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Thursday, December 12, 2024

GRICE E TRABALZA


 

Grice e Trabalza: grammatica razionale ed implicatura conversazionale – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. CIRO T.   STORIA DELLA GRAMMATICA  ITALIANA, Hoepli, EDITORE-LIBRAIO DELLA REAL CASA, IllM,    MILANO. SEEf   PF;   icrWICES    Imwmkm    Milano, Allegretti, Via  Orti. A  CROCE    PREFAZIONE. L'idea del saggio,  affacciatamisi  alla  mente or  sono  parecchi  anni  nella  conoscenza  che  fa  degli  studi  grammaticali  di  SANCTIS (si veda),  si  rafferma  in T,  quando  apparve l’estetica  di  Croce,  che,  avvalorandomela,  l’offre insieme un criterio direttivo  per  metterla  in  atto.  E  ora  puo  ben  dichiarare  che,  se un vasto materiale,  tenuto sin  qui  in  poco  o  nessun  conto  o  male  utilizzato  per  la  storia  della filosofia,  ha  potuto  acquistare  un  prezzo  e  servire  a  una  costruzione,  ciò  è  stato  principalmente  in  virtù  di  quell'organico SISTEMA FILOSOFICO,  della  cui  verità  e  fecondità  esso  vorrebbe  nella  sua  nuova  compagine essere a sua volta  un'altra  conferma. Per  tale  stretta  dipendenza,  oltre  che  per  omaggio  di  riverente e  affettuosa  gratitudine,  il  saggio di T. porta  in  fronte  il  nome  illustre  e  caro  di  CROCE (si veda).   Il  principio  idealistico,  propugnato  con  tanta  lucidità  e  originalità da  CROCE (si veda)  nell'EsTETiCA  e  nella  Logica,  ha  già  guadagnato in  Italia  e  fuori  moltissimi  filosofi  e  suscitato  un  salutare e  assai  palese  rinnovamento  negli  studi  filosofici,  così  che  le pagine  di T.hanno  la  fortuna  di  trovare  dinanzi  a    un  terreno  in  gran  parte  sgombro  di  vecchi  pregiudizi  teorici  sull'arte, sulla  letteratura  e  sulla  LINGUA ITALIANA;  ma,  avutoriguardo al  vario  e  largo  pubblico  cui  si  rivolgono,  non  sognano  neppure  di  passare  senza  discussioni.  Qui  l'estetica  generale non  soltanto  è  applicata  in  tutto  il  suo  rigore  allo  studio  dello  svolgimento  della GRAMMATICA (strettamente, letteratura),  all'interpretazione  cioè  d'un  movimento  filosofico  che,  alimentandosi  e  insieme  ponendosi  al  servizio  della  creazione  artistica,  si  volge  con  isforzi  più  o  meno  consci  verso  la  vita  della  scienza. Ma,  per  mezzo  appunto  e  in  aiuto  di  codesta interpretazione,  è  portata  necessariamente  a  sperimentarsi e  farsi  valere  nella  critica  di  tanti  concetti  e  teoriche  e  problemi  particolari  della LINGUA ITALIANA,  stilistica  e  storia,  che  i  motivi  e  le  occasioni del  dissenso  da  parte  di  chi  non  l'abbia  familiare,  saranno  frequenti  quanto  inevitabili.  Ma  il  dissenso  è  tutt'altro  che  temibile  :  è  da  sperare,  invece,  che  qualcuno  ne  sia  spinto  a  rendersi  ragione d'un  principio  di  cui  ha  pur  dovuto  avvertire  la  efficacia  nella  dichiarazione  e  valutazione  di  tanti  fatti  e  fenomeni.  D'altra  parte,  chi  non  sente  d'approvare  le  idee  che  qui  si  sostengono,  non  potrà,  suo  auguro,  disconoscere  l'utilità  de' ragguagli  che  il  libro  porge  su  di  un  complesso  non  trascurabile  di  opere  e  di  questioni.  Circa  il  modo  poi  ond'è  stato  raccolto  e  ordinato  codesto  vario  materiale,  credo  quasi  superfluo  il  far  notare  che,  senza  contravvenire  ai  canoni  più  rispettati  dell'indagine  erudita,  esso  ha  dovuto  soggiacere  soprattutto  al  criterio  della  scelta  e  della  maggiore  o  minore  considerazione,  che  logicamente  s'im-  pone a  chi  fa  storia  d' idee.  Onde  non  desterà  maraviglia  che  a  volte  ci  siamo  indugiati  di  più  su  documenti,  che  ad  altra  stregua  non  solo  sarebbero  giudicati  di  diversa  importanza  e  con  diverso  metodo,  ma  che  parrebbero  esser  fuori  della  cerchia  stessa  del  nostro  tema.   Mi  sia  lecito,  infine,  in  questa  pagina  dove  un  gentile  co-  stume ha  trovato  sempre  un  posto  anche  agli  affetti  che  s'ac-  compagnano per  fortuna  alle  nostre  fatiche,  esprimere  i  miei  ringraziamenti  migliori  ai  carissimi  amici  il  conte  ANSIDEI (si veda) e  BRIGANTI (si veda),  suo  coadiutore,  della  Comunale  di  Perugia, all'ottimo  cav.  Avetta  e  a  tutti  i  suoi  egregi  ufficiali  dell' Universitaria  di  Padova,  che  facilitarono  con  ogni  maniera  di  cortesia  e  di  dottrina  le  modeste  ma  non  sempre  agevoli  ricerche,  a  cui,  in  queste  due  care  città  più  lungamente  che  altrove,  mi  fu  gradito  l'attendere,  e  al  signor  L.  Valcanover,  studente  di  lettere,  che  volle  con  ingegno  e  disinteresse  aiutarmi  nella  compilazione dell'indice  e  dei  sommari. Padova. Una  STORIA DELLA GRAMMATICA ITALIANA è  un  lavoro  relativamente facile  per  chi  ha  fede nella  grammatica.  Si  muove da  un  tipo,  che  si  reputa RAZIONALE,  di  grammatica  scientifica,  e  si  espone  la  storia  della  grammatica  italiana  commisurandola  a  quel  tipo,  cioè:  i."  rispetto  ai  progressi fatti nell'escogitazioni  delle CATEGORIE SINTATTICHE grammaticali;  2."  rispetto  all'esattezza  con  cui,  seguendo  quelle  categorie,  sono  state  analizzate  e  comprese  le  forme  della  LINGUA ITALIANA. Ma  la  cosa  diventa  assai  più  difficile  per  chi  non  ha  più  quella  fede  semplicistica.  E come  averla?  Della  dissoluzione della grammatica compiuta dallo  spirito  moderno  sono  varie  e  tutte  evidenti  le  manifestazioni. Se  il  buon  senso  non  mancò  mai  di  ribellarsi  contro  ciò  che  d'arbitrario  è  nel  concetto  d'una  grammatica  contenente  i  precetti  del  ben  parlare  e  scrivere,  accettati a  occhi  chiusi  dalla  servile  pedanteria  letteraria  o  scolastica. Ricordisi  l'esempio  tipico  di  tali  ribellioni,  il  motto  attribuito a  Voltaire:  tanto  peggio  per  la  grammatica. Oggi,  mentre  codesta  servilità  è  presso  che  distrutta  o  se  ne  sta  nascosta per  paura  del  ridicolo,  quella  ribellione  si  può  dire  vittoriosa. Si  parli  o  si  scriva,  quanti  si  sentono  più  stretti  dalla  camicia  di  forza  della  grammatica,  ond'erano  un  tempo  torturati  anche  i  filosofi più  seri?  Quel  penoso  e  un  po’comico  guardarsi  d’attorno  per  non  metter  il  piede  sui  roveti  e  nelle  falle  del  temuto  codice,  chi  lo  sopporta  più?  La filosofia moderna  ha  da  travagliarsi  in  ben  altri  problemi  che  non  siano  quelli  d'un  impacciarne e  infecondo  verbalismo. Dinanzi  a  tanto  turbinio  di  cose,  al  complicarsi  e  all'approfondirsi  della  vita,  al  sorger  perenne di  tanti  interessi  spirituali,  qual  cervello  può    continuare a  baloccarsi  con  le  parole,  le  frasi  e  i  costrutti  di  parata?  Nelle  CONVERSAZIONI e  ne’ritrovi,  come  ne’giornali  e  ne'  libri,  il  temerario che  osi  rinnovare  le  vecchie  quisquilie  che  tanto  appassionavano i  nostri  nonni  e  alimentavano  la  chiacchiera  delle  nostre  accademie,  s'accorge  subito  di  non  aver  più  ascoltatori  o  d'averli  mal  disposti  a  seguirlo:  e  per  qualche  impenitente  che  si  pigli  la  briga  di  fargli  eco,  quanti  gli  si  stringono  ad-  dosso per  zittirlo  !  La  grammatica  ha  perduto  ogni  importanza  negli  animi  di  tutti,  anche  di  coloro  che  non  fan  professione  di  filosofo.  Anzi,  quegli  stessi  che  l'insegnano,  non  mancano  d'avvertire  che  non  con  la  grammatica  s'impara  a  scrivere,  ma  col  tener  vigile  lo  spirito  all'osservazione,  alle  impressioni  della  vita,  e  che  lo  studio  di  essa  non  va  fatto  sistematicamente,  ma  praticamente  sugli  scrittori,  che  soli  possono  formare  il  gusto  e  l'abito  del  rettamente  parlare.  Sicché  nelle  nostre  scuole  la  grammatica  è  ridotta,  anche  se  se  ne  adottino  i  testi,  a  poche  e  saltuarie  osservazioni  riguardanti  per  lo  più  la  forma  delle  voci  o  il  reggimento  degli  elementi  della  proposizione  o  del  periodo,  quando  le  suggeriscano  o  le  ispirino  gli  esempi  degli  autori  che  si  leggono  o  gli  spropositi  onde  s'infiorano  i  componimenti,  esclusi  perfino  i  paradigmi  de'  nomi  e  de'  verbi  e  le  liste  delle  eccezioni.   Ma  la  critica  della  grammatica  ha  preso  ai  nostri  tempi  forma  scientifica,  innestata  naturalmente  nei  grandi  sistemi  della  filosofia  dello  spirito.  Tra  questi  è  superfluo  ch'io  ricordi  quello  che  per  la  sua  salda  unità  ha  avuto  ed  ha  così  profonda  effi-  cacia sullo  svolgimento  del  pensiero  filosofico  moderno  :  intendo  quello  di  CROCE (si veda).  Dalle  due  attività  teoretiche  dello  spirito,  l'intuitiva  e  la  logica,  non  si  producono  che  immagini  e  concetti,  che  arte  e  scienza:  fuori  di  questi  due,  non  ci  sono  altri  prodotti  teoretici  che  possano  costituire  per    oggetto  di  speculazione  filosofica;  essi  soli  sono  la  realità  in  cui  si  possa  esprimere  tutta  l'attività  nostra  conoscitiva.  Se  dunque  ci  si  presentano  altri  fatti  apparentemente  diversi  con  la  pretesa  di  essere  studiati  scientificamente  in  sede  propria,  noi  sappiamo  cpial  è  l'obbligo  nostro:  scoperto  il  procedimento  artificiale  per  cui  son  venuti  ad  assumere  aspetto  di  formazioni  indipendenti,  spogliatili  delle  esteriorità  che  danno  loro  apparenza  di  corpi,  di  organismi  capaci  di  vita  e  di  evoluzione  propria,  ricondurli  e  ridurli   nella  loro  essenza  nuda    all'una    o    all'altra    di   quelle    Introduzione    due  forme  di  attività.  La  lingua  è  tra  questi  il  fatto  che  ha  suscitato  le  maggiori  e  più  resistenti  illusioni,  perchè  con  tutti  gli  studi  ai  quali  si  presta  nel  terreno  empirico,  descrittivo,  storico, didattico,  come  suono,  voce,  forma,  costrutto,  ritmo,  muta-  mento, uso,  rappresentazione,  essa,  sciolta  e  raccolta  come  realtà  in  grammatiche  e  vocabolari,  ha  finito  col  crearsi  un  proprio  dominio,  farsene  assoluta  padrona,  e  imporre  autorità  e  rispetto  e  esigere  un  culto  speciale.  Ma  studiata  scientificamente,  ossia  come  realmente jA\>\>ax?..  e  non  come  la  formiamo  noi  astraen-  doi7PdalToggetto  reale  in  cui  è  incorporata,  essa  è  inseparabile  daT  discorso  vivo,  dall'opera  letteraria  in  cui  s'incarna,  ed  è  queTTopera  stessa,  quel  discorso  stesso.  Onde  non  vi  ha  luogo  ad  uno  studio  veramente  scientifico  ossia  organico  e  filosofico  della  lingua  fuori  dello  studio  della  letteratura  e  dell'arte.  Con-  seguenza di  ciò,  la  filosofia  della  lingua  fa  tutt'uno  con  la  fi-  losofia dell'arte,  ossia  con  l'estetica;  la  storia  della  lingua  fa  tutt'uno  con la  storia  della  letteratura.  La  lingua  è  sempre  individualizzata,  ed  è  quindi  perpetua  creazione,  irriducibile  a  leggi  fisse.   Ciò  posto,  la  grammatica – strettamente, letteratura -- che  cos'è?  Espediente  didattico, privo di  valore  scientifico,  perchè  privo  di  problema  scientifico.  E  una  stona  della  grammatica  si  scolora  agl’occhi  dello  studioso dello  svolgimento  della  scienza  e  della  letteratura ,  ed  appare  più  che  altro  materia propria  non  già  della  storia  della FILOSOFIA, ma  della  storia  dei  costumi  e  delle  istituzioni,  legata  piuttosto alla  storia  dell'insegnamento  che  non  a  quella  della  letteratura, la filosofia e  della  scienza.  E  com'è  anti-scientifico  il  suo  fondamento, cosi  arbitrarie sono le sue  CATEGORIE,  variabili  da  grammatico  e  grammatico,  e  variate  infatti  da  Aristotile del LIZIO,  che  ne  ammetteva  due  o  tre,  al  hSuommattei,  che_ng_ammi.se  dodici,  a  noi  moderni che  siamo  tornati  alle  nove  tradizionali  C)  :  variabili  ancora,  naturalmente,  da  lingua  a  lingua,  potendo  accadere  che  appaiano  in  esse  alcune  delle  pretese  parti  del  discorso  che  non  appaiono    (CROCE (si veda),  Estetica,  Palermo;  e  in  La  Critica --  (per  i  rapporti  tra  grammatica  e  logicai,  e  p.  150  sgg.,  IV,  84  sgg.  e  V,  71  sgg.    Vossler,  Positivismus  und Ideatisuius    in  der  Sprachivissetischaft,   Heidelberg. Anche  prima  di  PRISCIANO se  ne  sono  già  elaborate  tredici  o  quattordici.  V.  qui  a  pagg.  57-8.    Storia  della   Grammatica    in  altre.  Chi  direbbe  che  qualche  lingua  s'è  scoperta  mancante  del  verbo,  nientemeno  la  categoria  del  moto  e  dell'azione  e  dell'esistenza, che  tutti  i  grammatici  filosofici ritengono  appunto  la  parte  principale  del  discorso,  la  colonna  che  sostiene  tutta  la  propo-  sizione? Le  categorie  grammaticali  sorsero  dal  bisogno  di  com-  prendere e  spiegare  la  relazione  intercedente  tra  gli  elementi  del  linguaggio  e  gli  elementi  del  pensiero,  il  rapporto  tra  i  segni  e  le  cose:  sorsero  insomma,  non  si  può  disconoscere,  dal  bisogno  di  sciogliere  un  problema  scientifico  che  la  coscienza  avvertiva  ;  ma,  non  conquistato  ancora  il  problema  della  conoscenza nel  suo  duplice  aspetto  di  intuizione  e  intelletto,  e  ri-  dotta l'attività  dello  spirito  alla  sola  forma  logica,  era  naturale  che  i  prodotti  di  questa  attività  apparissero  d'una  sola  natura,  e  tanto  gli  estetici  quanto  i  logici  si  cercassero  di  spiegare  col-  l'unico  principio  logico:  e  ne  derivò  l'annullamento  dell'e-  spressione: questa,  che  è  il  prodotto  dell'elaborazione  fan-  tastica, fu  sottoposta  a  un'elaborazione  logica,  sicché,  distrutta  l'espressione  dividendola  ne'  suoi  pretesi  elementi,  su  ciascuno  di  questi  si  foggiò  una  categoria  :  si  ebbero  così  tante  astrazioni particolari,  e  a  ciascuna  fu  attribuita  una  funzione  espres-  siva :  ricavati  i  concetti  di  moto  o  azione,  di  ente  o  di  materia,  se  ne  fecero  le  categorie  di  verbo  e  di  nome,  e  si  credette  d'aver  trovata  l'espressione  del  moto  e  dell'ente,  cioè  la  formula  con  cui  esprimerli.  Ora  l'errore  scientifico  è  appunto  non  nel  lecito  trapasso  dall'estetico  al  logico,  ma  in  questo  ripassare  dal  logico all'estetico,  nel  dare  all'astrazione  funzione  espressiva,  nel  ridurre  a  norma,  a  legge  ciò  che  era  semplice  conseguenza  d'un 'elaborazione  arbitraria  sì,  ma  consentita  dalla  pratica  esi-  genza di  raggruppare  sotto  determinati  concetti  determinate  pa-  role. Ma  una  volta  ottenuti  questi  raggruppamenti,  era  facile  avvertirne  l'utile  per  il  rispetto  didattico  dell'apprendimenti»  della  lingua,  ossia  de'  cosidetti  mezzi  d'espressione.  E  le  cate^  gorie  I induistiche  si  mantennero^  anrhp  contro  la  loro  inconsi-  stenza scientifica,  a  soddisfare  a  _g^iella--pratica  esigenza^niolti-  plicate  e  suddivise  secondo  i  vari  punti  di  vista  didattici,  e  è  prevedibile  che  almeno  entro  certi  limiti  si  manterranno,  s'in-  tende_per  quel^mèdesimo  scopo:  e  si  manterranno  anche  le  altre  parti  della  grammatica,  fonologia,  sintassi,  metrica,  ecc.,  sorte  analogamente,  perchè  anch'  esse  potranno  aiutare  l'apprendi-  mento della  lingua,  la  raccolta  del  materiale  da  rielaborare  nelle    Introduzione    nuove  espressioni.  Assolutamente  necessarie  il  mantenerle,  in  fondo,  non  sarebbe  \  perchè  a  fornirci  del  materiale  linguistico,  può  bastare  ascoltare  chi  parla  e  leggere  chi  scrive,  cioè  a  dire,  studiare  il  discorso  vivo,  realmente  parlato,  senza  tagliuzzarlo  ;  ma,  certo,  alcuni  raggruppamenti,  specie  delle  forme  flessive,  di  famiglie  di  vocaboli,  di  particelle  relative,  nonché  avvertimenti  sull'uso  e  i  nessi  delle  parti  del  discorso,  saranno  sempre  utili  rome  aiuti  alla  memoria,  e  più,  s'intende,  per  le  lingue  stra-  niere che  per  la  materna.  Lo  studio  degli  schemi  grammaticali  in  tutta  la  loro  esuberanza  e  varietà  è  dubbio  che  possa  riuscire  al  proposito  molto  fecondo.  I  limiti  qui  saranno  segnati  dalla  pratica  dell'insegnamento  e  dai  bisogni  individuali  degli  auto-  didatti.   Ma  nei  libri  dei  grammatici  non  v'è  solo  questo  contenuto  didattico,  solo  escogitazione  di  espedienti,  solo  metodo.  Tenta-  tivi, spesso  vani,  di  razionalizzare  le  empiriche  distinzioni;  crubbi,  spesso  generatori  di  affermazioni  e  intuizioni  ragionevoli  ;  confessioni  spesso  ingenue,  e  pure  importanti  come  prove  di  stati  di  coscienza  che  avrebbero  disposto  alla  scienza,  se  la  tra-  dizione non  avesse  così  fortemente  prepotuto  ;  contradizioni  che  sarebbero  state  preziose,  ove  fossero  state  in  tempo  avver-  tite ;  ribellioni  improvvise  e  reazioni  a  regole  state  general-  mente accettate,  questi  e  altrettanti  documenti  di  progresso  non  mancano  quasi  mai  anche  in  grammatici  inerti,  ripetitori  di  travamenti  altrui.  Insomma,  nei  libri  de'_gxarnmatici  appare  una  linea  di  progresso  sui  generis,  il  jDrogTgssxi cibila,  dissolu-  zione, il  progresso  della  morte.  E  sotto  questo  riguardo  ognun  vede  quale  e  quanta  importanza  acquisti  subito  lo  studio  di  essi,  e  come  un  tale  studio  rientri  nel  dominio  diretto  della  storia  del  pensiero  e  dell'arte.  Si  tratta  di  vedere  come  dalla  gram-  matica^ empirica  si  passi  alla  grammatica  filosofica  e  da  questa  aiTestetica.  È  il  medesimo  interesse,  la  medesima  portata  che  offre  la  storia  della  poetica.  Che  cos'è  questa  storia?  È  la  descrizione di  quel  caratteristico  processo  per  cui  la  dottrina  uma-  nistica dell'imitazione,  quale  fu  plasmata  dal  Rinascimento  ita-  liano sulla  poetica  rediviva  di  Aristotile  cristallizzata  in  regole  dogmatiche,  fu  dal  neoclassicismo  italiano,  francese,  inglese,  ri-  guardata prima  sotto  il  rispetto  dell'ingegno,  poi  di  ragione,  in"  fine  di  gusto,  fino  alla  conquista  romantica  del  principio  cri-  tico dell'immaginazione  creativa,  ossia  la  storia  d'una  codificazione  poetica  completa  e  del  suo  progressivo  e  totale  disfaci-  mento (').  Poetica  e  grammatica,  disfacendosi  dopo  la  loro  evo-  luzione, mettono  capo  egualmente,  toccando  a  lor  volta  e  cia-  scuna ne'  propri  limiti  e  gradi  l'attività  critica  concreta  e  la  letteratura  stessa,  alla  filosofia  dell'arte,  all'estetica.   Da  questo  punto  di  vista  par  che  concepisse  SANCTIS (si veda)  una  STORIA DELLA GRAMMATICA RAZIONALE,  a  giudicar  dai  tentativi  che  compì  in  proposito  ne'  suoi  anni  giovanili,  in  cui  s'era  dato  con  vero  fervore  agli  studi  grammaticali,  e  dal  disegno  d'  una  gramma-  tica filosofica  intorno  a  cui  si  travagliò  senza  venirne  a  capo  per  la  difficoltà  che  ne  presentava  l'esecuzione  e  la  sua  stessa  immatura  preparazione  filosofica.   Svolgendo,  esercitando  e  scaltrendo  il  pronto  e  vivace  in-  telletto, disposto  da  natura  a  ripiegarsi  su  stesso,  nelle  varie  correnti  filosofiche  predominanti  al  suo  tempo,  nelle  larghe  e  intense  letture  di  grammatici  e  cinquecentisti,  nella  pratica  del-  l'insegnamento e  nella  scuola  del  Puoti  di  cui  era  insieme  col-  laboratore, non  tardò  a  ribellarsi  alla  grammatica  tradizionale  e  ad  accorgersi  che  in  questo  campo  era  tutto  da  innovare.  Con  quello  della  nuova  grammatica  che  veniva  trattando,  con-  cepì l'ardito  disegno  di  una  storia  delle  forme  grammaticali '.  rifacendosi  dall'antichità;  ma  per  la  sua  «scarsa  grecità  e  l'i-  gnoranza delle  cose  orientali  »,  dopo  vani  tentativi  appresso  a  VICO (si veda)  e  Schlegel,  si  ridusse  a  tracciare  una  storia  dei  gramma-  tici da  lui  letti,  criticando  dapprima  quelli  che  tutto  derivavano  dal  latino,  poi  gli  studiosi  della  lingua,  copiosi  di  regole  e  d'e-  sempi, poi  i  francesi,  la  cui  grammatica  ragionata  non  lo  sod-  disfaceva che  a  mezzo,  perchè  sentiva  che  «  quel  ragionare  la  grammatica  non  era  ancora  la  scienza  ».  Che  egli  intuisse  già  che  la  risoluzione  del  tormentoso  problema  era  nell'identifica-  zione del  fatto  linguistico  coll'estetico,  appare  chiaramente  da  questa  esplicita  dichiarazione  :  «  Io  sostenevo  che  quella  decom-  posizione di  amo  in  sono    amante    m'incadaveriva  la    parola,  Spingarn,   La   critica    letteraria  nel  rinascimento,    Bari. La  giovinezza  di  F.  D.  S.,  frammento  autobiografico,  pubbl.  da  P.  Yn.i.AKi,  Napoli;  Scritti  inediti  o  rari,  pubbl.  cur. CROCE (si veda),  Napoli;  e,  sopratutto,  gli  scritti  messi  in  appendice  ai  Nuovi  saggi  critici,  Napoli, col  titolo “Frammenti  di  Scuola.” Introduzione    sottraeva  tutto  quel  moto  che  le  veniva  dalla  volontà  in  atto.  I  giovani  sentivano  quei  giudizi  acuti  con  raccoglimento,  e  mi  credevano  in  tutta  buona  fede  quell'uno  che  doveva  oscurare  i  francesi  e  irradiare  l'Italia  di  una  scienza  nuova.  E  in  verità  in  sostenevo  che  la  grammatica  non  era  solo  un'arte,  ma  ch'era  principalmente  una  scienza  :  era  e  doveva  essere.  Questa  scienza  della  grammatica,  malgrado  le  tante  grammatiche  ragionate  e  filosofiche,  era  per  me  ancora  di    da  venire  ».  Non  par  dubbio  che,  se,  negli  anni  maturi,  SANCTIS (si veda)  avesse  ripreso  quel  suo  giovanile  disegno  di  storia  della  grammatica,  l' avrebbe  condotto  dal  punto  di  vista  della  critica  moderna  di  cui  ab-  biamo più  sopra  fatto  cenno,  e  donde  è  condotto  il  presente  saggio.   Dato  questo  punto  di  vista,  sarebbe  stato  certo  desidera-  bile fare,  anziché  la  storia  della  grammatica  italiana,  quella  della  grammatica  in  genere    appunto  secondo  il  primitivo  disegno  desanctisiano    in  Italia  e  fuori  ;  e  in  Italia  stessa,  anziché  li-  mitarsi alla  grammatica  della  lingua  italiana,  estendersi  anche  alle  costruzioni  di  grammatiche  delle  lingue  classiche  ;  e  sarebbe  stato  anche  bene  congiungerla  con  lo  studio  delle  speculazioni  sul  linguaggio,  delle  controversie  intorno  alla  lingua  ecc.  Ma,  senza  dire  che  ciò  abbiamo  cercato  di  fare  in  parte,  sempre  quando  il  legame  tra  le  dottrine  grammaticali  in  genere,  quelle  costruzioni  italiane  e  straniere  e  quello  studio  e  le  grammatiche  da  noi  esaminate  era  strettissimo,  essendo  questo  imprescin-  dibile obbligo  nostro  di  storici,  a  quel  fine  il  materiale  è  vasto  e  ingrato,    da  averci  costretti  per  ora  a  studiare  il  solo  svolgimento della  grammatica  italiana,  la  quale  peraltro,  non  che  riflettere  in    quasi  con  pienezza  il  procedimento  di  quella  più  ampia  formazione,  ce  ne  illustra  la  fase  più  interessante  per  noi,  quella  dello  sfacimento,  quella  cioè  della  grammatica  moderna  volgare,  e  di  questa  l'aspetto  ancor  più  caratteristico,  l'italiano.  Poiché,  mentre  la  grammatica,  delle  lingue  classiche,  sebbene  connessa  anch'essa  a  un  sistema  di  dottrine  poetiche,  quello  dell'antichità,  e  sbocciata  da  discussioni  e  per  fini  d'ordine  logico,  conservò  pur  sempre  il  suo  carattere  di  espediente  didat-  tico e  ermeneutico  per  l'apprendimento  della  lingua  e  per  la  interpretazione  degli  scrittori,  per  cui,  non  era  sorta,  ma  erasi  venuta  formando  e  l'avevano  infine  sistemata  gli  alessandrini  non  senza  ammirevoli  tentativi    di   spiegarne  filosoficamente  le  categorie ,  anche  quando  pretese  concorrere  alla  formazione  del  perfetto  oratore,  come  fu  specialmente  presso  i  Romani  ;  la  gram-  matica volgare,  non  solo,  perchè,  nata  col  canone  dell'imitazione  de'  classici  e  strettamente  congiunta  con  la  poetica  della  Rinascenza, che  doveva  per  suo  fatale  svolgimento  soggiacere  a  quel  progresso  di  dissoluzione  che  abbiamo  accennato,  ci  permette  di  seguire  un  identico  procedimento,  tenendoci  sempre  in  terreno  scientifico  per  accompagnarci  fino  alle  porte  della  scienza,  ma,  essendosi  sviluppata  quasi  in  compagnia  e  nel  seno  stesso  delle  letterature  moderne  nel  periodo  del  loro  maggiore  fiorire,  reca  in    più  vivo  e  immediato  il  senso  del  linguaggio  e  dell'arte  e  quindi  un  più  intimo  e  energico  sforzo  di  conquistarne  e  ri-  velarne il  segreto;  e  la  grammatica  dell'italiano,  cioè  della  letteratura  più  rigogliosa  e  più  ricca  di  forme,  tutto  questo  ci  offre  meglio  che  ciascun'altra  delle  lingue  moderne,  perchè,  a  tacer  d'altro,  non  solamente  più  varia  e  complessa  per  luoghi  e  tempi,  ma  perchè,  mentre  congiunta  col  suo  sistema,  passò  fuori  d'Italia  a  plasmare  il  pensiero  critico  delle  altre  nazioni,  di  queste  poi  e  particolarmente  della  Francia,  seguì  alcuni  grandi  indirizzi,  come  quello  di  Portoreale  e  del  razionalismo.   Potrà  osservarsi,  infine,  che  noi  abbiamo  parlato  sin  qui  delia  grammatica  normativa  e  non  di  quella  storica.  Ma  la  gram-  matica storica  non  entra  nel  nostro  tema,  perchè  essa,  seb-  bene adoperi  gli  arbitrari  schematismi  grammaticali,  ha  un  contenuto  conoscitivo,  e  la  storia  di  esso  rientra  per  tal  modo  nella  storia  dell'erudizione  e    delle    ricerche    storiche.    E  su- Parecchie  delle  definizioni  ragionate  di  Apollonio  furono  riprese  interamente  dalla  grammatica  generale  del  e  continuarono  a  esser  ammirate  anche  più  tardi  (Egger);  ma  una  grammatica  filo-  sofica nell'antichità  non  fu  neppur  tentata. Pur  consentendo  con  quanto  dice  BORGESE (si veda) nella  sua  Storia  della  critica  romantica  in  Italia,  Napoli,  del  carattere  e  degli  spiriti  del  neo-alessandrinismo  umanistico,  è  facile  riconoscere  che  la  grammatica  moderna  sorse  e  si  sviluppò  in  condizioni  più  vantaggiose  per  i  risultati  scientifici  che  non  l'antica:  questa  si  svolge  in  tempi  di  progrediente  decadenza  di  pensiero  e  di  coltura,  quella  in  tempo  di  generale  progresso.   VOSSLER, Die  Sprache  als  Schdpfum:  nnd  Entwickelunx ,  Heidelberg.    Introduzione    perfluo,  peraltro,  avvertire,  anche  qui,  che  non  abbiamo  tra-  scurato di  occuparcene  ogni  volta  che  l'erudizione  filologica  moveva  da  uno  sforzo,  dirò  così,  di  sciogliere  il  problema  grammaticale, e  si  connetteva  perciò  intimamente  con  la  grammatica  normativa:  anzi,  qualche  volta,  temiamo  di  esserci  inoltrati  in  questo  campo  troppo  più  in    che  il  nostro  tema  consentisse,  come,  p.  es.,  a  proposito  del  Castelvetro,  la  cui  famosa  Giunta,  di  dominio  certamente  della  grammatica  storica,  abbiamo  esa-  minata con  cura  minuziosa.  Ma  l'eccessivo,  se  ci  sarà,  ci  verrà  scusato;  non  tanto  pel  fatto  che  forse  certe  parti  dell'opera  di  grammatici,  come  anche  questa  del  Castelvetro,  a  non  allontanarci dal  nostro  esempio,  non  furono  tenute  nel  debito  conto  neppur  dagli  storici,  quanto  per  la  considerazione  che  certi  nuclei  d'  erudizione  grammaticale-filologica,  escogitati  pel  co-  modo pratico,  interessano  anche  lo  studioso  della  storia  del  costume  e  delle  istituzioni  scolastiche,  alla  quale  abbiamo  pur  sempre  tenuto  l'occhio  e  di  cui  diamo  qui  non  poche  linee.   Sicché  giova  sperare  che  i  lettori  finiranno  col  trovare  nel  presente  libro  più  di  quanto  il  titolo  non  prometta,  mentre,  in  fondo,  nulla  si  potrà  dire  superfluamente  accoltovi  che  non  ser-  visse ad  illuminare  l'oggetto  che  ne  è  l'argomento  principale,  e  l'istesso  punto  di  vista  dal  quale  l'abbiamo  considerato. La  concreta  e  sistematica  compilazione  delle  regole  della  grammatica  italiana  fu  insieme  comune  resultato  di  due  degli  effetti  prodotti  sulla  letteratura  del  Rinascimento  dal  canone  umanistico  dell'  imitazione  de'  classici,  cioè,  il  culto  e  lo  studio  della  forma  esteriore  e  lo  sviluppo  della  critica  applicata  o  pratica,  e  conseguenza  non  ultima  della  trionfante  difesa  del  volgare  di  contro  alle  lingue  classiche,  che  era  a  sua  volta  presentimento  dell'  importanza  che  nella  coscienza avrebbero  assunto  definitivamente  e  vigorosamente  la  lingua  e  la  letteratura  nazionali  :  prodotto,  dunque,  di  due  diverse  tendenze,  di  due  diversi  indirizzi,  il  classico  e  il  romantico. Né  le  furono  estranee  talune  condizioni  della  vita  sociale,  la  diffusa  cultura,  p.  es.,  e,  in  particolare,  il  sentimento  della  bellezza  e  della  grazia,  che  esigeva  anco  un'e-  loquio ornato  e  polito.   Spinti  dal  bisogno  di  giustificare  criticamente  1'  immensa  letteratura  fantastica  che  il  rifiorire  degli  studi  ritornava  alla  luce  e  all'ammirazione,  gli  umanisti,  superando  le  dottrine  poe-  tiche del  Medioevo che  suonavano  sprezzo  o  condanna  della  poesia,  e  procedendo  di  superamento  in  superamento,  passando  cioè  attraverso  le  concezioni  della  natura  della  poesia  in  termini prima  di  teologia  (poeta-theologus),   poi  di  oratoria  (poeta-    Storia  della   Grammatica    orator),  poi  di  rettorica  e  filologia  (poeta-rhetor  e  philologus),  finirono  col  restituire  la  loro  indipendenza  da  ogni  funzione  al-  legorica ai  prodotti  dell'immaginazione  e  col  rimettere  la  poesia  al  posto  che  le  spettava  nella  vita  e  nell'arte,  giungendo  così  insieme  a  riconsacrare  la  bellezza  classica  e  a  proclamare  come  base  estetica  della  nuova  letteratura  l' imitazione  dei  classici  :  quindi  studio  dell'artificio  della  poesia  classica,  quindi  ricerca  di  principi  e  regole  pratiche  per  la  più  perfetta  imitazione,  e,  tra  queste,   anche  le  grammaticali. D'altra  parte,  il  volgare  (il  che  vuol  dire  la  nostra  glo-  riosa tradizione  trecentesca),  non  mai  del  tutto  negletto  pur  nel  periodo  più  febbrile  e  intemperante  della  indagine  erudita  sull'antichità  classica,  era  venuto  levando  audacemente  il  capo  sopra  il  sentimento  stesso  del  proprio  valore:  già  l'umanesimo  stesso  non  era  mica,  che  non  poteva  essere,  risorgimento,  rein-  carnazione dello  spirito  classico  :  tutta  la  vita  medioevale  non  era  stata  vissuta  indarno  e  non  se  ne  potevan  con  un  tratto  di  penna  cancellare  non  dico  le  tracce,  ma  gli  effetti  sullo  spirito!/  moderno:  che  era  anzi  essa  se  non  romanesimo,  nella  sua  so-  stanza incorruttibile,  più  che  non  fosse  o  potesse  essere  il  soffio  inane  onde  si  voleva  ravvivare  un  presunto  cadavere  ?  E  poiché  quella  vita  era  stata  espressa  in  opere  volgari  come  la  Divina  Commedia,  il  Decameron,  il  Canzoniere,  e  ora  ad  altre  correnti  spirituali,  alla  dottrina  e  alla  speculazione  si  vedeva  pure  che  il  volgare  era  più  che  bastevole,  il  difenderlo  doveva  ben  ap-  parire vittoria  sicura,  l'affermarne  la  virtù  un  dovere,  e  un  di-  ritto l'estendere  anche  ai  suoi  precedenti  monumenti  letterari  il  canone  della  imitazione:  i  nostri  massimi  fiorentini  dovevan  valere quanto  i  classici  di  Atene  e  di  ROMA:  quindi  studio  e  osservazione della  loro  forma  esteriore,  applicazione  pratica  delle  loro  regole:  quindi  anche  grammatica  volgare.   Questo  processo,  d'intuitiva  evidenza  specie  per  chi  tenga  presente  la  storia  della  poetica  del  Rinascimento,  ci  spiegherà  esattamente  il  contenuto  e  le  fogge  delle  prime  grammatiche,  i  germi  in    concepiti  del  loro  futuro  svolgimento,  direi  anche  la  loro  mossa  e  il  punto  di  partenza  nel  tempo  e  nello  spazio.    i  Vossler,  Poetische  Theorien  in   der  italienischen  FrUhrenais-   sance,   Berlin)  Spingarn. A  renderne  più  convincente  la  dimostrazione,  ci  soccorre,  per  buona  fortuna,  un  documento  molto  interessante,  che  rientra  poi  per    stesso  e  proprio  qui  all'ingresso  del  nostro  cammino,  come  oggetto  diretto  della  nostra  storia  :  quelle  Regole  della  volger  lingua  fiorentina,  che  si  trovavano  manoscritte  già  nel  1495  nella  Libreria  Medicea  privata,  e  di  cui  pubblichiamo  il  testo  secondo  una  copia  ricavatane conservata  nella  Biblioteca  Vaticana  (Cod.  Vat.  Reg.).  Codeste  Regole,  come  ben  appare  non  solo  dal  titolo  ma  dal  proemio  e  da  tutta  l'operetta,  sono  fondate  con  piena  coscienza  sull'uso  vivo  fiorentino ,  mentre  le  prime  grammatiche  italiane  che  vi-  dero la  luce  (Fortunio,  Bembo),  hanno  il  loro  fondamento  nei  trecentisti,  cioè  negl'imitandi  classici,  che  per  i  volgaristi  del  Cinquecento  erano  quel  che  per  gli  umanisti  Cicerone  e  Livio.   Basta  questo  fatto  a  dimostrare  che  le  prime  grammatiche  italiane  hanno  la  loro  origine  in  quel  movimento  umanistico  che  consacrò  il  principio  dell'  imitazione  dei  classici  e  sono  perciò  connesse  con  la  poetica  del  Rinascimento  ;  muovono  cioè,  quel  che  più  importa  osservare  a  noi,  verso  il  loro  intento  precetti-  stico da  una  spinta  dirò  così  estetica  o,  in  qualche  modo,  d'ordine  scientifico  ;    mentre  la  grammatica  vaticana  è,    non   solo  espres- [MORANDI (si veda),  I  primi  vocabolari  e  le  prime  grammatiche  della  nostra  lingua, Nuova  Antologia. Sensi,  Un  libro  che  si  credeva  perduto, ALBERTI (si veda) grammatico, in  //  Fanf.  d.  Dom. Al  Cian,  che  nel  suo  bel  libro  su Bembo  {Un  decennio  della  vita  di  Bembo,  Torino),  dubitando  della  possibilità  di  ritrovar  il  libretto  catalogato  ne\V Inven-  tario della  Libreria  medicea,  manifestava  rincrescimento  di  non  poter  sapere  che  cosa  fossero  quelle  prime  Regole  della  lingua  fiorentina ,  sfuggì  forse  la  segnalazione  che  della  copia  vaticana  di  esse  aveva  fatto  Torri  nell'edizione  delle  Opere  minori  d’ALIGHIERI (si veda)  (Livorno, sbagliando,  però,  come  avverte  il  Mo-  randi, a  cui  non  è  sfuggita,  nell'aftèrmare  «  che  l'originale  avesse  senza  dubbio  appartenuto  a  Lorenzo  de’MEDICI (si veda)  Duca  d'Urbino,  quando  invece  «  l'avvertenza  del  copista, Sumptum  ex  Bibliotecha  L.  medices  Romae  anno  humanatj  Dej.  Decembris  ultima  exactum  va....  riferita  a  Lorenzo  il  Magnifico,  Leon  X  aveva  riscattato  dai  frati  di  San  Marco  in  Firenze  e  fatto  portare  nel  suo  palazzo  in  Roma  la  biblioteca  paterna  (loc.  cit.t.  Ne  è  punto  da  dubitare  che  questa  copia  fatta  in   Roma  e  passata    «  dall'abate  Bourdelot  a sione  d'  un  bisogno  pratico  già  sentito  in  un  momento  d'appa-  rente decadenza  del  volgare  sotto  l' irrompere  della  cultura  umanistica  e  pel  quale  si  collega  perciò  a  quel  particolare  mo-  vimento in  favore  del  volgare  che  culmina col  Certame  coronario,  ma  specialmente  dimostrazione  e  applicazione,  fatte  con  fini  polemici,  d'un  altro  principio  teorico  di  grande  importanza,  primamente  scaturito  dalle  discussioni  coeve  sui  rapporti  tra  il  latino  e  il  volgare,  a  cui  ora  accen-  neremo.   Mentre,  pertanto,  Xe^Jlegole   di FORTUNIO (si veda) iniziano  uno  svolgimento nuovo  che  doveva  durare  per  secoli,  per  un  rispetto,  ne  concludono  uno  vecchio,  di  cui  si  potrebbero  rintracciare  i  lontani  precedenti  nell'  insegnamento  de'  dettatori  bolognesi  e  nelle  elevate  cure  spese  dall'ALIGHIERI (si veda) a  vantaggio  del  volgar  materno.  Per  ciò  che  concerne  poi  la  mo-  tivazione critica,  tra  la  inedita  grammatica  vaticana  e  le  prime  nostre  grammatiche  edite,  per  noi  sarebbe  quasi  una  soluzione  di  continuità,  se  con  quelle  non  fosse  congiunta  da  una  comune  coscienza  dell'  importanza  della  lingua  nazionale,  che  è  in  loro  insita;  e  se  volessimo  trovarle  una  continuazione,  meglio  che  riallacciarla  con  la  grammatica  dei  toscani  (Giambullari),  che  non  fu  eseguita  secondo  i  principi  pur  additati  dal  Gelli,  dovremmo   scendere    addirittura    alla    grammatica  manzoniana  del    Cristina  di  Svezia,  e  quindi  alla  Biblioteca  vaticana,  dove  si  trova  in  principio  del  Cod.  Reg.,  a  ce.  1-16,  non  sia  una  copia  del-  l'originale mediceo  che  col  titolo  di  Regule  lingue  fiorentine,  o  di  Regole  della  lingua  fiorentina,  si  trova  indicato  in  tre  esemplari  del-  l' Inventario  di  essa  Libreria,  compilato,  e  da PICCOLOMINI (si veda) dato  in  luce (Arch.  slor.  Hai.,  Morandi.  Il  cod.  che  consta  di  una  raccolta  di  codicetti  di-  versi, contiene,  come  è  noto,  anche  il  trattato  d’ALIGHIERI,  DE VVLGARI ELOVENTIA, che  appartenne  a  Bembo,  e  col  quale  la  nostra  grammatichetta  ha  scambiato  la  guardia:  infatti  la  guardia  che  pre-  cede il  trattato  dantesco  reca  Della  THOSCANA  SENZA  AUTTORE,  e  davanti  alla  grammatichetta  vi  son  due  guardie,  una  delle  quali  reca  sul  recto  Dante  della  Volo.  Lino,  e  l'altra  sul  verso  Dantes  de  Vulgari  [diomate.  Cir .  Il  trattato  «De  Vulgari  Eloquentia  »  cur.  Pio  R.AJNA,  Milano.  È  curioso  che  la  grammatichetta  sia  venuta  a  trovarsi  congiunta  coli' insigne  ope-  retta di  Dante  copiata  pel  Bembo,  che  quella  grammatichetta  non  dovette   mai   vedere  e  ne  dovette  anzi  ignorar  l'esistenza.    Capìtolo  primo  15    moderno  uso  vivo  fiorentino.  La  nostra  tradizione  grammaticale  benché  resti  sempre  vero  quel  che  fu  osservato  dal  Morandi  :  aver  i  letterati  italiani  in  certi  intervalli  sostenuta  la  tesi  del  MANZONI (si veda),  è  classica,  vale  a  dire  fu  dominata  soprattutto  dal  principio  del  classicismo,  che  doveva  necessariamente  disfarla.  E  si  potrebbe  aggiungere    se  fosse  il  caso  di  discorrere  di  ciò  che  non  avvenne    che  la  grammatica  normativa  avrebbe  forse  alla  pratica  rtsi  maggiori  servizi,  se  avesse  continuato  nella  forma  e  cogl'  intenti  della  grammatica  vaticana,  certo  assai  più  consoni  e  praticamente  utili  a  quell'  esigenza  per  la  quale  è  giustificabile,  l'apprendimento  della  lingua.  Ben  diversa  è  la  spinta  teorica  della  grammatichetta,  che  le  assegna,  sia  rispetto  ai  suoi  precedenti  letterari,  sia  rispetto  alle  prossime  produzioni  consimili  del  Cinquecento,  un  posto  a  sé,  dandole  una  singolare  importanza,  assai  maggiore  di  quella  che  possono  avere  le  prime  grammatiche  del  classicismo,  che  non  nacquero  con  un  problema  proprio,  ma  furono  nutrite  dello  spirito  che  alimentò  tutta  la  poetica.   Sia  o  no  d’ALBERTI (si veda)  Q),  nel  qual  caso  sarebbe  da  riportare  indubitatamente  di    dal  1466,  l'anno  approssima-  tivo del  «  De  componendis  cifris  »  in  cui  ALBERTI (si veda)  vi  accenna  come  ad  opera  compiuta,  la  grammatichetta  vaticana  è  senza  alcun  dubbio  da  riconnettere  all'azione  che  l'Alberti  stesso  ed  altri  degni  di  lui  promossero,  nella  prima  metà  del  Quattrocento,  in  favore  del  volgare  :  tanto  essa  rispecchia  il  carattere  delle  dispute  linguistiche  che  agitavano  i  dotti  di  quell'età,  e  tanto  strettamente  è  congiunta  con  quella  che  ebbe  a  campioni  il  Biondo  e  il  Bruni.  «  Que'  che  affermano    questo  è  il  proemio  della  grammatichetta    la  lingua  latina  non  essere  stata  comune  a  tutti  e'  populi  latini,  ma  solo  propria  di  certi  dotti  scolastici,  come  hoggi  la  vediamo  in  pochi  ;  credo  deporanno  quello  er-  rore, vedendo  questo  nostro  opuscholo,   in  quale  io  racolsi  l'uso    Il  Sensi  sostiene,  nel  cit.  art.,  che  sia  dell'Alberti,  per  molte  somiglianze  di  pensiero  e  di  forma  che  ha  con  passi  delle  Operette  morali  e  perchè  è  ben  degna  delle  alte  vedute  di  quella  niente  al-  tissima. Ma  Morandi,  che  attende  a  un  nuovo  studio  intorno  alle  prime  grammatiche  e  ai  primi  vocabolari,  mi  usa  la  cortesia  d'avver-  tirmi che  l'Alberti  è  da  escludere,  e  che  è  da  pensare  ad  altri,  accen-  nandomi i  nomi  del  Pulci  e,  nientemeno,  di  VINCI (si veda).] della  lingua  nostra  in  brevissime  annotationi  :  qual  cosa  simile  fecero  gl'ingegni  grandi  e  studiosi  presso  a'  Greci  prima,  e    presso  de  e'  Latini  :  et  chiamorno  queste  simili  ammonitioni,  apte  a  scrivere  e  favellare  senza  corruptela,  suo  nome  Gram-  matica. Questa  arte  quale  ella  sia  in  la  lingua  nostra,  leggie-  temi  e  intenderetela  ».  Fu  precisamente  il  Bruni  quegli  che  so-  steneva essersi  usate  in  Roma  due  lingue  nettamente  distinte,  l'ima  delle  scritture  e  de'  pochi  dotti,  l'altra  comune  a  tutto  il  volgo,  il  quale  non  avrebbe  inteso  un'orazione  forense  o  una  commedia  più  che  non  intenda  la  Messa,  e  non  sapeva  ammet-  tere che  le  femminette  riuscissero  a  esprimersi  naturalmente  in  una  forma  grammaticale  e  sintattica  di  difficilissimo  acquisto  pei  dotti  di  professione.  E  non  ad  altri  che  al  Bruni  e  a  suoi  seguaci  rispondeva  l'Alberti  quando  altrove  osservava:  «  E  di-  cono non  potere  credere,  che  in  que'  tempi  le  femmine  sapes-  sero quante  cose  oggi  sono  in  quella  lingua  latina  a  molto  e  ben  dottissimi  difficile  e  oscure.  E  per  questo  concludono  la  lingua  nella  quale  scrissero  i  dotti  essere  una  quasi  arte  ed  in-  venzione scolastica  piuttosto  che  intesa  e  saputa  da  molti.  Ma  questa  era  precisamente  l'opinione  del  Biondo,  a  cui  si  deve  ap-  punto la  scoperta  e  l'affermazione  d'un  fatto  inchiudente  quell'im-  portante principio  teorico  che  abbiam  detto  aver  preseduto  alla  compilazione  della  grammatichetta  vaticana  :  uno  de'  non  molti  principi  teorici  di  grande  importanza  critica  per  la  nostra  storia,  che  siano  stati  asseriti  in  tutto  il  nostro  periodo  grammaticale  avanti  il  sorgere  della  critica  della  vecchia  grammatica  con  lo BORDONI Scaligero  e  Sanzio  e  Portoreale. BIONDO (si veda) ha  solo  di  recente  la  meritata  giustizia.  mentre  a BRUNI (si veda)  sono da  assai  tempo  tributati  i  massimi  onori  come  a  un  felice  indicatore  delle  origini  del  nostro  volgare.   L'oggetto  della  discussione  avvenuta  nelle  anticamere  pontificie  tra  i  Segretari  della  Curia,  presenti  Lusco,  Cencio  Romano,  Andrea  Fiocchi,  Poggio  Bracciolini,  Flavio  Biondo  e  Leonardo  Bruni  e  che  fu  poi  trattata  per  iscritto In  SENSI,  Ioc.  cit.  Cfr.  anche  Rossi,  //  Quattrocento,  Milano. Da  un  infelice  quanto  valoroso  nostro  corregkmario  troppo  presto  rapito  agli  studi,  MIGRIMI (si veda) di  Perugia,  il  quale  ri-stampa nel  Propugnatore con  da  Biondo  nel  De  locutione  romana,  da  Bruni  noli' Epistole,  dal  Poggio  nelle  Historiae  convivales  disceptativae  (III),  dal  Filelfo  (Ep.)  e  d’ALBERTI (si veda)  nel  Proemio  al  III  libro  della  Famiglia,  era  stato  il  seguente,  così  definito  dal  Biondo  stesso  :  «  materno  ne  et  passim  apud  rudem    una  lucida  prefazioncella  l'epistola  del  Biondo  al  Bruni  De  locutione  romana,  sempre  rimasta  alla  sua  edizione  principe  quattrocentina.    Credo    poter  indicare  come  e  per  qual  via  fosse  condotto  il  Biondo  a  toccare  il  problema  della  lingua  volgare  e  romana.  Al  tempo  di  Eugenio  IV,  Roma  era  talmente  rumata,  che  «  dieci  altri  anni  »,  dice  il  Biondo  in  una  lettera  al  Pontefice  restauratore,  premessa  alla  sua  Roma  instaurata,  «  che  ne  foste  stato  absente  (essendo  ella  già  e  per  la  sua  antichità,  e  per  le  tante  passate  affìitioni,  mezza  minata)  di  certo,  che  la  ne  sarebbe  del  tutto  ita  per  terra  ».  Come  il  Papa  intese  a  restaurare  con  tanta  liberalità  e  larghezza  la  città  eterna,  il  Biondo  s'era  dato  a  «  rinfrescar  ne  le  memorie  degli  huomini  la  notitia  de  li  antichi  edificii;  anzi  de  le  mine,  ch'ora  si  veggono  ne  la  città  di  Roma  già  capo  e  signora  del  mondo  »  ;  ma  specialmente  l'aveva  mosso  l' ignorantia  ne'  secoli  a  dietro  de  le  buone  lettere»,  tale  e  tanta,  che  quel  poco  che  si  sapeva  degli  antichi  edifici,  era  tutto  «  con  false  e  barbare  voci  sporcato  e  guasto  ».  E  con  quest'animo  s'era  messo  alla  nobile  fatica:  «  Porrò  dunque  mano  all'opera  con  speranza  che  i  pochi  abbiano  a  giudicare,  se  la  chiesa  ed  il  palazzo  di  San  Pietro,  e  di  San  Giovanni  in  Laterano  riconci,  e  per  lo  più  rinovati,  e  se  le  porte  di  bronzo  fatte  a  la  chiesa  di  San  Pietro,  e  le  riconcie  mura  di  Vaticano,  e  di  borgo,  con  le  strade  de  la  città  rifatte,  habbiano  ad  esser  più  stabili,  et  a  durare  per  più  tempo,  per  questa  via  d'opera  di  calcie,  di  pietre,  di  bronzo,  che  per  la  via  de  le  lettere  della  scrit-  tura: e  medesimamente  s'io  m'habbia  possuto  co  '1  rozzo  stile  imitare  e  giugnere  niente  a  così  belli  lavori  con  tante  dispese  fatte.  Come  degli  edilìzi,  egli  aveva  dunque  dovuto  osservare  la  corruzione  della  lingua,  e  attribuirne  la  causa  alle  medesime  incursioni  barbariche.  Questa  fu  la  manchevolezza  della  sua  tesi  ;  ma,  se  nell'additar  la  causa  dello  scadimento  il  Biondo  errava,  la  materia  di  cui  parlava  era  però  quella  che  veramente  aveva  soggiaciuto  all'evoluzione  e  s'era  tramu-  tata nel  nuovo  volgare.  Mi  son  giovato  della  versione  fatta  da  Lucio  Fanno  delle  due  opere  di  Biondo  intorno  a  Roma  e  all'Italia,  perchè  essa,  riprodotta  in  più  stampe  nel  Cinquecento,  ci  spiega  come  il  De  locu-  tione romana,  edito  primamente  in  fine  alla  Roma  instaurata,  non  vedesse  poi  mai  più  la  luce,  non  avendo  seguito  nella  versione  l'opera  maggiore.    Roma  ristaurata,  et  Italia    illustrata  di  Biondo  da Forlì.   Tradotte    in  buona    lingua    volgare  per    Lcoo    Fanno.    In Venetia  («i  Ed.   Mehus.   C.  Trabalza.  2    iS     indoctamque  multitudinem  aetate  nostra  vulgato  idiomate,  an  gramaticae  artis  usu,  quod  latinum  appellamus,  instituto  loquendi  more  Romani  orare  fuerint  soli  ».  Il  Bruni,  che  concepiva  la  «  grammatica  »  come  nel  sec.  XIII  e  XIV,  non  credeva  possi-  bile che  il  popolo  inflettesse  nomi  e  verbi,  «  quasi  che  »,  dice  il  Mignini,  «  la  regolarità  non  fosse  stata  allora  e  poi  assoluta-  mente ex  casti:  »  sosteneva  perciò  esistere  una  differenza  sosta?i-  ziale  tra  il  latino  de'  dotti  e  il  popolare,  come  tra  due  lingue  diverse,    più    meno  come  tra  il  latino  e  il  volgare  del  se-  colo XV.  I  contemporanei  magnificarono  le  idee  del  Bruni,  quasi  avesse  dimostrato  l'origine  del  volgare:  ma  Bruni,  come  ha  ben  visto  il  Mignini,  fa  solo  una  questione  preliminare  a  questa,  e  la  conclusione  che  ne  scaturisce  logicamente  è  che  la  lingua  volgare  non  deriva  dal  latino  volgare,  essendo  state  sempre  im-  mobili e  inalterate  le  due  lingue  dei  latini,  la  letteraria  e  la  plebea  :  «  il  latino  volgare  pel  Bruni  non  era  il  padre  del  vol-  gare italiano,  ma  era  questo  stesso  sempre  vivo  e  verde  e  inal-  terato, senza  che    le  mutazioni  naturali  del  linguaggio,    quelle  delle  popolazioni  italiane  avessero  avuto  su  esso,  la  mi-  nima influenza  ».  Il  Biondo  invece  sosteneva  che  tra  le  due  lingue  non  ci  fu  differenza  sostanziale  :  la  differenza  era  solo  di  forma,  prodotta  dalla  educazione  domestica,  dalla  cura  e  dalla  rifles-  sione degli  scrittori  :  e  se  non  la  dedusse  dalle  iscrizioni  e  solo  dalle  testimonianze  degli  scrittori  latini,  ebbe  però  sempre  di  mira  la  reale  condizione  della  lingua  letteraria  e  popolare  sotto I ROMANI,  e  non  fece  per  suo  conto,  come  parve  allo  Schu-  chardt,  una  questione  nominale.  Ma  quel  che  per  noi  vale  assai  di  più  è  che,  mentre  sin  allora  la  grammatica  era  stata  con-  cepita,-"come  ancora  Bruni  la  concepiva,  «  una  serie  di  regole  stabilite  a  priori  e  per  sempre  »,  e  quindi  una  lingua  del  tutto  artificiale  e  immutabile,  il  Biondo  invece  avvertisse  anche  nella  lingua  popolare  romana  una  sua  propria  regolarità,  distinta  na-  turalmente da  quella  che  derivava  dalla  riflessione  e  dall'arte  congiunta  a  quella  che  veniva  dalla  natura.  Egli  voleva  che  ai  suoi  avversari  questa  risposta  soddisfacesse:  «  nec  naturae  ac  bonae  consuetudinis  munere  regulas  indoctam  multitudinem  sci-  visse,  quibus  grammaticam  orationem  omni  ex  partem  congruam  i.m  eret,  ncque  etiam  tam  longe  a  variationibtfs  inclinationibusque  et  reliqua  grammaticae  orationis  compositione  illius  latinitatem  abfuisse,  quin  litterata,  qualem    mediocriter   aetate  nostra  docti    Capitolo  primo  ig    habent  orario  et  videretur  et  esset.  E  una  speciale  regola-  rità venne  a  riconoscere  conseguentemente  nella  lingua  volgare  de'  suoi  tempi,  ponendo  così  il  principio  teorico  della  possibilità  d'una  grammatica  del  volgare,  in  parole  ben  chiare:  «omnibus  ubique  apud  Italos  corruptissima  etiam  vulgaritate  loquentibus  idiomatis  natura  ìnsitum  videmus,  ut  nemo  tam  rusticus,  nemo  tam  rudis,  tamque  ingenio  hebes  sit,  qui  modo  loqui  possit,  quin  aliqua  ex  parte  tempora  casus  modosque  et  numero s  noverit  dicendo  variare,  prout  narrandae  rei  tempus  ratioque  videbuntur  postulare. Questa  regolarità ,  osserva  benissimo  Migninij  «  insitam  idiomatis  natura  »,  fu  il  primo  Flavio  Biondo,  che  io  sappia,  a  notarla,  e  dopo  di  lui  ripeterono  l'os-  servazione Francesco  Filelfo  (Ep. )  edAlberti  {Proemio  cit.  1.  Si  faceva  così  un'ottima  correzione  alle  dottrine  grammaticali,  e  insieme  si  moveva  un  primo  passo  verso  gli  studi  grammaticali  su  la  lingua  volgare,  impos-  sibili a  farsi,  finché  questa  si  credesse  assolutamente  ex  casti».  Tante  vero  che,  fosse  l'Alberti  o  altri,  certo  fu  un  seguace  del  Biondo  quegli  che  mosse  il  secondo  e  ultimo  passo  e  com-  pose la  Grammatichetta  vaticana,  fondandola  sull'  uso  vivo  di  Firenze.  Ed  è  questo  che  distingue  profondamente  il  significa-  tivo libretto  dalle  prime  grammatiche  del  Fortunio  e  del  Bembo,  cioè  il  principio  informatore  :  quello  scaturisce  dalla  riconosciuta  regolarità  insita  nel  volgare  presente,  cioè  da  un  chiaro  principio  che  ammette  la  possibilità  della  legiferazione  grammaticale  ;  queste,  sorte  quando  ormai  la  causa  del  volgare  era  stata  vinta  per  quella  via,  cioè  con  la  forza  che  esso  stesso  recava  in    e  che  non  era  se  non  la  vita  nuova  della  nazione,  e  quando  era  stato  inalzato  teoricamente  al  medesimo  grado  di  nobiltà  e  di  perfezione  del  latino  e  quindi  la  possibilità  di  regolarlo  non  si  poteva  più  affacciar    come    discutibile  (2),  furon  create  col  prin-    P.    159,   ed.   Mignini.   Nel  Discorso o  Dialogo,  attribuito  a MACHIAVELLO (si veda) MACHIAVELLI,  dove  per  la  prima  volta  avanti  le  Regole  del  Fortunio,  e  dopo,  s'intende,  il  movimento  che  s'accentra  nella  Gram-  matichetta vaticana,  si  discorre  delle  otto  parti  del  discorso  nella  lingua  fiorentina,  non  è  traccia  alcuna  di  dubbio  che  codesta  lingua  non  possa  esser  trattata  grammaticalmente  come  la  latina.  Si  noti  peraltro  che  il  Machiavelli  in  tanto  parla  di  regolarità,  in  quanto  ha    Storia  della  Grammatica    cipio  dell'imitazione,  senza  alcuna  coscienza  del  problema  scien-  tifico insito  in  questo  prodotto  pseudoscientifico  che  è  appunto  la  grammatica.   Certo,  senza  un  grande  amore  pel  volgar  nativo,  cioè  senza  aver  della  nuova  letteratura  un  caldo  sentimento  di  grandezza,  quel  riconoscimento  del  Biondo  non  bastava  a  crear  la  prima  grammatica,  anche  a  non  considerar  che,  se  egli  una  certa  re-  golarità tutta  sua,  insita,  naturale,  gliela  riconosceva,  non  credo  la  ritenesse  tale  da  esser  presa  a  modello  :  il  Biondo  era  un  classico  da  quanto  e  più  ancora  del  Bruni  :  bisognava  veder  nel  volgare  qualità  ancor  più  nobili  e  virtuose,  e  di  efficacia  e  di  bellezza,  perchè  si  potesse  additarle,  quasi  classificarle  e  sche-  matizzarle in  una  rassegna  da  porre  di  fronte  alla  nobile  grani-  tica latina,  senza  timore  o  vergogna  veruna.  Sicché,  in  sostanza,  il  classicismo  veniva  anche  qui  a  far  valere  i  suoi  diritti,  come  vedremo  essere  avvenuto  in  un  problema  consimile  già  agitato  dalla  mente  suprema  dell'Alighieri  ;  ma  il  compilatore  non  po-  teva esser  che  un  estimatore  convinto  del  nuovo  volgare  e  della  nuova  letteratura.   Comunque,  con  la  Grammatica  vaticana  lo  spregiato  volgare  nella  sua  fase  presente  veniva,  quasi  di  punto  in  bianco,  come  l'antica  grammatica,  inalzato  all'onore  di  lingua  letteraria.  Gli  giovò,  s'intende,  anche  l'esser  fiorentino,  che  non  solo,  per  quei  certi  criteri  formali  che  i  credenti  nella  grammatica  non  pos-  sono non  far  valere,  era  il  più  polito  e  sonante  dialetto  d'Italia,  ma  aveva  in  suo  attivo  tutta  la  splendida  tradizione  letteraria  antecedente.  E  certo  quella  pratica  dimostrazione  della  regola-  rità del  volgare  dovette  valere  assai  meglio  e  più  d'ogni  e  qua-  lunque ragionamento  in  favore  di  esso,  e  nel  fiorentino  parlato  veniva  così  a  essere  specchiata  la  grammatica  della  lingua  let-  teraria.   Sul  contenuto  e  il  metodo  di  essa,  anche  perchè  qui  è  in-  tegralmente riferita,  non  occorre  dir  troppe  parole.   Basterà  ri-    in  mente  un'unità  linguistica  ben  determinata,  perchè,  p.  es.,  alla  lingua  della  Corte  di  Roma,  «d'un  luogo  dove  si  parla  di  tanti  modi,  di  quante  nationi  vi  sono»,  pensa  che  non  «.se  li  pud  dare  in  modo  alcuno  regola».  Cito,  col  Rajna  {La  lingua  cortigiana,  in  Miscellanea  linguistica  in  onore  d’ASCOLI (si veda),  Torino),  dal  cod.  orig.  di  Giuliano  Ricci,  che  è  il  Pai.   E.   B.  15,   io,  ce.   136  ^."-137  r.°    t 'apitolo  primo    chiamar  l'attenzione  sull'uso  didattico  degli  specchi  (cfr.  Ordine  delle  lettere)  e  dei  paradigmi  (declinazioni  e  coniugazioni);  sull'osservazione riguardante  la  nomenclatura,  in  molta  parte  iden-  tica a  quella  della  grammatica  latina;  sugli  accenni  di  grammatica storica  (p.  es.  la  formazione  dei  nomi  dall'ablativo  la-  tino); sugli  esempi  che,  come  ha  già  hen  visto  il  Morandi,  sono  «  concettosi  e  arguti;  su  talune  forme  idiomatiche  registrate  come  correnti  (savamo,  savate  =  eravamo,  eravate)  ;  sui  vitij  del  favellar,  in  cui  si  cade  introducendo  forestierumi  o  stor-  piando l'uso,  e  sulla  dottrina  dell'idiotismo;  sopra  i  richiami  ad  altri  idiomi  non  italiani  ;  sopra  il  metodo  di  trattar  non  sepa-  ratamente le  forme  e  l'uso  delle  varie  parti  del  discorso.  Con-  verrà anche  notare    poiché  siamo  davanti  alla  prima  gram-  matica —  che  de'  nomi  son  fatte  due  sole  declinazioni  :  mascu-  lini  la  cui  «  ultima  vocale  si  converte  in  I  »,  femminini,  la  cui  «  ultima  vocale  si  converte  in  E  »,  eccettuandosi  mano  che  fa  mani,  e  i  femminini  finienti  al  singolare  in  E,  che  fanno  al  plu-  rale in  I  ;  e  che  i  verbi  son  trattati  più  per  paradigmi  che  per  regole.   Quel  che  ci  preme  anche  porre  in  rilievo,  è  l'intento  avuto  di  mira  dal  nostro  autore  nell'esecuzione,  veramente  felice  perchè  rapida  e  chiara,  del  suo  trattatello,  e  il  calore  che  vi  ha  messo,  tanto  da  farsene  un  merito  patriottico,  in  altri  termini  il  punto  di  vista  donde  ha  raccolto  le  sue  osservazioni.  Egli  ha  inteso  sbozzare  la  fisionomia  grammaticale  della  lingua  viva  di  Firenze,  perchè  dal  confronto  con  quella  delle  lingue  classiche,  ne  risultasse  la  bellezza  e  la  perfezion  dell'  organismo  :  non  è  tanto  intento  precettivo  quanto  praticamente  dimostrativo.  Egli  è  tutt'altro  che  spregiatore  del  latino,  di  cui  anzi  accoglie  la  nomenclatura,  gli  schemi  e  adopera  forme  e  nessi  grafici  ;  ma  sente  tutta  l'importanza  e  la  virtù  dell'idioma  materno,  che  vorrebbe  onorato  di  pari  culto  e  maggiore.  Sono  da  ricordare  a  questo  proposito  i  rimproveri  che  l'Alberti  dirigeva  verso  il  1443  agli  umanisti  che  amavan  piuttosto    piacere    ai    pochi    che Cittadini  miei,  presovi,  se  presso  di  voj  hano  luogo  le  mie  fatighe,  riabbiate  a  t^rado  questo  animo  mio,  cupido  di  honorare  la  patria  nostra  (Chiusa).] giovare  ai  molti,  adoperando    una    lingua   convenzionale    e  non  la  naturale  intesa  da  tutti  (').   Questi  rimproveri  ci  richiamano  facilmente  alla  memoria  quelli  più  sonanti  che  l'autore  del  Convito  scagliava  contro  gli  scelleratissimi  che  coltivavano  lo  volgare  altrui  e  lo  proprio  di-  spregiavano :    questo  è  ravvicinamento  che  fa  per  suo  ca-  priccio la  memoria;  perchè,  evidentemente,  tra,  non  dico  il  concetto  filosofico,  ma  l'interessamento  pel  volgare  dell'Alberti  e  quello  dell'Alighieri  corre  un  intimo  nesso  (r),  come  la  grammatichetta  è,  per  un  rispetto,  ultimo  anello  d'una  lunga  catena  che  mette  capo  al  primo  affermarsi  del  nostro  volgare  nella  coscienza  critica  dei  suoi  primi  studiosi  :  siamo  insomma  su  quella  linea  della  tradizione  letteraria  nazionale  che  congiunge  appunto  i  dettatori  bolognesi  e  a  quanti  con  Dante  coltivarono  il  volgare,  ai  difensori  delle  Tre  Corone,  ai  propugnatori  del  volgare  nel  secolo  XY,  tra  i  quali  spetta  all'Alberti  ii  primo  posto.   Occorre  appena  avvertire  che  il  più  benemerito  di  tutti  i  rappresentanti  di  codesta  tradizione,  non  solamente  nella  pra-  tica ma  anche  nella  teorica  era  stato  l'Alighieri.  Fosse  un  pen-  siero maturo,  o  un  profondo  presentimento,  certo  è  ardito  e  degno  della  sua  mente  altissima  il  concetto  onde  il  volgare  ve-  niva glorificato  come  sole  nuovo  il  quale  sorgerebbe  ove  tra-  monterebbe l'usato.  Se  il  segreto  intendimento  di  Dante  fosse  quello  di  far  del  volgare  una  lingua  letteraria  come  il  latino  per  detronizzar  questo,  è  materia  di  ardua  discussione  ancor  oggi  :  indubitabile  però  è,  quale  dovesse  esser  la  natura  e  la  funzione  del  volgare  così  esaltato,  che  egli  abbia  voluto  renderlo    |  '  Si  ricordino  anche  le  fiere  parole  della  nota  Protesta  fattaci  conoscere  dal  Flamini  e  ora  integralmente  pubblicata  dal  Mancini,  Un  nuovo  documento  del  Certame  coronario  di  Firenze  del  /■/-//.  in  Arc/t.  si.  il.,  S.   1  L'aveva  forse  già  avvertito  chi  accozzò  in  un  medesimo  vo-  lume la  grammatichetta  attribuita  all'Alberti  e  il  trattatello  dantesco?  11  Wesselofscky  ha  in  brevi  ma  limpide  linee  indicato  l'impor-  tanza dell'  «  avvenimento  della  lingua  italiana  agli  onori  della  lette-  ratura »,  e  la  parte  che  vi  ebbe  l'Alighieri,  dal  quale  «  propriamente  incomincia  il  rinascimento  letterario  nel  senso  nazionale,  da  lui  s'in-  forma e  da  lui,  piuttosto  che  da  tutt'altro  nome,  noi  vorremmo  inti-  tolare quel  periodo  che  precedette  al  rinascimento  classico  dei  Me-  dici ».  In  Dante  e  Firenze  di Zenatti,  Firenze,  pp.  iio-iii,  ;/.    Capitolo  primo    per  forza  di  lavoro  crìtico  e  di  educazione  artistica  atto  a  ogni  più  elevata  espressione  d'arte  e  di  pensiero.   A  codesta  altissima  meta,  conseguita    è  inutile  l'osservarlo  così  eccellentemente  nel  fatto  col  poema  divino  l    altrimenti  che  nel  fatto  era  conseguibile,  poiché  parlare  è  espri-  mere e  esprimere  è  parlar  bene  e  bellamente),  tende  il  ma-  gnanimo sforzo  del  De  Vulgari  Eloquentìa,  che  è  o  doveva  essere  \ix\  ars  grammatica,  rhetorica  e  poetica  insieme  sui  generis.  Che  (sia  pur  affermato  solo  «  riguardo  alla  questione  della  lingua  italiana  »)  «non  vi  si  tratti  di  lingua  italiana    punto    poco  »,  che  «  in  ciò  che  è  venuto  fino  a  noi,  e  in  ciò  che  ci  manca,  tutto  s'aggiri  intorno  a  canzoni,  ballate,  sonetti,  tragedia,  commedia,  elegia,  cose  da  cantarsi  ;  sempre  poesia,  niente  altro  che  poesia,  fu  a  torto  sostenuto  dal  Manzoni  (2),  perchè  bisogna  non  aver  occhi  per  non  vedere  che  non  vi  si  parla  e  non  vi  si  doveva  parlare  che  di  linguaggio  e  di  lingue  e  specie  di  lingue  (le  parole  «  loqui  »,  «locutio»,  «ydioma»  vi  ricorrono  da  cima  in  fondo)  e  di  lingua  poetica  e  di  lingua  prosastica,  e  di  lingua  letteraria  e  di  lingua  parlata    inferiora  vulgaria  illuminare  curabimus,  gradatim  descendentes  ad  illud,  quod  unius  so l ius  familie  pro-  pinili est»>  >;  ma  che  l'intento  del  trattato  sia  precettistico  non  ne'  riguardi  del  solo  «  dire  in  rima  »,  come  manchevolmente  intesero  e  il  Capponi  (')  e  il  Manzoni,  che  allegò  la  testimo-  nianza del  Boccaccio,  ma  ne'  riguardi  di  ogni  forma  di  dire  e  di  comporre,   nessuno  può  ragionevolmente  negare.   Ciò  si  desume  non  solamente  dallo  stato  d'animo  dell'autore  che  è,  specie  se  messo  in  relazione  con  quello  che  si  rivela  nel    i1  Rajna,  Il  trattato  «De  Vulgari  Eloqueutia  » ,  in  Lee  tura  Dantis,  Firenze,  MCMVI,  p.  211,  e  recensione  di  un  libro  del  Belardinelli  {La  questione  della  lingua,  ecc.),  in  Bull.  d.  Soc.  dant.  il.,  N.  S.,  XIII,  2  p.  81  sgg.  (giugno  1906);  Parodi,  Bull.  d.  Soc.  dant.;  Vossler,  Die  góttliche  Komòdie.  Entwickelungsgeschichte  und  Erklàrung.  I.  Band,  I,  Teil  :  religiose  und  philosophische  Entwicke-  lungsgeschichte, Heidelberg,  e  Zingarelli,  nella  recens.  di  questo  libro  in  La  Cultura2.   (•'  Lettera  ifitorno  al  libro  De  Vulgari  Eloquio  di  Datile  Ali-  ghieri, in  A.  Manzoni,  Poesie  minori,  lettere  inedite  e  sparse,  pensieri  e  sentenze,  con  note  di  Alfonso  Bertoldi,  Firenze,  1907,  pp.  274   Ed.    Rajna,    cit.,    I,    xix,   2.    Mi  son  valso  anche  dell'ed.   mi-  nore, Firenze,   1897.   [n  Prose  minori  cit.,   pp.   274-5.    24  Storia  della   Grammatica   Convivio,  di  vivissima  simpatia  pel  volgare,  di  trepido  desiderio  che  esso  sia  la  «  luce  nuova  »  alle  genti,  e  dal  titolo  che  non  può  essere  che  «  De  vulgari  Eloqìicntia  »,  ma  da  più  luoghi  del  trattato,  ove  quell'intento  è  esplicitamente  asserito  e  dichiarato,  e  particolarmente    nel   primo  paragrafo.    L'Alighieri  è  mosso  a   scrivere   dal  vedere  «  neminem de  vulgaris  eloquentie  doctrina   quicquam....  tractasse  »,  che  tale  eloquenza  è  a  tutti  necessaria,  osservandosi  che  perfino  le  donne  e  i  fanciulli  si  sforzano  di  conseguirla,  e  si  propone  «  locutioni  vulgarium  gentìum prodesse  » ,  non  soltanto  attingendo  alla  fonte  del  proprio  ingegno,  ma  «  ac-  cipiendo  vel  compilando  ab  aliis  ».  Grammatici,  retori,  trattatisti  di  poetica  è  facile  affermare  che  sono  stati  i  suoi  autori  :  e  quando  si  vogliono  cercar  termini  di  paragone  a  misurare  l'altezza  della  trattazione,  il  pensiero  corre  a  grammatiche,  metriche  {Donatus  proensalis,  Las  razos  de  frodar),  a  summe  (Les  leys  d'amour,  che  sono  appunto  una  grammatica,  una  rettorica  e  una  poetica)  e  doctrive  de  compondre  dìctats,  ad  Antonio  da  Tempo,  a  Gi-  dino,  insomma  a  precettistiche  e  a  precettisti  :  anche  per  quel  libro  III  che  non  scrisse,  ma  che  si  può  matematicamente  asse-  rire sarebbe  stato  dedicato  alla  prosa  ilhistre,  il  pensiero  corre  alle  «  trattazioni  concernenti  la  prosa  latina  »,  che  certo  non  è  «  neppur  concepibile  che  da  lui  si  ricalcassero  »,  come  benissimo  giudica  chi  tanto  s'è  reso  benemerito  degli  studi  sul  trattato,  ma  che  non  sono  se  non  trattazioni  di  rettorica  e  di  gramma-  tica. Trattar  di  lingua  era  dunque  inevitabile,  essendo  quella  la  matei-ia  del  discorso;  ma  fine  è  insegnarne  non  l'acquisto,  l'ap-  prendimento, sì  bene  un  uso  di  maggiore  o  minor  grado  arti-  stico secondo  le  varie  classi  di  parlanti  e  scriventi,  ma  artistico,  insomma  un'  espressione.   Un  intento  siffatto,  che  è  quello  d'ogni  arte  poetica,  è  anti-  scientifico, perchè  l'espressione  non  s'insegna:  ma  lo  sforzo  che  .si  compie  per  conseguirlo,  può  avere  una  portata  scientifica:  e  grandissima  l'ha  questo  dell'Alighieri,  per  la  dottrina,  l'acume,  e  la  partecipazione  interiore,  che  non  era  se  non  una  forte  coscienza  estetica,  onde  l'ha  compiuto,  anche  indipendentemente  dalla  cul-  tura della  sua  età:  sentire  in  quel  modo  così  profondo,  quale  specialmente  ci  è  svelato  dal  Convivio,  il  volgar  materne/  (vedasi  specialmente  il  paragrafo  dove  si  parla  del  naturale  amore  per  la    i'i  Rajna,  Lect.    (  "apitolo  primo  25    nostra  loquela  !),  e  sollevarlo  nella  teoria,  con  uno  slancio  d'entu-  siasmo non  più  avvertito  tra  noi,  alla  medesima  altezza  a  cui  era  stato  o  sarebbe  stato  portato  nella  pratica,  e  segnare  le  linee  di  svolgimento  con  mano  così  ferma  e  scultoria,  questo  è  vero  progresso  scientifico  di  un  valore,  starei  per  dire,  anche  più  con-  siderevole  dell' altro  di  cui  va  egualmente  superbo  l'Alighieri,  d'averci  data  cioè  una  descrizione  storica  dei  volgari  romanzi,  che  pur  ferma  la  maraviglia  d'ogni  grande  filologo  moderno.  Perchè,  come  l'intendimento  precettistico,  così,  sebbene  sovra-  namente mirabile  per  l'uso  che  n'ha  fatto  nel  disegno  del  suo  ideale  artistico,  antiscientifica  appare  la  concezione  dantesca  del  linguaggio,  della  locutio :  la  quale  in    stessa  non  supera  la  scienza  dell'età  sua,  che  aveva  il  suo  fondamento  nella  Bibbia  e  nella  lotta  tra  nominalisti  e  realisti  aveva  riprese  le  vecchie  discussioni  dei  sofisti,  se  il  linguaggio  fosse  per  natura  o  per  volontà.  Ma  Dante  supera  il  suo  tempo  nel  conciliare  in  un  si-  stema solo  la  tradizione  biblica  e  le  teorie  filosofiche,  mettendo  in  rilievo  lo  stato  originario  del  linguaggio,  e  quello  che  si  determinò  dopo  la  Torre  di  Babele  ;  innumerevoli  lingue  variabili  continua-  mente  da  una  parte,   e  1'  artificiosa  grammatica  dall'  altra.   Il  genere  umano  ebbe  bisogno  «  ad  comunicandum  inter  se  conceptiones  suas  »  di  un  «  rationale  signum  et  sensuale  »:  «  sen-  suale... in  quantum  sonus  est  :  rationale....  in  quantum  aliquid  significare  videtur  ad  placitum»(I,  ili,  2),  cioè  secondo  la  ra-  gione dalla  quale  l'uomo  è  mosso  (I,  ili,  1).  Di  quel  signum  il  primo  uomo  fu  dotato  da  Dio,  e  fu  quale  era  richiesto  dalla  perfetta  natura  umana,  cioè  perfetto.  In  vero,  anche  a  non  pre-  scindere da  questo  che  è  poi  un  atto  di  fede,  a  stare  alle  parole    [1  Vossler,  Die  góttliche  Kòmodie  cit.,  p.  243  sgg.,  illustra  in  modo  molto  evidente  quanto  acuto  questo  disegno,  seguendo  il  pen-  siero linguistico-filosofico  di  Dante  dal  suo  primo  sbocciare  nella  Vita  Nuova  e  nel  Convivio  all'altezze  del  De  Vulg.  E/.,  donde  tuttavia  non  scopre  il  mistero  delle  terzine  volgari  della  Commedia.   Le  idee  di  Dante  circa  la  voce  e  la  parola,  come  suono,  s'accor-  dano più  particolarmente  coi  due  grandi  espositori  scolastici  d'Aristotile,  Alberto  Magno  e  S.  Tommaso.  Cfr.  X.  Busetto,  Saggi  di  varia  psico-  logia dantesca  (estr.  dal  Giorn.  dant.,  XIII,  IV),  Prato-Toscana.  Alberto  definisce  la  voce  «  percussiò  respirati  aeris  ad  arteriam  vocativam  ab  anima  per  immaginationem  aliquam  eam  for-  mantem,  quae  est  in  partibus  illis  quae  ad  respirationem  congruunt  ».   Vossler,  op.  e  loc.  cit.    26  Storia  della   Grammatica   che ALIGHIERI (si veda)  adopera  e  al  tono  di  tutto  il  discorso,  parrebbe  lam-  peggiar qua  e    quasi  un  vago  concetto  della  sintesi  interna  di  pensiero  e  parola,  come  quando dice  «  certam  formam  locutionis  a  Deo  cum  anima  prima  concreatam  fuisse;  e  già  quell'esaltare  il  linguaggio  come  una  dote  data  all'uomo  perchè  se  ne  gloriasse  «  ipse  qui  gratis  dotaverat»,  eia  facoltà  divina  che  è  in  noi  per  cui  «  actu  nostrorum  affectuum  letamur  »  (I,  v,  2),  ci  suscita  l'idea  d'un  atto  spirituale  meglio  che  naturale  e  meccanico;  anche  la  prossimità,  affermata  nel  Convivio  (I,  xn),  tra  la  lingua  volgare,  parlata  e  la  persona  che  la  parla,  ci  spinge  verso  quella  intuizione;  così  ancora,  per  addurre  altri  indizi,  se  non  argomenti,  quell'insistente  relazione  posta  tra  la  irriduci-  bilità del  volgare  a  regole  fisse  e  la  mutabilità  e  variabilità  dello  spirito  umano  ;  il  cenno  della  qualità  delle  prime  espressioni  che  l'uomo  avrebbe  preferito  avanti  il  peccato,  la  similitudine  posta  in  Convivio  tra  il  linguaggio  e  la  bella  donna,  insomma  l'enfasi  onde  il  Poeta  parla  della  parola  umana  ;  ma  nel  fatto  la  lingua  è  poi  sempre  concepita  come  segno,  cioè  un'esteriorità  di  cui  la  mente  si  giova  per  manifestarsi  :  quella  certa  forvia  di  cui  si  è  accen-  nato di  sopra  è  tale  «  quantum  ad  rerum  vocabula,  et  quantum  ad  vocabulorum  constructionem,  et  quantum  ad  constructionis  prolationem  »,  ed  è  la  lingua  che  parlarono  Adamo  ed  il  genere  umano  tutto  prima  della'  confusione  delle  lingue,  e  che  rimase  poi  al  popolo  ebreo,  la  lingua  che,  dopo  la  confusione,  ripro-  dussero appunto  artificialmente  gli  inventores  grammaticae  fa-  cultatis,  vale  a  dire  la  «  grammatica  »  (')  :  una  lingua  dunque  grammaticale,  stereotipata,  beli'  e  formata,  non  producibile,  ad  ogni  espressione  del  pensiero.   Con  questa  concezione  della  locutio  e  la  nozione  storica  de'  vari  ydiomata  che  tutti  ammiriamo  e  il  fine  che  s'  è  dichiarato  (lib.  1),  Dante  continua  a  svolgere  il  suo  trattato,  che  conduce  fino  al  principio  del  cap.  xiv  del  II  libro  con  la  dottrina  del  volgare  illustre  applicata  alla  poesia:  nel  terzo,  «in  immediatis  libris  »,  avrebbe  detto  del  medesimo  volgare  applicato  alla  prosa,   come  s'è  visto  potersi    con   sicurezza    congetturare;    nel [Vossler  ha  già  avvertito  che  come  poi  questi  dotti  ottenes-  sero questa  grammatica,  Dante  non  dice  ;  e  che  d'altra  parte  gram-  matica non  fu  solo  il  latino,  per  Dante,  ma  anche  qualche  altra  lingua  come  il  greco.  Op.  cit. ,  p.  247.    Capitolo  primo  27    quarto  ^a  un  dantista  veramente  egregio,  lo  Zingarelli,  nella  re-  censione fatta  nella  Cultura  iXXVI,  11,  1  giugno  1907)  dell'opera  cit.  del  Vossler,  Die  góttliche  Komòdie.  Il  Vossler  ha  ripresa  la  tesi  che  era  già  in  germe  nelle  parole  del  Rajna  {Lect.. Il  volgare dunque  s’incammina  a  insediarsi  dove  sta  IL LATINO,  o  almeno  accanto  a  lui  ;  e  per  insediarvisi  non  solo,  che  sarebbe  poco,  ma  potervi  rimanere,  gli  occorreranno  in  misura  non  troppo  scarsa  le  doti  di  stabilità  e  universalità  che  il  latino  ed  ogni  «  grammatica  »  possiedono,  e  che  sono  inconciliabili,  come  s'è  visto,  con  una  parlata  qualsiasi.  Conseguibili  non  sono  per  Dante  altro  che  da  una  lingua  fabbricata,  e  uscita  dall'accordo  di  molte  genti  diverse,  quale  appunto  egli  crede  essere  il  latino.  E  di  certo,  mettendo  da  parte  la  stabilità,  che  verrà  a  resultare  di  conseguenza,  nulla  parrebbe  poter  rendere  più  agevole  il  consenso  di  una  moltitudine  di  eteroglossi  in  una  forma  sola  di  linguaggio,  che  l'estrarre  quella  forma  da  tutti,  in  cambio  di  prenderla  da  taluno  e  volerla  imporre  agli  altri.  Si  pensi  ai  moderni  tentativi  di  lingua  universale  »),  e  che  il  Parodi  aveva  accolta,  dichiarando  esplicitamente  che,  insomma,  Dante  intendeva  fondare  una  nuova  grammatica  {Bull.  d.  Soc.  datit.,  XIII,  263).  Lo  Zingarelli  sostiene  che  questo  potè  essere  «  un  presentimento  pro-  fondo,  ma  non   un    pensiero    maturo,    non    un    proposito  recondito  ».    2.°  a  insegnar  reg.  di  lingua».  Cfr.   Rajna.]dizione  di  critici  che  ebbero  del  nuovo  idioma  e  della  nuova  letteratura  una  piena  e  profonda  coscienza,  cioè  della  tradizione  nazionale  di  contro  alla  classica;  ma  anche  primo  e  non  meno  elevato  rappresentante  dell'altra  che  intese  a  rinnovarsi  nell'imi-  tazione dei  classici:  nella  prima  veste  si  ricongiunge  all'autore  della  Grammatica  vaticana,  ai  toscani,  al  Manzoni;  nella  seconda  al  Bembo  e  alla  lunga  tratta  de'  suoi  seguaci  classicisti:  capo  e  propulsore  delle  due  correnti  in  cui  si  estrinsecò  lo  spirito  italiano  nella  critica  letteraria,  maggiore  di  tutti,  come  accade  d'essere  ai  grandi,  del  suo  tempo,  per  originalità  e  vastità  di  siero  e  mirabile  accordo  di  facoltà  (').   Ma  con  Dante  il  germe  della  grammatica  italiana  sbocciò  e  avvizzì,  appunto  perchè  nessuno  ebbe  al  pari  di  lui  la  coscienza  della  nuova  letteratura,  e  la  comune  concezione  della  lingua  e  della  '  grammatica  '  e  il  germogliare  dell'umanesimo  sull'istesso  tronco  spezzato  della  nuova  già  altissima  letteratura  assicura-  rono ancora  per  più  d'un  secolo  e  mezzo  al  latino  il  predominio  sul  volgare  come  lingua  della  scienza  e  della  coltura.  Perfino  il  Petrarca  e  il  Boccaccio,  che  pur  tennero  alla  loro  arte  vol-  gare quanto  se  non  più  che  alla  latina  (  "  ),   rimasero  tutti  estra-    Dante  alimenta  la  contesa  tra  umanisti  e  difensori  del  volgare  per  quasi  un  secolo;  il  suo  spirito  aleggia  nei  sostenitori  del  volgare  che  promossero  il  Certame  e  nell'autore  della  Grammatichetta ;  col  trattato  De  l  ulgari  Eloquentia  sono  connesse  le  prime  nostre  contese  ortografiche  e  tutta,  in  genere,  la  questione  della  nostra  lingua  ne'  suoi  momenti  più  salienti  dal  Cinquecento  al  Manzoni.  11  Bembo  e  il  Trissino,  in  fondo,  non  eseguirono  ciascuno  un  piano  identico  a  quello  di   Dante?   La  dimostrazione  data  pel  Petrarca  dal  Cian  {Nugellae vulgares  f  questione  petrarchesca,  in  La  Favilla  di  Perugia,  giugno  1904,  pp.  138-39),  ciie  cioè  il  nostro  maggior  lirico  tenesse  tutt'altro  che  in  conto  di  Nu-  gellae le  sue  Rime,  si  può  ripetere  (e  me  ne  avverte  il  Cian  stesso  pel  Boccaccio  con  eguale  certezza.  Che  la  IV  ecloga  petrarchesca  sia  «  una  disputa  intesa  a  dimostrare  la  superiorità  della  poesia  italiana  sulla  francese  »  esclude  E.  Carrara  |  Giorn.  st.  d.  leti,  it.,  XXVIII,  123  sgg.  I,  e  conviene  con  lui  X.  Busetto,  PETRARCA (si veda)  satirico  e  polemista in  Padova  in  onore  di  F.  P.,  Estr.  Padova,  1906,  p.  12,  n.  2.  Il  Boccaccio  anche  nell'esposizione  in  volgare  della  Divina  Com-  media, dove  avrebbe  potuto  esser  tratto  facilmente  a  osservazioni  anche  di  forma  esteriore,  non  va  oltre  la  spie- azione  di  singoli  boli,  rimanendo  sempre  sotto  l'influenza  delle  sue  dottrine  poetiche.  Difende  calorosamente  Dante  dell'aver    poetato    in    volgare    piuttosto    32  Storia  della  Grammatica   nei  a  un  qualsiasi  movimento  coscientemente  teorico  in  favor  dell'idioma  nativo (*).  Quel  che  si  fece  in  questo  per  tutto  il  terri-  torio romanzo,  fu  diretto  a  intenti  puramente  pratici,  di  gram-  matica in  servizio  della  poetica  o  degli  stranieri,  di  vera  e  pro-  pria metrica,  di  rettorica  in  servizio  della  epistolografìa,  della  notaria,  e  di  chi  doveva  tenere  parlamenti  e  dicerie.  Il  Donatz  proensal,  composto  da  Ugo  Faidit  prima  del  1246  in  Italia  a  richiesta  di  Jacopo  da  Morra  e  Corraduccio  da  Sterleto  e  tra-  dotto anche  in  latino  per  maggior  utilità  degli  Italiani,  è  un  ricalco  su\V Ars  minor  di  Donato.  Senz'  accennar  a  teorie  lin-  guistiche, né  a  scopi  speciali,  comincia  subito  a  trattar  delle  otto  parti  del  vulgar  proensal  (nom,  pronom,  verbe,  adverbe,  particip,  conjunctios,  prepositios,  interjecios),  e  si  chiude  con  un  rimario  abbondantissimo  {De  las  Rimai).  Qui  il  vulgar  proensal  è  trattato  come  una  lingua  letteraria,  come  una  gram-  matica per  gl'Italiani,  quale  doveva  appunto  apparir  loro  la  fio-  rente letteratura  provenzale:  è  insomma  il  provenzale  letterario,  anzi  poetico,  classificato  e  chiuso  negli  schemi  della  grammatica  latina  per  l'apprendimento  degli  stranieri.  Certo  quel  poterlo  cosi  trattare  come  la  '  grammatica  '  doveva  ben  valere  a  dimo-  strare che  dunque  anche  gli  altri  volgari,  non  esclusi  gli  italiani,    che  in  latino,  non  solo  col  criterio  della  fama,  ma  anche  della  bel-  lezza e  virtuosità  del  volgare  (cfr.  O.  Zenatti,  Dante  e  Fire?ize,  cit.,  p.  176  sgg.,  in  n)  :  eppure  della  regolarità  del  volgare  neppur  un  cenno.  Pe'  più  il  volgare  era  una  lingua  dispregiata,  ed  il  Boccaccio  ricorda  che  appunto  quella  era  stata  la  caligine  sotto  cui  era  rimasta  nascosa  la  luce  del  valore  di  Dante  {Dal  Commento,  ed.  O.  Zen  itti,  Roma,  1900,  p.  332).  E  ragion  vuol  che  si  dica  che,  se  il  Boccaccio  aveva  difeso,  meglio  del  Petrarca,  la  poesia,  perchè  non  aveva  fatta  differenza  tra  la  latina  e  la  volgare,  pure  negli  ultimi  suoi  anni,  com-  mentando la  Divina  Commedia  (lezione  terza)  concedeva,  sia  pure  per  non  inasprire  gli  avversari,  che  se  l'Alighieri  avesse  poetato  in  latino  con  l'eleganza  ond'aveva  trattato  il  volgar  materno,  avrebbe  senza  dubbio  fatto  opera  «  più  artificiosa  e  sublime  »  ;  e  con  quest'opi-  nione veniva  tra  poco  a  concordanza  un  altro  ammiratore  del  Poeta,  Coluccio  Salutati  \Ep.,  ed.  Movati,  IV,  491:  la  lettera  è  del  27  mar/o  1401).   (')  Sull'attività  critica  che  accompagnò  il  sorgere  della  letteratura  nazionale  è  da  vedere  La  Critica  letteraria  {dall'Antichità  classica  al  Cinquecento)  di  O.  Bacci,  Milano  (in  corso  di  pubblicaz.),  alla  quale  rimando  anche  per  altre  notizie  di  circostanze  e  fatti  aventi  qualche  relazione  col  nostro  argomento.    Capitolo  primo  33    potevan  esser  ugualmente  trattati,  e  non  avremmo  così  dovuto  aspettar  il  Biondo  perchè  tosse  intravvista  e  riconosciuta  una  certa  regolarità  nel  nostro  idioma:  pure  alla  ipotesi  d'una  gram-  matica italiana  non  si  venne.  Las  razos  de  frodar  sono  anch'esse  una  grammatica,  ma  in  servizio  delle  forme  poetiche,  e,  appunto  perchè  nate  in  suolo  provenzale,  non  eseguiscono  tutta  intera  la  trattazione  grammaticale  e  contengono  dichiarazioni  simili  a  quelle  dei  primi  nostri  grammatici  del  500  che,  avendo  ancora  in  mente  il  latino  e  credendo  molto  fosse  il  conoscerlo,  dicono  non  esser  necessario  svolgere  questa  o  quella  categoria  o  esem-  plificazione. E  notevole  altresì  che  vi  si  trovino  considerazioni  intorno  alla  proprietà  dei  vari  volgari  e  vi  si  vada  come  in  cerca  d'un  volgare  illustre:  «La  parladura  francesca  vai  mais  et  plus  avinenz  a  far  romanz  et  pasturellas  ;  ma  cella  de  Lemosin  vai  mais  per  far  vers  et  cansons  et  serventes  »  (').  È  un  orienta-  mento, come  ben  si  vide,  simile  a  quello  del  De  Vulgari  Elo-  quentia,  e  appunto  per  questo  ci  è  davanti  l'abbozzo  d'una  gram-  matica provenzale,  come  materia  grammaticale  abbiamo  nel  trat-  tato dantesco  ;  ma  quale  differenza  !  Quella  che  nelle  Razos  è  un'osservazione  fuggevole  e  quasi  inconscia  del  pratico  che  vuol  giovare  ai  rimatori,  qui  è  lo  sforzo  e  l'ardimento  di  chi  vuol  creare  un  nuovo  linguaggio  per  la  vita  e  per  l'arte.  Anche  le  Regles  de  trobar  di  Jaufré  de  Foixà(2),  che  sono  un  seguito  del-  l'opera del  Vidal,  furon  compilate  per  domanda  di  Giacomo  re  di  Sicilia  (tra  il  1286  e  il  99).  Osservazioni  di  metrica,  parte  forse  di  opera  più  vasta  e  perduta,  contiene  la  Doctrina  de  com-  pondrc  dìctats.  E  per  tacer  d'altri  rimaneggiamenti  delle  Razos  e  di  altre  arti  metriche,  grammatica,  metrica  e  rettorica  sono  Las  Leys  d'Amors  o  Flors  del  gay  saber  che  Guillelm  Molinier  ebbe  l'incarico,  qual  segretario  o  cancelliere,  di  comporre  in  Tolosa  nel  1350  dalla  compagnia  della  Gaya  scie?isa  (1324),  perchè  fossero  un  codice  della  buona  poesia,  e  dove  il  provenzale  era  appunto   legiferato    grammaticalmente    come    una    lingua    lette-    (')  Raimon  Vidal,  Las  razos  de  trobar,  ed.  E.  Stengel,  Die  beideìi  àltesten  provenz.  Gra/tim,,  Marburgo  1878,  p.  70.  Si  confrontino  a  questo  proposito  anche  Las  leys  d'amors,  II,  392.  Anche  pel  Do-  natz,  questa  edizione.   )  Su  J.   de  Foixà  cfr.   P.   Meyer,  Romania,   51;   X,  322.raria(').  La  lingua GALLICA nella GALLIA non ha nulla  di  simile, allora,  e  le  sue  prime  vere  grammatiche  le  ebbe  appunto  molto  più  tardi,  nel  Cinquecento,  alcuni  anni  dopo  di  noi,  per  effetto  del  medesimo  movimento  critico  che  determinò  il  sorger  delle  nostre.  In  terra  italiana,  oltre  il  trattato  delle  Rime  volgari  di  Antonio  da  Tempo  (1332),  e  l'imitazione  che  un  contemporaneo  de'  nipoti  del  giudice,  Ghidino  di  Sommacampagna,  ne  fa in  veronese  di  corte,  pure  arti  metriche,  e  il  trattatela metrico  di  Barberino,  si  ricorda  un  trattateli simile  che  avrebbe  composto,  ma  che  in  realtà  non  compose. CAVALCANTI (si veda), secondo  la  te-  stimonianza di  Villani  che  l'avrebbe  avuto  tra  mano  e  di  Domenico  Tullio  Fausto  che  1'  avrebbe  visto  e  lo  citava  un  buon  secolo  dopo. Un  confronto  tra  Las  razos  e  il  Donatz  istituì  già  il  D'Ovidio  in   Giorn.  st.   d.  lett.   il. Su  gl’ammaestramenti  grammaticali  pella LINGUA GALLICA nel  medioevo,  cfr.  Brunot,  Hist.  d.  la  langue gallique.  L'abitudine,  a  lungo  conservatasi  in  Inghilterra,  di  usare  la lingua gallica (Honi soit qui mal y pense – “anglo-normanno” di H. P. Grice, originariamente ‘gris,’ grigio),  fa  sorgere  tutta  una  serie  di  saggi,  che  rimasero  senza  paragone  per  molto  tempo  sul  continente d’Europa e  costituiscono  la  sola  letteratura  grammaticale  anteriore. Cfr.  Delle  Rime  Volgari,  Trattato  di  Antonio  da  Tempo,  giudice  padovano ,  composto  nel  1332,  dato  in  luce  integralmente  ora  la  prima  volta  per  cura  di  Giusto  Grion,  Bologna,  1869.  Introduzione  p.  13:  «In  rhetoricis  delectatus  studijs  eandem  artem  ad  rhythmo-  rum  vulgarium  compositionem  eleganter  traduxit  ».  Villani,  De  Florentiae  famosis  civiòus.  11  Fausto,  Introduzione  alla  Unti    volgare  (in  Gkio.n  cit*.),  nel  capitolo  dell'ordinare  la  Prosa:  «Delle  parole  bisillabe  e  trisillabe  sono  alcune  aspirate  come  honore,  al-  cune hanno  geminate  le  liquide,  come  novella,  fiamma,  anno,  carro,  lasso;  consonante  dopo  muta  doppia,  fabbro;  ovvero  muta  in  mezzo  liquide,  sepolcro:  e  cotali  Dante  chiamò  nella  sua  volgar  Eloquenza,  e  Guido  Cavalcanti  nella  seconda  parte  della  sua  Grammatica,  irsute:  «  chi  facesse  combinazione  di  questa  senza  dubbie)  seria  dura  e  roggia  orazione  ».  Qui  evidentemente  la  parola  grammatica  è  usur-  pata per  significar  metrica:  fatto  comune  nell'erudizione,  tanto  che.  nel  1609,  Francesco  Bacchi  nel  suo  elogio  di  Aldobrando  Cavalcanti  {Elogia,  Firenze,  1844,  p.  18)  attribuisce  a  Guido  una  vera  e  propria  grammatica  :  «  quod  multa  Guido  scripserit,  non  desunt  qui  affir-  ment,  ut  de  eloquentia  sui  seculi,  de  regulis  linguae  etruscae,  de  natura  verborum,  quibus  fit  oratio  numeris  astrictior,  artifieijs  orna-  tior...  ».  Il  trattato  del  Da  Tempo  tradusse  nel  suo  dialetto  Barati-Ila,    sedicenne,    figlio    di    Antonio    Laureo.] Ma  NON  GRAMMATICA,  come  la  chiama  appunto  Fausto,  come  GRAMMATICA NON È la  sua  Introduzione  alla  lingua  volgare,  che  è  invece  metrica  e  RETORICA.  Insomma,  quanto  di  grammaticale o SINTASSI – MORFO-SINTASSI (“rules of formation” – “syntax” – H. P. Grice – SYSTEM G -- vi  può  essere  in  tutte  queste  somme  romanze   escluso  il  Donatz    è  solo  in  servizio  della  metrica  e  della  rettorica,  senza  alcuna  vera  funzione  propriamente  grammaticale,  e  asso-  lutamente indipendente  dal  realmente  parlato  ;  mentre  Dante  ha  coscienza  d'uno  schietto  criterio  della  regolarità  grammati-  cale, onde  anche  sia  disciplinabile  sull'esempio  del  latino  il  vol-  gare italiano,  e  l'applica:  nel  che  egli  differisce  dal  Biondo  in  quanto  questi  riconosceva  nel  volgare  una  regolarità  di  fatto,  e  Dante  gliela  riconosceva  solo  in  germe:  restava  di  fargliela  acquistare.  Così,  e  questo  è  tempo  ornai  di  concludere,  prima  dell'autore  della  grammatichetta  vaticana  che  integrò  i  due  cri-  teri e  fece  il  primo  tentativo,  una  vera  e  propria  grammatica  dell'  italiano  non  fu  stesa.  Lo  studio  strettamente  grammaticale  era  fatto  esclusivamente  ne'  riguardi  del  latino  sull'Ars  minor  di  Donato:  l'insegnamento  ne'  riguardi  del  volgare,  quando  l'arte  de'  Dictamina  fu  fatta  passare  dal  latino  al  volgare,  rimase,  com'era  stato  pel  latino,  di  carattere  rettorico.  Certo,  in  quelle  Sutnmè  dictaminis,  in  quelle  Artes  dictandi,  ?w/ariae,  concìonandi ',  non  mancano  osservazioni  che  potrebbero  chiamarsi  di  dominio  puramente  grammaticale.  Una  parte  di' viltà,  che  in  principio  della  Summa  di FABA (si veda) si  raccomandano  d'evitare,   riguarda    Loreggia.  Nel  proemio  del  Da  Tempo  si  avvertiva  che  alla  versifica-  zione giova  la  conoscenza  della  grammatica  (s'intenda  IL LATINO);  si  notava  che  «  lingua  tusca  magis  apta  est  ad  literam  sive  literaturam  quam  aliae  linguae,  et  ideo  magis  est  communis  et  intelligibilis  »  ;  «  Item  ultimo  notandum  est»,  si  avvertiva,  «  quod  quemadmodum  in  oratione  literali  [il  latino]  debet  vitari  barbarismus  et  soloecis-  mus,  ita  in  vulgari  rithimo  ».  Ma  si  teneva  ben  distinta  la  tratta-  zione grammaticale  dalla  metrica  :  «  Vocales  autem  literae  secundum  grammaticos  sunt  quinque,  scilicet  a  e  i  o  u,  reliquae  vero  sunt  li-  terae consonantes.  Est  tamen  alia  etiam  differentia  inter  consonantes  literas:  de  quo  nihil  ad  praesens  disputare  intendo,  quia  satis  per  grammaticas  est  ostensum  ».  Invece  il  ragazzo  compendiatore  si  di-  stende sulle  vocali,  sulle  sillabe,  sui  dittonghi,  su\V  elisione,  il  tronca-  mento  e  altre  figure  :  il  bisogno  della  trattazione  grammaticale  si  era  andato  facendo  sempre  più  vivo!  Il  compendio  del  Baratella  sta  in-  sieme con  l'ed.  delle  Rime  volgari  del   Da  Tempo,  ed.   Grion. Guidonis  Fabe,  Summa  dictaminis  in  II  Propugnatore,  N.  S.,  Voi.   Ili,  pp.  Mi,   1890,  ed.  Gaudenzi.    Storia  della  Grammatica    la  collisio,    il    frenum,    lo   hiatus,   il  metacismus,  il  laudacìsmus ,  ossia  figure  grammaticali.   Nella  parte  seconda,  non  tutto  ciò  che  riguarda  la  pronuntiaiio ,   è  garbo,   ma  correttezza.    Il    dictamen  è  locutio  ne'  due  aspetti    di    competens   et   decora:    «  competens  dicitur  quantum  ad  congruitatem  vel  incongruitatem   tam  bone  sententie  quam  recte  gramatice  ».  Il  dictamen  «  dicitur  autem  prò-  saycum    a    proson,   quod    est  longum,   quia    ne  legi    metrice  vel  rythmice  subiacens,  congrue  se  potest  extendere  ».  Al  £  78  circa  dispositionem  si  vuole  che  il  dictator  «  laboret  ut  ordinetur  sub  verborum  serie  competenti,  et  postmodum  ad  colores    procedat  rethoricos  ».   Poi  vi  sono  le  osservazioni  de  punctis   et   virgulis  et  regulis  eoruni  ;  quelle della  constructio,  in  cui  duplex  est  ordo:  «  Naturalis  est  ille  qui  pertinet  ad  espositionem,  quando  nominativus  cum  determinatione  sua  precedit,  et  verbum  sequitur  cum  sua,  ut  "  ego  amo  te  ,,.  Artificialis  ordo  est  illa  compositio  que  pertinet  ad  dictationem,  quando  partes  pulcrius  disponuntur  ;  qui  sic  a  Tullio  diffinitur  :  "  Compositio  artificialis  est  constructio  dictaminis  equabiliter  perpolita  ,,».   Al  §  96  si  parla  de  regulis  occurrentibus  in  dictamine:    nello    zeugma  l'aggettivo  concorda  col  nome  più  prossimo:    es.   Socrates   et   Berta,    est   alba:    nella  concepito,  prevale  il   maschio  :   vir  et  mulier  sunt  albi  ;  il  neutro  prevale  sul  maschile    e    il    femminile:   mancipium    vir  et  mulier  sunt  alba.   Al  §  98  si  tratta  dei    Verbi  trasmissivi,  al  99  de  ori-  gine, possessione  et  significai  ione  quofundam  ver  borimi,  al  102  de  relativis  et  antecedentìbus ;  e  quando  anche  si  è  in  pieno  campo  rettorico    De   ornatu    orationis   et  colorìbus   retkorìcis,    si    trova  indirettamente  tutta    la  declinazione  perchè,   parlando  de   insep-  tionc  nominis  per  omnrs  casus  tanto  al   singolare  ((pianto  al  plurale,  le  forme  vengon  tutte  fuori,  e  medesimamente  accade  pei  verbi  e  le  altre  parti  del  discorso  (gerundio,  supino,  participio,  pronome,    proposizione,  avverbi),   di    cui    si    passano  in   rassegna  gli  usi  che  se  ne  fanno  al   principio  e  alla   fine  del-  l'orazione.   Sicché  sotto  l'efficacia    de'   due    insegnamenti  d'alta  e  umile  grammatica,   dei  dettatori  e  dei  grammatici,  doveva  ve-  nirsi praticamente  e  indirettamente  elaborando    anche   la  gram-  matica del  volgare,  la  quale  poi  appariva  direttamente  quando  appunto  il  dictamen  passava  dal  latino  al  volgare.    Era  un  mo-  vimento,   insomma,    fecondo    in    favore   del    volgare   quello    dei  dettatori   bolognesi,   e  in   genere  di  quanti   avevan   che    fare    con  le  due  lingue:    e   da   qualunque    aspetto    le  fossero  coltivate,  a    Capitolo  primo  37    qualsiasi  fine  fosse  rivolto  l'esercizio,  la  grammatica  del  volgare  spuntava  accanto  a  quella  del  latino,  ombra  di  essa.  Quel  diroz-  zamento  del  volgare  fatto  dai  maestri  nelle  scuole  e  nei  libri  a  pratici  fini  rettorici,  nelle  prime  come  nelle  ultime  scuole,  non  poteva  non  far  sorgere  ne'  principianti,  negli  studiosi,  negli  scrittori  come  la  coscienza  riflessa  delle  forme  grammaticali  del  volgare,  apprendendole  loro  senza  che  se  accorgessero,  senza  somministrarne  paradigmi,  definizioni,  classificazioni.  Tra  il  voi-"  gare  e  il  latino  e  il  latino  e  il  volgare  erano  continui  e  neces-  sari i  confronti  sia  nelle  scuole  letterarie  che  in  quelle  giuridiche.  Tanto  per  chi  s'avviava  per  i  pubblici  uffici,  che  richiedevano  faconda  e  ornata  parola,  e  possesso  dello  stile  epistolare,  quanto  per  chi  si  dedicava  al  notariato,  lo  studio  del  volgare  sia  pure  per  la  via  della  grammatica  latina  era  una  necessità.  Negli  Sta-  tuti che  la  Società  de'  Notaj  di  Bologna  promulgò  nel  1246,  gli  aspiranti  al  diploma  di  notaro  dovevano  dimostrare  «  qualiter  scirent  scribere  et  qualiter  legere  scripturas  quas  fecerint  vulga-  riter  et  literaliter,  et  qualiter  latinare  et  dictare  »  (l).  E  a  ciò  non  poteva  bastare  uno  studio  stilistico,  ma  occorreva  anche  lo  studio  delle  forme  e  delle  relazioni  sintattiche.  A  un  tale  studio  dovevan  esser  invitati  o  condotti  anche  i  discepoli  di  quel  Boncompagno  da  Signa,  che  fu  de'  primi  a  far  sentir  l'influsso  della  Toscana  alla  sua  scolaresca  di  Bologna,  e,  meglio  ancora,  di  quel  Faba,  il  cui  conato  di  far  trionfare  il  volgare  sul  latino  non  potè  esser  solamente  individuale.  «  Il  Faba,  »  osserva  il  Monaci,  «  viene  a  prendere  il  primo  posto  nella  serie  di  quei  maestri  che,  fa-  cendo passare  dal  latino  al  volgare  l'arte  dei  Dictamina,  con-  tribuirono assai  più  di  quel  che  non  si  creda  alla  formazione  del  nostro  idioma  letterario, e  perciò  alla  determinazione  sia  pure  orale  delle  regole  di  esso.  Che  l' insegnamento  fosse  porto  in  volgare,  confermano  anche  i  testi  grammaticali  esplo-  rati dal  Thurot,   il  (piale  osserva:    «  On    einsegnait. . .  la   gram- [È  superfluo  ch'io  ricordi  quanto  e'  insegna  su  questi  argomenti  Xovati,  di  cui  ora  si  può  vedere  il  saggio, a Milano, su  Le  Origini.    Intorno  alle  Artcs  dictandi  discorre  anche  G.  Lisio,  L'arte  del  periodo  nelle  opere  volgari  d’Alighieri, Bologna. Su  la  Gemma  purpurea  e  altri  scritti  volgari  di  FAVA (si veda)  o  FABA (si veda),  maestro  di  grammatica  in  Bologna, in  Rend.   Lincei.] maire  aux  petits  enfants  sous  une  forme tout  élémentaire,  d'a-  près  le  Donatus  minor,  et  mème  en  languc  vulgaire  ;  car,  quoique  je  n'aie  rencontré  que  deux  manuscrits  qui  contiennent  des  grani  -  maires  élémentaires  rédigées  en  francais,  le  traduction  de  «  ca-  sus »  par  le  substantif  féminin  «  case  »  et  de  «  modus  »  par  «  meuf  »  montre  que  ces  termes  étaient  assez  souvent  employés  pour  avoir  été  accomodés  au  genie  de  la  langue  vulgaire  »  (').  Nel  prepararsi  inoltre  a  pronunziare  in  volgare  le  dicerie  pre-  parate in  latino,  nel  leggere  nel  testo  volgare,  dato  per  disteso  o  in  compendio,  le  formule  epistolari  modellate  in  LATINO,  ognuno  era  naturalmente  tratto  a  osservare  le  regole  del  volgare.  Me-  desimente  gl'innumerevoli  traduttori  dal  latino  e  dal  francese,  e  anche  dal  provenzale,  come  avrebbero  potuto  condurre  l'opera  loro,  così  minuta  e  analitica,  senza  notare  le  differenze  morfo-  logiche e  sintattiche  fra  l'una  e  l'altra  lingua?  Codeste  stesse  volgarizzazioni,  specie  di  opera  di  filosofia  pratica  e  di  varia  eru-  dizione storico-letteraria  e  retorica,  così  diffuse  e  popolari,  ve-  nivano indirettamente  ma  non  per  questo  meno  efficacemente  a  propagare  la  conoscenza  e  l'uso  della  regolarità  del  nostro  vol-  gare.   Anzi    le    riduzioni    e    le    traduzioni    dei  testi  di  rettorica    (')  Notices  et  extraits  de  diverses  manuscrits  latins,  pour  servir  à  V histoire  des  doctrines  grammaticales  aie  moyen  àge,  in  Noi.  et  extr.,  ecc.  dell'Istituto  imp.  di  Francia,  Paris,  MDCCCLXV1I1,  p.  120.  Gli  stessi  testi  di  grammatica  latina  dapprima  redatti,  com'era  naturale,  in  latino,  e  poi,  quando  e  dove  la  conoscenza  del  latini' si  era  venuta  facendo  più  scarsa,  corredati  della  versione  volgare  al-  meno nelle  parti  più  necessarie  tvocaboli,  verbi,  nomi,  avverbi,  locu-  zioni, esempi,  temi),  finiron  con  l'esser  redatti  unicamente  in  volgare.  Son  note  le  vicende  di  quel  fortunato  trattatela»  di  grammatica  latina  che  fu  tramandato  di  generazione  in  generazione,  di  paese  in  paese.  per  lo  spazio  non  breve  di  circa  cinque  secoli  sotto  il  nome  di  Janna,  e  che  usurpò  spesso  il  nome  al  Donato  e  gli  disputò  la  supremazia  nelle  scuole.  Copiata  e  ricopiata  fin  dal  sec.  XIII  e  ristampata  tal-  volta anche  col  titolo  di  Donato  al  Senno,  adottata  nel  corso  prepa-  ratorio di  Guarino,  edita  due  volte  dal  Mancinelli  col  titolo  di  gram-  maticae  aditus  «  tanna  »,  fu  ben  per  tempo  volgarizzata  non  soltanto  da  un  anonimo  bergamasco,  ma  dal  Mancinelli  stesso  dopo  circa  due  secoli,  e  nuovamente  in  Milano  col  titolo  di  Donato  al  Senno  con  il  Calo  volgarizzalo;  trad.  in  greco  da  Planude,  servì  ai  Costantinopolitani  per  impararvi  IL LATINO,  come  agli  Umanisti  del  sec.  XV  per  impararvi  nella  versione  ci i  Planude  il  greco.  Cfr.  Sabbadini,  qui  appresso  cit.    Capitolo  primo    {Fior  di  rettorica,  la  Retorica  di  Tullio,  ecc.),  se  non  contene-  vano precetti  di  grammatica  volgare,  miravano  però  direttamente   a  metter  in  grado  gl'indotti  che  ignoravano  il  latino,  di  parlare  ornatamente  nel  volgar  materno.  E  il  compilatore  del  Fior  di  Retorica  riduce  in  volgare  gli  esempi  latini.  Chi  non  vede  gli  effetti  di  simili  libri  e  ammaestramenti  ?  Ben  a  ragione  Giovanni  Villani,  parlando  nella  Cronica  (Vili,  io)  di  Brunetto  Latini,  lo  chiama  «  digrossatore  de'  fiorentini  in  farli  scorti  in  bene  par-  lare, ed  in  sapere  guidare  e  reggere  la  repubblica  secondo  la  politica  »;  e  con  non  minor  verità  la  critica  moderna  afferma  di  lui  che  «  mostra  un  certo  presentimento  degli  alti  e  utili  uiticj  a'  quali  eran  chiamati  i  nuovi  volgari  romanzi»!1):  lode  che  in  parte  spetta  anche  a  Francesco  di  Barberino.  Per  quanto  concerne  il  latino,  sorsero  ben  presto,  cioè  sul  cader  del  du-  gento,  vocabolari  e  grammatiche  latino-volgari  (:l),  che    rappre-    (')  D'Ancona  e  Bacci,  Manuale,  1,  89.  Sull'insegnamento  che  potè  aver  impartito  il  Latini  a  Firenze  intorno  all'Ars  dictandi,  v.  Fr.  Novati,  Lect.  cit.,   Le  epistole. Nei  Reggimenti  e  costume  delle  donne  Onestate  dice  a  Elo-  cjuenza:   E  parlerai  sol  nel  volgar  toscano   E  porrai  mescidare   Alcun  volgar  consonante  ad  esso   Di  que'  paesi  dov'hai  più  usato   Pigliando  i  belli  e  i  non  belli  lasciando.  Cito,  tanto  per  far  qualche  esempio,  il  Dizionarietto  latino-  volgare contenuto  nel  cod.  B,  56,  n.  112  della  Comunale  di  Perugia;  il  VOCABOLARIO LATINO-ITALIANO del  sec.  XIV  contenuto  nel  cod.  I  (6)  72  della  Riccardiana,  diviso  per  materia,  o  meglio  per  gruppi  di  parole  aventi  un  identico  significato,  una  specie  di  vocabolario  de'  sinonimi:  di  contro,  p.  es.,  alla  colonna  di  sepultura,  tumulus,  baralrum,  se-  pulcrum,  pilum,  tumba,  monimentum ,  monumentimi,  colossus,  cenotha-  phius  abbiamo  le  corrispondenti  voci  volgari  la  sepoltura,  el  moni-  mento;  la  Graìnmatichetta  latino-volgare  contenuta  nel  cod.  220  di  quella  di  Verona  (cfr.  Biadego,  Cai.  descr.  d.  mss.  d.  Bibl.  Coni,  di  V..  Ve-  rona, 18921.  Un  frammento  di  grammatica  latino-bergamasca  ha  illu-  strato negli  Studi  medievali il  Sabbadini,  il  quale  ci  ricorda  l'osservazione  già  fatta  dal  Thurot,  che  nelle  gram-  matiche latine  dei  secoli  XIII  e  XIV  del  Mezzogiorno  d'Europa,  dove  era  più  scarsa  la  conoscenza  del  latino,  sono  interpretati  in  vol-  gare i  thaemata  che  servivano  all'applicazione  delle  regole.  Una  nuova  grammatica   latino-italiana  [veronese]   ex  ha  fatto  cono-    40  Storia  della  Grammatica   sentano,  in  ogni  modo,  l' ingresso  del  volgare  nelle  scuole  e  nei  libri  scolastici,  come  strumento  necessario  allo  studio  del  latino,  e  il  primo  passo  da  esso  mosso  nel  campo  teorico  sulla  via  del-  l'emancipazione  da  questo,  dove  procedette    ostacolato  ma  senza  mai  fermarsi.   Tuttavia,  questo  ed  altro  di  che  si  potrebbe  agevolmente  dire,'  non  spinse  alcuno  a  trattar  di  proposito  la  regolarità  gram-  maticale ne  nei  libri  né,  a  quanto  si  può  sapere,  nelle  scuole!1).  Anzi  quanto  si  fece  a  prò'  del  volgare,  agevolandone  il  naturai  uso  orale  e  scritto,  può  considerarsi  come  un  ostacolo  ad  av-  vertir la  necessità  di  quella    trattazione.    Il    concetto   teorico    scere  A.  De  Stefani  in  Revue  des  langues  romanes.  È  notevole,  secondo  me,  che  vi  si  espongano  significazioni  e  costru-  zioni irregolari  e  difficili.  Un  glossario  latino-bergamasco  fu  pubb.  da  G.  Grion  in  II  Propugn.,  Ili,  90-8,  e  da  J.  Etienne  Lorch  ne'  suoi  Altbergamkischc  Sprachdenkmaler.  Altri  testi  grammaticali indica  il  Rajna,  Introd.  cit.   (M  Per  la  spinosa  questione,  v.  Oddone  Zenatti,  Dante  e  Fi-  renze, pp.  79-81,  in  n..  e  p.  462  sgg.  La  tesi  dello  Zenatti  è  che  Dante  a  Ravenna  (1319-21)  potè  aver  insegnato  nello  studio  retorica  volgare.  La  Romagna  annunziava  (III,  4  apr.  1906)  che  il  dottor  Paolo  Amaducci  ha  posto  fine  a  un  lavoro  in  cui  crede  di  aver  dimostrato  che  Dante  in  Ravenna  tenne  l'insegnamento  della  ret-  torica.  Noi  ammettiamo  la  possibilità  dell  '  insegnamento  dantesco  di  retorica  e  anche  di  grammatica  volgare,  solo  per  ciò  che  abbiamo  detto  della  nuova  dottrina  dell'Alighieri  circa  la  grammatica,  e  del  carattere  precettistico  del  De  Vulgari  Eloquentia ;  che,  comunque  s'an-  dassero ormai  modificando  le  condizioni  e  le  esigenze  degli  studi,  un  insegnamento  di  lingua,  grammatica,  retorica  volgare  con  intenti  let-  terari non  era  possibile.  Se  Dante  lo  impartì,  fu  solo,  come  solo  fu  a  elevare  l'edificio  del  De  Vulgari  Eloquentia  in  quanto  ha  di  nuovo  circa  la  lingua  e  la  grammatica.  Colgo  qui  l'occasione  per  dichiarare  che  dalla  vasta  letteratura  dell' insegnamento  pubblico  dei  sec.  XIII-XV  nessuna  luce  ho  potuto  trarre  pel  mio  argomento,  non  riguardando  essa  che  fatti  del  tutto  esteriori.  Non  giovò  neppure  il  fatto  die  ormai  nel  corpo  stesso  della  grammatica  latina  se  ne  veniva  introducendo  tanta  parte  di  quella  volgare  da  quasi  bilanciarla,  se  si  eccettuino  le  definizioni.  Le  nostre  biblioteche  sono  ricche  non  solo  di  Prisciani,  di  Servi  e  di  Donati,  e  di  grammatiche  latine  di  quattrocentisti  noti  e  ignoti,  ma  di  com-  pi ndi  e  trattati  grammaticali  latino-volgari  veramente  preziosi  anche  per  la  storia  della  lingua,  come,  p.  es.,  quello  contenuto  nel  cod.  904  della  Riccardiana,  al  n.  7  (in  margine:  «  Nicolaj  Angeli  Bucinensis  Epistolae  quinque  de  nonnullis  Piscium,  Avium,   Herbarum,  Anima-    Capitolo  primo  41    della  grammatica  identifica  la  grammatica  col  latino,  la  lingua  immutabile,  regolata:  e  checché  si  pensasse  dell' origine  e  dello  svolgimento  del  volgare,  questo  non  appariva  al  certo  in  quella  sua  anche  troppo  vistosa  mobilità  capace  d'esser  regolato  ;  anzi  i  prodigiosi  monumenti  letterari  che  il  genio  dei  tre  coronati  produsse,  di  tanto  superiori  a  quelli  pur  così  ammirati  del  pe-  riodo immediatamente  precedente,  distolsero  vie  più  dall'  idea  che  fosse  necessario  osservar  le  regole  della  grammatica  d'una  lingua  in  cui,  senz'esse,  Dante,  Petrarca  e  Boccaccio  avevano  assegniti)    alti  fastigi.    alla  grammatica  si  fece  ricorso  ne'  momenti  in  cui,  cessando  il  primato  toscano,  riaffermandosi  le  let-  terature regionali,  che  innanzi  a  quello  avevano  quasi  d'un  tratto  ammutito,  spezzatasi  l'unità  linguistica  nella  stessa  Toscana,  potè    lium  Artificium  vocabulis  »,  ce.  78-87),  che  raccoglie  liste  di  vocaboli  assai  importanti  (berlingozzi,  insalata,  erbastrella,  starna,  fagiani,  merla,  giandaia,  ecc.).  Il  riccard.  150  (L,  IV,  231,  contenente  una  traduzione  latina  deW  Iliade,  a  ce.  25-54  ne'  Rudimenti  grammaticali,  ha  lun-  ghissime liste  di  avverbi,  preposizioni  e  verbi  con  tutte  le  corrispon-  denze italiane;  gli  è  simile  il  I  3  della  Nazionale  di  Firenze;  altre  liste  di  verbi  volgari  contengono  gli  Ashburnam  243  e  244  della  Mcdiceo-Laurenziana,  il  riccard.  3859,  il  misceli.  294  della  Casanatense  frammento  di  4  pagine)  con  le  corrispondenze  roma nesche  (vardare,  robare,  cengere):  notevole,  tra  quanti  ho  potuto  consultare  di  siffatto  gene-re,  il  riccard.  6j$  (N,  III,  26)  contenente  (ce.  1-84)  un  Tractatus  grammaticalis  ne'  cui  margini,  in  corrispondenza  del  paradigma  la-  tino, è,  segnata  sempre  rosso  per  miglior  uso  e  servizio  mnemonico,  la  parte  morfologica  e  sintattica  del  volgare,  che,  presa  a  sé,  è  ab-  bondante quanto  quasi  le  Regole  del  Fortunio.  E  gli  esempi  vanno  dalla  singola  parola  (el  poeta,  la  musa,  lo  homo,  la  donna,  la  fore-  stiera- a  costrutti  participiali  e  gerundivi  'insegnando  ogni  dì,  intesi  bene  principia,  volendo  il  discepolo  imparare)  e  periodici  di  più  ampia  tessitura  (^avendoti  io  amato  et  servito  più  volte,  tu  dovevi  richor dar-  tene). Questi  testi  grammaticali,  oltre  che  al  comodo  comune,  ser-  virono all'istituzione  di  giovanetti  appartenenti  a  famiglie  di  qualche  importanza.  Nell'ultima  pagina  del  Prisciano  contenuto  nel  cod. riccardiano,  è  detto:  «  io  Lorenzo  de  girolamo  di  Dome-  nico di  tingho  o  venduto  q"  Prisciano  a  Alexandre  de  Romigi  degli  Strozzi  e  al  prezzo  de  lire  nove  et  per  fide,  ecc. Noto  qui,  come  per  incidente,  che  molto  sarebbe  da  raccogliere  di  prezioso  materiale  linguistico  dialettale  o  semiletterario  anche  nelle  grammatiche  latine  umanistiche,  essendo  che  i  loro  autori  (Guarino,  Perotti,  Scoppa,  ecc.)  abbiano  fatto  uso,  per  le  corrispondenze,  del  loro  dialetto  o  del  dialetto  italianizzato.    42  Storia  della  Grammatica   parere  che  la  letteratura  nazionale  fosse  signoreggiata  come  da  uno  spirito  d'indisciplina:  il  che  veniva  a  ribadire  il  concetto  tradizionale  della  grammatica.  Il  Gello  racconta  che  i  /iterati,  che  primi  «  usavano  a  l'orto  de'  Rucellai,  si  maravigliarono  di  alcuni  literati  poco  avanti  la  loro  età,  che  avevano  composto  in  versi  e  in  prosa  di  questa  lingua  senza  alcuna  osservazione  :  parendo  loro  impossibile  che,  avendo  pur  veduti  gli  scritti  di  que'  tre  famosi,  e'  non  avessero  aperti  gli  occhi  alle  loro  osser-  vazioni et  non  si  fossero  accorti  in  quanta  corruzione  fusse  in-  corsa la  bellissima  lingua  che  parliamo  ».  Neppur  la  Lettura  pubblica  nello  studio,  che  pur  non  poteva  non  dar  occasione  ad  avvertimenti  grammaticali,  suggerì  l'idea  della  compilazione  delle  regole  prima  del  Landino,  che  avvenne  per  le  ragioni  che  già  vedemmo  (').  Che  più?  Dalla  morte,  anzi  dagli  ultimi  anni  di  Dante,  che  dovette  ascoltare  i  rimpianti  di  Giovanni  del  Virgilio  del  non  avere  egli  scritto  in  latino  il  poema,  sin  oltre  la  Invettiva  di  Cino  Rinuccini,  cioè  fino  agli  ultimi  echi  del  giudizio  del  Niccoli,  che  ebbe  dopo  morte  un  difensore  nel  Poggio,  insomma  per  lo  spazio  d'oltre  un  secolo  la  «  qui-  stione  »  sulla  preferenza  di  Dante  pel  volgare,  che  è  di  quelle  che  parrebbero  fatte  apposta  per  fecondare  la  critica  sulla  na-  tura e  la  struttura  delle  lingue  e  il  modo  di  studiarle,  fu  a  questo  proposito  inutilmente  agitata  :  tanto  le  accuse  come  le  difese  non  andarono  oltre  i  termini  vaghi  e  generali  di  bruttezza  e  bellezza.  Di  fronte  agli  attacchi  e  ai  dispregi  rivolti  all'Ali-  ghieri per  la  forma  e  la  lingua  ond' aveva  composta  la  Com-  media, non  cessati  neppur  dinanzi  all'opera  mirabile  compiuta,  Guido  da  Pisa,  nel  commento  latino  della  Dichiarazione  poetica  dell'Inferno,  si  scagliava  contro  gì'  ignoranti  che,  perchè  scritta  in  volgare  «  fructum  qui  latet  in  ipsa,  quaerere  negligimi  et  abhorrcnt  ».  Corteccia  è  la  lingua  anche  pel  Boccaccio,  che  in  tre  momenti  per  lui  solenni  (Epistola  al   Petrarca  per  accompa- [È  discretamente  abbondante  anche  la  letteratura  dei  commen-  tatori quattrocenteschi  di  Dante  e  del  Petrarca,  ma  ben  pochi  elementi  fornisce  al  nostro  tema  dal  punto  di  vista  teorico.   È  largamente  trattata  da  Oddone  Zenatti  nel  volume  Dante  e  Firenze,  cit. ,  p.  176  sgg.  I  brani  che  cito  in  proposito  son  tutti  di  qui,  e  a  questo  libro  rimando  per  molte  altre  notizie  che  gettano  luce  sul   nostro  tema.    Capi/o/o  plinti)  43    gnar  il  testo  della  Commedia,  Trattatello  in  laude  di  Dante,  Lettura  in  Santo  Stefano)  difese  con  tanto  calore  il  suo  ammi-  rato Poeta  di  tutte  le  accuse.  E  quando  l'intemperante  e  intol-  lerante  Umanista  lanciò  contro  l'Alighieri  il  titolo  di  poeta  da  calzolai,  il  Rinuccini  rispondeva  osservando  che  «  gli  umani  fatti  dipigne  in  volgare  più  tosto  per  far  più  utile  a  suo'  citta-  dini che  non  farebbe  in  latino  »,  e  affermando  che  «  il  volgar  rimare  è  molto  più  malagevole  e  meritevole  che  '1  versificare  litterale  ».  Ser  Domenico  di  maestro  Andrea  da  Prato  andava  più  in  là.  dicendo  che  «  esso  volgare,  nel  quale  scrisse  Dante,  è  più  autentico  e  degno  di  laude  che  il  latino  e  '1  greco  che  essi  anno  ».  Dopo  questo  stadio  acuto  della  questione  i  giudizi  s'andaron  facendo  più  miti.  E  quegli  stessi  che  vi  avevan  par-  tecipato da  avversari  del  Poeta,  finirono  coll'ammirarlo:  il  Bruni,  p.  es.,  che  aveva  dichiarato,  ne'  noti  Dialogi  ad  Petrum  Hi-  strum,  di  pensarla  come  il  Niccoli,  scrisse  contro  questo  1  ' oratio  in  nebulonem  maledicum  e  nel  36  la  Vita  di  Dante  e  del  Petrarca.  Il  Eilelfo  non  isdegnò  leggere  tutte  le  domeniche  al  popolo  la  Commedia.  S' intende,  anche  ora  detrattori  non  mancavano,  e  il  Filelfo  stesso  nel  1432  dovette  purgare  il  Poeta  degli  spregi  d' ignorantissimi  emuli.  Ma  ormai  l' Umanesimo  trionfante  poteva  guardar  la  passata  letteratura  senz'  inimicizia,  avvicinarla,  ammetterla  (')  :-  il   Certame  coronario fu  pos- Il  dissidio,  s'intende,  era  più  apparente  che  reale,  era  più  nella  mente  de'  dotti  colpita  dalle  esteriorità  e  imbevuta  di  pregiudizi  che  non  nel  fatto:  quel  latino  e  quel  volgare  erano  legittimi  prodotti  dello  spirito  italiano  di  questo  periodo,  erano  due  modi  d'esprimersi  che  apparentemente  designavano  una  doppia  serie  di  spiriti  diversa-  mente conformati;  ma  non  era    poteva  esser  cosi.  Era  un'età  di  transizione,  e  come  tale  presenta  i  suoi  contrasti,  che  sembrano  e  sono  più  stridenti  quando  il  nuovo  irrompe  con  la  sfrenatezza  e  l'intempe-  ranza che  gli  è  consueta.  Negli  stessi  singoli  individui  si  avvertono  apparenti  discordanze:  anche  nei  tre  maggiori  non  mancano  a  propo-  sito di  questa  stessa  questione,  del  riconoscimento  cioè  del  volgare  :  semhrano  contraddirsi,  sembrano  oscillare,  ma  in  realtà  essi  son  sempre  d'accordo  e  coerenti  con    stessi  e  con  l'età.  Così  avviene  pel  Bruni  e  pel  Niccoli:  il  primo  muove  dal  latino  per  andar  verso  il  volgare;  il  secondo  dagli  entusiasmi  pel  volgare  che  gli  fanno  imparar  a  me-  moria giovinetto  la  Divina  Commedia,  passa  agli  oltraggi  contro  il  Poeta  divino.  Poi  tutta  la  gloriosa  schiera  degli  Umanisti  della  se-  conda metà  del  sec.  XV  accoglie  in      latino  e  volgare,  e  l'Alberti,    44  Storia  della  Grammatica   sibile  appunto,  perchè  le  ire  erano  sbollite,  e  il  volgare  poteva  presumere  di  misurarsi  col  latino.  Fu  appunto,  cred'io,  per  questi  raffronti  istituiti  senza  fiere  opposizioni,  se  non  in  ami-  chevole accordo  delle  parti  contendenti,  che  le  discussioni,  che  dovettero  derivarne,  poterono  avviarsi  a  qualche  conclusione  utile  ;  ora  era  proprio  di  lingua,  che  si  poteva  parlare,  indipen-  dentemente dalle  persone  e  dalle  dottrine  poetiche.  Il  fatto  è  che  appunto  di  questi  tempi  ebbe  luogo,  comunque  originata,  la  già  accennata  controversia  del  Biondo  e  del  Bruni,  donde  abbiam  visto  uscire  il  concetto  della  regolarità  grammaticale  del  volgare,  concetto  veramente  rivoluzionario  rispetto  a  quello  che  si  aveva  prima  della  grammatica.  E  con  l'implicita  affermazione  della  possibilità  della  grammatica  del  volgare,  sorgere  la  gram-  matica. Anzi  ci  fu  anche  qualcosa  di  più  che  quell'affermazione  ;  il  Landino,  nell'  Orazione  (')  tenuta  incominciando  a  leggere  i  so-  netti del  Petrarca,  accennava  esplicitamente  al  bisogno  di  sco-  prire e  rissare  le  regole  grammaticali  del  volgare,  intorno  ap-  punto agli  anni  in  cui  una  mano  stendeva  la  prima  grammatica  della  lineria  italiana.    i!  Poliziano,  Lorenzo,  il  Sannazaro  son  glorie  di  tutt'e  due  le  lette-  rature. é   Medesimamente,  quando  si  parla  dello  scadimento  della  lingua  volgare,  si  adopera  un  termine  improprio,  per  le  ragioni  che  non  im-  porta ripetere.  Per  quel  che  concerne  poi  la  copia  della  produzione,  basta,  per  la  poesia,  vedere  il  volume  del  Flamini,  La  lirica  loscatia  anteriore  ai  tempi  del  magnifico ,  Pisa,  e  per  la  prosa,  quel  che  ne  discorre  il  Baco,  ora  nel  libro  Prosa  e  Prosatori,  Palermo,  1907,  al  qual  volume  rimando  per  le  abbondanti  notizie  bibliografiche  con-  cernenti i  rapporti  tra  il  latino  e  il  volgare  nel  Quattrocento.   E  per  l'interesse  onde  fu  proseguita  la  tradizione  nazionale,  ba-  sterà pensare  alla  Lettura  di  Dante,  al  Circolo  di  Coluccio,  a  quello  del  Paradiso  degli  Alberti,  alle  conversazioni  del  Convento  di  S.  Spi-  rito, alle  improvvisazioni  de'  canterini  in  S.  Martino,  alle  radunanze  di  S.  Maria  del  Fiore,  all'ufficio  dell'araldo  della  signoria,  all'opera  letteraria  de'  giudici  e  notai  della  Cancelleria,  al  circolo  della  bottega  di  Calimala,  a  quello  della  bottega  del  Bisticci,  all'Accademia  Senese,  agli  Orti,  e,  in  genere,  alle  esercitazioni  poetiche  mantenute  tra  le  fac-  cende giornaliere  della  vita,  nelle  cancellerie,  nelle  case  signorili,  nei  ritrovi,  ne'  fondachi.   (')  In  Corazzini,  Miscellanea  di  cose  inedite  o  rare,  Firenze.  LANDINO (si veda)  èeletto  professore  per  la  poesia  e  l'oratoria  nel  145S.    Capitolo  primo  45    Ma  il  caso  rimase  isolato  ('))  appunto  perchè  ormai  il  mo-  vimento a  favore  del  volgare  fu  così  intensificato,  che  non  ci  fu  il  tempo  perchè  la  via  segnata  dalla  grammatichetta  vaticana  potesse  essere  ila  altri  battuta.  Si  sa  che  dopo  l'anno  del  Certame, L’ITALIANO  anda  guadagnando  sempre  maggiori  sim-[Avemmo  tentativi  parziali  di  ortografia,  e,  anche  più  partico-  lari di  punteggiatura.  Onesta  precedenza  nella  costituzione  di  regole  ortografiche  e  di  punteggiatura  ebbe  due  diverse  cause,  oltre  quella  del  dissidio  tra  il  latino  e  il  volgare  :  le  esigenze  create  dall'inven-  zione dell'arte  della  stampa,  e  il  gusto  che  il  classicismo  veniva  sempre  più  raffinando  e  che  voleva  dimostrare  anche  nei  minimi  particolari  della  scrittura.  Per  tale  rispetto  il  costituirsi  di  questa  parte  della  grammatica  in  norme  speciali  era  un  avviamento  di  progresso,  perchè  moveva  dal  bisogno  sentito  dall'artista  di  conservare  alla  sua  parola  tutta  quella  vita  o  la  parte  di  quella  sua  vita  di  cui  egli  aveva  co-  scienza. È,  al  proposito,  della  massima  importanza  il  vedere  quello  che  recentemente  s'è  scoperto  praticasse  PETRARCA (si veda)  in  armonia  con  una  teoria  quasi  certamente  sua  nello  stendere  in  definitiva  forma  il  suo  Canzoniere,  egli  che.  da  quel  grande  umanista  che  era  e  artista  di  squisitissimo  sentimento,  il  più  squisito  che  noi  avemmo,  ben  è  in  grado  d’avvertire  le  più  impercettibili  sfumature  d'accento  e  di  suono  ne'  suoi  schietti  e  luminosi  fantasmi.  Egli,  oltre  il  suspensivus  (/),  la  nostra  virgola,  il  colon  (.),  il  nostro  punto,  l' interrogativus  anche  talora  in  forza  d'esclamativo  f.  -  ),  il  nostro  interrogativo,  adopera  per  speciali  atteggiamenti  di  pensiero  DUE ALTRI SEGNI  speciali:  un  punto  sottostante  a  una  virgola (.'),  simile  nella  forma  al  nostro  esclamativo, per  la  clausola  non  chiusa  nell’INTENZIONE (vide Grice, “I KNOW vs. I know” --  dello  scrittore;  e  un  punto  attraversato  da  una  virgola  (/),  per  esprimere  un'idea  enfatica – cf. Grice on stress --  di  particolare  interesse  per  lui. Do  un  esempio  del   primo  segno. Da  be  rami  scendea dolce  ne  la  memoria.  Una  pioggia  di  fior  sovral  suo  grembo.  Et  ella  si  sedea  Humile  7  tanta  gloria Couerta  già  de  lamoroso  nembo.  Qual  fior  cadea  sul  lembo.  Qual  su  le  trecce  bionde Choro  forbito  et  perle  Eran  quel    a  vederle.   Ed  ecco  un   esempio  del  secondo. Voi  cui  fortuna  a  posto  in  mano  il  freno de  le  belle  contrade Di  che  nulla  pietà  par  che  vi  siringa.   Codesti  segni,  che  si  trovano  adoperati  anche  nel  vat.  hit.,  contenente  il  Bucolicum  cat'tnen  e  nel  vat.  lat.,  contenente  il  De  sui  ipsius  et  multorum  ignorantia,  corrispondono  perfettamente  a  quelli  di  cui  si  discorre  in  un’ “Ars  punctandi,” attribuita  a PETRARCA,  e  che  questi  avrebbe  esposto  in  una  lettera  a  Salutati  in  risposta  a  un  quesito  di  lui.  L'edizione  è fatta  a  Lipsia  con  i  tipi  di  Arnaldo  da  Colonia,  e  comprende  tre  opuscoli  riuniti  certo  per  uso  scolastico:    Il  Modus  epistola/idi  di  Saphonenn,  l'Ars patie  e  aiuti  da  parte  de'  dotti,  e  dalla  Toscana  il  moto  si  propaga con  molta  rapidità  nelle  altre  regioni  d'  Italia,  specie  nel  Veneto,  dove  scrissero  o  insegnarono  le  Regole  della  lingua  volgare  Augurello e  Gabriello,  e    punctandi  di  Petrarca,  e  il  Dyalogus  de  arte  punctandi  di  Giovanni  de  lapide.  Società  filologica  romana,  II  Canzoniere  di  Petrarca  riprodotto  letteralmente  dal  Cod.  vat.  lai.,  3193  coti  tre  fotoincisioni, cur. Modigliani.  In  Roma,  presso  la  Società.  Ili,  Prefazione,  pp.  xxvm-xxx.   Per  altro,  devesi  osservare  che  questi  trattatelli  di  ars  punctandi  messi  in  luce  sul  finir  del  Quattrocento,  come  altri  d'altro  argomento  affine,  quale  il  trattato  De  aspiratione  del  Pontano,  erano  dettati  non  in  servizio  del  volgare,  ma  specialmente  in  servizio  del  latino.  Il  volgare  vi  entrava  in  ispecie  per  le  varietà  che  veniva  offrendo  rispetto  al  latino,  e  le  osservazioni  erano  poi  più  0  meno  seguite  dai  nostri  primi  grammatici  del  volgare.  P.  es.,  il  Fortunio  ci  dice:  «  come  che  il  dottissimo  Gioviano  Pontano  nel  suo  Trattato  d'aspiratione  dica,  la  preposizione  di  questa  lettera  g  a'  vocali  [come  in  Giano,  gioco,  Giove]  nella  volgar  lingua  esser  processo  da  barbari:  ma,  la  Tosca  pronunciatione  seguendo,  a  me  par  che  vi  si  convenga  »  (p.  30  verso,  ed.  cit.   più  avanti).   Se  non  si  ebbero  nel  sec.  XIV  speciali  trattati  ortografici,  non  mancò  peraltro  chi  nelle  trascrizioni  seguisse  un  sistema  determinato  di  pronunzia.  Mi  basti  citare  1'  esempio  messo  in  luce  dal  Rajna,  Osservazioni  fonologiche  a  proposito  di  un  ms.  della  Magliab.  (Il  libro  della  storia  di   Fioravanti,   1300-25)  in   II  Propugu.,  V.   (')  Dell'insegnamento  di  Trifon  Gabriele,  autore  d'una  Institu-  tione  della  grammatica  volgare,  «  uno  de'  grammatici  e  critici  più  ri-  putati, e  chiamato  il  Socrate  di  quella  età  »  (De  Sanctis,  Storia,  II,  153),  ci  ha  lasciato  notizia  in  uno  de'  suoi  Dialoghi  Speron  Spe-  roni, dove  introduce  a  parlare  de'  propri  studi  giovanili  il  Brocardo:  «  Questo  nostro  buon  padre  primieramente  mi  fece  noti  i  vocaboli,  poi  mi  die  regole  da  conoscere  le  declinazioni  e  coniugazioni  di  nomi  e  verbi  toscani,  finalmente  gli  articoli,  i  pronomi,  i  participii,  gli  av-  verbi e  le  altre  parti  dell'orazione  distintamente  mi  dichiarò;  tanto  clic  accolte-  in  uno  le  cose  imparate,  io  ne  composi  una  mia  gram-  matica, con  la  quale  scrivendo  io  mi  reggevo  ».  In  De  Sanctis,  loc.  cit.    Per  ogni  notizia  riguardante  l'Augurello,  il  Gabriello  e  altri,  rimando  al  cit.  libro  del  Cian,  Un  decennio  ecc.  Per  l'Augu-  rello, in  particolare,  A.  Serena,  Attorno  a  G.  A.  Augurello,  Tre-  viso, 1904  e  G.  Pavanello,  Un  maestro  del  quattrocento  (G.  A.  Au-  guralo), Venezia.  11  P.  non  sa  dirci  nulla  se  l'A.  scrisse  la  Grammatica  (p.  41);  ma  afferma  l'esistenza  dell'insegnamento  a  Padova  (I476?-I4S5),  a  Venezia  (1484-1492),  a  Treviso,  e    altre  indicazioni  importanti  circa  uomini  e  cose  di  questo  periodo  e  di  quanti   furono   in   relazione  col  Bembo. Bembo  andava  meditando  quelle  che  poi  divennero  le  sue  ce-  lebri  Prose,  mettendo  insieme,  fin  dal  1500,  a  richiesta  d'una  sua  amica,    un   libretto   di    .Votazioni.   La  grammatica  ormai  cadeva  sotto  il  dominio  della  poetica  del  Rinascimento  e  si  sottoponeva  al  principio  dell'imitazione:  la  qualità  di  Toscano  non  era  più  necessaria  per  occuparsi  au-  torevolmente ed  efficacemente  del  volgare,  che  veniva  a  esser  considerato  come  lingua  morta,  e  come  tale  studiato  e  regolato  nella  grammatica.  E  senza  negare  che  pur  in  Toscana  le  cure  spese  intorno  ad  esso    s'arrestavano    s'affiochirono,  che  anzi  troveremo  non  pochi  tra  i  Toscani  escogitatori  di  concetti  e  di  riforme  veramente  originali,  pure  il  movimento  si  svolse  segnatamente  fuor  di  Toscana,  almeno  nei  rapporti  della  com-  pilazione scritta  delle  regole.  Ci  basti  il  ricordare  che  a  confes-  sione stessa  del  Bembo,  verso  il  15 12  erano  alquanti  che  scri-  vevano della  lingua  volgare.  Codesti  dovevan  esser  certamente  fuori  di  quel  circolo  cui  egli  dirigeva  il  manoscritto  del  primo  e  secondo  libro  delle  sue  Prose  e  che  era  composto  di  Trifon  Gabriele,  suo  principale  corrispondente,  di  Giovanni  Aurelio  Au-  gurello,  di  Nicolò  Tiepolo,  di  Giovanni  Francesco  Valerio,  del  Ramusio  e  di  Andrea  Navagero.  Chi  fossero  non  è  ben  chiaro,  ma  nella  mente  del  Bembo  dovevan  esser  con  ogni  probabilità,  oltre  il  Calmeta  (l),  che  accusava  di  plagio,  il  Fortunio,  il  Li-  burnio,  il  Colocci  ('").  Se  tutti  costoro  insegnassero  o  scrivessero,  come  l'Augurello  e  Trifone,  «  Regole  de  la  volgar  lingua  »,  non  sappiamo  ;  come  non  sappiamo  se  e  come  si  concretassero  le  osservazioni  della  lingua  che,  secondo  la  testimonianza  del  Trissino,  sarebbero  andati  facendo  il  Dolfin,  il  Fracastoro,  Giulio    (')  Sul  Calmeta  v.  specialmente  Rajna,   La  Lingua  cortigiana  cit.   (-'i  Anche  al  Colocci  furono  attribuite  dall'Ubaldini  Regole  della  lingua,  che  però  dovrebbero  essere  state  confuse,  come  ben  suppone  il  Cian,  non  tanto  col  Vocabolario,  che  effettivamente  esiste  nei  due  codd.  vaticani  4817  e  4818,    bene  «  con  le  Annotazioni  su  varii  autori  volgari  e  latini  o  con  la  Colleclio  vocum  Petrarchae  et  aliorum,  die  realmente  esistono  ancora  Oggidì  fra  i  codici  vaticani  ».  0/>.  cit.  p.  69.  Pel  Colocci,  Rajna,  recens.  cit.  del  libro  del  Belardinelli,  nella  quale  -ohm  anche  messi  a  profitto  due  altri  scritti  riguardanti  il  Colocci,  l'uno  del  Neri,  Nota  sulla  letteratura  cortigiana  del  Rinascimento,  in  Bull.  il.  di  Bordeaux,  e  l'altro  del  Debenedetti,  Intorno  ad  alcune  postille  di  A.   C,  in  Zeit.  f.  rom.  Philol.,  XXVIII   11904),    pp.  56-93.    4«S  Sforici  della  Grammatica   Camillo (l),  e  quel  Romolo  Amaseo  di  cui,  mentre  pronunziava  una  gonfia  orazione  a  Bologna  in  difesa  del  latino,  ormai  de-  tronizzato, si  sa  che  spiegava  al  proprio  figliuolo  e  a  un  altro  scolaro  le  Regole  della  volgar  Ungila,  e  l'altro  gruppo  di  let-  terati di  cui  ci  tiene  parola  il  Dolce  nelle  sue  Osservazioni,  Bernardo  Cappello,  Domenico  Veniero,  Bernardo  Zane,  Giro-  lamo Gradenigo,  Federigo  Baroer,  Giambattista  Amalteo,  ecc.,  tutti  veneti.  Ma  se  non  tutti  saranno  stati  intenti  a  scriver  e  compilar  grammatiche,  di  cose  grammaticali  certo  s'occupa-  vano e  molto  s' intendevano,  specie  coloro  a'  quali  il  Bembo  richiedeva  l'opera  di  correttori  e  di  consiglieri,  e,  per  tornare  in  Toscana,  i  frequentatori  di  quegli  Orti  Oricellari  (:!),  alle  cui  discussioni  presero  parte,  tra  gli  altri,  TRISSINO (si veda),  che  vi  espose  le  sue  dottrine  ortografiche,  e  il  grande  Segretario  fiorentino  (')  che  bollava  d' 'inonestissimi  i  seguaci  del  Trissino,  sostenendo  che  quella  tale  lingua  curiale  non  esi-  sterebbe se  non  in  quanto  il  fiorentino  de'  sommi  trecentisti  si  sarebbe  imposto  all'uso  letterario  di  tutta  Italia,  arricchito  nel  vocabolario,  ma    invariato    nella    grammatica,  e  che,    primo    (')  Per  una   Grammatica  del  Camillo  v.  più   innanzi.   1  )  Cfr.  F.  Zambaldi,  Delle  teorie  ortografiche  in  Italia  (estr.  dagli  Atti  del  R.  Istituto  veneto),  Venezia,  1S92,  p.  3.  Il  Sensi  (M.  Claudio  Volo/nei  e  le  controversie  sull'ortografia  italiana  cit.  più  innanzi),  non  è  disposto  a  cedere  la  priorità  e  la  maggior  im-  portanza del  movimento  grammaticale  toscano  di  contro  a  quello  delle  altre  regioni  d'Italia,  e  raccomanda  che  questo  punto  sia  meglio  rive-  duto. Egli  anche  a  parer  mio  ha  perfettamente  ragione  (pianilo  parla  di  un  interessamento  dei  Toscani  vivo,  continuo  e  intenso  versoli  loro  idioma,  che  manifestano  specie  in  radunanze  e  ritrovi,  nello  sforzo  di  parlarlo  e  scriverlo  meglio  che  possono;  ma  in  fatto  di  produzione  di  grammatiche,  fatto  concreto  e  accertabile  e  accertato  -  quella  va-  ticana è  l'eccezione  che  ha  il  valore  che  abbiam  visto    il  posto  d'onore  spetta  a  non  toscani.  Quella  stessa  testimonianza  del  Pazzi  ( —  quel  che  noi  ridiente  diciavamo,  loro  si  sono  messi  a  far  sul  serio    indica  la  coscienza  che  di  questo  fatto  avevano  i  toscani;  e  vedremo  che  fino  al  Giambullari,  la  Toscana  non  ebbe  un  vero  e  proprio  grammatico  del  volgare,  e  quando  i  Toscani  vi  posero  mano  tu  pro-  prio anche  per  un  certo  sentimento  di  vergogna  che  li  punse  nel  ve-  dersi legiferare  la  loro  lingua  dagli   altri.   Su  gli  Orti,  Leader  Scott,  The  Orti  Oricellari,  Firenze,  1893.  Per  La  data  e  la  composi -.ione  del  «.Dialogo  intorno  alla  lingua  »  di  Niccolo   Machiavelli,  v.   Rajna,  in  Rend.  d.  Acc.  d.  Lincei,  S.  V.,  v.   II,  (1S93),   pp.   203-22.    Capitolo  primo  49    fra    tutti,    intuì    il   valore   dell'elemento   sintattico    nella    lingua,  come  fecero  poi,  tra  gli  altri,   il   Martelli  e  il  Gelli.   Tutto  questo  è  detto  per  dimostrare  che,  quando  il  Fortunio  nel  15 16  pubblicava  le  sue  Regole,  la  necessità  dello  studio  gram-  maticale del  volgare  era  largamente  riconosciuta,  sia  come  ef-  fetto della  sorta  coscienza  dell'importanza  della  nuova  lettera-  tura, sia  in  tanto  in  quanto  a  scrivere  e  parlar  bene  nel  patrio  idioma  occorr,  in  ordine  al  canone  dell' imitazione  formulato  dal  classicismo,  osservare  la  regolarità  de'  nostri  sommi. Quando Fortunio pubblica le  sue  Regole,  due  fatti  si  maturavano,  la  vittoria  definitiva  del  volgare  sul  LATINO  e  il  comporsi  della  dottrina  dell'imitazione  in  una  salda  unità  di  principi. Anzi  esse  ne  sono  la  prima  comune  manifestazione. Primo  e  principale  effetto  di  quella  dottrina è lo  studio  della  forma  esteriore  così  nella  letteratura  antica  che  nella  moderna, elevata  ai  medesimi  onori  di  quella  :  della  forma  nessun  aspetto  fu    trascurato,   parendo    essa    quasi    tutto    il   meglio  del- [Regole  grammaticali  della  volgar  lingua  di  i/tesser  FORTUNIO (si veda), reviste,  et  con  somma  diligentia  corrette.  Aldus. La  prima  edizione  ne  è  fatta  in  Ancona  per  Vercellese.  In  poco  più  di  trentanni  sono  ristampate  diciotto  volte.  Un'altra  edizione  da  me  consultata  è  quella  di  Vinegia,  per  Bindoni  e  Pasini  compagni.   Una  bibliografia  de’nostri  antichi  grammatici  si  ha  nella  Biblioteca dell'eloquenza  italiana  di FONTANINI (si veda)  annotata  dallo  Zeno,  Ve-  nezia.  Di  grammatici  si  occupa  di  proposito  anche  il  Tira-  boschi,  nella  sua  Storia  della  letteratura  italiana,  Roma,  17S5,  t.  VII.  p.  Ili,  1500-1600,  pp.  363-401  :  £  4.  Grammatici  italiani  in  volgare  ;  5.  Contese  ortografiche,  sul  titolo  della  lingua,  ecc.;  6.  GRAMMATICI FILOSOFICI TOSCANI.  Notizie  a  loro  relative  si  pos-  sono raccogliere  in  tutte  le  recenti  storie  letterarie:  cito  per  tutte  quella  scritta  da  una  Società  di  Professori  e  edita  per  cura  del  Yallardi,  ma  ricordando  in  particolare  il  cap.  ultimo  della  Storia  del  Canello,  Milano,  1S80.  Ai  meriti  di  Francesco  De  Sanctis  anche  verso  la  storia    52  Storia  della  Grammatica   l'opera  d'arte,  ivi  scoprendosi  tutto  l'artifìcio  dello  scrittore:  quindi  sceltezza  di  lingua,  correzione,  regolarità,  eleganza,  ar-  monia nel  disegno  totale  e  in  ogiir-rniirimo  particolare  furono  le  doti  volute  alla  perfezione  d'un' opera:  si  discusse  dove  e  come  studiarle  :  furono  studiate,  poi  legiferate,  codificate  in  al-  trettanti particolari  trattati:  grammatiche,  vocabolari,  disamine  linguistiche,  metriche,  rettoriche  :  l'osservazione  fu  tradotta  in  legge:  sorse  così  il  purismo  classico:  l'erudizione  cedette  il  passo  all'estetica.   Di  queste  particolari  trattazioni,  se  stiamo  alle  date  delle  principali  opere  critiche  del  sec.  XVI,  sorse  prima  la  gramma-  tica :  che  le  Prose  del  BemboT  dove,  oltre  la  grammatica,  son  trat-  tati l'effetto  poetico  dei  diversi  suoni  e  il  valore  onomatopeico  delle  varie  vocali  e  consonanti,  sono  del  25,  il  De  Arte  poetica  del  Vida,  dove  si  danno  le  leggi  di  armonia  imitativa,  è  del  27,  la  Poetica  del  Trissino,  che  discorre  di  lingua  e  metrica  toscana,  è  del  29,  del  35  è  il  primo  vero  Vocabolario  toscano,  al  39  risale  il  tentativo  del  Tolomei  d' introdurre  i  metri  classici  nella  poesia  volgare  ecc.  Se  ciò  non  dipese  dal  caso,  la  ragione  sarà  da  ricercare  nel  fatto  che,  come  la  regolarità  grammaticale  è  la  caratteristica  che  prima  colpisce  l'occhio  del  lettore  e  dello  stu-  dioso ed  è,  diremo,  la  dote  essenziale  della  forma  esteriore  d'una  scrittura,  così  è  o  sembra  più  facile  e  nel  tempo  stesso  più  utile  e  necessario  il  codificarla.   La  grammatica  inoltre,    e  questa    della  grammatica  ho  già  accennato,  e  tornerò  a  discorrerne  diretta-  mente a  suo  luogo.    Notizie  di  grammatici  si  hanno,  naturalmente,  in  tutti  i  libri  che  trattano  la  questione  della  lingua:  basterà  ch'io  ricordi  qui:  Caix,  Die  Streitfrage  ilber  d.  ital.  Sprache,  neh' Italia  dell' Hillebrand;  F.  D'Ovidio,  Le  correzioni  ai  Promessi  Sposi  e  la  questione  della  lingua;  3*  ed.,  Napoli,  1893;  V.  Vivaldi,  Le  controversie  intorno  alla  nostra  lingua  dal  1500  ai  nostri  giorni;  Catanzaro,  1894-8  (cfr.  F.  Foffano,  Giorn.  si.  d.  leti.  il.,  XXIX,  154  sgg.),  dove  si  tien  conto  de'  grammatici  con  molta  diligenza;  Leone  Luzzatto,  Pro  e  contro  Firenze,  1893  (cfr.  Sensi,  Pass.  Bibl.,  I,  293);  ora,  G.  Belardinelli,  La  questione  delta  lingua.  Un  capitolo  di  storia  della  letteratura  italiana.  I.  Da  Dante  a  Girolamo  Muzio.  Con  una  nuova  fonte ,  Roma,  1904  (Cfr.  cit.  receus.  Rajna  1.   Su  I  primi  grammatici  della  lingua  italiana  fu  scritto,  oltre  che  dal  Morandi  già  cit.,  da  G.  S.  Ferrari,  in  Rivista  Europea),   p.    1017   sgg.   (')  Anche  nel  Canone  è  la  prima  scienza.    Capitolo  secondo  53    è  ragione  forse  di  maggior  peso  che  non  la  precedente,    è  in  intima  connessione  con  ognuna  delle  trattazioni  che  possono  esser  condotte  anche  separatamente  ;  perchè  è  linguistica,  se  indaga  l'origine  e  lo  sviluppo  della  lingua  che  studia,  è  voca-  bolario in  quanto  registra,  nei  paradigmi  e  negli  esempi,  molte  serie  di  parole,  è  storia  dove  tratta  d'etimologia,  è  metrica,  e,  fino  a  un  certo  segno  anche  rettorica,  specie  dove  discorre  del-  l'uso e  della  collocazione  delle  parole  e  delle  figure  grammati-  cali. Lo  sguardo  del  grammatico,  insomma,  può  spingersi  in  ogni  aspetto  della  forma,  se  è  largo  e  profondo.  L'opera  del  nostro  Fortunio,  infatti,  di  cui  abbiamo  i  primi  due  libri  sol-  tanto, l'uno  «  del  dirittamente  parlare  »  (morfologici),  l'altro  «  del  correttamente  scrivere»  (ortografia),  comprendeva,  secondo  quan-  t'egli  afferma  nel  proemio,  in  altri  tre  libri,  la  trattazione  «  delli  più  riposti  vocaboli  »  {etimologia?  stilistica?),  «  della  costruttione  varia  delli  verbi  »  (sintassi),  e  «  della  volgare  arte  metrica  »,  svolgendo  così  tutta  o  quasi  la  materia  grammaticale,  senza  dire  che  nel  primo  e  secondo  libro  sono  spesso  discusse  delle  que-  stioncelle  di  critica  ermeneutica,  quasi  saggio  d'  un'  ampia  ap-  pendice, che  pure  aveva  tracciata  nel  suo  disegno.  Ad  ogni  modo,  questo  primo  tentativo  d'abbracciar  tutta  la  forma  della  nuova  lingua  che  si  offriva  ora  allo  studio  e  alla  imitazione,  rivela  il  calore  onde  la  critica  s'applicava  alla  nuova  letteratura.  Ma,  in  generale,  all'elaborazione  della  grammatica  volgare,  com'era  già  avvenuto  per  quella  vaticana,  presedette  il  modello  della  latina.  Dei  grammatici  latini  quelli  che  conservarono  fino  al  Rinascimento  la  maggiore  autorità,  furono  Donato,  «  ch'alia  prima  arte  volle  per  la  mano  »,  e  Prisciano  Cesariense,  della  «  turba  grama  »  dantesca  :  Donato  specialmente,  ne\V  Ars  minor,  per  la  prima  istituzione  grammaticale,  e  Prisciano,  il  più  completo  fra  tutti,  per  lo  studio  più  elevato;  ma  il  Rinascimento  sentì  il  bisogno  di  adattarli  per  i  tironi  riducendoli  e  integrando  l'uno  con  l'altro.  Un  primo  tentativo  di  riduzione  aveva  eseguito  per  tempo  Zonino  da  Pistoia,  che  sarebbe  stato  il  primo  a  imporre  il  nome  di  Reguìa~e~?i\\%.  grammatica  latina  ;  ma  non  ebbe  molta  fortuna.  Assai  più  largamente  adottati  furono  invece  Guarino  e  Nicolò  Perotti  :  quest'ultimo  godeva  ancora  il  vivo  favore  dei  discenti  del  medio  Cinquecento,  come  vedremo  sulla  testimo-  nianza del  Conte  di  S.  Martino,  che  lo  copiava  letteralmente  nelle   sue    Osservazioni  di  grammatica   toscana    (1555).    Do    in    54  Storia  delia  Grammatica   nota  ('),  per  comodità  dei  lettori  e  per  evitarmi  continui  raffronti  e  ripetizioni,  un'indicazione  sommaria  delle  due  Arti  di  Donato  e  delle  Instituzioni  di  Prisciano,  valendomi  delle  loro  stesse  pa-  role :   di  Prisciano,  che  non  si  presta  per  la  sua  abbondanza  di    (')  Ecco    lo   schema   della   Donati  De  partibus  orationis  Ars  minor  (ed.  Kiel,   Lipsiae).   Partes  orationis VIII – I nomen II pro-nomen III verbum IV adverbium V participium  VI coniunctio VII praepositio VIII interiectio. Nomen  est (=df) pars  orationis  cum  casu  corpus  aut  rem  proprie  communiterve SIGNIFICANS (Grice ; ‘shaggy.’) Nomini  accidunt  {sex):  qualitas  (proprium – FIDO --,  appellativum – shaggy)  conparatio  (positivo,  comparativo,  supperlativo)  genus  (maschile,  femmenile,  commune,  promiscuo)  numerus  (singulare, duale – ‘ambedue’ --, plurale)  figura  (simpice,   conposta)  casus VI.  Pro-nomen  est (=df) pars  orationis – Grice, “Someone, I, is hearing a noise),  quæ  pro  nomine  posita  tantunden  paene  SIGNIFICAT PERSONAMque – Grice, “PERSONAL IDENTITTY: “Something is hearing a noise” -- interdum  recipit.   Pronomini  accidunt  (sex):  qualitas, genus, numerus, figura.   Verbum est (=df) pars  orationis  cum  tempore  et  persona  sine  casu  aut  agere  aliquid  aut  pati  aut  neutrum  SIGNIFICANS.   Verbo  accidunt  (septemw  qualitas  [in  modis  :  indicativo,  imperativo,  ottativo,  coniuctivo,  infinitivo,  impersonale. In  formis:  perfecta,  meditativa,  frequentativa,  inchoativa. Coniugatio  (PRIMA,  AM-o, -as, -bo, -bor  ;  SECONDA,  doceo  ;  TERZA,  lego);  genus  (attivo,  passivo,  neutro,  deponente,  com.ì;  numerus  f singolare, duale, plurale)  figura  isimplice,  composta)  tempus  (praesens,  praeterito;  imperfetto,  perfetto,  ppf. plusquamperfectum;  futuro),  persona  (prima – Grice, “I am hearing a noise”,   SECONDA,   TERZA (“Someone is hearing a noise).   Adverbium – e. g. ‘non,’ composto di ‘ne’ e ‘on’ – est (=df) pars orationis,  quæ  adiecta  verbo  SIGNIFICATIONEM eius  explanat  atque  inplet.   Adverbio  accidunt  (tria):  significano  (loci,  temporis,  numeri,  NEGANDI (‘non’),  affirmandi,  demostrandi,  optandi,  hortandi,  ordinis,  interrogandi ,  similitudinis,  qualitalis,  quantitatis,  dubitandi ,  personæ,  vocandi,  respondendi ,  separandi,  iurandi,  eligendi,  congruendi,  prohibendi,  eventus,  comparandi),   comparatiti  figura.   Participium est (=df.) pars orationis partem  capiens  nominis,  partem  verbi;  nominis  genera  et  casus,  verbi  tempora  et  SIGNIFICATIONES,  utrius-  que  numerimi  et  figuram.   Participio  accidunt  [sex):  genus  casus  tempus  SIGNIFICATIO  numerus  figura.   Coniunctio est (=df.) pars oratiois adnectens  ordinansque  sententiam.   Coniuctioni  accidunt  (irta):  potestas  (coppulativa – e --,  disgiunctiva – o -- ,  expl. – ‘se’ --,  caus.,  ration.)  figura  ordo  (praep.,  subs.,  coiti.). Prae-positio est (=df.)  pars orationis quæ  praeposita  aliis  partibus  orationis SIGNIFICATIONEM  casum  aut  conplet  aut  mutat  aut  minuit. Praepositioni  accidit  (unum):  casus. Interiectio est (=df.) pars orationis SIGNIFICANS MENTIS [ANIMAE] AFFECTUM VOCE INCONDITA.   Interiectioni  accidit  (unum):  SIGNIFICATIO  (la  intelligimus  cum  multis  aliis  etiam  comprehensivum,  verbale,  principale,  adverbiale.   III.  'de  comparativis  et  sup.  et  eorum diversis  extremitatis :  ex  quibus  positivis  et  qua  ratinili-  formantur;  de  diminutivis:  quot  eorum  species,  ex  quibus  declinationibus  nominimi,   quomodo  formantur'.   [V.  '  de  denominativis  et  verbalibus  et  part.  et  adv.:  quot  eorum  species,   ex  quibus  primitivis,   quomodo  nasenntur '.   Y.  'de  g-eneribus  dinoscendis  per  singulas  terminationes ;  de  nunieris;  de  figuris  et  earum  compage;  de  casti'.   Genera:  masculinum,  femininum,  commune  et  neutrum  vocis  magis  qualitade  quam  natura  dinoscuntur,  quae  sunt  sibi  contraria',  epicoena   vel   promiscua  .  clnbia.   Numerus  '  dictionis  forma,  quae  discretionem  quantitatis  facere  potest.   singularis  vel   pluralis.   '  Figura  quoque  dictionis  in  quantitate  comprehenditur :  vel  eiiim  simplex,   vel  composita,   vel  decomposita'.   '  Casus  est  declinatio  nominis  vel  aliarum  casualium  dictionum  quae  fit  maxime  in  fine'.   VI.  '  de  nominativo  casu  per  singulas  extremitates  omnium  no-  minnm,  tam  in  vocales  quam  in  consonantes  desinentium,  per  ordi-  nem;   de  genetivorum  tam  ultimis  quam  penultimis  syllabis'.   VII.  '  de  ceteris  obliquis  casibus,  tam  singularibus  quam  plura-  libus  '.   Vili.    '  de  verbo  et  eius  accidentibus  '.   '  verbum  est  pars  orationis  cum  temporibus  et  modis,  sine  casu,  agendi  vel  patiendi  significativum '.   accidunt  octo  :  significatio  sive  genus,  tempus,  modus,  species,  figura,  coniugatio  et  persona  cum  numero,,  quando  afifectus  animi  de-  finiti '.   significatio:  activus,   passivus,   neutrum  (absolutum i,   deponens.   tempus:  praesens,  prateritum  et  futurum:  praeteritum  in  tria,  im-  peri"., perf. ,  plusquamp.   '  modi  sunt  diversae  inclinationes  animi,  varios  eius  affectus  de-  monstrantes.  sunt  autem  quinque  :  ind.  sive  definitivus,  imp.,  opt.,  subiun.,  infinitus  '.   '  ind.us,  quo  indicamus  vel  definimus,  quid  agitur  a  nobis  vel  ab  aliis,  qui  ideo  primus  ponitur,  quia  perfectus  est  in  omnibus  tam  per-  sonis  quam  temporibus  et  quia  ex  ipso  omnes  modi  accipiunt  regulam  et  derivativa  nomina  sive  verba  vel  participia  ex  hoc  nascuntur,  ...et  quia  primo  positio  verbi,  quae  videtur  ab  ipsa  natura  esse  prolata,  in  hoc  est  modo,  quemadmodum  in  nominibus  est  casus  nominativus,  et  quia  substantiam  sive  essentiam  rei  significat,  quod  in  aliis  modis  non  est  .  neque  enim  qui  imperat  neque  qui  optat  nequi  qui  dubitat  in  subiunctivo  substantiam  actus  vel  passionem  significat,  sed  tantum-  modo  varias  animi   voluntates  de  re  cavente  substantia'.    6o  Storia    della   Grammatica   '  Species  sunt  verborum  duae,  primitiva  et  derivativa,  quae  inve-  niuntur  fere  in  omnibus  partibus  orationis '.  diversae  species:  inchoa-  tiva  (-sco),  meditativa  (-urio),  frequentativa,  desiderativa,  et  aliae  a  nominibus  (patrisso)  et  a  verbis  (albico).   Impersonalia  '.   'Figura  quoque  accidit  verbo,   quomodo  nomini'.   '  Coniugatio  est  consequens  verborum  declinatio'.   '  Sunt  igitur  personae  verborum  tres  '.   '  Nwmerus  accidit  verbis  uterque,  quomodo  et  omnibus  casualibus,  singularis,  pluralis  '.   de  regulis  generalibus  omnium  coniugationum  '.   de  praterito  perfecto  '.   de  participio'.  de  pronomine'.   '  est  pars  orationis,  quae  prò  nomine  proprio  uniuscuiusque  ac-  cipitur  personasque  finitas  recipit  '.   accidunt  sex:  species,  personae,  genus,  numerus,  figura,  casus.   species:  primitiva,  derivativa,  persona  prima  et  secunda  persona  singula  habent  pronomina,  tertia  sex  diversas  voces.  demonstrativa  (hic),  relativa  (is),  praesens  iuxta  (iste),  absens  vel  longe  posita  (ille),  demonstrativa  et  relativa.   genus:   m.,   f.,   n.   figura:  s.,  e.   numerus:  s.,   pi.   casus:  quemadmodum  nominibus.   De  praepositione.   (Apolloni   '  auctoritam    in    omnibus    sequendam  putavi  ').   '  p.  o.  indecl.,  quae  prep.  aliis  part.  vel  appositione  vel  comp'.  cognationes  de  potestate:  '  separatae  praepositiones  vel  acc.  vel  abl.  àdiunguntur  '.   De  adverbio  et   interiectione.   '  p.  o.   ind.,  cuius  significatio  verbis  adicitur'.   accidunt:   species,  significatio.   figura.   species:  prim.,  der.   (conp.,  sup.,  dim.). significatio  adverbiorum  diversas  species  liabet  (tempus,  locum,  dehortativa,  confirmativa  '.   figura:  simpl.,  conp.,  deconp.  [iurativa,  dub.,  discretiva,  ord.,  intentiva,  comp.  super,  etc.].   Interiectionem  Graeci  inter  adv.  ponunt,  quoniam  haec  quoque  ve]  adiungitur  verbis  vel  verba  ei  subaudiuntur,  ut  si  dicam  '  papae,  quid  video?',  vel  per  se  'papae',  etiamsi  non  addatur  'miror',  habet  in  se  ipsius  verbi  significationeni.  quae  res  maxime  fecit,  Ro-  manorum  artium  scriptores  separatim  liane  partem  ab  adverbiis  ac-  cipere,  quia  videtur  afFectum  habere  in  se  verbi  et  plenam  modus  animi  significationem,  etiamsi  non  addatur  verbum,  demonstrare.  in-  teriectio  tamen  non  solum  quem  dicunt  Graeci  oxerMao/uóv  significat,  sed  etiam  voces,  quae  cuiuscumque  passionis  animi  pulsa  per  excla-  mationem  intericiuntur.  habent  igitur  diversas  significationem  :  gaudii,  doloris,  timoris,  etc'  '  optime  tamen  de  accentibus  earum  docuit  Do-  natus,   quod   non   sunt  certi,   quippe,   cura   et    abscondita   voce,    id    est    Capito/o  secondo  6r   non    piane  expressa,   proferantur   et   prò   affectus   commati   qualitate,  confunduntur  in  eis  accentus  \ De  coniunctione.   'e.  est  p.  o.  ind.,  coniunctiva  aliorum  ]).  o.,  quibus  consignìflcat,  vini  vel  ordinationem  demonstrans  :  vim,  (piando  simul  essi-  res  ali-  quas  significat,  ut  'et  pius  et  fortis  fnit  Aenaeas  '  ;  ordinem,  quando  consequentiam aliquarum  demonstrat  rerum,  ut  '  si  ambulat,  movetur*.   accidunt:  figura  et  species,  quam  alii  poteitatem  nominant,  quae  est  in  significatione  coniunctionum,  praeterea  ordo.   figura:  s.,  e.   species:  copulativa,  continuativa,  subcontinuativa,  adiunctiva,  cansalis,  efFectiva,  approbativa,  disiunctiva,  subdis.,  disertiva,  abl.  praesump.,  advers.,  abneg.,  collect.   vel  rationalis,   dub.,    completiva.   ordo:  praeponuntur.   subponuntur.  de  constructiono  sive  ordinatione  partium  ora-  tionis,    inter  se  '.   '  Quoniam  in  ante  expositis  libris  de  partibus  orationis  in  ple-  risque  A  polloni]  auctoritàtem  sumus  secuti,  aliorum  qtwque  sive  no-  strorum  sive  Graecorum  non  intermittentes  necessaria  et  si  quid  ipsi  quoque  novi  potuerimus  addere,  nunc  quoque  eiusdem  maxime  de  ordinatione  sive  constructione  dictionum,  quam  Graeci  ovvra^iv  vo-  cant,  vestigia  sequntes,  si  quid  etiam  ex  aliis  vel  ex  nobis  congruum  inveniantur,   non  recusemus  intercipere  '.   '  necessariam  ad  auctorum  expositionem  '.   '  est...  oratio  comprehensio  dictionum  aptissime  ordinatarum,  quomodo  syllaba  comprehensio  literarum  aptissime  coniunctarum,  et  quomodo  ex  syllabarum  coniunctione  dictio,  sic  etiam  ex  dictionum  coniunctione  perfecta  oratio  constat'.  Exempla  I:  per  abundantiam :  literae,  '  relliquias  ',  syllabae,  '  tutudi  ',  dictionis,  '  me,  me  adsum  qui  feci  '  ;  literae  '  prorfest  ',  syllabae,  '  inafoperator  ',  dictionis,  '  sic  ore  lo-  cuta  est  '  :  per  defectionem:  literae,  '  audacter  ',  syllabae,  '  commovit  ',  dictionis,  '  urbs  antiqua  fuit  [quam],  Tyrii  tenuere  coloni  '.  II.  Quo-  modo autem  literarum  rationem  vel  scripturae  inspectione  vel  aurium  sensu  diiudicamus,  sic  etiam  in  dictionum  ordinatione  disceptamus  rationem  contextus,  utrumque  recta  sii  an  non.  nani  si  incongrua  sit,  soloecismum  faciet,  quasi  elementis  orationis  inconcinne  coeuntibus,  quomodo  inconcinnitas  literarum  vel  syllabarum  vel  eis  accidentium  in  singulis  dictionis  facit  barbarismum.  sicut  igitur  recta  ratio  scripturae  docet  literarum  congruam  iuncturam,  sic  etiam  rectam  orationis  com-  positionem  ratio  ordinationis  ostendit  '  :  (dementa,  syllabae,  dictiones,  orationes  praeponuntur  et  postponuntur,  dividuntur  et  coniunguntur,  transmutantur,  aliae  prò  aliis  accipiuntur).   '  Solet  quaeri  causa  ordinis  elementorum,  quare  a  ante  b  et  ce-  tera;  sic  etiam  de  ordinatione  casuum  et  generum  et  temporum  et  ipsarum  partium  orationis  solet  quaeri.  restat  igitur  de  supra  dictis  tractare,  et  primum  de  ordinatione  (~  collocatio)  partium,  quamvis  quidam  suae  solacium  imperitiae  quaerentes  aiunt,  non  oportere  de  huiuscemodi  rebus  quaerere,  suspicantes  fortuitas  esse  ordinationum  positiones.  sed  quantum  ad  eorum  opinionem,  evenit  generaliter  nihil    62  Storia  della    Grammatica    per  ordinationum  accipi  nec  contra  ordinationem  peccari,  quod  exi-  stimare  penitus  stultum.  si  autem  in  quibusdam  concedunt  esse  ordi-  nationem, necesse  est  etiam  omnibus  eam  concedere,  sicut  igitur  apta  ordinatione  perfecta  redditur  oratio,  sic  ordinatione  apta  traditati  sunt  a  doctissimis  artium  scriptoribus  partes  orationis,  cum  primo  loco  nomen,  secundo  verbum  posuerunt,  quippe  cum  nulla  oratio  sine  iis  completur,  quod  licet  ostendere  a  constructione,  quae  continet  paene  omnes  partes  orationis.  a  qua  si  tollas  nomen  aut  verbum,  imper-  fecta  rit  oratio;  sin  autem  cetera  subtrahas  omnia,  non  necesse  est  orationem  deficere,  ut  si  dicas  :  '  idem  homo  lapsus  ben  bodie  con-  cidit',  en  omnes  insunt  partes  orationes  ausane  comunctione,  quae  si  addatili-,  aliarti  orationem  exigit  '.   '  Possumus  autem  et  amplioribus  rationibus  de  ordinatione  par-  tium  demonstrare;  sed  quia  non  de  ea  propo sitimi  nobis  est,  sumciat  hucusque  dicere  '.   Quaestio  '  quare  interrogativa  dictionum  in  duas  partes  orationis  solas  concesserunt,  id  est  in  nomen  et  in  adverbium:  '  an  haec  etiam  approbatio  est,  principales  duas  esse  partes  orationis  nomen  et  ver-  bum, quae  quando  in  notitia  non  sunt,  habere  de  se  interrogationem  frequenter  accipiendam?  '.   '  Ouoniam  de  bis,  quae  loco  articulorum  accipi  possunt  apud  Latinos  in  supra  dictis  ostendimus  et  de  generaliter  infinitis  vel  relativis  vel  interrogativis  nominibus,  quae  relationis  causa  stoici  inter  articulos  ponere  solebant,  et  de  adverbiis,  quae  vel  ex  eis  nascuntur  vel  eorum  diversas  sequuntur  significationes,  consequens  esse  existimo,  de  pronuininimi  quoque  constructione  disserere  ' .   Partes  orationis  ad  aptam  coniunctiones  ferri  debent.   '  per  figurarti,  quam  Graeci  à.kkoiòxt\xa  vocant,  id  est  variationem,  et  per  nQÓÀrjynv  vel  ovMeipiv,  id  est  praeceptionem  sive  conceptionem,  et  per  geBypia,  id  est  adiunctionem  et  concidentiam,  quam  ovvé/A-  TtxcùOiv  Graeci  vocant,  vel  procidentiam,  id  est  àvrwirwow,  et  numeri  diversi  et  diversa  genera  et  diversi  casus  et  tempora  et  personae  non  solum  transitive  et  per  reciprocationem.  sed  etiam  intransitive  copu-  lanti^, quae  diversis  auctorum  exemplis  tam  nostrorum  quam  Gra  osservarle,  a  insegnarle,  a  compilarle  erano  ormai  una  schiera,  e  il  fine    questo  conta  ancor  più    era  in  tutti  unito:  trovar  i  principi  onde  condur  con  profitto  lo  studio  e  la  1    stretto;  per  la  s  dolce  propose  il  0,  per  il  eh  seguito  da  i  atono  il  k,  per  il  suono    la  grafia  Ij,  lasciando  il  e  e  il  g  col  suono  gutturale  dinanzi  a  tutte  le  vocali,  e  il  eh  e  gh  pel  palatale,  e  il  digramma  se.  Sicché  il  suo  alfabeto,  quale  ci  è  messo  sott'occhio  nella  Grammatichetta,  presenta  33  rappresentazioni:  a  b  e  d  e  f  g  eh  e  gh  k  i  1  j  m  nopqr^stouz  v  §  x  y  th  ph  h  :  delle  quali  fa  28  si-  gnificative, cioè  «  rappresentative  degli  elementi  della  voce  »,  cinque  oziose  (x,  y,  ph,  th,  h),  benché  h  non  lo  consideri  una  lettera,  ma  un  accento-  aspirato.  Le  significative  distingue  in VII vocali  (aeeiocju) e 2i  consonanti .  Con  le  vocali  forma  13  dipthomgi  (ai,  au,  ei,  eu,  ei,  ia,  ie,  ie,  io,  ico,  iu,  oi,  uo)  e  un  triphth«ngG>  (iu  99   renze  e  a  Siena  se  ne  fosse  parlato,  non  mancali    prove  che  lo  attestino  (l).   Lasciando  dell'  atteggiamento  preso  contro  il  Trissino  e  quant'  è  di  personale  nella  polemica,  e  la  contestata  possibilità  di  conseguir  l' intento  in  materia  siffatta,  gli  oppositori  accetta-  rono la  distinzione  per  Vu  e  il  v,  quella  dell',  per  convenzione).  Comincia  poi  a  trattare  del  nome    e  non  va  più  innanzi    perchè  «  da  lui  rivegna  a  noi,  di  tutte  le  cose  conoscimento,  forma  et  so-  stanza ».  Secondo  il  novero  e  il  grado,  secondo  che  significhi  Corpo  o  ver  Cosa,  che  sia  d'altrui  qualità  propria  o  comune,  otto  ne  sono  gli  osservamenti  :  Specie,  Qualità,  Comparazione,  Geno,   Novero,  Forma,    Grado,  e    Terminazione  »  (?).    Date  tutte    (')  È  la  vera  traduzione  dell' alviariKÓv  de'  Greci. Trattandosi  della  prima  grammatica  dove  si  affacci  un  intendimento classificatorio – o tassonomico, i. e., non-esplicativo – adequazione descrittiva --,  credo  meriti  la  spesa  il  riferire  le  definizioni  di  questi  accidenti  grammaticali. Specie  ee,  una  natia  disposizione,  di  che  che  sia  voce;  per  cui  de  '1  primo  suo  essere  discernimento  riesca,  o  soccedente  dopo. Geno  ee  egli,  uno  racconoscimento  del-  l'un  sesso  all'altro,  dallo  anziposto  articolo,  naturalmente  tratto,  o  dal-  l'autorità de  gli  scrittori,  alle  genti  rimase  ».  «  Novero  e  egli,  uno  accrescimento  di  quantità,  da  uno  a  più  procedente  ;  per  terminazione  distinto».  «Forma  ee  ella,  uno  racconoscimento  della  parola  sempia-  mente  detta,  o  congiunta  e  apposta  altrui. Grado  fia  egli,  un  certo  movimento  della  variazione,  ne  '1  Novero,  racconoscimento  per  anzi-  posto articolo  sempiamente  addetto,  o  con  preposizione  riposto  ».  (I  casi  son  detti  :   Nominativo,   Vocativo,   Genitivo,    Acquisitivo,    Causa-    Capitolo  guaito    le  relative  definizioni,  porge  i  paradigmi  delle  Terminazioni  (Declinazioni),  di  cui  fa  cinque  classi  ( — a;  — o;  — e;  — i;  (Gerì,  Portici,  Napoli);    cons.  (David,  Babel))  e  infine  un  Notamente  (Vocabolarietto)  «  de  Nomi  di  che  sia  detto  nello  costui   ragionamento  ».   La  medesima  applicazione  del  concetto  trissiniano  del  vol-  gare illustre  al  Canzoniere  fece  un  altro  curioso  seguace  del  Bembo,  il  Conte  di  S.  Martino  nelle  sue  Osservazioni  gramma-  ticali e  poetiche  della  lingua  italiana,  dove  lo  schematismo  gram-  maticale acquista  quanto  e  più  che  nella  grammatica  dell'Ateneo  un  considerevole  sviluppo.  Difendendosi  dall'  accusa  rivoltagli  d'incapace,  qual  nato  sul  confine,  a  osservar  le  regole  del  vol-  gare, egli  fa  intendere  che  non  occorre  esser  Toscani  per  com-  prender il  Petrarca,  il  quale  non  iscrisse  nel  puro  fiorentino,  ma  nel  l' italico,  che  rappresenterebbe  per  noi  quel  che  per  i  Greci  la  Kotvfj  òià/.EKTos(l).  Egualmente  dichiarava  di  attenersi  «ai  modi  facili  e  intesi  da  tutti,  non  tolti  di  mezzo  la  Toscana,  e  usando  /  anche  vocaboli  latini  »  un  m.  Nicolò  Tani  dal  Borgo  a  S.  Se-  polcro che,  pur  trattando  della  «  nostra  lingua  Toscana  »,  scri-  veva i  suoi  Avvertimenti  sopra  le  regole  Toscane  con  la  forma-  zione de"1  verbi,  e   variatione   delle  voci  ('),    «  non    pe'  Toscani,    tivo,  Terminativo).  «Qualità  ee,  un  partimento  di  nomi,  de  gli  uni  agli  altri,  altri  fatto  commone  o  proprio,  a  cose  divertevoli  tratto  ».  «  Comparazione  ee,  un  accrescere  o  scemare  di  qualificato  accidente,  con  anziponimento  di  se:  per  le  Additioni  fattone,  significanti  dimi-  nuzione, o  accrescimento  di  appellazione  che  sia  ».  «  Terminazione,  osservamento  sezzaio,  una  fine  esser  diciamo,  di  che  che  sia  Appel-  lazione; variata  per  gradi,  et  in  uno  de  vocali  per  lo  sempre  finiente;  con  barbari  alquanti  in  consonante  formati  ».  I  nomi  son  divisi  in  es-  sistenti  (sostantivi),  e  adherenti  (aggettivi).  La  doppia  uscita  è  chia-  mata geminamente  (chiostro,  -a;  calle,  -a;  martire,  -o).  Delle  parti  del  discorso  fa  nove  classi:  Nome,  Pronome,  Articolo,  Dittione  (verbo;,  Partecipante ,  Additione  (avverbio),  Preposizione,  Congiuntione,  Inter-  posizione: che  corrispondono  press'a  poco  alle  nostre,  tranne  che  fa  una  classe  del  participio  e  non  dell' 'aggettivo,  che  fonde  col  nome.   A  questo  raffronto  ebbero  ricorso  altri  propugnatori  dell'  ita-  liano comune,  a  cominciar  dal  Calmeta,  che  se  ne  sarebbe  servito  per  persuadere,  ma  indarno,  la  sua  dottrina  a  Trifone.  Cfr.  Ra.ina,  La  lingua  cortigiana  cit.   (*)  In  Venezia,  per  Giovita  Ripario,  1550.  Sono  lodati  da  Anni-  bale Fedeli  in  una  sua  lettera  posta  dietro  le  Rime  di  Gaspera  To-  relli. E  infatti  per  l'uso  a  cui  la  destinava  l'autore,  sono  esposti  con  certa  bravura  didattica,  e  ricchi    principalmente    di    paradigmi.    S'in-    Storia  della  Grammatica    ma  per  quei  fuori  d'Italia  ».  Un  bel  riscontro  alla  precedente  offre  questa  dichiarazione  che  il  Citolini,  autore  della  Tipocosmìa,  faceva  nella  sua  Lettera  in  difesa  della  lingua  volgare  (1540)  ('):  «  io  voglio  starmi  nella  Toscana  non  come  in  una  prigione,  ma  come  in  una  bella  e  spaziosa  piazza,  dove  tutti  i  nobili  spiriti  d'Italia  si  riducono  ».    mancarono  de'  seguaci  del  Trissino  più  trissiniani  di  lui  come  Mario  Arezzo  nelle  sue  Osservaniii  di  la  LINGUA SICILIANA  O  e  Gianfìloteo  Achillini  nel  Dia-  logo delle  Annotazioni  della  volgar  lingua  (i537)(3)-   L'Arezzo,  partendo  dal  concetto  che  l'antico  siciliano  fu  lingua  più  pulita  che  non  sia  il  moderno  (e  tale  concetto  ap-  poggia con  l'autorità  di  Dante),  scrive  la  grammatica_p_er icojr^  regger  questo  e  ridurlo  all'antico  splendore,  sicché  i  siciliani  possano  adoperarlo  come  lingua  propria  letteraria.  Non  è  una  grammatica  completa,  perù  che  «  io...  non  altro  fari  intendo,  chi  purgar  la  nostra  lingua  mutando  alcuni  palori  non  ben  usati  ».  Cita  l' autorità  di  poeti  siciliani  viventi  ;  ammette  per  necessità  l'uso  di  parole  latine  e  fiorentine  per  ragioni  di  stile  italianizzate.  E    una  raccoltina  di  sue  Canzoni  per  mostrare  come  sarebbe  da  scrivere,   ponendo  in  margine  il  commento  (4).    dugia  molto  sui  mutamenti  di  vocali  in  principio,  nel  mezzo  e  nel  fine  delle  parole;  dei  vocaboli  composti;  del  troncamento  e  dell'ac-  crescimento. E  notevole  l'osservazione  riguardante  i  participi  sinco-  pati, che  sono  ancor  oggi  una  delle  caratteristiche  del  dialetto  della  regione  di  cui  era  l'autore:  ingombro,  cerco,  scuro,  inchino,  desto,  franco,  molesto,  stanco,  lasso,  ecc.  da  ingombrato,  cercato,  scurato,  inchinato,  ecc.   Oggi  vi  si  sente,   p.   es.,   'nsénto  per  insegnato.   (')  La  lettera  è  datata  da  Roma,  sotto  il  1  settembre  1540;  e  fu  edita  in  Venezia  per  Francesco  Marcolini  da  Forlì  ne  gli  anni  del  Signore,  MDXXX  nel  mese  di  Decembre.  Vi  si  dice  che  il  Citolini  conversava  con  m.  Trifone;  e  che  la  lettera  trovavasi  manoscritta  nelle  mani  di  Bernardo  Zane.  Fu  ripubblicata  in  compagnia  d'una  lettera  del  Ruscelli  al   Muzio,   in  Venezia  al  segno  del  Pozzo,   1551.   I)   Osservaniii;  Di  la  lingua:  Siciliana,  et,   Canzoni,  j  in  lo,  pro-  prio idioma,  \  di  Mario,   di  Arezzo,  |  gititi/'  Homo,    sa  |  ragusano.  Ad  instantia  di  Paulo  Siminara  .  M  .  I)  .  XXXX  III  .    In    Missina    per  Petruccio  Spira,  in  lo  misi  di  gennaro  1543.   (3)  Annotationi  della  volgar  lingua  di  Gio.  Philotheo  Achil-  lino,  in  Bologna  da  Vincenzo  Bonardo  da  Parma  e  Marcantonio  da  Carpo  da  l'originale  de  l'Autore  l'anno  MDXXXVI  a  io  d'Aprile.   (4)  Eccone  un  esempio:   Vinci  disdegno  d'ogni  amor  la  forza:  Volsi  diri:  chi  cosa   Muta  lo  cori,  e  trasforma  la  vogla:  nixuna    mutar    Capitolo  quarto  i  i  3    L'Achillini  loda  ed  esalta  Dante,  Petrarca  e  Boccaccio  «  perchè  lo  meritano,  et  quando  gli  accade  volentiera  gVimita  »:  gli  piace  anche  il  fiorentino,  quando  è  pronunziato  bene,  ma  ritiene  più  corretta,  in  qualche  parte,  la  comune  e  bolognese  nostra  :  «  perchè  derogar'  alle  più  belle  parole  nostre  non  in-  tendo, non  sol  alle  nostre  bolognesi,  ma  di  quale  altra  si  voglia  patria,  che  sono  delle  thosche  migliori,  le  piglio,  et  le  thosche  abbandono.  Non  però  di  libertà  privando  coloro,  che  thoscana-  mente  vogliono  procedere  ».  E  con  pieno  sentimento  della  bontà  della  parola  viva,  argutamente  soggiunge;  «A  noi  ìntraviene  come  a  coloro,  ch'hanno  in  casa  bianco  et  ben  cotto  pane,  e  vanno  in  prestanza  dal  vicino  a  tuorne  de  '1  negro,  et  mal  cotto  ».  E  s' argomenta  rafforzare  questo  sentimento  estetico  della  lingua  con  la  ragione  storica.  Così  preferisce  Olempo  ad  Olimpo,  «  perchè  questi  due  elementi  I  et  E  hanno    grande  insieme  l'amicitia,  che  quando  quella  /  dalla  Romana  ovvero  Latina  si  parte  per  farsi  volgare,  et  ella  in  molti  dittioni  in  E  si  trasforma»,  come  in  ancella  da  anelila;  più  Olempo  gli  fa  comodo  perchè  rima  con  tempo!  E  preferisce  zeloso,  che  viene  da  zelo,  -as,  a  geloso,  perchè  noi  bolognesi,  toscanizzando  ge-  loso, «  si  fa  come  il  gentil  che  butta  via  la  gentil  moglie,  e  ne  piglia  una  bastardella  ».  Bologna  docet  dal  tempo  di  Teodosio  :  dunque  «  Bologna  è  la  madre,  dunque  a  Bologna  la  lingua  vol-  gare nostra  il  suo  rifugio  sempre  mai  d'aver  deve,  specialmente  ne  '1  bene,   et  che  li  figli  cordialmente    ama  »  (').   L'Achillini    è    E  lo  mio  cori  mai  forzao:  nen  forza:  lo  cori  so,  di  lo  amor   Ne  lo  rimossi  di  l'antica  dogla:  di  la  sua  donna,   Anzi  la  vidi  vigurosa  smorza  stanti  la  fidi  e   Foco,  chi  di  disdegno  si   ricogla,  la  constantia,   E  la  costantia:  chi  di  novo  sforza:  la  qual  costringi  la   Costringi  la  radici  a  nova  soglia.  radici  di  l'arboro   di  lo  amori  a  novi  effetti.  Cfr.   Pulejo  Ettore,  Sul  più  antico  abbozzo  di  grammatica  sici-  liana in  Atti  e  rend.  dell' Accad.  Dafnica  di  Acireale,  voi.  VI;  e  Sab-  badini,  Studi  medievali,   I,  2.   1  Con  questi  criteri  l'Achillini  aveva  composto  un  suo  poema  didascalico  ad  imitazione  de!  Dittamondo,  intitolato  il  Fedele.  Cfr.  L.  Frati,  in  Giorn.  st.  d.  leti,  it.,  XI,  383  sgg.  All'Achillini  dobbiamo  quelle  Collettame  grece,  latine  e  vulgari  sulla  morte  dell'ardente  Serafino  Aquilano  in  un  corpo  redutte,  che  il  D'Ancona  ha  illustrato  (Studi,  Ancona,  1884)  e  dove  sono  rappresentate  quasi  tutte  le  città  della  pe-   C.  Trabalza.  s    ii4  Storia  della  Grammatica   l'unico  che  voglia  parlar  la  propria  lingua,  lasciando  piena  li-  bertà agli  altri,  ai  Toscani,  di  parlar  la  loro.  Ed  era  il  più  logico.   O  meglio,  chi  mostrò  anche  più  buon  senso,  in  tanto  variar  d'opinioni,  e  meno  vaga  coscienza  di  quel  che  sia  il  linguaggio,  fu  il  Valeriano  (Giampietro  Yaleriano  Bolzani),  il  cui  Dialogo  fu  male  che  non  vedesse  la  luce  che  quasi  un  secolo  dopo  da  che  era  stato  disteso,  sotto  l'impressione  di  dispute  avvenute,  presente  il  Trissino  (').   Lelio,   uno   degli   interlocutori,  a'  quali    nisola.  Il  libro  è  del  1504,  e  non  possiam  forse  parlare  d'una  dottrina  del  volgare  illustre  dantesco  che  gli  serva  di  fondamento  ideale;  ma  nel  fatto  nulla  vieta  di  considerarlo  un  omaggio  a  tutte  le  parlate  di  Italia  che  l'Achillini  egualmente  rispettava.   (')  Dialogo  della  volgar  lingua  di  Gio.  Piero  Valeriano,  Bel-  lunese, non  prima  uscito  in  luce.  In  Venetia,  MDCXX,  nella  Stam-  peria di  Gio.  Battista  Ciotti.  Fu  ristampato  dal  Ticozzi,  Storia  dei  lett.  e  degli  artisti  del  Dipartim.  della  Piave,  Belluno,  1813,  I,  182  sgg.    La  composizione  di  questo  Dialogo,  il  secondo  dopo  quello  del  Machiavelli,  in  cui  si  riflettono  le  discussioni  sulla  lingua  che  il  Tris-  sino avvivò  discorrendo  del  De  Vulgari  Eloquentia,  di  cui  possedeva  uno  de'  pochi  esemplari,  si  suol  riportare  al  1516  (G.  Percopo,  Giorn.  st.  d.  lett.  il.,  XXVII I,  74-751  cioè  a  un  tempo  di  poco  lontano  alla  composizione  del  dialogo  machiavelliano  (1514)  e  alla  breve  fer-  mata (1513)  fatta  dal  Trissino  in  Firenze  e  alla  probabile  visita  del-  l'anno successivo  alle  medesime  radunanze.  È  ben  noto  che  di-  scussioni simili  a  quelle  degli  Orti  e  nelle  quali  medesimamente,  come  apprendiamo  in  ispecie  dal  Cesano,  il  trattato  dantesco  era  og-  getto e  materia,  avvennero  in  Roma,  presente  anche  qui  il  Trissino,  che  «  risiedette  colà  dal  1514  al  1518,  e  poi  di  nuovo  nel  1524,  e  dal-  l'autunno del  1525  a  quello  del  1526  »  (Rajna,  Introduz.  eh.,  p.  L'I.  Ora,  il  Dialogo  del  Valeriano,  che,  come  ogni  scritto  consimile,  se  non  è  riproduzione  dal  vero,  è  finzione  che  nel  vero  deve  avere  qualche  radice,  a  me  sembra  che  rispecchi  assai  meglio  le  radunanze  romane  del  24  che  non  le  fiorentine  del  13  e  14.  La  scena  è  collocata  in  Roma  e  ne  sono  interlocutori  Lelio,  il  Marostica,  e  Angelo  Colotio  (il  Co-  locci):  e  il  Colocci  vi  riferisce  agli  altri  due  il  dialogo  avvenuto  la  sera  innanzi  in  altra  casa,  dove  egli  fu  trattenuto,  in  Roma  stessa.  Può  esser  tutta  finzione  questa  e  il  contenuto  del  riferito  Dialogo  ap-  partenere alle  discussioni  fiorentine;  ma  l'allegazione  del  pensiero  del  Papa  e  il  richiamo  della  tirannide  che  il  fiorentinismo  aveva  impiantato  alla  capitale  e  le  macchiette  di  quei  canzonatori  fiorentini,  sono  indizi  a'  quali  mal  si  sa  dare  una  realtà  tutta  immaginaria.  Quel  che,  per  altro,  secondo  noi,  basta  a  dirimer  la  questione,  è  la  teoria  del  To-  lomei  intorno  al  volgare,  la  quale  corrispondeva  perfettamente  a  quanto  il  Tolomei  veniva  pensando  e  scrivendo  appunto  in  quel  bat-    Capitolo  quarto  1 1  5    il  Colocci  riferisce  il  Dialogo  avvenuto  tra  il  Trissino,  il  To-  lomeij  il  Tibaldi  e  il  Poggi,  dice:  «Io  non  sento  la  più  sciocca  cosa,  che  '1  parlar  toscano  da  uno,  che  non  sia  Toscano;  e  riesce  ridicolo  per  lo  più,  chi  vuol  parlar  la  lingua  d'altri,  perchè  non  può  star  tanto  sull'aviso,  che  a  lungo  andar  non  iscappi  nel  na-  turale, poiché  la  radice  tien  sempre  della  sua  natura  »  (p.  15).  Il  Marostica,  un  altro  interlocutore,  si  duole  in  modo  veramente  spiritoso  di  non  aver  assistito  al  dialogo:  «  Dio,  perchè  non  mi  smi  io  trovato  a  questi  ragionamenti  per  poter  finalmente  risol-  vere, se  ho  da  parlar  con  la  mia  lingua,  o  con  quella  d'altri,  eh' è  una  compassione  il  fatto  mio,  ogni  volta,  che  ho  da  scri-  vere a  un  amico,  star  a  freneticar,  s' io  ho  da  usar  la  mia  lingua,  0  mandar  per  un'altra  al  macello.  Messer  Angelo,  non  si  può  più  vivere,  dapoichè  son  usciti  fuora  certi  soventi,  certi  eglino,  certi  uopi,  certi  chenti,  e  simili  strani  galavroni  ;  non  posso  passeggiar  per  Parione,  che  vengano  questi  giovanotti  dottarelli,  barbette  recitanti,  e  stanno  ascoltando,  quel  che  ragioniamo  in-  sieme, e  ci  puntano  negli  accenti,  nelle  parole,  e  sulle  figure  del  dire,  che  non  sono  Toscane  senza  una  compassion  al  mondo,  ridendosi    di    noi,    che    se    ben    ha  verno  messo    la    barba   bianca    tagliero  24,  e  che  non  so  da  quale  altra  fonte,  se  non  dal  ricordo  delle  radunanze  romane,  il  Valeriano  avrebbe  potuto  attingere.  E  anche  la  presenza  del  Pazzi  è  ben  significativa.  Cosicché  io  inchino  a  credere  che  questo  caratteristico  scritterello  sia  da  riferire  a  un  tempo  non  an-  teriore al  1524.  L'oggetto  della  disputa  che  vi  è  riferito  era  stato:  «  se  questa  lingua  Volgare  era  nostra,  o  d'altri,  e  se  l'era  Toscana,  e  di  che  paese,  e  se  si  poteva  scriver  in  volgare  altramente  che  con  forme  Toscane.  Poi  si  trattò,  se  per  Lingua  Toscana,  s'intendeva  solo  la  Fiorentina,  e  sopra  tutto  qual  convenisse  a  un  galant'homo  ».  La  disputa,  invece,  quale  è  rispecchiata  nel  Dialogo  del  Machiavelli,  che  da  ogni  accento  mostra  esser  vero,  è  ben  diversa.  E  anche  le  parole,  che  si  potrebbero  allegare  per  metter  il  Dialogo  del  Valeriano  in  re-  lazione con  le  discussioni  degli  Orti  :  «  Misser  Giangiorgio  [disse],  che  stava  sopra  una  fantasia  di  certe  lettere,  che  mancavano  nel  nostro  alfabeto,  poiché  avendo  la  pronuntia  diversa,  si  notavano  con  la  me-  desima figura  »,    vanno  assai  meglio  pel  24,  l'anno  appunto  in  cui  la  riforma  trissiniana  fu  resa  pubblica.    Noto  con  piacere  che  anche  il  Rajna  nella  già  cit.  recens.  (che  vedo  ora  nel  riveder  le  bozze)  del  libro  del  Belardinelli,  su  cui  parimenti  getto  lo  sguardo  ora  appunto  per  la  spinta  di  quella  recensione,  con  quest'ultimo  de'  miei  argo-  menti e  altre  parole  respinge  la  data  del  1516,  propugnata  nuova-  mente dal  Belardinelli.    n6  Storia  delta  Grammatica   negli  studi,  non  sapemo  quello,  che  mai  non  ci  sognassemo  d'imparare.  Non  dico  già,  che,  poiché  havemo  un  Principe  To-  scano, e  di  tal  dottrina,  virtù,  e  benignità  dotato,  non  debba  ogniuno  accomodarse,  ingegnarse,  arfaticarse  con  tutta  l'indu-  stria, che  può,  di  fargli  cosa  grata.  Ma  io  povero  vecchiarello,  come  posso  hora  imparar  di  nuovo  a  parlare,  che,  come  vedete,  m'incominciano  cascar  li  denti?  Certo,  che  m'è  venuta  qualche  volta  tentatione  di  partirmi  di  Roma  per  non  esser  tenuto  forse  per  ribello,  perchè  non  parlo  toscano,  e  mi  scappa  di  quando  in  quando  mi,  e  ti  »  (pp.  io-ii).  E  il  Colocci  risponde  con  al-  trettanta arguzia,  e  fors'anche  verità  storica  :  «  Messer  Antonio,  la  cosa  non  passa  in  questo  modo.  Il  Principe  non  ha  fantasia,  ne  pensier,  ne  interesse  alcuno  in  questa  materia  ;  è  homo  uni-  versale, dotto  come  sapete,  in  lettere  greche,  e  latine,  et  eser-  citato in  tutte  l'arti,  che  appartengono  a  un  vero,  e  gran  si-  gnore; e  si  prende  piacere  d'ogni  esercitio  d'ingegno,  ma  particolarmente  di  queste  dispute,  et  osservationi  ;  perchè  ha-  vendo  la  lingua  nativa,  e  libera,  se  ride  di  questi,  che  la  men-  dicano, ma  molto  più  di  quelli,  che  la  vogliono  restringere,  e  limitar  tutto  il  dì,  e  farla  star  a  regola  nelle  stinche,  si  che  non  pensate  che  questo  si  faccia  per  adularli,  che  tanto  amerà  egli  una  cosa  ben  detta  nella  Cappella  di  Bergamo,  quanto  un'altra  detta  sotto  la  Cuppola  di  Firenze.  La  quistion  è  fra  questi  begli  ingegni  e  scientiati  de',  nostri  tempi.  E  tale  qui-  stione  è  riassunta  nel  Dialogo  con  molta  esattezza,  s'  intende  riguardo  allo  spirito  :  le  dottrine  del  Tebaldo,  che  rappresente-  rebbe la  corrente  dialettale  non  toscana;  del  Pazzi,  sostenitore  del  fiorentino,  del  Tolomei,  propugnatore  del  Senese  o  meglio  del  Toscano  in  genere,  del  Trissino,  che  vagheggiava  dantesca-  mente l'uso  cortigiano,  sono  con  obiettività  tale  riferite,  da  far  apparir  appena  che  il  Valeriano  stia  più  dalla  parte  del  Tris-  sino che  non  de'  Toscani.  E  anche  l'ultimo  pensiero  messo  in  bocca  al  Trissino  a  conchiusione  del  dialogo  e  come  sintesi  dei  principi  da  seguire,  è  di  tal  forma  che  i  Toscani  stessi  avreb-  bero potuto  accettarlo.  Infatti,  ciascuno,  come  avrò  più  volte  osservato,  aveva  perfettamente  ragione  dal  suo  punto  di  vista,  e  tutti,  come  su  per  giù  convenivano,  per  quant'  era  possibile,  nella  pratica  (ciò  che  avviene  poi  in  ogni  secolo,  perchè  in  ogni  secolo  o  periodo  storico  gli  spiriti  sono  su  per  giù  tutti  con-  formati all'ìstesso  modo),  così,   tra  tante  divergenze  e  contradizioni  anche  con    stessi,  finivano  per  convenire  nella  teoria  d'una  lingua  letteraria  comune,  che,  fatta  ragione  di  partico-  lari predilezioni  dialettali  o  letterarie,  era  e  non  poteva  non  essere  che  il  fiorentino  (piale  la  letteratura  nazionale  l'aveva  adoperato.  Il  Machiavelli  stesso  si  trovava  più  d'accordo  con  Dante,  di  quel  che  certo  egli  e  gli  altri  non  credessero.  Era  proprio  come  diceva  il  Colocci  :  «  La  quistione  è  fra  questi  begli  ingegni  e  scientiati  de'  nostri  tempi  ».  L'importanza  derivava  dal  modo  e  dalle  ra-  gioni della  disputa:  e  anche  per  noi  quel  che  importa,  è  che  una  tale  questione  fosse  stata  agitata,  e  si  tenesse  così  vivo  l' in-  teresse per  il  linguaggio.   Ma  i  più  camminavano  sulla  via  nella  quale  s'era  messo  il  Bembo,  trattando  nelle  grammatiche  la  regolarità  trecen-  tesca, specialmente  del  Canzoniere,  e  raccogliendola  in  dizio-  nari.   Annotazioni  su  vari  autori  volgari  e  latini  e  una  Colleclio  vocum  Petrarchae  et  aliorum  ('),  intorno  a  cui  avrebbe  lavorato  nel  medesimo  tempo  in  cui  il  Bembo  stendeva  le  Prose,  ci  ha  lasciato,  come  vedemmo,  Angelo  Colocci  suo  grande  amico,  cui,  pertanto,  spetterebbe  il  merito  di  priorità  nella  compilazione  d'un  vocabolario  volgare  sul  Liburnio  {Le  tre  Fontane,  1526),  sul  Mi  nerbi  che  nel  35  diede  una  raccolta  di  voci  del  Decame-  ron e  ne  prometteva  una  del  Canzoniere,  sul  Luna  che  nel  36  ne  diede  una  di  cinquemila  Vocabulì  Toschi...  del  Furioso,  Bo-  caccio,  Petrarcha  e  Dante,  sul  Di  Falco,  autore  d'un  Rimario  (1535),  dove  rimanda  al  «  J  Vocabolario  della  Fingila  Volgara  »  di  prossima  ma  non  mai  avvenuta  pubblicazione  (').   Osservazioni  sopra  il  Petrarca,  «  puro  lessico  della  lingua  »,  come  lo  chiamano  il  Carducci  e  il  Ferrari,  «  del  resto  utilis-  simo »  C),  ma  «  qua  e    arricchito  di  qualche  breve  spiega-  zione »,  come  aggiunge  il  Morandi('),  compilò  Francesco  Alunno,  che  nel  50  ne  diede  fuori  una  seconda  edizione  meglio  ordinata  e  più  compiuta,  dopo  che  aveva  messo  in  luce  le  altre  due  vo-  luminose raccolte  delle  Ricchezze  della  lingua  volgare  sopra  il  Boccaccio e  della  Fabbrica  del  mondo,  «  che  con-    11)  Sono  ancora  tra  i  codd.   vaticani.   Cfr.   Cian,   p.   69.   Cfr.  Morandi,  loc.  cit.   P.   XXX  dell'ed.   cit.  (4)  Loc.  cit.    ii8  Storia  della  Grammatica    tiene  le  voci  di  Dante,  del  Petrarca  e  del  Boccaccio  e  di  altri,  ed  è  anche  una  specie  di  enciclopedia.  Di  grammaticale  nelle  opere  di  questo  «  eccellente  anatomista  delle  composizioni  volgari  »,  come  egli  stesso  modestamente  si  fa  chiamare  in  una  lettera  che  finge  direttagli  dal  Petrarca  medesimo,  c'è  poco  più  che  la  classificazione  dei  vocaboli  nelle  varie  categorie  delle  parti  del  discorso.  Il  di  più  consiste  in  qualche  notazione  etimologica  come  in  «  Donna,  quasi  domina  levata  la  /  et  mutata  la  M  in  N...  »;  nell'unione  degli  epiteti  o  agiettivi  ai  loro  sostantivi;  in  regolette  e  osservazioni  riguardanti  le  particelle  ;  e  nell'indi-  cazione de'  vari  modi  in  cui  i  verbi  «  si  variano  secondo  le  va-  riationi  de  i  suoi  tempi  ;  nelle  osservazioncelle  ortografiche  che  sono  in  fine  alla  raccolta  ;  non  entrando  nel  campo  strettamente  grammaticale,  non  dico  alcuni  cenni  biografici  o  storici,  ma  «  le  dichiarationi  delle  voci  »,  onde  le  voci  sono  accompagnate.  Le  Ricchezze  furono  ristampate  da  Aldo  in  Venezia,  nel  1551  «  con  le  dichiarazioni,  regole,  osservazioni,  cadenze  e  desinenze  di  tutte  le  voci  del  Boccaccio  e  del  Petrarca  per  ordine  d'alfabeto,  e  col  Decameron  secondo  l'originale  ecc.  »  I    >.   La  forma  tipica  di  questi  zibaldoni  tra  lessicali  e  gramma-  ticali e  spositivi  quali  eran  richiesti  dai  bisogni  di  chi  s'  intro-  duce nello  studio  e  nel  culto  del  volgare  con  la  guida  del  Bembo,  ci  è  data  nella  sua  opera  intitolata  Vocabolario,  Gram-  matica et  Orthographia  de  la  Lingua  volgare,  con  ispositioni  di MORANDI,    loc.    (?it.   (2)  Il  Lombardelli  giudica  così  l'Alunno:  «  Fin'oggi,  è  il  più  facile,  più  comune,  e  più  utile  scrittor  di  questa  schiera,  per  quanto  però  da  una  semplice  e  debol  Teorica  si  penda  alla  pratica,  per  ordi-  nario può  far  benefizio  ai  Giovani  e  a'  principianti  ;  a  certe  occasioni  levar  fatica  a'  bene  introdotti;  e  per  dubbi  che  nascono  all'improv-  viso intorno  all'uso  delle  voci  Toscane  giovare  ugualmente  a'  nostri,  forestieri,  deboli,  gagliardi.  Nelle  osservazioni  sopra  il  Petrarca  esa-  mina principalmente  le  voci,  e  le  locuzioni  poetiche;  nelle  Ricchezze  i  parlari,  che  alla  prosa  convengono;  nella  Fabbrica  le  voci  e  le  guise  di  dire  comuni,  e  popolaresche,  scelte  però  da  lui  con  assai  buon  giudizio  da  tre  principali  scrittori  Toscani  e  talvolta  dal  Sannazaro,  dall'Ariosto  e  dal  Bembo.  In  certe  dichiarazioni  se  ben  per  lo  più  vi  è  gito  pesato,  o  sospeso,  non  è  la  più  sicura  cosa  del  Mondo  ».  /  fonti,  pp.  55-6.  Delle  opere  lessicografiche  dell'Alunno  riconosceva  l'opportunità  il  Giraldi,  Scritti  estetici,  Milano,  1S64,  I,  100.  Cfr.  L.  Arrigoni,   F.  Alunno  da  Ferrala,  ecc.,  Firenze,    1885.    Capitolo  quarto  119    molti  luoghi  di  /laute,  del  Petrarca  et  del  Boccaccio  ('),  dall' Ac-  carisio,  che  già  nel  38  aveva  mandato  Cuori  separatamente  una  grammaticheita,  (;)  certe  «  regolette  »  latte  leggendo  il  Bembo  e  grammatici,  «  spositioni  delle  prose  del  Bembo  in  brevità  re-  dotte, et  tale  che  chiunque  vorrà  imparare,  piglierà  speranza  in  breve  di  vedere  il  fine  ».   L'Accarisio  ha  cura  di  tener  distinto  il  linguaggio  della  prosa  da  quello  della  poesia,  come  aveva  inteso  di  fare  il  Mi-  nerbi  col  vocabolario  petrarchesco  da  lui  annunziato,  e  come  su  per  giù  intendevano  ormai  far  tutti  più  o  meno  esplicitamente:  Regole,  osservanze,  e  avvertimenti  sopra  lo  scrivere  correttamente    (')  Cento,  1543.  Una  seconda  edizione  con  Privilegio  di  N.  S.  et  d'altri  Principi  per  anni  A"  ne  fu  fatta  in  Venetia  alla  bottega  d' Erasmo  di  Vincenzo   Valgrisio,  nel  MDL.   (")  La  Grammatica  volgare  di  M.  Alberto  de  Gl'Acharisi  da  Cento.  In  Venezia  per  Giovan'Antonio  de  Nicolini  da  Sabio.  Ad  instantia  di  M.  Merchiore  Sessa.  Ne  l'anno  del  Signore  MDXXXVIII  del  mese  di  febbraio.  Fu  ristampata  più  volte.  Di  questo  libriccino  io  ho  potuto  vedere,  per  cortesia  del  prof.  Teza,  l'edizione  del  43:  La  Grommati  ca  volgare  di  M.  Al  |  berto  de  gli  Acha  |  risi  da  Cento.  M.D.XLIII.  Dopo  II  fine:  stampata  in  Vinezia  per  Francesco  Bindoni  e  Mapheo  Pasini.  Del  mese  di  Maggio  .  MCXLIII .,  in    piccolissimo  di  fogli  4.  È  dedicata  al  sig.  Conte  Giulio  Boiardo  signore  di  Scandiano.  Alti  lettori  l'A.  dice  di  non  aver  voluto  essere  scrittore  di  regole  volgar,  ma  che  «  per  imparar  leggendo  le  prose  del  Bembo  e  altri  auttori,  da  i  loro  scritti  per  mia  utilità  questa  brevissima  regoletta  mi  feci...  saranno  spositioni  delle  prose  del  Bembo  in  brevità  redotte  ».  Racco-  manda di  studiar  il  Bembo,  il  Boccaccio,  Petrarca  e  Dante:  «  appren-  dete la  facilità  del  dire,  l'abondantia,  le  belle  sententie,  le  clausole  numerose,  et  fuggite  gli  antichi  vocaboli,  che  hoggi  se  eglino  vives-  sero non  userebbono,  per  lo  nuovo  uso  mutatisi,  et  scrivendo  thosca-  namente,  scrivete  con  tale  facilità,  et  vocaboli  sì,  che  da  chi  gli  scritti  vostri  leggerà,  siate  intesi,  acciocché  del  vitio  deiraffettione  non  siate  ripresi  ».  Poi  scrive:  «  Incominciamo  le  regoli  (sic)  volgari  dell' Acha-  risio  »,  e  tratta  degli  Articoli,  del  Nome,  del  Pronome.  È  notevole  che  nella  trattazione  de'  pronomi  parli  della  forma  latina,  che  declina  in  tutti  i  casi,  sicché  si  ha  una  doppia  declinazione  italiano-latina  di  ipse,  ille  =  quegli  (per  Egli  non  trova  la  corrispondente  latina),  iste,  alius,  idem,  nullus,  quis.  Poi  espone  le  quattro  regole  o  maniere  del  verbo,  e  toccato  dei  Gerundi  e  Partecipi,  tratta  Degl'avverbi  locali,  e  qui  ritorna  la  corrispondente  latina,  hic,  huc,  hinc,  ecc.  «  Molt'altre  ne  lascio  facili  d'apprendersi  da    ».  Accenna,  al  proposito  di  tornar  sopra  all'argomento  per  mostrar  che  sia  da  fuggire  ciò  che  non  è  to-  scano.    Storia  della  Grammatica    la  li?igìia  Toscana  ,  in-  differente (l'aquila,   il  passero),  comune  (portatore,  -trice).   i')  Definisce  l'accento  «temperamento,  et  armonia  di  ciascuna  sillaba,  o  lettera  significante»,  dividendolo  in  grave,'  acuto,  misto  "•),  converso  (' ,  apostrofo).    Capitolo  quarto  127    espressivo.  Il  che  accade  sempre  quando  si  perdono  i  contatti  con  la  parola  viva.  «  Fra  tutte  le  parti,  due  sono  di  maggior  pcrtettione,  che  l'altre.  Il  nome,  et  verbo,  li  quali  giunti  insieme  fanno  per    stessi  concludere  una  perfetta  sententia  come  Ri-  naldo scrive. T.  Dico  per  tanto  il  nome  esser  tra  le  parti,  diesi  variali,  quello,  per  cui  l'essenza,  et  la  qualità  di  ciascuna  cosa  corporale,  o  non  corporale  che  sia  particolarmente  et  in  univer-  sale si  discerne:  corporali  son  quelle  cose  che  toccar  si  possono,  et  vedere  come  libro.  Rinaldo.  Homo.  Non  corporali  son  quelle,  che  con  l'intelletto  solo  si  comprendono,  come  studio.  Ingegno  et  valore  ».  Da  questa  funzione  logica  attribuita  alle  categorie  grammaticali  e  dalla  conseguente  interpretazione  di  regolarità  data  alle  forme,  deriva  l'accoglimento  fatto  dal  Corso  ne'  suoi  fondamenti  alla  parte  «  della  concordia  delle  parti  principali  insieme  »  (sintassi  di  concordanza),  e  delle  figure ,  che  sono  de-  viazioni di  pronunzia,  di  forma,  di  costrutto,  di  ortografia  dalla  regolarità  tipica.   Per  la  strada  in  cui  s'era  messo  il  Corso,  ritroviamo  un  altro  poligrafo  assai  più  prolifico,  Lodovico  Dolce,  del  quale  il  Lomdardelli  disse  che  «  può  dare  una  facile  introduzzione,  e  commoda  assai  per  li  principianti  »,  e  che  da    si  rannoda  al  Fortunio  che  «  poteva  esser  più  copioso  nelle  cose  necessarie  »,  e  al  Bembo,  che  «  volendo  vestir  questa  materia  con  i  ricchi  panni  della  eloquenza,  ragionò  solamente  a  Dotti».  Egli  si  ri-  volge, pertanto,  ai  principianti,  e  tratterà  la  grammatica  vol-  gare,  come  «gli  antichi  grammatici  trattarono  della  latina.   Le  osservazioni  constano  di  quattro  parti  :  la  I  contiene  «  le  regole  della  volgar  gramatica  »;  la  II  l'ortografia,  «nel  modo  che  c'è  insegnata  dalla  ragione,  dimostrata  dall'uso,  e  conler-  mata  dall'autorità»;  la  III  X ordine  del  puntare  e  gli  accenti;  la  IV  poetica,  metrica  e  ritmica.  «  Della  concordanza  delle  parti  »  discorre  nella  I  sezione,  dove  non  tralascia  le  figure  gramma-  ticali :  di  fonologia  discorre  sotto  l'ordine  dell'accento.  «  Di  molta  importanza  è  anchora  l'ordine   e  la  testura    delle    parole;    (')  «  Dove,  quando  fosse  chi  della  Volgar  Grammatica  trattasse  in  quel  modo,  che  gli  antichi  Grammatici  trattarono  della  Latina;  senza  dubbio  essi  quel  medesimo  profitto  ne  trarrebbero,  che  ne  hanno  tratto  molti  appo  i  Latini,  senza  niuna  contezza  haver  della  Greca  ».  Pref.  all'ottava  ediz.  di  Gabriel  Giolito  de'  Ferrari.] ma  questa  è  parte,  che  appartiene  al   Rhetore,  e  non  a  scrittore  di  Grammatica  ».   Si  propone  anche  il  Dolce  il  quesito  se  «  La  volgar  lingua  si  dee  chiamare  italiana  o  thoscana  »,  e  lo  risolve  nel  senso  voluto  dal  Bembo,  cui  prodiga  grandi  lodi  anche  di  scrittore  e  poeta,  ripetendo  per  lui  il  detto  di  Quintiliano:  «  ille  se  profe-  risse sciat  cui  Cicero  valde  placebit  »;  crede  perciò  che  si  debba  chiamare  volgare  e  thoscana,  ma  non  in  modo  che  i  Toscani  se  ne  insuperbiscano  !   La  «  facultà  di  lettere  »,  com'anche  è  chiamata  «  l'arte  di  parlare  e  scriver  bene  »,  si  divide  in  lettera,  sillaba,  parola,  «  che  da  i  latini  è  chiamata  Dittione  »,  e  parlamento ,  detto  da'  mede-  simi oratione.  Ammette  (citando  particolari  trattatisti,  non  escluso  Pontano)  22  lettere:  ab  e  d  e  f.g  hi  1  m  n  o  p  q  rs  t  v  x  y  z,  di  cui  5  vocali  e  15  consonanti  (escludendone  l'h  e  il  v  semivocale),  così  distribuite:  8  mutole,  bcdgpqtz;  7  mez-  zevocali,  f  1  m  n  r  s  x,  di  cui  4  liquide,  1  m  n  r.  Delle  parti  del  discorso  due  sono  principali,  il  nome  e  il  verbo,  le  altre  secondarie,  pronome,  participio,  avverbio,  preposizione,  interie-  zione, congiunzione.  A  proposito  del  nome,  distinto  in  sostantivo  e  aggettivo,  che  a  sua  volta  si  suddistingue  in  generale  e  par-  ticolare, tocca  il  problema  dell'origine  della  favella  se  per  natura-  o  per  convenzione.  Discorre  poi,  pur  non  avendone  fatta  una  categoria,  «  de  gli  articoli,  e  di  quei  segni  che  a  i  nomi  invece  di  casi  si  danno  »  :  a  di  da  valgono  per  i  casi  retto,  strumentale  o  effettivo  o  operativo,  e  locale.  Molto  assottigliata,  rispetto  al  Bembo,  è  la  trattazione  de'  pronomi,  distinti  semplicemente  in  principali  (io)  e  derivati  (mio).  Al  verbo,  «parte  principale  e  più  nobile  del  parlamento  »,  indicante  «  o  operazione,  o  cosa  operata»,  attribuisce  cinque  tempi:  pres.,  impf.,  pass.,  pperf.,  avvenire;  cinque  modi,  dimostrativo,  inip.,  desiderativo,  cong.,  in/.;  tre  figure  :  semplice,  composta,  ricomposta;  due  numeri;  tre  pe?'sone  ;  due  ma?iiere  (coniugazioni),  secondo  il  criterio  della  3  ps.  ind.  pres.    i  paradigmi  dalle  due  maniere,  degli  irre-  golari (come  sono  e  vado),  degl'  impersonali  ;  tratta  de'  g erondi  e  participi,  e  degli  anomali.  Parla  degli  avverbi  secondo  le  si-  gnificazioni (tempo,  qualità,  affermare,  accrescere,  paragonare,  luogo);  delle  preposizioni,  divise  in  separate  o  aggiunte,  e  delle  loro  combinazioni;  dell'  intergettione ,  che  esprime  vari  senti-  menti, come  mostra    con    molti   esempi  di  versi;  della  congiun-    Capitolo  quarto  129    tionc  che  «  va  incatenando  e  ordinando  il  parlamento  ».  Le  figure  grammaticali  sono  villose  o  bellezze:  le  prime  dipendono  dal  cattivo  suono  (onde  si  ha  il  bischizzo,  che  qualche  volta  ha  grazia  come  nel  v.  «  del  fiorir  queste  inanzi  tempo  tempie  »),  dall'ai- -  giunqer  paro/e  di  soverchio,  dal  tacerle,  dall'  invertirle,  dal-  l' usarle  iniproprianiente  (ellissi,  pleonasmo,  inversione  ecc.);  le  bellezze  dall'uso  dell'ai,  alla  greca    h umida  gli  occhi  »),  della  parte  per  il  tutto,   della  ripetizione ,   del  polisindeto  ecc.   Nella  trattazione  dell'ortografia  segue  un  criterio  opposto  a  quello  del  Trissino,  che  chiama  eretico,  senza  nominarlo,  ma  limitandosi  alle  cose  più  elementari  :  «  Basta  haver  dimostro  come  si  debba  fuggir  il  porre  insieme  alcune  consonanti  ;  come  le  lettere  si  cangino  l'ima  nell'altra;  come  si  ha  ad  usar  1' h,  come  a  raddoppiar  esse  consonanti    ne'  nomi  come  ne'  verbi  ».   Nel  terzo  libro  segue  «  la  bellissima  inventione  »  del  Bembo.  Tratta  dell'  accento  (da  ad-ca?itus,  «  concento  »),  che  è  acido,  grave  e  rivolto  (apostrofo).  Sulla  scorta  delle  dottrine  degli  antichi  (Donato,  Sergio,  Fortunantiano,  Diomede)  sul  puntare,  tratta  della  distinzione,  suddistinzione,  mezzadistinzione ,  che  si  hanno  secondo  che  il  periodo    clausola  »)  è  terminato  in  tutto,  in  metà,  o  in  parte.  Illustra  così  l'uso  del  punto  (.),  della  coma  (,),  del  punto  coma  (;),  de'  due  punti  (:),  dell 'interrogativo  (?),  della  parentesi  o  traposizione  (()).  Raccomanda  infine  lo  studio  del  Petrarca  e  del  Boccaccio,  ma  non  «  lascino  da  parte  Dante.  Perciocché  anchora  che  egli  non  sia,  (come  nel  vero  non  si  può  negare)  molte  volte,  delle  regole  osservatore;  dal  suo  divino  Poema  molte  belle  forme  di  dire  si  potranno  apprendere  ».   Il  libro  IV  sulla  Poetica,  che  occupa  quasi  un  terzo  del-  l'opera (pp.  87-115)0  si  fonda  principalmente  su  Antonio  da  Tempo  e  sul   Bembo.   L'opera  del  Dolce,  specie  nella  sua  prima  edizione  ("),  non    (')  Osservazioni  nella  volgar  lingua.  Di  31.  Lodovico  Dolce  divise  m  quattro  libri.  Con  privilegio.  In  Vinegia  appresso  Gabriel  Giolito  de  Ferrari  e  fratelli,  .  M  .  I).  L  .  (-160  picc,  pp.  115,  numerate  ne'  recti).   (2)  La  più  completa  e  corretta  è  la  seguente:  I quattro  libri  delle  osservationi  di  m.  Lodovico  Dolce  di  nuovo  ristampate  et  con  somma  diligenza  corrette.  Con  le  postille  e  due  tavole:  una  de'  capitoli  e  l'altra  delle  voci,  et  come  si  deono  usare  nello  scrivere.  In  Vinegia  presso  Altobello  Salicato,  MDLXXX  (pp.  328).    Nuove  osservazioni  C    Trabalza.  q    Storia  de/la  Grammatica    andò  esente    da  critiche    da  beffe,  da  parte  soprattutto  del  Ruscelli,  col  quale  ebbe  una  fiera  polemica,  e  dal  Muzio,  ai  quali  certo  non  potevano  mancar  appigli:  essa  è  una  compila-  zione abborracciata  secondo  il  costume  del  Dolce,  che  vi  mise  di  suo  ciò  che  poteva  metterci  un  compilatore  in  questo  periodo,  la  parte  schematica  e  1'  ordinamento,  favorendo  il  processo  di  cri-  stallizzazione delle  osservazioni  condotte  personalmente  dai  primi  grammatici  con  discreto  senso  della  lingua  sulle  opere  degli  scrittori.  Un  piemontese,  Matteo  «  Conte  di  S.  Martino  e  di  Vische  »,  riattaccandosi  egualmente  al  Fortunio,  al  Bembo,  da  cui  «  forse  più  di  luce  prende  »,  e  al  Trissino,  delle  cui  dottrine  abbiam  visto  1'  applicazione  fatta  alla  forma  petrarchesca,  nelle  sue  Osservazioni  grammaticali  e  poetiche  della  lingua  ita/iana  (1),  adottò  interamente,  con  piccolissime  varianti,  lo  schematismo  dei  Rudimenta  gramatices  di  Niccolò  Perotti  (1473)  divulgatissimi(!)/  Basti  recar  l'esempio  della  trattazione  del  nome.  Esso  è  diviso:  A  secoyido  la  sustanzia:  I  proprio;  II  comune:  1.  -a)  primitivo  (es.  Giulio),  b)  primitivo-appellativo  (terra),  2.  a)  derivativo  proprio  (Giuliano);  b)  derivativo-appellativo;  3.  a)  corporale  proprio  (Pietro),  b)  corporale  appellativo  (huomo)  ;  4.  incorpo-  rale proprio  e  appellativo;  5.  univoco  proprio  e  appellativo;  6.  equivoco  proprio  o  sinonimo  appellativo  ;  B  secondo  la  qualità  :  1.  sustanziale  a)  proprio;  b)  aggiuntivo  (epiteto);  2.  (il  sostan-  ziale e  l'aggiuntivo  comprendono  poi)  17  classi  di  appellativi:  I.  intelligibile  al  detto  (3)  (patre,  tìglio);  2.  id.  (giorno,  notte)  (');    della  lingua  volgare  scelte  da  Lodovico  Dolce  con  gli  artifici  usati  dal T Ariosto  nel  suo  Poema.  In  Venezia  per  li  Sessa (-8n).  Si  devono  al  Dolce  anche  Modi  a/figurati^  e  voci  scelti  et  ele-  ganti, Venezia,   1564.   (')  In  Roma  presso  Valerio  Dorico  e  Luigi  fratelli,  MDLV.  Le  osservazioni  poetiche  (che  l'autore  intitola  //  Poeta)  sono  una  poetica  che  l'autore  stesso  dichiara  compilata  sul  Filosofo  e  sui  nostri  prin-  cipali trattatisti,  Dante,  Antonio  da  Tempo,  il  Bembo  e  il  Trissino;  ma  riguardano  particolarmente  l'elocuzione  e  la  metrica.  1  Nicolai  Perotti,  ed.  cit.   (:t)  Quod  est  ad  aliquid  dietimi?   Quod  sine  intellectu  eius  ad  quod  dicitur  proferre  non  potest:  ut  fiiius:  pater.  (Perotti).   (')  Quasi  ad  aliquid  dictum  quod  est?   Quod  quamvis  habeat  contrarium  et  quasi  semper  adherens  :  tamen  neq.  ipso  nomine  significat  etiam  illud:  nec  secum  interimit:  ut  nox:  dies.  (Perotti.).    Capi/o/o  quatto    3,  gentilizio  (greco);  4.  patrio  (torinese);  5.  interrogativo  (chi?);  6.  infinito  (quale);  7.  relativo  (larga  esemplificazione)  ;  8.  col-  lettivo (volgo);  9'.  distributivo  o  dividilo  (ciascuno);  io.  fac-  iisio  (crich)  ;  11.  generale  (animale);  12.  speciale  (elefante);  13.  ordinale  (primo);  14.  numerale  (ventuno);  15.  assoluto (Dio);  16.  temporale  (ora);  17.  locale  (vicino);  C  secondo  la  qua?itità,  dal  derivativo  uscendo  9  maniere:  1.  patronimico  ;  2.  compara-  tivo; 3.  superlativo;  4.  possessivo;  5.  diminutivo;  6.  denomina-  tivo; 7.  verbale;  8.  partecipiate;  9.  adverbiale.  Abbiamo  dunque  una  cinquantina  di  classi  o  categorie  solo  del  nome  !  Il  quale  ha  cinque  accidenti  :  genere  (m.  e  f.),  mimerò  (s.  e  p.),  caso  (diritto  e  obliquo  in  sei  forme),  specie  (primitiva  o  derivata),  figura  (sempl.  o  comp.)  ;  sette  regole  (declinazioni)  :  i.a  sing.  -a,  pi. -e,  opp.  sing.  -a,  pi.  -i  ;  i.a  -e,  -i,  opp.  -o,  -i  ;  3."  -o,  -a  opp.  -ora;  4."  eterocliti;  5.11  -a  o  -e,  -i  ;  6.a  comuni;  7/1  di  doppia  forma  {lodo,   loda).   Una  vera  ridda.   Di  contro  a  tale  interesse  per  lo  schematismo,  che  corri-  spondeva, anzi  derivava  dall'esaurimento  dell'attività  osservatrice  delle  forme  realmente  prodotte  dagli  scrittori,  dalla  infecondità  stessa  del  criterio  d'osservazione  assunto  fin  da  principio  e  che  aveva  dato  quanto  aveva  potuto  dare  e  da  tutte  le  circostanze  alle  quali  siamo  venuti  alludendo,  sorse  il  bisogno  non  che  di  ristampare  le  grammatiche  più  o  meno  originali  che  s'erano  desunte  dalla  diretta  osservazione  delle  opere  letterarie,  non  che  di  ridurle  a  metodo,  di  raccoglierle  come  in  un  corpo  unico  d'erudizione  grammaticale,  dove  le  une  integrassero  le  altre  e  sodisfacessero  così  all'esigenze  ancor  vive  e  urgenti  dell'appren-  dimento della  lingua  e  del  complicato  maneggio  di  essa  richiesto  dalle  teoriche  poetiche  e  rettoriche.  Per  tal  modo  si  ebbero  ben  presto  le  Osservazioni  della  lingua  volgare  di  diversi  uomini  illustri,  cioè  del  Bembo,  del  Gabbriello,  del  Fortunio,  dell'  Acca-  risio  e  d'altri  scrittori^)  (che  si  riducono  tutti  al  Corso),  per  opera  del  Sansovino,  distinte  in  cinque  libri,  quant' erano  appunto  le  grammatiche  integralmente  ristampate,  con  brevi  relative  notizie  caratteristiche  :  del  Bembo  (lib.  I),  riprodotto  specialmente  per  la  questione  dell'origine  e  del  nome  della  lingua,  vi  è  detto  che  «imitò  YOrator»;   del  Fortunio  (II),   che  «imitò    i  Grammatici    (')  In  Venezia  per  Francesco  Sansovino,  MDLXII;  più  volte  ri-  stampate.    132  Storia  della  Grammatica   antichi  della  lingua  latina  »  :  del  Gabriello  (III),  che  ebbe  le  regole  da  suo  zio  Trifone  ;  del  Corso  (IV),  di  cui  è  dato  il  giudizio  che  già  conosciamo;  dell' Accarisio  (V),  che  «ha  tenuto  l'ordine  de'  latini  o  per  meglio  dir  di  Donato...  Ma  io  direi  che  innanzi  che  altri  leggesse  le  cose  del  Bembo,  o  del  Gabriele,  o  del  Corso,  si  arrecasse  innanzi  quelle  dell' Accarisio,  conciosia  che  risolu-  tamente abbozza  nella  mente  degl'  imparanti  le  regole  pure  et  semplici  de'  nomi,  de'  verbi,  e  de  gli  altri  membri  di  questa  lingua,  li  quali  appresso  ria  poi  agevol  cosa  il  capir  ciò  che  ne  ragionali  gli  altri  scrittori.  Voglio  anco  che  lo  studioso,  habbia  innanzi  /'osservatone  del  Petrarca  fatte  dall'Alunno,  la  Fabrica  e  le  Ricchezze  pur  del  medesimo...  »  Più  tardi  un  f.  Giovanni  da  S.  Demetrio,  Aquilano,  O.F.M.,  diede  un  manuale  di  Regole  della  lingua  toscana  con  brevità,  chiarezza,  et  ordi?ie  raccolte,  e  scielte  da  quelle  del  Bembo,  del  Corso,  del  Fortunio,  del  Ga-  briele, del  Dolce,  e  dell'  Accarisio  (son  gli  stessi  del  Sansovino,  aggiuntovi  il  Dolce)  che  trattano  quelle  parli  che  ?iella  seguente  faccia  si  notano:  Nome,  Articolo,  Pronome,  \erbd,  Gerundio,  Participio,  Verbo  passivo,  impersonale.  Avverbio,  Preposizione,  Interiezione ,  Congiunzione,  Lettere.  Punti.  Accenti,  Ortografia,  forma  di  comporre  o  vero  scrivere  (').  Le  Prose  del  Bembo,  già  ristampate  con  indici  e  tavole,  furono  ridotte  a  metodo  sotto  il  nome  di  M.  A.  Flaminio  a  Napoli  nel  1581.  Prima  degli  Av-  vertimenti del  Salviati,  appena  due  o  tre  grammatichette (")  del-  l'indirizzo che  fin  qui  abbiamo  esaminato,  furon  pubblicate  :  (*)  meritano  appena  tra  queste  d'esser  particolarmente   menzionate    (')  Venezia,   1572.   {-)  Il  Minturno  e  il  Tiraboschi  ricordano  un'Opera  divina  sulla  toscana  favella  di  Giambattista  Bacchili i  modenese  (Vivaldi,  Le  Con-  troversie),  che  io  non  ho  potuto  vedere.   (iraniniatiche  vere  e  proprie  non  si  posson  chiamare    la  Regola  della  lingua  losca  dell'ortografia  volgare  e  latina  raccolta  da  m.  Girolamo  Labella  dalli  discorsi  fatti  dal  diligentissimo  //uma-  nista Girolamo  Gafaro  nella  Accad.  Cafarea.  Novamente  mandata  in  luce.  In  Venetia,  Appresso  Fr.  Rampazetto,  1570  (vi  si  danno  avver-  timenti vari  sull'art.,  sui  nomi  sost.  e  agg.,  sui  pronomi,  sulle  coniu-  gazioni:  poi  alcune  regole  ortografiche:  1.  santo  da  sanctus  ;  2.  dotto  da  doctus,  ecc.),    II  Tesoro  della  votgar  lingua  di  Reginaldo  Acceto.  In  Napoli  per  Giuseppe  Cacchi,  1572  (contiene  appena  XXIII  regole  grammaticali  delle  CLVIII  che,  secondo  lo  Zeno,  avrebbe  do-  vuto contenere).    Capitolo  quarto  133    le  Regole  della  Thoseana  lingua  di  m.  Yinckntio  Menni  Peru-  gino, con  un  Breve  modo  di  Comporre  varie  sorti  di  RimeQ),  sunterello  elementare  del  terzo  libro  delle  Prose  del  Bembo  e  poco  più'(e).  Rimasero  inediti  alcuni  scritti  grammaticali  di  Al-  berto Lollio(3)  e  nuli' altn»  che  zibaldoni  latino-volgari  sono  al-    (')  In  Perugia  per  Andrea  Bresciano  (di  pp.  40  un.  nel  recto).  Al  M.  dobbiamo  la  versione  della  Bucolica  (Perugia,  Bianchini,  1544)  e  dei  primi  sei  libri  del-  l' Eneide  (Perugia,  Bresciano,   1567:  il  VI  era  comparso  nel  58).   (2)  11  M.  esalta  su  tutti  il  Bembo  «  di  supreme  lodi  dignissimo  veramente....  Ma  perciocché  [le  regole  in  cui  egli  ridusse  la  lingua  toscana]  paiono  a  molti  ardue,  et  difficili,  mi  è  caduto  nell'animo  di  riducere....  le  regole  della  Toscana  lingua  in  brevissimo  volume,  con  tale  facilità,  che....  qual  si  voglia  persona  senza  alcun  principio  di  latina  grammatica  potrà  facilmente  apprendere  il  modo  del  parlare,  et  scrivere  Thoscanamente:  Alla  quale  opera  ho  voluto  aggiungere  alcuni  brevissimi  precetti  circa  il  modo  del  comporre  varie  sorti  di  rime,  acciocché  da  questa  mia  fatica  si  possano  cogliere  vari),  et  di-  versi frutti  ».  «  Senza  l'aiuto  [de'  Grammatici]  non  possiamo  venire  ad  apprendere  scienza  alcuna  ».  Del  Bembo  conserva  anche  la  dicitura  dei  termini  grammaticali,  e  tutti  i  criteri  d'armonia,  ma  meccanizzan-  doli al  punto  da  specificare  quali  sono  le  vocali  più  buone  e  quelle  meno  buone.  Un  punto  è  tolto  dal  Cesano  del  Tolomei,  quello  cioè  in  cui  si  parla  dell'eccezione  di  alcune  parolette  terminanti  in  conso-  nante piuttosto  che  in  vocale  {in,  con,  per,  ecc.).  Come  il  Petrarca  è  il  modello  degli  antichi,  co sì  il  Sannazzaro  e  '1  Bembo  sono  «  viva-  cissimi lumi  della  moderna  poesia».  Chiude  ponendo  «per  ordine  di  Grammatica  e  d'Alfabeto  quelle  voci  che  sono  del  verso  et  non  della  prosa,  et  così  anchora  quelle  che  alla  prosa  et  non  al  verso  si  concedono  ».   (3)  Cf.  Filippo  Cavicchi,  Scritti  grammaticali  inediti  di  A.  Lollio  in  Rass.  bibl.  d.  lett.  it.,  IX  (1901),  306-7.  Sono  in  due  cedici  della  Com.  di  Ferrara:  nel  319  (P.  2.  6)  a\  tav.  di  alcune  voci  delle  Prose  del  Bembo  (dalla  Historia  vinitiana:  a  doppia  colonna,  vocaboli  e  frasi,  confrontata  col  latino,  osservazioni  ortografiche  e  sintattiche,  di-  chiarazioni storiche,  quasi  un  indice  analitico);  b)  brevi  regolette  sopra  la  volgar  lingua  (sono  79  senz'ordine,  ma  riferentesi  a  tutte  le  parti  del  discorso,  con  esempi  tratti  dall'uso  vivo,  e  riferimenti  al  latino,  le  più  di  morfologia,  poche  di  sintassi)  ;  e)  due  lunghi  spogli  di  Dante  e  Petrarca  (questioncelle  metriche);  d)  Osservazioni  di  M.  Giulio  Co-  stantino sopra  la  volgar  lingua;  nel  338  (P.  2.  6)  a)  Compendio  di  alcune  voci  proprie  della  lingua  toscana  e  provenzale  (ma  delle  voci  provenzali  promesse  non  ci    nulla  affatto:  il  resto  è  un  vocabola-  rietto  italiano-ferrarese ì  ;  b)  Proverbi  e  motti.  A  stampa  abbiamo  un'Orazione  della  lingua  toscana,  Venezia,  1555,  ripubblicata  nel  63  e  poi  in  Prose  fiorentme  del  Dati.  Il  L.  è  per  l'opinione  del  Tolomei,  che  vuole  doversi  chiamar  toscana  la  lingua.    134  Storia  della   Grammatica   cune  delle  molte  abborracciate  compilazioni  di  cui  riempì  il  mondo  letterario  per  più  d'un  ventennio  Orazio  Toscanella('),  e  elucubrazioni  superricialissime  quelli,  in  genere,  epistolari  del  Citolini,  il  noto  «miracolo  di  natura»,  cui  già  s'è  accennato.   Le  ristampe  come  le  raccolte  e  le  riduzioni  a  metodo,  che  tennero  il  campo  in  vece  di  più  recenti  grammatiche  dove  quasi  nullo  era  il  contenuto  e  sviluppatissimo  lo  schematismo,  e  che  anzi  impedirono  il  moltiplicarsi  di  siffatte  manipolazioni,  se  da  una  parte  attestano  d'una  diminuzione  di  fervore  e  d'in-  teresse nella  ricerca  diretta  o,  per  lo  meno,  d'un'  incapacità  ad  allargare  e  ad  approfondire  il  campo  dell'  osservazione,  sono  indizio  però,  dall'altra  parte,  d'un  certo  bisogno  di  mantenersi  a  contatto  almeno  con  la  voce  e  l'esempio  degli  scrittori  che  più  erano  stati  studiati,  d'un  interessamento  confa  dire  estetico,  più  o  meno  fervente  e  cosciente,  verso  l'opera  d'arte,  piuttosto  che  verso  lo  schema  per    stesso.  Il  cinquecento  è  secolo  di  pas-  sione artistica,  che  la  critica  formalistica  non  riesce  a  smorzare,  e  pur  sotto  l'imperio  sempre  più  assoluto  di  essa  e  tra  lo  svol-  gersi d' una  letteratura  grammaticale-retorica  conserva  sempre  j  vivo  il  sentimento  della  bellezza  sia  pure  esteriore  :  passione  I  multiforme,  che  intendeva  sodisfarsi  pienamente  nel  possesso  cTP^    (')  I  soli  titoli  delle  opere  del  T.  ci  rivelano  i  caratteri  di  certa  produzione  scolastica  del  tempo  :  Istituzioni  grammaticali  volgari,  et  latine  a  facilissima  intelligenza  ridotte  da  O.  T.  della  famiglia  di  mae-  stro Luca  fiorentino:  et  dichiarate  per  tutto  dove  è  stato  necessario,  con  piena  chiarezza  dal  medesimo,  fatica  utilissima  a  tutti  quelli  che  ad  im-  parare Greco,  Latino  e  volgare  si  datino.  Et  con  una  tavola  copiosis-  sima. In  Vinegia  Appresso  Gabriele  Giolito  de'  Ferrari.  Nella  chiusa,  pp.  507-23,  è  un  trattatello  Dell'ortografia  volgare  e  punti,  e  in  fine  dichiara  che  stamperà  a  parte  la  metrica,  e  la  gram-  matica greca  che  egli  insegna  con  la  lingua  latina.  Ma  in  codeste  Istituzioni,  d' italiano  non  e'  è  che  la  traduzione  dei  vocaboli  e  frasi  latine,  e  la  grammatica  è  soprattutto  in  servizio  del  latino.  L'orto-  grafia è  divisa  in  a)  parola;  b)  punti;  e)  accenti.  «  Delle  congiugationi  dei  verbi  qui  non  scrivo;  perchè  ne  ho  scritto  a  pieno  nel  volgareg-  giare  le  congiugationi  dei  verbi  latini  ;  come  si  può  veder  più  su  al  luoco  loro  ».    Concetti  e  forme  di  Cicerone,  del  Boccaccio,  del  Bembo,  Venezia  per  Lodovico  degli  Avanzi,  MDLX    Eleganze  latine  con  i  suoi  volgari.  Venezia  per  Giovanni  Bariletto,  MDLXIX    Dictiona-  riolum  latino  gallicuvi,  Ciceroniana  Epitheta,  Parisiis  per  Michaelem  Sonnium.] tutti  gli  clementi  formali  della  prosa  e  del  verso,  e  della  lingua  voleva  saggiare  tutte  le  essenze.   Un  libro  che  mirava  ad  appagare  codesta  passione,  qualunque  sia  il  suo  valore  speciale  come  esecuzione,  e  che  è  sulla  linea  di  svolgimento  che  abbiamo  seguita  sin  qui,  sono  i  Commen-  tari della  lingua  italiana^)  d'  un  fecondo  quanto  abborracciante  poligrafo,  Girolamo  Ruscelli,  usciti  postumi  per  cura  del  nipote  nel  15H1,  ma  terminati  almeno  un  decennio  innanzi,  e  composti  tra  il  55  e  il  70,  nel  periodo  cioè  in  cui  si  conchiudeva  l'atti-  vità grammaticale  esercitata  sull'opera  dei  primi  grammatici  ori-  ginali, quando  già  erano  usciti  i  Tre  discorsi  a Dolce,  coi  quali  il  Ruscelli  aveva  preso  posto  fra  i  grammatici  del  suo  tempo.   Questi  Commentari  sono  un  grosso  zibaldone  di  574  pagine  in-8"  :  de'  sette  libri  onde  si  compongono,  solo  il  secondo,  che  però  è  il  più  lungo  (pp.  72-374),  tratta  di  vera  e  propria  gram-  matica: il  primo  discorre  dell'origine  e  dell'eccellenza  della  fa-  vella ;  il  terzo  è  un'  «  epitome  »  del  secondo,  in  servizio  de'  meno  introdotti;  il  quinto  è  un  ricettario  «degli  vitii  da  fuggire»,  ma  non  di  quelli  commessi  da'  forestieri  o  dagT  Italiani  delle  varie  Provincie,    bene  da'  Toscani  o  Toscanizzanti,  e  ne  parla  sistema-  ticamente seguendo  l'ordine  delle  parti  del  Discorso  (Articolo  '  parte  principale  del  Nome  ',  Nome,  ecc.),  per  ciascuna  delle  quali  fioccano  i  vitii,  libro  ben  caratteristico  del  purismo  grammati-  cale del  Ruscelli  (?);  gli  altri  sono  un  miscuglio  di  precetti  di  ret-    (')  In  Venezia  per  Damian  Zenari,  MDCII.  Dei  Commentarti  della  lingua  italiana  del  sig.  Girolamo  Ruscelli  Viterbese,  Libri  VII.  In  Venetia,  appresso  Damian  Zenaro,  alla  Salamandra,  MDCXXXI.    Dobbiamo  al  Ruscelli  Tre  discorsi  al  Dolce  :  Atmotazioni  sopra  il  Decamerone,  Annotazioni  al  Furioso,  un  Vocabolario:  più  un  Dialogo  ove  si  ragiona  della  ortografia,  cioè  del  modo  di  regolatamente  scrivere,  così  nelle  parole  come  ne  gli  accenti,  et  ne'  punti.  Cavato  novamente  dalle  scritture  di  m.  Girolamo  Ruscelli.  Et  agiuntovi  la  sottoscrittione,  et  soprascrittione  di  componimenti  di  lettere.  In  Venetia,  Appresso  Pietro  de'  Franceschi.   (")  De'  vitii  son  fatte  due  categorie:  a)  contro  l'eufonia  (il spirito,  il  studio  non  lo  spirito,  lo  studio  ;  ma  li  scogli  non  gli  scogli)  ;  b)  contro  la  grammatica  ('vitii  espressi'):  l'osservo  =  gli  osservo,  con  il  =  col,  con  i  =  coi,  dalli  =  da  i,  d' i  =  de  i,  per  i  =  per  li,  de  '1  =  del,  el  =  il,  gli,  o  li  =  a  loro,  a  lei,  i  =  li,  o  gli  (=  a  lui),  cotesto  per  questo  =  que-  sto, le  gente  =  le  genti,  dua  =  due,  leggeno  =  leggono,  pariamo  =  par-    136  Storia  della   Grammatica    torica  grammaticale  («Dell'ornamento»):  specchio,  per  quanto  appannato,  se  non  riassunto,  delle  varie  indagini  condotte  sull'or-  ganismo della  lingua  dai  precedenti  grammatici  e  retori,  le  cui  opinioni  vi  sono  spesso  richiamate,  con  le  antiche  e  nuove  de-  finizioni di  termini,  con  la  loro  varia  nomenclatura;  ricco  di  confronti  dell'italiano  con  altre  lingue,  specie  la  ebraica;  dis-  corsivo, frondoso  (l).  Da  alcuni  luoghi  della  trattazione  degli  articoli  e  de'  verbi,  parrebbe  che  il  Ruscelli  avesse  dovuto  aver  sott'occhio  la  prima  Giunta  castel vetrina  (1562),  ma  del  metodo  del  grammatico  modenese,  egli  è  la  negazione  :  la  sua  è  gram-  matica empirica  ;  il  suo  principale  maestro  e  autore  è  il  Bembo.  Fu  raccomandato  dal  Lombardelli  (')  con  qualche  riserva,  e  dal  Meduna,  ma  biasimato  da  altri,  e  specialmente  da  un  intendente  sicuro  di  cose  linguistiche,  il  Borghesi.  Ma  non  è  sull'ordina-  mento e  la  compagine  del  libro    sulle  trasgressioni  contro  la  lingua,  che  si  ferma  la  nostra  attenzione,    bene  sul  principio  che  serve  di  fondamento  alla  grammatica,  logica  e  necessaria  con-  chiusione  dell'elaborazione  a  cui  avea  dovuto  soggiacere:  il  prin-  cipio della  perfetta  regolarità,  dell'  ordine  più  assoluto  della  nostra  divina  favella,  col  quale  è  accolto  nel  corpo  della  gram-    liamo  {havemo,  senio  si  possono  adoperar  con  discrezione,  perchè  li  adoperano  anche  i  Trecentisti),  amono  =  amano,  andavo  =  andava,  andorno,  andassimo,  andaressimo,  andarci,  venesti,  contenirà,  odesti,  habbi,  facci,  ecc.   (')  Questa  trattazione  rettorica  incorporata  in  un  trattato  gram-  maticale dimostra  che  ormai  la  poetica  in  quanto  elocuzione  si  era  staccata  dalla  rettorica  e  che  la  prosa  richiedeva  una  trattazione  a  parte.   (')  «  Il  R.  altresì  può  giovare  et  a'  principianti,  ed  a  gli  introdotti,  parlo,  ne'  Commentari;  perchè  tratta  la  nostra  Gramatica  distesamente  declinando,  e  dando  molti  avvertimenti  comuni,  e  utili.  Ha  ben  certe  oppenioni,  che  se  non  gli  passano  agevolmente,  e  spende  anche  molte  parole  nel  suo  discorrere,  riavendo  hauto  per  natura  dell'Asiatico.  Ne'  discorsi  al  Dolce  ha  ricercato  di  belle  sottigliezze,  e  contengono  un  certo  gastigo  di  coloro,  che  troppo  ardita,  e  baldanzosamente  si  mettono  a  scrivere  in  questa  lingua.  Nell'Annotazioni  al  Furioso,  e  sopr'  al  Decamerone,  e  nel  detto  Vocabolario,  dichiara  e  voci  e  modi  di  dire,  ove  un  forestiero  può  imparare  assai.  Fu  studioso  di  più  lin-  gue, e  di  questa  particolarmente:  onde  mi  sovvien  d'avvertire,  che  egli  corresse,  o  illustrò  molti  scrittori:  per  lo  che  si  potranno  quasi  legger  sicuramente,  quando  nel  principio  si  troverà  suo  proemio,  giu-  dizio,  censura,  o  elogio  ».   I  fonti,  pp.   49-50.    Capitolo  quarto  137    matìca  tutto  ciò  che  è  regolato  (l),  e  ripudiato,  cacciato  nel  vocabolario,  come  in  luogo  di  pena,  tutto  il  resto  che  non  si  presta  a  misurazione,  o  abbandonato  a    stesso  :  lo  spirito  este-  tico animatore  della  favella  è  così  completamente  distrutto,  e  conservata  dell'espressione  soltanto  la  forma  geometrica.  La  ripugnanza  all'  irregolare  si  esprime  nel  Ruscelli  in  una  forma  che  ha  del  comico,  come  (piando  se  la  prende  coi  moltiplicatori  delle  difficoltà  «  con  dir  Muta  in  questo,  Togli  in  quello,  Ag-  giungi in  quell'altro  »  (p.  220).    codesto  principio  è  professato  così  all'ingrosso:  anzi  è  dedotto  a  fil  di  logica,  in  un  ragiona-  mento che  vai  la  pena  di  riassumere,  e  porre  qui  come  pietra  miliare  sul  cammino  della  nostra  storia.    Prima  fu  il  parlamento  che  le  leggi  sue.  L'  uomo  ebbe  da  Dio  il  dono  di  comprender  con  l' intelletto  e  esprimer  con  la  favella  quanto  si  contiene  nella  gran  macchina  dell'  universo  in  forma  perfettamente  ordinata,  ripugnando  la  mente  nostra  dal  disordine.  Onde  nell'osserva-  zione delle  lingue,  i  grammatici  scartarono  tutto  ciò  che  è  scor-  rezione d'ignoranti,  usando  dello  stesso  criterio  de'  giudiziosi  che  «  nel  fare  le  regole  delle  bellezze  d'un  corpo,  o  d'un  volto,  elessero  o  i  volti  più  belli,  e  più  conformi  con  l'ordine»,  riu-  scendo a  prevalere  sull'uso  scorretto  di  chi  neh' usarla  o  nel  porla  in  regola  s'attenne  al  peggio.  La  nostra  grammatica  si  stampò  sulla  latina  per  la  dipendenza  della  nostra  lingua  e  anche  della  greca,  e  l'averla  compilata  primi  il  Bembo  e  altre  persone  rare,  fa  che  non  gioverebbe  rinnovarla.  «  Perciocché,  s'ella  fosse  lingua  [l'italiana],  che  hor  nascesse,  et  che  noi  fossimo  i  primi  che  la  riducessimo  in  osservatione,  et  in  regole,  ci  governe-  remmo con  la  ragione,  et  con  l'ordine  della  Natura,  come  fanno  gli  Ebrei,  et  come  nella  Greca  era  opinione  d'Aristotele,  cioè  che  le  parti  del  parlamento  fossero  solamente  tre...  Et  in  queste  potean  veramente  contentarsi  di  divider  la  loro  i  nostri  Latini,  et  ogn'altra  natione.  Nondimeno,  perchè,  come  cominciai  a  dire,  non  scriviamo  hora  regole  di  lingua,  che  hor  nasca  nella  sua  grammatica,   et  perchè  ancora  questa  nostra  ha  fondamento,  imi-    Nel  secondo  de'  Tre  discorsi  al  Dolce  (Venezia,  cioè  nelle  Osservazioni  di  lingua  volgare,  infierisce  contro  l'autore  delle  Osservazioni  anche  perchè  oltre  ai  discutibili  errori  di  gram-  matica vi  aveva  trovato  scorrezioni  di  questo  genere:  lotto  per  lóto,  ametto  per  ammetto  e  Ameto,  bevvo  per  bevo.    13S  Storia  della   Grammatica   tatione,  ornamento,  et  forma  dalla  Latina,  per  questo  parve  a  i  nostri  di  volerle  tenere  congiunte,  et  conformi  tra  esse  quanto  più  sia  possibile  ne  i  modi  principali,  et  nell'ordine  universale  di  tutto  il  composto  con  le  sue  parti  »  (pp.   72-6).   Insomma,  il  Ruscelli  in  omaggio  alla  venerabile  antichità,  all'  imperio  della  tradizione,  mantiene  la  grammatica  così  come  lui  T  ha  trovata,  ma  se  la  cosa  dipendesse  da  lui,  ne  divorerebbe  per  lo  meno  due  terzi:  tanti  ne  sono  superflui,  e  la  ridurrebbe  a  due  o  tre  categorie,  sotto  le  quali  dovrebbe  ubbidire  servil-  mente l'umano  pensiero,  inquadrandovisi  nel  più  perfetto  ordine. Giustificare  e  difendere,  di  fronte  e  di  contro  il  latino,  la  lingua  volgare,  studiare  i  mezzi  adatti  a  condurla  alla  perfezione, secondo  la  corrente  concezione  del  linguaggio,  era  ornai  intento  comune  de'  letterati  italiani  :  la  differenza  sorgeva  ne'  criteri  da  adottarsi  per  conseguir  codesto  intento,  differenza  che  corrispondeva  alla  varietà  della  cultura,  delle  disposizioni,  e  delle  condizioni  etniche  de'  letterati  medesimi.   La  dottrina  bembesca  raccoglieva  le  maggiori  adesioni,  anche  presso  i  Toscani,  i  quali,  però,  come  quelli  che  sapevano  di  non  essere  stati  punto  estranei  al  movimento  in  favor  del  volgare  (')  e,  si  badi,  al  tentativo  di  una  legiferazione  grammaticale  di  esso    nel  fatto,  codesto  movimento  nel  Quattrocento  era  stato  quasi  esclusivamente  toscano,  anzi  fiorentino,    tra  il  chiu-  dersi dell' un  secolo  e  l'aprirsi  dell'altro,  rispetto  alla  sorta  attività  degli  altri  Italiani,  era  punto  diminuito  l'interesse  de'  Toscani   per  la  loro  lingua  (?)     non    potevano    aver   caro  che    (')  F.  Sensi,  M.  Claudio  Tolomei  e  le  controversie  sull'ortografia  italiana  nel  sec.  XVI,  cit.  Nota  da  tener  presente  anche  per  altri  luoghi  di  questo  capitolo.   (2)  A  non  rammentar  molte  prove,  basti  la  cit.  lettera  di  Ales-  sandro de'  Pazzi  a  Francesco  Vettori,  del  7  maggio  1524  e  il  Dia-  logo del  Machiavelli,  donde  appare  quanto  vivo  fosse  in  Toscana  e  in  Firenze  il  culto  dell'  idioma  natio  e  l' interesse  che  si  poneva  nello  studiarlo  anche  analiticamente.  Tra  i  criteri  onde  negli    Orti  si    140  Storia  della   Grammatica    i  non  Toscani  si  fosser  mossi  e  gareggiassero  a  discorrer  di  lingua  toscana  e  a  dettarne  le  regole  :  una  tale  legiferazione  non  poteva  non  risolversi  in  una  violenza  contro  il  loro  senso  linguistico,  tanto  maggiore  quando  a  fondamento  di  quelle  regole  non  era  assunta  la  toscanità  trecentesca,  ma  l' italiano  parlato  presentemente  nelle  varie  corti    d'  Italia.    Sicché,   tra  le    cercava  di  determinare  le  affinità  e  le  differenze  tra  le  varie  lingue  e  i  vari  dialetti,  si  applicò  anche  quello  strettamente  grammaticale.  Il  Machiavelli,  appunto,  ci  dice:  «e  dicono  che  chi  considera  bene  le  otto  parti  dell'orazione,  nelle  quali  ogni  parlar  si  divide,  troverà  che  quella  che  si  chiama  verbo,  è  la  catena,  ed  il  nervo  della  lingua,  ed  ogni  volta  che  in  questa  parte  non  si  varia  [cioè  non  c'è  differenza  tra  la  lingua  e  lingua],  ancoraché  nelle  altre  si  variasse  assai,  con-  viene che  le  lingue  abbiano  una  comune  intelligenza,  perchè  quelli  nomi  che  ci  sono  incogniti,  ce  li  fa  intendere  il  verbo,  il  quale  infra  loro  è  collocato,  e  così  per  contrario  dove  li  verbi  sono  differenti,  an-  coraché vi  fusse  similitudine  ne'  nomi,  diventa  quella  lingua  diffe-  rente:  e  per  esemplo  si  può  dire  la  provincia  d'Italia,  la  quale  è  in  una  minima  parte  differente  nei  verbi,  ma  nei  nomi  differentissima,  perchè  ciascuno  Italiano  dice  amare,  stare  e  leggere,  ma  ciascuno  di  loro  non  dice  già  deschetto,  tavola,  e  guastada.  Intra  i  pronomi  quelli  che  importano  più,  sono  variati,  siccome  è  mi,  in  vece  di  io,  e  ti,  per  tu.  Quello  che  fa  ancora  differenti  le  lingue,  ma  non  tanto  che  elle  non  s'intendano,  sono  la  pronunzia,  e  gli  accenti.  Li  Toscani  fer-  mano tutte  le  loro  parole  in  sulle  vocali,  ma  li  Lombardi,  e  li  Ro-  magnoli quasi  tutte  le  sospendono  sulle  consonanti,  come  Patte,  Pan  ».  Discorso  cit.,  p.  518.    Qui  abbiamo  un  germe,  se  non  un  cenno  schematico  di  grammatica  italiana,  ed  è  il  primo,  come  s'è  già  osser-  vato, nel  Cinquecento  avanti  delle  Regole  del  Fortunio.  Il  più  note-  vole è,  oltre  la  verità  estetica,  che  con  questo  e  con  altri  argomenti  il  .Machiavelli  dimostra  acutamente  l'origine  fiorentina  della  lingua  lette-  raria d'Italia.  «  Quella  lingua  si  chiama  d'una  patria,  la  quale  converte  i  vocaboli  ch'ella  ha  accattati  da  altri,  nell'uso,  ed  è    potente  che  i  vocaboli  accattati  non  la  disordinano,  ma  ella  disordina  loro,  perchè  quello  ch'ella  reca  da  altri  lo  tira  a  se  in  modo,  che  par  suo....  Ma  tinello  che  inganna  molti  circa  i  vocaboli  comuni,  è,  che  tu  [Dante],  e  gli  altri  che  hanno  scritto,  essendo  stati  celebrati,  e  letti  in  varj  luoghi,  molti  vocaboli  nostri  sono  stati  imparati  da  molti  forestieri,  ed  osservati  da  loro,  talché  di  propri  nostri  son  diventati  comuni  ».  Quanto  poi  sia  calzante  la  dimostrazione  che  Dante  scrisse  in  fioren-  tino, è  cosa  già  ben  assodata.  Non  così  esatta  è  l' interpretazioni-  del  trattato  dantesco,  ma  il  dedottone  ammaestramento,  «gli  uomini  che  scrivono  in  quella  lingua,  come  amorevoli  di  essa,  debbono  far  quello  ch'hai  fatto  tu  [Dante],  ma  non  dir  quello  ch'hai  detto  tu»,  è  tra  le  cose  più  acute  che  siano  state  osservate  in   tanto  e  tale  dibattito.    Capito/a  quint  14  [    voci  ili  protesta  impregnata  talvolta  di  sarcasmo,  venner  fuori  ben  presto  anche  inviti  ad  accingersi  alla  compilazione  della  grammatica.  Il  Norchiati  nel  dedicare  «  al  suo  molto  honorando  messer  Pierfrancesco  Giambullari  »  il  Trattato  dei  Dittonghi^,  constatando  che  rin  allora  (1538)  molti  non  Toscani  avevano  scritto  ordini,  regole  e  modi  d'imparar  la  lingua,  senza  voler  giudicare,  pur  ringraziandoli,  se  avessero  giovato  o  no,  ammo-  niva che  era  ormai  tempo  che  i  Toscani  si  ponessero  a  dettar  essi  quelle  regole:  ciò  che  egli  intanto  faceva  per  i  dittonghi.  E  nel  trattatello  notevole,  nell' esaltare  sui  Greci  e  Latini  i  suoni  Toscani,  assai  più  abbondanti,  perchè  «  rendono  gratia  et  leggiadria  inestimabile  all'orecchio  »,  osserva  che  «  al  pronuntiar  bene  quadrisona  {tuoi)  bissogna  grandissima  pratica  et  attitudine  a  far  sonare  in  essa  gli  quattro  suoni  delle  sue  quattro  vocali,  senza  lassarne  adietrio  o  gittarne  via  alcuno  :  e  che  tutti  si  sen-  tino  chiari  speditamente  in  tal  pronuntia,  come  noi  in  Firenze,  e  gli  altri  Toscani  con  grandissima  facilità,  sonorità,  et  dolcezza  perfettamente  pronuntiano  »;  e  avvertiva  che  nell'elisione  i  fio-  rentini non  gettai:  via  nulla,  pronunziando  assa'  meglio  1'  i  che  non  sappian  fare  i  non  Toscani.  Il  Lenzoni  nella  sua  Difesa  della  lingua  fiorentina  se  la  prendeva  più  tardi  (1557)  coi  gram-  matici non  Toscani  che  pretendevano  insegnar  la  grammatica,  e,  con  una  certa  bravura  schermistica,  postillava  in  margine  le  sue  osservazioni  con  questi  motti:  «questo  va  al  Ruscelli  et  all'Alunno,   et  questo  al   Bembo  »  (*).   Ma  all'elaborazione  della  grammatica  volgare  i  Toscani  ave-  vano contribuito    anche  a  prescinder  dalla  grammatichetta  vaticana    e  contribuirono  più  di  quanto  essi  stessi  non  cre-  dessero, e  certo  con  effetti  assai  migliori  per  lo  sviluppo  delle  idee  sul  linguaggio.    (M  Trattato  de  Diphthongi  Toscani,  di  messer  Giovanni  Nor-  chiati canonico  di  S.  Lorenzo.  In  Vinezia  per  Giovanni  Antonio  di  Nicolini  da  Sabio.  Ad  instantia  di  M.  Manlio  Sessa.  Nel  anno  MDXXXIX.   (2)  Difesa  della  lingua  fiorentina,  e  di  Dante  con  le  regole  di  far  bella,  e  numerosa  la  prosa.  In  Firenze  per  Lorenzo  Torrentino,  MDLVII  (Il  frontispizio  reca  MDLVI).  Fu  pubbl.  da  Cosimo  Bartoli,  e  avrebbe  dovuto  esser  pubblicata  dal  Giambullari,  che  preparò  per  la  stampa,  gli  appunti  lasciati  dal  Lenzoni.  La  p.  Ili  è  costituita  tutta  di  fram-  menti.  Dalla  pag.   76  incomincia  la  mano  del  Giambullari.    142  Storia  della   Grammatica   I  Toscani,  che  si  trovavano  in  possesso  della  lingua  adot-  tata dalla  letteratura,  non  sentirono  mai  il  bisogno  d' appren-  derla dai  libri,  e  nello  sforzo  di  perfezionarla,  secondo  l'esempio  dell'Alighieri,  perchè  potesse  competere  con  le  lingue  classiche,  non  solo  non  perdevano  il  senso  della  parola  viva,  ma  eran  condotti  a  dar  assai  minor  importanza  al  precetto  grammaticale,  che  seguiva  non  produceva  il  fatto  linguistico  :  questo  afferma-  rono il  Tolomei,  il  Gelli  e  il  Salviati  medesimo.  Essi,  vedremo,  ammettevano  la  possibilità  e  l'opportunità  della  grammatica  sol  quando  si  fosse  potuto  giudicar  giunta  alla  sua  perfezione,  la  lingua,  e  le  attribuivano  ufficio  di  conservazione,  più  che  di  re-  gola. Questa  riconosciuta  forza  intima  del  linguaggio,  la  sua  capacità  a  svolgersi  e  perfezionarsi  sotto  il  soffio  delle  idee  e  della  civiltà  progredienti  è  il  vanto  della  scuola  toscana,  anche  se  la  grammatica  che  ne  usci,  quella  del  Giambullari,  non  su-  pera d'un  grado  solo  la  contemporanea  letteratura  grammaticale,  e  tutto  il  movimento  toscano  non  potè  sottrarsi  al  dominio  dello  spirito  classico.  Alcune  delle  idee  espresse  nel  suo  Dialogo  dal  Machiavelli,  vero  principe,  per  l'altezza  del  suo  punto  di  vista,  di  questa  scuola,  valgono  assai  più  di  parecchie  grammatiche  di  questo  periodo  prese  insieme  :  come  quella  già  riferita  sulla  forza  che  ha  la  lingua  particolare  d'un  popolo  intellettualmente  forte,  di  convertire  in  proprio  uso  i  vocaboli  accattati  da  altri,  non  solo  senza  rimanerne  disordinata  ma  in  modo  da  disordinar  essa  loro,  «  perchè  quello  ch'ella  reca  da  altri  lo  tira  a    in  modo,  che  par  suo  »:  concetto  a  cui  non  mancherebbe  nulla  per  esser  profondamente  estetico,  se  nella  mente  del  Segretario  fio-  rentino il  linguaggio  fosse  stato  tutt'uno  con  l'espressione,  perchè,  nel  vero,  il  realmente  parlato  non  è  se  non  il  vecchio  materiale  linguistico  rielaborato  nelle  nuove  espressioni.   Nello  studio  grammaticale,  storico  e  poetico  della  lingua  che  si  fece  per  oltre  un  trentennio,  dal  sorgere  delle  controversie  ortografiche  all'inaspriménto  della  battaglia  linguistica  provocata  dalla  famosa  Canzone  de'  Gigli  d'oro,  il  senese  Claudio  Tq-  lprnei,  si  può  dire  che  faccia  parte  per    stesso  in  virtù  della  sua  maggior  cultura  e  penetrazione  filologica,  onde  anche'a  ra-  gione è  reputato  uno  de'  più  fecondi  precursori  della  gramma-  tica storica.  Non  digiuno  di  filosofia,  cultore  appassionato  delle  muse,  oratore  politico  di  qualche  nerbo,  epistolografo  de'  meno  sonnolenti,  egli  cercò  sempre  di  slanciarsi  a  più    alto  volo   che    Capitolo  quinto  143    le  penne  del  puro  grammatico  non  consentano,  benché  la  gram-  matica restasse  pur  sempre  la  sua  principale  occupazione,  e  alle  scoperte  e  innovazioni  ivi  fatte,  ortografiche,  metriche,  fonolo-  giche, sia  legata  la  sua  rinomanza.  Stando  alle  testimonianze  che  si  posson  raccoglier  dalle  sue  lettere,  il  suo  animo  fu  sempre  diviso  tra  le  compiacenze  che  pur  gli  procuravano  i  resultati  in  gran  parte  nuovi  delle  sue  ricerche  e  il  fastidio  che  un  tale  studio  recava  con  sé.  In  una  lettera  «  al  signor  Alessan-  dro V.  »(')  dichiara  d'aver  trovato  «  per  li  campi  della  gram-  matica... più  tosto  spine  che  fiori  »,  e  chiama  la  grammatica  «  cosa  fastidiosissima  ».  Non  che  non  la  ritenga  una  scienza  vera  e  propria  come  le  altre;  non  che  giudichi  inutile  l'apprenderla  come  corpo  di  dottrina  e  come  mezzo  indispensabile  alla  piena  intelligenza  degli  scrittori  ;  ma  nega  che  possa  mai  apprendersi  indipendentemente  dallo  studio  degli  autori,  e  annette  la  più  grande  importanza  a  «  la  destrezza  del  maestro,  il  qual  deve  con  bei  modi  infiammare  il  discepolo  a  li  studij,  sforzandosi  di  agevolarli,  e  addolcirli  queste  vie  spinose  de  la  Grammatica,  ac-  ciocché si  possa  senza  troppo  offesa  caminare  ».   Lo  scritto  che  ora  tocca  più  davvicino  il  nostro  tema,  è  il  Cesano  pubblicato  nel  1555,  ma  già  divulgatissimo,  e  meditato,  se  non  abbozzato,  contemporaneamente  alla  collaborazione  al  Polito  del  Franci  e  cominciato  tra  il  29  e  il  32  (2).  Consta  nella    (')  Delle  lettere  di  m.  Claudio  Tolomet,  libri  sette.  In  Venetia,  Appresso  i  Guerra,  MDXLVII.   (-)  //  Cesano,  Dialogo  di  m.  Claudio  Tolomei,  nel  quale  da  più  dotti  Huotnini  si  disputa  del  Nome,  col  quale  si  dee  ragionevolmetite  chia-  mare la  volgar  lingua.  In  Vinegia  Appresso  Gabriel  Giolito  De  Ferrari,  et  Fratelli,  MDLV,  pp.  198-9.  Sulla  composizione,  la  fortuna  e  i  mano-  scritti del  Cesano,  e  le  sue  relazioni  col  trattato  dantesco,  è  da  vedere  l'importante  %  2,  Le  allegazioni  di  Claudio  Tolomei  della  più  volte  cit.  Introduz.  del  Rajna  alla  'sua  ediz.  crit.  del  De  Vu/g.  Eloq..  p.  LX  sgg.  Il  Dialogo  ci  riporta  a  Roma  e  agli  anni  1524-5;  «il  si-  gnor mio  Illustrissimo  »  a  cui  il  Cesano  è  diretto,  sarebbe  il  card.  Ip-  polito de'  Medici,  patrono  del  Tolomei,  «  che  apparisce  propriamente  a'  suoi  servigi  da  una  lettera;  »  è  «  probabile  che  a  scrivere  il  Cesano  deva  il  Tolomei  essersi  messo  tra  il  1529  e  il  1532  »  per  effetto  del  mancato  Concilio  di  cui  s'è  parlato.  Del  Cesano,  a  cono-  scenza del  Rajna,  sono  «  quattro  testi  a  penna:  uno  è  a  Firenze  (Maglia-  bech.,  //,  XI,  2),  due  si  trovano  a  Siena  (Bibl.  Com.,  G.  IX,  59  e  K,  IX,  35)  e  il  quarto  è  a  Roma,  alla  Vittorio  Emanuele  (Fondo  S.  Pantaleo,  S6  [5.8]  ».   «  Il  romano  fu  nelle  mani  di  Celso  Cittadini,  il  quale,  per    144  Storia  della  Grammatica   '-1  esposizione  del  Cesano  di  due  parti  oltre  l'obbiettiva  esposizione  delle  teorie  del  Bembo,  del  Castiglione,  del  Trissino,  del  Pazzi  :  T  una,  generale,  riguarda  il  linguaggio  e  il  nome  da  dare  alla  lingua  volgare,  l'altra,  speciale,  il  confronto  tra  le  forme  del  latino  e  quelle  del  toscano,   propugnato  dal  Tolomei.   «  Il  parlare  »,  basterà  metter  in  rilievo  alcuni  particolari  pensieri  per  riassumere  la  questione  speculativa,  «  a  gli  huo-  mini  è  naturale,  ma  i  vocaboli,  che  le  cose  ci  mostrano,  sono  non  dalla  natura:  ma  dall'arte,  o  dal  caso  in  sul  fondamento  della  natura  formati,  la  quale  ci  fece  tutti  et  disposti  al  parlare,  et  a  sceglier  la  lingua  in  queste  parole  et  in  quelle  ».  «    fu  mai  l'oppinione  di  Nigidio  Figulo  ricevuta  per  vera,  il  quale  istimava  che  tutti  i  vocaboli  fossero  naturali,  perchè  quantunque  alcuni  se  ne  trovino,  che  par  sieno  dalla  natura,  et  midolla  della  cosa,  che  significano,  cavati  fuori  :  come  strepito,  crepito,  fischio,  tuono,  et  altri  simili  a  questi  non  però  il  monte  grande  de'  vo-  caboli si  governa  da  [questa  avvertenza  ».  E  come  sorgono  le  lingue  particolari?  «Il  parlar  chiaro  »,  cioè  la  facoltà  di  espri-  mer chiaramente  i  propri  pensieri,  data  dalla  natura  all'  uomo    non  alli  angeli  per  non  esser  loro  necessaria,  non  alle  bestie  per  non  esserne  degne  »),  riceve  ne'  suoi  effetti  varie  modifica-  zioni dalla  «  varietà  de  i  tempi,  et  la  differentia  de'  luoghi,  che  sono  sempre  di  diversi  vocaboli  et  di  diverse  lingue  produt-  trici ».  E  superfluo  avvertire  qui  l'eco  delle  antiche  dispute  circa  l'origine  del  linguaggio:  a  noi  importa  rilevare  l'importanza  che  ha  l'averle  riprese,  e  l'applicazione  fattane.  «  Non  essendo  altro  vero  Idioma,  che  un  raccoglimento  di  più  e  più  vocaboli  ordinato  a  servire  a  una  diversità  di  più  huomini  per  potere  isprimere  i  secreti  de  gli  animi  loro,  certo  di  coloro  sarà  sempre,    compiacere,  a  quanto  pare,  al  desiderio  di  Belisario  Bulgarini,  che  doveva  esserne  il  possessore,  vi  segnò  molte  correzioni,  tenendo  a  riscontro  la  stampa  del  Giolito,  e  spesso  vi  restituì  le  usanze  lingui-  stiche dell'autore  di  cui  nessuno  per  certo  poteva  avere  maggior  pra-  tica di  questo  suo  grande  depredatore  ».  La  fonte  del  Tolomei  par-  rebbe risultare  il  codice  di  Grenoble  del  De  l'ulg.  Eloq.  «  La  prero-  gativa del  Tolomei  si  riduce  secondo  ogni  verosimiglianza  ad  essere  il  primo  studioso  a  cui  apparisca  noto  il  codice  del  D.  V.  E.  che  per-  verrà nelle  mani  del  Corbinelli  »,  e  forse  l'avrà  visto  a  Padova  nel-  l'estate o  autunno  del  1532  nell'occasione  di  una  sua  andata  in  Austria.    Capitolo  quinto  145   che  da  teneri  anni  con  le  madri  et  co  i  padri  hanno  imparato,  et  poscia  cresciuto  ad  ogni  movimento  del  pensier  loro,  con  gli  altri  di  quella  Città  parimente  usato  ».  Cosi  è  naturale  che  il  Tolomei  prenda  posizione  pel  se?iese,  lasciando  che  il  Bembo  adduca  le  ragioni  in  favor  del  nome  volgare,  il  Trissino  per  Vitaliano,  il  Castiglione  per  il  cortigiano,  e  Alessandro  de'  Pazzi  pel  fiorentino.  Affermato  il  carattere  peculiare  de'  vari  Idiomi,  esce  in  un'osservazione  acuta,  che,  se  meglio  meditata  e  fecon-  data, avrebbe  gettato  un  insolito  sprazzo  di  luce  sulla  natura  del  linguaggio,    dove  afferma  che  «il  parlar  prima  dee  esser  notissimo  a  colui,  che  lo  parla,  perchè  con  lui  è  più  unito,  che  con  alcun  altro  ».  Di  qui  al  riconoscere  che  il  linguaggio  è  in-  dividua creazione  spirituale  il  passo  non  sarebbe  stato  davvero  lungo.   Dalla  questione  speculativa  passando  alla  storica,  il  Tolomei  si  fa  a  seguire  le  vicende  della  nostra  lingua,  derivandola  dalla  trasformazione  del  latino  (')  operata,   come  si    credeva    general-    (')  Su  questo  punto,  che,  come  sappiamo,  non  è  una  scoperta  del  Tolomei,  mentre  è  suo  peculiar  vanto  l'aver  tracciate  alcune  ben  ferme  linee  di  grammatica  storica,  debbo  osservare  che  mi  sembra  caratteristico  l'atteggiamento  onde  il  Tolomei  guarda  il  pro-  blema. Il  filologo  moderno,  descrivendo  il  trasformarsi  della  parola  latina  nelle  varie  parole  romanze,  non  solo  tratta  il  suo  tema,  sereno,  senza  predilezione  per  il  latino  o  per  i  nuovi  volgari,  ma  vede  in  quella  trasformazione  un  fatto  che  si  svolge  naturalmente  con  le  sue  leggi  precise  e  costanti,  un  divenire  continuatamente  regolare,  che,  quasi  facendo  scomparire  agli  occhi  di  lui  l'esistenza  di  due  lingue  distinte,  attira  sopra  di    tutto  il  suo  interesse  e  glielo  esaurisce.  Invece,  il  Tolomei,  volendo  dimostrare  che  la  lingua  toscana  è  pro-  pria lingua,  indipendente  dal  latino,  bella  per  conto  proprio,  e  libera  da  ogni  debito  verso  quello,  ha    coscienza  di  quella  trasformazione  e,  se  non  nel  Cesano,  ne'  suoi  trattati  inediti,  ne  addita  e  ne  deter-  mina le  leggi,  ma  guarda  il  fatto  non  come  una  necessità,  in  cui  il  latino  almeno  come  materia  ha  la  sua  funzione,  ma  quasi  come  un  continuo  sforzo  di  riazione  e  di  ribellione  compiuto  dal  volgare  per  differenziarsi  dal  latino,  staccarsene,  anzi  voltargli  bruscamente  le  spalle,  per  ricomparirgli  poi  dinanzi,  sotto  forme  nuove  e  in  abito  di  gala  per  dirgli,  tra  il  gnive  e  il  canzonatorio,  '  eccomi  qua,  ci  sono  anch'io,  e  posso  anche  misurarmi  teco'.  Questa  è  l'impressione  che  desta  la  lettura  del  Cesano  ;  onde  non  è  maraviglia  che  chi  potè  esser  informato  dei  discorsi  del  Tolomei  o  direttamente  o  indirettamente,  fosse  tratto  ad  attribuirgli  l'erronea  opinione  che  il  toscano  non  deri-  vasse dal  latino:  «  Non  vi  concedo  »,  si  fa  dire  al  Tolomei  nel  Dia-  ti. Trabalza.  io    146  Storia  della  Grammatica   mente,  dalle  incursioni  barbariche  e  dalla  questione  storica  è  condotto  a  comparare  le  caratteristiche  del  toscano  con  quelle  I  del  latino,  concludendo  che,  se  bella  è  la  lingua  latina,  nulla  /  deve  invidiarle  la  nostra  che,  pur  essendo  stata  manomessa  dai  barbari,  si  piegò  mirabilmente  a  esprimer  con  arte  efficace  i|  nuovi  pensamenti  del  popolo  e  si  concretò  e  si  organò  in  opere  di   letteratura  immortali.   Ecco  i  risultati  di  tale  comparazione   dedotta   per   tutti    gli -4»  ordini  della  grammatica,   e  che  riesce,  però,  quasi  a  un  abbozzo  della  grammatica  stessa  del  toscano  :   1.  I  suoni  e  gli  '  elementi  '  (lettere),  come  fu  dimostrato  dal  Polito,  non  son  più  nel  Toscano  gli  stessi  che  eran  nel  la-  tino, perchè  alcuni  di  quelli  si  perdettero  ed  altri  se  ne  pro-  dussero di  nuovi.   2.  Nella  testura  degli  elementi  il  Toscano  fugge  l'asprezza  come  non  fa  il  Latino  :   a)  due  mute  diverse  che  fanno  aspra  testura  il  Toscano  non  le  tollera  ;   ò)    ogni  muta  può  trovarsi   innanzi  alla  .S;   e)  lo  /  e  lo  V  liquido  si  usa  dopo  ciascuna  consonante,  «  che  addolcisce  con  quel  distruggersi  et  liquefarsi  tutta  la  pa-  rola »:   nel  latino  questo  avviene  solo  in  due  casi. IL LATINO fugge  generalmente  il RADOPPIAMENTO delle  consonanti. Nulla  di  questo  aggrada  più  al  Toscano.    logo  del  Valeriano,  «  messer  Giangiorgio,  che  LA LINGUA TOSCANA si'  peggior  della  cortigiana,  o  come  voi  dite,  della  commune,  perchè  si  discosti  più  della  latina;  ne  vi  concedo,  che  la  toscana  venga  dal  la-  tino, perchè  è  lingua  propria  e  separata,  e  indipendente,  et  ha  le  sue  proprie  inflessioni,  e  forme,  e  figure,  et  eleganze  di  dire  forse  assai  più,  che  non  ha  la  latina.  Et  come  questa  vostra  commune,  Italica  dite  esser  derivata  dalla  latina,  così  la  toscana  moderna  potemo  cre-  der, che  venga  dall'antica  lingua  Etrusca,  ecc.  »,  p.  29.  Aggiungerò  che  il  tentativo  di  riformar  la  nutrica  italiana,  secondo  quella  clas-  sica, mosse  nel  Tolomei  dal  medesimo  principio  della  virtuosità  e  del-  l'eccellenza del  toscano  rispetto  al  latino.  Ora  questo  atteggiamento  in  uno  che  pur  seppe  stabilire  qualche  principio  irrefutabile  di  gram-  matica storica,  da  che  era  determinato  se  non  dalla  coscienza  della  bellezza  della  nuova  lingua,  cioè  dall'attribuire  alla  parola  viva  la  virtù  artistica  propria  dell'espressione?  Ma  qui  debbo  avvertire  che,  come  vedremo  parlando  del  Cittadini,  codesto  atteggiamento  muta  nelle  operette  grammaticali  inedite,  dove  di  proposito  s'indaga  il  modo  della  derivazione  dell'italiano.    Capitolo  quinto  147    4.  Lo  L  in  mezzo  delle  mute  e  delle  vocali  cambiasi  nel  Toscano  in  un  /  liquido  ('pieno,  chiave,  fiato'):  e  i  vocaboli  in  cui  lo  L  si  trova  (come  in  '  Plora,  implora,  splende,  plebe')    non  furono  presi  dal  mezzo  delle  piazze  di  Te scana:  ma  posti   innanzi  da  gli  scrittori  »  :  il  popolo  avrebbe  detto  '  piora,  im-  plora, spiende,  pieve',  come  di  quest'ultimo  ne  habbiamo  ma-  nifesto segno,  che  volgarmente  pieve  si  chiama  quella  sorte  di  Chiesa  ordinata  alla   Religione  d'una   Plebe  ».   5.  I  vocaboli  latini  finiscono  spesso  in  consonante,  o  mute,  o  liquide,  o  mezze  vocali:  il  Toscano  termina  sempre  in  vocale,  tranne  alcuni  pochi  monosillabi  ('  non,  in,  con,  per,  il,  ver  =  verso,  pur,  ancora  che  il  Boccaccio  usi  pure  ').  Questi  fenomeni  avvengono  nelle  '  pure  dittioni  ',  ossia  in  quelle  di  formazione  popolare.   6.  I  vocaboli  si  partono  da  la  natura  o  per  prolunga-  mento o  accrescimento  e  per  accorciamento  (cfr.  il  d  eufonico  e  epentetico;  i  suffissi  '  facissigliene    gli  si  ce  ne  fa  ',  nel  primo  caso;  nel  secondo,  oltre  la  sinalefe,  comune  ai  Latini,  Greci  e  Toscani,  il  troncamento  delle  sillabe  in  liquida  /  m  n  r,  spesso  anche  quando  la  liquida  sia  doppia  :  '  augel,  han  =  augello,  hanno  ')  :   a)  codesto  troncamento  non  può  aver  sempre  luogo  in  causa  dell'accento  :  «  nel  Toscano  non  si  patisce  mai  che  per  qualunque  o  accrescimento,  o  sminuimento  della  medesima  dit-  tione  l'accento  trapassi  di  una  sillaba  in  un'  altra  »  ;   b)  non  è  possibile  il  troncamento  nel  fine  de'  nomi  femminili  in  a,  tanto  nel  sing.  che  nel  plur.  Gli  altri  casi  «  rac-  cogliere con  ogni  cura  minutamente  lascieremo  a  coloro,  che  la  Toscana  Grammatica  ci  vogliono  interamente  insegnare.  A  noi  basta  per  hora  intender,  come  questa  usanza  dello  sminuir  così  le  parole  nel  fine,  è  bella  et  varia,  et  de'  Toscani  molto  propria.  Ma  passiamo  più  oltre  a  ragionare  di  quegli  ornamenti,  che  ve-  stono la  parola,  che  sono  tempo,  accento  et  fiato,  overo  aspira-  tone, et  veggiamo  per  Dio  se  in  questa  parte  ha  la  nostra  lingua  ricchezza  alcuna  propria,   che  a'   Latini  renderla  non  bisogni  ».   7.  La  quantità.  Noi  non  abbiam  più  lunghe  e  brevi,  «  benché  et  forse  non  senza  ragione  io  non  istimi,  che  ancora  nella  lingua  nostra  vi  sia  la  misura,  tempo  lungo  et  breve,  lo  quale  se  conosciuto  ben  fusse  a  musiche  regole  temperato,  vie  più  dolce  renderebbe  il  parlare  et  il  comporre  de'  Toscani  ».    148  Sforiti  della   Grammatica   Vedremo  dell'esito  della  folta  caccagio?ie  alla  quale  annun-  ziava il  Tolomei  di  porsi  per  ritrovarli  e  dell'uso  che  dei  tro-  vamenti  egli  fece  nella  sua  nuova  poesia.   8.  \J  accento.  «  Più  largo  certo  et  più  spazioso  è  '1  corso  de  gli  accenti  Toscani,  che  non  è  quel  de'  Latini  »,  che  non  s'estende  più    dell'antipenultima,  mentre  i  Toscani  si  sospen-  don  «  lontan  dalla  line  otto  sillabe,  quattro  per  conto  della  prima  parola,  et  tre  per  conto  delle  affisse  »:  es.  '  favolanosice-  negliene '.  E  torna  a  ribadir  la  regola  dell'immutabilità  del-  l'accento, «  ancora,  che  vi  si  aggiunghino  quattro  particole,  ciò  che  non  avvien  del  Latino,  dove  l'enclitica  que  basta  a  trasportar  l'accento  di  pattern  all'ultima  sillaba:  patremque.   9.  L '  aspiratio?ie  è  anche  diversa,  perchè  i  Latini  aspira-  vano il  principio  delle  sillabe,  se  pur  honor  e  hieri  e  simili  non  succedessin  dal  greco,  mentre  i  Toscani  non  aspirano  niuna  sil-  laba «  che  habbia  in  principio  la  vocale,  ma  quelle  sole,  che  incominciano  da  quattro  lettere,  et  l'altre  due  giunte  dal  Polito,  secondo  eh'  egli  brevemente  et  per  verissime  regole  ne  parla,  nelle  quali  non  si  trova  simiglianza  alcuna  con  l' aspiratione  latina  ».   io.  I  dittonghi  toscani  o  non  si  spatriano  per  la  Toscana  quali  erano  i  cinque  latini,  o  molti  più  di  questi  senza  dubbio  alcuno.   1 1 .  Gli  articoli.  «  Usangli  anchora  i  Toscani  (come  i  Greci)  et  ne'  maschi  et  nelle  femmine  et  nel  maggior  numero,  et  nel  minor  differenti.  Li  quali  oltre,  che  distinguono  l'un  sesso  dal-  l'altro, et  questo  numero  da  quello,  hanno  forza  di  terminare  et  far  più  certa  quella  cosa,  alla  quale  sono  applicati.  Et  evi  differenza  di  sentimento  in  quelle  parole,  che  hanno  l'articolo  in  quelle,  che  non  lo  hanno  ».   12.  I  casi.  «  Variasi  per  cagione  de'  casi  molto  più  ».   13.  La  struttura  (sintassi  de'  casi).  «  Et  ordina  senza  dubbio  diverso  in  tutto  et  differente  forma  di  struttura  ».   14.  La  tela  et  V orditura  delle  nostre  parole  (costruzione)  son  diversissime  nell'una  e  nell'altra  lingua,  com'è  dimostrato dalle  traduzioni,  perchè  chi  voglia  far  toscano  Cicerone  o  latino  il  Boccaccio  «  col  medesimo  filo  e  corso  di  parole,  s' avvedrà  chiaramente  quanto  la  prima  fatica  sia  sciocca,  la  seconda  fasti-'  diosa  ».   E  sintetizzando  le  riassunte   osservazioni,    conclude:  «  Che    Capitolo  quinto  149    direni  dunque?  non  esser  questa  propria  lingua,  (piando  et  ne'  suoni  «.Ielle  voci  sue,  et  nella  struttura  delle  sue  lettere  insieme,  et  nel  finimento  delle  parole,  et  nel  modo  dell'accrescere,  o  sminuire  quelle,  ne'  gli  accenti,  et  ne'  tempi,  nell' aspirationi.  Che  più?  ne'  dittonghi,  ne'  gli  articoli,  ne'  casi,  nelle  costrut-  tioni,  et  ordinatimi  delle  parole,  nelle  figure  del  dire,  et  final-  mente nella  maggior  parte  delle  cose  sia  dall'antica  Romana  cotanto  differente?  Forse  perchè  ella  serba  molti  Latini  vocaboli,  ma  epiesto  che  ci  noia,  per  Dio,  non  ha  ella  nel  thesoro  suo  cpiasi  infiniti,  ancora,  che  non  dirò  forma,  propria  pur  ritengono  dal  Latino?  Leggasi  Dante,  trascorrasi  il  Boccaccio,  odansi  gli  huomini  parlar  da'  paesi  nostri,  e  vedrassi  quanto  quella  here-  dità,  che  gli  fu  da'  Latini  lasciata,  ella  fusse  riccamente  vestita....  ben  si  può  dire  quasi  della  vecchia  moneta  esserne  nella  Zecca  stampata  moneta  nuova  ».  E  all'obiezione  dell'alfabeto  risponde  che  questo  è  un  meccanismo,  un  espediente  qualsiasi  inventato  dall'arte,  «  dove  la  lingua  è  dono  della  natura  per  aprire  le  fantasie  di  ciascuno  a  coloro,   che  intorno  gli  sono  ».   Dall'aver  descritti  i  caratteri  naturali  del  Toscano,  passa  a  magnificarne  l'eccellenza,  la  bellezza,  la  ricchezza,  la  dolcezza,  scagliandosi  contro  tutti  i  pedanti  che  s'astengono  dallo  scri-  vere perchè  i  loro  pensieri  non  nacquero  già  nella  mente  de'  tre  sommi  trecentisti  da  poterli  dipingere  col  loro  colore.  «  Che  ci  bisognerebbe  fare  se  '1  Boccaccio  non  havesse  il  suo  Deca-  merone  scritto,  o  il  Petrarca  i  suoi  versi?  tacer  forse  per  questo,  o  punto  non  scrivere?  »  Insomma  la  nostra  lingua  non  è  tutta  ne'  libri  :  le  sue  ricchezze  ella  «  con  la  viva  voce  le  va  a  parte  a  parte  discoprendo  ».  La  misura  della  ricchezza  è  nell'avere  per  ogni  cosa  un  distinto  vocabolo.  Così  è  condotto  a  far  l'elogio  della  nostra  letteratura,  dove  trova  che  ciascuno  scrittore  «  nel  grado  suo,  et  nello  stil  suo  arriva  a  ogni  maggior  finezza  di  pregiata  eccellenza  ».   All'obiezione  che  la  lingua  Toscana  non  obbedisce  a  regole  di  grammatica,  il  Tolomei  risponde  che  è  la  Grammatica  che  nasce  dalla  lingua  e  non  questa  da  quella,  e  che  se  non  sono  state  trovate  le  regole  ancora  (il  che  tutto  non  si  può  dire,  es-  sendoci stato  già  il  Fortunio  e  aspettandosi  le  Prose  del  Bembo),  le  si  troveranno,  e  saranno  complete  quando  «  altri  tragedie,  altri  Comedie,  Satire  altri,  et  altri  altissime  Poesie  partoriranno:    mancherà   chi    l'infiammato    stile    dell' Oratione,  il    piano    et    150  Storia  della   Grammatica   l'aperto  della  Historia,  il  familiare  della  Epistola  faccia  illustre,  adornarsi  con  questa  lingua  quella  parte  di  Philosohia,  che  a'  costumi  s'appartiene,  quella  che  al  disputare,  et  l'altra  forse,  che  alla  natura,  et  finalmente  non  fia  o  arte  nobile,  o  bella  di-  sciplina, che  dipinta  con  le  parole  di  Toscana  non  si  mostri  agli  occhi  de'  riguardanti  vaghissima,  et  '1  potersi  con  quelle  hono-  ratamente  le  cose  scrivere,  facendo  segno  non  oscuro  i  nostri  antichi  scrittori,  i  quali  quello,  che  volsero  così  facilmente  con  la  penna  scolpirono,  che  si  conosce  esser  più  tosto  insino  alla  nostra  età  mancata  copia  di  eccellenti  scrittori,  che  ella  sia  già  alli  scrittori  mancata  »  (').   A  questo  accrescimento,  a  questo  perfezionamento  del  vol-  gare, il  Tolomei  veniva  pazientemente  dissodando  il  terreno  della  fonetica,  per  ritrovar  i  principi  su  cui  fondar  la  nuova  poesia  onde  doveva  aumentarsi  la  patria  letteratura,    che  non  avesse  nulla  da  invidiare  alla  latina,  pagando  così  il  suo  tributo  a  quel  classicismo,  contro  cui  intendeva  innalzare  l'edificio  delle  nuove  lettere.  Furono  indagini  laboriose,  e  di  cui  aveva  piena  coscienza.  E  notevole  ciò  che  scrisse  al  Benvoglienti  circa  ta-  luni belli  ingegni  co'  quali  ebbe  a  ragionare  dell'  inve?itione  della  nuova  poesia,  e  che  «  crederono,  e  dissero  che  tutta  quest'arte  si  doveva  risolvere  in  queste  poche  regolette,  che  voi  udirete.  Tutte  le  sillabe,  dove  è  l'accento  acuto  son  longhe.  Tutte  le  sillabe,  che  son  dinanzi  a  l'accento  acuto  son  brevi,  se  già  non  v'  è  l'addoppiamento.  Tutte  le  sillabe,  che  son  dopo  l'accento  acuto  son  brevi,  ancora  che  vi  sia  l'addoppiamento,  e  così  vo-  levano, che  tessonsi,  romperne,  volgerlo   havessero  la  sillaba  di   mezzo  breve Io  alhora  assomiglia'  costoro  a  medici,  che  da     stessi  si  chiamavan  Metodici,  li  quali  per  lo  contrario  Galeno  soleva  chiamare  àjiièvoòovs;  perchè  con  quattro,  o  sei  regolette  volevano,  insegnar  tutta  la  medicina,  omne  laxum  astringendum,  omne  strictum  laxandum,  omne  cavum  implendum  :  e  in  ciò  non  considerava!!    età,    veruna  altra  cosa  buona.  Ma  veramente    come  ne  la  medicina  fa  mestiero  riguardar  tutte  queste  cose  distintamente,  così  nella  nostra  inventione  bisogna  contemplar  tutta  la  lingua   insieme,   le  parti    separatamente,   e   veder    molto    (')  «  Concluderemo  più  presto  esser  mancati  alla  lingua  uomini,  che  l'esercitino,  che  la  lingua  as;ii  uomini  e  alla  materia.  »  Lorenzo  de'  Medici,  Commento  alle  rime,  in  Torraca,  Manuale  d.  I.  i.,  I,  p.  417.    Capitolo  quinto  151    bene  da  qual  fonte  nasce  la  Longhezza,  o  la  brevità  del  tempo,  e  come  ciascuna  parola  con  l'altre  e  con    stessa  si  misuri  e  si  contrapesi  ;  e  per  qual  riferimento  e  jroog  to  il  longo  sia  longo,  e  '1  breve  sia  breve,  e  come  in  questa  contemplazione  si  pigli  il  mezzo  e  l'estremo.  Che  più?  bisogna  sottilmente  considerar,  se  tutte  le  sillabe  longhe,  sono  egualmente  longhe,  e  le  brevi,  brevi,  e  le  communi,  communi  parimenti:  il  che  è  principio  e  origine  di  grande  intendimento.  E  oltre  di  ciò  è  forza  scoprir  alcuni  segreti,  li  quali  insieme  con  l'altre  cose  spero  vederete  di-  stintamente dichiarate  ne  la  nostra  operetta  sopra  di  ciò  fatta  »  (').  L'operetta  usci  nel  1539  col  titolo  Versi  e  Regole  de  la  nuova  poesia  toscana^),  contrassegnando,  come  è  stato  ben  av-  vertito, «  un'epoca  nelle  lettere  del  secolo  XVI  »,  per  il  movi-  mento che  presto  se  ne  propagò  in  tutta  l'Europa  occidentale  ().  Scopo  dell'operetta  era  di  difendere  l'uso  de'  metri  classici  nella  lingua  volgare,  offrendone  le  regole  e  gli  esempi,  forniti  da  un  gruppo  di  letterati  riuniti  in  un  circolo,  Y  Accademia  della  nuova  poesia,  di  cui  il  Tolomei  doveva  esser  ritenuto  fondatore  e  espo-  sitore dell'innovazione.  All'  inventione  non  dovè  esser  estraneo  quel  medesimo  spirito  aristocratico,  che  palesemente  affermarono  in  Francia  il  Du  Bellav,  l'autore  della  Défence  et  illustration  de  la  langue  fra?icaise  (1549),  il  programma  della  nuova  scuola  che  si  chiamò  la  Pleiade,  e  Jean  de  la  Taille,  autore  di  La  manière  de  faire  de  vers  en  franfois,  comme  en  grcc  et  in  latin  (edita,  dopo  11  anni  dalla  morte  dell'autore,  nel  1573)  e  che  ispirò  Jean  Antoine  de  Bai'f  a  istituire  nel  1570  sull'esempio  appunto  de\Y  Accademia  della  nuova  poesia,  un'  Académie  de  poesie  et  de  musique,  accettando  le  riforme  fonetiche  propugnate  da  Ramus  nella  sua  Grammar.  La  concezione  aristocratica  che  della  poesia  si  sarebbe  fatta  il  Tolomei  non  sfuggì  agli  stessi  cin-  quecentisti :  così  il  Ruscelli  raccontava  che  «  la  facilità  di  far  versi  volgari....  comune  ad  artegiani,  femminelle,  et  perfino  a  fan-  ciulli di  X  o  XII  anni  fu  prima  et  perfetta  cagione  di  muovere    (*)  Pp.  250-60.  Tentativi  d'introdurre  i  metri  classici  nella  poesia  volgare  e  relativi  saggi  risalgono,  è  noto,  in  Italia  al  Quattrocento.  Carducci,  La  poesia  barbara  nei  secoli  XV  e  XVI,  Bologna,    1881.   (2)  Nel  voi.  carducciano  ora  citato.  E  cfr.  G.  Mignini,  Saggio  di  gramm.  st.  it.:  i  versi  italiani  in   metrica  latina,  Perugia,   1886.   (3)  Spingarn,  op.  cit.,  p.  219.   (4)  Spingarn,  op.  cit.,  p.  221.    152  Storia  della  Grammatica    il  Tolomei,  et  tutta  quella  bellissima  schiera  a  ritrovare  una  sorte  di  versi  nella  lingua  nostra,  per  li  quali  si  conoscessero  i  dotti  da  gli  indotti,  che  per  far  versi  il  Molino,  il  Veniero,  il  Contile,  il  Varchi,  il  Costanzo,  il  Rota,  il  Tansillo,  il  To-  lomei, il  Caro,  il  Cinthio  et  ogn'altro  dotto,  et  giudicioso  scrit-  tore, non  venissero  a  farsi  fratelli,  et  d'una  schiera,  o  scuola  stessa  con  Baldassare  Olimpo  e  mille  altri  tali  »  (').   Con  la  De f enee  del  Du  Bellay  il  Cesano  ha  non  pochi  punti  di  simiglianza,  non  solo  quanto  alla  condotta  e  tessitura  gene-  rale, ma  anche  ai  vari  elementi  classici  e  romantici  che  vi  sono  egualmente  contemperati,  come  dove,  rispetto  alla  lingua,  di  contro  alla  necessità  che  l' idioma  volgare  s'elevi  alla  perfezione  de'  classici,  si  afferma  l' indipendenza  dagli  scrittori,  decidendosi  in  quella  contro  les  tradictions  des  règles,  in  questo  contro  l'av-  versione dei  timidi  a  parlare  e  a  scrivere  per  non  essere  altret-  tanti Boccacci  e  Danti.  Più  notevole  è  la  corrispondenza  nella  motivazione  di  queste  decisioni  :  il  non  esserci  regole  che  si  possano  accettare,  non  essendosi  raggiunto  ancora  quel  grado  di  perfezione  che  sarebbe  desiderabile.  Quanto  al  problema  ca-  pitale le  due  opere  mostrano  un'altra  corrispondenza:  nella  prima  parte  esso  consiste  in  questa  tesi,  che  niente  vieta  alla  lingua  volgare  di  conseguir  la  sua  perfezione  ;  nella  seconda,  riguardante  i  mezzi,  la  corrispondenza  non  è  altrettanto  piena  :  pure  se  nella  determinazione  di  essi  il  Du  Bellay  non  vede  altra  via  che  l' imitazione  del  greco  e  latino,  in  molte  premesse  e  in  certi  altri  resultati  l'accordo  è  abbastanza  notevole.  Entrambi  sostengono  che  la  diversità  delle  lingue  ne'  vari  paesi  si  deve  ascrivere  al  capriccio  degli  uomini  (il  Tolomei  aggiunge  anche  quello  del  caso  e  le  modificazioni  d ell'ambiente),  e  che  perciò  il  perfezionarla  è  dovere  di  quei  che  la  parlano,  e  a  nessuno  è  lecito  esimersi  dall' obbligo  di  concorrere  al  perfezionamento  del-  l'idioma  nativo:  che  non  basta  attenersi  agli  antichi  autori  na-  zionali, perchè  altrimenti  non  ci  sarebbe  progresso.  Qui  il  Du  Bellay  consiglia  di  studiare  i  greci,  i  latini  e  gl'italiani,  aste-  nendosi dal  comporre  rondò,  ballate,  strambotti  e  épiceries,  che  corrompono  il  gusto,  e  di  adoperare  le  migliori  forme  poetiche,  epigrammi,  elegie,  odi,  ecloghe,  sonetti;   il  Tolomei  non  insiste    (1j    Tre  discorsi  cit. ,   p.   78.    Capitolo  quinto  153    troppo  su  queir  imitazione,  ma,  oltreché  pel  verso,  p.  es.,  pro-  pugna la  quantità  degli  antichi,  fa  derivar  la  perfezione  della  lingua  dal  trattar  tragedie,  commedie,  satire,  orazioni,  istorie,  epistole  ecc.,  che  vuol  dire  le  forme  più  elevate  delle  letterature  classiche.  La  lingua,  la  poesia,  la  letteratura, la filosofia, dei  moderni  de-  vono venire,  insomma,  per  vivere  e  prosperare,  a  patti  con  quelle  degli  antichi,  nonostante  l'affermata  totale  indipendenza  della   struttura  del  toscano  dal  latino.   Altri  resultati  delle  ricerche  del  Tolomei  venivano  comuni-  cati occasionalmente  agli  amici  nelle  lettere,  spesso,  com'era  l'usanza,  scritte  con  lo  scopo  della  pubblicazione,  e  che  furono    (')  Questo  ravvicinamento    occorrerebbe  dirlo?    non  importa  che  la  Défence  derivi  dal  Cesano;  ma,  poiché  lo  Spingarn  ha  addi-  tato come  probabile  fonte  della  Défence  il  De  Vulvari  Eloquentia  e  il  Yossler  ha  sollevato  de'  dubbi  su  tale  derivazione,  e  il  Farinelli  li  ha  confermati  di  sue  ricerche,  senza  che  però  lo  Spingarn  abbia  ri-  nunziato alla  sua  tesi,  che  anzi  ha  ribadito  col  dire  che  «  l'affinità  è  tale  che  merita  ulteriori  studi  e  più  particolari  »  (op.  cit..  p.  177),  il  nostro  ravvicinamento  potrebbe  gettar  un  po'  di  luce  sulla  questione,  e  servire  a  dimostrar  che  il  problema  del  volgare,  quale  era  stato  impostato  dall'Alighieri,  veniva  ora  ripreso,  con  e  senza  l'aiuto  dell'ope-  retta dantesca,  alle  medesime  basi  da  più  parti,  per  le  condizioni  in  cui  di  contro  alle  lingue  classiche  permaneva  ancora  il  volgare.  Quel  pro-  blema è  in  fondo  una  gagliarda  espressione  della  coscienza  della  nuova  letteratura  e  da  Dante  al Salviati,  per  tutto  cioè  il  periodo  in  cui  si  maturò  la  dottrina  poetica  del  Rinascimento,  tutti  i  maggiori  letterati  vi  si  travagliarono  intorno.  In  ogni  modo,  che  al  Cesano  dia  molta  materia  il  trattato  dantesco  è  fuor  d'ogni  dubbio:  anzi,  si  può  affermare  che,  seguendo  le  varie  esposizioni  che  ciascun  interlocutore  (Bembo,  Casti-  glione, Trissino,  De'  Pazzi)  fa  della  propria  dottrina  appoggiandola  con  passi  del  trattato  che  sembrano  confermarla,  siamo  per  un  buon  pezzo  in  compagnia  dell'Alighieri;  e  con  esso  ci  ritroviamo  ancora  coll'ultimo  interlocutore,  il  Cesano,  il  quale,  fatto  il  dilemma  che  il  trattato  (come  aveva  sostenuto  il  Martelli  non  è  di  Dante,  o,  se  è  di  Dante,  non  prova  nulla  contro  i  Toscani  per  la  promiscuità  dei  termini  da  lui  adoperati  a  designar  il  toscano,  penetra  nella  sostanza  della  distinzione  circa  il  latino  e  il  volgare  e  nel  significato  stesso  dell'operetta,  nel  modo,  se-  condo noi,  più  acuto:  «  quand'ella  [la  lingua]  è  chiamata  Volgare,  è  all'  hora  da  coloro,  che  così  la  chiamano  considerata,  come  distinta  dalla  latina,  la  quale  in  questi  tempi  non  era  più  nelle  bocche  del  Volgo,    naturalmente  da  ciascuno  si  parlava,  ma  per  arte  e  studio  solo  s'acquistava.  Parmi  finalmente  che  il  Tolomei  avesse  veduto  anche  il  Discorso  del  Machiavelli,  specie  per  la  parlata  che  mette  in  bocca  al  De'  Pazzi  e,   in  genere,   per  l'opposizione  a  Dante.    154  Storia  della  Grammatica    pubblicate  infatti  in  un  grosso  volume  nel  1547.  Sono  tra  esse  assai  notevoli,  oltre  le  citate  al  Firenzuola  e  ad  Alessandro  V.  per  quanto  concerne  il  Congresso  bolognese  e  l' insegnamento  della  grammatica,  quella  al  Caro,  dove  «  avvertisce  alcune  cose  sopra  l'ortografìa  grammatica  Toscana,  come  dir  s'egli  è  meglio  dir  celarò  nel  frutto  [futuro]  che  celerò,  et  altri  simili  »,  una  al  Citolini,  dove  dichiara  «  che  cosa  sia  H  in  Toscano,  e  dove  si  proferisca  con  aspiratione,  e  quale  uso  sia  d'essa  »,  e  quella  al  Benvoglienti,  dove  «  ragiona  di  una  disputa  fatta  sopra  l'in-  ventione  nuova  del  verso  Hesametro  in  Toscana  »  (').  Tolomei  morì  nell’anno  stesso  in  cui  il  Giolito  gli  pubblica  il  Cesano,  che  forse  sarebbe  rimasto  inedito,  quan-  tunque il  Giolito  dicesse  d'averlo  pubblicato  per  sottrarlo  a  una  cattiva  stampa,  come  inedite  rimasero  le  molte  operette  gram-  maticali del  filologo  senese.  Perdute  del  tutto  gli  andarono,  vivo  ancor  il  Tolomei,  un'opera  de  V eccellenza  de  la  lingua  Toscana  (svolgimento,  forse,  d' idee  già  sostenute  nel  Cesano)  ed  altre  scritture,  durante  «  quello  scellerato  sacco  di  Roma,  il  quale  oltre  agli  altri  gravi  danni  che  mi  fece,  non  si  vergognò  por  la  brutta  mano  ne  le  scritture,  e  dispergermi  questa  insieme  con  alcune  altre  mie  povere,  e  misere  fatiche  ».  Frequenti  sono  i  cenni  e  i  richiami  nelle  sue  lettere  ad  altre  scritture.  Nella  lettera  al  Caro  (1542  o  1543)  in  cui  rispondeva  circa  l'uso  di  celarò  per  celerò  e  simili  e  di  alcune  forme  ortografiche,  diceva  che  l'avrebbe  giustificato  a  suo  tempo,  quando  avesse  condotto  a  compimento  altri  suoi  lavori  :  «  onde  mi  sarà  forza  finir  prima  e  poi  stampar  que'  libri,  ch'io  ho  incominciato  de'  principi '/,  e  de  gli  altri  delle  nature,  e  que'  terzi  delle  forme  della  lingua  Toscana,  oltre  a  certi  piccoli  volumi  di  grammatica,  che  io  ho  scritti  sopra  questa  nostra  lingua  ».  Dell'anno  della  pubblica-  zione delle  due  Orazioni  è  un'altra  sua  lettera  al  Citabili  da  Parma,  nella  quale  gli  annunziava  di  acconciarsi  «  per  iscriver  una  operetta  de  le  quattro  lingue  di  Toscana  »,  da  mandare  a  M.  Annibal  Caro,  «  la  quale  aprirà  una  grandissima  finistra  per  illuminar  il  corpo  de  la  nostra  lingua,  e  crediate  per  certo  che  senza  questo  lume  ci  si  cammina  al  buio  ».    (')  Notevole  è  anche  sotto  il  rispetto  grammaticale  l'altra  al  Caro  sopra  l'abuso  del  dire  altrui  Sua  Signoria,  Sua  Eccellenza,  intorno  a  cui  molto  allora  si  disputò.  È  riprodotta  nella  bella  raccolta  del  Faxfam.  Lettere  precettive  di  eccellenti  scritturi,  Firenze.   1S55.    Capitolo  quinto  155    Le  operette  grammaticali  che  ci  restano  del  Tolomei  e  for-  mano il  noto  cod.  H.  VII,  15  della  Comunale  di  Siena,  vertono  tutte  su  questioni  di  fonetica,  anche  quando  riguardino  la  mor-  fologia e  la  metrica  :  \.  Il  primo  libro  della  Grammatica  To-  scana (lettere  dell'alfabeto  e  loro  classificazione);  2.  Tratta/o  delle  forme  (passaggi  de'  suoni  latini  negl'italiani    la  teoria  de'  suoni  in  relazione  con  le  loro  rappresentazioni  grafiche);  3.  La  rima  che  cosa  sia  e  quante  lettere  bisogna  rimare  ;  4.  Delle  rime  proprie  e  delle  improprie  ;  5.  De  lo  e  chiaro  e  fosco  ;  6.  De  l'o  chiaro  e  fosco  (che  sono  i  due  trattati  che  andarono  a  costi-  tuire il  cap.  VI  delle  Origini  del  Cittadini);  7.  Stili'*  sordo  e  sonoro;  8.  Stillo  z  sordo  e  sonoro.  Su  di  esse,  che  certo  rappre-  sentano il  maggior  titolo  di  lode  pel  Tolomei  e  gli  assegnano  un  posto  eminente  nella  storia  della  filologia  romanza,  crediamo  opportuno  discorrere  quando  incontreremo  il  Cittadini  col  quale  vedono  in  qualche  modo  la  luce,  entrando  direttamente  nel  cir-  colo delle  idee.  Intanto  osserviamo  che  fu  male  che  questi  trat-  tatelli,  che  avrebbero  potuto  fecondare  un  più  intenso  e  meto-  dico studio  storico  della  lingua,  non  vedessero  la  luce  ;  ma  una  discreta  parte  si  deve  credere  che  ignota  del  tutto  non  rimanesse  al  mondo  letterario,  date  le  relazioni  del  Tolomei  e  il  costume  letterario  dell'età.  In  ogni  modo  l'opera  del  Tolomei,  conside-  rata nel  suo  complesso,  avanza  in  valore  la  comune  produzione  grammaticale  del  tempo,  per  le  idee  critiche  generali  sul  lin-  guaggio e  gì'  idiomi  in  particolare  e  le  conoscenze  positive  circa  l'evoluzione  del  Toscano.   Se  non  così  notevoli,  certo  importanti,  non  pel  fatto  della  grammatica  concreta  che  ne  derivò,  ma    per  i  canoni  lingui-  stici ripresi  in  discussione  e  le  vedute  per  cui  die  luogo  circa  la  possibilità  della  grammatica,  furono  i  resultati  a  cui  menò  l'iniziativa  presa  dall' 'Accademia  fiorentina  l'anno  stesso  in  cui  si  rinnovellava  (1547)  sul  tronco  non  vecchio  ma  infrenato  degli  Umidi,  allegroni  ben  degni  di  godere  il  frizzo  del  Lasca,  che  dai  solenni  uomini  della  riformazione  generale  fu  con  l'espul-  sione punito  de'  suoi  ribelli  sdegni  contro  la  pedanteria  stravin-  cente sulla  giovialità.   Giambattista  Gelli  e  Pierfrancesco  Giambullari  furono  de'  quattro  che  l'Accademia  elesse  all'ordinamento  grammaticale  della  lingua,  divenuta  l'oggetto  della  sua  attività  dalla  com-  piuta riforma.   E  l'uno  e  l'altro  si  diedero  infatti  a  osservare  e    Storia  della  Grammatica    a  comporre  le  leggi  della  lingua  fiorentina.  Ma  il  Gelli,  dopo  un  anno  di  studio  amoroso,  rinunziò  all'impresa,  che  gli  parve  fortemente  difficile,  anzi  «  quasi  impossibile  »  ad  essere  attuata.  Egli,  se  non  fu  un  filosofo,  esercitò  però  il  pensiero  sui  pro-  blemi morali  meglio  di  molti  suoi  contemporanei  (')  :  da  questi  suoi  amori  con  la  filosofia  dovette  esser  tratto  naturalmente  a  considerare  il  difficile  problema  d'una  grammatica  toscana,  e,  con  acume  degno  del  suo  fine  intelletto,  lo  risolse  negativamente;  in  ciò  è  sopratutto  il  suo  merito,  anzi  per  questo  merita  una  nota  particolare  in  una  storia  come  questa,  anche  se  a  codesta  soluzione  non  giunse  con  ragioni  critiche  sempre  e  in  tutto  fon-  date e  dedotte  da  un  criterio  scientifico.   Egli  ne  fece  l'esposizione  (a  richiesta  del  Giambullari  stesso,  che  nella  prima  tornata  del  155 1  era  stato  rieletto  «  nel  numero  di  quegli  uomini,  che  debbono  riordinare  et  ridurre  a  regola  la  nostra  lingua  fiorentina  »,  e  dell'esposizione  si  valse  come  di  acconcia  prefazione  alla  sua  grammatica  già  da  tre  anni  com-  posta e  in  quello  stesso  della  rielezione  pubblicata)  in  un  Ra-  gionamento, che  egli  finge  avvenuto  o  che  avvenne  il  giorno  stesso  di  quella  tornata  e  poi  distese  per  iscritto  il  XVIII  feb-  brajo,  infra  M.  Cosimo  Bartoli  et  Giovati  Batista  Gelli  (sé  stesso)  sopra  le  diffìcultà  del  mettere  in  Regole,  la  nostra  lingua  (2).   «  Le  ragioni  »,  comincia  col  confessare  il  nostro  critico,  «  et  le  diffìcultà  che  non  solo  mi  hanno  fatto  levar  via  l'animo  da  questa  impresa;  ma  ancora  giudicarla  quasi  impossibile,  sono  et  molte,  et  molto  potenti  :  et  quanto  più  vi  pensava  intorno,  più  mi  se  ne  offerivano  sempre  alla  mente,  dell'altre  nuove.  Così —  mentre  che  io  stava  lontano  al  mettere  in  atto  questa  formazione   delle   Regole  ;    me    le    imaginava    piccola   cosa.    Ma    (')  «Egli  apprende  ed  applica  tenacemente  ;    che  un'  idea  sola,  il  contrasto  fra  so/so  e  ragione,  regge  tutta  l'opera  sua,  nei  dialoghi  morali  e  ne'  commenti,  anch'essi  morali,  a  Dante  e  al  Petrarca;  ma  non  è  ingegno  che  avanzi,  nemmeno  d'un  punto,  che  sulle  cognizioni  apprese  operi  attivo  per  arricchirle,  per  trasformarle  in  sé,  per  acuirle  a  nuovi  concetti  ».  F.  Ne.,  recens.  delle  pubblicazioni  gelliane  del-  l'Ugolini  e  del  Fresco  in   Giorn.  st.  d.  lett.   il.,   XXXIII,  434  sgg.   (-)  P.  F.  Giambullari,  Della  lingua  che  si  parla  e  scrive  in  Fi-  renze, e  un  Dialogo  di  Giambattista  Gelli,  Sopra  la  difficoltà  del-  l'ordinare detta  lingua,   In   Firenze,  per  Lorenzo   Torrentino.] quando  poi  tentammo  porla  ad  effetto,  quanto  più  la  considerai,  tanto  più  mi  parve  difficile  ».  L' impresa  anzi  sarebbe  «  al  tutto  impossibile  per  la  diversità  di  nomi  et  delle  pronunzie  che  si  trovano  per  le  città  di  Toscana  :  ciascuna  delle  quali  pregiando  più  le  sue  cose,  che  quelle  d'altri,  stimerebbe  et  terrebbe  errore  quello  che  in  Firenze  sarebbe  regola  »  :  che  è  già  un  bel  prin-  cipio positivo  contro  la  possibilità  d'una  grammatica  che  voglia  abbracciare  un  nucleo  di  linguaggio  più  ampio  di  quel  che  sia  il  proprio  d'una  sola  città,  e  dal  quale  non  era  difficile  dedur  l'altro  che,  un  fiorentino  non  essendo  l'altro,  la  grammatica  d'uno  non  può  esser  la  grammatica  dell'altro.  «  Ma  per  meglio  esplicarvi  ancora  questo  capo,  mi  bisogna  cominciarmi  da  un  altro  principio.  Ditemi  chi  fa  l'ima  l'altra,  o  le  regole  le  lingue,  o  le  lingue  le  regole?  E  chi  non  sa  che  le  lingue  fanno  le  re-  gole, essendo  quelle  innanzi  che  queste  :  et  non  essendo  fondate  queste  in  altro    avendo  altra  pruova  chi  le  confermi,  se  non  la  autorità  di  esse  lingue?  Et  da  questo  essendo  egli  com'egli  è  vero,  nasce  che  e'  non  si  può  far  regola  alcuna  che  sia  vera-  mente regola  :  non  solo  alla  lingua  Toscana  ;  ma  anche  alla  Fio-  rentina ».  Solo  delle  lingue  invariabili  come  quella  sacra  della  Bibbia,  «  certamente  cosa  fuori  di  Natura;  et  che  non  può  at-  tribuirsi se  non  a  Dio  »,  si  posson  far  regole  :  e  «  è  pur  cosa  certa  »  che  anche  «  si  posson  agevolmente  metter  in  regola  le  variabili  morte,  come  sarebbe  la  lingua  latina  :  ma  de  le  vive  che  e'  non  sia  solamente  difficile  il  farvi  regola  alcuna  perfetta  e  vera  ;  ma  che  e'  sia  quasi  al  tutto  impossibile  ».  Perchè  le  lingue  vive  progrediscono  fino  a  un  massimo  di  perfezione  e  poi,  dopo  una  certa  stasi,  come  avviene  del  sasso  che  lanciato  a  una  certa  altezza,  per  calare,  deve  pur  fermarsi  un  istante,  decadono  ;  ma,  non  potendosi  conoscere  questa  loro  stasi  di  per-  fezione, perchè,  la  civiltà  continuamente  avanzando,  non  e'  è  grado  di  perfezione  che  non  possa  esser  superato  da  un  grado  più  eccellente,  viene  a  mancare  la  fonte  più  pura  donde  si  ca-  vino regole  perfette  ed  intere.  Dice  molto  meglio  di  noi  il  Gelli>  «  Non  si  potendo  sapere  nelle  lingue  vive,  quando  sia  questo  loro  stato  et  questo  colmo  della  loro  perfezione  :  Egli  non  si  può  ancora  conseguentemente  farne  regole  perfette  ed  intere.  Perchè  sebbene  e'  si  può  sapere  mediante  gli  scrittori  di  quelle  quando  meglio  che  mai,  elle  si  sierto  favellate  per  il  passato  :  Nessuno  è  però  che  si  possa  promettere  per  il  futuro,    158  Storia  della   Grammatica   che  insino  a  che  elle  non  mancano,  elle  non  si  possino  favellar  meglio;  Et  così  che  e'  non  possino  surgere  ancora  alcuni  scrit-  tori, ch e  le  iscrivino  molto  meglio  ».  Qui  appaiono  evidenti  tutti  i  concetti  erronei  che  servono  di  base  al  ragionamento  del  Gelli  :  quello  della  lingua  considerata  come  organismo  staccato  dal  pensiero,  quello  della  sua  evoluzione  coi  relativi  gradi  di  ascensione,  perfezione,  decadenza,  quello  della  lingua  perfetta  o  modello  e  l'altro,  che  ne  conseguita,  della  facoltà  acquisibile  di  parlar  con  piena  correttezza  mediante  regole  perfette  ed  intere  cavate  da  una  lingua  nel  colmo  della  sua  perfezione.  Qui  l'atto-  del  linguaggio  come  cosa  viva  non  è  più  libera  creazione  spi-  rituale, e  la  grammatica  viene  argomentata  possibile  :  conclu-  sione assolutamente  contraria  alla  tesi  annunziata  :  la  gramma-  tica è  ineseguibile  ignorandosi  il  grado  di  perfezione  della  lin-  gua e  mancando  altre  condizioni,  come  una  ricca  letteratura;  ma,   eliminati  questi  ostacoli,   è  possibile.   L'altra  difficoltà  è  la  seguente.  Quel  che  fu  concesso  ai  Grammatici  latini  «non  si  può  fare  nella  lingua  Fiorentina,  et  molto  meno  nella  Toscana,  che  et  vivono  ancora,  et  non  hanno  scrittori  da  fondarvi  lo  intento  suo,  non  si  sapendo,  se  elle  sono  ancor  pervenute  a  '1  colmo  dello  Arco.  Et  se  questo  non  si  può  fare  per  via  de  gli  scritti  ;  chi  vieta  che  e'  non  si  faccia  almanco  per  via  dello  uso?  Et  di  quale  uso?  Oh  questa  è  l'altra  diffi-  coltà, et  non  punto  minore  della  precedente.  Et  perchè?  »  In  sostanza,  perchè  i  Romani,  padroni  del  mondo,  potevano  im-  porre la  loro  lingua,  e  noi  Fiorentini  che  si  vale?  «  Noi  non  ci  abbiamo  Imperio  alcuno  così  grande,  che  e'  muova  (come  i  Ro-  mani) le  città  sottoposteli,  a  cercare  spontaneamente  di  favel-  lare et  onorare  quella  lingua,  che  favelli  che  le  comanda  ».    «  Nientedimanco  e'  si  vede  pur  manifestamente  ne'  tempi  nostri  che  molte  persone  di  qualche  spirito,  così  fuor  d'Italia  come  in  Italia,  s' ingegnano  con  molto  studio,  di  apprendere,  et  di  fa-  vellare questa  nostra  lingua,   non  per  altro  che  per  amore  ».   A  questo  punto  il  Gelli  tira  il  ragionamento  a  sostenere  garbatamente  il  primato  di  Firenze,  nella  lingua,  non  che  sul-  1'  Italia,  sulla  Toscana  stessa,  e  a  dar  ragione  del  decadimento  di  esso  dai  tempi  del  Triumvirato  e  del  suo  risorgimento  pre-  sente avvenuto  per  effetto  della  rinascenza,  dell'amore  e  del  culto,  cioè,  degli  studi  classici,  latini  e  greci.  «  Et  da  che  vi  pensate  che  nasca  questo?  Se  non    da   l'essere   oggi  in  Firenze    Capitolo  quinto  1 59    così  gran  numero  di  Persone  che  hanno  bonissima  cognizione)  della  lingua  Latina  et  Greca:  Le  quali  essendo  state  necessitate  nello  impararle,  a  vedere  i  veri  Poeti  hanno  assai  chiaramente  conosciuto,  che  cosa  sia  Poesia;  et  quanto  sia  verbigrazia  contro  i  precetti  dell'Arte,  il  ridurre,  tutta  la  vita  di  un  huomo,  o  pur  le  azzioni  di  XXV  o  XXX  anni,  in  due,  o  tre  ore  di  tempo  che  si  consuma  nel  recitare  ».    «  Oltre  a  questo,  avendo  ap-  preso per  via  di  Regole,  quelle  due  lingue,  conoscendo  quante  e  quali  sieno  le  parti  del  Parlare,  et  in  che  modo  elle  debbino  accompagnarsi j  cominciano  a  favellare  tanto  rettamente,  et  con  tanta  leggiadria,  che  io  mi  persuado  gagliardamente  la  nostra  lingua  esser  molto  vicina  a  quel  sommo  grado  della  perfe-  zione, oltre  il  quale  non  si  può  salire  ».  I  nostri  tre  massimi  scrittori  stessi,  aggiunge  il  Gelli,  furono  i  primi  in  questi  Paesi  ad  aver  notizia  e  a  diffondere  la  conoscenza  del  latino  e  del  greco,  essi  stessi  cominciando  «  a  parlare  rettamente  et  ordina-  tamente, migliorando  et  inalzando  tanto  il  nostro  Idioma  da  quello  che  egli  era —  Ma  che  e'  non  furon  già  poi  seguiti    imitati  nello  allevarla,  secondo  i  modi  posti  da  loro  »,  come  ora  s'è  tornato  a  fare  in  gloria  della  lingua.  Inoltre  concorrono  a  ciò  altre  cause:  l'imitazione  di  coloro  che  non  voglion  esser  da  meno  e  nel  parlare  e  «    co  '1  tradurre,  arrecandoci  le  scienze  et  l'arti  che  elli  imparano  nelle  altre  lingue»;  l'uso  più  esteso  della  lingua  materna  fatto  da  parte  «  dei  principi  e  gli  uomini  grandi  et  qualificati,  a  scrivere  in  questa  lingua,  le  importan-  tissime cose  de'  Governi  degli  Stati,  i  maneggi  delle  Guerre,  e  gli  altri  negotij  gravi  delle  faccende  che  da  non  molto  indietro  si  scrivevano  tutti  in  lingua  latina.  Perchè  non  vi  date  a  inten-  dere che  una  lingua  diventi  mai  ricca  et  bella,  per  i  ragiona-  menti de'  Plebei,  et  delle  Donnicciuole,  che  favellali'  sempre  (rispetto  a  lo  avere  concetti  vilissimi)  di  cose  basse:  che  e'  sono  solamente  gli  huomini  grandi  e  virtuosi,  quelli  che  inalzano,  et  tanno  grandi  le  lingue.  Imperoche  avendo  sempre  concetti  no-  bili et  alti,  et  trattando  et  maneggiando  cose  di  gran  momento,  et  ragionando  benespesso  et  discorrendo  sopra  quelle  in  prò  et  in  contro,  persuadendo  o  dissuadendo,  accusando  o  lodando  :  Et  tal  volta  ancora  ammonendo  et  insegnando;  fanno  le  lingue  loro,  copiose,  onorate,  ricche,  et  leggiadre  ».   Conseguentemente  il  Gelli  conclude  che  la  lingua  fiorentina  non  essendo  però  «  ancor  pervenuta  a  lo  stato   suo,  non   se  ne    i6o  Storia  della   Grammatica   possa  far  regola,  che  in  tempo  non  molto  lungo,  non  abbia  a  scoprirsi  defettuosa;  et  non  più  tale,  quale  oggi  forse  ci  appa-  rirebbe ».   Ma  si  fa  opportunamente  obiettare  dal  suo  interlocutore  :  «  Orsù,  ponghiamo  per  le  tante  cose  allegate  da  te,  che  alla  Accademia  non  si  convenga  il  fare  queste  Regole  :  vuoi  tu  però  affermare  al  tutto,  che  una  Persona  privata  et  particulare  ;  la-  sciando favellare  ad  arbitrio  loro  qualunque  Città  et  luogo  della  Toscana,  senza  difettargli,  o  riputargli  da  meno  per  questo:  Non  possa  almanco  da  i  tre  primi  nostri  scrittori  et  da  l'uso  di  Firenze,  formare  le  Regole,  che  a'  tempi  d'oggi,  insegnino  fa-  vellare rettamente  a  Fiorentini  stessi,  et  a  chi  pur  volesse  imi-  targli ?»  E  gli  risponde  :  «  Oh  questo  Nò,  messer  Cosimo,  perchè  io  mi  credo  pure,  che  un'  solo,  in  suo  nome  proprio,  et  non  di  Accademia,  con  tutte  quelle  avvertenzie  che  voi  avete  dette,  sicuramente  le  possa  fare  ».  Fattosi  poi  domandare  «  et  con  qual'ordine?  e  in  che  maniera?  »  quelle  regole  si  potrebber  formare,  risponde  distinguendo  nella  lingua  «  due  parti  princi-  pali, la  materia  ciò  è  et  la  forma  :  la  materia  sono  le  parole  de  le  quali  ella  è  fatta:  et  la  forma  è  quel  modo  et  quell'ordine,  col  quale  son'  contestate  et  tessute  insieme  l'una  parola  con  l'altra,  che  si  chiama  ordinariamente  la  costruzzione  ».  Quanto  alla  materia,  trova  facile  ordinarla  in  un  Vocabolario,  ricordando  a  questo  punto  il  lavoro  poi  perduto  del  Norchiati,  e  permet-  tendoci cosi  da  questa  citazione  di  argomentare  che  il  Gel  li  avrebbe  voluto  un  Vocabolario  metodico.  Quanto  alla  forma,  dopo  aver  accennato  alla  maggior  dolcezza  del  periodo  e  delle  clausole  della  favella  fiorentina,  osserva  che  i  grammatici  ante-  riori troppo  s' indugiarono  e  si  distesero  «  nelle  declinazioni  so-  lamente »,  passandosi  della  costruzione  senza  parlarne  se  non  pochissimo  :  come  cosa  troppo  difficile  ;  et  ad  essi  forse  (appunto  perchè  forestieri!)  mal  riuscibile.    onde  circa  al  formar  queste  regole,  non  mi  affaticherei  molto  nella  prima  parte  :  Ma  dichia-  rate le  parti  della  Orazione,  et  dimostrate  le  declinabili  et  le  indeclinabili,  et  gli  esempli  de'  verbi  massimamente  con  quella  diversità  che  è  tra  l'uso  moderno,  et  quello  che  è  dicono  de'  nostri  antichi,  me  n'andrei  tutto  alla  costruzione.  Nella  quale,  consistendovi  (come  ho  detto)  tutta  la  importanzia  eli  questa  lingua,  vorrei  io  certamente  usare  una  diligentia  più  la  che  estrema:  Togliendo  da'  tre  sopra  detti,  tutto  quel  che  fusse  ben    Capitolo  quinto  161    detto.   Il  che  al  giudizio  mio  solamente  sarebbe  quello,  che  l'uso   di  oggi  si  ha  mantenuto  :  Essendo  l'orecchio  nostro  inclinato  naturalmente  a  lasciar  sempre  le  cose  aspre,  dure,  et  difficili  ;  et  seguitare  le  dolci  e  le  facili  ».   Ho  riportato  questo  brano  anche  perchè  mi  risparmia  un  più  lungo  discorso  sulla  grammatica  del  Giambullari,  in  quanto  che  il  Gelli  si  fa  dire  dal  Bartoli  :  «  Questo  è  appunto  l'ordine  stesso,  et  il  modo  che  il  nostro  Giambullari,  tenne  in  quelle  sue  Regole,  che  egli  già  son  tre  anni,  donò  allo  illustrissimo  signor  Don  Francesco  de'  Medici  primogenito  di  S.  Eccellenza  ».  E  il  Gelli  lo  conferma  aggiungendo  d'averle  viste,  poiché  il  Giam-  bullari gliele  aveva  conferite  molte  volte  «  et  massimamente  l'anno  passato,  quando  eravamo  in  questo  maneggio  »,  e  pa-  rergli «  che  egli  avesse  trovato  la  vera  via,  et  con  una  dili-  genzia  maravigliosa,  fatto  ciò  che  fusse  possibile  farsi  in  questa  materia  ».  E  chiesta  la  ragione  per  cui  «  ormai  non  le  comunica  con  la  stampa  a  tutte  le  Genti  che  le  desiderano  »,  il  Bartoli  gli  annunzia  d'aver  finalmente  a  ciò  indotto  il  Giambullari  :  «  et  così  fra  non  molti  giorni,  comincerò  a  farle  stampare,  che  di  tanto  son  convenuto  co  '1  Torrentino  ».   Nell'eseguire  però  il  programma  tracciatogli  dal  Gelli,  il  Giambullari,  secondo  quanto  anche  afferma  il  Lombardelli,  sulla  fede  del  Giambullari  stesso  proemiante  all'operetta,  «  tenne  per  quanto  gli  fu  lecito,  la  maniera  del  vostro  Linacro  in  quella  eccellente  opera  de  struchira  latini  sermonis,  e  seguitò  anco  la  strada  comune  de'  Gramatici  latini,  e  forse  di  Costantino  La-  scari  greco;  onde  può  ammaestrare  i  principianti,  e  giovare  agl'introdotti  ;  e  io  per  me  gli  ho  grande  obbligo  ;  come  anco  voi  dite  di  avergliene,  persuaso  a  pigliarlo  in  pratico  da  quelle  lodi,  che  io  già  gli  diedi  nel  Proemio  della  Pronunzia  Toscana  »(').   Degli  otto  libri  onde  il  trattato  si  compone,  due  son  dedi-  cati alla  morfologia,  e  non  senza  rincrescimento  dell'autore,  che  ne  avrebbe  voluto  far  un  solo  (p.  io),  e  gli  altri  sei  alla  sin-  tassi. Definite  le  lettere,  le  sillabe,  le  parole,  l'orazione  (diceria,  parlare,  la  nostra  '  proposizione  ' )  che  divide  in  perfetta  o  im-  perfetta ('  elittica  '),  e  classificate  le  parti  di  essa  (nome,  pro-  nome, articolo,  verbo,  avverbio,  participio,  preposizione,  infra-  messo  =  interiezione,   legatura  =  congiunzione),  passa  a  trattare    i  '  |  I  /otiti  cit.,  p.  49.   C.  Trabalza.    i62  Storia  della  Grammatica   delle  cinque  declinabili  nel  primo  libro,  e  delle  quattro  indecli-  nabili nel  secondo,  dando  di  tutto  poco  più  che  gli  schemi.  Così  nella  trattazione  del  nome,  son  quasi  del  tutto  abolite  le  decli-  nazioni ;  del  pronome  ha  tagliato  via  tutta  l'esemplificazione  che  trovammo  nel  Fortunio  e  nel  Bembo;  dell'articolo  fa  una  sola  classe  ;  del  verbo  conserva  solo  la  distinzione  di  transitivo  e  in-  transitivo, distinguendo  invece  tra  i  modi  l'esortativo,  il  desi-  derativo, il  potenziale;  ammette  una  quinta  coniugazione  dei  verbi  che  partecipano  della  terza  e  della  quarta,  come  porre  ;  del  participio  tratta  anche  il  passivo  futuro  {reverendo).  Più  ra-  pida e  schematica  è  la  trattazione  del  secondo  libro.  Distingue  le  preposizioni  in  a)  segni  di  casi  (de,  di,  a,  da)  e  b)  preposi-  zioni vere  e  schiette:  più  parla  delle  affisse;  enumera  le  varie  'specie'  e  'sottospecie'  di  avverbi,  dell' inframesso  (es.  d'in-  framessi  '  timidi  '  :  sta  sta,  zi,  babà,  appartenenti  al  linguaggio  degli  uomini  bassi,  non  degli  scrittori)  ;  chiude  con  alcune  poche  specie  di  legature.   E  viene  a  trattare  della  '  costruzione  '.  L'esposizione  è  no-  tevole, perchè  ci  richiama  una  recente  distinzione  della  sintassi  in  regularis  e  figurata  nelle  relative  forme  di  ellissi,  pleonasmo ,  inversione  o  per imitazione .  Infatti  Giambullari  ammette  della  costruzione  'due  spezie'  principalmente:  l'ima  delle  quali  non  manca  e  non  soprabbonda  di  cosa  alcuna,    ha  in    stessa  trasmutamento,  od  alterazione,  come  p.  es.,  la  bellezza  diletta  l'occhio:  Et  l'altra  per  l'opposito,  manca  [ellissi],  e  soprabbonda  [pieo?iasmo]  di  qualche  cosa,  o  riceve  alcun  mutamento  [inver-  sione^, come  p.  es.  «  La  vita  il  fine,  e  '1    loda  la  sera  ».  Chiama  la  prima  '  costruzzione  intera  '  ['  syntaxis  regularis  '],  la  seconda  '  figurata  '  ['  fgurata  '].  Quanto  al  giudizio  dell'una  e  dell'altra,  il  Giambullari  approva  e  raccomanda  ai  giovinetti  la  prima,  e  giustifica  l'altra  sull'esempio  de'  grandissimi  nostri  scrittori,  che  non  debbono  però  essere  imitati  dai  giovinetti.   La  costruzione  intera  è  trattata  in  tre  libri,  abbracciando  nel  III  la  sintassi  del  nome,  dell'articolo,  del  pronome,  nel  IV  quella  del  verbo,  nel  V  quella  delle  parti  indeclinabili  :  hi  fgu-  rata comprende  gli  ultimi  tre,  di  cui  il  VI  è  tutto  dedicato  allo  scambio   (enallage,    antimeria)  (1),   il    VII    alle  figure  di  parola,   (']  L'ordine  con  cui  tratta  dello  scambio,  è  questo:  comincia  da]  nome,   e  parla  di  tutti  gli  scambi   del   nome  (una    spezie  per   un'altra,    Capitolo  quinto  163    l'YIII  alle  figure  di  sentenza:  oggetti  questi  del  rettorico,  ma  di  competenza  anche  del  grammatico,  perchè  anche  il  gramma-  tico spiega  gli  scrittori  ('  enarratio  poetarum  ').  Delle  figure  ne  sono  inventariate  coi  loro  rispettivi  nomi  greci,  latini  e  italiani,  coniati  bizzarramente  dal   Giambullari,   circa  dugento!  (')   Così,  teoricamente,  neppur  con  questo  valoroso  gruppo  di  Toscani,  che  avevano  invocato  per    il  diritto  di  legiferare  in  punto  grammatica,  nessun  punto  di  vista  nuovo  veniva  conqui-  stato con  cui  meglio  scrutar  la  natura  del  linguaggio:  pratica-  mente, la  grammatica  normativa,  diremo  così,  ufficiale  era  elabo-  rata sul  vecchio  stampo,  ridotta  nella  parte  morfologica,  accre-  sciuta in  quella  sintattica,  gonfiata  a  dismisura  in  quella  retorica  delle  figure  (quella  che  fu  appunto  compilata  dal  Giambullari,  non  esiterei  a  chiamar  un  regresso  rispetto  all'abbozzo  gram-  maticale che  troviamo  nel  Cesano  del  Tolomei,  appunto  perchè  qui  si  notavano  le  caratteristiche  del  toscano  vivo  senz'  inten-  dimento precettistico)  :  teoria  e  pratica,  prese  a  trattare  con  certo  spirito  nuovo,  quasi  di  ribellione,  e  non  nascosto  inten-  dimento di  progresso,  rimanevano  sostanzialmente  sotto  il  do-  minio del  classicismo  e  delle  regole.  Pure,  guadagni  se  n'eb-  bero e  non  scarsi.  Il  maggiore  e  più  positivo  fu  l' indagine  storica  condotta  con  così  bei  resultati  dal  Tolomei  :  i  suoi  accertamenti  vanno  soggetti  a  correzioni  non  poche    lievi,  ma  contengono  un  elemento  conoscitivo  irrefutabile  per  la  filo-  logia moderna,    del  tutto  disutile  per  la  stessa  ricerca  spe-  culativa:   quei    fatti    linguistici   (come   li    chiamano)    da  lui    de-    ovvero  il  proprio  per  lo  appellativo,  p.  es.  Imagine  per  Imaginazione:  Petrarca,  '  Et    diviso  |  da  la  imagine  vera  '  |  ;  lo  appellativo  per  il  parti/ivo  ;  il  proprio  per  il  possessivo,  ecc.),  e  del  nome  scambiato  per  un'altra  parte  del  discorso  (il  nome  per  il  participio,  per  la  preposi-  zione, ecc.);  poi  dello  scambio  del  pronome,  e  così  di  seguito,  di  quello  di  tutte  le  altre  parti  del  discorso:  litania  interminabile  di  classifica-  zioni, definizioni,   esempi.   (')  Come  al  Gelli  un  Trattatello  dell'origine  di  Firenze,  così  al  Giambullari  dobbiamo  un  Ragionamento,  intitolato  il  Getto,  della  prima  ed  antica  origine  della  Toscana  e  particolarmente  della  lingua  fiorentina ,  dove,  com'è  risaputo,  il  famoso  storico  tanto  spropositò  nella  spiega-  zione di  quest'ultimo  problema.  Per  entrambi  i  libretti,  cfr.  M.  Barbi,  //  trattatello  sull'origine  di  Firenze  di  G.   G.   Gelli,  Firenze,  1894.   Sul  Giambullari,  cfr.  C.  Valacca,  La  vita  e  le  opere  di  P.  F.  G.,  Bitonto,   1898.    164  Storia  della  Grammatica   scritti  non  sono  il  linguaggio  reale,  ma  non  sono  neppure  semplici  e  astratte  categorie  :  e  certo  valgono  assai  più  del  pre-  cetto, delle  regole  come  aiuti  a  penetrare  la  natura  dell'atto  che  li  crea.  Nell'ordine  delle  idee,  germi  di  progresso  contengono  quella  calda  difesa  del  volgare,  e  particolarmente  di  quello  par-  lato in  Toscana  di  contro  al  latino  e  all'italiano  del  Trissino,  astrazione  d'un'astrazione,  che  il  Tolomei  fece  con  tanto  acume;  la  poca  simpatia  di  lui  per  la  grammatica  come  disciplina  pre-  cettiva, in  cambio  della  quale  era  consigliata  più  francamente  la  lettura  degli  scrittori  ;  quel  travagliarsi  del  Gelli  intorno  alla  difficoltà  e  all'  impossibilità  del  mettere  in  regola  la  lingua  viva  che  è  in  continuo  moto,  anche  se  il  fondamento  della  dimostra-  zione è  erroneo  ;  quel  riconoscer  necessaria  una  maggior  tratta-  zione della  sintassi,  un'altra  categoria  di  più,  che  permette  di  veder  meglio  per  entro  lo  spirito  della  lingua  ;  il  riconoscere  che  la  lingua  s'accresce  e  si  perfeziona  non  tanto  per  la  virtù  del  precetto  quanto  pel  predominio  del  popolo  che  la  impone,  per  l'aumento  della  cultura,  il  dibattito  delle  idee,  il  coltivar  nuovi  generi  letterari  ;  e  quant'altro  s'  è  messo  particolarmente  in  rilievo:  lievito,  di  poca  forza  espansiva,  se  vuoisi,  ma  lie-  vito, senza  cui  la  scienza  non  si  sviluppa.    CAPITOLO  VI    La  revisione  della  grammatica  e  il  consolidarsi  del  purismo.  Svolgimento  della  grammatica  storico-  metodica.   (A.  Caro  -  L.  Castelvetro  -  B.  Varchi  -  G.  Muzio).    Il  naturale  determinarsi  e  permutarsi  del  principio  direttivo  della  critica  letteraria  del  Cinquecento  nelle  sue  forme  di  imi-  tazione, teoria,  legge,  fu  rapido  quanto  intenso  era  il  movimento  che  il  ricomparire  delle  opere  classiche  e  segnatamente  della  Poetica  aristotelica  aveva  avvivato.  Col  codificarsi  delle  regole,  lo  spirito  critico  divenne,  come  doveva  accadere,  sempre  più  restrittivo  e  sottile,  e,  nelle  applicazioni,  pervicace  e  litigioso:  nacquero  così,  com'è  noto,  numerose  dispute  letterarie  e  pole-  miche personali  che,  peraltro,  giovarono  assai  allo  sviluppo  della  ritica  medesima:    la  grammatica,  meno  d'altre  discipline,  potè  rimanerne  immune.   Già  prima  che  il  Sansovino  nella  sua  raccolta  dei  principali  grammatici  della  prima  metà  del  secolo,  aveva  il  Varchi  ristam-  pate, nel  1549,  le  Prose  del  Bembo:  ora,  se  tali  ristampe  erano,  come  abbiamo  mostrato,  una  conseguenza  dei  metodi  on-  d'era  stata  elaborata  la  grammatica  del  volgare,  questa,  in  quella  forma  tanto  poco  sistematica  e  tanto, incompleta  e  così  poco  im-  perativa, non  corrispondeva  più  al  nuovo  spirito  critico,  al  nuovo  orientamento  :  quindi  doveva  necessariamente  soggiacere  a  un  lavoro  di  revisione  e  di  correzione.  E  l'uomo  proprio  ad  hoc  fu  Ludovico  Castelvetro,  che    impersona  e  incarna,  meglio  d'ogni    i66  Storia  della  Grammatica   altro  di  quei  gagliardi  letterati,  lo  spirito  e  la  cultura  della  sua  età.  E  dalla  ristampa  del  Varchi  mosse  appunto  a  rivedere  tutta  l'opera  bembesca  tanto  favorevolmente  accolta  (1).  Ne  venne  fuori  un  «  volume  molto  grande  »,  in  cui,  a  detta  del  Castel  vetro  iuniore,  «  erano  minutissimamente  [trattate?]  tutte  le  parti  della  grammatica  della  lingua  volgare,  nella  guisa  che  fa  Prisciano  quelle  della  latina  »  (').  Di  codesto  volume,  a  cui  l'autore  dovè  atten-  dere parecchi  anni,  e  che  «si  perde  a  Lione  di  Francia,  quando  dell'anno  1567  si  ruppe  la  guerra  la  seconda  volta  tra  il  Re  ed  i  suoi  sudditi  per  conto  della  Religione  »,  una  parte,  la  Guaita  fatta  al  ragionamento  degli  articoli  et  de'  verbi,  era  già  venuta  fuori  anonima,  ma  con  l'indubbio  segno  della  paternità,  pei  tipi  del  Gadaldini  di  Modena  nel  1563  (3)  :  altre,  non  sappiamo  se  rifatte  o  superstiti  alla  perdita,  riguardanti  il  secondo  e  il  terzo  libro  delle  Prose,  furono  pubblicate  postume  a  Basilea  nel  1572.  Sembra  che  l' incentivo  alla  edizione  della  prima  Ghinta  sia  stata  la  polemica  col  Caro,  che  non  aveva  ancor  permesso  al  Castel-  vetro  di  mostrare  tutta  la  sua  valentia  di  linguista  e  di  gram-  matico. Comunque,  è  certo  che  il  contenuto  di  questa  lunga  polemica  dal  primo  Parere  (1553)  del  Castelvetro  sulla  Canzone  de'  Gigli  d'oro  del  Caro  sino  all'ultima  sua  fase  esclusa  (Erco-  lano  del  Varchi,  composto  verso  il  1560  ma  pubblicato  solo  nel  70,  e  Correzione  del  Castelvetro),  è,  sotto  il  rispetto  pu-  ramente filologico  e  grammaticale,  molto  scarso.  Poiché  la  con-  troversia —  tranne,  s'intende,  nella  parte  diremo  personale,  che  è  senza  dubbio  divertente  e  anche,  pel  costume,  interessante    s'aggirò  tutta  e  sempre,  nelle  varie  scritture  dell'un  partito  e  dell'altro,  sul  potersi  o  no  usare  questa  o  quella  parola  nel  ri-  spetto della  loro  legittimità  e  del  loro  significato  {falli  di  pa-  role e  falli  di  sentimento  sono  le  due  categorie  della  Ragione^*)  del  Castelvetro);  e,  per  quanto  l'uno  e  l'altro  polemista  abbian    (')  Nel  1536  aveva  recato  «  in  ordine  d'abicì  li  vocaboli  latini  di  Valerio  con  la  spositione  volgare»,  fiducioso  che  tale  fatica  sarebbe  stata  «a  ognuno  utile».  Castelvetro  jun.,  Biogr.  di  L.  C.  {Race.  Ca-  logerà,  XLVIII,  p.  430),  in  Bertoni,  op.  qui  appresso  cit.,  p.  8S.   C)  In  G.  Cavazzuti,  Lodovico  Castelvetro ,  Modena,  1903,  p.  122.   (:i)  Giunta  fatta  al  Ragiona  \  mento  degli  articoli  et  \  de  verbi  di  Messer  \  Pietro  Bembo.  |  KEKPIKA.  |  In  fine:  In  Modona,  Per  gli  Hcredi  di  Cornelio  Gadaldino.   MDLXIII.   (')  Parma,   1573.    Capitolo  sesto  167    cercato  di  deviare  dalla  question  principale  nello  svolgersi  del  dibattito,  pure  il  carattere  di  essa  riman  sempre  quello  che  be-  nissimo è  espresso  nelle  tanto  discusse  parole  del  Castelvetro  :  il  Petrarca  [codeste  voci  adoperate  dal  Caro]  non  le  isserebbe.  La  polemica  verte  essenzialmente  sur  una  questione  di  elocu-  zione poetica  :  argomenti  e  sofismi  son  sempre  cavati  dai  comuni  criteri  estrinseci  e  arbitrari  della  forma:  tra  l'aspra  selva  delle  osservazioni  del  Castelvetro  e  i  fiorami  umoristici  e  eleganti  del  Caro  e  compagni  di  difesa,  potete  sempre  scovare  il  serpentello  della  rettorica  corrente,  il  criterio  delle  voci  belle  e  delle  voci  brutte.  Valga  quest'esempio  :  «  Inviolata.  Se  questa  voce  non  vi  piace,  vi  puzzano  le  viole,  e  le  rose.  Non  potendo  essere,  ne  la  più  soave,    la  più  moscata  di  questa.  Se  '1  Petrarca  non  l'annasò;  forse  quando  le  capitò  alle  mani,  era  infreddato.  Ma  il  Boc-  caccio, che  non  aveva  si  delicato  bocchino,      schifo  naso,  come  voi  ;  la  volle  pure  in  certe  sue  insalitine  (sic)  :  e  la  fiutò  volentieri.  Leggete  ne  l'Ameto.  E  però  con  solecitudine  i  fuochi  nostri,  che  di  qui  porterai,  fa  che  Inviolati  servi.  Et  appresso.  Acciocché  quelle  di  costumi,  e  d'arte,  Inviolata  serbandomi  ornassero  la  mia  bellezza  »  (').   La  Ghmta  castelvetrina,  invece,  ha  ben  altra  importanza,  ed  è  veramente  a  dolere  che  le  sue  compagne  relative  alle  altre  parti  del  discorso  siano  andate  perdute,  perchè  avremmo  avuto  un  ammirevole  esempio  di  grammatica  metodica  e  storica  :  essa  in  ogni  modo  è,  anche  così,  un  documento  de'  più  significativi!  perchè,  per  la  prima  volta,  viene  svolto  di  proposito  nella  gram-  matica normativa  l'elemento  propriamente  storico  e  introdotto  il  vero  metodo.  Questo  avea  già  ben  visto  un  giudice  di  gram-  matiche assai  autorevole,  come  quegli  che  le  leggeva  e  le  sapeva  leggere  da  un  punto  di  vista  elevato,  Francesco  De  Sanctis.  Il  quale,  dopo  aver  osservato  che  la  grammatica  italiana  «  dapprima  non  fu  se  non  una  raccolta  di  regole  ed  osservazioni  sulla  nostra  lingua  succedentisi  a  caso  »,  mette  bene  in  rilievo  i  pregi  delle  opere  grammaticali  di  grammatici  superiori  come  il  Bembo,  il  Ca-  stelvetro e  il  Salviati  per  quanto  concerne  la  parte  storica,  la  di-  ligenza del  raccogliere,  la  conoscenza  delle  proprietà  de'  voca-  boli, ecc.,  e  segnala  particolarmente  il  Castelvetro  e  il  Salviati    ('i  Apologia,   Parma,   MDLVIII,   pp.   52-^    i68  Storia    della   Grammatica   come  perfezionatori  della  grammatica  storica  e  avviatori  di  quella  metodica  (').   E  su  questa  Guaita  fermeremo  in  particolare  la  nostra  at-  tenzione, benché  a  chi  voglia  portar  un  giudizio  complessivo  sull'attività  filologica  del  Castelvetro,  quale  «  ricostruttore  e  in-  terprete di  testi,  indagatore  dell'origine  e  della  natura  dei  lin-  guaggi, esploratore  di  etimi  ignoti  »  ("),  convenga  tener  presenti,  oltre  la  Poetica,  tutte  le  altre  opere  di  lui(3).   Il  Castelvetro,  nella  grammatica  come  nella  poetica  e  nel  resto,  manifesta  assai  chiaramente  il  carattere  del  suo  ingegno.  L'avevano  ben  capito  gli  stessi  suoi  contemporanei,  tra  i  quali  mi  basti  citare  il  Lombardelli  :  «  Il  Castelvetro,  con  le  sotti-  gliezze di  sua  dottrina,  fa  star  sospesi  molto  dallo  scriver  to-  scano, tanto  in  teorica  quanto  in  pratica,  e  di  vero  può  molto  aiutare  i  fortemente  introdotti,    per  gli  avvertimenti  partico-  lari, sì  per  la  finezza  del  giudizio,  che  altri  vien  acquistando  in  legger  le  costui  scritture,  fondate  nelle  scienze,  e  nelle  lingue  più  famose  »  (4).  «Lambiccato  e  falso  nelle  sue  sottigliezze»  lo  disse  già  il  De  Sanctis  (5).  Recentemente,  per  un  fortunato  in-  contro della  storia  letteraria  e  della  filosofia,  il  Castelvetro  ha  avuto  il  suo  degno  biografo  e  i  suoi  degni  critici,  sicché  ora  la  sua  figura  sorge  intera  e  vera  :  le  analisi  del  Vivaldi  (")  e  del  Capasso  (  )  da  un  lato,  la  biografia  critica  del  Cavazzuti  da  un  altro  e    per    un    terzo    i    cenni    del    Croce   e    dello   Spingarn    e  [Sulla  notevole  pagina  dei  Nuovi  Saggi  Critici  (Napoli,  1872,  PP-  377-8),  riportata  opportunamente  dal  Fusco  nella  sua  Poetica  del  Castelvetro  (Napoli,  1974,  pp.  1S-9)  si  deve  peraltro  osservare  che  il  Bembo  trattò  la  parte  storica  della  lingua  non  nel  senso  del  Castelvetro:  il  Bembo  ci  mette  sott' occhio  V uso  storico  della  nostra  lingua;  il  Castelvetro  ci    la  storia,  dirò,  interna,  delle  forme,  quali  si  svolsero  dal  latino,  subordinandone  però  l'indagine  al  precetto  gram-  maticale che  veniva  così  incorporato  a  un  elemento  conoscitivo.   ('-)  Fusco,  op.  cit.,  p.   iS.   (:!)  Un  notevole  posto  tra  queste  occupa  la  Spositionc  a  XIX  canti  dell  Inferno  (Modena,  1886).   (4)  I  fonti,   p.   51.   11  La  giovinezza  cit.,  p.  317.   (n)  Una  polemica  e  le  controversie  intorno  alla  nostra  lingua,  Napoli. Note  critiche  su  la  Polemica  tra  il  Caro  e  il  Castelvetro,  Na-  poli,   1S97.    Capitolo  sesto  169   la  monografia  del  Fusco  hanno  ormai  messo  in  piena  luce  così  la  vita  come  l'attività  individuale  e  il  pensiero  vario  di  lui.  «  Acato  l'uomo  e  sottili  le  cose  da  lui  scritte  »,  torna  a  ripeter  l'ultimo  suo  critico,  il  Fusco,  «  sia  che  si  affatichi  a  dare  un  certo  che  d'armonico  al  sistema  e  a  farne  vedere  le  parti  legate  L'ima  all'altra  dal  vincolo  di  causalità;  sia  che  per  distinguersi  proponga  dimostrazioni  originali  di  tesi  in    sgangherate  e  in-  terpetrazioni  bizzarre  di  problemi  insoluti  e  insolubili  ;  sia  fi-  nalmente che,  conscio  de'  vuoti,  cui  non  gli  riesce  di  colmare,  si  sforzi  di  dissimularli  e  di  coprirli    con   foglie  più  trasparenti   che  pietose dommatico    come    un    pontefice,  dottorale,  fiero,   soprattutto  insopportabilmente  lungo  e  secco,  innegabilmente  «  lambiccato  e  falso  nelle  sue  sottigliezze  »;  [sempre]  lui,  lo  scolastico  colla  somma  di  difetti  propria  degli  scolastici,  pe'  quali  la  presunzione  di  essere  a  priori  in  possesso  della  verità  è  ostacolo  a  trovarla,  arzigogolanti  in  un  mondo,  che  è  quello  delle  nuvole,  aventi  a  supremo  fine  la  forma,  non  la  sostanza  del  discorso  ;  di  tutto  sprezzanti  che  non  si  adagi  nel  rigido  schema  di  un  sillogismo  :  lui,  il  critico  ottuso,  più  che  mai  ot-  tuso alle  pure  e  immediate  impressioni  dell'arte;  lui,  "un  cu-  rioso miscuglio  di  dotto  acume  (')  e  di  vuota  sofisticheria  che  on-  deggiava tra  un  pedantesco  timore  e  un  linguaggio  scorretto,  artificiale  e  provincialesco,  come  nello  stile  riusciva  insieme  arido  e  prolisso  ,,  »  (").  Specialmente  in  fatto  di  poetica,  «  dalla  prima  al-  l'ultima pagina  rivela  costante  l'oscillazione  del  pensiero,  la  per-  plessità psicologica,  l'incertezza  tra  il    e  il  no.  »  Il  risultato...  «  ein  bedenklicher  Rùckfall  in  die  Unklarheit  der  ersten  theore-  tischen  Versuche»,  come  si  esprime  il  Klein  (3).  Ed  era  inevitabile  quando  il  metodo  della  ricerca  e  dell'esame,  comunque  allar-  gato, restava  invariato  nella  sostanza:  al  fatto  particolare  e  mu-  tabile dato  il  valore  di  legge  universale  e  meccanica  :  il  capriccio  dell'artista  di  ieri  assegnato  come  norma  all'artista  di  oggi  :  l'empirismo  sostituito  alla  scienza;  l'arte  messa  alla  dipendenza  immediata  del  lavoro  scientifico  e  della  storicità;  la  poesia,  che  si  appartiene  tutta  alla  fantasia,  edificata  e  giudicata  con  criteri    (')  Son  parole  del  D'Ovidio,  Le  correz.  cit.,   1895,  p.   114.  (")  Op.  cit.,  pp.   257-8.  )  Der    Chor    in  den    wichtig sten    Tragòdien    der  franzòsischen  Renaissance,  Erlangen  und  Leipzig,   1897,   p.   13.    170  Storia  della  Grammatica   logici  o  pratici,  morali  o  intellettuali  :  l'estetica  fondata  sempre  o  quasi  sempre  su  motivi  extra  od  anti-estetici  ».  Sicché  il  vo-  lerlo «  mettere  in  linea,  caratterizzarlo,  ridurlo  sotto  uno  degli  indirizzi  che  dominarono  nella  coltura  italiana  del  secolo  XVI  è  impossibile  o  difficile  e  non  senza  pericolo  di  confusione  ;  tutti  i  venti  lo  fecero  piegare  un  po',  nessuno  lo  vinse».  Non  classi-  cista, non  romantico,  non  aristotelico,  pure  lascia  tracce  non  lievi  e  di  classicismo  e  di  romanticismo,  «  figura  multiforme,  a  diverse  facce,  changeante,  che  sta  sola  a    e  per    in  tutto  il  suo  secolo  :  novatore  e  continuatore  di  pregiudizi  ;  progressista  ne'  gesti  e  retrogrado  nel  fatto...  ebbe  acuto  ingegno,  indipen-  denza di  giudizio,  superiorità  di  critico  :  nondimeno  sopravvive  pedante  tra  pedanti  :  primus  inter  aequales  »  (').   Filosofo  del  linguaggio,  dunque,  il  Castelvetro  non  poteva  essere    fu  :  anzi,  quant'egli  scrisse  intorno  al  lato  teorico  della  forma  poetica  e  intorno  al  lato  pratico  {precettistica),  non  lo  pone  certo  al  di  sopra  d'altri  grammatici  che,  come  vedemmo,  ebbero  più  d'una  felice  intuizione  circa  la  natura  dell'espressione.  N'ebbe  anch'egli,  a  dir  vero,  come  quando  scrisse  queste  che  sono  ve-  ramente come  il  Fusco  le  ha  chiamate  auree  parole:  «  Con  lo  splendore  della  favella  non  si  deve  oscurare  la  luce  della  sen-  tentia...;  perchè  deve  essere  stimato  vitio  che  la  favella  sia  in  guisa  vaga  che  altri  riguardi  più  in  ammirar  lei  che  in  conside-  rare il  sentimento,  essendosi  trovata  la  favella  per  lo  sentimento  e  non  lo  sentimento  per  la  favella  »  (").  Ma  i  precetti  della  vecchia  rettorica,  teoria  dell'ornato  e  teoria  del  conveniente,  l'arbitraria  distinzione  di  prosa  e  versi,  ecc.  ecc.,  son  tutti  dal  Castelvetro  mantenuti,  anzi  moltiplicati.   Dove,  invece,  il  Castelvetro,  per  comune  consenso,  eccelle,  è  nella  filologia  (erudizione  linguistica  spicciola,  grammatica  storica)  e  nella  grammatica  normativa;  e  se  è  impresa  tutt'altro  che  facile  il  tirare  la  somma  di  tanti  suoi  accettabili  o  no  accer-  tamenti e  dati  positivi  in  fatto  di  lingua,  fonologia,  etimologia,  morfologia,  ortografia,  lessico,  sintassi,  versificazione,  tuttavia  dalla  limacciosa  e  dilagante  corrente  di  tanta  sua  dottrina  quasi  tutta  d' intonazione  vivacemente,  ostinatamente,  sofisticamente  polemica,  balzano  fuori  in  tutta  la  loro  chiarezza  la  giusta  tesi    (')  Fusco.] dell'origine  del  volgare  e  il  diritto  metodo  della  dimostrazione  e  della  relativa  indagine  delle  forme.  Egli,  infatti,   non  si  limita   ad  affermare  che  il  volgare  italiano  (e,  è  lecito  ammettere,  anche  il  provenzale  e  gli  altri  idiomi  romanzi)  ('),  derivò  dal  latino  e  dal  latino  parlato,  che  non  era  quello  che  i  dotti  scrivevano  o  gli  oratori  adoperavano  ne'  pubblici  discorsi  (2),  ma  osserva  che  la  di-  versità del  nostro  idioma  volgare  da  quel  volgare  latino  è  nella   declinazione,  principalmente,  non  nel  lessico,  ossia  nella  varia-  zione che  le  voci  hanno  subito  e  non  in  una  diversità  di  etimi  :  e,  prescindendo  per  ora  dalle  leggi  fonetiche  da  lui  poste,  «  in-  gegnosissimo »  si  mostra  nello  spiegare  le  circostanze,  le  cause  esterne  delle  trasformazioni  del  volgare  (:ì)  :  e  la  nostra  ammi-  razione certo  aumenterebbe  se  di  molta  parte  de'  suoi  studi  sul-  l'antico italiano  non  dovessimo  lamentare  la  perdita.  Non  è  cosa,  peraltro,  da  maravigliar  troppo  chi  ripensi  quanto  propizi  vol-  gessero ormai  i  tempi  per  gli  studi  romanzi,  di  cui  bene  può  il  Castelvetro,  nei  rispetti  della  grammatica  italiana  ('),  consi-  derarsi uno  de'  principali  campioni  anche  a  fianco  del  Barbieri  e  del  Corbinelli,  per  citar  solo  i  maggiori,  i  quali,  per  l'uso  sapiente  fatto  del  criterio  comparativo,  godono,  l'uno  nell'ordine  storico  letterario,  l'altro  nell'ordine  linguistico,  un  vero  pri-  mato ( ").   Meno  coerente  e  avveduto  fu  forse  nella  famosa  que-    ('    Cavazzuti,  op.  cit.,  pp.  1S3-4.   (-)  Delle  prove  dell'  esistenza  del  latino  volgare  il  Castelvetro  non  fu  ricercatore  compiuto,  poiché  non  ebbe  l'occhio  specialmente,  come  doveva,  al  materiale  epigrafico,  ma  quelle  che  indicò  in  voca-  boli e  modi  di  dire  popolari  della  letteratura  scritta  e  massimamente  nelle  commedie,  colpiscono  nel  segno.   (:;)  V.  Cavazzuti,  op.  cit.,  pp.   126-7.   (4)  Il  Castelvetro  non  ignorò  altri  idiomi  neolatini,  ma  in  essi  non  acquistò  una  speciale  competenza:  quanto  al  provenzale,  p.  es.,  sono  state  ridotte  a  cinque  o  sei  note  linguistiche  quella  che  dal  Ca-  nello  era  stata  chiamata  straordinaria  erudizione  ;  in  questo  campo  valse  assai  più,  non  dico  il  Barbieri,  che  a  dir  del  nipote  Ludovico  avrebbe  insegnato  il  provenzale  al  Castelvetro  e  se  lo  sarebbe  asso-  ciato nel  trasportar  in  volgare  le  vite  de'  migliori  trovatori  (Cavaz-  zuti, op.  cit.,  p.   180),  ma  il  Bembo  stesso. Cfr.  V.  Crescini,  Di  J.  Corbinelli,  in  Riv.  crii.  d.  leti,  il.,  II,  col.  189  (cit.  dal  Bertoni  nell'op.  qui  appresso  cit.,  p.  48).    Per  la  storia  degli  studi  romanzi  in  Italia  nel  sec.  XVI,  v.  V.  Crescini,  J.  Corbinelli  in  Per  gli  studi  romanzi    Saggi  ed  appunti,  Padova,  1S92,  e  G.  Bertoni,  G.  M.  Barbieri  e  gli  sludi  romanzi  nel  sec.  XVI,  Modena,   1905.    172  Storia  della    Grammatica   stione  della  lingua  italiana;  ma  ciò  dipese  dall'essere  in  so-  stanza, ossia  nella  veduta  e  nella  direttiva  principale  d'accordo  col  Bembo,  col  Caro  e  anche  col  Varchi,  e  dall'aver  voluto,  troppo  indulgendo  al  suo  bollente  genio,  combatterli  ad  ogni  costo  e  ad  oltranza,  per  abbattere  il  loro  edificio  e  costruirne  un  altro  con  diverso  materiale  e  diverso  metodo  ma  d'eguale  architettura  e  decorazione.  Il  D'Ovidio  dice:  «  La  sua  polemica  col  Caro  rientra  solo  di  sbieco  nella  questione  generale  della  lingua...  Se  si  prescinde  dal  modo  come  il  Castelvetro  scriveva  e  criticava  le  scritture  altrui,  se  si  riguarda  alla  sua  astratta  teoria  quale  si  disviluppa  dalle  infinite  perplessità  delle  sue  Giunte  alle  Prose  del  Bembo,  si  può  dire  che  col  Caro  egli  s'accordasse  interamente,  proclamando  che  si  debba  scrivere  nella  lingua  del  proprio  secolo  e  che  sia  impossibile  gareggiar  nella  lingua  del  Trecento  coi  trecentisti,  e  che  i  fiorentini  si  trovino  per  lo  scri-  vere in  condizioni  migliori  di  tutti  gli  altri  (Giunta  XIII)  »  (1).  Il  Castelvetro  non  era  ingegno  da  star  saldo  in  un  principio  e  concentrarvisi  tutto  intorno.   A  note  di  fonetica  lo  conduceva  da  una  parte  la  sua  pas-  sione per  l'etimologia,  dall'altra  il  proposito  di  combattere  il  Bembo  nelle  questioni  specialmente  morfologiche  :  codeste  note,  per  altro,  sono  sparse  un  po'  dappertutto  «  Era  miracoloso  »,  scrive  il  Castelvetro  iuniore,  «  nel  dedurre  l'etimologia  dalla  lingua  Ebraica,  Greca  e  Latina  per  servirsene  nella  lingua  vol-  gare... Scelse  tutte  le  parole  oscure  e  non  intese  dagli  altri,  che  sono  nelle  Novelle  antiche...  e  l' interpretò  tutte  coll'etimo-  logie  tirate  dal  Greco  o  dall'Ebreo,  e  le  mise  in  un  volume  sotto  ordine  dell'alfabeto,  il  qual  libro  s'è  perduto  con  altre  scritture  in  Lione  »  (2).  Conviene  pertanto  spigolare  le  sue  note  etimologiche.  Il  Cavazzuti  ha  segnalato,  illustrando  il  metodo  che  il  Castelvetro  seguiva  nel  cavarle,  alcune  etimologie  di  lui,  quella  di  mai,  di  punto,  di  cavelle  o  cove/le,  dell'articolo  il,  di  arancia,  di  bozze,  di  niente,  e  altre  ;  ma  più  che  queste  e  le  moltissime  altre  che  con  speciale  predilezione  si  soffermava  a  tirare,  è  da  ammirare  nel  Castelvetro,  a  giudizio  del  Vivaldi,  l'aver  ammessa  la  possibilità  della  scienza,  quando  altri,  come  il  Varchi,  contro  cui  validamente  la  sostenne,  la  negava.  Un  esem-    (')  Le  correz.,  p.   148  sgg.  V.  anche  Cavazzuti,  pp.   127-130.  ('•)  In  Cavazzuti,  op.  cit.,  p.  135.    Capitolo  sesto  173    pio  caratteristico  dell'acume  che  il  Castelvetro  adoperò  nel  ter-  reno della  fonetica,  è  la  spiegazione  ch'egli  dette  del  futuro  ita-  liano, dove  potè  dimostrare  la  sua  dottrina  in  tatto  di  conso-  nantismo. «  V  non  vuole  »,  egli  dice,  «  innanzi  a    C,  G,  P;  15.  D,  H;  LI,  M,  Nn,  Rn,  Ou,  T,  Tt,  Ct,  Nt,  V;  quindi  av-  viene che  accostandosi  le  predette  lettere  a  V  consonante,  essa  si  tramuta  in  S,  e  quelle  sono  costrette  a  tramutarsi  in  quelle  consonanti,  o  a  prendere  di  quelle,  che  possono  comportare  la  compagnia  della  S,  o  a  dileguarsi  ;    come  B  è  costretto  a  tra-  mutarsi in  simile  caso  in  P  {scripsi),  o  in  S  (iussi);  D  in  S  (cessi),  H  in  C  (traxi)  ;  M  in  S  {pressi)  ;  Mn  in  Mp  (tempsi)  ;  V  in  C  (yixi),  ecc.  »  (').  Su  queste  basi  egli  osservava  :  «  è  da  sapere  che  la  lingua  nostra  non  ha  voce  semplice  futura,  se  non  tre  sole  in  un  verbo  disusato,  o  non  usato  mai...  ma  le  ha  com-  poste del  presente  del  verbo  avere,  e  dello  infinito  del  verbo,  il  cui  futuro  si  richiede  ;  dicendosi  dire  ho  nella  guisa  che  si  dice  appresso  i  Greci  Àsyrive^to  ("),  e  appresso  i  Latini  dicere  habeo,  significandosi  il  futuro  Aé^oj,  dicam  »,(3)  spiegazione  integrata  da  un  luogo  della  Correzione  (III),  dove  riferisce  un  colloquio  avuto  su  tale  argomento  col  Varchi:  «  ....  mi  domandò  come  del  verbo  Amo  la  voce  del  tempo  imperfetto  Avi  ab  avi  veniva  in  vulgare.  Et  io  gli  dissi  che  mutata  B  in  V,  et  gittato  M  finale  riusciva  Amava.  Perchè,  adunque,  soggiunse  egli,  se  B  si  muta  in  V  in  Amava,  non  si  può  ancora  in  B  in  Amabo  ve-  gnente in  vulgare  mutare  in  R  con  trasportamento  dell'accento,  et  dirsi  Amerò?  Non  si  può,  gli  risposi  io,  perciò  che  B  si  può  mutare,  e  si  muta  in  V,  conciosia  cosa  che  V,  B,  P,  F  sieno  lettere  pazienti  et  cambievoli  l'una  nell'altra,  della  schiera  delle  quali  non  è  R,  senza  che  non  si  potrebbe  mostrare  quando  an-  chora  concedessi  questo,  come  di  Legam  et  d'Audiam  si  potesse  dire  leggerò  et  udirò  »  (4).  De'  mutamenti  fonetici  vide  la  causa  in  quei  principi  fisiologici  che  tentano  di  resistere  ancora  alla  critica  negativa  di  essi  Q  :  «Non  ha   dubbio»,  scriveva,  «che    (')  In  Cavazzuti,  op.  cit.,  p.   134.   (-)  Corr.  /.éyeiv  è/o  secondo  l'Errata  Corride  del  Castelv.  stesso  non   vista  dal  Cavazzuti.  V.   più  innanzi.   Giunta  LXVIII,  in  Cavazzuti,  op.  cit.,  p.   134.  (*;  In  Cavazzuti,  op.  cit.,  p.   118.  (6)  Croce,  La  Critica,   I,  134  sgg.    174  Storia  delia  Grammatica   la  diversità  dell'aere  generi  diversità  di  lingue  »;  poiché  «  ope-  rerà che  si  proffereranno  le  parole  più  o  meno  addentro  nella  gola  ;  e  appresso  che  alcune  consonanti  si  distingueranno  o  più  o  meno  l'ima  dall'altra;  e  per  avventura  ancora  alcune  vocali;  e  si  darà  il  fine  alle  parole  o  più  o  meno  perfetto  »  (*).  Questo  egli  scriveva  molti  anni  prima,  dunque,  che  del  massimo  fonologo  del  Cinquecento,  Giorgio  Bartoli,  fosse  apparso  quel  mirabile  trattato  che  il  Teza  illustrò  da  par  suo  con  tanto  compiacimento.  E,  valga  o  non  valga  una  tale  dottrina,  non  si  può  lesinare  l'am-  mirazione che  il  Castelvetro  certo  si  merita,  anche  non  dimen-  ticando i  progressi  del  Tolomei  su  questa  parte  della  gramma-  tica storica.   Vero  corpo  di  scienza  grammaticale,  storica  e  precettiva  e  metodica  insieme  è  la  prima  Gninta  pubblicata,  come  si  disse,  nel  1563.  Consta  di  due  parti  :  ia,  [15]  corpi  [de'  quali  la  mag-  gior parte  suddivisi  in  paragrafi]  delle  cose  contenute  nella  Giunta  di  ciascuna  particella  degli  articoli  (pp.  2-16);  2a,  [70]  corpi  [suddivisi  parimenti  in  paragrafi]  delle  cose  contenute  nella  Giunta  di  ciascuna  particella  de'  verbi  (pp.  17-90)  ;  in  tutto  dunque  85  giunte,  in  77  (ia  parte) -h  273  (2U  parte)  =  350  pa-  ragrafi, ossia  osservazioni  (selva  selvaggia  ed  aspra  e  forte!);  che  son  poi  altrettante  contraddizioni  a  quelle  del  Bembo.   Nella  prima  parte,  Degli  Articoli,  non  parla  soltanto  di  questi,  come  parrebbe,  ma  trova  modo  di  toccare  anche  delle  parti  declinabili  del  discorso  (nomi,  [sostantivi  e  adiettivi],  vi-  cenomi) ;  trattazione  metodica  perchè  condotta  quasi  sempre  sul  filo  conduttore  della  storia.   Dove  il  Bembo  aveva  chiamato  gli  articoli  parte  de'  nomi,  egli,  fondandosi  sull'origine  dell'articolo  dal  pronome  latino,  ne  rivendica  V  indipendenza.  Dove  il  Bembo  aveva  ammesso  i  vi-  cecasi non  sapendoli  distinguere  dai  veri  proponimenti,  egli  par  escludere  l'esistenza  de'  vicecasi,  sostenendo  che  la  decimazione  volgare  ha  due  soli  casi  (il  diretto  e  l'oggetto),  e  riconoscere  solo  l'esistenza  de'  proponimenti  co'  quali  si  formano  tante  com-  binazioni (complementi)  quanti  essi  sono.  Tratta  ampiamente  della  declinazione  e  dell'uso  degli  articoli  :  il,  lo,  1",  la,  i,  gli,  le,  che  deriva  non  solo  da  ille,  ma  da  hoc,  citando  per  i  pi.  da  hi  e  o  sing.    (1      In    CAVAZZUTI.] da  hoc  le  vecchie  stampe  e  l' iscrizione  a  un  quadro  esistente  in  una  sala  del  palazzo  Fulvio  Rangone  di  Modena  in  cui  era  dipinta  l'historia  della  Teseide  del  Boccaccio:  O  re  Theseo,  A  o  re  Theseo  =  il  re  Teseo,  al  re  Teseo,  della  cui  forma  afferma  esser  riscontri  nella  lingua  Francesca  più  antica  e  del  regno  di  Napoli  (o  re  =  il  re).   Qui  comincia  a  delinearsi  il  metodo  del  Castelvetro,  che  se  non  coincide  con  quello  della  filologia  moderna    facile  ve-  derne le  differenze),  lo  precorre  però  almeno  per  l'uso  del  criterio  storico  genetico  e  comparativo  insieme,  e  in  ogni  modo  non  è  il  puro  empirico  degli  altri  grammatici.   Invece  di  seguire  passo  passo  il  Castelvetro  nella  sua  con-  futazione del  Bembo  e  di  istituire  un  confronto  perpetuo,  ab-  biamo creduto  meglio  di  ricavarne  una  specie  di  trattatello  gram-  maticale, onde  insieme  con  la  materia  da  lui  esposta  ne  appaia  anche  il  metodo  della  trattazione,  pienamente  sistematica  pur  tra  tanto  apparente  intrigo.   Dell'articolo.   \  1.  \J  articolo  è .  "  voce  separata  e  non  parte  di  nome  ,,  perchè  a)  ha  origine  dal  vicenome  ille  e  ne  conserva  la  forza,  tanto  che  può  esser  sostituito  da  quello,  e  i)  è  declinabile.   \  2.  Di  da  de,  al  da  ad,  da  da  de  non  sono  vicecasi  neppur  essi,  ma  proponimenti,  come  tutte  le  altre  propositioni  e  sono  d'altronde  altrettanti  "  supplimenti  de  segni  di  casi  "  ,  essendo  che  la  nostra  lingua  ha  due  soli  veri  casi,  l'operante  e  l'operato,  ne'  sostantivi  come  in  molti  vicenomi,  e  gli  altri  casi  essendo  tanti  quante  sono  le  com-  binazioni del  sostantivo  o  del  vicenome  con  i  proponimenti.   I  3.  Gli  articoli  vulgari  si  originano  dai  vicenomi  latini  e  si  ado-  perano nel  modo  seguente  :   1.  a)  o  da  lioc(l).  Es.  O  re  Theseo    neh'  "  historia  della  The-  seida  del  Boccaccio  dipinta  non  molto  tempo  dopo  la  morte  di  lui  in  una  sala  del  conte  Fulvio  Rangone  in  Modena  ,,)    Il  re  Theseo.    O  re  (nel  regno  di  Napoli  e  nell'ant.  frane.)  =  Il  re  b)  i,  pi.  m.,  dal  pi.  di  hoc,  cioè  hi   ').   S\ota.    Il  co  in  compagnia,  puro  o  mutato,  non  è  più  articolo,  perchè  non  si  declina  (cotale,  questo,  quello),  eccetto  in  uguanno  da    (')  Così,  analogamente,    qui  da    hicqui,  qua  da   hacqua  (per  hoco  orig.  da  hocquo,  cfr.  hoco  +  ilio    quello).   ('-)  Non  è  biasimevole  chi  li  deriva  dai  greci  o  e  01!    176  Storia  detta   Grammatica    hoco-anno ,  dove  rimane  in  forza  d'articolo,  perchè  uguanno  «  è  voce  fermata  in  su  un  senso  e  in  su  un  numero,    di  nuovo  può  rice-  vere altro  articolo,  anchora  che  io  l'habbia  per  voce  averbiale  di  tempo  ».   2.  a)  il  sing.  m.  dinanzi  a  cons.  nel    e  4"  caso,  da  ilio,  per  essersi  dovuto  «  restringere  sotto  l'accento  del  nome  come  bel  gio-  vane, quel  giovane  da  bello  e  quello  giovane».   b)  lo  sing.  m.,  dinanzi  a  vocale,  o  s  impura,  o,  nei  casi    primo    quarto,  a  semplice  cons.,  come  non  si  può  troncare  bello  e  quello  davanti  a  Intorno  e  scelerato.   Nota.    Lo  si  usò  (cfr.  Petrarca  (')  e  Boccaccio)  in. tutte  e  due  i  casi,  e  come  rimase  nelle  combinazioni  con  mi  ti  si  ci  vi,  onde  melo,  telo,  ecc.,  dove  potè  troncarsi  dinanzi  a  cons.,  così  rimase  e  si  potè  troncare  in  tutte  le  proposizioni  articolate:  del  (=  delo),  al (=  alo),  dal,  col,  ecc.,  voci  che  non  si  devono  spiegare  con  di  -f  il,  ecc.,  perchè  da  di  +  il  verrebbe  dil  e  non  del.  Quindi  è  errato  scrivere  de  'l,  co  'l,  da  'l  cielo,  ecc.   e)  A.  i  da  hi,  pi.  m.  dinanzi  a  cons.,  non  comportandosi  il  con-  trario per  l'iati)  (l'it.  non  ha  voci  comincianti  da  ia,  ie,  ii,  io,  hi;  quindi  non  è  lecito  i  amori,  i  heretici,  i  italiani,  i  homicioli,  i  humi-  dori;    i  stormenti,  perchè  potrebbe  confondersi  con  istormetiti).   B.  li  da  i/li,  pi.  m.,  dinanzi  a  voc,  a  s  impura,  a  semplice  cons.   di   nomi  non  usati  al  primo  e  quarto  caso.   C.  li  diventa  gli  dinanzi  a  vocale  per  la  forza  di  questa  (cfr.  vaglio,  voglio);  ma  dovrebbe  restar  //davanti  a  s  impura;  li  stormenti,  e  non  gli  stormenti.   Li,  come  lo  conservato  in  del,  ecc.  da  delo,  ecc.,  conservasi  nel  pi.  de'  casi  secondo,  terzo,  sesto:  quindi  deli,  ali,  dati,  ecc.,  riduci-  bili a  de,  a,  da,  come  quali  si  riduce  a  qua,  e  elli  a  e,  e  tolti  a  to,  poiché  non  iscrivesi  de' ,  a' ,  da'  per  dei,  ai,  dai  da  de  i,  a  i.  da  i,  es-  sendo questa  derivazione  errata.   3.  a)  la  da  illa,  sing.  femm.  ;  b)  le,  pi.  di   la;   e)  sta  da  ista  in  stamane,  stamattina ,  stasera,  stanotte ,  benché  siano  avverbi.   2  4.  L'elisione  della  vocale  finale  dell'articolo  è  regolata  da  questa  legge":  «  che  la  lingua  nostra  non  comporta  ordine  di  vocali  per  ac-  cidente se  non  le  può  comportare  per  natura  »,  Spesso  si  elide,  invece  che  la  finale  voc.  dell'art.,  la  iniziale  del  nome  quando  comincia  per  in  o  im  disaccentata:   es.  lo  'nventore,   la  'mperfettione.    ('i  Monsignor  lo,  Messer  lo  son  comuni;  analogamente:  tutto  il  mondo,  ambe  le  mani  ecc.  Nel  Petr.  quattro  nomi  hanno  lo:  qua/,  cuor,  mio,  bel,  per  conservar  l'uso  antico.  Il  Boccaccio  n'ù  pieno.  I  lei   ha  sempre  //,   nel   Petrarca.    Capi  fola  sesto  177   |  5.  Lo  e  //  o  ;7/  si  conservano  con  /éT  dinanzi  a  consonante  nei  casi  secondo,  terzo  e  sesto  analogamente  a  lo  delle  preposizioni  del,   al  e  da/,   ecc.   Es.  per  lo  petto,  per  li  fianchi.   \  6.  Per  quanto  s'è  detto,  non  si  deve  raddoppiar  17  in  de/o,  alo,  da/o,  ne  lo,  ecc.  (benché  anche  l'autore  segua  l'uso  invalso  di  raddop-  piarlo: mirabile  e  raro  esempio  d'ossequio  in  un  tal  contradittore)  ;  ma      in  collo  perchè  viene  da  con  e  lo.   \  7.  Il  d  di  ad  volgare  è  eufonico  e  non  d'origine  latina,  come  od,  sedi  ned,  c/ied.  A/lui,  asse,  dal/ui,  dassc  sono  errori,  ma  non  son  tali  accendere,  apportare  e  simili.   Il  ri  da  re,   in  composizione.   2  8.  Sottrazione  di  di  a  Colui,  Colei,  Coloro,  Costui,  Costei,  Co-  storo; di  a,  a  Lui  e  Lei  (da  il  li  /mie,  illae  ei);  di  di  e  a  a  Loro,  Altrui,  Lui;  di  con,  di,  a,  in,  per,  da  a  Che;  di  di  a  nome  dipendente  da  Casa,  a  Dio  dipendente  da  Mercè;  di  di  e  dell'ara,  a  Giudicio  dipen-  dente da  Die  e  a  nomi  dipendenti  da  Metà,  e  a  nomi  delle  famiglie  dipendenti  da  nomi  propri  maschili,  e  a  Quattro  Tempora  dipendente  da  Digiuna:  di  per  a  Mercè,  a  Gratia,  a  Bontà;  di  per  a  Tempo;  di  a  a  Malgrado.   \  9.  Nei  complementi  di  specificazione  l'uso  dell'articolo  (prep.  articolata)  è  determinato  dal  significato  o  forza  che  l'art.,  analogamente  al  vicenome  quello,  ha  di  preterito  (reiteramento),  futuro  (premostra-  mento),  presente  (additamento),  dal  suo  scopo  di  particolareggiare  o  universalizzare  il  significato  del  nome,  e  dal  significato  particolare  o  universale  del  nome  disarticolato.  Ci  sono  poi  dei  nomi  (Capo,  Testa,  Collo,  Tavola  in  compagnia  d'  In  z:  Su  ;  Piede,  Dorso,  Gola  in  com-  pagnia d'  In  =  Intorno)  che  rifiutano  l'art.  ;  altri  (Città,  Casa,  Piazza,  Palazzo,  Chiesa  in  compagnia  d'  A,  d'  In,  di  Di,  di  Da;  Mano  in  compagnia  di  Con,  e  Cintula  in  compagnia  di  Da,  e  Lato  in  compa-  gnia di  A  e  di  Da,  e  Bocca  in  compagnia  d'  In  e  d'  A)  e  gli  agget-  tivi Mio,  Tuo,  Nostro,  e  Vostro  antiposti  a  nomi,  possono  lasciare  l'articolo.   \   io.  a)  I  nomi  propri  femminili  comportano  l'art,  det.  ;  de'  ma-    X  schili solo  quelli  in  cui  operi    una    notabile   qualità   (antonomasia),    o  che  siano  preceduti  da  un   aggettivo  e  in  cui  l'agg.   funga  da  sostan-  tivo   il  cattivello  d'Andriuccio).  Quando  l'aggiunto  si  pospone,   l'art.  segue  il  nome  sia  maschile  che  femminile.   b)  I  nomi  femminili  di  continente,  d'isole  maggiori  (eccetto  Li-  ft~^  pari,  Cresi,  Ischia,  Maiorica,  Minorica  e  simili),  stati  e  regioni,  se-  guono la  regola  de'  nomi  propri  di  persona,  cioè  possono  ricevere  l'articolo.  I  maschili  non  seguono  la  regola  de'  nomi  propri  maschili  ;  ma  anch'essi  possono  ricevere  l'articolo.  I  nomi  di  città  e  castelli  ri-  fiutano l'articolo  (eccetto  gli  edificati  dopo  la  perdita  del  latino:  Il  Cairo,  La  Mirandola,  ecc.i;  de'  fium i,  possono  riceverlo  e  rifiutare;  de'  fonti,  i  più  lo  rifiutano.  Preceduti  da  un  aggiunto,  tutti  lo  ricevono.   C.   Trabalza.  12    178  Sforici  delia  Grammatica   e)  Fratelmo,  Patremo,  Matrema,  Mogliema,  Figliuolto,  Signorto,  Moglieta,   fiammata,  Signorso  ;   d)  Dio  ;   e)  gli  honorativi  (Papa,  Sere,  ecc.)  ;   f)  i  pronomi  personali  o  no  e  il  relativo  rifiutano  l'articolo  ;   g)  i  nomi  antonomastici  e  i  congiunti  con  tutti  e  numeri  se-  guenti, e  i  vocativi  possono  ricevere  l'articolo.  Ma  «Vaghe  le  monta-  nine e  pastorelle  »  è  dell'uso  della  favella  vile,  non  della  nobile.   Del  verbo.   \  1.  Le  quattro  coniugazioni  si  determinano  solo  dall'infinito  (-are,  -ère,  -ere,  -ire),  essendo  in  volgare  la  2a  ps.  ind.  uguale  in  tutt'  e  quattro.   \  2.  La  primiera  voce  (cioè,  meglio,  la  ia  ps.  pres.  ind.  att.)  ne'  verbi  volgari  varia.   Agli  esempi  del  Bembo:  Seggo  Seggio  Siedo,  Leggo  Leggio  Veggo  Veggio  Veo  Vedo,  Deggio  Debbo,  Vegno  Vengo,  Tegno  Tengo  Seguo  Sego,  Creo  Crio  Credo,  Voglio  Vo,  sono  da  aggiungere:   Muoro  Muoio,  Paro  Paio,  Salgo  Saio,  Doglio  Dolgo.  Toglio  Tolgo  Sono  Son  So,  Ho  Habbo  Haggio,  So  Saccio,  Fo  Faccio,  Deo  (Deggio  Debbo),  Supplico  Supplico,  Rimagno  Rimango,  Coglio  Colgo,  Chiedo  Chieggio,  Vado  Vo,  Scioglio  Sciolgo,  Scieglio  Scielgo,  Fiedo  Feggio  Beo   Bibo,  Descrivo   Describo,  Appruovo  Approbo,    Ripiovo   Repluo  Priego  Preco,  Miro  Mirro,   Replico    Replico,  Foe  Fo,  Soe    Sono,  Do  Doe,  Vo  Voe  (Vado),  Haio  (Ho),  Deio  (Debbo),  Creio  (Credo),  Cado  Caggio,  Sospiro  Sospir,  Uccido   Occido   Ancido,  Ubedisco   Obedisco,  Allevio  Alleggio,  Cambio  Caggio,  Manduco  Mangio  Manuco,  Giudico  Giuggio,  Vendico  Veggio,  Simiglio  Semblo  Sembro.  Annumero  An-  novero, Ricupero    Ricovero,  Valico  Varco,  Sepero    Scevro,  Delibero  Delivro,  Dimentico  Dismento,  ecc.   Ragioni  fonetiche:   a)  D,   B  davanti  a  voc.  i  (da  e)  seguita  da  voc.  =  g  geminato:  Deggio  (Debeo),  Haggio    Habeo),  Seggio  (Sedeo).  Veggio  (Video;,   e,  per  analogia,  Creggio  (come  da  Credeo),  Feggio  (come  da  Fedeo),  Caggio  (come  da  Cadeo),  [Tu]  Regge  (Dante)  da  Redeo.    Il  gg  e  ce  si  dileguarono  nell'ant.   ital.   agevolmente.   b)  P  davanti  a  voc.   i  seguita  da  voc.   =  Ch  :   Schiantare  (da  Piantare),  Schiazzare  (da  Piazza),  Saccio  per  Sac-  chio  (da  Sapio),  cfr.  prov.  Sapche  (*).   e)  L,  N   \-  i  -j-'voc.  vogliono  g  avanti,  o  anche  L,  N  -j-  e  -f-  voc:    (')  Nap.  Chiagnere    Piangere. Consiglio,  Bologna,  Sanguigno,  Oglio.  Quindi  Saglio,  Vegno,  Tegno,  Rimagno  e,  per  analogia,  Voglio  (quasi  da  Voleo)  come  Doglio  (da  Doleo).   Il  g  e  1  si  possono  posporre:    Doglio,  Dolgo.   d)  R  prec.  da  A  o  O  e  seguita  da  I  o  E  prec.  da  voc,  «  si  dilegua  via»:  Frimaio,  Cuoio,  Aia  (Primarius,  Corium,  Area).  Quindi  Muoio,   Paio.   e)  L  tra  vocali  =  i  :   ìtaXóg  gaio,  pitllus  buio.  Quindi    Voio   (da  volo)  lomb.,   Yoo  \'o.   f)  L'è  paragogico  di  doe,  foc,  ecc.,  tue,  sue,  ecc.,  coste,  ecc.,  die,  ecc.,  è  avvenuto  «  per  cagione  di  più  soave  e  riposata  preferenza  ».   g)  I  di  Seggio  è  naturale.   In  Debbo,   Habbo  ecc.   è  caduta.  Di  queste  voci  alcune  sono  poetiche  altre  prosaiche.   \  3.  La  ia  ppl.  ind.  pres.  att.  si  è  formata  dal  pres.  del  cong.  confuso  col  pres.  ind.  in  due  modi:  a)  dalla  ia  pi.  della  2a  e  4"  va-  leamus,  sentiamus  =  sentiam,  valeam)  ;  b)  dalla  i"  ppl.  della  1*  (ame-  mus),  amemo  e,  per  analogia,  valemo,  leggemo,  sentemo.  Mai  leg-  gerlo deriverebbe  da  legimus!  E  lo  conferma  anche  il  senio  da  shnus.   \  4.  La  2H  ps.  ind.  pres.  è  presa  dalla  2a  ps.  sogg.  o  dall'ind.,  con-  fusamente. Non  mai  si  origina  dalla  1"  ps.  ind.  pres.  La  voce  volgare  si  origina  sempre  dalla  latina  !  (').  Un  argomento  fortissimo  della  de-  rivazione dal  sogg.   sono  :   giacci,  dagli,   pai,  vinchi,  proferiscili,  sagli.   \  5.  La  3a  ps.  pres.  ind.  si  passiona  per  tre  vie  o  per  mutamento,  o  per  levamento  o  per  aggiugnimento.  Esempi  e  ragioni  fonetiche.   \  6.  La  2a  ppl.  deriva  dalla  2a  ppl.  latina.  Nella  3a  coniug.  av-  viene egualmente  per  analogia.  Leggete  quasi  da  Legetis.  Neil'  uso  antico  anche  sull'esempio  della  quarta:  leggile,  vedile.    (')  1.  Il  Bembo  aveva  detto  che  Vi  di  tieni  da  tengo,  di  siedi  da  seggo,  Vii  di  duoli  da  doglio,  di  vuoti  da  voglio,  di  suoli  da  soglio,  di  puoi  da  posso,  è  vocale  di  compenso  per  la  caduta  del  g  e  del  ss.  Il  C.  dimostra  che  quelle  vocali  sono  effetto  d'  uno  scempiamento,  tant'è  vero  che  scompaiono  fuori  d'  accento,  e  che  il  g  è  naturale  nella  ia  ps.,  e  sarebbe  fuor  di  luogo  nella  2*.  Quanto  a. posso  rimanda  alla  trattazione  di  sono.   2.  I  verbi  che  nella  2"  ps.  perdono  la  cons.  o  le  cons.  della  ia  appartengono  alla  2*  e  3"  coniug:.  e  quattro  sole  sono  in  effetto  le  cons.  che  si  perdono  (C  e  G,  V  e  P,  D  e  T,  L).  Verbi  in  -io  di  tutte  e  quattro  le  coniug.  che  nella  2a  ps.  perdono  o  non  perdono  una  vo-  cale o  una  cons.   nella  2a  ps.   3.  Altre  particolarità  fonetiche  sulla  ia  e  2a  ps.,  specie  sulla  fo-  gliazione di  L  e  R,  sulla  geminazione  di  GG,  di  RR  in  Trarre,  ecc.  sull'elisione  di   R  in   Paro  e  Muoro.   4.  Del  G  e  dell'  N  naturali  si  ragiona  nella  Giunta  XV.    Il  G  fognato  nei  gerondi.    180  Storia  della  Grammatica    \  7.  La  3a  ppl.  dalla  corrisp.  latina,  esemplandosi  la  3*  coniug.  sulla  2*.  Eccezioni,  dipendenti  dai  mutamenti  fonetici.  Particolarità  di  altri  verbi.   \  8.  Il  pendente  (=  imperfetto).  Il  V  della  i"  e  2*  ppl.,  poiché  è  in  sillaba  accentata,  non  può  dileguarsi.  Nella    sin^.  e  pi.  e  nella  2a  sing.  il  V  non  si  elide  quando  lascerebbe  due  vocali  eguali:  dunque  non  amaa,  amaano,  e  [tu]  udii  (per  udivi),  come  vedea,  vedeano,  dovei.   Riguardo  alla  forma  della  3a  ppl.  haviéno,  moviéno,  serviéno,  con-  teniéno,  si  osservi  che  la  ia  e  3"  ps.  pres.  ind.  della  2"  e  3a  coniug.  in  provenzale  e  italiano  si  modellarono  sulla  4"  che  aveva  audibant  e  an-  diebant  onde  udivano,  udiano  e  udieno,  quindi  havia,  solia,  credia,  potia,  vincia,  vinia.  Analogamente  la  ia  e  2a  ppl.  della  2a,  3"  e  4"  co-  niugaz.  si  modellarono  sulla  1";  quindi  credavamo,  credavate.   \  9.  Del  preterito.    La  ia  ps.  ha  sei  regole  ;  la  ia  ppl.  due.   in  cong.  2a  e  3B    ^^^^^___^  4'1   /'  ps.  :  -ai  (o  -iaij  -ei  (iei)  -etti,  -si,  e  lat.  (')  -i,  son  tutte  dalle  corrisp.   latine.   I  finienti  in  -si  e  i  ritenenti  il  fine  latino  non  mutano  l'accento  della  sillaba  radicale,  come  tutti  gli  altri  finienti   ne'   modi  predetti.   I  mutamenti  di  -avi  lat.  in  ai  vulg.,  di  -idi,  in  -etti  e,  per  ana-  logia, anche  in  quelli  non  provenienti  da  -idi,  sono  facili  a  spiegarsi.  Così  il  -si'.  Di  questo  son  due  classi,  secondo  che  conservano  l'istesso  numero  di  consonanti  che  nel  presente,  o  ne  hanno  di  meno  o  di  più.   I  verbi  col  finimento  latino  sono  io  della  2",  11  della  3",  1  della  4a:  malagevolmente  possono  cadere  sotto  la  regola  d'un  fini-.   Nella  4a  più  forme:  audivi,  udij  (udì),  e  udìo.  Verbi  in  -are  e  in  -ire  (colorai,  colorii)  ecc.,  cioè  della  ia  e  4",  della  2"  e  4"  (offersi  e  offerii).   j"  ps.    conili"-,  -ó,  -io.  Ant.  dial.  siciliano:  Passao,  Mostrao,  Cangiao,  ecc.   2a  e    coniug.  -é,  o  -ié  (-éo),  se  la  ia  è  -ei  o  -iéi;  -ette,  -se,  da  -etti,  -si.   4a  coniug.  -i  (-io),  -ie.   3"  Ppl-  -ero,  -ono;  -éttero,  -éttono;  -àrono  o  -iàrono,  -aro  e -iàro  quando  la  3"  sg.  è  -ó,  -io;  -érono,  -iérono,  -èro,  -iéro,  se  -é,  -ié;  -irono,  -irò,  se  -ì.  L'o  finale  è  troncabile.  Questa  3a  ppl.  deriva  dalla  corrisp.  latina.  In  poesia  si  sincopa:  levórno,  usato  anche  in  Lomb.  Finalmente  c'è  la  terminazione  -enno,  eno,  inno,  -onno.   Faro  e  Foro.   /"ppl-    e  4a  coniug.  da  -àvitnus,  -ivimus,  àvmus,  ivnuis,  -animo,  immo  e  per  analogia  -emrao  nella  2*  e  3",  come  se  si  dicesse  vale-  vimus,  legevimus.    l)    finimento  lutino,    per  ora.    Capitolo  sesto  181   Medesimamente  si  formò  la   jK  ppl.  e  sitig.,  osservandosi:  i"  l'accento  si  trasporta  sulla  se-  guente sillaba:  da  vàhti,  valeste,  da  legi,  leggeste  (fummo  come  da  fùvimus  e  non  fuimus,  gimmo  da  ivimus)  ;    che  si  dice  udiste  e  sonaste,  benché  la  i"  è  odo,  suono.   \   io.   Pariefici  preteriti.   -ato,  -ito,  -uto,  -so  dalle  corrisp.  latine.  In  quei  in  -ato  si  ha  il  raccoglimento,  che  del  resto  già  era  avvenuto  nei  latini  Saucius,  Lassus,  Lacerus,  Potus  per  Sauciatus  ecc.  In  quei  in  -ito  (4"  coniug.  sulla  quale  si  modella  anche  Resistito  benché  sia  della  3'),  ant.  -uto  n'è  rimasto  venuto)  per  l'analogia  che  alcuni  verbi  della  4"  avevano  con  quelli  della  2"  e  3"  (cfr.  uscì  e  uscetti,  udì  e  udetti,  feri  e  fer-  retti, venni  e  vennetti).  Quando  nel  part.  -ito,  e'  è  r,  avviene  la  sincope:  morto,  proferto,  ecc.;  ma  non  ferto,  perto,  smarto  e  sim.  ;  ratto  da  rapito,  sepolto.    Nella  2a  e  3"  coniug.  -uto  e  iuto  a)  to  puro  6)  to  con  cons.  o  impuro;  -so  puro  e  -so  impuro.   a)  -to  puro  (dalla  forma  di  /oattiis,  tribntus,  cautus  e  sim.  e  sui  preteriti  in  -èi  o  -ici  e  -ètti  e  -ietti  della  2"  e  3a  coniug.,  e  su  quelli  che  hanno  il  finimento  latino.  Irregolarità  e  doppioni  (pentuto  e  pen-  tito, perduto  e  perso,  conceputo  e  concetto  ecc.).   b)  -io  impuro,  1"  e  3"  coniug.  pret.  in  -si  prec.  da  cons.  che  si  conserva  se  è  L,  N,  R,  e  si  muta  in  T  se  è  S.  Tuttavia  -si  prec.  da  R  o  R    -so,  conservandosi  R  e  S.  Es.  volsi  volto  (assolto  e  as-  soluto), (ma  salito,  caluto,  valuto)  ;  giunsi  giunto  (ma  stretto  da  strinsi)  ;  sparsi  sparto  (in  verso  sparso  ;  porretto  per  porto  nel  volga-  rizzator  di  Guido  Giudici)  ('),  strussi,  strutto  (fisso  per  fitto).   -so  puro,  scesi,  sceso  (impeso  e  impenduto;  accenso  e  acceso,  offenso  e  offéso,  nascosto  e  nascoso).  Ma  risposto,  chiesto,  posto  e  messo  (poet.  miso).   -so  impuro,  pret.  -si  con  r  o  s;  tersi,  terso  (presso  e  premuto)  scossi,  scosso  (visso  e  vivuto)  ;  scisso  da  scindo,  ma  scosceso  da  s-con-  scindo.  Ma  arroto  (da  arroguto)  e  non  arroso,  pret.  arrosi.    Poet.  priso  preso  e  altri  partefici  che  sono  latinismi  veri  anche  in  prosa:  di-  gesto,  deposito,   inquisito,  ecc.   1  11.  Critica  della  trattaz.  de'  partefici  del  Bembo.  Si  può  osser-  vare :  la  vocalizzazione  del  v  cons.  di  ivi  in  docni,  explicui,  sapui  ecc.  non  potendosi  dire  dóc(i)vi,  explìc(i)vi,  sàp(i(vi;  la  sibilizzazione  del  v  cons.   in  duri,  finxi,  repsi,    non    potendosi  dire   dic(i)vi,   fìng(i)vi,   rè-    (')  Morto  sarà  da  morsi  (morii)  come  dicesi  in  Lombardia  (la  Lombardia  ha  nel  Castelvetro  il  senso  generico  che  aveva  antica-  mente) e  quindi  profferta  e  simili  non  saranno  da  escludere  dalla  schiera  de"  participi  in  -ito?    i82  Storia  della  Grammatica   pCi)vi.  Sicché  il  x  non  sarebbe  da  cs  ma  da  cv,  gv,  pv.  Medesima-  mente il  V  «  non  può  avere  stato  »  dopo  B,  D,  H,  LL,  M,  MN,  RN,  QV,  T,  TT,  CT,  NT,  V  (cons.).  Indi  il  V  di  ivi,  «  volendo  conservar  natura  di  consonante»,  si  tramuta  in  s,  obbligando  le  precedenti  cons.  a  dileguarsi  o  a  assimilarsi.  Onde  B  =  P  o  B  =  S  ecc.  con  tutta  la  lunga  e  facile  tramutazione.  Insomma  il  si  de'  pret.  latini  non  è  mai  originario.   £  12.  Tempi  composti.   A)  Significato:   i.  «  Havere  congiunto  col  partefice  passato  affigge  termine  certo  all'attione  perfetta,  il  qual  termine  si  ferma  nel  tempo  del  verbo  Havere  ».   2.  Passato  presente  (ho  amato  )  :  «affigge  il  termine  del  fatto  al  principio  del  presente  ».   3.  Passato  imperfetto  (haveva  amato):  «congiunge  il  fine  del  fatto  col  principio  dell'imperfetto».   4.  Passato  passato  (hebbi  amato)  :  «  congiunge  il  fine  del  fatto  col  principio  del  fatto  ».   5.  Passato  futuro  (havrò  amato):  «congiunge  l'estremità  del-  l'anione perfetta  col  principio  del  futuro  ».   B)  Consecutio  temporum.   C)  Concordanza  del  participio  de'  tempi    composti    col    sog-  getto o  coll'oggetto,  secondo  il  valore  del  termine  dell'azione  (l).   §  13.   Il  futuro.   1.  «  La  lingua  nostra  non  ha  voce  semplice  futura  se  non  tre  sole  in  un  verbo  disusato,  o  non  usato  mai,  e  sono  queste  :  Fia,  Fie,  o  Fia,  Fieno  o  Fiano  b  Fiero;  ma  le  ha  composte  del  verbo  Havere,  e  dell'infinito  del  verbo  il  cui  futuro  si  richiede,  dicendosi  Dire  ho  nella  guisa  che  si  dice  appresso  i  greci  Xèysiv  ryo>,  e  appresso  i  latini  Dicere  habeo  significandosi  il  futuro  M§6ì  Dicam  ».   I  verbi  della  itt  coniug.  si  modellano  su  quella  della  2*;  quindi  amerò  e  non  amaro  (ma  cfr.  sen.  amaro,  sarò  per  serò,  Possanza  da  Possendo,  Sanza  da  Absentiaì.  Avendo  avere  nella  r'  ps.  ho,  haggio,  habbo,  avremo:  Amerò,  Risapraggio,  Torrabbo.  Analogamente,  Amerai,  Amerà,  Ameremo,  Amerete,  Ameranno.   2.  Consonantismo.   a)  dileguo  della  cons.  verb.  e  della  voc.  anzi  terminante.  Es.  farò,   per  faceró.   /')  dileguo  della  vocale:  andrò  per  anderó  ;   e)  dileguo  della  vocale  e  mutamento  della  cons.  :  merrò  per  menrò  per  menerò.    (')  «  Madonna  Iancofiore  havendo  alcuna  cosa  sentito  de  fatti  suoi  gli  posa  gli  occhi  addosso  ».   Qui  alcuna  cosa  «  fa  dell'averbio  ».    Capito/o  sesto  1S3    Eccezioni  e  casi  speciali.  \   14.   Del  comandativo.   a)  «Possiamo  comandare  non  pure  cose  presenti,  ma  future  anchora,  et  non  solamente  con  le  seconde  voci,  ma  con  le  terze.   Il  comandativo  ha  una  sola  voce  propria,    la    2a  sing.  della  i"  coniti  gaz.   Troncamenti  della  vocale  e  della  sillaba  tinaie.  L'  inf.  pel  coni.  nelle  frasi  neg.  secondo  i  greci  e  gli  ebrei:  «  salvo  se  non  vogliamo  dire,  che  v'habbi  difetto  di  dei.  Non  dire  in  quel  modo,  Non  dèi  dire  in  quel  modo.   Il  che  a  me  pare  assai  verisimile».   \   15.  Dello  infinito.   1  Nervazione.  «  Habbiamo  mostrato  infin  a  qui  le  voci  de'  verbi  vulgari  nascere  dalle  latine,  dalle  future  dello  'ndicativo  infuori,    come  anchora  nascono  queste  dello  'nfinito.  Perchè  non  è  da  dire,  che  esse  o  reggano,  o  formino  le  altre  voci  trattene  le  voci  del  fu-  turo dello  'ndicativo,  e  quelle  del  potentiale,  come  si  vedrà,  o  sieno  rette,  o  formate  da  alcune  delle  altre  ».   1.  Uso  dell'infinito.    «Sono  quattro  casi  molto  tra  se  differenti,  ne  quali  lo  'rifinito  richiede  il  primo  caso  della  persona,  o  della  cosa  che  fa  ».     quando  si  pone  in  luo«o  di  Gerondio,   il  che  si  fa:   a)  con  le  particelle  Per,  In,  Con,  A,  Senza  e  simili:  «  In  farnegli  io  una  »;   b)  o  con  1'  art.  masch.  sing.  :  «  Il  volere  io  le  mie  poche  forze  sottoporre  a  gravissimi  pesi,  m'é  di  questa  infermità  stata  ca-  gione ».   20  con  Chi,  Cui,  Quale,  Che,  Dove,  Come,  per  ellissi  del  verbo:  «  Qui  è  questa  cena  e  non  saria  chi  mangiarla  »  ecc.     quando  ha  forza  di  comandativo,  forse  per  ellissi  del  verbo:  «  non  far  tu  ».     nelle  frasi  consecutive:  «  queste  cose  son  da  farle  gli  sche-  rani ».   2.  Uso  dell'ausiliare  coi  partefici  Potuto  e  Voluto,  e  coi  verbi  stanti  cioè  intransitivi  :   «  verbi  che  finiscono  in    1'  attione  ».   3.  Infinito  futuro.    Non  ha  voce  propria,  ma  un'espressione  fraseologica.   \  16.  Dei  Modi.   La  teoria  generale  del  modo  (')  si  può  restringere  nel  seguente  prospetto  :    Su  essa  torna  il  Castelvetro  nella  Spositione  della  Poetica  ari-  stotelica. V.  qui  p.   260  sgg.    184    Storia  della  Grammatica    o  E   o  »   re   ~   n     O    O  O  c-   £    •-     =  ór.     "1    '  £    5    o  o  ,->  3  .-   .5  c/5  tO  l_l  re  -E   ?  T"  E  °   ^  (u  -a  a  u   o  o     a>    s  3    o  3  u   ■O  S  cr  >  cr  ■+:    o    ^    v    .—    x    >-    P    e    ^    o  T3  •*-•  a  o    e    e   q   w  O)   '■     '             ■—        ~       )Z       -1   'o  ***  v  -2  a    e    -O      e   r      re re     -E    2   2   "re      re] È  dunque  una  concezione  del  modo  un  po'  diversa  dalla  comune,   derivando  dall'interpretazione   diversa  del  sentimento    che  racchiude.   |   17.   Formazione  del  comunemente  detto  Soggiuntivo',  amerei  0   ameria,  e  amassi  :   amerei  da  amare   4-   liei   =  hebbi   ameresti  »  »        +   hesti  =  havesti   amerebbe  »         »  +   hebbe   ameremmo  » » +  hemmo  =  riavemmo   amereste  » »       +  heste  =  riaveste   ,  ,  ero  i hebbe   amerebb  »  »       +   ,    ,  ,   ono  I  hebbono   parrave    da    pàr(eire    +  have  (lomb.)  =3  hebbe   ameria         ia  ps.   da  amare   +  ibam  ameria 3*  ps. » »       -f-  ibat  (ameriamo  1"  ppl.  »  »  +  ibamus  ameriano    3'  ppl.  » »   +  ibant   opp.   amerieno  (per  analogia  con  udieno).   satisfarà  (Dante)  per  satisfarla  (eug.  (')  e  prov.)   Così  Fora,  Forano,  =  foria,  fonano  da  fore  -f-  ibat.   Per  e  da  a  in  amerà,  cfr.  formaz.  futuro  (ma  sarei  e  non  serei).  amassi  da  ama(vi)ssem.   Nella  3  ps.  perciò  anche  amassi  come  in  Dante  e  Petr.   amàssimo  da  ama(vi)ssimus  amaste  da  amàs(sijte  da  amà(vi)ssetis   amassero  e  amassimo  quasi  da  amavisserunt  per  analogia  della  3  ppl.  pret.  perf.  ind.,  invece  di  amassino  (come  in  alcuni  poeti  o  amasseno  (come  nel  Petr.)  da  amai  vi)ssent.   La  2a  e  3R  coniug.   in   queste    voci    si   modellarono    per   analogia   sulla  ia  e  43,  leggessi  e  valessi  come  da  legé(vi)ssem  e  valé(vi)ssem  ecc.   2   18.  Significato  di  amerei  e  ameria,  e  amassi.   Amerei  (quasi  Habbi  ad  amare;  gr.  potenziale  con  àv,  lat.  Amareni)   «significa  deliberatione,    o  ubligatione,  o  potentia  cominciata  già  nel   passato,  et  riguardante  all'adempimento  futuro».   «Ameria  ha  questa  medesima  forza.  Perciocché  deliberatione,  o  movimento  a  far  significa,  et  poi  che  niuno  comunemente  si  muove  a  far,  se  non  è  ubligato,  significa  anchora  per  questa  cagione  ubli-  gatione, et  oltre  a  ciò  potentia  essendo  anchora  il  preterito  imperfetto  appresso  i  greci  potentiale».    (')  «  Secondo' l'uso  di  que  d'ogobbio    dove    abitò    |  Dante]    alcun  tempo      '.    iS6  Storia  della   Grammatica   Amassi  (benché  derivi  da  Amavissem)  «  significa  tempo  presente  o  futuro  a  noi,  che  parliamo,  ma  passato  havendo  riguardo  all'esse-  cutione  della  deliberatione,  o  dell'ubligatione,  o  della  potentia,  che  va  avanti  ».   Alcune  particolarità  di  forma  e  di  significato.   \   19.   Formazione  del  presente  del  soggiuntivo.   Le  voci  di  questo  tempo  derivano  dalle  corrispondenti  latine,  tranne  la  ia  e  2a  ppl.  della  1"  e  3a  coniug.  che  si  modellarono  sulla  2R  e  4",  amiamo  e  amiate,  leggiamo  e  leggiate  quasi  da  ameamus  o  amiamus,  ameatis  o  amiatis,  legearnus  o  legiamus,  legiatis  o  legiatis,  e  non  amemo  e  anche,  leggamo  e  leggate  come  sarebbe  naturale.   Spiegazione  delle  terminaz.  in  -e,  -i,  -a  nella  3*  p.  sing.  :  vegga,  vegghi,   vegghe  e  veggi,  vegge.   \  20.   Gerondio.    a)  Formazione,  b)  Uso.   «  I  Gerondi  vulgari  seguitano  i  vestigi  de  latini,  conservando  la  consonante,  o  le  consonanti  loro  verbali,  che  prese  la  prima  volta  non  si  lasciano  per  modi,  persone,  tempi,  et  numeri  del  suo  verbo...  et  si  contentano  d'essere  simplici,  ma  ne  verbi  che  non  continuano  la  consonante,   o  le  consonanti  prese  la  prima  volta  per  tutti  i  modi,   persone,  et  numeri:  si  truovano  essere  i  Gerondi  doppi,  cioè  o  con   la  consonante  o  con  le  consonanti  sue  naturali,  o  con  le  prese  di  nuovo,  o  con  alcuna  delle  prese».   Il  gerondio  dei  verbi  intrans,  riceve  indifferentemente  il  primo  e  il  sesto  caso  (cfr.  l'uso  del  come  da  quomodo  e  da  cum,  del  verb.  essere,  e  del  grido  affettuoso  o  schiamazzo,  il  nostro  vocativo  o  escla-  mativo) ;  quello  di  trans,  solo  il  primo.  Osservaz.  sui  pronomi  rela-  tivi e  dimostrativi,  e  su  luì  e  lei.   \  21.  Il  passivo.  Il  si  rende  passive  la  3"  ps.  e  pi.  e  l'inf.  (benché  questo  sia  fatto  passivo  dal  veggo,  da  resto,  da  sono  con  le  particelle  r7  da  di  da  per  per  licenza  e  quasi  per  errore,  essendo  «  propri  e  re-  golati [passivi]  que  del  partefice  preterito  col  verbo  sono).  Il  si  ha  significato  riflessivo  (Narcisso  amasi  o  s'ama,  cioè  ama    stesso),  o  reiterativo  ossia  intensivo  (Eco  s'ama  o  amasi  Narcisso).  Nelle  orìgini  del  volgare,  quando  il  soggetto  in  questo  secondo  caso  era  sottinteso  per  essere  un  nome  indeterminato  (nel  qual  caso  dicevasi  anche  huomo  cfr.  il  fr.  on  e  i  nostri  scrittori  antichi),  si  perde  la  nozione  del  quarto  caso  e  questo  sembrò  primo.  In  s'ama  la  dorma,  non  si  vide  più  il  soggetto  alcuno  o  uom,  e  la  donna  sembrò  soggetto,  e  il  s'ama  verbo  passivo.   Così  il  si  acquistò  la  virtù  di  far  passivi  i  verbi.   §  22.  Verbi  anomali.  (Accenniamo,  per  brevità,  solo  alla  tratta-  zione del  verbo  sostantivo,  la  quale  è  fondata  su  questo  principio,  «che  le  voci  procedano  da  sei  verbi:  esso,  ero,  o,  fuo,  fio  e  sto,  cinque  dei  quali  non  usitati  sono,  ma  alcune  intere,  alcune  diminuite,  alcune  dimuite  insieme  e  accresciute,  alcune  diminuite  insieme  e  tra-  mutate,  e  alcune  dileguate  »).    Capitolo  sesto  187    \  23.  Participio  futuro  attivo  e  passivo.  Mancano  al  volgare,  benché  abbi. insi  futuro,  venturo  e  reverendo,  e,  in  Dante,  fatturo,  passino,  e,  in  Bocc,  redituro,  venerando,  ammirando.  Questa  sorta  di  participi  futuri  passivi  hanno  perduta  la  loro  forza  di  tempi  futuri.  Ma  la  lingua  volgare  usa  alcune  formazioni  analoghe  per  i  sost.  femminili  sul  part.  fut.  att.  :  scrittura,  natura,  creatura,  lettura,  ventura,  tagliatura,  copritura,  sull'esempio  del  latino  (cfr.  natura  da  nascitura).  Ma  non  i  maschili:  habituro  è  formato  su  tugurio.  Cfr.  il  lomb.  alturio,  aiutorio,  aiuto.  Sul  part.  fut.  pass.  :  facenda,  merenda,  vivanda,  randa  (da  haereo)  cfr.  arente  opp.  a  rente  a  rente.   \  24.  Participio  pres.  att.  e  passato  passivo  (preterito).   I  partefici  vulgari  che  derivano  dai  corrispondenti  latini  significano  attione  o  passione,  ma  non  mai  tempo,  tranne  i  preteriti  in  tre  casi:    col  verbo  havere;   20  col  verbo  essere;    3"  usati  assolutamente.   Dai  partefici  presenti  si  formano  i  sost.   in  -anza  e  -enza.   Dai  partefici  preteriti  si  formano  i  sost.  in  -ione,  -aggio,  e  gli  aggiunti  in  -ivo,  -iva.  -ore,  -trice.   Concordanza  del  participio  e  uso  del  gerondio.   Giunti  al  termine  del  nostro  rapido  riassunto,  possiamo  molto  facilmente  stabilire  i  meriti  del  Castelvetro  verso  la  gram-  matica.   Confrontando  il  trattato  castelvetrino  con  le  analoghe  parti  delle  recenti  grammatiche  storico-comparative  dell'italiano,  in  quanto  concerne  le  conclusioni  della  storia  delle  forme,  ci  accor-  giamo subito  che  una  non  iscarsa  parte  di  esse  ebbe  la  sua  prima  sistematica  elaborazione  dal  Castelvetro:  osservinsi,  par-  ticolarmente, la  derivazione  dell'articolo,  le  desinenze  delle  per-  sone verbali,  la  derivazione  de'  tempi,  e  specialmente  del  futuro  e  del  condizionale,  e  molti  mutamenti  fonetici  specie  consonan-  tici." Fuori  del  campo  strettamente  fonetico  e  morfologico,  sono  poi  da  segnalare  specialmente,  come  altra  proprietà  esclusiva  del  Castelvetro,  il  tentativo  d' interpretazione  psicologica  de'  modi,  la  spiegazione  del  significato  del  futuro  e  della  doppia  forma  del  condizionale  (amerei,  ameria),  e  la  determinazione  del  significato  de'  tempi  composti  dell'  indicativo.  Senza  dire  delle  etimologie  e  dei  ravvicinamenti  nuovi  se  non  sempre  esatti  dis-  seminati per  entro  la  Giunta;  ne  della  trattazione  incidentale  delle  altre  parti  del  discorso  (vicenomi,  sostantivi,  aggiunti,  verbi,   segnacasi,   congiungimenti,   schiamazzi).   Ma  tutti  questi  accertamenti,  come  si  vogliono  .chiamare,  positivi,  veri  in  gran    parte,    non    sono   propriamente   quel   che    iS8  Storia  della  Grammatica   costituisce  il  principal  merito  del  Castelvetro  ;  questo  è  soprat-  tutto, in  linea  generale:  i"  sulla  conoscenza  quasi  completa  del  materiale  linguistico  di  studio,  che  si  può  dire  che  non  c'è  forma,  non  dico  d'articolo,  ma  verbale  dell'antico  e  del  moderno  ita-  liano (senza  distinzione  di  dialetti  toscani,  meridionali  e  lom-  bardi) che  il  Castelvetro  non  conosca,  o  mostri  di  conoscere,  come  si  può  vedere  da  un  confronto  con  le  forme  studiate  nella  Grammatica  del  Meyer  Li'ibke  ;    il  metodo  dell'indagine,  arieg-  giarne nella  sua  naturale  e  parziale  imperfezione,  quello  che  in-  forma la  moderna  filologia  :  è  poco  dire  che  il  Castelvetro  muove  -  sempre  dalla  parola  latina  e  che  si  serve  della  comparazione  (estesa  al  greco  e  all'ebreo,  oltre  che  al  provenz.  e  al  francese):  egli  ha  anche  altre  virtù,  come  quella  essenziale  di  porre  la  fo-  netica a  base  d'ogni  sua  ulteriore  ricerca;  30  il  metodo  della  trat-  tazione: abbiam  visto  che,  a  proposito  de'  verbi,  p.  es.,  eglb—  muove  dallo  stabilire  le  coniugazioni,  poi,  tempo  per  tempo,  stu-  dia le  desinenze  delle  persone,  e  la  formazione  de'  tempi  e  de'  modi,  con  l' illustrazione  degli  esempi  ricca  e  varia.  In  linea  par-  ticolare :    l'importanza  data  2W  accento  :  2"  la  funzione  della  legge  de\Y  analogia.  Qui  anzi,  più  che  in  qualunque  altra  parte,  per  noi  è  il  merito  principalissimo  del  Castelvetro.  L'importanza  dell'accento  non  era  stata  ignota  neppure  al  Fortunio,  come  vedemmo:  di  fonetica  ammirammo  la  competenza  nel  Tolomei  ;  ma  l'analogia,  prima  del  Castelvetro,  era  un  fatto  pressoché  ignoto  ai  nostri  grammatici:  e  anche  sorprende  di  meraviglia  il  modo,  se  non  sempre  sicuro  e  preciso,  sempre  però  acutissimo,  che  il  Castelvetro  usò  nell' applicarla  nella  spiegazione  delle  forme.   Col  Castelvetro  fa  un  passo  notevole  non  solo  la  gram-  matica storica,  ma  la  metodica  e  la  precettistica  :  egli  nelle  parti  che  elaborò  e  con  tutte  le  sue  manchevolezze  è  il  grammatico  più  completo,  per  larghezza  d'indagine  e  pel  metodo,  non  solo  di  tvitto  il  Cinquecento,  ma  di  tutto  il  periodo  anteriore  alla  mo-  derna filologia.  Il  che  vuol  anche-  dire  che  non  solo  le  sue  ri-  cerche non  furono  proseguite  e  fecondate  sistematicamente,  ma  che,  salvo  forse  pel  Salviati  e  pel  Buommattei,  che  pure  si  deve  confessare  che  non  seppero  in  tutto  profittarne,  avemmo  cer-  tamente un  regresso:  un  regresso  rispetto  s'intende  a  (pul  ehe,   nel  terreno  puramente  empirico,  si  suol  chiamare  progresso.   Nella  polemica  originata  dalla  Canzone  de'  Gigli  d'oro  e  chiusasi   con   la   pubblicazione   postuma  della  Correzione  del   Ca-    Capito/o  sesto  1S9   stelvetro  all' F.r colano  del  Varchi,  l'esaminata  Giunta  castelve-  t  rina  alle  Pi  ose  del  Bembo  è,  piti  che  una  parentesi  o  una  di-  gressione, un  assalto  di  fianco  da  schermidore  destro  e  corag-  gioso: codesto  scritto  pare  ed  è,  di  fatto,  rivolto  ad  abbattere  l'edifìcio  grammaticale  tanto  ammirato  del  Bembo,  ma  il  fine  dell'affrettata  e  parziale  pubblicazione,  non  v'ha  dubbio,  fu  quello,  come  ha  bene  intuito  il  Cavazzuti,  di  mostrare  al  Caro  e  compagni  la  soda  e  straordinaria  dottrina  filologica  dell'au-  tore. Abbiam  visto  se  un  tal  fine  fu  conseguito  e  con  (pianto  buon   aumento  della  scienza  grammaticale.   Dobbiamo  ora  vedere  se  Y  Er co  latto  (')  del  Varchi,  nato  ed  elaborato  nel  modo  che  si  sa,  portò  a  codesta  scienza  un  ugual  contributo.   benedetto  Varchi  fu  tutt'altro  che  un  meschino  e  puro  grammatico:  è  nota  la  risposta  data  al  Celimi  che  l'avea  pre-  gato della  revision  della  Vita,  piacergli  più  «  il  simplice  di-  scorso» di  quell'opera,  in  quello  stile,  che  «  essendo  rilimato  e  ritocco  da  altrui  ».  Ed  è  la  l'ita  il  capolavoro  più  sgrammati-  cato che  abbia  la  nostra  letteratura,  e  forse  non  la  nostra  sol-  tanto. In  una  di  quelle  lettere  dirette  allo  Strozzi,  che,  come  benissimo  ha  dettoli  Manacorda,  «  racchiudono  come  un  piccolo  trattato  di  propedeutica  allo  studio  delle  umane  lettere  »  ('),  «  quanto  a'  conienti»,  lo  confortava,  «  non  solamente  a  non  leggergli,  ma  a  non  gli  havere  pure  in  vicinanza,  non  che  in  casa,  salvo  Donato  sopra  Terentio  et  Virg.  et  Servio  sopra  Vir.  et  simili  ;  dico  si-  mili, ciò  è  che  non  siano  moderni  d'  hoggi,  perchè  Asconio  sopra  Cicerone  è  divino,  et  volessi  Dio  si  trovassi  tutto,  e  '1  Vittorino  sopra  la  Rettorica  di  Cic.  non  solo  si  può,  ma  si  clebbe  leggere:  io  intendo  i  commenti:  il  Beroaldo,  il  Pio,  Ascensio  et  tutti  gli  altri  simili  veneni  et  pesti,  et  se  peggio  è  che  peste  et  veneno,  che  sono  da  sbandire  non  meno  che  i  gramatici  »  (').    (')  L' Ercolano  dialogo  di  M.  Benedetto  Varchi  nel  quale  si  ra-  giona delle  lingue  ed  in  particolare  della  Toscana  e  della  Fiorentina.  Culla  Correzione  ad  esso  fatta  da  ///esser  Lodovico  Castelvetro  ;  e  colla  Varchino  di  ///esser  Girolamo  Muzio.  Impressione  accuratissima  come  si  può  vedere  nella  seguente  Prefazione.  In  Padova,  C10I3CCXLIY,  Appresso  Giuseppe  Cornino.   Benedetto    Varchi,   l'uomo,  il  poeta,  il  critico,   Pisa,  1903,  (Estr.  dagli  Annali  della  R.  Scuola  Normale  di  Pisa,  v.  XVII,  p.  391.   (*)  Carte  Strozz.  CXXXVI,  e.  95,  in  Manacorda. Varchi  fu  tra  i  più  enciclopedici  de'  letterati  del  Rina-  scimento. «  Critico  »,  ripeterò  col  Manacorda,  «  poeta,  storico,  filosofo,  in  quasi  tutti  i  rami  dello  scibile  umano  diede  prove  della  mirabile  sua  operosità  »(').  Si  procurò  una  discreta  cono-  scenza delle  lingue  antiche  e  moderne  ;  ebbe  cultura  giuridica  e  artistica  ;  ma,  come  la  sua  cultura,  se  pur  svariata,  non  fu  profonda,  così  la  sua  erudizione  fu  pedantesca,  grave,  spesso  non  ben  digesta.  Forse  il  meglio  che  produsse  fu  nella  critica  letteraria  e  nella  poetica  :  dalla  monografia  dello  Spingarn  s'ar-  gomenta che  non  fu  solo  un  divulgatore  della  Poetica  aristote-  lica, ma  fissò  dei  canoni  nuovi  ed  ebbe  qualche  veduta  moder-  nista non  in  tutto  trascurabile:  ma  resta  sempre  vera  l'afferma-  zione del  Manacorda  che  «  la  critica  letteraria  del  Varchi  portò  in    il  gran  difetto  d'essere  applicazione  rigida  sempre  e  in-  flessibile di  principi,  che  avrebbero  dovuto  intendersi  con  molta   larghezza D'altra  parte  non  la  palesa  matura  la  tendenza  a   voler  costringere  entro  limiti  troppo  precisi  le  manifestazioni  letterarie  anche  più  complesse,  a  considerare  l'opera  d'arte  sem-  plicemente qual'è,   non  quale  s'è  formata  »  (").   L'opera  più  importante  del  Varchi,  una  delle  più  importanti  fra  le  migliori  trattazioni  cinquecentesche  sulla  lingua,  sia  o  no,  come  s'afferma  dal  D'Ovidio  e  si  nega  dal  Manacorda,  un  capolavoro,  è  V Ercolano.   Esso,  nella  sua  parte  essenziale,  è  veramente,  come  il  Ma-  nacorda l'ha  definito,  una  «trattazione  compiuta  »  (s)  de'  tre  punti  del  problema  a  cui  principalmente  si  riducono  tutte  le  questioni  per  tanto  tempo  dibattute:  l'origine,  la  struttura  e  l'apprendimento  e  l'uso  della  nostra  lingua,  con  l'immancabile  preambolo  metafisico  circa  l' origine  della  favella  e  la  classifi-  cazione dei  linguaggi.  A  non  ripeter  cose  per  noi  non  più  nuove,  ci  basti  qui  ricordare  che  il  Varchi  fu  un  sostenitore  della  fio-  rentinità (che  esaltò  anche  sul  greco  e  il  latino)  sia  nel  rispetto  storico  che  pratico,  d'una  fiorentinità  scelta  ma  rinfrescata  via  via    nell'uso  de'  meglio    parlanti  e  del    popolo   {letterati,    idioti,    (')  Op.  cit. ,  p.  23  (Da  vedere  per  la  storia  degli  studi  romanzi  :  De  Benedetti,  B.  V.  Provenzalista,  Torino,  1902,  (Estr.  dagli  Atti  d.  Acc.  delle  scienze  di   Torino;  ma  v.  tutto  il  riassunto  del  Dialogo. iqi   non  idioti)^  e  la  propugnò  specialmente  contro  il  Trissino,  gio-  vandosi  indubbiamente  del  Dialogo  cK-1  Machiavelli,  che  però  non  cita,  come  e  pel  preambolo  e  per  la  rassegna  de'  quattor-  dici volgari   italiani  ebbe  ricorso  al  trattato  dantesco.   Di  esso  a  noi  interessa  la  parte  strettamente  grammaticale,  la  quale,  anche  col  complementi!  di  altre  scritture  linguistiche  del  Varchi,  come  le  due  Lezioni  di  lingua,  il  Discorso  sopra  le  lingue,  la  Lettera  a*,  la  Lezione  sul  verbo  farneticare  (a  tacer  della  Grammatica  provenzale,  versione  del  Donato  provenzale^,  e  il  frammento  del  Trattatello  ms.  delle  lettere  e  dell'  alfabeto  to-  scano (*),  non  è  davvero  un  gran  che:  anzi,  non  solo  a  confronto  della  Giunta  castelvetrina,  ma  di  altre  grammatiche  anteriori,  non  rappresenta  alcun  progresso,  se  non  in  quanto,  allargando  la  trattazione  linguistica  e  sollevando  l'importanza  del  problema,  riscalda  e  tiene  vivo  il  dibattito  e  prepara  il  trionfo  del  fioren-  tinismo :  che,  del  resto,  non  solo  il  suo  naturale  carattere  em-  pirico, è,  dirò  troppo  empirico,  ma  non  contiene  alcun  elemento  storico.  Che  ci  sembra  strana  cosa  assai.  Forse  la  sua  tendenza  più  filosofica  che  filologica,  il  suo  guardar  l'arte  e  il  linguaggio  più  attraverso  i  canoni  aristotelici  e  rettorie!  che  non  nella  loro  vita  reale,  lo  distolse  dal  ricercare  nella  parola  le  leggi  della  sua  formazione  storica  :  il  certo  è  che,  come  nella  parte  generale  della  grammatica  non  disse  nulla  di  nuovo  ne  di  originale,  così  nelle  parti  speciali,  a  prescindere  da  un  certo  contributo  che  reca  all'arricchimento  del  Vocabolario,  col  registrare  parole  e  locu-  zioni raccolte  dalla  viva  parlata,  non  fu  più  che  un  osservatore  comune.   «  La  grammatica  è,  pel  Varchi,  una  '  facilità  '  o  '  disci-  plina '  come  la  Rettorica,  la  Loica,  la  Storia  e  la  Poetica,  che  fa  parte  della  filosofia  '  razionale  '.  Solo  per  traslato  potrà  dirsi  '  scienza  '  od  '  arte  '  ,  ma  in  realtà  non  è  l'una  cosa    l'al-  tra, perchè  l'arti  e  le  scienze  fan  parte  della  filosofia  '  reale  '  e  la  superano  quindi  in  nobiltà.  Dovendosi  di  ogni  disciplina  ricercar  sempre  il  subbietto  ed  il  fine,  si  dirà,  che  subbietto  della  "grammatica  è  il  favellare;  fine:  'l'insegnare  favellare  rettamente'.  Più  propriamente  tuttavia  l-  su  subbietto  la  '  dit-  tione  '  ,  cioè  le  lettere,  le  sillabe  e  le  parti  del    discorso.    Nelle    ('i   Biadexe,   in  Studi  d.   FU.  rovi..    Ili   (1SS5),  p'p.   400-1.  Manacorda,  op.  cit.,  pp.    138-9.    192    Storia  della  Grammatica    prime  dovranno  considerarsi  il  numero,  il  nome,  l'ordine  e  la  figura  (la  rappresentazione  grafica)  :  nelle  seconde  il  numero,  l'accento,  lo  spirito  e  il  tempo.  Le  parti  del  discorso  poi  sono  VIII. Quattro  sono DECLINABILI: Nome,  Pronome,  Verbo  e  Participio. Quattro  sono IN-DECLINABILI:  Preposizione,  Avverbio,  Interiezione  e  Congiunzione.  Ciascuna  delle  declinabili  presenta  naturalmente  vari accidenti,  come  sarebbero:  genere,  numero,  caso,  persona, e  cosi  via  discorrendo. Manacorda,  che  ha  riassunto  la  parte  generale  della  trattazione grammaticale  sparsa  nell' Ercolano  e  altrove,  dopo  aver  ricordato  la  definizione  e  le  classificazioni  della  grammatica  e  la  funzione  attribuitagli  da  Varchi,  gli  ha  fatto  merito  d'aver  riconosciuto,  meglio  che  non  fa  Bembo,  il  valore  speciale di  ciascuna  delle  parti  declinabili. Ma  tra  Bembo  e  Varchi  corre  quasi  un  quarantennio  di  produzione  grammaticale, nel  quale  c'è stato  chi  tratta delle  parti  del  discorso  con  maggior  compiutezza  di  Varchi.   Anche  nell'escogitazione  dell’alfabeto  rimasta  ms.  non  sappiamo  vedere  nulla  di  notevole,  tranne  appunto  la  riconosciuta importanza  della  rappresentazione  grafica  delle  parole,  che  non  è ormai  più  un  merito  particolare.  Nei  punti  spe-  cialissimi poi,  come  sarebbero  quelli  indicati  dal  Manacorda,  e  cioè  gli  articoli,  gli  affìssi,  i  gradi  degli  aggettivi,  il  valore  dell' 'etimologia,  troviamo  ragioni  più  di  sorpresa  che  d'ammira-  zione. Mentre  il  Castelvetro  faceva  le  scoperte  che  abbiamo  do-  vuto veramente  ammirare,  il  Varchi  non  sa  osservar  altro  che  «  la  lingua  Volgare  ha  gli  articoli,  i  quali  non  ha  la  Latina,  ma  sibbene  la  Grecia,  i  quali  articoli  sono  di  grandissima  im-  portanza, e  apparare  non  si  possono,  se  non  nelle  citile,  o  da  coloro  clie  nelle  zane,  cioè  nelle  cune,  apparati  gli  hanno,  perchè  in  molte  cose  sono  diversi  dagli  articoli  Greci  così  prepositivi,  come  suppositivi;  e  in  alcuni  luoghi,  senzachè  ragione  nessuna  assegnare  se  ne  possa,  se  non  l'uso  del  parlare,  non  solo  si  pos-    i1)  Op.,   II,  796  e  passim  e    Lett.    a  *    in    .Manacorda,    op.    cìt.,  pp.   138-9.   Ecco  l'alfabeto  proposto  dal  Varchi:  «  a  b  e  (ten.)  eli  fasp.i  d  e  (chiuso)  è  (aperto)  f  g  (tenue  ?)  gh  (aspirato)  g  (molle)  i  (voc.)  e  (consonante,  o  ver  liquida),  !  m  u  (>  1  chiuso,  lungo)  o  (aperto,  tonda)  p  qu  r  s  (dura)  s  (molle)  /  u  (voc.)  V  (consonante)  v  (liquida)  z  (zeta  dolce)  Z  (aspero)».   .Manacorda,  p,  cit.,  p.   140.    Capitolo  sesto  193   sono,  ma  si  debbono  porre....  »  (').  E  quando  ha  osservato  che  del  e  al  non  sono  articoli,  ma  segni  de'  casi,  fa  esclamare:  «  Questa  vostra  lingua  ha  più  regole,  più  segreti  e  più  ripo-  stigli, che  io  non  avrei  mai  pensato!  »  (').  Nulla  sa  della  legge  dell'accento    dell'analogia.  «Ognuno  pronunzia  nel  numero  del  meno:  io  odo,  tu  odi,  e  in  quello  del  più,  noi  udimo,  ovvero  udiamo,  voi  udite;  ma  ognuno  non  sa  (nep-  pure il  Castelvetro?)  perchè  Vo  si  muti  in  u;  similmente,  cia-  scuno pronunzia  nel  singulare  :  io  esco,  tu  esci,  e  nel  plurale,  noi  uscimo,  ovvero  lisciamo,  voi  uscite,  ma  non  ciascuno  sa  la  cagione  perchè  ciò  si  faccia,  e  perchè  nella  terza  non  si  dice  :  udono,  ma  odono,  e  non  uscono,  ma  escono.  Buona,  quando  è  positivo,  si  scrive  per  u  liquida  innanzi  Vo;  ma  quando  è  su-  perlativo, non  si  può,  e  non  si  deve  profferire,    scrivere  buo-  nissimo, come  fanno  molti  forestieri,  ma  bisogna  per  forza  scri-  vere, e  pronunziare  bollissimo  senza  la  u  liquida  »  (:t).  Per  di-  mostrare la  «  ricchezza  di  lingua  meravigliosa  »  (')  fa  un  in-  terminabile trattato  degli  affissi,  intorno  ai  quali  già  tanto  a  lungo  vedemmo  indugiarsi  il  Bembo,  ma  non  riuscendo  ad  altro  che  a  fare  infinite  combinazioni  di  forme  e  radici  verbali  con  particelle  pronominali  da  servire  per  ottimo  esercizio  di  scioglilingua.  In  luogo  del  vocalismo  e  del  consonantismo,  trat-  tava così,  sull'esempio  del  Bembo,  del  Dolce  e  d'altri,  le  qua-  lità fonetiche  delle  parole  e  delle  sillabe  :  «  tutte  le  lingue  sono  composte  d'orazioni,  e  l'orazioni  di  parole,  e  le  parole  di  sil-  labe, e  le  sillabe  di  lettere,  e  ciascuna  lettera  ha  un  suo  pro-  prio, e  particolare  suono  diverso  da  quello  di  ciascuna  altra,  i  quali  suoni  sono  ora  dolci,  ora  aspri,  ora  duri,  ora  snelli,  e  spe-  diti, ora  impediti,  e  tardi,  e  ora  d'altre  qualità  quando  più,  e  quando  meno  ;  e  il  medesimo,  anzi  più,  si  dee  intendere  delle  sillabe,  che  di  cotali  lettere  si  compongono,  essendone  alcune  di  puro  suono,  alcune  di  più  puro,  e  alcune  di  purissimo,  e  molto  più  delle  parole,  che  di    fatte  sillabe  si  generano,  e  vie  più  poi  dell'orazioni,  le  quali  dalle  sopradette  parole  si  produ-  cono ;  onde  quella  lingua  sarà  più  dolce  la  quale  avrà  più  dolci    Vi  IJ Er colano,   ed.   cit.,   p.   2S0.   (2)  Op.  cit.,  p.   282.   r)  Op.  cit.,  pp.  290-1.   (')  Op.  cit.,  p.  324.    194  Storia  della   Grammatica   parole,  e  più  soavi  orazioni  ;  dunque  la  dolcezza  delle  lingue  nella  dolcezza  consiste  delle  orazioni  »  (').  E  seguita  così  a  par-  lare delle  tre  dimensioni  delle  sillabe  :  lunghezza,  altezza  o  pro-  fondità, e  larghezza.   Di  questo  spirito  rettorico  è  tutto  pervaso  V  Ercolano,  il  quale  deve  la  sua  celebrità,  non  solo  alla  storia  della  contro-  versia in  cui  venne  a  trovarsi  episodio  importantissimo,  non  solo  a  certe  sue  qualità  formali  di  stile  e  di  classica  struttura  e  larghezza  di  variata  esposizione,  non  solo  a  qualche  indubbiamente  ammirevole  intuizione,  ma  soprattutto  a  una  felice  contempe-  ranza di  tante  argomentazioni  altrui  a  prò  della  tesi  che  doveva  poi  esser  ripresa  e  fatta  trionfare,  in  quel  che  era  possibile,  dal  Manzoni  e  al  lucido  e  elegante  riassunto  delle  teoriche  dell'  e-  locuzione  quali  erano  state  lungo  il  secolo  eloborate.  Nessun    valore  scientifico  nella  trattazione  concreta  di  tutte  le  questioni  linguistiche  connesse  a  codeste  tesi  ;  ma  per  la  scienza  non  è  del  tutto  trascurabile  il  (significato  e  la  tendenza  della  difesa  che  il  Varchi  fece  del  volgare  e  della  sua  letteratura,  che  era  un'altra  più  profonda  affermazione  d'una  coscienza  critica  dell'importanza  e  dell'indipendenza  artistica  di  esso  dalle  antiche  letterature,  e  spianava  la  via,  come  s'è  detto,  al  trionfo  che  specialmente  per  opera  del  Salviati  avrebbe  avuto  il  fiorentino  sul  chiudersi  del  secolo  nell'ultima  elaborazione  della  grammatica.   Le  vicende  dell'  Ercolano  non  sono  certo  ingloriose  :  ebbe  ristampe  (2)  e  commenti  e  postille  (:t),  ma  le  scritture  più  celebri  che  ad  esso  si  congiungono  direttamente  sono  la  Difesa  di  Dante  del  Mazzoni,  la  Correzione  del  Castel  vetro  e  la  Var-  china  del   Muzio.   Ma  grammaticalmente,  com'è  naturale,  poco  o  nulla  c'è  da  raccogliere  sia  nelle  postille,  sia  nelle  opposizioni,  data  la  scar-  sezza con  cui  è  trattato  di  grammatica  propriamente  detta  (')  neh' Ercolano  stesso.    C)  Op.  cit.,  p,  375.   (2)  La  tartiniana  del  Bottari,  1730,  la  cominiana  del  Seghezzi,  1744,  la  milanese  del  Mauri,  1834,  la  fiorentina  del  Dal  Rio,  1S46,  quella  che  fa  parte  delle  Opere  del  Varchi,  tra   l'altre.   (:!)  Bottari,  Seghezzi,  Mauri,  Dal  Rio,  Alfieri,  Tassoni,  Volpi.   (')  «Mi  meraviglio  non  poco  di  lui  »,  dice  il  Castelvetro  (Cor)e:.,  p.  561,  che  avvilendo  tanto  la  materia  della  mia  disputa,  nobiliti  tanto  quella  del  presente  suo  Dialogo  delle  Lingue,  dove  non  si  parla,  co-    Capitolo  sesto  195    La  parte  più  notevole  che  e'  interessa  della  Correzione,  fatta  astrazione,  s'intende,  da  questioncelle  minute  di  lingui-  stica, è  quella  che  concerne  Y etimologia.  E  facile  immaginare  quel  che  poteva  osservare  l'autore  della  Giìinta  al  filologo  n>iatica    cese  (e  tedesca)  raffrontate  alla  nostra  :  comparazione  non  ispre-  gevole  e  di  cui  piacemi  dar  qui  un  esempio.   Nello  spagnolo:  i.  talvolta  /  non  si  pronunzia;  2.  //si  pron.  come  il    del  nostro  egli;  3.  nn  si  pron.  come  il  nostro  gn ;  4.  lo  j  si  usa  pel  nostro  ii  e  si  pronun.  come  il  g  del  nostro  seggio;  5.  x  si  pron.  come  se  del  nostro  sciocco,  ecc.   Nel  fraticese  :  1.  ai  ora  si  pron.  a  :  lignaige  pr.  lìnnage,  ora  £.•  satisfaire,  pr.  satisfere.  2.  ajy  si  pron.  £:  z^raj/,  wumenlo  sopra  alcuni  versi  della  Cometa  del  /J/7  dove  anco  si   dimostra    la   nobiltà  e    Capitolo  settimo  217    Il  Sai  viari  occupa  un  posto  notevole  anche  nella  storia  della  poetica  :  ma  il  vero  suo  regno  fu  la  grammatica,  dove  potè  meglio  sfoggiare  tutta  la  sua  vasta  e  minuta  erudizione  linguistica.  L'impulso  all'opera  principale  e  maggiore  in  tale  campo  di  studi  gli  venne  dalla  correzione  del  Decameron  (1582)  che  gli  fu  com-  messa dal  Granduca  Francesco  di  Toscana,  per  compiacere  a  Sisto  V,  entrambi  mal  contenti  che  i  Deputati  alla  correzione  del  73  non  avessero  castrato  a  bastanza  e  a  dovere  il  grande  novelliere  fiorentino.  Il  Decameron  fu  da  quanto  il  Canzoniere  e  ancor  più  nella  seconda  metà  la  bibbia  grammaticale  del  Cin-  quecento, poiché  offriva  il  miglior  modello  di  prosa  numerosa  se-  condo le  teorie  rettoriche  che  si  venivano  svolgendo  :  e  le  ristampe  più  o  meno  corrette  e  le  correzioni  che  se  ne  fecero  per  ridurlo  a  edificante  universal  lettura,  dimostrano  quanto  viva  fosse  la  fede  nella  forma  esteriore  di  quel  libro  veramente  per  il  rispetto  del-  l'arte maraviglioso,  e  qual  fosse  il  credo  grammaticale  di  quel-  l'età, come  anzi  fossero  andati  in  generale  sempre  più  restrin-  gendosi i  criteri  linguistici  e  grammaticali  del  secolo  a  mano  a  mano  che  quella  forma  accresceva  intorno  a    l'ammirazione,  nonostante  il  progredir  della  grammatica  storica  e  l'allargarsi  del  giudizio  critico  e  certe  parziali  intuizioni  della  vera  natura  del  linguaggio.  Il  meglio  che  e  ristampe  e  correzioni  produssero  nel  campo  linguistico-grammaticale  furono,  oltre  varie  osservazioni  del  Borghesi  e  del  Castel  vetro,  giustamente  aspri  censori  delle  storpiature  del  Ruscelli,  da  un  lato  le  Annotazioni  dei  Deputati  alle  correzioni  del  73,  dall'altro  gli   Avvertimenti  del    Salviati.    la  vera  pronuncia  della  lingua  italiana,  Venezia,  1579;  Alberto  Bissa,  Gemine  della  lingua  volgare  et  latina    dotte  locutioni  e  modi  elo-  quenti di  parlare  usati  da  più  illustri  »  :  la  parte  latina  è  indipendente  dall'  it.  (Milano,  Pacifico  Pontio,  MDLXXV)  ;  Institutiones  linguae  ita-  lìcae  cum  interpretatione  gallica  in  gratiam  exterorum,  opera  et  sedu-  litati  Lentuli  Scipionis  neapolitani,  Antonii  Francisci  M addii  f.  Pa-  tavini editio  postrema,  Patavii,  1641  (La  lettera  del  Maddi  è  dell' 11  genn.  15891.  Il  Fontanini  ricorda  due  opere  perdute  di  natura  etimo-  logica, l'una  di  Niccolò  Eritreo,  Lo  Stoico,  Dialogo  delle  origini  della  nostra  lingua  volgare,  l'altra,  Seminarla  linguae  vertiaculae  di  quel  Celio  Calcagnimi  che,  contrariamente  a  quanto  sosteneva  li  Salviati  circa  l'eccellenza  del  volgare,  «  in  un  lavoro  indirizzato  al  Giraldi  Cintio....  manifesta,  fra  l'altro  la  speranza  che  la  lingua  italiana  e  tutte  le  opere  in  essa  scritte  vengano  dimenticate  dal  mondo».  (Spingarx,  op.  cit. ,  p.    158).    21S  Storia  della  Grammatica   Di  quelle  già  il  Lombardelli  ne'  suoi  Foriti  ebbe  ad  osservare  che  «  arrecano  in  mezo  avvertimenti  diversi  intorno  alle  voci  et  alle  forme  del  dire,  che  possono  in  gran  maniera  giovare  a  chi  vuol  da  vero,  e  solennemente  studiare  in  questa  favella  :  perchè  son  guidati  con  fondamenti  saldi,  con  ragioni  isquisite,  e  con  esempi  notevoli  ».  Le  Annotazioni  furono  nella  massima  parte  opera  di  quel  Vincenzio  Borghini  che  è  stato  ben  a  ragione  chiamato  il  principe  de'  critici  (critici  nel  senso  di  editori  di  testi)  e  eruditi  del  Cinquecento  ('),  e  interessano  così  direttamente  il  lin-  guista come  il  filologo,  contenendo  osservazioni  di  lingua  e  di  grammatica  storica  e  pratica  illustrate  dalla  comparazione  di  esempi  perspicui  quasi  sempre  criticamente  vagliati.   Vincenzo  Borghini  fin  dal  1569  aveva  avuto  in  animo  di  scrivere  un  trattato  sulla  lingua,  che    la  Difesa  del  Lenzoni    la  Grammatica  del  Giambullari  erano  tali  da  sodisfar  i  To-  scani e  ridurre  al  silenzio  gli  avversari  :  anche  dopo  la  Giunta  castelvetrina  aveva  scritto  al  Varchi  non  aver  nessuno  sino  al-  lora aperta  la  natura  della  lingua  italiana.  «  Quando  arò  par-  lato dell'origine,  sito,  edificazione,  territorio,  et  altre  particola-  rità di  Firenze,  e  risposto  alle  opposizioni  e  contradizioni  che  ci  son  del  Mei  e  d'altri  e  che  ci  potessero  per  avventura  essere,  et  a  questo  proposito  tocco  tutto  che  bisogna,  della  cittadinanza  romana,  delle  colonie,  delle  legioni,  delle  divisioni  de'  terreni  e  molte  altre  cose,  venire  a  parlare  di  questa  lingua,  ove  ho  questi  capi  :  onde  ella  è  nata  e  cresciuta,  che  ella  è  nostra  propria,  perchè  è    bella,  e  della  sua  qualità,  ultimamente  il  modo  di  conservarla  e  liberarla  dalle  forestiere  che  la  imbrattano  e  gua-  stano »  ('').  Sicché,  quando  nel  1571  il  Granduca  ordinò  una  compilazione  delle  regole  della  lingua  fiorentina  da  leggersi  in  tutte  le  scuole,  il  Borghini  fece  plauso  con  gioia  al  magnifico  decreto  e  scrisse  a  B.   Baldini  (28  die.    1571),    suggerendo   con- [Per  la  stima  in  che è tenuto  già  da'  suoi  contemporanei  BORGHINI (si veda),  si ricorda qui  le  parole  che,  quanto  all'edizione  del  Decameron,  scrisse  Corbinelli  in  una  delle  sue  lettere  già  ricordate  al  Pinelli. Quel  che  non  ha  fatto  a  sufficienza  Don  Yinc."  Borghini  non  credo  il  possa  fare  [non  che  il  Salviati]  altri»,  in  Ckkscim. Quitti.  X,  86,  Naz.  Firenze,  cit.  in  Barbi,  Degli  studi  di  V.  Borghini,  sopra  la  storia  e  la  lingua  di  Firenze  [Il  Pr optigli. ,  N.  S.,  II,  p.  II,  pp.  5-71),  di  cui  mi  giovo  per  questi  cenni  intorno  al  Bor-  ghini.    Capitolo  sei  ti  ìlio  219    sigli:  si  deputassero  alla  bisogna  tre  o  quattro  intendenti  con  facoltà  ili  aggregarsi  de'  giovani.  Nel  1574,  come  l'ordine  gran-  ducale non  aveva  avuto  effetto,  tornava  al  proposito  di  far  della  lingua  un  trattato  a  sé.  La  conoscenza  dei  precedenti  gramma-  tici (dei  quali  taceva  molto  stima  del  Bembo,  corifeo,  che  giu-  dicava però  scarsetto  ;  il  Giambuilari  non  gli  pareva  molto  ga-  gliardo né  sicuro  ;  migliore  il  Varchi,  ma  non  finito  ;  il  Torni-  tane bisognoso  d'essere  burattato  ;  il  Castelvetro  non  meno  sot-  tile che  sofistico  nelle  sue  prose  contro  il  Caro  e  il  Bembo  (')  :  «  Dubio  non  è  che  la  sua  dottrina  non  è  generalmente  sana.  Io  dico  in  conto  di  lingua,  ma  dall'altra  parte  e'  non  manca  di  let-  teratura ;  ha  visto  assai  e  non  è  privo  d'acume,  e  può  essere  sprone  a  far  considerar  molte  cose  »;  il  Ruscelli,  vano,  pochis-  simo intendente  di  lingue;  nomina  il  Fenucci,  il  Dolce,  l'Aca-  risio,  il  Fortunio,  il  Corso,  il  Gabriele,  il  Muzio,  il  Trissino),  la  conoscenza,  dico,  di  tutti  i  precedenti  grammatici  e  gli  studi  larghi  fatti  in  specie  per  la  rassettatura  del  Decamerone  e  del  Novellino  su  tutti  gli  scrittori  grandi  e  piccoli  del  Trecento,  lo  designavano  veramente  pari  all'impresa  ideata  con  tanta  am-  piezza. Ma  il  trattato  non  fu  compiuto  ('')•  Ne  restano  alcuni  appunti  su  argomenti  ne'  quali  era  riuscito  a  esser  sicuro:  es-  sere e  qualità  della  lingua  fiorentina  ;  natura  sua,  delle  sue  parti  e  proprietà  e  aiuti  e  mancamenti  (la  lingua  varia  in  una  mede-  sima provincia  e  città;  l'italiana  derivò  dalla  latina  con  le  fa-  velle degl'invasori);  il  nome  (non  ha  casi,  ma  due  generi;  ha  gli  articoli);  il  verbo  (non  ha  passivo),  ecc.  Il  Borghini,  essendo  sotto  la  vecchia  concezione  della    natura   del  linguaggio,  che  è    1  In  una  leti,  al  Varchi  del  9  maggio  1563,  l'anno  della  pub-  blicazione della  Giunta  castelvetrina,  fin  Salvini,  Fasti  Cons.,  cit.  dal  Fontanini,  I,  18-9),  lo  spronava  a  tirar  avanti  il  suo  Dialogo,  lodando  il  Bembo  e  biasimando  il  Castelvetro,  annunziando  ebe  l'Accademia  Veneziana  non  sarebbe  rimasta  muta.   (')  Lasciò  in  vece  un  volume  di  Lettere  filologiche  e  un  altro  di  Discorsi.  In  Fiorenza  presso  i  Giunti  1584-85,  tomi  II,  oltre,  s'  in-  tende quanto  è  suo  delle  Annotazioni  e  discorsi  sopra  alcuni  luoghi  del  Decamerone  di  m.  Giovanni  Boccacci,  fatti  dai  molto  magnifici  si-  gnori Deputati  di  loro  Altezza  Serenissima  sopra  la  correzione  di  esso  B.  stampata  l'anno  1573-  In  Fiorenza  nella  stamperia  de'  Giunti  1574.    Noto  qui,  come  testimonianza  del  conto  che  s'è  fatto  modernamente  dal  Borghini,  che  dal  suo  nome  fu  intitolata  una  rivista  filologica,  //  Borghini,  non  inutilmente  vissuta.    Storia  della   Grammatica    «  mutarsi,  crescere,  abbellirsi  e  peggiorare  ancora,  perdere  e  pigliare  voci  di  nuovo  e  simili  altri  accidenti  »,  ritiene  il  Tre-  cento il  secolo  d'oro  della  lingua  :  «  Io  ho  veduto  (scriveva  nella  lettera  del  71  circa  la  compilazione  delle  regole)  libri  scritti  fino all’anno della  gran  mortalità, e  scritti  pur  da  persone  idiote  e  semplici,  e  non  vi  si  trova  un  error  di  lingua.  Havvene  alcuno  intorno  all'ortografia,  della  quale  i  nostri  antichi  non  seppero    curarono  troppo.  Similmente ne  ho  veduti,  e  si  veggono  re-  golatissimamente osservate  le  coniugazioni,  i  numeri,   i  modi,  i   tempi,  e tutto  quello,  ove  oggi  si   pecca   assai    bruttamente.   E  si  conosce,  che  la  natura  stessa  o  l'uso  comune,  che  sia  me'  dire,  era  in  quella  età  regola  vera  e  sicura.  Si  comincia  a  trovare  qualche  errore,  ma  non  tanti  e  un  pezzo  quanti  oggi.  Dal  MCCCL  al  MD  ella  dette  un  gran  tracollo,  e  di  questo  tempo  in  qua  è  venuta  di  mano  in  mano  talmente  peggiorando,  che  quasi  si  può  dir  guasta  in  alcune  sue  parti,  che  quel  tutto  buono  e  come  naturale  corpo  del  vero  e  puro  toscano  si  è  per  sempre  mantenuto.  Oltre  a  questa  classificazione  de'  pregi  della  lingua  per  cinquantenni,  il  Bor-  ghini  ne  faceva  un'altra  per  gradi:  prosastica  e  poetica;  nobile,  media,  plebea  ecc.  Così  anche  la  lingua,  come  la  poesia,  era  ri-  gorosamente chiusa  nel  codice  delle  regole  più  assolute  e  ri-  strette: a  tale  che  la  grammatica  diremo  degl'Italiani,  che  aveva  preso  a  fondamento  l'uso  letterario  non  pur  del  Trecento  ma  del  Cinquecento,  quando  si  trovava    e  vi  si  trovava  spesso    in  discordia  con  l'uso  fiorentino,  qual  era  consacrato  nel  Decame-  ron, veniva  senz'  altro  combattuta  e  ripudiata.  Cosi  avemmo  una  singolare  reazione  contro  la  grammatica  da  parte  di  quegli  stessi  che   vi  dovevan  necessariamente  credere.   A  questo  menava  la  correzione  del  testo  del  Deca?neron,  ch*e  col  criterio  dell'uso  comune  s'era  venuto  guastando  dall'edi-  zione ventisettina  per  tutto  un  cinquantennio  e  che  ciascuno  aveva  tirato  a  documentar  quelle  regole  che  meglio  gli  piaceva  di  porre.  I  Toscani,  e  specialmente  i  Fiorentini,  non  potevano  lasciar  correre  tanto  strazio,  e  benché  anch'essi  fossero  credenti  nella  grammatica,  tra  la  grammatica  e  il  Decameron,  stavano  per  questo,   naturalmente,  e  non  si  stancarono    mai    di   ripetere    (')  In  Barbi,  op.  e  loc.  cit.    Capitolo  settimo    che  «  le  regole  furori  sempre  cavate  dall'uso  naturale,  e  non  l'uso  da  quelle  »  (l).  Gli  Annotatori  all'edizione  del  73  si  gio-  varon  perfino  de'  «  notai  di  que'  tempi,  la  grammatica  [inten-  dasi il  latino]  de'  quali  era  poco  meno  che  un  semplice  cor-  rente volgare  che  finisse  in  us  et  in  as  »  (:).  Così  parallela  a  quella  del  purismo  grammaticale,  vediamo  svolgersi  in  To-  scana e  particolarmente  in  Firenze  una  tradizione  che  potremmo  chiamare  del  purismo  antigrammaticale,  o  che  intanto  accet-  tava la  grammatica  in  quanto  essa  rispecchiava  fedelmente  l'uso  popolare  trecentesco,  che  era  quello  seguito  dal  Boccaccio  e  dagli  altri  trecentisti  e  risonava  ancora,  salvo  qualche  mo-  dificazione di  pronunzia,  sulle  bocche  de'  Fiorentini.  Tutto  era  ridotto  all'uso,  «  appo  il  quale  è  tutta  la  balia,  anzi,  che  direni  meglio,  il  quale  è  la  balia,  la  ragione  e  la  regola  del  par-  lare »  (:!).  A  proposito  d'un  esempio  di  quei  molti  '  AvavóXofìa  o  ' Avavranóbara  ond'è  pieno  il  Decameron,  gli  Annotatori  escono  in  questa  osservazione  :  «  Quegli  che  volsono  fuggire  questo  o  figurato  o  vizioso  parlare  che  e'  sia,  e  che  pur  hanno  fitto  nel-  l'animo quello  '  Ego  amo  Deum  '  delle  prime  regole,  mutarono  Il  quale  in  Del  quale,  e  cosi  appianarono  questo  scoglio  »  (4).  Queste    sono    dichiarazioni    gravi    contro    la    grammatica  ('),    e    ('-3)  Annotazioni  e  Discorsi  sopra  alcuni  luoghi  del  Decameroti  di  M.  Giovanni  Boccacci,  fatti  da'  Deputati  alla  correzione  del  medesimo.  Quarta  edizione  diligentemente  corretta,  con  aggiunte  di  Vincenzo  Borghini,  e  con  postille  del  medesimo,  e  di  A.  M.  Salvini,  riscon-  trate sugli  Autografi  ed  emendate  da  gravi  errori.  Firenze,  Felice  Le  Monnier,  1857,  pp.  44-45.    È  anche  notevole  quel  che  dicono  dell'analogia:  «è  una  cotal  regola  che  va  dietro  al  simile,  e  suol  esser  il  riparo  di  chi  è  straniero  in  una  lingua,  o  sa  poco  della  propria  natura  ».   (4)  Op.  cit. ,  p.  70.  In  questo  stesso  luogo  si  conclude  così  :  «Noi  in  questi  luoghi  tutti  abbiamo  fedelmente  mantenuta  la  lezione  dei  migliori  libri,  amando  in  questo  più  la  verità,  che  o  la  facilità  di  quel  parlar  così  piano,  o  la  stitichezza  di  certe  regole,  che  più  ser-  vono, chi  ben  le  guarda,  a  lingua  composta  e  artificiata,  che  a  natu-  rale e  propria».  Altrove  la  lingua  è  assomigliata  a  un  mare  p.  91).  Oltre  le  già  addotte,  eccone  un'altra  :  «  E  generalmente  nelle  voci  del  tempo,  et  in  quelle  del  luogo,  non  è  molto  scrupolosa,    tanto  fastidiosa  la  lingua  nostra,  quanto  per  avventura  alcuni  troppo  sottili  si  credono,  che  lutto  il  di  cercarlo  di  legarla,  e  (direni  cosi)  impastoiarla  stranamente  »,  pp.  87-8.    Del  resto  si  può  dir  che  queste  tanto  ammirate   e   ammirevoli    Annotazioni  siano    una  protesta  conti-    Storia  della  Grammatica    devono  essere  ricordate  per  non  mettere  tutti  in  un  fascio  i  puristi  del  Cinquecento.  S' intende,  anche  codesti  franchi  as-  sertori dell'uso,  erano  sotto  l'imperio  delle  regole:  seguire  il  Boccaccio  perchè  era  stato  il  Boccaccio,  era  una  regola  anche  più  grave  de\Y Ego  amo  Deiun  ;  ma  il  Boccaccio  era  più  vicino  ad  essi,  che  certi  regolatissimi  prosatori  del  Cinquecento,  e  sta-  vano col  Boccaccio.  Non  solo,  ma  essi  riuscivano  all'annulla-  mento della  grammatica  anche  per  un'altra  strada.  Per  loro  ogni  forma  adoperata  dal  Boccaccio  diventava  legge  :  ora  a  far  d'ogni  più  piccolo  fatto  linguistico  una  regola,  la  grammatica  veniva  ad  annullar  se  stessa  in  questa  sterminata  selva  di  regole  e  il  buon  senso  era  vendicato.  E  tra  le  Annotazioni  del  Bor-  ghini,  gli  Avvertimenti  del  Salviati  e  le  osservazioni  del  Bor-  ghesi, il  volgar  fiorentino  veniva  a  esser  codificato  e  preparato  così  per  il  travasamento  nel  Vocabolario  della  Crusca.   Gli  Avvertimenti  nel  Salviati    erano   stati   concepiti    in    tre  parti,   ma  videro  la  luce  solo  il   i"  e  2"  volume  (1).    nuata  contro  la  grammatica,  tendendo  esse  a  giustificare  l'uso  del  Boccaccio,  sia  stato  o  no  ratificato  dalle  grammatiche  cinquecentesche.  E  si  noti  che  la  giustificazione  non  è  fatta  sempre  con  la  ragion  del-  l'uso, ma  spesso  s'appoggia  a  considerazioni  anco  artistiche.  Citerò  un  esempio  per  tutti.  In  Landolfo  Luffolo  è  detto:  «Venutagli  alle  mani  una  tavola  ad  essa  si  appiccò,  se  forse  Iddio,  indugiando  egli  lo  affogare,  gli  mandasse  qualche  aiuto».  Alcuni  interpreti  avevan  in-  terpolato sperando  avanti  a  se  forse  Iddio.  Orbene,  gli  Annotatori,  re-  stituendo, sulle  testimonianze  d'altre  simili  costruzioni,  il  testo  antico,  osservano  :  «  Queste  locuzioni  così  un  pochetto  rotte  (che  in  somma  son  proprie  di  questa  lingua)  danno  talvolta  più  grazia,  e  mostrano  più  forza,  e  fanno  il  parlar  più  vivo,  come  poi  avviene;  dove  questa  costruzione  non  così  piana  e  facile,  ma  alquanto  alterata  {alterata  però  quanto  e  a  que'  che  vorrebbero  le  locuzioni  sempre  a  un  modo,  e  quelle  senza  industria  o  cura  nessuna),  scuopre  più  l'affanno  e  periglio  del  misero  Landolfo,  e  par  quasi  (per  dir  così)  che  fortuneggi  anch'ella  »,  pp.  88-9.  Non  è  critica  neppur  questa,  ma  per  lo  meno  vi  si  avverte  lo  sforzo  di  penetrar  la  visione  dell'artista  senza  la  mediazione  della  grammatica.   1  Degli  avvertimenti  della  lingua  sopra  ' l  Decamerone.  «Volume  Primo  del  cavalier  Lionardo  Salviati  Diviso  in  tre  libri:  il  I  in  tutto  dependente  dall'ultima  correzione  di  quell'Opera  :  il  II    qui-  stioni,  e  di  storie,  che  pertengono  a'  fondamenti  della  favella:  il  III  diffusamente  di  tutta  l'Ortografia.    Ne'  quali  si  discorre  partitamente  dell'opera,  e  del  pregio  di  forse  cento  Prosatori  del  miglior  tempo,  che  non  sono  in  istampa,  de'  cui  esempli,    quasi    infiniti,  è    pieno  il    Capitolo  settimo  223    La  correzione  fu  fatta  nel  1582  e  fu  edita  non  senza  notizie  grammaticali:  gli  Avvertimenti  sono  il  necessario  svolgimento  di  esse.   Noi  ci  restringeremo  qui  a  toccar  delle  questioni  generali  che  più  e'  interessano  e  a  esporre  il  metodo  grammaticale  del  nostro  e  a  dar  conto  dello  sviluppo  del  corpo  della  grammatica  precettiva,  sebbene  il  Salviati  tratti  solo  delle  regole  a  cui  porge  occasione  il  Decameron,  lasciando  da  parte  quanto  si  riferisce  alla  critica  del  testo  e  all'ermeneutica  boccaccesca.   Vedemmo  come  il  Gelli  rinunziasse  a  dettar  le  regole  del  volgare  e  ne  dimostrasse  l'impossibilità.  Pare  non  sia  stato  solo  a  sostener  questa  ragionevole  tesi,  perchè  il  Salviati  al  principio  del  secondo  libro  del  primo  volume  s'indugia  a  confutar  gli  ar-  gomenti di  alcuni  che  «  tolgono  alle  lingue  vive  il  ristringnerle,  con  ammaestramenti  raccolti  in  iscrittura,  sotto  alcuna  ferma  re-  gola »  (p.  70).  Gli  argomenti  addotti  da  quei  tali,  erano:  1.  «  vi-  vendo la  voce  del  maestro,  ciò  si  è  il  popolo,  che  la  favella,  quella  fatica  è  soverchia»;  2.  la  cosa  esser  vana,  perchè  il  popolo,  non  tollerando  che  gli  sia  tocca  la  sua  giurisdizione,  se-  guita a  parlare  a  modo  suo  ;  3.  quand'anche  si  potesse  det-  targli legge,  l'effetto  non  potrebbe  esser  che  dannoso.  Noi  non  ci  fermeremo  neppure  a  -notare  quanto  sien  giudiziosi  siffatti  ar-  gomenti, per  quanto  non  si  vedano  fondati  in  una  tesi  filosofica;  e  indicheremo  il  pensiero  del  Salviati,  il  quale  non  può  non  ri-  conoscere che  quelle  sian  belle  ragioni  e  che  hanno  forse  dell'ef-  ficacia ;  ma  tuttavia,  guardandole  con  alcune  distinzioni,  crede  di  potere  e  dover  giustificar  la  grammatica  così  :  si  tratta  non  di  formare,  ma  di  raccoglier  le  regole  per  conservar  i  guadagni  fatti,  in  modo  che,  deteriorandosi  la  favella,  tutto  non  sia  an-  dato perduto.  «    si  lega  per  tutto  ciò,  come  essi  dicono,  le  mani  al  volgo,  o  se  gli  mette  quasi  la  museruola;  ma  tuttavia  lasciandolo  nella  sua  libertà,  si  pone  in  sicuro  il  guadagno,  che  s'è  fatto  fino  allora,    che  il  tempo  avvenire  noi  possa  più  portar  via,  e  del  futuro  se  gli  lascia  quasi  libero  il  traffico  nelle  mani  »  (p.  71).    la  fatica  è  vana,  perchè  il  popolo   non  si  può  aver    volume.  Oltr'a  ciò  si  risponde  a  certi  mordaci  scrittori,  e  alcuni  so-  fistichi Autori  si  ribattono,  e  si  ragiona  dello  stile,  che  s'usa  da'  più  lodati».  In  Venezia.  MDLXXXIIII.  Presso  Domenico,  et  Gio.  Battista  Guerra,   fratelli  -  S"  gr.   pp.   [32]-335-    224  Storia  della  Grammatica    sempre  appresso,  né,  se  ciò  fosse  possibile,  parla  tutto  a  un  modo.  Onde  conviene  prender  dal  popolo  il  materiale  e  vagliarlo  al  vaglio  degli  scrittori,  tra  i  quali,  naturalmente,  il  Salviati    la  preminenza  ai  Trecentisti  e  al  Boccaccio  del  Decameron  in  par-  ticolare. Risorge  il  vecchio  concetto  bembesco  e  con  esso  tutta  la  critica  ammirativa  delle  qualità  eccellenti  del  volgar  fiorentino  degli  scrittori  dell'aureo  secolo,  l'efficacia,  la  brevità,  la  chiarezza,  la  bellezza,  la  vaghezza,  la  dolcezza,  la  purità  e  la  semplice  leg-  giadria. Ma  è  facile  notare  come  l'uso  vivo  venga  solennemente  affermato,  e  come  sia  largo  il  criterio  fondamentale  della  gram-  matica. L'esempio  e  l'autorità  degli  scrittori  «  sono  appunto  quelle  cose,  che  le  regole  della  lingua  si  chiamano  comunemente  »(p.  71).  Del  favellare  sia  arbitro  il  popolo,  dello  scrivere  l'uso  approvato  dal  consenso  de'  buoni  :  sicché  nel  formar  le  regole  venga  primo  il  Boccaccio,  poi  i  contemporanei  di  lui,  indi  il  popolo,  il  cui  presente  favellar  è  meno  nobile  di  quello  del  Boccacio  (p.  77).  Nel  fondo,  però,  pur  con  tutte  queste  larghezze,  il  Salviati  riesce  un  un  gran  purista.  Disapprova  il  parlar  degli  scapigliati  che  non  adoravano  il  «  bembesco  »  e  il  «  boccaccevole  »  stile;  cita  come  un  barbarismo  X applauso  universale  da  loro  usato.  Si  scaglia  contro  il  gergo  cancelleresco  cortigiano,  segretariesco,  contro  V autore  della  Giunta  che  «  scrive  al  buio  »  volendo  imitare  il  Boccaccio;  contro  il  latino,  i  latinizzanti  e  le  scuole  di  latino  che  contri-  buirono a  corrompere  il  volgare.  Esalta  invece  le  benemerenze  del  Poliziano  e  più  di  Bembo.  Toglie  parzialmente  agli  scrittori  del  buon  secolo  il  vanto  delle  cose  pertinenti  a  gramaiica,  e  glielo    in  purità  di  vocaboli,  modi  del  dire,  breve,  vaga  e  semplice  legatura  (p.  99).  Propugna  la  pubblicazione  d'un  Vocabolario  della  Toscana  linguai^.  129).  Indi  sbozza  una  storia  critica  degli  scrit-  tori del  buon  secolo.  Conclude  col  dire  che  la  gram-  matica resterà  fissa  sugli  scrittori  del  300,  e  che  il  vocabolario  potrà  continuamente  migliorare,  distinguendo  tra  prosa  e  poesia  per  quanto  riguarda  l'ortografia,  i  solecismi  ecc.,  al  qual  punto  rimanda  alla  sua  Poetica  (p.  144)0.  in  ultimo  accenna  alla  prova [Questa  discussione  del  Salviati  fece  fortuna,  perchè,  staccata  dagli  Avvertimenti,  fu  riprodotta  a  parte  in  una  miscellanea  di  Re-  gole, di  cui  avremo  occasione  di  parlare,  in  Firenze,  1715,  col  titolo:  Se  le  lingue  sien  da  restringer  sotto  Regole  e  spezialmente  il  volgar  nostro.  Da  chi  si  debbano  raccor  le  Regole,  e  prender  le  parole  nelle  Lingue  che  si  favellano,  con  un  Sunto  d'alcuni  avvertimenti  dilla  Lingua,  sotto  il  nome,  s'intende,  del  Salviati.    Capitolo  settimo  225    proposta  dal  Varchi  di  paragonar  il  fiorentino  con  gli  altri  dia-  letti d'Italia,  riportando  in  fin  del  volume  varie  versioni  italiane  della  novella  boccaccesca  del    re  di   Cipro.   Il   III  libro  (pp.    155-335)  svolge  la  parte  dell  'ortografia.   Dichiara  che  rispetterà  la  nomenclatura  grammaticale  ormai  in  uso  (quindi  pronome,  non  vicenome,  participio  non  partefice,  congiunzione  non  giuntura,  esclamazione  non  schiamazzio,  che  fa  ridere),  e  la  comune  esposizione,  «  forma  »,  cioè  distribuzione  e  condotta,  «già  ricevuta  dall'uso  delle  scuole»,  benché  in  tutto  non  perfetta,  sacrificando  il  suo  particolar  modo  di  vedere  all'uti-  lità comune  che  dalle  novità  sarebbe  stata  frustata.  Sicché  questi  Avvertimenti  del  Salviati,  sotto  questo  rispetto,  ci  rappresentano  il  consentimento  ufficiale  scolastico  intorno  al  corpo  e  allo  schema  della  grammatica  ;  anzi  essi  si  possono  considerare  la  prima  vera  grammatica  scolastica  dell'Italia,  quale  la  didattica  secolare  se  l'era  venuta  formando.   Consideriamo  dunque  brevemente  il  contenuto  speciale  che  il  Salviati,  desumendolo  dallo  studio  del  Decameron,  ha  di  suo  versato  in  quello  schema.   Le  Lettere  sono  nella  vista  (segni)  della  scrittura  21:  a  b  e  defghil.  mn'opqrstuxz,  ma  nella  voce  (suoni)  32.  Delle  lettere  h  è  mezza  lettera,  il  q  è  inutile,  il  k  è  fuor  d'uso  perchè  non  dolce.  Confuta  la  riforma  trissiniana.   Vocali  Q)  in  scrittura  son  5  :  a,  e,  i,  o,   u   in  fonetica  8:  a,  è,  é,  i  sottile,  i  grasso,  ó,  ò,  u.   Diltongi,  49,  quanti  sono  gli  accoppiamenti  (  distesi    Es.   làude  delle  vocali  e  sono  .  \  raccolti   »   guato.   Trittongi  e  quattrittongi  che  si  possono  raccogliere  in  una  sillaba  sola  :   lacciuoi.    (')  Ricorda  (p.  171)  le  divisioni  di  Platone,  nel  Cratilo  (vocali,  mezze  vocali,  e  mutole),  ripetute  da  Aristotile  nella  Poetica.  Nel  20  della  Storia  degli  animali  Aristotile  accennò  anche  alla  formazione  delle  vocali  dalla  voce  e  dal  gorgozzule,  delle  consonanti  dalla  lingua  e  dai  labbri.  Su  questa  base  fondarono  retori  e  grammatici  latini  e  greci  la  loro  fonetica.  Platone  disse  le  vocali  «  la  catena,  e  '1  legame  senza  '1  quale  l'altre  lettere  esprimer  non  si  potrebbero»  fpp.  171-2;.  V.  qui  la  nota  1,  p.  263.   C.  Trabalza.  15    226  Storia  della   Grammatica    Le  consonanti  in  vista  son  16    ,  semivocali,  che  partono  ^dall'ugola  «  madre  delta   nella  zw^,  almen  25    (sauere,  sapere),  tra  la  /  e  la  n  (calonica,  canonica),  tra  la  /  e  la  r  (albori,  arbori),  tra  la  /  e  la  d  (olore,  odore),  tra  la  /  e  \\g  (li,  gli  articoli,  quelli,  quegli,  cavalli,  cavagli,  salì,  saglì,  dolgo,  doglio),  tra  la  n  e  il  g  (piangere,  piagnere),  tra  la  r  e  il  d  (die-  rono,  diedono),  tra  la  s  e  la  z  aspra  (solfo,  zolfo),  tra  la  ^  e  il  e  (Sicilia,  Cicilia),  tra  la  ^  e  la  f  (sino,  fino),  tra  la  .?  e  il  /  (na-  scoso, nascosto),  tra  chi  e  sii  (schiena,  stiena),  tra  la.  s  e  z  aspre  e  sottili  di  altri  popoli  (pesso,  pezzo;  strossare  per  istrozzare;  Orazio  per  Orazio),  tra  la  z  sottile  o  aspra  e  il  e  ora  scempio  ora  doppio  (beneficio,  benefizio),  tra  la  z  rozza  e  il  d  (fronzuto,  fronduto),  tra  la  z  e  il  g  (ammonigione,  ammonizione),  tra  il  b  e  il  g  (abbia,  aggia),  tra  il  b  e  il  p  (brivilegi,  privilegi),  tra  eh  e  ce  (Antioco,  Antioccio),  tra  il  e  e  il  g  (Caio,  Gaio),  tra  il  de  il  g  (vedendo,   veggendo),   tra  il  d  e  il  /  (cadmio,   catuno).   Passa  poi  alle  jnllabe.  Qui  fa  una  distinzione  curiosa  :  dice  che  quel  che  significa  sillaba  è  stato  determinato  dai  filosofi,  e  che  a  dividerle  insegnano  i  pedagoghi  (p.  302),  non  più  ;  ma  sa-  rebbe stato  importante  che  ci  avesse  accennato  qualcosa  di  par-  ticolare intorno  alla  definizione  data  dai  filosofi.   Chiude  il  trattato  parlando  del  modo  di  scrivere  molte  pa-  role, della  copula,  degli  accenti,  delle  maiuscole ,  e  de'  segni  di  punteggiatura.  Assennatissime  le  osservazioni  sulla  punteggia-  tura. Ricorda  le  moderne  dottrine  circa  la  storia  della  punteg-  giatura, inclinando  a  credere,  sulla  testimonianza  di  Aristotile,  che  gli  antichi  punteggiassero  con  minuzia.  Si  dichiara  soddi-  sfatto de'  punti  usati  al  suo  tempo  ('),  ma  riconosce  che  questa    (')  .  :  ;  ,  ?  f  )  cioè  punto  fermo,  mezo  punto,  punto  coma,  coma,  interrogativo,  parentasi.  Del  fermo,  per  altro,  fa,  secondo  la  necessità  della  posa  (pausa),  quattro  specie  :  fermo,  trafermo,  fermissimo,  tra-  fermissitno .    Capitolo  settimo  229    materia  è  meno  che  altra  atta  a  esser  legiferata,  e  convien  la-  sci.ire  alla  pratica  degli  scrittori  la  più  ampia  libertà,  acciocché  siano  ben  rese  e  la  tela  (costruzione)  e  la  sentenzia  (significato)  del  discorso.   Rispetto,  non  dico  alla  fonetica  del  Castelvetro,  ma  anche  alle  spiegazioni  d'altri  grammatici  che  s'occuparono  di  questa  parte,  non  escluso  il  Fortunio  stesso,  il  primo  di  quelli  editi,  questo  trattato  del  Salviati  è  certamente  un  regresso,  per  quanto  qualche  osservazione  supponga  una  teoria  meno  empirica  :  se  non  che,  e  la  giustificazione  della  grammatica  fatta  dal  Salviati  e  la  relati-  vità assegnata  alle  regole  di  esse  da  una  parte,  e  la  legiferazione  così  minuta  dell'ortografia  intesa  nel  senso  più  largo  fondata  su  dati  storici  positivi,  sui  caratteri  del  volgare  cinquecentesco  usato  dal  popolo,  non  escluso  quello  della  dolcezza  e  musicalità  dell'i-  dioma fiorentino,  dall'altra,  assegnano  agli  Avvertimenti  del  fa-  moso accademico  un  discreto  valore  scientifico  nel  primo  rispetto,  e,  nel  secondo,  un  notevole  posto  nella  storia  di  quei  prodotti  che  indirettamente  concorsero  alla  dissoluzione  del  loro  stesso  con-  tenuto :  nella  somma  di  questa  duplice  qualità,  dunque,  il  pregio  di   documento   principalissimo  per   la  nostra  narrazione.   Dell'importanza  data  dal  Salviati  alla  grammatica  abbiamo  già  fatto  cenno.   Quanto  alle  osservazioni  donde  son  ricche  le  particelle  della  sua  trattazione,  in  questo  senso  noi  affermiamo  che  sono  notevoli,  che,  legiferando  un'infinità  di  esigenze  formali  dell'idioma  nostro,  sviluppando  quasi  all'infinito  il  corpo  della  grammatica  e  nel-  l'istesso  tempo  assottigliandolo  fino  a  ridurlo  un'ombra  di    stesso,  col  fare  d'ogni  minimo  caso  una  legge,  riducono  ai  minimi  termini  il  rigore,  la  rigidità,  l'inflessibilità  della  legge  grammati-  cale, preparandone  il  totale  annullamento.  Ho  detto  esigenze  for-  mali, ma  non  sono  solamente  tali.  Quelli  che  sono  stati  chiamati  i  criteri  formalistici  dei  letterati  del  Cinquecento  dal  Bembo,  ap-  punto, al  Salviati,  di  fatto  erano  criteri  estetici  sostanziali.  Gli  abiti  mentali  di  quella  generazione  di  scrittori  e  di  critici,  il  loro  ideale  di  bellezza,  il  loro  modo  d'esprimere  e  riflettere  nel  verso  e  nel  discorso  sciolto  il  proprio  contenuto,  questo  stesso  contenuto,  conducevano  tanto  chi  esercitava  l'arte  quanto  chi  esercitava  la  critica  a  quella  concezione  della  forma  che  a  noi  può  sembrare  pretta  esteriorità  vuota  di  contenuto,  ma  che  per  loro  era  la  sostanza   stessa  del  loro  pensiero.    Il  formalismo  dunque  legife-    230  Storia  della  Grammatica   rancio    stesso,  sodisfaceva  a  un  bisogno,  esprimeva  in  regole  la  scarsa  e  superficiale  vita  interiore,  che  era  vita  formale  essa  stessa,  riuscendo  così  a  una  critica  indirettamente  negativa  della  grammatica,  dove  a  noi  parrebbe  di  dover  vedere  un  rafforzamento  di  fede  grammaticale.   In  altre  parole,  a  me  par  di  poter  mettere  sulla  stessa  linea  progressiva  il  Salviati  e  i  migliori  recenti  costruttori  di  categorie  grammaticali  e  rettoriche  a  base  di  psicologia,  con  questo  pro-  fondo divario  ridondante  a  tutto  onore  degli  ultimi,  che  questi  han  coscienza  di  quel  che  fanno,  cioè  di  fare  una  critica  della  grammatica,  e  il  Salviati  no.  Il  Salviati  legifera  gli  atteggia-  menti della  lingua,  gli  affetti,  quasi  direi,  delle  parole  e  degli  elementi  di  essa  (tant'è  vero  che  parla  dell'a?nisià  delle  lettere)  rispondenti  alle  tendenze  del  pensiero;  quelli  descrivono  le  forme  in  che  si  concretano  i  movimenti  dello  spirito  :  in  fondo  menano  dritti    gli  uni  che  gli  altri  all'affermazione  della  formula  tal  contenuto  tal  forma,  che  non    più  luogo  a  grammatica,  a  legge  veruna  regolatrice  della  favella  (l).   Nel  secondo  volume  degli  Avvertimenti  ("),  dedicato  a  Fran-  cesco Panicarola  «  architetto  dell'arte  del  ben  parlare  »,  «  tromba  del  nostro  secolo  »,  tratta,  ne'  primi  due  libri,  del  nome,  deWac-  compagnanome,  dell'  articolo  e  del  vicecaso;  ma  quello  che  fu  il  desiderio  de'  contemporanei  e,  particolarmente,  del  Lombardelli,  che  cioè  venissero  «trattati  con  la  medesima  felicità  l'altre  parti»,  rimase  inappagato,  nonostante  che  l'impulso  a  pubblicar  questo  secondo  volume  venisse  al  Salviati    e  lo  dichiara  nella  dedica-  toria con  viva  compiacenza    dal   giudizio    favorevole  dato   sul    (')  Per  questo  problema  fondamentale  della  critica  della  gram-  matica, si  ricordi  in  particolare  la  polemica  Vossler-Croce,  originata  dal  saggio  di  Vossler  sulla  Vita  del  Cellini,  e  precisamente:  Atti  d.  Acc.  Pont.,  XXIX,  3  die.  1899,  Literaturblatt  f.  gertn.  u.  rovi.  Pini.,  1900,  1;  Flegrea,  1  apr.  1900;  Zeitschr.  f.  rom.  Pliil.,  XXVII,  352-  364;  La  Critica,  II,  252-S.  Della  polemica  fa  la  storia  lo  stesso  Vossler,  nel  suo  recente  libro,  Posilivistmis  inni  Ldealismus,  già  citato,  riu-  scendo ad  un  pieno  accordo  con  la  dottrina  sostenuta  dal  Croce.  Cfr.  anche  M.  Rossi,   Contro  la  stilistica,   Firenze,   1906.   (")  Del  secondo  volume  degli  Avvertimenti  della  Lingua  sopra  il  Decamerone.  «  Libri  due  del  Cavalier  Lionardo  Salviati.  Il  Primo  del  Nome,  e  d'una  Parte,  che  l'accompagna.  Il  Secondo  dell'Articolo,  e  del  Vicecaso».  In  Firenze,  nella  Stamperia  de'  Giunti.] primo  da  tre  «  valent'huomini   di  sottilissimo  intendimento»:  il   utilissimo  Cavalier  Batista  Guarirli,  delizie  delle  belle  lettere  de'  nostri  tempi»,  il  Patrizio,  «le  cui  scritture  e  spezialmente  quest'ultime  della  Poetica,  hanno  fatto  stupire  il  mondo»,  e  quel  Mazzoni,  «  huomo,  se  mai  ne  fu  alcuno,  in  supremo  grado  scienziato,  cittadino  in  tutti  i  linguaggi,  maestro  perfettissimo  in  tutte  le  l'acuità:  che  tanto  sa,  di  quanto  si  rammemoria;  di  tanto  si  rammemoria,  (pianto  egli  ha  letto:  cotanto  ha  letto,  (pianto  oggi  si  truova  scritto,  al  quale  sia  sempre,  per  lo  nostro  maggior  poeta,   obbligata  la  patria  mia».   Nella  trattazione  di  queste  parti  del  discorso  ritornano,  per  altro,  le  infinite  e  complicate  classificazioni  e  distinzioni  che  ren-  dono la  morfologia  fastidiosa  e  difficile  e  di  scarsa  efficacia  al-  l'apprendimento della  grammatica.   Il  nome  è  diviso  secondo  la  sentenza  e  secondo  la  voce  :  sotto  questo  rispetto,  è  semplice  o  composto,  primitivo  o  derivato;  sotto  l'altro  sostantivo  o  adiettivo:  il  sostantivo  è  proprio  o  appellativo  e  questo  collettivo  o  no;  V  adiettivo  è  perfetto  e  ha  3  gradi  {posi-  tivo, comparativo ,  superlativo)  o  imperfetto,  e  si  divide  in  3  gruppi:  appartengono  al  primo  il  relativo,  il  rassomigliativo ,  il  renditivo,  V interrogativo,  il  dubitativo,  il  relativo  indefinito;  al  secondo  il  partitivo,  Y universale ,  il  partictdare,  il  distributivo ,  il  numerale  o  denominativo;  al  terzo  il  possessivo,  il  materiale,  il  locale  (patria,  nazione,  distanza).  Ha  tre  accidenti:  il  genere  (maschile,  femmi-  nile, neutrale,  comune,  dubbio,  indifferente),  il  mimerò  (singolare,  plurale  o  maggiore  ;  non  duale  altrimenti  ci  dovrebb'esser  il  triale,  il  quattrale,  il  cinqualé),  il  caso  (uno  pel  singolare,  uno  pel  plurale).  Si  declina  in  quattro  modi  :  a)  maschili  sing.  -a,  pi.   -i;  b)  femminili,  -a,  -e;  e)  comuni,   -e,  -i;  d)  comuni,  -o,  -i.   L ' accompagnaìiome  sarebbe  l'articolo  indeterminativo  uno,  una.   Quasi  un  cento  pagine  (68-154)  son  dedicate,  al  solito,  al-  X articolo,  il  cavai  di  battaglia  di  tutti  i  maggiori  grammatici  del  Cinquecento.   Il  Salviati  ne  ragiona  in  due  pagine  con  gran  solennità  la  definizione  ;  polemizza  contro  chi  non  lo  vorrebbe  in  italiano,  non  essendoci  nel  latino  che  è  lingua  più  nobile  :  ne  spiega  la  forza,  V ufficio,  V opera,  che  è  di  «  determinare  la  cosa  precisa-  mente....e  di  tutta  insieme  abbracciarla».  E  qui  spiega  un'in-  finità di  sottili  distinzioni,  indulgendo  a  quel  fine  senso  estetico    232  Storia  della   Grammatica   formale  di  cui  ho  parlato  più  sopra.  Ripiglia  la  questione  del  mortaio  della  pietra,  affermando  che  nessuno,  insomma,  fin  qui  ebbe  confutato  in  ptibblico  il  Bembo.  Neppure  il  Castelvetro?  Eppure  spesso  il  Salviati  si  ferma  a  discuter  col  critico  mode-  nese, del  quale  non  ha  certo  la  sottile  e  abbondante  dottrina  filologica    il  metodo.   L'opera  del  Salviati  suscitò  un  vero  entusiasmo  al  suo  tempo,  e  il  Lombardelli,  che  fu  quasi  sempre  il  fedele  interprete  del-  l'opinione comune,  cosi  ne  discorse  ne'  suoi  Fonti:  «Il  Salviati  ha  ritrovati  i  principi,  le  parti  e  gli  ornamenti  di  questa  lingua;  et  ha  scoperto  i  modi,  e  le  strade  vere  di  conoscerla,  d'affinarla  e  di  tenerla  in  riputazione.  Nel  I  volume  scioglie  molti  bellis-  simi dubbi;  fa  la  censura  degli  scrittori  antichi,  e  tratta  nobil-  mente i  fondamenti  più  generali  della  lingua.  Ne'  due  primi  libri  del  II  volume  tratta  del  Nome,  Accompagnanome ,  Articolo  e  Vi-  cecaso, con  tal  copia,  e  spirito,  e  vivacità,  e  chiarezza;  che  ne  fa  desiderar  di  veder  trattate  con  la  medesima  felicità  l'altre  parti.  Queste  e  l'altre  scritture  sue,  dove  si  tratta  di  teorica,  pos-  sono arrecar  giovamento  aiuto  e  forza  tanto  maggiormente,  quanto  più  fiero  sarà  l'intendimento  di  chi  si  metterà  a  studiarla,  ed  a  trarne  frutto.  Non  tacerò  che,  a  chi  legge,  oltre  a  quel  che  im-  para capo  per  capo  e  parte  per  parte,  se  gli  affina  a  maraviglia  il  giudizio  di  maniera  che  può  aspirare  alla  perfezion  dell'intender  gli  Autori,  del  parlar  bene,  e  dello  scriver  con  lode  »  (p.    55).   Quest'affinamento  di  giudizio  veniva  certamente  prodotto  in  altrui  dal  Salviati  appunto  con  quel  suo  discuter  parte  per  parte ,  capo  per  capo,  gli  esempi  addotti  in  gran  copia,  secondo  il  suo  fine  sentimento  formale.  Di  modo  che,  sia  per  questo  sia  per  esser  fondata  la  sua  trattazione  sopra  la  critica  e  l'esegesi  del  testo  decameronico,  cioè  sopra  una  base  concreta,  sia  ancora  per  la  infinita  serie  di  regole,  il  Salviati  più  che  una  grammatica  nel  senso  pedantesco  e  scolastico  della  parola,  in  questi  suoi  Avver-  timenti ci  ha  porto  un  esempio  notevole  della  larghezza  con  cui  dovrebbe  esser  condotto  l'insegnamento  grammaticale,  mentre,  dall'altro  canto,  ha  sviluppato  il  corpo  della  grammatica  in  siffatto  modo,  che  il  progresso  del  disfacimento  ne  veniva  certamente  accelerato  (').    (')  Il  Salviati,    a  cui    dobbiamo   anche   oltre    un    giudizio  alcune  aii7iotazioni  tra  linguistiche  (.•  grammaticali  sul  Pastor fido  del  Marini,    Capitolo  settimo  233   Ma  l'ammirazione  non   fu   senza  contrasti.   Accennerò  alla  polemica  che,  un  anno  dopo  la  pubblicazione  del  secondo  volume,   s'accese  tra  il   Papazzoni  e  il   Beni.   Il  primo  nella  sua  Ampliazione  della  lingua  volgare    fon-  data parte  in  ragion  chiarissima,  e  parte  in  autorità  d'autori  principali  >>)  ('),  rimproverò  al  Salviati  il  modo  onde  aveva  le-  giferato intorno  alla  grammatica  e  la  corruzione  fatta  del  testo  boccaccesco.  Gli  rispose  nell'anno  medesimo  il  Pescetti,  uno  dei  più  litigiosi  grammatici  che  abbia  avuto  l'Italia.  Era  di  Marradi  dalla  diocesi  di  Faenza  passata  alla  signoria  de'  Fio-  rentini :  un  toscano  un  po'  bastardo,  dunque.  Insegnò  gramma-  tica a  Verona,  dove,  un  anno  dopo  della  polemica  col  Papazzoni,  s'attaccò  con  Giandomenico  Candido  per  la  Difesa  della  Zeta,  intorno  a  cui  aveva  pubblicato  un'operetta  il  Lombardelli,  e  la  contesa  si  fece  così  accanita,  che  dovette  mettersi  in  mezzo  Valerio  Palermo  dirigendo  una  lettera  latina  ad  ambedue  (2).  Il  Papazzoni  replicò  ancora  con  una  Apologia  in  difesa  dell' Am-  pliazione contro  r  opposizione  del  signor  O.  P.  (3).   Ma  ormai  divampava  la  tremenda  contesa  tassesca,  a  cui  prese  parte  quasi  tutta  l'Italia  e  le  piccole  gare  grammaticali  e  ortografiche  perdettero  il  loro  interesse.  Sicché,  rimase  senz'eco  anche  il  dialogo  di  Pierantonio  Corsuto,  //  Capece  ovvero  le  Riprensioni,  diretto  contro  gli  Avvertimenti  del  Salviati.  Non  solo,   ma  anche  la   produzione    grammaticale  ora  diminuì,    intese  alla  compilazione  non  solo  di  quello  dell'Accademia,  ma  d'un  suo  proprio  Vocabolario,  che  però  non  vide  mai  la  luce.  In  una  di  quelle  annotazioni,  egli  stesso  dice:  «Tutto  che'  io  m'  assicuri  d'af-  fermarlo assolutamente  senza  vedere  la  bozza  del  mio  imbastito  Voca-  bolario, il  quale  ora  non  ho  appreso,  crederei  all'improvviso  che  di  fora  per  fosse  o  per  fossi,  non  vi  abbia  esempio  sicuro....»  Prose  inedite  del  Cav.  Leonardo  Salviati  raccolte  da  Luigi  Manzoni,  Bo-  logna, 1873,  pp.  99-100.   Sembra  ormai  fuor  di  dubbio  che  del  Salviati  sia  il  Discorso  nel  quale  si  /nostra  l'in/perfezione  della  Commedia,  diffuso  ms.  piu tardi pubblicato.  Cfr.  Flamini,  Avviamento  allo  studio  della  D.  C,  Livorno,    1906,   p.   106.   (')  In  Venezia  per  Paolo  Meietti,   1587,  8°.   (2)  Epistola  lalerii  Palermi  ad  Orlandum  Pescettium,  et  Io.  Do-  minicum  Candiduiu  de  uso  litterae  Z  disceptantes,  In  Verona,  presso  Girolamo  Discepolo,   nel   1588,  40.   In  Padova,  per  Paolo  Meietti,   1587,  8°.    234  Storia  della   Grammatica   tanto  che  avremo  quasi  da  arrivare  al  Buommatteri  per  ritovare  un  corpo  di  regole  da  gareggiare  con  gli  Avvertimenti  e  le  altre  fondamentali  opere  grammaticali  del  Cinquecento.  Il  s££q1ol_sì  chiudeva  con  la  ristampa  delle  Osservazioni  del  Dolce  (1597),  e  l'altro  si  apriva  con  la  compilazione  del  Vocabolario  della  Crusca.   Più  gravi,  per  la  competenza  e  l'autorità  di  chi  li  moveva,  e  un  più  vivo  clamore  avrebbero  suscitato,  se  espressi  in  pub-  blico, gli  appunti  che  contro  gli  Avvertimenti  rivolse  il  Corbi-  nelli  nelle  molte  lettere  dirette  al  suo  amico  Pinelli,  tra  le  quali  ha  così  proficuamente  spigolato  il  Crescini  (').   Il  Corbinelli,  che  aveva  avuto  il  Salviati  «  quasi  scolaro  a  Firenze,  havendo  il  medesimo  homore  da  giovinetti  »,  non  con-  fidava troppo  nella  valentia  linguistica  del  Salviati,  che  giudica  uomo  di  «non  grandi  spiriti,  ma  diligenti,  giuditio  mediocre  »,  «  sofisticuzzo  nelle  sue  cose  »,  e  torna  a  qualificare,  dopo  lettine  gli  Avvertimenti,  «  vago  di  non  lasciar  nulla  indetto  »,  incline  a  «  spezzare  il  cervello  in  minutar  mille  e...  nerie  »  ('),  princi-  palmente per  «  una  sostanziale  differenza  circa  i  criteri  e  al  me-  todo, coi  quali  condurre  lo  studio  della  nostra  lingua  »  (8).  Il  Salviati,  come  pareva  anche  al  Corbinelli,  tirava  di  lungo  e  non  vedeva  più  oltre  che  la  lingua  sua;  il  Corbinelli,  conscio  della  «  sororità  o  fratellanza  delle  due  lingue  cioè  franzese  et  ita-  liana »,  convinto  «  che  dalle  lingue  barbare  [francese,  proven-  zale] noi  haviam  ritenuto  una  infinità  di  cose  :  et  che  bisogna  saperle  per  volere  fare  il  grammatico  :  non  dico  per  scrivere  »,  procedeva  nell'  indagine  linguistica  col  metodo comparativo,  non  per  proporre  niente  da  imitare  e  odiando  le  regole  (%):  l'uno  era  un  empirico  precettista,  l'altro  uno  storico  comparatore.  Che  il  Corbinelli,  anche  non  spiegando  esattamente,  come  gli  accadde  spesso,  le  forme  linguistiche  nella  loro  formazione  storica,  po-  tesse aver  buon  giuoco  sul  Salviati  per  ciò  che  riguarda  questo    (')  Per  gli  studi  romanzi  cit.,   p.    194  sgg.   (-)  In  Crescini,  op.  cit.,  p.  194,  195,  204,  206.  Col  Salviati  il  Corbinelli  appaiò  il  Muzio,  di  cui  così  scrisse:  «Io  lo   trovo  quasi  quanto  il  Salviati  et    bene  egli  è  ignorante  nella  maggior  parte  delle  cose,  ancor  si  ha  egli  osservate  molte,  se  non  altamente,  curiosamente,  et  bene  mi  piace,  che  e'  dice  volentier  male.  V'ho  trovato  il  mio  po-  vero  Corbaccio  ».   Iòid.,   p.   208.   (3)  Crescini,  op.  cit.,  p.   194,   (')  In  Crescini,  op.  cit.,  p.  205,   194,   1S9,  209,  20S.    Capi/o/o  settimo  235    aspetto  del  problema  della  lingua,  è  più  che  naturale  (')  ;  mala  presunzione  che  il  Salviati,  perchè  non  intendente  del  francese  e  del  provenzale,  dovesse  essere  impari  al  suo  compito  che  era  di  grammatico  normativo  e  non  di  storico,  è  illegittimo,  poiché  i  due  punti  di  vista  sono  protondamente  diversi:  con  l'uno  si  descrive  la  lingua  quale  fu  prodotta  e  fissata  nella  scrittura,  con  l'altro  si  compie  uno  sforzo,  per  quanto  disperato,  di  appren-  derne il  valore  espressivo:  con  l'uno  si  lavora  in  un  piano,  con  l'altro  in  un  altro,  pur non  disconoscendosi  che  la  grammatica  normativa,  in  quanto  espediente  didattico,  sarà  tanto  più  effi-  cace quanto  più  fedelmente  elaborerà  le  sue  regole  sui  risulta-  menti  dell'  indagine  storica.  Il  Corbinelli  odia  le  regole,  perchè  il  suo  è  un  interesse  storico,  e  «  come  egli  trova  i  libri  scritti  variare,  così  stima  queste  cose  indifferenti,  et  se  in  parlando  suol  dire  et  udire  '  andavo  '  ,  '  facevo  '  ,  '  stavo  '  ,  tanto  scriverà  così,  se  la  penna  harà  fatto  un  v  òvofiàrcìv)  »  ;  questioni  agitate  confusamente  e  «che    (')  Alcune  linee  di  questo  brevissimo  riassunto  della  storia  della  grammatica  presso  i  Greci  toljjo  dalla  Histoirc  de  la  Littérature  grecque  par  Alfred  et  Maurice  Croiset,  Paris,  1S95.    Per  maggiori  e  più  sistematiche  informazioni,  oltre  l' Egger  che  citiamo  più  innanzi,  H.  Steinthal,  Geschichte  der  Sprachwissenschaft  bei  den  Griechen  uud  Romeni  mit  besonderer  Riieksicht  auf  die  Logik,'-  Berlino,   1890-1.   Y.  l'interpretazione  del  Benfev,  accettata  dal  Bonghi,  nel-  V Appendici'  seconda  al  Cratilo  in  Dialoghi  di  Plafone  tradotti  da  Rug-  gero Bonghi,  voi.  V,   Roma,   1S85,  pp.  404-10.    Capitolo  ottavo  243    hanno  il  loro  monumento  nell'oscuro  Cratilo  platonico,  che  sembra  ondeggiare  tra  soluzioni  diverse  »  (').  Poco  o  nulla  progredì  la  teoria  grammaticale  coi  teorici  della  grande  eloquenza  attica  e  gli  storiografi  che  s'informarono  ai  loro  principi  e  imitarono  i  grandi  oratori,  sebbene  un  d'essi,  Eforo,  scrivesse  anche  un  trat-  tato sullo  stile  (jtsqì  Àé^eoc;),  come  nessun  impulso  era  venuto  alla  grammatica  dai  primi  retori  siciliani.  Ln_ Aristotile  la  teoria  gram-  maticale si  congiunge  ancor  più  direttamente  e  intimamente  con  la  logica  che  non  con  la  retlorica  e  la  poetica,  dove  ne'  rispettivi  capitoli  sull'elocuzione,  pur  si  parla  di  parti  del  discorso.  Nella  Rettorica  (1.  IID,  affermato  che  il  principio  della  buona  locuzione  è  la  correttezza,  si  spiegano  i  vari  modi  di  conseguirla,  che  sono:  1.  collocar  bene  le  congiunzioni;  2.  usare  i  nomi  propri  e  non  circoscritti;  3.  non  usare  i  dubbi;  4.  dare  a  ciascuno  il  suo  ge-  nere, maschile,  femminile  e  neutro;  5.  dare  il  numero  suo,  sin-  golare, duale,  plurale.  Nella  Poetica,  tutto  un  capitolo  (il  XX),  che  sembra  a  ragione  interpolato  (2),  è  dedicato  alle  parti  del-  l'orazione, che  sarebbero:  lettera  o  elemeyito,  sillaba,  congiun-  zione,  nome,  verbo,  [articolo],  caso,  orazione.  Ma  le  vere  categorie  grammaticali  che  Aristotile  realmente  e  in  modo  chiaro  elaborò,  sono  il  no7ne  e  il  verbo,  i  due  termini  della  proposizione  enun-  ciativa,  di  cui  tratta  nei  pochi  capitoletti  jtvoì  'Eoneveiag  (De  in-    (')  Croce,  Estetica  cit. ,  p.   176.   •)  Tale  lo  giudica  l'ultimo  editore  della  Poetica  aristotelica,  che  espunge  anche,  come  interpolazione  nel  brano  interpolato,  la  categoria  dell'articolo  (òodQOv).  V.  The  Poetics  of  Aristotle  edited  with  criticai  notes  and  a  translation  by  S.  H.  Butcher,  London,  1902,  pp.  70-76.  Osservo  che  l' interpolazione  del  paragrafo  era  stata  già  avvertita  dal  Barthélemy  Saint-Hilaire,  ma  con  una  considerazione  che  non  ci  sembra  del  tutto  opportuna.  Il  gran  divulgatore  d'Aristotile  osserva  infatti  «  que  toutes  ces  théories  [quelle  sull'elocuzione],  d'ailleurs  très  contestables,  quand  elles  ne  sont  pas  tout  à  fait  erronées,  sont  très-déplacées  dans  un  ouvrage  tei  que  celui-ci.  Cesi  de  la  gram-  maire ;  ce  n'est  plus  de  la  poétique.  Je  n'  hésite  pas  à  déclarer  qu 'elles  ne  peuvent  ètre  d'Aristote,  et  je  me  fonde  surtout  pour  les  repou-  sesser  sur  V Herménéia,  qui  prouve  une  connaissance  de  ces  matières,  si  ce  n'est  plus  étendue,  du  moins  beaucoup  plus  exacte.  Les  cha-  pitres  qui  vont  suivre  [XX  sgg.]  sont  donc  une  interpolation  ».  Poé-  tique d'Aristote  trad.  en  fr.  et accomp.  de  notes perpètuelles  par].  Bar-  thélemv  Saint-Hilaire,  Paris,  185S,  p.  104.  De',  meriti  del  nostro  Castelvetro  sotto  il  rispetto  della  critica  del  testo,  s'è  già  accennato  e  torneremo  qui  a  darne  altre  prove.    244  Storia  della  Grammatica   terpretatione ,  o  Della  proposizione ,  secondo  è  stato  tradotto  il  vocabolo).  Uno  svolgimento  ancor  più  considerevole  che  in  Ari-  stotile ebbe  la  grammatica  dalla  dialettica  degli  stoici,  pe'  quali  la  logica  era  la  scienza  preliminare  delle  condizioni  della  cono-  scenza o  del  metodo,  e  che  si  servirono  del  linguaggio  per  deter-  minare le  leggi  che  segue  la  ragione  :  essi  conobbero  cinque  parti  del  discorso,  nome,  pronome,  verbo,  avverbio,  congiunzione.  Fondata  la  Biblioteca  d'Alessandria,  con  tante  opere  da  curare  e  studiare,  segnatamente  i  poemi  omerici,  l'elaborazione  della  grammatica  ebbe  la  spinta  verso  il  suo  completo  assetto  con  le  dispute  suW  analogia  e  V anomalia.  Aristofane  di  Bisanzio  volle  vedere  in  tutti  i  fatti  linguistici  una  razionale  regolarità,  e  si  diede  a  svolgere  la  declinazione  greca  per  darne  la  prova  con-  vincente, seguito  da  Aristarco  che  ne  divenne  un  caldo  sostenitore:  Crate  di  Mallo,  uno  stoico  condotto  dalla  sua  stessa  filosofia  agli  studi  grammaticali  seguendo  Crisippo,  sostenne  invece  la  teoria  dell'irregolarità  grammaticale.  La  conclusione  della  disputa  fu  come  sappiamo,  l'accettazione  del  principio  della  recta  coìisìictu-  dine,  cioè  della  «  contradizione  organizzata  »  (').  Chi  sistemò  tutta  la  scienza  grammaticale  dell'antichità  fu  Dionigi  Trace,  la  cui  Tèyyr)  yQajufiaxatr}  tenne  il  campo  per  oltre  due  secoli  fino  ad  Apol-  lonio Discolo,  compendiata,  commentata,  amplificata.  Per  dare  un  esempio  dello  spirito  ancor  tutto  greco  sottile  e  classificatorio  di  Dionigi,  è  stato  già  osservato  che  egli  coniuga  anche  le  forme  verbali  logicamente  corrette,  benché  non  usate.  I  Romani,  di  questo  periodo,  copiarono  i  Greci:  Varrone  è  sotto  l'influenza  della  disputa  tra  analogisti  e  anomalisti,  nella  quale  non  riesce  a  veder  chiaro.  La  sofistica  ebbe  ancora  un'ultima  e  non  meno  forte  efficacia  sulla  grammatica,  con  Apollonio,  il  quale  si  sforza  di  darle  un  carattere  scientifico,  rapportando  ogni  singolo  fatto  lin-  guistico a  una  legge  logica.  Egli  sostiene  il  principio  che  ogni  parte  del  discorso  procede  da  un'idea  che  gli  è  propria  :  'Ekclotov  òè  ui'Tox'  è§  ìòiag  èvvoiag  àvàyeuai,  e  vi  fonda  su  tutta  una  nuova  sintassi  di  reggimento,  che,  accettata  poi  dai  grammatici  romani,  segnatamente  da  Prisciano,  ritornò  quasi  integra  dopo  la  de-  formazione che  n'ebbe  fatto  il  Medioevo,  al  Rinascimento,  e  in  molti  particolari  accolta  dai  Portorealisti  e  dai  gramma-  tici   logici  dell'Enciclopedia,  rimane  ancora,   con  le   debite  mo-   (')  Croce,  Estetica  cit. ,  p.  498.    Capitolo  ottavo  245    dificazioni  che  il  tempo  apporta,  in  tutta  la  grammatica  mo-  derna (').  Ma,  com'è  stato  ben  osservato,  Apollonio,  non  fon-  dando la  sintassi  sullo  studio  della  proposizione,  ma  sulle  sin-  gole categorie  grammaticali,  non  ha  costruito  una  grammatica  filosofica.  Dopo  di  lui  (sec.  II)  fino  appunto  a  Prisciano  (sec.  VI)  la  grammatica  ebbe  dai  trattatisti  romani  vari  rimaneggiamenti,  ma  nella  sostanza  non  fu  modificata  ('")•  Con  Donato  (sec.  IV),  il  più  metodico,  e  Prisciano,  il  più  infuso  di  spirito  "filosofico,  servì  al  Medioevo  e  risorse  tal  quale  nel  Rinascimento,  che,  come  abbiamo  già  visto  sull'esempio  del  Perotti,  congiunse  Donato  e  Prisciano,  perduta  però  ogni  coscienza  dell'origine  della  funzione  delle  categorie.   Codesta  perdita  era  già  avvenuta  nel  Medioevo, Apollonio  ha  avuto  un  diligente  e  acuto  illustratore  in  un  grecista  di  gran  valore,  l'Egger,  il  quale  per  altro  lo  critica  dal  punto  di  vista  della  grammatica  generale  quale  era  stata  sistemata  in  Francia.  V.  Apollonius  Dy scole.  Essai  sur  l'histoire  des  thèories  grammaticales  dans  l'antiquitè  par  E.  Egger,  Paris. À  part  des  erreurs  de  détail  qui  seront  relevées  dans  les  cha-  pitres  suivants,  sa  classification  des  parties  du  discours  est,  en  ge-  neral, fort  louable,  parce  qu'elle  ne  méconnait  ni  l'unite  essentielle  de  la  proposition,  ni  la  variété  très-réelle  des  mots  qui  concourent  à  former  une  phrase.  Réduire  à  trois  les  parties  du  discours  sous  prétextes  que  la  proposition  n'a  que  trois  termes  élémentaires,  c'est  taire  abus  de  logique;  comme  se  serait,  en  quelque  sort,  faire  abus  de  grammaire  que  d'admettre  douze  ou  quinze  partie  du  discours  en  donnant  ces  nom  aux  espèces  secondaires  au  lieu  de  le  réserver  pour  les  véritables  genres.  L'observation  des  mots  et  l'analyse  des  idées,  la  grammaire  positive  et  la  logique  sont  deux  sciences  distinctes,  dont  l'alliance  produit  ce  qu'  on  appelle  la  philosophie  des  langues».  Pp-  73'4-  L'Egger  è  un  credente  nella  grammatica  e  anche  nella  lo-  gica formalistica:  come  non  si  abusi    della  grammatica    della  lo-  gica a  riconoscere  otto  o  nove  parti  del  discorso,  invece  di  tre  o  di  quindici,  è  un  segreto  che  sanno  solo  l'Egger  e  i  suoi  compagni  di  fede:  che  cosa  sia  poi  la  filosofia  del  linguaggio  fondata  sull'alleanza  della  grammatica  e  della  logica,  ci  è  ben  noto.   (2)  Un  particolare  contributo  all'elaborazione  della  grammatica  antica  avrebbero  recato  i  grammatici  romani  specie  per  ciò  che  con-  cerne la  sintassi  dei  casi,  secondo  il  Sabbadini,  Elementi  nazionali  nella  teoria  grammaticale  dei  Roma?ii,  in  Studi  di  filologia  classica,  XIV,  1906.  pp.  1 13-125,  dove,  anche  si  nega,  contro  il  Golling  [Ri-  storisene Grammatik  der  latemischen  Sprache,  III,  1-87)  che  la  riforma  della  grammatica  scolastica  latina  risalga  a  Guarino,  per  la  storia  delle  cui  Regole  il  Sabbadini  stesso  rimanda  al  suo  libro  La  scuola  e  gli  studi  di  Guarino  Guarirti  veronese,  Catania,   1886.    246  Storia  della  Grammatica   in  cui  logica  e  grammatica  si  disciolgono  dai  comuni  vincoli  onde  fin  dalla  nascita  s'erano  mantenute  legate  nei  grammatici  razio-  nali come  Apollonio,  per  sottomettersi  entrambe  a  un  processo  di  decomposizione  e  di  degenerazione  :  la  grammatica,  prima  delle  scienze  del  nuovo  canone,  e,  rimasta,  ne'  secoli  di  maggiori  tenebre,  quasi  l'unica  a  esser  coltivata,  diviene  un  campo  di  esercitazioni  pedantesche  e  di  polemiche  interminabili  su  argo-  menti oziosissimi  (se  tutti  i  verbi,  p.  es.,  abbiano  il  frequenta-  tivo; se  ergo  abbia  il  vocativo  ecc.)  (')  ;  la  logica,  analogamente,  che  pur  con  Aristotile  s'era  sollevata  alla  scoperta  di  principi  di  vero  carattere  scientifico,  ha  nella  scolastica  la  sua  massima  espansione  formale,  perdendo  tutta  la  vitalità  che  aveva  avuto  da  Aristotile,  il  quale  peraltro  rimase  al  giudizio  dei  critici  del  Rinascimento  il  responsabile  dello  strazio  che  s'era  poi  fatto  di  lui.  Contro  la  doppia  degenerazione  della  grammatica  e  della  lo-  gica sorsero  ben  presto  le  proteste.  Già  sulla  fine  del  Trecento  il  Rinuccini  aveva  lamentato  che  i  grammatici  passassero  tutto  il  loro  tempo  in  fantasticherie,  «lasciando  il  più  utile  della  gramma-  tica; lunga  da  se  la  fanno  lunghissima,  ma  la  significazione,  la  distinzione,  la  temologia  de'  vocaboli,  la  concordanza  delle  parti  dell'orazione,  l'ortografia,  il  pulito  e  proprio  parlare  litterale  niente  istudiano  di  sapere  »  (2).  Di  quelle  terribili  dispute  è  do-  cumento notissimo  il  Bellum  grammaticale ,  così  fortunato,  di  Andrea  Guarna  salernitano,  dove  quei  due  potentissimi  re  che  sono  il  nome  e  il  verbo  inter  se  contendtint  de  principalitate  ora-  tionis  (:ì).   Le  riforme,  già  in  qualche  modo  invocate  dai  corifei  [Testimonianze  varie  e  numerose  delle  lotte  tra  le  scuole  gram-  maticali del  medioevo  si  possono  raccogliere  nella  monografia  di  Paolo  D'Ancona,  Le  rappresentazioni  allegoriche  delle  arti  liberali  nel  m.-e.  e  nel  rinasc.,   in   L' Arte.  In  Wesselofskv,  //  Paradiso  degli  Alberti.  Ritrovi  e  ragio-  namenti del  1.389.  Romanzo  di  Giov.  da  Prato,  Bologna,  1867,  voli.  4:   I,   P-   45-   (Vi  Parisiis,  Ex  officina  Roberti  Stephani,  M  .  D  .  XXX  .  VI  (ma  la  prima  ed.  è  Parmae,  per  Fr.  Ugolettum  et  Octavianum  Salàdum):  a.  e.  3,  «  Griimaticale  bellum  nominis  et  verbi  regi!,  de  principalitate  orationis  inter  se  contendentium,  R.  D.  Andrea  Saler-  nitano patritio  Cremonensi  authore».  La  sentenza  della  lite  fu  che:  «  in  conficienda  solenni  oratione  uterque  Grammaticae  rex  cimi  suis  sequacibus  conveniat,  Verbum  scilicet  et  Nomen,  Participium,  Ad-  verbium,   Prepositio,   Interiectio,   et  Coniunctio.  In  quotidiana  vero  et    Capitolo  ottavo  247    dell'  Umanesimo  e  particolarmente  dal  Petrarca,  che  si  scagliò  contro  gli  scolastici  «  insanum  et  clamorosum  vulgus  »,  degeneri  d'Aristotile,  «  schiccheratori  di  frascherie  »,  guastatori  dell'inse-  gnamento elementare  (l),  furono  richieste  con  insistenza  nei  primi  anni  del  Cinquecento  :  esse  miravano  al  contenuto,  al  metodo  e  alla  lingua  dell'insegnamento  scolastico  della  logica  (~).  Il  Vives,  nel  II  libro  intitolato  Grammatica  della  sua  opera  De  causis  cor-  ruptarum  artìum  sosteneva  che  la  lingua  dovesse  esser  presa  dal-  l'uso vivo  (3).  Il  Ramus  lamentava  che  Varrone,  Prisciano,  Dio-  mede, Festo  non  si  leggessero  più,  e  di    raccontava:  «  Gram-  maticam  puer  miseris  adhuc  temporibus  et  dialecticam  fere  eodem  modo  doctus  sum,  disputando  de  praeceptis  et  altercando».  La  grammatica  poi  voleva  che  fosse  insegnata  sugli  scrittori:  «  nec    familiari  oratione,  soli  Nomen  et  Verbum,  onus  sustinebunt,  arces-  sentes  in  patrocinium  suum  quos  ex  suis  volent».  e.  35.  Qui  s'è  inteso  fare  all'ingrosso  una  distinzione  di  poesìa  e  prosa,  di  arte  e  pensiero,  di  fantasia  e  d'  intelletto,  insomma  della  funzione  estetica  e  della  funzione  logica,  su  questo  fondamento  vacillante,  sebbene  fosse  appunto  qui  da  fondare  la  distinzione,  che  il  parlare  artistico,  poetico,  sia  il  solenne ,  il  fuori  dell'ordinario,  e  il  prosastico,  non  artistico,  pu-  ramente logico,  il  quotidiano  e  familiare.    Altre  minori  sentenze  nel  Bellitm  riguardano  i  rapporti  tra  il  relativo  e  l'antecedente,  tra  l'ag-  gettivo e  il  sostantivo,  tra  il  reggente  e  il  termine  retto,  il  determi-  nante e  il  determinato,  la  orazione  perfetta  e  la  non  perfetta,  la  no-  vità, il  barbarismo,  ecc.  :  materia,  come  ognun  vede,  quasi  tutta  lo-  gica, che  ci  spiega,  confermando  la  nostra  tesi,  la  fortuna  del  libretto;  ristampato  spesso  (p.  es.,  Cremona,  1695),  fu  anche  tradotto  in  versi  {Race,  d'opusc.,  t.  II,  1779,  p.  84  sgg.),  e  in  sestine  anacreontiche  da  Angelo  Maria  Ricci,  Firenze,   1841.   (')  In  N.  Busetto,  Fr.  P.  satirico  e  polemista,  cit.,  pp.  8-9.   (2J  Cfr.  D.r  Giuseppe  Caldi,  La  critica  nel  sec.  XVI  contro  la  logica  aristotelica  e  l' insegnamento  scolastico,  Udine,  18 96:  le  citazioni  seguenti  del  Vives,  del  Ramus  e  del  Nizoli  son  prese  da  questa  espo-  sizione riassuntiva.   (3)  Il  Vives  fu  un  gran  propugnatore  del  metodo  pratico  nel-  l'apprendimento delle  lingue  (cfr.  De  studii  puerilis  ratione,  Oxoniae,  1523),  e  lo  applicò  in  un'opera  [Flores  italici  ac  latini  idiomatis  :  ho  l'edizione  di  Venezia),  che  ristampata  con  la  traduzione  nel  1779  (del  Carlini,  in  Venezia,  col  titolo  Colloquj  latini  e  volgari),  è  racco-  mandata in  nuova  veste  anche  oggi,  se  non  erriamo,  dal  Turri.  E  una  conversazione  perpetua  tra  maestro  e  discepolo  su  cose  e  fatti  della  vita  ordinaria  llevata  della  mattina,  il  primo  saluto,  l'accom-  pagnamento a  scuola,  quei  che  vanno  a  scuola,  la. lezione,  il  ritorno  a  casa  e  i  giuochi  de'  fanciulli,  la  refezione  scolastica,  ecc.).    248  Storia  della  Grammatica   grammaticam  puerum  solis  grammaticae  praeceptis  futur.um  pu-  tamus  ;  sed  exemplis  poétarum,  oratorum  omnium  denique  ho-  minum  pure  et  latine  loquentium  eognoscendis  imitandis».  Anche  il  Nizoli  raccomandava  lo  studio  della  grammatica  e  della  ret-  torica  senza  cui  omnis  doctrina  est  indocta  et  omnis  eruditio  ine-  rudita, e  confrontandole  con  la  dialettica  e  la  metafisica  diceva:  «  grammaticae  et  rhetoricae  praeceptiones  ac  traditiones  sunt  multo  veriores  dialecticis  et  metaphysicis,  et  omnino  ad  veritatem  investigandam,  recteque  philosophandum  longe  utilior  magisque  necessaria  est  grammaticae  et  rhetoricae  cognitio  quam  dialecticae  et  metaphysicae  ».  L'anno  (1536)  in  cui  «  il  Ramus  otteneva  il  grado  di  professore  nell'Università  di  Parigi,  sostenendo  vitto-  riosamente la  tesi  che  le  dottrine  di  Aristotile,  nessuna  eccet-  tuata, erano  false,  »  e  in  cui  in  Italia  si  pubblicava  la  Poetica  nel  testo  greco  dal  Trincaveli,  nella  versione  latina  del  Pazzi,  «  può  essere  riguardato,  »  ha  ben  osservato  lo  Spingarn,  «  come  il  principio  della  supremazia  di  Aristotele  in  letteratura  e  del  declinare  della  sua  autorità  dittatoria  in  filosofia  »  (').  Con  la  Poetica  aristotelica,  come  poco  appresso  con  la  sua  Retorica,  ri-  sorgeva appunto  la  critica  delle  categorie  grammaticali,  che  ave-  vano nell'una  e  nell'altro  la  loro  descrizione  :  nei  medesimi  anni  si  ripubblicava  il  De  iyiterpretatione  ("),  già  diffuso  con  lunghis-  simi commenti  per  le  stampe  sul  finire  del  Quattrocento,  e  con  esso  medesimamente  era  ripresentata  alla  disputa  la  teoria  della  proposizione.  Nelle  versioni  ed  esposizioni  di  queste  opere  ari-  stoteliche viene,  come  dicevano,  esaurito  quell'interesse  per  la  grammatica  generale  che  abbiam  visto  mancare  alle  grammatiche  empiriche:  e  i  medesimi  problemi,  benché  sotto  altra  forma,  ci  ritroviamo  dinanzi  con  lo  Scaligero  (1540)  e  il  Sanzio  (fine  sec.  XVI)  critici  della  grammatica  tradizionale  latina,  e  rappre-  sentanti d'un  aristotelismo  ammordernato.   La  differenza  tra  le  opere  critiche  anteriori  o  estranee  alla  diffusione  dei  testi  aristotelici  e  delle  loro  versioni  e  quelle  posteriori,  e  che  ne  subirono   gli    effetti,    è    sensibilissima.    Ba-    (')  Op.  cit. ,  p.   132.   (1  Magentini  in  Aristotelis  librum  de  interpretatione  explanatio  Joanne  Baptista  Rasarlo  interprete,  Venetiis  apud  Hieronymum  Scotum. Aristotelis  jtsqì  'JEQfirjveias,  hoc  est,  de  interpretatione   liber,   a  magno  Angustino  Nipho  Philosoplw  Suessano  interpreta tus  et  expositus,  Venetiis,  apud  Octavianum  Scotum  D.  Amadei.] sterà  addurre  qualche  esempio.  Un  testo  di  rettorica  che  veniva  ristampato  intorno  agli  anni  in  cui  si  ripubblicavano  i  testi  della  poetica  d'Aristotile,  è  la  Retorica  di  Ser  Rrtinetto  Latini  in  volgar  fiorentino  (').  Orbene,  la  trattazione  gramma-  ticale di  codest' opera  è  ridotta  a  semplici  accenni.  Nel  «  Libro  primo  della  inventione  over  trovamento  di  M.  T.  C.  tradotto  e  comentato  in  volgare  fiorentino  per  Ser  Brunetto  Latini  Citta-  dino di  Firenze  »  è  detto  :  «  Dittare  è  uno  diritto  et  ornato  trat-  tamento di  ciascuna  cosa  convenevolmente  a  quella  cosa  aconcia.  Questa  è  la  diffinitione  del  dettare,  e  perciò  convien  intendere  ciascuna  parola  d'essa  diffinitione.  Onde  nota  che  dice  diritto  trattamento,  -perciò  che  le  parole  che  si  mettono  in  una  lettera  dettate  debbono  essere  messe  a  diritto    che  s'accordi  il  nome  col  verbo,  e  '1  mascolino  col  feminino,  e  '1  plurale,  e  '1  singo-  lare, e  la  prima  persona,  et  la  seconda,  et  la  terza,  et  l'altre  cose  che  s'insegnano  in  grammatica,  delle  quali  lo  sponitore  dirà  un  poco  in  quella  parte  del  libro,  che  sia  più  auenante,  et  questo  diritto  trattamento  si  richiede  in  tutte  le  parti  di  retorica  di-  cendo, et  dictando  »  (z).  E  al  luogo  indicato  l'esposizione  va  ve-  ramente poco  più  in    di  queste  semplici  linee  della  sintassi  di  concordanza:  tutto,  come  si  vede,  si  riduce  all' affermazione  del  principio  della  rettitudine:  è  il  principio  grammaticale  puro  e  semplice  della  antica  rettorica  di CICERONE (si veda)  quale  conserva il  medioevo,  senza  che  tra  esso  e  IL FONDAMENTO RAZIONALE (“logico”) DEL DISCORSO – Grice – è avvertito  alcun  altro  nesso  e  sia  affatto  accennato  il  problema  delle  CATEGORIE  grammaticali  e  sintattiche e MORFO-SINTATTICHE. Medesimamente nelle divisioni  della  Poetica  di TRISSINO (si veda) apparse  in  luce  nel  1529  (:ì),  dove  si  seguono  ALIGHIERI (si veda)  e  Antonio  da  Tempo  (Aristotile,  qui  semplicemente  nominato  per  la  definizione della  poesia,  è  invece  il  maestro  seguito  nella  quinta  e  sesta  divisione,  edite  nel  63),  la  trattazione  grammaticale  non [Stampata  in  Roma  In  Campo  di  Fiore  per  M.  Valerio  Dorico,  et  Luigi  fratelli  Bresciani. Il  testo  è  corredato  di  un'esposizione  marginale. K. In  Vicenza  per  Tolomeo  Janiculo.  Nel  MDXIX,  Di  Aprde. La  quinta  e  la  sesta    divisione    della  poetica  di Trissino.  In   Venetia,  appresso  Andrea  Arrivabene.  «...e  non  mi  par-  tirò dalle  regole,  e  dai  precetti  de  gl’antichi,  e  spetialmenK'  di  Aristotele nel LIZIO, il  quale  scrive  di  tal  arte  divinamente.] si  distende  molto  di  più  che  nel  De  vidgari  eloqueyilia,  mentre  è  assai  più  sviluppata  quella  della  scelta  delle  parole.  Illustrata la  elezione,  che  fa ALIGHIERI (si veda)  de  le  parole,  che  si  denno  usare  ne  le  canzoni:  la  quale  ne  in  tutto  loda  ne  in  tutto  vitupera  »,  espone  «  la  particolare  elezione  »  che  egli  ha  escogitato,  le  varie  «  forme  del  dire  »  (chiarezza,  grandezza,  bellezza,  velocità,  co-  stume, verità,  artificio),  che  si  debbono  adoperare,  e  «  le  pas-  sioni de  le  parole  »,  che  è  materiale  .grammaticale,  e  che  non  son  altro  che  le  quattro  tradizionali  figure  grammaticali  :  «  So-  prabondantia,  mancamento,  mutazione  e  trasposizione  »  (Div.  I).  A  proposito  «  de  le  rime  »  (Div.  II),  tratta  a)  de  le  lettere  ;  b)  de  le  sillabe  ;  e)  de  li  accenti  (*).  Nella  terza  divisione    De  l'accordar  de  le  desinenzie  »)  e  nella  quarta  (Del  Sonetto,  delle  Ballate,  delle  Canzoni,  de'  Mandriali,  de'  Sirventesi),  nulla  vi  ha,  naturalmente,  di  grammaticale.  Viceversa  nella  quinta  e  sesta,  «  le  quali  trattano  della  inventiva  della  Poesia,  e  della  sua  imi-  tatione,  e  dei  modi,  coi  quali  si  fa  la  detta  poesia,  cioè  della  Tragedia,  dello  Heroico,  della  Comedia,  della  Ecloga,  delle  Canzoni  e  Sonetti,  e  d'altre  cose  simili  »,  ritorna,  certo  per  effetto  del  maggiore  svolgimento  che  la  teoria  dell'elocuzione  aveva  ormai  avuto,  a  parlare  «  più  ampiamente  »  de  «  le  con-  versioni, e  le  figure  del  parlare,  di  quello  che  nella  Tragedia  havemo  fatto,  la  qual  cosa  apporterà  molta  utilità,  et  ornamento  a  tutti  i  poemi,  che  havemo  detto,  e  che  dicemo  ».  Così  tratta  delle  «  conversioni  [tropi]  delle  parole  »  (onomatopeia,  epiteto,  catacresi,  metafora,  metalepsi,  sinecdoche,  metonimia,  antino-  masia,  antifrasi,  ecfrasi),  e  delle  «  conversioni  della  construttione»  (figure:  pleonasmo,  perifrasi,  iperbato,  parembola,  pallilogia,  epanafora,  epanodo,  homoteleuto,  pariso,  paronomasia,  elipsi,  asindeto,  asintacto,  che  si  ha  scambiando  il  genere  de'  nomi,  il  numero  (Enalage),  spetie  e  casi,  congiunzioni,  preposizioni,  adverbi,  lasciando  preposizioni  ecc.,  benché  «  queste  cose  si  po-    (')  «  Io  sono  stato  un  poco  diffuso  in  questi  toni,  perciò,  che    come  i  Latini,  et  i  Greci  governavano  i  loro  poemi  per  i  tempi,  noi,  come  vederemo,  li  governiamo  per  li  toni;  benché,  chiunque  vorrà  considerare  la  lunghezza,  e  brevità  di  alcune  sillabe,  così  gravi,  come  acute,  trarrà  molta  utilità  di  tal  cosa,  e  darà  molto  ornamento  a  li  suoi  poemi».  Qui  è  come  un  germe  della  dottrina  del  Tolomei  su  la  nuova  poesia,  quale  espose  dieci  anni  dopo.] trebberò  anchora  riferire  all’elipsi,  facendo  apostrophe  ecc.,  prosopopeia,  diatyposis,  ironia  (e  sarcasmo),  allegoria,  iperbole). Così  nella  Dichiaratione,  onde SEGNI (si veda)  accompagna  la  sua  versione  ITALIANA  della  Rettorica  e  della  Poetica  d'Aristotile,  già  si  avvertono  tracce  d'  un  maggior  interesse  per  le  categorie  grammaticali  e  sintattiche e MORFO-SINTATTICHE.   Qui  cade  in  acconcio  un'osservazione.  Il  Barthélemy  Saint-  li  ilaire,  per  impugnare  l'autenticità  di  quella  parte  della  poetica  aristotelica,  dove  si  tratta  della  locuzione,  ha  detto,  come  s'  è  visto,  che  ce  n'est  plus  de  la  poetique,  c’est  de  la  grammaìre. Ma  tale  considerazione  muove  dal  pressupposto  che  l'espressione  linguistica  è di  esclusiva  pertinenza  della  logica,  mentre,  se  la  grammatica  non  è  ne  la  logica    l'estetica,  in  quanto  materiale espressivo,  è  di  pertinenza  d'entrambe.  Questo  spiega  come  (sia  o  non  sia,  così  come  e'  è  pervenuto,  d’Aristotile,  il  brano  che  si  giudica  interpolato)  il  filosofo,  che  fa  un’osservazione  capitale  circa  l'esistenza  di  altre  proposizioni,  oltre  l’emendative  esprimenti  il  vero  e  il  falso  (logico),  che  non  dicono    il  vero    il  falso  (logico),  come  l'espressioni  delle  aspirazioni  e  dei  desideri  (£##»))  e  che  son  perciò  di  pertinenza  non  già  dell'esposizione logica,  ma  della  poetica  e  della  rettorica (:i),  spiega,  dicevo, come  il  filosofo  tanto  nella  poetica  e  nella  rettorica  qifanto  nella  logica è  tratto  a  occuparsi  in  quelle  d’analisi  grammaticale-rettorica,  in  questa  di  analisi  logico-grammaticale,  nelle  proporzioni  e  differenze  volute  da  quelle discipline – o rami della filosofia -- particolari.  Infatti nella  poetica,  la  disciplina o rama della filosofia  dell'arte  pura,  sono  formate  con  maggior  compiutezza  le  parti  di  tutta  la  locuzione   non  senza  accennare  alla bontà  della  locutione  (barbarismo – solecismo, malaprop – A nice derangement of epitaphs --,  METAFORA –you are the cream in my coffee -- ,  nome  ornato,  nome  proprio – Fido -- ,  allungamento,  concisione  e  cambiamento del  nome). Nella  rettorica,  la  disciplina o rama della filosofia  della  parola  ornata  in  servizio  della  mozione  degl’affetti  -- prottesi di H. P. Grice -- e  della  persuasione,  s' illustra con  egual  compiutezza  la  dottrina  dell'oratione  (pendente Rettorica,  et  Poetica  d'Aristotile,  Trad.  di  Greco  in  Lingua  Vulgare  Fiorentina  da  SEGNI (si veda),  Gentil'  Incorno,  et  Accademico Fiorentino.  In  Firenze,  appresso  Lorenzo  Torrentino,  Impressor'  Ducale. Croce,  Logica  e  grammatica. Croce,  Estetica.] distesa  (Caro  (')),  distorta  =  ripiegata  (Caro))  nel  periodo;  nel  jteqì  'EQ/Lirjveias,  teoria  della  proposizione  emendativa,  l'espres-  sione più  semplice  dell'attività  logica,  si  tratta  del  nome  e  del  verbo  in  quanto  nel  giudizio  rappresentano  lLuno  il  sostantivo,  il  soggetto,  l'altro  il  predicato.   ypf-  L'autorità  d'Aristotile  ha  perpetuato  tali  dottrine  e  tale  si-  stematica, che l'era  classica  dell'aristotelismo  letterario,  e  anche  dopo,  NON SOLO IN ITALIA,  ma  fuori,  attrassero  invincibilmente  l'attenzione  e  lo  studio  dei  dotti.  Ripresa  la  disputa medioevale  intorno  alla  classificazione  delle rami o discipline della filosofia  imperniata sul  raggruppamento  aristotelico,  s'indagarono con sottigliezza pedantesca i  rapporti  delle  varie  rami o discipline  della filosofia e  particolarmente della  grammatica razionale o filosofica,  della  rettorica,  della  poetica,  della  isterica e  della  logica,  congiunte,  come  già  la  seconda,  la  terza  e  l'ultima  sono  state  da  Aristotile,  nell'unica  categoria  di  filosofia pratica.  E  anche  in  questo  si  può  constatare  il  progresso  del  logicismo  aristotelico,  fin  tanto  che  i  termini  di  gusto  e  di  fantasia  non  sorgono  a  detronizzare  quello  di  ragione.  Lìl  iste-  rica, iniziata  dagl’umanisti  (Pontano,  Actius  dialogus  e  Valla,  Dialedicae  disputationes  contra  Aristote  lieo  s),  ha  nella  classificazione di  Varchi il  suo  riconoscimento  ufficiale,  quando  già  flveva  avuto  dal  Robertello, De  historica  facilitate,  un  ampio  trattato,  e,  per  effètto  dell'importanza  assunta  dalla  storiografia  umanistica  e  di  quella  che  vienne  assumendo  con  gl’eminenti  storici  nostri,  feconda  in  questo  secolo  una  letteratura  ricchisima. Pure  alcuni  dei  medesimi  trattatisti  la  mettono  come  in  una  posizione  d'inferiorità  rispetto  alle  altre  rami o discipline della filosofia,  quasi  una  loro  schiava:  «  l'historico,  »  dice  Speroni,  «  bene  accor-  derà, se  in  descrivendo  le  cose  sue  ricorrerà  alla  Gramatica,  et  alla  Retorica,  et  tali'  hora  anche  alla  Poesia,  a  lor  precetti  artificiosi di    tutto  core   obbligandosi;   «la  Poesia   esser  arte [Rettorica  d'Aristotile  fatta  in  lingua  Toscana  dal  Conmi.  Annibal  Caro,  in  Venezia. Essendo  il  parlare  composto  di  nomi,  et  di  verbi,  et  essendo  i  nomi  di  tante  sorti,  di  quante  nella  Poetica  s'è  dimostrato:  Intra  tutte  le  dette  sorti,  dico,  ecc.».  Rhet.y  III,  nella  cit.  versione  di  Segni. Vedine  i  titoli  in  Bernheim,  La  storiografia  e  la  filosofia  della  storia,  trad.   Barbati,   Palermo,  App.  Bibliografica. Dell' Historia,   Dialoghi  II  in   Dialoghi.] più  nobile  dell'Historia,  pruova  Aristotile,  perchè  eli' è  dell'Universale, e  la  Historia  è  del  particolare.  Insomma:  la  Grammatica – o letteratura --, insegna  parlar  drittamente,  la  Historia  parla,  la  Poesia  imita,  la  Rhettorica  prova  persuadendo  nelle  città,  la  Dialettica  prova  sillogizzando  la  opinione .  Ma  ZABARELLA (si veda), interlocutore, con Antoniano  e  Manuzio,  nel  Dialogo  di  Speroni), che  è uno  degl’ultimi  rappresentanti  dell'insegnamento  aristotelico,  nella  sua  ampissima  opera  sulla  natura  della  logica,  va  ancora  più  in  là,  e,  mentre  fa  della  rettorica  e  della  poetica  due  parti    bene  distinte  della  logica,  nega  quest'onore,  non  che  alla  grammatica,  alla  isterica,  che  bistratta  spietatamente. Ars  tamen  historica  non  modo  ab  Aristotele,  sed  a  nemine  hactenus  -- ma  questo  non  era  affatto  vero -- scripta  comperitur.  nec  fortasse  digna  est,  in  qua  scribenda  tempus  conteratur  :  ea  namque  in  simplici,  ac  nuda  rerum  gestarum  narratone consistit. At  Historia  nil  huiusmodi  tractat.  sed  est  nuda  gestorum  narratio,  quae  omni  artificio  caret,  praeterquam  fortasse  elocutionis,  quod  quidem,  et  alia  eiusmodi  quisque  sanae  mentis  extranea,  et  accidentaria  ipsi  historiae  esse  iudicaret;  quicquid  enim  artificij  in  historia  notari  potest,  illud  omne  vel  a  Grammatica,  vel  a  Rhetorica,  vel  ab  aliqua  arte  desumptum  est  ....  Grammatica  enim  non  est  logica,  Historica  ars  non  datur.  ZABARELLA (si veda), Opera  Logica,  Coloniae,  Sumpti-  bus  Lazari  Zetzneri,  CI3I3CII  (ma  la  prima  ed.  del  De  natura  Logicae  è  anteriore. In  che  senso  ammetta  lo  Zabarella  che  la  poesia  sia  una  forma  di  FILOSOFIA,  fu  già  spiegato  dallo  Spingarn.  Quanto  alla  relazione  della  rettorica  con  la  logica,  basti  qui  osservare  che  ZABARELLA si  fonda  sull'autorità  di  Aristotile,  il  quale  (Rhet.)  dice  che  oratoriam  artem  in  argumentationibus  consistere,  quas  etiam  ipsius  orationis  corpus  asserit,  e  riprende  i  retori  de’suoi  tempi,  che,  lasciando  la  parte  argomentativa, insegnano  solo  l’elocutio,  estranea  alla  natura  di  quest'arte. Compito  del  retore  è  movere  gl’affetti  -- la prottesi di Grice, influencing and being influenced -- per  mezzo  degli  argomenti. Elocutio  autem  est  saltem  accidentaria,  et  secundaria  respicitur. Patet  igitur  non  esse  necessariam,  neque  perpetuala  inter  has  duas  artes  differentiam  illam  quae  per  manum  clausam  et  apertam  significatur. L'immagine  della  mano  chiusa  e  aperta  per  dinotare  la  dialettica  e  la  rettorica  è  già  definitivamente  consacrata nell' Origini  d'Isidoro. In  queste  trattazioni  vienne  naturalmente  a  esser  elaborato  il  concetto  della  grammatica  e  delle  sue  categorie,  e,  più  particolarmente ne’luoghi  in  cui  veniva  esposta  la  teoria  dell'elocuzione specifica  per  ciascuna  di  quelle  scienze  o  arti  o  facoltà,  come  variamente  è  apprezzata.  Si  determinarono  così  quattro  diverse  nature  di  periodo. Lo  storico,  il  retorico,  il  poetico  o  ritmico,  il  logico,  e  la  grammatica  è  riservata  a  insegnarne  la  dirittura  formale.  Questi  nostri  dotti  si  trovarono  così  per  le  mani  il  vero  problema  delle  manifestazioni  di  tutte  le  attività  nostre  conoscitive, MA IL FILO D’ARIANNA, CHE È LA NATURA DEL LINGUAGGIO, NON È RITROVATO, E SI PERDE NEL LABIRINTO.  Il  periodo  retorico  e  poetico,  che la  scienza  moderna,  identifica,  è  la  forma  espressiva  della  verità,  intuita,  il  logico  del  concetto,  l'istorico  della  realtà.  Il  filosofo,  dirò  con  parole  eioquentissime,  che  guarda  il  cielo  e  non  riconosce  la  terra  sulla  quale  pone  i  piedi,  è  un'astrazione o  una  deficienza:  il  concreto,  il  perfetto  è  l'uomo  che  immagina, pensa  e  riconosce  l'immaginato:  l'uomo,  che  vive  la  realtà  nell'intuizione  artistica,  la  pensa  nel  concetto  filosofico,  la  rivive  nella  riflessa  intuizione  storica,  nella  quale  si  acqueta  compiutamente,  perchè  il  circolo  del  pensiero  è  chiuso  »  (2).   Delle  categorie  grammaticali  e  sintattiche  elaborate  fuori  delle  grammatiche  propriamente  dette  e'  informano  largamente,  e  su  esse  pertanto  fermeremo  la  nostra  attenzione,  due  opere  ben  caratteristiche  e.  importanti,  la  Retorica  deb  Cavalcanti  O  e  la  Poetica_de\  Castelvetro. Quella,  anche  per  quanto  riguarda [Si  ricordino  a  questo  proposito  e  per  maggiormente  convincersi che  non  era  possibile  un'indifferenza  teorica  per  uniforma  che  in  pratica,  cioè  nella  coscienza  dei  produttori  di  letteratura,  aveva  un  così  grande  valore,  le  acute  osservazioni  di SANCTIS (si veda) sopra  il  periodo e  l’ottava,  le  due  forme  analitiche  e  descrittive  del  Boccaccio,  divenute  la  base  della  nuova  letteratura  (Storia)  e  sulla  parodia  che  della  loro  degenerazione  ne  fa  col  suo  LATINO MACCHERONICO Folengo. Croce,  Lineamenti  di  una  logica. La  storia  come  il   resultato  dell'arte  e  della  filosofia. La  retorica  di  Cavalcanti.  In  Vinegia,  appresso Gabriel  Giolito  de'   Ferrari. Poetica  d' Aristotele  vulgarizzata,  et  sposta  per  Castelvetro. Riveduta,  et  ammendata  secondo  l' originale,  et  la  mente  dell'autore.  Stampata  in  Basilea  ad  istanza  di  Sedabonis.] la  Logica,  di  cui  olire  un  largo,  minuto,  chiaro  riassunto. Naturalmente, la  prima  ci  mette  sott'occhio  le  CATEGORIE SINTATTICHE E MORFO-SINTATTICHE,  la  seconda  le  grammaticali.   Della  Rettorica  di Cavalcanti  ci  riguardano  più  direttamente il  libro  terzo,  della  dialettica,  e  il  quinto,  dell'elocuzione.  Le  vie  del  persuadere    riassumeremo  quanto  più  brevemente è  possibile    sono  tre. Provare  con  argomenti,  muovere l'auditore  -- o IL RECETTORE, dato che l’emissore puo ussare gesti – GRICE -- con  passioni  -- la prottetica di Grice: influencing and being influeced -- ;  procacciarsi  fede,  e  favore  da  lui  con  quella  maniera  di  parlare,  la  quale  ho  nominata  costume.  Di  qui  è  manifesto,  che  questa  facultà,  è  quasi  un  rampollo  della  dialettica,  et  di  quella  facultà,  la  quale  Aristotile  chiama  civile.  Le  persuasioni  sono  artificiose  e  SENZA ARTIFICIO – Grice, “Those spots mean measles – Grice’s FROWN. L’artificiose si  dividono  in  argomenti,  affetti,  costumi.  Per  trattar  di  esse  convien  considerare  quattro  cose:  la  forma,  la  materia,  i  luoghi,  il  modo  di  sciorre  gli  argomenti. In  ultimo  le  sentenze.  Argomento  è  ragione  con  la  quale  si  prova  una  cosa  dubbia;  argomentazione  è  espressione  dell'argomento,  et  essa  forma  che  gli  si  dà. Conclusione  è  quello  che  con  argomento  viene  provato  e  manifestato. Ora,  perciò  che  la retorica,  quanto  agl’argomenti, dipende  dalla  dialettica  et  gli  istrumenti,  con  i  quali  ella  argomenta,  et  che  come  suoi  propri  le  sono  stati  assegnati,  rispondono a  gli  instrumenti  della  Dialettica,  et  da  quegli  derivano :  e'  pare,  che  non  si  possa  dichiarare  bene  la  forma  de  gli  argomenti  retorici,  se  quella  dalla  quale  questa  ha  origine,  prima  non  si  dichiara.  Questa  inclusione  dei  principi  logici  nella  rettorica  è  giustificata  da Cavalcanti  con  la  considerazione  che  Aristotile  ne  tratta separatamente,  perchè  i  suoi  libri  della  Logica  sono  ben  noti,  mentre  non  ha  ancora,ch'io  sappia,la  nostra  lingua  parte  alcuna  della  Logica,  o  Dialettica,  che  dire  vogliamo.  Le  maniere  dell'argomentazione  sono  due:  il  sillogismo e  1'  induttione,  donde  discendono l’entimema  -- ragionamento implicito di Grice -- e  l’esempio,  che,  secondo  Aristotile,  sono  propri  della  rettorica.  Il  sillogismo  categorico  o  assoluto  si  fa  di  proposizioni  assolute. La  proposizione assoluta  è  un  parlare  il  quale  afferma  o  nega  qualche  cosa  [Non  è  perfettamente  esatto.   Per  lo  meno  s’ha già  la  Loica  di  MASSA (si veda). In  Venezia  per  Bindoni.] dì  qualche  altra,  afferma  quando  a  una  cosa  ne    un'altra,  come  questa. “La  virtù  è  laudabile.” Nega,  quando  toglie,  come  questa. “Lw  ricchezze  NON  sono  il  sommo  bene.” – Grice, “Negation and priation,” “Lectures on negation.” Quindi  le  proposizioni  rispetto  alla  qualità  si  dividono  in  affermative e negative. Per  quantità  in  iiniversali, particolari,  determinate,  ed indeterminate.  Si  hanno  così  queste  varie  CATEGORIE – kantiane --. Universali affermative  e  negative;  particolari  affermative  e  negative;  indeterminate; determinate  affermative  e  negative.  La  proposizione  si  compone  di  soggetto  e  di  predicato (‘shggy’).  Es., “L'uomo  è  animale.” Llhuomo  è  il  soggetto,  del  quale  si  dice,  e si  manifesta l'essere  animale. Il  predicato  è  “animale,” o shaggy, che  si  attribuisce  all'uomo,  et  si  manifesta  di  lui.  Il  soggetto  e  il  predicato  sono  i  due termini –iniziale e finale -- della  proposizione.  Le  altre  particelle  congiuntive  NON  sono  termini.  I  termini  sono  semplici  o  composti.  Semplici  come  uomo,  arte,  edifica,  discorre,  e  in  somma  nomi  e  verbi. Composto è  un  parlare  imperfetto  fatto  di  più  termini  semplici, come  questo: “l’arte  della  guerra”.  Nella  proposizione  si  possono  trovare termini  semplici  e  composti,  un  semplice  e  un  composto,  ambidue  semplici,  ambidue  composti.  Es. “l'arte  della  guerra” --  soggetto,  composto  di  termini  semplici – “... porta  ai  soldati  molti  pericoli -- che  è  l'altro  parlare  simile,  PREDICATO.  Il  sillogismo  è  una  specie  di  parlare,  nel  quale  essendo  poste  alcune  cose  ne  seguita  per  virtù  di  quelle,  una  diversa  da  quelle;  le  quali  sono,  o  universalmente,  o  per  lo  più.  Vi  concorrono  TRE termini – Grice: Barbara -- , due  proposizioni,  una  conclusione.  I  termini  sono  maggiore – SOGGETO – iniziale -- , minore  (estremità) – PREDICATO, finale -- ,  mezano  (termine  comune)  :  perchè  essendo  il  sillogismo  un  certo  discorso,  nel  quale  noi  INTENDIAMO [Grice: intending is essential! -- ] di  fare  conclusione,  e  in  quella  unire  l'una  estremità  con  l'altra,  non  si  può  far  questo,  se  noi  non  usassimo  un  mezzo,  che  con  l'una,  et  con  l'altra  estremità  ha  qualche  convenienza.  La  figura  del  sillogismo  varia  secondo  la  disposizione  del  medio.  Essa  è  una  ordinata  disposizione  dei  termini:  e ciascuna  delle  figure  contiene  più  modi:  e  modo  pare,  che  altro  non  sia  che  una  certa  ordinatione  delle  proposizioni:  e  circa  la  quantità, come  universali  e particolari;  e  circa  la  qualità,  come  affermativa, et  negativa.  Le  figure  sono  tre:  della  prima,  distinta in  quattro  modi,  le  conditioni sono    due:    l'ima  che   la  maggiore  proposizione  sia  universale:  l'altra,  che  la  minore  sia  affermativa -- Barbara;  della  seconda,  in  quattro  modi,  che  la  maggiore sia  universale,  et  che  la  minore  sia  dissimile  da  quella; della  terza,  in  sci  modi,  che  la  minore  sia  affermativa,  e  la  conclusione  particolare.  I LATINI,  come  CICERONE (si veda),  vuoleno estenderle  a  cinque,  aggiungendo  le  prove. Ma  queste  fan  parte  delle  proposizioni,  o  sono  nuovi  argomenti.  L'entimema  è  sillogismo imperfetto,  composto  di  verisimile,  E DI SEGNI – semiotica di Eco. Aristotile vuole  che  esso  è il  sillogismo  rettorico.  Vi  manca  una  proposta che  è  concepita  mentalmente.  Vi  è  poi,  SECONDO I LATINI,  il  sillogismo  hipotetico  o  SUPPOSITIVO o CONDITIONALE – da: con-dire – ‘se p, q” -- dove  il  legame  delle  assolute si  fa  col  se  e  simili  (o),  onde  le  proposizioni  risultano  condizionali  o  disgiunte,  e  anche  copulate  o  copulative.  La  condizionale dividesi  in  precedente  e  consegìiente.  Analogamente  si  ha  l’entimema  condizionale.  Nell’induttione  le  universali  si  conchiudono per  mezzo  delle  particolari.  Ma  Aristotile  le  nega  schietta  natura  rettorica.  L'induttione  rettorica  per  Aristotile  è  Y  esempio ,  un  modo  cioè  di  procedere  dal  particolare  al  particolare, che  si  può  moltiplicare  e  variare  per  affermativa,  et  negativa  assoluta,  et  condizionale.  Superflue,  rettoricamente,  sono  le  altre  forme  del  dilemma  ('complexio'  ,  sillogismo  condizionale, congiunto  o  disgiunto),  dell' enumeratio  (entimema  assoluto) e  della  subiectio  (altra  forma  di  enumeratio),  submissio,  oppositio,  violaiio,  collectio.  Alcuni  ammettono,  infine,  il  sorite,  che  è  una  massa  di  sillogismi,  e  può  esser  anche  condizionale.    come  la  forma,  che  io  ho  dichiarata,  è  la  naturale,  e  (per  dir  così)  pura  forma  degl’argomenti;  così  e'  si  può  alterarla,  et  variarla  senza  mutare  la  sostanza,  et  la  virtù  di  quella. Nel  vero  la  eloquenza  molto  meno  ammette  (ed  ecco  che  la  natura  fantastica  dell'espressione  non  logica  richiede  i  suoi  diritti!)  quella  superstiziosa  osservatione,  e  schifa  volentieri  ogni  fanciullesca, minuta,  et  bassa  cosa;  abborrisce  tutto  quello,  che  porta  seco  odore  di  scuola,  et  di  MAESTRO (Grice sotto Strawson),    può  patire  d'essere a  così  strette  leggi  sottoposta.    come  adunque  è  necessario dichiarare  la  naturale,  et  pura  forma  de  gli  argomenti. Così  fa  di  mestieri  la  tramutata  et  alterata  dimostrare.  E  qui  Cavalcanti  si  fa  ad  esporre  tutta  la  varietà  degl’esempi,  spesso  valendosi,  come  anche  pel  resto,  degli  schemi  periodici  del  Decameron. Infine  tratta  della  materia  (il  probabile,  il  verisimile,  I SEGNI – la semiotica d’Eco),  dei  luoghi  e  del  modo  di  scìorre  gl’argomenti  e  delle  sentenze.  Basta,  pel  nostro  argomento,  riassumere  la  dottrina  de'  luoghi.  Pongo  i  luoghi  in  tre  gradi.  Il  primo  contiene  quegli,  che  sono  nella  sostaìiza  della  cosa:  cioè  la  diffinitionc.  la  descrittione –cf. Grice, ‘the,’ definite descriptor -- ,  1'  interpretatione del nome. Nel  secondo  pongo  quelli  che  seguitano  et  accompagnano  la  sostanza,  et  sono  d' intorno  alla  cosa;  i  quali,  senza  fare  distintione  di  gradi  tra  loro,  dico  essere  questi.  Genere,  spelte,  differenza,  et  proprio,  tutto,  parte,  numero  di  spetie,  et  di  parti,  overo  divisione,  forma,  fine,  causa  efficiente,  materia,  effetto,  uso,  generatione,  corruilioìie .  adherenti,  luogo,  tempo,  modo,  congiogati.  Nel  terzo  grado  sono  i  luoghi  presi  di  fuore,  et  disgiunti  dalla  cosa,    che  sono  mas-  simamente estrinsechi  :  e  questi  sono  il  simile,  la  proportione ,  il  dissimile,  i  pari,  il  più  et  il  meno,  i  contrari,  i  privativi,  i  rispettivi,  i  contraditlo?i,  i  ripugnanti,  l'autorità,  la  transun-  tione  ».   Quanto  all' elocuzione , Cavalcanti  dichiara  di  presupporre  e  di  non  voler  replicare  le  cose  che  «  nella  Grammatica  di  questa  lingua  lussino  dichiarate,  o  si  dovessino  ancora  (non  era  dunque  molto  sodisfatto  delle  grammatiche  già  compilate)  più  esquisita-  mente dichiarare  circa  la  nettezza,  et  l'altre  conditioni  del  re-  golato parlare  ».  Ma  già  questa  presupposizione  dimostra,  dato  il  fondamento  di  tutto  il  sistema,  l' inscindibilità  anche  di  retto-  rica  e  grammatica.  Muove  perciò  dalle  parole  sole,  che  divide  in  proprie  e  improprie  e,  seguendo  i  grammatici,  in  animate  e  inanimate  ;  tratta  della  composizione  delle  parole,  che,  special-  mente rispetto  al  suono  sono  alte,  basse,  dolci,  aspre,  pigre  cor-  renti ;  «  ma  io  non  intendo  far  qui  una  fastidiosa  e  quasi  fan-  ciullesca (per  dir  così)  disamina  di  lettere,  sillabe,  parole  »  (era  stata  già  fatta  e  minuziosa  da  Bembo,  da Tomitano,  da Lenzoni  e  da  altri).  Si  trattiene  perciò  di  più  su  quel  che  nella  con-  tinuazione del  parlare  si  richiede,  circa  1"  l'ordine  e  la  com-  missura  delle  parole  l'una  coll'altra;  2"  i  membri,  i  concisi,  i  periodi.  Due  sono  i  criteri  principali:  1"  le  parole  di  maggior  forza  e  significazione  devono  'esser  collocate  prima,  e  le  altre  dopo  ;  2"  è  necessario  che  qualcosa  divida  e  posi  il  nostro  par-  lare. Quel  che  in  poetica  è  il  verso,  nella  prosa  è  il  membro,  «  un  parlare,  il  quale  finisce,  o  tutto  un  concetto  separato  da  per  sé,  o  tutta  una  parte  d'un  intero  concetto  ».  Quando  è  breve,  il  membro  si  chiama  inciso  o  conciso:  es.,  conosci  te  stesso;  questa  fu  la  rovina  d'Italia.  Tanto  i  membri  che  gl'incisi  sono  legati  o  disgiunti.  «  11  periodo  »,  quale  è  definito  da  Aristotile,  «  è  un  parlare  che  ha  principio,  et  fine  per  se  stesso,  et  gran-  dezza da  poterlo  agevolmente  tutto  insieme  comprendere»:  esso    Capìtolo  ottavo  259    é  «  una  composizione  di  membri,  et  di  concisi  bene  acconci  a  far  compito  e  perfetto  tutto  il  concetto,  che  ella  contiene,  come  dice  Falereo  ».  Qui,  fatte  altre  distinzioni  del  periodo,  si  affaccia  a Cavalcanti  un  altro  grave  problema,  che  egli  ri-  solve in  modo  in  vero  acuto  e,  date  le  premesse  della  dottrina  generale,  conseguente:  v  òè  negi  Tfp>  Aètjiv  ».   Altro  è  invece  il  quesito  da  risolvere,  ed  è  precisamente  questo  :  «  se  le  voci  del  verbo  chiamato  comandativo  da  grammatici  pos-  sano ricevere  il  significato  del  pregare,  si  come  si  sa,  che  rice-  vono quello  del  comandare  »  (l).  E  il  Castelvetro  lo  risolve  af-  fermativamente, anzi  affermando  che  «  quanto  al  significato  tra  le  voci  del  verbo  del  modo  chiamato  da  grammatici  comanda-  tivo, e  tra  le  voci  del  verbo  chiamato  desiderativo  »  non  vi  è  dif-  ferenza alcuna.  E  qui  richiamandosi  a  quanto  ha  già  detto  nella  sua  giunta  «  al  trattato  de'  verbi  di  messer  Pietro  Bembo  »,  si  fa  a  spiegare  come  la  «  sospensione  della  certezza  dell'atto,  0  della  privatione  »,  quindi  il  modo  del  desiderio  e  della  preghiera  (desiderativo,  ottativo),  si  ottiene  in  due  maniere,  o  manife-  stando i  due  sentimenti  (del  desiderio  e  della  cosa  desiderata)  o  uno  manifestandolo  e  l'altro  no:  Ami  io  o  Priego  dio,  acciocché  io  AMI,  valgono  la  medesima  cosa.  Protagora,  invece  di  vedervi  una  sospensione,  vedeva  nelYàeiòe  una  disposisione,  mentre  vi  si  può  vedere  e  l'una  e  l'altra,  il  che  è  affar  di  grammatica.  E  confuta  un  altro  difensore  di  Omero,  Eusthathio,  che  intende  Y  àride  come  incitamento,  perchè  si  comanda  al  minore,  si  con-  forta, o  s' incita  l'uguale,  et  si  priega  il  maggiore  »,  e  nel  co-  mandativo non  si  ha  determinazione  di  certezza,  ma  pure  lo  loda  perchè  mostra,  meglio  d'Aristotile,  d'  intendere  e  riconoscere il  vigore  del  comandativo.  La  questione  della  funzione  espressiva  de’modi  de’verbi  è  risorta  anch'essa  di  recente  con  rinnovate  teorie  grammaticali. Ma  la  definizione  di  essi  s'è  dimostra inseguibile,  perchè  se  può  esser  vero  che,  p.  es.,  il  CONGIUNTIVO – cf. Grice, INDICATIVE conditionals -- esprima  il  pensato,   non  è  vero   l' inverso,  che   cioè [Crediamo  superfluo  rilevare  qui  l'acutezza  onde  Castelvetro  pone  il  problema,  meglio  che  non  abbian  saputo  i  moderni  editori d'Aristotile,  non  escluso  Barthélemy  Saint-Hilaire. La  questione  sollevata  da  Protagora,  per  quanto  sottile,  è  di  grammatica,  e  il  Castelvetro l'ha  risoluta  colla  grammatica  e  certo  non  meno  acutamente  di  quanto  avrebbe  saputo  fare  un  qualsiasi  moderno  credente  nella  grammatica.  Sicché,  per  un  certo  rispetto,  si  potrebbe  dir  di  lui,  quel  che  è  stato  detto  di  filologi  moderni,  che  ha  ridotto  la  grammatica  da  muro  di  bronzo  a  un  sottilissimo  velo,  in  cui.  basti  soffiar  dentro  per  distruggerlo,  senza  più  adoperare  il  piccone:  merito  non  piccolo,  certamente.] il  pensato  si  esprima  sempre  col  congiuntivo.  Ed  è  il  problema di  tutta  la  grammatica:  dall'estetico  al  logico  è  lecito  il  passaggio,  ma  non  è  lecito  ripassare  dal  logico  all'estetico,  e  dare  una  funzione  espressiva  alla  categoria  ottenuta  con  una  elaborazione logica  dell'estetico  e  relativo  annullamento  dell'espressione. Neil'  iniziare  l'esposizione  delle  parti  della  favella  poste  da  Aristotile  (elemento,  sillaba,  legame,,  nome,  verbo,  articolo,  caso,  diffinitione),  Castelvetro  fa  una  prudente  dichiarazione  preliminare,  che  cioè le  cose  di  che  si  ragiona nella  poetica possono  anchora  essere  communi  alla  prosa,  ciò  è  alla  ritorica,  o  anchora  ad  altra  arte,  et  ad  altri,  che  a  poeti,  come  alla  grammatica,  et  a  coloro  che  imparano  a  leggere:  e  su  questa  distinzione  torna  più  spesso  ad  insistere,  mentre  altra  volta  non  tralascia  d'avvertire  che queste  differenze  (delle  vocali  e  delle  consonanti)  da  quella  della  lunghezza,  e  della  brevità  in  fuori  pertengono  alla  compositione  (prosa),  et  non  a  l'arte  versificatola;  e  che  versificatola  e  poetica  non  sono  arti  disgiungibili,  il  che  menerebbe  ad  ammettere,  ciò  che  per  lui  non  è,  potersi  un  poema  comporre  in  prosa.  Castelvetro  sente  vagamente  il  carattere  intuitivo  della  parola,  ma  la  concezione  fornialistica  gl’impedisce  di  penetrarlo  e  assumerne  coscienza.  Onde  anche  le  infinite  e  minute  distinzioni.  Quelle  parti  della  favella  egli  classifica  come  SIGNIFICATIVE, non  significative – “pirot” --,  divisibili  e  indivisibili, ricostituendole  poi  in  tre  gruppi:  significative  e  divisibili (diffinitione,  verbo,  nome,  caso);  non-significative  e  divisibili  (articolo – “the” – cf. “THE THE” Grice, ‘formal device’ --,  legame,  sillaba);  non-significative  e  indi-  visibili (elementi).  Divisi  gl’elementi (lettere)  in  vocali  e  consonanti,  classifica  le  une:  per  quantità  di  tempo;  per  diversità  di  snono  :  di  spirilo;  di  acce?ito  ;  di  preferenza  ;  di  nome  (osservando  che  questa  consideratione  tocca  ne  alla  verificatola,  ne  alla  compositione,  ma  alla  grammatica,  et  a  colui  che  insegna  a  leggere);  e  le  altre:  1"  per  siniplicità,  et   compositione;  per   cominciare,    et  finire    la   sillaba;    CROCE (si veda), Siile,  ritmo  e  rima,  in  La  Critica. La  definizione,  che,  correggendo  quella  d'Aristotile    OTOi%£tov  /iri'  inni'  tp  jteqì  èQfir}veiag  {Part.).  Su  questo  punto  essenziale  s’osserva, seguendo  CROCE (si veda),  che  Aristotile  ha intuita  la  natura fantastica  delle  proposizioni  non-logiche,  ma  che  non  riusce  a  separare  la  funzione  linguistica  dell’espressioni  dalla  funzione  logica,  il  che  lo conduce  a  gettare  le  fondamenta  dell'estetica come  è  intesa  modernamente.    purtroppo  Castelvetro  riesce  a  vedere  nel  grave  problema  più  chiaramente  d’Aristotile.  Ma  è  suo  merito  l'averne  vista  tutta  l'importanza  e  l'averlo  riagitato.  Da  questo  punto  fino  alla  fine  della  sposizione  della  terza  parte  della  Poetica  (Particelle)  la  trattazione esce  dal  campo  strettamente  grammaticale  per  entrare  nel  dominio  particolare  della  teoria  dell’ornato,  che  non  c'inte-  ressa che  indirettamente  e  per  particolari  punti  di  vista  (p.  es.  pel  barbarismo  e l’aggiunto). Onde  ci  fermiamo  nella  persuasione  d'avere  sufficientemente  dimostrato,  esponendo,  in  ispecie,  le  teorie  di Cavalcanti  e  di  Castelvetro,  che  il  problema  delle  categorie  grammaticali  e  sintattiche è sebben  fuori  della  grammatica  propriamente detta,  ampiamente  e  intimamente,  per  quanto  i  tempi  lo  concedevano,  trattato:  sicché  tutti  gli  schemi  grammaticali  si  può  dire  che  sieno  stati  illustrati  nelle  loro  origini  e  nelle  loro  funzioni,  e  non  solo  gli  schemi,    grammaticali  che  logici,  ma  tutte  l’altre  classi  di  accidenti  grammaticali: il  caso,  la  persona, il  numero,  il  genere,  il  modo,  il  tempo,  ecc.  Il  punto  di  vista  generale  rimane,  s' intende,  l'aristotelico,  cioè  il  logico. Ma  anche  in  questo,  non  che  nel  fatto  stesso  d'aver  ripreso  il  problema  fondamentale  della  grammatica,  è un  progresso. SI PREPARA LA VIA ALL’ELABORAZIONE DELLA GRAMMATICA RAZIONALE O FILOSOFICA alla Groce. E  al  medesimo  fine  e  coi  medesimi  mezzi  forniti  d’Aristotile,  riuscivano i  critici  della  grammatica  LATINA,  BORDONI (si veda) Scaligero  e  SANZIO (si veda).  La  divampante  polemica  tassesca,  attirando  sopra  di    o  le  attività  critiche  o  l'attenzione  curiosa  della  mag-  gior parte  de'  letterati  d'Italia,  non  è  l'ultima  cagione  per  cui,  smorzandosi  le  minori  polemiche  intorno  agl’avvertimenti  di Salviati  e  alle  questioni  linguistico-grammaticali,  gli  eruditi  e  i  grammatici sono  come  distratti  dall'opera  di  legiferazione  del  volgare,  o  meglio  dalla  continuazione  d'un  lavorio  ormai  secolare a  cui  per  forza  d' inerzia  e  per  quel  consenso  che  sempre  viene  accordato  alla  tradizione  forse  avrebbero,  in  mancanza  d'altro,  potuto  attendere.  Cade  qui  in  acconcio  un'  osserva-  zione già  stata  fatta  da  altri  a  proposito  della  smoderata  let-  teratura dantesca  contemporanea  (3).  Vi  è  in  ogni  periodo  sto-  rico una  folla  di  spiriti  inerti  e  oziosi,    benché   nelle    loro   ilia-    ca Una  sommaria  esposizione  degli  studi  e  delle  compilazioni  di  lingua,  di  grammatiche  e  di  vocabolari  nel  Seicento,  come  comple-  mento del  suo  contributo  alla  storia  della  critica,  '  La  critica  lette-  raria nel  sec.  XVI  ',  diede  in  Ricerche  letterarie,  Livorno,  1897,  pp.  2S8-312,  F.  Foffano,  che,  col  Vivaldi,  fu  dei  pochissimi  a  rivol-  gere l'attenzione  su  questi  prodotti  letterari.   1  Su  questa  e  le  altre,  U.  Cosmo,  Le  polemiche  tassesche,  la  Crusca  e  Dante  sullo  scorcio  del  cinque  e  il  principio  del  seicento,  in  Giorn.  st.  d.  leti,  il.,   XLII,   112  sgg.   (:,j  Croce,  //  monoteismo  dantesco,  in  La  Critica,  I,   231-2.    268  Storia  della  Grammatica   nifestazioni  esteriori  sembrino  molto  attivi,  che  ha  bisogno  di  gettarsi  sopra  l'argomento  di  moda  e  sfogare  in  esso  un'  inu-  tile avidità  di  sapere:  dantisti  oggi,  manzoniani  ieri,  puristi  ier  l'altro,  arcadi  in  tempi  meno  recenti,  lettori  accademici,  legislatori  del  bello,  grammatici  in  più  lontane  età.  Tra  il  cader  del  Cinquecento  e  gli  albori  del  Seicento,  oltre  la  tassesca  e  quella  non  mai  interrotta  della  lingua,  più  altre  questioni  tene-  vano agitata  la  repubblica  letteraria,  che  ben  rispondevano  allo  spirito  che  si  rinnovava,  a  quel  bollor  di  vita,  che  potè  sem-  brare e  fu  in  gran  parte  bizzarra,  stranamente  gonfia  ed  enfa-  tica, ma  che  pur  era  vita  :  questioni  che,  come  le  altre  due  spe-  cificatamente accennate,  si  riducevano  e  rientravano  in  fondo  tutte  in  quella  generalissima  della  poetica,  ormai  cresciuta  ed  organizzata  in  corpo  sistematicamente  completo  e  sviluppatis-  simo  di  dottrina,  che  dall'Italia  trasmigrava  per  tutta  1'  Europa  colta.  Eravamo  allora  in  quel  più  acuto  studio  della  poetica  in  cui  la  teoria,  uscita  ben  determinata  dall'  imitazione,  nel  di-  ventar legge ,  cioè  nel  giungere  alla  sua  codificazione  com-  pleta per  esser  subito  poi,  con  lo  scoppiar  del  razionalismo  e  le  formule  dell'  ingegno  e  del  gusto,  completamente  disfatta,  doveva  essere  applicata  alle  opere  d' immaginazione  o  già  passate  o  che  ora  venivano  spuntando:  l' Orlando  Furioso,  la  Gerusalemme  Liberata,  Y  Orbecche,  il  Pastor  fido,  oltre  che  la  Divina  Com-  media sempre  immanente  nell'ammirazione  e  nel  cuore  degl'Ita-  liani, benché  cedesse  ora  il  campo  al  Tasso;  e  ben  si  com-  prende come  i  dibattiti  teorici,  intrecciandosi  naturalmente  alle  polemiche  personali    la  serie  dalla  caro-castelvetrina  già  da  noi  discussa  alle  più  recenti  sarebbe  lunghissima    e  attirando  su  di    gli  spiriti  accaldati,  quasi  non  altro  da  fare  lascias-  sero ai  letterati  in  questo  campo  di  critica,  cioè  nell'unico  campo  della  critica  allora  aperto,  che  la  parte  d'attori  o  di  spettatori  appassionati  nel  gran  torneo  schermistico.  La  grammatica,  che  dalla  poetica  era  ritenuta  quasi  vile  strumento  meccanico,  cioè  dunque  facoltà  considerata  assai  inferiore,  perdeva  necessaria-  mente ogni  attrattiva.  Senza  dire  che  un  altro  sfogatoio  erane  le  lezioni  onde  risuonarono  tutte  le  Accademie  d'Italia,  e  specialmente  ora  quelle  di  Firenze  e  di  Padova;  e  che  uno  sfogatoio  anche  maggiore  sarebbe  stato  tra  poco la  prima  edizione  del  Vocabolario  dell'Accademia  della  CRUSCA,  su  cui  si  dovevano  versare  in  tutti  i  secoli  posteriori  tanti  fiumi  d' inchiostro.    Capitolo  nono  269   Ma  all' infuori  di  queste  circostanze  clic-  a  taluno  potrebbero  sembrar  troppo  esteriori  ed  estranee  al  movimento  grammati-  cale, due  altre  intimamente  con  esso  connesse  lo  attenuarono  in  questo  periodo:  1"  l'ordinamento  scolastico;  2"  l'essersi  detto  quanto  s'era  potuto  dire  in  fatto  di  grammatica;  cioè  da  una  parte  l' essersi  con  le  ricerche  e  sistemazioni  del  Salviati  con-  chiuso il  vero  periodo  produttivo  delle  osservazioni  delle  re-  dole, dall'altro  il  non  schiudersi  ancora  le  scuole  all'accogli-  mento, non  già  del  volgare,   ma  del   suo   codice   grammaticale.   In  sostanza  quella  che  fu  detta,  ma,  come  altrove  accen-  nammo, in  fondo  non  fu,  la  reazione  del  volgare  contro  il  pre-  dominio tirannico  del  latino,  si  era  affermata  inalberando  con  la  ferma  mano  del  Bembo  il  vessillo  dell'uso  trecentesco  special-  mente petrarchesco  per  la  poesia,  decameronico  per  la  prosa,  e  sotto  quel  vessillo  e  con  quel  duce  aveva  lottato  ostinatamente  e  finendo  col  trionfare,  per  tutto  il  Cinquecento  :  antibembeschi  più  o  meno  valorosi,  più  o  meno  coerenti,  non  eran  mancati;  ma,  di  contro  ai  comuni  avversari,  cioè  i  pedanti  del  latinismo,  gli  umanisti  bastardi  e  in  ritardo,  la  lotta  era  stata  più  o  meno  concorde,  e  l'aveva  animata  un  medesimo  spirito  di  modernità  e  d' italianità,  e,  felice  espediente  o  necessità  storica  che  fosse,  il  segreto  della  vittoria  era  stato  appunto  quell'essersi  eletto  a  rocca  di  difesa  un  sicuro  punto  strategico,  il  Trecento,  donde  si  poteva  fronteggiare  l'esercito  del  classicismo  antico  senza  perder  dietro    le  schiere  dei  novissimi  soldati  dell'arte  moderna.  In  altre  parole,  la  causa  del  volgare  si  sarebbe  vinta  con  una  conces-  sione, cioè  non  legiferando  solo  sull'uso  vivo,  ma  ponendo  a  base  della  nuova  grammatica  quanto  della  lingua  ormai  vincente  po-  teva parere  ed  era  già  consacrato  da  un  periodo  non  breve  di  due  secoli.  Comunque,  con  quell'orientamento  o  in  quell'atteggia-  mento s'era  combattuto  e  vinto  :  di  maniera  che,  da  quella  bib-  bia, in  cui  era  stata  la  fede,  del  Decameron  e  con  quei  fonda-  mentali principi  ond'  era  stata  interpretata,  del  Bembo,  s' era  finito  di  cavare,  con  gli  Avvertimenti  del  Salviati,  tutto  il  nuovo  credo  grammaticale,  con  cui  si  doveva  e  parlare  e  scrivere  rao-  dtrnamente  e  italianamente,  e,  quali  e  quanti  si  fossero  i  seguaci  di  codesta  dottrina,  quali  e  quante  fossero  state  le  opposizioni,  le  restrizioni  e  le  riserve,  il  certo  si  è  che  ormai  tutto  si  poteva    «msiderar  come  già  detto,  dimostrato,  codificato,  e  nulla  rimaner  di  nuovo    da   poter    dire  e  fare  in   quel    campo:    come    succede quando  una  legge  è  sanzionata,  ormai  si  trattava  di  solo  appli-  carla: in  questo  si  poteva  desiderare  come  un  regolamento,  cioè  uno  strumento  facile,  che  servisse  di  guida  e  di  lume  nell'ap-  plicazione; e  vedremo  infatti  tra  poco  il  Lombardelli,  il  quasi  credutosi  incaricato  di  compilar  codesto  regolamento,  «  deside-  rare una  grammatica  intera,  piena,  risoluta  e  facile,  la  quale  appena  si  potrebbe  cavare  da  tutt'i  detti  Autori  »  ;  ma  di  una  nuova  produzione  o  investigazione  grammaticale  non  si  sentì,  e  non  si  poteva  nel  fatto  sentire,  il  bisogno,  tanto  più  che,  come  ora  diremo,  nei  quadri  dell'  insegnamento  scolastico  la  gramma-  tica del  volgare  non  era  ancora  stata  ricevuta  come  disciplina  autonoma  e  necessaria.   Anche  qui,  per  riflesso  della  più  vasta  guerra  combattuta  nel  campo  della  cultura  in  difesa  del  volgare,  anzi  per  un  con-  seguente movimento  strategico  (si  pensi  che  nella  scuola,  di  na-  tura sua  conservatrice,  le  novità  si  fanno  strada  quando  non  sono  più  tali),  s'era  lottato  e,  se  non  vinto,  non  anco  per  certo  perduto,  non  dico  imponendo,  ma  accettando  un  patto  concilia-  tivo :  l' insegnamento  grammaticale  doveva  esser  impartito  an-  cora con  e  per  la  grammatica  latina  e  per  l'uso  del  latino,  ma  per  mezzo,  e  non  sicuramente  in  opposizione  violenta  del  volgare:  così  si  sarebbe  poi  finito  col  conciliare  in  un  medesimo  inse-  gnamento l'una  e  l'altra  lingua,  pur  sempre  tuttavia,  s'intende,  con  lo  schematismo  grammaticale  latino,  sino  a  tanto  che  anche  l' italiano  non  avesse  avuto  con  la  sua  grammatica  il  suo  inse-  gnamento ufficiale  autonomo,  che  invero  per  la  generalità  ac-  cadde assai  tardi.  Del  resto,  senza  richiamarci  alla  più  antica  tradizione  dell'  insegnamento  rettorico  de'  dettatori  bolognesi  e  di  Dante  stesso,  che  potè  esser  maestro,  se  non  di  grammatica,  di  rettorica  volgare  ne'  suoi  cadenti  anni  ravennati,    alla  meno  antica  de'  lettori  quattrocentisti  dello  Studio  fiorentino  disputanti  anche  di  grammatica  volgare  intorno  all'arte  delle  tre  Corone,  basti  il  ricordare  qui  un  fatto  già  accennato  da  noi  come  prova  d'un'altra  dimostrazione,  che  cioè  fin  dal  1529,  vale  a  dire  nel  primo  vero  affermarsi  della  grammatica  del  volgare,  e  un  anno  o  due  prima  di  quell'  imbelle  e  non  estremo  attacco  del  convegno  bolognese  in  contradittorio  preparato  e  fallito  anche  perchè  non  preso  sul  serio  a'  danni  dell'italiano,  un  anonimo  grammatico  la-  tinista, che,  se  è  vera  la  congettura  dello  Zeno,  del  vetusto  Donato  portavaanche  il  nome,  dato  che  fosse  quel  Bernardino  Donato,    Capitolo  nono  271    veronese,  che  s'era  distinto  nella  pubblicazione  di  altrettanti  lavori  latini  e  greci  col  medesimo  tipografo,  non  s'era  peritato  di  stam-  pare una  Gramatica  latina  in  volgare  ('),  invocando,  si  badi  bene  a  questa  assai  eloquente  circostanza,  invocando,  dico,  perdono,  se  non  ivi  gli  era  riuscito  di  servare  tutte  le  regole  e  osserva-  zioni della  lingua  volgare  :  «  Avete  già  veduta  rettorica  in  vol-  gare, aritmetica,  geometria,  astrologia,  medicina,  filosofia,  teo-  logia, ed  altre  innumerabili  scienze:  avete  veduta  eziandio  gra-  matica della  lingua  volgare:  non  vi  rincresca  vedere  ancora  questa  della  Ungila  latina,  non  forse  men  necessaria  di  quel-  l'altra. E  se  per  avventura,  troverete  non  aver  lui  [l'Autore]  servate  tutte  le  regole  ed  osservazioni  della  lingua  volgare  ;  per-  donategli, perciocché  non  la  volgare  gramatica,  ma  la  latina  vuol  insegnarvi  hi  parlar  volgare  »  C).  Opera  nuova  questa  non  era,  come  l'anonimo  autore  non  senza  pur  legittima  compia-  cenza, asseverava:  poiché  di  grammatiche  latine-volgari  in  vol-  gare, come  anche  latine-francesi  in  francese,  argomentammo  esser-  sene divulgate  necessariamente,  sebben  poche,  nientedimeno  fin  dal  sec.  XIII  :  nel  sec.  XV,  nel  pieno  rigoglio  dell'umanesimo,  co-  deste grammatiche  latino-volgari,  salvo  rarissime  eccezioni,  s'era  tornati  a  dettare  naturalmente  in  latino  :  il  che  spiega  il  vanto  dell'anonimo  cinquecentista:  ma    era  nuovo  lo  spirito  e  l'at-  teggiamento con  cui  la  pubblicava,  e  che  era  quello  di  chi  pur  aveva  e  non  poco  da  concedere  così  presto  al  volgare  che  veniva  imponendosi  perfino  nei  penetrali  più  intimi  del  latino,  cioè  nella  sua  grammatica,  come  più  volte  vedemmo.  Per  entro  il  più  maturo  Cinquecento  numerose  prove  si  potrebbero  racco-  gliere di  altrettali,  ora  più  ora  meno  ampie,  concessioni  e  nei  dibattiti  e  nei  trattati  e  nelle  scuole,  che  per  amore  di  brevità  e  perchè  le  istituzioni  scolastiche  non  sono  per  l'appunto  l'og-  getto diretto  della  nostra  ricerca,  noi  tralasceremo  :  ma  non  senza  averne  addotte  alcune  poche  di  età  diverse  quasi  a  stabi-  lire le  pietre  miliari  d'una  lunga  via  che  doveva  condurre  alla  logica  risoluzione  d'un  così  complesso  problema.  Ne  ho  data  una  di  poco   posteriore   al    primo   quarto   del   secolo.    Verso  la    VI  qui  a  p.    104,   n.   2.  (')  La  grammatica  della  lingua  romana  in  volgare,  assai  più  nota  e  divulgata,  di  Francesco  Priscianese.] metà  e  poco  prima  d'essa,  nel  1547,  Giovanni  Fabrini  da  Fi-  ghine  (')  così  annotava  un  luogo  del  Sacro  regno,  da  lui  di  la-  tino tradotto  in  volgare,  del  Patrizio  :  «  Discostandomi  un  poco  dall'opinione  del  mio  Patritio,  dico  che  non  manco  ne  la  vol-  gare si  debbe  affaticare  »,  perchè  «  tutti  che  s'  hanno  a  dare  a  le  scienze,  debbono  imparare  prima  bene  la  grammatica  volgare,  cioè  della  lingua  loro  »  (:),  osservazione  parsa  fortissima  al  Ge-  rini,  memore  del  luogo  del  Varchi,  in  cui  è  affermato  l'assoluto  divieto,  a  cui  non  si  mancava  senza  esser  puniti,  di  servirsi  del  volgare  nelle  scuole,  e  del  De  liberis  recte  instituendis  del  Sa-  doleto,  dove  non  si  fa  alcun  cenno  della  lingua  italiana  (s).  Se  non  che  questo  silenzio  e  quello  stesso  divieto  che  cos'altro  di-  mostrano se  non  la  forza  irresistibile  del  volgare?  Nel  terzo  quarto  di  secolo,  e  precisamente  nel  1567,  una  prova  più  forte  ce  la  fornisce  quell'arguto  libretto,  degno  d'esser  raccomandato  ancor  oggi  a  maestri  di  latino  e  di  italiano,  che  va  sotto  il  nome  di  Aonio  Paleario,  uno  degl'  interlocutori  del  Dialogo,  anzi  l'interlocutore,  che,  biasimando  le  false  esercitazioni  de'  grammatici,  addita  sull'autorità  di  Cicerone,  i  sani  precetti,  dal  titolo  //  graviatico  ovvero  delle  false  esercitazioni  nelle  scuole  (').  L'operetta  è  diretta  agi'  insegnanti  di  latino  e  a  condannare  il  metodo  di  chiosare  il  latino  col  latino  già  lamentato  da  Cice-  rone, e  col  quale  «  in  luogo  delle  buone,  e  proprie  parole,  che  aveva  usate  il  buon  Poeta,  dichiarando  così,  [il  grammatico]  poneva  le  non  proprie,  e  non  idonee  »  (p.  37);  così,  cioè  sosti-    I  '  De  la  Teorica  della  lingua  «  dove  s'insegna  con  regole  generali  et  infallibili  a  tramutar  tutte  le  lingue  ne  la  lingua  latina  ».  In  Ve-  netia,  appresso  G.  B.  Marchio  Sessa  et  fratelli,  MDLXVI  (nell'ult.  pag.  :  Appresso  D.  Nicolini).  Nella  deci,  a  Cosimo  de'  Medici  accenna  a  una.  pratica  della  lingua  da  lui  fatta,  «che  è  un  volume  grandis-  simo». Il  canone  del  Fabrini  si  riassume  in  queste  sue  parole  della  medesima  dedica:  «Non  trovo    trovai  mai,    il  più  fedele,    il  più  dotto,    il  più  pratico  consigliere  che  la  sperienza  ».  La  Teorica  è  una  bella  sintassi  de'  casi  con  altre  regole  concernenti  i  gerundi,  (piai  è  stata  poi   esposta  recentemente  ne'   volumetti  tipo  Gandino.   (')  In  Venezia,  appresso  Domenico  e  Giov.  Battista  Guerra,  fra-  telli, MDLXIX;  ma  la  prima  edizione  è  del  47.   (J)  Gerini,  op.  cit.,  p.  119,  226.    Codesto  libro  fu  (rad.  da  1.   Montanari  con  annotaz.,   Ili  ed.,   Parma,   Fiaccadori,   1S47.   (4)  Venezia:  ma  io  ho  l'edizione  perugina  del  Costantini,  MDCCXVII.    Capitolo  nono  273   tuendo  ad  Arma  virumqiu  amo  '  Ego  Virgilius  canto  bella  et  Aeneam  illuni  hominem  fortissimum  ',  come  farebbe  chi,  volendo  chiosar  la  sentenza  onde  s'apre  il  Decameron,  '  Umana  cosa  è  aver  compassione  agli  afflitti ',  dicesse  'è,  existe,  appare  :  cosa,  una  faccenda,  una  impresa,  una  bisogna,  umana  di  uomo,  o  mortale,  o  di  mortale,  aver  compassione,  aver  misericordia  '.  E  qual  metodo  suggerisce  il  Paleario?  La  parafrasi  in  volgare,  la  versione  e  la  retroversione,  cioè  il  metodo  comparativo  che  importa  lo  strumento  e  l'uso  della  grammatica  e  della  lingua  volgare.  Né,  si  badi,  perdendo  di  vista  gl'interessi  del  volgare,  anzi  intima-  mente collegandoli  con  quelli  del  latino,  in  modo  che  gli  uni  non  si  favoriscano  senza  insieme  favorir  gli  altri.  «  Voi  dite  »,  si  fa  dire  Aonio  dal  suo  interlocutore,  «  che  il  modo  che  te-  gniamo,  nel  leggere  e  nel  dichiarare  le  lezioni  latine,  farà,  che  non  mai  i  fanciulli  impareranno  la  lingua  latina:  e  l'epistole,  che  noi  diamo  volgari,  acciocché  le  facciano  latine,  faranno,  che  non  mai  sapranno  scrivere  non  solamente  un'Epistola  latina,  ma  non  pure  una  leggiadra  lettera  volgare  »  (p.  16),  per  poi  così  ammaestrarlo  :  «  dichiarate  le  lezioni  latine  con  la  lingua  vol-  gare, e  così  esercitate  i  fanciulli  che  repetano  volgarmente,  e  non  corromperete  la  lingua  latina,  ma  in  un  medesimo  tempo  insegnerete  loro  la  copia,  e  la  proprietà  di  due  lingue,  di  ma-  niera, che  in  breve  potranno  verissimamente  scrivere  coll'una,  e  coll'altra,  ed  avendo  imparato  da  voi,  potranno-  i  giovanetti  esercitarsi  in  tradurre  l'epistole  di  Marco  Tullio,  ed  essendo  loro  mostro  dal  Maestro  le  maniere,  ed  i  modi  di  dire  diversi,  scriveranno  da  loro  stessi  lettere,  ed  orazioni  latine,  e  toscane  leggiadrissimamente  »  (p.  52).  E  contro  l'uso,  prevalente  an-  c'oggi  nelle  nostre  scuole,  delle  traduzioni  dal  volgare  in  latino,  così  esplicitamente  ammonisce,  dandone  lumi  anche  per  l'arte  dello  scrivere  in  italiano:  «  l'idioma  della  lingua  latina  è  molto  diverso  dal  nostro  volgare,  ne  è  maggior  sciocchezza  al  mondo,  che  voler  esser  volgar  latino,  o  latino  volgare.  Da  questi  errori  sono  nati  gli  stili  falsi  Toscani  del  Polifilo,  e  gli  stili  falsi  latini,  o  moderni,  di  che  è  impestato  il  mondo:  a  volere  scrivere  dunque  leggiadramente  nell'una,  e  nell'altra  lingua,  bisogna  avere  tuttavia  l'occhio,  e  la  mente  a  questa  diversità,  ed  oltre  alle  parole  di  tali  lingue,  i  modi,  le  maniere,  i  tratti,  le  grazie,  gli  ornamenti,  li  quali  si  mostrano  sparsi  negli  scritti  degli  buoni   Autori,   non  altrimenti,  che  nelle  più  serene  notti  le  stelle,   C.   Trabalza.  18    274  Storia  della  Grammatica    nel  Cielo  »  (pp.  53-54).  E,  additati  i  cattivi  effetti  che  nascono  e  permangono  per  tutta  la  vita  da  codeste  false  esercitazioni,  acutamente  osserva  :  «  e  quello,  che  è  cosa  maravigliosa,  se  al-  cuni si  voltano,  e  si  danno  alla  miglior  letteratura,  avviene,  perchè  sono  di  eccellentissimo  ingegno,  il  quale  essendo  avvezzo  in  tutte  le  azioni  sue  a  seguire  la  ragione,  come  verissima  guida,  veduto,  e  conosciuto  il  vero,  si,  muove  con  grande  im-  peto, e  spezza,  rompe  e  fracassa  ogni  velo,  ogni  falsa  opinione,  che  teneva  occupato  e  prigione  l'animo.  Laonde  camminando  col  lume  della  ragione  per  nuova  via,  fanno  cose  miracolose  »  (p.  57).  E  senza  tuttavia  abolire  addirittura  l' insegnamento  della  grammatica  che  riduce  a'  suoi  veri  termini  (')  e  contro  cui  ar-  riva a  formulare  questo  rivoluzionario  principio,  "  non  fidarsi  mai  di  regole  di  grammatico  alcuno,  manifestamente  di-  mostra che,  se  un  esercizio  giova,  questo  è  di  leggere  gli  scrit-  tori e  in  essi  studiare  le  regole.  Osservato  che  giovinetti  rie-  scono  a  scrivere  boccaccescamente  e  alcuna  donna  a  scrivere  pe-  trarchescamente, domanda:  «  Chi  insegnò  a  quella  Donna?  alcun  maestro  di  grammatica  le  dette  il  Tema?...  Chi  adunque  le  in-  segnò, altro  che  la  diligenza  nel  leggere,  ed  osservare  le  parole,  conoscere  i  concetti,  dilettarsi  dell'armonia,  de'  numeri,  ch'em-  piono le  orecchie,  accendono  l'animo  all'  imitare?»  (p.  61).  Non  è  peraltro  per  illustrare  il  buon  metodo  consigliato  da  lui  che  noi  ci  siamo  qm  indugiati  intorno  alle  vedute  del  Paleario,  ma  spe-  cialmente per  dimostrare  coni'  egli,  discorrendo  di  precettistica  grammaticale  latina,  ha  continuamente  il  pensiero  al  volgare,  senza  il  (piale,  non  era  ormai  più  possibile  1' insegnamento  clas-  sico e  al  quale,  ben  s'argomenta,  miravano  le  scuole  stesse  come  a  disciplina  in  cui  non  era  più  lecito  ormai  non  erudire  i  fan-  ciulli (').  Nell'ultimo  quarto  del  secolo,  nel  1588,  un  altro  pe-  dagogista tutt'altro  che  moderno,  Bartolomeo  Meduna  di  Motta    (')  «  L'ufizio  del  gramatico,  come  poco  dianzi  elicevamo,  è  inse-  gnare con  la  lingua  che  ha  propria,  e  che  è  comune  a  lui,  ed  agli  scolari;  conoscere  le  parti  dell'orazione,  e  variare,  o  declinare,  come  voi  dite,  le  parti  declinabili,  e  congiungere  attamente  le  parole  in-  sieme sempre  avendo  l'esempio  avanti  cieli ì  buoni  Autori,  etc.  »  (pp.   64-6;.   ('-')  Abbiam  visto  il  Lapini  scriver  in  latino  la  grammatica  del  fiorentino.   Ricordisi  anche  la   Contesa  di  cui  si    fece   cenno  a  p.   214.    Capitolo  nono  275   di  Livenza  nel  Friuli,  in  una  sua  opera  in  tre  libri  intitolata  Lo  scolare  nel  quale  si  forma  a  pieno  un  perfetto  scolare  (l),  di-  scorrendo della  Grammatica,  che  chiama,  secondo  l'antichis-  simo canone,  madre  di  tutte  le  altre  discipline,  e  che,  secondo  lui,  impone  leggi  all'  ortografìa,  alla  prosodia,  all'  etimo logia,  alla  sintassi,  alle  figure,  ai  tropi,  alle  sentenze,  all' 'analogia,  raccomanda  egualmente  lo  studio  teorico  e  l'esercizio  pratico,  il  primo  sui  testi  antichi  e  moderni  quali  il  Valla  e  il  Perotto,  ma  aggiungendo  che  non  si  sarà  grammatico  senza  aver  impa-  rato a  memoria  tutto  Donato  con  le  regole  di  Guerino,  per  la-  sciar da  un  lato  i  Cantatici  e  i  Mancinelli •  una  vera  indige-  stione, insomma,  di  grammatica  latina  d'ogni  età  e  d'ogni  fatta.  Eppure  non  dimentica  la  lingua  volgare    di  raccomandar  in  proposito  le  Prose  del  Bembo,  le  Osservanze  del  Dolce,  le  An-  notazioni del  Ruscelli,  sparse,  e  la  Grammatica  del  Castelve-  tro C),  cioè  tutti  i  veri  grammatici  stati  in  voga  nel  Cinquecento  fino  all'anno  in  cui  egli  scriveva  e  venivano  in  luce  gli  Avver-  timenti del  Salviati,  che  evidentemente  ancora  egli  non  cono-  sceva. Anche  l'Antoniano,  che  il  Castelvetro  (')  chiamò  «mira-  coloso mostro  di  natura  »,  ne'  tre  libri dell' Educazione  cristiana  de*  figli '('),  dove  consiglia  di  liberar  i  fanciulli  dalle  molestie  della  grammatica,  di  cui  non  intendono  i  termini,  facendogliela  ap-  prendere indirettamente  sugli  autori,  non  riprende  qualche  studio  della  lingua  volgare  e  a  tal  uopo  consiglia  le  versioni.  Finalmente,  per  arrivare  al  tempo  in  cui  ci  troviamo  con  la  nostra  narrazione,  due  altri  notevoli  esempi  dovrei  addurre,  quello  del  Possevino,  autore  di  un  De  cultura  inge?iiorum(')  e  l'altro  del  perugino  Cri-  spolti,  autore  di  un  Idea  dello  scolaro  che  versa  negli  studi  (fi),  en-  trambi scriventi  nel  1604,  per  confermare  come  la  tradizione  che    (')  Venetia,  Fachinetti,   -S  '  ,yr.   Cfr.  Gekinm.  op.  cit.,   II,  405.   Correzione  all' Er  colano  cit.,  p.   54.   In  Verona,  per  Bustina  delle  Donne,  15S4.    Il  Castelvetro  lo  dice  scolaro  di  L.  G.  Giraldi  ;  il  Varchi,  nell'Ere  ola  no  (ed.  cit.,  p.  423  e  l'annotatore  delle  Opere  di  Sp.  Spero?ii  (tomo  II,  p.  2ir)  lo  dicono  scolaro  del  Caro,  ma  il  Castelvetro  (  Correa.,  in  Ercol.  cit.,  p.  32    lo  nega.     Cfr.  Gkrini,  op.  cit.,  II,  461-2.   {'■)  Venetia,  Ciotti,   1604.   Cfr.   G.  B.  Gerini,  Ant.  Possevino  scrit-  tore educativo,  in  L'oss.  scolastico,   XXXIII.   Perugia,   1604.    276  Storia  della  Grammatica   si  ricollega  a  quell'anonimo  del  1529,  fosse  andata  ormai  mettendo  sempre  più  salde  radici.  Tuttavia    e  concluderò  così  questa  lunga  parentesi    l' insegnamento  della  grammatica  volgare  non  era  peranco  ufficialmente  riconosciuto  ('),    aveva  perciò  programmi  e  testi  suoi,  se  anche  indirettamente  venissero  ad  essere  svolti  gli  uni  e  consigliati  gli  altri  :  e  al  consiglio  basta-  vano i  grammatici  cinquecentisti  or  or  nominati,  aggiuntovi  naturalmente  il  Salviati.   Queste  le  varie  cause  onde  secondo  noi  in  questo  periodo,  che  dal  Salviati  (1587)  va  al  Buommattei  (1623)  e  al  Cinonio  (1643)  editi    che  il  primo  di  questi  due  cominciò  ad  atten-  dere all'opera  sua  non  leggera    facile  fin  dal  1612,    la  rigo-  gliosa fioritura  grammaticale  cinquecentesca  s'arrestò  ;  ma  senza,  naturalmente,  avvizzire  ne  intristire  del  tutto.   Non  foss' altro,  se  anche  non  furono  propriamente  gramma-  tici nel  senso  ristrettissimo  e  compiuto  della  parola,  avemmo  due  diversamente  benemeriti  e  orientati  cultori  delle  discipline  grammaticali,  entrambi  senesi,  come  senesi  furono  in  questo  mo-  mento ben  altri  partecipi  del  movimento  linguistico,  quasi  l'ac-  campamento di  Firenze  si  fosse  attendato  a  Siena,  che  di  valore  per  tutto  il  Cinquecento  aveva  mostrato  notevoli  esempi,  basti  ricordare  il  massimo  del  Tolomei:  Orazio  Lombardelli,  cioè,  e  Celso  Cittadini  :  l'uno,  precettista  pur  esso  d'una  parte  della  grammatica,  1'  ortografia,  la  pronunzia  e  la  punteggiatura,  che,  riassumendo  e  vagliando  i  meriti  di  precedenti  grammatici  e  vagheggiando  un  nuovo  tipo  di  grammatica  più  nei  rispetti  del-  l'assetto esteriore  che  del  contenuto  legislativo,  additò,  come  conscio  de'  bisogni  d'  un'  educazione  intellettuale  più  vasta  e  moderna  per  gli  effetti  della  produzione  letteraria,  se  non  un  piano  di  riforma  degli  studi,  certo  un  sistema  più  organico  e  complesso  dove  fossero  mostrati  nella  loro  rispettiva  funzione  i  fonti  dell'arte,  gli  strumenti,  i  metodi,  i  fini;  l'altro,  filologo  per  proprio  o  per  altrui  merito,  che,  plagiario o  no,  dimostrò  d'in-  tendere il  valore  delle  indagini  dei  Tolomei,  dei  Castelvetri,  dei  Bartoli,  divulgando  i  principi  e  gli  elementi  di  quella  gramma-    (,'j  Una  Cattedra  di  lingua  toscana  tu  istituita,  come  s'è  visto,  dal  Granduca:  a  Siena  ne  fu  primo  lettore  il  Borghesi  nel  1589.  Col  de-  creto del  1571  ricordato  dal  Borghini  il  Granduca  ordinò  che  fossero  compilate  regole  della  lingua  fiorentina  da  leggersi  in  tutte  le  scuole.    Capitolo  nono  277    tìca  storica,  che,  già  rosi  ben  promettente  nel  suo  giovanil  ri-  goglio e  assurta  già  .1  fastigi  veramente  impensati,  senza  per  altro  che  quei  cultori  si  stringessero  scientemente  come  pochi  ma  saldi  anelli  di  una  catena  in  una  comune  tradizione,  doveva  poi,  a  maggiore  danno,  almeno  per  tutto  il  Seicento,  quasi  mi-  seramente perire  o  giacere  dispetta  e  scura,  di  contro  alle  in  gran  parte  inutili,  infeconde  e  noiose  logomachie  intorno  al  vo-  cabolario della  Crusca.   Il  Lombardelli,  anch'esso  già  da  altri  lodato  (')  di  non  aver  mai  disgiunto  nella  sua  precettistica  e  nel  suo  insegnamento  gli  studi  del  volgare  da  quelli  del  latino,  non  fu  davvero  poco  fe-  race nella  sua  vita  che  non  dovette  esser  lunga  :  poiché  delle  sue  opere,  elencate  tutte  da  lui  stesso  ne'  suoi  Aforismi  scola-  stici^, le  grammaticali  o  che  con  la  grammatica  hanno  una  certa  relazione  se  non  altro  per  il  metodo,  a  prescindere  dalla  parte  anche  da  lui  presa  alla  polemica  tassesca,  sono  nientemeno  che  dodici  (8) .  le  più  d' indole  strettamente  ortografica  o  or-  toepiche, altre  quasi  lessicali,  e  quasi  tre  pedagogiche  o  didat-  tiche: di  tutte  la  più  notevole  è  naturalmente  quella  dei  Fonti  Toscani.   Della  principale  di  quelle  ortografiche,  V Arte  del  puntar-  gli scritti  edita  nel  15S5,  ma  di  cui  aveva  già  dato  un  saggio  molto  bene  accolto  fin  dal  66,  sarebbe    detto   tutto  quando,  ri-    (')  Gerini,  op.  cit.,  Ili,  63  sgg.   (2)  In  Siena  presso  Salvatore  Marchetti,  1603  (sono  887,  distri-  buiti in  68  distinzioni).   \z  L'elenco  è  ripetuto  in  Gerini,  op.  cit.,  Ili,  63  sgg.    Quelle  che  più  direttamente  c'interessano  sono:  I.  Dei  punti  e  degli  accenti,  clic  ai  nostri  tempi  sono  in  uso  tanto  appresso  i  Latini  quanto  appresso  i  Volgari.  In  Firenze,  per  li  Giunti,  1566.  II.  L'arte  del  puntar  gli  scritti,  formata  ed  illustrata ,  Siena,  presso  Luca  Bonetti,  1585.  III.  Me-  moriale dell'arte  del  puntar  gli  scritti.  In  Siena,  Bonetti,  158S  (Ve-  rona, 1596).  IV.  La  difesa  del  zeta  (già  cit.).  V.  /  riscontri  gramma-  ticali. In  Firenze,  due  volte  e  in  Siena.  VI.  La  pronuncia  toscana.  In  Fiorenza,  presso  il  Marescotti,  1568.  VII.  L  fonti  toscani.  In  Fi-  renze, appresso  Giorgio  Marescotti,  MDXCVIII  (cfr.  Conte  Silvio  Feronio,  //  Chiariti ,  Dialogo,  ove  trattandosi  de'  fonti  toscani  d'O-  razio Lombardelli,  si  va  ragionando  d'altre  cose.  In  Lucca,  presso  il  Busdrago,  1599 1.  VIII.  Le  eleganze  toscane  e  latine.  In  Siena,  1568,  e  in  Firenze,  Marescotti,  1587.  IX.  LI  giovane  studente.  \\\  Venetia,  1591.  X.   Gli  aforismi,  S  conosciutane  l'abbondanza  e  la  metodica  trattazione  della  ma-  teria, si  fosse  ripetuto  l'aforisma  a  cui  egli  s' ispirò  nel  forviarla  ed  illustrarla:  lingua  fiorentina  in  bocca  senese,  principio  con-  tradittorio,  col  quale  egli  cercò  di  trovare  una  via  conciliativa  tra  il  primato  fiorentino  e  il  diritto  che  Siena  s'arrogò  e  le  fu  riconosciuto  d'emular  Firenze  e  che  esprime,  come  vedremo,  .issai  bene  uno  de'  nuovi  aspetti  della  rinnovantesi  critica  let-  teraria; ma,  a  lode  del  libro,  occorre  aggiungere  che  ha  il  merito  d'aver  registrato,  al  cap.  4  della  parte  prima  (pp.  27-30),  per  ordine  alfabetico,  tutti  i  precedenti  trattatisti  italiani  e  latini  della  materia  con  l'indicazione  delle  opere  o  de'  punti  particolari  ih  cui  ne  trattarono  :  tra  i  latini,  Aldo  Pio  Manuzio  in  calce  libri  quarti  grammaticarìim  institutionum ,  il  Valla  al  cap.  41  lib.  YI  Elega?iliarum,  lo  Scoppa,  il  Vives  nel  suo  De  ratione  studii;  tra  gl'italiani,  il  Franci,  il  Firenzuola,  il  Cavalcanti  (5'1  della  Ret-  torica),  il  Lenzoni  (3a  giorn.  della  Difesa  della  lingua  fior,  e  di  Dante),  il  Tolomei  (in  una  lettera  a  m.  F.  Benvoglienti),  V Alunno,  il  Trissino,  il  Ruscelli  (in  Del  modo  di  comporre  in  versi  e  sopra  il  Furioso),  il  Salviati,  il  Castelvetro  {Sposiz.  della  i&  particella  della  V  parte  della  Poetica  di  Aristotele),  il  Dolce,  il  Toscanclla,  il  Giambullari,  il  Bembo,  il  Neri  Dortelata  {Os-  servai, per  la  pr.  por.).   Quanto  al  contenuto,  basterà  osservare  che,  premesse  al-  cune avvertenze  (lib.  I)  per  intender  più  agevolmente  l'opera  e  servirsene  con  frutto    1),  circa  le  persone  a  cui  si  aspetti  la  co-  gnizione e  il  buon  uso  de'  punti  (maestri,  stampatori,  scrittori,  pubblici  ufficiali)  (2),  sulle  cagioni  de'  grandi  abusi,  che  nell'arte  del  puntar  si  passano  (3),  sugli  autori  che  hanno  scritto  de'  punti  (4),  sulle  stampe  che  sono  più  corrette  nel  buon  uso  de'  punti  (5),  passa  (lib.  II)  alla  descrizione  del  punto  (1)  trattando  del  trovamento,  della  necessità,  e  dell'ordine  naturale  de'  punti  (2),  degli  Autori  che  rendon  testimonianza  dell'autorità  de'  punti  (3),  della  convenenza,  e  disconvenenza,  o  vero  della  comunità,  e  differenza,  che  si  ritruova  tra'  Punti  '4);  indi  a  discorrere  (lib.  Ili)  del  sospensivo  (la  nostra  virgola),  trattando  del  nome,  figura,  ordine,  necessità,  descrizione,  regole  con  appen-  dici e  eccettuazioni:  poi  (lib.  IV)  del  mezopunto  (;)  ;  (lib.  V)  del  coma  (:),  (VI)  mobile  (.),  (VII)  interrogativo,  (  YIII)  affettuosa  (la  nostra  esclamazione),  (IX)  Parentesi,  (X)  Apostrofe,  (XI)  Pe-  riodo.    Capito/o  nono  279   Onesti  trattati  di  punteggiatura,  più  o  unno  completi,  ]>iù  ci  meno  polemici,  accompagnarono  sempre  in  connessione  0  no  con  i  vari  sistemi  ortografici  in  tutto  il  suo  secolare  svolgimento  la  vessatissima  questione  della  lingua,  non  pure  a  partir  dai  precursori  senesi  e  fiorentini  del  Trissino  nella  riforma  delle  nuove  lettere  fino  agli  ultimi  manzoniani,  senza  che  ancor  Oggi,  .1  proposito  di  vecchi  e  di  nuovi  sistemi  di  punteggiatura  (si  ricordino  gli  esempi  del  Leopardi  seguiti  dal  Carducci  e  ancor  più  dal  D'Annunzio  parchissimo  eli  punti  e  del  Manzoni  che  n'è  invece  larghissimo),  non  si  tenti  con  inutilità  manifesta  rinnovar  le  vecchie  diatribe,  ma  anche  nel  precedente  periodo  che  corre  dal  De  vulgari  eloquentia  alle  contese  quattrocentesche  prò  e  contra  le  tre  Corone.  Vedemmo  già,  a  non  ricordar  altri,  il  Petrarca  risponder  con  un  trattatello  dell'arte  di  puntar  gli  scritti  al  Salutati  che  gliene  aveva  mosso  questione.  Ho  parlato  d'inutilità  manifesta:  poiché,  risoluto  ormai,  come  dobbiamo  ritener  che  s'è  fatto,  il  problema  filosofico  sul  linguaggio  con  identificare  l'estetica  con  la  linguistica  generale,  non  s'intende  proprio  come  si  chieda,  per  es.,  al  D'Annunzio  perchè  non  si  degni  conformarsi  all'uso  ormai  comune  e  intorno  al  quale  l'ac-  cordo s'è  ottenuto  così   nella  grafia  come,  s' intende,   essendo  l'i-   - .1  questione,  nella  punteggiatura,  quasi  volendolo  rimpro-  verar come  d'un'inutile  bizzarria  o  d'una  posa  e  chiamandolo  responsabile  de'  cattivi  effetti  che  il  suo  capriccio  tirannico  può  produrre  sull'arte  e  sulla  scuola.  O  non  sono  anch'esse  e  le  forme  speciali  ortografiche  e  le  specialissime  interpunzioni  d'un  poeta  le  sue  parole  interiori?  Egli  parla  con    a  quel  modo,  ed  è  illogica  e  tirannica  quanto  vana  la  pretesa  di  voler  che  e'  parli  secondo  un  uso  astratto,  cioè  dica  delle  parole  mute.  Anche  ne'  punti  è  egli  sempre  il  Poeta  quale  si  dimostra  in  tutta  l'originalità  delle  sue  visioni.  Mentre  invece  il  problema  non  era  vanamente  trattato  e  discusso  con  più  o  meno  vivo  calore,  quando,  nel! 'affermarsi  e  nello  svolgersi  della  nuova  letteratura  e,  concedo  ancora,  nel  romantico  rinnovarsi  di  essa,  allor  che  ancora  la  vera  formula  estetico-filosofica  non  era  stata    ('  Riguardavano,  s'intende,  specialmente  il  latino;  ma,  a  tacer  d'altro,  il  Borghini,  come  abbiani  visto,  ricordava  d'aver  visto  un  libro  tra  quelli  del  periodo  300-348  «  intorno  all'ortografia,  della  quale  i   nostri   antichi  -non   curarono  affatto  »,   loc.   cit.    280  Storia  della  Grammatica   trovata,  la  coscienza  artistica  non  si  poteva  appagare  degli  scarsi  segni    eravamo  ridotti  quasi  al  solo  punto    ereditati  dal  primo  Trecento,    de'  nuovi  che  venivano  o  rintracciati  nell'antichis-  simo uso  o  novellamente  foggiati.  Nessuno  di  que'  nostri  trat-  tati fu  inutile  o  arbitrario  prodotto  da  trascurarsi  a  chi  fa  la  storia  e  delle  istituzioni  didattiche  e  dello  spirito  filosofico,  poiché  ciascun  d'essi  era  l'effetto  d'uno  sforzo,  d'un  bisogno  a  cui  ben  si  sentiva  non  era  facile  sottrarsi,  quando  si  fosse  voluto  espri-  mere con  pienezza  il  proprio  pensiero;  o  meglio  quando  si  fosse  voluta  schiarire  e  possedere  l' immagine  interiore  del  proprio  pensiero.  Potevano  credere  quei  trattatisti  di  dirigersi  al  comodo  pratico  non  pur  degli  apprendenti    anche  de'  tipografi  e  scrivani  pubblici  ;  in  latto  essi  rispondevano  ai  que-  siti infiniti  che  sorgevano  nella  coscienza  artistica  de'  nuovi  produttori  della  letteratura  :  e  il  moltiplicarsi  di  codesti  trattati,  e  l' ingrandirsi  del  loro  corpo  fino  alla  mostruosità  dell'ampio  volume  veniva  a  segnar  via  via  il  loro  fallimento  completo  di  fronte  alla  scienza,  che  non  conosce  leggi  fonetiche,    gram-  maticali, né,  particolarmente,  ortografiche  o  di  accentuazione  e  interpunzione.  Si  noti,  infine,  a  conferma  di  tutto  questo,  che  ciascun  d'essi  s'eleggeva  il  principio  che  meglio  e  più  rispon-  deva alla  sua  coscienza  artistica,  appunto  perchè  il  loro  senso  estetico,  ossia  il  loro  particolar  modo  di  sentire,  si  ribellava  a  ogni  altra  legge  che  in  qualche  modo  lo  violentasse  nella  sua  libera  e  piena  manifestazione  :  e  il  Lombardelli  non  cavò  di  sua  testa  il  principio  che  è  fondamento  della  sua  dottrina  ortogra-  fica, lingua  fiorentina  in  bocca  se?iese,    nel  formularlo  s' ispirò)  come  dice  il  D'  Ovidio  ('),  al  lodevole  esempio  di  modera-  zione che  gli  era  stato  porto  dal  suo  più  illustre  concittadino Tolomei  ;  ma  lo  dedusse  dal  suo  particolar  gusto  di  se-  nese, anzi  di  artista,  quale  si  fosse,  del  suo  volere  e  dover  esser  lui  e  non  altri.  Il  Petrarca    s'è  già  visto    era  arrivato  per-  fino a  crearsi  de'  segni  particolari,  più  che  d'interpunzione,  di  rilievo,  direi  quasi,  e  di  colorimento  per  certi  speciali  atteggia-  menti   del    suo    pensiero  artistico.   Sui  fonti   Toscani,  la   più  nota  e  diffusa  opera   del    Lombar-  delli, ebbe  già  a  portare  la  propria  attenzione  il  D'Ovidio,  che  ne ] biasimò  il  titolo  per  esservi  stati  sotto  compresi  concetti  dispara-  tissimi  con  criterio  goffamente  didattico,  e  non  ne  risparmiò  na-  turalmente il  contenuto.  Riconosce  peraltro  che  «  il  libercolo  non  i-  indegno  di  studio;  giacchèj  quantunque  farraginoso  e  sconnesso,  ha  qualche  importanza  per  la  questione  della  lingua  e  per  quella  dell'origine,  contiene  qualche  buon  ragguaglio,  e  propugna  con  urbanità  opinioni  temperate  e  conciliative.  Retto  e  mite  per  na-  tura, quale  si  dimostra  anche  nell'atteggiamento  benigno  verso  il  povero  Tasso,  il  Lombardelli  non  cadde  in  eccessi  »(l),  come  il  Bargagli,  vero  separatista  tra  il  fiorentino  e  il  senese,    in  quella  violenza  in  cui  trascese,  più  tardi,  per  esserne  il  capro  espiatorio,   il  Gigli  (").   Per  fonti  il  Lombardelli  intende  tutte  le  sorgenti  onde  pos-  siamo derivare  rivoli  e  fiumi  d'eloquenza  toscana.  Ne  fa  dodici  categorie:  1.  la  lingua  latina;  2.  la  voce  viva  dei  popoli  di  To-  scana ;  3.  le  scritture  del  buon  secolo;  4.  i  linguaggi  italiani;  5.  la  lingua  greca;  6.  i  linguaggi  stranieri;  7.  gli  autori  della  teorica  di  nostra  lingua  ;  8.  le  traduzioni  ;  9.  gli  scrittori  di  prosa  moderna;  io.  i  poeti;  11.  i  prosatori  scelti;  12.  i  tre  sommi  del  Trecento.   Quanto  alla  settima,  osservisi  che  gli  autori  della  teorica  di  nostra  lingua  per  il  Lombardelli  non  sono  solamente  i  grammatici,  ma  tutti  coloro  «  i  quali  ci  insegnano,  come  si  debbia  parlare,  e  scriver  lodevolmente,  con  regole,  avvertimenti,  e  precetti  di  Grammatica,  di  Rettorica,  e  di  Dialettica,  guidati  anco  talora,  e  praticati  per  via  di  Istorie  e  con  ragioni,  prese  dalla  Filosofia,  e  d'altronde  »  (pp.  46-7).  De'  grammatici  propriamente  detti  racco-  manda i  più  recenti,  designandone  il  grado  d'attendibilità:  «se  pur  nel  Dolce  ha  difetti,  si  trovan  notati  dal  Ruscelli,  se  nel  Bul-  garino,  si  trovan  ripresi  dal  Zoppio,  e  difesi  da  lui  proprio  e  dal  Borghesi.  Se  finalmente  dal  Borghesi  e  dal  Salviati,    ho  da  parlar  io  nelle  riprese  dodicesima  e  tredicesima  del  penultimo  fonte.  Ma  torno  a  dire  intanto  che  per  quanto  appartiene  a  questa  parte   della   Teorica  di  nostra  lingua,    gli  ho  per  guide   sicuris-    (')  Pe'  plagiari  del  Tolomei,  in  Pass,  bibliogr.,  I,  467.  Ma  di  plagio  non  si  può  parlare    riconosce  il  D'Ovidio    tranne  che  pel  titolo  e  qualche  idea  e  osservazione  particolare.  Il  Lombardelli  non  ricorda  del  Tolomei  solo  le  opere  a  stampa.   (:)  Le  corr.  cit.    2S2  Storia  della  Grammatica   sime  »(p.  58).  Ma  ciò  non  toglie  che  egli  non  si  taccia  a  esporre  un  lungo  catalogo  di  desiderata  con  la  più  grande  disinvoltura:  «si  desidera  una  Gramatica  intera,  piena,  risoluta,  e  facile:  la  quale  appena  si  potrebbe  cavar  da  tutt'i  detti  Autori.  Poi  un  ampio  Tesoro,  dove  sien  raccolte  tutte  le  voci  attenenti  al  puro  toscane-  simo, scelte  con  buon  giudizio  tra  le  antiche,  e  le  moderne,  sposte  con  la  copia,  esaminate  nella  origine,  nella  proprietà,  nella  pro-  porzione, o  corrispondenza,  nelle  differenze,  nelle  costruzioni  semplici,  e  nelle  figure,  avvivate  con  gli  opposti,  ornate  degli  epiteti  e  degli  aggiunti,  assicurate  finalmente,  ed  approvate  con  diverse  parti  degli  scrittori  del  buon  secolo  e  de'  più  regolari  del  nostro,  specialmente  di  quei  dello  ultimo  fonte...  Mancane  un  Vocabolario,  non  indirizzato  a  quei  che  aspirano  all'eloquenza,  ma  alla  turba,  per  intendere  tutt'i  vocaboli  del  Volgo  e  degli  Antichi  :  e  potrebbe  farsi  a  imitazione  o  di  quel  Polluce  greco,  o  di  quel  d'Anton  Nebrisense,  spaglinolo,  e  latino:  poiché  non  ci  può  sodisfar  la  Tipocosmia  d'Alessandro  Citolini  da  Serravalle.  Mancavi  un  Dizzionario poetico;  e  forse  alcun  altro  d'altra  sorte  ri-  spetto alle  diverse  arti  e  professioni.).  Ci  manca  un  Pro-  verbiarlo cominciato  già  dal  nostro  sodo  Intronato  (1).  Una  sin-  dacatila [manca]  sopra  a  tutti  i  pregiati  scrittori  toscani  an-  tichi e  moderni,  come  fu  fatto  per  gli  antichi  da  Quintiliano  e  Tacito  in  Cicerone,  da  Polemone  in  Sallustio,  da  altri  in  (  hnero  e  Virgilio,  dal  Valla  in  diversi  »  (ib.).  Ricordate  le  promesse  di  Vocabolari  di  G.  C.  Dal  Minio,  del  Ruscelli,  del  Salviati,  an-  nunzia quelli  del  Persio  e  della  Crusca:  ragguaglia  che  Otta-  viani  Ottaviano  suo  allevato,  scolaro  di  medicina,  stava  compo-  nendo la  correzione  degli  abusi  introdotti  nella  lingua  (forestie-  rumi,  dialettalismi   e  idiotismi   vernacoli)  (pp.  61-2);   annunziala    (')  Il  Lombardelli  era,  sembra,  scontento  della  non  scarsa  lette-  ratura proverbiariesca  a  lui  anteriore:  per  lo  meno  ignote  non  gli  dovevano  essere  le  varie  edizioni  della  Civil  conversazioni-  di  Ste-  fano  Guazzo.  Cfr.  per  questo  argomento,  Xovati,  Le  serie  alfabe-  tiche proverbiali  e  gli  alfabeti  disposti  nella  letteratura  italiana  dei  primi  tre  secoli,  in  Giorn.  si.  d.  leti,  il.,  voi.  XY  e  XVIII  ;  e  L.  Bon-  i-ioi.i,  Stefano  Guazzo  e  la  sua  raccolta  di  proverbi  in  Niccolò  Tom-  maseo, II,  11-12.  In  ogni  modo  il  desiderio  espresso  dal  Lombardelli  vien  ad  essere  una  diretta  conferma  del  tatto,  dal  Bonfigli  affermato,  che  «la  mania  per  i  proverbi  era  nell'aria».  In  gran  parte  l'avrebbe  invece,  soddisfatto,   tra   poco  il   Monosini,   di  cui  s'è  già  discorso.    Capitolo  nono  283    Semenza  delle  burle  d'un  suo  amico,  contenente  «  centinaia  di  voci  non  mai  uscite  in  istampa,  proverbi,  sbeffamenti,  sentenze  popolaresche...  »  e  per  comodo  de'  forestieri,  con  le  corrispon-  denze nobili,    che  un  detto  burlesco  venga  dichiarato,  ad  es.,  in  dieci  0  venti  modi  nobili  (p.  62).  Porge  infine  degli  avvertimenti  speciali  (p.  119  Sgg.)  ai  forestieri" {soggiorno  in  Toscana;  let-  tura delle  opere  grammaticali  del  Dolce,  del  Ruscelli,  del  Sal-  viati,  del  Bembo,  del  Borghesi  :  la  lettura  degli  scrittori  antichi;  la  Fabbrica  dell'Alunno  ;  composizioni  ;  traduzioni  ;  corrispondenza  con  toscani),  ai  fanciulli  toscani,  alle  donne,  agli  studenti,  dot-  tori e  nobili  artefic i (deplorando  la  scarsa  cultura  degli  artisti!),  ai  notai  e  cancellieri ,  ai  segretari,  agli  accademici,  ai  predicatori  ('•ammaestrati  prima  ne'  fonti  della  Gramatica,  Greca,  Latina,  e  Toscana,  come  Appollonio  Alessandrino,  Urbano,  Demetrio,  Prisciano,  Emanuele  Alvaro,  Mario  Corrado,  Tommè  Linacro,  Agostin  Lazaronio,  Giovanni  Scopa,  il  Manuzio,  Anton  da  Ne-  brisa,  il  Ruscelli,  il  Bembo,  il  Castelvetro,  il  Salviati  e  altri  »  p.    129-30),  agli  Umanisti,    Traduttori,  Poeti,  Istorici  e  altri.   Il  carattere  zibaldonesco  del  libro  e  quello  un  po'  cervello-  tico de'  principi  secondo  cui  è  stato  imbastito,  saltano  subito  all'occhio;  pure  di  tra  la  farragine  e  delle  cose  e  de'  principi  un  fatto  balza  anche  fuori  che  torna  a  tutta  lode  del  Lombar-  delli ;  questo,  che  egli,  additando    disparati  modi  e  strumenti  onde  dovesse  e  potesse  acquistarsi  dalle  varie  classi  sociali  la  cultura  e  l'arte  letteraria,  mostrava  d'intendere  che  non  c'è  una  sol  via  per  imparare  a  scrivere  e  a  parlare,  e  che  l'intelletto  va  -'i-citato  e  nutrito  non  con  le  sole  regole  ma  con  più  sorta  di  cibi  o  di  ricambi.  La  grammatica,  anzi,  nel  piano  educativo  da  lui  disegnato,  occupa  una  parte  molto  secondaria,  è  una  parte  d'uno  de'  dodici  fonti:  ed  essa  stessa  non  è  pedantesca,  ma  è  concepita  e  desiderata  liberale  e  facile.  Egli  non  la  corrode  fi-  losoficamente, ma  ne  attenua,  nel  fatto,  la  portata.  Ed  anche  questo  per  la  storia  è  notevole.  La  scarsa  fede,  in  sostanza,  in  un  prodotto  antiscientifico,  se  non  è  indizio  di  senso  scientifico,  è  certo  segno  di  buon  senso,   che  è  base  di  quello.   Il  Cittadini,  dai  sommi  altari  della  filologia  a  cui  era  stato  elevato  tra  i  profumi  dell'incenso  e  il  coro  delle  lodi,  è  caduto  ìgnominiosamente  a  terra:  e  oggi  non  se  ne  pronunzia  il  nome,  senza  chiamarlo  grande  depredatore  del  Tolomei,  malo  affastel-  latore  di  scritti  non   suoi,  e    con    epiteti    consimili  ;    ma    cancel-    284  Storia  della  Grammatica   larlo  dalla  storia  non  si  può.  Parliamone  dunque  anche  noi,  senza  più  oltre  incrudelire  :  cosa  facile  grazie  alle  diligenti  fa-  tiche d'un  altro  nostro  valoroso  corregionario,  Filippo  Sensi,  che,  per  ripetere  una  frase  del  Rajna,  ha  i  due  Senesi  sulla  punta  delle  dita.   Cominceremo  dal  riassumere  del  Sensi  lo  scritto  principale  (').   L'egregio  studioso,  a  metter  bene  in  chiaro  i  gravissimi  debiti  del  Cittadini  verso  il  Tolomei,  rivolge  primieramente  uno  sguardo  generale  alle  Origini  del  Cittadini    I).  Le  Origini  della  Volgar  Toscana  favella  (')  si  rannodano  con  un  precedente  trattato  del  Cittadini  stesso,  che  reca  un  titolo  consimile  :  Della  vera  origine,  e  del  processo,  e  nome  della  nostra  Lingua  (:!).  Il  Sensi  stesso  riconosce  che  qui,  oltre  il  concetto  della  deriva-  zione dell'italiano  dal  latino  popolare,  si  ha  un  abbozzo  vera-  mente pregevole  di  storia  di  questo  latino  ;  ma  quando  si  viene  a  chiarire  il  modo  di  quella  derivazione,  la  ricerca  è  abbando-  nata sul  più  bello.  Esaminata  «  in  confuso  e  come  per  esempio  del  restante  »  l'origine  de'  pronomi,  si  rimanda  al  Bembo,  al  Castelvetro,  al  Salviati,  ne'  quali  invano  si  cerca  qualcosa  di  simile  pel  concetto  e  pel  metodo  (').    Nelle    Origini   la    ricerca    (')  Per  la  storia  della  filologia  neolatina  in  Italia.  Appunti  di  F.  Sensi:  I.  Claudio  Tolomei  e  Celso  Cittadini,  in  Arch.  gioii.  Hai.,  XII,  {1893Ì,  441  sgg.  (cfr.  D'Ovidio,  in  Pass,  bibliogr.  d.  lei/.  Hai.,  I,  46-9;  e  Sensi,  ivi,   I,   152  sgg.).   (2)  Le  ...  ecc.,  per  Cittadini  lettor  publico  di  essa  nello  Studio  di  Siena  e  Censor  perpetuo  della  medesima  nell'Accademia  de  Filomati.  App.:  Salvestro  Marchetti,  in  Siena,   1604,    16°,  pp.   191.     L'ed.  di  E.  Gori,  Siena,  162S,  è  detta  dallo  Zeno  migliore  della  prima.  (Il  Vivaldi,  op.  cit.,  I,  166,  attribuisce  a  Ercole  Gori  un  trat-  tato grammaticale,  che  io  non  ho  potuto  rintracciare.  E  una  svista?).     Le  Opere  di  Celso  Cittadini  gentiluomo  sanese  con  varie  altre  del  medesimo  non  stampate  furono  raccolte  da  Girolamo  Gigli.  In  Roma,  per  Antonio  de'  Rossi,  1721.  Oltre  i  due  trattati  dell'origine  questa  raccolta  contiene  il  Trattato  degl'idiomi  toscani,  le  Note  marginali  alla   Giunta  del  Castelvetro,   e  le  Note  sopra  le  Prose  del  Bembo.   (3)  Trattato  della  ecc.  scritto  in  volgar  Sanese  da  Celso  Cittadini.  In  Venetia,  per  Giambattista  Ciotti,   1601.   ( ')  Io  credo  che  pel  Castelvetro  debba  farsi  qualche  riserva:  la  posizione  del  Castelvetro  verso  la  grammatica  storica    non  storia  della  lingua,  si  badi    sia  molto  diversa  da  quella  del  Bembo  e  del  Salviati,  perchè,  se  il  Castelvetro  nella  trattazione  delle  forme  non  adoperò  il  concetto  tolomeiano-cittadinesco  del  latino  popolare,  dal  latino  in   ogni   modo   mosse  e  con  criteri  non  certo  retorici.    Capitolo  nono  285   vi  assume  un  aspetto,  dice  il  Sensi,  semifilo  so  fi  co,  pretenden-  dosi spiegare  la  derivazione  dell'italiano  per  via  di  dieci  ori-  gini, senz'esser  una  continuazione  del  Trattato,  rimasta  cosa  monca,  anzi  ne  sono  un  regresso  in  confronto  del  metodo  tutto  analitico  e  storico,  di  cui  l'autore  aveva  dato  quel  saggio.  Vi  si  unta  poi,  oltre  la  poca  corrispondenza  al  fine  proposto,  una  grave  sproporzione  tra  la  parte  fatta  alla  trattazione  dell'i?  e  dell'0,  che  ricorre  attraverso  tutte  le  singole  origini,  e  il  di-  segno vasto  che  abbracciava  non  l'origine  solo,  ma  questioni  intorno  alla  pronunzia  e  alla  scrittura  del  Toscano,  in  ogni  va-  rietà, specie  nella  fiorentina  e  nella  senese,  intrecciandosi  — -  o  era  criterio  allo  studio  principale    la  fondamentale  distinzione  di  tutto  il  linguaggio  toscano  in  quattro  suddivisioni,  alle  prime  due  delle  quali  sarebbero  appartenuti  i  vocaboli  nati  dalle  prime  nove  origini,  alle  altre  quelli  della  decima:  distinzione  impor-  tante, perchè  verte  sull'origine  letteraria  e  popolare  de'  vocaboli,  e  che  sarebbe  un  bel  vanto  del  libro.  Sicché,  senza  tener  conto  di  inconseguenze,  contraddizioni  e  trascurarle,  è  da  concludere  che  esso  è  un  insieme  inorganico  di  elementi  greggi,  un  mal  riuscito  affastellamento  delle  operette  inedite  del  Tolomei.  Qui  il  Sensi,  metodicamente  si  fa  a  considerare  ($  II)  codeste  ope-  rette raccolte  nella  nota  copia  della  Coni,  di  Siena  (H.  VII,  15,  sec.  XVIII),  ricordando  che  al  Tolomei,  autore  degli  scritti  da  noi  altrove  esaminati,  poco  si  badò,  e  che  a  nulla  valse  che  il  Benvo-  glienti  (')  s'accorgesse  del  plagio,  perchè  tale  scoperta  rimase  inedita.  Da  quella  considerazione  la  figura  del  Tolomei  ne  vien  fuori  pari,  se  non  superiore,  a  ogni  altra  nella  storia  della  gram-  matica neolatina  a  lui  anteriore,  benché  da'  vari  materiali  non  si  possa  ricostruire  quella  Grammatica  toscana  che  il  Tolomei  diceva  di  voler  comporre,  prima  che  il  Giambullari  ponesse  mano  alla  sua.  Forse  il  Tolomei  avrebbe  trattato  in  un  primo  libro  di  questioni  generali,  in  un  secondo  di  propria  gramma-  tica, e  nel  terzo,  come  appendice,  dissertato  di  vari  argomenti.  Il  Cittadini  di  questi  materiali  non  si  servì  per  ricostruire  ;  ma  volle    (')  Il  Poleni  (cit.  dal  Sensii  nelle  Exercitationes  Vitruvianae,  Patavii,  1739,  p.  50  s,y;g.,  dice  che  Uberto  Benvoglienti,  eruditissimo,  era  d'opinione  che  l'autore  del  Polito  fosse  non  il  Franci,  ma  il  To-  lomei ...  e  deduceva  dalla  lettura  delle  opere  inedite  del  Tolomei  il  plagio  del  Cittadini  a  danno  del  Tolomei,   nell'opera  Delle  Origini.    286  Storia  della  Grammatica    solo  plagiare:  e  base  della  sua  compilazione  fu  il  trattatello  delTo-  lomei  :  De"1  fonti  de  la  Lingua  Toscana.  Codesti  fonti  (e  siamo  così  al  §  III)  sarebbero  nove  :  de  l'origine,  de  la  forma,  de  la  derivanza,  de  la  figura,  de  la  differenza,  de  la  frequenza,  de  l'affetto,  del  rappresentamento,  de  la  disuguaglianza.  Il  disegno,  giudica  il  Sensi    IV),  n'è  ampio,  ma  la  trattazione  meschina,  quasi  un  sommario.  A  ben  intenderli  poi  occorre  la  conoscenza  delle  scritture  del  Tolomei  parallele  a'  '  Tonti  ',  cioè  il  Proemio  de  le  4  lingue,  il  Ritratto  de  le  q  lingue  toscane,  e  del  relativo  criterio,  che  serve  loro  di  base,  di  due  strati  idiomatici,  '  il  ban-  dolo '  della  sua  ricerca,  la  prima  lingua  essendo  costituita  di  un  fondo  schiettamente  popolare  identico  al  toscano,  le  altre  tre  de'  vocaboli  introdotti  dagli  scrittori  ;  ma  le  caratteristiche  ne  sono  ben  poco  chiare.  I  confini  dell'opera  forse  non  oltrepassa-  vano quelli  della  fonetica,  e  probabilmente  era  destinata  a  co-  stituire la  sezione  preliminare  della  Grammatica,  insieme  con  trattati  maggiori  che  ne  svolgevano  i  capitoli  più  importanti.  '  La  dimostrazione  del  plagio  del  Cittadini  ',  ristabilite  cosi  le  cose,  divien  ora    V)  pel  Sensi  assai  facile.  Ne  sono  spia,  oltre  la  simiglianza  del  titolo,  le  aggiunte.  Colpito  dal  ricorrere  degli  e  e  degli  0  nell'esemplificazione  de'  Fonti,  e  trattone  a  esage-  rare l'importanza,  gli  parve  fortuna  ritrovare  le  due  disserta-  zioni De  lo  e  chiaro  e  fosco  e  De  /'o  chiaro  e  fosco,  e  gli  ag-  giunse nel  cap.  Della  Differenza,  nel  mezzo  del-  l'opera. Gli  altri,  quasi  tutti,  rimasero  inalterati.  Al  I  cap..  Na-  tura, furono  aggiunte  (pp.  148-164)  le  dissertazioncelle  del  To-  lomei conservate  nel  ms.  senese;  'qualsia  miglior  parlar  :  fosse  vero  o  fisse  vero  ';  '  stetti  non  è  per  forma  ripigliata  da  '  steli  latino,  ma  è  preterito  disteso  '  :  '  Propio  esser  il  vero  J 'ocabolo  toscano  e  non  proprio  ';  '  De  la  figura  agg ionia  ' .  Una  breve  giunta  ebbe  il  cap.  Figura;  quello  della  Frequenza  le  maggiori  a  spese  del  trattato  delle  figure  grammaticali,  costituito  di  tre  scritti  ('  Da  Virtude,  Virtù  e  da  Salute  non  Salù  ':  '  Che  e  se  ricevono  il  primo  corrodimene)  '  ;  'Dopo  se  e  che  con  il  e  in  si  fa  il  corrodimento  secondo  ').  Nella  Conclusione  mise  il  Proemio  del  Tolomei,  e,  infine,  la  nota  dichiarazione  di  ricono-  scenza!   Lo  scritto  del  Sensi  è  di  quelli  che  non  lasciano  adito  a  obiezioni  e  riserve:    è  il  caso,  e  tanto  meno  qui,  di  valutare  la  confessione  fatta  dal  Cittadini  de'  suoi   debiti    verso  il  Tolomei    Capilo/o  nono  287   e  richiamare  alla  mente  le  abitudini  letterarie  del  tempo  (che  permettevano,  p.  es.,  al  Giolito  di  prendere  il  Cesano  e  stam-  parlo senza  chieder  alcun  permesso  all'autore'  per  giudicare  giuridicamente  e  moralmente  del  plagio  del  Cittadini,  il  quale  lece  quel  che  fece.  Si  tratta  invece  di  vedere,  .secondo  noi,  quel  che  mise  di  suo    che  qualcosa  avrà  pur  dovuto  metterci    nella  manipolazione  o  nell'uso  che  fece  negli  scritti  del  Tolomei,  e  di  determinare  il  punto  di  vista  donde  elabori»  la  manipola-  zione cioè  interpretarla  nel  suo  valore  nel  rispetto  del  pro-  gresso dello  spirito  critico  che  importa  qui  seguire  ;  oltre,  s'in-  tende, alla  considerazione  di  quanto  potè  il  Cittadini  intellet-  tualmente operare  indipendentemente  dall'opera  del  Tolomei:  si  tratta,  insomma,  tenuto  conto  del  plagio  e  del  resto,  di  asse-  gnare al  Cittadini  il  posto  che  gli  compete  in  una  storia  come  la  nostra.   Nessuno  intanto  potrà  contestare  al  Cittadini  il  merito,  dirò  con  un  apparente  paradosso,  del  suo  stesso  plagiare,  che  im-  porta un  apprezzamento  della  materia  plagiata  :  il  conto  fatto  dal  Cittadini  delle  idee  e  delle  ricerche  del  Tolomei  è  già  un  valore  criticamente:  non  è  solo  l'aver  rimesso  in  circolazione  delle  conclusioni  positive  dimenticate  e  perciò  nulle  che  costi-  tuisce il  merito    qui  abbiamo  ancora  il  plagiario,    ma  aver  dato  loro  un  valore,  aver  cioè  aggiunto  ad  esse  qualcosa  di  proprio.  Ora  questo  merito  non  è  venuto  al  Cittadini  dal  di  dentro  delle  verità  stesse  che  gli  si  fecero  innanzi:  occorreva  che  egli  avesse  in    svolto  una  disposizione  a  comprenderle.  Non  bisogna  qui  dimenticare  che  il  Cittadini  tutta  codesta  ma-  teria delle  Origini  aveva  esposta  per  sei  anni,  com'egli  afferma  nella  dedica  a  Fabio  Sergardi,  nello  Studio  senese  dalla  cattedra,  sia  pure,  com'è  facile  supporre,  desumendola  fin  d'allora  e  per  quell'uso  dalle  operette  del  Tolomei  :  vi  era  stato  poi  intorno  nel  tentare  di  sistemarla  sia  pure  meccanicamente,  in  un  libi'  n'avrà  discusso,  e  se  ne  sarà  giovato  nelle  polemiche  a  cui  prese  parte  :  altro  disse  per  conto  proprio  nel  dare,  attenendosi  anche  qui  al  Tolomei,  brevi  caratteristiche  di  ciascuno  degl' idiomi  to-  scani, nelle  note  alle  Prose  del  Bembo,  e  alla  Guaita  del  Ca-  stelvetro,  oltre  che  nell'altro  breve  Trattato  degli  articoli  e  di  alcime  altre  particelle  della  volgar  lingua,  che  congiunse  al  maggior  Trattato  della  zera  origine.  Non  solo,  ma  lesse  e  tra-  dusse il  De   l'ulgari  Eloquentia  di  Dante,   che  non  è  libro  certo    2ifo/o   nono  2S9    portante  non  solo  ne'  riguardi  dell'opera  individuale  del  Cit-  tadini, sì  anelli-  di  tutta  la  stòria  della  filologia  romanza  ante-  riori', il  famoso  plagiario  era  pervenuto  quasi  di  primo  acchito  in  quel  primo  de'  suoi  trattati,  quello  Della  vera  origine,  che  nessuno  finora  ha  dimostrato  essere  un  plagio.  E  se  è  vero  che  l'atteggiamento  assunto  dal  Tolomei  di  fronte  a  codesto  pro-  blema, quale  ci  venne  fatto  di  caratterizzare  secondo  gl'indizi  1 'flirtici  dal  Tolomei  stesso  nei  suoi  scritti  editi  {Polito,  in  quel  che  contiene  di  suo,  Regole,  Cesano,  Lettere)  dev'esser  ora  corretto  secondo  quanto  risulta  dall'esame  dell'operette  inedite,  nel  senso  che  non  permanga  quello  di  chi  non  abbia  avuto  vera  coscienza  dell'oggetto  e  della  portata  delle  sue  ricerche,  è  anche  vero  che  il  Cittadini  ci  si  mostra  collocato  dinanzi  ad  esso  da  un  punto  di  vista  che  direi  più  obiettivo,  cioè  a  dire  con  più  piena  coscienza  di  quel  che  sia  il  divenire  linguistico  nel  suo  ritmo  e  nelle  sue  leggi.  E  anche  sotto  questo  rispetto  a  noi  pare  che  il  Cittadini  rappresenti  un  reale  progresso.  Ma  un  altro  reale  e  maggiore  progresso  è,  per  noi,  l'aver  agitato  il  problema  sto-  rico della  lingua  in  un  momento  in  cui  avveniva  la  finale  codi-  ficazione dell'osservazione  grammaticale  e  la  lingua  era  per  cri-  stallizzarsi nel  vocabolario  :  nel  momento  in  cui  l'uso  degli  scrit-  tori fiorentini  del  Trecento  voleva  essere  imposto  a  tutta  Italia.  Egli,  a  differenza  di  quasi  tutti  i  senesi  che  propugnarono  il  se-  nese col  medesimo  calore  con  cui  i  fiorentini  avevano  propugnato  il  fiorentino,  in  piena  concordia  con    stessi,  non  ebbe  prepotenti  predilezioni  municipali,  ma  come,  quegli  che  aveva  visto  più  ad-  dentro nella  formazione  e  nello  sviluppo  del  linguaggio  sotto  il  rispetto  esteriore,  storico,  mostrò  d'intendere  che  allo  scrittore  dovesse  esser  lasciata  una  maggiore  libertà  e  non  prescritto  uno  stampo  determinato,  e  tanto  meno  quello  d'un  particolar  dia-  letto, persuaso  che,  come  intitolava  il  §  3  del  lib.  I  della  sua  versione  del  trattato  dantesco,  «  il  Parlar  regolato  vuol  lungo  studio  ».  Era  un  credo  grammaticale  questo,  ma  chi  lo  metta  in  relazione  e  con  lo  spirito  e  lo  sforzo  della  dottrina  dantesca  é  coi  convincimenti  che  si  può  formare  chi  studia  storicamente  e  non  grammaticalmente  la  lingua,  un  credo  assai  meno  irra-  gionale di  quello  che  la  comune  grammatica  normativa  aveva  formulato,  e  veniva  così  a  risolversi  in  un'opposizione  a  questa.  Onde  possiamo  concludere  che,  se  nella  pura  storia  della  filologia  neolatina  in  Italia,   per  quanto  si  riferisce  alla  materia   C.  Trabalza.  19    290  Storia  della   Grammatica   .  -   plagiata,  al  Cittadini  non  compete  altro  posto  che  quello  che  l'e-  same indistruttibile  del  Sensi  gli  ha  assegnato,  mentre  un  posto  assai  distinto  gli  va  assegnato  per  la  soluzione  e  per  il  più  esatto  orientamento  dato  non  solamente  in  termini  generali  al  problema  della  derivazione  dell'italiano  dal  latino  popolare,  in  una  storia  come  la  nostra  ne  spetta  al  Cittadini  uno  ben  altrimenti  ono-  revole, quello  di  chi  introduce  nella  grammatica  empirica  un  elemento  conoscitivo  e  un  criterio  meglio  che  puramente  gram-  maticale.   E  certo  è  a  lamentare  che  le  condizioni  critiche  e  letterarie  dell'età  impedissero  che  il  Cittadini  avesse  de'  continuatori  in  questo  indirizzo  non  certo  filosofico,  ma  storico  e  metodico  da  lui  impresso  alla  grammatica,  riallacciando  la  bella  tradizione  iniziata  dal  Bruni  e  dal  Biondo,  affermata  con  ricerche  anali-  tiche positive  dal  Tolomei,  proseguita  con  molto  acume  intui-  tivo dal  Castelvetro  (').   Invece,  se  uno  studio  in  tutto  il  Seicento  e  non  in  questo  se-  colo soltanto  fu  trascurato,  si  fu  appunto  questo  della  gramma-  tica storica.   E  per  converso  quanto  scarsi  guadagni  non  solo  dalle  con-  tese prese  nel  loro  insieme  ("),  che  i  senesi  sostennero  contro  i  maggiori  avversari,  i  fiorentini,  ma  da  quelle  intorno  al  vocabo-  lario, benché  non  trascurabili  come  segno  d'una  salutare  ribel-  lione al  pedantismo  e  purismo  grammaticale,  e  dalle  opere  stesse  de'  grammatici,  benché  tra  esse  avremo  da  annoverarne  di  abba-  stanza originali  nel  loro  principio  ispiratore,  come  quelle  del  Bara-  toli, se  il  razionalismo  non  fosse  venuto  col  veicolo  della  gramma-    (')  Qualche  continuatore  che  facesse  servire  le  idee  del  Cittadini  a  combatter  la  Crusca,  come  vedremo,  non  mancò;  ma  fu  azione  di  scarso  valore.    Un  avversario  della  Crusca,  appunto,  ne  cantò  l'e-  logio funebre:  Orazione  per  l'esequie  del  dottor  Celso  Cittadini  reci-  tata nelVAcc.  de'  Fi  toma  ti  da  Giulio  Piccolomini,  lettor  pubblico  della  toscana  favella,  ai  XV  marzo  1627.   In  Siena,  presso  il  Bonetti,   1628.   (•)  Tutta  la  loro  importanza  è  in  questo,  che,  facendo  esse  sor-  gere a  fianco  del  principio  fiorentinesco    quale  si  fosse  il  suo  va-  lore storicamente  parlando    un  altro  principio,  quello  del  sanesi-  smo,  non  meno  arbitrario  del  primo  rispetto  alla  realtà  del  linguag-  gio, venivano  implicitamente  a  corrodere  l'uno  e  l'altro,  o  almeno  a  sottoporli  a  una  discussione,  che  è  il  virus  della  corruzione  e  quindi  del  risanamento.    Capitolo  nono  291   tica  di  Poftoreale  a  scuotere  il  giogo  grammaticale  che  sarebbe  sceso  sul  collo  della  nazione  e  se,  per  quanto  inascoltata  e  incom-  presa, la  voce  del  Vico  non  si  fosse  levata  contro  l'empirismo  grammaticale,  essa  sola  bastevole  alla  gloria  d'un  secolo  e  d'una  nazione.  Poiché  questo  è  da  avvertire  qui,  che,  mentre  la  pro-  duzione grammaticale  cinquecentesca,  anche  a  non  voler  consi-  derare i  meriti  suoi  verso  la  scienza,  fu  almeno  spontanea  e  nacque  dalla  diffusa  coscienza  della  importanza  della  nuova  letteratura  e  reca  perciò  in    l'impressione  spesso  calda  d'un  fatto  nuovo  che  interessava  grandemente  l'anima  italiana  e  d'un  bisogno  a  cui  occorreva  dare  una  qualsiasi  soddisfazione,  quella  del  Seicento  fu  in  generale,  per  quanto  concerne  special-  mente le  vere  e  proprie  grammatiche,  piuttosto  fredda,  quasi  direi  di  testa,  di  riflessione.  Il  prototipo  ne  fu  per  la  parte  pratica  il  Buonmattei,  che  perciò  ebbe  più  seguito  di  tutti  i  predecessori  e  contemporanei,  e  distolse  altri  dal  tentar  cosa  nuova  o  diversa.   Il  Buonmattei  pubblicò  integralmente  la  sua  grammatica  nel  1643,  ma  l'aveva  già  tutta  distesa  circa  un  ventennio  avanti,  quando  n'ebbe  pubblicato  il  primo  libro,  e  cominciata  un  tren-  tennio prima,  cioè  Verso  il  1613,  quando  usciva  il  Trattato  del  Pergamini.   Prima  di  questo  anno,  oltre  il  Turavano  del  Bargagli  (1602)  ('),  le  Considerazioni  tassoniane,  un  discorso  del  Politi,  avemmo  un'Arte  di  puntare  di  Iacopo  Vit-    (')  //  Turammo,  ovvero  del  parlare  e  dello  scrivere  sauese,  del  ca-  valiere Scipione  Bargagli.  In  Siena,  per  Matteo  Fiorini  in  Bianchi,  1602.   Il  Cittadini,  come  c'informa  anche  il  Lombardelli,  vi  è  citato  con  molta  lode  «  si  per  la  formatione,  ò  piegatura  de'  verbi,    per  la  maniera  del  proferire,  e    per  la diversità  non  piccola  de'  vocaboli,  e  delle  forme  del  nostro  parlare  proprie,  chiare,  che  si  rendono  da  quelle  de'  vicini,  e  degli  strani  belle,  e  distinte,    anco  per  la  gio-  condità, ed  utilità  che  di  esse  s'è  udita  seguitare  ».  I  fonti,  p.  116.  ')  Considerazioni  sopra  le  «  Rime»  del  Petrarca,  1602.  Cfr.  O.  Baco,  Le,  ecc.   Firenze,   1887.   (*)  Discorso  di  Lorenzo  Salvi  della  vera  denominazione  della  lingua  volgare  usata  da'  buoni  scrittori,  in  Le  Lettere  di  Adriano  Po-  liti. In  Roma,  per  Iacopo  Mascardi,  1617,  p.  I,  p.  357  sgg.    Di-  mostra che  si  deve  chiamar  volgare,  come  fu  chiamata  dagli  aurei  scrittori.       Il    Politi    diede   anche    avvertimenti    grammaticali    nella    292  Storia  della  Grammatica   torio  da  Spello  (1608)  Q),  un  Compendio  grammaticale  in  forma  eli  lessico  del  Salici  (')  e  una  vera  e  propria  grammatichetta  assai  poco  nota,  Le  regole  per  parlar  bene  nella  lingua  toscana  di  Girolamo  Buoninsegni  (1608)  (3).   Del  primo  qui  accade  di  dover  dir  poco,  ma,  in  compenso,  quasi  e  in  certo  senso  tutto  in  sua  lode.  E  stato  già  osservato  dal  D'Ovidio  che  egli  superò  tutti  i  compagni  d'arme  senesi  (Bulgarini  ('),  Lombardelli,  Benvoglienti  ('),  Cittadini)  nell'au-  dacia di  un  radicale  concetto  d'autonomia  (p.  152),  e,  che  in  suon  diverso  dice  lo  stesso,  «  [rispetto  al  primato  fiorentino,  al-  meno nel  fatto  più  o  meno  riconosciuto  perfin  dal  Gigli,  tra  i  senesi  così  ribelle],  solo  Ini,  il  Bargagli,  nel  1602  col  pesante  dialogo  del  Turammo,  sostenne,  con  tranquilla  cortezza  e  con  pieno  accordo  della  teoria  con  la  pratica,  che  come  in  Grecia  così  in  Toscana  ciascuno  scrivesse  nella  loquela  propria,  senza  impacciarsi  nell' affettazione   d'imitare  l'altrui»  (p.  204):  il  che    giunta  al  suo  Dizionario  Toscano,  scritto  in  opposizione  alla  Crusca,  stampato  la  prima  volta  nel  1614  e  poi  in  Venezia  per  Andrea  Babà,  1629:  v.  Diz.  Tose,  di  A.  P.  con  la  giunta  di  assaissime  voci  e  avver-  timenti necessari  per  iscrivere  perfettamente  Toscano.  In  Venezia,  ap-  presso Giovanni  Guerigli  e  Francesco  Bolzetta,   1615,  II  ed.   (')  Jì/odo  di  puntare  le  scritture  volgari  e  latine.  In  Perugia,  per  Vittorio  Colombara,   1608.   (-)  Compendio  d'utilissime  osserva/ioni  nella  lingua  volgare  di  D.  Gio.  Andrea  Salici  di  Como,  di  nuovo  ristampalo,  ricorretto,  et  ac-  cresciuto dall'  Autore.  In  Venezia,  MDCVII,  presso  Altobello  Sa-  li cato.   (8)  In  Siena,   1608.    Il  Gerini  si  maraviglia  (op.  cit.,  Ili,  94  sgg.)  che  ne  tacciano  il  Tiraboschi,  lo  Zeno,  il  Cinelli  (Bibl.  volante),  il  Mo-  relli (Bibl.  stor.-rag.  della  Tose.),  l'Inghirami  (SI.  d.  Tose.).  Domandò  di  supplire  il  Cittadini  nella  cattedra  senese  (cfr.  Archivio  Mediceo,  Gov.  di  Siena,  filza,  1942,  cit.  dal  Gerini).  Il  Casotti  nella  Vita  del  Buonmattei  accenna  a  un    Tommaso  Buoninsegni  (?).   (4)  «  Il  B.,  per  occasione  di  considerare  V Inf.,  il  Purg.  e  il  Par.  di  D.  e  di  difender    stesso,  o  di  censurar  certi,  che  l'oppugnavano,  esamina  varie  cose,  attenenti  a  questa  lingua,  con  ben  intesi  discorsi  ».  Lombardelli,  /  fonti,  p.  51.  Criticato  dallo  Zoppio  si  difese  da    e  fu  difeso  dal  Borghesi.  Ib.,  p.  58.    Considerazioni,  Repliche  alle  risposte  del  sig.  Orazio  Capponi,  Risposta  ai  ragionamenti  del  sig.  Pero-  ni n/o  Zoppio.   (')  Opuscoli  diversi  sopra  la  lingua  italiana,  raccolti  da  F.  Idel-  fonso  di  S.  Luigi,   Firenze,   1771.    Capitolo  nono  293   nel  sentimento  comune  è  manifesto  e  grossolano  errore.  Noi  siamo  naturalmente  di  diversissimo,  se  non  opposto,  avviso,    il  sorriso  che  vediamo  spuntar  sul  labbro  de'  più,  ci  trattiene  dall' apertamente  affermare  che  nel  pensiero  del  Bargagli  questo  vi-  di  errato,  che  si  dia  forma  di  precetto  a  ciò  che  è  invece  un  fatto.  Tutti  scriviamo  nella  loquela  che  ci  è  propria,  cioè  in  quella  che  la  nostra  educazione  e  la  nostra  cultura  ci  hanno  for-  mato, o  meglio  quella  che  con  esse  s'è  formata  in  noi:  chi  fa  altri-  menti, fa  male  e  cade  appunto  nell'affettazione  :  il  danno  sorge  quando  dell'osservazione  d'un  fatto  se  ne  fa  una  norma  più  o  meno  arbitraria.  Il  Bargagli,  lungi  dall'essere  il  più  paradossale,  fu  il  più  logico  di  tutti,  in  quanto  sostenne  quel  che  sostenne:  solo  non  doveva  appunto  cavar  da  un'osservazione  di  fatto  una  legge,  intendendo  per  loquela  propria  il  nostro  particolar  dialetto  nel  senso  stretto  e  angusto  della  parola.  Pel  resto,  il  suo  principio  affermato  appunto  in  tutta  la  sua  crudezza  e  assolutezza  era,  nel  fondo,  il  risultato  della  profonda  ribellione  che  egli  sentiva  per  la  grammatica,  ma  che  non  si  rendeva  ben  chiara  a    stesso  e  ragionava  e  propugnava  da  un  punto  di  vista  empirico  e  però  di  scarsa  portata  filosofica.   Ai  medesimi  principi  del  Bargagli  giungeva  un  anno  dopo  per  diversa  via  e  senza  intenzione  certo  di  copiarlo,  un  altro  suo  concittadino,  il  Politi,  in  quello  de'  due  suoi  discorsi  sulla  lingua  che  serve  d'introduzione  al  suo  Tacito  tradotto  (1603)  e  nel  suo  Dizionario  Toscano  (1614).  Infatti  egli,  come  anche  si  rileva  da  una  lettera  del  Pergamini  che  lo  Zeno,  correggendo  il  Fontanini,  dice  riferirsi  a  questo  non  già  all'altro  suo  Di-  scorso, dove  solo  parla,  sotto  lo  pseudonimo  di  Lorenzo  Salvi,  della  vera  denominazione  della  lingua  volgare  usata  da'  óuoni  scrittori,  vi  sostiene  doversi:  1"  scrivere  alla  Sanese  senza  ob-  bligarsi ai  fiorentini  ;  2"  accomodarsi  all'  idioma  della  sua  patria  e  all'uso  comune  regolato  però  dal  giudizio.  E  poiché  non  ap-  provava il  gergo  della  traduzione  del  Davanzati,  in  fine  alla  propria  mise  la  dichiarazione  delle  voci  meno  intese  e  vi  sostituì  le  comuni  :   un  dizionarietto,   dunque,  sanese-italiano.   Un  altro  letterato  di  certo  libere  vedute,  il  Tassoni,  che  incontriamo  spesso  in  tutta  la  prima  metà  del  sec.  XVII  e  che  qui  si  presenta  per  le  Considerazioni  sulle  Rime  del  Petrarca,  interessa  più  la  storia  della  poetica  che  non  quella  della  gram-  matica. Lo  ritroveremo  oppugnatore  dell'Accademia   nell'opera    294  Storia  della  Grammatica   concreta  del  Vocabolario  ('),  come  in  esse  Considerazioni  lo  ve-  diamo schernire  la  Fabbrica  dell'Alunno,  che  dice  costruita  di  mattoni  malcotti.  In  complesso,  per  le  sue  spicciolate  osserva-  zioni grammaticali  disseminate  qua  e    un  po'  da  per  tutto,  egli  ci  si  manifesta  non  troppo  tenero  amico  della  grammatica.  Di  che  dobbiamo  contentarci.   Di  Iacopo  Vittorio  di  Spello  e  Girolamo  Buoninsegni  che  diedero  opera  alla  grammatica  propriamente  precettiva  e  didat-  tica, basti  aver  ricordato  il  nome,  e  così  del  Salici,  il  quale  di    stesso  dice  che  «  con  quella  chiarezza,  e  brevità  e'  ha  potuto  maggiore  è  andato  discrivendo  l'alterationi,  i  vari  sensi,  le  rad-  duplicationi,  che  patiscono  le  lettere  dell'Alfabeto,  così  l'uso  de'  pronomi,  delle  prepositioni,  e  de  gli  avverbi,  il  tutto  com-  probando  con  autorità  de'  più  classici  scrittori,  che  scritto  hab-  biano  in  lingua  Italiana,  o  Toscana,  che  diciamo  »  ('").   Meglio  che  con  questi  trattatelli,  ritorniamo  nel  dominio  della  vera  grammatica  precettiva  con  Jacopo  Pergamini  di  Fossombrone.   La  grammatica  (s)  del    Perganini,   il    noto    compilatore    del    (')  Le  Atinotazioni  sopra  il  vocabolario  degli  Accademici  della  Crusca,  Venezia,  169S,  ormai  è  noto  che  .non  sono  del  Tassoni,  ma  dell'OTTONELLi,  che  fu  grammatico  celebrato  a'  suoi  tempi  da  quanto  il  Bembo.  Perduti  sono  i  suoi  quattro  libri  di  ragionamenti  in  difesa  del  Tasso  ;  degli  Arringhi  abbreviati  per  lo  vocabolario  della  Crusca  resta  qualche  frammento  ;  e  restano  anche  alcune  postille  al  Perga-  mini nell'Estense.  Un  esemplare  del  Voc.  della  Crusca  si  trova  all'Est.  postillato  di  mano  del  Tassoni,  che  scrisse  di  lingua  anche  ne  Pen-  sieri diversi,   IX,   15.   (2)  E  un  misto  di  grammatica,  di  ortografia,  di  sinonimia  e  dop-  pioni, d'etimologia,  disposto  in  ordine  alfabetico.  Sulle  due  facce  nel  margine  superiore  del  libretto  è  perpetuamente  ripetuto  Ortografia  volgare.  Ma  l'ordine  alfabetico  non  vi  è  per  nulla  rispettato,  e  il  cri-  terio etimologico  de'  vari  raggruppamenti  è  troppo  balordo  per  pren-  derlo sul  serio.  Sotto  Posporre,  p.  es.,  troviamo,  ma  non  questo  sol-  tanto. Possa,  Possessione,  Pozzuoli,  Prestezza,  Prezzemolo,  Procaccio,  Processione,   Prossimo,   Pulcella,   Pupillo,   Puzza.   (3)  Trattato  della  lingua  del  signor  Giacomo  Pergamini  di  Fos-  sombrone, nel  quale  con  una  piena,  e  distinta  Instruttione  si  dichiarano  tutte  le  Regole,  i  Fondamenti  della  Favella  Italiana.  In  Venetia,  presso  il  Ciotti,  1626  (la  I  ed.  è  del  1613)  ;  e  in  Venezia,  per  Niccolò  Pez-  zana,  1664.  Tra  questi  limiti  estremi,  si  ebbero  altre  edizioni:  quella  del  17  qui  appresso  accennata  con  un  Supplimento  di  voci  d'autori  moderni,  fatta  per  consiglio  del  Politi,  la  terza  del  1657  con  un'altra  Aggiunta  di  mille  e  più  voci  tratta  da  celebri  autori  contemporanei,  opera  di   Paolo  Abriani.    (  'aditolo  nono  295    Memoriale  della  lingua  ('  ),  è  un  primo  tentativo  di  ridurre  a  metodo  per  uso  scolastieo  ilei  principianti  le  più  ampie  e  e  spesso  farraginose  trattazioni  precedenti.  Si  divide  in  tre  parti,  suoni,  parti  del  discorso,  accenti  e  punti,  e  conserva  su  per  giù  le  medesime  categorie,  tranne  che  tra  le  parti  '  invariabili  '  del-  l'Oratione  include  una  classe  di  'Particelle'  che  si  usano  «solo  per  vaghezza,  et  ornamento  senz'altro  significato:  delle  quali  alcune  servono  per  principio  di  ragionare  :  altre  si  pongono  per  entro  il  ragionamento  come  Egli,  E',  Bene,  Hor,  Ne,  Ci,  Si  »  (p.  311).  Del  nessun  interesse  per  la  funzione  logica  delle  ca-  tegorie può  esser  prova  anche  quel  che  dice  del  gerundio  :  «  E  la-  sciando da  parte  il  motivo,  che  fanno  alcuni,  se  gerondio  sia  parte  formale  dell'oratione,  o  più  tosto  membro  del  Partecipio  :  il  che  per  mio  credere,  monta  poco,  o  niente.  Dico  prima,  ch'ogni  Verbo  ha  ordinariame?ite  il  suo  Gerundio  ;  e  di  rado,  o  non  mai  n'è  senza  ».  Meglio  ancora  appare  dalle  definizioni  :  «  La  quarta  Parte  principale  dell'oratione  è  il  Verbo,  il  quale  congiunto  co'l  Nome  fa  il  parlare  intero,  gli  Accidenti  del  Quale  sono  Genere  :  Tempo  :  Modo  :  Numero  :  Persona  :  e  Maniera  ».  In-  somma è  conservato  tutto  lo  schematismo,  ma  ridotto  a  semplici  e  nudi  cartellini  per  raggrupparvi  le  forme,  delle  quali  peraltro  non  si  da  più  che  l'esempio.  Il  metodo,  infine,  è  inteso  proprio  alla  rovescia  :  il  proposito  di  semplificare  la  trattazione,  ren-  dere il  libro  facile  e  di  pronto  uso  conduce  l'autore  non  già  a  cercare  una  razionale  disposizione  della  materia,  ma  ad  ammuc-  chiare i  fatti  con  procedimento  del  tutto  meccanico,  a  portare  il  vocabolario  nella  grammatica.  Parlando,  p.  es.,  della  Vocale  A,  osserva  che  è  '  fine  ordinario  delle  voci  femminili  nel  nu-  mero del  meno  ',  segno  del  caso  Terzo,  e  Quarto  del  Nome,  e  del  Numero  del  meno:  segnato  hor  coli' Accento    Grave;    hora  [Venezia,  Ciotti,  1601.    Questo  Memoriale  ebbe  una  certa  fortuna.  E  consigliato  da  G.  V.  Gravina  in  Regolamento  degli  studi  di  nob.  e  vai.  donna  nella  Nuova  race,  Napoli,  1741  ;  il  Tirabo-  schi  (t.  VII,  Hb.  3,  V,  37)  lo  dice  il  migliore  di  quanti  ne  furon  pubblicati  nel  sec.  XVI,  benché  uscito  in  luce  nel  1601.    Sul  Per-  gamini,  Ferruccio  Benini,  La  vita  e  le  opere  di  Giacomo  Pergamini  con  scritti  inediti  [postille  al  yJ/razio?ii  e  il  discorso.   Par  qui  giustificare  la  Declinai,  de'  Verbi  del  Buonmattei  che  il  Dati  accolse  nella  prima  ediz.  e  a  cui,  nella  seconda,  fece  se-  guire la  declinazione  de'   Verl>i  anomali.] tedre  di  lingua  toscana,  destinandovi  Professori  di  vaglia,  e  di  abilità  conosciuta.  I  buoni  scrittori  toscani  di  questi  ultimi  tempi,  come  oltre  allo  stesso  Dati,  il  Redi,  il  Segneri,  il  Buonaroti,  i  due  Salvini,  e  parecchi  altri,  han  conosciuta  questa  verità,  e  se  ne  sono  approfittati  confessando  che  non  basta  il  nascimento  a  voler  scrivere  purgatamente,  ma  che  bisogna  aggiungervi  studio  e  fatica  ».  E  per  la  preminenza  del  volgare  sul  latino  as-  serita dal  Dati  secondo  il  Fontanini,  lo  Zeno  aggiungeva  :  «  Il  Dati  non  mette  ne  troppo    molto  la  lingua  volgare  sopra  la  latina  per  via  di  sofismi  ;  ma  solamente  dice  che  in  questa  scriveremo  sempre  imperfettamente  con  tutto  che  ci  durassimo  grandissima  fatica,  e  che  in  quella,  cioè  nella  volgare,  si  arriverà  facilmente  alla  perfezione»  (pp.  130-1).  Anche  qui,  oltre  quella  coscienza  della  letteratura  nazionale  cui  più  volte  alludemmo,  si  sente  ap-  punto l'eco  delle  Battaglie  del  Muzio  in  difesa  della  italiana  lingua  contro  i  caldeggiatori  del  latino,  che  pare  non  si  sentis-  sero del  tutto  debellati,  se  osavano  ancora,  come  indirettamente  il  Fontanini,  rialzare  il  capo.  Ma  nella  necessità  dello  studio  e  delle  regole  il  Fontanini  e  lo  Zeno  concordavano,  e  con  essi  tutti  i  vincolati  in  un  modo  o  in  un  altro  all'Accademia,  la  quale  appunto,  non  solamente  con  l'opera  concreta  del  Vocabolario  reggeva  o  credeva  di  , reggere  i  freni  degli  scrittori,  ma  con  l'autorità  morale  che  le  veniva  dalla  sua  stessa  compagine,  dalla  funzione  che  in  tempi  accademici  si  svolgeva  con  il  rispetto  è  l'ammirazione  de'  più,  e  ancora  dall'appoggio  del  governo  gran-  ducale. Il  ristamparsi  de'  discorsi  in  cui  si  sosteneva  la  neces-  sità delle  regole  è  altro  indizio  della  fede  che  esse  riscotevano.  Le  Osservazioni  dello  Strozzi,  incorporate  nella  raccolta  del  Dati  e  ricomparse  nella  seconda  edizione  d'  esse,  vedevano  la  luce  anche  separatamente,  come  s'è  visto:  l' istesso  discorso  del  Dati  fu  stampat o  almeno  tre  volte.  E  l'aver  accolto  nella  se-  conda edizione  la  Declinazione  de'  verbi  anomali  del  Buon-  mattei  e  la  Costruzione  irregolare  del  Menzini  e  un  discorso  del  medesimo  sopra  le  figure  grammaticali  (pleonasmo,  ellissi,  zeumma,  iperbato,  ecc.);  insomma  quanto  sapeva  d'irregolare,  che  veniva  poi  giustificato  con  criteri  rettoria  e  l'autorità  degli  scrittori,  conferma  gli  scopi  di  questa  nuova  campagna  che  il  Dati,  nell'ambito  dell'azione  della  Crusca,  tenacemente  batteva.  Ma  con  eguale  e  forse  con  maggiore  baldanza  combatte-  vano gli  avversari,  e    segnatamente  il    Bartoli,    proclamando   il    Capitolo  undicesimo  339   principio  dell'  indipendenza  individuale  in  relazione  al  buon  gusto,  la  nuova  parola  che  s'era  fatta  strada,  segnacolo  d'una  tendenza  molto  significativa.  L'editore  del  1709  delle  Osserva-  zioni del  Cinonio  giustifica  il  poco  spaccio  della  prima  edizione  d'  esse  COIl  la  decadenza  del  buon  gusto,  e  la  ricerea  che  poi  se  ne  lece  verso  il  1659,  quando  le  iurono  nuovamente  ristam-  pate, col  risveglio  di  esso  buon  gusto.  «  Destandosi  però  di  quando  in  quando  l'intorpidito  Buon  gusto,  andavasi  cercando   quest'opera e  se  ne  vide  nel  1659  la  più  attesa  divulgazione  »   (p.   VII).   Nel  1655,  come  avvertimmo,  uscivano  CL  Osse?-vazioni  del  p.  Daniello  Bartoli,  cresciute  nel  57  a  CLXXV,  nel  68  (*)  a  CCLXX,  e,  dopo  altre  ristampe,  ripubblicate  (:)  con  copiose  os-  servazioni di  Niccolò  Amenta,  che  muove  al  Bartoli  molte  ec-  cezioni, e  poi  del  Cito,  nipote  dell' Amenta,  che  ne  rincara  la  dse  (;!).   Il  libro,  dice  D'Ovidio,  «  non  è  che  un'argutissima  e  dotta  polemica  grammaticale  e  lessicale  contro  i  divieti  capricciosi  de'  linguai,    tocca  la  questione  generale  [della  lingua]  se  non  in  quanto,  sottintendendo  il  primato  toscano  ma  badando  piuttosto  alla  tradizione  letteraria,  loda  e  compie  la  Crusca  ».  Ma  pare  per  lo  meno  che  quello  del  Bartoli  fosse  un  ben  curioso  modo  di  lodare  e  di  compire  la  Crusca.  Già,  chi  erano  ormai  que' lin-  guai contro  i  cui  capricciosi  divieti  argutamente  e  dottamente  po-  lemizzava il  Bartoli,  se  non  accademici  della  Crusca  o  cruscanti?  Poi,  che  rimanevan  più  il  primato  toscano  e  la  tradizione  let-  teraria, ammessi  pure  e  rispettati  dal  Bartoli,  d'accordo  in  questo,  ma  in  questo  solo  con  la  Crusca,  cioè  in  un  riconoscimento  a  parole,  quando,  non  solo  si  sarebbe  dovuto  ammettere  con  lui  che    //  Torto,  e  '/  Diritto  del  ?ion  si  può,  dato  in  giudizio  sopra  molte  regole  della  lingua  italiana,  esaminato  da  Ferrante  Longo-  bardi. —  In  Roma,  per  lo  Varese,  1668,  8".  Il  Bartoli  si  difese  con  Y  Apologia.   In  Napoli,  per  Antonio  Abri,  171 7.  (3)  //  torto  e  '/  diritto  del  non  si  può,  dato  in  giudizio  sopra  molti-  regole  della  lingua  italiana  esaminato  da  Ferrante  Longobardi  cioè  da  P.  I).  B.  Colle  osservazioni  del  sig.  Niccolò  Amenta,  e  con  altre  annotazioni  dell'ab.  sig.  \).  Gius.  Cito.  Aw.  Napoletano.  In  Napoli,  1728,  a  spese  di  Niccolò  Rispoli,  e  di  Felice  Mosca.  Voli.  3.    34°  Storia  della  Grammatica   anche  i  migliori  trecentisti  scrissero  non  di  rado  «  fuori  di  re-  gola »,  e  che  era  dunque  stolta  baldanza  il  censurar  vocaboli  e  locuzioni  sol  perchè  non  approvati  dall'  autorità  degli  scrit-  tori del  buon  secolo,  cioè  a  dire  della  Crusca;  che  i  non  To-  scani avrebbero  meglio  provveduto  a    stessi  col  latineggiare  un  po'  di  più,  anziché  ostentare  idiotismi  d'accatto,  che  era  un  allontanarsi  dal  codice  dell'Accademia  ;  ma  si  fosse  anche  do-  vuto riconoscere  con  lui  che  «  un  principio  onde  regolare  bene  il  parlare  »  non  esisteva  :  «  non  le  decisioni  de'  grammatici,  non  l'uso  del  popolo  o  de'  più  eletti,  non  l'autorità  degli  scrittori,  non  la  prerogativa  del  tempo,  non  l'etimologia,  non  l'analo-  gia... »  esser  veri  principii,  ma  «or  l'uno  or  l'altro  di  questi  principi  aver  forza,  ma  più  di  tutti  l'arbitrio  dello  scrittore»?!  Meno  inesattamente  lo  Zambaldi  così  ebbe  a  parlare  de'  due  libri  del  Bartoli,  che,  per  il  loro  contenuto  più  ristretto  all'orto-  grafia, non  perdono  valore  di  fronte  ai  principi  generali  lingui-  stici e  grammaticali  :  «  Press'a  poco  le  stesse  idee  [degli  oppo-  sitori Toscani]  furono  sostenute  nel  sec.  seguente  da  Daniello  Bartoli  in  quel  libro  singolare  che  s' intitola  il  Torto  e  il  Di-  ritto del  non  si  può,  dove  in  mezzo  a  molti  paradossi  trovi  gran  libertà  di  giudizio  e  mirabile  erudizione.  Egli  ordinò  poi  la  sua  dottrina  nel  Trattato  dell'  Ortografia  (1),  dove  dice  che  questa  deve  seguire  tre  principi  :  V autorità,  la  ragione,  Yuso.  Ma  es-  sendo spesse  volte  questi  principi  in  contradizione  l' uno  con  l'altro,  lo  scrittore  dovrà  usare  il  suo  giudizio,  e  talvolta  anche  l'arbitrio....  Il  Bartoli,  nel  combattere  il  dominio  assoluto  della  pronunzia  toscana  e  certe  regole  troppo  esclusive  della  Crusca,  ebbe  forse  l'intuizione  vaga  e  confusa  d'un  principio  vero;  ma  non  seppe  trovare  i  giusti  limiti  fra  il  regno  dell'uso  e  quello  dell'etimologia,    dare  stabile  fondamento  all'uno  e  all'altro»  (]>]).   22-24).    (')  DclP ortografia  italiana  trattato  del  P.  D.  B.  In  Roma,  per  Ignazio  de'  Lazzeri,  1670.    Questo  trattato  fu  ristampato  più  volte  anche  in  tempi  vicini  a  noi:  p.  es.,  a  Milano,  per  Giovanni  Silvestri,  MDCCCXXX,  e  Reggio,  Torreggiani,   1833.   Il  Foffano,  op.  cit.,  p.  303,  ricorda  che  non  si  ha  più  notizia  dell'operetta  disegnata  dal  Bartoli,  delle  proprietà  o  per  così  dire  passioni  di  '  z,  ibi,  cit.  nell' Apologia,  p.  18.    Capi/o/o  undicesimi)  341    A  noi  quest'  insufficienza  riesce  meno  condannevole  di  quanto  sia  sembrato  e  possa  ad  altri  sembrare.  Il  Bartori  era  quello  che  oggi  si  chiamerebbe  uno  stilista,  un  affine  al  D'Annunzio  descrittore:  uno  scrittore  insomma  di  quelli  che  esauriscono  tutta  la  vitalità  del  loro  pensiero  nella  tranquilla,  olimpica  con-  templazione degli  oggetti  esteriori,  moltiplicandosi  il  godimento  e  il  diletto  con  l'accarezzare  minutamente  le  proprie  immagini,  le  risonanze  varie  che  essi  stessi  si  sono  destati  nell'anima.  Per  siffatti  scrittori  la  forma  è  più  che  mai  tutto  ciò  che  l'interi  è  essa  per  se  la  sostanza  dell'arte  loro.  E  naturale  che  siffatti  scrittori  sdegnino  più  d'ogni  altro  il  treno  delle  regole  e  pro-  clamino la  indipendenza  assoluta  del  loro  giudizio,  o,  meglio,  la  necessità  dell'arbitrio.  L'arbitrio  per  essi  è  la  libertà.  Nel  fatto  tutti  i  veramente  scrittori  hanno  sentito  e  praticato  un  tale  principio,  perchè  questa  è  la  natura  dell'arte,  checche  di-  cano le  poetiche.  Ma  dai  temperamenti  artistici,  a  cui  allude-  vamo, è  maggiormente  sentito  il  bisogno  di  regolarsi  nell'e-  spressione esteriore  secondo  il  tumultuare  e  il  fluttuare  interno  delle  immagini,  delle  armonie,  dei  colori.  E  arbitrario  e  tiran-  nico oltre  che  inutile  è  il  chiedere  ad  essi,  come  per  un'altra  simile  questione  ho  osservato,  che  si  tengano  alle  norme  in  cui  i  grammatici  e  l'uso  moderno  ormai  convengono:  essi  andranno  sempre  per  la  loro  strada,  indulgendo  al  loro  genio:  anche  quella  che  in  loro  è  evidentemente  ricerca  dell'effetto  stilistico  formale,  è  in  fondo  un'attività  che  ha  radice  nel  loro  particolare  atteggiamento  artistico.  La  loro  grammatica  è  la  loro  natura  ar-  tistica :  regolarsi  secondo  detta  dentro,  caso  per  caso  :  c'è  chi  si  forma  un  suo  sistema  particolare  al  quale  strettamente  s'attiene,  perchè  non  solo  non  gl'impedisee  la  libera  estrinsecazione  delle  sue  forme  interiori,  ma  corrisponde    pienamente  ad  esse  che  il  non  seguirlo  sarebbe  farsi  violenza  :  il  D'Annunzio  è  di  questi.  C'è  chi  si  fa  un  sistema  del  non  seguirne  alcuno  per  lasciarsi  trasportare  in  ogni  singolo  problema  formale  dalle  esigenze  del  momento,  sicché  l'attenersi  a  una  regola  per  quanto  liberamente  impostasi  sarebbe  un  violentarsi,  e  di  questi  è  il  Bartoli.  Il  quale  mi  par  che  abbia  formulato  l'unico  principio  didattico  che  possa  conciliarsi  con  la  libertà  e  l'indipendenza  dell'arte,  che  non  ne  tollera  alcuno  :  principio  che  viene  a  concordanza  piena  con  quanto  scaturisce  d'  insegnamento  per  la  pratica  e  l'esercizio  dello  scrivere  da  una  recente  polemica    sull'Idioma   gentile    del    342  Storia  della  Grammatica   De  Amicis  (1).  A  chi  obiettava  recentemente  al  Croce  che  la  sua  tesi  circa  i  precetti,  illustrati  dal  De  Amicis  nel  suo  libro,  per  l'apprendimento  delle  lingue  e  l'arte  dello  scrivere,  sarebbe  stata  la  più  gradita  ai  discepoli,  perchè  li  dispensava  da  qualsiasi  studio,  il  Croce,  tra  le  maraviglie  di  chi  non  riusciva  a  vedere  come  si  potesse  accordare  con  la  teoria  l'utilità  di  una  pratica  che  in  teoria  non  è  giustificata,  rispondeva  affermando  l'utilità  dell'esercizio  pratico  e  pienamente  giustificando  la  comodità  del-  l'empirismo (').  Ora  il  Bartoli  nella  prefa,2Ìone  al  suo  Trattato  del? ortografia,  con  acutezza  e  precisione  veramente  sorprendenti  e  in  tutto  degne  d'una  veduta  estetica  superiore,  scriveva  :  «    niun  v'è,  il  quale,  per  quantunque  professi  e  vanti  di  tenersi  strettissimo  alle  osservanze  dello  scrivere  regolato,  di  parecchie  maniere  che  userà,  possa  allegare  altra  più  vera  cagione  che  il  così  parergli,  e  così  aggradirgli;  e  chi  più  studierà  in  questa  professione,  ogni    meglio  intenderà  non  potersene  altrimenti.  Dal  che  due  cose  a  me  par  che  ne  sieguano  :  l'ima,  che  mal  si  farebbe,  riprovando  in  altrui  quel  che  si  vuol  lecito  a    stesso  :  l'altra,  che  v'  ha  due  strade  possibili  a  tenersi,  da  chi  ama,  non  solamente  di  scrivere  regolato,  ma  sufficientemente  difeso;  cioè:  Dare  una  volta  quanto  è  bisogno  di  studio  a  comprendere  in-  teramente la  materia,  e  tutte  averne  davanti  le  necessità  e  gli  arbitri,  le  diversità  e  le  somiglianze,  le  strettezze  e  le  larghezze,  i  perchè  a  gli  usi,  così  moderni,  come  antichi  :  in  somma  quanto  (fino  a  una  conveniente  misura) può  dirsene  e  sapersi:  e  così  INFORMATO SENZA  PIÙ  CHE    STESSO,  E  IL  SUO  BUON  GIUDICIO  seco,  farsi  da    medesimo  un  dettato  d'ortografia,  secondo  il  sa-  viamente partitogli  più  convenevole  ad  usarsi,  e  più  sicuro  a  darne,  bisognando,  ragione  a  chi  ne  l'addimandasse.  E  a  questo  intendo  io  che  abbia  a  servire  {se  può  bastare  a  tanto)  il  presente  Trattato.  L'altra  via  è  [ma  questa  non  è  da  lui  evidentemente  preferita,  anzi  il  modo  stesso  con  cui  l'enuncia  par  tirare  a  met-  terla (piasi  in  ridicolo],  del  non  prendersi  maggior  noia  e  fatica  che  di  leggere,  e  far  sue  le  regole  che  questo  o  quell'altro  buon  maestro  in  professione  di  lingua  avrà  dettate;  e  fon  esse  in  mano,    seguitarlo  a  chiusi   occhi.    E  se    altri    l'addimandasse  del    Croce  in   La  Critica,  IV,  S9  sgg.,  e  Y,    71  sgg.   I   V.   anche  del   Crock,   //  padrone g giumento  della  Scenica,  in  La  Critica,    111,    160  sgg.    Capitolo  undicesimo  343    perchè)  ili  qual  che  sia  particolarità  del  suo  scrivere,  soddisfare  a  tutto  con  quella  sola  e  universale  risposta  che  è  l'antichissimo  Ipse  dixit.  Ma  questo  non  dovrà  mica  voler  più  avanti  che  uso  proprio:  non  per  ardirsi  a  far  dell'arbitro,  e  diffinitore  del  Così  va  riè  si  de'  altrimenti;  non  sapendo  non  che  le  cagioni  dellW-  trimentì  che  può,  e  per  avventura  dee  farsi,  ma    pure  il  perchè  dee  così  far  egli,  se  non  il  così  far  ch'egli  siegue  ;  come  ap-  presso  Dante  le  pecorelle,  (piando  escon  del  chiuso,   E  ciò  che  fa  la  prima,   e  l'altre  tanno,   Addossandosi  a  lei  s'ella  s'arresta   Semplici  e  chete,  E  lo  perchì-:   non  sanno  (').   In  tutto  questo  discorso  mi  par  che  questo  pensiero  si  rilevi  chiaramente:  si  studi  la  grammatica  e  si  facciano  esercizi  gram-  maticali, ma,  poi,  nell'espressione  non  se  tenga  alcun  conto,  la-  sciando piena  libertà  al  proprio  buon  genio.  Il  che  ha  una  por-  tata maggiore,  filosoficamente  parlando,  di  quel  che  gli  sia  stata  fin  epti  riconosciuta,  benché  il  Bartoli  non  muova  da  un  deter-  minato sistema:  era  il  buon  senso  dello  scrittore  che  lo  rendeva  ribelle  alle  regole,  e  il  suo  gusto  particolare  :  sicché  egli,  e  per  questa  ribellione  e  per  la  motivazione,  rappresenta  un  progresso  perfino  sulla  dottrina  che  seguirono  il  Buonmattei  e  il  Cinonio.  Questi  parlavano  di  ragione  :  egli  affermava  l'esigenza  del  gusto,  accordandosi  così  ai  tempi,  ne'  quali  appunto  si  veniva  sco-  prendo un'altra  facoltà  diversa  dalla  ragione,  che  presiedeva  alla  produzione  dell'arte:  la  fantasia  :  non  era  certamente  ancora  la  scienza  :  era  il  lievito  che  la  veniva  fermentando.  La  dottrina  del  Bartoli  aveva  in    un  po'  di  questo  lievito:  e  questo  è  il  suo  merito  principale  (?).   E  lievito  è  anche  quel  curioso  libro  del  Vincenti  che  s'  in-  titola 7/  '  ne  quid  nimis'  della  lingua  volgare  nelle  Regole  più  praticabili  e  principali  :  ( !)  dove,  tra  tante  bizzarrie  e  anche  ba-  lordaggini specie  nella  motivazione  della  sua  indifferenza  per  l'uso  di  questa  o  quella  parola  sostanzialmente  identica,  si  pro-    (')  Milano,  per  Giovanni  Silvestri,   MDCCCXXX.  pp.  vi-vin.   (2)  Croce,   Est.     Storia;,   III,   p.   209.   opera  non  volgare,  Roma,  per  [gnatio  de  Laz,  nel  1665.  Cfr.  C.  Trabalza,  Un  curioso  criterio  stilistico  d'un  grammatico  secen-  tista, in  Sludi  e  Profili,  Torino,    1903,   p.   Sr   sgg.    344  Storia  del/a  Grammatica   pugna  un  concetto  di  indipendenza  dalle  strettezze  della  gram-  matica pedantesca.   Una  ben  curiosa  apparizione  moveva  ancora  contro  la  lingua  fiorentina    come  già  nel  Cinquecento con  Mario  d'Aretio    dalla  Sicilia,  dove  la  tradizione  del  primato  poetico  dugentesco  è  durata  si  può  dir  sino  a  ieri  nella  coscienza  di  grammatici  e  critici  :  vedremo,  del  1836,  una  Glottopedia  italo-sicida  o  gram-  matica italiana  dialettica:  ora,  dunque,  cioè  nel  1660,  Antonino  Merello  e  Pio  Mora  in  un  Discorso  che  fa  la  lingua  Vulgate  dove  si  vede  il  suo  nascimento  essere  siciliano  (')  facevano  che  la  lingua  siciliana,  «  vedendo  svaleggiata  la  sua  cittadinanza  da'  fiorentini,  che  Toscana,  s'appellano»  (p.  5),  insorgesse  contro  «  la  vana  petolanza  della  Toscaneria  »  (p.  8),  eccitando  i  sici-  liani a  non  starsene  neghittosi.  E  due  anni  dopo  in  un  nuovo  Discorso  dove  si  mostra  che  la  Sicilia  sia  stata  Madre  non  solo  dello  scrivere,  e  poetare,  ma  anco  della  lingua  volgare^,  dice-  vano :  «  Eche  habbia  la  lingua  volgare  gran  parte  della  lingua  greca,  leggete  il  Discorso  di  Ascanio  Persio»,  e  negavano  al-  l'Allacci che  la  Sicilia  sia  stata  solamente  genetrice  del  rimare  e  poetare.   Più  rispettoso  verso  la  Crusca  par  mostrarsi  lo  Sforza  Pal-  lavicino, a  cui  dobbiamo  alcuni  Avvertimenti  grammaticali  per  chi  scrive  in  lingua  italiana,  dati  in  luce  dal  p.  Francesco  Rai-  naldi  della  Compagnia  di  Gesù  (!)  nel   1661  e  più  volte   ristam-    i   Messina,    1660,   per  Paolo  Bonacata.   !  In  Cosenza,  per  Gio  :  Battista  Mojo  e  Gio  :  Battista  Rossi,  M  DC  LXII.  In  questo  oltre  li  Osservanti  dell'Aretio,  si  cita  un  «  D  i-  scorso che  la  Ungila  italiana  hebbe  nella  Sicilia  il  suo  nascimento  »  di  Francesco  Pio.    Il  FOFFANO,  attingendo  al  Mongitore,  ricorda  un  7)iseorso  di  Luigi  La  Farina,  in  cui  si  prova  «  la  lingua  siciliana  esser  madre  dell'italiana  »,  op.  cit.,  p.  299,  dove  anche  è  citato  un  ANTONIO  BRUMALDI  (Ovidio  Montalbani),  che  ne  i-  scorso che  la  Ungila  italiana  hebbe  nella  Sicilia  il  suo  nascimento  »  di  Francesco  Pio.    Il  FOFFANO,  attingendo  al  Mongitore,  ricorda  un  7)iseorso  di  Luigi  La  Farina,  in  cui  si  prova  «  la  lingua  siciliana  esser  madre  dell'italiana  »,  op.  cit.,  p.  299,  dove  anche  è  citato  un  ANTONIO  BRUMALDI  (Ovidio  Montalbani),  che  ne l  suo  Vocabolista  bo-  lognese (Bologna,  1660)  pretese  dimostrare  che  il  dialetto  di  Bologna  è  da  considerarsi  come  la  «  madre  lingua  d'Italia  ».  Nel  500  aveva  inneggiato  l'Achillini  a  codesto  dialetto.  Che  ogni  scrittore  illustrar  dee  l'idioma  nativo  et  anche  arricchirlo  con  alcune  forme  giudiziosa-  mente portate  dal  latino,   volle  provare  G.   F.   BoNOMl,  Bologna,  i6Sr.   1  i  In  Roma,  per  lo  Varese,  1661  ;  per  Ignazio  de'  Lazzeri,  1675;  in  Roma  et  in  Perugia,  per  gli  Eredi  di  Sebastiano  Zentrini,  1674  (ediz.  che  ho  sott'occhioj.  L'originale  del  Pallavicini  è  nel  Cod.  mar-  ciano, CLXXVI  (Catal.,  p.  99).    Capitolo  undicesimo  345    pati,  pochi  (sono  in  tutti  121),  invero,  ma  non  senza  traccia  di  quel  sapori-  filosofico  che  fa  del  noto  cardinale  un  partecipe  di  quel  presentimento  critico  del  sec.  XVII  a  cui,  anche  poco  sopra,  abbiamo  accennato.  Più  rispettoso,  abbiam  detto;  ma  anch'egli,  come  il  Bartoli  e  il  Vincenti,  non  conosce  leggi  grammaticali  assolute.  Le  sue  osserva/ioni  empiriche  non  sono  mai  infondate:  egli  sa  osservare  che  «in  alcune  voci  la  pronunzia  fiorentina  è  diversa  da  quella  del  rimanente  della  Toscana  e  dell'Italia;  come  in  dire  Abate,  Ujìzio,  Roba,  con  le  consonanti  semplici:  Immagine,  Innalzare,  Ovvidio,  con  le  raddoppiate.  In  questi  e  simili  casi  non  sarà  degno  di  riprensione  chi  seguirà  o  l'una  0  l'altra  maniera  »  (p.  46).  Didatticamente,  segue  un  principio  molto  ragionevole  e  discreto.  «Col  nome  d'errori  dunque  in-  tendo quelli,  che  si  scostano  dall'uso  ordinario  degli  scrittori  buoni,  e  pregiati  per  politezza  di  lingua.  Tacerò  le  ragioni,  0  solo  talvolta  ne  darò  un  cenno  :  però  eh'  elle  sono  difficili  ad  apprendersi,  e  vagliono  solo  al  sapere:    dove  i  nudi  insegna-  menti s' imparano  con  agevolezza  e  bastano  per  operare  »(pp.3-4).  Ma  gli  avvertimenti  caratteristici  son  quelli  onde  si  chiude  il  volumetto.  «  Conchiuderò  con  due  brevi  avvertimenti.  L'uno  è,  che  questi  contenuti  nel  presente  Capitolo  sono  più  tosto  con-  sigli che  precetti  :  Onde  meriterà  lode  chi  gli  osserva  ;  ma  non  biasimo  chiunque  in  picciola  parte  se  ne  allontana.  L'altro  è,  che  in  questa,  come  in  tutte  le  arti,  ninna  regola  è  sufficiente  se  non  maneggiata  e  posta  in  uso  a  guisa  di  mero  istrumento  dal  giudicio,  il  quale  solo  è  /'Architetto  di  tutte  le  opere  »  (p.  61).  Ognun  vede  coma  il  fondamento  di  questa  conclusiva  sentenza  è  nel  sistema  filosofico  che  mette  il  Pallavicino  in  un  posto  non  disonorevole  nella  storia  dell'estetica,  come  quello  che  affrancava  la  fantasia  dall'  intellettualismo,  benché  la  iden-  tificasse poi  col  sensualismo  marinesco  ('),  e,  in  ogni  modo,  l'arte  dalle  regole  (').    1     Croce,  Estetica,   pp.    198,   207,  474.   Accanto  agli  Avvertimenti  dello  Sforza  Pallavicino  registriamo  alcune  altre  simili  operette.    Le  prime  lince  o  Lezioni  della  lingua  italiana  per  regolarne  il  disegno  ai  suoi  signori  scolari  concentrate  dal  maestro  di  lingua  Gio  :  Pietro  Erico  rivelano  se  non  una  certa  ingegnosità,  una  certa  smania  di  voler  far  entrar  in  modo  facile  la  grammatica  nella  testa  degli  scolari.  Vi  si  fa  largo  uso  dei  paradigmi;  gli  elementi   (vocali  e  consonanti    sono    raggruppate  in    più   modi   per    346  Storia  della  Grammatica   Dietro  l'esempio  del  Bartoli  per  oltre  un  cinquantennio,  più  spesso  contro  la  Crusca  che  in  favore,  e  sempre  in  consonanza  col  movimento  linguistico  a  cui  aveva  dato  impulso  il  Vocabo-  lario, si  misero  a  compilare  grossi  e  piccoli  zibaldoni  special-  mente d'indole  ortografica,  a  stendere  dissertazioni,  lezioni  e  dialoghi,  a  postillare  raccolte  maggiori,  e  in  connessione  con  l'ortografia  a  trattar  di  pronunzia  e  di  prosodia  ('),  specie  della    agevolar  la  pronunzia);  avverbi,  modi  avverbiali,  congiunzióni,  inter-  gettioni,  preposizioni  sono  ammariniti  per  elenchi;  il  nome  vi  è  trat-  tato ancora  secondo  la  qualità,  il  numero,  il  caso,  la  figura,  la  mo-  tione;  i  verbi  son  dati  in  tavole;  vi  si  additano  esercizi  per  la  con-  cordanza. (Si  debbono  all'Erico  anche:  Generis  humanae  linguae,  Ve-  netiis,  1697  e  Renatum  e  'Mysterio  principiiun  phiiologicum,  Patavii,  1686).  Sono  state  ricordate  qualche  volta  le  Osservazioni  della  lingua  volgare  di  Pio  Rossi,  Piacenza,  e  la  Pratlica,  e  compendiosa  istruzzione  a'  principianti  circa  l'uso  emendato,  et  elegante  della  lingua  italiana  del   RoGACCl.   (')  In  appendice  agli  Avvisi  di  Parnaso  ai  poeti  toschi,  Venezia,  s.  a.,  Marcantonio  Nali,  dette  un  trattato  sulla  dieresi,  sulla  sine-  resi,  sui  dittonghi,  e  sull'accento;  Loreto  Mattei  (il  noto  poeta  ver-  nacolo reatino),  una  Teorica  del  Verso  volgare,  e  Prattica  di  retta  pronunzia,  in  Venezia,  per  Girolamo  Albrizzi.(Neil' Apologia  della  z  cita  una  Neogrammalogia  di  un  Anonimo,  dove  si  proponeva  il  segno  dell'.?  per  lo  z  aspro  (fortezza,  bellezza)  per  distinguerlo  dal  suono  di  :  in  donzella,  grazia,  amazzone.  Nella  lezione  La  lingua  to-  scana in  bilancia  con  la  latina  il  Mattei  pone  la  prima  superiore  alla  seconda).  In  questo  campo  il  libro  classico  è  la  Prosodia  italiana  ov-  vero l'arte  con  l' uso  degli  accenti  nella  volgar  favella  d'Italia,  accor-  dati dal  padre  Placido  Spadafora,  palerm.  della  Comp.  d.  G.,  colla  Giunta  di  tre  brevi  trattati:  l'uno  della  Zeta,  e  sue  varietà:  l'altro  dell' ,  verbo  sost.,  apposizione  =  ellissi  del  verbo  sost.,  preposiz.,  avverbi,  congiunz., pro-  nome,  intercezione,  intere  sentenze,  che  se  il  loia,  dello  zeuma,  falsa  zeuma,  .sillessi, trasposizione, iperbato, anastrofe,  tniesi,  parentesi,  e sinchisi.]anzi  ultrapurista,  per  dirla  col  suo  recente  biografo  ('),  ma,  mu-  tati gli  abiti  mentali  e  slargato  il  suo  orizzonte  anelie  per  ef-  fetto delle  lingue  apprese  ne'  suoi  viaggi  all'estero,  fini  quasi  ribelle.  Scienziato,  filosofo  e  teologo,  erudito,  novellatore  e  poeta,  epistolografo,  quale  accademico  della  Crusca  attese  a  studi  linguistici  diversi,  di  spoglio,  d'etimologia,  d'ortografia,  di  cui  introdusse  qualche  novità  anche  ne'  suoi  scritti  (ò,  ài,  à  per  ho,  hai.  ha,  secondo  l'antica  proposta  del  Tolomei);  ma  pre-  cettista di  grammatica  non  fu.  A  noi  basterà  caratterizzar  tutta  la  sua  operosità  grammaticale,  osservando  che  egli  non  si  peritò  d'accogliere  voci  straniere,  che  fu  anzi  uno  de'  primi  neologisti,  e  riferendo  quel  che  nel  1677  scriveva  al  Bassetti  circa  la  compi-  lazione del  Vocabolario:  «  tutto  l'arricchimento  maggiore,  che  si   pensa  dare  a  quest'opera  è  il   rifrustar  manoscritti  antichi,  e   aggiunger  voci Ora  io  non  vorrei  che  ci  trafilassimo  a  cavar   fuori  e  a  spiegar  voci,  che  in  questo  secolo  non  accaderà  che  un  uomo  l'oda  nominare  una  sola  volta  in  vita  sua,  e  trascu-  rassimo quelle,  che  occorrono  in  ogni  discorso  e  che  mal  usur-  pate rendono  chi  le  dice  ridicolo  »  ('").  «  Voi  mettete  »,  tornava  a  ripetergli,  «in  questo  vocabolario  voci  antiche,  voci  rancide.  voci  disusate,  voci,  che  son  ridicole  a  voi  medesimi,  e  poi,  non  distinguendole  dalle  buone,  ci  date  mescolate  la  crusca,  o  piut-  tosto le  reste  e  la  paglia  istessa,  con  la  farina  ».  A  base  di  quest'osservazione  è  sempre  la  vieta  concezione  del  linguaggio  ;  ma  questo  bollar  di  ridicolo  le  voci  rancide  e  chi  le  adopera,  indica  per  lo  meno  la  coscienza  della  contradizione  tra  parola  vecchia  e  idea  nuova,  un  sentimento  insoddisfatto  dell'unità  del-  l'espressione, un  segno,  in  ogni  modo,  di  salutare  reazione.  Nel  «  raccomandare  alla  risorta  Accademia  di  aprir  le  porte  al  Tasso;  di  mettere  de'  contrassegni  alle  voci  arcaiche,  alle  non  comuni,  alle  plebee:  e  di  esser  meno  difettosa  nell'accogliere  le  buone  voci  forestiere  »  (:i),  invidiando  alle  altre  nazioni  l'uso  vivo  della  lingua,  precorreva  il  Manzoni.  Fu  pertanto  considerato,  come  egli  stesso  confessava,  «  per  corruttore   della   severa  onestà  de'    (')  Stefano  Fermi,  Lorenzo  Dlagatotti  scienziato  e  letterato  (1637-  1712  .    Studio  biografico  -  bibliografico  -  critico  con  ritratto,  Firenze,  1903,  p.   171.   Leti,  fam..,  t.  II,  p.  68,  in   Fermi,  op.  cit.,  p.   16S.   (3)  D'Ovidio,  op.  cit.,  p.   211.    35 2  Storia  della   Grammatica   nostri  antichi  »  (')  :  ma  non  così  largamente  che  dal  Panciatichi,  residente  nel  1671  a  Parigi,  non  fosse  invitato  sebbene  inutil-  mente a  prender  le  difese  di  nostra  lingua  contro  gli  attacchi  famosi  del  Bouhours,  che  trovò  in  Italia  il  suo  avversario  nel  Conti.   Più  importante  di  quella  del  Magalotti  e  de'  comuni  con-  soci è  forse  l'opera  d'uno  de'  due  Salvini,  Anton  Maria  :  a  Sa-  vino, dobbiamo,  tra  l'altro,  la  prima  storia  dell'Accademia  ('"):  storia,  si  dica  subito,  che  dimostra  l'importanza  che  l'Istituto  famoso  aveva  ormai  acquistato,  ma,  anche,  la  chiusura  d'un  pe-  riodo d'attività  che  aveva  fatto  il  suo  tempo  e  non  rispondeva  più  ai  nuovi  tempi.   Anton  Maria  Salvini  (1653- 1729)  (3)  fu  purista  dello  stampo  del  Dati,  suo  antecessore,  di  cui  cita  con  lode  il  ricordato  di-  scorso siili'  Obbligo  di  ben  parlare  la  propria  lingua;  fu,  direi,  l'incarnazione  de'  principi  che  prevalsero  in  questo  tempo  nel-  V Accademia;  fu  il  perfetto  accademico;  anche  i  modi  della  sua  attività  letteraria  contraddistinguono  il  carattere  della  sua  mente:  fu  oratore  accademico  e  postillatore  :  le  Prose  toscane  e  i  Di-  scorsi accademici  offrono  una  buona  parte  di  quell'attività;  ma  è  altrettanto  considerevole  la  materia  trattata  da  lui  nelle  an-  notazioni a  opere  e  libri  famosi  :  il  Malmantile  del  Lippi,  la  Piera  e  la  Tancia  del  Buonarroti,  la  Perfetta  poesia  del  Muratori,  le  Origini  del  Menagio,  il  Vocabolario,  la  Grammatica  del  Buonmattei,  V Anticrusca  del  Beni(').  Le  più  importanti  al  fatto  nostro  sono  le  postille  all'opera  muratoriana,  specie  per  ciò  che  concerne  l'efficacia  delle  regole  grammaticali  (").    (')  Lett.  in  Belloni,  //  seicento,  p.  452.   ('-')  Ragionamento  sopra  V origine  dell'Accademia  della  Crusca,  Fi-  renze. Su  esso,  dott.  Carmelo  Cordaro,  Anton  Maria  Salvini,  saggio  critico-biografico,  Parma,  1906,  e  la  notizia  che  di  questo  libro    R.  Fornaci  ari.  Un  filologo  fiorentino  del  sec.  XVIII,  in  Nuova  An-  tologia,  16  marzo   190S.   []  Vivaldi  esclude,  con  l'inoppugnabile  argomento  del  tempo,  che  sia  del  Salvini,  n.  il  T2  gennaio  1653  (f  17  maggio  1727)  quel  pro-  getto di  risposta  da  farsi  all'  Anticrusca  per  opera  del  Fioretti  che  la  fece  infatti  nel  1614,  che  il  Moreni  pubblicò  nel  1S26  traendolo  dalla  iMagliabechiana.   (6)  Nei  Discorsi  Accada  n.  xxi,  p.  3  «  l'A.  esordisce  col  soste-  nere che  l'obbligo  di  ben  parlare  la  propria  lingua  fu  dimostrata  con    Capitolo  undicesimo  353    K  noto  che  uno  de'  punti  cui  s'agitò  la  controversia,  che  è  stata  chiamata  della  lingua,  fu  l'eccellenza  del  Trecento  sul  Cin-  quecento e  i  secoli  posteriori.  Il  Muratori  fu  perii  Cinquecento (6) :  e  il  Salvini,  naturalmente,  pel  Trecento.  Tra  gli  argomenti  che  il  Muratori  adduceva,  era  questo,  che  nel  Trecento  la  lingua  non  poteva  essere  arrivata  alla  sua  perfezione,  perchè,  tra  l'altro,  non  se  n'erano  peranco  stabilite  le  regole  e  ognuno  scriveva  a  suo  talento,  usando  parole  e  locuzioni  straniere,  rozze,  plebee,  cadendo  per  ciò  senz'accorgersene  in  barbarismi  e  solecismi,  tra-  scurando anche  la  retta  ortografia.  Il  Salvini  gli  ritorce  codesto  argomento  così:  «  il  non  essersi  stabilite  le  regole,    poste  in  iscritto,  e  scrivendosi  tuttavia  da  molti  e  parlandosi  in  quel  tempo  regolarmente,  è  segno  che  in  quel  tempo  era  giunta  al  non  più  oltre  l'italiana  favella;  e  non  fa  che  le  regole  natural-  mente non  ci  fossero  ».  In  altre  parole  il  Muratori  sostiene  la  inferiorità  del  Trecento  con  la  mancanza  della  grammatica  ;  il  Sal-  vini l'eccellenza  di  esso  con  l'esistenza  virtuale  della  gramma-  tica :  questione  e  ragioni  egualmente  cervellotiche  e  che  movono  l'ima  e  le  altre  dal  concepire,  al  solito,  il  linguaggio  come  un  congegno  meccanico  che  funziona  più  o  meno  bene  secondo  l'e-  sattezza sua  e  di  chi  lo  adopera:  il  confronto  è  impossibile  ei  termini  sono  astrazioni.  Che  cos'è  il  Trecento?  che  cos'è  il  Cin-  quecento? sono  le  opere  concrete  che  si  scrissero,  sono  le  pa-  role {parole  nel  senso  estetico)  che  si  pronunziarono  :  ora  con-  frontar l'un  secolo  con  l'altro,  è  confrontar  la  Divina  Commedia  con  1'  Orlando  Furioso,  ossia  fare  una  cosa  inutile  e  arbitraria.  Spiegar   poi    l'eccellenza  dell'una  o  dell'altra  opera  con    le  re-    ottime riflessioni  dal  suo  antecessore,  il  nobile  e  dotto  Carlo  Dati....  Vorrebbe  che  si  coltivassero  i  due  idiomi  e  si  scrivesse  nell'uno  e  nell'altro,  come  fecero  i  maestri  di  nostra  lingua,  il  Bembo,  il  Casa,  ed  altri.  Ma  poiché  la  nostra  favella  «  non  ha  quel  corso  e  quella  voga  d'esser  parlata  e  scritta  comunemente,  come,  non  so  per  qual  destino,  ha  avuto  ed  ha  l'idioma  francese  ...»  perciò  chi  di  cose  scien-  tifiche vuole  trattare,  scriva  in  latino  non  perchè  a  ciò  sia  inetta  la  nostra  lingua,  «  ma  per  aver  più  gran  teatro,  che  ascolti,  perchè  la  lingua  latina  è  lingua  dell'universale  e  propria  di  tutti  i  letterati  «  non  obbliando  la  nostra  che  ha  i  suoi  vezzi  e  incanti  singolarissimi  ».  In   Gerini,  op.   cit.,   IV,   p.   8.   (!)  Ricordiamo  De  i  pregi  dell'  eloquenza  popolare  esposta  da  L.  A.  Muratori,  Venezia,  M  DCC  L,  presso  G.  B.  Pasquali,  fondati  sulla  dottrina  dell'imitazione.   C.  Trabalza.  23    354  Storia  della  Grammatica   gole,  è  pretendere  che  le  regole  producano  l'arte.  Siamo  ancora  con  la  vecchia  poetica.  Il  Muratori  dedicò  parecchie  pagine  della  sua  perfetta  poesia  al  buon  gusto,  e  sebbene  non  accet-  tasse le  vedute  dello  Sforza  Pallavicino  che  davano  briglia  sciolta  alla  fantasia,  le  fece  larghissima  parte  ('),  ebbe  insomma  più  larghe  vedute  del  Salvini  :  ma  il  linguaggio  non  fu  neppur  so-  spettato né  dall'uno    dall'altro  che  potesse  esser  tutt'uno  con  la  fantasia.  La  poetica  del  rinascimento  si  dissolvette,  senza  che  la  grammatica,  naturalmente,  avesse  avuto  l'onore  in  essa  d'una  interpretazione  degna  d'esser  chiamata  filosofica  :  fu  sempre  con-  siderata come  strumento  :  infatti  nella  classificazione  delle  arti,  rimase  sempre  all'ingresso.  Da  quell'argomento  delle  regole  il  Salvini  ne  trasse  un  altro,  meno  disutile  anche  perchè  contiene  un  elemento  che  si  può  chiarire  con  la  storia,  ma  egualmente  infondato  nella  sua  concatenazione.  «  Prima  una  lingua  fiorisce,  e  la  fan  fiorire  gli  autori  che  la  mostrano  e  scuopronla  ;  e  poi  se  ne  formano  le  regole.  Anzi  quando  si  fanno  le  regole,  cat-  tivo segno  :  è  segno  che  la  lingua  non  è  più  nella  sua  naturai  perfezione  :  è  scaduta  dal  suo  primo  fiore  e  lustro  ;  ha  bisogno  di  essere  puntellata,  perchè  non  finisca  di  rovinare  »  (").  E  si  sforza  di  dimostrarlo  col  fatto  dell  'imbarbarimento  del  400  da  cui  ci  liberò  il  Bembo  con  gli  altri  grammatici,  ma  non  in  modo  che  scorcordanze  e  solecismi  non  durassero  ancora,  consigliando  il  ritorno  all'imitazione  dell'aureo  secolo,  quando  autori  e  volgo  parlavano  puro  e  corretto  e  tutti  scrivevano  come  i  testi  a  penna  dimostrano  senza  sconcordanze,  e  si  avevano  le  coniugazioni  senza  che  vi  fossero  grammatiche,  dell'aureo  secolo,  che  ebbe,  oltre  questi,  il  merito  di  fornire  ai  grammatici  cinquecentisti  la  materia  delle  regole  loro.  Il  Vivaldi,  che  riferisce  queste  idee  e  argomentazioni  del-  Salvini,  seguendolo  passo  passo  con  la  sua  critica,  osserva  che  «  quando  nascono  le  regole  in  una  lingua,  questa  non  è  più  nel  suo  stato  di  spontaneità,  è  entrata  in  un  periodo  riflesso  ;  ma  dire  che  sia  in  un  periodo  di  corruzione  e   di    rovina    mi    pare    troppo  »  (!).   Or  che    vuol    dire   che    una    (')  Croce,  Estetica,  p.   199.   (2)  «Quest'idea»,  annota  il  Vivaldi,  p.  321,  «che  la  gramma-  tica sorga  quando  la  lingua  si  comincia  a  corrompere,  è  ripetuta  in  molti  punti  dal  Salvini.   Leg.ui  le  note  30,  3S,  46,  48,  90  ».   (3j  Op.  cit.,  p.  321.    Capitolo  undicesimo  355    lingua  e  entrata  in  un  periodo  riflesso?  La  lingua  è  sempre  lingua,  cioè  creazione  spirituale  in  ogni  momento  del  suo  pro-  dursi :  slato  riflesso  sarà  quello  della  coscienza  di  chi  la  parla.  E  certamente  da  questi  stati  riflessi  della  coscienza  nascono  tutti  gli  sforzi  che  mirano  a  spiegare  il  passato  :  le  regole,  teorica-  mente, sono  il  primo  tentativo  della  scienza  :  praticamente,  servono  al  bisogno  dell'apprendimento  della  lingua  :  Aristotele,  Quintiliano,  il  Bembo  interessano  egualmente  ma  diversamente  tanto  chi  fa  la  storia  delle  dottrine  poetiche  e  grammaticali,  quanto  chi  si  prefìgge  lo  scopo  pratico  di  apprendere  o  di  inse-  gnare l'arte  e  la  lingua.  «  Si  può  dire,  quindi,  »  aggiunge  il  Vi-  valdi, «  che,  nate  le  regole,  una  lingua  sia  meno  vivace  di  prima;  ma  dire  che  s'incammini  alla  corruzione,  donde  il  bisogno  di  essere  puntellata,  non  mi  pare».  Come  se,  quando  spuntavano  le  regole  del  Fortunio  e  le  Prose  del  Bembo,  fosse  stato  mai  impedito  all'Ariosto  di  condurre  a  quello  stato  di  perfezione  o  di  vivacità,  ond'è  mirabile,  il  suo  Orlando  Fttrioso,  o  per  effetto  di  quei  pretesi  mali  contro  cui  insorse  la  grammatica  del  purismo  avesse  mai  potuto  raffreddarsi  il  calore  ond'espresse  e  corresse  i  suoi  Promessi  Sposi  Alessandro  Manzoni  !  La  corruzione  della  lingua  è  una  delle  tante  illusioni  che  il  vecchio  concetto  del  linguaggio  suscita  e  alimenta:  e  la  grammatica  non  sorge  in  aiuto  d'un  guasto  che  è  solo  nella  fantasia  degli  empirici.  Ma,  intanto,  quanto  inchiostro  non  s'è  versato  in  queste  discussioni  che  ogni  tanto,  anche  dopo  che  la  scienza  le  ha  superate,  risorgono  anche  tra  persone  colte,  dividendone  gli  animi  !   Meglio  che  in  polemiche  e  in  particolari  trattazioni,  un  let-  terato pugliese,  l'ab.  Severino  Boccia,  autore  del  Tasso  pian-  gente ('),  concretò  la  sua  opposizione  contro  la  Crusca  in  una  vera  e  ampissima  Grammatica  e  in  un  grande  Vocabolario ,  che  però  non  videro    mai  la  luce  (').   «  Uno  dei   padri    della    grani -    (')  Napoli,  Mich.  Monaco,  16S2,  sotto  lo  pseud.  di  Sincero  Va/desio.   i'4)  Cfr.  F.  Ferriccio  Guerrieri,  L'abbate  Severino  Boccia  gram-  matico e  lessicografo  pugliese  del  sec.  XVII,  Cerignola,  1900  (estr.).    La  Grammatica  italiana  di  Sincero  Valdesio  è  contenuta  in  un  ms.  cart.  legato  in  pelle  bianca  di  oltre  500  pagine,  parte  numerate  parte  no  (n.  6).  Una  postilla  in  cui  quest'opera  viene  attribuita  al  Boccia,  reca  la  data  iógo.  Di  essa  fece  un  riassunto  D.  Felice,  Roma,  nel  1703,  che  poi  passò  all'Armellini.  Il  Voc.  è  parimenti  ms.  in  cinque  grossi  volumi  (nn.   20-24  .    356  Storia  della  Grammatica   matica  italiana  »  avrebbe  chiamato  il  Boccia  quel  gran  padre  che  ne  fu  Basilio  Puoti,  che  potè  vedere  la  voluminosa  opera  dell'abate  pugliese  (').  La  Grammatica  si  apre  con  un  discorso  sulla  lingua,  il  suo  svolgimento,  e  il  modo  di  studiarla  :  la  gram-  matica vi  è  definita  «  l'arte  di  parlare  e  scriver  bene  in  tale  idioma,  senza  vizio  di  barbarismo  o  solecismo  »,  e  se  ne  deduce  che  il  favellare  è  proprio  connaturale  all'uomo  e  che  nessuno  può  pretendere  di  parlare  e  scrivere  bene,  senza  l'arte  e  lo  studio:  la  macchina  dell'opera  sua  poggia  sopratre  colonne  di  bronzo  massiccio,  la  ragione,  Y  autorità,  V usanza;  ma  l'A.  non  ha  voluto  giurare  sul  frullone  delia  Crusca,  non  sulla  zucca  degli  Intronati,  non  sulla  gru  degli  Oziosi,  non  sulla  luna  degli  Er-  ranti, né  in  altra  celebre  impresa  di  questa  o  di  quella  Acca-  demia^). Da  quanto  ce  ne  dice  il  Guerrieri  la  trattazione  è  com-  pleta, dalle  lettere,  vocali  e  consonanti,  sillabe  alle  parti  del  discorso,  al  pleonasmo,  all'ortografia  e  punteggiatura  ;  il  note-  vole è  che  gli  esempi  sono  tolti  tutti  quanti  dal  Tasso,  sia  per  le  regole  che  per  le  eccezioni  :  e  le  autorità  del  Vocabolario,  dove  spesso  i  modi  di  dire  hanno  il  corrispondente  latino,  sono  di  frequente  cavate  dal  Tasso.  Così  la  Crusca  veniva  contrad-  detta in  due  modi,  abbastanza  pratici,  nelle  regole  e  negli  esempi,  e  l'infelice  poeta  aveva  in  questo  grammatico  e  lessi-  cografo il  più  caldo  e  fedel  difensore.   Pro  e  contro  la  Crusca  stette  infine  quel  Girolamo  Gigli  (1600-1727)  (3)  che,  come  dice  il  D'Ovidio,  «  rinnovò  lo  scan-  dalo col  Vocabolario  Cateriniano  (1717),  libro  riboccante  d'ar-  guzie e  d'umorismo,  ma  spesso  scurrile,  pettegolo  e  maligno,  non  di  rado  anche  insipido  o  adulatore  »,  (p.  153)  e  del  quale  scontò  l'audacia  con  umilissime  ritrattazioni  e  il  bando  da  Siena  sua  città  natale  e  da  Roma,  dove  fu  precettore  di  D.  Ales-  sandro Ruspoli  de'  Principi  di  Cerveteri,  per  l'istruzione  del  quale  ordinò  l'operetta    è  dicitura  che  tolgo  dal  titolo    che  va  sotto  il  nome  di  Regole  per  la  toscana  favella  dichia-  rate per    la  più    stretta  e  più  larga    osservanza  in   dialogo  tra    (*)  Guerrieri,  op.  cit.,  p.  33.   {-)  Guerrieri,  op.  cit.,  pp.  30-2.   (:!)  Su  esso,  T.  Favilli,  G.  Gigli  senese,  nella  vita  e  nelle  opere,  Rocca  S.  Casciano,  1907  (ma  cfr.  I.  Senesi,  recens.  in  Rass,  bibl.  d.  leti.  it.y   XYI,   1-3  genn.-marz.    190S).    Capitolo  undicesimo  357    Maestro  e  scolare  ('),  una  delle  ultime  e  vere  grammatiche  di  questo  lungo  periodo  di  cui  siam  venuti  notando  le  manifesta-  zioni più  caratteristiche,  cosa  diversa  dalle  Lezioni  di  li?igua  tosca?ia  ("),  che  furono  nuovamente  raccolte  dall'ab.  G.  Catena  Senese  nel   1736  e  nuovamente    ristampate  (3)  nel   1744  e  1751.   Al  Gigli  dobbiamo  anche,  tra  l'altro,  un'Orazione  in  lode  della toscana  favella  (1706)  (J),  e  la  raccolta  romana  delle  Opere  di  Celso  Cittadini  ( ')  :  egli  poi  accenna  a  tavole  sinottiche  de"  Verbi  ausiliari  e  regolari  da  lui  compilate  per  distinguerne  in  quattro  colonnette  l'uso  corretto  antico,  poetico  e  corrotto,  distin-  zione non  fatta  dal  Pergamini,  e  a  una  sua  grammatica  ante-  riormente stampata,  che  è  tutt'uno  con  le  Lezioni,  dove  infatti  questa  partizione  è  adottata.   Avverte  nella  prefazione  che  «  ha  più  Grammatiche  ornai  la  nostra  Volgar  Favella,  che  non  ha  genti  (stetti  per  dire)  che  la  parli  ...  »;  la  chiama  «  bastone  ...  istoriato  dal  Cittadini,  for-  nito della  punta  di  ferro  dal  Castelvetro,  contro  il  Bembo,  o  fatto  a  nodi  contro  il  Bartoli,  il  Beni,  il  Muzio;  fornito  di  ma-  nico d'argento  dal  Castiglione  ...  »;  constata  che  «l'Indie  gram-  maticali non  mandano  altri  Ucelli,  che  qualche  voce  spelac-  chiata dell'H;  qualche  verbo  anomalo,  che  ha  i  piedi  dove  altri  hanno  il  capo  ;  qualche  nome  eteroclito  di  due  sessi  ».  E  questo  supergiù,  come  abbiam  visto,  era  vero  per  la  vecchia  gramma-  tica dell'italiano:  poiché  proprio  ora,  e  precisamente,  nel  1722,  usciva  in  Napoli  per  il  latino  il  Nuovo  metodo  di  Portoreale,  che  doveva  naturalmente  produrre  la  sua  efficacia  anche  sull'italiano.  Accenna,  infine,  a  una  nuova  edizione  del  Donato  con  Avver-  timenli  grammaticali  per  la  nostra  volgar  lingua,  curata  dal  suo  assistente  alla  cattedra  d'eloquenza,  Francesco  Tondelli  (6),  che  è   un    nuovo    esempio    di    quella    fusio ne    che   ormai  si  ve-    (')  In  Roma,  1721.  Nella  stamperia  di  Antonio  de' Rossi,  nella  strada  del  Santuario    Romano,  vicino  alla  Rotonda, Venezia,  Giavasina,   1724  e  29.   (3)  Coi  tipi  del  Pasquali  in  Venezia.  (')   In  Lezioni,  Venezia,   1736.   (5)  In  Roma,  per  Antonio  De'  Rossi,   1721.   (°)  In  Roma,  Chracas,  1710.  Ma  la  prima  ediz.  era  stata  fatta  in  Siena,  nel  1608.    Un  Donato  al  Senno  ...  con  le.  loro  costruttioni  et  toscane  dìchiarationi  vide  la  luce  in  Treviso,  MDXXXIII,  per  Ga-  sparo Pianto.    35^  Storia  della  Grammatica   niva  facendo  sempre  più  completa  delle  due  grammatiche,  l'italiana  e  latina,  e  sulla  quale  aveva  insistito  ne'  suoi  Discorsi  accademici  (cfr.  specialmente  il  LXII,  t.  I,  sopra  la  lingua  la-  tina) e  nelle  Prose  toscane  (le  lezioni  22,  33,  44  sopra  la  lingua  toscana,  e  la  47%  Esortazione  a  comporne  in  toscano)  (')  anche  Anton  Maria  Salvini.   Le  Regole  come  le  Lezioni  del  Gigli  non  hanno  maggior  portata  filosofica  di  quella  che  vien  loro  dall'essere  informate  a  un  certo  spirito  liberale  di  modernità  e  d'opposizione  alla  gram-  matica pedantesca  e  troppo  ristretta,  della  quale  abbandona  il  complesso  schematismo,  contentandosi  di  dar  poche  regole  tra  molti  e  vari  esercizi  (2)  ;  il  che  le  rende  naturalmente  lode-  voli sotto  l'aspetto  didattico.  L'uso  che  il  Gigli  segue  è  quello  degli  scrittori  del  Trecento  più  comunemente  accettati,  che  era  un  utile  criterio  per  lui  per  propugnare  quello  della  Santa  con-  cittadina, in  servizio  del  quale  prese  a  compilare  il  l'ocabolario  Cateriniano,  vessillo  intorno  a  cui  aveva  tentato  raggruppare  un  forte  manipolo  di  ribelli,  dove  s'oppone  a  riconoscere  in  Fi-  renze e  nell'Accademia  il  diritto  esclusivo  di  regolar  la  favella  d'Italia.  Per  quanto  editore  delle  opere  del  Cittadini,  pure  non  sembra  ne  faccia  la  debita  stima  almeno  per  l'utile  che ne  possa  venire  ai  discenti  italiani:  afferma,  invece,  che  le  ricerche  del-  l'illustre concittadino  sono  assai  più  giovevoli  agli  Oltremontani,    (:)  Vi  si  dice  che  lo  studio  del  latino  è  necessarissimo  per  iscri-  vere perfettamente  nel  toscano.  Questi  luoghi  segnalò  già  il  Gerixi,  op.  cit. ,  p.  8,  n.  Regole  della  poesia    Latina  che  Italiana  per  uso  delle  scuole  erano  state  edite  per  la  3a  volta,  in  Venezia,  presso  Giuseppe  Rota  niella  prefaz.  è  detto  che  questa  è  la  prima  poetica  per  le  scuole).   (2)  P.  es.,  è  molto  pratico  quello  indicato  in  fin  del  libro  «  per  conservare  a  memoria  le  Regole  addietro  scritte,  per  via  di  qualche  racconto  mescolato  a  studio  degli  usuali  errori,  che  si  commettono  fra  i  Toscani  medesimi  ;  i  quali  errori  qui  si  correggono  dagli  scolari  fra  di  loro,  con  quest'  ordine  stesso,  che  dagli  scolari  della  Grammatica  Latina  si  pratica,  ascoltando  un  avversario  il  recitamento  a  memoria  dell'altro  ».  Gigli  mostrò  di  sapersi  valere  del  dialetto  per  l'ap-  prendimento della  lingua.  E  forse  a  questo  scopo  avrà  disegnato  una  Grammatica  senese  di  cui  parla  in  una  sua  lettera  del  28  ott.  1715  (in  Favilli,  G.  Gigli,  p.  221Ì,  se  questa  non  è  tutt'uno  con  le  Le-  zioni o  le  Regole,  o  non  è  un  termine  vago  per  indicare  i  suoi  studi  grammaticali  e  linguistici.    Capitolo  undicesimo  359   ai  quali  tiene  costantemente  l'occhio  specie  per  quel  clie  con-  cerne la  grafia.    può  esser  lodato  per  ciò  che  concerne  la  critica  de'  testi  e  l'etimologia.  Batte  molto  su  i  criteri  stilistici,  distinguendo  come  gli  abbiam  visto  far  per  i  verbi,  un  uso  retto,  antico,  poetico,  corrotto,  che  corrisponderebbe  su  per  giù  alle  distinzioni  fatte  poi  dal  Manzoni.  Ma  è  sempre    sarebbe  inu-  tile osservarlo  da  quanto  sin  qui  s'è  detto    sotto  la  vecchia  concezione  del  linguaggio,  per  cui  s'aggira  costantemente  nel-  l'equivoco: «  Non  troverete  sollecismo  »,  dice,  «  che  non  possa  con  qualche  esempio  salvarsi,  o  del  Dante,  o  de'  suoi  Coe-  tanei, o  di  S.  Caterina  da  Siena,  e  simili  autorevoli  Prosatori  ■-■   Poeti  ...   »  (p.  56).   Il  pensiero  com'è  formulato  determina  il  carattere  del  vec-  chio dogmatismo  grammaticale.   Il  Gigli  ci  richiama  al  pensiero  un  sostenitore  della  Crusca,  Niccolò  Amenta  ('  ),  già  ricordato  come  Annotatore  del  Torto  del  Bartoli,  e  del  quale  anche,  per  ragion  di  tempo,  ci  dob-  biamo ora  occupare.   L' Amenta  (n.  1659)  già  nelle  Annotazioni  al  Torto  aveva  preso  posizione  netta  contro  il  Bartoli  e  in  favor  della  Crusca,  giudicando  che  il  Bartoli,  menando  beffe  e  strazio  de'  gramma-  tici, non  aveva  seguito    le  loro  decisioni,    l'uso,  o  sia  del  popolo  o  de'  più  eletti,    l'autorità  degli  scrittori,    la  pre-  rogativa del  tempo,    l'uso  latino  o  il  suo  contrario,    la  con-  venenza  de'  simili  ;  ma  or  l'uno  or  l'altro,  or  due  o  tre  insieme  «  e  più  di  tutto  Y  arbitrio,  a  cui  una  gran  parte  rimane  in  li-  bertà, ed  è  per  avventura  la  più  diffìcile  a  ben  usare,  richie-  dendovisi  un  buon  gusto  proveniente  da  buon  giudicio  »  (p.  15).  L'accusava  d'aver  plagiato  il  Cinonio,  di  cui  non  par  facesse  molta  stima  :  e  concludeva  :  «  se  adunque  vorrà  tutto  ciò  con-  siderare qualunque  affezionato  al  P.  B.,  ho  per  fermo,  che  com-  patirammi,  s'io  in  queste  osservazioni  tra  la  forza  che  m'ha  tatto  principalmente  la  ragione,  e  per  la  riverenza  che  ho  avuto  a'  Testi,  a'  buoni  Grammatici,  ed  a'  signori  Accademici  fiorentini,  spessissime  volte  gli  ho  contraddetto.  Protestando  ad  ognuno  che  se  '1  B.  scrisse  questo  libro  (come  già  pare  ch'egli  stesso  volesse)  per  far  conoscere,  che  nella  Toscana    favella  prevaglia   ('  spesso  così  accoppiati  discussi  dal  Vico)  poterono  sodisfargli  l'intendimento  circa  la  guisa  del  nascime?ito,  ossia  la  natura  delle  lingue,  che  «  troppo  ci  ha  costo  di  aspra  medita-  zione »  i1),  e  la  cui  «Discoverta,  ch'è  la  chiave  maestra  di  questa  Scienza,  ci  ha  costo  la  Ricerca  ostinata  di  quasi  tutta  la  nostra  vita  letteraria. Medesimamente  lo  lasciarono  insodisfatto  i  grammatici  del  rinascimento,  da  lui  criticati  e  nella  massima  opera  e-  nel  breve  Giudizio  intorno  alla   Grammatica  d'Aronne.  La  metafisica  è  una  scienza,  comincia VICO (si veda),  la  quale  ha  per  oggetto  la  mente  umana.  Ond'ella  si  stende  a  tutto  ciò  che  può  giammai  pensar  l'uomo.  Quindi  ella  scende  ad  illumi-  nare tutte  le  Arti,  e  le  Scienze,  che  compiono  il  subietto  del-  l'umana Sapienza.  Le  prime  tra  queste  sono  la  Grammatica,  e  la  Logica;  l'ima,  che    le  regole  del  parlar  dritto,  l'altra  del  parlar  vero.  E  perchè  per  ordine  di  Natura  dee  precedere  il  parlar  vero  al  parlar  dritto  ;  perciò  con  generoso  sforzo  Giulio  Cesare  della  Scala,  seguitato  poi  da  tutti  i  migliori  Grammatici  che  gli  vennero  dietro,  si  diede  a  ragionare  delle  cagioni  della  Lingua  Latina  co'  principj  di  Logica.  Ma  in  ciò  venne  fallito  il  gran  disegno  con  attaccarsi  ai  principj  di  Logica,  che  ne  pensò  un  particolare  uomo  filosofo,  cioè  colla  Logica  di  Aristotile, i  cui  principj  essendo  troppo  universali,  non  riescono  a  spiegare  i  quasi  infiniti  particolari,  che  per  natura  vengono  in-  nanzi a  chiunque  vuol  ragionare  d'una  lingua.  Onde  Francesco  Sanzio,  che  con  magnanimo  ordine  gli  tenne  dietro  nella  sua  Minerva,  si  sforza  colla  sua  famosa  Ellissi  di  spiegare  gl'innu-  merabili  particolari,  che  osserva  nella  Lingua  Latina;  e  con  in-  felice successo,  per  salvare  gli  universali  principj  della  Logica  di  Aristotile,  riesce  sforzato  e  importuno  in  una  quasi  innume-  rabile copia  di  parlari  Latini,  dei  quali  crede  supplire  i  leg-  giadri ed  eleganti  difetti,  che  la  Lingua  Latina  usa  nello  spie-    (')  In  Croce,  op.  cit.,   237.   (-)  Scienza  Nuova,  Milano,  Truffi,  1S31,  un  voi.,  p.  57.  (Non  è  questa  la  migliore  edizione  del  gran  libro;  ma,  avendo  condotto  su  essa  il  mio  studio,  mi  è  difficile  ora  concordare  le  citazioni  con  la  seconda  edizione  Ferrari.  Cfr.  Croce,  Bibliogr.  vichiana,  Napoli,  e  Suppli'Diento.] garsi.  Ma  il  quanto  acuto,  tanto  avveduto  Autore  di  questa  no-  vella Grammatica  ha  ridotto  tutte  le  maniere  di  pensare,  che  nascer  mai  possono  in  mente  umana  intorno  la  sostanza,  e  le  innumerabili  varie  diverse  modificazioni  di  essa,  a  certi  principi  metafisici  cosi  utili  e  comodi,  che  si  ritrovano  avverati  in  tutto  ciò  che  la  Grammatica  Latina  propone  nelle  sue  regole,  e  nelle  sue  eccezioni.  Il  frutto  di  una    fatta  grammatica  è  grandissimo,  perchè  il  fanciullo,  senz'avvedersene,  viene  informato  di  una  metafisica,  per  dir  così,  pratica,  con  cui  rende  ragione  di  tutte  le  maniere  del  suo  pensare  ;  appunto  come  colla  Geometria  i  giovani,  pur  senz'avvedersene,  apprendono  un  abito  di  pensar  ordinatamente.  Per  tutto  ciò,  secondo  il  mio  debole  e  corto  giudizio,  stimo  questa  Grammatica  degna  della  pubblica  luce,  siccome  quella  che  porta  seco  una  discoverta  di  grandissimi  lumi  alla  Repubblica  delle  Lettere  »  (').   Lasciando  per  ora  da  parte  il  rispetto  del  Vico  verso  la  grammatica  ancor  classificata  secondo  il  vecchio  canone,  è  age-  vole vedere  come  la  posizione  presa  da  lui  contro  lo  Scaligero  e  il  Sanzio,  acutamente  distinti  tra  tutti  i  grammatici  dell'an-  tichità e  del  rinascimento,  sia  determinata  appunto  dal  suo  con-  cetto fondamentale  di  fantasia  e  d'intelletto.  Il  Sanzio,    mo-  viamo da  questo  perchè  supera  lo  Scaligero,    pur  avanzando  di  tanto  i  precedenti  grammatici  nell'interpretazione  delle  forme  e  de'  costrutti  latini,  come  quegli  che  ne  cercava  le  radici  nello  spirito  e  non  in  un  convenzionale  ed  esterior  meccanismo  ("),  nel  fatto  linguistico  e  grammaticale  non  vedeva  che  un  fatto  lo-  gico, e,  con  quest'unico  criterio,  spiegava  non  solamente  i  casi    ('j  Opuscoli  di  Giovanni  Battista  Vico  raccolti  e  pubblicati  da  Carlantonio  de  Rosa  marchese  di  Villarosa.  Napoli,  181S.  Presso  Piorelli,  pp.   37-9.   (2)  È  notevole  il  tono,  più  che  polemico,  sarcastico  e  sprezzante  con  cui  combatte  le  dottrine  de'  precedenti  grammatici  tutt' altro  che  indegni  di  alta  stima  come  il  Valla.  Le  espressioni  che  adopera  contro  di  loro  sono  di  questo  tenore:  «  Ridicala  vero  sunt  quae  inculcat  Valla  de  Unus  et  Solus....  An  non  risu  res  digna  est,  quum  Valla  et  Grammatici  docent  in  his  orationibus:  Fortiores  Troianorum  su-  peravit,  et  fortissimos  Troianorum  superavit:  in  priore  esse  genitivum  partitionis,  in  posteriore  minime?  Sed  horum  insaniam  Minerva  exa-  gitat  »  (p.  93).  Quella  Minerva  nel  nome  della  quale  intitolò  l'opera  sua  maggiore  De  caitsis  linguae  latinae  (15S7)  di  cui  le  Verae  brevesque  Grammaticae  latinae  institutiones  sono  un  anticipato  compendio.    Capitolo  dodicesimo  371    regolari  della  sintassi  latina,  ma  tutte  le  apparenti  irregolarità,  mirando  unicamente  a  questo,  cioè  a  ridurre  l'irregolare  al  re-  golare con  quella  che  egli  stesso  chiamò  la  doctrina  s?tpp  tendi  (l).  ossia  la  dottrina  dell'ellissi.  Naturalmente  non  con  la  sola  ellissi  spiegava  tutte  le  anomalie:  poiché  egli  ammetteva  cinque  figure:  il  pleonasmo,  l'ellissi,  lo  zeugma,  la  sillessi  e  l'iperbato,  chia-  mando nionstrosi  partus  Grammaticarum  (")  l'antiptosi,  la  pro-  lessi, la  sintesi,  V apposizione,  V evocazione,  la  sinecdoche  ;  ma  latissime  patet  Ellipsis  (;i),  e  perciò  sull'ellissi  particolarmente  si  diffonde  ('),  «praeclarum  munus  »  (').  Dovunque  l'espressione  non  è  assolutamente  geometrica,  il  Sanzio  trova  un'  ellissi,  e  spiega  il  modo  onde  si  supplisce,  non  accorgendosi  della  solenne  smentita  che    alla  propria  dottrina,  quando,  come  fa  nell'in-  troduzione alle  Regulae  generales  (''),  afferma  che  però  sarebbe  barbaro,  neologistico,  insomma  inelegante,  il  modo  regolare  supplito,  sciogliendo  l'ellissi,  all'irregolare.  «  ...quid  leporis  habebunt  tot  proverbia,  si  integra  referantur  ?...  Multa  edam  Grammaticae  ratio  nos  cogit  intelligere,  quae  si  apponerentur  latinitatis  elegantiam  disturbarent,  aut  sensum  dubium  facerent...  Alia  rursus  videmus  desiderari,  quae  sine  barbarismo  suppleri  nequeunt  et  tamen  Grammatica  necessitas  supplebit  »  (7).  In  questo  il  Sanzio  seguiva  un'antica  e  sanissima  veduta  rappre-  sentata principalmente  da  Quintiliano,  il  quale  diceva:  Aliud  est  Latine  loqui,  aliud  Grammatice  loqui,  e  seguita  anche  da  Orazio,  che  il  Sanzio  cita  con  tanto  maggior  entusiasmo  quanto  più  acremente  rifiuta  la  tesi  degli  avversari,  che  pare  non  fossero    pochi  ne  in  vero  ignoranti.    «  Supplementum  »,   dicevan  co-    (1)  Nell'opera  qui  appresso  cit.:  «  Doctrinam  supplendi  esse  valde  necessariam  »,  p.  25.   (-)  SANCTIS (si veda)  Brocensts  in  inclyta  Salmanticensi  Aca-  demia  primarij  Rhetorices,  Graecaeque  linguae  doctoris,  verae,  bre-  vesque  Gramatices  latinae  institutiones,  Salmanticae,  excudebat  Ma-  thias  Gastius. La  introduzione  si  chiude  con  quest'enfa-  tiche parole:  «  Liceat  iam  nobis  per  Grammaticos  thesauros  Ellipseos  aperire,  sine  quibus  iniuriam  facit  Latino  Sermoni,  qui  se  Latinum  audet  nominare  ».    372  Storia  della  Grammatica   storo,  «  reffugium  est  miserorum  :  si  nobis  liceat  supplere  quod  volumus,  omnes  erunt  valde  bonae  orationes  ».  E  non  avevano  torto,  intuendo,  senz'accorgersene,  una  profonda  verità,  quella  cioè  dell'impossibilità  estetica  della  sostituzione  della  frase  co-  siddetta propria  all'impropria,  propria  essendo  solamente,  cioè  artistica,  vera,  espressiva,  quella  che  s'è  usata  con  tutti  i  suoi  apparenti  difetti.  «  Horatius  »,  dunque,  diceva  il  Sanzio,  «  quasi  nostras  partes  agens,  et  Ellipsin  amplectens,  dixit  li.  I.  Saty.  io.  Est  brevitate  opus,  ut  currat  sententia,  non  se  impediat  verbis  lassas  onerantibus  aures  ».  Dove,  come  pure  nella  sen-  tenza quintilianea,  la  Grammatica  è  solennemente  liquidata  e  inverasi  a  maraviglia  all'inverso  il  motto  degli  avversari  del  Sanzio  :  supplementum  reffugium  est  miserorum  !   Addurre  esempi  de'  supplementi  sanziani  è  superfluo  e  inu-  tile, perchè  occorrerebbe  addurne  tutto  l'infinito  numero,  per  vedere  a  che  punto  spinge  il  Sanzio  l'applicazione  della  sua  dottrina.   Ora  chi  conosce  una  lingua,  sa  che  il  più  è  l'irregolare;  onde  converrebbe  chiamar  una  lingua  tutta  una  figura  continuata.  Il  Vico,  che  aveva  del  linguaggio  e  della  poesia  una  ben  diversa  concezione,  derivandoli  non  dall'intelletto,  ma  dalla  fantasia,  in  questo  sforzo  del  Sanzio  non  poteva  che  vedere  un'illusione,  e,  con  disinvolta  profondità,  lo  confuta  e  lo  supera  con  quella  semplice  osservazione,  che  egli  «  riesce  sforzato  e  importuno  in  una  quasi  innumerabile  copia  di  parlari  latini,  dei  quali  crede  supplire  i  leggiadri  ed  eleganti  difetti  che  la  lingua  latina  usa  nello  spiegarsi  »  ;  dove  la  natura  della  lingua,  i  diritti  della  fantasia  e  i  principi  critici  si  affermano  in  una  mirabile  concordia  veramente  degna  di  quell'altissima  mente.  Così,  egli,  more  so-  lito, cioè  con  la  massima  semplicità,  superava  tutti  i  migliori  grammatici,  ripigliando  con  coscienza  di  causa  l'antica  tesi  degli  avversari  del  .Sanzio.   Tuttavia  non  in  questo  Giudizio,  dove  pur  non  si  vorrebbe  conservata  alla  grammatica  l'antica  posizione  che  aveva  nel  ca-  none tradizionale    fatta  quella  sottil  distinzione  tra  parlar  vero  e  parlar  diritto,  residui  di  vecchie  vedute,  non  in  questo  Giudizio  si  esaurisce  la  sua  critica  della  grammatica.   Questa  anzi  è  principalmente  costituita  dalla  spiegazione  della  genesi  delle  parti  dell'orazione  e  della  sintassi  che  il  Vico  porge  nei  terzi  Corollarj  al  cap.  Della  Logica  poetica  del  libro  secondo  della  Scienza  nuova.    Capitolo  ti  od  ice  si  mo  373    Lo  Scaligero  e  il  Sanzio  avevano  accettata  tal  quale  la  dot-  trina aristotelica  delle  categorie  grammaticali  :  Aristotile  aveva,  in  sostanza,  dato  al  nome  la  funzione  di  esprimere  la  materia  o  Volte,  al  verbo  quella  di  esprimere  il  moto  o  V azione,  aveva  cioè  attribuito  a  astrazioni  della  nostra  niente  un  valore  effet-  tivo e  reale,  aveva  scam biato  un  concetto  con  un  fatto.  Accettar  questa  dottrina  era,  come  benissimo  osserva  il  Vico,  conchiu-  dendo que'  corollari,  un  ammettere  che  «  i  popoli,  che  si  ritro-  varon  le  lingue,  avessero  prima  dovuto  andare  a  scuola  d' Ari-  stotile »  (l);  era  un  ammettere  la  preesistenza  di  categorie  alla  produzione  del  pensiero,  un  asserire  che  i  parlanti  si  servirono  di  schemi  astratti,  per  esprimere  determinate  parole,  che  fecero  cioè  l'impossibile.   Il  Vico  diede  invece  una  genesi  naturale  alle  parti  dell'o-  razione e  alla  sintassi,  e  insieme  indicò  V ordine  con  cui  esse  nacquero  e  la  sintassi  si  formò.   La  lingua  articolata    mi  rifò  da  questo  punto  per  tenermi  strettamente  al  mio  argomento    quella  cioè  delle  tre  che  co-  minciarono nello  stesso  tempo    intendendo  sempre  andar  loro  del  pari  le  lettere  (")  »),  degli  Dei,  degli  Eroi  e  degli  Uomini,  cominciò  con  l'onomatopea,  «  con  la  quale  tuttavia  osserviamo  spiegarsi  i  fanciulli  »  (ricordisi  che  nella  sua  storia  ideale  umana  il  Vico  paragona  sempre  i  momenti  di  sviluppo  dell'umanità  con  quelli  dell'uomo);  seguitò  «a  formarsi  con  l' Interiezione;  che  sono  voci  articolate  all'empito  di  passioni  violente,  che  in  tutte  le  lingue  son  monosillabe  »  ;  poi  coi  «pronomi;  imperoc-  ché le  interiezioni  sfogano  le  passioni  proprie,  lo  che  si  fa  anco  da'  soli;  ma  i  -bronomi  servono  per  comunicare  le  nostre  idee  con  altrui  d'intorno  a  quelle  cose,  che  co'  nomi  propj  o  noi  non  sappiamo  appellare,  o  altri  non  sappia  intendere  :  e  i  pronomi  pur  quasi  tutti  in  tutte  le  Lingue  la  maggior  parte  son  mono-  sillabi, il  primo  de'  quali,  o  almeno  tra  primi  dovett'esser  quello,  di  che  n' è  rimasto  quel  luogo  d'oro  d'Ennio,  Aspice  hoc  sublime  cadens,  quem  omnes  invocant  Jovem,  ov'è  detto  hoc  invece  di   Coelum,  e  ne  restò  in  volgar  Latino,    Luciscit  hoc  jam  ;    (')  Ed.  cit.,  p.  287.   1  )  Qui  il  Vico  ricorda  il  Trissino.    374  Storia  della  Grammatica   in  vece  di  albescit  Coelum  :  e  gli  articoli  dalla  lor  nascita  [av-  vertasi il  trapasso  dalla  spiegazione  dell'origine  de'  pronomi  a  quella  degli  articoli,  che,  se  non  prendiamo  abbaglio,  nella  mente  del  Vico  rappresenterebbero  una  cotal  funzione  di  de-  terminare il  nome  generata  dal  pronome,  quando  non  scompa-  gnandosi dal  nome,  perdette  la  sua  vera  funzione]  hanno  questa  eterna  proprietà  d'andare  innanzi  a'  nomi,  a'  quali  son  attac-  cati. Dopo  si  formarono  le  particelle ,  delle  quali  son  gran  parte  le  preposizioni,  che  pur  quasi  in  tutte  le  lingue  son  monosillabe  ;  che  conservano  col  nome  questa  eterna  proprietà  di  andar  in-  nanzi a'  nomi,  che  le  domandano,  ed  a'  verbi,  co'  quali  vanno  a  comporsi.  Tratto  tratto  s'andarono  formando  i  nomi:  de'  quali  nell'  Origini  della  lingua  Latiiia  ritrovate  in  quest'  Opera  la  prima  volta  stampata,  si  novera  una  gran  quantità  nati  dentro  nel  Lazio  dalla  vita  d'essi  Latini  selvaggia  per  la  contadinesca  infin  alla  prima  civile,  formati  tutti  monosillabi,  che  non  hanno  nulla  d'origini  forestiere  nemmeno  greche,  a  riserba  di  quattro  voci  fiovg.  ovg,  jav$,  o>jij>,  eh'  a  Latini  significa  siepe,  e  a'  Greci  serpe...  ed  esser  nati  i  nomi  prima  de'  verbi,  ci  è  approvato  da  questa  eterna  proprietà  ;  che  non  regge  Orazione  se  non  comincia  da  nome,  ch'espresso,  o  taciuto  la  regga.  Finalmente  gli  Autori  delle  lingue  si  formarono  i  verbi  come  osserviamo  i  fanciulli  spiegar  nomi,  particelle,  e  tacer  i  verbi,  perchè  i  nomi  destano  idee,  che  lasciano  fermi  vestigi;  le  particelle,  che  significano  esse  modificazioni,  fanno  il  medesimo  :  ma  i  verbi  significano  moti,  i  quali  portano  l'innanzi,  e  '1  dopo,  che  sono  misurati  dall'indivisibile  del  presente  difficilissimo  ad  intendersi  dagli  stessi  filosofi.  Ed  è  un 'osservazione  fisica,  che  di  molto  approva  ciò,  che  diciamo  ;  che  tra  noi  vive  un  uomo  onesto  tocco  da  gravissima  apoplessia,  il  quale  mentova  nomi  e  si  è  affatto  di-  menticato de'  verbi.  E  pur  i  verbi,  che  sono  generi  di  tutti  gli  altri,  quali  sono  sum  dell  'essere,  al  quale  si  riducono  tutte  V  es-  senze, ch'è  tanto  dire  tutte  le  cose  metafisiche:  sto  della  quiete,  co  del  moto,  a'  quali  si  riducono  tutte  le  cose  fisiche,  do,  dico  e  facio,  a'  (piali  si  riducono  tutte  le  cose  agìbili,  sien  o  morali  o  famigliari,  o  finalmente  civili  :  dovetter  incominciar  dagli  im-  perativi ;  perchè  nello  Stato  delle  famiglie,  povero  in  sommo  grado  di  lingua,  i  Padri  soli  dovettero  favellare  e  dar  gli  or-  dini a'  figliuòli,  ed  a'  famoli  ;  e  questi  sotto  i  terribili  imperj  famigliari,  quali  poco  appresso  vedremo,  con  cieco  ossequio  do-    Capitolo  dodicesimo  375    vevano  tacendo  eseguirne  i  romandi;  i  quali  imperativi  sono  tutti  monosillabi,  quali  ci  son  rimasti  es,  sta,  i,  da,  dic,fac».  Analogamente  si  ritroverebbe,  par  che  voglia  dire  il  Vico,    Y ordine,  con  cui  nacquero  le  parti  dell'orazione,  e  'n  conse-  guenza le  //aturali  cagioni  della  Sintassi  ».   Ora,  date  per  provate  tutte  queste  asserzioni  di  fatto  del  Vico  riguardanti  l'origine  e  la  formazione  nelle  sue  successive  tasi  delle  lingue,  qual  è  la  differenza  che  passa  tra  la  dottrina  aristotelica  delle  categorie  grammaticali  e  quella  del  Vico?  A  me  sembra  profondissima.  Di  Aristotile  abbiamo  visto.  Il  Vico  par  ammettere  l'esistenza  di  queste  categorie  ;  ma  è  solo  que-  stion  di  parole  ;  perchè,  nella  sua  dimostrazione  storico-genetica  viene  in  sostanza  ad  annullarle.  Le  parti  del  discorso  pel  Vico  corrisponderebbero  ad  altrettanti  momenti  della  formazione  del  linguaggio  o,  eh' è  lo  stesso,  della  storia  ideale  dell'umanità:  ogni  parte  è  una  fase  della  coscienza  umana  allargantesi  alla  concezione  e  all'espressione  di  nuove  idee:  perciò  queste  parti  del  discorso  non  sono  categorie  ricavate  astrattamente  dalla  di-  struzione dell'espressione,  come  fa  chi  sottopone  il  fatto  estetico  unico,  indivisibile  a  un'elaborazione  logica  ;  ma  son  vere  e  pro-  prie parole,  che  il  Vico  appella  coi  nomi  tradizionali  della  gram-  matica, tanto  per  farsi  intendere,  ma  che  non  sarebbe  affatto  necessario  chiamar  in  tal  modo  :  ognuna  di  codeste  parole  è  un  fatto  reale  espressivo  naturale  per    stante  che  si  produce  spontaneamente  da  una  causa  interiore.  Se  veramente  codeste  parole  si  sian  formate  nel  modo  accennato  anzi  affermato  dal  Vico  e  in  quell'ordine,  non  possiamo  storicamente  provare,    il  Vico  può  provarlo  (gli  esempi  de'  fancndli  e  de'  paralitici  valgon  ben  poco,  secondo  noi);  ma,  comunque  siano  andate  le  cose,  questo  é  con  piena  evidenza  chiarito  che  le  lingue  creb-  bero per  fatto  naturale,  e  che  il  discorso  si  andò  sempre  me-  glio organizzando  a  mano  a  mano  che  la  coscienza  dell'umanità  si  sviluppava,  e  che  le  parti  di  codesto  discorso  ne  segnano  le  tappe  successive  :  anzi,  parti  non  potrebbero  chiamarsi,  poiché  ognuna  d'esse  essendo  una  parola,  ogni  volta  che  questa  veniva  pronunziata,  era  un' espressioìie  intera,  cioè  diceva  tutto  quello  che  il  parlante  voleva  dire.  Quel  motto  onomatopeico ,  quelì'ùi-  teriezione ,  quel  pronome,  quell' articolo ,  quel  nome,  quel  verbo,  anzi  quell' imperativo ,  pronunziati  dall'uomo  primitivo,  non  sono  categorie  grammaticali,  schemi  preesistenti  alla  concezione  stessa    376  Storia  della   Grammatica   dell'idea  in  essi  rappresentata  e  necessari  assolutamente  alla  estrinsecazione  di  essa  di  cui  sarebbero  la  formula  d'espressione,  ma  veri  vocaboli,  vere  parole,  veri  fatti  espressivi,  individuali  e  interi,  che  possono  esser  chiamati  con  quei  nomi,  ma  per  mera  convenzione  e  senza  alcuna  necessità.  Il  Vico  chiama  il  fatto  estetico  naturalmente  prodotto  coi  nomi  convenzionali  astratta-  mente ricavati  con  un  procedimento  logico  ;  Aristotile  pretende  che  astrazioni  logiche  si  esprimano  con  determinate  parole.  Come  si  vede,  siamo  agli  antipodi;  cioè  z\V  origine  e  quasi  alla  fine  della  grammatica.  Dico  qtiasi  alla  fine,  perchè  l' intuizione  vi-  chiana  non  è  rigorosamente  e  metodicamente  dimostrata  :  e  in  ogni  modo  quello  stesso  parlar  ancora  di  parti  del  discorso,  non  solo,  ma  il  ripeter  la  definizione  tradizionale  del  verbo,  che  si-  gnifica il  moto,  ingenera  per  lo  meno  confusioni  e  dubbiezze;  ma,  presa  nel  suo  insieme  e  nel  suo  spirito,  la  critica  del  Vico  si  può  ben  dire  che  supera  le  precedenti  vedute,  e  scioglie  il  problema.    CAPITOLO  XIII    L'accademismo  e  il  metodo.   (D.   M.  Manni  e  S.  Corticelli).   Ma,  com'è  noto,  il  Vico  ebbe,  almeno  per  allora,  poca  for-  tuna, e  anche  in  questo  terreno  grammaticale  i  semi  da  lui  sparsi  non  diedero  alcun  frutto,  mentre  sarebbe  stato  facile  il  fecondarli  per  opera  di  degni  interpreti  e  continuatori.   D'altra  parte,  neppur  l'indirizzo  logico-grammaticale  di  Porto-Reale  fu,  in  questo  periodo,  seguitato  in  Italia  con  molto  calore  nei  rispetti  della  lingua  italiana,  ■ —  il  Barba  è  una  magni-  fica eccezione    mentre  invece  specialmente  in  Francia  alimen-  tava una  viva  ed  elevata  letteratura  grammaticale.   Non  che  l'Italia  fosse  intellettualmente  prostata  o  esaurita  :  decadimento  ci  fu,  ma  era  solamente  letterario  e  nessuno  oggi  oserebbe  più  estendere  a  tutto  il  pensiero  e  alla  vita  italiana  del  primo  Settecento  quant'era  proprio  solo  dell'Arcadia.  L'I-  talia si  volgeva  ad  altri  studi,  specialmente  a  quelli  d'erudizione  e  di  critica  storica,  ne'  quali  si  doveva  rifar  la  coscienza,  ripi-  gliando le  tradizioni  cinquecentesche  iniziate  dal  Sigonio  e  dal  Borghini  e  trasmigrate  nel  Seicento  in  Germania  e  in  Olanda.  Oggetto  di  questi  fervidi  studi  furono  le  costituzioni  e  le  vi-  cende politiche,  il  diritto,  le  costumanze,  le  origini  e  anche  la  lingua  dell'Italia  nuova,  e,  col  Vico  stesso,  era  alla  testa  del  movimento  il  Muratori,  il  rappresentante  più  caratteristico  del-  l'attività intellettuale  di  quest'epoca  italiana  (').   (')  Cardicci,  Prefaz.  alle  Letture  del  Risorgimento  ita/.,  Bologna,  1896,  e  ora  in  Opere,  XVI,    Poesia  e  Storia,   p.   137.    378  Storia  della  Grammatica   Ma  quello  per  la  lingua  fu  un  interesse  non  più  solamente  glottologico:  allo  studio  della  lingua  antica  d'Italia  i  nostri  eru-  diti si  volsero  anche  per  la  luce  che  ne  potevano  trarre  sulla  vita  italiana  e  sulla  condizione  degli  Italiani  nel  Medio-evo.  Si  rinnoveranno  le  controversie  particolari  sull'origine  degli  idiomi  italiani,  sul  De  Vulgari  Eloqìientia,  sull'eccellenza  del  Trecento  e  altrettali  che  costituiscono  la  cosidetta  questione  della  lingua,  ma  il  problema  non  è  più  solamente  linguistico,  è  anche  sto-  rico :  non  si  tratta  più  di  sole  parole,  ma  di  cose.  La  nuova  coscienza  italiana  colorisce  della  sua  luce  le  discussioni,  renden-  dole meglio  vitali  e  interessanti  :  nel  Cinque  e  Seicento  era  la  coscienza  letteraria,  ora  è  anche  la  coscienza  civile  che  si  pro-  pone il  problema  della  lingua,  della  poesia  e  della  letteratura  quale  testimonianza  de'  tempi.  Siamo  ai  prodromi  di  quel  rin-  novamento scientifico  che  nella  seconda  metà  del  secolo  deter-  minerà il  radicale  rivolgimento  degli  stati  europei.  Non  occorre  che  io  ricordi  qui  più  che  i  nomi  del  Crescimbeni,  del  Gravina,  del  Fontanini,  del  Gimma,  del  Maffei,  del  Giannone,  dello  Zeno,  del  Quadrio,  ciascuno  de'  quali  in  opere  d'indole  e  di  soggetto  varii  discusse  dell'origine  o  dello  svolgimento  della  lingua,  ma  tutti,  chi  più  chi  meno,  dominati  dal  concetto  della  reciproca  influenza  che  popoli  di  civiltà  diversa  possono  esercitarsi,  e  delle  intime  relazioni  tra  civiltà  e  letteratura,   tra   civiltà  e  lingua.   In  tali  condizioni  diminuirono  le  attrattive  de'  letterati  verso  la  pura  e  arida  grammatica,  anche,  non  tenendo  conto  delle  ampie,  se  non  in  tutto  esaurienti,  compilazioni  grammaticali,  come  quelle  del  Buonmattei  e  del  Cinonio,  con  la  lunga  tratta  de'  loro  seguaci,  sempre  ancor  circondate  delle  più  vive  simpatie,  che  non  potevano  non  sviare  dal  proposito  di  nuove  consimili  fatiche.  Cosicché  chi  si  volse  alla  grammatica,  se  volle  far  cosa  nuova,  dovette  tentar  le  uniche  vie  che  almeno  per  ora  rima-  nevano aperte:  rinfrescar  lo  studio  grammaticale  che  veniva  rendendosi  obbligatorio,  con  eleganti  esposizioni,  correggendo,  vagliando;  oppure,  ch'era  ormai  vera  necessità  didattica,  ri-  durre a  metodo  il  sovrabbondante  e  spesso  farraginoso  mate-  riale. L'una  via  e  l'altra  furono  battute  ugualmente:  quella  da  Domenico  Maria  Manni,  questa  da  Salvadore  Corticelli  :  due  letterati  che  si  somigliano  in  più  cose.  Anzitutto  nel  sincero  e  fervente  desiderio  di  tener  desto  e  vivo  il  culto  della  prosa  e  della    lingua    toscana:   poi    nell'uso  de'  mezzi    che    scelsero    a    Capitolo  tredicesimo  379   tal  uopo,  mezzi  dirò  così  teorici  e  pratici:  l'uno  e  l'altro  in-  tatti dettarono,  pur  tacendo  cosa  diversissima,  regole  e  osser-  vazioni di  lingua,  e  racconti  piacevoli  che  dilettando  istruissero  e  incitassero  allo  studio  di  essa.  Entrambi  furono  Accademici  della  Crusca.   Le  Lezioni  di  lingua  toscana,  di  cui  una  terza  edizione  fu  fatta  nel  1773  (l),  furon  tenute  dal  Manni  nel  Seminario  Arcive-  scovile di  Firenze  il  1736,  per  elezione  dell'arcivescovo  Giu-  seppe Maria  Martelli,  dove  «  nulla  sembrava  mancare,  fuorché  lo  studio,  e  la  lettura  della  patria  lingua  »  (p.  8).  In  Firenze  pubbliche  cattedre  di  lingua  toscana,  come  vedemmo,  e  in  Siena  e  altrove  in  Toscana,  furono  istituite  dai  Granduchi  fin  dal  Cin-  quecento, e  già  prima  nello  Studio  a  principiar  dal  Boccaccio  v'erano  stati  espositori  di  Dante  e  poi,  nel  Quattrocento,  anche  del  Petrarca.  Ma  queste  non  furono  mai  vere  e  proprie  istitu-  zioni scolastiche  in  servizio  esclusivo  de'  giovani  e  di  contenuto  puramente  grammaticale  :  si  rivolgevano  al  comodo  del  largo  pubblico  d'ogni  ceto  ed  età.  Se  il  Dati  e  altri  letterati  del  tardo  Seicento  tornavano  a  lamentare  che  non  si  studiassero  le  regole  e  a  predicare  che  non  basta  il  nascimento  per  iscriver  bene,  ma  occorrono  studio  e  fatica,  ciò  vuol  dire  che  un  insegnamento  metodico  della  grammatica  non  si  era  peranco  istituito  neppur  in  Toscana,  e  la  testimonianza  del  Manni,  per  quanto  riguardi  un  solo  istituto,  dimostra  che  quello  del  Martelli  fu  un  primo  tentativo  d'introdurre  ufficialmente  nelle  scuole  l'insegnamento  della  grammatica:  altrove,  come  a  Napoli,  un  insegnamento  siffatto  mancò,  anche  dopo  che  lo  sdoppiamento  della  cattedra  di  retorica  del  Vico  inaugurò  nell'Università  quello  d'eloquenza  italiana  (").  Il  latino  continuò  per  un  pezzo  a  tener  il  campo  della  grammatica  (3)  :  e  anche  in  queste  Lezioni  del  Manni  ne  vedremo  altre  prove,  dichiarandovisi  spesso  che  a  certe  trat-  tazioni sarebbe  superfluo  attendere,  da  poi  che  si  compiono  nella  grammatica  latina  e  sono  sufficienti  anche  per  chi  studia  quella  del  volgare.   In  ogni  modo,  prima  del  1736,  almeno  a  Firenze,    (')  Ho  questa  sott'occhio:   fu   fatta  in   Lucca,  appresso  Giuseppe  Rocchi.   (2)  Gentile,  Il  figlio  di  GB.    Vico,  cit.  più  innanzi.   Perfino  la  grammatica  generale  s'innestò  al'  latina  prima  che  alle  lingue  vive.    380  Storia  della   Grammatica   non  pare  che  ci  fosse  un  insegnante  speciale  di  lingua  italiana,  poiché  nelle  scuole  laiche  la  materia  delle  lingue  sarà  stata  di-  sciplinata non  diversamente  dalle  ecclesiastiche.   Il  Manni  fu  un  grand'erudito,  oltre  che  un  grammatico  :  la  sua  Istoria  del  Decamerone  è  suo  nobile  titolo  d'onore  :  queste  Lezioni  risentono  in  ogni  pagina  di  questo  spirito  d'erudizione,  e  sono  ricche  di  utili  notizie  anche  per  la  storia  della  gramma-  tica. Egli  stesso  anzi  dichiarava  che  l'incarico  commessogli  dal-  l'arcivescovo gli  sarebbe  servito  «  di  ben  acuto  sprone  a  com-  pilare, in  quel  modo  che  avrebbe  potuto,  una  breve  Gramatica  della  Lingua  Toscana,  quantunque  sentisse  esser  ella  da  altri  omeri  soma,  che  da'  suoi. Son  lezioni  così    distribuite: della    necessità  e  facilità della    Lingua    Toscana, Delle    lettere, Del  nome, Parimenti    del    nome, Del    pronome, Altresì  del  pronome, Del  verbo, Dell'avverbio, Del  periodo  toscano, Dell'ortografìa.   Come  si  vede,  è  un'esposizione  saltuaria  di  talune  parti  dell'orazione  e  della  grammatica,  credendo  l'autore  non  esser  necessario  fermarsi  su  tutto,  conforme  gl’esempi  fornitigli  da  Strozzi  e Sansovino,  come  fa,  p.  es.,  rispetto  alle  sillabe,  tanto  più  che  di  esse  cosa  non  ci  ha  quasi  di  dire  che  ai  La-  tini insieme  non  appartenga  »  (p.  46)  ;    diffondersi  con  so-  verchia minuzia  sui  singoli  argomenti,  come  usò,  p.  es.,  il  Buonmattei  a  proposito  de'  verbi,  de'  quali  discorse  «  con  rin-  crescevole  lunghezza  »  (p.  145)  :  eguale  indifferenza  dimostra  il  nostro  Autore  per  i  problemi  della  grammatica  storica,  che  non  servono  ad  altro  che  a  far  gittar  via  il  tempo  (p.    146).   Tutto  l'interesse  del  Manni  è  per  la  sovrabbondante  bel-  lezza della  nostra  lingua    il  che  ci  dice  subito  qua!  sia  la  concezion  che  ne  ha    e  per  le  questioni  ermeneutiche,  nella  risoluzion  delle  quali  egli  poteva  mettere  a  profitto  la  sua  co-  noscenza degli  antichi  manoscritti,  e  il  rigore  assoluto  che  pro-  fessava in  fatto  di  regole.  Quindi,  mentre  da  un  lato  egli,  so-  disfatte U'  principali  esigenze  a  cui  non  si  può  sottrarre  chiunque  debba  pur  dar  ilei  paradigmi  e  delle  norme  generali  intorno  alle  parti  dell'orazione,  si  tien  lontano  dalla  minuziosa  tratta-  zione   metodica    della    sua  materia,   dall'altro  e'   si  profonde  in    Capitolo  tredicesimo  381    elucubrazioni  elogiative  della  ricchezza  e  varietà  ili  nostra  lingua,  e  s'ingolfa  in  particolarissime  questioncelle  veramente  di  scarsa  importanza,  come  quelle  del  mai  se  significhi  negazione  senza  il  non,  del  lui  e  del  lei  se  possano  essere  adoperati  per  egli  ed  ella,  del  cui  se  stia  per  chi  soggetto.  Sulla  prima  delle  quali  questioni,  riferisce  una  curiosissima  Sentenzia,  data  per  le  stampe  in  un  foglio  a  sé,  dell' Illustrissima  et  Eccellentissima  Signora  la  Signora  Donna  Isabella  Medici  Orsina  Duchessa  di  Bracciano ,  sopra  la  differenza  fra  Don  Pietro  della  Rocca  Messinese  Ca-  valiere di  Malta,  et  Cosimo  Gacci  da  Castiglione ,  sopra  la  voce  mai,  se  è  negativa,  o  affermativa,  secondo  la  quale  si  giudi-  cava :  «  esso  cavaliere  Don  Pietro  della  Rocca,  che  teneva,  che  mai  negasse  senza  la  negativa,  ha  bene  sentito,  e  tenuto  se-  condo il  commune,  et  buon  uso  del  parlare  Toscano  »,  e  che  si  chiudeva  con  queste  sacramentali  e  solenni  parole  :  «  In  fede  di  che  habbiamo  fatto  scrivere  questo  nostro  lodo,  dichiarazione,  et  sentenzia,  la  quale  sarà  affermata  di  nostra  propria  mano,  et  segnata  col  nostro  solito  sigillo.  Data,  nel  nostro  Palazzo  a  Ba-  roncelli  a    XX  ,  di  luglio  MDLXXIII  ,  presenti  M.  Roberto  de'  Ricci,  et  M.  Giovanni  Antinori,  gentil' huomini  fiorentini.  Noi  Donna  Isabella  Medici  Orsina,  Duchessa  di  Bracciano  af-  fermiamo quanto  di  sopra  ».  Era  l'anno  della  celebre  rassetta-  tura del  Decameron,  e  il  rumore  di  quel  gran  lavorìo  aveva,  si  vede,  degli  echi  anche  nelle  corti,  dividendo  gli  animi  come  se  si  trattasse  della  salute  dell'Italia.  A  tanta  sentenza  non  s'in-  china il  Mannij  che  ricorda  le  parole  dello  Strozzi  affermanti  che  il  mai  «  Dante,  il  Petrarcha  il  Bembo  e  il  Casa  non  l'hanno  mai  fatto  negare  senza  il  non  »  !  (pp.  182-4).  Medesimamente  non  accetta  il  lui  e  il  lei  per  casi  retti,  e  vi  spende  intorno  ben  ventidue  pagine,  raccontando  la  storia  della  questione  e  impu-  gnando, come  già  aveva  fatto  il  Fortunio,  che  però  non  cita,  la  lezione  di  quell'emistichio  petrarchesco,  E  ciò,  che  non  è  lei  del  son.  Pien  di  qicell' ineffabile  dolcezza,  che  si  dovrebbe  leggere  E  ciò  che  non  è  in  lei,  secondo  anche  un  ms.  del  1380  o  di  quel  torno  della  libreria  Riccardi,  segnato  0,19  !  È  noto  che  dal  Filelfo  al  Monti  è  stato  discusso  su  questo  passo,  e  anche  dopo,  finché  quelle  che  il  Mestica  ha  chiamato  invincibili  ragioni  estetiche  e  grammaticali  Q}  del  Monti    non    ebbero  la  conferma    dell' auto-    (')  Ed.  critica,   Firenze,   1890,  pp.   162-3.    3S2  Storia  della  Grammatica   grafo  vaticano  3195,  che  infatti  legge  E  ciò  che  none  lei,  come  ora  ognun  può  vedere  nella  riproduzione  letterale  data  dalla  Fi-  lologica romana  (').  Secolare  questione,  tenuta  sempre  viva  dal  pedantismo  grammaticale  tenacemente  ribelle  a  riconoscere  fun-  zione soggettiva  a  lui  e  lei  !   Simili  investigazioni  e  discussioni  ci  porgono  la  misura  del  valore  di  queste  Lezioni,  e  di  quel  che  sarebbe  stata  la  Gram-  matica che  era  nell'intendimento  del  Manni  :  tranne  per  qualche  correzione  ermeneutica  da  accettare  perchè  fondata  su  dati  di  fatto  documentati  da  manoscritti  autentici,  la  dottrina  gramma-  ticale del  Manni  rappresenta  un  regresso  per  l'età  sua,  un  puro  ritorno  alle  vedute  cinquecentesche  dei  più  puristi  senza  il  pregio  della  spontaneità  dell'osservazione,  che  allora  corrispondeva  a  un  bisogno  pur  mo  nato  di  comprendere  le  forme  esteriori  d'una  letteratura  che  andava  sempre  più  acquistando  impor-  tanza e  grandezza.   Le  IX  lezioni  Del  periodo  toscano  hanno  un  particolare  interesse  per  le  considerazioni  alle  quali  possono  offrire  occa-  sione.   Abbiamo  visto  come  alla  sintassi  sia  stata  fatta  sempre  poca  o  nessuna  parte  nelle  grammatiche  italiane  :  nel  Cinquecento  l'esempio  del  Giambullari,  che  fu  il  primo,  sotto  il  consiglio  del  Gelli,  a  trattar  largamente  della  costruzione  intera  e  figu-  rata secondo  l'uso  de'  retori  latini  e  greci,  non  fu  molto  se-  guito, e  restò  quasi  isolato  ;  tanto  che  il  riassuntore  di  tutte  le  più  che  secolari  osservazioni  grammaticali,  il  Buonmattei,  nella  sua  voluminosa  grammatica,  non    luogo  affatto  alla  sintassi  e  se  parla  del  ripieno  (pleonasmo),  lo  fa  perchè  lo  considera  come  parte  dell'orazione,  non  necessaria  per  altro  alla  tela  gram-  maticale, e  non  come  figura  sintattica.  Della  costruzione  tornò  a  trattare,  come  vedemmo,  il  Menzini,  ma  solo  in  quanto  gli  dava  materia  di  discorrere  appunto  delle  figure  grammaticali,  non  del  vero  e  proprio  reggimento,  e  per  influenza  della  gram-  matica sanziana  e  particolarmente  della  teoria  dell'ellissi  ;  supplì,  come  pure  vedemmo,  il  Cinonio  all'assenza  della  trattazione  sintattica,  con  quel  suo  speciale  sistema  di  passare  in  rassegna  l'uso    delle    cosidette    particelle:   ma    neppure  il  Cinonio    trattò    (l)  A  cura  di  E.   Modigliani,  già  cit.    Capìtolo  tredicesimo  383    quella  che  propriamente  si  chiama  la  sintassi.  Di  questa,  ve-  dremo tra  poco,  e  perchè,  s'occupò  direttamente  e  di  propo-  sito il  Corticelli,  trasportando  di  peso  il  metodo  della  gram-  matica  latina  nell'italiana  e  rimanendo  così  a  mezza  strada.   Ma  al  periodo  pochissimi  grammatici  ('),  come  s'è  visto,  ri-  volsero la  loro  attenzione,  come  ad  oggetto  diretto  d'osserva-  zione grammaticale.    poteva  esser  diversamente.  Avremo  anche  più  volte  ripetuto  che  nella  sua  esterna  compagine  la  no-  stra grammatica  si  venne  modellando  sulla  latina,  svolgendo  negli  schemi  da  questa  offerti  il  nuovo  suo  contenuto.  Ora  la  trattazione  del  periodo  per  i  latini  non  fu  mai  materia  di  gram-  matica, ma,  come  organismo  d'arte  e  di  pensiero,  apparteneva  alla  rettorica.  Così  esso  entrava  nelle  Artes  dictandi  de'  nostri  antichi  dittatori,  che  erano,  anche  se  si  chiamano  grammatici  e  maestri  di  grammatica,  essenzialmente  retori  e  maestri  di  ret-  torica. Il  periodo  insomma  riguardava  quella  sezione  della  ret-  torica antica  che  è  l'elocuzione.  Il  nostro  Manni,  infatti,  accin-  gendosi nella  detta  lezione,  a  discorrere  del  periodo,  cita  il  re-  tore Demetrio  Falereo,  il  quale  «  nel  suo  celebre  Trattato  del-  l'Elocuzione accintosi  a  parlar  del  periodo,  tratta  prima  de  i  Membri,  e  degl'Incisi,  come  parti  sostanziali,  da  cui  riceve  esso  materialmente  il  suo  essere  ;  poiché  dalla  chiara  cognizione  di  questi,  la  perfetta  intelligenza  di  quello  si  facilita,  se  non  in  tutto,  in  gran  parte.  Quindi  per  ispiegare  in  un  tempo  stesso  e  del  Periodo  e  de  i  Membri,  e  degl'Incisi  l'essenza,  con  un  esemplo,  a  mio  giudicio,  esprimente,  rassembra  il  Periodo  a  una  mano,  della  quale  ogni  dito  che  si  consideri  separatamente  da  quella,  si  trova  essere  un  tutto  in    stesso  perfetto;  lad-  dove poi  se  col  risguardo  all'intera  mano  si  osservi,  altro  non  è,  che  un  membro,  ed  una  picciola  parte  fra  l'altre  tutte,  che  vengono  a  comporlo  »(2).  E  poi  cita  subito  il  Panigarola  nel  Com-  mento alla  Particella  terza  della  prima  parte  del  suo  Demetrio,  e  poi  il  cap.  9  del  30  della  Rettorica  d'Aristotile,  dove-  il  pe-  riodo «  vien  poi  diviso  in  Semplice,  e  in  Composto,  non  altro  essendo  il  Periodo  semplice,  che  quello,  che  fatto  è  d'un  Membro  solo;  il  composto  quel  di  più  Membri  »  (pp.  198-200).    (')  Ricordo,  tra  gli  altri,  il  Gagliaro   (1645  .   Y.  qui  il  cap.  Vili  e  particolarmente  la  p.   25;    384  Storia  della  Grammatica   Sulla  scorta  dei  trattatisti  antichi  e  moderni  ('),  «  che  hanno  fatto  sopra  di  ciò  trattati  pienissimi  »,  dichiara  il  Manni  che  potrebbe  molte  cose  portare  ai  suoi  discepoli  ;  ma  le  tralascia,  per  non  ripeter  ciò  che  è  stato  detto  dagli  altri  e  che  ognuno  può  veder  da  sé,  e  perchè  «  le  cose  che  dir  potrebbonsi,  non  meno  appartengono  al  Greco,  ed  al  Latino  periodo,  di  quel  che  al  nostro  Toscano  abbiano  attinenza  »  (p.  200).  Suo  intendimento  è  ragionare  soltanto  del  Periodo  Toscano  «  dal  Boccaccio  con  sottile  accorgimento  nella  Lingua  nostra  introdotto  »,  mirando  a  eliminare  un  inconveniente    comune  negli    scrittori  e  oratori.   E  appena  necessario  avvertire  che  il  Manni  concepisce  il  periodo  come  un  esteriore  meccanismo  o  strumento  per  l'espres-  sione del  pensiero,  che  si  può  togliere  in  prestito,  insegnare  o  trasmettere  da  scrittore  a  scrittore.  Le  particolari  osservazioni  movono  tutte  da  questa  concezione,  che  è  poi  quasi  interamente  rettorica  e  punto  grammaticale.   «  Il  forte,  e  l'essenziale  del  discorso  ed  il  fondamento  della  buona  eloquenza  si  è  in  primo  luogo  l'abbondevolezza  delle  cose,  e  la  robustezza  de'  concetti,  e  de  i  sentimenti  sul  capitale  di  un  gran  sapere  accumulata  »  (p.  201).  Poi  la  giudiziosa  scelta  del  genere  di  parlare  (lo  stile),  se  alto,  mediocre,  o  umile  ('"),  che  però  appartiene  all'arte  di  dire.  Da  questi  principi,  deri-  vano l'uso  de'  termini,  degli  epiteti,  e  degli  avverbi  «  ottima,  ed  abbondevole  guernigione  di  nostra  lingua  ».   Ma  la  prima  caratteristica  del  periodo  toscano  è  V ordine  del  tutto  e  delle  parti.  L'ordine  dev'esser  naturale:  da  esso  non  si  disgiunge  la  naturalezza  e  la  chiarezza,  cui  è  compagna  la  sonorità.  Questa  bisogna  conseguire  specialmente  al  principio  r  al  fine  del  periodo,  e  particolarmente  al  fine.  I  Greci  per  con-  seguirla erano  esercitati  dal  I^onasco,  «  esercitatore  della  pro-  nunzia ».  Essa  in  gran  parte  dipende  dalla  misura  delle  sillabe,  negata  da  Bartolomeo  Cavalcanti  all'italiano,  benché  prima  della    (')  Tra  questicita  Giovita  Rapicio,  autore  d'un  Trattato  del  nu-  mero oratorio  [De  numero  oratorio'],  e  lodatissimo  maestro  e  scrittori.-  «li  ose  grammaticali  e  pedagogiche.  Cfr.  Gekini,  op.  cit. ,  p.  124  sgg.  Recentemente  gli  è  stata  dedicata   una  monografia.   Reca  l'esempio  di  sinonimi  del  verbo  morire:  Trar  l'aiuolo,  Tirar  le  cuoia.  Render  l'anima  al  Creatore  suo,  Pagare  alla  natura  il  suo  diritto.    Capitolo  tredicesimo  385   sua  morte  (1562)  la  fosse  stata  asserita  nel  1556  dal  Ragiona-  mento del  Lenzoni,  edito  dal  Giambullari,  sulla  quantità  delle  nostre  sillabe,  de'  nostri  piedi,  de'  nostri  periodi,  e  prima  an-  cora dagli  Accademici  della  Virtù  che  ne  diedero  per  le  stampe  i  precetti  nel  1539.  essendone  stato  primo  autore  Leon  Battista  Alberti.  I  Latini  avevano  le  lunghe  e  le  brevi,  e  noi  abbiamo  gli  accenti.  Il  periodo  non  vuol  esser  terminato    da  voci  monosillabiche    assai  lunghe.  Il  Boccaccio  comincia  e  finisce  il  suo  primo  periodo  del  Decamerone  con  due  trisillabe  piane.  Modello  di  numero  oratorio  è  l'orazione  del  Casa  per  la  restitu-  zion  di  Piacenza.  Utile  a  conseguir  la  sonorità  è  esercitarsi  a  dir  improvviso  versi  di  cinque,  di  sette,  e  d'otto  piedi,  alla  me-  scolata, ma  senza  incorrer  nel  biasimo  quintilianeo  dell'uso  de'  versi  interi  nella  prosa.  Vizio  rimproverato  già  al  Boccaccio,  ma  dall'annotatore  de\V  Ercolano  del  Varchi  non  ritenuto  tanto  ripro-  vevole, essendo  impossibile  non  adoperar  versi  ne'  periodi.  Vizio  è  quando  il  verso  si  raffigura,  o  sia  si  fa  sentire  troppo  spiccatamente,  e  l'editore  delle  Novelle  che  ne  trasse  fuori  i  versi  adoperatevi,  è  lui  biasimevole  che  la  sua  brevissima  dedi-  catoria cominciò  con  una  filza  di  versi  (1).  Il  Panigarola  si  re-  stringe a  disapprovar  nella  prosa  solo  la  rima.   E  un  fatto  che  la  bellezza  del  periodo  dipende  dalle  parole  bellamente  acconce  :  volendo,  ad  es.,  conseguir  la  grandezza  e  la  magni  fi  ee7iza,  si  deve  far  uso  in  principio  de'  casi  obliqui,  di  repliche  giudiziose,  e  anche  di  «  parlare  alquanto  oscuro,  e  tardo  »!  (p.  231).  Analogamente  si  conseguono  l'evidenza,  la  va-  ghezza e  la  leggiadria,  con  simili  espedienti  :  così  la  dolcezza  è  prodotta  da  parole  dolci  (Luce,  Desio,  Gioia),  la  languidezza  e  bassezza  da  parole  lunghe,  e  sdrucciole  ;  l' asprezza,  la  du-  rezza, la  severità  da  parole  simili  a  queste  :  Stordimento,  Di-  scoraggiare, Stranezza,  Frastuono .  Insomma  con  la  scelta  delle  parole,  «  che  meglio  paroleggiamento  appellar  si  potrebbe  »,  si  conseguono  effetti  sorprendenti.    Son  questi  :   Il  sommo  pregio  dell'uom  meritevole  Non  resta  mai  all'augusto  confine  Di  sua  dimora;   ma  perennemente  Ovunque  è  cognizione  di  virtù  Vera  si  spande;   quindi  l'Eccellenza  Vostra  sdegnar  non  deve  ch'io  da  lunge  ecc.   C.  Trabalza.    386  Storia  della  Grammatica    Finalmente  tre  cose  bisogna  evitar  nel  periodo  :  Lunghezza  eccedente,  Trasposizioni  non  naturali,  il  Verbo  al  fin  trascinato.   Ho  voluto  esporre  questa  dottrina  del  periodo  che  il  Manni  formulava  nel  1736  per  far  notare,  come,  mentre  le  dot-  trine grammaticali  del  Vico  superavano  il  logicismo  scali-  gero-sanziano, e  questo,  in  ogni  modo,  fecondato  dai  solitari  di  Portoreale,  produceva  quella    ricca  letteratura  di  gramma-  tiche ragionate  o  filosofiche,  in  Italia,  ne'  nostri  istituti,  si  era  ancora  con  l'antichissima  rettorica,  cioè  proprio  agli  antipodi  delle  più  nuove  dottrine.  Come  s'è  visto,  nell'organismo  perio-  dico il  Manni  non  ha  intravvisto  nessun  legame  tra  le  parole,  l'ordine  di  esse  e  il  pensiero,  che  non  fosse  rettorico;  tutta  la  concordanza  è  tra  la  figura  dirò  così  geometrica  e  musicale  del  periodo  e  una  cotal  forma  di  pensiero  in  essa  rispecchiata.   Tra  la  nona  e  l'ultima  lezione  il  Manni  espone  il  Galateo,  e  con  la  decima  sull'ortografia,  un  gruppetto  di  osservazioni  spicciolate  di  poco  valore,  chiude  il  corso.     meno  lontano  del  Manni  (')  dalle  alture  grammaticali  dell'indirizzo  filosofico  contemporaneo  troviamo  il  Corticelli,  benché  le  sue  Regole  ed  Osservazioni  portino  scritto  in  fronte  la  parola  ?netodo(~).    (')  Alla  tradizione  seguita  dal  Manni  appartengono  quel  p.  Ono-  frio Branda,  che  nel  suo  Dialogo  della  lingua  toscana  (1759)  «tenne  fermo  con  tirannide  pedantesca  e  inurbana  il  culto  del  toscanismo  »  (Concari,  //  Settecento,  p.  242)  e  Girolamo  Rosasco,  de'  cui  sette  dia-  loghi sulla  lingua  toscana  avremo  occasione  di  riparlare  altrove.   C')  La  parola  metodo  ha  storicamente,  per  questo  periodo,  due  significati,  secondo  che  era  adoperata  dai  seguaci  di  Portoreale,  o  dai  grammatici  puristi  che  intendevano  sistemare  didatticamente  la  ma-  teria grammaticale:  per  quelli  il  metodo  riguarda  V interno  della  gram-  matica, per  questi  Veslerno.    11  Nuovo  Metodo  di  Portoreale,  dopo  la  prima  ediz.  ital.  (1722)  cui  già  s'è  accennato,  cominciava  a  esser  ora  più  largamente  diffuso  e  ristampato  in  Italia  con  più  frequenza.  Dal  latino,  pel  quale  primamente  fu  escogitato,  passò  di  leggieri  al  greco,  e  quindi  al  francese  e  all'italiano.  I  Portorealisti  stessi  ave-  vano eseguiti  i  vari  metodi.  Un  Nuovo  metodo  per  la  lingua  italiana  la  più  scelta  estensivo  a  tutte  le  lingue  pubblicò  G.  A.  Martignoni  a  Mi-  lano, nel  1743,  in  2  voli.  Ma  anche  in  quello  escogitato  per  apprendere  la  lingua  latina  era  fatta  una  gran  parte  anche  all'italiana,  tanto  che  verso  l'ultimo  trentennio  del  secolo  usciva  anche,  in  compendio,  come  in  Venezia,  1773,  col  titolo  di  Nuovo  metodo  d'insegnai e  le  lingue  italiana  e  latina.  E  anche  tipograficamente  si  volle  distinta   «  la  parte    Capitolo  tredicesimo  387    Dai  diciannove  trattati  del  Buonmattei  (1843)  e  dalle  Par-  ticelle del  Cinonio  (1644),  alle  Regole  del  Corticelli  corre  un  secolo  preciso,  poiché  questa  Grammatica  (')  vide  la  luce  la  prima  volta  nel  1745,  fruttando  all'autore  con  gli  utili  appunti  degli  Acca-  demici la  nomina  a  membro  del  massimo  Istituto  linguistico.  Con  tutte  le  sue  novità,  questa  Grammatica,  che  ha  il  suo  principal  fondamento  in  quella  del  Buonmattei  e  che  si  ristampava  nel  1854,  a  due  secoli  di  distanza  dunque  dalla  comparsa  della  sua  fonte,  è  nuova  testimonianza  del  fatto  da  me  notato,  che  la  storia  della  nostra  grammatica  precettiva  in  quanto  contiene  una  ten-  denza filosofica  finisce  col  Buonmattei:  dopo  il  Buonmattei,  se  si  vuol  seguire  il  progresso  scientifico,  bisogna  percorrere  l'altra  via  che  si  stacca  appunto  dal  Buommattei  medesimo  per  quel  che  concerne  il  fondamento  teorico  delle  grammatiche  ragionate    che  vi  ha  di  proposito  la  lingua  italiana  »,  coni'  è  detto  nella  prefa-  zione all'ed.  seguente,  uscita  in  luce  negli  anni  in  cui  ci  troviamo  col  nostro  discorso  :  Nuovo  metodo  per  apprendere  agevolmente  la  lingua  Ialina  traila  dal  francese  nell'italico  idioma,  e,  per  utilità  di  novelli  scolari,  aggiuntovi  nel  principio  gli  Elementi  tolti  dal  Compendio  della  medesima  opera,  per  intelligenza  di  tutte  le  parti  dell'Orazione  e  nel  fine  un  tratta  te  Ilo  della  Volgar  Poesia  coir  Indice  dell'  Opera  sinora  desiderato  all'uso  del  Seminario  Napoletano ,  in  Napoli,  Per  Pietro  Pa-  lumbo,  CI3I3CCXLIV,  a  spese  di  Raffaello  Gessari,  voli.  2.  Nel  proemio  è  detto  che  le  regole  vi  sono  dettate  in  versi  «  seguendo  le  pedate  dell'A.  ».  Vi  si  richiamano  lo  Scaligero,  il  Sanzio  e  il  Vossio.  Si  deplora  che  nella  letteratura  si  segua  uno  stil  figurato  [fantasia],  mentre  basterebbe  il  grammaticale  [ragione']:  invece  di  amare  vanno  in  pesca  di  amore  prosegui,  benevolentia  complecti!  Nella  trattazione,  sotto  le  varie  sezioni  e  categorie  grammaticali,  dopo  date  le  definizioni  e  le  regole  per  il  latino,  viene,  in  carattere  più  piccolo,  la  parte  per  l'i-  taliano. Così  a  p.  3  incomincia  l'uso  dell'articolo.  Ma  non  è  una  trat-  tazione sistematica  per  l'italiano  per  quanto  riguarda  la  prima  parte,  cioè  la  morfologia;  e  anche  nella  seconda,  «Osservazioni  particolari  sopra  tutte  le  parti  dell'Orazione  »,  al  trattato  «  delle  figure  di  co-  struzione »,  delle  «  lettere  »,  benché  sia  detto  che  è  trattato  «  '1  tutto  in  rapporto  alla  lingua  italiana  »  (p.  648  sgg.),  nell'esecuzione  la  pro-  messa è  spesso  dimenticata.   (')  E  questa  l'edizione  che  seguo:  Regole  ed  osservazioni  della  lingua  toscana  ridotte  a  metodo  ed  in  tre  libri  distribuite  da  Salva-  dore  Corticelli  bolognese  colle  correzioni  e  giunte  di  Pietro  dal  Rio  ed  altri.  Un  volume  in  due  fascicoli.  Venezia,  Stabilimento  enci-  clop.  di  G.  Tasso  edit.,  M  .  DCCC  .  LIV.  Il  Corticelli  era  di  Piacenza  11690-1758).    38S  Storia  della  Grammatica   e  filosofiche,  che  in  Italia  fecero  una  non  breve  apparizione  e,  inaugurate  come  vedremo  con  quella  del  Soave,  caddero  sotto  la  scomunica  del  risorto  purismo  incarnato  nel  Puoti,  proprio  nel  tempo  stesso  in  cui  il  più  illustre  scolaro  del  Puoti,  quasi  di  soppiatto  del  maestro,  concepiva  il  disegno  d'una  nuova  grammatica  filosofica  che  contenesse  anche  ed  insieme  la  gram-  matica storica  e  la  grammatica  metodica,  facendo  una  liquida-  zione generale  di  quante  grammatiche  italiane  da  quella  del  Fortunio  a  quella  del  Corticelli  avevano  codificato  il  purismo  bembesco-cesariano.   Le  novità  con  cui  si  presenta Corticelli,  erano  queste  tre:  il  metodo;  la  costruzione  (sintassi);  un  florilegio  di  frasi  idiomatiche  degli  Autori  del  buon  Secolo.  L'ordine  della  trat-  tazione era  rispettato:  I.  morfologia,  IL  sintassi,  III.  pronunzia  e  ortografia.  Gl'insegnamenti  erano  «fondati  su  gli  esempi  di  buoni,  ed  approvati  toscani  scrittori  »,  antichi  fino  al  400,  mo-  derni dal  500  in  poi  ;  gli  esempi  tolti  in  maggior  copia  dai  tre-  centisti, e  più  specialmente  dal  Boccaccio,  «  la  prosa  migliore,  che  vantar  possa  la  nostra  lingua»,  secondo  il  testo  Mannelli.  Questo  il  carattere  e  il  pregio  delle  regole  grammaticali  :  «  sono  minuzie,  che  non  si  apprendono  senza  molestia  :  ma  il  ben  sa-  perle, e  l'averle  all'occasione  in  contanti  è  cosa  di  molto  van-  taggio »  (Prefazione).  Qui  troviamo  condensati  tutti  i  criteri  che  più  tenacemente  prevalgono  con  la  forza  stessa  della  loro  pedanteria,  in  parte,  in  parte  per  quell'  esigenza  cui  sembra  che  ineluttabilmente  debba  sodisfare  chi  voglia  apprendere  una  lingua.   La  terza  di  quelle  tre  novità,  era  una  conseguenza  del  cri-  terio principale  onde  fu  mosso  il  Corticelli  nella  compilazione  della  sua  fortunata  operetta,  la  riduzione  del  vario  e  vasto  ma-  teriale a  metodo  :  il  bisogno  di  ridurre  a  metodo  i  precetti  non  poteva  non  ispirar  l'altro  di  ridurre  a  metodo  e  come  alla  por-  tata di  mano  il  vocabolario  delle  veneri,  de1  modi  vaghi  e  belli  onde  riboccali  gli  aurei  scrittori.  Riconosciuta  la  sconfinata  im-  portanza, la  fatidica  necessità,  l'assolutezza  della  grammatica,  unico  segreto  per  riuscire  elegante  e  corretto  artefice  di  prosa,  lo  studio  degli  scrittori  doveva  anch'esso  ristringersi  sotto  il  vasto  imperio  della  grammatica,  riducendo  quasi  in  pillole  e  condensando  in  confettini  il  loro  succo  migliore  :  la  conquista  dell'arte  non  era,  non  diciamo  effetto  di  vita  e  di  elaborazione    Capitolo  tredicesimo  389    intcriore,  ma  neppur  risultato  della  lettura  degli  artisti  di  prosa  e  di  poesia,  ossia  dello  studio  concreto  della  letteratura  ;  essa  era  infallibile  conseguenza  di  chi  si  fosse  bene  impresse  le  re-  gole della  grammatica  e  le  belle  frasi  di  aver  pronte  al  bisogno,  come  quelle  che  son  molte  «  e  fuggono  facilmente  dalla  me-  nu >ria  »  (ib.).  Era,  come  ognun  vede,  l'allontanamento  completo  dalle  vive,  fresche  e  perenni  sorgenti  del  pensiero  e  dell'arte:  era  il  portare  al  suo  ultimo  grado  di  sviluppo  degenerativo  quella  che,  in  sostanza,  nel  Cinquecento  era  stata,  più  o  men  bene  con-  dotta osservazione  degli  scrittori  e  non  legge  già  imperiosamente  dedotta  :  era  insomma  l'avvento  tinaie  e  completo  della  gram-  matica nel  peggior  senso  della  parola,  che  è  poi,  non  dimenti-  chiamolo, il  vero  senso  di  essa.   Quella  del  metodo  era  una  novità,  ma  fino  a  un  certo  senso:  già  nel  Cinquecento  le  osservazioni  grammaticali  contenute  nel  terzo  libro  delle  famose  Prose  del  Bembo  erano  state  ridotte  a  metodo  dal  Flaminio  e  da  altri  variamente  rassettate  e  accomo-  date all'utilità  pratica  degli  studiosi  della  nostra  volgar  lingua,    erano  mancate  compilazioni  grammaticali  che  quella  materia  stessa  avevano  disciplinato  :  il  bisogno  d'aver  un  corpo  ordinato  di  quelle  osservazioni  che  via  via  sotto  lo  studio  diretto  degli  scrittori  si  eran  venute  facendo,  da  poter  esser  consultato  volta  per  volta  oltre  che  tenuto  come  testo  per  uno  studio  sistema-  tico della  grammatica  sia  pur  fuori  dell'ambito  strettamente  sco-  lastico, era  stato  più  o  meno  vivamente  sentito  e  s'era  cercato  di  sodisfarlo  con  qualche  successo  :  e  anche  a  non  citar  i  co-  siddetti mestieranti  che  non  il  Bembo  soltanto,  ma  i  principali  grammatici  cinquecenteschi  avevan  raccolto  e  ordinato  a  uso  degli  studiosi,  lo  stesso  Salviati  in  quei  suoi  Avvertimenti  sul  Decameron  aveva  dato  un  lodevole  esempio  del  come  le  forme  e  i  costrutti  d'  un  cosi  ins igne  capolavoro  e  d'altre  opere  del-  l'aureo secolo  potessero  esser  studiate  metodicamente  nelle  tra-  dizionali categorie:  e  il  Castelvetro,  sopra  tutti,  pur  in  quelle  apparentemente  farraginose  e  selvose  e  irte  sue  Giunte  alle  Prose  del  Bembo  che  ebbero  a  stancar  la  pazienza  di  lettori  non  pochi,  non  esclusi  i  benevoli  e  amorevoli  critici  del  più  sottile  di  tutti  i  filologi  nostri  antichi,  non  aveva  forse  applicato  un  principio  eminentemente  metodico  di  esposizione?  Metodico,  nel  senso  più  elevato  della  parola    questo  soprattutto  interessa  qui  metter  bene  in  rilievo    più  e  meglio  che  nell'esposizione    390  Storia  della  Grammatica   dirò  esterna  della  materia  contenuta  nelle  due  principali  categorie  grammaticali,  V articolo  e  il  verbo,  su  cui  aveva  esercitato  il  suo  spirito  critico,  era  stato  nella  trattazione  interna  di  essa,  ossia  nello  svolgerla  nella  sua  formazione  storica,  come  quegli  che,  precor-  rendo assai  meglio  d'altri  precettisti,  come  vedemmo,  il  sistema  d'investigazione  linguistica  proprio  della  moderna  filologia,  aveva  mosso  dalla  parola  latina  per  ispiegare  coi  criteri  della  fonetica  evoluzionistica  e  in  ispecie  con  la  legge  dell'analogia,  la  morfo-  logia dell'articolo  e  del  verbo  volgari.  Infine  con  metodo  aveva  cercato  di  stendere,  nella  prima  metà  del  Seicento,  i  suoi  trattati  il  Buonmattei,  elaborati  sul  materiale  vario  e  diverso  che  i  gram-  matici del  Cinquecento  gli  avevano  trasmesso.  Anzi,  nell'ordine  che  chiamerò  ideologico,  il  Buonmattei  è  metodico  quant'era  stato  nell'ordine  storico  o  filologico  il  Castelvetro.  Non  solo.  Il  Buonmattei  avrebbe  proprio  inaugurato  il  vero  metodo  dell'e-  sposizione grammaticale    astrazion  fatta  dal  regresso  che  rap-  presenta rispetto  al  Castelvetro  per  quanto  concerne  la  gram-  matica storica    nel  senso  di  un  principio  filosofico  secondo  il  quale  sorgono  e  si  dispongono  nella  tela  grammaticale  le  parti  dell'orazione,  se  tra  la  sezione  teorica  e  quella  pratica,  onde  consta  la  sua  grammatica,  fosse  un  ben  più  intimo  legame  di  quel  che,  come  già  notammo,  in  realtà  non  sia,  poiché  questa  seconda  sezione  resta  in  sostanza  quasi  unicamente  descrittiva.  Ciò  che  non  avvenne  nelle  posteriori  grammatiche  generali  specie  della  Francia,  dove  appunto  la  grammatica  generale  s'incorpora  nelle  particolari  del  latino  e  delle  lingue  moderne  con  intimo  legame.  Non  si  può  negare  che  in  codesta  descrizione  non  sia  cercato  il  metodo  con  piena  convinzione  e  coscienza  ;  ma  il  Buon-  mattei era  ancora  troppo  vicino  alle  varie  tendenze,  alle  pole-  miche che  si  svolsero  nel  campo  della  grammatica  cinquecen-  tesca, perchè  non  dovesse  risentirne  1'  influenza    lasciarne  le  tracce  nella  sua  trattazione.  Inoltre  il  troppo  definire  le  specie  e  le  sottospecie  delle  categorie,  la  confutazione  d'errori  e  di  teorie  credute  sbagliate,  una  soverchia  abbondanza  di  svolgi-  mento e  di  particolari,  la  moltiplicazione  delle  categorie  stesse  portate  a  dodici,  e  altri  che  sono  e  non  sono  difetti,  non  sono  certamente  le  caratteristiche  meglio  notevoli  d'una  trattazione  metodica.  Egli  stesso  trovava  il  suo  libro  di  non  facile  uso    di  facile  intelligenza  e  raccomandava  che  si  studiasse  prima  della  prima  la  seconda  parte  per  ben  comprender  l'una  e  l'altra    Capitolo  tredicesimo  391    e  specialmente  la  prima.  Insomma,  neppure  quello  del  Buon-  mattei  sembra  che  rispondesse  al  bisogno  d'  un  libro  di  gram-  matica metodico,  chiaro  insieme  e,  come  dicevano,  manesco.  Le  aggiunte  e  correzioni,  inoltre,  che  il  Cinonio,  il  Bartoli  e  gli  altri,  che  s'occuparono  per  tutto  il  resto  del  secolo  e  il  principio  del  successivo  di  cose  grammaticali,  apportarono  al  corpo  di  quelle  del  Buonmattei,  e  i  mutati  ordinamenti  scolastici,  ne'  cui  piani  cominciava  ormai  a  entrare  ufficialmente  e  separatamente,  come  vedemmo  essersi  fatto  nel  1736  nell'Arcivescovile  semi-  nario di  Firenze,  rendevano  ancor  più  vivo  quel  bisogno,  anzi  tanto  vivo,  che  potè  sembrare  un  bisogno  recente,  proprio  del  momento,  e  novità  quella  di  chi  introducesse  il  metodo  nella  trattazione  grammaticale.  Parrebbe  inoltre  che  quel  movimento  intellettuale  che  s'era  determinato  nel  campo  della  grammatica  latina  con  la  discussione  e  l'applicazione  dei  principi  aristotelici  ripresi  dallo  Scaligero  e  dal  Sanzio  e  poi  nuovamente  fecondati  dai  Portorealisti,  e  che,  richiamando  gli  studiosi  della  lingua  a  una  considerazione  più  elevata  che  non  fosse  quella  puramente  descrittiva  della  grammatica,  necessariamente  li  costringeva  alla  ricerca  delle  relazioni  logiche  de'  fatti  linguistici  e  perciò  a  una  trattazione  disciplinata,  sistematica  di  esse,  parrebbe,  dico,  che  codesto  movimento  logico-grammaticale  del  Seicento  cadente  e  dell'  ineunte  Settecento  dovesse  far  sentire  ancor  meglio  la  ne-  cessità del  metodo,    fosse  estraneo  appunto  all'affermazione  corticelliana  dell'urgenza  di  sopperirvi;  se  non  che,  non  solo  questo  non  avvenne,  ma  a  codesto  movimento,  non  che  estraneo,  fu  affatto  in  opposizione  il  modo  onde  il  Corticelli  esplicò  il  suo  disegno  di  grammatica  metodica  (').    (')  Precorre  in  questo  senso  il  Corticelli  di  pochi  anni    nelle  novità  richieste  dai  tempi  non  si  è  mai  soli    il  p.  Stanislao  Gaf-  furi  barnabita,  autore  di  Osservazioni  grammatica/i  ridotte  a  metodo  breve  e  facile  per  chi  desidera  correttamente  scrivere  nella  Italiana  fa-  vella; dedicato  alla  ingenua  e  studiosa  gioventù  Friulana,  Udine,  1736.  Il  Gaffuri  dice  appunto  che  i  fanciulli  si  spaventano  dinanzi  ai  volumi  del  Buonmattei,  del  Castelvetro,  del  Salviati,  del  Cinonio,  e  non  pos-  sono profittarne  :  ed  egli  intende  con  questo  suo  libriccino  aver  sup-  plito «alla  debolezza  degl'uni,  ed  all'impotenza  degl'altri».  Ma,  al-  l'atto pratico,  si  vede  che  il  metodo  è  concepito  come  abbandono  di  tutta  la  ricchezza  delle  osservazioni,  e  conservazione  di  alcuni  pochi  schemi.    Prima  ancora  del  Gafi'uri,  Stefano  Bosolini  aveva  pub-    392  Storia  della  Grammatica   Il  suo  metodo,  in  sostanza,  si  ridusse  a  scarnire  fino  quasi  allo  scheletro  il  corpo  della  grammatica,  e,  fattene  tre  sezioni,  descriverlo  pezzo  per  pezzo  per  regole,  osservazioni,  eccezioni  e  appendici  con  semplice  meccanismo,  senza  mai  cercare  una  ra-  gione di  intima  dipendenza  tra  una  parte  e  l'altra  o  altra  di-  stinzione che  quella  del  numero  progressivo,  badando  solo  a  render  la  materia  facilmente  imparabile  a  memoria,  e  de'  pre-  cedenti grammatici  limitandosi  a  citar  qualche  nome,  più  spesso  quello  del  Buonmattei,  e  cancellando  quasi  ogni  traccia  delle  vecchie  discussioni  anche  con  rimandi  ad  esse,  ligio  soprattutto  specie  per  gli  esempi  all'autorità  della  Crusca,  che,  anche  per  confessione  de"  suoi  annotatori  ('),  il  Corticelli  continuamente  saccheggia  a  maggior  conferma  della  rigidità  e  assolutezza  de'  principi  a'  quali  s' informa.   Metodo  vuol    dir   guida    razionale,    blicato  la  Midolla  letteraria  della  lingua  italiana  purgata,  e  eoi' ietta  con  un  competente  Saggio  de'  suoi  quattro  principali  dialetti  cui  s'ag-  giunge una  Midolla  di  Le t ter  familiari,  per  il  principiante:  il  lutto  ordinato  con  nuovo  metodo  a  prò  di  un  Amico,  Venezia,  1724  ;  ma  se  non  vogliamo  credere  alle  parole  del  titolo,  questa  grammatica,  che  potè  esser  stata  ispirata  dalla  pubblicazione  che  appunto  circa  questo  tempo  11720)  il  Gigli  fece  delle  Opere  del  Cittadini,  più  che  al  periodo  diremo  precorticelliano,  sarebbe  da  riferire  a  quello  post-  cittadinesco,  per  la  parte  ivi  data  alla  fonetica  e  ai  quattro  idiomi  toscani  e  al  criterio  non. esclusivamente  municipalistico.  Ognuno  deve  cercare,  dice  l'A.,  di  star  nel  proprio  terreno,  evitando  i  due  scogli  o  di  dover  praticar  la  pronunzia  fiorentina,  e  quindi  apparire  in  casa  loro  affettati  e  ridicoli,  o  di  scrivere  molto  diversamente  dal  loro  pronunciare,  ch'è  manifestamente  contro  i  dettami  di  tutti  gl'Italiani  più  saggi  (p.  87).  La  grammatica  è  contenuta  nella  I  parte  I.  Orto-  grafia: lettere,  cons.,  voc,  ditt.,  apostr.,  radd.  o  scem.,  maiusc.  e  staccamento;  II.  Etimologia:  art.,  nome,  pron.,  ver.,  pers.,  anomali,  part.,  accorc,  tronc,  ristring.,  voci;  III.  Sintassi',  div.  della  materia,  dialetti  (fior.,  sen.,  cur.-rom.,  comune,  corrisp.  ai  greci  attico,  gio-  nico,  eoi.,  dor.),  forma  della  sint.  ;  IV.  Prosodia:  accenti,  interp.).  Da  pp.  16-22  riassume  i  trattati  cittadineschi  sull'i  e  Yo  aperti  e  chiusi.  E  chiuso,  p.  es.,  è  di  4  cause:  1.  per  accento  grave:  dove,  pensoso  (ma  penso);  2.  per  origine  latina:  lèttera;  3.  per  ragioni  della  lettera:  seguito  da  ;/  o  u:  meno;  4.  per  definimento:  -ménte  (altamente  ecc.).  (')  «Di  questa  guisa  d'errori  [valore  de'  modi  toscani]  abbonda  il  Corticelli  in  queste  sue  Appendici  ecc.,  i  quali  attinge  si  può  dir  tutti  dal  Voc.  della  Crusca.  Però  fin  da  ora  ne  sveglio  il  lettore,  a  cui  non  istarò  a  torre  il  capo  con  noterelle  di  questa  specie.  Uomo  avvisato  è  mezzo  salvo!  »  (p.   197  «.).    Capitolo  tredicesimo  .^93    ordine  interno  di  trattazione,  svolgimento  sistematico  di  rela-  zioni o  intellettuali  o  storiche:  qui,  invece,  è  scolasticismo,  sim-  plitìcazione  didattica  ottenuta  con  criteri  meccanici,  mnemo-  nici, aiutata  da  partizioni  e  suddistinzioni,  indici  analitici  :  che,  peraltro,  possono  rendere  il  libro  di  facile  consultazione  a  chi  voglia  cercarvi  una  regola,  ma  non  sono  certi  gli  espedienti  mi-  gliori a  mettere  lo  studioso  in  possesso  dell'argomento.  Ma  con-  viene del  pari  riconoscere  che  tal  sorta  di  metodo  è  l' unica  degna  d'  un  tal  prodotto  qual  è  la  grammatica:  codesto  metodo  è  l'unica  logica  di  essa,  che  non  ne  ha  appunto  nessuna.  E  questa  è  la  ragione  per  cui  ha  finito  col  trionfare  non  nella  sola  grammatica  italiana,  s'  intende,  e  prevarrà  indubbiamente  fino  a  che  si  studieranno  grammatiche.  Quello  della  grammatica  è  studio  meccanico:  quindi  spogliarla  d'ogni  intrusione  raziona-  listica è,  nel  campo  della  didattica,  perfettamente  metodico,  e  renderla  veramente  servibile  (che  servizio  sia,  è  inutile  dirlo)  a  chi  voglia  o  debba  studiarla;  non  solo,  ma  l'innovarla  troppo  profondamente  in  quel  suo  tradizionale,  stereotipato  schematismo,  la  conturba,  la  trasfigura,  disorientando  i  lettori:  tanto  è  ciò  vero  che,  attraverso  il  turbinìo  continuo  di  nuovi  metodi,  l'an-  tico, il  comune,  il  tradizionale  riman  sempre  in  onore,  e  ritorna  sempre,  difeso  e  riverito,  a  ogni  fallire  di  quelli.   Anco  per  questa  ragione,  dovendo  il  Corticelli  eseguire  quasi  per  la  prima  volta  nella  grammatica  italiana  un'esposi-  zione metodica  della  costruzione  o  sintassi  toscana,  ne  tolse  di  peso  dalla  latina  dell'Alvaro,  come  il  Puoti  avverte,  criticandolo,  nella  prefazione  alla  seconda  parte  delle  sue  Regole  (nella  gr.  la-  tina elementare  s'era  cominciata  prima  la  scarnificazione  appunto  perchè  eravamo  già  lontani  dal  Rinascimento,  periodo  di  vitalità),  lo  stampo  e  ve  lo  trasportò  integralmente,  anche  dove  e  quando  non  solo  non  era  richiesto,  ma  cozzava  evidentemente  con  le  nuove  forme  a  cui  più  non  s'attagliava:  difetto  egualmente  avver-  tito dagli  annotatori  suoi,  che  sentenziavano  quelle  regole  r,  nelle  cui  note  è  cit.  la  co-  piosa bibliografia  che  del  Soave  diede  il  sig.  Motta  nel  Boll.  si.  della  Svizz.  ìt.,  a.  VI,   1884.   ('-')  Ne  ho  l'ediz.  di  Venezia  del  MDCCXCV,  nella  stamperia  di  Giacomo  Storti,  dove  vanno  uniti  col  voi.  I  delle  Istituzioni  di  logica,  metafisica  ed  etica.   f:t)  Prefaz.,  dove  è  detto  che  a  Berlino  furono  spedite  in  una  Dissertazione  latina  colla  divisa  Utilitas  expressit  nomina  rerum,  Lucret.,   I,   5.    La  traduzione  italiana  è  del   1772.   (4)  Croce,  Est.,  p.  266.    (  apitolo  quattordicesimo  409    «  senza  di  cui  certamente  la  prima  non  può  formarsi  ».    una  società  può  formarsi  senza  il  motivo  di  bisogni  scambievoli  e  senza  che  gli  aiuti  reciproci  siano  con  qualche  segno  manifestati.  La  natura  ne  somministra  alcuni  spontaneamente:  altri  artifi-  ciali scaturiscono  poi  dagli  originari  meccanici.  I  primi  e  i  se-  condi non  essendo  per  altro  bastevoli,  la  natura  stessa  stimo-  lata da  nuovi  bisogni  conduce  all'istituzione  d'altri  segni,  e,  per  gradi,  prepara  alla  formazione  d'un  vero  linguaggio.  Oltre  la  tesi,  è  chiaramente  indicato,  nella  prefazione  citata,  anche  il  metodo  dell'analisi.  «  L'istituzione  primieramente  del  linguaggio  de'  gesti,  appresso  delle  voci  articolate  in  generale,  e  in  seguito  di  ciascuna  parte  del  discorso  distintamente  io  mi  ho  veduto  nascere  dalla  natura  medesima  con  maggiore  facilità  e  sempli-  cità che  forse  dapprima  non  m'attendea  ».  Ma  a  ben  seguire  lo  sviluppo  del  linguaggio  bisogna  rifarsi  dal  principio  della  storia  dell'umanità,  e  vedere  come  si  può  formar  la  famiglia,  e  poi  per  quali  mezzi  dalle  famiglie  moltiplicate  sorse  una  compiuta  società  «  che  dallo  stato  selvaggio  gradatamente  passasse  a  quello  d'una  perfetta  coltura  ».  Il  linguaggio  progredisce  col  progre-  dire della  società.  «  Ma  restava  a  cercare  per  quali  vie  più  na-  turali e  più  semplici,  e  il  numero  de'  suoi  vocaboli,  successiva-  mente, potesse  moltiplicarsi,  e  potessero  stabilirsi  di  mano  in  mano  le  regole,  che  l'essenza  costituiscono  di  una  lingua  ».   Dal  poco  che  fin  qui  s'è  riferito,  facilmente  s'argomenta  che  il  Soave  è  sotto  1'  influenza  del  pensiero  vichiano,  e  ora  di-  mostreremo come  il  punto  di  partenza  e  il  sistema  della  dimo-  strazione del  sorgere  delle  categorie  grammaticali  sieno  presi  dalla  Scienza  nuova.  Ma  qui  mi  giova  metter  subito  in  evidenza  come  il  Soave  abbia  assunto  del  Vico  perfino  l'atteggiamento,  sebbene  con  un  gran  pericolo  di  diventarne  ridicolo.  Chi  sa  i  tormenti  fierissimi  in  cui  si  travagliò  1'  intelletto  del  sommo  filosofo  napo-  letano per  conquistare  la  verità,  non  può  leggere  senza  sentirsi  preso  da  profonda  riverenza  e  commozione  dichiarazioni  di  questo  genere  :  «  La  guisa  del  loro  nascimento,  ossia  la  natura  delle  lingue,  troppo  ci  ha  costo  di  aspra  meditazione....  ».  Ma  che  dire  del  padre  Soave  che,  copiando  il  Vico,  al  punto  in  cui  ne  abbiam  lasciato  il  pensiero,  esce  in  questa  che  è  una  parafrasi  della  dichiarazione  vichiana?  «  questa  parte  a  prima  vista  sembrava  la  più  difficile  ;  ma  con  un  attento  esame  delle  lingue  già  note,  e  con  una  seria  meditazione  su  la  natura  intima  delle  lingtie,  ella    4 io  Storia  della  Grammatica   pure  si  è  ridotta  ad  una  eguale  semplicità,  se  non  forse  mag-  giore della  prima  ».   Avrebbe  potuto  ritenersi  pago    seguo  ancora  le  preziose  confessioni    della  scoperta;  ma  non  volle  perder  l'occasione  di  mostrare  l'influenza  che  la  società  e  le  lingue  hanno  sulla  umana  cognizione.  Visto  dunque  lo  stato  mentale  d'un  uomo  abbandonato  a    solo  dal  nascere,  «  vale  a.  dire  d'un  uomo  senza  società,  e  conseguentemente  senza  linguaggio»,  si  fa  «a  considerarlo  in  società,  e  parlante  :  e  giunto  anche  soltanto  al-  l'istituzione  de'  nomi  e  de'  verbi  »,  trova  in  lui  perfettamente  sviluppate  tutte  le  facoltà  come  in  noi  e  capaci  di  cognizioni  di  altissimo  grado.  E  si  lusinga  che  «  il  vedere  in  tal  guisa  da  due  fanciulli  abbandonati  in  un'Isola  deserta  nascere  a  poco  a  poco  una  società,  nascere  una  lingua,  e  col  progresso  dell'una  e  del-  l'altra svilupparsi  di  mano  in  mano,  e  perfezionarsi  le  facoltà,  moltiplicarsi  le  cognizioni,  formerà...  un  colpo  d'occhio  non  di-  sgradevole nel  tempo  stesso  che  varie  riflessioni,  molte  delle  quali  pur  crede  nuove  ;  e  intorno  alla  natura  e  allo  sviluppa-  mento  delle  umane  facoltà  e  cognizioni,  e  intorno  alla  natura  intima  delle  lingue  non  lascieranno  di  essere  vantaggiose  ».   Chiude  dichiarando  che,  «malgrado  questi  motivi...  affine  di  non  moltiplicare  inutilmente  le  opere  su  d'uno  stesso  sog-  getto »,  si  sarebbe  tenuto  dal  pubblicar  le  sue  ricerche,  «  se  la  dissertazione  del  sig.  Herder,  che  meritamente  fu  coronata,  e  eh 'è  già  uscita  alla  luce,  fosse  stata  da  esse  meno  dissimile  ».  E  seguendo  l'estratto  córsone  sui  giornali,  istituisce  questo  raf-  fronto tra  la  propria  e  la  dissertazione  dell'Herder:  «Sulla  prima  parte  del  quesito  ci  sembra  essersi  trattenuto  principal-  mente :  laddove  io  per  la  ragione  sovraccennata  alla  seconda  principalmente  ho  creduto  dovermi  appigliare.  Ei  non  discende  a  ninna  ipotesi  ;  io  fissata  fin  dal  principio  l'ipotesi  di  due  fan-  ciulli in  un'  isola  deserta  abbandonati,  a  questa  continuamente  m'attengo.  Egli  colla  vastità  del  suo  ingegno  abbraccia  il  pro-  posto argomento  più  in  universale,  e  più  in  astratto,  io  l'esa-  mino più  in  particolare,  e,  se  m'è  lecito  di  così  dire,  più  in  concreto.  Insomma  le  due  memorie,  benché  s'aggirino  sovra  la  stessa  materia,  possono  tuttavia  riguardarsi  come  due  cose  pres-  soché affatto  diverse;  e  dove  le  mie  ricerche  non  abbiano  altra  utilità,  avran  quella  forse  di  supplire  a  ciò  ch'egli  ha  trala-  sciato. Accennando  ai  debiti  del  Soave  verso  il  Vico  non  abbiamo  certamente  inteso  d'affermare  che  la  memoria  sia  tutt'un  plagio:  oltre  che  non  avrebbe  potuto  esser  tale  per  ragione  di  estensione,  constando  essa  di  ben  diciannove  capitoli,  mentre  il  Vico  ha  tutta  condensata  in  poche  pagine  la  materia  elaborata  dal  Soave,  attinge  largamente  da  scrittori  contemporanei  di  filosofia  del  linguaggio,  quali  il  De  Brosse,  autore  del  noto  libro  De  lafor-  mation  mécanique  des  Langues,  il  Lery,  il  Sulzer  e  altri.  Par-  ticolari affermazioni  di VICO (si veda),  Soave  ha  fatto  proprie  :  che  le  prime  a  essere  istituite  dovettero  esser  le   interjezioni  -- cf. Grice, “Ouch” – Meaning Revisited;     che  i  vocaboli  da  principio  furono  mono-sillabi (ouch),  o  bi-sillabi  (ouch ouch) al  più. Perciocché  innanzi  di  aver  esercitato  gl’organi  della  voce  non  potran  essi  proferire  ad  un  tratto,  che  UNA,  o  due  sillabe solamente.  LO STESSO NOI VEGGIAMO NE’FANCIULLI, che  le  parole  cominciarono  da  l'imitazioni  delle  voci,  e  de'  suoni  NATURALI (ouch),  secondo  la  cosidetta  dottrina  dell' o?iomatopea,  (p.  96);    che  i  verbi  cominciarono  dall'imperativo  ( non  tutti,  però,  aggiunge,  quasi  voglia  correggere  il  non  citato (')  maestro),  e  che  anche  i  verbi  furon  tratti  dall'onomatopea  (pp.  66-67)  ecc.  Il  debito  principale,  tuttavia,  è,  come  s'è  già  detto,  in  quel  prender  le  mosse  dallo  stato  primitivo  della  umanità,  dal  con-  siderar le  manifestazioni  del  linguaggio  nel  fanciullo,  in  quel  riferire  queste  manifestazioni  alle  cause  naturali  agenti  sull'uomo,  i  loro  progressi  ai  progressi  della  società,  nel  distinguerle  in  mute  e  in  articolate  secondo  che  l'uomo  fu  abbandonato  a    stesso  o  costituito  in  società,  in  quel  seguire  il  sorgere  progres-  sivo delle  categorie  grammaticali  e  sintattiche  secondo  i  proce-  dimenti rappresentativi  e  logici  delle  menti  umane  più  o  meno  sviluppate  secondo  il  progresso  sociale,  insomma  nell'aver  bat-  tuta la  medesima  via  per  giungere  alla  risoluzione  del  problema  dell'origine  del  linguaggio.  Ma,  sarebbe  quasi  superfluo  il  dirlo,  le  differenze  sono  profonde.  VICO (si veda),  anzitutto,  ha,  come  ormai  si  sa  per  la  dimostrazione  del  Croce,  definita  la  natura  estetica  del  linguaggio;  secondo,  nello  spiegarne  l'origine  e  lo  sviluppo,  ha  accennato  solo  principi  generali  di  natura  molto  diversa  da    (')  Su  questo  proposito  dell'imperativo  cita  invece  senza  accet-  tarla un'opinione  del  Berger,  Les  èléments  priniit.  des  Lang.,  che  ri-,  cordava  a  sua  volta  quella  del  sapientissimo  Leibnitz:  «nell'imperativo  doversi  cercare  la  radice  de'  verbi  della  lingua  tedesca  ».    4r2  Storia  della  Grammatica   quelli  del  Soave,  senza  scendere  a  particolari  circostanze,  tenen-  dosi sempre  all'altezza  dell'aquila.  Per  esempio,  il  Vico,  dopo  aver  esaurita  la  sua  dimostrazione  circa  il  sorgere  delle  prime  classi  grammaticali  tutte  monosillabiche,  osserva:  «Questa  Genera-  zione delle  Lingue  è  conforme  ai  Principi  così  dell'Universale  Natura,  per  li  quali  gli  elementi  delle  cose  si  compongono,  e  ne'  quali  vanno  a  risolversi  ;  come  a  quelli  della  natura  parti-  colare umana  per  quella  Degnila,  eh'  i  fanciulli  nati  in  questa  copia  di  lingue,  e  eh'  hanno  mollissime  le  fibre  dell'  istromento  da  articolare  le  voci,  le  incominciano  monosillabe;  che  molto  più  si  dee  stimare  de'  primi  uomini  delle  genti,  i  quali  l'ave-  vano durissime,    avevano  udito  ancor  voce  umana  »  (p.  287,  ed.  cit.).  Il  Soave  nota  che  i  fanciulli  non  potranno  proferire  che  una  o  due  sillabe  solamente  e  che  non  arrivano  «  se  non  dopo  un  certo  tempo  a  poterne  proferir  di  più  lunghe  »(p.  96).  Il  monosillabismo  pel  Vico  è  un  principio  universale  e  partico-  lare insieme  e  con  esso  egli  spiega  tutta  la  primitiva  gramma-  tica, ossia  tutto  il  linguaggio;  pel  Soave  non  è  più  nulla,  non  solo  perchè  è  monosillabismo  e  bisillabismo,  indifferentemente,  ma  perchè  non  è  più  un  principio,  ma  una  semplice  questione  di  maggiore  o  minore  bravura  meccanica.  Terzo,  finalmente,  il  Vico,  come  più  addietro  vedemmo,  nel  confronto  della  sua  con  la  dottrina  aristotelica  delle  categorie  grammaticali,  fa  di  queste  degl'  indici  delle  fasi  ideali  dell'umanità,  ne  fa  dei  segni  in  cui  si  siano  concretati  e  espressi  particolari  progressivi  atteggiamenti  dello  spirito  umano  :  il  Soave  con  la  logica  alla  mano  e  con  una  storia  di  sua  invenzione,  precisa  non  solo  nei  particolari  delle  circostanze  ma  degli  specifici  procedimenti  della  mente  umana,  fa  fare  all'umanità  un  cammino  inverso,  appunto,  per  dirla  con  la  maniera  stessa  del  Vico,  «  come  se  i  popoli,  che  si  ritrovaron  le  lingue,  avessero  prima  dovuto  andare  a  scuola  ò? Aristotile  ».  Ma  non  propriamente  d'Aristotile,  si  bene  dei  sensisti  del  secolo  decimottavo.  Perchè,  appunto,  questo  è  da  concludere,  che  il  Soave  ha  elaborata  la  materia  vichiana  col  sensismo  filosofico  del  suo  tempo.  Insomma,  sulla  guida  di  un'in-  tera e  compiuta  grammatica  logica,  fondata  sulle  distinzioni  di  materia  e  forma,  di  pensiero  e  segni,  di  idee  sensibili  e  astratte,  il  Soave  ha  costruito  una  storia  universale  umana,  facendo  cor-  rispondere ad  ogni  classe  grammaticale,  a  ogni  forma  inflessiva  di   nomi   e  di  verbi,   una  particolare  causa  sociale  e  naturale  che    Capitolo  quattordicesimo  413    l'abbia  prodotta.  Tanto  valeva  il  prescindere  dalla  sua  fantastica  narrazione  de'  due  piccoli  selvaggi,  e  darci  addirittura  una  gram-  matica logica.  Quella  che  ci  diede,  fu  dunque  una  copia,  un  du-  plicato ;  ma  prima  che  ne  diciamo  qualcosa,  ci  corre  l'obbligo  di  accennare  per  lo  meno  alla  grande  portata  filosofica  che  ha  invece  la  dissertazione  dell'Herder.   Lo  faremo  con  le  succose  parole,  documentate  da  opportune  citazioni,  del  Croce,  che  ne  porgono  una  chiara  idea  e  un  giusto  giudizio.  «  La  lingua    egli  dice  in  quello   scritto    è    la    ri-  flessione o  coscienza  (Besonnenheit)  dell'uomo.  "  L'uomo  mostra  riflessione  quando  spiega  con  tale  libertà  la  forza  della  sua  anima  che  in  tutto  l'oceano  di  sensazioni  penetranti  pe'  suoi  sensi,  può,  per  così  dire,    separare    un'onda,    ritenerla,   dirigere  su  di  essa  l'attenzione,  ed  esser  conscio  che  l'osserva.   Egli  mostra   rifles-  sione quando  può,  nell'ondeggiante  sogno   delle    immagini    che  passano  innanzi   ai    suoi   sensi,    raccogliersi   in  un    momento  di  veglia,   liberamente  soffermarsi  su  di  una   immagine,    prenderla  in  chiara  e  calma  considerazione,  separarne  de'  connotati.  Egli  mostra,   infine,   riflessione  quando  non  solo  può  conoscere  viva-  mente e  chiaramente  tutte  le  proprietà,  ma  può  riconoscere  una  o  più  proprietà  distintive".   Il  linguaggio    umano  "non  è  l'ef-  fetto di  n\\  organizzazione  della  bocca,  giacché  anche  colui  ch'è  muto  per  tutta  la  vita,  se  riflette,  ha  in        linguaggio  ;  non  è  un  grido  della  sensazione ,  giacché  esso  non   fu    trovato  da  una  macchina  respirante,  ma  da  una  creatura   riflettente  ;  non  è  un  fatto  d'imitazione,  giacché  l' imitazione  della  natura  è  un  mezzo,  e  qui  si  tratta  di  spiegare  lo  scopo  ;  molto  meno  è  convenzione  arbitraria,   il  selvaggio  nella   solitudine    del  bosco  avrebbe  do-  vuto crear  il  linguaggio  per    medesimo,  quand'anche  non  l'a-  vesse parlato.   Il  linguaggio  è    l'ifitesa    della  sua    anima  con    stessa,  intesa  tanto  necessaria,  quanto  che  l'uomo  sia  uomo"(').  Comincia  così  la  funzione  linguistica  ad  apparire  non  più  fatto  meccanico  od  arbitrio  ed  invenzione,   ma  creazione  ed  afferma-  zione prima  dell'attività  umana.   Benché  lo  scritto  dell'Herder,    come    il  Croce   stesso  nota,  non  dia  un  risultato  netto,  e  sia  solo  un  sintomo  e  un  presen- [Abhandlung  i'cber  den  Ursprung  der  Sprache,  nel  libretto:  Zwei  Preisschriften  etc.  (2a  ediz.  di  Berlino,   1789J,  specialm.  pp.  60-5.  (?)  Estetica,  p.  267.    414  Storia  della  Grammatica   timento  della  soluzione  da  dare  al  problema  del  linguaggio,  pure  ognun  vede  quanto  e  come  esso  superi  le  vedute  filosofiche  dell'enciclopedismo  francese  seguite  dal  Soave  e,  in  qualche  parte  e  precisamente  per  le  speciali  teorie  dell' interiezione  e  del-  V imitazione,  quella  dello  stesso  Vico,  che  l'Herder  pur  conobbe  ed  elogiò.     il  Vico    l'Herder,  al  quale  come  anche  all'amico  suo  Hamann  «  spetta  il  merito  di  aver  fatto  sentire  come  un  soffio  d'aria  fresca  anche  negli  studii  di  filosofia  linguistica  »  ('),  eb-  bero tra  noi  non  dico  la  preminenza  sulle  dottrine  logiche  dei  francesi,  ma  un  equivalente  grado  di  efficacia,  nonostante  che  un  seguace  e  del  Vico  e  dell'Herder,  il  Cesarotti,  raccogliesse,  più  ancora  del  Soave,  intorno  al  suo  Saggio,  che  in  parte  deriva  dagli  scritti  loro,  non  tenui  simpatie    basti  citare  il  nome  di  Francesco  Torti  {"')'■    la  tradizione  logico-grammaticale,  che  ha  il  suo  miglior  rappresentante  nel  Du  Marsais,  tenne  vittoriosa  il  campo,  contrastata  solo,  come  vedremo,  dal  risorto  purismo  ce-  sariano  -  puotiano,  fino  oltre  la  prima  metà  del  secolo  pas-  sato —  la  Grammatica  generale  del  Corradini  in  tutto  dumar-  saiana  è  del  1856!    cioè  anche  dopo  l'Humboldt,  ma  spolpata,  dissanguata,  scheletrita,  ridotta  ai  puri  schemi,  il  che  vuol  dire  alla  sua  forma  meno  feconda  e  più  noiosa,  e  pur  propinata  a  a  volte  in  libercoli  di  poche  pagine  perfino  agli  alunni  della  prima  e  seconda  classe  elementare  !   La  grammatica  stèssa  del  Soave  n'ègià  una  chiarissima  prova.   E  divisa  in  due  libri,  uno  dell'  Etimologia,  l'altro  della  Sin-  tassi —  un  trattatello  della  ortoepia  e  dell'ortografia  fu  scritto  a  parte,    ciascuno  de'  quali  suddiviso  in  4  sezioni  :  la  prima  del  I  svolge  la  parte  generale  delle  parti  del  discorso,  la  II  il  nome  (coi  suoi  affini,  aggettivo  e  pronome,  e  i  suoi  servitori,  se-  gnacasi e  articoli),  la  prima  delle  parti  logicamente  più  impor-  tanti :  la  III  il  verbo,  l'altra  parte  più  importante  del  discorso  (coi  suoi  partecipi,  gerundi  e  aggettivi  verbali);  la  IV  il  mi-  scuglio degli  accessori  logici  (3)  (preposizioni,  avverbi,  congiun-    (')  Croce,  Est.,  p.  265.   (2)  Trabalza,  Della  vita  e  delle  opere  di  F.  T.,  Bevagna,  1896,  e  Studi  sul  Boccaccio,  Città  di  Castello,  1905,  p.  75,  e  Croce,  Per  la  storia  della  critica  e  storiografia  letteraria,  Napoli,  1903,  p.  8  e  26  sgg.   (3)  '  Syncathegoremeta ',  '  consignificantia '.    Capitolo  quattordicesimo  4 1  5   zioni,  interposti)  ;  mentre  la  I  sezione  del  II  libro  svolge  la  prima  branca  della  sintassi,  la  concordanza,  la  II  la  seconda,  il  reggimento,  la  III  la  terza,  la  costruzione  (la  triple  synlaxe,  di-  ceva l'Enciclopedia,  de  co?icordance,  de  regime,  de  constructiorì),  la  IV  il  miscuglio  delle  figure  grammaticali  (ellissi,  pleonasmo,  sillessi,  enallage,  iperbato  -  le  cinque  figure  del  Sanzio).   Lo  schema,  come  qui  si  vede,  è  tracciato  sul  tipo  divenuto  ormai  tradizionale  nella  grammatica  francese  e  fondato  sulla  dot-  trina della  grammatica  generale  :  non  solo  del  Vico,  ma  neppur  del  Soave  autore  delle  discusse  Ricerche,  si  ha  più  alcun  sentore.  Questo  tuttavia  non  è  l'unico  danno  :  il  maggiore  è  che  lo  schema  sia  rimasto  schema,  mancando  quasi  affatto  quell'elaborazione  lo-  gico-critica della  materia  grammaticale  che  ammirammo  già  nel  Du  Marsais  e  nell'Enciclopedia.  Tutta  la  filosofia  si  riduce  a  definir  gli  schemi  molto  elementarmente  e  a  versarvi  dentro  ca-  taloghi di  forme  e  di  costrutti  con  scarsissime  citazioni  d'autori,  senz'ombra  di  spiegazioni  genetiche  delle  voci,  viceversa  con-  servando qua  e  là,  come  p.  es.  nel  trattato  della  costruzione,  le  antichissime  rettoricherie  sulle  fonti  dell'armonia  nel  discorso.  E  quel  po'  di  ragionamento  che  tenta  illuminare  la  parte  generale,  e  la  definizione  del  nome  e  del  verbo,  esula  affatto  in  tutto  il  resto  delle  classi  e  specie  e  sottospecie  grammaticali,  che  è  dato  così  nudo  e  crudo,  spoglio  persino  di  quel  fare  discorsivo  e  a  volte  vivacemente  polemico  e  di  quell'esemplificazione  onde  al-  meno si  ravvivava  l' interesse  del  lettore  nella  vecchia  gramma-  tica. La  geniale  veduta  del  Du  Marsais,  che  le  forme  gramma-  ticali, tranne  quelle  significatrici  di  cose,  articoli,  casi,  ecc.  rap-  presentino altrettanti  punti  di  vista  e  atteggiamenti  dello  spi-  rito, che  egli  applicava  con  altrettanta  genialità  ai  singoli  pezzi  d'espressione,  spargendovi  sempre  un  po'  di  luce  critica,  è  af-  fatto ignorata  da  questa  grammatica  del  Soave.  Tanto  che  i  compilatori  dell'edizione  bresciana  del  1830,  tenuta  sulla  mila-  nese del  1805  assistita  dal  Soave  stesso,  sentirono  il  bisogno  d'  intercalare  delle  Appendici  (autore  l'ab.  Bianchi)  e  dei  para-  grafi per  versarvi  con  mano  discreta  un  po'  di  metafisicherie,  facendo  cosi  una  cosa  ancor  più  astrusa,  arida  e  ibrida.  P.  es.,  nell'app.  al  cap.  I,  i  nomi  si  dividono  in  fisici  e  metafisici,  questi  in  metafisici  reali  o  sostayitivi,  e  in  metafisici  astratti  o  ideali:  delle  significazioni  delle  desinenze  di  questi  poi.  e  degli  agget-  tivi derivati  nell'app.   I  al  cap.  VI  son  date  numerose  categorie    416  Storia  della   Grammatica   {-ione,  -ento,  -lira,  -abile,  -evole,  -are,  -ivo,  -orlo,  -ido,  -usto,  -ace,  -ile,  -ale,  -estre,  -ino,  -ore,  -ibile,  ecc.)  con  un  imperio  d'in-  fallibilità assoluto.  E  tutto  anzi  è  logicamente  schematizzato,  a  tutto  è  data  una  funzione  logica,  in  modo  che  sembrerebbe  im-  possibile come  un  uomo  osasse  aprir  la  bocca  senza  aver  man-  dato a  memoria  tutta  questa  grammatica.  Lo  scopo  dell'appren-  dimento delle  lingue  fallisce  così  in  modo  assoluto,  e  anche  di-  datticamente vengono  queste  grammatiche  ad  avere  un  valore  negativo.   Invece  la  grammatica  filosofica  anche  ridotta  a  tale  schema  si  diffuse  e  divenne  di  moda  nelle  scuole,  come  di  moda  diven-  nero questa  specie  di  ricerche  filosofiche  sul  linguaggio.   De'  precedenti  italiani,  nella  prima  metà  del  secolo,  della  grammatica  ragionata  s'è  avuta  occasione  di  accennare  altrove,  segnalando  alcune  manifestazioni  veramente  notevoli  ;  ma  quei  metodi  e  nuovi  metodi  erano  ricalchi  di  Portoreale  e  compendi  elementari,  che,  in  ogni  modo,  eran  diretti  specialmente  allo  studio  del  latino,  per  quanta  parte  facessero  all'italiano;  tant'è  vero  che  non  riuscirono  a  diminuire  l'interesse  per  la  grammatica  empirica  che,  invece,  col  Buonmattei  e  col  Corticelli  seguitò  a  imperare.  Solo  nell'ultimo  quarto  del  secolo  cominciò  a  divam-  pare il  fervore  per  la  grammatica  generale.  Un  Piano  ovvero  ricerche  filosofiche  sulle  lingue  diede  nel  1774  D.  Colao  Agata  ;  Riflessioni  sugli  oggetti  apprensibili,  sui  costumi  e  sulle  cogni-  zioni umane  per  rapporto  alle  lingue  nel  1775  l'ab.  Ortes,  libri  che  già  dal  titolo  dichiarano  il  loro  contenuto;  nel  1783  Frane.  Ant.  Astore  pubblicò  a  Napoli  in  due  grossi  volumi  La  filosofia  dell 'eloquenza  o  sia  l  eloquenza  della  ragione  (il  titolo  non  po-  trebbe esser  più  chiaro),  «strano  miscuglio»,  dice  il  Gentile,  «delle  idee  del  Vico  con  quelle  dei  sensisti  »  (').  Nel  1785  uscì  il  famoso  Saggio  sopra  la  lingua  italiana  del  Cesarotti  (1730-  1808) ('),  sul  quale  ci  dobbiamo  fermare  un  poco  per  la  sua  diretta  connessione  con  la  critica  delle  categorie  grammaticali  :  anzi,  se    (')  Il  figlio  di  G.  B.    Vico,  p.   127,  nota.   (2)  In  Padova,  nella  stamperia  Penada  (ristampato  col  titolo  di  Saggio  sulla  filosofia  delle  lingue  nell'ed.  pisana  delle  Opere,  1S01,  t.  [.,  e  altre  volte).    Su  esso  e  sulla  questione  della  lingua  in  generale  nel  sec.  XVIII,  G.  Mazzoni,  La  questione  della  lingua  ita-  liana nel  secolo  XVIII  in  Tra  libri  e  carte,  Roma,  1S87.    Sul  Ce-  sarotti, V.   Alemanni,    Un  filosofo  delle  lettere^  Torino,    1894.    Capitolo  quattordicesimo  417    diverso  è  lo  scopo  finale,  nella  sua  sostanza  il  libro  è  una  nuova  grammatica  filosofica.  Ma  si  deve  dir  subito  ad  onore  del  Ce-  sarotti, tanto  più  che  trattasi  di  cosa  poco  nota,  che  egli  fin  dal  1769,  cioè  un  anno  prima  del  quesito  dell'Accademia  berli-  nese e  perciò  delle  dissertazioni  dell'Herder  e  del  Soave,  aveva  pubblicato  a  Padova  un'  Oratio  de  lingiiarum  origine ,  progressi*,  vicibus  et  pretio,  dove  è  già  manifesta  l'influenza  del  Vico  e,  se  non  il  germe,  certo  la  tendenza  della  dottrina  che  poi  doveva  sviluppare  nel  Saggio  (').   Questo,  dunque,  aveva  lo  scopo  di  criticare  cortesemente  la  Crusca  e  di  riformarla  e  ristorare  così  la  lingua  col  far  trion-  fare le  proposte  di  Crusche  regionali  e  d'un  Consiglio  italico  per  la  compilazione  di  due  diversi  vocabolari,  l'uno  pe'  dotti,  l'altro  pel  popolo.  Ma  più  che  in  questo  e  in  altre  vedute  par-  ticolari, come  una  maggior  considerazione  in  che  ebbe  i  dialetti,  la  difesa  discreta  de'  francesismi,  la  sconfessione  data  a  presunte  voci  eleganti  che  non  erano  se  non  antichi  gallicismi,  segni  tutti  della  posizione  diritta  e  composta  presa  dal  Cesarotti  nella  que-  stione della  lingua  verso  e  in  favore  d'un'italianità  viva  e  co-  mune (*),  il  valore  del  Saggio  è  nella  vera  parte  filosofica,  nella  quale  certo  s'ispirò  ai  pensatori  francesi,  ma  trasfuse  un  poco  di  (manto  potè  far  proprio  del  pensiero  vichiano.   Un  limpido  e  vivace  riassunto  del  Saggio  diede  il  Cesarotti  stesso  nella  lettera,  bella  per  arguzia  e  sincerità,  al  suo  contrad-  dittore, il  conte  Napione(3),  che  fu  in  concordia  col  Cesarotti  più  di  quanto  non  credesse  egli  stesso  (').  «Io  m'era  prefisso  »,  di-  ceva dunque,  «  di  toglier  la  lingua  al  despotismo  dell'autorità,  e  ai  capricci  della  moda  e  dell'uso,  per  metterla  sotto  il  go-  verno legittimo  della  ragione  e  del  gusto  ;  di  fissare  i  principi  filosofici  per  giudicar  con  fondamento  della  bellezza  non  arbi-  traria dei  termini,  e  per  diriger  il  maneggio  della  lingua  in  ogni  sua  parte,  cosa  non  so  se  eseguita  pienamente  da  altri,  e  certo  non  più  tentata  fra  noi  ;  di  far  ugualmente  la  guerra  alla  su-  perstizione e  alla  licenza,  per  sostituirci    una    temperata  e  giu-    (')  Croce,  Per  la  storia  della  critica  e  della  storiografia  cit. ,  p.  26.   (2)  Cfr.  D'Ovidio,  Le  correz. Ediz.  di  Napoli  (Biblioteca  portatile  ed    istruttiva),  G.  Pedone  Lauriel. V.  in  proposito,  il  D'Ovidio,  loc.  cit.   C.  Trabalza.  27    41S  Storia  della  Grammatica    diziosa  libertà  :  di  combattere  gli  eccessi,  gli  abusi,  le  preven-  zioni d'ogni  specie;  di  temperare  le  vane  gare,  le  ricche  par-  zialità; di  applicare  alfine  le  teorie  della  filosofia  alla  nostra  lingua,  d'indicar  i  mezzi  di  renderla  più  ricca,  più  disinvolta,  più  atta  a  reggere  in  ogni  maniera  di  soggetto  e  di  stile  al  pa-  ragone delle  più  celebri,  come  lo  può  senza  dubbio  quando  sag-  giamente libera  sappia  prevalersi  della  sua  naturale  pieghevo-  lezza e  fecondità.  Per  eseguir  questo  piano  presi  dapprima  a  combattere  alcune  opinioni  dominanti....  Negai  la  nobiltà  in  cuna  di  alcune  lingue  privilegiate,  la  superiorità  senza  limiti,  la  per-  fezione assoluta,  la  fissità  inalterabile,  la  ricchezza  non  bisognosa  d'aumento,  il  pregio  inarrivabile  dell'eterna  vestali    delle  lingue...  Mi  opposi  alla  tirannide  dell'uso,  all'idolatria  dell'esempio,  ac-  cordando all'uno  e  all'altro  quell'autorità  che  potea  conciliarsi  colla  ragione,  giudice  legittimo  e  dell'esempio  e  dell'uso;  pro-  vocai alfine  a  nome  degli  scrittori  non  volgari,  dal  tribunale  dei  grammatici  pedanteschi  a  quello  dei  grammatici  filosofi,  i  quali  sanno  che  la  lingua  è  1'  interprete  del  pensamento,  e  la  ministra  del  gusto.  Fatta  così  strada  al  mio  assunto,  passai  a  determi-  nare colie  teorie  filosofiche  la  bellezza  intrinseca  ed  essenzial  delle  lingue,  fissandone  i  canoni,  e  applicandoli  a  ciascuna  delle  loro  parti  così  logiche  che  rettoriche  ;  nella  qual  trattazione  mi  lusingo  (come  il  Soave!)  d'aver  in  poco  ristretto  molto,  detto  più  cose  non  comuni    inutili,  e  gittato  sul  mio  soggetto  qualche  nuovo  colpo  di  lume  atto  a  rischiararlo  con  precisione,  e  a  pre-  venir molti  abbagli  ».  E  dopo  aver  accennato  al  confronto  tra  l'italiano  e  il  francese,  all'abuso  del  francesismo,  alla  indistrut-  tibile libertà  di  crear  nuovi  vocaboli,  alla  storia  della  nostra  lingua  e  allo  stato  attuale  e  allo  spirito  dominante  del  secolo  per  escogitar  i  mezzi  dell'uso  e  del  giudizio,  ecc.,  manifesta  che  lo  spirito  dell'opera  sua  era  di  dire  agi'  italiani:  «....  sappiate  pensare  e  sentire,  e  la  figura  del  concetto  verrà  a  stamparsi  nell'espressione,  che  sarà  conveniente,  vivace,  italiana  e  nostra  :  voi  non  sarete  più  schiavi    dei  dizionari    dei  grammatici,  non  sarete    antichisti    neologisti,    francesisti    cruscanti,    imitatori  servili    allettatori  di  stravaganze:  sarete  voi,  voglio  dire  italiani  moderni  che  fanno  uso  con  sicurezza  naturale  d'una  lingua  libera  e  viva,  e  la  improntasentire,  e  la  figura  del  concetto  verrà  a  stamparsi  nell'espressione,  che  sarà  conveniente,  vivace,  italiana  e  nostra  :  voi  non  sarete  più  schiavi    dei  dizionari    dei  grammatici,  non  sarete    antichisti    neologisti,    francesisti    cruscanti,    imitatori  servili    allettatori  di  stravaganze:  sarete  voi,  voglio  dire  italiani  moderni  che  fanno  uso  con  sicurezza  naturale  d'una  lingua  libera  e  viva,  e  la  improntano  delle  marche  caratteri-  stiche del  proprio  individuai  sentimento  »  (pp.    194-198).   Sarebbe    superfluo    notare  che  le    vedute    filosofiche  domi-    Capitolo  quattordicesimo  419    nauti  circa  la  lingua  é  la  grammatica  qui  non  solo  non  sono  su-  perate, ma,  sotto  la  spigliatezza  e  la  vivacità  dell'esposizione,  permangono  immutate.  Noi,  riferendo  quel  riassunto,  abbiamo  inteso  soprattutto  mostrare  che  la parte  veramente  ninna  del  suo  Saggio  anche  pel  Cesarotti  era  l'applicazione  dei  canoni  fi-  losofici alla  spiegazione  delle  categorie  rettorico-grammaticali.   Diamole  uno  sguardo.  Fissato  che  «  la  lingua  scritta  dee  aver  per  base  l'uso,  per  consigliere  l'esempio,  e  per  direttrice  la  ragione»  (p.  22) —  lingua  pura  è  sinonima  di  barbara,  ogni  lingua  essendosi  formata  dall'  accozzamento  di  varj  idiomi  come  è  dimostrato  «  dai  sinonimi  delle  sostanze,  dalla  diversità  delle  declinazioni,    e  coniugazioni,  dall'irregolarità  dei  verbi,  dei  nomi,  della  sintassi,  di  cui  abbondano  le  lingue  più  colte  »  (pag.  101)    e  stabilito  che  «  la  giurisdizione  sopra  la  lingua  scritta  appartiene  indivisa  a  tre  facoltà  riunite,  la  filosofia  (==  ra-  gione), l'erudizione  (=  uso),  ed  il  gusto  (=  esempio)»  (p.  24),  con  la  scorta  della  prima  di  queste  facoltà,  osserva  «  che  la  lingua  come  materia  del  discorso  consta  di  due  parti,  l'ima  delle  quali  chiameremo  logica,  l'altra  rettorica.  Logica  sarà  quella  che  serve  unicamente  all'uso  dell'  intelligenza,  somministra  i  segni  delle  idee,  del  vincolo  che  li  lega  tra  loro,  e  di  tutti  quei  rap-  porti di  dipendenza  che  ne  formano  un  tutto  subordinato  e  con-  nesso. Rettorica  è  quella  parte  che,  oltre  all' istruir  l'intelletto,  colpisce  l'immaginazione;    contenta  di  ricordar  l' idea  princi-  pale, la  dipinge,  o  la  veste,  o  l'atteggia  in  un  modo  più  parti-  colare e  più  vivo,  o  ne  suscita  contemporaneamente  altre  d'ac-  cessorio, le  quali  oltre  all'oggetto  indicato  dinotano  anche  un  qualche  modo  interessante  di  percepirlo,  o  un  grado  di  sensa-  zione »  (p.  24).  I  diritti  della  fantasia  affermati  così  recisamente  di  contro  a  quelli  dell'  intelletto  sono  certo  una  novità  rispetto  alla  grammatica  ragionata  dell'Enciclopedia  che  non  conosce  al-  cuna altra  funzione  nel  discorso  diversa  dalla  logica;  ma  è  una  veduta  non  nuova  nelle  opere  del  Cesarotti,  per  le  quali  era  stato,  come  dice  il  Croce,  «  celebrato  ai  suoi  tempi  in  Italia  come  colui  che  "colla  più  pura  face  della  filosofia  aveva   rischiarati  gl'intimi  penetrati  della  Poesia  e  dell'Eloquenza    ('),  benché  certo  non  sembri  j>j,  nella  quale  cerca  di  combattere  il  fi-  losofismo intemperante  anche  in  materia  di  gusto.  Riconosce  che  la  filosofìa  ha  distrutto  viete  idee  anche  in  materia  di  lingua,  ma  osserva  che  non  tutto  può  distruggere  in  modo  che  tra  lingua  e  lingua  non  ci  sia  più  distinzione.  «Dall'esame  dell'origine  risica  delle  lingue  apparisce  in  primo  luogo  che  altre  sono  eleganti,  altre  barbare,  e  che  alcuna  è  pienamente  ed  assolutamente  su-  periore ad  un'altra;  apparisce  inoltre  che  una  anche  cieca  ade-  renza all'uso,  ed  agli  scrittori  approvati  nella  scelta  delle  parole  discende  dalla  natura  e  dall'indole  medesima  del  linguaggio»  (p.  191.  Nel  >j  21  1  Idea  della  grammatica  e  dei  grammatici '),  alla  tesi  che  i  grammatici  non  hanno  alcuna  autorità  legislativa  con-  trappone la  seguente  definizione  della  grammatica,  dove  par  di  sentir  un'eco  come  del  noto  brano  del  De  vulgari  eloquentia  in  cui  della  grammatica  (la  lingua  immutabile)  si  porge  l'idea.  Non  per  nulla  il  Velo  era  concittadino  del  primo  editore  del  libretto  dantesco.  «  La  grammatica  è  una  importantissima  ;  e  principalis-  sima  parte  della  logica;  una  cospirazione,  un  consenso  de'  primi  scrittori  in  alcuni  precetti,  ed  alcune  regole  di  favella  a  prefe-  renza, ed  esclusione  di  alcuni  altri  ;  cospirazione  e  consenso,  che  preser  consistenza  col  tempo  e  forza  di  consuetudine,  e  che  for-  mano il  carattere  proprio  e  l' indole  d'una  lingua  scritta  qua-  lunque ;  una  legislazione  finalmente,  ed  un  codice  convenzionale,  ove  ferma  ed  invariabile  parla  l'intenzione  d'un  popolo  per  fis-  sare i  modi  vocali  di  comunicarsi  le  proprie  idee,  e  di  perpe-  tuarle alla  posterità  cogli  scritti  »  (pp.  48-9).   La  protesta  del  Velo  è  un  prodromo  della  prossima  rea-  zione puristica.   Nel  1791  uscì  l'opera  del  Galeani  Napione,  Dell'uso  e  dei  pregi  della  Ungila  italiana  ("),  le  cui  principali  accuse,  d'indole  rettorica  e  non  grammaticale,  al  Saggio  del  Cesarotti,  sono  di  fa-  vorire il  libertinaggio  della  lingua  e  di  difendere  troppo  appas-  sionatamente il  francesismo.  La  nota  polemica,  ormai,  per  quanto  concerne  la  cosiddetta  questione  della  lingua,  convenientemente    (')  Vicenza,  Giusto,  s.  a.   (?)  Libri  tre,  con  giunta  degli  opuscoli,   in  due   voli.    Seguo    la  bella  edizione  dello  Stabilimento   tipografico    Fontana,    Torino,    1S46.    42S  Storia  della  Grammatica   illustrata,  non  ci  riguarda  in  modo  diretto.  Pure,  non  vogliamo  lasciarci  sfuggir  l'occasione  di  dire  che  a  questo  eccellente  libro  del  Napione  non  è  stata  data,  o  meglio  riconosciuta  tutta  l' im-  portanza che  meritava  :  la  sua  vera  portata  non  è  tanto  nella  tesi  sostenuta,  nel  campo  strettamente  linguistico,  d'un'  italia-  nità larga,  nobilmente  intesa  ed  egualmente  schiva  del  france-  sismo e  dell'  idiotismo  fiorentinesco  (per  questo  riguardo il  libro  lascia  la  secolare  controversia  come  la  trova),  quanto  nella  de-  scrizione che  vi  si  fa  delle  vicende  della  nostra  lingua  sotto  il  rispetto  della  civiltà  e  dell'anima  italiana:  esso  è,  insomma,  un  documento  importantissimo  per  la  storia  della  nostra  cultura  fornito  dalla  considerazione  rettorica  o  stilistica  o  estetica  come  si  voglia  chiamare  della  lingua  italiana  specie  in  confronto  con  la  francese  e  dall'evocazione  delle  circostanze  della  sua  fortuna.  Il  fine  del  Napione  è  pedagogico  :  favorire  per  mezzo  della  dif-  fusione e  del  culto  della  nobile  lingua  d' Italia  il  primato  civile  degl'  Italiani:  "  satis  mirari  non  queo  ",  è  il  motto  ciceroniano  (De  fin.,  I,  3)  che  il  libro  porta  in  fronte,  "  unde  hoc  sit  tam  insolens  domesticarum  rerum  fastidium;"  «in  questo  secolo,»  è  detto  subito  in  principio,  «  dietro  la  scorta  dei  Le-Clerc,  dei  Locke,  dei  Leibnitz,  nomi  grandissimi,  i  Genovesi,  i  Du-Marsais,  i  Condillac,  i  Michaelis,  i  Cesarotti  ed  altri  sottili  ingegni  hanno  creduto  di  dover  esaminare  filosoficamente  la  natura  delle  lingue  ;  mentre  altri  si  sono  applicati  più  particolarmente  ad  osservare  e  descrivere  il  genio,  l' indole,  la  storia  di  un  determinato  idioma.  Laonde  questa  materia  di  grammaticale  e  letteraria,  che  al  più  era,  è  diventata  filosofica,  e  diventar  dovrebbe  eziandio  politica,  mercè  il  giovamento  che  può  arrecare  alla  civile  società  »;  ma,  appunto  per  questo,  gli  argomenti  il  Napione  è  portato  a  trarli  dalla  storia,  osservando  nello  specchio  della  lingua  i  riflessi  dello  spirito  italiano  e  nella  fortuna  e  nella  stima  che  essa  godette  nei  secoli  passati  specie  presso  gli  stranieri  e  in  ogni  genere  di  let-  teratura, la  sua  feconda  ed  elastica  virtù.  Non  possiamo  preten-  dere dal  nostro  autore  una  considerazione  storica  (di  storia  della  coltura,  s'intende,  e  non  artistica)  della  lingua  italiana  quale  può  darci  la  critica  moderna  cosi  scaltrita  ne'  principi  e  così  ricca  di  mezzi,  ma  ben  possiamo  appagarci  dello  sforzo  che  egli  compie  per  iscoprire  di  sotto  alle  qualità  rettoriche  tradizional-  mente affermate  nella  nostra  lingua  atteggiamenti  e  vitalità  di  spiriti  quali  egli  per  lo  meno  sente  nell'anima  italiana.  Addurrò,    Capitolo  quattordicesimo  429   per  conchiudere,  non  potendo  far  qui  lungo  discorso,  qualche  esempio.  Per  confutare  il  Condillac,  il  quale  sosteneva  «  doversi  ascrivere  a  difetto  e  ad  imitazione  servile  »  del  genio  latino  la  tendenza  italiana  a  «  riunire  e  connettere  in  un  sol  periodo  mag-  gior numero  di  idee  »,  il  Napione  osserva  :  «  Ognun  sa  che  il  vedere  e  discernere  diversi  oggetti  in  un  sol  punto,  il  cono-  scerne le  relazioni  tra  loro,  il  comporre  di  molte  idee  partico-  lari una  generale,  il  veder  le  idee  secondarie  che  rischiarano,  confermano  o  corteggiano  la  principale,  si  è  uno  de'  pregi  mag-  giori delle  menti  più  vaste  e  più  sublimi.  V'ha  pertanto  ragion  di  credere  che  questa  pratica  degl'  Italiani,  di  radunare  comu-  nemente in  un  periodo  più  cose  che  i  Francesi  non  fanno,  pro-  venga da  una  facilità  maggiore  di  rapidamente  trascorrere,  e  vedere  e  combinare  cose  diverse  insieme»  (I,  pp.  172-3).  «Chi  è  caldo  e  passionato  odia  l'uniformità:  coll'alterare,  col  sospen-  dere l'ordinata  costruzione,  attizza  la  curiosità,  e  tien  fissa  l'at-  tenzione. Sino  il  volgo,  se  è  commosso,  parla  in  figure,  traspo-  sizioni, trasporti  di  frasi,  e  più  in  quelle  contrade  dove  ha  mag-  gior fuoco,  ha  maggior  anima;  il  che  dimostra,  se  dobbiamo  dar  retta  a  certuni,  che  un  popolo,  qual  si  è  il  francese,  che  si  è  fatta  una  lingua  serva  e  pedestre,  è  più  freddo  in  sostanza  di  quel  che  sembri  in  apparenza  vivace  (');  brio,  che  vien  però  detto  da  molti  fuoco  fatuo,  e  caldo  superficiale  »  (I,  p.  174).  Lo  sguardo  del  Napione  non  arriva  all'intimo  accento  di  partico-  lari espressioni  e  di  particolari  periodi  storici  della  lingua  e  di  particolari  affinità  spirituali  ;  pure  nell'  indagare  i  motivi  della  fortuna  della  lingua  italiana,  anche  se  rimane  alla  superficie,  tenta  di  comprendere  i  caratteri  generali  di  determinati  periodi  meglio  fortunati  e  generi  linguistici,  da  poterne  cavare  qualche  raggio  di  luce  spirituale.  In  og ni  modo  egli  raccoglie  tante  te-  stimonianze e  richiama  tanti  libri,  che,  anche  per  questo  ri-  guardo, è  uno  degli  autori  più  ricchi  che  ci  possa  offrire  la  nostra  storia.   Tornando  al  Cesarotti,  aggiungeremo  che  a  taluno  è  parso  che  anche  il  Pignotti,  nella  sua  Storia  della  Tosca?ia confutasse  forse  con  più  fortuna  ed  efficacia  del  Napione  il  padovano  il-  lustre specialmente  per  quanto  concerne  la  toscanità  della  lingua  italiana  Ci.    Ci  Bettinelli,  Lett.  cit.,  lett.  X,  p,   19.  (I   Mazzoni,   L'Ott.,  p.  30.    430  Storia  delia  Grammatica    II.   La  grammatica  ragionata  si  propagò  ben  presto  nelle  scuole,  non  escluse  le  prime  classi  delle  elementari,  ma  anche  in  uno  stato  di  pronta,  quasi  immediata  degenerazione.  Ciò  che  per  altro  non  maraviglia.  Un  Corso  teorico  di  Logica  e  Lingua  Ita-  liana e  un  discorso  filosofico  sulla  metafisica  delle  lingue  aveva  pubblicato  già  fin  dal  1783  (')  Idelfonso  Valdastri,  citato  poi  spesso  con  lode,  come  dal  Romani  e  dal  Caleffi,  un  sensista  che  diede  più  tardi  Lezioni  di  analisi  delle  idee  (*),  dove  non  fa  che  «seguire  i  dettami  dell'intimo  senso,  che  è  il  criterio  universale  del  genere  umano,  da  cui  solo  si  possono,  e  si  devono  ragionevol-  mente dedurre  »  (I,  xvn),  nemi co  acerrimo  di  Aristotile  che  «dominava  da  tiranno  le  scuole».  In  un  Indirizzo  pel  ragionato  uso  della  lingua  italiana,  edito  a  Venezia  nel  1798,  s'insiste  sulla  necessità  di  non  far  de'  giovinetti  de'  pappagalli,  ma  d' il-  luminarli con  la  ragione,  e  si  spiega  il  concetto  di  sostanza  (da  subtus  stans)  e  di  qualità  con  un  curioso  esercizio  di  far  osser-  vare un  dato  frutto,  appressar  le  narici  e  toccarlo  col  dito!  (P-  73)-  Un  P.  Simionato  in  un  Nuovo  metodo  facile  e  ragionato  di  apprendere  la  lingua  italiana  (  ),  che  egli  stesso  dichiara  unico,  comincia  la  sua  esposizione  con  le  solenni  domande,  che  diverranno  presto  di  moda  :    Perchè  parlate  voi  ?    Come  vi  fate  intendere?  E  tutto  il  ragionio  finisce  lì.  Il  napoletano  Gio-  vanni Vincenzo  Meola  col  suo  Compendio  del  nuovo  metodo  per  apprendere  facilmente  la  lingua  italiana,  ritrovato  da'  migliori  grammatici  aduso  de  propri  figliuoli^  '),  compilato  specialmente  allo  scopo  di  condurre  alla  cognizione  dell'  italiano  senza  sup-  porre quella  di  alcun  altro  linguaggio  (p.  IX),  ritorna  invece  al  metodo  di  Portoreale,  come  aveva  fatto  l'Ajello  per  il  latino  e  il  Martorelli  per  il  greco,  prendendo  a  fondamento  il  Corti-  celli  (ma  intorno  al  ripieno  par  che  saccheggi  piuttosto  il  Buon-  mattei);   redige  le  sue  regole  in  versi,  e  annunzia  un  Nuovo  me-    (')  Guastalla,  Costa.   (2)  In  Milano  Galeazzi,   1807,  voli.  2.    Il  V.  era  segretario  scien-  tifico dell'Accademia  di  Scienze,  Belle  Lettere,  ed  Arti  di    Mantova.  Venezia,   1799.  (')  Napoli.  V.  Orsino.] todo  completo  in  due  volumi,  in  cui  metterà  a  profitto  tanti  altri  trattati  speciali.   A  Napoli,  per  altro,  dove  qualche  raggio  di  luce  vichiana  non  mancò  mai  di  spandersi  sulle  menti,  è  lecito  credere  che  in  armonia  coli' insegnamento  letterario  del  Marinelli  e  con  i  prin-  cipi propugnati  dall'autore  del  noto  Progetto  di  legge  del  1809  per  la  riforma  della  P.  I.  nel  Reame,  la  grammatica  non  fosse  almeno  in  quel  breve  periodo  di  tempo  egualmente  bistrattata.  Il  Vico  stesso  e  dalla  cattedra  di  eloquenza  latina  che  tenne  nel-  l'Università di  Napoli  e  nella  sua  scuola  privata  di  eloquenza  e  lettere  latine  e  in  quei  documenti  pedagogici  che  sono  il  De  nostri  temporis  studiorum  ratione  (1708),  le  Insiitu-  tiones  oratoriae  (171 1)  e  la  stessa  Vita,  tenne  sempre  Y  eloqjientia  sinonimo  di  sapie?itia,  diede  cioè  sempre  un  insegnamento  più  di  cose  che  di  parole,  non  indugiandosi  mai  in  pedanterie  gram-  maticali, sebbene  fossero  «da  lui  come  di  passaggio  avvertiti  i  vezzi  della  lingua,  le  origini  e  proprietà  delle  voci,  la  bellezza  e  signoria  delle  espressioni  »  ('),  e  giudicando  che    la  filosofia  cartesiana    l'aristotelica  fé'  gran  prò  alle  cose  oratorie,  ma  la  platonica,  e  di  questa  la  dialettica  (")•  Anche  per  il  figlio  Gen-  naro, che,  traendone  ispirazione  e  conservandone  i  sani  criteri,  degnamente  gli  successe  nel  medesimo  insegnamento  che  tenne  fino  al  1777  per  unirvi  quello  della  poesia  fino  al  1786,  quando  vi  fu  sostituito  da  Ignazio  Falconieri,  la  vera  eloquenza  fu  sempre  quella  che  scaturisce  dal  pieno  possesso  dell'argomento  ;  insistè  «sempre  sull'importanza  del  contenuto,  combattendo  il  puro  studio  della  forma  vuota,  le  virtuosità  stilistiche,  le  minuzie  gram-  maticali, ed  incitando  i  giovani  agli  studi  seri  e  profondi  »  (').  Anzi,  in  sua  lode  speciale  dobbiamo  aggiungere  che  i  suoi  Avverti-  menti per  V  insegnamento  del  latino  (editi  dal  Gentile  sull'autogr.  esistente  tra  le  carte  Villarosa)  nella  parte  che  riguarda  i  rudi-  menti   di    grammatica    sono    anche    nei    particolari  conformi    al    11)  Vita  di  G.  B.  Vico  scritta  dal  Solla,  cit.  in  Gentile,  Il  figlio  di  G.  B.  Vico  e  gl'inizi  dell' inseg.  di  leti,  il.  /iella/?.  Univ.  di  Napoli  con  docc.  inedd.  (Estr.  dall' Arck.  si.  p.  le  Prov.  Nap.,  XXIX  e  XXX),  Napoli,  1905,  importantissimo  volume  che  ci  serve  di  fonte  e  di  guida  a  proposito   de'  due  Vico  e  de'  loro  successori.   C)  Inst.   Orai,  in  Opere,  VII,  7-8,  cit.  dal  Gentile.   (3)  Gentile,  op.  cit.,  p.   168.    432  Storia  delia   Grammatica   primo  Metodo  del  Du  Marsais,  che  certo  non  avrà  conosciuto,  non  solo  perchè  non  lo  nomina  in  nessuna  maniera,  ma  perchè,  come  i  suoi  Avvertimenti,  quel  Metodo  fu  steso  per  un  privato  discepolo.  Era  insegnamento  di  grammatica  latina,  naturalmente,  perchè  di  quello  della  grammatica  volgare  anche  in  Napoli  si  sentì  molto  tardi  il  bisogno  :  quando  nel  1777  fu  sdoppiata  la  cattedra  di  Gennaro  Vico  in  quella  che  il  Gentile  chiama  la  ri-  forma universitaria  dell'  illuminismo,  e  fu  istituita  la  cattedra  di  Eloquenza  italiana  (per  merito,  pare  al  Napoli-Signorelli,  di  Ferdinando  IY,  e  per  un'ispirazione  che  risale,  nota  il  Gentile,  al  Genovesi,  che  fu  il  primo  a  insegnar  in  italiano  e  già  dal  1767  aveva  proposto  '  una  scuola  di  lingua,  di  eloquenza  e  di  poesia  toscana  ')('),  allora,  dico,  a  certi  vecchioni  la  novità  fece  un'im-  pressione di  maraviglia:  «Quali  cattedre  (van  dicendo)  !  lingua  italiana,  agricoltura,  chimica,  commercio,  diplomatica,  storia  na-  turale, geografia  fisica.  Fa  mestieri  di  un  pubblico  professore  per  istudiar  la  lingua  volgare  che  parliamo  dalle  fasce..?».  Ma  lo  spirito  della  tradizione  restava.  Restò  infatti,  anche  se  il  Vico  è  probabile  sia  stato  tra  quei  vecchioni,  non  tanto  forse  perchè  quel  nuovo  insegnamento  «  non  fu  che  una  duplicazione  della  vecchia  Rettorica,  che  s'insegnava  nell'Università  di  Napoli  dalla  metà  del  cinquecento  »,  quanto  perchè  «  della  sorte  toccatagli  di  raggiungere  dopo  40  anni  d'insegnamento  quello  stipendio  di  300  ducati,  che  altri  aveva  ottenuto  tanto  più  presto,  p.  e.  don  Luigi  Serio  »  (2),  ebbe,  nel  1797,  a  muovere  non  lievi  la-  gnanze. Quel  Serio  stesso,  infatti,  che  fu  assunto  alla  nuova  cattedra,  in  un  manifesto  «  con  cui  dopo  14  d' insegnamento,  annunziò  la  pubblicazione  delle  sue  Istituzioni,  che  non  sembra  poi  vedessero  la  luce  »  (3),  diceva  che  il  primo  tomo  conterrebbe  «le  più  importanti  questioni  intorno  all'origine,  all'indole  ed  al  carattere  della  lingua;  e...  tutto  ciò,  che  principalmente  alla  grammatica  appartiene,  ma  con  animo  di  veder  come  esser  possa  una  delle  fonti  dell'eloquenza  »(').  Dove  non  par  solo  di  sen-  tire Gennaro  Vico,  ma  anche  il  Cesarotti  e  compagni.  Tuttavia  l' insegnamento  del  Serio  non  è  neppur  paragonabile  con  quello    (')  Gentile,  op.  cit.,  p.   116  sgg.   (?)  Gentile,  op.  cit.,  p.   11S.   (3)  Gentile,  op.  cit.,  p.   118.   (')  Agli  amatori  della  bella  letteratura  in  Gentile,  op.  e  loc.  cit.    Capito/o  quattordicesimo  433    che  dovette  impartire  il  Marinelli  (1765-1813),  assunto  nel  1808  alla  medesima  cattedra  abolita  nel  99  e  ristabilita  sotto  Giuseppe  Napoleone  e  autore  d'una  molto  lodata  Filosofia  dell'eloquenza^.  «  Il  fondo»,  dice  il  Gentile,  che  ne  ha  esaminate  la  Prolusione  e  dopo  questa  l'opera  ora  accennata,  «è  ancorala  rettorica  :  ma  che  rivoluzione  »!  Tale  insegnamento,  concludeva  il  Marinelli  in  quella  Prolusione,  avrebbe  istruita  la  gioventù  «senza  obbligarla  al  meccanismo  de'  precetti,  e  senz'ingolfarla  nelle  minuzie  gram-  maticali, che  sono  per  lo  più  disgradevoli  alle  persone  di  già  avanzate  negli  studj  »  (').  Alla  Filosofia  dell'eloquenza,  dove  si  grida  contro  le  regole  colle  quali  si  vorrebbe  supplire  al  talento  «di  un'anima  che  signoreggia  sulle  anime  mercè  l'ascendente  della  parola»  (p.  io)(3),  e  dove  «qua  e    lampeggia  un  inge-  gno critico  non  comune,  corrisponde  per  importanza  di  vedute  il  già  cit.  «  Rapporto  o  progetto  di  legge  presentato  nel  1809  a  G.  Murat  dalla  Commissione  straordinaria  pel  riordinamento  della  P.  I.  nel  Regno  di  Napoli,  di  cui  fece  parte  quello  spirito  illuminato  di  Melchiorre  Delfico,  ma  fu  relatore  e  vero  autore  Vincenzo  Cuoco  »  (4).  In  questo  che  il  Gentile  chiama  «  il  do-  cumento pedagogico  e  scientifico  più  notevole  »  in  cui  si  sia  im-  battuto nella  sua  ricerca,  il  Cuoco  «  grandeggia  come  un  alto  spirito  solitario,  giacché  egli  si  rannoda  direttamente  al  pensiero  d' un  grande  morto,  rimasto  nome  sacro  ma  incompreso  per  tutto  il  periodo  che  abbiamo  qui  addietro  percorso  e  per  cui  si  distese  la  vita  vuota  di  Gennaro  Vico.  Il  nome  del  padre  di  costui  ricorre  in  questo  scritto  più  d'una  volta.  Sono  esplicita-  mente richiamate  alcune  delle  idee  più  geniali  dell'orazione  De-  nostri teinporìs  studiorum  ratione  »(5).  A  proposito  della  Scienza  nuova,  dice  tra  l'altro:  «Quello  però  che  possiam  dire  con  si-  curezza si  è,  che  la  dottrina  del  Vico  è  nota  e  adottata  quasi  tutta  intera  nelle  sue  applicazioni  ;  ma  n'è  rimasta  oscura  la  teoria  generale,  da  cui  tali  applicazioni  dipendono,  e  da  cui  si  possono  rendere  più  ampie  e  più  certe  »  (°).  Per  la  scuola  media,    (')  Napoli,  presso  Angelo  Trani,   1S11.   (2)  Gentile,  op.  cit.,  p.   12-.   (3)  In  Gentile,  op.  cit.,  p.  126.   (4)  Gentile,  op.   cit.,  p.   135.   (6)  Gentile,  op.  cit.,  pp.   135-6.  Gentile,  op.  cit..  p.   136.   C.  Trabaiza.    434  Storia  delia  Grammatica   il  Cuoco  inizia  «  una  riforma  capitale,  mettendo  a  capo  di  tutte  le  materie  da  insegnarvi  la  lingua  italiana,  della  quale  nelle  scuole  mezzane  non  s'era  pensato  ancora  a  far  oggetto  di  studio  speciale  ».  «  Il  linguaggio  »,  dice  il  Rapporto,  «  non  è  solamente  la  veste  delle  nostre  idee,  siccome  i  grammatici  dicono,  ma  n'è  anche  l' istrumento.  La  prima  lingua,  che  noi  dobbiamo  sapere,  è  la  propria.  L'educazione  de'  nostri  collegj  dava  troppo,  ed  inutilmente,  allo  studio  grammaticale  delle  lingue  morte.  Le  lingue  non  si  possono  apprendere  bene  per  via  di  grammatiche  e  di  vocabolari  :  lo  avverte  benissimo  il  proverbio  :  aliud  est  grammatico ,  aliud  est  latine  loqui ;  e  l'esperienza  giornaliera  lo  conferma.  I  precetti  della  grammatica  in  ogni  lingua  sono  pochi  e  semplici,  e  tra  le  grammatiche  la  più  breve  è  sempre  la  mi-  gliore. Lo  studio  della  lingua,  e  non  già  della  grammatica,  deve  esser  lungo  :  ma  ogni  studio  soverchio,  che  si    alla  gramma-  tica, è  tolto  al  vero  studio  della  lingua,  la  quale  non  si  apprende  se  non  colla  lettura  e  retta  imitazione  de'  classici.  Noi  diremo  anche  di  più  :  rende  più  facile  lo  studio  delle  lingue  morte  il  saper  bene  la  propria  e  vivente.  Tutte  le  lingue  hanno  un  mecca-  nismo comune,  il  quale  dipende  dalla  natura  comune  delle  menti  umane  ».  «  Da  questo  principio  vichiano  il  Cuoco  desume  che  quella  che  occorre  studiare  è,  a  proposito  della  lingua  nostra,  una  grammatica  generale,  una  grammatica  con  metodo  filosofico,  che  faciliti  l'apprendimento  delle  altre  lingue.  E  doveva  avere  in  mente  la  Grammatica  generale  del  Du  Marsais,  che  cita  in-  fatti poco  dopo  a  proposito  dei  tropi»!1),  ma  di  un  Du  Mar-  sais, osserva  poi  il  Gentile  acutamente,  «  cuochiano,  o  vichiano  che  si  voglia  dire  »  (*).   Ma  la  riforma  non  fu  fatta,  e  dopo  il  Marinelli,  col  Ricci(J)    (')  Gentile,  op.  cit. ,  pp.   137-8.   (2)  Gentile,  op.  cit.,  p.   144.   (:ì)  Scrisse  Della  vulgati  eloquenza  libri  due,  1813.  Vi  si  paragona  al  Bembo  di  cui  vuol  ricalcare  le  orme.  Sa  ricordare  che  le  regole-  delia  Grammatica  furono  fissate  dal  Fortunio  e  poi  dal  Bembo,  p.  io  dell'ed.  di  Napoli,  Giorn.  delle  Due  Sicilie,  1819.  Tra  tanto  vecchiume  mi  è  sembrata  notevole  la  definizione  della  storia  letteraria,  e  benché  qui  proprio  non  ci  riguardi,  ci  permettiamo  riferirla  anche  perchè  non  è  stata  avvertita  da  altri.  «  La  storia  letteraria  ha  per  oggetto  di  de-  signar gradatamente  e  per  ordine  di  tempi  i  progressi,  le  vicende,  e  il  decadimento  delle  lettere  e  delle  arti,  riducendo  di  tratto  in  tratto    Capito/o  quattordicesimo  435   si  riebbe  l' insegnamento  della  vecchia  rettorica,  e  la  letteratura  italiana  a  Napoli  non  si  rialzò  più  fino  al    i.s6o.   Alle  altezze  del  Marinelli  e  del  Cuoco  nessuno  in  altre  parti  d'  Italia  seppe  sollevarsi.  Pullularono  invece  le  gramma-  tiche ragionate,  tra  le  quali  pochissime  meritano  qualche  con-  siderazione. La  prima  di  queste  è  quella  scritta  in  francese  pei  francesi  dal  Biagioli,  e  di  cui  non  sarebbe  qui  il  luogo  di  dir  due  parole,  se,  anche  a  non  tener  conto  della  persona  dell'au-  tore, non  fosse  stata  più  volte  ristampata  in  Italia  e  se  non  fosse  stata  citata  con  lode  anche  dai  nostri  grammatici.  È  intitolata  Grammaire  italienne  clémentaire  et  raisonnéQ).  L'Autore  dichiara  che  ristudierà  la  lingua  materna  coi  principi  del  Du  Marsais,  del  Condillac  e  del  Destutt-Tracy,  richiamandosi  al  pensiero  di  Dante  rielaborato  dal  Sanzio  :  «  La  pensée  du  Dante,  que  San-  ctius  semole  avoìr  envisagée  et  développée  ainsi:  Grammaticorum  sine  ratione  testimoniisque  auctoritas  nulla  est  (in  Minerva,  lib.  I,  e.  2),  noits  montre  »  che  non  si  deve  fare  un'esposizione  dogma-  tica, ma  ragionata.  Bandisce  Yusage,  il  caprice,  Yabus.  Nella  parte  generale  spiega  «  les  principes  les  plus  simples  et  les  plus  gé-  néraux  »,  nella  particolare,  ritorna  sui  suoi  passi  esplicando  «avec  plus  d'étendue  ce  qui  exige  de  la  part  des  étudians  plus  d'at-    i  diversi  quadri  del  loro  stato  generale  sotto  un  determinato  punto  di  vista  nelle  diverse  epoche,  e  fissando  proporzionalmente  i  caratteri  del  gusto  in  ciascuna  epoca;  il  che  equivale  per  lei  al  pregio  della  unità  indispensabile  alla  perfezione  della  storia  politica.  Molti  sono  i  vantaggi  della  storia  letteraria:  cioè;  1.  ella  ci  pone  sottocchio  i  pro-  gressi dello  spirito  umano,  e  ce  ne  distingue  le  vie  ;  2.  ci  rende  ra-  gione delle  rivoluzioni  del  gusto  ;  3.  ci  avvezza  alla  pratica  d'una  soda  critica:  ed  infatti  una  giusta  critica  non  disgiunta  dalla  storica  imparzialità  fedeltà  ed  accuratezza,  ne  costituisce  il  pregio  princi-  pale ».   Pp.  95-6.   (')  Suivie  d'un  traité  de  la  poesie.  La  quinta  edizione  di  Milano,  1824,  aggiunge  ouvrage  approuvè  par  l'institut  de  France  :  la  2a  ediz.  è  del  1809:  e  la  prima  dovette  esser  di  poco  anteriore.  Vi  si  cita  la  precedente  del  Vinéroni  (Vigueron).  Una  grammatica  italiana  in  fran-  cese dell'ANTONiNi  è  citata  da  Antonio  Scoppa  nella  prefazione  al  suo  Nuovo  metodo  stilla  grammatica  francese,  Roma,  MDCCCV  Pel  Fulgoni.    Le  nouveau  maitre  italien  pubblicò  D.  A.  Filippi,  Vienne,  1812,  con  una  lettera  del  Metastasio  «al  conte  Bathyny  sul  miglior  modo  d'insegnar  l'italiano  all'Imperador  Giuseppe  JI,  in  tempo  ch'egli  era  principe  ereditario  »,  molto  sensata e  pratica.    Robello  G.,  Grammaire  italienne  élém.  analysè  et  r aisonne',   III  ed.,   Paris,   1839.    436  Storia  della  Grammatica   tention  et  de  travail  ».  Nell'introduzione  tratta  de  «l'origine  des  signes  de  nos  idées  »  per  venire  alle  parti  del  discorso.  Per  trattare  di  queste,  parte  sempre  da  una  frase  {oh,  ah    Io  sono  attonito    Io  sono  amante    Ride  piangendo    Ho  l'anima  avvezza  alle  pene    Questa  donna  è  mia    Pietro  è  morto,  voi  lo  conoscevate    Sto  con  mio  padre    Parla  eloquente-  mente —  Ama  la  figlia  e  la  madre).  Sulle  preposizioni  crede  d'aver  trovato  delle  novità  (').  Si  occupa  molto,  da  buono  stu-  dioso del  Sanzio,  dell'ellissi,  dando  di  duecento  frasi  ellittiche  la  costruzione  piena  ('*),  di  molti  esercizi,  com'è  necessità  delle  grammatiche  per  gli  stranieri.  Ma  il  Biagioli  in  sostanza  è  un  retore,  e  non  un  filosofo,  e  finisce  anche  lui  col  ripetere  la  so-  lita roba  nei  soliti  schemi  (8).   Più  cheper  una  strana  se  non  cervellotica  idea  che  gli  serve  di  fondamento,  c'interessa  per  alcune  notiziette  riferentisi  alla  storia  della  grammatica  il  Saggio  sulle  permutazioni  della  italiana  orazione  di  Luigi  Muzzi  (4),  che  al  Foscolo  parve  più  un  curioso  gingillo  di  aritmetica  applicata  al  periodo,  che  una  serie  di  osservazioni  giovevoli  a  chi  cerchi  nel  periodare  l'ar-  monia (5),  scopo,  per  altro,  al  quale  non*  era  stato  destinato.  Il  noto  epigrafista  comincia  dall'  affermare  che  per  la  varietà  del  nostro  idioma  e  per  l'infinito  rimescolarsi  delle  parti  del-  l'orazione, sono  in  lingua  italiana  infiniti  i  costrutti.  Sotto  questo  punto  di  vista,  nel  campo  della  nostra  grammatica  c'è  da  riem-  pire un  gran  vuoto,  che  non  è  stato  colmato  neppure  dal  (Tor-  ricelli,    dal  Fernow,    dal  Biagioli.  Il  suo  è  solo  un  saggio  e  breve  delle  «  permutazioni  di  semplici  vocaboli  presi  uno  per  uno,  e  rappresentativi  di  parti  differenti  del  parlare  »  (p.  XVII).  Della  miglior  grammatica  di  nostra  lingua  dobbiamo  saper  grado  a  un  tedesco  :  cario  luigi  fernovio,  che  la  stampò  in  tubinga  (''). Eccone  una,  che  indica  il  suo  metodo:  accanto  =  à  còte  ;  prìs :  1  (In  luogo  posto)  accanto  ia  canto  1  rispetto  1  al  mare,  Bemb.,    coté  de  la  mer\  2.  (In  luogo  posto)  accanto  (rispetto  a)  le  verdi  ripe,  Bemb.  =  près  des  vcrtes  rivcs.   (-)  P.  es.  :  Bastami  (la  disgrazia)  d'essere  stato  schernito  una  volta,   B.  ;  Viene  in  concio  (riguardo)  ai  fatti  nostri.   (3)  Il  Ginguené  gli  lodò  molto  nel  Mercure  (28  gemi.  1809)  questa  grammatica,  facendogli  un  merito  d'aver  seguito  Du  Marsais  e  Condillac.   (*)  Milano,  De  Stefanis,   181  r.  Mazzoni,  L'Ott.,  p.  310.  Ne  ebbe  notizia  dal  Biamonti.    Capitolo  quattordicesimo  437   (  Il  Muzzi  scrive  tutti  i  nomi  propri  con  le  minuscole.)  Ma,  quanto  a  sintassi,  molti  passi  del  Boccaccio  vi  sono  interpretati  a  ro-  vescio. Essa  pargli  «  la  più  doviziosa  per  regole,  la  più  sobria  di  metafisica  e  insieme  la  più  elegante  per  metodo  »  (p.  18).  Ma  da  un  articolista  del  Giornale  italiano  (n.  72,  181 1)  le  è  stata  attribuita  una  regola  che  è  invece  del  Soave  (cfr.  l'ediz.  milanese  1805):  quella  che  l'imperativo  negativo  ha  la  forma  infinitiva  :  non  amare  !    La  regola  principale  che  forma  il  fon-  damento di  tutto  il  Saggio  è  che  «  la  trasposizione  delle  parti  del  discorso  della  lingua  italiana  segue  le  leggi  delle  permuta-  zioni aritmetiche  ».    Esempi  :   veggio  pietro    \  In  questa  serie  abbiamo  una  sola   pietro  veggio    \         permutazione.   egli  amava  guglielmo   egli  guglielmo  amava   amava  egli  guglielmo    l      ~    .   &    ,.  ,  ..    / Qui  sono  sei.   amava  guglielmo  egli   guglielmo  egli  amava   guglielmo  amava  egli   Con  la  serie  1.  2.  3.  4.  (coloro  disprezzano  grandemente  arrigo)  le  permutazioni  aumentano  ancora.  E  così  di  seguito.  Qui  entra  in  confronto  col  francese  dove  è  gran  penuria  di  per-  mutazioni. Viene  poi  a  osservazioni  particolari  circa  la  maggiore  o  minore  permutabilità  delle  parti  del  discorso.  La  preposizione,  p.  e.,  è  indivisibile  dal  nome,  ma  non  così  dalla  radice  di  un  verbo  :  onde  per  meglio  fare  ciò  invece  di  24  permutazioni  ne  avrà  solo  dodici,  dovendo  escluder  quelle  dove  il  2  è  collocato  prima  di  1.  Qui  ricorda  che  il  dépéret  (recherches  philosophi-  ques  sur  le  langage  de  sons  articulés,  in  mém.  d.  l' ac.  des  sciences  de  tur  in,  années  X-XI,  1803)  tratta  un  soggetto  affine  al  suo,  e  il  Dubos,  seguito  dal  Rollili,  che  propose  un  sistema  musicale  per  rappresentare  cambiamenti  di  voce  diagnostici  degli  affetti.  Fatte  alcune  osservazioni  sulle  pause,  conclude  col  notare  che  nel  campo  della  sintassi  del  periodo  lo  studio  delle  permu-  tazioni diventa  immenso  (sfido  io!),  e,  ricordati  i  Principj  di  grammatica  generale  del  De  Sacy,  col  far  voti  che  si  compili  una  grammatica  italiana  migliore  nella  parte  sintattica.  L'osservazione  del  Muzzi  che  la  lingua  italiana  ha  il  privilegio  di  permutare  straordinariamente  le  parti   del   discorso,  è  giustissima:   ma  che    I 2 2 I I 2 3 I 3 2 2 1 3 2 1  ò   1 3 1 2 3 2   1il  fatto  possa  dar  luogo  a  un  sistema  di  sintassi,  a  una  nuova  sezione  grammaticale,  è  una  sua  inappagabile  pretesa.  La  sin-  tassi ha  già  formato  i  suoi  schemi  per  comprendervi  tutte  le  possibili  permutazioni,  ciascuna  delle  quali,  caso  per  caso,  vi  ha  la  spiegazione.  Che  cosa  si  pretenderebbe  col  sistema  delle  permutazioni  ?  stabilire  forse  delle  altre  categorie  sintattiche  se-  condo le  quali  gli  elementi  del  pensiero  si  potrebbero  disporre  in  un  modo  piuttosto  che  in  un  altro?  che  ci  fossero  in  altre  pa-  role nuovi  ordini  di  mezzi  espressivi  ?  Per  altro  nel  sistema  per-  ni utativo  del  Muzzi,  come  in  quello  musicale  da  lui  citato  del  Dubos  e  del  Rollili,  abbiamo  una  nuova  prova,  se  ne  avessimo  bisogno,  dell'arbitrarietà  delle  categorie  grammaticali  e  sintat-  tiche, che  possono  esser  diminuite  e  accresciute  e  ex  novo  co-  struite secondo  il  mag giore  e  minore  genio  grammaticale  inven-  tivo dei  grammàtici  !   Parve,  alfine,  che  la  grammatica  auspicata  dal  Muzzi  spun-  tasse negli  Elementi  filosofici  per  lo  studio  ragionato    lingua  proposti  e  dedicati  alla  studiosa  gioventù  delle  Università  d' Italia  da  Mariano  Gigli,  professore  di  scienze,  (/)  che  furono  infatti  molto  lodati  allora  e  dopo.  Anche  il  Gigli  comincia  dal  lamen-  tare che  non  vi  fosse  ancora  un  libro...  come  il  suo:  «  un  libro  scritto  dietro  la  sola  guida  del  Buon-senso...  è  una  scienza  af-  fatto nuova  nella  Repubblica  Letteraria  ».  Veramente  un  tal  libro  poteva  anche  esserci:  la  sua  Lingua  filosofico-universale (')  (pubbl.  a  Milano  l'anno  avanti),  di  cui  questi   Elementi  sono  chiarimenti,  aggiunte  e  correzioni.  «Uno  de'  miei  primari  difetti  »,  confessa  con  ironico  candore  il  Gigli,  «  è  quello  di  consultar  la  Ragione,  e  non  l'Uso».  Ecco  che  cosa  gli  dice  la  Ragione.  L'uomo  è  un  essere  sensibile  giudicante  (p.  7):  in  quanto  vive  in  società,  e  ha  bisogno  della  parola,  in  quanto,  cioè,  è  un  uomo  sociale,  è  uomo  naturale  parlante  (p.  8):  u?iico  dunque  deve  es-  sere il  linguaggio  per  ciò  che  riguarda  l'uomo  naturale;  molte-  plice per  l'uomo  sociale.  Avremo  dunque  una  filosofia  di  lingua,  e  una  grammatica  di  lingua.  Conoscendo  la  propria  lingua  filo-  soficamente, conosceremo  tutte  le  lingue,   e   non   ci  rimane  che    (')  Milano,  1S19.   (?)  Non  so  se  sia  tutt'uno  con  essa  l'altra  opera  di  Gigli,  La  metafisica  del  linguaggio.  Scienza  nuova  anche  «'  dotti  e  pe'  soli  di  buon  senso,  Milano.] applicarci  allo  studio  della  grammatica  di  ciascuna,  per  apprendere i  suoni  e  i  segni  attaccati  dalla  convenzione  alle  idee,  e  poi  V ordine  con  cui  si  succedono.  Onesta  conoscenza  si  forma  con  l'abitudine,  e  non  ci  sarebbe  bisogno  di  grammatica.  Ma  poiché  ogni  lingua  ha  le  sue  particolarità,  il  raccoglier  sotto  regole  generali  è  far  cosa  utile.  Far  dunque  la  grammatica  di  una   lingua,   è  formular  quelle  regole  generali.   E  facile  vedere  che  questa  nuova  scienza  di  Gigli  è  la  vecchia  grammatica  generale  caratterizzata  con  molte  inutili  e  imprecise  parole.  Il  suo  buon-senso  non  gì'  ispira  che  complica-  zioni. De'  giudizi,  p.  es.  (p.  27),  distingue  quelli  dazione  e  quelli  di  qualità;  ma  ogni  giudizio  esige  tre  cose  :  r.  L’oggetto,  '  cardine  del  giudizio  ';  2.  la  parola,  (verbo)  '  voce  di  giudizio  ';  3.  la  voce,  che  esprime  ciò  che  si  attribuisce,  '  attributo  di  giudizio '  !   Non  miglior  pregio  ha  la  Grammatica  della  lingua  italiana  di Bellisomi,  autore  anche  di  una  Grammatica  delle  due  lingtie  italiana  e  latina  per  uso  dei  Ginnasi  della  Lombardia^)  e  di  una  Introduz.  alla  medesima  (3).    l'ima  che  l'altra  furono  molto  diffuse,  ma  di  notevole  la  prima  ha  l'aver  abolito  lo  schematismo  della  consueta  grammatica  :  poiché  il  contenuto  esposto  in  modo  discorsivo  per  via  d'analisi  è  su  per  giù  il  me-  desimo. Un'osservazione  è  degna  d'esser  ricordata  a  onore  del  Bellisomi  :  che  i  bamboli  riescono  a  parlare  secondo  grammatica  pur  non  avendone  coscienza,  e  quando  poi  si  danno  ad  apprender  la  grammatica,   ricominciano  a  sbagliare  !   (prefaz.)   «  Un  trattato...  sul  valore,  sulle  proprietà  e  sull'uso  di  al-  cune voci  e  di  alcune  frasi,  un  trattato  compiuto,  quale  sin  qui  desideravasi,  di  sintassi  e  di  costruzione,  un  trattato  sul  discorso  e  sullo  stile...  non  pochi  cenni  storici  sull'origine  e  sui  progressi    ('i  Ad  uso  delle  se.  el.  della  Lombardia,  Milano,    1S23.  Milano,   1834.   (3)  Milano,  1826.  -  Il  Bellisomi  ebbe  una  lunga  polemica  gramma-  ticale col  Fantoni.  Cfr.  Postille  alle  osservazioni  critiche  di  I.  Fantoni  sopra  la  prima  parte  della  gr.  it.  e  latina,  Milano,  1825.  Del  Fantoni,  si  può  vedere  Risposta  al  libro  :  Postille,  ecc.,  Brescia,  1825.  Il  F.  cri-  tica il  B.  coi  principi  del  Soave,  del  Destutt  de  Tracy  ecc.  La  pole-  mica getta  non  poca  luce  sull'accaloramento  onde  la  grammatica  ge-  nerale era  trattata  nelle  scuole.    440  Storia  della  Grammatica   della  lingua  italiana  (')...  non  per  gli  uomini  scienziati  e  d'alte  lettere,  ma  per  i  giovanetti  con  istile  semplice  e  familiare  »  (pref.  p.  4)  voleva  dare  Ziniglio  Vianotti  (cioè  Giovanni  Zi-  liotti)  con  le  sue  Lezioni  di  lingua  italiana  in  seguito  allo  studio  della  grammatica  ("),  ma  non  riuscì  che  a  comporre  un  zibaldone  di  rettoricherie,  di  osservazioncelle  di  grammatica  (p.  es.  questa,  che  il  che  è  la  congiunzione  più  importante),  di  frasi    un  italianismo  presero  a  fuggire).      .   Il  fervore  per  la  grammatica  come  scienza  era  venuto  sempre  crescendo  :  forse  non  ci  fu  mai  per  questa  disciplina  un'  ammi-  razione, anzi  un'esaltazione  come  in  Italia  in  questo  periodo,  che  era  in  ragion  inversa  della  penetrazione  filosofica  degli  stessi  che  la  coltivavano.  Basta  vedere  la  Dissertazione  storico -critico  filosofica  di  Antonio  Adorni  intorno  alle  Grammatiche  (8),  un  ellogio,  così  l'autore  stesso  la  chiama,  della  grammatica  e  in-  sieme un  infelice  tentativo  di  spiegarne  l'origine,  per  rivelarne  l'antichità,  in  modo  da  farla  coincidere  con  la  stessa  sapienza  dei  libri  sacri,  e  esaltarne  la  venerabilità  indicando  non  alla  rinfusa,  ma  promiscuamente  dentro  le  grandi  epoche  (greco-  romana, medievale,  rinascimento,  tempi -moderni)  senz' alcun  criterio,  i   nomi    degli   insigni    scienziati    e    filosofi    che   la    trat-    (')  Secondo  le  vedute  del  Cesarotti  e  del  Tiraboschi  che  infatti  non  fa  che  copiare.  Dobbiamo  (ma  non  è  un  gran  debito)  allo  Ziliotti,  oltre  diversi  compendi  e  metodi  grammaticali  anche  per  il  latino,  La  ortografìa  italiana  citata  al  tribunale  della  sana  critica,  Padova,  1S38,  dove  arrossisce  di  vergogna  «  per  avere  tredici  anni  addietro  (coll'o-  peretta  portante  il  titolo  Ortografia  italiana,  ovvero  regole  per  retta-  mente scrivere  in  lingua  italiana,  1824)  mostrato  al  publico  come  ei  pure  la  pensava  alla  maniera  degli  altri  in  fatto  di  ortografia  »  (p.  5).  Come  la  pensasse,  s'argomenta  ora  dal  vederlo  scrivere  publico,  legere,  add ungue,  bacciarseli  !   (-)  Padova,  1828.  Pubblicò  anche:  "  Il  fanciullo  istruito  fin  dalla  sua  infanzia  in  tutto  ciò  che  il  può  risguardare'',  Padova,  1817;"  Li-  bretto di  devozione  pe'  fanciulli  ",  Vicenza,  1819;  "  Ortografia  italiana  ovvero  regole  per  rettamente  scrivere  in  lingua  italiana  ",  Padova  (2a  ediz.)  1S24;  '•  Introduzione  alla  grammatica  della  lingua  latina",  Padova,  1825.   (3)  Guastalla,  nella  tipografia  di  Gaetano  Ferrari  e  figlio,  s.  a.  (La  ded.  è  datata  da  Sabbioneta  li  16  Ag.  1814.  Una  nota  nell'ul-  tima pag.,  la  54,  dice:  «Dall'epoca  in  cui  fu  scritta  la  presente  dis-  sertazione, a  quella,  in  cui  si  pubblica,  la  morte,  sempre  ingorda  delle  migliori  cose,  ci  rapì  il  sempre  memorabile  Bodoni  ».    Capitolo  quattordicesimo  441    tarono:  sicché  neppur  giova  come  schizzo  d'una  storia  della  grammatica,  quale  un  diligente  avrebbe  potuto  disegnare,  racco-  gliendo dai  vari  libri  de'  grammatici  dove  si  ricordano  i  nomi  de'  predecessori  (').  Tra  le  lodi  della  grammatica   e  lo  sfogarsi  contro  le  autorità  che  non  elevano  alle  cattedre  gli  uomini  ve-  ramente grandi  (come  lui,  certo,  che  una  n'aveva  perduta  e  per  un'  altra  si  vide  posposto  a  un  ignorante  di  prete  che  poi  fu  la  pietra  dello  scandalo  degli  scolari),  egli,  che  pur  gli  aveva  prima  citati  in  onore  per  averla  coltivata,  trova  modo,  forse  per  mo-  strarsi uno  di  quei  grandi,  di  biasimare,  perchè  non  usavano  del  metodo  analitico,  e  l'Alvarez,  e  il  Despauterio,  e  Salvator  Corticelli  «  che  modellò  »,  e  questo  era  vero,  «  il  suo  corso  Gram-  maticale sul  gusto  di  quel  de'  latini  »,  e  Francesco  Soave  «  ne'  suoi  elementi  di  lingua  italiana,  quando  volle  ridurre  a  sette  le  parti  dell'orazione,  facendone  una  sola  delle  sue  specifiche  in  natura  addiettìvo ,  e  participio  »  (pp.  50-1),  e  in  blocco  tant'altri,  senza  che  appaia  se  accetti  il  sensismo    benché  citi  il  Con-  dillac    o  il  puro  logicismo.  Non  parliamo  della  sua  filosofia  del  linguaggio  :  la  dissertazione  s'  apre  così  :  «  La  lingua  non  è,  come  alcun  tra  filosofi  opinar  volle,  figlia  dell'  uomo,  ma  figlia  del-  l'autore della  natura  »;  il  che  prova  in  nota  con  argomenti  in-  fallibili.   Un  considerevole  tentativo  eli  costituire  un  corpo  organico  di   '  scienza  grammaticale  '      è    il    termine   caro    all'  autore        (')  L'Adorni  stesso,  a  dimostrare  che  neppure  dal  nono  e  ottavo  secolo  infìn  ai  tempi  dell'Alighieri  non  fu  come  sembra  «offuscata  di  tenebre  densissime  la  nostra  regione  scientifica  »  rimanda  ai  docu-  menti addottine  in  prova  «  dal  celebre  Cerretti  nella  sua  inaugurale  recitata  nell'Aula  Regia  dell'Università  di  Pavia  per  l'aprimento  de'  studi  nell'anno  millesimo  ottocentesimo  quinto,  »  p.  25.  Nella  quale,  peraltro,  a  me  non  è  riuscito  trovar  nulla  di  strettamente  connesso  col  nostro  tema,  come  avevo  potuto  supporre.  Notevole,  invece,  m'è  parsa  una  pagina  d'una  lezione  del  Cerretti  sullo  Stile,  dove  illustra  il  fon-  damento logico  della  dottrina  stilistica  del  Beccaria.  «  La  considera-  zione delle  parole  de'  suoni  diversi  e  diversamente  ricevuti  non  è  ri-  guardata del  celebre  Autore,  che  come  dipendenza  della  Gramma-  tica: e  però  prescinde  dalla  stessa,  o  poco  almeno,  e  in  un  solo  pa-  ragrafo ne  parla  ov'egli  ragiona  dell'Armonia;  e  tutti  colloca  i  suoi  principj  nell'Analisi  delle  idee  ».  Seguendo  il  D'Alembert,  il  Cerretti  fa  altre  osservazioni  sulla  chiarezza  e  precisione  grammaticale  dello  stile.  Instituzioni  di  eloquenza  del  cavaliere  Luigi  Cerretti  modonese,  Milano,   presso  Giuseppe  Maspero,   181 1,   p.   53    442  Storia  della  Grammatica   compì  nel  primo  ventennio  del  sec.  XIX  Giovanni  Romani  di  Casalmaggiore  (1757-1822),  un  matematico  che  insegnò  e  fu  pre-  posto a  pubbliche  scuole  e  istituti  educativi,  e  tutto  infervorato  nel  proposito  di  rinnovare  '  il  linguaggio  grammaticale  '  con  la  grammatica  filosofica.  Tranne  alcuni  opuscoli,  i  suoi  lavori  fu-  rono pubblicati  postumi  tra  il  25  e  il  27  nella  bella  edizione  delle  Opere  complete  fatta  dal  benemerito  Giovanni  Silvestri  di  Milano  (').   Ma  all'ampiezza  del  suo  'piano'  e  all'entusiasmo  onde  at-  tese a  eseguirlo  e  anche  alla  larga  informazione  della  lettera-  tura grammaticale  (~ )  non  corrispondeva  certo  la  profondità  del  pensiero  filosofico.  Basterebbe  dire  che  il  Romani  ammette  tre  sorte  di  linguaggi,  uno  grammaticale,  per  '  la  manifestazione  de'  pensieri',  uno  oratorio  per  '  la  comunicazione  degli  alletti  ',  e  un  altro  poetico  per  '  la  dilettazione  dell'udito  '  (3);  che  ritiene  conservato  in  buono  stato  quest'ultimo,  un  po'  meno  il  secondo,  assolutamente  in  cattive  condizioni  il  primo,  perchè  mentre  per  gli  ultimi  due   non    occorse    una    grammatica,    essendo    bastata    (')  Son  otto  volumi  cosi  ripartiti  :  I.  Teorica  de'  sinonimi  italiani;  II-1V.  Dizionario  generale  de"  sinonimi  italiani  ;  V.  Osservazioni  so-  pra varie  voci  del  Vocabolario  della  Crusca;  VI-VII.  Teorica  della  lingua  italiana;  Vili.  Opuscoli:  1.  Sulla  scienza  grammaticale  appli-  cata alla  lingua  Italiana  (ed.  Milano,  1808):  2.  Mezzi  di  preservare  la  lingua  Italiana  dalla-  sua  Decadenza  (ed.  Casalmaggiore,  1808);  3.  Sulla  libertà  della  lingua  Italiana  (ed.  Pesaro,  18111;  Sull'insuffi-  cienza del  Vocabolario  della  Crusca  al  servizio  del  linguaggio  filoso-  fico Italiano  per  uso  delle  Scienze  e  delle  Arti  ;  5.  Sopra  l'origine,  Formazione  e  Perftttibilità  della  lingua  Italiana;  6.  Sulla  bellezza  della  lingua  Italiana.  Il  secondo  di  questi  opuscoli  era  stato  disteso  per  la  gara  di  cui  fu  vincitore  il  Cesari,  ma  non  fu  presentato  al  Concorso.   (")  Quanto  fosse  profonda,  non  saprei  dire,  perchè  gli  autori  li  no-  mina quasi  sempre  per  indicare  se  conobbero  e  applicarono  'la  scienza  grammaticale ',  ma  di  nome  e  genericamente  conosce  quasi  tutti  i  principali  greci  e  latini,  lo  Scaligero  e  il  Sanzio,  i  nostri,  e  più  par-  ticolarmente i  logici  francesi.   (:i)  «  Che  nel  linguaggio  degli  affetti,  di  cui  si  valsero  soltanto  i  più  rinomati  Classici  di  quel  secolo  (XIV),  si  possa  parlare  e  scrivere  senza  un  piano  meditato  di  scienza  grammaticale,  convengono  tutti  que'  filologi  che  riconoscono  tanto  più  naturali,  più  energiche,  più  vive  e  più  commoventi  le  produzioni  delle  fantasie  e  delle  passioni,  quanto  meno  sono  frenate  da  leggi,  e  da  grammaticali  regolamenti.  Fra  i  molti  moderni  che  sostennero  questa  ragionevole  opinione  si  può  particolarmente  annoverare  il  celebre  Cesarotti».   YIII,   372-3.    Capitolo  quattordicesimo  443   l'imitazione  degli  scrittori  e  poeti  migliori,  per  il  primo  mancò  quel  mezzo:  la  grammatica  de'  nostri  grammatici    fu  compilata   eoi  «  lodevole  scopo  di  perfezionare  il  linguaggio  intellettuale  e  filosofico,  ma...  sventuratamente  si  sbagliò  nel  mezzo  acconcio  per  riuscirvi:  perchè,  invece  di  dedurre  le  regole  dai  legittimi  loro  fonti,  cioè  dai  principi  dell'Ontologia  e  della  Logica,  ossia  della  vera  scienza  grammaticale,  [i  grammatici  del  Cinquecento]  le  tirarono  materialmente  dagli  esempj  del  linguaggio  affettivo  degli  scrittori  trecentisti,  linguaggio  che,  prodotto  senza  regole,  non  poteva  somministrar  regole  certe  ed  opportune  al  linguag-  gio istruttivo e  filosofico  »,  e,  di  contro  al  vantaggio  di  procurar  alla  lingua  «  una  t'orma  costante  e  generale  che  pria  non  avea  »,  le  recarono  però  «  due  funestissimi  danni  :  il  primo  di  aggravare  senza  necessità  il  linguaggio  affettivo  di  regole...  (')  e  l'altro  di  privare  il  linguaggio  intellettuale  di  tutti  quei  canoni,  e  ragio-  nato metodo,  di  cui  abbisognava  per  giungere  alla  sua  perfe-  zione »  (I,  375-6).  Onde  la  necessità  della  scienza  grammaticale,  che,  se  ha  nella  parte  teorica  la  dottrina  ontologica  a  comune  con  la  Logica,  nella  parte  pratica  non  è  però  la  Logica.  «  L 'arte  della  Logica  ha  per  fine  la  rettezza  e  la  verità  dei  pensieri,  senza  punto  curarsi  del  modo  o  dei  mezzi  di  esprimerli  ;  la  Grammatica  ha  per  iscopo  la  rettezza  e  la  verità  dell'  espres-  sione, senz'incaricarsi  dell'esame,  se  i  pensieri  che  debb'espri-  mere  siano  consentanei  alle  regole  logiche  ;  secondo  la  logica  i  pensieri  sono  retti  e  veri,  quando  sono  conformi  all'ordine  na-  turale delle  cose  ;  secondo  la  Grammatica  le  espressioni  sono  rette  e  vere,  quando  con  precisione  riportano  i  pensieri  nello  stesso  modo,  estensione,  limiti  e  stato,  con  cui  sono  concepiti  d e  filosofico  »,  e,  di  contro  al  vantaggio  di  procurar  alla  lingua  «  una  t'orma  costante  e  generale  che  pria  non  avea  »,  le  recarono  però  «  due  funestissimi  danni  :  il  primo  di  aggravare  senza  necessità  il  linguaggio  affettivo  di  regole...  (')  e  l'altro  di  privare  il  linguaggio  intellettuale  di  tutti  quei  canoni,  e  ragio-  nato metodo,  di  cui  abbisognava  per  giungere  alla  sua  perfe-  zione »  (I,  375-6).  Onde  la  necessità  della  scienza  grammaticale,  che,  se  ha  nella  parte  teorica  la  dottrina  ontologica  a  comune  con  la  Logica,  nella  parte  pratica  non  è  però  la  Logica.  «  L 'arte  della  Logica  ha  per  fine  la  rettezza  e  la  verità  dei  pensieri,  senza  punto  curarsi  del  modo  o  dei  mezzi  di  esprimerli  ;  la  Grammatica  ha  per  iscopo  la  rettezza  e  la  verità  dell'  espres-  sione, senz'incaricarsi  dell'esame,  se  i  pensieri  che  debb'espri-  mere  siano  consentanei  alle  regole  logiche  ;  secondo  la  logica  i  pensieri  sono  retti  e  veri,  quando  sono  conformi  all'ordine  na-  turale delle  cose  ;  secondo  la  Grammatica  le  espressioni  sono  rette  e  vere,  quando  con  precisione  riportano  i  pensieri  nello  stesso  modo,  estensione,  limiti  e  stato,  con  cui  sono  concepiti  dalla  mente,  senza  incaricarsi  della  logica  verità  o  falsità  di  essi;  mentre  la  parola  debbe  essere  fedele  e  precisa  nel  riferire  i  pen-  sieri della  mente  tanto  retti  che  obliqui,  tanto  veri  che  falsi  ».  (Vili,  38-9)C).           '  1  Ma  siccome  il  principio  della  differenziazione  dei  linguaggi  è  il  fine  per  cui  si  parla,  si  ammettono  «i  così  detti  linguaggi  degli  amanti,  dei  furbi,  dei  legisti,  dei  romanzisti  ecc.  ».  Introduz.  alla  Teorica,   VI,   12.   (2)  Invece  di  fermarmi  e  criticare  queste  vedute,  rimando  alla  discussione  fatta  dal  Croce  sui  rapporti  tra  Logica  e  Grammatica  quali  li  aveva  stabiliti  lo    Steinthal  col   famoso    esempio   della    tavola    444  Storia  della  Grammatica   His  fretus,  ovvero  su  questi  bei  fondamenti,  per  dirla  col  Manzoni,  il  Romani  si  fece  a  compilare  un  Dizionario  di  sino-  nimi, a  correggere  la  Crusca  e  a  fabbricare  una  nuova  Gram-  matica generale  italiana,  che  diceva  anzi  mancare  all'  Italia,  anche  dopo  i  tentativi  del  Venini,  del  Yaldastri  e  del  Soave,  in  due  sezioni,  Teorica  e  Pratica,  eseguendo  però  solo  la  prima;  non  solo,  ma  perchè,  insomma,  la  scienza  grammaticale  pene-  trasse tutti  i  meandri  della  vita  scientifica  della  nazione,  pro-  pose che  una  sezione  dell'Istituto  Nazionale,  composta  di  pro-  fondi Grammatici  filosofi  e  di  Ontologisti,  si  occupasse  della  redazione  delle  teorie  e  regole  di  Grammatica  generale  dedotte  dai  principi  di  naturale  Ontologia,  un'  altra,  alla  dipendenza  della  prima,  stabilisse  le  regole  certe  e  immutabili  di  pratica  at-  tuazione, entrambe  compilassero  un  completo  Dizionario  italiano  al  sol  servizio  del  linguaggio  filosofico  ;  fosse  poi  esteso  a  tutte  le  Scuole  elementari  e  Licei  dello  Stato  lo  studio  della  Gram-  matica ragionata  di  nostra  lingua  ;  i  testi  di  lettura  fossero  scelti  tra  quegli  autori  didascalici  «  che  scrupolosamente  si  attennero  ai  termini  adottati  nel  nuovo  Dizionario,  ed  alle  Regole  stabilite  nella  Grammatica  ragionata»  ;  che  si  accettassero  per  maestri  solo  quelli  che  per  esame  avessero   dimostrato  di  conoscere  appieno    rotonda:  La  Critica,  III,  p.  531  sgg.,  'Questa  tavola  rotonda  è  qua-  drata ,.  Al  Romani  s'attaglia  assai  bene  tutto  quanto  osserva  qui  il  Croce,  perchè  egli  è  veramente  uno  di  quei  grammatici  che,  se  par  limitarsi  a  scrivere  sulle  pagine  elaborate  secondo  le  sue  regole:  Videat  logicus,  videat  aestheticus,  poi  passa  dal  campo  empirico  al  filosofico,  da  costruttore  di  tipi  astratti  a  giudice  di  realtà  concreta  e  viva.  Anzi  va  tanto  in    da  esclamare  seriamente:  «che  di  grammatica  e  di  regole  possa  esentuarsi  il  linguaggio  dell'intelletto,  del  raziocinio,  della  ragione,  è  il  punto  che  io  non  posso  accordare,    accorderò  giammai  al  prefato  oppositore,  giacché  io  sono  pienamente  convinto  che,  per  esprimere  con  precisione,  e  con  chiarezza  i  nostri  concetti,  per  manifestare  con  rettitudine  i  nostri  giudizi,  per  coordinare,  e  re-  golarmente legare  i  nostri  raziocini,  per  esporre  metodicamente  e  sin-  teticamente i  nostri  ragionamenti,  siano  indispensabili  tutti  que'  canoni,  e  tutte  quelle  cautele  che  ci  somministra  la  Scienza  grammaticale».  (Vili,  373).  E  finisce  col  far  tutt'uno  della  Logica  e  della  Gramma-  tica, come  anche  si  vede  dal  fatto  che  nella  sua  Teorica  della  lingua  italiana,  elabora  di  proposito  la  dottrina  delle  Argomentazioni, dichiarando  questo,  dominio  della  grammatica.  V.  qui  a  p.  241  tutto  il  brano  che  abbiam  riportato  sulla  degradazione  della  gram-  matica.    Capi/o/o  quattordicesimo    445    le  scienze  grammaticali  ;  che  a  tali  prove  fossero  sottoposti  anche  gli  ufficiali  dello  Stato  incaricati  di  redigere  atti  pubblici.  «  Con  tali  mezzi  io  sono  pienamente  persuaso  che  la  Lingua  italiana  non  solo  potrà  esser  sollevata  dall'  attuale  sua  decadenza,  ma  potrà  esser  inoltre  preservata  per  molti  secoli  da  qualunque  de-  gradamene o  degenerazione  »  (Vili,  93-4).  Un  vero  infatua-  mene grammaticale.   Senz'indugiarci  a  considerar  da  vicino  come  abbia  eseguito  i  suoi  '  piani  '  (')  il  nostro  ardente  grammatico,  dirò  soltanto  che  se  egli  non  sostiene  che  ci  sia  una  visione  grammaticale  delle  cose,  concepisce  però  la  grammatica  come  una  rettorica  (scienza [Il  principio  fondamentale  onde  si  fa  a  svolgere  la  sua  Teorica  è  il  seguente:  «Secondo  le  parole  unicamente  destinate  alla  mani-  festazione de'  nostri  pensieri  e  delle  affezioni  nostre,  debbono  neces-  sariamente le  lingue  essere  fornite  di  tante  sorte  di  parole,  quante  sono  le  diverse  operazioni  della  mente  nostra,  perchè  ciascuna  di  esse  sia  adeguatamente  e  distintamente  rappresentata  da  appositi  segni.  »  VI,  12.  Così  vediamo  sorgere  le  categorie  grammaticali,  non  solo,  ma  tutte  le  varietà  formali  di  esse,  tutti  i  valori  vozionali  (p.  es.  -orio  acquista  nozione  d'istrumento  o  di  località  quando  s'accoppia  a  una  radice:  aspersorio,  dormitorio).  Cosi,  poiché  «le  nostre  nozioni  sono  riducibili  a  dodici  classi  capitali,  cioè:  1.  Sostanze;  2.  Proprietà;  3.  Qualità;  4.  Affezioni;  5.  Potenze;  6.  Forme;  7.  Relazioni;  8.  Quan-  tità; 9.  Tempo;  io.  Luogo;  11.  Stato;  12.  Moto»,  la  genealogia  de’nomi  viene  a  esser  la  seguente. Nomi Attributivi Propri Qualitativi Affettivi Formali Potenziali Sostanziali Relativi Comparativi Qualitativi Quantitativi Occasionali Temporali Locali Statari Motivi CON QUESTO PROCEDIMENTO SI CREA TUTTO IL LINGUAGGIO intellettuale.  Schematizzandolo  in  un  vasto  quadro,  dove  l'occhio  potesse  tutto  com-  prenderlo, ognuno  dispererebbe  di  mai  parlare.  E  dire  che  tutta  questa  brava  gente  di  grammatici  logici  universali,  dello  stampo  del  Romani,  credevano  ciecamente  nel  loro  sistema,  senz'accorgersi  che  essi  parlano egualmente  benissimo  e  scriveno  con  altrettanta  facilità,  nonostante  che  ritenessero  non  ancora  venuto  il  regno  della  grammatica RAZIONALE FILOSOFICA universale.] d'un'arte  chiama  la  scienza  grammaticale,  e  arte  la  logica),  come  una  rettorica  della  logica,  ossia,  per  l'appunto la  scienza  della tavola  rotonda  che  è  quadrata,  e  questo  solo,  non  anche  l'estetica  di  una  poesia,  che  avrebbe  per  tipo  i  versi  celebri,  grammaticalmente  e  metricalmente  impeccabili – Colourless green ideas sleep furiously. Pirots karulise elatically. C'era  una  volta  un  ricco  poveruomo,  Che  cavalcava  un  nero  cavai  bianco;  Salì  scendendo  il  campami  del  Duomo,  Poggiandosi  sul  destro  lato  manco.] perchè affetti  e  suoni,  per  designar  col  termine  di Romani  il  mondo  dell'arte,  le  creazioni  della  fantasia,  son  fuori,  non  avendone  bisogno,  della  sfera  dell'arte.  Quella  che  era  stata  in CESAROTTI (si veda)  una  confusa  intuizione  del  carattere  fantastico  del  nostro  pensiero,  diventa  nel  suo  scolaro  un  insanabile  dualismo,  per  cui  da  una  parte  si  ha  un  linguaggio  grammaticale – Colourless green ideas sleep furiously – Pirots karulise elatically --,  dall' altra   un   linguaggio  agrammaticale   (oratoria  e  poesia). Un  vero  regresso,  dunque,  rappresenta  questo  punto  di  vista  del  Romani,  non  pur  verso  i  grammatici  logici  dell'En-  ciclopedia, ma  verso  lo  stesso  Cesarotti;  e  il  suo  apostolato  ebbe  infatti  scarso  successo.  Giandomenico  Nardo  ("),  che  fu  chia-  mato '  l'ultimo  de'  cesarottiani  ',  lamentava  molti  anni  più  tardi  che  gli  scritti  di  Romani  non  fossero  studiati  abbastanza;  ma,  per  ripetere  un  arguto  giudizio  del  Mazzoni,  quella  era  troppa  filosofia,  «  troppa  fidanza,  cioè,  nel  raziocinio,  e  troppa  noncu-  ranza invece  dell'osservazione  diretta  sull'uso  corrente.  Fanta-  sticava anche  il  Romani  una  sua  lingua  universale;  e  così  cre-  deva, senza  accorgersene,  che  pur  la  lingua  nostra  si  potesse  dipanare  via  via  a  fil  di  logica  dalla  matassa  d'una  teoria.  Quanto  aveva  di  ragione,  e  non  è  da  negare  che   ne   avesse,    contro  la    (')  Croce,  in  La  Critica,  loc.  cit.   (2)  Nel  1S46  pubblicò  Osservazioni  sopra  alanti  recenti  vocabolari  metodici  della  lingua  nostra  (Rambelli,  Carena,  Barbaglia,  ecc.),  e  nel  1856,  come  appendice  a  una  raccolta  di  suoi  studi,  uno  scritto  Sui  mezzi  indicati  da  M.  Cesarotti  per  avviare  l'italiana  favella  alla  desiderata  perfezione.  «  Prese  dal  maestro,  »  osserva  il  Mazzoni  (L'Olt.),  «l'idea  buona  e  in  qualche  parte  la  praticò,  dei  vocabolari  dialettali».  Si  ricordi  l'espediente  praticato  e  suggerito  dal  Cesari  circa  l'uso  del  dialetto  (Disser/az.,  verso  la  fine)  per  l'apprendimento  della  lingua,  e  la  pro-  posta del  Manzoni.    Capitolo  quattordicesimo  447    Crusca  d'allora,  non  bastava  a  dargli  vittoria  siffatta  da  costi-  tuire lui  quasi  supremo  legislatore,  in  nome  della  Ragione,  sulle  grammatiche  e  sui  vocabolari  presenti  e  futuri  »  (').   Era  troppa  filosofia  per  gli  stessi  continuatori  di  quell'in-  dirizzo. Carlo  Antonio  Vanzon  (1793-1843)  nella  sua  Gramma-  tica ragionata  della  lingua  italiana •  C  ),  dove  pur  dichiara  di  aver  seguito  «  un  punto  di  vista  ornai  comune  appo  le  nazioni  più  colte  d'Europa»,  vuol  prender  una  via  di  mezzo  «di-  struggendo parte  delle  preoccupazioni  degli  scolastici  e  parte  accettando  delle  filosofiche  dottrine  ».  Infatti,  tranne  che  per  le  definizioni,  dove  versa  discretamente  lo  spirito  ideologico,  vi  segue  i  principali  grammatici  empirici  dal  Salviati  al  Buonmattei  al  Corticelli,  attenendosi  per  le  autorità  ai  padri  della  lingua,  con  molte  liste  alfabetiche  di  esempi  e  molti  esercizi.  Il  Ca-  lchi nella  prefazione  alla  terza  edizione  della  sua  Gramma-  tica ragionata  della  lingua  italiana,  dichiarava  d'aver  com-  pilata otto  anni  avanti  «  una  Grammatica  elementare  maggiore  per  un  Corso  di  studj,  coli'  intento  di  applicare  bensì  la  teo-  rica generale  del  linguaggio  alle  regole  proprie  e  particolari  della  nostra  favella,  ma  non  d' inoltrarsi  soverchiamente  nel-  X ideologiche  astrattezze  per  non  correr  pericolo,  invece  di  aiu-  tare, di  confondere  la  mente  de'  giovanetti  ».  Codesta  Gram-  matica infatti,  che  tien  conto  dei  grammatici  francesi  allora  in  voga,  il  Tracy  e  il  Condillac,  e  i  nostri  sia  logici  (Vanzon,  Val-  dastri,  ecc.)  che  pratici  (Buonmattei,  Ambrosoli,  ecc.),  riesce  a  un  lodevole  contemperamento  di  filosofia  e  di  empirismo,  quale  era  consentito  dai  tempi.  Anche  vi  è  ristabilita  quell'antica  ar-  monia delle  varie  parti  della  grammatica  {ortologia,  etimologia,  costruzione,  ortografia,  prosodia  e  versificazione)  che  è  stata  poi  ripresa  modernamente:  e  alla  grammatica  moderna,  p.  es.  a  quella  del  Morandi  e  Cappuccini,  rassomiglia  per  aver  trattato  dell'uso  delle  varie  parti  del  discorso  nella  sezione  dell'etimo-  logia, di  volta  in  volta,  piuttosto  che  nella  sintassi.  Il  ragionato  in  questa  Grammatica  si  riduce  alle  dichiarazioni  logiche  delle  singole  categorie  e  degli  accidenti  grammaticali  e  alle  dilucida-    (l)  Mazzoni,  op.  cit.,  pp.  308-9.   Livorno,  1834,  II  ediz.    La  prima  edizione,  esaurita,  dice  l'a.,  in  breve  tempo,  voleva  essere  un' 'Esposizione  grammaticale  al  suo  Dizionario  universale.    448  Storia  delta  Grammatica   zioni  delle  regole  dell'uso  delle  varie  parti  del  discorso.  «  C'in-  gegneremo... di  determinare...  le  ragioni  di  esse  regole:    solo  in  questa,  ma  anche  in  ogni  altro  che  verrà  dietro  a  ciascuno  de'  Capitoli  successivi,  giacché  se  una  lingua  deve  avere  Yuso  per  base,  come  dice  il  Cesarotti,  V esempio  per  consigliere,  deve  parimenti  avere,  sempre  che  può,  la  ragione  per  guida  »  (').  Abbonda  invece  di  esempi,  che  sono  tolti  da  approvati  scrittori  d'ogni  secolo,  e  di  paradigmi.  Anzi  in  un  punto  egli  si  scusa  di  far  di  questi  un  uso  troppo  abbondante,  più  conveniente  ad  un   Manuale  della  lingua  che  ad  una  Grammatica.   Non  si  creda  peraltro  che  il  fervore  per  la  grammatica  ge-  nerale accennasse  a  intiepidirsi,  anzi  si  seguitavano  a  tradursi  anche  gli  autori  francesi,  perchè  fossero  ancor  più  popolari,  come  il  Girard  (2).   Anzi,  ideologia  logica  e  grammatica  seguitavano  a  viver  congiunte,  come  già  ai  tempi  del  Venini,  del  Valdastri  e  del  Soave,  non  pur  ne'  libri,    bene  anche  nell'insegnamento  uni-  versitario. «  Nell'università  di  Torino,  l'anno  1847,  il  prof.  Bona  inaugurava  appunto  il  corso  di  Grammatica  generale  con  una  lezione  proemiale,  in  cui,  delineando  i  concetti  fondamentali  ed  il  metodo  di  questa  disciplina,  diceva:  "  Poniamo  innanzi  tutto  che  la  cognizione  della  Grammatica  generale,  o  vogliamo  dire  la  cognizione  scientifica  dei  principi  generali  ed  immutabili  delle  lingue,  bene  si  può  altrimenti  ottenere  che  dalla  cognizione  dei  materiali  elementi  dei  singoli  idiomi  e  dal  paragone  dei  medesimi  tra  di  loro  per  discernere  in  essi  lo  assoluto  dal  contingente,  lo  universale  dal  particolare,  l'uso  dal  diritto...  Le  leggi  fonda-  mentali del  discorso  può  l'uomo  conoscerle  parimenti  per  mezzo  della  riflessione,  rivolgendo  la  sua  attività  intellettiva  all'analisi  dell'elemento  spirituale  del  linguaggio,  astrattamente  dallo  ele-  mento formale  del  medesimo.  L'analisi  filosofica  del  pensiero  può  guidare  eziandio  allo  scopo;  questa    anzi    deve   precedere    ogni    (')  Grammatica  ragionata  della  lingua  italiana  proposta  per  uso  della  gioventù  da  Giuseppe  Caleffi  già  pubblico  professore  di  filo-  sofia. —  Terza  edizione  fiorentina.  Firenze,  a  spese  dell'Editore,  MDCCCXLI.  p.  87.   i  DelV insegnamento  ragionato  della  lingua  materna  nelle  scuole  e  nelle  famiglie.  Trad.  di  A.  Pace,  Torino,  1846.    La  Grammatica  generale  del  conte  Destutt  de  Tracy  era  stata  tradotta  dal  Compa-  gnoni fin  dal  1807,  Milano.    Capitolo  quattordicesimo  449    cosa,  olii  vuole  scientificamente  risolvere  i  diversi  problemi  della  teoria  dell'umano  linguaggio  e  conoscere  le  leggi  fondamen-  tali "  »(')•   Che  più  ?  Non  soltanto  fu  l' ideologia  applicata  alle  gram-  matiche delle  varie  lingue,  non  escluse  quelle  comparative  (una  Grammatica  ragionata  italiana  ed  ebraica  (2)  aveva  pubblicato  fin  dal  1799  Samuel  Romanelli),  ma  perfino  anche  ai  trattati  d'altre  arti  diverse  dalla  parola,  e  avemmo  così  anche  una  vera  e  propria  Grammatica  ragionata  della  musica  considerata  sotto  l'aspetto  di  lingua  (3),  fondata,  come  l'autore  stesso,  Melchiorre  Balbi,  dichiara  sui  principi  e  le  grammatiche  del  Tracy,  del  Soave  e  d'altri  (p.  33).  Vero  è  che  «  spesse  fiate»,  nell'impresa  di  stabilire  le  rispondenze  logico-grammaticali  tra  la  lingua  mu-  sicale e  quell'articolata,  è  forza  confessare  al  nostro  autore,  «  mi  si  paravano  dinanzi  delle  difficoltà  ed  imbarazzi  non  piccoli,  al-  lorché mi  mancava  per  esempio  qualche  parte  da  poter  confron-  tare, ove  qualche  altra  invece  mi  sopravanzava  »  (p.  33);  ma,  convinto  dell'identità  del  principio  logico  generatore  de'  due  modi  d'espressione,  egli  comincia  impavido  a  trattar  delle  parti  costituenti  il  discorso  musicale  e  via  via,  per  tutte  le  categorie,  considerate  in  tutti  i  loro  accidenti  del  genere,  del  numero,  del  caso,  ecc.,  del  soggetto,  dell' attributo ,  della  copula,  dell' avver-  bio, dell'  interposto,  della  congiunzione,  della  preposizione ,  arriva  fino  alla  sintassi,  riguardata  ne'  suoi  mezzi  di  costruzione ,  de-  clinazioìie  e  creazione  di  legami  e  riposi  (punteggiatura)  «  de-  stinati a  marcare  le  relazioni  delle  altre  parti  ».  E  ben  facile  rappresentarsi  il  contenuto  d'  un  tal  libro;  pure  gioverà  aggiun-  gere qualche  esempio.  Il  soggetto  è,  così,  il  tono  o  modo,  «  vera  sostanza  di  qualunque  pensiero  musicale  »;  V  attributo  è  la  qua-  lità del  tono,  scelta  del  tempo,  indicazione  del  movimento ,  posi-    (')  G.  B.  Zoppi,  La  filosofia  della  grammatica  -  Studi  e  memorie  di  un  maestro  di  scuola  (Estr.  dalla  Rivista  «La  Sapienza»  Anni  1S84-  1885-86),  Unione  tipografica-editrice,  1886,  pp.  23-24,  dove  il  Bona  è  citato  così:  «Boxa,  Lez.  proem.,  Torino,  1847,  P-  9"IO>  cit.  dal  Pezzi  nella  Introd.  allo,  studio  della  scienza  del  linguaggio,  Torino,   1859  ».   (2)  Con  trattato,  ed  esempi  di  poesia,  Trieste,  Dalla  Ces.  Reg.  Privil.  Stamperia,  -40  di  pp.  262.   (8)  Milano,  Ricordi,  1845.    I  capitoli  IV  e  Vili  erano  stati  pub-  blicati già  dall'a.  stesso  per  Nozze  Treves-Todros  e  Todros-Treves,  a  Rovigo,  A.  Minelli,   1844.   C.  Trabalza.  29    450  Storia  della  Grammatica   zione,  intensità,  carattere  dei  suoni;  il  verbo  è  la  disposizione,  X ordine,  delle  espresse  o  sottintese  basi  fondamentali  formanti  la  cadenza,  «  il  di  cui  officio  è  appunto  quello  (al  dir  del  Tracy)  di  svolgere  le  due  idee  presentate  dal  tono,  e  carattere  o  qua-  lità paragonabili  al  soggetto  ed  ali 'attributo ■.  Siccome  poi,  in  fatto  di  lingua,  altro  verbo  non  esiste,  che  l'Essere,  derivante  dal  suo  participio  étant  (rozzamente  essente)  così  nella  sola  ca-  denza semplice  tonale,  consiste  la  vera  essenza  copulativa  o  co-  pula; e  giacche  qualunque  altro  verbo  non  può  essere  che  un  composto  del  sottinteso  essere  aggiunto  ad  un  attributo,  così  anche  qualunque  altra  cadenza  non  potrà  essere  che  composta  della  tonale  aggiunta  a  qualche  altro  attributivo  accordo,  o  cadenza  in  qualsivoglia  maniera,  od  espressa,  o  sottintesa.  Ecco  quindi  ciò  che  forma  la  proposizione  musicale,  che  noi  chiameremo  pure  col  solito  titolo  di  periodo,  canto,  pensiero,  motivo,  frase,  ecc.,  a  secondo  di  quello  che  si  tratterà,  quando  daremo  gli  elementi  della  composizione  »  (p.  36).  Medesimamente  il  Balbi  vi  parlerà  di  costruzione  diretta  e  inversa,  della  necessità  che  Y aggiuntivo  si  concordi  «  col  sostantivo,    nel  numero,  come  nel  genere  e  nel  caso  »  (p.  254),  e  perfino  del  punto  ammirativo  e  interroga-  tivo! Ma  la  cosa  è  perfettamente  naturale:  ammesso  che  si  possa,  per  ragioni  pratiche  d'apprendimento  e  d'altro,  sottoporre  l'e-  spressione artistica  a  un  processo  di  elaborazione  logica,  le  ca-  tegorie grammaticali  anche  della  musica  sorgono  immediata-  mente d'incanto,  e  non  c'è  nulla  da  ridire:  anzi  si  può  osser-  vare con  qualche  compiacenza  il  loro  meccanico  sorgere  anche fuori  del  campo  strettamente  linguistico.  V'ha  di  più.  Quel  solo  porre  il  problema  di  una  grammatica  ragionata  della  musica  con-  siderata come  lingua  in  tempi  di  logicismo  e  purismo  linguistico,  anche  se  il  criterio  assunto  per  risolverlo  era  quel  medesimo  di  cui  si  serviva  la  grammatica  filosofica,  poteva  valere  come  un  suggestivo  richiamo  a  una  considerazione  meglio  che  intellet-  tualistica dell'espressione  in  genere,  potendosi  avvertire  in  quel-  l'equazione di  un  prodotto  creduto  facilmente  logico  e  di  un  altro  di  evidentissima  natura  artistica  una  comunanza  più  inti-  mamente spirituale  di  competenza  dell'estetica  meglio  che  della  logica.   Pochi  anni  avanti  aveva  vista  la  luce  un'  '  Opera  postuma  di POGGI (si veda) su  La  scienza  del-  l'umano intelletto,  ovvero  Lezioni  a" ideologia   di  grammatica  di logica.  L'opera,  come  s'argomenta dal  titolo,  è  divisa,  dopo l’Introduzione,  in  tre  parti: Della  ideologia;  Della  Grammatica, e Della  logica. POGGI (si veda) è  un  condillachiano,  e  quello  di  Condillac  è,  se  non  isbaglio,  l'unico  nome  che  citi  nel  suo  grosso  volume (p.  249). Ma,  qua  e  là,  come  a  proposito  di  metafore  e  termini-cifre  e  di  lingue  emblematiche  e  dipinte  e  alfabetiche  ecc.,  indica  anche  un'  influenza,  non  direi  vichiana,  ma  cesarottiana.  Parte,  appunto,  anche  lui  dalla  istituzione  delle  lingue  artificiali,  e   con  la  percezione,  i  bisogni,  l'utilità,  la  brevità,  svolge  tutta  la  dottrina  delle  categorie  grammaticali  e  de'  loro  accidenti  e  poi  della  sintassi  di  costruzione,  di  reggimento,  di  concordanza.  Le  prime  articolazioni  furon  pronunziate  per  significare  sensa-  zioni riportate  ad  oggetti  esteriori  :  un'  interiezione,  dunque,  e  un  nome  bastarono  a  esprimere  qualunque  sensazione.  In  ogni  interiezione,  in  ogni  nome  è  contenuta  un'intera  proposizione. Poiché  un'  idea  qualunque  non  è  propriamente  che  il  risultato  di  una  sensazione,  ne  segue  che  tutti  gli  altri  elementi  del  di-  scorso non  servono  ad  esprimere  veruna  idea  intera  e  completa,  ma  bensì  soltanto  delle  modificazioni,  e  dei  rapporti  fra  le  nostre  idee.  Tutto il  macchinismo  d'ogni  lingua  parlata è  spiegato  con  questo  principio  :  i  verbi,  gli  aggettivi,  le  propo-  sizioni,  le  congiunzioni,    e  tutte    le   variazioni   de'  nomi    e   de'  [Firenze.  A  spese  degli  editori  [i  figliuoli  Poggi], .   Precedono  Cenni  biografici.   (*)  In  XXI  lezioni,  con  un'  Appendice  sul l' Idea  della  metafisica  scolastica.  In  due  sezioni (lezioni)  Della  grammatica:  Del  PRIMITIVO LINGUAGGIO umano;  Degli  elementi  del  discorso  in  qualsivoglia lingua  artificiale;  Seguita  l'analisi  del  discorso;  Osservazioni sull'analisi  precedente,  massime  intorno  al  Verbo;  Delle  variazioni  a  cui  soggiaciono  gli  elementi  del  discorso;  Dei  verbi  ausiliari,  irregolari, e  composti;  Degli  aggettivi  di  quantità  e  di  numero.  (lezioni):  Della  sintassi;  Del  reggimento,  e  delle  altre  condizioni  della  sintassi;  Di  una  lingua  dipinta,  delineata,  o  scritta;   Di  una  lingua   scritta    per    caratteri,  ossia   della    scrittura   volgare;   Dell'ortografia;  Delle  parole  aventi  più  di  un  significato,  dei  sinonimi, dei  tempi  e  delle  figure  grammaticali.   (lezioni):  Del  Raziocinio;  Delle  proposizioni,  e  delle  varie  forme  d'argomentazione.] verbi,  si  sviluppano  da  esso.  V? avverbio  e  il  participio  non  sono  vere  categorie,  perchè  l'avverbio  «  si  compone  di  una  preposi-  zione, di  un  sostantivo  e  di  un  adiettivo  »  (p.  265),  e  il  participio  è  una  specie  di  nome  verbale  aggettivo  (p.  266).  La  cosa  è  molto  facile  :  e  perciò,  invece  di  seguir  il  nostro  intrepido  dipanatore  del  linguaggio  nella  sua  dimostrazione,  la  lasceremo  immaginare  a  chi  vuole.  Mi  piace  invece  richiamar  l'attenzione  sull'espe-  diente adoperato  dal  Poggi  per  dar  l'idea  della  sintassi.  Si  ricor-  derà che  il  Croce  per  mostrare  come  i  logici  hanno  cavato  dal-  l'espressione i  generi  grammaticali,  ha  portato  l'esempio  d'una  pittura  «  che  rappresenti...  un  individuo  che  cammina  per  una  certa  via  campestre  »,  e  alla  quale  corrisponde  la  frase  :  Pietro  cammina  per  una  via  campestre.  Come  elaborando  logicamente  quella  pittura  si  ottengono  i  concetti  di  moto,  azione,  ente,  del  generale,  dell' individuale,  ecc.,  così  elaborando  col  medesimo  procedimento  quella  frase,  si  ottengono  i  concetti  di  verbo  (moto  o  azione),  di  nome  (materia  o  agente),  di  nome  proprio,  di  nome  connine  ecc.,  che  pei  grammatici  sarebbero  le  parole,  le  espres-  sioni di  quei  concetti,  ripassando  illecitamente  dal  logico  al-  l'estetico  (').  Orbene,  il  nostro  si  serve  del  medesimo  esempio  della  pittura  per  elaborare,  con  poca  esattezza,  però,  non  solo  le  categorie  grammaticali,  ma  l'ordinamento,  la  sintassi  onde  ven-  gono a  intrecciarsi  armonicamente  per  la  perfetta  espressione  del  pensiero.  Val  la  spesa  di  riportar  questo  brano,  senz'altro  dire.  «  Se  vi  fate  a  osservare  un  dipinto  in  cui  siansi  per  esempio  ritratte  varie  figure  umane,  voi  tosto  vedete  nel  tutto  insieme  di  ciascuna  figura  il  primo  elemento  di  ogni  discorso,  cioè  il  nome:  se  paragonate  una  figura  coll'altra,  vi  scorgete  delle  dif-  ferenze caratteristiche,  onde  una  si  discerne  dall'altra;  analiz-  zando queste  differenze  vi  risultano  delle  proprietà  ovvero  degli  attributi  che  voi  distinguete  egualmente;  ed  ecco  il  secondo  ele-  mento del  discorso  che  diciamo  aggettivo,  mentre  aggiunge  al-  cun che  all'idea  rappresentata  dal  nome:  se  vi  fate  a  riguardare  accuratamente  le  fisonomie,  gli  atteggiamenti,  e  gli  atti  delle  figure  medesime,  scorgete  eziandio  le  passioni  e  gli  affetti,  onde  sono  animate,  dal  che  scaturisce  il  terzo  elemento  d'ogni  lingua  che  appellasi  verbo  ;  imperocché  quelle  attitudini  non  esprimono  che  i  bisogni,  le  tendenze,  le  avversioni  o  i  desiderj  dei  perso-   (')  Est.,  pp.   146-7.    Capitolo  quattordicesimo  453    naggi  ritratti  :  infine  non  esprimono  che  le  attuali  modificazioni  del  loro  essere:  procedete  all'analisi:  osservate  come  una  figura  stia  nel  quadro  rispetto  all'altra,  come  gli  atti  o  i  gesti  di  questa  si  rapportino  agli  atti  o  ai  gesti  di  quella;  poiché  siasi  voluto  rappresentare  un  fatto  od  un' azione  principale  con  altre  secon-  darie ed  accessorie  ;  finalmente  in  qual  modo  tutte  quelle  figure,  e  tutte  quelle  attitudini  si  leghino  insieme,  onde  esprimere  in  complesso  il  concetto  del  pittore,  e  voi  scorgete  che  questi  rap-  porti e  queste  circostanze  tengon  luogo  delle  preposizioni  e  delle  congiunzioni:  mentre  esse  isolatamente  prese  nulla  significano,  anzi  non  sono  nulla,  ma  guardate  in  complesso  nel  tutto  insieme  del  quadro,  servono  a  determinare,  dichiarare  e  completare  l'idea  principale  o  il  soggetto  della  dipintura....  (').  Ora,  fermandoci  all'addotto  esempio,  è  altresì  facile  il  comprendere  che  intanto  il  concetto  del  pittore  si  manifesta,  e  passa  nella  mente  dell'os-  servatore, in  quanto  che  le  parti  elementari  del  dipinto  sono  collocate  e  disposte  in  una  certa  guisa  e  con  determinato  ordine  fra  loro  :  dal  che  dipende  la  pronta  e  chiara  intelligenza  del  soggetto,  ossia  dell'azione  principale  non  meno  che  delle  acces-  sorie; di  tal  maniera  che,  se  quelle  figure,  quegli  atti,  quegli  em-  blemi o  segni  caratteristici  e  quelle  mosse  si  travolgessero,  o  confondessero,  non  avremmo  più  espressa  intelligibilmente  l'idea  del  pittore.  Questa  collocazione  e  disposizione  di  parti,  è  ap-  punto quella  che  nelle  lingue  chiamasi  sintassi,  la  quale  voce  si-  gnifica ordinamento  »  (pp.  312-3).   Ma  non  è  prezzo  dell'opera  il  fermarsi  sulle  colluvie  di  grammatiche  ragionate  grosse  e  piccole  che  innondò  le  scuole  italiane  nella  prima  metà  del  secolo  decimonono  :  sarà  già  molto  che  ne  diamo  qui   un    elenco,   s'intende,    imperfetto  (2).   Neppur    (')  Dove  ho  messo  questi  puntini,  è  il  seguente  periodo:  «E  qui  cade  in  acconcio  una  bella  e  giusta  osservazione,  ed  è  questa,  che  l'arte  della  pittura  fin  che  non  seppe  ritrarre  le  affezioni  e  i  mo-  vimenti dell'animo,  non  fu  che  un  linguaggio  assai  imperfetto,  come  quello  che  mancava  di  segni  atti  a  significare  le  modificazioni  del-  l'essere, e  quindi  pur  anche  le  vere  relazioni  e  i  legami  di  un  af-  fetto o  di  un'azione  coll'altra  e  quindi  il  dipintore  non  potea  espri-  mere che  in  parte  soltanto  i  proprj  concetti:    tampoco  imprimere  alcun  carattere  marcato  e  distinto  alle  sue  figure  ».   (?ì  Martinelli  Gius.,  Modo  per  agevolare  la  cognizione  e  l'uso  della  lingua  toscana,   Venezia,   1800  (Divide  la  lingua  in  parecchi  gè-    454  Storia  della  Grammatica   neri  di  materie,  ciascuno  comprendente  parecchie  spezie,  ai  quali  corrispondono  vocaboli  proprii  e  figurati  e  maniere  di  favellare:  è  una  fraseologia  metodica).    Placci  M.  F.  Gius,  (professore  di  fisica  nel  r.  Liceo  di  Fermo),  Sul  meccanismo  della  pronuncia  ?iella  lingua  italiana    Osservazioni    Vicenza,  1809  (L'a.  dichiara  di  essersi  gio-  vato dell'opera  del  sig.  di  Kempelen  e  di  alcune  altre.  Il  nostro  pensiero  va  naturalmente  al  De  Brossei.    Zanotti  Fr.,  Elementi  di  grammatica  volgare,  Milano,  1820    un  opuscolo  di  52  pp.  in  cui  s'insegna  tutta  la  grammatica  compresa  la  sintassi,  compresovi  un  discorso  sulla  lingua).    Brambilla  Carminati  Dom.,  Introduzione  alla  grammatica  di Soave  ossia  Elementi  delle  due  lingue  italiana  e  latina,  Vene-  zia, 1S23  (ma  riguarda  più  particolarmente  il  latino).    Libro  di  lettura  e  Introduzione  alla  grammatica  italiana  per  la  classe  II  delle  scuole  Elementari,  Venezia,  1823.    Franscini  Stef.,  Grammatica  inferiore  della  lingua  italiana,  Milano,  1823  (3a  ediz.  accr.  e  migl.)  per  la  III  classe  elem.  (compilazione  elementare,  ma  intonata  al  la  filosofico).    Omezzati  Andr.,  Grammatica  elementare  della  lingua  italiana,  Man-  tova, 1S25  (ed.  2a  corr.,  riform.  e  accr.).  (Nella  prefaz.  cita  la  dotta  grammatica  del  Soave,  e  le  due  del  dottissimo  Bellisomi,  «  dove  colla  più  profonda  sottil  metafisica  »  ecc.  è  porto  il  più  grande  aiuto,  anzi  è  arato  tutto  il  campo.  Incomincia  al  solito  col  domandare:  Che  cosa  è  la  grammatica?  -  Che  cosa  intenderò  per  sillaba?).    Alcuni  cenni  di  grammatica  comparata  delle  lingue  italiana  e  latina  ad  uso  della  gioventù  con  Corollari  della  grammatica  di  Tracy,  di  G.  B.  D.,  Pa-  dova, 1836  (Con  l'esempio  di  alcuni  casi    l'it.  essere  si  costruisce  come  il  lat.  esse,  e  i  casi  vi  sono  tanto  in  it.  che  in  lat.    dimostra  che  si  deve  insegnare  la  grammatica  delle  due  lingue  e  d'altre  lingue  parallelamente  per  eliminare,  anzi  per  non  creare  difficoltà.  Vi  si  cita  il  Tracy,  che  insegna  «  che  una  lingua  è  migliore  quanto  essa  più  segue  l'ordine  naturale  nella  costruzione  ».  Ma  il  Tracy  ci  sta  proprio  a  pigione.  È  notevole,  peraltro,  per  l'indirizzo  che  parrebbe  un  trovato  moderno.  E  già  questo  ha  la  barba  lunga  !).    Elementi  della  lingua  italiana  ad  uso  delle  scuole,  Milano. Fontana  Ant.,  Gram-  matica pedagogica  elementare  italiana,  Brescia,  1828  (Il  fanciullo  «parli  pure  la  sua  lingua;  e  tu  gli  mostra  quindi  come  il  detto  traducasi  facilmente  in  Italiano;  scrivi  la  traduzione  sulla  tabella  ;  ed  il  fanciullo  lo  legga  e  lo  rilegga,  e  lo  venga  poi  ripetendo  dopo  che  dalla  tabella  è  cancellato  ».  Pp.  6-7.  Anche  l'esercizio  delle  traduzioni  dialettali  si  vorrebbe  far  passare  oggi  per  una  novità  ;  mentre  il  Fontana  ha  pre-  decessori perfino  nel  Cinquecento!).    Iaklitsch  Gius.,  prof,  a  Trieste,  Principi  elementari  della  lingua  italiana,  Milano,  1829  (Di-  stingue la  lingua  in  generale  e  verbale.  «  Le  vocali  sono  propriamente  l'armonia  della  voce  verbale,  che  al  suono  della  lingua    l'amenità  e  la  soavità  del  canto;  le  consonanti  all'incontro  sono  più  il  carattere  distintivo  delle  idee  per  mezzo  delle  quali  le  parole  acquistano  e  si-  gnificato e  intelligibilità,  come  :  colto,  conto,  corto,  costo,  ove  si  può  dire  che  le  consonanti  /,  //,  r,  s  della  prima  sillaba  sono  propria-  mente i  segni  caratteristici  del  significato  delle  parole,  e  la  sillaba  è  soltanto  una  sillaba  derivativa,  la  quale    modifica    il   significato   se-    Capitolo  quattordicesimo  455    rondo  che  cambia  la  sua  vocale  come  pasta,  pasto  »  p.  9.  Qui  la  fi-  losofia e  l'etimologia  a  cavallo  del  De  Brosse  galoppano  mirabil-  mente all'indietro).    Visconti  Kr..  Riflessioni  ideologiche  intorno  al  linguaggio  grammaticale  dei  popoli  colti,  Milano,  [831  Non  sono  propriamenU-  una  grammatica,  ma  contengono  dilucidazioni  su  ogni  categoria  grammaticale,  secondo  le  vedute  delle  grammatiche  filoso-  fiche, delle  quali  l'a.  dichiara  d'essersi  giovato.  Se  non  che  la  gram-  matica filosofica  mi  par  che  vi  sia  trattata  a  rovescio,  di  mostrandovi  si  non  come  sorgono  le  categorie  grammaticali,  ma  come  si  sciolgono  nelle  loro  varie  accidentalità.  Degli  aggettivi  fa  sei  categorie,  l'ultima  delle  quali  «  è  come  la  pentola  in  cui  la  locandiera  getta  il  residuo  di  vari  cibi,  per  farne  una  qualche  vivanda  destinata  alle  mense  del-  l'indomani. Le  precedenti  sono  in  quella  vece  come  il  pollo  fresco,  l'arrosto  ecc.  »!  pp.  42-3.).    Scienza  della  parola  toscana,  p.  I.,  Le  diritte  parole  della  lingua,  Torino,  1835.    Malvezzi  Luigi.  Gramma-  tica nuova  italiana,  Milano,  1833  (2a  ediz.,  1851).    Cogo  Pietro,  Gram-  matica italiana  popolare,  Padova,  s.  a.  [sec.  XIX].    Cora  Gius.,  No-  zioni fondamentali  su  tutte  le  parti  del  discorso  ordinate  ad  agevolare  la  intelligenza  delle  prime  scuole  della  sintassi  italiana  e  latina,  Venezia (Sono  373  nozioni.  «  Lo  studio  logico  deve  incominciare  quel  giorno  stesso  in  cui  il  maestro  comincia  le  sue  lezioni,  e  terminare  l'ultimo  di  dell'insegnamento.  Sappiamo  dai  filosofi  e  sopra  tutti  dal  celeberrimo  ab.  di  Condillac  che  il  perfezionamento  del  linguaggio  e  del  pensiero  devono  proceder  di  egual  passo.  Fezzi  Gius.,  Tentativo  teorico-pratico  per  f  insegnamento  delle  due  lingue  italiana  e  latina.  «  Guida  all'analisi  ed  alla  pratica  composizione  del  discorso  applicato  alla  lingua  italiana  e  proposta  come  primo  fondamento  del-  l'arte del  tradurre  e  del  comporre  nelle  classi  di  grammatica»,  Cre-  mona, 1S37  1  Dichiara  che  quest'  operetta  è  un  sunto  de'  sommi  pre-  decessori —  Soave,  Romani.  Biagioli,  Ambrosoli    ma.  specialmente,  Bellisomi  e  Fontana,  de'  quali  si  dice  discepolo,  mutati  solamente  l'ordinamento  e  l'esposizione  della  materia  e  unita  la  teoria  alla  pra-  tica. Usa  ancora  la  distinzione  cesarottiana  delle  parole-segni,  e  delle  parole-figure.  Ha  un'appendice  Degli  elementi  spirituali  del  linguaggio).     Mattiello  A.,  Regole  pratiche  per  {sviluppare  ai  giovani  i  primi  rudimenti  dell'  italiana  favella  in  conformità  alla  metodica,  Venezia,  1839.  (Cogli  alunni  della  I  e  II  ci.  eleni,  applica  la  IV  massima  della  me-  todica generale,  come  se  si  trattasse  d'insegnar  loro  a  far  delle  aste.  «Sai  tu  a  che  servono  le  regole?»  -  «Non  signore»). Ànti  Giorg.,  Trattato  dialogico  sopra  la  sintassi  italiana,  le  proposizioni  grammaticali  e  la  ortografia  con  alcune  tavole  sinottiche  e  in  fine  un  picco/o  '  dizionario  veronese-italiano  ',  per  comodità  e  utilità  della  stu-  diosa gioventù,  Verona,  1850.    Cestari  Tom.  Em.,  Grammatica  ita-  liana teorico-pratica  divisa  in  ?  classi  ad  uso  specialmente  delle  scuole  elementari.  Venezia,  185 1  Dello  stesso:  Primi  eleni,  digr.  ital.-lat.,  Venezia;  Genesi  dell'accordo  fra  il  pensiero  logico  ed  il  linguistico proposto  a  chiave  dello  studio  filologico  comparato,  Venezia).  Brugxoli  Ag.,  Nuovissimo  repertorio  grammaticale,  Verona.  Missio  Bern.,  Metodo  d'iniziare   i  fanciulli    nel  comporre   e   nella    456  Storia  della   Grammatica   quella  del  Cerutti  si  solleva  molto  dalle  altre  (').  Elaborata  in-  vece con  acume  filosofico  è  una  Grammatica  ideologica  uscita  nel   1841  senza  nome  d'autore:  e,  per  chiarezza  d'esposizione  e    grammatica  italiana,  Treviso.  C.  V.,  Grammatichetta  italiana  ad  uso  delle  scuole  elementari  intermedie,  Lecco,  1855.    Lipella  Car.,  Grammatica  italiana  per  la  j  classe  eleni.,  Verona (Postuma. Vi  si  cita  ancora  il  Soave,  ma  non  sempre  per  difenderlo).    Gusberti  D.,  Grammatica  ragionala  della  lingua  italiana,  Torino,  1866.     Naturalmente,  in  correlazione  a  questa  diffusa  produzione  gramma-  ticale, non  si  cessò  di  speculare  sul  linguaggio  secondo  il  comune  indirizzo  filosofico-storico.  Si  ebbero:  Rosa  Gabriele,  Vicende  delle  lingue  in  relaziofie  alla  storia  dei  popoli,  Padova,  s.  a. Volpe  Gir.,  Saggio  sulle  cause  delle  vicende  delle  lingue,  Belluno,  1837.    [Bidone  Em.],  Saggio  sull'analisi  ed  unità  delle  lingue,  Voghera,  1839,  ed  altri  siffatti  libri  che  qui  non  importa  elencare.      mancarono,  com'è  del  pari  naturale,  discussioni  circa  il  metodo  dell'insegnamento  gram-  maticale in  riviste,  opuscoli  (ho  ricordato  la  polemica  Bellisomi-Fan-  toni),  e  conferenze  (p.  es.  Della  istruzione  elementare  di  grammatica  italiana,  Lettura  del  17  marzo  1S36  ne  IP  Ateneo  di  Treviso,  Treviso,  1836):  tutta  una  letteratura  scolastica,  che,  se  può  interessare  lo  sto-  rico delle  istituzioni  e  dei  metodi  didattici,  non  aggiunge  nulla  alle  conoscenze  che  si  posson  trarre  direttamente  dalle  grammatiche  per  l'argomento  nostro.    Medesimamente  si  vennero  escogitando  pa-  recchi sistemi  di  lingua  universale  (i  nostri  volapuk  e  esperanto),  nella  illusione  di  poter  ridurre  a  un  unico  schema  valevole  per  tutti  i  po-  poli le  singole  grammatiche  particolari.  Poiché  tutti  i  popoli  si  ritro-  vano nella  grammatica  generale  uniformi  nel  concepimento  dell'idee  e  nel  loro  collegamento  logico,  doveva  pure  potersi  formulare  un  unico  sistema  grammaticale  e  ortografico  insieme  che  servisse  a  rap-  presentare e  a  render  comune  e  praticamente  comunicabile  la  lingua  universale.  Ricorderò:  Matraja  Gio.  Gius.,  Gcnigrafia  italiana,  nuovo  metodo  di  scrivere  questo  idioma,  Lucca,  183 1  (Da  genicografia,  '  scrit-  tura generale  '  ,  '  Modo  di  scrivere  generalmente  senza  relazione  agl'i-  diomi '.  Molti,  ricorda  il  Matraja,  si  affaticarono  per  sciogliere  il  pro-  blema di  tale  scrittura,  Cartesio,  Leibnitz,  Wolfio,  Willio,  Kircker,  Delagarne,  Beclero,  Sobbrig,  Lambert,  Demaimieux  e  Richeri  ;  ma  solo  a  lui,  povero  frate,  la  Divina  Provvidenza  permise  di  farlo.  Tratta  la  grammatica  genigrafica  in  generale,  e  poi  le  parti  dell'orazione  ecc.). Proposta  per  la  rettificazione  dell 'alfabeto  ad  uso  della  lingua  ita-  liana di  N.  N.,  Milano,  1830    fondata  su  quella  del  Court  de  Gi-  belin  e  del  Klaproth,  che  prende  a  base  l'alfabeto  romano  portato  a  42  lettere).  Già  prima  del  Matraja,  altri  italiani  avevano  tentato  questo  sistema.   (')  Grammatica  filosofica  della  lingua  italiana,  Napoli. Più  interessante  è  forse  la  Vita  di Cerutti  «con  ragionamenti  e  digressioni  morali  e  filosofiche  da  lui  scritta  e  pubblicata  lui  vivente  »  ,    Capitolo  quattordicesimo  457   anche  per  segnare  il  termine  estremo,  dirò  così,  più  importante  dello  svolgimento  della  grammatica  filosofica,  notevole  ci  sembra  il   Compendio  del  Corradini.   Fondamento  della  Grammatica  ideologica  ('),  in  cui  non  c'è  riuscito  riconoscere  l'autore,  che  vi  si  designa  nel  Proemio  un  «  addetto  alla  teoria  e  alla  pratica  della  giurisprudenza  »,  è  il  più  schietto  sensismo  condillachiano  che  prevalse  in  Italia  quasi  fin  oltre  il  primo  trentennio  del  sec.  XIX,  specialmente  nell'am-  biente scolastico,  dove  quella  corrente  potè  circolare  con  molta  facilità.  L'autore  si  mostra  assai  accalorato  per  il  suo  prediletto  sistema  filosofico,  e  recisamente  avversario  del  kantismo.  La  di-  pendenza dalla  grammatica  dall'ideologia  (>,"  e  seguendo  nell'insegnamento  il  metodo  analitico.  «  Se  le  cognizioni  vengonci  tutte  da'  sensi  adoperati  nel  passato  ed  attualmente  ;  se  le  regole  o  teorie  non  sono  che  brevi  sunti  delle  osservazioni  nate  dalla  pratica  dei  fatti  e  degli  oggetti  sensibili,  ne  consegue  chiaro  che  lo  esemplificare,  o  il  far  na-  scere le  osservazioni  e  le  regole  da'  casi  concreti,  e  dalle  circo-  stanze palpabili  deve  costituire  la  parte  più  momentosa  dell'in-  segnamento, la  sola  e  vera  salda  base  del  medesimo....  Se  la  sperienza  de'  fatti  fa  toccar  con  mano  a  chi  non  ismarrì  il  tatto,  che  le  astrazioni  e  generalità  d'ogni  maniera,  classi  d'individue  cose,  classi  d'  ognuna  delle  loro*  qualità  trovata  consimile  in  parecchi  individui,  e  classi  infine  di  giudizi  singolari  riuniti  a  farne  un  generale,  non  esistono  che  negli  oggetti  od  individui  fatti,  non  sono  fuorché  estratti  di  essi  e  delle  loro  relazioni  di  somiglianze,  o  differenze,  o  di  causa  ad  effetto  ;  sarà  dunque  pessimo  ogni  metodo  d' insegnare,  che  aggirandosi  perpetua-  mente nelle  copie,  trascuri  gli  originali  siffatti,  e  '1  cominciar  insegnando  dall'astrazioni  (quali  solo  tutte  le  regole  e  i  pre-  cetti) con  volar  sempre  sulle  loro  ali  senza  mai  calare  a  terra,  al  sensibile.   Il  libro  consta  di  due  parti,  la  prima,  che  contiene  Prele-  zioni ideologiche  indispensabili  alla  grammatica,  distinta  in  due  capi:  1.  Delle  facoltà  intellettuali  e  de'  bisogni  dell'uomo;  2.  Rapporti,  giudizi  e  teoria  delle  astrazioni  ;  le  generalità  di-  vise in  tre  sorta  di  classi  (soggettiva  o  sostantiva,  qualitativa,  proposizionale),  ossia  l'esposizione  dei  principi  generali  su  cui  è  fondata  la  grammatica;  la  seconda,  che  contiene  la  Grammatica  generale,  divisa  in  sette  capi:  1.  Origine  del  linguaggio;  linguaggio  naturale,  d'azione  od  affettivo  ;  2.  Della  grande  utilità  de'  segni  o  vocaboli  anche  solo  pel  pensare  e  ragionare;  e  delle  varie  specie  di  proposizioni,  ossiano  giudizj  parlati  ;  3.  Del  nome,  pronome,  adiettivo,  articolo  e  del  verbo  in  genere;  Delle  preposizioni  e  degli  avverbj  ;  Delle  congiunzioni;  Del  verbo  -  divisione  de'  verbi  -  tempi;   7.    Sintassi [La  dottrina  di  questo  saggio,  sia  generale  che  particolare,  sviluppata  in  un'  analisi  certamente  eccessiva,  sovrabbondante  348  pagine  sono  indubbiamente  troppe  per  spiegare  la  genesi  delle  categorie  grammaticali),  posa  su  un  sistema  assai  meno  complicato  di  quel  che  a  bella  prima  potrebbe  sembrare.  Senza  la  pretesa  di  riassumerla  tutta  neppur  nelle  sue  linee  generali  in  poche  righe,  che  per  tali  opere  non  è  possibile    gioverebbe  molto,  tante  sono  le  analisi  particolari  di  categorie  secondarie,  e  tanto  lunga  e  spesso  noiosa  è  la  via  della  conclusione,  eccola  nel  suo  principale  aspetto.  «  Noi  siamo  intelligenze  servite  da  organi,  o  sieno  membri  operativi  »  (').  Con  le  nostre  facoltà  o  potenze  corporee  non  possiamo  distinguere  negli  oggetti  che  qua-  lità, modi  o  maniere  d'essere  :  ogni  sensazione  corrisponde  a  una  qualità  :  gli  oggetti  non  sono  che  gruppi  o  mucchi  delle  qualità  che  noi  possiamo  percepire  :  sostanza  è  un  nonnulla  che  sta  sotto  alla  qualità  cui  serve  di  sostegno,  fulcro  ed  appoggio  :  gramma-  ticalmente sostanza  è  anche  il  restante  mucchio  delle  qualità  d'  un  oggetto  in  opposizione  a  una  o  due  qualità  estratte  men-  talmente dal  mucchio  stesso,  cioè  per  via  &  astrazione .  Qualità  e  loro  forme  mutevoli  e  astrazioni  e  i  loro  rapporti  ecco  tutta  la  nostra  conoscenza,  ossia  tutto  il  nostro  modo  di  sentire  (in-  telletto) e  di  volere  (volontà)  mediante  l'attenzione,  la  rifles-  sione, i  giudizi.  Ora  ogni  nostra  sensazione  avrebbe  bisogno  per  esser  circoscritta  di  un  termine  proprio  ;  ma  non  ci  sarebbero  vocabolari  bastevoli  a  contener  tutti  questi  termini  :  quindi  la  necessità  delle  classi,  i  generi,  le  specie:  è  tutto  un  lavoro  di  generalizzazione  e  di  individuazione  per  nominare  gli  oggetti  delle  nostre  sensazioni  sempre  per  via  di  astrazione  :  questa  è  la  naturale  figliazione  delle  nostre  idee':  anche  le  proposizioni  non  sono  che  principj  o  formole  compendiose  delle  idee  già  acqui-  state dalla  esperienza.  «  La  grammatica  (non  che  la  logica)  trova  piane  le  sue  leggi   nell'ordine  stesso  con  cui  si  figliano  le  idee    ('     «  Siffatta  dipendenza  volle   Dio    ordinare    tra    l'anima    umana   nobilissima  parte,  e  la  terrena  mole,  sintantoché  vivessimo  quaggiù.   Il  sensismo  che  limita  le  nostre  conoscenze  alle    sole    qualità   degli  oggetti   di  cui  abbiamo  le  sensazioni,  giunge  all'idea  di  Dio  senza   alcuna  difficoltà!] nostre  dal  sensibile  all'astratto  per  classificarsi  e  generalizzarsi  »  (p.  58).  Donde  deriva  la  sua  importanza  :  «  imperciocché  la  na-  tura deve  necessariamente  esordire,  e  poi  l'arte  da  essa  aiutata  proseguire,  dirozzare;  sicché  se  l'eloquenza  è  il  cuore  che  na-  turalmente parla,  l'arte  è  la  ragione  che  lo  rischiara  e  conduce.  Il  linguaggio,  prodotto  naturale  della  sensività  passò  natural-  mente per  tre  gradi:  1.  gridi  o  suoni  involontarj  :  2.  gli  stessi  usati  ad  arte  o  per  volontà;  3.  linguaggio  composto  di  suoni  distinti  ed  articolati  ne'  suoi  successivi  perfezionamenti.  Si  passa  dall'uno  all'altro  per  Ya?ialogia,  «  magistero  delle  lingue  »,  coi  soccorsi  dell'  onomatopeia.  Nel  primo  naturai  linguaggio  ogni  intero  pensiero  si  espresse  con  un  segno  solo,  a  proposizione  intera.  «  È  già  arte  spaccarla  in  due  pezzi,  soggetto  e  predicato,  ed  analisi  più  raffinata  ancora  il  dividere  sovente  il  soggetto  in  parecchi  brani  e  '1  far  lo  stesso  dell'attributo»  (p.  92)  (').  È  natu-  rale che  la  prima  proposizione  intera  sia  stata  un  sol  cenno  di  testa,  o  un 'interiezione /  Poi  avvenne  un  continuo  spaccamento  di  pro-  posizioni. Il  naturale  era  il  più  composto,  ed  inviluppato;  l'arti-  ficiale sarà  il  più  decomposto,  analizzato  e  spezzato  »  (p.  107).  La  scienza  delle  parti  del  discorso  é  tutta  nell'analisi  dello  svi-  luppo del  primo  grido.  In  ou/c'è  io  soffoco,  o  io  soffro  calore:  quando  avrò  saputo  nominar  in  disparte  il  soggetto  io,  il  grido  07i f  sarà  ridotto  a  significar  il  solo  attributo  soffoco:  così  il  grido  diventò  verbo,  sicché  il  verbo  (non  escluso  il  verb' essere)  non  è  che  l'attributo  della  proposizione,  cioè  una  qualità  invol-  gente il  verb'essere,  segno  della  concrezione  della  qualità  col  soggetto.  Se  ci  fossero  tante  parole  proprie  quanti  sono  i  sog-  getti e  gli  attributi,  non  abbisogneremmo  che  di  due  specie  di  parole,  soggetto  e  attributo.  Con  la  parola  Paolizzo  potrei  signi-  ficar amo  \Paolo!  Dalla  necessità  di  determinare  il  pensiero,  o  meglio  di  individuare  l'oggetto  che  non  ha  nome  proprio,  nac-  quero tutte   le   altre   parti    del    discorso:  l'articolo,    la  preposi-    (')  «  Tutto  in  noi  riducendosi  al  ricevere  sensazioni,  che  sono  qualità  nostre  e  degli  oggetti,  a  combinarle,  e  così  al  considerar  le  cose  individue  come  gruppi  di  qualità,  tra  le  quali  ne  estraggiamo  mentalmente  una  per  contemplarla  in  disparte,  e  quindi  ricongiugnerla  (attribuirla)  al  restante  mucchio,  lo  ch'è  pensare  o  giudicare;  è  chiaro  che  ogni  nostra  manifestazione  non  conterrà  mai  che  un  giudizio  od  una  serie  di  pensieri  o  giudizi  »  p.  94.    Capitolo  quattordicesimo  461   zione  ecc.  «  Nel  dire  il  frutto  del  ciliegio  posto  iti  tal  luogo  piace  molto  al  figlio  di  Cajo,  s'io  avessi  due  parole  o  segni  proprii  ed  esclusivi,  p.  es.,  A  pel  soggetto  tutto,  e  B,  per  l'attributo  intero  (poiché  non  si  hanno  da  comparare,  che  due  sole  idee),  come  diverrebbe  comodo  il  dire  soltanto  A-D!  Ma  che  spaventoso  numero  di  segni  ci  abbisognerebbe! Qui  sorge  la  teoria  dei  rapporti  grammaticali  (  il  rapporto  vero  è  uno  solo,  il  logico,  quello  con  cui  si  comparano  le  due  sole  idee  che  entrano  nella  proposizione),  con  la  quale  si  spie-  gano, olte  le  categorie,  tutte  le  innumerevoli  accidentalità  gram-  maticali, ossia  le  modificazioni  delle  parole  utili  a  sempre  più  circoscrivere  e  individuare  i  nostri  giudizi,  pe'  quali,  al  solito,  mancano  gli  unici  termini  propri  che  li  significherebbero  alla  spiccia  con  somma  nostra  gioia  e  comodità.  La  preposizione  e  l'avverbio  sono  riduzioni  di  qualità  accessorie:  le  congiunzioni  sono  le  preposizioni  delle  congiunzioni,  anch'esse  dunque  ridu-  zioni di  attributi.   Quanto  abbiamo  fin  qui  esposto,  ci  sembra  sufficiente  a  ca-  ratterizzare la  dottrina  di  questa  Grammatica  ideologica  senza  entrare  nelle  particolari  trattazioni  delle  singole  categorie  gram-  maticali e  sintattiche.  Quanto  sia  povera  e  insufficiente  a  spie-  gare il  superbo  miracolo  del  linguaggio,  ognun  vede  facilmente  senza  che  noi  commentiamo  di  più.  Non  è  nostro  scopo  far  la  critica  dei  sistemi  filosofici  su  cui  si  costruirono  le  varie  gram-  matiche: ci  basta  solo  mostrare  la  relazione  di  questi  con  quelli.  Ma  non  possiamo  non  meravigliarci  della  simpatia  che  il  sensismo  condillachiano  ha  goduto  tra  noi  per  tanto  tempo  specie  come  fondamento  alle  teorie  sul  linguaggio  e  alle  arti  del  pensare,  del  dire,  alle  grammatiche,  che  l'abbia  goduta  ancora  dopo  che  Gu-  glielmo di  Humboldt  ebbe  speculato  sul  linguaggio  con  tanto  acume  e  genialità,  n'ebbe  finalmente  fissata,  pur  tra  incertezze  e  confusioni  che  ne  dovevano  mantener  insoluto  il  problema,  la  natura  tutta  e  solamente  spirituale  nella  sua  infinita  ricchezza.  Col  sensismo  della  nostra  Grammatica  ideologica  quest'alta  fun-  zione del  nostro  spirito,  anzi  la  vita  stessa  del  nostro  spirito  si  ridurrebbe  a  un  semplice  meccanismo,  straordinariamente  ricco  di  nomi  ma  poverissimo  di  movimenti,  che  la  natura  esteriore  manderebbe,  a  suo  bene  placito,  fornito  solo  di  piacere  e  di  do-  lore, «  i  due  grandi  custodi  del  nostro  essere  »  (p.  13).  E  dire  che  l'autore,   fra  i  nomi  di  Condillac,  Tracy,  Court  de  Gebelin,    462  Storia  della  Grammatica   Cousin  e  simili,  cita  parecchie  volte  quello  di  Giambattista  Vico!  Il  che  conferma  quello  che  osservò  già  l'autore  del  Rapporto  del  1809  da  noi  citato,  che  cioè  la  dottrina  del  Vico  compresa  e  ac-  cettata in  alcune  particolari  applicazioni  rimase  oscura  nella  sua  essenza  ('),  e  conferma  ancora  una  volta  lo  strano  miscuglio  che  ne  fecero  col  sensismo  i  nostri  enciclopedisti.  Quali  utilità  al-  l'apprendimento della  lingua  poteva  venire  da  siffatte  gramma-  tiche, dove,  pure  in  tanto  analizzare,  l'osservazione  del  lettore  non  è  mai  richiamata  neppure  sulle  particolari  funzioni  logiche  dei  fatti  grammaticali,  come  invece  vedemmo  fare  egregiamente  al  Du  Marsais  ?   Col  quale  si  rannoda  per  la  parte  teorica,  e  non  per  queste  felici  applicazioni,  l'ab.  Francesco  Corradini,  che  nel  1852  volle  darci,  quasi  a  chiuder  la  serie  non  ingloriosamente,  un  Com-  pendio  della  grammatica  generale  filosofica  (').   Questo  Compendio  ha  il  pregio  della  chiarezza  assoluta,  ac-  coppiata con  la  più  scrupolosa  coerenza  nella  più  rapida  e  con-  cisa brevità  (52  pagine).  Gli  autori  di  cui  l'A.  dichiara  d'essersi  giovato  sono:  Sanctio,  Minerva,  Burnouf,  Methode pour  étudier  la  langve  greque,  id.  latine,  Prompsault,  G ramni,  rais.  d.  la  langne  latine,  Régnier,  Le  jardin  de  racines  greques,  Gaspare  Selvaggi,  Grammatica  generale  filosofica,  la  Grammatica  di  Portoreale,  Beauzée,  Gramm.  gén.,  gli  articoli  relativi  dell'Enciclopedia  fran-  cese (cioè  Du  Marsais,  e  i  suoi  successori).   Definisce  la  teoria  della  grammatica  generale  la  «  scienza  delle  forme  integrali  d'ogni  lingua  ».  Ne  definisce  il  carattere,  la  possibilità,  l'oggetto,  il  fine,  l'utilità.  Una  delle  prove  della  possibilità  la  deduce  dalle  traduzioni,  che  dimostrano  un  comune  procedimento  del  pensiero  umano,  l'uniformità  de'  nostri  pen-  sieri. Gli  elementi  son  due:  il  materiale  e  il  rappresentativo:  in  mater,  m  r  l,   ma,  ter,    l'accento  sull'a,  sono  il  materiale,  la    (')  Gentile,  op.  cit.,  p.  136.   (2)  Padova,  coi  tipi  del  Seminario.    Non  dico  che  questa  sia  assolutamente  l'ultima,    che  gli  effetti  delle  grammatiche  generali  si  spegnessero  nell'insegnamento  dopo  la  prima  metà  del  sec.  XIX.  Grammatiche  filosofiche  si  scrivono  anche  oggi,  e  noi  nelle  scuole  facemmo  tutti,  chi  più  chi  meno,  parecchie  indigestioni  di  analisi  logica  e  grammaticale  !    Capitolo  quattordicesimo  463    nozione  di  madre  è  il  rappresentativo.  La  grammatica  generale  filosofica  si  appoggia  bensì  alla  logica  pura,  ma  è  propriamente  una  parte  della  logica  applicata.  La  logica  applicata  considera  il  pensiero  nelle  sue  condizioni  empiriche  :  la  condizione  empi-  rica universale  del  pensiero  è  la  cognizione  ;  si  ha  cognizione  d'un  oggetto,  quando  è  determinato;  la  determinazione  si  compie  nelle  quattro  supreme  classi  o  categorie,  quantità,  qualità,  re-  lazione, modalità.  Il  discorso  deve  dunque  soddisfare  anche  a  queste  esigenze  del  pensiero:  esse  costituiscono  le  varie  modi-  ficazioni dei  termini  e  delle  parti  del  discorso  ;  esse  pure  devon  esser  oggetto  d'una  grammatica  generale  filosofica.  Tien  conto  anche  delle  condizioni  empiriche  dell'uomo  parlante:  lo  stato  della  società,  l'affetto  e  la  passione  che  lo  domina,  l'impeto  istin-  tivo di  uguagliar  col  discorso  la  celerità  del  pensiero,  le  cre-  denze religiose  ecc.  In  conclusione:  nella  parola  sono  da  con-  siderare due  elementi,  il  materiale  e  il  rappresentativo;  il  primo  si  appoggia  alla  natura  dell'organo  vocale,  il  secondo  alla  natura  del  pensiero.  L'elemento  materiale  comprende  i  suoni  vocali  e  consonanti,  l'aggruppamento  de'  suoni  cioè  le  sillabe  e  le  pa-  role, e  le  modificazioni  derivate  da  questo  aggruppamento  cioè  l'accento  e  la  quantità.  L'elemento  rappresentativo  appoggiato  alla  natura  del  pensiero  deve  somministrare  i  mezzi  tanto  per  espri-  mere le  tre  funzioni  concetti,  giudizio,  raziocinio ,  quanto  per  deter-  minare ciascheduna  di  queste  tre  nelle  quattro  categorie  di  qua-  lità, quantità,  relazione,  modalità.  I  nomi  sostantivi  ed  aggettivi  esprimono  i  concetti,  i  verbi,  i  giudizi,  la  sintassi,  le  congiun-  zioni e  la  costruzione  esprimono  il  raziocinio  in  quanto  consta  di  più  giudizi  legati  fra  loro.  I  numeri  ne'  sostantivi  e  gli  ag-  gettivi di  estensione  determinano  la  quantità,  i  generi  ne'  so-  stantivi, gli  aggettivi  di  comprensione  e  gli  avverbi  determi-  nano la  qualità,  le  preposizioni  o  i  casi  ed  i  verbi  le  relazioni,  i  modi,  le  modalità    50).  È  insomma  la  logica  distillata  pel  filtro  grammaticale:  di  linguaggio  effettivo  qui  non  si  ha  più  traccia  :  s'è  sistemato  tutto  lo  schemario  delle  categorie  logico-  grammaticali,  ma  il  contenuto  è  caduto  per  la  strada.  Dal  Du  Marsais  al  Corradini,  a  traverso  interpretazioni  varie  più  o  meno  elevate,  a  rimaneggiamenti  e  riduzioni  elementari,  la  grammatica  generale,  oltre  a  perdere,  in  Italia,  tono  e  carattere  filosofico  in  una  elaborazione  quasi  sempre  meschina  e  grossolana,  veniva  sempre  più  separando  il  linguaggio  effettivo  dagli  schemi  gram-    464    Storia  della  Grammatica    maticali  che  si  erano  ottenuti  studiandolo  sia  direttamente,  sia  dal  punto  di  vista  esclusivamente  intellettuale,  e  a  questi  assegnando  valore  di  formula  e  di  legge,  ma  privandola  d'un  oggetto  con-  creto a  cui  applicarsi.  Un  processo  di  degenerazione.  La  scienza  del  linguaggio  progrediva,  ma  seguendo  altre  correnti  e  bat-  tendo altre  vie.    CAPITOLO   XV    La  crisi  della  grammatica  logica.   Il  ritorno  alla  grammatica  empirica  e  storica.   La  moderna  critica  della  grammatica.   (F.  De  Sanctis  -  11  Cesari  e  il  Puoti  -  A.  Manzoni).   I.   La  crisi  della  grammatica  ragionata  in  Italia  non  poteva  mancare  :  e  fu  veramente  risolutiva  :  di  grammatica  ragionata  si  finì,  dopo  una  colluvie  di  aride  o  elementari  produzioni  di  epi-  goni ritardatari,  col  non  parlarne  più,  e  di  essa  non  restarono  tracce  che  nelle  esercitazioni  scolastiche  di  analisi  logiche  e  gram-  maticali ancora  in  uso  nelle  nostre  scuole  e  sulle  quali  talvolta  rispunta  come  fungo  qualche  compendio  di  grammatica  logica  ri-  vestito di  pompa  scientifica.  La  crisi  fu  determinata  da  un  du-  plice ordine  di  fatti,  tra  i  quali  non  so  se  veramente  corra  un'in-  tima relazione  :  l'uno  che  riguarda  direttamente  il  corpo,  dirò  così,  della  grammatica  ragionata,  e  fu  il  non  difficile    tardivo  avvertire  in  esso  un  vuoto  sostanziale  e  perciò  tutta  la  sua  in-  fecondità sotto  ogni  rispetto,  scientifico  e  didattico  (')  ;  l'altro  che  si  riferisce  allo  stato  in  che  venne  a  trovarsi  la  lingua  ita-  liana sotto  la  bufera  dell'enciclopedismo,  e  fu  la  naturale  quanto  però  antifilosofica  reazione    al    francesismo,  che    doveva    richia-    (')  Matteo  Borsa,  nella  Dissertazione  del  presente  decadimento  della  lingua  in  Italia,  Mantova,  1785  (l'anno  in  cui  fu  pubbl.  il  Saggio  del  Cesarotti)  già  incolpava  appunto  di  quel  decadimento  il  neologismo  francese  e  il  filosofismo  enciclopedico.    C.  Trabalza.    466  Storia  della  Grammatica   mare,  come  facile  conseguenza  di  una  premessa  sbagliata,  alla  religiosa  osservanza,  alla  maniaca  adorazione  degli  antichi  i  pu-  risti inorriditi  al  novissimo  strazio  d'Italia.   Le  vicende  di  questa  crisi  si  possono  molto  chiaramente  os-  servare, da  una  parte,  in  quel  che  accadde  al  De  Sanctis  sco-  laro e  cooperatore  del  Puoti,  e  che  egli  narra  non  senza  il  lume  d'una  critica  sempre  nuova  e  originale  e  acuta,  anche  se,  come  in  questo  caso,  non  definitivamente  superatrice  :  dall'altra,  nella  critica  e  nella  pratica  di  Alessandro  Manzoni,  che  con  stringenti  argomenti  colpi  a  morte  la  grammatica  ragionata,  sebbene  non  movesse  da  un  punto  di  vista  estetico.   Francesco  De  Sanctis  (1817-1883),  quando  accorse  alla  scuola  di  Basilio  Puoti  ('),  aveva  già  compiuto  gli  studi  di  grammatica,  rettorica  e  filosofia,  che  oggi  corrispondono  al  ginnasio  e  al  liceo,  e  avea  diciassette  anni,  i  primi  (ginnasio,  cinque  anni)  sotto  suo  zio  Carlo,  i  secondi  (liceo,  tre  anni)  sotto  l'ab.  Fazzini,  non  aven-  dolo voluto  ricevere  i  Gesuiti  per  la  sua  impreparazione.  «  Un  grand 'esercizio  di  memoria  era  in  quella  scuola  [dello  zio,  1826-  1830],  dovendo  ficcarci  in  mente  i  versetti  del  Portoreale  [che  s'imparava  in  certi  suoi  manoscritti,  come  le  antichità  e  la  cro-  nologia], la  grammatica  del  Soave,  la  rettorica  del  Falconieri,  le  storie  del  Goldsmith,  la  Gerusalemme  del  Tasso,  le  ariette  del  Metastasio  »  (').  Alla  fine  del  corso  «scrivevo  l'italiano  con  uno  stile  pomposo  e  rettorico,  un  italiano  corrente,  mezzo  fran-  cese, a  modo  del  Beccaria  e  del  Cesarotti,  ch'erano  i  miei  fa-  voriti »(')•  «  La  scuola  dell'abate  Lorenzo  Fazzini  era  quello  che  oggi  direbbesi  un  liceo.  Vi  s' insegnava  filosofia,  fisica  e  mate-  matica. Il  Corso  durava  tre  anni,  e  si  poteva  anche  fare  in  due.  Quell'era  l'età  dell'oro  del  libero  insegnamento.  Un  uomo  di  qualche  dottrina  cominciava  la  sua  carriera  aprendo  una  scuola.    (')  La  scuola  del  Puoti,  su  cui  è  stata  scritta  recentemente  una  degna  monografia  da  un  discepolo  di  Giulio  Salvadori  (Dott.  N.  Ca-  raffa, Basilio  Puoti  e  la  sua  scuola,  Girgenti,  1906),  si  svolse  in  tre  periodi:  il  primo  dal  1825  al  '30;  il  secondo  dal  '30  al  '36;  il  terzo,  dopo  due  anni  d'interruzione  causata  dalla  pestilenza  scoppiata  a  Na-  poli nel  '37,  dal  '39  in  poi.   (?)  La  giovinezza  di  Francesco  de  Sanctis  -  Frammento  autobio-  grafico pubblicato  «fo  Pasquale  Villari  ;  Napoli,  1899,  p.  7.   (8)  Op.  cit.,  p.  14    Capitolo  quindicesimo  467    I  seminari  erano  scuole  di  latino  e  di  filosofia,  le  scuole  del  go-  verno erano  affidate  a  frati,  la  forma  dell'  insegnamento  era  an-  cora scolastica.  Rettorica  e  filosofia  erano  scritte  in  quel  latino  convenzionale  ch'era  proprio  degli  scolastici.  Le  scienze  vi  erano  trascurate,  e  anche  la  lingua  nazionale.  Nondimeno  un  po'  di  secolo  decimottavo  era  pur  penetrato  fra  quelle  tenebre  teolo-  giche, e  con  curioso  innesto,  vedevi  andare  a  braccetto  il  sen-  sismo e  lo  scolasticismo.  Nelle  scuole  della  capitale  v'era  maggior  progresso  negli  studi.  Il  latino  passava  di  moda  ;  si  scriveva  di  cose  scolastiche  in  un  italiano  scorretto,  ma  chiaro  e  facile.  Gli  autori  erano  quasi  tutti  abati,  come  l'abate  Genovesi,  il  padre  Soave,  l'abate  Troise.  Allora  era  in  molta  voga  l'abate  Fazzini.  Questo  prete  elegante,  che  aveva  smesso  sottana  e  collare,  ve-  stiva in  abito  e  cravatta  nera,  era  un  sensista  del  secolo  passato  ;  ma  pretendeva  conciliare  quelle  dottrine  coi  principii  religiosi  »(').  Accanto  alla  scuola,  per  chi  aveva  voglia  d' imparare,  c'era  na-  turalmente la  biblioteca.  «  Corsi  alla  biblioteca  e  mi  ci  seppellii.  Passavano  dinanzi  a  me  come  una  fantasmagoria  Locke,  Con-  dillac,  Tracy,  Elvezio,  Bonnet,  La  Mettrie...  Mi  ricordo  ancora  quella  statua  di  Bonnet,  che  a  poco  a  poco,  per  mezzo  dei  sensi  acquistava  tutte  le  conoscenze Il  professore  diceva  che  il  sen-  sismo era  una  cosa  buona  sino  a  Condillac,  ma  non  bisognava  andare  sino  a  La  Mettrie  e  ad  Elvezio.  Ragione  per  cui  ci  an-  davo io  con  l'amara  voluttà  della  cosa  proibita »(").  Compiuti  così  gli  studi  letterari  e  filosofici,  «  avvezzo  a  una  vita  interiore,  avevo  pochissimo  gusto  per  i  fatti  materiali,  e  badavo  più  alle  relazioni  tra  le  cose,  che  alla  conoscenza  delle  cose.  La  scuola  ci  aveva  non  piccola  parte,  perchè  era  scuola  di  forme  e  non  di  cose,  e  si  attendeva  più  ad  imparare  le  parole  e  le  argomenta-  zioni, che  le  cose  a  cui  si  riferivano  »(3).   Ma  «si  avvicinava  il    (')  Op.  cit.,  pp.  28-9.   (2)  Op.  cit.,  p.  30  e  31.   (3)  Op.  cit.,  p.  37.    Aveva  già  conosciuti  altri  filosofi,  natural-  mente. «Il  professore  fece  una  brillante  lezione  sull'armonia  presta-  bilita di  Leibnizio.   E  questo    Leibnizio  divenne    il    mio    filosofo E   come  l'una  cosa  tira  l'altra,  Leibnizio  mi  fu  occasione  a  leggere  Car-  tesio, Spinoza,  Malebranche,  Pascal,  libri  divorati  tutti  e  poco  digeriti.  Questo  era  il  mio  corredo  di  erudizione  filosofica  verso  la  fine  del-  l'anno scolastico,  quando  zio  ci  diceva:  Ora  bisogna  cercarvi  un  maestro  di  legge.  Si  batteva  già  alle  porte  dell'Università.] tempo  in  cui  il  sensismo,  male  accordato  col  movimento  reli-  gioso del  secolo,  doveva  cedere  il  passo  a  nuova  filosofia Si   annunziava  al  mio  spirito  un  nuovo  orizzonte  filosofico  ;  mi  bol-  livano in  capo  nuovi  libri  e  nuovi  studi.  Si  apparecchiavano  i  tempi  di  Pasquale  Galluppi  e  dall'abate  Ottavio  Colecchi,  de'  quali  l'uno  volgarizzava  David  Hume  e  Adamo  Smith,  e  l'altro,  ch'era  per  giunta  un  gran  matematico,  volgarizzava  Emanuele  Kant.   Lorenzo  Fazzini  era  caduto  di  moda  »  (').   Per  questi  insegnamenti  e  in  queste  condizioni  intellettuali  il  De  Sanctis,  invano  iniziati  gli  studi  di  legge,  passava  alla  scuola  del  marchese  (secondo  periodo).   Fu  proprio  di  questi  tempi  che  la  grammatica  del  sensismo  condillachiano,  che  vedemmo  trionfare  concentrata  in  estratti  per  gli  stomachi  degli  scolaretti  italiani,  si  veniva  a  trovare  a  fronte  di  due  ben  forti  e  agguerriti  avversari,  il  kantismo  e  il  purismo.   Questo,  dalla  restaurazione  linguistica  del  padre  Cesari,  ini-  ziata con  la  famosa  dissertazione  del  1809  coronata  dall'Acca-  demia livornese,  era  venuto  sempre  più  guadagnando  terreno  nelle  forme  in  cui  l'aveva  circoscritto  il  Cesari,  nonostante  gli  attacchi  della  Proposta  monti-perticariana  e  dell'  Antipurismo  tor-  tiano('),  e  nonostante  l'esempio  pratico  del  romanzo  manzoniano  in  cui  fin  dalla  prima  sua  edizione  s'  era  voluta  incarnare  tut-  t'un'altra  dottrina  linguistica  (3).  La  reazione  al  francesismo  fu  tanto  più  vasta  e  tenace  della  tesi  temperata  del  classicista  Monti  e  del  modernismo  del  romantico  Manzoni,  quanto  più  compro-  messa sembrava  la  gloria  d'Italia  nella  dilagante  corruzione  del-  l'aurea favella  un      onorata.  Ne  furono  rocche  meno  facil-  mente espugnabili  la  Romagna  e  Napoli  e  organi  di  gran  voce  alcuni  giornali,  come  la  Biblioteca  di  Milano,  il  Giornale  Arca-  dico di   Roma  e  la  Rivista  enciclopedica  di  Napoli.   Ma  tra  i  puristi,  non  per  sola  virtù  di  dottrina,    bene  anche  per  le  qualità  della  persona  e  i  modi  dell'insegnamento,  il  più  autorevole,  quegli  che  veramente  esercitò  una  più  vasta  e  duratura    efficacia   sulle    menti,  sulle   scuole,    sui    metodi,    sui    (')  Op.  cit.,  pp.  51-2.   ("}  V.  Tkahai.za,  Della  vita  e  delle  opere  di  /•'.  Torti  cit.,  p.  79  sgg.  L'ha  dimostrato  il  Morandi  ne'  suoi  noti  saggi  sull'unità  della  liaeua.    Capitolo  quindicesimo  469    libri,  fu  il  marchese  Puoti,  maestro,  autore  di  grammatiche  e  di  arti  del  dire,  annotatore  di  testi  di  lingua,   pedagogista.   Alla  scuola  del  Puoti,  dice  il  De  Sanctis,  «  lasciai  studi  di  filosofia  e  di  legge,  e  letture  di  commedie,  di  tragedie  e  di  ro-  manzi e  di  poesie,  e  mi  gittai  perdutamente  tra  gli  scrittori  del-  l' aureo  Trecento»^).  «M'era  venuta  la  frenesia  degli  studi  grani-  maticali.  Avevo  spesso  tra  mano  il  Corticelli,  il  Buonmattei,  il  Cinonio,  il  Salviati,  il  Bartoli,  il  Salvini,  il  Sanzio,  e  non  so  quanti  altri  dei  più  ignorati.  M'ero  gittato  anche  sui  Cinque-  centisti, sempre  avendo  l'occhio  alla  lingua »(').   Si  trovò  in  quel  tempo  a  dover  sostener  sulle  proprie  spalle  il  peso  della  scuola  dello  zio.  «  La  sera  andavo  sempre  alla  scuola  del  Puoti  ;  ma  tutta  la  giornata  era  spesa  a  spiegar  grammati-  che e  rettoriche  e  autori  latini  e  greci,  a  dettar  temi,  a  correg-  gere errori  ».  Ma  «  quei  cari  studi  dei  miei  primi  anni  mi  riusci-  vano acerbi,  non  solo  per  la  fatica,  ma  perche  non  erano  più  d'accordo  con  la  mia  coscienza.  Quel  Soave,  quel  Falconieri  mi  facevano  pietà  »(3).  Nelle  classi  superiori  poteva  elevarsi  un  po'  più.  «  Cominciai  a  fare  osservazioni  sopra  i  sensi  delle  parole,  sul  nesso  logico  delle  idee,  sulla  espressione  del  sentimento,  sulle  intenzioni  e  sulle  malizie  dello  scrittore  »(4).  Momenti  più  deli-  ziosi passava  alla  scuola  del  marchese,  dove  egli  ben  presto  si  distinse  specie  nelle  cose  della  grammatica,  tanto  da  meritarsi  l'appellativo  di  grammatico,  e  fu  sollevato  all'onore  di  coadiu-  vare il  maestro  nell'insegnamento,  quando,  dopo  l'interruzione  cagionata  dal  colera  (1837),  il  Puoti,  cominciatosi  a  stancare  dei  novizi,  ne  lasciò  tutta  la  cura  al  De  Sanctis  (').  «Il  marchese  che  lavorava  a  una  grammatica,  attendeva  pure  alla  pubblica-  zione di  alcuni  testi  di  lingua  più  a  lui  cari,  come  i  Fatti  d' Enea,  i  Fioretti  di  S.  Fra?icesco,   le    Vite  dei  Santi  Padri.   Questi  studi    (')  Op.  cit.,  p.  57.  f2)  Op.  cit.,  pp.  62-3.   n  op.  cit,,  p.  75.   (*)  Op.  cit.,  p.  76.   (5)  Sulla  scuola  del  De  Sanctis,  v.  le  belle  pagine  del  Cenno  bio-  grafico di  Nicola  Gaetani-Tamburini  in  De-Sanctis,  Scritti  vari,  li,  ed.  Croce,  già  cit.  nell' Introduz.,  p.  270  sgg.    Di  quella  che  è  stata  chiamata  la  seconda  scuola  del  De  Sanctis  si  sono  occupati  de-  gnamente, come  è  noto,  il  Torraca  e  il  Mandalari.    47°  Storia  della  Grammatica   di  lingua  s' erano  già  divulgati  nelle  scuole,  e  si  sentiva  il  bi-  sogno di  grammatica  e  di  libri  di  lettura  pei  giovanetti  »  (').  Anche  in  questi  lavori  l'allievo  aiutava  il  maestro.  Di  questo  tempo  fece  intima  amicizia  con  Enrico  Amante,  che  era  un  in-  fatuato del  Vico  :  in  una  visita  onde  il  Leopardi  onorò  la  scuola  del  Puoti,    «che  citava  spesso  con  lodi  l'abate  Greco,  autore  di  una  grammatica,  il  marchese  di  Montrone,  il  Gargallo,  il  padre  Cesari  e  sopra  tutti  essi  Pietro  Giordani  »  (;)    si  sentì  dire  dal  Poeta  che  «  aveva  molta  disposizione  alla  critica  »  (3).  In  quel-  l'occasione il  Leopardi,  cui  non  poteva  sfuggire  la  rigidezza  del  Puoti,  disse  che  «  nelle  cose  della  lingua  si  vuole  andare  molto  a  rilento,  e  citava  in  prova  il  Torto  e  il  Diritto  del  padre  Bar-  toli»(4).  Il  Leopardi  disse  anche  che  «l'onde  coli' infinito  non  gli  pareva  un  peccato  mortale,  a  gran  maraviglia  o  scandalo  di  tutti  noi.  Il  Marchese  era  affermativo,  imperatorio,  non  pativa  contraddizioni.  Se  alcuno  di  noi  giovani  si  fosse  arrischiato  a  dir  cosa  simile,  sarebbe  andato  in  tempesta  ;  ma  il  Conte  parlava  così  dolce  e  modesto,  ch'egli  non  disse  verbo  »(')•  Gli  è  anche  che  ormai  quel  rigido,  implacabile  purismo  cominciava  a  dover  piegare  o  almeno  ad  ammollirsi .  Alla  ripresa  della  scuola  dopo  il  colera  il  marchese  «  se  n'era  venuto  di  Arienzo,  con  certi  grossi  quaderni  scritti  di  suo  pugno.  Era  una  specie  di  nuova  rettorica  immaginata  da  lui,  e  che  egli  battezzò  Arte  dello  scrivere.  C'era  una  divisione  dei  generi  dello  scrivere,  accom-  pagnata da  regole  e  da  precetti.  Aristotile,  Cicerone,  Quinti-  liano, Seneca  erano  la  decorazione.  O  mi  metteranno  alla  ber-  lina, o  questo  è  assolutamente  un  capolavoro,  così  diceva,  nar-  rando per  quali  vie  era  giunto  alla  grande  scoperta.  A  quel  tempo  erano  in  gran  voga  gli  studi  filosofici,  e  il  Marchese,  seguendo  la  moda,  volle  filosofare  anche  lui,  e  dava  alle  sue  ricerche  un  aspetto  e  un  rigore  di  logica,  ch'era  veste  e  non  sostanza.  E  non  gli  sarebbe  mancata  la  berlina  ;  ma  lo  salvò  un  certo  suo  naturai  buon  senso  »  (")•   Ma  chi  dai  bassi  fondi    della  gramma-    (■*)  Op.   cit.,   PP-  94-5   H  oP.   cit.   p.  99.   (3)  Op.   cit.   p.     IDI.   O  oP.   cit.,   p.    IOI.   fr  oP.   cit.   p.    IOI.   n  oP.   cit.   p.     131.   Capitolo  quindicesimo  471    tica  prendeva  il  volo  filosofico,  fu  il  De  Sanctis,  specie  quando,  trovandosi  al  sicuro  dallo  sguardo  del  marchese  nella  scuola  pre-  paratoria, poteva  lasciarsi  trascinar  dal  suo  genio  a  quell'onda  di  ribellione,  che  avrebbe  fatto  naufragare  il  senno  del  Maestro.  E  sia  nella  scuola  preparatoria,  che  nelle  lezioni  private  o  nell'in-  segnamento del  Collegio  militare,  al  quale  nel  1837  fu  assunto  per  la  stima  che  godeva  presso  il  Puoti,  che n'era  ispettore,  il  giovine  Maestro  intese  soprattutto  a  rinnovare  l'insegnamento  grammaticale  :  ne  uscirono,  con  la  liquidazione  della  grammatica  ragionata,  un  abbozzo  di  nuova  grammatica  storica  e  filosofica  e  un  saggio  di  una  storia  dei  grammatici.  «  Quelle  maledette  re-  gole grammaticali  io  le  ridussi  in  poche,  moltiplicando  le  appli-  cazioni e  gli  esempi,  e  sempre    sulla  lavagna —  Mi  persuasi  che  quello  resta  chiaro  e  saldo  nella  memoria,  che  è  ordinato  sotto  categorie  e  schemi,  logicamente.  Così  nacquero  i  miei  quadri  grammaticali....  In  pochi  mesi  mi  sbrigai  della  gramma-  tica, e  capii  che  lo  studio  della  grammatica  così  come  si  suol  fare,  per  regole,  per  eccezioni  e  per  casi  singoli,  è  una  bestia-  lità piena  di  fastidio Posi  da  banda  le  analisi  grammaticali  e   l'analisi  logica,  noiosissime,  e  feci  l'analisi  delle  cose,  a  loro  gu-  stosissime» (').  Questo  al  Collegio.  Nella  scola  al  Vico  Bisi,  il  lunedì  e  il  venerdì,  quand'era  solo,  l'insegnamento  grammati-  cale si  elevava  ancora  di  più.  «  Parecchi  anni  ero  stato  a  leggic-  chiar grammatiche,  lavorando  intorno  a  quella  di  Basilio  Puoti...  Così  mi  messi  in  corpo  i  Dialoghi  della  volgar  lingua  di  Bembo...  m'inghiottii  Varchi,  Fortunio  e  i  sottili  avverti-  menti del  Salviati  e  la  prosa  dottorale  del  Castelvetro  e  il  Bar-  toli  e  il  Cinonio  e  l'Amenta  e  il  Sanzio  e  non  so  quanti  altri  autori,  con  approvazione  del  marchese  Puoti,  il  quale  mi  van-  tava sopra  tutti  gli  altri  il  Corticelli  e  il  Buonmattei»  (:).  Sec-  catosi presto  della  parte  riguardante  le  origini  della  lingua  e  delle  forme  grammaticali,  perchè  non  aveva,  fondamento  sodo,  in-  fastidito di  quel  pullular  perpetuo  di  regole  e  d' eccezioni,  stordito  da  tutte  quelle  dissertazioni  sottili  e  cavillose  sulle  parti   del  di-  scorso e  sulle  forme  grammaticali,  ritornò  ai  suoi  antichi  studi  di  filosofia  :  «  quei  Salviati  e  quei  Castelvetri   mi    parevano  ad-    (',  Op.  cit.,  pp.  141-3-  C)  Op.  cit.,  pp.  157-8.    472  Storia  della  Grammatica   dirittura  pigmei  dirimpetto  a  quei  grandi,  mia  delizia  un  giorno  e  mio  amore.  Perciò  mi  gettai  con  avidità  sopra  i  retori  e  i  grammatici  del  secolo  decimottavo,  con  un  segreto  che  mi  cre-  sceva l'appetito,  vedendomi  sempre  addosso  gli  occhi  del  mar-  chese. Lessi  tutto  il  corso  che  Condillac  aveva  compilato  a  uso  di  non  so  qual  principe  ereditario.  Studiai  molto  Tracy  e  Du  Marsais.  //  Marchese,  sapido  dei  miei  studi  MI  perdonò,  a  patto  che  non  valicassi  i  confini  della  gra?nmatica,  e  m'indicò  un  tale,  che  ora  non  ricordo,  come  un  buon  scrittore  di  grammatica  ge-  nerale »(')•  Il  buon  Marchese  fece  anche  di  più:  rivide  le  pro-  lusioni del  giovine  professore  mettendoci  quello  stampo  tutto  suo  di  classicità  ideale  C).  «  Le  prime  lezioni  furono  una  storia  della  grammatica.  In  quei  discorsi  prendo  1'  aria  di  un  novatore,  e  trovo  che  tutto  va  male,  che  tutto  è  a  rifare.  Ecco  qui  un  ritratto,  come  mi  venne  in  quei  giorni  sotto  la  penna.  Niuna  pratica  dell'arte  dello  scrivere;  niuna  cognizione  de'  nobili  scrit-  tori ;  malvagio  gusto  ;  pensieri  non  italiani  ;  un  predicar  continuo  purità,  correzione  ;  esempli  contrari  di  barbarismi  ed  errori.  [Così  la  grammatica  moderna  ricca  di  stranieri  trovati  splendidi  in  astratto,  ma  nella  pratica  o  falsi  o  di  poco  profitto,  per  di-  fetto della  parte  storica  molto  è  discapitata  di  quella  perfezione  in  che  fu  al  cinquecento].  In  malvagio  stato  trovasi  la  sintassi  ;  squallida  e  incerta  è  l'ortografia  ;  le  regole  del  ben  pronunziare  dubbiose  e  mal  ferme  ;  niente  di  certo,  niente  di  determinato  in-  torno alla  dipendenza  de'  tempi,  al  reggimento  delle  congiun-  zioni; principii  opposti;  opinioni  contrarie  »(')•  Nelle  lezioni  vo-  leva fare  una  storia  delle  forme  grammaticali  ;  «  ma  al  pensiero  gigantesco  mal  rispondeva  la  cultura,  attesa  la  mia  scarsa  gre-  cità e  l'ignoranza  delle  cose  orientali —  Perciò  quella  ideata  storia  delle  forme  grammaticali,  dopo  vani  tentativi  appresso  a  Vico  ed  a  Schlegel,  si  ridusse  nei  modesti  confini  di  una  storia  dei  grammatici  da  me  letti....  Parlai  dei  grammatici  che  tutto  derivavano  dal  latino.   Poi  venni  a  quelli  che  erano  studiosi  della    (')  Op.  cit,,  pp.   15S-160.   (2)  Alcuni  brani  di  essi  furono  pubblicati  ne'  Nuovi  saggi  critici,  col  titolo  Frammenti  discuoia,  p.  321-37  dell'ed.  di  Napoli,  1903.   (3)  Op.  cit.,  pp.  161-62.    Il  periodo  tra  parentesi  quadre,  che  qui  è  sostituito  dai  puntini,  l'ho  tratto  da  un  brano  integro  de'  Nuovi  saggi  critici.] lingua,  copiosi  di  regole  e  d'esempli,  che  moltiplicavano  in  in-  finito.  Molto  m' intrattenni  snl  Corticelli,  sul  Buonmattei,  sul  Salviati  e  sul  Bartoli...  Censuravo  quel  moltiplicare  infinito  di  casi  e  di  regole  che  si  riducevano  in  pochi  principii  ;  quella  tanta  varietà  di  forme  e  di  significati  (massime  nel  Cinonio),  che  era  facile  ricondurre  ad  unità.  Facevo  ridere,  pigliando  ad  esempio  Va,  il  per-,  il  da,  irti  di  sensi  e  che  pur  non  avevano  che  un  senso  solo.  La  mia  attenzione  andava  dalle  forme  al  contenuto,  dalle  parole  alle  idee;  sicché,  sotto  a  quelle  apparenze  grammaticali,  variabili  e  contraddittorie,  io  vedeva  una  logica  animata,  e  tutto  metteva  a  posto,  in  tutto  discerneva  il  regolare  e  il  ragionevole,  non  ammettendo  eccezioni  e  non  ripieni  e  non  casi  arbitrari.  Con  questa  tendenza  filosofica,  corroborata  da  studi  vecchi  e  nuovi,  io  conciavo  pel  di  delle  feste  i  Cinquecentisti,  e  facevo  lucere  innanzi  alla  gioventù  uno  schema  di  grammatica  filosofica  e  me-  todica, quale  appariva  negli  scrittori  francesi.  Dicevo  che  co-  storo erano  eccellenti  nell'analisi  delle  forme  grammaticali,  ri-  salendo alle  forme  semplici  e  primitive  :  così  amo  vuol  dire  io  sono  amante.  La  ellissi  era  posta  da  loro  come  base  di  tutte  le  forme  di  una  grammatica  generale.  Questo  non  mi  contentava  che  a  mezzo.  Io  sosteneva  che  quella  decomposizione  di  amo  in  sono  amante  m'incadaveriva  la  parola,  le  sottraeva  tutto  quel  moto  che  veniva  dalla  volontà  in  atto.  I  giovani  sentivano  quei  giudizi  acuti  con  raccoglimento,  e  mi  credevano  in  tutta  buona  fede  quell'uno  che  doveva  oscurare  i  francesi  e  irradiare  l' Italia  di  una  scienza  nuova.  E  in  verità  io  sosteneva  che  la  gramma-  tica non  era  solo  un'arte,  ma  ch'era  principalmente  una  scienza:  era  e  doveva  essere.  Questa  scienza  della  grammatica,  malgrado  le  tante  grammatiche  ragionate  e  filosofiche,  era  per  me  ancora  un  di    da  venire.  Quel  ragionato  appiccicato  alle  grammatiche  era  una  protesta  contro  la  pedanteria  passata,  e  voleva  dire  che  non  bastava  dare  le  regole  ma  che  di  ciascuna  regola  bisognava  dare  i  motivi  e  le  ragioni.  Paragonavo  i  grammatici  o  accoz-  zatori  di  regole  agli  articolisti,  che  credevano  di  sapere  il  Co-  dice, perchè  si  ficcavano  in  capo  gli  articoli,  parola  per  parola,  e  numero  per  numero.  Ma  quel  ragionare  la  grammatica  non  era  ancora  la  scienza. Così  il  De  Sanctis,  erudito  primamente  sul  Soave  in  un'at-  mosfera filosofica,  passato  poi  per  il  purismo  del  Puoti,  ritor-  nato con  maggior  maturità  alla  scienza,  veniva  a  una  generale  liquidazione  di  tutti  i  grajnmatici  antichi  e  moderni,  cioè  della  grammatica  ragionata  in  ispecie,  e  della  grammatica  precettiva  in  genere,  ma  non  della  grammatica  come  scienza.   Che  nella  sua  critica  negativa  superasse  la  grammatica  ra-  gionata e  creasse  veramente  la  scienza  non  si  può  dire:  intera-  mente, come  s'è  visto,  non  si  appagò  dei  migliori  grammatici  filosofici  di  Francia,  come  il  Du  Marsais  ;  ma  egli,  almeno  nel  periodo  del  suo  primo  insegnamento,  secondo  quanto  narra  lui  stesso,  rimase  sempre  sotto  la  loro  influenza.  Anche  nella  parte  pratica,  nel  metodo,  egli  arieggia  molto  davvicino  il  Du  Mar-  sais ('),  superandolo  nella  abilità  di  trasformar  la  grammatica  in  critica  concreta  dell'opera  d'arte.  La  sua  concezione  della  gram-  matica, o  meglio  del  linguaggio,  pur  avendo  egli  concepito  una  grammatica  scientifica  o  estetica,  è  la  medesima.  Va  però  subito  detto  a  lode  del  De  Sanctis,  che  egli  stesso  ebbe  coscienza,  negli  anni  maturi,  della  manchevolezza  del  sistema.  Racconta  infatti  :  «  così  trovavo  nella  logica  il  fondamento  scientifico  della  gramma-  tica ;  e  finché  mi  tenevo  nei  termini  generalissimi  di  una  gramma-  tica unica,  come  la  concepiva  Leibnitz,  il  mio  favorito,  la  mia  corsa  andava  bene.  Ma  mi  cascava  l'asino,  quando  veniva  alle  differenze  tra  le  grammatiche,  spesso  in  urto  con  la  logica,  e  originate  da  una  storia  naturale  o  sociale,  piena  di  varietà  e  poco  riducibile  a  principi  fissi.  Per  trovare  in  quella  storia  la  scienza,  si  richie-  deva altra  cultura  e  altra  preparazione.  Nella  mia  ricerca  del-  l'assoluto, avrei  voluto  ridurre  tutto  a  fil  di  logica,  e  concor-  dare insieme  derivazioni,  scrittori  e  popolo;  ma,  non  potendo  sopprimere  le  differenze  e  guastare  la  storia,  ponevo  1'  ingegno  a  dimostrare  la  conformità  del  fatto  grammaticale  con  la  logica,  della  storia  con  la  scienza»  (2).  Quell'avvertita  irrudicibilità  delle  differenze  tra  le  varie  grammatiche  e  principi  fissi  dimostra  chia-  ramente che  il  De  Sanctis  intuiva  dov'era  la  soluzione  del  pro-  blema :  e  a  lui  non  filosofo  di  professione  ciò  non  è  scarso  titolo  d'onore;   il  dissidio  egli  lo  compose,  e  in  grado  eccellente,   insuperato,  nella  critica,  nella  quale  la  parola  viva,  la  grammatica  parlata  dall'arte,  fu  da  lui  illustrata  in  tutta  la  sua  forza  espres-  siva :  scientificamente  toccò,  in  quegli  stessi  anni,  il  risolverlo  a  Guglielmo  di  Humboldt,  col  quale  e  col  suo  seguace  e  corret-  tore Steinthal  si  può  veramente  affermare  che  la  grammatica  sia  esclusa  dall'orbita  della  filosofìa,  sebbene  non  avvenisse  an-  cora l' identificazione  della  linguistica  generale  con  l'estetica,  che  è  stata  fatta  solo  recentemente.   Nelle  difficoltà  in  cui  si  dibattè  il  De  Sanctis  di  conciliare  la  grammatica  generale  con  le  grammatiche  particolari,  si  tro-  varono impigliati  quanti,  anche  per  impulso  della  Critica  della  ragioyi  ptira  del  Kant,  intesero  «  alla  ricerca  delle  relazioni  fra  pensiero  e  parola,  fra  V unicità  logica  e  la  molteplicità  dei  lin-  guaggi »  (l)j  ricerca  che,  per  altro,  non  era  nuova,  ma  che  aveva  già  dato  origine  in  Francia  alla  grammatica  generale.  Il  primo  tentativo  «  di  applicare  le  categorie  kantiane,  dell'  intuizione  (spazio  e  tempo)  e  dell'intelletto»  al  linguaggio  (")  (riassumo,  non  potendolo  qui  integralmente  riferire,  dal  paragrafo  XII  della  parte  storica  de\V Estetica  del  Croce),  fu  compiuto  dal  Roth  (1815),  mentre  sullo  stesso  argomento,  verso  il  primo  decennio  del  se-  colo, avevano  speculato  il  Vater,  il  Bernhardi,  il  Reinbeck,  il  Koch  :  pensiero  dominante  de'  quali  era  la  differenza  «  tra  lingua  e  lingue,  tra  la  lingua  universale,  corrispondente  alla  logica,  e  le  lingue  storiche  ed  effettive,  che  son  turbate  dal  sentimento,  dalla  fantasia,  o  come  altro  si  chiami  l'elemento  psicologico  della  differenziazione  ».  Si  distingueva  una  linguistica  generale  da  una  linguistica  comparata  (Vater)  ;  la  lingua,  allegoria  dell'intelletto,  •si  considerava  organo  della  poesia  o  organo  della  scienza  (Bern-  hardi) ;  si  ammetteva  una.  grammatica  estetica  e  una  gramma-  tica logica  (Reinbeck)  ;  si  proclamò  persino  che  l' indole  della  lingua  si  deve  desumere  dalla  psicologia,  non  dalla  logica  (Koch).   Residui  intellettualistici  s'avvertono  ancora  nell'Humboldt  pel  quale  logica  e  linguaggio  sembrerebbero  identificarsi  sostan-  zialmente e  diversificare  solo  storicamente,  e  il  linguaggio  stesso    (')  Croce,  Estetica,  p.  342.   (:')  Recentemente  G.  Piazza  ha  tentato  dimostrare  che  La  teoria  kantiana  del  giudizio  era  stata  già  intuita  e  fissata  nella  sintassi  de'  Greci  (Roma.  1907);  ma  è  stato  confutato  dal  Cróce,  in  La  Critica,  V,  396.    476  Storia  della   Grammatica   parrebbe  un  qualcosa  fuori  dell'uomo  che  l'uomo  fa  rivivere  con  l'uso.  Ma  il  grande  filosofo  trovò  il  vero  concetto  del  linguag-  gio. La  lingua    egli  pensò    nella  sua  realtà  è  un  prodursi  e  un  divenire,  non  un  prodotto  ;  è  un'attività  (èvegyeia),  non  un'opera  (ègyov).  «  La  lingua  propria  consiste  nell'atto  stesso  del  produrla  nel  discorso  legato:  questo  soltanto  bisogna  pen-  sare come  primo  e  vero  nelle  ricerche  che  vogliono  penetrare  l'essenza  vivente  della  lingua.  Lo  spezzettamento  in  parole  e  regole  è  il  morto  artificio  dell'analisi  scientifica»^).  Il  lin-  guaggio nasce  spontaneo  da  un  bisogno  interno.  Esiste  perciò    ed  ecco  la  vera  scoperta  dell'Humboldt  di  fronte  ai  gram-  matici logici  universali    una  forma  interna  del  linguaggio  («in-  nere Sprachform»),  che  non  è  il  concetto  logico,    il  suono  fisico,  ma  la  veduta  soggettiva  che  l'ìiomo  si  fa  delle  cose.  Questa  forma  interna  «  è  il  principio  di  diversità  proprio  del  linguaggio,  oltre  il  suono  fisico:  è  l'opera  della  fantasia  e  del  sentimento,  è  l'in-  dividualizzazione del  concetto.  Congiunger  la  forma  interna  del  linguaggio  col  suono  fisico,  è  l'opera  di  una  sintesi  interna  :  "  e  qui,  più  che  in  altro,  la  lingua  ricorda,  nelle  più  profonde  ed  inesplicabili  parti  del  suo  procedere,  l'arte.  Anche  lo  scul-  tore e  il  pittore  sposano  l'idea  alla  materia,  e  anche  la  loro  opera  si  giudica  secondo  che  quest'unione,  quest'  intima  com-  penetrazione sia  opera  del  genio  vero,  o  che  l' idea  separata  sia  stata  penosamente  e  stentamente  trascritta  nella  materia  con  lo  scalpello  e  col  pennello    (')•  Ma  linguaggio  ed  arte  nell'Hum-  boldt non  s'  identificano  :  e  questo  è  il  difetto  della  sua  dottrina,  che  tirò  seco  non  tenui  contraddizioni,  come  quella  circa  il  ca-  rattere differenziale  della  poesia  e  della  prosa.  L'Humboldt  non  vide  esattamente  «  che  il  linguaggio  è  sempre  poesia,  e  che  la  prosa  (scienza)  non  è  distinzione  di  forma  estetica,  ma  di  con-  tenuto »  ('),  sebbene  intorno  a  questi  due  concetti,  compresi  in  senso  filosofico,  abbia  manifestato  profonde  vedute.   La  teoria    linguistica    dell'Humboldt   fu    integrata    dal  suo  maggior  seguace,  lo  Steinthal  il  quale,  nella  polemica  sostenuta    (M  Ueb.  d.  Verschiendenheit  d.  menschl.  Sprachbaucs  (1836),  opera  postuma  (2M  ed.  a  cura  di  A.  F.  Pott,  Berlino,  1880,  pp.  54-6),  in  Croce,  op.  cit.,  pp.  346-7.   (2)  Croce,  op.  cit.,  p.  347.   (8)  Croce,  op.  cit.,  p.  349.    Capito/o  quindicesimo  477    coll'hegeliano  Becker,  «autore  degli  Organismi  del  linguaggio,  uno  degli  ultimi  logici  della  grammatica  »,  dimostrò,  pur  tra  af-  fermazioni talvolta  eccessive,  «  che  concetto  e  parola,  giudizio  logico  e  proposizione  sono  incomparabili.  La  proposizione  non  è  il  giudizio;  ma  è  la  rappresentazione  ( Darstellung)  di  un  giu-  dizio: e  non  tutte  le  proposizioni  rappresentano  giudizi  logici.  Parecchi  giudizi  possono  esprimersi  in  una  proposizione  unica.  Le  divisioni  logiche  dei  giudizi  (i  rapporti  dai  concetti  1  non  hanno  corrispondenza  nella  divisione  grammaticale  delle  propo-  sizioni. "  Parlar  di  una  forma  logica  della  proposizione  è  una  contraddizione  non  minore  che  se  si  parlasse  àttW angolo  di  un  cerchio  o  della  periferìa  di  un  tria?igolo  ".  Chi  parla,  in  quanto  parla,   non  ha  pensieri,  ma  linguaggio»!1).   Senza  entrar  ora  nel  merito  degli  altri  problemi  trattati  dallo  Steinthal,  come  quello  circa  l'identità  deWorigine  e  della  natura  del  linguaggio  che  esattamente  risolvette,  e  l'altro  delle  relazioni  tra  poetica,  rettorica  e  linguistica,  cioè  tra  linguaggio  e  arte  che  interessa  propriamente  l'estetica,  e  che  purtroppo  lo  Steinthal  lasciò  insoluto,  perchè  non  arrivò  mai  ad  affermare  che  «parlare  è  parlar  bene  e  bellamente,  o  non  è  punto  par-  lare», a  noi  basterà  l'osservar,  qui,  conchiudendo,  il  nostro  di-  scorso che  coli' Humboldt  e  con  lo  Steinthal,  in  quanto  l'uno  integra  l'altro  e  lo  rende  coerente  nella  parte  linguistica,  si  ha  un  primo  notevole  superamento  della  grammatica,  non  essendo  questa  soluzione  pregiudicata  dalla  mancata  identificazione  di  arte  e  linguaggio  :  la  liberazione  del  linguaggio  dalla  logica,  la  riconosciuta  completa  autonomia  del  linguaggio  da  categorie  di  qualsiasi  altra  specie  che  non  siano  la  sua  forma  interna  essen-  ziale, rappresentano  la  prima  vera  vittoria  della  critica  nega-  tiva della  grammatica.  La  dissoluzione  della  quale  viene  così  a  coincidere  perfettamente  con  l'avvento  della  scienza.   IL   La  ribellione  e  la  reazione  alla  grammatica  ragionata  quale  si  era  venuta  sistemando  in  Italia,  se  non  assunsero  dovunque  quel  grado  e  quel   tono  che  ebbero  nel  De  Sanctis,  seguirono,    (')  Croce,  op.  cit.,  pp.  349-50.    478  Storia  della  Grammatica   però,  su  per  giù,  il  medesimo  sviluppo  e  i  medesimi  motivi:  da  una  parte  riusciva  difficile  specie  a  letterati  di  più  largo  ingegno,  come  vedremo  accadere,  p.  es.,  al  Giordani  (il  Puoti  stesso  ab-  biamo visto  concedere  al  De  Sanctis  uno  studio  discreto  di  quella  grammatica),  il  chiuder  gli  occhi  a  quelle  elevate  e  scin-  tillanti investigazioni  logiche  che  sulle  lingue  avevan  condotto  i  Francesi,  incomparabilmente  più  geniali  e  profondi  dei  loro  epigoni  italiani;  l'aria  era  impregnata  di  logicismo,  tutto  suo-  nava filosofia,  il  secolo  era  chiamato  dei  lumi:  chi  può  sottrarsi  alla  forza  delle  cose  e  del  tempo?  dall'altra,  la  vacuità  di  quel  nuovo  formalismo,  pel  fine  pedagogico  che  ora  s'imponeva,  non  richiedeva  tanto  un  troppo  elevato  spirito  filosofico  per  essere  avvertita,  quanto  il  fatto  stesso  dell'esperienza  dello  studio  lin-  guistico: si  poteva  credere,  ancora,  nella  grammatica  generale,  raccomandarne  l'utilità  (e  come  si  potesse  fare  anco  per  ispirito  d' imitazione  e  per  servilismo  verso  la  moda  corrente,  non  oc-  corre dire);  ma,  già,  anche  a  tacer  d'altro,  con  la  grammatica  generale  eravamo  già  fuori  del  campo  de'  bisogni  pratici  :  la  grammatica  generale  è  come  un'estetica  logica  della  lingua,  quindi  filosofia,  e  noi  sappiamo  che  la  scienza  non  è  espediente  didattico,  mentre  il  motivo  principale  dell'interesse  linguistico  era  ora  in  Italia  più  pratico  che  teorico.  L'assoluta  inefficacia  inoltre  della  grammatica  logica  a  dirigere  l'apprendimento  della  lingua  e  l'esercizio  dello  scrivere  doveva  essere  tanto  più  forte-  mente sentita,  quanto  più  dilagava  il  francesismo  nella  lingua  e  nello  stile  :  il  ritorno  alla  vecchia  pratica  grammaticale  e  al-  l' osservazione  dei  lodati  scrittori,  doveva  apparire  come  una  urgente  necessità  ;  e  vi  si  ritornò  infatti  con  fede  rinnovellata  e  sotto  la  bandiera  del  più  rigoroso  purismo  inalberata  dal  Bembo  dell'Ottocento,  Antonio  Cesari,  coronato  alfiere  dall'Accademia  livornese,  qual  s'era  mostrato  degno  d'essere  con  la  nota  Dis-  sertazione del  1809  sopra  lo  stato  presente  della  lingua  ita-  liana^}; e,  in  ogni  modo,  con  o  contro  il  Cesari,  pel  Trecento  o  pel  Cinquecento,  per  gli  scrittori  o  pel  popolo,  la  pratica  do-  veva prevalere  sulla  teoria  astratta  ;  perfin  nella  grammatica  em-    (')  In  Opuscoli  linguistici  e  letterari  di  Antonio  Cesari,  raccolti,  ordinati  e  illustra/i  ora  la  prima  rolla  da  Giuseppe  Guidetti,  Reggio  d'Emilia,  Collezione  storico-letteraria  presso  il  compilatore,  [1907].    Capitolo  qui  udii  r  si  ino  479    pirica,   normativa,  tradizionale,  presso  non  gli  scapigliati  ma    i  pedanti,  la  vecchia  fede  se  non  scossa,  certo  fu  illanguidita.   La  tradizione  puristica,  peraltro,  non  era  stata  interrotta  nella  seconda  metà  del  Settecento,  neppur  quando  più  imperversò  la  bufera  del  filosofismo  francese.  Già  prima  che  il  rappresen-  tante più  autorevole  di  esso  in  Italia,  il  Cesarotti,  fosse  stato,  appunto  in  nome  della  vecchia  grammatica,  contraddetto    ri-  cordammo già,  tra  gli  altri,  l'ab.  Velo    «  con  uno  stile  forbito  e  piccante  »,  come  dicono  i  suoi  editori  del  1824,  si  sforzava  Girolamo  Rosasco  (1722-1795)  «  di  rivendicare  ai  Fiorentini  il  tanto  contrastato  primato  intorno  all'origine  ed  al  governo  della  favella  »,  introducendo  nei  suoi  Dialoghi  sette  della  Lingua  to-  scana a  pontificare  il  Corticelli  su  lesecolari  questioni,  sull'au-  torità dei  grammatici,  sulla  necessità  imprescindibile  dello  studio  della  grammatica,  di  contrastare  al  nuovo  sistema  de'  letterati  propugnanti  l'uso  d'un'altra  lingua  diversa  dalla  fiorentina,  con  tutto  il  bagaglio  de'  vecchi  argomenti  grammaticali  e  rettorici  in  favore  della  purità,  della  armonia  e  dolcezza  della  pronunzia  fiorentina,  dell'elegante  stile,  e  con  le  vecchissime  distinzioni  di  discorso  impensato  e  di  discorso  pensato.  «  Eh  via,  la  legge  che  ne  obbliga  a  studiare  la  grammatica,  è  giustissima,  e  chiun-  que brama  riportar  gloria  dal  materiale  della  scrittura,  dovrà  o  bere  o  affogare,  siesi  chi  egli  si  vuole  ».  E  cita  in  sostegno  il  Salviati,  Quintiliano  e  altri  (').  Va  notato  peraltro  che  il  Rosasco  non  solo  propugna  la  necessità  di  uniformarsi  anche  all'uso  moderno,  ma  giudica  ancora,  sebbene  coi  soliti  argomenti  estrin-  seci, che  «  non  dobbiamo  per  conto  alcuno  desiderare  la  per-  fezione delle  grammatiche,  si  perchè  non  si  può  questo  desiderio  avere,  senza  desiderare  insieme  la  estinzione  della  lingua  ;    perchè  quando  siamo  obbligati  a  scriver  solo  secondo  le  regole  e'  precetti  dell'arte  prescritti,  non  è  mai  possibile  rendere  le  nostre  scritture  eccellenti  »(')  :  residui,  come  ognun  vede,  delle  dottrine  estetiche  prevalenti  nel  senso  che  volevano  conciliare  il  rigore  grammaticale  col  criterio  della  libertà  individuale  :  tem-  perato purismo,  che,   mentre  per  un  lato  moveva  dall'antica  tra-    (')  Ed.  della  Bibl.  scelta,  Milano,  Silvestri,  1824,  voi.  II,  pag.  218  e  segg.   (2)  Op.  cit.,  pp.  67-8.    480  Storia   della   Grammatica   dizione  grammaticale  del  classicismo,  per  l'altro  era  reso  possi-  bile dal  non  essersi  ancora  la  lingua  italiana  inoltrata  pel  de-  clivio della  cosiddetta  corruzione  francesistica.   Quando  questa  si  accentuò  maggiormente,  era  naturale  che  l'iniziativa  del  riparo  partisse  dalla  Crusca  custode  gelosa  del  patrimonio  linguistico:  e  già  il  ricordato  Borsa  nel  1785  prote-  stava contro  il  decadimento  della  lingua,  e  nel  1798  da  Losanna  un  suo  Accademico,  Federico  Haupt,  scriveva  la  Lettera  dun  tedesco  stili' infranciosamento  dello  stile,  com'è  naturale  che  la  rifioritura  linguistica  fosse  più  di  vocabolario  che  di  gramma-  tica ;  lo  stesso  lavorìo  grammaticale,  il  più  notevole  dei  primordi  del  secolo  XIX,  s'aggirò,  come  vedemmo,  intorno  a  quella  parte  della  grammatica  che  è  più  intimamente  connessa  col  vo-  cabolario, i  verbi,  di  cui  sorsero  parecchi  prospetti  e  teoriche.  E  a  studi  di  lingua,  ossia  di  vocabolario,  si  era  volto  nel  1806  l'Istituto  lombardo,  fondato  dal  Bonaparte  nel  1797  e  convocato  a  Bologna  nel  1803,  di  cui  era  segretario  quel  Luigi  Muzzi  che  già  incontrammo  quale  autore  del  curioso  libro  sulle  Permutazioni  dell'  italiana  orazione,  e  che,  dopo  essersi  divertito  e  gingillato  intorno  a  problemi  filosofici  secondo  la  moda  d'allora  pe'  quali  non  era  affatto  portato,  si  immerse  talmente  negli  studi  gram-  maticali e  lessicali  e  con  si  vero  spirito  di  devozione  alla  Crusca,  che  il  Monti  doveva  titolarlo  più  tardi  «  il  più  fatuo  pedantuzzo  che  mai  facesse  imbratti  d'inchiostro  »  (l).  Partecipò  nel  1809  al  concorso  dell'Accademia  livornese  con  un  lavoro  Dello  siato  e  del  bisogno  di  nostra  lingua,  ma  il  manoscritto,  per  ragioni  regolamentari,   non  fu   accettato.   Come  sappiamo,  di  quel  concorso  il  trionfatore  fu  Antonio  Cesari,  odiatore  quanto  il  Giordani,  delle  dottrine  del  Cesarotti,  che,  se  avevano  ancora  seguaci  dal  Romani  al  Nardo,  andavano  però  perdendo  terreno  sempre  più  :  quegli  stessi  che  le  propu-  gnavano —  si  avverta  inoltre    erano  assai  più  temperati  del  maestro  e  si  guardarono  meglio  di  lui  dall'esser  accusati  di  gal-  lofilia :  verso  l' italianità  era  un  desiderio  e  un  moto  generale,  cui  favoriva  la  ridesta  coscienza  nazionale:  cesariani  e  pertica-  riani  o  mondani,  neopuristi  della  prima  maniera  (cioè  anteriore  al  1815)  e  della  seconda,    tutti    concordavano    non    solamente    nel-    (')  In  Mazzoni,  L'Otl.,  p.  315.    Capitolo  quindicesimo  481    l'avversare  i  criteri  troppo  licenziosi  de'  cesarottiani,  ma  ne!  volere    auspice  la  Crusca  per  la  quinta  volta  rimessosi  nel  1813  alla  ricompilazione  del  Vocabolario    che  alle  sottili  fantasti-  cherie sulle  ragioni  delle  lingue  si  sostituisse  il  lavoro  concreto  e  modesto  del  raccogliere  e  del  vagliare  voci  e  locuzioni  del  buon  uso  e  a  riprendere  l'osservazione  grammaticale  secondo  le  migliori  tradizioni  del  Cinquecento.  Il  Balbo  nel  181 1  scriveva  al  Vidua  una  lettera  sulla  lingua  italiana  per  muover  lamenti  intorno  le  tante  esagerazioni  e  confusioni  pratiche  e  teoriche  del  filosofismo  che  non  giovavano  punto  alla  causa  della  lingua  :  e  il  Vidua  raccomandava  nel  1815  a  un  compatriotta  che,  an-  dando a  Firenze  come  avevan  fatto  già  l'Alfieri  e  il  Goldoni,  e  avrebbe  fatto  il  Manzoni  e  avrebbero  consigliato  al  Cavour,  non  trascurasse  di  recarsi  la  mattina  in  Mercato  Vecchio  ad  ascoltar  il  pizzicagnolo  e  le  contadine.  E  alla  Crusca  stendeva  la  mano  l'Istituto  lombardo  per  proseguire  concordi  all'opera  d'amplia-  mento del  Vocabolario:    le  ripulse  dell'Accademia  orgogliosa  e  gelosa  delle  sue  secolari  tradizioni    i  risentimenti  e  le  irri-  tazioni, causa  di  tante  guerre  anche  personali,  che  esse  provo-  carono nel  Monti,  poterono  mai  dividere  gli  animi  concordi  nella  comune  avversione  al  logicismo,  alle  metafisicherie  di  provenienza  franco-cesarottiana,  nonostante  che,  per  quanto  riguarda  i  criteri  particolari  dell'uso  linguistico  italiano  (pratica,  dunque,  non  scienza),  facilmente  potessero  incontrarsi  col  Cesarotti  in  un  vivo  desiderio  di  libertà,  e  spesso  inconsciamente  (come  sarà  av-  venuto al  Leopardi)  ('  ),  non  soltanto  gli  antipuristi  come  il  ce-  sarottiano  Torti  di  Bevagna,  ma  letterati  meno  bollenti  nella  se-  colare battaglia.   N'è  prova  l'atteggiamento  assunto  dal  capo  riconosciuto  de'  classicisti,  il  Giordani,  nelle  contese  tra  il  Cesari  e  il  Monti  e  il  Perticari  :  «  richiesto  del  vero  valore  di  alcune  voci  tolte  dal  greco,  rispose  [al  Monti]  e  colse  quell'occasione  per  lodare  l'opera  e  il  suocero  e  il  genero,  ma  anche  per  addimostrare  al-  cune sviste  di  essi  due  correttori  degli  altri,  e  per  augurare  che  gli  avversari  si  riconoscessero  invece  compagni,  come  quelli  che  insomma  avevan  un  fine  medesimo  e  uno  stesso  desiderio  »  (').    (')  Cfr.  F.  Colagrosso,  La  teoria  leopardiana  della  lingua,  Na-  poli, 1905  (Estr.  d.  Rend.  Accad.  Arch.  Lett.  e  B.  A.  in  Napoli,  XIX),  P-  55  sgg.   (2)  Mazzoni,  op.  cit..  p.  315.   C.  Trabalza.  31    482  Storia  della  Grammatica   Pure,  il  Giordani  è  appunto  uno  di  quei  puristi  che  racco-  mandavano ai  giovanetti  il  Du  Marsais  e  il  Beauzée.  «  I  volumi  della  Enciclopedia  Metodica  ne'  quali  è  trattata  la  grammatica  e  l' eloquenza  ti  possono  essere  utili.  Gli  articoli  rettorici  di  Marmontel  non  mi  paiono  più  che  mediocri  ;  quelli  di  Jancourt  assai  meno  che  mediocri.  Ma  bellissimi  i  grammatici  di  Du  Marsais,  e  di  La-Beauzée.  E  il  conoscere  e  adoperare  filosofi-  camente la  lingua  è  gran  virtù  di  eccellente  scrittore.  E  pron-  tamente si  applica  alla  nostra  quel  che  è  notato  della  francese  »(1).  Ma  che  cosa  significa  adoperare  filosoficamente  mia  lingua  ?  specie  quando  la  si  consideri,  come  fa  il  Giordani,  cosa  diversa  dallo  stile?  Interrompi,  consiglia,  con  la  lettura  di  quegli  arti-  coli, «  lo  studio  che  devi  far  della  lingua,  e  preparati  a  quello  che  poi  farai  dello  stile.  Perchè  io  giudico  che  quello  della  lingua  debba  precedere.  Non  si  dee  prima  sapere  qual  sia  la  materia  de'  colori  ;  poi  imparare  ad  impastarli  e  mescolarli  ;  poi  esercitarsi  a  collocarli,  e  accordarli  ?  »  (io).  «  Tutto  lo  scrivere  sta  nella  lingua  e  nello  stile;  due  cose  diversissime  egualmente  necessarie....  I  vocaboli  e  le  frasi  sono  i  colori  di  questa  pittura;  lo  stile  è  il  colorito.    Ora  persuaditi,  caro  Eugenio,  che  l'ac-  quisto de'  colori  sia  fatica  della  memoria  :  l'uso  del  colorito  sia  esercizio  d'ingegno,  disciplina  di  buoni  esempi,  di  pochi  pre-  cetti, di  moltissima  osservazione,  di  molta  pratica  »  (p.  152).  «  Ho  letto  molti  antichi  e  moderni  che  vollero  esser  maestri  :  ho  perduto  tempo  e  acquistato  noia,  senza  profitto.  Veri  maestri  ho  trovato  gli  esempi  de'  grandi  scrittori  »  (p.  153).  Tra  i  mo-  derni consiglia,  tuttavia  «  il  breve  trattato  del  Condillac,  Art  d'écrire.  Di  tutto  quel  libro  abbastanza  buono,  m'  è  rimasto  in  mente  questo  solo  principio,  molto  raccomandato  da  lui  =  de  la  plus  grande  liaison  des  idées  ....  Vero  è  che  quel  legame  delle  idee  non  deve  esser  sempre  logico  ;  ma  secondo  la  materia  che  si  tratta,  dev'esser  pittorico  o  affettuoso;  di  che  i  moderni  intendon  pochissimo  :  gli  antichi  vi  furono  meravigliosi  »  (pa-  gine 153-4).  In  questo  guazzabuglio  di  vedute,  d'idee  e  di  prin-  cipi, c'è  tutto,  meno  lo  spirito  filosofico  :  dal  che  si  vede  quanto    (')  A  un  giovane  italiano  -  Istruzione  per  l'arte  di  scrivere,  in  Scritti  di  Giordani,  ed.  Chiarini,  in  Firenze.] poco  fosse  compresa  e  con  quanto  poca  convinzione  raccoman-  data la  grammatica  generale  del  Du  Marsais  e  del  Beauzée.  Il  nume  che  agitava  interiormente  il  Giordani  e  i  degni  suoi  com-  pagni d'arme  non  era  la  filosofia,  ma  lo  spirito  italiano  che  si  rinnovava,  rinnovamento  che  alla  coscienza  di  molti  si  presen-  tava come  un  problema  di  lingua  :  donde  il  calore  con  cui  si  davano  a  questi  studi.  Il  Giordani,  mosso  dall'invito  dell'  Acca-  demia italiana,  «  non  per  rispondere  »  ad  essa,  per  ciò  che  «  questa  materia  non  sia  d'ozio  letterario  ....  ma  importi  non  poco  all'onore  d'Italia  »,  si    ad  abbozzare  una  Storia  dello  spirito  pubblico  d' Italia  per  600  considerato  nelle  vicende  della  lingua  (1811)  (')  e  alcuni  anni  più  tardi  (1825),  discorrendo  in  una  lunga  lettera  al  Capponi  di  una  raccolta  in  trenta  volumi  che  intendeva  fare  delle  migliori  e  men  note  prose  della  nostra  letteratura,  allargando  e  colorendo  le  linee  di  quel  primitivo  ab-  bozzo, esprimeva  l'opinione  che  l'ordine  escogitato  lo  menerebbe  «  quasi  per  una  storia  della  nazione  e  della  lingua  »  ("),  e  che  dalla  somma  dei  particolari  discorsi  introduttivi  ne  sarebbe  de-  rivato «  quasi  un  ritratto  filosofico  delle  menti  italiane  per  quat-  tro secoli  ».  «  Perciocché  io  considerando  la  lingua  come  uno  specchio,  nel  quale  cadano  tutti  i  concetti  da  tutti  i  pensanti  della  nazione,  e  dal  quale  nella  mente  di  ciascuno  si  riflettano  i  pensieri  di  tutti  ;  volli  con  diligenza  di  storico  e  sagacità  di  filosofo  esaminare  il  vario  corso  del  pensare  italiano  per  le  ve-  stigia che  di  mano  in  mano  lasciò  impresse  nel  variare  delle  lingua;  della  quale  i  vocaboli  e  le  frasi,  o  nuovamente  intro-  dotte, o  dall'antico  mutate,  fanno  certissimo  testimonio  (a  chi  '1  sa  interrogare)  d'ogni  mutamento  nella  vita  intellettiva  del  po-  polo »  (p.   181).    Così  il  Giordani  si  riallaccia  al  Napione.   Tra  il  Napione  e  il   Giordani   spicca   anche   per  questo   ri-  guardo il  Foscolo,  (3)  che  nella  celebre  orazione,  recitata  a  Pavia    (')  Opere,  t.  IX:  «  Scritti  editi  e  postumi  pubbl.  da  Antonio  Gus-  salli  »,   Milano,   1856,   voi.   II,  pp.  405-10.   f;)  Scritti,   ed.  Chiarini,  già  cit.,  p.  179.   (3)  Per  l'eccellente  posizione  che  occupa  il  Foscolo  nella  storia  della  critica,  oltre  che  le  note  pagine  del  De  Sanctis,  vedi  Croce,  Per  la  storia  della  critica  ecc.,  già  cit.,  p.  9  e  27,  Trabalza,  Studi  sul  Boccaccio  cit.,  p.  79  sgg.  e  108  sgg.,  e  Borgese,  Storia  della  critica  romantica  cit.   (p.    184  sgg.),  libro    è  superfluo   avvertirlo      484  Storia  della   Grammatica   nel  1809  per  l'inaugurazione  degli  studi,  Dell'  origine  e  dell'uf-  ficio della  letteratura  e  nelle  Lezioni  di  eloquenza  che  le  tennero  dietro,  e  particolarmente  in  quella  del  3  febbraio  1809  su  la  Lingua  italiana  considerata  storicamente  e  letterariamente ,  (l)  e  ne'  sei  Discorsi  sulla  lingua  (")  italiana  parlava  della  nostra  lingua  coi  medesimi  spiriti  e  intendimenti  d'italianità,  in  modo  vera-  mente vivace.  «  Nella  sua  Prolusione  »,  ripeteremo  col  De  San-  ctis,  «  tenta  una  storia  della  parola  sulle  orme  del  Vico,  censu-  rata da  parecchi  in  questo  o  quel  particolare,  ma  da'  più  am-  mirata, come  nuova  e  profonda  speculazione.  Il  suo  valore,  anzi  che  nelle  sue  idee,  è  nel  suo  spirito,  perchè  non  è  infine  che  una  calda  requisitoria  contro  quella  letteratura  arcadica  e  acca-  demica, combattuta  da  tutte  le  parti  e  resistente  ancora,  contro  quella  prosa  vuota  e  parolaia,  e  contro  quella  poesia  che  suona  e  che  non  crea  »  (3).  «  Nessuno  ha  considerato,  »  scriveva  il  Fo-  scolo, «  filosoficamente  le  origini,  le  epoche  e  la  formazione  di  essa  [lingua  italiana],  affine  di  conoscere  per  via  d'analogia  i  principi,  i  progressi  oscurissimi  delle  formazioni  e  trasformazioni  di  tante  altre  lingue  »  (4).  «  La  storia  d'una  lingua,  »  ecco  il  suo  preciso  punto  di  vista    «  non  può  tracciarsi  se  non  nella  storia  letteraria  della  nazione  ;    la  storia  può  somministrare  fatti  certi  e  fondamentali  a  trovare  in  materie  intricatissime  il  vero,  se  non  per  mezzo  di  epoche  distinte,  in  guisa  che  le  cause  non  diventino    effetti,    e  gli  effetti  non  sieno  pigliati  per  cause  »(').    che  dev'esser  tenuto  sempre  presente  per  tutto  questo  periodo,  perchè,  se  le  idee  sulla  lingua  de'  vari  critici  che  vi  sono  criticati  poca  luce  diffondono  sulle  loro  teorie  poetiche,  utilissimo  è  invece  conoscere  la  portata  critica  di  esse  per  chi  fa  la  storia  della  lingua.   (')  In  Opere  edite  e  postume  di  Ugo  Foscolo,  Firenze,  Le  Mon-  nier,   1850,   voi.    II.   (0  Ed.  cit.,  voi.   IV.   (3)  In  Trabalza,  op.  cit.,  p.  80.   (')  Voi.   IV  cit.,  pag.   109.   (5)  Voi.  cit.,  pag.  112.    È  evidente  l'affinità  tra  il  metodo  del  Foscolo  e  quello  del  Napione;  ma  com'è  più  profonda  la  visione  del  Fo-  scolo, così  essa  in  certo  senso  precorre  ancor  meglio  il  principio  moderno  onde  si  vorrebbe  indagata  la  storia  della  cultura  nella  lingua,  special-  mente in  quanto  si  serve  del  metodo  monografico  per  periodi  di  af-  finità spirituali.  Notevolissima  sotto  questo  rispetto  è  una  pagina  della  Lez.  II  di  Eoa.    la  82  del  voi.  II)  dove  illustra  il  principio:  La  let-  teratura  è  annessa  alla  lingua.    Capitolo  quindicesimo  485    Nel  fatto,  il  Foscolo  intravvede  così  in  confuso  l'identità  di  lingua  e  pensiero,  e  nell'evoluzione  linguistica  uno  svolgimento  spirituale,  mostra  cioè  una  vaga  coscienza  del  problema  lingui-  stico, e  il  suo  sforzo  di  risolverlo,  anche  se  non  felice,  è  già  un  progresso.  Particolarmente  notevoli,  anche  per  la  ragione  pedagogica,  in  cui  però,  come  sappiamo,  ben  si  riflette  la  scienza  teorica,  son  le  pagine  che  scrive  sulla  dottrina  dantesca  del  Volgare  illustre.  Ne  riferiamo  volentieri  un  brano  che  ci  tocca  davvicino.  «  Su  ciò  che  Dante  previde  con  occhio  sicuro  egli  fondava  pochi  principi  generali  intorno  alla  legislazione  gram-  maticale. Erano  inerenti  alla  condizione  e  alla  natura  della  lingua,  onde  operarono  sempre  e  quando  vennero  applicati  da  parecchi  scrittori,  e  quando  vennero  trascurati  da  altri,  o  negati  ostinatamente  da  molti  ;  ed  operarono  fin  anche  negli  scritti  di   chi  li  negava ed  oggimai  l'esperienza  ha  convinto  la  più  gran   parte  degl'Italiani,  che  la  loro  lingua  letteraria  non  può  pro-  sperare senza  l'applicazione  dei  principj  di  Dante»:  principi  metafisici,  dice  il  Foscolo,  «  annunziati  in  tempi  ne'  quali  la  filo-  sofia, l'arte  dialettica,  e  la  teologia  erano  tutt' uno  »,  e  tali  da  intricarsi  a  vicenda,  e  perciò  un  po'  oscuri  forse  allo  stesso  Dante.  Al  qual  punto  il  pensiero  del  Foscolo  corre  al  «  Locke  che  facilitò  lo  studio  delle  analisi  delle  idee,  e  quindi  della  na-  tura delle  lingue,  e  al  Condillac  che  illustrò  questa  difficilissima  parte  della  metafisica  »  (l).   Ma  il  fine  supremo  di  tali  studi  era  per  tutti  questi  spiriti  italiani  «  raggiungere  le  nazioni  che  appresso  a  noi  surte  ci  sor-  passarono »  ('),  e  poiché  il  mezzo  non  sembrava  potesse  esser  la    (')  Voi.  cit.,  pp.   188-190.   (*)  Giordani,  Scritti. cit.,  ed.  Chiarini,  p.  182.  Si  richiamino  a  tal  proposito    e  si  tengano  presenti  in  questo  capitolo  anche  peraltro  — ■  le  relazioni  d'amicizia  personale  che  corsero  tra  maggiori  e  minori  rappresentanti  di  questo  movimento  d'italianità  che  s'agitava  nelle  questioni  linguistiche.  V.  specialmente  G.  Guidetti,  La  questione  linguistica  e  l'amicizia  del  padre  Antonio  Cesari  con  Vincenzo  Monti,  Francesco  Villardi  ed  Alessandro  Manzoni  narrata  con  l'aiuto  di  docu-  menti inediti,  Reggio  d'Emilia,  1901  ;    dello  stesso,  Antonio  Cesari  giudicato  e  onorato  dagl'italiani  e  sue  re/azioni  coi  contemporanei  con  documenti  inediti,  Reggio  d'Emilia,  1903;  e  Alfonso  Bertoldi,  Pietro  Giordani  e  altri  personaggi  del  tempo  in  Prose  critiche  di  storia  e  d'arte,  Firenze,   1900.    486  Storia  della  Grammatica   filosofia,  lo  studio  cioè  dei  problemi  della  natura  del  linguaggio,  ma  lo  studio  pratico  della  lingua  che  non  si  doveva  lasciare  adulterare,  da  più  parti,  non  i  soli  fiorentini,  ma  tutti  gl'italiani  si  diedero  e  intesero  con  viva  fede  e  non  tenue  sentimento  d'ita-  lianità all'opera  di  restaurazione,  che  un  diffuso  lavorìo,  specie  nell'Italia  centrale  e  particolarmente  nell'Emilia,  nelle  Romagne,  nelle  Marche,  nell'Umbria,  a  Roma,  di  traduzioni  dai  classici  latini  e  greci,  condotto  con  superficiale  ma  sincero  sentimento  e  gusto  di  bellezza  formale,   favorì  grandemente.   Il  mondano,  e  avversario  della  Crusca,  Lamberti  nel  1809  pubblicava  con  aggiunte  e  correzioni  Le  Osservazioni  del  Ci-  nonio,  rimanendo  però  a  metà  in  causa  della  sua  morte.  Nel  1813  riusciva  alla  luce  la  vecchia  raccolta  del  Pistoiesi,  Prospetto  dei  verbi  toscani  tanto  regolari  che  irregolari  (l)  e  il  Casarotti,  tor-  nava a  discorrere  Sopra  la  natura  e  l'uso  dei  dittonghi  italiani    trattato    (").  Nel  14  il  Mastrofini  pubblicava  Teoria  e  prospetto  ossia  Dizionario  critico  de  verbi  italiani  coniugati  specialmente  degli  anomali  e  mal  noti  nelle  cadenze  (:i).  E  un  compilatore  nel  1820,  in  Milano,  riassumeva  tutto  questo  lavorìo  intorno  ai  verbi  :  Teorica  dei  Verbi  italiani  cotnpilata  sulle  opere  del  Ci-  nonio,  del  Pistoiesi,  del  Mastrofini  e  di  altri,  e  cinque  anni  dopo  a  una  compilazione  ancor  più  ricca  attendeva  il  Roster.   Questo  gruppo  di  lavori    com'è  facile  avvertire    si  ran-  noda a  quella  tradizione  grammaticale  che  appunto  col  Cinonio  iniziava  nella  prima  metà  del  Secento  la  trattazione  di  categorie  particolari  della  grammatica  giunta  allora  al  suo  completo  sviluppo  nel  suo  schema  generale  per  opera  del  Buonmattei  ;  ma  non  è  certamente  estraneo  a  quell'esigenze  di  osservazione  diretta  sul  materiale  della  lingua  a  cui  si  sforzava  di  soddisfare  il  purismo  che  appunto  in  quegli  anni  si  affermava  solennemente  con  la  vit-  toria del  Cesari.  Il  punto  di  vista  è  infatti  ancora  il  retorico,  come  precettivo  è  l'intendimento,  anche  se  uno  di  quei  quattro  autori,  il  Casarotti,  si  abbella  nella  sua  esposizione  del  culto  professato  alla  dottrina  del  Vico  che  cita  in  più  luoghi ('):  mentre,    (')  Pisa,  Capurro,  nuova  ed.  riv.  e  corr.    La  prima  ed.  aveva  visto  la  luce  a  Roma,  nel  1761.  (s)  Padova,  nel  Seminario.  (*)  Roma,  De  Romanis.  (4)  Anche  l'ab.  Greco,  il  grammatico  consigliere  del  Puoti,  aveva    Capitolo  quindicesimo  487    d'altra  parte,  non  è  identificabile  con  quello  delle  grammatiche  ragionate,  anche  se  un  altro,  il  Mastrofini,  segue  l'autorità  del  Varano,  di  Ossian,  del  Cesarotti.  I  tempi  non  potevano  non  eser-  citar la  loro  influenza  :  il  Vico  ormai  cominciava  a  non  esser  più  una  sfinge,  e  ciascuno  degli  altri  scrittori  godeva  il  favor  po-  polare. Vedasi  come  il  Casarotti,  che  indubbiamente  non  va  con-  fuso coi  grammatici  di  bassa  lega,  citi  il  Vico.  Egli,  mosso  alla  sua  trattazione  dalla  necessità  di  sistemare  una  notevole  serie  di  fatti,  che  inosservati  danno  luogo  a  molti  inconvenienti,  con-  stata che  «  i  dittonghi  mobili  non  sono  il  centesimo  permalosi  dei  fermi,  e  senza  sdegno  stanno  in  bando  da  parecchie  voci,  alle  quali  avrebbero  diritto  di  entrare.  Priemo,  truovo,  pruova,  ed  altre  già  l'hanno  quasi  dimenticato.  In  questa  parte  verificasi  la  sentenza  del  profondissimo  e  oscurissimo  Vico  (Pr.  di  Se.  N.  Della  Sapienza  Poetica  lib.  II,  Corollarj  d'intorno  alle  origini  della  locuzione  ecc.),  che  i  Dittonghi  ne'  principj  delle  lingue  sono  in  assai  più  numero,  e  che  a  poco  a  poco  si  scemano  »  (').  E  sul  Vico  stesso  si  appoggia  per  mostrare  l'obbligo  degli  Ita-  liani a  non  bandirli  «  nella  lingua  che  riceve  da  essi  pienezza  e  varietà  di  suono,  due  qualità  carissime  all'armonia,  ed  al  canto.  Di  fatti  i  Dittongi,  se  hanno  valore  i  pensamenti  del  citato  filo-  sofo napoletano,  del  primo  canto  de popoli  faìino  gran  pruova»:  e  specialmente  non  dovrebbero  bandirli  i  poeti,  poiché  «  l'espres-  sione poetica  è  tanto  vaga  d'indipendenza  da  ogni  fastidiosaggine  grammaticale,  che  talvolta  per  lo  disprezzo  di  certe  rigide  leggi  acquista  forza  e  bellezza.  E  la  poesia,  come  colui  disse  della  Pittura,  divien  grande  coli 'industrioso  maneggio  delle  cose  mi-  nime.  Una   consonante,    una  vocale,   un    Dittongo,    un   accento,    letto,  se  non  compreso,  il  Vico.  N.  Caraffa  (op.  cit.,  p.  32)  fa  de-  rivare il  Greco  dal  Vico  e  lascia  credere  che  un'infusione  di  spirito  vichiano  il  Greco  comunicasse  al  Puoti  stesso.   (')  Pp.  19-20,  dove  anche  osserva  :  «  Tanto  è  rispetto  a  noi  della  Lingua  Latina,  che  abbondantissima  nella  scrittura  di  sillabe  bifocali,  come  Terenziano  Mauro  chiamò  i  dittongi,  rarissimi  ne  conserva  nella  pronunzia.  E  tanto  è  della  Lingua  Francese,  che  compendia  in  una  sola  vocale  molti  Dittongi,  de'  quali  sul  labbro  degli  antichi  Francesi  si  sarà  probabilmente  lasciato  sentire  il  duplice  suono.  Sul  labbro  ita-  liano poi  questo  duplice  suono  si  fa  sentir  sempre:  e  in  ciò  siamo  più  ragionevoli  de'  Francesi,  in  quanto  l' Italiana  scrittura,  si  ritengano  o  si  sbandiscano  i  Dittongi,  rimane  sempre  d'accordo  colla  pronunzia  ».    488  Storia  della  Grammatica   tutto  essa  fa  servire  a'  suoi  sublimi  disegni  »  (p.  21).  Così  la  filologia  filosofica  del  Vico  diventa  nel  Casarotti  rettorica  gram-  maticale, ma  assai  migliore  di  quell'altra  della  tradizione.   Nella  parte  storica  e  empirica  il  libro  del  Casarotti  non  manca  di  utilità.  Passa  in  rassegna  le  esposizioni  precedenti  del  Mazzoni  che  nega  alla  lingua  italiana  il  vero  e  proprio  dittongo,  del  Salviati  che  ne  ammise  49,  del  Buonmattei  che  ne  giusti-  ficò tanti  quanti  sono  i  gruppi  di  due  vocali.  Si  ride  del  Gigli  che  rimanda  al  Mazzoni  chi  vuol  aver  cognizione  piena  dei  nostri  dittonghi,  avendo  il  Mazzoni  non  scritto  un  trattato,  ma  un  sem-  plice discorso,  e  non  sui  soli  dittonghi  italiani,  ma  sui  dittonghi  in  genere:  rettifica  non  del  tutto  giusta,  come  s'è  visto.  Vero  trattatista  è  certo  egli  il  Casarotti,  che    del  dittongo  questa  definizione  :  «  la  comprensione  di  due  vocali  diverse  in  una  sillaba  sola  e  indissolubile,  di  suono  misto,  come  sarebbe  au.  eu,  io,  le  (aura,  euro,  piovere,  ciel)  (').  Critica  gli  strafalcioni  dei  ri-  mari (Folchi,  Fioretti,  Ruscelli,  Baruffaldi)  non  escluso  quello  del  Rosasco,  e,  naturalmente,  discorre  a  lungo  di  metrica,  con  molte  esemplificazioni,  essendo  compilato  il  suo  trattato  prin-  cipalmente in  servizio  della  poesia.  Riassume  la  storia  di  tutti  i  capricci  ortografici,  dichiarandosi  contro  l'uso  della  dieresi.   Il  Pistoiesi  aveva  creduto  colmare  una  lacuna  dei  gramma-  tici che  diedero  sui  verbi  ammaestramenti  e  prospetti  troppo  scarsi  ai  bisogni.  E  ora  se  ne  ristampava  l'opera  per  il  bisogno  che  se  ne  sentiva.  Delle  voci  verbali  vi  si  fanno  quattro  classi    classificazione  che  è  un'altra  prova  del  carattere  empirico  e  retorico  del  trattato:    1.  buone  e  corrette  (regolari);  2.  an-  tiche ;  3.  poetiche  ;  4.  idiotismi  e  errori.  Si  rimprovera  il  Buon-  mattei di  non  aver  avvertito  che  di  contro  al  leggemmo  si  scrisse  l'errato  lessamo.  Si  registra  per  es.  il  savamo  (=  eravamo)  che  incontrammo  nella  grammatica  vaticana  ricordata,  ma,  a  sua  volta,  dimentica  il  tro  e  il  tretti  da  trarre,  che  quella  gramma-  tica diligentemente  raccoglie.  Per  questa  parte  storica  special-  mente il  libro  del  Pistoiesi  conserva  qualche  interesse.  Lo  stesso    (')  Ricorda  qui  le  12  definizioni  dei  dittonghi  date  dal  Riccioli  in  De  recia  diphthongorum  promintiationc.    Dice  che  nel  Giornale  di  Padova  si  affermò  che  il  p.  Evangeli  avesse  scritto  un  trattato  sui  dittonghi  italiani,  ma  egli  dubita  dell'asserzione.  Non  deriva  dal  latino  questa  definizione  del  dittongo.    Capitolo  quindicesimo  489    dicasi  di  quello  del  Mastrolilli,  che,  peraltro,  adopera  un  metodo  assai  diverso  di  trattazione  sia  nella  parte  introduttiva,  dove  porge,  come  meglio  poteva,  delle  nozioni  archeologiche  sulle  trasforma/ioni  latine,  sia  nella  sistematica,  dove  registra  di  ogni  singolo  verbo  tutte  le  voci,  confinando  nelle  note  gli  usi  antichi  e  dialettali,  costruendo  così  una  gran  mole  in  due  grossi  volumi  di  quattrocento   pagine  l'uno.   Un'altra  miniera  di  tutte  le  forme  storiche  del  nome  e  del  verbo  sono  le  Osservazioni  grammaticali  di  Giacomo  Roster  (l).  Il  quale,  più  che  a  trattar  sistematicamente  la  grammatica,  intende  soprattutto  a  radunare  intorno  a  ogni  persona,  come  a  ogni  nome,  tutte  le  varianti  che  gli  scrittori  adoperarono,  dando  così  un  utile  vocabolario  metodico  delle  declinazioni  e  delle  coniu-  gazioni nel  loro  uso  storico.   Qualche  decennio  più  tardi,  su  questo  argomento  avemmo  un  lavoro  assai  migliore  e  di  una  maggior  portata,  che  è  quasi  anello  di  congiunzione  tra  i  precedenti  prospetti  più  o  meno  empirici  e  i  più  recenti  trattati  di  analisi  rigorosamente  filolo-  gica :  la  Analisi  critica  dei  verbi  italiani  investigati  nella  loro  primitiva  orìgine  da NANNUCCI (si veda),  a  cui  seguì  il  Saggiò  del  prospetto  generale  di  tutti  i  verbi  anomali  e  diffettivi,    semplici  che  composti,  e  di  tutte  le  varie  confi-  gurazioni, dall'origine  della  li?igua  in  poi.  Derivata  da'  mede-  simi principi  e  condotta  con  l' istesso  metodo  è  la  Teoria  de'  nomi  della  lingua  italiana,  che,  come  X Analisi,  si  rac-  comanda sia  adoperata  con  cautela.   Al  Nannucci  dobbiamo  an-    (')  Osservazioni  grammaticali  intorno  alla  lingua  italiana  compi-  late da  Giacomo  Roster  professore  delle  lingue  italiana,  tedesca  ed  mg  le  se  ecc.  in  Firenze,  mediante  le  quali  si  procura  di  fissar  le  regole  sinora  incerte  e  vacillanti,  fondate  sull'uso  generale  de'  classici  antichi  e  moderni,  e  col  parer  de'  primi  letterati  d'Italia:  opera  necessaria  per  intendere  gli  scrittori  antichi  e  moderni,  e  per  parlare  e  scrivere  correttametite.  Dedicata  alla  eulta  nazione  italiana.  Firenze,  nella  stamperia  Ronchi  e  C,  MDCCCXXVI,  (160  gr.  di  pp.  vm-328).  Dopo  un  Ristretto  di  termini  grammaticali  (1-5)  e  un  Ristretto  delle  decli-  nazioni '6-9)  tratta  a  lungo  (10-64;  della  Dee lina zio?ie,  ossia  delle  varie  terminazioni  di  nomi  sost.  e  agg.  Nella  p.  II  165-313)    le  Regole  per  le  formazioni  di  modi,  tempi  e  persone  delle  tre  coniug.  de'  verbi  reg.  e  irr.  Seguono  alcune  pagine  di  note.  (Il  raro  libro  mi  fu  fatto  conoscere  dal  prof.  Teza,  che  ne  possiede  un  esemplare).    490  Storia  della  Grammatica   cora  Voci  e  locuzioni  italiane  derivate  dalla  lingua  provenzale  (1840).  Son  tutte  parti  codeste  &  uri  opera  vasta  alla  quale  s'era  dato  l'esimio  filologo  e  in  cui  si  proponeva  di  ricercare  minuta-  mente «  la  natura,  l'indole  e  la  storia  della  nostra  lingua,  segui-  tandola secolo  per  secolo  ne'  suoi  movimenti  e  nelle  sue  tra-  sformazioni, ed  investigando  la  ragione  de'  costrutti  e  delle  forme  grammaticali  (Ai  lettori)  »:  un  miscuglio,  come  ben  s'in-  tende, d'empirismo,  di  storia  e  di  filosofia  del  linguaggio  in  cui  sarebbero  state  riassunte  e  conciliate  le  tre  tendenze  degli  studi  linguistici  prevalenti  al  suo  tempo.  Fu  bene  che  il  Nannucci  si  limitasse  alla  parte  storica  usando,  come  le  forze  gli  permette-  vano, discretamente,  del  metodo  comparativo  ignoto  ai  suoi  pre-  decessori specialisti  :  ne  uscirono  giustificate  nella  loro  origine  e  nella  loro  analogia  con  le  neolatine,  voci  e  frasi  ritenute  errori  e  idiotismi  dagli  altri  ;  altre  furono  ridotte  alla  loro  vera  lezione.  Quelle  che  per  altri  erano  minutezze,  cioè  tutte  le  uscite  varie  di  una  stessa  voce,  egli  raccolse  e  sistemò,  svolgendo  la  sua  trat-  tazione, se  non  con  metodo,  con  ordine,  chiarezza,  cioè  tempo  per  tempo,  persona  per  persona.  Faccio  la  riserva  sul  metodo,  appunto  perchè  qui  è  il  lato  debole,  filologicamente  parlando,  dell'opera  del  Nannucci:  la  sua  è  una  classificazione  empirica,  storica  nel  senso  che  parte  dalle  forme  più  antiche  per  giungere  alle  moderne  :  non  è,  e  non  poteva  ancora  essere  a  base  fonetica,  come  oggi  si  esigerebbe.  Se  non  che  anche  in  questo  rispetto  supera  i  precedenti  trattatisti,  de' quali  egli  stesso  vorrebbe  eccet-  tuato il  Mastrofini,  se  «  oltre  all'aver  egli  lasciato  addietro  tutte  le  anomalie  più  riposte,  che  sono  sparse  per  entro  agli  scritti  de'  nostri  vecchi,  anche  nelle  più  ovvie  da  lui  riprodotte  »,  non  avesse  per  lo  più  errata  la  vera  origine  (p.  425).   L'opera  del  Nannucci,  come  anche  risulta  da  un  utilissimo  indice,  è  ricca  di  osservazioni  grammaticali  spicciole  che  servono  a  lumeggiare  la  posizione  sua  di  grammatico  diligente  e  osser-  vatore, raccoglitore  di  prima  mano  de'  fatti  grammaticali,  che  sa  ordinare  nella  loro  serie  storica,  non  nella  loro  genesi  ed  evoluzione  interiore,  intese    è  superfluo  dirlo    nel  loro  signi-  ficato fittizio.  È  insomma,  per  l'Italia,  a  prescindere  dai  nostri  filologi  migliori  del  Cinquecento,  l'anello  di  congiunzione  tra  la  pura  precettistica  e  l' indagine  storica.   Un  contenuto  grammaticale  hanno  egualmente,  chi  più  chi  meno,  tutti  i  nostri  retori  ed  eruditi  e  lessicografi    filologi  nel    Capitolo  quindicesimo  491    senso  ristretto  che  a  questa  parola  dal  Diez  in  poi  viene  an-  nesso, non  li  potremo  chiamare    della  prima  metà  del  sec.  XIX,  dell'indirizzo  puristico-classico  dal  Cesari  al  Fornaciari.  Di  essi,  quando  non  furono  anche  produttori  di  grammatiche  vere  e  proprie,  onde  particolarmente  vogliamo  desumere  i  caratteri  della  grammatica  di  questo  periodo,  basterà  che  noi  ricordiamo  poco  più  che  i  nomi  per  complemento  di  disegno,  rientrando  essi  in  quanto  tali    alcuni  furono  grandissimi  poeti  come  il  Foscolo,  il  Monti,  il  Leopardi    più  direttamente  nella  storia  dell'erudi-  zione linguistica  o  della  rettorica  o  della  coltura  o  della  critica  letteraria  o  della  cosiddetta  questione  della  lingua,  secondo  i  sin-  goli casi.  Nel  loro  complesso,  per  quanto  ha  rapporto  diretto  con  la  grammatica,  essi  seguono  e  costituiscono  il  medesimo  moto  onde  derivarono  le  varie  grammatiche  che  esamineremo  con  quella  brevità  che  l'interesse  ormai  scarso  della  materia  e  la  qualità  possono  consentire  in  una  storia  come  la  presente.   Di  quei  tre  grandissimi,  benché  non  siano  stati,  stretta-  tamente  parlando,    grammatici    critici  del  concetto  di  gram-  matica e  neppure  rinnovatori,  saremmo  tentati  a  far  qui  un  meno  breve  cenno  di  quel  che  s'è  fatto,  avendo  essi  dato  allo  studio  della  lingua  una  parte  non  piccola  della  loro  attività,  se,  considerando,  a  tacer  d'altro,  che  le  loro  particolari  vedute  non  sono  in  sostanza  se  non  antecedenti  della  dottrina  manzoniana  sulla  lingua,  che  è  poi  la  dottrina  linguistica  del  romanticismo,  di  questa  non  dovessimo  trattenerci  più  lungamente  e  per  il  nuovo  indirizzo  grammaticale  che  ne  derivò  e  per  la  connessione  che  ha  particolarmente  con  la  critica  della  grammatica  generale,  che  a  noi  sopratutto  interessa.  Ma  del  Leopardi  mi  giova  met-  tere in  rilievo  un  curioso  pensiero  circa  i  rapporti  tra  gramma-  tica e  lingua,  che  si  può  riassumere  così  :  la  varietà,  ricchezza,  onnipotenza  d'una  lingua  sono  in  ragione  inversa  del  do-  minio regolatore  della  grammatica,  e  che  egli  illustra  con  gli  esempi  della  lingua  greca  che  ebbe  «  inesauribile  ricchezza  e  assoluta  potenza  »  avanti  il  sorgere  della  sua  grammatica,  della  latina  che,  per  antica,  avendo  avuto  avanti  la  grammatica  greca,  studiata  per  principi  e  nelle  scuole,  «  riuscì  meno  libera  e  meno  varia  d'ogni  altra  »,  dell'italiana  che,  «  scritta  primieramente  da  tanti  che  nulla  sapevano  dell'analisi  del  linguaggio  (poco  o  nulla  studiando  altra  lingua  e  grammatica,  come  sarebbe  stata  la  la-  tina), venne,  per  lingua  moderna,  similissima  di  ricchezza  e  d’onnipotenza  alla  greca  »,  della  tedesca,  che,  avendo  grammatica  e  non  forse  rispettandola  e  non  avendo  vocabolario  ricono-  sciuto per  autorevole,  è  nelle  migliori  condizione  per  pervenire  «alla  ricchezza,  potenza,  libertà  »(').  Giudizio  quant'altro  mai  ostile  alla  grammatica,  ma  il  più  servile  verso  la  sua  immagi-  naria strapotenza.   Su  di  un  altro  grande  italiano,  invece,  che  citeremo  tra  poco,  Nicolò  Tommaseo,  linguista  di  professione,  non  possiamo  non  fermarci  un  po'  più,  il  che  faremo  con  la  scorta  del  Bor-  gese,  il  quale  ci  sembra  averlo  caratterizzato  con  mirabile  pre-  cisione. «Il  Cesari  del  romanticismo»,  lo  chiama  il  Borgese(2),  «  e  del  Cesari  non  fu  così  spietato  censore  come  molti  non  ro-  mantici ».  Ebbe  quel  che  al  Cesari  mancò  per  divenire  scrittore  più  che  comune,  la  fede  nel  grande  principio  della  rivoluzione  letteraria.  Di  singolare  nelle  teoriche  sulla  lingua  del  Tomma-  seo, è  l'analogia  con  le  opinioni  letterarie  che  si  professavano  ornai  da  una  ventina  d'anni.  «  Egli  stimava  doversi  i  significati  delle  parole  distinguere  secondo  l'uso  più  generale  e  ragione-  vole, proprio  come  gli  evangelisti  del  romanticismo  volevano  ligie  le  lettere  alle  passioni  e  ai  desideri  del  tempo,  perchè  fos-  sero secondo  ragione  e  morale  ».  Nel  linguaggio  vedeva  tre  pregi  essenziali  di  bellezza:  l'etimologia  più  prossima  e  d'evidenza  irrecusabile,  l'analogia  filosofica  e  la  grammaticale,  l'armonia  musicale  e  l'onomatopeica  :  pregi  che  meglio  d'ogni  altro  idioma  riteneva  possedere  il  toscano.  Non  rinnovò  i  concetti  fondamen-  tali della  linguistica  ;  applicò  come  il  Berchet  e  il  Manzoni  in  modo  nuovo  principi  vecchi,  e  sostenne  l'imitazione  del  vero  e  l'uso  di  parole  intelligibili  al  popolo.  Ed  ecco  l'intento  morale  della  riforma.  «  Giova  osservare  »,  scriveva,  «che  la  straordina-  rietà del  linguaggio,  la  quale    talvolta  allo  stile  una  cert'aria  di  dignità,  è  pregio  tutto  posticcio  che  non  compensa  il  difetto  di  pregi  più  intrinseci.  Molti  si  credono  d'essere  scrittori  non  comuni,  allorché  rivolgono  un'idea  comune  in  abito  straordi-  nario, ma  converrebbe,  in  quella  vece,  sotto  forme  comuni,  ren-    (;)  Pensieri  di  varia  filosofia  e    bella  letteratura,  Firenze.  Del  resto  sul  Leopardi  filologo,  v.  i  noti  lavori  recentemente  condotti  sullo  Zibaldone,  il  voi.  del  Rorgese,  specialm.  pp.  69-70,  e  il  citato  studio  del  Colagrosso.   (*)  Op.  cit.,  p.   146  sgg.    Capitolo  quindicesimo  493    dere  accessibile  e,  quasi  dirti,  perdonabile  la  straordinarietà  dell'idea  »(').  Nella  pratica  «pesava  con  scrupolo  da  farmacista  parole  e  sillabe  e  della  grammatica  fu  cavalier  senza  macchia  »(2).  Il  numero  maggiore  degli  eruditi  e  letterati  che  si  occuparono  in  questo  tempo  di  lingua  è  dato  dai  vocabolaristi  in  genere:  ac-  cademici della  Crusca,  dell'  Istituto  lombardo,  Cesari,  Galiani,  Tommaseo,  compresi  i  compilatori  di  dizionari  di  sinonimi  (Grassi,  Tommaseo),  metodici  (Carena)  e  dialettali,  e  in  particolare,  dagli  avversari  più  o  meno  accaniti  della  Crusca  (Monti,  Perti-  cari,  Compagnoni)  coi  loro  rispettivi  contradittori  nelle  polemiche  che  seguirono  alla  Proposta  (:ì  )  del  Monti  (Biamonti,  Galvani  (4),  Niccolini,  Tommaseo),  e  ancor  più  particolarmente  dagli  anno-  tatori e  correttori  della  Crusca  (Parenti)  (  ).  Astrazion  fatta  dal-  l'utilità pratica  di  queste  raccolte  di  voci  e  locuzioni,  sono  ormai  ben  noti  il  nocciolo,  le  vicende  e  l'importanza  della  questione  agitatasi  con  tanto  fervore  e  accanimento  :  sostenitori  e  avver-  sari della  Crusca,  nel  propugnare  secondo  il  loro  partito  un  uso  più  o  meno  esteso  nel  tempo  e  nello  spazio,  quale  si  fosse  il  loro  ideale  d'un'italianità  più  o  meno  pura  di  pensiero,  di  sentimento  e  di  lingua  (entrano  naturalmente  nelle  questioni  sentimentalismi  patriottici  più  o  meno  caldi  e  sinceri),  movevano  dalla  ormai  stravecchia  concezione  meccanica  del  linguaggio  abbuiata  ancora  non  poco  dalla  ignoranza  dell'origine  dell'italiano,  o  meglio,  de'    11)  In  Borgese,  op.  cit.,  p.   148.   (2)  Borgese,  op.  cit.,  ib.    Tra  i  molti  scritti  del  Tommaseo  che  in  qualche  modo  si  riferiscono  al  nostro  argomento,  merita  d'essere  ricordato  qui  particolarmente  V  Aiuto  air  unità  della  lingua    saggio  di  ìuodi  con  formi  all'uso  vivo  italiano  che  corrispondono  ad  altri  d'uso  meno  comune  e  meno  legittimo    Proposte — ,  Firenze,  Le  Monnier,  1874.   (3)  Proposta  di  alcune  correzioni  ed  aggiunte  al  Voc.  d.  Cr.,  Mi-  lano, R.  Stamperia,  1817-26  Cvi  collaboravano  segnatamente  il  Perti-  cari,  il  Gherardini,  il  Grassi,  il  Peyron  ecc.).    Devesi  ricordare  qui  il  Capitolo  CHI  di  un'Opera  cominciata  a  scrivere  dall'  autore  prima  della  Proposta  del  cav.  Monti  e  da  non  pubblicarsi  se  non  l'anno  cin-  quantesimo del  sec.  XIX  (Estr.  d.  Quad.  XV  del  Nuovo  ricoglitore  con  un'aggiunta,  Milano,  1826)  del  Compagnoni,  che  pretese,  come  il  conte  Fr.  Amalteo  di  Oderzo  {Stilla  libertà  concessa  alla  locuzione  italiana  degli  Accademici  della  Crusca)  di  aver  precorso  il  Monti.   (")  Il  Galvani,  tra  tutti  costoro,  si  distingue  per  i  suoi  notevoli  contributi  alla  storia  della  letteratura  occitanica.   (s)  Ricordiamo  qui  particolarmente  di  lui  il  discorso  Del  sover-  chio rigor  de'  grammatici.    494  Storia  della  Grammatica   vari  dialetti  italiani  ;  e  si  tormentavano  tutti  egualmente  intorno  a  un  problema  antifìlosofico.  Lo  stesso  dicasi  dell'altra  categoria,  non  meno  numerosa,  dei  panegiristi  della  lingua  italiana  e  cal-  deggiatori  del  ritorno  all'antica  purezza  e  semplicità  trecentesca,  trattatisti  in  genere  dell'origine  e  delle  doti  dell'elocuzione,  dis-  sertatori di  combattimento  o  no,  tutti  quali  con  più  quali  con  meno  di  destrezza  armeggiami  pel  feticcio  col  vecchio  bagaglio  d'argomenti  formali:  il  Cesari,  alla  testa,  Amadi,  Amicarelli,  Bressan,  Mazzoni,  Biondelli,  Betti,  Ranalli,  Paravia,  Fornaciari('),  Montanari,  Mestica,  Costa,  Pagliese,  Farini,  Colombo,  Marchetti,  Parenti,  Giordani,  a  tacer  del  Puoti  e  della  sua  scuola.  Una  terza  schiera,  infine,  è  costituita  da  molti  di  questi  stessi,  metto  in  prima  linea  il  Colombo,  e  altri  moltissimi    tra  questi  ricor-  deremo honoris  causa  il  Leopardi  e  il  Foscolo    che  o  cura-  rono l'edizione  de'  testi  antichi  o  li  annotarono  o  fecero  l'una  cosa  e  l'altra.  L'opera  di  costoro  ha  un  carattere  più  specifica-  tamente linguistico-retorico  ;  ma,  oltre  che  qui  non  se  ne  potrebbe  molto  agevolmente  tener  conto,  poiché  sarebbe  da  ridurre  a  corpo  sistematico,  in  fondo  la  ritroveremo  nelle  singole  gramma-  tiche che  accompagnarono  questa  produzione  esegetica,  di  cui  a  priori  s'intendono  i  valori  e  i  caratteri,  sol  che  siano  annun-  ziati i  nomi  dei  produttori  (2).   Ma  qui  dobbiamo  fermarci  per  registrare  un  fatto  di  qualche  importanza.   Pensando  a  questa  schiera  di  puristi  e  di  retori,  general-  mente ce  li  figuriamo  anzitutto  grandi  credenti  nella  gramma-  tica, come  nell'ultima  panacea  di  sicura  efficacia  per  il  retto  eser-  cizio dello  scrivere  e  del  parlare,  del  comporre  e  dell'intendere    (')  Un  più  recente  correttore  della  Crusca  fu  Alfonso  Cerquetti,  il  cui  nome  è  mescolato  in  nuove  e  non  meno  vivaci  polemiche.  Pub-  blicò parecchi  volumi  di  «Correzioni  e  giunte  al  vocabolario  degli  Ac-  cademici della  Crusca»,  il  primo  de'  quali  vide  la  luce  in  Forlì,  1869.    Sul  Cerquetti,  Trabalza,  A.  Cerouellt  in  Studi  e  profili  cit.,  p.  260  e  seguenti.Ricorderò  qui,  come  segno  del  fervore  puristico  specialmente  contro  le  insidie  del  dialetto,  quella  Tavola  e  correzione  d'un  migliaio  d'errori  di  grammatica  e  di  lingua  ecc.,  per  Michele  Ponza,  sac,  Torino.  1843,  dove  il  Manzoni  spigolò  esempi  per  la  sua  tesi  dell'u-  nità linguistica  (voi.  IV  delle  Opere  inedite  o  rare  cit.  più  innanzi. gli  scrittori.  A  mostrar  l' inesattezza  di  tale  opinione,  senza  che  io  mi  stenda  in  soverchie  parole,  riferirò  qui  proprio  un  brano  della  dissertazione  del  Cesari,  la  cui  testimonianza  tronca  la  testa  al  toro.  Dopo  aver  indicato    il  che  fa  in  modo  che  tutti  possiamo  accettare    come  s'abbiano  a  legger  gli  scrittori,  dice  che  «  nel  principio,  la  Grammatica  è  necessaria  per  li  nomi  e  coniugazioni  de'  verbi,  e  per  parecchi  de'  più  notabili  usi  de'  verbi  singolari.  Io  credo  che  i  fanciulli  non  siano  da  stancare  con  molte  re-  gole ('):  al  maestro  sta  venirle  toccando,  secondo  che  negli  au-  tori si  abbatte  a  cose  che  richiegge  spiegazione  come  che  sia.  La  Grammatica  del  Corticelli  crederei  molto  ben  acconcia  per  quell'  età  ;  quantunque  assai  vi  manchi  di  quelle  cose  che  al  maestro  s'appartiene  d'  aggiungere  a  luogo  a  luogo...  Ma  per  la  grammatica  e  i  primi  elementi  di  lingua...  io  ardirei  di  mo-  strare un  cotal  mio  trovato,  che  assai  felicemente  mi  riuscì.  Io  credo  che  grande  agevolezza  ad  apprender  la  lingua  debba  por-  tare a'  fanciulli  l'aiuto  d'un'altra  lingua,  loro  già  nota,  la  cosa  parla  da  sé.  ora  eglino  nessun'altra  ne  sanno  che  il  proprio  dia-  letto. Essi,  nel  loro  dialetto  parlando,  sanno  il  valor  delle  voci  che  usano,  e  le  parti  dell'orazione,  nomi,  pronomi,  verbi,  av-  verbi, eccetera,  le  usano  tutte.  Ora  io  questa  loro  scienza  vorrei  recarla  ad  essi  a  profitto  ;  facendo  che  tutto  il  loro  studiar  nella  lingua  fosse  un  tradurre  dal  dialetto  lor  naturale  »  (2).  E  nella  pratica  dell'  insegnamento  privato  fece  fare  esercizi  di  retrover-  sione di  novelle  da  lui  tradotte  «in  volgar  veronese  »(3)  e  compilò  un  Catalogo  d' Alcune  voci  di  dialetto  Veronese  col  corrispon-  dente Toscano  a  fronte.  Non  era  stato  il  primo  a  servirsi  del    (')  «  Precetti  pochi  di  qualsivoglia  autore»,  torna  a  predicare  nello  scritto  Del  metodo  d' insegnare  lettere  latine  e  italiane,  in  Opuscoli  cit.,  ed.   Guidetti.   (')  Ed.  Guidetti.   (!)-(4)  Guidetti,  op.  cit.,  p.  229  »,  1.    Il  Guidetti,  a  questo  proposito,  riferisce  un  brano  di  lettera  scrittagli  dall'Ascoli,  il  29  agosto  1897  :  «  È  anche  vero  che  il  Cesari  e  \\  Manzoni  ebbero  in  qualche  modo  lo  stesso  pensiero,  sostenendo  entrambi  che  l'Italia  doveva  attingere  o  riattingere  l'unità  del  proprio  linguaggio  dalla  Toscana  o  meglio  da  Firenze,  e  n'è  venuto  assai  naturalmente  che  in  entrambi  sorgesse  il  desiderio  di  raccolte  lessicali  o  di  frasarj,  dove  ai  modi  di  ciascun  dialetto  si  contrapponessero  gli  equavalenti  della  pura  e  schietta  fiorentinità  ».    496  Storia  della  Grammatica    dialetto  per  apprendimento  e  l'insegnamento  della  lingua,  come  sappiamo  ;  ma  possiamo  ben  figurarci  di  quale  e  quanta  efficacia  riuscissero  e  la  dichiarazione  di  scarsa  fede  nella  grammatica  per    stessa  e  il  consiglio  di  ricorrere  al  dialetto  per  appren-  derne naturalmente  con  gli  schemi  le  parti  dell'orazione  italiana,  esposti  come  si  trovavano  in  una  Dissertazione  che,  e  per  il  nome  dell'Autore  e  per  il  premio  ond'era  stata  coronata,  si  divulgò  ed  ebbe  grandissima  presa  in  ItaliaC).  Infatti,  a  prescindere  dalla  ricca  serie  di  vocabolari  dialettali  (anche  il  Puoti,  oltre  quello  àé\  fran-  cesismi, 1843,  ne  fece  compilar  uno  domestico  napoletano-italiano ,  1841),  che  non  è  nostro  compito  illustrare  (''),  da  questo  impulso  del  Cesari,  indubitatamente,  oltre  che  dalle  cause  generali  che  sul  Cesari  stesso  agirono,  derivarono  in  ogni  parte  d'Italia  gram-  matiche italiano-dialettali,  dove  appunto  si  faceva  servire  il  dia-  letto, anche  più  ufficialmente  dirò  cosi  che  non  si  facesse  con  le  versioni  dialettali  e  con  lo  studio  e  la  compilazione  del  dizio-  nario dialettale,  all'apprendimento  della  grammatica  italiana.  Ne  ricorderò  due  :  la  Bergomense-italiana  (3),  dove  1'  influenza  del  Cesari  si  vede  non  solo  dall'innesto  degli  esercizi  di  retrover-  sioni alle  regole  grammaticali  e  ai  paradigmi,  ma  anche  dal-  l'aver  proposto    tra   i   temi  vernacoli  una  novella  del  Cesari  :  e    (')  Nel  concorso  alla  cattedra  di  letteratura  italiana  dell'  Univer-  sità di  Napoli,  del  1818,  a  cui  partecipò  anche  il  Puoti,  fu  dato  per  la  dissertazione  latina  il  seguente  tema,  che  è  la  traduzione  del  tema  dell'Accademia  livornese:  «  Italici  sermonis  a  Dante  ac  Petrarca  prae-  cipue  exculti  elegantia,  quibus  de  causis,  quibusve  scriptoribus  defe-  cerit,  quibusve  de  causis  ac  scriptoribus  ad  pristinum  redeat  splen-  dorem  ».   In  Caraffa,  op.  cit.,  pp.  20-1.   (")  Per  la  storia  de'  Vocabolari  dialettali  e  quanto  li  concerne  ne'  rispetti  dell'aiuto  che  posson  recare  a  chi  vuol  imparar  la  lingua  e  a  scrivere,  cfr.  A.  Manzoni,  Dell'  unità  della  lingua  in  Prose  minori,  ed.  Bertoldi,  p.  256  sgg.,  il  Concorso  bandito  dal  Ministero  nel  1890  e  relativa  Relazione  e  Trabalza,  L'insegnamento  dell'italiano  nelle  scuole  secondarie    Esposizione  teorico-pratica  con  esempi,  Milano,  1903,  cap.  VII,  ?  1,  pag.  133  sgg.;  per  la  necessità  che  se  ne  afferma  anche  ogs^i,    più    meno  che  con  le  idee  del  Cesari  e  del  Man-  zoni, mi  sia  permesso  citare  la  prefazione  al  mio  Saggio  di  vocabo-  lario umbro-fiorentino  e  viceversa,  Foligno,   1905.   (3)  Esperimento  di  una  Grammatica  bergomense-italiana  compi-  lato a  comodo  ed  utilità  de'  Giovanetti  suoi  connazionali  dal  sa  e.  G.  A.  M.,  Milano,  Tip.  Arciv.,  Ditta  Boniardi-Pogliani  di  E.  Besozzi,  MDCCCLIV  (Bibl.  Teza).    Capitolo  quindicesimo  497   la  già  ricordata  Glottopedia  italo-sicula  del  Pulci  ('),  notevole  per  l'opinione  tacita  dell'A.  che  il  siciliano  ben  ripulito  possa  coinci-  dere con  la  lingua  letteraria,  ma  più  importante  per  le  tracce  che  la  grammatica  filosofica  anche  in  questo  campo  ha  lasciato.  Protesta  l'autore  contro  le  grammatiche  del  Biagioli  e  del  Ce-  rutti  «  impiastricciate  d'ideologia  Trasiana  »,  afferma  che  le  menti  dei  giovinetti  sono  immature  a  intendere  la  filosofia  mentre  per  intender  questa  occorre  la  grammatica,  ma  la  filosofia  cacciata  dalla  finestra  delle  regole  l'ha  fatta  rientrar  per  la  porta  delle  note.   E  finalmente  osservo  qui  che  quel  calore  che  quei  nostri  pu-  risti sentivano  per  la  bella  lingua  giovava  a  ravvivar  la  gramma-  tica, in  modo  che  questa  non  fosse  neppure  quel  che  è  oggi  per  molti  una  cosa  parecchio  insopportabile.   Venuti  così  alla  rassegna  delle  vere  e  proprie  grammatiche  compilate  nel  periodo  di  cui  abbiam  cercato  determinare  i  carat-  teri, ci  risparmieremo  dall'esame  così  dei  trattati  particolari  come  de'  compendi  e  delle  compilazioni  di  seconda  e  terza  mano  (2),    (')  Glottopedia  italo-sicula  e  Grammatica  italiana  dialettica,  in  cui  t  onfrontasi  il  dialetto  siciliano  colla  lingua  italiana  in  ciò  che  discon-  vengono, a  buon  indirizzo  de'  giovani  siciliani  per  evitare  i  sicilianismi  gratnmaticali  ridotta  in  tavole  sinottiche  corrispondenti  ad  ogni  trattato  per  lo  can."  seconda  della  cattedrale  di  Catania  Doti.  Innocenzo  Fulci  pubblico  professore  di  lingua  italiana  nella  Regia  Università  ecc.  Ca-  tania,  1836.  Dalla  Tip.  della  R.  Università  per  Carmelo  Pastore.   (2)  Diamo  qui.  in  nota,  come  abbiam  fatto  per  molti  continuatori  del  Soave  e  del  Cesarotti,  una  breve  serie  dei  moltissimi  che    escluso  che  si  possan  far  tagli  netti    si  possono  riallacciare  alla  tra-  dizione del  Cesari  e  del  Puoti.    Regole  ed  osservazioni  della  lingua  toscana.  In  Genova  per  lo  Caflarelli,  1800  (cit.  dal  Casarotti).    A.  M.  Romola,  Delle  dieci  parti  del  nostro  discorso,  Carmagnola,  1815. Agrati,  //  maestro  italiano  con  appendice  delle  voci  dubbie  com-  pilate e  ridotte  informa  di  dizionario  ad  uso  delle  scuole  e  di  chi  ama  a  parlare  e  leggere  e  scrivere  bene  e  correttamente,  Brescia,  Bettoni,  1819  [grammatica  e  vocabolario  trattati  alfabeticamente.  Ricorda  il  Pergamini].  De  Filippi,  Studio  di  lingua  del  fanciullo  italiano,  Milano,  1820.    Osservazioni  sull'uso  variante  dei  Dittonghi  fatte  dai  padri  della  poesia  italiana,  Milano,  1821.    Fr.  Antolini,  di  Macerata,  Saggio  di  parallelo  di  voci  italiane  ;  trattato  della  lettera  J  e  del  doppio  I,  Milano    una  prima  parte  d'un'opera  di  cui  aveva  annunziato  il  programma  nel  1819.  Attribuisce  ai  dialetti  la  colpa  dei  doppioni.  Doppioni?  Sono  parole  di  forma  e  senso  chiaramente  diverse:  Abbatte,  Abate  ;  Accadde,  Accade,  e  che  nessuno  confonde.  Negli  altri  trattati per  fermarci  ai  quattro  principali  autori  che  sono  il  Gherardini,  il  Puoti,  l'Ambrosoli  e  il  Rodino,  tacendo  anche  qui  interamente  delle  grammatiche  italiane  in  lingua  straniera  per  uso  degli  stra-  nieri.   Il    milanese  Giovanni    Gherardini    (1782  -  1761)   è    più   noto  specialmente  per  la    sua    riforma    ortografica  da    pochi    seguita    avrebbe  parlato  dei  nomi  d'unica  pronunzia  e  varia  ortografia  (II),  di  voci  medesime  di  varia  pronunzia  (III),  voci  di  doppia  vocalizzazione  (IV),  dell'/  e  ii  (Vj,  del  Z  (VI),  di  monosillabi  di  vario  significato  (VIIj.  Difende  l'j  lungo,  e    un  elenco  alfabetico  di  voci  parallele:  Ab-  bomini,  Abbominj  ;  Accusatori,  Accusatori  (da  accusatorio);  Acquai  (perf.  da  acquare,  Acquai  ecc.;  dividendoli  in  tre  classi:  I.  Voci  che  richieggono  la  finale  j;  II.  Il  doppio  ii  (Abbondi,  Abbondii;  Accoppi  da  accoppare,  ecc.,  Accoppii,  da  accoppiare);  III.  Le  due  termina-  zioni (Incendj  pi.  da  incendio,-  Incendii,  da  incendiare).    Gaetano  Greco  (un  precursore  del  Puoti  e  degli  altri  classicisti  meridionali),  Avvertimenti  del  parlare  e  scrivere  correttamente  la  lingua  italiana,  Napoli,  1820  (cfr.  De  Sanctis,  La  giovinezza,  p.  99).    Amadi,  Dia-  logo della  lingua  italiana,  Venezia,  1821  (Trovansi  ms.  nel  Cod.  Marc.  CIX).    Ugolino  Biagio,  Istruzione  grammaticali  da  lui  dettate,  Cod.  Marc.  CLXXVIII  (non  so  se  vennero  mai  alla  luce).    Regole  ed  os-  servazioni intorno  alla  lingua  italiana,  Imola,  182 1  ;  2  volumetti.    A.  Lissoni,  Risposta  al  libercolo  «Aiuto  contro  l'aiuto  del  Lissoni,  ossia  difesa  di  molte  voci  italiane  a  torto  proscrìtte  » ,  Milano,  1831  (che  cito  per  ricordare  questa  polemichetta  e  accennare  che  anche  di  questo  tempo  si  ebbe  una  colluvie  di  scritti  ortografici).    T.  Azzocchi  (1791-1863,  insegnò  italiano  e  latino  al  Collegio  Romano  e  al  Semina-  rio ;  scrisse  un  Elogio  del  Cesari,  che  si  compiace  di  lui  come  di  suo  nuovo  seguace,  cfr.  Cesari,  Opuscoli,  ed.  Guidetti,  p.  613),  Avverti-  menti a  chi  scrive  in  italiano    Fra  noi,  dice,  è  questo  difetto  gran-  dissimo di  educazione,  che  non  curiamo  punto  la  lingua  che  di  bel-  lezza gareggia  eziandio  con  la  greca,  mentrechè  alle  lingue  morte  attendiamo  e  alle  straniere».  A  proposito  dell'Azzecchi  e  de'  suoi  pari  nel  culto  della  lingua,  il  Mazzoni  {V Ottocento  p.  467)  osserva  giustamente:  «  Il  nome  d'Italia  è  da  per  tutto,  anche  nelle  grammati-  chette  e  ne'  lessici  per  i  ragazzi,  rivendicato  contro  il  forestierume  e  la  barbarie  ».  11  Falchi  (/ puristi  del  sec.  XIX;  1.  //  classicismo  de'  puristi,  Roma,  1899)  ha  voluto  fare  delle  riserve  e  mettere  le  cose  a  posto  sul  patriottismo  de'  puristi,  e  ha  trovato  una  frase  felice  per  illustrare  il  suo  pensiero,  dove  dice  (p.  76)  che  questi  «facevano  ser-  vire il  concetto  di  patria  alla  causa  del  purismo:  non  viceversa».  Verissimo.  Pure  è  innegabile,  e  la  cosa  si  spiega  facilmente,  che,  no-  nostante che  il  Puoti,  prendiamo  un  esempio  perspicuo,  si  dolesse  profondamente  di  «  non  poter  diventare  il  pedagogo  del  Rampollo  del  Borbone  »,    s'accorgesse  quali    spiriti    svegliasse  nella   scolaresca  il [un  di  codesti  fu  il  Cattaneo  (')    onde  voleva  ricondurre  tutte  le  forme  alla  grafia  che  l'etimologia  esigerebbe:  vana  ed  illogica  pretesa,  ma,  filosoficamente,  non  meno  ingiustificata  di  quant'altre  mirano  a  costringere  l'arte  entro  determinati  schemi  grafici  più  o  meno  moderni,  per  quanto,  naturalmente,  più  di  esse  ripu-  gnante alla  coscienza  moderna  cui  è  meno  estraneo  quel  certo  consenso  formatosi  intorno  al  cosiddetto  uso  vivo.  Ma  l'attività  del  Gherardini  si  svolse  largamente  e  per  lunghi  anni  anche  nel  campo  stesso  della  grammatica,  concretandosi  in  opere  di  gran  lena  e  di  grossa  mole.  Aveva  cominciato  nel  181 2  con  studi  les-  sicografici pubblicando  un  Elenco  di  alante  parole  oggidì  fre-  quentemente in  uso,  le  quali  non  sono  ?ie'  Vocabolari  italiani.  Nel  1825  diede  alla  luce  una  Introdìizione  alla  Grammatica  ita-  liana per  ìiso  della  classe  seconda  delle  scuole  elementari:  facile  ma  elementarissima  esposizione  accompagnata  da  tavole  sinot-  tiche e  da  un  Modello  d'interrogazione  per  uso  de'  maestri  che    suo  insegnamento,  resta  sempre  vero  quel  che  il  De  Sanctis  ebbe  ad  osservare  e  altri  a  ripetere,  che  il  Puoti  «  con  l'amore  e  la  cura  della  lingua  destava  il  sentimento  nazionale  in  tutta  la  gioventù  che  fece  poi  il  '48,  il  '49,  il  '60»  Saggi  critici,  Napoli,  1881,  p.  511.  Il  viceversa  era  vero  per  i  discepoli,  se  non  pei  maestri).    L.  Brenna,  Elementi  di  ortografia,  Treviso,  1833.    L.  Guastaveglie,  Compendio  di  gram-  matica italiana,  Perugia,  1840  (È,  per  dichiarazione  stessa  dell'a.,  un  rimaneggiamento  del  Compendio  del  Chinassi  di  poco  anteriore).    A.    Fecia,  Aiittarello  a  parlare  faìnigliarmente   italiano,  Biella,   1843.     G.   D.  Camandona,  Saggio  di  grammatica  italiana,  Torino,   1845.     L.  Gravanati,   Grammatica  della   lingua  italiana,  Cremona,   1850.     E.  Mannucci,  Grammatica,  Città  di  Castello,  1865.    M.  Melga,  Nuova  grammatica  italiana  compilata  su  le  opere  de'  migliori  filologi  antichi  e  moderni,  Napoli,  1863  e  1890.  (Cfr.  Il  Borghini,  I,  4,  p.  253  sg.,  e  L.  Rodino,  Osservazioni  sulle  prime  pagine  della  grammatica  del  Melga,  in  forma  di  lettera  all'a.,  del  25  giugno  '60,  in  Opuscoli,  Na-  poli, 1870,  di  cui  fan  parte  anche  le  Osservazioni  sopra  il  Vocabolario  dell'  Ugolini  delle  parole  e  modi  errati).    Una  lodata  e  più  volte  ri-  stampata Grammatichetta  compilò  sulle  tracce  di  quella  del  Puoti  l'ora  nonagenario  Crescentino  Giannini,  sul  quale  v.  C.  Trabalza,  C.  G.  in  La  Favilla,  fase.   IV-V,  agosto  1903  (Estr.,  Perugia,   1903).   La  Riforma  dell'Ortografia  in  Alcuni  scritti,  voi.  I,  Milano,  1846.    Il  Cattaneo  era  naturalmente  disposto  a  seguire  il  sistema  grafico  etimologico  del  Gherardini  dalla  propria  dottrina  filosofica  sul  linguaggio,  intorno  a  cui  è  da  vedere  ora  un'acuta  pagina  del  Gen-  tile, La  filosofia,  in  Ltalia  dopo  il  1850,  III.  I  positivisti,  1.  Le  origini:  Carlo  Cattaneo  (1801-69),   in  La   Critica.] vogliano  assicurarsi  che  i  giovani  abbiano  ben  capito.  Nel  47  uscì  a  Milano  la  più  importante  delle  tre  òpere  principali,  cioèl'  Appendice  alle  Grammatiche  italiane,  immensa  raccolta,  nella  sua  parte  non  apologetica  e  polemistica,  di  singole,  innumerevoli  osservazioni  grammaticali,  che  o  correggono  o  accrescono    il   vecchio   patri-  monio della  nostra  grammatica.  Dopo  1'  avvertenza,  in  cui  trova  modo  di  pigliarsela  con  un  Don  Basilio  Puoti  autore  d'un  Di-  zionario de'  francesismi,  consacra  la   prima  parte   (pp.   1-92)   al-  l'apologia del  suo  sistema  lessigranco  con   gli  argomenti  che  i  lettori  ben  conoscono  (')  ;  nella  seconda,  la  più  lunga  (pp.  92-444)  svolge  l'appendice  (che  appendice!)  alla  grammatica;  nel   resto  chiarisce  alcuni  Dubj  (p.  537  sgg.)  proposti  al  compilatore  e    altri  Avvertimenti  lessigrafici  (p.  621  sgg.)  con  Aggiunte.   Son  tutti  problemi  che  riguardano  l'uso  e  la  forma  di  particolari  voci  o  il  giro  d'un  costrutto.  Nessun  principio  nuovo,  s'intende;  anzi  i  vecchi  principi   sono   rimessi  a  nuovo  con  qualche   velleità  di  arguzia  e  di  eleganza  :  p.  es.,  paragona  l'ellissi,  la  famosa  ellissi,  «  a  Poppea,  la  quale,  andando  velata,  facéa    che  la  sua  beltà  fosse   aggrandita    dalla    incitata    imaginativa    de'    riguardanti  »  (p,  327):    sempre    la  spiegazione  giusta.  Il  passo  boccaccesco  (IX,  1)  che  vedemmo  male  spianato  anche  dal  Cinonio,    non  ne  dovess'io    certo  morire,  che  io  non  me  ne  metta  a  fare  ciò  che  promesso  V ho,    è  così  dichiarato  dal  Gherardini  :  Non  rimarrà  che  io  mi  metta  a  fare  ciò  che  le  ho  promesso,  se  anche    certo  io    ne  dovessi  morire:  che  non    è  vero.   Questi    sforzi,    peraltro,  di  tutti  i  grammatici  ed  esegeti  per  sostituire  la  locuzione  o  co-  struzione rigorosamente  grammaticale  a  certe  irregolari   espres-  sioni,  anche  quando   sembrino  aver  ottenuto  lo  scopo,  cozzano  irremissibilmente  contro  la  muraglia  cinese  dell'impossibilità  della  sostituzione,   e  confermano  sempre  meglio  l'insostenibilità  della  precettistica  grammaticale.   Da   che,  se  non  da  questo  carattere  della  grammatica,  derivano  tutte  le  secolari  diatribe  circa  l'in-  terpretazione di  singoli  passi,  di  singoli  costrutti,  di  singoli  signi-  ficati, circa  il  riconoscimento  di  determinate  grafie,  che  abbiam  visto  rinnovarsi  di  età  in  età?  Nel  corpo  della  nostra  gramma-  tica ci  sono  parecchi   temi   che  sono  ripresi  in  discussione  con-  tinuamente, in  modo  che  noi  vediamo,  p.es.,  un  ottocentista  ancora    (';  Cfr.  Zambaldi,  op.  cit.,  p.  25  sgg.    Capitolo  quindicesimo  501   rimproverare  al  Bembo  o  al  Buonmattei  una  certa  formula.  Mi-  Mirando  ognuno  la  frammentaria  espressione  non  col  resto  del-  l'opera d'arte  di  cui  è  una  molecola,  ma  coll'archetipo  gramma-  ticale che  si  contempla  nella  nostra  mente,  è  naturale  che  l'accordo  il  più  spesso  manchi  e  che  le  discussioni  grammaticali  si  rinno-  vino di  continuo  anche  da  persone  colte,  da  artisti  provetti  che  non  sieno  riusciti  a  liberarsi  completamente  dall'ereditario  quanto  servile  ossequio  all'impotente  ma  riveritissima  dea.  Ma  il  mol-  tiplicarsi di  tali  discussioni  è  anche  un  mezzo  potentissimo  alla  dissoluzione  della  grammatica:  e  il  Gherardini  con  un  gigan-  tesco volume  di  Appendice  alla  Grammatica  italiana,  dimostrando  col  fatto  la  dilatabilità  del  corpo  della  grammatica,  ne  affretta  del  pari  la  morte.  Egli  è  il  Salviati  dell'Ottocento:  minuto,  ana-  lizzatore come  lui,  come  lui  riassuntore  d'un  lungo  lavorìo  gram-  maticale e  esegetico,  sviluppa  come  lui  all'infinito  le  particolarità  lessicografiche,  ortografiche  e  sintattiche  della  lingua,  capovol-  gendo cosi  i  cardini  della  grammatica,  che  sono  le  regole,  e  sostituendoli  con  l'eccezioni.  Di  modo  che  l'opera  sua  finale  piuttosto  che  una  grammatica  è  un  immenso  materiale  da  costru-  zione, ma  per  costruirvi  un  edificio  bizzarro  dove  tutti  i  pezzi  meccanici  adoperati  dai  singoli  scrittori  o  da  gruppi  di  scrittori  sono  ammucchiati  e  che  non  può  aver  mai    fine    unità.   All' 'Appendice  seguirono,  nel  1849,  la  Lessigrafia  italiana  che  rappresenta  la  forma  definitiva  del  suo  sistema  ortografico,  e  negli  anni  1852-7  le  Voci  e  Maniere  di  dire  additate  ai  futuri  Vocabolaristi .   Proprio  l'opposto  dell'  Appendice  gherardiniana  per  condotta  e  architettura,  benché  ispirate  ai  medesimi  principi,  sono  le  Re-  gole eleì7ientari  della  lingua  italiana  che  il  napoletano  Basilio  Puoti  (1782-1847)  pubblicò  la  prima  volta  nel  1S33  :  la  più  dif-  fusa e  nota  e  fors' anche  efficace  delle  molte  sue  opere  con  le  quali  intese  a  integrare  il  suo  altrettanto  ben  noto  e  efficace  in-  segnamento, che  impartì  in  modo  così  simpatico  in  Napoli  a  sco-  laresche entusiaste  e  intelligenti  a  cui  furono  ascritti  uomini  quali  il  De   Sanctis,   il  De  Meis,  ed  altri  famosi.   Oratore  nelle  esequie  di  Giordano  de'  Bianchi,  marchese  di  Montrone  (presso  Bari,  1775-1846),  che  a  lui  consegnò  i  suoi  scritti  da  stampare,  disse  «  che  lo  piangeva  come  maestro,  e  ben  rammentò  come  egli,  discepolo,  andasse  cercando  che  frut-  tasse nel  Mezzogiorno  d'  Italia  quella  nobile  confederazione,  come    502  Storia  della  Grammatica   la  chiamò,  che  in  Bologna  aveva  stretta  il  De  Bianchi  col  Sa-  violi  ;  di  cui  aveva  cantato  nel  Peplo,  col  Marchetti,  col  Costa,  con  lo  Schiassi,  con  G.  B.  Giusti,  con  lo  Strocchi,  col  Gior-  dani :  preziosa  testimonianza  per  la  storia  del  Classicismo  e  del  Purismo  sceso  dall'  Italia  centrale  nel  Mezzogiorno  »  (l).  Dei  ca-  ratteri del  purismo  del  Puoti  e  del  suo  insegnamento  non  oc-  corre che  qui  ripetiamo  quanto  ormai  è  ben  noto.  Basta  che  di-  ciamo qualcosa  della  sua  Grammatica  (:),  alla  quale,  come  di-  chiarò egli  stesso  nella  prefazione  all'ottava  edizione  napoletana,  collaborarono  de'  suoi  allievi  principalmente  il  De  Sanctis  e  il  Rodino,  Melga  e  Fabbricatore  e  che  bastò  a  parecchie  genera-  zioni non  del  solo  Mezzogiorno  come  lo  provano  i  dodicimila  esemplari  che  gli  editori  della  ristampa  della  dodicesima  edizione  livornese  (1850)  dicevano  essersi  esauriti  in  diverse  edizioni  fatte  in  Toscana,  in  Parma  e  in  Napoli  :  grammatica  che  il  Puoti  cir-  condò delle  cure  più  amorevoli  e  venne  correggendo  e  miglio-  rando via  via  in  tutte  le  edizioni  che  egli  stesso  curò.   A  lode  del  buon  senso  didattico  del  Puoti  dobbiamo  subito  ricordare  che  a  lui  non  sfuggirono  le  due  principali  condizioni  che  sole  giustificano  nel  campo  della  pratica  e  rendono  utile  la  grammatica  :  1"  che  essa  sia,  non  maestra  dell'arte,  ma  semplice  strumento  per  lo  studio  e  l'apprendimento  delle  lingue;  20  che  i  suoi  precetti,  perchè  riescano  veramente  utili,  siano  ravvisati  nelle  scritture  (e  additava  tra  queste  come  meglio  accomodate  il  Governo  della  famìglia,  V Antologia  di  prose  italiane,  i  Fatti  d"  Enea).  Come  disegno,  la  grammatica  del  Puoti  è  mirabile  di  sobrietà  e  di  armonia,  dati  non  affatto  spregevoli  in  un  libro  scolastico.  La  distribuzione  è  l'antica  (etimologia,  sintassi,  or-  toepia e  ortografia),  e  riflette  bene,  quasi  quanto  il  contenuto,  lo  stato  della  linguistica  d'allora  e  dell'  importanza  che  si  dava  a  certi  problemi.  Il  prevalere  dell'etimologia  (o,  meglio,  mor-  fologia) e  della  sintassi,  sull'ortoepia  e  sull'ortografia  e  il  quasi  nessun  conto  fatto  della  fonetica  dimostrano  che  non  si  aveva  alcuna  coscienza  del  problema  storico  della  lingua  e  che  tutto  l'interesse  era  ancora  il  puramente  formale  orettorico:  mentre  il  persistere  di  questo  interesse  per  la  forma  e   l'uso  delle  pa-    '1  Mazzoni,  L'Otl..  Napoli.    Capitolo  quindicesimo  503    role  quali  si  possono  riconoscere  negli  scrittori  pei  rispetti  della  purità  e  della  correttezza  fa  fede  dopo  tanto  lavorìo  grammati-  cale, dopo  la  crisi  filosofica  della  grammatica,  che  sopravvisse  sol-  tanto la  parte  puramente  empirica,  cessando  ogni  interesse  per  quella  filologicamente  storica,  sopravvisse  cioè  la  grammatica  spogliata  d'ogni  elemento  filosofico  e  conoscitivo.  A  che  si  do-  veva logicamente  venire,  e  il  fine  e  la  funzione  della  gramma-  tica non  potevan  non  esser  quelli  che  abbiam  visto  aver  rico-  nosciuto il  Puoti.  Oggi  essa  non  si  studia  diversamente  ne  con  diverso  fine  :  ed  è  presumibile  che  nel  futuro  si  seguiterà  a  fare  altrettanto.  E  se  alcuni  resultati  della  grammatica  storica  si  sono  incorporati  nella  moderna  grammatica  normativa  ed  altri  ancora  vi  si  includeranno,  ciò  potrà  forse  migliorare  il  metodo  di  esse  e  aiutare  l'apprendimento,  ma  come  conoscenza,  come  contenuto  conoscitivo,  storico,  rimarrà  sempre  estraneo  al  fine  della  grammatica,  che  è  quello  di  condurre  all'acquisto  della  lingua  da  adoperare  per  i  bisogni  pratici,  tant'è  vero  che  delle  grammatiche  per  gli  stranieri  questo  elemento  conoscitivo  è  as-  solutamente escluso.   Pure  è  facile  avvertire  nel  contenuto  specifico  della  gram-  matica del  Puoti  l' influenza  tanto  dei  precedenti  accertamenti  della  filologia  quanto  delle  tendenze  della  grammatica  filosofica  ;  com'è  naturale  che  vi  sia  tenuto  conto  delle  formule  trovate  dai  migliori  precedenti  grammatici,  dal  Bembo  al  Salviati  al  Citta-  dini, dal  Buonmattei  e  dal  Cinonio  al  Corticelli  :  sicché  il  Puoti  ci  appare  come  un  diligente  vagliatore  di  quanto  era  stato  esco-  gitato dai  grammatici  dei  vari  tempi  e  indirizzi,  un  disegnatore  sobrio  e  corretto,  un  espositore  chiaro  e  temperato  che  sa  bene  il  suo  fine  e  che  ha  coscienza  de'  suoi  mezzi  e  del  proprio  me-  todo, e  perciò  esibitore  d'una  materia  che  passi  immediatamente  nel  cervello  de'  discepoli,  osservabile  negli  scrittori  e  applica-  bile nelle  scritture  e  nella  parola  viva,  scartata  ogni  superfluità,  ogni  suppellettile  che  rivesta  carattere  scientifico  o  conoscitivo.  Vedasi,  p.  es.,  quanto  è  rimasto  nel  Puoti  dei  trattati  cittadi-  neschi dellV  e  dell'  in  (tinaie  ut  racwi  [ufi  id  [a  unntA  rwjVto  tn  unnwmc-  (lunata-turni  ;  omì  cof*  #mU'  -futre  otiti*  1W  (rU  S{&   rn  ia  .tnoiiA  y^Avi    Ufticr  ttm  e'  intende  mv.fr  '   Ovài  ne    ae'.ie  it*Hrc' .    i   r   t   d b   n   H   m   e   r*   0   &  /   /V   C  crj   M    Tav.   I.    \roc^M   *    e'   e   i    o   0      h   e'    e   e"   r7  -             /  CónmniTte       vermi*   Arftculns   c't      ( ,"    '  w  KoCfi*c  .-  scis    fiixyhM   ArHchoa    acromi   L  C  c\)c(c  '  iti  molH  pnrtt'  \)WHq   in    mmis.  tifimi,   4%c'  mzwhni    nomi  ,  v/m  Utmo  -  tfen^tuj   e-tvjmujrci  e  rum    attrfi  cf  majiuliiict   c'i&mwitut;    t  nSHtri  Ufim  fi  -fmo  wdcww.  f  iflfa/l 'in  orni  nmf  ' (rtino   l*  Mnm*  shmltret   ffitfto  /tifi  iti  cgr>    cdf   S^^  significa  interrogatione,  o  af-  firmatione,  0  precepto.  Adonque  doppo  l'indicativo  monosyllabo,  la  in-  terrogatione si  scrive  in  la  prima  e  terza  persona  per  due  n.n  .  la  se-  conda per  uno  .11.  come  interrogando  si  dice  .  Vonne  io  .  vane  tu?  5  Vanne  colui?  Nello  Imperativo  si  scrive  la  seconda  per  due  .n.n.  e  dicesi  .  Vanne  .  danne.  La  terza  si  scrive  per  uno,  e  dicesi  .  siane  lui,  traggane.  Et  questi  monosyllabi  la  prima  indicativa  presente  affirmando  si  scrive  per  due  .n.n.  e  dicono  .  fonne  .  vonne  .  nonne.  Se  sarà  el  verbo  di   più   syllabe,  la   interrogatione-  et  affirmatione   io  si  scrive  per  uno  .11.  in  tutti  e  tempi,  excetto  la  affirmatione  in  lo  futuro,  quale  si  scrive  per  due  .n.n.  come  dicendo  .  porterane  tu?  porteronne  .  e  questo  sino  qui  detto  s'intenda  per  é  singulari  però  che  plurali  si  scrive  quello   .   ne   .   sempre  per  uno   .  n  .   come  andiamone.   Non  mi  stendo  ne  gli  altri    simili  usi  a  questi:    basti    quinci    in-    e.  n  A   15    tendere  é  principij   d'investigar  lo  avanzo.   E  vitij  del  favellar  in  ogni  lingua  sono  o  quando  s'introducono  alle  cose  nuovi  nomi:  o,  quando  gli  usitati  si  adoperano  male  .  ado-  peranosi  male  discordando  persone  e  tempi,  come  chi  dicesse  .  tu  hieri  andaremo  alla  mercati  .  et  adoperanosi  male  usandogli  in  altro  signi-   20    ficato  alieno  come  chi  dice  processione  prò  possessione.  Introduconsi  nuovi  nomi  o  in  tutto  alieni  et  incogniti  o  in  qualunque  parte  mutati.  Alieni  sono  in  Toscana  più  nomi  barberi,  lasciativi  da  gente  Ger-  mana, quale  più  tempo  milito  in  Italia,  come  helm  .  vulase  .  faceman  .  bandier  .  e  simili.  In  qualche  parte  mutati,  saranno  quando  alle  dictioni   25    s'agiugnera  o  minuira  qualche  lettera,    come  chi    dicesse,    paire,  prò  patre,   e  maire  prò  matre.    Et  mutati  saranno  come   chi    dicesse    Rej  plubica  prò  Republica,  et   occusfato    prò   offuscato  .  e  quando    si  pò-    e.  12  b  nesse  una  lettera  per  un'altra  .  come  chi  dicesse,  aldisco  prò  ardisco,  inimisi  prò  inimici.   30  Molto  studia  la  lingua  Toscana  d'essere  breve  et  expedita  ;  e  per   questo  scorre  non  raro  in  qualche  nuova  figura,  qual  sente  di  vitio,  ma  questi  vitij  in  alcune  ditioni  e  prolationi  rendono  la  lingua  più  apta  :  come  chi  diminuendo  dice,  spirto  prò  spinto,  e  maxime  l'ultima  vocale,  e  dice  papi  et  .  Zanobi  prò  Zanobio  ;  credon  far  quel  breve  onde   35    s'usa  che  a  tutti  gl'imfiniti  quando  loro  segue  alchuno  pronome  in  .i.  allhora  si  getta  l'ultima  vocale,   e  dicesi  farti,   amarvi  .  starci  .  etc.  E  mutando  lettere  dicono  .  mie  prò  mio  e  mia:  chieggo  prò  chiedo,    34.  Breve:  cod.  bv,  opp.  bu.    548  Regole  della  lingua  fiorentina    paio  prò  paro  .  inchiuso  prò  incluso  .  chiave  prò  clave  e  aggiugnendo  dice  .  Vuole  prò  vole,  schuola  prò  scola,  cielo  prò  celo,  e,  in  tutto  troncando  le  dictioni  dice  vi  prò  quivi  e  similiter  stievi  prò  stia  ivi.  =)|=   Se  questo  nostro   opuscolo    sarà   tanto    grato   a    chi    mi    leggerà,  quanto  fu  laborioso  a  me  el  congettarlo,  certo  mi  dilecterà  averlo  pròmulgato,  tanto  quanto  mi  dilettava  investigare  e  raccorre  queste  cose  a  mio  iuditio  degne  e  da  pregiarle.   Laudo  Dio  che  in  la  nostra  lingua  habbiamo  nomai  é  primi  prin-  cipij  ;  di  quello  ch'io  al  tutto  mi  disfidava  potere  assequire.   Cittadini  miei,  pregovi,  se  presso  di   voj  hanno  luogo   le   mie  fa-    10  tighe,  habbiate  a  grado   questo   animo    mio,  cupido    di    honorare    la  patria  nostra:  Et  insieme  piacciavi  emendarmi  più  che  biasimarmi  se  in  parte  alchuna  ci  vedete    errore.   Finis   Sumptum  ex  Bibliotheca  .L.  medices  .  Romée  anno  humanatj  Dei    15  1508.  Decembris  ultima  exactum.. o o. Un importante filosofo. Ciro Trabalza. Trabalza. Keywords: la grammatica razionale di Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trabalza”, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

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