Grice e Vailati: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale della semantica filosofica di Peano– la scuola di
Crema – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Crema). Filosofo lombardo.
Filosofo italiano. Crema, Cremona, Lombardia. Essential Italian philosopher. an
important figure in the history of formal semantics, influenced by PEANO, who
in turn influenced Whitehead and Russell, and thus Grice. Si laurea a Torino. Insegna a Torino, dopo aver lavorato
come assistente di PEANO e VOLTERRA. Lascia il suo posto universitario e così puo
proseguire i suoi studi in modo indipendente, e si guadagna da vivere
insegnando matematica. Scrive saggi e recensioni che toccano un'ampia gamma di
discipline. La sua opinione nei confronti della filosofia è che essa fornisse
una preparazione e gli strumenti per il lavoro scientifico. Per questa ragione,
e perché la filosofia dove essere neutrale fra opposte convinzioni, concezioni,
e strutture teoriche, il filosofo evita l'uso di un linguaggio tecnico
specialistico, ma usa il linguaggio che la filosofia adotta in quelle aree in
cui è interessata. Ciò non vuol dire che il filosofo debba soltanto accettare
qualunque cosa egli trovi. Un termine del linguaggio ordinario potrebbe essere
problematico, ma la sua carenza e corretta piuttosto che sostituite con qualche
nuovo termine tecnico. La suo filosofia sulla verità e sul significato e
influenzato da filosofi come Peirce e Mach. Con cautela, distinse fra SIGNIFICATO
e verità. La questione di determinare che cosa vogliamo dire quando enunciamo
una data proposizione, non solo è una questione affatto distinta da quella di
decidere se essa sia vera o falsa. Tuttavia, dopo aver deciso cosa si vuole
dire, l'azione di decidere se ciò è vero o falso è cruciale. V. ha una
filosofia positivista moderata. La tattica adottata dai pragmatisti in questa
loro guerra contro l'abuso delle astrazioni e delle unificazioni consiste nel
proporre che, anche nelle questioni filosofiche si esiga, da chiunque avanzi
una tesi, che egli sia in grado di indicare quali siano i fatti che, nel caso
che essa fosse vera, dovrebbero, secondo lui, succedere o esser successi, e in
che cosa essi differiscano dagli altri fatti che, secondo lui, dovrebbero
succedere o essere successi, nel caso che la tesi non fosse vera. Le influenze
e i contatti di V. sono molti e vari, e spesso e etichettato come
"l'italiano pragmatista". Deve molto a Peirce e James – V. è uno dei
primi a distinguere i loro pensieri --, ma subì anche l'influenza di Platone e Berkeley
-- che egli vide come precursori importanti del pragmatism -- Leibniz, V. Welby-Gregory,
Moore, Russell, PEANO e Brentano. V. corrispose con molti dei suoi
contemporanei. La prima parte della sua filosofia comprende scritti sulla logica
matematica. In questi saggi, focalizza l'attenzione sul suo ruolo in filosofia
e distinguendo fra logica, psicologia ed epistemologia. La dottrina recente
pone V. e il suo allievo CALDERONI (vedi) nella categoria storiografica del
pragmatismo analitico italiano. I suoi principali interessi storici
riguardarono la meccanica, la logica e la geometria. Egli da un importante
contributo in molti campi, compreso lo studio della meccanica post-aristotelica,
dei predecessori di GALILEI (vedi), della nozione di definizione e del suo
ruolo nell'opera di Platone e Euclide, delle influenze matematiche sulla logica
e sull'epistemologia, e sulla geometria non-euclidea di SACCHERI. S’interessa particolarmente ai modi in cui quelli che potrebbero essere
visti come gli stessi problemi sono inquadrati e trattati in periodi
differenti. Il suo lavoro di storico della scienza e strettamente connesso con
quello filosofico. Per le due attività, infatti, utilizza gli stessi pensieri e
metodologie di fondo. Vede lo studio storico e lo studio filosofico come
differenti nell'approccio ma non nell'argomento. Crede, inoltre, che dovesse
esserci cooperazione fra filosofi e scienziati nell'approfondimento degli studi
storici. Ritene anche che una storia completa richiedesse che si tenesse in
conto anche il background sociale pertinente. Il superamento delle teorie
scientifiche, grazie a nuovi risultati, non comporta la loro distruzione,
perché la loro importanza aumenta proprio per il fatto di essere superate. Ogni
errore ci indica uno scoglio da evitare mentre non ogni scoperta ci indica una
via da seguire. La posizione di V. sulla storia della scienza ricalca quella di
una serrata critica al positivismo, in un contesto teorico dove il pragmatismo
ammette nuovi strumenti di comprensione e anche di valutazione della scienza,
come mostrano anche le vicende di CALDERONI (Pozzoni, Il pragmatismo analitico
italiano di Calderoni, Roma, IF Press) e di PEANO, il quale vanta certe
affinità con il pensiero filosofico del periodo (Rinzivillo, V., Storia e
metodologia delle scienze in Una epistemologia senza storia, Roma, Nuova
Cultura, e PEANO, Contributi invisibili in Una epistemologia senza storia, Pozzoni,
Il pragmatismo analitico (Villasanta, Liminamentis); PEANO, In Memoriam, Bolletino
di matematica, Pozzoni, Cent'anni di V.”
(Liminamentis, Villasanta); Zan, “La formazione di V.” (Congedo, Galatina); Sava,
La psicologia tra V. e Brentano, in "Il Veltro", Roma, Giordano, V., filosofo
della scienza (Firenze, Le Lettere); Pozzoni, Il pragmatismo analitico italiano
di V., Liminamentis Editore, Villasanta,
Ronchetti, L'archivio in Quaderni di Acme, Bologna, Cisalpino, Scritti
filosofici. Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana;
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; giovanni-vailati.net.
Fondo archivistico e librario conservato presso Milano, Il contributo italiano
alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Couturat e Leau, Histoire de
la langue universelle
Paris, Hachette. Rivista Filosofica.
Non è solo pel fatto di contenere un’esposizione accurata e particolareggiata
dei numerosi progetti di lingua universale
che si sono succeduti a cominciare dai primi di cui si ha notizia (Urchard, Dalgarno,
Wilkins) fino a H. P. Grice che la storia di Couturat e Leau ha il diritto d’intitolarsi una ‘storia’ della
questione della lingua internazionale. Il saggio merita tale titolo anche in un
altro e più importante senso, in quanto i
suoi autori riescono con esso a provare che la serie di tentativi d’essi presi
in considerazione, lungi dal presentare l’aspetto d’una successione di sforzi indipendenti e incoerenti, lascia trasparire le traccie d’una
graduale evoluzione verso
uno schema il
cui carattere generale
è già fin d’ora suscettibile di
un’approssimata determinazione, e
le cui
linee fondamentali vengono in
certo modo a sovrapporsi
a quelle segnate dal processo spontaneo che porta
irresistibilmente, per
quanto lentamente, le
nazioni civili ad
aumentare sempre più
il patrimonio di vocaboli
e di espressioni che
possiedono in comune e
persone, anche colte,
che non hanno
avuto occasione di
riflettere sull’argomento
non si
fanno facilmente un’idea
esatta della quantità di
parole « inter-naziona1 »
che esse
adoperano, e della parte
sempre crescente che
queste vengono ad occupare,
non dico nei
dizionari compilati dai
letterati o dai puristi
ma nel dizionario
reale ed effettivo
dell’uso corrente – “the little Oxford dictionary,” nelle parole di
Austin rapportate da Grice --,
nella lista cioè dei vocaboli del CUI significato si esige
e si presuppone la
conoscenza anche in
chi non conosca
altra lingua che
la propria. Così, per esempio, nessun italiano può addurre la
sua ignoranza del
francese o del tedesco,
come giustificazione del
suo non conoscere il SIGNIFICATO
(O senso) di parole come
le seguenti: òuffet, bureau,
chèque, club, hotel,
itufiresario, meeting, menu,
restaurant, rdclame, record,
reporter revolver, sport
toilette, traimvay, tunnel,
etc. Il che vuol
dire che, se si
prende come criterio
dell’“italianità” di una parola
il fatto che
essa è usata
e intesa agl’italiani – cf. H. P.
Grice, “native speaker of English,” William James Lecture V -- (e non
si vede quale
altro criterio si puo
prendere, da chi a
meno non
sia disposto a negare
che siano ITALIANE
anche le parole
alcool, ze- 7itth,
ovest, gas pel
fatto che esse
ci provienneno dall’arabo
o dall’olandese), i vocaboli
sopra riportati hanno
ben più diritto
a essere qualificati come ITALIANI di quanto
ne abbiano tanti
altri che i dizionari
registrano solo perchè
usati da scrittori
di qualche secolo
fa : come, per
esempio, “allotta,” “arrogi »,
< gtta- gnele », «
millanta », etc.
Ne al fatto
che alcune delle
suddette parole contengono
lettere o sillabe aventi
valore fonetico diverso
da quello che
loro spetterebbe nella
nostra « ortografia » può essere
ormai attribuita molta
importanza dal momento
che tale circostanza
non è più considerata
come un ostacolo
alla trascrizione esatta
dei nomi proprii
stranieri di luogo
e di persona. Le esigenze
pratiche s’alleano ora
al senso estetico
per trattenerci dallo
scrivere “Stoccarda” o
Conisberga invece di
Stuttgart e di Konigsberg.
E se a molti
non ripugna ancora
lo scrivere “Volfango” invece di
Wolfgang, a nessuno verrebbe
certo ora in
mente di imitare
VICO (si veda) citando Descartes
sotto il nome
di Renato delle
Carte. Un esempio
caratteristico di creazione
di nuove parole
internazionali mediante un
espresso accordo tra gl’interessati ci è
fornito dal sistema
di unita C.
G. S. adottato
e promulgato dal congresso
internazionale degli elettricisti,
tenuto a Parigi, e le
cui denominazioni sotto
forma invariabile (volt,
ampire, ohm, etc.)
sono ora adoperate
dagli scienziati e dagl’elettrotecnici di
ogni nazione. La
gran maggioranza tuttavia
delle parole che
possono praticamente essere
riguardate come già
in effetto internazionali non è
costituita da quelle
che figurano nelle varie
lingue sotto forma
assolutamente identica, ma
bensì da quelle
che vi si
trovano leggermente modificate,
sopratutto nella desinenza, a seconda dell’indole
dei rispettivi linguaggi,
come avviene ad
esempio per le
parole: caffè, cioccolata,
tabacco, garanzia, posta,
vagone, consolato , oasi, concerto,
etc. E in questa
categoria che rientrano
i numerosi termini tecnici
(di scienze, di
arti, di sostanze
chimiche, di strumenti,
di malattie, etc.)
derivati dal greco,
come chirurgo, estetica, ossigeno,
fonografo, emicrania, etc.
A projiosito dei quali
giova notare come
parecchie radici o prefissi
greci (come —logo,
—grafo, z=.geno, fono—,
termozzz, baro=, archi—,
end—, anti—, i^o — , filo — , geo—, etc.)
pure non figurando,
sotto qualsiasi forma,
come parole isolate, nel
dizionario di alcuna lingua
moderna, tuttavia per
il solo fatto
di trovarsi ripetutamente
adoperati, e con un
senso ben determinato,
nella composizione di parole
appartenenti a ogni linguaggio
civile, finiscono per
essere correttamente
interpretate anche da
chi si trovi
sprovvisto di qualsiasi
conoscenza della lingua
dalla quale provengono. La stessa
osservazione si può
ripetere per quei VOCABOLI
LATINI che, pure non
potendo essere qualificati
come internazionali nel
senso che essi
appartengano ad altre lingue
oltre che alle
neo-latine, lo sono
tuttavia nel senso
che le lingue
neo-latine non sono
le sole nelle
quali esse figurano
come elementi di parole
composte. Cosi per
esempio le parole
latine : navts, oculus,
currere, secretum, ovum,
pubblicus, annus, etc.
non possono essere
riguardate come del
tutto estranee all’inglese
e al tedesco dal
momento che a queste
lingue appartengono le parole
oculist, concurrence, secretary,
ovai, Publizist, Annalen,
etc. E specialmente in
virtù di questa
circostanza che i più
recenti progetti di lingua universale,
quanto più deliberatamente si
propongono di costruire
il dizionario in
base al criterio
pratico della massima
effettività internazionale delle
singole parole o radici
(criterio che viene
a essere naturalmente imposto
dalla necessità di
ridurre al minimo
gli sforzi richiesti
dall’apprendimento di parole
interamente nuove da
parte di chi
conosca già qualcuna
delle lingue civib''europee, e dalla
convenienza di rendere
il dizionario della
lingua internazionale quanto
più è possibile utile
per facilitare l'eventuale
apprendimento delle lingue
civili europee da
parte di chi
non ne conosca
alcuna), tanto più
si trovano condotti ad
attribuire una parte
preponderante all’elemento LATINO.
La maggior parte
di tali progetti
finiscono anzi per
differire tra loro
assai meno di
quanto possano differire
due dialetti di una stessa
lingua, e per avvicinarsi anche senza
volerlo, per ciò
almeno che riguarda
il dizionario, ai progetti
avanzad dai fautori
di un ritorno
all’uso internazionale del LATINO, in
quanto anche questi
sono costretti ad
ammettere i neo-logismi indispensabili per
esprimere cose e concetti moderni,
e a rinunciare quindi a qualunque
pretesa puristica e
letteraria. Come è naturale,
il latino più
ricco d’elementi internazionali non è
quello classico di CICERONE
(si veda) o di TACITO (si veda), ma
quello usato dagli
scolastici e dagli scienziati del medio
evo; non quello, per
esempio, in cui
il Ministero della
pubblica istruzione sarebbe
chiamato Summus moderator
shidiortcm, ma quello
in cui verrebbe semplicemente indicato
come Minister pttMicae
instructionis o, anche
meglio, de puèlica instricctioìie. Ma a
rendere difficile un
completo accordo tra i
fautori di un
latino comunque modernizzato e semplificato, e quelli
che propongono la
costruzione d una lingua
affatto artificiale, per
quanto costruita con
materiali tolti in
gran parte dal
latino, si presentano
le questioni relative
alla grammatica o SINTATTICA. Benché
gl’uni e gl’altri si
trovino d’accordo nel
riconoscere che le
difficoltà inerenti all’adozione
del latino come
lingua internazionale puo venir
notevolmente diminuite coll’introdurre nella
sua grammatica delle
modificazioni
semplificatrici d’indole analoga
a quelle che si
sono spontaneamente prodotte
ne le lingue
neo-latine, pure essi
non cessano per
ciò di differire
grandemente nell apprezzamento
dei criteri da
seguire in tale
semplificazione. Vi è chi
si contenterebbe di
regolarizzare le declinazioni
o le coniugazioni, togliendo
la loro inutile
molteplicità e permettendo, per
esempio, che si
dicesse ati t o e legebo
come si dice
amabo e monebo, o loqtiivi,
currivi invece di
locutus S2tm e di
czicurn. Altri abolirebbero
senz’altro ogni declinazione
dei nomi indicando invece i vari
casi colle preposizioni
come fanno le
lingue neo-latine 1 armenti
sopprimerebbero le varie
flessioni dei verbi
corrispondenti alle persone,
bastando, per distinguere
queste, l’impiego dei
pronomi. Anche per
indicare i diversi tempi
dei verbi v’è
chi propone si
abbandoni l’impiego di speciali
desinenze o modificazioni adottando
invece l’artificio dei
verbi ausiliari (anche
per il futuro).
Un passo piu
avanti è fatto da
quelli che propongono
si abolisca la distinzione
tra i generi dei
nomi e tutte le
regole di concordanza
ad essa relative, indicando solo,
quando occorra, il
sesso con uno
speciale prefisso come
si fa in
inglese (he-goat, she-goat).
Ne qui SI
arrestano le proposte
di semplificazioni, tra
le quali la
più radicale è rappresentata dal «
Latino sine flexione
» di PEANO (si veda), riattaccantesi a un
ordine di ricerche
il cui primo
impulso risale a Leibniz.
Già questi ha
osservato che, allo
stesso modo come
l’uso delle proposizioni rende inutili,
pei nomi, le
flessioni corrispondenti ai
differenti casi, così
anche l’uso delle
congiunzioni potrebbe sostituire,
per i verbi, le
flessioni indicanti i
differenti modi. Così,
per esempio, la
differenza di SIGNIFICATO (O SENSO) tra l’
indicativo e il soggiuntivo è già sufficientemente espressa
dalla sola presenza,
per il secondo,
delle congiunzioni: ut, quod, “si,”
(if) – cf. H. P. Grice, “Indicative Conditionals” --, etc.
Non occorre quasi
notare che anche
il modo imperativo
non ha affatto
bisogno di venire indicato
da alcuna modificazione
del verbo, bastando
a ciò premettere (o far
seguire) a questo l’indicazione
del comando o del
desiderio (opto, peto,
quaeso, etc.) come
già del resto
si pratica in
più d’una lingua
(PLEASE – R. M. Hare: “The door is closed, please” -- , bitte,
s’il vous plait,
etc.). Un’ idea
più ardita, suggerita
pure da Leibniz a PEANO (si veda), è quella
dell’ inutilità di qualsiasi
flessione per indicare
il plurale dei
nomi {videtnr pluralis
inutilis in lingtia
rationali). La distinzione tra
singolare e plurale sembra
a PEANO (si veda) puo essere sufficientemente espressa
dal semplice premettere
al nome, quando
occorra, un aggettivo
numerale, U7tus, aliqtds,
omnis, plurcs, duo,
diversi, etc.). A questa stessa conclusione
è pure antecedentemente venuto
anche un altro filosofo che
si occupa molto
a fondo delle questioni
relative alla grammatica razionale, BELLAVITIS, di Padova,
di cui l’importante saggio, portante
il titolo “Pensieri sopra
ima lingua universale
e su alcuni argomcnli
analoghi,” Memorie dell’I. R.
Istituto Veneto, è sfuggito all’attenzione di Couturat. Tra l’altre
proposte originali e suggestive che il saggio
di BELLAVITIS (si veda) contiene è da notare quella relativa
all’adozione di una speciale preposizione anche per distinguere
il soggetto (“Fido”) dal
predicato (“is shaggy” – Grice) di
una proposizione, da adoperare, s’intende, solo quando ve ne è bisogno. Tale è il caso, per esempio, quando si
tratti di una
proposizione il cui
soggetto (“Fido”) o
attributo (“shaggy”) è rappresentato
da un
pronome relativo, il
quale, per ragione
di chiarezza [Grice, DESIDERATUM
OF CONVERSATIONAL CLARITY: “Be perspicuous [sic]”. -- non può venire troppo
allontanato dal precedente nome cui si riferisce, e non può quindi
indicare, per mezzo della
sua posizione rispetto
al verbo, se dove essere
inteso come il
suo soggetto o il
suo predicato. Quest’osservazione di BELLAVITIS (si veda) non è priva
anche di una
certa importanza filosofica in
quanto costituisce in
sostanza una critica
della distinzione tra
verbi transitivi e intransitivi e di
quella tra verbi
attivi e passivi. Essa
mira infatti a sottoporre
non solo l’accusativo
(o CAUSATIVO, strettamente -- come
già avviene in
alcune lingue, p. e.
nella spaglinola), ma
anche il nominativo
a norme analoghe a quelle
che reggono gl’altri
casi, sopprimendo l’inutile
complicazione della costruzione
[Atti della R.
Accademia di Scienze
di Torino; Leibniz [citato da
Grice – “one of the greats”].
Opusculcs el Fragnicnt
inédils publiés par
Couturat. BELLAVITIS (si veda) ha
su questo punto
dei precursori fra
gli scolastici, in
Occam [cf. il sermone mentale – discusso da Geach e Grice e Leibniz –
PARIDE AMA ELENA -- e Alberto di
Sassonia. L’apprezzamento
espresso su quest’ultimo
da Prantl – lesso da LAMENTANI (si veda) nella sua “Storia della
Logica,” precisamente a
questo proposito, è da deplorare come erroneo e ingiusto.
COUTURAT E L. LEAU,
HISTOIRE DE LA
LANGUE UNIVEKSELLE] passiva –
Strawson, “The exhibition was visited by the King of France” -- , ed
emancipando nello stesso
tempo la frase
d’ogni restrizione relativa
alla collocazione delle
sue varie parti rispetto
al verbo. Anche sull’uso dell’articoli
e delle particelle dimostrative
le osservazioni di BELLAVITIS (si veda) apportano un
contributo prezioso alla
soluzione delle controversie
che ancora si
dibattono tra gl’autori
di vari progetti
di GRAMMATICA RAZIONALE. Un concetto
dominante sul quale
egli ritorna frequentemente è questo
che l’adozione di date
preposizioni o congiunzioni o articoli
-- “voci grammaticali,” come egli
le chiama -- per indicare
date relazioni tra le parti
d’una frase non implica
che tali voci
devono essere sempre adoperate
per esprimerle. Esse possono e devono invece
essere omesse ogni qualvolta la
loro assenza non
produce ambiguità – cf. Grice, “Avoid ambiguity” – Blake, “Love that
never told can be”. 'lutte queste semplificazioni, le
quali, del resto,
potrebbero applicarsi, come
al LATINO, anche
a qualsiasi altra lingua,
finisceno, come si
vede, per far
capo al concetto
d’un linguaggio suscettibile
di venir compreso
e adoperato
indipendentemente dalla conoscenza
di qualsiasi regola
grammaticale. E in fondo
l’ideale che si
presenta già alla
mente di CARTESIO [vide Grice,
“Descartes on Clear and Distinct Perception”]
in quella sua
lettera a Mersenne nella quale,
discutendo un progetto
d’ignoto filosofo che
ritiene aver costruito
un linguaggio (“Deutero-Esperanto”) atto a essere interpretato e scritto
col solo aiuto
di un dizionario – Grice: “The Little Oxford Dictionary?
Austin hated
it! -- conclude che
ce n’est pas mcrvetlle
que les esprits
vulgaires apprennent *en
moins de six
heures* à composer en
cette langue. Cartesio, Opere, edit.
Tannery e Adam). Ed
e questa stessa idea d’una lingua ARTIFICIALE [Deutero-Esperanto], costruita,
per quanto riguarda il
dizionario, con materiali
tolti alle lingue
viventi e sottoposta invece,
per quanto riguarda
la grammatica – strettamente,
SINTASSI -- , alla massima
semplificazione razionale – cf.
RULES OF FORMATION OF SYSTEM G-HP di MYRO],
che Rcnouvler sembra
avere in vista
in quella frase,
quasi profetica, che
appunto Couturat riporta
a questo proposito. La langue
universelle doti ciré empiriquc par
son vocabulairc o LEXICON,
et PHILOSOPHIQUE PAR SA SINTASSIS, ou grammaire.
(ReNOUVlER, De
la question de la langue universelle, Revue. Non voglio
chiudere il presente
cenno senza richiamare
l’attenzione su un
altro saggio italiano sul
soggetto della lingua
universale, del quale
pure non è
fatta menzione nel
volume di cui
parliamo. Esso è pubblicato
a Roma col titolo, “Riflessioni intorno
all’istituzione d’una lingua universale,” -- lettera di Glice Ceresiano
a Giotto fllo Eugenio. L’autore
ne è il filosofo SOAVE (si veda), il
quale si propone
in esso di
esaminare un progetto di
lingua universale da
Kalmar. Questo è tutto ciò
che mi ò riuscito
di sapere sul
contenuto del detto
opuscolo, che finora non
sono stato in
grado di rintracciare
e che conosco solo
dalla menzione che
ne è fatta in
un’altra opera italiana,
pure ignorata da Couturat -- FERRARI (si veda), Monoglottica, Modena. Di
quest’ultima V. ha conoscenza
per mezzo di MERIGGI (si veda), appassionato
cultore di questi
studi e autore lui
pure di un
progetto di cui
sono segnate le
traccio in un
volumetto pubblicato a Pavia, Frat. Fusi. Como.
Grice: “My favourite Vailati is an essay cited by Peano (I wouldn’t have heard
of it otherwise). It is concerned with the Italian counterparts to “non,” and
the ‘congiunctioni’: “e”, “o”, and “se”. La Grammatica dell
Algebra. iRivisla di
Psicologia Applicata, A Parlare
dell’algebra come d’un
linguaggio. Sommario: In
che senso ^ f Quali
sentii corrispondmio tn
al~ e di una
sua speciale J.
Come si presenti
in algebra la
distin- gcbra ai
verbi. Loro carcittere
r . V- l'altra, ad
ussa corrispondente, tra
ìionè tra verbi
transiti e verbi Dei
verbi molteplice- nomi
(o aggettivi) relativi,
e gH^izioni Carattere
grammaticale dei segni mente transitivi,
e dell / caratteristiche dei
segni di uguaglianza j • fiirtincri e oarlando d’essa come
di uno spe-
LParlando d’algebra a dei
attribuire, alla pa- ciale
linguaggio, devo pregarli d , P ^ essi le
attribuì- rola . linguaggio >.
astrazione da un scono ordinariamente. di studiano
— i quali tutti hanno
per loro carattere
comune ai ^^ttendomi d’applicare
lo stesso nome
anche elementi delle
«parole » P^^ rivolgono
ad altri sensi che non
sono ad altri SISTEMI DI SEGNI eh , f„n7inni
dei linguaggi propriamente detti,
radilo, adempiono wttavia
alle tCTfpo^J^ e„
„r„SS'e ^.-—nLròne, piò
pir"arhVL“rr^ « UpÓ .
Ideo^radoo nel ,uall
le ooae [11 .ommario
e le pari., che ,u
„„p„ve ..ella Xmsh
*' «to- parentesi
quadre, non sono mclus carte di
V., che
a lu. serve pella comunicazione da
lu p • grammalicali e SINTATTICI del lingnaggto
delle Scienze (Firenze)
sotto il ti .
Rivista di Scienza
algebrico, e che in parte è riprodotto in
una i^Algèbre ati
point de vue Hngui-
., intitolata: PiiLr it^de de l’Algebre ? ^ stiquei\
ai cui si
voleva comunicare Jos^'dvano
il nome nel
Un- scura alcun
riferimento ai gruppi
d, suoni che ne
guaggio parlato. rappresentati, di
quei rapporti Per indicare il
sussistere, tra g i ogg
proposizioni, le scrit- che
dai linguaggi parlati sono espressi in principio ad espe-
ture di questa seconda specie
dovetter affatto dienti
(alterazioni nella forma,
nell ordine g > preposizioni, analogo a quello
che, nelle lingue parlate
etc. ai segni
di PREDICAZIONE (“... is shaggy”
– GRICE), d ;Jggiare interesse per quei sistemi di
L’esame di tali espedienti presenta panico ^ „,,iea.
ve- notazioni ideografiche che,
come cs- g ordinaria,
subiscono in certo nendo
impiegati contemporaneamente alla ^ avrebbero finito per
soc .nodo la cencorreusa
di questa, p.eferibill
per 1 partico- combere se qualche
speciale carattere no lari
uffici ai quali sono applicati – cf. Grice, ONTOLOGICAL MARXISM:
If they work, they existd..
dell’algebra, la ragione
di Dire che, nel caso
che ora c,
Jgg,or brevità e pre- tale
preteribilltà stia nclPattltudlne sua a
j ancora rlsob cislone le proposizioni relative a. numer
determinare da quali vere la
questione. 04 che
Importa dipendano: Uno a che circostanze
le suddette proprietà
del >”^8, geografiche al posto delle punto cioè esse
si riconnettano f ‘j; ‘7^'®°„gÌ„o .“orso,
fatto dall’algebra, ;role. e per
nurdrpontTltguaggio parlato, per
dare senso alle Afferenti combinazioni
dei esempio caratteristico sto.
non certo nel fatto che le
cifre sia P ^,e„e
attribuita
^alrmrrrsrrg^Sa"^ della
posizione che esse occupano in hT
prop™^^ f rrti soprattutto d’attribuire i strumento
di ricerca e di
dimostra- che come mezzo
di ^a avere
indotto uno dei piu
grandi zione. Tali vantaggi
sono rivolgere modestamente
a sè stesso una
^a^ cbe è rivolta
da Schiller a un poeta
presuntuoso, in quei noti versi .
pi confronto tra i “cTriuogo'*!’ impiego dei segni derivano dall’impiego delle
. q un’altra distinzione
importante dell'algebra, si P""“ ehe occorre
fare tra i sistemi di notazione ^;:.'lomTa;;unT:df’e de, .'aritmetica, o le note
musleaii [AND GRICE WOULD PLAY THE PIANO AT CLIFTON – la notation della
pavanne de Ravel – MEISTERSINGER is for children – He loved MAHLER, Song of the
Earth -- , hanno solo I
uf- LA
grammatica DELL’ALGEBRA mnorre
nei loro elementi,
dati gruppi di sensazioni fido
di descrivere, e di
decom ^ ^pp^nto il 0
di azioni complesse,
e queg ,, chimica
— si presentano come capaci caso dell’algebra o '5'“'
^ , in parole e frasi del definirla o caratterizzarla m modo
f perrtlirco'nicio chiunque
abbia coll’algebra una sufficiente -f;:Ìadiffierenzachesiba-- à^e
potr^rcorr — 'linana, le
proposizioni relative ai
numeri e alle loro proprietà.
differenza equivale ad
ammettere implicitamente che Il
riconoscere una tale
differenz espressione e come
strumento la speciale efficacia
^°^t^ibuire, non tanto
all’impiego che in essa di ricerca e di
'"arposto^ parole del linguaggio
or- dintio! q^a^P^uttostra delle
particolarità d’indole SINTATTICA. meren
i "Esamffiar'e iTche
cosa guaggio algebrico, ricercare
e propriamente dette: que-
riscontrano, in maggiore
o minor grad J . sembrano
bene degne di Tra
le distinzioni, che
si trovano ‘“‘I,elle che
si riferiscono rittcair;‘:.rc:ot^Una frase
spesso ripetuta dai linguisti, colla quale essi tentano di precide ciò che costituisce il tratto caratteristico
d’un vero linguaio -- cf.
COMPOSITIONALITY AND THE ESSENCE OF LANGUAGE – H. P. Grice, “Meaning Revisited”
– open-endeness, finite means, potentially infinite utterances>, hi
opposizione alle forme meno perfette
d’ESPRESSIONE ISTINTIVA [natural groan – Grice] di stati
d amm . qualf
si riscontrano anche negli
stadi inferiori di sviluppo della vita animale. ' la
«pcriiente • « il linguaggio comincia dove l’interiezioni (GROANS
AND FROWNS, MOANING AND MEANING) finiscono. Se noi ci domandiamo, alla nostra
volta, in che cosa differiscano
effettivamente l’interiezioni – Grice’s GROAN -- da quelle
che i grammatici chiamano
le altre parti del
discorso, ci accorgiamo subito
che esso sono le sole parole che, anche
enun- flTLàtalnte, bastano, per sé stesse, a esprimere
-^^Ye Qualche opinione,
di chi le pronuncia,
mentre le altre
specie d . i nomi
eli aggettivi, i verbi,
etc., non possono,
d’ordinario, servire a a e p
se non comparendo
raggruppate [TERZA ARTICOLAZIONE] l’une insieme all’altre,
in modo da dar luogo
a una frase o a una proposizione – GRICE: UTTERER’S MEANING,
SENTENCE MEANING, WORD MEANING]. Quando
emettiamo [UTTER – GRICE],
per esempio, il
suono brr, o il
suono " • ^ abiamo bisogno d’aggiungere altre parole per
fare intendere a
^Ze che
"sentiamo""del freddo, o
che desideriamo che egli non faccia nimore. SeTnvece
pronunciamo, per esempio,
il nome di
un oggetto --a
accompagnarlo con qualche parola
(o GESTO), che indica cosa vogliamo dire di
esso - fhe
diefiii cioè: se
vogliamo dire che lo vediamo,
o che lo desideriamo,
o fotmilmo, ; che ne
aspettiamo la comparsa
etc. aifatto alcuna nostra opinione, o disposizione d’animo,
ma al piu
segnaliamo -- SIGNIFICAMO,
SEGNALARE -- che stiamo pensando a quell’oggetto, senza dire
nulla di ciò
che ne pen segue
che l’interiezioni possono qualificarsi come
quelle, tra le parole del nostro
linguaggio, che hanno PIÙ SIGNIFICATO (“more meaning”) di tutte le
akre, e in certo
modo, come le sole che
ne abbiano, quando
sono prese a se.
mentre altre sono soltanto capaci
d’acquistarne, nel caso che
siano assunte a far
parte una frase
che ne abbia.
L’affermazione riferita sopra
equivale, dunque, a dire
che il “vero linguaggio” comincia con
la prima introduzione
di parole che, prese per se
stesse NON hanno alcun SIGNIFICATO,
e che di tanto
un linguaggio e °
più rilievo hanno
in esso le parole
che si trovano
in questo caso,
di front litro
che, anche enunciate isolatamente, esprimono
qualche opinione d’animo, di
chi le PRO-NUNCIA. Si ha una
conferma di ciò nel
fatto che le
parole che hanno MENO SENSO delle altre
- quelle cioè alle
quali è necessario aggiungere un piu grande
numero d’altre parole
per ottenere una
frase che voglia
sono apppunto quelle
che compaiono piu
tardi, tanto nello
sviluppo storico dei
linguaggi, quanto nel
processo individuale del
loro apprendimento. Tra
tali parole sono
da porre, in
primo luogo, le pre-posizioni, in
quanto esse hanno
l’ufficio di indicare
le varie specie di
relazioni che possono
sussi- fi) La
trovo citata tra
gli altri da ZOPPI
(si veda), nel suo
volume sulla Filosofìa
della Grammatica (Veron),
che ho trovato
pieno di osservazioni
suggestive sull’argomento qui
trato.] stere tra gl’oggetti
di cui si
parla. Esse infatti, appunto
per questa ragione,
non indicano assolutamente
nulla se non
sono accompagnate dalle
parole che denotano
gl’oggetti tra i quali
si asserisce aver
luogo la relazione
che ad esse
corrisponde. Così, quando pronunciamo,
per esempio, le
parole: “accanto”, “sopra », «
dopo »,
etc., -- cf. Grice, ‘betwen’, not
aequivocal -- senza indicare quali
siano le cose
di cui intendiamo
affermare che runa è
accanto all’altra, sopra l’altra, etc.,
noi non comunichiamo
a chi ci ascolta
alcuna determinata INFORMAZIONE (si veda FLORIDI) sulle cose
di cui parliamo.
A considerazioni analoghe si presta
il confronto delle
varie specie di
verbi e, in
particolare, la distinzione
espressa comunemente con
l’opporre i verbi « transitivi
» ai verbi « intransitivi »,
col porre in
contrasto, cioè, i verbi
che, come per
esempio: « desidero », « respingo
», « nascondo », «
indico », etc.,
richiedono che alla
loro enunciazione segua
l’indicazione di qualche
« oggetto» al quale
si riferiscono, coi
verbi che invece,
come per esempio:
« dormo » « cresco
», « rido », «
muoio »,
etc., non hanno
bisogno di alcuna
ulteriore determinazione o specificazione di
tal genere (^).
Qui è tuttavia da
osservare che la suddetta distinzione,
in quanto è stabilita dai grammatici
in base al
criterio puramente formale consistente in
ciò che il
verbo esiga, o non
esiga, ciò che
essi chiamano un «
complemento diretto » —, non
coincide esattamente con
quella che, per
il nostro scopo,
è opportuno è posta
in rilievo. A nessuno
certo può venire in
mente di dar
torto ai grammatici quando essi
si preoccupano di
distinguere i casi nei quali
l’indicazione dell oggetto,
a cui si
riferisce l’azione espressa
da un verbo,
avviene per mezzo
della semplice aggiunta
del nome di
tale oggetto — come
quando si dice
per esempio: « desidero la tal
cosa » — dai casi
nei quali invece
è necessario che, tra
il verbo e il
nome, sia interposta
una preposizione — come
quando si dice
per esempio: , di
certi nomi come
quelli che abbia'mo
sopra citati, è ordinariamente indicato
col qualificarli come
nomi « relativi ». Della
connessione tra i nomi
« relativi » e i verbi transitivi
si ha una
chiara manifestazione anche
nella possibilità, frequentissima, di
tradurre frasi, in
cui a un dato
oggetto, o persona, è applicato
un nome esprimente
una relazione, in altre ^si, equivalenti,
nelle quali figura
invece un verbo
transitivo. Non vi
è, per esempio,
differenza tra il SIGNIFICATO
(O SENSO) delle frasi
: « il tale è nemico
del tale altro
», o « il tale
oggetto c più alto
del tale altro
», e le altre
: « a tal persona
odia la tal
altra », o « il
tale oggetto supera,
o sopramnza, il tale
altro », etc.
Il matematico e filosofo
americano Peirce [su cui Grice
insegna a Oxford], che più d’ogni altro
si è occupato dell’analisi
e della classificazione delle
varie specie di «
relazioni », è stato
portato dalle sue
ricerche a stabilire una
distinzione tra i verbi
(o nomi ed
aggettivi) transitivi, a seconda
che essi esigano
l’aggiunta di un
solo o di più
nomi per acquistare
un SIGNIFICATO (O SENSO) determinato,
per diventare cioè
capaci di affermare
qualche cosa degl’oggetti
e delle persone a cui
vengono ap- Sono,
per esempio, verbi
« doppiamente transitivi » (o
bivalenti, come si
potrebbero chiamare con
una opportuna immagine
tolta dal linguaggio
della chimica), comportanti
cioè l’ aggiunta di due nomi,
i verbi seguenti : « insegnare » (qualche cosa a
qualche persona), « dare
» ( qualche cosa a qualche
persona), e i corrispondenti nomi:
« maestro » (di qualche
cosa a qualcheduno) « donatore
» (di qualche cosa a
qualcheduno), etc. Sarebbe
forse più proprio
chiamarli « tri-valenti »,
in quanto anche
il soggetto rappresenta
una « valenza ».
Sarebbero allora « bi-valenti
» i verbi semplicemente transitivi,
« uni-valenti » i verbi intransitivi,
e « nulli-valenti » (o privi
di « valenza »)
gli impersonali come «
piove, » « nevica ». etc. – “As Srawson once asked me, “it is raining –
what is ‘it’?” – Grice. Gli impersonali
latini come « pudet
me ». « piget
me » « mihx tur »
etc. sono « bi-valenti
» come i verbi transitivi.
Come esempio di
verbi a quattro « valenze
» si potrebbe citare
il verbo « scambiare
» nel senso commerciale
(« il tale
scambia con la
tal persona, la
tal cosa con la tal
altra », o più
semplicemente « le tali
due persone si
scambiano fra loro
le tali due
cose »)]. Esempi
di verbi « tri-valenti
» capaci cioè, o esigenti,
di venire . o «
comperare > («
vendo un oggetto
A a una persona B,
per un prezzo
C », « compro un
oggetto A da una persona
B, per un
prezzo C »). Nel
caso di questi
verbi « pluri-valenti », o
molteplicemente transitivi, si
scorge chiaramente quale
sia l’ufficio che
hanno le preposizioni,
in quanto servono quasi
da organi connettivi,
per applicare a ciascun
verbo ordinatamente i rispettivi
« complementi ». Quanto
più cresce il
numero delle « valenze
» tanto più cresce
naturalmente il bisogno
di speciali segni
o particelle destinate ad
evitare le ambiguità
nell’assegnazione di diversi
complementi a uno stesso
verbo. Servono a tale
scopo, nel linguaggio
ordinario, le preposizioni
(o le flessioni)
corrispondenti ai diversi
« casi » dei nomi.
Finché il verbo,
pur essendo a più
« valenze », è tale
che, come avviene
per esempio in
quelli sopra citati,
i diversi nomi richiesti
per completarne il SIGNIFICATO
(O SENSO) appartengono a categorie cosi
distinte da rendere
impossibile qualsiasi equivoco
o confusione tra loro —
quando, per esempio,
come nel caso
del verbo « dare
», l’un complemento
deve indicare una
persona, e l’altro un
oggetto, può parere
sempre superfluo l’impiego
di qualsiasi preposizione.
Si tende infatti
ad abolire queste
in tutti quei
casi in cui
si haparticolare interesse
a fare ECONOMIA [principle of
economy of rational effort – GRICE] di
parole, come per
esempio nei telegrammi,
negl’indirizzi, negli avvisi economici delle
quarte pagine dei
giornali. Se si
telegrafa, per esempio
« spedite plico segretario
» nessun dubbio può
nascere che il
plico è la cosa
spedita e il segretario
la persona « a cui
» la spedizione è fatta,
e non viceversa]. – cf. PECCAVI – Grice. Ma
quando, invece, i diversi
complementi di un
verbo appartengono tutti
a una medesima classe
— quando sono, per
esempio, tutti nomi
di persone, come
per esempio nelle
frasi : « dico male
di Tizio a Caio
», « dico male a
Caio di
Tizio » — , l’omettere le
preposizioni equivarrebbe a togliere
ogni mezzo a chi
ascolta di distinguere
le diverse relazioni
in cui i diversi
nomi stanno col
verbo, e a esporsi quindi
a esser capiti a rovescio. Se, tenendo
presenti le considerazioni svolte
sopra, ci proponiamo
di determinare quali siano
gli speciali caratteri
grammaticali e SINTATTICI per i quali
il linguaggio algebrico
si distingue da
quello ORDINARIO, un
primo fatto notevole che
ci si presenta
è l’assenza, nel linguaggio
algebrico, di qualsiasi
specie di verbi
(cioè l’eguaglianza e e oro
aree), resta, per
ciò solo, precluso
il suo simultaneo
impiego per esprimere
qualsiasi altra relazione
tra figure, come
per esempio, quella
d’ “egua- g lanza” propriamente detta
(o sovrapponibilità), quella
di similitudine, etc.
1 inconvenienti ai quali,
in casi di
questo genere, potrebbe
dare occasione 1 impiego di
uno stesso segno,
per indicare relazioni
affatto diverse puo essere
evitati in algebra
ricorrendo (come, infatti,
qualche volta si fa) all
introduzione di nuovi
segni che, accanto
a quelli di eguaglianza
e di diseguaghanza, assumessero
l’ufficio che, nel LINGUAGGIO
ORDINARIO, spetta alle
di- verse specie di
verbi transitivi (,
«il tale edificio
è eguale all’altro in
altezza ^ \ i tali due
cliL si equivalgono
per salubrità »,
etc. ner T Preposizìone è,
per così dire,
accidentale; in greco, cusatir^Tn
questione, posto All’accusativo , in LATINO
si adopera l’ABLATIVO.
Ma vi è anche
un altra forma
che possono assumere
le proposizioni del
tipo suddetto, ed e
quella che si
presenta nelle frasi:
« la statura della
tal persona eguale a quella
della tale altra
», « l’altezza del
tale edificio ^ e.u^le
a 0 Sull opportunità
di ricorrere a questo
espediente, nel caso
delle relazioni tra gl’enti geometrici
considerati nel calcolo
vettoriale, si è molto
discusso recentemente (al
Congresso»,. tenuto a Roma
a proposito della relazione
presentata su tale
soggetto da FORTI (si veda), dell
'Accademia Militare di
Torino, e LONGO, di Messina. i
ormo; e aiarcoqtiella del
tale altro, la salubrità
del tale clima
à eguale a q^lella del
tale altro, etc. Queste
espressioni, nelle quali figurano al
posto del soggetto e del predicato, i nomi, non
più degl’oggetti [GRICE, obble] di cui si parla, ma delle qualità [GRICE,
SHAGGY] d’essi, e dei caratteri rispetto ai quali essi sono posti a
confronto, corrispondono precisamente
all’espressioni che compaiono nel linguaggio algebrico o ARIMMETICO o
matematico o FORMALE quando, per
esprimere, per esempio,
che due angoli, a e b, hanno uno stesso seno, si scrive, “sen a = sen b,
o quando, per indicare o
significare che i triangoli ABC e DEF
hanno una stessa area, si scrive:
“area ABC = area
DEF.” I due esempi citati, quello del
seno e quello dell’area, possono servire a mettere in luce una differenza che
è importante segnalare. Mentre dell’affermazione che un angolo ha un dato seno si può definire
perfettamente il SIGNIFICATO (o SENSO) anche senza considerare alcun altro
angolo oltre quello di cui si parla, per
il caso, invece, dell’AREA, il SIGNIFICATO
(O SENSO) della frase o proposizione, ‘La tal
figura ha una
data area,’ non può
venire determinato se non ricorrendo,
o riferendosi, direttamente o
indirettamente, a quell’operazioni di
confronto tra l’AREA
di una figura
e l’area di un’altra
-- la quale altra
può anche essere,
per esempio, quella
che si è scelta
per unità di
misura delle aree
-- che sono richieste
per riconoscere se
due date figure
hanno, o non hanno,
una stessa area.
In altre parole, mentre nel caso del SENO d’un angolo si può prima
dichiarare o definire che cosa esso
sia, e poi passare
a riconoscere se il seno di un
dato angolo sia
eguale, o maggiore, o minore
del seno di
un altro, nel
caso dell’AREA, invece, tali
due procedimenti sono
inseparabili, e non possono
neppure essere concepiti
indipendentemente l’uno dall’altro.
II modo ordinariamente impiegato
per distinguere i casi
dell’una specie dai
casi dell’altra consiste
nel dire che, mentre,
nei casi analoghi
a quello del SENO,
si definisce *ESPLICITAMENTE* un nuovo SEGNO
di FUNZIONE. Nei casi
invece analoghi a quello dell’AREA,
il SIGNIFICATO (O SENSO) del nuovo
nome introdotto è determinato
soltanto, non esplicitamente, ma IMPLICITAMENTE, o, come
anche si dice,
per mezzo d’una definizione per astrazione.
Il più antico
esempio che di definizione
per astrazione ci
presenta la storia
del linguaggio matematico è la definizione
della parola RAPPORTO (logos), che si
trova posta a base
della trattazione sulla PROPORZIONE
a:b::c:d nell’Elementi d’Euclide. Questa definizione,
che la tradizione
fa risalire ad Eudosso, consiste infatti soltanto nel
determinare esattamente sotto una forma applicabile anche al caso delle
quantità incommensurabili il SIGNIFICATO (O SENSO) della
frase o proposizione, ‘Le tali due grandezze hanno lo stesso RAPPORTO
(logos) delle tali altre
due.’ Oppure: il RAPPORTO (logos)
tra tali due quantità è eguale a (=) (o
maggiore (a>b) , o minore (a<b) di)
quello tra le tali altre due quantità. Per mezzo d’un tale procedimento,
una relazione tra quattro grandezze
— la relazione
cioè che si
esprime dicendo che
esse formano la PROPORZIONE
a:b::c:d — viene a poter
essere espressa sotto forma d’una
eguaglianza fra due
termini, in ciascuno dei
quali figura uno STESSO nome,
o SEGNO, di FUNZIONE (tra
due VARIABILI). Mentre della
parola ‘RAPPORTO’ (logos)
non è data, e non
occorre c e s, altra definizione oltre quella che consiste nell’attribuire un determinato alle frasi in cui
si parla di
eguaglianza o di diseguaglianza tra
rappor quantità. Sui numerosi
esempi che del
suddetto genere di
definizioni ci presentano
! diversi rami della matematica
e le varie scienze
nelle quali essi
trovano apph- C3^ion0 non c
oni il
Cciso di fcrnicirsi.
« . • i Si presenta opportuno invece il domandarsi quali siano le
condizioni da cui dipende l'applicabilità del procedimento descritto sopra; il
domandarsi, cioè, in quali circostanze
una definizione per astrazione è
possibile, e in qua
casi è lecito,
o conveniente, introdurre un nuovo SEGNO DI FUNZIONE per mezzo
di 6SS6 j. Ciò equivale a domandarsi quali sono
le proprietà di cui
deve essere dotata una
relazione (o una corrispondenza) tra oggetti
di una data
classe perche il suo sussistere,
tra due oggetti « e à di
tale classe, può
venire espresso per
mezzo di eguaglianze
del tipo:/«=:/^. ove
del SEGNO – o dispositivo formale
-- / non
e finizione oltre quella che
risulta dal SIGNIFICATO (O SENSO) che si attribuisce alla
forra condizione indispensabile pell’applicazione
di untale procedimento è,
anzitutto, questa: che la
relazione di cui
si tratta ha
in comune colla
relazione di « eguaglianza > la
proprietà che, per il caso di quest’ultima, viene espressa d’un ASSIOMA. Se a è uguale
a e -5 è uguale a r,
anche a e ugna e a c. Se
infatti questa condizione non si verifica — se, cioè, la relazione
in questione è tale
che, dal suo
sussistere tra due
oggetti a e -5, e tra
due altri, ^ e & non derivas senz’altro il
suo sussistere tra a
e r -, il servirsi d’una espressione
del tipo ; fa—fb,
per indicare il fatto che essa
si verifica tra
due oggetti a e b,
porta alla conseguenza
assurda -- o, ad
ogni modo, incompatibile con una
proprietà, fondamentale, del
segno di eguaglianza, usato da Peano e Grice (x=y) che,
^lle eguaglianze : fa±ifb, e fb—fc.
non si può
dedurre l’altra. Per una ragione analoga, la relazione di cui si parla
dove anche godere di un’*altra* proprietà.
Essa dove cioè
essere tale, che,
dal suo sussistere
tra due oggetti
« e à, si può
sempre concludere che
essa sussiste pure,
all’inverso, tra b ed a.
Altrimenti si dove
ammettere che, dalla
formula fa =/à,
non si può passare all’altra fb—fa, contrariamente a un’altra delle proprietà
caratteristiche dell’eguaglianza. Soddisfano a questa
condizione, per esempio,
le relazioni di
perpendicolarità e di
parallelismo, mentre non
vi soddisfa, per
esempio, la relazione
di divisibilità. Dall’essere un
numero n1 divisibile per
un altro n2 non
deriva certamente che il
secondo n2 sia divisibile
per il primo n1. Il
nome di definizioni
per astrazione è stato introdotto da
PEANO – e usata da Grice nel suo metodo di psicologia razionale alla
Ramsey. Il riconoscimento
dell’importanza del procedimento
che conduce ad
esse, risale a Grassmann, AUSDEHNUNGslehre. Un notevole contributo alla loro analisi è
apportato da PADOA (si veda), Atti del
sfi Congresso della SOCIETÀ ITALIANA DI FILOSOFIA, Parma. Le
relazioni che, pur soddisfacendo alla prima delle due condizioni sopraccennate
– cioè, a quella che chiamo ‘TRANSITIVITÀ sillogistica’, non soddisfacciano alla
seconda, possono, per ciò solo, venir
rappresentate d’uno qualunque dei
due segni di DIS-UGUAGLIANZA (a>b e a<b), poiché
tanto per l’uno
come per l’altro
d’essi si verifica
appunto la prima,
e non la seconda
delle due condizioni
suddette. Le due
condizioni enunciate sopra,
oltre che necessarie,
sono anche sufficienti perchè è
lecito il ricorso a una definizione per astrazione, e all’introduzione, per tal
via, di un
nuovo nome o di
un nuovo SEGNO DI FUNZIONE. La sola
obiezione che qui può
presentarsi è quella che
consiste nel dire che,
venendo il SEGNO DI FUNZIONE così introdotto
a essere definito solamente in
quanto figura in
espressioni d’una data forma -- cioè, in espressioni
del tipo fa—fb --,
esso rimane privo
di ogni significato
in tutti i casi
in cui si
voglia adoperarlo
isolatamente, o combinato diversamente
con altri segni
della stessa o diversa
di specie. A questa obiezione si può rispondere
osservando che, allo
stesso modo come
si è attribuito un SIGNIFICATO (O SENSO) all’espressioni del
tipo fa —fb,
così nulla vieta
di determinare ulteriormente
anche il SIGNIFICATO (O SENSO) d’altr’espressioni nelle
quali, d’un lato,
o d’ambedue i lati, di
un SEGNO D’UGAGLIANZA (Grice: x =
y), figurano, non
già dei termini
isolati, come fa o
fb, maf dei determinati
aggruppamenti d’essi (come
per esempio f a ^ /^),
composti interponendo determinati
segni di operazione. Perchè ciò può
farsi occorre, naturalmente, che la
relazione di cui
si tratta soddisfisce a un certo
numero d’altre condizioni,
in aggiunta a quelle
che, come si è
visto, sono richieste
perchè il fatto
che essa sussiste
tra due oggetti
a e b può venire espresso d’una
formula del tì^o :
f a f b. Quali sono queste condizioni
risulta in ogni caso
dall’esame delle proprietà che
caratterizzano le diverse
operazioni i cui segni
figurano nelle formule
da definire. Il caso
che si presenta
più frequentemente è quello
di relazioni tali che, mediante esse, si può attribuire un SIGNIFICATO
(O SENSO), oltre che
alle formule del
tipo • yo! —
fb, anche a quelle
del tipo : fa
fh + f c, e per
conseguenza anche a
quelle del tipo;
fa—fb — fc, nonché
a quelle del tipo;
fa — kfb, ove “k”
rappresenta un numero – cf. il sufisso di H. P. Grice,
“VACUOUS NAMES”. Si ha
un esempio di
una relazione appartenente
a questa categoria, nel
linguaggio tecnico della FISICA, in
quella relazione che si esprime
dicendo, di due
dati corpi, che
essi hanno una
stessa massa (‘m’),
o due masse che
stanno fra loro
in un dato
rapporto – cf. Ramsey, Bridgman, The language of physics. Un altro
esempio ci è fornito
da tutto un
altro ordine di
rapporti, da quelli,
cioè, riferentisi al
valore di scambio
delle merci. Mentre
infatti gl’econo- [Posso
rimandare il lettore,
che desidera maggiori
schiarimenti, a un saggio
che recentemente pubblicato su
questo soggetto, nel
Nuovo Cimento, ‘Sul miglior modo
di DEFINIRE la MASSA nella meccanica
– in “Opere” Sul miglior
modo di definire
la Massa in
una tratta- zione elementare della
meccanica. (Nuovo Cùnento,
voi XIV, luglio-agosto-settembre, 1907)-
La via comunemente
seguita, nei testi
di Fisica in uso presso
le nostre scuole
secondarie, per arrivare
al concetto di «
massa » è, com’è
noto, la se-
guente : Enunciata la
legge d’ inerzia, e definite
le forze come
le cause che
tendono a modificare lo
stato di moto o
di quiete di
un corpo, si
accenna anzitutto al
modo di confrontarne
e misurarne l’ intensità per
mezzo dei loro
effetti statici. vSi
passa poi ad
enunciare, come .
^®®®lerazione volte più
Come un fatto
sperimentalmente constatahiio .i-
chio, il Mach
indica poi anche
questombelf ‘'‘PP-®- c se,
a un corpo di
massa ;« rispetto (*)
(*) £>te Mechanik
in ihrer Enlwìcke lituo- hi
et ■ , , 5«
ediz., pag. 268.
risc/i.krtlisch dargeslelU. Leipzig,
Brockliaus, SUL MIGLIOR
MODO DI DEFINIRE
LA MASSA 8oi
a un dato corpo,
se ne aggiunge
un altro di
massa /«', essi,
presi insieme, si
comportano come un
corpo di massa
m + nC . Per ben
chiarire la distinzione
tra peso e massa,
il Mach consiglia
poi di ricorrere
direttamente alla considerazione delle
diverse resistenze che
oppon- gono, al cambiamento
del loro stato
di moto o di
quiete, apparecchi nei
quali, come, ad
esempio, un volante,
o una carrucola da
cui pendano eguali
pesi dalle due
parti, i vari pesi
che si muovono
siano disposti in
modo da controbilan-
ciare i propri effetti. Le
differenze sostanziali tra
la via seguita
dal Mach (Leitfaden
der Phy- sik,
pag. 28) per
stabilire il concetto
di massa, e quella
che, con qualche
dif- ferenza di dettaglio,
è seguita in pressoché
tutte le ordinarie
trattazioni della meccanica
per le scuole
secondarie (*), possono
quindi ridursi alle
due seguenti ;
1“ Invece di
definire la « massa
di tm corpo
», il Mach
definisce il « rap-
porto della massa di
due corpi » ; si
limita cioè a precisare
il senso delle
frasi : « Il
tal corpo ha
massa doppia, tripla,
etc., di un
altro ». 2°
Tale definizione è da
lui effettuata ricorrendo
ad un’esperienza nella
quale i due corpi
in questione sono
fatti agire l’uno
sull’altro ; nella quale
cioè le forze
uguali, che sono
constatate imprimere ad
essi accelerazioni diverse,
sono rappresentate dalla
tensione di un
filo che li
congiuiige l’uno all’altro.
E da notare che
questi due caratteri
della trattazione del
Mach sono affatto
indipendenti l’uno dall’altro,
nel senso che si potrebbero
immaginare altre trat-
tazioni le quali avessero
con essa comune
il primo carattere
e non il secondo.
Ciò è tanto più
interessante a rilevare in
quanto, tra gli
inconvenienti che presenta
il metodo ora
ordinariamente impiegato, parecchi,
e non dei meno
gravi dal punto
di vista didattico,
dipendono unicamente dal
fatto che in
que- sto, a differenza di
quanto si fa
dal Mach, si
ricorre, per la
prima determinazione del
concetto di massa,
al confronto delle
diverse velocità, o accelerazioni, che
un dato corpo
assume col variare
delle forze di
cui subisce l’azione,
invece di ricorrere
al confronto tra
le diverse velocità,
o accelerazioni, che diversi
corpi sono capaci
di assumere sotto
l’azione di una
data forza. Ora è
fuori di
dubbio, come è stato
osservato nel corso
della discussione dal
prof. F. Bonetti,
che sono i fatti
e le esperienze di
questa seconda specie,
e non quelle della
prima, che sono
particolarmente atte a dare
un contenuto concreto
al concetto che si vuol
fare acquistare daH’alunno.
Che una spinta,
data a una barca
scarica, la faccia
muovere con più
velo- cita, o la fermi
con più facilità,
che non la
stessa spinta data
alla stessa barca
quando sia carica
; che, in generale,
— per citare letteralmente
la proposizione come
si trova già
enunciata nel Libro VII, c. 5
della Fisica di
Aristotele — una
data forza sia
capace di fare
acquistare, alla metà
di un corpo,
una velo- cita doppia
di quella che, a
parità di condizioni,
farebbe acquistare al
corpo (M Non
mancano però eccezioni.
Il procedimento seguito,
ad esempio, nel
testo del Pitoni,
almeno nelle ultime
sue edizioni, s’avvicina
molto a quello che
più innanzi propongo.
51 S02 GIOVANNI
VAILATI intero (') ;
— queste e le altre
analoghe esperienze costituiscono
la prima sorgente,
o il primo nucleo,
attorno al quale
il concetto più
preciso e rigoroso di
massa può gradatamente
formarsi e organizzarsi nella
mente dell’alunno, come
si è gra- datamente formato e organizzato
nella storia della
scienza. Per convincersi
della scarsa connessione
che sussiste, invece,
tra le espe-
rienze relative al diverso
modo di comportarsi
di uno stesso
corpo, sotto l’azione
di forze differenti,
e il concetto di
, basta semplicemente
pensare che questo
ultimo conserverebbe tutta
la sua importanza
teorica e pratica anche
in un universo
per il quale
la legge di
proporzionalità tra le
forze, staticamente misurate,
e le accelerazioni da
esse rispettivamente impresse
a un dato corpo,
cessasse affatto di
aver vigore, purché,
in tale universo,
i rapporti tra le
acce- lerazioni, che le
varie forze, agendo
per un dato
tempo, impritnono rispettiva-
mente ai vari corpi,
restassero fìssi (indipendenti
cioè, per esempio,
dalla dire- zione e intensità delle
forze, dalle posizioni
presentemente e
antecedentemente occupate dai
corpi, dal tempo
per il quale
questi sono stati
tenuti in riposo,
dalle velocità loro,
dalle forze che
su essi contemporaneamente agiscono,
etc.). Come giustamente
è stato osservato (Clifford,
The Commo7i Sense
of thè cxact
Sciences, London, 1907,
pag. 270), ciò
che dà importanza
alla nostra cono-
scenza della 7nassa dei
corpi è semplicemente questo
: che, da essa,
noi siamo messi
in grado di
applicare la nostra
eventuale conoscenza degli
effetti che date
circostanze (tensioni, urti,
pressioni, etc.) producono
sul modo di
muoversi anche di
un solo corpo,
per determinare gli
effetti che le
stesse circostanze produr-
rebbero sul movimento di
q7ialu7ique altro corpo
(®). Ma se,
per il primo
dei sopraindicati due
caratteri, la forma
di esposizione proposta
dal Mach si
presenta, a mio parere,
come preferibile a quella
seguita nella trattazione
ordinaria della massa
nei testi per
le scuole secondarie,
ben diverso mi
sembra il caso
per l’altro carattere
che resta da
considerare, quello cioè
che concerne la
scelta degli apparecchi
e delle esperienze su
cui basare la
prÌ77ia co7istatazio7ie del
diverso modo di
accelerarsi di corpi
diversi sotto l’azione
di forze uguali.
Il ricorrere, per
questo scopo, ad
esperienze in cui
le forze uguali
conside- rate sono rappresentate
dalle azioni che
due corpi esercitano
l’uno sull’altro —
sia che queste
vengano provocate per
mezzo dell’apparato a forza
centrifuga descritto sopra
(^), sia con
altre disposizioni (per
esempio, come propone
il Love, (* *)
Si ritrova questa
stessa proposizione, e sotto
questa stessa forma,
anche nei manoscritti
di Leonardo da
Vinci (Cfr. l’edizione
del Ravaisson-Mollien. Paris,
1889, fol. 26
recto). (*) Cioè,
per servirmi di
una locuzione, opportunamente introdotta
dall’ Enriques (Pro-
blemi della Scienza, Bologna,
1906, pag. 406),
1’ importanza del
concetto di massa
non sta solo
nel suo designare
una data specie
di « sosliluibililà », o «
equivalenza », dei
corpi, ma nel
fatto di indicare
come differisca il
comportarsi (rispetto alle
forze che su
essi agiscano) di
due corpi meccanicamente noti
sostituibili. (*) Come
il Mach gentilmente
m’ informa, egli stesso
non è perfettamente soddisfatto
di questa parte
del suo procedimento.
A ricorrere alle esperienze
con quell’apparato a forza
cen- SUL MIGLIOR
MODO DI DEFINIRE
LA MASSA 803
facendo urtare tra
loro due corpi
elastici appesi a due
fili, e confrontando le
altezze da cui
si sono lasciati
cadere con quelle
a cui risalgono dopo
l’urto) — sembra
a me presentare dal
lato didattico dei
gravi inconvenienti. Le
esperienze, alle quali
in tal modo
si viene a fare
appello, esigono, per
essere interpretate e riconosciute adeguate
allo scopo a cui
sono rivolte,' una
quantità di ipotesi
e di cognizioni preesistenti,
la cui considerazione, anche
se non offre
speciali difficoltà, tende
però a distrarre l’attenzione
dell’alunno, e a rendergli
più difficile il
chiaro apprendimento del
principio che si
tratta di il-
lustrare e di provare. Il
condensare e il far
quasi coincidere, come
vorrebbe il Mach,
in un solo
enunciato, da provare
e verificare con una
stessa serie di
esperienze, due prin-
cipii così diversi,
a primo aspetto, come,
da una parte,
quello dell’uguaglianza dell’azione
alla reazione, e,
dall’altra parte, quello
della costanza del
rapporto tra le
accelerazioni prodotte da
una stessa forza
su corpi di
diversa massa, se
corrisponde a un’ ideale
altamente apprezzabile di
trattazione teorica, non mi sembra
affatto raccomandabile come
espediente didattico. Ciò
di cui ha
soprattutto bisogno l’alunno,
nella prima fase
di studio della
meccanica, è di avere
a propria portata dei
tipi di esperienze
che, anche senza
prestarsi a verifiche quantitative
rigorose, gli offrono
delle illustrazioni imme-
diate e dirette delle singole
proposizioni su cui
la trattazione si
basa. E, per
quanto riguarda la
massa, sembra a me
che le esperienze
che me- glio soddisfano a questa
condizione siano :
in primo luogo,
quelle in cui
si confrontano le
velocità che assumono
dei corpi mobili
(per es. carrelli
su guide, galleggianti,
etc.) in un
piano orizzontale (naturalmente
in condizioni da
eliminare più che
sia possibile l’attrito)
sotto l’azione di
date spinte o trazioni,
rappresentate da dati
urti, o pesi ;
in secondo luogo,
quelle in cui
le velocità che
si confrontano sono
quelle che assumono,
su due piani
diversamente inclinati, due
gravi i cui pesi
siano prima stati
constatati esser tali
da produrre una
stessa tensione su
due fili pa-
ralleli ai rispettivi piani,
da cui essi
prima pendevano ;
in terzo luogo,
le esperienze colla
macchina di Atwood
(*), o con altri
analoghi apparati in
cui, per esempio,
i due gravi, pendenti
dalle due parti
della carrucola, possano
esser fatti muovere
lungo piani diversamente
inclinati, etc. Della
difficoltà, o impossibilità, di
rimuovere l’influenza perturbatrice
degli attriti, non si dovrebbe
qui preoccuparsi più di quanto
si faccia, per
esempio, nelle prime
esperienze relative alle
condizioni di equilibrio
delle macchine sem-
plici. essere stato
indotto dalle obbiezioni
che, al suo
modo di far
dipendere il con-
cetto CI mas.sa
da quello di
azione reciproca tra
due corpi, erano
state mosse da
alcuni suoi eg I
tra gli
altri Boltzmann — i quali
asserivano che il
definire la massa
in tal modo
implicava la considerazione di
azioni a distanza. dell’
^ inconvenienti didattici, notati
nel corso della
discussione dal prof.
M. Ascoli, zamend*^'^^”
Prematuro della macchina
d’Atwood sono interessanti
le osservazioni e gli
apprez- «w/ "i" rapporto
sull’ insegnamento della
meccanica elementare, negli
Atti del Jirtixsh
Association Meeting (Johannesburg, 1905).
8o4 GIOVANNI VAILATI
Solo in seguito,
quando l’alunno abbia
bene afferrato il
significato dei prin-
cipii fondamentali, potrà
esser conveniente guidarlo,
per successive approssima-
zioni, a tener conto dei
vari ordini di
cause perturbatrici, e ad
apprezzarne anche quantitativamente l’influenza.
Tenendo presente quest’ultima
osservazione si potrebbe
anche procedere ad
un altro ordine
di esperienze: quelle
cioè che si
riferiscono alla caduta
dei corpi in
liquidi di diversa
densità. Porre l’alunno
davanti a un apparecchio
in cui figurino,
pendenti dalle due
parti di una
carrucola, due corpi
di ugual forma,
i cui diversi pesi
siano scelti in
modo da equilibra/
1 quando l’uno e l’altro
dei detti corpi
vengano rispettivamente immersi
in^^itic dati liquidi
di diversa densità,
e invitarlo a pre- vedere quale
dei due corpi
scenderebbe con maggior
velocità se ciascuno
fosse lasciato libero
nel rispettivo liquido,
e a rendersi ragione del
fatto che il
più pesante scenderebbe,
in tal caso,
più lentamente del
più leggero, pare a
me costituisca un
ottimo mezzo per
indurlo a riflettere sul
significato e sulla por-
tata della distinzione tra
peso e massa. E da
notare che è appunto
per questa via, e
attraverso considerazioni di
questa specie (relative
cioè a campi di
forze in cui
gravi si muovono
sotto l’a- zione di
una parte soltanto
della forza rappresentata
dal loro peso),
che, nella storia
della meccanica moderna,
il concetto di
massa si è svolto
ed elaborato come
distinto da quello
di peso. É molto
interessante a questo proposito
il seguente brano
che trascrivo dalla
prefazione del Baliani
alla sua opera
De motu gravitivi
(1638), nel quale
la suddetta distinzione
si trova esplicitamente formulata,
e applicata al caso
della libera caduta
dei gravi, con
parole poco diverse
da quelle che
furono, più tardi,
adoperate dal Newton,
spesso erroneamente citato,
a tale riguardo, come
il primo cui
si debba un’espressa
definizione del concetto
di ‘massa : «
.... E fui condotto
a pensare che, mentre
il « peso » (gravitas)
si com- « porta
come un « agente
», la « materia
» si comporta invece
come un « /a-
« zietite », e che
quindi i gravi si
muovono secondo la
proporzione dei loro
pesi « alla loro «
materia », onde
se cadono senza
impedimento verticalmente, si «
devono muovere tutti
colla stessa velocità,
poiché quelli che
hanno più « peso
» « hanno anche
più materia o « quantità,
di materia » [plus
materiae, seti mate-
« rialis quantitatis). Quando
invece vi sia
qualche impedimento o resistenza,
il « moto si
regolerà secondo l’eccesso
della « virtù che
agisce » sulle resistenze
« e sugli impedimenti al
moto » (« secundum
excessum virtutis agentis
super resi- stentiam
passi, seti impedientia
motum » ; in altre
parole, secondo il
valore di quella
parte, o componente, del
loro peso che
può effettivamente agire,
e che è rappresentata dallo
sforzo che si
dovrebbe esercitare, in
direzione contraria al
moto, per trattenere
il grave dal
cadere).]. economisti utilitarii
– futilitarii citati da Grice -- possono,
e devono, determinare e definire
esattamente il SIGNIFICATO (O SENSO) di frasi
come le seguenti. IL VALORE della
tal merce è UGUALE al
valore della tale
altra. IL VALORE MONETARY
della tal merce
è UGUALE alla SOMMA dei
valori delle tali
due altre. Etc. Essi non
hanno alcun bisogno, e
neppure alcuna possibilità,
a meno di cadere in
tautologie, di definire isolatamente
la parola “VALORE.” E tale impossibilità non dà luogo,
nè qui, nè negli altri
casi analoghi, ad alcun inconveniente o ambiguità. Precisamente,
come nessun inconveniente
deriva nel LINGUAGGIO ORDINARIO
(GRICE, ORDINARY LANGUAGE PHILOSOPHY) dal fatto che noi NON siamo in grado di
dire che cosa significhino [SIGNIFICA] isolatamente le
parole “stregua,” “solluchero,” “josa,” “zonzo,” “acchito,” “chetichella,”
“vanvera,” etc., bastandoci del tutto
conoscere il SIGIFICATO (O SENSO) di tutte le frasi in cui tali parole
compaiono – cioè, delle FRASI: “giudicare a una data STREGUA,” “andare in SOLLUCHERO,”
“averne a JOSA,” “andare a ZONZO,” “di
primo ACCHITO,” etc. –
CHETICHELLA. VANVERA. STREGUA – GIUDICARE A UNA DATA STREGUA – SOLLUCHER
–ANDARE IN SOLLUCHERO – JOSA – AVERNE A JOSA – ZONZO – ANDARE A ZONZO – ACCHITO
– DI PRIMO ACCHITO – CHETICHELLA – VANVERA -- [to judge by a given standard, to
go delighted, to have joy, to go for a round, at first glance. -- Il frequente
impiegò che è fatto, nei vari rami
della matematica, di
locuzioni, o segni di funzione,
il cui SIGNIFICATO (O SENSO) è determinato solo
per mezzo di definizioni
per astrazione, viene
a confermare ciò che
già è stato asserito
indietro, quando si
assegna come uno
dei tratti caratteristici del
linguaggio algebrico, di
fronte al LINGUAGGIO ORDINARIO [informalists di Grice], il
maggior rilievo e la
maggiore importanza che
assumono in esso i
segni i quali, non
avendo, quando siano
considerati isolatamente,
alcun SIGNIFICATO (O SENSO) separatamente enunciabile,
sono capaci di venire definiti
solo in modo IMPLICITO
– cioè, solo coll’ indicare il SIGNIFICATO
(O SENSO) d’intere espressioni -- o
formule -- in cui il
segno da definire
compaia associato con
altri segni. Il riconoscere
come affatto legittimo
l’impiego di segni
o parole, che si
trovano in questo
caso, e come affatto
irragionevole l’esigenza,
per essi, d’una definizione ESPLICITA, non è
privo d'importanza, teorica
o pratica, anche fuori
del campo delle
scienze matematiche. Basta dare
uno sguardo alle
prime pagine degl’usuali
libri di testo,
o ai manuali elementari
di qualsiasi ramo
d’insegnamento — dalla grammatica
al diritto costituzionale, dalla
elettrotecnica alla musica
—, per convincersi
del grave danno
che deriva alla
chiarezza e alla intelligibilità (e
nello stesso tempo
anche alla precisione
e al rigore) della
esposizione dalla tendenza
dei trattatisti a riguardare come
unico mezzo, per
la determinazione del SIGNIFICATO
(O SENSO) dei termini tecnici,
il ricorso alle DEFINIZIONE
*propriamente dette*. Che
il procedimento ordinario
di definizione — quello
cioè secondo il
quale, prendendo in
considerazione la nozione
da definire, isolatamente
e indipendentemente dalle
frasi nelle quali
essa dove poi essere
adoperata per dire
qualche cosa, si mira a
decomporla nei suoi
elementi, facendola comparire,
in certo modo,
come il risultato
della intersezione d’altre
nozioni più generali
— [il fratendimento di Mrs. Jack sul reduzionismo di H. P. Grice, “to
mean” “to intend”, asymmetricalista -- può
essere, in dati
casi, utile e anche
necessario, non è da
porre in dubbio.
Ma, anche senza tener conto del
fatto che, anche seguendo
tale procedimento, si dove
pure arrivare, presto
o tardi, a nozioni che
non possono essere
in tal modo
ricondotte ad altre
più generali – il punto essato di
Grice quando preferisce dare una definizione IMPLICITA di ‘willing’ -- , anche
senza tener conto,
dico, di questa
circostanza, chi espone
gl’elementi di qualunque
scienza o rama della filosofia non
dove mai trascurare di
domandarsi, ogni volta
che si tratti
d’introdurre un nuovo
segno, e di spiegarne
il SIGNIFICATO (O SENSO), se,
tra i due modi,
visti sopra, di procedere alla
determinazione di questo
- tra quello, cioè,
che consiste nel
darne una definizione
propriamente detta, e l’altro
invece che consiste
nel precisare semplicemente
il senso di
determinate frasi nelle
quali il termine
da definire figura
-, sia più
conveniente il primo
o il secondo. Se, per
esempio – cf. Grice on psychological laws --, quei
concetti (più generali di
quello che si
vuol definire), ai
quali deve essere
fatto ap- pello quando
si proceda nel
primo modo, siano
poi veramente più
chiari e piu facilmente
apprendibili, dagli alunni
o dai lettori, di
quanto non sia
il concetto stesso
che si vuol
definire, e se, ad
ogni modo, quest’
ultimo non possa
essere più facilmente
da essi acquistato
mediante la diretta
osservazione dei fatti
e delle relazioni
che esso dovrà
poi servire ad
esprimere. Le discussioni
interminabili sul tempo,
sullo spazio, sulla
sostanza, suU’in- finito,
etc„ che occupano
tanta parte in '
certe trattazioni filosofiche,
forniscono numerosi e caratteristici esempi
delle varie specie
di questioni fittizie alle quali
può dar luogo
la pretesa di
dare, o di ricevere,
definizioni propriamente dette,
in quei casi
in cui le
parole o nozioni delle
quali si tratta
di determinare il SIGNIFICATO (O SENSO) O ANALYSANS sono
di tal natura
da non poter
essere definite se non ricorrendo a procedimenti analoghi
a quelli rappresentati, in
algebra, dalle « defini-
zioni per astrazione ».
[Si è parlato fin
qui dei mezzi
che l’algebra ha a
disposizione per esprimere
proposizioni isolate. Ma
quando si discute,
o si cerca, o si
dimostra, si ha
altresì bisogno di
poter collegare le
proposizioni le une
con le altre. Si
ha cioè bisogno
di mezzi per
esprimere i rapporti di
dipendenza o di indipendenza
che sussistono, o che
si vogliono stabilire,
tra esse. A tale
scopo servono, nel LINGUAGGIO
ORDINARIO, quelle particelle
che i grammatici distinguono col
nome di “congiunzioni”. E piu facile spiegare ‘p v q’ che il SENSO di
‘o’ – in fatto, suona straneo di questionare per il SIGNIFICATO O SENSO di “o”
o “a” (to) – Grice. L’ufficio di
queste, rispetto alle
pro-posizioni, si può
paragonare a quello che
adempiono le pre-posizioni – il ‘to’ di Grice --
rispetto ai nomi..
Allo stesso modo
come una pre-posizione, posta
tra due nomi,
dà luogo a
una locuzione atta a
esercitare l’ufficio di
un nuovo nome – “Jones e tra Williams e Smith” – CHE
SENSO? FISICO, MORALE? --, così anche
una congiunzione – il ‘o’ di
Grice -- , posta tra due
asserzioni, da luogo
a una nuova asserzione,
la cui verità o falsità può
anche essere indipendente
dalla verità o falsità
di ciascuna di
esse. Per una
scienza a tipo deduttivo,
come e appunto 1 algebra,
le piu impor-
tanti congiunzioni sono naturalmente
quelle che servono
a indicare che, di due date
asserzioni, l’una è conseguenza
dell’altra. Al posto
delle molteplici particelle,
o perifrasi, che sono
adoperate a tale scopo
nel linguaggio ordinario
-- “dunque”, “quindi,” “perciò,”
“donde,” “di qui,” “per cui,” “se,” (Grice, if); “quando,” “in caso
che...,” “ne deriva,” “ne
consegue,” “ne risulta,” etc. -- non si ha bisogno
in algebra che
di avere a disposizione un
solo segno. Altre
congiuzioni assolutamente indispensabili in
qualsiasi trattazione algebrica, che non è
una semplice raccolta
di formule, sono
le seguenti. Una per
indicare che una
proposizione enunciata non è
vera (un
segno cioè corrispondente al “non”
del linguaggio ordinario – cf. Grice, “Negation and
privation” – “We may do without ‘not’ but we would need to introduce one of the
strokes, making our conversational moves go against the maxims”). Altre
due, corrispondenti, rispettivamente, all’ “e”
e all’”o” del linguaggio
ordinario, per indicare
che due date
proposizioni sono simultaneamente vere,
o che di esse
una, e una sola
può essere vera.
L’avere introdotto quattro
speciali segni per
indicare i suddetti quattro
rapporti tra le
proposizioni, e l’aver riconosciute
le curiose analogie
che sussistono tra le
proprietà di tali
segni e quelle degli
altri segni già
adoperati in algebra,
e merito di Leibniz
e dei fondatori della
cosiddetta, scelti e costruiti deliberatamente in
vista degli scopi
ai quali devono
servire, e il cui
sviluppo non è soggetto
a leggi o uniformità del
genere di quelle
che lo studio
comparato permette di
riconoscere e di formulare
per i linguaggi “naturali,” non mi
pare ha gran peso.
Alla distinzione stessa
tra lingue “naturali” e lingue “artificiali” – formale – formalisti di Grice
-- mi sembra difficile
che dagli stessi
glottologi può venire
attribuito alcun senso
preciso e scientifico, quando
essi ammettono che
nella formazione e nello
sviluppo di qualsiasi linguaggio,
per quanto “naturale” (lay) e non colto (learned), una
parte non trascurabile
è pur sempre da
attribuire ai fattori
volontari e individuali che
ne determinarono i successivi
adattamenti alla sua
funzione di strumento
per esprimere e comunicare
determinati sentimenti o idee – Austin. Grice to Warnock: How clever
language is! For it had done for us distinctions we needed. And who needs ‘visa’? È strano del
resto che mentre
l’obiezione della ARTIFICIALITÀ
NON è considerata valida
per escludere dal
campo della glottologia
e della SEMASIOLOGIA lo
studio dei gerghi propri delle
classi più infime della società,
essa dove aver
vigore soltanto per il caso
di quelli che,
nella peggiore ipotesi,
ci contenteremmo di
veder classificati come
dei gerghi ideografici – le parole sonodi CROCE (si
veda), propri ai
cultori delle più
progredite tra le
scienze]. [Accenno infine
a una considerazione, d’indole
tutto aflfatto pratica
e attuale, che
mi ha fatto parere
tanto più opportuno
richiamare l’attenzione dei
filologi sui caratteri,
per così dire,
linguistici dell’algebra. Va
diventando sempre più un luogo
comune, nelle discussioni
sull’ordinamento degli studi nelle
nostre scuole secondarie,
il lamento sui
danni derivanti, allo
studio delle lingue
antiche o moderne, dall’impiego
di metodi troppo “grammaticali” o “filologici”, -- Grice insegna greco a Rossall per un
periodo -- dalla troppa parte,
cioè, che è fatta
ordinariamente, nei primi stadi
dell’insegnamento, all’enumerazione
delle regole grammaticali, in
confronto allo scarso
tempo e alla minor
cura dati invece
agl’esercizi di interpretazione e di
conversazione. A questo che si
ritiene comunemente essere
un difetto particolare
dell’insegnamento delle
lingue, fanno riscontro,
a mio parere, dei
difetti, non solo
analoghi, ma addirittura
identici in quella
parte dell’insegnamento scientifico
che ha per
scopo di fare
acquistare agl’alunni la
capacità di servirsi
delle notazioni dell’algebra. Promuovere un
chiaro riconoscimento di
questa specie di
solidarietà tra due
rami d’insegnamento che
la tradizionale distinzione
delle “materie” in letterarie
e scientifiche tende a far
riguardare come eterogenei
e privi di qualsiasi rapporto tra
loro equivale a render
possibile, tra i cultori dei
due ordini di
disciplina, uno scambio
d’idee che non
mancherebbe di riuscir
fecondo di eguali
vantaggi per ambedue
le parti]. Giovanni Vailati,
Vailati. Keywords: Peano. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Vailati: la semantica
filosofica," The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Vailati.


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