e poi nell'utero. Come si vede,  questo ingegnoso sistemanon aveva che  un difetto solo, quello di rendere super flua l'azione del maschio, poichè se i  germi dell' animagià esistononella fem mina, non si capiscelaragione onde non  si sviluppino da soli. Meno male chePla tone era stato lontanissimo da queste  materialissime figuredell' anima; egli l'a vea anzi elevata alla sublime altezza  dei suoi sogni incomprensibili. » L'esi stenza di ogni generazione, diceva egli,  consiste nell'unità dell' armonia triango stituita dalla forza, che alcuni concepi- golare (e perchè nondel quadrilatero ?);  scono come principio indipendente e se parato dalla materia, sistema che è ca gione di tanti errori e di tante aberra zioni ( vedi FORZA).Ma in conclusione i  filosofi moderni che così pensano, non  fanno che cambiare nome alle cose, e  riprodurre, sotto forme nuove, sistemi an tichi.  Animazione.Dopo avere esposte  le varie opinioni dei filosofi intorno al l'anima umana, ( vedi ANIMA) conviene  oraesaminare lenonmeno singolari idee  che essi hanno concepite per spiegare il  modo con cui essa si forma e penetra  del nostro corpo. Pitagora è il primo  che accenni alla preesistenza dei germi  per tutti gli animali. Quanto all'uomo,  egli diceva che si compone di una so stanza la qual discende dal,dervello del  padre e che si sviluppa per mezzo di un  vapor igneo. Cotal sostanza forma, se condo lui, il corpodel figlio, e il vapore  costituisce l' anima sua. La quale però  è doppia, perchè l'una parte serve all'in il simulacro del padre che genera, e  quello della madre nel quale si genera  possono bencostituire due lati del trian golo; ma per renderlo perfetto bisogna  aggiungervi il terzo lato della figurama tematica, vale a dire il simulacro del fi glio che è generato. » Ecco una spiega zionela quale,senonsaràintesa,non sarà  però meno ammirata, poichènella meta fisica di solito si ammira appunto ciò  che non s' intende.  Anche la casistica cristiana non ha  voluto lasciare inesplorato questo ferti lissimo campo delleumane congetture, e  S. Agostino nelle sue Meditationes de votissimæ si domanda: Quid sum ego ?  E risponde: Homo de humore liquido;  fui enim in momento conceptionis in  humano semine conceptus. Deinde spu ma illa coagulata modicum crescendo  caro facta est. S. Agostino non poteva  risolversi a credere che l'anima, occulta ta nel semepaterno, s'infondesse nelger me della madre al momento della fecon ANIMAZIONE dazione. Se così fosse quante anime an drebbero perdute acagionedell'onanismo  edella spontanea polluzione ! Ecco per chè egli crede che l'anima umana, alla  33  mo fatto. Siamo già assai lontani dalle  assurdità teologiche, ma lontani ancora  dalla verità. Harwey ci fa avanzare diun  guisa stessa di quella del Salvatore, ri sieda nel ventre dellamadre. L'aziondel  padre è nulla in quanto allo spirito!  L'aníma s'infonde direttamente nel seno  materno ! Senza avvedersene Agostino  cadeva nella contraddizione d' Ippocrate  enon giungeva a spiegare perchè mai  le anime non sbucciassero fuori da se  sole, dal momentoche s'infondevano nel l'utero materno senza alcuna azione del  maschio. Ma aveva egli ben altri pro blemi da spiegare ! Trattavasi di sapere  inqual momento l'anima umana sarebbe  restata contaminata dal peccato origina le; ciąè, se prima o dopo la infusione  nel seno della madre. E risponde, che  l'anima infusa èviziatadalla carne(Quæst  Vet. Qest. XXIII) Per lo teologia Iddio  hadunque questo nobilissimo ufficio, di  creare continuamente delle anime e di at tendere il momento della fecondazione  per infonderle subitamente nel ventre  della femmina. Quante innumerevoli oc cupazioni per un Dio solo! Nè la opi nione di S. Agostino sulla continua cre azione rimane senza fondamento. Egli  l'appoggia sopra ilvangelo, dove è detto  che il padre opera sino ad ora (Giov. V  17) e dove S. Paolo dice: Seminatur  corpus animale, surget corpus spirita le. Infine S. Agostino doveva avere an che la testimonianza di un papa, Ales sandro VII, il quale nella sua infallibi lità , colla costituzione dell'anno 1661, di chiarava che l'anima di Maria Vergine  nel primo istante della creazione e infu sione nel corpo, per special grazia epri vilegio di Dio, fu preservata dalla mac chiaoriginale.  Ma abbandoniamo lacasistica e pas siamo alla filosofia moderna. Ecco De scartes che genera l'anima col concorso  de' due semi e per l'intermediario del  movimento. Le molecole dei due spermi  fermentano insieme, ed ecco uscirne un  cuore, un naso, braccia e gambe; un uo passo: è ancor poco, maè sempre meglio  che nulla. Carlo I d'Inghilterra gli aveva  abbandonate le bestie selvaggie dei suoi  parchi, e il medico sì bene ne usò che  dopomoltissime dissezioni anatomiche si  accorse, che un punto animato s' agitava  nel liquor cristallino della matrice. II  punto-anima eradunquetrovato, manon  era giàil punto matematico senza dimen sioni, non una astrazione metafisica; era  unpuntomateriale. Piùtardi Leuwenhoek  esaminando col microscopio lo sperma  umano vi scoprì gli animalucoli sperma tici: fu una rivelazione. Una goccia di  sperma diventava un oceano di anime.  C'era tanto dasgomentarnela metafisica  e la filosofia teologale. Come ! Un ani malucolo spermatico, una sorta di rettile  microscopico che naviga nel liquor semi nale sarà quello che s'insinua nell' uovo  della matrice, lo feconda e si trasforma  in uomo? Come! sarem noi dunque i di scendenti di un animale, poichè non vi  ha dubbio che questo animale spermatico  rappresenta il principio dell'animazione?  L'anima sarà dunque unprincipio mate riale; un puntomobile che naviganegli  organi genitali del maschio? Bisognava  ad ogni costo distruggere cotesta teoria,  enon mancarono filosofi che vi si ac cingessero con un santo entusiasmo. Un  naturalista che non osava negare questi  animalucoli spermatici, cereò distruggerli  in altro modo, e scrisse ch'erano come  una sortadiparassiti, che vivevano nello  sperma, come gli ascaridi vivono sotto la  pelle e gli entozoari negl'intestini, insom mauna sorta di malattiache si era ge nerata un mezzo secolo indietro. Gli fu  mostrato che i vermi seminali non si  trovano nè nei bimbi, nè negli eunuchi,  nè nei vecchi, nè negli adulti durante il  periodo di certemalattie. Malafede val  più della logica e dell' esperienza, e il  malizioso contradditore nonmancò di dire  che ciò dipendevaperchè inquegli esseri  erano morti. (Bourguet Lettre philos.  3 34  ANIMAZIONE  sur la formation des sels et des cristaux). coli; cosa impossibile a concepirsi. Con Parevache dopolascopertadi Leuwen- tuttociò i partigiani di Vallisnieri non si  hoek ilmistero dell'animazione dovesse es- diedero per vinti, ed anzi procuraronodi  sere spiegato col concorso del doppio ribattere lobbiezione movendone un'altra  elemento: lo spermatozoide del maschio, dello stesso genere ai partitanti degli  el'ovulo dellafemmina. Ma per solito spermatozoidi. Una balena che pesa sei le cose più semplici son quelle che centotrenta mila libbre , dissero essi,  Diacciono meno. Un famoso medico ita- nel ventre della madre saràdunque stata  liano, il dottor Vallisnieri, discerolo di settecento quarantotto milioni ottocento  Malrighi, sulla fine del secolo XVII s'av- mila miliardi di volte più piccola della  visò di imaginare che l'ovario della prima sua mole attuale. Il numero è prodigioso  femmina contenesse delle uova, le quali davvero, ma ancor lontano da quello di  aloro volta contenessero degli altri es- trentamila cifre. (Altri calcoli non meno  seri organizzati coloro ovari piú piccoli,  curiosi si possono vedere nelle opere di  ecosì di seguito all'inanito. Con questo Rouybe T. II) Harsoëker si credette  metodoil dottor Vallisni ri faceva risalire vinto, ma ebbe torto. Il perno della que direttamente a Dio la creazione primitiva  stione non sta nella maggiore o minore  di tutti i germi, che nel corso dei secoli piccolezza del germe; bensì nel fatto che  si sarebbero poi trasformati in uomo ; gli spermatozoidi si vedono e i germi  perocche Iddio, creando il primo germe, preesistenti non si vedono guari. Ad  aveva posti dentro, l'uno nell'altro rav- ogni modo la controversia non era finita.  volti, i tutti germi futuri. Tal fu il cele- Dopo Harsoëker viene Needham, gran  bre sistema dei germi preesistenti e del fautore dell'epigenesi, celebre per le sue  Loro imbottamento in un solo. Come si esperienzemicroscopiche, le qualivalgono  vede, i medici del medio evo erano pure meglio dei numeri del suo predecessore.  i gran metafisici! Ma Harsodber era Egli prende il liquor seminale dell'uomo  rimasto fedele agli animalucoli sperma- e degli animali, lo chiude ermeticamente  tici enonmancò di mostrare quanto fosse in unvetro, lo lascia lungamente esposto  ridicola la teoria metafisica dell'imbotta-| al calore onde farperire ogni essere or mento dei germi preesistenti. Collapenna  alla mano dimostrò il rapporto di gran dezza che doveva esistere fra il grano di  una pianta sviluppata nel primo anno  della creazione, e quello che, dopo una  seria continuata di riproduzioni, si svi lupperebbe nell' ultimo anno del sessan tesimo secolo. Questo rapporto era rap presentato dalla cifra spaventosa di una  unità seguita da trenta mila zeri! Har ganizzato che possa esservi entrato; ma  in capo aqualche tempo, quand'egliesa mina il liquido al microscopio, lo trova  ancor formicolante di animalucoli, quasi  eguali a quelli di cui ilmicroscopio gli  attestava la presenza nella farina di  grano umettata. Da questa omogeneità  di fenomeni Needham fu tratto a con chiudere che la generazione doveva es soëker aveva accettato come base dei  suoi computi i sessata secoli della tra dizione biblica ; e non pertanto quale  orrendo paradosso non risultava egli da  questo semplice calcolo! Un grano di  frumento nel paradiso terrestre, perchè  potesse contenere tutti igermi di ripro duzione di sessanta secoli, o doveva es sere considerata come una cotal forza  vegetativa, la quale, per altro, spiegare  non seppe. Non si negarono le sue espe  rienze, ma si disse che i germi infinita mentepiccolipotevanopenetrare dal di fuo ri anchein unvasoermeticamente chiuso.  Acomporrelaquestionevenne infine  Buffon. Posto tral'incudinee il martello,  ecostretto ad attribuire l'animazione o  sere più grosso del numero di trenta mila cifre or detto, o i germi dovreb bero essere stati di altrettanto più pic- minciò col dichiarare che l'uovo nei vi  all'uovo od ai zoospermi, o spermatozoi di, come più tardi si chiamarono, inco ANIMAZIONE  vipari altro non è che un essere di ra gione, e quanto agli spermatozoidi, se  esistevano, ( prudente riserva ! ) non  potevano costituire il feto. Quindi, sup pouendo che vi siano in ogni essere  35  zione intestinale. (Pouchet. Théorie po sitive de l'ovulation spontanée p. 321).  Adunque, se il fatto dell' assenza o del  l'esistenza di un organismo é contro una quantità di molecole simili sempre  attive, le quali se si liberano dalle parti  inorganiche producono un nuovo es sere, spiegò con esse il grande affare  della generazione. Buffon non si avve deva forse che le sue molecole organi chenonerano, alpostutto, che laripro duzione degli spermatozoidi ? Forse sì;  ma i grandi genii non accettano le  scoperte altrui: le creano a nuovo ! Co munque sia, nè le molecole organiche  di Buffon, né gli animalucoli viventi di  Leuwenhoek piacquero amolti fisiologi  moderni, i quali inclinano a conside rarli siccome elementi organici con correnti alla fecondazione dell' ovulo.  Questaopinione sifondaprincipalmente  sul fatto , che tutti gli animali non  solo si muovono, ma mangiano, dige riscono e si riproducono, cosa che non  si è ancor osservata negli spermatozoidi.  Per altro, non si può negare che le  osservazioni microscopiche siano ancora  troppo incomplete per stabilire assolu tamente la nostra opinione. E la in compiutezza di queste osservazioni fon datamente la possiamo desumere dalla  grande contrarietà di risultati a cui  hanno condotti i micrografi ; talchè  mentre i partigiani dell' opinione che  considera gli spermatozoidi quali ele menti organici, come Prevost, Dumas,  Wagner, Lallemand,Kölliker si fondano  specialmente sul fatto, che essi non  hanno organismo; i difensori della op posta opinione sostengono il contrario.  Ecosì Valentin ha riconosciuto delle  traccie di organizzazione negli sperma tozoidi dell'orso: delle vesciculestomaca liocirconvoluzioni d' intestino; Schwann  pretende chealcentro della testa degli  spermatozoidi dell'uomo esiste unaven tosa analoga a quella dei cerciari, e  Pouchet assicura di avervi osservata una  ventosa stomacale e una circonvolu versa, si capisce facilmente come debba  essere controversa anche l'opinione  della loro animalità, tanto più poi  quando tutti si accordano intorno alla  singolarità dei loro movimenti. Ecco  infatti come ce li descrive A. Longet  ( Traité de Phisiologie p. 739. Paris  1860). » Il raovimento degli spermato zoidi non ha nulla di comune con  quello che si osserva sotto il micro scopio nelle particelle trasportate da  correnti più o meno rapide, o col mo vimento molecolare sul quale R. Brown  ha chiamato per il primo l' attenzione  dei micrografi. Infatti, gli spermato zoidi si vedono dirigersi in avanti,  come se tendessero verso un punto  determinato, ritornare in senso con trario, ciascuno seguire una direzione  differente, urtarsi, separarsi, passare fra  i globuli mucosi che li circondano,  abbassarsi nel fluido ove nuotano 0  elevarsi alla superficie, in una parola,  agitarsi come se fossero sotto l'influ enza di un impulso volontario «. Ar roge che gli spermatozoidi sottoposti  alle esplosioni elettriche, più non si  muovono e il liquido spermatico di venta inetto alla fecondazione.  Ad ogni modo, comunque sia ri solto il quesito dell' animalità o non  degli spermatozoidi, il principio filoso fico nou muta, avvegnacché sia ben  accertato che, molecola o animale, lo  spermatozoide è il principio necessario  della fecondazione. I fisiologi di tutte  le opinioniin questo si accordano, che  il liquido spermatico sprovvisto di sper matozoidi, come frequentamente accade  in quello dei vecchi, dei fanciulli, del  mulo edegli animali selvaggi fuori del l'epoca del rut, non produce feconda zione, mentre poi le esperienze di Spal lanzani hanno dimostrato che una goc cia di liquido tolta da un volume di 18  once d'acqua, nella quale siano stati di 36  ΑΝΤΙΝΟΜΙΑ  luiti soltanto tre grani di seme con  spermatozoidi, può ancora essere dotata  di potenzafecondante. Tutte le opinioni  della teologia e della metafisica non  potranno dunque negare la potenza  fecondatricedegli spermatozoidi, i quali  si ostinarono e si ostinano tuttodi ad  affermare la loro presenza e il diritto di  cittadinanza nel regno umano, e sono  anche l'ultima parola che, nello stato  attuale delle nostre cognizioni, la scien za possa dire intorno al mistero dell' a nimazione umana. L'origine dello spi rito è dunque rappresentatada unamo lecola materiale!  Animismo. Sistema filosofico del  dottor Stahl, il quale, alle cause mecca niche e fisiche colle quali si spiegano i  fenomini vitali e patologici, sostituisce  sempre e in ogni caso l'azione diretta  dell' anima sull' organismo umano. (Vedi  STAHL. )  Anticristo. D' onde derivi la fa vola dell' anticristo non è facile lo sta bilire. S. Giovanni nell' Apocalisse dice  che il diavolo sarà legatoper mille anni  e poi appresso dovrà essere sciolto per  poco tempo, ed uscirà per sedurre le  genti che sono ai quattro angoli della  terra (Apoc. XX 2, 3, 6, 7). Probabil mente Lattanzio copiando questa leg gendaha trasformato Satana nell'Anti cristo, così detto perché deve precedere  di poco la venuta di Cristo per giudi care i vivi ed i morti. Altri teologi più  recenti e non meno famosi lavorarono  intorno a questa leggenda e tessero la  vita di cotesto personaggio favoloso, che  sarà il precursore della fine del mondo.  S. Alfonso de Liguori,nelle sue Disser tazioni Teologiche assicura, sulla fede  di chi, s'ignora, che l'anticristo na sceràin Babilonia dal connubio di una  vergine col diavolo; e dal demonio sarà  educato ne' segreti della magią e nel l'arte di sedurre le genti. Fatto adulto  con falsi miracoli e simulando la santità  della vita, si farà credere il Messia, gua dagnerà i popoli al suo partito, e for merà eserciti, moverà guerra ai principi  e ai vassalli, e infine, gettata la ma schera, si abbandonerà alla più bassa  lascivia e  alle più empie turpitudini.  Sugli altari porrà la propria effige, e  dopo di essere stato riverito dal mondo  come il più santo e il piùpotente, vorrà  sostituirsi a Dio. Rotta allora unaguerra  feroce contro la Chiesa e i suoi mini stri, contro Dio e la Vergine, egli per seguiterà col ferro ecol fuoco tutti colo ro che non vorranno apostatare. Questa  persecuzione durerà mille duecento no vanta giorni, nè più nè meno, dopo i  quali pioveranno dal cielo i torrenti di  fuoco che distruggeranno tutti gli esseri,  e l'arcangelo Michele scenderà dal cielo  per uccidere l' anticristo e gettarlo nel l'abisso.  Selaleggenda teologica, secondo ogni  evidenza, è copiata dall' Apocalisse, con vien dire eziandio che il fondamento del  racconto apocalittico riposa sopra un  mito orientale, vale a dire sopralagran  lotta finale, che, secondo il dualismo  persiano, dovrà avvenire alla consuma zione dei secoli fra Ormuzd ed Arimane,  il Dio della luce e quello delle tenebre.  ( Ved i DUALISMO) La Riforma ha però  ben saputo trarre al suo partito anche  questa favola con un apposito articolo  di fede, nel quale si dichiara che l'anti cristo è il papa; e non mancarono fra i  riformatori uomini che si dedicassero a  studi singolari per dimostrarlo. (Vedi  APOCALISSE.)  Antinomia.Kantchiamaantinomia  ogni contraddizione che derivi dalle leggi  stesse della natura,eche sia indipendente  da quelle del ragionamento. Si corre  quindi incontro all' antinomia tutte le  volte che si abbandona il metodo speri mentale per seguire le astrazioni dell' as soluto, perciocchè laddove le cognizioni  sperimentali ci vengono meno, riesce  facile il sostenere il prò e il contro in  una stessa cosa. Ad esempio, noi pos siamo affermare enegare al tempo stesso  che oltre gli spazi visibili esista altra  materia; affermare e negare che la ma teria sia infinitamente indivisibile e che ANTROPOLOGIA  quindi in un corpo limitato risiede l'in finito; ecc. Queste sono le antinomie  della ragione pura; ma Kant rico nosce eziandio le antinomie della ra 37  Non solo considerò il piacere come in differente, ma come un mal reale; le  gionepratica, nellequalifacilissimamente  s' incorre nella ricerca degli assoluti  principii morali od estetici, avvegnachè  non appena siasi affermato il supremo  bene, o il supremo bello, si trova che  altro era il bene e ilbello affermati dalla  storia passata, ond' è lecitosupporreche  altri saranno quelli affermati dall'avve venire. Non vi è del pari principio mo rale cosi assoluto che la ragione non  distrugga e lastoria nonsmentisca(Vedi  BENE, ESTETICA, MORALE.)  D'onde si vede che l'antinomia con duce neccessariamente allo scetticismo.  Antioco Filosofo accademico nato  in Ascalona un secolo prima di Gesù.  Succedette a Filone, e può dirsi che con  lui è morta la scuola accademica. Di ti mide opinioni, senza indirizzo proprio, egli  tentò di fondare una sorta di eccletismo  fra tutte le scuole dei suoi tempi ; tutte  le volle unire e tutte levolleconsiderare  come nondivergenti che per la forma.  Pretese in tal guisa di conciliare Platone  con Aristotile, Pirrone con Socrate ed  incontrò la sorte di tutti i conciliatori  ad ogni costo, perocchè, se fu amico di  tutti, non riusci per altro a conciliare  alcuno.  Antistene fondatore della setta  dei Cinici, (vedi CINICA); visse ad Atene  sul principio del quinto secolo avanti  G. C. Fu discepolo entusiastadi Socrate  esi dice ch'egli facesse ogni giorno qua ranta stadi per sentirlo. Insegnò il tei smo puro, quasi spirituale dei cristiani,  dicendo che Dio non ha forma, nè può  essere rappresentato da imagine alcuna.  Ènaturale che questa astrazione filoso fica dovesse tendere ad essere se sofferenze invece trasformò in bene, di  guisachè l'uomo queste doveva cercare e  non quello. Quindi l'essenza della virtù  doveva consistere nell'assenza d'ogni bi sogno, e in una sorta di annichilamento  dello spirito. Donde la massima d'Anti stene, che men bisogni noi abbiamo, più  noi rassomigliamo a Dio, che non neha  alcuno. Ventiquattro secoli dopo, la mo rale cattolica per la boccadi Alessandro  Manzoni, doveva proclamare lo stesso  principio: > Piùnoi soffriamo, più siamo  simili al figliuol di Dio(Manzoni. Osserva zioni sulla morale cattolica). Uomini che  non dovevano conoscere il mondo se non  che per ripudiarlo, qual bisogno avevano  del sapere ? Onde, se crediamo aDiogene  Laerzio, Antistene disprezzava la scienza,  nè voleva che s'apprendesse a leggere e  a scrivere; errore che nel medio evo fu  ripetuto dagli Abecedarj ecareggiato da  tutti i mistici.  Antitatti. Eretici che comparvero  verso lametàdel secondo secolo, i quali  professavano il principiodinonfar nulla  di ciò che ordinava la Scrittura. D'onde  ebbero il nome di Antitatti, dauna voce  greca contr'ordinare.  Antitrinitari.Nomecomunedato  avarie sette, che in diverse epoche ne garono il domma della trinità. Gli anti trinitari vogliono essere divisi in due  spezie: i triteisti, i quali suppongono  che le tre persone divine siano tre di verse sostanze; e gli unitari, i quali non  ammettono che unDiosoloele tre perso nedivineconsiderano come semplici attri buti dilui. Queste diverse opinioni furono  sostenute da Arrio, Macedonio, Sabellio,  Prassea, Socino ecc. (Vedi questi nomi).  Antropofagia. Vedi MORALE.  Antropologia.Etimologicamente  vale discorso sull'uomo, e in questo lato  guita da un esagerato misticismo dei  costumi. Quindi ampliando i principii di  Socratesuo maestro, insegnò ladottrina  della macerazione, press' a poco nel mo do stesso col quale la insegnarono  dopo di lui i mistici del cristianesimo. | gressi delle scienze naturali che si ven senso infatti s'intese nel passato, quando o gni scienza, fosse pur metafisica, che ri guardavalostudio dell'uomo,pretendevadi  aver diritto a questo nome. Ma i pro 38  ANTROPOMORFISMO  nero affermando in questi ultimi anni, le  acquistarono un carattere oggidì assai  ben determinato, e tutte le speculazioni  metafisiche sulla natura spirituale del l'uomo relegarono nella psicologia. Or mai, l'antropologia è la scienza naturale  dell'uomo considerato, sia nella sua indi viduale struttura, sia nella varietà delle  razze comparate col diverso sviluppo  fisico e intellettuale, e in rapporto an che cogli altri tipi. Quantunque ristretto  in questi limiti, facilmente s' intende  quanto sia ancor vasto il campodell'an tropologia , avvegnachè entrano nelle  sue ricerche l'anatomia, la fisiologia, non  meno della storia naturale, dellageogra fia e della statistica; e giova dire che in  rapporto alla moltiplicitàdi questi studii,  ' antropologia ha offerto in questi anni  dei risultati assai soddisfacenti, ed ha  potuto dare un vigoroso e nuovo in dirizzo eziandio alle scienze filosofiche.  L' antropologia dividesi in due parti:  l'Antropologia analitica, o etnologia : e  ' Antropologia sintetica, o generale.  La prima applicasi propriamente allo  studio delle razze umane e ne desume le  varietà, le differenze e ipunti di contatto,  sì per i rapporti fisici che morali. La se conda, da queste varietà desume i rap porti generali del tipo umano colle  varietà dei tipi animali. Molti e cu riosi sono iquesiti proposti e risolti in  tutto o in parte dalla antropologia, e  per mostrare qual sia l'importanza che  questa scienza può avere per gli studii  filosofici, basterà additarne alcuni. L'uo mo deriva egli da una o dapiù coppie?  Costituisce nella natura un regno a parte  o pur deriva dalle scimmie? È egli nato  incivilito o dalla più infima barbarie si  è elevato a civiltà? È ammissibile la  tradizione biblica che fissa all'uomo una  antichità di sei o sette mila anni? Sui  quali quesiti vedansi gli articoli: ANTRO POMORFI, DARWINISMO, EMBRIOLOGIA, PA LEONTOLOGIA, RAZZE, UOMO.  Antropomorfi. (Animali a for ma umana). Linneo adoperò pel primo  questo vocabolo onde indicare gli ani mali dell'ordine più elevato dei mam miferi, i quali poi chiamò Primati. Og gidi il vocabolo ha un senso più ri stretto e applicasi generalmente alle  quattro grandi specie di scimmie, che  più si avvicinano al tipo umano, vale  adire: Chimpanzė, Gorilla, Orang-Outan  e Gibbon. Ecco i punti più essenziali  di avvicinamentoche gli antropomorfi  presentano col tipo umano, secondo il  dott. J. Montinié di Ginevra. La statura  la conformazione generale del corpo  e quella dello scheletro, le cui propor zioni relative nei diversi pezzi, il loro  numero e la disposizione sono simili  alle parti corrispondenti del corpo u mano la proporzione delle membra,  l'organizzazione delle loro estremita,  la distinzione possibile in piedi e mani  la loro stazione che è quasi verticale-ilmododi camminare, nel quale, an che quando corrono, come quasi sem pre accade, coll'appoggiodelle membra  anteriori , il corpo non cessa di pog giare principalmente sulle membrapo steriori, in una posizione alquanto ob bliqua, ma non mai orizzontale  la  conformazione della testa e della cavità  del cranio, contenente un cervello ben svi luppato e affatto simile, quanto alla strut tura, al cervello umano-gli occhi di retti in avanti, avvicinati alla linea me diana le narici separate da una sot til divisione  delle orecchie  infine'i denti, che pel  numero, la forma e la disposizione ri cordano perfettamentele parti corrispon denti dell'organismo umano.  Antropomorfismo. Dadue pa role greche che significano forma uma na. In filosofia dicesi antropomorfismo  quella tendenza propriadegl'ignoranti, e  de' bambini specialmente, a dare a Dio  corpo e figura umani, e ad attribuirgli i  pensieri e le passioni degli uomini. Del  resto, tutti i sistemi di filosofia o di re ligione, dal più al meno, tendono all'an tropomorfismo, imperocchè ' uomo non  può pensare che le cosenote, ele ignote  rafigurare sotto I aspetto di quelle che  > la forma e la posizione APOCALISSE  conosce. Errano pertanto coloro i quali  credonodiaver evitato l'antropomorfismo  foggiandosi un Dio puro spirito e per 39  fedeli credevano che S. Michele celebrasse  fettissimo, poichè ' idea di puro spirito  non è che accessoria, e ciò che in tal  caso serve a darci l'idea diDio sono gli  attributi suoi. Or non v'è religione, o  filosofia, come dir si voglia, che non at tribuisca a Dio passioni o tendenze u mane, tali come lacollera o la vendetta  ch'egli prova ed esercita quando alcuno  l'oende. Ma l'idea di punitore che gli  si attribuisce, è un puro antropomorfi smo, sendochènon la siconcepisce altri menti che trasportando in Dio una pas sione tutta umana, logica innoi, assurda  in Dio; però che fra il finito e l'infinito,  a giustamente parlare, non vi è offesa  possibile, come inutile diventa la pena,  considerata come rimedio necessario, lad dove nulla rimediare si può. Questo, a  dir vero, è l'antropomorfismo filosofico,  che fu tanto ben dimostrato dal tedesco  Feuerbach. Ma ancor più comune è l'an tropomorfismo volgare. Tutta la Bibbia,  incominciandoda quel Dio che impasta  l'uomo collesue mani e gli alita in bocca,  fino alla incarnazione del suo figliuolo  che sifa uomo e muore sulla croce,non  è che una serie di antropomorfismi vol gari, dai quali non vanno immuni le  teologie di tutte le religioni del mondo.  Antropomorfiti o atrofiani furono  detti certi eretici del quarto secolo, i quali  fondandosi, e giustamente, sulpasso della  Genesi:facciamo l'uomo anostra imma ginee somiglianza, credettero che Iddio  avesse un corpo eguale al nostro. S. Ci rillo e S. Epifane li confutarono, il che  non impedi che l'eresia non risorgesse  nel decimo secolo, il quale, per dirla  colle parole di un abate, era un secolo  d'ignoranzagrossolana.>>>Si voleva avere  l'immagined'ogni cosa e ogni cosasi rap presentava sotto forme corporee; nè si  concepivano gli angeli che come uomini  alati , vestiti di bianco, quali veggiamo  dipinti sulle muraglie delle chiese; e si  credeva pure, che tutto si facesse in  cielo all'incirca come in terra. Anzi, molti  la Messa dinanzi a Dio in ogni lunedi;  motivo per cui andavano alla sua chiesa  più volontieri in quel giornochein ogni  altro.  Noi non abbiamo bisogno di andare  tanto lontano per trovare gli antropo morfiti del secol nostro, poichè gli ado ratori delle immagini non fanno oggi che  ripetere gli antichi errori.  Apocalisse. L'ultimo dei libri del  Nuovo Testamento, e per avventura, il  men chiaro e il più favoloso di tutti i  libri santi. Tutte le sette cristiane si ac  cordano oggidì nel considerarlo siccome  fatturadi S.Giovanni Evangelista, errore  questo al quale nessun uomo sensato,  credo , presterà fede. L' antica Chie sa quasi unanimamente lo relegava  tra gli apocrifi e lo trattava d'impostura  inventata dall'eretico Cerinto per dar  credito al regno millenario « Alcuni, seri vevaverso il260 S.Dionigivescovod'Ales sandria, hanno esaminato da capo a fon do quest' Apocalisse e provarono che non  vi è in esso senso comune, che attribuirlo  nonsipuò aGiovanni o ad altro apostolo,  e che è una finzione di Cerinto per dar  peso alregno millenario>>>(Eusebio Hist.  Eccl. III 28). Un secolo dopo il Concilio  di Laodicea lo escludeva dal canone dei  libri sacri, e più tardi ancora S. Gero lamo scriveva a Dardano, attestando che  tutte le Chiese greche rigettavano l'au tenticitàdi questo libro. (Epist 84). Certo  dinnanzi a testimonianze tanto autorevoli  nellaChiesa, laRiforma avrebbe respinto  l'Apocalisse, come ha fatto di tanti altri  libri della Bibbia, se questo scritto colle  sue strane figure e lesueimmagini sconfi nate non le avesse servito egregiamente  per trarne argomento di combattere il  cattolicismo. Infatti, nel 1602 il sinodo  protestante di Gap faceva un Decreto per  dichiarare che il papa era ' anticristo  predetto dall'Apocalisse. Trattavasi di di mostrare questa dottrina chedoveva en trare a farparte dei nuovi dommi della  riforma, e vi si accinsero alcuni de'mini stri protestanti, fra i quali giova accen 40  APOCRIFI  nare Jurieu. Nei capi XI, XII e XIII del ' Apocalisse accennasi con figure a un  periodo dimille duecento sessanta giorni,  i quali, secondo la interpretazione pro testante, devono intendersi pei mille du gento sessanta anni destinati alla perse cuzione che farà l'anticristo, raffigurato  nella Chiesa Cattolica. Bisognava dimo strare quand'era questa persecuzione in cominciata e quando sarebbe finita, e il  Jurieu lastabilisce nell'anno 500, poichè,  dic' egli, quando Romahacessato di es sere la Capitale delle provincie dell'im pero era già ascesa a grado assai alto,  perchè si possa osservare in questo  tempo il primo nascimento dell' impe ro dell' anticristo. ( Precognizione le gittima) Laonde conchiudeva, che la fi nedella persecuzione, e quindi del regno  dell'Anticristo, doveva cadere nell' anno  1710 o al più al 1714 o 1715, essendo  difficile lo stabilire l'anno » poichè Iddio  nelle sue profezie non guarda tanto pel  sottile. » I cattolici h anno ben ragione di  ridere del male esito di questa profezia,  mahanno torto di lagnarsi che i prote stanti la interpretino a loro modo, poi chè questo non è altro che un saggio  del modo con cui essi stessi interpretano  già aveva attraversato la maggior parte  degli avvenimenti spaventevoli che dove vano avverarsi, nè molti giorni manca vano alla formazione visibile del primo  regno rimuneratore appartenente all'altra  vita. Qual di queste varie opinioni sia la  vera, sarebbe stoltezza il decidere, co m'è stoltezza che uomini d'ingegno ab biano consumato ilorogiorni perspiega re un libro, lachiavedel quale è sepellita  nellanotte del tempo, eche ad ognimodo  ha ormai perduto ogni importanza per la  storia.  Apocrifi. Diconsi apocrifi quegli  scritti dell'antico o del nuovo Testamento,  i quali non si reputano autentici, e si  suppone che siano stati fatti da autori  diversi da quelli cui sono palesemente  attribuiti. La chiesa riconosce siccome  autentici quei libri della Bibbia, i quali  sono inscritti nel canone dei rivelati, ma  convien osservare che il canone si venne  formando a poco apoco, ondechè se vi  sono libri canonici, i quali oggi si repu tano siccome apocrifi, ve ne sono pur  degli altri i quali un tempo erano repu tati apocrifi, ed ora si trovano inscritti  nel canone. I libri apocrifi dell' Antico  Testamento sono 14 (vedi CANONE DEI  LIBRI SANTI) e non pertanto la Chiesa  cattolica li annovera oggidi fra i cano le altre profezie dell'Antico e del Nuovo  Testamento. Giova dire che i cattolici  hannodatoaltre interpretazioni ortodosse | nici, quantunque sia indubitatoche tutta  all' Apocalisse e i lavori di Newton  sopra questo libro sono troppo noti per la Chiesa antica li abbiasempre respinti.  Sopra questo punto letestimonianze sto riche non potrebbero essere, nè più nu merose, nè più concordi. Ilcanone degli  ebrei non fa menzione alcuna degli apo crífi e il concilio di Laodicea tenuto nel  chè valga la pena di citarli. Ma dopo  l'interpretazione teologica convien pure  accennare quella astronomica ingegnosa mente stabilita dal Dupuis con molto  corredo di studi, per dimostrare che  l'Apocalisse non è altro che una esposi- menzionarli. Identico è il catalogo dato  zione simbolica degli astri. (Origine de da Origene e Tertulliano nel terzo se tous les cultes). Questa interpretazione, colo (Eusebio. Storia Eccles. lib. 5 cap.  per quanto dotta ella sia, non soddisfa 25). Nel quinto secolo è lo stesso S.  però pienamente, e fu vivamentecombat- Gerolamo, il traduttore della Vulgata,  572 lo riproduce fedelmente, senza pure  tutadaSalvador (Jesus Christ etsadoctri- che dopo aver fatta la versione anche  ne T II lib. III)-il qualcrede che l'au- degli apocrifi, nel suo Prologo Galeato  tore dell'Apocalisse, abbandonato all'esal- ha cura di metterci in avvertenza sulla  tazione della sua animainunadellepic- loro non canonicità. Soltanto nel 1439  cole isole dell'arcipelago greco, volesse papa Eugenio mette i libri apocrifi fra i  persuadereaicontemporanei,chelaChiesa | canonici, ma non pare che il suo giudi APOCRIFI  zio avesseunagrande autorità, o almeno  che fosse imperativo, poichè soltanto  mezzo secolo dopo il Cardinale Ximenes  vescovo di Toledo e grande Inquisitore,  stampando la Bibbia Poliglotta, nella  Prefazione avverte i lettori che Tobia,  Giuditta, la Sapienza, l' Ecclesiastico i  Maccabei, le aggiunted' Ester e Daniele  non sono canonici. In altre edizioni an tiche della Bibbia gli apocrifi sono di stinti con un asterisco, oppure portano  in margine l'indicazione: è apocrifo, est  apocryphus, e in altre edizioni gli apo crifi sono posti in fine al libro colla in dicazione: Apocryphi et extra canonem.  Egli è dunque fuor d' ogni dubbio che  questa opinione sullanonautenticità dei  libri biblici non compresi nel canone  ebraico, si conservò lungamente nella  Chiesa, finchè nel 1546 il concilio di  Trento, trovando che gli apocrifi servi vano molto bene ad autenticare certi  donmi del cattolicismo, con un suo de 41  ria Eccl. VII. 19). trovavansi inscritti le  Apocalissi di S. Pietro e di S.Paolo, che  ora sono interamente perdute. Sul prin cipio del secolo scorso Fabricio, nel suo  Codex apocryphus novi Testam. racco glieva i titoli e le citazioni di tutti gli e vangeli conosciuti dagli antichi, e il loro  numero ammonta a ben cinquanta. Al cuni di essi ci pervennero per intero,  altri per frammenti, e il maggior nu mero soltantoper lamenzione che ne fu  fatta dai santi padri, i quali, singolare  adirsi, li citarono sempre siccome au tentici, mentre al contrario i quattro e vangeli che ora si pretendono autentici  non si trovano mai citati dagli antichi  padri. » Noi comprendiamo, dice a que sto proposito il teologo Bergier, che i  padri hanno citato più d'una volta i li bri apocrifi, ma allora si consideravano  come veri. ». Preziosa confessione in  bocca all'autore del Dizionario di Teo creto li dichiarò canonici.  Quanto agli apocrifi del Nuovo Te stamento, il loro numero è più grande  di quel che si pensa; ma non è poi da  credersi che essi siano tutti senza signi ficazione per la storia. Anzi, giova dire  che la importanza di molti fra di essi,  se non supera, di certo eguaglia quella  dei libri canonici, perciocchè quasi tutti  fuuntempo incui erano rispettati e ri guardati dai fedeli siccome inspirati.  Per esempio, il libro d' Enoch, escluso  dal canone biblico, era riguardato come  inspirato da Tertulliano; e Origene, S.  Clemente Alessandrino , S. Ireneo, S.  Anatolio lo citano con rispetto. IlPa store di Erma fu un altro libro gnosti co-ebionita che la Chiesa cattolica ri guardo sul principio come inspirato, poi  relegò fra gli apocrifi. Una lettera che  si supponeva scritta dal re di Edessa a  Gesù e un'altra con la quale Gesù ri spondeva al re di Edessa, erano ancora  sul principio delquarto secolo citate co me autentiche da Eusebio; e intorno a  quel tempo nel canone di molte chiese  cristiane, come riferisce Sozomeno (Sto logia! Dunque riman provato che tutta  la Chiesa primitiva considerava come  autentici i libri che la Chiesa moderna  considera come apocrifi; lo che può au torizzare gl'increduli a dire, che le fonti  del cristianesimo sono molto dubbie e  assai poco degnedi fede.  Oltre questi libri, che facevano auto rità nella Chiesa primitiva, ve ne sono  altri la cui fonte è un po'meno pura e  che si rivelano addrittura siccome inven zioni di credenti, o maliziosi, o pii per  confortare con qualche prova le cost  dette verità della religione. Tra questi  si trovano la pretesa corrispondenza tra  S. Paolo e Seneca, la relazione di Mar cello sugli atti di Pietro e Paolo e sulle arti magiche di Simon Mago; le due  lettere di Pilato all' imperator Tiberio,  nel quale il governatore romano fa la  singolare confessione, che Gesù era ve ramente un Dio, e finalmente i Libri  Sibillini e le Decretali.  Se rigettando l' autenticità dei libri  che ora si dicono apocrifi, la chiesa a vesse rigettate anche le favole che sono  in essi contenute, la s ua contraddizione  sarebbe stata al certo men palese. Per 42  A POSTERIORI, A PRIORI  esempio, sul preteso martirio di S. Pietro  e S. Paolo in Roma, non si trova una  sol parola negli Evangeli e negli atti  degli Apostoli, ma la relazione di Mar cello ne fa menzione e la Chiesanon fu  dubbiosa di adottare quel racconto, pur  dichiarando apocrifo il documento che  lo conteneva. La discesa di Gesù aglin ferni, che è uno degli articoli,del pre teso simbolo degli apostoli (vedi SIMBOLO)  etolta interamente dalVangelo apocrifo  di Nicodemo. Dalla Storia apocrifa degli  Apostoli di Abdia, sono tolti i racconti  sui viaggi e ilmartiriodei vari apostoli,  che si trovano nei leggendari ed ezian dio nel Breviariv Romano. Così pure da  altri apocrfi, come osserva il Beausobre  (Hist. du Manicheisme T 1) sono tolte  le favole canonizzate sulla storia di S.  Anna e di S. Gioacchino, sulla santa  Veronica e il suo sudario, sull' andatadi  S. Pietro a Roma e i suoicontrasti con  SimonMago, e tante altre cose nonmeno  miracolose. (Vedi DECRETALI E SIBILLINI.)  Apodittico. Aristotile nell' anti chità, e Kant ne tempi moderni sono  i soli che abbiano introdotto nel linguag gio filosofico questo vocabolo, che signi fica dimostrazione. È apodittica ogni pro posizione che sta al di sopra di ogni  discussione, di ogni contrarietà, essendo  essa stessa il principio e la base di una  dimostrazione.  Apollinare. Vescovo di Laodicea  che visse sulla fine del quarto secolo.  Dopo essere stato uno dei più focosi av versari di Ario, sostenendo, non solo la  divinità di Gesù Cristo, ma eziandio la  consustanzialità del Verbo, cadde in un'  altra eresiae insegnò che Gesù Cristo,  assumendo il corpo umano, non aveva  però assunta un' anima ragionevole, ma  puramente sensitiva. Egli stimava che  un' anima umana gli fosse affatto inutile,  però che, chi operava in lui e dirigeva  le sue azioni, era la divinità stessa. Fon dandosi sul passo di s. Paolo che Gesù  era uomo e fatto simile agli uomini  (Ebrei IV, 15), il Concilio d'Alessandria  dichiarò eretica questa opinione e il papa  Damaso depose il vescovo che la pro fessava.  Apollonio(Tianeo).Nacquedauna  ricca famiglia di Tiane, e fu contempo raneo di Cristo, al quale per lungo  tempo il paganesimo l'oppose. Fattosi  discepolo di Pitagora l'abbandonò ben  presto, malcontento ch'einon uniformas se la pratica della vita colla sua dot trina, la quale Apollonio s' ingegnò di  applicare e sviluppare da se solo. Da  quel momento fino alla morte egli si a stenne d'ogni nutrimento animale e dal  vino; conservò una perfetta castità, e si  impose mille dure privazioni, fra cui  merita di essere menzionato il silenzio  continuato che osservò per cinque anni.  Gli venne poi vaghezza di percorrere  ' Oriente per risalire alle sorgenti delle  tradizioni religiose: fu a Babilonia, nel l' India, nell' Egitto e nell' Italia e in età  molto avvanzata scomparve dal mondo,  senza che mai si arrivasse a scoprire  qual paese avesse veduto la fine de' suoi  giorni. Pochi proseliti farebbe Apollonio  nei tempi nostri, e seriamente sidubite rebbe s'egli abbia la testa a segno; ma  nel primo secolo dell'era cristiana, tanto  fu il fanatismo che eccitè nel paganesi mo, che alcuni trascorsero perfino ad a dorarlo siccome un Dio.  A posteriori, a priori. Di cesi a posteriori quella dimostrazione che  dalla osservazione degli effetti procede a  scoprire la causa,o dalla proprietà di  una cosa cerca di scoprirne l'essenza;  in senso inverso, è a priori quelladimo strazione che dalla natura della causa  tende a ricercare gli effetti che ne de vono nascere. L'uno e l'altro di questi  due metodi di argomentare sarebbero e gualmente buoni, ove fossero soltanto  applicati alle scienze fisiche; ma nelle  metafisiche il metodo a priori ra con dotto più spesso a conseguenze fallaci.  Esiste un Dio buono e perfetto, che ha  creato il mondo, dunque tutto ciò che vì  ènel mondo deve essere buono e perfetto.  Questa è una argomentazione a priori, la  cui fallacia consiste appunto nellapremes ARCESILAO  sa, perocchè riconosce come assiomati camente provata l'esistenza di un Dio  buonoeperfetto, senz'altra dimostrazione.  Equando il ragionamento a priori fon dasi su ragioni immaginarie, le quali, an zichè dimostrare,hanno bisogno di essere  dimostrate, deve necessariamente con 43  da invidiare alle credenze di quei tempi,  poichè oggi, come allora, si deificano  gli uomini, l'effigie loro si mette sugli  altari e le si offrono sacrifizi, che per  essere incruenti, non cessano perciò di  rappresentarci il simulacro di unavittima  durre a false conclusioni. La dimostra zione a posteriori evita invece sifiatto  scoglio, perocchè essa non suppone le  cause, ma anzi le ricerca colla scorta  degli effetti. Or sono appunto gli efetti  che a noi si rendono palesi e che i no stri sensi possono accertare , onde il  ragionamento a posteriori ha sempre  sull'altro questo vantaggio , ch'esso in  ogni caso procede dal noto all' ignoto e  non mai in contrario senso. Tutte le cose  nel mondo si trasformano, ma nessuna  si distrugge, nessuna nasce che non si  componga di elementi preesistenti; dun que, senella natura nulla nasce nè sidi strugge, conchiudo che lamateria è eterna.  Eccounragionamentoaposteriori chepro cededalnoto all'ignoto. (Vedi INDUZIONE).  Apoteosi. Vocegrecachevaledei ficazione. L' apoteosi compievasi dai pa gani quando, con cerimonie solenni, po nevansi fra gli Dei gli illustri o i po tenti della terra che erano morti. Im ponenti erano le apoteosi degli impera tori romani. Dopo un lutto generale  portavasi l' imagine del defunto proces sionalmente per le vie, e igrandidignitari  dello stato, i cavalieri e i senatori e lo  stesso successore al trono facevanle cor teo. Al campo di Marte il corpo delde funto re era arso su di un rogo, dal  quale sprigionavasi un' aquila che innal zava il suo volo fino al cielo. Quindi  si fondava un tempio al novello Dio, si  stabilivano i suoi fiaminii ; e dei sa crifici in onor suo erano ordinati. A  noi lontani da quei tempi e da quei co stumi sembra strano che un popolo, il  qual fu maestro di civiltà al mondo,  abbiapotuto credere a queste più che  volgari superstizioni. Pure non abbiamo  che avolgere intorno lo sguardo per  convincerei, che la civiltànostra nulla ha  immolata. L'apoteosi dei giorni nostri  ha sol cambiato il nome, e si chiama  canonizzazione dei santi.  Appercezione. Vocabolo per la  prima volta usato da Kant e adoperato  da tutti coloro cui piace intralciare senza  scopo il linguaggio filosofico. Per apper cezione intendesi quella rappresentazione  per la quale l' nomo tien presente a se  stesso l'atto del pensiero. Questa rap presentazione io penso, al postutto, non  èdunque che la coscienza dell' io, la  quale di tutte le parti del mio corpo,  costituisce un' unità, che Kant, tanto per  non usare il comun linguaggio, chiama  unità trascendentale dell' appercezione.  Arcesilao. Nacque in Pitana nel 1 anno300primadiG. C. fudiscepolodi  Pirrone e si mise alla testa della seconda  scuola Accademica. (vedi ACCADEMIA)  nella quale introdusse un metodo d'in segnamento affatto nuovo. Noninsegnava,  ria disputava, poichè ad ognuno chie deva qual fosse la sua opinione per poi  combatterla, Riproduceva in tal guisa il  Pirronismo, il quale appunto consistera  nel negare ogni certezza e quindi l'evi denza di ogni filosofia. Contro Arcesilao  sosteneva Zenone, che il saggio può ta lora rimettersi alla certezza della sua  intelligenza; ma obbiettavaArcesilao con  l'esempio dei sogni, del delirio e dei  molti errori umani condivisidai sapienti!  Or. diceva egli, se vi sono delle rappre sentazioni illusorie e delle veridiche, con  qual criterio noi distingueremo le une  dalle altre? Con una rappresentazione ve ridica? Maquesta è unapetiziondi prin cipio, poichè trattasi appunto di cono scere qual sia la rappresentazione veri ridica. D'onde conchiudeva, che tra il  vero e il falso non vi è per l' uomo dif ferenza assoluta, e che savio è colui che  si astiene. 44  ARISTIPPO  Archetipo. Filologicamente vale  modello, forma prima. In filosofiadi cesi archetipo ciò che è il principio e  il fondamento delle cose o delle idee.  Pei teologi l' archetipo è Dio, conside rato come supremo modello degli esseri.  Ma nella filosofia sperimentale questo  vocabolo non ha alcunsenso, essendochè  l' esperienza ci rivela una continua mu tabilità di forme senza archetipi. Le idee  innate potevano dirsi archetipe, ma la  sana filosofia ha dimostrato che non esi stono idee innate.  Argens (Giovanni Battista mar chesed').Ammesso dapprima all'amba sciata francesedi Costantinopoli, si diede  alla vita militare. Fu ferito all' assedio di  Kelh, e dopo quello diFilisburgo fece  una caduta da cavallo che gli tolse di  risalirvi più mai. Diseredato dal padre  suo che l'aveva destinato alla magi stratura, egli s'abbandonò allafilosofia,  e per scrivere liberamente passò in  Olanda, ovepubblicò le sue Lettere giu daiche, chinesi e cabalistiche. Federico  diPrussia, allora principe reale, lo chia mò alla sua corte, e quando sali al  trono lo nominò direttore generale  delle belle lettere dell' Accademia, lo  colmò di riguardi, ed ebbe per lui  quella deferenza che meritava la sua  bontà di cuore e la sua condotta sce vra d' intrighi e di raggiri. In questo  frattempo d' Argens scrisse la Filoso fia del buon senso e mandò a compi mento la traduzione di due trattati  greci attribuiti, l'uno ad Ocellodi Lu cania, sulla natura dell' universo; l'al tro a Timeo di Locri sull'anima del  mondo, col titolo: Difesa del Paganesi mo. Egli mandò alle stampe ancheuna  versione del discorso di Giuliano con tro i cristiani.  Era già finita la guerra dei sette  anni e d' Argens, dopo d'essere an dato a visitare la sua famiglia inPro venza, tornavasene nellaPrussia, quan do si accorse che nei luoghi del suo  passaggio leggevasicon grande stupore  unapastorale del vescovo d'Aix con tro di lui. Lo scritto abbastanza vio lento e minaccioso gli destò dapprima  le più grandi inquietudini, ma presto  si avvide non essere quello che una  gherminella del Re di Prussia, il quale,  per burlarsi di lui, l'aveva redatto e  fatto diffondere nei paesi del suo pas saggio. Federico per inavvertenza aveva  impiegato il titolo di Vescovo anziché  quello di Arcivescovo. D' Argens mort  agli 11 gennaio 1771 nella sua terra  della Provenza, donatagli da un suo  fratello, troppo generoso per non di sapprovare la volontà del padre che  l' aveva diseredato. Le opere da lui  scritte sono numerose assai, l'istru zione vi è variata e la filosofia mate rialista, propugnata con calore e con  accorto ragionamento, emerge special mente nellasua Filosofia dellaRagione,  nelle Lettere critiche e filosofiche e nel  Filosofo solit rio.  Il marchese d' Argens nacque ad  Aix nel 1704, e costituisce unadelle più  belle e nobili individualità della filo sofia del secolo XVIII. La bontà del  suo cuore e la sua vita irreprensibile  parlano ben più alto di tutte le stolte  accuse che vengono lanciate contro il  così detto materialismo.  Argomentazione. Complesso  delle prove e dei raziocinii addotti per  giungere alla dimostrazione di una ve rità. Le antiche scuole greche e italiche,  forse per amor del numero, distingue vano sette modi di argomentare, ed era no: 1. L'induzione. 2. Il paragone. 3.  L'entimema. 4. Il sillogismo. 5. L'epiche rema. 6. Il sorite. 7. Il sofisma. (Vedi  tutti questi vocaboli).  Aristippo. Fu di Cirene, colonia  greca dell' Africa, e visse sulla fine del  quarto secolo prima di G. C. Delle molte  opere scritte da questo filosofo, non ce  ne rimane pur una, e delle sue dottrine  questa sola sappiamo, che riguarda il  fine morale dell'uomo. Insegnava che il  piacere è cosa buona in se, cattiva il  dolore, onde conchiudeva, che il fine  dell'uomo quello è di cercare il piacere ARIANISMO  eildolore fuggire. Contrariamente al  misticismo di Anassimene, Aristippo in segnava dunque che il somno bene del 45  Nondimeno, il concilio condanno la  dottrina di Ario, il quale non cessò per  questo di sostenere la su opinione edi  l'uomo è il fine della vie che la fe licita non consiste gis nel riposo, ma  nell'attività e nel movimento.  Arianismo . Eresia di Ario, in  quale consisteva nelnegare la consustan zialità del Verbo, ossia della seconda  persona della Trinità da lui considerata  comecreatura umana. Sul principio del  quarto secolo, Alessandro, vescovo di A lessandria, volendo confutare l' errore di  Sabellio contro la trinità (vedi SABELLIO)  incaricò Ario, prete che stava sotto la  sua giurisdizione, di spiegare i Misteri  della religione colla sua potente dialet tica. Ario accettò il mandato,e siccome  quegli che credeva di far cosa grata al  vescovo combattendo ad oltranza l'ere siadi Sabellio, cadde in un opposto ecces so. Considerando comelaconsustanzialità  importi unità di sostanza, e l'unità della  sostanza divina renda impossibile la di stinzione delle persone, poichè ciò che è  semplice non comporta molteplicità, in cominciò ad insegnare che il Padre e il  Figliuolo sono personedifferenti, noncon sustanziali, e che il Figliuolo era stato  creato nel tempo. Alessandro tentò di  riprendere Ario , ma vanamente , chè  questi s' incaponi a viemeglio sostenere  lasua opinione; laonde il vescovo adunò  un Concilio in Alessandria, d' innanzi al  quale Ario espose le sue ragioni. Egli  argomentava così: Il Verbo non può es sere eterno come il Padre, poichè in tal  caso nonpotrebbe esseregenerato. D'al tronde se il Padre non avesse tratto il  il Fgliuolo dal nulla, non l'avesse, cioè,  creato, non avrebbe potuto trarlo altri mentichedallasuapropriasostanza,ilche  èassurdo. La stessa Scrittura non ci dà  un idea diversa del Verbo, laddove dice  che Iddio l'ha creato al principio delle  sue vie (Prov. VIII). Dio dice che l'ha  generato, il che si deve intendere nel  senso di unavera creazione,attesochè la  Scrittura l' applica, così al Verbo come  agli uomini.  esporla pubblicamente. E siccome tra un  assurdo e l'altro, la dottrin di Ario  era certamente la meno assurda, così  non gli mancarono proseliti tra il po polo, tra chierici e perfin tra vescovi.  Anzi, Eusebio vescovo di Nicomedia, adu nato un secondo concilio,vi fece appro vare le dottrine di Ario emandò lettere  ai vescovi d' Oriente onde indurli ad ac cettare il prete nella loro comunione.  Ben si capisce che con tali prodromi  la querela era tutt' altro che presso ad  assopirsi. Essa fu anzi portata davanti  all' imperatore Costantino, il protettore  del Cristianesimo. Ed è singolare il ve dere la poca importanza ch' egli diede  alla querela, nella quale trattavasi nien temeno che della divinità del Cristo. Vo lendo insieme conciliare tutti i partiti,  scrisse ai vescovi dissidenti, che la calma  e la felicità dell' impero richiedevano che  essi venissero ad un amichevole compo nimento; e ch' era la cosa più pazzadel  modo il dividersi per questioni tanto fu tili e puerili, com'erano quelle per le  quali da tanto tempo disputavano.  Leparole conciliative dell' imperatore  non valsero però a quietare gli animi e  le dispute, gli scandali e perfino le scene  di sangue, non mancavano di fornire ai  pagani argomentinonpochi di derisione.  Costantino risolse infine di convocare in  Nicea il 19 giugno dell' anno 325 il pri mo concilio ecumenico, il quale, dopo  molte dispute, approvò il seguente sim bolo, che condannava l'arianismo: >>Questa  decisione ebbe la sanzione dell'impera tore, il quale esilio tutti coloro che non  la vollero sottoscrivere. Non per questo  le dispunte finirono, chè anzi, poco di  poi l'imperatore stesso, circuito da un  prete ariano, rimise Ario nelle buone 46  ARISTOTILE  grazie dell'impero. Intanto la lotta era  combattuta da muovi compioni. Eustazio,  vescovo di Antiochia, accusava Eusebio  di Cesarea di contraddire il simbolo Ni ceno; un nuovo concilio fu adunato in  Antiochia nel 329, il quale, colla solita  infallibilità dei concilii, diè torto al ve scovo di Antiochia, lo depose,nominò in  sua vece il di lui avversario, e poco cu randosi della scomunica lanciata dal Con cilio di Nicea, procurò che Ario potesse  ritornare in Alessandria. Vi si oppose.  nondimeno s. Atanasio, vescovo di quella  città; ma nel 354 un nuovo concilio a dunato in Tiro depose anche questo ve scovo, e l'imperatore, che già tanto fe rocemente aveva perseguitati gli ariani,  lo manda in esiglio e rimette in grande  onore Ario, il quale poco di poi morì.  Non è a credersi che la morte di  Ario ponesse fine alle contese. InAles sandria e nella stessa sede dell' impero  avvennero frequenti scene di sangue fra  il popolo fanatico, eccitato dai preti del l'uno o dell'altro partito. Intanto, succe duto a Costantino il figlio suo Costante,  questi parteggio per gli avversari di  Ario, e nel 347 fece adunare un conci lio in Sardi, ove i vescovi confermavano  il simbolo di Nicea e scomunicavano gli  ariani; in quel mentre che un nuovo  concilio adunato dagli orientali in Filip popoli, confermava i principii di Ario e  scomunicava li avversari.  Tanta contrarietà e tanto accanimen to dei partiti, fece nascere nel novello  imperatore il desiderio di convocare un  nuovoconcilio. Eil concilio fu infatti ban dito; ma mentre i vescovi orientali par titanti dell' arianismo si adunavano in  Seleucia, in Rimini aprivano il concilio  gli avversari; nè giova direche, come al  solito, lo spirito santo inspirò alle due  assemblee due contrarie decisioni. Dispe rando ormai di venire a buoni risultati,  l' imperatore fece sottoporre al Concilio  di Rimini il simbolo approvato in Se leucia, nel qualela parolaconsustanziale  era stata soppressa, e ordinò al gover natore che nessun vescovo lasciasse u scire senza che l'avesse sottoscritta. Quat  tro mesi resistettero all' ingiunzione i  padri ivi adunati, ma infine venuti ad  un compromesso fra il ventre e la co scienza, prestarono pieghevole orecchio  alle parole di Valente, il quale andava  loro insinuando che, salvola parola con sustanziale, il nuovo simbolo non aveva  significazione diversa da quello di Nicea.  Firmarono e furono ridati alla libertà.  Per la qual cosa l' arianesimo risorgeva  trionfante e minacciava di estendersi a  tutta la Chiesa. Ma venuto a morte  anche Costante, Giuliano successore di lui,  rimise i cattolici in favore, e gli impe ratori che gli succedettero, chi più chi  meno, seguirono lo stesso partito. Anzi  Teodosio vietò agli ariani di adunarsi,  cacciò gli uni dalla città, gli altri notò  d' infamia e spogliò del privilegio della  cittadinanza.  Ma non bastarono le persecuzioni a  spegnere interamente l'arianismo, inquan tochè i popoli d'Europanovellamente a cquistati al cristianesimo, più facilmente  passavano alla dottrina diArio, siccome  meno assurda e men seempia di quella  professata dal simbolo di Nicea. Anche  nei tempi moderni l' arianismo ebbe se guaci nella Germania e nella Polonia, e  dicesi che fosse importato nell'Inghilterra  da Okino e Bucero, che l'insegnarono in  segreto, perocchè in grazia della intol leranza protestante, coloro che tentarono  di negare pubblicamente la divinità di  Gesù furono abbruciati. Cionondimeno,  Socino, Chubb, Clarke e parecchi altri il lustrarono questa dottrina coi loro scritti,  e l'arianismo era ancor sì forte nel se colo scorso, che fu veduta una signora  Myer, fondare nell'Inghilterra una catte da apposita per combatterne ledottrine.  Aristotile. Niun filosofo quanto  Aristotile ebbe più gran fama e mag giore opportunità di distinguersi. Nac que in Stagira nell'anno 304 primadi  G. C., fudiscepolo di Platone e dopo la  morte del maestro si ritrasse in Acarna nia ove regnava Ermia già da gran  tempo suo amico. Poco di poi, invaghi ARISTOTILE  tosi della sorella di questo principe, la  mend in moglie. Fu quindi precettore di  Alessandro il Grande e dopo essere ri masto otto anni presso di lui, ritirossi  adAtene. Quivi i magistrati gli conces sero il Liceo, sotto i portici del quale  egli insegnava passeggiando co' suoi di scepoli; d'onde la suasetta fu detta de'pe ripatetici. Sebbene discepolodi Platone,  Aristotile s' allontanò ben presto dalle  dottrine del maestro, ed anzi si atteggiò  ad aperto antagonismo sulla questione  delle idee innate, insegnando che l'anima  umana è come una tavola rasa, sulla  47  Il Dio di Aristotile non hadunque alcu na consistenza metafisica, è una paro la, o meglio ancora, la sintesi di tutte  le forze di natura. Egli è perciò che  Aristotile, non solo non ammette alcuna  relazione possibile fraquestoDio elaspecie  umana, manegaanche all'essere supremo  ogni virtù. Come,infatti, applicare l'idea  di virtù a delle leggi naturali costrette  dallanecessità? Qualunque sia la virtù che  voi imaginate,dice Aristotile, essa è inap plicabile allanaturadi Dio. Gli darete il  quale l'esperienza scrive tutto ciò che i  sensi percepiscono;'d' onde'il ben noto  aforismo: nulla è nell'intelletto che non  sia entrato per laporta dei sensi. Per ciocchè il pensiero suppone necessaria riamente la sensazione e l' imaginazio ne; come la memoria suppone la persi stenza delle impressioni sensibili. Laon de, se l'anima non sentisse, nonpotrebbe  nè pensare nè intendere. Quest'è come  ogaun vede, puro sensualismo, il princi pio fondamentale della filosofia moderna.  Ma il genio analitico di Aristotile  non poteva rimanersi entro questi con fini; ond'è che spingendo pitu innanzi  l'audace suo sguardo, vuol giungere colla  esperienza fino al trono di Dio. A que sto punto, sotto le apparenze del teista,  par che Aristotile ondeggi fra il pantei smo e l'ateismo. Perciocchè, se in qual che luogo dice, che Dio è la sostanzadi  tutte le sostanze e non fa che un sol  tutto col mondo , col cielo , con la  natura; altrove assicura che in tutti gli  esseri si distingue, colla intelligenza, la  materia e la forma(allo spirito non ac cenna). Or la forma scompare col di sgregarsi della materia, d'onde conchiude  che l'anima al corpo non sopravvive. Un  sol corpo con la sua traslazione circolare  è causa e regolatore supremo di tutti  gli altri movimenti. Questo corpo, che  Aristotile chiama divino, è l'etere, o il  Cielo, che spingesi agli estremi limiti  dell' universo, oltre il quale non vi è nè  vi può essere alcuna sustanziale realità.  coraggio ? Ma egli nonè esposto ad al cunpericolo. L'amicizia? Egli basta a se  stesso. La temperanza? Dio non ha desi deri. Labeneficenza? Ma o questi benefizi  sarebbero il risultato di leggi generali, o  sarebbero eccezioni a queste leggi. Nel  primo caso le leggi generali avrebbero  per fine l'universalità e non l'uomo in  particolare, nel secondo si toglierebbe a  Dio il suo carattere immutabile.  Dopo questa succinta esposizione dei  principi di Aristotile sopra Dio e l'ani ma umana, più non cirecherà sorpresa  la foga con cui i nostri metafisici ten tano di rimorchiare la filosofia all'idea lismo trescedentale di Platone. « Aristo tile, scrive il Ravaisson, (Essai sur la  Metaphis. d'Aristote.) fondando il ge nerale sopra l'individuale, gli toglie l' alto  suo valore: l'essere rimane isolato nella  sua particolarità: in natura altro non  resta che divisione senza misura od ar monia, Dio senza provvidenza, la vita  umana senza scopo ideale: la bellezza e  la poesia vanno in dileguo ».. ed è  questo che sopratutto rincresce ai signori  metafisici !  Fa veramente meraviglia che un fi losofo così poco religioso come Aristotile,  abbia goduto, eziandio nella Chiesa Cat tolica e perlunghissimo spaziodi tempo,  una grande autorità. Tutta la scolastica  fondavasi sull' autorità di Aristotile, e  tant'era la venerazione che avevasi di  lui, che nol chiamavano altrimenteche il   quasi che fuori di Aristo tile altro filosofo non esistesse . Questo  entusiasmo per lo Stagirita in uomini 48  ARISTOTILE  che professavano principii tanto con trari ai suoi, era ignoranza o voion tario acciecamento? Mala contraddizio ne forse si spiega con due circostanze  che non devono trascurarsi nella que stione . Aristotile aveva nominalmente  stabilita l'unità di Dio, e contro la  moltitudine degli Dei del paganesimo,  aveva spogliata ladivinitàdaogni antro pomorfismo. Quest'era già un gran ser vizio che egli aveva fatto al cristianesi mo, maforse non sarebbebastato a far  chiudere gli occhi sulla sua incredulità  se il suo libro della Metafisicanon fosse  venuto ad ingarbugliare molte idee, che  altrimenti sarebbero state assai più chia re. Nel XII libro della Metafisica il  lampo del genio di Aristotile si spegne  affatto ed una densa nebbia par che  si stenda su tuttala suadottrina. Il con cetto del divino qui nuota inun mardi  parole senza senso: le formole si succe dono alle formole e il pensiero s'oscura  sempre più. Questo libro ha potuto far  credere a molte cose che Aristotile non  credeva; tutti i teologi e i professori  di metafisica vi hanno dedicato i loro  studi, e nei commenti che hanno fatto a  queste formole, vi hanno distillata tutta  la loro scienza. Gli è tanto dolce lo  spiegare quel che non s'intende !  La Metafisica è stata dunque labase  da cui l'ortodossia ha prese le mosse  per spiegare tutti gli altri scritti del fi losofo di Stagira.Dio,dice la fet fisica,  è eterno, perchè il movimento è eterno  (Ant. XIX. 6, 8). Non ha parti, perchè  è infinito (XIV. 9). La sua esistenza è  una pura speculazione. Qui caque il  Dio mondo di Aristotile comincia a ri  vestire la forma cristiana. Ma afirettia moci a dire, che il libro della Moter  quello si è appunto che la itica biblio grafica da lungo tempo tiene in sospetto  come apocrifo e indegno del pensiero e  del nome di Aristotile.  L'incredulità di questo filosofo si ri leva a' altronde dalle accuse cri andò  incontro quand' era vivo, e dalle perse cuzioni cui furono soggetti i suoi libri  dopolamorte.Se moltiscolastici tenevano  in alto onore Aristotile, nonmancarono,  per altro, degli ortodossi più avveduti  che previdero i pericoli di questo entu siasmo tutto pagano. Nel 1207 un con cilio provinciale di Parigi proibisce di  leggere, si nelle scuole che in privato, i  libri di Aristotile intorno alla filosofia  naturale, e sei anni dopo il legato della  Santa Sede, nel dare gli statuti dell'uni versità di Parigi, rinnovò quella proi bizione estendendola anche alla Metafi sica (Dubolay T. III) Questo fu un er rore, ma non durò molto, poichè nel  1831' il papa corresse la decisione del  legato e tolse, com' era ben giusto, il  divieto esteso alla Metafisica. Gregorio  IX sospende i libri di fisica, libris illis  naturalibus, finchè non siano purgati da  ogni sospetto d'errori ; ein unmomento  molti dotti vi si occupano intorno così  bene, che in breve gli errori scompaiono  e i libri sono ammessi dall' ortodossia.  Ma, o fosse che gli errori rinascessero ad  ogni tratto nei libri d' Aristotile, tanto  n' eran zeppi, o fosse che i revisori a vessero mancato di perizia dommatica,  fatto è che più tardi vediamo S. Tomaso  d'Aquino applicarsi, d'ordine d' Urbano  IV, a rivedere le traduzioni fatte sul te sto greco, e acommentarle egli stesso con  tanta scienza e dottrina, che in breve del  pensiero di Aristotile più non vi rimase  un punto. Ma gli errori erano spariti, e  la Chiesa dopo d'allora più non vi trovò  aridire. Anzi fu appunto da quel mo mento che lo Stagirita sali in tanta fama,  che il Nicolò Vcredette necessario man dare a farsi una nuova traduzione latina  di tutti i libri d'Aristotile, e nel 1432 il  suo legato richiamando l'università di  Parigi all'osservanza delle prescrizioni  già date dai suoi predecessori, dichiarò  >  Siccome, per altro,le condanne, fos sero esse cattoliche oprotestanti, non  hanno mai potuto vincere l'eresia, così  era condannato per la mancanza dei | s'intende che i Rimostranti non ces 4 50  ARTE  sarono di insegnare e di propagare le  loro idee, si moltiplicarono nelle pro vince Unite, e per evitare le persecu zioni dell' Olanda si ritrassero nel l'Holstein e nella Danimarca e vi fon darono la città di Fridericstad, dove si  conservano anche attualmente.  Arnaldo da Brescia. Eretico  del XII secolo. Fu amico di Abelardo  e recossi in Francia per assistere alle  sue lezioni. Tornato in Italia, si fe'mo naco e gli presevaghezza di insegnare,  che i preti e i vescovi che possedes sero beni stabili non potevano salvarsi.  Non ci voleva dimeglioper acquistare  il partito popolare, allora, come ades so, non troppo devoto ai pontefici; on de Innocenzo II mandollo in esilio.  Non si tosto questo papa fu spento,  Arnaldo tornò in Italia, ove predicò  contro il suo successore, eccitando i  romani a ristabilire quell' antica re pubblica che li aveva fatti grandi da vanti alla posterità. Arrise il pensiero  al popolo, il quale saccheggio il pa lazzo dei signori e costrinse il papa a  fuggire; ma poco durò la suaindipen denza. Dopo che Adriano IV ebbe po sto su Romal'interdetto, la città tornò  alla Chiesa, e Arnaldo fu costretto  ad uscire da Roma e a ricoverarsi nella  Toscana. Ma arrestato poco di poi  dalle genti del Cardinal Gerardo, venne  ricondotto a Roma, ove fu condannato  alla forca, il suo corpo ad essere abbru ciato e le sue ceneri disperse al vento.  Lasentenzafu eseguita nell'anno 1155.  Arte (teoria dell' ). Fra le teorie  più oscure e men determinate che si  conoscano, quella dell' arte occupa  certamente il primo posto. Pure  sun' altra disciplinafu soggetta a tante  ricerche e a tanti studi quanto questa;  nes ma la sua oscurità e indeterminatezza  non deriva tanto dall arte in se stes sa, quanto dalle strane idee che la  metafisica e la religione concepirono  intorno alla teoria del bello, le con traddizioni della quale noi esporremo  nell' articolo BELLO.  Proudhon definisce l'arte « una rap presentazione idealista della natura e  di noi stessi, tendente al perfeziona mento fisico e morale della nostra  specie. » Questa definizione è in gran  parte esatta, e lo sarebbe in tutto, se  nel concetto di rappresentazione idea lista non si rinchiudesse necessaria mente, o un controsenso o un assenti mento estetico alle più strane aberra zioni dell' arte rappresentativa (chè di  questa soltanto vogliamo parlare). La  contraddizione è evidente nel concetto  dirappresentare idealmente, perciocchè,  o la rappresentazione trova un riscon tro nella realtà, e allora è realee non  ideale; oppure alla realtà si oppone  e allora, aparlar propriamente, può  dirsi ch' ella rappresenti qualche co sa? No certamente, poichè quello solo  si rappresenta che esiste e la rap presentazione di ciò che esiste è rea le. Per verità, suol dirsi che l'arte  crea, ma anche questa la è una di  quelle figure sconfinate, con che la  rettorica suol esagerare quei principii  che son troppo vaghi, per essere ben  determinati. L'arte non crea, l'arte  copia; l'arte è una pura imitazione.  Certo, questa pretesa potenza creatrice  dell'arte, la religione non ha mancato  attribuire al cristianesimo, e filosofi  molti e uomini d'ingegno non stettero  in dubbio di affermarlo. Ma di solito  la metafisica accieca e genera confu sione anche nelle intelligenze più po sitive, e l'arte ha la sua metafisica  non men che lafilosofia! La metafisica  hacreato il classicismo estetico,il quale  allontanando l'uomo dellapura realtà  dellanatura, che è il vero elemento del l'arte, lo gettò fra leindeterminatezze  del convenzionalismo. Quindi le idee  estetiche si sono capovolte: l'uomo si  sforzò di trovar bello, non tanto ciò  che gli piaceva, quanto ciò che rispon deva a certe determinate regole, le  quali, se giovano poco all'arte, han no però il merito di avere unagrande  antichità. E ciò che è antico impone ARTE  sempre ai vulgari e ai non vulgari; e  un po' per l'abito fatto a considerare  come piacevoli certe forme che piace voli nonsono, un po' per quella cotal  dosedisaccenteriaper laquale ogniuo mo ambiscedi mostrarsidotto e perito  51  >  (Matt. XV 17).  >>  Edaggiungono,che lo spiritodimorti ficazione è essenziale al vangelo ove  i digiuni di S. Giovanni Battista e  di Gesù sono ricordati con encomio  (Matt. IV. 2). Sidisapprovano soltanto  quelli che digiunano per ostentazione  (VI: 16. 17). Gesù dice che vi son de moni che non possono essere discac ciati senoncoll'orazione e col digiuno  (XVII. 20 ); non obbligò adigiunare i  propri discepoli, ma predisse che di ginnerebbero quand' egli più non fosse  con loro (IX, 15): gli apostoli si pre pararono col digiuno alle importanti  azioni del lor ministero (Atti XIII, 2  Cor. VI. 5) ed egli stesso digiunava  (XI, 27) E concludono: se dunque il  detto evangelico « non ciò che entra  nella boccacontamina l'uomo dovesse  letteralmente interpretarsi, Gesù si sa rebbe contraddetto insegnando il digiu no, e gli apostoli l'avrebbero smentito  praticandolo,perciocchè l'astinenzadalle  carni non è che una forma di digiuno  men rigorosa dell'astinenza assoluta.  Econvienpur confessare che sopra  questo argomento i cattolici non ra gionano peggio dei protestanti, avve gnachè gliuni egli altri abbiano torto  e ragione ad untempo, per laragion  chiarissima , che nel vangelo d'ogni  dottrina si trovano i contrari. Il fatto  vero è questo, che già prima dei cri stiani gli Orficie i Pitagorici si aste nevano dalle carni e dal vino, e che Ori gene ci dice che nel terzo secolo tale  uso trovavasi già in vigore tra molti  fervorosi cristiani.  Non è d'uopo dimostrare come que ste astinenze siano nocive al corpo e  contrarie quindi ad unasana morale:  soltanto una medicina cieca e superti ziosa ha potuto venire in soccorsO  della religione, per mostrare il lato  igienico delle astinenze, quasi che l'a stenersi da cibi in determinati tempi  e quando forse il corpo ne hamag gior bisogno, possaprodurre gli stessi  effetti delle astinenze ordinate durante  uno stato patologico del nostro corpo!  Astrazione. L' astrazione è una  delle più care e più usate prerogative  della metafisica; ciò val quanto dire che  ❘ella è affatto contraria al metodo spe rimentale. L'astrazione non è tanto ri provevole pel suo processo, quanto per  le erronee e fatali conseguenze acui con 'duce chi ne abusa. Se io considero un  corpo nella sua realtà e secondo il me todo sperimentale, non posso escludere,  come elementi di una esatta cognizione,  i suoi caratteri essenziali, tali che la  forma, il peso, l' impenetrabilità, il co A 56  ATAVISMO  lore, l'odore, il sapore, e tutte insomma| ficilmente compie il suo ufficio, quanto  le proprietà che cadono sotto i miei  sensi. Ma se ioelimino dalpensiero tutti  gli elementi della cognizione, e nel corpo  considero mentalmente un solo aspetto,  per esempio il colore, avrò fatta una  astrazione di tutte le altre qualità sen sibili, e il colore, sebben confusamente,  mi apparirà al pensiero come possibile  a separarsi dall' idea del corpo che lo  assume. Da qui la tendenzanei metafisici  aconcretizzare gli attributi della mate ria e a farne tante entità separate ein dipendenti dall' idea di corpo. Il pericolo  è infatti evidente. Se io considero un  corpo in movimento, e quindi facendo  astrazione dal corpo, tento di riprodurre  col pensiero l'idea di movimento sepa rata da quella di corpo, mi troverò co stretto ad attribuire a cotesto movimento  una certa quale entità, che possa farlo  cadere nel novero delle esistenze con crete. D'onde la creazione del concetto  di forza, cagion del movimento,ed'onde  ancora l' error metafisico di concepir la  forza separata dalla materia, mentr' ella  non n'è che l'attributo ( Vedi FORZA e  MATERIA ). Or si è appunto in graziadi  una cosi bella prerogativa dell' umano  intelletto, che la metafisicaha arricchite  le nostre cognizioni con un numero in finito di così dette verità astratte, le  quali hanno tutte tanta realtà quantane  ha l' idea di movimento separatadall'or gano o dal corpo che lo rappresenta.  II principio della metafisica , che  ogni astrazione dello spirito , presup pone qualche dato concreto,non potreb be essere oppugnato dalla filosofia spe rimentale. Anzi, cotesta filosofia tantè  sicura di questa verità, che fondandosi  saldamente sul concetto che ogni idea ne  viene dai sensi,hanegate le idee innate.  (Vedi IDEE INNATE). Ma dall' essere ogni  nostro astratto concepimento come unå  cotal sorta di riflessione delle cose este  riori, non ne deriva che tutte queste a strazioni siano vere. L'intelletto astra endo s' allontana dalla realtà obbiettiva:  piu lontani songli avvenimenti o le cose  ch' essa si sforza di evocare; d'onde la  facilità con cui confonde l'uno coll' al tro fatto, e appropria ad una cosa lé  proprietà dell' altra. Se pensando alle  ali di un uccello, la mente accoppia in  quel momento una figura d'uomo, io  posso ben creare l' immagine d'un che rubino, ma non nederivaper questo che  essa trovi una concreta rappresentazione  nella realtà, nè che in natura esistano  tutti imostri creati dalla immaginazio ne; ma piuttosto si troveranno nella re altà tutti gli elementi separati, che l'a strazione ha insieme congiunti per for mare un nuovo essere. D' onde si vede,  che la sintesi dell' astrazione non può  essere ricondotta alla realtà, senza il  soccorso dell'analisi sperimentale.  Atavismo. Ilbotanico Duchêne ha  per primo introdotto nel linguaggio  scientifico questo vocabolo , che fu poi  adottato da Darwin ed è ora divenuto  pressochè universale. Indicasi con questo  nome quella tendenza che si manifesta  negli esseri viventi, a riprodurre certi  caratteri anatomici o fisiologici od ezian dio patologici, che furono già propri dei  loro antenati, e non sono più comparsi  nei genitori. Ad esempio, la etisia più  facilmente trasmettesi dall'avo ai nipoti,  che dai genitori ai figli, e spesso lascia  immune una o due generazioni, per ri comparire nella famiglia. Ma nelle ere dità fisiologiche l'atavismo è assai più  frequente. Darwin ha citato ungrannu mero di casi, nei quali vien dimostrata  conmolta chiarezzaquesta tendenza, che  hanno gli organismi a riprodurre le  forme antiche, e il sapiente naturalista  inglese si è giovato assai di questi fatti  per assegnare a certe specie di organi smi i loro antichi progenitori. Spesso  nel cavallo notasi l'apparizione dei diti  laterali , che fan credere che questo so lipede derivi dall' ipparione, animale fos sile molto simile al cavallo, ma che a veva tre diti. Altri nostri animali dome or è noto che la memoria tanto piùdif- | stici, a quando a quando riproducono i ATEISMO  caratteri dei loro antenati e, per esem pio, in una razza speciale di buoi di  Suffolk i quali, in grazia di un certo  incrociamento, un secolo e mezzo fa si  sono ottenuti senza corna, di tempo in  temporiappaiono individui cornuti, i quali  rivelano la tendenza a riprodurre questo  carattere originale dei loro antichi an 57  contro l' ateismo. E convien confessare  chese il fatto fosse vero,sarebbe, senon  altro, una prova o della grandissima e videnza della esistenza di Dio, o della  intima rivelazione che Dio avrebbe in stillato in ogni uomo della sua propria  esistenza. Ma il fatto non è vero, e la  pretesa universalità della credenzain Dio  tenati. Darwin crede eziandio che le va scompare tosto che la critica sincera e samina le prove numerosissime raccolte  rie forme embrionarie attraverso alle  qualipassa il feto umano,nonsiano altro | dalla antropologiae dallastoria. L'atei che la riproduzione delle forme tipiche  degli animali che l'hanno preceduto nella  serie degli esseri da cui deriva ( Vedi  EMBRIOLOGIA) e Vogt considera imicro cefali come una sorta di atavismo scim miesco. che interrompe la legge di evo luzione. I casi di donne con quattro e  sei mammelle non sono rari, e Darwin  li spiega anch'essi come effetti dell' a tavismo. Il quale al postutto vuol essere  considerato siccome una legge contraria  aquella di selezione (vedi DARWINISMO)  imperocchè se questa, in grazia della  varietà del clima, del nutrimento e del l' incrociamento, tende costantemente a  trasformare i tipi, l'atavismo ha la co stante tendenza a mantenerli identici, e  or qua or là, manifesta la sua potenza  latente riproducendo, nel seno stesso dei  nuovi organismi, le forme tipiche dei loro  progenitori. Questa potenza si rende an cor piùevidentenelregno vegetale, dove  i tipi derivati che si ottengono senza l'in crociamento (innesto), e per la sola va rietàdella coltura, inevitabilmente ritor nano alle forme primitive tosto che si  cessa di coltivarle; la qual tendenza è  comune anche agli animali domestici, i  quali, se sono abbandonati allo stato sel vaggio, facilmente riprendono i loro ca ratteri originali.  Ateismo.ParolacompostadaTeos,  Dio, e dallaparticella negativa a; d'onde  a-teos, assenza di Dio. La teologia e la  filosofia teologale finora non hanno po tuto far di meglio che negare ostina tamente l'esistenza di veri atei, e fino  ai nostri giorni fu questo ilmigliore ar gomento che i credenti seppero addurre  smo è lo stato normale di una buona  metà di tutti i popoli dell' Asia. Non  havvi nella lingua cinese unaparola che  esprima l'idea di Dio; della quale as senza il signor Renandot trova unapro va sicura nella iscrizione Cinese e Siriaca  scoperta nel 1625. Gli Assiri, dic' egli,  che la lasciarono come un monumento  della loro missione, essendo vissuti 146  anni fra i Cinesi non nepotevano igno  rare la lingua. E se eglino avessero  trovato nella lingua del paese qualche  parola che dinotasse l'Essere supremo,  certo l'avrebbero adoperata invece della  parola siriaca a Cobo. Quindi è ch' essi  hanno fatto quello che gli spagnuoli  dopo di loro hanno dovuto ripetere nel ' America, adoperando la parola Dios per  instruire gli Americani, i quali non ave vano nè idea nè parolache esprimesse il  concetto di Dio .  Per giungere alla medesima dimo ❘strazione, il signor de la Loubère si  serve del seguente passo di Confucio, il  massimo filosofo dei Cinesi.« Per quanto  un uomo sia virtuoso, vi sarà sempre  un grado di virtù ch' egli raggiungere  non può. Il Cielo stesso e la Terra  sì grandi e perfetti,nonpossono satisfare  tutti a causa dell' incostanza del tempo  e degli elementi, diguisachè l'uomo tro va contro di essi dei motivi di disgusto  e d'indignazione. Laonde, se ben s' in tende la grandezza dell' estrema virtù,  si dovrà confes are che l'universo intero  non può contenerne nè sostenerne il  peso > D'onde si vede che Confucio,  negando la possibilità dell' esitenza di  una virtù assoluta , implicitamente ne 58  ATEISMO  gava l'esistenza di Dio. ( v. CONFUCIO).  Perfino i missionari mandati nella  Cina non hanno potuto negare questo  fatto. S. Francesco Saverio riferisce che i  Bonzi del Giappone non volevano cre dere che vi vosse un Dio, perciocchè,  dicevano essi, se ve ne fosse uno, i Ci nesi non l'avrebbero ignorato ( Epist.  Lib. IV).  Anche i gesuiti, tanto interressati a  sostenere l'eccellenza dei Cinesi, le buone  grazie dei quali si erano accaparrati, e  n' usavano poco cristianamente contro  le missioni di tutti gli altri ordini, fu rono costretti a confessare l' ateismo dei  Cinesi. « I Cinesi, scriveva il padre An tonio Gorefa, sono pieni di spirito, e  nondimeno finora sono vissuti nelle te nebre e nella più profonda ignoranza  dell' esistenza di Dio  La setta dei  letterati, che condanna il culto degli idoli,  non è, a parlare propriamente, che un  Ateismo approvato dalle leggi dell' im pero ».  Si los Chinas no son Atheos, que  Nacion ay o houve quelo sea! esclama  il padre Antoine di Santa Maria.  Contro queste ed altre numerosissime  testimonianze, non mancano coloro i  quali vogliono che le voci cinesi Tien e  Xangti esprimano il concetto della di vinità; e i gesuiti, infatti, nelle loro tra duzioni delle opere di Confucio resero  queste parole per Dio. Ma il senso di  que' vocaboli tant era lontano presso i  Cinesi di rendere fedelmente il concetto  della divinità, che il vescovo di Conon  con sua ordinanza del 26 marzo 1693  stimò bene di vietarne l'uso per espri mere il vero Dio. Avendo i gesuiti ricusato  di sottomettersi a questo divieto, ne nac que uno scandalo; l' affare fu portato  aRoma, ove Innocenzo XII nominò una  Congregazione di Cardinali e di Teologi  per deciderlo. La decisione non fu resa  che sotto Clemente XI, il 20 novembre  dell' anno 1704, e confermava il divieto  del vescovo di Conon. Prima di pronun ciare questa decisione i membri della  Congregazione non avevano mancato di  prendere informazioni sui luoghi. Tra  queste informazioni vi è quella che il  vescovo di Bérite mandò al cardinale  Casanate, che qui rendo testualmente:  >  Le prove adotte in questo articolo mi  dispensano di confutare siffatte idee.  Quanto alle ragioni ontologiche dell' a teismo si troveranno nell' articolo Dio.  Per i filosofi che dopo aver avuto la  coscienza di Dio, lo negarono poi colle  leggi del ragionamento, veggansi inque sto Dizionario gli articoli: CRIZIA, PRO TAGORA, BIONE, STRATONE, DIAGORA, LEU CIPPO, DEMOCRITO, LUCREZIO, Fò, AVERROE,  POMPONAZIO, RUGGERI, VANINI, BRUNO,  HOBBES, SPINOSA, TOLAND, MESLIER, LA  METTRIE, BOULANGER, HOLBACH.  Atomo. La parte più piccola  della materia, che non può più oltre  3 60  ATOMISMO  essere divisa chiamasi molecola. Tut tavia la malecola è ancora divisibile  col pensiero , e l'ultimo limite al  quale colla divisione giunge il pen siero, dicesi atomo. L'atomo è dunque  una astrazione, perocchè ragion vuole  che lo si suppongasenza dimensioni,  chènel contrario caso,il pensiero po trebbe ancora dividerlo all'infinito. Vedi  ATOMISMO) La chimicamoderna ha adot tati gli atomi come formola convenzio nale, adatta ad esprimerele più sottili  combinazioni e il modo di aggrega zione delle varie sostanze fra di loro.  Si é infatti osservato che leproporzioni  fra le varie sostanze che costituiscono  i corpi, rimangono inalterate anche nelle  più piccole e intime parti del corpo  stesso, di guisachè, posto peresempio  come provato dalla chimica, che lo  zucchero constadi 12parti di carbonio;  23di idrogeno; 11 di ossigeno,se pren diamo la più piccola molecola di zuc chero, che ci è data concepiree la di vidiamo in tre parti, troviamo senz'al tro che ognuna di essenonconsta già  interamente di una delle tre sostanze  componentilo zucchero, ma bensì di 12  parti di carbonio,23 di idrogeno, 11 di  ossigeno, e che ogni ulteriore divisione  all'infinito constasempre di una combi nazione simile. Orl'atomo nella chimica  rappresenta appunto l'ultimo limite nel  quale si suppone che le particelle di  carbonio, d' idrogeno e d'ossigeno si  separeranno senza combinazione. Onde  si dirà, che dodici atomi dicarbonio,23  atomi di idrogeno e 11 di ossigeno costi tuiscono unamolecola di zucchero. Tut tavia questa locuzione è errata, avvegna chè gli atomi costituiscono spécialmente  un principio di ragione, che impropria mente si trasforma in corpo materiale;  motivo per cui molti chimici d' oggidi  abbandonano gli atomi allafilosofiaspe culativa, e chiamano molecole tutte le  parti più o meno piccole dei corpi,  sieno esse semplici o composte, com binate o no. (Vedi MOLECOLA)  Atomismo. Sotto questo nome  generale s' intendono tutti i sistemi filo sofici, i quali hanno per fondamento l'i potesi degli atomi, ossia i corpuscoli  impercettibili della materia. Se noi pen siamo alla divisibilità infinita della ma teria, l'antitesi dell' infinito contenuto nel  finito,non può ameno di presentarsi alla  nostra mente (Vedi INFINITO ). Ма pos siamo noi evitare questa assurdità logica?  Fino a qual qunto dovremo noi pensare  che un corpuscolo non possa ulterior mente dividersi? Tali furono le questioni  generali che hanno originata la teoria  atomica. Secondo gli atomisti, ciò che  chiamasi atomo è essenzialmente semplice,  e ciò che è semplice non può ulterior mente dividersi. L'atomo è dunque úna  particella di materia elementare, imper cettibile e imponderabile; e perciò ap punto che sfugge alla tangente dei sensi,  essa rivelasi subito come una mera astra zione. Epperò l'atomo è la materiaquin tessenziata, press' a poco com'è lo spi rito; e l'aggregato degli atomi costitui sce i corpi. Ciò basta per farci intendere  che l'atomismo antico, nonostante la sua  tendenza al materialismo, differisce dalle  nostre teorie molecolari in questo, che  le nostre molecole non sono semplici , e  non dissomigliano essenzialmente dai  corpi che compongono, non rappresentano  unconcetto metafisico, ma semplicemente  un concetto d'estensione, quella più pic colissima parte di materia che ci è dato  di immaginare. Sebbene la teoria ato mica fiorisse nella Grecia ai tempi di  Anassagora e di Democrito, ne troviamo  però qualche anterior saggio nell' India  nella setta filosofica detta dei Vaisechika  della quale fu fondatore Kanada. Diceva  questo filosofo, che se un corpo fosse  veramente composto di un numero infi nitodi parti, sarebbe vero il paradosso  che fra un grano di senape e unamon tagna non vi è alcuna differenza di  grandezza, poichè l' infinito è sempre e guale all' infinito. Per evitare questa  contraddizione supponeva egli che lama teria fosse un aggregato di particelle  elementari, eterne e indivisibili; e tali ATOMISMO  appunto sono gli atomi. Questi sono ne cessariamente intangibili , poichè tutto  ciò che cade sotto i nostri sensi è un  composto e ciò che è compostopuò sem pre dividersi: ma nondimentichiamo che  l'atomo è indivisibile. Gli atomi non  constano tutti della stessa sostanza. Ka nada supponeva che ve ne fossero di  quattro specie: terrestri, acquei, aerei e  luminosi: sono sempre iquattro elementi  della fisica antica. La varietà di questi  61  Poco diversa dalla teoria del filosofo  indiano è la teoria atomica dei filosofi  greci. Gli atomi d' Empedocle, come  quelli del filosofo indiano, sono di quat tro categorie, e il principio superiore  dell' amore o dell' odio li fa congiun gere o li disgiunge. Nel sistema di A nassagora gli atomi son detti omeo meria, e si distinguono in un infinito  numero di categorie, quante sono le  sostanze e perfino i colori che vedia atomi costituisce i corpi, ma la loro  combinazione non è meramente arbitra ria e casuale, bensì è regolata da una  legge. La prima combinazione è sempre  binaria, cioè composta di due atomi; la  seconda formasi coll'aggregazionedi tre  di questi atomi doppi; quattro atomi se condari formano una combinazione ter naria e così via. Ora questo modo di  combinazione, per quanto sembri strano,  non è poi molto lontano dalla realtà,  quale ci fu rivelata delle moderne ipo tesi della chimica. Abbandonato il nu mero progressivo degli atomi, che è  una mera astrazione, noi vediamo che  ogni cristallo è infatti un aggregato di  altri cristalli d' egual natura e forma.  Se, ad esempio, noi prendiamo una delle  più piccole cristallizzazioni del sale co mune, vedremo che ha la forma di un  cubo. Or quel cubo può decomporsi in  altri piccoli cubi, e ciascun di questi in  una quantità di altri cubi più piccoli, e  cosi di seguito fino all' atomo che si  suppone elementare. La scienza è dun que venuta a convalidare, fino ad un  certo punto, la teoria atomica. Se non  che, mentre la teoria molecolare più  modesta della prima, a questo punto si  è fermata, limitandosi a concepire la  molecola come la più semplice espres sionedellamateriaimmaginabile; lateoria  atomica invece, ha voluto quintessenziare  l'atomo e renderlo immutabile nell' uni verso. Dopo tutto questo, Kanada, per  una sorta di astrazione, che non si sa  comeben si concilii colla semplicità e lementare dei suoi atomi, ha ammessa  un' anima distinta dal corpo.  mo. Ma è soltanto con Leucippo e De mocrito che il sistema atomistico della  Grecia assume una forma più risoluta e  allontana, siccome ipotesi inutile, il prin cipio spirituale. Poichè gli atomi sono  semplici e riempiono tutto, come potrebbe  definirsi lo spirito, e qual posto dargli?  Se l'atomo è semplice, e semplice è lo  spirito, l'uno o l'altro è superfluo, oppure  l'uno si confonde coll'altro (Vedi LEU CIPPO E DEMOCRITO). Mentre Anassagora  aveva creato tante sorta di atomi quante  sono le sostanze, Democrito, afferrando  il gran principio dell'unità della materia,  tutti li supponeva della stessa natura e  sol diceva che i corpi differivano pel di verso modo della loro aggregazione. Si  Leucippo che Democrito, ammettendo la  eternità degli atomi e del movimento  loro, escludevano esplicitamente la possi bilità della creazione. Ogni cosa è for mata degli atomi e gli atominonhanno  principio nè hanno fine. Questa dottrina  fu ad un dipresso adottata da Epicuro  e cantata da Lucrezio coi suoi aurei  versi. Qui l'atomismo antico si avvicina  al materialismo moderno: non solo rico nosce l'eternità degli elementi materiali,  ma energicamente afferma la realtà della  materia. Verità triviale, se si vuole, ma  che non èperciò, cosa incredibile ma pur  vera, meno contrastata anche ai nostri  giorni (Vedi BERKELEY, COLLIER е Ма TERIALISMO).  Nei tempi moderni l'atomismo rinac que con Gassendi, ma fu sistema scem pio, perciocchè, fedele al domma della  creazione ex nihilo, tolse agli atomi l'e ternità, li fece decadere dal grado di 62  AUTENTICITA  principio a quello di fenomeno, e in tal  senso la sua ipotesi diventava inutile.  L'atomismo è invece passato nelle scienze  naturali sotto il nome di teoria moleco lare, la quale, come già dissi, è benlon tana di considerare gli atomi con quel  carattere di principio elementare che  Cadivisioilità degli antichi ad essi at tribuiva.  Attrazione. Newton hacosì chia mata la tendenza che hanno i corpi di  attrar i fra di loro in ragione diretta  delle ma-se e inversa del quadratodelle  distanze. Quando questa tendenza eser citasi fra i corpi celesti, chiamasi attra sione universale, o gravitazione; è in vece attrazione molecolare o coesione  quella che si compie fra le molecole a  distanze infinitamente piccole.  Filosoficamente parlando, l'attrazione  esprime un fatto, non già una causa,  onde sarebbe crroneo il supporre, che  essa fosse un certo che di separatodalla  materia in cui si manifesta. L'attrazione è una forza, e come tutte le forze è un  attributo nominale, non sostanziale, della  materia (Vedi FORZA).  Attributo. Dicesi attributo ogni  qualità o proprietà dei corpi, che ser vono a meglio determinarli o a far ne conoscere l' essenza. Vi sono at tributi reali ed attributi inetafisici; e ben  si capisce che questi ultimi hanno tanta  realtà quanto gli enti a cui si attribui scono. Così l'unità, ' attività, ' immor talità dell' anima sono attributi tanto  veri quanto può esser vera la esistenza  di quello spirito, che si chiama anima;  come l' onnipotenza, la bontà e infinità  di Dio sono subordinati all' esistenza di  di quello spirito che si chiama Dio. Ma  siccome sull' argomento degli spiriti l'e sperienza se ne rimane muta, e siccome  d'altronde la metafisica nullac' insegna  che sia assolutamente dimostrato intorno  a questo argomento , così è chiaro che  gli attributi della metafisica mancano  di ogni dimostrazione.  Non così accade degli attributi reali,  propri della materia, i quali in qualche  modo cadono sempre sotto i nostri sensi.  Anzi tant'èlarealtà e l'evidenza di questi,  che spesso la metafisica li confonde e li  innalza al grado di sostanze separate, di  entità metafisiche. Accade così del mo vimento, del pensiero ecc. ( vedi questi  nomi) i quali, quantunque logicamente  non si dimostrino altro che attributi soe cialissimi della materia, la metafisica li  concreta in altre sostanze cae stanno  fuori della materia, e quindi nel nulla.  Anche l'idea generica di forza, che la  metafisica ha creato e la filosofi speri mentale adottato per spiegare intelligi bilmente la causa dei fenomeni, non si  risolve, in ultima analisi, che in un aturi buto della materia (vedi FORZA). Quindi  è, che i soli attributi sui quali non cade  onon dovrebbe cader disputa, son quelli  stabiliti dalla fisica sperimentale per i  corpi, come sarebbero ' impenetrabilità,  l'estensione, la porosità, la divisibilità,  il colore, il sapore, il peso e tutte in somma le maniere con cui lamateria si  presenta ai nostri sensi.  Audeo • Audio. Nacque nella  Mesopotamia verso la metà del quarto  secolo. D' indole atrabiliare e di un esa gerato ascetismo, soleva egli rimprove rare acerbamente la mollezza dei preti  e dei vescovi de'suoi tempi, ond' era spes so svillaneggiato e talora anche maltrat tato. Denunziato all' imperatore ed esi gliato infine nella Scizia, v' istruì molti  proseliti, insegnò la pratica della vergi nità e fondò monasteri colle regole del  viver solitario. Dall'ortodossia si distaccò  in alcuni punti di dottrina, come nella  celebrazione della Pasqua, ch' egli faceva  nel giorno stesso della Pasqua dei Giu dei; poichè diceva che il Conciliodi Ni cea l'aveva trasportata nel giorno na talizio dell' imperatore, per adulazione  verso Costantino. Dopo la morte diAu deo la sua setta fu governata da vari  vescovi fino alla fine del quarto secolo,  col quale si spense.  Autenticità Vedi CANONE E APO CRIFI. Per l'autenticitàdegliEVANGELI e  del PENTATEUCO vedansi questi nomi. AVERROE  63  Autorità. In filosofiadicesi auto- mente rimettersi all'autorità, in quelle  d'opinione, ha il dovere, per quanto  e meglio può, di far egli stesso le sue  rità quella testimonianza che l' uomo  dotto nelle specialità fa sulle cose  della scienza o dell'arte che gli appar tengono. E per quanto rifuggasi in  buona filosofia dal prestar fede all'au torità, non può, per altro, questa eli minarsi affatto, poichè niun uomo può  essere dotto intutte le scienze, nè tutto  può sapere. Laonde, per quanto si in culchi e s' insegni che l'uom deve da  se stesso accertare le cose a cui crede,  non può, per altro, escludersi che in  illazioni.  Averroe. Pseudonimo di Ibn-Ro scd. Filosofo arabo nato in Cordova  verso la metà del XII secolo. Egli fu  il  primo che volgesse dal Greco in  arabo i libri di Aristotile , e i suoi  commenti sopra questo filosofo a cui pro fessava grandissima stima, glimeritarono  il sopranome di Commentatore. Aristo tile sintetizzando tutte le forze di natura  e riducendole ad unità, n'aveva compo sto un tal simulacro di Dio, che nulla di  molti casi ei nondebba necessariamente  ricorrere all'autorità, vuoi nellescienze  storiche, vuoi nelle fisiche o nelle ma tematiche, e rimettersi al parere di co loro che ne trattarono con fondamento.  Escludere, infatti, l'autorità dalla storia  sarebbe quanto il negare la storia, però  che noi stessi non possiamo accertarci  delle cose passate; ma del pari non  possiamo conoscere per nostra espe rienza tutto ciò che riguarda le altre  scienze, ond'è che inquelle parti nelle | di assoluto, d' inalterabile, d'eterno, on quali ci riconosciamo manchevoli, dob divino aveva. E fu con una cotal sintesi  cheAverroe, sorvolando a tutti i fenomeni  della coscienza individuale, considerava  il pensiero umano come la risultante di  tutte le forze dell'universo, o come parte  o azione di una ragione universalo, che,  indipendente dalla materia non poteva  dirsi, ma nemmen che le fosse soggetta.  La ragione fu per Averroe un cotalche  biamo rimetterci all'autorità di uomini  competenti. Abbisi soltanto l'avvertenza  di non confondere il parere di uomini  autorevoli con la vera dimostrazione,  però che, come ben dice il Romagnosi,  questi dotti possono essere interpreti  della ragione, non la ragione medesima.  Nè estendasi poi l'autorità loro invocata  sopra una determinata cosa, a tutti i  rami dello scibile, come spesso si suol  fare , onde nascono i tanti abusi e  le tante autorità effimere,che menano  all'errore. Perocchè un uomo può es sere autorevole in una scienza e non  avere autorità alcuna nelle altre, onde  tutti i grandi, si smarrirono quando  uscir vollero dai lorostudi. L'autorità  specialmente s'invochi sulle questioni  di fatto, poichè in quelle il giudizio di  tutti gli uomini si accorda; madove vi  è passione, o entusiasmo, o opinione  determinata da un partito, l'autorità a  nulla giova, perciocchè se nelle que stioni di fatto l'uomo deve necessaria de inalterabile e eterna doveva essere  l'umanità che partecipava ai privilegi di  cotesta ragione. Qui scambiando l'essen za con la forma, Averroe troppo presto  dimenticava, che nessuna forma è inalte rabile e imperitura nell' universo e che  l' umanità deve necessariamente seguire  questa eterna legge di evoluzione.  Averroe non è propriamente allascuo la esperimentale che vuol essere ascritto,  ma negare non si può ch' eglinon tenda  alquanto al panteismo. Perciocchè quella  sua ragione universale, sintesi dell' uni verso che s'incarna e s'individualizza  nella coscienza individuale, non ripugna  aquesta scuola.  Come Aristotile, dal suo Dio panteista  aveva dedotta la conseguenza che non vi  può essere relazione alcuna possibile tra  Dioelaspecieumana, così Averroe esclude  i preti e la teologia dal concorrere alla  suprema felicità. La personalità finisce  col corpo, e dopo la morte va per dendosi nel mare della intelligenza uni versale, alla quale, non solo è affine, ma 64  BACONE  risale almeno a quattro secoli dopo.  Avicenna, pseudonimodi Jbn-Si anzi identica. Perciò, tutte l'anime in | ribus, ma a torto, poichè quello scritto  nulla differiscono fra di loro, e l'orga nismo solo quello è, che fadiversi gl' in dividui, che dà una personalitàpropria a  Socrate diversa da quella di Platone. Or  gli organi periscono, e l' anima, la ra gione rimane inalterata e si confonde  nella ragione universale. Questa ragione  è eterna; come eterna è la materia; on de il creare e il risorgere son cose del  pari assurde.  Per quel che si vede, non può dirsi  che Averroe spingesse agli estremi le sue  negazioni. Pure, senza volerlo, fu egli  reputato, e restò per lungo tempo, come  na. Celebre medico arabo nato nell'anno  880. Scrisse moltissime opere filosofiche,  dove illustrò i principii dei peripatetici  il capostipite dell' incredulità. A lui si  attribuirono le più ardite opinioni e i  più scettici pensieri; da lui si intitolò la  tendenza al discredere. L'averroismo non  fu dottrinapanteistica o filosofica, ma pei  successori di Averroe fu ladottrina del con le massime della filosofia araba.  Ammetteva ' eternità del mondo, seb benegli assegnasse unacausa efficiente,  Ja quale però non cadeva nel tempo;  l'anima voleva congiunta al corpo e la  sua perfezione consisteva per lui in  uno stretto legamecol mondo intellet tuale. Cadeva quindi nell' error dei mi stici, supponendo che l'uomo tanto più  si fa perfetto, quanto meglio si allon tana dal mondo e si rivolge alla spe culazione. Non pare però cheAvicenna  abbia messo in pratica le sue idee,  poichè spesso si abbandonò all'orgia e  mori infine d'una malattia d'intestini,  l'incredulità. Ad Averroefu attribuita la ❘ coi conforti della religione mussul redazione del libro De Tribus imposto- mana.  B  Bacone(Francesco) Barone di Ve rulamio, Cancelliere d'Inghilterra, fu fi losofo profondissimo, e di quanti merite voli di tal nome siano stati, il meno o nesto e il men sincero. Avido di denari  e d'onori ei non sempre curò di leal mente esporre le sue convinzioni, sicchè  le opere di lui riboccano di passi scritti  in favore di una religione ch'egli ogno ra combatteva coi dettatidella sua filo sofia. Fu egli che scrisse quel detto, di venuto famoso per esser stato poi ri scritto da tutti gli apologisti, che poca  scienza conduce all'ateismo è molta scien zariconduce alla religione, ondeil catto lico Ladvocat lo chiama dotto teologo,  modesto storico, profondo giurista e gra zioso poeta, e l'autoredelle memorie per  la storia ecclesiastica dice, ch'egli era un  protestante molto propenso al cattolice simo. Giova aggiungere però, che l' am missione nel pantheon cristiano di cote sto uomo, fa un gran torto al cristiane simo. Se l' apparenza e la lettera degli  scritti di Bacone stanno per la religione,  lo spirito delle sue opere è tutto diretto  anegare il sovranaturale. Nel Trattato  sulla natura delle cose e in quello Dei  principi e delle origini, Bacone combatte  fieramente l'antica scuola del trascen dentalismo Platonico ed Aristotelico, e  rendendo ragione a Democrito e ad E picuro, egli fa sua la loro teoria atomica  eproclama che la materia è eterna ed  indestruttibile, che il mondo basta a se  stesso e che fuori del mondo non vi so no corpi. « Lamateria, diceva Bacone,  ha dessa un' origine? Ciascun uomo che BACONE  ragiona, per la testimonianza dei sensi  deve naturalmente pensare che la mate ria è eterna (Principj edorigine). Essa  è indistruttibile, impenetrabile. Siamo  65  coli, ed essa li produce asuo tempo per  una legge inevitabile (Dignità ed accre scimento lib. II. Cap. XIII). Or come si  concilia ella mai questa ardita teoria  disposti ad ammettere l'idea di Erone  che ce la rappresenta come costituitada  atomi separati da unvuoto misto. Tutto  cambianella forma, in sostanzaniente si  distrugge ed il volume della materia re sta sempre lo stesso. Non si neghi l'u tilità delle ricerche relative al primo  stato degli elementi od atomi; sonoque ste forse più importanti d' ogni altra.  Esse regolano l'atto e la potenza, esse  moderano l'immaginazione e le opere  (Pensieri sulla natura delle cose).  Altrove Bacone parla con molto di sdegno delle cause finali, e vuole ope rare fra le scienze naturali e le teologi chequel divorzio che oggimai si è com piuto, non senza grandissimi contrasti.    Baggemio di Lipsia. Visse verso  la metà del XVII secolo. Si disputava  allora tra i teologi e i filosofi se Dio  avesse creato il mondo per meglio far  risplendere i suoi attributi, o se pure  l'avesse creato per farsi rendere omaggio  dagli Enti liberi. Baggemio avanzò una  certa ipotesi nonmeno assurda delle al mase parecchi anni. Ma essendo poi ve nuto amorte il superiore,Bacone seppe  ingraziarsi il successore di lui, indiriz- tre, e pensò che Iddio si fosse determi  zandogli, come segno di omaggio, uno  scritto sui mezzi adatti a fermare ipro gressi della vecchiaia. Poco di poi Ba cone fu ridato alla libertà, manon molto  sopravisse alla sua liberazione, poichè era  vecchio, e gli effetti del tempo, che vo leva arrestare sugli altri, non aveva sa puto impedire sopra se stesso.  Lafantasia degli scrittori moderni si  è compiaciuta di trasformare questo mo naco inun uomo di scienza incompa rabile, sol perchè egli fu perseguitato;  ma le persecuzioni degli stolti non ba stanomicaper innalzareun ingegno men  che mediocre finoall' altezza dei tempi  presenti. E che mediocrissimo sapere  possedesse cotesto frate, ce lo attestano  i madornali errori e gli stupidi suoi  pregiudizi nelle scienze naturali, nelle  quali pur sempre si vuol dottissimo. Egli  insegna che con spermaceti, aloe e carne  di dragone puossi prolungare la vita, e  conla pietra filosofale immortalarla; che  la constellazione dell' agnello ha una di retta influenza sulla testadell'uomo,quella  del toro sul collo e quella dei gemelli  sulle braccia. (Opus majus). Altrove dice  che la luce si fa per moltiplicazione  univora ed equivoca, che quest' ultima  genera il calore, e il calore la putrefa zione. Gli fa troppo onore chi crede  ch'egli sia stato l'inventore della polvere,  per un certo passo che si legge nel suo  Opus Majus, ove si accenna al fuoco  greco ead un certo fuoco, che facevano  i bimbi di quei tempi, i quali mettendo  del salnitro in una piccola palla grande  un pollice egettandola sul fuoco, produ cevano un rumore sì violento che sor nato ad agire per amore verso le crea ture. Così restò bene assodato che, in  qualunque modo siconsidera,questo Dio  creatore non può sfuggire all' antropo morfismo. I teologi e i filosofi gli attri buivano un vizio: l'ambizione d'imperare  sopra dei sudditi, e di risplendere ai loro  occhi; eBaggemio gl' imputò una virtu;  virtù e vizi però che sono sempre copiati  dalla passioni umane e che in nessuna  maniera convengono all' Ente assoluto.  Bajo, o Bay (Michele) Nacque a  Malines nell'Haynaut nell'anno 1513, fu  ricevuto dottore nel 1550e nell'anno se guente occupò lacattedra di Sacra Scrit tura nella università diLovanio. In quei  tempi ferveva vivissima tra i cattolici e  i protestanti la controversia sulla grazia  e la predestinazione, e gli uni e gli al tri pretendevano di appoggiarsi sulla au torità di S. Agostino, il quale, coi passi  scritturali, aveva dimostrato contro i pe lagiani, che l'uomo non può far nulla  senza Dio, che tutte le nostre forze ven gono da lui, giacchè siamo corrotti e  nasciamo figli d'ira. Imperocchè, diceva  questo luminare della Chiesa, dopo il  peccato, l'uomo da se stesso è impotente  a salvarsi senza il soccorso della grazia  divina, ed anzi senza questa grazia egli  non avrebbe potuto perseverare nella  giustizia originale. Condotto dallo spirito  dei tempi astudiare questa questione,  Michele Bajo credette di rettamente in terpretare S. Agostino contro ilduro fa talismo divino di Calvino e di Lutero,  affermando, che la divina giustizia non  avrebbe potuto creare gli uomini senza  le grazie e le perfezioni dello statod' in BAYLE  67  nocenza. Pertanto, mentre S. Agostino tenete voi, ai calvani sti, ai luterani, ai  ammetteva che eziandio una certa qual ❘ zuingliani ?- Io, ripeteva Bayle, sono  grazia sufficiente era necessaria per sal- protestante,equindiprotesto contro tutti.  varsi, Bajo ammise, che l'uomo creato Odiato da molti , egli nondimeno co libero e giusto si è perduto per sua colpa, ❘ strinse i suoi nemici ad inchinarsi d' in e che persolavolontàdilui persevera nella nanzi alla perspicacia del suoingegno e  colpa dopo la caduta. Bajo dunque, con- a riguardarlo come il luminare del suo  tro Lutero e Calvino ammetteva il libero | secolo. Scrisse molte opere,frale quali il  arbitrio, madifferiva dai cattolici in ciò,  che mentre questi lo fanno consistere  nel potere di determinarsi liberamente  Dizionario Storico-Critico, nelquale rias sume tutte le eresie e tutte le opinioni  della filosofia. Le scuole dommatiche non  senza alcuna necessità esterna ed inter na, Bajo sosteneva che nel pensiero di  S. Agostino il libero arbitrio consistesse  in questo, che ' uomo non è esposto a  nessuna necessità esterna, senza che in ternamente egli abbiailpotere di deter minarsi per una cosa diversa da quella  ch'egli fa.  Cotal divergenza di opinioni eccitò  serie dispute, specialmente da parte dei  religiosi dei Paesi Bassi dell' ordine di S.  Francesco, i quali spedirono a Parigi  dieciotto proposizioni del loro avversario,  che la facoltà di Teologiacondannò. La  sanno perdonargli il metodo della sua  critica, perciocchè spesso assumendo la  difesa di un domma, ei lo circonda di  tante difficoltà, gli solleva contro le tante  obbiezionidegli antichi eresiarchi, espone  le tante fiate i difetti della ortodossia,  che il lettore,dopo un difficilissimo cam mino attraverso alle cento controversie,  giunge alla conclusione e alla vittoria  dopo aver perduto la fede. Non è dun que senza fondamento che alcuno scrisse  dilui : essere più fatali alla religione le  sue difese, che gli stessi suoi colpi.  Certo, questo sistema di critica nè  disputa non si acquetò per questo; l'af- | sarebbe opportuno nè decoroso per la  fare fu portatod' innanzi al soglio ponti ficio, ove le proposizioni di Bajo furono  del pari condannate. Manon andò guari  chele stesse dispute, risorte nella Spagna  conMolinaeGiansenio,minacciarono per  lungo tempo la pace e la tranquillità  della Francia (Vedi GIANSENISMO).  Bayle(Pietro)nacque a Carlat nella  contea di Foix e fece isuoi primi studi  di filosofia a Tolosa. Di nascita pro testante, egli per le insinuazioni di un  prete , giovane ancora, si converti al  cattolicismo, che abiurò dopo 17 mesi.  Nel 1675 ottenne lacattedradi filosofia  a Sèdan, ma le calunnie del ministro  Jurieu lo costrinsero poco di poia rifu giarsi in Olanda, dove fu nominato ad  altra cattedra in Rotterdam. Uomo di  costumi austeri e di studi profondi, pro testante di nome, non apparteneva di  fatto anessunareligione positiva. A co loro che lo interrogavano sulla sua cre denza, rispondeva: io sono protestante. Ma aqual comunità protestante appar flo  moderna, ma noi dobbiamo pur  concedere la lor parte al tempo ed  Li costumi, perciò che quelle verità  elementari che oggi non escono dai  limiti della più modesta opposizione, po tevano altre volte esser sommamente ar dite e pericolose per chi avesse osato di vulgarle. D'altronde, non sempre il Bayle  fu timido e riguardoso, e in parecchi  luoghi del suo dizionario entrò in cam pagna quasi apertamente contro la divi nità. Egli è specialmente nell'esame cri tico del Manicheismo che scuote forte mente il principio dommatico d'ogni re ligione a tutto profitto dello scetticismo, e  dimostra quanto poco le opere di Dio  corrispondano all'idea che dobbiam farci  della sua infinita sapienza, della bontà,  della santità e dellapotenza infinita. Egli  esamina se il mondo possa considerarsi  come prodotto da un sol principio, e  conchiude per la negativa. Ilmondo non  è perfetto: zone glaciali, zona torrida,  deserti spaventosi e mari immensi la 68  BATTESIMO  rendono poco abitabile ; montagne e rupi  la sfigurano; fulmini, tempeste, terremoti  evulcani la sconvolgono; gli animali si  combattono e a vicenda si distruggono,  e l'uomo stesso, pieno di mali e di biso gni, non può considerare la sua storia  che come una sequela di sventure e di  rovine. Or, dice il Bayle toccando iquat tro punti che formano il contrasto della  sua critica, la Somma Bontà può pro durreuna creatura rea? La SommaBontà  può produrre una creatura infelice? La  Somma Bontà congiunta aduna potenza  infinita non dovrebbe forse colmare l'o pera sua di tutti i benie da essa allonta nare tutto ciò che può offenderla o mo lestarla? Invano si risponderà che le di sgrazie dell' uomo son conseguenza del l'abuso della sua libertà: la sapienza in finita di Dio doveva prevedere tale abuso:  e lasua bontà doveva toglierlo. Queste  idee che il Bayle ripete nelle sue Ri sposte ad un Provinciale, non passarono  inosservate alla filosofia religiosa , la  quale rispose per la boccadei suoi mas simi organi. Le Clere, l'arcivescovo King,  il Jacquelot, e il Placete scrissero parec chi volumi per confutarla, e se vi riu scirono ce l'insegna la storia dello spi rito umano, la quale ci dimostra,che le  obbiezioni del Bayle sono la eterna anti tesi che la ragione di tutti i secoli op pone ai pretesi attributi della divinità.  Baralloti. Così si chiamarono al cuni eretici di Bologna, altrimenti detti  obbedienti. Di loro non si sa altro, se non  che praticavano il comunismo così dei  beni, come delle donne e dei figliuoli.  Basilide. Visse adAlessandria cir ca 150 anni dopo Gesù. Non potendo  concepire come il bene e il male deri vasserodauna stessa sorgente, immaginò  che Iddio avesse creata la Intelligenza,  questa il Verbo, il Verbo la Prudenza,  la Sapienza, la Virtu, i Principi e gli  Angeli. Gli angeli si dividevano in 365  ordini, ciascun dei quali aveva fatto un  cielo, e ' ultimo di essi la Terra. Gesù  era venuto per liberare gli uomini dalla  schiavitù in cui gemevano, aveva fatto i  miracoli che i cristiani narrano , ma  non si era guari incarnato, poichè, al  dir di Basilide, dell' uomo non aveva  assunto che le apparenze; nè egli era  morto sulla croce, poichè Simon Cireneo  vi era morto in vece sua. Questo amal gamadei principi di Platone e di Pitagora  con quelli dei Cristiani e dei Giudei,  nulla c' interessa, fuorchè in questo, che  le credenze di Basilide provano come già  nel secondo secolo si negasse la realtà  storica di Gesù. Basilide lasciò una setta  che da lui prese il nome e si confuse  coi cabalisti.  Battesimo. Il principio della pu rificazione per mezzo dell' acqua è il più  universale che si conosca, siccome quello  che dalla natura stessa e dalla igiene è  consigliato. Perciò varie religiose lavande  troviamo instituite dagli antichi, quali  per gli uomini, qualiper i templi e quali  per gli animali; e la triplice abluzione  dei mussulmani èpureunavanzo di que sti riti. Ma il lavacro considerato come  segno di iniziazione noi lo troviamo pri mamente instituito nell' India, culla di  Brama, dove i neonati, nei tre giorni  che succedono la nascita, devono essere  purificati nell'ondadel Gange, e i lontani  nell' acqua lustrale santificata dal Bra mino. Presso gli ebrei troviamo non  scarse instituzioni di sacre lavande; ma  l'acqua non è più segno d'iniziazione: il  battesimo è di sangue e appellasi circon cisione: il padre del bambino deve ta gliargli o fargli tagliare il prepuzio ne gli otto giorni successivi alla nascita.  Più tardi, il battesimo d'acqua come se gno d'iniziazione ricompare fra gli stessi  ebrei colla settadegliEsseni, posti lungo  le rive del mar Morto, di cui vogliono  alcuni che Giovanni il Battista fosse, se  non partecipe, almeno imitatore. Gli E vangelisti hanno cercato di inquadrarlo  nei loro racconti comeunprecursoredel  Messia, ma nonè senza insulto alla ve rosimiglianza che questa predisposizione  può essere ammessa. Il Battista è per se  solo capo setta ed amministra il Batte simo senza preoccupazioni future. Gesù BATTESIMO  69  stesso riceve questo segno d' iniziazione | altro liquido, siavino o saliva. Alle quali  ed è nel Giordano, come già i bramini  nel Gange, che Giovanni dà il santo la esclusioni non si può negare per certo  un carattere assolutamente magico ,  e  vacro. Il bisogno difar primeggiare Gesù  sopra ogni altro personaggio della leg genda evangelica, ha indotto gli evange listi a far comparire dei segni speciali | putata efficace al Sacramento, perchè  una grandissima ignoranza degli ele menti chimici di cui si compongono  i corpi. Avvegnachè se l'acqua è re nel momento del suo battesimo, ma nel  fatto noi vediamo che non è primadella  morte di Giovanni che il preteso Messia  incomincia il suo proselitismo. Il batte simo era dunque stato perGesù il mezzo  di aggregarsi ad un partito già costituito,  del quale ebbe la direzione dopo che  fu decapitato il maestro , ma si poca  importanza egli dà a questo segno,  che non lo vediamo mai amministra re il battesimo ai suoi proseliti. Ne  gli apostoli, nè i discepoli suoi sono  mai stati battezzati, nè mai battezza rono, e S. Paolo , che  a  buona ra gione può dirsi il fondatore del cri stianesimo, continuando il rito ebraico,  circoncise ma non battezzò il suo di scepolo Timoteo. Onde i cattolici scu sano questa ommissione dicendo conS.  Bernardo (Epist. 77), che non potevasi  imputare a colpa il non ricevere il  battesimo prima di una sufficiente pro mulgazione delVangelo.  Nemmeno dopo Gesú e dopo itempi  nol sarebbero l' azoto e l'idrogeno on de l'acqua è composta, e perchè non  il vino, la saliva od altro qualsiasi li quidonel quale l' acqua entracome prin cipale componente ?  Ma se il Sacramento del battesimo  era contestato in quanto alla sostanza,  non lo fu meno in quanto alla forma.  Nonconoscevasi nei primi secoli alcuna  formola canonica: i più battezzavanonel  nome di Gesù Cristo; il diacono Lisino  battezzava dicendo: Cristo te illumini;  e S. Lorenzovi aggiungeva: nel corpo e  nell'anima. Alla validità del battesimo  non reputavasi dunque necessaria l'invo cazione della Trinità . La necessità di  questa formola comparve officialmente  nella Chiesa soltanto ai tempi del Con cilio di Nicea, il quale promulgò un ca none ove prescrisse, che i Paulinisti ve nendo ammessinella Chiesa,si dovessero  ribattezzare perchè battezzati senza l'in vocazione della Trinità (Canone 7.) Fu  gran questione nella Chiesa per sapere  se fosse valido il battesimo amministrato  della Chiesa apostolica troviamo che i  cristiani fossero concordi sulla necessità  di amministrare il battesimo d'acqua.  Perciocchè molte sette negavano ogni  Sacramento sensibile, i Manichei dice vano l'acqua prodotta da un principio  cattivo, e i Seleuciani, per quanto dice  Tertulliano, ripudiando il Battesimo di | III prescrisse essereinvalido il battesimo  acqua vi sostituirono quello del fuoco,  appoggiandosi a un passo diS. Giovanni  evangelista. Anche i Giacobiti, fedeli a  questopasso, furono soliti imprimere sulla  colla formola prescritta, ma senzalepa role che esprimessero l'atto, cioè senza  dire: io ti battezzo nel nome ecc. Tra  gli scolastici Pietro il Cantore e Pietro  Lombardo il sostennero valido, altri lo  negarono; maunaDecretaledi Alessandro  fronte o sulle braccia del neonato un  segno di croce con ferro rovente. La  Chiesa ha però dichiarati nulli questi  amministrato senzale parole esperimenti  l'azione. Respinte cost apoco a poco tutte  altre formole, questa sola restò ufficial mente ammessa: Ego te baptizo in no mine Patris et Filii et Spiritus Sancti.  Intanto la semplicità primitiva del bat tesimo andava scomparendo, e i ritima modi di battezzare, e nelconcilio di Fi- gicichevisisoprapponevano dalla Chiesa,  renze e in quel di Trentodecretò l'acqua lo elevavano man mano al grado di  naturale essere la vera ed essenziale ma- Sacramento indispensabile alla salute.  teria di questo Sacramento, escluso ogni | L'acquanaturale nonparve materia suf 70  BATTESIMO  ficente al ritod' iniziazione ; s'incominciò  acopiare l'uso pagano dell'acqua lustra le, e la si volle benedetta; poi nonbastò  la benedizione : si ordinò di soffiare sulle  acque, di unirvi il santo Crisma, d'im mergervi dentro l'acceso cero pasquale ;  e a quest'acqua così benedetta attribui rono i padri la virtùmiracolosa di mon dare le animedal peccato. Ma la neces sità di mondare i neonati dalla macchia  originale non ancora era vivamente sen tita, e lo prova l' antichissimo uso di  ministrare il battesimo soltanto neigiorni  solenni e per ministero esclusivo del Ve scovo, il quale, se era assente, dovevail  battesimo differirsi. (Chardon, Histoire  du Bapt. I). La quale costumanza mal si  concilierebbecon lasollecitudinedellaChie sa per salvare le animepericolanti, nè am mettere sipuò che un vescovo solo bastas seabattezzare in ognigiornotuttii neonati  posti sotto la suagiurisdizione. Provano  questa costante costumanza degli antichi  tempi, gli antichi battisteri sempre po sti in vicinanza dellaCattedrale,e toglie  ogni dubbiouna lettera di S. Gregorio  all' Esarca di Ravenna, colla quale il  Pontefice esortava il ministro imperiale  anon detenere il vescovo d' Ostia, onde  colà non vi morissero i fanciulli senza  battesimo (v. Gregorio Epist. 32).  Nella Chiesa primitiva non battez zavansi i fanciulli, ma sì gli adulti; e a  quelli rifiutavasi il battesimo i quali i struiti non fossero nei misteri della reli gione; onde in tempi più vicinigli ana battisti tennero siccome invalido il bat tesimo dei fanciulli,e fattiaduųli ribat tezzarono (vedi ANABATTISTI). Nei primi  secoli i eandidati al cristianesimo dice vansi catecumeni, nè venivano ammessi  al segno della iniziazione cristiana senza  molte prove e un lungo noviziato. Ilpa ganesimo aveva avuto i suoi misteri, e  alla nascente Chiesa sarebbe parso  disdicevole il non avere i propri; onde  ai catecumeni non rivelavansi le cose  arcane senza prima farli passare per  una lunga serie di iniziazioni. Queste,  per verità, non costumavansi nè durante  il primo, nè nel secondo secolo, nei  quali la Chiesa, ancor fedele alla tra dizione apostolica, battezzava facilissi mamentechiunquechiedevadi essere fatto  cristiano. Ma la semplicità è naturale  nemicadella religione, la quale sempre  abbisogna d' arcano, onde i padri del  Concilio Illiberitano stabilirono, che nes suno dovesse ammettersi al battesimo se  non dopo lo spazio di due anni di spe rimentata condotta. Durante questo pe riodo il noviziato dei catecumeni era  diviso in tre gradi : di Uditori, di Ge nuflessi e di Competenti. I primi dove vano uscir dalla Chiesa subito dopo la  spiegazione catechista e prima delle  preghiere comuni; alle quali assistevano  i secondi, ma sempre genuflessi. I soli  Competenti erano ammessi all'istruzione  dei divini Misteri. Alcuino nella quinta  Epistola a Carlomagno, ci trascrisseun  saggio delle istruzioni che si davano ai  Competenti prima di ammetterli al bat tesimo, e lo toglieva dal trattato De  chatechisandis rudibus di S. Agostino,  onde siam sicuri che questa pratica già  era in uso nel quinto secolo. « I ca tecumeni , dice Alcuino , si devono i struire sulla immortalità dell' anima e  della vita futura, della retribuzione dei  buoni e dei rei, dell'eternità del regnodei  cieli e dell'Inferno..... si debbono illumi nare sulla fede nella Trinità; sulla na scita, passione e morte del Salvatore, e  si darà loro una idea della risurrezione  dei corpi e della seconda venuta di  Cristo ». Quindi icatecumeni erano am messi alla cerimonia dell' Ephata, che  significa aprire, perciocchè dicevasi che  aprivansi le loro orecchie alla disciplina  dei misteri , non però a quella dei riti,  questa essendo riservata ai soli battezzati.  Poi, sottoposti perunperiodo di tempopiù  omeno lungo alle austerità e alle opere  di mortificazione, davasi mano a libe rarli dalla potenza di Satana ond'e rano invasi, perciocchè la Chiesa, fedele  al carattere demonologico del Cristiane simo, vedeva lo spiritodel male in ogni  uomo che non partecipasse alla comu BATTESIMΜΟ  nione dei fedeli. Provvedevasi a questa  importante bisogna con gli esorcismi, i  quali, come diceva S. Cirillo , avevano  una singolare virtù per mettere in fuga  il comune nemico : liberati dal quale il  Calvario di quei poveri novizi non era  per anco finito. Poco prima di ricevere  il battesimo facevasi loro assaporare un  po' di sale esorcizzato acciocchè , come  spiegò con mistiche ragioni Rabano, fos sero premuniti dal fetore dell'iniquità e  dalla putredine del vizio. Nè credasiche  71  il velo sol quando entravano nell' acqua,  ma poichèdovevano fare tre immersioni,  necessità voleva che almeno due volte  sortissero dall'acqua, presente il ministro  del Sacramento.  Introdottosi l'uso di battezzare i fan ciulli, la triplice immersione apoco a  pococadde indisuso,ma ipadrinidel bat tesimo si instituirono, siccome quelli che  aquesto punto il catecumenato fosse fi nito. Tre scrutini facevansi nei primi  dovevano rinunziare a Satana in nome  del fanciullo, e per lui giurare la fede.  Anticamente tre uomini e tre donne te nevano al sacro fonte il battezzando ;  il concilio di Trento stabill bastare un  secoli e sette nella Chiesaposteriore, in ❘ sol padrino o una madrina sola, o tut ciascun dei quali davasi ai novizi tut tociò che impararedovessero a memoria,  eintanto facevasi inquisizione sulla loro  t'al più l'uno e l'altra, onde fra molti  non si contraesse affinità spirituale ,  condotta e se fallato avevano durante ii  tirocinio, non rade volte avveniva che  fossero rimandati ai gradi inferiori.  Finalmente, ecco gli eletti ammessi  ancora a fare la rinunzia a Satana e  conformola evidentemented'origine pa gana, siccome quella che faceva rinun ziare a colui che ènell'Occidente,e face  vastringerepattodiservitù col Sole della  giustizia, ripetere imisteri di Mitra in o nore del sole. Ma spiega S. Cirillo que sto costume, dicendo che il patto strin gevasi colla parte orientale perchè colà  eravi il paradiso terrestre, il che, per  altro, laBibbianondice; eadognimodo  gli orientali avrebbero dovuto stringere  il patto con l'occidente.  Ho già detto che nei primi secoli il  battesimo si amministrava per immersio ne. Uomini e donne affatto nudi immer gevansi nell' acqua fino al collo, con  quanto rispetto pel pudore ionon saprei  dire. Ma passata la prima innocenza e  venuto lo scandalo, si pensò a togliere  ogni pericolo; gli uomini furono battez zati separatamente dalle donne, ma la  immersione per gli uni eper le altre di venne triplice. Furono allorainstituite le  Diaconesse affinchè spogliassero le don ne, le ungessero coll' olio e uscite dal l'acqua le asciugassero erivestissero. Di cesi, èbenvero,che le donne toglievansi  la quale, come si sa, è impedimento  al matrimonio. ( Concilio di Trento,  Sess. 24.)  Molte e singolari questioni la casi stica teologale suscitò intorno al batte simo; madiquellaprimissimadel peccato  originale saràdiscorso a suo luogo (vedi  PECCATO ORIGINALE). Una delle questioni  che più acrementesi agitò fra icattolici,  quella fu della validità del battesimo  conferito dagli eretici. La chiesa antica  lo riteneva nullo efuronodi questa opi nione Agrippino vescovo di Cartagine,  Tertulliano, S. Cipriano emoltissimi al tri vescovi dell'Africa, che così decisero  in tre successivi concili, però che, di cevano essi , i separati dalla Chiesa  sono considerati siccome pagani e inca paci di esercitare il ministerio. Nono stante che lo Spirito Santo, come sideve  credere, avesse inspirate queste decisioni  conciliari, papa S. Stefano non si peritò  di condannare la decisione dei vescovi  dell' Africa, sostenendo bensì lamancanza  degli effetti salutari in quel battesimo,  non la sua nullità. Non per questo pie garono ivescovi alla infallibile decisione  pontificia, perocchè convocato un terzo  Concilio di ottantasette vescovi, confer marono le precedenti deliberazioni. Sde gnato da questa opposizione, contro S.  Cipriano che n' era ilprincipale autore,  il papa scagliò la scomunica, ilche non 72  BATTESIMO  impedì ai suoi successori, sempre infalli- | il fanciullo, dice un papa infallibile, ê  bili, di canonizzarlo.  Fu antichissima consuetudine della  Chiesa orientale di battezzare i cadaveri  di coloro che erano morti senza battesi mo, e questa pratica tant'era invalsa in  oriente, che S. Gregorio Nazianzeno ri prese acremente certi vecchi, che differi vano il loro battesimo fino alla decrepi tezza, persuasi che questo sacramento,  non fosse essenziale alla salute. I seguaci  di Marcione solevano invece conferire il  battesimo a una personaviva,chelo ri ceveva in sostituzione del morto; ma  l'una e l'altra di queste pratiche furono  condannate dallaChiesa, dopo che s' in cominciò acredere, che il Battesimo can cellava il peccato originale. Anzi, dopo  quel tempo tal fu l'importanza che que  sto sacramento acquistò agli occhi della  Chiesa, ch'ella non stette in dubbio di  proclamare, che ove unebreo fosse stato  battezzato cadeva senz'altro sotto la sua  temporale autorità, Egli è in grazia di  questa dottrina che si sanci quel bru talissimo costume del ratto dei figli, il  quale, pur troppo riposa sopra il con senso unanime di tutti iteologi « I figli  degli eretici e degli scismatici, dice An toine (Teologia Morale Vol. II. pag.  169), si possono battezzare lecitamente  contro il volere de'parenti. Perchè i ge nitori per ragion del Battesimosonosud diti della Chiesa e perciò si possono co stringere ad osservare le sue leggi. Tolto  il pericolo della religione e dello scan dalo, si deve separare daiparentiilbat tezzato, perchèsia istruito nella Cristiana  religione. > Del pari lasacra Congrega zione del Sant' Uffizio ha deciso che il  Battesimo dato al fanciullo infedele con tro la volontà dei parenti, sebbene ille cito, è valido, imprime carattere cristia no, e il fanciullo battezzato dev' essere  educato da persone cristiane. (Decreto  30 marzo 1638, confermato il 3 marzo  1803). Ma se non è lecito battezzare i  figli degli infedeli senza il consenso dei  genitori, possono però essere battezzati  gli infedeli adulti che lo richiedono. E  ordinariameute adulto e in sua libertà  epotere, quandohacompitosette anni!!!  (Lettera diBenedetto XI, all'Arcivescovo  di Tarsi).  Negasi da molti Teologi, ela Civiltà  Cattolica redatta dai gesuiti a Roma, nei  tempi in cui colà la stola comandava,  sosteneva contro l'autore diquesto Dizio nario, che la Chiesa nonha mai appro vato il taglio cesareo siccome mezzo le  cito per estrarre il feto dal seno della  madre e battezzarlo. Ma le testimo nianze sopra questo puntonon ci lascia nodubbio di sorta,e se imolti e recenti  casi dioperazione cesarea fattadai preti  nel Belgio, sopra donne lacui mortenon  era ancora certa, non provassero da se  soli il mio asserto, le citazioni che se guono mi dispensano da altre prove. S.  Liguori afferma: >  Beghine. Così chiamansi nei Paesi  Bassi quelle fanciulle o vedove, lequali,  per eccesso di religione, raccolgonsi in sieme, e senza professare i voti pur vi vono con una regola comune, quasi fos sero monache.Beghinaggidiconsi le case  ove si raccolgono, e si narra che alcune  siano così grandi e spaziose darivaleg giare in ampiezza con le più grosse bor gate. Vuolsi che a loro sia derivato il  nome da Begga, figlia di Pipino il vec chio; e fra noi beghina è sinonimo di  pinzocchera.  Bello. (Idea del). Quali sono i ca ratteri dell' idea del bello? Vi è vera mente un bello assoluto? Il bello è den tro o fuori di noi, è subbiettivo od ob BELLO  biettivo? Ecco tre quesiti intorno ai quali  i filosofi speculativi hanno scritto molti  volumi e non riuscirono ad altro che a  confondere le idee, che erano assai chiare  prima delle loro nebulose disputazioni.  Intorno alla prima domanda sentiamo  cosa ne dice Platone: « Quando l'uomo  nei sacri misteri vedendo un viso ornato  75  che and smarrito: ma ci rimane di lui  un trattato sulla musica, ov' egli pone  come fondamento dell' arte del bello que sto principio: Omnis porro pulchritudinis  forma unitas est. Noi vedremo che S.  Agostino aveva più buon senso di tutti  insieme i filosofi della scuola pagana, e  cheper una veramente strana coincidenza  la scuola sensualistica ha ella pure sta conforma divina, oppure qualche specie  incorporea, provadapprima unsecreto fre- bilito, che un de' caratteri del bello è la  mito ed una certa qual tema rispettosa;  divinità.  ....  egli considera questa figura come una  quando l'influenza della  bellezza entra nell' anima sua per la via  degli occhi, egli si riscalda: le ali del l'anima sua si bagnano, perdono la lor  durezza, si liquefanno e i germi nascosti  inqueste ali si sforzano di sortire per  ogni specie dell' anima ». Intenda e am miri chi vuole, quanto a noi troviamo,  che nulla è men bello di questa plato nica teoria del bello. Però se gli autori  della scuola spiritualista devono essere  riconoscenti a Platone per aver confinato  l'idea del bello nella oscuraregione dei  caratteri eterni, assoluti e divini, il buon  senso non devedimenticareche anch'egli  era infin costretto a convenire, che il  bello artistico si fonda sul principio d'i mitazione (vedi ARTE), per la quale con cessione fatta alla realtà, gli idealisti mo derni gli serbano un imperituro rancore.  Questo principio della imitazione nel l'arte fu pure ammesso da Aristotile, il  quale però vuol le cose naturali miglio rare , onde dice che la pittura deve  rappresentare non ciò che è,ma ciò che  essere dovrebbe. Era troppo giusto che  la filosofia Alessandrina fosse più chePla tonica: una filosofia che andò raccoglien do di tutte le scuole le parti meno  chiare (vedi ALESSANDRIA) sarebbe stata  incoerente, se per la bocca di Plotino  non avesse dichiarato che il bello mate riale, non è altro che l' espressione o il  riflesso del bello spirituale, e che la vera  bellezza non è che il trionfo dello spirito  sulla materia. Dopo la scuoladi Ales sandria ' antichità tace fino a S. Ago stino, il quale compose un libro sul bello  varietà nell' unità. Quand' io chiedo a  un architetto, dice questo padre della  Chiesa, perchè dopo avere innalzato un  arco ad un lato dell' edificio, egli ne in nalzi un altro all'altro lato, mi risponde  che convien che cost faccia per amor  della simmetria. Ma perchè la simme tria vi par ella necessaria? Perch' ella  piace. Benissimo, ma ciò è egli bello  perchè piace, o piace perchè è bello? E  qui S. Agostino conclude, che una cosa  piace perchè è bella; ma noi vedremo  chesottoquesto rapporto egli s' inganna,  avvegnachè il bello essendo affatto sub biettivo non è tale, se non a condi zione che ci piaccia, d' onde la varietà  deigusti e le perpetue contraddizioni del l'estetica. Egli però è assai coerente  quando, rispondendo all'ultima questione,  aggiunge che quei due archi sonbelli per chè la loro duplicità si completa nell'u nità dell'edificio. Fa d'uopo aggiungere  ch'egli da questa varietà nell' uno, vuol  dedurre la conseguenza,che al di sopra  del nostro spirito esiste una unità ori ginale, perfetta, eterna, che è regola es senziale del bello ? Non sarebbe stato un  santo se non l'avesse detto.  Nella Germania Baumgarten è il pri mo che pretenda di separare la scienza  del bello dalle altre scienze filosofiche, per  costituire la sua estetica. Kant invece  nella sua critica della facoltàdi giudica re segue una via diversa, e con grandis sima penetrazione risolve la tesi, se la  idea del bello sia subbiettiva od obbiet tiva. Molto ragionevolmente egli vuole  che il bello non abbia alcun carattere  assoluto, ma sia puramente relativo alle  facoltà dello spirito umano: la sensibilità, 76  BELLO  l'immaginazione e il gusto, sono i tre  elementi che concorrono a formarlo e a  concepirlo. Ma la scuola germanica non  resta fedele alla tradizione di Kant. Ben  presto vien Schelling, il quale vuol che  l'arte sia l'accordo fra l'ideale ed il rea le, l'unità del finito coll'infinito: ed He gel finisce per scombuiare del tutto una  nozione tanto chiara, ponendo l'arte al  di sopra d'ogni scienza filosofica, come  la sola rappresentante del vero diretto  allo spirito per l'intermediario dei sensi.  Pare che i filosofi del secolo XVIII  avrebbero dovuto ritornare al concetto  estetico la suachiarezza, ma così non è:  essi scrissero poco o imperfettamente in torno aquesto soggetto. Per verità,qual che lampo di buona critica appare nel l'articolo di Marmontel, inserito nell'En ciclopedia, ma del resto son lampi rari,  troppo presto soffocatinelle sottilitàdella  metafisica. Un curioso fondamento all'i dea del bello era dato dall'autore del l'Essai sur lemerite etla vertu, (p. 48)  il quale vuol che l'utile sia il solo e  l'unico fondamento del bello; onde bel l'uomo quello è nel quale la proporzio nalità delle membra conspira nel miglior  modo possibile al compimento delle sue  funzioni animali. L'uomo, la donna, il ca vallo occupano un postonella natura ed  hanno speciali funzioni a compiere : or  l'organizzazione è più o men perfetta o  bella secondo che più o men bene si  presta al compimentodiqueste funzioni.  Del pari le cose più comuni,le sedie,le  tavole, le porte tanto più ci sembrano  belle, quanto meglio convengono all'uso  cui sono destinate. Se noi spesso can giamo di moda, ciò dipende perchè la  conformazione più perfetta relativamente  all'uso cui è destinata, è difficilissima a  incontrarsi, e vi è in ciò una sorta di  maximum che sfugge a tutte le finezze  della geometria naturale o artificiale. Da  questa definizione Diderot non è appagato  e contro di essa vivamente protesta. (Di derot, Recherches philosophiques sur  l'origine et la nature du beau, nelle  opere complete T. 2.). « Non vi è alcuno,  dic'egli, che non si sia accorto, che la  nostra attenzione principalmente si ferma,  sulla similitudinedelle parti ancheinquelle  cose nelle quali questa similitudine non  contribuisce all'utilità. Purchè le gambe  di una seggiola siano eguali e solide,  che importa se esse nonhanno la stessa  forma ? L'una dunque potrà essere di ritta e l'altra ricurva ? » Qui Diderot  ha pienamente ragione di porre la sim metria come fondamento del bello; però  non'si dimentichi, che se una cosa può  esser bella anche senza parerci utile;  quellainvece che è bella e utile al tempo  stesso è anche migliore: onde si vede  che l'idea dell'utile concorre pure a for mare uno degli elementi del bello.  La scuola spiritualista moderna per  la bocca di M. Franck riconosce nel  bello tre forme principali, vale a dire il  bello assoluto, il bello reale e il bello  ideale. L'assoluto bello risiede in Dio, il  secondo nella natura, che è immagine e  riflesso della beltà divina, e il terzo nel l'arte. Dei primi due appena occorre ao cennare la contraddizione: fra finito e in finito, tra spirito e corpo, tra Dio che  non ha forma e ilmondo che è formato,  non vi è relazione possibile, e chi dice  che la bellezza del mondo, è il riflesso  della bellezza di Dio dice una asinità, e  una frase vuota di senso. Più giusta mente potrebbe anzidirsi, che la bellezza  del mondo è l'opposto della bellezza di vina, poichè il finito è negazione, nonri flesso, dell' infinito ; la materia è nega zione, non riflesso, dello spirito; ciò che  muta e si trasforma è negazione della  immutabilitàdivina; la varietà (una delle  condizioni fisiologiche del bello) è nega zione dell'unità. Dunque la definizione  spiritualistica non proverebbe altro se non  che la bellezza del mondo è il contrario  della bellezza di Dio, e che se il mondo  èbello, non lo può esser Dio, o vice versa. Quanto a quello che gli specula tivi chiamano bello ideale, ne abbiamo  già esaminata la insussistenza nell'arti colo ARTE.  Ma finalmente, vediamo ciò che la BELLO  all'origine dell'idea del bello, i caratteri  77  ragione veramente ci insegna intorno | il piacere non il dolore dunque ogni  rappresentazione che ci disgusti sarà  brutta, e il contrario invecediremo d'ogni  rappresentazione piacevole. Ma quali sono  del quale devono innanzi tutto essere  distinti dall' idea del buono, perciocchè  una cosapuò essere bella e non buona e  viceversa, ciò che è buono non sempre  è bello. Carattere essenziale del bello è  la rappresentazione reale od ideale di  una cosa, di un pensiero, di un avveni mento; quindi a giustamente parlare, la  vista, che è il solo senso il quale si ap plica alla rappresentazione delle cose,  costituisce il senso speciale della scienza )  del bello. Invece, tutti gli altri sensi de terminano il buono, onde diremo un bel  quadro, una bella statua, e non già un  buon quadro o una buona statua, in quantochè il quadro e la statua sono  rappresentazioni percettecol senso della  vista ; per la stessa ragione diremo  buono e non già bello un odore od un  sapore, poichè il gusto e l'odorato sono  sensi che producono innoi una semplice  modificazione , non già una vera e  propria rappresentazione. Quanto all'u 'i caratteri di una rappresentazione pia cevole? Ogni esercizio degli organi cor porei, dice il signor Pouilly (Theorie  des sentimens agreables), che non li in debolisca, è un piacere. E diciamo che  non li indebolisca o nonli offenda, poi chè in diverso caso il piacere si trasfor dito, parrebbe a tutta prima che debba  annoverarsi fra i sensi del buono, in quantochè il suono per se solo nulla ci | zione o sensazione tenuissima, è il men  merebbe in noia e in dolore. Non vi è  melodia musicale, per quanto sublime si  sia, che udita per una giornata intera,  non finisca per eccitare il tedio e pa rerci orrenda. Del parii colori sono tanto  più belli quanto maggiormente sono il luminati, cioè quanta maggior luce ri filettono sul nervo ottico, lo eccitano e  lo inducono all'azione. Egli è perciò che  i corpi, più vivaci ci sembrano più belli  degli oscuri, i lisci più belli dei ruvidi,  e fra i vari colori dello spettro solare,  dal violetto ascendendo fino al rosso, la  progressione del bello aumenta sempre.  Il nero che è assenza d'ogni luce, e  quindi rappresenta l' assenza di sensa rappresenta, ma se riflettiamo che per  mezzo dell' udito noi percepiamo la pa rola, e che la parola eccita immagini e  rappresenta idealmente le cose già per  cette con gli altri sensi, comprenderemo  facilmente perchè un discorso dovrassi  dire bello e non buono. Del pari direm  una bella musica, una bell'aria, poichè  sebbene la musica compongasi di puri  suoni, pur ella eccita in noi pensieri ed  affetti che ci rappresentano certi stati  dell'animo nostro.  Determinata così la vera distinzione  delbelloe delbuono,vediamo qualisiano  i veri caratteri del primo. Abbiam detto  che il bello è una rappresentazione, ma  nontutte le rappresentazioni sono belle;  del pari nonbella si dirà l'assenza d'o gni rappresentazione. Inostri sensi hanno  bisogno di agire ed è dall' azione loro  che a noi deriva lacoscienzadell'essere,  il piacere od il dolore; mabello diremo  bellodi tutti, e infatti a nessuno piaccion  le tenebre. Per l'opposto principio, il  bianco, che è il più luminoso, dovrebbe  parerci il più bello d' ogni altro colore,  ma perchè troppo eccita lavista e ancor  l'offende, non tutticonvengono in questo  parere, tanto più ch'esso è color comu nissimo; e per lo stesso principio che  anche la melodia a lungo andare vien a  tedio, così il color bianco, che vediamo in  ogni giorno e quasi ad ogni ora, ci disgu sta. Aben apprezzarlo convien soggior nare nella oscurità, e dopo che i fuochi  di bengala gialli, verdi e rossi, avranno  per lunga pezza tediata la nostra vista,  ci accorgeremo facilmente qual dolce  sorpresa e qual piacevole sensazione  può recarci l' apparizione diunfuoco e lettrico che irraggi d'ogni intorno la  sua bianca luce. Certo,dopo alcun tempo  la riapparizione del rosso ci parrebbe  forse più bella di quella del bianco, e 78  BELLO  viceversa, ma questa apparente contra rietà di sensazione facilmente si spiega  riflettendo, che i nostri sensi a poco a  poco si abituano alle sensazioni conti nue, vi si uniformano e perciò, dopo un  certo tempo,son meno adatti a perce pirle, o per meglio dire, tanto sono de terminati a quel dato movimento, che  poco ne restano colpiti. Quindi un bello  continuato nonpuò essere continuamente  uniforme; conviene che le sensazioni va riino, e in quanto maggior numero si  succedono e in maggior copia ci colpi scono senza offendere inostri sensi, tanto  più ci sembreranno piacevoli. Egli è per  questo che la successione di molti colori  èpiù bella della continuazionedi un co lor solo, e quanti più colori noi vedia mo contemporaneamente, tanto più il  loro complesso ci sembra bello. Onde  qui si conferma il principio di S. Ago stino, che l'essenza del bello consta della  varietà nell'unità; vale a dire molti co lori, o molte sensazioni,inunsol spazio  o in un sol tempo.  Quel chediciamo dei colori si confer mapienamente nei suoni. Una sol nota  musicale può esser bella, ma due o più  note musicali son più belle ancora, poi chè in questo caso le sensazioni si suc cedono e in un egual tempoci colpisco no inmaggior numero. Certo, può dirsi  che una sola successione di suoni non  basta a produrre l' armonia, la quale è  per i suoni, quel che è la simmetriapei  colori. I colori simmetrici o i suoni ar monici si gustan meglio,poichè si con giungono e s'intrecciano con una certa  quale regolarità, la quale viemmeglio  concorre a formare nell' uno il vario.  Perciò diciamo, che i corpi simmetrici  son più belli degli amorfi, ossia senza  forma, ed è appunto su questa regola  che si fonda il bello architettonico, il  qualetanto più avvantaggia quanto mag giormente la varietà delle forme, che  producono varietà di sensazioni, può  accoppiarsi con launitàdel concetto ge nerale; onde sovente parlando di archi tettura si dice e si scrive l'armonia delle  lines e dei colori, come si dice l'armo nia dei suoni.  Aquesta dimostrazione alcuni potreb bero opporre, cheove il bellomusicale po tesse consistere in una armonia di suoni  succedentisi in maggior numero nel più  corto spazio di tempo, ne deriverebbe  questo assurdo, che un'aria dovrebbe es sere più bella quanto più rapidamente  fosse suonata. Questa però non è che  una contraddizione apparente, che la fi siologia hagiàspiegata, ecerto i signori  spiritualisti non la farebbero se non fos sero soliti a cercare le loro definizioni  nelle nebulosità trascendentali, anzichè  nelle scienze positive. Sanno anche i  bimbi che le sensazioni, per quanto rapide  esse siano, persistono nondimeno per  qualche istante nel nostro cervello (vedi  SENSAZIONE) onde,adesempio,se facciamo  girare con gran velocità una ruota a  raggi, ci parrà tutta solida, poichè prima  che la percezione di un raggio sia can cellatanel nostro cervello, l'altro raggio  la rinnova senza lasciare intervallo. Anzi,  se sopra una ruota solida disegniamo i  colori dello spettro solare, e la mettiam  quindi in movimento con grandissima  velocità, tutti i colori si confonderanno  in un solo, perciocchè prima che l' im pronta sia cancellata, l'altra le succede  e si sovrappone; e la risultante di que sta miscela saràuncolore bianco, poichè  tale è appunto il coloredella luce prima  che sia decomposta dallo spettro. Il fe nomeno è perfettamente identico per i  suoni: quand'essisi succedono troppo ra pidamente, si sovrappongono, per così  dire, l'uno all' altro senza lasciar tempo  all'orecchio di percepirli separatamente;  anzi, nel suono il fenomeno si complica  maggiormente che nei colori,poichè, seb ben nel nervo acustico isuoni persistano  per un tempo infinitamente minore di  quelloche i colorinelnervo ottico, pure  possono, anche se percettiseparatamente,  produrre disarmonia a cagione del di verso numero di vibrazioniche i diversi  suoni producono in una eguale unità di  tempo. Onde avviene che, o la moltepli BELLO  cità delle sensazioni si confonde in una  sensazione unica e l'armonia della va rietàscompare, oppure questavarietànon  è, per così dire, simmetrica, vale a dire  che le vibrazioni non stanno fra loro in  giusti rapporti di tempo e contrastano  perciòcolbello musicale.Diciam lo stesso  del bello architettonico. La sovrabbon danza dei fregi guastal'insieme, poichè  quand'essi sono soverchiamente appaiati  79  tempi troppo brevi e abbondanza di  fregi in spazi troppo piccoli.  Per lo stesso principio quando ci  riesce di accoppiare l'attività di un  senso con la gradevole eccitazione di  un altro, possiamo accrescere l'inten sità del bello. Ecco perchè l'arte rap presentativa congiunta allamusica ne  accresce l'incanto. Nel teatro noi ve etroppo vicini, producono sibbene nel l'occhio una quantitàgrandissima di sen sazioni, ma per essere appuntotroppe e  troppo molteplici fan lo stesso effetto  come se sisovrapponessero l'una all' al tra. Onde lasoverchia abbondanza è ge neratrice di uniformità, in quel modo  stesso che su unacartaun gran numero  di disegni, anche simmetrici, ma infini tamente piccoli, produce una sensazione  quasi uniforme nella quale la varietà,  quantunque vera, o non è avvertita,o lo  èmolto imperfettamente. Di questi dise gni potrà farci avvertire la varietà il  microscopio, ilqualeingrandendo le parti  le allontana, e produce lo stesso effetto  del rallentamento dei suoni in una me lodia suonata troppo rapidamente. Così  pure potremo avvertire ilbello dei fregi  in un edificio soverchiamente adorno,  considerandoli separatamente ad uno ad  uno; ma in questo o in quel caso, il  bello dei fregi o dei disegni non egua glierà quella sensazione puramente mol teplice che avremmo avuto, da un com plesso armonico. D'onde si vede, che  tutta l'estetica non si riduce infine che  ad una questione di proporzioni di  tempo o di spazio, secondo che si tratti  di musica o d' arte rappresentativa.  Trattasi cioè d'imprimere ai sensi, in  undeterminato tempo o in un deter minato spazio, il maggior numero di  sensazioni possibili, pur sempre evi tando che la loro frequenzatolga agli  organi di percepirle tutte separata mente. A raggiungere questo intento  si capisce subito quanto giovi la pro porzione, e come convenga non pro durre inutili complicazionidi suoni in  diamo e udiamo, onde la sensazione è  doppia. Che se poi a ciò che si rap presenta si aggiunge l'ideadi una bella  azione o di un grande avvenimento,  tale che possa svegliare nel nostro a nimo una dolcecommozione,se label lezza fisica voluttuosamente ecciterà i  nostri sensi, e i profumi l'odorato, l'in canto di quella situazione sarà accre sciuto a mille doppi, semprechè anche  in questavarietàdi sensazioni sia salva  la necessaria armonia delleproporzio ni, onde non avvenga che un senso  non  siasoverchiamenteeccitato a sca pito degli altri.  Ma oltre alle percezioni attuali, il  cervello ha la facoltà di riprodurre,  sebben più sbiadite, le percezioni pas sate. Quest'è ufficio della memoria, ed  è questanostra attitudine che cimette  in grado di percepire il bello eziandio  nelle opere d'ingegno. Senzabisogno di  entrare nelleregioni astrattedellamé tafisica, basta un po'dinaturale discer nimentoper capire,che anche inquesto  caso non abbiambisognodicercare un  senso speciale, o quel non so che, il  qual non si spiega, per giudicare i la vori dell'intelletto. Ilprincipio che ab biam già posto in precedenza è giusta mente applicabile anchein questo caso.  Quindi diremo che un libro di poesia  o di storia, di scienze filosofiche o na turali è tanto più bello, quante mag giori immagini, idee e cognizioni ci  presenta, e quanto maggiormente, con  l'ordine e la chiarezza, al nostro in telletto le rende percettibili.  Certo, si notano de' grandi sviamenti  nei giudizi dei lavori intellettuali, e non  di rado si affetta un grande entusiasmo 80  BELLO  per libri che sono assai poco chiari e  ancor meno comprensibili. Ma riflettia mo che il bello effimero che certuni tro vano inquesti libri, iquali d'altronde non  intendono, non dipende da un vero e  intimo senso di piacere, sl piuttosto dal  pensiero della vera o supposta difficoltà  che l'autore ha dovuto superare per  raggiungere il suo scopo.Non altrimenti  si procede nel giudizio di unacerta poe sia o di una certa musica classica, dove  meno si ammira l'armonia quanto la  difficoltà della esecuzione.  Tutto ciò che abbiam detto vienpie namente a conferma del principio di  Kant, che il bello è subbiettivo e non  obbiettivo, dentro di noi e non fuori di  noi. Se facciamo astrazione dai nostri  sensi,non vi è ragion di credere cheuna  cosa sia bella o brutta: per lanaturaîn  generale le cose non soffrono le acci dentalità della esteticae per essa ètanto  bella enecessaria la putrefazione, che è  Mase il bello è puramente subbiet tivo, su qual fondamento i filosofi della  scuola idealista proclamano il suo carat tere assoluto? Per verità, se essi fossero  sinceri dovrebbero confessare che quest'è  un assoluto molto relativo, poichè oltre  essere quasi impossibile il trovare due  cervelli che pensino egualmente intorno  all'idea del bello, si nota, che per rap porto ai medesimi sensi, una cosa può  esser bella o non bella al tempo stes so. Per esempio, coloro che sono af fetti da daltonismo (vedi questo voca bolo) vedono rossi tutti gli oggetti di co lor verde, e per essi l' uno o l''altro di  questi colori è egualmente bello, sebbe ne sia provato che l'uno ecciti men  dell' altro il nervo ottico. La luce bianca  sarebbe un sollievo per chi essendo col pito dall' itterizia tutte le cosevede sotto  una tinta gialla; ma invece chi è affetto  dal mal d'occhi l' ha in orrore.  Comepoi si accordino gli uomini an principiodi vivificazione,quanto lo sonoi che nello stato di sanità intorno a que capolavori dell'arte odell'ingegno. Ilbello sto assoluto bello, è cosa che fu già le  non esiste fuorchè in relazione ai nostri cento voltedimostrata dall' antropologia  sensi: i capolavori della pittura e della moderna. Cheledonne abbianoi piedi pic musica,nonmen che quellidellascienza, coli sì che appena possano camminare  nonsono belli se non inquantovi siano barcollando, è cosa che può parer bella  occhi per vederli, orecchi per udirli o acerti Cinesi inventori delle scarpe di  cervelli per pensarli. Oltre queste condi- ferro per impedire l' aumento delpiede.  zioni puramente relative, l'esteticascom- Ma i Malesi i quali avrebbero moltodi pare, e nel senso assoluto la musica o sprezzo per questa usanza, schiacciano  la pittura non sono altro che vibrazioni congran cura le cartilagini del naso ai  più o meno rapide, più o meno armo- loro figli, poichè come mai un uomo  niche dell' aria o pur dell' etere; il che può esser bello se non ha schiacciato il  sarà dimostrato all' articolo SENSAZIONE. naso? Fra i negri più nera è la pelle,  Questa stessaconsiderazione è quella che più belli si è, onde si narra che una  ci conduce a considerare il bello come giovane australiana sedotta da un bian subbiettivo e non obbiettivo, vale a dire co, ebbe un figlio la cui tinta chiara  piuttosto come una proprietà delle no- offendeva gravemente ilsuo materno sen stre percezioni, anzichè uno statovero e timento della beltà fisica; motivo per cui  reale delle cose. Infatti, se il bello fosse ellalo fregava soventi volte con grasso  una qualità estrinseca fuori di noi, i ca- e nero fumo per dargli una tinta più  ratteri della bellezza dovrebbero essere carica. Quella giovane sarebbe stata un  eguali per tuttigliuomini, imperocchèciò prezioso professore dell' assoluto estetico  cheèbello intrinsecamente, è anche bello pei nostri idealisti. Dice bene Voltaire:  nelsenso assoluto, nèdeve cessare di esser chiedete a un rospo checosa siailbello,  talesolperchè vienconsiderato al polo o il supremo bello, il toKalon? Vi rispon all'equatore, inquestooin un altro mondo.deràche è lasuarospaggine,conduegros BENE  si occhi rotondi, uscenti dalla sua pic cola testa, un collo largo e piatto, un  ventre giallo, un dorso bruno. (Vedi an chegli articoli BENE E BUONO).  81  giovamento altrui. Ilpiacereod il do lore rimangono tali, qual pur si sia la  Bene. Disputasi dai filosofi per sa pere se il bene sia identico al Bello e  al Buono e se possa darsi un bene  brutto omen che aggradevole; ma per  la nostra filosofia la questione appena  posta è subito risolta, imperocchè non  ci vuol molto acume per capire, che se  il Bello e il Buono, come è a suo  luogodimostrato, (vedi BELLO E BUONO)  non sono altro che una eccitazione  piacevole dei sensi, questo piacere sia  per se stesso intrinsecamente unBene,  come è male ogni sensazione disag gradevole o dolorosa. È dunque ovvio  il dire che il bene altro non è che  l'effetto, o la conseguenza del bello o  del buono, od altrimenti, se meglio  piace, che il bello e il buono sono le  forme generatrici del bene.  Epervero, non vi è uomo almondo  natura della causa da cui derivano o  del fine a cui tendono; onde non ces sano di essere un bene, od un mal fi sico, ma possono invece cessare di es sere un bene o un mal morale. La ra gione è questa,che nel male o nel bene  fisico si considera un sol termine, il  subbietto che li prova, mentre nel bene  o nel mal morale si considera anche  l'obbietto per le conseguenze che pro ducono.Infatti,ilben morale non consi derasi soltanto nell'individuo, ma nella  società, ed è la somma dei beni indi viduali che produce il bene sociale.  Ora, un bene che giova all'uno e nuoce  all'altro, quando lo si considera collet tivamente, cessa di esser tale, poiché  nel concetto morale entra l'idea di  rapporto: non sono più solo a consi derarmi, ma devo considerare anche gli  altri, onde ciascuno avendo la parte  che gli spetta di diritto nei godimenti  della vita, possa prodursi quel massimo  di bene collettivo che chiamasi utilità  che sia disposto a chiamar bene uno  stato doloroso, astrazion fatta dagli  ascetici, ai quali convien lasciare la li-❘ sociale. Ma il regolare questi rapporti  bertà, com'è lor costume, di capovol gere tutti gli argomenti della logica,  è ufficio della morale. (Vedi MORALE).  Qui convien esaminarese esista ve e di chiamar bene il soffrire, e male  il godere. Di cotesti ragionamenti da  menteccati non può far caso una sana  filosofia. Però, anche da coloro che di sapprovano l'ascetismo suolsi commet tere lo stesso errore, quand'essi'ci op pongono che un godimento, procurato  conmezzi immorali, è un male,e unbene  invece il soffrire per amor della giu stizia. Così ragionando costoro non si  avvedono di aver cambiati i termini  delladiscussione, giacchè il bene fisico  eil benmorale non sono mica la stessa  cosa,comecomunemente sicrede perli dentitàdelnome.Einfatti,un godimento  non cessa di essere intrinsecamente un  bene fisico quand anche sia procurato  con mezzi disonesti: e seio soffro per  la felicità degli altri, uiuno dirà che  l'atto del soffrire cessi di essere in ramenteunbene assoluto, quel Sovrano  bene che i filosofi speculativi di tutti  i tempi ricercarono colla stessa osti nazione e colla medesima fortuna degli  alchimisti in traccia della pietra filo sofale. Ma avendo noi distrutto il bello  e il buono assoluto, ben s'intende che  anche il bene deve seguire la stessa  sorte. Invero, se il bello e il buono  produttori del bene, variano secondo il  clima, gl' individui e le abitudini, non  si sa perchè quest'ultimo, che è acces sorio, non dovrebbe seguire la sorte dei  due concetti principali. Certo, noi ve diamo che non tutti gli uomini si ac cordano intorno al concetto del bene:  secondo che l'uno o l'altro organo  siano in questo o quell' individuo più  o meno sviluppati,ilcarattere del bene  cambiaesi manifesta in questo oin quel  trinsecamente un male solperchè è di | modo. Pelgastronomo non vi è felicità  6 82  BENTHAM  maggiore di una buona tavola; ma il  lussurioso sol uell'amor sessuale vedrà  il suo bene; invecenullapuò eguagliare  lafelicitàdell'uomo di scienza, che fauna  scoperta. Ed è appunto da questa di versa maniera di concepire il bene  che derivano le varie tendenze degli  uomini, e i vari modi con iquali i di versi popoli hanno immaginato il Para diso. Ma non solo l'idea del bene cam bia secondo gl'individui, ma eziandio  nello stesso individuo cambia secondo  il tempo ed i bisogni, onde ilprincipio  della varietà, che è uno dei caratteri  essenziali del bello e del buono, lo è  pure del bene; novellaprova della loro  pel molto che gli restava ancora.  Or se questo sovrano bene nol si  trova nè fra i diversi uomini, nè nello  stesso paese, nè nello stesso uomo, ci  sarà pur forza convenire ch'esso non  esiste in altro luogo che nel mondo  archetipo di Platone, dov' egli pone le  idee assolute del Bello delBuono, e del  Bene,come se fossero cose esistenti per  se stesse e non un semplice rapporto  degli organi umani colmondo esterno.  Lateologiamoderna,e perfinolafamosa  Enciclopediadel secolo scorso(art. Bien,  par Yvon) ripongono in Dioil Sovrano  Bene; ma qual sorta di bene è egli mai  quello che non si vede, nè si tocca, nè  identità. Anche nel concetto morale il | cade in alcuna guisa sottoinostri sensi?  principio della varietà è necessario, e L'assenza d'ogni piacevole o dolorosa  in quella stessa guisa che gli organi sensazione sarebbe forse mai il vero  dei sensi si abituano e finiscono per Bene? Se così fosse, lamorte sarebbe  diventare quasi indifferenti ad una sen- allora da preferirsi alla vita, il nulla  sazione anche piacevolissima, così il all'essere, e i più grandi filosofidelmon-lo  pensiero si abitua e diventa indifferente sarebbero i Buddisti, inventori del nir ad un bene provato o posseduto troppo vana, ó della finale annichilazione di  lungamente.Plutarconell' opuscolodel- ogni pensiero. (Vedi RUDDHISMO).  la Tranquillità dell'animo, ci narra che  Aristippo, costretto a perdere unadelle  migliori sue terre, s'incontrò con un  de'suoiamici, il quale con molte espres sioni di condoglianza volle esprimergli |  |  Bentham (Geremia). Nacque a  Londra nell' anno 1748, fello  stesso paese, nè nello stesso uomo, ci  sarà pur forza convenire ch'esso non  esiste in altro luogo che nel mondo  archetipo di Platone, dov' egli pone le  idee assolute del Bello delBuono, e del  Bene,come se fossero cose esistenti per  se stesse e non un semplice rapporto  degli organi umani colmondo esterno.  Lateologiamoderna,e perfinolafamosa  Enciclopediadel secolo scorso(art. Bien,  par Yvon) ripongono in Dioil Sovrano  Bene; ma qual sorta di bene è egli mai  quello che non si vede, nè si tocca, nè  identità. Anche nel concetto morale il | cade in alcuna guisa sottoinostri sensi?  principio della varietà è necessario, e L'assenza d'ogni piacevole o dolorosa  in quella stessa guisa che gli organi sensazione sarebbe forse mai il vero  dei sensi si abituano e finiscono per Bene? Se così fosse, lamorte sarebbe  diventare quasi indifferenti ad una sen- allora da preferirsi alla vita, il nulla  sazione anche piacevolissima, così il all'essere, e i più grandi filosofidelmon-lo  pensiero si abitua e diventa indifferente sarebbero i Buddisti, inventori del nir ad un bene provato o posseduto troppo vana, ó della finale annichilazione di  lungamente.Plutarconell' opuscolodel- ogni pensiero. (Vedi RUDDHISMO).  la Tranquillità dell'animo, ci narra che  Aristippo, costretto a perdere unadelle  migliori sue terre, s'incontrò con un  de'suoiamici, il quale con molte espres sioni di condoglianza volle esprimergli |  |  Bentham (Geremia). Nacque a  Londra nell' anno 1748, fu giureconsulto  e filosofo distintissimo, e la convenzione  la pena che ne sentiva. «E perchè do vrò io affannarrmi di questo, rispose  Aristippo, e perchè devi tu dolertene a  mio riguardo? Tra tutti i tuoi beni  non è egli vero che tu non hai che un  piccol podere, e io ne ho tre tuttavia,  e maggiori ? Ciò è vero, rispose l'anti co. Ben dunque avrei maggior ragione,  rispose il filosofo, di compiangere la  tua fortuna, che tunonl'abbi di afflig gerti della mia >. É proprio questo il  caso di dire che seAristippo aveva ra gione, anche l'amico suo non aveva  torto; poichè se era vero che il filo sofo, relativamente al suo amico , pos sedeva maggior somma di beni; era  altresì vero che la continua tranquil lità di quel possesso si era fatta a bito in lui, onde soffriva più del po co che perdeva, di quel che godesse  francese lo tenne in tanto onore, che  durante uno de' suoi viaggi nella Fran cia volle rimeritarlo col titolo di citta dino francese. Mori nel 1838 ordinando  nel suo testamento, a disprezzo dei pre giudizi, che il suo corpo fosse abbando nato agli anfiteatri d' anatomia. Bentham  fu colui che diede lapiù forte spintaalla  riforma dell' amministrazione della giu stizia ; ma sopratutto vuolsi considerare  in lui il filosofo fondatore dell' utilita rismo, di quel principio, che la mo rale desume dall' utile o dal danno, il  quale se ad alcuni può parere assurdo,  non cessa perciò di essere men vero.  Nel sistema di Bentham la sola dif ferenza possibile fra l'una e l'altra a zione consiste nel maggiore o minor u tile ch'ella reca alla società, o nelle con seguenze nocive che ne derivano. Dic'egli  (Introduction aux principes de la mo rale et de la législation) che tutte le BERENGARIO  83  azioni dovrebbero esserci affatto indif- | sul preteso diritto che ha la società di  ferenti ove non potessero darci del pia cere o del dolore. Ricercare l'uno e  l'altro evitare, incoraggiando o vietando  le azioni che li producono, ecco qual è  lo scopo vero della morale. Questo prin cipio parve a Bentham tanto evidente,  ch' egli lo pose siccome assioma, la cui  verità non ha nemmen bisogno di es sere dimostrata, e quest' assioma costi tuisce il criterio cardinale del diritto di  punire. La legittimità, la giustizia, la  bontà, si confondono quindi in quest' i dea dell' utile, il quale è la veramisura  del valor morale di tutte le azioni. Or  vendicar l' oltraggio, egli non considera  la pena altrimenti che sotto il rapporto  del maggiore o minor utile che può re care, vale a dire della minore o mag giore attitudine ch'essa ha di prevenire  i delitti. Sopra questo argomento gli  studi di Bentham fatti allo scopo di e saminare il maggiore ominore danno di  una data azione, e l'utilità di una data  pena nei vari casi della vita, non sono  men profondi che curiosi.Nella sua Teo ria delle pene e delle ricompense, vien  nella conclusione, che unadata penanon  sempre può convenire alla medesima a ' utile degli individui è la maggior❘zione, imperocchè dovendosi cercare di  somma di felicità a cui ognuno possa  arrivare; e ' utile della società è la som ma dell' utile di tutti gl' individui che  la compongono: la morale dunque non  non può nè deve avere altro scopo che  quello di produrre il maggior bene pos sibile, così per gli individui come per la  società.  Bentham esamina quindi, se questo  criterio possa applicarsi ai sistemi che  considerano la morale sotto un aspetto  opposto a quello dell' utilitarismo, e tro va che questi sistemi son due: uno asce tico, e l'altro che si fonda sopra sem plici idee di simpatia o di antipatia. II  primo considera bensì negli atti umani  le conseguenze piacevoli o dolorose che  renderla proporzionale allo scopo che si  vuol raggiungere, bisogna ch' essa vari,  non solo secondo l'età o il sesso, ma  anche secondo il clima, l'educazione, la  professione, la razza, la natura del go verno e della opinione religiosa.  L' eccletismo francese, il qual fonda  la morale sopra un principio ch'esso  stesso non sadefinire, ha cercato di com battere Bentham, ( Vedi Jouffroy, Droit  naturel t. II. leçon 14) ma non è riu scito a distruggere pur uno dei principii  cardinali dell' utilitarismo inglese , il.  quale, nei nostri tempi, ha trovato un  novello e potente alleato in Stuart Mill.  Berengario. Nacque a Tours  sulla fine del secolo X. Fu maestro  delle pubbliche scuole in Tours, poi  Arcidiacono, ed uno degli avversari del  dommadella Transubstanziazione. Con ne derivano, ma odiatore com'è d' ogni  felicità presente, chiama buoni quelli che  producono pena o dolore, e cattivi de nomina quelli che generano il piacere. ❘tro Pascasio che nel IX secolo aveva  Il secondo sistema invece considera gli  atti umani senza alcun riguardo al  bene o al male che possono produrre,  eli classifica puramente secondo certe  tendenze di simpatia e di antipatia, di  cui mal saprebbe spiegare la cagione, e  che riposano sui pregiudizi sociali e sul l'abitudine.  Posti questi principii, è naturale che  Bentham non potesse discostarsi dalle  opinioni di Beccaria intorno all'origine  del diritto di punire. E infatti, escluse  tutte le assurde idee del secolo scorso  scritto un trattato per stabilire il dom ma della presenza reale (vedi PASCASIO)  egli scrisse un altro trattato per dimo strare (cosa non difficile), che dopo la  consacrazione il pane e il vinoconser vavanolequalità e leproprietà che ave vano prima della consacrazione, d'onde  conchiudeva che queste sostanze non po tevano essersi transubstanziate in quel lo stesso corpo di Gesù Cristo cheera  stato attaccato allacroce. Non negava  per altro che la divinità non discendesse  veramente sotto le apparenze del pane 84  BERKELEY  edel vino, e con queste sostanze non  si congiungesse, ma ammetteva perd  che anche dopo la consacrazione non  cessavano di esser pane e vino.  Un secoloinnanzi, Berengario avreb be potuto esporre senza molestie la sua  dottrina; maneldecimo secolo ildomma  della transubstanziazione, che conferi sce ai preti la facoltà di trasformare un  po'di lievito in Dio, era credenza giàqua si del tutto assodata. Quindi una lettera  di Berengario mandata aRomanel1050,  fu letta da Leone IX in unconcilioche  pronunciò la scomunica contro la dot trina e la persona di un eretico cotanto  biasimevole.Per altro, Berengario con tinuò ad insegnare le sue opinioni ,  onde nei vari concili che si succedet tero in quegli anni a Vercelli, a Tours  e a Parigi ed ai quali fudenunziato,  egli ritrattava costantemente le sue o nioni, per riprenderle poco di poi e  pubblicamente insegnarle. Fu nuova mente condannato dal Concilio diRoma  nel 1079, ma essendosi egli nuovamente  ritrattato, Clemente VII lo tratto con  molta indulgenza e scrisse anzi in suo  favore all'arcivescovo di Tours. Però  questa stessa indulgenzaper un eretico  che negava uno dei dommi più capitali  della Chiesa, sarebbe inesplicabile ove  non si ammettesse, come benl'ha pro vato il Basnage, che in quei tempi la  Transubstanziazione non era opinione  universale della Chiesa, talchè non po tessecontrastarsi.Berengario ebbe anzi  molti discepoli, i quali allora non sof frirono pena alcuna temporale, mentre  si sa quel che soffrissero nei tempi po steriori Enrico di Bruyes, Arnaldo da  Bresciae gli Albigesi che erano caduti  nella stessa eresia.  Berkeley(Giorgio).Nacque aKil krin nell'Irlanda, nel 1684, fece i suoi  studi all' università di Dublino, viag gió la Francia e l' Italia e , infine ,  tatto ritorno in Patria, vi ebbe il po sto di decano con ricco beneficio a  Dervy. Ma poco resto in quel posto,  avvegnachè ascoltando soltanto i con sigli del suo spirito irrequieto e la  smania di religioso proselitismo, parti  per l'America, nel divisamento di fon darvi un collegio per l'istruzione dei  selvaggi. Ma falli il progetto, e Ber keley, tornato in patria nel 1734, fu  promosso vescovo di Cloyne , carica  ch'egli tenne fino all' anno 1753 in  cui mori. Prima e dopo il periodo  del suo episcopato, egli scrisse parecchi  libri, che vennero man mano gettando  le fondamenta di una nuova filosofia :  Eccone ititoli nell'ordine in cui furono  pubblicati: Trattato della visione 1709;  Trattato sui principii delleumane cono scenze 1710 ; Tre Dialoghi 1713; Ilpic colo filosofo 1732.  Puossi mai concepire il più esage rato scetticismo accoppiato insieme al l'idealismo più spinto ? Il fondamento  dell'incredulità puossi egli mai accop piare insieme col più esagerato dom matismo ? Tantacontraddizione non la  si crederebbe davvero, se Berkeley non  avesse voluto provarci, che nello spirito  umanoanche icontrari possono trovare  insieme il loro posto. Berkeley negava  ogni realtà al mondo esterno: tutto è in  noi e fuori di noinon esiste altro che  l'apparenza. La materia sensibile, ciò  che vediamo, tocchiamo e in qualsiasi  modo sentiamo coi nostri sensi, non  ha alcuna esistenza fuori delle nostre  percezioni; quindi il mondo è tutto  subbiettivo, ed'obbiettivo nonvi ènulla.  Tutto ciò che diciamo sensazione non  had'uopo, peressere prodotto che alcuna  cosa esista fuori di noi, bastando una  semplice operazione dello spirito per  produrlo ; onde tutto quanto noi siamo  abituati a considerare siccome fuori di  noi e veramente esistente, altro non è  che illusione.  Per quanto strano ci possa parere,  il sistema di Berkeley non aveva d'al tronde il merito della novità, poichè  infine, non faceva altro che riprodurre  le dubitazioni dell' antica scuola in diana (vedi BUDDHISMO). Però nella sua  dimostrazionevi era alcun che di nuovo BERKELEY  che merita di essere ricordato. Egli  diceva che i corpi nonpossono essere  la causa nè istrumentale, nè occasio nale delle nostre sensazioni, e lo di 85  rito nostro poteva avere le prova del mostrava cosl. L'essere supremo è puro  spirito ed è onnipotente, e non sarebbe  degno di lui il servirsi d' istrumenti  nella produzione delle nostre sensa zioni, poichè il servirsi d' istrumenti  nasce da impotenza. Or se noi per  muovere un dito non ci serviamo d' i strumenti, potendolo fare con un sem plice atto della nostra volontà, perchè  l'esistenza di altri spiriti. Ed ecco  come egli si toglieva d'impaccio. Le  idee, diceva, non dipendono dalla no stra volontà, e se si producono in noi  devono necesariamente esistere anche  fuor di noi; ma fuori di noi nella realtà  materiale non possono esistere, poichè  la materia non è che apparenza, dun que bisogna che vi sia qualche altro  spirito nel quale abbiano l' esistenza.  Berkeley a questo punto cadevain una  purapetizione di principio, poichè colla  tutto non potràfare Iddio col semplice | negazione della materiavoleva provare  suovolere? Dunque icorpi non possono  essere lacausa istrumentale dellenostre  sensazioni. Ma nemmenopotrebbero es serne la causa occasionale, poichè la  sapienza e la potenza di Dio bastano  del pari per spiegare tutto l'ordine e  la regolarità che si osserva nella suc cessione delle nostre idee. Non è forse  la necessità dell'esistenza di uno spi rito, senza pensare che era appunto  dalla dimostrazione della esistenza dello  spirito che avrebbe potuto dedurre la  negazione della materia. Ma infine, am messo pur come provato ciò che pro var sì doveva, restava asapersi in cosa  differiva il suo modo di considerare la  un umiliare lanaturadell'Essere per- | realtà materiale come una apparenza,  fetto il supporre che una sostanza priva  della facoltà di pensare possa influire  sull'azione di lui, dirigerla e insegnar gli ciò che fare o non far dovrebbe?  Dunque la materia non esiste, ma lo  spirito soltanto è.  Ed ecco in qual maniera per lo  sdrucciolo dello spiritualismo, Berkeley  era bellamentecondotto a capovolgere  tutte lenostre sensazioni, a negare l'e sistenza alla materia, che è la sola che  veramente esista, la quale vediamo,  sentiamo, è in mille guise a noi si  rende percettibile, per accordarla e sclusivamente allo spirito, il quale ve dere o toccare non si può, e non si sa  come edove esister possa.  Il dabben uomo si lusingava di a vere in questa guisa rovesciato l'atei smo, e non si accorgeva ch'era invece  contro il deismo che la sua logica,  falsa nelprincipio, ma stringente nelle  conseguenze, andava a portare i suoi  colpi.  Annullata larealtà obbiettivae ma teriale di tutte le nostre percezioni,  s'egli era pur costretto a dare alla re altà sensibile, cioć alle idee, un obbiet tivo spirituale. Ma il nostro Irlandese  ancorliberavasi dalla importuna diman da, soggiungendo chese ilmondo sen sibile o ideale, è veramente esistente,  non esiste però se non in quanto é  rappresentato dallavolontàdello spirito  infinito, presente dappertutto, il quale  modifica a ciascun momento le im pressioni sensibili e ci da la varietà e  l'ordine di esse; onde deve dirsi che le  cose che noi percepiamoson conosciute  dall'intendimento di uno spirito Infinito  e prodotte in noi dalla sua sola volontà.  Ilmondorealenon è dunque altro che il  pensiero di Dio ; ciò che noi vediamo o  sentiamo non è che sensazione prodotta  da Dio, e tosto che noi cessiamo di  vedere una cosa, quella cosa cessa pur  di esistere, o per meglio dire, come  non è mai esistita fuori di Dio, così  continua ad esistere potenzialmente in  Diocome un semplice atto volitivo. Non  altrimenti diceva la filosofia indiana,  quando insegnavacheBrahma produce  od annienta tutto ciò che esiste, secon restava a sapersi in qual modo lo spi 86  entra.  BESTIE  do che si svolge o in se stesso ri- | IX. 5) Ecco che io fermeró il mio  patto con voi ..... e con tutti gli ani mali viventi che sono con voi, tanto vo latili come giumenti (Gen. IX. 10).  D'ala parte, le azioni delle bestie  Certo, nel secolo nostro tanto posi tivo, la teoria di Berkeley può parere  un vaneggiamento di mente malsana,  e tale é infatti, ma non convien però  considerarla come se fosse senza nesso  logico e senzacoordinazione di idee.Ben  altrimenti, Berkeley, come tutti coloro  che negarono la realtàdelmondo ester no, vi fu condotto colle leggi stesse del  ragionamento, e da una cotal sorta di  seetticismo che si è molto maraviglia ti di vedersi svolgere in quell' aperto  dommatismo idealistico, ch'egli credeva  fosse il miglior antidoto contro ildub bio. Noi esamineremo nell'articolo SEN non pot mo tuttemeccanicamente spie garsi. Ese dimostrano volontà, intelli genza, sapere e provano anche delle pas sioni, cose tutte che mal si conciliano  con una semplice azion meccanica. Bi sognava dunque dotarle di un' anima o  negar l'anima all'uomo. Ma di qual  sostanza sarà mai fatta l' anima delle  bestie? Se di materia, ella è corpo; se  di spirito dovrà essere immortale. Ma le  più granbestie, dice Voltaire, son coloro  che avvanzarono ch' ella non era nè  corpo nè spirito. Fra queste opposte o SAZIONE il ragionamento di Berkeley e  ne mostreremole inconseguenze. (Vedi | pinioni disputarono lungamente gli an anche l'articolo SCETTICISMO, COLLIER E  CERTEZZA).  tichi, e il Bayle nel suo Dizionario sto rico ben le riassume. « Non si vede  Bestie. Se siapossibile stabilire una  assoluta distinzione fra l'uomo e le be che gli antichi quando hanno abbando nato il loro stile poetico abbiano sta bilito una vera differenza fra l'anima  umana e la materia, onde non si deve  stie è cosa che esamineremo all' articolo  DARWINISMO. Qui voglio soltanto mostra re tutto quello che ne pensarono in be ne o in male gli scrittori dell' antichità.  Dice laBibbia, e i credenti ripetono, che  Dio ha dato all' uomo il dominio delle | secondo idiversi gradi di sottigliezza ».  bestie. Ma come si vede in S. Agostino  (Lib. I. De Gen. c. 18), già fin dai pri mi secoli del cristianesimo i Manichei  trovavano che quest' impero dell' uomo  è molto effimero. Il pesce cane, dicevano  i dualisti, ingoia il marinaro, il quale ne  paventa perfin la vista, e il coccodrillo  mangiasi bell' e vivo lo stupido Egiziano  pensare che l'anima delle bestie e  quella dell' uomo differiscano fra loro  in essenza, ma soltanto dal più al meno  Tal fu infatti l'opinione di Anassagora  il qual fra l'anima dell'uomo e quella  delle bestie non metteva altradifferenza  fuor che la prima può spiegare a se  stessa i suoi ragionamenti e la seconda  non lo pud. Pitagora e Platone am bi riconoscevano la ragionevolezza del che lo adora. Ma se gli animali forti ci  resistono, i deboli ci sfuggono, e non vi  è altro che la leggendadi qualche santo  dove si legga che i pesci venivano com piacentemente a farsi friggere nella pa della e le quaglie ad infilzarsi sullo spie do. D'altronde, anche la Scrittura santa  eleva gli animali alla dignità dell' uomo,  avvegnaché mostra che lo stesso Iddio le  tien degne della sua vendetta e della  sua alleanza. Jeohvah, infatti, dice aifigli  di Noè: « Io farò vendettadel sangue vo stro sopra qualsiasi delle bestie. ( Gen.  l'anima delle bestie, laqualdistingue vano dall' umana sol per l'attributo  della parol . Non si può dubitare che  tal fosse ad un dipresso anche l' opi nione di Plutarco, dal momento che  egli ammetteva la trasmigrazione delle  anime umane anche neicorpidegli ani mali; anzi egli ha scritto anche un trat tato apposito per mostrare che le bestie  pensano e ragionano. Non meno espli cito è Porfirio, il quale alle bestie at tribuisce,non solo la ragione, maanche  l'attitudine a far intendere i loro ra gionamenti i quali, se non son tanto BESTIE  sottili e complessi comequeidell'uomo,  non differiscono perciò essenzialmente.  La facilità con cui gli antichi am 87  cosa non sarebbe maggiormente contro  l'evidenza che il dir l'altra ».  mettevano la ragionevolezza dell'anima  delle bestie, concorda d'alt 14 colla  opinione della sua materiantà. vero,  all'articolo ANIMA, noi abbiamo provato  che tutte le scuole filosofiche della  Grecia ignoravano affatto quell' astra zione alla quale i modernidanno ilnome  di spirito; ed esclusa lasostanza spiri tuale, si capisce subito come convenga  oalle bestie negare un'anima, o dotarle  di una non essenzialmente diversa da  quella dell'uomo. Ridotta in questi ter mini, la controversia diventa una pura  question di parole. E invero, se chia miamo l' aníma funzione, intenderemo  facilmente che tral'uomoele bestie que sta funzione non può differire essenzial mente, imperocchènell'uno e nelle altre  essa si fonda sulla materia. Or una  Anche nel secolo XVI Gomesio Pe reira, medico spagnuolo, fece meravi gliare i dotti annunciando che le be stie son pure macchine e spingen do il paradosso fino a negare l'ani ma sensitiva che a loro si attribuiva.  Sul qual proposito il Bayle osserva  chea' suoi tempi pretendevasi che De scartes avesse tolto a Pereira la sua  singolar dottrina sull' anima delle be stie. Infatti, Descartes negò che vera mente nelle bestie esistesse un'anima,  nonchè ragionevole, nemmen sensitiva,  e fondava questa sua negazione, non  già sulla ripugnanza della ragione a  credere ad unospirito, maunicamente  perchè ripugnava al suo pensiero il  credere che fra l'uomo e le bestie  non esistesse alcuna differenza essen ziale. Quindi i cartesiani giungevano  alla credenza, che le bestie sono dei  funzione che procede da causa iden tica non si può, senza contraddizione, ❘ puri automi , fondandosi sul princi concepire essenzialmentedifferente; ma  può invece concepirsi come quantita tivamente differente in ragione della  maggiore o minor perfezione dell' or ganismo incui simanifesta.  Certo, nonmancarono nemmeno fra  iGreci filosofi che abbiano ammessa  la meccanicità delle funzioni delle be stie. Pare anzi che tal fosse l'opinione  degli stoici; ma ben vi rispondeva  Plutarco con queste parole: « Quanto  a coloro che goffamente e con tanta  impertinenza affermano che gli animali  nè si rallegrano nè si corrucciano, nè  temono di dire che larondine non am massa provvigioni, e l'ape non ha me moria, ma sembrasoltanto che la ron dine usi previdenza e il leone si cor rucci, e il rettile fremi per la paura,  io non so cosa risponderebbero a co loro i quali avanzassero l'opinione, che  convien purdire ch'essi nè credono, nè  odono e ch'essi non hanno voce ma sol tanto che essi vedono oche hanno voce,  in una parola ch'essi non vivono ma  sembrach'essi vivano; poichè dire l'una  pio, che lamateria non solo non puó  pensare, ma nemmensentire e provare  sensazioni di sorta. Conchiudevano dun que che selebestie avessero un'anima  spirituale, questa doveva essere immor tale quanto quella dell'uomo, e che  un' anima materiale non poteva pen sare, nè sentire, nè produrre la vita. É  vero che gli avversari dei cartesiani  potevano facilmente imbarazzare i so stenitori di questa così poco ragione vole dottrina, mostrando i molti atti  degli animali, i quali provano e sen sazioni, e volontà e pensiero e perfino  qualità morali, come la fedeltà e l'a more, virtù che sono essenzialmente  proprie dell'anima; ma tornava facile  ai cartesiani il rispondere in questa  guisa: « Voi riconoscete che gli ani mali son cose, le quali rassomigliano  a ciò che fal'anima ragionevole e che  nullameno la loro anima non è punto  ragionevole. Perché dunque non volete  che si sostenga ch'essi sono delle cose  che rassomigliano a ciò che fa l'anima  sensitiva, senza che la loro anima sia 88  BIBBIA  sensitiva? » Il perchè poi alle bestie | raccomandazione ai contadini di pagar  volesse attribuirsi un'anima sensitiva e  non immateriale, ci è detto da Sennert,  medico dell'accademia di Wittemberg,  il quale appunto nel secolo XVI fu ac cusato d' empietà per aver insegnato  che l'anima delle bestie non è mate riale. Or il dare alle bestie un' anima  immateriale val lo stesso che farle im mortali e quindi eguali all'uomo.  le decime, eccellente rimedio contro  gl'insetti devastatori. (Vedi la mia Sto ria Critica della superstizione al Vol.  II Cap.XI.  Bibbia. Voce greca che signi fica libro. Così chiamasi la raccolta  degli scritti sacri degli ebrei e dei  cristiani contenente i libri dell' An tico e del Nuovo Testamento. Il lo Il Cartesianismo aveva evitato que- ro numero e i loro titoli sono regi sto scoglio supponendo che uno spirito strati nel canone dei libri santi, il  esterno fosse la causa delle interne a- quale, tuttochè si pretenda immutabile,  zioni degli animali, le quali sono vere venne però man mano modificandosi  macchine agenti sotto l'impulso di una per l'aggregazione dei nuovi libri che  forza straniera. Questa opinione non la Chiesa, in progresso di tempo, e pei  contrastava d'altronde con quella do- suoi interessi trovò opportuno di di minantenellachiesacattolicadel medio chiarare rivelati. ( Vedi CANONE ). É  evo, perciocché vediamo che in diversi dottrina di tutte le Chiese cristiane  tempi e invari paesi gl'inquisitori pro- ed ebraiche, che i libri della Scrittura  cessarono e condannarono gli animali sono stati dettati sotto la immediata  siccome i supposti agenti del demonio. inspirazione dello Spirito Santo, mo Nel 1451 una quantità di sanguisughe tivo per cui hassi ragione di credere,  avendo infestate le acque del territorio | che un solo errore il quale si trovi  di Berna, detto fatto il vescovo di Lo sanna le fa citare davanti ad un com missario incaricato di giudicarle. Un  usciere è inviato sui luoghi occupatida  quegli animaletti e con pubblico bando  aloro ingiunge di comparire davanti  nella Sacra Scrittura costituisca una  prova formidabile contro la sua pre tesa rivelazione; imperocchè non possa  ammettersi che Dio possa ingannare  od essere ingannato. Or convien con fessare che nella Bibbia li errori son  molti e di varia natura, e chi tutti li  volesse raccogliere, avrebbe di che com porre un intero volume. Diró soltanto  al rmagistrato, per essere udite e al l'uopo condannate ad abbandonare en tro breve termine e sotto le pene di  diritto i campi occupati. S'intende che | dei principali e più manifesti.  gli animali non si presentavano mai da vanti al giudice, ma di solito si nomi nava per loro d'ufficio un avvocato di fensore, e per non dir d'altri, il fa moso giureconsulto Chassanée stabili  appunto la sua fama nella difesa dei  topi d' Autun. Del resto, i processi  contro gli animali non furono tanto  rari e dal 1120 al 1741 se necontano  92, dei quali quattro contro i bruchi,  quattro contro le lumache , quattro  1  contro i sorci, e altri contro le san guisughe, le cantaridi, le mosche, le  talpe, i grilli ecc. e tutti, o quasi tutti,  finirono con la scomunica, con l'esor cismo, con le processioni, e con la  I. Risulta dal contesto del IV e V  capitolo della Genesi, che Adamo ed  Eva sono idue primi sposi dell' uni verso, che dalla loro unione nasce A bele e Caino,il quale avendo ucciso il  fratello, si allontana dal padre e d alla  madre, vale adire da tutto il genere  umano. Egli non ha quindi alcuna  donna a cui congiungersi, nè alcun uo mo da cui temere. Eppure si legge che  Caino, tremante d'essere ucciso (da uo mini chenonesistevano) fuggì nel paese  di Nod ove fondò una città ( i cui abi tanti non erano ancor nati ).  II. Al capo XII verso 40 dell' Esodo,  si legge che la durata del soggiorno BIBBIA  degli Israeliti nell'Egitto fu di 430 anni.  Ma S. Paolo, il quale non è meno in spirato di Mosè, afferma che la legge  fu data sul Sinai 1030 anni dopo l'al leanza fatta da Dio con Abramo ( Gal.  III 17 ) il quale era allora in età di  75 anni ( Gen. XII 4). Abbiamo dun que la seguente cronologia:  Dall' alleanza alla nascita d' Isacco  (XXI. 5) corrono .  anni 25  Dalla nascita d' Isacco a  quella di Giacobbe (XXV. 26)  89  anni 40  26  8  40  .  mente stabilite dalla stessa Bibbia e  citate da Spinoza.  Mosè governa ilpopolo nel  deserto per.  Giosuè che visse 110 anni,  non ebbe il comando, secondo  Giuseppe ed altri storici, che  KusanRisgataiin tiene ilpo polo sotto il suo imperio  Otoniel figlio di Kenaz fu  giudice durante  Eglon re di Moab fu giudice  «  corrono  Dopo 130 anni Giacobbe si  stabilisce in Egitto (XLV II. 9). > 130 dici durante  Dall'alleanza alla immigra 60 durante •  Aod e Samgar furono giu .- Jabin tiene il popolo sotto  zione in Egitto corrono dunque > 215 il suo giogo  i quali se si tolgono dai 430 anni fissati  da S. Paolo, nonnerimangono che 215  per il soggiorno nell' Egitto.  Il popolo dopo un riposodi  Ricade in servitù sotto la  III. Risulta dai versi 6 e 7 (Deute ronomio X. ) che solo dopo cheAron ne fu morto e seppellito, gl' Israeliti  passarono a Gadgad e poi a Jetbat.  Ora, al capo XXXIII dei Numeri, verso  32 a 38, era stato detto iuvece che le  stazioni di Gadgad e Jetbat avevano  preceduto la morte diAronne, laquale  non ebbe luogo che alla stazione del  monte Hor. Il capo XX verso 22 a29  dei Numeri aveva già fatto morire A ronne sul monte Hor; si avverta poi  che trovasi la stessa indicazione nel  verso 50 del capo XXXII del Deutero nomio, il quale resta così in contrad dizione, non solo col libro dei Numeri,  ma anche con se stesso.  IV. Il quarto capitolo del primo li bro dei Re narra che Salomone fondò  il tempio nell'anno 480 della sortita  dall' Egitto. Ma consultando, non dirò  ' istoria la quale tace di questi fatti  dominazione di Madian per .  Esso riprende la libertà al  tempo di Gedeone  Poi èsottomesso daAbimelch  Tola figlio di Pua fu giu diceper.  Jair per.  Il popolo ricade sotto la do minazione de' Filistei,e degli  Ammoniti durante  .  Jefte fu giudice durante.  Abesan il Betelemita  Aialon il Zebulonita  Abdon il Faratonita  Ilpopolo cade ancora sotto  il dominio de' Filistei .  Sansone fu giudice durante  Eli durante  Il popolo sottomesso nuo vamente da' Filistei, non fu li berato da Samuele chedopo un  intervallo di..  Davide regna.  Salomone avanti di fondare  leggendari, ma la Bibbia stessa, il li bro infallibile e divinamente inspirato, il tempio regua .  si trova che tra la fondazione del tem pio e l'uscita degli ebrei dall' Egitto,  corre un lasso di tempo assai più lun go, e precisamente di 580 anni, come  appare dal seguente prospetto, in cui  si computano soltanto le date chiara «  «  18  80  » 20 《 40  7  > 40  >>>  «  «  «  3  :  23  22  18  6.  7  10  8  40  20  > 40  «  «  20  40  4  Totale > 580  «Aquesti anni bisogna però ag giungere quellidel periodo immediata mente successivo alla morte di Giosuè,  durante il quale la nazione ebrea si 90  BIBBIA  mantenne indipendente fino al giorno  in cui Kusan Risgataiin la ridusse in  servitù. Periodo di prosperità che do vrebbe essere stato assai lungo, non  potendosi supporre che subito dopo  la morte di Giosuè tutti coloro che  erano stati testimon: delle sue gesta  prodigiose fossero periti in un mo mento, e i discendenti loro, abolite le  leggi e gli ordinamenti civili del gran  condottiero, fossero tosto caduti in ser vitù. Ciascuno di questi avvenimenti e sigendo quasi un secolo di tempo, non  puossi mettere in dubbio che lascrit tura nei versetti 7.9 e 10 del secondo  capitolo dei Giudici non abbracci un  gran numero d'anni, la storiadei quali  passata sotto silenzio. A questi bi sogna poi aggiungere quelli nei quali  Samuele fu giudice degli Ebrei e non  citati dalla Scrittura; quelli del regno  di Saule a disegno ommessi, perchè la  sua storia non lasciaindovinare la du rata del di lui regno; quelli dell' anar chia nella qualeperdurarono gli Ebrei,  pure taciuti dalla Bibbia; poiché è im possibile di valutare giustamente ladu rata degli avvenimenti che sono rac contati nel libro dei Giudici, comin ciando dal capitoloXVII sino alla fine.  V. Il quarto libro dei Re ( XXIV  8,9) dice che il censimento fatto da  Davide mostrò che gli uomini atti alle  armi erano in totale 1,300,000. Ma nel  primo libro delle Croniche ( XXI 5,6)  si trova che questo censimento non  venne esteso alle tribù Beniamino e di  Levi, e nondimeno diede per risultato  1,570,000 uomini atti alle armi. Lo Spi rito Santo, dice Miron, è autore del l'uno e dell'altro di questi due rac conti; ma qual de' due dobbiamo cre dere ?  VI. Nel capo XI (verso32 e 36 del  IV libro dei Re) Jeova dichiara che non  lascerà a Roboamo che una sola tribù  enel capo XI (verso 20 ) dicesi in fatti che questo re fu seguito dalla  sola tribù di Giuda; ma nei versi se guenti ( 21 e 21) è rappresentato co me regnante sulle due tribù, quella di  Giuda e quella di Beniamino.  VII. Ocozia non avendo lasciato fi gliuoli, fu sostituito da suo fratello Jo ram, rapporto al quale sono da osser varsi queste notevoli contraddizioni. Se condo ilverso 17 del capo I (IV Re),  egli sali sul trono d' Israele il secondo  anno del regno di Joram, re di Giuda.  Secondo il verso primo del capo III, in vece egli comincia a regnare nel diciot tesimo anno del regno di Giosafat, re di  Giuda. Ma non basta! Secondo il verso  16 del capo VIII, Joram, figliuolo di  Giosafat, cominciò a regnare sopra Giu dail quinto annodel regno diJoram re  d'Israele; d'onde si trae che ravvicinan do il verso 17 del capo primo al verso  16 del capo VIII, Joram d' Israele sali  sul trono nel secondo anno del regno di  Joram di Giuda, il quale era salito sul  trono nel quinto anno del regno di Jo ram re d'Israele. Gli annali compilati da  scrittori, che non pretendono d' essere  qualche cosapiùdi semplici mortali, non  offrono certamente esempii di una peg giore cronologia.  VIII. Nessun errore, dice Fréret (Oeu vres. T. IV. p. 372), può riuscire piú  grande di quello che s'incontra nel nu mero degli israeliti, che dalla cattività di  Babilonia ritornano aGerusalemme sotto  la condotta di Zorobabele. Se noi som miamo insieme tutte le cifre che ci sono  date dal Cap. II del 1º. libro di Esdra,  troviamo che gl' israeliti ritornati dalla  cattività ascendono alla cifra di 29818.  E nondimeno il sacro scrittore facendo  la somma a suo modo, ai versetti 64 e  65, dice che tutta questa radunanza in sieme sommava a 42360, non compresi i  servi e le serve in numero di 7337! Bi sogna dunque credere che lo Spirito  Santo nel fare l'addizione delle cifre si  sia fermato ad un bel circa verso la  metà della somma.  IX. Nelprimo librodei Maccabei (vers.  5-17), si narra diffusamente la orrenda  morte di Antioco Epifane persecutore  dei preti, ma questo spogliatore sacri BIBLIA  lego, prima di fare la suaterribile fine,  era già mortoduevolte; la prima(Capo  91  connubio fra i >>  Egli nasconde la luce nelle sue mani, e  quindi glicomandadi ricomparire (Giob  XXXVI. 32. Questo testo è infedelmente  l'origine attribuendoli ad un carnale 92  BIBBIA  tradotto nelle nostre versioni). E i mari  che sono essi mai ? La limitazione del  mondo tra la terrae l'abisso. » Egli ha  posto un certo termine intorno all'acque,  il qual durerà fino alla fine della luce e  delle tenebre » (Giob. XXXVI. 10). E  chi potrebbe insegnar geometriacol sin golar metodo dei libri rivelati, nei quali  si legge che il bacinoposto all'ingresso  del tempio di Salomone era rotondo ed  avea dieci cubiti di diametro e trenta di  circonferenza? Calcolo sublime ed incon testabilmente rivelato, avvegnachè tutta  la scienza nostra non sia ancor arrivata  aprovare che il diametro stia precisa mente trevoltenellacirconferenza.Prova  evidente è questa chequellaproporzione  geometrica si basa sopra principii supe riori alla povera ragioneumana, laquale  insegna che il diametro sta alla circon ferenza come 113 a 355, proporzione  che è sempre maggiore del triplo.  Manonostante tutti questi errori, che  sono pochi fra i moltissimi che si po trebbero citare, rincresce ildire, che non  mancanouomini, i quali, fedeli alla tra dizione antica, vorrebbero che tutte le  nostre conoscenze alla Bibbia si attin gessero e ogni metodo d'insegnamento  sullaBibbia si fondasse.«Come,donde,  >  La Enciclica del 1824 data da Leo ne XII, rinnova il divieto, e una bolla  di Gregorio XVI, dopo avere richiamate  tutte le disposizioni date dai suoi pre decessori, aggiunge: « Noi confermiamo  erinnoviamo collanostra autorità apo stolica gli ordini suddetti, già da lungo  tempo promulgati circa lapubblicazione,  lapropagazione, lalettura edil possesso  dei libri della Scrittura Sacra tradotti  in lingua volgare. >>>  Chiesa cattolica, se non in quanto essa  sia pubblicata insiem colle note e gli  schiarimenti, che ne raddoppiano il vo lume e la spesa, e la rendono poco ac cessibile alla borsa di tutti. Quando essa  fu pubblicata senza queste note dalla  Società Bibblica di Londra, e venduta a  tenue prezzo, incorse in tutte le censure  che sono comminate contro le altre ver sioni in lingua volgare. Ma la Bibbia tipo, laBibbia veramente ufficiale e rico nosciuta dalla Chiesa è la Volgata, così  detta, perchè fu da S. Girolamo volga rizzata nel latino idioma (o, come altri  credono, soltanto corretta)sui testi greci  ed ebraici originali. Or, è pur cosa sin golare a dirsi, che questo testo ufficiale  della rivelazione, è esso stesso così pieno  di errori, che già ai tempi di S. Gero lamo se ne facevano nella Chiesa grandi  lamenti. S. Agostino nella sua decima let tera, dice che essa non è conforme alla  versione greca dei settanta, che gli e brei n' erano assai malcontenti e che  egli perciò non volle adottarla, nè per metterne la lettura nella sua chiesa.  Cionondimeno il Concilio di Trento nella  sua quarta sessione, dichiarò la Volgata  la sola autentica versione della Bibbia;  ma la Chiesa ebbe inseguito a ramma ricarsi di quel suo decreto, inquantochè  le critiche di uomini competentissimi, an che devoti, mostrarono troppo aperta mente i molti errori di quella versione.  Sisto V credette di rimediare all' incon veniente, facendoricorreggere laVolgata  e ripubblicandola coi tipi del Vaticano,  onde quella ricorrezione ebbe il suo no me. Ma pare che neppure quel lavoro  soddisfacesse tutte le esigenze, poichè  anzi Clemente VIII, suo successore, sol tanto tre anni dopo fu obbligato di farne  ritirare tutti gli esemplari, e far ese guire una nuova correzione ed unanuo va edizione della Bibbia, che è la Vol gata attuale. Anche questa però, nono stante l' infallibilità papale, non riusci  opera perfetta, giacchè non pochi teo Osservisi poi chelaversionedel Mar- logi, fra cui il cardinal Gaetano, dimo 96  BIBBIA  strarono che essa è ancor piena di er rori, e perfino Monsignor Martini, ar civescovo di Firenze, alla sua versione  del Nuovo Testamento premette una  nota, ove attesta che nel solo Nuovo Te stamento della Volgata si trovano 975  passi che differiscono dall' originale.  Anzi ancora, il cardinal Bellarmino  rispondendo a Luca di Bruge, il quale lo  avvertiva appunto che nella Bibbia la tina trovavansi tanti errori, diceva: >>  Einfatti, Clemente VIII nella prefa zione della Volgata da lui dichiarata  sola autentica, ha l'ingenuità di avver tirci che « sebbene siasi adoperato con   il Martini aggiunge SUPERSTI zioso, acciò si creda che il solo super stizioso culto degli angeli la Bibbia con danna, non già il vero culto.  Del resto, parecchi altri passi più o  Tutte le volte che il Diodati traduce  la voce greca presbiteri per ANZIANI  (AttiXV, 6, 22, 23; XVI, 4; I Timot. IV  14; X 19; Giac. V. 14), il Martini la  rende colla voce Sacerdoti, onde fondare  eziandio sui tempi apostolici la institu zione di un vero e proprio sacerdozio.  Per lo stesso motivo ogniqualvolta il  Diodati nei versetti 2 e 12Cap. III della  epistola di S. Paolo a Timoteo traduce,  SIA il vescovo, O SIENO i diaconi mariti  di una sola moglie; il Martini traduce  ABBIA PRESO il vescovo, od ABBIANO PRESO  i diaconi una sola moglie. Il motivo  della variazione è evidente: il verbo sia,  sieno , è imperativo e impone come  precetto ' obbligazione del matrimonio  per gli ecclesiastici, mentre la locuzione  abbia o abbiano preso, è condizionale,  non impone nulla nel presente o nel fu turo, e lascia il posto al precetto po stumo del celibato. Giustizia vuole però  che si confessi,che questo precetto è con forme allo spirito e alla dottrina di San  Paolo, e che la versione del Martini, al meno essenziali differiscono nelle varie  traduzioni della Bibbia; e si conosce quale  strana importanza danno i credenti a  queste per noi quasi insignificanti diver genze, quando si pensa che talora so pra un solo versetto e fin sopraunapa rola si fonda l'origine d'un sacramento,  di un domma o di un rito della Chiesa.  (Vedi anche gli articoli APOCRIFI, CANONE,  EVANGELI, PENTATEUCO, ecc)  Biologia. Etimologicamente: di scorso sulla vita. Labiologia, parola pri mamente usata da Comte, è la scienza  delle leggi che regolano la vita negli  organismi, e i rapporti fra di loro e il  mondo esterno. Base dellabiologia sono  quindi l'anatomia e la fisiologia, non  menochelescienzenaturali; inquantochè  ogni organismo trovasi necessariamente  legato col mondo esterno, nè avviene va riazione nell'uno senza che vi corrisponda  una modificazione dell' altro. (Vedi Po SITIVISMO).  Bochm(Giacobbe)soprannominato  il Filosofo teutonico.Nacque nel 1575 in  un vilaggio della Lusazia presso Gorlitz  daparenti poverissimi.Educato allascuola  del villaggio, prese amore vivissimo alla  meditazione edi tanto s'esalto, che infine  credette d'essere chiamato a rivelare al meno inquesto caso,rispondemeglio alla  dottrina del fondatore del cristianesimo. | nati nellaBibbia. Bohem scrisse parecchi  l'umanità i divini misteri, appena accen Efesi, V, 32-33. Perciò l' uomo la scierà suo padre e sua madre, e si con giungerà con la sua moglie: ed i due  diverranno una stessa carne. Questo MI STERIO è grande.  Il Martini traduce misterio con SA CRAMENTO. Questa differenza fra i due  traduttori facilmente s' intende, rifletten do che il matrimonio è sacramento pei  cattolici soltanto e non pei protestanti.  libri di rivelazione che nel secolo nostro  non meritano nemmeno l'onore di essere  esaminati, ma che a'tempi suoi, nei quali  filosofi si dicevano icercatori della pietra  filosofale e i cultori dell'alchimia, ebbero  moltissimo successo. Il novello rivelatore  pervenne a costituire una setta di nuovi  mistici, iqualiil maestro illustrarono con  lodiesagerate e senzafine. Singolare coin cidenza! Simile al Cristo sul quale riposa  7 98  BOLLA  la grazia del Padre, anche Boehm vuol | membro della Camera dei Lord. Nel  che la grazia divina riposi sopra di lui:  il misticismo dell'uno nonval meglio di  quello dell' altro, e l'uno e l'altro inse gnarono l'imprevidenza, il disprezzo del  mondo e tutte le conseguenze che ne  derivano.  1714 all'avvenimento altrono della casa  d'Hanover si ritirò inFrancia, ove mend  in moglie la vedova del marchese di  Bogomili. Eretici diBulgaria,di scepoli di un tal Basilio,vecchio asceta, en tusiasta e fanatico. Dicesi che l'impera tore Alessio Comneno, nemico acerrimo  dell'eresia, facesse chiamare a se Basilio  sotto pretesto di volersi aggregare alla  sua setta, onde indurlo apalesargli isuoi  errori, e che quando glieli ebbe rivelati  l'accusò davanti al Senato. Basilio si of ferse a sostenere le sue opinioni, mo strandosi pronto a incontrare il marti rio, e fu esaudito. Acceso ungran rogo  inmezzo all'Ippodromo, fu dall'altro lato  piantata una gran croce, e a Basilio si  ingiunsedi sceglierefra l'uno e l'altra.  Mirabile esempio di costanza e dicorag Villette. Bolingbroke ebbe amichevoli re lazioni coi principali filosofi del suo tem po e credesi sia stato il primo che  abbia determinato alla carriera filoso fica Voltaire, ch' egli conobbe durante  il suo esiglio in Francianella sua terra  della Source, presso Orleans. Mori nel l'anno 1751 lasciando isuoi scritti a Da vide Mallet, che li mandò allestampe in  cinque volumi, contenenti, fra gli altri,  le Lettere sullo studio della Storia e  quelle al Papa sulla religione e la filo sofia. Bolingroke apparteneva alla scuola  dei deistidel secolo passato, epperciò era  accanitissimo contro tuttele religioni ri velate, contro la Bibbia, ch'egli dice un  romanzo da Don Quichotte e contro tutti  i teologi che chiama « Folli. »  Èdubbio che nellasuapolemica con gio, Basilio si precipitò sul rogo, dimo- tro l'ateismo egli portasse tanta convin strando al mondo che i martiri nulla❘zione quanto in quella contro la rivela provano in favore dei principii pei quali zione. E invero, da una parte s'egli ri hanno data la vita.  Basilio morì, ma non la sua setta,  che fu assai diffusa nellaGrecia, ed alla  quale appartenevano molte principalissi me famiglie di Costantinopoli. Qual fosse  l'eresia dei Bogomili non è facile il de terminare, poichè le loro credenze sono  un impasto di tutti gli errori di quei  tempi. Par nondimeno che inclinassero  al dualismo di Manete (vedi Manichei smo) e allademonologia di Platone. Dei  libri della Bibbia sette soli accettavano,  e molti interpretavano allegoricamente.  Dio credevano corporeo, la Trinità spie gavano coi semplici attributi divini ; la  terra e l'uomo dicevano creati da Sata naele; il battesimo facevano senz'acqua;  ' Eucarestia negavano, e i vescovi e il  clero disprezzavano.  Bolingbroke. (Enrico San Gio vanni, viscontediBolingbroke)nacque nel❘  1672. Eletto membro della Camera dei  Comuni di Londra nel 1702, divenne poi  ministro segretario di Stato, e finalmente  conosce un Dio, nega però al Creatore  l'intenzione di fare gli uomini felici;  ammette una provvidenza generale, ma  la nega per gl'individui in particolare ;  confessa l'antichità della dottrina dell'im mortalitàdell'anima,ma nega aquesta la  qualitàdi sostanzaimmateriale e distinta  dal corpo. Tutte queste affermazioni di  uno scrittore che i suoi stessi nemici  chiamavano, seducentenellaconversazio ne, di spirito fecondo, e molto istruito,  erano tali da poter fare molta impres sione, d'onde la condanna data alle sue  opere dal gran giuri di Westminster.  L'Esameimportantedi milordBolingbro ke che si trova inserito nelle opere di  Voltaire, è di quest'ultimo autore.  Bolla pontificia. Rescritto del pon tefice il qual differisce dal Breve in que sto, che l'uno è spedito dalla cancelleria  apostolica sotto il sigillo di piombo, l'al tro dalla segreteria dei brevi sotto l'a nello pescatorio; l'uno è scritto in per gamena rozza con caratteri antichi, l'al BONNET  tro in pergamena fina con caratteri la tini; la bolla porta la data dell' anno  dell'incarnazione, e il breve quello della  Natività di Gesù.  Due Bolle sono rinomatissime nella  99  abbastanza forte per poterimpunemente  ripubblicarla.  Bonnet (Carlo) di Ginevra. Na que nel 1720. Egli fu ad un tempo na turalista e teosofo, e questi due carat Storia: quella Unigenitus e l'altra in  Cœna Domini. La prima data da Cle menteXI, condannavala dottrina del pa dre Quesnel,vennerespintada una quan tità di vescovi e fu il segnale di una  lunga persecuzione contro il giansenismo  (vedi GIANSENISMO ). S'ignora invece chi  sia l' autore della seconda; essa legge vasi pubblicamente in Roma tutti gli  anni nel giovedi santo, alla presenza del  papa, accompagnato da cardinali e da  teri si trovano così intimamente con giunti nelle sue opere,da recare sorpre sa e maraviglia al tempo stesso, per la  stretta unione di principii che sono fra  loro tanto contrarii. Con uno spirito  profondamente religioso Bonnet, nel suo  Essai analytique des facultés de l'âme  e nel Traité des sensations, si mostra  aperto partigiano della scuola sensua lista.  Tutte le idee, egli dice, ci vengono  vescovi. Paolo III nel 1536 pubblicando dai sensi, e tutte le sensazioni si risol una edizione di questa bolla, dice che vono nell' azione pura e semplice delle  era antichissimo uso della chiesa il rin- ❘ fibre nervose. La varietà di queste fibre  novare tutti gli anni questa scomunica,  laquale si estendeva agli eretici, pirati,  corsari ; contro, i giudici laici che giu dicano gli ecclesiastici e li citano da vanti al loro tribunale, sia pur esso u dienza, cancelleria, consiglio o parlamen to; tutti coloro i quali faranno o pub ela loro differente costituzione anato mica spiegano la varietà delle nostre  percezioni, le quali trovano tutta la loro  blicheranno editti diretti a restringere  l'autorità ecclesiastica; infine contro i  pubblici funzionari di qualsiasi re o  principe, che evocano asele cause eccle siastiche o impediscono l'esecuzione delle  lettere apostoliche, quand' anche lo fac ciano sotto il pretesto di impedire qual che violenza.  Il Concilio di Tours nel 1510 aveva  già dichiarato che labolla in Cœna Do mini non poteva sostenersi, e ire di  Francia si sono sempre opposti alla loro  pubblicazione,come contraria ai loro di ritti e alle libertàdella chiesa gallicana.  corrispondenza nella modificazione di  esse fibre. I movimenti di questi organi  della sensazione sono determinati dagli  oggetti esterni, e imprimono all' orga no, anche dopo essere cessati, una certa  tendenza a riprodursi, la quale determi na le abitudini e al tempo stesso ci fa  conoscere se una data sensazione la sen tiamo per la prima volta o se l'ab biamo già provata. Fedele al suo prin cipio, Bonnet credè che anche le idee  più astratte e le men materiali deriva no dai nostri sensi. Perfin l'idea di  Dio egli riferisce alla sensazione, e la  deduce dal nostro ragionamento sul com plesso dei fatti edel preteso ordine che  osserviamo nella natura.  Ma se tutta la filosofia sensualista.  Nel 1580, approfittandosi della vacanza di Bonnet è perfettamente materialista,  del Parlamento, parecchi vescovi vollero | bisogna pur dire che tutta la sua teo farla ricevere nella lor diocesi, ma il  Procuratore Generale vi si oppose e fu rono prese contro di loro delle misure  severe. La pubblicazione della Bolla in  Cæna Domini fuinfinesospesa nel 1773  da Clemente XIV, ond'evitare l' odio e  il malcontento dei principi, nè pare che  dopo d'allora nessun papa siasi stimato  dicea è affatto idealista. Quand' egli ar riva al punto in cui ilmovimento delle  fibre si trasforma in sensazione, là pone  il mistero e l'anima; la sua logica si  smarrisce, e la sua scienza positiva si  trasforma in un mero idealismo. Egli  cade ancora in questo eccesso nelle sue  Considerations sur les corps organisés 100  BOULANGER  ela Contemplation de la nature, ove  la sua feconda fantasia trasforma l'uni verso nel tempio visibile della divinità,  nel quale la saggezza e la potenza in finita si scoprono nelle minime come  nelle massime cose.  Ma se Bonnet è buon idealista, non  lo è però ancora tanto da poter conce pire lo spirito separato dalla materia.  Dopo la morte l'anima certamente ci  sopravvive, ma esisterà ella senza cor po? Bonnet risponde negativamente. Egli  crede che nel nostro corpo esista il  germe di un'altro corpo, il quale si  svilupperà dopo la morte e formerà lo  inviluppo materiale del nuovo essere.  Ma qual sarà questo germe ? Bonnet lo  trova nel corpo calloso dell'encefalo: la  sede del pensiero è, secondo lui, anche  il principio materiale che avvilupperà  nell' avvenire il suo substrato. Egli è in  questa guisa che un uomo il quale ha  scritto tante verità, e dimostra nei suoi  ragionamenti, quando sono fondati sul  fatto, una invincibile argomentazione, si  smarrisce subito ed erra pazzamente nel I'assurdo tosto che entra nel campo  della metafisica.  Boulainvilliers (Carlo) Nacque  a Saint-Laire nella Normandia nel 1658,  emori nel 1722. Il suo nome è noto  tra i filosofi del secolo XVIII per il  suo spirito d' incredulità, velato da un  apparente desiderio di combattere gli  increduli. Fingendo di voler confutare i  principii della filosofia eterodossa, in  realtà egli non ha fatto altro che ripro durre per sunti i principii di essa, av valorarli con apparenti contraddizioni, la  fiacchezza delle quali è più propria a  farci perdere che a confermarci nella  fede. È conquesto spirito ch'egli scrisse  *i seguenti libri: Réfutation des erreurs  de Benoît Spinosa, par M. de Fénelon,  archevêque de Cambrai, par leP. Lami,  benedectin, et par M. le Comte deBou Doutes  lainvilliers. Bruxelles 1731. sur la Religion Londra 1767. Traité  des trois imposteurs, 1775 senza luogo.-L'Espit de Spinosa. Amsterdam 1719.  Boulanger (Nicola). Nacque a Pa rigi nei 1722, studiò nel collegio di  Beauvais, e dopo essere stato nell'eser cito sotto il comando del barone di  Uriers, fu impiegato nella qualità di in gegnere dei ponti e delle strade. Era  geologo di qualche vaglia, ma i pro gressi delle scienze naturali fatti in  questi ultimi tempi, più non si accor dano colle ipotesi sue, chè vuol egli es sere, com'è ben naturale, ascritto alla  scuola la qual suppone che tutte le gran di trasformazioni avvenute sulla super ficie della terra furono l'opera di cata clismi. In filosofia ebbe idee liberalissi me, ed a lui si attribuiscono parecchi  scritti contro la religione. Sono suoi gli  articoli Corvèe, Guèbres, Deluge, Lan gue hebraique inseriti nell'Enciclopedia  e così pure Le ricerche sull'origine del  dispotismo orientale, ove i re ed i preti  sonoegualmente maltrattati. L'autore del  Dictionnaire des ouvrages anonymes,  sulle traccie di Naigeon, assicura che  l'opera intitolata L'antichità svelata  dai suoi usi, è pure di Boulanger, seb bene sia stata rifatta dal barone di  Holbach. È però a deplorarsi che l'au tore siasi lasciato guidare da un indi rizzo esclusivamente sistematico. Dotato  di fervida immaginazione, e impressiona to da alcuni animali fossili antidiluviani  da lui osservati in certi scavi, di cui  gli era stata affidata la direzione, egli  fu dominato dall' idea fissa di rinvenire  in tutti gli usi dell' antichità, e special mente nellepratiche religiose, le rimem branze di un diluvio, e le impressioni  di terrore che tal cataclisma ha lascia to nello spirito umano. Naigeon attri buisce a Boulanger varie dissertazioni  sopra Elia, san Pietro, san Rocco e  santa Genevieffa ed una storia dell' uo mo in società, che andò perduta. Nel  Cristianisme devoile, egli esamina con  saggia critica tutti gli errori della re ligione cristiana ed insiem della ebrea,  dimostra qualmente gli atti del Dio del la Bibbia siano incongruenti e in con traddizione coll' idea stessa che la teolo BRAHAMANISMO  gia pretende di darci della divinità, e  101  discrepanza che ben si comprende  la morale si del Nuovo come dell' An tico Testamento sia contraria ai veri  bisogni della società. Ad ogni modo,  giova notare che le sue opere vennero  pubblicate successivamente dopo la sua  morte e per mezzo degli amici suoi.  Mori il 15 settembre 1759. Era di ca rattere dolce, paziente, insinuante, e fu  osservato che la sua fisonomia rassomi gliava moltissimo a Socrate, come si  vede sopra le pietre antiche.  Brahamanismo. La prima re ligione dell'India e la più antica che si  conosca. I calcoli di Bailly, Colebrooke  e Renand provano che i quattro Vedas  sui quali si fonda la religione di Bra hama sono indubbiamente anteriori a  Mosè e risalgano per lo meno all'anno  1400 prima di G. C. Questi libri costi tuiscono il codice religioso degl'indiani,  come i quattro evangeli formano quello  dei cristiani, e s'intitolano: Rig-Veda, o  quando si consideri la vastità e il nu mero delle fonti a cui i commentatori  attingono.  Brama o Brahama è l'essere eterno  per eccellenza: ogni cosa vive in lui e  nulla vive fuori di lui. Assiso sul loto  (caos primitivo) egli girava lo sguardo  d'ogni intorno e non vedevacon gli oc chi delle sue quattro teste ( i quattro  punti cardinali) che una vasta distesa di  acque coperte di tenebre. Non ci vuol  molto acume a vedere in questo concet to una forma mistica del panteismo. La  materia non è creata, essa coesiste in  Brahama eBrahama esiste inlei. Allora,  dice il Rig-Veda, il quale ci richiama i  primi versi della Genesi, non esistevanè  l'essere nè il non essere, nè il mondo,  nè il cielo, nè alcuna cosa sotto o so pra , nè terra, nè acqua, ma soltanto  qualche cosa di oscuro e di terribile.  Brahama dunque non crea, ma forma il  mondo e il firmamento. Dapprima egli  preghiere in versi; 2.º Jadjour-Veda o  preghiere in prosa; 3.º Sama-Veda pre- | genera le acque in mezzo alle quali  parato per il canto; 4.° Atharva-Veda  destinato alle purificazioni. La natura,  l'aurora, il Sole personificati in Indra,  Diodellaluce, costituiscono il fondamento  teologico di questi libri. Invano cerche resti nella quasi ingenua semplicità di  questo mito primitivo tuttoil corpodella  teologia di Brahama.I domminon nascono  già fatti: lentamente e quasi per strati  si sovrappongono, e quelli dell' India si  trovano poi disseminati in una quantità  grandissima di libri sacri, quali sono il  codice di Manù, i diciotto Purana, il  Marayana, poema di Valmichi , e nel  colossale Mahabarata, il quale, come  l'indica l'etimologia del nome (granpeso),  è il libropiùlungoche siconosca; tanto  che nessuno è ancor riuscito a tradurlo  per intero in una delle lingue europee.  Ecco ora la succinta esposizione del si stemateologico, quale suolsi più comune mene desumere daquesti libri; e diciam  comunemente , avvegnachè non tutti e  non sempre si accordino nelle acciden talità secondarie della teologia indiana,  getta un uovo risplendente, ov'egli stesso  si rinchiude e forma il principio vivi ficante della fecondazione; quindi separa  l'uovo in due parti e ne forma il cielo  e la terra (Creuser Simbolica 1. p. 179  Manù lib. 1 c. 1 IV) Ma ilmondo vi sibile non è, al postutto, che la mani festazione di Brahama, ilquale a vicenda  riproducendosi o in se stesso rientrando  crea od annienta il mondo. Abbiam così  la notte e il giorno di Brahama, ossia  un Kalpa, e ogni Kalpadura 4,320,000,  anni, e il numero dei Kalpa è infi nito. Tuttavia, guardiamci bene dal pren dere questa cifra sul serio : essa non  è altro che uno di quei tanti numeri  simbolici i quali rappresentano un ciclo,  oun fenomeno astronomico (vedi SIM BOLICA), È del rari concetto simbolico  e periodo astronomicoquello delle quat tro età del mondo rappresentate dauna  vacca, che si regge dapprima suquattro  gambe, poi su tre, due e una sol  gamba.  A somiglianza del Dio cristiano, che  ; 102  BRAHAMANISMO  doveva nascere due secoli dopo il mito  Vedantico, il Dio indiano è unoe trino:  Brahamageneratore,Visnu conservatore  e Siva distruggitore delle forme; ma  questi tre (del resto simboli evidenti  delle varie operazioni della natura) non  son che uno: il Parabrahama creatore  degli spiriti subalterni. Mohassura era  capo di questi, ma li spinse a rivolta  e fu scacciato dal cielo. Allora sotto  la forma del serpente, egli tentò l'uo mo, tese insidie al suo orgoglio e lo  spinse a proclamarsi eguale a Dio. An che la seconda persona della Trinità ha  le sue incarnazioni, dette avatar. Se ne  contano dieci, tutte narrate diversamente,  alcune delle quali presentanouna singo- ❘  larissima somiglianza con la vita mi stica del Cristo, e furono forse tolte a  prestito dal Buddhismo in quella famosa  incarnazione di Buddha, alla quale evi dentemente è stata attintala leggendadi  Gesù (vedi BUDDHISMO)  Il Brahamanismo riconosce lametem psicosi, in grazia della quale crede che  tutte le anime dovranno reincarnarsi nel  corpo degli animali più o men vili, se  hanno demeritato, motivo per cui alcu ne caste di indiani si astengono dal ci barsi della carne d'ogni animale, e ci tansi certi asceti, i quali ebbero in tanto  orrore l' uccisione anche degli animali  più immondi, ch'essi preferirono lasciar  crescere e moltiplicare i più schifosi in setti sul loro corpo piuttosto che di struggerli. Per altro , la metempsicosi  non esclude l'esistenza di un inferno e  d'un paradiso.Anzi, nella opinione vol gare di paradisi ve neson tanti quante  dicibili delizie, come tormenti atroci e  senza nome si provano nell'inferno. Ma  la metempsicosi è purgatorio, e quelle  sole anime vi sono soggette, le quali  hannobisognodi espiazione. Quattro ca dagli agricoltori, e commercianti di pro dotti agricoli; e finalmente 4. la casta  di Shudres che sono gli artigiani od o perai. Ognuna poi di queste classi si sud divide in altre speciali divisioni, ma dal l'una all' altra classe a niuno è lecito  passare ; e se due persone di classe  diversa contraggono matrimonio, deca dono d' ogni diritto e i loro discen denti sono compresi nelle suddivisioni  vili dette Varna-Sankara . Un' ulti ma sotto classe più sprezzata di tutte  è quella dei Pariahs o Paria, i quali  convivere non possono con nessun uomo  delle altre classi, devono starsene isolati,  nella solitudine delle foreste, o nei luo ghi remoti delle valli, contrasegnare le  loro fonti, arretrarsi alla presenza d' o gni indiano delle altre classi, e final mente sottoporsi alle più vili funzioni.  In compenso essi non hanno leggi, nè  obblighi religiosi, e d'ogni sostanza pos sono cibarsi, essendochè pel Bramino  uomini veramente essi nonsono.  Molte o brutali o superstiziose ceri monie osservano gli odoratori di Bra hama. Fra le prime vuol esseremenzio nato il barbaro uso delle vedove che si  sacrificano sul rogo dove consuma il  corpo del marito; e la festa di Ja grenaut nella quale il pesante carro del  Dio, trainato dacavalli, schiaccia i fede li, che per stolta devozione si precipi tano sotto le sue ruote. Altre feste sono  invece dedicate al mistero della genera zione, e in quei giorni congran pompa,  frammezzo al popolo prosteso a terra, por tasi intorno il Lingam, simulacro degli  organi genitali (Vedi AMORE). Leabluzio son le caste; ma in tutti si godono in- ni e le lustrazionisonpure parte princi palissimadel culto brahamanico; le imma gini del Dio si lavano nei fiumi sacri  alla divinità, ove pure con simbolico la vacro si amministra il battesimo ai neo nati.  ste stabilisce la religione Brahamica, e  Il sacerdote di Brahama è nell'India  sono 1. Quella dei bramini o sacerdoti; onorato come un Dio; ad esso solo  2. Quella dei Khatriyas o Kettris, com- spetta il diritto di leggere i Vedas, of posta dai guerrieri e pubblici funziona- frire sacrifizi, insegnar la religione ed  ri; 3. La casta dei Vaishyas composta | appropriarsi le limosine deposte nelle BROUSSAIS  pagode: le sue terre sono esenti dalle  imposte e nulla deve agli operai che le  103  ne delle fibre nervose e sono il risultato  lavorano. Il codice di Manu insiste for temente sul rispetto che la casta dei  guerrieri deve al Brahamano, al quale  è imposto il dovere di osservare la vita  contemplativa siccome massima delleper fezioni.«AlBrahamano,dice questo strano  legislatore, che possiede il Rig-Veda com pleto sarà perdonato ogni delitto, quan d' anche avesse uccisi gli abitanti dei tre  mondi, od avesse accettato il nutrimento  da un uomo dell' ultima casta. (L. A.  Martin. La morale chez les Indiens, Per  altro, questa iniqua sudditanza fondata  sulla disparità delle caste, condusse alla  riforma di Buddha, come gli abusi del  giudaismo menarono alla riforma di  Gesù.  Breve. Vedi BOLLA.  Broussais (Francesco Giuseppe  Vittore). Nacque a S. Malo il 17 di cembre 1772, e mori nel 1838. Fu dap prima allievo all' ospitale di S. Malo,  poi medico di fregata, e infine medico  maggiore nell' esercito di terra. Venuto  in Italia con la spedizione francese, fu  per molto tempo addetto all'ospitale di  Udine nel Friuli, ove raccolse i mate riali per comporre il suo Traité des  phlegmasies chroniques. Dopo avere se guito l'esercito nel mezzogiorno della  Francia e nella Spagna, nel 1814 fu in fine nominato secondo professore all' o spitale militare di Parigi, poi nell'ospizio  di perfezionamento, ove tenne un corso  di lezioni mediche, le quali, per la no vità delle osservazioni e per l'ordine  delle idee, non meno che per la violen za del linguaggio, ottennero un gran dissimo successo. Nel 1831 fu nominato  professore di patologia e terapeutica  generale, ed infine ebbe anche l' onore  di esser eletto membro dell' Istituto.  Broussais non era soltanto medico  eminente, ma anche eccellente filosofo.  Nel suo Trattato della irritazione e  della follia, procura di dimostrare che  tutti i nostri atti, siano essi materiali o  di un movimento o di una modificazio ne puramente chimica o meccanica dei  nostri organi. Le emozioni,dic' egli, de rivano sempre da una eccitazione del ' apparecchio nervoso, e il nostro stato  morale non è che la pura e semplice  rappresentazione del nostro fisico. Brous sais aveva abolito dal suo linguaggio le  parole anima, intelligenza, spirito e  tutti i sostantivi astratti, che non hanno  una reale rappresentazione, e ch'egli  riduceva in ogni caso alla semplice per cezione dei sensi e ad una sensazione  puramente materiale del cervello. Laon de egli chiamava sognatori i professori  di filosofia, i puri ontologi e li mostra va come affetti da una sorta d'allucina zione, in forza della quale, creando la  parola spirito o intelligenza, avevano  creduto di separare in realtà la funzio ne del pensiero dall' apparecchio nervo so, e di confidarla aun' etere, a un gaz,  il quale per la sua semplicità, nè può  pensare, nè produrre entro di noi alcuna  azione complessa. « Io non ho che un  rammarico, diceva egli, ed è che i me dici i quali coltivano la fisiologia, recla mano troppo debolmente la loro com petenza nella scienza delle facoltà intel lettuali, e che gli uomini iquali non  hanno fatto uno studio speciale delle  funzioni , vogliono appropriarsi questa  scienza sotto il nome di psicologia. >>>  Sotto il titolo: Développement de  mon opinion et expression de ma foi,  Broussais lasciò scritto dopo la sua  morte unasorta di testamento filosofico,  dove, professandosi deista e riconoscen do, con poca congruenza però, l'esisten za di una intelligenza, non creatrice, ma  semplicemente ordinatrice, persiste sem pre nelle sue opinioni sulla negazione  dell' anima. « Fin daquando,dic' egli, la  chirurgia m'insegnò che il pus accumu lato alla superficie del cervello distrug ge lenostre facoltà, e che l'evacuazio ne di questa sostanza concede ch' esse  riappariscano, io non ho più potuto esi intellettuali, sono dovuti a un eccitazio- | mermi di concepire queste facoltà altri 104  BRUNO  menti che quali semplici atti di un cer vello vivente. >>>  Brown (Tommaso). Filosofo scoz zese, nato nel 1778 a Kirkmabreck pres perquanto di sensato e di vero quel filo sofo aveva scritto, ma nelle cose si ve nerava ch' egli forse non scrisse mai e  che, non senza fondamento, sono tenute  in sospetto di apocrife (VediARISTOTILE).  Se a Ginevra d'altronde era morto Cal so Edimburgo. Bouillet dice ch'esso fu  discepolo infedele della scuola scozzese,  inquantochè contro Braidsostiene, che  non è necessario supporre una facoltà  speciale di percezione per conoscere i  corpi esterni, bastando la semplice sen sazione e il concetto di causa; la quale,  con Hume, egli riconosce essere una  semplice idea di successione o di con nessione. Brown, senza appartenere alla  scuola dello scetticismo, per la sua dot trina vi si dimostra però molto propen so, come par propenso alla negazione ❘ stotile, quel ricovero eziandio gli fu  del libero arbitrio, quand' egli definisce  la volontà: un semplice desiderio, con  vino, il protestante Beza che vi regna va signore, aveva ereditata tutta l' in tolleranza di lui; onde si capisce per chè il Bruno trovò la Svizzera poco  ospitale. Quindi passò a Lione, a To losa e venne aParigi insegnando filo sofia. Qui ebbe miglior fortuna,ed una  cattedra gli fu aperta al libero inse gnamento della sua filosofia. Ma non  appena si avventurò acombattere Ari ' opinione che l'effetto sta per seguirlo.  Brownisti. Partigiani di una delle  molte sette della religione inglese. Fu  fondatanell'anno 1580 daRoberto Brown,  il quale predicò contro l'autorità ecclesia stica, si attirò lo sdegno dei vescovi e sof frì molte persecuzioni. Egli stesso diceva  di aver mutato ben trentadue prigioni.  Infine gli stati gli permisero di fondare  una Chiesa a Middelbourg nella Zelanda,  dove proclamò il principio che il go verno della Chiesa deve essere affatto  democratico e i ministri sempre revo cabili; potere ogni fedele fare le predi cazioni nella chiesa o rivolgere doman de al ministro. Le opinioni sue si spar sero nell' Inghilterra prestamente, tanto  che nel 1692 si contavano ben ventimila  Brownisti.  Bruno (Giordano). Nacque aNola  presso Napoli verso la metà del XVI  chiuso, sicchè nel 1583 passò in In ghilterra, e quattro anni dopo visito  la Germania. Fu a Vittemberga che  egli ottenne maggior successo e tolle ranza, ond' egli scriveva al Senato di  quella città, ringraziandolo « perchè a  uno straniero, uomo alieno dalla vo stra fede, permetteste di insegnare in  pubblico e tolleraste con mirabile mo derazione la sua veemenza nell' impu gnare la filosofia di Aristotile che tan to vi è cara. » Ma la riconoscenza  trasportò il filosofo e gli fece trascu rare la verità storica; avvegnacchè in  quella sua lettera di commiato abbia  eglifatto un entusiastico elogio di Lu tero, senza pensare quanto quell'auste ro agostiniano fosse lontano dal nutri re quei sentimenti di libertà filosofica  che il Bruno tanto encomiava. Il vivo  desiderio ch' ei nutriva di rivedere la  sua patria, lo spinse imprudentemente  nel 1598 a Venezia. Ma quivi viveva la  inquisizione: fu arrestato, e dopo sei  anni di detenzione nelle carceri,la Re pubblicaconcesse finalmente l'estradi secolo; fu educato alle scienze matema tiche, filosofiche e teologiche in un Con vento di domenicani, ove assunse gli or dini sacri. Mabenpresto icorrotti costu- zione con infinita insistenza reclamata  midei colleghi ele assurdità deidommi,  lo disgustarono tanto di quella vita, che  se ne fuggì a Ginevra. Sperava egli di  trovarvi maggior tolleranza per la sua  filosofia anti-aristotelica; ma quivi, come  a Roma, Aristotile regnava sovrano, non  dal Sant' Uffizio; fu trasferito a Roma,  ov' egli langul nelle segrete per due  anni, che ci vengono mostrati come  un caritatevole indugio che la pietà  cattolica offriva alla sua ritrattazione.  Qui veramente lafigura di questo filo BUDDHISMO  sofo spicca per la fermezza e com muove per la ferocità de' suoi giudici.  Nulla volle il Bruno ritrattare, nulla  modificare delle cose insegnate. Nè i  primi teologi di Roma, nè il Cardinale  Bellarmino che scesero con lui nel car 105  ne. « Ciò che fu seme, scriveva Gior dano Bruno, diventa erba, poi spica,  poi pane, succo nutritivo, sangue, sper ma, embrione, uomo, cadavere; poi  terra, pietra od altro corpo solido, e  così di seguito. Per questo fatto noi  cere per disputare,poterono rimuover lo dai suoi propositi, onde ai 9 di feb braio dell' anno 1600 gl' inquisitori  leggevangli la sentenza, nella quale,  dopo avere dichiarate empie ed ereti che le sue opinioni, lo si abbandonava  al braccio secolare per essere punito  con quella maggior clemenza che si  potesse, senza spargimento di sangue;  locuzione ipocrita che l' inquisizione  usava per dannare al rogo! Ai suoi  giudici, narra un biografo, egli rispon deva: >>  Non lo credo; ma non monta: procu rate di avere qualche notizia su questo  stato fisiologico, che ben spesso diventa  patologićo, da quei poveri diavoli che  ' hanno provato. Insomma, voi avete  fame in tutto il senso prosaico della  parola, Ed ecco appunto il momento in  eui io vi presento una rosa... unabella  rosa di maggio, appena colta,copertadi  rugiada e piena di fragranza. Mail suo  profumo vi irritainervi; voi la degnate  appena d' uno sguardo quella povera  rosa, che io aveva coltivata e vagheg giataper tanti giorni. Ohimè! voi cor rete alla tavola sulla quale è imbandito  un bel cavolo bianco in insalata, al  burro, alla crema, alla salsa majonnaise,  in tutti i modi. E il suo profumo vi in nebria, vi trasporta, vi commuove, ben  più che la fragranza ditutte le rose di  questo mondo. Infine, voi mangiate quel  povero cavolo tanto indegnamente di sprezzato, e vi saziate. E quel cavolo vi  ritorna il buon umore, il colorito alle  guance, l'allegria, l'espansione, la fe licità.  «Oh potenza di un cavolo!  « Il cavolo vi ha ritornato il desi derio della rosa, vi ha dato il brio, il  bello e l'incarnato delle guancie, il sen timento, lo spirito: in una parola, vi  ha dato l' anima. Anzi ancora, quel  povero cavolo, digerito nel vostro sto maco, nelle sue sostanze nutritive si tra sforma in chilo, poi in sangue, poi in  carne, e chi sa che non venga appunto  aformare unpoco di quella vostra pelle  bianca, morbida, vellutata, che è pure  i  Nella natura nulla viè che sia spre gievole, ma ogni cosa ci diletta più o  meno secondo i nostri bisogni e il no stro stato fisiologico e patologico. Per  esempio, io non vi consiglierei di dare  la vostra rosa ad una puerpera e ilca-,  volo ad un ammalato d' indigestione.  Tutto è buonorelativamente, e può gio-;  vare o nuocere, piacere o disgustare se condo i casi. »  Intorno a questo carattere pura mente relativo del gusto, tutti si ac cordano; ed è strano il vedere quegli  stessi filosofi i quali nel bello lottano  accanitamente per sostenere l'assoluto  estetico, ammettere poi senza difficoltà..  la distruzione dell'assoluto in unaparte  principalissima del buono. Ma non è  forse ' organo del gusto tanto essen-.  ziale all' uomo quanto quello della vi sta e dell' udito? Non percepisce la  sensazione come tutti gli altri nervi  della sensabilità? E se sì, qual logica  è mai quella che induce costoro ad  ammettere una realtà obbiettiva, asso luta per il nervo ottico e per il nervo  acustico, e a negarla invece ai due  nervi ipoglosso e glosso-faringeo che  presiedono alla funzione delgusto? Im perocchè se il buono del gusto è in  rapporto, è relativo a questi nervi,  perchè il bello della vista e dell'udito  non dovrà essere relativo a quegli al tri? Ma non si domandi alla filosofia  speculativa la ragione delle sueprefe renze. Ciò che è domma non può es sere spiegato, e quando si tenta di  spiegarlo non si riesce ad altro che a  dire: il bello si sente. Ma non si sente  forse anche il buono? e ilgusto,varia bilissimo, non è forse da ognuno sen tito a suo modo?  Buridan(Giovanni).S'ignora l'an no della sua nascita e della sua morte. 110  BUFFON  Nel 1327 era rettore dell' Università di  di Parigi e si mostrava, per la fama e  per l'ingegno, uno dei più abili difensori  del nominalismo (vedi questo nome). In  quei tempi di tanto impero per la sco lastica e per la teologia, egli fu, si può  dire, il sol filosofo chenon siastato teo logo ed abbia evitato di trattare argo menti di pura teologia. Attivo commen tatore di Aristotile, egli si applicò alla  ricerca dei termini medii d'ogni specie  di sillogismo.  Di lui nonsipossede altro scritto che  i Commenti sopra Aristotile, stampati a  Parigi nel 1518, ma il suonome è pas sato alla posterità per un sillogismo as sai caustico, ch'egli soleva ripetere nelle  sue lezioni. I teologi negavano l' anima  delle bestie per meglio far emergere la  superiorità di quella che, adir loro, Dio  aveva alitato nel corpo di Adamo, e che  per ladiscendenzasi è trasmessa infino a  noi. Buridan per combatterli supponeva  un Asino ben affamato fra due misure  di avena perfettamente eguali, e che e gualmente agissero sopra i suoi organi.  Data questa supposizione, egli chiedeva  allora: Cosa farà quest'asino?- Se  alcuno gli rispondeva ch' esso sarebbe  restato immobile fra le due tendenze e guali, Buridan conchiudeva:- Dunque  esso morirà di fame inmezzo adue mi sure d'avena. Questa conseguenza pareva  tanto assurda e strana che destava le  risa. Ma qualche altro rispondeva tosto,  che l'Asino non sarebbe poi stato tanto  asino per morir di fame, essendo così  vicino all'alimento.E allora il professore  conchiudeva : Dunque o due pesi eguali  che sicontrabilanciano possono l'uno far  muovere l'altro, oppure quest' asino ha  il libero arbitrio al par dell' uomo.  Questo sillogismo non mancava mai di  imbarazzare e filosofi e teologi, sicchè  divenne celebre nelle scuole sotto l'ap pellativo dell'Asino di Buridan. Buffon (Giorgio Luigi conte di le  Clerc ) Nacque a Montban nelle Bor gogna nel 1707 e fu uno dei più rino mati naturalisti del suo tempo. Poco  amava Voltaire e punto gli enciclope disti; edicesi anche che non si mostrò  più nell'Accademiadicui era membro,  dopochè vi penetrarono iprincipii di  quella libera filosofia, che dominava i  dotti dei suoi tempi. Buffon molto ama va le apparenze, nè voleva parere irre ligioso. Lasua famacome filosofo ema terialista gli fu attribuita specialmente  in grazia della sua Storia naturale, il  primovolume dellaquale comparve nel  1749. In quest'opera si trovano, fram misti amolte esolide verità, non pochi  errori, e ipotesi ardite o strane, che più  nonconcordano con quelle dei moderni  cosmologi. Per esempio, egli vuole che  le acque del mare col flusso e riflusso  abbiano prodotto i monti (Vol.I. p. 181)  eche le correnti marine abbiano solcate  le valli. Matuttoché sia stato atorto ac cusato di esagerazione dai suoi contem poranei, bisogna pur confessare, ch'e gli, sebben confusamente, fu un dei  primi che abbiano indovinato la gran dissima azione che esercitano le acque  sulla esterna configurazione del globo.  Nel suo libro egli ebbe cura di dire che  quanto al Diluvio bisogna limitarsi a  saperne quanto ci apprendono i libri  sunti, e confessare che non ci è permesso  di saperne di più, e sopratutto guardarsi  bene di mischiare una cattiva fisica con  la purità di questi libri. Ma non valse  questa sommessione all' autorità della  Bibbia, per fargli perdonare certi prin cipii che quà e là nel suo libro sem bravano poco conformi all' ortodossia,  come p. e. questi: >  C  Cabala. Dottrina dei cabalisti che | Descrivere per punto e per segno que sta dottrina, non si può, giacchè la  cabala è mistero, o a dir meglio follia  e aberrazione, per la quale soltanto gli  si crede originaria dei Caldei, e passò  poi fra gli ebrei, e quindi fra gli stessi  cristiani dei primi secoli. In ebraico Ca bala significa tradizione, ed è la tra dizione dell' arte di conoscere le opera zioni degli spiriti edi spiegare l'essenza  delle cose col mezzo dei simboli, o con  la combinazione dei numeri o col ro vesciamento delle parole della scrittura.  antichi potevano sbizzarirsi a cercare la  occulta azione di certe parole efficaci  in cui si supponeva esistere una certa  potenza adirigere le sorti dell'umanità.  Da qui tutto lo studio sul vario modo  .  di combinare le lettere dell' alfabeto o i 112  CABANIS  numeri; ed è a credersi che tali pregiu dizi abbiano generato fra gli ebrei la  persuasione, che il nome di Jehova po tesse operare miracoli, d' onde il di vieto di pronunciarlo e l'uso invalso  fra i rabbini di cambiare i puntivocali,  onde il vero suono ai vulgari restasse  ignorato. Dai Caldei la Cabala passò  nella Grecia con Pitagora. Si sa che  questo filosofo, supponendo che i vari  rapporti dei numeri fra di loro fossero  immutabili, assoluti, volle che essi espri messero la legge dell' ordine e dell' ar monia dell' universo, la legge che diri geva ' Intelligenza suprema nelle sue  produzioni. Onde suppose che i numeri  esprimenti questi rapporti esercitassero  anche una certa influenza sulla Intelli *genza suprema, e la potessero determi nare a produrre certi effetti invece di  certi altri. Da quì la cabala numerica  della filosofia Pitagorica. Siffatta aberra zione nonpuò maravigliarci, poichèlapo tenzache si attribuiva acertisegni, acerte  parole, a certi colori o a certe sostanze  formavano il più serio argomento degli  studi degli antichi, e se ne trovano non  pochi esempi tra gli stessi cristiani.  Peres.Mersennoragionava cosi: >  Cataclisma. Il cataclisma è il  fondamento di una certa teoria geolo logica la quale grandemente si accor da con la teologia. Già nel medio evo  si erano scoperte nel seno della terra  delle conchiglie e degli ossami fos sili; ma si spiegava il fatto credendo  che le prime fossero opera fortuita  della natura, e attribuendo i secondi  agli avanzi di una supposta razza di  giganti, oppur agli scheletri degli ele fanti di Annibale. Fu solo nel 1580  che un tal Bernardo Bulissy osò dire  in Parigi, alla presenza di tutti i dot tori, che le conchiglie fossili erano  delle vere conchiglie state altra volta  deposte dal mare inquegli stessi luo ghi dove allora si trovavano; che veri  pesci eran quelli che avevano lasciata  nelle pietre l'impronta della loro figu ra, e arditamente sfidò tutti gli scola stici a combattere le sue prove. Ma  in qual guisa poteva il mare aver de posto quegli avanzi sul continente ?  Ecco il quesito che senz' altro procu rò di spiegare la teologia col suo di luvio di Noè. Poichè eziandio sui monti  trovavansi le conchiglie e l'impronta  dei pesci lasciata nelle pietre, non era  questa la più bella prova dell' univer salità del diluvio noetico? Non narra  forse la Genesi che in quel grande ca taclisma le acque del mare s' innalza rono fin quindici cubiti sopra le più  alte montagne ? Questa spiegazione  parve tanto ingegnosa e così piena di  evidenza, che nel secolo scorso uomi ni d'ingegno, come Reaumur e Jus sieu, e perfino increduli, come Bou langer, si credettero in dovere di  adottarla, modificandola solo in quan to dicevano, doversi il diluvio consi derare come un cataclisma naturale,  che le tradizioni religiose avevano poi,  o bene o male,inquadrato nelle sacre  leggende. Niuno per allora pensò ad  opporsi a questa opinione, la quale,  anche nel secolo nostro, trovò in Cu vier un potente e vigoroso propugna tore. Questo grande geologo, che per  molti riguardi può dirsi che sia il pa dre della paleontologia moderna, dopo  avere ben studiata e stabilita la in trinseca differenza dei vari strati geo CATACLISMA  logici della corteccia terrestre, dopo  di avere divinato colla sua scienza le  125  animali i cui avanzi si trovano sepolti  nei vari strati geologici della terra. Ma  forme dei grandi animali fossili, che  egli chiamò antidiluviani, cercò di  spiegare la successiva formazione di  questi strati con una serie di catacli smi, che in varie remotissime epoche  spensero la vita organica in sulla ter ra e riformarono la sua superficie.  >  Ma il decreto di Cuvier non val se a frenare lo spirito d'indagine on de erano invasi li scopritori. Cuvier  fu sconfitto. Non solo si trovarono  gran numero di ossami umani fossili,  ma gli stessi fossili animali furono  scoperti in gran numero, ed in terreni  geologici sì bene caratterizzati, da po tersi provare colla massima evidenza,  che queste creazioni non erano sparite  lerà chiaro all' intelligenza quando si  sappia tutta l'importanzadi quella tra sformazione, che si è introdotta nella  geologia, e perla quale la vecchia teo ria dei cataclismi, fu definitivamente  surrogata da quella delle cause at tuali.  Quali sono le cause attuali che noi  vediamo concorrere a modificare la su perficie del suolo? Per poca perspicacia  che abbia un osservatore, basta ch'egli  volga intorno uno sguardo ond' avve dersi che queste cause sono parecchie,  e che la loro azione è continua. L'a zione dell'acqua, dei venti, dei vulcani  e della vita organica,basterebbe da sola  a cambiare tutta la faccia della terra.  Negli strati inferiori non si trova alcuna  traccia di esseri organici, non già per chè quand' essi si formarono la vita  fosse spenta sulla terra, ma perché  non esistevano allora gli animali e le  conchiglie calcaree che soli avrebbero  potuto conservarsi. Le conchiglie mi croscopiche giàcominciano a mostrarsi  negli ultimi tempi di questo periodo e  le pietre di costruzione di Parigi non  constano d'altro che di conchiglie im percettibili insieme aggregate. Abbiam  dunque delle roccie costruite per la  per l'effetto di nessun cataclisma, ma  che si erano semplicemente trasformate | sola e lentissima azione della vita ani pel lungo volger dei secoli e per quella  legge che modifica la natura ad ogni  minuto. La somma di questi impercet tibili effetti, ha prodotte quelle pro fonde variazioni, che noi ora conside male!  Citansi ancora dai fautori dei cata clismi imassi erratici, come monumento  di una forza violenta che si rovesciò  riamo con occhio attonito, come il ri sultato di una immediata creazione. E  Alessandro Humboldt ben intravedeva  questa luminosa idea,dicendo che la for  mazione dei continenti attuali si è com piuta a poco a poco attraverso una  lunga serie di sollevamenti e di abbas samenti successivi ( Cosmos ).  No, non vi furono diluvi, nè grandi  e generali cataclismi sulla terra, e tut tavia la superficie di essa si è grande mente trasformata e si trasforma inces sulla terra. Nella valle di Worf lo  strato inferiore di lavagna è coperto  da uno strato di pietra calcarea, e un  centinaio di piedi più sopra si osser vano degli enormi massi di lavagna in  gran numero; altri massi si trovano  nella duna del Niemen, ed altri in al tre parti. Come si trovano essi in tali  paesi e qual forza ve li ha portati; e  sopratutto, in qual maniera essi si tro vano in gran parte posti sopra degli  altipiani, in luogo ove evidentemente  occorreva una forza grandissima per  trascinarveli ? Nessuna forza fuor di  santemente. A molti questa idea potrå  sembrare un paradosso, ma essa par- | quella d'una immensa corrente d' ac CATACLISMA  127  qua avrebbe potuto strappare questi | quest' azione preponderante; l'acqua vi  grandiosi massi dal vertice dei monti  per trainarli al piano o sopra altri  monti. Il Diluvio solo avrebbe potuto  ottenere cotali grandiosi risultati. Qual  finezza di ragionamento, quale indu strioso studio non pongono in opera i  fautori del cataclisma !  penetra e vi riempie le cavità; ov'essa  si congeli, tosto aumenta di volume e  fa spaccare laroccia. Tutti gli scoscen dimenti delle montagne sono cagionati  dal semplice ruscello che le corrode,  le limae le assedia da ogni parte. L'ac qua penetra nella terra, scava de' con dotti sotterranei, causa di gran numero  di disastri. La superficie terrestre so spesa per vastissimo tratto sopra un  lago sotterraneo, un bel giorno si rom Non si creda però che ai pervicaci  propugnatori delle cause attuali man chi la voce per rispondere.  Essi ragionano così: Il fondo delle  valli è ingombro di pietre rigate e sol cate pel continuo movimento dei ghiac ciai, i quali, sciogliendosi al fondo for- |di essi; la contrada si allaga ed av pe, i campi, le case, interi villaggi si  sprofondano nell'abisso scavato sotto  mano de' rivi e delle correnti, che a  lungo andare scavano la pietra. I ghiac ciai per conseguenza, sciogliendosi al  di sotto, corrodono la pietra e si sca vanounletto nel macigno. Ai bordi de valla.  Le onde del mare che s'infrangono  contro gli scogli, ne minano le fonda menta, frastagliano il macigno, formano  i seni ed i golfi ed inoltrano il marenel  positano i lapilli, che apoco apoco in- | continente.  grossano e coprono i fianchi promi nenti, quà e là corrosi dalle correnti.  Questi fianchi tondeggianti presentano  l'aspetto dei massi erratici, i quali poi  si trovano disposti lungo le valli nella  direzione istessa dei ghiacciai, e lascia nopensare che altra volta questi ghiac- bie che trasporta cotidianamente il Nilo  ciai scendessero più al basso e che i  così detti massi erratici ( che però non  In altre parti l'azione dell' acqua  compie un ufficio opposto. Trasportando  le sabbie che tiene disciolte, essa le de  posita sulle sponde del mare od alla  foce dei fiumi, ove col corso dei secoli  forma immensi tratti di terreno. Le sab sarebbero più erratici sotto questo ri guardo) ne costituissero i bordi. Fu  infatti calcolato che pochi anni simili  aquelli più freddi ed umidi dei no stri tempi, basterebbero a distendere i  ghiacciai fino alle linee dei massi er ratici.  La dottrina delle cause attuali, spie gatutti i fenomeni della natura in que sta guisa, e dalla sola azione delle for ze che ancora agiscono, fa con meravi gliosa semplicità scaturire tutte le più  grandi trasformazioni della terra. La  goccia d'acqua che batte sul macigno,  lo scava lentamente e per l'opera del  tempo forma un colossale lavoro. Le  correnti d'acqua sono le cause di mag gior trasformazione alla superficie ter restre. Le più durepietre, il basalto e  la pietra focaia, vanno pure soggette a  ne hanno invasa la foce, ed hanno for mato il Delta. La Lombardia fuun tem po palude, ed in tale stato sarebbe ri dotta inpochianni, ove l'uomo, con pian tagioni ed argini, non pensasse ad inca nalare le acque ed a dare ad esse uno  sfogo al mare.  In altri luoghi è il mare stesso che,  rigettando le sabbie alla spiaggia, resti tuisce al continente quei terreni che al trove gl' invola. L' Olanda ed i Paesi  Bassi sono terre che l'uomo ancora coi  suoi argini contrasta al mare. Le sab bie che la marea sempre respinge alla  spiaggia, ne ingrandiramo forse il ter reno, ma la potenza dei venti, terribili  nemici d'ogni vita organica, lor contra stano ad ogni passo lo sviluppo della  vita.  Chi non ha udito parlare con terrore  del lento e fatale cammino delle dune?  Il granello di sabbia che il mare 128  CATACLISMA  rigetta alla spiaggia è trasportato dal  vento sul continente. Là ingrossa, si fa  superficie, colle, promontorio, monte. Il  vento lo percuote coi suoi assalti, lo  mina alla superficie e ne spinge le sab bie più innanzi, ove si depositano e for mano un nuovo colle, alto talora 200  piedi e lungo parecchie leghe. Queste  montagne viventi figliano emoltiplicano,  s'arrotondano per la pioggia sui fianchi,  1  ۱  1875  si allargano alla base, si avvallano, ma  si inoltrano sempre!  Il contadino, il proprietario ne calco lano con sgomento il rapido corso. Una  solabufera le inoltra spesso di parecchi  metri. Basta un anno per avanzarle di  una lega! Oggi tocca i confini del mio  campo, del mio villaggio, e l'annopros simo del villaggio e del campo non re sterà che un deserto!  La Prussia, la Danimarca, l'Irlanda  etutte le coste del mar Baltico hanno  le lor dune. Nella Francia un tratto di  oltre duecento miglia di terreno, sulle  coste della Guascogna, è invaso dalle  dune. Un tempo inquelpaese sorgevano  città e castella, e quelle coste sulle quali  muta or s'infrange l'onda del mare, si  schiudevano alla navigazione ed al com mercio. A lato del mare oggi si è col locato un mar di sabbia, che il vento  agita e trasporta, frastaglia in valli e  spinge innanzi a contrastare il pane, la  vegetazione e la vita stessa dell'uomo.  Abbandonate a se stesse, in pochi secoli  le sabbie avrebbero coperta la Francia.  La Provvidenza distruggeva l'opera delle  sue mani! Ma un uomo eminente, un  genio, come sempre deriso, volle com batterela natura, non più colla preghie ra, ma colle forze della natura stessa.  Dio vede e provvede, dicevano i nostri  antichi. Ma le dune s'inoltravano sempre.  L'ingegnere Brémontier vide e previde  da se stesso. E le dune si fermarono.  Semi di pini e di ginestri furono sparsi  in quelle lande inospite. Essi gettarono  le radici, produssero le piante e rallen tarono, se non vinsero del tutto, il corso  delle dune. Forse fra qualche secolo i  nostri nipoti invano andranno in cerca  delle dune. Lå ove sorgeva l'elemento  più distruttore della vita vegetale, essí  non troveranno che terreni solidi, coperti  dai boschi. Anche le sabbie col tempo si  cristallizzano e formano sodi terreni.  Sulle coste dell'Irlanda l'ignoranza  produsse invece un effetto opposto. Nelle  dunediquel paese esisteva ungiunco ab bastanza alto per contenere le sabbie. Gli  abitanti ne tagliarono il fusto per loro  uso. Nel 1697 tutta la contea, di venti  leghe quadrate, fu devastata, e al posto  di un fertile paese, ove sorgevano case  e castella, oggi non si vede che un  cimitero di sabbia. Gli scavi fatti e le  inscrizioni trovate provano la passata  prosperitàdi quella contrada.  L'opera trasformatrice del mare si  esercita sopra una grandissima estensione  di terreno. Il Baltico si ritira lentamente  dalle coste della Svezia ed invade invece  il litorale della Prussia. Una parte del  litorale della Pomerania è scoperto, e  laddove li antichi storici ci segnavano il  porto di Vineta, ora s'infrangono le  onde marine. Aigues-mortes fu invece  già porto di mare, ove nel 1248 Luigi  IX s'imbarcò per la crociata; ora dista  cinque chilometri dal lido. Altrettanto  distano gli antichi porti italiani di Ra venna ed Adria, mentre invece le rovine  del tempio di Serapide aNapoli, che era  stato fondato nell'ultimo secolo dell' era  antica a dodici piedi di altezza sul li vello del mare, è ora con tutta la base  immerso nelle acque.  D'altra parte nel seno stesso delle  arque giace un elemento potentissimo  per la costruzione delle terre. Il polipo  del corallo lavora incessantemente a co struire nel fondo del mare dei monti,  che man mano si innalzano e spesso  raggiungono la superficie. Ove sorga  uno scoglio sottomarino, il polipo vi si  attacca e moltiplica , formando degli  immensi banchi di pietra. Nelmezzo del  grande Oceano le isole di corallo si  contano a migliaia. Qualche volta spro fondano, perchè esse si allargano intorno CATACLISMA  allo scoglio verso la superficie del mare,  e mancano di base all' ingiro. Ma le  materie precipitate all' intorno allargano  questa base, sulla quale ilpolipo ripren de il suo infaticabile e secolare lavoro.  Le pareti raggiungono ancora la super ficie dell' acqua, e l'isola si ricostruisce  ancor più solida e più grande.  Allora suquesto nuovo terreno, sorto  comeper incanto inmezzo ai flutti, senza  che l'uomo vi semini o che Dio vi crei,  nascono spontaneamente alla superficie  dei licheni bianchi, i quali ben presto si  trasformano in licheni gialli e di una  129  tratto e che per l'effetto di questi scon volgimenti, le acque del mare innalzan dosi sopra l' ordinario livello, in gran dissima copia si rovesciassero sui conti nenti, ove avrebbero prodotti tutti gli  effetti che al Diluvio si attribuiscono.Ma  èben strano, dice ilgeologo inglese Carlo  Lyell, che coloro i quali sogliono eser citare la loro immaginazione sopra cosi fatta supposizione, non abbiano addrit tura attribuiti questi effetti alla imme diata trasformazione di tutto il letto del l'Oceano in un'alto fondo. Avvegnache  specie più forte.  Il lichene, per chi nol sa, appartiene  alle più infime specie vegetali, alla fami glia delle crittogame, e nascespontanea mente sui muri e sul sasso, che spesso  ricopre d' un verde giallognolo. Dovrem mo quasi pensare, che esso costituisce il  primo tipo della vita vegetale, come il  polipo è il primo delregno animale. Nel  mezzo dell' Oceano questi due regni si  confondono e iniziano la materia allavita  organica, come seivi ilmondo fosse nato  ieri. L' anno susseguente alla loro na scita, questi licheni muojono sul corallo  che li iniziò alla vita, ma essi lasciano  una grande eredità per la vegetazione  futura. La superficie pietrosa del corallo  s'è ricoperta di uno strato di terra, sot tile ancora, ma sufficente a nuovavege tazione, e il navigatore chepasserà nel  I' anno successivo in quei paraggi, vedrà  crescere il musco; l'isola sarà verdeg giante. Chi ci assicura che fra due lustri  nonvi possano crescere gli arbusti, e fra  dieci secoli la foresta vergine ? Qui la  generazionesi è prodotta spontaneamente;  il dito del creatore qui non si scorge; ep pure la vita nasce e si riproduce!  Diciamo pure che tutte queste cause,  se spiegano assai bene la formazione di  nuovi terreni e di nuovi continenti, non  spiegano però la formazione delle catene  deimonti che solcano tuttala superficie  del globo. L'antica geologia spiegava  l'azione dei diluvi ammettendo che que ste catene si fossero sollevate d' un  facilmente s' intenda da chicchessia, chè  il sollevamento dei monti non avrebbe  avuto altro risultato che quello di spo stare una certa quantità d'aria atmosfe rica, mentre il sollevamento del fondo  del mare potrebbe spostare una conside revole quantità d'acqua. D'altronde, biso gnaben convenire, che se la teoria dei  cataclismi nettuniani non è verosimile,  quella dei cataclismi plutonici non è più  vera dell'altra. Lyell ha troppo ben di mostrato quanto siafalsa la supposizione  chenei tempi antichi l'azione ignea nel l'interno del globo si esercitasse con  maggiore intensità. I grandiosi effetti che  noi oggi supponiamo prodotti da una  straordinaria azione del fuoco, possono  tutti spiegarsi con una serie lenta e suc cessiva di eruzioni vulcaniche, di terre moti succedentisi in un lungo periodo di  tempo, come vediamo che tuttodi avvie ne in molte contrade. Lacontinuità delle  eruzioni in unlunghissimo spaziodi tem po può produrre, a cagione della lava  vomitata, dei nuovi monti. Oltredichě  l'osservazione ha rivelato alla geologia  moderna, che non solo possono per la  lenta azione del calore centrale sollevarsi  imonti apoco a poco e quasi impercet tibilmente, ma anche subire, per le sole  forze attuali, delle grandi variazioni nel  loro livello. Per esempio, la Svezia, la  costa occidentale dell'America del Sud e  certi arcipelaghi dell' Oceano Pacifico  provano un movimento lento e insensi bile di innalzamento, mentre che altre  regioni, come la Groenlandia, diverse  9  . 130  CATACLISMA  parti del Mar Pacifico e dell'Oceano In diano che contengono molte isole di co rallo, provano un movimento contrario | superficie, basta supporre all' ovest di  esi abbassano gradualmente. Certo, si Mendoza una zona di movimento più  4,900 metri incirca. Ora, per spiegare la  causadelleprincipali ineguaglianze della  può dire che non vi è alcuna analogia forte e all'est invece una forza sempre  tra il sollevamento di grandi tratti di più decrescente, a misura che si avvicina  terreno, e la formazione delle catene di all' Atlantico. In una parola, basta am monti, ma ogni discordanza anche sopra mettere che la regione delle Ande sia  questo punto può essere ridotta a con- stata innalzata di metri 1. 22, mentre i  formità col solo soccorso delle cause at- Pampas presso Mendoza nell' egual pe tuali. Vi sono, dice Lyell, delle catene riodo di tempo subirono un sollevamento  considerevoli, come le Ande, nelle quali di tre decimetri e le coste dell'Atlantico  l' azione dei vulcani e dei terremoti si soltanto di 25 millimetri. Che se noi  manifesta con una grande energia, se- ammettiamo queste cifre come rappre guendo certe linee determinate. D' al- sentanti il lento innalzamento del suolo  tra parte, osservasi che l'azione di que- nelle varie parti di quellaregione e nello  sti fenomeni si propaga intorno intorno spazio di un secolo, capiremo facil conunaintensitàdecrescente. Ciò posto, si mente come, dopo un periodo di 300,000  capisce cheseunainteraregionedelglobo anni, questa lenta azione, impercettibile  va lentamente innalzandosi nel corso dei ❘ ai contemporanei, abbia potuto produrre  secoli, questo innalzamento non sarà e guale in tutti i suoi punti; ma se agli  estremi lembi del terreno soggetto alla  minima azione vulcanica, potrà aversi  l'innalzamento, poniamo, di un piede in  un secolo, sulla linea centrale dove l'a zione vulcanica è maggiore, l' innalza mento potrà essere cinque o dieci volte  tanto. Diguisachè in capo a molti secoli  la sproporzione nella rapidità dell'emer sione deve infine generare quelle grandi  differenze di livello nei terreni, che tanto  c'impongono, e che noisiamo inclinati a  considerare come l'effetto di una subita  emersione. Chi corre l' America dal l'Atlantico al mar Pacifico seguendo una  linea che passa per Mendoza, attraversa  una pianura di 800miglia di estensione,  la cui parte orientale nonèemersa dalle  acque da molto tempo. Verso l'Atlantico  la pendenza dapprima è insensibile, poi  si fa più aspra, finchè arrivando aMen doza il viaggiatore trova di aver rag giunto quasi insensibilmente una altezza  le strane ineguaglianze che ora notiamo.  Ora, 3000 secolinonsono gran cosa per  un periodo geologico, e se riflettiamo che  in Europa è stato riconosciuto, che al  capo Nord il suolo si innalza di metri 1.  5in ogni secolo; chepiù lungi, verso il  Sud, il movimento non è che di 3 deci metri ; a Stoccolma di76millimetri sol tanto, e che più oltre cessa interamente,  non avremo difficoltà ad ammettere, che  in unlungoperiododitempo le forze at tuali della terra non possano produrre e  non vadano tuttodi producendo quelle  stesse disuguaglianze di livello, che si  sono già prodotte nei tempi andati. Gli  effetti ultimi delle due teorie sono sempre  identici; sol differiscono nella durata, bre vissima per la teoria dei cataclismi, lun ghissima invece per quella delle cause  attuali. Piuttosto che ammettere un ro vesciamento improvviso delle acque sui  continenti, quest' ultima teoria riconosce  che i continenti furonoper un tempo in calcolabile sommersi sottole acque. Una  carta geologicadell'Europa pubblicata da  di oltre 1200 metri. Là immediatamante  incomincia la regione montagnosa, la | Carlo Lyell, sulle traccie delle notizie  quale, da Mendozafinoallerive del Pa cifico, presenta una superficie di 120  miglia in lunghezza; e l'altezza media  della catona principale è da 4,600, a  geologiche ottenute, mostra che dopo il  periodo terziario due terzi dell' Europa  restarono sommersi nelle acque. L'Adria tico invadeva la Lombardia e il Veneto;  : CATACLISMA  le maremmee lacampagnaromana era nopure sommerse; sommersa era quasi  tutta laGermania e laRussia, e laFran cia e l'Inghilterra erano intersecate da  mari. Leprovediquesta sommersione si  fondano sul fatto, che i luoghi indicati  come sommersi sono attualmente coperti  dadepositi contenenti gli avanzi fossili  di animali, i quali non possono essere  vissuti altrimenti che sotto le acque; ma  131  secoli. Nel primo caso avremmo un ca taclisma, il paese sarebbe privato dei  suoi abitanti, e la superficie del suolo  non presenterebbe altro che un am masso di rovine; nel secondo la vita e  la vegetazione continuerebbero a sus sistere e andrebbero man mano gua dagnando anche i terreni novellamente  l'emersione di queste terre è stata certa mente così lenta, come lento è l'innal zamento attuale di altre terre. Donati,  emersi. Ma l'osservazione non ci lascia  alcun dubbio nella scelta di queste  due ipotesi. Ciò che succede nel Chill  ed altrove, ci spiega con troppa evi denza che la violenza delle convulsioni  del globo non è continua, è lenta e  che, come ben dice Lyell « il solle esplorando il lettodel mareAdriatico,ha  trovato che esiste la piùgrande analo gia,fra gli strati che vi si stanno for mando e quelli che costituiscono la | gionato da molte scosse di intensità  mediocre, piuttosto che da un piccolo  numerodiconvulsioni violenti. » ( Prin vamento delle catene dei monti è ca->  maggior parte dei monti d'Italia. Egli  ha eziandio riconosciuto che certi te cipii di Geologia T. I. c. XII.)  stacei viventi nell' Adriatico erano ag gruppati insieme, precisamente come lo  sono negli strati terrestri i loro fossili  analoghi, e che alcune conchiglie re centi dell' Adriatico cominciavano ade- | la terra ? No; anoi non occorre che del  Abbiamo noidunque bisogno di cata clismi, di diluvi, di creazioni ab nihilo  per spiegarci tutte queste evoluzioni del porsi nei letti di materia calcarea, men tre altre già si trovavano nascoste nei  lettidi sabbia e di argilla, come lo  sono le conchiglie fossili dei colli Sub appennini. Noi dunque sappiamo che  nuovi depositi, nuovi terreni, nuovi  monti si vanno formando nel fondo del  tempo; e il tempo dura infinito. Il tem po trasforma in terreno sodo il gra nello di sabbia; il tempo spianai monti  ecolma le valli, trasforma il minerale  in vegetale e in animale; il tempo, infi ne, trasforma le specie, le uccide e le  crea. Avvegnacchè ciò che la geologia  ha provato nella trasformazione dei ter mare e dei laghi, e che un giorno e mergeranno dalle acque e costituiran- | reni, Darwin ha dimostrato nella tra sformazione delle specie. Nella natura  non si fanno salti: tutto procede lenta mente, successivamente, e quelle specie  estinte che a Cuvier non parvero spie no i nuovi continenti. Manoi possiamo  essere ancor sicuri che questa emer sione si va tuttodi operando per l'ef fetto stesso dell' innalzamento del lit torale adriatico, e che perciò non è  nè più celere, nè più violentadi quella  che press' a pocosi osserva in tutte le  altre regioni del globo. Si sa che in  ogni terremoto la costa del Chill si e leva dicirca tre piedi sopra una esten zione di ben cento miglia, e si è cal colato che duemila colpi di ugual vio lenzaprodurrebberouna catenadimonti  di 100 miglia di lunghezza e di 1800  metri di altezza. Or si tratta di sapere  se questi 2000 colpi succederanno in  un secolo o in un lungo periodo di  gabili senza ' azione violenta dei cata clismi, il Darwinismo (v. questo nome)  oggi le addita come un semplice e ne  cessario effetto dell'elezione naturale e  delle mutate condizioni della vita.  Tal'è la teoria delle cause  attuali,  che la scienza moderna ha tanto felice mente opposta a quella dei cataclismi.  Oltredichè questa teoria ha ilmerito  di una grandissima naturalezza, soddisfa  anche a un bisogno della filosofia speri mentale, siccome quella che procede col  metodo induttivo,dal noto all' ignoto, e 132  CATALESSIA  colle cause attuali e presenti spiega la  successione dei fenomeni dei tempi an dati. Nulla, infatti, sembra più logico che  lo studiare i terreni che sono in via di  formazione, per poi farsi unagiusta idea  dei processi che la natura ha impiegati  nella formazione dei terreni delle altre età.  In questa maniera noi ci spieghiamo  facilmente le irregolarità, le anomalie,  le imperfezioni stesse della terra. Ma se  questa è la creazione di una potenza  perfettissima e provvidenziale, con qua le idea la riguarderemo noi ?  È coerente alle viste di una provvi denza il creare ciò che deve esseredi strutto ? Perchè il mare invade le coste  e altrove le lascia a secco? Perchè le  dune isteriliscono inostri terreni, e per chè le acque abbandonate a se stesse  minerebbero il continente ? A qual fine  Iddio ha create tante specie di animali  che non dovevano nemmeno essere ve dute dall' uomo, e perchè ha fatta egli  succedere una serie di cataclismi per poi  estinguere l' opera delle sue mani? Si  era egli ingannato, s' era pentito di un  errore, oppure era egli impotente a  produrre opera perfetta ? Ecco delle do mande che resteranno mai sempre sen za risposta.  Catalessia. Stato patologico nel  quale il sistema nervoso centrale che  presiede ai movimenti volontari e rifles si, non ha azione sui nervi, e tutto il  corpo perde la mobilità, senza che vi sia  lesione alcuna negli organi. Durante que sto stato il malato perde il sentimento  e ' intelligenza, ma la persistenza della  circolazione e della respirazione e quindi  l'integrità del sistema muscolare lo di  bediscono a una volontà esteriore, poi chè si può comunicare ai, muscoli delle  membra, dei diti della mano, delle pal pebre, delle labbra e delle gote, un grado  di contrazione o di rilassamento, che il  malato non potrebbe ottenere egli stesso  volontariamente nello stato di sanità, a  meno che non vi si fosse preparato con  un lungo esercizio. I cambiamenti di at titudine, non sono egualmente facili per  tutti i malati, e talora le membra pren dono una vera rigidezza nella situazione  in cui son messe. Il carattere essenziale  dello stato catalettico dei muscoli , il  quale si distinguerà sempre dallo stato  convulsivo propriamente detto, è la pos "sibilità di dare alle membra ogni sorta  di attitudini, nelle quali esse restano im mobili, senza che il malato possa modi ficare volontariamente o involontaria mente questi atteggiamenti ». La Cata lessia, dice il dott. Pinel attacca più spe cialmente gli individui di costituzione  sensibile e melanconica, quelli che hanno  l'abitudine del ritiro e della meditazione,  sopraggiunge spesso dopo le affezioni  morali assai vive, le contenzioni di spi rito, gli eccessi di lavoro, e può essere  anche generata della presenza di vermi  negli intestini.  Il Dictionnaire de médicine di  Littrè narra pure, e non so sull' au torità di chi, che in molti casi il ma lato durante la catalessia non perde nè  il sentimento, nè l' intelligenza, molto  chiaramente intende ciò che si dice in torno a lui, sente vivamente le punture  ele ferite che gli sono fatte, e ciò mal grado non gli è possibile di fare alcuno  sforzo permuoversi operparlare. Isolato  in mezzo al mondo che lo circonda, egli  stinguono dalla sincope e dall' asfissia.  Oltre aciò, nellacatalessi le membra han- sente il male che gli si fa, percepisce  no la singolare proprietà di conservare  le posizioni in cui si mettono. « I cam il suono, la luce, il solletico, ma nè egli  può muoversi, nè queste sensazioni, siano  biamenti di attitudine e di posizione, di cono Littrè e Robin, si eseguiscono sen za resistenza, come se la volontà vipre siedesse; anzi, più spesso sarebbe impos sibile ai muscoli di obbedire alla volontà  di colui cui appartengono, come essi ob pur esse dolorose, riescono a deter minare sul suo corpo alcun movimento  volontario o riflesso, ondechè, in man canza d' ogni espressione del sentimento,  dubitasi ognora s' egli senta. Convien  tuttavolta accettare con molte riserve CATALESSIA  133  queste conclusioni, inquantochè quan- | speciale intensità sopra MaddalenaMun tunquegli annali dellamedicinaricordino dol, l'eroina del dramma di Gaufridi,  molti casidi catalessia, essi non si produ- come risulta dal racconto dell' inquisi cono però cosi di sovente perchè la fre- tore Michaëlis:  le  nella contea di Hoorn, presentarono i fece tanto distendere le gambe in tra più strani accidenti nervosi. Tormentate verso, ch' ella col perineo toccava il suolo,  da incessanti allucinazioni e da spasimi ementr' era in tal postura le fece te convulsivi violentissimi, esse cadevano su- nere il tronco del corpo dritto e giun bitaneamente supine, prive dell' uso della gere le mani ». Eguali fenomeni nella  parola, e così restavano stese al suolo neurosi epidemica delle religiosedel mo morte le braccia e le gambe rovesciate ». nastero di S. Elisabetta di Louviers. Per  Una epidemia consimile perdurò durante quanto ne dice Besroger, la maggior  dieci anni fra le religiose del monastero parte di queste religiose restava immo di S. Brigida. Spesso durante i divini bile durante un' ora, nelle più strane e  uffici, nel coro, esse cadevano rovesciate insolite posizioni. « Una di esse si è tro in gran disordine. Nel 1610 le figlie di vata assai spesso tutta ripiegata in cer S. Orsola d' Aix presentarono i più com- chio, la testa contro i piedi fin sulla  plessi sintomi di isterismo, demonopatia bocca, e il ventre in arco... Un' altra  ecatalessia, iquali si manifestaronocon restava col corpoin aria, lebraccia stese 134  CATALESSIA  e ricurve indietro, la testarovesciata fin | dottor Pinel nella suaNosographie phi sulle reni, i piedi e le gambe pure get tati indietro e presso la testa, senza  losophique, ou la métode de ' analyse  che i ginocchi, le coscie, il ventre, lo  stomaco, nè altra parte del corpo toc cassero il suolo, salvo il fianco sinistro.>>>  Eguali fenomeni furono osservati nel  1662 in un convento della città d' Au xonne, e verso il 1673 una epidemia  istero-catalettica, descritta da Kniper,  fu osservata nell' ospizio degli orfani di  Hoorn. Alcuni di questi malati dive nivano tanto irrigiditi, che presi sol per  la testa o i piedi si poteva portarli ove  si voleva, e rimanevano inquesto stato  parecchie ore. Numerosi esempi di esta si catalettica furono offerti dagli anabat tisti nel 1586. Spesso li si vedeva cade re a terra come morti, e pochi anni  dopo i profeti delle Çevennes presen tarono gli stessi fenomeni »(vedi CAMI SARDI). Fra lestrane crisi prodotte sul la tomba del diacono Paris dal 1731 al  1740, vi era pure il così detto stato di  morte, così descritto da Carrè de Mont geron. «Aleuni convulsionari sono ri appliquée a la medicine. « Tissot, dice  quest'autore, traccia l'osservazione di una  donna che i gran dispiaceri gettarono  nello stato catalettico: la si trovò sedu ta, immobile, cogli occhi brillanti e fissi  in alto,le palpebre aperte e senza movi mento,le bracciaalzatee le mani giunte;  il suo viso, dapprimatristo e pallido, era  più colorito, più gaio, più grazioso del  solito; essa aveva la respirazione libera  ed eguale, il polso lento e naturale, le  membra flessibili, leggere; si poteva dar  loro la posizione che si voleva ed ella  così le conservava;lesi abbassò il mento,  e la sua bocca restò aperta; le si alzò  unbraccio, poi l'altro e non ricadeva no; li si rivolgevano indietro e si innal zavano tanto alto che un uomo anche  fra i più forti non li avrebbe potuti te  nere lungamente in quella posizione: ep pur vi rimanevano finchè non n'erano  rimossi. La si coricò per fare sulle sue  gambe le stesse prove e la malata fu  sempre come una molle cera cheprende  masti per lo spazio di due e fin tre  giorni di seguito senza alcun movimen to, cogli occhi aperti, pallido il viso, il❘ all' ultima. Il suo corpo,quantunque in successivamente tutte le figure che le  sono date, e s' attiene con perseveranza  corpo insensibile, immobile e rigido co me quello di un morto. » (V. CONVUL SIONARI).  Chi ammettessetutti questi fattiche il  Dictionnaire Encyclopedique des scien ces Médicales cita siccome veri, darebbe  prova di poco senno. Laddove il fanati smo religioso o l'interesse di casta co stituiscono i moventi delle azioni uma ne, come succede nella maggior parte  dei casi menzionati, non è rado che il  ciarlatanismo e la frode abbiano una  parte grandissima. Per altro, tutti quei  fatti non ci è lecito negare, e senza  grave rischio possiamo anche credere,  che in granparte siano veri; tanto più  che in nessun d' essi vediamo verificarsi  la condizione ammessa da Littrè e Ro bin, che il malato nello stato di cata lessi conservi la coscienza e la sensibi  lità, condizione nemmen supposta dal  clinato, conservava sempre e costante mente uno stesso equilibrio. Questa don na pareva insensibile, la si scuoteva, la  si pizzicava, la și tormentava, le simet teva sotto i piedi uno scaldino di fuoco,  le si gridava all' orecchio che guadagne rebre il suo processo, senza ch' essa dasse  alcun segno di vita. In questo stato durd  da tre a quattro ore, finchè ridestatasi  si mise a parlare sul suo processo con  molta giustezza, e senza pure avvedersi  dei tormenti che le erano stati inflitti  durante l'accesso ». Il dottor Linas cita  pure dei casi nei quali gli ammalati sor presi da catalessi nelmezzo di una frase,  nell' atto di risvegliarsi dopo parecchie  ore seguivano il loro discorso e compie vano la frase incominciata.  È facile vedere che lacatalessia, sic come i sogni e il sonnambulismo, può  interessare la psicologia. Domandasi in 1 CATEGORIE  fatti che cosa avvenga dell' anima spi rituale mentre si è in questo stato. Ri mansi ella forse imprigionata nel ce rebro pronta a continuare il pensiero  interrotto dalla crisi? Se il corpo fun ziona regolarmente, selavita vegetativa  non è guari interrotta, se nessuna le sione si verifica negli organi sensori,  nonèegli più ovvio pensare che una  causa meramente patologica toglie al  135  schiosa capace di legare od'imbarazzare  gli spiriti animali. In tal maniera que sti signori, piuttosto che confessare la  loro ignoranza, preferivano congelare,  coagularé, legare e invischiare gli spiriti  animali. Strana e singolare idea che essi  avevano dello spirito!  Catari, ossia Puri. Nomeche si at tribuivano i Montanisti, iManichei, iNo vaziani e gli Albigesi.  cervello ogni attitudine a ricevere le  sensazioni o a trasmettere l' impulso ai  nervi motori , anzichè ammettere che  l'anima, per una qualsiasi causa fisica,  abbia perduto ' attitudine a pensare ed  asentire? Ma poniamo pure il caso in  cui il catalettico perda la facoltà di  muoversi e conservi quella di sentire ;  sarà per questo maggiormente provata  l'esistenza di uno spirito? È ormai ac certato che i nervi del movimento sono  diversi da quelli della sensazione, (vedi  SENSAZIONE) dimanierachè non è affatto  straordinario, che unacausa fisica possa  interrompere lacomunicazione fra il cen tro nervoso e gli organi del movimento  elasciare intatti invece i conduttori della  sensazione. Ciò s'intende e si spiega fa cilmente senza bisogno di supporre un  substrato immateriale, ilquale, in findei  conti, non spiegherebbe nulla, e rende rebbe anzi il fenomeno ancor più miste Categorie. Voce greca, la quale  originariamente significava accusa, e che  Aristotile pel primo applicò adefinire le  più grandi e generali divisioni, le divi sioni, diremo così, cardinali, delle cose  naturali e dello scibile umano. I Padar tha di Kanada, filosofo indiano, sono le  prime categorie, ossia le prime classifi cazioni filosofiche che si conoscano, e  Colebrooke le fa ascendere a sei: la  sostanza, la qualità, l'azione, il comune,  il proprio e la relazione. Una settima  categoria era la negazione di tutte le  qualità precedenti; il nulla.  Le categorie dei pitagorici menzio nate nel 1º libro della Metafisica d' Ari stotile, sono in numero di dieci, cioè :  L'infinito, e il finito; il dispari e il pari,  l'unità e la pluralità; la diritta e la si nistra; il maschio e la femmina; il ri | poso e il movimento; il diritto e il  curvo; la luce e le tenebre; il bene e il  male; il quadrato e tutte le figure irre golari. Classificazione men esatta di que sta non potrebbe darsi,imperocchè consi derai contraricomeprincipj cardinalidelle  rioso e strano, inquantochè la catalessia  potendo anche essere prodotta artificial mente con mezzi esterni (v. IPNOTISMO)  ne deriverebbe questo assurdo, che l'a nima si accende e si spegne con mezzi  materiali, cosa d'altronde, che si osserva  sempre nell' anestesia fatta con l'etere  e il cloroformio e in tutti gli effetti pro dotti dai narcotici. Ma nonostante que st'evidenza non è adirsi quanto almanac carono i medici spiritualisti per spiegare | luminoso, le tenebre non rappresentano  questa malattia, che Schilling, Senvert,  Plater, e Sylvius attribuivano alla con gelazione o alla coagulazione degli spi riti animali; Hoffmann aun ingorgo di  fluido vitale risultante dalle contrazioni  delle fibre nervose, e Baron a una so vrabbondanza di materia grassa, e vi cose. Or si sa che i contrari solitamente  si escludono, non esprimonopropriamente  idee diverse, ma la cosa stessa concepita,  nell'uno come esistente nell' altro come  non esistente. Così, ad esempio, se la  luce rappresenta la presenza del fluido  una sostanza diversa, ma sol l'assenza  di questo fluido. Crearedunque la nega zione della cosa come una qualità cardi nale della cosa stessa, è un controsenso.  Dieci son pure le categorie di Ari stotile, e non molto dissimili da quelle di  Kanada; cioè: la sostanza, la quantità,la 136  CATTANEO  relazione, la qualità, il luogo, il tempo,  la situazione, la maniera d' essere, l'a zione e la passione. Queste categorie  sonpiù logiche e piùfondate di quelledei  Pitagorici, ma non le direm perciò per fette. Certo, ogni cosa che esista biso gna che cada sotto quelle divisioni, ma  rappresentano poi esse delle divisioni  vere, assolute, intrinsecamente diverse fra  di loro? Per es: il tempo e illuogo, non  rientrano ancora nella categoria della re lazione? Il luogo e il tempo , non sono  lo stesso della situazione? La categoria  del modo d'essere non contiene implici tamente tutte le categorie precedenti? Or  che valore hanno queste divisioni se esse  non sono infine che la ripetizione di una  stessa idea?  Abbiamo infine le categorie di Kant  ben diverse da tutte le precedenti, in quantochè questo filosofo dubitando della  realità obbiettiva, doveva necessariamente  cercare nella pura subbiettività del giu dizio i principii cardinali delle cose. La  sensibilità, secondo Kant, ha due forme  primordiali: il tempo e lo spazio; e l'in tendimento ha diverse specie di giudizi,  vale a dire: generali, particolari, indivi duali, affermativi, negativi, limitativi, ca tegorici, ipotetici. Aquesti giudizi corri spondono le categorie di unità, plurali tà, affermazione, negazione, i quali poi  si suddividono simmetricamente tre per  essendo nella idea assoluta, concreta, es sa non può sortire da questo stato che  per una contraddizione intima, la qual  diviene la causa di unadivisione, di una  diremption. D'onde il bisogno della con ciliazione e del ritorno all'unità; poi di rempzione nuova e nuova conciliazione, e  così indefinitamente, fino all'ultimo ter mine dell'evoluzione. La dialettica specu lativa o immanente, procede con un mo vimento che si compieintre tempi. Dap prima vi è la tesi o la posizione, l' idea  in sè, in potenza, allo stato d'involuzio ne; poi l' antitesi, la negazione, l' idea  per sè, l'idea realizzata, allo stato d'evo luzione; infine la sintesi, la negazione  della negazione con un risultato positi vo, l'idea in sè e per sè ritornata a sè  stessa.>>>  Cattaneo (Carlo) Nacque aMilano  il 15 giugno 1801, fu allievo di Roma gnosi, professore di rettorica e due volte  deputato, senza che i suoi principii gli  permettessero di varcare la soglia delia  Camera. Ritrattosi a Castagnola, borgata  della Svizzera poco discosta da Lugano,  morì nella notte dal 5 al 6 febbraio del  1869, dopo aver respinto dal suo letto l'intervento del prete.- Voi sapete che  io e voi non siamo della stessa opinione.  Tali furono le ultime parole che  diresse a cui credendo di vincerlo in  quel grandissimo momento che ci divide  tre e così di seguito. In tal guisa Kant| dall'ignoto, gli consigliava il linguaggio  è riuscito a formare una di quella lun ghissime e confusissime tavole, che tutti  i filosofi più o meno speculativi ebbero  il ghiribizzo di redigere ciascuno a loro  modo, senza che mai alcuno li abbia in tesi. Anche Hegel cred certe sue divisioni  di tutte le cose sensibili e intellettuali,  le quali hanno molta analogia con le ca tegorie. Se non che, anche queste di visioni, come tutte le idee di questo fi losofo, sono siffattamente intricate in una  confusa e oscurissima fraseologia, che  può ben dirsi fortunato chi riesce a ca varne qualche idea precisa. Ecco come  le spiega il professor I. Wilm, ispettore  dell' Accademia di Strasburgo: « Tutto  della superstizione e della fede, gli con sigliava l'apostasia del suo passato. La  vita di Carlo Cattaneo è la vita mili tante del pensatore. Ingegno profondo e  sagace, egli sfiorò quasi tutti i rami  dello scibile; ma i suoi scritti, dettati  come il bisogno e l'opportunitàdella di scussione richiedevano, vanno dispersi e  dimenticati tosto che la brama di leg gerli è saziata. Di lui abbiamo una Sto ria dell'insurrezione del 1848 e Alcuni  Scritti raccolti in tre volumi, nei quali  troviamo una eccellentissima monografia  sullo Stato presente dell' Irlanda, che fu  molto lodata e che meriterebbe tutta  l'attenzione del governo inglese. In un CATTANEO  articolo inserito nel Politecnico, rivista  scientifica che il Cattaneo fondò a Mila no ediresse per molti anni, egli annun ciò e propugnò quell'abolizione degli e serciti stanziali, che poi doveva essere  proclamata parecchi anni doponel Con gresso della Pace e della Libertà. » Il  nostro ideale, scriveva nel 1861, è che  la generazione in Italia debba crescere  tutta iniziata alle libere armi come ai  liberi pensieri; e che ogniqualvolta scen 137  mo quella incertezza che necessariamente  devono attribuirgli coloro che li consi derano come una semplice illusione. Di scostasi quindi, e profondamente, dalcri ticismo Kantiano, il quale ai fenomeni  dà un carattere puramente subbiettivo :  per lui essi sono un fatto obbiettivo,  reale, l'azione di forze eternamente, ne cessariamente agenti; quindi la quiete e  l'inerzia sono condizioni impossibili nel da sull' orizzonte della patria una nube  di pericolo, debba dal seno di tutti i po poli italiani accorrere a gara un' eletta  di volontarii e scriversi inlegioni mobili>>>  Carlo Cattaneo è enciclopedico, e però  il suo nome doveva passare in retaggio  anche alla filosofia; ma delle sue idee  filosofiche solo quel tanto sappiamo, che  egli insegnò oralmente nel suo Corso di  Filosofia insegnato nel Liceo di Luga no. E basta quel poco per farci inten dere com'egli profondamente dissentisse  da quell' idealismo mazziniano al quale  stortamente molti lo credettero fedele.  Consente con Locke e Condillac che nes  suna idea è innata innoi; per altro tro va che le ricerche intorno all' origine  delle nostre idee elementari e primitive  è sterile di frutti, nè ci conduce a scopi  pratici: fors'egli non pensava che fu in  grazia di questi studii, che l'ontologia| tangibile. Certo, più deplorevole confu l'universo.  Fin qui la filosofia di Carlo Cattaneo  è coerente; ma, un difetto logico si ri vela tosto ch'egli trovasi d'innanzi alla  necessità di affermare l' origine primor diale e il principio delle cose. Dopo di  essersi così bene opposto all'idealismo di  Berkeley e di Collier, i quali negavano  ogni realtà obbiettiva nel mondo, egli,  conmolta inconseguenza e senza pure  avvedersi, cade nel medesimo eccesso,  avvegnachè affermi la realtà dei feno meni siccome forze in atto, e le forze  sole egli consideri siccome veramente  esistenti. Per lui la materia spogliata  dei suoi attributi, ossia delle sue forze,  non è che un nome vano, una illusione ;  ciò che esiste non è la materia, la quale  per se stessa intrinsecamente non ènulla,  ma la forza sola è quella cheesiste, che  genera i fenomeni e costituisce la realtà  ha potuto ricondurre le idee composte  ai primordiali elementi della sensazione,  echesenza questo processo puramente  analitico dei pazienti osservatori della  scuola sensualistica, nessuna forza sareb be bastata a demolire l'edifizio della  ontologia trascendentale, che ha la sua  sede nel Platonismo. Fedele alla filosofia  sperimentale, Cattaneo consente pure nel  metodo induttivo: ogni scienza deve pro cedere dal noto all'ignoto; da ciò che  conosciamo e da ciò che siamo, indurre  cautamente quello che fu e che siamo  stati. Intorno ai limiti dello scetticismo  Cattaneononconcorda: una moderata af fermazione gli par migliore della dubi tazione continua; nè egli può risolversi  ariconoscere nei fenomeni che percepia sione non poteva farsi, e che questa non  sia che una mera question di parole è  cosa di cui può avvedersi ogni più che  superficiale osservatore.Nonvi è filosofo.  che possa assentire allo strano metodo  introdotto dal Cattaneo, di negare cioè  l'esistenza del soggetto e affermar quella  sola dell' attributo, chè la logica, per  grama e confusa ch'ella sia, ripugnerà  mai sempre ad ammettere l' effetto di  una causa negata. Ora, o la forza è ef  fetto della materia o non lo è. Se lo è,  aniuno può capire nella testa come la  forza generata dalla materia sia una re altà, e la materia che lagenera una il lusione. O non lo è, e allora domandasi  se nel concetto di sapore, di estensione,  di resistenza, di colore, di suono ecc. 138  CATTOLICISMO  comprendasi l'idea che noi abbiam del la forza , oppur quella della materia.  Se in queste nozioni si compendia il  concetto della materia, allora l'idea che vevole nella filosofia di Carlo Cattaneo  fin di negare che la materia esiste ed  affermare che la sola forza è.  Tolto questo errore, null'altro è ripro noi abbiamo della forza è una mera fuorchequellaindeterminatezzache èpro astrazione con la quale procuriamo di priadi coloro chenon hanno idee all' in spiegare i vari modi per cui possiamo tutto formate o che ardire non hanno di  percepire la materia; se invece in que- esporle pubblicamente senza molti sottin stenozioni comprendesi il concetto di tesi e molte reticenze. Nobile e grande  forza, astrazione per certo diventa la nelle sue aspirazioni,egli vuole l'accordo  materia. Ma in questo caso, osservisi fra la scienza e la filosofia, fra il pen bene, le idee essenziali che noi abbiamo siero e i fatti; con la filologia tiene  delle cose non mutano: avremo soltanto | che le lingue siansi venute formandosi a  dato il nome di materia alla forza, e  alla forza quello di materia; sarà cioè  una trasposizione di nome, manon di  idee, giuoco illecito inuna seria filosofia.  E per vero, comunque si chiamino le  cose, e qualunque siasi il nome che ad  esse si vuol dare, rimane sempre fermo  che il concetto che noi abbiamo di esse  quello è soltanto che ci possono dare i  nostri sensi. Ma è stato convenuto che  ciò che è esteso, cheha colore, o sapore,  oche oppone resistenza al nostro tatto  debba dirsi materia; e forze invece, si  chiamino le accidentalità che produ cono questi fenomeni . Il traslatare il  poco apoco per l'istinto imitativo mu sicale; con l'astronomia toglie al mondo  il suo carattere dipunto centrale e di  scopo massimo di tutta la creazione;  con lastatisticapar che dubiti del libero  arbitrio, o per lo meno sottoponga i feno meni morali aregole costanti, determi nate, necessarie, perlequali abbiamo ri sultati costantidel pari, e prevedibili con  le cifre date dai fatti passati; finalmente  nuovo campo inesplorato vuole aprire  alla ricerca della certezza, i fondamenti  finora dati alla quale non ritiene con formi al senso comune.  Cattolicismo . Religione della  Chiesa cattolica, apostolica, romana, la  qual sostiene lacattolicità, ossia la uni nome non muta dunque un jota alle  idee; epperò trattasi di cambiare ildi zionario, non la filosofia. Quel che ri- versalità della sua dottrina. Parecchi  mane fermo nel pensiero del Cattaneo  einquello del materialismo, si è che  dei due concetti di forza e di materia,  uno solo è vero, e l'altro è astrazione,  in quel modo istesso che nei contrari  un solo termine è vero, come caldo e  freddo, luce e tenebre, nero e bianco,  poichè tutti vedono che seesiste laluce,  il calore, il bianco ece, le tenebre, il  freddo e il nero non rappresentano che  la negazione, ossia l'assenza di quelle  qualità; mentre se queste esistono, quelle  diventano astrazioni diqueste.Ma avrebbe  tanta ragione chi volesse chiamar tene bre la luce affin di poternegare laluce  ed affermare la positiva esistenza delle  tenebre, quanto n' aveva il Cattaneo di  dar il nome di forzaaquelconcetto che  nel comun linguaggio dicesi materia, af santi padri, dicono i commentatori del  Bergier (Aggiunte al Diz. di Teologia)  trattando della cattolicità distinguono  una triplice universalità: quelladi tempo,  econsiste in ciò che la Chiesa sempre  sussistette e sussisterà sempre fino alla  consumazione dei secoli; quella della dot trina, ed è l'avere la Chiesa mai sempre  insegnato quanto fu da Cristo rivelato;  quella finalmente di luogo, ed è la dif fusione della Chiesa in tutto il mondo.  Or convien dire che appunto di que ste tre specie di cattolicità nessuna ap partiene alla Chiesa che s'intitola cat tolica, e tutti gli arzigogoli dei teologi  romani non possono dimostrare il con trario. Intorno alla prima specie della  cattolicità nessuno che siadi buona fede  può asserire che la Chiesa sempre sus 1 CAUSA ED EFFETTO  139  sistette e che sussisteràsempre. Lasciam | fedeli. Ora, la popolazione totale del  pure al futuro la soluzione dei suoi pro  blemi;maquantoalpassato,chimai potrà  credere che (ammettendo pure i calcoli  dellacronologia ortodossa) una religione  fondatanell' anno 4004 sia sempre esi stita? Certo, è cosa comoda il dire che  lareligione cristiana non è altro che la  continuazione della ebrea; ma una oppo sizione di principii , di dommi , di ten denze, tutto insomma lo spirito delle  due religioni è così avverso fra di loro,  che bisogna aver proprio perduto la  testa, per riconoscere siccome una lo gica continuazione , questo violento e  forzato innesto della nuova religione sul l'antica. Ma sia pur vera questa conti nuità della tradizione cristiana, nederiva  forse perciò che la religione ebraica sia  la più antica che si conosca, e ch'essa  abbia cominciato col principio del mon do? Gl'idioti soltanto potrebbero cre derlo, e agli articoli MONDO, BRAHAMA NISMO, UOMO, PALEONTOLOGIA, PENTA TEUCO, è dimostrato che, non solo vi  sono religioni anteriori alla ebrea, ma  che eziandio ella è molto recente in  confronto della età dell' uomo e del  mondo.  Sarà essa forse più vera la univer salità di dottrina della Chiesa cattolica?  Masemaipuòstoricamenteprovarsiun  principio, quellodelle continue variazioni  del cattolicesimo è il più sicuro ed il  meglio dimostrato. Il Battesimo, laCon fessione, la Confermazione, la Transub stanziazione, l'Ordine, l'Estrema Unzione,  il Culto delle immagini, il Culto dei Santi,  il Purgatorio, il Primato del papa e tanti  altri dommi ( vedi tutti questi nomi ) o  non si conoscevano dalla chiesa primi tiva o non vi si attribuiva un carattere  dommatico e sacramentale.  Quanto alla terza specie di cattolici tà, vale a dire l' universalità di luogo,  basta gettare gli occhi sulla statistica,  per vedere quanto poco fondamento ella  abbia. Basti dire che secondo i calcoli  assai larghi di Balbi, laChiesacattolica  conta in tutto il mondo 139,000,000 di  globo è dallo stesso autore, calcolatain  737,000,000 di uomini; il chevalquanto  dire, che la pretesa universalità della  Chiesa papale si riduce a meno di un  quinto dell'attualepopolazione del globo.  ( Vedi RELIGIONI). Ben è vero che i teo logi cattolici pretendono, che a stabilire  l'universalità della Chiesa non sia neces sario che sia diffusa in ogni parte e  condivisa da tutti gli uomini, bastando  ch'essaabbia i suoi rappresentanti, e, per  così dire, le sue stazioni, inogni regione  del mondo; maquesta è una interpreta zione che assolutamente non si accorda  col vero criterio dell' universalità, e ad  ogni modo in siffatta guisa potrebbe  dirsi egualmente universale anche la  Chiesa protestante, la quale manda i  suoi missionari in ogni terra conosciuta.  Ma ammettasi pure perunmomentoche  iteologi romani abbiano ragione, sa rebbe perciò la cattolicità della Chiesa  romana ben stabilitą? Prima che Colom bo scoprisse l'America, quali rappresen tanti aveva la Chiesa in quella vastissi ma parte del globo? Ed oggi ancora è  sicuro che non vi sieno terre o ignote  oinesplorate dove dellaChiesa cattolica  nonsi èper anco udito parlare ?  Causa ed effetto. Nell'ideadi  causa l'antica filosofia distingueva: 1. La  causa efficiente, ossial'agente produttore.  2. La causamateriale, ossia il soggetto su cui l'agente si esercita. 3. La causa for male, o l'idea. 4. Finalmente, la causa  finale, ossia lo scopo dell'azione. Queste  distinzioni sono puramente nominali, e  non hanno più ragione di essere, peroc chè le attuali cognizioni nelle scienze  naturali non ci permettono più di sepa rare l'idea di forzadaquelladi materia,  la causa efficiente da quella materiale,  e di supporre quindi che fuor dellama teria ci sia un certo substrato che la  faccia muovere. Del pari non possiam  più ammettere lacausaformale e quella  finale, poichè, ammesso nella natura il  principio di necessità, non possiamo più  riconoscere quella tal sorta di arbitra 140  CAUSA ED EFFETTO  mento che vuole un fine. (Vedi CAUSE  FINALI).  Dicesi causa ogni azione che inqual sivoglia maniera concorra a produrre  un' altra azione, la qual poi chiamasi  effetto. E dico azione, imperocchè la fi losofia sperimentale abbia ormai irrecu sabilmente accertato, che nessuna causa  esiste la quale possa produrre o corpi  nuovi o forze nuove, (vedi FORZA e MA TERIA) ma tutte le cause agenti nonrie scono, infine dei conti, ad altro che a  produrre o nuove forme o nuove azioni,  vale adire un nuovo modo di essere  della materia. Questi effetti sono poi a  volta loro causa di altri effetti, e così  all' infinito. Onde a giusta ragione si  deve dire, che ogni cosa che esista è  sempre ed invariabilmente causa ed ef fetto al tempo stesso; vale a dire effetto  di una causa precedente, e causa di un  effetto susseguente. Certo, questa gran dissima verità, la qual suppone la co gnizionedellaeterna trasformazione della  materia, non ha mai potuto essere sup posta nè tampoco concepita da quei  cotali filosofi degli scorsi anni, e da  molti ancora de' nostri contemporanei, i  quali credettero e persistono a credere  com'egli argomenta: « Col mezzo dei  sensi considerando la costante vicissitu dine delle cose, noi non possiamo aste nerci di osservare che molte cose parti colari, siano esse qualità o sostanze, co minciano ad esistere, e che ricevono la  loro esistenza dalla giusta applicazione  od operazione di qualche altro essere.  Or si è appunto per questa osservazione  che noi acquistiamo le idee di causa e  di effetto. Col nome generale di causa  indichiamo ciò che produce qualche idea  semplice o complessa, e con quello di  effetto ciò che è prodotto. In tal guisa  dopo aver veduto che nella sostanza  alla quale diamo il nome di cera, la  fluidità (una delle idee semplici che non  esisteva innanzi ) è costantemente pro dotta dall'applicazione di un certo grado  di calore, noi diamo all'idea semplice di  calore il nome di causa per rapporto  alla fluidità della cera, che n'è l'effetto.  Del pari, provando che la sostanza detta  legno, la quale è una collezione di idee  semplici a cui si dà questo nome, me diante il fuoco è ridotta in un' altra so stanza, che chiamiamo cenere (altra ilea  complessa che consiste inuna collezione  di idee semplici affatto differente dall' i dea complessa che diciamo legno), noi  consideriamo il fuoco, per rapporto al le ceneri, come una causa, e le ceneri  che lamateria è inerte, e che fuor di  lei esiste qualche cosa che la muove e  la spinge e la induce ad agire siccome  fa. Ben è naturale che costoro non sap piano concepire in qual maniera l'idea | ciò che noi consideriamo come contribu come un effetto. In tal maniera tutto  di causa ha potuto entrare in noi, e la  suppongano una di quelle tali nozioni  innate, che il Creatore si è compiaciuto  di infondere nel nostro spirito prima  ancora di metterci al mondo.  Nondimeno tre filosofi che non erano  atei, si sono già adoperati per distrug gere questo assurdissimo pregiudizio, e  vi riuscirono in tre diversi modi che  meritano di essere riferiti. Il primo di  questi filosofi è Locke, il capo della  scuola sensualista, il quale colla sua  stringente logica ha dimostrato, che an che l'idea di causa non è altrimenti  innatainnoi,mache, comeognialtra idea,  èentratainnoiper laportadei sensi. Ecco  ente allaformazione di qualche idea sem plice o qualche collezione d' idee sem plici, sia sostanza o modo, che prima  non esisteva, eccita nel nostro spirito la  relazione di causa, e le diamo tal no me ». (Locke Saggio sull' intendimento  umano Cap. XXVI § 1.)  Hume,non solonon ammette l'inneità  dell'idea di causa, ma pur ne combatte  ogni realtà obbiettiva. Che ne sappiam  noi, dic'egli, dei rapporti che passano  tra causa ed effetto? Possiam noi dire  se veramente la causa eserciti una qual siasi influenza sull'effetto prodotto, o se  pure questa influenza non sia altro che  una chimeradellanostra immaginazione? CAUSE FINALI  Certi fenomeni che si seguono costante mente nello stesso ordine, possono darci  l'idea del principiodi causalità, il quale,  al postutto, si risolve in una semplice  successione di tempo e di fenomeni, di modochè quando noi vediamo prodursi  un dato fenomeno sempre aspettiamo  141  nali, ben lo disse Bacone due secoli fa:  ( De augment. scientiarum lib. III c. 5)  . Secrediamo a Lei bnitzla Provvidenzaè quella che dirige la  luce inlinearettaerende eguale l'angolo  diriflessione aquellod'incidenza; e Prieur  nel Spectacle de lanature pretendenien temeno chelemaree siano date all'oceano  affinchè più facilmente i bastimenti  possano entrare nei porti.Ben dice Vol taire, che con altrettanta evidenza po trebbepretendersichele gambe son fatte  appostaper essere calzate, eil naso per  portare occhiali. E tuttavia non è poí  lo stesso Voltaire che poche righe dopo  trova cheogni cosafufattaper lo scopo  cui deve servire? D'onde questacontrad dizione? Voltaire, crede che per assicu rarsi del vero fine di una causa convenga  che l'effetto sia proprio di tutti i tempi  e di tutti i luoghi. Povero spediente, il  qual non salverà il filosofo di Ferney  dalla contraddizione ! Infatti nessuna  cosa è propria d' ogni tempo e d' ogni  luogo, imperocchè tutte si modificano  esi trasformano.Diremnoiche gli occhi  furon fatti per vedere, o che noi vedia mo perchè abbiamo gli occhi ? Dalla ri sposta che daremo a questa domanda  dipende tutta la teoriadelle cause finali.  Se una causaintelligentehaprodotto un  effetto con un determinato fine; cioè se  Dio ha prodotto l'occhio per vedere,  noi dovremo eziandio credere che questo  effetto sia proporzionale allo scopo; vale  adire che l'occhio deve soddisfare nel  miglior modo possibile aibisogni per cui  fu fatto. Ma in tal caso come spieghe remo noi le ulceri, lefistole lacrimali, la  cataratta, la miopia, il presbitismo e  tante altre malattie che affliggono que st'organo tanto poco perfetto e tanto  poco proporzionale alla causadallaquale  si pretende prodotto? Come! un organo  tanto utile, dovrà esser fatto di sostanze  contenute in tegumentitenerissimi, e per  colmo d' imprudenza esposto all' aperto,  senz'altro riparo che le sottilissime pal pebre? Come ! I nostri più comuni can nocchiali ci mostrano distintamente le  cose alla distanza di parecchi chilometri,  e i migliori telescopi ci disegnano le  accidentalità della superficie lunare, e  Dio ci ha da dotare di un organo  il quale più non sa leggere alla distan za di poche spanne dal naso! Perchè  mai l'occhio non è acromatico? Perchè,  come dice Helmohlz, è desso così poco  perfetto che nessun ottico sarebbe dispo sto ad accettarlo siccome un modello i narrivabile per la loro arte? Se l'occhio  era fatto per vedere, perchè mai questa CAUSE FINALI  causa intelligente non l'ha dotato di tal  potenza ottica,che gli facesse vedere le  cose più lontane e levicine ancora, e ci  ponesse ingradodi ammirarelasapienza  del Creatore, così nellecose infinitamente  grandi come nelle infinitamente piccole?  143  i quali hanno dei veri polmoni, discen dono in via di generazione normale da  un antico prototipo sul conto del quale  null' altro sappiamo se non ch' esso_era  provvisto di una vescicanatatoria. In tal  Poi, l'occhio è veramente d' ogni tempo  e d'ogni luogo, come Voltairepretende?  Maveramente, no; poichè vi sono ani guisa noi possiamo facilmente spiegare  il fatto strano, accertato dal prof. Owen,  che ciascuna particola di nutrimento so lido o liquido che noi inghiottiamo, deve  passare sull'orifizio della trachea, con ri mali che non hanno occhi ed altri che  hanno occhi per non vedere. Gli occhi  delle talpe e di qualche altro rosicante  rimangono sempre allo stato rudimen tale, e qualche voltasonocompletamente  coperti di pelle o dipelo.Unmammifero | libera fluttuazione dei pesci, perchè si è  schio di cadere neipolmoni.  Inquesti casi le cause finali comple tamente si ecclissano. Se Dioha prodotto  lavescica natatoria perchè servisse alla  rosicante dell'America del Sud, il tuco ioco, o cténomys hadelle abitudini an corpiù sotterraneechelatalpa, equando  Darwin notomizzò l'occhio d' un di essi,  gli parve che il suo stato di cecità do vesse attribuirsi ad una infiammazioneco stante delle palpebre. Occhi fatti per non  vedere e membrane fatteper soffrire una  perpetua malattia, non par che dimo strino la teoria teologica delle cause fi nali. La vescica natatoria dei pesci è un  altro esempio che contrastasingolarmente  col concetto delle cause finali. Quest' or gano, cheoriginariamenteparevacostrutto  per aiutare il movimentodell'animalena tante, ha potuto in certi pesci trasfer marsi in un organodiretto aduno scopo  tutt'affatto differente, tali come la respi razione o l'audizione. Darwin ha infatti  accertatochepereffettodell'elezione, lave scicanatatoriainalcuni pesci haacquistato  uncondottopneumaticodestinato alla re spirazione; e in altri si è in tal guisa  modificata , da servire piuttosto come  organo accessorio dell'audizione. Tutti i  fisiologici, continua Darwin, ammettono  che lavescica natatoria è omologa, vale  adi re «idealmente similare > in posi zione ein strutturacoi polmoni dei verte brati superiori. Non è dunque straordi nario che l'elezione naturale abbiameta morfosato successivamente lavescica na tatoria in polmoni o in organi esclusiva mentedestinati alla respirazione. D'onde  si può conchiudere, che tutti i vertebrati  trasformatainun'altro organoche piùnon  risponde al suoscopo? Didue usi acuiser vìunorgano,qualerappresenta lafinalità  intenzionale dalla causa creatrice ? Ol tracciò vi sono degliorganirudimentali i  quali sono completamente inutili , tali  come le mammelle rudimentali di tutti i  maschi dei mammiferi, e l'ala bastarda  di certi uccelli. In un grandissimo nu mero di serpenti, uno dei lobi dei pol moni sono rudimentali, in altri esistono  i rudimenti del bacino e delle membra  posteriori. Vi sono esempi di organi ru dimentali assai curiosi; tali sono i denti  osservati nei feti delle balene, che all'età  adulta non ne hanno più; il qual fatto  Darwin spiega supponendo che le balene  abbiano probabilmente acquistato le abi tudini e i loro caratteri attuali per una  metamorfosi regressiva, che le ha fatte  retrogradare dal posto più elevato di a nimali anfibi, fluviatili o lacustri, a quello  inferiore di specieesclusivamentemarine.  Naturalisti degni di fede hanno pure as sicurato di aver veduto dei denti rudi mentali negli embrioni di certi uccelli.  Nulla ci par piú ovvio, diceDarwin, che  le ali siano state fatte per il volo e non dimeno le ali di molti insetti sono tanto  atrofizzate, ch'esse non possono agire, e  non è raro il caso che siano chiuse sotto  delle elitri fortemente attaccate l'una al l'altra. Ci sono invece dei casi d' inter vertimento degli organirudimentali,come  per esempio, lemammelledicerti maschi  SA 144  CAUSE OCCASIONALI  che si sono in tal guisa sviluppate fino | tri organismi la natura ha prodotto ca adare il latte. Nelgenere Bos la mam mella unica presenta quattro capezzoli e  due rudimentali; ma nelle nostre vacche  domestiche qualche volta anche questi  due ultimi si sviluppano e danno latte.  Giustamentedomandasi perchè ilCreatore  forma degli organi, iquali generalmente  non servono ad alcun uso, oppure ser vono ad un usodiversodaquellopercui  furono creati. >>  (Origine delle specie Cap. XIII) Anche  Büchner, primadi Darwin (Forza e ma teria cap, XI ) ha dimostrata la insus sistenza delle cause finali, dicendo che  noi oggi ammiriamo gli esseri tali come  sono senza pensare quale infinità di al sualmente per giungere agli attualiim perfettissimi risultati, come ben lo pro vano le moltissime specie estinte dei  terreni fossili. « Se il pelo degli animali  dei paesi settentrionali è più folto di  quello degli animali dei paesimeridionali,  e se tutti pol l'hanno relativamente più  folto d'inverno che d'estate, non è forse  più naturale il considerare questo fatto  come il necessario effetto di una influ enza esterna, come la conseguenza della  temperatura, piuttosto che supporre un  artista celeste il qual prepari a questi  animali gli abiti d'estate e d'inverno ? Se  il cervo ha le gambe lunghe e adatte  alla corsa, non devesi credere ch'egli le  abbia avute per correre con celerità, ma  piuttosto che egli correconcelerità per chè ha le gambe lunghe: se egli avesse  avuto delle gambe poco adatte alla cor sa, sarebbe invece divenuto un ani male coraggioso , mentre ora per la  sua tendenza alla fuga sidimostra timi dissimo. La talpa ha le zampe informa  di pala per solcare il terreno; ma se  essa non le avesse cosl conformate, non  avrebbe mai pensato a scavarsi sotto  terra la sua tana. Le cose sono tali come  sono; e se esse fossero state diverse da  quel che sono, noi nonle avremmo per ciò trovatemeno conformi al loro scopо».  Vedi anche gli articoli CAUSA E PER FEZIONE.  Cause occasionali.Certifilosofi  cartesiani non potendo riuscire a spiegare  il rapporto che poteva esistere fra lo  spirito e il corpo, e l' influenza che l'uno  esercita sull' altro , supposero che Dio  stesso durante i pensieri dell' anima  producesse nel nostro corpo i movimenti  corrispondenti a questi pensieri, e vice versa, che nell' occasione dei movimenti  delnostro corpo eccitasse nell'anima i pen sieri o le passioni che vi corrispondono.  Questi movimenti iniziali dell' anima o  del corpo son le cause occasionali del  cartesianismo, ilquale,come ognun vede,  troppo logico per ammettere che alcuna  relazione potesse esistere fra il corpo e CELIBATO ECCLESIASTICO  lo spirito, non lo fuperò abbastanzaper  non capire che se Dio era produttore im mediato delle nostre sensazioni, noi siamo  145  sempre ai piaceri del senso per ser vire con più libero cuore a Dio. » Più  nelle sue mani come delle marionette cui  egli fa danzare a piacer suo.  Celibato ecclesiastico. Sta to di coloro che per motivo di reli gione si astengono di unirsi in matri monio. Dicono i cattolici , presso i  quali soltanto vige l'obbligazione del  celibato, che nessuna legge naturale  o positiva, divina od umana obbliga  gli uomini allo stato conjugale (Ber gier Diz. Teol ); ma questa non è af fermazione che trovi fondamento nè  tra i credenti, nè tra gl'increduli. Per ciocchè i primi giustamente oppongo no il Crescite et multiplicamini , col  quale il loro Dio impose all' uomo  l'obbligo di congiungersi e di figliare  (Genesi I, 28); e i secondi ben a pro posito osservano che dal momento  che la natura ha dato all'uomo gli  organi del sesso, gli ha al tempo stes so imposto il dovere di usarne per la  propagazione della specie e per la sod disfazione di un bisogno, il quale non  èmenonecessario che naturale; per la  qual cosa giustamente i gentili talora  colpivano d'infamia il celibato (Cicero ne De legibus lib. III c. 3). Invece ecco  che nel cattolicismo il Concilio di  Trento dichiara: « Se alcuno avrà det to che lo stato conjugale sia da ante porsi allo stato di verginità o del ce libato, e non essere meglio e più bea to rimanersi vergine o celibe che con giungersi in matrimonio, sia anatema »  (Sess. XXIV can. 10). La qual prefe renza, checchè ne dicano in contrario  i protestanti, non è poi così contraria  allo spirito del cristianesimo per non  trovare appoggio fra i padri e fra gli  stessi insegnamenti di Gesù. Il quale  dice che vi son eunuchi che si son  fatti eunuchi daloro stessi per amore  del regno de' cieli (Matt. ΧΙΧ. 12). »    del matrimonio dei preti. E tanto dis se e fece cotesto papa per raggiun gere il suo intento, che riuscì al fine  di ottenere dal Concilio di Cartagine,  radunato nel 397, un decreto, il qual  rendeva obbligatorio il celibato dei  chierici. Innocenzo I nel 417 rinnovava  la legge del celibato; la rinnovò e la  estese ai Suddiaconi Leone I nel 440;  e dopo d' allora tutti i papi batterono  la stessa strada. Il guaio si è, che quei  decreti non ottenevano universale con ferma, il che dimostra che in quei  tempi l'unità della Chiesa non era  gran fatto assodata; imperocchè non  solo il clero opponeva una resistenza  passiva a quei decreti dei papi, ma  eziandio nella Francia i concilii di  Autun, di Tours, di Macon nel V se colo, e nella Spagna il Concilio di  Toledo, e il prete Vigilanzio vi si op posero formalmente. Nel 1059 Nicco ld II nel Concilio di Laterano fa no vellamente proclamare la legge del ce libato; e cionostante poco di poi tro..  viamo tutta la diocesi di Milano retta  da preti ammogliati, nè il papa riesce  a farvi prevalere il disonesto divieto,  senza che rivi di sangue scorrano nel le vie, senza aver scatenate le passio ni politiche e il fanatismo religioso  rappresentati daArialdo e da Landolfo  Cotta, capi del partito dei celibatari.  Solo il cupo dispotismo d'Ildebran do (Gregorio VII) potè trionfare di tan te opposizioni, e la legge del celiba to novellamente procamata dal Conci lio di Roma del 1074, andò man mano  estendendosi in tutte le provincie cri stiane.  Il celibato era stato introdotto per  moralizzare il clero, per acquistare un CELIBATO ECCLESIASTICO  maggior titolo alla Santità e alla ve nerazione dei vulgari. Ma comechè  nessuna legge contro natura può riu scire a buoni effetti, anche questa nel la Chiesa sciolse il freno d' ogni mo 147  tino con ledonne dellequali usavano.  Quindi, alzatisi e preso un bagno, si as sidevano a nuovo desco. (Hist. Eccl.  Francorum lib. 5. art. 21). Lo stesso  ralità. Già fin dai primi tempi,monaci  emonache convivevano insieme, sede vano alla stessa mensa, dormivano sot to lo stesso tetto: tutti avevano fatto  voto di castità, ma chi l'osservava?  Instruita dall' esperienza, dice un au tore, l' imperatrice Irene nel fondare  il monastero delle vergini sotto il no me di Maria piena di grazie, volle  che fossero assistite da un padre spi rituale, un economo, due frati per am ministrare il patrimonio e isacramen ti: eunuchi tutti quattro! (Helyot. Hist.  des ordr. vol. I c. 28).  La dipintura che nel VI secolo S.  Gregorio di Tours ci fa diSalonio Ve scovo d'Embrun, e diSagittario vesco vo di Creso, già porta tutti i colori del  medio evo. « Assunto l'episcopato inco minciarono a scatenarsi con insano fu rore in malversazioni, con morti, con  omicidi, con adulteri e con diverse al  tre scelleratezze, di guisa che ad un  certo tempo, mentre Vittorio Vescovo  _diTricastini celebrava il proprio nata lizio, mandata fuori una coorte con  spade e giavellotti, irruppero contro  di lui, gli stracciarono le vestimenta,  ammazzarono iministri eportando via  vasi ed ogni altra cosa appartenente  al pranzo, lasciarono il vescovo con  grande contumelia..... Essi si abban donavano ogni giorno amaggiori scel leratezze; corsero alle armi e con le  proprie mani fecero molte uccisioni.  Iafierirono contro i propri cittadini fa cendoli battere con verghe fino al san gue. Passavano molte notti parlando  ebevendo con i chierici che celebra vano inChiesa nelle ore mattutine, e si  sfidavano a bevere. Mai si faceva men zione di Dio. Surta l'aurora si leva vano dacena e coprendosi con legge ri drappi, sepolti nel sonno e nel vino,  Santo (lib. IX ) scriveva:  Vi prego di mandarmi i vo stri ordini per iscritto intorno a quei  diaconi i quali fin dalla loro puerizia  son sempre vissuti in stupri, in adul teri, ed in ogni altra sconcezza: e pu re con tali testimonianze vennero al  diaconato, ed essendo diaconi ritengo no quattro, cinque ed anche più con cubine (Baronio Annali 741). Lo stes so cardinal Baronio che cita questa  lettera,e che poteva essere molto ben  informato, parlando della Chiesa nelX  secolo esce in queste parole: « Domi navano allora in Roma potentissime e  sozzissime meretrici; ed a loro arbi trio si davano i vescovati e si traslo cavano i vescovi; e, più orrendo a dirsi,  s' introducevano nella sede di Pietro i  loro drudi, pontefici falsi, i quali non  devono essere inscritti nel catalogo  dei papi. » Edgardo re d'Inghilterra  in una lettera diretta ai vescovi del  suo regno e riportata dalPadre Labbe  (Tomo IX p. 698) scrive: « Dirò con  dolore come gli ecclesiastici se la pas sino in gozzoviglie, in ubbriachezze,  in adulteri ed impudicizie; di guisa  che le case dei preti sono divenute  postriboli di meretrici e conciliaboli  di buffoni. » E per verità, pare che  quel degno re non avesse poi gran  torto di lagnarsi dei suoi preti, impe rocchè tanto bene osservavano essi la  legge del celibato, che poco di poi  papa Pasquale II, in una lettera diret ta al vescovo di Cantouberi, autorizza dormivano fino all' ora terza del mat 148  CELIBATO ECCLESIASTICO  va l'ordinazione dei figli dei preti,  stantechè tanti ve n'erano in Inghil terra, ch'era impossibile aver dei preti  senza ricorrere alla loro progenie(Lab be Concil. X. p. 707).  Fu nell' undecimo secolo, cioè in torno al tempo della solenne procla mazione del celibato fatta da Grego rio VII, che ai monaci orientali (i pri mi che si erano sottomessi alla legge  della castità) si dovette vietare di  introdurre nei conventi, non solo le  donne, ma perfin le femmine degli  animali. (De Potter. Hist. T. VI lib. II  cap. III note suppl. n.º 3). Intorno a  quel tempo Alberto d'Arbrissel fonda tore della celebre Badia di Fontevrand,  nella diocesi di Poitiers, viaggiando  colla sua Petronilla fondo altre quat tordici badłe, nelle quali religiosi e rë ligiose avevano comune il letto, non  veramente pel godimento della carne,  ma affine di fortificarsi contro la tenta zione, sfidandola nel suo maggior pe ricolo. Dicesi che anche il beato d' A brissel sen' giaceva colla donna sua, a  somiglianza di S. Adelmo, che già nel  VII secolo, aveva dato l'esempio dei  condormienti. Ma ch'egli alla sua gui sa si serbasse casto, è cosa che dico no li apologisti suoi, ma che pochi  credono. (Vedi Bayle. art. Fronte vrand).  Ma vediamo che cosa scrivesse il  Petrarca della Chiesa di Roma, là do v'era partito l'impulso alla promul gazione della legge obbligatoria sul  celibato. « In questo regno di avari zianon si fa conto di nulla, purchè  si faccia denaro... L'amore per verità  è dichiarato pazzia, la pudicizia è una  vergogna grandissima; la licenza al  contrario è stimata grandezza d' ani mo, in guisa che si reputa più glorio so chi ha sorpassato gli altri in vizi;  echi di grazia non sorriderebbe di sde gno nel vedere que' fanciulli decrepiti  (prelati e cardinali) co' loro capelli  bianchi, coperti di ricchissime cappe  sotto le quali nascondono una impu denza ed una lascivia che supera ogni  imaginazione?... Satana vede tali cose  e ride; e nel suo tripudio siede arbi tro fra que' vecchi e le giovinette....  lascio da parte gli stupri, i ratti, gl'in cesti, gli adulteri, che sono giuochi  per la lascivia pontificale. Non dirò  nulla de' mariti delle doune rapite, i  quali, non solo sono cacciati dalla lo ro casa,ma banditi anche dalla patria:  non dirò che molti di essi sono forzati  di riprendere le loro mogli quando  portano nel loro seno il frutto de'de litti dei prelati: e restituirle allorchè  sono sgravate; e così continuare fino  a che l'impudico prelato non è pie namente sazio o disgustato. E il po polo tutto vede tali cose e tace, inti morito ma /orribilmente sdegnato. »  (Petrarca Lettere sine titulo. Basilea  1496, Lett. 20).  Nel 1401 Nicola diClemanges, oCle mangis arcidiacono di Bajeux e retto re della facoltà teologica di Parigi, in  un opuscolo intitolato: De corruptioEc clesiae statu, così parla: « Passo sotto  silenziole intercessioni simoniache pres so il papa, i patrocini venali e più al tre infamie di cui i cardinali sono au tori o consiglieri.... Taccio altresì i  loro adulteri, i loro stupri, le loro for nicazioni con le quali anche adesso in cestuano la romana Curia; come an che l'oscenissima vita dei loro fami gliari, i cui costumi in nulla differi scono da quelli dei loro padroni ».  Non altrimenti parla dei canonici  "  che qualifica ubbriaconi incontinenti,  i quali non si vergognano di far pom padi una prole meretricio susceptam,  e di tenersi in casa scortu vice con iugum, clie passano il tempo in cian cie ebuffonerie, studiosi soltanto della  gola e del ventre edi carnali dissolu tezze, nelle quali fanno consistere la  loro felicità ut porci Epicuri ». E par lando delle monache, aggiunge, che  vergognasi di dir le infamie che suc cedono nei monasteri, i quali non so no santuari di Dio, ma Veneris eace CELIBATO ECCLESIASTICO  cranda postribula; luoghi di lascivie e  di impudicizie, ondechè, dice ancora,  dar il velo ad unafanciulla è lo stes cinte  ...  149  L'originale della relazione di  cotesta visita è perduto ; ma ' autore  ne ha veduto un estratto, nel quale i  so che esporla pubblicamente.  Anche Santa Brigida, nelle sue ri velazioni, si fa dire da Gesù Cristo che   E il professore con chiude, che la prima supposizione sol tanto è vera, non potendosi negare che  la formazione della cellula non debba  attribuirsi all'attività stessa dei suoi ele menti.  Celso. Filosofo pagano che visse  nel secondo secolo, ed è conosciuto  come unodei più famosioppositori del  cristianesimo, Nessuno dei suoi scritti  ci è pervenuto, e della sua vita edot trina nulla sappiamo di preciso, fuor chè quel tanto che ne dice un dei pa dri della Chiesa, Origene; il quale nel  suo trattato Contro Celso, mentre com batte quest' incredulo, quà e là ne ri porta le parole e ne rivela in parte le  opinioni. Da questo padre sappiamo  che Celso, ben lungi di riconosce la  miracolosa nascita di Gesù, lo dice fi glio di connubio illecito; sorride della  pretesa dei cristiani di diffondere per  tutto il mondo laloro dottrina; e quanto  ai miracoli di Gesù dice che i soli suoi  discepoli li avevano visti e li esagera vano oltremisura. Ilpoco che avevafatto  dovevalo, diceva Celso,alle arti magi che che aveva apprese, e per le quali  Gesù era salito in tanta superbia per  farsi credere un Dio, mentrechè poi  tanti altri impostori avevano fatto mi stato veduto che da una donna e da  pochi discepoli, i quali, o avevano so gnato o non veduto che un fantasma,  quando pure non avevano narrata una  favola. Se Cristo era risuscitato doveva  mostarsi a'suoi nemici,a'suoi giudici, a  tutto il mondo: meglio ancora, avrebbe  dovuto non lasciarsi porre sulla croce,  o posto che vi fosse, discenderne da sé  solo in presenza de' suoi carnefici.  Cena. Il secondo ed ultimo sacra mento delle Chiese riformate, che lo  celebrano in commemorazione della ce na di Gesù. I cattolici la distinguono  dall' Eucaristia, perciò che questa con siste essenzialmente nell' atto e nelle  parole colle quali essi pretendono che  Gesù abbia trasformato il pane e il  vino nel suo corpo e nel suo sangue.  (Vedi EUCARISTIA. )  Cenestesi.Dalgreco: comune fa coltà di sentire. Così chiamasi quel  vago sentimento della nostra esistenza,  che noi abbiamo, o piuttosto che pre tendiamo di avere, indipendentemente  dai sensi, e che certi fisiologi dell' an tica scuola hanno voluto trasformare  in un sesto senso, il senso dell' esi stenza, o cenestesia. La Cenestesi è dun que sinonimo di appercezione e di co scienza, e in quest' ultimo articolo esa mineremo qual fondamento abbia la  pretesa coscienza dell' io indipenden temente dai sensi.  Cerdone. Poco si conosce della  vita di questo eresiarca. Credesi che  fosse di origine siriaca, perchè S. Epi fanio disse che egli dalla Siria passò a  Roma, e ilBarattieri suppone nella sua  cronologia che ciò sia avvenuto nel l'anno 120. Adottando le dottrine de monologiche di quei tempi, egli accettò  e compi il sistema teogonico di Simone  e di Saturnino. Ma mentre questi due  eresiarchi facevano discendere il mon 151  CERTEZZA  do dagli spiriti creati dall' Essere su premo, Cerdone cercò di evitare lo sco glio in cui cadde l'unitarismo, di far  derivare il bene e il male dallo stesso  principio. E foss'egli della Siria o vi  avesse soggiornato, certo è che essen do ai confini della Persia non po teva ignorare il dualismo di Zoroastro;  e fu questo infatti che spiegò nel suo  sistema. Suppose egli dunque che vi  fossero due principii indipendenti l'un  dall' altro, dall'un dei quali ogni bene  derivava; e tutti i maliimputava all'altro.  Opera dell' ente buono erano gli spiriti  capaci diprovar piacere; del malvagio  erano i corpi che ci affliggono in mille  modi; supposizione, per verità, contrad ditoria, perocchè se Cerdone attribuiva  al corpo le sensazioni dolorose, al corpo  pure doveva riferire quelle di piacere.  Però, da questa singolar distinzione  Cerdone fuindotto ad un'altra singola rissima conseguenza, poichè al malva gio spirito attribul tutta la legge degli  ebrei piena di minuziose e difficili e pe nose pratiche, edEssere malvagio chia inò ' Jehovah, che ordinava al popolo  eletto continue guerre e stragi e perla  bocca d' Isaia diceva: Io son quello che  creò il male. Laleggedi dolcezza e di  rassegnazione dei cristiani parve inve ce a Cerdone il segno del buon prin cipio; però non ammetteva che il fi gliuolo di questo buon ente fosse di sceso sulla terra per patire e soffrire  e per essere messo a morte dagli uo mini, poichè queste cose sono contra rie alla bontà di Dio, il quale tanta  crudeltà non avrebbe tollerata. Se dun que Cerdone rigettava a buon diritto  tutto il vecchio testamento, nemmeno  il nuovo accettava per intero; ma il  solo vangelo di S. Luca ammetteva e  ebbe fama anche maggiore del mae stro. (Vedi MARCIONE).  Cerinto. Giudeo d'Antiochia con temporaneo degli apostoli. Riconosceva  un essere supremo creatore degli spi riti con differenti gradi di perfezione, e  dagli spiriti faceva derivare il mondo.  Non ammetteva che il figliuol di Dio  fosse nato da una vergine, ma ricono sceva che Gesù aveva fatto dei mira coli ingraziadello spirito di Dio, il qua le era disceso sopra di lui per illumi narlo.  Certezza. Tre sorta di certezze  distingue la filosofia: 1. La certezza  matematica; 2. La certezza fisica; e 3.  La certezza morale. Una quarta certez za vi aggiungono i metafisici e la pon gono prima d' ogni altra, ed è la cer tezza metafisica, ossia l'intimo convin cimento che noi abbiamo delle cose  sovranaturali,la quale più propriamente  dovrebbe spettare alla pura fede.  Quando un giudizio nel suo contra rio importa contraddizione, dicesi ma tematicamente certo, imperocchè una  cosa che è non può non essere, e ciò  che non è,nonpuò essere; il che torna  adire che una cosa non puo essere e  non essere al tempo stesso. Or questo  carattere é proprio di tutti gli assiomi  e teoremi della matématica, i quali, sot to rapporti più o meno complicati, ven gono tutti a dire, che quando ad una  quantità se ne aggiunge un'altra, quel la s'accresce in proporzione, e dimi nuisce invece se le si toglie una parte. 1 + 1 =2;oppure 2 1= 1. Mala  certezza matematica non è propria sol tanto delle cifre,imperocchè la si espri neppur questo in ogni parte. Dicesi  che Cerdone, abiurati i suoi errori,  tornasse in seno alla Chiesa, per poi  allontanarsene ancora; ma quando e di  qual morte morisse non è certo. Lascið  nua setta piuttosto numerosa, guidata  da un de' suoi discepoli, Marcione, che  ma o in cifre o in lettere o in formo le algebriche o col ragionamento, non  muta per questo il suo carattere logi co e rimane sempre eguale. L' eviden za di questa certezza si fonda sempre  sul principio di identità o di relazione  che noi supponiamo assoluti, mentre  invece non sono che relativi ai nostri  mezzi di percezione.Ecco perchè puossi  a buon diritto negare che, nonostante CERTEZZA  la sua apparente evidenza, esista asso luta certezza matematica. Infatti, nel  concetto di relazione io posso ben dire  che due quantità eguali ad una terza  sono eziandio eguali fra di loro; ma  questo assioma matematico non è vero  se non in quanto io lo concepisco a strattamente , non ' applico, cioè, a  nessuna cosa reale; e tosto che io lo  155  può darmi una assoluta certezza, giac chè se io concepisco un angolo e men talmente ne prolungo i lati nello spa zio, ragion vuole ch'io supponga che  questi lati vanno fra loro allontanan dosi all' infinito, e che nondimeno in  ogni punto dell'infinito l'angolo non  faccio uscire dall'astrazione per entra re nell' ordine della realtà, la certezza  scompare e in nessun caso io posso  verificarla. Imperocchè non si danno  nella natura corpi eguali assolutamen te, ma appena simili nelle più grosso lane apparenze. Un'oncia d'oro può  essere eguale a un'altra oncia d'oro  in quanto io faccia astrazione dalla for ma, dal calore, dal sapore, dal suono,  e dall' aggregazione molecolare, anzi  ancora in quanto io faccia astrazione  del peso stesso, poichè qual bilancia  potrebbe darmi la sicurezza di non a vere errato nemmeno nella millesima  parte di un gramma? E se la bilancia  mi può dare la millesima parte di un  gramma,sono io sicuro che essami possa  accertare di una diecimillesima, di una  centomillesima, o di una millionesima  parte di un gramma? Del pari,possono  i miei occhi accertarmi della iden tità del colore, della forma edell' ag gregazione molecolare ? Una sola mo lecola diversamente aggregata, puó  cambiarne ladensità e il volume, e il  colore e il suono, quantunque tutte  queste proprietà sembrino eguali ai no stri organi atti a percepire soltanto le  più grossolané parvenze. Quando adun que io dico, che un metro è eguale a  un' altro metro, o che una moneta è  eguale a un' altra moneta, non posso  avere la certezza che questa eguaglian za sia assoluta, ma esprimo soltanto  una certezza relativa ai mieisensi e al  mio modo di vedere. Un'altro essere  che avesse sensi più fini e delicati dei  nostri, vedrebbe forse la diseguaglianza  nelle cose che noi diciamo eguali. Ma  nemmeno astrattamente la matematica  aumenta nè diminuisce il numero dei  suoi gradi. Qui dunque abbiamo due  sorta di contraddizioni fra l'astrazione  e l'esperienza; perciocchè sperimen talmente non possiamo concepire come  due linee unite a un punto, allonta nandosi sempre fra di loro, non fini scano per congiungersi al lato op posto: nè tampoco possiamo conce pire come lo spazio contenuto nei due  lati, il quale potendo allargarsi e pro lungarsi all' infinito, deve necessaria mente ritenersi infinito, non compren da però tutto l'infinito. Ilche implica  contraddizione, poichè noi non possia mo concepire la contemporanea esi stenza di due quantità infinite, come  non si può concepire inqual guisa un  corpo finito sia divisibile all' infinito.  Queste antinomie della logica la mate matica non spiega, per la ragion chia rissima ch'essa è una scienza mera mente relativa alle parti, alle quantità  finite, epperò male argomenta chi la  chiama scienza assoluta.  Se non è assoluta la certezza ma tematica, a miglior titolo dovremo dire  relativa ogni certezza fisica, la qual  desumesi da varie cognizioni che mol te e molte volte abbiamo trovato che  riposavano sull'errore. Che una tigre  non partorisca agnelli, che i corpi spe cificamente più pesanti precipitino al  fondo dei liquidi nei quali sono immer si, e che la terra giri intorno al sole,  sono verità di certezza fisica inconte stabile; ma niuno penserà ch'esse sia no di certezza assoluta; imperocchè  troppo spesso ci troveremmo nella ne cessità di correggere questo assoluto,  che diventerebbe molto e anzi sover chiamente relativo. Nella scienza sol  gl ignoranti dommatizzano assoluta 156  CERTEZZA  mente; ma gli uomini civili e colti du bitano sempre con discrezione, ammae strati come sono dalla dolorosa espe rienza del passato.  La certezza morale quella è, infi ne, che altrimenti chiamasi certezza  storica, la quale essenzialmente riposa  sulla testimonianza e sull' autorità di  uomini competenti (V. AUTORITÀ). Già  s'intende che questa certezza non ha  nulla di assoluto, ed anzi più pro priamente dovrebbe dirsi massima pro babilità, avvegnachè sia molto proba bile che gli storici dicano sempre il  vero, ma non sia altrettanto certo.  In buona filosofia vuolsi distingue re la certezza dalla verità; imperoc chè la prima è la coscienza subbiet tiva che ha ogniuomo, che la tale o  tall altra cosa sia vera , mentre la  verità può anche essere puramente  obbiettiva, senza giungere nella no stra mente al grado di certezza, E in  questo senso può dirsi, che vi sono  molte certezze non vere, come vi sono  molte verità non certe. Infatti il con fondere, come molti fanno, la certezza  colla verità, è error massiccio, impe rocchè altro è il credere che una cosa  sia vera, altro è che essa lo sia,effet tivamente. E per quanto grande sia la  nostra convinzione di aver raggiunta  la verità essa non toglie che i secoli  e le nuovescoperte distruggano molte  certezze e scoprano l'errore laddove  prima non vedevasi che verità.  giosi o metafisici è verità di cui noi  siamo o possiamo essere assolutamen te certi. Ben giova distinguere però  fra gli scettici parecchie gradazioni;  imperocchè non tutti affermano riso lutamente che certezza non vi sia, ma  ipiù riconoscono che questa certezza  è puramente relativa ai nostri mezzi  di percezione, e in ogni caso, se non  é tutta, è certamente parte della verità,  o per lo meno rappresenta tutto quel  tanto della verità che a noi è dato di  percepire. Un eguale principio era  quello che guidava gli stoici antichi  all' affermazione del loro dommatismo;  imperocchè fondandosi sulla stessa te stimonianza di Zenone essi dicevano  che ogni percezione chiara e distinta  risultando esattamente conforme alla  cosa percepita, deve tenersi come un  segno della verità, essendovi uno stretto  enecessario legame tra la cosa perce pita e la percezione che si riceve. Non  consideravano però che,per confessio ne dello stesso Zenone, può aversi o  creder di avere una percezione chiara  e distinta di una cosa che in realtà  non esiste, o che esiste diversamente  da quello che si percepisce;poichè, ad  esempio, color che sognano hanno  spesso percezioni chiarissime sulle qua li talora stanno dubbiosi se siano sta te percepite allo stato di sonno oppur  di veglia; chiarissimamente percepisce  il dolore nel membro che gli manca  colui al quale fu amputato un brac Egli è dunque di capitale momen- cio o una gamba, e noi tutti chiaris to nella filosofia, il sapere se esista simamente vediamo piegato il remo  per l'uomo una assoluta certezza, e nell' acqua sebben sia dritto. Vi sono  quale ne sia il fondamento. Ma su dunque delle false evidenze, le quali  questo proposito la filosofia si scinde ci possono trarre in inganno; per la  in due grandi scuole: quelladello scet- qual cosa Protagora, al dir di Cicerone,  ticismo, e quella del dommatismo. limitavasi a dichiarare, che ciascuno  Nega la prima che esista una certezza deve considerar come vero ciò che ver  assoluta per l'uomo e che l'uomo gli sembra. Il qual principio se può es possa credere di averla raggiunta; la sere un discreto accomodamento per la  seconda invece afferma il principio op- tranquillità della nostra mente, essere  posto e confessa che la cognizione non può unsicuro fondamentodella cer che noi abbiamo diDio, della spiritua- tezza. Meglio ragionava Epicuro quan lità dell' anima e d'altri dommi reli- | do egli giudicava nulla esservi di vero CERTEZZA  oltre le immagini sensibili delle cose,  che ci si rappresentano siccome vere, e  peggio dicevano i platonici quando, a  togliere ogni autorità ai sensi, toglieva no alle percezioni ogni criterio di cer tezza, e dicevano non esservi certezza  che nelle cose propriamente intellettuali,  che sono di giurisdizione del sentimento;  imperocchè per questi filosofi nello spi rito trovansi iconcepimenti veri, sempli ci, astratti, costanti esprimenti la vera  natura delle cose sensibili; e per conse 157  qual cosa hanno mai conosciuto di certo  sulla questione capitale della formazione  degli esseri e dell'origine del mondo ?  Non èforse vero che su questo soggetto  vi sono ancora tra i più grandi uomini  tante contraddizioni di sistemi, tanta di scordia di opinioni da non sapere a che  appigliarsi ?.... Ma con qual coraggio e  per qual fondamento potremo attenerci  all'opinione di un solo di questi filosofi  e rigettare e condannare i sentimenti di  tutti gli altri, il cui numero è si gran guenza lo spirito solo è il giudice le gittimodel vero. Né tal trasposizione nel l'ordine di giudicare può recarci mera viglia da parte dei platonici. Non era  forse Platone gran fautore delle idee  innate, idee archetipe di tutte le cose,  che il nostro spirito deve precontenere  prima ancora di nascere al mondo ? (V.  IDEE INNATE). Questa dottrina supponeva  appunto che iconcetti iquali ci formia mo delle cose già esistono in noi allo  stato latente, prima ancora chenoi per cepiamo alcuna cosa col mezzo dei sen si. La quale sciocchissima dottrina pa reva a Platone tanto certa, che egli se  n' era fatto adoratore e credeva di scor gervi alcun che di divino. Ma Aristotile  non veggendovi altro che un sogno, un  delirio umano, si pose a combatterla e  la ridusse al nulla.  AncheCicerone, nel secondo libro delle  Questioni Accademiche, appoggiandosi  all' autorità dello scetticismo della scuola  accademica e specialmente di Carneade,  che per ultimo lariformò, combattè ad  oltranza il dommatismo degli avversari.  >>>  (Locke. Saggio libro III. Cap. 4) Qui  Locke parteggia evidentemente, e assai  poco logicamente pel dommatismo idea listico; distrugge, cioè, le idee innate,  e crea gli archepiti; ma subitodopo ri cade nello scetticismo intorno all' idee  delle sostanze, le quali non siamo certi  che corrispondano esattamentealla realtà.  Ecco le sue proprie parole:   (I nervi e la vita, p. 30). Del pari una  troppo abbondante copia di sanguepro duce eccitazione soverchia e follia, on d'è che il dott. Parry giunse a far ces sare gli eccessi di follia comprimendo la  vena giugolare, e Flaming applicando  invece lo stesso trattamento ai sani pro dusse il sonno, con sogni febbrosi (Ri vista Britann. Aprile 1855). Anche una  corrente elettrica mandata attraverso al  cervello, per solito, produce il sonno,  causa la contrazione dei vasi sanguigni,  eccitati dalla elettricità. I quali fatti  tutti ci spiegano il perchè, le persone di  temperamento sanguigno e quelle che  hanno il collo corto, per solito, siano  più appassionate e focose delle altre,  nelle quali o il sangue non abbondante  oil collo lungo non consentono a que sto liquido vivificatore di eccitare so verchiamente il centro nervoso.  Ai piccioni possono recidersi in tutto  o in parte i lobi cerebrali senza annul lare le funzioni della vita animale. An nullasi invece ' intelligenza, e le bestie  così operate perdono la facoltà di cer care gli alimenti e di cibarsi, onde ri mangonsi immobili, come assonnate e  imbecillite. Le funzioni della respira zione e della circolazione continuano non  menche quella della digestione; gli or gani della vita animale assorbono e se cretano tuttavia; ma l' organo del pen siero essendo distrutto, distrutte son pu re in loro e la volontà e le tendenze, e  quelli che con nome impropriosi dicono  istinti. Ma se l'animale vien nutrito ar tificialmente, il cervello si riproduce ta lora a poco a poco, e col cervello rina scono le sensazioni e l'intelligenza. Questo  esperimento ilBernard ha chiamato rein tegrazione per rigenerazione organica.  Ma il Flourens prima di lui aveva già  osservato che le galline alle quali veniva  asportato il cervello perdonotutti gl'istin ti; e quellafula primaprova della stretta e  inseparabile relazione che esiste tra l'azio nedelcervelloe laproduzionedelpensiero.  Questa stessa relazione rivelasi con  non minore evidenza nell' anatomiacom parata, imperocchè confrontando fra di  loro i cervelli delle varie specie animali,  acquistasi laconvinzione che quelle spe cie soltanto hanno più grande intelli genza, le quali sono dotate dei mag giori cervelli. Non ricerchisi nel pesce le  forme complesse del ragionamento: lad dove appenasi trovano i primi rudimenti  del cerebro è già segno di grande intel ligenza il riunirsi, come fanno i carpio ni, al suono del campanelloper ricevere  il nutrimento. Negli uccelli vi è progres sione d' intelligenza, e nei mammiferi  ancora maggiore. Ma i mammiferi più  bassi mancano di circonvoluzioni cere brali: esse appariscono nei pachidermi,  sono più grandi nei carnivori, più gran di ancora nelle scimmie e nell'uomo.  >  Dopo avere invano sollecitato dal  ministro Guizot l'instituzione di una  cattedra di storia generale delle scien ze fisiche e matematiche, nel 1842 ot tenne il posto di esaminatore e sup plente alla scuola Politecnica, che per dette poi per alcuni violenti attacchi  contro Arago. Contro Stuart Mill che  aveva aderito pienamente al positivi smo, Comte ebbe nel 1843 una pro fonda divergenza a proposito della con 172  CONCETTO  dizione della donna, alla quale egli  contesta ogni eguaglianza con l'uomo,  e dichiara intellettualmente inferiore,  mentre poi più tardi vorrà emanciparla  dall'uomo anche nel processo delia fe condazione.  Il signor Littrė pone all'anno 1845  il secondo periodo della vitadi Comte;  e il suo retrocedere alla teologia e al  metodo subbiettivo vuol far coincidere  con una nuova crisi cerebrale. Mabi sogna convenire, checchè si dica in  contrario, che una assoluta coerenza  non pare che siamai stato il retaggio  di questo filosofo, e che questo secon do periodo non presenta altri caratte ri che latendenza a simboleggiare gli  enti naturali e a costituire una nuova  religione avente perbase l'adorazione  della natura e della umanità. Cadono  dunque in questo secondo periodo della  vita di Comte la sua Politica Positiva,  tori, li incarica di conservare il suo  appartamento tal quale, acciò serva  nientemeno che al Culto dell'umanità;  di dare unapensione alla sua dome stica, a cui dovevano passare in pieno  possesso tutti gli averi suoi, salvo la  mobilia e la biblioteca, e di pagare  infine i suoi debiti, che ascendevano a  circa 10,000 lire, e pei quali non rima neva naturalmente alcun fondo dispo nibile, dal momento che Comte dispo neva altrimenti dei suoi averi. Quan tunque il testamento fosse annullato  dai tribunali, il suo appartamento fu,  com' era desiderio del maestro, conser vato al culto dei suoi discepoli, i quali  anche oggidi, sebbene innumero scar sissimo, si radunano in quel luogo per  celebrarvi il « culto dell'umanità ». La  dottrina filosofica di Comte sarà espo sta all'articolo POSITIVISMO,  Concetto. Secondo la filosofia di  danon confondersi con quellagiàpub- Kant sono idee i soli principii assoluti  blicata nel Catechismo di Saint-Simon; ❘ della pura ragione, e intuizioni le per la Sintesi subbiettiva; il Catechismo Po- percezioni dei sensi. Ma vi sono idee che  sitivista, o sommaria esposizione della  religione universale; la fondazione della  Società Positivista compiuta nel 1848;  e la costituzione definitiva dela Reli gione dell' umanità di cui egli si era  costituito gran prete e il cui tempio,  per il momento, fu la tombadiMada ma di Vaux, per la quale egli aveva  concepita una viva passione fin dal  1845. Negli ultimi tempi dellasuavita,  contrariamente ai più elementari pre cetti del positivismo, Comte si votava  volontariamente ad una astinenza as surda: trattavasi sempre con gli stessi  cibi, si inibiva il vino, il caffè, e tutti  itonici,credendo di prolungare i pro prii giorni, ma nonriuscì ad altro che  a dimagrarsi straordinariamente e a  produrre un cancro del tubo digestivo,  che lo trasse alla tomba il 5 settembre  del 1857. Abituato a dirigere i suoi di scepoli senza pur discutere o ad essi  spiegare le sue idee; egli non fumeno  assoluto e meno ingiusto nel suo te stamento, nel quale nomina 13 esecu non sono nè pure sensazioni, nè principii  assoluti; e questi Kant chiamò concetti,  (begreifen),edivise intreserie: 1º Concetti  puri, che nulla attingono all'esperienza;  2º Concetti empirici che interamente ri posano sulla esperienza ; e 3º Concetti  misti, composti dall'esperienza e dall'in telletto. Appena è necessario accennare  quanto sia arbitraria una tale divisione,  inquantochè non esiste una sola idea, sia  pur essa oscura o chiara, la quale non  sia innanzi tratto percepita coll' espe rienza. Le idee di causa, di tempo e di  spazio che Kant pone traiconcetti puri  sono anch'esse acquistate col mezzo dei  sensi. (Vedi IDEE INNATE )  Tra noi, filologicamente, concetto è  meno generaledi idea eval più di perce zione, laquale è la primaimpressione che  l'intelligenza riceve dagli oggetti esterni .  Ma l'impressione non basta a produrre  il concetto, il quale suppone una ulte riore operazione dell'intelletto per com prenderla e rischiararla. Chiunque sia  dotato d'orecchi può avere Fimpressione  1 CONCILIO  del suono; ma a niuno è dato di avere  ungiusto concetto del suono, se non sa  che esso risulta da undeterminato nu mero di vibrazioni dell'aria, che stanno  inuncerto rapporto con la natura e la  intensità dei suoni.  173  che l'aveva generata, rinnoverà la mede sima sottigliezza, distinguendo una cer tezza subbiettiva puramente ontologica,  la qual s'ignora se corrisponda alla re altà delle cose che sonofuori di noi. (V.  CRITICISMO)  Concettualismo. Nomedato ad  una cotal sorta di filosofia-teologica del di MARIA VERGINE.  medio evo, laquale tenevail posto medio  fra le altredue scuole opposte: il nomi nalismo e il realismo. (vedi questi nomi).  Reputasi cheAbelardo siail fondatore di  questa scuolache il Cousin dimostrò dis sentire dal nominalismo soltanto per  una questione di parole. Disputavasi al lora fra realisti e nominalisti per sapere  se gli universali, ossia i concepimenti  empirici, generali, astratti, siano cose  reali oppur semplici nomi inventati dal  nostro intelletto per avere una ordi nata classificazione delle idee; e i primi  sostenevano la realtà obbiettivadi questi  concepimenti, mentre i nominalisti, per  la bocca del loro maestro Roscelino,  stando per l'opposto partito, tutti gliuni versali riducevano asemplici nomi sprov visti d'ogni senso. Un sol discepolo di  Roscelino, Abelardo, ribellossi alla teoria  del maestro, e spinto forse dalla sma nia di distinguersi, e di dare il suo  nome ad unanuova scuola, fra i conten Concezione immacolata.Ve Concilio. Il Bergier così definisce  il concilio: >(Bos suet. Storia delle Variaz. lib. VII. 24).  Nei primi secoli della Chiesa, la confes sione era essenzialmente pubblica, e fa cevasi ad alta voce da tutti i fedeli  nella Chiesa, come oggidì ancora si suol  fare fra gli anglicani. Ma inquei tempi  doveva ciascuno le sue colpe, anche più  segrete e scandalose, rivelare alla Chiesa  da Dio il suo perdono. Questa obbliga zione fu però mitigata in processo di  tempo, acciocchè la confessionepubblica  rende testimonianza dell'abolizione di tale  confessione, e ne vanta la saviezza con  queste parole: >>  (Omelia 30)E nell'Omelia28, spiegando  le paroledall'Apostolo   La fantasia dicostoro nonrisparmia  ipotesi alcuna.  >  Burchard ci insegna anche come le  donne venissero interrogate.  >  scono  Ma ecco altri orrori ad un tempo  vergognosi e ridicoli, perchè si riferi a sortilegi femminili?  >  Aquesto punto lo schifo mi farebbe  cader di mano la penua. Per buona  sorte le mie citazioni non andranno più  oltre su queste materie infami. Ma che  scuola, che teologi son quelli del medio  evo ! Sì, e questa scuola fu in onore  per più di cinque secoli. CONFESSIONE V'ho citato il vescovo di Worms  edovete ben argomentare che deplo rabili effetti l'auricolar confessione pra ticatacon questo metodo dovea produr re sui costumi.  183  se questi pensieri o questi piaceri non  l'indussero aqualche azione disonesta;  se confessa averne commessa qualcu na gli domanderà che azion fosse, e di  che modo e con chi la commise. Devesi  Per rimaner sempre nel vero e non  riferire che testimonianze di incontra stabile autorità nella Chiesa, citerò la  Somma angelica (Summa angelica) del  reverendissimo padre frate Angelo Cla vasio dell'ordine dei frati minori, morto  nel 1495. Il libro di questo religioso,  vero manuale del clero secolare, specie  di teologia in succinto, fu stampato  almeno unaventina di voltenel secolo  XV. L'ediziou principe comparve a Ve nezia in 4.º nel 1476. L'articolo prin cipale di questo famoso libro ha per  titolo : Interrogationes in confessione,  dove vengono in scena icasi gravi che  già abbiamo veduto, e che non mi par  verodiommettere.Ma già si capisce che  il nostro gran teologo non intende che  si risparmino anche sur un solo le in terrogazioni de opere luxuriæ.  Un libro dello stesso genere maad  uso moderno è la Mechialogia,trattato  dei peccati contro il sesto e nono coman damento, e di tutte le questioni matri moniali che vi si riferiscono, del reve rendo padre Debreyne, prete e religioso  dellaGranTappa,dove ilreverendotrap pista incomincia il suo lavoro dicen do: « Terrem dietro alla umanitànella  via fangosa delturpevizio della carne»  Tale era lavocazione del padre De breyne nel chiostro; ed eccone il suo  metodo:  >  >  Domandasi se chi mostra tanta pe rizia nell'arte dell'impurità, possa egli  stesso esser puro, se il sacerdote co stretto a passare il suo tempo sopra  questi casi di oscenità, alcuni dei quali  sono anche impossibili, non finiscano  col perdere fin la coscienza del loro  pudore. E dato che frammezzo a tante  sozzure abbiano potuto passare imma culati, domandasi se giovani sacerdoti  nei quali già i stimoli della natura  protestano contro il voto di castità, po tranno senza pericolo e senza pena,  udire in confessione gli accenti di una  francesi han ragione di così scrivere, poi chè il loro e avendo suono diverso, pro nunciasi press'a poco come la nostra Z  ( Confus). In cinese Khoung-fou-tseu.  Nacque nel villaggio di Chang-pingnella  Cina, 551 anniprima diG. C. L'infanzia di  questo filosofo di fama mondiale, come  quella di tutti i grandi uomini dell'an tichità, si perde fra le innumerevoli fa vole colle quali i suoi biografi la vollero  illustrare . A 20 anni fu eletto primo  ministro del regno di Lou, suo paese  natale, ebbe la sopraintendenza dei grani  e delle bestie, la qual carica abbandonò  dopo non molti anni, ondeviaggiare nei  piccoli regni nei quali laCina era allora  giovindonzella che confessalesue col-| divisa. Vogliono alcuni che questo suo  pe, se potranno senza tremito della voce  e convulsione delle labbra, interrogare  le penitenti sulle circostanze di fatto e  di tempo che accompagnarono la con viaggio avesse lo scopo di condurlo a  Laotseu, altro filosofo suo contemporaneo;  altri invece gli attribuiscono il pensiero  di riunire in un solo stato le varie  sumazione del peccato. Quali orrende  torture per un'anima condannata a non  mai provare le dolcezze dell'amore ! E  quantipericoli per un uomo obbligato  a strappare dalle pudiche labbra di una  leggiadra giovanetta una confessione di  debolezza! Bendiceva S. Tommaso, che  certo avràprovate molte di queste ten tazioni: « Le anime dedite alla pietà,  sulle prime non accorgonsi di questo  processo, poichè il demonio guardasi  bene dal lanciare da principio strali  avvelenati, ma usa dardi che lievemente  pungono il cuore. Presto cessano i trat tenimenti angelici, e comportansi quali  esseri compaginati di carne. Avviene  uno scambio di sguardi fra loro, poi  s' indirizzano lusinghevoli accenti che  s'addentrano fino all'animo, e che pur  sembrano procedere dalla primiera de vozione; infine è reciproco il desiderio  di trovarsi insieme. In questo modo,  conchiude l'Angelodellascuola, la divo zione spirituale si converte in passione  sensuale. Quanti virtuosi preti diserta rono la religione e Dio stesso, vittime  di cotali affezioni originate dalla pietà ! >>  Confazio e non Confucio, corru zione del nome francese Confuce. Ma i  potenze della nazione. La mala riu scita dei suoi sforzi lo persuase ad ab bandonare il mondo; si ritrasse nella  solitudine con pochi fidi discepoli , e  spese il suo tempo a raccogliere e rive dere i King, libri sacri dei Cinesi, che  già fin d'allora si reputavano di una  grande antichità.  È oggetto di antica controversia il  sapere se Confuzio insegnasse l'esistenza  di un Dio; ma intorno a questo punto  sì grandi e numerose sono le testimo nianze che lo negano, che il manifestare  una contraria opinione sarebbe temerità.  Forse in gran parte devesi l' opposto av viso alla divulgazione dei libri Cinesi  fatta dai gesuiti, i quali, com'è noto, sì  bene s'insediarono nella corte di Pekino,  che ogni lor cura fu diretta a far ve dere agli attoniti Europei, quanto poco  dovessero alla lor coscienza ripugnare i  principii religiosi della Cina, traviati sì,  ma pur sempre derivati dall'eterna rive lazione di Mosè. Ma un celebre prelato,  il vescovo diConon, il quale non era ge suita, e che vivendo in quel paese era  in grado meglio d' ogni altro di com prendere lo spirito della religione cinese,  così nel 1699 esprimevasi intorno alle cre CONFUZIO  denze di questo filosofo:  ( Hist. de la Philosophie  Payenne T. I. p. 23)  Per quanto sia d'antica data questa  lunga citazione sulla filosofia di Confu zio, mi pare che imoderni studi abbiano  nulla rivelato, nulla aggiunto all' opi nione del vescovo di Conon. Quel che  riman certo si è, che per Confuzio e per  tutta quanta la filosofia Cinese, la po tenza è strettamente congiuntacon l'u niverso materiale, che sopra la terra vi  è il Cielo o Thien, e il Thien si con fonde conquel Sciang-ti che è sinonimodi  supremo imperatore, di sommo edi pa dre. Ma questapersonificazione del Cielo  nonhacarattere veramente filosofico: e i  filosofi speculativi della Cina tant'erano  Confuzio non solo era ateo, ma ch'egli  ha sì fortemente inspirato l' ateismo ai  suoi settatori, che mill' anni dopo non  se ne trovò pur uno che non fosse ateo  quanto il maestro. Tutti hanno letto | che pensar si dovesse dell' anima dopo  lontani di credere a una potenza perso nale superiore alla natura, ch' essi non  ebbero idea di pene o di ricompense  oltre la vita, e Confuzio stesso, richiesto  questo bel passo di Confuzio, e fratanti  fedeli adoratori della sua dottrina non  ve ne fu un solo il quale si avvedesse  cheinquelpasso e in tutti gli altri che  i gesuiti sogliono citare, non si parla  d'altro che di un cielo materiale, ch'essi  la morte, rispose che l' affermare o il  negare ch' ella fosse conscia di se era  cosa egualmente dubbia e pericolosa.  >>  da cui il giorno dopo accettò la ca rica di consigliere di Stato, durante i  cento gicrni ! Caduto Bonaparte fu ab bastanza fortunato per farsi cancellare  dalle listedi proscrizione. Rientrò quindi  nelle file dell'opposizione parlamentare  é si voto a tutti i partiti che potessero  un'opera intitolata: Della religione con siderata nella sua sorgente, nelle sue  forme e nel suo sviluppo (Parigi 1823)  dove a chiare note si vede quella conti nua indecisione, e quella doppiezza che  propriamente convengono al diplomatico,  non al filosofo. Nega alla religione ogni  carattere rivelato, ma si affretta a sog giungere, che la rivelazione è impressa  nel cuore. « L'uomo, dic'egli, non ha  d'uopo che di ascoltare se stesso e tut ta la natura che gli parla con mille  voci, per essere invincibilmente condotto  alla religione  Il principio della verità  non è nè il ragionamento, nè l'autorità,  ma il sentimento ». Di questi luoghi co muni di cui tanto abusano i poeti-filo sofi dei nostri tempi, son piene le opere  di Constant, il quale negando ogni au torità sacerdotale vuole che essa « non  possa tentare di inceppare, nè pure di  accelerare i miglioramenti portati alla  religione per gli sforzi della intelligen za ». L'uomo disdegna le magnificenze  delle cerimonie, esso non si occupa che  del culto dell'Essere Infinito.... Una per cezione indefinibile sembra rivelarci un  essere infinito, anima, creatore, essenza  del mondo, poco importando le denomi nazioni imperfette che ci servono per  designarlo ». Di leggieri si scorge quanto  fosse superficiale una filosofia che reg gevasi sopra fondamenti così poco defi niti e così ambigui. I chiaroscuri, la  pieghevolezza e la grazia delle frasi co stituiscono tutto il nerbo di cotesta  scuola effeminata, che parla al senti mento, non mai alla ragione. Questafi losofia che evita tutte le angolosità, che  piaggia tutta le scuole, e che le sue a spirazioni liberalilascia intravvedere come  radi lampi di luce attraverso a un infi nito numero di sentimentali reticenze, fu  con grandissimo successo adottata da  tutti gli uomini politici che ebbero va 188  CONTEMPLAZIONE E RIFLESSIONE  ghezza di acquistarsi fama di profondi  pensatori e di filosofi. Noi abbiam ve duto qual successo abbia avuto per Con stant, e sappiamo, qual fama immeritata  abbia dato a Vittor Hugo, Quinet, Maz zini, i quali (fatta la debita proporzione  tra la volubilità politica del primo e  l'onesta vita dei secondi) seguirono le  orme sue. Il fatto si è, che cotesto modo  di filosofare col sentimento, oltre che ap paga unbisogno delle deboli intelligen ze, le quali sono sempre il maggior nu mero, lascia insolute tutte le questioni,  degli uni ottiene il plauso, degli altri  evita l'odio ; il perchè tutti vi trovano  dentro alcuna cosa buona, e pei più esi genti non mancano frasi, che torturate  nella debita maniera, non possano essere  intese nel senso che ad ognuno piace  di leggervi dentro.  Penetrato dalla coscienza che l'uomo  politico deve piacere al maggior nume ro, e a nessuno dispiacere, Constant a busò di questo metodo, l' eccellenza del  quale pare a molti confermata dal suc cesso. « Il sentimento religioso è sempre  favorevole alla libertà » Tal è la sen tenza di Constant, il quale rende poi a  se stesso questa testimonianza, che « nes suno prima di lui non aveva contemplata  la religione sotto l'aspetto del sentimen to ». Per quanto poco intrepida fosse  cotesta filosofia, parve tuttavia al suo  autore ancor molto ardita, avvegnachè  in un libro postumo pubblicato da Mat ter nel 1833 col titolo : Politeismo ro Constant era vissuto in tempi che aper tamente smentivano siffatte conclusioni.  Egli aveva veduto l'incredulità degli en ciclopedisti precorrere la grande rivolu zione che doveva rovesciare l'antico feu dalismo e liberare gliuomini da un giogo  secolare; egli aveva ancor veduto spe gnersi questo fuoco di libertà sotto la  dominazione di Napoleone ristauratore  del cattolicismo, e con Luigi XVIII sta bilirsi l'assolutismo della santa alleanza.  Strana libertà era quella che portava il  risorgimento del fervore religioso!  Questo regresso era d'altronde atte so, avvegnachè già fin dal 1811 egli  scriveva al signorHochet: >>  (Nuovi saggi. Introd) Non si può ne gare che la spiegazione sia ingegnosa  e sottile e non debba mettere in grave  coscienza dell'io, ossia la coscienza che  noi abbiamo delnostro essere, sia con tinua, sempre viva e presente a se  imbarazzo i cultori della filosofia spe culativa. Quanto allascuola sensualista,  essa può facilmente rispondervi dicen do, che il nervo acustico percepisce  solo i suoni determinati da un certo  numero e da unacertaintensità di vi brazioni; oltre quel limite non vi è  percezione, ondechè se il nostro orecchio  sente il rumore di 100,000 onde, non  così può dirsi che senta il rumore di  ciascuna onda. Il movimento vibratorio  percepito è essenzialmente uno, cioè il  risultante dai movimenti parziali, sepa ratamente impotenti a produrre un'a zione sul nervo. Quindi giustamente si  può dire che i movimenti non avvertiti,  nemmen sono sentiti; imperocchè non  basta che le vibrazioni del suono o della  luce o di altro qualsiasi movimento si  comunichino a un nervo per essere  sentiti, occorre anche che il cervello,  organo centrale della percezione, age voli l'azione fisiologica di quel nervo,  e, per così dire, sidisponga a ricevere  la sensazione. Egli è perciò che chi è  stessa. Iu altre parole, domandasi se in  ogni istante della vitanoisappiamo di  esistere. E ben a ragione si fa questa  domanda, avvegnachésia indubitato, che  se la coscienza é, come si pretende, ilri sultato di un esseresemplice,uno,nondi visibile inparti, debba ognora agire, non  mai fermarsi, non ammettere divisibilità  di tempo né disensazione. Or gli spiri tualisti affermano che così avvenga, e lo  provanopure affermando che la coscien za dell'io è essenzialmente una eindivisi bile, onde tutte le sensazioni vanno a  riunirsi in un punto solo, il qualeha la  coscienza dell'essere. Or, dicono essi,  se questo punto centrale fosse mate riale dovrebbe essere esteso, ma ciò  che è esteso è composto di parti e non  può dareuna sensazione unica, non può  darci quel sentimento unitario per il  quale, nell'atto di percepire le cose e sterne,noi sappiamo di percepirle, e ac canto all'oggetto percetto abbiam sem pre il sentimento del soggetto che per cepisce. Per spiegare questo sentimento  che costituisce la coscienza, conviene COSCIENZA  ammettere che dietro agli organi mate riali della sensazione, vi è un substrato  spirituale, non esteso, non composto di  parti, il quale riunisce concentra in  un punto solo, in una sola unità, tutta  la varietà e la molteplicità delle sensa 197  Il Prof. Schiff ha bene e giustamente  risposto all'obbiezione di Lotze, il quale  afferma che noi sentiamo esistere in  noi stessi, una unità consciente delle  zioni, e produce infine quel sentimento  unitario che ci fa dire : io sento, io  penso.  Maperò è unavera astrazione degli  spiritualisti quella per la quale essi  credono che in noi esista veramente  quelsentimento misterioso, indipenden te dalla sensazione,che ci dàlacoscienza  dell'esser nostro. Glidealisti stessi della  scuola di Berkeley, e perfino Hegel  hanno dimostrato che l'io è un essere  puramente fenomenale, prodotto in noi  dalla sensazione e strettamente con la  sensazione congiunto; e che quando  dall'idea dell' io si toglie quella di sen sazione, più non ci resta che una vaga  idea astratta, senza determinazione, idea  che è identica collo zero assoluto. Non  so con qualfondamento ilProf. Schiff  nella sua Cenestesi abbia scritto che  questa negazione dell'io non rimane  senza opposizione,specialmente da parte  del materialismo. Il materialismo si ac corda anzı assai bene con la teoria sen sualistica, e non può quindi in nessuna  maniera consentire a separare la sen.  sazione dalla coscienza: esso sa troppo  bene che noi acquistiamo la coscienza  dell' essere allora soltanto che eserci tiamo i nostri sensi, tantochè sentire e  sapere di sentire sono per noidue fatti  contemporanei che si confondono in un  solo concetto. Laddove non vi è sensa zione non può nemmen esservi coscien za; sebbene possa esservi vita chimica  o vegetativa ; e questo fatto chiarisce  ancora il materialismo che la coscien za dell'io entra in noi per la porta  dei sensi. Il materialismo non poteva  dunque combattere Berkeley per avere  avanzata questa negazione, ma sì piut tosto ha combattuto il suo eccessivo  idealismo col quale negava alla materia  ogni realtà.  molteplici sensazioni che proviamo. Or  questa unità, questo punto dove con vengono e si uniscono tutte le sensa zioni per costituire l'unità dell' io, per  quanto si possa concepire piccolissimo,  èperò sempre esteso, e come tale può  essere rappresentato come costituito  di parti, come formato con faccette ed  angoli, ciascuno dei quali forma una  individualità separata. A menochè dun que questo punto non corrisponda a  quello ipotetico dei matematici, non  abbia, cioè, nessuna dimensione, noi  nonpotremo mairappresentarcelo come  il substrato per mezzo del quale si con centrano in una unità tutte le sensa zioni e si costituisce la coscienza del ' io.  A siffatta obbiezione di Lotze, si può  facilmente rispondere negando assolu tamente ogni substrato della materia,  la quale trova in se stessa il principio  della sua azione. Se l' io costituisce ve ramente una unità indivisibile, come  pretende Lotze, egli avrebbe ben ra gione di negare, che un punto mate riale qualsiasi possa essere il centro di  questa unitàconsciente; ma nella realtà  ifatti ben ci dimostrano che questa in divisibilità dell'io non è altro che una  idea metafisica non conforme al vero.  Chi è assorto in profonda meditazione  avverte appena il dolore che gli si ca giona se questo non è così grave per  poterlo distrarre.  Sol quando egli esce dalla preoccu pazione ricorda il dolore provato, e al lora soltanto riacquista l'idea dell' io,  che lo sentiva. Mentr'io sto esaminando  con interesse un fatto che può con durmi alla verità, non penso guari al  mio io; io sono per così dire fuori di  me, non penso che agli oggetti delle  mie ricerche, ed appena so se io esi sto. Se un vestito stretto alla vita mi  importuna, in quel momento il mio io 198  COSCIENZA  è rappresentato da quella parte del  corpo che sente l'impressione, dal ven tre o dal petto; se sono ferito penso  alla sola parte ferita ed è essa sola  che in quel dato momento rappresenta  il mio io; se mi metto iguanti il mio  io momentaneo è la mano, ecc. Dopo  un centesimo di minuto secondo la  mano potrà rammentarmi il braccio,  lavambraccio, le gambe,la testa, e in  fine generalizzare l'idea dell'io a tutto  il corpo. Ma questo fatto non è imme diato; è soltanto mediato, successivo e  interrotto da grandi lacune. Avviene  in questi casi come nella storia e in  tutte le associazioni di idee, che sicon nettono: la mia storia, può ricordarmi  quella del mio paese, questa la storia  così rapida che sfugge alla percezione  nostra, di guisachè scambiamo facilmente  la successione colla simultaneità.  >>  EPlinio ( Storia Nut. lib. I. Cap. 2 )  soggiunge: « Egli è da credere che il  mondo, e questo che con altro nome ci  è piaciuto di chiamar cielo,dal cui giro  tutte le cose son coperte, sia una divi nità eterna, che non deve mancare mai.  Egli è sacro, eterno, immenso, tutto nel  tutto, anzi egli è proprio il tutto finito,  e simile all' infinito. Non appartiene  certo agli uomini, nè cape nelle con getture dell' umana mente, il voler in vestigare le cose estrinseche di esso ».  Anche l'Antico Testamento si uni forma all' universale concetto della filo sofia pagana, perciocchè il primo versetto  della Genesi nel testo ebraico ha un  senso ben diverso da quello che gli è  attribuito dai traduttori e commentatori.  Laparola barà che si traduce per creare,  dice il Larroque, non significa produrre  dal nulla, ma nel concetto principale  esprime tagliare, colpire, ed offre i si guificati secondari di formare, produrre,  generare. Siffatta interpretazione che ri sponde al vero spirito della lingua e braica è d' altronde confermata dalla  Genesi stessa, laddove l'autore usando  la stessa, parola, dice che Dio formò  (bard) l'uomo. Ove questo vocabolo ve ramente esprimesse in questo caso il  senso di creare, implicherebbe contraddi zione. Anche la Sapienza, libro ebraico  inscritto nel canone dal Concilio 'di  Trento, insegnando che la mano di Dio  da informe materia ha creato il mondo  (XI, 18) prova che lo spirito della reli gione giudaicaammetteva l'ipotesi di un  caos primitivo.  Il nichilismo del cristianesimo trova  dunque il mondo poco preparato a rice vere la sua dottrina della creazione, e il  dualismo prevalente nelle prime eresie  cristiane con Ermogene, Saturnino e  Marcione ( vedi questi nomi ) rappresen tava lacoordinazione del nuovo domma  coll' antica filosofia. Tutti gli sforzi de gli antichi padri della Chiesa sono di retti a combattere cotesta risplendente  verità, che a loro pare errore. Lattanzio  contro Cicerone ( Instit. lib. II. c. 3 ).  Tertulliano contro Ermogene, Origene  contro Marcione affastellano argomenti  per distruggere il fondamento di questa  filosofia. Origene lo dice chiaro: il sen timento della eternità della materia di vide i pagani dai cristiani ( Omelia XIV );  prima d'ogni cosaegli vuol che si creda  a un Dio che tutto ha tratto dal nulla.  Sopra questo punto il cristianesimo non  transige e l'unanime consentiniento della  Chiesa si smarrisce in ogni altro domma,  ma in questo risplende. Gli antichi pa dri possono errare, smarrirsi, far l'ani ma eziandio materiale, (vedi ANIMA )ma  in questo si accordano, che tutto ciò  ch' esiste è tratto dal nulla. Dio solo è  il principio dell' esistenza, ed egli regna  nel cielo cristiano senza rivali. « Dio,  dice Tertulliano confutando il dualismo  di Ermogene, non avrebbe potuto ser virsi della materia nella sua qualità di  padrone del tutto. Dio è padrone del  tutto in quanto ha tutto creato, la ma teria come il rimanente; ma se Dio non CREAZIONE  avesse creato la materia, se la materia  fosse eternamente esistita come Dio ed  203  dimostrarela nullità di tutti i concepi menti umani intorno al principio delle  indipendentemente da Dio, egli non ne  sarebbe stato il padrone, non avrebbe  avuto alcun potere sovra di essa ». La  filosofia cristiana ben ragionava contro  i dualisti: poichè a che giova l'ammet tere due principi coeterni, uno attivo e  l'altro passivo ? Non ci basta forse una  eternità sola, e non è anche questa di  troppo per capire nel nostro cervello ?  L'error degli antichi consisteva nel con siderare la materia siccome un essere  passivo, privo di movimento, incapace  quindi di produrre la vita. Quest'anti tesi è tolta ormai dalla nuova maniera  di considerare il mondo e le forze che  lo dirigono, e d'innanzi a questo indi rizzo della filosofia, il dualismo e il dei smo divengono egualmente assurdi e in concludenti. E nondimeno chi avrebbe  mai creduto che nei tempi nostri do vesse sorgere una teoria ancor meno  concludente e con ella uomini più in ,  cludenti ancora per innalzarla agli onori  dell' accademia? Non abbiamo noi veduto  Hegel e li Hegheliani farneticare conscon finate astrazioni e riporre ' universal  principio dell' esistenza in qualche cosa  di diverso da tutto ciò che esiste, in ciò  che non è sostanza, nè causa, nè essere,  e che per non sapersi con adatte parole  definire, si chiamò non essere puro ;  principio sempre presente a se stesso, la  cui immutabilità s'intitola processione  dialettica ? La pazzia ha i suoi gradi,  ma quella diHegel doveva essere molto  cronica perch'egli non si avvedesse, che  creando nomi nuovi, noncreava sostanze  nuove e nuove essenze, e che il suo  non essere puro era propriamente un non  essere davvero, dal qualefaceva procedere  l'esistente.  Contro queste astrazioni che si risol vono in meri giuochi di parole e che  alcuni non si peritano di chiamarepro fondità, non vi è miglior rimedio di quel  materialismo scientifico cotantodisprezza to, ilquale,s'anco nonavesse maggiorime riti, nessunogli potrebbecontestarequello  cose. E per verità, sulla creazione non vi  è filosofia che parli più chiaro e con una  più insinuante evidenza del materialismo.  Esso dice: le leggi del pensiero neces sariamente ci inducono a ricercare in  tutte le cose un principio, ma la ragione  di questa tendenza non riposa già, come  vorrebbe la metafisica , in una certa  quale prescienza dell'assoluto propria del 1' anima nostra; anzi essa riposa sopra  un fatto puramente relativo, contingente,  affatto transitorio e che rappresenterebbe  piuttosto la negazione dell'assoluto. Una  volta ammesso che noi non abbiamo  idee innate e che tutte quelle che pos sediamo le abbiamo acquistate colla e sperienza (vediIdee innate), è necessario  che anche l'idea di un principio non ci  sia pervenuta in altra maniera. Infatti  perchè mai noi pensiamo ad un princi pio? Perchè tuttele contingenze fenome niche che noi osserviamo ebbero princi pio e fine. Di tutte le forme che e sistono nessuna è eterna, e in un tem po più o meno lungo l'osservazione ci  attesta che tutte cambiano e si trasfor mano. Noi stessi abbiamo principio e fine,  ed è perciò che siano naturalmente con dotti a dare un principio e una fine a  tutte le cose che vediamo. Ma possiamo  noi applicare questa regola all'assoluto?  Qui tutte le filosofie, tutte le scuole si  accordano,perciocchèl'intelligenzanostra  finita, intendere non può le cause infi nite, e unae il rimanente; ma se Dio non CREAZIONE  avesse creato la materia, se la materia  fosse eternamente esistita come Dio ed  203  dimostrarela nullità di tutti i concepi menti umani intorno al principio delle  indipendentemente da Dio, egli non ne  sarebbe stato il padrone, non avrebbe  avuto alcun potere sovra di essa ». La  filosofia cristiana ben ragionava contro  i dualisti: poichè a che giova l'ammet tere due principi coeterni, uno attivo e  l'altro passivo ? Non ci basta forse una  eternità sola, e non è anche questa di  troppo per capire nel nostro cervello ?  L'error degli antichi consisteva nel con siderare la materia siccome un essere  passivo, privo di movimento, incapace  quindi di produrre la vita. Quest'anti tesi è tolta ormai dalla nuova maniera  di considerare il mondo e le forze che  lo dirigono, e d'innanzi a questo indi rizzo della filosofia, il dualismo e il dei smo divengono egualmente assurdi e in concludenti. E nondimeno chi avrebbe  mai creduto che nei tempi nostri do vesse sorgere una teoria ancor meno  concludente e con ella uomini più in ,  cludenti ancora per innalzarla agli onori  dell' accademia? Non abbiamo noi veduto  Hegel e li Hegheliani farneticare conscon finate astrazioni e riporre ' universal  principio dell' esistenza in qualche cosa  di diverso da tutto ciò che esiste, in ciò  che non è sostanza, nè causa, nè essere,  e che per non sapersi con adatte parole  definire, si chiamò non essere puro ;  principio sempre presente a se stesso, la  cui immutabilità s'intitola processione  dialettica ? La pazzia ha i suoi gradi,  ma quella diHegel doveva essere molto  cronica perch'egli non si avvedesse, che  creando nomi nuovi, noncreava sostanze  nuove e nuove essenze, e che il suo  non essere puro era propriamente un non  essere davvero, dal qualefaceva procedere  l'esistente.  Contro queste astrazioni che si risol vono in meri giuochi di parole e che  alcuni non si peritano di chiamarepro fondità, non vi è miglior rimedio di quel  materialismo scientifico cotantodisprezza to, ilquale,s'anco nonavesse maggiorime riti, nessunogli potrebbecontestarequello  cose. E per verità, sulla creazione non vi  è filosofia che parli più chiaro e con una  più insinuante evidenza del materialismo.  Esso dice: le leggi del pensiero neces sariamente ci inducono a ricercare in  tutte le cose un principio, ma la ragione  di questa tendenza non riposa già, come  vorrebbe la metafisica , in una certa  quale prescienza dell'assoluto propria del 1' anima nostra; anzi essa riposa sopra  un fatto puramente relativo, contingente,  affatto transitorio e che rappresenterebbe  piuttosto la negazione dell'assoluto. Una  volta ammesso che noi non abbiamo  idee innate e che tutte quelle che pos sediamo le abbiamo acquistate colla e sperienza (vediIdee innate), è necessario  che anche l'idea di un principio non ci  sia pervenuta in altra maniera. Infatti  perchè mai noi pensiamo ad un princi pio? Perchè tuttele contingenze fenome niche che noi osserviamo ebbero princi pio e fine. Di tutte le forme che e sistono nessuna è eterna, e in un tem po più o meno lungo l'osservazione ci  attesta che tutte cambiano e si trasfor mano. Noi stessi abbiamo principio e fine,  ed è perciò che siano naturalmente con dotti a dare un principio e una fine a  tutte le cose che vediamo. Ma possiamo  noi applicare questa regola all'assoluto?  Qui tutte le filosofie, tutte le scuole si  accordano,perciocchèl'intelligenzanostra  finita, intendere non può le cause infi nite, e una successione di cause le une  generatrici delle altre all'infinito è tanto  poco comprensibile per l'intelletto nostro  quanto il concetto di un causa prima  esistente da tutta l'eternità. Nondimeno  preferiamo attenerci a quest'ultima ipo tesi, siccome quella che più si avvicina  alle così dette leggi del pensiero. Ora,  supposto che si debba ricercare una  causa prima di tutti i fenomeni che ci  circondano, e che questa causa renda  più chiaro all'intelligenza il concetto di  origine (il che non è vero, perchè nel  concetto di causa primacontiensi sempre 204  CREAZIONE  l'inintelligibile eternità) domandasi se  questa causa prima sia la materia op pure un ente che è fuori e che è ante riore alla materia. La metafisica dice  che la materia non può essere causa  prima, perchè il pensiero necessariamente  ci conduce a dare una origine alla ma teria. Ma ognun vede che questa è una  pura e semplice,petizione di principio;  spiegasi, cioè, la cosa ricercata con la  ragione stessa che ci induce a ricercarla.  Mad'altronde, ammesso pure che questa  causa causarum risieda in una entità  che sta fuori della materia, avremo noi  spiegata l' origine delle cose? Le leggi  del pensiero saranno per questo appa gate? Non ci indurranno forse ancora a  ricercare qual sia l'origine di questa  causa prima, la quale diventerà perciò  avolta sua causa seconda o terza, secondo  che piaccia al pensiero di spingere più  o meno innanzi le sue investigazioni ?  Esiccome il creare delle cause ideali  non costa al pensiero molta fatica, così  non si saprebbe a qual punto si ferme rebbe. Çiò posto, non è egli più ov vio il fermarsi addrittura alla materia,  questo ente sensibile, che vediamo, sen tiamo, e per il quale viviamo? E d' al tronde non vi è poi nessun motivo de terminante che ci possa consigliare que sta scielta? Fra un ente astratto che non  possiamo concepire e che sfugge alla  percezione di tutti i nostri sensi, e una  realtà tangibile che negare non si può,  è egli lecito rimanersi in dubbio ? Ciò  che vediamo e sentiamo avrà egli per la  nostra ragione minor evidenza di una  supposta entità, laquale in nessuna ma niera possiamo concepire, in nessuna  guisa rappresentare? E poi questa stessa  materianon ci dà ella stessa le prove  della sua eternità? L' abbiam noi veduta  nascere? La vediam noi spegnersi? Non  mai: nessuna materia nuova si produce,  nessuna si distrugge; e se perfino la  metafisica non osa negare che la mate ria nel tempo si produce o si distrugge,  come oseremo noi privarladell'attributo  dell' eternità, il qual suppone appunto  l'ente senza fine? Ben si dice dai meta fisici, che se la materia non si produce  nè sì distrugge ora, nulla prova che non  siasi prodotta in principio, che non si  distruggerà alla fine. Ma con altrettanta  logica questa stessa conseguenza puossi  applicare all'ente che si vuol sostituire  alla materia, avvegnachè nulla ci dice  che se esiste ora sia esistito prima, ed  esisterà alla fine. L'astrazione dunque  non spiega in nessuna maniera la que stione d'origine, e fradue ipotesi quella  certamente è più probabile, la quale  meno ripugna ai sensi, e vanta, se non  altro, l'evidenza del fatto presente.  Perfino la filosofia teista è costretta  a convenire che l'idea di creazione in tendere non si può con la sola potenza  dell'intelletto. S. Tommaso rimproveran do gli antropomorfi che concepire non  sanno l'immaterialità,li accusava di non  aver saputo elevarsi al di sopra della  loro immaginazione; la qual cosa è  ancor più chiaramente detta dall' inglese  Clarke, ministroprotestante :>  (Toledo 633). Se in giorno di digiuno  un padrone ciba il suo schiavo con  carni, questo sarà libero (Bergham stede 696) . Nè solo la Chiesa tollera e  approva la schiavitù; essa ha pure i  suoi schiavi. Oltre quelli che nel medio  evo per fuggire la tirannia dei signori  offrivansi in volontaria servitù ai ricchi  conventi e alle potenti abbazie (La Fa rina Storia d' Italia), i bastardi dei preti,  saranno schiavi della Chiesa, ed è fatto  divieto ai giudicidi affrancarli, quand'an che la loro madre fosse libera (Toledo  658, Pavia 1012) ; i vescovi potranno  vendere gli schiavi fuggitivi a lor pro fitto (Adge 506); ma essi non possono 212  CRISTIANESIMO  vendere nè gli schiavi nè gli altri beni  della Chiesa ( Siviglia 619). Il vescovo  non può nemmeno affrancare gli schiavi  della sua Chiesa, s'egli non laindenizza  altrimenti ; e se nonostante questo di vieto il vescovo affrancherà gli schiavi,  il suo successore li ridurrà novellamente  in servitù, poichè l'affrancazione non può  tenersi valida (Toledo 633). Un altro con cilio di Toledo nel 773 trova necessario  di proibire ai vescovi di mutilare i servi  della Chiesa, e quello di Francoforte nel  894 vieta agli abbati di accecare i mo naci o altro gregge servo di Dio ». Cio nondimeno ancora nel 1253 il capitolo  di Nostra Signora di Parigi avendo get tato in orride prigioni tutti i servi del  villaggio di Chateney, sostenne con tro la stessa regina, ch' esso aveva il  diritto di vita edi morte sui suoi schiavi  (Dulaure); e intorno a quel tempo il  vescovo di Cambrai faceva accecare tutti  gli schiavi del suo nemico ( Malfilatre.  Recueil des historiens de France).  Nè si dica che queste massime non  sono cristiane, che laChiesa ha subito i  costumi del tempo. Ella non ha subito  la schiavitù, ma sì l'ha imposta. Ancora  nel 1522 il 3º concilio di Laterano dà  ai sovrani il diritto di ridurre in servitù  i dissidenti, e Gregorio X permette che  siano ridotti in servitù coloro che for nissero armi o navigli agl'infedeli. Pro testanti e cattolici si combattono sui  dommi, ma si accordano sulla schiavitù.  Sentiamo le giurisprudenza ecclesiastica  intorno aquesto punto.  Bossuet, vescovo di Meaux, sullafine  del secolo XVII così scriveva: >  Allorchè nel 1792 i commissari per  ' incameramento presero possesso del la biblioteca ecclesiastica di Clairvaux ,  217  fezione spirituale del cristianesimo, un  trovarono all' incirca 2000 manoscritti e  35000 volumi stampati, rinchiusi nelle  stesse casse che otto anni prima avevano  servito a trasportarli da Dijon, ove era no posseduti dal presidente Bouhier.  Fu certamente per un atto di altis simo rispetto all'antichità e alla scienza  che quei buoni monaci, durante questi  otto anni, avevano religiosamente con servati i volumi nelle stesse casse e in  luogo abbastanza umido; poichè all'a prirsi di esse si trovò che i libri erano  tutti putridi e in gran parte guasti. Nel  1755 i Francescani di Anversa persba razzarsi d' un impaccio inutile, regala rono al loro giardiniere 1500 volumi,  che furono poi venduti ad un erudito  inglese pel valore di quattordici mila  lire!  Moltissimi altri fatti di questo ge nere provano pur troppo quanto i mo naci fossero penetrati dall' importante  missione di conservare ai posteri il te soro delle cognizioni con tanti stenti  accumulato dagli antenati. Certo, molte  e molte opere uscirono dai conventi,  molte polemiche e guerre guerreggiate  a/colpi di penna, furono date in ispet tacolo al medio evo. Ma se le discus sioni fatte sulla consuntanzialità e sulla  grazia, sulla fine del mondo e sui modi  più adatti a scoprire le streghe, fecero  si che quei buoni messeri si scervellas sero intorno alle più futili questioni, e  sempre più imbestialissero il mondo, non  so davvero quanto la civiltà debba es serne grata al cristianesimo e alla sua  Chiesa.  Bayle nel suo Dizionario Storico ha  esaminato se una societàdi atei potrebbe  sussistere; ma a ben miglior ragione a vrebbe potuto esaminare se sussistere  potrebbe una società di veri cristiani.  Imperocchè un popolo interamente as sorto nella idea di raggiungere la per popolo tutto compreso nel pensiero d'  avverare sulla terra la morale evang lica, sarà insensibilmente condotto a 0 vina, quantunque credenti e filosofpo co profondi vadano magnificando l'al tissima perfezione di questa morte. Do vrà innanzi tutto ogni buon cristano che  vuol essere perfetto votarsi a celibato,  e alla mortificazione, avvegnanè il con trastare i sensi e il far soffrir la carne,  è virtù veramente evangelica( v. CELI BATO ECCLESIASTICO E ASTIN-NZA DALLE  CARNI ). Dopo avere tolti alsuo seguace  la moglie e ogni piacere di sensi, Gesù  gli toglie eziandio la ricciezza. Una an che modesta agiatezza pe fondatore del  cristianesimo è colpa e ausa di perdi zione, perciocche egli èpiù agevole che  un cammello passi pe la cruna di un  ago, di quello che sia a un ricco l'en trare nel regno de'cieli. ( Luca XVIII  18-27. Matt. XIX 16-26. Marc. X 17-27 ).   È tanto male il re spingere una offesa quanto il farla (Id.  lib. VI Cap. XVIII) ».  Con questi principii chesono tutto il  nerbo della dottrina cristiana, è impos sibile che una società possa sussistere lun gamente, onde ben aragioneG.G. Rous seau diceva, che una società di veri cri 219  applicasi perfino a un re pagano, a  Ciro, come può vedersi dalle seguenti  parole di Isaia: « Queste cose dice il  Signore a Ciro, mio Cristo, cui io ho  preso per mano a fine di suggellare a  lui le nazioni e porre in fuga i re >  (XIV,). Anche Lattanzio così parlava  intorno a questo punto:   Critolao.Nacquea Faselide nella  Lidia, studio filosofia in Atene sotto  Aristone di Ceo e fu capo della scuola  peripatetica verso l'anno 155 prima  di G. C. Sesto Empirico dice ch'egli  condannavala rettorica siccome un' ar te nocevole, e Filone c'insegna ch'egli  appoggiando la filosofia di Aristotile  ammetteva l' eternità del mondo. Nel  suo Trattato sulla incorruttibilità del  mondo egli ragiona così: « Tutto ciò  che nasce haun accrescimento, è sog getto alla corruzione, alla vecchiezza  ed alla morte. Il mondo non ha accre scimento, non s'altera, non invecchia,  dunque è eterno ».  :  Croce. Tant'è l'importanza che il  cristianesimo ha dato al simbolo della  croce, che icattolici si sonoperfino la sciati indurre adadorarlo come segno  della rigenerazione dell'umanità. Nono stantequesta pretesa importanza simbo lica si è molto sorpresi di vedere che la 222  CROCIATE  croce,comesimbolorappresentativo, non  fa usata dal cristianesimo prima di tre  secoli almeno dopo la morte di Gesù.  Nessunmonumentodidata certa, scrive  il cav. De Rossi, buon ortodosso diret tore degli scavi di Roma, non si pre senta prima del quinto secolo, il quale  porti la croce immissa o quella detta  greca. Un solo esempio della croce  tau, riferito da Boldetti si incontro  sotto la data del 370, e quelle che si  osservano nelle catacombe sono state,  per quanto nedice il citato antiquario  romano, tracciate nei tempi relativa mente moderni dallamano più pia che  esperta dei pellegrini che le visi tavano.  Dunque non solo i contemporanei  di Gesù, ma perfino tutti i cristiani,  per il corso di oltre trecent'anni hanno  affatto ignorato questo famoso signum  Christi, il qual si vuolche fosse stabi lito in tutti i tempi. Ma ciò che ad al cuni parrà veramente strano, si è che  se i cristiani non conobbero il segno  della croce che in tempo molto inol trato, lo conoscevano invece i pagani  e gli idolatri già da tempo immemo rabile prima della venuta di Cristo.  Gabriele di Mortillet in un libro inti tolato: Le signe de la croix avant le  christianisme; haraccoltonumerose te stimonianzepaleontologiche,dalle quali  appare, che il segno di croce trovasi  inciso sopra un gran numero di sto viglie scoperte nelle terremare dell'Emi lia presso Parma e Reggio e attri huite, secondo ogni verosimiglianza,  ad unpopolo che abitava quei paesi as sai tempo prima dei romani e degli  Etruschi. Lo stesso seguo si trova im presso sopra molte stoviglie peistori che del Cimitero di Villanova presso  Bologna, e nelle tombe di Golasecca  presso il lago maggiore, dove fu pure  trovato sotto un vaso fabbricato forse  mille anni prima dell'era nostra, quel  segno che i cristiani adottarono poi  siccome il famoso monogramma di Cri sto (Una X attraversata da un P). Al tri oggetti preistorici col segno di  croce sono stati pure trovati nella  Francia e nell' Inghilterra, ed è poi  noto che la croce detta Tau fu nel l'Egitto un simbolo religioso, l'emble ma della vita e della potenza e come  tale era posta nelle mani agli Dei di  quel paese. Il Signor Letronne in una  memoriapresentata all'Accademia delle  inscrizioni, ha dimostrato che fu ap punto questo Tau & che i cristiani  dell' Egitto hanno adottato nei primi  tempi come simbolo cristiano ; mentre  poi si vede che le prime croci incise  dai cristiani di Roma, si avvicinano ad  un altro tipo che, secondo il signor  Letronne, si trovano sulle medaglie an tiche di Acarnani, di Atene, di Ales sandria e di Seleucide.  Crociate. Guerre fatte dai cri stiani in nome di Dio e della croce  per imporre altrui la loro volontà e  la loro legge.  Alla fine dell'undecimo secolo, scri ve il Laurente, l' Europa si precipita  sull'Asia per conquistare il sepolcro  di Cristo. Le vessazioni che i pellegrini  subivano visitando la città santa, fu il  pretesto di questa guerra di due se coli. Tuttavia queste vessazioni non  erano altro che un accidente. Gli Arabi  hanno gran venerazione di Gesù, e  danno prova di grande rispetto per la  fede che conduce icredenti alla visita  dei luoghi santi. Nella prima metà  dell'ottavo secolo un vescovo Sassone  fatto prigioniero, fu tradotto davanti  al capo degli Arabi per essere giudi cato: poniamo mente alla sentenza del l'emiro:   Leopoldo Delisle (Études sur la con dition de la classe agricole inNormandie,  au moyen-âge) toglie dagli Archivi  nazionali di Francia (Sez. P. 305 n.º  38) il seguente testo del 1419 « En dit  lieu (de laRivière-Bourdet in Norman CULTO  dia) aussi ay droitde prendre sur mes  hommes et autres, qui se marient sur  ma terre, dix soutz tournois  ou je  puis et dois, s'il me plaist, aler cou chier aveque ' espousée, au cas où son  mary ou personne de par lui ne paie 227  ligione positiva rendono a Dio ed agli  altri esseri sovranaturali. Il culto pre senta tutti i caratteri dell'antropomorfi ,  roit >. Che laChiesa, non solo tollerasse, ma  pretendesse cotesto diritto, è provato da  fatti parecchi; se non che, volle ella san tificarlo adducendo, che siccome le pri aver veduto  mizie dėl matrimonio erano dovute a  Dio, e gli sposi avevano l'obbligo di  esser casti durante le prime tre notti di  matrimonio, così dovevano i vassalli pa gare alla Chiesa la licenza di giacersi  insieme colla loro moglie subito dopo  averla sposata. Cattiva giustificazione di  una triste causa, però che questa tassa  applicata ai soli vassalli, è sicuro indi zio della sua origine. Narra Boerins di  in curia Bituricenci  (Bourges), coram metropolitano, proces sum appellationis in quo rector, seu  curatus parochialis , prætendebat, ex  consuetudine, primam habere carnalem  sponsæ cognitionem ».  «  Altri fatti ci attestano che ildiritto di  cullagio era percetto dalla Chiesa. Un  decreto del 19 marzo 1409 toglie al ve scovo d'Amiens il diritto di esigere una  tassa dagli sposi (Arch. de France X. 57)  Altro decreto del parlamento di To losa dato il 1 marzo 1558 vieta all'ab bate di Sorreze di prelevare questa tas sa nella signoria di Villepinte- Nel  1582 il Parlamento di Parigi fa lo stesso  divieto ai religiosi di Saint-Etienne  Egual divieto è fatto dal parlamento di  Bordeaux nel 1620 agli Agostiniani  di Limoges, e più tardi i Canonicidi  S. Claudio, da Voltaire tanto giusta mente stimmatizzati , sequestravano i  beni matrimoniali della sposa che a vesse passata la prima notte di matri monio col marito, invece di restare sotto  il tetto paterno. (Veuillot. Le droit du  seigneur au moyen age- Vedi anche  l'articolo AMORE in questo Dizionario.  Culto. Onore che i fedeli d'ogni re :  smo siccome quello il qual suppone  che Dio possa partecipare alle umane  fragilità e placarsi e diventar benigno  verso i suoi adoratori sol perchè essi  gli tributano quella sorta di omaggi  che, dal più al meno, rendono a tutti  i potenti della terra. L' idea di un  culto, infatti, riposa sopra l'assurda  credenza che la mente , la qual pur  si dice infinita , di Dio , attribuisca  un grandissimo valore agli effimeri o nori dei meschini abitanti di questa  molecola dell' universo, che si chiama  mondo. Appo i selvaggi l'idea cardinale  del culto si rivela con tutti i suoi ca ratteri antropomorfi. Essi con adorano  le potenze sovranaturali, se non in ra gione del bene che possono sperare da  loro o del maleche da loro possono te mere. Il loro culto è meramente rego lato dai rapporti che passano fra essi e  gli altri uomini, epperò rendono ai loro  idoli quegli stessi servizi o quegli stessi  onori i quali sogliono rendere agli uo mini più potenti di loro. I popoli della  Siberia rendono solenne culto e fanno  offerte ai loro Dei sol nei giorni di  sventura, e i Kamtscadali, come rife risce Feuerbach, per solito sono molto  parchi in queste offerte, nè donano ai  loro Dei altro che le ossa, le reste e la  testa dei pesci, dei quali, com'è ben natu rale, essi non possono cibarsi. Anche i  negri per solito non offrono agli Dei  altro che le ossa e le corna delle loro  bestie, e nell'antica Grecia Esiodo dice  che Prometeo insegnava agli uomini di  non offrire agli Dei altro che le ossa, e  a se stessi riservare la carne degli' ani mali. Ma nontutti ipopolisono cosìpar chi nel loro culto, ecertiselvaggi credono  ancora di rendersi accetti ai loro idoli  ungendoli con grasso e riempiendo il  loro naso di tabacco, imperocchè il ta bacco è cosa ad essi cara, e l'ungersi il  corpo è usanza generale dove I' abbon danza degli insetti rende n cessario di 228  CULTO  mettere al riparo l' epidermide dai loro  perniciosi attacchi. Gli insulari di Fidsci  al loro Dio offrono vivande, e in gene rale vediamo che l'idea del culto non si  disgiunge mai da quella di offerta e di  sacrificio, avvegnachè gli uomini offrano  agli Dei le cose cheper lororeputano utili,  ond'acquistarsi laloro protezione e illoro  appoggio; ondechè il culto nei suoi pri mi elementi risolvesi in una sorta di con tratto bilaterale, nelquale non si presta no onori senza promessa di beneficio. I  Botocos, tribù degli Ottentotti, non ado rano forse lo spirito del maledal quale  tutto possono temere, e albuonDio non  negano culto, poich' essi credono che sia  un buon vecchio incapace di far male  ad anima viva? Anche Randall narra  che gli indigeni delle isole Kingsmill  (Micronesia meridionale) dacchè furono  decimati da una orribile epidemia, per dettero ogni fiducia negli spiriti a cui  prima rendevano culto.  Di mano in mano che la civiltà si  accresce anche il culto s'ingentilisce. Il  concetto della divinità che subisce una  elaborazione. metafisica, sempre più si  allontana dall'antropomorfismo volgare ;  l'uomo più non presume di potere tor nar utile al suo Dio, ma da lui tutto  attende, e lui adora come il sovrano di spensatore delle grazie e dei castighi.  Allora alla triviale offerta dei selvaggi su bentra il sacrificio di espiazione, e iriti  e i simboli formano le arcane cerimonie  in soccorso delle quali vengono le me raviglie dell'arte; e l'incanto della mu sica e degli odori accrescono il culto  da rendersi in onore della maestà su prema.  Però non sempre le religioni civili  si sono limitate ad onorare il solo Dio,  e il cattolicismo specialmente ha distinto  il culto in varie specie delle quali qui  appresso parleremo.  CULTO DI LATRIA, che appartiene al  solo Dio, ed intorno al quale'tutte le  chiese cristiane concordano , siccome  quello che è comandato dalla scrittura  e specialmente dal primo comandamento  della legge Temerai il Signore Dio  tuo e lui solo servirai » (Deuter. VI 13).  Però, non tutti icredenti in un Dio per sonale si accordano intorno alla maniera  di prestare il culto dilatria, imperocchè  propriamente questa parola greca signi fica servire (da latreia, servo) e varie  sono le maniere di rendere servitù. Tra  il lusso smodato delle chiese cattoliche  e la modestapovertà delle assemblee dei  quaccheri i quali, secondo un detto e vangelico, adorano Dio in ispirito e ve rità,  corrono tante diversità di culti  quante sono le Chiese e le comunioni  religiose. Nè mancano deisti i quali so stengono che il culto daprestarsi a Dio  deve essere puramente interno, e ogni  culto esterno rigettano siccome inutile  e superstizioso e sgradito alla divinità.  Ma costoro mal ragionano, avvegnachė  sia facile il dimostrare che, o Dio è un  essere veramente antropomorfo, e percid  gusta e ambisce gli onori, e allora l'ono rarlo esternamente e conquella maggior  pompa che siapossibile è atto doveroso  e non superstizioso ; oppure gli onori  non ama, e allora l'adorazione, sia inter na od esterna, non cambia natura din nanzi ad un essere per il quale non esi ste nè dentro nè fuori, nè sopra nè sotto,  e al cui cospetto ogni cosa è palese.  CULTO DI IPERDULIA, con cui viene o norata la Vergina Maria, madre di Dio,  la quale per la Chiesa cattolica essendo  nata immacolata, merita un culto supe riore a quello degli altri esseri del  Paradiso.  CULTO DI DULIA, il quale nella Chiesa  cattolica rendesi ai santi pei doni sopra naturali ond'essa dice che furono da Dio  favoriti. Tutte le Chiese protestanti con  unanime accordo rigettano questo culto,  non meno che quello di iperdulia, sicco me superstizioso econtrario alla scrittura  e non mai praticato dai cristiani dei  primi quattro secoli. In quanto alla scrit tura essi dicono che quando alcuno dei  suoi discepoli domandò a Gesù Cristo:    Fondandosi su queste considerazioni,  il Prof. Mantegazza conchiude che le dif ferenze caratteristiche che si notano fra  gli animali dei due sessi, devono attri buirsi alla natura speciale della secre zione spermatica, laquale imbevendo per  riassorbimento tutti i tessuti ne modifica  profondamente la nutrizione, facendo ap parire nuove forme, nuovi colori, nuovi  caratteri anatomici e fisiologici. Il Dar win inunalettera del 22 settembre 1871  dichiarò di non poter credere che l'as sorbimento del liquido spermatico possa  modificare i tessuti dell'animale che lo  secreta; ma questa denegazione del sa piente transformista inglese, non toglie  che le obbiezioni del Mantegazza siano  di qualche peso, e che la sua ipotesi  acquisti tanta maggior evidenzainquanto  par verificata da un certo numero di  fatti abbastanza capitali. Invero, pri ma della pubertà, come osserva Mante gazza, il maschio e la femmina si rasso gliano tanto da non poterli distinguere,  e la vecchiaia fa spesso scomparire i  caratteri sessuali secondari, i quali pure  non si sviluppano se il maschio è ca strato. Sappiamo che agli eunuchi non  cresce la barba, chelaloro voce conser vasempre un timbro infantile eche giun gono all'età matura assumendo abitudi dini più femminee che virili; e sappia mo pure qual differenza esista fra il  bove e il toro, fra un gallo ed un cap pone.  Del resto, m' affretto a soggiungere  che se il Mantegazza contrasta l'elezione  sessuale, non nega però l'influenza del l'elezione naturale. Mi pare anzi che la DARWINISMO  sua teoria della neogenesi si risolva  ancora in questo ultimo genere di ele zione. Spieghiamo in poche parole que sta teoria. La regola normale della ge nerazione è che il figlio è sempre di verso dal padre o dalla madre, ma che  questa  diversità è però così accessoria  241  normale, mentre invece quando l'eredità  immediata è quasi nulla, e prepondera no gli elementi atavici, cioè la som madi molte modificazioni già compiute  nel passato, la nuovaforma si dice nata  che nonbasta a costituire per se sola  alcun carattere speciale che lo diversifi chi dai parenti. Non sono però tanto  rari i casi di generazione anormale, nei  quali il figlio presenta caratteri nuovi  non propri dei genitori, ed è appunto  in questi casi eccezionali, i quali si di scostano dalla legge normale dell'eredità  fisiologica, che si verifica la neogenesi,  o generazione nuova, improvvisa, che  può costituire una varietà più o meno  permanente.   Tostochè,dice Darwin, qualche antico  membro della grande famigliadei pri mati, o pel cambiamento nella maniera  di procurarsi la sussistenza o per mo dificazioni nel paese primaabitato, sarà  stato ridotto a vivere meno sugli alberi,  il modo di camminare avrà dovuto  modificarsi, esso sarà divenuto obipede  o veramente quadrupede. I cinocefali  L'uomo solo è divenuto bipede, ed io  credo che, almeno in parte, noi possia mo capire com' egli abbia acquistata  l'andatura verticale. Egli non avrebbe  mai raggiunta la sua posizione domi nante nel mondo, senza l'uso delle sue  mani , cost appropriate ad obbedire  alla volontà. Ma braccia e mani non  avrebbero mai potuto divenire organi  così perfetti da poter fabbricare delle  armi, lanciare pietre e giavellotti con  giusta mira, se avessero dovuto servire  abitualmente per muovere il corpo, o  per sopportarne il peso; tanto meno  poi se avessero continuato a servire per  arrampicarsi sugli alberi; avvegnachè  presso le scimmie, essenzialmente ar rampicanti, il pollice è quasi sempre  rudimentale e la mano è un vero un cino. Un servizio così grave avrebbe  d'altronde tolto in gran parte il senso  del tatto, dal quale dipendono princi palmente gli usi delicati acui servono  le dita. Queste sole cause sarebbero  bastate perchè la stazione bipede fosse  vantaggiosa all'uomo; ma vi sono molte  altre azioni che richiedono la libertà  delle due braccia e della parte supe riore del corpo, il quale deve perciò  riposare fermamente sui piedi. Per rag giungere questo risultato vantaggioso,  i piedi sono divenuti più piatti e il  pollice si è singolarmente modificato,  perdendo ogni attitudine a prendere i  corpi, per l'opposizione alle altre dita.Ma  vi sono selvaggi nei quali il piede non  ha tuttavia perduto interamente la fa coltà di prendere, come lo dimostra  la lor maniera di arrampicarsi sugli al beri, e i diversi altri usi in cui l' ad destrano ».  Escluse così,le differenze organiche  sulle quali la vecchia anatomia soleva  fondare il carattere specifico del tipo  umano, Darwin prosegue a combattere 244  DAVIDE DE DINANT  la scuola psicologica, la quale fonda  questo carattere sulla superiorità intel lettuale dell' uomo. Questa superiorità  non è certamente contestabile, ma essa  non esclude però il fatto di una passata  inferiorità morale, nè si riesce a stabi lire tra l'uomo e gli animali superiori  alcuna differenza essenziale fuorchè con frontando la capacità intellettuale dei  bruti con quella delle razze umane su periori. Ma tosto che si scende alle in fime razze, quando si osservano gli usi  e i costumi e le morali attitudinidi certi  selvaggi inetti finanche a contare oltre  il numero cinque, allora si capisce di  leggeri, che gli uomini meno sviluppati,  stanno sui confini della classe più ele vata degli animali, sulla grande intelli genza dei quali tante sono oramai le  testimonianze raccolte che non v'è più  alcuno che non le sappia.  Fondato su queste osservazioni,  Darwinnonteme questa volta diaffer mare che l'uomo é derivato dal regno  animale. Ma qual sarà il nostro imme diato progenitore ? Le nostre cognizioni  attuali non possono rispondere a que sta domanda. Forse l'uomo non è de rivato da nessuno degli antropoidi vi venti, ma piattosto da una forma in termedia fra esso e le scimmie. Questo  anello che avrebbe potuto congiungerci  col regno scimmiesco andò perduto,  nè gli archivi fossili della terra finora  ci hanno fornito le tracce per ritro varlo. Ad ogni modo, bisogna ritenere  che in quest'ipotesi, se noi non siamo  i figli, siamo certamente i nipoti delle  scimmie. Fatta astrazione di queste  forme perdute Darwin traccia, così al l'ingrosso, la nostra geneologia facendo  derivare l'uomo alle scimmie dell' an tico mondo, le scimmie dai lemuri che  tanto le assomigliano e che sarebbero  un ramo parallelo,il ramo cadetto dei  mammiferi ordinari. Che i lemuri si  innestino sul ramo dei marsupiali a  Darwin pare probabile. Dai marsupiali  ai monotremi il passo è breve e da  questi ai rettili non corre gran diva rio. Facilmente i rettili si confondono  cogli anfibi e coi pesci, e questi colle  ascidie, forma più inferiore delle specie  acquatiche. Secondo la novella teoria  Darwinianauna delle più infime forme  acquatiche sarebbe stato nei tempi re motissimi il progenitore dell' umanità  (v. anche l'articolo CAUSE ATTUALI). Ba gnato dalle onde del mare,questo no stro antenato ha dovuto subire l'alter na fortuna delle maree lunari; e para  a Darwin che questa influenza possa a vere qualche rapporto con la caduta  delle uovae lemestruazioni della don na, che appunto si ripetono fra i periodi  lunari. Concordanza, se vogliamo, un  po'forzata, poichè, come osserva Ed mond Perrier, se fosse vera dovrebbe  verificasi negli altri animali , il che  non è.  Del resto, giova notare che gli er rori possibili nelle induzioni che si  fanno per scoprire la geneologia dei  viventi, nonpossono in alcuna maniera  infirmare il Darwinismo. Il concetto  che dobbiamo avere di questa teoria  non può limitarsi negli angusti limiti  genealogici; ma deve abbracciare il  granprincipiodella trasformazione delle  specie prodotta da quelle stesse cause  che anche attualmente agiscono sul  mondo dei viventi. Il determinare poi  quali specie precedano le altre nell'or dine del tempo,da qualtipo l'uomo sia  immediatamente derivato. e se da una  o da più coppie, sono questioni com plementari ma non essenziali pel Dar winismo (v. MONOGENESI E POLIGENESI).  Davide de Dinant. Filosofo  scolastico che visse nel secolo XII e  forse al principio del XIII. Di lui s'i gnora la data precisa della nascita e  della morte, e sol ci è noto per il De ereto di un concilio di Parigi (1209)  che danna al fuoco le opere sue, e per  quanto ne dice Alberto il Grande, il  quale gli attribuisce un libro sugli  atomi. Par che Davide combattesse l'a tomismo di Leucippo e di Democrito  e tutte le cose esistenti nell' universo DE BONI  dividesse in tre classi: i corpi, le ani me e le idee. La materia prima,senza  attributo e senza forma, costituisce la  essenza dei corpi, le qualità dei quali  non sono quindi altro che semplici  apparenze percepite dai sensi, ma sen za realtà. Il pensiero è invece l'essen za dell'anima, e Dio quella delle ideę.  Par che poi questi tre caratteri della  realtà, nel pensiero diDavide, si con fondessero in una sola unità universa le, d'onde forse il sospetto di pantei smo che gliene derivò, e la condanna  del concilio.  Davide l'armeno. Filosofo re putatissimo nell' Armenia, ma che da  noi, senza gran danno, sarebbe forse  sempre stato ignorato,se il signorNeu 245  cero disumare il suo cadavere e lo  consegnarono alle fiamme.  De Boni (Filippo). Nacque a  Feltre nel 1817 e fu uno dei più illu stri e sinceri rappresentanti della po litica e della filosofia. Insigne filosofo  e libero pensatore, la politica militan te non fu per lui sfogo sfrenato di  passioni compresse, ma mezzo neces sario per tradurre logicamente e libe ramente in atto i principii esposti dal la libera filosofia. Nessun divorzio egli  mai tollerò fra queste due scienze, di  cui l'una è il pensiero l'altra l'azio ne della rivoluzione moderna. A que sto tanto armonico sistema che mai  mann non ce lo avesse fatto conosce re con le sue traduzioni. Nacque a  Herten,villaggio Armeno, verso l'anno  450 e mori sul principio del VI seco lo. I suoi connazionali lo dissero il   esa gerazione solita a incontrarsi fra gli  orientali. Egli scrisse un libro intitola to: Definizione dei principii di tutte le  cose, nel quale dice che le cose tutte  constano della sostanza e dell'acciden te; la sostanza divide in prima e secon da, e la seconda in sostanza speculati va e in sostanza attiva. Un altro libro  intitolato: Fondamento della filosofia,  è una confutazione del pirronismo a  tutto beneficio della filosofia plato uica.  Davidisti . Seguaci di un tal  Giorgio David, pittore di Gand, il qua le nell' anno 1525 facendosi credere il  Messia disse di essere stato inviato  dal padre per riempire il vuoto para diso. Non ammetteva matrimonio, ne non precipita gli eventi, ma sempre  li sospinge innanzi col desiderio del  meglio e la coscienza di volerlo, egli  dovette quella calma polemica, lonta na d' ogni astiosa smania,per la qua le tanto fu caro agli amici e dai ne mici rispettato.  Per sottrarsi alle persecuzioni del l' Austria, esulò nella Svizzera e nel  Piemonte, dove dall'anno 1846 al 1867  pubblicò l' effemeride: Cosi la penso,  cronaca di Filippo De Boni, che è un  fedele riassunto del movimento della  nostra nazionale indipendenza, e una  continua e formidabile accusa contro  la istituzione del papato, allora rispet tata assai. E all' elezione al pontifica to di Pio IX, quando ancora l' Italia,  per uno di quei traviamenti di cui la  storia ne offre tanti esempi, inneggia va alla liberalità del nuovo pontefice  e padre del popolo lo acclamava e sal vatore della libertà,solo ilDeBoni ten to comprimere quell' inconsulto slan cio, e avvertire il popolo che vana  era la sua speranza, perciocchè all' I talia mai non venne utile alcuno dai  gava la risurrezione, il peccato origi nale e ' abnegazione evangelica. Es sendo perseguitato fuggì daGand eri- straniere.  coverossi sotto il nome di Giovanni  papi, e loro opre erano le invasioni  Bruch a Basilea, dove morì nell' anno  1556, lasciando credere che tre anni  dopo sarebbe risuscitato. Dicesi che  scorso questo termine i magistratife Pochi lavori di criticaletteraria ne  lasciò egli, e fra tutti vuol essere men zionata una prefazione alle lettere di  Jacopo Ortis, stupendo lavoro nel qua le stabilisce un giustissimo ed artisti 246  DE BONI  co confronto fra Verber e quel nostro  ingegno italiano. Ma i suoi scritti di  filosofia, e della filosofia della storia,  illustrarono specialmente il suo nome  e più di tutti giovarono alla causa  della libertà del pensiero. Bello è il  libricciuolo intitolato ' Inquisizione e  i Calabro-Valdesi, nel quale si dimo strano le crudeltà della Chiesa contro  i dissidenti nelle provincie meridiona li; bellissimo lo scritto sulla incredu lità italiana del medio evo; ma sopra tutto meritano menzione i sette sacra menti, dei quali i primi due soltanto  furono compiuti, e sono un monumen to di storia e di critica religiosa, spo gli di indigesto sapere e di erudita  petulanza, e prova inconfutabile del  come nascono e si formano per lenta  aggregazione, i dommi della Chiesa.  La sua versione della Vita di Gesù  di Renan è pregevole sopratutto per  una sua prefazione, che vince in bel lezza l'arte stessa di quel romanzo,  chè invero difficilmente altro nome po trebbe darsi a quel panegirico diGesù. ❘  e dogma fu in ultimo il titolo adotta tato, quando lo scritto venne in luce  per iniziare una biblioteca del libero  pensiero.  Un passo di quel libro ove si ac cennava alla persistenza di una reli gione avvenire, fu per me cagione di  una corrispondenza, colla quale il De  Boni volle spiegarmi l'oscuro senso  di quelle parole. Opportuna cosa per tanto mi pare il farepubblica la par te della lettera che è l'autentica, seb ben postuma, interpretazione di quel  suo pensiero... « Non ho saputo spie garmi, o per la fretta del conchiudere o  per la paura del soverchio ripetermi  «Io non ammetto veruna religione  positiva. Ma ciò non basta. La paura  degli uomini per le nostre dottrine è  nel credere che la sanzione d'una re ligione positiva sia necessaria per la  morale. È mio intento mostrare che  questa sanzione è altrove, che il do gma è ostacolo non aiuto all' irrag giamento nella coscienza umana delle  leggi morali. Alle continue rivelazioni,  agli antichi rivelatori io sostituisco  l'umanità; essa è rivelatrice fedele e  DeBoni stesso vedeva i difettidi quel |  lavoro con cui Renan, rompendo vio lente le sue scientifiche tradizioni, vol- | perpetua a se stessa. Essa lo fece an le descrivere, sulle tracce degli evan geli, la cui autenticità, per altro, in  gran parte contesta, un Gesù uomo,  superiore all' umanità. E De Boni, ri spondendo a questo appunto, mi scri che per il passato ma inconsciamente;  ora la scienza la conduce a farla con sciamente.  veva: « Io non ammetto rivelazione  alcuna. Cristo, l'uomo-Dio, non è al tro che la umanità che divinizza se  stessa. E Gesù, se ha esistito, ha pro prio i suoi difetti come le sue virtù. >>  Ragione e dogma fu l'ultimo dei  suoi scritti . Egli dettavalo a Nervi  quando solitario passeggiava lungo la  spiaggia del mare, meditando sui pe ricoli, sulle speranze della patria. Il  manoscritto portava in prima un al tro titolo: Durante i crepuscoli, ed era no davvero i crepuscoli della sua tor mentosa vita, che già in sul declino,  per consiglio di medici cercava pro lungare in quel dolce clima. Ragione    DeBoni non solo combattette dun que per la libertà politica, ma i suoi  ultimi anni volle anche specialmente  impegnare in quella guerra secolare  che laRagione sostiene contro la Fede.  La caduta della teocrazia e Roma ri data all' Italia furono il suo precipuo  scopo, il pensiero che detto i suoi ul timi scritti. E quandoMazzini, temente  di combattere in uno la potenza delle  baionette straniere e la fede cattolica,  alla sola Venezia voleva rivolte le no stre forze, De Boni mal non si appo neva dicendo , che l'azione nostra  contro Roma mai non potrebbe dirsi  precoce e immatura, e mai nonsi do vesse sacrificare, coll' astenzione, sul l'altare dei pregiudizi.   Nè con tali ultimeparole egli esa gerava il suo stato: doveva morire po vero, come povero era vissuto.  Da parecchi anni nelle sue lettere  spesso lagnavasi di un lento malore  che lo travagliava. Pure fu sempre  assiduo alle sedute della Camera, nel la quale rappresentava il collegio di  Tricarico. La sua voce mai non fu  muta nelle gravi quistioni che si di batterono in questi ultimianni, espee so quasi solo difese quei principii di  libertà di coscienza e di libero pen 218  DECIMA  șiero, che st raramente si accoppiano , offrire al Signore la decima delle cose  nel maggior numero di coloro che so no devoti alle idee della democrazia.  Ma le sue forze mal rispondevano  oramai agli impeti generosi del cuore.  Non s' illudeva già sul male che len tamente lo prostrava, e agli amici ri peteva, che era uomo morto. Un pro cesso per diffamazione tentato contro  di lui aNapoli fin da quando, con co raggioso proposito, assumeva la re sponsabilità di quanto altri scrivevano  in un giornale liberale che colà era  rimasto senza gerente, rinnovavasi con  strana pertinacia all' incominciare di  ogni vacanza parlamentare e di nuovo  sospendevasi quando, all' aprirsi della  sessione, egli rientrava nei diritti del la inviolabilità della deputazione. No vellamente fu pure ripreso in questa  ultima proroga e minacciava già di  essere condotto alla fine, quando per  consigli d' amici, e accusatori e accu sato, vennero ad un onorevole accordo  pel quale fu tolto dal suo capo il pe ricolo di una detenzione che, senza  dubbio, cagionato avrebbe la sua fine.  Ma fu guadagno di poco momento,  Verso la metà del mese di novembre  dell'anno 1870, mentre riedeva dal so lito bagno freddo che egli prendeva  per consiglio del medico, cadeva sve-.  nuto sulla piazza di Santa Croce in Fi renze. Trasportato al villino Schwart zemberg ov' egli dimorava, più non  ne uscì che col funebre convoglio, il  qual doveva accompagnarlo alla tom ba, non acquistata, ma concessa alla  sua salma dalla pia liberalità di un  amico.  Decima. Come ' indica il nome,  così chiamasi il diritto del clero o della  Chiesa di percepire la decima parte dei  prodotti o delle rendite dei fedeli. Coloro  i quali sostengono che la decima è di  diritto divino citano parecchi testi del l'antico Testamento, che, per verità, sono  favorevoli al loro asserto. Quando Gia cobbe svegliossi dal sogno in cui aveva  veduto la scala misteriosa, si propose di  che avrebbe acquistate (Genesi XXVIII,  20,22). L'Esodo e il Levitico prescrivono  espressamente al popolo di pagare le  decime e le primizie (Es. XXII, 29 Lev.  XXVIII, 30), e unaltro libro della Bib bia, dice che Dio diede ad Aronne ed ai  Leviti le decime, le oblazioni e le pri mizieindiritto perpetuo(Numeri. XVIII),  Il Nuovo Testamento non parla di deci me: la carità è il fondamento della nuova  legge e par che Gesù facesse molto as segnamento su questa virtù del suo  greggie, poichè mandando gli apostoli  a predicare alle genti, lor vieta espres samente di prender seco nè denaro, nè  borsa, nè due tonache, nè scarpe, nè  altra cosa per il loro vestito o pel so stentamento, perciocchè i fedeli son quelli  che devono mantenere gli operai del  Signore (Matt. X. 9. 10-MarcoV17,8-Luca  IX, 3) Adunque nei primi tempi del cri stianesimo i ministri dell'altare vivevano  delle offerte dei fedeli, onde S. Ilario  vescovo di Poitiers, potè scrivere che  il giogo delle decime era stato tolto  da Gesù Cristo. Ma il clero cristiano,  così come quello dei leviti, non potè star  lungamente alsobrio regime della carità,  onde la decima risorge ben presto, e il  Concilio di Macon dell' anno 585 è il  primo che ingiunga, nel suo quinto ca none, di pagare la decima ai sacerdoti  sotto pena di scomunica. I capitolari di  Carlomagno ne regolarono la distribu zione e nel 1179 il Concilio lateranense  dichiarò che le decime erano di precetto  e le estese, oltre ai prodotti agricoli, e ziandio al profitto derivante dalla mano  d'opera e dall' industria (Selden Storia  delle decime). Infatti il concilio di Tro sly nell'anno 919 vi assoggetta tanto il  soldato che l'artigiano:>>>L'industria che  vi fa vivere, dicono i padri di quel con cilio, appartiene a Dio; dunque voi glie ne dovete la decima » (Bergier.. Diz.  Tcol). I modi di esazione della decima  erano coattivi e i decreti civili si uni vano ai precetti ecclesiastici per rendere  quel peso insopportabile. Francesco I. DEDUZIONE E INDUZIONE  con Decreto 1. marzo 1545, ordina che  prima di trasportare ilgrano dal campo  sia pagata la decima sotto pena di con fisca; egual decreto è dato dal governo  belga nel 1650, e Carlo IX il 14 agosto  210  tori ecclesiastici, nè i concili dei primi  otto secoli hanuo maicitato quelle false  Decretali; che nessuna di esse discorre  1568 gli stessi proprietari rende respon sabili della decima. Nuova specie di de cimaeraquella conosciuta sotto il nome  di Norale, e colpiva ogni dissodamento  dei terreni, i tentativi di nuove semina gioni, ogui miglioramento, ogni progres so. Invano Carlo V colle sue lettere pa tenti tentò di impedire che le popola zioni fossero « oppresse nell' occasione  della levata delle decime > ; le proteste  del clero 1 obbligano a interpretare le  sue stesse parole e a concedere l' ulte riore esazione delle Novali.  Finalmente nell' Assemblea francese  il 10 agosto 1789 Mirabeau tuona con tro le decime, che sono allora abolite di  diritto e di fatto su tutto il territorio  della Repubblica. Poco di poi le altre  nazioni seguono l'esempio; così la deci ma è cancellata dagli oneri civili, ma  nondimeno essa continua a sussistere  fra i precetti della Chiesa, i quali ne  impongono il pagamento come un dovere  imperioso di coscienza.  Decretali. Raccolta dei Decreti  che furono attribuiti ai papi dall' anno  93 in avanti, e costitui per tanto tempo  il fondamento del diritto canonico. Que sta raccolta è attribuita a un tal Isidoro  Mercatore, che si suppone vivesse nel  IX secolo, sul conto del quale null'al tro si sa che il nome, e fu approvata da  papa Nicolò I.  Oggidì niun dotto cattolico osa met tere in dubbio che buonnumero di que ste Decretali, e specialmente quelle di  tutti papi anteriori a Siricio non siano  apocrife, e in tal giudizio è indubbia mente convenuta la critica appoggian dosi a molte e varie considerazioni, fra  cui meritano di essere accennate le se guenti: Che i passi della Bibbia citati in  quei Decreti son tutti tolti dalla tradu zione di S. Gerolamo, che fu posteriore  a tutti quei papi; che nessuno degli au fondatamente delle cose opportune al  tempo incui si suppongono redatte ; che  in alcune si trovano interi passi di De creti fatti dai papi posteriori; e final mente che le date segnate coi nomi dei  Consoli sono false.  Può credersi che uno dei principali  motividi questa falsificazione quello fosse  di dare una cotal sorta di retroattività  alle pretese del papato, imperocchè fog giandosi i Decreti dei primi papi vole vasi specialmente mostrare che i vescovi  di Roma, fino dai primi tempi del cri stianesimo, erano sovrani della Chiesa e  autorizzati ad approvare di loro pieno  arbitrio l'obbligo dei concili,o a disappro varli se convocati senza il loro assenso ;  di regnare sovrani sugli altri vescovi,  scomunicare i re e detronizzarli. In  quella raccolta furono perciò alterati i  canoni dei Concili, ed aquello di Ni cease ne aggiunserobencinquanta, tutti  apocrifi.  Nonostante però le grossolane im.  posture ond'erano pieni quei Decreti,  corsero essi per assaitempo nelle manı  del clero come autentici, molti concili  e molti vescovi appoggiarono su di essi  le loro decisioni; Wicleff e Giovanni  Huss furono condannati dal Conciliodi  Costanza anche perchè le avevano di chiarate false, eilV.concilio di Laterano  tenuto sotto Leone X condannava Lu tero per lo stesso motivo. Tante deci sioni infallibili non tolsero che fin dal  secolo XVII la critica si levasse pode rosa contro questi atti apocrifi, sui  i quali David Blondel scrisse un'opera  laboriosa, intitolata: Pseudo Isidorus et  Turrianus vapulantes (Généve 1628).  Anche il Cardinal Baronio dovette ri conoscere la falsità delle Decretali  (Annali A. D. 865), la cui autenticità  oggimainessun teologo romano piùnon  osa sostenere.  Deduzione e Induzione. De duzione, da deducere, è parola novella 250  DEDUZIONE E INDUZIONE  mente introdotta nella filosofia per in dicare l'operazione del pensiero, il  quale da un principio generale cava  fuori, deduce, una verità particolare, in  opposizione dell' induzione , la quale  dalle verità particolari s'induce a sta bilire i principii generali. L'inferiorità  del metodo deduttivo in confronto di  quelloinduttivo può stabilirsi per quelle  stesse ragioni che ai cultori della filo sofia sperimentale fa preferire il me todo analitico a quello sintetico, le ve rità accertate a posteriori a quelle  stabilite a priori. ( V. ANALISI e A  POSTERIORI). Non possiamo in fatti ra gionevolmente pretendere di stabilire  dei principii generali, se prima non  conosciamo le verità particolari che  concorrono a formare la generalizza zione. Dal vedere che l'oro, il ferro,  il rame ecc. si liquefanno al fuoco, con chiudo colla verità generale, che tutti  i metalli sono suscettibili di liquefarsi  al fuoco. Dal vedere che i gravi ca dono verso il centro della terra, con chiudo che negli altri corpi celesti i  gravi seguiranno la stessa direzione.  Osservando che in tutti itriangoli da  ine veduti la somma dei tre angoli  corrisponde sempre a due angoli retti,  ne inferisco che questa relazione è as soluta e si verificherà in tutti i trian goli possibili nel mondo o negli astri.  Tutti questi sono argomenti condotti  coll'induzione, tanto acconcia alla ca pacitàdegli uomini; poichè innanzi tutto  l'uomo percepisce le accidentalità par ticolari che cadono immediatamente  sotto i suoi sensi, e non è mai senza  una continuata osservazione di queste  accidentalità, ch'egli riesce a stabilire  i principii generali, d' onde emanano.  Invano noi cercheremmo di avere l'idea  del genere se prima non avessimo con cepita quella della specie, nè quella  della specie sarebbe accessibile al no stro intendimento se non avessimopri mabenconosciuti e studiati tutti i ca ratteri degli individui che la compon gono. Questa è la ragione per cui nelle  lingue dei selvaggi mancano assoluta mente i vocaboli esprimenti le idee  generali. Gli australiani hanno bensi  nomi particolari per indicare ogni  sorta di piante, ma non hanno parola  per indicare una pianta in genere, il  che vuol dire, che essi non sono ancora  riusciti a riunire per astrazione tutti i  caratteri speciali e comuni della grande  vegetazione, nella ideagenerale chenoi  esprimiamo colla parolapianta. Il tem po soltanto e la continuata osserva ❘zione potranno condurre i selvaggi  dalle idee particolari alle generali ; e  sarebbe una assurdità filosofica il vo lere stabilire nella filosofia un metodo  contrario a quello che segue la natura  nelle percezioni ch'essa ci dà di se  stessa. Il perchè anche lalogica ripu gna al metodo deduttivo, tanto caro  ai metafisici, e pur tanto contrario al l'ordinario procedimento del nostro  pensiero. Invero, se la conoscenza delle  verità particolari non fosse necessaria  perstabilire i principii generali, noi do vremmo essere sorpresi che iselvaggi  e i bambini non riescano mai a inten dere i grandi principii che costituisco no, per cosi dire, tutta la sintesi della  scienza. Ma se noi ammettiamo che le  idee generali s'acquistano soltanto dopo  la conoscenza delle particolari, saremo  forzati a convenire che il metododedut tivo non può mai nulla dinuovo rive larci che già non ci sianoto, a meno chè non deduca da principii generali  supposti a priori, e quindi non dimo strati. E veramente, quando il metodo  deduttivo dall' esistenza di Dio deduce  la necessità di una giustizia nel mon do, suppone in Dio lageneralizzazione  dell'idea di giustizia, ma non dimostra  che questa generalizzazione sia anche  una realtà. Ben più, esso non fa altro  che ripetere in senso inverso una ope razione che l'induzione aveva già com piuta in modo diretto, avvegnachè sia  stato in grazia della osservazione della  necessità di una giustizia particolare  nel mondo, che l'uomo ha potuto ele DEFINIZIONE  varsi alla generalizzazione astratta di  una giustizia divina e universale.  Adunque, il metodo deduttivo per  essere vero, e per avere un valore pro 251  di nuovo mi rivela, e sempre mi porta  a quegli stessi dati che io aveva pri ma d'incominciare la divisione.  prio, deve necessariamente supporre in  noi delle idee innate, dei principii ri velati a priori, i quali non ci siano  pervenuti per la via dei sensi. E chi  non ammette l'esistenza di questi prin cipii rivelati, è necessariamente con dotto a riconoscere che le verità inse gnateci dal metodo deduttivo non sono  che una vana ripetizione e uno sfac ciato plagio di ciò che già era noto  per mezzo dell'induttivo.  Ma se il metodo deduttivo non ha  alcun valore proprio, può nondimeno  giovare nel ragionamento come prova  della induzione, e può anche venire in  soccorso della dialettica col sillogismo,  il quale, secondo le regole della scuo la, ponendo innanzi tutto una premessa  generale, da quella deduce una conse guenza particolare. Ogni corpo è dotato  d'estensione; io sono esteso, dunque sono  un corpo. Oppure : Ciò che non ha e tensione non esiste; ma lo spirito non  ha estensione, dunque lo spirito non e siste. Ecco due deduzioni sillogistiche  perfettamente logiche e intorno alle  quali nulla vi è a ridire. Ma se la de duzione ci giova egregiamente come  mezzo di prova, nulla però ci rivela  che già non ci fosse noto. Infatti noi  non avremmo potuto dedurre alcuna  conseguenza dal principio generale che  ouni corpo ha estensione e che ciò che  nonhaestensionenon esiste, seprimal'in  duzione, partendo dal fatto particolare  della percezione che i nostri sensi im mediatamente hanno di ogni singo lo corpo, non avesse potuto stabilire  i principi generali sopra enunciati. Mi  sia dunque lecito di dire, che la dedu zione è per l'induzione, ciò che per  l'aritmetica è la moltiplicazione, consi derata come prova della divisione. Que st'ultima, infatti, rifacendo l'operazione  della prima, può provarci se in quella  io abbia o nonabbia errato, ma nulla  Per analogia noi direm dunque che  il metodo induttivo è controllo e prova  delle false dimostrazioni, ma nulla ci  rivela . Invece il metodo rivelatore,  quello che nelle scienze guida si curamente alla scopertadei nuovi prin cipii, è l'induttivo, il quale, nelle sue  indagini dal noto all'ignoto, dal parti colare al generale, si fonda sempre sul  principio che ogni effetto suppone una  causa, la quale esso tenta di scoprire  colla scorta dell'altro principio che data  la medesima sostanza e le stesse condi sioni, gli effetti devono essere sempre  eguali. Quindi è, che conosciuto l' ef fetto e trovate le condizioni in cui si  è prodotto, l'induzione può scoprire la  sostanza o la causa che l'hanno gene rato. In questo senso Bacone ben si  apponeva discreditando il sillogismo  perproclamare la prevalenza dell'indu zione. Il sillogismo fu, infatti, il solo  mezzo di indurre della vecchia scuola,  la quale fin'anco ignorava la parola  deduzione, comparsa nei dizionari dei  nostri tempi per opporla al metodo in duttivo inaugurato da Bacone. Questa  è anche la ragione per la quale. si passi  dal generale al particolare, o dal par ticolare al generale, suolsi sempre dir  che si deduce, quantunque più propria mente in quest'ultimo caso dovrebbe  dirsi che s' induce.  Definizione. Due sorta di defini zioni distingue la filosofia: le nominali  e le reali. Le primeson quelle che de terminano il senso in cuidevono inten dersi le parole ; le seconde invece con siderano le qualità stesse delle cose che  le parole rappresentano, e le determi nano. Il difetto di buone definizioni è  la causa precipua della maggior parte  delledispute filosofiche, ondesivedequan to importi, per evitare ogni contraddi zione, di bene e chiaramentedefinire le  cose di cui si parla e il senso della pa role che si adoperano, e quanto sia ri 252  DEFINIZIONE  provevole l'uso di coloro che, per ri spetto ai pregiudizi dominanti, usano  certe parole in un senso che è ben di verso da quello che hanno nell'uso co mune, senza farle innanzi tutto prece cedere da una chiara ed esplicità defi nizione del nuovo e inusitato senso  con cui quelle parole vengono intro dotte nel discorso. Accade sovente di  vedere degli uomini profondamente in creduli esaltare il sentimento religioso;  il perchè essi per sentimento religioso  intendono un qualche cosa che si av vicina alla morale, alla cognizione e  all'osservanza dei doveri nostri. Costoro  evidentemente abusano delle parole, av vegnachè per sentimento religioso da  tutti s'intenda quella aspirazione che i  credenti provano verso Dio, e quel ta cito bisogno che essi hauno di render gli un culto.  Accade lo stesso anche nelle defini zioni reali. Quando la natura delle cose  di cui si parla non è bene e chiara mente definita, non si può sperare di  ragionarvi sopra con fondamento. Se lo  spirito fosse meglio definito non si ve drebbe le tante fiate confuso con la  forza, da quei cotali i quali prendendo  lo spirito nel senso di una attività che  muove l'universo, credono di ridurre  alle strette i materialisti dicendo loro :  fonderlo colla forza, la quale è una  funzione inconsciente non creatrice,  relativa ai corpi e cosi strettamente  congiunta con la materia, che distrug gendo questa quella sarebbe distrutta al  tempo stesso.  La confusione che spesso si fa tra  l'ente e la funzione dipende dunque da  un difetto di definizione, che non sarà  mai bastantemente lamentato, inquan tochè talora si spenda vanamente un  tempo prezioso in controversie che, in  fin dei conti, si risolvono in una mera  questione di parole.  Ma dalla necessità della definizione  come mezzo adatto ad esporre e a ri chiamare alla memoria il meno imper fettamente che sia possibile le cose ve dute, alla defininizione considerata come  principio corre un abisso. Si tenga bene  amente, che ledefinizioni possono farsi  soltanto sulle cose note, e che ogni de finizione piuttosto che essere un princi pio generale e sintetico, non è altro  che un esame analitico delle proprietà  della cosa definita. Il triangolo, dice  Condillac, si definisce chiamandolo una  superficie determinata da tre linee. Ma  se questa definizione ci dà una idea del  triangolo, si è perchè abbiamo veduta  quella figura; se non l'avessimo veduta  non avremmo mai pensato a definirla.  La definizione in se stessa nulla rivela  > (Argomento di  Mazzini).  Delresto, se i credentinelle religioni  non si accordano fra di loro intorno ai  principii della fede, convien dire che i  deistinonsi accordano meglio fra di loro  intorno ai limiti e alla potenza del loro  Dio. Clarque distingue quattro classi di  deisti che più propriamente si possono  ridurre a tre : 1° Quelli che ricono scono un Dio senza provvidenza, indif ferente alle azioni degli uomini e agli  avvenimenti di questo mondo; 2º quelli  che credono in un Dio e in una prov videnza, ma negano le pene e i premi  dell'altra vita. 3º Finalmente quelli che  credono ai premi e alle pene della vita  futura e ammettono la provvidenza di vina. A quest'ultima classe appartengono  tutti i deisti moderni. Kantpoi, con una  divisione affatto arbitraria, distingue il  Teismo dal Deismo, e mentre il primo  definisce la credenza in un Dio libero  creatore e regolatore del mondo; il se condo vorrebbe che fosse limitato alla  credenza in una forza infinita, non in telligente e strettamente unita alla ma teria (Critica della ragione pura p. 659)."  Questa interpretazione non è passata  nell'uso comune, avvegnáchè se cosi 254  DEMOCRITO  fosse, tutti i materialisti dovrebbero og gimai dirsi deisti. (V. Dio)  Deleyre ( Alessandro ). Nacque a  Portrets, presso Bordeaux nel 1726, e  fece i suoi studi nel collegio dei gesuiti,  dei quali vesti l'abito fino all'età di quin dici anni. Quando i gesuiti furono e pulsi dalla Francia, egli si recò aPa rigi ove, nonostantelasua esagerata di vozione, ebbe tanta ventura distringere  amicizia con Diderot, d'Alembert e Rous seau i quali lo persuasero a seguire le  sue inclinazioni per le lettere. Da quel  momento si può dire che incominciò il  rinnovamento della sua educazione, sic chè abbandonato il bigottismo eccessivo  professato nell'adolescenza, man mano si  piegò al partito filosofico di quei tempi  e volse infine ad un aperto ateismo.  L'Analisi della filosofia di Bacone pub blicata nel 1755 in tre volumi, è lavoro  pregevole per la chiarezza con cui egli  espone la filosofia del cancelliere d' In ghilterra e per l' energia delle convin zioni che vi professa l'autore. Fece vari  articoli nell' Enciclopedic, fra i quali  merita menzione quello sul Fanatismo,  che Voltaire riprodusse, sebbene abbre viato, nel suo Dizionario filosofico. La  professione di principii apertamente ir religiosi contenuta in quello scritto, gli  cagiond non pochi dispiaceri. Rousseau,  chenon fu sempre religioso, volle allora  dare all'amico suo consigli di strana  moderazionè >>  ( V. la mia Storia critica della superst.  T. II cap. VIII ).  Ma la demonologia non termina coi  processi delle streghe. Ingentiliti i co stumi, non si abbruciarono più gl' inva sati, ma la potenza del demonio non fu  perciòmeno grande. Gli animali. (v. BE STIE ) l'acqua, l'aria e tutti gli elementi  apparvero congiuranti a danno dell'uo mo, diretti dalla potenza di Satana. A  poco a poco la civiltà spegne i roghi,  manon toglie gli esorcismi, e con essi la  stupida credenza dei vulgari nelle opera zioni magiche del clero. I rituali sono  pieni di esorcismi per tutti i casi e per  tutte le circostanze della vita. Si esor cizza l'acqua prima di benedirla affin  di scacciarvi il demonio che può esservi  occultato, e con l'acqua esorcizzata si  battezza, e il battesimo è novello esor cismo, col quale la Chiesa vuole innanzi  tutto cacciare il demone ch'è in pos sesso del corpo. « Io ti esorcizzo, dice  e ti allontani da questo servo di Dio.  Avvegnachè egli sia Colui che ti coman da ecc ». ( Rituale di Toul Edizione del  1700 pag.. 32 35). Non vi è malanno che non si com metta dai demoni.>  Nel 1742 Diderot strinse amicizia  con Rousseau, ma questo filosofo bron tolone e diffidente non era guari fatto  per viver cogli uomini. Nel 1758 l'a micizia fu rotta e convertita in aperta  inimicizia. Diderot si unì poi a D' A lembert per redigere la famosa Enci clopedia, che interrotta per divieto del  re, e poi ripresa fu infine condotta  a termine sotto la direzione di lui  solo (v. ENCICLOPEDISTI), La pubbli DIDEROT  cazione dell' ENCICLOPEDIA assicurò la  fama del filosofo, che ebbe la buona  sorte di ottenere la protezione di Cate rina II di Russia, la quale volendo in  bella maniera gratificarlo, acquistò la  sua libreria per 15,000 lire, accordan dogli il diritto di conservarla presso  di sè per tutta la vita, e assegnando gli inoltre una pensione per la custo dia dei libri che l' imperatrice in que sta singolar maniera aveva acquistati.  Il procedere degli studi e della  273  dimento col quale faceva parlare il  suo amico. Ma chi, diceva, oserà fir mare questo ?- Io, rispondeva l'ab bate, continuate dunque.  Qual'è  ancora l'uom di lettere il quale non  riconosca facilmente nel libro dello  spirito d' Helvetius e nel sistema della  natura di Holbach molte belle pagine  che non sono, che non possono esse re che di Diderot? Se noi dovessimo  fama di Diderotlo fecero eziandio pro cedere nella negazione del sovranatu rale; e fint col dichiararsi ateo e ma terialista. Nei suoi Principii filosofici  sulla materia e il movimento, egli ri conosce una forza inerente alle mole cole, inseparabile ed eterna, ed accu sa il cartesianismo di assurdità per  avere insegnato che nella materia vi  è una opposizione reale al movimento.  La morale assoluta è pure combattuta  daDiderot in uno scritto che ha per  titolo: Supplemento al viaggio di Bou gainville, o Dialogo tra A e B sull'in conveniente di attribuire le idee morali  a certe azioni che non le comportano.  L'autore con singolarità e spirito di mostra che i costumi dei selvaggi son  quelli della natura, che il pudore e il  ritegno sono chimere, principii di mo rale puramente convenzionale,e la fe deltà conjugale una ostinazione ed un  supplizio. Da buon epicureo Diderot  insegna l' amor del piacere, ma non  lo vuol disgiunto dai nobili affetti e  dalle passioni pure.  Oltre una quantità di scritti sull'ar te, sulla poesia e sulla filosofia, par che  Diderot collaborasse in quelli eziandio  i quali non figurano sotto il suo no me. L'amico suo Grimm, nella sua  corrispondenza, scriveva di lui:   Dilemma. Sorta di sillogismo il  quale consta di due proposizioni oppo ste, di cui una sola può esser vera. E sempio: Se le tre persone divine sono  distinte le une dalle altre, non possono  essere consustanziali; dunque sono tre  Dei; se invece sono consustanziali non  possono essere distinte; e allora Dio di venta Uno senza persone distinte.  Diluviano. Che si riferisce aldi luvio. In geologia dicesi terreno diluviano  o diluvium quello strato terrestre il qual  si suppone che fosse alla superficie della  terra all' epoca del diluvio; e terreno  post-diluviano quello che lo segue. Ma  uno studio più accuratoha reso evidente  che veri diluvi o cataclismi non vi fu rono mai, e che lo strato il qual si re puta diluviano fu lentamente costituito  dall' azione delle correnti d' acque che  anche tuttodi nell' alveo e alla foce dei  fiumi e sulle sponde del mare forma no terreni nuovi, per l'effetto di una  secolare accumulazione di materie. Im pertanto i geologi della nuova scuola  evitano quest' antica denominazione e,  con maggior proprietà di linguaggio,  chiamano il terreno diluviano strato d'al luvione antica, il post-diluviano, strato  d' alluvione moderna (v. CATACLISMA).  Diluvio. Il racconto della Genesi  (Cap VI) intorno al Diluvio di Noè non  può lasciarci alcun dubbio sul carattere  mitico di quella leggenda. Non solo il  Diluvio contrasta con tutto l'indirizzo  della geologia moderna (v. CATACLISMA)  ma le circostanze stesse che l'accom pagnano sono assurde e impossibili.Nar ra la Genesi che nell' Arca sette per sone ricoverarono: Noè, i suoi tre figli  e le loro mogli. Oltre a questi, di cia scuna specie d'animali mondi entra rono nell' arca sette paia, e degli ani mali immondi un sol paio per ogni  specie ( Gen. VII. 2. 3. 14. 15). L'ar caavevalalunghezza di trecento  biti, era larga cinquanta e alta trenta;  cu DILUVIO  la luce riceveva dall' alto, aveva una sol  porta ed erafatta atre piani (Gen. VI.  15. 16). Secondo i dati stessi della Bib bia essa presentava dunque una super ficie di 15,000 cubiti quadrati per ogni  piano e così in complesso una super ficie di 45,000 cubiti , corrispondenti  a 15,000 metri all' incirca. Domandasi  se questo spazio poteva bastare a con tenere anche soltanto un paio di tut ti gli animali viventi sulla terra. I soli  mammiferi finora conosciuti, compresi i  cetacei, ascendono a ben 1200 specie, e  stando nei limiti di un più che mode rato calcolo, si può dire che, in media,  per ogni mammifero occorre lo spazio  275  nel calcolo soltanto due individui per  ogni specie. La Bibbia però ci avverte  che delle specie pure sette paia furono  ricoverate. Ma quali sono gli animali  puri ? La Bibbianol dice; però ci indi ca poche specie soltanto come impure.  Ma suppongasi, per abbondanza, che una  metàdei mammiferi appartenga alle spe cie impure; dovremo sempre per l' altra  metà aumentare di sei volte lo spazio  occorrente. Questo aumento ci da la  cifra di altri 66,000 cubiti quadrati.  di cinque cubiti quadrati all' incirca. E  siccome per ogni specie devono ricove rarsi nell' arca due individui almeno,  così tutti insieme occuperanno una su perficie di ben 6000 cubiti. Ma una metà  di questi mammiferi appartengono alla  specie dei carnivori, d' onde la necessi tà di immettere nell' arca altrettanti  animali quanti occorrevano pel loro man tenimento nel periodo di 355 giorni, du rante i quali restarono nell' arca. Ora,  ammesso che in media ogni mammifero  carnivoro consumasse mezzo chilogram mo dicarne per ogni giorno, dati 1200  carnivori (600 maschi e altrettante fem mine) il consumo giornaliero della car ne avrà dovuto ascendere a seicento chi logrammi, e così per tutta la durata  del diluvio a chilogrammi 237,000, i  quali possono essere rappresentati da  circa 300 buoi, occupanti una superfi cie di 3000 cubiti quadrati almeno. Per  l'altra metà dei mammiferi non carni vori dovevasi accogliere nell' arca il  nutrimento vegetale necessario, il qua le, supposto che constasse di solo fieno,  poteva occupare uno spazio per lo me no doppio dell' alimento necessario ai  carnivori; tanto più che doveva servire  eziandio al mantenimento dei 300 buoi  riservati al pasto degli altri animali.  Ecco quindi una superficie di 21,000  cubiti quadrati, occupata dai soli mam miferi. Ma finora abbiamo introdotto  Questo per i mammiferi soltanto. Ma  abbiamo oltre 500,000 specie di uccelli  e parecchiemigliaia d' altre specie, tra  insetti, vermi, rettili, moltissime delle  quali sono carnivore e altre vivono sot to la terra ed hanno bisogno di gran dissimo spazio. Non è dunque fuor di  proposito ilvalutare lo spazio occorrente  a tutti questi animali inragione di una  metàalmeno diquellooccorrente aimam miferi, e così avremo in complesso una  superficie di circa centomila cubiti qua drati, che è quanto dire maggiore di  oltre sei volte la reale capacità del l'arca!  Il credere poi, come fanno gli orto dossi, che sette persone potessero ba stare a provvedere ai quotidiani biso gni di tutti questi animali, è cosa che  muove il riso. Invero, se ifelici abita tori dell' arca avessero anche avuto la  forza di provvedere tutti i giorni alle  occorrenze di ogni singolo animale, non  ci sarebbero riusciti per mancanza di  tempo, imperocchè ammettendo che al l'incirca quattro milioni di individui fos sero rinchiusi in quel luogo (e il cal colo non è largo ) sette persone che  avessero lavorato indefessamente, sareb bero appena riuscite a numerarli men talmente. Figuriamoci poi se sarebbero  bastati a portare dall'una all'altra gab bia il nutrimento, a rifare il letto del le bestie, a pulire e lavorare i pavi menti, senza cui quella casa quadrata  che si chiama arca, sarebbe in breve  stata ripiena di un insopportabile fe tore. 276  DILUVIO  Riesce ancor più difficile lo spiegare  naturalmente, come vuole Don Calmet  (Dis. Biblico), i fenomeni cosmici che  accompagnarono il Diluvio; imperocchè  senza che Iddio compiesse una nuova  creazione di sostanza acquea, non siriu scirebbe ad intendere in qual maniera  volte tutto l'elemento liquido esistente  sul globo!  Ma tolgansi pure queste impossibi lità fisiche all'effettuazione deldiluvio, e  credasi, come vogliono i sapienti orto dossi, che questo non sia stato altro che  un cataclisma geologico; ebbene, l' evi denza non sarà perciò più chiara e la  pretesa conciliazione tra la Bibbia e la  scienza non vi avrà nulla guadagnato.  le acque potessero superare di quindici  cubiti le piú alte montagne. Suppongasi  pure che l'atmosfera fosse satura di va pore e che il passo biblico: in quel  giorno si aprirono le sorgenti dell'abisso | cataclisma dei geologi corrisponde a  e le cateratte del cielo, debba interpre tarsi nel senso, che le acque del mare  Infatti, nessuno degli effetti attribuiti al  si rovesciarono sui continenti e i vapori  sospesi nell' atmosfera si sciolsero in  pioggia. Ma si è calcolato che i vapori  dell'atmosfera non potevano dare uno  strato d'acqua che coprisse la terra per  una altezza maggiore di dieci piedi. Nè  possiamo credere che il mare uscisse dal  suo letto, per coprire i continenti, giac chè questo fatto oltre all'essere contra rio alle leggi della statica e all'equilibrio  dei liquidi, non avrebbe poi, anche se  possibile, di molto superata una appena  mediocre altezza. Aquesto proposito ben  dice Voltaire, (Bible espliquée T I) che  affinchè l'acqua potesse innalzarsi di  quindici cubiti sopra le più alte monta gne, sarebbe stato necessario che si fos sero formati dodici oceani ' uno sopra  l'altro, e che l'ultimo fosse stato venti quattro volte più grande di quello che  oggidi circonda i due emisferi.  Forse questo conto è alcun poco e sagerato, ma possiamo noi stessi ridurlo  alle sue verosimili proporzioni, calco lando che la profondità del mare sia  in media di tre chilometri ( ridotti  a  due, poichè una terza parte della su perficie non è coperta dalla acque) e  prendendo per base del calcolo il raggio  terrestre in 6000 chilometri. In tal caso  tutta l'acqua dei mari sarà valutata in  215, 928,008 di chilometri cubi. Or l'Hi malaya sorge asei chilometri sul livello  del mare, e a superare la sua cima oc correrebbe la quantitàdi648,648 216 di  chilometri cubi d'acqua, ossiapiù di tre  quelli annunziati nella relazione di Mosè.  Questieffetti sono principalmenteloscava mento delle valli, ladenudazione e l'ero sione delle roccie, ladispersione su tutta  la superficie della terra dello stesso de positodurante la rinnovazionedella mag gior parte degli esseri viventi, e special mente di quasi tutti imammiferi del pe riodo terziario. Or Mosè ebbe cura di  avvisarci che nessuna delle specie viventi  all'epoca del diluvio si è estinta in que sta catastrofe, ed ha prevenute tutte  queste supposizioni di denudazione e di  sprofondamento, raccontando con qual  lentezza le acque diluviane si sono ab bassate, lasciando in piedi, non solo gli  alberi delle foreste, ma ancora quelli dei  campi, come gli olivi (Gen. cap. VIII.  11). Nessuna concessione della geologia,  nè dell' astronomia potrebbe conciliare  ciò che queste scienze hannodi più po ❘sitivo coll' interpretazione letterale di  parecchi passi del racconto di Mosè. La  dottrina esposta nel celebre Discorso  preliminare di Cuvier, quantunque re putata ortodossa, si allontana anch'essa  in molti puntidal raccontogenetico. Es sa suppone l'emersione prolungata per  molti secoli di una partedella superficie  terrestre e l'immersione esclusivadiun'al tra parte ». (Reboul. Geologie de la pé riode quaternaire cap. 27).  Finalmente non bisognadimenticare,  siccome un fatto assai caratteristico, che  questo diluvio mandato appunto per  sterminare l'umana specie avrebbe avuto  per conseguenza di produrre un terreno  geologico nel quale si trovano animali DILUVIO  d'ogni specie non più esistenti, eccetto  quelli dell'uomo !  Ma piuttosto che andare incontro a  tante assurdità, non è egli più savio  consiglio il riconoscere che la leggenda  diluviana non ha nulla di reale e deve  forse la sua origine ad un mito indiano?  La tradizione deldiluvio era infatti molto  diffusa fra gli orientali. Il caldeo Beroso  parla di un diluvio nel quale il buon re  Xisustri, avvertito dagli Dei sulla pros sima innondazione del Ponto-Eusino, si  salvò entro un'arca; un altro diluvio ri cordalamitologia greca nelquale Deuca clione e Pirra ripopolarono il mondo  gettandosi dietro le spalle dei sassi, che  si trasformarono in uomini ; e gli stessi  egiziani ricordavano un diluvio nel quale  si sommerse l'isola Atlantide. Ma tutte  queste tradizioni la cedono in vetustà a  quella dell' India, dove i Vedas, certa mente anteriori alla formazione definitiva  del Pentateuco, narrano l' avvenimento  del diluvio con quelle singolari concor danze coi nostri libri santi, le quali si  possono vedere nel seguente parallelo del  Diluvio di Vichnu.  Notisi intanto che Vich-Nù, Me-Nù,  hanno sempre la stessa desinenza di Nù,  dallaquale gli Ebrei trassero il loroNoè.  Èpoi curiosa laconcordanza del dilu vio del primo con quello del secondo.  Se ne togli la differenza del mito, do vuta alla diversa indole dei due popoli  che lo creavano, è impossibile negare  che uno non proceda dall' altro. Per la  migliore intelligenza del lettore qui sotto  ne riporto la comparazione:  Bibbia-Genesi,  Cap. 6, 7, 8.  Il Diluvio.  Edecco, io farò  veniresoprala terra  il diluvio delle ac que, per farperire  disottoal cielo ogni  carne in cui è alito .  di vita: tutto ciò che  è in terra morrà.  (VI. 17).  MAHABARATA  BAGAVAD-GITA  Episodio del pesce.  Di ciò che si muo ve e di ciò che non  si muove il tempo  avvicina minaccioso  e terribile.  Fatti un' arcadi  legno di Goser  falla a stanze ed im peciala di fuori e di  dentro conpece (Id.  14).  Eprenditid' ogni  cibo che si man giaedaccoglilo ap presso a te (id. 21).  ENoèfececosì:  egli fece secondo  tutto ciò che Dio  aveva comandato...  ed entrò nell' Arca  consuamoglie, con  le moglide'suoifi glioli (VII, 5, 7).  Eildiluviovenne  sopra la terra...... e  le acque si rinfor zarono e crebbero  grandemente e l'Ar canuotava sopra le  acque (Id. 47, 18).  Eleacqueavan zarono i monti che  furonocoperti(VIII,  20 е 24).  Ed essendo state  chiuse le cateratte  del cielo, l'acque an daronoritirandosi e  nel decimosettimo  giorno del settimo  mesel'Arca si fermò  sopra le montagne  d'Ararat (VIII, g-4).  E Iddio parlò a  Noè dicendo : Esci  fuor dell' Arca, tu  e la tua moglie ei  tuoi figlioli ( VIII,  15, 16,).  Ed Iddio bene-.  disseNoè e suoi fi gliuoli e disse loro:  277  ,  Fatti una nave  forte, solida, ben  congiunta con le gami.  Etusalirainella  nave e porterai te co tutte le sementi  perchè vi si con servino lunga sta gione. E stando sul  legno mi vedrai ve nire a te con un  corno sulla testa al  quale mi riconosce rai....  E Manù racco gliendo tutte le se menti entrò nella  nave con sette ri chis (sapienti) e si  diede a vogar sul l'oceano orrenda mente gonfiato.  Evidde ilpesce  nuotante nelle acquə  portante un corno  come aveva predet to.....  Attaccòuna corda  al corno che esso  portava al capo, e  il pesce essendosi  avviato trascinò ra pidamente il basti mento sui flutti del l'oceano.  Agitata da fu riosi venti la nave  vacillava sui caval loni. Nè la terra,  nè le regioni del  cielo erano visibili:  tutto era acqua lo  spazio e il cielo.  Così il pesce fe ce vogare la nave  per molti anni, poi  lafeceposare làovè  l' Himarat elevava  lasuapiù altacima.  Alloracosì il pe sce pariò ai sapienti  della nave: lo sono  Rama; nessun es sere è più elevato  dime.  Sotto forma di  pesce io venni asal varvi dai terroridel 278  fruttate e moltipli  catee riempite tutta  la terra (IX, 1, 7).  Io fermo il mio  patto con voi, che  ogni carne non sa ràpiùdistrutta per  l'acqua del diluvio,  e non vi sarà più  diluvio per guastar  la terra. (Id. II ).  DINAMISMO  lamorte. Da Manu | di essere dimostrata, imperocchè non  devono ora nascere si va dal noto all'ignoto, dalla verità  tutte le creature.  Esso deve ri creare tutti i mondi  e per via di auste rità e devozioni sa rà compiuto quel  ch'io annuncio.  Perfavormiola  creazione degli es seri non cadrà più  in confusione.  Dimostrazione. La dimostra zione è il fondamento più ovvio d'ogni  filosofia esatta. Non vi può essere per  noi verità se non è dimostrata; la di mostrazione è quella che ci apre gli  occhi all' evidenza e c'insegna le cose  che credere dobbiamo. La dimostra zione deve seguire il metodo induttivo,  anzichè il deduttivo ( v. DEDUZIONE );  essere a posteriori e non già a priori  (vedi queste parole ); preferire il me todo analitico al sintetico (v. ANALISI ).  Questi principii fondamentali della di mostrazione furono sempre miscono sciuti dalle vecchie scuole della filoso fia, le quali fondandosi appunto sul  principio falsamente affermato daAri stotile, che la dimostrazione è l'atto  del dedurre da una verità univer sale le conseguenze che ne sortono,  necessariamente, hanno supposto che  le verità universali potessero essere a  nostra conoscenza prima ancora della  dimostrazione, e che questa giovasse  soltanto per mostrare l'evidenza delle  verità particolari in quanto si riferi vano agli stretti e necessari rapporti  immediatamente percepita a quella a stratta della generalizzazione, senza che  i rapporti fra queste idee non siano  dimostrati, e che la loro conformità  non sia resa evidente. Ad esempio, io  posso ben credere senza dimostrazione  che l'acqua che bevo è incolore e  trasparente, poichè il fatto stesso della  sensazione che provano i miei occhi è  dimostrazione sufficiente a indurmi in  questa convinzione; e posso egualmente  credere che tutte le acque della terra  non sono egualmente incolori e tra sparenti, poichè ne vedo di più o di  men chiare secondo le fonti, e i ter reni ov'esse si depositano. Ma la di mostrazione diventa solo necessaria  quando io voglio astrarre da queste  differenze e stabilire la proprietà ge nerale dell'acqua di essere incolore.  È allora che io ho bisogno di doman dare alla chimica il soccorso della sua  analisi e della sua sintesi per provare  che le sostanze coloranti non sono  parte essenziale di queste acque, e che  in qualunque tempo, e in qualunque  paese si combinino insieme 88, 91 parti  di ossigeno con 11, 09 d'idrogeno si  avrà quel liquido che si chiama acqua.  Questa verità è dunque d'ordine uni versale, ma è vera sol in quanto è ve rità dimostrata, l'abbiam conosciuta  coll'induzione passando dal noto all'i gnoto, l'abbiamo stabilita colla scorta  delle verità particolari, ma non l'ab biamo dedotta da alcun principio più  che questi avevano con quella. Questo | generale.  errore è stato ben confutato dalla scuo la sensualista, la quale facendo rife rire tutte le nostre idee alla sensa zione, ha provato che le sole verità le  quali non hanno bisogno di essere di mostrate, son quelle che diremmo as siomatiche, e che derivano immediata mente dai sensi ( v, ASSIOMA). La ge neralizzazione di queste verità primi tive direttamente provate dalla sensa xione, è quella che invece ha bisogno I cippo nè a Democrito è mai caduta in  Dinamismo. Teoria filosofica  opposta all' atomismo, per la quale si  concepisce la materia come il risultato  di sole forze. L'atomismo antico aveva  cercato di spiegare i fenomeni della  natura col solo soccorso degli atomi e  del moto, ma è un errore di molti il  credere che in questo sistema tanto av versato oggid) dai metafisici, gli atomi  fossero inerti e senza forza. Nè a Leu DINAMISMO  mente siffatta incongruenza, e l'ultimo  specialmente si è assai ben spiegato  intorno al movimento dei suoi atomi,  ch'egli disse eterno, necessario, quan do intese il movimento con le parole  necessità del fato ( v. DEMOCRITO ). Ciò  posto, non si capisce proprio l'entu 279  non sono altro che i fenomeni, pro prietà assegnate alla materia per rap  presentarla come una sostanza, men tr' essa poi non è altro che il risultato  di azioni e combinazioni di forze, in  una parola il movimento. Credette egli  siasmo di coloro che esaltando le me tafisicherie del dinamismo, credono di  dir cosa nuova insegnando contro l'a tomismo una teoria del movimento.  Leibaitz, Kant e Schelling fondarono  la teoria dinamica. Il primo, per ve rità, non intravvide altro che la im possibilità di un' azione degli atomi  senza forze che fossero inerenti alla  loro sostanza, ed ebbe, confessiamolo  pure, il merito grandissimo di stabilire  chiaramente che alla materia è inerente  il movimento. « Ogni porzione dellama teria, non è soltanto divisibile all' infi nito, ma ancora suddivisa attualmente  senza fine ciascuna parte in parti, o gnuna delle quali ha un movimento  proprio. (MonadologiaNe.65 p. 710)».    ( Genesi XVIII, 21). Non ha la prescien za nè la sicurezza dell'operare ; ed è solo  dopo aver compiuta la creazione ch'egli  si avvede d'aver fatto cosa buona. Spesso  rammaricasi dell'opera sua : si pente di  aver creato l' uomo ( Genesi VI, 6), e  fatto re Saul (I Re XV, II); nè mai è  sicuro se i popoligli saranno fedeli, on d' egli prevede di doversi pentire del  beneche aloro fa (Geremia, XVIII, 10).  Siffatti volgari antropomorfismi, sono  ben altro cbe adatti a farci credere  che l'antica rivelazione abbia dato agli  uomini l'idea di unDio spirituale; e son  poi così goffi e così bassi che la teolo gia è costretta a interpretarli allegori camente. Non èdunque lontano dal vero  chi fa risalire a Platone la prima idea  dello spirito; e per lo meno non è dub bio che il suo Dio fosse incorporeo. Egli  considerò il corpo come un segno d'im perfezione e credette che un essere cor poreo non potesse essere eterno. I cinesi  si avvicinavano a questaopinione quan d'essi dicevano che nessuna cosa nel  faccia senzamorirne (Esodo XXXII! 18 | mondo gli rassomigliava, nè ch'egli po teva vedersi; e i pitagorici credevano  anch'essi che Dio fosse un essere incor poreo. Giova avvertire però, che per  quanto questi filosofi sembrino avvici narsi al concetto della metafisica moder na, non per questo si può credere che  essi avessero una chiara intuizione di ciò  ch'è spirito; imperocchè, come ben dice  l'autore dellastoria della filosofia pagana  (Haye 1724), dall'avere gli antichi chia mato Dio, asomatos, non ne deriva che  essi l'abbiano creduto spirituale. Avve gnachè questa parola non esclude un  corpo leggero e sottile,comeben si prova  con latestimonianza di Porfirio, di Proclo  e Giamblico . Il primo dice infatti che 281  proprietà della materia primitiva se condo gli antichi, è d'essere senza corpo  (Senten. XXI.); e Giamblico e Proclo as sicurano che i corpi celesti sono assai so miglianti alla sostanza incorporea degli  Dei ( Giamblico . De Misteriis . Sez . I  cap. XVII. Proclo in Plat. Theologiam,  cap. XIX). Perfino Tertulliano spiegava  la parola latina incorporalis nello stesso  senso che questi autori danno alla pa rola greca asomatos , poichè egli dice  che la voce è incorporea (Adversus Pra DIO  felicità; solita antitesi del politeismo,  che si trova nella perpetua alternativa,  o di ammettere molti enti assoluti, o  di ricorrere all'unità di Dio. Comunque  sia, niun può mettere indubbio che la  filosofia Platonica non serva, in que sta e in molte altre cose, come d'in troduzione al cristianesimo. Invero, la  prima trasformazione del Dio cristiano  nell'ente spirituale della metafisica, si  compieper l'intermediario di Giovanni,  o per meglio dire, degli scritti che a  lui si attribuiscono ; i quali sono indub biamente l'opera di unneoplatonico. Il  non è affatto esatto: Piatone nulladice  di ciò che sia spiritc, ma sol procede  хеат. Cap. VII )  Il dire adunque che lafilosofia Pla tonica ha stabilita la dottrina spirituale, ❘ principio dell' Evangelo di S. Giovanni  parla del Verbo divino, come già ne  parlavano i filosofi della scuola Ales sandrina, i quali, come si sa, s'inspi ravano specialmente nei luoghi oscuri  di Platone. Nel Verbo Iddio perde ogni  per negazione, e c'insegnache Dionon  ha corpo, onde bene aragione gli epi curei rimproveravangli quest'errore (Ci cerone. Della nat. degli Dei lib.I); e Se neca, il qual divideva l'opinione degli  stoici non lo biasimava con minore e nergia. >  (Il Demone di Socrates. Qui vi è evi dente contraddizione , poichè questo  padre degli Deinon può essereil crea tore degli altri esseri che sono eterni  e che bastano da se stessi alla loro  d'essis'affrettano aliberarne la Divinità.  Già nel quarto secolo Lattanzio così  argomentava per provare l'esistenza di  Dio: >>  Seriade, ricco cittadino di Corinto, l'a equistò e alui confidò l'educazione de suoi  figli, trattollo con ogni riguardo, sicchè  infine ebbe il vanto di essere schiavo e  di vivere come se fosse libero. Soleva  passare l' estate a Corinto e ' inverno  ad Atene; ma un bel giorno fu trovato  morto nel Cranion, ginnasio vicino a  Corinto. Morì nell'anno 323 a. G. C. in  etàdi 90 anni. Dopo averegoduto in vita  di una fama ch'egli doveva alle sue stra nezze, dopo la morte ebbe ancora dai  suoi contemporanei onori e monumenti  immeritati. (V. CINICA).  Diogene soprannominato LAER zio, perchè supponesi ch' egli fosse di  Laerzia in Cilicia. Della sua vita nulla  si sa, e il suo stesso nome non ci ènoto  che per un libro intitolato: Vita, dottrine  e sentenze difilosofi illustri, ilqualeè per venuto fino a noi quasi per intero. An che il tempo preciso in cui viveva s' i gnora, poichè la biografia dell' ultimo  filosofo di cui egli parla, è quella di  Ateneo che viveva ancora al principio del  regno di Alessandro Severo, 222 anni  dopo G. C. Adunque quello che sicura mente si può dire di lui, si è che viveva  dopo il secondo secolo dell'era nostra, e  non oltre il quinto secolo, poichè Ste fano di Bisanzio, che visse verso l'anno  500, parla di luicome di un autore già  antico.  Moltihanno creduto che appartenesse  alla setta di Epicuro, siccome fra le  varie biografie da lui redatte più com piacentemente diffondesi in quella di  questo filosofo. Altri invece vorrebbero  annoverarlo fra gli stoici, parendo a  costoro che la vita di Zenone e di Crizia  filosofi come storico, e men che storico,  come cronachista, unica sua cura essendo  quel di raccogliere tutte le opinioni e  tutte le notizie intorno ai filosofi di cui  scrisse la vita, e di registrarle, quand'an che contradditorie, senza critica. Perciò  appunto il suo libro ha tanto giovato  alla storia della filosofia, in grazia delle  notizie molte e varie che ci ha trasmesso  intorno ai filosofi di cui ci ha data la  biografia.  Diritto V. MORALE.  Disgiuntivo.(Argomentodisgiun tivo)Dicesi proposizione disgiuntivaquella  nella quale si riferiscono al medesimo  oggetto vari attributicome possibili. Per  es.: l'uomo o è un animale o un tipo  separato dalla classe dei viventi ; lo spi rito, o è materia o è nienteecc. Colla pro posizione disgiuntiva formasi quello che  nelle scuole suolsi chiamare argomento  disgiuntivo, sorta di sillogismo nel quale  la premessa o maggiore consta di una  proposizione disgiuntiva, e il rapporto  fra la minore e la conclusione è, che se  nella minore negasi uno degli attributi,  la conclusione dovrà negare l'altro, e  viceversa. Esempio: L'uomo o è un ani male o un tipo separato dalla classe  Ma separato non è dagli- dei viventi  altri esseri, coi quali presenta affinità  ed analogie molte  Dunque è un ani male.- Oppure: Lo spirito o è mate ria o è niente; una materia non è  poichè in tal caso esser dovrebbe spiri tuale; dunque è niente. In conclusione si  vede che l'argomento disgiuntivo non è  in findei conti che un sillogismo nel  quale d'ordinario la premessa è un di lemma. (V. SILLOGISMO).  Divisibilità. Una delle proprietà  fisiche dei corpi, per la quale essi pos sono dividersi all'infinito, e verificare in  tal maniera l' antinomia dell'infinito con tenuto in un corpo finito. I mezzi məc canici o chimici che noi possediamo,  sebbene ci permettanodidividere i corpi  in molecole piccolissime e quasi imper  sianoquellech'eglitrattò più lungamente.| cettibili, sono però sempre demodi gros Il fatto si è, che Laerzio parla de' suoi solani di divisione, se li confrontiamo con DIVISIBILITÀ  una più alta potenza visiva. Un vaso di  essenze odorose lasciato aperto in una  stanza può impregnare del suo odore  tutta l'aria di quell'ambiente, eppure la  materia uscita da quel vaso e diffusasi  in ogni parte è così piccola che non  bastano le più precise bilancie per ac accertare una diminuzione di peso nella  essenza odorosa, la quale con una tanto  piccola parte ha prodotto sì mirabili  effetti. Un grano di carmino può colo rare in rosso un litro d'acqua, vale a  dire che il carminopuò dividersi in tante  particelle così piccole, e così numerose  da potersi spargere e mescolare in tutte  201  alle minime proporzioni possibili, tanto chè non ci sia per noi alcun mezzo di  dividerlo ulteriormente; per es. un cor puscolo del sangue, non ne deriva già  che colle leggi del pensiero non si possa  ancora dividerlo consecutivamente inpar ti ancor più piccole. Io posso quindi  supporre che quel corpuscolo sia diviso  in due metà, l' una delle quali rigetto  come inutile, e l'altra posso ulteriormente  dividere col pensiero in due parti ancora.  le parti del liquido in cui è disciolto. E  tuttavia, un goccia di questo liquido sot tomessa al microscopio, ci lascia scorgere  chiaramente queste particelle nuotanti  nell'acqua. Chi considera il sangue sgor gato da una ferita non ha difficoltà a  credere che esso sia un liquido omogeneo  e che il color rosso sia proprio di tutte  le sue parti. Ma appena una goccia di  questo liquido è sottoposta all'esame mi croscopico, subito ci appare assai diversa  daquello che suol parerci ad occhio nudo.  Una infinità di granulazioni si disco prono al nostro occhio, parte colorate  con una legger tinta rossa, parte affatto  incolori, sicché quella sostanza liquida,  scorrevole, omogenea che prima ci pa reva impossibile ad essere più finamente  divisa per la sottigliezza delle sue mo lecole, dopo ci sembra un complesso di  corpi solidi abbastanza vistosi e grossi  per essere ancora divisi e suddivisi in  più e più parti.  Ma questo modo di divisione col  mezzo dell' ingrandimanto ha pure il suo  limite, nè ci è dato di oltrepassare colla  potenza visiva la maggior potenza delle  nostre lenti. Per altro, l'immaginazio ne questi limiti materiali non conosce,  e trasportandosi oltre tutti i mezzi mec canici e fisici e chimici, trova che la  divisibilità potrebbe spingersi più oltre,  e che nessunlimite, in nessun tempo può  esserle fissato. E veramente se conside riamo col pensiero un corpo già ridotto  Nuovamente rigettata una di queste, l'al tra può ancora essere mentalmente di visa in dueparti, e così all'infinito. Onde  si verifica, come ho detto nel principio,  l'antinomia dell' infinita divisibilità con tenuta in uncorpo finito; imperocchè io  non posso supporre col pensiero che un  corpo si divida, senza che l'atto del di videre non separi due parti distinte, nè  posso concepire l'esistenza di queste due  parti, per quanto piccole esse siano, senza  supporle dotate di estensione; e tutto ciò  che è esteso può essere ancora diviso.  E fu appunto per evitare cotesta con traddizione che l'antica scuola atomistica  ha ammesso con Leucippo e con Demo crito che i corpi non sonodivisibili oltre  uncertolimite, e che gli atomi, ch'essi sup ponevano semplici, elementari, non com posti di parti, erano anche indivisibili (v.  ATOMISMO). Ma troncare la questione in  questa guisa non era risolverla, e per  quanto giusto fosse il desiderio degli a tomisti di sciogliere così la controversia  sulle essenze, non è perciò men vero,  che il pensiero trascorre oltre il limite  degli atomi e ad essi vuol dare una di visione.  Ora, questa singolare antinomia per  la quale vediamo congiungersi in uno  stesso oggetto due nozioni così contra l ditorie come sono il finito e l'infinito,  non basterebbe per avventura ad avver tirci che il concetto che noi ci formiamo  dell'infinito non è altro che una pura a strazione? Si suol dire che l' infinito ci  si impone per le leggi del pensiero. Ma  son pure le stesse leggi del pensiero  quelle che ci rivelano l'infinita divisi 292  DOLORE  bilità contenuta in un corpo limitato; ❘ cepirla egualmente senzail corpo ma equeste idee contradditorie sono non dimeno così bene congiunte fra di loro  che io non le posso assolutamente se parare: non posso pensare a un corpo  finito senza supporre la divisibilità in finita, nè posso pensare a questa senza  concepirla contenuta in corpo finito.  Se adunque il principio di contraddi zione di Aristotile fosse vero, (v. CON TRADDIZIONE) una di queste due idee  vera non potrebbe essere. Ma il corpo  finito negare non si può, senza negare  l'esperienza dei sensi; dunque non ci  rimane che a considerare ' infinito  nella divisibilità come una mera astra zione. Ma d'altronde chi nega l'infi nita divisibilità nega l'infinità nello  spazio, e nel tempo, vale a dire ne ga insieme l' infinità e ' eternità.  Invero, il processo della divisione è  identico , sebbene in senso inverso,  aquello dell' addizione. Se io divido  una quantità sommata rifaccio il la voro dell' addizione, e riduco la pro porzione al termine primitivo. Som mare edividere possono dunque para gonarsi al movimento di un uomo, che  percorresse un determinato tratto di  cammino, epoi rifacendo la sua strada  ritornasse al punto primitivo. Infatti  quale è l'idea che ci presenta l'infi nità dello spazio? Un metro, un chilo metro,un miriametro come qualunque  altra misura delle distanze possono co stituire gli elementi dell'addizione del l'infinito Un chilometro aggiunto a  un' altro chilometro e poi a un terzo,  aun quarto e così via all' infinito. E  colla parola infinito non esprimiamo  altra idea fuor di quella che non tro viamo alcun ragionevole motivo per  fissare un limite a questa addizione di  chilometri. Nella divisibilità noi proce diamo in senso inverso: togliamo, cioè,  gli spazi aggiunti per tornare al punto  primitivo, e in questa operazione ci tro viamo ancora di fronte all' infinito. La  teriale che le serva, per così dire, di  substrato; basta che si consideri un  determinato spazio e quello spazio lo si  divida mentalmente in parti, per ca pire che eziandio in quello spazio fi nito esiste l'idea dell'infinito.Lo stesso  processo può farsi per il tempo. Un'o ra posso dividerla in minuti, il mi nuto in secondi, il secondo in terzi e  così via all'infinito. Abbiamo macchine  chepossono indicare la diecimillesima  parte di un secondo, ma quella stessa  legge del pensiero che c'impone di cre dere all' eternità, ci impone pure di  credere che la divisibilità del tempo  non può fermarsi a quel punto, e che  come si può con mezzi meccanici se gnare la diecimillesima parte di un  minuto secondo, così la mente può di videre ancora ulteriormente questa mi nima frazione del tempo, e così all' in finito. Ond'è proprio questo il caso di  dire che l'eternità, per le leggi del  pensiero, è contenuta in un minuto.  ( v. ETERNITA ed INFINITA ).  Doceti. S. Girolamo (Contro iLu ciferiani C. 8) dice che contempora nei agli apostoli furono certi eretici,  detti doceti, iquali negavano che Gesù  Cristo avesse preso un vero corpo, la  qual cosa è pure attestata da S. Cle menteAlessandrino(Strom. lib. VII) e da  Teodoreto. Vuolsi anzi che l'apostolo  Giovanni abbia inteso parlar di loro  quando disse, che ogni spirito il qua le non confessa Gesù Cristo venuto  in carne, è l'Anticristo. (Gio. I. Epi stola Cap. 4). Se questi eretici sono  dunque esistiti, e non ne è dato dubi tare dopo le testimonianze addotte,  sarebbe provato, che già i contempo ranei di Gesù negavano al preteso  Messia ogni realtà storica,poichè realtà  storica non può avere chi non è dotato  di corpo.  Dolore. Sensazione penosa per cepita inunaparte vivente del cervello.  infinita divisibilità è adunque identica | E dicesi del cervello e non del corpo,  all'infinità dello spazio; cioè, posso con- perocchè, come tutte le sensazioni, così DOLORE  anche le dolorose non si sentono vera mente nel posto dove sono cagionate  da malattia o da ferita, ma sono sen tite soltanto dall'organo cerebrale, di guisachè se recidonsi i nervi della sen sazione di un dato membro, quel mem bro rimansi insensibile ad ogni sensa zione dolorosa, nè per quanto si tor-.  menti in ogni guisa esso riesce a per cepire il dolore. Organi della trasmis sione del dolore essendo tutti i nervi,  è chiaro ch'esso è una sensazione d'un  genere affatto diversa da tutte le altre  che hanno organi speciali perprodurla;  onde il dolore cambia d'intensità e di  293  uno stato speciale del nostro organi smo, unamodificazione più o meno pro fonda che si opera nel corpo, sia essa  nel cerebro o altrove ; onde vediamo, ad  esempio, che certe affezioni fisiche con ducono sempre ed inevitabilmente a  certe altre affezioni morali. Gli è ben  vero che alcune fiate vediamo lu affe zioni morali produrre nel nostro fisico  alterazioni notevoli; tuttavia questa non  èaltro che una apparenza, una illusione  alla quale naturalmente noi tutti dob natura secondo laspecie del nervo che  lo conduce, secondo lo stato dell' or gano che lo riceve e del cervello che  biamo soggiacere, per la ragione che  l'affezione morale è quella che ordina riamente si palesa ai nostri occhi prima  dell' alterazione fisica che l'ha cagio nata. E siccome nell'ordine del tempo  fra duefenomeni che si seguono imme diatamente noi siam soliti a dare il  nomedi causa al precedente, e di effetto  al susseguente, così è ovvio che in tali  casi l'affezione morale onde siamo tra lo percepisce. Oltre alla lesione dei  nervi, il dolore può essere prodotto da  una difficoltà, che per una qualsiasi  causa provano i diversi tessuti nel loro  modo naturale d' azione. Non devesi,  del resto, dimenticare che ad ogni mo dificazione fisica corrisponde sempre  una modificazione morale, imperocchè,  come ben lo ha dimostrato Cabanis, i  rapporti che passano tra il fisico e il  morale sono cost stretti fradi loro, da  non potersi produrre un' azione qual siasi nell'uno senza che vi corrisponda | detti morali, che noi proviamo per la  vagliati, e che per la prima si rivela  ai nostri occhi, sia spesso creduta la  causa delle alterazioni organiche che si  manifestano poi. Ma laverità è questa,  che nessuna affezione morale noi pos siamo eccitare negli altri o in noistessi,  senza che sia preceduta da una modi ficazione fisica. Cosicchè i dolori cost  una modificazione dell' altro. Io dirò  anche di più, poichè il modoinvalsodi  considerare il fisico ed il morale sic come due elementi distinti, quantunque  in una stretta unione fra di loro, non  mi pare esatto. Quel complesso di fe nomeni e di attività che costituiscono  il carattere morale dell'uomo, non for ma una realtà sostanziale; esso non è  altro che il risultato dell'azione fisica,  epperd dobbiam dire giustamente, che  se consideriamo nel fisico il corpo a gente, nel morale non vi possiamo ve der altro che la funzione. Coloro per collera o per lo spavento, sono infine  sempre prodotti da cause organiche.  « In vari casi, dice il dottore Frerichs,  le malattie scoppiano improvvisamente  in individui sani, dopo un violento spa vento, od un eccesso di collera, sicchè  tanto i quali credono che possano darsi  dei dolori morali, i quali non abbiano  alcuna dipendenza dall' attività del cor po, errano a gran partito. Quel chedi- sibilità viziosa del centro nervoso, in  ciamo dolore morale, non è altro che quellididistruzionegenerale delleforze,  l'effetto della scossa moralepuò appena  essere avvertito. Allora gl' infermi di vengonoitterici,inpreda adelirio emuo iono alcuni giorni più tardi » (Trattato  delle malattie delfegato). Si sa d'altronde  che tutte le malattie cancerose predi spongono singolarmente alla malinco nia, e che la malinconia è il principio  di tutti i dolori morali. >> La  dottrina di una religione qualunque, è  quella che da essa s'insegna sia intorno  al domma, sia intorno alla morale; del  pari la dottrina di una filosofia quella è  che riassume ed espone con ordine e  metodo gl'insegnamenti della suascuola.  Dovere. Vedi MORALE.  Draidismo. Antica religione dei  Galli sul conto della quale poco si sa,  avvegnachè i Druidi o sacerdoti di questo  popolo confidarono alla sola tradizione  orale gl'insegnamenti della loro teologia.  Il nome di Druidi gli antichi derivarono  dalla parola greca che significa quercia,  lerebbe forse un fondamento politeista ?  >>  (Cousin. Introd. alla storiadella filosof.  lez. V.). In tal guisa la sostanzadi Dio  èil mondo, o il mondo à Dio. Qui il  panteismo si rivela chiaramente e senza  sottintesi: ma la filosofia eccletica di  Cousinsi farà un dovere di negarlo  dieci volte in dieci luoghi diversi delle  sue opere, onde essere fedele al sistema  di non aver sistema; sicchè i cattolici  nonebbero torto di rimproverargli quel Jo spirito subdolo che il cristianesimo  accusa negli eccletici antichi , mezzo  pagani mezzo cristiani, mezzo filosofi  mezzo teologi, interi solo nel pensiero  d'insinuársi in tutte le scuole e di tutte  dominarle.  1  >>  Eleatica. (Scuola). Setta filoso fica fondata da Senofane in Elea, città  d'Italia, pochi anni dopo la caduta di  Pitagora, dai principii speculativi del  quale prese le mosse. Due periodi ben  distinti voglionsi considerare nellascuo la eleatica, e meglio che periodi, do vrebbero dirsi addirittura scuole dif ferenti e assolutamente separate fra di  loro. La prima scuola rappresentata  da Senofane, Parmenide, Melisso e Ze nonetutti contemporanei, abbraccia un  periodo di poco più di mezzo secolo,  dal 430 al 540 circa av. G. C. e fondò  una sorta di panteismo, dimostrato con  principii attinti alla pura speculazione.  Per vere, sulla eternità della materia  convengono tutti i filosofi di questa  scuola: essi nonpossono concepire co me esistere possa ciò che non è sem pre esistito, ma poi volendo troppo  sintetizzare intorno a questo principio,  nel mondo e nell'universo tutto vo gliono riconoscere un solo essere, una  unità immobile e immutabile, perchè  esistendo necessariamente e in sè stes so racchiudendo ogni cosa, deve avere  una perfetta immobilità. Quest' unità  universa, costituisce il Dio panteista  degli eleatici, i quali, mal potendo so stenere la loro ipotesi a priori contro  la costante testimonianza dei sensi, i  quali attestano che nel mondo ogni  cosa si muove e si trasforma, conven nero nel proposito di negare ai sensi  ogni fede, e di far precedere le verità  astratte a quelle d'osservazione. Quin di per essi la realtà non poteva esse re argomento, che di speculazioni a stratte, poichè le percezioni dei sensi,  secondo essi, sono quasi sempre erro nee; e una vera scienza non possono  costituire a cagione delle molte illu ounpezzo di metallo è sostenuto nel-❘sion cui vanno soggetti. In questa  l'aria; toglietegli il suo sostegno, esso parte dunque gli eleatici si accorda cadrà; ma a considerare la cosa apriori | vano con gli accademici, ma differiva ELEMENTI  no poi nella conclusione; poichè men 315  come quelle del suo discepolo Demo tre quelli dall'incertezza dei sensi in ferivano nulla potersi con certezza  asserice, questi volevano invece to gliere ai sensi ogni certezza per ri porla dommaticamente nelle specula zioni a priori della metafisica; nè si  avvedevano che anche la unità astratta  dell eternità della materia, che essi  affermavano, non riposava, in fin dei  conti, su altra testimonianza che quel la dei sensi, perciocchè noi non ab biamo mai veduto nascere dal nulla  alcuna cosa, nè alcuna parte della  materia assolutamente distruggersi.  La teoria della prima scuola elea tica conduceva necessariamente all i dealismo puro: tutte le cose esterne  sono mere parvenze; ciò che esiste è  l'essere in sè e per sè, essenzialmen te uno edimmutabile; che non ha pas sato od avvenire, nè parti, nè limiti,  nė divisioni, nè successione. Tutto il  resto non è che illusione, poichè illu sioni sono le apparenze sensibili, e la  realtà consiste soltanto nelle verità di  ragione. Parecchi secoli dopo Berke ley e Collier riprodurranno nell' In ghilterra l'idealismo degli eleatici con  tutte le sue conseguenze.  Ma di queste astrazioni hanno fatto  giustizia i filosofi eleatici della secon da scuola, contemporanea della prima,  erappresentata da Leucippo e da De mocrito. Bisogna però riconoscere che  nessun rapporto unisce fra di loro  queste due scuole, della qual cosa  tutti i filosofi furono si bene persuasi,  che si accordarono nel dare alla teo ria dei primi eleatici il nome di scuolo  metafisica, e quella dei secondi chia mare col nome di scuola fisica. Il solo  rapporto, infatti, che ha potuto unire  Tuna coll' altra è l'asserzione di Dio gene Laerzio (lib. VIII c. 55 e 56) il  quale annovera Leucippo fra i disce poli di Parmenide. Ma se questo sia  stato discepolo suo è cosa che poco  importa il discutere; l' essenziale a  sapersi è questo, che le sue teorie,  crito, sono la perfetta antitesi di quel le degli altri filosofi eleatici: esse riget tano il puro idealismo di Parmenide e  di Zenone, proclamano la realtà della  sensazione; contro il riposo sostengo no la teoria del movimento eterno, e  all' astrazione dell' unità assoluta e  immobile dell' idealismo, contrappon gono la teoria atomica. (v. ATOMISMO).  Elcessaiti o Essonieni. Ere tici dei primi secoli, i quali alle eresie  degli ebioniti avevano congiunte molte  superstizioni . Praticavano frequenti a bluzioni, credevano in un Messia, al  corpo del quale, come gli ebioniti, at tribuivano proporzioni favolose; e te nevano per sicuro che lo Spirito Santo  fosse femmina, però che in lingua  ebraica ha denominazione di genere  femminile. Un ebreo detto Elxai si  fece loro capo a' tempi di Trajano,  e lui morto rimasero due sorelle, Mar ta e Martena, le quali appartenendo  alla stirpe benedetta, furono tenute in  grandissima venerazione da quei set tari. Dicesi anche che essi raccogliessero  i loro sputi per farsene dei reliquari.  Le preghiere degli elecessaitierano fat te in lingua ebraica e dovevansi, reci  tare senza intenderle, costume che fu  adottato dalla Chiesa cattolica, le cui  preghiere son pur fatte in una lingua  sconosciuta.  Elementi. È tendenza naturale  dell'uomo il ricercare l'origine delle  cose, ed è legge di natura ch'egli mai  non riesca a trovarla. Invano esplorð  gli spazi; quanto più potenti furono i  suoi mezzi d' esplorazione di tanto si  arretrarono i confini dell' universo. Nei  corpi stessi la divisibilità ( v. questo  nóme ) s'oppose mai sempre alla sua  ricerca dell' atomo primitivo; e nella  filosofia naturale la sua ricerca degli  elementi fu altrettanto sfortunata. Per  vero, la filos ofia antica s'era accomo data in un facile trovato; e credette  lungamente che quattro fossero gli e lementi sostanziali di tutte le cose: la 316  ELIOSISMO  terra, l'acqua, l'aria e il fuoco. Da  questi quattro principii elementari tut te le cose essa faceva scaturire. « Co me quei pittori, diceva Empedocle, mi schiando colori diversi con quelli van  figurando uomini e piante, così la na tura coll'accozzare un poco di questo,  un poco di quell' elemento, vien for mando uomini, piante, donne leggiadre  e chiarissimi dei ». L'anima stessa  era un fuoco o un'aria, e gli dei eran  fatti della parte più sottile di questi  stessi elementi. Qualche filosofo, come  Platone e Aristotile, aggiunsero un  unsero  quinto elemento, l'etere. Aristotile ap pelld combinazione la proprietà d'ogni  elemento, cioè nel fuoco il calore e la  siccità, nell' aria il freddo e l'umido,  nell' acqua l' umido e il freddo, e nel la terra il freddo e la siccità. Coll'an tagonismo delle qualità elementari egli  carbonio e il diamante sono sostanze  per la chimica intrinsecamente identi tiche, e non pertanto hanno modi di  essere cotanto differenti, nulla ripugna  a credere che una sola sostanza possa  assumere tutta la varietà di forme che  osserviamo in grazia di una sola di versità d' intima aggregazione moleco lare, che sfugge a tutti i nostri mezzi  di percezione. Ben è questo il sistema  di Democrito, ilquale,senza bisogno di  elementi diversi, spiegava la varietà del le sostanze con la varia aggregazione  molecolare, nè io so perchè i filosofi  moderni vadano cercando sistemi nuo vi per spiegare cose che gli antichi  avevano già intese, nel senso in cui  le spiega la scienza nostra.  Elezione (metodica, naturale .  sessuale) vedi DARWINISMO.  Eliosismo. ( Da H' λιος, sole ),  spiegava i cambiamenti degli elementi Nome applicato a tutte le religioni la  e il loro passaggio dall'uno all' altro. cui divinità sia una simbolica rappre Ma dilungarci sulla fisica degli antichi sentazione del sole. È certo che la luce  non giova. Il male si è che anche i fu nelle religioni primitive il fondamento  moderni ritennero per assai tempo che del culto. Dio nella lingua sanscrita, la  gli elementi dei corpi scoperti dalla più antica che conosciamo, suona il lu chimica fossero un cotalchè di asso- minoso (vedi Dio); i persiani l'adoravano  luto e costituissero i principi fonda- sotto le forme del fuoco (v. ZOROASTRO)  mentali e indecomponibili della mate- e il paganesimo e il cristianesimo non  ria. La scoperta di Volta ha tolto seppero allontanarsi da questo simbolo.  questo errore e ci ha mostrato che se >  Empedocle (Agrigento). Nacque  in Girgenti nella Sicilia sul principio  del quinto secolo avanti l'era nostra,  da famiglia opulente. Uomo illustre,  filosoto, medico, poeta, avversario del la tirannide, benefattore del popolo,  egli fu pei suoi contemporanei più  era virtù sua. Percorreva le vie seguito  da numerosi littori, colla testa ri cinta da corona d'allord, tenendo nel le mani un ramo di lauro, sè stesso  dicendo non uomo ma Dio. E la sua  divinità fu riconosciuta da tutta la Si cilia. Divenuto vecchio egli abbandono  l'isola carico di onori per recarsi ad  Atene, ove lo vediamo maestro di fi losofia, poeta, e vincitore ne' giuochi  olimpici. Poco dopo invano tento di  rientrare nella città nativa; un partito  potente sorto contro di lui gliene vietd  l'accesso. Tornò nella Grecia e l'o scurità avvolse gli ultimi anni della  sua vita. Niuno sa dove e quando mort.  Lo si disse rapito al cielo, precipitato  nel monte Etna, senza che alcuno sap pia con verità qual sia stata la fine  dei suoi giorni.  Dei molti scritti di Empedocle aulla  ci resta, fuorchè alcuniversi delle Puri ficazioni, e alcuni frammenti deltrattato  sulla Natura, opera che è ad un tempo  di fisica, di cosmologia e di psicologia.  Filosofo o teologo, uomo d'inge gno e ciarlatano, Empedocle riunisce  nella sua dottrina gli opposti caratteri  della verità, amministrata sotto il velo  dell' errore. La sua filosofia,dice Con stant, è un mosaico di dommi sacer dotali; egli parla nou come uomo  filosofo, ma come rivelatore e Dio:  >  Ma nonostante tutte queste attenzioni,  il giudizio stesso dei due principali com pilatori non fu molto lusinghiero per  l'Enciclopedia. « Esso è, scriveva d' A lembert a Voltaire, un abito d'arlecchino  nel quale si trovaqualche pezzodibuona  stoffa e troppi cenci » ( Corrispond.  tomo LXIX. p. 26). E Diderot, espri mendosi ancor più energicamente, con fessava che « ' Enciclopedia divenne  una concimaia entro la quale certe spe cie di cenciaiuoli gettarono alla rinfusa  una infinità di cose mal viste, mal di gerite, buone, cattive, detestabili, vere,  false, incerte e sempre incoerenti e di sparate ».  Ad onta di questo severo giudizio,  non si può negare all' Enciclopedia il  merito di avere esercitata, almeno mo ralmente, una benefica influenza sulla  filosofia del secolo XVIII. Fatta ragione  alla vastità dell' impresa e alle moltis sime difficoltà che i tempi le opponeva no, bisogna riconoscere che questo fa moso Dizionario ha servito a costituire  il vero partito filosofico e a dare ai  pensatori d' allora maggior coraggio e  coscienza delle loro forze, esercitandoli  in quella sorta di palestra della pub blicità. Del resto, giova ripeterlo, gli  Enciclopedisti non fondarono scuola, nè  ebbero unità d' azione; ognunocombatte  per conto proprio conservando la sua  distinta individualità,la suaindipendenza  e le sue idee; motivo per cui la loro  filosofia non bisogna cercarla in un solo  lavoro, ma nelle speciali tendenze dei  vari filosofi del secolo XVIII. 326  ENTITA  Gli articoli filosofici d' ogni genere  ed'ogni scuola, sparsi nei vari volumi  dell' Enciclopedia, furono poi raccolti e  ristampati a parte col titolo: Lo spirito  dell' Enciclopedia ( Parigi in 8° ).  Encratiti Vedi TAZIANO.  Enesimene. Uno dei più grandi  scettici dell' antichità. Nacque a Gnossa  nella Creta, in qualtempo s' ignora; ma  probabilmente nel primo secolo dell'era  cristiana. Fondò ad Alessandria la sua  scuola, nella quale insegnò che nessun  principio assoluto può essere affermato  dalla nostra ragione; perciocchè se si  consultano i sensi non ci è dato che di  afferrare la pura apparenzadei fenome ni, senza alcun rapporto di causalità  che sia necessaria; e se si consulta la  ragione ella non potrà mai intendere  qual sia la relazione e i rapporti che  una sostanza potrebbe avere sopra un'al tra. D'onde Enesimene conchiudeva ne gando il principio di causalità. Vero è,  diceva egli, che nella nostra ragione  abbiamo l'idea di causa e di effetto,  ma questa non è altro che un fenomeno  dell' intelligenza, che non ha obbiettivo  reale.  correva i suoi tempi, e riproduceva le  dubitazioni di Pirrone sotto forme che  dovevano riapparire parecchi secoli dopo.  principio della sua azione, e che senza  altro esteriore impulso va da sè mede sima al suo fine. In questo senso l'en telechia è l'interno mobile della mate ria od altrimenti, ' essenza stessa o il  substrato che genera l'azione. E fu in  questo senso che Leibnitz ha tolto que sto nome dalla filosofia aristotelica per  applicarlo alle sue monadi.  Cantinema. Modo di argomenta re per il quale da certi segni visibili  deduconsi le conseguenze che da quelli  si attendono, come, p. e: il cielo è se reno, dunque non pioverà. L'entimema  è perciò un ragionamento men comples so e più incerto del sillogismo, in quan to consta di una sola premessa dalla  quale deducesi direttamente la conse guenza. Esso può presentare nel ragio namento gli utili o i svantaggi del me todo induttivo o deduttivo, secondochè  il rapporto tra la conseguenza è il segno  visibile su cui si fonda, sia palesamente  manifesto, o imaginario. È chiaro che  chi dice: il termometro oggi segna 40  gradi sopra zero, dunqi abbiamo un  calore eguale a quello  Senegal, fa  un Entimema assai diverso e assai più  Ben si vede che questo filosofo pre- congruente di chi dicesse: I miei af fari vanno bene, dunque la provviden za mi protegge.  Entità. Nella lunga lotta che di battevasi nel medio evo fra gli opposti  E se avesse spinto più innanzi la sua  analisi dell' umano intelletto, che condu ceva con tanta perspicacia, nor avrebbe  forse tardato ad avvedersi, che l'idea  di causa ed effetto non è soltanto un  fenomeno dell' imaginazione, ma civiene  suggerita olbiettivamente dalla esperien za, in grazia della successione di tutti  i fenomeni che noi osserviamo, succes sione alla quale nessun corpo sfugge.  Ridurrebbe dunque l'idea di causa ed  effetto al suo vero elemento, chi dices se ch' ella non è altro che una trasfor mazione dell' idea di successione e di  movimento.  Entelechia. Parola primamente  composta da Aristotile per dinotare o gni cosa che in sè stessa contenga il  partiti della filosofia scolastica, il reali smo sosteneva contro il nominalismo  (v. questi nomi) che gli universali, ossia  le generalizzazioni delle cose particolari,  non erano astrazioni prive di consisten za, ma esistevano veramente e realmen te in una lor propria maniera. Secondo  questa dottrina ogni cosa speciale attin ge i caratteri che la distinguono in una  esistenza eterea, nella quale sono i ca ratteri comuni e universali del genere.  Ondechè esistono gli uomini individuali  Pietro, Paolo, Luigi, maoltre questi in dividui vi è qualche cosa di reale e fuo ri del mondo dei viventi che costituisce  l'umanità.  Nei tempi moderni le entità, queste ENTITÀ  esistenze spuree che partecipano ad un  tempo dell'essere e del non essere, non chè rivivere, si moltiplicano straordina riamente nel campo della metafisica. Du bitare dell' esistenza della materia, du 327  entità della metafisica: l'entità ma tematica.  bitar dei sensi, dubitare eziandio di e-i stere son partiti leciti anche agli idea listi, ma guai a colui che dubiterà del le entità della metafisica ! I tipi intel lettuali sono così superiori alle forme  materiali che dubitar di questi si può,  ma sarebbe eresia dubitare di quelli.  Le idee innanzi tutto sono, non la so stanza che vediamo o che sentiamo, е  perciò ' ontologia per i filosofi di que sta scuola deve esser scienza mille volte  più esatta della fisica. Berkeley e Col lier negheranno l'esistenza reale del  mondo per attribuirla alle sole idee, e  nei tempi nostri Rosmini e Manzoni,  più modesti, non toglieranno l' esistenza  alle cose sensibili, ma creeranno una  nuova entità, l'ente-idea che esiste in  sè e per sè anteriore alla sensazione.  Persistendo nella negazione d'ogni  realtà obbiettiva, Descartes si fonda sul  puro subbiettivo e spera di avere tro vata nell' idea una base sicura,incrolla bile alla filosofia. Ma non si accorge  che cotesto sistema è pieno di palpabili  contraddizioni, non vede che egli rico nosce l' effetto e respinge la causa, e  che se i corpi esterni non esistessero e  non reagissero dal di fuori, non avrem mo al di dentro le sensazioni, non le  idee, non il pensiero!  Aristotile è il padre dellametafisica;  ma, la metafisica d' alloranon ha nulla  ache fare con quella dell' oggi, Aristo tile insegnava che ogni causa efficiente  ècorporea, dal che segue che è pure cor porea l'anima umana. Non vi è forza  alcuna, diceva quel sommo, senza qual che materia, perciocchè ogni cosa che  esiste deve esistere in qualche luogo. È  questo un assioma che per quanto vi vano i secoli non potràmai essere smen tito. Ma Descartes si getta all' estremo  opposto; per lui esiste la forma, la so stanza è nulla. E qui nasce la prima  Colui che cogli occhi della mente  considera un triangolo,concepisce i tre  lati, i tre angoli che costituiscono le  lince esteriori, ed ha il concetto di una  forma ipotetica che corrisponde a deter minate regole. Questa forma o non ha  una realtà o ne ha una affatto mate riale, in quanto sia rappresentata da  un corpo; e a tutto rigore si può anzi  dire che senza la materia, senza il cor po nemmeno la forma sarebbe mai sta ta concepibile dal nostro intelletto. Ma  il metafisico astrae affatto dalla realtà,  traccia linee e circoli immaginari e con chiude che la legge geometrica è una  entità, un non so che d'indipendente  dai corpi.  Se considera i numeri, il metafisico  non si allontanerà da questa via. Le  cifre 10, 20 30 ecc, per chi le vuol in tendere, non sono altro che segni neri  segnati in campo bianco. Concetti ideal mente, sono aggettivi numerali che non  hanno alcun valore senza il corrispon dente sostantivo, senza i corpi che, in  certo qual modo, li informino e li rap presentino. Ma il metafisico procede in  senso inverso, da valore e realtà al nu mero, concepisce e fabbrica una legge  arbitraria, una entità senza ente. I mo derni sorridono pensando al valore gran dissimo che li antichi attribuivano a cer ti numeri per l'effetto di inveterate cre denze superstiziose; ma abenmiglior ra gione dovremmo sorrideredei nostri me tafisici, i quali suppongono che esista  in natura una logica division decimale  o dodecimale, senza badare che in na tura ogni divisione equivale a qualun que altra.  Data una realtà alle linee ed ai  punti, Descartes non doveva durar fati ca nel creare quell' altra entità su cui  posa oramai l'intero edificio della me tafisica, voglio dire l" entità pensante.  Dove e come risiede l'anima nel corpo ?  Se essa vi è diffusa per ogni lato, il fa moso ego cogito, ergo existo andrebbe 328  ENTITA  a risolversi in una sostanza estesa, do tata delle tre dimensioni, si compene trerebbe col corpo e sarebbe, insomma,  un ente di materia. Ma Descartes non  sa per uno spazio, la si concepisce este sa, e quindi materiale; essendochè l' i dea della materia non è altro che quella  d' una sostanza estesa. L'affermare che  si sgomenta per si poco. La teoria dei  punti edelle linee è piana,comoda e ben  si presta ai concetti astratti. Descartes lo  vede, ond' eccolo venir fuori colla sua  proposizione, che l'anima entro il cor po occupa un punto matematico.  La potenza della realtà da cui a strarre il metafisico impiega ogni mag giore sforzo, ad ogni momento imperio sa e imponente gli si affaccia.Descartes | denti nozioni ».  vede i punti e le linee segnate sulla car ta, e s'immagina che, astrazion fatta  dalla materia di che son formate, possa  ridurli a quella data essenza per cui  venga ad essi tolta ogni dimensione.  vi è una presenza locale, propria delle  nature immateriali, per cui sono tutte  intiere in ogni punto dello spazio, tal chè senza essere composte di parti e  senza avere estensione occupano un luo go che ha tre dimensioni, l' affermare,  dico, queste cose, egli è non solamente  un non darci idea di cosa alcuna, ma  ancora un combattere le nostre più evi Manonpensa che le linee ei punti  sono pure fatti di una qualunque siasi  sostanza, con la quale soltanto a noi si  rendono percettibili, e che se essi si con cepiscono senza reale rappresentazione,  cessano di essere, non sono più nè pun ti nè linee, sono un nulla. Certo, il ma tematico può per un momento astrarre  dai punti e dalle linee, e mentre li ve de, li tocca e li misura,può considerarli  senza dimensione, tanto questa è mini ma e insignificante pe' suoi calcoli. Ma  per quanto tenue sia la dimensione del  punto, non perciò il punto stesso cessa  di essere una realtà; chè anzi il mate matico traccia apposta i punti e le li nee perchè sa troppo bene che senza  sostanza, senza un ente materiale che la  rappresenti nessuna forma sarebbe pos sibile.  L' argomentazione calzava si bene al  proposito, che i Cartesiani non credet tero di poter uscire dal laberinto senza  gettarsi all' estremo opposto. Se nega vano forma e figura ed estensione all'a nima, a molto miglior motivo dovevano  negaria a Dio. Ma come conciliare que sta lezione colla immensità, per la qua le si vuol che Dio colla sua sostanza si  diffonda in tutto l'universo ? Grave sa rebbe la risposta a noi pigmei della  scienza che non sappiamo elevarci d'un  palmo sullo strato di questa materialissi ma materia; ma alla metafisica che ar dita si slancia negli spazieterei e d'uno  sguardo sagace abbracciala quintessen za di tutto il mondo, il compito dove va essere facile. Un ripiego semplicissi mo bastò ai Cartesiani per spiegare la  cosa, e insegnando non potersi dire, sen za far Dio corporeo, che la sostanza di  lui è diffusa dappertutto, sostennero che  egli, per essere spirituale, non poteva  trovarsi in luogo alcuno.  Qui il punto matematico si trasfor ma in punto veramente metafisico. Per  Il punto matematico, novella entità  di Descartes, non giova dunque anulla| siffatto metodo Dio e l'anima vengono  per provare la semplicità e la indivisi bilità di questa sostanza quintessenziata  che si chiama anima, poichè anzi es sendo il punto idealmente divisibile al l'infinito, dovrebbe dedursi che anche  l'anima lo è del pari. Eil Bayle stesso  confutava molto a proposito Descartes  con questo stringentissimo argomento.  «Quando si concepisce una cosa difu a trovarsi in un luogo che non è luogo,  sono ovunque e nello stesso tempo in  nessun sito, esistono realmente e con stano di nessuna sostanza, non possedo no alcuna dimensione; in una parola  questo metodo ha dato l'ultima entità  della metafisica moderna colla creazione  dell' atomo vuoto.  A questo punto par che tutte le sco EPICHEREMA  perte della metafisica si siano fermate.  Grande e solenne lezione pei sognatori  d' ogni risma, i quali, contanta smania  di lanciarsi fuordella natura, non giun sero nemmeno a produrre una nuova  329  colo) così si esprime:Nel duodecimo secolo  si pronunciava assai male il latino, onde  invece di eum, come si dice oggidì, di cevasi eon, per cui nel simbolo invece  di cantare per eum qui venturus est  idea, non un nuovo pensiero, che non  fosse un controsenso. In questa freneti ca gara di costrurre a forza di pensie ro una nuova sostanza, che fosse diver sa da tutte l'altre cadenti sotto l'azio ne dei sensi, essi riuscirono solo a far  pompa d'una stolta e superba vanità, e,  pur disprezzando i sensi, ricaddero for zatamente entro la sfera dei loro giudizi.  Essi davano alla loro entità il nome e la  figurad'un atomo, per questa capitalis sima ragione, che la forma più leggera  e sottile che mai avessero veduto o sen tito, era quella appunto della più picco la parte della materia immaginabile.  I sensi sono la porta dello spirito,  e loro percezioni sono tutto quel tanto  che a noi è dato di conoscere. Meglio  che ostinarci e disprezzarli e astrarre  da essi a cui siamo strettamente con giunti per una legge fatale e inesorabi le; meglio che creare delle entità effi mere che nei sensi ancora trovano la  loro radice, conviene dunque che nor  sia trascurata questapreziosissima dote  del corpo, questa facoltà di sentire po sitivamente, per la quale soltanto siamo  vivi, giudichiamo, compariamo e attin giamo tutti i criterii della realtà. Infi ne, non conviene dimenticare che il mi glior rimedio contro il pericolo di crea re le entità metafisiche, è quello di non  separare mai il fenomeno dalla sostan za che gli serve di base; e per poco che  uno pensi non tarda ad avvedersi che  tutte le entità non sono infine che l'ef fetto di questa violenta separazione. Nes suno avrebbe mai pensato a dare alle  idee o al movimento, una reale esisten za, se per astrazione non si fossero se parate dal corpo che le pensa o dalla  sostanza in cui si manifestano.  Eon della Stella. Gentiluomo  Bretone la cui eresia l' abate Pluquet,  sulle traccie del Dupin ( Bibliot. XII. se judicare vivos et mortuos , cantavasi  per eon qui venturus ecc. Fu in grazia  di tale pronunzia che Eon s' imagind  che di lui fosse detto nel simbolo, che  dovrebbe venire a giudicare i vivi ed i  morti, la qual fantasia gli riscaldò l'ima ginazione e il persuase di essere il giu dice dei vivi e dei morti, e per conse guenza il figliuol di Dio. Ai suoi discepoli  distribui uffizi col nome di Angeli, Apo stoli, il Giudizio, la Scienza, la Sapien za ecc.  Molti partitanti egli ebbe e i soldati  mandati per arrestarlo non ne vennero  acapo in sulle prime, onde fu detto  ch' egli erainviolabile per sovranaturale  potenza. Tradotto infine davanti al con cilio di Rheims,vi fu condannato a pri gionia perpetua, e alcuni suoi discepoli  che persistettero a riconoscere in lui il  figliuel di Dio, incontrarono la morte.  Stupendo esempio è questo per provare  come intempi anche assai più vicini ai  nostri di quelli in cui visse Gesù, facil  cosa fosse a uno scemo il farsi crede re figliuol di Dio, e il trovare apostoli  che incontrassero il martirio per amor  di lui.  Epicherema. Sorta di sillogismo  composto, mediante il quale alla mag giore ( V. SILLOGISMO ) si aggiunge  qualche ragione dimostrativa onde ren derla più evidente. Il seguente sarebbe  un sillogismo semplice: Tutti i vapori  a parità di massa hanno un volume  maggiore dei liquidi; le nubi sono un  vapore; dunque presentano maggior vo lume dei liquidi. Questo sillogismo si  trasformerebbe in epicherema quando  alla ragione assiomatica espressa nella  maggiore, si aggiungesse una qualche  dimostrazione, per es. così: Tutti i vapo ri a parità di massa hanno un volume  maggiore dei liquidi, poichè il calorico  disgiungendo le loro molecole le allon 330  EPICURO  tana moggiormente fra di loro; le nubi  sono un vapore, dunque ecc.  Epicuro. Nacque inGargezio nel ' Attica nell' anno 341 prima di Gesù,  da famiglia antica ed illustre, ma ca duta nell' indigenza. Per provvedere ai  bisogni della vita, i suoi genitori emi  grarono nell' isola di Samo, ove il pa dre fu maestro di scuola, e la madre  divenne pitonessa e al figlio insegnò a  pronunciare le parole che l'oracolo fa ceva sentire frammezzo alle magiche evo cazioni. Allevato così nei più arcani se greti della divinazione, Epicuro acquistò  un anticipato disprezzo per le supersti zioni religiose d'ogni genere. Dicesi  che a quattordici anni, al maestro che  gl' insegnava il verso di Esiodo: Nel  principio era il caos, egli chiedeva: E  il caos d'onde nacque? Preso dal biso gno di sapere, egli si applicò allo studio  dei filosofi, ma Democrito sopratutti fu  da lui preferito. Spirito profondo e sa gace, ripugnante alle astruserie metafi siche dei suoi predecessori, egli com prese quanto di vero, di naturale e di  pratico vi fosse nella dottrina del filo sofo d' Elea, e divisò d'applicarne i  principii.  Nell' età di 18 anni si recò ad Atene,  ma poco vi rimase, chè fu presto a  Lampsaco, ove cominciò a professare  i suoi principii e vi fece proseliti, coi  quali nell' anno 309 a. G. C. tornò ad  Atene, acquistò un giardino e vi fondò  stabilmente la sua scuola. Gli Epicurei  soli vi erano ammessi e tutt' insieme vi vevano d' una vita comune,come idisce  poli di Pitagora; con la differenza però  che Epicuro non volle che ponesssero  in comune i loro beni, dicendo che cid  eccitava diffidenze fra di loro, ma volle  che ciascuno pagasse una parte della  spesa.  L'accordo della comunità epicurea  non fu mai turbato, e ancora dopo la  morte del maestro sussistette lunga mente; tantochè Cicerone dice che nei  tempi suoi gli epicurei vivevano ancora  in comune. Le spese, d'altronde, erano  poche, e tuttochè filosofi volgarissimi  abbiano cercato di far credere che l'c picureismo amasse lo sfarzo e il pia cere soltanto, è ben sicuro che lavita  degli epicurei fu purissimadaognimac chia, ch'essi vissero colla massima sem plicità e che tenue assai era la spesa che  importava il loro vitto comune. Vero è  che nella comunità epicurea anche le  donne erano ammesse, e fra le più il lustri discepole di Epicuro citansiLeon tina, celebre cortigiana d'Atene, e The mista di Lampsaco. E gli stoici che  avversavano la sua dottrina se ne val sero per calunniarlo. Diotino, uno degli  stoici, fabbricò perfino sotto il nome di  Epicuro cinquanta lettere indirizzate a  cortigiane, piene di oscenità. Ma il falso  fu svelato, e lo stesso Crisippo, il più  autorevole capo della scuola stoica, pub blicamente riconobbe la purità de' co stumi di Epicuro. Egli è ben vero che  per togliere alla dottrina del suo av versario il merito di far procedere in sieme l'amor della felicità con la pu rità dei costumi, disse che ciò dipen deva perch' egli era insensibile. Ma bi sognava ignorare qual fosse il fonda mento della vera dottrina di Epicuro  per muovergli simile accusa. È vero  ch'egli insegnava ilfine dell' uomo es sere il piacere, ma soggiungeva anche  che la felicità si trova nella calma e  nella tranquillità della vita, ond'esser  savio consiglio il guardarsi dalle pas sioni che la possono turbare. É vero  ch'egli diceva consistere il piacer fisico  nellasoddisfazione dei naturali bisogni;  ma aggiungeva poi anche che quanto  minor sollecitudinc si usa nel soddi sfarli, tanto meno si corre il pericolo  di essere esposti alle privazioni. Aste nersi per godere era la sua granmas sima, e se sia vera lo sanno i crapu loni d'ogni tempo, i quali per una  pronta debilitazione delle loro sensa zioni, per una noia e una nausea an ticipate imparano a loro spese quali  siano ipericoli dell'intemperanza. L'a mor del piacere non può dunque es EPIFANE  sere separato da una vita temperante,  e la vita di Epicuro, per la testimo nianza stessa de' suoi nemici, è la più  perfetta e la più nobile applicazione  de'suoi principii. Nonpertanto nel mon do de'vulgari, allora, come adesso,igno ravasi la connessione di queste due  parti della dottrina, onde inferivasi che  amare il piacere e soddisfarlo era una  331  re per vera solo in quanto corrisponde  alla sensazione.  Nella filosofia epicurea ' anticipa zione è facoltà identica alla memoria,  ed è per suo mezzo che le immagini  delle sensazioni già provate riproduconsi  nel nostro pensiero. Le passioni, final mente, sono la nostra guida; esse ci in dicano ciò che ci conviene e ciò che  cosa sola. Dicevasi che Epicuro faceva  consistere il sovrano bene nella vo luttà, e senza oltre preoccuparsi di  spiegare in che consistesse la volutta  di Epicuro e per quali temperanti pre cetti si soddisfa, si abbandonarono a  vita licenziosa, tantochè molti di questi  falsi epicurei furono banditi da Roma  ai tempi dellarepubblica. Ma la scuola  fondata da Epicuro in Atene continuò  a sussistere nella purità de' costumi, e  col suo solenne esempio rese giustizia  innanzi al mondo alle dottrine del  maestro.  Epicuro fu ancora accusato di a teismo, ma non pare che l'accusa a vesse fondamento. Nella sua lettera a  Meneceo egli dice: Gli Dei non sono  tali come il volgare li crede. L'empio  non è colui che rigetta gli Dei della  moltitudine, ma colui che attribuisce  agli Dei le opinioni della moltitudine ».  Intollerante d'ogni credenza supersti ziosa, Epicuro insegna la scienza della  felicità, e i mezzi per ottenerla sono  per lui quelli stessi che s'adoperano  con l'ignoranza e l'illusione per giun gere alla verità. Tre sono i criteri della  verità: le sensazioni, le anticipazioni e  le passioni, fonte triplice d'ogui cono scenza. La sensazione è elemento pri mitivo e immediato della conoscenza,  e come tale non può esser soggetta a  sindacato. Imperocchè una sensazione  non può controllare un' altra sensazio ne essendo pari in grado e autorità, nè  purla ragione può correggerla se er rata, inquantochè la ragione stessa è di retta dalla sensazione. La sensazione  non può generare errore, poichè ha una  causa reale; ma l'opinione hassi a tene evitare dobbiamo. E poichè il fine del l'uomo quello è di cercare il bene ed  evitare il male, così deve egli cercare,  per quanto può, di fuggire le inutili sof ferenze e di risparmiarsi tutti quei go dimenti che potrebbero essere causa di  dolori o che potrebbero togliere godi menti ancor migliori.  Epicuro sorti natura dolce ed eleva ta, che spontaneamente lo portava ad  amare i suoi simili; capace di devozione  e di sacrificio fu visto in occasione di  una grande carestia dividere il poco che  aveva con i suoi discepoli. Nonostante  I'amor de' piaceri di cui filosofi leggeri  lo accusano, menò vita travagliatissima  per i mali ond' era afflitto. Parco oltre  ogni dire, e più che non convenisse alla  sua mal ferma salute, poco pane basta vagli per nutrimento di tutti i giorni,  onde Seneca disse di lui che un soldo  gli era di troppo per un giorno. Afflitto  negli ultimi tempi dal mal della pietra,  non bastavano i vivi dolori di questa  crudele malattia per turbare quella pla cida serenità che tanto lo facevano caro  ai discepoli, ai quali, giunto agli estre mi, legò il suo giardino, acciocchè lui  morto, potessero continuare la vita co mune e la sua scuola. Mori nel 271 a.  G. C. nell' età di 71 anni.  Epirane. Figlio di Carpocrate; di vise e giustificò l'eresia del padre. Dalia  apparente eguaglianza in cui natura  pose tutti gli uomini concluse che il  male non esisteva nel mondo e che la  giustizia divina era provata per questa  stessa eguaglianza. Se il sole, diceva,  si leva egualmente per tutti gli uomini  e la terra a tutti egualmente offre le  sue produzioni, segno è che Iddio ha 332  ΕΡΙΤΕΤΤΟ  stabilita questa eguaglianza e a tutti  egualmente vuol ripartire le benefi cenze sue. D'onde conchiudeva che i  frutti della terra e le donne fossero in  comune. Secondo Epifane la legge sola  quella era stata la quale aveva sviati  gli uomini dal retto sentiero: abolire  la legge e ritornare alla natura, era  per Epifane un ritorno alla perfezione;  e lo provava coi passi di S. Paolo, il  qual dice che prima della legge non  si conosceva il peccato, nè vi sarebbe  peccato se legge non vi fosse.  Epifane morì giovinetto ancora ( di cono alcuni di 17 anni ) e fu onorato  siccome un Dio. Si innalzò un tempio  in suo onore a Sarne, città di Cefa lonia, ove nei primi giorni del mese  celebravasi la festa della sua apoteosi  e si offrivano sacrifizi in suo onore.  dalla parte della femmina lo spazio e  il nutrimento necessari. Questa ipotesi  è oggidì dimostrata falsa, e resta as sodato che gli spermatozoidi determi nano soltanto l'evoluzione del vitellius  con un concorso materiale e diretto  dalla loro sostanza. L'embriologia ha  ancora mostrato che la generazione non  solo è una vera produzione nuova in  ciò che concerne l'ovulo e gli sper matozoidi, ma che lo sviluppo dell'uo vo, l'apparizione dell'erabrione nel seno  materno risultano da una vera epigenesi  successiva che si compie in tempi dif ferenti a spese delle sostanze fornite  dall' ovulo; che nell'ovulo non preesi stono gli organi,i quali compaiono per  autogenesi ciascuno in tempi differenti  durante l'evoluzione embrionaria. ( V.  EMBRIOLOGIA).  Episcopali. Vedi Presbiteri  Epitetto. Nacque nel 1° secolo  dell' Era volgare ad Jerapoli nella Fir gia, dagenitoriindipendenti, e nell' ado Epigenesi(da έπι', soprae γένεσις,  generazione ). Dottrina la quale stabi lisce che la generazione delle diverse  specie degli esseri organizzati si è ef fettuata in tempi differenti. L'epige nesi è dunque contraria all' imbotta meuto , antica dottrina de' fisiologi i  quali credevano che i germi di tutte  Je forme future fossero precontenuti | bestiale, che Epitetto apprese le prime  l'un dentro l'altro nel primo uovo di  ogni specie ch'era stato creato ( v. A lescenza fu schiavodi Epafrodito, liberto  e guardia particolare di Nerone, uomo  rozzo e stupido e di malvagio animo.  Fu sotto tal maestro, poco men che  NIMAZIONE L' epigenesi invece consi dera ogni nascita come una nuova for mazione organica, inquantochè, se fra  i nati e i primi parenti non vi è al tra affinità che le leggi di formazione,  sarebbe assurdo il dire che in essi vi  era la presistenza di tutte le genera zioni future. Laonde Kant che deno minava l'epigenesi la teoria della pre formazione organica, poteva dire che le  generazioni attuali preesistettero vir tualmente o dinamicamente nei primi  genitori. Vi furono degli epigenisti che  credettero che la generazione fosse po steriore alla fecondazione, tali gli sper matisti, i quali credevano che lo sper ma contenesse le parti esenziali del  nuovo essere, al quale l'atto procrea tore non avrebbe fatto che procurare  massime della scuola dell' avversità, e  si bene vi si assimild, che divenne il  più illustre sostegno di quella filosofia  desolante, inadatta alla natura e alla  felicità dell' uomo, che fu poi da Plu tarco vivamente combattuta. La scuola  cinica riviveva in lui sotto novelle forme.  Men brutale e trascurato di Antistene,  Epitetto non si allontana però grande mente dalla sua morale; ed è il cini smo di Socrate ch'egli prende a mo dello e pel quale dimostra una grande  ammirazione. Naturale nemico diEpicu ro, egli proclamache il male è illusione,  eche il bene non devesi ricercare. Non  sono già le cose che ci fanno delmale,  ma l'opinione che noi ci formiamo di  esse. Conformandosi alla dottrina degli  stoici, egli diceva che per quanto fosse  tormentato, non lo si costringerebbe  mai a confessare che il dolore sia un ERESIA  male. Dicesi che il suopadrone ungiorno | quella di Gesù perquesto solo, ch' essa  porta con sè lo stimmadel paganesimo.  La volontà di Dio s'identifica col fata nella sua brutalità trastullavasi a tener gli una gamba. >>  disse Epitetto, ed essendosi rotta dav vero, il filosofo riprese con tutta tran quillità: « io ve l'aveva ben detto che  si sarebbe rotta ». Citando queste pa role Celso le oppone ai cristiani e a lor | verebbe il volervi resistere. « O Dio,  lismo. Gesù vuol la rassegnazione ai  voleri di Dio perchè è Dio; Epitetto,  ch'è stoico, celaraccomanda per un'al tra considerazione, ed è che a nulla gio dice: « Il vostro Cristo ha egli fatto  alcun atto più grande?- Si, risponde  Origene, egli ha taciuto. D'allora in  poi Epitetto zoppicò. La vita di questo fi losofo è nel resto molto oscura, e di lui  s'ignora anche il nome, avvegnachè E pitetto sia un sopranome e significhi  schiavo. Ci sa che fu libero, ma quando  ebbe la libertà s'ignora. Pare che abbia  avuto molta famigliarità coll' imperatore  Adriano, ma contuttociò si sottopose  sempre al regime di unapovertà volon taria. A Roma abitava una casa senza  porte: un lettuccio, una sedia e un ta volo erano tutto il suo mobiliare. Ma  volle un giorno acquistare una lampada  di ferro che gli fu subito involata, on d' egli parlando del ladro, disse:   (Matt. XXVI, 26-28; Giov. Χ, 7, XVI, 1).  Fedeli alla lettera di questo passo, e  contro l' impossibilità stessa che il pane  e il vino potessero trasformarsi nel cor po e nel sangue di Gesù quando Gesù  berrà il calice del Signoreindegnamente,  sarà reo del corpo e del sangue del Si gnore. Provi perciò ' uomo se stesso e  così mangı di quel pane e beva di quel  calice  (I Cor. XI 26-28). Ora quel  ripetere tre volte il pane e il calice in vece del corpo e del sangue di Gesù,  non dimostra forse che il pensiero di  S. Paolo era ben diverso da quello che  gli attribuiscono i cattolici, e ch' egli  credeva che il pane restasse pane,e vino  èvino il vino, e il corpo di Gesù non  fosse introdotto nella cena che come  stesso era presente, bamboleggiando so stengono che tutte le volte in cui il sa cerdote pronuncia le sacramentali parolespressione positiva questo è il mio corpo  della consacrazione, il pane ed il vino  si trasmutano e sotto le loro materiali  parvenze occultano il corpo, il sangue  simbolo materiale del nuovo patto? L'e e la divinità di G. C.  Contro i cattolici dimostrano i pro testanti essere contrario al senso della  scrittura l'interpretare letteralmente le  parole di Gesù: Questo è il mio corpo,  questo è il mio sangue, imperocchè egli  ha pur detto: io sono la porta per la  quale entrano le pecore; io sono il vero  серро е mio padre è ilviguaiuolo, d'on de si dovrebbe conchiudere che Gesù  Cristo è veramente una porta e un cep po, e il padre un vignaiolo. La prova  che Gesù non voleva che le parole sue  fossero intese alla lettera, è che nel  momento stesso in cui dà il calice ai  suoi discepoli, alle parole: questo è il mio  appartiene alla natura di quei modi di  dire che anche oggi i credenti usano nel  natale o nella pasqua dicendo, oggi il  Signore è morto od è risuscitato.  Non si può negare che molti padri  della Chiesa già nei primi secoli par lando dell' Eucaristia la chiamassero  sempre il corpo e il sangue di G. C.; ma  bisogna convincersi che questa espres sione nel loro linguaggio non esprimeva  altro che il simbolo del corpo e del  sangue di Gesù, non giàil suo vero cor po e il suo vero sangue. Questi padri  erano così lontani dal pensare che i cat tolici dei secoli futuri avrebbero preteso  di interpretare letteralmente le loro pa role, che anzi, quando a loro accadde  non già di citare soltanto l'eucaristia,  madi doversi spiegare intorno ad essa, EUCARISTIA  lo fecero sempre con parole che non  lasciano dubbio intorno al loro vero  pensiero. Per esempio nel III. secolo Ter tulliano spiegando la santacena diceva:  Gesù Cristo dopo aver preso il pane  ne fece il suo corpo, e distribuendolo ai  suoi discepoli loro disse: questo è il mio  corpo, vale a dire la figura del mio corpo.  (Adv. Marcion lib. 4 cap. 4).  Nel IV secolo S. Efrem; diacono d'E dessa , scriveva : .  Intorno al modo d'intendere il sim bolismo della scrittura, S. Agostino così  si spiega:   (Abadia, tom II, Sat. 2. c. 5). Una così  dei pådri succitati. Egli è ben vero che  essi citano de' passi che hanno una  grande analogia con quelli che si trova no nei nostri evangeli, ma questa ana logia è ben lontana d'essere identità.  Si sa che tra gli evangeli apocrifi e i  canonici vi sono molte similitudi, onde  non è a meravigliarsi che i padri rife riscano dei passi il senso dei quali è  simile a quello degli evangeli canonici.  Per es. nella seconda epistola di Cle mente, si leggono alcune parole, riferite  come se fossero dette da Gesù, senza  però che si vedaindicato l' Evangelio a  cui sono attinte. Ma esse hanno mol ta analogia con alcuni passi di Matteo  e Luca, come si vede dal seguente pa rallelo:  Passo di un apo crifo citato  da S. Clemente  Il Signore dis se: Voi sarete come  agnelli in mezzo ai  lupi. Pietro rispo se: e se i lupi sbra nano gli agnelli ?  EGesù disse aPie tro: Gli agnelli non  devono temere ilu pi dopo la loro  morte: non paven tate coloro che pos sono uccidervi ma  non nuocervi dopo  la morte; ma teme te colui che dopo  la vostra morte può  mandare l'animavo stra e il vostro cor po nelle gehenna».  Passi dell'Evangelo  secondo  Matteo e Luca  Ecco che io vi  mando come peco re in mezzo ai lupi.  ...  Siate adunque  (Mat. X, 16). An date ecco che io  mando voi come a gnelli tra i Lupi  (Luca X, 3). E non  temete coloro che  uccidono il corpo  e non possono uc cider l'anima; ma  temete piuttosto co lui che può mandar  in perdizione l' a nima, e il corpo  alla gehenna. (Mat.  X, 28 conf. Luca  XII, 45).  Or si può egli credere che Clemente  con queste parole abbia voluto riferirsi  aMatteo e a Luca? Se Clemente aves se avuto sotto gli occhi l' Evangelio di  Matteo e di Luca si sarebbe egli per 360  EVANGELIO  messo di introdurre nella dizione le va rianti che vi si leggono ? Ciò non è cre dibile; onde tutti i critici convengono  che quelle parole sono tolte da qualche  apocrifo.  Enon solo gli evangeli canonici non  furono conosciuti dai primi padri, ma an che dopo essersi propagati nel cristiane simo, a forzadi copie, andarono soggetti  atante e tali variazioni, che mettono  seriamente in dubbio l'autenticità delle  edizioni che ora possediamo. Giovanni  Mill nella sua edizione del Nuovo Te Chiesa, abbilo co me pagano e pub blicano. AlloraPie tro accostandosegli,  disse: Signore quan tevolte peccando il  mio fratello, gliper donerò io ? Fino a  sette volte? Gesù gli  disse: Io non tidico  fino a sette volte;  ma fino a settanta  volte sette.  Qual di questi due passi è l'origi nale? Quel de' Nazarei per la sua sem stamento ha raccolte ben 30 mila va rianti, dovute in gran parte ad errori  di ortografia o a postille scritte in mar gine, che nella trascrizione gli amma nuensi copiavano nel testo. Quando poi  trattavasi di traduzioni non è facile dire  come e quantierrori potessero commet tersi. Or, convien osservare, che, secon do ci attesta Papias il cui maestro,  come ho detto, fu un discepolo degli  apostoli, Matteo scrisse il suo Evange 'lio in ebraico, e ciascuno lo ha tradotto  come ha potuto (Eusebio. Stor. Eccl.  III. 19). Ma l' originale andò perduto, e  di questo vangelo noi non possediamo  plicità evidentemente precede l' altro,  che ne è una parafrasi, nella quale si  sono introdotte cose estranee all' argo mento. I versi 18, 19 e 20 qual rap porto hanno col principio del discorso?  E poiquelprocesso, quei testimoni, quel la Chiesa eretta a tribunale giudicante  potevano forse convenire col pensiero di  Gesù di perdonare sette volte sette? vale  a dir sempre? Ache servono allora quel  giudizio e quei testimoni se si deve in  ogni caso perdonare? Perchè dunque non  crederemo che questa sia una interpo lazione, tanto più che contro Matteo sta  il testo di Luca (XVII, 3, 4) conforme  a quello dei Nazarei?  che il testo greco, il quale è una ap punto di quelle versioniche furono fat te come si è potuto. Qual fede mérita  essa ? Quali errori e quali interpolazioni ❘ forse entrambi non sono che la copia  L' Evangelo attribuito a Marco pud  dirsi stereotipato su quel di Matteo, e  non vi furono introdotte? Per es. con frontinsi questi due passi, l'uno di un  antichissimo apocrifo, l' evangelio dei  Nazarei, l' altro di Matteo.  Nazarei.  Se tuo fratello  pecca contro di te  in parole, e ti sod disfaccia , ricevilo  sette volte il giorno.  Simone suo disce polo gli disse: sette  volte il giorno? Ri spose il Signore: io  ti dico anzi fino a  settanta volte sette.  Matteo XVIII.  Se tuo fratello  pecca contro di te,  va e riprendilo fra  te e lui. Se ti ascol ta tu hai guada gnato tuo fratello;  ma se non ti ascol ta prendi teco an cora uno odue, ac ciocchè ogni parola  sia confermata da  due o tre testimoni.  E se disdegna di  modificata di un apocrifo più antico. Ma  quello di Marco è più breve, e noncontiene  molte cose che evidentemente sono state  aggiunte a quello di Matteo. > cementeche esse non si succedono in me,  Dunque, conclude Berkeley, qualunque e che non si succederebbero in un'intel grado di calore e di freddo non è che ligenza di un altro ordine ? Uno stesso  una nostra sensazione ; e siffatto argo- corpo può dunque sembrare aduno muo mento egli l'applica ai sapori, agli o dori, al suono e perfino all'estensione.  Voi convenite, dice Filono al suo sup posto interlocutore, che nessuna qualità  inerente a un corpo potrebbe combiare,  senza che in questo corpo sia avvenuta  qualche modificazione. Ma l'estensione  visibile degli oggetti varia a proporzione  versi su di uno spazio dato nellametà  del tempo, che sembra a noi aver im che noi ce ne avviciniamo o che ce ne  allontaniamo, poichè essa è dieci e cento  volte più grande a certe distanze, che  non ad altre, e da ciò non segue forse  che questa estensione non è realmente  inerente agli oggetti? Voi sareste ben  deciso su questo punto, per poco che vi  permetteste di giudicare della qualitàdi  cui parliamo ora, colla stessa libertà di  spirito che avete usata a riguardo delle  altre. Non avete ammesso per buon ar gomento, che nè il calore, nè il freddo  sono nell'acqua, perchè un'acqua stessa  sembra calda a una mano e fredda al l'altra? E non potete voi concludere con  un ragionamento perfettamente simile,  piegato in questo moto, e questo stesso  ragionamento potrà, d'altronde, applicarsi  ad ogni altra specie di rapporto di tempo;  e poichè secondo i vostri principii, tutti  i moti che si percepiscono sono vera mente nell'oggetto in cui si percepiscono  sarà, per conseguenza, possibile che un  solo e medesimo corpo si muova, insie me, e molto velocemente e molto lenta mente e ciò realmente ed in uno stesso  senso. Ora, come accordare queste con seguenze, non solamente con ciò di cui  voi siete già convenuto, ma eziandio  colle nozioni le più semplici che il buon  senso possa fornirci? >>  La conclusione di tutti questi ragio namenti, secondo Berkeley, è che l'e stensione, il moto, i colori e tutte, in somma, le qualità percettibili della ma teria, son fenomeni, i quali non sono  nei corpi, ma qualità con cui le nostre  sensazioni rivestono i corpi. 368  FENOMENO  Anzi, il corpo stesso, così come noi  lo percepiamo, è un fenomeno; il che  nel linguaggio filosofico vuol dire una  cosa che ci apparisce e che non è, o  può non essere nel modo in cui ci ap parisce. D'onde Berkeley, eccedendo nel l'illazione il contenuto delle premesse,  conchiuse , negando ogni realtà alla  materia.  Ma l'essere i fenomeni effetti o azio ni non reali per se stessi, non implica  che non devano avere un substrato in  cui manifestarsi. Pud ammettersi che il  color biancodella carta che io vedo non  sia altro che un modo con cui certi  movimenti molecolari dell'etere affet a no il mio occhio; ma che vuol direid ?  Si dirà per questo che il fenomeno dei  colori non ha bisogno di una sostanza  per manifestarsi, e che vi possono es sere dei colori anche al di fuori dei  corpi che li assumono ?  Certo, i fenomeni ci rappresentano  i corpi, e sono tutto quel tanto che  dei corpi noi possiamo percepire; ma  sappiam noi che cosa sono questi cor pi in realtà? L'idealismo li negava, lo  scetticismo, menesagerato, della loro e sistenza dubitava soltanto. Quanto ai fe nomeni, tutti sono d' accordo a consi derarli come mereparvenze; e tutti cre dono ch' essi non costituiscono gene ralmente una percezione semplice, ma  una collezione di percezioni, in quella  maniera che nel color verde non per cepiamo il giallo e il turchino che en trano nella sua composizione, o che  nelle vibrazioni di due corde armoni che unisone noi percepiamo un suono  solo. Noi, dice Galluppi, non possiamo  percepire gli oggetti semplici che com pongono l'estensione materiale: nonper cepiamo che la collezione totale, e la  percezione di questa collezione totale,  la quale è molto chiara, èciò che chia miamo il fenomeno dell' estensione ma teriale.  Così, continua Galluppi, tutte  le attività particolari di una estensione  qualunque concorrono, in questa esten sione, a produrre un effetto generale  e semplice, e questo effetto è la per cezione della collezione totale; percezio zione che non può decomporsi nelle  percezioni degli esseri semplici da cui  la collezione è composta..  L'estensione materiale non è dunque  relativamente a noi, se non che una sem plice apparenza, un fenomeno. La realtà  è negli esseri semplici, le cui azioni co ❘spiranti producono il fenomeno. Se dun que la nostra maniera di percepire si  cambiasse; se giungessimo a distinguere  gli esseri semplici, noi perderemmo subi to la percezione indecomponibile della  collezione totale, e per conseguenza quella  dell'estensione sensibile; noipercepiremmo  gli elementi dell' estensione, e non per cepiremmo affatto l'estensione. Ciò av verebbe in un modo simile a quello in  cui la percezione dello spazio raccolto  fra due corpi, la quale ci veniva tolta  dalla distanza in cui era l'occhio dai  corpi stessi, fa sparire il fenomeno della  contiguità degli stessi corpi; ed in un  modo simile a quello in cui la percezione  delle prominenze di una superficie che  si ha per mezzo del microscopio, fa spa rire il fenomeno del lisciamento ».  Il criticismo non aveva seguito una  via molto diversa da quella dello scet ticismo. Kant distingue i fenomeni dai  nomeni: quelli oggetto della nostra per cezione, questi « unacosa in quanto essa  non è oggetto della nostra intuizione  sensibile , astrazion fatta della nostra  maniera di percepirla ». Allorchè, dice  Kant, noi chiamiamo certi oggetti col  nome di fenomeni, ossia d' esseri sensi bili (phænomena), distinguendo la ma niera iu cui noi lipercepiamo, daquella  assoluta che sebbene non percepita è  però da noi pensata, questi oggetti che  non sono dei sensi, noi li diciamo no meni, esseri intellettuali. Si domanda  dunque se i nostri concetti puri dell'in tendimento hanno un valor reale e se  non vi sia per noi qualche maniera per  conoscerli. Qui, continua Kant, vi è un  equivoco; ed è che quando l'intendi mento chiama fenomenounoggetto con FESTE  369  siderato sotto un certo rapporto, oltre seguendo le ormediBacone, raccomanda  la rappresentazione di questo rapporto, il metodo sperimentale, lo studio dei  si fa anche quella di una cosa in se, fatti come condizione fondamentale del  onde si persuade che si possono fare progresso delle scienze fisiche e morali.  eziandio dei concetti di cose simili;e sic- Applicando tal metodo, parteggiò per  come l' intendimento null'altro ci forni- Locke nella questione dell' origine delie  sce che le categorie, esso è condotto a idee, ch'egli considera come derivate, o  prendere il concetto tutt' affatto indeter- | immediatamente dalla sensazione, o com minato di un essere di ragione,di qual- poste dalla sensazione col ragionamento.  che cosa in generale, fuori del dominio Egli avrebbeanche potuto direaddrittura,  della sensibilità, come un concetto de- come aveva fatto Locke, che la sensa terminato di un essere che noi possiamo❘zione stessa è, in fin de'conti, la base  conoscere in qualche maniera col soc corso dell' intelletto. (Critica della ra gione pura. Lib. II. c. III).  Spogliato di tutta quella nebulosità  misteriosa di che sontanto vaghi i filosofi  tedeschi, il discorso di Kant non significa  altro se non che le cose come sono nella  realtà, non sono quelle che ci sembra no, eche il nostro pensiero è fatalmente  costretto a credere che sotto o sopra i  fenomeni vi è un qualche cosa, vi èun  substrato che li informa. In questo con cepimento lo scetticismo e il criticismo,  come al solito si accordano, e cosìm'ac cordo anch' io, non parendomi che si  possa mettere menomemente in dubbio  che'i fenomeni risultano dalle nostre  percezioni subbiettive, ma che fuori di  noi vi è pur qualche cosa, che è la ca usa occasionale delle nostre percezioni.  .  Questo qualche cosa è la sostanza, il  concetto della quale vuol essere sepa rato da quello di fenomeno, e tutt' in sieme costituiscono quell' ente sostanziale  esensibile che diciam materia.  Ferguson (Adamo). Nacque nel  1724 a Logierait presso Perth nella  Scozia, e fece i suoi studi all'università  d'Edimburgo. Fu capellano di un reg gimento di montanari scozzesi diretti  contro la Francia, manon rimase molto  in quella condizione; nel 1757 fu eletto  precettore dei figli di lord Buthe e due  anni dopo fu nominato professore di  filosofia naturale all'università di Edim burgo.  Ferguson è uno dei filosofi della  scuola Scozzese, e in tale qualità egli,  del ragionamento.  Dalla cattedra di filosofia naturale,  essendo stato chiamato a quella di filo sofia morale nella stessa università, Fer guson fondò imotivi della morale sulla  natura stessa dell'uomo ; nel quale cre dette di riconoscere tre leggi che lo  portavano alla moralità, vale a dire :  latendenza a conservarsi, la sociabilità, e  la tendenza aperfezionarsi.Giunto a que sto punto Ferguson si allontana affatto  dallo studio dei fatti, e contro Hobbes,  il quale aveva supposto con molta pe netrazione, che le società all'origine do vettero esistere in uno stato di guerra,  sostiene che i legami di famiglia e le  atfezioni sociali hanno dovuto produrre  fin dall'origine una condizione di cose  assai men funesta. Ma è probabile che  se il filosofo scozzese avesse conosciute  lerelazioni dei viaggiatori che abbiamo  noi, e specialmente se avesse conosciuto  le recenti scoperte paleontologiche che  ci rivelarono la barbara esistenza del l'uomo preistorico, sarebbe stato indotto  a giudizi assai differenti.  Feste. Anticamente le feste o ave vano un senso istorico, o astronomico.  Presso i romani, scrive Constant, ciascun  tempio, ciascuna statua, ciascuna festa  rappresentava qualche pericolo ond' era  stata salvata Roma dagli Dei, qualche  calamità ch'essi avevano allontanata. Le  Lucarie rappresentavano l'asilo accorda to da Romolo ai fuggitivi che dovevano  popolare la nuova città. Il chiodo sacro  che conficcava nel tempiopiù augusto il  primo magistrato della repubblica, era  24 370  FESTE  l'omaggio di un secolo civile verso i se coli predecessori in cui le lettere erano  ignorate (Tito Livio VII. 3). Le Matro almeno un giorno dell'anno, in cui ella  potesse circolare liberamente per tutte  le classi, e che, pura e attiva come la  Ne suoi primordii il cristianesimo non  ha altre feste che quelle della sinagoga;  nali celebravano la riconciliazione dei | fiamma, salisse come essa verso il cielo.  padri e degli sposi colle figlie e colle  mogli (Ovid. Fast. III).  Sotto la Repubblica romana le feste  più solenni avevano peroggetto di cele brare le calende di Gennaio, pronuncian do solennemente voti per la pubblica fe licità, e per quella dei cittadini; di rin novare la memoria dei morti, e di fis sare gli sguardi degli Dei sulla genera zione attuale; di porre i limiti invaria bili delle proprietà, e permaggior sicu rezza confidarli alla custodia d'un Nume;  di salutare al ritorno di primavera le  potenze vivificanti, che comunicano alla  terra la fecondità; di perpetuare queste  due ere memorabili di Roma: la fonda zione della città, e la nascita della re pubblica.  In questi giorni i cittadini avevano  per costume d'ornare le loro porte di  lampade e di rami d' ulivo, di cingere  le loro teste con ghirlande di fiori. In  memoriadella primitiva eguaglianza, che  significava pur qualche cosa presso gli  antichi popoli, celebravano iRomani nel  mese di dicembre le feste dei saturnali.  ma manmano che esso si distende nelle  provincie invase dal politeismo romano,  il culto e i costumi, e le feste inveterate  che distruggere non può, riconosce e  santifica. Purchè s'entri nella Chiesa  cristiana poco importa ai papi qual sia  l'origine del simbolo adorato. Perciò ai  missionari inviati nella Brettagna, Gre gorio I scriveva: « Non sopprimete le  feste che fanno i Brettoni nei sacrifici  ai loro Dei; trasportatele soltanto nel  giorno della dedica della Chiesa o alla  festadei santi martiri, affinchè, pur con servando alcuna delle materiali gioie  dell'idolatria, essi siano più facilmente  tratti a gustar le gioie spirituali della  fele cristiana (Epist. IX, 71). Grazie a  questo compromesso, il cristianesimo  potè felicemente sostituirsi al paganesi mo; emoltefeste cristiane de'nostri tem pi ancoraci ricordano quelle dei pagani.  I nomi stessi dei mesi e quelli dei  giorni della settimana ricordano il pa ganesimo; il carnevale ci richiama i Sa Era questo un tempo incui lo spirito | turnali, e varie feste cristianenon sono  che trasformazioni di feste pagane ; per chè i vescovi non volendo urtare troppo  sciolto dagli affari s'abbandonava all'al legrezza. Vi si rinnovava la memoria  dell'età dell'oro, in cui nulla era vietato.  I fanciulli presso dei quali vedevasi  l'immagine dell'antica innocenza, annun ciavano la festa. E ciò, che non sem brerà strano ai nostri nobili, i quali a  vivamente le inveterate abitudini del vol go, si avvisarono d' ingentilirle e di de viarle da uno scopo profano ad uno re.  ligioso.  Dacchè il culto mitriaco o solare  tutti i patti vogliono essere democratici | s'introdusse in Roma, fu parimente in in certi tempi, riservandosi il diritto di  non esserli in certi altri, la servitù spa riva in quel frattempo. I padroni, e nè  anche questo deve parere eccessivo,  prendevano gli abiti dei loro schiavi, e li  servivano; gli schiavi avevano la libertà  di esporre i loro sentimenti; e le lagnan ze, che senza dubbio venivano menomate  dalla politica, erano almeno una risorsa  contro l' oppressione. Converrebbe, dice  Baily, che in tutti ipaesi laverità avesse  trodotto l'uso di festeggiare il Natale  del Sole; e siccome questa solennità  succedeva al 25 dicembre, subito dopo  i Saturnali e le Sigillarie,così ella di venne una festa molto importante: ma  i prelati cristiani vedendo quanto sa rebbe difficile di sradicarla, pensarono  al ripiego di opporne un'altra, e in  quello stesso giorno che i pagani ce lebravano il Natale del Sole, i Cristiani  celebrarono quello di Cristo. FESTE  371  Il ritrovamento di Adone o di Osi- | dai Longobardi, la quale poi si tra ride, altre due grandi solennità, cade vano entrambe al 6 gennaio, e i Cri stiani orientali in questo stesso giorno  stabilirono la natività e il battesimo di  Cristo, che chiamarono Epifania od il lustrazione ; ma l'uso romano di cele brare la natività di Cristo ai 25 di di cembre essendo prevalso da per tutto,  l'Epifania si trasformò in un'altr a festa,  cioè nella commemorazione dei Magi.  L' Evagelio parlando di quei Magi  non indica di loro nè il nome, nè il  numero, nè la qualità, nè il paese natio,  dicendo semplicemente che venivano  dall'Oriente, il quale, rispetto alla Pa lestina dovrebb'essere l'Arabia: in ap presso si ritenne che fossero tre re, fa cendo allusione alle tre partidel mondo  ed alle tre qualità di donativi che por tarono . I nomi caldaici di Gaspare,  Melchiorre e Baldassare, s'incomincia a  trovarli saltanto nel medio evo, e vuolsi  che sieno di invenzione cabalistica. In fatti, nelle scienze magiche e teurgiche  di quell'epoca, dice ilGiovini, i Magi han no una gran parte: sipretendeva cheme diante certe formole o purificazioni si po tesse evocarli, farli comparire, interro garli edavere da loro favorevoliindicazio ni periscoprire tesori; essi portavano la  fortuna, facevano viucere algiuoco, rive lavano le cose occulte; ma una credu lità più innocente e che dura tuttavia  in più paesi, si è che iMagi ogni anno,  la notte dell'Epifania, andando in cerca  di Gesù bambino , fanno il giro del  mondo, e lasciano donativi ai ragazzi.  «Lamitologiascandinava racconta  alcun che di simile degli Asi e delle  Ase, cioè degli Dei e delle Dee che  fanno il loro passaggio ad ogni capo  d'anno; e lasciano ricompense ai buoni.  Nel medio evo era pure conosciuta una  Donna Abundia, che in certi tempidel l'anno girava invisibile di casa in casa  e lasciava mancie ed altri segni della  sua generosità.  .  APPENDICE ALLA LETTERA F.  Fanatismo,Esaltazione della men te per laquale l'uomo lasciasi interamente  padroneggiare da una opinione falsa o  nebre statistica che non si può leggere  senza raccapriccio.  Se crediamo alla Bibbia, l'adorazione  smodata. Il fanatismo s'applica propria- | del vitello d'oro costò agli ebrei 23 mila  mente alle opinioni religiose; ma non  escludesi perciò ilfanatismo politico, nè  quello che pur puòdarsinelle scienze o  nelle lettere. Ma è principalmente nella  religione ch'esso dispiega tutti i suoi  caratteri funesti, e tal fiata si trasfor ma in un terribile flagello per l'uma nità. Quando a una stolta credenza si  aggiunge la convinzioneche il suo trion fo è gradito a Dio, allora non tarda a  sorgere l'intolleranza e la persecuzione  (vedi questinomi), imperocchè il castigo  degli eretici è segno di festa in cielo.  Quante vittime abbia fatto il fanati smo, non è possibile determinare con  sicurezza; magli archivi della storia ci  hanno però lasciati sufficenti dati per  stabilire, se non inmodo certo, almeno  certamente approssimativo, cotesta fu uomini: >  Acotali slanci di un lirismo senti mentale, la filosofia non può risponde re. « Nella sua critica di Feuerbach, Re nan-come ben dice J. Roy-ha  obbedito soltanto alla sua antipatia per  tutto ciò che è netto, chiaro, preciso,  espresso senza ambagi e circonlocuzio ni. Nell'accento convinto, nella convin zione stessa egli trovaqualche cosache  rivela una natura limitata. Le sfuma ture, la delicatezza, la frase, ecco cid  ch'egli cerca innanzi tutto, e queste  qualità nominate ad ogni istante nei  suoi scritti, pare alui che manchino a  tutti i pensatori, che osano esprimersi  sotto una forma intrepida ».  Si vede cheRenanhaviaggiato l'ltalia  per diletto, e volle trarne il più gran  partito per le cognizioni scientifiche.  S'egli abbia scoperte, l'originidelle tra dizioni contemplando le vergini del Pe rugino o l' estasi di santa Caterina,  è cosa ch'io non oso decidere, non es sendovi poeta che non scopra tante  cose nuove in una effige di donna; ma  ad ogni modo Feuerbach può ben con solarsi di non essere mai venuto in  Italia per studiare l'antichità in quella  guisa,  specialmente per trarne tante  scempie conclusioni.Ma s'egli non con templò nè vergini, nè sante, può ben  vantarsi di avere, e lungamente assai,  contemplata e studiata la natura senza  artifizi e senza esagerazioni.  1 GALIENO  G  401  Gall (Giuseppe ) È il fondatore | zione gli fu fatta dallascienza ufficiale.  •il padre dellafrenologia, quella scien za che ha portato i più duri colpi  alle dottrine teologiche sul libero arbi trio. Uno dei dieci figli di un modesto  mercante di Tiefenbrunn, villaggio nel  granducato diBaden, egli venne affidato  alle cure di uno zio, che gli fece dare  le prime lezioni d' anatomia dal celebre  professore Hermann. Fatto adulto im prese uno studio affatto nuovo. Confron tava fra loro le teste sì dei vivi come  dei morti, e dalla vita di coloro cui ap partenevano, e dalle diverse protube ranze chepresentavano, egli comincio a  stabilire la sede delle varie facoltà.  Lunga e penosa fatica fu la sua, ma e gli ebbe campo di fare ungran numero  di osservazioni, poichè a lui dischiude vansi le porte delle prigioni e dei ma nicomi, ed alui si consegnavano le teste  dei giustiziati. Narrasi che la sua peri zia nel riconoscere le tendenze umane  fosse tanto secura, che al solo esaminare  il teschio di un giustiziato ei sapeva sco prire il genere del suo delitto. >  Egli è ben veroche i panspermisti af fermano esser l'aria un gran serbatoio  di germi, ma infine, a cui spetta di  provare l'esistenza di questi germi, se  non a loro stessi ? Or l'esame micro scopico dei corpuscoli dell' aria dimo stra bensì che essa contiene degli avan zi di fecola, grani di silice, filamenti di  lana, cotone o seta, particole di terra o  di fumo, avanzi di vegetali o d' insetti  morti, ma germi pochi o punti. Non  altrimenti che per eccezione si trova  qualche spora e qualche raro infusorio;  ma l'eccezione può ella mai costituire  la regola? Gli elementi della polvere  dell' aria variano secondo che si esami ni quella raccolta nelle città popolose  oppur quella delle solitudini, ma in  ogni caso l'assenza di germi vegetali  o animali è sempre un fatto caratteri stico. Le polveri introdotte dall' aria  nelle ossa pneumatiche degli uccelli ne  sono una prova evidentissima: tra quella  fornita dalla gallina che vive nelle no stre case e quella che si trova nelle  ossa del falco selvatico vi è notabilissi ma differenza; ma nè l' una nè l'altra  somministrano prove della pretesa dif fusione dei germi come vogliono i pan spermisti.  D'altra parte egli è pur forza rico noscere, che le prove degli eterogenisti  sono abbastanza concludenti per respin gere ogni contraria ipotesi. Entro un  provino di vetro, Pouchet pose una ma cerazione filtrata atta a generare dei  ` pre nell' ovario d' individuo della stessa  specie (omogenesi), mentre gl' infusori | cerazione verso entro un piatto di cri grossi microzoari ciliati, e la stessama 410  GENERAZIONE SPONTANEA  stallo, nel mezzo del quale pose il pro vino. Indi copri l'uno e l'altro con una  campana di vetro immersa nell' acqua  onde moderare l' evaporazione. In capo  acinque giorni, con una temperatura  media di 20 gradi, il provino presen tavaunaquantità di microzoari ciliati,  mentre il piatto appena allora dava  segno d' incominciare la formazione di  qualche monade senza microzoari ciliati.  Bastò dunque una differenza nellaquan tità del liquido per produrre così diversi  risultati; cosa tanto più provata, inquan tochè il signor Pouchet diminuendo il  liquido del provino e quello del piatto  aumentando, ha potuto ottenere dei ri sultati inversi. Or come potrebbero spie garsi cotali differenze se gli stessi ger mi devono essere caduti nel piatto e nel  provino, il primo dei quali sottostava  immediatamente all' altro ?  Altro sperimento ancor più decisivo  è il seguente, pure fatto dal Pouchet:  >  Giorgia. Nacque inLeonzio nella  Sicilia verso l'anno 845 avanti G. C.  1  Fu discepolo di Empedocle ma non  segui la scuola del maestro . Versato  nella sofistica di Melisso e di. Zenone,  possiamo conoscere- Invero, acciocchè  un oggetto possa essere conosciuto con verrebbe che il subbietto della cono scenza si confondesse con lui. Ma lo  spirito divieneglibiancoperchè pensa alla  bianchezza? Se così fosse, se lo spirito  s'identificasse con l'obbietto del pensie 426  GIUBILEO  ro, noi non potremmo pensare che alle  cose concrete, ma si sa bene che noi  pensiamo anche alle cose astratte.  3. Se qualche cosa esiste, e può es sere conosciuta, non possiamo farla co noscere agli altri. Ciascun senso è  pria, ma non in altre. La vista perce pisce i colori, ' udito i suoni, ma la  tarle, vuolsi aver riguardo nell'accettare  le conseguenze che Platone specialmente  deduce da quest'autore in rapporto alla  morale.  Che Giorgia insegnasse esseredestino  dell'uomo il cercare la felicità, è cosa  competente nella sfera che gli è pro- | ovvia; ma ch' egli trovasse questa feli cità nella potenza, e insegnasse essere  diritto del più forte il soggiogare il de bole, e che le leggi son de'vincoli fatti  pei deboli, lecito ai forti d' infrangere,  prima non può percepire i suoni, il se condo non può percepire i colori. Or  quando noi parliamo,che cosa trasmet tiamo ai nostri simili? De'suoni, e nul l' altro che de'suoni. Il linguaggio ar riva tutt'intero all' orecchio. Or l'orec chio non può percepire nè le idee, nè  gli obbietti, se no gli obbietti e le idee  sarebbero la stessa cosa delle nostre  parole.  Coteste argomentazioni non sono, per  le son cose che, con tutta pace degli  avversari di Giorgia, credere non posso.  Con tali principii il filosofo di Leonzio  nè avrebbe eccitato l' entusiasmo della  popolazione greca, nè i cittadini d' Ate ne l' avrebbero pregato a soggiornare  nella loro città, ove la necessità del ri spetto alla maestà della legge non si  verità, tutte esatte, maben si vede che, | convincimento.  al postutto, Giorgia già applicava le  ragioni del sensualismo. Sta bene che  colla parola non si possa dare l' idea  può dire non fosse entrata nel comune  dei colori: questo è un fatto che tutti  possono sperimentare sui ciechi nati, Ma  poichè i colori si percepiscono da noi  direttamente, la parola che n'è la rap presentazione può sempre darci una  idea dei rapporti che passano fra le  percezioni giàprovate. Una volta che la  bianchezza sia stata percepita dall' oc chio, tutte le volte che l'orecchio sen tirà quel nome, nel cervello sirisveglie rà quella stessa sensazione che abbiam  provata la prima volta. È vero che  quella sensazione è tutta dentro di noi,  e non fuori di noi, poichè fuori di noi  in quel momento esiste il suono che  produce la parola bianco, ma non la  bianchezza stessa: ed è qui appunto che  Giorgia avrebbe avuto ragione d' intro durre il dubbio sulla esatta corrispon denza fra le nostre sensazioni e le cose  esterne.  Degli scritti di Giorgiala sola notizia  che ci rimane è laconfutazione di Pla tone e di Aristotile. Ma comechè costoro  esagerano oltremisura le sue dottrine  per avere il facile vantaggio di confa Gioviniano.Austero cenobitache  viveva in Milano sulla fine del quarto  secolo. Dopo essersi sottomesso alle più  austere privazioni, recatosi un giorno a  Roma, fusedotto dalla piacevolezza della  vita che colà si menava, onde cambiando  parere intorno alle cose che fino allora  aveva reputate sante, incominciò ad in segnare che l' astinenza non giovava a  nulla, e che meglio conveniva il man giar cibi buoni che i cattivi; che la  verginità non era uno stato più perfetto  del matrimonio, e che non si potrebbe  ammettere che Maria fosse rimasta ver gine dopo il parto senza cadere nell' er rore dei manichei, i quali a Gesù attri buivano un corpo fantastico. Fu con dannato da papa Siricio e nell'anno 412  relegato dall'imperatore Onorio nell'Isola  Boa in Dalmazia, ove morì fra le pia cevolezze della vita, come compenso  alle sofferte miserie della gioventù.  Giubileo. Presso gli ebrei così  chiamavasi ognicinquantesimo anno, nel  quale i prigionieri e gli schiavi dove vano essere liberati, le eredità vendute  ritornare agli antichipadroni, e la terra  restare in riposo. (Levitico Cap. XXV,  XXVII). L'anno del giubileo era fon GIUDAISMO  dato sopra la simbolicadel numero sette,  perocchè decorreva appunto nell' anno  successivo a quello che chiudeva sette  427  aRoma,quindi nuova impazienza nella  generazione sopraveniente, checerto non  vorrà attendere il 1446, eche sarà ten settimane di anni 7×7=49.  Altra cosa è invece il giubileo nella  chiesa cattolica. Questo è indulgenza  plenaria concessa dal papa a tutti i fe deli che visiteranno in Romale Chiese  di S. Pietro e S. Paolo, e differisce dalle  indulgenze ordinarie, perchè in tempo  di giubileo il papaconcede ai confessori  la facoltà di assolvere anche dai casi  riservati.  Dapprincipio ' indulgenza plenaria  fu concessa ai crociati che si recavano  acombattere perla liberazione del Santo  Sepolcro. Ma quando infine i popoli fu rono lassi di farsi sgozzare ad onore e  gloriadella chiesa, sipensò di concede re queste stesse indulgenze a quei pel legrini che si sarebbero recati àvisitare  il Santo Sepolcro. Nondimeno anche que sto viaggio era lungo assai, assai di spendioso e nel medio evo non si ave vano tante strade di comunicazione co tata di cogliere al volo la cifra tonda  dell'anno 1400. Sotto pretestodunque  che il giubileodi trentatre annidi trop po affaticava la divina clemenza, fu ri stabilito il periodo più lungo di cin quant' anni, e per meglio attenderlo si  ricominciò a contare gli anni partendo  dal 1400 con nuovo giubileo. Fiù tardi  Paolo II non attese nè 50 nè 33 anni,  e giunto al 1425 liberò alla volta sua  tutte le anime del purgatorio, fissando  il periodo di 25 anni che attualmente  sussiste. Maquante ampliazioni aggiunte  col progresso dei tempi! S' inventarono  i giubilei senza pellegrinaggio, i giubi lei parziali, i giubilei all' occasione di  grandi avvenimenti, come il giubileo di  Pio IX, i piccoli giubilei delle città, dei  vescovadi, degli altari miracolosi, insom ma i giubilei venduti acontant, e traf ficati in mille modi.  Lo storico Francesco Gucciardini  me al dì d'oggi. Verso l'anno 1300 il assicura che nel 1500 sotto i Pontifi papa Bonifazio VIII pensò di tirare l'ac- cato di Alessandro VI il giubilo fruttò  qua al suo mulino,convertendo il pel- | alla Chiesa grandissimaquantita di oro,  legrinaggio in terra santa in un pel legrinaggio a Roma. Questa fu l'origine  del Giubileo che doveva decorrere ogni  100 anni. Ma tanta felicità, dice unauto re, non poteva differirsi poi d'unsecolo, e  Clemente VII abbrevia il periodo dell'a spettativa riducendolo a cinquant' anni;  argento, gemme e altre cosepreziosis sime; il Bembo dice, e il Sapi ripete,  come questo caritatevolissimo Papa, dal  solo stato veneziano, in quell anno di  grazia 1500, ritraesse 799 libbe di oro.  Giudaismo.Religione egliebrei,  o de'giudei, così detti perchè sortirono  dalla tribù di Giuda, undei fgliuoli di  per cui nel 1350 affluivano di nuovo i  pellegrini da ogni paese dell' Europa | Giacobbe, a cui il padre predisse che  verso la capitale del mondo cattolico.  La frenesia, invecedi diminuire, cresce va: ad ogni giorno dell' anno santo en travano seimila pellegrini in Roma e ne  uscivano altrettanti: appena si può com prendere tanto trasporto. Dopo il 1350  bisognava attendere fino al 1400 per  ottenere una nuova remissione: ma non  seppero rassegnarvisi i credenti , ed  Urbano riduceva il giubileo al periodo  di trentatrè anni , in commemorazione|  della vita di Cristo. Ecco un nuovopel legrinaggio nel 1383, altre turbe affluenti |  avrebbe lo scettro della nazime.  All'articolo PENTATEUCo na vedremo  che la pretesa antichità di questa reli gione, la qual si crede anterore ad o gni altra anche orientale, opinione  fondata sopra documenti aporifi , l'an tichità dei quali non risale otre l'epoca  di Zoroastro.  I dommi del giudaismo ono quelli  stessi i quali si pretende cheMosè ab bia rivelati al popolo d' Ismele, e che  sono contenuti nell' Antico Testamento.  Quali poi sianoquesti domm, non tutti 428  GIUDAISMO  concordano neldeterminare, imperocchè  le mutate condizioni della vita, la ci viltà introdotta, e le religioni stesse fra  cui vivono gli ebrei, hanno dovuto ne cessariamente corrompere le antiche tra dizioni, irgentilirle o migliorarle secondo  l'influenza de'vari paesi.  Ècerto intanto che le credenze del  cenni alla rimunerazione che l' anime  dei giusti riceverebbero in un' altravita.  Il vivere lungamente, e ' odio di Dio  fino alla terza e quarta generazione dei  reprobi, son le sole ricompense e le sole  penechecommina lalegislazione religio sa degli ebrei. Son noti i passidell'Eccle siaste attribuito a Salomone (II 20-34;  giudaismodedotte direttamente dalla fon- | III 12, 13; 19, 22; V, 18; VIII, 15;  te primadella rivelazione mosaica, vo glio dire dal Pentateuco, ci rivelano una  religione grossolana e materiale, inse gnanteunDio corporeo, locale, limitato  nel suo potere dalla possanza degli altri  Dei de' pæsi circostanti ; un Dio unico  sì, ma unico soltanto pel popolo d'Israe le. « Il Signore è più grande di tutti ❘  gli Dei, dire l'Esodo (XVIII). Il Signore |  l'ha condato solo, e con luinon vi era  alcun Diostraniero (Deut. XXXIII, 12)  Nonvi è azione,perquantosia potente,  i cui Dei siano più presso ad essa di  quanto lo sia il nostro anoi. (Id. IV, 7).  Ciò che possiede il vostro Dio Chamos  non vi appartiene di pien diritto? Ciò  che il nosro Dio ha ottenuto colle sue  vittorie dive dunque venire in nostro  potere (Gid. I, 24)». Ilpoliteismo inva dente in quei tempi, non rivelasi con  grande evilenza in questi passi ? In qual  conto gli orei tenevano il loro Dio, se  non inquelo di un esseresovranaturale,  potentissimo, nel quale riponevano tutte  le loro spelanze per soggiogare gli Dei  delle altre nazioni ? Essi esaltano cote sto suo pobre, lo proclamano il primo  e l'inarrivabile, con quello stesso spirito  d'orgoglio nazionale con cui avrebbero  esaltata la jotenza e la superiorità del  loro re. Coesto Dio ha corpo e mem bra umane, id è limitato nel suo potere  così come nella sua essenza; madei vol gari antropmorfismi della Bibbia ho  già discorsoall'articolo Dio.  IX,4,9;) nel quale cotesto re parago nando gli uomini alle bestie dice che lo  stesso avviene degli uomini comede'bruti,  che tutti hanno un medesimo fiato, e  come muore l'uno, cosi muore l' altro.  1 fedeli credono di confutare tutta la  costante tradizione dell'antichità ebraica  opponendo un passo di Tacito, ov' egli  dice che le anime de'morti in guerra  per giustizia gli ebrei tengono immor tali (Histor. lib. V, 5). Opporre Tacito  all' Antico Testamento mi par che sia  cosa singolarissima; nè so quanti siano  disposti a credere allo scrittore latino,  il quale degli ebrei non seppe che quel  poco che gli fudato d'intendere, contro  l'esplicito silenzio dei codici religiosi del  popolo d' Israele. D'altra parte non è  impossibile che ai tempi di Tacito gli  ebrei, o molti fra essi, credessero alla  vita futura, come ci credono oggidì. Il  commercio cogli altri popoli hapur finito  a far prevalere fra gl' israeliti molte  credenze straniere alla dottrina mosaica,  e l'essere ancora esistita ai tempi di  Gesù una setta sacerdotale, laquale ne gava l'immortalità, è cosa che mi pare  che possa ben provare l'antichità di  questa dottrina. Perfino Bossuet vescovo  di Meaux, ne convenne. Ancorchè, scri veva egli, gli ebrei avessero nelle loro  scritture alcune promesse della felicità  eterna, (quali?) e verso i tempi delMes sia, ne'quali essere dovevano dichiarate,  e ne parlassero di vantaggio nei libri  Lo spirio è anch' esso ignorato da gli ebrei, econ lo spirito l'immortalità. ❘ apocrifi!); tuttavolta questa verità fa  Nel decalog il premio promesso a co loro che onereranno ilpadre lamadre  tutto consise in una lunga vita, né vi  ènel Pentateuco alcun passo che ac della sapienza e dei Macabei (che sono  ceva si poco un domma universale del  popolo antico, che i Sadducei, senza ri conoscerla, non solo erano ammessi nella  Sinagoga, ma ancora innalzati al sacer GIURAMENTO  dozio. È uno dei caratteri del popolo  nuovo il mettere per fondamento della  religione la fede nella vita futura: e que sto doveva essere il frutto della venuta  del Messia. (Bossuet, Discorso sulla Sto ria Univ. 2 parte c. VI).  429  storo S. Paolo scrisse la sua epistola ai  Galati, dalla quale pare che anche S.  Pietro non fosse immunedaquesta ten denza giudaizante (Gal. II, 14)  Giudizio universale. (Vedi  MONDO)  Toltiquestidommi fondamentalidelle  religioni moderne, vale a dire la spiri ritualità di Dio e l'immortalità dell'ani Giuramento. Promessa formale  di dire la verità o di adempiere a un  impegno assunto, fatta nel nome di Dio  o su quanto è più caro e più sacro al l'uomo. L'uso delgiuramento come mezzo  atto ad imprimeremaggior solennità alle  promesse, è antichissimo, e la Bibbia  stessa ce ne offre non pochi esempi.  Abramoprotesta congiuramentoche non  accetterà i doni del re di Sodoma (Gen.  ma, della religione giudaica altro non  rimane che la parte cerimoniale, piena  di superstizioni e di pratiche assurde.  Ciò non toglie che gli ebrei non vi fos sero e non visiantuttora attaccati, tan tochè essi dicono che il culto esteriore  prescritto dalla loro legge è più per fetto e a Dio più accettevole che non la | XIV, 22); eglipoigiura con Abimelecco  pratica delle stesse virtù morali.  (Gen. XXI, 25); quindi fagiurare aun  Gli ebrei dalla loro dispersione in poi suo servo che non andrà a pigliare la  hanno cessato di sacrificare all' Eterno, sposa d'Isacco frale Cananee (XXIV, 2).  ed invece de' leviti o sacrificatori, non Isaccorinnovacon giuramento l'alleanza  Lanno più che certi dottori, chiamati | fattadaAbramo con Abimelecco (XXVI,  Rabbini, i qualiinsegnanola legge nelle  sinagoghe. E i dommi della spiritualità  di Dio e della vita futura si sono quie tamente infiltrati in tutte le loro sette,  pel lungo commercio ch'essi ebbero coi  popoli frammezzo ai quali son vissuti.  Giudaizanti. Nell' occasione di  tutte le riforme v'hanno uomini che sono  sollecitati ad abbracciare le nuove idee,  e al tempo stesso temono di abbando nare l'antica strada. Costoro appartengo no ai tempi nuovie aivecchi insieme, e  sonqueconciliatori che vorrebbero unire  insieme i contrari, e creanonuove scuole  e nuove sette, che sono tanto logiche  quanto lo è al dì d'oggi quel partito  che nella Germania s'intitola dei vecchi  cattolici, sebbene in fondo siano cattolici  nuovissimi appena sortijeri.  Così nel primo secolo del cristiane simo furono detti giudaizanti quei giudei  convertiti, i quali asserivano bastare la  fede in Gesù Cristo per salvarsi, ma che  nel resto conveniva esser fedeli ai riti e  alle cerimonie giudaiche ordinate dal l'antica legge, come l'osservanza del  sabato , della circoncisione, dell' asti nenza da certe carni ecc.-Contro co 3); altrettanto fa Giacobbe con Labano  (XXXI, 53); e Dio stesso giurando sul  suo nome a conferma delle promesse  fatte ad Abramo, dice: «Per me mede simo io ho giurato... Io ti benedirò e  moltiplicherò la tua stirpe come le stelle  del cielo. (Gen. XXI, 16, 17). Altri e sempi e altre formole di giuramento si  trovano nel libro dei Giudici VII, 19 e  nel I dei Re XIV, 44.  L'Antico Testamento non solo adun que ammette il giuramento, maquasi  l'impone. Solo interdice di giurare pel  nome degli Dei stranieri (Esodo XVIII,  13); e nel primo comandamento ag giunge: « Temerai il Signore Dio tuo,  e lui solo servirai, e pel nome dilui  farai giuramento (Deut. VI, 13).  Nonostante che Gesù affermasse di  essere venuto, non per distruggere la  legge, ma sì perconfermarla, egli con traddice apertamente e ipatriarchi, e i  profeti e Dio stesso che giurò l'alleanza  con Abramo.   e gli apri rono d' innanzi l'ampio orizzonte della  sua nuova filosofia.  Distrutto il principio di causalità,  tolta la certezza che l'effetto è neces sariamente prodotto dalla causa, ne de rivava la conseguenza che nulla vi è  di certo nelle nostre conoscenze: nem meno l'esistenza delle cose esteriori  aun altro fatto che è causa, e non è  causa per altro che perchè precede l'ef fetto nell'ordine del tempo (vedi EFFET то). Ond'egli conchiude che neanche la  fisica argomentando dall'unione di certi | l'universo, e nella Storia naturale della  può essere dimostrata. Imperocchè se  vedere, toccare , sentire in qualsiasi  modo le cose esteriori non può essere  effetto dell'esistenza stessa di queste  cose, havvi luogo a dubitare che esse  esistano. Hume evita però di cadere  nell' idealismo di Berckeley, (v. questo  nome) mantenendo la realtà dell' uni verso, per altro, senza positivamente  affermarla. Egli dubita ancora della re altà sostanziale dell' io individuale, il  quale si risolve in una semplice colle zione di idee, dubita quindi dell'anima,  e alla ragione nega la facoltà di nulla  affermare sull'esistenza e gli attributi  di Dio. Nei Saggi combatte la prova di  questa esistenza dedotta dall'ordine del fatti che tutti i fatti simili saranno sem pre simili, fa una dimostrazione intuiti vamente evidente. Manco la scienza fisi capuò quindi essere principio di cer tezza. Perchè noi dalle cose che sono  siamo indotti a prevedere quelle che  saranno? Hume ammette che l'abitudine  e l'esperienza c'induconoa far cid: ma  laconnessione necessaria fra questi fatti  ci sfugge, e quando i fatti non corri spondono alle nostre previsioni noi non  sappiam più concepire fra loro alcuna  connessione necessaria.  Lanegazione del principio di cau salità tende nientemeno che a distrug gere il fondamento d'ogni certezza e sol levò contro di Hume grandissime prote ste, talchè Reid,Dugald Stewart, Brown e  altri scrissero energicamente per soste nere le fondamenta minacciate del dom religione distrugge ancor quella delle  cause finali.  Hus Giovanni. Decano della fa coltà di teologia e Rettore dell' univer sità di Praga. Visse nel secolo XIV e  fu contemporaneo di Wicleff, del quale  disapprovò le dottrine siccome eretiche,  mentre poi protestava nonconvenire che  i libri di lui fossero dati alle fiamme.  Senza voler toccare alcuno dei dommi  fondamentali del cattolicesimo, mostrava  egli delle vaghe aspirazioni verso una  riforma della Chiesa, e specialmente dei  costumi del clero, al quale vanamente  tentò di insegnare la tolleranza. Fu in  quel tempo che il papa bandiva la cro ciata contro Ladislao re di Napoli, e  pubblicava una bolla nella quale «pre >>  Sono poche e sobrie parole, ma che  per essere di un santo, in questions  teologica, non valgono meno di quelle 476  MACOLATA CONCEL  d'ogni filosofo. Tradotte in buon vol gare e adattate aitempi nostri, esse di cono chiaro, che non ci voleva meno  della inesperienzadella curiaromana per  comporreundommacosìcontrario aquel lo dell'Incarnazione, il quale è la pietra  oratore, non reggono ove si mettano al  paragone collaverateologia. Maracconti  siffatti non sono insegnamenti di fede;  nè il saggio cristiano deve appoggiare  il grande interesse dell' anima sua a  dubbiose o finte leggende. Non contenti  di tante feste instituite in onore della  angolaredel cristianesimo. Avvegnachè,  se Iddio si è incarnatoper salvare tutti gli | Vergine, che superano quelle fatte in  uomini, nessuno eccettuato, dal peccato  originale, segno é ch' egli non poteva  onore di Gesù, ne vanno meditando ogni  salvarli senza incarnarsi. Ma dal mo mento che Maria, creatura umana, nata  da umani genitori senza divina incuba zione, ha potuto veder la luce senza  macchia, vale a dire senza peccato ori ginale, segno è che l'incarnazione a lei  non ha giovato; cosa che è contraria  perfino al Vangelo.  Ascoltiamo ora le parole di Monsi gnor Godeau, Vescovo di Vence: « La  divozione verso la santa Vergine, dice  egli, andò sempre crescendo dopo la  condanna di Nestorio, e l'ignoranzadel  popolo giunse a tal segno ne'secoli se guenti, che vi si commisero molti ec cessi, di maniera che quando le eresie  di Lutero e Calvino vennero al mondo,  era sì grande la superstizione su questo  conto, che faceva gemere chiunque co nosceva sino aqualtermine debba andare  l'onore dovuto alla madre di Gesù Cri sto ». E il padre Petavio, quantunque  gesuita, non aveva difficoltà a confessa re « che convien dare avviso ai pane giristi e devoti della Vergine santa ,  perchè si guardino bene dal non la sciarsi troppo trasportare dalla pietà e  devozione verso di lei. La qual sorta di  idolatria S. Agostino chiama occulta ed  innata nel cuore degli uomini ».  Finalmente anche il Muratori, uomo  pio e di non sospetta fede, scriveva:  Convien ricordarsi che Maria non  è Dio, come giàci avverti S. Epifane e  dopo di lui Teodoreto. Noi udiamo dire  talvolta ch' essa comanda in cielo. So briamente s'ha da intendere queste ed  altre simili espressioni, che cadute di  bocca al fervore devoto di alcuni santi,  e all'ardita eloquenza di qualche sacro  di delle nuove ».  Ma il lato più curioso diquesto dom ma, non tanto consiste nel modo vio lento della sua proclamazione, quanto  nel fatto, che esso non trova neanche  una linea di conferma negli evangeli. E  per vero, tutti gli altri dommi, o bene  o male fondati, furono nondimeno in  qualche modo innestati sulla rivelazione  evangelica, che è la base fondamentale  di tutto il cristianesimo. Invece se gli  evangeli ci narrano la portentosa incu bazione di Gesù fatta per opera dello  Spirito Santo, in quel modo che tutti  sanno, non ci dicono però che Maria  sia essa pure nata senza peccato, nè  tampoco ci parlano dei suoi genitori, i  quali non vi sono menzionati nemmanco  di nome. Dov'è dunque che Pio IX ha  tratta la sua storiella della Immacolata  Concezione, e con quale ardimentosa  impudenza osa egli pretendere di essere  informato intorno ai genitori di Maria,  meglio di quanto nol siano li evangeli sti? Chi gli ha detto che Anna e Gio vachino abbiano generataMaria, e l'ab biano generata senza macchia? E se  gli evangelisti, i quali ebbero la mis sione di trasmetterci la storia dellapre tesa salvazione del genere umano, tac quero di un sì grande ed augusto av venimento, sarà Pio IX, quegli che,die cianove secoli dopo, potràsmentire quel  loro fin troppo eloquente silenzio ?  Molti al certo avranno vaghezza di  conoscere d'onde Pio IX e i panegeristi  abbiano tratta la storiella di Anna e  Giovachino e della loro concezione im macolata; ma negli apocrisi e non al trove convien cercare la sua origine. È  infatti , nell' evangelo APOCRIFO della IMMAGINAZIONE  Nascita di Maria e nel Protovangelo  egualmente APOCRIFO di Giacomo, che  per la prima volta si ha notizia del  la nascita di Maria. Affrettiamoci pe rò a dire, che nemmeno questi due  antichissimi evangeli, ci parlano della  477  scritture apocrife. Questo domma che  compendia in sè tutte le contraddizioni  del cristianesimo, se è il penultimo nella  serie cronologica, non chiude però la  porta a tutti gli altri a cui la Chiesa  può essere condotta nell'orgia della su perstizione. Già molti inneggiano ad  un culto speciale per S. Giuseppe, e  speriamo che lo dichiarino anch'esso  sine labe, con molti altri, finchè la ra Immacolata Concezione. Narrano essi  soltanto che Anna e Giovachino di  Betlemme la prima, di Nazaret il se condo, erano persone devote e pie, e tro vavano grazia presso Iddio, avvegnache| gione ed ilprogresso, spazzatevia tutte  alla chiesa ed ai preti donavano la terza  parte delle loro rendite. Anna però era  sterile, cosa che grandemente l' acco rava, essendo dagli ebrei la sterilità ri guardata come una maledizione, con le fiabe inconcludenti o assurde e le in venzioni sul peccato originale, tutti non  ci proclami immacolati infaccia a quella  natura che tutti ci fa ad un modo.  Immaginazione . La filosofia  greca, più ragionevole di molte scuole  forme al passo d' Isaia: maledetta la  donnachenonhagenerato in Israel (Is.| moderne, non vedeva nella immagina C. IV. 1.). Ma un giorno Giovachino  conobbe che finalmente i suoi voti sa rebbero esauditi, e che Anna, a so miglianza di Sara, genererebbe una fi glia, che sarebbe la madre del Salvato re. Questa notizia, ebbe Giovachino me diante l' annunciazione d'un angelo, е  tal fu la sua gioia, che muto essendo  acquistò la favella. Avvertasi però che  ' apocrifo non parla qui dello Spi rito Santo , anzi dice chiaro che gli  sposi, rassicurati della prole, resero  grazie a Dio, e tornati a casa attesero  con gioia la divina promessa; il che ci  lascia supporre, onestamente, che nel  frattempo del loro meglio cooperassero  per realizzarla. Il Protovangelo di Gia como aggiunge ancora che Giovachino  dopo l'annuncio donò alla Chiesa do dici vacche e cento becchi, e che in  quel giorno egli riposò nella sua casa  per la prima volta.  Ecco a quali fonti il Santo Padre ha  attinta la rivelazione dell' Immacolata  Concezione. Colla sua infallibilità egli  nonha temuto questa volta di dichia rare infallibili anche i libri che gli altri  papi avevano dichiarati falsi, e i Vescovi  del Concilio Vaticano non temettero di in zione altra facoltà che quella di ripro durre le percezioni dei sensi e di rap presentarci alla memoria gli oggetti  percetti anche allora che non erano più  presenti . Platone stesso e Aristotile ri ducono la φαντασία allamemoria im maginativa. I mistici d'Alessandria sono  i primi che vogliono considerare nella  immaginazione una facoltà speciale de stinata a rappresentare le immagini e  gli esseri del mondo intellettuale; per cid essi insegnano che l'immaginazione  sopravvive al corpo,segue l'anima nelle  regioni celesti e divien facoltà dei beati.  A' di nostri non sono pochi coloro  che persistono a vedere nella immagi nazione una facoltà creatrice; ma è for tuna che molti ancora abbiano ricono sciuto il nessun fondamento di questa  opinione. Tutta la scuola sensualista e  ideologica ha ammesso e hadimostrato  che l'immaginazione non è infine che  il risultato della percezione. Riprodurre  fedelmente una impressione provata è  ufficio della memoria; combinare insie me parecchie impressioni è immagina nativa. Chi ha fervida immaginazione  può combinare molte idee e molte im magini, e formartipi che possono parer  nuovi, ma che nuovi non sono; impe vocare la inspirazione dello Spirito Santo,  sotto il patrocinio di un domma fab- rocchè nessuno crea, nè nella scienza  bricato sulle notizie, che ci danno le nè nell' arte (v. ARTE) e le cose anche 478  IMMANENTE  più nuove possono tutte ridursi all' o rigine immediata dei sensi. L'immagi nazione è così poco creatrice ch'essa  non è mai giunta a concepire manco  la possibilità di un senso nuovo, di una  nuova maniera di percepire i fenomeni  Chi ha immaginazione, ha copia d'idee,  penetrazione e attitudine ai lavori in tellettuali; ma chi ha immaginazione ec cessiva, nè sa dominarla e ridurla nei  confini della ragione, prende spesso i  fantasmi della sua mente per cose sal de; con quelli foggiasi teorie e sistemi,  i quali perciò appunto che sono imma ginari trovano poi benpoco fondamen to nella realtà. Nei fanciulli e nei po poli incolti ma di svegliato ingegno la  immaginazione e eccessiva, e gran par te de' loro errori deve imputarsi a ciò  ch' essi per mancanza di sufficenti co gnizioni sperimentali, mal riescono a se parare nei loro strani concepimenti cid  che appartiene all'immaginazione,da ciò  è della realtà (v. SENSUALISMO E IDEE  INNATE).  Immagini (Culto delle). Domma  cattolico stabilito dal Concilio di Trento  nella sessione XXV. « Comanda il Con cilio che debbono tenersi e conservarsi  principalmente nei Tempi le immagini  di Cristo, della Vergine madre di Dio e  d' altri Santi, e che loro deve darsi il  dovuto onore e venerazione: non perchè  si creda esservi inloro qualche divinità  o virtù, per cui debbasi rispettare o  perchè da esse debbasi chiedere nulla ;  o perchè abbia ad aversi fiducia nelle  immagini, siccome in altri tempi face vano i gentili che riponevano la loro  speranza negl' idoli, ma perchè l'onore  che loro si dà si riferisce a' prototipi  che rappresentano; talmente che per le  immagini che baciamo, e innanzi alle  quali stiamo a capo scoperto , e ci  prostriamo, adoriamo Cristo e veneriam  i Santi, dei quali esse hanno la somi glianza ».  Il decreto del Concilio è assai pru dente e poco appiglio offre alla critica  dei protestanti. Il Concilio parla di ve nerazione è di onori da rendersi alle  immagini, ma di culto positivo il suo  decreto parla punto. Pure i riti catto lici sono siffattamente combinati, che  nell'opinione comune le messe in onore  dei Santi, meno si riferiscono al Santo  stesso che all' immagine sull'altare del  quale si officia. E poichè avviene che  nelle menti vulgari i simboli finiscono  sempre a sostituire le cose rappresen tate, così quegli eccessivi onori che nelle  chiese si rendono alle immagini, si ri solvono infine in un vero culto tributato  alle medesime.  Tutte le sette cristiane le quali nè  ammettono il culto, nè gli onori alle  immagini, oppongono a' cattolici che  l'antico testamento in più d'un luogo e  perfinonel Decalogo, vieta positivamente  di farsi immagine alcuna e render loro  qualsiasi culto (Esodo XX, 4; Levitico  XXVI, 1 ; Deuter IV, 15; V, 8). Ma i  cattolici rispondono questa proibizione  esser stata giusta e necessaria in quei  tempi , stante la invincible tendenza  degli ebrei all'idolatria; nullameno avere  Mosè stesso sovrapposto all'arca dell'al leanzadue Cherubini, e Salomone averne  fatto dipingere sul muro del tempio e  sul velo del Santuario. Or gli è ben po sitivo che quanto lo stesso autore dei  libri che contengono quel divieto, si fa  lecito d' infrangere il comandamen o,  hanno ben diritto a venia i cattolici se  imitano l'esempio suo e nonrinunciano  a costumanze che tanto profittano al l'esterno splendore materiale del loro  culto. Vedi ICONOCLASTI)  Imananente. (Da manere restare,  e in dentro) Aggiuntivo di atto, per di stinguerlo dal transitorio. L'atto imma nente è quello che si compie dal sog getto e che rimane nel soggetto stesso  senz'altro termine fuori di lui. In questo  senso i teologi insegnano che Dio cred  il figlio e lo Spirito Santo per atti im manenti, imperocchè nè il Figlio nè lo  Spirito son fuori di lui, ma son Dio  stesso. La creazione invece è atto tran sitorio. In senso non dissimile Spinosa IMMORTALITA  poteva dire che Dio è la causa imma nente e non transitoria di tuttele cose,  perocchè nel panteismo di Spinosa l'uni versalità delle cose, è Dio stesso. (Etica  479  più lungo quanto più lontano il mo  vimento deve trasmettere i suoi effet ti. Or se l'azione di Dio a distanza im Jib. 1 prop. 18). Non vi è altro caso  fuor di questi due in cui la voce imma nente possa usarsi in senso proprio. Ma  nel traslato si usa ancora nella filosofia  moderna per indicare un' azione e una  attività continua inerente al soggetto.  Così suol dirsi che la causa immanente  del movimento è la materia, in quanto  si ammetta che laforza generatrice del  movimento è attributo intrinseco di essa,  in essa si manifesta e vi rimane eter namente.  Immenso. Attributo che si sup pone in Dio, in virtù del quale egli è  presente dappertutto. Questa proprietà,  come ognun vede, è in contraddizione  con una delle più elementari nozioni  della fisica , l'incompenetrabilità dei  corpi ; perocchè dove corpi esistono,  altre sostanze non possono stare. È vero  che Dio è uno spirito,ma, infine, o spi rito o corpo, sostanza bisogna pur che  sia, e nel posto occupato da tutta la  materia di che son fatti i mondi, non  potrebbe stare altra sostanza per sotti lissima che sia.  I primi padri della Chiesa, i quali  ammettevano che Iddio fosse corporeo,  negavano implicitamente la sua immen sità ; per la stessa ragione la negavano  i Manichei, i quali ammettendo due  principii coeterni non li potevano fare  egualmente immensi; e alcuni Calvinisti  e i Sociniani sostennero esser Dio sola mente in cielo, nè altrove presente se  non per la sua scienza e potenza, po tendo egli operar dappertutto. Convien  però considerare che un Dio così li mitato operare non può dappertutto,  perocchè l' azione suppone presenza, o  per lo meno la traslazione dell' atto at tivo attraverso allo spazio fin che giunga  al luogo dove si deve produrre e svol gere cotesta attività. Così è legge mec canica che ogni movimento importa la  necessità del tempo, e il tempo è tanto  porta tempi proporzionali valutabili colla  ragione composta della distanza stessa  e della velocità, ne deriva che l'azione  sua a una distanza infinita richiede  tempi infiniti, il che val quanto dire che  quest' azione non giungerebbe mai a  produrre i suoi effetti, imperocchè un  tempo infinito non ha fine. Se dunque  un Dio immenso contraddice una legge  fisica, un Dio limitato contrasta con una  legge meccanica, e così riman provato  ancora che gli attributi di Dio sono la  negazione di tutte le scienze positive.  (Vedi INFINITO).  Immortalità. L'immortalità per sonale dopo la morte è credenza fonda mentale di quasi tutte le religioni. Non  è però esatto l' affermare, come gene ralmente si fa,che tutti i popoli e tutte  le religioni la proclamano. Circa tre cento milioni di buddhisti credono nel  nirvana, vale a dire che l'anima dei  giusti dopo la morte giunge all'assoluto  annichilamento in Dio (vedi BUDDHISMO).  L'annichilamento dell'anima è pure opi nione professata da tutti i filosofi pan teisti, (v. PANTEISMO), imperocchè am.  mettendo costoro che l'anima nostra  congiungesi all' Essere universale, im plicitamente suppongono che la sua per sonalità si spegne e si fonde nella stessa  personalità di Dio.  Tutta la scuola sceltica antica e mo derna, per la cagione stessa delle sue  dubitazioni non può considerarsi siccome  accettante il domma dell' immortalità;  imperocchè dubitando essa d'ogni cosa  reale ed eziandio delle più evidenti,  tanto meglio deve dubitare di un dom ma che non ci offre alcuna dimostra zione sensibile, e che per confessione  stessa di coloro che lo ammettono, ha  d'uopo di appoggiarsi precipuamente  sulla fede, virtu incompatibile affatto col le ultime conseguenze dello scetticismo.  Quanto all' idealismo il qual nega  ogni realtà alle cose che ne circondano 480  IMMORTALITA  e al nostro stesso corpo, e considera per fino il nostro io siccome un fenomeno,  potrà egli mai fondatamen e annoverarsi  fra le scuole credenti nell'immortalită?  Tuttochè i principali idealisti abbiano  affermato cotesto domma, è lecito cre dere che lo abban fatto per una non  felice inconseguenza, piuttosto che per  vera e naturale necessità dellorsistema.  L'immortalità di un fenomeno non è  invero cosa concepibile, e ad ogni modo  se noi non possiam trovare nelle cose  che ne circondano sufficienti argomenti  per credere alla loro esistenza, tanto  più dovremo dubitare dell' esistenza di  undomma il cui concet.o implicante  eternità sfugge eziandio ai limiti natu ra i della nostra ragione.  Ecco dunque già un buon numero  di uomini e di filosofi, i quali se non  esplicitamente, certo implicitamente non  credono all' immortalità. Quanto ai fi losofi antichi non mancano esempi di  coloro che non ammisero cotesto dom ma. Democrito, Epicuro e Dicearco fra  i greci lo negarono esplicitamente, e  fra i latini Lucrezio nel suo terzo libro  dice chiaro che l'anima ha le sue ma lattie come il corpo, e come il corpo  deve perire. Anche Cicerone fu accu sato da Lattanzio di non credere all'im mortalità, e quel buon padrelo prova va citando un passo di lui, che ora si  èsorpresi dinonpiùtrovare nelle opere  sue. Cicerone vi ragionava secondo i  principii degli Accademici, pei quali è  noto ch' egli nutriva grandissima sim patia ( Latt. de vita beata, lib. VIII cap. 8).  Plinio insegnava addrittura che tanto  valeva il credere di esistere dopo la  morte, quanto il credere di essere esi stiti prima di nascere, e che l'una e  l'altra credenza non erano infine che  una volgare superstizione (Plinio Storia  nat. lib. VII, cap. 55). Non fu Seneca  il tragico che nel coro dei Troadi fece  adottare l'opinione della mortalità del l'anima ? (Seneca. Trod. vers. 395). E  Sorano, come riferisce Tertulliano (De  Anima, cap. VI), nei suoi quattro libri  sulla immortalità, non negava egli co testo domma? Fu pure AlessandroAfro disio colui che sostenne essere cost as surdo il dire che l'anima è immortale,  quanto l'affermare che me e due fanno  cinque. Fra i greci ancora e fra i latini  tutta la setta stoica volendo tenere il  giusto mezzo fra le opposte opinioni,  insegnava che le anime sarebbero bensì  sopravissute ai corpi, ma che infine  esse pure sarebbero annichilate. E fra  gli stoici stessi chi, come Crisippo e  Cleanto, ammetteva che questa distru zione sarebbe avvenuta alla fine del  mondo, e chi,come Epitetto e Marc' An tonio,insegnavache ladissoluzione del le anime avvenisse o contemporanea mente o subito dopo la dissoluzione del  corpo; onde furon detti hersciscundi, cioè,  come spiega Servio, medium secuti. Que sta non è opinione molto diversa da  quella espressa da Kant nella sua Cri tica della ragion pura, dov'egli insegna  non essere impossibile che l'anima, mal grado gli attributi che la rendono indi visibile, perisca di languore per una  graduale estinzione delle sue forze.  Perfino fra il popolod' Israele noitro viamo esempi non dubbi della miscre denza nell'immortalità. Nessun atto della  legislazione di Mosè accenna a questo  domma, e i Sadducei stessi, che erano  una delle sette più cospicue del giudai smo,non credendo nell'immortalità era no ammessi al sacerdozio (V. GIUDAISMO).  Negasi che esistano interi popoli i  quali ignorino il domma dell' immorta lità; ma è negazione contro la quale  stanno prove positive. Oltre l'esempio  dei buddhisti, ne' tempi andati si tro varono intere tribù selvaggie che non  avevano alcuna cognizione nell'altra vita.  Margravius riferisce che i popoli del  Chill erau abbastanza brutali per non  conoscere cotesto domma. Chilenses ne que Deum norunt, neque illius cultum  nullum observant dierum discrimen, ne  mortuorum quidem resurrectionem cre dunt sed post obitum nihil hominis pu tant superesse. (Margravius. lib. VIII IMMORTALITÀ  app. cap. III). Lo stessodicasi di molte  tribù di Madagascar. « Interrompc per  un istante questa relazione, scriveva il  missionario Tachard, per dire ciò che  noi abbiamo veduto degli ottentotti. I  quali essendo persuasi che non vi sia  altra vita, lavorano appena tanto che  basti per passare gradevolmente la vita  presente » (Tachard T. 1 pag. 72)  481  Korannas, Thompson apprese che prima  della venuta dei missionariin quel pae se, essi non avevano idea distinta di un  Dio onnipotente, delle pene e delle ri compense di un'altra vita. « Presso i  Béchuanas, dice il missionario Moffat,non  havvi alcuna idolatria, alcuna tradizione  degli antichi tempi.. Durante parec chi anni di un lavoro pressochè inutile,  È certo che nel secolonostro anche  tra cotesti popoli l'idea di Dio e dell'im mortalità si è insinuata. Ma badiam  bene all'opra de' missionari che oramai  in ogni parte diffusero fra i selvaggi le  idee dei popoli civili. Or se poniam  mente che ira coteste idee quella del l'immortalità è certamente la più facile  a intendersi e ad accettarsi ancora dai  meno colti, non ci saràdifficile scoprire  i veri motivi della diffusione di questo  domma. Pensiamo, infatti, che ogni uo mo nascendo sotto l'impero della pro pria personalità, sentendosi dotato di una  coscienza individua, mal può adattarsi  all' idea della cessazione del suo io. E  pei selvaggi poi vihanno ragioni molte le  quali possono confermarlinella opinione  della sopravivenza dopo la morte. In  paesi ove le più elementari funzioni fi siologiche sono pressochè ignote, qual  non doveva mai essere l' influenza dei  sogni, grandissima anche fra noi, sulle  credenze religiose ?  Quelle figure che l'immaginazione as sopita presenta al dormiente, quelle na turalissime immagini degli amici e dei pa renti che talora vediamo nel sonno, co me avrebbero potuto non far credere  all'esistenza di quegli esseri che essendo  morti, tuttavia ricomparivano colle loro  precise sembianze? Veri fanciulli adulti,  non potevano i selvaggi che confondere  in una sola impressione la realtà col l'immagine, ed è così senz' altro che essi  ebbero il concetto di una sopravvivenza  dell'individuo, senza che, del resto, siano  maicorsi colpensiero ad immaginare un  soggiorno ulteriore, una pena ed un  premio futuri.  Dalla bocca stessa degli Ottentotti  io ho spesso desiderato di scoprire  qualche idea religiosa presso quegli in digeni; ma nessuna nozione di questo  genere mai era entrata nel loro spirito.  Dir loro che esiste uncreatore del cielo  e della terra, parlare ad essi della ca duta dell' uomo, della redenzione, della  risurrezione, dell' immortalità, era per  loro un discorrere di cose altrettanto  stravaganti e favolose quanto le loro  ridicole leggende sui leoni e le jene...  Non potevansi risolvere i Béchuanas ad  ascoltare le nostre prediche, se non re galandoli di tabacco ed altre cose. Poi,  dopo alcuneore di predicazione, essi do mandavano: Che volete dire? Le vostre  fiabesono assai maravigliose, quandopure  non gridavano: Pura menzogna. I più  pratici fra loro osservavano che tutto ciò  non empiva lo stomaco ». Più tardi  quando ilmissionario riuscì a fare qual che conversione, i nuovi proseliti affer mavano chedapprima essi non avevano  idea alcuna nè di Dio, nè della vita fu tura. L'uomo, dicevano altri, non è più  immortale del bue e dell'asino, le ani me nessun le vede.  Siffatte notizie raccolte nell'Encyclo pedie generale, furono nel 1870 piena mente confermate da Tsékélo, principe  dei Caffri-Bassoutos che nel 1869-70  erasi recato a Parigi. Letourneau ebbe  la ventura di vedere cotesto selvaggio  incivilito, il quale parla passabilmente  l'inglese, sa leggere e scrivere, e dopo  avergli lette le notizie sopra riferite,  ebbe da lui in risposta, esser questa la  prima volta ch'egli sentiva dire la verità  in Europa. Egli è vero che il Signor  Casalis scrive che il vecchio Libè, zio  del re dei Bassoutos, tuttochè dapprinci  31 482  IMMORTALITÀ  pio, al missionario che gli insegnava il  vangelo pizzicasse le labbra.e il naso  chiamandolo mentitore, si era infine  convertito. Ma Tsékélo contraddice tal  notizia, e assicura che il suo parente  era troppo vecchio e troppo ammalato  per parlare lungamente. Egli d'altronde  era sì poco convertito, che alle esorta zioni del missionario che gli parlava senza  posa di Gesù Cristo, rispondeva: Gesù  Cristo ? Chi è costui? Io non conosco  cotest' uomo. (Bulletins de la société  d'anthropologie de Paris T. VII. Serie  2. pag. 692).  Il viaggiatore inglese White Baker  che soggiorno parecchi anni fra i negri  che abitano sulle sponde del Nilo Bianco  e dei laghi d'onde questo fiume deriva,  specialmente nella tribù degli Obbos e  dei Latoukas (4 o 5 gradi di latitudine  nord), afferma che non gli fu possibile  di trovare fra questi popoliidea alcuna  religiosa. Letourneau ha raccolte ed  esposte le relazioni di questo viaggiatore  alla Società d'antropologia di Parigi, ed  è curioso il seguente frammento.    Io. Un uomo non è superiore  per la intelligenza ad un bue. Non ha  egli una ragione per guidare la sua in telligenza?  « Commoro. Molti uomini non so no intelligenti al pari del bue. L'uomo  è costretto a seminare del grano per  procurarsi la nutrizione, il búe e lebe stie selvagge l' ottengono senza semi nare.  Io. Non sapete che esiste in noi  un principio spiritüale differentedalno stro corpo ? Durante il vostro sonno non  sognate mai? non viaggiate col vostro  pensiero in lontane regioni ? Nullameno  il vostro corpo è sempre nello stesso  luogo. E come spiegate tutto questo?    «Un pocodigrano che era stato tolto  dai sacchi pel nutrimento de' cavalli e  che trovavasi sparso sul terreno, mi  suggerì l'idea di mostrare a Commoro  la vita avvenire col mezzo della sublime  metafora di cui fece uso S. Paolo.  > Sotto il pontificato di Urbano II, diçe  l'abate Fleury, videsi con sorpresa a  conto di una sola buona opera, esimersi INDULGENZE  il peccatore di ogni pena temporale  pei suoi peccati. E non ci voleva meno  che un numeroso concilio, presieduto  da questo pontefice in persona, per au 493  fossero delegati da lui in Italia, Fran cia, Germania, Spagna ecc, la facoltà  di concedere, mediante spontanea ele mosina o prezzi da stabilirsi secondo i  torizzare siffatta novità. Questo concilio | casi, indulgenze pei vivi e pei morti, as tenutosi a Clermont l' anno 1095, con soluzione e remissione di tutti i reati  cesse indulgenza plenaria, remissione  intera di tutti i peccati a chi pren desse le armi per la liberazione di  Terra Santa. Questa indulgenza valeva  di paga ai crociati, e benchè essa non  desse il mantenimento corporale, fu ac cettata con giubilo ». (6° Disc. sulla  storia eccl. n. 2). Il quarto concilio di  Laterano e il primo di Lione seguirono  questo esempio, e s'andò in tal guisafor mando la giurisprudenza del giubileo  (V. GIUBILEO).  Ma ben peggiori abusi si dovettero  poi lamentare sotto il pontificato di  Leone X. Ai 14 novembre 1517 questo  papa pubblicava la famosa bolla che co mincia Portquam, ad apostolatus apicem  e che diede origine alla riformadi Lu tero: avverto che fu omessa nelle edi zioni di Roma, e la ricavo dalla edi zione di Lussemburgo 1727, supplemento  al tomo X pag. 58.  Èsingolare che il Sarpi, nella sua  Storia del Concilio Tridentino, appena  accenni la detta bolla, mentre un' ana lisi della medesima tornava così accon cia a descrivere la fede ed i costumi  della Romana Chiesa.   Di   (Dern. Analyt. lib. 1. c. 2). Nella filoso fia moderna questa voce ha cambiato  senso e ne ha acquistato un altro assai  più determinato. L'ipotesi è oggidì sup posizione fondata sopra caratteri abba stanza evidenti per essere probabile, sen za tuttavia essere certa. È quindi errore  di molti il credere che ogni più che  azzardata affermazione possa dirsi ipo tesi: le cose manifestamente impossibili  trettanto certo che fedelmente ci rap presentino le cose come sono. L'obbie zione sarebbe vera e ad evitarla con viensi che all'ipotesi diasi senso limi tato, proprio del comun linguaggio ; e  per tale s' intenda quella dimostrazione  la quale secondo lo stato delle nostre  cognizioni non è ancora sufficientemente  provata. Nemmen s' abbia per ipotesi  ogni strambo ragionamento : sì convien  ch'essa sia probabile e verosimile, senza  di che diventerebbe vaneggiamento di  non sono ipotesi; ma assurdità. Prima  di scoprire le leggi generali, la scienza  cerca le ragioni plausibili dei fatti che  osserva fondandosi sull' analogia dei  fatti simili ; ma finchè cotesta analogia  non sia accertata da osservazioni diret- nogamia.  te le sue ragioni rimangono ipotesi.  Convien che il filosofo sappia ben  mente insana.  Ipparchia. Filosofessadella setta  de' cinici e sposa di Crate. Nacque a  Maronea, città della Trancia, da fami glia ricca, e tanto si appassionò per la  filosofia di Crate, che nonostante le sue  infermità e la sua miseria, e malgrado  le rimostranze dei parenti, lo volle per  marito. Vestita di miseri abiti, senza  averi e senza tetto, andò vagando col  marito, secondo i precetti della scuola  cinica, chelavolle immortalare istituendo  una festa in onor suo col nome di Ci Ippon(di Bhegium).Ignorasi l'epo distinguere le leggi dalle ipotesi: il con fondere le une con le altre è spesso  cagione di errori gravissimi per le scien ze, che una maggior prudenza potrebbe  evitare. Vero è che tutti i nostri prin cipii sono dubbi, che la certezza asso luta non è retaggio hostro, e che tal  fiata i principii che ci parevano più  certi sono dimostrati falsi da nuove sco perte. In tal senso lo scettico può ben  dire che tutti i principii che noi abbiamo  elevato al grado di legge sono ipotesi,  ca precisa in cui visse, ma par che fos se nei primi secoli della filosofia greca.  Aristotile nella sua Metafisica (lib. 1, c.  3) ci apprende che sull'esempio di Ta lete egli considerava l'acqua, o l'umidità  come il principio delle cose; e nel libro  dell' Anima (lib. 1, c. 2) aggiunge che  non riconosceva all'anima altra origine.  Sesto Empirico nelle Ipotesi Pirroniane  (lib. III) dice ch' ei riconosceva due  soli principii: l' acqua ed il fuoco, ed  Alessandrio Afrodisio lo annovera fra i  materialisti.  J  Jerocle. Filosofo neoplatonico che | tone, e compose sette libri sopra il de fiorì sul finire del IV secolo. Insegnd | stino, alcuni estratti dei quali ci furono  filosofia in Alessandria , commento Pla- conservati da Fozio. Questo filosofo ap 512  JOUFFROY  partiene al periodo di transizione tra la  filosofia pagana e il cristianesimo, e già  nella sua dottrina si nota il primo mo vimento che confuse il Destino con la  provvidenza. La provvidenza, insegna  egli, è il governo col quale Dio man tiene l'universo. L'uomo è dotato di li bero arbitrio, ma le sue decisioni sono  seguite da una certa azione di Dio che  sollecita la sua volontà, e questa stessa  azione che facilita o noilbuon uso del  Par che gli ionici proclamassero an cora, sebben confusamente, i principii  del sensualismo, e affermassero , che  quello solo esiste il quale cade sotto i  nostri sensi. Così sembra che Platone  dicesse di loro, quando nel suo dialogo  del Sofista scriveva: « Siccome tutte le  cose cadono sotto i sensi, così essi af fermano che quello solo esiste che si  può avvicinare e toccare: in talmaniera  libero arbitrio è già principio di pena  o ricompensa. Qui sorge poi il principio  dalla predestinazione e della grazia, poi- grande disprezzo ».  chè Jerocle ammette, senza manco av essi identificano l'essere col corpo ; e se  qualche altro filosofo lor dice che l'es sere è immateriale, gli dimostrano un  vedersi di cadere in contraddizione, che  Dio fin dall' origine del tempo ha de terminato il principio e la fine dell'esi stenza. Anche nella creazione tenta di  di avvicinare il paganesimo al cristia nesimo, e se non osa d'un tratto far  scomparire il principio dell'eternità della  materia, che tutta la filosofia pagana  aveva ammessa, vuole almeno, con una  delle sue solite contraddizioni, che Dio  l'abbia creata, ammettendo però che la  creazione non ha avuto un principio!  Jonica (Scuola). Talete di Mileto,  città della Jonia, fu il fondatore di que sta Scuola, continuata daEraclito, Anas simandro , Anassimene, Anassagora, e  Archelao. La scuola ionica è sopratutto  fisica per l'insegnamento nell'astrono mia che largamente vi fecero i suoi  maestri. Intorno all'essenza delle cose  disputarono assai gli ionici, e si divi sero in due partiti, l'unde'quali (Anas simandro e Anassagora) sostenne che il  Jouffroy (Teodoro Simone). Pro fessò filosofia a Parigi al collegio Bor bone dal 1817 al 1819, fu quindi inse gnante alla facoltà di lettere nella mө desima città, poi professore di filosofia  aggiunto alla cattedra di Royer-Collard  e nel 1840 membro del Consiglio Supe riore dell' istruzione pubblica. Fu pro mosso a questo posto dal ministro Cou sin, ed è ben ovvio il pensare che il  protetto facesse onore alle opinioni del  protettore. Jouffroy non seppe introdur re nel suo insegnamento alcuna nuova  idea, salvo quella veramente singola rissima, per la quale egli voleva distin guere ' anima dal corpo, e provarne  l'esistenza dimostrando la diversa na tura delle funzioni digestive e volitive.  Sarebbe inutile il confutare le idee di  questo filosofo, basate sopra una com pleta ignoranza delle leggi della vita,  Jouffroy ha fondato anche una teoria  morale ed una teodicea. La prima pog giando sulle basi ipotetiche del duali smo fra la materia e la vita stabilisce  mondo consta di elementi diversi ma  nou numerabili; l'altro, che esso è com posto di un'unica sostanza (Talete, Anas simene), oppure di due o tre elementi  come sarebbero l'acqua e il fuoco. Ar- | azioni materiali del corpo, le quali ten chelao). Gli uni e gli altri convennero  lalegge del dovere nel raggiungimento  del fine morale. dell' uomo, indipen dentemente dalla circolazione e dalle  che la costituzione attuale dell'universo  s'è formata cogli elementi o coll' ele mento primitivo mediante un'azione di namica di unelemento sull'altro, o col  movimento dello stesso elemento in se  stesso.  dono alla pura conservazione di questo.  La vita materiale, dice Jouffroy, tende  al bene del corpo, la vita morale al  bene dell' io. Così l'individuo si separa  in due esseri distinti; il benessere del  suo corpo non è più il benessere del  suo io; dunque il corpo può essere  278.987 JACOBI  martoriato, poichè l'io non è il suo  diretto risultato. Si capisce bene che  queste teorie possono fondare una mo rale ideale, ma non già una morale  513  non esamina, ma percepisce. lo vedo  il sole, dunque il sole esiste; io mi  sento, dunque io sono; io penso lo spi rito supremo,dunque lo spirito supremo  vera e veramente utile alla società.  Jacobi (Federico Enrico). Nacque  il 25 gennaio 1743 a Dusseldorf nella  Germania, da un ricco negoziante di  quella città. Chiamato adirigere la casa  di suo padre, non vi rimase però per  lungo tempo, e quando l'Elettore pala tino lo nomind consigliere delle finanze  del ducato di Bery, abbandonò affatto il  commercio. Ricco e rispettato, la sua  casa di Pempelfort fu ben presto il ri trovo delle notabilità scientifiche e let terarie del suo tempo, in mezzo alle  quali presegli brama di prender posto  egli stesso. Si atteggiò a filosofo, e in  diversi tempi scrisse alcuni libri, tali che  Woldemar, Lettere a Mendelson sulla  filosofia di Spinoza; Una parola di Les sing; David Hume o l'Idealismo e il  Realismo; Del tentativo del criticismo di  rendere la ragione ragionevole, o di  accordare la ragione coll' intendimento  (1801); Delle cose divine (1811) Lettere  su Spinoza.  Jacobi è avversario, non solo del l'idealismo, ma anche del criticismo di  Kant, dello scetticismo e d'ogni incre dulità. Impotente, com' egli stesso con fessa, a spiegarsi iconcetti astrattidella  filosofia, si gettò in braccio con sover chia fidanza agli stimoli del sentimento  individuale: parve a lui che una certa  armonia prestabilita dovesse esistere fra  i nostri concepimenti e i fatti esteriori.  Il suo realismo non è in sostanza che  l'obbiettivazione nella realtà di tutte le  chimere che una mente esaltata può  concepire, e la sua ragione della quale  con tanta pompasifacampione nei suoi  libri, non s' adopera già a sceverare  quanto di falso in queste chimere vi  possa essere, perocchè egli è convinto  che la nostra coscienza attuale, e non  la ragione, sia la misura di tutte le  verità.  esiste ». È in tal maniera che Jacobi  passa dallapercezione sensibile del sole  veduto, all'astrazione intellettuale di un  Dio pensato, senza pure avvedersi del l'immensa distanza che separa fra di  loro questi due modi d'affermazione. Dal  momento che la nostra coscienza intel lettuale è la misura della verità, che  monta sia una cosa veduta o soltanto  pensata? Ciò che si vede o si pensa è  sempre vero, e Jacobi non si doman derà nemmeno se tutte le cose pensate  siano sempre state vere.  Ben a ragione insofferente delle ne bulose formole della filosofia trascen dentale, credette egli di avere evitata  ogni dubitazione supponendo che la cer tezza fosse immediatamente inerente a  tutti i nostri giudizi. « La vera scienza,  dic'egli, è quella dello spirito che rende  testimonianza di se stesso e di Dio....  Oggetto delle mie ricerche fu sempre  la verità nativa, ben superiore alla ve rità scientifica ». E nel 1819 ripeteva :  . Nel seno  stesso dell' Accademia di Berlino vi fu  viva disputa, che nonvolse però a pro fitto della nuova scienza. Fu essa riget tataallaquasi unanimità siccome studio  inutile e impotente a fondare checches a.  Cotesto studio è infruttuoso, scri veva Formey, e il suo fondo indeci frabile. Lo stato attuale del viso umano  verso la metà della sua carriera, risulta  dal concorso di tante circostanze fisiche,  morali, e casuali, ch' egli è affatto im possibile di ritrovare la fisionomia ori ginale e di seguire le tracce delle sue  modificazioni: se il cuore è un enimma,  il viso è un logogrifo, come quei ter reni vulcanici coperti di molti strati di  lava, con una terra molto fitta sopra  ciascuno ».  Lafisiognomia restò a quel punto,  nè più progredi; nè se ne discorre a  tempi nostri fuorchè in quei libri che  si stampano apposta per gli sciocchi. Ma  le conseguenze di quella scuola non fu rono abbandonate, e quando venne Gall  le rinnovò per la sua croniologia, ma  con una scienza, con una pratica e con  un sapere da cui il mistico Lavater era  le mille miglia lontano.  Lao-Tseu. Filosofo chinese con temporaneo diConfuzio.Lasua vita, co me quelladi tutt' i filosofi di quei tempi,  è più leggendaria che storica. Fu con servatore della biblioteca della casa di  Théon, dagli uni considerato come pro feta, dagli altri come uomo eminente mente santo, talchè fu ancor confuso con  Shakya-muni, (Bouddha ) le cui dot trine egli introdusse nella China. (V.  BUDDHISMO).  costanze. È legge di natura che la luce  diminuiscanella sua integrità in ragione  inversa dei quadrati delle distanze; che  colla stessa progressione diretta un cor po grave si acceleri nella sua caduta;  è pure in forza di unalegge che l'elet tricità si trasmette di preferenza attra verso ai corpi conduttori, che il ferro  è attratto dalla calamita, che il filo a  piombo in qualunque parte del globo si  dirige al centro della terra ecc. D'onde  e perchè nasca la legge, s'ignora. Essa  costituisce una nozione essenzialmente  sperimentale e direi quasi assiomatica,  per la quale noi affermiamo che esiste  una legge quando vediamo che date le  medesimecausesi produce costantemente  il medesimo effetto. Romagnosi perciò  non ebbe torto di definire la legge . Dunque lo statista che sulla  media delle tavole degli anni anteceden ti predice approssimativamente il nu mero di certe classi di delitti che suc altri vincoli morali con cui cerchiamo  di determinare o al bene, o all' utile,  o a checchessia le azioni dei nostri si mili, provano, in sostanza, che sotto la  influenza di certe cause noi ci attendia mo dagli uomini certi effetti. Senza di  che, a cosagioverebbero le leggi ? Per chè l' oratore procurerebbe d'indurre  altrui nelle sue convinzioni, se i suoi  motivi non esercitassero una certa effi cacia, e perchè da tal sistema di go verno si attenderebbero tali popoli, e  dai cattivi esempi malvagie azioni ?  Il filosofo inglese Bailey ha ben ra gione di sorprendersi che la connessio ne fra imotivi e le azioni sia teorica mente revocata in dubbio quando poi  nella vita pratica gli uomini non fanno  altra cosa che impegnare perpetuamen te piacere, fortuna, riputazione, la vita  stessa in questo principio che specula tivamente rigettano. La costanza delle  cifre della statistica non è forse una  evidentissima dimostrazione di questo  principio, che anche nell'ordine morale,  il qual si vuole assolutamente indipen dente da ogni determinazione, le mede sime cause conducono costantemente ai  medesimi effetti ? « Per ciò che si rife risce af delitti , scriveva nel 1853 il  signor Quetelet, i medesimi numeri si  riproducono con tale costanza che sa rebbe impossibile il disconoscerli anche  per quei delitti che sembrerebbe do vessero più di tutti sfuggire ad ogni  previsione umana, come sarebbero gli  omicidi, dappoichè essi si commettono  in seguito a risse che nascono senza  stabili motivi, e in apparenza col con corso delle più fortuite circostanze. Non dimeno l'esperienza prova che non solo  cederanno nell' anno successivo, non fa  altro che prevedere gli effetti che do vranno necessariamente derivare da cer te cause, che generalmente si rinnovano;  cosa che non potrebbefarsi certamente  ove le azioni nostre fossero affatto in dipendenti dacause determinanti. Inve ro, se le azioni fossero assolutamente  libere, le più grandi variazioni dovreb bero mutarsi nelle cifre statistiche, e  la costanza di esse dovrebbe trovarsi  sol nei fenomeni cosmici pei quali si  ammette una assoluta dipendenza da  cause uniformi. Ma nell' ordine morale  dovrebbe notarsi una successione asso lutamente arbitraria, nè la statistica,  nè l'esperienza mai potrebbero farci  prevedere quali effetti potrebbero deri vare da certe cause. Quale uomo, per  prudente che sia,potrebbe alloramaipre- vederechecoluichehacarattere sangui gno risponderà colla violenza alla vio lenza; che il pacifico subirà l' ingiuria  senza rintuzzarla; che il coraggioso af fronterà il pericolo, e l'uom d' onore  sarà fedele alla parola data? Se l'ar bitrio di una assoluta indipendenza pre siedesse alle nostre azioni, sarebbe di strutto ogni fondamento dell'ordine so ciale; la fedeltà delle contrattazioni di venterebbe una chimera, eniunopotreb be mai esser sicuro che giustizia gli  fosse fatta, quando sull'animo del giudice  nulla potessero i motivi determinanti  dell' onestà, la convinzione acquisita e  il sentimento del dovere. Si oppone che  determinandosi secondo la convinzione  il giudice non fa altro che seguire la  sua volontà. Ciò è vero; ma è altresi  vero che questa convinzione è acquisita  in grazia di motivi esterni, e che la  sua volontà, non potrebbe non essere 534  LIBERO ARBITRIO  conforme alla sua convinzione. In altre  parole, egli vuole costantemente ciò che  vuole la volontàdeterminatadai motivi.  Nella vita pratica noi siamo tanto  convinti che tali motivi determinano  tali altre azioni, che siamo ben dispo sti a considerare come deboli di mente  e anche pazzi, coloro i quali per ten denze organiche diverse da quelle della  comun degli uomini, non agiscono nel  modo stesso in cui agirebbero tutti gli  altri quando fossero posti nelle mede sime circostanze. Se alcun ricusa il  bene che gli si fa; o si cimenta contro  pericoli evidenti senza scopo; o fa sper pero dei suoi averi senza obbedire ai  motivi di filantropia che noi siamo di sposti a riconoscere, non si avrà in  conto d' uomo che abbia il pieno pos sesso della sua ragione. E poichè tutti  gli altri al posto suo non agirebbero in  quella guisa, cosìnon si ha difficoltà a  riconoscere che alcun che di anormale  vi debba essere nel suo cervello. In  conclusione son matti per noi quei co tali iqualinonsi comportanonel modo  con cui in determinati casi noi ci com portiamo, e non agiscono secondo quei  motivi dai quali nell' ordinario corso  della vita noi ci riconosciamo determi nati.  . (Trattato del  libero arbitrio II).  In questo esempio Bossuet presenta  >  Ecco dunque lo stato che sui tram poli del dommatismo cristiano qui pro clama ex Cathedra un principio reli gioso che fa a pugni col senso comune.  Le pretese del papate non potrebbero  essere peggiori nè più esigenti. E tut tavia l'art. 29 della stessa costituzione  prescrive « che non vi sarànello Stato  stabilimento di alcuna setta religiosa  con preferenza sopra un' altra ». Qui  dunque abbiamo unaperfetta eguaglian za e libertà dei culti, ma quanto non  siamo noi ancor lontani dalla libertà di  coscienza?  stabilimento per una chiesa o una set ta religiosa qualunque di preferenza ad  un' altra, e nessuno, sotto qualunque  pretesto, sarà costretto a recarsi ad un  luogo particolare di culto contro la sua  fede e la sua opinione, nè obbligato a  pagare per la compra di un terreno,  o per la costruzione d' una casa desti nata al culto religioso, o pel manteni mento dei ministri o d'un ministro di  religione, contro ciò che egli crederà  giusto e ragionevole o contro ciò che  si sarà quotato volontariamente e per ❘sonalmente. Tutti avranno il libero e sercizio del culto, ben inteso che nulla  potrà inferirsi dal presente articolo per  esimere i predicatori che facessero di scorsi sediziosi e miranti al tradimento,  dall' essere presi e puniti secondo la  legge. >>  Dopo questa ampiadichiarazione chi  mai crederebbe di leggere quest' altro  articolo, ove contiensi la più esplicita e  violenta negazione della libertà di co scienza ?    Nè ciò basta, l'ortodossia protestante  qui raggiunge il suo massimo apogeo,  e già collo stabilimento di una religione  547  stessi privilegi che le altre società.  Ogni società di cristiani così formata  si darà unnome che ladistingua, sotto  cui sarà chiamata e riconosciuta in giu ufficiale ci fa sentire i tristi effetti della  ingerenza della potestà civile nelle cose  di coscienza,    Qui lo stato, non solo stabilisce una  religione ufficiale, ma si fa assoluta mente banditore di dommi, si erige ad  autorità direttrice delle coscienze ed im pone alla pubblica credenza dei criteri  della verità che sono fallaci e coerci tivi, per ciò solo ch' essi non possono  da tutti essere condivisi. Quest'articolo,  per vero dire, meglio che in una Co stituzione politica, starebbe a suo luo go in un rituale canonico, perciocchè  continuando sullo stesso metro prescri ve poi regole pei ministri dei culti, ad 548  LIBERTÀ DI COSCIENZA  essi ingiunge di instruire il popolo se condo le sante scritture; di essere e satti nel far le preghiere e le letture  dei libri santi; di assistere gli infermi  con tutti i mezzi pubblici di consiglio  e di avvertimento richiesti dalla neces tro i miscredenti, il dommatismo prote stante, che in ciò poco differisce dal  cattolico, assicura la libertà dei culti  alle sette cristiane, ben s'intende, е  spinge anzi la condiscendenza fino a  derogare le disposizioni della legge ge sitâ, ed altre tali cose d'ordine pura- nerale in favore dei quackeri.  mente canonico.  Cosa strana, fra tanto scempio del ' umano buon senso, noi troviamo in  questa costituzione la sanzione di due  principii che le sono esclusivi e che  pur sono essenziali alla libertà di co scienza:  «Qualunque abitante dello stato,  dice lo stesso articolo, chiamato a pren der Dio in testimonio della verità dei  suoi detti, avrà il permesso di farlo nel  modo più consentaneo aciò che la sua  coscienza gli dice.  >  Del resto, bandita la crociata con >  Affrettiamoci però a dire che tutte  queste costituzioni date negli ultimi  anni del secolo scorso, erano la conse guenza nećessaria, inevitabile dello svol gimento storico di quei paesi. Le po polazioni bianche dell' America anda rono formandosi per la continuata emi grazione degli europei e specialmente  degli inglesi. Una moltitudine di fuoru sciti partivasi dall' Inghilterra fin dal  tempo degli Stuardi ed emigrava in  America, quivi portando quel desio di  libertà e di emancipazione, che nella  patria loro era stato ad essi impu tato a colpa. Sotto quel nuovo cielo e  su quella vergine terra essi impianta rono li ordini inglesi sotto il protetto rato dell' Inghilterra; ma più lati, più  liberi, sì che l'autorità del Re quasi si  esinaniva nel lungo tragitto dell' Ocea no. Le dissenzioni politiche non solo,  ma anche le persecuzioni religiose ave vano determinata quella emigrazione. I  nuovi coloni in gran parte non erano  soltanto protestanti, ma nel loro desi derio di purificare la religione prote stavano anche contro gli stessi prote stanti.  Ora, la riforma religiosa,ben lunge  di attutire le esaltazioni mistiche, ag giunge anzi nuova esca al fanatismo.  Le religioni decrepite, simili al vecchio  paganesimo, sono credute e osservate  per abitudine, e più spesso chi ne osten ta i precetti poco li crede in cuor suo.  La riforma, invece, seco trascina l'en LIBERTÀ DI COSCIENZA  549  tusiasmo, la convinzione, e con essi | magistrato d'intervenire nelle questioni  quel principio di intolleranza che non  rare volte tocca i confinidel ranatismo.  Con ciò noi ci spieghiamo perfettamen te quelle strane costituzioni dei varii  stati dell'America meridionale, ove sem di dottrina, o di restringere la profes sione o la propagazione di certi prin cipii, a motivo della incresciosa tenden za che si suppone in essi è un errore  funesto che distrugge tutte le libertà  pre si trova la libertàpoliticacongiunta  al più gretto esclusivismo religioso. Ma  le costituzioni parziali dei varii stati do vevano cedere ilposto a più late dispo sizioni nell' atto d'unione dei singoli  stati in un corpo solo. Per ciò che la  molteplicità delle sette imponeva ap punto a ciascuna di esse dei doveri  in verso le altre, e rendeva necessarie  quelle reciproche concessioni, senza cui  non sarebbe stata possibile una legge  comune.  L' emancipazione degli stati dall'In ghilterra e la unione di essi in un cor po solo, doveva quindi portare i suoi  frutti, e noi veggiamo infatti che laCo religiose, perciocchè è il magistrato  medesimo che rimane giudice di questa  tendenza, e che egli prenderà per re gola di giudizio la propria opinione;    Si stupende idee non potevano du rare a lungo fra popoli sinceramente  devoti alla fede, e il bigottismo prote stante, sotto molti aspetti, non più li berale del cattolico, doveva ancora pre valere contro il principio dell' assoluta  libertà. Egli è perciò che nel 1872  l' Europa leggeva con gran stupore la  notizia che il Senato e il Congresso  degli Stati Uniti avevano approvato la  seguente legge:  1  1. La santificazione della dome cernenti lostabilimento di una religione ❘nica è cosa di interesse pubblico;  o per proibirne il libero esercizio. (Co stituz. art. 2, 6, e III addizionale).  Sotto la presidenza di Jefferson era  stato proposto e votato dal Congresso  il seguente decreto:   ch' egli per la sua tirannia di venne inviso a quanti lo avvicinavano.  Calvino stesso scriveva al suo confidente  Bulinger, « non potersi più tollerare gli  eccessi di Lutero, cui l'amor proprio  non permette di vedere i propri di fetti, nè di sopportare che alcuno gli  si opponga ». E a Melantone: « Il suo  spirito, dicesi, è violento, e i suoi mo vimenti impetuosi, come se questa vio lenza non si portasse soverchiamente  agli eccessi, quando tutto il mondo non  pensa che ad incontrare in tutto il suo  genio. Abbiamo per lo meno una volta  l'ardimento di produrre un gemito con  libertà ». È vero che Calvino,dimentico  ben presto di questa stessa libertà, im mold sul rogo il povero Servet, ma  non è men vero che intorno a Lutero  tutti convenivano in questo suo giudi zio. Muncer diceva esservi due papi:  l'uno quello di Roma, l'altro Lutero,  ma che questo era il peggiore, e Me lantone, uomo mansueto e pacifico, vi veva in tanta soggezione con Lutero e  con i capi del partito, che a Camera rio amico suo, scriveva: « Io sono in  ischiavitù come nell' antro del Ciclope,  perchè non posso palesarvi i miei sen timenti, e penso spesso alla fuga ».  Erasmo poi, cui Lutero erasi dapprima  inclinato con parole servili, n'era stato  quindi sivivamente maltrattato per non  essersi seco lui accordato sul libero ar bitrio, che a propósito di Lutero ram maricavasi d'esser condannato nella sua  vecchiezza a combattere -, 60  »  »  «  1, 20  7,50  2,50  5,00  » 15,00  Anno » 12,00  Semestre-Annuario filosofico del Libero Pensiero. Un vol. in 8 con ritratti  Collezione delle leggi e decreti finanziari annotati. Vol. 7, in 8.  Appendice periodica alla Collezione suddetta. Abbonamento.  >  6,00  » 6,00  > 50,00  5,0




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